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Full text of "Pompei e le sue rovine"

* 




THE GETTY RESEARCH INSTITUTE LIBRARY 

Halsted VanderPoel Campanian Collection 



POMPEI 

E LK 

SUE ROVINE 



POMPEI 



E LE 



SUE ROVINE 

PKR L'avvocato 

PIER AMBROGIO CURII 

eia DKPDTlTU II rULlHtno IfAZIOXlLC 
DlltTIUHl UELLl SUCICTa' ITILIIHI DI lULUtULOCIt 
l DI EEtle LBTTEBE IX IILtllO 



VOLUME TEBZO 




1874 



MILANO 

.SAMVITO. EDITOKK 



NAPOLI 
DfffKhlN E ROOUOLL 



Proprietà Icllcraria. 
Legge 25 Giugno 1865 Tip GugUolmini 



IHEGEnr/r— TER 
UBBAh/ 



CAPITOLO XIX. 



Il quartiere de^soldalf e II Pagus Augustits Felix. 



Ql'aitiere de' soldali, o Ludo gladiatorio? — Pagus Augusti'^ 
Felix. — Ordinamenti miliiari di Roma — Inclinazioni agii- 
coIl- — Qualità railiiari — Valore personale — Formazioi.e 
della njìlizia — La leva — Itefraltarj — Cause d'esenzione 

— Leva tumultuaria — Cavalleria —>■ Giuramento — Gli evo- 
•>ti e i conquisilori — Fanteria: Velili, Astati, Principi, 

TriariI — Centurie, manipoli, coorli, legioni — Denomina- 
zione delle legioni — Ordini della cavalleria : torme, decurie. — 
Duci ; propri e comuni — Centurioni — Uraiji, Succcnturiones, 
Accensi, Tcrgodiictores , Decani — Signiferi — Primopilo ~ 
Tribuni — Decurioni nellit citvallcria — Prefetti dei Confe- 
derati — Legati — Imperatore — Armi — Raccolta d'armi 
aniiclie nel Museo Nazionale di Napoli — Catalogo del cotrra. 
Ficrelll — Cenno storico — Armi trovate negli scavi d' Er- 
colaiio e Pompei. — Armi dei Veliti, degli Astati, dei Prin- 
cipi , dei Triarii , della cavalleria — Maestri delle armi — 
Esercizi : passo, palaria, loltu, nuoto, saito, marce — Fardel" 
e loro peso — Bucelìatum — Cavalleria numidica. — Ac- 
campamenti — Castra slativa — Forma del campo — Priti' 
cipia — : Banderuole — Insegne — Aquilifer — Insegna 
del Manipolo — Bandiera delle Centurie — Vessillo della 
Cavalleria — Guardie del campo — Exeuhiat e Vigìlia: 
-— Tessera di consegna — Sentinelle — Piocubitores — 
Isirumenli miliiari: buccina, tiibat liiuus, curnu, timpatium 

— Tibiceìi , lilictn, tinipanotriba. — Slipendj militari — I 
Feciali , gli Augtiri , gli Aruiìpici e ì ]>utlarii — Sacrifici e 
preghiere — Dello scliicrarsì in battaglia - Sisiema d' for- 

Le lìovine </i l'ompci. Voi. III. \ 



IL QDARTIERK DE' SOLDATI , ECC. 



Ifficazioni — Macchine guerresche : PoUorcetice : terrapieno, 
torre mobile, teituggine, ariete, balista, tollenone, altalena, 
elepoli, terebra, galleria, vigna - Arringhe — La vittoria. 
Inni e sacrificj — Premj : asta pura, monili, braccialetti, <"\- 
tene — Corone: civica, murale, castrense o vallare, navale 
rostrale, ossidionale, trionfale, ovale — Altre distinzioni — 
Spoglia opima — Preda bellica — Il trionfo — • Vesta palmata. — 
Trionfo della veste palmata — In Campidoglio — Banchetto 
pubblico — Trionfo navale — Ovazione — Onori del trion- 

.tore — Tene mililari : decimazione, vigesimazione e cente- 
simazione, fuslinarium, taglio della mano, crocifissione, fi'°t!- 
gazione leggiera, multa, censio hastaria — Pene minori — 
Congedo. 



Nel capitolo di quest'opera 7 Fori , dicendo del 
Foro nundinario o venale, toccai dell'opinione ma- 
nifestata da molti che anzi essere un simile foro, 
quel luogo fosse invece un quartiere di soldati, e 
venni osservando come da essi si avesse per avven- 
tura a scambiare la parte per il tutto , riconoscendo 
io con altri come in tal foro si ritrovasse un quar- 
tiere sia di soldati, sia di gladiatori, come forse me- 
glio sembrasse al Padre Garrucci. 

Bréton, malgrado le dhnostrazioni fatte da quest'ul-' 
timo scrittore, e malgrado che sia tratto a riconoscere 
eh' egli abbia nella maniera la più positiva stabilito 
in una dissertazione inserta nel numero tredicesimo 
del Bollettino Archeologico napolitano del gennajo 1855, 
che si trattasse in questo luogo di un di que' Ludi 
gladialorii, di cui parla Giusto Lipsio 1), non sa ri- 

i) Saturn. I, i. 



CAl'ITOl.O DICIANNOVESIMO 



solversi ancora a non ritenerlo per un quarliere di 
soldati. 

« Io non so'in veritcà, scrive egli, perche siasi 
cercato di sostituire questa denominazione di foro 
nundinario a quella di Quartiere de' Soldati, che venne 
a siffatto luogo Qn dall'origine assegnato. È evidente 
che una città deli' importanza di Pompei, una città 
fortificata, dovesse avere una guarnigione e, per al- 
loggiarla, una caserma. Perchè dunque cercare que- 
sta caserma oltrove e non nel monumento il piìi 
piano e così conforme alla sua destinazione ? Le 
^orte strette e poco numerose sarebbero state incom- 
raodissime e perfino dannose per un mercato dove 
una folla numerosa si sarebbe pigiata in disordine, 
mentre che esse potevano perfellamenle bastare a 
soldati che marciavano per due e regolarmente. Una 
bardatura di cavallo da sella, armi, cimieri, memid' 
calzari di bronzo vennero qui trovali, che a dir 
vero sono più proprii di gladiatori, che non di sol- 
dati 5 ma che conchiuderne per ciò? Che gladiatori 
di passagg^io a Pompei presero alloggio nella caserma, 
ciò che é-più naturale che pt^ender alloggio nel mer- 
cato. Nelle camere non si rin\ennero letti; ma si- sa 
che i soldati giacevano per lo più sulla paglia. II 
solo grande appartamento che esistè dovette essere 
destinalo al capo della guarnigione. Una sola cucina 
sarebbe stala insufficiente se il nutrimento di luti 
non fosse stalo ammanilo in comune, e noi vediamo 



IL QUAIITIEUE Dt' SOLDATI, ECC. 



che quella del quartiere de' soldati era evidentemeiile 
destinala alla preparazione degli alimenli d'una gran 
quantità di persone. Finalmente, quale sarebbe slata 
in ri mercato la destinazione di una prigione così 
>evera come quella che qui vi fa riconosciuta? S'ar- 
roge che in nessun luogo della città si rinvenne una 
cosi grande quantità di scheletri , non esseiidOo^ne 
contali meno di sessanlatrè, riparlili principalmente 
nelle camere del primo piano. Non è egli quim^' 
supponibile che taluni motivi di disciplina abbiano 
riienuio i soldati al loro posto troppo lungo tempo 
.per permettere a tutti di sottrarsi alla morte?» 1^. 

Questi sono, gli speciosi argomenti di Br'élon, cbe 
potrebbero ben anco essere conformi a verità, se 
quelli addotti dal Garrucci non, fossero stati buor' 
del pari e convincenti, per conchiudere che dovesse 
essere invece un ludo gladiatorio, lo non presumo 
di mettere innanzi un perentorio giudizio; solo per- 
meMendomi di ricordare che ho già esternato l'avv-só 
mio che inclina all'ipotesi del Garrucci, Se non che J^ 
mio presente arèomenlo ciò che preme di stabilire si è 
che alla vita romana in Pompei non potesse mancare 
quanto aveva tratto alla vita militare, e quindi do- 
vevan esistere e una caserma, se forse non ve n' e- 
rano anche di più , e posti e stazioni ; che infa' i 



I ' oiiifitja. l'a^;. loO. 



CaPIIO! '» IMCIANNOVK-ihMi 



alla Porla di Ercolano si irovò moria, l'alabarda in 
pugno, la seniinella, che fida alla sua consegna, 
rizirhè mancarvi , e cercare come tulli gli altri cit- 
tadini lo scampo nella fuga, erasi lasciata soCfocare 
'â– "ir aere graveolenla e seppellire sotto le ceni ri e i 
^M)illi. 

Ma se qui non erano alloggiali i soldati, se quesia 
non era la caserma, ma un ludo gladiatorio, o locali 
allinenti solo al foro venale, e dove trovar dovevar'>' 
i soldati, posto che Pompei, come non è contraddetto, 
fosse citlà importante, e di upa importanza ben anco 
militare, avesse mura, saracinesche, opere di foriiQ- 
eazione , e se anzi ben due volte vi furono dedotte 
colonie militari, l'una volta al tempo e per gli ordini 
di Siila e l'altra per quelli di Auguslo? 

Poirebbesi rispondere a silTatia domanda con quei 
dati sierici che Bréion medesime prepose all' opera 
sua : « Siila ordonna que Pompei fui reduiie en colo- 
nie railitaire sous le doublé norn de (Polonia Veneria, 
Cornelia, emprunlé aux nonis du dieta leur et de la 
divinile protectrice de la ville. Il y envoya des troupes 
sous le comraandemenl de son neveu Publius Sylla: 
mais les Portipéiens, regardant ces colons comme des 
étrangers, leur refusèrenl les droils de cilé . . . r 

E più sotto: 

u Quoiquil en soit, les colons furenl forcés d'ha- 
biler hors de la ville dans un faubourg, qui, lorsqut 
plus lard, Auguste eut envoyé une noiivelle colonie 



IO IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC. 

de vélérans, pril le noni de Pagus AugusloFelix i). » 
Da queste nozioni di storia pompejana , che sono 
conformi a quelle che ho pur io date nei capitoli dp' 
primo volume di quest'opera, inferisco: a che dun- 
que cercar in città caserme e stazioni militari, se i 
soldati dovevano rimanere fuori della ciiià ? Vero è 
che quanto è scoperto del Pagus Augusius-Felix non 
ha rivelato .quartiere di sorta, ma solo quella parte 
che l'attraversa ed è la Via delle Tombe e che per- 
correremo neir ultimo capitolo di quest'opera; mx 
rammentiamoci altresì che ancor molto rimane a 
trarre in luce e che gli scavi ulteriori ponno co' loro 
risultamenti diradare ogni dubbio e risolvere la qui- 
s»ione. 

Dopo ciò, dinnanzi al fatto delle sentinelle sum- 
nientovate e dopo le diverse guerre e fazioni guerre- 
sche narrate in quest'opera nei capitoli delia storia, 
a soddisfare agli intenti dell'opera ed a chiudere di 
essa quanto ha riferimento alla vita publica romana, 
riprodotta in Pompei , entrerò a dire degli ordina- 
menti militari e di quanto ha tratto all'armamento; 
ben francando la spesa il conoscere siccome fossero, 
perocché non di poco avessero a contribuire a quei 
trionfali successi eh' ebbero sempre le armi romane. 
Gli scavi di Ercolano e di Pompei portarono discreto 
contributo all' archeologia per farci conoscere armi 

1) Pi'g. 9. ' 



CAPITOLO DIClANSOVESliJO 



ed attrezzi militari e guerreschi, ed io di questi più 
innanzi ne tratterò il meglio che mi sarà dato. 

Ho già provalo, trattando del commercio de' Ro- 
mani, che lungi costoro dall'essere, come si crede 
erroneamente dall' universale, un popolo soldato per 
istinto , Io fosse invece costretto dalla necessità , e 
conquistando l'universo non lo facesse che per proteg- 
gere la sua indipendenza o per difendersi, che non 
pugnò insomma che vagheggiando le dolcezze della 
pace, alla quale , appena il poteva, si abbandonava. 
Orazio compendia le aspirazioni de' Romani quando 
esclama: 

rus quando -ego te aspiciam 1)1 

I Romani in fatti ebbero a preservarsi dai Sabini, 
dagli Etruschi, dai Latini, dai Sanniti, in tutti i quali 
erano elementi di grandissima resistenza ; onde Pro- 
perzio, che tutto abbracciava il sentimento dell' anti- 
chità, era nel vero giudicando 1' Italia in quei verso 
che già m'avvenne di dover riferire : 

Armis apla magis tellus quam commoda noxce 2), 
più propria, cioè, alle armi, che non alia aggressione 



\) Sai. 6: 

villa , e quando io rivedrotli ? 

Trad. Gargalio. 
2) Lib. 3. 22 ; 

Terra nata dell'armi all'aita gloria 
Non al crudo terror. 

Trad. Vismara. 



12 IL QUARTIERE DE' SOLDATI, E CC. 



e distruzione. Se dunque al soMnto romano si può 
rimproverare un sol vizio, l'avarizia, perchè l'orgoglio 
è più spesso nel soldato una virlìi; di ricambio ebbe 
l'onor mililare come noi 1' intendiamo pure oggidì , 
il rispetto al giuramento, la devozione al suo c;ipo, 
il gusto della disciplina. I Romani vinsero il mondo 
con la lattica, la disciplina, la forza d'insieme, la co- 
stanza e il sentimento d'essere Romani. Gli altri po- 
poli usavano di armi straordir>arie e di macchine, il 
popolo romano della spada. Anche contro i Germani, 
individualmente si bravi e si forti, era colla pugna 
corpo a corpo e. colla spada che i Romani avevano 
la vittoria-, onde Germanico così poteva dire alle 
sue truppe : Non enim immensa barbarorum sciita , 
p.normes liasias inter truneos arborum et enata humo 
virguUa, perinde haberì quani pila et gladios, et hcerenlia 
corporis tegmina. Densarent ictus, ora mticronibus qncB- 
rerenl 1). Polrebbesi e'vizio e virtù ^he' ho mento- 
vati, comprovare coi falli alla mano; ma la storia di 
Roma è troppo notoria per avere d' uopo di ricor- 
rere a ciò. 

Piuttosto m'occuperò qui ad informare il lettore 
della formazione di questa famosa milizia conquista- 
trice dell' universo. 



1) i4/m. 2-14. . Quelle larghe e pertiche, sconce de' bar- 
bari fra le macchie e gli alberi non valere, come i lan- 
ciolli e lo spade e l'assetlata armatura. Tirassero di punta 
spesso al viso. > 

Tr. di Bernardo Davanzali. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 13 

E prima devesi portar l'attenzione sulla scella, di- 
lectus , che era il raccogliere e l' iscrivere i soldali 
i;i codici matricole. Tale scelta veniva fatta tra 
cittadini e socj o confederati; — rado avvenne che si 
ricorresse ai poveri ed agli schiavi, — e venivano poi 
ascritti a' fanti o a' cavalieri. Nella milizia navale 
si accoglievano anche le persone più abbiette e i 
libertini. 

li principio della milizia era al diciasseltfi'imo 
anno, la fine al cinquantesimo. Chi per altro serviva 
di continuo, terminava i suoi obblighi a' trenlaselle 
anni; gli altri, dove non avessero compiuto il lor ser- 
vizio al quarantesimo sesto anno, non n'erano liberati 
e si potevano costringere finché non avessero com* 
pinti i cinquanl' anni. Altro requisito della milizia 
era il censo, solo volendovisi i ricchi, gb onesti e 
coloro i quali, avendo beni tutti proprii , in ceno 
modo presentassero solidarietà d'interessi colla cosa 
publica. 

La leva, o coscrizione, delle truppe , testimonio 
Dionigio d'Alicarnasso 1), si faceva ogni anno, desi- 
gnandosi all' uopo due consoli, che alla loro volta, 
congiuntamente al popolo, creavano ventiquattro tri- 
buni per capi di quattro legioni. 

La cernila si faceva , previa publicazione dell' e- 
ditto a mezzo del banditore, dai tribuni in Campidoglio, 

l) Lib. iX, n. 



U IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC. 

estraendo a sorte dalle tribù e classi , alla presenza 
dei consoli assisi nelle sedie curuli. I refrattarj che 
si sottraevano alla milizia, i consoli comandavano 
venissero ricercati e tradotti in qarcere, talvolta pu- 
niti di verghe , venduti i loro beni e qualche volta 
benanco multati deireslremo supplizio o della morte 
civile, venduti cioè pubblicamente schiavi o notati 
d' infamia. 

Tre giuste cause sottrar potevano al servizio : la 
prima era la dispensa, vacatio, per l'età, se già rag- 
giunto il cinquantesimo anno; per onore, se fosse 
taluno -qella magistratura o nel sacerdozio ; per be- 
neQcio se il Senato e il Popolo conseniivano : la se- 

e 

conda causa dicevasi emeritum, ed era per chi aveva 
compiuti venti stipendj : la terza era vizio o malattia, 
come i mancini, i gracili, chi mancasse di pollici o 
altre dita, gli inetti a reggere scudo o gladio. 

Nella leva così detta tumulluaria, od anche subita- 
ria 1), che seguiva nell' imminenza di qualche peri- 
colo, non si o:?survavano grandi formalità , esentan- 
dosi soltanto quelli ch'erano gravemente inferrai od 
inabili afTalto. 

Per ciò che riguardava la cavalleria , spettava ai 
ctnsori il determinare chi vi dovesse appartenere. 
Duplice poi era il corpo de' cavalieri, l'uno coslilui- 
vasi di quelli che ottenevano dal publico il cavallo 



«) Tit. Liv., ili). XXXV, 2 e 23. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 



e il SUO mantenimento, ed erano i soli che -una 
volta (licevansi cavalieri, equites; l'altro di coloro che 
non 1' ottenevano. Costoro potevano allora servire 
tra i pedoni, pedites. Riguardavasi molto a' costumi 
per concedersi il cavallo, e però spettavano la deci- 
sione al censore. Dopo , tal facoltà si arrogarono i 
principi.. 

Finita la coscrizione , i tribuni congregavano i 
militi delle rispettive legioni e lor facevano prestare 
giuramento. Ignorasi però se giurassero uno per uno, 
se insieme. Consisteva la formula nel giurare : 
sarebbero per seguire i consoli a qualunque guerra 
fossero essi per chiamarli, non mai tentar cosa 
contraria al popolo, non disertar mai le bandiere, 
raccogliersi al cenno de' consoli, né partir mai senza 
l'ordine loro. 

Ej-anvi poi gli evocati, che formavano spesso la 
forza degli eserciti, quasi assunti dietro preghiera o 
domanda, ed erano' per lo più veterani, esperti e 
prudenti della milizia, che comunque avessero assolti 
i loro servizj, li riassumevano tuttavia in grazia de* 
consoli de' capitani. Gli evocati venivano dispensati 
da certe opere faticose , come del vallo e degli ac- 
campamenti e tenuti in maggior onore, spesso con- 
siderati quasi centurioni. 

I conqnisitori erano coloro che si mandavano nelle 
campagne ad ingaggiare la gioventìi per la milizia 
od a scoprire i refrattaij che vi si tenevan nascosti 
ed a persuaderli di costituirsi. 



IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC. 



Toccalo fin qui della cernila, veggiamo delTordiiie 
della milizia. 

Vario era esso sia ne' miMti che ne duci : Giusto 
Lipsie lo considera e dislingue, rispetto ai primi, in 
generi e in parli. 

Generi dei pedoni erano i Velili, gli Aslali, i Prin- 
cipi e i Triarj. Velili coloro che per poca eia e ric- 
chezza venivano assegnati a queslo infimo genere, 
e quasi inermi venivano esposti di fronte al nemico; 
astali perchè dapprima combaitevano colle a*ie, dopo 
poi, serbando sempre lo slesso nome, combattevano 
coi pili, specie di giàvelloili, e coi gladii; principi, 
perché neljo schierarsi dell'esercito venivano nel 
terzo ordine. Parrebbe tuttavia dal loro nome doves- 
sero trovarsi invece nella prima. 

Parli della fanteria erano poi queste, nelle quali 
i generi si dividevano dai tribuni e dai centurioni 
i militi pedoni, eccettuali i velili: la Centuria, che 
si componeva di sessanta militi ed era assegnala ad 
un centurione; il Manipolo, che si costituiva di due 
centurie-, la coorte, composta di tre manipoli ed aveva 
astati , prin<;ipi o iriarii , ed anche per consueto i 
velili. Scipione Africano isliiuì anche la Coorte Pre- 
tòria , nella quale s'ascrivevano i volonlarii e gli 
amici e che mal si dipartiva dal Prelora, ad imita- 
zione della Coorte Rogia presso i Macedoni ; final- 
monte la Legione, perchè comprendeva tutti gli altri 
ordnii Uumolu l'isiiiui di tremila uomini; cacciati i 



CAPITOLO DICIANNOVESLIIU 17 

Re, crebbe a quaitromila; a cinquemila montò nella 
guerra conlro Annibale ed a seimila la portò Sci- 
pione quando passò in Africa. 

Essendo molle le legioni, — perchè se prima sotto i 
consoli furono quattro , nella seconda guerra Punica 
ascesero a venticinque, nella guerra civile fra Cesare 
e Pompeo se ne contarono qnaranla e nell'assedio di 
Modena cinquanta —ebbero diversa denominazione: 
il più spesso si distinsero col numero progressivo 
come prima , secunda , tertia ; talvolta col nome del 
fondatore, come Augusta, Claudiana; alcune dal nome 
degli Dei, di Marte, di Minerva, di Apollo; altre dalle 
Provincie trionfale, come Italica, Gallica, Cirenaica; 
l'd altre finalmente da qualche onorifica qualità, co- 
me la Vittrice,"la Fulminante, la Valente, la Ferrea, 
la Pudica, la Fedele 1). 

Gli ordini della cavalleria, erano le torme e le de- 
curie. Dividevansi in dieci corpi. Ogni legione aveva 
dieci torme iricenarie, ossia tremila cavalieri. Le ale, 
erano coii chiamate a motivo della loro posizione nella 
battaglia; onde dicevasi ala destra ed ala sini;w\., 
componevansi di soci e di confederati ; le torme o 
compai^nie suddividevansi in tre decurie o brigate di 
dieci uomini. 

Tito Livio ne fa sapere, come nel principio della 
seconda guerra Punica, i Romani, veduta l'inferiorità 

6) Rosini, AnliqiiiL Roman. Lib X, (ii-i i 



IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC. 



della loro cavallerìa rirapetlo a quella de' Cartagi- 
nesi, usassero dei veliti come arcieri e frombolieri 
per appiccar zuffa avanti le linee e spazzar la via 
all'esercito 1). 

Questa era, per usare del linguaggio militare , la 
bassa forza : essa per altro si completava coi suona- 
tori di militari strumenti , con operai armajuoli e 
costruuori di macchine guerresche, tormenta bel- 
lica et impedimenta, e conduttori di bagagli, pel tras- 
porto de' quali non si faceva uso, come di presente, 
di carriaggi, ma di bestie da soma, perchè di ìninor 
impaccio B di servizio più pronto. 

Ora dei duci. 

Questi pure erano di due generi: proprii , quelli 
che erano preposti ad una o ad qualche parte dell'e- 
sercito, come i centurioni, e i tribuni-, comuni, co- 
loro che erano preposti a tutti, come i legati e il 
comandante in capo, imperator. 

I centurioni venivan, d'ordine o consenso dei con- 
soli , eletti dai tribuni fra quelli della loro classe : 
sovente però si toglievano anche da classi superiori, 
ma per segnalati meriti, massime per militari, di- 
sunii. L'elezione dei centurioni era duplice. Nella 
prima se ne eleggevano trenta, ed altrettanti nella 
seconia. Il primo eletto denominavasi Primopilo ed 
era nel suo diritto di intervenire nei consigli mili- 



1) Lib. VII, cap. 4. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 19 

tari, in un coi tribuni e coi legati. Talvolta accadde, 
più per qualche occasione e volontà del duce , che 
per diritto o costume , che tutti i centurioni venis- 
sero ammessi nel consiglio. Insegna poi dei centurioni 
era un basion di viio, di cui si valevano a punizione 
de' soldati. 

I centurioni già eletti si eleggono pure alla loro 
volta gii uffiziali , uragi, o più veramente chiamati 
optiones. Quando venivano creati dai tribuni, dicevansi 
accensi ; ma quando la loro nomina fu devoluta ai 
centurioni, ebbero quel nome di optiones ed anche di 

.sotlocenturioni, succenturiones. Tergoduclores erano que' 
soli' ufQziali che compivano le funzioni che or sa- 
rebbero de' sargenti -, decani quelli che or si direb- 
bero caporali. 

In mezzo a' centurioni si trasceglievano due, pre- 
stanti per vigoria d' animo e di corpo , per essere 
signiferi, o portatori del vessillo; perocché quantun- 
que un solo fosse il vessillo , due tuttavia erano i 
vessillarii o signiferi, acciò l'uno succedesse all'altro 
in caso di fatica, essendo i vessilli pesanti , od an- 
che all'evenienza di malattia. 

II Primopilo, primopilus ed anche primipilus, era il 
capo di tulli i centurioni, come il prefetto e principe 
delle legioni. Egli aveva autorità anche sul collega 
suo Primopilo sinistro e la tutela dell'aquila, che 
era lo stendardo principale delia legione l), .anlo 



i) Plin. .Vfl^ flist, lib. .K 5. 



20 IL QCARTIERE DE' SOLDATI, ECC. 

COSÌ che si dicesse aquila come sinoniaio di primo- 
p^'alo. 

Come i cenlurioni eran preposti ai manipoli, cosi 
1 tribuni della milizia erano a tulia la legione che 
ne aveva sei. Li isliluì Romolo, li mantennero i Re 
ed i Consoli; ma il popolo se ne avocò il diritto e 
il suffragio, poi esclusa ancora la facoltà nel popok^ 
e questi volendola rivendicare , restò convenuto che 
parte ne avesse il popolo e un numero eguale i 
consoli ; i primi delti anche comiliatì, avuti in maggior 
onore; gli altri detti Fiulili o Eufuli. I tribuni erano 
l'ziandio di due sorla, cavalieri e plebei. Spellava ai tri- 
buni render giustizia e conoscere delle cause capila^', 
dare il segnale alle guardie e sentinelle , curare le 
vigile, vigilare le munizioni, provvedere agli esercizi 
lutti. Portavano l'anello d'oro, gli altri militi non 
potendolo portar che di ferro. 

La cavalleria dividendosi in dieci lumie, si piglia- 
vano Ire cavalieri per ciascuna lurma, e cosi si ave- 
vano trenta duci. Erano insomma tante lumie nella 
cavalleria quante erano nella fanteria le coorii; lanle 
le decurio quanti i manipoli: e per conseguenza al- 
ircltanli i duci; con questo solo divario che nella 
lurma ve ne era un solo , mentre nel manipolo ve 
u'urano due. Nella lurma erano tre le decurie e l'uf- 
fiziale che comandava la decuria appellavasi decu- 
rione. Ciascuna lurma aveva un solo vessillo. Spel- 
lava ai duci delle turrae la nomina degli iiragi od 
optionen ; come nella fanteria. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO ft 

I soci confederali, in luogo dei tribuni, che solo 
spettavano ai militi cittadini, avevano i prefetti e ve- 
nivano costituiti dai consoli, pari nel resto nei diritti e 
nella podestà ai tribuni. I Legati erano applicati agli 
imperatori o comandanti in capo, non tanto per co- 
mandare , quanto per giovar di consiglio, ed era il 
Senato che li destinava come pratici della milizia 
presso del capo. Era grande dignità codesta, perocché 
col potere dell' imperatore avesse altresì diritto alla 
venerazione dovuta ai sacerdoti. Cicerone li chiamava 
numi di pace e di guerra, curatori, interpreti, autori 
di bellici consigli, ministri del provinciale interesse. 
Il loro potere per altro era subordinato a quello 
del comandante. Incerto era il numero loro, talvolta 
destinalo uno per legione , sempre come sembrava 
conveniente al Senato. Quelli ch'eran preposti a tutto 
l'esercito, dicevansi consolari: preterii quelli assegnati 
alle legioni. 

II supremo comandante era poi, come dissi, l'Im- 
peratore, imperator, a cui obbedivano cittadini e con- 
federati, cavalieri e fanti. Insegna della carica erano 
i littori coi fasci: aveva il paludamento, la clamide, 
e ì suoi cavalli portavano fregi militari , bardature 
ricche d' oro e slragulo scarlatto. 

Veniamo ora a trattare delle armi, le quali si di* 
cevano tela se erano per offesa, arma se per difesa. 

È a questo punto che mi richiama la speciale at- 
tenzione il Museo Nazionale di Napoli , dove colle 

Le Rovine di Fompti, Voi. III. S 



22 IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC. 

armi e cogli aitrezzi militari o guerreschi di varii 
altri musei privali, o rinvenuti altrove, si accolsero 
quelli che si trovarono negli scavi d'Ercolano e di 
Pompei. Nel dire di questa parte interessanlissima 
del napoletano Museo, mi varrò dell'accurato Cata- 
logo , che come degli altri oggetti lutti riguardanti 
altre classi; cosi di questa diligentissimamente delle 
armi, compilò l'illustre Commendatore Fiorelli , dei 
quale non è parola che basti a dir quanto delle pre- 
ziosità pompejane ed ercolanesi sia benemerito, e che 
fu da lui pubblicato in Napoli nell'anno 1869 nella 
Tipografia Italiana del Liceo Vittorio Emanuele. 

Giovi premettere un cenno storico intorno all' or- 
dinamento di tale Raccolta , quale il Fiorelli fé' pre- 
cedere al suo Catalogo, 

Innanzi che si ponesse mano ad un più ragione- 
vole ordinamento del Museo , le armi antiche che si 
possedevano erano confuse agli utensili domestici di 
bronzo: il galerus, Vocrea, la fibula, i pugiones, e le 
parmce, oggetti d'abbigliamento o stromenti militari, 
trovavansi in buona compagnia coi cacabi, e i lebetes, 
gli ahena, i clibani e gli infundibula. Argomenti il 
lettore qual relazione vi avessero, oltre l'avere co- 
mune il metallo ond' erano formati, cioè il bronzo. 

Ora le Armi Antiche hanno una distinta colloca- 
zione, divisa la raccolta in tre classi. 

La prima è delle armi greche, le quali prevenule 
da sepolcri di remota antichità ^ e per lo più ricchi 



CAlMIOUi DICIANNOVESIMO 23 

di vasi dipinti, appartengono ai Greci dell'Italia Me- 
ridionale anteriori al dominio di Roma , trovate nei 
luoghi di Hiivo, di Pesto, di Locri, di Egnazia e Ca- 
nosa; ma siccome esse punto non riguardano Pom- 
pei ed Ercolano e neppure quell' epoca che 1' opera 
mia prese a dichiarare, affin di non uscire dal campo 
nostro, non ne terrò parola. 

La seconda classe è delle armi romane ed italiche, 
rinvenute nelle tombe della Campania e nei campi 
del Sanniò e segnatamente alle pendici del monte 
Saraceno presso l'antica lìovianum velus, oggi deno- 
minala Pietrabbondante ; e fra queste pur talune ven- 
nero offerte dagli scavi di Ercolano e Pompei. 

Queste QalecB, od elmi, che per essere tutti di 
bronzo, a stretto rigore dovrebbero dirsi casses, pe- 
rocché dapprima la voce galea venisse adoperata a 
designare un elmo di pelle o cuojo, pel contrapposto 
di cassis che indicava un elmo di metallo, apparten.- 
gono a PompeL L'una (n. 37 del Catalogo speciale 
e 3474 del generale ) ha breve projedura o visiera 
nella parte posteriore , ove è un foro per attaccarvi 
la crista, con altro sulla sommità per contenere il 
piede del cimiero (npex) , che addila avere già per 
avventura spellato a centurione, cui, per autorità di 
Polibio e di Vegezio, fregiava l'elmo un cimiero, che 
mancava in quello di semplice soldato. Nei lati di 
questa galea due cerniere sostenevano le paragnatldi 
{bucculo!) ora mancanti. La seconda (n. 59 — 5000) 



24 IL QUARTIEUE DE' SOLDATI, ECC. 

appare alterata ed ha avanzi di cerchio di ferro , 
adattatovi all' intorno, perchè evidentemente adope- 
rata come utensile di cucina. Egualmente si conosce 
essere stata mutata in trulla la terza galea (n. 62 
— 3475), per raggiunta di un manico di ferro. 

Due aalece di bronzo (nn. 60, 61 — 2842, 2880) con 
frontale e bucculce, aventi sui vertice una piccola fa- 
lera bucata per immettervi Vapex e dietro un uncino 
per fermare la cristo con le falde posteriori aggiunte 
e tenute da chiodi, vennero invece raccolte negli 
scavi d'Ercolano. 

Una cuspide di bronzo (n. 80 — 3459); due gladi! 
di ferro (81 , 82 — 3459 , 9618) due lame di gladio 
in bronzo (n. 83 , 84 - 3461 , 3462; furono pur di 
Pompei; così due teste d'aquila in bronzo , impugna- 
ture di gladio (85 , 86 - 3458 , 12883) ; un fram- 
mento di lorica sqmmea (93 — 3456) consistente in 
novantuno pezzetti di osso in forma di squamme, cia- 
scuno con due buchi, ne' quali passava un filo che 
li univa ira loro sopra un torace di lino. 

La terza classe è delle armi gladiatorie di Pompei 
e d'Ercolano, credute da molti armi di guerra e per 
la singolarità delle loro forme cagione di gravissimi 
errori sulla natura dell'armamento dei legionarii ro- 
mani, ai quali però queste armi erano affatto estra- 
nee, perchè solo destinale ai ludi ed alle pompe del- 
l'Anfiteatro. 

Io per altre ho credulo di riserbarne il cenno ni 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 28 

questo capìtolo , per non iscindere in diverse parti 
l'argomenlo delle armi. 

Dodici sono le galece , di cui una sola di ferro, le 
altre tutte di bronzo che si trassero dagli scavi di 
Pompei (nn. 268, 269, 271, 274, 275, 276, 277, 278, 
279 , 280 , 282 , 284). Sono degne di considerazione 
speciale : quella al n. 275 adorna di figure in rilievo 
rappresentanti cinque muse sulla parte anteriore, 
il dio Pane nel dinanzi della crista , con trofeo di 
cimbali, tirsi, tibie, e di una lira graffili, e due amo- 
rini nella visiera, quelle ai nn. 276 e 278 avarii bassi 
rilievi e quella al n. 282 che ha sulla fronte in ri- 
lievo la figura di Roma galeata , che calcando una 
prora di nave regge nella sinistra il gladio chiuso 
nella vagina, con due figure virili avanti di so pro- 
sternate e altri gruppi ai lati. 

Cinque sono le galea di Ercolano, delle quali una 
di ferro, le altre in bronzo (270, 272,273, 281, 283). 
La prima è adorna di bassi rilievi che ritraggono 
sulla fronte un simulacro di Priapo avvolto in ampia 
clamide, avente ai lati due guerrieri , con altri fregi 
minori nelle restanti parti. Quella al n. 283 è vera- 
mente insigne, essendo interamente ornata di figure 
a rilievo esprimenti gli ultimi fatti della guerra di 
Troja. 

Una parma o scudo circolare di bronzo ( n. 288 ) 
trovata in Pompei ha nel mezzo di argento ed in ri- 
lievo il Gorgonio circondato da ghirlanda di olivo, e 



IL QUAUTIEUE DE' SOLDATI, ECC. 



COSÌ un mezzo scudo (n. 287) o galems, con figure 
marine. 

È di Ercolano un mezzo scudo eguale (ii. 286) , 
ma di bronzo e allo alla difesa della testa, venendo 
per lo più applicato all'omero nelle lolle dei gladia- 
tori Reziarii. 

Tredici ocrece di bronzo (290, 291, 295, 294, 295, 
296, 297, 298, 299, 500, 301, 302, 305, 504j son di 
Pompei , la più parie figurate e le ullime due , si- 
mili affano Ira loro, semr dovevano certo ad un solo 
combattente. 

Priva di ornaìiìenli è la sola ocrea di bronzo rin- 
venuta in Ercolano. 

-Sei cuspidi di bronzo per lancia offriron pure gli 
scavi porapejani (305, 507, 308, 309, 510, 511) e una 
tricuspide (n. 506)^ che armava forse l'estremila del- 
l'asta di un Bestiario. 

I medesimi scavi diedero ire pugnali di ferro, pu- 
giones (512 — 4) con manici d'osso ; due frammenti 
di cingolo di bronzo (515) in cui alternatamente sta- 
vano in rilievo borchie con protomi bacchiche e di 
altre divinità, con calici di fiori aperti, frammezzati 
di rami d'edera scolpili a puntini ; con balteo di cuojo 
(316) a borchie di bronzo, e sei dischi dello stesso 
metallo con prolomi in rilievo; e flnalmenle due corni 
(321 — 2) trombe di bronzo che si suonavano dal 
cornicen , di che verrò più sotto, quando sarà il di- 
scorso degli islrumenli musicali della milizia a 
parlare. 



CAPITOLO UICIANNOVESIMO 



Tre fibule d'argento (317 — 9) servienti a baltei di 
cuoio provengono da Ercolano. 

È indubitabile che gli scavi che si verranno ad 
operare nel Pagus Augustus Felix trarranno in luce 
molle e molte altre armi ; perocché quello fosse il 
luogo ove dimorava la colonia militare statavi per 
ben due Volte dedotta da Roma. 

Enumerate le armi di Pompei ed Ercolano, che si 
hanno nei Museo napoletano, vengo adesso ad asse- 
gnare quello che si aveva ciascun milite facente 
pane dell'esercito romano. 

Ho già detto che i veliti erano quasi inerrai ; la 
loro armatura infatti era assai leggiera: un cimiero, 
galea o galeus, di pelle o lana per coprire il capo; 
una spada, gladim; un'asta, hasta ; una specie di 
scudo, parma, di legno ricoperto di cuoio e la from- 
bola e con essa avanti l' armata facevano in guerra 
le prime provocazioni contro l'inimico. 

Gli astati avevano un cimiero, galea cerea, di ferro 
senza visiera , onde Cesare nella pugna farsalica 
avendo di contro i bellimbusti di Roma che parteggia- 
vano per Pompeo, potè consigliare i suoi colle parole : 
Faciem ferile, mirate alla faccia, sicuro che per non 
essere sfregiati al volto avrebbero volle le spalle. Snl- 
l'elmo portavano creste e penne; avevano un gladio, 
uno scudo, scxkinm, il più spesso ovale, qualche volta 
flirto come un canale od embrice-, onde dicevasi im- 
hrkalum, largo due piedi e mezzo della superficie, e 



IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC. 



quattro di larghezza, costruito di più legni leggieri, 
come il fico e il salice» ricoperti di pelli coi mar- 
gini di. ferro; vestivano la corazza, lorica, di cuojo 
di ferro e armavansi di una specie di giavellotto, 
pilum , di ferro e pesante, il quale, diretto con arte, 
trapassava il nemico scudo ed anche i suoi loricati 
cavalieri; e finalmente avevano la gambiera, ocrea, di 
ferro , che , secondo Vegezio nel suo trattalo De Re 
Militari, i veliti frombolatori, funditores , portavano 
alla gamba sinistra , e i legionarii alla destra , dan- 
done la ragione in ciò che nella pugna, i primi do- 
vessero atteggiarsi ponendo il sinistro piede avanti, 
mentre i militi avanzassero invece il destro. 

I veliti frombolatori armavano le lore frombe di 
ghiande missili (glandes), o grosse palle di piombo, 
in luogo di pietre, delle quali più spesso servivansi. 
Esse portavano incise lettere allusive, come Fir, per 
KIRMITER , quasi a dire scaglia forte , o Feri Roma , 
cioè colpisci Roma, e il Catalogo delle Armi Antiche 
succitato , ricorda le ghiande missili dell' assedio di 
Ascoli (a. u. e. 664;, 665) e quelle della Guerra Ci- 
vile (a. u e 705) colle diverse leggende, tra cui 
nell'ultime Feri Pomp. e Feri Mag. cioè, colpisci Pom- 
peo, colpisci il Magno, cioè il medesimo Pompeo, pe- 
rocché appunto dovesse questo gran capitano nel 705 
occupare il Piceno per opporsi alle armi di Cesare. 
Il Museo Nazionale possiede 39 di queste ghiande 
dell'Assedio d'Ascoli, e 9 della Guerra Civile. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 39 

Le armi dei Principi e dei Triarii eraDO simili a 
quelle degli Astati; solo i Triarii, a vece dei pili, o 
giavellotti, portavano le aste, di che valevansi prin- 
cipalmente formandone selve dirette contro le cariche 
della cavalleria nemica, come si farebbero oggidi al 
medesimo intento i quadrati alla bajonetta. 

Di talune di tali armi fornirono esempi gli scavi 
pompeiani, come più sopra si è detto. 

I soldati di cavalleria dapprima non portavano 
lorica, affin d'essere più spediti, ma una semplice 
vesta, ed anzi per questa speditezza maggiore, s' ac- 
costumavano i cavalli stessi a piegar le gambe e 
prostrarsi. Pare che non avessero sella, ma qualcosa 
che le somigliasse onde seder più sofice. Avevan 
asta più gracile, scudo o parma di cuoio-, e quando 
poi imitarono l' armatura greca , ebbero gladio ed 
asta più grande e cuspidata, ossia appuntata, scudo, 
e nella faretra tre o più giavellotti, con cuspide larga, 
cimiero o lorica. 

Ogni legione aveva i suoi maestri delle armi per 
animaeslrare i soldati. Primo esercizio era il cam- 
minare celere, eguale e giusto; quindi era la Pa- 
laria, per la quale combattendo contro un palo con- 
fitto in terra con armi pesanti , si addestravano a 
maneggiar le vere con agilità; altri eran: la lotta, il 
nuoto, il salto, il cavalcare, la marcia che spinge- 
vano fino a ventiquattro miglia in sei ore, e il porlo 
dei fardelli. Avevan questi fin sessanta libbre di peso, 



31) IL QL'AnTlEllE Uli" SOLDATI, ECC. 

senza tener conto delle acmi, considerate queste come 
membra del soldato, secondo s'esprime Cicerone: Nostri 
exercitus primiim, unde nomem habeant, vìdes; deìnde 
qui lahor , el quanlus agminis ferve plus dimidiati 
mensis cibaria : ferve si quis ad nswn velini ; ferve 
valium, nani scutuni, gladium, galeam nostri milites in 
onere non plus nnmerant, quam humerus, lacertus, manus. 
Arma enim membra esse mililis dicunt, quce quidem 
ita geruniur aple , ut si usus foret , abiedis oneribus, 
expeditis armis , ut membris pugnare possint 1). In 
tasche di cuojo, portavano frumento bastevole per 
venti giorni e Tito Livio dice fino per trenta 2) , a 
cui dopo sostituirono il biscotto , che dicevan bucci- 
latum 3). 
I Romani non ebbero cavalleria leggiera, ma dopo 



1) Se. II. 16. — • Osserva (i.ipprima qua! regime ab- 
biano gli eserciti noslri , quindi qual fatica e quanta ci- 
baria jiorlino in campo per mezzo mese ed attrezzi d'uso; 
perocché il portar il palo, lo scudo, il gladio, e 1' elmo i 
nostri soldati non conlino nel peso, più che gli omeri, 
le mani e le altre membra, afferman essi le armi essere le 
membra del soldato, le quali cosi agevolmente portano, 
che dove ne fosse il bisogno, gittate il restante peso, po- 
trebbero coll'anni,come colle membra proprie combattere. • 

2) E}). 57. 

3) Nelle nostre provincie, massime nella Bresciana, esiste 
un pane dolcialo che si chiama bussola, dal bucellatum 
romano, ma il bucellatum, come esprime il nome, era nel 
mezzo bucalo, onde portarlo all' uopo sospeso o inlìlzato, 
viaggiando, sull'asUi. 



CAPITOLO OlCIA^NiNOVK.SUld 



aver palilo a causa della cavalleria leggiera numi- 
dica, di essa se ne valsero di pni. Quosli feroci sol 
dali pugnavano nudi ed inermi, all' infuori d'una 
mazza , che maneggiavano con grandissima arte. 
Erano poi quesli barbari di una maravigliosa destrezza 
nel saltare da un cavallo all'altro. Sul qual propo- 
sito rammenterà il lettore come Omero nelT Iliade 
iiccennasse alla somma destrezza de' suoi eroi perfìn 
su quattro cavalli. Teutobocco re dei Teutoni era so- 
lito saltar alternativamente su quattro ed anco su di 
sei cavalli. 

Dovendo or dire degli accampamenti, o campi for- 
tiQcati , castra , comincerò per segnalarne la disposi- 
zione, notevole per l'ordine e per l'arte. Essi, se per- 
manenti , chiamavansi castra stativa e il campo si 
faceva in forma quadrata circondato da fossato, fossa, 
e da un parapetto, agger, costituente insieme ciò che 
veniva detto va//t<m, con palizzate chiamate $((d<'5, come 
al verso di Virgilio: 

Quadrifldasque sudcs, et acuto robore vallos 1). 

Si formavano all' accampamento quattro porte : 
prceloria, era la porta che fronteggiava il nemico; de- 
cumana, quella della parte opposta e per la quale si 
conducevan i soldati colti in delitto per essere pu- 
niti: le alire, dei lati, dicevansi princìpaìes coli' ag- 



Eii asic scissi' in quattro parli, e pali 
Acuminati. Georiihui II, v. 



32 IL QUAUTIERE DE" SOLDATI , ECC. 

giuntivo di desira , o sinistra. Il campo si divideva 
poi in due parti : la superiore conteneva il quartiere 
del generale, prcBtorium, presso alla porla per ciò 
appellata proetoria , alla cui destra il luogo del que- 
store, quceslorium, e alla sinistra i luogotenenti ge- 
nerali. Nella parte inferiore erano , nel mezzo la 
cavalleria , e dai lati di essa i Triarii , i Principi , 
gli Alabardieri e gli alleati. ^ 

L' interno era diviso in sette viali, il più largo dei 
quali correndo in dritta linea ira le due porte late- 
rali e subito di fronte alla tenda del generale , era 
largo metri 3,04 e chiamavasi via principalis. Più 
innanzi , ma parallela , vi era un' altra strada detta 
via quintana , larga metri 5,52 e divideva 1' intera 
parte superiore del campo in due eguali scomparti- 
menti, e questi erano pure suddivisi in cinque altre 
strade della stessa larghezza. 

Fra i Tribuni e Prefetti e dirimpetto alle due 
porte laterali eravi la parte più sacra degli accam- 
pamenti e dicevasi Principia , de' quali già toccai in 
addietro. Ivi erano le statue e le principali insegne, 
vi si ergevano gli altari e si celebravano i sacrificj, 
a un di presso come nel Medio Evo si immaginò 
nelle città italiane il Carroccio. Nei Principii si lene- 
vano i consigli dei duci, si amministrava dai tribuni 
militari la giustizia: tribunosjura reddere in principia 
sinebant, come lasciò scritto Tito Livio 1). 



1) ins(. Rom. Lib. XXVil. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 35 

Nota Giuslo Lipsio che nel campo si inalberavano 
le banderuole, dalle quali ognuno conosceva il pro- 
prio posto. 

La milizia aveva poi speciali insegne nel campo, 

come avverte Lucano in quel verso della Farsaglia : 

mfestisque obvia signis 

Signa pares aquitas et pila minanlia pilis I). 

Più sopra ho ricordato che la legione aveva l'aquila 
per insegna, ed era essa d'oro o d'argento, inalberata su 
di un'asta e si figgeva In terra, e quei che la portava di- 
cevasi aquilifer. Il manipolo aveva la sua insegna: fu 
dapprima in un piccol fascio di fieno, posto sulla som- 
mità d'un pertica, donde venne il nome di manipolo, 
come nota Ovidio nel Lib. IH. de' Fasti: 

Illaque de foeno : sed erat reverenlia foeno 
Quantum nmic aquilas cernis habere tiias. 

Pertica suspensos porlabat longa maniplot 
linde Maniplaris nomina miles habet 2). 

Più avanti fu sostituito il fascio di fieno da un'asta, 

con un traverso di legno alla sommità e su di esso 



I) Movendo aquile, insegne, aste latine 

Contro latine insegne, aquile ed aste. 

Lib. I. v. 7- Trad. del conte Frane. Cassi. 
3) Eran di fìeno : ma quel fieno istesso 
Da ciascun riscotea tanto rispello , 
Quanto l'aquila tua ne esige adesso. 
Si slava in cima a lungo palo eretto 
Un manipol di tlcno, onde di fanti 
Certo drappel manipolar fu detto. 

Trad. di G. B. Bianchi. 



34 IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC. 

una mano. Vi si misero anche imagini di numi, poi 
di imperatori, e r adulazione vi fé' collocare anche 
r imagine di Sejano al tempo di Tiberio. I porta- 
tori di queste insegne furono chiamati imagìferi. 

Ogni Centuria aveva la sua bandiera distinta , su 
cui ponevansi iscrizioni, o ricamavansi le figure del- 
l'Aquila, del Minotauro, del cavallo o del cignale 1). 

La cavalleria, alla sua volta, aveva in ogni turma 
un vessillo consistente in una picca con un traverso 
nella sommità, al quale s'accomandava un drappo su 
cui era tessuto a lettere d'oro il nome del generale 2). 

Ogni parte del campo aveva a difesa una turma 
con tre manipoli, o una coorte con veliti , come si 
evince da Giulio Cesare: De Bello Civili 3). Al quartiere 
de' cavalieri v'erano i triarii, e Sallustio ci fa sapere 
che alla guardia del Console fosse un manipolo 4) ed 
una turma d'alleati slraordinarii; a quella de' legati 
fossero quattro astati ed altrettanti principi ; a quella 
del questore tre. 

Le guardie diurne di sentinella dicevansi excubioe, 
quelle di notte vigilice. Tessera appellavasi la parola 
d'ordine, perchè consegnavasi alla sentinella una ta- 
voletta di contrassegno in cui era scritto il manipolo 



i\ Tacito Ann. XV. 29. 

2) Svetonio, In Vespasianum, 6. 

3) Lib. I. 43. 

4) De Dello Jugurt. LXV. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO SS 

al quale ciascuna guardia apparteneva e la veglia che 
gli toccava, come leggesi in Stazio : 
Dal tessera signum 
Excubiis positos vices 1). 
Venivano le sentinelle eslraite a sorte dai tergo- 
dullori e >i conducevano avanti il tribuno di guar- 
dia: distribuite poi a' rispettivi posti di guardia , vi 
venivano rilevale a siion di corno 2). Un soldato, 
chiamalo tesserarlo, riceveva dai tribuni la tessera al 
tramonlar del giorno, e nella quale era scritto il 
motto, ed egli alla sua volta la consegnava, in pre- 
senza di testimoni, al suo manipolo od alla turma. 
Marco Porcio Catone, sulla fede di Pesto, insegna 
che Procubitores si chiamassero poi que' soldati ar- 
mati alla leggiera , che facevano di notte la scolta 
dinanzi agli alloggiamenti , quando questi erano vi- 
cini a quelli dei nemici. 

Anche allora v'erano isiromenli militari , de' quali 
valevasi in diverse occasioni la milizia: la buccina, 
corno di caccia proprio dapprima de' pastori, era 
stata poscia adottala negli eserciti-, onde Properzio 
così notò tal passaggio: 

Nunc intra muros pastoris bticcma tenti 
Cantal 3) 



1) «La tessera dà il segno 

Ove di guardia scritte son le veci- • Lib. X. 

2) Just. Lips- De Milìt. Rom. v. 9. 

3) Lib. IV. II. 79 : 

Or del lardo pastore entro le mura 
La baccina risuona. 



36 IL QUARTIERE DE" SOLDATI, ECC. 

e Virgilio, naW Eneide, ne disse l'uso guerresco: 

Bello clat signum rauca cruentum 
Buccina i). 

Il suon della buccina muoveva le insegne-, la tuba, 

pili piccola e simile alla nostra trombetta dava il 

segno dell'attacco e della ritirata: quella era a piìi 

giri, questa invece retta, giusta quanto avverte 

Ovidio : 

Non tuba directi, non ceris cornua flexi 2). 

Il lìluus era una trombetta più piccola, più dolce 

e curva , il cornu era di bufalo , legato in oro, con 

suono acuto e distinto: così accenna Seneca n&WE- 

dipo ad entrambi questi istrumenti: 

Sonuit reflexo classicum cornu, 
Liluusque aduncos, stridulo canius 
Elisie lere 3). 

Poco in uso era il tamburo , impanum^ di cui si 
servivano i Parti nel dar il segno della battaglia e 
se ne valevano i Romani a imitazione di essi , tal- 
volta per distìnguere in guerra i segni delle nuove 



1) Lib. XI. 475: 

E già la roca 
Tromba ne va per la città squillando . 
De la battaglia il sanguinoso accento. 

Tr. AnnibaI Caro. 

2) Non la tuba diretta e non il corno 
Di ricurvo metal. 

3) V. 734 : 

Con il corno ricurvo 
Il richiamo squillò e il lituo adunco 
Colla stridula voce i suoni emise. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 87 

evoluzioni , come più sensibili , giusia il verso di 

Stazio; 

Tum plurima buxus, 
/Eraque taurinos sonilu vincentia pulsus i). 

Questo tamburo pare fosse formato da una cal- 
da ja di rame, lebes , sulla cui periferia era tesa una 
pelle come sono i timballi delle nostre odierne or- 
chestre ; nondimeno i Parli ebbero anche il lungo 
tamburo, come si rileva da Plutarco (In Crasso 23)-, 
ma allora sembra si chiamasse con greco nome sym- 
phonia. 

Tvbìcen veniva detto il suonator della tromba; 
liticen quello del lituo; cornicen quello del corno, e 
tympanolriba quello del tamburo. 

Detto della formazione della milizia e dei loro capi, 
tocchiamo brevemente degli stipendj. — Da prima 
è ceno che nessuno stipendio si accordasse ai sol- 
dati, come che fosse tenuto obbligo naturale di li- 
bero cittadino di portar V arme a difesa della pa- 
tria; poi lo si ammise e fu di triplice natura; in 
denaro, in frumento e in vestiario. In denaro si die- 
dero prima due oboli al giorno; ma Cesare, per te- 
nersi il soldato affezionalo, né duplicò il soldo; altri 



1) Thcbnxd. 2. 78; 

S' uilìan per lutto rimbonubare i vuoti 
Bossi e di bronzo i timpani sonanti. 

Trad. di Selvaggio Porpora, 
ps(Ud- del Cardinal Guido Benlivoglio. 
Lt Rovine di Fompti. Voi. Ili. 3 



38 IL QlIAKTICnE Df SOLDATI , ECC. 

imperatori, pe' medesimi interessi, l'accrebbero. Ho 
già dello come poi al fiumenlo si sosiituisseil biscotlo. 

Dopo ciò segiiianio la milizia all'azione. 

Siccome lanlo in Grecia che in Roma non vi aveva 
per avventura allo della vila pubblica nel quale non 
si invocasse auspice la divinità, tanto che in Roma 
non seguisse adunanza pubblica se prima gli auguri 
non avessero assicuralo propizii i numi, e l'assem- 
blea non avesse ripetuta la preghiera pronunziala 
dall'augure, ed anzi il luogo di riunione pel Senato 
fosse un tempio e fossero multale di nullità le de- 
cisioni deliberate in luogo non sacro. Così non sa- 
rebbesi potuto muovere la milizia alla guerra senza 
l'intervento "deìla religione. 

A lale elTeilo trovasi ricordalo in Dionigi d'Alicar- 
nasso 1) e nello Scoliaste di Virgilio 2) come nelle 
città italiche fossero istituiti collegi di P\'ciali, i quali 
presiedevano a tutte le cerimonie sacre cui davano 
luogo le relazioni internazionali. Gli speciali ufflci 
di questi sacerdoti ho già raccontalo ne' capitoli 
della storia 3) e detto come ad essi incombesse pro- 
nunciar la formula sacramentale della guerra. Un 
lai rito egli compiva colla testa velala, e una corona 
sulla lesta. Quindi il Console in abito sacerdotale 



i) Dion. d'Alicarn. H, 7.3. 

2) Servio, X, 14. 

3) Voi. I, cap, HI. 



CAl'ilul.O OICIANNOVKSIMO 39 

apriva solennemente il tempio di Giano e faceva il 
sacrifìcio a propiziare il Dio. Le viscere della vit- 
tima immolata venivano dall'aruspice esaminate, e se 
favorevoli riuscivano i segni, il console riconoscendo 
che gli Dei permettevan la pugna , dava gli ordini 
della stessa. 

E ciò che il Console faceva allo intimarsi della 
guerra, ripeteva il sommo duce, sagrifìcando cioè e 
pronunciando solenni preghiere, e così ad ogni cam- 
pale battaglia facevasi precedere la consultazione 
delle vincere degli animali sagriQcali. 

Era insomma né più né meno di quello che si fa- 
ceva nella più remola antichità anche in Grecia, ciò 
che prova la comune origine delle due nazioni. 
Restò famoso quanto intervenne alla battaglia di Pla- 
tea. Gli Spartani erano già ordinali in battaglia ; 
ognuno trovavasi al suo posto e la corona in testa 
udivano i suoni dei tibicini che accompagnavano gli 
inni religiosi. Dietro le file il re attenileva al sacri- 
ficio , ma le viscere delle vittime non presentavano 
i favorevoli auspici; epperò rinnovavasi il sacrificio. 
Più vittime vennero immolate; ma intanto la caval- 
leria persiana avanza, scaglia i suoi dardi e fa ca- 
dere gran numero di Lacedemoni. Ma questi riman- 
gono immobili, lo scudo al piede, sotto la grandine 
nemica in aspettazione del segnale degli Dei. Questo 
finalmL'iile è manifestalo e allora i militi spartani 
imbracciano gli scudi, danno mano alla spada, gii- 



40 IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC. 



tansi animosi suH' inimico, lo combattono fieramente, 
lo sbaragliano e riportano la piìi gloriosa vittoria. 

Escbilo , nei Sette a Tebe , cosi fa pregare , prima 
delia battaglia gli Dei: 

voi possenti', o prodi 
Voi divi e dee beate , 
Di questo suol custodi, 
Della città non date 
Preda a nimico di sermon diverso 
Esaudite di vergini 
Il prego a voi con tesa man converso.' 

Deb la città secura*. 
Amici Dei, ne renda 
li favor vostro, e cura 
Pur del sacro vi prenda 
Popolar culto; e rimembrate, o numi, 
L' are , cbe a voi di vittime 
Arder Tebe fé' sempre, e di profumi ì). 

Anche in Euripide , nei Fenicii , è detta consimile 
preghiera. 

Da qui il costume che cogli àuguri seguissero l'e- 
sercito romano anche ìpullarii, che dal pasto dei polli 
traevano gli auspici 2) , e dei quali doveva essere 
frequente e rispettato 1' ufficio, se ogni legione I' a- 



1) Trad. di Felice Bellotti. 

2) Cosi Cicerone nel Lib 2, Divin, 34 : Atlulil in cavee 
pullos, is qui ex eo nominatur puUarius. * 

• Portò nel solierruueo i polli, quegli che per tale officio 
dkrsl M|i|)iint(> pulluiio • 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 44 

vessa 1), se Fianco scrivendo a Cicerone seriamente 
dicessegli : Pullariorum admonitUf non satis diligenter 
eum auspiciis operam dedisse 2). 

L'armata si schierava in battaglia in due o tre bat- 
taglioni; le legioni romane erano sempre nel mezzo; 
ai Qancbi, a formar le aie, le legioni alleate. La caval- 
leria, per consueto, alle spalle della fanteria, e Tito 
Livio nota che venisse anche collocata in coda, ad im- 
pedire che l'oste nemica non circondasse l'armata. Ho 
già detto come i Velili fossero i primi ad aprir la pu- 
gna, seguissero poscia gli Astati e appresso i Principi ; 
la vanguardia si componeva di quaranta compagnie. Il 
generale slava fra i Triari e i Principi, e a lato aveva 
la guardia pretoria, gli evocati ed un tribuno di ogni 
legione. Il prefetto delia cavalleria comandava alle dieci 
lurme, come il decurione più vecchio sovrastava a 
ciascuna lumia. 

I Romani poi sapevano mirabilmente forliQcarsi, mu- 
nendo le loro città di torri, di muraglie merlate e di 
larghi e profondi fossati. L'ingresso in città era per 
porle praticale nel piede delle torri con ponti levato] 



i) Varie iscrizioni lo attestano. Grutero riferisce sotto il 
n. 557, 6, la seguente . M. Pompejo, M. F. Ani. Aspro, 7 
Leg. XV Apollinaris Atimetus Lib. pullarius fecit. E 
Muratori sollo il n. 788 , 4 , la seguente : L. Avillius L. 
F. Asperinus pullarius Leg. VI Claudi(e. 

2) • Non aver egli abbastanza atteso, per avviso de' pul- 
lartì, agli au>picii. > 



a IL QUARTltllE DIÌ' SDl.UATI , ICC. 

e saracinesche, come già ci accadde di vedere a Pom- 
pei. Tutto un sistema di torri le cingeva, ed a cagion 
d'esempio, nelle carte topografiche antiche di Milano 
pur colonia romana, detta an?.i altera Roma, si vedeva 
che fra una torre e l'altra non correvano più di cento 
piedi. Le piazze forti approvvigionavano, in previ- 
sione di assedio, di viveri e di armi e d'ogni cosa 
alta ad offendere, siccome bitume, solfo e pece. In 
caso invece di investimento di una città, vi si prati- 
cavano intorno linee di circonvallazione e trincee; e 
se fosse sembrata impresa non grave , usavasi riem- 
pirla di una linea di soldati che chiamavano corona, 
giusta quanto vedesi ricordato nel seguente verso di 
Sìlio Italico: 

Mcenia flexa sinu, spissa vallata corona 
Allujat i), 

od anche nello storico Giuseppe Ebreo , De Edio 
ludaico si legge: Duplici pedUum corona urbem cin- 
guìd el iertiam seriem equilum exleiius ponunt 2). 

All'espugnazione poi survivasi di una inliiiilà di 
macchine dette Poliorcelia , dal loro inventore De- 
metrio Poliorcele. Gomprendevasi nel numero di 
esso il terrapieno fatto di terra , pali e fascine 



i) L('i:a le curve mura una corona 

ForlilìCiita. 
2) Lil). Ili, 'i. • Con duplice corona di fanti circondano la 
città e pongono una terza Ola di cavallerìa csternamonte. • 



CAI-ITOLO DltlAN.NOVESlMO 45 

onde porvi le torri e baiiere in breccia. La torre 
mobile a diversi piani, perfliìo di qn^rania piedi 
d' allezza*e moniala su ruote; la testuggine , specie 
di teitoja di legno coperta di pelle bovina onde met- 
terla al coperto dagli assalitori , facevasi cogli scudi 
sulla testa quando correvano insieme all'assalto onde 
difendersi da' projetlili nemici; l'ariete, trave lunga 
e grossa gueruita all'estremità di una lesta di ferro 
che, sostenuta da' soldati stessi coperti dalla testug- 
gine, veniva violentemente spinta contro lo muraglie; 
ia catapulta, maccliina, secondo Vitruvio 1), di due 
braccia atta a scagliar dardi di molta grandezza, ma- 
terie inOammaie e sassi; la balista, mossa da nervi 
allo stesso scopo di scagliar pietre; il tollenone, o 
trave in terra condita con alira alla cima, così col- 
locata iraversalmenle die abbassandosi Tuii de'capi, 
l'altro s' inalza\ a, ed a questi capi erano adattati 
certi graticci entro cui s'ascondevano i soldati e (fai 
quali offendevano l^ inimico; e l'altalena, macchina 
movibile da cui ^'alzava il ponte fino all'altezza delle 
mura assediate e da cui giltavasi ia scala munita di 
uncini onde aggrapparla al parapetto e compire la 
scalala. L'elepoli, la terebra , la galleria, la vigna, 
con senza ruote, erano alireliante testuJini di di- 
versa fattura; chi poi volesse avere di questi bellici 
strumenti l'idea più esatta, ricorra al libro X di Vi- 



I) De Archilecl. lib. X. e. 13. 



44 IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC. 



iruvio che ne discorre ampiamente. Tulle queste 
macchine poi trallavano i Romani con somma de- 
strezza e agilità. 

Quando si accingevano ad impresa di molto mo- 
mento e alla battaglia, o quando trattavasi di com- 
porre una spedizione militare , il comandante arrin- 
gava i soldati , e Tito Livio nelle sue storie ci 
forni magnifici esempi di militare eloquenza , e se 
l'entusiasmo de' soldati rispondeva alle parole di lui, 
Ammiano disse che lo si esprimeva col percuotere 
gli scudi e colle acclamazioni : Hac fiducia miles , 
hasHs fedendo clypeo , sonitu adsurgens ingenti , uno 
propemodum ore diclis favebnt et cceptis 1); ma se 
V arringa non trovava approvazione , facevasi inten- 
dere una confusa mormorazione od opponevasi il 
più assoluto silenzio; onde piìi tardi potea dirsi con 
istorica allusione che il silenzio fosse la lezione dei re. 

Il comandante, dopo la battaglia e la vittoria, assolte 
le pubbliche e solenni cerimonie del sacrificio , pel 
quale processionalmente portavasi al tempo princi- 
pale della città, fra i canti guerreschi de' soldati in- 
coronati che lo seguivano, e le grida Io triumphe 2), 
dinanzi alla fronte del suo esercito, Io ringraziava, 



ì) Lib, 20. In questa persuasione il soldato percuoteva 
con l'asta lo scudo, facondo grande strepito, quasi un so! 
uomo approvava i detti ed i fatti. 

9) lìi Grecia questo inno sacro del trionfo appellavasi 
Opiafn^o^. Diodoro Sic. IV, 5. 



CAPITOLO UICIANHOVESIMO i5 

parlicolarraente facendo onorevole menzione di coloro 
che meglio si fossero dislinli e distribuiva i premj 
secondo le diverse qualità di essi. Chi avesse coin- 
battuto corpo a corpo col nemico, o presolo, od am- 
mazzato, otteneva Vasta pura, o mezza picca tutta di 
legno, così rammentala da Virgilio : 

lite vides pura juvenis , qui nitilur hasta i) 

Ottenevano monili d'oro o d'argento, braccialetti o 
catene coloro che avessero reso segnalato servizio. 

Più ambite per altro erano le corone. Davasi la 

civica , ed era guernita di quercia, a chi avesse salvo 

un cittadino-, onde Glaudiano, nelle lodi di Stili- 

cone, cantò: 

Mos erat in velerum eastris , ut tempora quercu 
Velaret , validis fuso qui viribus hoste 
Casurum potuit , morti subducerem civem ì) 

Concedevasi la murale d' oro , perchè foggiata a 

muro e baluardi, a chi primo avesse scalato le mura : 

Cape ticlor honorem 

Tempora 'nurali cinclus t unita corona 'Ak 



{) Virgil. .-E ild. 6. 670. 

2) De laudib. Stilic. III. Cosi traduco ; 

Degli antichi nel campo era costume 
Cinger di quercia gloriosa il fronte 
Del valoroso che fugato avesse 
Il suo nemico e un cilladin caduto 
Sottratto avesse a inevitabii morte. 

3) Silius Italiotu, Lib. XIII : 

Abbi, l'onore, o vincitor, ciatfendo 
Le tempia tue della murai turriti 
Corona- 



4G IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC. 

La castrense o vallare , ed era d'oro formata come 
di palizzate di vallo, per colui clie primo avesse oc- 
cupalo il campo nemico; la navale o rostrale a chi 
primo fosse saltato sulla nave nemica; V ossidionale 
graminea, inlesta d'erba colta nel luogo assedialo, 
al capitano che avesse costretto il nemico a levar 
l'assedio; la trionfale, che fu prima di allora, poi 
d'oro, al capo supremo dopo una segnalata vittoria, 
e finalmente la ovale di mirto a chi riportasse ova- 
zione, trionfo minore. 

Erano altre distinzioni militari; l'inlervenlo ai pu- 
blici ludi fregialo dei riportali premj , 1' esposizione 
delle spoglie nemiche alle pareli esterne delle case 
con divieto di levamele anche per vendila delle me- 
desime, e Tibullo vi accenna in quel dislieo: 

Te bollare ciecet (erra, Messala , wahque , 
Ut domus fiosliles praferat exuvios 1). 

Il supremo comandante, che ucciso il comandante ne- 
mico, ne lo avesse spoglialo, la spoglia, delta opima, 
sospendevasi nel lenìpo di Giove Ferelrio. Tre soli con- 
seguirono questo onore: Romolo uccidendo Acrone 
re de' Cicimei, Cornelio Cosso ammazzando Tolunnio 
re de'Tusci, e Marcello spegnendo Virldoinaro re de' 
Galli 2). 



1) Elogia, Lib. I, 153: 

A le. Messala, e sovra il mare e in lena 
Fuijnar s' addice, onde le spoglie iiiostii 
La casa tua dei debellali in guerra. 

2) i'iu turco in Marcello. 



CAPITOLO UICIA.\i>OVESIMO 47 

Ai primi tempi di Roma la proda bellica riparlivasi 
fra coloro che avevano preso parie alla guerra; dopo 
veiiue qualche volta promessa ai soldati per incuorarli 
alla pugna; il più spesso spellava alla Repubblica e 
l' impadronirsi di essa cosiituiva perfino rcalo di pe- 
culato. 

Ma l' onore raaggiore e che importava il più su- 
perbo e solenne spellacelo, era il trionfo, che veniva 
accordalo a quel supremo capitano che avesse rijior- 
taia alcuna insigne vittoria; ma solo vi[)oieano aspirare 
i diltalori, i consoli e i pretori, si che citisi come sin- 
goiar privilegio l'averlo oiienulo Cu. Pompeo di soli 24 
anni, ed essendo appejia cavaliere. Per aver diritto e 
chiederlo, era mestieri avere in una sola battaglia sba- 
ragliato almeno cinquemila nemici, d«porsi dal co- 
mando dell'armata e, restando fuori di Roma, doman- 
darlo per lettera involta in foglie d'alloro, indirizzala 
al Senato, che venuto nel tempio di Bellona, legge- 
vaia e trovato giusto quell'onore, lo concedeva, licon- 
fermandolo imperatore. 

Per essere stato rifiutato l'onor del trionfo ai Con- 
soli Valerio ed Orazio, il tribuno Icilio ne appellò al 
popolo, che loro lo accordò, onde quindiniianzi ne 
nacque spesso conflitto di autorità. Fu per tale con- 
fliito che Claudia vestale, saputo che disturbar volevasi 
il trionfo del proprio padre Claudio , e farlo scen- 
dere in mezzo ad esso dal carro , a ciò impedire , 
inootò ella stessa il carro con lui; perocché nessuno 



48 IL QUAKTIEUb: DE' SOLDATI, ECC. 

sarebbesi attentato portar la mano su d' una vestale. 
Il supremo duce, cui era decretalo il trionfo della 
veste palmata, ossia tessuta a f rondi d'alloro, che si 
mutò nel seguito in porpora tessuta d'oro, cingeva le 
tempia d'una corona d'alloro, che poi fu d'oro, e nel- 
l'una mano stringendo uno scettro eburneo sulla cui 
cima era un'aquila d'oro, nell'altra invece un ramo- 
scello d'alloro, attendeva il Senato, che gli moveva 
incontro seguito da' littori co' fasci ornati di frondi 
pure di lauro e incominciava la pompa del trionfo. 
Precedevano i tibicini e trombettieri suonando con- 
centi di battaglia. Venivano poscia i bianchi tori 
coperti da gualdrappe di porpora ricamata d'oro , e 
dorate le corna, destinati ad essere sagrificali,e con- 
dotti dai vittimar] stringenti ciascuno una lancia, 
susseguiti da' sacerdoti. Tenevano dietro i molti carri 
colle imagini delle nazioni e castella debellate; onde 
il popolo, giusta quanto cantò Ovidio : 

Ergo omnis populus poterti spedare tritimi) hos 
Cumque ducum litnlis opptda capta legel 1). 
Quindi i Cirri recanti le spoglie dei nemici, le armi, 
l'argento, il danaro, i vasi, le insegne e le macchine 
guerresche conquistate. 

Dietro di essi camminavano i re, i capitani e i 



i) Trisl. IV. Il, 20: 

Leggerà dunque ne' trionfi il popolo ' 

i vinti capitan , le cillà prese. 

Tr. di P. Mislrorigo- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 49 

prigionieri colla testa rasa in segno di loro schiavitù, 
e carichi di catene: 

Vinclaquce captita reges cervice gerentes 
Ante coronatos ire videbil equos 1 ) 
e finalmente arrivava maestoso su di un carro, ricco 
d'avorio ed incrostalo d'oro e tratto da quattro bian- 
chi corsieri, attelati lutti di fronte, il trionfatore: 
Portabit niveis currus eburnus equis 1). 

Nei tempi ultimi della republica, Pompeo ai ca- 
valli sostituì gli elefanti, Marcantonio i leoni, Norone 
giumenti ermafroditi, Eliogabaio le tigri, e Aureliano 
le renne. 

I figli dei trionfatori o stavano sui cavalli dei 
carro trionfale, come praticò Paolo Emilio, o sovra 
il carro stesso, o immediatamente venivano dietro 
di esso. 

Tertulliano poi nota, che uno schiavo sostenesse la 
corona del trionfatore e a tratti gli gridasse: Respics 
post te , ìiominem esse memento. 

Entrando il trionfatore per la porla Capcna, per 
la quale si andava al Campidoglio, meta del trionfo, 
il popolo lo acclamava colle grida Io triumphe, e la 
formula del popolare entusiasmo, quasi sacramentale, 



1) Idem, ibid.: 

Vedrà carchi di ferri i re precedere 
A' destrier coronali e baldanzosi. 

2) Tibullo, Lib. 1. Ele^'. 8: 

.... lo porterà 1' cburnro cocchio 
E gli aggiogati candidi cavalli. 



50 \L QUARTIERK DE' SOLDATI , ECC. 



è suggellata nelle odi di Orazio , in quella a Giulio 
Ariloiiio, ne" seguenti versi: 

Teqiie dum procalis, lo Triuniphe ^ 

Non semel dicemus, lo Triiimphe 
Civitas omnis : dahimusque Divis 
Tfiwa benignis, 1). 

Arrivato Ira plausi al Campidoglio, dimessa la ioga 
trionfale, volgevasi agli Dei con questa preghiera : 
Gratias libi, lupUer Optume Maxime , tibique Junoni 
RegincB el ccetcris huiiis cuslodibns , Habitatoribusque 
arcis Diis, lubens loehtsque ago, Re Romana in hanc diem 
et horam per mnnus quod voluistis meas^ servata , bene 
gesiaque, eamiìem et servate, vt facitis, [ovete , protegite 
propitiati, supplex oro 2). 

Si immolavano allora le viiiime e compivansi ,i 
sacrifici: il trionfatore deponeva l'alloro nelle mani 
della statua di Giove ; quindi i prigionieri venivano 



1) E mentre tu, vivi ! Trionfai esclami; 

Tulli ripetercm : Trionfa ! Vivi t 
E arderemo odorosi limiami 
A fausti Divi. 

Lib. IV. 2, Trad. Gargallo. 

4) • A te, Giove Ottimo Massimo, e a te Giunone re- 
gina, e a voi dìi tutti custodi e abitatori di questa rocca, 
volonteroso e lieto io nmdo gnr/ie, e supplichevole, prego 
perchè, salva meco in questo (giorno por le mie mani la 
Romana Repubblica e ben sostenuta, abl)iale a coni-ervarla 
eguale, siccome fate, a favoiirla e proleggerla benigni. . 
Rosini. Arttiqn lìom. Lib. X. Gap. XXIX. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO Bl 

tradolii al carcere Tulliano dove si facevano misera- 
mente morire 1). 

Si chiudeva l'angusta cerimonia con un lauto ban- 
chetto a spesa publica, e vi intervenivano i mnggio- 
remi della città, ali' infuor de' consoli, acciò, osserva 
Valerio Massimo, il trionfatore vi serbasse la preminen- 
za 2). Alla plebe poi si distribuiva in segno d'allegrezza 
denaro. V ebbero Irlonll che durarono tre giorni , 
come quello di Paolo Emilio , nel quale porse com- 
movente spctiacolo il re Perseo in caiene co' suoi fi- 
gliuoli, inscii, per la tenera età, della loro immensa 
sventura. Quello di Giulio Cesare, descrittoci da Dione 
, Cassio, durò quattro giorni. 

Il trionfo navale era suppergiù il medesimo. Solo 
facevasene precedere la domanda colla spedizione di 
una nave ricca di spoglie ed adorna d'alloro. 

Il minor trionfo che dicevasi ovazione, perchè esi- 
geva il sagriflcio d' una pecora , ovis, compivasi an- 
dando il supremo duce, al quale era aggiudicato, o a 
piedi od a cavallo al Campidoglio , con corona di 
mirto in capo , con toga bianca orlata di porpora e 
con ramo d'ulivo in mano. Accordavasi a chi avesse 
riportala una vittoria su nemico disuguale , come 
pirati, schiavi, transfughi. Eran nella procession Irion- 



1) Cicero, hi Verrem. 

2) Lib. '2. e. b. 



tt IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC. 

fale i libicinì, portavansi le insegne militari, le spo- 
glie, le armi, il denaro. 

I trionfatori ottenevano talvolta V onore delle sta- 
tue dell' erezione di colonne o di un arco , 1' uso. 
della corone e della veste trionfale , il diritto alla 
sedia curule e cento altre prerogative. 

Ma pari alla grandiosità de' premj, era la gravità 
delle pene che s' infllgevano a' delinquenti militari. 
Severissima era la militar disciplina, e si comprende 
allora come la sentinella pompejana, neppur davanti 
ai pericoli ed all'orrore del terribile cataclisma avesse 
violata la consegna, ma, rimasta al suo posto, vi pe- 
risse; e la disciplina non v'ha chi ignori essere la 
virtìt e la forza precipua degli eserciti. 

Già ne' capitoli della storia ho ricordalo il formida- 
bile esempio del giovane Manlio Torquato dannato a 
morte dal padre, per essersi, contro divieto, battuto 
con Geminio Mezio, che lo aveva sfidato; né altrimenti 
aveva operato Giunio Bruto co'proprj figliuoli, fatti 
trucidare da lui pel sospetto di essersi ammutinati 
nel campo affin di rimettere in trono i Tarquinj. 

La sedizion militare e la fuga di un corpo di mi- 
lizia punivasi colla decimazione , cioè collo estrarre 
a sorte dieci soldati in cento e mandarli a morte; 
e la ragione di tal pena è fornita da Cicerone : 
Stualuerunt itaque majores nostri, ut si a multis esset 
flagitium rei militaris admissum , sortione in quosdam 
anima deterreretur : ut tnetus videlicet ad omnes, pcma 



CAPITOLO nlCIA^NOVESl.MO 53 

ad paucns perveìierit 1). Eravi anche la vigesimaziono 
e la centesimazione. Se il soldato abbandonava il 
suo posto di guardia , se disertava por tre volte , 
se rendevasi colpevole di nefando deliilo, di sper- 
giuro di falsa testimonianza , veniva dal Tribuno 
e da un consiglio di guerra , sempre adunato in 
causa capitale , condannato a morte colle verghe . 
e questo genere di morte chiamavasi fustinarium . 
Fustem capiens Tribunus, scrive Polibio, condetnnaUnn 
ìeviler tangit et delibai. Quo facto, omncs qui in castriis 
sunt, feri^ntes alins fustibiis, alius Inpidibus, plerosqtie 
in ipsis occidunl 2). 

11 latrocinio, al dir di F^onlino, si ptmiva col taglio 
della roano del colpevole, e quindi gli sì eseguiva la 
pena del fusUnoriìim. 

Si usò ne' delitii gravi il taglio della testa colla 
scure; i disertori anche coll'affissione in croce. 

Pene minori erano la fustigazione leggiera con 
dieci, venti o cento battiture, e si applicavano per co- 
dardìa per mancanze; la multa e , dove non pa- 



1) . Sancirono i nostri maggiori pertanto che dove un 
reato militarfi si fosse da molti commesso, si dovesse ca- 
stigare a sorte in alcuni, acciò il timore a tutti , la peno 
a poclii toccasse. » Orai, prò Cluentio. 

i) • Il tribuno prendendo la bacchetta , lievemente toc- 
«nva ì\ condanato. Allora quanti trovavansi nel campo , 
clii con bastoni, olii con sassi Io uccidevano. 

Le Iloi'D'e •/( l'nmpfi. Vo'. III. 4 



54 IL Qt'ARTlERE DE' SOLDATI , ECC. 

gala, il pegno, pi'nandosi il soldato di parte delle 
armi , che doveva provvedersi con denai'o proprio 
e si chiamava censio hostaria. 

Erano del pari punizioni militari: l'orzo dato a vece 
del frumento , quasi ritenuti indegni dell'alimento 
umano, perchè l'orzo davano a'giumenti ; la sosfieii- 
sione del soldo, e il soldato dicevasi allora cere di- 
rutus; l'attendarsi fuor del vallo o del campo, e la- 
sciato quindi piìi esposto al nemico ; l'abito vile , o 
disciolto; il mutar di milizia e talvolta il rilega- 
mento fra i bellici impedimenti ed alla custodia dei 
prigionieri ; lo star in piedi alla cena, solendo in 
tempo di essa i soldati romani star seduti, e va 
dicendo. 

Compiuta la sua ferma, o come dicevasi dai Ro- 
mani, covfecla stipendia , il soldato veniva congedato, 
e il congedo, missio, era poi di duplice natura. Dice- 
vasi onesto, honesta missio, a chi aveva ultimato il 
servizio militare; causarlo, causaria missio, se moti- 
vato da vizio, difetto o morbo. 

Era poi detto grazioso, se accordato al milite da' 
comandanti per favore, ma poteva revocarsi da' den- 
sori ; ignominioso , se fosse slato determinato da 
crimine o delitto. 

Sotto di Augusto poi vi ebbe quella specie di con- 
gedo che appellavasi exauctoratio, ed era il congedo 
a servizio militare compiuto, che non obbligava ad 
altro onere di milizia, se non alla pugna contro il 



# Capitolo diciannovesimo 55 

nemico, e in tal caso dicevansi veterani sifalii soldati. 
Questi che ho riassunti in breve erano gli ordina- 
menti della romana milizia , che a compimento del 
quadro della vita publica de' romani e delle città, 
come Pompei , che s'erano alle leggi ed alle costu- 
manze de' romani conformate, dovevo far conoscere 
al lettore. 



CAPITOLO XX. 



liC Case. 



DiilerenEa Ira le case (>oin|)cjane e ujinniie — Regioni ed I>ole 

— Cosa ro9$e il vd'slil/ultim e perclié inuncasàc alle case 
ixjmpejane — Piani — Solarium — Finestre — Dislribuzione 
delle parli della casa — Casa di Pansa — Facciala — La 
boUega del dispensator — Posles , auUe , antepagmenta — 
Janua — Il portinajo — Prolhyrum — Cavcedium — Com- 
pluviutn ed Impluvium — Fuleal — Ara dei Lari — I Pe- 
nali — Cella:,^o conlubvnia — Tablinunif cubiculo, faucès, 
perijsliliuin, proealon, cxedra, acus, triclinium — Offieia ai^- 
Ulucaiia — Trichila — Lusso de' triclinii — Cucina — 
Utensili di cucina — Inservienti di cucina — Camino : v'erano 
camini allora? — Latrina — Lo xlsto — 11 criltoportioo — 
Lo spliceristcriuni , la pinaeoitca — 11 balìncuvi — V Jlcfa- 
tonum — La< c(//a vinaria — Piani superiori e receulissinia 
scoperta — Canaciila — La Casa a tre piani — I balconi 
e la Casa dd Balcone pensile — Case principiali iu Pompei — 
Gasa di vilIfCfjialuia dì M. Arrio Diomede — La famiglia — 
Principio cosliUiiivo di essa — La nascita del figlio — Ce- 
rimonie — La nascila della Bglla — Poteslas, manus, inan- 
vipium — JUiniiiiu, media, maxima diminutio capilis. — Ma- 
(l'imunii: per confarreazionc, uso, coempzionc — Trinociium 
usurpatio — Dii'illi della poteslas, della manus, del mrjuci^iiint 

— Agnati , consanguinei — Cognatio — 3Iatrimonium , cun- 
iiubium — Sponsali — Elù del mulrimonio — Il nialrimo- 
nio e la suairaporlania — Digamia — Impedimenti — Concu- 
lilualo — Plvorzio — Separazione — Biffartalio — iitpu- I 
•liam — La dote — Oonatio propier nuptias — Nozioni ^. 



b8 ^ LE CASE 

sulla patria podestà — Jus trium liberorum — Adozione — 

— Tutela — Curatela — Gli schiavi — Cerimonia religiosa 
nel loro ingresso in famiglia — Contubernium — Migliora» 
mento della condizione servile — Come si divenisse schiavo 

— Mercato di schiavi — Diverse classi di schiavi — Tralta- 
raenlo di essi — Numero — Come si cessasse di essere schiavi — 
1 clienti — Pasti e banchetti romani — Invocazioni al foco- 
lare — Ghioltornie — Leggi alla gola — Lucullo e le sue 
cene — Cene degli imperatori — Jentaeulum , prandium , 
merenda, cana, commissatio — Conviti publicì — Cene sa- 
cerdotali — Cene de' magistrali — Cene de' trionfanti — 
Cene degli imperatori — Banchetti di cerimonia — Trium- 
viri apulones — Dapes — Triclinio — Le mense — Suppel- 
lettili — Ferculo — Pioggie odorose — Abito e toletta da 
tavola — Tovaglie e tovaglioli — Il re del banchetto — Tricli- 
niarca — Coena recta — Primo servirò — Secunda menta — 
PaMiccerie e confetture — Le posale — Arte culinaria — 
Apicio — Manicaretto di perle — Vini — Novellio Torquato 
milanese — Servi della tavola: Coquus, lectisterniator, nomen- 
clator, prcegustator, structor , ici$sor , carptor , pineerna, 
pocillator — Musica alle mense -^ Ballerine — Gladiatori — 
Gli avanzi della cena — Le lanterne di Cartagine — La par- 
tenza de' convitati — La toletta d'una pompejana — Le cubi* 
culares, le cosmetoe , le calamistra, cinifloncs, cinerariij la 
psecas — I denti — La capigliatura — Lo specchio — Puni- 
zioni della toalctta — Le ugne — 1 profumi — JUundus mw 
liebris — I salutigeruli — Le Venerea — Sandaligeruloe , 
vetlitplicce, ornatricet — Abiti e abbigliamenti — Vestiario 
degli uomini — Abito de' fanciulli — La bulla — Vestito 
degli schiavi — 1 lavori del gineceo. 



Conosciuta che abbiamo la vita publica de' Romani, 
se non desunta interamente da quanto offrirono gli 
scavi di Pompei, certo tuttavia avvalorala e grande- 
mente da essi, facciamoci ora a chiedere ai medesimi 
lutto quanto ha tratto alia vita privata. Entriamo 



CAPITOLO VENTESIMO 59 



iielie case di Pansa e di Sirice, di Cornelio Rufo e 
di Capraslo Primo, di Okouio e di Giulia Felice, 
non cbe de'inolti altri facoltosi pompejani: adacciamoci 
anche alle più a:odeste ed a quelle dell'uomo del po> 
polo e interroghiamo. Quelle mule rovine no avranno 
<li eloquenti rivelazioni a fare. Collo ajulo degli scrit- 
tori di quel tempo indovineremo 1' uso d'ogni singola 
stanza , co. ne con essi ci siam resa ragione d' ogni 
altra cosa, che siam venuti fin qui discorrendo, e ri- 
«aliam dopo alle più elevate considerazioni toccanti 
la famiglia e il costume, gli usi e le consuetudini. 
Ampio è codesto argomento che piglio a svolgere; 
ma vedrò modo di rapidamente farlo. 

Avanti tutto , esaminiamo, o lettore, la casa , nel 
suo materiale. 

La priuia osservazione che si presenta è quella, 
'Che già abbiamo insieme già fatta, parlando nel ca- 
pitolo dell'Arti dell'Architettura : la piccolftzza cioè, 
di esse, della quale a stento possiamo capacitarci, 
accostumali come siamo ad ammirare la vastità de' 
palazzi de' nostri grandi, e l'ampiezza pur deile. qo- 
Stre case. Ricorderà il lettore che non solo credetti 
attribuire questa piccolezza delle case pompejane 
alla vita che que' cittadini facevano frejuenlemente 
in istrada eia piazza, ma piuttosto alle abitudini, alle 
tradizioni ed al gusto de'Greci che vi siconservavanp. 
Ecco perchè mal *i terrebbe ad esempio una casa 
|)ompejrina , per foriaatsi un' esatta idea di una 



60 LE Case 

casa romana. I Greci studiarono più presto le bel- 
lezze delle forme architettoniche, che lo splendore della 
grandezza seguila da' Uoniani. Questi d' altronde non 
avrebbero potuto colie anguste abitazioni greche 
mantenere il costume superbo d' essere sempre se- 
guili e corteggiati da una folla di clienti , d' essere 
sempre assistili e serviti da una quìntità di servi. 
Alla finezza del gusto finalmente sopperirono i 
Romani colla magnificenza. 

Colle case pompejane pertanto argomentiamo in 
quelle vece solamente come polessero essere le case 
di Pericle e di Aristide, di Socrate e di Platone, di 
Alene, di Sparla e di Corinto. 

Contultociò, la distribuzione delle parli puossi dire 
comune lanio alle case greche che alle romane; sup- 
pergiù una casa pompejana è distribuita come era 
una casa romana, eccctuiata l'ampiez/,a maggiore di 
quest'ultima; come puro si possa dire che visitala 
una casa, siensi visitate tulle, perocché a un di presso 
siano tulle egualmente conformale: nelle sole deco- 
razioni consistendo per avventura la dinercnza. 

Un' altra diversità si riscontra per avventura net 
mancare le case pompcjane di veslibulum. Tal nome 
non davasi già a quella pafie della casa che così desi- 
;:niamo oggidì, ma bensi come raccogliesi da Vitruviu 
e ;la Aulo Gelilo 1), a (jiHilla corto u piazza che 



1) Vilruv. VI, 7, 5, A G.'ll. XVI, 5 



CAPITOLO VliMESIMO 



Slava avanti alla casa, od a qualunque altro gran- 
dioso edificio, subilo sulla fronte dell'entrata princi- 
pale, lo che ollenevasi col prolungare le mura laii.- 
rati al di là della facciata dell'cdifìziG, come del resto 
-suole, di frequentemente vedersi massime ne' palazzi 
di campagna, cliiuse per lo più colali conio piazzali 
da muri o cancellale, od anche determinale da al- 
bereti. In Pompei , città di lerz' ordine, adagiata su 
d'un pendio, che non "poteva disporre di larghi spazi, 
che le case eraoo piccolette, non vi potevano essere 
vestiboli nel sensa che assegnatasi allora ad essi , 
convenienti questi ad edifici piuttosto grandiosi. Pare 
per altro dal luoga stesso di Vitrurio che iu greco 
dicendosi â– prolhyra i vesliboli che sono 'avanti alle 
porle, e prolhyra da' Romani quelli che in greco si 
dice diatliyra , cioè cancello o riparo , vestibolo po- 
losse essere delta pur quella parte subito successiva 
dove stava l'ara o focolare, di cui dirò fra breve, se 
si deve aggiunger fed» ad Ovidio: 

Huic quo()ue veslibulum dici reor: inde precandu 
AdfaiKlir Vaslam; quce loca ì»'ima tenes i). 

,0f venendo a dire dell'altezza delie case di Pompei, 
se in Homa sì spinse talmente la fabbrica dulie 



!• li vestibolo ancora è per mia ii'ca 

Dello da Vista ; iinvocliiam lei vciiuli 
-Q'iivi, che i primi lien luoghi" Ini D -a. 

Fasloru/n, Lib. VI. Trad. G. B. Bianchi. 



(ii LE CASE 

case fino ad esservi undici piani , tal clie Augusto 
fosse costretto a rendere un editto che conteneva l'ar- 
dimento degli archiietii acciò non varcassero l'altezza 
di settanta piedi, e Trajano a ridurla a sessanta, per la 
maggiore sicurezza e salubrità : in Pompei , sa già 
il lettore , come quasi tutte le case sembri non ab- 
biano avuto che il pian terreno e un primo piano , 
che appellavano solarium, onde il nostro solajo. Ta- 
luna appena, come vedrà più avanti , si riconobbe 
aver avuto due piani e il solajo. 

Qui altra osservazione è dato di fare avanti que- 
ste caselle pompejane , prima di mettervi il piede: 
la mancanza, cioè, assoluta di finestre sulla via. Poteva 
ciò essere l'elTetto delle imposizioni che gravitavano su 
di esse; ma più perchè la casa tenevasi per santuario 
chiuso all'occhio profano; perocché le imposte gravi, 
non avrebbero trattenuto gli Oiconj e i Pansa , e i 
tanti altri maggiorenti dallo averle. Del resto anche 
nell' interno le camerette il più sovente rioevevano 
luce dall'uscio e da lucernarj dell'alto. La luce pio- 
vente dall'alto era anche in Roma in quasi tutte le 
case; avvertimento codesto non inutile pel giusto 
collocamento de' capolavori dell'arte antica, e pel 
modo più sicuro di apprezzamento. 

Sa già del pari il lettore come Pompei si dividesse in 
regioni , rcgiones , e queste in isole, insulw, le quali 
assumevano il nome del proprietario principale delle 
case dell'unica casa onde si costituiva, come questa 



CAPITOLO VEMESDK) 



di Pansa, che invito il lettore a visitare come esem- 
pio di tutte nella via delle Terme. 

Scoperta dal 1811 al 1814, si ritenne appartenente 
a Pansa, edile, poiché un'iscrizione dipinta su di 
una spalla o pilastro della porta cosi dicesse: 

PANSAM ^DILEM PARATVS ROGAT 1). 

Questa famiglia dei Pansa abbiam già veduto ri- 
cordata nell'Anfiteatro ; essa doveva essere tra le più 
influenti e autorevoli nella città; Fiorelli, nella Storia 
■delle Antichità Pompejane, riferisce quest'altra iscri- 
zione che rammenta Cuspio Pansa : 

CVSPIVM PANSAM 

AED . FABIVS EVPOR . PRINCEPS 

LIBEHTINOnVM 2). 

La facciala principale ha sei botteghe, nel cui 
mezzo vi è la porta; le botteghe per altro* come in 



1) • Parato prega sia fattp Pansa edile' . Altri invece 
tradussero : Parato invoca Pansa edile. Colla prima ver- 
sione ch'io pongo potrebbe rovesciarsi la supposizione ge- 
iieralnnente fatta colla seconda, che, cioè, la casa apparte- 
nesse a Pansa , e farla ritenere invece, come vorrebbe Marc 
Monnier, di Parato, perchè non sarebbe credibile allora 
<;he Parato siasi recato a esprimere il proprio volo precisa- 
niente sull'uscio di Pansa: questi almono per pudore non 
io avrebbe permesso. Ma 1' opinione di Monnier sarebbe 
•lolla , se fosse vero ciò che qualche archeologo sostenne 
che Paratus fosse sinonimo di inslitor o dispensntor, 
dello schiavo, cioè, incaricalo della vendila delle derrate 
del padrone. Non saprei in tal caso con quale autorità di 
scrjUura antica avvalorare quesl' ultima pretesa. 

2) . Fabio Euporio capo de'liberli, invoca l'edile Cuspio 
fansa. . Pomp. Antiq. Hist. 1. «69. 



6'f Lt CASE 

quasi tutte le alire case, non hanno comunicazione 
coli'interno della casa, all' infuori di una che riusciva 
all'atrio, occupala forse dallo sch\a.\ o, dispensalor, che 
là vendeva vino, olio e le derrate raccolte nel fondo 
del padrone , come , massime in Firenze , veggiam 
praticarsi tutlodi. Delle botteghe non ci inlralier- 
rerao, perchè l'abbiam già fallo nell'apposito capitolo. 

Della porla d' ingresso della casa esistono ancora 
i due pilastri, o stipili, postes, non le anice o fores, o 
baitenti, diremmo noi , perchè consumale dal fuoco 
del .Vesuvio , ma che secondo lo stile de' Romani , 
dovevano essere di cedro o d'altro legno prezioso, di 
nobile architettura, o a specchi ornali di intagli , 
a grosse borchie a ca"pocchie dorate, e si dicevano 
antepagmeitla j e si .aprivano al di dentro della casa, 
onde non essere d'impaccio sulla via, in ciò diver- 
sificando dal costume greco. Chiudevansi poi inter- 
namente con ispraiighe di ferro che dall'alto scende- 
vano a confìggersi in terra come pur oggidì si usa. 

Janna dicendosi la porla , janitor era dello il por- 
linajo, Oli anche osliarius, air qual ufficio desti iiavasi 
uno schiavo mcalenalo che stava a sedere nella ct^Ha 
osliaria, ed aveva la cura dell'ingresso, lenendo ima 
verga nella muio. iNella casa di Pansa , come nella 
più parte delle caso pomptjane, ì'ostiarius doveva 
•slare nel prolhijruvi , o stretto corridujo corrispon- 
dente alla porta e che melleva slW alrium. A fianco 
dell'os/wnMS stava spesso un grosso ernie, ma già 



CAPITOLO VENTESIMO 65 

espressi come si fosse sQsiiiuito al cane vivo, uno di 
musaico, che lo rappresentasse , od anche la sem- 
plice leggenda cave ciwem. Ricordai pure come sul 
limitare dell'o/r?*ttm vi fossero anche altre leggende, 
come sah-i'y mlve lucru, ecc. In questa casa di Pans;' 
leggevasi la sola parola salve in musaico, la quale 
fu trasportata nel Museo di Napoli. 

Uairhim, <letto eziandio cnvcedium, quasi la pane 
cava e vuota della casa, cava oedìum, è nella casa ili 
Pausa un coriilelto della specie luscanka, recinto di 
portici e semplice, sostenuto da quattro mensole af- 
francate nel muro, e sul quale venivano a poggiare 
le quattro parti del letto che versavano la pioggia 
nel comphivhim,o bacino, nel mezzo del cortile. Tal- 
volta dagli scrittori si confondono il compluvium col- 
Vimpluvium e si scambiano promiscuamente. Plauto 
medesimo ha nel Soldato ifillanUUore, Miles gloriosus, 
questi versi : 

òlilii qiddem jam arbitri vicini sunt, mete quid fìat dovn. 
Ita per impluvium intro speda?} t 1). 

A togliere siffatto inconveniente dal guardar de' vi- 
cini per 1' impluvio nella casa, Plinio ne fé' sapere 
come si usassero cortine che coprissero tutto il com- 



Già mi fan da padroni i miei vicini, 
E quanto in cusa mia si fa, |ifr entro 
Dell' impluvio mi ^luardano. 

Alt. II. ist. i. 



66 LE CASE 

pluvio. A fianco àeWimpluvium era il più spesso un 
puteal bocca del serbatojo d'acqua : qui era pure 
un aitare per gli Dei domestici, lares, su cui arde- 
vansi profumi. 

Come in Grecia, anche in Roma la casa soleva 
avere un altare , e su di esso della cenere e dei 
carboni accesi. I Greci questo altare appellavano s'erta, 
parola colla quale si designò di poi la dea Vesta, la 
quale, per testimonianza d'Ovidio, non«era che fiam- 
ma viva. 

Nec tu aliud Vestami quarti vivam intellige flammam 1), 
e pjù sotto: 

Ef/ìgiem nullam Vesta nec ignis habent 2K 

I latini lo chiamavano ara ed anche focus. Ira- 
pedivasi che questo fuoco si estinguesse, curan- 
do che anche la notte, coperto dalle ceneri, non 
si consumasse interamente. Al mattino era prima 
solleciludrne di ravvivarlo , perchè la sua estin- 
ziooe equivaleva a funesto presagio ; tanto cosi che 
focolare estinto fosse sinonimo di famiglia estinta. 
Né doveva essere codesta alimentazione del fuoco 
sull' ara una costumanza indifferente, se v' erano re- - 



«) E questa Doa , clic chiamiain Vesta, credi 
Esser nuli' a'iro ch<' la fiamma viva. 

Fast. Lib. VI, 29! Tr G. B. Bianchi. 
i) Non ban Vesta, né il foco cfligic alcuna. 

/(/. Ibid. V 298. 



CAIMTOLO VEMESIMO 67 



gole e riti ali' uopo. Non era buona ogni sorta di 
legna, mentre anzi il servirsi di taluna sarebbe stata 
empietà, meno poi gittarvi su materie immonde. Tut- 
tavia Macrobio, ne' suoi Saturnaliorum, ricordò come 
presso i Romani alle calende di Marzo ciascuna fa- 
miglia dovesse estinguere il suo fuoco sacro , per 
riaccenderne un altro; e la ragion dà Ovidio nel 
lib. Ili, Fastorum : 

.... vires fiamma refecla capii i), 
ma per ciò fare non potevasi adoperare la selce e il 
ferro, ma si dovesse concentrare in un punto solo i 
raggi solari, o forse far uscire la scintilla dal rapido 
sfregamento di due legni. 

A questo fuoco prestavasi adorazione e culto, con 
offerte di Qori, d'incenso, di vino e di vittime, veg- 
gendosi in esso un dio provvido, benevolo e protet- 
tore della casa: onde nessuna meraviglia il leggere 
in Virgilio di Ecuba, cbe quando il palazzo di Priamo 
fu invaso da' Greci, visto Priamo stesso venirle in- 
nanzi giovenilmente armato, ella gli avesse a dire: 

.... quce mens tam dira, miserrime conjux, 
Impulit hit cingi lelis , ani quo ruis ? inquit. 
Non tali auxilio, nec defensoribus islis 
» Tempus egei : non si ipse meus afforel Ilector 
Huc tandem concede: hoec ara luebifur omnes, 
Aut moriere simul t). 



1) «Ha più vigorq il rinnovato foco. • 

v. ii3. 
Ij 0, diSìe, infelicissimo consorte , 

Qual dira mente, o qaal follia ti spinge 



LE CASE 



Focolare, lare domesiico e Penali erano poi tulli 
una medesima cosa nel linguaggio ordinario. Infalti 
scrive Servio, lo scollaste di Virgilio: Per focolari 
gli antichi intendevano gli Dei Lari , e così Virgilio 
ha potuto indifferentemente ora dire focolare , per 
Penati, ora Penali per focolare 1). 

I numi poi che gli antichi chiamavano Lari od 
Eroi , non erano che le anime de' raoi ti, alle quali 
assegnavano sovrumana potenza, la cui memoria era 
sempre annessa al focolare. 

Di queste divinità costituivasi la religione domestica, 
di cui il solo padre famiglia era il pontefice, non 
essendovi per essa regole uniformi, giusta l'espressione 
di Varrone: Suo quisqiie ritti sagrifìcia fhciat: 2) op- 
però le pratiche di questa religione, su cui il Ponte- 
fice aveva solo diritlo a vigilare perchè si compissero, 
seguivano nell'interno della casa ed erano circondate 
dal segreto. 

I Cavedj delle alire case pompejane erano più ric- 
chi di quello della casa dell' edile Pansa , perchè 



A vestir di quesl' armi ? Ove l' avventi 

Misero ? Tal soccorso e lai difesa 

Non è d'uopo a tal tempo: non s'appresso ♦ 

Ti fosse anche Eltor mio. Con noi piuttosto 

Rimanti qui. Che (|uesto santo aliare 

Siilveià tulli: morrem tutti insieme. 

Lib. Il, 823 - 528. Tr. Caro. 

l) In /Eneid. Lib. Ili, 134. Vedi /Eneid. IX, 25<.> e V. 7i4. 

2j Ciascuno faccia i sagriflej secondo il proprio rito. — 
De Lingua Latina VII, 88. 



LE CASE 69 

recinti di colonne, e vi si annetteva infatti una certa 
inoporlanza, perchè nel cavedio ricevevansi spesso i 
•i clienti e i forestieri. Dalla istituzione, che già ri- 
cordai trovala da Romolo, de' patroni e de' clienti 
originò rafTollarsi di questi ultimi alle case de' primi. 
Quanto più ricchi ed influenti fossero i patroni, tanto 
era maggiore ed assidua la presenza de' clienti. Fin 
dall'alba ne assediavan le porte, cercavano affezio- 
narsene i servi, onde penetrare dal patrono per dar- 
gli il buon giorno , e queste sollecitudini dicevansi 
officia antelucana, e Giovenale, a far la loro carica- 
tura, dipinse Trebio , che per accorrere ai mattutini 
saluti, non ha pur tempo di attaccarsi alle scarpe 
i legacci: 

. . . habet Trebius propter quod rumpere somnutn 
Debeat et ligulas dimillere, sollicilus ne 
Tota salulalrix jam turba peregerit orbem 
Sideribus dubiis, aut ilio tempore quo se 
Frigida ciraimagunl pigri sarraca boolcs 1). 



ij ... Non più ci vuol di tanto 

A far che Trebio e rompa il sonno , e corra 
Con le corregge penzolon , temendo 
Che al baglior delle stelle, o sin da l'ora 
Che dal pigro Boote il freddo plaustro 
Ricircolando volgesi , 1' intera 
Salutatrice turba abbia già tutto 
Del salve mattutin 1' orbe compiuto. 

Sat. V. 19-23. Tr. Gargano. 

Le Rovine di Pompei. Voi. III. * 



70 CAPITOLO VENTESIMO 



Tuli' all' inlorno del cavedio sonvi camerelle cel- 
Ice contubeniia, non illuminale che dall' aprirsi 
delle loro porlicine, per uso degli schiavi. 

Dopo il cavedio, seguiva il tablinum, dello pur ta- 
bulinum , stanza destinata dapprima a contenere gli 
archivii delle famiglie e le imagini degli avi , ima- 
gines majorum , delle quali già dissi in addietro -, 
adoperala poi anche come sala da pranzo. 

A destra ed a sinistra del tablinum sono due sale: 
quella a sinistra con pavimento a musaico doveva 
essere una biblioteca, a giudicar dai papiri carboniz- 
zali e distrutti che vi si rinvennero: quella a de- 
stra doveva servire da camera dal lello, cubiculuni , 
da cuba, nicchia, nella quale entrava il capo del lello. 
Al Museo di Napoli veggonsi letti di bronzo trovali 
a Pompei: dovevan essere de' ricchi, i quali li ave- 
vano anche di più preziosa materia. Nelle case più 
modeste cran di legno ed anche di materiale di fab- 
brica, su cui stendevano materassi o pelli. 

Il passaggio fra il cubiculum e il lablinum chia- 
mavasi fauces e per esso passavasi all'appartamento 
interno. Pel servizio della casa spesso le fauces gi- 
ravano lutto air inlorno di essa. 

Olire il tablinum, era il perystilium, corrispondente 
alla Gynecovitis d'una abitazione greca. Nella casa, 
(li Pausa era un cortile circondalo da sedici co- 
lonne d' ordine jonico con capitelli ornali. Spesso 
in questo spazio Irovavasi un giardino, xyslum, che in 



LE CASE 71 

questa casa esìste separalarnenle, come vedremo più 
avanti ; ma più ordinariamente, come qui, una piscina 
od un impluvium col suoputeal per attingervi l'acqua. 

Il Peryslilium è poi flaneheggialo da due camere, 
entrambe da letto, appena capaci a contenerlo, quella 
a sinistra preceduta da un' anticamera detta allora 
procoeton. 

Non è inopportuno osservare in un angolo del pe- 
ristilio di questa casa di Pansa un corridojo, per il 
quale da una porticina delta posHcum, si usciva sulla 
via della Fullonica , opporlunissima al patrono per 
sottrarsi all' importunità de' clienti, come nota Orazio 
nella epistola 5 del Lib. i. 

et rebus ommissis 
Atria servanlam postico falle ctienlem. 

Dalla parie opposta al poslicum evvi un' ala e nel 
fondo del peristilio allo di due gradini, la sala prin- 
cipale àel\2L exedra, o meglio exedriumf come Cice- 
rone chiama nelle sue epistole famigliari un diminutivo 
di exedra 1), od anche cecus, che serviva a convegno, 
alla conversazione e talvolta anche da pranzo, ed ha 
una gran flnestra che dava sul giardino. Ma qui per 
sala da pranzo o tricliniìim, come appellavasi, era la 
sala sull'angolo destro del peristilio, avente a Qanco 
il tinello per il vasellame e per lutto ciò che serviva 



l) Lib. VII, 33. 



7S CAPITOLO VENTESIMO 



al banchetlo. Triclinium dicevasi dalla riunione di 
tre leni da mensa insieme disposti in guisa da for- 
mare Ire lati di un quadralo, lasciando uno spazio 
vuoto nel mezzo per le tavole, ed il quarto iato 
aperto, perchè potessero i servi passare e porre su 
quella i vassoi. Diverse stanze di questo genere si 
scoprirono nelle case di Pompei, ma curioso è il ve- 
dere come fossero tutte piccole e invece di letti mo- 
bili avessero stabili basamenti su cui si adagiavano 
1 convitati. V erano anche i bidinia, tavole da pranzo 
di due soli letti. 

Presso i prischi romani si mangiava nel vestibolo 
esposto agli occhi di tutti e a porte aperte, e le leggi 
Emilia, Antia, Julia, Didia, Orchia l'uso tradussero 
in obbligo e Isidoro ne dà la ragione: ne singularitas 
licentiam generet 1 )• Nella calda stagione si ce- 
nava anche sotto qualche albero fronzuto, operando 
modo, a mezzo di cortinaggi {aulea), che la mensa 
e i convitati fossero riparati dal sole , dalla polvere 
da altro pericolo di immondizia, come leggiam de- 
scritto da Orazio nel convito dato da Nasldieno a 
Mecenate, e la cui caduta produsse! cosi deplorevole 
scompiglio: 

Interea suspensa graves aulea ruinas 
In patinam fecere, (rahentia pulveris atri 
Quantum non aquila campanis excilal agris. 



1) • Acciò un luogo più recondito non desse adito alla 
licenza >. 



LE CASE 7» 

Nella casa d'Atleone ia Pompei esiste uno di que- 
sti luoghi da pranzo di pergolali , delti Trichila , ìq 
cui si mangiava all' aperto sotto padiglioni di ver- 
dura-, vi sono solidi muramenti a ricevere i mate> 
rassi di tre letti triclinarii e con fontana davanti 
che zampillando dovea produr vaghezza e frescura. 

Ma il lusso e lo sfarzo creò i ricchissimi triclinii: 
alle tavole primitive di abete o di faggio successero 
quelle di avorio, di scaglia, di testuggine, di bosso, 
d'acero , di cedro , e poscia vi incastonarono pietre 
preziose e vi applicarono piastre d'oro e d' argento 
come ai letti triclinari che erano di comunissimo le- 
gno-, ma caduta la repubblica, anche ad essi si estese 
la ricercatezza, talché i tappeti babilonici di Nerone 
valularonsi quattro milioni di sesterzi , cioè 8i0,000 
lire nostrali. Si mangiava appoggiati sui gomiti, talché 
posar il gomito in casa d'alcuno, ponere cubitum apud ali- 
^uem, equivaleva pranzar da alcuno , come leggesi 
in Petronio: hic est, inquit Menelaus, npui qnem cu- 
bitum ponetis 1), e come direbbesi da noi mettere i 
piedi solto la tavola. Cosi slernere lectulos, voleva dire 
preparare la tavola : onde si legge in Terenzio : 

Et lectulos jube sterni nobis et paravi ccetera i). 



1) Satyrlcon XXVIII : • Questi, disse, è Menelao, presso 
il quale appoggiate il gomito. • 

2) Adelph. Alt. II. se. 5 : 

Stender per noi comanda i letticciuoli 
Ed apprestar ogn' altra cosa. 



74 CAPITOLO VENTESIMO 



Tornerò al triclinio più avanti, quando farò assi- 
stere il lettore ad una mensa pompeiana o romana, 
che vai lo stesso. 

Divisa dal triclinium per un corridojo, fauces, ed 
a roano sinistra, è la cucina nella casa di Pausa. 
Questa distanza rese dubbio in taluni la designa- 
zione del triclinio i ma dove si consideri che ciò 
provvedeva ad impedire che il fumo e gli odori 
della cucina giugnessero, l'esitazione sparirà. La cu- 
cina , culina , ha presso una piccola cameretta pel 
migliore servizio, ed un'altra per il pranzo, forse de' 
servi, che aveva un'uscita sulla via di Fortunata. 
Nella retrocucina stanno de' podii o muricciuoli per 
appoggiarvi le giarre d'olio e gli utensili, e una ta- 
vola per la confezione del pane o di cose dolciate. 

Nella cucina veggonsi dipinte due persone che- 
sacrificano, e al disotto due serpenti che proteggono 
1' ara sacra alla dea Fornax, prolettrice dei fornelli. 
Ai lati vi sono dipinti in rosso presciuiti , pesci, 
pezzi di cinghiale, lepri ecc. In esse poi si rinven- 
nero stoviglie e molti utensili di bronzo e nei for- 
nelli la cenere. 

Qui credo dare il nome d'alcun utensile di cucina 
usato in Pompei ed in Roma. Ahenim era un calde- 
rone, che sospendevasi al disopra del fuoco per iscal- 
darvi l'acqua; cortina era un profondo calderone cir- 
colare per farvi bollir c&rne \cacabus una specie di cas- 
seruola che ponevasi su d' un treppiede , tripus, al 



LE CASE fS 

fuoco per cuocervi carni, legumi, ecc. Tripus dicevasi 
anche un calderotto su tre piedi per far bollire com- 
mestibili, comesi vede in una pittura cbe rappresenta 
una scena del mercato di Ercolano; hirnea echyira vasi 
di terra colta, per bollire e cucinare; mateola, la 
pala; forcipes le mollette da camino; foculus, l'aiuola 
del camino, ed anche lo scaldavivande e il veggino 
per iscaldarsi le mani-, teslum, detto anche da noi 
testo; craticula,\a, graticola; batillus la nostra paletta; 
sarago specie di padella; rudis la lazza per ischiu- 
mare: snttriscum la padella; situliis aquarius , il 
secchio: trulla vaso che versava l'acqua nel lavatojo 
a mezzo d'un manubrio; Irullens calino; trua , cuc- 
chiaione per ischiumare la superficie dei liquidi; ma- 
telUo vaso d'acqua con manico: cueuma, fosse la 
nostra cocoma per far bollir l'acqua; haenum coch- 
lum la marmitta da minestra: fisiula, pila per tritare 
il farro; cribra incernicola il crivello; colum il cola- 
tojo; Caller coquinaris, coltello da cucina; formella, 
la forma per accomodarvi più vagamente il pesce; 
apalare, strumento per cuocere le uova. Anthepsa era 
un apparecchio conienenie il suo proprio fuoco e 
gli scaldaioi dell'acqua in modo da essere acconci a 
cucinare in qualunque parie di una casa , e di tali 
arnesi se ne trovarono diversi negli scavi di Pompei. 
Carnarium dicevasi l'arnese sospeso al soffitto e for- 
nito di chiodi ed uncini onde appendervi salumi , 
erba, frulla ecc., e designavasi con tal Dome anche 



76 CAPITOLO VlìNTESIMO 



moscaiuola o dispensa per conservare i commesti- 
bili; clibanus vaso coperto traforato in giro a pie* 
coli buchi per cuocervi il pane, al qual effetto sì 
circondava di ceneri calde, e Triraalcione,in Petronio, 
per ridicola ostenlazione si valeva del olibano d' ar- 
gento-, mortarìum, il mortaio, pilum, pistillum, pile e 
pestello; vera lo spiedo, rara l'alare per sostenerlo; 
infandibulum l'imbuto; olla vaso d'argilla colta 
adoperalo per cucinare come la nostra pignatta: piìi 
piccola e fatta di metallo, dicevasi lebes. 

Gli inservienti della cucina erano eoqui, i cuochi ; 
focaricB le cuciniere , piuttosto gualtere: focarii i 
mozzi da cucina. 

Prima di lasciar la cucina, farò cenno se la voce 
caminus possa intendersi pel nostro camino , ossia 
per quella gola che mena via il fumo attraverso i 
varj piani della casa e lo scarica al disopra del 
tetto, t I passi, scrive Rich, che si potrebbero citare 
non sono punto concludenti, e la mancanza di qual- 
sia cosa che somigli a un fumaiuolo, in cima d'una 
fabbrica , dei numerosi paesaggi dipinti dagli artisti 
di Pompei e di qualunque effettiva traccia d' un si- 
mile congegno negli ediflzj publici e privati scoperti 
in quelle città, porse prova sufficiente che s'egli era 
noto agli antichi , devono però averne fatto uso 
mollo di rado; quindi nella più parie delle case il 
fumo deve avere avuto 1' uscita o da un semplice 
buco nel tetto o dalla finestra o dalla porta. Se non 



LE CASE 77 

che dei congegni per fare fuoco nel centro d' una 
stanza, accompagnanti almeno a una certa gola, sono 
stali scoperti in parecchie parti d'Italia, uno a Baja, 
UDO presso Perugia, ed un terzo a Civitavecchia, e 
di questo si vede la pianta nell' incisione che sta 
nel manoscritto di Francesco di Giorgio, che si con- 
serva nella libreria publica in Siena. La forma è un 
parallelogramma chiuso per intiero da un muro alto 
dieci piedi (m. 3,047) da tre de' suoi lati , ma con 
un'apertura o porta. Dentro questo guscio sono allo- 
gate quattro colonne con un'architrave sopra di esse, 
che reggevano una cupolelta piramidale , sotto la 
quale si accendeva il fuoco sul focolare : la cupoletta 
serviva a raccogliere il fumo a misura che saliva su, 
e Io lasciava passare a traverso un foro in cima. Se 
gliediQci, nei quali quelle stufe erano costrutte ave- 
vano un piano solo , non si usava , forse , gole di 
sorla; ma se, com'è probabilissimo, ci erano degli ap- 
partamenti di sopra , par quasi certo , che una pic- 
cola gola canale dovesse essere collocala sopra lo 
spiraglio della cupola nella stessa maniera che egli 
è in un forno di panatiiere in Pompei, quantunque 
r altezza originaria non può essere determinala, stan- 
teche non rimanga che una porzione del pian terreno. » 
La latrina, parrà strano, era quasi sempre, come nella 
casa del Questore, vicina alla cucina! Non consisteva 
per lo più che in una cameretta con una seggia, perchè 
non vi avevano pozzi neri. Del resto nulla ci deve 



78 CAPITOLO VENTESIMO 



maravigliare se nella bassa Italia queste segge si 
videro nella cucina stessa anche in case agiate. 

Dal lato opposto alla cucina, a fianco alla exedra, 
vi sono le altre fuuces, o corridoio, che da questo 
lato fu diviso in due parti: la prima convertita 
ad uso di tabularium per la conservazione dei papiri 
importanti e delle cose preziose ; la seconda è una 
camera forse destinala allo studio e riesce allo xisto 
giardinetto, dove fiori ed arboscelli crescevan va- 
ghezza alla casa e ne profutnavan 1' ambiente. Una 
fontana alimentata da un serbatoio in fondo dello 
xisto irrigava le ajuole : si rinvennero tubi di piombo 
e due grandi caldaje di bronzo che or si conservano 
nel Museo. Tra lo xisto e il peristilio era una specie di 
galleria coperta, che chiamavasi da' Romani crypto- 
porticus e permetteva, anche nell'ore più soleggiate, 
rimaner nel giardino all'ombra. Fu qui che venne 
trovato il più bel candelabro di bronzo che si am^ 
miri nel suddciio Museo. Orazio cosi accenna simili 
giardini di una casa di campagna: 

Nempe inter varias nutrilur Silva columnas 
Laudaturqiie domus longos quce prospicil agros 1). 



{) Epist. Lil). 1. X. 22 : 

Pur tra rocliilo di colonne fassi 



Fronl(gj,Mar bosco, e lodasi magione, 
CUe a l'occhio apre di campi ampio prospetto. 

Trad. Gargallo* 



LE CASE 79 

E Plinio, descrivendo a Gallo il suo Laurenlino, o 
villa che teneva nella campagna romana , presso al 
luogo ove è r odierna Torre di Paterno , e lungo il 
mare , cosi parla dell' ufficio dello xisio e della gal- 
leria attigua : Ante cryptoporticum xystus violis odo- 
ratus. Teporem solie infusi repercusso cryptoporticus 
Quget quce ut tenet solem , sic Aquilonem inhibet sub- 
movetque: quantumque caloris ante, tantum retro frigo- 
ris. Similiter Africum sistit , atque ila divernssimos 
ventos, alium alio latere, frangil et finii. Hcec jucunditas 
ejus Meme, major cesiate : nam ante meridiem xystum, 
post meridiem geslalionem hortique proximam parlem 
umbrania temperai , quce ut dies crevil decrevilque , 
modo brevior , modo longior hac vel illac cadit. Ipsa 
vero cryptoporticus tum maxime carel sole, quum ar- 
denlissimus culmini ejus insistit. Ab hoc petenlibus fé- 
nestris. Favonios accipit transmittilque : nec umquam 
aere pigro et manente ingravescit 1). 



1) Dinnanzi al critloporlico e' è un sisto olezzante di 
viole. Il calore del sol che vi balle è accresciulo dal ri- 
flesso del crillo porlico , il quale come manlienc il soie, 
cosi vi scaccia e mantiene i venli boreali; e quanto è il 
il caldo che si tia sul davanti , tanto è il fresco che si 
gode di dietro. Esso arresta del pari i venti australi , e 
così rompe e doma i venti più opposti , gli uni da un 
lato, gli altri dall'altro. Ameno nel verno, lo è ancor più 
nella stale. Poiché prima del mezzogiorno, il sisto, dopo 
di esso lo stradon gestatorio e la vicina parte dell' orto 



80 CAPITOLO VENTESIMO 



Tale era dunque il pian terreno d'una casa signo- 
rile porapejana; od almeno questa era la distribu- 
zione più generale e più regolare; poche sarebbero 
le modificazioni che si rinverrebbero nelle altre 
case. Tuttavia sarebbero in talune rimarchevoli lo 
sphcerisierium pel giuoco alla palla , la pinacoteca o 
sala delle pitture; il balineum o il bagno-, l'alesato- 
rium sala del giuoco , e la cella vinaria per la 
conserva/ione del vino e dell' olio , che non esiste- 
vano in tutte. 

Rimarrebbe a dire del piano o piani superiori: 
ma non ne rimane esempio in Pompei , perchè ro- 
vinati interamente nel seppellimento della città , o 
caduti nello sterramento: sembra tuttavia che fos- 
sero destinati più specialmente all' abitazione delle 
donne ed alla servitù della casa , e le camere di 
essi piani dicevansi ccenacula. Tracce di esistenze dì 
tali piani si riscontrano in Pompei in certe scalette 
che veggonsi praticale nelle fauces di più case, e se 
in questa città dovevano essere tutte le coslumanze 



sono confortati dalla sua ombra, la quale, secondo che cala 
cresce il giorno , qua e la cade or più corta , or più 
lunga. Lo slesso crilloporlico non è mai tanlo privo del 
sole, quanto allora, che il più cocente raggio di esso cade 
a piombo sovra il suo colmo. Oltre a ciò per le aperte 
finestre vi entrano e giuocano i zefiri; né il luogo è mai 
molesto per un' aria ciiiusa e stagnante. 

Episl. Lib, II. i7. Trad. Paravia. 



LE CASB 81 

di Roma inlrodolte, dovevano esistere anche scale 
esterne che mettevano a questi piani superiori 1). 

Quasi in prova di case a più piani, una viene ad- 
ditata appunto col nome di casa a tre piani , presso ^ 
alla casa della Danzatrice ; ma di questi tre piani 
non rimane adesso vestigio, solo vedendosi che sotto 
al livello della via publica era il pian terreno, ed 
un resto di scala che metteva al primo piano. 

A proposito di piani superiori, non lascierò qui di 
riferire quanto si legge nel Giornale di Napoli del- 
l' otto novembre (1872) : 

t A Pompei in ottobre gli scavi furono continuati 
negli stessi luoghi del mese innanzi , cioè sulla si- 
nistra della porta antica piìi vicina alla ferrovia, ed 
in un'isola che ha la fronte sulla strada Stabiana. 
Questa via, dove s'avvicina alla porta dello stesso 
nome , s' insinua nel fondo di una piccola valletta, 
e sulle coste laterali si dispiegano con varia pen- 
denza edifici privati e pubblici. Il lato occidentale 
è opportunatamente coperto dai due teatri, nei quali 
il declivio del suolo serve a sostenere le gradazioni 
ove sedevano gli spettatori. Sul Iato opposto od 
orientale è situata l'isola, che ora si restituisce a 
luce, e che precisamente sta in parte di fronte ai 
teatri, e in parte si prolunga più al nord. In otto- 



Liv, XXXIX. 14. 



82 CAPITOLO VENTESIMO 

bre vi fu interamente messa allo scoperto una bella 
e grandiosa abitazione, che, per la indicala acciden- 
talità del suolo, ha nel piano. della via l'atrio con le 
stanze attinenti, ed il resto ad un livello tanto più 
elevato , che forma un vero secondo piano , quan- 
tunque non sovrapposto a quello inferiore. È la 
prima volta che s'incontra nelle case di Pompei 
una disposizione siffatta. > 

Avevano poi questi piani superiori, finestre e bal- 
coni? Non lo si può dire; ma è permesso congettu- 
rarlo e credere di si, se sussista tuttavia in Pompei 
la casa detta del Balcone pensile, sterrata nel 1862. A 
vero dire più che un vero balcone, esso è ciò che 
dicevasi moenianum, ossia terrazzino coperto sporgente 
sulla strada da uno dei piani superiori e sostenuto 
da mensoleinfissenei muri-, quantunque da quell'esem- 
pio unico che si ebbe in Ercolano d'un edifìcio in piedi, 
e che si dovette demolire, perchè tutto il legname 
e gli architravi che lo sorreggevano si trovarono 
pressoché carbonizzati , siasi raccolto che dodici ca- 
merette , ccenacula , fabbricate sui corridoi superiori 
alla corte, ricevessero luce da finestre che guarda- 
vano nell' interno. Di congeneri balconi pensili of- 
frivano gli scavi pompejani diversi esempi, ma tra- 
scurali non compresi; caddero in rovina: questo 
solo che die nome alla casa fu con tutta diligenza 
restaurato, onde riesca una delle più importanti case 
€be si additino in Pompei. 



LE CASE 83 

Recenlemenle , ossia nel 28 luglio 1872, secondo 
leggesi nel Giornale degli Scavi 1), Appendice III, 
nella Relazione officiale dei lavori eseguili in Luglio ed 
Agosto 1872, nel disterro dell'isola sellima nella Re- 
gione settima, a nord-ovest del Tempio di Venere si è 
scoperto un altro balcone pensile, die affaccia sopra un 
vicoletto, che' ha wia direzione perpendicolare al lato 
occidentale del Tempio. 

Dopo quanto ho detto circa la somiglianza che si 
hanno quasi tutte le case pompejane, non parmi 
consentaneo a' miei inlenti venir descrivendo parte a 
parte ognuna che fu scoperta e che pur richiamerebbe 
Fattenzione per la particolarità degli oggetti ritrovali: 
pur nonpertanto ne segnalerò almeno il nome otte- 
nulo nella designazione degli scavi. 

Presso la porta della Marina è la casa della di u- 
Championnet , cosi chiamata perchè vi si praticarono 
scavi alla presenza del francese generale di questo 
nome -, la casa del Cinghiale fu cosi nomata da un -^ 
cinghiale contro il quale si slanciano due cani, rap- 
presentato nel musaico del vestibolo \ Nuova Casa della •'' 
Caccia, perchè la parete sinistra del peristilio offre una 
bellissima pittura esprimente una caccia d'animali, 
e si vede un orso che si scaglia contro un cinghiale, 
e in distanza un leone che sta per superare un di- 
rupo e trarre in soccorso dell' orso: è detta nuova, 



*) Voi. secondo. Puntata <8.a, pag. 347. 



84 CAPITOLO VENTESIMO 



perchè altra ne portava già identica denominazione; 
la casa di Sirico nella via del Lupanare , fu delta 
da un sigillo che si rinvenne, su cui si lesse tal 

/ nome. Presso alla soglia dell' atrio leggesi in mu- 
saico il saluto SALVE LVCRV, che già m' avvenne di 
ricordare nel chiudere il discorso delle tabernce. Nella 
via d'Augusto evvi la casa della nuova fontana o dell'Or- 
se, essendovi nel prothyrum un musaico che lo raffigura 
accosciato e ferito da una lancia; la casa di Marte e Ve' 
nere per la bellissima pittura che li rappresenta in un 
bellissimo specchio circolare su d' un pilastro fra la 
prima e la seconda camera da letto , cubicula , del- 
^ l'atrio. La casa di Cornelio Rufo ha il busto in marmo 
del proprietario con sotto scolpite le parole Cornelio 
RYFO; la casa detta del numero 4 è interessante per le 

^ sue molte pitture: quella del Citarista deve il suo nome 
alla superba statuetta in bronzo d'Apollo Citarista che 
si rinvenne e che fu trasferta al Museo. La casa di 
Olconio, fra i maggiorenti più rispettabili di Pompei, 
dà il nome alla strada e offri, nel 1853 , quando vi 
si praticarono gli scavi , interessanti oggetti d' arte 
e dati importanti della vita pompejana. Tutta i'm- 

V sula di M. Epidio Sabino, che sta rimpelto alla casa 
del Citarista, contiene due abitazioni di cui una cer- 
tamente era dello stesso M. Epidio Sabino , procla- 
mato duumviro di giustizia per avviso di Tito Svedio 
Clemente , come si lesse nella facciata esterna della 
casa. Importantissima per le sue decorazioni e per 



LE CASE 85 

le sculture è la casa di Marco fMcrezio, questo nome 
essijndosi desumo da una pittura d' una camera del 
peristilio, che raffigurava una tavoletta pugillare con 
uno stile, un calamaio, un sigillo e le parole Af.Lu* 
cretio Flam. Martis Decurioni Pompeis 1). Il lettore 
conosce già la casa del Fauno per la stupenda sta- 
tuetta in bronzo trovala nell'atrio, per il musaico 
della Battaglia d'Isso e per altre molte preziosità; 
cosi quella di Canore e Polluce detta anche del Que» 
slore , e che è pure considerata come una delle più 
belle di Pompei, e dove già notai tante degnissime 
cose d'arte. La casa dell'Ancora, dal musaico della 
soglia, presenta una particolarità, un sotterraneo, cioè, 
nel fondo di essa, da cui si passava in una gran 
sala circondata da nicchie al livello stesso del sot- 
terraneo. La casa del Poeta già visitò il lettore, quando 
vi trovò il musaico all' ingresso , rappresentante il 
cane alla catena, col motto cave canem , e vi am- 
mirò molte altre artistiche cose. Casa del Maestro di 
Musica fu nominata quella njn discosta dalla casa di 
Pansa, sulle cui pareli interne si videro dipinti varii 
istrumenti musicati; e di Sallustio quella sul cu i 
muro esterno si lesse l' iscrizione, pressoché intera- 
mente cancellata ade.sso: 

e. SALLVSTIVM. M. F. 



1) «A Marco Lucrezio Flamine di Marte, Decurione in 
Pompei. • 

Le Hnviiìt li l'om/tri. Voi. III. 6 



86 CAPITOLO VENTESIMO 

Neil' impluvium di questa bella casa, sovra base di 
marmo , si rinvenne un gruppo in bronzo del più 
puro siile greco e di rimarchevole bellezza, raffigu- 
rante Ercole che ha raggiunto alla corsa la cerveita, 
dalla bocca della quale usciva un getto di acqua, e 
cìie per la poca cura che s' ebbe dapprincipio degli 
scavi si lasciò che se ne privasse il Museo di Na- 
poli, che solo ne serba una copia in gesso , l'origi- 
nale trovandosi nel Museo di Palermo. In questa 
casa, come in diverse altre, nel fondo della abita- 
zione si osserva un lararium, nicchia o piccolo taber- 
nacolo, con frontispizio, a custodia dei domestici 
numi lari, spiriti guardiani della famiglia. Vi si 
trovò didatti un idoletto di metallo , un vasetto e 
una moneta d' oro , e dodici altre di bronzo di Ve- 
spasiano. 

Per ciò solo che comprenda tre abitazioni e senza 
alcun altro apparente motivo , dove non fosse un 
altare pel fuoco sacro nella terza corte che somiglia 

V à un tempio, non lungi dalla casa del Chirurgo, 
della quale a suo luogo ho già intrattenuto il lettore, 
fu detta casa delle Vestali, quella che è in Via delle 

V Terme, e la quale ha sulla soglia il saluto : salve. Ha 
essa tre cortiletti con portico all' ingiro a colonne. Al 

y/' lettore tenni già parola della casa di Cicerone , che 

è nel Pagus Augustus Felix, né vi aggiungerò altro. 

Di moltissime altre già scoperte dovrei fare raen- 

^' zione, come di quella deW Argenteria, per molli vasi- 



LB CÀS8 87 

di questo metallo rinvenuti; di Cajo Memmio , di 
Cajo Vibio , di Caprasio Primo , di Fusco , di Po- 
libio, di Pomponio, di Popidlo Prisco, di Popidio Se- 
condo, di Gavio Rufo , dei Diadumenì, di Spurio 
Uessor (mietitore), di Giulia Felice, per non dire 
di quelle altre moltissime che ricevettero nome da 
pitture sculture , o da qualche particolare circo- 
stanza come le case di ZefQro e Flora, di Venere e 
Marte, delle Nereidi, di Nettuno, delle Amazon! , di 
Atteone, delle Danzatrici ; dell'Arciduca di Toscana , 
dell' Imperator di Russia, di Giuseppe II, del Re di ^ 
Prussia, della Regina d' Inghilterra; dei vasi di ve- 
tro , dei tre piani , del torchio di terra cotta , delia 
muraglia nera, dei bronzi, dei flori e vie via di 
tante altre; ma come dissi, suppergiù l'una all'altra . 
somiglia : le sole decorazioni più o meno ricche di- 
stinguendole; rese poi più o meno interessanti dalla 
preziosità degli oggetti che vi si ritrovarono. 

D' una sola tuttavia m' incombe il debito di parti- 
colarmente descrivere, per ciò appunto che nella sua 
distribuzione e nelle diverse sue attinenze diversi- 
fichi dalle altre: essa è posta nel sobborgo, nella via 
delle Tombe, e si designa piuttosto come una casa 
suburbana o di campagna. 

Posta rimpetto al sepolcreto di Marco Arrio Dio- 
mede, liberto di Arrio, maestro del Rigus Aiigustus 
Felice , come leggeremo sull' iscrizione di esso nel- 
r ultimo capitolo di quest' opera , si credette che la 



»8 CAPrrui.o VKMiìsiMo 



casa fosse a lui spellala ; onde proseguiam noi pure 
a ritenerla per stia Essa è 1' ultima abiiazione a si- 
nistra della via delle Tombe , e presentando due 
piani , riesce indubbiamente di particolare interesse. 
La descrizione di essa e la descrizione delle sue 
ville che fa Plinio il Giovane nelle sue Epislole ci 
forniscono l'idea completa d'una romana viileggia- 
giatura. «*>« iiStif,;-. 

Si entra nella casa di M. Arno Diom'éìja; dl§fiè^ì- 
dendo alcuni gradini di marmo aventi a ciascun dei 
lati una colonnetta di (naieria laterizia. Subito si pre- 
senta, come osserva Vitruvio parlando dell»^ case di 
campagna, una corte aperta, atrium, recinta da quattor- 
dici colonne di ordine dorico pur di mattoni rivestiti 
di stucco che dovevano formar portico. Questo medesi- 
mo piano, avendo verso il giardino una loggia scoperta, 
lo dominava. Nella detta corte c'era un ìmpluvium e da 
ciascun lato stavano due puteali per attingervi l'ac- 
qua. A destra dell'atrio, le camere per gli schiavi e 
una scaletta per ascendere al piano superiore desti- 
nato forse alle donne; a sinistra, l'appartamento per 
il balineum, o bagno privato, che già il lettore trovò 
parte a parte descritto nel capitolo delle Terme. 
Dall' un dei portici deW atrium si va alla dispensa, 
dove intorno ad una tavola di marmo si trovarono 
stoviglie da cucina. Quindi seguono i cubtcula , o 
camere da letto , già ricche di pitture e musaici, fi 
tr'cHniim era nel mezzo di forma .semicircolare e le 



LE CASE 8»^ 

pareti dipinte a pesci natanti nell'acqua. Tre larghe 
flneslre riguardavano alla campagna e lo rendevano 
più allegro. Àncora dalla corte scoperta si accedeva 
ad altro appartamento, costituito da \in'exedra, o sala 
da conversazione, e da altri salotti, da cui si entrava 
io una galleria, su di una sala maggiore, oecus, e da, 
ulllino sulla loggia scoperta , sul giardino e pQr 
isfondo il mare. A livello del giardino, v' è un appar- 
tamento terreno, le cui camere erano a volte decorate 
di pitture e i pavimenti a musaici che or sona al 
Museo. Sotto il porlipo era una fontana, ,^,d,^^g^r- 
dino si discendeva alla lunga cella vinaria, che corre 
tutta la lunghezza di tre portici , dove ho gi«à detto 
altrove quanti scheletri e preziosi oggetti ^iano stati 
rinvenuti e che era rischiarata da spiragli. Da un 
lato del giardino vedesi un recinto che già notai es- 
sere slato un sphoeristerium, e all'angolo sinistro s'a- 
privano due piccole qatpere , dove pure fu trovato 
uno scheletro con i^raccialetto di bronzo ed un anello 
d'argento. 

Veduta cosi pome fosse la, casa pompejana, ed^r 
servato ad un tempo in che differisca la cas9,ro,* 
mana , naturale è il passaggio a ragionare della fa- 
mìglia , e lo farò con quella maggiore brevità cht3 
poiinp ci)mporiare l'economia dell'opera e l'importanza 
del snbbieiio. ;. , ;, â– ^_, .^ . 

Anzi tratto, parmi doveroso accennare quale fosse 
il vero principio che tenesse unita e compatta lata- 



90 CAPITOLO VENTESIMO 



miglia romana, perocché tulio quanto le riguarda 
sembrerà allora subordinato ad esso. 

Chi per avventura lo ebbe ad indagare più pro- 
fondamente e giusiamenie, è per mio sentimento il 
signor Fustel de Coulanges nell' opera già superior- 
mente citala La Cité Antique, che meritamente venne 
coronata dall' Academia Francese e dovrebbe ancor 
meglio essere apprezzala. Io indicherò un tale prin- 
cipio colle parole e dimostrazioni di quell' illustre e 
dotto scrittore. 

Il principio della famiglia antica — scrive egli — 
non è unicamente la generazione. Ciò che lo prova 
è che la sorella non è nella famiglia quello che vi 
è il fratello ; è che il figlio emancipato o la figlia 
maritata cessano completamente di farne parte, e per 
ultimo lo provano parecchie altre disposizioni delle 
leggi greche e romane. 

Il principio della famiglia non è tampoco, come 
potrebbe agevolmente reputarsi dal lettore, l'affe- 
zione naturale. Imperocché il diritto greco e il di- 
ritto romano non tengono conto alcuno di un lai 
sentimento. Esso può esistere in fondo dei cuori , 
ma non si trova nel diritto. Il padre può esser 
tenero delta sua figliuola, ma non può legarle 1' a« 
ver suo. Le leggi di successione, vale a dire, tra 
le leggi quelle che più fedelmente attestano delle 
idee che gli uomini si facevano allora della fa- 
miglia , sono in flagrante contraddizione , sia col- 



.||.E.CASE ,^9l 

l'ordine Jella nascita, sia coirafTezione naturale 1). 

Gli storici del diritto romano, avendo assai giusta- 
mente osservato che né la nascita, né l' affetto fos- 
sero il fondamento della famiglia romana, hanno 
creduto che questo fondamento si dovesse trovare 
nella potenza paterna o maritale. Ma di tale potenza 
essi fecero una specie di istituzione primordiale; non 
ispiegando per altro com' essa siasi formata, a meno 
che non sia che per la superiorità del marito sulla 
moglie, del padre sui Agli. 

Ora é un grave errore il collocare cosi la forza 
iiirorigine del diritto. L'autorità paterna o maritale, 
ben lungi dell'essere slata una causa prima, fu essa 
.stessa un efTeilo: essa è derivata dalla religione e 
fu stabilita da questa. Essa adunque non é il pria* 
4:ipio che ha costituito la famiglia. 

Ciò che nei membri della famiglia antica , fu 
gualche cosa di più possente della nascita, del sea- 
Umento , della forza fisica : fu la religione del foco- 
lare e degli antenati. Essa operò che la famiglia for- 
masse un corpo in questa e nell' altra vita. La fa- 
miglia antica è una associazione religiosa più ancora 
che una associazione di natura. La donna infatti non 
^vi era veramente contata se non in quanto la sacra 
cerimonia del matrimonio l'avesse iniziata al cullo: 



i) È ben inteso che qui si parla dei diritto più antico: 
in seguilo queste leggi si vennero modificando ed erano già 
-^a tempo mutale quando a Pompei toccò l'estrema rovina. 



M CAPITOLO VENTESIMO 



il figlio non vi coniava puro, se rinunziava al cullo, 
se era emancipalo, e l'adottato invece vi era un 
vero figlio, perchè se non aveva il vincolo del san- 
gue^ aVeva qualche cosa di più, la comunanza del 
culto-, e il legatario che rifiutava d'adottare il culto- 
di questa famiglia, non conseguiva la successione e 
finalmente la parentela e il diritto all' eredità erario- 
regolati , non dietro la nascita, ma dietro i diritti 
della partecipazione al culto, come gli ha stabiliti la 
religione. Certo che non è la religione che ha creato 
la famiglia, ma è dessa sicuramente che le ha dato 
le sue regole, e di là conseguitò che la famiglia an- 
tica ebbe una costituzione cosi diversa da quella 
ch'essa avrebbe avuto se i sentimenti naturali fos- 
sero slati Soli a fondarla. 

L' antica lingua greca aveva una parola ben si- 
gnificativa per designare una famiglia •, dicevasi 
ijttsTtbv,' parola che significa letteralmente dò che-'è 
appresso ad un fócóìare. Una famiglia era un priippo- 
di persone alle quali la religione permetteva d'invo- 
care lo slesso focolare e d' offrire il banchetto fù- 
nebre ai medesimi avi 1). Si comprende cosi 1' im- 
portanza delle espressioni : prò aris et focis. 

Premesso cosi quanio conf^emeva il principio fon- 
damentale della famiglia, pei migliore intendimento, 
debbo far precedere la spiegazione, secondo il concetto 



i) Fuslcl de Coulanges : La Cile Antique, Liv. H, ci), !. 



LB Case 99 

romano, delle ire parole polestas, manus, manicipium, 
nelle quali si compendiano i diruti esistenti nella 
famiglia, ed allora meglio ancora verrà coini)resa la 
costituzione della stessa. 

Per la parola polestas , intendevano i Romani la 
poiestà del padrone sullo schiavo e quella del padre 
sui figli: per la parola manus, la podestà alla quale 
le donne erano in certi casi sottomesse : e per la pa« 
rola manìcipmm, un diritto d'una certa natura, che 
se non è si agevole il definire , verrà nondimeno 
chiarito dalle dimostrazioni che ne farò. 

Qual fosse il potere del padrone sugli schiavi, dirò 
più avanti parlando di costoro; quasi egualmente 
esteso era quello del padre sui figli. L'ingresso del 
figlio nella famiglia, dice il sullodalo signor Fust&r 
de Coulanges, era segnalato da un allo religioso. Era 
mestieri dapprima che fosse accettalo dal padre. 
Questi, a ti'olo di padrone e di custode vitalizio del 
focolare, (li rappresentante degli antenati, doveva 
pronunciare se il nuovo arrivato fosse , o non fosse 
delia famiglia. La nascita non formava che il legame 
fisico : là dichiarazione del padre cosllluiva il le- 
game morale e religioso. Questa formalità era egual- 
Mìente obbligatoria a Roma come in Grecia. 

Occorreva di più pel figlio una specie d' inizia- 
zione. Essa aveva luogo poco tempo dopo la nascita, 
il nono giorno a Roma , il decimo in Grecia. Quel 
giorno il padre riunixa la famiglia, chiamava de' te- 



94 CAPITOLO VENTESIMO 



stimonj e faceva un sagriflcio al suo focolare. Il fi- 
glio veniva presentato al dio domestico; una donna 
lo portava nelle sue braccia e correndo gli faceva 
fare più volte il giro del fuoco sacro. Questa ceri- 
monia aveva un duplice scopo, di purificare il bara- 
Jbino, cioè di togliergli la macchia che gli antichi 
supponevano avesse contratto pel solo fatto della 
gestazione e di iniziarlo al culto domestico. Da tal 
momento il figlio era ammesso in questa specie di 
santa società e di piccola chiesa che si chiamava la 
famiglia. Ne aveva la religione, ne praticava i riti, 
era allo a dir le preghiere e più tardi dovrà essere 
«gli stesso un onorato antenato. 

Tali solennità non si richiedevano per la figlia , 
appunto perchè ella non potesse esser chiamata a 
continuare il culto della famiglia , potendo il malri- 
raonio applicarla ad un altro culto , come si dirà 
tra poco. 

Al punto di vista del diritto pubblico, era il figlio 
libero e indipendente e poteva però esser magistrato, 
tutore e votare nella tribù e nella classe del padre 
suo; ma al punto di vista del diritto privalo, in qua- 
lunque età rimaneva sotto la podestà del padre. 

La donna in tnanu era considerala come la figlia 
del proprio marito, e se questo medesimo era figlio 
di famiglia , veniva essa considerata , come la figlia 
del figlio : nelle relazioni del padre di famiglia, diven- 
tava. ma/éT familias e abbandonava la sua famiglia 



9!i 



d'origine. La conventio in manum, importava per sé 
una minima capitis diminutio, cioè il cambiamento 
â– di famiglia; da non confondersi colla capitis dimi- 
nutio media y che slgniQcava una certa diminuzione 
di libertà, cioè la perdita della cittadinanza, come la 
capili» diminutio maxima era la perdita completa della 
libertà, lo che traeva seco la piena incapacità civile. 
— Cessavano cosi nella donna i diritti d'agnazione 
di parentela civile fra lei e la sua antica famiglia. 
Tuttavia la manus non era una conseguenza ne- 
cessaria del matrimonio; ma s'acquistava colia con- 
farreazione , coli' uso e colla coemzione. La prima 
che consisteva in un solenne sacrificio, al quale assi- 
stevano il gran pontefice, il flamine diale e dieci te- 
stimoni cittadini romani, ma era riservato a' patrizii, e 
i matrimoni così celebrati si avevano per sacri. Dirò 
peraltro più sotto degli altri riti che precedevano od 
-accompagnavano questa prima sorta di matrimonio. 
L'uso, era quando la douna aveva abitato col marito 
-durante un anno senza interruzione e la donna chs 
evitar voleva la convenUo in manum, bastava che 
Ogni anno ella passasse Ire notti fuori del domicilio 
coniugale, lo che dicevasi (r<rioc<ium ujtirpafio. In que- 
sto modo ella poteva farsi rivendicare dal padre suo, o 
•dal tutore e cosi riacquistare la libertà. La coemzione 
'«ra una specie di vendita, nella quale la domia, au* 
Horizzata dal padre o dal tutore, si vendeva al suo 
â– marito. Questa era la forma primitiva del matrimonio 



•5 C\IMTOLO VENTESIMO 



ed era certo anche la più semplice: epperò durò pii^ 
Jungì tempo. .nii 

Il padre investito della potes'as e il marito della 
manus, potevano vendere il loro figlio o la loro mo- 
glie ad un terzo e questa vendila che aveva luogo 
colla mancipazione , dava al compratore un diritto 
che si chiamava mancipium , equivaU nle alla pro- 
prietà ; si che mentre la patria puteslas e la mmus 
cessavano alla morte del padre o del marito, il nnjan' 
cipium passava agli eredi del compratore. Ciò mal- 
grado , la persona,}» mancipio, se non poteva eser- 
citare i- diritti politici, non perdeva la sua prima 
condizione d' ingenuità , o civile. Questo diritto si 
venne poco a poco restringendo, ridotto quasi esclu- 
sivamente al caso che il figlio avessa cagionalo uo 
danno , nel quale il padre lo cedeva alla persona 
lesa in mancipium, a titolo di indennità. .;,, 

Il debitore insolubile e chi si vendeva gladialo.re^. 
amtoratus, e il romano prigioniero di guerra riscat- 
talo da un altro romano, si trovavano nella medesima 
condizione di chi era in mancipio. 

Ciò premesso, la f imiglìa romana si componeva di 
tutti gli individui discesi da maschi da un autore 
comune, od entrati nella famiglia per mezzo dell'a- 
dozione della manus, che creavano dei veri vincoli 
di figliazione I diversi inombri della famiglia si chia- 
mavano agnati, e Ji questi coloro che succedevano 
in linea retta, i figli ed altri discendenii , dicevansi 



LE CASE 97 

sui hceredes, i fratelli e sorelle consanguinei. L'a- 
gnazione era la parentela del diritto civile , e però 
non poteva appartenere né ai Ialini, né ai peregrini^ 
cioè ai forastieri. ' " ^''^^'^^ '"'''' 

I Romani, inoltre, conoscevano la parentela natu- 
rale che dicevano cognazione, eognatio , e si esten- 
deva fino al settimo grado, ed una ttrza parentela, 
l'afQiiità, ossia le relazioni esistenti fra un coniuge 
e i parenti dell'altro coniuge. 

Se il niairimonio presso i Romani era un' istitu- 
zione del diriilo delle genti, non era meno un'istitu- 
zione di diritto civile, regolandone il diritto romano 
le condizioni e gli effetti, assolti i quali, si chiamava 
iegittimum mairimonium , ed anche justcB nuptic^. La 
capacità di contrattar un simile matrimonio , appel- 
lavasi connubium, e per regola generale non era 
questo concesso che fra cittadini romani : per esser 
concesso a' peregrini, abbisognava dell'autorizzazione 
del potere legislativo. 

Modestino definiva il matrimonio : consortium tolius 
vUoe , divini atque humani juris cumunicatio e Giusti- 
niano vi aggiungeva : individuam vUce consueludinem 
continens, ossia la completa e indivisibile unione del- 
l'uomo e della donna: ma ciò malgrado, il divorzio 
era ammesso e ne veniva anche spesso abusato. Ya 
per altro detto come pel corso di cinque secoli non 
uno se ne avesse a contare : e rimase ricordato 
dalle storie il nome di Carvilio Ruga che fu il primo 



9S CAPITOLO VENTESIMO 

che ricorse a codesta misura. Non si creda però cha 
ad essa fosse fomite pensiero di lussuria od altra, 
condannevole causa : egli teneramente amava la mo- 
glie e di nulla aveva a lagnarsene, se non che di sua 
sterilità; ma siccome nella formula del maritaggio 
aveva giurato menarla sposa per aver de' figli, ella 
non avendogliene dati , sacrificò 1' amore alla reli- 
gione del giuramento 1). La religione diceva che la 
famiglia non doveva estinguersi e che ogni affezione 
e diritto naturale dovessero cedere davanti a questa 
regola assoluta. Né era altrimenti in Grecia, dove 
Senofonte 2) e Plutarco 5) narrano che quando il ma- 
trimonio fosse staio sterile per fatto del marito, do- 
vesse il fratello od un parente del marito sostituirsi 
a lui e la donna accondiscendervi, e il figliuolo che 
ne fosse nato si avesse a considerare come figlio del 
vero marito. 

Ma del divorzio , col progredire del tempo, venne 
come dissi , abusato , né fu la voce della sola reli- 
gione che il reclamò \ ma bastarono i litigi colla 
nuora, od anche l'impudicizia; e Paolo Emilio ne al- 
legò unicamente a causa l'essere stato dalla moglie 
offeso; Sulpizio Gallo, perchè uscita a capo scoperto ; 



i) Vedi Aulo Geiiio IV, 3, Valerio Massimo II, « , 4, e 
Dionigi d'Alicariiasso 11^ 25. 

2) Governo degli Spartani. 

3) In Solone, ;0. 



LE CASE 99 

Antistio Vetere, perchè parloitò in segreto con una 
liberta volgare; Publio Sempronio, perchè ita a' 
giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Te- 
renzia dopo trent' anni di convivenza, perchè gli ab- 
bisognava una nuova dote onde spegnere i debili v 
e Publio perchè parve rallegrarsi della morie dt 
Tulliola. Essa Terenzia fu di Sallustio , poi di Mes- 
sala Corvino, poi di Yibio Rufo; Tulliola passò per 
tre mariti, e 1' ullimo, Dolabella, la ripudiò incinta. 
Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare 
Porcia. Un famoso ghiotto fu sul punto di cacciar 
la sua, perchè in momenti critici visitò la cella dei 
vini, eh' e' temeva se ne inacidissero. Cajo Titinnio 
minturnese menò a bella posta la scapestrata Fannia, 
per espellerla poi come impudica e tenersene 1» 
dote. Cesare ebbe tre mogli, Pompeo quattro, quattri^ 
Augusto, cinque o sei ciascun membro della fami- 
glia di esso , e v' erano donne che , al dir di Se- 
neca {De Benef. Ili, 26) conlavano gli anni dai ma- 
riti, non dai consoli 1). 

Il matrimonio era di consueto preceduto dagli 
sponsali, promessa, consistente in una stipulazione 
tra il futuro marito e i! padre della futura sposa: 
chi vi avesse dipoi mancalo , era passibile dapprin- 
cipio dell'azione di indennizzo: più innanzi si limitò 
a colpire d' infimia colui che avesse mancato alla 
data fede e contrailo altri sponsali. 



I> Canlù. Stor. degli Italiani. Voi. I. Cap XXIII. 



100 CAPITOLO VEMESIMO 



L' età pel matrimonio era di dodici anni nella 
donna, di quattordici nell' uomo, e quando gli sposi 
fossero alieni juris, occorreva il consenso delle per- 
sone nella cui podestà si trovavano; per le fanciulle, 
comunque sui juris , era indispensabile il consenso 
de' loro parenti e tutori. 

L'importanza del matrimonio presso i Romani, 
come presso i Greci, non è si presto compresa se 
non si designano i caratteri essenziali di esso. Già 
superiormente ho toccato della religione domestica o 
del focolare, e del come da casa a casa potesse dif- 
ferenziare, poiché ogni padre-famiglia, essendo pon- 
tefice di tal religione nella propria casa, serbasse o 
adottasse que' riti che meglio a lui fossero piaciuti. 
Ora è evidente che la fanciulla che andava a nozze 
dovesse rinunciare ali.» religione del proprio foco- 
lare , per abbracciar quella del focolare del marito. 
-€k)sì doveva dimenticare quelle cerimonie, quelle 
preghiere, quelle pratiche nelle quali era fin allora 
cresciuta, per apprenderne altre, e per dirla con Ste- 
fano di Bisanzio : t a datar dal matrimonio, la donna 
ba nulla più di comune colia religione domestica 
de' suoi padri ; ella sacrifica al focolare del marito. > 
E Fustel de Coulanges che cita codesto scrittore 
neir opera sua La Cile Antique 1) , soggiunse : Così 



«) Liv. II, La Famille, Cliap. II, Le Mariage , Pag. 48. 
Paris. Librairie Ilacliette e C- 1878, 4.nie edil. 



LE CASB 101 

quando si penetra nel pensiero di questi uomini an- 
tichi, si capisce di qual importanza dovesse essere 
per essi l'unione coiijugale e quanto l'intervento della 
religione vi fosse necessario. Nen era forse mestieri 
che la fanciulla avesse ad essere da qualche sacra 
cerimonia iniziala al cullo che doveva quind' innanzi 
seguire? Per divenire sacerdotessa di questo foco- 
lare, al quale la nascita non l'aveva legata, non le 
occorreva forse una specie di ordinazione o di ado- 
zione ? 

Il matrimonio era dunque la cerimonia santa che 
doveva produrre questi grandi effetii. Gli scrittori 
infatti, latini o greci , indicano il matrimonio con 
parole esprimenti un atto religioso. Polluce, che vi- 
veva al tempo degli Antonini, istruttissimo ne' vecchi 
usi e nella antic;i lingua, dice che ne' primi tempi, 
in luogo di designare il malriraonio col suo nome 
particolare {yy-fi-oi) , lo si designava semplicemente 
colla parola riUi, che significa cerimonia sacra 1), 
quasi il matrimonio fosse stato la cerimonia sacra 
per eccellenza. 

E tal cerimonia non si compiva ne' templi degli 
Dei, ma nella casa, ed era il Dio domestico che vi 
presiedeva. Certo che in seguito, quando la religione 
<jh9gli dei del cielo, divenne preponderante, si adottò 
di adire previamente i templi e di offrire a questi 



!) Lib. Ili, 3, 38. 

Le Movine di Pompei. Voi. III. 



102 CAPITOLO VENTESIMO 



Dei sacrifici che si chiamavano prehidii del matri- 
monio,* ma la parte principale ed essenziale della 
cerimonia dovevasi sempre compiere davanti il foco- 
lare domestico. 

Il matrimonio romano , quello almeno che si con- 
siderò per pili legale e fu il piii usitato, perchè pro- 
cedente dal mutuo consenso, mutuus consensus, somi- 
gliava d'assai al matrimonio greco, e comprendeva 
com' esso tre atti : iraditio , deductio in domum , con- 
farreatio. 

La prima si compiva dal padre, che distaccando la 
figliuola dal domestico focolare e dalla propria au- 
torità, la consegnava al marito che l'assumeva nella 
propria. 

Quindi la sposa veniva condotta a casa dello sposo^ 
velata, recinta il capo d'una corona, mentre una face 
nuziale precedeva il corteggio, e si cantava un inno: 
col ritornello lo! Hymen, Hymenee, e coli' altro Ta- 
lassia, parola quesl' ultima della quale i Romani del 
tempo di Orazio non comprendevano tampoco il 
senso. Il corteggio giungeva avanti la casa del ma- 
rito , dove veniva alla sposa presentato il fuoco e 
l'acqua; il primo, il lettore già lo sa, emblema della 
divinità domestica : la seconda è l'acqua lustrale che. 
serve alia famiglia per tutti gli atti religiosi. Allora, 
io sposo, a simulare il ratio, sollevava la sposa nelle 
sue braccia e la portava in casa , senza che i piedi 
di lei toccassero la soglia. 



LE CASE 103 

Fiiialmento ella è condoiu davanti il focolare, 
dove sono i Penali, gli dei domestici e le immagini 
dei maggiori : gli sposi fanno un sacriflcio , versano 
la libazione, profTeriscono preghiere e mangiano ìd- 
sieme il panis farreus , o facaccia di fior di farina,* 
onde il nome al matrimonio di confarreatio. 

Codesta grave e solenne cerimonia produceva cosi 
importanti effetti giuridici e sociali , da non potersi 
ammettere la poligamia. 

La bigamia pertanto era severamente proibita: prin- 
cipale impedimento al matrimonio era la parentela e 
l'afQnità: il divieto fra cognati e cognate non fu intro- 
dotto che sotto Teodosio. Si proibiva pure il matri- 
monio fra lìberi e schiavi, e nell'antico diritto anche 
fra liberi e liberti ; ma la proibizione di sposare li- 
berti fu ristretta dalla legge Giulia ai senatori ed ai 
loro discendenti , né fu soppressa che sotto Giusti- 
niano. 

Altre proibizioni esistevano, come fra una patrona 
e il suo liberto , una donna libera e il colono d' un 
terzo — e colono era un uomo libero si, ma vinco- 
lato ai suolo, tal che il proprietario del fondo avesse 
una sorta di potestà su di lui, un diritto di corre- 
zione, non potesse da lui esser tratto in giudizio e 
lo potesse, fuggitivo, trattar come schiavo fuggiasco. 
— Era pur conteso il matrimonio tra il tutore e la 
sua pupilla, l'adultera ed il suo complice, il rapitore 
e la rapila, Romani e barbari , il governatore e ttna 



ijl CAl'ITni (I VI.NTi;xiM(l 



donna della sua provincia; a meno che non i»e avesse 
oUenuto dispensa dal Senato , e più tardi dall' im- 
peratore. 

Più sopra Ilo dello del divorzio, ora veggiamo 
come seguisse la separazione de' coniugi. 

Quando il matrimonio era seguilo per confarrea- 
zione, la separazione si compiva con una cerimonia 
della diffarrcatio. Siccome la religione aveva ope- 
rata la confarreatio; cosi anche la dijfareatio doveva 
essere compiuta dalla religione, perchè essa sola po- 
teva slegare ciò che aveva congiunto. I due sposi 
che volevano dividersi comparivano per 1' ultimn 
volta davanti l ocolare : presenti un sacerdote e i 
teslimonj. Si presentava ai conjugi, come al dì del 
loro matrimonio, una focaccia di fior di farina ed essi 
in luogo di spezzarla e mangiarla, la respingevano, 
quindi in luogo di preghiere pronunciavano formiik' 
d'u^j carattere strano, severo, odioso e spaventevole, 
come assicura Plutarco 1), una specie insomma di 
maledizione per la quale la moglie rinunciava al 
cullo ed agli dei del marito. Da quel punta il le- 
game religioso era rotto e cessando a comunanza 
del culto , cessava pure di pieno diritto ogni altra 
comunanza e il matrimonio era disciollo. Ma il di- 
vorzio aì succedette di poi, talmente obe bastò la.Aiu- 
lontà d'un solo conjuge a far cessare il mairi monìu 
dietro la semplice formula, Ues tuas Ubi habeto, ci<»e 



1) Questioni Roniaiip, CO. 



pigUttti te tue robe. Anche la donna sottomessa alla 
manus era libera di divorziare, mandando al marito 
il libello del repudium e forzandolo ad affrancarla 
della manus: se la donna divorziava senza motivo, 
il marito riteneva il sesto della dote per ciascun fi- 
glio sino alla concorrenza di tre sesti, il marito adul- 
tero perdeva il beneficio del termine alla restituzione 
deUa dote. 

Il marito investito della manus aveva sulla moglie 
il diritto più esteso di correzione, poteva ucciderla 
persino quando colta in flagrante adulterio: ne' casi 
gravi dovea pigliar avviso da'parenli.Il marito che non 
aveva la manus, dovevasi limitare al repudium, per- 
chè il diritto di correzione spettasse soltanto al padre 
di lei od a' parenti. 

La moglie, andando a marito, poteva portare la dote, 
a minorazione delle spese del matrimonio , anzi le 
leggi Giulia, Papia e Poppea ne imposero l'obbligo 
al padre. Essa poteva eziandio costituirsi da un terzo 
dalla sposa medesima, quando fosse stata sui juris. 
Costituivasi la dote in tre modi, colla dizione , colla 
stifMlatione, o colla dazione, ossia collo sborso reale 
della stessa. Doveva farsene il pagamento , pei mo- 
bili entro dieci mesi, pel denaro in uno, due o tra 
anni; e circa i lueri e la restfttizione, pofevasi con- 
venire, come si fa pur oggidì. Libera la donazione pe^ 
causa- di matrimonio, donalio propter nuptias: &i i 
niklia^ e^rovoc.ibilo fino alta morte del donatore, iti 
falla fra sposi. 



106 CAPITOLO VENTESIMO 



La vedova, pena Tinfamia, non poteva rimaritarsi 
che dopo dieci mesi dalla morte del marito : gli im- 
peratori portarono questo tempo ad un anno. 

Esisteva poi un altro modo di convivenza della 
donna coli' uomo autorizzala dalla legge e in ispecie 
dalle suddette leggi Giulia, Papia e Poppea, e dice- 
vasi concubinato, ed aveva d'ordinario luogo fra quelle 
persone che non potevano sposarsi fra loro. La con- 
cubina era slata per consueto la donna di cattiva 
fama, la liberta o la schiava. II concubinato tra il pa- 
trono e la liberta era il più frequente e il più pro- 
tetto dalle leggi. 

Or tocchiamo qualche cenno sulla patria podestà. 

Il Padre era quello, dissero i romani giureconsulti, 
che è dimostrato tale da giuste nozze :pafór est quem 
jiisloR nuplioe demonslranl : il figlio legittimo era dun- 
que colui che derivava da queste giuste nozze. Fuori 
di queste, il figlio non poteva invocare che la figlia- 
zione materna. Se vi era stato connubium, il tìglio se- 
guiva la condizione del padre-, se no, quella della 
madre: nel primo caso era sottomesso alla potestà 
del padre; ma conveniva per ciò che padre e figlio 
fossero e restassero cittadini romani , e allora essa 
podestà durava tutta la vita dell'investito, ed esten- 
devasi a tutti i discendenti in linea diretta, senza di- 
sti iizione di grado. 

Aveva il padre diritto di vita adi morte sul figlio, 
poteva giudicarlo in caso di crimine e condannarlo. 



LE CASE 107 

escludendo i tribunali pubiici ; e la severità dei co* 
stumi stava mallevadrice che il colpevole non sa- 
rebbe impunito. Più lardi fu imposto a' padri il 
concorso de' magistrati nei casi gravi ; ma cosi restò 
sempre il potere de' padri , che giammai si accor- 
dasse l'azione d' ingiuria ne' Agli contro di essi. 

Potevan essi vendere i Agli? ma cessava il potere 
paterno dopo la terza vendita , per le Qglie dopo la 
prima : i Qgli non perdevano però la loro qualità di 
ingenui. 

Tutto quanto i Qgli acquistassero era pel padre , 
ma esercitandone un mestiere diverso, per consueto 
il padre loro abbandonava quel peculio, che per altro 
non potevano senza il di lui consenso alienarlo a ti- 
tolo gratuito per testamento. Augusto tuttavia con- 
cesse a' figli disporre liberamente per testamento ed 
anche tra' vivi del peculium castrense, ossia del pe- 
culio guadagnato all' armata. 

Uno speciale diritto trovasi ricordato dagli storici 
concesso alle famiglie che fossero numerose di Q- 
gliuolanza, e veniva perciò denominato jus trium^ 
^uatuor, vel quinque liberorum, o nalorum, diritto^ cioè, 
dei tre, dei quattro o dei cinque Qgli. 

Importa se ne dica qui alcuna cosa. 

A Roma, Qo dal tempo defila repubblica, come al- 
trove in questa mia opera bo già scritto, le contiBue 
guerre avevano d' assai diminuito la popolazione , e 
tale diminuzione di cittadini era venuta crescendo 



108 «".APirOLO VKNTtSIMO 



in ragione diretta del lusso e de'la corruzione. Me- 
tello Numidico censore tenne, appunto in vista di una 
tale straordinaria diminuzione di popolazione, a' suoi 
concittadini una allocuzione tendente ad esortarli a 
pigliarsi moglie, e se le parole da lui dette e riferite 
da Aulo Gelilo furono veramente le sue, ebbe questo 
scrittore ragione di soggiungere che fossero poco pro- 
prie a conseguirne l'intento, perocché enumerando esse 
le cure e gli inconvenienti del matrimonio, non fosse il 
modo più conveniente per persuaderlo. Tito Gastrico 
invece, opinando che il linguaggio d'un censore dovesse 
essere ben diverso da quello di un retore, trovò che 
Metello avesse la sua conclone debitamente confor- 
mala al soggetto. Giudichi ora il lettore a qual dei 
due la ragione. 

« Romani — avrebbe così parlato il Censore — 
se noi potessimo vivere senza moglie, lutti noi evi- 
teremmo tal noja; ma poiché la natura abbia voluto 
che non ci fosse dato né vivere tranquillamente con 
una moglie, né viverne senza, occupiamci allora della 
perpetuità della nostra nazione anzi che della felicità 
d'ana vita che è si corta,.. La potenza degli Dei ò 
grande, ma la. loro benevolenza a riguardo nostro 
non devo andar più in là di quella de' nostri parenti. 
Questi, se noi perfidiamo nella via dell'errore, ol di- 
seredano: che dovremmo attenderci degli Dei immor*- 
tallj se noi non imponiamo un fine a' nostri travij- 
nYéììti? li'uòmo,' per mepitard i favori loro, non deve 



LE CASE lOd 

essere il suo proprio nemico. Gli Dei debbono ricom- 
pensare la virtù ma non darla. > 1). 

Ciò che le guerre esterne ed il lusso avevano in- 
cominciato, le guerre civili compirono-, de' pochi cit- 
tadini rimasti, la più parte non erano ammogliali; 
onde Cesare, pervenuto alla dittatura, sua prima cura 
era stala di studiare il modo di por freno al male. 
Parvegli dapprima potessero giovare le ricompense , 
epperò , come riferisce Svetonio , distribuì le terre 
della Campania fra venti mila cittadini padri di ire 
più figli e vietò alle donne al disotto de' quaran- 
tacinque anni e che non avessero né marito né tigli 
di portar giojelli e di valersi di lettiga. 

Dopo di lui, Augusto nel 736 u. e. pubblicò la 
legge De Maritandis ordinibus, che ventisette anni poi 
si rifuse nella legge Papia Poppea, così denominata 
dai due suoi proponenti Marco Papio Mutilo e Quinto 
Poppeo Secondo, e nuovi oneri vennero imposti a 
quelli die non fossero ammogliali e nuovi privilegi 
aggiunti per contrario a' matrimoni fecondi. De' due 
consoli, a cagion d'esempio, colui che avesse av<ito 
numero maggiore di figli prendeva pel primo i fàsci ; 
tra più candidati veniva accordala la preferenza al 
padre di più numerosa figiiuoianza. Ma tra i più 
importanti capitoli di questa legge e di cui 1" appli- 
cazione era là, pjù frequente, era quello che esentava 

■ ! • < - . 

<) Notti Airirti^': 



ilo CAI'ITOLO VENTESIMO 



da Ogni carico il padre che in Roma avesse avuto 
tre figli; in Italia, il padre di quattro; pelle Provin- 
cie , il padre di 'cinque. 

Altri molli privilegi erano consentili a questo jus 
trium, qmtuor, quinqtie natorum, ed appetiti assai eran 
quelli che apportavano a chi ne fosse investito la 
triplice porzione di frumento nelle distribuzioni che 
si facevano dagli imperalori e la facoltà di sedere 
io un posto distinto negli spettacoli. 

Pel contrario, eranvi pene per coloro che si fossero 
serbati celibi. Cosi costoro non potevano raccogliere 
eredità, nullo era il legato a lor favore disposto, che 
però devolvevasi al fisco; ed è a coleste disposizioni 
della legge Pappia Poppea che l' acre Giovenale al- 
lude in que' versi : 

Nulluììi ergo merilum est, ingraie ac perfide, nullum 
Quod Ubi filiohis vel filia nascittir ex me ? 
Tollis enim et libris aclorum spargere gaudes 
Argumenta viri. — Foribus suspende coronas, 
lam pater es: dedimus quod famce opponere possis: 
Itira parentis habes; propter vie scriberis hceres. 
Legatimi omne capis, nec non et dulce caducum 
Commoda prmterea jungentur multa caducis; 
Si numerum , si tres implevero l). 



1) Niun merito è dunque, o misleale, 
Ni'uno, ingrato, che da me ti nasca 
bimba, o Ogliuoiin? La gioja intanto 
De r educar, e imprimer su' registri 
Le prove d' uom prolificante, è tua. 
L' uscio inghirlanda, sei papà ; ti bo dato 



I.E CASE llt 

Ma siccome non v' abbia cosa, per savia cbe possa 
essere, della quale non venga abusato; cosi ben 
presto le eccezioni a questa provvida legge diven- 
nero numerose più che non fossero le applicazioni e 
il jus trmm natorum con lutti gli inerenti privilegi 
vennero concessi anche a persone che non contassero 
tre figli e vivamente sollecitali. 

Sappiam dagli epigrammi di Marziale come egli 
avesse ottenuto questo diritto dei tre figli da Tito e 
da Domiziano, esso annunziandolo alla moglie siccome 
ottenuto in mercede de' suoi poetici studi 1) ; e dalle 
Epistole di Cajo Plinio Cecilie Secondo, denominato 
il Giovane, coni' egli lo avesse sollecitato da Trajano 
ed anche conseguito a favore di Svetonio Tranquillo, 
io storico dei Dodici Cesari. 

Quanta importanza si aggiungesse a cotale diritto 
è agevole comprendere, oltre che dal valore dei sur- 
riferiti privilegi cbe vi erano annessi, dalla risposta 
altresì che l'Imperatore faceva a quella domanda 
^el suo diletto Plinio e che mette conto di riferire 
nella fedele e buona versione del Paravia. 



Incontro a' detratlor scudo e cimiero. 
Di padre i dritti liai già ; se' scritto erede 
Per me : d' ogni legato or se' capace , 
E di flscai caducità ti ridi. 
Reoi ancor giungerai moli' altri a questo, 
Di tre se arrivo il novero a fornirti. 

Sai. IX, v. »J-90. - Ir. Gargallo. 
1) Lib. Il, •>pig. 9i. 



(:u-;i(»i.(> VI .NTESiMo 



« Trajano a Plinio. 

« Quanto sia parco nel conceder si falle grazie, tu 
lo sai cerio, o mio carissimo Secondo, proleslanda 
io di coiiliuuo anche in Sanalo di non averne mai 
irapassaio quel numero, che io dissi bastarmi di- 
nanzi a quell'illustre consesso; ciò nondimeno io 
satisfeci al tuo desiderio , ordinalo avendo che si 
noli ne' miei registri , aver io conceduto a Svetonio 
Tranquillo il privilegio de' tre figliuoli con le solile 
condizioni • 1). 

Forse di questi scrupoli di Trajano , non ebbero 
gli altri imperatori. 

La patria podestà poteva risultare anche dall'ado- 
zione, e della legittimazione. Quest'ultima aveva luogo 
quando il padre pigliava la concubina per legittima 
sposa, quando faceva inscrivere il figlio sulla lista 
de' curiali, e quando, come poi fu disposto da Gia- 
sliniano, l'imperatore l'accordava con suo rescrilto. 

Quanto all'adozione, essa era altro necessario ef- 
fetto di quel principia che ho già ricordalo, o piut- 
tosto do\ero iehejvi era di perpetuare il cullo dome- 
stico. Adottare, disse Cicerone nell'orazione Pro Domo 
sua, è chiedere alla religione ed alla legge ciò che 
non si è potuto ottenere dalla natura; n tanto era 
rio vero, che si. compiva mediante una sacra ceri- 



I) Eptslolài*. C. Plinii Ccecin.i secundi. Uh. X. cp. XGVI. 
E'iiz: yenczia, Tip.^ Aijlonclli. 



Lt CASE 113 

mpnia, che sembra essere stata eguaio a quella clie 
facevasi al nascere di un figlio. Cosi, divenendo al 
figlio adollalo comuni col padre adottivo numi, og- 
getti sacri, riti e preghiere, dieevasi di lui in sacra 
iransiit , come l' Oratore potè dire nella succitata 
arringa amissis sacris paternis', per rinunziare coll'a- 
dozione al domestico culto paterno. L'adottato addi-' 
veniva poi cosr affatto straniero alia sua airlica fa- 
miglia, che marendo , il padre naturale di lui noti 
aveva il diritto d'incaricarsi de' suoi funerali o di 
condurre il mortoro , precisamente perchè adoplio 
natwum imUatur, come si esprimono i romani giure- 
consulti, e dei diritti, come degli obblighi paterni, 
diveniva r adottante assuntore. 

L'emancipazione era poi l'atto che sottraeva" ti 
figlio alla patria podestà, affinchè potesse accettar Ta- 
dozione. Precipuo effetto di essa era la rinunzia al 
culto della famìglia , nella quale s'era sortito i na- 
tali, e r abdicazione a tutti gli inerenti doveri. Con- 
suetiido, scrisse Servio, opud antiquos fuit ut quiin 
famìlia travsirct et prius se abdicaret ab ea in qua nalus 
fiivrat 1). Si chiamava però l'emancipazione da' Ro- 
mani , secondo Cicerone e come abbiam veduto , 
amissio sacrorum 2), e secondo Aulo Gelilo, sacrorum 
delestatio 5). 



1) • Fu consuetudine presso gli antichi che colui il 
quale passasse in altra famìglia, avesse prima ad abdicare 
a quella nella quale era nato. • Ad /Encid. 11. 156. 

i) Perdita delle cose sacre. 

3) DHestazione delle cose sacre XV. 87. 



lU CAPITOLO VENTESIMO 

Le persone siti juris, che pt-r l' eia si fossero Iro- 
vale incapaci d'esercitare i loro difilli, ricevevano un 
tutore. D'ordinario veniva designalo dal padre ; la ma- 
dre lo poteva del pari eleggere nel testamento, ma con- 
veniva intervenisse l'approvazione del raagisirato. In 
difetto di tutore testamentario, la tutela passava agli 
agnati. La tutela de' liberti spettava al patrono ed a' 
suoi discendenli. In difetto anche di essi, devolvevasi 
sÀgentiles, cioè, come dice Cicerone citando l'auto- 
rità di Scevola, a' quelli che hanno lo slesso nome e 
discesero da'maggiori che mai non furono schiavi 1), 
e quesii pure mancando, su domanda delle parti in- 
teressate, si conferiva da' magistrati competenti. Le 
donne, eccettuata la madre, i pupilli, e dopo Giu- 
stiniano , i minori de' venticinque anni , erano inca- 
paci ad assumere la tutela. Se lo schiavo venisse per 
testamento nominato tutore, per ciò solo significava 
ch'esso veniva fatto libero, non potendo come schiavo 
esercitar l'ufficio di tutore. 

Il tutore amministrava i beni del pupillo e com-- 
pletava col proprio intervento ciò che a quest'ultimo 
inancasso per compiere validamente i diversi atti della 
viia civile. Circa l'educazione del pupillo, questa non 
era cosa che spettasse al tutore. La tutela finiva per 
gli uomini a quattordici anni; la legge Pleloria ac- 
cordò nondimeno l'azione penale e infamante contro 

1) Top. 6. 



LE CASE 119 

chi avesse allusalo della inesperienza de'rainoridi2$. 
anni. 

La tutela delle femmine era d'una durata indeter* 
minata: le Vestali però e la madre prolifica erana 
prosciolle dalla medesima. 

Eravi anche la curatela. Il pazzo e il prodigo tene- 
vansi incapaci di far alcun atto della vita civile; 
opperò tra gli agnati o tra i gentili eleggevasi il 
curatore e in loro mancanza eleggevalo il pretore. 

Ma nella casa romana, o pompeiana che si voglia 
dire, non erano soltanto codesti gli individui che vi 
abitavano; anzi, fin dal primo ingresso, non era nei 
padroni , nelle persone, cioè, che finora abbiam coa- 
siderato , che si scontrava; ma nelV ostiarius , nello 
janiior, nel nomenclator , ne\i' atriensis , ecc. in esseri 
infelici insomma, che la civiltà, ajutata dal Vangelo,, 
tolse di mezzo, negli schiavi intendo dire, servi, i 
quali reclamano adesso da me particolari cenni. 

Tutti i popoli dell'amichila avendo avuto schiavi, 
i giureconsulti collocarono la schiavitù fra le istitu- 
zioni del diritto delle genti. Diventando lo schiavo 
un membro della famiglia , e dovendo però parteci- 
parne al culto, la sua prima introduzione in casa 
era accompagnata da cerimonia religiosa. Comuni ai 
due popoli greci e latini molti riti e consuetudini. 
Io schiavo entrava in famiglia mettendolo in pre- 
senza della divinità domestica : quindi gli si ver- 
sava sulla testa dell'acqua lustrale e divideva colla 



Me CAPITOLO VENTESIMO 



famiglia la focaccia e le frulla. Prendeva poscia 
parie olle preghiere ed alla feste della casa, come 
Cicerone ricordò in quelle espressioni FeriaA in fa- 
mulis habento 1) , e così il focolare proleggeva pur 
esso, e la religione dei Lari apparleneva tanto a lui 
che al padrone: quum domini s , tum famulis religio 
tarmi 2) , di qui il dirillo neHo schiavo ad essere 
sepolto nel sepolcreto della famiglia. 

Lo schiavo apparleneva come cosa al padrone, il 
quale però poteva venderlo, punirlo e uccidere per- 
meo . Ecco il conto che ne faceva Giovenale e che 
riassume la generale estimazione che sì aveva di essi : 

Pone crucem servo. Mermt quo crimine servus 
Suppliciim? quis leslis adesl? quis detulit? audit 
Nulla salis de vi'a hominis cunctatio longa est. 
demens! ila servus homo est? Nihìl feceril: eslo 
Sic volo, sic jubeo; slet prò ralione volunlas 3). 

Non poteva lo schiavo scendere in giudizio, non 
centrar matrimonio; e l'unione sua era come sem- 
plice relazione di allo e dicevasi contuhernium, nome 



i) Di Legibus, H, 8. 

2) Id, ibid. il. 

3) Sai. V, l\9 e segg. 

— Olà! quel servo in croce. — E per qual fallo? 

Chi accusa ? clil teslifica ? Rifletti; 
' Non lardasi mai troppo, ove si Irati! 

Della morte d' un uomo. — È uomo un servo? 
.Sciocco! 1^ innoctnte? E sia; io coi^ì voglio, 

Così Comando; il mio volere è leggo- 
^ â– "â–  Trad. Gargallo, 



LE CASE 1 17 

che , secondo Columella , significava anche il domi- 
cilio di una coppia di schiavi, maschio e femmina 1). 

Totlavia ho già in addietro reso conto della legge 
Potronia , forse del tempo d'Augusto, perocché non 
mi consti che gli scriitori ne accertassero l'epoca 
di sua promulgazione, e la quale comminava severe 
pene a chi vendesse schiavi per farli comhattere 
contro le belve nel circo e vietava punirli di morte, 
senza permesso di magistrali , classificandolo anzi 
come crimen publicum : qui era l'opportunità di ri- 
cordarla di nuovo. 

E fu il principio d' un miglior iratlamenlo, finché 
Ulpiano ebbe a consegnare nelle sue opere questa 
ancor più umana sentenza : ipsi servo farla injuria 
inulia a prcetore reliqui non dcbuil 2;. 

Nondimeno, malgrado però che la giurisprudenza 
riconoscesse in progresso di tempo che lo schiavo 
fosse un uomo , in pratica non poteva togliersi di 
dosso mai la qualità di schiavo , nò considerarsi 
eguale all' uomo libero. 

Eranvi molti modi di diventare schiavo. Lo si era 
per nascita, quando la madre al momento del parto 
fosse schiava; lo divenivano i prigionieri di guerra, 
come già dissi altrove^ cittadini che non si prestavano 



1) De ne fìuslka. XII. i. 2- 

V • L' ingiuria fatta anche allo schiavo non si deve dal 
-Pretore lasciare inulta. • 

Lt Rovine di Pompei. Voi. III. 8 



US CAPITOLO VENTESIMO 

al censimenlo od alla leva ; la persona libera che si 
lasciava vendere per frode onde rivendicare in seguito- 
la libarla e finalmente, pel senato-consulto Claudiano, 
la donna libera che viveva in concubinato collo schiavo 
d'un terzo e rifiutava separarsene malgrado gli av- 
vertimenti del padione. J condannati a morte, alla 
miniere, alle bestie, al circo, diventavano schiavi della^ 
pena, servi pcence. 

Tutto ciò che acquistava lo schiavo , 1' acquistava 
per il padrone; ma come già narrai nel capitolo 
delle Tabernce, essendo la gran parte della popola- 
zione industriale schiava, i padroni trovavano di loro 
convenienza di interessare i loro schiavi nei profitti 
delle loro industrie e di lasciar loro la libera dispo- 
sizione d'un peculio, il qual valeva ad alimentare •" 
lavoro loro. Se lo schiavo agiva in suo proprio nomo,- 
in caso di frode veniva perseguitato coW actio tribii- 
'Oria; ma se. agiva come mandatario del suo pa- 
drone , era obbligato come qualunque altro manda- 
tario. 

Gli schiavi si compravano sul mercato > ivi portala 
dagli speculatori e dai pirati e, se provenienti da na- 
zione indipendente, godevano di miglior favore. Gli 
schiavi spagnuoli e còrsi costavano poco, perché facili 
al suiciliio per sottrarsi alla schiavitù; ma i Frigi la- 
scivi e le gentili Milesie erano in comparazione ca- 
rissimi. Fu stabilita in seguito una tariffa secondo 
l'età e la professione; sessanta soldi d'oro per un 



LK CASE iVÌ 

medico , cinquanta per un notaio, trenta per un 
eunuco minore dtì'ditci anni, cinquanta se maggiore. 

Ho delio più sopra che anche speculatori reca- 
vano gli schiavi al mercato; ne recheiò due esempj 
d' reputali uomini: Catone li comperava gracili ed 
ignoranti e fatti gagliardi ed abili, li rivendeva; Pom- 
ponio Attico, l'amico di Cicerone, faceva alireitanlo, 
per rivenderli letterali. 

Nella casa gli schiavi compivano tutti gli ufGzii dai 
più elevali agli umili-, sed tamen servi , come diceva 
ne' paradossi Cicerone, parlando di quelli che erano 
applicati a' più nobili servigi \ epperò ve n'erano varie 
classi. VerncB chiamavansi gli schiavi nati nella casa 
del padrone-, ascnV/i/ii quelli che per lo spazo di 30 
anni slavano in un campo e non potevano vendersi 
che col fondo-, censuais quelli cbe servivano al Se- 
nato; ordinarli quei dell'alia servitù, e avcvan sotto 
di essi altri schiavi; vicariif mediastini, quelli che 
esercitavano opere vili nella casa. Ciascun uffizio dava 
il nome allo schiavo: nomenclalor era quello che 
ricordava ed annunziava i nomi di coloro che giun- 
gevano, ed alla cena il nome ei pregi delle vivande^^ 
osliarius e janitor il portioajo , alriensis quello che 
stava a cura dell'atrio ed aveva la sorvegliar^.a d • 
gli altri schiavi; tricUniarchas il servo principale a 
cui spettava la cura di ordinare le mense e la stanza 
da pranzo, archimogirtisW maestro de' cuochi o sovrin- 
'endenle alla cucina, dispensa /or il credenziere, pronus 



liO CAPITOLO VliNTESIMO 



il cantiniere, r/ridarms e topfarfus lo schiavo il cui officio 
particolare consisteva nell'occuparsi dell'opus topia- 
rium , che comprendeva la coltura e conservazione 
delle piante e degli arboscelli , la decorazione dei 
pergolati e de' boschetti, anagnoslce erano i lettori, no- 
tarli librarii gli schiavi segretari dd padrone, silen- 
tiarius quel che manteneva il silenzio e impediva i ru- 
mori : per servigio poi delle dame, la jatromoBa era la 
schiava levatrice-, le cosmetce e le psec(B le schiave il cui 
ufficio era attendere alla toaletta delle signore ed aju- 
tarle a vestirsi ed ornarsi, come sarebbero le nostre 
cameriere; sandaligcrulce quelle che portavano le pan- 
tofole delle loro padrone, seguendole quando uscivau 
di casa; vestispicoe quelle che curavano e rimendavar.o 
gli abili della padrona; vestisplicoe quelle che le cu- 
stodivano, come diremmo noi, guardarobiere; or- 
natrkes le schiave che attendevano aH' acconciatura 
del capo della padrona, focaria la guattera, ecc. 

\" erano poi i pcedagogiari , giovani schiavi scelli 
per la bellezza della persona ed allevati nella casa 
dei grandi signori a' tempi dell'impero per servir da 
compagni e pedissequi dei figliuoli de' loro padroni, 
come anteriormente v'erano i padagogi, che vegliavan 
alle cura ed agli sludj de' medesimi, i flabelliferi , 
giovinetti d' ambo i sessi, che portavano il ventaglio 
della padrona, i saìutigeruli che recavano i saluti e 
i complimenti agli amici e famigliari del padrone; i 
nani e nanop, pigmei cui si insegnavano musica ed 



LE CASE m 

altre arti per diletto de'pa-iroiii ; faiui , faluce e mo- 
riones erano quelli idioti deformi che si tenevano per 
ispasso, i quali 

acuto capile et auribus longis 
Quoe sic movefilur, ut solenl asellorum 

come li descrisse Marziale 1); il coprea , o giullare 
per movere a riso; perfino gli ermafroditi, che ta- 
lora erano artificiali. 

Né son qui tuiti, perchè tra il Gori nella sua De- 
scriplio columbarii , il Pignario De Servis e il Pop- 
ma, Ds serrorum operibus, enunciassero con parti- 
colari nomi almeno ventitre specie di ancelle e più 
di trecento di schiavi. 

Quale poi gli schiavi ricevessero trattamento, può 
essere immaginato, ricordando solo che Antonio e 
Cleopatra speriinenlassero sui loro schiavi i veleni, 
che Pollione ne facesse giltare uno alle murene per 
avergli rotto un vaso murrino, e che Augusto, che di 
ciò lo ebbe a rimproverare, non rislasse tuttavia di farne 
appiccare uno che gli aveva mangiata una quaglia. 
Negli ergusluli poi si accaiastavan la notte schiavi 
e schiave a rifascio, i più cattivi destinati alla fatici 
de' campi e incatenati, epperò detti compediti; e Se- 
neca rammentai molti ragazzi schiavi, che dovevano 



1) Lib. VI, 39; 

.... die la testa ha aguzza e in moto 
Tien sempre 1 lunghi orecchi al par d'un asino. 

Trad. Magenta. 



iìì CAPITOLO VE.VTIialMO 



aspellare da' loro padroni, usciti alterali dalle orgie, 
infami oltraggi. "Vecchi poi, od impotenti, si abban- 
donavano barbaranriente a morire d' inedia. 

Ho già dello altrove in questa opera il numero 
strabocchevole di essi; ma a persuaderci della quan- 
tità, giovi il citare quel dello di Seneca che avrebbesi 
dovulo paventar gran pericolo se gli schiavi avessero 
preso a conlare i liberi: quantum per iciili immineril 
si servi nostri nos numerare ccepissent 2); ed era per 
avventura ad ovviare un tale pericolo, che non venne 
adottato che gli schiavi avessero abito particolare e 
distinto dai liberi. Infatti sa già il lettore, per quanto 
n'ebbi già a dire, delle diverse insurrezioni di schiavi 
e delle guerre cervili che diedero grande travaglio 
ed a moltissimo temere di propria sicurezza e libertà 
a Roma. 

Ma la condizione miserrima di schiavo poteva in 
più modi cessare. La legge rendeva libero lo schiavo 
che indicava l'assassino del suo padrone, un rapitore, 
un monetario falso, od un diseriore. Claudio impera- 
tore dichiarò libero lo schiavo che era stalo vecchio 
ed infermo abbandonato dal proprio padrone. Cosi 
diveniva libera la donna che il padrone avrebbe voluto 
prostituire. Anche la prescrizione era un modo di vindi- 
carsi in libertà. Ma il mgdo più comune era l'aiTranca- 
mento, ed anche questo operavasi in tre guise: vind- 



ì) De Clemenlia I, 2i. 



LE CASE in 

do, censu, testamento. La prima era una rivendicazione 
simulala dello schiavo che il pretore abbandonava 
àW a$serlor in libertalem, rinunziando il padrone a 
sostenere il suo diritto; le altre due consistevano a 
•<l'chiarare come affrancato lo schiavo, quando si com- 
piva l'pperazion del censimento, od a legargli la li- 
bertà per testamento. Quattro anni dopo l'era volgare, 
la legge ^Ua Sentia e quindici anni dopo di questa, 
la legge Jania Norbana crearono una mezza libertà 
;pcr gli schiavi falli liberti senza aver esaurite le pra- 
liclie legali. 

In quanto alla formula dell'alTrancamento per vin- 
'dieta , consisteva nel condurre il padrone avanti il 
pretore od altro magistrato competente lo schiavo 
che voleva affrancare e ponendogli la mano sulla 
lesta che aveva fatto prima radere, o sovr'alira parte 
^del corpo e pronunciare le parole sacramentali : • Io 
voglio che quesl' uomo sia libero e goda dei diritti 
•di cittadinanza romana» e cosi dicendo lo faceva girar 
:su di sé stesso come per scioglierlo colle sue mani, e 
il magistrato, o per lui il pretore, lo toccava tre o quat- 
tro volle colla.bacchetta, vindìcta, segno del potere, alla 
•testa e con ciò restava ratificato l'atto del padrone e 
lo schiavo era libero. Questa che dicevasi manumissio 
.:gli conferiva i diritti di cittadino in modo irrevoca- 
b'Ie, ma aveva vincoli indistruttibili verso il suo an- 
tico padrone. Se questi doveva difenderlo in giustizia 
e proleggerlo contro ogni abuso del potere ;l liberto 



I2t CAPITOLO VENTESIMO 



doveva personalmente a lui deferenza ed assistenza, 
non inten'argli azione dilTaraatoria, venirgli in ajuto 
di denaro, e se lo avesse ingiuriato, veniva multalo 
d' esigilo, e di condanna alle miniere, se avesse con- 
tro lui commesso atto di violenza, e di ricaduta in 
ischiavilù, se colpevole di atti più gravi. 

Finaln>enle partecipavano alla famiglia i Clienti. 
Ho già altrove in quest'opera dello qualcosa di loro 
istituzione facendola rimontare ai tempi di Romolo: 
ma forse a chi considera che la clientela sussisteva 
dapprima in Grecia e nei restante d'Italia, parrà 
che essa fosse una istituzione ancora più antica. 
Uopo è peraltro non si confondano i clienti del primo 
tempo con quelli dell'epoca di Orazio. Quelli erano 
piuttosto una specie di servi attaccali al padrone e 
quindi associali alla religione ed al culto della fami- 
glia. Avevano però le stesse cose sacre del patrono,, 
del quale anzi dividevano il nome, quello aggiun- 
gendo della famiglia di lui. Nascevano per tal modo 
colali relazioni di reciprocanza e doveri, che il pa- 
trono non poteva persino testimoniar in giudizio 
contro il cliente, mentre non lo fosse conleso contro 
il cognato , perchè costui essendo legato da vincoli 
solo di donna, non ha parte alla religione della fa- 
miglia, giusta il concetto di Platone che la vera pa- 
rentela consiste nello adorare gli stessi dei domestici. 
Il palrono aveva pertanto l'obbligo di proteggere in 
tutti i modi il cliente, colla sua pr ghiera come sa- 



LE Case 1*5 

cerdote, colla sua lancia come guerriero, colla sua 
legge come giudice, e l'antico coraandamenio diceva: 
se il patrono ha fatto torto al suo cliente, sacer esto, 
eh' ei rauoja. 

I clienti del tempo d'Orazio erano invece genie che 
si legava alla fortuna del patrono, non propriamente 
servi, ma persone che speravano prolezione da lui, 
che gli porgevano olTerle e sporiule e che ne asse- 
diavano la casa dai primi albori del giorno e gli fa- 
cevano codazzo d'onore quando appariva in publico: 
ma a vero dire, per quel che ne ho dello piij so- 
pra , non e' entravano punto colla vera famiglia. 

Abbiamo cosi passalo in rassegna gli individui 
tulli, ed abbiamo menzionale le discipline che rego- 
lavano la famiglia; abbiamo sentito un nflt^sso di 
quanto era quel calore di vita morale che animava 
la casa-, or vediamone gli usi e le consuetudini della 
vita materiale. 

Già il lettore conosce come si impiegasse la gior- 
nata e la sua ripartizione generalmente accettata: co- 
nosce come il facoltoso e il patrono avessero i proprj 
clienti e ricevesseli fin dalle prime ore del mattino,, 
questo comprendendogli offici antelucani: sa del tempo 
degli affari, di quello del pranzo, della pratica al for> 
e alla basilica, del bagno, degli esercizi corporali, 
della cena e del passeggio, per quanto ne ho già della 
in addietro; resta a completarsi il quadro domestico,, 
col fir assistere il lettore al triclinio, additandogli, 



Ii6 CAPITOLO VENTESIMO 



come si cosliluisse , che cosa vi si mangiasse , cosa 
il rallegrasse; col dirgli d-'gli abili degli uomini e 
poscia co' sollevare la cortina del gineceo, per farlo 
spelialore d Ile toletta d' una dama pompejana , e 
quando dico poinpejana , dico anche romana, pero - 
che si sappia — e 1' ho già più volle ripetuto — che 
uomini e donne delle provincie e delle colonie Si 
fossero perfettamente conformati ai costumi ed abi- 
tudini dell'urbe, della città, cioè, per eccellenza, Romr. 

Vi sarebbe tulio un trattalo a comporre per d're 
convenientemente dei pasti e banchelU de' Romani , 
sì publici che privali , e infatti la nostra lelleralura 
vanta fra i testi di lingua le legioni di Giuseppe 
Averani Del vitto e delle cene degli antichi 1) , delle 
quali mi varrò alquanto pur io in queste pagine, e 
malgrado la molta erudizione di lui e il sapere, non 
fu tulio da lui scritto nell'argomento. Io vedrò modo 
di riassumere in breve quello che meglio imporri di 
saper*. 

Anzi tutto non posso passarla dallo accennare 
come il pasto si ritenesse 1' alto religioso per eccel- 
lenza. Opinione eguale o di poco difforme è quella 
di parecchi padri della Chiesa Cristiana, che dissero 
che mangiare è pregare e che pur il soddisfare a 
queste necessarie pratiche abbiasi a fare alla maggior 
gloria di Dio. Era in'eso che a' domestici prandj in- 



i) Milano. E. Daelli e C. «863 nella bibUoteci R.n 



LE CvSE 127 

tervenisse sempre il genio lulelare della casa , i lari 
penali che si voglian dire. Era il focolare che 
aveva cotto il pane e preparati gli alimenti ; cosi a 
lui si doveva una preghiera tanto al principio che 
alla fine del pasto. Prima di esso si deponevano 
suir altare le primizie del cibo , prima di bere si 
spargeva la libazione dei vino. Era la parte dovuta 
al dio. Erano antichissimi riti : Orazio , Ovidio , Pe- 
tronio cenavano ancora davanti al loro focolare e 
facevano la libazione e la preghiera i). 

Come in tutti i popoli primitivi , anche i primi 
Romani erah sobrii e frugali , paghi della sola po- 
lenta, ciò che in seguUo si tenne per indizio di bar- 
barie : 

Alon enim hcec puUiphagus opifex opera fecit barbar us 2) 
e dopo, la questione del mangiare venne poco a 
poco così crescendo, da costituire una preoccupa- 
'^'one con'inua della loro esistenza, ed anzi da 
considerare i varii pa<>li come ali.ettanli alti di pietà. 
É inutile osservare come in qaeslo punto di reli- 
gione fossero e?atii e scrupolosi osservatori. Ebbero 
quindi il pasto del benvenuto pel viaggiatore che 
arrivava; quello d'addio pel viaggiatore che partiva; 



1) Graz. Sai. 11. C 66 ; Ovid. Fasi. 11. 631; Petronio, 
Sa.yricon, 60. 

2) • Q lest' oppra non fé' barbaro artiere 

Mangialor di polenta • 

Plaut. Moìtelluria. Act. 3, se. 2 v. 14» 



Capitolo ventesimo 



banchello di condoglianza nove giorni dopo i fune- 
rali , banchetto dopo i sacriflcj , banchetto anniver- 
sario della nascila, banchetto d'amici, di famiglia , 
di cortigiani, insomma banchelli per tulle le occa- 
sioni. Persino la gioventù, la procace gioventù ro- 
mana, tanto dedita alle lascivie , al dir di Orazio, 
era tuttavìa ancor più ghiotlona : 

Donandi parca Juventus 
Nec tantum Veneris, quanlutn studiosa culince 3). 

Tanlo, in una parola, si trasmodò, che si dovette 
dal governo imporre de' freni alla gola. Già ha 
dello più sopra che fosse obbligatorio il cenare a 
porle aperte sotto gli occhi di tulli; poi le leggi 
Orchia , Fannia e Didia e Licinia , Anzia e Giulia 
prescrissero il numero di convitati e la spesa dei 
banchetti privati, e il genere delle vivande, esclusa 
l'uccellagione.Tiberio allargò meglio la mano e lasciò 
che le spese fossero alquanto maggiori ; ma con 
lutti questi freni , ognun sa quanto lusso e quanta 
spesa si facesse da' facoltosi romani. Basti per tutti 
rammentare L. Lucullo. Egli aveva diversi cenacoli, e 
ognuno di essi importava una determinata spesa quan- 



3) Sai. II, 5, 79. Non raccapezzandomi sulla versione del 
Gargallo, mi provo io ; 

Parca nel regalar , della cucina , 
Assai più che di Venere, curante 
La gioventù si mostra. 



I.E CASE H) 

do vi si doveva cenare. Quando rio seguiva e. g. nella 
sala d'Apollo, era prefisso che la cena costar dovesse 
irentaduemila lire della moneta di oggi. Che si dirà 
poi de' pazzi imperatori che , morta la republica , 
ressero le sorti romane? Caligola in una cena gittò 
un milione e cinquecenlosessantaduemila lire delle 
nostre, il tributo cioè di tre provincie ; Nerone e Vi- 
tellio intimavano cene a' loro cortigiani che costavano 
circa sellecenlomila lire , e quel più pazzo impera- 
tore che fu Eliogabalo non ispendeva peno di lire 
sedici mila nella cena di ciascun giorno. 

L' asciolvere chiamavanlo essi jentaculuìn e face- 
vanlo al mattino ; il pranzo, prandium , che sarebbe 
piuttosto la nostra seconda colazione, seguiva all'ora 
sesta del giorno, cioè sul meriggio ; per taluni ghiot- 
toni e per gli operai eravi più tardi la merenda, 
specie di colazione che di poco precedeva la coena , 
che era il pasto più abbondante della giornata , il 
nostro pranzo odierno, verso l'ora nona o la decima, 
cioè tra le tre e le quattro pomeridiane ; ciò che 
non toglieva che molti vi facessero succedere anche 
la commisfatio, colazione notturna , quella che noi 
chiamiamo la cena. 

Poiché Siam suU' argomento del mangiare, credo 
dir qualcosa dapprima de' conviti publicì de' Ro- 
mani, quantunque, a vero dire, non si contenga ciò 
nell'argomento delle case, di cui principalmente 
trattiamo. 



130 < ■'^ITOI •) VtM ESIMO 



Si facevano essi da' sacerdoti , da' magistrati e 
poi si fecero talvol'a dagli imperatori. 

I primi si chiamavano adiciali , perchè s'aggiua- 
gevano a' banchetti consueti molte vivande e avve- 
nivano allora che i sacerdoti imprendevano l'ufficio 
Le più sontuose eran quelle de' Pontefici , come è 
detto in Orazio: 

, Absumct heres coecuba dignior 

Servata centum clavibus, et mero 
Tinget pavimentum superbo 
Ponti fìcum potiore ccenis i). 

Né minoiieran quelle de' Salii, lesiimonìo Io stesso 

Orazio : 

. . . nunc Saliaribus 
Ornare pulvinar Deorum 
Tempus erat dapibus, sodales 2). 



i) Od. XIV. Lib. II. Ad Posthumum. 
• L' erede tuo que' cecubi 
DiEsipeià più saggio , 
Che cento chiavi or serbano 
Del sole ignoti al raggio. 
Tal via facendo scorrere 
Pe' pavimenti alteri , 
Cui non spumegy:» il simile 
Ne' salici biccliieri. • 

Trad. Gargallo. * 

2) Od. XXXVIII. Lib. I. Ad Sodales. 
• « . . . compagni a Divi 
Con salìari — cibi festivi 
I pulvinari — tempo è. d'ornar. • 

* Orazio dice nelle cene dei Pon'efici; Gargallo vi soslituisc» 
i saliti btccliicri. Il Ictiore s'nvxede loslo fiie il fadultore tia 
mutato il prnsiero del poeta, e la clliizionp, nella Iraduzinne, non 
farebbe ul mio caso . 1 Salii erano I dodici sarerdoli di Marte 
che eustodivan {jli .incili o scudi sacri , mentre i Pontefici eraa 
bensì sacerdoti, ma soprainleiidevaa ullu religione dello st' o e 
alle errimouie di essa. 



I.fc CASE tSt 

Inbandivatio le cene i magistrali al popolo quando 
conseguivan la carica, corno ho già fatto conoscere ne' 
capitoli del teatro, e come nota Cici rone nella quarta 
Tjsculana in quelle parole: Deoium pulvinaribus , et 
epul't magistriitunm fides proecinunt {). Averaiii ricorda 
ohe Marco Crasso sublimalo al coniolato, sacrificando 
ad Ercole, apparecchiasse diecimila tavole, onde i 
convitali non dovessero essere meno di cene nquan- 
tamila. 

Più superbi e costosi erano i banchelli offerti al 
popolo da' trionfanti. Prima però si convitavano i 
soli amici , come nel libro Delle Guerre Cartaginesi 
scrisse Appiano , parlando di Scipione , che arrivalo 
h Campidoglio, terminò la pompa del trionfo, ed 
egli, secondo il costume , banchettò quivi gli amici 
nel tempio. Lucio Lucullo distribuì al popolo oltre 
a diecimila bai ili di vino greco, allora in g.an pre- 
gio, che si beveva pa/camente , e ne' più lauti con- 
viti una volta sola. Giulio Cesare, che menò cinque 
raagnificenlissimi Irionfi, bancheliò sempre il popolo, 
e in quelli che furono dopo il rito» no d'Oriente 
e di Spagna imbandi venlidue mila tavole o .ric'ini, 
come riferisce Pluiarco, con isquisile vivande e pre- 
ziosi vini, sedendovi, cloò, non meno di trecentolren- 
tamila persone. Plinio^ mi aggiunta di questo trionfo 



1) . Son citaredi a' puhinar» degli Del ed a' banchoUi 
d"' magistrati. • 



132 CAPITOLO VENTESIMO 



e di quello di Spagna e nel terzo consolato afferma 
che Ccesar dictator triumphi sui ccena , vini Falerni 
tìtnphoras , Chii cados in convivia distribuii. Idem Hi- 
spaniensi triumpho Chium , et Falernum dedit. Epulo 
vero in tertio consuìatu suo Falernum, Chium, Lesbium, 
Mamerlinum l). 

Svetoiiio poi ricorda di lui che banchettasse il 
il)opolo anche in onoranza della morie della propria 
figliuola. 

In quanto agli imperatori, si sa di Tiberio che 
mandando a Roma gli ornamenii trionfali, banchettò 
il popolo, e Livia e Giulia banchettarono le donne : 
si sa degli altri che convitavano i senatori, cavalieri 
e magistrati nella loro esaltazione, come Caligola e 
Domiziano, secondo cantò Stazio: 

Hic cum Romulcos proceres, trabeataque Cwsar 
Agmina mille siinul jussit discumbere wiensts 2). 

V'erano anche, oltre i surriferiti, de' banchetti di 
cerimonia, detti epulce, ma erano, a vero dire, ban. 
chetli sacri , dati in onore di numi in certe feste 



4) • Cesare dittatore nella cena del suo trionfo, distribuì 
anfore di vin Falerno nei banchetto e cadi di Chic. Lo 
stesso nel trionfo ispanico largheggiò Cliio e Falerno. Al 
convito poi del suo terzo consolalo die vin Falerno, Chio, 
Lesbio e Mamertino. > 
2) Qui i Homuhi magnati e i trabeali 
Cesare volle colle mille schiere 
Che sedessero insieme a laute mense- 



LE CASE 153 

rdigiosc. Diccvansi triumviri cnpulones i sacerdoli in- 
caricali di lali banchetli. Siila e Cesare isiituirono 
poi, il primo de' sellemviri, il secondo dei decemviri, 
onde ammanire silTalli banclietli sul Campidoglio in 
onore di Giove. Dapes appellavaiisi più propriamente 
gli alimenli che durante la festa s'offrivano agli dei. 

Veniamo ora alle cene privale. 

TricUnium chiamavasi, come già sa lettore, la 
sala da pranzo, e le mense cosliiuivansi di tre letti, 
lecti triclimares, riuniti insieme in guisa da formare 
tre lati di un quadrato, lasciando uno spazio vuoto 
nel mezzo per la tavola e il quarto lato aperto, perché 
potessero passare i servi a porre su quella i vassoi. 
V'erano anche i biclinii o leiuicci da adagiarvisi due 
persone a' lor desinari, e Plauto menziona il licHnium 
nella commedia Bacchidcs, uno ì\, se. 3, vv. 8i-ll7. 

Diverse stanze tricliniari si scoprirono , come ve- 
demmo, in Pompei, quasi tulle piccole ed olTriron la 
particolarità che, invece di lelli mobili, avessero slabili 
basamenti per adagiarvisi i convitali. 

Questi Iriclinii ammettevano raramente molle per- 
sone: selle il più spesso, nove talvolta; onde il vec- 
chio proverbio Seplcm convkce , coìwivium ; novem , 
convìciuni] ossia: selle, banchetlo; nove, baccano. 

Ecco, ad esempio, la forma del triclinium, o tavola, 
e la disiribuzione del bancheilo dì Nasiditno, secondo 
la descrizione che ne è falla tiilla satira Vili del 
libro II d'Orazio : 

Lt Jlovitie di Pimpei. Voi. MI. 9 



!3i 



CAPITOLO VEISTEsniO 



! 2 
V. Turinio 








3 
Poreio 


1 
Findaiiio 


2 
Nasidieno 


3 
Vari(» 


1 
Nomeuiano 


Lee. summus 


3 
S. Baiai roiie 


1 
Mecenate 


2 
Vibiilio 


Leitus iiniif 



JUedius Lectus. 



Da ciò si ve Je, coire non sedessero, ma giacessero 
a tavola , e per istare alquanto sollevati si appog- 
giavano col gomito sinistro al guanciale. Solo le 
donne slavano prima assise, ma poi imitarono pre- 
sto gli uomini : i figli e le figlie pigliavano posto 
a pie del letto; ma sino all'epoca in cui ricevevano 
la toga virile restavano assisi. 

Queste mense erano spesso di preziosa materia e di 
ingente lavoro. Così le descrive Filone nel Trattato 
della vita con/ewp/u/ira, citato dall' Averani : Hanno 
i letti di tartaruga o di avorio, o d'altra più preziosa 
materia , ingemmati per lo più , coperti con ricchi 
cuscini broccati d' oro e mescolati di porpora o tra- 
mezzati con altri vaghi e diversi colori per alletta- 
mento dell'occhio. — Che ve ne fossero anche d'oro 
Io attesta Marziale nel libro III de' suoi Epigrammi , 
<^pigr. 31 : 



LE CASE 435 

S'islentatqve lucis aurea menta dopes l). 

Eguale era la ricchezza nelle altre suppellellii e 

{lei vasi: usavano bicchieri e coppe di cristallo egizii e 

di murra, — che molli dolli e gravi scrillori repu- 

lano possa essere stala la porcllana , ciò potendosi 

confirmare coi versi di Properzio: 

Seu quce palmifiiro'. miltunt lenoUa Theboe 
Murrheaque in Parlhis poetila coda focis 2),— 

lazze d'argento e d' oro , 'cesellale o sculle mirabi!- 
incnte e tempestale di gioje e il vasellame tulio di 
'Cion dissitnil lavoro. 

Né baslavano queste preziosità, perocché si giun- 
gesse anche a disporre le soffitte de' triclini in modo 
^he si rivolgessero e rinnovassero, come si adoppe- 
rebbe da noi degli scenari in teatro, e l'una appresso 
all'altra si succedesse ad ogni mular di vivanda. Ce 
lo dice Seneca: Versntilia cainationum laquearia ita 
coagmental , ut subinde alia facies , alque alia sue- 
cedat et toties teda quoties fercula^mutentur 3). Come 
reggessero a tutte questo infinite portale, ciascuna 



•J) . . , . i cibi apprestansi 

AIIh tua mensa in aurei pialli accolli. 

Trad. Ma;^'enta. 

2) • Se i ricchi nappi onde l'Egitto abbella 

I conviti di [loinu, o quei che tinge 
Partico fuoco d'iride si l)ella. • 

Lib. (V. Eteg. V. Trad. Vismara. 

3) Cosi crebbe il numero de' versatili sofQlli delle cene, 
che d' un tratto l' uno appresso all'altro succeda e si mulino 
tanti quante sieno le posiate. 



135 CAPITOLO VE.NTKSIMO 



ricca di molte vivande, Io spiega l'invereconda co- 
stumanza, pur menzionata da Cicerone ad Attico, di 
provocarsi con una piuma il vomito. 

Poiché sono a dire de' Fercula, o portale, uopo è 
sapere fossero essi come barelle piene di piatti di 
diverse vivande. Petronio , nel Saiyricon , alla cena 
di Trimalcione, ne descrive una che conteneva do- 
dici statue , da' nostri scalchi addimandale trionfi, 
ciascuna delle quali portava varii piatti. Ma Elio- 
gabalo , scrive Averani , siccome uomo per golo- 
sità e prodigalità sovr'ogn' altro mostruoso, in un 
convito mutò ventidue volle la mensa di vivande; e 
vuoisi osservare che ciascheduna muta di vivande 
èra per poco una splendida cena; e però ogni volta 
si lavavano, come se fosse terminala la cena. Questi 
ventidue servili rispondevano alle lettere dell' alfa- 
beto, venendo in tavola prima tutte le vivande, delle 
quali i nomi cominciano per A, e poscia quelle i 
cui nomi principiano per B e simigliantemente le 
susseguenti fino a ventidue. Si legge una simile biz- 
zarria nelle cene di Gela; e pare che Giovenale per 
avventura accennasse che l'usassero i golosi del suo 
tempo, scrivendo nella satira undecima: 

Interca giislus elemenla per omnia quairunt 
Numquam animo preliis obslanlibus 1). 



1) Fnigun coslor per gli riementì tulli 

Come appagar la gola ; né al capriccio 

Mai d'ostacolo è il prezzo. Tr. Gargallo. 



LE C.VSK «17 

Tornando alle soffliie.Nerone immaginò di far incen- 
dere dalle medesime una pioggia d' unguento e di 
fiori , per diletto de' convitali. Svetonio lo ricorda 
nella vita di questo Cesare, e il costume fu adottato, 
e come nei teatri, ploggie di croco e d' altre profu- 
mate essenze tolsero alle nari de' voluttuosi conviva 
i graveolenti odori dei diversi cibi. 

Per mettersi a tavola non si tenevano tampoco 
gli abili ordinar] : ognuno vestiva una toga leggiera, 
del[3i synthesis , o ccenatoria , che veniva fornita o 
dal padrone di casa, o che il convitato si faceva re- 
care dal proprio schiavo. I bassorilievi e i dipinti di 
banchetti, che si trovarono o giunsero sino a noi, 
spiegano com'essa lasciasse o la parte superiore del 
corpo nuda, o più abitualmente non avesse cintura, 
talvolta avesse e talvolta non avesse maniche. Ne' 
pasti dimetlevansi persino gli abiti di lutto, acciò la 
mestizia non producesse indigestione. Si levavano i cal- 
zari, cnlcei, per mettere dei sandali , solece, che poi 
si abbandonavano , a miglior pulitezza de' preziosi 
tappeti, atteso che nel cavare i calzari, che Petronio 
dice alessandrini , giovani schiavi versassero si alle 
mani che ai piedi acqua fresca edianche gelala, so- 
vente profumala. E profumi, come essenze di nardo 
e di croco, spargevansi su' capegli , che poi incoro- 
navan di rose , fiori ed erbe odorose, che serbavano 
durame tutta la cena. Anche il pavimento era lutto 
sparso di fiori e credevasi che questi fossero altrelianii 



13:« i:ai'1Tolo vio'Tesimo 



preservativi contro V ebrietà. Dopo spiegavansi le 
tovaglie, mantilia, porlavansi i tovaglioliiii, mappce, 
che troviarn ricordati da Marziale nel seguente epi- 
gramma: 

AUuleral mappam nemo, dum furia timenlw. 
Mantile e mensa stirripit Hermogenes i). 

Le tovaglie erano talvolta bianche come le nostre , 
molli nondimeno le avevano di porpora o di broc- 
cato d' oro. 

Fatti questi preparativi, ne' banchetti più solenni, 
costumavasi eleggere il re del festino: si portavano 
i dadi od astragali, tali, e si gettavano le sorti per 
la scelta. Non avevano i dadi che quattro faccio pia- 
ne ; 1 e 6 su due faccie opposte; 3 e 4 sulle due altre; 
2 e 5 non erano segnati; ma quattro tali si gettavano 
insieme. Il miglior tiro , chiamato venus , avveniva 
quando ciascuna faccia presentava un numero diffe- 
rente, come, 1, 3, 4, 6 e chi l'otteneva veniva di- 
chiarato re. Era il tiro peggiore detto canis, quando 
tulli e quattro i numeri riuscivano gli stessi. Fritillus 
dicevasi il bossolo, entro cui agiiavansi gli astragali 
e da cui si gitiavano sulla tavola. 

Eletto il re, tutti gli altri convitali dovevano, sotto 



A un pranzo u' niun (temendone 
L'ugne) il manlil recò ; 
Via la tovaglia Ernidgene portò. 

Ep. Lih. XII, 29. Trad. Magenta. 



LK CASE r^\i 

pena d'ammenda, eseguire gli ordini suoi. Kgli Os- 
sera il numero delie coppe che si dovranno bevere, 
che comanderà ad uno di cantare, all'altro, se poeta, 
di improvvisar versi, che designerà la persona, in 
onor della quale si dovrà brindare. Se taluno infran- 
geva gli ordini, veniva dal re multalo nel bere un 
nappo di più e dicevasi cuppa potare maghtra. Non 
si confonda il re del convito col Tricliniarcha , die 
era quegli che aveva su tulli gli altri servi addelli 
al banchetto la maggioranza e l'amministrazione della 
mensa. 

La cena regolare, ccenn recta , componevasi, oltre 
del pane che poriavansi n«' canestri, come c'insegna 

Virgilio 

.... Cereremqne, catùslris 
Expediunl , (onsisque ferunl manlHui villis 1), 



i) /Eneid., lib. I, 705. — li C^ro poco fedelmente traduce : 
.... Con Cerere a le mense 
Gii aurati vasi e i nitidi canestri, 
E i bìancliissimi lini cran comparsi. 
Avremmo avuto meglio serbato il costume d' allora !^e 
avesse tradotto : 

Distribuiscon da' canestri il pane 
E recan le tovaglie, a cui fur rasi 
I velli , 
e avremmo appreso che le tovaglie potevan essere di pelli 
levigale ; ma i traduttori soglion mirare più all' eleganza 
che alla precisione. Eppure, volkjarizzando dall'antico, non 
si dovrebbe mai perdere di vista il concello storico , pel 
quale anche i poemi diventano documenti di storia uu> 
portanti. Giova il ripeterlo. 



140 Cvl'iTOLO VKNTESIMO 



il più spesso di Ire serviti, talvolta fin di sei. Valeva 

il primo a solleticar 1' appetito e cominciavasi per 

consueto colle ova, onJe venne l'espressione d'Orazio 

cantare ad ovo usqne ad mala , cantar dalle ova 

alle frulla, e la attuale nostra cominciare ab ovo, 

per significare che si pigliavan le mosse del dire 

dal principio più lontano; ma poi si capovolse e le 

ova si recarono in fine. Poi seguivan lattnche, fichi, 

olive, radici , ortaggi e salse acri e stimolanti la 

fame , secondo avverte Orazio : 

Acria circuni 
lìapula, laclucce, radices, qiialia lassum 
PervellunC slomachum, siser, alee, fcecula eoa 1). 

Cicerone conta in qneslo primo servito, ch'ei chiama 
promulsidem, dal vin melato, mulsiim , che si be- 
veva, Petronio gustalionem , Apuleio aniecoenia, Yav- 
rone principia convivii e Marziale gustum , come 
noi appelleremmo antipasto e i francesi hors-d'oeuore; 
conta, dicevo, anche la salsiccia, neW epistola 16 
del libro IX: Ncque est quod in promulside spei panna 
aliquid, quam totani siibsiiiH ; solebam enim antea de- 
lecìari oleis el lucanicis tuis 2). 



\) Piccanti rape e rafani e iatluche 

Gli fean corona : intingoli ciie stuzzicano 
Lo stomaco impigrito. Dranvi acciugiie, 
Carole ed acquorello di vin eoo. 

Sorm. Vili, Lib. 2. Trad. Gargallo. 
2) « Né riporre speranza nell'antipasto, perocché lutto 
ora Lo soppresso: mentre per lo addietro soleva deliziarmi 
d' olive e delle tue salsiccie. • 



LH CASE 1U 

Il secondo servito, o anche secunda mensa, costi- 
tuiva il pasto sodo, e componevasì ti' arrosti di vi- 
tella, di lepre, di oche, lorài , pesci , gigolti e cosif- 
fatte leccornìe , delle quali parla distesamente Ate- 
neo nel libro XIV delle Cene dei Savi. E contavansi 
in esse le pasticcerie , i latlicinj, e mille cose dolci, 
che comprendevano sotto il nome di belluria. Non 
essendo ancor conosciuta la, manipolazione dello 
zuccaro, sebbene se ne avesse notizia come esistente 
presso gli Indiani, servivansi in quella vece del miele, 
che sapevano impiegare maravigliosamente 1}. — 
Nolo qui che se aveansi coltelli e cucchiai, non con- 
sta che conoscessero la forchetta-, onde avendo a pren- 
der lutto colle mani, Ovidio raccomanda agli amanti, 
<;he il faccian con grazia affine di non lordarsi il viso. 

Qui polrebbesi tutto distendere un trattato di ga- 
stronomia romana e pompejana, ricordando i piatti 
f)iù succulenti e peregrini di carni, di selvaggina e di 
pesci, rammentando gli eroi della cucina, gli Apicii 2), 



1) Lucano vi allude nei verso : 

Quippe bibunt tenera dulces ab arundine succos. 
Però che bcvan gli Indi 
Della tenera canna ì dolci succhi; 

« Domiziano dì queste canne di zuccaro ne fé' gìllo alla 

moltitudine fra tante altre squisìle cose. 

2) Tre furono gli Apicii e tulli celebri per la loro ghiot- 
tornia. Il primo visse al tempo di Siila; il secondo sotto 
l'impero di Augusto e Tiberio e fu il più fiimoso e venne 
celebrato da Giovenale, da Seneca e da Plinio; il terzo 



14-2 CAPITOLO VbMIìSIMO 



(i Caréme e i Vate! dì allora), onde anzi fa della 
l'arte cuiinaria arte d'ApIcio, da quello principal- 
mente vissuto sotto Augusto e Tiberio, che consumò 
per la gola un ingente palritnonio, e giunto alle uliimt^ 
duecentocinquantamila lire, preferi uccidersi di ve- 
leno, anzi che non potervi piij soddisfare e lasciando 
dietro di so un partito fra i cuochi; ma cadrei troppo 
in lunghezze. Olire dj che già sa il lettore dei cin- 
ghiali che Antonio faceva ad ogni ora cucinare per 
averne uno pronto ad ogni istante ,• sa del garo pom- 
pejano , di cui già gli tenni parola ; delle murene 
che si ingrassavano ne' vivai ed alle quali Pollione 
gittò uno schiavo; e persino della grossa perla che 
il flgliuol del comico Esopo, strappala dall'orecchio 
della sua amica Metella e stemprata nell' aceto , e 
che Orazio tramandò ricordata a' posteri ne' versi 
rhe piacemi rammentare: 

lulius /Esopi delracfam ex aure Mclelli 
IScilicet ut decies soUdaia exsorberel), aceto 
Diluit insignem baccani i). 



sotto Trajano e rinomato inventore del marinar lo ostriche,, 
delle quali mancava all' imperatore desideratissimo giare, 
(luando quest'ultimo Irovavasi a guerreggiare Ira i Parti. 
Tanto impose l'abilità degli Apicj, die i cuochi si divisej'o 
persino in Apicj ed Antiapiij, come trovasi menzionato in 
[Minio il Giovane. 
i) D'Esopo il figlio insigne margherita, 
Già di Metella da l'orecchio svelta , 
In acelo stemprò, mille migliaja 
Per bere di sesler/.j in pocir sorsi. 

Satira HI. Lib. II. Trad. Gargallo. 



LE CASb' 143 

Gusto del resto pur diviso da Cleopatra e da Cali- 
gola, di cui narra Sveloiiio : Pretiosissimas niargahtas 
aceto liquefactas serbabat 1). 

Egualmente dovrei dire de' vini: ma già il lettore 
non ha dimenticato che ne' c;ipiioii della Storia io 
r avessi ad erudire dei tanti e celebrali vini che 
produceva la Magna Grecia, del Falerno, del Sorren- 
tino, del Massico, del Gelone, .del Cecubo, del Pom- 
pejano, che bevean in coppe coronate ili fiori, sicché 
allora aveva ragione di chiamarsi questa nostra Ita- 
lia enotria, quasi regione dei vini ; ma non pareva 
bastassero alla gola di que' ghiottoni che furono i 
Romani, se ne tirassero da Grecia, se dalla Rezia che 
comprendeva i vini del Benaco e bresciani, i quali 
oggidì, se meglio conosciuti, rivaleggerebbero co' 
meglio rinomali di Germania e di Francia , dalla 
Spagna, dalle Baleari, dalla Linguadoca e dalle Gallie, 
e tutti ambissero di vecchia data, si che si contassero 
per consolati e ne tracannassero all' ubbriachezza 
uonini e donne , come lasciò Seneca scritto: yon 
mimis polant et olco et mero vires provocant, atque invi'.is 
ingesfa visceribus per os reddttnt et vinum omne vomitn 
renutiunturiyìiè priverò di commemorazione a que- 



1) • Sorbiva preziosissime perle liquefane coli' aceto. • 
ì) • Né bevon meno e coli' olio e col vino sfidano le 
forze, e giù cacciatili nelle svogliate viscere, lo rimettono 
per la bocca e rigtllan col vomito tutto il vino. • 



tu CAPITOLO VENTESIMO 



Sic punio qiiel mio conciitadino Novellio Torquato 
milanese 1), licorJato da Plinio, ammesso aque"'lempi 
in Roma a' primi onori della cillà , il quale fu co- 
gnominalo Tricongio 2), dal bere che faceva trecogni 
di vino tulio d' un Qalo, senza né riposarsi , né re- 
spirare, né lasciarne pur una gocciola nel boccale 
da gitlare in terra per far quel rumore che addiman- 
Javano collabo. 

E a unte quosltì sontuose mense privale servivano 
molli schiavi, al cenno del Iricliniarca. 

Prima era il coquus, che nella cucina confezionava 
le vivande e il cui valore, al dir di Plinio, fu tempo 
che s'agguagliò alla spesa d'un trionfo; poi il ledi- 
slerniator, che sprimacciava i lei li su cui giacevano 
i commensali; il nomenclalor che annunziava le vi- 
vande e i loro pregi, il pr ce gusla t or, cui era commesso 
di gustare i piatii a tavola, onde conoscere se fatti 
a dovere ed a tutela che non ascondessero veleno , 
lo strvclor ehe dispontva le vivande su' vassoi nei 
diversi serviti e collocavali sul portavivande , che 



1) Nrgli archi, volgarmpnte dtlli Portoni di Porla Nuova 
di Milano, recentemente raffazzonati, veggonsi tuttavia in- 
casinile due leste antiebc con iscrizioni che leggcnsi : 
Quintus Novellius LiicH fllius Vaiia sevir quceslor , 
Cajo Novellio Lucio fiUi Rufo fralri , cho ricordano 
adunque la famiglia Novellio , cui appartenne quel gran 
â– beone. 

2) Vedi nel I. voi. alle misure dei liquidi: il congio con- 
teneva sei sextarii. 



145 



Peironio chiama repo^itorium , e fungi'va altresì da 
scalco, lo scis<or che irinciava le vivande, il corpt.r 
che le tagliava in parli; il pinccrna o coppiere che 
mesceva a'conviiali il vino ed erano per lo più eletti 
a tale ufiìcio i meglio avvenenti e lindi giovinetti schia- 
vi, e il vociUalor che compiva suppergiù la stessa cosa. 

1 banchetti poi rallegravansi con musicali istru- 
meiili, come alla cena, già ricordata, di Trimalcione 
descritta nel Sa'yricon; con danze di leggiadre e 
lascive fanciulle , saHalrices , celebri in queste le 
ballerine gadilanc , ossia venule da Cadice, come le 
più avvenenti e procaci. Donne simili veggonsi rap- 
presentale nelle pitture ()ompejane , e per lo più 
apparivano vestile d' un ampio e trasparente pezzo 
di drappo, che sapevano avvolgere talora attorno- 
alla persona in pieghe graziose , talora lasciavano 
spandersi a modo d' un velo su parie del corpo, 
e tal altra afTjtto rimovendo dalle membra e fa- 
cendo svolazzare per aria cosi da mostrarle tulle al- 
l'occhio degli spettatori. Costume codesto pur ii> 
Grecia vigente allora ed esercitato dalle auletridi , o 
suonalricl di flauto, che pria durante il banchetta 
facevano intendere i suoni delle loro tibie e quindi, 
allorché le vivande e i vini avevano mandali i fumi 
alla lesta e convertito in orgia il banchetto, si me- 
scolavano a' lubrici conviva. 

Quando poi, per dirla col Parini, 



Vigur dalla libìdine 
La crudeltà raccolse. 



146 CAl'ITULO VEMESIMO 

si spinse il pervertimento fino a darsi a mensa spel- 
tacolo di lolle gladiatorie , non iscliifando avanti il 
pericolo che il sangue avesse zampillalo fin sulla 
sintesi e sul muntile o sovra il piallo medesicno. 

A tutte queste distrazioni che allietavano le men- 
se , Plinio il Vecchio, secondo ne scrisse il nipote 
nelle sue Epistole, sappiamo com'egli preferisse udir 
buone letture d'alcun autore greco o latino. Ma pò- 
.chi erano allora del gusto e dell'onestà dell'insubre 
magistrato e letterato. 

Finita la cena, se ne dividevano gli avanzi del- 
l' ultimo servito fra i convitati; ciascuno era libero 
d' inviar quanto gli fosse piaciuto a' parenti od agli 
.amici. Qualche parasiia, che fornì materia alle argu- 
zie di Marziale, li serbava per goderseli l'indomani. 

V'erano poi di quelli che non avevan portato seco 
il tovagliolo alla cena, e che poi si intascavano quello 
che aveva loro fornito il padrone di casa: e il rae- 
defimo Marziale li ha personificati in Ermogene , 
•quello slesso che già ricordai , il quale non avendo 
potuto involare i tovaglioli, perchè nel timore di ve- 
derseli rubali, nessuno gli aveva portali, pur d'eserci- 
tare l'industria sua, aveva pensato di rubar la tovaglia: 

Ad ccenam Hermogenes mappam non aduli' nmquam 
A coena semper relulil Hermogenes 1). 



Mai col mantiie Ermogcno 
A cena non andò; 
Da cona coi m9ntil sempre tornò. 

Ep. Uh. XII. 29. Tnd. .Mag.-nla, 



I.E CASE 1*7 

Ciò fallo, si recavano dagli schiavi i calzari, si ac 
condevano le lercie per riscbiarare i convitali che 
toglievan congedo dall'anfitrione e, quand'erano 
in senno, salulavansi fra loro augurandosi la salute 
del corpo e dello spirilo. 

Sovenle erano alla porta attesi da' loro schia\i 
con le lanterne di Cartagine, non tanto per illumi- 
nare le tenebre, giacché allora per le vie non fosse 
illuminazione , o per proteggerli dai ladri , quanio 
per respingere gli attacchi de' giovinastri, perocché a 
que' lempi anche figli di buone famiglie si recassero 
a piacere di assalire i viandanti in ritardo, di appli- 
car loro una buona bastonatura, o far loro qualche 
cattivo scherzo , come nel primo quarto del nostro 
secolo vedemmo praticarsi egualmenle in Milano 
dalla Compagnia della Teppa. Si sa che Nerone im- 
peratore aveva pure di simili gusti , e si camuffava 
perfin da schiavo, affine d'abbandonarvisi le notti, e di 
erutti pericoli egli corse per ciò, e la sua vita s^essa 
fu posta a repentaglio più d'una volta. 

Rivelati i misteri della mensa antica , cerchiamo 
adesso di indagare quelli della toaletla , né forile 
riusciranno meno interessanti. Dovendo ricordare 
anche le vesti femminili , farò pur un cenno di poi 
delle maschili e di quelle particolari agli schiavi e 
così imporrò Qne a questo capitolo, nel quale la so- 
vrabbondante materia mi alTatlcò a contenerne noi 
limiti proporzionati dell' opera. 



148 CAPITOLO VENTESIMO 



Ho già superiormente accennate le diverse sciiiave 
od ancelle addette al servizio delle matrone : ora 
veggiamole in movimento iniorno a queste. — Sono 
tulle silenziose e nude fino alla cinlura ad attendere 
il cenno della padrona che si risvegli sul suo letto 
d' avorio incrostato d' oro e di gemme nel cubiculo 
vicino. Si risveglia finalmente, e, vinta l'inerzia la- 
sciatale dal sonno, facendo crepitare le dita, le 
chiama, e senza far rumore entrano le più favorite 
cubicu'ari e l 'aiutano a scendere dalle sofici piume. 
La sua faccia è ancora tutta impiastricciata della 
mollica di pane inzuppata nel latte di giumenta, che 
nel coricarsi si è applicata onde serbar morbida e 
liscia la pelle , suppergiù come le moderne signore, 
pel medesimo scopo, si ungono della inglese pomata, 
il colà cream. Gli adoratori del giorno non la ravvi- 
sererebbero in quel punto. Oltre quella maschera 
screpolata di disseccata mollica, invano le cerchereste 
il volume di sua superba capellatura, né le ben 
arcuate sopracciglia, né le perle della bocca. A 
ricostruire la sua bellezza, ella entra nel gabinetto 
attiguo. Una schiava ne custodisce l'ingresso, perocché 
occhio profano non debba sorprendere i misteri della 
sua arlifìziata toaletia, giusta il precello d'Ovidio, 
erudito maestro nell' arte d' amare : 

Hinc quoque prcvsidinm Iwso' petilote figura:: 
Non est prò veslris ars mea rebus iners. 

Non tainen expositas tnensa deprendal amalor 
Pyxidas: ars /'.ciem dissimulata juvet. 



LE CASE 149 

Quem non offenclat foto fex iltila vuUic 
Cam fluii in lepidos pundeve lapsa siuus? 1) 

Multa viros nescirc decel; pars maxima rerum 
O/fendal, si non interiora tegas 2). 

Anzi, aggiunge il Poela : 

Tu quoque duin coleris, nos te dormire putemus 3). 

E le cosmele si pongono all' opera. Con lepido 
lane di giumenta appena eraunlo l'una rammollisce 
Je arse molliche della faccia e la lavaj; l'altra mastica 
le pastiglie grcclie che debbonsi applicare, dopo 
avere sullo specchio di metallo fiatalo e provato 



De Arte Amandi. Uh. Ili, v. 207-212. 

Quindi riparo alla figura oITcsa 
Cercate, che non è por gli usi vostri 
loeflicaee l'arte mia. L' amante 
Non miri apertamente i vasi esposti 
Che l'arte ascosa giova alla beltade. 
A ehi non piacerla mirar sul volto 
Stendere quella feccia, e lentamente 
Cader pel peso suo nel caldo seno? 

Trad. di Cristoforo Boccila. 

2) Idem, Ibidem, v. 229. 

Molle cose ignorar gli uomini denno , 
Di cui gli olTendon molte, se non copri 
Ciò che fa d'uopo di tener celalo. 

Idem, Ibidem. 

3) Fa che pensar possìam che donni allora 

Che lu ti adorili. 

Idem, Ibidem, v. 228. 

Le Rovine di Pompei. Voi. MI. tO 



150 CAi'lTOLO VENTtSlMO 



aver ella sano e profumato l'alUo; una terza l'imbel- 
letta col rossetto, fucus ; una quarta , sciolto in una 
conchiglia il nero, le tinge le sopracciglia -, poi v'ha 
chi pulisce col dentifriciam i denti e colloca i po- 
sticci nelle gengive, assicurandoli con un Qlo d'oro. 
Il medesimo Ovidio dell'artificio del liccio ne dettò un 
poema: De Medicamìne /ucifi, che non ci giunse per 
altro completo. 

Succedono alle cosmele le parrucchiere , Calami- 
strce , ajutate dai ciniflones, dai cinerarii e dalle 
psecas 1). L'opera loro è tutto un faticoso lavorio. 
Scelgono esse il colore ai capelli che richiede la 
moda, e però usavan del sapo , pallottole di sego 
e semi di faggio, per colorirli di un color bruno 
chiaro; o si facevano giungere capellature sicambre, 
quando il color favorito era il rosso e vi spendevano 
di grosse somme; oppur si tingevano a celare la ca- 
nizie, É sempre lo stesso Ovidio che di tutto ciò ne 
ammonisce: 

Femina canitiem Germanis iv/ìcit herbis ; 
Et metior vero queritur arie color. 



i) Ciniflnnes orati gli «chiavi incaricali di tingerò i ca- 
pelli soffiandovi sopra determinale polveri, cinerarii (\\i^\V\. 
che riscaldavan nello ceneri i calamistri o ferri ila arric- 
ciare : calamistri appellavansi anche gli schiavi che usa- 
vano di quel ferro per arricciare; psecas finalmente le 
schiave che profumavano i capelli e il ungevano d'olj odorosi. 



LE CASE 151 

Femina procedil lìensissUìia crinibus ejnpfis ; 
Proque sìàs alios efftcit cere suos 1). 

Talvolta disponevano i capi'lli a riceverò la tintu- 
ra, lavandoli con acqua di calce, estirpando prima i 
canuti colla volsella, che noi direnitno pinzetta. Petti- 
nali, poscia calamisirati, unti e profumali , il pettine 
quello più precisamente detto il discertiiculum 2) 
e la mano industre acconciano in mille fantasie le 
chiome ed i ricci, spesso raccolti in reticelle o nastri 
di seta o di porpora. Vi raffigurano elmi , galeri , 
grappoli od eriche, corymbw, mitre orientali; vi infìg- 
gono spilloni aurei ed effigiati, acus domotoria, e topazj 
e rubini e ameiisle e perle e, dopo tutto, la dama si 
specchia nel lucidissimo disco d'argento. Pompei offri 
esempi di siffatti specchi d'argento; uno si rinvenne 
di forma circolare il più usuale, con un manico per 
reggerlo quando si adoperava ; altro di forma oblunga 
rettangolare, che doveva esser tenuto davanti alla pa- 
drona da uno schiavo, mentre altri aggiustavano la 



1) Idetfì, Ibidem. 163-166. 

Con te Gcrmaiiich' erbe asconder puolo 
La donna la canizie , e mio con l'arte 
Miglior del vero altro cercar colore. 
Vanne la donna con la chioma folla 
Per i compi i capelli , e col denaro, 
In mancanza de'suoi, compra gli altrui. 

Idem, Ibidem. 

2) Discerniculum era i! pettine che si usava ptr far 
la divìsa dei capelli sin giù alla fronte. 



15i CAPITOLO VEMESIMO 

toaletta. Mantenevasi lucente la superQcie dello spec- 
chio con una spugna, per consueto atlaccala al lelajo 
dello specchio slesso con una corta cordicella e con 
polvere di pomice. Guai alla schiava se le treccie 
non saranno stale ben rannodale! guai se non ben 
foggialo il galerus , se alcun capello sfuggirà indi- 
sciplinalo, se verrà usata lentezza 1 perocché la cru- 
dele elegante le punzecchierebbe il seno o le brac- 
cia a colpi di spillone, o la schiaffeggerebbe, quando 
pure non la rimellerebbe al lorario , che sospesa 
la sventurata penzolone pe' capelli, la flagellerebbe 
tinche non piacesse alla padrona di cessare. 

Quindi è alle ugne che dona le sue cure e in- 
samma ogni istrumento è adopralo a diversi altri 
ufflej, non escluse le essenze, gli olj, i diapasmi o 
polveri fine di fiori odorosissimi istropicciali sul corpo, 
respingendo l'epilimna, perchè unguento della qua- 
lità più comune. 

Visitando la casa delle Vestali in Pompei, in una 
camera della terza corte , si trovò una quantità di 
questi oggetti di toaletta femminile , che i Romani 
compendiavano col nome di mundus tmdicbris: uno 
dei suddetti specchi dì metallo, decoralo nel rovescio 
d' arabeschi , di ferinagli d' oro di forma rotonda , 
degli spilloni d'avorio per i capelli, un pettine, una 
casseltina di manteche, vaselli di vetro che contenevan 
belletto, boccelte d'acqua d'odore, braccialeili d'a- 
vorio, orecchini, dentisculpia o stuzzicadenti, monili, 
forbici, ecc., ecc. 



I.E CASE 153 

Da ultimo entrano i paggi numidi che recano l'uno 
un vasoio d'argento con latte per lavarsi le dita 
che la dama asciuga ne' capelli ricciuti di lui, gli altri 
i cibi dello jenlaculum, o colazione, e il vin di Cipro, 
relìco; e, mentre ella asciolve, si intrattiene o col 
filosofo di casa, o col mercante, o coli' unguentario 
che ha trovato nuove pomate, o colla sua segreta ve- 
noria, la schiava che presiede ai piaceri de' suoi 
amori, ed alla quale dischiude le confidenze de' suoi 
adoratori, chiedendo se costoro abbian mandalo nella 
mattina i saluligeruU, o tal altro messaggio per lei. 

Una breve parola adesso di queste venerice, peroc- 
ché in Pompei piij d' una iscrizione vi faccia cenno. 
E basti per tutte citare quella di una Tiche , che 
fu venerea di Giulia, figlia di Augusto, e allora nel 
vederne consacrata la memoria fra tombe cospicue , 
si è indotti a conchiudere che la qualità di tali fem- 
mine schiave non dovesse essere ignobile e turpe, 
come dovrebbe parere a prima giunta. I costumi del 
tempo portavano che le schiave favorite, o liberie, fos- 
sero destinale a tale ufficio di osceno lenocinlo. I les- 
sici non recano, e neppur quello del Porcellini, spie- 
gazione di sorla di tal nome applicato a schiava avente 
incarichi quali ho mentovati; ma, come dissi, ciò 
avrebbero rivelato gli scavi pomppjani. Notarono per 
altro i lessici il venereum come luogo addetto a' bagni 
e destinato per avventura alle amorose voluttà, e si 
riferirono all' iscrizione da me riportala nel dire 



18* CvPiroi.O VENTKSiMO 



dell'annunzio d'appigionarsi nei prodii di Giulia Fe- 
lice , dove, fia gli alili molli locali, presso al bal- 
nevm , si ricorda il vcnereum. E le venerece erano 
esse particolarmenle addette al servizio di codesti 
venerei f Nulla di più probabile. Veggasi più avanti 
il Capitolo delle Tombe, dove è ricordata quella di 
Tiche venerea di Giulia, la figlia di Augusto. 

La volta è venula delle smdaligeruìce , delle ve- 
sHsptìcce, e delle ornalrices , le funzioni delle quali 
ho già al lettore spiegalo. Vediamo adesso i diversi 
abiti ed abbigliamenti ond' erano chiamate a vestire 
ed adornare la loro padrona. 

La tunica era per le donne il primo e più indi- 
spensabile de' veslimenli di sotto , e la portavano 
sempre ed anche in casa. Fu dapprima di lana, ma 
dopo le frequenti relazioni coli' Egitto, si mulo in 
lino. Gli abiti di seta e i fini e iraspirenti tessuti di 
Cos , che Petronio chiamò nel suo Satyricon vento 
tessilt!, divennero un oggetto di lusso e di civetteria. Tu- 
nica inimor, chiamata eziandio iììiima, era quella che 
veslivasi sotto un'altra tunica, portandosene fin quattro 
dalle persone dilicale. Dicevasi anche inlusiasla una 
specie di camicia o veste che portavano in casa. 

La stola, ho dello altrove come fosse una lunga 
veste bianca, che si portava sopra la tanica, e sì at- 
taccava sulla spalla a mezzo di un fermaglio : discen- 
deva fino a terra coprendo ben anche i piedi , ed 
aveva fimbrie d'oro e di porpora. Ho già riferito 
i versi di Ovidio, che così la ricordano : 



LE CASE 155 

Scripsimiis hccc islis, quarum nec villa puUicos 
Conlingil crhies, nec stola tonga pedes 1). 

.Nell'allro poema De Arte amandi, vi accenna in 
questo distico del pari: 

Este procut villa; tenues, insigne pudoris; 
Qumque legit medios, instila longa pedes 2). 

La callhula era un piccolo mantello d' una stofa 
color della caltha, la calendula officiniìUs di Linneo, 
flore di color giallo. 

Il cerinum era un abito di stofa pur gialla. 

La crocota era la veste di gala del colore del zaffera- 
â– no, imitata dalle greche, che la portavano alle feste 
Dionisiache. Dicevasi anche in diminutivo crocotu!a. 

La cymatilis, abito del color dell'acqua marina e 
•di stofa marezzata, come potrebbe essere il moderno 
moerro. 

La impliiviata era veste di color bruno , riquadrata 
a' quattro lati, come ai)punto V iv>phivium d'una 
casa. Sebbene Varrone parli deW ivipluvia come di 
un mantello contro la pioggia, pure vi doveva essere 
anche l' impluviata o l' impluvium come veste , se 



,1) Ex Ponto, III : 3, 5i : 

Io la scrissi per quelle , a cui 1' onesta 
Ctiionia non è dentro la benda inserta , 
Né lunga giunge infino al pie la vesta. 

Trad. di G. B. Biancbi. 
i) Lib. 1, v. 3i : 

Gite lungi , Vestali , e voi matrone , 
Glie i pie celale sullo lunga vcsle. 

Trad. Cristoforo Bjcelia. 



156 CAI'ITOLO VENTESIMO 



cosi lo noma Plauto nella scena seconda del secondo 
alto ielV Epidicus. 

Ecco ;in qual modo fa narrare V Incontro di una 
cortigiana col suo ganzo: 

EPIDICUS 

Sedveslila, aurata, crocote ut lepide! ut concinne! ut nove! 

PERIPHANES 

Quid erat induta an regillam indueHlam,an tnendiculam, 
Impltiviatam? ut istce faciunt vestimenlis nomina- 

KPIDICUS 

Ulin'impluvium induta eat? 

PEBIPHANES 

Quid istue est mirabile ? 
Quasi non fundis exornatce multce incedant per vias? 1) 

Vi è dunque ricordalo l' impluvium , ma con esso 
anche la regilla. Plauto nella slessa scena ricorda 
allresi le seguenli vesUmenta: 

. . . vesti quotannis nomina inveniunt nova: 
Tunicam valium, tunicam spissam, linteolum ccesicium. 



i) Epici. Come leggiadramente era vestila 

E dorala e fregiala ! e che eleganza I 
Qual novità ! 

Perif. Di che mai si vestiva? 

Forse della regilla o dì mendicula 
Impluviala, come queste danno 
Nome alle loro veslimenla ? 

Epid. Come , 

Va d' impluvio vestita? 

Perif. E maraviglia 

Questo ti fa? E non van molte intorno 
Di terre adorne ? 



LE CASE 157 

Indusialaiìi, patagiatam, caltulam, aut crocolulam t 
Snpparum,aul subininiam,ricam,ba.sUicumaul exoticum, 
Cumalile, aut pttimatile, cerinum aut melinuni gerrop, ma- 
Cani quoque eliam ademplum ^st nomen- {ximce 

EPIDICUS 

Qui? 

PEBIPIIANI^S 

Vocant laconicum 1). 

La patagiata era veste ricca del palagium, ossia 
della larga striscia di porpora e d'oro sul davanti, 
simile al chwus che avevano gli uomini. 

La phmatilis era un abito , la cui stofa in certi 
punti di luce offriva come piume d' uccelli, nel modo 



1) Epidicuif, ad. 2, se. 2, v. 45-30. 

Nuovi nomi al vestir trovano ogn'anno: 
E la tonaca valla e quella spessa, 
E 11 linteolo cesicio e 1' indusiala. 
La patagiata, callaia, crocotula^ 
Il suppar, la summinia, oppur la pica, 
L'esotico, il basilico, il curaatile, 
Il melino, il piumatile o il cerino 
E dal cane perfin tolgono il nome 
A prestanza. 

Epid. E qual mai ? 

Perif. Quel di laconico.* 

* Infatti v' eran certi cani detti Lacones o Laconici , co- 
me ce lo apprende Orazio nell'Ode 6 degli Epodi : 

Nani qualis aut Molossum aut fulvus Lacan. 
Era la laconica un genere di veste assai succinta. Lo stesso 
Orazio rammenta la Laconicas purpuras, 2, Od. i8- 



158 CAPITOLO VtNTESlMO 



Slesso che la Cymatdis illudeva vedersi , come già 
dissi, onde marnie. 

Ralla diceva>i il mantello di una slofa chiara e 
leggiera, o di velo. 

Bica era un pez/,o rettangolare di panno lano or- 
lalo di frangia , vcslimentum quadraium , (ìmbriatum , 
corno lo ha descritto Pesto, portato a modo di velo 
sulla testa: il suo diminutivo ricinium , recinium , 
ricinus, recinus , era pure a modo di velo portato 
sulla testa, più specialmente assumo come segno di 
lutto. Trovansi pure mentovati nei surriferiti versi il 
bùsilicus, V exoticus , il laconicum, il lintcolum ccesi- 
c^um, il melinum , la mcndicula, la spissa, il suppa- 
rum come altri effeiti di vestiario , ma forse non 
saprebbesi precisarne il rispellivo uso. 

Flammeum nomavasi il velo di color giallo carico 
e brillante che copriva tulla la persona, e portavasi 
dalle giovani spose nel giorno delle nozze. 

Palla , come spiegai altrove in qucsl' opera , era 
l'ampio mantello in cui s'avvolgeva la dama romana, 
che vietava vedersi il disegno della persona, e s'ag- 
giustava mediante un fermaglio sopra le spalle. La 
statua della sacerdotessa Livia ritrovata in Pompei, 
e di cui già feci menzione , offerse esimpio della 
stola, deUd palla e ùcìV amiculum, o velo della testa. 

Ho già detto nel capitolo delle Tahernce della 
calzatura delle donne, non che in molle parli del- 
l' opera de' giojelli e preziosità onde le donne si 



LE CASE 159 

fregiavano, a tarilo poi e in nna parola dirò essere 
slato il lusso e la ricercatezza nel vestiario e nell'ab- 
bigliamento mnliebre, chtt non alle sole cortigiane , 
come fece Plauto nel surriferito brano della comme- 
dia V Epidico , ma a luUe applicar si potesse quel 
verso, die les è bo riportato, che, cioè, camminassero 
{ter le vie adorne di case e di terre. 

Più spiccio sarò nel dire del vestiario degli nomini. 

La toga era il vestito distintivo del cittadino ro- 
niano, che sempre si portava da tutti in tempo di 
pace: coprendo tutto il corpo, né lasciando libero 
che un braccio , non polevasi tenerla durante il la- 
voro, né in casa. Era di lana e bianca, e por lavarla 
davasi a' fullonì, de' quali già intrattenni il lettore; 
onde argomentare è dato quanta fosse la importanza 
di costoro. Quelli che brigavano una carica publica, 
presentavansi al popolo colla toga resa d' un candore 
più brillante, usando di una preparazione cretacea, 
â– onde mettersi in rilievo maggiore, e ne venne per- 
ciò agli aspiranti il nome di candidali pervenuto 
infine a noi. Della toga bruna, pulla, usavano solo 
i poveri, delti perciò anche pitHuti, come ci avvenne 
di ricordare nel trattar de' teatri , o quelli eziandio 
che si trovavano nel corrotto. Sotto gli imperatori , 
cresciuto il lusso, si adoperò la seta per la toga. 

La toga prcetex'a, lunga veste bianca e tutta unita, 
l)ordeggiata di porjìora , d' origine etrusca , porta- 
vano i fanciulli ingenui d'arabo i sessi , l' abbiglia- 



160 CAPITOLO VENTESIMO 

menlo de' quali coinpivasi colla bulla o piccolo globo 
cuore d' oro pei ricchi , di cuojo pei poveri , so- 
spesa al collo. Fu istituita la bulla da Tarquinio 
Prisco, che donolla al flgliuol suo, il quale, prete- 
stalo ancora, ebbe in guerra ad uccidere un nemico: 
nell'uscir di puerizia, cioè nell'entrare dell'anno 
decimoseltimo, la dimettevano colla pretesta per as- 
sumere la toga, offerendola ai Lari, secondo Persio 
ricorda: 

Cum primum pavido cualos mihi purpura cessil , 
Bullaque succinclis Laribus donala pependit i). 

Indossavano la pretesta anche i principali magistrati, 
diltalori, consoli, pretori, edili, re, e certi sacerdoti. 

Trabea era la toga di porpora vestita dagli impe- 
ratori. Vedemmo già, parlando dell'ordinamento guer- 
resco, cosa fosse la toga palmata , detta anche pietà, 
portala dai trionfatori. 

Meno lunga che la tog'i, era la tunica, che pur gli 
uomini indossavano immediatamente sul corpo. Fu 
prima senza maniche, poi le ebbe, ma non giunsero 
fino al gomito: più lunghe, la toga dlcevasi mani- 
cata, ed era propria de' disonesti. La mollezza fece 



1) Sai. V, v. 30 : 

Ratto che paventoso abbandonai 
La custode pretesta, ed ai succinti 
Lari la borchia pueril sacrai. 

Tr. Vinc. Monti. 



LE CASE 161 

adottare più d' una tonaca. Il portarla dimessa Gno 
ai talloni, ciò che diceva?! tunica dimissitia, come il 
tener rilasciata la toga, era indizio d'animo effemi- 
nato e libidinoso. Leggesi infatti in Plauto: 

Sane genus hoc muliebrosum est tunicis dimissiliis. 

Heus tu , Uhi dico mulier 2). 

La tonaca ordinaria non aveva distintivo; ma i 
senatori portavano il laticlavium, che era una tonaca 
bordeggiata dal petto fino al basso d'una larga stri- 
scia di porpora. Angustidavium fu delta la tonaca 
de' cavalieri', la striscia di porpora che la frangiava 
tìra più stretta. 

Penula, era il mantello con cappuccio, che in luogo 
della toga portavasi in viaggio, o in tempo di piog- 
gia; lacerna era un altro mantello aperto sul davanti 
come il pallium de' Greci, ed aveva pure cappuccio: 
già riportai l'epigramma di Marziale che la lasciò 
ricordata. La leena era un largo maniello d' inverno e 
di colore scarlatto, comM^o, pei ricchi e dignitari ;pMr- 
purea pei sacerdoti. AboUa, un ferrajuolo di panno a 
due doppi attaccato con fibbia di sotto al collo o in 



2) Certamente è codesta elTeminata 

Moda il portar la tonaca dimessa. 

Vergogna a te, e femmina ti dico. 

Pcenulus, Ad. V. Se. V. 



163 CAPITOLO VIiNTESlMO 



cima alla spalla: era lo stesso che il sagum, tranne 
che questo era di più ampia dimensione e di stofa 
più grossolana. Endromis appellavasi un naantello, o 
piultoslo una coperta di panno lano, in cui s'avvilup- 
pava dopo i giuochi gifinasliei a prevenire il peri- 
colo d' una infreddatura. Della synthesis, della anche 
ccenatoria, ho già dello che fosse l'abito per il pasto: 
Nerone che si mostrava con essa in pubblico , ve- 
niva biasimalo come di grave sconvenienza. 

De' calzari de' Romani ho già informato il lettore 
nel capitolo delle Tuberììos, nò occorre però aggiun- 
gere verbo. In lesta nulla portavano d'ordinario, solo 
coprivanla nelle solennilà religiose. Ne' saturnali por- 
tavano il pilcus, più berretto che cappello; il pelasuSf 
che usavasi in viaggio e che Caligo'a permise portarsi 
in teatro per difendersi dal sole, aveva le lese larghe: 
gnlerus era una specie di elmo di pelle; api'x , fu 
quello de' sacerdoti. A difesa d,;lla lesta solevasi al- 
tresì recare un lembo della toga su di essa , ma si 
toglieva tosto in segno di rispetto, abbordando alcuna 
persona distirìia. 

[n quanto al vestito degli schiavi, all' infuor della 
toga, propria dell' uom libero, della sloia e della 
palla delle matrone, era eguale a quello delle donne 
e degli uomini che ho finito di descrivere: la tonaca 
avevano peraltro più stretta e bruna, e coprivan la 
testa col cappuccio della lacerna o della penula. 
Vuoisi notare lulUvia chegli schiavi degli imperatori, 



LE CASE 163 

massime nel servizio della tavola, vestivano bianco. 

Varrone ricordò l'.iltavia come i citaredi si servis- 
sero delia stola: apud Q. Hortensium, cum in agro Lau- 
renli essem, Orphea vocan. jussit : qui cum eo venisset 
cum stola et cvhara, et cantare esset jitssus, buccinam in- 
flavit, ubi tanta circuìvfltixil cervorim, aprorum et coete- 
rarum quadrupedum muUitudo, ut non minus formosum 
mihi visum sit speclaculum, quam in circo maxima aedi- 
liiim,sìne africimis bcsliis, cum fiunt venationes, ttc, 1) Le 
meretrici poi portavano la toga, interdetta loro la stola. 

Detto cosi del vestire, i lavori femminili, che si 
compivano nel gynceceum, o appartamento delle ma- 
trone, chiuderanno il capitolo. 

Abbiam veduto gli uomini nei fori, nella basilica, 
nella guerra, e gli schiavi nelle tabernce e nelle in- 
dustrie: veggiam le donne adesso nelP interno della 
casa. 

Si imbiancava da esse , si nettava , e cardava la 
lana, che traevan di poi dalla conocchia in filo. Quindi 
tessevano su proprii telaj e ne facevano stole e ve- 



(I) De lìo Riislica 3, «3: • Quando mi trovava presso 
Ortensio nel territorio di Laurcnto, comandò vi nisse Orfeo, 
il quale essendosi presentato in lunga ruba ( sloia) e colla 
celerà, ed avendo ricevuto l'ordine di canlare, sonò la 
tromba^ al cui suono fummo tosto circondati ria si grande 
quantità di cervi, di cinghiali e di altri quadrupedi , ctie 
tale spettacolo non mi parve men bello di quello elio 
danno gli Edili nel grande circo, quando si fanno le cacce, 
ma senza pantere. • 



164 CAPITOLO VEMESIMO 



siimenia per sé , e tonache e toghe per gli uo- 
mini, e già notai che l'occuparsi in siflalli lavori 
muliebri, ai primi tempi della republica, e l' incune- 
bere alle cure domestiche, costituisse la miglior lode 
della donna: domum mansit, lanam fecit. L'imperatore 
Augusto non volle mai vestirsi d'aliro che di quel che 
lavoravano le donne di sua famiglia. Poi si esercita- 
vano le matrone anche al ricamo, che dicevano acu- 
pingere, pitturar coU'ago-, e da ultimo, al dir di Ter- 
tulliano, nel suo trattato sulla Esortazione alla Caslità, 
si aggiunsero altre occupazioni: l'amministrazione, 
cioè, della famiglia, la direzione della casa, la custodia 
delle chiavi, la cura e la distribuzione del lavoro tra 
gli schiavi, la compera delle provvigioni; cure tutte 
che le sterminale ricchezze e la effeminatezza del po- 
polo fecero poscia consegnare agli schiavi. Laonde 
la matrona non pensò più quind' innanzi che alia 
toletta e agli adulteri amori e, scassinata così la fa- 
miglia da' suoi cardini, si preparò la corruzione 
sociale, la decadenza e la irreparabile rovina di quel 
gran popolo e di quel maraviglioso impero. 



CAPITOLO XXL 



I Lupanari. 



GII ozj di Caputi — La prosiiluz ore — Riassunto storico delia 
prosliluzioite antica — Proslitu/ione ospiiale, sacra e legale 

— La Dil)l)la ed Erodoto — Gli Angeli e le fiiilie degli uo- 
mini — Le lìplie di Loili — Sodoma e Gomorra — Tliamar 

— Legge di Mosè — Zanibri , A<a , Sansone, Àbramo, Gia- 
colib'- , Gedeone — Raab — Il Levila di Efiaim — David , 
Bersabia , la moplie di Nnhal e la Simamiie — Salomone 
e le sue conrubine — Proslitii/ione in Israele — Osea pro- 
feta — I Babilonesi e la dea Mililla — Venere e Adone — 
Astarte — Le orgìe di Miira — Prostituzione sacra in Egitto 

— Ramsete e Ceope — Cortipiane più antiche — Rodope, 
Cli-ina , Siratonice , Irene, Agatoclea — Prostituzione greca 

— Dieterion — Dilteriadi, aulolridi^ eterie — Eierìe celebri 

— Aspasia — Saffo e 1' amor lesbio — La prostituzione in 
Italia — La lupa di Romolo e Remo — Le fcsle lupercali 

— Darcanali e Baccanti — La coilipiunu Flora e i giuochi 
florali — Cullo di Venere in Roma — Feste a Venere Mirtea — 
Il Pcrvigthum Vtneris — Trudiiiione — Altre cerimonie nelle 
feste di Venere — 1 misteri di Iside — Feste Priapee — 
Canzoni priapee — Emblrmi itirallicì — Abbondanti in Er- 
colano e Pompei — Raccolta Pornografica nel Museo di Napoli 

— Sue vicende — Oggetti pornografici d' Ercolano e Pompei 

— l misteri dilla Dea Bona — Degenerazione de' misteri 
della Dea Bona — Culto di Cupido, Mutino, Pertunda , Per- 
fica. Frema, Volupia , Lubenzia, Tulana e Ticone — Prosti- 
tazione legale — Meretrici forestiere — Cortigiane patrìzie 

Lt Rovint di Pcmpti. Voi. MI. •• 



166 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 



— Licentia stupri — Proslilule imperiali — Adullcrii — 
Bastardi — Infanticidi — Supposizioni ed esposizioni d' in- 
fanti — Legge Giulia : de adiilteriis — Le Famosa — La 
Lesbia di Caiullo — La Cinzia di Properzio — La Delia di 
Tibnilo — La Corinna di Ovidio — Ovidio , Giulia e Po- 
stumo Agrippa — La Licori di Cornelio Gallo — Incostanza 
delle famosa — Le sciupale di Orazio — La Marcella di 
Marziale e la moglie — Petronio Aibilro e il Saiyricon — 
Turno — La Prostituzione delle Muse — Giovenale — Il lin- 
guaggio per gesti — Comessaiiones — Meretrioes e presti- 
buia Proscdoe, alicnriw, bliiidoe, busi uarice casoriloe, capa, 
diobnlae, qxiadrnntarice, forancne , va(j(s , stimmenianoe — Le 
delicalce — Singrufo di fedeltà — Le prcliosa — Ballerine e 
Ludie — Crcsccnle cinedo e Ti/ria Pcrcisu in Pompei — Pueri 
pteritorii , spadoues, paedicones — C nedi — Lenoni — Nu- 
mero de' lupanari in Roma — Lupanare romano — Bhrc- 
tricixtm nomcn — Filtri umaiorii — Stibula, cusaurium , 
lustrum, yaiifum — Lupanari pompoj;ini — 11 Lupanare 
Nuovo — 1 Cuculi — Postrilioli minori. 



Sa il lettore, per quel che gliene ho dolio nel ca- 
pitolo de'Templi, come iu Roma, massime a' tempi 
dell'imporo e quindi a' giorni in cui specialmente lo 
richia'i.a quest'opera, meglio che a Venere celeste, si 
sagritìcasse alla Venere Pandemos, la Iddia dal facile 
ed osceno costume, e gi<à sa del pari della lussuria 
campana, onde Plauto, facendosi eco della brutta ri- 
putazione che s'avean fatta, designava gli abitatori di 
quella zona molles et libidinosi 1). Egli sa pure di 
quegli ozj passati in proverbio, duraturo anche adesso, 



«) • l Campani pente molle e libidinos;). . TrinummuS 
Act. li, se. i, V. 144. 



I LUPANARI 167 

c che riuscirono tanto fatali al massimo capitano car- 
taginese, Annibale, che prima d'abbandonarsi ad essi 
era stalo invincibile. Tutta questa plaga ridenlissima 
del Tirreno, e massime le città in riva alla marina, 
avevano inoltre accollo, come delle buone istituzioni, 
cosi il contributo eziandio delle cattive, che portava 
seco quella immigrazione la quale avean causalo le 
romane guerre in Grecia, in Africa e nelle Gallie, o 
l'andirivieni de' mercatanti che accorrevano a recar 
merci all' Italia ; onde agli ingeniti costumi e vizi del 
paese si fossero venuti annestando i vizii pur dello stra- 
niero. Il cullo di Iside, venendo dall'Egitto, vi aveva 
dedottola prostituzione sacra: i misteri di Eleusi imr 
portati da Grecia lo avevano più intristito, e la Grecia 
già alla sua volta li aveva avvalorati de'riti osceni dei 
popoli asiatici. Di lutto ciò io dissi già a suo luogo. 
É agevol cosa accorgersi, comparando la prostitu- 
zione greca colla romana, che entrambe si avessero per 
avventura una comune origine, nell'Asia; vale a dire 
che Grecia avessedirettameniederivaiodilà le pratiche 
della sua dissolutezza e che Roma e l'Italia le avessero 
adottate coi molti altri costumi dalla vinta Grecia; 
con questo solo di divario peraltro, che l'asiatico co- 
stume così assunse un lai carattere in Grecia da, per 
cosi dire, divinizzarsi e farsi perQno simpatica tal* 
volta e recinta di [loesia, mentre in Roma restò bru- 
tale e schifosa. Indarno quindi si cercherebbe a Roma 
la storia della sua prostituzione tale da poter esser 



168 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

letta, senza arrossir sin nel bianco dell'occhio. Invano 
le domandereste le Targelie, le Aspasie, le Frinì, le 
Dioiime, le Glicere, le Baechidi e le cento altre cor- 
tigiane, che la Grecia saiutò ispiratrici o di savia 
politica, di dottrina o di poesia, e che anzi se- 
gnano, puossi dire, il progresso della greca civiltà: la 
cortigiana di Roma, ignorante e vendereccia, volubile 
e lussuriosa , segna invece il precipizio della gloria 
e della dignità della nazione. 

Quanta differenza fra la Via Sacra, i boschetti di 
Pompeo, il portico di Livia di Roma e il Ceramico, 
od anche il Pireo d'Atene, fra il dicterion greco e il 
lupanare romano 1 

Gli scavi pompeiani dovevano portare una luce e 
costituir quasi un commento sul lupanare romano 
descritto da Giovenale, dove la imperiai consorte dello 
stupido Claudio faceva copia di sé, come la più 
abbietta meretrice , alla feccia della plebe che vi 
traeva , e d' onde non partiva la svergognata che 
sflaccala, ma non satolla 

Et lassata viris nec dum satiata recessit i). 

La mia mano deve adesso , sollevare un lembo 
della cortina del lupanare pompejano, per iscriverne 
i possibili particolari, e dico possibili, perocché tutto 
non sia lecito ripetere, da che l'età nostra siasi fatta 



<) Satira VI, v. 130. 



I LUPANARI 189 



estremamente pudibonda, se non dei fatti, certo delle 
parole: il contrario di quel diceva Catullo dovesse 
essere il poeta , al quale correva obbligo d' essere 
casto, mentre poi non fosse necessario che casti fos- 
sero i suoi versi : 

Non caslum esse decet pium poetam 
Ipòum : versiculos niliil necesse est i). 

Ardua impresa io mi assumo : lo farò con quel 
riserbo che il lettore domanda , al quale per altro 
non ispiacerà che a larghi tratti io gli narri la 
storia dapprima e la condizione di questo abbruti- 
mento dell'uomo, contro il quale finora invano iol- 
tarono la sapienza de' legislatori e la civiltà dei tempi 
per diradicarlo, paghi soltanto d'averlo infrenato; 
ond'esso si accampi nella società sotto l'egida delle 
l^SSit Quasi una professione ed un diritto, e si convenne 
nomarsi prostituzione legate. Per ciò appunto che 
già notai che lo svolgimento più ampio e sfrenato 
di questa lebbra in Roma dati dall'epoca delle sue 
conquiste e dall'afQuirvi delle diverse nazionalità, uno 
sguardo retrospettivo sulla storia, in cotale materia, 
degli altri popoli , varrà a notarne i punti di con- 



1) Carmen XVI. Ad Aurelium et Furium : Traduco; 

Clic il costume del poeta 

Sia pudico, a voi sol basti; 

Ma i suoi versi nessun vieta 

Ch' C5ser possano oien casti. 



170 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 



tallo ed a illustrare quella che più presso riguarda 
il mio soggetto. 

Ogni traffico osceno del proprio corpo è quanto 
corrisponde alla parola proslare, d'onde è derivata 
quella di prostituzione. Questo traffico, questo infa- 
me commercio ha pur troppo la sua storia , antica 
quanto il mondo, né inlerrotla mai nelle sue plìi 
orribili tradizioni; né, per quanto si ingentiliscano i 
costumi, per quanto splenda lumedi civilià, non può 
nutrirsi speranza che siffatta mala pianta si divella 
di mezzo agii uomini; solo essendo dato di credere 
che possa venir meglio infrenata e disciplinata. Im- 
porta altresì seguirne le fasi storiche, potendo giovare 
il conoscerne i particolari , i suoi periodi più accentuali 
e quelli di decrescimento, onde dallo studio delle me- 
desime dedurne gli accorgimenti utili al migliora- 
menlo del costume. 

Gli scrittori — e fra questi anche il Dufour nella 
sua Storia della Prostituzione, alla quale mi è impos- 
sibile i\on ricorrere , massime in queste prime pa- 
gine nelle quali ne indagò le origini, — si accordano 
nel considerare Ire distinte forme sotto cui si manifestò 
la prostituzione e la distinsero in prostituzione ospitale, 
in prostituzione sacra o religiosa e in prostituzione le- 
gale politica. Originò la prima dalla prevalenza della 
forza del l'uomo sulla donna, per la quale questa fu pre- 
sto ridotta sotto la sua schiavitù; ond'essa, perduta ogni 
dignità e divenula all'uomo, cui era compagna, indif- 



1 LtPAiNA»! 471 

ferente col tempo, nel primitivo stadio sociale in cui 
la face non brillava della civiltà, passò fra le conces- 
sioni dell' ospitilità. Perocché vediamo presso lutti i 
popoli primitivi l'ospitalità spesso elevarsi a dogma 
e legge inviolabile, e la prostituzione divenire parie 
integrante della medesima. I doni che in ricambio la 
donna riceveva dall'ospite straniero e che soddisface- 
vano la cupidigia del marito, valsero a generalizzare 
ia prostituzione ospitale. E l'ospite straniero, a ren- 
dere pili ardenti, anziché obbligatorie o di cerimo- 
nia, le carezze, lasciava talvolta credere la propria 
origine celeste e cosi poco a poco si venne a dare a 
codesta prostituzione il caratloro di sacra. La milo- 
logia infatti reca più esempj di numi presentatisi 
alle dimore ospitali di semplici mortali ed ivi avere 
beate di loro amplessi divini le mogli degli ospiti 
loro. Gli eroi più celebrali del poema omerico, quelli 
della storia greca ed anche della romana, Qno a 
Cesare, che voleva da Venere esser disceso, tutti van- 
tano origine divina. Non re, non capo di tribù potè 
far senza di questi fasti di famiglia; finché tra le 
offerte che si facevano ne' templi , la religione pa- 
gana accolse anche la prostituzione, il cui prodotto 
manteneva l'avarizia e la libidine sacerdotale. Facile 
allora era il passaggio della prostituzione dalla re- 
ligione nei costumi e nelle leggi. Certo è tuttavia che 
tra r esistenza della prostituzione antica e anteriore 
al Cristianesimo e quella posteriore corra una dille- 



ni c\i>iT(Lo viGEsiMOPnnio 

reaza enorme. Se ora la religione la vietò, se la mo- 
rale la condannò-, la legge, autorizzandola, la ridusse 
nondimeno entro determinali confini: mentre prima, 
se la sola filosofia la proscriveva, 1 costumi la con- 
sacravano ai dogmi religiosi. 

Tulle queste transizioni appariranno dalle seguenti 
storiche narrazioni che rapidamente accennerò. 

È nella Caldea, nella patria di Abramo, che si ri- 
scontrano le prime traccie della prosiiiuzione ospi- 
tale e sacra e ce le additano da una parte la Bibbia 
ed Erodoto dall'altra. 

Per la prima, sappiamo come gli angeli discesi sulla 
terra per conoscere le figlie degli uomini , ne aves- 
sero avuto figliuoli, ch'erano i giganti. A questa 
eredenza avevan dato luogo i seguenti versetti del 
capo IV della genesi: 

« Or avvenne, che gli uomini cominciarono a 
moltipllcare sopra la terra, e che furono loro nate 
delle figliuole : 

t I figliuoli di Dio veggendo che le figliuole de- 
gli uomini erano belle , si presero per mogli quelle 
che si scelsero d' infra tutte » 1). Poi ci fa sa- 
pere del currolio costume e delia malvagità così cre- 
sciuta, che pentissi il Signore d'aver creata la terra onde 



i; V. 1 e 2 Thomas Moore, lavoro su di tale credenza, 
1111 leggiadrissimo popmetlo Gli Amori degli Angeli, che 
il cavaliere AiuIreaMafTei recò in versi italiani. 



I LUPANARI 173 



ebbe a mandar il diluvio a sterminare la ra/.za umana, 
salva solo la famiglia di Noè. Vediam poi , sempre 
nella Genesi, che è il primo libro della sacra Bibbia, 
neppur rispellala più l'ospilaliià; perocché vi leggiamo 
che in Sodoma gli angeli che si fermarono nella casa 
di Loih per passarvi la nolto , vi fossero falli segno 
agli assalii de'Sodomiii, che circondando la casa ne li re- 
clamavano, sì che Lolh offrisse loro, a rispello dei suoi 
ospiti, le due figlie, che non avevano conosciuto ancora 
gli uomini. Le quali Qglie, ci dice poi lo stesso libro 
santo, come abusassero un giorno, a cagion di libidine, 
dell'ebbrietà del loro padre. L'incendio di Sodoma e 
Gomorra provano il traffico, più osceno ancora, contro 
natura-, l'episodio di Thamar che si prostituisce a 
Giuda suo suocero per averne un figlio e il modo cui 
è narralo pongono in sodo che la prostituzione legale 
esisteva, sedendosi le meretrici perfino a capo delle 
vie ad attendere i loro avventori. Mosè poi, il grande 
legista, dovè ricorrere a penalità terribili pei crimini 
di bestialità e di sodomia-, prova indubbia che gli 
Ebrei si abbandonassero troppo a questi brulli peccati. 
I lupanari tuttavia degli Ebrei non erano che di 
meretrici straniere, avendole Mosè escluse dajia pro- 
stituzione legale. La lebbra onde s'affliggeva quel po- 
polo altro non era che un male , conseguenza dello 
abuso e delle diverse forn)e d'impurità, e le fre- 
quenti abluzioni ordinale dalla legge erano prescri- 
rioni igieniche per chi pativa di taluno de' malefici 



J74 CAPITOLO VIGESlMCiPRUIO 



effetti , come argomenlasi da quanlo é dello nel 
Gap. XV del Leviiico. Cosi la pena di morie com- 
minata contro gli Ebrei, che in onore di Moloch 
commeilevano impurità, prova conie si fosse ge- 
neralizzalo 1' onanismo. La dissolutezza degli Ebrei 
aveva generato terribile malattia : Mosè e i giudici 
ne erano gravemente preoccupali e Finea nipote d'A- 
ronne, sapulo che Zambri giaceva con una meretrice 
madlaniia , li coglie e li uccide. Lo stesso Mosè fa 
sgozzare 2i,000 de' suoi segtjaci, perchè uno di loro 
aveva bazzicato con una Madianita-, ciò che per al- 
tro non aveva impedito che quel grande legista si 
fosse tolta per moglie una figliuola di quel popolo. 
Asa, re, caccia perfino la madre sua che sacrificava 
aPriapo e ne distrugge l'oscena statua. Né pure i ca- 
pitani più eletti d' Israello andavano immuni da tal 
peccato. Sansone nelle braccia di Dalila perdeva la 
forza che gli aveva data il Signore. Abramo aveva 
la sua concubina e prostituiva due volte per denaro 
a re stranieri la moglie, facendo loro credere fosse 
sua sorella. Giacobbe ebbe la sua; Gedeone del pari. 
La Raab che tradì Gerico, la propria città, a codesto 
condolliero del popolo Ebreo, vuoisi fosse una cor- 
tigiana. Pietosa è la storia del Levita di Efraira, che 
nella città di Guibha, ospitando presso un buon vec- 
chio, i cittadini ne assalirono la casa per abusare di 
lui. Egli e l'ospite suo cercarono stornarli; poi a 
nulla valendo le preci, concesse il levita a qua' mi- 



1 LLPANVIII 17» 

serabili la propria concubìtia, che alla dimane, rolla 
da quelle besiiali lussurie , non appena potè ridursi 
presso all'amante levila, clie miseramente spirava e 
fu causa codesta che Israello , a vendicar lanla in- 
famia, si armasse a Aera guerra contro i fìeniamilì- 
David, il santo re Profeta , a saziar la sua lussuria, 
invaghitosi di Balh-Scebah o Bersabea, come è chia- 
mala per lo più, da lui veduta ignuda nel bagno, la 
fa rapire e la rende madre; poi fa che Uria marito 
di lei venga esposto nella furia maggiore della bal- 
laglia si che vi perisca e cosi si appropria la moglie. 
Non alirinienti aveva fatto il santo patriarca con 
Nabal, cui saccheggiava la casa, e toglieva la mo- 
glie per farla sua. Lascierò poi agli spiriti più in- 
genui l'apprezzare il rimedio suggerito da' servitori 
suoi allo stesso re David, quando vecchio non poteva 
per copertura di vestimenia riscaldarsi, collo aver- 
gli cercalo una giovinetta vergine, la bellissima Abi- 
sag, perchè si tenesse davanti a lui e gli dormisse 
in seno. Buon per la vezzosa Sunamile eh' ei non 
abbia potuto conoscerla. Che diremo di Salomone, del 
sapientissimo re ? Egli ebbe settecento donne e tre- 
cento concubine e il suo cuore, già si saggio, si per- 
verlì, tanto da assassinare il fratello Adonias che 
gliene aveva domandata una, della qual s'era invaghilo. 
Finalmente la prostituzione, dietro l'esempio dei 
grandi, si popolarizzò e si portò perfio nel tempio, 
come si legge nel libro de' Maccabei. Ciò che poi 



176 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

apparirà incredibile si è il leggere in Osea queste 
strane parole poste in bocca dell' Eterno stesso : 
dixUDominus ad Oseam: Vade, sumetibi uxorem fornica- 
tionum, et fac Ubi filios fornicationum 1) ed egli infatti , 
sposò la meretrice Gomer figliuola di Debelaira e 
n' ebbe un figlio , cui impose il nome di Gesraele. 
Ma non basta: lo slesso Dio dice al medesimo Pro- 
feta di poi : Et dixit Dominus ad me: Adhuc vade , et 
dilige mulierem, dikctam amico et adulteram ...et fedi 
eam mihi quindecim argenteis et coro hordei 2), e, già 
s'intende; il Profeta obbedisce all'Eterno. 



ì) Profezia di Osea. Capo 1 e 2: • Va prendi per moglie 
una peccatrice, e fatti dei figliuoli della peccatrice. • Tra- 
duzione di Monsignor Antonio Martini , del quale non è 
inopportuno riferire il commento : « Con questo straordi- 
nario comando fatto ai santo Profeta di sposare una sor- 
dida donna, la quale era stata di scandalo nella precedente 
sua vita, il Signore prova ed esercita la pazienza e la ub- 
bidienza di Osea e provvede alla salute spirituale di que- 
sta donna, e principalmente indirizza questo fallo profetico 
a rinfacciare a tutta Samaria il suo obbrobrio, ecc. » Non 
c'è più nulla a direi 

2} Osea. Cap. 111. V. I, 2: « Or il Signore mi disse: 
Va ancora ed ama una donna amata dall' amico e adul- 
tera.... ed io me la cavai per quindici monete d'argento 
e un coro di orzo e mezzo coro di grano. • Trad- Martini, 
il quale, non si sgomenta punto d»*l fudi eam e commenta 
che: per ritrarla dalia sua cattiva vita le dà il profeta 
quindici sicli d'argento ed il resto. E soggiunge: • Questa 
non è la dole con cui egli si comperi costei per sua mo- 
glie perocché egli non la sposò, ma tulio questo si crede 
dato a colei pel villo di un anno , e tutto questo messo 
insieme è si poca cosa , che dimostra la vile condizione 
di essa e l'orzo serviva pel panedelle persone più meschine.» 



I LUPANARI 177 



Lascio che se la sbrighino i cominentalori della 
Bibbia , che essi sapranno giustificare questi bei 
comandamenti che un delirante ebbe ardimento di 
dire gli venissero dal Signore. 

E per lasciare i libri santi, della prostituzione cal- 
daica ho detto come informi Erodoto. Hanno i Babilo- 
nesi, egli scrive, una legge infame. Ogni donna nata nel 
paese è obbligala una volta almeno nella sua vita di 
andare al tempio di Venere ed ivi abbandonarsi a(ì 
UDO straniero. Gli stranieri vi passeggiano e scelgono 
le donne che più gli piacciono ed esse non ponno 
tornare a casa, se prima qualche forasiiero non le 
abbia avute, invocando la dea Mililta, piacendo agli 
Assiri di dare a Venere questo nome. Né gli stranieri 
ponno ricevere rifiuto, perocché ciò vieti la legge e 
sacro essendo il denaro che ne è fruito. Quelle che 
hanno in dote bellezza, non fanno lunga dimora net 
tempio; le bruite vi restano fin tre o quattro anni , 
finché non abbiano soddisfatta la legge. È agevole 
capire allora come facilmente avesse ragione Quinto 
Curzio, quando nella vita d'Alessandro Magno ebbe a 
dire che nessuna nazione fosse più corrotta della Ba- 
bilonese; la prostituzione sacra ingenerando l'altra dei 
costumi. E il fatale esempio si dilfuse colle guerre e 
la prostituzione attecchì presto nella Grecia. Nacque al- 
lora il culto di Venere e di Adone , a personificare 
la passione, perchè gli uomini tendano a divinizzare 
i loro aCTelli, e questi poi degenerando nelle diverse 



178 CAPITOLO VlGESlMOPniMO 

raanifeslazioni, originarono l'Astaite, il dio ermafrodito, 
che rappreseniava i due sessi ad un tempo stos>o. 

E si fecero misleri e fesie a Venere, ad Adone, ad 
Iside edallealire divinila, che con diverso nome rappro- 
senlavano la medesima cosa. Pafo, Amaiunta, Cipro, 
Eleusi furono leairo a quesie sacre lascivie, che poi eb- 
bero tempio in ogni cillà greca e quiiìdi in ogni città 
romana. Is'è meno sfrenale furono le sacro orgie dei 
Persiani in onore di Mitra, i quali del nslo, afferma 
Plutarco, lo avessero dedotte dai Parli, passale di poi 
nella Cilicia , e più lardi , al tempo di Trajai>o , in 
Roma, secondo l'opinione di Fréret. 

Ho detto 'the Iside ebbe i suoi misteri; essa era 
quanto la ^ nere degli Egizi 1), che sotto quel nome 
e quello d' Osiritle avevano divinizzalo la nalura fe- 
condante e L'eiieralrice. 



i) Così Apiil(jo fa variare la Dea slessa: « Io sono la 
nalura , madre di tulle le cose , padrona dogli elementi , 
principio dei secoli , sovrana doj,'li Dei M;ini , la prima 
delle nature celesti , la faccia uniforme degli Dei e delle 
Dee. Io son quella che governa la luminosa sublimità dei 
cieli , i salutari venti dei mari , e il cupo e lugubre si- 
lenzio dell'inferno. La mia divinità unica, ma multiforme, 
viene onorata con varie cerimonie e sotto differenti nomi. 
I Fenici mi chiamano la Pessinunzia , madre degli Dei; 
quelli di Creta, Diana Dillina; i Siciliani, Proserpina Igia; 
gli Eleusini, l'antica Cerere; altri Giunone, altri Bellona, 
ed alcuni Ecale. Evvi ancora chi mi chiama Ranunsia;ma 
gli Eijizii mi onorano con cerimonie che mi sono proprie, 
e mi chiamano col mio vero nome, la regina Iside. • 



I Ll'PANARI 179 



Il phallus, disiinlivo delia virilità, veniva dalla sa- 
cerdotessa d'Iside nelle sacre cerimonie portato chiuso 
in una teca d'oro. La prostiluzione sacra era dunque 
nel massimo vigore sulle sponde del Nilo; ma ciò che 
non parrà vero e che proverà ognor più com'essa pas- 
sasse agevolmenie ne' costumi, si è che Harasete, re 
dell'Egitto, 2244 anni prima di Cristo, prostituì nel lupa- 
nare la propria figlia, come mezzo politico per discoprire 
il ladro del suo tesoro, e Ceope fece altrettanto do- 
dici secoli avanti l' era volgare , per provvedere alla 
spesa d' una piramide, e narra Erodoto che quella 
brava figlia la volendo iiiolire erigerne un'ahra per 
proprio conto, pregasse quelli che la visitavano for- 
nissero ciascuno una [lietra per compirne l'opera, e 
la nuova piramide sorse infatti accanto a quella del 
padre. — A' matematici il computare quanli potes- 
sero essere gli erotici visitatori di quella virtuosa 
figlia di re. 

Io non pos>o ricordare il nome delle cortigiane 
tutte de'le.iipi i più remoli, che si resero celebri; pur 
di taluna farò il nome. L'Iìiade cantò le conseguenze 
del rapimento di Elena, l'infedele consorte di Menelao, 
nella cui casa Paride violò l'ospitalità, onde ne derivò 
la Guerra di Troja. Negli episodi di quel divino 
poema , massime in quelli di Bi i>eide , di Tecmessa 
e di Cassandra, appartenenti ad Achille, ad Ajace e 
ad Agamennone, vediamo la prostituzione cui erao 
-Sottoposte le schiave, ancor che figlie di re, ma ve- 



180 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

nule per le vittorie in servitù. Poi la storia dei tempi 
eroici ricordò ancora in Grecia gli adiilterj di Gliten 
nestra e d'altre eroine, e i bestiali accoppiamenti di 
Pasife ed altre molle lussurie infami ed incesti, che 
parvero perfino parti dell'immaginazione e si confu- 
sero colle leggende incredibili della mitologia. 

Solo volendo pertanto ricordare quelle che di sé 
trafficarono a cngion di lucro, terrò conto di Rodope, 
cortigiana di Tracia, che 600 anni prima di Cristo, 
fu celebre in Egitto e cui si deve un'altra delle 
piramidi. La sua bellezza e riputazione è rivelata al 
re Amasi da un'aquila, che avendole rapita una 
pianella , ebbe a lasciarla cadere a' piedi di lui, ii 
quale, fatte le indagini a chi appartenesse , scoprivji 
essere di Rodope e se la volle per amante. 

Ma la grande epoca delle cortigiane d' Egitto fa 
quella de' Tolomei, tre secoli cioè avanti l'era volgare, 
e si rammentano i nomi di Oleina cui furon rizzale 
statue , di Slratonice greca , cui ne onorò Tolomeo 
Filadelfola memoria, rizzandole, morta, un mausoleo: 
Irene , che volle morire col suo reale amante Tolo- 
meo Evergete -, e Agatoclea, che appartenne a Tolomeo 
Filopalore e resse per lui l'Egitto. 

Dalla egizia passando alla prostituzione greca, vi 
troviamo del pari quella sacra; ma cessando questa 
ben presto, lasciò nei riti le sue traccie. Varie furono 
le Veneri che si crearono a rappresentare le diverse 
forme della bellezza e dell'amore; ma Socrate le 



I H PA.NAUI 181 

riassunse in due; nella Venere celeste o dell'amor 
casto e nella Venere Pandemos o popolare , che ri- 
cordai al principiar del capiiolo, ossia dell'amore im- 
pudico e criminoso. Solone, il severo legislatore, 
fondò il dirlerion o lupanare e coi prodotti di esso 
eresse un tempio alla Venere Pandemos. E templi 
sorsero in tante altre ciità di Grecia a questa Dea, 
perQno sotto il nome di Eteria o cortigiana e di 
Peribasia , qualificativo che descriveva l' azione del 
più svergognato amor Qsico. E a questa Dea si con- 
sacravano speciali eteriee il culto veniva da esse 
esercitato. La prostituzione in Grecia si poteva divi- 
dere in tre classi: alla prima appartenevano le dit- 
teriadi o le meretrici del popolo-, alla seconda le 
auletridi, o suonatrici di flauto, che dopo avere colle 
tibie rallegrali i banchetti, si mescevano alle orgie 
che vi ponevano fine ; alla terza le eterie. Queste 
ultime erano bensì cortigiane , ma elette , di pere- 
grina bellezza d'ingegno, le quali si abbandona- 
vano non a tulli , ma a chi credevano , a seconda 
del capriccio o della simpatia e il piij spesso per 
am.mirazione del talento. Queste tre classi non 
avevano alcuna relazione fra loro e le eterie ser- 
bavano la loro fierezza, come a un di presso fa- 
rebbero le loreltes parigine oggidì. Esse infalli fre- 
quentavano il Ceramico , dov' erano boschi e por- 
tici, giardini e sepolcri dei cittadini morti in guerra 
e dove traeva la parte ricca e intelligente d' A- 

Lt Rovine di Pompei. Voi. III. IS 



182 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

tene; mentre alle diUeriadi ed alle auletridi riser- 
bavasi il Pireo, Quelle, quantunque non venissero 
Considerate come cittadine, vivevano nondimeno tra- 
uomini eminenti e letterali ; queste invece consi- 
derate come schiave, liberta o straniere. 

Celebri fra le eterie furono Glicera, amante del prima 
dei poeti comici, Menandro; Lamia amante di De- 
metrio Poliorcete re dei Macedoni ; Taide amata d* 
Alessandro il Grande e che lo seguiva nelle sue spedi- 
zioni militari ; Cleonice amata da Pausania , che fu 
anche filosofa, come lo fu Targelia amante ed emis- 
saria di Serse e sposa di poi del re di Tessaglia;, 
Leonzia amata forsennatamente da Epicuro -, Archippe 
e Terride amanti di Sofocle ; Archeanassa di Pla- 
tone, Laide di Diogene, Frine di Iperide, Bacchide di 
Prode, Teodota di Socrate e più che tutte , che sa- 
rebbe troppo lungo enumerare , Diotima la cui sa- 
viezza fa encomiala da questo grande filosofo , Er- 
pilli che passò la sua vita con Aristotile ed alla 
quale ei legò la casa de' suoi padri, e Aspasia, che 
bella e filosofa, maestra prima di retorica a Socrale,^ 
amica di Alcibiade e Fidia, fu poi amatissima da Pe- 
ricle, in guisa che l'avesse a sposare, e cui la Grecia 
andò debitrice di progresso e incivilimento. 

Tanta era costei considerata in Atene, che la sua casa 
divenisse il convegno de' più dotti e celebrati uomini 
d'allora, come i filosofi Anassagora e Socrate, So- 
focle ed Euripide i due sommi tragici , Iclino 1' ar- 



i83 



chilelto del Partenone e Fidia lo scultore degli Dei. 
e gli si assegnasse tanta dottrina , che per molti si 
tenne che i discorsi che Pericle pronunciava nello 
Pnice , e alla cui eloquenza nulla resisteva , fossero 
composti da Aspasia, come il discorso in commemo- 
razione dei morii ne' primi anni della guerra del 
Peloponneso e riferito da Tucidide. L'aristocrazia, 
nemica di Pericle, così ne temeva l'influenza e il 
consiglio, che a perderla facesse accusare Aspasia di 
empietà da Ermippo, poeta comico, e tratta avanti agli 
Eliasti, avrebbe corso gravissimo pericolo d'esserne 
condannata a morte, se per lei non avesse peroralo 
Pericle stesso, il qual fu visto piangere per la prima 
volta. 

È strano il vedere codeste eterie amare e darsi 
ad uomini unicamente per le viriù di essi, come la 
Teodota di Socrate e la Laide dello schifoso Dio- 
gene: la loro storia sarà però sempre più poetica e 
simpatica che non quella delle cortigiane di allri 
paesi. E più strano parrà che Aspasia venga raffigu- 
rata nei dialoghi di Platone come propugnatrice della 
più pura morale e, in capo d'ogni altra cosa, della 
morale della famiglia. 

E cosi savii infatti ne erano gli ammonimenti, che 
le più rispettabili matrone vedevansi condurre a lei 
le proprie figliuole; onde non saprebbesi poi compren- 
dere come colla relorica si facesse altresì maestra 
d' amore a Socrate, come taluni scrissero di lei, che 



(8; Cvl>H()LO VIGESIMOPIUMO 

SI scostasse della virtù, e meno ancora che servisse 
mezzana agli iinpudici ardori di lui per il bello Al- 
cibiade. Mollo di lei si favoleggiò, si scrisse coiilra- 
riaraenle a verità e si calunniò, massime di Ari- 
stofane nelle sue commedie-libelli e creJo rimanga 
ancor molto a studiarsi per rivendicarla interamente 
dalle brulle accuse, motivate unicamente forse da ire 
di parte. 

Né le altre classi della greca prostituzione manca- 
rono di nomi celebri e basti il ricordare Boa aule- 
tride, che fu madre di Filetario re df Pergamo e 
Abrotone dilteriade tassala un obolo, che in onta a 
ciò, fu madre di Temistocle. 

Prima di congedarmi dalla proslituzione greca , 
dovrò far cenno della poetessa Saffo, che nacque da 
distinta famiglia di Lesbo o ricca e la quale, se non 
prostiluivasi a denaro, teneva tuttavia scuola di pro- 
stituzione la più dannosa , predicando I' amor delle 
donne, detto perciò l'amor lesbio. Platone la disse 
bella; Massimo di Tiro, seguito pure da Ovidio, 
nera e piccola: vi fu chi avrebbe voluto riabilitarne 
la dottrina e i costumi; ma Dionisio Longino, aven- 
doci conservata 1' ode di lei, capolavoro di passione 
isterica, tolse ogni allendibilità alla difesa 1). 

L'Egitto, la Fenicia, la Grecia , colonizzando l'I- 
talia, vi importarono coi costumi anche la religione e 
il cullo di Venere vi attecchì primo fra tutti. La 

4) Trattati del Sublime. Sezione X. pag. 25. Edizione 
Mfi. ^sri. S'>c. Tip. de* Classici Ilalian/. 



I lupanahi .«.-s 

prostituzione ospitale regnava ira' inoiiii e nelle fo- 
;este, l.'i sacra nelle città. I dipinti e vasi etruschi 
che si rinvennero, sono altretlanli monumenti che 
attestano in Elruria la prostituzione. Altrettanto nei 
primordi di Roma. Romolo e Remo allattati da una 
lupa, Aurelio Vittore e Aulio Gelilo spiegano che la 
lupa non fosse che una meretrice , Acca Laurenia 
denominata, amante del pastore Faustolo. In memoria 
di questa lupa o meretrice, si istituirono le feste Lu- 
percali, che per rispetto si attribuirono al Dio Pane. 
Giustino e Servio con più ragione pretendono che 
Romolo altro non abbia fatto se non che dar forma 
più decente e regolare alle grossolane istituzioni di 
Evandro. Tuttavia non modificaronsi di molto le in- 
decenti azioni de' Luperci , ovveramenle arguir si 
deve che ben fossero scandalose ed oscene, se ri- 
masero, sebben modiflcate, rozze e invereconde cose e 
che Cicerone medesimo trattasse il corpo de' Luperci 
come agresta società anteriore a qualunque civiltà. 
In queste foste lupercali alcuni giovani e i sacerdoti 
preposti al culto di Pane , correvano per le vie af- 
fatto ignudi tenendo da una mano i coltelli di cui 
si eran serviti per immolare le capre e dall' altra 
delle sferze , colle quali percuotevano lutti coloro 
che incontravano. L'opinione che si aveva che quelle 
percosse contribuissero a render feconde le donne 
rendessero felice il parto, faceva si che lungi dal- 
l' evitarne l'incontro, esse si avvicinassero loro per 



18^ r.MMIOI.O ViGKSiHOPUniO 

ricevere de' colpi, a' quali ailribuivaiio una si grande 
virtù. 

Feste p riti congeneri reclamava in Roma anche 
ìi culto del Dio Bacco, opperò designaronsi col nome 
di Baccanalia, come in Grecia, da cui vennero, chia- 
raavansi Dionysia. Si appellarono eziandio Orgice ad 
indicare lo strepito o baccano che si soleva fare ne' tre 
giorni di loro durala. Non altrimenti che in Grecia, an- 
che in Italia venivano accompagnate dalle più sfrenale 
dissolutezze. Dapprincipio si celebravano tre volte 
all'anno j quindi quasi mancassero le occasioni alle 
baldorie ed alle lascivie, si ripetevano più spesso. Se- 
guendo le tradizioni greche, ed anche egizie, Ero- 
doto e Diodoro Siculo vogliono che le feste dioni- 
siache procedessero dalle sacre terre fecondate dal Nilo, 
non erano che le donne chiamate in Roma a celebrarne i 
misteri: poscia, bandito ogni ritegno, si mescolarono 
i due sessi, e orribili disordini ne conseguitarono, 
tal che il Senato netl' anno 568 di Roma, emise de- 
creto che tali orgie proscrisse in tutta Italia. L'abo- 
lizione dei Baccanali formò soggetto ad una trage- 
dia di Giovanni Pindemonti, al suo prodursi applaudita. 

Come pratichiamo noi pure di presente nelle feste 
cristiane di Madonne e Santi, nelle quali si portano 
1 sacri simulacri processionalmente, nelle feste di 
Bacco recavasi la statua del nume in processione 
seguila da canefore o portatrici di panieri, coperte di 
pampini e da saltanti Tiadi o sacerdotesse con cim- 



i)ali e trombe, e da Baccanti con tirsi, delle pur Me- 
nadi furibonde, come si arguinenta dal seguente 
irano onde si chiude il Carme XVIII del Lib. 1. 

delle Odi di Orazio : 

.... Non ego te, candide Bassareu , 
Inv'Uum qualiam: nec variis obsita frondibus 
Sub divum rapiain: sieva tette cum Derecynikio 
Corna lyniìjana, qui: subsequitiir crecus amor sui, 
Et tollens vacttum pina nimio gloria verticem , 
Arcanique Fides prodiga, perlucidior vitro I). 

Sopra molte pitture in Pompei ed Ercolano si ri- 
â– conobbero rappresentanti Baccanali e Biccanti, sog- 
getto del resto usiiatissimo in bassorilievi antichi e 
su vasi greci. 

Il Home di Baccanti , per le oscene loro opere, di- 
ventò presto sinonimo di femmine rotte ad ogni dis- 
solutezza. 

Né quest' errino i soli nomi, che valevano di pre- 
Ipsio all;i sacra prostituzione. 



ì) Te mai tuo grado scuotere, 

Buon Bassareo , non vo', 

Né ciò elle i sacri pampini 

Celano , al dì trarrò. 
Il frigio conio , e i timpani 

Deb ! frena , il cui lier eco 

In noi (li noi medesimi 

Desia amor folle e cieco ; 
E con tropp' arduo vertice 

No segue Ori,'oglio il metro 

E sé (li arcani prodiga , 

Lucida più del vetro. 

Trad. G.\roallo. 



l8< CAPITOLO Vir.ESIMi'PRIMO 

La coriigiana Flora, sollo Anco Marzio, moria ric- 
chissima , avendo lasciato erede di sua fortuna il 
Popolo Romano , quesii in riconoscenza ne celebrò 
la memoria coi giuochi Florali , confondendoli con 
qnelli isliluiti in onore della Dea dei fiori. Quanto 
fossero lascivi ed infami, si che gli allori dei me- 
desimi ne vergognassero alia presenza dell' austero 
Catone, ho già in questa mia opera narralo, nò ho 
quindi bisogno ritornarvi sopra. 

Venere ebbe in Roma molti templi sono lutti i 
nomi, di libertina, di salace, di volupia, di veni- 
cordia , ecc. , secondo le diverse forme di lascivia 
che la fantasia intendeva di divinizzare, e tulli colali: 
templi erano ridotti di dissolutezza. Venere Mirtea , 
cosi nomala dai boschetti di mirto che ne circondavano 
il delubro, era un convegno alle maggiori lubricità e 
le veglie che vi si facevano nell'aprile, a' banchetti, 
balli e canti si mescevano le oscenità della più sfre- 
nata prostituzione. 

Già nel Capitolo ottavo di quest'opera, il quale 
traila dei Templi , io dissi di queste vigilie che si 
facevano in onore di Venere, celebrandosene le feste 
al primo d'aprile, che per ciò appellavasi il mese di 
Venere; narrai corno le donzelle vegliassero pel corso 
di tre notti consecutive, si dividessero in parecchie 
schiere e in ognuna di queste si formassero parecchi 
cori, aggiungendo come tutto un tal tempo si im- 
piegasse nel danzare ed inneggiare alla Dea e citai 



1 LL'P.v>AIU 180 

un brano di un ritmo antico che ne aveva lasciato 
memoria. Esso non era che il Pervigilium Veneris , 
intorno al quale si stancarono gli eruditi per ricer- 
carne l'Autore. Aldo Manuzio ed Erasmo il dissero 
di Catullo , l'amante di Lesbia, ma è troppo casto per 
esser suo; Giusto Lipsie l'attribuiva a penna del secolo 
d'Augusto; Scaligero lo vorrebbe assegnare ad altro 
Catullo dei dintorni di Roma , e del quale parlano 
Giovenale e Marziale ; Boullier, riconoscendovi i se- 
gni della decadenza del gusto, non senza ragione, 
il credette di Anneo Floro, del tempo di Adriano, e 
con lui lo opinò Wernsdorf, ritrovandovi il metro 
eguale ad altro poema attribuito allo stesso Autore 
e intitolato De Qualitate Vilce. Vossio finalmente vor- 
rebbe che questo Floro fosse il medesimo Lucio 
Anneo Floro, che dettò il Compendio della Storia 
Romana , e che io ho pur qualche volta citato in 
quesi' opera. 

In ogni modo, se questo Fervìgilium Veneris accusa 
la decadenza, se non ne è sempre squisita la latinità , 
reputo opportuno farne luogo alla traduzione che ne 
ho condotta , perchè porge i dati acconci a darne 
l'idea delle feste di Venere, che si celebravano in 
Roma e nelle Colonie, e prima che altrove in Pompei, 
dove la città slessa chiamavasi Colonia Veneria e vi 
aveva culto ed aliare. Non è poi fuor di luogo os- 
servare come, malgrado il libertinaggio più sfrontato 
che presiedeva a colali feste, pure il Pervigilium Ve- 



190 CAPITOLO VIGESlMi. PRIMO 



neris si riduca ad essere uii Canio sulla Primavera , 
senza che vi sia concello od immagine, che offender 
possano il pudore. 

PERVIGILIUM VENERIS i). 

Cras amel, qui nunquam amavit , 
Quique amai'il, cras amel. 

Ver novum, ver jam canendum : 
Vere natus est orbis. 

Vere concordant Amores, 
Vere nuhunt alìtes. 

Et nemus comam resoMt 
Ex maritis imbribus. 

Cras Amorum copulafrix, 
Inter umbras arbortim, 



LA VEGLIA DI VENERE 

Inno 

Chi non provò mai palpilo 
Finor d' affetto in core , 
Doman Io dee dischiudere 
Al più fervente amore: 
Giunta è la primavera : 
Cantiam , che s' apre intera. 

In primavera a esistere 
Incominciato hall mondo: 
Gli Amori ora s' accordano 
In nodo più giocondo; 
Melodiosi e belli 
S'accoppiano gli augelli. 

Dalle carezze, l' albero. 
Delle pioggie feconde 



I l.rPANVIll 191 



Implicai ctiius viretth-s. 

Et flagella myrten ; 
Cras Dione jura cUcit , 

Fìilla sublimi loro. 

Cras amet, qui nnnqiiam amavil; 
Quique amavil, cras amet. 

Tarn cruore de superno, ne 
Spwtieo ponlus globo, 

Cwrulas inter calervns, 
hiter et bipeUes equos. 



Tutto dispiega il nobile 
Gnor delle sue fronde, 
E degli Amor la Madre, 
In fra 1' ombre leggiadre 

De' bei boschelii . spli-ndere 
Doman vedreni più bella 
Intrecciar i luproriì 
Di rami di mortella 
E dal suo letto altero 
Dione avrà l'impero *•. 

CORO 

Chi non provò mai pa pilo 
Finor d'affetto in core , 
Doman lo dee dischiudere 
Al più fervente amore. 

Le spume dell'oceano 
Fecero in tal stagione 
Nascer, commiste al sangue 

*) Tradussi Dione^ come nel lesto: forse più giustamente 
dovea dire Dionea , da Dione die Omero dà per madre a 
Venere. Esiodo la dice figlia deli' Oceano e di Teli , e fa 
Mtscere Venere dalle spume del mare. 



192 CAPITOLO VICI SIJIOPRIMO 

Fudit undantein Diouen 
In palernis fluclibiis. 
Cras amet, qui nunquam amavit; 
Quique amami, cras amet. 

Ipsa gemmeis purpurantem 
Piìigit annum florihus; 

Ipsa turgentes mamillas 
E Favoni spirilu 

Muìget in loros lepeules; 
Ipsa roris lucidi, 

Noctis aura quen relinquit, 
Spargil humentes aqtias. 

Lacrymw micant trementes 
A caduco pendere : 



Di un' iminortal, Dione, 
Del mar tra i numi Aeri 
E 1 bipedi corsieri. 

CORO 

Clii non provò mai palpito 
Finor d* aCfelio in core , 
Doman lo dee dischiudere 
Al più fervente amore. 

L'anno ella tinge in porpora. 
Veste di flor' smaglianti , 
Delle sue poppe , turgide 
Pei soflìi fecondanti 
Di Favonio , ogni dove 
Soave il latte piove. 

Versa le slille roride 
Della notturna brezza , 
Tremule a lei le lagrime 
Brillano per grossezza , 



I LIPANAUI 193 



Gvlla jircEceps orbe parvo 
SusHnel casus suos. 

llinc pudorem florulenlcp.. 
Prodiderunl purpuree. 

lìttmor ille , qiiem serenis 
Astra rorant nocUbus , 

Mane virgines pa/jillas 
Soloil hitrenti peplo : 

Ipsa jussit, inane ni udcB 
Virgities nubant rosee 

Elicla Cypridis cruore, 
Atque Amoris osculo, 

Faela genimis, atque flammis 
Atque solis purpura, 

Cras ruborem, qui lalebat 
Veste tectus, igneum 



E sembra ognor che cada 
La goccia di rugiada. 

Ella 1 color purpurei 
Dona al pudico flore , 
Spremuto in ciel da' limpidi 
Astri il notturno umore. 
Le verginali spoglie 
Alla diman gli scioglie. 

S" accoppieran le vergini 
Rose al suo forte grido , 
Dal sangue già di Venere, 
Dal bacio di Cupido 
Nata e di sol restila, 
Di fiamma e margarita, 
suo rossor che ascondere 
Vuol nella veste, ontosa , 
L' invido nodo a sciogliere 



194 CAPITOLO Vir.KSIMOPUlMO 



Invida j ninrita, nodo 
Non pudebit solvere 

Cras amet, qui nunqmnn nmavil; 
Quique amavit, crns amet. 

Ipsa nymphns Dita luco 
Jussit ire myrleo. 

It puer Comes puellis; 
Nec lumen credi polest 

Esse Amorern ferialum. 
Si sagitlas gessarli: 

Ile, Nymphce; ponti arma, 
Feriatus est Amor. 

Jussus est inermis ire, 
Nudus ire jussus est, 



Più non sarà riirosa : 
Sposa ella pur fra poco 
Il mostrerà di fuoco. 

CORO 

Chi non provò mai palpito 
Finor d' affetto in core , 
Doman lo dee dischiudere 
Al più fervente amore.- 

Per lei le ninfe volgono 
Al bosco di mortella; 
Un bel fanciul le seguita : 
Se avesse le quadrella , 
Voi non Io credereste 
Partecipe alle feste. 

Ite, Ninfe, nell'ozio 
Amor l'armi depose: 
Inerme e ignudo mostrasi . 



1 LDPA>AI\I 196 



Ne quid arcu, neu sagitla, 
Ne quid igne Icederet. 

Sed tamen, Nimphce, cavete, 
Quod Cupido ptilcher est : 

Totus est, inermis, idem, 
Quando nudus est Amor. 

Cras amet, qui nunquam amari' 
Quique amavit, cras atnel. 

Compari Venus pudore 
Millit ad te virgines ; 

Una res est, qtiam rogamus ; 
Cede, virgo Delia, 



Siccome a lui s' impose , 
Perchè 1' arco non tenda. 
Né colla face offenda. 

Pur rimanete in guardia , 
Ninfe, al vostro core; 
Senz' armi ancor , bellissimo 
Come le avesse, è Amore 
E allor non vale scudo 
Se si presenta ignudo. 

CORO 

Chi non provò mai palpito 
Finor d' affetto In core . 
Doman lo dee dischiudere 
Al più fervente amore. 



Simili a te , noi vergini 
Venere a te e' invia , 
Noi ti preghiamo, o Delia 



196 CAPITOLO VIGESlMOPniMO 

Ut nemus sii incruentum 
A ferinis slragibus 

Ipsa vellet le rogare, 
Si pudicam flecteret; 

Ipsa vellet ut venires, 
Si decerei virgineni. 

Jaoi tribus choros videres 
Feriatos noelibus 

"^ Congreges inter colervas 

Ire per sallus tuos, 

Floreas inler coronas, 
Myrteas inler casas. 

Nec Ceres, nec Bacchus abntni 
Nec poetar um Deus. 



Vergine , acciò non sia 
Brutta la sacra selva 
Da sangue mai di belva. 

Solo di questo supplici 
Noi ti nioviani preghiera; 
Ella medesma a chiederlo 
Verrebbe lusinghiera ; 
Se a vergin fia decente , 
Qui li vorria presente. 

Per tre notti continue 
Gii spensierati cori , 
Scelti fra tanto numero, 
Coronali di fiori , 
Correr vedresti lieti 
Pe'tuoi boschi e mirteti. 

Qui saran Bacco e Cerere 
E de' poeti il Dio : 



I HPANAllI 197 



Te une}) te, tota nox est 
Pertigilanda canlicis. 

Regnel m si/lris Dione: 
Cede, tirgo Delia. 

Cras amef, qui nimqxiam atììavit; 
Quiqiie amavit, cras amef. 

Jussil Uyblreis tribunal 
Slare Diva floribiis. 

PrcEses ipsa jura dicet : 
Adsidebunt Gratice, 

Hybla, cvnctos milte flores , 
Quidquid annua allulit ; 



Noi veglierem Ira i cantici , 
Se tale è il tuo desio : 
Dione alle foreste 
Regni, Delia celeste '). 

Ella si elesse il seggio 
Sovra de' floii iblei, 
Recinta dalle Grazie, 
Darà i responsi bei ; 
Ibla, dà tutti i tuoi 
Fior che produci a noi **). 

*) Delia, soprannome di Diana , dall' isola di Delo , ove 
era nata. Vedi Virgilio, Eglog. 3, v. 67. 

**) Ibla, monte della Sicilia, celebre perle squisito miele 
che vi si raccoglieva. Due città sicule portavano questo 
nome, Hybla major e Hybla parva, sulla costa orientale, 
le cui rovine veggoosi tuttavia in riva al mare. I colli che 
la circondano, lungo il fiume Alabus, sono in tulle le sta- 
gioni coperti di fiori, di piante odorifere, di timo e di ser- 
molino, d'onde le api traggono anche presentemente il più 
squisito miele. Ciò induce a crederti che il miele d' Ibla, 
tanto vantato dagli antichi, fosse raccolto presso d' Ibla la 
piccola. 

f,e Rovine di Pompei. Voi. III. IS 



198 CAPITOLO VIGESIJIOPRIMO 



Ilybla, florum rtimpe vestem, 
Quanlus Ennce. campus est. 

Ruris hic erunt pueltce , 
Et puelta moniium , 

Qureque sylvas, quceque lucos , 
Quccque fontes vicolunt. 

Jussil omnes adsidere 
Mater alitis Dei, 

Jussit et nvJo puellas 
Nil Amori credere. 

Cras amet, qui nunquam amavit; 
Quique amavit, cras amet. 



Ibla la veste spoglia 

De' Qor che son tua cura 

Per quanto lunga estendesi 

Dell' Enna la pianura : *) 

Qui saran foroselle 

E montanine schiette. 
Quante ninfe soggiornano 

Bosco , foresta o fonte , 

La Madre dell'Aligero 

Nume le vuol qui pronte. 

Vuol che, se nudo incede, 

Si neghi a Amor la fede. 

CORO 

Chi non provò mai palpilo 
Finor d' affetto in core , 
Doman lo dee dischiudere 
Al più fervente amore. 

*) l£nna, éiltà in luogo eminente in mezzo della Sicilia. 
Le prattrie dei dintorni, intrammezzate da limpidi ruscelli, 
':t(k)rne di sempre verdeggianti boschi e di flori odorosi , 
'Ttiio considerale come il soggiorno prediletto di Cerere. 
Tu ni quella bellissima campagna che venne rapita la di 
I-i figlia Lìbera, più noia sotto il nome di Proserpina. 



I LIPANAUI 

Cras recenlihus Vennstas 

Ridet ipsa floribus; 
Cras et is, qui primus /Etlier 

Copulavit nuplias , 
Ut palernis recrearet 

Yermis annum nuhibus , 
In siniim , marilus imber; 

Fusus almce conjiigis , 
Inde vilam mixtus ardet 

Ferre magno corpore. 
Ipsa, venas alque menlem 

Permeante spiritu , 
inlus occullis gubernat 

Procreatrix viribus ; 
Perque eoe lutti , perque terra s 

Perque ponlum subditum , 



Fia che dimani irradii 
Del suo sorriso amico 

I nuovi fiori e l' Etere 
Sposo alla terra antico , 
Che colle nubi ognora 
Paterne le ristora. 

Si scioglierà benefica 
In sen dell'alma sposa, 
Onde neir ampie viscere 
La vita rigogliosa 
S' agita, si commove 
A creazioni nove. 

Dell' universo V'enere 
Col soffio suo possente 
Entro le vene penetra 
E n' occupa la mente ; 
Procreatrice eterna , 

II mondo ella governa. 



-<W Cai-itolo vigiìsimopuijio 



Pertium sibi lenorcm 
Seminali tramile 

Imbuii, jussilque mundnm 
Nosse nascendi xias. 

Cras amet, qui nunqnam amavit: 
Quique amavit, cras amet. 

Ipsa Trojanns penalcs 
In Latinos Iranslttlil ; 

Ipsa Lanrenlem puellatn 
Conjugem nato dcdd , 

Moxque Marti dat pitdicam 
E sacello virginem. 

Bomuleas ipsa fedi 
Cum Sabinis nuplias ; 



Ella pei campi eterei , 
In terra, al mare in fondo 
Il creator suo spirilo 
Infonde ovunque, al monda 
Obbedienti addita 
Le sorgenti di vita. 

CORO 

Chi non provò mai palpito 
Finor d' affetto in core , 
Doman lo dee discbiudere 
Al più fervente amore. 

Ella portò nel Lazio 
I Trojani Penati , 
Di Laurento la vergine 
Del figlio univa ai fali , 
Lei dal suo tempio tolse 
Che sposa Marte accolse. 



I LtJI>A.NAIll 20» 

Ulule Rhamnes . et Qniries, 
Proque gente posterà 

Romuli , Palres crearci , 
Ac nepotem Cesorem. 

Cras amet , qui nwiquam amavit; 
Qiiique amavit, cras atnel. 

Rura fa'cundal voluptas; 
Rura Venercm sentiunt : 

Ipse Amor, puer Dioncì , 
Rare natus Uicilìir. 

Hiinc ager, qnum parturiret 
Illa, suscepit sinu, 

Alque florum delicatis 
Edttcavit osculis. 



Die alle Sabino vergini 

I Romulei mariti, 
• Onde i Ramnesi uscirono , 

Uscirono i Quiriti , 

Di Romolo la genie 

E Cesare possente. 

CORO 

•Clii non provò mai palpito 
Finor d' affetto in core , 
Doman lo dee dischiudere 
Al più fervente amore. 

â– 'intono i campi Venere, 
Voluttà li feconda : 
i^bbe tri ì campi il tiglio 
Di Dion culla gioconda 
E crebbe ai delicati 
Baci de' liur' più grati. 



Ì02 CAI'ITOI.O VICESIMOPRIMO 



Cras amet, qvi vvnquam amavit; 
Quique amarti, cras amet. 

Quisque catus conlinslur 

Conjnguli [cedere : 
Ecce jam super genistas 

Explicanl tauri lalus: 

Propler undas cum marilis 
Ecce balanlum gregem 

Et canoras non tacere 

Diva jitssil alites : 
Jam loquaces ore ranco 

Slagna cycni perstrepunt. 
Adsonat Terei puella 

Siibler uinbram populi ; 



CORO 

Chi non provò mai palpito 
Finor d' affetto in core , 
Doman lo dee dischiudere 
Al più fervente amore. 

ulti si legan gli esseri 
Col vincolo d' imene : 
Sulla giovenca spingesi 
Il toro , ed ecco viene 
Mosso da questa legge 
Lungo i ruscelli il gregge. 
Vuole la Dea dispieghino 
Gli augelli i loro canti , 
Per le paludi stridono fcJjT 

I cigni e 1 propri! vanii 
Moduli invidiata 
Di Tereo la cognnta *). 

*) Tfrco, dice la Milologia, fu re di Tracia, ligliuolo di. 
Mnrlfl e delia ninla Bislonidc. Ii:i)be per moglie Progne , 



I-UPaNAHI ^3 



Ut pules moius amoris 
Voce dici musica. 

Et neges queri sororem 
De inarilo barbaro. 

Illa cantal; nec (acerem , 
Quando ver venit meum , 

Quando feci et ut Chelidon, 
Meque Phoebus respicit. 



La voce sua melodica , 

Sarà d' amore invito, 

Né la sorella piangere 

S' udrà pel reo marito : 

Taccio al canto gentile , 

Finchò verrà il mio aprile. 
Come la rondin garrula , 

Allor canterò anch' io , 

figlia di Pandione re di Atene, la quale dopo alcun tempo, 
mostrò desiderio di rivedere la propria Jorella Filomela. 
Tereo per compiacerla si recò in Atene, ed ottenne da Pan» 
dionc cbe lasciasse partire secolui Filomela; ma invaghi- 
tosene cammin facendo, la violò in una casa pastoreccia , 
ed afnnchè non pale:<asse il suo delitto, le tagliò la lingua 
Tacendo credere alla moglie che la sorella era morta in 
mare. Filomela giunse però a poter disegnare sopra una 
(eia la sua disgrazia, e la fé' poscia per mezzo d'una fan- 
tesca a Progne pervenire. Questa trasse astutamente la 
sorella dal luogo ov'era rinchiusa e seco la condusse nella 
reggia; indi per vendicarsi, prese il bambino Ili, partorito da 
Filomela, e dopo di averlo ridotto in pezzi, il die a man- 
giare al padre. Tereo di ciò avvedulosi, prese ad inseguire 
con isguainato brando le due sorelle, le quali furono dagli 
Dei per compassione trasformale Progne in rondine, Filo- 
mela in usignuolo. Iti in fagiano e Tereo in upupa. — 
Vedi Ovid. Afe/., lib. 6. Mitologia di tulli i Poi'oli vrl 6. 



20 '• CAPITOLO VICESlMliPlilMO 

Perdere in Musa ni tacendo , 
Ni tacere deainam : 

Sic Ami/cla/>, dum silebant, 
Perdidil silentium. 

Cras amet, qui nunquam amavil; 
Quique amavit , cras amet. 

Ovidio , nel quarto libro dei Fasti , forse prima 
dell'autor del Pervigilium, aveva splendidamente de- 
scritte le feste e le veglie di Venere , e data la ra- 
gione dell'essersi scelta la primavera a celebrarle. E 
narra in tal libro come, fra l'altre cerimonie, madri 
e spose latine traessero al mirteto di Venere , dove 
sorgeva il simulacro della Dea e quivi sciogliessero 



Onde la Musa arridami 
E r Eliconio Dio; 
Però che già Amiclea ') 
Sé col tacer perdea. 

CORO 

Chi non provò mai palpito 
Finor d' affetto in core , 
Doman lo dee dischiudere 
Al più fervente amore. 

*) Amiclea od Amicla, città antica italiana, che dissero 
l'abbricata dai compagni di Castore e Polluce , i cui abi- 
tanti astenevansi da ogni nutrimento animale. Furono di- 
strutti dai serpenti, di;' quali abbondava il suo paese. 
Erano grandi osserviilori del silenzio, onde taciti li chiamò 
Virgilio : Tacitis ì'egnavit Amiclis (/Eneid. lib. 10, v. 565) 
( ijui pure nel Pervigilium vien designata Amicla d'essersi 
perduta col silenzio : forse non avendo invocato soccorso 
a tempo (juando era devastala dai serpenti. 



I LlIPANVIll 2«;5 



dal di lei candido collo il monile d'oro e le gemme 
e la lavassero inleraraenle, e prosciugala poi di loro 
mano la riornassero di quelle preziosità e fregiassero 
di corone; poi dovessero esse medesime lavarsi pure, 
in memoria di quando la bella Iddia uscita dal mare 
€ ignuda, tergendo gli umidi crini, sorpresa da im- 
pura frolla di satiri, ebbe a riparare appunto sotto 
un bosco di mortella. E il lavacro che tutte le ve- 
deva denudate era presso il tempio della Fortuna 
Virile , quasi a dire eh' esse le dovesse proteggere 
dagli sguardi degli uomini e intanto, pur in me- 
moria di quel che Venere bevve, quando fu condotta 
al marito, bevessero esse bianco latte con pesto pa- 
pavero e miele-, e tolte queste supplicazioni e ceri- 
monie compissero, a renderla propizia, perchè repu- 
tassero procedere dalla Dea, bellezza, costume e buon 
nome ; 

Supplicibus verbis illa placale ; sub illa 

Et forma et mores, et bona fama manent 1). 

Kè erano le peggiori inverecondie quelle che si 
commettevano in onore di Venere: i misteri d'Iside 
ho già dello altrove quanto fossero peggiori ed or- 
ribili, e come avessero, per le loro infami oscenità, 



A plRcarta con suppliche voi chiama 
Tulle il dover: ilip.-ntton dal suo nume 
E oncstaJe e l)ellezza e buona fama. 

Tr. G. B. Bianctii. 



206 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

a provocare ben dieci volle il bando da Roma il 
cullo deir egizia Dea; né qui pertanto mi farò a 
ripetere le slesse cojie , rinviando il lellore a quelle 
pagine 1). 

Oltre le feste di Flora e di Pane, di Bacco, di 
Iside e di Venere, tutte invereconde, celebravansi 
eziandio le Priapee in onore di Priapo. Sa già il 
lettore come in Egitto si portassi in processione il 
phallus, suo primo attributo e distintivo, e i mitologi 
anzi affermano che Oro colà fosse quanto in Grecia 
e in Italia Priapo. Se tale 1' origine , il suo culto 
passò quindi in Grecia, dove naturalizzando il dio, 
lo fecero nativo di Lampsaco , fruito degli adulteri 
amori di Venere e di Bacco. Grecia ne fé' dono al- 
l'Italia ed ebbe tempio in Roma sul colle Esqnilino. 
Come in Grecia, anche in Roma, gli impotenti ma- 
riti faceangli offerte e sagriSci e le donne dissolute 
tributavangli un particolare culto, nel quale la licenza 
era spinta all'ultimo eccesso. 

Poscia crebbe in venerazione, perchè. a questo no- 
me si assegnò la speciale protezione e custodia degli 
orti e inalberavasia spauracchio degli uccelli voraci, 
onde Virgilio il chiamasse custos farum ed avium 2) 
e fu ben anco tenuto come scongiuro contro le male 



1) Vedi nel Voi. I. il Gap. Vili - / Templi, dove si paria 
di quello di Iside. 
S' • Pif' ladri e degli augei vigil custode. » 



I LUPANARI 207 



iiìQuenze e dello perciò Fascinus , come già m' av- 
venne di dire , e cosi gli emblemi iiifallici portali 
perfin da fanciulli e da donzelle al collo, come fa- 
rebbesi ora del più innocente gingillo, e publicamente 
esposti su' fondaci e botteghe. Si sa inoltre che le 
nuove spose fossero dal rito obbligale disporsi a 
cavalcione d'un priapo, di che è memoria in una 
piccola statua che si conserva in Roma, e forse vi 
accenna quel grande fallo di bronzo rivestito di la- 
mina d'argento, rinvenuto in Pompei e che si con- 
serva nel gabinetto degli oggetti riservati al Museo 
Nazionale di Napoli , e il quale è in forma di qua- 
drupede ilifallico, avente le sole gambe posteriori, e 
la coda di cui termina pure in fallo. Esso é caval- 
cato da una donna. Pendono dalle zampe, affidali a 
piccole catene, due tìnlinnabuli quadrali, ed è sospeso 
ad una catena con anello i). 

Le feste Priapee celebra vansi dalle donne soltanto. 
Un basso rilievo fatto incidere da Boissart, che ripro- 
duce la cerimonia , rappresenta la sacerdotessa che 
asperge la statua del Dio, mentre le altre donne gli 
presentano canestri di frulla ed anfore di vino. Altre 
ancora sono in allo di danzare suonando uno stru- 
mento mollo somigliante ad un cerchio: due suo- 



1) N. 176 del Catalogo del Musco Nazionale di NapoHj 
Raccolta Pornografica. — Napoli, 1866. Slabilira. Tip. io 
S. Teresa. 



208 CAPITOLO VIGESIMOPlllMO 

nano la tibia , una tiene il sislro , in che manifesta 
l'origine egizia; un' altra vestila da Baccante porla 
sulle sue spalle un fanciullo,- altre quattro sono oc- 
-cupale al sagrificio dell'asino che veniagli offerto, 
questo essendo l'animale appunto odioso al Dio, per 
^avergli co' suoi ragli piìi volle turbati i suoi impu- 
pici tentativi sulla ninfa Lotide dormiente e sulla 
Dea Vesta egualmente addormentata. E priapee di- 
-cevansi pure certe oscene composizioni falle in 
onore del Dio di Lampsaco, che s' appendevano alle 
statue di lui , per lo più in esse rappresentato sotto 
la forma di Erme con corna di becco , orecchie di 
<;apra e con corona di foglie di vile o d'albero, e col- 
locate ne' giardini ne' boschetti e presso le fontane. 

Ma se in Roma aveva 1' impuro nume culto ed 
-altare , maggiore venerazione oUeneva nella Campa- 
nia. Ercolano e Pompei ne fornirono irrecusabili 
•prove. Io pure ho qualche segno itifallico di quei 
luoghi ; l' opera mia ha già di tali prove più d'una 
•volta tenuto conto al lettore. 

Odasi Winkelmann che ne dica: 

« Gli amatori e gli intelligenti dell' arte distin- 
guono a Portici (nel Museo), nel numero delle fi- 
gure , un Priapo che è veramente degno di tutta 
l'attenzione. Non è egli più lungo di un dito, ma è 
desso eseguilo con tanl'arie che si potrebbe riguar- 
darlo come uno studio di notomia, tanto preciso che 
Michelangelo, per quanto fosse egli gran notomista, 



1 LUPANAni 209 

nulla di meglio avrebbe potuto eseguire. Sembra 
che questo Priapo faccia una specie di gesto co- 
mune agli italiani , ma affatto ignoto agli stranieri , 
quindi difficilmente potrò far loro intendere la de- 
scrizione che m' accingo a farne. Questa figura tira 
al basso l' inferiore palpebra coli' indice della destra 
mano appoggialo all'osso della gola, mentre la testa 
verso la stessa è inclinata. Convien credere che ury 
tal gesto fosse usato dagli antichi pantomimi e che 
avesse diversi espressivi significali. Quello che lo 
faceva stava in silenzio e parca che mediante quel 
muto linguaggio , volesse dire ; non fidarti di lui ; 
egli è scaltro e ne sa più di te; oppure: ei crede 
di prendermi per giuoco: io l'ho collo: o finalmente: 
tu l' incammini bene I Tu hai trovato pane pei tuoi 
demi. Colla mano sinistra, la figura medesima fa 
quello cui gli italiani appellano far castagne, gesto 
il quale consiste nel collocare il pollice fra P indice 
e il dito di mezzo, per far allusione alla fessura che 
si fa alla scorza delle castagne prima di arrostirle. 
u Nello slesso gabinetto , si vede un Priapo di 
bronzo , attaccato con una piccola mano facendo il 
medesimo gesto. Tal sorla di mani frequenlemenle 
s'incontrano ne' gabinetti, e tulli. sanno che presso- 
gli antichi tenean luogo di amuleti, oppure , lo che 
è lo stesso, si portavano siccome preservativi contro 
gli incantesimi e le callive occhiale. Per quanto ri- 
dicola fosse quella superstiziosa pratica, nulladimen» 



210 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

si è essa conservala sino a' nostri giorni nel basso 
popolo del regno di Napoli. Io ho vedute parecchie 
di queste mani , che alcuni hanno la semplicità di 
portare appesa al braccio o al petto. Il più di so- 
vente si attaccan eglino al braccio una mezzaluna 
4'argenlo chiamata nel loro vernacolo la luna pez- 
ziara , vale a dire la luna puntata , e che essi ri- 
guardano come un preservativo contro l'epilessia; 
ma è d' uopo che quella luna sia stala fabbricala 
â– coU'elemosina raccolta da quella persona stessa che 
dee farne uso; e che poscia venga portala a un sa- 
cerdote affili eh' egli la benedica. Potrebbe darsi 
che il gran numero di mezze lune, le quali trovansi 
nel gabinetto di Portici servissero allo slesso oggetlo 
di superstizione. Gli Ateniesi le portavano al cuojo 
dei tallone della loro calzatura sotto la cavicchia del 
piede. 

• Nel gran numero dei Priapi , alcuni se ne veg- 
gono con ali e con campanelli appesi a catene in- 
Irecciate , e spesse volle la parte superiore in una 
groppa di un lione, il quale si gratta colla sijiistra 
zampa , cerne fanno i piccioni sotto le loro ali , 
quando sono in amore , e per eccitarsi , da quanto 
dicesi, al piacere. I campanelli sono di metallo , le- 
gati ili argento; il loro suono doveva produrre prò- 
babilmente un effetto a un di presso somigliante a 
quello de' campanelli che veniano posti sugli scudi 
degli antichi; questi erano per ispirare terrore; 



I LOPANAni SII 

quelli avevano per iscopo di allontanare i cattivi 
geni. 1 campanelli facean parte eziandio del vesti- 
mento di coloro che ai misteri di Bacco erano ini- 
ziati. > 

Ora, visitando il Museo Nazionale in Napoli, dove 
tulli gli oggetti più importanti degli scavi , si d'Er- 
colano che di Pompei, sono stati diligentemente ra- 
dunati e si vanno illustrando sotto la direzione del- 
l' illustre Fiorelli, si può visitare il gabinetto dove 
lurono rinchiusi tutti gli oggetti d'arte pornograflci, 
come pitture erotiche , statuette lubriche , emblemi 
itifallici ed altre congeneri curiosila , ed anzi dagli 
studiosi, che pur da lutto argomentano per la storia 
del costume antico, può essere acquistala separata- 
mente presso r Economo della Amministrazione la 
BaccoUa Pornografica, che forma una sezione del Ca- 
talogo del Museo Nazionale. 

Mette conto di qui far cenno delle sorti subile dalla 
Raccolta Pornograflca , epperò lascerò che parli il 
Fiorelli nello speciale proemio mandato innau^i da 
lui al Catalogo suinmentovalo di essa. 

— La Raccolta Pornografica, scrive egli, fondandosi 
anche su quanto ne scrisse il suo predecessore Mar- 
chese Àrditi, v«rme costituita nell'anno 11)19, a richie- 
sta di Francesco I, Duca di Calabria, il qua,le a^l 
visitare il Museo osservò che sarebbe siala cosa ben 
fatta di chiudere tutti gli oggeUi osceni, di qmtmq.ue 
materia essi fossero , in una stanza, alla quale avessero 



2J9 CAPITOLO VIGESIMOPIUMO 

nniaimente ingresso le persone di mulura eia e di 
conosciuta morale 1). Essa fu composta di 102 og- 
gelli , ed ebbe nome di Gabinello degli oggetti osceni, 
/ che il 28 agosto 1823 mulo in quello degli oggetti 
riservati, con l'assoluta inibizione di moslrarài a 
chichessia, senza averne prima ollenuio il per- 
messo dal Re. Durò in tal guisa più o meno vi- 
sibile sino al 1849 , quando la ipocrita religiosità 
degli agenti del Governo provocò ordini severi , 
onde fossero chiuse e ribadile le porte di quella 
Raccolta, e tolte dalla vista dei curiosi tutte le Ve- 
neri ed altre flgure igniide dipinte o scolpite, qua- 
lunque ne fosse l'autore. 

E questo sacro fervore andò lant'oltre, che nel 18o2. 
il Direttore del Museo, dopo aver trasportati in un 
antro tutti i monumenti che già avevano formata 
quella collezione e murata la porta di esso, chiedeva 
che si distruggesse qualùnque esterno indizio della fu- 
nesta esistenza di quel Gabinetto e se ne disperdesse , 
per quanto era possibile , la memoria. Né contento di 
ciò, nel marzo 1856 espulse dalla Pinacoteca e rin- 
chiuse con triplice e diversa chiave in luogo umido 
ed oscuro la Danae del Tiziano, la Venere che piange 
Adone di Paolo Veronese, il cartone di Michelangelo 
con Venere ed Adone, le Virtù di Annibale Caracci 
ed altri 29 dipinti , insieme a 22 statue di marmo. 



i) Ardili, Il Fascino, pag. 45, ni. 2. 



1 LIPANAIll Hi 



giudicale corrompiirici della morale, tra cui la Nereide 
sul pislrice , che sarebbe slata distraila, se Io scul- 
tore Antonio Cali non si fosse ricusato più volte ad 
occultare con restauri di marrao le nudità della 
figura. 

Finalmente, il giorno 11 settembre 1860, per or- 
dine del Diilalore, gli oggetti riservali rividero la 
luce, e sì procedette al riscontro dell'antico invenia- 
rio nel 19 dicembre dello slesso anno. Fu allora che 
molli se ne rinvennero non descritti, perchè trovati 
in Pompei posteriormente alla chiusura di quelle 
sale, e furono aggiunti all'amica collezione , che 
venne più opportunamente denominata Raccolta Por- 
nografica. 

Un accurato esame di tali oggetti avendo dimo- 
stralo che non lutti erano veramente osceni , e che 
molli di essi avrebbero potuto ritornare alle rispet- 
live collezioni senza offendere per nulla il pudore 
de' riguardanti, alcuni di questi furono restituiti alle 
varie classi, onde [ler tal ragione non fanno più parte 
dei Catalogo pornografico. 

Il quale enumera 206 oggetti, divìsi in due classi 
principali: la prima dti' Monumenti greci ed etruschi; 
la seconda da' Monumenti romani; suddivisa quest'ul- 
tima in varie sezioni: a, dipinture e musaici; b, scul- 
ture; e, amuleti ; d, utensili : e di tulli questi oggetti 
descritti dal Fiorelli, ben centocinque furono raccolti 
dagli scavi di Ercolano e di Pompei. Io mi dispenso 

l^ Rovine di l'ompei. Voi. III. U 



v/ 



2|4 CAPITOLO VIGESIMOPRIHO 

dallo scenderne a maggiori particolari e il discreto 
lettore ne comprenderà di leggieri la ragione. 

Faccio ora ritorno al più concreto argomento dalla 
prostituzione sacra, per compiere il quale, Analmente 
debbo dire della festa che si celebrava in onore della 
Buona Dea , i cui misteri già narrai come fossero 
stati violali da Publio Clodio iniroducendovisi sotto 
spoglie femminili, quando essi celebravansi nell'anno 
di Roma 678, nella casa sul Palatino di Giulio Ce- 
sare pretore. Forse i;odesla dea rappresentava la terra, 
la dea Tellure, e quantunque il suo tempio veramente 
sorgesse tra Aricia e Bovilla , secondo si raccoglie 
dall'orazione di Cicerone prò Tito Annio Milone,ì& sua 
festa avveniva in Roma prima nel dicembre, e dopo la 
riforma del calendario fatta dallo slesso Giulio Cesare, 
nel primo di maggio. Si celebrava essa al chiaror 
delle ton; • . nella casa de' primi magistrali , come 
consoli, pretori, o del primo Pontefice. Non si am- 
mettevano che donne, intervenivano anche le Vestali. 
Perfino si escludevano gli animali maschi e la cautela 
d'escluderne il sesso giugneva a tale da velare statue 
e quadri che avessero alcun maschio rappresentato. 

La superstizione insinuava che un uomo che avesse 
assistilo a questi misteri, anche senza intenzione di 
sorla, sarebbe rimasto cieco-, quegli che vi fosse stu- 
(irosamenle penetrato, se patrizio, voleva la legge fosse 
multalo di un quinquennio di carcere mamerlino e 
quindi di perpetuo esigilo; se plebeo, di morte. Clodio 



LUPANARI 2IB 



provò il contrario rispetto alla cecità , e alla pena 
seppe solirarsene per corrutlela di giudici. 

La narrazione di questo curioso episodio è splen- 
didamente pennelleg^TJata da quel robusto ed originale 
ingegno ed amicissimo mio che è Giuseppe Rovani, 
nella sua dotta, ameoa e squisilissima opera La Gio- 
vinezza di Giulio Cesare, teslè uscita per le stam[e 
rlla luce a soddisfare la uoiversale legittima aspet- 
♦izione, e vi rimando il lelio'-e che amasse gustarvi 
la leggiadria di tulio quanto il racconto; io credo 
far cosa grata al lettore colio spiccarvi qui almeno 
quelle eleganti pagine le quali forniscono la descri- 
zione della festa: 

« Varcato il pronao e un ampio spazio che divi- 
deva l'antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo 
biancheggiava delle conteste ossa di elefanti indiani,- 
cinque porle rivestile di ebano davano accesso al- 
l' aula magna , e su quelle erano intarsiati i dorsi 
di testuggini eoe , dagli occhi delle quali usciva !a 
verde luce degli smeraldi. 11 procinto vi si aggirava 
dentro un cerchio \ a quello facevan corona binate 
colonne a capitelli d' oro , sulle quali rispianava un 
dorato architrave che sosteneva tre colonne riprodu- 
cenli in aria il giro delle sottoposte. Le pareti inter- 
ne erano di serpentino con intrecci d'armi. Gli onici 
e le sarde lastricavano il pavimento, nel mezzo del 
quale sfolgorava un mosaico d'Eraclito, che Cesare 
aveva fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Non 



216 CAPirOLO VIGESIMOPUMIO 

v' eran lacunari, ma l'azzurro del cielo e le stelle 
e la luna mandavano i loro raggi là dentro a mellere 
gara tra il cielo e la terra. 

tt Le vestali, siccome voleva il rilo , agli ornati 
architettonici avevano aggiunti a profusione quelli 
della più fragrante flora romana , con fruiti e fiori 
d' ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che 
pareva interdire i pensieri della castità, che le donne 
si preparavano alla festa colle piti rigorose astinenze-, 
cosi almeno era creduto. Le mogli per una settimana 
s'involavano agli amplessi maritali. Le fidanzate e 
le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la lesta e 
il cuore dai desiderj tentatori. 

« Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del 
recinto. Una ghirlanda di pampini ne cingeva la te- 
sta; un serpente era attortiglialo intorno a' suoi 
piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran 
vaso colmo di vino. Quel vino significava la religiosa 
tradizione, che ricordava essersi la dea ubbriacata, 
mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno l'uc- 
cise con un bastone di mirto , facendola degna in 
cosi strano modo dei doni immortali della divinità. 

« Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza 
rilegno, chiamavasi latte, a conciliare l' iilea dell'a- 
stinenza coi protorvi effetti che produceva, e Mellario 
il vaso che lo conteneva , onde è a sospettare chi; 
quelle donne stessero innanzi alla dea, ulate di de- 
rota inconUncnZ'i , preparando cosi la frase al poeta 
futuro. 



I LUPANARI il? 



« Quando la vestale damiatrice s' ingiiiocctiiò da- 
\anli al simulac-o , luite le vestali, candide come 
cigni depurali dal rio, s'inginocchiarono, e con esse 
quante matrone e spose e fidanzale e fanciulle eran 
là conveniiie. Più presso al seinigiro delle vergini 
sacre slava l'insigne Aurelia, la madre di Cesare, 
\enerata in Roma per l'alio senno e le virtù volute 
a le consuetudini sante. Aveva raggiunto il nono 
lustro: pure il freddo raggio lunare, turbato dalla 
calda luce delle resinose faci, cosi beneficamente la 
vestiva, che due lustri parevano scomparsi dal suo 
nobile vollo. Accanto a lei slava genuflessa Pompea, 
l-^ moglie di Cesare, non amante della suocera, che 
non amava lei. La beltà tramontante di Aurelia , 
dall' occhio espanso, lento e solenne, e dai contorni 
che Tullio chiamò scientifici , e li dicea segnati dal 
geometra Euclide, faceva conlrasto colla diversa se- 
verità della olimpica Pompea, severità ostentata per 
xlìssimulare le inlime accensioni. 

e Non lungi da Pompea, vestila come una regina 
asiatica, coi piropi al collo, alle braccia, ai brevi 
orecchi, si vedeva Servilia, la moglie del penultimo 
Bruto, la madre dell'estremo. Peccatrice nata, pure 
il peccato ella rendea perdonabile coli* intensità del- 
PafTelto concesso ad un uomo solo. Accanto a lei, 
volgevasi alla dea una giovinetta adolescente della 
casa Imperiosa. Colla chioma biondissima e l'alba 
pelle e l'occhio tinto di cielo e lucentissimo per la 



818 CAI'ITOI.0 VIGKSIMOPIUMO 

gagliarda fosforesceriTia del cervello, sembrava accen- 
nasse alle Gallie, alla Bretagna, alla Germania, e in- 
\Iiasse a non ancor noli connubi! la ccvruleam pubem. 

m Ma la damialì'ice pronunciò la preghiera , nnari- 
tandola ad una anlichissima cantilena del Lazio : 

« CasiissiiTia dea, che le assidue ripulse al Fauno 
« procace , a le, ancora lerresire , costaron sangue 
« innocenle; onde l'Olimpo li accolse pietoso nella 
« propria luce, iospir-a e consiglia e sgomenta il senso 
« delle morialiche qui li adorano. Rinnovella le virtù 
« prische della neonata Roma, e dalla muliebre pu- 
« rezza sia redento e salvo e fatto glorioso e invitto 
« il popolo romano. » 

« Queste ultime parole , affidate alla slessa canti- 
lena, vennero ripeluie in coro da quante donne 
erano là inginocchiale, alcune delle quali si ribel'a- 
vano all'alto concetto della preghiera. 

« Quando tacquero i cAOììfìà damiairice s'accinse 
a compiere, il sagrificio che chiamavasi Damium, da 
Dumia , altro nome che teneva la dea, donde venne 
l'appellai'vo alla sagiificalrice. Questa immolò al- 
cune galline di varii colori, tranne il nero; dopo di 
che, dodici tra le più giovani vestali, immersero nel 
Mellario altrellante coppe d' o'O, e cosi colme le re- 
eirono in giro. Tutte le donne ne bevcltero, e le ver- 
gini ivano e redivano colle coppe ognora vuoale e 
ognora ricolme, continuando in tale servizio, finché 
H Mellario rimase esausto. Allora la sagrificatrioc 



ì LUPA^AIU •it9 



esclamò ad alta voce e in lingua greca. Evviva il 
frutto di Bacco — e tosto cominciarono le danze bac- 
chiche, e alquante donne , tra le piìi giovani e for- 
mose, e indarno devote alla moglie del Fauno, tra- 
vesUlesi in Mènadi e Tiadi e Bassaree , le seguaci 
assidue di Bacco, si sciolsero le chiome , svestirono 
le stole e i pepli prolissi e apparvero in pelli suc- 
cinte, scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine. 
Forse è perciò che agli uomini era interdetta quella 
solennità sacra, perchè i fumi vinosi esaltando nella 
danza vorticosa talune di quelle che eran sazie della 
settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude 
baccanti, fors' anche per rivelare alle invide amiche 
le nascose bellezze » 1). 

Ignorasi ciò che veramente accadesse in questi 
misteri della Bona Dea. Clodio v' andò in lutti i modi 
sospinto da soli intenti di lussuria, e come che sco- 
perto , si vociasse per Roma , che a tanto avesse 
trascorso per amor di Pompea, Qgliuola del magno 
Pompeo e moglie di Cesare, questi, sebbene nel- 
l'orgoglio suo diniegasse la cosa, pur l'addusse 
a causa di divorzio, con quelle parole, delle quali 
pur a' di tìostri si usò tanto ed abusò, che la moglie 
di cesare non debba tampoco venir sospettata, adope- 
randosi per altro alla assoluzione del dissoluto pro- 
fanatore dei sacri misteri. 



1) Voi. II. Cap. XII , p. 106H3 Milano , 1873. Presso 
Felice Legros, edilnr*». 



220 CAPITOLO Vir.ESIMOPRIMO 



Nell'epoea imperiale, il velame di questi si squar- 
ciò, e quali cerimonie si compissero non fu più uomo 
che ignorasse. Giovenale , l' implacabile poeta sati- 
rico, cosi li rese noli alla posieriià : 

Nota Bonce secreta Dece quam tibia lumbos 
Incitai et cornu pariter vinoque feruntur 
Attonitce crinemque rolant ululantque Priapi 
Mcenades. quanius tunc illis menlibus ardor 
Concubitus! qua vox saltante libidine! quantus 
lite meri veleris per crura madentia torrens ! 1 ) 

Lo slesso caustico poeta piìi giù della stessa sa- 
tira constata che l'esempio di Clodio trovò imitatori 
di poi, né i misteri della Bona Dea soltanto venis- 
sero profanali, ma quelli pure d'altri numi ed ogni 
altare : 

Sed nunc ad quas non Clodius aras ? 
Audio quid veteres olim moneatis amici : 



Ornai palesi delia Buona Dea 
Fansi gli arcani, allor die il flaulo i lombi 
Comincia a stuzzicar : del corno al suono , 
Del vino all' estro , di Priapo allonile 
Le Menadi, rotondo il crin, volteggiano. 
Oli quanta allora in que' cervelli accendesì 
Libidinosa rabbia ! Oh con qua! impeto 
Guizzano, scoppian, s'agilan, vociferano! 
Del vecchio vin che bevvero, qual circola 
Acre vapor nel trasudante femore. 

Sai. VI, V. 314-19. 



I LUPANAHI iiX 



Pone seram, cohibe. Sed quis cuslodiel ipsos 
Cusfodes? i) 

La memoria della festa della Buona Dea dovevasi 
per tali ragioni e invereconde costumanze nel pre- 
sente capitolo dell' opera mia menzionare e mollo 
più ancora perchè si sappia che ceriamente degene- 
rasse sempre più col tempo in licenza ed in abboroi- 
nazioni ; tanto così che il medesimo Giovenale , par- 
lando dei sacerdoti di essa, li avesse a paragonare 
a quelli di Cotilto , che si celebravano egualmente 
di nottetempo in Grecia fra le più sconce dissolutezze, 
«nde i Bapti , che cosi nomavansi i suoi ministri , 
fossero venuti nel generale disprezzo de' concilladini, 
ed Alcibiade cbe s' era fatto iniziare a' loro misteri, 
avesse ad uccidere il poeta comico Eupoli , che di 
ciò 1' aveva canzonalo in una sua commedia. 

In quel luogo Giovenale accenna che i misteri 
della Buona Dea si fossero anzi fin da' suoi giorni 
cosi sconvolti, che non più alle donne, ma agli uo- 
mi[ii si aprissero solamente. 

Accip'ent te 
Pnulalim, qui longa domi redimìr.nla fumunt 
Frontibus , et tato posuere monilia collo , 



\) V. 346- i9: 

Ed or qual aia del suo Clodio è priva * 
Vecchi amici, a l'orecchio il nostro avviso, 
Già datomi una volta, ancor mi sona : 
rjiiudila, custodiscila. — Benissimo, 
Ma Aiì custodi chi sarà il custode ? 



222 CAPITOLO VIGKSIMoPUlMO 

Atque Bonam tenerce placant abdomine porcee, 
Et magno cratere Deam. Sed more sinistro 
Exagitala procul non inlrat fcemina limen. 
Solis ara Dea maribus patet. Ite, profancB ! 
Clamalur: nullo gemil hic tibicine cornit. 
Talia secreta coluerunt orgia keda- 
Cecropiam soliti Baplce lassare Cotytto <). 

Dissi finalmente , nel cominciar a parlare della 
festa della Buona Dea, non già perchè fosse ultimata 
la storia della prosliiuzione sacra in Roma, ma per- 
chè si assomigliassero poi tutti gli altri molti abbo- 
minevoli culli che le più abbiette passioni avevano 
potuto immaginare, ed ai quali piegavano anche quelle 
matrone romane che pur affettavano schifiltose di 
non volersi mescere alle orgie di Venere. Cupido , 
a cagion d'esempio, aveva i suoi riti; li aveva Mutino 



.... a poco a poco 
Te aggrpgheraniio del bel iiumer uno 
Quei che accerchian la fronte in lunghe bende, 
E lutto avvolgon di monili '1 collo. 
Ne' penetrali lor, con ampie tazze 
E ventraia di tenera porcella 
l'iacan la Bona Dea. Ma quelle soglie, 
Con rito inverso, or non avvien che tocchi 
Pie femminile: a' soli maselii l'ara 
.A presi de la Dea. Lungi , o profane ! 
Alto s' intona ; no, che qui non geme 
Tibia ispirata da femmineo labbro. 
Tal' orgie i Balli usar fra lede arcane 
Solean , stancando l'Attica Colillo. 

Id., Ibid. Trad. di Gargallo. 



1 LUPANARI 2iS 



e Periunda, Persica e Prema, Volupia e Lubenzia, 
Tulana e Ticone , ed altri infiniti quanti erano i 
modi di estrinsecar la lascivia, tutti osccnis!>i(ni iddi' 
che si facevano presiedere ad uffici che il pudore 
vieta di qui spiegare. 

Alla prostituzione religiosa, tenne dietro ben presto 
la legale , per l'affluenza a Roma delle donne fore- 
stiere in cerca di fortuna e massime delle auletric^i 
gi-eche condotte schiave \ ma le donne che vi si 
dedicavano erano notale d' infamia. Imperocché le 
ieggi cercassero sempre di proteggere il costume , 
tal che le adultere venissero ne' primi tempi ad 
essere condotte all' asino, e dopo essere slate vit- 
tima di quesio animale, andassero abbandonale al 
popolaccio. Ho nel capilolo della Basilica , parlando 
delle pene dell' adulterio, fallo cenno di quelle spe 
cialmenie in vigore in Pompei, d' una specie di go- 
gna, cioè, che all'adultera si infliggeva costringen- 
dola a percorrere le vie del'a città a cavalcion d'un 
asino col dorso volto alla lesta e rimanendo cosi 
perpetuamente noiate dt indelebile vitupero. Ma il 
marchio d' infamia non impedi che ne' tempi del 
basso impero femmine libere e di nobile schiatta, si 
dedicassero alla prostituzione, conseguendo dagli 
edili il brevelio relativo , che si chiamava Ucenlia 
stupri, il qual consisteva nel farsi iscrivere nei ruo'i 
meretricii col nome di nascita e con quello che adot- 
tavano nell' infame commercio, e che dicevasi notnen 



8ii CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

liipanarium e tale iscrizione che le assoggettava alla 
vigilanza dell'edile, implicava tal nota indelebile di 
infamia, che anco il ritorno alla vita onesta, il ma- 
trimonio, qualunque potere non avevan forza di 
-rrbilitarle interamente o di farne cancellare il nome 
dal libro infame. 

Il dichiararsi cortigiana e farsi iscrivere tale nei 
registri dell' edilità sotfaeva l'adultera alle «evere 
pene dell'adulterio, e sotto l'impero — incredibile a 
dirsi — furon visle figlie e mogli di senatori iiiscriver- 
visi sfrontatamente. Le matrone poi per abbandonarsi 
alia vita dissoluta e sottrarsi al rigore delie lejgi , 
vestivansi da schiave e prostitute, esponendosi a que' 
publici oltraggi cui le schiave e le prostitute non 
avevano dritto a reclamo. Si sa di Messalina moglie 
di Claudio imperatore, per l'episodio che di sfuggila 
accennai piìi sopra, narralo da Giovenale, ch'essa, 
togliendosi al talamo imperiale, sotto le vesti ed il nome 
di Licisca, si offerisse nel più lurido lupanare di Roma 
agli abbracciamenti di schiavi e mulattieri , e così 
«pinse la impudenza nella-libidine , che durante un 
viaggio dell' imbecille marito , immagino di con- 
rarre publicamente un secondo imeneo con Silio, lo 
che peraltro costò a quesl' ultimo la testa. Né più savia 
fu l'altra moglie di Claudio, Urgalanilla; nò migliori 
erano state quelle altre impudiche imperiali, che fu- 
rono Giulia, Scribonia e Livia; né la Ippia , moglie 
del senaiore Vejentone, che abbandonando inarilo e 



I LUPANAni Ji$ 



figli segui delirante Sergio , il guercio gladiatore , 
comunque coperto di schifose deformità ; nèDomizia, 
adultera con Paride istrione. 

Giovenale, nella succitata Satira sesta, denunzia 
che non poche mogli di cavalieri , di senatori e di 
più illustri personaggi si abbandonassero a' gladia- 
tori ed istrioni , che avevano saputo piacer loro , e 
nella terza satira accenna alla deplorevole introdu- 
zione nelle primarie famiglie de' frulli di questa 
infame prostituzione , quando toccando della legge 
d'Ottone che uell' anflieairo aveva assegnato i post» 
alle varie classi di spettatori , grida : 

Exeal inquii , 
Si pudcr esi, et de pidvino surgal equestri , 
Cujus res legi non sufficit-, et sedeant hic 
Lenonum pneri quocumque in fornice nati. 
Hic plaudat nitidi prcnconis fìlius, inler 
Pinrirapi cultos juvenes, juvenesque lanista I). 



1) ... Via, fuori 

.... qual vergogna I S' alzi 
Di I' equestre cuscin, chi non possiede 
!.' equestre censo; e de' mezznn d'amore 
Vi sottcn trino i iig'i, in qual sìa chìas>( 
Nati pur sien. Costinci applauda il Q^lu: 
Dei grasso banditor tra la ben nata 
De' reziari giovinaglia, e quella 
Dogli accoltellatori. 

V. to3-158 - Tr. Gsrgallo, 



!Si6 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

L'adullerio perianlo er.i divenuto comune, la vera 
piaga sociale : è ancor Giovenale che la proclami 
un' antica cancrena: 

Anliquuìn et velus est alienum, Postume, lecium 
Conculere, atque sacri genium contemnere fulcri i). 

Se sparii rampolli si mischiavano così alle fami- 
glie, d'altro maggior disordine erano gli adullerj 
cagione, negli infanlicidj e nelle esposizioni. Tene- 
van mano agli uni e alle altre le sagce, venditrici di 
filtri tessalici e di unguenti^afrodisiaci troppo spesso 
perniciosi. I luoghi che più d' ogni altro vedevano 
codeste esposizioni erano alla Columìta luctaria nel 
Foro Aliiorio , e pili ancora sulle rive del Velabro , 
da dove poi a Fortuna, piìi mite e compassionevole 
delle loro madri, vegliando su gli infelici bambini , 
raccogliendoli, presiavali alle sterili matrone che 
simular volevano un parlo , od a coloro che si vo- 
levan di essi giovare ad altri fini inonesti. Non 
puossi a meno che ricorrere a Giovenale ancora , 
che ha lasciato della incontinenza di jallora la più 
fedele pittura : 

Transeo supposii03, et gaudia vota que scepe 
Ad spiircos decepla lacus, atque inde peiitos 



È vrccliia usanza, o Postumo, ed antica 
Far cigolare gli altrui letti, e il santo 
(ienio sclierniir che a talami presiede. 

V. 21-22. 



I LUPANARI 227 

Ponlifices scilios, Scaurorum nomina falso 
Carpare laturos. Stat fortuna improba noclu, 
Arridens nudis infantibtis ; hos fovel ultiis 
Involviique xinu: domibiis lune porrigU altis , 
Secrelumque sibi mimum parai : hos amai, his se 
Ingerii, ut (/uè suos ridens producit alumnos i). 

Davanti a sì enormi fatti che minacciavan turbare 
I' ordine sociale , dovevansi le leggi risentire o se 
più non si tornò alle esorbitanti penalità di un tem- 
po, e che pili sopra ho ricordato, della legge Giulia 
e la Papia Poppea vi providde nell'anno u. e. 762, 
emanata nelP occasione che si dovette pensare al 
modo di accrescere una popolazione che le guerre 
civili e le sedizioni avevano decimala. 

Questa legge prescrisse pene severe contro coloro 
che si rendevano colpevoli di incesto e di adulterio. 



1} Lascio i parti supposti, i gaudi, i voti 

Spesso appallali dal Velabro. Oh quante 

Volte raccolti son dalle sue fogne 

Gli ignoti bimbi, sul cui falso corpo 

Nome di Scauri apponsi, e poi uc ottiene 

Suoi pontefici Giove, i sali Marie. 

Capricciosa fortuna ivi la notte 

A que' nudi bambìii volteggia intorno, 

E con l'alilo suo tulli gli scalda^ 

E in grembo se li avvolge. Allor tra gli alti 

Palagi li dispensa, e ne prepara 

Segreta farsa a sé : l'amor son questi , 

Questi son la sua cura ; e che sien delti 

Figli della Fortuna ella gioisce. 

Sai. VI, V». 602-609. 



228 CAPITOLO V1GE5IM0PR1M0 

Come facil mente può essersene accorto il lettore , 
la prostituzione romana non porse spettacolo di 
quello spiritualismo, per così dire, che preseniò la 
prostituzione greca. Invano, ho già detto, si cerchereb- 
be né un'Aspasia, né una Leena, né una Gleonice 
filosofe, né una Saffo poetessa, né una Nicarete 
matematica; invano una bellissima Laide, che per 
reverenza alla scienza ama e si prostituisce al cinico 
e sordido Diogene, né una politica Targelia, né una 
buona e virtuosa Bacchide e va dicendo : è appena 
appena se troverete le famosce , che per solo d jsi- 
derio di pubblicità e fama affettano d'essere am che 
di Tibullo, di Orazio , di Catullo, di Properzio e di 
Ovidio, ai quali saranno, dopo d'averli ben innamo- 
rati spiumati, infedelissime. 

Né per altro tutte costoro appartenevano alla classe 
volgare delle sciupate, date per lucro alla prostitu- 
zione, ma ben anco uscivano da patrizie e rispettate 
famiglie ; epperò i loro appassionati poeti , per una 
certa reverenza al casato, ne' loro canti sostituivano 
ai veri , simulati nomi. Cosi la Lesbia di Catullo , 
forse cosi nomata dal suo Poeta per la particolarità 
de' suoi gusti erotici , vuoisi altra non fosse che la 
Clodia, discendente da una delle più cospicue fami- 
glie di Roma, la Claudia, alla quale appartennero e il 
tribuno Claudio e Appio il Cieco, che ambo Cicerone 
circonda di tutta venerazione nella sua arringa Pro 
Marco Ccelio, por quel giovine Celio, cioè, ch'rgli difese 



I LUPANAnl S23 

caiorosainenle appunto dalle accuse dategli da Clodia 
d'averle preso dell'oro e di avere lenlalo d'avvele- 
narla, accuse che si conobbero effello di vendetta per 
essersi veduta da lui abbandonala. Era ella inoltre 
sorella di quel Publio Clodio , che più sopra ho ri- 
cordato come r eroe della profanazione de' misteri 
della Bona Dea e che fu l'acerrimo nemico del Ro- 
mano Oratore, e moglie di Quinto Metello , cui Ci- 
cerone slesso tributò gli encomj maggiori come 
chiarissimo, valorosissimo uomo ed amantissimo della 
patria. Comunque lo sventurato Poeta avesse ogni 
dì prova delle lascivie di lei , si che scendesse a 
commetterle in quadriviis et angiporlis 1), com'ei ne 
scrive al suddetto Celio, e venisse desi!,'nata coll'in- 
fame nomignolo di Qaadrantaria , a significare il vii 
mercato che faceva di sé medesima , non seppe tut- 
tavia levarsene l'amore dal cuore, tanto da morire 
amandola ancora del più costante amore: 

Odi et amo. Quare id faciam, furiasse requiris. 
Nescio; sed fieri senlio et excrucior 2). 



i) . Nei quadrivii e ne' chiassi. » Carmen LVIII, Ad 
Ccelhnn- 
i) Amo ed odio iusiera , se chieda 
A me alcun come succeda? 
1.) l' ignoro, eppure il sento 
E ne provo un gran tormento. 

Carmen LXXXV. — Mia (rad. 

/<f Rovine di Pompei. Voi. III. li 



230 «;AriroLO vigesimoprihio 



Anche la Cinzia di Properzio prelendesi fosse una 
Oililia, che si vorrebbe da' cominenlatori far discen- 
dere da Tulio Ostilio terzo re di Roma, certo da un 
Ostilio, che dicono erudito scrittore, autore d' una 
storia delia guerra dell'Istria. Ella slessa di maestosa 
ed elegante statura, di bionda cappellatura e di man 
delicata e aristocratica, come Properzio medesimo la 
dipinge, era appassionata assai dell'arti belle e più 
che tutto della poesia, onde a lei pure rendessera 
omaggio quelli altri esimiiche furono Cornelio Gallo, 
Orazio e Virgilio, i quali a lei leggevano gli immor- 
tali loro carmi e ne chiedevano il suffragio. Tullociò 
non impedi che la leggiadra e capricciosa Cinzia, per 
recarsi a' notturni convegni col suo Poeta, si calasse 
giù poco maestosamente da' balconi della propria 
abitazione l);non irapedi che gli facesse infedeltà fre- 



{) lam ne excidervnt tigilatis furia Subim'ce 
Et tnea nocturnis trita fenestra dolis? 
Per quam demisso quoties tibi fime pependi. 
Alterna veniens in tua colla marni. ' 

* E giù i bei furti di Suburra e il caro 
Trescar noliurno, e il mio 
Balcon per te soccliiuso, agli altri avaro» 
Ti caddero in obblio ? 
Il mio balcon, d'onde alla fune appesa 
Spesso vèr te calai , 
E con alterna delle mani offesa 
Al collo tuo sbalzai t 

Trad. Vigmara. 



I i.rpANAni 2H 

quenti e che traesse in casto Isidis, agli esercizi non 
sempre spirituali, soventissirae volle prelesio ad or- 
gie oscenissime; onde Properzio a quest'anniversario 
Isiaco avesse ben ragione d'imprecare e maledire, 
come già ne appresi al lettore nel metterlo a parte 
de' misteri di quella Dea nel capitolo de' Templi. 

L'episodio tuttavia della gelosia di Cinzia verso 
Properzio, quale è da quisi' ultimo descritto nell' e- 
legia ottava del Lib. IV, allorché ella il sorprende 
alle Esquilie colle cortigiane Fillide e Teja in mezzo 
alle coppe del vin di Lesbo, è tal gustosissimo qua- 
dretto di genere, che mette conto di riferirlo, ridu- 
cendolo dallo splendido verso originale all'umile mia 
prosa. 

Cinzia, neiroccasione che a Lanuvio, antico mu- 
nicipio del Lazio tra Riccia e Yelletri, ove esisteva 
un santuario singolare pel culto di un drago , che 
poteva essere per avventura il Genio del luogo, si ce- 
lebrava la festa del drago slesso e ad un tempo quella 
di Giunone Sospita, ossia della salute , tratta in un 
carpento d' un suo vagheggino da due gallici corri* 
dori bai, volle pure recarvisi. Ella medesima gui- 
dava i cavalli e via trapassando per chiassi impuri, la 
gentaglia che si trovava in una bettola sul suo pas- 
saggio , ne fece argomento di discorso e tale come 
ben si meritava. Quindi i parlari e gli alterchi 
sulla bellezza, sull'età, sui costumi di lei, sull'og- 
getto della sua gita , e tutlociò alle spalle dei suo 



Capitolo vigesimophimo 



povero amalore. Properzio , a vendicarsi di cotale 
perfidia, volle renderle pan per focaccia e invitale seco 
certa Fillide , che abitava presso il tempio di Diana 
Aventina e cui i fumi del vino crescevano vaghezza, 

Sobria grata parum; quum bibit omne decet «)> 

e certa Teja ,> che dimorava nei boschetto Tarpeo e 
che ne' bagordi avrebbe sfidalo il più fioro bevitore. 

Candida ; sed potce non salis unus erat 2), 

si pose con esse sul letto iricliniare a mensa, serviti 
dallo schiavo Ligdamo di vino di Meiimno , e fa- 
cendo accompagnar l'orgia dai suoni della tibia e 
dal tamburello, suonata la prima da garzone egizio, 
il secondo da donzella di File, isola tra 1' Egitto e 
r Etiopia. Non mancava nell' intermezzo il nano buf- 
fone co' suoi lazzi , colle sue capriole e colle casta- 
gnette che scuoteva. 

Ma la lampada non dava la fiamma vivace, la ta- 
vola cadde, e quando si pose a giuocar coi dadi, 
sempre gli usciva il cane, cioè il punto piìi disgra- 
ziato : indizi! tutti codesti di non lieto augurio. 

Intanto le baldracche, eccitate dal vino, cantavano 



') Pria della mensa è poca cosa assai. 

Ma il vili le dona mille grazie e mille. 

±) Bianca e fredda a veder, ma tra i bicchieri 
Un di goderne, un di sOdarne lia petto. 

Trad. Visraara- 



I LUPANARI 235 



alla distesa e sì scoprivano il petto lascivamente a 
provocare il Poeta ; ma Properzio, sempre il pensiero 
alla sua Cinzia, non curante di esse, viaggiava col 
cuore a Lanuvio. 

Quand' ecco, stridono i cardini della porla, s'ode 
un parapiglia, è Cinzia, ella stessa che rovescia l'u- 
scio, furibonda si scaglia in mezzo all'orgia, e pri- 
mieramente caccia le unghie in faccia a Fille. Teja 
non attende che la tempesta si scaraventi pur su di 
lei, si precipita a fuga gridando acqua, quasi si trat- 
tasse d' incendio , ed a Properzio, che attonito aveva 
lascialo cader tosto la tazza colma , Cinzia fa sfre- 
gio al vello colle mani, addenta e sanguina il 
•collo e più specialmente, come quelli che sieno i 
più rei, cerca offendergli gli occhi. Quindi fa sbucar 
dai letto , dove disotto s' era accovacciato , Ligdamo 
lo schiavo, gli strappa di dosso gli abili e chi sa cosa 
gli slava per toccare, se 11 Poela supplichevole non 
ne avesse frenata la furia. Cinzia allora porge a 
Properzio, in segno di perdono, a toccare il piede; 
ma detta al tempo stesso le seguenti condizioni di 
pace: 

Tu ncque Pompeja spaliabere cullus in umbra, 
Nec quutn lascivum sternet arena forum. 

Colla cave in/leda^ ad summum obliqua thealrum, 
Aut leetica luce sidat operta tuorce. 



234 CAi'inti o vir.i.SiJM)PiuJit) 

Ligdamus in primis omnis miài causa querelCB 
Veneal et pedibus vincula bina trahal 1) 

Properzio sottoscrive alle condizioni, Cinzia sorride 
della vittoria , quindi fa dappertutto fumigazioni , 
quasi a cacciare ogni miasma lasciato dalle partite 
meretrici , solfora i panni del Poeta , poi tre volte 
descrive un cerchio intorno al capo di lui coli' ac- 
ceso zolfo , e quando la purificazione è compiuta , 
suggella seco lui la pace. , 

Dopo tutto, ella lo amava profondamente : fu vista 
dopo una lunga malattia di lui , prosternala al pie 
degli altari , propiziar Iside e ringraziarla della ria- 
vuta salute del suo fedele. 

Ma Cinzia, la gentile amante ed ispiratrice di Pro- 



1) Non più vezzoso ad occhieggiar qual fai , 
fra i spetlacol' dei lascivo Foro, 
sui passaggio di Pompeo n'andrai. 

E d'ora innanzi non li dar la pena 
Di torcer suso il collo agli alti scanni • 
Ne r affollata teatrale arena. 

Nò per la via farai fermar lettica 
aprir portiera onde Qccarvi il capo 
E parlottar colia passante amica. 

Ma pria di tutto fuor di casa, fuori 
Ligdamo, fonte d' ogni mal ; si venda , 
E con i ferri ai pie' serva e lavori. 

' Dissi giù nel capitolo de' Teatri come le cortigiane fosseio 
m-1 quattordiitsimo gradino del teatro, citando all'uopo il Sci- 
tijricon di Apiileju. 



I LUl'ANAUl <T>i 

perzio, nel fior dell'eia moriva, avvelenala da Nomade, 
laida cortigiana, per non so quale afTronlo ricevalo, 
e lui non presente: egli ne fu inconsolabile, ne onorò 
con dolenti elegie la memoria, sparse di fiori la sua 
tomba, anche quando altri per tema di possenti ven- 
detle non l'osava, e di poco le sopravvisse. 

Anche la Delia di Tibullo, vuole Apulejo che ve- 
lasse il proprio nome di Plania, la quale varii eom- 
menlalori additano come un'illustre patrizia romana, 
mentre altri la vorrebbero semplicemente liberta. 
Vogliono pure che una sola fosse quella che il Poeta 
nominò nelle sue elegie come Delia, come Nemesi, 
come Neera, come Sulpicia e come Glicera. Che se 
fossero invece tante distinto amanti, avremmo allora 
]a prova della sua incostanza. 

Preferisco credere al sentimentalismo dello sue 
elegie e ritenere che la sua Delia gli abbia vera- 
mente tutto rapito ed occupato il cuore , come la 
Lesbia tenne quello di Catullo e Cinzia quello di 
Properzio. 

Se non che , so la Sulpicia fu amante di Tibullo, 
se non forma che una sola persona colla Delia, non 
sarebbe più la patrizia Plania, come vorrebbe Apulejo, 
ma la figliuola di Servio Sulpicio, uno de' più grandi 
personaggi della sua epoca, e la quale peraltro si sa 
non arrossisse di dire essere stmica di comporre il suo 
vallo prr la cura del suo buon nome. 

I rigori poi di Glicera, di cui si lagna il Poeta , 



216 CAPITOLO VIGESlMOPlUMO 

potevano essere caii-^aii da quel suo decadiiiicnlo d 
forze fìsiche, le quali prima, per tesiitnoniauza d 
Orazio , interamente possedeva, congiunte alla bel 
lezza, alla grazia, alla nobiltà dell'animo ed all' ab 
bondanza dei beni di fortuna; e forse trovavano al 
tresi la loro ragione d'essere nella dissipazione di 
questi ultimi, che 1' avevan ridotto, se non all'indi 
genza, certo alla povertà; e queste famosm avevan 
davvero animo di dar fondo a ben più che un ricco 
patrimonio. 

Vengo ora al poeta maestro in amore , al cantor 
delle Eroidi e delle Metamorfosi , del Rimedio d'A- 
more e del Liscio. 

Non è dato scoprire chi si celasse sotto il nome 
della Corinna di Ovidio. Aveva ella marito, ma ciò, 
stando al Poeta, nulla ostava a' suoi amori con lei 
s'egli lo chiama lenone marito. Ovidio la canta e fer 
vidamente mostra di amarla; ma ella non è più pii 
dica delle altre sue pari, nò più fedele; ond'egli 
soventi volte posposto ad altri, passava le notti da 
vanii la porta di lei , quando pure non l&sciavasi 
consolare dalla bella Cipassi. Ma finalmente gli amici 
suoi, ponendogli sotto gli occhi la impudente prò 
stituzione di Corinna , eh' egli aveva continualo a 
immortalar ne' suoi versi, non impedito dall' alTetlo 
casalingo per la injoglie, casto e freddo così da non 
esserne seguitato nell'esiglio del Ponto, — ne lo di- 
stolsero, ma fu grande cordoglio pel suo cuore, per- 



I LLPANAni 257 

cbè egli avevala fortemente amata; onde il Petrarca 
nel Trionfo dell'Amore, potesse Ovidio mettere così 
giustamente insieme agli altri tre poeti, degli amori 
dei quali ho testé narrato : 

L'uno era Ovidio, e l'altro era Catullo, 
L'altro Properzio, che d'amor cantaro 
Fervidamente, e 1' altro era Tibullo. 

E buttossi allora ad altri e più volgari amori , 
senza che per altro ne impegnasse seriamente il 
cuore. Scrisse sulle ginocchia di queste figlie del pia- 
cere quel codice di voluttà, che intitolò Arlis Ama- 
torice , ma eran lascivie estranee al senligiento; 
perocché ai teneri amori avesse , come dissi , vera- 
mente detto addio per sempre e chiusa la carriera 
di essi, dicendo: 

Qucere novum vatem, tenerorum maler amorwn 1). 

D'un suo episodio giudiziario d'amore avanti ai 
Treviri, e del quale fu egli per avventura il prota- 
gonista, ho già informalo chi legge* recando nel ca- 
pitolo della Basilica i suoi versi medesimi che lo 
descrivono e sono altresì prezioso documenlo di sto- 
rica giurisprudenza. 



i) Amorum, Uh. III. Eleg. XV; 

Madre di amori teneri , 
Cerca novel poeta. 

Trad. di Francesco Cavrianr 



CAPITOLO VIGESIMOPUIMO 



Taluni altribuirono ad Ovidio un altro amore , e 
più illustre, cagione del suo esigilo a Tomi nel Ponto 
Eusino, da dove invano ebbe a supplicare tanto da 
Augusto che da Tiberio', d-" essere richiamato, e lo 
dedussero da' seguenti versi della Elegia I. del li- 
bxo II. dei Tristi : 

Cur aliquid vidi? cur noxia Itimina feci? 

Cur imprudenti cognita culpa mihi ? 
Impius Aclaeoìì vidit sine veste Dianant, 

Prceda fuit canibus non miìius ille suis l). 

Voltaire istesso si lasciò andare per ciò a questa sua 
conghieltura; t U poeta acceso di segreta fiamma 
per la moglie di Augusto , ebbe la sventura di ve- 
derla nel bagno e ciò indusse il geloso marito a re- 
legare a Tomi l'indiscreto osservatore de' fatti altrui. » 
Ma Voltaire, osserva a tale proposito Ermolao Fede- 
rico 2), dimentica al certo che la bella Livia quando 
lasciavasi cosi incautamente sorprendere dal novello 
Alteone, era madre di un figliuolino di anni cin- 
quanta. 

Meglio è avessero essi avuto di mira gli altri versi 



i) Cile vidi incauto? porche i fati vollero 

Che arcana colpa il guardo mio scorgesse? 
Vide a caso Attcone ignuda Cinzia; 
Pur de' suoi cani pasto r-gli è rimaso. 

Trad. Ji Paolo Mislrorigo. 
2) Sopra la Vita di Publio Ovidio Nasone, Discorsi. Di- 
scorso I. 



1 LUPVNAKI -239 

ài Ovidio nella Elegia V , lib. III dei medesimi 
Tristi : 

lascia quod crimen viderunt lumina plector 
Peccatumque oculos est habuisse meiim I) 

-e l'allro: 

Perdiderint cum me duo crimina: carmina et errori), 
eà altri ancora , e i' Ermolao che vagliò a fondo la 
questione, cosi stabilisce nel modo che segue i falli, 
■che io pure riferendo, credo illustrare ognor più le 
opzioni storiche della prostituzione. 

Il giovane Postumo Agrippa, nipote di Augusto , 
era stato in pena delle sue stramberie relegalo verso 
la fine dell'anno di Roma 761 dall'avo in Sorrento. 
Giulia, sorella di lui, giovane donna al pari della 
madre di coltissimo ingegno e di questa al pari 
sfrenatissima ne' costumi, veniva pure pei molteplici 
adulterii esiliala da Augusto nell' isola di Tremili 
dapprima e poscia sul conlinciite. Arbitra dunque la 
moglie di Paolo Emilio delle proprie azioni, non ci 
meraviglia che le prendesse desiderio di visitare in 
Sorrento il giovane fratello, che forse da due anni 
ella non aveva veduto. 



i) Punito io son, che un turpe futlo videro 

GII incauti occhi; son reo che gli occhi ebb' io. 
Trad di Paolo MistrorJKO. 
2) Versi ed orror, due colpe mi perdonerò. 

/(/.. Ibid.. 



240 CAPITOLO VIGESIMOPBISIO 

E non ripugna alla ragione , scrive l' Ermolao 
Federico, che a quella visita il vecchio Augusto con- 
sigliasse la nipote , acciocch' ella potesse conoscere 
l'indole feroce del giovinetto; o per lo meno vi ac- 
consentisse. Comunque ciò fosse, non poteva al certo 
quel divisamento rimanere ascoso alla Livia, alla 
quale stava troppo a cuore tutlociò che riguardava il 
giovane Agrippa, che quantunque allora in disgrazia 
dell' avo, pure era il solo che avesse potuto contra- 
stare al suo diletto Tiberio la successione al trono 
imperiale. Né credette forse opportuno di porre im- 
pedimento a quella visita , sperando anzi che dalla 
unione di quei due capi sventati fosse per uscirne 
un qualche grave disordine favorevole a' suoi dise- 
gni : riserbandosì però l'usato diritto di spiarne tutte 
le mosse attentamente. 

Essendo Ovidio familiarissimo della giovane Giulia, 
come può credersi di uomo famoso per le opere del 
poetico ingegno e per la gentilezza de' costumi , e 
che trovavasi allora in età abbastanza avanzata per 
poter esser considerato quasi a lei padre, non è ma- 
raviglia eh' ella il prendesse a compagno in quel 
viaggio, proponendosi forse nel suo bizzarro pensiero 
che r animo rozzo e brutale del giovane relegato 
potesse inclinare a gentilezza, udendo forse per la 
prima volta la dolcezza dei versi di quel provetto 
maestro dei teneri amori. Il giovane prigioniero, an- 
noiato dalia lunga solitudine, accoglie lietamente gli 



I LUPaNAIII 2il 



ospiti amabili. Siedono a lauta mensa in numero 
non maggiore delle Grazie ed allontanata l'incomoda 
turba di servi, il precettore degli amori viene ecci- 
talo dalla Giulia a recitare innanzi al rustico giovi- 
netto quei versi che gli procacciarono tanta fama presso 
al gentil mondo romano. In mezzo agli spumanti 
bicchieri, il poeta s'abbandona liberamente a tutte le 
ispirazioni della Sotadica musa 1). Gode la Giulia 
di osservare il rustico fratello commoversi ad ama- 
bili sensazioni , e non che reprimerle , le fomenta. 
Troppo lardi il poeta s'accorge del periglioso effetto 
de* suoi versi, imperciocché gli sfrenali giovani tra 
le flamme di Venere e di Bacco, spinti inoltre dalla 
pravità dell' indole loro , non rispettano la presenza 
del vecchio cantore per differire ad altro momento 
Io sfogo de' loro infami desiderj. 
Questo fu il delitto al qual Ovidio trovossi mal suo 



1) Fu Solade poeta di Tracia, che scrisse in verso ogni 
sorta di libidini, e sembra che scrivesse in quei genere 
che i Francesi chiamano poesie fuggitive e che in latino 
diconsi commafcE, cioè incise, spartite. Così le chiama 
Quintiliano; e pare che a' tempi di lui fossero conosciute, 
perciocché egli proibisse agli istitutori di parlarne a' gio- 
vinetti. Intitolavansi quelle poesie del poeta Sotade Cinae- 
dos, per cui Marziale lo chiama Cinedo, ed altri chiama Io- 
nico quel poema, giacche l'epiteto di jonico davasi a tutto 
ciò eh' era molle e lascivo- Visse questo poeta a' tempi 
di Tolomeo , che il fece gitlarc in mare entro una cassa 
di piombo. 



Uì CAriTOLO VIGESIMOPRIMO 

grado teslimonio, e del quale a lui ripugnò farsi per 
avventura ad Augusto delatore. 

Le tante ragioni che rendono probabile questa es- 
sere stata la causa della sua disgrazia chi vuol co- 
noscere parte a parte, vegga i suddetti discorsi di 
Ermolao Federico, che l'Anlonelli di Venezia mand(* 
inanzi alla sua edizione dei volgarizzamenti dei poenit 
d'Ovidio col testo a fronte." 

Progredendo a dire delle {amosm de' poeti, non la- 
scerò senza menzione la Citeride di Cornelio Gallo , 
figliuola forse di quella Citeride che amò Giulio Ce- 
sare, e alle libere comessazioni della quale non isde- 
gnò il grave Marco Tullio Cicerone di intervenire 
conviva, e che Gallo cantò sotto il nome di Licori , 
perocché ornai uopo sia riconoscere che fosse un vezzo 
di sostituire ai veri, nomi supposti ne' carmi che do- 
vevano correre per le mani del pubblico. Ma eguale 
sventura che agli altri poeti, toccò in amore anche a 
Gallo. Reduce dalla guerra coi Parli e ferito , non 
trovò più fedele la sua Licori, ch'egli aveva sì amo- 
rosamente cantato: onde cercò allora altri alTelli nelle 
due sorelle Genzia e Cloe, poi nella giovinetta Lidia 
leggiadra e ingenua-, ma per quanto si studiasse di 
esaltarne i pregi, mai i nuovi amori non raggiunsero 
la forza del primo, fenomeno consueto in codesta 
passione, che ricusa ogni logica di ragionamento. È 
un vero peccato che il poema in quattro canti sugli 
amori per Licori non sia giunto infino a noi, se vera- 



I LrPANARI 2i3 

mente lia meritato clic Quintiliano ne paragonasse l'au- 
tore a Tibullo, a Properzio ed Oviilio e del suo vivente 
godesse deli' universale rinomanza come degno di 
star fra costoro. Anche le poche poesie che a lui 
sono allrihuile , son soggetto di molte controversia 
Ira i filologi , e la parte che gli è attribuita con 
meno di |inverosimiglianza consiste in una elegia, 
della quale parecchi versi sono per soprammercata 
taluni incompiuti e taluni distrutti ed in tre sol» 
epigrammi. 

Le Delie, le Lesbie, le Neere, le Corinne, le Cin- 
zie e le Lidie se ispirarono canti leggiadri a' loro 
poeti amanti, strapparono altresì da essi imprecazioni 
e maledizioni , che ci sono pervenute del pari ne* 
loro mirabili versi. 

Accennai delle infedeltà di Lesbia a Catullo : l'in- 
felice poeta invocava dagli Dei d'essere liberato da 
questo amore che chiamava la sua peste , perocché 
tanto più sentiva d' amarla, quanto meno sentiva di 
stimarla : 

!\'ulla potesC mulier tantum se dicere amatam 
Vere, quantum a me , Lesbia, amala mea es. 

Nulla fldes ullo fuit umquam [cedere tanta , 
Quanta in amore tuo ex parte rcperta mea est, 

Nunc est mens adducla tua, mea Lesbia , culpa, 
'^tque ita se officio perdidit ipsa pio; 



24i CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

VI j ani ncc bene velie queam libi, si optima fìas, 
Nec desistere amare, omnia si facias 1). 

La Cinzia, tuttoché la provai gelosa e colla e sti- 
mala da Properzio non solo, ma pur dagli allri il- 
lustri di allora ; non ne procacciò meno colle sue 
incostanze gli sdegni, e senza dir delle allre elegie, 
nelle quali sfoga i suoi risentiaienli contro di lei , 
leggasi r elegia XXV del Lib. Ili, che altro non è 
che un addio di maledizione eh' egli le manda per 
averlo roso la favola di tutti. 

Bastino al mio proposilo questi versi: 

Risus eram posilis inler convivia mensis 
Et de me poterai quilibet esse loquax 2). 

Delle querimonie per i rigori di Dalia ediGlicera 
e di Nemesi son piene le elegie di Tibullo ; e 



1) Molti de' carmi di Calullo Icnjo da me volgarizzati incdili ; 
epperò mi valgo sempre per qucito poela della mia traduzione 
non edila per anco. 

Donna non fu che tanto 
Amata fosse, come or tu da me; 
Né mai servala , quanto 
Da me lo fosse, la giurala fé. 

Lesbia, or lu m'hai condotto, 
Fossi pur buona, a più non ti slimar: 
Né, s' anco più corrolto 
Tu avessi il cor, ti lascerò d'amar. 

2) Abbastanza io fui la favola 

De le mense scioperale, 
E (li me ciascun fé' ridere 
A sua posta le brigate. 

Tr. Vismara. 



I LIPANARI 545 



quelle di Cornelio Gallo per l'infedeltà della Licori, 
e in difetto del suo poema, che perì come dissi, 
dobbiamo starcene alle allegazioni di Donato biografo 
di Virgilio , di Servio scoliaste di Virgilio stesso e 
di Quintiliano. 

Ma chi più di tutti lasciò imperituri monumenti 
d'ira e di maledizione per le amanti sue , é Orazio 
Fiacco , il più epicureo de' poeti latini , ma in ri< 
cambio principe della lirica della sua lingua. 

Se non che Orazio , che aveva detto amare la fa- 
cile Venere e le cortigiane più alla mano e sgua- 
iate : 

.... namqiie parabilem amo Venerem facilemque 
Ulani , post pattlo, sed pluris, si exierit vir l), 

parmi avrebbe perciò appunto dovuto essere più ra- 
gionevole e attendersi a queste infedeltà ed epicureo 
com'era, volando da questa a quella simpatia, ap- 
pare assurdo che pretender volesse da quelle donne 
costanza negli amori. 

Seguendo i suoi carmi, si può ritessere la storia 
della sua vita voluttuosa ed erotica. La prima che 



ì) Sat. 2, lib. I : 

Faci! Venere e pronta amo e colei 

Che ti dice : fra breve ; e fia maggiore 
La voluttà, se partirà il marito. 
Mi son sostituito nella traduzione al Gargallo, che questa 
volta non ho proprio capito che dir si volesse. 

/^ Rovint di Pompei. Voi. III. I« 



248 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

si affacci è Neera, che tenne per oltre un anno, ed 
era valente canlalrice. Povero scriba e non anco fa- 
moso per le sue poesie e non ancora protetto da 
Mecenate discendente da atavi regi, né però avendo 
di che pagarla, tornava assai difflcile legarla a sé con 
vincolo di costanza e da lei abbandonato per correre 
agli amplessi di più facoltoso, si fa di necessità virtù 
e se ne ricalta predicando egual sorte al proprio 
successore. 

Cominciando poi a farsi conoscere letterariamente, 
gli avvenne di stringere conoscenza con una illustre 
patrizia, della quale non si sa il nome, ma pare che 
putisse alquanto di poesia come di dissolutezza. Costei 
seppe accalappiarlo e 1' ebbe alcun tempo nella sua 
soggezione , finché egli seppe scuoterne il giogo e 
quand'elta a ricuperarlo si faceva a ingiuriare la 
nuova amante di lui , questi allora ne rintuzzò gli 
strali co' più sanguinosi epigrammi. 

Poi è alla buona Cinara che volge il suo cuore e 
di lei si rammenla anche quando le brine dell' età 
presero a imbiancarle il capo. Ma egli l' abbando- 
nava per cedere agli artifici di Gralidia, bella, ma 
vile profumatrice e saga, che spacciava filtri afrodi- 
siaci ed esercitava magia , ma che però non seppe 
valersene tanto da railenerlo a lungo. Egli anzi, per 
sottrarsi a tutti i suoi maleficj, la designò al comune 
disprezzo , rivelandone co' suoi terribili versi le ese- 
crabili pratiche libidinose all'Esquilino, e le turpitu- 



I LUPAItARl 147 

dini tulle sotto il nome di Canidia, che quind' in- 
nanzi per lui passò nel volgare linguaggio come 
sinonimo di avvelenatrice , accusandola perfino che 
a' suoi nemici ella cercasse propinare veleno , del 
quale egli, che le si era nimicissimo dichiaralo, non 
ne mori per altro : 

Canidia, Albati , quibus est inimica, venenum i). 
Lu dipintura ch'egli ne fa nella Satira Vili , lib. I è 
orribile: sarebbe troppo lungo il riferirla. 

Ebbe di poi Inachia , quindi Lice tirrena , che 
mollo amò e alla porla della quale, facile per tutti, 
rijiorosa a lui, sollecitò lungo tempo i favori e sem- 
bra inuiilmeiite; ma dopo alcun tempo, venuta meno 
la di lei bellezza, prese a vituperarla. Sfiorò appena 
l'amore di Pirra, senza neppure commoversi nel sor- 
prenderla in braccio ad altro giovane amatore. Delirò 
poi per la giovinetta Lalage , liberta e amante del 
suo amico Arisiio Fusco; poscia per Giulia Varina, 
liberta della famiglia Giulia e che cantò sotto il nome 
di Barina. 

Dichiarò a Tindaride cantatrice vaghissima la sua 
passione e le proferse il suo cuore; ma la madre di lei, 
amica di Gratidia, volle sconsigliarla dall'accoglìerlo, 



1) Sai. 1. Lib. 11. 

Canidia, Qglia 

D'Albuiio, a' suoi nemici erbe e veleno. 

Tr. Garjjalio. 



248 CAPITOLO VIGESIMOPnmO 

come quegli che sì indegnamente avesse trattalo 
coli' amica sua, esponendola alla universale abomi- 
nazione: onde il poeta pensò ammansar la ritrosa, 
esaltandone la bellissima madre e riuscì. 

Dalla vezzosa Tindaride passò a Lidia che gli fu 
resa più appetibile dalla concorrenza di Telefo , a 
cacciarle il quale dal cuore, non valsero consigli e 
carmi; che anzi conseguì contrario effetto, perchè fu 
messo alla porta. Non?i die ciò malgrado per vinto 
ancora e curalo che Telefo fosse alla sua volta scal- 
zato da Calaide, ritornò a lei e segui infatti la ricon- 
ciliazione. L' interregno non lo aveva tuttavia tenuto 
inoperoso; esercitò gli affetti con Mirtale liberta, indi 
con Cloe, la bella schiava di Tracia. 

Ma Lidia tornò a Calaide e Orazio a Cloe , che 
presto abbandonò per Fillide liberta di Santia , e 
questa pure per la Glìcera, ch'era slata, come ve- 
demmo, di Tibullo. Ed ammalò anzi per lei per ir- 
ritabilità di nervi e a lei sagrificò parecchie delle 
passale amanti, vituperandole ne' suoi versi, giusta 
il suo mal vezzo , spesso diviso dal genus irritabile 
vatum 1), lo che non impedì che venisse dall'allem- 
pata cortigiana un bel dì congedato. 

Volle ritornare a Cloe, ma ne fu dispeltato , pe- 
rocché ella si fosse invaghila di Gige , che alla sua 



<). • Irrilabii genia quella dei vali. • Graz. 



I LDPAtfARI 249 



volla correva presso di Asteria, e Orazio, a vendicarsi 
del rifiuto, incoraggiava co' suoi carmi gli amori di 
Gige ed Asteria. 

Si volse allora a Lida, aulelride, ma l' amore che 
li stringe qualche tempo risente dell'età, la qual più 
si piace dell' orgia che non del tenero sentimento , 
e con questa passione tuli* altro che gentile chiuse 
r immortale poeta degli Epodi e delle Satire la poco 
dicevole carriera de' suoi amori libertini. 

Più Inanzi dirò di altri più depravali gusti di Ora- 
zio, ch'ei divideva d'altronde coU'elà ed anche cogli 
altri poeti più teneri e sentimentali, come quelli che 
prima di lui ho ricordalo,- con ciò vedendosi come 
al Ilberllnaggio del tempo , in essi si congiungesse 
quello di una più ardente fantasia. 

Dovendomi ora arrestare in questo storico compen- 
dio della romana prostituzione a dire degli uomini e 
delle cose infino all'epoca della catastrofe pompejana, 
con che per altro ritraesi più che abbastanza per 
fornirne quasi completo il quadro, tutto il restante 
non essendo che variami di epoca e di nomi , non 
mi posso dispensare dall'accennare a Petronio Arbi- 
tro , ed a Marziale, del Saiyricon del primo e degli 
Epigrammi del secondo già m'occorse di allegare io 
quest'opera l'autorità, da che que' due volumi costi* 
luiscano, colle storie di Tacito e di Svetonio. i do- 
cumenti più autentici e irrecusabili della roinana 
dissolutezza al tempo dell'impero. 



250 CAPITOLO VIGESIJIOPRIMO 

Sa già il leltore essere il Sotyncon di Tito Petronio 
Arbitro un romanzo, o dipintura dei tempi e de' co- 
stumi della Roma dell'impero, e l'universale consenso 
de' commentatori ed interpreti ha determinato, sulla 
fede di Tacito, che Nerone ne sia il protagonista sotto 
il nome di Trimalcione, uomo estremamente appas- 
sionato d'ogni sorta di voluttà e fornito di vivacità 
e di cognizioni confusamente ammassate. Avendo 
Petronio avuto il sopranorae di Àrbitro, perchè fosse 
a comune notizia esser egli il direttore de' piaceri 
del Principe, può farsi agevolmente ragione ognuno 
se viva e verace dovesse riuscire la descrizione ch'e- 
gli ha fatto di essi. 

Marco Valerio Marziale venuto verso l'anno 40 del- 
l'era volgare dalla nativa sua Bilbili -- piccola città 
della Spagna nel regno d'Aragona e poco lungi dalla 
moderna Calatayud — a Roma, ebbe eziandio forse 
nella sua concitiadina Marcella , della quale celebra 
l'ingegno, le grazie e la gentilezza nell'Epigramma 21 
del lib. XII, la sua famosa, se pure ella non fosse, come 
opinò lo Scaligero, la moglie sua. Ma di questa Mar- 
cella non sappiamo di più dalle indiscrezioni del 
poeta, air infuori che nella villa di lei egli andasse 
a passare gli ultimi suoi anni. Della moglie poi che 
realmente egli ebbe, se in più d' un epigramma ne 
parlò, e se Domiziano gli ebbe a concedere in mercede 
de* suoi poetici studi il così detto diritto dei tre figli, 
il che implicava la concessione di diversi privilegi, 



I LUPANARI ani 



come già ebbi ad esporre nel capitolo anteceilente 
delle Case, trattando della famiglia, ed egli, il poeta, 
togliesse da ciò pretesto per congedarla: 

Nalorum mihi jus trium roganti 
Musarum pretium dedit mearum, 
Solus qui poterai: valebis uxor: 
Non debel domini perire munus i). 

Il volume degli Epigrammi di Marziale ribocca di 
oscenità, quantunque non Io disdegnassero perfino le 
matrone padovane, che andavano celebrate per casti- 
gatezza di morale , e cosi aperte e senza velo esse 
sono, che il Poniano ebbe ragione di dire che taluni 
epigrammi sono tanto impudenti e inverecondi, che 
neppure sveglino concupiscenza. Avviene infatti lo 
stesso delle pitture e delle statue, che meno impu- 
diche appajono quando rappresentino senza adombra- 
mento di sorta il nudo, mentre pel contrario eccitino 
vieppiù a lascivia, se qualche parte appena della 
figura sia dall'artefice lasciata ignuda. 

Nondimeno, ripeto, in questi brevi componimenti 
sono ricordale tutte le forme di libidini famigliari a 
quel tempo depravalo, e l'italiano tradullore infatti, 



i) Il diritto dei tre figli mi diede, 

De' Oiiei studi poetici in mercede j 
Chi potea darlo: addio consorte: vano 

Il don sortir non dee del mio sovrano. 
, . i Trad. Magenta. 



352 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

— il cavaliere P. Magenta — pel maggior pudore 
della lingua nostra, com'egli avvisa, dovette omet- 
tere espressioni od usare circolocuzioni, o sostituirvi 
anche sentimenti proprii, a palliare l'osceno. 

Aveva allora veramente ragione Turno, il poeta 
satirico del tempo di Marziale, quando lamentava 
nel suo poema In Musas infames (del quale non ab- 
biamo sventuratamente che un frammento), che la 
poesia e i poeti contribuissero a tutta questa depra- 
vazione, rilegando le vergini muse al Lupanare. Sola 
reliquia e di breve proporzione di quel disdegnoso 
poeta, stimo riesca gradilo al lettore il presentar- 
gliene il testo e in nota l'intero volgarizzamento, da 
me stesso espressamente condotto. È d'altronde così 
strettamente connesso al tema che svolgo nel pre- 
sente capitolo, che parmi vi abbia tutta l'opportunità. 

IN MUSAS INFAMES i). 
Ergo famem miseram, aul epulis infusa venena 
Et populum exsanguem, pinguesque in funus amicos. 
Et molle imperii senium sub nomine pacis. 



1) LA PROSTITUZIONE DELLE MUSE ') 

Or la misera fame , ed i sottili 
Distillati veleni entro le dapi, 
Tutto un popolo esangue e amici pingui 
Per ricchi funerali, ed un impero, 
Che sotto il nome della pace infinto , 

•) Con una sacra indcgdazione e con maggior calore per 
avventura di Persio, Turno, vissuto sotto il regno di Ne- 



I LUPANARI 29S 

Et quodcunqiie illis nunc aurea dicilur celas, 
Marmoreceque canent lacrymosa incendia Romce, 
Ut formosum aliquid, nigrcc et solatia noclis. 



Mollemente si solve e si consuma, 
Quanto fa dir la nostra età la bella 
Età dell'oro, canteran le Muse. 
E canteranno i lagrimosi incendi 
Della marmorea Roma *), agli occhi loro 
Vaghi sollazzi della negra notte , 

rone e vecchio sotto quello degli imperatori di casa Flavia, 
compose satire che quello imperante stigmatizzarono a fuoco. 
Vuoisi che le sue composizioni non publicasse finché visse 
quel tiranno; ma se ciò fosse, sarebbe stato minore il suo 
coraggio, né di lui avrebbe Marziale potuto dettare il se- 
guente epigramma : 

Contulit ad satyras ingenlia pectora Turnus: 
Cur non ad Memoris carmina? Frater erat. * 

Da tal epigramma apprendiamo adunque che Turno fosse 
fratello di un Memore, poeta tragico, come nel precedente 
epigramma lo stesso Marziale lasciò ricordato : 

Clarus fronde Jovis , Romani fama cothurni. *' 

L' unico frammento rimasto delle Satire di Turno è , 
come dissi, codesto che traduco: taluni vollero perUno at- 
tribuirlo a Lucano, ma i più lo assegnano a Turno. 

*) È chiara in questo verso 1' allusione all' incendio di 
Roma avvenuto sotto il regno di Nerone , il quale ne fu 
ritenuto autore. 

• Turno piegò l' ingegno suo sovrano 
Al satirico stil : perché di Memore 
Non i versi emular?... Gli era germano. 

Epigr. lib. XI, H. — Tr. Magenta. 

** Del romano coturno illustre e cinto 

Della fronda di Giove 

Id. ib. 10. 



254 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

Ergo re bene gesta, et lelo matris ovati lem, 
Malernisque canent cupidum concurrere Uiris, 
Et Diras alias opponere, et anguibus angices, 
Atque novos gladios, pejusQue ostendere lelum! 
Sesta canent, obscena canent, fcedosque hymencBOS 
Uxoris pueri, Veneris monumenta nefandce! 
Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olim 
Virginei, famcequa; Juvat meminisse prioris. 
Ah! pudor exstinctus, doclceque infamia turbai 



Egregie gesta di colui che baldo 
Dell'assassinio della madre esulta, 
Che alle Furie materne altre ne oppone, 
Alle serpi altre serpi, ognor la mano 
Pronta a nuovi pugnali e di peggiori 
Stragi a far tutto esterrefatto il mondo. 
Canteranno esse scellerati carmi, 
Oscene voluttà, sozzi im.enei 
D' un favorito della sposa infami *), 
Di Venere nefandi monumenti; 
Né l'onta proveran de' loro canti 
Le svergognale Muse, e di lor nome 
Verginal, di lor fama immacolata 
Fatte immemori adesso. Ah! via gittato 
Ogni pudor, sotto color bugiardo 
Di lor saver, prosiitiiir sé stesse, 

•) Son note le pazze e infami nozze di Nerone con Sporo, 
celebrate publicamente in Roma. Questo verso ricorda 
quello della Sai. II di Giovenale: 

Dive» erit, magno qute dormii lertia ledo. ' 

* .... Sposa che in ampio ietto 

Terza a dormire adattisi, fla ricca. 

V. 60. Trad. Gargallo. 



i LUPANARI 295 

Sub Ululo prostant: et quis genus ab Jave summo. 
Res hovìinum supra eveclce, et nullius egentes, 
Asse merent vili, ac sancto se corpore fcedant. 
Scilicet aut Mence faciles parere superbo, 
Aut nutu Poly Cleti, et parca laude beala}; 
Usque adeo maculas ardent in fronte recenlesy 
Hesternique Gelee vincla et vestigia flagri. 
Quin eliam patrem obliloe et cognata deorum 
Numina, ed antiquum casloe pielatis honorem. 



E le Ggliuole dell'olimpio Giove 
Sovra gli umani eccelse, ancor che nulla 
Sentan necessità , fanno a 7il prezzo 
Di lor sacra persona empio mercato. 
Esse al capriccio del superbo Mena *) 
Piegan codarde , ovver di Policleto 
Obbedienti al cenno, anco beate 
D'esigua lode, appassionate, ardenti 
Delle recenti impronte, onde una fronte 
Va maculata, o delle ree vestigia 
Che lasciò la catena od il flagello 
A un Gela '*), che da jer fatto è liberto. 
Immemori, che più? del divo padre 
E de' numi cognati e dell* antico 
Onor di casta e verginal pietale. 

') Mena fa liberto e favorito del giovane Ponapeo; fa 
vanitoso sino al ridicolo, e di sua perfìdia andò famigerato 
nella guerra di Augusto e di Sesto Pompeo. Orazio lo ber- 
teggia in una salirà. Morì nella guerra che Ottavio so- 
stenne contro gli Illirii. 

•*) Gela è altro favorito, che eccitò sotto Nerone una se- 
dizione a Roma. Di lui parla Tacilo nel lib. Il , cap. 72 
delle Storie. 



2S6 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

Proh! Ftirias et monstra colunt, impuraque turpis 
Facta vocant Titii mandala, et quidquid Olxjmpi est 
Transcripsere Èrebo. Jamque impia ponere tempia, 
Sacrilegasque andent aras, coeloque repulsos 
Quondam Terrigenas superis imponere regnis, 
Qualket, et stolido verbis illudilur orbi. 

Né solo Torno alzava la poderosa voce a stimma- 
tizzare quel tempo : perocché non meno terribile sca- 
gliasse il giambo d'Archiloco il severo Giovenale, del 
quale ben disse ilNisard che basterebbe con Tacito alla 
completa storia del costume d'allora. Tutte le satire 
da lui lasciate e massime la prima, la sesta e la nona 
rimarranno monumenti più durevoli del bronzo della 
infame prostituzione dell' epoca. Le altre pingono 
e stigmatizzano altre piaghe non meno deplorevoli, 
altri uomini non meno ributtanti; e sa il lettore 



Oh dolor ! Alle Furie e a mostri orrendi 

Hanno eretto 1' altare e i cenni impuri 

Dell' ignobile Tizio •) osano voci 

Del Destino appellar: quanto ha l'Olimpo 

Consacrarono all'Èrebo; già templi 

Osaron scellerati ergere ed are 

Sacrileghe, e per quanto è di lor possa, 

I cacciati dal cielo empi Titani 

Tentan ripor nelle superne sedi 

E stolto crede a.' loro accenti il mondo. 

•) Tizio, cavaiier romano, preposto a guardia di Messa- 
lina. Di lui pure fanno menzione gli Annali di Tacito 
lib. II, cap. 33. 



l LUPANARI 257 



quante volte dovessi ricorrere alte citazioni di questo 
poeta per aggiungere autorità e fede a cose che al- 
trimenli sarebbero sembrate incredibili. Svetonio, nella 
vita dei Cesari, la Storia Augusta e la Vita d'Elioga- 
baio lasciata da Lampridio, forniscono solo diversi 
osceni parlicolari, il parossismo della depravazione 
spinta alla demenza: il fondo rimanendo pur sempre 
lo stesso. 

L'austerità nondimeno di Giovenale mal sapreb- 
besi conciliare coM'impudicizia di Marziale, entrambi 
essendo da franca amicizia legali. Il poeta epigramma- 
tico con alcuni versi gli accompagna il dono delle 
noci eh' ei chiama saturnalizie 1) ; con altri diretti 
ad un Maledico si scaglia contro costui, perchè avesse 
tentato mettere discordia fra lui e l'amico suo Gio- 
venale 2); e con altri finalmente gli descrive la vita 
che conduce a Bilbili 3); lo che dimostra come col 
satirico poeta avesse fino agli ultimi giorni conser- 
vata l'amicizia. — Or come va che lo sboccato poeta 
degli epigrammi, che non conosce pudore di concetti 
e di parole, s' accordasse col poeta delle satire, che 
denunziava terribilmente alla posterità le infamie e 
le lussurie do' suoi tempi? Nisard vorrebbe tutto ciò 
spiegare dicendo; non essere vero che la satira sia 



1) Lib. VII, pp. 9!. 
ì) Lib. VII, ep. 24. 
3) lab. XII, ÃŒS. 



258 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

sempre la espressione fedele del carattere dell'autore, 
né che a prima giunta scuoprasi l'uomo sotto il poeta; 
che in Giovenale la indignazione venga piuttosto dal- 
l'intelletto che dal cuore, e il fondamento della sua 
filosofia sia la noncuranza professata da Orazio, con 
un' anima piìi superba e forse con piìi pratica one- 
stà 4). Neil' ultimo epigramma succitato di Marziale 
diretto a Giovenale, come ne' due precedenti, vi sono 
infatti imagini oscene, ciò che prova sempre piìi che 
i due poeti furono buonissimi amici, e che Giovenale 
non era così rigido nel conversare come si mostra 
ne' suoi libri. Egli non si faceva scrupolo poi di fre- 
quentare il rumoroso rione della Suburra , dove di- 
moravano le cortigiane, né di stancarsi sul grande e 
piccolo Celio a far la coite ai grandi, né farsi vento 
alla faccia col panno della sua toga sulla soglia dei 
loro palazzi , come dice ancora il suo amico Mar- 
ziale. Ed io v'aggiungo: che per quanto potesse es- 
sere stato castigato il costume di Giovenale, pur tut- 
tavia, essendo di depravazione così costituita e satura 
quell'epoca e per così dire l'aria perfino, che dovesse 
riuscire affatto impossibile ad individuo qualunque il 
non parteciparvi in qualche porzione. Catone, i! se- 
vero e rigido Catone, sebben di qualche generazione 



1) Eludes de moeurs et de crilique sur les Poetes lU' 
tins de la décadence; M. D. Nisard. Bruxelles 1834. 



I LUPANARI 2-,9 



antecedente, e quindi di secolo non cosi corrono 
come quello di Domiziano e de'suoi successori, quante 
colpe e peccali nn;i avrebbe a confessare! Ma eran 
colpe e peccati più del tempo che non dell' uomo. 

Non entrerò poi qui in maggiori particolari della 
satira di Giovenale, perocché dai frequenti brani che 
ne son venuto citando in questo capitolo ed anche 
altrove, il lettore ne sa già le cose più saglienti che 
ban tratto al tema della prostituzione e de' lupanari, 
e mi prema d' altronde di procedere più spedito in 
questa rapida rassegna delle antiche vergogne. 

Sembrerà incredibile questo quadro che io sono 
venuto abozzando della dissolutezza di quell'epoca; 
ma pur troppo io vi tolsi anzi che aggiungervi; pe- 
rocché se la riverenza verso il lettore non mi fre- 
nasse, assai e assai più dofrei dire. Era infalli cosi 
generale la scostumatezza , che la prostituzione si 
esercitasse sfrontatamente sulle pubbliche vie, e tanto 
anzi fosse entrata negli usi comuni e tutto respirasse, 
come dissi, prostituzione, che allora più non se ne 
facesse gran caso. 

L'invilo alla lussuria era pubblicamente fatto più 
con gesti che con parole. Ovidio, nel poema De Arte 
Amandi, che pare scritto sotto dettatura della più 
raflìnata cortigiana, chiama questo infame linguaggio 
furtivcB nota, e Tibullo dell'abilità in esso concede il 
vanto alla sua Delia: 



260 CAPITOLO VIGESlMOPniMO 

Blandaque compositis abdere verba nolis l). 
Ed anzi vuoisi citare al proposito di questo mulo e 
inverecondo linguaggio, che anche i più licenziosi usas- 
sero del gesto assai piij che della parola ad esprimere 
un lussurioso pensiero. Svelonio ci rammentò di Ca- 
ligola che nell'alto di presenlare la sua mano a ba- 
ciare le desse una forma oscena : formalam comma- 
tamque in obseenum rnodum; e Lampridio , di quel 
mostro che fu Eliogabalo, che mai non si fosse per- 
messa una parola oscena, anche allora che la espri- 
mevano le sue dita: nec umquam verbis pepercit in- 
famiamo quum digitis infamiam ostenderet. Non si com- 
prende come si fosse adottata la frase parcite auribus, 
risparmiate le orecchie , ed egual reverenza non si 
fosse poi concessa agli occhi. 

Se tale era la scoslumìftezza in publico , le scene 
più libidinose e tutte le evoluzioni della prostituzione 
compivansi nelle orgie e festini notturni, delti comes- 
sationes , o da comes, compagno, o da comedere, man- 
giare, e nelle quali perQno le coppe erano foggiate 
a phalli, e le ciambelle a figure oscene, e che però 
Cicerone mette a fascio cogli adulteri amori: libidi" 
nes, amores, adulleria, convivio, commessatlones 2); ciò 



I ) Ascondere 

Con segni intelligenti 
I lusinghieri accenti. 
2) Cic. Pro Caelio. «Libidini, amóri, adullerii, bancLetli 
e commessazionì. • 



I LUPANAUI 181 



che per altro non tolse che egli pur non {sdegnasse 
seder commensale, presso la greca cortigiana Citeride. 
Come codeste orgie nuocessero a corpi non se lo 
dissimulavano; pur nondimeno non avrebbero saputo 
scompagnarne l'esistenza, che loro non avrebbe sem- 
bralo dì vivere senza di esse. Petronio, che fu, come 
già ne informai più sopra il lettore, il direttore della 
voluttà di Nerone , suggellò questo concetto nel se- 
guente distico : 

Balnea, vina , Venus corrumpunt corpora sana, 
Et vilam faciuni balnea, vina , Venus 1). 

In Roma le donne che trafficavano del loro corpo 
distinguevansi in meretrices e prosfj'bute, e il gramma- 
tico Nonnio Marcello ne dà la differenza dicendo che 
la meretrice esercita con più decenza il mestiere non 
disponendo di sé che la notte ; mentre la prostituta trae 
il suo nome dallo stare davanti al suo slabulum , o 
abitazione per mercanteggiarvi e di notte e di giorno. 
V erano poi altre particolari distinzioni , come le 
prosedoB e le alicarùs che ponevansi, come Plauto ri- 
cordò, alle botteghe de' panatlieri : 



1) I Bagni, i vini e Venere 

Riducon l'uomo in cenere, 
A' merlali gradila 
Faa nondimen la vita. 

Lt Rovine di Potnpei. Voi. III. *? 



262 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

an te ibi vis inler istas vorsarier ? 

Prosedas , pislorum amicas, reliquias aticarias 
Miseras scceno delibutas , servolicolas sordidas ì). 

le blitidce eh' erano della razza più vile , abbrutite 

dal vino e dalla dissolutezza, giusta il medesimo 

Plauto; 

(rem suam 2). 
Blilea et lutea est meretrix, nisi guce sapit in viìio aa 

le busiuarice che attendevano alla prostituzione nei 
cimiteri; le casorilce^ prostitute dei tugurii; le copce 
taverniere ; le diobolce che non domandavano più di 
due oboli odi un dupondio, le quadrantarice perchè si 
contenlavano d'un quadrante, ossia di qualunque vile 
moneta 3) , e Quadranlaria appunto veniva , per ca- 



ì) « Vuoi tu forse eh' io segga in fra codeste 
Prosede e avanzi d'Alicarie, amiche 
A'panatlier', sciupate e infette serve? 

Pcenulus. Act. I, se. 2, v. 53-55. 
Noti il lettore come Plauto usi delia parola scceno, in- 
vece di cenno, come dai Sabini si usava allora sostituire 
nella pronunzia la s al e. Cosi sccelum per coelwn, sccena 
per cwna. La medesima cosa si fa oggidì, in alcune parti 
d'Italia e massime in Toscana. 

2) La Bilica è una sporca meretrice 

La qual non pule che di vino. 

3) II comico latino che di queste femmine se ne inten- 
deva, nella già citata commedia del Posmdus non dimenticò 
la scoria diobolaria, che retribuivasi di due oboli, che è la 
stessa moneta del dupondium, e a siffatte sciagurate accenna 
pur Seneca nel Lib. VI Controversiarum, in quei passo: 
Itane decem juvenes perierunt propter dupondios duos? 



I LUPANARI 263 

gion di dispregio e di sue lascivie, generalmente 
chiamata la sorella di Publio Clodio, che è la Lesbia 
che già conosciamo essere stata di Catullo; le /òranfcB, 
campagnuole che venivano per vendersi alla città; 
vagce, le erranti, summentanoe, quelle de'sobborghi, ecc. 
Per la prostituzione elegante, oltre le famosoe che 
già ricordai e potevan essere patrizie, madri di fa- 
mìglia e matrone, come pur troppo ha già veduto il 
lettore, ve n'avevan di quelle fra costoro che sipro- 
sliiuivan ne'lupanari sia per libidine, sia per denaro; 
v' eran ben anco le delicalce che non si concedevan 
che ai cavalieri e ricchi d-'ogni condizione. 

Anzi sovente si stipulavano da codeste mantenute 
co' loro amatori contratti di fedeltà a tempo , e la 
scritta che si redìgeva a firmare da esse chiamavasi 
syngrapha ed anche syngraphus, perocché in ambe le 
maniere io trovi questo libello così denominato dal 
medesimo Plauto nella sua commedia dell'Asinarìa. 
Questo poeta e fedele dipintore de' costumi di quelle 
basse classi, ne dà contezza del singrafo nella scena 
terza dell'atto primo di tale commedia: 

ARGIRIPPUS 

Non Oìnninojam perii: est reliQuum quo peream magis, 
Habeo, unde istuc libi quod poscis dem: sed in leges meas 
Dabo,utscìrepossis,perpetmimannum hunc mihiulisertiat, 
Nec umquam ititereualium admiltal prorsus quam me. ad 

[se virwn 

CLE-BRETA 

Quin si tu l'Ole», domi servi qui sunt caslrabo viros. 
Postremo ut voles n08 esse syngrapham faci'o nfferas. 



26i CAI-ITOLO ViGESIMOPIUMO 

Vi voles, ut Ubi lubebit, nobis legem imponilo: 
Modo (ecum una argentum afferto, facile pattar coetera. 
Portitorum simillime^ januce lenonice: 
Siaff'erstumpa(ent:einoìiestquodde$,cBdesnon patent 1). 

DIABOLUS 

Agedum, islum oslende quem conscripsti syngraphutn 

Inter me et amicam et lenam: leges perlege 

Nam tu poeta es prorsus ad eam rem unicus 2). 

E pare che di cosiffatti mercimoni o singrafl non 
si smettesse cosi presto il vezzo, ma se ne serbasse 
l'usanza sin presso a' di nostri, se quel dotto critico 
che è Eugenio Camerini, della cui amicizia altamente 



*) ARGIRIPPO 

Non sono morto affatto, ancor mi resta 
Qualche poco di vita , e quel che chiedi 
Ancor darli poss' io; ma darò solo 
Che tu rimanga in mio possesso e sappia 
Che un anno intero tu mi serva e intanto 
Presso di te nessun altro tu ammetta. 

CLEERETA 

E se tu il vuoi , quanti ho in mia casa schiavi 

Evirerò ; ma se d' avermi brami , 

Il singrafo mi reca , e come chiedi 

E come piace a te, dettane i patti : 

Ma insiem portami il prezzo, agevolmente 

Il resto accetterò. Son dei lenoni 

Pari alle porle de' gabellieri, 

S' apron se paghi, se no, restan chiuse. 

2) DIABOLO 

Fra me , 1' amica mia e la mezzana 
Leggine i patti, perocché poeta 
In codesti negozi unico sci. 
Suvvia , mostrami il singrafo che hai scritto- 



I LUPANARI ics 



mi onoro, nell' inleressanlissimo suo libro Precursori 
del Goldoni , me ne avverte V esistenza riferendo in 
una nota del suo studio intorno a Giovan Battista 
Porta il Contralto fra Gostanzo amoroso e Andriana 
lena, che sta nella commedia Gli Inganni del Secchi, 
atto terzo, scena IX 1). 



1) Pag. 70. Milano Edoardo Sonzogno editore, 1872. 
Non so trallenermi dal riferire un tale contrailo, simile in 
tutto a' singrafi di fedeltà di cui sopra è parola- 

Costanzo, il Procohatore, // secondo Notaio. 

Pro. Presto, Alessandro, quei palli obbligatori : state ad 
ascoltare. 

Gos. Ascolto. 

Ales. In Christi nomine amen, millesimo quingenlesimo 
quinquagesimo primo. 

Pro. Eie. vieni al merito : lascia stare le clausole ge- 
nerali. 

Ales. M. Gostanzo figliuolo di M. Massimo Caraccioli , 
parte una , e Madonna Andriana da Spoleli parte altera 
omnibus modis eie. eliam con consentimento di Madonna 
Dorolea sua figliuola, lutti presenti, e che accettano volon- 
lieri eie. son divenuti agrinfrascritll palli, videlicet che la 
detta donna Andriana lascerà Madonna Dorolea sua figliuola 
al detto M, Gostanzo un anno intero da star seco di e notte» 

Gos, A lui solo e non ad altri. 

Pro, Glieraggiungo io. Presto, Alessandro. 

Gos. Si in ogni modo: vedete di grazia d'imbrigliarmi 
si bene quest'asina, non le voglia il trarmi de' calci. 

Pro. Udite pur, seguila. 

Ales. E che nel detto tempo non metta in casa nessun 



266 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

V'erano anche le pretiosce che imponevano alle 
loro grazie un allo prezzo. Tutte queste meretrici 
affluivano a' bagni massime di Baja, di Clusio e di 
Gapua, dove era piia facile, pel concorso dei fannul- 
loni e de' più sfondolati ricchi, l' andare a caccia di 
generosi amatori. 

La prostituzione poi si esercitava da ballerine , 
massime le Gaditane, ossia giovani donne di Cadice, 
della pili provocante lascivia; le sirie, le lesbie e le 
jonie, chiamate, come narrai nel capitolo precedente, 
a rallegrar i banchetti, al pari delle greche auletridi, 
di suoni e di balli, e ad incitar la lussuria de'ban- 



amico, parente, o innamorato suo antico, moderno, ima- 
ginario, guovis modo. 

Gas. Se non me solo. 

Pro. Intendo; che non dicesse poi che sete escluso an- 
cor voi; passa olire. 

Ales. Non ricevi né mandi lettera , non abbi in casa 
carta e inchiostro per scrivere; non tenghi ritratto degli 
innamorali vecchi , e passalo il terzo giorno gli sia lecito 
impune et de facto abbruciarli; non vada a festa, a ban- 
chetti , né a chiesa; non invili nessuno a mangiare, non 
stia in porta, non facci trebbo, non guardi giù dalle fine- 
stre, non oda cantilene o sospir di genie che passi per la 
strada , e sia lecilo al detto M. Costanzo di chiuder le 
porte e tenerle chiuse quanto gli piace senza alcuna replica. 

Gos. Oh mi piace; oh come va bene! 

Pro. Aspettale pur, seguila. 

Ales. Levi tulle l'occasioni di farlo sospettare; non calchi 
il piede a nissuno, non tocchi la mano, non pizzichi, non 
si levi, non si muota. 



I LUPA^AnI i67 



chetlanti , alla quale preslavansi istromenlo, imitale 
più lardi dalle corroUissime matrone, giusta quanto 
ne disse l' inesorabile poeta che le satireggiò nei 
versi della Satira VI (314-319) che ho superiormente 
riferiti, parlando dei misteri della Dea Bona. Le Com- 
messazioni poi erano l'arringo più frequente alle lu- 
bricità di queste svergognate. 

Quella che per altro fu la più vergognosa prostitu- 
zione, era quella de' cinedi: uomini, schiavi, fanciulli 
prestavansi alla dissolutezza de'roraani,e fu un tempo, 



Gos. Piano, anzi voglio cti'ella si muova e scherzi meco 
in camera. 

Pro. Con altri, con altri, s' intende. 

Cos. Passate oltre» 

Ales. Non alzi un occhio, non starnuti, non fiali senza suo 
consenlimenlo , non rida dietro alla finestra a nessuno, 
non si lasci baciar la mano, o veder gli anelli, non facci 
cenno, non molleggi , non guardi , non mostri di tossir e 
quando è sforzata , non faccia vezzi né favore a nessuno ; 
di più non si fini;a ammalata per farsi ungere, stropicciare 
e sia lecito al detto M. Goslanzo durante il detto termine 
per qualsivoglia minima occasione di gelosia eh' ella gli 
dia, chiuder la detta Dorotea in camera, in cucina, in sala, 
di sotto , di sopra e in qual parte più gli piacerà della 
casa , quomodocunque et qualitercunque et ella accetti 
ogni cosa per bene. 

Go$. Benissimo; ma voi mi lasciale il meglio e più im- 
portante. 

Pro. Che cosa? 

Gos. Preti , Frati , Scapuccini , Guastallini , Pinzocheri, 
Chietini, Giovanelli, Riformati, Gabbadei, Zoccolanti, Col- 



268 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

quello dell' Impero , che s' era così generalizzala da 
impensierire a tanta concorrenza la prostituzione fem- 
minile. Chiamavansì pueri meritorii quelli che volenti 
no prestavansi alla vergognosa passione del loro 
padrone: v'erano poi gli spadones, per lo più eunuchi 
che erano pazienti ed agenti, e pcedicones, coloro che 
avevano subito l'evirazione completa. Catullo ne* suoi 
carmi, che certamente non van lodali per riservatezza 
di linguaggio, bollò a fuoco i nomi di Tallo, Vibennio 



litorti né per confessione , né per visita , né per altro non 
mettano il piede in casa sotto alcun pretesto. 

Pro. Buon ricordo per mia fò. Presto, Alessandro. 

Gos. Aggiungeteglielo in ogni modo , perchè non sono 
al mondo lenoni più veementi di queste canaglie. 

Pro. Mi meraviglio che la somma Orlandina non ne fac- 
cia menzione, donde ho cavato questo estratto. Hai spe- 
dito, Alessandro? seguila. 

Ales. E che nel sopradelto termine la detta Andriana 
non abbi alcuna autorità in casa, ma si stia cheta e goda 
e taccia et attenda solamente a covar il fuoco, cuocer ca- 
stagne, ber vin dolce, sputar nella cenere, e se pur vuol 
gridar gridi alla gatta, solleciti il desinare e si faccia legger 
dal ragazzo qualche leggenda ; del resto lasci il dominio 
della casa in podestà del detto M. Costanzo, sotto la pena di 
non ber vino, e di ess<T staffilala all'arbitrio del detto M. 
Costanzo. 

Gos. buono! seguita. 

Alex. Dall'altra banda sia obligato il detto M. Costanzo 
numerargli subito, senza alcuna dilazione, sessanta scudi 
d'oro, de' quali possono disporre a ior modo, senz'alcuo 
obbligo di restituirli. 

Gos. Andiam dentro. 



I LUPANARI 269 

e di quei due sciagurati libertini. Furio ed Aurelio, 
notissimi in Roma per tale vizio ; ciò che non gli 
impedi ch'egli medesimo, il poeta, fosse intinto del- 
l'egual pece, che più d'uno sono i carmi da lui la* 
sciati in cui sono espressi i suoi delirii pel vago 
giovinetto Giovenzio. Così del resto era nel mondo 
romano una cotal bruttura invalsa da non mandarne 
immune perfino quel grandissimo uomo che fu Giu- 
lio Cesare, alla fama del quale nuoceranno mai sempre 
le indecenti libertà avute con Nicoraede re di Bitinia, 
a lui rimproverate da Cicerone in Senato. Cosi bruttò 
Orazio la sua virilità cogli spasimi per Licisco e 
Ligurino, a cui la sua musa non isdegnò bruciare 
incensi ; .cosi quella di Cornelio Gallo , testimonio 
Properzio, spasimò per Ila; come quella più casta 
di Virgilio non aveva rifuggito in un'egloga di poe- 
tizzare i trasporti del pastor Coridone per il vago 
Alessi: 

Formosum pastor Corydon ardebat Alexin 
Delicias domini 1). 

É poi opinione di alcuni che Virgilio sotto il nome 
del pastore Coridone ascondesse le proprie fiamme 
per Alessandro, fanciullo di Asinio Pollione. 



1) Il pastor Coridon d' Alessi ardea , 
D'Àlessi bel laociul, delizia prima 
Del suo signor. 

Egloga II. Ir. di Prospero Manara. 



270 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

Tutto il Satyricon di Petronio ha per eroi cinedi 
e per soggetto i loro laidi amori, e Marziale osa per- 
fino giustificarsi colla moglie , perchè divida egli 
pure col cinedo i proprii abbracciamenti. 

E come no, se a fianco di Giove, la loro religione 
aveva posto il leggiadro Ganimede? 

Sclamiam noi pure coll'Oralore Romano: tempora! 
morest 

Io Pompei, recenti scavi, mettendo in luce, nella 
Regione IX, Isola II, la casa che si designò col n. 18 
all'entrala sul vicolo che forma il prolungamento 
di quello d'Augusto, offrì, dopo l'androne d'ingresso, 
la seguente iscrizione graffila sulla parete: 

CRBSCENS 

PVB LIC VS 

CINiEDVS 

oltraggiosa iscrizione, che attesta nondimeno dell'e- 
sistenza della oscena piaga in codesta citlà , come 
attesta infame lussuria l'iscrizione graffila nella casa 
di Gavio Rufo scoperta nel 1868 e che così è ripetuta 

TTR lA PERKISA 
TTRIA PBRCISA 

io che vale pedicata, per non dir l'altre molte con- 
generi sconcezze 1). 

Tanto personale della prostituzione completavasi 
coi lenoni, uomini e donne eh' erano mediatori di 



i) Vedi Giornale degli Scavi, Nuova Serie n. 13, 1870. 



I LOPANARI iJl 

lascivie. Esercilavasi il lenocinio eziandio dalle schiave, 
dalle veneree, ch'erano assai spesso liberle , dalle 
fantesche e dalle prostitute vecchie, che avevan per- 
duta la clientela per conto proprio. 

Publio Vittore conta quarantasei lupanari in Roma, 
senza tener conio che il meretricio si esercitasse nei 
bagni, nelle terme, nei pistrini o botteghe da fornaj 
nelle tonstrine o botteghe da barbieri, negli enopolj 
botteghe da vinaj, nelle ganea o taverne sotterra- 
nee, e nelle cellcB e fomices, intorno ai circhi e du- 
rante i ludL 

Ma a che numerare i lupanari, quando Giovenale 
ci dice nella sua implacabile Satira che fosse per 
cosi dire Roma intera un solo lupanare; che nobili 
plebee fossero tutte depravate del pari , che colei 
che calcava la polvere non valesse più della matrona 
portata sulle teste de' suoi grandi soriani ; questa 
poi peggiore della vile e scalza baldracca? 

Nec melior silicem pedibus quas conterit alrum, 
Quam qucB longorum vehilur cervice Syrorum 1). 

La disposizione dell'interno d'un lupanare era stato 
dapprima un soggetto di controversia e cercavasi 
coli' aiuto degli scrittori antichi e massime di Gio- 



1) Né già (li lei, che nuda il pie, calpesta 

L'aspre selci, è miglior l'altra che 'I collo 
Preme d' assiri leltighier giganti. 

Salir. VL 3S0. Tr. Gargallc 



372 CAPITOLO VIGESIMOPBIMO 

venale, che ne disse alcuni particolari nell' episodio 
delia imperiale prostituta che sotto il mentito nome 
di Licisca lo bazzicava, di ricostruirli fantasticamente, 
ma oramai gli scavi di Pompei hanno risoluta la 
questione. — Costituivasi di molte cellette o cubiculi 
angustissimi che aprivansi in un cortile od atrio , 
aventi appena lo spazio d'un letto formato di materia 
laterizia su cui si saran posti materazzi o stuoje. A 
sera una lampada itifallica accesa sull'esterno delia 
porta, annunziava il luogo impuro , il cui ingresso era 
difeso da una coltrina. Sugli usci dei cubiculi stava 
sospeso il cartello recante il nome della prostituta 
che vi operava dentro, il quale spesso era nome di 
battaglia, TnereinctMm nome», come quello di Licisca era 
di Messalina, e quando il cubiculo veniva occupato si 
voltava il cartello. Allora la camera, al dir di Marziale, si 
chiamava nuda. Camere e cortile avevano poi sporche 
le pareti di flgure e di iscrizioni oscene. In uno de' 
lupanari pompejani, in quello detto nuovo, lessi fra 
le altre inverecondie la seguente graffila: Phosforus 
hic /".... 

Vedremo più avanti come, oltre le camere terrene 
ad uso delle più abbiette, vi potessero essere anche 
quelle di un piano superiore pei lussuriosi disposti 
a maggiore spesa. 

Le meretrici avevano poi un proprio abbigliamento, 
distinte principalmente dalla parrucca bionda, avendo 
presso che tutte le romane nera la capellatura. 



I LCPANACII 9 73 

vietalo poi loro di portare la benda alla fronte e la 
sloia tunica che scendeva al tallone, come porta- 
vano le matrone. Petronio nel suo Satyricon, che 
è il quadro, come sappiamo già, de' Gallivi costumi 
di Roma imperiale, ce le presenta nel lupanare nude 
affatto e perfino in questa guisa sulla porta di esso. 
Avrebbesi tutto un trattato a scrivere per dire di 
tutti gli artifici per destare la lussuria, e procacciarsi 
amori; de' filtri afrodisiaci, degli unguenti , de' fa- 
scini, che Ovidio nel Remedium Amoris affermò nuo- 
cere alle fanciulle grandemente, contenendo i germi 
della pazzia furiosa, non che degli ausiliari della prosti- 
tuzione nelle medicee juraice o levatrici, nelle sagce, 
nelle profumatrici e nelle cosmete. Ci son rimasti i 
nomi di alcuni fra i più usitali filtri afrodisiaci: 
Orazio menzionò il poculum desidera che preparava 
Canidia, Marziale le aquce amatrices, Giovenale l' hippo- 
mane in quel verso; 

Bippomanes carmenque loquar colcumque venenum 1). 

Voglion taluni fosse l' ippomane un liquore viru- 
lento, che eccitava gli ardori amorosi; altri invece 
che fosse un'escrescenza di carne nera che talvolta 
si forma sulla fronte d' un puledro appena nato e 



V ippomane, gii incanti, i beveraggi, 
Colchici dovrò dir? 

Sai. VI. 133. - Tr. Gargano • 



274 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

che gli antichi credevano materia a filtro potente. 
Teofrasto dice essere una composizione immaginata 
dagli Arabi; Esiodo e Teocrito che fosse invece una 
pianta che produce il furore ne' cavalli, ed altri pel 
contrario vi almanaccarono su altre supposizioni. Buf- 
fon ne parla nel voi. IV dell'edizione in quarto del- 
l'opera sua e riferisce tutte queste diverse opinioni. 

La plebaglia poi rinveniva eziandio lo sfogo a' pro- 
pri sensuali appetiti in altri peggiori e più schifosi 
luoghi, come nelle tabìiloe sullo strame, nel casau- 
rium baracca per lo più fuori di città, nel lustrum 
ritrovo isolato, e vie via altri nomi immaginati 
dalla depravazione. 

Diversi furono i lupanari che gli scavi pompejani 
misero alla luce, e siccome la parte scoperta di 
questa città, come già dissi più volte, doveva essere 
la più nobile perchè prossima alla marina e perchè 
ricca di pubblici edifizi e templi e delle case dei 
maggiorenti , così è dato arguire che altri e più se 
ne scopriranno negli scavi venturi, come che siffatti 
infarai ritrovi fossero più frequentati dalle classi 
infime della società, ciò rivelando eziandio la nessuna 
eleganza od agiatezza loro. Non è augurio, né imporla, 
da che quanto fu a quest'ora trovato può sopperire 
alle indagini nell'argomento. 

Una casetta che fu detta dei Cinque scheletri, per 
gli avanzi di cinque infelici colti dalla catastrofe 
nel punto che cercavano involarsene col loro pie- 



I LUPANARI 275 



colo tesoro che si rinvenne da essi vicino, consi- 
slente in armille, anelli d'oro e monete, scoperti nel 
1872, in novembre, permise che nel successivo mese 
si trovasse la comunicazione con una taverna e unito 
lupanare, forse quella località che i latini denomi- 
navano ganeum , e già al lettore ho detto come ga- 
neum o gancea fosse appunto una taverna sotterranea, 
ove commettevansi oscenità, ed anche bottega che 
si prestava alla prostituzione. Il proprietario allora 
della casetta de' Cinque scheletri non sarebbe stato 
anche il proprietario o conduttore di quell' infame 
ritrovo? È permesso trarne l'induzione. La taverna 
si apre nella via di Mercurio, ha un davanzale rive- 
stito di marmi con una lastra di porfido verde , 
sventuratamente spezzata in due. Sono incastrate in 
esso tre urne di terra cotta, ed uno scalino di mar- 
mo che doveva servire alla mostra de' comestibili 
e de' vasi. A destra della stanza è un fornello per 
cuocervi le vivande e nel profondo s' aprono due 
porte, conducenti l'una in una specie d'anticamera, 
che doveva essere stala dipinta grossolanamente , 
ma che di presente nulla lascia intravedere che 
mai vi potesse essere un dì rappresentato , dove 
eran due usci, che davan accesso questo alla casetta 
de' cinque scheletri suddetta, e quello ad un salotto 
pei bevitori ; 1' altra porta ad una camera che dava 
sul vicolo di Mercurio e che serba tutte le apparenze 
di uno sconcio postribolo. Pitture da imbianchino e 



276 Capitolo vigesimoprimo 

sporche eran distribuile sulle sue pareli : sopra di 
una rafflgurante un garzoncello d'osteria che versa 
a bere ad un soldato, si lessero queste parole scritte 
con qualche arnese a punta : 

DA FBIDAM PUSILLVH 1) 

Nel Vicolo degli Scienziati, che é in continuazione 
con quello che si noma Vico Storto , nel tempo che 
i Dotti erano riuniti pel settimo congresso in Napoli, 
e sotto i loro occhi, veniva sterrata quella casa, dai 
particolari della quale fu concesso imporle il tristo 
nome di Grande Lupanare. Le più oscene iscrizioni 
confermano la giustezza della denominazione: il pos» 
sibile riserbo che mi sono proposto mi toglie di ri- 
ferirle. Taluna tuttavia ho già desunto infra quelle 
che son leggibili anche da occhi pudici e riferite al- 
trove di quest'opera, come la seguente che suona: 
Candida me docuit nigras adisse puellas 2). 

coU'arguta risposta che altro bizzarro spirito vi scrisse 
di sotto. 

Altre si lessero non indecenti del pari, come que- 
sta gentile: 

NOLANIS FELICITER 
STAOIANAS PUGLLAS 3). 



1} • Porgi l'acqua fredda, o ragazzo. » Notisi il fridam 
per frigidam quanto s' accosti alla nostra parola fredda. 

2) • Una bianca in' apprese a odiar le brune. » Vedi 
Voi. L Cap. Le Vie, ecc. 

3) • Agli uomini di Nola augurano felicità le fanciulle 
di Stabia. • 



I LUPANARI 277 

L'alrio di questa casa è d'ordine toscano, ed ha 
UD compluvium di marmo bianco, sovra il quale ve- 
dasi ancora il tubo di bronzo da cui versavasi l'ac- 
qua piovana. 

Il peristilio è per mela recinto da portici sostenuti 
da quattro colonne jonicbe ed ha nel fondo una fon- 
tana di musaico ben conservato e conchiglie, avente 
in mezzo un piedistallo, che un giorno avrà servito 
a reggere qualche figura , forse di bronzo. Sotto il 
portico è un larario o sacello per gli dei della casa 
e vi sta dipinto un serpente che divora una sacra of- 
ferta. Da questa casa così poco poetica vennero non- 
dimeno tolte alcune non ispregevoli pitture come 
Dedalo e Pasife e Arianna abbandonata, che furono 
trasportate al Museo di Napoli. 

Dalla Via degli Auguslali s' entra per quella tor- 
tuosa, però più acconcia ai libertini, denominata del 
Lupanare , a cagione di altro lupanare che si scavò 
nel 1862 e che prese il nome di nuovo, a differen- 
ziarlo dall'altro, del quale ho appena parlato. È quello 
medesimo di cui mi son valso non ha guari per de- 
scrivere l' interno d'un postribolo romano, perocché 
sia forse l'unica località che si presemi con carattere 
spiccato e tale da non ammettere una diversa sup- 
posizione di destinazione. 

Non a tutti i quali visitano la esumata città è dato 
di liberamente penetrar nel Lupanare Nuovo: il guar- 
diano l'apre agli uomini soltanto. S'entra in una specie 

Le Rovine di Pompei. Voi. III. 18 



«78 CAPITOLO VIGES15I0PH1M0 

di vestibolo o corridojo che non raggiunge due metri di 
larghezza, e sei e mezzo di lunghezza, e doveva es- 
sere tanto di giorno che di notte rischiarato da lam- 
pade, perchè altra luce non vi potesse giungere che 
dalla porla d'ingresso, coperta anch'essa dalla coltrina 
che già accennai. Le parti di questo corridojo che da 
un leggiero fregio rosso son divise a comparti, in mezzo 
a' quali stanno ippocampi .e cigni, mette a cinque 
cellette, cellce, come le chiama Giovenale, tre a destra 
e due a sinistra, sulT uscio delle quali doveva afflg- 
gersi il cartello col nome della sciupata che vi stava. 
Siffatte cellette maraviglia come fossero tanto anguste, 
misurando cioè due metri quadrati di superficie , e 
tanto più ciò sorprende in quanto vi sussista ancora 
il letto, rialzato dal lato della testa per l'origliere, di 
materiale laterizio, sul quale si sarà disteso alcun 
materasso, che vi occupa quello spazio per settanta 
centimetri. 

Superiormente agli usci delle cellette, nel vestibolo 
corridojo, stavano, come in ispecchi, delle pitture 
oscene e rispondenti per lo appunto al luogo, oltre 
le varie iscrizioni graffite del genere stesso, fra cui 
quella surriferita di Fosforo che ricorda le proprie 
erotiche prodezze. 

Le cellette del lato sinistro più irregolari sono po- 
veramente arieggiate da alte finestrelle munite di in- 
ferriate e respicienti su! Vico del Balcone, nel quale 
si u.«civa a comodo degli avventori , che amavano 



I LUPANARI 279 



per avventura essere meno veduti a procedere di là 
e che a cagione d'ingiuria, si dicevano cuculi, parola 
codesta eziandio, secondo spiega Erasmo commen- 
tando quel verso: 

At etiam cubat cucullus: surge, amaior; i domum i), 
che si applicava una volta pur a coloro i quali ve- 
nissero sorpresi in casa che fosse poco onesta. 

Così un tal Vico si denomina del Balcone, da una 
specie di mcenianum, che sporgendosi all'infuori del 
piano superiore e chiuso, valeva a rendere più grande 
lo spazio del piane slesso. Là vi dovevano esercitare 
il loro traffico infame cortigiane di maggior conside- 
razione di quelle rilegate al pian terreno : infatti e le 
camerette vi si veggono più del doppio spaziose, né 
deturpate, come vedemmo in basso, da oscene pitture 
ed iscrizioni. 

Argomentasi che questo lupanare sia stato frugato 
dopo la catastrofe, perchè non vi si scoprissero che 
pochi oggetti , fra' quali , per altro , un bellissimo 
candelabro di bronzo , un gran cacabus, conlenente 
cipolle e fagiuoli , che dovevan costituire la povera 
cena di quelle sciagurate, qui devolute alla venale 
prostituzione. 



i; Vedi Plauto: Asinaria Alt. V, Scena 2, v. 76 e 84- 
Ma dorme ancora il cuculo, o amatore, 
Su ti leva e va a casa. 
Il cocolo mio, vez7,eguialivo delle amanti vòneziauc, ne sa- 
rebbe forse la traduzione e rapplicaztoQi>, senza 1' ì«lea del 
disprezzo ? 



280 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

Sulla parete di una casa vicina a questo lupanare 
si lesse una iscrizione che avveniva della presenza 
del luogo infame : 

HIC NON EST OTIOSIS LOCVSj DISCEDE VIATOR !). 

Negli scavi di questi ultimi due anni , praticati 
sempre verso la marina e nella parte occidentale 
della città , un altro luogo venne ritenuto siccome 
abitazione merelricia alle sue proprie particolarità. 
Ma una speciale vi fu riconosciuta in una specie di 
podio laterizio a lato dell'ingresso, al quale eviden- 
temente assisteva il lenone o la lenona che teneva 
il postribolo, per esigere il prezzo della prostituzione 
dagli avventori che vi capitavano. 

É codesta una particolarità illustrativa del lupa- 
nare romano e che però mostra come piuttosto al- 
l' ingresso, anzi che all'uscita da esso si dovesse il 
detto prezzo pagare. 

Altri postriboli si trovarono negli scavi porapejant, 
ma ancora più angusti ed ancor meno decenti: anzi 
si può credere che quel vico nel quale si è trovato 
il lupanare, del quale ho Anito di parlare, non fosse 
che una serie continuala di essi, od almeno di ganei» 
come del resto fino ai nostri giorni, parve essere la 
via Capuana a Napoli. Pur un postribolo era, a mo' 
d' esemplo, quel bugigattolo che era dirimpetto alla 



t) • Non è questo il luogo agli oziosi: passa olire, o 
passeggiero. » 



I LUPANARI 381 

panalleria che è sull' angolo del Vico Slorlo, e dalla 
quale originò il nome della via su cui si apre e però 
delta del Fanatico : una oscena pittura che vi si di- 
stinse non lascia dubbio sulla sua destinazione. 

Tale deve dirsi pure, perchè serba tutti i caratteri 
di una cella meretricia, la camera che si apre sola e 
senza comunicazione con altre sul Vico del Balcone; 
e tali devonsi pur dire quelle treccile, isolate egual- 
mente, che si trovano nella Via degli Scheletri prima 
di giungere al vicolo d' Eumachia. In vicinanza ad 
esse sull'angolo del Vicolo della Maschera, quasi a 
loro indicazione, sta una grossa pietra angolare avente 
in rilievo una imagine fallica e scrittovi presso il 
oome di Dafne. 

Che fosse slata cosi spinta la spudoratezza del me- 
retricio in Pompei, da mettersene i richiami perflno 
agli angoli delle vie, come farebbesi d'una vantag- 
giosa ed importante officina T esistenza della quale 
importasse grandemente che si conoscesse da tutti? 

I costumi dell'epoca imperiale, ornai noti al lettore 
che mi ha seguito fin qui, ne danno autorità a cre- 
dere per possibile anche questo. 

Ma la poca simpatica peregrinazione per questi 
volgarissimi luoghi di peccalo parmi m'abbia serrato 
le fauci, quasi vi si respiri ancora il pestifero aere 
pregno del graveolente puzzo del fumo della lu- 
cerna che li schiarava miseramente, onde quella 
sozza baldracca che fu Messalina risentiva , allor- 



282 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO 

quando, lasciando la cella, l'abito e il nome di Lici- 
sca, reddiva al talamo imperiale : 

Obscurisque genis turpis fumoque lucernoe 
Fceda, lupanuì'is tulit ad pulvinar odoreni i). 

Epperò usciamo all'aperto. Meglio è che affreuiarno 
al fine del nostro lungo cammino. 

Solo chiuderò il delicato argomento , esternando 
uu pensiero, quasi cenno a chi possa meditarvi so- 
pra più di proposilo e faj-ne subbietto di studi. Nello 
esame delle religioni pagane, vedesi troppo frequen- 
temente credenze , riti e sacerdozio degenerare nelle 
lubricità della prostituzione , o questa anzi amman- 
larsi, a proprio sfogo maggiore, di religione. Il phallus 
è emblema sacro che entra ne' misteri di esse , e i 
segni itifalllci accompagnano le cerimonie più serie 
e solenni. A' sepolcri perfino , intorno al rogo sor- 
gono i cipressi e gli scrittori indicandoli come alberi 
di dolore e di morte e sacri a Dite, li designano 
ben anco come alberi ilifallici: or, perchè ciò? 

Gli è forse perchè accanto alia morte sta il mistero 
della riproduzione? 

La mitologia è presso che tutta costituita di epi- 
sodii, di deificazioni di persone e cose, che noi re- 
gistriamo nella storia della prostituzione. Il Tonante 



1) Cosi del fuoco di so/za lucerna , 

Brutta e incrostala il viso, il tetro odore 
Del bordello al guancial recò d' Augusto- 
Giovenale, Sai. VI. 130131. Trad. Gargallo. 



I Lt'PAN.vni 233 

meilesirao non isdegna cenvertirsi in pioggin, in ci- 
gno, in toro per isfogare i suoi erotici appetiti : gli 
altri numi si modellano su di lui e gli uomini 
danno loro adorazione ed incenso : i savli pur dei 
nostri tempi pretesero e pretendono ascondere lut- 
to ciò reconditi veri ; ed io medesimo in quest'opera 
ho toccato di che cosmico significalo sieno slate in- 
lese le fatiche di Ercole, di quale non meno pro- 
fondo i misteri eliisini e di Iside, e così d'altri 
grandi avvenimenti della pagana mitologia. 

Che più? Pur nel presente capitolo ho menzionato 
personaggi e passi biblici, le azioni de' quali e il cui 
senso non appajon migliori degli uomini e delle 
cose del paganesimo : e nondiT.eno trovarono reve- 
renza e interpretazione diverso da quelli apprez- 
zamenti che a prima giunta sembrano provocare. 
Tutto poi è superato da quel canto epiialamlco che 
è il Cantico de' Cantici , e che malgrado l'aperto 
senso letterale e le più carnali immagini che esse 
esprimono , pur tuttavia permise che i più timorati 
padri del cristianesimo vi trovassero santissime cose 
adombrate e condannassero alla riprovazione mag- 
giore i profani che osarono, attenendosi al solo va- 
lore delle parole, maravigliarsi ch'esso fosse accolto 
tra libri santi. 

Monsignor Martini, al suo volgarizzamento di que- 
sto libro, premise una prefazione tendente a rile- 
vare la sublimità di esso , e dopo avere invocata 
r autorità di gravissimi scrittori e santi , così si 



284 CAPITOLO VIGESIMO PRIMO 

esprime » Per le quali cose non sia meraviglia se 
lo Spirito Santo volendo alcuni secoli avanti non 
di passaggio, ma specificatamente, e pienamente an- 
nunziare e predire , e quasi direi dipingere questa 
divinissima unione del Verbo colla umana natura, 
e colla Chiesa , e gli effetti di essa ; se essendo an- 
nunziare a tutti i venturi tempi l'altissima carità 
dello stesso Verbo , verso quel mistico corpo , il 
quale dovea da lui aver l' essere e il nome , ordinò 
e dispose che in questo Cantico con bella continuata 
allegoria, e con immagini prese dalle nozze terrene 
dipinto fosse questo mistero, perocché avvenimento 
si nuovo, e sopra ogni umana espettazione conveniva 
(come osservò S. Agostino) che in molte guise fosse 
annunzialo , affinchè ora repentinamente si effet- 
tuasse , non cagionasse negli uomini stordimento e 
terrore , ma si aspettasse con fede , e con fede e 
amore si abbracciasse quando fosse eseguito. In 
Psal. CIX. » 

Se così è , r argomento che ho svolto in questo 
capitolo doveva richiamare, a petto degli altri, mag- 
giore estensione di trattazione da parte mia , né 
credo aver detto tutto; come penso abbia ad essere 
veramente materia di più profondo studio , come 
ebbi a dire più sopra , per la ricerca di que' veri 
che si nascondono 

Sotto 11 velame deli! versi stran i. 



CAPITOLO XXII. 



Lia \ÃŒSk delle Tombe. 



Estremi offlcii ai morenti — La Morte — Conclamatio — Cre- 
deaze intorno all' anima ed alla morte — Gli Ellsii e il 
Tartaro — Cullo del morti e sua antichità — Gli Del Mani 

— Denunzia di decesso — Tempio della Dea Libitina — II 
libitinario — Pollinetores — La toaletta del morto — Il 
trlente in bocca — Il cipresso funerale e suo significato — 
Le imagini degli Dei velate — Esposizione del cadavere — 
11 certiQcato di buona condotta — Convocazione al fane- 
rale — Exeguia , Funus , puhlicum , indictivuniy tacitum, 
genlilitium — Il morioro: i silicini, i tubicini, le prefiche, 
la nenia; Pialrices, Saga, Expiatrices, Simpulatrices, i Popi 
e i Vittimar!, le insegne onorinche, le imagini de' maggiori, 
i mimi e l'arcliimìmo, ticinnia, amici e parenti, la lettiga 
funebre I clienti , gli schiavi e i familiari — La rhtda — 
L' orazione funebre — Origine di essa — Il rogo — Il JJu- 
tluni — L'ultimo bacio e l'uliimo vale — Il fuoco alla pira 

— JUiinera — L' invocazione ai venti — Legati di banchetti 
annuali e di beneficenza — Decurtio — Le libazioni — 1 
bnsluari — Ludi gladialorii — La uitrina — Il sepolcro co- 
mune — V epicedion — Otsiieijiunt — L'urna — Suffitio 

— Il congedo — Monimtntum — Vasi laorimatorj — Fori 
nelle tombe — Cremazione — I bambini i- I colpiti dal fuN 
mine — Subgrundarium — SiUctrnium — Vttceratio — No- 
vemdialia — Denicales feria — Funerali de' poveri — San- 
dopila — Puticuli — Purificazione della casa — Lutto, 
publico e privalo — Giuromenio — Commemorazioni funebri, 
Feste Parentali, Ftralia, Lemuralia, Inftria — 1 sepolcri — 



285 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

Località — Eccezioni e privilegi — Sepolcri «elle ville — 
Seputcrutn familiare — Sepulcrum comune — Sepolcro ere- 
ditario — CenolaOi — Columellce o cippi, mensw, labro, 
ance — Campo Sesterzio in Roma — La formula Tacilo no' 
mine — Prescrizioni pe' sepolcri — Are pei sagrlDzj — Leggi 
mortuarie e intorno alle tombe — Punizioni de' profanatori 
di esse — Via delle tombe in Pompei — Tombe di M. Cer- 
rinio e di A. Vejo — Emiciclo di Mammla — Cippi di M. 
Porcio, Venerio Epafrodito, Istacidia, Islacidio Campano, Me- 
lisseo Apro e Islacidio Menoico — Giardino delle colonne in 
musaico — Tombe delle Ghirlande — Albergo e scuderia — 
Sepolcro dalle porte di marmo — Sepolcreto della famiglia 
Istacidia — Misura del piede romano — La tonibn di Nevo- 
leja Tiche e di Munazio Fausto — Urna di Munazio Atìmeto 
— Blausoleo dei due Libella — Il dccurionaio iu Pompei — 
Cenolafìo di Cejo eLabeone — Cinque scheletri — Columeile — 
■ A Iceio Comune — A Salvio fanciullo — A Velasio Grato — 
Camera sepolcrale di Cn. Vibrio Saturnino — Sepolcreto della 
famiglia Arria — Sepolture fuori la porta Nolana — Deduzioni. 



Abbiamo, o paziente leltore, assistilo insieme alla 
vila, anzi alla vita più rigogliosa del mondo romano, 
interrogando piìi spesso gli scavi e i monumenti 
porapejani: ora, percorso quanto fu disumato della 
infelice città , visitiamo 1' ultima parte che ci siam 
di essa riserbata , la Via delle Tombe che faceva 
parte del Pagus Augustus Felix, e quindi tocchiamo 
di tutto quanto riguarda la morte, le pompe fu- 
nebri, cioè, i sepolcri ed i riti. Non sarà certo privo 
d'interesse rargomento, so l'esempio antico ramme- 
moralo a' presemi da Foscolo nel suo carme immor- 
tale de' Sepolcri, potè condurre la generazione attuale 
egoista a più onesta e dicevole religione e venerazione 
delle tombe. 



LA VIA DELLE TOMBE 2ì7 



Prima però che (nettiamo il piede nel porapejano 
sobborgo, domandiamo a' libri anlich: le costumanze 
che precedevano la tumulazione: la visita a' sepolcri 
non sarà che il complemento del nostro tema. E 
avanti tutto, ricostruendo colla nostra fantasia sui 
ruderi d' una di queste case l' intero edlQcio e ani- 
mandolo de' suoi antichi abitatori , conduciamoci al 
cnbiculum, dove sul ricchissimo letto giace il pater 
familias in preda a morbo letale. 

Sul monopodtum marmoreo , o tavola di un sol 
piede, di cui gli scavi offersero un esemplare, stanno 
1 vasi e le ampolle del seplamrius, o farmacista e che 
il medico ha prescritte-, ma l'aspetto dei congiunti 
accusa che poco oramai si attenda da que' farmachi 
studiali. 

Quando il medico o la natura avvertivano final- 
mente che air infermo più non restava speranza di 
vita, e che era prossimo al suo estremo fato, la fa- 
miglia e i parenti di lui gli si raccoglievano intorno 
al letto, come se si trattasse di dar l'ultimo saluto 
a chi fosse per partire per un lungo viaggio. Era 
infatti per il viaggio che non aveva ritorno. Essi 
iscongiuravano altresì la morte ed impetravano da 
Mercurio la grazia che volesse servire di guida al- 
l'anima che stava per entrare nella regione de' morti. 
E quando l'agonia pareva incominciata, si aveva cura 
di chiudergli gli occhi, acciò non fosse egli contristato 
dallo spettacolo che precede la morte, o perchè meno 



CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 



formidabile gliene apparissero le dimostrazioni. Il 
tiglio, il pili prossimo parente , dandogli 1' ultimo 
bacio, ne raccoglieva 1' estremo sospiro , e tale era 
un conforto che auguravansi le madri di ciò fare coi 
loro figli, giusto quanto Cicerone afiferraa: Matresque 
miserce nihil orabant nisi ut filiorum exlremum spiritum 
excipere sibi liceret 1). Né altrimenti era in Grecia fin 
da più remoti tempi e ce ne persuade Omero nel- 
l'Odissea, dove Agamennone si lagna di Clitennestra : 

. ... al marito , 
Cbe fra l'ombre scendea, non chiuse il ciglio 
E non compose colle dita il labbro 2): 

e Virgilio attesta dell' uso recato in Italia , quando 

mette sulla bocca della madre d'Eurialo il lamento: 

.... nec te , tua funera , mater, 
Produxi , pressive oculos ... 3) 

uso continuatosi sempre dipoi; onde Lucano nella 
Fharsalia disse pure: 

.... tacilo tantum petit oscula vultu , 
Invitalque patris claudenda ad lumina dextram 4). 

Reso il quale, per tre volte, a distinti intervalli, 
si chiamava ad alta voce il morto, ciò che dicevasi 



1) «E le misere madri di null'altro più pregavano se non che 
fosse loro concesso di raccogliere l'estremo sospiro d«^'flgli. • 

2) Trad di Paolo Maspero. 

3) /Eneid. Lib. IX. 486. 487: 

Ed io tua madre, 
Io cui l'esequie eran dovute, e '1 duolo 
D' un cotal llglio, non t' ho chiusi gli occhi. 

4) Lib. Ili, V. 539-5Ì0. 

Sol col tacito volto invoca i baci 

E del padre la man cbe i rai gli chiuda- 



LA TIA DELLE TOMBE S89 



conclamano; e conclamatum est, signiflcava adunque 
che una cosa più non esisteva. 

Ma per apprezzare convenientemente questa ceri- 
moDia e le numerose altre che praiicavansi in occa- 
sione di morte presso i Romani, gioverà vedere dap- 
prima quali fossero presso di essi le credenze sull'a* 
nima e sulla morte. 

E mi affretto a mettere in sodo come il non omnis 
moriar non fosse già un principio suggerito al poeta 
dalla coscienza della immortalità delle sue conce^ 
zioni inlelleltuali, sibbene la radicata credenza cba 
si aveva in una seconda vita, dopo questa terrena. 
Non fu quindi il portato d' una dottrina specula- 
tiva fitosoGca qualunque, ma fu veramente una 
credenza questa di lunga mano anteriore all' alma- 
naccar de' filosofi, anzi precorritrice d'assai alla loro 
esistenza; di modo che la morte venisse considerata 
come una semplice mutazione della vita. 

Dove poi versasse questa seconda esistenza al di 
là della tomba, variò la credenza. 

Secondo le più antiche opinioni de' Greci e degli 
Italioti , che per lo più divisero costumi e credenze 
insieme, come veramente usciti d'un solo ceppo, per 
testimonianza di Cicerone : sub terra censebanl reli- 
quam vitam agi mertuorum 1), ed anzi pensavano re- 



1) • AfTormavano passarsi sotto terra l'altra vita dei 
morti. • Tuscul. », <6. 



ito CAPITOLO VtGESlMOSECONDO 

Stasse l'anima tuttavia consociata al corpo; onde così 
spiegar ci possiamo l'espression di Virgilio ne' fune- 
rali di Polidoro: 

animamque sepulcro 
Condimus, et magna supremutn voce ciemus i). 

E l' iscrizione che apponevasi al sepolcro diceva 
infatti: hic jacet, qui giace, qui posa il tale, non già 
solo la spoglia del tale, dicitura che, malgrado le 
ben diverse credenze, pur a' di nostri è pervenuta 
e r usiamo pure nei nostri ipogei. Era pertanto ra- 
gione che si curasse allora di chiudere nel sepolcro 
dallato al cadavere gli oggetti di cui reputavasi po- 
tesse sentire necessità e si spargesse al di sopra 
vino, latte e miele e si immolassero vittime, come 
vedremo più avanti, allo scopo di soddisfargliene la 
fame e la sete, ed anche a quello che, avesse il de- 
funto a valersi nella tomba di quel che sulla terra 
godeva. 

Dopo ciò, non è più lecito credere che negli spi- 
riti delle popolazioni greco-italiche avesse potuto 
attecchire l'idea della metempsicosi, ossia della tras- 



1) .... e con supremi 

Richiami amaramente al suo sepolcro 
Rivocammo di lui l'anima errante. 

/Eneid. Lib. Ili, 67 G8. Tr. Ann. Caro. 
L' espression di Virgilio animam sepulcro condimus , 
resa lelleralmenle, appoggia meglio la credenza da noi ri- 
ferita, ed io però tradurrei: 

L' anima sua chiudemmo entro il sepolcro. 



LA VIA DELLE TO»BE 291 



migrazione dell'anima da un corpo all'aliro. Né di 
meglio credevasi che l'anima, lasciando il corpo, vo- 
lasse al cielo; perocché cotale credenza non trovò 
seguaci che assai più lardi , tutf al più reputandosi 
che il soggiorno celeste convenisse, come straordi- 
naria ricompensa a certi eroi, o benefattori della 
umanità. 

Le più antiche generazioni credevano adunque uni- 
camente che l'anima non si separasse dal corpo, che 
rimanesse fissa a quella parte di suolo , dove erano 
sepolte le sue ossa; che non dovesse rendere conto 
alcuno di sua vita anteriore , che non avesse ad at- 
tendere né ricompensa, né punizione. 

Comunque più innanzi s' allargasse la fede e si 
credesse nel Tartaro e ne' Campi Elisi, come luoghi 
di punizione il primo e di premio i secondi per i 
fatti della vita terrena, i riti funerarii che mi faccio 
ora ad esporre risentirono sempre delle primitive cre- 
denze, le quali sebbene ci possano sembrare viete 
e perfino ridicole, secondo giustamenle osserva Fustel 
de Coulanges , hanno tuttavia esercitato l' impero 
sull'uomo durante gran numero di generazioni : esse 
hanno governato le anime, rette le società, e la più 
parte perfino delle istituzioni domestiche e sociali 
degli antichi sono provenute da questa sorgente i). 



i) La Cile Antique, Cap. i. 



292 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

Ma ho ricordato ora gli Elisii e il Tartaro: debbo 
darne alcuna nozione, perchè, come dissi, la credenza 
in essi divenne poi generale e costituì il raislero pa- 
gano d'oltretomba. 

Secondo i Greci , i Campi Elisi o l' Elisio era la 
quarta divisione dell' inferno-, secondo i Romani in- 
vece era la settima. 

Vi regnava, per quanto ne testimoniò Pindaro ne'suoi 
inni immortali, eterna la primavera, vi alitavano ze- 
firi profumali, vi sfolgoravano sole e astri perpetua- 
mente, vi crescevano fiori e frutta, v' era bandita la 
vecchiaia, ignoti i mali, senza fine la vita e l'onda 
di Lete , che tutt' all'" intorno circondava quel beato 
soggiorno, procurava l'obblio delle dolorose memo- 
rie del passato. Lo stesso Pindaro ne fa re dell'Eliso 
Saturno : altri lo volle retto dalle leggi di Radamanto. 
Diverse pure le opinioni sulla località di esso : Omero 
ed Esiodo lo collocarono nel centro della terra e sulle 
rive dell'Oceano. 

L'inferno, o Tartaro, era pei Greci un luogo sot- 
terraneo, ove scendevano le anime dopo la morte per 
esservi giudicale da Minosse, Eaco e lUdamanto, e 
Plutone vi regnava sovrano. Aveva vari spartimenti : 
l'Èrebo ove slava il palazzo della Notte, quello dei 
Sonno e dei Sogni , il soggiorno di Cerbero , cane 
ringhioso dalle Ire gole, delle Furie e della Morie; 
r inferno delle anime prave punite ni 1 fuoco o nel 
ghiaccio i il Tartaro propriamente detto, dove i nuovi 



LA VIA DELLE T >MBE 295 



Numi avevano precipitato gli amichi, i Ciclopi, i gi- 
ganti e i titani. 

I Romani lo dividevano in sette scoroparti: nei 
primo soggiornano i bambini; nel secondo gli in- 
nocenti stati condannati a morte; nel terzo i suicìdi; 
nel quarto gli amami spergiuri o sfortunati; nel 
quinto gli eroi che si macchiarono di crudeltà; nel 
sesto, detto più propriamente il Tartaro, stavano i 
martiri; nel settimo i Campi Elisii che già vedemmo 
essere luogo di riposo e di bealiiudine pei giusti. 

Facile è qui constatare come la dottrina pur del 
Cristianesimo ammettesse suppergiù, con quasi iden- 
tità di nome e di destinazione, la credenza dell'E- 
liso e dell' Inferno, e il Catiolicesimo vi aggiungesse 
un terzo luogo di depurazione , cioè il Purgatorio , 
ammettendo in certo qual modo una tal qual legge 
di progresso , secondo anche la dottrina spiritica 
moderna, che cioè permettesse alle anime non al tutto 
superiori ed elette di espiare le colpe non gravi , 
prima d'essere ammesse nella sede dei santi. 

É poi curioso osservare da ultimo, intorno a tale 
argomento, come 1 tre più grandi poeti dell'Umanità , 
Omero, Virgilio e Dame, l'abbiano consacrato nelle loro 
• immortali epopee: perocché il primo, nel canto unde- 
cimo dell'Odissea, guidasse Ulisse ne' luoghi inferni 
a trovarvi i campioni della guerra trojana : il secondo 
vi conducesse, nel canto sesto dell'infide, il suo eroe, 
dove appunto divise tulli quegli scompartimenti che 

/.r «orine di prmpfi. Vnl. HI. 19 



-.94 CAPITOLO VlfiF.SlMOSECONDO 

ho più sopra accennali , cosi lasciandovi memoria 
di tulle le amiche delirine circa il soggello; e l'Ali- 
ghieri poi, della credenza dell'Inferno, del Purgatorio 
e del Paradiso, cosiituisse anzi luna la macchina della 
sua Divina Commedia, nella quale agli scomparii pa- 
gani sosliluisce di suo capo le bolge ed i gironi, dove 
pure colloca , secondo il maggiore o minor merito , 
la maggiore o minore pravità, gli spiriti de'suoi per- 
sonaggi, tra' quali con nova fantasia vede taluni degli 
uomini del suo tempo ancor viventi. 

I morti poi ebbero sempre tra' Romani una reli- 
gione: il culto che loro si prestava divenne anzi cosi 
obbligatorio, che nelle XII Tavole i relativi diritti 
degli Dei Mani, — che con questo nome chiamavano 
generalmente i morii, — vennero positivamente san- 
citi, secondo il lesto conservalo di questa particolare 
legge da Cicerone: Deorum Maniiim jura sancta sunto; 
hos leto datos divos habento: sumptum in illos, luctum- 
que minunto 1). Il medesimo Cicerone, nel Libro De 
Legibus, rammenlù come fosse stato volere de' mag- 
giori che gli uomini che avevano lasciato questa vita, 
fossero annoverali tra gli Dei 2). 

L'uomo eh' era stato del suo vivente tristo, morto 



1) • 1 (linlti degli Dei Mani soao santi; (lut'sli dalioi da 
morie abbiansi coqìg numi e si ouorino di spesj e di lutto. • 

2) Lib. II, 22. 



LA VIA DELLE TOMBE -29!S 

era egualmente un dio: solo serbava nella seconda 
vita le malvagie tendenze della prima. 

Se non che Apulejo lasciò detto che quando i 
Mani fossero malevoli, si dovessero chiamare larvce, e 
quando benevoli, lares; perocché infatti Manes, Genii e 
Lares si dicessero promiscuamente. Udiam lui stesso : 
Manes animoe dicuntur melioris meriti, quce in corpore 
nostro Genii dicuntur; corpori renuntiantes , Lemures; 
cum domos incursionibus infestarent, Larvce; cantra ei 
faventes essent, Lares familiares 1). 

Questa religione de' morti , scrive il dotto Fusiel , 
che ho già citato, sembra essere stata la più antica 
in questa razza d'uomini. Prima di concepire e d'a- 
dorare Indra o Zeus, l'uomo adorò i morii: ebbe paura 
di essi e indirizzò loro preghiere. Sembra cosi che il 
sentimento religioso abbia di là avuto la sua origine. 
È forse alla vista delia morte che 1' uomo ebbe per 
la prima volta l'idea del soprannaturale e che volte 
sperare al di là di quel che vedeva. La morte fu ii 
primo mistero: ella mise l'uomo sulla via degli altri 
misteri: essa sollevò il suo pensiero dal visibile al- 
l'invisibile, dal passaggiero all'eterno, dall'umano al 
divino. 



1/ • Le anime di virtù maggiore si chiamano Mani, 
quelle che son nel nostro corpo dìconsi Genii ; fuori di esso, 
Lemuri; se infestano colle loro scorrerie le case, Larve; 
ina se pel contrario ci soo favorevoli , si chiamano Lun 
lamigiiari. > De Dea Socraiis. 



â– ^<jij Capitolo vigesimoseco.ndo 

Pur Ugo Foscolo ne' suoi Sepolcri fé' rimoniare il 
callo de' moni allo istituirsi del contratto sociale : 

Dal dì che nozze, tribunali ed are 

Diero alle umane belve esser pietose 

Di sé stesse e d'altrui, toglieano i vivi 

All'etere maligno ed alle fere 

I miserandi avanzi che Natura 

Con vece eterna a sensi altri destina 1). 

Era forse anche per questo cullo che gli Dei Mani si 
chiamassero Dii patrii ed anche Dii sacri, come si 
veggono cosi indicali sovra alcuni monumenti. — Più 
avanti toccherò di feste ed onoranze istituite per gli 
Dei Mani. 

Come facciamo oggidì che denunziamo al Muni- 
cipio r avvenimento d' una morte, e trattiamo della», 
spesa de' funerali, allora veniva denuncialo il decesso 
al tempio delia dea Libilina, istituito da Numa, nel 
quale si custodivano tutti gli apparati ed addobbi 
richiesti per mettere in ordine un funerale e quivi 
col libilinario, o intraprenditore delle pompe funebri^ 
convenivasi sull'indole di quella che ricercavasl e 
sulla spesa. 

11 libilinario spacciava alla casa del morto i sjoi- 
schiavi, detti pollinctores, dal polline, dice Servio, o 
fìor di farina onde lievemente spargevasi la faccia 
del defunto, dopo che il corpo fosse stato dalie donne 



LA VIA DELLE TOMBE 



Loa acqua calda lavalo. — Tale costume di prepa- 
rare, imbiancandolo, il viso agli estinti si conserva 
tuttavia in Ruraenia , dove io portarono i Romani 
antichi , che vi lasciarono indelebili tracce di loro 
isoggiorno e colonizzazione in altre molte consuetu- 
dini, nel linguaggio e perfino nella denominazione 
del paese, che fino a' dì nostri vanta con noi co- 
mune le origini. — Quindi i medesimi poUinctores 
i'ungevano e imbalsamavano con appositi aromi: 

. . . corpusque lavant frìgentis et ungunt i). 

Ciò eseguilo, lo si rivestiva dell'abito ch'era so- 
lito portar vivo, colle insegne che s'era meritato. 
Go5Ì il semplice cittadino d' una toga bianca, il ma- 
gistrato della prelesta, i censori della porpora; d'una 
semplice tonaca invece gli abitanti della campagna 
e i plebei. Gli si poneva in bocca un triente , cioè 
la terza parte di un' asse , la moneta di rame corri- 
spondente a due centesimi di lira italiana con cui 
intendevasi pagare Caronte, 

Il noccbier della livida palude , 

pel tragitto di essa, pur descritto nella Cantica del- 
l' /n/(?rno da Dante, e come il rammenta Giovenale ; 



«; Virgilio, Lib. VI, v. «19: 

.... intorno al freddo corpo intonti 
Chi lo spogliòi cLi lo lavò, chi l'unse. 

Trad. Ano. Caro. 



CAPITOLO Vir.ESIJIOSECONDO 



.... at ille 
3am sedei in ripa, lelrumqve novicius horret 
Porthmea, nec sperai aenosi gurgitis alnum 
lìifelix, nec habct quem porrigat ore trientem i). 

Le leggi delle XII Tavole vietando di seppellire 
l'oro nelle tombe, — osserva giustamente quel dolio 
scrittore e orientalista che è il prof. Angelo De-Gu- 
beniaiis , confermano soltanto la esistenza dell' uso 
ueir antica Roma 2). 

Coronandogli di Qori la testa, lo si deponeva su d'un 
alio Ietto, d' avorio, se ricco, e coperto di preziose 
siofri , nel vestibolo , co' piedi rivolti verso l' uscita 
di casa, quasi ad indicarne la partenza. Persio cosi 
ricorda sommariamente nella .satira III queste fune- 
rali cerimonie: 



1) Salirà III. v. 26Ì-267 : 

.... la buon' anima. 
Glie già siede novir-ia in riva a Lete, 
Trema del t<'tro barcHJtiol, né spera 
Varcar su la sua barca il morto stagno; 
Miseri né il può senza il triente in bocca. 

Tr. Garualio. 

2) Storia Popolare degli Usi Funebri Indo-Europei. Mi- 
lano, Fratelli Treves, 1873, pag. 49. — Perchè alla vera dot- 
trina è sempre gentilezza d'animo congiunta, Tiliustre scrit- 
tore mi voile onoralo del dono di questa sua opera, che mi 
tengo cara e delia quale pubblicamente il ringrazio. E come 
no, se a* di nostri solo compenso a chi si pasce di studio sono 
la noncuranza o la calunnia f 0;;gi è vezzo di portar la po- 
litica anche ne' giudizi lellerarii, e chi non s'imbranca coi 
gerofanli della politica è punito colia cospirazione del silenzio. 



LA VIA DELLE TOMBE 299 

Hinc tuba, candelcB ; tandemque beatulus aito 
Compositus alto ledo, crassisque lulalus amomis. 
In portam rigidos calces exlendit i). 

Quesl' uso di collocare i cadaveri che si dovevano 
trasportare, co' piedi vòlti all' uscita della casa, nota 
a questo passo Vincenzo Monti , era antichissimo. 
Omero ne fa menzione nel XIX canto ibWIliade, ove 
Achille addolorato per l'estinto amico (Patroclo), cosi 
parla : 

D' acuto acciar trafitto egli mi giace 
Nella tenda co' pie vòlti all' uscita. 

Davanti la porta si piantava il funerale cipresso , 
l'albero consacrato a Plutone , perocché esso una 
volta taglialo più non ripulluli , secondo lasciò ri- 
cordato Plinio il vecchio. La presenza del cipresso 
era indizio di lutto patrizio, come avvertì Lucano 
nel seguente verso: 

El non tjlebejos ludus testala cupressus 2). 



1) Satira III, v. i03-10o: 

Quindi le tube e le funeree erre. 
Sleso e bealo aifin nel cata!..lio , 
E d'aromi inzuppato, irrigiditi 
Sluoga vèr l' uscio i pie . • . 

Tr Vinc. Monti. 

2) • Di lutti non plebei teste il cipresso. 

Pharsal. III. 442. 
Spiacquemi non u.^ar qui della versione notissima del 
conte F. Cassi, pprc he in questo passo «i cavò d' impìccio, 
col dire seiuplicemen'e i funebri cipressi 



300 i.vPlTOLO Vir.ESlMOSECONDO 

Di tal guisa restava avvertito il pontefice di tenersi 
lontano da quella casa, da cui sarebbe stato poUuto; 
cosi evitava nla coloro che disponevansi a compiere 
alcun sagriflcio, perocché quell'impuro contatto non 
avrebbe piij loro concesso d'accostarsi agli altari. 
Cosi all'eguale intento, e per lutto il tempo che du- 
ravano le funebri cerimonie , si solevano velare le 
immagini degli Dei. 

Per sette giorni lasciavasi esposto il cadavere, ac- 
ciò si avesse tutto l' agio di riprendere i sensi dove 
un letargo avesse simulato la morte, e vegliava a 
studio di esso uno schiavo della casa e durante un 
tal tempo facevansi da que' delia famiglia le mag- 
giori dimostrazioni di dolore: 

. . . it clamor ad alta 
Atria ; concussam baccfialur fama per urbem ; 
Lamentio, gemiliique et foemineo ululatu 
Tecla fremunt; resonat inagnis plangoribus aether i) 

L'ottavo giorno un pubblico banditore, percorrendo 
le vie principali adiacenti alla casa mortuaria, con- 



i) Virgilio, ^neid. Lib IV. v 663 668: 
.... In pianti , in ululati 
Di donne in un momento si converse 
La reggia tutta, e insitio al eie! n' andaro 
Voci alte e fioclie, e suoti di man eoa elle. 

Tr. A. C^ro. 



LA VIA DELLE ToMBE 30l 



vocava il popolo per celebrare i funerali. Terenzio 
ci lasciò nelle sue commedie rammentata la formula 
di tale convocazione : 

Quirites extequias... quibus est eommodum ire jam tem- 

pus est i). 

Siccome poi, giusta quanto superiormente dissi, le 
anime delle persone buone si consideravano ricevute 
nel novero degli Dei benefici, comunque d'ordine 
inferiore; cosi ci restò qualche documento che prova 
come si ponesse nel feretro , presso il cadavere , un 
attestato di buona condotta, rilasciato dal Ponte- 
fice , perchè fosse agevolato il compito de' giudici 
eterni. Bannier ne riferisce un esempio in quello che 
fu posto accanto ad un cadavere dal Pontefice Sesto 
Anicio, eh' io pur trascrivo, acciò si conosca anche 
di questo curioso documento la formula. Eccolo: Ego 
Sexius Ànicius Pontifex testar hunc honeste vixisse: 
Manes ejus inveniant requiem 2). 

Funus dicevasi il funerale, a cagione che negli 



il • . . . Quiriti, a cui fa commodo 

D'assistere alle esequie, è questa l'ora. 

Phorm. 5. 8. 37. 
Ecco per altro la formala più completa della convoca- 
zione al funerale : exequias... (e . o . lccii. lucii. riiu) 
quibus est comodum ire, tempus est: ollus.(ille) ex cedibu' 
effertur. 

il • Io Snsto Anicio Ponteflue attesto avere costui one- 
.•^uimeute vissuto. • 

Bannier, Spiegazione deVe favole. 



SO-2 CAPITOLO VIGESIJIOSFXONUU 

antichi tempi i romani seppellissero di no^e al lume 
di candele, o torcie, che si formavano di funi rilorie, 
fuìialia , intrise di pece , portale dai piagnoni. Nasi 
fu che più tardi che l' uso di seppellire di polle, si 
restrinse alle classi più povere, le quali non pote- 
vano sostener la spesa di splendide esequie. 

Ed oltre di lai distinzione, diverse altre erano le 
specie di funerali. Publicwn era quel furierale che 
.^i faceva a spesa dello Stato, come in qu,esi'anno in 
cui scrivo (1873, 29 maggio), Milano praticò a ri- 
guardo di Alessandro Manzoni, morto il 22 dello 
stesso mese e riusci così imponente e pomposo da^ 
potersi dire per lo appunto quel che Plinio scrisstf 
a Romano del funerale publico di Virginio Rufo, il 
qu^le, se, non come Manzoni ebbe a vivere ottantotto 
anni, ne visse nondimeno ottantaire, compiuti in una 
beatissima quiete e in non minore venerazione, che 
stato console per tre volte , arriyò all' apice degli 
onori privati e sopravvivendo treni' anni alla sua 
gloria, lesse versi, lesse storie, scritti in suo onore 
e conversò in certa guisa co' posteri : Post aliquot 
annos insigne, atque etiam memorabile populi romani 
oculis spectaculum exhibuil publicum funm Virginii 
Bufi maximi et clarissimi civis , perinde felicis 1). Il 



1) • Da qualche anno in qua non si ofTcrse altro sguardo 
del popolo romano una pompa così solenne e memorabile, 
come i publici funerali di Virginio Rufo, non meno egregio 
ed illustre, che fortunato cittadino. > 

Lib. II. epist. 1, Tr. Paravia- 



LA VU DELLE TOMBE 503 

Paravia in nota a questa lettera di Plinio , affermò 
chiamarsi anche censoria questi publici funerali , ri- 
mettendo circa alle cerimonie, ai lusso ed anche alla 
stravaganza di queste funebri solennità alle antichità 
nomane di Adam (voi. Ili e IV) che ne fece la de- 
scrizione. Ma il funerale publico, fallo a spesa dello 
Stato, che in quest'anno medesimo rimase più me- 
morabile ancora, fu quello che si celebrò in Roma 
nel 7 giugno l*i73, per Urbano Rattazz", il piiì emi- 
nente uomo di Stato che aveva l'Italia, stalo sei volte 
ministro di re Vittorio Emanuele , morto il 5 dello 
stesso mese in Prosinone, e il cui nome, come quello 
di carissimo e venerato amico, io rammenterò nelle 
lagrime Anche vita mi rimarrà. Non fu pompa solo 
ufSciale, ma, come fu egregiamente detto, fu vero 
plebiscito: poiché tutte le città vi partecipassero nel 
lutto, e con essa i principi reali, i piìi alti dignitari, 
senatori e deputati, illustri stranieri e d'ogni ordine 
cittadini. Splendidissimi del pari poi, ed a spesa del 
Municipio, Alessandria sua patria gli rinnovò l'undici 
l^iugno successivo, quando essa ebbe il cadavere che 
reclamò e che venendo da Roma ebbe lungo il 
viaggio le ovazioni delle popolazioni in mezzo 
alle quali passava. 

Funus indictivum appellavasi quel grande funerale 
in cui veniva invitato il popolo a' ludi gladiatorii 
ed alle militari rassegne, che si offerivano ad ono- 
ranza di illustre defunto; mentre tacitum o translad- 



5;4 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

tium dicevasi il funerale comune ed ordinario senza 
veruna ostentazione di potenza. Funus gentilitium era 
poi quello nel quale si recavano in processione le 
imagini de' maggiori della medesima prosapia, gens. 

Fatta dal banditore l' ultima conclamazione, il desi- 
gnator, o maestro della funebre cerimonia, assistito 
da' suoi littori , o da un suo accolito , accensus , or- 
dinava che la processione si incamminasse per tra- 
sferire il cadavere all'ultima dimora, tutti recando, 
comunque fosse di giorno, torcie accese nelle mani, 
in memoria dell'antico costume. Apriva la marcia 
una banda di musicanti , sHicines , che suonavano 
la tibia longa, o flauto funebre, accompagnando con 
essa un canto lugubre in lode del trapassato, come 
ci spiegò Novio Marcello: SHicines dicli sunt qui fu- 
neratos et sepultos canere soliti erant causa honoris 
cantus lamentabiles 1). 

Il mortoro de' grandi e delle persone attempate, 
quando il publico era slato convocato, veniva accom- 
pagnato da trombettieri, tubicines , i quali annuncia- 
vano che il defunto non era stalo tolto di vita dal 
ferro o dal veleno. 

Dietro i musici venivano le prefiche, proeficce, 
schiave del libilinario incaricate di fare il piagnisteo; 



4) • Detti furono siticini coloro clie solevano cantare 
Cìnti lamentevoli a titolo d'onore, quando a taluno si 
facevano i funerali e recavansi a seppellire- • 



LA VU IJELLE TOMBE S05 



ed esse, mediante pagamento, percuotevansi il petto , 
mandavano grida strazianti e strappavansi i capelli, 
ostentando un dolore fierissimo che erano ben lungi 
dal sentire. Così Lucilio nelle satire ci descrive la 
loro simulata desolazione : 

Mercede quce 
ConduclcB flent alieno in funere proeficcE 
Multo, et eapillos scindunt et clamant magis i) 

L'uso delle prefiche, comune a quasi tutte le nazioni, 
si protrasse tardissimo anche fra noi. Nella diocesi 
di Milano vennero proibite dall'Arcivescovo S. Carlo 
Borromeo. — E celebravano esse talvolta le lodi del 
defunto col canto, ncenia, e tal altra recitando passi 
de' poeti più rinomati che avessero qualche analo- 
gia colla circostanza. Erano cosi insinceri siiTatti 
canti laudativi, che passò di poi ncenia per sinonimo 
di nugce , ossia bagatelle od inezie. Il nostro Porta , 
l'insuperabile poeta del nostro vernacolo, disse alla sua 
volta bosard come on cartell de mort, bugiardo come 
un cartellone da morto , o , come potrebbesi anche 
dire , al pari di un epitaffio. Guasco ricorda che 
dietro le prefiche venissero altre donne: Piatrices^ 
Sagce, Expiatrices, Simpulatrices, ed erano sacerdotesse 
che presiedevano a' sacrifici impetratorj per ottenere 



Le prefiche che seguano pagate 
Nell'altrui funeral e piangon molto 
E si strappano i crioi e ancor piii forti 
Alzao clamori' 



306 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

l' ingresso d«l defunto negli abissi , ed espiaiorj per 
purgarsi dai peccali 1). 

Seguivano i Popi e i Victimarii: ufficio dei primi 
era di abbattere gli animali più diletti al defunto 
padrone, come cavalli, cani, ed uccidere uccelli alla 
pira funebre : dei secondi di predisporre gli arredi 
necessarii all' uopo. Essi apparivano nudi fino alla 
cintura. 

Poi quelli che portavano le insegne onorifiche del 
morto, come le spoglie prese al nemico, i distintivi 
ed i premii conseguiti dal suo coraggio, ogni cosa 
però capovolta a dimostrazione di lutto. Porlavaiisi 
pure le imagini degli avi illustri disposte per ordine 
cronologico su' carri, pilenta, le insegne delle ma- 
gistrature e delle dignità coperte da essi, e siffatto 
privilegio spettava pure alle donne ne' loro funerali, 
dove avessero avuto negli antenati loro taluno che 
avesse sostenuto una magistratura curule. 

Teneva dietro a tutto ciò una schiera di mimi e 
ì'archimimus o capo di essi. I primi ballavano danze 
grottesche al suon de' crotali , le quali danze chia- 
mavansi sicinnia , i cui salti regolavansi in misura 
co' piedi dattili dell' anopw/o, metro simile a un di- 
presso al quinario nostro e del quale eccone esempio 
tolto a Seneca il tragico: 



«) Riti funebri di Roma- Lucca. 1758. 



LA VIA DELLK T0>1BE 30- 



Fundile fletus , 
Edite planctus, 
Fingile luctus, 
Resonet Cristi 
Clamore forum, ree i)- 

Il secondo, imitava coli' incesso e co' gesii il costume, 
i modi più spiccali e la persona del defunto , come 
viene attestato dallo storico de' Cesari, Svetonio 2). 
"Venivano ultimi i parenti e gli amici, spogliate le 
dita d'anelli e colla barba intonsa, vestiti tutti della 
penula oscura, abito di rigore nelle funerali pompe, 
nelle quali non era permesso portare la toga e com- 
prendevasi essa fra i vestimenta clausa. I figliuoli in- 
cedevano colla testa coperta, le figlie invece a capo 
scoperto: queste poi, la madre e la moglie senza orna- 
mento, colle chiome disciolte ed In nere gramaglie. 
Le donne solevano mostrare un vivo dolore, stra- 
ziandosi il seno liUdo ed il volto, tanto da spicciarne 
il sangue, e invocando l'amato defunto ad alla voce, 
come Properzio desiderava avesse a fare per lui la 
bella Cinzia: 



«» Spargete lagrime. 

Querele alzate, 
Lutto e gramagiit? 
Or simulate , 
Del triste coro 
Echeggi il Foro. 

2) In Vc^fxwiia/n.rìi, 19. 



3l8 CAPITOLO VIGESIMOSECO.>DO 

Tic vero nudim pectus lacerata sequeris. 
Nec fueris nomen lassa vacare meum i) 

e ciò non a vana dimostrazione di duolo, ma perché, 
secondo spiegano i commentatori , i mani amano il 
latte ed il sangue. 

Dopo di costoro, procedeva la bara, capulum, fere- 
trum, lectica funebris, come poteva venire con tutti 
questi nomi designata , ed era un letto od anche 
una lettiga coperta da più o men ricco drappo, 
a seconda della varia dignità dell' estinto e por- 
tata da' più prossimi parenti o dagli amici, in numero 
di sei di otto, e per ciò detta anche exaphorum, od 
Gdophorum. Talvolta sorreggevasi essa dagli schiavi 
dichiarali liberi nel testamento, e tenevano allora in 
segno di loro recente libertà coperto il capo, I per- 
sonaggi alto locati erano portati da dignitarj o fun- 
zionar] dello stato ; la bara di Lucio Cornelio Siila 
dalle Vestali, quella di Giulio Cesare dai magistrati, 
quella di Augusto da' senatori, quella di Tiberio 
da' soldati, e Tacito ricorda che il feretro di Germa- 
nico venisse portato sulle spalle de' tribuni e de' 



1) Lio. II Eeg. Xlll: 

Tu vorrai dietro lacera 
E petto ignudo e chiome, 
Né cesserai ripetere 
D.l tuo Properzio il uome. 

Tr. Vl^IIlar.l 



LA VIA DI;LI.E tombe 309 



centurioni 1)-, ma poi e più innanzi l'urna dell'im- 
peratore Severo fu portai» per mano dei consoli 
medesimi. 

Dietro la bara succedeva la caterva de' clienii , 
degli schiavi e de' familiari, conducendo a mano gli 
animali che dovevano essere sagrificali al brucia- 
mento del cadavere, e finalmente chiudevasi la pro- 
cessione colla carrozza vuota, rheda o carpentum, del 
defunto e colla turba de' curiosi e sfaccendati che 
mai non mancano agli spettacoli che si offrono gra- 
tuitamente. 

Il funerale corteggio, quando tratlavasi di persona 
illustre ricca, sofferraavasi un trailo nel foro, dove, 
posto il funebre letto sulla tribuna, un prossimo 
l'ongiunlo, l'erede beneficato, pronunciava 1' ora- 
zione funebre in mezzo ai suoni lugubri di una mu- 
t>ica mesta , ciò che diede origine alla frase latina 
laudare prò rostris. Ricorda il lettore come Svetonio, 
tiella vita di Cesare , lasciasse memoria aver quesii 
alia sua volta arringato dai rostri l'orazion funebre 
per la sua zia {amila) Giulia e per la moglie Cornelia, 
cogliendo il destro così di vantarsi disceso per uni 
parte da regale prosapia e per l'altra da Venere, af- 
fine poi d' inferirne : est ergo in genere et sanditus 



1) .\nii3li. III, 2. 

t.r Rovine di Pcmpet. Voi. III. «Ù 



310 CAI-ITOLO VIGESIM0SEC0^D0 

regum , qui plurimum inter homines pollent , et cceri- 
monia deorum, quorum ffsi in polestale sunt reges 1). 
Il De-Gubernaiis nella sua opera sulJodata degli 
Usi Funebri Indo Europei 2), ricorda come Plutarco 
nella vita di Valerio Publicola riferisca a questo 
console i' origine della istituzione delle orazioni fu- 
nebri romane. « Ebber cari i Romani — queste son 
le parole dello sci iitore delle Vite degli uomijìi Illustri - 
quegli onori che fece Valerio al suo collega (Bruto) coi 
quali illustrar ne volle il mortorio, e specialmente l'ora- 
zion funebre che recitò in di lui lode egli slesso, la 
quale riuscì di tanta soddisfazione ff fu si grata ai Ro- 
mani medesimi, che introdotto indi venne il costume di 
encomiarsi dopo morte, in tal guisa , lutti i grandi, 
e valentuomini dai personaggi più insigni. Questa 
orazion funebre, secondo si dice, fu più antica anche 
di quella de' Greci, se pure anche ciò non fu una 
istituzione di Solone, come lasciò scritto il retorico 
Anassiraene. n Dionigi d'Alicarnasso, nel libro quinto 
delle sue Antichità Romane , scrive non poter affer- 
mare se Valerio sia stalo il primo a pronunciare in 



i) • La nostra prosapia di tal guisa congiunge alla san- 
tità dei re, clie assai possono in mezzo agli uomini, la 
maestà degli dei clie sono i padroni dei re. • Svelonio, //* 
Ca-s. VI. Giulio Cesare da parte di madre si diceva discen- 
dere da Anco Marzio, re. 

2) Pag, 83. 



LA VIA DELLE TOMDE 3lt 

Roma un discorso funebre, o s'ej^li abbia invece se- 
guito un costume già invalso tra i re; ma in ogni 
modo ritiene il costume come romano e rimprovera 
i tragici ateniesi per averne voluto fare un merito 
alla loro cillà , che non conobbe, a suo avviso , lo 
orazioni funebri, se non dopo la battaglia di Mara- 
tona, che fu posteriore di sedici anni alla morte di 
Bruto. 

Ripigliava quindi la processione il suo corso e 
uscendo dalla città 1) pel Circo Massiuìo e la porla 
Capena per mettersi nella via Appia, ch'era quella 
delle tombe, si avviava al rogo, rogus, ed anche greca- 
mente pira, TTupa, che era una specie di altare, o ca- 
tasta, piuttosto costruita nel recinto sepolcrale detto 
buslum, contiguo alla tomba, di ciocchi d'alberi 
resinosi, non digrossati ne' squadrati, in masse ad 
angoli retti, adorna di ghirlande e ramoscelli di ci- 
presso,sulla cima della quale collocavasi dallo schiavo, 
detto Ustor, il cadavere, asperso di preziosi liquori 
e avvolto in un lenzuolo di amianto. Dapprima il 
più prossimo congiunto o V erede ne aveva riaperto 
gli occhi, come voleva il rito, reputandosi sacrilegio 
il privare il cielo degli sguardi di un morto, e cu- 



f 
1) La leggo vietava la cremazione dei cadaveri in città 
a prevenire gli inccndj. La basilica Porcia di Roma infatti 
erasi incendiata per le fiamme dai rogo di P. Clodic 



3J ; oxi'iroi.o vigesimosiìco.ndo 

tarasi che portasse al dito il suo anello e prima 
di avvilupparlo nel sudario la moglie e i figli depo- 
nevano sulle gelide labbra di esso l'estremo bacio, 
tributo ultimo che pur a sé slesso augurava ricevere 
dalla sua Cinzia Properzio: 

Osculaque in gelidis pones suprema labellis 
Quum dabitur Syrio munere plenus onyx \). 

E si staccavano dalla cara spoglia colle parole 
consacrate dal rito: Vale. Nos te ordine quo natura 
voluerit cimeli sequemur 2). 

Ciò fatto, il più prossimo congiunto, stornando la 
testa, appiccava colla rovescia torcia il fuoco alla 
pira e mentre questa ardeva, giitavansi su d'essa 
incensi , profumi , vino , capelli e fiori , e Io stesso 
Poeta or ricordato, pone in bocca alia sua Cinzia, 
che morte gli toglieva anzi tempo e l'ombra della 
quale gli era ne' sogni apparsa, il lamento perchè 
né di profumi^, né di vino e neppure di giacinti 
avesse egli onorato il suo rogo : 

Cur venlos non ipse rogis. Ingrate, petisU? 
Cur nardo flammee non oluere mea? 



i) Sul freddo labbro gli ultimi 

Baci tu alior porrai f 

Quando versar dall' onice 
Assiri odor vedrai. /'/. Ibid, 

2) •Addio: noi ti seguiremo tutti nell'ordine nel quale 
la natura avrà voluto. • 



L\ VIA DELLE TOMBE .3t3 

Hoc etiam grave ernt nulla mercede hi/acinthos 
Injicere, et fraclo busla piare cado 1). 

Altri butlavan su quella fiamma le armi, le pha- 
lercB 2) e le vestimenta preziose del defunto, i cavalli 
a lui prediletti, i molossi, i papagalli e quanto ìiy 
vita aveva di meglio amato, e accadde anco.a che in 
mezzo ad essi si slanciassero gli schiavi slessi, come 
per essere compagni al trapassalo nel viaggio d'oltre 
tomba. Cosi Virgilio menzionò neWEniede il devot» 
costume : 

Hic aia spolia occisis direpta Latinis 
Conjiciunt igni, galeas, ensesque decoro^ 



i) Uh. IV. E'eg. VII: 

Perchè il favor su la mia pira, o ingrato, 
Non invocar del vento? 
Perchè non arder su 1' estremo fato 
Slilla di caro unguento ? 
E l' era grave ancor non compri Dori 
Gittar sul mio feretro , 
E al Cenere libar del vin gli onori 
Da lo spezzato vetro? Trad. Vismara. 

2) Phalerce. Erano piastre d'oro, d'argento o altro me- 
tallo lavorate che si portavano sul petto , come atlest» 
Silvio Italico nciremislichio: 

.... phaleris hic peclora falg^t, ' 
da persone di grado , che venivano accordale per falli di 
valore, come si farebbe oggidì colle decorazioni cavallere- 
sche. Erano anche bardamenti di cavalli. 

* • Di falere lia costui splendido il petto. > 



311 t:APlT()I.O VIGHSIH()SECO>U0 

FrcenaguCf f<^mntesques rotasi pars munera nota, 
Ipsorum clypeos, et non felicia tela i). 

perocché munera appunto si chiamassero le preziose 
«ose avute in pregio del suo vivente dal defunto. 

Né il popolo restava inoperoso in mezzo alla ce- 
rimonia; ma pregava i venti spirassero secondi, giù- 
stfi il costume de' Greci rammentato nell' Iliade nei 
funerali di Patroclo : 

Ma del morto Patroclo il rogo ancora 
Non avvampa, allor prende altro consiglio 
Il divo Achille. Trattosi in disparte. 
Ai due venti Ponente e Tramontana 
Supplicando, solenni ostie promette, 
E in aurea coppa ad amendue libando, 
Di venirne li prega , e intorno al morto 
Sì le tiamme animar, che in un momento 
Lo si struggano lutto esso e la pira 2). 

Se il funerale era di condottiero di esercito, cava- 
lieri e fanti riccamente ornali ire volte giravano in- 
torno al rogo, ciò che chiamavasi decursio, mandando 
dolorosi lai : 



i) Altri gridando 

Le pire intorno, elmi, corazze e dardi 

E ben guarnite spade e freni e ruote 

Avventaron nel fuoco e de' nemici 

Armi d' ogni maniera , arnesi e spoglie; 

Altri i lor proprii doni , e degli uccisi 

Mcdesmi vi gittar 1' armi infelici 

£ gli infelici scudi, end' essi invano 

S'eran difesi. Lib. XI 193-196, Tr. Caro. 

2) Libro XXIII, 237-265. Trad. V. Monti. 



L\ VIA DELLE TOMBE 3|S 

Ttr circum accensos, cineti fulgenliìms armis, 
Vecurrcre rogos: ter moestum funeris iynem 
Lusiravere in equis, ululutusque ore dedere 
Spargilur el lellus lacryinis, spargunlur et erma!). 

Cosi leggesi anche io Sveionio Della vita di Clau- 
dio, come intorno al tumulo di Druso Germanico 
corresse ogui anno un soldato; e Tacito scrive: 
Ch^ti tamulum super varianis legionibus structuri, ad 
oram Druso sitam disiecerant. lìesUluit Cessar aram 
hiìi'orique patris princeps ipse cum legionibus decu- 
currit ì). 

Ed intanto che il fuoco divampava , si facevano 
le libazioni di vino, di latte e di sangue, alla quale 
ultima fornivanlo le vittime immolate, i prigionieri, 
gli schiavi od anche i gladiatori detti busluari, per ciò 
rhe innanzi al rogo combattessero combattimento 



t) in ordinanza 

Tre volte armati a pie' la circondaro 
E tre volte a cavallo, in mesta guisa 
Ululando, piani^endo, e Tarmi e M suolo 
Di lagrime spargendo. Lìb. XI, l^-i90. 

2) Anna!. Lìb li. VII. Il Davanzati cosi traduce; • Né 
Cesare combattè gli assediantì (i Catti), perchè al grido del 
suo venire sbandarono, spiantato nondimeno il nuovo se- 
polcro delle legioni di Varo , per onoranza del padre si 
torneò. > In nota n questo passo, Enrico Dindi, nell'edizione 
del Le Monnier ÌSoi voi. !. p. cS , pose : • Di questo co- 
stume antichissimo detto decursio , vedi Senoloote nel 
sesto di Ciro, Dione, 55 : Svetonio in Nerone. Il iLipsio 
cita Omero, Virgilio, Livio, Lucano e Stazio. 



316 CAPITOLO VIGESIMOSECOXDO 

. . — i . . ._ 

tnorlale, avendosi fede, come già notai, che i inaili 
si placassero col sangue. 

I più ricchi e prestanti ciliadini, siccome m'accad- 
de di mentovare nel capitolo dell'Anfiteatro nel dirt> 
de'ludi gladiatori!, crescevano onoranza con gli spetta- 
coli di gladiatori, che si ofTerivano gralnitampiile al 
pubblico, e il dittatore Lucio Cornelio Siila li dispose 
grandiosissimi pe' suoi funerali nel proprio testa- 
mento, secondo si raccoglie nell'orazione di Cicerone, 
pur da me già citata nei capitoli della Storia Pom- 
pejana, recitala prò Publio Stjlla. 

Ma ad onorare la memoria dei defunti altri modi 
vi erano. La lettera XVIII del Lib. VII. delle Epi- 
stole di Plinio il Giovane ci apprende come Caninia 
Hufo, per eternare la memoria della propria moglie, 
disponesse un annuale convito a' suoi concittadini 
Comaschi e in un rottame di lapide conservatoci dal 
Giovio si legge che altri due Caninii della slessa 
città lasciassero similmente una sdm^ma per celebrare 
un annuale banchetto: eccone il frammento: 
onNA^IE^•TVM et rosa poneretvr 

BELIQ. INTK» SE SPOHTVLAS DIVIDERENT 

IN CVIVS TVTEI.. DEDERVNT CAMNIVS VIATOR 

ET CAMNIVS KVl'REPES HS. 

Più munificente e assennato appare dalla medesima let- 
tera XVIII Plinio stesso, quando ci dice aver asse- 
gnato SOO mila sesterzi alla sua patria Como per 
educare i giovani. 



LA VIA DFXLE TOMBE 



Le persone povere, o quelle non così facoltose e 
in gr.ido d;i comperarsi il bustìim , porlavansi ài- 
V ustrinà, terreno publico destinalo a bruciare i cada- 
veri , le ceneri de' quali venivano quindi trasportale 
ne' sepolcreti di famiglia se l'avevano, o se non l'a- 
vevano, al sepolcro comune, al quale accenna Orazio 
nei verso: 

Hoc mìserce plebi slabat comune sepulcrum {); 

perocché la legge proibisse di api.>iccare il fuoco al 
un rogo sul terreno d'altrui proprietà. 

Consumasi la salma, estinguevansi le Qamme co) 
vino : il più prossimo parente, cantandosi da' musici 
V epicedùm o poemetto funebre in onore del tuorlo, 
(da «sì sopra, e xr.Soi, funerale), raccoglieva le ossa 
ancora ardenti, le lavava in vecchio vino e nel latte 
e le asciugava con un lino , ciò die chiamavasi os- 
silegium. 

Sidaiia costumanza di lavare ne! vitio, nel latte e 



1) Sai- Lib. I. Sii. 8: 

.... il camposaolo 
De la plebaglia . . â–  
Così traduce il G^rgallo: ma non aveva proprio altro 
vocabolo (la sostituire a quello cbe la rcligion nostra ba- 
consacrato ì 

Non potevasi, a mo' d'esempio, esser più fedeli all'origi- 
nale Iraducendo : 

Alla misera plebe «-ra codesto 
Il comune sepolcro ? 



318 CAPITOLO VIGESIMuSECONUO 

lalvolia anche nell'olio le ossa, era siala vietata 
T;ome inutile scialaquo dalle leggi delle XII Tavole; 
ma non per questo era siala meno e sempre in vi- 
gore e in Roma e presso tutte le nazioni a' Romani 
soggette. Giova anzi a tal proposilo ricordare il gra- 
zioso epitaffio che uno schiavo aveva scolpito sulla 
tomba da lui fatta erigere al giovinetto padrone suo, 
che così si chiudeva : 

Ossibus infundam quot numquavn. vina bibisti i). 

alludendo al divieto de' Romani che i fanciulli aves- 
sero a bever vino. 

Riponevansi da ultimo le ossa in un'urna talvolta 
di bronzo, il più spesso di terra colta, di rcarmo , 
di alabastro o di vetro, del quale ultimo mate- 
riale è ['urna cineraria, scoperta in Po.npei, riem- 
pita per metà di un liquido e nel quale si discer* 
nono ancora i resti di ossa e di ceneri. Oltre di tale 
liquido si sa vi ponessero rose e piante aromatiche. 
Un sacerdote per ultimo aspergeva d'acqua lustrale i 
parenti onde purificarli, ciò che dicevasi suffitio, e 
dopo, il capo della cerimonia, designator, od anche la 
prefica, diceva loro: / licet , cioè potete ardarvene e 
la comitiva si discioglieva. Allora chiudevasi l'urna 



i) Gruler, Iscriz. : 

Sull'ossa tue io verserò quel vino , 
Che uon beventi mai, giovaneitincv 



LA VIA DELLE TOMBE 31 J 



nella tomba, sulla quale ponevasi la pietra detta 
monimentum, onde fu poi generalizzalo il nome di 
monumento agli cdiflzi funebri e sovr'esso 1' inscri- 
zione predisposta. Più avanti ne recherò parecchi 
saggi di quelle trovale e lette negli scavi della Via 
delle Tombe in Pompei. 

E i vasi lacrimalorj, mi si chiederà, a che non li 
avete voi accennali, prima di chiudere col moni- 
mentum il sepolcro? 

É di fallo che ne' sepolcri antichi , e pur in 
quelli d'i Ponipei si rinvenissero vasi e cucchiai 
detti lagrimaiorii ; ma servivano essi davvero a rac- 
cogliere , come fu preteso, le lagrime de' veraci do- 
lenti e delle prezzolale prefiche? 

11 BarufTaldi lo credette nella sua Disseriazione De 
Frceficis e lo credettero il Fabbretli nel suo libro 
tlelle Iscrizioni ed altri ancora; e il Fabbretli volle 
anzi da cerli fori praticali sovente sul coperchio 
delle antiche tombe, argomentare I' usanza d' intro- 
durvi per essi le lagrime de' congiunti ne' giorni 
aiiniversarii o nelle feste commemorative de' loro 
cari defunti, mollo più che in taluni vasi si sieno 
vedute delineate le orbite degli occhi, e sui monimenta 
si riscontrino scolpite lazze ed espresse le lagrime 
negli epilafQ; ma colla dovuta reverenza a questi 
iloiii, io non mi sono mai capacitalo che tal costume 
avesse potuto un giorno sussistere. Piagnone prezzo- 
tale, artifici di dolore per quanto sottili, lagrime di 



CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 



dolenti, versate dopo parecchi giorni dal decesso dei 
caro parente, come avrebbero potuto fornir tanta ma- 
teria a' cucchiai e vasi lacrimalorii? Questi arnesi , 
queste fiale di vetro o di terra cotta, di alabastra 
d' altro , non sarebbero stati piuttosto adoperati a 
raccogliere balsami ed aromi che giltavansi sul rogo, 
libazioni di latte e di vino, che si facevano sulle 
tombe? * 

Il Grutero, nella eruditissima sua opera, recò più 
d' una iscrizione, fra le cui parole vedevansl scolpile 
cucchiai pàtere, come più propriamente dicevansi,. 
le quali erano appunto vasi circolari con manichi , 
atti a contenere liquidi, ma più specialmente usati,. 
dice Rich, a contenere il vino con cui era fatta una 
libazione 1). 

I fori adunque praticali ne' coperchi delle tombe 
debbono indubbiamente aver servito a far penetrare- 

le libazioni di vino e di latte , di che Foscolo pur 
tenea conto in que' versi de' suoi Sepolcri: 

Le fontane versando acque lustrali, 
Amaranti educavano e' viole 
Su la funebre zolla; e chi sedea 
A Ubar l»tte e a raccontar sue pene 
Ai cari estinti, una fragranza intorno 
Sentia qual d'aura de' beati Elisi 2). 

Quésti fori si praticavano ad esemplo nei lòculi, o> 
bare, quando i cadaveri non si abbruciavano ancora 



1) Dizionario delle Antic/iilà, alla voce Palerà. 
2i V. I2Ì-1-29. 



LA VIA DELLE TOMBE 331 



ma si collocavano in essa interi. Entro codesta bara 
spesso di terra colta , eravi ad una estremità una 
soglia elevata per adagiarvi il capo e dallato un 
foro tondo pei balsami aromatici , che si versavano 
dentro per mezzo d' un corrispondente orificio nella 
parete esterna della c;»ssa. 

Il costume della cremnzione de'cadaveri,del cui pro- 
redimento presso i Romani ho intrattenuto il lettore, non 
era antico a' tempi di Plinio, voglio dire al tempo della 
catastrofe di Pompei, siccome egli l'attesta. Era la 
cremazione usala solo in Grecia tìn dai tempi di Ce- 
crope, dicendo Luciano che il Greco abbrucia i ca- 
daveri, il Persiano li sotterra, l'indiano li avvolge 
(li grasso porcino, lo Scita li divora, l' Egizio li im- 
iialsaraa. L' essersi adottata da Itomani originò dal- 
l'oltraggio che veniva fatto alle tombe, quando i ro- 
mani morivano in lontane contrade, e che però vi si 
voleva ovviare. Lucio Cornelio Siila, che a cagione 
(ielle tante proscrizioni aveva ragione a temere l'in- 
sulto al proprio cadavere, com'egli stesso aveva fatto 
H quello di Mario, dissotterrandolo e facendolo gil- 
tare nel Teverone, fu il primo che ordinasse di ar- 
dere, dopo morte, il proprio corpo, e cosi invalse il 
costume passato in legge, e Ovidio lo rammenta nei 
verso : 

Corpora debentxir mcBsUs exanguia luslis i). 



il Eviti. Ex Ponto, 1, L,ib. Ili; 

Uopo ti che ì corpi estingui ai mosti iokI>> , 
Vengano dati. 



CAPITOLO VIGESIV.OSECONDO 



Siccome poi essi pensassero che l'anima fosse della 
Datura del fuoco, e che il rogo le facilitasse l'uscita 
dal corpo e però l'onore del rogo non s' avesse a 
concedere che alle persone dotate di ragione e sen- 
timento ; così, pfT testimonianza dello slesso Plinio- 
il Vecchio, non s'accordava a' bambini, a' quali non 
fossero ancora spuntali i denti, perocché sarebbe stata 
considerata siccome empietà che conlaminerebbe 
la casa e vi allude pur Giovenale nella Satira XV 
ne' seguenti versi : 

Naturw imperio gemimus, qnum funus adullce 
Virginis occurrit, vel terra clatcditur infans , 
Et minor igne rogi i). 

Seppellivansi quindi la notte allo splendore delle 
faci. Le loro ossa poi deponevansi in luogo dello 
subgrundarium, sotto di un letto, cioè, o gronda spor- 
gente, a modo di nido di rondine 2). 

Né abbruciavansi tampoco i corpi di coloro che 
erano colpiti dalla folgore : Hominem ita exanimatum 
cremori fus non est; condì terra religio tradii, disse- 
il medesimo Plinio 3). 



1) .... E di natura impero 

Ma il pianto jinpcn, se di fanciulla adulta 
C inconlriam ne l'esequie, e sh bambino, 
>\'gato ai roi^u da 1' età , si infoìsa. 

Tr. Gare'allo. 

2) Pfia. llist. Nat. VII. 15. 

0) Hist. Nat. Lib. 11, 55. • Non è i(Cilo ardere un uoma 
privalo in questo modo di vita ; la religione ci tramando 
doversi seppellire sotto terra. . 



LA Vl.\ DELLE TOMBE :>:S 



Ora il costume della cremazione divien soggetto 
alle più serie investigazioni e discussioni in Italia , 
che lo si vorrebbe sostituire a quello della sepoltura 
de' cadaveri. Ragioni specialmente di igiene io pon- 
gono innanzi e lo propugnano calorosamente , e «e 
adottato, come pare dall'Italia, verrà seguito pure 
dalle altre nazioni incivilite, avrà avuto una volta 
di più suggello l'osservazione del francese Ipp. Lucas 
dell'Istituto di Francia che < all'Italia è affidata per 
diritto l'iniziativa del progresso umanitario 1\ * È 
principalmente nella mia Milano che l' importante que- 
stione si agita, sicché egregiamente quelTottimo uomo 
che è Giuseppe Sacchi, osservava che la cremazione è 
per Milano il ritorno ad un'antica usanza, additando 
una località nei pubblici giardini che era ad essa de- 
stinala, e rivendicando per lai modo alla nostra città 
il doppio merito di aver sempre spento con la vio- 
lenza della sua riprovazione i roghi della Inquisi- 
zione, e di avere all'opposto innalzato pei cadaveri 
Il rogo purificatore. Fra noi, a tale scopo, si istituì 
un comitato promotore sotto la presidenza dell' il- 
lustre medico e chimico prof. Giovanni Polli e del 
qual fan parte qut' ^ hiari suoi colleghi che sono il 
Pini, lo Strambio, il Dell'Acqua, il Griffini e il Tar- 
cbiniBonfanti. E solenne conferenza indissero costoro 



J) La peine de triort, 1871 



5i4 capìtolo V1GESIM0SEC0^D0 

nel giorno 6 aprile i874, per trattarvi deirargomento 
e del modo migliore di cremazione, dove appunto si 
iidirono le suddette parole del Sacchi, dove Amalo 
Amali espresse il concetto clie la nuova usanza . 
restaurando coli' urna cineraria domestica il culto 
biella famiglia, vi alzerà il carattere morale della 
nazione, e il dotto prete prof. Bucellati in una bella 
sua lettera diretta per quell'occasione al Comitato, 
i^caltrì di pregiudizio la credenza che essa possa le- 
<]ere i diritti della cristiana religione 1). Concesse 
(jueste brevi parole ad un argomento di lulta altua- 
iità, faccio ritorno al mio tema. 

La dimane del rogo i parenti e gli amici venivano 
invitati mi un banchetto funebre. Prima di mellersi 
<'i tavola .>i purificavano col lavarsi. Se ricco il de- 
funto, davasi tale banchetto anche al pubblico ed ap- 
pellavasi silicernium. A dilTerenza di Grecia, dove il 



i) Il mio dolto amico dpU. Gaelano Pini, fra i piastre» 
!iui propugnatori della cremazione, percliè la conferenza 
<lel 6 aprile riuscisse di pratico vantaggio , propose il se- 
guente ordine dd giorno, che ne concreta Io scopo e che 
venne unanimemente accpito. • L'Assemblea fa voti che 
nella prossima discussione, la quale avrà luogo in Par- 
himento, intorno al progetto del nuovo Codice sanitario, 
già approvato dal Senato del Regno , venga ammesso al- 
i!' art. 583, come facoltativa , la cremazione dei cadaveri, 
lasciandone ai sindaci dei Comuni la sorveglianza. • L'al- 
tro amico mio. Mauro Macchi, deputato, promise appog- 
^riare tale mozione in Parlamento. 



LA VIA DELLE TOMBE 32> 



Silicernium compi vasi nella casa del parente più 
prossimo del defunto e subilo dopo l'esequie, come 
SI trova ricordato in Demostene {De Coron,); in 
Roma e nella romana colonia questo convivio aveva 
luogo presso il sepolcro stesso ; e le camere squisi- 
tamente decorate, che cosi comunemente s'incon- 
trano nelle loro tombe, come accessorie di queste, 
ma non mai adoperate a ricevere urne, erano senza 
dubbio intese a questo fine. In Pompei , nella Via 
delle Tombe, troveremo un Triclinium funebre stabile 
presso le tombe, costituito da un recinto, con entro 
tre letti triclinarii di materia di fabbrica, su cui, a 
renderli più comodi , si saranno all'occEsione distesi 
materassi, pulvinares. 

Il più spesso il silicernium misuravasi dalla entità 
dell'asse redalo o dalla gratitudine dell'erede ; Persio 
lo attesta: 

sed cwnam funeris hceres 
Negliget iralus si rem curtaveris, urnoe 
Ossa inodora dabit: ceu spirent cinnama surdum , 
Seu ceraso peccenl casta; nescire paratus 1). 



i) Sat. VI, 33 e segg. 

La cena 
Funebre irato obblia l'erede, e fetide 
Dà l'ossa all'urna, il cinnamo svanito 
Non curando, e le casie ammarascale. 

Trad. V. Monti. 

I.f Roìùiir di Pompei. Voi. MI. '• 



32tj CAPITOLO VIGESIHOSECONDO 

Se poi r erede Umilavasi a sola distribuzione al 
pubblico di carni crude, dicevasi essa visceratìo. Esem- 
pio celebre del primo fu il silicernio imbandito da Ce- 
sare per la morte di Giulia a veniidueraila persone; 
altri dicono sessantaseimila. 

Un altro banchetto funebre famigliare facevasi 
nove giorni dopo e designavasi col nome di novem- 
dialia e nel dì susseguente, denicales ferioe l), purifica- 
vasi la casa mortuaria contaminata dalia presenza 
del mono e quindi per consueto distribuivansi an- 
cora largizioni alla plebe. 

Non era per altro così de' funerali de' poveri. Non 
sorgeva cipresso avanti la porta , non difilava pro- 
cessione , non intendevansi suoni, non celebravansi 
le altre cerimonie e solennità. 

Tre giorni dopo la morte, giungevano quattro ne- 
crofori, vespillones, sul cader della none, a levarli di 
«asa in una cassa da nolo, detta sandapila, ed a por- 
tarli nella fossa pubblica oltre le mura, in luoghi 
detti puticuli ed anche puliluci, a causa , disse il dotto 
Turnebo, della profondità delle fosse, nelle quali, non 
altrimenti che in pozzi, non poteva scendere luce, e 
tutto era presto finito. 

Reduce la famiglia dal funerale , si purificava la 
casa contaminata dalla presenza del cadavere spaz- 



Vedi Cicerone, De Legibus. Lib. 2, e 55. 



LA VIA DELLE TO&IBE 327 



zandola con iscopa di tamerigia o di palma ed invo- 
cando Deverra (da verrete, spazzare), divinila che 
presiedeva appunto alla pulitezza delle case, 

A tutte le predetto cerimonie teneva dietro il 
lutto : per gli uomini ristretto a dieci giorni di iso- 
lamento ritiro nella propria casa; perle donne ad 
un anno o a dieci mesi ahneno. 

Bravi poi il lutto publico, quando si volevano ono- 
rare grandi virtù di illustri trapassati o piangere 
la perdita di qualche grande battaglia, come fu quella 
toccata a Canne , in cui perirono quarantacinque 
mila romani, il Console Paolo Emilio e ottanta se- 
natori. Esso indicevasi dal Senato ad ogni ordine di 
cittadini. 

In tal tempo sospendevasi dal rendere giustizia, i 
consoli non sedevan sulle loro sedie curuli, i littori 
portavano capovolti i fasci, 1 senatori deponevano il 
laticlavio, gli anelli d'oro, né radevan la barba, o ta- 
gliavano i capelli , proibiti i conviti festosi, l'accen- 
der fuoco nelle case e il fabbricare. 

Nel lutto privato poi esponevaiisi le imagini del 
defunto ad incitamento di virtù, come s' esprime al 
proposito Sallustio: Scepe audiri prcBclaros civitatis no- 
strae viros solitos dicere, cum majorum imagines inlue- 
rentur vefiementissime sibi animum ad virtutem ac- 
rendi : scilicel non ceram illam, neque figuram, tantam 
vim ili se habere: scd memoriam rerum geslarum eam 
flammis egregiis viris in pectore crescere, neque prius 



CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 



sedavi quam virtus eorum famam atque gloriam adce- 
quaverit 1). Doveva Foscolo di certo aver rammentato 
questo passo, del quale serbò perfino qualche parola, 
quando cantava ne' Sepolcri : 

A egregie cose il forte animo accendono 
L' urne de' forti 2). 

E il medesimo nostro grande Poeta aveva poco 
prima cantalo come tanto venerala e sacra fosse la 
memoria de' cari defunti , che venisse perfino giu- 
rato su di essa : 

.... e fu temuto 
Su la polve degli avi il giuramento 3). 

Properzio presta uno di tali giuramenti, per le ossa 
del padre e per quelle di sua madre : 

Ossa Ubi juro per matris, et ossa parentis. 

E Quintiliano, più lardi, cosi esprime il dolore pro- 



i) • Essersi sovente ascoltati uomini preclari della no- 
stra città avvezzi a dire: allorquando vedevano le im- 
magini de' maggiori, queste gagliardissimamente accendere 
1' animo loro a virtù : vale a dire non tanta efficacia aver 
quella cera o flgura , quanto crescere in petto agli egregi 
uomini la memoria delle loro gesta con ardente incitamento, 
né questo mai sedarsi, lincile la loro virtù non ne abbia 
raggiunta la fama e la gloria. » 

2) Vv. lol-152. 

3) Vv. 99-iOO. 



LA VIA DELLE TOMBE 3i9 



vaio per ia moglie e pel figlio statigli da morte im- 
matura rapiti: io giuro pei loro mani, divinità del 
mio dolore. 

Per illos tnanes, numina doloris mei. 

Né con queste dimostrazioni aveva fine il lutto. 

V'erano commemorazioni funebri altresì durante 
i' anno, come nelle feste Parentali che seguivano in 
febbrajo e in giorni fasti detti anche Feralia, e come 
nelle feste Lemitralia, o, com' altri dice, Remuralia, 
perchè istituite da Romolo in onore del fratello Remo 
da lui ucciso, che avvenivano in maggio, nelle quali 
la famiglia recavasi ad onorare il sepolcro del diletto 
defunto e là nel vicino triclinio, fra le dapi del ban- 
chetto, noti dovevan mancare l'appio, il saie, il miele, 
le lenti, il farro, le uova e le fave. 

La cerimonia incominciava a mezza notte : il pa- 
dre di famiglia alzavasi dal letto, e tacito e invaso 
da sacro terrore, a piedi scalzi, solo facendo scric- 
chiolare le dita per allontanare le ombre dal luogo 
pel quale passava , incamminavasi a una fontana. 
Quivi lavate per tre volte le mani , rifaceva il cam- 
mino gittando al di sopra del suo capo delle fave 
nere che aveva in bocca e mormorando questo scon- 
giuro : con queste fave io mi riscatto insieme con quelli 
della mia famiglia. Tali parole doveva ripetere per 
ben nove volte senza guardare dietro di sé , suppo- 
nendosi che l' ombra dalla quale era seguitato rac- 



330 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

cogliesse non vista le fave. La festa lemuraie ehiu- 
devasi dal medesimo padre di famiglia, prendendo 
dell' acqua un' altra velia, battendo su di un vaso 
di bronzò e pregando 1' ombra di uscire dalla sua 
casa, ripetendo ancor nove volte le parole: uscite, o 
mani paterni. 

Le offerte poi che si facevano sulle tombe in co- 
deste funebri commemorazioni, che feralia appunto 
si chiamavano da questo pio costume di donativi 
ai morii, come lasciò scritto ne' Fasti il già citalo 
Poeta latino: 

[lane, quia insta ferunt, dixere Feralia lucem i) ; 

si vennero poco a poco aumentando. Pur nondimeno 
lenevasi che non eccessive fossero le esigenze degli 
Dei Mani. Udiamo Ovidio: 

Est honor et lumulis. Animas placate paternas , 

Paroaque in extinctas muneì'a ferie pyras. 
Parta petunt Manes : pietas prò divite grata est 

Munere ; non avidos SHx habet ima Deos. 
Te/fula projeclis satis est velata coronis. 

Et sparsa fruges, parcaque mica salis. 
Inque mero mollita Ceres violoeque solutoe ; 

H(Bc fiabeat media testa relieta via- 



i) Dal portar dono ai morti il nome prese 
Di Feralia quel dì. 

Faslorum. Lib. II. Tr. Bianchi. 



LA VIA DELLE TOMBE 331 



Ne,c major a veto: sed et hiii placa bilis umbra est. 
Adde preces posUis et sua verba focis 1). 

Non lascerà il lettore in codesta citazione di rile- 
vare la costumanza d'ofTrire ai morti i doni su d'una 
tegola coccio. Venivano sporti anche su d' una 
pietra. 

Anche Giovenale accennò alla tenuità delle ofTerie 
che si facevano a' defunti, nella Satira V, dicendola 
Exigua feralis ccena patella 2). 

Chiudevansi in questi giorni i templi degli Dei ce- 
lesti , erano Interdette le nozze e vietato 1' uso del 
fuoco , perocché si reputassero giorni immondi : di 
che pure ne avvisa il succitato Ovidio, nel medesimo 
libro secondo Fastorum , dove pure ricordò che in 



1) Fasti. Lib. II : 

Hanno il suo onore anche i sepolcri : imponi, • 
L' ombre avite a placar, qua! che tu sii, 
Sul rogo alzato non pregiati doni. 

Poco chieggono i Mani : ufticii pii 

Presso loro a un gran dono han peso eguale. 
Non ha la bassa Stige ingordi iddii. 

Ad appagar Icr brame un coccio vaia 
Di serti a biotto ivi gettati ornato, 
E sparse biade intorno e poco sale : 

£ sciolte violette e pan bagnato 
Nel vin pretto, abbia pur cose sì fatte 
Il coccio in mezzo della via lasciato. 

Né vieto il più; ma queste ancor sono atte 
L' ombre a placare : al posto aitar vicino 
Aggiunger dèi preci e parole adatte. 

Tr. G. B. Bianchi. 

2) « Gena ferale in picciola scodella. > V- 85. 



za CAPITOLO VIGESIMOSECO.NDO 

quelle feste , feralia , facevasi altresì sagrificio alla 
dea Tacita o Muta, della quale canta la sventura e 
i casi avventurosi, per avere garrula rivelalo ella alla 
ninfa Giulurna gli amorosi ialendimeati del Tonante 
verso di lei e accesa pur colla sua indiscrezione le 
furie gelose di Giunone , onde Giove resola mula e 
affldata a Mercurio perchè la scorgesse a' regni inferni, 
venisse da questo Dio fatta madre dei gemini Lari, 
divenuti poi questi custodi della romana città. 

V erano poi anche le Inferice, o sacrifizi in onore 
degli Dei d'Averno, che celebravansi a nolle dal sa: 
griflcatore seguilo dagli Edilui, o guardiani, che 
avevano la cura de' templi, dai Camilli e Camille, 
giovanetli che assistevano ai sagrifìzi, dai popi o 
ministri che menavan le vittime, le quali erano in 
tale occasione un bue ed una pecora, e dai vittimarj, 
e talvolta anche dai littori preceduti dal suono dei 
siticini e dai prceclamitalores, che ingiungevan la so- 
spensione del lavoro. Accollisi questi intorno all'ara 
uno de' prceclamitatores bandiva alla accorsa plebe 
silenzio, acciò non isfuggisse pur una voce di sini- 
stro augurio : 

. . • . Vos pueri et piiellce 
lam virum expertcc, male ominali$ 
Farcite ver bis i). 



1) Orazio Lib. Ili, Od. XIV. 

.... Di fresche spQse o nuova 
Schiera, o fanciulli, il vostro infausti delti 
Labbro non muova. 

Trad. GArsalJo. 



L\ VIA DELLE TOMBE 333 



E il sacerdote compiva allora il sagrificio , invo- 
cando i nomi terribili di Ecale e di Proserpina, ed 
aspergeva di vino il sepolcro. 

Da' riti funerarii è naturale il passaggio a ragio- 
nar de' sepolcri, che i romani ergevano a memoria 
ed onoranza de' loro cari od illustri defunti. Dirò di 
essi prima di parlicolareggiar di quelli che troveremo 
schierati lungo la Via delle Tomlje di Pompei , per 
la quale mi sono proposto di condurre il mio bene- 
volo lettore. 

Come semplici erano stati i primi costumi di Roma; 
semplici e modeste erano pure state le loro tombe ; 
ma poiché ebbero i nipoti di Romolo a fare prima 
cogli Etruschi e poi colla Grecia , impararono cosi 
dall' un popolo e dall'altro solennità e pompe che 
vennero ogni dì più , anche per loro aggiunzioni , 
crescendo. Già dissi de' ludi giadiatorj introdottisi 
ne' funerali allorché volevansi splendidi e solenni: 
ora delle sepolture, le quali furono grandiose spesso, 
maravigiiose talvolta , a seconda delle fortune del 
trapassato. 

La legge delle XII Tavole vietò il seppellire in città: 
epperò convien rintracciare le tombe e i mausolei 
fuori di essa, lungo le vie più frequentate e vaste. 
Cosi sorsero sulla via Appia principalmente , sulla 
Aurelia, Lavicana , Ostiense, Flaminia, Prenestina , 
Salaria e Tiburtina, e a' nostri giorni ancora trovansi 
molti cippi e colonne sepolcrali che attestano dell'e- 



CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 



Stensione del terreno, in antico consacrato all'inu- 
mazione, ed anche Giovenale chiude la Satira I coi 
versi che ricordano la via Flaminia e la Latina come 
frequentatissime di sepolture: 

Experiar quid concedatur in illos , 
Quorum Flaminia tegitur cinis atque Latina 1), 

alludendo appunto a sillatto costume. 

Se, al dir di Varrone, i monumenti si collocavano 
lunghesso le vie per tenere continuamente viva nel 
nel pensiero del viandante l'idea della loro fralezza: 
m monimenta quce in sepulcris; et ideo secundum viam 
quo prcetereuntes admoneant et se fuisse et illos esse^ 
mortales 2) ; non mancavano tuttavia di coloro che 
aborrissero avere loro tomba in luoghi così publici 
e rumorosi; e tra questi il già più volte citato Pro- 
perzio fa voli perchè la sua Cinzia, lui morto, non 
gli abbia ad alzare in essi la tomba. 

Di faciant, mea ne terra locai ossa frequenti. 
Qua facd assiduo tramite vulgus iter. 



i) Vedrò almen ciò che dir mi fia permesso 
Di color le cui gelide faville 
La via Flaminia e la Latina asconde. 

Trad. Gargailo. 
ì) «Così i monumenti sepolcrali, acciò ammoniscano coloro 
«■he passano lungo la via sé essere stati, ed essi essere 
parimenti mortali. > 

De Lingua Latina, Lib. VI, 1,S. 



LK VIA DELLE TOMBE 3.)!> 

Post tnortem tumuli sic infamantur amantum ; 

Ve teget arborea devia terra coma. 
Aut humet ignota; cumulus vallatu^ arence : 

Non juval in media nomen habere via i). 

Non allrimenli , se mi é lecito esprimere qui il 
mio proprio senlimenlo, io direi per me de' moderni 
cimiteri raonumenlali, dove la curiosità e l'arte so- 
stituiscono sempre il dolore e il religioso raccoglimenio. 

Fuor di Pompei, la Via delle Tombe s'aprì nel 
sobborgo Augusto Felice, cioè immediatamente fuori 
della città, nò più né meno dunque che in Roma e 
e in tutte le città, si può dire, del mondo romano. 

V erano per altro eccezioni : le Vestali avevana 
il privilegio del sepolcro entro le mura e 1' ebbero, 
per singoiar privilegio, Valerio Publicola, Tiiberlo, 
Fabrizio, Cesare; e Trajano fu il solo degli imperatori 



Tolgalo il eie! dal collocar mia fossa 
Lungo il rumor di popoloso calle 
Che turbi il sonno a le mie piacid' ossa 

Cosi degli amalor l'alme più fide 
E le tombe si fan favola al vulgo 
Che guata i nomi più famosi e ride. 

Copra me pure in solitario canto 
Terren , defunto, e sovra lui distenda 
Arbor frondosa di beli' ombra il manto : 

Me ancor dì sabbia inosservato acervo 
Chiuso a le belve: sol che il nome mio 
Non sia bersaglio al passcggier protervo. 

Lib. Ili, eleg. 16, vv. 25-30. 
Trad. Vismara. 



336 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

cui venisse concessa la sepoltura in città. La fami- 
glia Claudia aveva pure tal privilegio della sepoltura 
sotto il Campidoglio. I discendenti di Publicola, che 
con lui avevano ottenuto il diritto della sepoltura In 
città, in fallo non se ne valsero, poiché, al dir di 
Plutarco, contenlavansi di mettere un ardente torchio 
sulla tomba di famiglia al verificarsi d'ogni morte, 
facendo del resto i loro congiunli seppellire nella 
contrada di Velia. 

Di grandi e spesso enormi spese, come dissi, profon- 
devano ne' sepolcri e ne' monumenti i Romani e ne 
stanno a testimonianza ancora la piramide di Cajo 
Cestio, la tomba di Cecilia Metella e la Mole Adriana 
e non era sempre un pensiero di sfarzo e d'orgoglio 
che presiedeva a queste opere, ma più sovente il 
sentimento di pietà e d'amore che li animava e ciò 
leggiadramente espresse il francese Roucher ne' se- 
{juenti versi che reco nel loro idioma: 

Ce respect pour les morls, fruii d'une erreur grossière, 
Touchait peti, je te sais, une froide poussière , 
Qui, tóf ou tard s' envole éparse au gre des venls, 
Et qui rCa plus enfin de nom chez les vivants ; 
Mais ces trisles honneurs, ces funèbres hommages 
Ramenaient les regards sur des chéres images; 
Le coeur prés des lombeaux traissaillait raniiné 
Et l'on aimail encore ce qu' on ava4t aimé. 

Epperò i ricchi fabbricavano nelle proprie ville i 
sepolcri in forma di edicole di buona e severa architet- 
tura e le quali decoravano di statue, di pitture e mu- 



LA VU DELLE TOMBE 337 



saici, di vasi e di urne di eletti marmi. E siccome sa 
il lettore che degli estimi non serbavansi clie le ce- 
neri leggiere , come Paolo Emilio in Properzio dice 
alla consorte: 

En sum guod digitis quinque levatur onus i); 

così non ad un solo defunto destinavasi ciascun se- 
polcreto, lioa a tutti i defunti d' una famiglia , com- 
presi pure i liberti, collocandosi le ceneri in altret- 
tante nicchie; onde appellavasi sepulcrum familiare ^ 
perchè sibi quis familiceque suce conslituebat 2), di che 
se ne trovò esempio in Pompei; Sepulcrum comune di- 
cevasi quella stanza che riceveva le ceneri di più 
persone appartenenti a più famìglie, disposte a due 
oUce cinerarìcB per colombajo. 

Sepolcri ereditarj eran poi quelli quoì sibi hcei^edi- 
busque suis, o qua paterfamilias jure hceredilario aqui- 
siw73);ma se dovevan servire per determinate persone, 
solevano apporvi le lettere H. M. H. N. S. cioè Hoc 
monumenlum lueredes non sequUur , o alle tre ultime 
lettere sosiituivansi queste A. H. N. T., vaie a dire 



1) .... ceco, una mano 
De' miei resti sostiene il pondo intero- 

Lib. IV, eleg. XI. — Trad. id. 

2) • Taluno costituiva a so ed alla propria ramiglia. > 

3) • Quelli che il padre di famiglia acquistò per sé e 
tuoi eredi, o per diritto ereditario. • 



338 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

Ad Hceredes non transU 1), come se ne ha memoria 
in quel passo di Orazio : 

Mille pedes in fronte, trecentos cippus in agrum 
Hic dabal, heredes monumentum ne sequeretur 2). 

Co' sepolcri propriamente detti non voglionsi con- 
fondere i cenotafl, monumenti onorarli, che venivano 
dal popolo eretti alla memoria di quegli illustri 
uomini eh' erano morti per la patria; onde egregia- 
mente e con tutta ragione poteva Ugo Foscolo nel 
succitato suo Carme de' Sepolcri dire : 

Testimonianza a' fasti eran le tombe, 

e le annuali feste e le cerimonie religiose che inoltre 
vi si praticavano valevano veramente a tramandare 
a' posteri la memoria de' nomi e delle gesta gloriose : 

ReligTon che con diversi riti 

Le virtù patrie e la pietà congiunta 

Tradussero per lungo ordine di anni 3). 

Nondimeno questi monumenti che si elevavano a 



i) « Questo monumento non segue gli eredi; o non passa 
agli erodi. • 

2) Lib. 1. Sai. 8 : 

Mille il ceppo da fronte, e lungo 1' agro 
Piedi trecento ivi assegnava: esclusi 
Dal monumento rimanean gli eredi. 

Trad. Gargallo. 

3) / Sepolcri, v. tOI-103. 



LA VIA DELLE TOMBE 339 

spesa pubblica e per cagione d' onore, rispondendo 
al signiflcalo delle due parole greche onde il nome 
si componeva , non contenevano le ceneri o gli 
avanzi del corpo della persona che si voleva ono- 
rare : erano costruzioni semplicemente commemo- 
rative, come sono oggidì talune di quelle che sorgono 
nel tempio di Santa Croce in Firenze, che si vorrebbe 
fare il Panteon degli illustri italiani ; onde Virgilio 
fìel lib. Ili ddVEneide appellò eziandio tal sorta di 
tumuli lumuius inanis, o vuoto , là appunto dove ri- 
corda il cenotafìo rizzato da Andromaca ad Ettore 
suo marito. 

I luoghi per altro, sui quali si innalzavano i ce- 
«otafi non erano sacri, come quelli de' sepolcri. 

Ma se a sepolcri e monumenti di ricchi e maggio- 
renti erigevansi cenotafìi, mausolei, vòlte sepolcrali, 
piramidi ed altrettali opere architettoniche e sculto- 
rie; per cittadini minori, o poveri, adottavansi cor- 
rispondenti segni meno dispendiosi. Tali erano le 
columellcB, dette anche dai Latini cippi; le mensce, le 
tavole quadrangolari più lunghe che larghe; i labelloe 
labro, che erano pietre a forma di bacino \ le arcce 
somiglianti a forzieri, sorrette per lo più su' piedi 
ili lione d' altro animale. 

AgeDO Orbico ricordò varii luoghi ne' sobborghi 
4i Roma, dove stavano moltissimi sepolcri di persone 
del volgo e di schiavi. Sesttrlinm denoininavasi il 
campo, pure fuori delle mura, dove seppellivansi lu 



340 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

persone ch'erano slate per ordine degli imperatori 
mandate a morte; né a me è dato ricordarlo, senza 
ad un tempo rammemorare la interessantissima scena 
che vi fa svolgere nel suo bello e dotto romanzo 
Tito Vezio il patriotla Luigi Castellazzo, cui una 
straordinaria modestia ha consigliato ascondersi sotto 
il pseudonimo di Anselmo Rivalla. 

Allorché sulle iscrizioni de' sepolcri leggevansi le 
parole tacilo nomine, sollacendosi ad un tempo il 
nome delle persone alle quali appartenevano, signifi- 
cavano esse che racchiudessero persone dichiarate 
infami. 

A' sepolcri de' semplici cittadini era espressamente 
vietalo di aggiungere fregi , ove non fossero o una 
colonna di non oltre i tre cubiti di altezza, statue 
ed emblemi della professione che il defunto aveva 
esercitata. 

Le iscrizioni incominciavano colle due lettere greche 

e K, che corrispondevano a Diis Manibus, come assai 

sovente usiam pur noi sostituendo, secondo la nostra 

credenza, le lettere D. 0. M. cioè, Deo Optimo Maxi- 
v 

ino, X il monogramma di Cristo. 

Era poi concesso piantare presso le tombe olmi e 
cipressi, perché alberi non producenti fruiti, ed edu- 
carvi olezzanti fiori, come testimonia Ugo Foscolo 
nel lodatissimo suo Carme già citato : 

Ma cipressi e cedri 
Di puri eflluvii i zcliri impregnando, 



LA VIA DELLE TOMBE 3it 



Perenno verde protendean suH' urne 

Per memoria perenne .... 

Le fontane versando acque lustrali 

Amaranti educavano e viole 

Su la funebre zolla 1). 

Frequenti poi erano le piccole are accanto alle 
tombe pei sacrifici, che nelle feste suromentovate 
facevansi da congiunti ed eredi , a placar l' ombre 
<lei diletti loro morti. 

Era tutta adunque una religione , venerata e prò* 
finda questa verso i defunti e dinnanzi alla quale 
s'arrestavano le disquisizioni ed i dubbi anche da' 
filosofi più miscredenti. 

Nulla quindi di più consentaneo a tale | comune 
reverenza pei defunti e per le loro dimore, che l'e- 
sistenza di apposite leggi, le quali guarentissero I'ìd- 
violabilità e il rispetto delle tombe. Troviamo infatti 
nel Corpus Jurix, prima nel Lib. XLVII il Tit. XII ; 
poi lutto il Titolo XIX che tratlan De sepulcro violato. 
Nel primo è comminata l'infamia come conseguenza 
dell'azione di violato sepolcro, oltre diverse altre pene 
inQilte a chi manomettesse cadaveri, ossuarj e tombe: 
nei secondo è irrogata la coDdanna alle miniere 
allo schiavo colto a demolire sepolcri, ed alla re- 
legazione se il faceva d'ordine od autorità del pa- 
drone. Chiunque poi avesse violato i sepolcri domns 



i) Vv. Hi-li7; 424125. 

Le Hovime di Pompei. Voi. flf. tS 



342 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

defunclorum, soUraendovi sassi, marmi, colonne, od 
altro qualunque materiale, per servirsene ad usa 
di fabbrica, o turbando corpi sepolti o reliquie, 
multati di ingente pena pecunaria; punito il giu- 
dice perfino in venticinque libre d' oro quando 
avesse negletto di castigare i violatori di sepolcri. E 
come per legge antica codesti profanatori di tombe 
punivansi della pena del sacrilegio; così anche al 
tempo del basso impero si fu costretti a richiamare 
la medesima severa sanzione penale; argomento co- 
desto a ritenere che si fosse infiltrato poco a poco 
ne' degeneri nipoti la mancanza di rispetto a' sepol- 
cri. Così era assolutameate vietato l' impedire , sotto 
pretisto di debito, la sepoltura del defunto , colla 
comminatoria di cinquanta libre di multa , e in di- 
fetto pagasse di sua persona avanti il giudice compe- 
tente; non potendosi tampoco né molestare il mori- 
bondo, uè turbare il funerale, pena l'infamia, e posta 
al bando la terza parte de' beni del disturbatore. 

.^el libro XL\ III Digrstorum, Tit. XXIV Decadnve- 
rìLms Puni7or«m , apprendiamo come non si potes- 
^ro negare a' congiunti i corpi di coloro che fos- 
sero stati condannali nel capo, citandosi l'autorità 
del divo Augusto, che nel libro X De Vita sua, ebbe 
a scrivere aver egli ciò voluto che si osservasse. 11 
giureconsulto Paolo poi lasciò ricordato che i cadaveri 
de* condannati , dietro domanda di chicchessia, si 
lasciale che venissero dati alla sepoltura i solo i 



LA VIA Celle tombe n 



deportati nelle isole ed i relegali , restando aoclio 
dopo la morte la pena , non fosse lecito che vetiis- 
sero trasferiii e sepolti senza licenza del Principe; 
ciò che del resto il Principe sovenlissime volte ac- 
cordava. 

Finalmente, nel Lib. I. Reccptarum sententìanim di 
Giulio Paolo, Tit. XXI, ohe versa De s-pnlcris et Lu- 
gendis, è sancito come allora che per invasione di 
fiume , timore alcuno ahhiasi a togliere un cada- 
vere già consegnalo a perpetua sepoltura , cumpiuii 
prima solenni sagrifici, abbiasi a compiere la trasla- 
zione di none tempo; che a non funestare I luoghi 
sacri della città, non sia lecito portar cadaveri dentro 
di essa sotto minaccia di punizione; che colui che 
trovasi in tempo di corrotto astener si debba dai 
convivii, dagli ornamenti e dalle vesti bianche; che h 
spesa funeraria debbasi imputare av; ili tolti i de- 
bili ereditar] , e per dtimo quegli che abbia spese 
per seppellire un morto od a cagione de' fii'ierali 
di lui , possa rivalersi appo l' erede, il padre od il 
padrone. 

Il giureconsulto Paolo, alla legge ff, demjuriisl 
conlemplò il fatto di chi avesse l.ipidalo la statua 
di un defunto, e non ammettendo né distili... ori, né 
liraiiazioni, perchè l'animo maligno fosse < videnre ^ 
rispose doversi quel fatto punire siccome ingiuria : né a 
lui fece velo il vantaggio qualui que the da simile failo 
rUcaesse la storia, regisiraudo che le male opere di 



J44 CAPITOLO VIGKSIMOSECONDO 

quel citladino avessero condotto a tanto sdegno il 
paese da meritare che dalla furia del popolo la sua 
statua saxis ccesa fuisset venisse da' sassi abbattuta. 
Intorno a che V illustre scrittore di penale diritto 
prof. Francesco Carrara, nella sua dotta memoria 
Sulle ingiurie ai defunti, letta nello Ateneo di Brescia, 
nella tornata del 15 giugno 1873 e pubblicata nella 
Temi Zandea,Si modo di epifonema commenta : « Così 
ragionavano gli amichi e così si durò a ragionare 
per secoli in Italia ed in Germania , dove lo spirilo 
non usurpa le veci della sapienza, e dove una que 
stione giuridica non si scioglie con un molto brii 
lanle. » E venne con copia d' argomenti a conchiu 
dere , pur tenendo conto dell' interesse della storia 
«he sì sovente si invoca a diflamazione de' defunti 
che ultima conseguenza alla quale meni diritto un 
fiale interesse sia che le calunnie lanciale contro 
defunii nei fatti relativi alla vita pubblica dovreb 
bero dichiararsi perseguitabili ad azione popolare 
«ice ad azione pubblica esercitata dal Pubblico Mini 
stero nella sua rappresentanza dei contemporanei e 
dei posteri, cioè della società tradita ed ingannala da 
maligno calunniatore; osservando che Platone come 
(uoralista ci avrebbe guidato a questa conclusione 
eoD la sua nota formula dei doveri che legano i vivi 
verso gli estinti 1). 



ì) Fu riprodotta la bella memoria dnl Carrara d;il Gior- 
nale dei Tribunali di Milano , Anno 11 , N. 225 e 226 , 
ossia 20 21 settembre 1873. 



Lk VIA DELLE TOMBE 349 



Poiché il lettore sa tutto ciò, che sull' argomento 
de' trapassali e de' sepolcri pralicavasi in Roma e 
fuori di essa ne' luoghi ad essa soggetti, restringen- 
domi ora più presso al mio tema di Pompei, usciamo 
insieme dalla Porta Ercolanese ed inoltriamo nella 
Via delle Tombe di questa città, della quale era parte, 
anzi attraversava, com'egli già conosce, il Borgo 
Augusto Felice, dissotterrato dalle ceneri dal 176S 
al 1770 e dal isil al 1814. La vista è imponente, 
presentandosi tutta fiancheggiala da sontuosi monu- 
menti. E moDumenti eziandio debbono essere stati 
sparsi per lutto il pendio dulia collina, tanto essendoci 
dato d' argomentare dalle varie elevazioni verdeg- 
gianti di essa. 

É da questo punto, in cui s'è posto il piede nel 
sobborgo, il qual potrebbesi dire dei morti, che è dato 
comprendere in un sol colpo d'occhio tulio il corso 
della via antica infino ad oggi scoperta e di ammi- 
rare nel suo complesso 1' elegante magnificenza di 
tanti ipogei, de' quali fu detto a r.igione presentare 
forme sconosciute all'architettura attuale ed all' arti 
moderne. 

E all'uscire del pari di questa porla, che m'av- 
venne di ricordare altrove esservisi scoperto lo sche- 
letro della .sentinella, qui moria fedele alla sua con- 
segna. Era eziandio prossima a tal luogo la tomba 
di M. Cerrinio Restituto , come ce lo appresero 
le due seguenti iscrizioni , di cui 1' una è la fedele 
ripetizione dell' altra : 



346 CxPirULO VltìESlnOSKCO.NDO 

M. CEHUINIVS 

RESTITVTVS 

AVGVSTAL. LOC. D. D. D. 

Nel mezzo della cappella , sacellum , era una pic- 
cola ara, avente l'iscrizione medesiraa, ripetuta come 
dissi, ma disposta in questo modo: 

M. CERRINIVS 

RESTITVTVS 

AVGVSTALIS 

LOCO DATO 

D. D. 1). 

Un semicerchio a manca, che dicevasi scholu, per- 
chè ad uso di sedile, di tufo e pietre pomici, recava 
la seguente iscrizione, che chiarisce aver appartenuto 
al sepolcro di Anio di Marco Vejo : 

A. VEIO M. F. U VIR. I. D. 
ITER QVINQ. TRIB. MILIT. AB. POPVL. EX D. D. 3;. 

Più grande è l'etniciclo detto di Mammia , sco- 
porto nell'anno 1763, che racchiudeva il sepolcro 
di questa donna, che fu sacerdoies'^a pubblica, e al 
quale s'ascendeva per un passaggio aperto alle spalle 
dell'emiciclo. Era il sepolcro meglio costruito che 
siasi scoperto in Pompei. Aveva già un ordine di 
colonne joniche al di sopra di altro ordine dorico, 



i) • Marco Ccrrinio Rpslitiilo, Augustale, in terreno con- 
eesso da decrclo de' Decurioni. • 

2) • Ad Anio Vejo di Marco, Duumviro per la giustizia, 
quinqiipviro p^r la seconda volta, tribuno de' soldati eletto 
dal ix'jiolo; per decreto do' Uocurioni. • 



La via delle tombe ó»7 



su cui posavano alcune statue. L'interno era decoralo 
da nicchie e pitture: in una delle prime stavano le 
ceneri dì Mammia in un' urna di terra colta chiusa 
in altra di piombo. L' iscrizione , in caratteri forti , 
cosi fu letta : 

MAMMIAE P. F. SACERDOTI PVBLICAE LOCVS 
SEPVLTVRAK DATVS DECVBIONVM DECRETO i). 

Su d' un piccolo pilastro a fior di terra e non di- 
scosto dal sepolcro di Mammia, leggevasi l'iscTizione , 
che rammenta i versi che ho appena riferiti del Ve- 
nosino Poeta : 

M. PORCI 

U. P. EX DEC. 

DECRET. IN 

FRONTEM 

PED, XXV 

IN AGRVH 

PED. XXV 2). 

Avanti a questa tomba venne trovata una statua 
in abito consolare, forse quella di Porcio stesso, il 
quale era per avventura il padre della sacerdotessa 
Mammia. 

Fra la tomba e 1' emiciclo si rinvennero sedici 



1) . A Mammia figlia di Publio (oppure di Porcio se il 
monumento vicino è di suo padre o d'alcuno della sua 
famiglia ) sacerdotessa pubblica , luogo di sepoltura dato 
per decreto de' Decurioni. • 

ì) • Questo spazio di venticinque piedi quadrati fu ac- 
cordalo a Marco Porcio figlio di Marco per decreto de' De- 
curioni. • 



3i8 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

cippi funerari!, parecchi di essi di marmo, su taluno 
dei quali si decifrarono le seguenti iscrizioni : 

e. VENKRIVS 
EPAPHRODITVS 

ISTACIDIA. N. F. 
RVFILLA SACERD. PVBLICA 

N. ISTACIDIO 
CAMPANO 

GN. UGLISSABVS 
ÀPER 

ISTAC .... 
MENOIICI 

Nello stesso luogo si trovarono frammenti di sta- 
tue ed una lucerna in terra cotta con una flguretta 
avente nelle mani un fiore in basso rilievo, e colla 
iscrizione: 

ANNVM NOVVM FAVSTVM FELICGM MIHI 1). 

É da questa parte sinistra della via che si incoH- 
tra quella casa che comunemente vien detta essere il 
Potnpejanum, o villeggiatura di Cicerone, ch'egli col 
Tusculutn prediligeva sovra tutte l'altre sue ville, se 
per ornarla con magnificenza ebbe a incontrar debiti, 
come lasciò scrìtto in una sua lettera ad Attico 2). 



f ) «Mi sia il nuovo anno fausto e felice. • 
S) Ep. 1, lib. 2. Vedi anche la lettera sua a Marco Mario, 
Epist. 3, lib. 7. 



LA VIA DELLE TOMBE 349 



Ne ho già parlato altrove, né però mi ripeterò: solo 
piacendomi far notare al lettore come a ogni modo^ 
sìa questa od altra la casa del grande Oratore Ro- 
mano, sarebbe sempre slata una ricca abitazione, che 
non tolse al suo proprietario di abitarla e decorarla 
riccamente. L'essere nella non lieta via delle tombe, 
dimostrerà ognor più come la religione de' sepolcri 
non fosse accompagnata allora quanto adesso , per 
forza di superstizione, da alcun pensiero di orrore. Ove 
poi si rifletta aver Cicerone difeso Publio Siila, cbt; 
fu il primo patrone della Colonia Yeneria Cornelia, 
nulla di piìi probabile apparirà che ne abbia ricevuto 
io guiderdone il terreno di quella casa e poi anche 
la casa slessa, che per essere nel Pagus Felix, spet- 
tava alla Coionia militare, la quale, giusta quanto 
m'accadde di più volte notare, Lucio Cornelio Siila 
vi aveva dedotta, e che però avesse appartenuto a lui. 
Lungo questo lato è pur il sepolcro di Scauro , 
della tribù Menenia , che vuoisi dal punto dt 
vista archeologico considerare siccome il più inte- 
ressante, di quanti sepolcri si sono scoperti a Pom- 
pei. La base è quadrata ed è di tufo vulcanico: essa 
poggia con tre gradini sovra altra base più grande della 
stessa forma e materia, e nella quale é praticala la 
camera sepolcrale, o colutnbarium, con quattordici 
nicchie, come quadralo ne è il cippo. Il lato che 
é ora rivestito d' un' ampio tavolo di marmo, il cui 
angolo superiore sinistro, essendo spezzalo e perduto. 



350 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

lasciò imperfetta la iscrizione, che completala non a 
filari dallo studio, suona così : 

A VMBRICrO A. F. MEN 

SCAVRO 

It VIR. I. D. 

HVIC Decvrionxes locvm monvm. 

IT HS 00 0° IN FVNERE ET STATVAM AEQnESTR 

FORO PONENDAM CENSVERVNT 

SCAVRVS PATER FILIO 1). 

Il gran basamento inferiore offriva già rappresen- 
tazioni a basso rilievo di suicco, oggi pel gelo com- 
piutarnenle scomparse. In nno de' quadri vedevansi 
â– due bestiarii con lance: l'un d'essi combatteva con- 
tro di un lupo, l'altro contro di un toro. Alcuni cani 
inseguivano de' cinghiali furiosi, cervi e lepri corre- 
vano a precipitosa fuga. In un quadro superiore 
scorgevansi gladiatori armati di lutto punto che bai- 
tevansi a oltranza , altri a cavallo che scagliavano 
lance a costoro ; era curioso che dovessero menar 



i) ' Ad Aulo Umbricio Scauro Mt^nenio lìgiio di Aulo, 
duumviro di giustizia, i Decurioni decretarono il colloca- 
mento d'un monumento, duemila sesterzi * pe'suoì funerali 
e una statua equestre nel foro. Scauro padre al proprio 
tiglio. • Taluni , in luogo di Umbricio, la incompleta pa- 
rola ...HICIO. lessero per Fabricio ; altri per Castricio: 
io ho seguito chi lesse Umbricio. 

* Appena qiirstn sominn, clie corrisponderebbe a' 400 lire, po- 
teva bastare alia spesa del rogo e della cerimonia funebre. Certo 
te ulire spese, come i ludi gladiatorj, sarannosi sopportati dulia 
laroigliH. 



, LA VIA DELLE TOMBE 3b« 

botte all'orba, perchè le visiere de' loro elmetti man- 
cassero delle fessure per gii occhi. Interessa il ve- 
derne ricordali in grossolani caratteri neri i nomi 
con una cifra accanto; indicante il numero delle 
vittorie riportale. L'uno è nominalo Debrix , cioè 
della Bebricia in Asia e riportò quindici vittorie, il 
suo avversario è Nubilior e ne conta undici; di altri 
due non è leggibile il nome. Degli altri quattro gla- 
diatori, due seculores e due reliani, alle prese fra loro, 
leggesi il nome di Nitimuì, reziario vittorioso cinque 
volte, e di Hippolitus , secnior, degli altri due no. 
Quello che pugna con NWmus vedesi ferito, cadere 
implorando la pietà degli s[iettatori, oderendo ad un 
lempo la gola al ferro di-I vincitore , come era la 
pratica già da me esposta nel capitolo dell'Anfiteatro. 
Superiormente a questi bassi rilievi stava una iscri- 
zione, nella quale si lesse il nome di Quintus Am- 
pliaius , il capo forse di questa famiglia gladiatoria , 
ed al quale per avventura spettava la tomba, peroc- 
ché si creda da molti che la tavola di marmo colla 
iscrizione di Scauro surriferita , trovatasi bensi di 
poco discosta, non le appartenesse, ma là venisse col- 
locala, perchè scomparsa , per la rovina del tempo , 
ogni decorazione. 

Eravi un terzo quadro salla porticina con cinque 
Qgure di gladiatori armali, di cui l'uno egualmente 
ferito a morte. 

Sepolcro circolare è quello che segue subito , con 



552 CAPITOtO VIGESIMOSECONDO 

base quadrala e torre rotonda su dì essa. Sulle pìc- 
cole piramidi del recinto sono i bassirilievl di stucco 
rappresentanti una donna che fa l'offerta su di una 
acerra, e un'altra che depone un lino sul suo bam- 
bino caduto sulle rovine, forse quelle del tremuoto 
del 63. 

Appresso a questi sepolcri elevasi a poca altezza 
un cippo, sulla cui sommità Qgura una testa, sotto la 
quale si allargano le spalle, rendendo da lungo la fi- 
gura d'uomo, quasi significasse l'ombra d'un defunto. 
Sul ventre , o specchio che vogliasi altrimenti dire , 
di essa, è questa iscrizione : 

IVNONI 

TYCHES IVLIAB 

AVGVSTAE VENER t). 

Questa Tiche è la stessa Tiche Nevoleja che ha 
altro maggiore monumento in questa medesima fu- 
nerale campagna? Taluni il pensarono: altri la vo- 
gliono una sorella di essa: ambe poi furono certa- 
mente addette al servizio di Giulia figliuola d'Augusto. 

Non credasi qui che la parola Junoni accenni alla 
Dea di questo nome , come erroneamente interpretò 
l'abate Homaneili, ma sì al genio tutelare di Tiche; 
perocché Junones si dicessero appunto le fate o gli an- 
geli custodi di sesso femminino, dei quali si credeva 



1) . Al genio protettore di Tiche venerea di Giulia fi- 
gliuola d'Augusto. • 



LA VIA DELLE TOMBE 355 



che uno nascesse insieme a ciascuna donna, desti- 
nalo a vegliarla tiilla la vita ed a morire con lei. 
Sono figurale, dice Rych nel suo Dizionario delle An- 
tichità, come giovani donzelle, colle ali di pipistrello 
di falena e vestile da capo a piedi come è in una 
dipintura di Pompei-, menire l'angelo maschile (Ge- 
nius, Silvanus) fosse abitualmente rappresentato nudo, 
pressoché nudo e colle ali d'un uccello. 

Tibullo consacra alla Giunone , o angelo custode 
di Delia e in nome di costei, l-'elegia sesta del Lib. IV, 
che comincia appunto: 

Nalalis Inno sanetos cape (huris honoret 
Quos libi dat tenera dada puelta manu 1). 

In quanto all'ultima parola della iscrizione, Vener, 
io seguii la comune interpretazione, leggendo Venerea; 
altri però lessero Augiislce Veneri, cioè a Venere Au- 
gusta : meglio sarebbe stato allora il dire Augustce 
VeneriSf perchè sapendosi che la famiglia Giulia si 
faceva scendere da Venere , si avrebbe una spiega- 
zione allora più razionale. 

Che per altro Venerea fosse una condizione di 
schiava o di liberta, ho già toccato nel Capitolo pre- 
cedente e potevasi legare al Venerium o luogo ag- 



4) Oggi, Giunone, nel tuo di natale 
Accogli i santi dell' incenso onori 
D' un'esperta fanciulla e gemale. 

Mia trad- 



CAPITOLO VIGtSIMOSECONDO 



giunto al bagno destinalo non tanto a nettezza ed 
igiene del corpo, quanto a studio di piacere; onde 
abbiam già veduto considerato il Venenum nell' an- 
nunzio già riportalo da una parete pompejana: In 
prcEdiis Julice Sp. F. locantur balneum, Venenum et non- 
gentum tabernce, pergnloe, ccenucula. Rosini nella già 
citala Dissertano Isagogica, trattando di altre due 
iscrizioni, nelle quali si nominano i Venerii, li crede 
schiavi che servissero a coloro che usavano del gabi- 
netto venerio 1). 

Si fecero maraviglie perchè questa Tiche fin nella 
propria tomba si vantasse d'essere stata mezzana di 
voluttà alla figliuola di Augusto ; ma v' è da sor- 
prendersi di ciò m tempo in cui Gajo Petronio , vi» 
ceconsolo in pria in Bilinia e poi consolo, al dir 
di Tacilo, fu fatto maestro delle delizie: ninna ne gU" 
flava a Nerone in tanta dovizia che Petronio non fusse 
arbitro f 2) 

Un sepolcro incompiuto cui s'è dato il nome di 
Servilia e che succede a quello di Tiche, reca infatti 
questo frammento d^epigrafe, che perseselo esprime 
gentilissimo afTelto: skhvilia amico amim... 5); ma 
appunto per ciò non poteva essere la tomba di 
Servilia. Nel columbarìum si trovò un cippo colla 



• ) Tab. 10. n. 1, e 2. 

2) Lib. XVI degli Annali. Trad. Davanzali. 

■ì) ' Servilia all'amico dell'anima. • 



LA VIA DELLE TOMBE 355 

iscrizione lvcceia ianvaria. La struUura del mau- 
soleo è simile quasi a quello di Galvenz'o Quieto, che 
è pur da questa parte, costruito da marmi bianchi e 
.di bello stile. Appartiene al genere de'cnnolafi, non 
avendo né porta, né columbarium, vuoto e fatto, cioè, 
a solo titolo di onoranza. Nella parie anteriore del» 
quadralo è la seguente epigrafe : 

e. CALVE.NTIO QVIKTO 

AVGVSTALI 

HVIC OB MVNIFICENT. DECVRIONVM 

DGCRETO ET POPVLI CON.StNSV BISKl.LU 1) 

HONOR DATVS EST. 

Sotto di essa vedesi sculto il bisellio, più compiuta 
ed elegante di quel di Munazio Fausto, del quale ^ià 
parlai nella Storia e dirò ancora fra breve. Alle co- 
rone di quercia che i due lati del cippo recano, si 
argomentò che Calvenzio avesse anche conseguila 
l'onore della corona civica, ciò potecJo essere au- 
torizzali a ritenere dalle tre lettere 0. C. S. (06 civi.m 
sermtum) che si leggono sullo scanno. Le muraglie 
del recinto hanno basso rilievi in istucco, i quali or 



1) «A Cajo Calvenzio Quioto Ausrustale, ven- ■ per la su» 
munificenza concesso da dfcrelo dei Decurioni e i-er Cuu- 
senso del popolo 1' unor del bisellio. * > 

• Questa muniOcenzB non lascierehbe supporre che avesse coia 
pcrato l'uiiur del bisellìu 7 Stundo a iiu' iscrizìune 'diia du Oriti 
lero, un C. Tilius Cliresiinuj a Sues«a '"aviebbe pur c«nij;<N jl» 
co! douo di mille sesterzi, puri a L 20U. 



356 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

più non si distinguono : quelli dell' ara in marrac ^ 
leggiadramente decorata , vennero spiegati rappre- 
seniare Edipo in meditazione per indovinare l'enigraa 
della Sfinge, Teseo in riposo, e una fanciulla che in- 
cendia il rogo. 

Del triclinmm funebre, che ^ pur a sinistra formato 
<la tre panchi di fabbrica e servienti al silicernium o 
banchetto funerale, dissi più sopra. 

Dal destro lato della via vuoisi riguardare alla 
abitazione che si designò col nome di Giardino delle 
colonne in musaico od anco di Sepolcro del Vaso blit, da 
quattro colonne in musaico, che sono uniche finora 
nel gi'oere e però del più grande interesse , e da 
una inagniQca anforetla di vetro azzurro sulla quale 
é, in Uàsso rilievo di bianco smallo , espresso una 
scena bacchica, per la quale vien considerata come 
il capo più importante della collezione de* vetri an- 
tichi del Museo Nazionale. Questa tomba fu scoperta 
il 29 dicembre 1837. Di faccia all'ingresso è una fon- 
lana entro una nicchia di musaico a conchiglie e 
in mezzo alle stesse sorgeva un amorino in marmo 
che stringeva un' oca, dal cui becco bellamente zam- 
pillava l'acqua. 

Seguo la tomba detta delle Ghirlande da alcuni fe- 
stoni sorretti da tre pilastri corinlii. Essa è cosiruila 
di grossi massi di piperno rivestili di stucco e due 
tiuiri di fabbrica reticolata hanno a' capi due are, 
donorainate acerra secondo Pompeo Pesto, o arx tu- 



LA VIA UELLi: TOMBE 3S7 



ricremce, come vengono delle da Lucrezio (11, 353) e 
da Virgilio {jEndd. IV, 453), perchè visi bruciava, ad 
onoranza de'morli l'incenso; onde Ovidio {Heroid. 2. 18) 
chiamò turicremi foci le vampe che levavaiisi da esse 
e Lucano {Pliars. lib. 9. 989) turicremi ignes. 

L' albergo e scuderia che si rinviene da questa 
parte e di cui tenni già conto a suo luogo, è novello 
argomento del come indifferentemente gli antichi abi- 
tassero, senza il sacro orrore che pur inspirano og- 
gidì le tombe, in mezzo alle slesse. L'assenza de'ca- 
daveri, la presenza delle sole ceneri vi doveva con- 
tribuire d'assai ad eliminarlo, l'impossibilità della 
corruzione non turbava la salubrità dell'aere. 

Il sepolcro dalle 'porte di marmo è in opus retictc- 
latum, cioè in materia di fabbrica ad aspello di ma- 
glie di rete , ricoperta di stucco. La piccola porta 
nel basamento scorge ad una camera quasi sotter- 
ranea che riceve luce da piccolo spiraglio, sotto cui 
è una niccliia in cui si rinvenne un gran vaso d'a- 
labastro orientale con ceneri ed ossa , un grande 
anello d'oro con zaffiro, sul quale era inciso un cervo, 
ambi ora al Museo Nazionale. 

In un recinto che segue, due ceppi si trovarono 
che lo fecero chiamare il sepolcreto della famiglia 
Istacìdia o Nistacidia, come altri scrivono, unendo l;i 
N. che i primi leggono separala sulle tre seguenti 
iscrizioni : 

f.1- Rovine d' <i'\. III. -3 



358 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 



N. ISTACIDIVS 
HELENVS PAG. 

N. ISTACIDIAE 
SCAPIDI !)• 

Sul muro di faccia alla via era scritta quest'altra 
iscrizione ; 

N. ISTACIOIO BEX.ENO 

MAG. PAG. AVG. 

N. ISTACIDIO lANVARIO 

MESONIAE SATVLLAE IN AGRO 

PEDES XV IN FRONTE PEDES XV 2). 

Breton trae occasione da questa iscrizione per de- 
terminare la lunghezza del piede in uso a Pompei, 
fissandola a Om, 287, stabilendo cosi la prova che 
i Campani avevano adottato il piede romano , del 
quale è tale appunto la lunghezza indicata da molti 
monumenti antichi. 

Secondo poi le nuove ricerche del comni. L. Ca- 
nina, di cui la scienza lamenta ancora la recente 
morte, la lunghezza reale del piede romano sarebbe 
stata di Om, 296.33. Il miglio romano componen- 
dosi di 5000 piedi, sarebbe stato per conseguenza 
di l,481m 75. 



1) • A N- Istacidio Eleno maestro del Borgo Augusto. 
« A N. Istacidia figlia di Scapido. • 

2) < A N. Istacidio Eleno maestro del Borgo Augusto. 
• A Istacidio GennarO' 

< A Mesonia Satulia. In profondità iK piedi; di fronte 
15 piedi. • 



LA VU DELLE TOUBE 3S9 



Tien dietro la Tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio 
Fausto, de'quali ho già riferita, nel Capitolo IV che trat- 
ta della Storia, la iscrizione ed al quale però rimando, a 
scanso di ripetizione 1). È fra i più interessanti 
mausolei. Si compone di un gran basamento quadri- 
lungo di marmo che posa per due gradini su altra 
gran base di pietre vulcaniche: ha un'elegante cor- 
nice , pregevoli ornali e termina ai lati estremi con 
un ravvolgimento di fogliami. Nella base superiore 
evvi scolpito il busto di Nevoleja: al disotto, dopo l'i- 
scrizione, v'é in bassorilievo un sacrificio con diciolto 
figure in due gruppi ; è la consacrazione del monu- 
mento. L' un gruppo è costituito dai magistrati mu- 
nicipali, coileghi di Munazio; l'altro da Nevoleja stessa 
e dalla sua famiglia. Dal lato verso la città è effigiato 
il bisellio, seggio d'onore dtl quale trattai pur lunga- 
mente nel detto capitolo; dall'altro lato verso Erco- 
lano una nave con due alberi, t'un diritto, traver- 
sale l'altro alla sommità del primo; da cui si so- 
stiene una vela quadrata. Sia il pilota al timone: due 
giovanetti sono in atto d'ammainare la vela, mentre 
altri due si arrancano sulle corde, che un uomo va 
riunendo. Era codesta un' allegoria della vita umana, 
arrivata dopo la tempesta in porto, o piuttosto un 
simbolo della mercatura nella quale Munazio si sa- 



i? Voi. I. Capii. IV. pag. 101. 



ó60 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

rebbe arricchito? Significhi ciò che voglia: i parti- 
colari del naviglio non riescono meno interessanti 
allo studio della navigazione antica. La prora di 
questa nave è decorata da una testa di Minerva, la 
poppa termina in colio di cigno. 

A mezzo d'una porta a sinistra del monumento e 
dietro di essa s'entra nella camera sepolcrale, di due 
metri in lunghezza e larghezza, con due flla di nic- 
chie per le urne cinerarie che si trovarono al loro 
posto, ed erano in terra cotta, all' infuori d' una più 
grande olla d' argilla contenente le ceneri di Nevo- 
leja stessa o di Munazio Fausto, o fors' anco d'en- 
trambi. Tre belle urne di vetro chiuse ermeticamente 
contenevano al tempo di loro scoperta (1813), ceneri 
ed ossa galleggianti in un liquido che fu dall'ana- 
lisi giudicato una mistura d'acqua, olio e vino, avanzo 
certo delle libazioni fatte nelle esequie. 

Nelle urne di terra colta si rinvennero altresì 
picciole monete, pel passaggio sulla palude stigia a 
Caronte e qualche lucerna di terra comune. 

Chi fosse questa Nevoleja, può essere fantasticato, 
ma nulla si sa di positivo, all' infuori di quel che 
ne dice l'iscrizione; una liberta, cioè, di Giulia, fi- 
gliuola dell'imperalorc Augusto, forse concubina dipoi 
di Munazio Fausto, col quale certo per la primitiva sua 
condizione non avrà potuto vincolarsi in giuste nozze 
con Munazio, augustale e maestro del sobborgo Au- 
gusto Felice , lo che equivarrebbe a sindaco o con- 
faloniere de' nostri giorni. 



LA VIA DELLE TOMBE 364 



Dentro il recinto di questo sepolcreto si trovò 
un' urna coli' epigrafe : 

e. MVNATIVS ATIMKTVS 
VrX. ANNI8 LVII 1). 

Un bel mausoleo scoperto nell'anno 1812 in forma 
di ara , con zoccolo e cornice eleganti , sormontala 
quest'ultima da un plinto e da un bel fogliame d'al- 
loro, sorge, perfettamente conservato, in travertino e 
la iscrizione che si ripete eguale nei due lati meri- 
dionale ed occidentale, lo dice spellante a Marco Al- 
lejo Lucio Libella padre e Marco Allejo Libella fi- 
glio. Eccola: 

H. ALLEIO LVCIO LIBBLLAE PATRI AEDILI 
II. VIR PRAEFECTO QVINQ. ET M. ALLEIO LIBELLAE F. 

DECVRIONI VIXIT ANNIS XVII LOCVS MONVMENTI 
PVBLICE DATVS EST ALLEIA M. F. DECIMILLA SACERDOS 
PVBLICA CERERIS FACIVNDVM cVRAVIT VIRO ET PILIO 4). 

Questa iscrizione dà motivo a sorprendersi come 
mai a soli diciaseUe anni il tìglio Marco Allejo Li- 
bella potesse essere già decurione in Pompei. Pe- 
rocché ognun rammenti che lesse le Epistole di Ci- 
cerone , come questi constatasse essere i porapejani 



1) • Chjo Munazio Alimelo visse anni 57. • 

2) • A Marco Allejo Lucio Libella padre, edile, duumviro, 
prefetto quinquennale ed a Marco Allejo suo figlio, decu- 
rione che visse diciassell'anni. Il suolo pel monumento è 
slato loro publicamente concesso. Alleja Decimilla figlia di 
Marco, sacerdotessa publica di Cerere, lo fece erigere allo 
sposo ed al figlio. > 



362 Cai-itolo vìGesimosecOindo 



assai gelosi dell'onore del decurionato. Avendo uno 
de' suoi amici sollecitato presso di lui perchè gli ot- 
tenesse una lai carica, egli rispose: Romos si vis,ha- 
bebis. Pompeis difficile est 1), signiflcando essere più 
difQcile cosa diventar decurione in Pompei, che non 
divenire Senatore in Roma. 

Presso i Romani, non si poteva essere decurione 
in età al disotto de' venticinque anni , come si può 
raccogliere nel libro secondo del Digesto: De Deca- 
rionibus; tuttavia potevasi derogare a questa legge 
in virtù di privilegio accordato a determinata fami- 
glia che se ne fosse resa meritevole. Di questo no- 
vero doveva certamente essere slata la famiglia dei 
Libella in Pompei. 

Da questo monumento dei due Libella, eretto dalla 
pietà di sposa e di madre , si passa al cenotafio di 
Cejo e Labeone, epperò senza colombajo. Guasto assai 
di presenle, un di, attese le sue proporzioni grandiose 
quantunque irregolari, deve essere stato di non dub- 
bia importanza. Vi dovevano essere bassorilievi di 
stucco e statue: forse quelle medesime che vennero 
rinvenute presso ed erano un personaggio in toga 
e parecchie matrone egregiamente palliate. Eranvi 
nel zoccolo del gran piedistallo delle iscrizioni in 
grossi caratteri rossi , ma cosi sbiaditi che non si 



• Se vuoi esserlo in Roma^ otterrai: in Pompei è ma- 
lagevole cosa. • 



LA VIA DELLE TOMBB 3(3 



poterono leggere. Si lesse invece quella nello slesso 
mODumento, che fu poi trasferita al Museo. Eccola : 

L. CEIO L. F. MEN. L LABEON 

ITER D. V. I. D. QVINQ. 

MENOMACHVS L. 1). 

Come superiormente ho fatto , nel leggere 1' iscH- 
zione sul monumento di Scauro, interpretando la pa- 
rola MEN, abbreviatura della prima linea, per della 
Tribù Menenia ; io pure, in questa di Lucio Cejo, in- 
terpretai con Mazois ed altri T egual abbreviatura 
nella stessa maniera: Bréton nondimeno la dichiarò 
per Menomachus , adducendone una ragione abba- 
stanza plausibile. Un usage , scrive egli , presque 
Constant, élait que les affninchis empruntassent le noni 
ou le surnom de leurs paircns , et que c'est sans doute 
ce qu^avait fati Menomachus fondateur du momment i). 
Nella camera mortuaria del monumento si raccoi< 
sero due balsamari di terra cotta e un' urna bellis- 
sima di vetro con ossa. 

Il Bonucci afferma che qui presso, a piccola di- 
stanza l'uno dall'altro, si rinvenissero cinque, scheletri, 
tra' quali quello d' una donna di ricchissima taglia. 
Recavano sopra di sé monete di argento e di bronzo 



i) • A Lucio Cejo Aglio di Lucio, Menenio: a Lucio 
Labeone per la seconda volta duumviro di giustizia « 
quinquennale, Menonaco liberto- • 

2) Pompeja. Pag. 9ì. 



CAPITOLO VIGESIHOSECONDO 



e un materozzolo di chiavi con de' grimaldelli; lo 
che lascia supporre che fra di essi vi fosse qualche 
ladro rimasto nella città per esercitare il suo infame 
mestiere e che il Vesuvio lo abbia giustamente sor- 
preso e punito 1). 

Dietro di tal monumento scopronsi le rovine di due 
grandi sepolcreti, ed evvi un recinto sepolcrale, ove 
erano diversi cippi che dicevansi columellce, perchè 
appunto erano colonnette, cólumella essendo diminu- 
tivo di columna. Su d'una di essa era scritto : 

ICEIVS COM 
MVNIS 

Una cólumella che sta avanti una nicchia con uà 
frontispizio segna il sepolcro di Salvie , fanciullo di 
anni 6, come lo fa sapere l'iscrizione: 

SALVIVS PVER 
VIX. ANNIS VI. 

Presso è altra nicchia in fondo della quale era di- 
pinto un giovane, su cui pendevano ghirlande di 
tiori: era il sepolcro del fanciullo dodicenne, Numerio 
Velasio Grato, giusta l'epigrafe: 

N. VELASIO GRATO 
VIX. ANN. XII. 

Poiché sono a dire delle columelle , ne trovo ri- 



1) Pompei descritla da Carlo Bonucci. 



LA VIA J>ELLIì: tombe 365 



cordala una nel Viaggio a Pompei dell'Abate Dome- 
nico Romanelli, la quale termiiiava in un busio 
marmoreo con testa di bronzo e della qu'ile parla- 
rono gli Accademici Ercolanensi nella Dissertazione 
Isagogica. Si esprimeva nell'epigrafe essere il simu- 
lacro di Cajo Norbano Sorice attore delle seconde parti 
ideile tragedie, maes'.ro del pago suburbano Augusto 
Felice, cui fu assegnato il luogo per decreto de' decurioni. 
Cosi almeno traduce il Romanelli il seguente te- 
sto dell'epigrafe 

e. N'ORBANI SORICIS 

SGCVNDARVM 

UAG. PAGI AVG. PELICIS 

SVBVRBAM 

EX D. D. LOG. D. 

Ed una tale traduzione egli esegui dopo certo 
-aver veduto le illustrazioni fattene del signor Millin 
che appella erudito e dal signor De Clarac in due 
dissertazioni stampale in Napoli. Ma a me è pur le- 
cito di domandarmi come mai ad un attore delle 
seconde parti nelle tragedie si potesse concedere 
l'onore dapprima di essere maestro del pago , e po- 
scia l'onor del posto speciale, per decreto de' decu- 
rioDi , se noi sappiamo die se a' più grandi attori 
non isdegnavano i più eminenti uomini intimità ed 
affetto come a Roscio ed Esopo, agli altri, massime 
se minori, riserbavasi l'ignonìinioso titolo di istrione, 
Ja fustigazione del larario e il trattamento servile ? 



366 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

L'iscrizione d'altronde tace della qualità di Cajo 
Norbano Sorice, né la parola secundarum parnai , 
congiuntamente al resto dell'epigrafe, non autorizzi 
e sottintendere le parole che le si affibbiano actoris 
secundarum partium in tragcediis. 

Scoperta nel 1775, succede la camera sepolcrale di 
Gneo Vibrio Saturnino tìglio di Quinto , della tribì» 
Falerina , come si leggeva al di fuori del triclinio 
funebre unito, ci avverte la seguente iscrizione: 

CN. VIBRIO Q. F. FAL. 

SATVRNINO 

CALLISTVS LIB. 

Dissi che si leggeva , perchè ora l' iscrizione fu 
trasferita al Museo di Napoli. Piace anzitutto consta- 
tare nelP atto pietoso del liberto Callisto che a pro- 
pria spesa rizza un monumento all' antico padrone 
come la riconoscenza fosse, più che del nostro, virtù 
de' secoli andati ; silTaiti omaggi di liberti non erano 
infrequenti. Io ne ho già recati più d' uno. 

Dopo di questo, ci troviain dinnanzi alle sepolture 
della famiglia Arria o di Diomede, slate scoperte nel- 
l'anno 1774, le quali, per trovarvisi di fronte, diedero 
il nome alla casa di campagna, che già ho descritta, 
e fu ritenuta essere proprietà di Marco Arrio Dio- 
mede liberto. 

La tomba di Diomede, il padre, è la prima e la più 
importante che esamineremo. La fronte del monu* 
memo la indica nella seguente iscrizione : 



LA VIA DELLE TOMBE t^t? 

M. ARRIVS I. L. DI0HEDE8 

SIBI SVIS UGMORIAE 

MAGISTER PAG. AVO. FELIC. SVBVRB. I). 

La sigla che segue al nome di Arritis, che io d'un 
tratto supplii con un I, ma che nal marmo ben non 
si comprende, fu interpretata diversamente. La più parte 
ritennero significare Arrii, seguendo l'ermeneutica 
adottala da Bróion nel leggere l'iscrizione di Cejo: ma 
Bréion è poi curioso che, abbandonandola in questa 
iscrizione, abbia voluto leggere nella sigla una J, che 
interpretò perJulice. La ragione sola che costei potesse 
essere la /«/ta F^/ia;, una de' più ricchi proprietarj di 
Pompei, non pare né seria, né da accellarsL Piuttosto 
dovrebbesi essere meglio inclinali a ritenerlo liberto di 
Giulia la figliuola di Augusto , che avanti la morte 
del padre chiamavasi Livia, e così sarebbe stato con- 
servo di questa imperiale matrona colle due Tichi, 
di cui menzionamnio più sopra le tombe. Greche 
di nome codeste due liberie, parimenti greco sarebbe 
il nome di Diomede: forse quindi tulli compatrioti. 

Il monumento pompeggia sull'altezza d'un muro 
con un terrapieno che serve di base a questa tomba 
di famiglia : esso si costituisce di un frontiopizio con 
pilastrini d'ordine corintio ai lati ed è in cattivo 
stato ed ha nulla di rimarchevole fuor che alcuni 



1) < H. Arrio Diomede liberto di . . . Maestro del sobborgo 
Augusto Felice, alla sua memoria ed a quella de' suoi. ^ 



368 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO 

fasci nella facciata, e due teste di marmo 1' una di 
uomo, l'alira di donna, appena abozzate, clie gli an- 
tichi avevano costume di collocar nei sepolcri per 
distinguerli. 
Dietro la testa d'uomo, era questa iscrizione: 

M. ARRIO 
PRIMOGENI 

e ricordava il primogenito della famiglia di Diomede. 
Dietro la testa della donna eravi quest'altra: 

ARRIAB M. h. 
Villi 

e ricordava la nona figlia di Marco Arrio Diomede 
liberto. 

Sul detto muro inferiore poi che serve di monu- 
mento sepolcrale ad un' altra figlia del medesimo, 
sta questa iscrizione: 

ARRIAE il. F. 
DIOMGD£S L. SIRI SVIS 

Tutta insomma una famiglia. 

Presso questo sepolcreto di famiglia è un vasto 
recinto che si prolonga verso la strada ed è lutto 
circondato da un solido muro che sosteneva un ter- 
rapieno , nel quale si videro de' tubi per lo scolo 
delle acque: forse era tal luogo il sepulcrum comune 
cimitero delle classi inferiori, ed anche l'ustrinum. 
Vi si riconobbero infatti ossa umane in copia e reli- 
quie di funebri banchetti. 



LA VIA DELLE TOMBE 3*^9 



E qui ha fine tutto quanto la Via delle Tombe in 
Pompei può presentar di rimarchevole e giova ad illu- 
strare quanto m'accadde di dire intorno alla religione 
de' morti nell'antichità romana. 

Solo n)i corre obbligo adesso, a pieno compi- 
mento e prima di congedarmi da questo capitolo 
onde si chiude il mio qualunque lavoro, di segna- 
lare al buon lettore che mi ha seguito fin qui , una 
particolarità , che vale egualmente a confermare 
l'uso romano che tulli i sobborghi d' una città ser- 
vissero a sepolture. Gli scavi eseguili ne' mesi di 
maggio e giugno i8o4 fuori dell'altra porta pompe- 
iana detta di Nola hanno condotto a scoprire molte 
urne in terra cotta contenenti ceneri di bruciati ca- 
daveri, e chi sa che altrellanlo non venga forse di 
constatare negli scavi ulteriori fuori delle altre porte? 
Questo verificandosi, sarebbesi tratti allora a mettere in 
sodo che non solo a Roma , ma fuori quasi tutte le 
porle di tutte le città conformale agli usi di Roma, 
e più specialmente nelle colonie, si praticasse seppel- 
lire i defunti; cioè riporre le loro ceneri — peroc- 
ché non si costumasse inumarli — e rizzare monu- 
menti funebri ed ipogei. 

La quale consuetudine rispondeva al bisogno chepro- 
vavasi e che son venuto dimostrando di onorare la me- 
moria dei cari trapassali, avendone le dilette reli