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THE GETTY RESEARCH INSTITUTE LIBRARY
Halsted VanderPoel Campanian Collection
POMPEI
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SUE ROVINE
POMPEI
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SUE ROVINE
PKR L'avvocato
PIER AMBROGIO CURII
eia DKPDTlTU II rULlHtno IfAZIOXlLC
DlltTIUHl UELLl SUCICTa' ITILIIHI DI lULUtULOCIt
l DI EEtle LBTTEBE IX IILtllO
VOLUME TEBZO
1874
MILANO
.SAMVITO. EDITOKK
NAPOLI
DfffKhlN E ROOUOLL
Proprietà Icllcraria.
Legge 25 Giugno 1865 Tip GugUolmini
IHEGEnr/r— TER
UBBAh/
CAPITOLO XIX.
Il quartiere de^soldalf e II Pagus Augustits Felix.
Ql'aitiere de' soldali, o Ludo gladiatorio? — Pagus Augusti'^
Felix. — Ordinamenti miliiari di Roma — Inclinazioni agii-
coIl- — Qualità railiiari — Valore personale — Formazioi.e
della njìlizia — La leva — Itefraltarj — Cause d'esenzione
— Leva tumultuaria — Cavalleria —>■Giuramento — Gli evo-
•>ti e i conquisilori — Fanteria: Velili, Astati, Principi,
TriariI — Centurie, manipoli, coorli, legioni — Denomina-
zione delle legioni — Ordini della cavalleria : torme, decurie. —
Duci ; propri e comuni — Centurioni — Uraiji, Succcnturiones,
Accensi, Tcrgodiictores , Decani — Signiferi — Primopilo ~
Tribuni — Decurioni nellit citvallcria — Prefetti dei Confe-
derati — Legati — Imperatore — Armi — Raccolta d'armi
aniiclie nel Museo Nazionale di Napoli — Catalogo del cotrra.
Ficrelll — Cenno storico — Armi trovate negli scavi d' Er-
colaiio e Pompei. — Armi dei Veliti, degli Astati, dei Prin-
cipi , dei Triarii , della cavalleria — Maestri delle armi —
Esercizi : passo, palaria, loltu, nuoto, saito, marce — Fardel"
e loro peso — Bucelìatum — Cavalleria numidica. — Ac-
campamenti — Castra slativa — Forma del campo — Priti'
cipia — : Banderuole — Insegne — Aquilifer — Insegna
del Manipolo — Bandiera delle Centurie — Vessillo della
Cavalleria — Guardie del campo — Exeuhiat e Vigìlia:
-— Tessera di consegna — Sentinelle — Piocubitores —
Isirumenli miliiari: buccina, tiibat liiuus, curnu, timpatium
— Tibiceìi , lilictn, tinipanotriba. — Slipendj militari — I
Feciali , gli Augtiri , gli Aruiìpici e ì ]>utlarii — Sacrifici e
preghiere — Dello scliicrarsì in battaglia - Sisiema d' for-
Le lìovine </i l'ompci. Voi. III. \
IL QDARTIERK DE' SOLDATI , ECC.
Ifficazioni — Macchine guerresche : PoUorcetice : terrapieno,
torre mobile, teituggine, ariete, balista, tollenone, altalena,
elepoli, terebra, galleria, vigna - Arringhe — La vittoria.
Inni e sacrificj — Premj : asta pura, monili, braccialetti, <"\-
tene — Corone: civica, murale, castrense o vallare, navale
rostrale, ossidionale, trionfale, ovale — Altre distinzioni —
Spoglia opima — Preda bellica — Il trionfo — • Vesta palmata. —
Trionfo della veste palmata — In Campidoglio — Banchetto
pubblico — Trionfo navale — Ovazione — Onori del trion-
.tore — Tene mililari : decimazione, vigesimazione e cente-
simazione, fuslinarium, taglio della mano, crocifissione, fi'°t!-
gazione leggiera, multa, censio hastaria — Pene minori —
Congedo.
Nel capitolo di quest'opera 7 Fori , dicendo del
Foro nundinario o venale, toccai dell'opinione ma-
nifestata da molti che anzi essere un simile foro,
quel luogo fosse invece un quartiere di soldati, e
venni osservando come da essi si avesse per avven-
tura a scambiare la parte per il tutto , riconoscendo
io con altri come in tal foro si ritrovasse un quar-
tiere sia di soldati, sia di gladiatori, come forse me-
glio sembrasse al Padre Garrucci.
Bréton, malgrado le dhnostrazioni fatte da quest'ul-'
timo scrittore, e malgrado che sia tratto a riconoscere
eh' egli abbia nella maniera la più positiva stabilito
in una dissertazione inserta nel numero tredicesimo
del Bollettino Archeologico napolitano del gennajo 1855,
che si trattasse in questo luogo di un di que' Ludi
gladialorii, di cui parla Giusto Lipsio 1), non sa ri-
i) Saturn. I, i.
CAl'ITOl.O DICIANNOVESIMO
solversi ancora a non ritenerlo per un quarliere di
soldati.
« Io non so'in veritcà , scrive egli, perche siasi
cercato di sostituire questa denominazione di foro
nundinario a quella di Quartiere de' Soldati, che venne
a siffatto luogo Qn dall'origine assegnato. È evidente
che una città deli' importanza di Pompei, una cittÃ
fortificata, dovesse avere una guarnigione e, per al-
loggiarla, una caserma. Perchè dunque cercare que-
sta caserma oltrove e non nel monumento il piìi
piano e così conforme alla sua destinazione ? Le
^orte strette e poco numerose sarebbero state incom-
raodissime e perfino dannose per un mercato dove
una folla numerosa si sarebbe pigiata in disordine,
mentre che esse potevano perfellamenle bastare a
soldati che marciavano per due e regolarmente. Una
bardatura di cavallo da sella, armi, cimieri, memid'
calzari di bronzo vennero qui trovali, che a dir
vero sono più proprii di gladiatori, che non di sol-
dati 5 ma che conchiuderne per ciò? Che gladiatori
di passagg^io a Pompei presero alloggio nella caserma,
ciò che é-più naturale che pt^ender alloggio nel mer-
cato. Nelle camere non si rin\ennero letti; ma si- sa
che i soldati giacevano per lo più sulla paglia. II
solo grande appartamento che esistè dovette essere
destinalo al capo della guarnigione. Una sola cucina
sarebbe stala insufficiente se il nutrimento di luti
non fosse stalo ammanilo in comune, e noi vediamo
IL QUAIITIEUE Dt' SOLDATI, ECC.
che quella del quartiere de' soldati era evidentemeiile
destinala alla preparazione degli alimenli d'una gran
quantità di persone. Finalmente, quale sarebbe slata
in ri mercato la destinazione di una prigione così
>evera come quella che qui vi fa riconosciuta? S'ar-
roge che in nessun luogo della città si rinvenne una
cosi grande quantità di scheletri , non esseiidOo^ne
contali meno di sessanlatrè, riparlili principalmente
nelle camere del primo piano. Non è egli quim^'
supponibile che taluni motivi di disciplina abbiano
riienuio i soldati al loro posto troppo lungo tempo
.per permettere a tutti di sottrarsi alla morte?» 1^.
Questi sono, gli speciosi argomenti di Br'élon, cbe
potrebbero ben anco essere conformi a verità , se
quelli addotti dal Garrucci non, fossero stati buor'
del pari e convincenti, per conchiudere che dovesse
essere invece un ludo gladiatorio, lo non presumo
di mettere innanzi un perentorio giudizio; solo per-
meMendomi di ricordare che ho già esternato l'avv-só
mio che inclina all'ipotesi del Garrucci, Se non che J^
mio presente arèomenlo ciò che preme di stabilire si è
che alla vita romana in Pompei non potesse mancare
quanto aveva tratto alla vita militare, e quindi do-
vevan esistere e una caserma, se forse non ve n' e-
rano anche di più , e posti e stazioni ; che infa' i
I ' oiiifitja. l'a^;. loO.
CaPIIO! '» IMCIANNOVK-ihMi
alla Porla di Ercolano si irovò moria, l'alabarda in
pugno, la seniinella, che fida alla sua consegna,
rizirhè mancarvi , e cercare come tulli gli altri cit-
tadini lo scampo nella fuga, erasi lasciata soCfocare
'â– "ir aere graveolenla e seppellire sotto le ceni ri e i
^M)illi.
Ma se qui non erano alloggiali i soldati, se quesia
non era la caserma, ma un ludo gladiatorio, o locali
allinenti solo al foro venale, e dove trovar dovevar'>'
i soldati, posto che Pompei, come non è contraddetto,
fosse citlà importante, e di upa importanza ben anco
militare, avesse mura, saracinesche, opere di foriiQ-
eazione , e se anzi ben due volte vi furono dedotte
colonie militari, l'una volta al tempo e per gli ordini
di Siila e l'altra per quelli di Auguslo?
Poirebbesi rispondere a silTatia domanda con quei
dati sierici che Bréion medesime prepose all' opera
sua : « Siila ordonna que Pompei fui reduiie en colo-
nie railitaire sous le doublé norn de (Polonia Veneria,
Cornelia, emprunlé aux nonis du dieta leur et de la
divinile protectrice de la ville. Il y envoya des troupes
sous le comraandemenl de son neveu Publius Sylla:
mais les Portipéiens, regardant ces colons comme des
étrangers, leur refusèrenl les droils de cilé . . . r
E più sotto:
u Quoiquil en soit, les colons furenl forcés d'ha-
biler hors de la ville dans un faubourg, qui, lorsqut
plus lard, Auguste eut envoyé une noiivelle colonie
IO IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC.
de vélérans, pril le noni de Pagus AugusloFelix i). »
Da queste nozioni di storia pompejana , che sono
conformi a quelle che ho pur io date nei capitoli dp'
primo volume di quest'opera, inferisco: a che dun-
que cercar in città caserme e stazioni militari, se i
soldati dovevano rimanere fuori della ciiià ? Vero è
che quanto è scoperto del Pagus Augusius-Felix non
ha rivelato .quartiere di sorta, ma solo quella parte
che l'attraversa ed è la Via delle Tombe e che per-
correremo neir ultimo capitolo di quest'opera; mx
rammentiamoci altresì che ancor molto rimane a
trarre in luce e che gli scavi ulteriori ponno co' loro
risultamenti diradare ogni dubbio e risolvere la qui-
s»ione.
Dopo ciò, dinnanzi al fatto delle sentinelle sum-
nientovate e dopo le diverse guerre e fazioni guerre-
sche narrate in quest'opera nei capitoli delia storia,
a soddisfare agli intenti dell'opera ed a chiudere di
essa quanto ha riferimento alla vita publica romana,
riprodotta in Pompei , entrerò a dire degli ordina-
menti militari e di quanto ha tratto all'armamento;
ben francando la spesa il conoscere siccome fossero,
perocché non di poco avessero a contribuire a quei
trionfali successi eh' ebbero sempre le armi romane.
Gli scavi di Ercolano e di Pompei portarono discreto
contributo all' archeologia per farci conoscere armi
1) Pi'g. 9. '
CAPITOLO DIClANSOVESliJO
ed attrezzi militari e guerreschi, ed io di questi più
innanzi ne tratterò il meglio che mi sarà dato.
Ho già provalo, trattando del commercio de' Ro-
mani, che lungi costoro dall'essere, come si crede
erroneamente dall' universale, un popolo soldato per
istinto , Io fosse invece costretto dalla necessità , e
conquistando l'universo non lo facesse che per proteg-
gere la sua indipendenza o per difendersi, che non
pugnò insomma che vagheggiando le dolcezze della
pace, alla quale , appena il poteva, si abbandonava.
Orazio compendia le aspirazioni de' Romani quando
esclama:
rus quando -ego te aspiciam 1)1
I Romani in fatti ebbero a preservarsi dai Sabini,
dagli Etruschi, dai Latini, dai Sanniti, in tutti i quali
erano elementi di grandissima resistenza ; onde Pro-
perzio, che tutto abbracciava il sentimento dell' anti-
chità , era nel vero giudicando 1' Italia in quei verso
che già m'avvenne di dover riferire :
Armis apla magis tellus quam commoda noxce 2),
più propria, cioè, alle armi, che non alia aggressione
\) Sai. 6:
villa , e quando io rivedrotli ?
Trad. Gargalio.
2) Lib. 3. 22 ;
Terra nata dell'armi all'aita gloria
Non al crudo terror.
Trad. Vismara.
12 IL QUARTIERE DE' SOLDATI, E CC.
e distruzione. Se dunque al soMnto romano si può
rimproverare un sol vizio, l'avarizia, perchè l'orgoglio
è più spesso nel soldato una virlìi; di ricambio ebbe
l'onor mililare come noi 1' intendiamo pure oggidì ,
il rispetto al giuramento, la devozione al suo c;ipo,
il gusto della disciplina. I Romani vinsero il mondo
con la lattica, la disciplina, la forza d'insieme, la co-
stanza e il sentimento d'essere Romani. Gli altri po-
poli usavano di armi straordir>arie e di macchine, il
popolo romano della spada. Anche contro i Germani,
individualmente si bravi e si forti, era colla pugna
corpo a corpo e. colla spada che i Romani avevano
la vittoria-, onde Germanico così poteva dire alle
sue truppe : Non enim immensa barbarorum sciita ,
p.normes liasias inter truneos arborum et enata humo
virguUa, perinde haberì quani pila et gladios, et hcerenlia
corporis tegmina. Densarent ictus, ora mticronibus qncB-
rerenl 1). Polrebbesi e'vizio e virtù ^he' ho mento-
vati, comprovare coi falli alla mano; ma la storia di
Roma è troppo notoria per avere d' uopo di ricor-
rere a ciò.
Piuttosto m'occuperò qui ad informare il lettore
della formazione di questa famosa milizia conquista-
trice dell' universo.
1) i4/m. 2-14. . Quelle larghe e pertiche, sconce de' bar-
bari fra le macchie e gli alberi non valere, come i lan-
ciolli e lo spade e l'assetlata armatura. Tirassero di punta
spesso al viso. >
Tr. di Bernardo Davanzali.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO 13
E prima devesi portar l'attenzione sulla scella, di-
lectus , che era il raccogliere e l' iscrivere i soldali
i;i codici matricole. Tale scelta veniva fatta tra
cittadini e socj o confederati; — rado avvenne che si
ricorresse ai poveri ed agli schiavi, — e venivano poi
ascritti a' fanti o a' cavalieri. Nella milizia navale
si accoglievano anche le persone più abbiette e i
libertini.
li principio della milizia era al diciasseltfi'imo
anno, la fine al cinquantesimo. Chi per altro serviva
di continuo, terminava i suoi obblighi a' trenlaselle
anni; gli altri, dove non avessero compiuto il lor ser-
vizio al quarantesimo sesto anno, non n'erano liberati
e si potevano costringere finché non avessero com*
pinti i cinquanl' anni. Altro requisito della milizia
era il censo, solo volendovisi i ricchi, gb onesti e
coloro i quali, avendo beni tutti proprii , in ceno
modo presentassero solidarietà d'interessi colla cosa
publica.
La leva, o coscrizione, delle truppe , testimonio
Dionigio d'Alicarnasso 1), si faceva ogni anno, desi-
gnandosi all' uopo due consoli, che alla loro volta,
congiuntamente al popolo, creavano ventiquattro tri-
buni per capi di quattro legioni.
La cernila si faceva , previa publicazione dell' e-
ditto a mezzo del banditore, dai tribuni in Campidoglio,
l) Lib. iX, n.
U IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC.
estraendo a sorte dalle tribù e classi , alla presenza
dei consoli assisi nelle sedie curuli. I refrattarj che
si sottraevano alla milizia, i consoli comandavano
venissero ricercati e tradotti in qarcere, talvolta pu-
niti di verghe , venduti i loro beni e qualche volta
benanco multati deireslremo supplizio o della morte
civile, venduti cioè pubblicamente schiavi o notati
d' infamia.
Tre giuste cause sottrar potevano al servizio : la
prima era la dispensa, vacatio, per l'età , se già rag-
giunto il cinquantesimo anno; per onore, se fosse
taluno -qella magistratura o nel sacerdozio ; per be-
neQcio se il Senato e il Popolo conseniivano : la se-
e
conda causa dicevasi emeritum, ed era per chi aveva
compiuti venti stipendj : la terza era vizio o malattia,
come i mancini, i gracili, chi mancasse di pollici o
altre dita, gli inetti a reggere scudo o gladio.
Nella leva così detta tumulluaria, od anche subita-
ria 1), che seguiva nell' imminenza di qualche peri-
colo, non si o:?survavano grandi formalità , esentan-
dosi soltanto quelli ch'erano gravemente inferrai od
inabili afTalto.
Per ciò che riguardava la cavalleria , spettava ai
ctnsori il determinare chi vi dovesse appartenere.
Duplice poi era il corpo de' cavalieri, l'uno coslilui-
vasi di quelli che ottenevano dal publico il cavallo
«) Tit. Liv., ili). XXXV, 2 e 23.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO
e il SUO mantenimento, ed erano i soli che -una
volta (licevansi cavalieri, equites; l'altro di coloro che
non 1' ottenevano. Costoro potevano allora servire
tra i pedoni, pedites. Riguardavasi molto a' costumi
per concedersi il cavallo, e però spettavano la deci-
sione al censore. Dopo , tal facoltà si arrogarono i
principi..
Finita la coscrizione , i tribuni congregavano i
militi delle rispettive legioni e lor facevano prestare
giuramento. Ignorasi però se giurassero uno per uno,
se insieme. Consisteva la formula nel giurare :
sarebbero per seguire i consoli a qualunque guerra
fossero essi per chiamarli, non mai tentar cosa
contraria al popolo, non disertar mai le bandiere,
raccogliersi al cenno de' consoli, né partir mai senza
l'ordine loro.
Ej-anvi poi gli evocati, che formavano spesso la
forza degli eserciti, quasi assunti dietro preghiera o
domanda, ed erano' per lo più veterani, esperti e
prudenti della milizia, che comunque avessero assolti
i loro servizj, li riassumevano tuttavia in grazia de*
consoli de' capitani. Gli evocati venivano dispensati
da certe opere faticose , come del vallo e degli ac-
campamenti e tenuti in maggior onore, spesso con-
siderati quasi centurioni.
I conqnisitori erano coloro che si mandavano nelle
campagne ad ingaggiare la gioventìi per la milizia
od a scoprire i refrattaij che vi si tenevan nascosti
ed a persuaderli di costituirsi.
IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC.
Toccalo fin qui della cernila, veggiamo delTordiiie
della milizia.
Vario era esso sia ne' miMti che ne duci : Giusto
Lipsie lo considera e dislingue, rispetto ai primi, in
generi e in parli.
Generi dei pedoni erano i Velili, gli Aslali, i Prin-
cipi e i Triarj. Velili coloro che per poca eia e ric-
chezza venivano assegnati a queslo infimo genere,
e quasi inermi venivano esposti di fronte al nemico;
astali perchè dapprima combaitevano colle a*ie, dopo
poi, serbando sempre lo slesso nome, combattevano
coi pili, specie di già velloili, e coi gladii; principi,
perché neljo schierarsi dell'esercito venivano nel
terzo ordine. Parrebbe tuttavia dal loro nome doves-
sero trovarsi invece nella prima.
Parli della fanteria erano poi queste, nelle quali
i generi si dividevano dai tribuni e dai centurioni
i militi pedoni, eccettuali i velili: la Centuria, che
si componeva di sessanta militi ed era assegnala ad
un centurione; il Manipolo, che si costituiva di due
centurie-, la coorte, composta di tre manipoli ed aveva
astati , prin<;ipi o iriarii , ed anche per consueto i
velili. Scipione Africano isliiuì anche la Coorte Pre-
tòria , nella quale s'ascrivevano i volonlarii e gli
amici e che mal si dipartiva dal Prelora, ad imita-
zione della Coorte Rogia presso i Macedoni ; final-
monte la Legione, perchè comprendeva tutti gli altri
ordnii Uumolu l'isiiiui di tremila uomini; cacciati i
CAPITOLO DICIANNOVESLIIU 17
Re, crebbe a quaitromila; a cinquemila montò nella
guerra conlro Annibale ed a seimila la portò Sci-
pione quando passò in Africa.
Essendo molle le legioni, — perchè se prima sotto i
consoli furono quattro , nella seconda guerra Punica
ascesero a venticinque, nella guerra civile fra Cesare
e Pompeo se ne contarono qnaranla e nell'assedio di
Modena cinquanta —ebbero diversa denominazione:
il più spesso si distinsero col numero progressivo
come prima , secunda , tertia ; talvolta col nome del
fondatore, come Augusta, Claudiana; alcune dal nome
degli Dei, di Marte, di Minerva, di Apollo; altre dalle
Provincie trionfale, come Italica, Gallica, Cirenaica;
l'd altre finalmente da qualche onorifica qualità , co-
me la Vittrice,"la Fulminante, la Valente, la Ferrea,
la Pudica, la Fedele 1).
Gli ordini della cavalleria, erano le torme e le de-
curie. Dividevansi in dieci corpi. Ogni legione aveva
dieci torme iricenarie, ossia tremila cavalieri. Le ale,
erano coii chiamate a motivo della loro posizione nella
battaglia; onde dicevasi ala destra ed ala sini;w\.,
componevansi di soci e di confederati ; le torme o
compai^nie suddividevansi in tre decurie o brigate di
dieci uomini.
Tito Livio ne fa sapere, come nel principio della
seconda guerra Punica, i Romani, veduta l'inferioritÃ
6) Rosini, AnliqiiiL Roman. Lib X, (ii-i i
IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC.
della loro cavallerìa rirapetlo a quella de' Cartagi-
nesi, usassero dei veliti come arcieri e frombolieri
per appiccar zuffa avanti le linee e spazzar la via
all'esercito 1).
Questa era, per usare del linguaggio militare , la
bassa forza : essa per altro si completava coi suona-
tori di militari strumenti , con operai armajuoli e
costruuori di macchine guerresche, tormenta bel-
lica et impedimenta, e conduttori di bagagli, pel tras-
porto de' quali non si faceva uso, come di presente,
di carriaggi, ma di bestie da soma, perchè di ìninor
impaccio B di servizio più pronto.
Ora dei duci.
Questi pure erano di due generi: proprii , quelli
che erano preposti ad una o ad qualche parte dell'e-
sercito, come i centurioni, e i tribuni-, comuni, co-
loro che erano preposti a tutti, come i legati e il
comandante in capo, imperator.
I centurioni venivan, d'ordine o consenso dei con-
soli , eletti dai tribuni fra quelli della loro classe :
sovente però si toglievano anche da classi superiori,
ma per segnalati meriti, massime per militari, di-
sunii. L'elezione dei centurioni era duplice. Nella
prima se ne eleggevano trenta, ed altrettanti nella
seconia. Il primo eletto denominavasi Primopilo ed
era nel suo diritto di intervenire nei consigli mili-
1) Lib. VII, cap. 4.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO 19
tari, in un coi tribuni e coi legati. Talvolta accadde,
più per qualche occasione e volontà del duce , che
per diritto o costume , che tutti i centurioni venis-
sero ammessi nel consiglio. Insegna poi dei centurioni
era un basion di viio, di cui si valevano a punizione
de' soldati.
I centurioni già eletti si eleggono pure alla loro
volta gii uffiziali , uragi, o più veramente chiamati
optiones. Quando venivano creati dai tribuni, dicevansi
accensi ; ma quando la loro nomina fu devoluta ai
centurioni, ebbero quel nome di optiones ed anche di
.sotlocenturioni, succenturiones. Tergoduclores erano que'
soli' ufQziali che compivano le funzioni che or sa-
rebbero de' sargenti -, decani quelli che or si direb-
bero caporali.
In mezzo a' centurioni si trasceglievano due, pre-
stanti per vigoria d' animo e di corpo , per essere
signiferi, o portatori del vessillo; perocché quantun-
que un solo fosse il vessillo , due tuttavia erano i
vessillarii o signiferi, acciò l'uno succedesse all'altro
in caso di fatica, essendo i vessilli pesanti , od an-
che all'evenienza di malattia.
II Primopilo, primopilus ed anche primipilus, era il
capo di tulli i centurioni, come il prefetto e principe
delle legioni. Egli aveva autorità anche sul collega
suo Primopilo sinistro e la tutela dell'aquila, che
era lo stendardo principale delia legione l), .anlo
i) Plin. .Vfl^ flist, lib. .K 5.
20 IL QCARTIERE DE' SOLDATI, ECC.
COSÌ che si dicesse aquila come sinoniaio di primo-
p^'alo.
Come i cenlurioni eran preposti ai manipoli, cosi
1 tribuni della milizia erano a tulia la legione che
ne aveva sei. Li isliluì Romolo, li mantennero i Re
ed i Consoli; ma il popolo se ne avocò il diritto e
il suffragio, poi esclusa ancora la facoltà nel popok^
e questi volendola rivendicare , restò convenuto che
parte ne avesse il popolo e un numero eguale i
consoli ; i primi delti anche comiliatì, avuti in maggior
onore; gli altri detti Fiulili o Eufuli. I tribuni erano
l'ziandio di due sorla, cavalieri e plebei. Spellava ai tri-
buni render giustizia e conoscere delle cause capila^',
dare il segnale alle guardie e sentinelle , curare le
vigile, vigilare le munizioni, provvedere agli esercizi
lutti. Portavano l'anello d'oro, gli altri militi non
potendolo portar che di ferro.
La cavalleria dividendosi in dieci lumie, si piglia-
vano Ire cavalieri per ciascuna lurma, e cosi si ave-
vano trenta duci. Erano insomma tante lumie nella
cavalleria quante erano nella fanteria le coorii; lanle
le decurio quanti i manipoli: e per conseguenza al-
ircltanli i duci; con questo solo divario che nella
lurma ve ne era un solo , mentre nel manipolo ve
u'urano due. Nella lurma erano tre le decurie e l'uf-
fiziale che comandava la decuria appellavasi decu-
rione. Ciascuna lurma aveva un solo vessillo. Spel-
lava ai duci delle turrae la nomina degli iiragi od
optionen ; come nella fanteria.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO ft
I soci confederali, in luogo dei tribuni, che solo
spettavano ai militi cittadini, avevano i prefetti e ve-
nivano costituiti dai consoli, pari nel resto nei diritti e
nella podestà ai tribuni. I Legati erano applicati agli
imperatori o comandanti in capo, non tanto per co-
mandare , quanto per giovar di consiglio, ed era il
Senato che li destinava come pratici della milizia
presso del capo. Era grande dignità codesta, perocché
col potere dell' imperatore avesse altresì diritto alla
venerazione dovuta ai sacerdoti. Cicerone li chiamava
numi di pace e di guerra, curatori, interpreti, autori
di bellici consigli, ministri del provinciale interesse.
Il loro potere per altro era subordinato a quello
del comandante. Incerto era il numero loro, talvolta
destinalo uno per legione , sempre come sembrava
conveniente al Senato. Quelli ch'eran preposti a tutto
l'esercito, dicevansi consolari: preterii quelli assegnati
alle legioni.
II supremo comandante era poi, come dissi, l'Im-
peratore, imperator, a cui obbedivano cittadini e con-
federati, cavalieri e fanti. Insegna della carica erano
i littori coi fasci: aveva il paludamento, la clamide,
e ì suoi cavalli portavano fregi militari , bardature
ricche d' oro e slragulo scarlatto.
Veniamo ora a trattare delle armi, le quali si di*
cevano tela se erano per offesa, arma se per difesa.
È a questo punto che mi richiama la speciale at-
tenzione il Museo Nazionale di Napoli , dove colle
Le Rovine di Fompti, Voi. III. S
22 IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC.
armi e cogli aitrezzi militari o guerreschi di varii
altri musei privali, o rinvenuti altrove, si accolsero
quelli che si trovarono negli scavi d'Ercolano e di
Pompei. Nel dire di questa parte interessanlissima
del napoletano Museo, mi varrò dell'accurato Cata-
logo , che come degli altri oggetti lutti riguardanti
altre classi; cosi di questa diligentissimamente delle
armi, compilò l'illustre Commendatore Fiorelli , dei
quale non è parola che basti a dir quanto delle pre-
ziosità pompejane ed ercolanesi sia benemerito, e che
fu da lui pubblicato in Napoli nell'anno 1869 nella
Tipografia Italiana del Liceo Vittorio Emanuele.
Giovi premettere un cenno storico intorno all' or-
dinamento di tale Raccolta , quale il Fiorelli fé' pre-
cedere al suo Catalogo,
Innanzi che si ponesse mano ad un più ragione-
vole ordinamento del Museo , le armi antiche che si
possedevano erano confuse agli utensili domestici di
bronzo: il galerus, Vocrea, la fibula, i pugiones, e le
parmce, oggetti d'abbigliamento o stromenti militari,
trovavansi in buona compagnia coi cacabi, e i lebetes,
gli ahena, i clibani e gli infundibula. Argomenti il
lettore qual relazione vi avessero, oltre l'avere co-
mune il metallo ond' erano formati, cioè il bronzo.
Ora le Armi Antiche hanno una distinta colloca-
zione, divisa la raccolta in tre classi.
La prima è delle armi greche, le quali prevenule
da sepolcri di remota antichità ^ e per lo più ricchi
CAlMIOUi DICIANNOVESIMO 23
di vasi dipinti, appartengono ai Greci dell'Italia Me-
ridionale anteriori al dominio di Roma , trovate nei
luoghi di Hiivo, di Pesto, di Locri, di Egnazia e Ca-
nosa; ma siccome esse punto non riguardano Pom-
pei ed Ercolano e neppure quell' epoca che 1' opera
mia prese a dichiarare, affin di non uscire dal campo
nostro, non ne terrò parola.
La seconda classe è delle armi romane ed italiche,
rinvenute nelle tombe della Campania e nei campi
del Sanniò e segnatamente alle pendici del monte
Saraceno presso l'antica lìovianum velus, oggi deno-
minala Pietrabbondante ; e fra queste pur talune ven-
nero offerte dagli scavi di Ercolano e Pompei.
Queste QalecB, od elmi, che per essere tutti di
bronzo, a stretto rigore dovrebbero dirsi casses, pe-
rocché dapprima la voce galea venisse adoperata a
designare un elmo di pelle o cuojo, pel contrapposto
di cassis che indicava un elmo di metallo, apparten.-
gono a PompeL L'una (n. 37 del Catalogo speciale
e 3474 del generale ) ha breve projedura o visiera
nella parte posteriore , ove è un foro per attaccarvi
la crista, con altro sulla sommità per contenere il
piede del cimiero (npex) , che addila avere già per
avventura spellato a centurione, cui, per autorità di
Polibio e di Vegezio, fregiava l'elmo un cimiero, che
mancava in quello di semplice soldato. Nei lati di
questa galea due cerniere sostenevano le paragnatldi
{bucculo!) ora mancanti. La seconda (n. 59 — 5000)
24 IL QUARTIEUE DE' SOLDATI, ECC.
appare alterata ed ha avanzi di cerchio di ferro ,
adattatovi all' intorno, perchè evidentemente adope-
rata come utensile di cucina. Egualmente si conosce
essere stata mutata in trulla la terza galea (n. 62
— 3475), per raggiunta di un manico di ferro.
Due aalece di bronzo (nn. 60, 61 — 2842, 2880) con
frontale e bucculce, aventi sui vertice una piccola fa-
lera bucata per immettervi Vapex e dietro un uncino
per fermare la cristo con le falde posteriori aggiunte
e tenute da chiodi, vennero invece raccolte negli
scavi d'Ercolano.
Una cuspide di bronzo (n. 80 — 3459); due gladi!
di ferro (81 , 82 — 3459 , 9618) due lame di gladio
in bronzo (n. 83 , 84 - 3461 , 3462; furono pur di
Pompei; così due teste d'aquila in bronzo , impugna-
ture di gladio (85 , 86 - 3458 , 12883) ; un fram-
mento di lorica sqmmea (93 — 3456) consistente in
novantuno pezzetti di osso in forma di squamme, cia-
scuno con due buchi, ne' quali passava un filo che
li univa ira loro sopra un torace di lino.
La terza classe è delle armi gladiatorie di Pompei
e d'Ercolano, credute da molti armi di guerra e per
la singolarità delle loro forme cagione di gravissimi
errori sulla natura dell'armamento dei legionarii ro-
mani, ai quali però queste armi erano affatto estra-
nee, perchè solo destinale ai ludi ed alle pompe del-
l'Anfiteatro.
Io per altre ho credulo di riserbarne il cenno ni
CAPITOLO DICIANNOVESIMO 28
questo capìtolo , per non iscindere in diverse parti
l'argomenlo delle armi.
Dodici sono le galece , di cui una sola di ferro, le
altre tutte di bronzo che si trassero dagli scavi di
Pompei (nn. 268, 269, 271, 274, 275, 276, 277, 278,
279 , 280 , 282 , 284). Sono degne di considerazione
speciale : quella al n. 275 adorna di figure in rilievo
rappresentanti cinque muse sulla parte anteriore,
il dio Pane nel dinanzi della crista , con trofeo di
cimbali, tirsi, tibie, e di una lira graffili, e due amo-
rini nella visiera, quelle ai nn. 276 e 278 avarii bassi
rilievi e quella al n. 282 che ha sulla fronte in ri-
lievo la figura di Roma galeata , che calcando una
prora di nave regge nella sinistra il gladio chiuso
nella vagina, con due figure virili avanti di so pro-
sternate e altri gruppi ai lati.
Cinque sono le galea di Ercolano, delle quali una
di ferro, le altre in bronzo (270, 272,273, 281, 283).
La prima è adorna di bassi rilievi che ritraggono
sulla fronte un simulacro di Priapo avvolto in ampia
clamide, avente ai lati due guerrieri , con altri fregi
minori nelle restanti parti. Quella al n. 283 è vera-
mente insigne, essendo interamente ornata di figure
a rilievo esprimenti gli ultimi fatti della guerra di
Troja.
Una parma o scudo circolare di bronzo ( n. 288 )
trovata in Pompei ha nel mezzo di argento ed in ri-
lievo il Gorgonio circondato da ghirlanda di olivo, e
IL QUAUTIEUE DE' SOLDATI, ECC.
COSÌ un mezzo scudo (n. 287) o galems, con figure
marine.
È di Ercolano un mezzo scudo eguale (ii. 286) ,
ma di bronzo e allo alla difesa della testa, venendo
per lo più applicato all'omero nelle lolle dei gladia-
tori Reziarii.
Tredici ocrece di bronzo (290, 291, 295, 294, 295,
296, 297, 298, 299, 500, 301, 302, 305, 504j son di
Pompei , la più parie figurate e le ullime due , si-
mili affano Ira loro, semr dovevano certo ad un solo
combattente.
Priva di ornaìiìenli è la sola ocrea di bronzo rin-
venuta in Ercolano.
-Sei cuspidi di bronzo per lancia offriron pure gli
scavi porapejani (305, 507, 308, 309, 510, 511) e una
tricuspide (n. 506)^ che armava forse l'estremila del-
l'asta di un Bestiario.
I medesimi scavi diedero ire pugnali di ferro, pu-
giones (512 — 4) con manici d'osso ; due frammenti
di cingolo di bronzo (515) in cui alternatamente sta-
vano in rilievo borchie con protomi bacchiche e di
altre divinità , con calici di fiori aperti, frammezzati
di rami d'edera scolpili a puntini ; con balteo di cuojo
(316) a borchie di bronzo, e sei dischi dello stesso
metallo con prolomi in rilievo; e flnalmenle due corni
(321 — 2) trombe di bronzo che si suonavano dal
cornicen , di che verrò più sotto, quando sarà il di-
scorso degli islrumenli musicali della milizia a
parlare.
CAPITOLO UICIANNOVESIMO
Tre fibule d'argento (317 — 9) servienti a baltei di
cuoio provengono da Ercolano.
È indubitabile che gli scavi che si verranno ad
operare nel Pagus Augustus Felix trarranno in luce
molle e molte altre armi ; perocché quello fosse il
luogo ove dimorava la colonia militare statavi per
ben due Volte dedotta da Roma.
Enumerate le armi di Pompei ed Ercolano, che si
hanno nei Museo napoletano, vengo adesso ad asse-
gnare quello che si aveva ciascun milite facente
pane dell'esercito romano.
Ho già detto che i veliti erano quasi inerrai ; la
loro armatura infatti era assai leggiera: un cimiero,
galea o galeus, di pelle o lana per coprire il capo;
una spada, gladim; un'asta, hasta ; una specie di
scudo, parma, di legno ricoperto di cuoio e la from-
bola e con essa avanti l' armata facevano in guerra
le prime provocazioni contro l'inimico.
Gli astati avevano un cimiero, galea cerea, di ferro
senza visiera , onde Cesare nella pugna farsalica
avendo di contro i bellimbusti di Roma che parteggia-
vano per Pompeo, potè consigliare i suoi colle parole :
Faciem ferile, mirate alla faccia, sicuro che per non
essere sfregiati al volto avrebbero volle le spalle. Snl-
l'elmo portavano creste e penne; avevano un gladio,
uno scudo, scxkinm, il più spesso ovale, qualche volta
flirto come un canale od embrice-, onde dicevasi im-
hrkalum, largo due piedi e mezzo della superficie, e
IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC.
quattro di larghezza, costruito di più legni leggieri,
come il fico e il salice» ricoperti di pelli coi mar-
gini di. ferro; vestivano la corazza, lorica, di cuojo
di ferro e armavansi di una specie di giavellotto,
pilum , di ferro e pesante, il quale, diretto con arte,
trapassava il nemico scudo ed anche i suoi loricati
cavalieri; e finalmente avevano la gambiera, ocrea, di
ferro , che , secondo Vegezio nel suo trattalo De Re
Militari, i veliti frombolatori, funditores , portavano
alla gamba sinistra , e i legionarii alla destra , dan-
done la ragione in ciò che nella pugna, i primi do-
vessero atteggiarsi ponendo il sinistro piede avanti,
mentre i militi avanzassero invece il destro.
I veliti frombolatori armavano le lore frombe di
ghiande missili (glandes), o grosse palle di piombo,
in luogo di pietre, delle quali più spesso servivansi.
Esse portavano incise lettere allusive, come Fir, per
KIRMITER , quasi a dire scaglia forte , o Feri Roma ,
cioè colpisci Roma, e il Catalogo delle Armi Antiche
succitato , ricorda le ghiande missili dell' assedio di
Ascoli (a. u. e. 664;, 665) e quelle della Guerra Ci-
vile (a. u e 705) colle diverse leggende, tra cui
nell'ultime Feri Pomp. e Feri Mag. cioè, colpisci Pom-
peo, colpisci il Magno, cioè il medesimo Pompeo, pe-
rocché appunto dovesse questo gran capitano nel 705
occupare il Piceno per opporsi alle armi di Cesare.
Il Museo Nazionale possiede 39 di queste ghiande
dell'Assedio d'Ascoli, e 9 della Guerra Civile.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO 39
Le armi dei Principi e dei Triarii eraDO simili a
quelle degli Astati; solo i Triarii, a vece dei pili, o
giavellotti, portavano le aste, di che valevansi prin-
cipalmente formandone selve dirette contro le cariche
della cavalleria nemica, come si farebbero oggidi al
medesimo intento i quadrati alla bajonetta.
Di talune di tali armi fornirono esempi gli scavi
pompeiani, come più sopra si è detto.
I soldati di cavalleria dapprima non portavano
lorica, affin d'essere più spediti, ma una semplice
vesta, ed anzi per questa speditezza maggiore, s' ac-
costumavano i cavalli stessi a piegar le gambe e
prostrarsi. Pare che non avessero sella, ma qualcosa
che le somigliasse onde seder più sofice. Avevan
asta più gracile, scudo o parma di cuoio-, e quando
poi imitarono l' armatura greca , ebbero gladio ed
asta più grande e cuspidata, ossia appuntata, scudo,
e nella faretra tre o più giavellotti, con cuspide larga,
cimiero o lorica.
Ogni legione aveva i suoi maestri delle armi per
animaeslrare i soldati. Primo esercizio era il cam-
minare celere, eguale e giusto; quindi era la Pa-
laria, per la quale combattendo contro un palo con-
fitto in terra con armi pesanti , si addestravano a
maneggiar le vere con agilità ; altri eran: la lotta, il
nuoto, il salto, il cavalcare, la marcia che spinge-
vano fino a ventiquattro miglia in sei ore, e il porlo
dei fardelli. Avevan questi fin sessanta libbre di peso,
31) IL QL'AnTlEllE Uli" SOLDATI, ECC.
senza tener conto delle acmi, considerate queste come
membra del soldato, secondo s'esprime Cicerone: Nostri
exercitus primiim, unde nomem habeant, vìdes; deìnde
qui lahor , el quanlus agminis ferve plus dimidiati
mensis cibaria : ferve si quis ad nswn velini ; ferve
valium, nani scutuni, gladium, galeam nostri milites in
onere non plus nnmerant, quam humerus, lacertus, manus.
Arma enim membra esse mililis dicunt, quce quidem
ita geruniur aple , ut si usus foret , abiedis oneribus,
expeditis armis , ut membris pugnare possint 1). In
tasche di cuojo, portavano frumento bastevole per
venti giorni e Tito Livio dice fino per trenta 2) , a
cui dopo sostituirono il biscotto , che dicevan bucci-
latum 3).
I Romani non ebbero cavalleria leggiera, ma dopo
1) Se. II. 16. — • Osserva (i.ipprima qua! regime ab-
biano gli eserciti noslri , quindi qual fatica e quanta ci-
baria jiorlino in campo per mezzo mese ed attrezzi d'uso;
perocché il portar il palo, lo scudo, il gladio, e 1' elmo i
nostri soldati non conlino nel peso, più che gli omeri,
le mani e le altre membra, afferman essi le armi essere le
membra del soldato, le quali cosi agevolmente portano,
che dove ne fosse il bisogno, gittate il restante peso, po-
trebbero coll'anni,come colle membra proprie combattere. •
2) E}). 57.
3) Nelle nostre provincie, massime nella Bresciana, esiste
un pane dolcialo che si chiama bussola, dal bucellatum
romano, ma il bucellatum, come esprime il nome, era nel
mezzo bucalo, onde portarlo all' uopo sospeso o inlìlzato,
viaggiando, sull'asUi.
CAPITOLO OlCIA^NiNOVK.SUld
aver palilo a causa della cavalleria leggiera numi-
dica, di essa se ne valsero di pni. Quosli feroci sol
dali pugnavano nudi ed inermi, all' infuori d'una
mazza , che maneggiavano con grandissima arte.
Erano poi quesli barbari di una maravigliosa destrezza
nel saltare da un cavallo all'altro. Sul qual propo-
sito rammenterà il lettore come Omero nelT Iliade
iiccennasse alla somma destrezza de' suoi eroi perfìn
su quattro cavalli. Teutobocco re dei Teutoni era so-
lito saltar alternativamente su quattro ed anco su di
sei cavalli.
Dovendo or dire degli accampamenti, o campi for-
tiQcati , castra , comincerò per segnalarne la disposi-
zione, notevole per l'ordine e per l'arte. Essi, se per-
manenti , chiamavansi castra stativa e il campo si
faceva in forma quadrata circondato da fossato, fossa,
e da un parapetto, agger, costituente insieme ciò che
veniva detto va//t<m, con palizzate chiamate $((d<'5, come
al verso di Virgilio:
Quadrifldasque sudcs, et acuto robore vallos 1).
Si formavano all' accampamento quattro porte :
prceloria, era la porta che fronteggiava il nemico; de-
cumana, quella della parte opposta e per la quale si
conducevan i soldati colti in delitto per essere pu-
niti: le alire, dei lati, dicevansi princìpaìes coli' ag-
Eii asic scissi' in quattro parli, e pali
Acuminati. Georiihui II, v.
32 IL QUAUTIERE DE" SOLDATI , ECC.
giuntivo di desira , o sinistra. Il campo si divideva
poi in due parti : la superiore conteneva il quartiere
del generale, prcBtorium, presso alla porla per ciò
appellata proetoria , alla cui destra il luogo del que-
store, quceslorium, e alla sinistra i luogotenenti ge-
nerali. Nella parte inferiore erano , nel mezzo la
cavalleria , e dai lati di essa i Triarii , i Principi ,
gli Alabardieri e gli alleati. ^
L' interno era diviso in sette viali, il più largo dei
quali correndo in dritta linea ira le due porte late-
rali e subito di fronte alla tenda del generale , era
largo metri 3,04 e chiamavasi via principalis. Più
innanzi , ma parallela , vi era un' altra strada detta
via quintana , larga metri 5,52 e divideva 1' intera
parte superiore del campo in due eguali scomparti-
menti, e questi erano pure suddivisi in cinque altre
strade della stessa larghezza.
Fra i Tribuni e Prefetti e dirimpetto alle due
porte laterali eravi la parte più sacra degli accam-
pamenti e dicevasi Principia , de' quali già toccai in
addietro. Ivi erano le statue e le principali insegne,
vi si ergevano gli altari e si celebravano i sacrificj,
a un di presso come nel Medio Evo si immaginò
nelle città italiane il Carroccio. Nei Principii si lene-
vano i consigli dei duci, si amministrava dai tribuni
militari la giustizia: tribunosjura reddere in principia
sinebant, come lasciò scritto Tito Livio 1).
1) ins(. Rom. Lib. XXVil.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO 35
Nota Giuslo Lipsio che nel campo si inalberavano
le banderuole, dalle quali ognuno conosceva il pro-
prio posto.
La milizia aveva poi speciali insegne nel campo,
come avverte Lucano in quel verso della Farsaglia :
mfestisque obvia signis
Signa pares aquitas et pila minanlia pilis I).
Più sopra ho ricordato che la legione aveva l'aquila
per insegna, ed era essa d'oro o d'argento, inalberata su
di un'asta e si figgeva In terra, e quei che la portava di-
cevasi aquilifer. Il manipolo aveva la sua insegna: fu
dapprima in un piccol fascio di fieno, posto sulla som-
mità d'un pertica, donde venne il nome di manipolo,
come nota Ovidio nel Lib. IH. de' Fasti:
Illaque de foeno : sed erat reverenlia foeno
Quantum nmic aquilas cernis habere tiias.
Pertica suspensos porlabat longa maniplot
linde Maniplaris nomina miles habet 2).
Più avanti fu sostituito il fascio di fieno da un'asta,
con un traverso di legno alla sommità e su di esso
I) Movendo aquile, insegne, aste latine
Contro latine insegne, aquile ed aste.
Lib. I. v. 7- Trad. del conte Frane. Cassi.
3) Eran di fìeno : ma quel fieno istesso
Da ciascun riscotea tanto rispello ,
Quanto l'aquila tua ne esige adesso.
Si slava in cima a lungo palo eretto
Un manipol di tlcno, onde di fanti
Certo drappel manipolar fu detto.
Trad. di G. B. Bianchi.
34 IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC.
una mano. Vi si misero anche imagini di numi, poi
di imperatori, e r adulazione vi fé' collocare anche
r imagine di Sejano al tempo di Tiberio. I porta-
tori di queste insegne furono chiamati imagìferi.
Ogni Centuria aveva la sua bandiera distinta , su
cui ponevansi iscrizioni, o ricamavansi le figure del-
l'Aquila, del Minotauro, del cavallo o del cignale 1).
La cavalleria, alla sua volta, aveva in ogni turma
un vessillo consistente in una picca con un traverso
nella sommità , al quale s'accomandava un drappo su
cui era tessuto a lettere d'oro il nome del generale 2).
Ogni parte del campo aveva a difesa una turma
con tre manipoli, o una coorte con veliti , come si
evince da Giulio Cesare: De Bello Civili 3). Al quartiere
de' cavalieri v'erano i triarii, e Sallustio ci fa sapere
che alla guardia del Console fosse un manipolo 4) ed
una turma d'alleati slraordinarii; a quella de' legati
fossero quattro astati ed altrettanti principi ; a quella
del questore tre.
Le guardie diurne di sentinella dicevansi excubioe,
quelle di notte vigilice. Tessera appellavasi la parola
d'ordine, perchè consegnavasi alla sentinella una ta-
voletta di contrassegno in cui era scritto il manipolo
i\ Tacito Ann. XV. 29.
2) Svetonio, In Vespasianum, 6.
3) Lib. I. 43.
4) De Dello Jugurt. LXV.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO SS
al quale ciascuna guardia apparteneva e la veglia che
gli toccava, come leggesi in Stazio :
Dal tessera signum
Excubiis positos vices 1).
Venivano le sentinelle eslraite a sorte dai tergo-
dullori e >i conducevano avanti il tribuno di guar-
dia: distribuite poi a' rispettivi posti di guardia , vi
venivano rilevale a siion di corno 2). Un soldato,
chiamalo tesserarlo, riceveva dai tribuni la tessera al
tramonlar del giorno, e nella quale era scritto il
motto, ed egli alla sua volta la consegnava, in pre-
senza di testimoni, al suo manipolo od alla turma.
Marco Porcio Catone, sulla fede di Pesto, insegna
che Procubitores si chiamassero poi que' soldati ar-
mati alla leggiera , che facevano di notte la scolta
dinanzi agli alloggiamenti , quando questi erano vi-
cini a quelli dei nemici.
Anche allora v'erano isiromenli militari , de' quali
valevasi in diverse occasioni la milizia: la buccina,
corno di caccia proprio dapprima de' pastori, era
stata poscia adottala negli eserciti-, onde Properzio
così notò tal passaggio:
Nunc intra muros pastoris bticcma tenti
Cantal 3)
1) «La tessera dà il segno
Ove di guardia scritte son le veci- • Lib. X.
2) Just. Lips- De Milìt. Rom. v. 9.
3) Lib. IV. II. 79 :
Or del lardo pastore entro le mura
La baccina risuona.
36 IL QUARTIERE DE" SOLDATI, ECC.
e Virgilio, naW Eneide, ne disse l'uso guerresco:
Bello clat signum rauca cruentum
Buccina i).
Il suon della buccina muoveva le insegne-, la tuba,
pili piccola e simile alla nostra trombetta dava il
segno dell'attacco e della ritirata: quella era a piìi
giri, questa invece retta, giusta quanto avverte
Ovidio :
Non tuba directi, non ceris cornua flexi 2).
Il lìluus era una trombetta più piccola, più dolce
e curva , il cornu era di bufalo , legato in oro, con
suono acuto e distinto: così accenna Seneca n&WE-
dipo ad entrambi questi istrumenti:
Sonuit reflexo classicum cornu,
Liluusque aduncos, stridulo canius
Elisie lere 3).
Poco in uso era il tamburo , impanum^ di cui si
servivano i Parti nel dar il segno della battaglia e
se ne valevano i Romani a imitazione di essi , tal-
volta per distìnguere in guerra i segni delle nuove
1) Lib. XI. 475:
E già la roca
Tromba ne va per la città squillando .
De la battaglia il sanguinoso accento.
Tr. AnnibaI Caro.
2) Non la tuba diretta e non il corno
Di ricurvo metal.
3) V. 734 :
Con il corno ricurvo
Il richiamo squillò e il lituo adunco
Colla stridula voce i suoni emise.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO 87
evoluzioni , come più sensibili , giusia il verso di
Stazio;
Tum plurima buxus,
/Eraque taurinos sonilu vincentia pulsus i).
Questo tamburo pare fosse formato da una cal-
da ja di rame, lebes , sulla cui periferia era tesa una
pelle come sono i timballi delle nostre odierne or-
chestre ; nondimeno i Parli ebbero anche il lungo
tamburo, come si rileva da Plutarco (In Crasso 23)-,
ma allora sembra si chiamasse con greco nome sym-
phonia.
Tvbìcen veniva detto il suonator della tromba;
liticen quello del lituo; cornicen quello del corno, e
tympanolriba quello del tamburo.
Detto della formazione della milizia e dei loro capi,
tocchiamo brevemente degli stipendj. — Da prima
è ceno che nessuno stipendio si accordasse ai sol-
dati, come che fosse tenuto obbligo naturale di li-
bero cittadino di portar V arme a difesa della pa-
tria; poi lo si ammise e fu di triplice natura; in
denaro, in frumento e in vestiario. In denaro si die-
dero prima due oboli al giorno; ma Cesare, per te-
nersi il soldato affezionalo, né duplicò il soldo; altri
1) Thcbnxd. 2. 78;
S' uilìan per lutto rimbonubare i vuoti
Bossi e di bronzo i timpani sonanti.
Trad. di Selvaggio Porpora,
ps(Ud- del Cardinal Guido Benlivoglio.
Lt Rovine di Fompti. Voi. Ili. 3
38 IL QlIAKTICnE Df SOLDATI , ECC.
imperatori, pe' medesimi interessi, l'accrebbero. Ho
già dello come poi al fiumenlo si sosiituisseil biscotlo.
Dopo ciò segiiianio la milizia all'azione.
Siccome lanlo in Grecia che in Roma non vi aveva
per avventura allo della vila pubblica nel quale non
si invocasse auspice la divinità , tanto che in Roma
non seguisse adunanza pubblica se prima gli auguri
non avessero assicuralo propizii i numi, e l'assem-
blea non avesse ripetuta la preghiera pronunziala
dall'augure, ed anzi il luogo di riunione pel Senato
fosse un tempio e fossero multale di nullità le de-
cisioni deliberate in luogo non sacro. Così non sa-
rebbesi potuto muovere la milizia alla guerra senza
l'intervento "deìla religione.
A lale elTeilo trovasi ricordalo in Dionigi d'Alicar-
nasso 1) e nello Scoliaste di Virgilio 2) come nelle
città italiche fossero istituiti collegi di P\'ciali, i quali
presiedevano a tutte le cerimonie sacre cui davano
luogo le relazioni internazionali. Gli speciali ufflci
di questi sacerdoti ho già raccontalo ne' capitoli
della storia 3) e detto come ad essi incombesse pro-
nunciar la formula sacramentale della guerra. Un
lai rito egli compiva colla testa velala, e una corona
sulla lesta. Quindi il Console in abito sacerdotale
i) Dion. d'Alicarn. H, 7.3.
2) Servio, X, 14.
3) Voi. I, cap, HI.
CAl'ilul.O OICIANNOVKSIMO 39
apriva solennemente il tempio di Giano e faceva il
sacrifìcio a propiziare il Dio. Le viscere della vit-
tima immolata venivano dall'aruspice esaminate, e se
favorevoli riuscivano i segni, il console riconoscendo
che gli Dei permettevan la pugna , dava gli ordini
della stessa.
E ciò che il Console faceva allo intimarsi della
guerra, ripeteva il sommo duce, sagrifìcando cioè e
pronunciando solenni preghiere, e così ad ogni cam-
pale battaglia facevasi precedere la consultazione
delle vincere degli animali sagriQcali.
Era insomma né più né meno di quello che si fa-
ceva nella più remola antichità anche in Grecia, ciò
che prova la comune origine delle due nazioni.
Restò famoso quanto intervenne alla battaglia di Pla-
tea. Gli Spartani erano già ordinali in battaglia ;
ognuno trovavasi al suo posto e la corona in testa
udivano i suoni dei tibicini che accompagnavano gli
inni religiosi. Dietro le file il re attenileva al sacri-
ficio , ma le viscere delle vittime non presentavano
i favorevoli auspici; epperò rinnovavasi il sacrificio.
Più vittime vennero immolate; ma intanto la caval-
leria persiana avanza, scaglia i suoi dardi e fa ca-
dere gran numero di Lacedemoni. Ma questi riman-
gono immobili, lo scudo al piede, sotto la grandine
nemica in aspettazione del segnale degli Dei. Questo
finalmL'iile è manifestalo e allora i militi spartani
imbracciano gli scudi, danno mano alla spada, gii-
40 IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC.
tansi animosi suH' inimico, lo combattono fieramente,
lo sbaragliano e riportano la piìi gloriosa vittoria.
Escbilo , nei Sette a Tebe , cosi fa pregare , prima
delia battaglia gli Dei:
voi possenti', o prodi
Voi divi e dee beate ,
Di questo suol custodi,
Della città non date
Preda a nimico di sermon diverso
Esaudite di vergini
Il prego a voi con tesa man converso.'
Deb la città secura*.
Amici Dei, ne renda
li favor vostro, e cura
Pur del sacro vi prenda
Popolar culto; e rimembrate, o numi,
L' are , cbe a voi di vittime
Arder Tebe fé' sempre, e di profumi ì).
Anche in Euripide , nei Fenicii , è detta consimile
preghiera.
Da qui il costume che cogli à uguri seguissero l'e-
sercito romano anche ìpullarii, che dal pasto dei polli
traevano gli auspici 2) , e dei quali doveva essere
frequente e rispettato 1' ufficio, se ogni legione I' a-
1) Trad. di Felice Bellotti.
2) Cosi Cicerone nel Lib 2, Divin, 34 : Atlulil in cavee
pullos, is qui ex eo nominatur puUarius. *
• Portò nel solierruueo i polli, quegli che per tale officio
dkrsl M|i|)iint(> pulluiio •
CAPITOLO DICIANNOVESIMO 44
vessa 1), se Fianco scrivendo a Cicerone seriamente
dicessegli : Pullariorum admonitUf non satis diligenter
eum auspiciis operam dedisse 2).
L'armata si schierava in battaglia in due o tre bat-
taglioni; le legioni romane erano sempre nel mezzo;
ai Qancbi, a formar le aie, le legioni alleate. La caval-
leria, per consueto, alle spalle della fanteria, e Tito
Livio nota che venisse anche collocata in coda, ad im-
pedire che l'oste nemica non circondasse l'armata. Ho
già detto come i Velili fossero i primi ad aprir la pu-
gna, seguissero poscia gli Astati e appresso i Principi ;
la vanguardia si componeva di quaranta compagnie. Il
generale slava fra i Triari e i Principi, e a lato aveva
la guardia pretoria, gli evocati ed un tribuno di ogni
legione. Il prefetto delia cavalleria comandava alle dieci
lurme, come il decurione più vecchio sovrastava a
ciascuna lumia.
I Romani poi sapevano mirabilmente forliQcarsi, mu-
nendo le loro città di torri, di muraglie merlate e di
larghi e profondi fossati. L'ingresso in città era per
porle praticale nel piede delle torri con ponti levato]
i) Varie iscrizioni lo attestano. Grutero riferisce sotto il
n. 557, 6, la seguente . M. Pompejo, M. F. Ani. Aspro, 7
Leg. XV Apollinaris Atimetus Lib. pullarius fecit. E
Muratori sollo il n. 788 , 4 , la seguente : L. Avillius L.
F. Asperinus pullarius Leg. VI Claudi(e.
2) • Non aver egli abbastanza atteso, per avviso de' pul-
lartì, agli au>picii. >
a IL QUARTltllE DIÌ' SDl.UATI , ICC.
e saracinesche, come già ci accadde di vedere a Pom-
pei. Tutto un sistema di torri le cingeva, ed a cagion
d'esempio, nelle carte topografiche antiche di Milano
pur colonia romana, detta an?.i altera Roma, si vedeva
che fra una torre e l'altra non correvano più di cento
piedi. Le piazze forti approvvigionavano, in previ-
sione di assedio, di viveri e di armi e d'ogni cosa
alta ad offendere, siccome bitume, solfo e pece. In
caso invece di investimento di una città , vi si prati-
cavano intorno linee di circonvallazione e trincee; e
se fosse sembrata impresa non grave , usavasi riem-
pirla di una linea di soldati che chiamavano corona,
giusta quanto vedesi ricordato nel seguente verso di
Sìlio Italico:
Mcenia flexa sinu, spissa vallata corona
Allujat i),
od anche nello storico Giuseppe Ebreo , De Edio
ludaico si legge: Duplici pedUum corona urbem cin-
guìd el iertiam seriem equilum exleiius ponunt 2).
All'espugnazione poi survivasi di una inliiiilà di
macchine dette Poliorcelia , dal loro inventore De-
metrio Poliorcele. Gomprendevasi nel numero di
esso il terrapieno fatto di terra , pali e fascine
i) L('i:a le curve mura una corona
ForlilìCiita.
2) Lil). Ili, 'i. • Con duplice corona di fanti circondano la
città e pongono una terza Ola di cavallerìa csternamonte. •
CAI-ITOLO DltlAN.NOVESlMO 45
onde porvi le torri e baiiere in breccia. La torre
mobile a diversi piani, perfliìo di qn^rania piedi
d' allezza*e moniala su ruote; la testuggine , specie
di teitoja di legno coperta di pelle bovina onde met-
terla al coperto dagli assalitori , facevasi cogli scudi
sulla testa quando correvano insieme all'assalto onde
difendersi da' projetlili nemici; l'ariete, trave lunga
e grossa gueruita all'estremità di una lesta di ferro
che, sostenuta da' soldati stessi coperti dalla testug-
gine, veniva violentemente spinta contro lo muraglie;
ia catapulta, maccliina, secondo Vitruvio 1), di due
braccia atta a scagliar dardi di molta grandezza, ma-
terie inOammaie e sassi; la balista, mossa da nervi
allo stesso scopo di scagliar pietre; il tollenone, o
trave in terra condita con alira alla cima, così col-
locata iraversalmenle die abbassandosi Tuii de'capi,
l'altro s' inalza\ a, ed a questi capi erano adattati
certi graticci entro cui s'ascondevano i soldati e (fai
quali offendevano l^ inimico; e l'altalena, macchina
movibile da cui ^'alzava il ponte fino all'altezza delle
mura assediate e da cui giltavasi ia scala munita di
uncini onde aggrapparla al parapetto e compire la
scalala. L'elepoli, la terebra , la galleria, la vigna,
con senza ruote, erano alireliante testuJini di di-
versa fattura; chi poi volesse avere di questi bellici
strumenti l'idea più esatta, ricorra al libro X di Vi-
I) De Archilecl. lib. X. e. 13.
44 IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC.
iruvio che ne discorre ampiamente. Tulle queste
macchine poi trallavano i Romani con somma de-
strezza e agilità .
Quando si accingevano ad impresa di molto mo-
mento e alla battaglia, o quando trattavasi di com-
porre una spedizione militare , il comandante arrin-
gava i soldati , e Tito Livio nelle sue storie ci
forni magnifici esempi di militare eloquenza , e se
l'entusiasmo de' soldati rispondeva alle parole di lui,
Ammiano disse che lo si esprimeva col percuotere
gli scudi e colle acclamazioni : Hac fiducia miles ,
hasHs fedendo clypeo , sonitu adsurgens ingenti , uno
propemodum ore diclis favebnt et cceptis 1); ma se
V arringa non trovava approvazione , facevasi inten-
dere una confusa mormorazione od opponevasi il
più assoluto silenzio; onde piìi tardi potea dirsi con
istorica allusione che il silenzio fosse la lezione dei re.
Il comandante, dopo la battaglia e la vittoria, assolte
le pubbliche e solenni cerimonie del sacrificio , pel
quale processionalmente portavasi al tempo princi-
pale della città , fra i canti guerreschi de' soldati in-
coronati che lo seguivano, e le grida Io triumphe 2),
dinanzi alla fronte del suo esercito, Io ringraziava,
ì) Lib, 20. In questa persuasione il soldato percuoteva
con l'asta lo scudo, facondo grande strepito, quasi un so!
uomo approvava i detti ed i fatti.
9) lìi Grecia questo inno sacro del trionfo appellavasi
Opiafn^o^. Diodoro Sic. IV, 5.
CAPITOLO UICIANHOVESIMO i5
parlicolarraente facendo onorevole menzione di coloro
che meglio si fossero dislinli e distribuiva i premj
secondo le diverse qualità di essi. Chi avesse coin-
battuto corpo a corpo col nemico, o presolo, od am-
mazzato, otteneva Vasta pura, o mezza picca tutta di
legno, così rammentala da Virgilio :
lite vides pura juvenis , qui nitilur hasta i)
Ottenevano monili d'oro o d'argento, braccialetti o
catene coloro che avessero reso segnalato servizio.
Più ambite per altro erano le corone. Davasi la
civica , ed era guernita di quercia, a chi avesse salvo
un cittadino-, onde Glaudiano, nelle lodi di Stili-
cone, cantò:
Mos erat in velerum eastris , ut tempora quercu
Velaret , validis fuso qui viribus hoste
Casurum potuit , morti subducerem civem ì)
Concedevasi la murale d' oro , perchè foggiata a
muro e baluardi, a chi primo avesse scalato le mura :
Cape ticlor honorem
Tempora 'nurali cinclus t unita corona 'Ak
{) Virgil. .-E ild. 6. 670.
2) De laudib. Stilic. III. Cosi traduco ;
Degli antichi nel campo era costume
Cinger di quercia gloriosa il fronte
Del valoroso che fugato avesse
Il suo nemico e un cilladin caduto
Sottratto avesse a inevitabii morte.
3) Silius Italiotu, Lib. XIII :
Abbi, l'onore, o vincitor, ciatfendo
Le tempia tue della murai turriti
Corona-
4G IL QUARTIERE DE' SOLDATI, ECC.
La castrense o vallare , ed era d'oro formata come
di palizzate di vallo, per colui clie primo avesse oc-
cupalo il campo nemico; la navale o rostrale a chi
primo fosse saltato sulla nave nemica; V ossidionale
graminea, inlesta d'erba colta nel luogo assedialo,
al capitano che avesse costretto il nemico a levar
l'assedio; la trionfale, che fu prima di allora, poi
d'oro, al capo supremo dopo una segnalata vittoria,
e finalmente la ovale di mirto a chi riportasse ova-
zione, trionfo minore.
Erano altre distinzioni militari; l'inlervenlo ai pu-
blici ludi fregialo dei riportali premj , 1' esposizione
delle spoglie nemiche alle pareli esterne delle case
con divieto di levamele anche per vendila delle me-
desime, e Tibullo vi accenna in quel dislieo:
Te bollare ciecet (erra, Messala , wahque ,
Ut domus fiosliles praferat exuvios 1).
Il supremo comandante, che ucciso il comandante ne-
mico, ne lo avesse spoglialo, la spoglia, delta opima,
sospendevasi nel lenìpo di Giove Ferelrio. Tre soli con-
seguirono questo onore: Romolo uccidendo Acrone
re de' Cicimei, Cornelio Cosso ammazzando Tolunnio
re de'Tusci, e Marcello spegnendo Virldoinaro re de'
Galli 2).
1) Elogia, Lib. I, 153:
A le. Messala, e sovra il mare e in lena
Fuijnar s' addice, onde le spoglie iiiostii
La casa tua dei debellali in guerra.
2) i'iu turco in Marcello.
CAPITOLO UICIA.\i>OVESIMO 47
Ai primi tempi di Roma la proda bellica riparlivasi
fra coloro che avevano preso parie alla guerra; dopo
veiiue qualche volta promessa ai soldati per incuorarli
alla pugna; il più spesso spellava alla Repubblica e
l' impadronirsi di essa cosiituiva perfino rcalo di pe-
culato.
Ma l' onore raaggiore e che importava il più su-
perbo e solenne spellacelo, era il trionfo, che veniva
accordalo a quel supremo capitano che avesse rijior-
taia alcuna insigne vittoria; ma solo vi[)oieano aspirare
i diltalori, i consoli e i pretori, si che citisi come sin-
goiar privilegio l'averlo oiienulo Cu. Pompeo di soli 24
anni, ed essendo appejia cavaliere. Per aver diritto e
chiederlo, era mestieri avere in una sola battaglia sba-
ragliato almeno cinquemila nemici, d«porsi dal co-
mando dell'armata e, restando fuori di Roma, doman-
darlo per lettera involta in foglie d'alloro, indirizzala
al Senato, che venuto nel tempio di Bellona, legge-
vaia e trovato giusto quell'onore, lo concedeva, licon-
fermandolo imperatore.
Per essere stato rifiutato l'onor del trionfo ai Con-
soli Valerio ed Orazio, il tribuno Icilio ne appellò al
popolo, che loro lo accordò, onde quindiniianzi ne
nacque spesso conflitto di autorità . Fu per tale con-
fliito che Claudia vestale, saputo che disturbar volevasi
il trionfo del proprio padre Claudio , e farlo scen-
dere in mezzo ad esso dal carro , a ciò impedire ,
inootò ella stessa il carro con lui; perocché nessuno
48 IL QUAKTIEUb: DE' SOLDATI, ECC.
sarebbesi attentato portar la mano su d' una vestale.
Il supremo duce, cui era decretalo il trionfo della
veste palmata, ossia tessuta a f rondi d'alloro, che si
mutò nel seguito in porpora tessuta d'oro, cingeva le
tempia d'una corona d'alloro, che poi fu d'oro, e nel-
l'una mano stringendo uno scettro eburneo sulla cui
cima era un'aquila d'oro, nell'altra invece un ramo-
scello d'alloro, attendeva il Senato, che gli moveva
incontro seguito da' littori co' fasci ornati di frondi
pure di lauro e incominciava la pompa del trionfo.
Precedevano i tibicini e trombettieri suonando con-
centi di battaglia. Venivano poscia i bianchi tori
coperti da gualdrappe di porpora ricamata d'oro , e
dorate le corna, destinati ad essere sagrificali,e con-
dotti dai vittimar] stringenti ciascuno una lancia,
susseguiti da' sacerdoti. Tenevano dietro i molti carri
colle imagini delle nazioni e castella debellate; onde
il popolo, giusta quanto cantò Ovidio :
Ergo omnis populus poterti spedare tritimi) hos
Cumque ducum litnlis opptda capta legel 1).
Quindi i Cirri recanti le spoglie dei nemici, le armi,
l'argento, il danaro, i vasi, le insegne e le macchine
guerresche conquistate.
Dietro di essi camminavano i re, i capitani e i
i) Trisl. IV. Il, 20:
Leggerà dunque ne' trionfi il popolo '
i vinti capitan , le cillà prese.
Tr. di P. Mislrorigo-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO 49
prigionieri colla testa rasa in segno di loro schiavitù,
e carichi di catene:
Vinclaquce captita reges cervice gerentes
Ante coronatos ire videbil equos 1 )
e finalmente arrivava maestoso su di un carro, ricco
d'avorio ed incrostalo d'oro e tratto da quattro bian-
chi corsieri, attelati lutti di fronte, il trionfatore:
Portabit niveis currus eburnus equis 1).
Nei tempi ultimi della republica, Pompeo ai ca-
valli sostituì gli elefanti, Marcantonio i leoni, Norone
giumenti ermafroditi, Eliogabaio le tigri, e Aureliano
le renne.
I figli dei trionfatori o stavano sui cavalli dei
carro trionfale, come praticò Paolo Emilio, o sovra
il carro stesso, o immediatamente venivano dietro
di esso.
Tertulliano poi nota, che uno schiavo sostenesse la
corona del trionfatore e a tratti gli gridasse: Respics
post te , ìiominem esse memento.
Entrando il trionfatore per la porla Capcna, per
la quale si andava al Campidoglio, meta del trionfo,
il popolo lo acclamava colle grida Io triumphe, e la
formula del popolare entusiasmo, quasi sacramentale,
1) Idem, ibid.:
Vedrà carchi di ferri i re precedere
A' destrier coronali e baldanzosi.
2) Tibullo, Lib. 1. Ele^'. 8:
.... lo porterà 1' cburnro cocchio
E gli aggiogati candidi cavalli.
50 \L QUARTIERK DE' SOLDATI , ECC.
è suggellata nelle odi di Orazio , in quella a Giulio
Ariloiiio, ne" seguenti versi:
Teqiie dum procalis, lo Triuniphe ^
Non semel dicemus, lo Triiimphe
Civitas omnis : dahimusque Divis
Tfiwa benignis, 1).
Arrivato Ira plausi al Campidoglio, dimessa la ioga
trionfale, volgevasi agli Dei con questa preghiera :
Gratias libi, lupUer Optume Maxime , tibique Junoni
RegincB el ccetcris huiiis cuslodibns , Habitatoribusque
arcis Diis, lubens loehtsque ago, Re Romana in hanc diem
et horam per mnnus quod voluistis meas^ servata , bene
gesiaque, eamiìem et servate, vt facitis, [ovete , protegite
propitiati, supplex oro 2).
Si immolavano allora le viiiime e compivansi ,i
sacrifici: il trionfatore deponeva l'alloro nelle mani
della statua di Giove ; quindi i prigionieri venivano
1) E mentre tu, vivi ! Trionfai esclami;
Tulli ripetercm : Trionfa ! Vivi t
E arderemo odorosi limiami
A fausti Divi.
Lib. IV. 2, Trad. Gargallo.
4) • A te, Giove Ottimo Massimo, e a te Giunone re-
gina, e a voi dìi tutti custodi e abitatori di questa rocca,
volonteroso e lieto io nmdo gnr/ie, e supplichevole, prego
perchè, salva meco in questo (giorno por le mie mani la
Romana Repubblica e ben sostenuta, abl)iale a coni-ervarla
eguale, siccome fate, a favoiirla e proleggerla benigni. .
Rosini. Arttiqn lìom. Lib. X. Gap. XXIX.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO Bl
tradolii al carcere Tulliano dove si facevano misera-
mente morire 1).
Si chiudeva l'angusta cerimonia con un lauto ban-
chetto a spesa publica, e vi intervenivano i mnggio-
remi della città , ali' infuor de' consoli, acciò, osserva
Valerio Massimo, il trionfatore vi serbasse la preminen-
za 2). Alla plebe poi si distribuiva in segno d'allegrezza
denaro. V ebbero Irlonll che durarono tre giorni ,
come quello di Paolo Emilio , nel quale porse com-
movente spctiacolo il re Perseo in caiene co' suoi fi-
gliuoli, inscii, per la tenera età , della loro immensa
sventura. Quello di Giulio Cesare, descrittoci da Dione
, Cassio, durò quattro giorni.
Il trionfo navale era suppergiù il medesimo. Solo
facevasene precedere la domanda colla spedizione di
una nave ricca di spoglie ed adorna d'alloro.
Il minor trionfo che dicevasi ovazione, perchè esi-
geva il sagriflcio d' una pecora , ovis, compivasi an-
dando il supremo duce, al quale era aggiudicato, o a
piedi od a cavallo al Campidoglio , con corona di
mirto in capo , con toga bianca orlata di porpora e
con ramo d'ulivo in mano. Accordavasi a chi avesse
riportala una vittoria su nemico disuguale , come
pirati, schiavi, transfughi. Eran nella procession Irion-
1) Cicero, hi Verrem.
2) Lib. '2. e. b.
tt IL QUARTIERE DE' SOLDATI , ECC.
fale i libicinì, portavansi le insegne militari, le spo-
glie, le armi, il denaro.
I trionfatori ottenevano talvolta V onore delle sta-
tue dell' erezione di colonne o di un arco , 1' uso.
della corone e della veste trionfale , il diritto alla
sedia curule e cento altre prerogative.
Ma pari alla grandiosità de' premj, era la gravitÃ
delle pene che s' infllgevano a' delinquenti militari.
Severissima era la militar disciplina, e si comprende
allora come la sentinella pompejana, neppur davanti
ai pericoli ed all'orrore del terribile cataclisma avesse
violata la consegna, ma, rimasta al suo posto, vi pe-
risse; e la disciplina non v'ha chi ignori essere la
virtìt e la forza precipua degli eserciti.
Già ne' capitoli della storia ho ricordalo il formida-
bile esempio del giovane Manlio Torquato dannato a
morte dal padre, per essersi, contro divieto, battuto
con Geminio Mezio, che lo aveva sfidato; né altrimenti
aveva operato Giunio Bruto co'proprj figliuoli, fatti
trucidare da lui pel sospetto di essersi ammutinati
nel campo affin di rimettere in trono i Tarquinj.
La sedizion militare e la fuga di un corpo di mi-
lizia punivasi colla decimazione , cioè collo estrarre
a sorte dieci soldati in cento e mandarli a morte;
e la ragione di tal pena è fornita da Cicerone :
Stualuerunt itaque majores nostri, ut si a multis esset
flagitium rei militaris admissum , sortione in quosdam
anima deterreretur : ut tnetus videlicet ad omnes, pcma
CAPITOLO nlCIA^NOVESl.MO 53
ad paucns perveìierit 1). Eravi anche la vigesimaziono
e la centesimazione. Se il soldato abbandonava il
suo posto di guardia , se disertava por tre volte ,
se rendevasi colpevole di nefando deliilo, di sper-
giuro di falsa testimonianza , veniva dal Tribuno
e da un consiglio di guerra , sempre adunato in
causa capitale , condannato a morte colle verghe .
e questo genere di morte chiamavasi fustinarium .
Fustem capiens Tribunus, scrive Polibio, condetnnaUnn
ìeviler tangit et delibai. Quo facto, omncs qui in castriis
sunt, feri^ntes alins fustibiis, alius Inpidibus, plerosqtie
in ipsis occidunl 2).
11 latrocinio, al dir di F^onlino, si ptmiva col taglio
della roano del colpevole, e quindi gli sì eseguiva la
pena del fusUnoriìim.
Si usò ne' delitii gravi il taglio della testa colla
scure; i disertori anche coll'affissione in croce.
Pene minori erano la fustigazione leggiera con
dieci, venti o cento battiture, e si applicavano per co-
dardìa per mancanze; la multa e , dove non pa-
1) . Sancirono i nostri maggiori pertanto che dove un
reato militarfi si fosse da molti commesso, si dovesse ca-
stigare a sorte in alcuni, acciò il timore a tutti , la peno
a poclii toccasse. » Orai, prò Cluentio.
i) • Il tribuno prendendo la bacchetta , lievemente toc-
«nva ì\ condanato. Allora quanti trovavansi nel campo ,
clii con bastoni, olii con sassi Io uccidevano.
Le Iloi'D'e •/( l'nmpfi. Vo'. III. 4
54 IL Qt'ARTlERE DE' SOLDATI , ECC.
gala, il pegno, pi'nandosi il soldato di parte delle
armi , che doveva provvedersi con denai'o proprio
e si chiamava censio hostaria.
Erano del pari punizioni militari: l'orzo dato a vece
del frumento , quasi ritenuti indegni dell'alimento
umano, perchè l'orzo davano a'giumenti ; la sosfieii-
sione del soldo, e il soldato dicevasi allora cere di-
rutus; l'attendarsi fuor del vallo o del campo, e la-
sciato quindi piìi esposto al nemico ; l'abito vile , o
disciolto; il mutar di milizia e talvolta il rilega-
mento fra i bellici impedimenti ed alla custodia dei
prigionieri ; lo star in piedi alla cena, solendo in
tempo di essa i soldati romani star seduti, e va
dicendo.
Compiuta la sua ferma, o come dicevasi dai Ro-
mani, covfecla stipendia , il soldato veniva congedato,
e il congedo, missio, era poi di duplice natura. Dice-
vasi onesto, honesta missio, a chi aveva ultimato il
servizio militare; causarlo, causaria missio, se moti-
vato da vizio, difetto o morbo.
Era poi detto grazioso, se accordato al milite da'
comandanti per favore, ma poteva revocarsi da' den-
sori ; ignominioso , se fosse slato determinato da
crimine o delitto.
Sotto di Augusto poi vi ebbe quella specie di con-
gedo che appellavasi exauctoratio, ed era il congedo
a servizio militare compiuto, che non obbligava ad
altro onere di milizia, se non alla pugna contro il
# Capitolo diciannovesimo 55
nemico, e in tal caso dicevansi veterani sifalii soldati.
Questi che ho riassunti in breve erano gli ordina-
menti della romana milizia , che a compimento del
quadro della vita publica de' romani e delle città ,
come Pompei , che s'erano alle leggi ed alle costu-
manze de' romani conformate, dovevo far conoscere
al lettore.
CAPITOLO XX.
liC Case.
DiilerenEa Ira le case (>oin|)cjane e ujinniie — Regioni ed I>ole
— Cosa ro9$e il vd'slil/ultim e perclié inuncasà c alle case
ixjmpejane — Piani — Solarium — Finestre — Dislribuzione
delle parli della casa — Casa di Pansa — Facciala — La
boUega del dispensator — Posles , auUe , antepagmenta —
Janua — Il portinajo — Prolhyrum — Cavcedium — Com-
pluviutn ed Impluvium — Fuleal — Ara dei Lari — I Pe-
nali — Cella:,^o conlubvnia — Tablinunif cubiculo, faucès,
perijsliliuin, proealon, cxedra, acus, triclinium — Offieia ai^-
Ulucaiia — Trichila — Lusso de' triclinii — Cucina —
Utensili di cucina — Inservienti di cucina — Camino : v'erano
camini allora? — Latrina — Lo xlsto — 11 criltoportioo —
Lo spliceristcriuni , la pinaeoitca — 11 balìncuvi — V Jlcfa-
tonum — La< c(//a vinaria — Piani superiori e receulissinia
scoperta — Canaciila — La Casa a tre piani — I balconi
e la Casa dd Balcone pensile — Case principiali iu Pompei —
Gasa di vilIfCfjialuia dì M. Arrio Diomede — La famiglia —
Principio cosliUiiivo di essa — La nascita del figlio — Ce-
rimonie — La nascila della Bglla — Poteslas, manus, inan-
vipium — JUiniiiiu, media, maxima diminutio capilis. — Ma-
(l'imunii: per confarreazionc, uso, coempzionc — Trinociium
usurpatio — Dii'illi della poteslas, della manus, del mrjuci^iiint
— Agnati , consanguinei — Cognatio — 3Iatrimonium , cun-
iiubium — Sponsali — Elù del mulrimonio — Il nialrimo-
nio e la suairaporlania — Digamia — Impedimenti — Concu-
lilualo — Plvorzio — Separazione — Biffartalio — iitpu- I
•liam — La dote — Oonatio propier nuptias — Nozioni ^.
b8 ^ LE CASE
sulla patria podestà — Jus trium liberorum — Adozione —
— Tutela — Curatela — Gli schiavi — Cerimonia religiosa
nel loro ingresso in famiglia — Contubernium — Migliora»
mento della condizione servile — Come si divenisse schiavo
— Mercato di schiavi — Diverse classi di schiavi — Tralta-
raenlo di essi — Numero — Come si cessasse di essere schiavi —
1 clienti — Pasti e banchetti romani — Invocazioni al foco-
lare — Ghioltornie — Leggi alla gola — Lucullo e le sue
cene — Cene degli imperatori — Jentaeulum , prandium ,
merenda, cana, commissatio — Conviti publicì — Cene sa-
cerdotali — Cene de' magistrali — Cene de' trionfanti —
Cene degli imperatori — Banchetti di cerimonia — Trium-
viri apulones — Dapes — Triclinio — Le mense — Suppel-
lettili — Ferculo — Pioggie odorose — Abito e toletta da
tavola — Tovaglie e tovaglioli — Il re del banchetto — Tricli-
niarca — Coena recta — Primo servirò — Secunda menta —
PaMiccerie e confetture — Le posale — Arte culinaria —
Apicio — Manicaretto di perle — Vini — Novellio Torquato
milanese — Servi della tavola: Coquus, lectisterniator, nomen-
clator, prcegustator, structor , ici$sor , carptor , pineerna,
pocillator — Musica alle mense -^ Ballerine — Gladiatori —
Gli avanzi della cena — Le lanterne di Cartagine — La par-
tenza de' convitati — La toletta d'una pompejana — Le cubi*
culares, le cosmetoe , le calamistra, cinifloncs, cinerariij la
psecas — I denti — La capigliatura — Lo specchio — Puni-
zioni della toalctta — Le ugne — 1 profumi — JUundus mw
liebris — I salutigeruli — Le Venerea — Sandaligeruloe ,
vetlitplicce, ornatricet — Abiti e abbigliamenti — Vestiario
degli uomini — Abito de' fanciulli — La bulla — Vestito
degli schiavi — 1 lavori del gineceo.
Conosciuta che abbiamo la vita publica de' Romani,
se non desunta interamente da quanto offrirono gli
scavi di Pompei, certo tuttavia avvalorala e grande-
mente da essi, facciamoci ora a chiedere ai medesimi
lutto quanto ha tratto alia vita privata. Entriamo
CAPITOLO VENTESIMO 59
iielie case di Pansa e di Sirice, di Cornelio Rufo e
di Capraslo Primo, di Okouio e di Giulia Felice,
non cbe de'inolti altri facoltosi pompejani: adacciamoci
anche alle più a:odeste ed a quelle dell'uomo del po>
polo e interroghiamo. Quelle mule rovine no avranno
<li eloquenti rivelazioni a fare. Collo ajulo degli scrit-
tori di quel tempo indovineremo 1' uso d'ogni singola
stanza , co. ne con essi ci siam resa ragione d' ogni
altra cosa, che siam venuti fin qui discorrendo, e ri-
«aliam dopo alle più elevate considerazioni toccanti
la famiglia e il costume, gli usi e le consuetudini.
Ampio è codesto argomento che piglio a svolgere;
ma vedrò modo di rapidamente farlo.
Avanti tutto , esaminiamo, o lettore, la casa , nel
suo materiale.
La priuia osservazione che si presenta è quella,
'Che già abbiamo insieme già fatta, parlando nel ca-
pitolo dell'Arti dell'Architettura : la piccolftzza cioè,
di esse, della quale a stento possiamo capacitarci,
accostumali come siamo ad ammirare la vastità de'
palazzi de' nostri grandi, e l'ampiezza pur deile. qo-
Stre case. Ricorderà il lettore che non solo credetti
attribuire questa piccolezza delle case pompejane
alla vita che que' cittadini facevano frejuenlemente
in istrada eia piazza, ma piuttosto alle abitudini, alle
tradizioni ed al gusto de'Greci che vi siconservavanp.
Ecco perchè mal *i terrebbe ad esempio una casa
|)ompejrina , per foriaatsi un' esatta idea di una
60 LE Case
casa romana. I Greci studiarono più presto le bel-
lezze delle forme architettoniche, che lo splendore della
grandezza seguila da' Uoniani. Questi d' altronde non
avrebbero potuto colie anguste abitazioni greche
mantenere il costume superbo d' essere sempre se-
guili e corteggiati da una folla di clienti , d' essere
sempre assistili e serviti da una quìntità di servi.
Alla finezza del gusto finalmente sopperirono i
Romani colla magnificenza.
Colle case pompejane pertanto argomentiamo in
quelle vece solamente come polessero essere le case
di Pericle e di Aristide, di Socrate e di Platone, di
Alene, di Sparla e di Corinto.
Contultociò, la distribuzione delle parli puossi dire
comune lanio alle case greche che alle romane; sup-
pergiù una casa pompejana è distribuita come era
una casa romana, eccctuiata l'ampiez/,a maggiore di
quest'ultima; come puro si possa dire che visitala
una casa, siensi visitate tulle, perocché a un di presso
siano tulle egualmente conformale: nelle sole deco-
razioni consistendo per avventura la dinercnza.
Un' altra diversità si riscontra per avventura net
mancare le case pompcjane di veslibulum. Tal nome
non davasi già a quella pafie della casa che così desi-
;:niamo oggidì, ma bensi come raccogliesi da Vitruviu
e ;la Aulo Gelilo 1), a (jiHilla corto u piazza che
1) Vilruv. VI, 7, 5, A G.'ll. XVI, 5
CAPITOLO VliMESIMO
Slava avanti alla casa, od a qualunque altro gran-
dioso edificio, subilo sulla fronte dell'entrata princi-
pale, lo che ollenevasi col prolungare le mura laii.-
rati al di là della facciata dell'cdifìziG, come del resto
-suole, di frequentemente vedersi massime ne' palazzi
di campagna, cliiuse per lo più colali conio piazzali
da muri o cancellale, od anche determinale da al-
bereti. In Pompei , città di lerz' ordine, adagiata su
d'un pendio, che non "poteva disporre di larghi spazi,
che le case eraoo piccolette, non vi potevano essere
vestiboli nel sensa che assegnatasi allora ad essi ,
convenienti questi ad edifici piuttosto grandiosi. Pare
per altro dal luoga stesso di Vitrurio che iu greco
dicendosi â– prolhyra i vesliboli che sono 'avanti alle
porle, e prolhyra da' Romani quelli che in greco si
dice diatliyra , cioè cancello o riparo , vestibolo po-
losse essere delta pur quella parte subito successiva
dove stava l'ara o focolare, di cui dirò fra breve, se
si deve aggiunger fed» ad Ovidio:
Huic quo()ue veslibulum dici reor: inde precandu
AdfaiKlir Vaslam; quce loca ì»'ima tenes i).
,0f venendo a dire dell'altezza delie case di Pompei,
se in Homa sì spinse talmente la fabbrica dulie
!• li vestibolo ancora è per mia ii'ca
Dello da Vista ; iinvocliiam lei vciiuli
-Q'iivi, che i primi lien luoghi" Ini D -a.
Fasloru/n, Lib. VI. Trad. G. B. Bianchi.
(ii LE CASE
case fino ad esservi undici piani , tal clie Augusto
fosse costretto a rendere un editto che conteneva l'ar-
dimento degli archiietii acciò non varcassero l'altezza
di settanta piedi, e Trajano a ridurla a sessanta, per la
maggiore sicurezza e salubrità : in Pompei , sa giÃ
il lettore , come quasi tutte le case sembri non ab-
biano avuto che il pian terreno e un primo piano ,
che appellavano solarium, onde il nostro solajo. Ta-
luna appena, come vedrà più avanti , si riconobbe
aver avuto due piani e il solajo.
Qui altra osservazione è dato di fare avanti que-
ste caselle pompejane , prima di mettervi il piede:
la mancanza, cioè, assoluta di finestre sulla via. Poteva
ciò essere l'elTetto delle imposizioni che gravitavano su
di esse; ma più perchè la casa tenevasi per santuario
chiuso all'occhio profano; perocché le imposte gravi,
non avrebbero trattenuto gli Oiconj e i Pansa , e i
tanti altri maggiorenti dallo averle. Del resto anche
nell' interno le camerette il più sovente rioevevano
luce dall'uscio e da lucernarj dell'alto. La luce pio-
vente dall'alto era anche in Roma in quasi tutte le
case; avvertimento codesto non inutile pel giusto
collocamento de' capolavori dell'arte antica, e pel
modo più sicuro di apprezzamento.
Sa già del pari il lettore come Pompei si dividesse in
regioni , rcgiones , e queste in isole, insulw, le quali
assumevano il nome del proprietario principale delle
case dell'unica casa onde si costituiva, come questa
CAPITOLO VEMESDK)
di Pansa, che invito il lettore a visitare come esem-
pio di tutte nella via delle Terme.
Scoperta dal 1811 al 1814, si ritenne appartenente
a Pansa, edile, poiché un'iscrizione dipinta su di
una spalla o pilastro della porta cosi dicesse:
PANSAM ^DILEM PARATVS ROGAT 1).
Questa famiglia dei Pansa abbiam già veduto ri-
cordata nell'Anfiteatro ; essa doveva essere tra le più
influenti e autorevoli nella città ; Fiorelli, nella Storia
■delle Antichità Pompejane, riferisce quest'altra iscri-
zione che rammenta Cuspio Pansa :
CVSPIVM PANSAM
AED . FABIVS EVPOR . PRINCEPS
LIBEHTINOnVM 2).
La facciala principale ha sei botteghe, nel cui
mezzo vi è la porta; le botteghe per altro* come in
1) • Parato prega sia fattp Pansa edile' . Altri invece
tradussero : Parato invoca Pansa edile. Colla prima ver-
sione ch'io pongo potrebbe rovesciarsi la supposizione ge-
iieralnnente fatta colla seconda, che, cioè, la casa apparte-
nesse a Pansa , e farla ritenere invece, come vorrebbe Marc
Monnier, di Parato, perchè non sarebbe credibile allora
<;he Parato siasi recato a esprimere il proprio volo precisa-
niente sull'uscio di Pansa: questi almono per pudore non
io avrebbe permesso. Ma 1' opinione di Monnier sarebbe
•lolla , se fosse vero ciò che qualche archeologo sostenne
che Paratus fosse sinonimo di inslitor o dispensntor,
dello schiavo, cioè, incaricalo della vendila delle derrate
del padrone. Non saprei in tal caso con quale autorità di
scrjUura antica avvalorare quesl' ultima pretesa.
2) . Fabio Euporio capo de'liberli, invoca l'edile Cuspio
fansa. . Pomp. Antiq. Hist. 1. «69.
6'f Lt CASE
quasi tutte le alire case, non hanno comunicazione
coli'interno della casa, all' infuori di una che riusciva
all'atrio, occupala forse dallo sch\a.\ o, dispensalor, che
là vendeva vino, olio e le derrate raccolte nel fondo
del padrone , come , massime in Firenze , veggiam
praticarsi tutlodi. Delle botteghe non ci inlralier-
rerao, perchè l'abbiam già fallo nell'apposito capitolo.
Della porla d' ingresso della casa esistono ancora
i due pilastri, o stipili, postes, non le anice o fores, o
baitenti, diremmo noi , perchè consumale dal fuoco
del .Vesuvio , ma che secondo lo stile de' Romani ,
dovevano essere di cedro o d'altro legno prezioso, di
nobile architettura, o a specchi ornali di intagli ,
a grosse borchie a ca"pocchie dorate, e si dicevano
antepagmeitla j e si .aprivano al di dentro della casa,
onde non essere d'impaccio sulla via, in ciò diver-
sificando dal costume greco. Chiudevansi poi inter-
namente con ispraiighe di ferro che dall'alto scende-
vano a confìggersi in terra come pur oggidì si usa.
Janna dicendosi la porla , janitor era dello il por-
linajo, Oli anche osliarius, air qual ufficio desti iiavasi
uno schiavo mcalenalo che stava a sedere nella ct^Ha
osliaria, ed aveva la cura dell'ingresso, lenendo ima
verga nella muio. iNella casa di Pansa , come nella
più parte delle caso pomptjane, ì'ostiarius doveva
•slare nel prolhijruvi , o stretto corridujo corrispon-
dente alla porta e che melleva slW alrium. A fianco
dell'os/wnMS stava spesso un grosso ernie, ma giÃ
CAPITOLO VENTESIMO 65
espressi come si fosse sQsiiiuito al cane vivo, uno di
musaico, che lo rappresentasse , od anche la sem-
plice leggenda cave ciwem. Ricordai pure come sul
limitare dell'o/r?*ttm vi fossero anche altre leggende,
come sah-i'y mlve lucru, ecc. In questa casa di Pans;'
leggevasi la sola parola salve in musaico, la quale
fu trasportata nel Museo di Napoli.
Uairhim, <letto eziandio cnvcedium, quasi la pane
cava e vuota della casa, cava oedìum, è nella casa ili
Pausa un coriilelto della specie luscanka, recinto di
portici e semplice, sostenuto da quattro mensole af-
francate nel muro, e sul quale venivano a poggiare
le quattro parti del letto che versavano la pioggia
nel comphivhim,o bacino, nel mezzo del cortile. Tal-
volta dagli scrittori si confondono il compluvium col-
Vimpluvium e si scambiano promiscuamente. Plauto
medesimo ha nel Soldato ifillanUUore, Miles gloriosus,
questi versi :
òlilii qiddem jam arbitri vicini sunt, mete quid fìat dovn.
Ita per impluvium intro speda?} t 1).
A togliere siffatto inconveniente dal guardar de' vi-
cini per 1' impluvio nella casa, Plinio ne fé' sapere
come si usassero cortine che coprissero tutto il com-
Già mi fan da padroni i miei vicini,
E quanto in cusa mia si fa, |ifr entro
Dell' impluvio mi ^luardano.
Alt. II. ist. i.
66 LE CASE
pluvio. A fianco à eWimpluvium era il più spesso un
puteal bocca del serbatojo d'acqua : qui era pure
un aitare per gli Dei domestici, lares, su cui arde-
vansi profumi.
Come in Grecia, anche in Roma la casa soleva
avere un altare , e su di esso della cenere e dei
carboni accesi. I Greci questo altare appellavano s'erta,
parola colla quale si designò di poi la dea Vesta, la
quale, per testimonianza d'Ovidio, non«era che fiam-
ma viva.
Nec tu aliud Vestami quarti vivam intellige flammam 1),
e pjù sotto:
Ef/ìgiem nullam Vesta nec ignis habent 2K
I latini lo chiamavano ara ed anche focus. Ira-
pedivasi che questo fuoco si estinguesse, curan-
do che anche la notte, coperto dalle ceneri, non
si consumasse interamente. Al mattino era prima
solleciludrne di ravvivarlo , perchè la sua estin-
ziooe equivaleva a funesto presagio ; tanto cosi che
focolare estinto fosse sinonimo di famiglia estinta.
Né doveva essere codesta alimentazione del fuoco
sull' ara una costumanza indifferente, se v' erano re- -
«) E questa Doa , clic chiamiain Vesta, credi
Esser nuli' a'iro ch<' la fiamma viva.
Fast. Lib. VI, 29! Tr G. B. Bianchi.
i) Non ban Vesta, né il foco cfligic alcuna.
/(/. Ibid. V 298.
CAIMTOLO VEMESIMO 67
gole e riti ali' uopo. Non era buona ogni sorta di
legna, mentre anzi il servirsi di taluna sarebbe stata
empietà , meno poi gittarvi su materie immonde. Tut-
tavia Macrobio, ne' suoi Saturnaliorum, ricordò come
presso i Romani alle calende di Marzo ciascuna fa-
miglia dovesse estinguere il suo fuoco sacro , per
riaccenderne un altro; e la ragion dà Ovidio nel
lib. Ili, Fastorum :
.... vires fiamma refecla capii i),
ma per ciò fare non potevasi adoperare la selce e il
ferro, ma si dovesse concentrare in un punto solo i
raggi solari, o forse far uscire la scintilla dal rapido
sfregamento di due legni.
A questo fuoco prestavasi adorazione e culto, con
offerte di Qori, d'incenso, di vino e di vittime, veg-
gendosi in esso un dio provvido, benevolo e protet-
tore della casa: onde nessuna meraviglia il leggere
in Virgilio di Ecuba, cbe quando il palazzo di Priamo
fu invaso da' Greci, visto Priamo stesso venirle in-
nanzi giovenilmente armato, ella gli avesse a dire:
.... quce mens tam dira, miserrime conjux,
Impulit hit cingi lelis , ani quo ruis ? inquit.
Non tali auxilio, nec defensoribus islis
» Tempus egei : non si ipse meus afforel Ilector
Huc tandem concede: hoec ara luebifur omnes,
Aut moriere simul t).
1) «Ha più vigorq il rinnovato foco. •
v. ii3.
Ij 0, diSìe, infelicissimo consorte ,
Qual dira mente, o qaal follia ti spinge
LE CASE
Focolare, lare domesiico e Penali erano poi tulli
una medesima cosa nel linguaggio ordinario. Infalti
scrive Servio, lo scollaste di Virgilio: Per focolari
gli antichi intendevano gli Dei Lari , e così Virgilio
ha potuto indifferentemente ora dire focolare , per
Penati, ora Penali per focolare 1).
I numi poi che gli antichi chiamavano Lari od
Eroi , non erano che le anime de' raoi ti, alle quali
assegnavano sovrumana potenza, la cui memoria era
sempre annessa al focolare.
Di queste divinità costituivasi la religione domestica,
di cui il solo padre famiglia era il pontefice, non
essendovi per essa regole uniformi, giusta l'espressione
di Varrone: Suo quisqiie ritti sagrifìcia fhciat: 2) op-
però le pratiche di questa religione, su cui il Ponte-
fice aveva solo diritlo a vigilare perchè si compissero,
seguivano nell'interno della casa ed erano circondate
dal segreto.
I Cavedj delle alire case pompejane erano più ric-
chi di quello della casa dell' edile Pansa , perchè
A vestir di quesl' armi ? Ove l' avventi
Misero ? Tal soccorso e lai difesa
Non è d'uopo a tal tempo: non s'appresso ♦
Ti fosse anche Eltor mio. Con noi piuttosto
Rimanti qui. Che (|uesto santo aliare
Siilveià tulli: morrem tutti insieme.
Lib. Il, 823 - 528. Tr. Caro.
l) In /Eneid. Lib. Ili, 134. Vedi /Eneid. IX, 25<.> e V. 7i4.
2j Ciascuno faccia i sagriflej secondo il proprio rito. —
De Lingua Latina VII, 88.
LE CASE 69
recinti di colonne, e vi si annetteva infatti una certa
inoporlanza, perchè nel cavedio ricevevansi spesso i
•i clienti e i forestieri. Dalla istituzione, che già ri-
cordai trovala da Romolo, de' patroni e de' clienti
originò rafTollarsi di questi ultimi alle case de' primi.
Quanto più ricchi ed influenti fossero i patroni, tanto
era maggiore ed assidua la presenza de' clienti. Fin
dall'alba ne assediavan le porte, cercavano affezio-
narsene i servi, onde penetrare dal patrono per dar-
gli il buon giorno , e queste sollecitudini dicevansi
officia antelucana, e Giovenale, a far la loro carica-
tura, dipinse Trebio , che per accorrere ai mattutini
saluti, non ha pur tempo di attaccarsi alle scarpe
i legacci:
. . . habet Trebius propter quod rumpere somnutn
Debeat et ligulas dimillere, sollicilus ne
Tota salulalrix jam turba peregerit orbem
Sideribus dubiis, aut ilio tempore quo se
Frigida ciraimagunl pigri sarraca boolcs 1).
ij ... Non più ci vuol di tanto
A far che Trebio e rompa il sonno , e corra
Con le corregge penzolon , temendo
Che al baglior delle stelle, o sin da l'ora
Che dal pigro Boote il freddo plaustro
Ricircolando volgesi , 1' intera
Salutatrice turba abbia già tutto
Del salve mattutin 1' orbe compiuto.
Sat. V. 19-23. Tr. Gargano.
Le Rovine di Pompei. Voi. III. *
70 CAPITOLO VENTESIMO
Tuli' all' inlorno del cavedio sonvi camerelle cel-
Ice contubeniia, non illuminale che dall' aprirsi
delle loro porlicine, per uso degli schiavi.
Dopo il cavedio, seguiva il tablinum, dello pur ta-
bulinum , stanza destinata dapprima a contenere gli
archivii delle famiglie e le imagini degli avi , ima-
gines majorum , delle quali già dissi in addietro -,
adoperala poi anche come sala da pranzo.
A destra ed a sinistra del tablinum sono due sale:
quella a sinistra con pavimento a musaico doveva
essere una biblioteca, a giudicar dai papiri carboniz-
zali e distrutti che vi si rinvennero: quella a de-
stra doveva servire da camera dal lello, cubiculuni ,
da cuba, nicchia, nella quale entrava il capo del lello.
Al Museo di Napoli veggonsi letti di bronzo trovali
a Pompei: dovevan essere de' ricchi, i quali li ave-
vano anche di più preziosa materia. Nelle case più
modeste cran di legno ed anche di materiale di fab-
brica, su cui stendevano materassi o pelli.
Il passaggio fra il cubiculum e il lablinum chia-
mavasi fauces e per esso passavasi all'appartamento
interno. Pel servizio della casa spesso le fauces gi-
ravano lutto air inlorno di essa.
Olire il tablinum, era il perystilium, corrispondente
alla Gynecovitis d'una abitazione greca. Nella casa,
(li Pausa era un cortile circondalo da sedici co-
lonne d' ordine jonico con capitelli ornali. Spesso
in questo spazio Irovavasi un giardino, xyslum, che in
LE CASE 71
questa casa esìste separalarnenle, come vedremo più
avanti ; ma più ordinariamente, come qui, una piscina
od un impluvium col suoputeal per attingervi l'acqua.
Il Peryslilium è poi flaneheggialo da due camere,
entrambe da letto, appena capaci a contenerlo, quella
a sinistra preceduta da un' anticamera detta allora
procoeton.
Non è inopportuno osservare in un angolo del pe-
ristilio di questa casa di Pansa un corridojo, per il
quale da una porticina delta posHcum, si usciva sulla
via della Fullonica , opporlunissima al patrono per
sottrarsi all' importunità de' clienti, come nota Orazio
nella epistola 5 del Lib. i.
et rebus ommissis
Atria servanlam postico falle ctienlem.
Dalla parie opposta al poslicum evvi un' ala e nel
fondo del peristilio allo di due gradini, la sala prin-
cipale à el\2L exedra, o meglio exedriumf come Cice-
rone chiama nelle sue epistole famigliari un diminutivo
di exedra 1), od anche cecus, che serviva a convegno,
alla conversazione e talvolta anche da pranzo, ed ha
una gran flnestra che dava sul giardino. Ma qui per
sala da pranzo o tricliniìim, come appellavasi, era la
sala sull'angolo destro del peristilio, avente a Qanco
il tinello per il vasellame e per lutto ciò che serviva
l) Lib. VII, 33.
7S CAPITOLO VENTESIMO
al banchetlo. Triclinium dicevasi dalla riunione di
tre leni da mensa insieme disposti in guisa da for-
mare Ire lati di un quadralo, lasciando uno spazio
vuoto nel mezzo per le tavole, ed il quarto iato
aperto, perchè potessero i servi passare e porre su
quella i vassoi. Diverse stanze di questo genere si
scoprirono nelle case di Pompei, ma curioso è il ve-
dere come fossero tutte piccole e invece di letti mo-
bili avessero stabili basamenti su cui si adagiavano
1 convitati. V erano anche i bidinia, tavole da pranzo
di due soli letti.
Presso i prischi romani si mangiava nel vestibolo
esposto agli occhi di tutti e a porte aperte, e le leggi
Emilia, Antia, Julia, Didia, Orchia l'uso tradussero
in obbligo e Isidoro ne dà la ragione: ne singularitas
licentiam generet 1 )• Nella calda stagione si ce-
nava anche sotto qualche albero fronzuto, operando
modo, a mezzo di cortinaggi {aulea), che la mensa
e i convitati fossero riparati dal sole , dalla polvere
da altro pericolo di immondizia, come leggiam de-
scritto da Orazio nel convito dato da Nasldieno a
Mecenate, e la cui caduta produsse! cosi deplorevole
scompiglio:
Interea suspensa graves aulea ruinas
In patinam fecere, (rahentia pulveris atri
Quantum non aquila campanis excilal agris.
1) • Acciò un luogo più recondito non desse adito alla
licenza >.
LE CASE 7»
Nella casa d'Atleone ia Pompei esiste uno di que-
sti luoghi da pranzo di pergolali , delti Trichila , ìq
cui si mangiava all' aperto sotto padiglioni di ver-
dura-, vi sono solidi muramenti a ricevere i mate>
rassi di tre letti triclinarii e con fontana davanti
che zampillando dovea produr vaghezza e frescura.
Ma il lusso e lo sfarzo creò i ricchissimi triclinii:
alle tavole primitive di abete o di faggio successero
quelle di avorio, di scaglia, di testuggine, di bosso,
d'acero , di cedro , e poscia vi incastonarono pietre
preziose e vi applicarono piastre d'oro e d' argento
come ai letti triclinari che erano di comunissimo le-
gno-, ma caduta la repubblica, anche ad essi si estese
la ricercatezza, talché i tappeti babilonici di Nerone
valularonsi quattro milioni di sesterzi , cioè 8i0,000
lire nostrali. Si mangiava appoggiati sui gomiti, talché
posar il gomito in casa d'alcuno, ponere cubitum apud ali-
^uem, equivaleva pranzar da alcuno , come leggesi
in Petronio: hic est, inquit Menelaus, npui qnem cu-
bitum ponetis 1), e come direbbesi da noi mettere i
piedi solto la tavola. Cosi slernere lectulos, voleva dire
preparare la tavola : onde si legge in Terenzio :
Et lectulos jube sterni nobis et paravi ccetera i).
1) Satyrlcon XXVIII : • Questi, disse, è Menelao, presso
il quale appoggiate il gomito. •
2) Adelph. Alt. II. se. 5 :
Stender per noi comanda i letticciuoli
Ed apprestar ogn' altra cosa.
74 CAPITOLO VENTESIMO
Tornerò al triclinio più avanti, quando farò assi-
stere il lettore ad una mensa pompeiana o romana,
che vai lo stesso.
Divisa dal triclinium per un corridojo, fauces, ed
a roano sinistra, è la cucina nella casa di Pausa.
Questa distanza rese dubbio in taluni la designa-
zione del triclinio i ma dove si consideri che ciò
provvedeva ad impedire che il fumo e gli odori
della cucina giugnessero, l'esitazione sparirà . La cu-
cina , culina , ha presso una piccola cameretta pel
migliore servizio, ed un'altra per il pranzo, forse de'
servi, che aveva un'uscita sulla via di Fortunata.
Nella retrocucina stanno de' podii o muricciuoli per
appoggiarvi le giarre d'olio e gli utensili, e una ta-
vola per la confezione del pane o di cose dolciate.
Nella cucina veggonsi dipinte due persone che-
sacrificano, e al disotto due serpenti che proteggono
1' ara sacra alla dea Fornax, prolettrice dei fornelli.
Ai lati vi sono dipinti in rosso presciuiti , pesci,
pezzi di cinghiale, lepri ecc. In esse poi si rinven-
nero stoviglie e molti utensili di bronzo e nei for-
nelli la cenere.
Qui credo dare il nome d'alcun utensile di cucina
usato in Pompei ed in Roma. Ahenim era un calde-
rone, che sospendevasi al disopra del fuoco per iscal-
darvi l'acqua; cortina era un profondo calderone cir-
colare per farvi bollir c&rne \cacabus una specie di cas-
seruola che ponevasi su d' un treppiede , tripus, al
LE CASE fS
fuoco per cuocervi carni, legumi, ecc. Tripus dicevasi
anche un calderotto su tre piedi per far bollire com-
mestibili, comesi vede in una pittura cbe rappresenta
una scena del mercato di Ercolano; hirnea echyira vasi
di terra colta, per bollire e cucinare; mateola, la
pala; forcipes le mollette da camino; foculus, l'aiuola
del camino, ed anche lo scaldavivande e il veggino
per iscaldarsi le mani-, teslum, detto anche da noi
testo; craticula,\a, graticola; batillus la nostra paletta;
sarago specie di padella; rudis la lazza per ischiu-
mare: snttriscum la padella; situliis aquarius , il
secchio: trulla vaso che versava l'acqua nel lavatojo
a mezzo d'un manubrio; Irullens calino; trua , cuc-
chiaione per ischiumare la superficie dei liquidi; ma-
telUo vaso d'acqua con manico: cueuma, fosse la
nostra cocoma per far bollir l'acqua; haenum coch-
lum la marmitta da minestra: fisiula, pila per tritare
il farro; cribra incernicola il crivello; colum il cola-
tojo; Caller coquinaris, coltello da cucina; formella,
la forma per accomodarvi più vagamente il pesce;
apalare, strumento per cuocere le uova. Anthepsa era
un apparecchio conienenie il suo proprio fuoco e
gli scaldaioi dell'acqua in modo da essere acconci a
cucinare in qualunque parie di una casa , e di tali
arnesi se ne trovarono diversi negli scavi di Pompei.
Carnarium dicevasi l'arnese sospeso al soffitto e for-
nito di chiodi ed uncini onde appendervi salumi ,
erba, frulla ecc., e designavasi con tal Dome anche
76 CAPITOLO VlìNTESIMO
moscaiuola o dispensa per conservare i commesti-
bili; clibanus vaso coperto traforato in giro a pie*
coli buchi per cuocervi il pane, al qual effetto sì
circondava di ceneri calde, e Triraalcione,in Petronio,
per ridicola ostenlazione si valeva del olibano d' ar-
gento-, mortarìum, il mortaio, pilum, pistillum, pile e
pestello; vera lo spiedo, rara l'alare per sostenerlo;
infandibulum l'imbuto; olla vaso d'argilla colta
adoperalo per cucinare come la nostra pignatta: piìi
piccola e fatta di metallo, dicevasi lebes.
Gli inservienti della cucina erano eoqui, i cuochi ;
focaricB le cuciniere , piuttosto gualtere: focarii i
mozzi da cucina.
Prima di lasciar la cucina, farò cenno se la voce
caminus possa intendersi pel nostro camino , ossia
per quella gola che mena via il fumo attraverso i
varj piani della casa e lo scarica al disopra del
tetto, t I passi, scrive Rich, che si potrebbero citare
non sono punto concludenti, e la mancanza di qual-
sia cosa che somigli a un fumaiuolo, in cima d'una
fabbrica , dei numerosi paesaggi dipinti dagli artisti
di Pompei e di qualunque effettiva traccia d' un si-
mile congegno negli ediflzj publici e privati scoperti
in quelle città , porse prova sufficiente che s'egli era
noto agli antichi , devono però averne fatto uso
mollo di rado; quindi nella più parie delle case il
fumo deve avere avuto 1' uscita o da un semplice
buco nel tetto o dalla finestra o dalla porta. Se non
LE CASE 77
che dei congegni per fare fuoco nel centro d' una
stanza, accompagnanti almeno a una certa gola, sono
stali scoperti in parecchie parti d'Italia, uno a Baja,
UDO presso Perugia, ed un terzo a Civitavecchia, e
di questo si vede la pianta nell' incisione che sta
nel manoscritto di Francesco di Giorgio, che si con-
serva nella libreria publica in Siena. La forma è un
parallelogramma chiuso per intiero da un muro alto
dieci piedi (m. 3,047) da tre de' suoi lati , ma con
un'apertura o porta. Dentro questo guscio sono allo-
gate quattro colonne con un'architrave sopra di esse,
che reggevano una cupolelta piramidale , sotto la
quale si accendeva il fuoco sul focolare : la cupoletta
serviva a raccogliere il fumo a misura che saliva su,
e Io lasciava passare a traverso un foro in cima. Se
gliediQci, nei quali quelle stufe erano costrutte ave-
vano un piano solo , non si usava , forse , gole di
sorla; ma se, com'è probabilissimo, ci erano degli ap-
partamenti di sopra , par quasi certo , che una pic-
cola gola canale dovesse essere collocala sopra lo
spiraglio della cupola nella stessa maniera che egli
è in un forno di panatiiere in Pompei, quantunque
r altezza originaria non può essere determinala, stan-
teche non rimanga che una porzione del pian terreno. »
La latrina, parrà strano, era quasi sempre, come nella
casa del Questore, vicina alla cucina! Non consisteva
per lo più che in una cameretta con una seggia, perchè
non vi avevano pozzi neri. Del resto nulla ci deve
78 CAPITOLO VENTESIMO
maravigliare se nella bassa Italia queste segge si
videro nella cucina stessa anche in case agiate.
Dal lato opposto alla cucina, a fianco alla exedra,
vi sono le altre fuuces, o corridoio, che da questo
lato fu diviso in due parti: la prima convertita
ad uso di tabularium per la conservazione dei papiri
importanti e delle cose preziose ; la seconda è una
camera forse destinala allo studio e riesce allo xisto
giardinetto, dove fiori ed arboscelli crescevan va-
ghezza alla casa e ne profutnavan 1' ambiente. Una
fontana alimentata da un serbatoio in fondo dello
xisto irrigava le ajuole : si rinvennero tubi di piombo
e due grandi caldaje di bronzo che or si conservano
nel Museo. Tra lo xisto e il peristilio era una specie di
galleria coperta, che chiamavasi da' Romani crypto-
porticus e permetteva, anche nell'ore più soleggiate,
rimaner nel giardino all'ombra. Fu qui che venne
trovato il più bel candelabro di bronzo che si am^
miri nel suddciio Museo. Orazio cosi accenna simili
giardini di una casa di campagna:
Nempe inter varias nutrilur Silva columnas
Laudaturqiie domus longos quce prospicil agros 1).
{) Epist. Lil). 1. X. 22 :
Pur tra rocliilo di colonne fassi
Fronl(gj,Mar bosco, e lodasi magione,
CUe a l'occhio apre di campi ampio prospetto.
Trad. Gargallo*
LE CASE 79
E Plinio, descrivendo a Gallo il suo Laurenlino, o
villa che teneva nella campagna romana , presso al
luogo ove è r odierna Torre di Paterno , e lungo il
mare , cosi parla dell' ufficio dello xisio e della gal-
leria attigua : Ante cryptoporticum xystus violis odo-
ratus. Teporem solie infusi repercusso cryptoporticus
Quget quce ut tenet solem , sic Aquilonem inhibet sub-
movetque: quantumque caloris ante, tantum retro frigo-
ris. Similiter Africum sistit , atque ila divernssimos
ventos, alium alio latere, frangil et finii. Hcec jucunditas
ejus Meme, major cesiate : nam ante meridiem xystum,
post meridiem geslalionem hortique proximam parlem
umbrania temperai , quce ut dies crevil decrevilque ,
modo brevior , modo longior hac vel illac cadit. Ipsa
vero cryptoporticus tum maxime carel sole, quum ar-
denlissimus culmini ejus insistit. Ab hoc petenlibus fé-
nestris. Favonios accipit transmittilque : nec umquam
aere pigro et manente ingravescit 1).
1) Dinnanzi al critloporlico e' è un sisto olezzante di
viole. Il calore del sol che vi balle è accresciulo dal ri-
flesso del crillo porlico , il quale come manlienc il soie,
cosi vi scaccia e mantiene i venli boreali; e quanto è il
il caldo che si tia sul davanti , tanto è il fresco che si
gode di dietro. Esso arresta del pari i venti australi , e
così rompe e doma i venti più opposti , gli uni da un
lato, gli altri dall'altro. Ameno nel verno, lo è ancor più
nella stale. Poiché prima del mezzogiorno, il sisto, dopo
di esso lo stradon gestatorio e la vicina parte dell' orto
80 CAPITOLO VENTESIMO
Tale era dunque il pian terreno d'una casa signo-
rile porapejana; od almeno questa era la distribu-
zione più generale e più regolare; poche sarebbero
le modificazioni che si rinverrebbero nelle altre
case. Tuttavia sarebbero in talune rimarchevoli lo
sphcerisierium pel giuoco alla palla , la pinacoteca o
sala delle pitture; il balineum o il bagno-, l'alesato-
rium sala del giuoco , e la cella vinaria per la
conserva/ione del vino e dell' olio , che non esiste-
vano in tutte.
Rimarrebbe a dire del piano o piani superiori:
ma non ne rimane esempio in Pompei , perchè ro-
vinati interamente nel seppellimento della città , o
caduti nello sterramento: sembra tuttavia che fos-
sero destinati più specialmente all' abitazione delle
donne ed alla servitù della casa , e le camere di
essi piani dicevansi ccenacula. Tracce di esistenze dì
tali piani si riscontrano in Pompei in certe scalette
che veggonsi praticale nelle fauces di più case, e se
in questa città dovevano essere tutte le coslumanze
sono confortati dalla sua ombra, la quale, secondo che cala
cresce il giorno , qua e la cade or più corta , or più
lunga. Lo slesso crilloporlico non è mai tanlo privo del
sole, quanto allora, che il più cocente raggio di esso cade
a piombo sovra il suo colmo. Oltre a ciò per le aperte
finestre vi entrano e giuocano i zefiri; né il luogo è mai
molesto per un' aria ciiiusa e stagnante.
Episl. Lib, II. i7. Trad. Paravia.
LE CASB 81
di Roma inlrodolte, dovevano esistere anche scale
esterne che mettevano a questi piani superiori 1).
Quasi in prova di case a più piani, una viene ad-
ditata appunto col nome di casa a tre piani , presso ^
alla casa della Danzatrice ; ma di questi tre piani
non rimane adesso vestigio, solo vedendosi che sotto
al livello della via publica era il pian terreno, ed
un resto di scala che metteva al primo piano.
A proposito di piani superiori, non lascierò qui di
riferire quanto si legge nel Giornale di Napoli del-
l' otto novembre (1872) :
t A Pompei in ottobre gli scavi furono continuati
negli stessi luoghi del mese innanzi , cioè sulla si-
nistra della porta antica piìi vicina alla ferrovia, ed
in un'isola che ha la fronte sulla strada Stabiana.
Questa via, dove s'avvicina alla porta dello stesso
nome , s' insinua nel fondo di una piccola valletta,
e sulle coste laterali si dispiegano con varia pen-
denza edifici privati e pubblici. Il lato occidentale
è opportunatamente coperto dai due teatri, nei quali
il declivio del suolo serve a sostenere le gradazioni
ove sedevano gli spettatori. Sul Iato opposto od
orientale è situata l'isola, che ora si restituisce a
luce, e che precisamente sta in parte di fronte ai
teatri, e in parte si prolunga più al nord. In otto-
Liv, XXXIX. 14.
82 CAPITOLO VENTESIMO
bre vi fu interamente messa allo scoperto una bella
e grandiosa abitazione, che, per la indicala acciden-
talità del suolo, ha nel piano. della via l'atrio con le
stanze attinenti, ed il resto ad un livello tanto più
elevato , che forma un vero secondo piano , quan-
tunque non sovrapposto a quello inferiore. È la
prima volta che s'incontra nelle case di Pompei
una disposizione siffatta. >
Avevano poi questi piani superiori, finestre e bal-
coni? Non lo si può dire; ma è permesso congettu-
rarlo e credere di si, se sussista tuttavia in Pompei
la casa detta del Balcone pensile, sterrata nel 1862. A
vero dire più che un vero balcone, esso è ciò che
dicevasi moenianum, ossia terrazzino coperto sporgente
sulla strada da uno dei piani superiori e sostenuto
da mensoleinfissenei muri-, quantunque da quell'esem-
pio unico che si ebbe in Ercolano d'un edifìcio in piedi,
e che si dovette demolire, perchè tutto il legname
e gli architravi che lo sorreggevano si trovarono
pressoché carbonizzati , siasi raccolto che dodici ca-
merette , ccenacula , fabbricate sui corridoi superiori
alla corte, ricevessero luce da finestre che guarda-
vano nell' interno. Di congeneri balconi pensili of-
frivano gli scavi pompejani diversi esempi, ma tra-
scurali non compresi; caddero in rovina: questo
solo che die nome alla casa fu con tutta diligenza
restaurato, onde riesca una delle più importanti case
€be si additino in Pompei.
LE CASE 83
Recenlemenle , ossia nel 28 luglio 1872, secondo
leggesi nel Giornale degli Scavi 1), Appendice III,
nella Relazione officiale dei lavori eseguili in Luglio ed
Agosto 1872, nel disterro dell'isola sellima nella Re-
gione settima, a nord-ovest del Tempio di Venere si è
scoperto un altro balcone pensile, die affaccia sopra un
vicoletto, che' ha wia direzione perpendicolare al lato
occidentale del Tempio.
Dopo quanto ho detto circa la somiglianza che si
hanno quasi tutte le case pompejane, non parmi
consentaneo a' miei inlenti venir descrivendo parte a
parte ognuna che fu scoperta e che pur richiamerebbe
Fattenzione per la particolarità degli oggetti ritrovali:
pur nonpertanto ne segnalerò almeno il nome otte-
nulo nella designazione degli scavi.
Presso la porta della Marina è la casa della di u-
Championnet , cosi chiamata perchè vi si praticarono
scavi alla presenza del francese generale di questo
nome -, la casa del Cinghiale fu cosi nomata da un -^
cinghiale contro il quale si slanciano due cani, rap-
presentato nel musaico del vestibolo \ Nuova Casa della •''
Caccia, perchè la parete sinistra del peristilio offre una
bellissima pittura esprimente una caccia d'animali,
e si vede un orso che si scaglia contro un cinghiale,
e in distanza un leone che sta per superare un di-
rupo e trarre in soccorso dell' orso: è detta nuova,
*) Voi. secondo. Puntata <8.a, pag. 347.
84 CAPITOLO VENTESIMO
perchè altra ne portava già identica denominazione;
la casa di Sirico nella via del Lupanare , fu delta
da un sigillo che si rinvenne, su cui si lesse tal
/ nome. Presso alla soglia dell' atrio leggesi in mu-
saico il saluto SALVE LVCRV, che già m' avvenne di
ricordare nel chiudere il discorso delle tabernce. Nella
via d'Augusto evvi la casa della nuova fontana o dell'Or-
se, essendovi nel prothyrum un musaico che lo raffigura
accosciato e ferito da una lancia; la casa di Marte e Ve'
nere per la bellissima pittura che li rappresenta in un
bellissimo specchio circolare su d' un pilastro fra la
prima e la seconda camera da letto , cubicula , del-
^ l'atrio. La casa di Cornelio Rufo ha il busto in marmo
del proprietario con sotto scolpite le parole Cornelio
RYFO; la casa detta del numero 4 è interessante per le
^ sue molte pitture: quella del Citarista deve il suo nome
alla superba statuetta in bronzo d'Apollo Citarista che
si rinvenne e che fu trasferta al Museo. La casa di
Olconio, fra i maggiorenti più rispettabili di Pompei,
dà il nome alla strada e offri, nel 1853 , quando vi
si praticarono gli scavi , interessanti oggetti d' arte
e dati importanti della vita pompejana. Tutta i'm-
V sula di M. Epidio Sabino, che sta rimpelto alla casa
del Citarista, contiene due abitazioni di cui una cer-
tamente era dello stesso M. Epidio Sabino , procla-
mato duumviro di giustizia per avviso di Tito Svedio
Clemente , come si lesse nella facciata esterna della
casa. Importantissima per le sue decorazioni e per
LE CASE 85
le sculture è la casa di Marco fMcrezio, questo nome
essijndosi desumo da una pittura d' una camera del
peristilio, che raffigurava una tavoletta pugillare con
uno stile, un calamaio, un sigillo e le parole Af.Lu*
cretio Flam. Martis Decurioni Pompeis 1). Il lettore
conosce già la casa del Fauno per la stupenda sta-
tuetta in bronzo trovala nell'atrio, per il musaico
della Battaglia d'Isso e per altre molte preziosità ;
cosi quella di Canore e Polluce detta anche del Que»
slore , e che è pure considerata come una delle più
belle di Pompei, e dove già notai tante degnissime
cose d'arte. La casa dell'Ancora, dal musaico della
soglia, presenta una particolarità , un sotterraneo, cioè,
nel fondo di essa, da cui si passava in una gran
sala circondata da nicchie al livello stesso del sot-
terraneo. La casa del Poeta già visitò il lettore, quando
vi trovò il musaico all' ingresso , rappresentante il
cane alla catena, col motto cave canem , e vi am-
mirò molte altre artistiche cose. Casa del Maestro di
Musica fu nominata quella njn discosta dalla casa di
Pansa, sulle cui pareli interne si videro dipinti varii
istrumenti musicati; e di Sallustio quella sul cu i
muro esterno si lesse l' iscrizione, pressoché intera-
mente cancellata ade.sso:
e. SALLVSTIVM. M. F.
1) «A Marco Lucrezio Flamine di Marte, Decurione in
Pompei. •
Le Hnviiìt li l'om/tri. Voi. III. 6
86 CAPITOLO VENTESIMO
Neil' impluvium di questa bella casa, sovra base di
marmo , si rinvenne un gruppo in bronzo del più
puro siile greco e di rimarchevole bellezza, raffigu-
rante Ercole che ha raggiunto alla corsa la cerveita,
dalla bocca della quale usciva un getto di acqua, e
cìie per la poca cura che s' ebbe dapprincipio degli
scavi si lasciò che se ne privasse il Museo di Na-
poli, che solo ne serba una copia in gesso , l'origi-
nale trovandosi nel Museo di Palermo. In questa
casa, come in diverse altre, nel fondo della abita-
zione si osserva un lararium, nicchia o piccolo taber-
nacolo, con frontispizio, a custodia dei domestici
numi lari, spiriti guardiani della famiglia. Vi si
trovò didatti un idoletto di metallo , un vasetto e
una moneta d' oro , e dodici altre di bronzo di Ve-
spasiano.
Per ciò solo che comprenda tre abitazioni e senza
alcun altro apparente motivo , dove non fosse un
altare pel fuoco sacro nella terza corte che somiglia
V Ã un tempio, non lungi dalla casa del Chirurgo,
della quale a suo luogo ho già intrattenuto il lettore,
fu detta casa delle Vestali, quella che è in Via delle
V Terme, e la quale ha sulla soglia il saluto : salve. Ha
essa tre cortiletti con portico all' ingiro a colonne. Al
y/' lettore tenni già parola della casa di Cicerone , che
è nel Pagus Augustus Felix, né vi aggiungerò altro.
Di moltissime altre già scoperte dovrei fare raen-
^' zione, come di quella deW Argenteria, per molli vasi-
LB CÀS8 87
di questo metallo rinvenuti; di Cajo Memmio , di
Cajo Vibio , di Caprasio Primo , di Fusco , di Po-
libio, di Pomponio, di Popidlo Prisco, di Popidio Se-
condo, di Gavio Rufo , dei Diadumenì, di Spurio
Uessor (mietitore), di Giulia Felice, per non dire
di quelle altre moltissime che ricevettero nome da
pitture sculture , o da qualche particolare circo-
stanza come le case di ZefQro e Flora, di Venere e
Marte, delle Nereidi, di Nettuno, delle Amazon! , di
Atteone, delle Danzatrici ; dell'Arciduca di Toscana ,
dell' Imperator di Russia, di Giuseppe II, del Re di ^
Prussia, della Regina d' Inghilterra; dei vasi di ve-
tro , dei tre piani , del torchio di terra cotta , delia
muraglia nera, dei bronzi, dei flori e vie via di
tante altre; ma come dissi, suppergiù l'una all'altra .
somiglia : le sole decorazioni più o meno ricche di-
stinguendole; rese poi più o meno interessanti dalla
preziosità degli oggetti che vi si ritrovarono.
D' una sola tuttavia m' incombe il debito di parti-
colarmente descrivere, per ciò appunto che nella sua
distribuzione e nelle diverse sue attinenze diversi-
fichi dalle altre: essa è posta nel sobborgo, nella via
delle Tombe, e si designa piuttosto come una casa
suburbana o di campagna.
Posta rimpetto al sepolcreto di Marco Arrio Dio-
mede, liberto di Arrio, maestro del Rigus Aiigustus
Felice , come leggeremo sull' iscrizione di esso nel-
r ultimo capitolo di quest' opera , si credette che la
»8 CAPrrui.o VKMiìsiMo
casa fosse a lui spellala ; onde proseguiam noi pure
a ritenerla per stia Essa è 1' ultima abiiazione a si-
nistra della via delle Tombe , e presentando due
piani , riesce indubbiamente di particolare interesse.
La descrizione di essa e la descrizione delle sue
ville che fa Plinio il Giovane nelle sue Epislole ci
forniscono l'idea completa d'una romana viileggia-
giatura. «*>« iiStif,;-.
Si entra nella casa di M. Arno Diom'éìja; dl§fiè^ì-
dendo alcuni gradini di marmo aventi a ciascun dei
lati una colonnetta di (naieria laterizia. Subito si pre-
senta, come osserva Vitruvio parlando dell»^ case di
campagna, una corte aperta, atrium, recinta da quattor-
dici colonne di ordine dorico pur di mattoni rivestiti
di stucco che dovevano formar portico. Questo medesi-
mo piano, avendo verso il giardino una loggia scoperta,
lo dominava. Nella detta corte c'era un ìmpluvium e da
ciascun lato stavano due puteali per attingervi l'ac-
qua. A destra dell'atrio, le camere per gli schiavi e
una scaletta per ascendere al piano superiore desti-
nato forse alle donne; a sinistra, l'appartamento per
il balineum, o bagno privato, che già il lettore trovò
parte a parte descritto nel capitolo delle Terme.
Dall' un dei portici deW atrium si va alla dispensa,
dove intorno ad una tavola di marmo si trovarono
stoviglie da cucina. Quindi seguono i cubtcula , o
camere da letto , già ricche di pitture e musaici, fi
tr'cHniim era nel mezzo di forma .semicircolare e le
LE CASE 8»^
pareti dipinte a pesci natanti nell'acqua. Tre larghe
flneslre riguardavano alla campagna e lo rendevano
più allegro. Àncora dalla corte scoperta si accedeva
ad altro appartamento, costituito da \in'exedra, o sala
da conversazione, e da altri salotti, da cui si entrava
io una galleria, su di una sala maggiore, oecus, e da,
ulllino sulla loggia scoperta , sul giardino e pQr
isfondo il mare. A livello del giardino, v' è un appar-
tamento terreno, le cui camere erano a volte decorate
di pitture e i pavimenti a musaici che or sona al
Museo. Sotto il porlipo era una fontana, ,^,d,^^g^r-
dino si discendeva alla lunga cella vinaria, che corre
tutta la lunghezza di tre portici , dove ho gi«à detto
altrove quanti scheletri e preziosi oggetti ^iano stati
rinvenuti e che era rischiarata da spiragli. Da un
lato del giardino vedesi un recinto che già notai es-
sere slato un sphoeristerium, e all'angolo sinistro s'a-
privano due piccole qatpere , dove pure fu trovato
uno scheletro con i^raccialetto di bronzo ed un anello
d'argento.
Veduta cosi pome fosse la, casa pompejana, ed^r
servato ad un tempo in che differisca la cas9,ro,*
mana , naturale è il passaggio a ragionare della fa-
mìglia , e lo farò con quella maggiore brevità cht3
poiinp ci)mporiare l'economia dell'opera e l'importanza
del snbbieiio. ;. , ;, â– ^_, .^ .
Anzi tratto, parmi doveroso accennare quale fosse
il vero principio che tenesse unita e compatta lata-
90 CAPITOLO VENTESIMO
miglia romana, perocché tulio quanto le riguarda
sembrerà allora subordinato ad esso.
Chi per avventura lo ebbe ad indagare più pro-
fondamente e giusiamenie, è per mio sentimento il
signor Fustel de Coulanges nell' opera già superior-
mente citala La Cité Antique, che meritamente venne
coronata dall' Academia Francese e dovrebbe ancor
meglio essere apprezzala. Io indicherò un tale prin-
cipio colle parole e dimostrazioni di quell' illustre e
dotto scrittore.
Il principio della famiglia antica — scrive egli —
non è unicamente la generazione. Ciò che lo prova
è che la sorella non è nella famiglia quello che vi
è il fratello ; è che il figlio emancipato o la figlia
maritata cessano completamente di farne parte, e per
ultimo lo provano parecchie altre disposizioni delle
leggi greche e romane.
Il principio della famiglia non è tampoco, come
potrebbe agevolmente reputarsi dal lettore, l'affe-
zione naturale. Imperocché il diritto greco e il di-
ritto romano non tengono conto alcuno di un lai
sentimento. Esso può esistere in fondo dei cuori ,
ma non si trova nel diritto. Il padre può esser
tenero delta sua figliuola, ma non può legarle 1' a«
ver suo. Le leggi di successione, vale a dire, tra
le leggi quelle che più fedelmente attestano delle
idee che gli uomini si facevano allora della fa-
miglia , sono in flagrante contraddizione , sia col-
.||.E.CASE ,^9l
l'ordine Jella nascita, sia coirafTezione naturale 1).
Gli storici del diritto romano, avendo assai giusta-
mente osservato che né la nascita, né l' affetto fos-
sero il fondamento della famiglia romana, hanno
creduto che questo fondamento si dovesse trovare
nella potenza paterna o maritale. Ma di tale potenza
essi fecero una specie di istituzione primordiale; non
ispiegando per altro com' essa siasi formata, a meno
che non sia che per la superiorità del marito sulla
moglie, del padre sui Agli.
Ora é un grave errore il collocare cosi la forza
iiirorigine del diritto. L'autorità paterna o maritale,
ben lungi dell'essere slata una causa prima, fu essa
.stessa un efTeilo: essa è derivata dalla religione e
fu stabilita da questa. Essa adunque non é il pria*
4:ipio che ha costituito la famiglia.
Ciò che nei membri della famiglia antica , fu
gualche cosa di più possente della nascita, del sea-
Umento , della forza fisica : fu la religione del foco-
lare e degli antenati. Essa operò che la famiglia for-
masse un corpo in questa e nell' altra vita. La fa-
miglia antica è una associazione religiosa più ancora
che una associazione di natura. La donna infatti non
^vi era veramente contata se non in quanto la sacra
cerimonia del matrimonio l'avesse iniziata al cullo:
i) È ben inteso che qui si parla dei diritto più antico:
in seguilo queste leggi si vennero modificando ed erano giÃ
-^a tempo mutale quando a Pompei toccò l'estrema rovina.
M CAPITOLO VENTESIMO
il figlio non vi coniava puro, se rinunziava al cullo,
se era emancipalo, e l'adottato invece vi era un
vero figlio, perchè se non aveva il vincolo del san-
gue^ aVeva qualche cosa di più, la comunanza del
culto-, e il legatario che rifiutava d'adottare il culto-
di questa famiglia, non conseguiva la successione e
finalmente la parentela e il diritto all' eredità erario-
regolati , non dietro la nascita, ma dietro i diritti
della partecipazione al culto, come gli ha stabiliti la
religione. Certo che non è la religione che ha creato
la famiglia, ma è dessa sicuramente che le ha dato
le sue regole, e di là conseguitò che la famiglia an-
tica ebbe una costituzione cosi diversa da quella
ch'essa avrebbe avuto se i sentimenti naturali fos-
sero slati Soli a fondarla.
L' antica lingua greca aveva una parola ben si-
gnificativa per designare una famiglia •, dicevasi
ijttsTtbv,' parola che significa letteralmente dò che-'è
appresso ad un fócóìare. Una famiglia era un priippo-
di persone alle quali la religione permetteva d'invo-
care lo slesso focolare e d' offrire il banchetto fù-
nebre ai medesimi avi 1). Si comprende cosi 1' im-
portanza delle espressioni : prò aris et focis.
Premesso cosi quanio conf^emeva il principio fon-
damentale della famiglia, pei migliore intendimento,
debbo far precedere la spiegazione, secondo il concetto
i) Fuslcl de Coulanges : La Cile Antique, Liv. H, ci), !.
LB Case 99
romano, delle ire parole polestas, manus, manicipium,
nelle quali si compendiano i diruti esistenti nella
famiglia, ed allora meglio ancora verrà coini)resa la
costituzione della stessa.
Per la parola polestas , intendevano i Romani la
poiestà del padrone sullo schiavo e quella del padre
sui figli: per la parola manus, la podestà alla quale
le donne erano in certi casi sottomesse : e per la pa«
rola manìcipmm, un diritto d'una certa natura, che
se non è si agevole il definire , verrà nondimeno
chiarito dalle dimostrazioni che ne farò.
Qual fosse il potere del padrone sugli schiavi, dirò
più avanti parlando di costoro; quasi egualmente
esteso era quello del padre sui figli. L'ingresso del
figlio nella famiglia, dice il sullodalo signor Fust&r
de Coulanges, era segnalato da un allo religioso. Era
mestieri dapprima che fosse accettalo dal padre.
Questi, a ti'olo di padrone e di custode vitalizio del
focolare, (li rappresentante degli antenati, doveva
pronunciare se il nuovo arrivato fosse , o non fosse
delia famiglia. La nascita non formava che il legame
fisico : là dichiarazione del padre cosllluiva il le-
game morale e religioso. Questa formalità era egual-
Mìente obbligatoria a Roma come in Grecia.
Occorreva di più pel figlio una specie d' inizia-
zione. Essa aveva luogo poco tempo dopo la nascita,
il nono giorno a Roma , il decimo in Grecia. Quel
giorno il padre riunixa la famiglia, chiamava de' te-
94 CAPITOLO VENTESIMO
stimonj e faceva un sagriflcio al suo focolare. Il fi-
glio veniva presentato al dio domestico; una donna
lo portava nelle sue braccia e correndo gli faceva
fare più volte il giro del fuoco sacro. Questa ceri-
monia aveva un duplice scopo, di purificare il bara-
Jbino, cioè di togliergli la macchia che gli antichi
supponevano avesse contratto pel solo fatto della
gestazione e di iniziarlo al culto domestico. Da tal
momento il figlio era ammesso in questa specie di
santa società e di piccola chiesa che si chiamava la
famiglia. Ne aveva la religione, ne praticava i riti,
era allo a dir le preghiere e più tardi dovrà essere
«gli stesso un onorato antenato.
Tali solennità non si richiedevano per la figlia ,
appunto perchè ella non potesse esser chiamata a
continuare il culto della famiglia , potendo il malri-
raonio applicarla ad un altro culto , come si dirÃ
tra poco.
Al punto di vista del diritto pubblico, era il figlio
libero e indipendente e poteva però esser magistrato,
tutore e votare nella tribù e nella classe del padre
suo; ma al punto di vista del diritto privalo, in qua-
lunque età rimaneva sotto la podestà del padre.
La donna in tnanu era considerala come la figlia
del proprio marito, e se questo medesimo era figlio
di famiglia , veniva essa considerata , come la figlia
del figlio : nelle relazioni del padre di famiglia, diven-
tava. ma/éT familias e abbandonava la sua famiglia
9!i
d'origine. La conventio in manum, importava per sé
una minima capitis diminutio, cioè il cambiamento
â– di famiglia; da non confondersi colla capitis dimi-
nutio media y che slgniQcava una certa diminuzione
di libertà , cioè la perdita della cittadinanza, come la
capili» diminutio maxima era la perdita completa della
libertà , lo che traeva seco la piena incapacità civile.
— Cessavano cosi nella donna i diritti d'agnazione
di parentela civile fra lei e la sua antica famiglia.
Tuttavia la manus non era una conseguenza ne-
cessaria del matrimonio; ma s'acquistava colia con-
farreazione , coli' uso e colla coemzione. La prima
che consisteva in un solenne sacrificio, al quale assi-
stevano il gran pontefice, il flamine diale e dieci te-
stimoni cittadini romani, ma era riservato a' patrizii, e
i matrimoni così celebrati si avevano per sacri. Dirò
peraltro più sotto degli altri riti che precedevano od
-accompagnavano questa prima sorta di matrimonio.
L'uso, era quando la douna aveva abitato col marito
-durante un anno senza interruzione e la donna chs
evitar voleva la convenUo in manum, bastava che
Ogni anno ella passasse Ire notti fuori del domicilio
coniugale, lo che dicevasi (r<rioc<ium ujtirpafio. In que-
sto modo ella poteva farsi rivendicare dal padre suo, o
•dal tutore e cosi riacquistare la libertà . La coemzione
'«ra una specie di vendita, nella quale la domia, au*
Horizzata dal padre o dal tutore, si vendeva al suo
â– marito. Questa era la forma primitiva del matrimonio
•5 C\IMTOLO VENTESIMO
ed era certo anche la più semplice: epperò durò pii^
Jungì tempo. .nii
Il padre investito della potes'as e il marito della
manus, potevano vendere il loro figlio o la loro mo-
glie ad un terzo e questa vendila che aveva luogo
colla mancipazione , dava al compratore un diritto
che si chiamava mancipium , equivaU nle alla pro-
prietà ; si che mentre la patria puteslas e la mmus
cessavano alla morte del padre o del marito, il nnjan'
cipium passava agli eredi del compratore. Ciò mal-
grado , la persona,}» mancipio, se non poteva eser-
citare i- diritti politici, non perdeva la sua prima
condizione d' ingenuità , o civile. Questo diritto si
venne poco a poco restringendo, ridotto quasi esclu-
sivamente al caso che il figlio avessa cagionalo uo
danno , nel quale il padre lo cedeva alla persona
lesa in mancipium, a titolo di indennità . .;,,
Il debitore insolubile e chi si vendeva gladialo.re^.
amtoratus, e il romano prigioniero di guerra riscat-
talo da un altro romano, si trovavano nella medesima
condizione di chi era in mancipio.
Ciò premesso, la f imiglìa romana si componeva di
tutti gli individui discesi da maschi da un autore
comune, od entrati nella famiglia per mezzo dell'a-
dozione della manus, che creavano dei veri vincoli
di figliazione I diversi inombri della famiglia si chia-
mavano agnati, e Ji questi coloro che succedevano
in linea retta, i figli ed altri discendenii , dicevansi
LE CASE 97
sui hceredes, i fratelli e sorelle consanguinei. L'a-
gnazione era la parentela del diritto civile , e però
non poteva appartenere né ai Ialini, né ai peregrini^
cioè ai forastieri. ' " ^''^^'^^ '"''''
I Romani, inoltre, conoscevano la parentela natu-
rale che dicevano cognazione, eognatio , e si esten-
deva fino al settimo grado, ed una ttrza parentela,
l'afQiiità , ossia le relazioni esistenti fra un coniuge
e i parenti dell'altro coniuge.
Se il niairimonio presso i Romani era un' istitu-
zione del diriilo delle genti, non era meno un'istitu-
zione di diritto civile, regolandone il diritto romano
le condizioni e gli effetti, assolti i quali, si chiamava
iegittimum mairimonium , ed anche justcB nuptic^. La
capacità di contrattar un simile matrimonio , appel-
lavasi connubium, e per regola generale non era
questo concesso che fra cittadini romani : per esser
concesso a' peregrini, abbisognava dell'autorizzazione
del potere legislativo.
Modestino definiva il matrimonio : consortium tolius
vUoe , divini atque humani juris cumunicatio e Giusti-
niano vi aggiungeva : individuam vUce consueludinem
continens, ossia la completa e indivisibile unione del-
l'uomo e della donna: ma ciò malgrado, il divorzio
era ammesso e ne veniva anche spesso abusato. Ya
per altro detto come pel corso di cinque secoli non
uno se ne avesse a contare : e rimase ricordato
dalle storie il nome di Carvilio Ruga che fu il primo
9S CAPITOLO VENTESIMO
che ricorse a codesta misura. Non si creda però cha
ad essa fosse fomite pensiero di lussuria od altra,
condannevole causa : egli teneramente amava la mo-
glie e di nulla aveva a lagnarsene, se non che di sua
sterilità ; ma siccome nella formula del maritaggio
aveva giurato menarla sposa per aver de' figli, ella
non avendogliene dati , sacrificò 1' amore alla reli-
gione del giuramento 1). La religione diceva che la
famiglia non doveva estinguersi e che ogni affezione
e diritto naturale dovessero cedere davanti a questa
regola assoluta. Né era altrimenti in Grecia, dove
Senofonte 2) e Plutarco 5) narrano che quando il ma-
trimonio fosse staio sterile per fatto del marito, do-
vesse il fratello od un parente del marito sostituirsi
a lui e la donna accondiscendervi, e il figliuolo che
ne fosse nato si avesse a considerare come figlio del
vero marito.
Ma del divorzio , col progredire del tempo, venne
come dissi , abusato , né fu la voce della sola reli-
gione che il reclamò \ ma bastarono i litigi colla
nuora, od anche l'impudicizia; e Paolo Emilio ne al-
legò unicamente a causa l'essere stato dalla moglie
offeso; Sulpizio Gallo, perchè uscita a capo scoperto ;
i) Vedi Aulo Geiiio IV, 3, Valerio Massimo II, « , 4, e
Dionigi d'Alicariiasso 11^ 25.
2) Governo degli Spartani.
3) In Solone, ;0.
LE CASE 99
Antistio Vetere, perchè parloitò in segreto con una
liberta volgare; Publio Sempronio, perchè ita a'
giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Te-
renzia dopo trent' anni di convivenza, perchè gli ab-
bisognava una nuova dote onde spegnere i debili v
e Publio perchè parve rallegrarsi della morie dt
Tulliola. Essa Terenzia fu di Sallustio , poi di Mes-
sala Corvino, poi di Yibio Rufo; Tulliola passò per
tre mariti, e 1' ullimo, Dolabella, la ripudiò incinta.
Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare
Porcia. Un famoso ghiotto fu sul punto di cacciar
la sua, perchè in momenti critici visitò la cella dei
vini, eh' e' temeva se ne inacidissero. Cajo Titinnio
minturnese menò a bella posta la scapestrata Fannia,
per espellerla poi come impudica e tenersene 1»
dote. Cesare ebbe tre mogli, Pompeo quattro, quattri^
Augusto, cinque o sei ciascun membro della fami-
glia di esso , e v' erano donne che , al dir di Se-
neca {De Benef. Ili, 26) conlavano gli anni dai ma-
riti, non dai consoli 1).
Il matrimonio era di consueto preceduto dagli
sponsali, promessa, consistente in una stipulazione
tra il futuro marito e i! padre della futura sposa:
chi vi avesse dipoi mancalo , era passibile dapprin-
cipio dell'azione di indennizzo: più innanzi si limitò
a colpire d' infimia colui che avesse mancato alla
data fede e contrailo altri sponsali.
I> Canlù. Stor. degli Italiani. Voi. I. Cap XXIII.
100 CAPITOLO VEMESIMO
L' età pel matrimonio era di dodici anni nella
donna, di quattordici nell' uomo, e quando gli sposi
fossero alieni juris, occorreva il consenso delle per-
sone nella cui podestà si trovavano; per le fanciulle,
comunque sui juris , era indispensabile il consenso
de' loro parenti e tutori.
L'importanza del matrimonio presso i Romani,
come presso i Greci, non è si presto compresa se
non si designano i caratteri essenziali di esso. GiÃ
superiormente ho toccato della religione domestica o
del focolare, e del come da casa a casa potesse dif-
ferenziare, poiché ogni padre-famiglia, essendo pon-
tefice di tal religione nella propria casa, serbasse o
adottasse que' riti che meglio a lui fossero piaciuti.
Ora è evidente che la fanciulla che andava a nozze
dovesse rinunciare ali.» religione del proprio foco-
lare , per abbracciar quella del focolare del marito.
-€k)sì doveva dimenticare quelle cerimonie, quelle
preghiere, quelle pratiche nelle quali era fin allora
cresciuta, per apprenderne altre, e per dirla con Ste-
fano di Bisanzio : t a datar dal matrimonio, la donna
ba nulla più di comune colia religione domestica
de' suoi padri ; ella sacrifica al focolare del marito. >
E Fustel de Coulanges che cita codesto scrittore
neir opera sua La Cile Antique 1) , soggiunse : Così
«) Liv. II, La Famille, Cliap. II, Le Mariage , Pag. 48.
Paris. Librairie Ilacliette e C- 1878, 4.nie edil.
LE CASB 101
quando si penetra nel pensiero di questi uomini an-
tichi, si capisce di qual importanza dovesse essere
per essi l'unione coiijugale e quanto l'intervento della
religione vi fosse necessario. Nen era forse mestieri
che la fanciulla avesse ad essere da qualche sacra
cerimonia iniziala al cullo che doveva quind' innanzi
seguire? Per divenire sacerdotessa di questo foco-
lare, al quale la nascita non l'aveva legata, non le
occorreva forse una specie di ordinazione o di ado-
zione ?
Il matrimonio era dunque la cerimonia santa che
doveva produrre questi grandi effetii. Gli scrittori
infatti, latini o greci , indicano il matrimonio con
parole esprimenti un atto religioso. Polluce, che vi-
veva al tempo degli Antonini, istruttissimo ne' vecchi
usi e nella antic;i lingua, dice che ne' primi tempi,
in luogo di designare il malriraonio col suo nome
particolare {yy-fi-oi) , lo si designava semplicemente
colla parola riUi, che significa cerimonia sacra 1),
quasi il matrimonio fosse stato la cerimonia sacra
per eccellenza.
E tal cerimonia non si compiva ne' templi degli
Dei, ma nella casa, ed era il Dio domestico che vi
presiedeva. Certo che in seguito, quando la religione
<jh9gli dei del cielo, divenne preponderante, si adottò
di adire previamente i templi e di offrire a questi
!) Lib. Ili, 3, 38.
Le Movine di Pompei. Voi. III.
102 CAPITOLO VENTESIMO
Dei sacrifici che si chiamavano prehidii del matri-
monio,* ma la parte principale ed essenziale della
cerimonia dovevasi sempre compiere davanti il foco-
lare domestico.
Il matrimonio romano , quello almeno che si con-
siderò per pili legale e fu il piii usitato, perchè pro-
cedente dal mutuo consenso, mutuus consensus, somi-
gliava d'assai al matrimonio greco, e comprendeva
com' esso tre atti : iraditio , deductio in domum , con-
farreatio.
La prima si compiva dal padre, che distaccando la
figliuola dal domestico focolare e dalla propria au-
torità , la consegnava al marito che l'assumeva nella
propria.
Quindi la sposa veniva condotta a casa dello sposo^
velata, recinta il capo d'una corona, mentre una face
nuziale precedeva il corteggio, e si cantava un inno:
col ritornello lo! Hymen, Hymenee, e coli' altro Ta-
lassia, parola quesl' ultima della quale i Romani del
tempo di Orazio non comprendevano tampoco il
senso. Il corteggio giungeva avanti la casa del ma-
rito , dove veniva alla sposa presentato il fuoco e
l'acqua; il primo, il lettore già lo sa, emblema della
divinità domestica : la seconda è l'acqua lustrale che.
serve alia famiglia per tutti gli atti religiosi. Allora,
io sposo, a simulare il ratio, sollevava la sposa nelle
sue braccia e la portava in casa , senza che i piedi
di lei toccassero la soglia.
LE CASE 103
Fiiialmento ella è condoiu davanti il focolare,
dove sono i Penali, gli dei domestici e le immagini
dei maggiori : gli sposi fanno un sacriflcio , versano
la libazione, profTeriscono preghiere e mangiano ìd-
sieme il panis farreus , o facaccia di fior di farina,*
onde il nome al matrimonio di confarreatio.
Codesta grave e solenne cerimonia produceva cosi
importanti effetti giuridici e sociali , da non potersi
ammettere la poligamia.
La bigamia pertanto era severamente proibita: prin-
cipale impedimento al matrimonio era la parentela e
l'afQnità : il divieto fra cognati e cognate non fu intro-
dotto che sotto Teodosio. Si proibiva pure il matri-
monio fra lìberi e schiavi, e nell'antico diritto anche
fra liberi e liberti ; ma la proibizione di sposare li-
berti fu ristretta dalla legge Giulia ai senatori ed ai
loro discendenti , né fu soppressa che sotto Giusti-
niano.
Altre proibizioni esistevano, come fra una patrona
e il suo liberto , una donna libera e il colono d' un
terzo — e colono era un uomo libero si, ma vinco-
lato ai suolo, tal che il proprietario del fondo avesse
una sorta di potestà su di lui, un diritto di corre-
zione, non potesse da lui esser tratto in giudizio e
lo potesse, fuggitivo, trattar come schiavo fuggiasco.
— Era pur conteso il matrimonio tra il tutore e la
sua pupilla, l'adultera ed il suo complice, il rapitore
e la rapila, Romani e barbari , il governatore e ttna
ijl CAl'ITni (I VI.NTi;xiM(l
donna della sua provincia; a meno che non i»e avesse
oUenuto dispensa dal Senato , e più tardi dall' im-
peratore.
Più sopra Ilo dello del divorzio, ora veggiamo
come seguisse la separazione de' coniugi.
Quando il matrimonio era seguilo per confarrea-
zione, la separazione si compiva con una cerimonia
della diffarrcatio. Siccome la religione aveva ope-
rata la confarreatio; cosi anche la dijfareatio doveva
essere compiuta dalla religione, perchè essa sola po-
teva slegare ciò che aveva congiunto. I due sposi
che volevano dividersi comparivano per 1' ultimn
volta davanti l ocolare : presenti un sacerdote e i
teslimonj. Si presentava ai conjugi, come al dì del
loro matrimonio, una focaccia di fior di farina ed essi
in luogo di spezzarla e mangiarla, la respingevano,
quindi in luogo di preghiere pronunciavano formiik'
d'u^j carattere strano, severo, odioso e spaventevole,
come assicura Plutarco 1), una specie insomma di
maledizione per la quale la moglie rinunciava al
cullo ed agli dei del marito. Da quel punta il le-
game religioso era rotto e cessando a comunanza
del culto , cessava pure di pieno diritto ogni altra
comunanza e il matrimonio era disciollo. Ma il di-
vorzio aì succedette di poi, talmente obe bastò la.Aiu-
lontà d'un solo conjuge a far cessare il mairi monìu
dietro la semplice formula, Ues tuas Ubi habeto, ci<»e
1) Questioni Roniaiip, CO.
pigUttti te tue robe. Anche la donna sottomessa alla
manus era libera di divorziare, mandando al marito
il libello del repudium e forzandolo ad affrancarla
della manus: se la donna divorziava senza motivo,
il marito riteneva il sesto della dote per ciascun fi-
glio sino alla concorrenza di tre sesti, il marito adul-
tero perdeva il beneficio del termine alla restituzione
deUa dote.
Il marito investito della manus aveva sulla moglie
il diritto più esteso di correzione, poteva ucciderla
persino quando colta in flagrante adulterio: ne' casi
gravi dovea pigliar avviso da'parenli.Il marito che non
aveva la manus, dovevasi limitare al repudium, per-
chè il diritto di correzione spettasse soltanto al padre
di lei od a' parenti.
La moglie, andando a marito, poteva portare la dote,
a minorazione delle spese del matrimonio , anzi le
leggi Giulia, Papia e Poppea ne imposero l'obbligo
al padre. Essa poteva eziandio costituirsi da un terzo
dalla sposa medesima, quando fosse stata sui juris.
Costituivasi la dote in tre modi, colla dizione , colla
stifMlatione, o colla dazione, ossia collo sborso reale
della stessa. Doveva farsene il pagamento , pei mo-
bili entro dieci mesi, pel denaro in uno, due o tra
anni; e circa i lueri e la restfttizione, pofevasi con-
venire, come si fa pur oggidì. Libera la donazione pe^
causa- di matrimonio, donalio propter nuptias: &i i
niklia^ e^rovoc.ibilo fino alta morte del donatore, iti
falla fra sposi.
106 CAPITOLO VENTESIMO
La vedova, pena Tinfamia, non poteva rimaritarsi
che dopo dieci mesi dalla morte del marito : gli im-
peratori portarono questo tempo ad un anno.
Esisteva poi un altro modo di convivenza della
donna coli' uomo autorizzala dalla legge e in ispecie
dalle suddette leggi Giulia, Papia e Poppea, e dice-
vasi concubinato, ed aveva d'ordinario luogo fra quelle
persone che non potevano sposarsi fra loro. La con-
cubina era slata per consueto la donna di cattiva
fama, la liberta o la schiava. II concubinato tra il pa-
trono e la liberta era il più frequente e il più pro-
tetto dalle leggi.
Or tocchiamo qualche cenno sulla patria podestà .
Il Padre era quello, dissero i romani giureconsulti,
che è dimostrato tale da giuste nozze :pafór est quem
jiisloR nuplioe demonslranl : il figlio legittimo era dun-
que colui che derivava da queste giuste nozze. Fuori
di queste, il figlio non poteva invocare che la figlia-
zione materna. Se vi era stato connubium, il tìglio se-
guiva la condizione del padre-, se no, quella della
madre: nel primo caso era sottomesso alla potestÃ
del padre; ma conveniva per ciò che padre e figlio
fossero e restassero cittadini romani , e allora essa
podestà durava tutta la vita dell'investito, ed esten-
devasi a tutti i discendenti in linea diretta, senza di-
sti iizione di grado.
Aveva il padre diritto di vita adi morte sul figlio,
poteva giudicarlo in caso di crimine e condannarlo.
LE CASE 107
escludendo i tribunali pubiici ; e la severità dei co*
stumi stava mallevadrice che il colpevole non sa-
rebbe impunito. Più lardi fu imposto a' padri il
concorso de' magistrati nei casi gravi ; ma cosi restò
sempre il potere de' padri , che giammai si accor-
dasse l'azione d' ingiuria ne' Agli contro di essi.
Potevan essi vendere i Agli? ma cessava il potere
paterno dopo la terza vendita , per le Qglie dopo la
prima : i Qgli non perdevano però la loro qualità di
ingenui.
Tutto quanto i Qgli acquistassero era pel padre ,
ma esercitandone un mestiere diverso, per consueto
il padre loro abbandonava quel peculio, che per altro
non potevano senza il di lui consenso alienarlo a ti-
tolo gratuito per testamento. Augusto tuttavia con-
cesse a' figli disporre liberamente per testamento ed
anche tra' vivi del peculium castrense, ossia del pe-
culio guadagnato all' armata.
Uno speciale diritto trovasi ricordato dagli storici
concesso alle famiglie che fossero numerose di Q-
gliuolanza, e veniva perciò denominato jus trium^
^uatuor, vel quinque liberorum, o nalorum, diritto^ cioè,
dei tre, dei quattro o dei cinque Qgli.
Importa se ne dica qui alcuna cosa.
A Roma, Qo dal tempo defila repubblica, come al-
trove in questa mia opera bo già scritto, le contiBue
guerre avevano d' assai diminuito la popolazione , e
tale diminuzione di cittadini era venuta crescendo
108 «".APirOLO VKNTtSIMO
in ragione diretta del lusso e de'la corruzione. Me-
tello Numidico censore tenne, appunto in vista di una
tale straordinaria diminuzione di popolazione, a' suoi
concittadini una allocuzione tendente ad esortarli a
pigliarsi moglie, e se le parole da lui dette e riferite
da Aulo Gelilo furono veramente le sue, ebbe questo
scrittore ragione di soggiungere che fossero poco pro-
prie a conseguirne l'intento, perocché enumerando esse
le cure e gli inconvenienti del matrimonio, non fosse il
modo più conveniente per persuaderlo. Tito Gastrico
invece, opinando che il linguaggio d'un censore dovesse
essere ben diverso da quello di un retore, trovò che
Metello avesse la sua conclone debitamente confor-
mala al soggetto. Giudichi ora il lettore a qual dei
due la ragione.
« Romani — avrebbe così parlato il Censore —
se noi potessimo vivere senza moglie, lutti noi evi-
teremmo tal noja; ma poiché la natura abbia voluto
che non ci fosse dato né vivere tranquillamente con
una moglie, né viverne senza, occupiamci allora della
perpetuità della nostra nazione anzi che della felicitÃ
d'ana vita che è si corta,.. La potenza degli Dei ò
grande, ma la. loro benevolenza a riguardo nostro
non devo andar più in là di quella de' nostri parenti.
Questi, se noi perfidiamo nella via dell'errore, ol di-
seredano: che dovremmo attenderci degli Dei immor*-
tallj se noi non imponiamo un fine a' nostri travij-
nYéììti? li'uòmo,' per mepitard i favori loro, non deve
LE CASE lOd
essere il suo proprio nemico. Gli Dei debbono ricom-
pensare la virtù ma non darla. > 1).
Ciò che le guerre esterne ed il lusso avevano in-
cominciato, le guerre civili compirono-, de' pochi cit-
tadini rimasti, la più parte non erano ammogliali;
onde Cesare, pervenuto alla dittatura, sua prima cura
era stala di studiare il modo di por freno al male.
Parvegli dapprima potessero giovare le ricompense ,
epperò , come riferisce Svetonio , distribuì le terre
della Campania fra venti mila cittadini padri di ire
più figli e vietò alle donne al disotto de' quaran-
tacinque anni e che non avessero né marito né tigli
di portar giojelli e di valersi di lettiga.
Dopo di lui, Augusto nel 736 u. e. pubblicò la
legge De Maritandis ordinibus, che ventisette anni poi
si rifuse nella legge Papia Poppea, così denominata
dai due suoi proponenti Marco Papio Mutilo e Quinto
Poppeo Secondo, e nuovi oneri vennero imposti a
quelli die non fossero ammogliali e nuovi privilegi
aggiunti per contrario a' matrimoni fecondi. De' due
consoli, a cagion d'esempio, colui che avesse av<ito
numero maggiore di figli prendeva pel primo i fà sci ;
tra più candidati veniva accordala la preferenza al
padre di più numerosa figiiuoianza. Ma tra i più
importanti capitoli di questa legge e di cui 1" appli-
cazione era là , pjù frequente, era quello che esentava
■! • < - .
<) Notti Airirti^':
ilo CAI'ITOLO VENTESIMO
da Ogni carico il padre che in Roma avesse avuto
tre figli; in Italia, il padre di quattro; pelle Provin-
cie , il padre di 'cinque.
Altri molli privilegi erano consentili a questo jus
trium, qmtuor, quinqtie natorum, ed appetiti assai eran
quelli che apportavano a chi ne fosse investito la
triplice porzione di frumento nelle distribuzioni che
si facevano dagli imperalori e la facoltà di sedere
io un posto distinto negli spettacoli.
Pel contrario, eranvi pene per coloro che si fossero
serbati celibi. Cosi costoro non potevano raccogliere
eredità , nullo era il legato a lor favore disposto, che
però devolvevasi al fisco; ed è a coleste disposizioni
della legge Pappia Poppea che l' acre Giovenale al-
lude in que' versi :
Nulluììi ergo merilum est, ingraie ac perfide, nullum
Quod Ubi filiohis vel filia nascittir ex me ?
Tollis enim et libris aclorum spargere gaudes
Argumenta viri. — Foribus suspende coronas,
lam pater es: dedimus quod famce opponere possis:
Itira parentis habes; propter vie scriberis hceres.
Legatimi omne capis, nec non et dulce caducum
Commoda prmterea jungentur multa caducis;
Si numerum , si tres implevero l).
1) Niun merito è dunque, o misleale,
Ni'uno, ingrato, che da me ti nasca
bimba, o Ogliuoiin? La gioja intanto
De r educar, e imprimer su' registri
Le prove d' uom prolificante, è tua.
L' uscio inghirlanda, sei papà ; ti bo dato
I.E CASE llt
Ma siccome non v' abbia cosa, per savia cbe possa
essere, della quale non venga abusato; cosi ben
presto le eccezioni a questa provvida legge diven-
nero numerose più che non fossero le applicazioni e
il jus trmm natorum con lutti gli inerenti privilegi
vennero concessi anche a persone che non contassero
tre figli e vivamente sollecitali.
Sappiam dagli epigrammi di Marziale come egli
avesse ottenuto questo diritto dei tre figli da Tito e
da Domiziano, esso annunziandolo alla moglie siccome
ottenuto in mercede de' suoi poetici studi 1) ; e dalle
Epistole di Cajo Plinio Cecilie Secondo, denominato
il Giovane, coni' egli lo avesse sollecitato da Trajano
ed anche conseguito a favore di Svetonio Tranquillo,
io storico dei Dodici Cesari.
Quanta importanza si aggiungesse a cotale diritto
è agevole comprendere, oltre che dal valore dei sur-
riferiti privilegi cbe vi erano annessi, dalla risposta
altresì che l'Imperatore faceva a quella domanda
^el suo diletto Plinio e che mette conto di riferire
nella fedele e buona versione del Paravia.
Incontro a' detratlor scudo e cimiero.
Di padre i dritti liai già ; se' scritto erede
Per me : d' ogni legato or se' capace ,
E di flscai caducità ti ridi.
Reoi ancor giungerai moli' altri a questo,
Di tre se arrivo il novero a fornirti.
Sai. IX, v. »J-90. - Ir. Gargallo.
1) Lib. Il, •>pig. 9i.
(:u-;i(»i.(> VI .NTESiMo
« Trajano a Plinio.
« Quanto sia parco nel conceder si falle grazie, tu
lo sai cerio, o mio carissimo Secondo, proleslanda
io di coiiliuuo anche in Sanalo di non averne mai
irapassaio quel numero, che io dissi bastarmi di-
nanzi a quell'illustre consesso; ciò nondimeno io
satisfeci al tuo desiderio , ordinalo avendo che si
noli ne' miei registri , aver io conceduto a Svetonio
Tranquillo il privilegio de' tre figliuoli con le solile
condizioni • 1).
Forse di questi scrupoli di Trajano , non ebbero
gli altri imperatori.
La patria podestà poteva risultare anche dall'ado-
zione, e della legittimazione. Quest'ultima aveva luogo
quando il padre pigliava la concubina per legittima
sposa, quando faceva inscrivere il figlio sulla lista
de' curiali, e quando, come poi fu disposto da Gia-
sliniano, l'imperatore l'accordava con suo rescrilto.
Quanto all'adozione, essa era altro necessario ef-
fetto di quel principia che ho già ricordalo, o piut-
tosto do\ero iehejvi era di perpetuare il cullo dome-
stico. Adottare, disse Cicerone nell'orazione Pro Domo
sua, è chiedere alla religione ed alla legge ciò che
non si è potuto ottenere dalla natura; n tanto era
rio vero, che si. compiva mediante una sacra ceri-
I) Eptslolà i*. C. Plinii Ccecin.i secundi. Uh. X. cp. XGVI.
E'iiz: yenczia, Tip.^ Aijlonclli.
Lt CASE 113
mpnia, che sembra essere stata eguaio a quella clie
facevasi al nascere di un figlio. Cosi, divenendo al
figlio adollalo comuni col padre adottivo numi, og-
getti sacri, riti e preghiere, dieevasi di lui in sacra
iransiit , come l' Oratore potè dire nella succitata
arringa amissis sacris paternis', per rinunziare coll'a-
dozione al domestico culto paterno. L'adottato addi-'
veniva poi cosr affatto straniero alia sua airlica fa-
miglia, che marendo , il padre naturale di lui noti
aveva il diritto d'incaricarsi de' suoi funerali o di
condurre il mortoro , precisamente perchè adoplio
natwum imUatur, come si esprimono i romani giure-
consulti, e dei diritti, come degli obblighi paterni,
diveniva r adottante assuntore.
L'emancipazione era poi l'atto che sottraeva" ti
figlio alla patria podestà , affinchè potesse accettar Ta-
dozione. Precipuo effetto di essa era la rinunzia al
culto della famìglia , nella quale s'era sortito i na-
tali, e r abdicazione a tutti gli inerenti doveri. Con-
suetiido, scrisse Servio, opud antiquos fuit ut quiin
famìlia travsirct et prius se abdicaret ab ea in qua nalus
fiivrat 1). Si chiamava però l'emancipazione da' Ro-
mani , secondo Cicerone e come abbiam veduto ,
amissio sacrorum 2), e secondo Aulo Gelilo, sacrorum
delestatio 5).
1) • Fu consuetudine presso gli antichi che colui il
quale passasse in altra famìglia, avesse prima ad abdicare
a quella nella quale era nato. • Ad /Encid. 11. 156.
i) Perdita delle cose sacre.
3) DHestazione delle cose sacre XV. 87.
lU CAPITOLO VENTESIMO
Le persone siti juris, che pt-r l' eia si fossero Iro-
vale incapaci d'esercitare i loro difilli, ricevevano un
tutore. D'ordinario veniva designalo dal padre ; la ma-
dre lo poteva del pari eleggere nel testamento, ma con-
veniva intervenisse l'approvazione del raagisirato. In
difetto di tutore testamentario, la tutela passava agli
agnati. La tutela de' liberti spettava al patrono ed a'
suoi discendenli. In difetto anche di essi, devolvevasi
sÀgentiles, cioè, come dice Cicerone citando l'auto-
rità di Scevola, a' quelli che hanno lo slesso nome e
discesero da'maggiori che mai non furono schiavi 1),
e quesii pure mancando, su domanda delle parti in-
teressate, si conferiva da' magistrati competenti. Le
donne, eccettuata la madre, i pupilli, e dopo Giu-
stiniano , i minori de' venticinque anni , erano inca-
paci ad assumere la tutela. Se lo schiavo venisse per
testamento nominato tutore, per ciò solo significava
ch'esso veniva fatto libero, non potendo come schiavo
esercitar l'ufficio di tutore.
Il tutore amministrava i beni del pupillo e com--
pletava col proprio intervento ciò che a quest'ultimo
inancasso per compiere validamente i diversi atti della
viia civile. Circa l'educazione del pupillo, questa non
era cosa che spettasse al tutore. La tutela finiva per
gli uomini a quattordici anni; la legge Pleloria ac-
cordò nondimeno l'azione penale e infamante contro
1) Top. 6.
LE CASE 119
chi avesse allusalo della inesperienza de'rainoridi2$.
anni.
La tutela delle femmine era d'una durata indeter*
minata: le Vestali però e la madre prolifica erana
prosciolle dalla medesima.
Eravi anche la curatela. Il pazzo e il prodigo tene-
vansi incapaci di far alcun atto della vita civile;
opperò tra gli agnati o tra i gentili eleggevasi il
curatore e in loro mancanza eleggevalo il pretore.
Ma nella casa romana, o pompeiana che si voglia
dire, non erano soltanto codesti gli individui che vi
abitavano; anzi, fin dal primo ingresso, non era nei
padroni , nelle persone, cioè, che finora abbiam coa-
siderato , che si scontrava; ma nelV ostiarius , nello
janiior, nel nomenclator , ne\i' atriensis , ecc. in esseri
infelici insomma, che la civiltà , ajutata dal Vangelo,,
tolse di mezzo, negli schiavi intendo dire, servi, i
quali reclamano adesso da me particolari cenni.
Tutti i popoli dell'amichila avendo avuto schiavi,
i giureconsulti collocarono la schiavitù fra le istitu-
zioni del diritto delle genti. Diventando lo schiavo
un membro della famiglia , e dovendo però parteci-
parne al culto, la sua prima introduzione in casa
era accompagnata da cerimonia religiosa. Comuni ai
due popoli greci e latini molti riti e consuetudini.
Io schiavo entrava in famiglia mettendolo in pre-
senza della divinità domestica : quindi gli si ver-
sava sulla testa dell'acqua lustrale e divideva colla
Me CAPITOLO VENTESIMO
famiglia la focaccia e le frulla. Prendeva poscia
parie olle preghiere ed alla feste della casa, come
Cicerone ricordò in quelle espressioni FeriaA in fa-
mulis habento 1) , e così il focolare proleggeva pur
esso, e la religione dei Lari apparleneva tanto a lui
che al padrone: quum domini s , tum famulis religio
tarmi 2) , di qui il dirillo neHo schiavo ad essere
sepolto nel sepolcreto della famiglia.
Lo schiavo apparleneva come cosa al padrone, il
quale però poteva venderlo, punirlo e uccidere per-
meo . Ecco il conto che ne faceva Giovenale e che
riassume la generale estimazione che sì aveva di essi :
Pone crucem servo. Mermt quo crimine servus
Suppliciim? quis leslis adesl? quis detulit? audit
Nulla salis de vi'a hominis cunctatio longa est.
demens! ila servus homo est? Nihìl feceril: eslo
Sic volo, sic jubeo; slet prò ralione volunlas 3).
Non poteva lo schiavo scendere in giudizio, non
centrar matrimonio; e l'unione sua era come sem-
plice relazione di allo e dicevasi contuhernium, nome
i) Di Legibus, H, 8.
2) Id, ibid. il.
3) Sai. V, l\9 e segg.
— Olà ! quel servo in croce. — E per qual fallo?
Chi accusa ? clil teslifica ? Rifletti;
' Non lardasi mai troppo, ove si Irati!
Della morte d' un uomo. — È uomo un servo?
.Sciocco! 1^ innoctnte? E sia; io coi^ì voglio,
Così Comando; il mio volere è leggo-
^ â– "â– Trad. Gargallo,
LE CASE 1 17
che , secondo Columella , significava anche il domi-
cilio di una coppia di schiavi, maschio e femmina 1).
Totlavia ho già in addietro reso conto della legge
Potronia , forse del tempo d'Augusto, perocché non
mi consti che gli scriitori ne accertassero l'epoca
di sua promulgazione, e la quale comminava severe
pene a chi vendesse schiavi per farli comhattere
contro le belve nel circo e vietava punirli di morte,
senza permesso di magistrali , classificandolo anzi
come crimen publicum : qui era l'opportunità di ri-
cordarla di nuovo.
E fu il principio d' un miglior iratlamenlo, finché
Ulpiano ebbe a consegnare nelle sue opere questa
ancor più umana sentenza : ipsi servo farla injuria
inulia a prcetore reliqui non dcbuil 2;.
Nondimeno, malgrado però che la giurisprudenza
riconoscesse in progresso di tempo che lo schiavo
fosse un uomo , in pratica non poteva togliersi di
dosso mai la qualità di schiavo , nò considerarsi
eguale all' uomo libero.
Eranvi molti modi di diventare schiavo. Lo si era
per nascita, quando la madre al momento del parto
fosse schiava; lo divenivano i prigionieri di guerra,
come già dissi altrove^ cittadini che non si prestavano
1) De ne fìuslka. XII. i. 2-
V • L' ingiuria fatta anche allo schiavo non si deve dal
-Pretore lasciare inulta. •
Lt Rovine di Pompei. Voi. III. 8
US CAPITOLO VENTESIMO
al censimenlo od alla leva ; la persona libera che si
lasciava vendere per frode onde rivendicare in seguito-
la libarla e finalmente, pel senato-consulto Claudiano,
la donna libera che viveva in concubinato collo schiavo
d'un terzo e rifiutava separarsene malgrado gli av-
vertimenti del padione. J condannati a morte, alla
miniere, alle bestie, al circo, diventavano schiavi della^
pena, servi pcence.
Tutto ciò che acquistava lo schiavo , 1' acquistava
per il padrone; ma come già narrai nel capitolo
delle Tabernce, essendo la gran parte della popola-
zione industriale schiava, i padroni trovavano di loro
convenienza di interessare i loro schiavi nei profitti
delle loro industrie e di lasciar loro la libera dispo-
sizione d'un peculio, il qual valeva ad alimentare •"
lavoro loro. Se lo schiavo agiva in suo proprio nomo,-
in caso di frode veniva perseguitato coW actio tribii-
'Oria; ma se. agiva come mandatario del suo pa-
drone , era obbligato come qualunque altro manda-
tario.
Gli schiavi si compravano sul mercato > ivi portala
dagli speculatori e dai pirati e, se provenienti da na-
zione indipendente, godevano di miglior favore. Gli
schiavi spagnuoli e còrsi costavano poco, perché facili
al suiciliio per sottrarsi alla schiavitù; ma i Frigi la-
scivi e le gentili Milesie erano in comparazione ca-
rissimi. Fu stabilita in seguito una tariffa secondo
l'età e la professione; sessanta soldi d'oro per un
LK CASE iVÌ
medico , cinquanta per un notaio, trenta per un
eunuco minore dtì'ditci anni, cinquanta se maggiore.
Ho delio più sopra che anche speculatori reca-
vano gli schiavi al mercato; ne recheiò due esempj
d' reputali uomini: Catone li comperava gracili ed
ignoranti e fatti gagliardi ed abili, li rivendeva; Pom-
ponio Attico, l'amico di Cicerone, faceva alireitanlo,
per rivenderli letterali.
Nella casa gli schiavi compivano tutti gli ufGzii dai
più elevali agli umili-, sed tamen servi , come diceva
ne' paradossi Cicerone, parlando di quelli che erano
applicati a' più nobili servigi \ epperò ve n'erano varie
classi. VerncB chiamavansi gli schiavi nati nella casa
del padrone-, ascnV/i/ii quelli che per lo spazo di 30
anni slavano in un campo e non potevano vendersi
che col fondo-, censuais quelli cbe servivano al Se-
nato; ordinarli quei dell'alia servitù, e avcvan sotto
di essi altri schiavi; vicariif mediastini, quelli che
esercitavano opere vili nella casa. Ciascun uffizio dava
il nome allo schiavo: nomenclalor era quello che
ricordava ed annunziava i nomi di coloro che giun-
gevano, ed alla cena il nome ei pregi delle vivande^^
osliarius e janitor il portioajo , alriensis quello che
stava a cura dell'atrio ed aveva la sorvegliar^.a d •
gli altri schiavi; tricUniarchas il servo principale a
cui spettava la cura di ordinare le mense e la stanza
da pranzo, archimogirtisW maestro de' cuochi o sovrin-
'endenle alla cucina, dispensa /or il credenziere, pronus
liO CAPITOLO VliNTESIMO
il cantiniere, r/ridarms e topfarfus lo schiavo il cui officio
particolare consisteva nell'occuparsi dell'opus topia-
rium , che comprendeva la coltura e conservazione
delle piante e degli arboscelli , la decorazione dei
pergolati e de' boschetti, anagnoslce erano i lettori, no-
tarli librarii gli schiavi segretari dd padrone, silen-
tiarius quel che manteneva il silenzio e impediva i ru-
mori : per servigio poi delle dame, la jatromoBa era la
schiava levatrice-, le cosmetce e le psec(B le schiave il cui
ufficio era attendere alla toaletta delle signore ed aju-
tarle a vestirsi ed ornarsi, come sarebbero le nostre
cameriere; sandaligcrulce quelle che portavano le pan-
tofole delle loro padrone, seguendole quando uscivau
di casa; vestispicoe quelle che curavano e rimendavar.o
gli abili della padrona; vestisplicoe quelle che le cu-
stodivano, come diremmo noi, guardarobiere; or-
natrkes le schiave che attendevano aH' acconciatura
del capo della padrona, focaria la guattera, ecc.
\" erano poi i pcedagogiari , giovani schiavi scelli
per la bellezza della persona ed allevati nella casa
dei grandi signori a' tempi dell'impero per servir da
compagni e pedissequi dei figliuoli de' loro padroni,
come anteriormente v'erano i padagogi, che vegliavan
alle cura ed agli sludj de' medesimi, i flabelliferi ,
giovinetti d' ambo i sessi, che portavano il ventaglio
della padrona, i saìutigeruli che recavano i saluti e
i complimenti agli amici e famigliari del padrone; i
nani e nanop, pigmei cui si insegnavano musica ed
LE CASE m
altre arti per diletto de'pa-iroiii ; faiui , faluce e mo-
riones erano quelli idioti deformi che si tenevano per
ispasso, i quali
acuto capile et auribus longis
Quoe sic movefilur, ut solenl asellorum
come li descrisse Marziale 1); il coprea , o giullare
per movere a riso; perfino gli ermafroditi, che ta-
lora erano artificiali.
Né son qui tuiti, perchè tra il Gori nella sua De-
scriplio columbarii , il Pignario De Servis e il Pop-
ma, Ds serrorum operibus, enunciassero con parti-
colari nomi almeno ventitre specie di ancelle e più
di trecento di schiavi.
Quale poi gli schiavi ricevessero trattamento, può
essere immaginato, ricordando solo che Antonio e
Cleopatra speriinenlassero sui loro schiavi i veleni,
che Pollione ne facesse giltare uno alle murene per
avergli rotto un vaso murrino, e che Augusto, che di
ciò lo ebbe a rimproverare, non rislasse tuttavia di farne
appiccare uno che gli aveva mangiata una quaglia.
Negli ergusluli poi si accaiastavan la notte schiavi
e schiave a rifascio, i più cattivi destinati alla fatici
de' campi e incatenati, epperò detti compediti; e Se-
neca rammentai molti ragazzi schiavi, che dovevano
1) Lib. VI, 39;
.... die la testa ha aguzza e in moto
Tien sempre 1 lunghi orecchi al par d'un asino.
Trad. Magenta.
iìì CAPITOLO VE.VTIialMO
aspellare da' loro padroni, usciti alterali dalle orgie,
infami oltraggi. "Vecchi poi, od impotenti, si abban-
donavano barbaranriente a morire d' inedia.
Ho già dello altrove in questa opera il numero
strabocchevole di essi; ma a persuaderci della quan-
tità , giovi il citare quel dello di Seneca che avrebbesi
dovulo paventar gran pericolo se gli schiavi avessero
preso a conlare i liberi: quantum per iciili immineril
si servi nostri nos numerare ccepissent 2); ed era per
avventura ad ovviare un tale pericolo, che non venne
adottato che gli schiavi avessero abito particolare e
distinto dai liberi. Infatti sa già il lettore, per quanto
n'ebbi già a dire, delle diverse insurrezioni di schiavi
e delle guerre cervili che diedero grande travaglio
ed a moltissimo temere di propria sicurezza e libertÃ
a Roma.
Ma la condizione miserrima di schiavo poteva in
più modi cessare. La legge rendeva libero lo schiavo
che indicava l'assassino del suo padrone, un rapitore,
un monetario falso, od un diseriore. Claudio impera-
tore dichiarò libero lo schiavo che era stalo vecchio
ed infermo abbandonato dal proprio padrone. Cosi
diveniva libera la donna che il padrone avrebbe voluto
prostituire. Anche la prescrizione era un modo di vindi-
carsi in libertà . Ma il mgdo più comune era l'aiTranca-
mento, ed anche questo operavasi in tre guise: vind-
ì) De Clemenlia I, 2i.
LE CASE in
do, censu, testamento. La prima era una rivendicazione
simulala dello schiavo che il pretore abbandonava
à W a$serlor in libertalem, rinunziando il padrone a
sostenere il suo diritto; le altre due consistevano a
•<l'chiarare come affrancato lo schiavo, quando si com-
piva l'pperazion del censimento, od a legargli la li-
bertà per testamento. Quattro anni dopo l'era volgare,
la legge ^Ua Sentia e quindici anni dopo di questa,
la legge Jania Norbana crearono una mezza libertÃ
;pcr gli schiavi falli liberti senza aver esaurite le pra-
liclie legali.
In quanto alla formula dell'alTrancamento per vin-
'dieta , consisteva nel condurre il padrone avanti il
pretore od altro magistrato competente lo schiavo
che voleva affrancare e ponendogli la mano sulla
lesta che aveva fatto prima radere, o sovr'alira parte
^del corpo e pronunciare le parole sacramentali : • Io
voglio che quesl' uomo sia libero e goda dei diritti
•di cittadinanza romana» e cosi dicendo lo faceva girar
:su di sé stesso come per scioglierlo colle sue mani, e
il magistrato, o per lui il pretore, lo toccava tre o quat-
tro volle colla.bacchetta, vindìcta, segno del potere, alla
•testa e con ciò restava ratificato l'atto del padrone e
lo schiavo era libero. Questa che dicevasi manumissio
.:gli conferiva i diritti di cittadino in modo irrevoca-
b'Ie, ma aveva vincoli indistruttibili verso il suo an-
tico padrone. Se questi doveva difenderlo in giustizia
e proleggerlo contro ogni abuso del potere ;l liberto
I2t CAPITOLO VENTESIMO
doveva personalmente a lui deferenza ed assistenza,
non inten'argli azione dilTaraatoria, venirgli in ajuto
di denaro, e se lo avesse ingiuriato, veniva multalo
d' esigilo, e di condanna alle miniere, se avesse con-
tro lui commesso atto di violenza, e di ricaduta in
ischiavilù, se colpevole di atti più gravi.
Finaln>enle partecipavano alla famiglia i Clienti.
Ho già altrove in quest'opera dello qualcosa di loro
istituzione facendola rimontare ai tempi di Romolo:
ma forse a chi considera che la clientela sussisteva
dapprima in Grecia e nei restante d'Italia, parrÃ
che essa fosse una istituzione ancora più antica.
Uopo è peraltro non si confondano i clienti del primo
tempo con quelli dell'epoca di Orazio. Quelli erano
piuttosto una specie di servi attaccali al padrone e
quindi associali alla religione ed al culto della fami-
glia. Avevano però le stesse cose sacre del patrono,,
del quale anzi dividevano il nome, quello aggiun-
gendo della famiglia di lui. Nascevano per tal modo
colali relazioni di reciprocanza e doveri, che il pa-
trono non poteva persino testimoniar in giudizio
contro il cliente, mentre non lo fosse conleso contro
il cognato , perchè costui essendo legato da vincoli
solo di donna, non ha parte alla religione della fa-
miglia, giusta il concetto di Platone che la vera pa-
rentela consiste nello adorare gli stessi dei domestici.
Il palrono aveva pertanto l'obbligo di proteggere in
tutti i modi il cliente, colla sua pr ghiera come sa-
LE Case 1*5
cerdote, colla sua lancia come guerriero, colla sua
legge come giudice, e l'antico coraandamenio diceva:
se il patrono ha fatto torto al suo cliente, sacer esto,
eh' ei rauoja.
I clienti del tempo d'Orazio erano invece genie che
si legava alla fortuna del patrono, non propriamente
servi, ma persone che speravano prolezione da lui,
che gli porgevano olTerle e sporiule e che ne asse-
diavano la casa dai primi albori del giorno e gli fa-
cevano codazzo d'onore quando appariva in publico:
ma a vero dire, per quel che ne ho dello piij so-
pra , non e' entravano punto colla vera famiglia.
Abbiamo cosi passalo in rassegna gli individui
tulli, ed abbiamo menzionale le discipline che rego-
lavano la famiglia; abbiamo sentito un nflt^sso di
quanto era quel calore di vita morale che animava
la casa-, or vediamone gli usi e le consuetudini della
vita materiale.
Già il lettore conosce come si impiegasse la gior-
nata e la sua ripartizione generalmente accettata: co-
nosce come il facoltoso e il patrono avessero i proprj
clienti e ricevesseli fin dalle prime ore del mattino,,
questo comprendendogli offici antelucani: sa del tempo
degli affari, di quello del pranzo, della pratica al for>
e alla basilica, del bagno, degli esercizi corporali,
della cena e del passeggio, per quanto ne ho già della
in addietro; resta a completarsi il quadro domestico,,
col fir assistere il lettore al triclinio, additandogli,
Ii6 CAPITOLO VENTESIMO
come si cosliluisse , che cosa vi si mangiasse , cosa
il rallegrasse; col dirgli d-'gli abili degli uomini e
poscia co' sollevare la cortina del gineceo, per farlo
spelialore d Ile toletta d' una dama pompejana , e
quando dico poinpejana , dico anche romana, pero -
che si sappia — e 1' ho già più volle ripetuto — che
uomini e donne delle provincie e delle colonie Si
fossero perfettamente conformati ai costumi ed abi-
tudini dell'urbe, della città , cioè, per eccellenza, Romr.
Vi sarebbe tulio un trattalo a comporre per d're
convenientemente dei pasti e banchelU de' Romani ,
sì publici che privali , e infatti la nostra lelleralura
vanta fra i testi di lingua le legioni di Giuseppe
Averani Del vitto e delle cene degli antichi 1) , delle
quali mi varrò alquanto pur io in queste pagine, e
malgrado la molta erudizione di lui e il sapere, non
fu tulio da lui scritto nell'argomento. Io vedrò modo
di riassumere in breve quello che meglio imporri di
saper*.
Anzi tutto non posso passarla dallo accennare
come il pasto si ritenesse 1' alto religioso per eccel-
lenza. Opinione eguale o di poco difforme è quella
di parecchi padri della Chiesa Cristiana, che dissero
che mangiare è pregare e che pur il soddisfare a
queste necessarie pratiche abbiasi a fare alla maggior
gloria di Dio. Era in'eso che a' domestici prandj in-
i) Milano. E. Daelli e C. «863 nella bibUoteci R.n
LE CvSE 127
tervenisse sempre il genio lulelare della casa , i lari
penali che si voglian dire. Era il focolare che
aveva cotto il pane e preparati gli alimenti ; cosi a
lui si doveva una preghiera tanto al principio che
alla fine del pasto. Prima di esso si deponevano
suir altare le primizie del cibo , prima di bere si
spargeva la libazione dei vino. Era la parte dovuta
al dio. Erano antichissimi riti : Orazio , Ovidio , Pe-
tronio cenavano ancora davanti al loro focolare e
facevano la libazione e la preghiera i).
Come in tutti i popoli primitivi , anche i primi
Romani erah sobrii e frugali , paghi della sola po-
lenta, ciò che in seguUo si tenne per indizio di bar-
barie :
Alon enim hcec puUiphagus opifex opera fecit barbar us 2)
e dopo, la questione del mangiare venne poco a
poco così crescendo, da costituire una preoccupa-
'^'one con'inua della loro esistenza, ed anzi da
considerare i varii pa<>li come ali.ettanli alti di pietà .
É inutile osservare come in qaeslo punto di reli-
gione fossero e?atii e scrupolosi osservatori. Ebbero
quindi il pasto del benvenuto pel viaggiatore che
arrivava; quello d'addio pel viaggiatore che partiva;
1) Graz. Sai. 11. C 66 ; Ovid. Fasi. 11. 631; Petronio,
Sa.yricon, 60.
2) • Q lest' oppra non fé' barbaro artiere
Mangialor di polenta •
Plaut. Moìtelluria. Act. 3, se. 2 v. 14»
Capitolo ventesimo
banchello di condoglianza nove giorni dopo i fune-
rali , banchetto dopo i sacriflcj , banchetto anniver-
sario della nascila, banchetto d'amici, di famiglia ,
di cortigiani, insomma banchelli per tulle le occa-
sioni. Persino la gioventù, la procace gioventù ro-
mana, tanto dedita alle lascivie , al dir di Orazio,
era tuttavìa ancor più ghiotlona :
Donandi parca Juventus
Nec tantum Veneris, quanlutn studiosa culince 3).
Tanlo, in una parola, si trasmodò, che si dovette
dal governo imporre de' freni alla gola. Già ha
dello più sopra che fosse obbligatorio il cenare a
porle aperte sotto gli occhi di tulli; poi le leggi
Orchia , Fannia e Didia e Licinia , Anzia e Giulia
prescrissero il numero di convitati e la spesa dei
banchetti privati, e il genere delle vivande, esclusa
l'uccellagione.Tiberio allargò meglio la mano e lasciò
che le spese fossero alquanto maggiori ; ma con
lutti questi freni , ognun sa quanto lusso e quanta
spesa si facesse da' facoltosi romani. Basti per tutti
rammentare L. Lucullo. Egli aveva diversi cenacoli, e
ognuno di essi importava una determinata spesa quan-
3) Sai. II, 5, 79. Non raccapezzandomi sulla versione del
Gargallo, mi provo io ;
Parca nel regalar , della cucina ,
Assai più che di Venere, curante
La gioventù si mostra.
I.E CASE H)
do vi si doveva cenare. Quando rio seguiva e. g. nella
sala d'Apollo, era prefisso che la cena costar dovesse
irentaduemila lire della moneta di oggi. Che si dirÃ
poi de' pazzi imperatori che , morta la republica ,
ressero le sorti romane? Caligola in una cena gittò
un milione e cinquecenlosessantaduemila lire delle
nostre, il tributo cioè di tre provincie ; Nerone e Vi-
tellio intimavano cene a' loro cortigiani che costavano
circa sellecenlomila lire , e quel più pazzo impera-
tore che fu Eliogabalo non ispendeva peno di lire
sedici mila nella cena di ciascun giorno.
L' asciolvere chiamavanlo essi jentaculuìn e face-
vanlo al mattino ; il pranzo, prandium , che sarebbe
piuttosto la nostra seconda colazione, seguiva all'ora
sesta del giorno, cioè sul meriggio ; per taluni ghiot-
toni e per gli operai eravi più tardi la merenda,
specie di colazione che di poco precedeva la coena ,
che era il pasto più abbondante della giornata , il
nostro pranzo odierno, verso l'ora nona o la decima,
cioè tra le tre e le quattro pomeridiane ; ciò che
non toglieva che molti vi facessero succedere anche
la commisfatio, colazione notturna , quella che noi
chiamiamo la cena.
Poiché Siam suU' argomento del mangiare, credo
dir qualcosa dapprima de' conviti publicì de' Ro-
mani, quantunque, a vero dire, non si contenga ciò
nell'argomento delle case, di cui principalmente
trattiamo.
130 < ■'^ITOI •) VtM ESIMO
Si facevano essi da' sacerdoti , da' magistrati e
poi si fecero talvol'a dagli imperatori.
I primi si chiamavano adiciali , perchè s'aggiua-
gevano a' banchetti consueti molte vivande e avve-
nivano allora che i sacerdoti imprendevano l'ufficio
Le più sontuose eran quelle de' Pontefici , come è
detto in Orazio:
, Absumct heres coecuba dignior
Servata centum clavibus, et mero
Tinget pavimentum superbo
Ponti fìcum potiore ccenis i).
Né minoiieran quelle de' Salii, lesiimonìo Io stesso
Orazio :
. . . nunc Saliaribus
Ornare pulvinar Deorum
Tempus erat dapibus, sodales 2).
i) Od. XIV. Lib. II. Ad Posthumum.
• L' erede tuo que' cecubi
DiEsipeià più saggio ,
Che cento chiavi or serbano
Del sole ignoti al raggio.
Tal via facendo scorrere
Pe' pavimenti alteri ,
Cui non spumegy:» il simile
Ne' salici biccliieri. •
Trad. Gargallo. *
2) Od. XXXVIII. Lib. I. Ad Sodales.
• « . . . compagni a Divi
Con salìari — cibi festivi
I pulvinari — tempo è. d'ornar. •
* Orazio dice nelle cene dei Pon'efici; Gargallo vi soslituisc»
i saliti btccliicri. Il Ictiore s'nvxede loslo fiie il fadultore tia
mutato il prnsiero del poeta, e la clliizionp, nella Iraduzinne, non
farebbe ul mio caso . 1 Salii erano I dodici sarerdoli di Marte
che eustodivan {jli .incili o scudi sacri , mentre i Pontefici eraa
bensì sacerdoti, ma soprainleiidevaa ullu religione dello st' o e
alle errimouie di essa.
I.fc CASE tSt
Inbandivatio le cene i magistrali al popolo quando
conseguivan la carica, corno ho già fatto conoscere ne'
capitoli del teatro, e come nota Cici rone nella quarta
Tjsculana in quelle parole: Deoium pulvinaribus , et
epul't magistriitunm fides proecinunt {). Averaiii ricorda
ohe Marco Crasso sublimalo al coniolato, sacrificando
ad Ercole, apparecchiasse diecimila tavole, onde i
convitali non dovessero essere meno di cene nquan-
tamila.
Più superbi e costosi erano i banchelli offerti al
popolo da' trionfanti. Prima però si convitavano i
soli amici , come nel libro Delle Guerre Cartaginesi
scrisse Appiano , parlando di Scipione , che arrivalo
h Campidoglio, terminò la pompa del trionfo, ed
egli, secondo il costume , banchettò quivi gli amici
nel tempio. Lucio Lucullo distribuì al popolo oltre
a diecimila bai ili di vino greco, allora in g.an pre-
gio, che si beveva pa/camente , e ne' più lauti con-
viti una volta sola. Giulio Cesare, che menò cinque
raagnificenlissimi Irionfi, bancheliò sempre il popolo,
e in quelli che furono dopo il rito» no d'Oriente
e di Spagna imbandi venlidue mila tavole o .ric'ini,
come riferisce Pluiarco, con isquisile vivande e pre-
ziosi vini, sedendovi, cloò, non meno di trecentolren-
tamila persone. Plinio^ mi aggiunta di questo trionfo
1) . Son citaredi a' puhinar» degli Del ed a' banchoUi
d"' magistrati. •
132 CAPITOLO VENTESIMO
e di quello di Spagna e nel terzo consolato afferma
che Ccesar dictator triumphi sui ccena , vini Falerni
tìtnphoras , Chii cados in convivia distribuii. Idem Hi-
spaniensi triumpho Chium , et Falernum dedit. Epulo
vero in tertio consuìatu suo Falernum, Chium, Lesbium,
Mamerlinum l).
Svetoiiio poi ricorda di lui che banchettasse il
il)opolo anche in onoranza della morie della propria
figliuola.
In quanto agli imperatori, si sa di Tiberio che
mandando a Roma gli ornamenii trionfali, banchettò
il popolo, e Livia e Giulia banchettarono le donne :
si sa degli altri che convitavano i senatori, cavalieri
e magistrati nella loro esaltazione, come Caligola e
Domiziano, secondo cantò Stazio:
Hic cum Romulcos proceres, trabeataque Cwsar
Agmina mille siinul jussit discumbere wiensts 2).
V'erano anche, oltre i surriferiti, de' banchetti di
cerimonia, detti epulce, ma erano, a vero dire, ban.
chetli sacri , dati in onore di numi in certe feste
4) • Cesare dittatore nella cena del suo trionfo, distribuì
anfore di vin Falerno nei banchetto e cadi di Chic. Lo
stesso nel trionfo ispanico largheggiò Cliio e Falerno. Al
convito poi del suo terzo consolalo die vin Falerno, Chio,
Lesbio e Mamertino. >
2) Qui i Homuhi magnati e i trabeali
Cesare volle colle mille schiere
Che sedessero insieme a laute mense-
LE CASE 153
rdigiosc. Diccvansi triumviri cnpulones i sacerdoli in-
caricali di lali banchetli. Siila e Cesare isiituirono
poi, il primo de' sellemviri, il secondo dei decemviri,
onde ammanire silTalli banclietli sul Campidoglio in
onore di Giove. Dapes appellavaiisi più propriamente
gli alimenli che durante la festa s'offrivano agli dei.
Veniamo ora alle cene privale.
TricUnium chiamavasi, come già sa lettore, la
sala da pranzo, e le mense cosliiuivansi di tre letti,
lecti triclimares, riuniti insieme in guisa da formare
tre lati di un quadrato, lasciando uno spazio vuoto
nel mezzo per la tavola e il quarto lato aperto, perché
potessero passare i servi a porre su quella i vassoi.
V'erano anche i biclinii o leiuicci da adagiarvisi due
persone a' lor desinari, e Plauto menziona il licHnium
nella commedia Bacchidcs, uno ì\, se. 3, vv. 8i-ll7.
Diverse stanze tricliniari si scoprirono , come ve-
demmo, in Pompei, quasi tulle piccole ed olTriron la
particolarità che, invece di lelli mobili, avessero slabili
basamenti per adagiarvisi i convitali.
Questi Iriclinii ammettevano raramente molle per-
sone: selle il più spesso, nove talvolta; onde il vec-
chio proverbio Seplcm convkce , coìwivium ; novem ,
convìciuni] ossia: selle, banchetlo; nove, baccano.
Ecco, ad esempio, la forma del triclinium, o tavola,
e la disiribuzione del bancheilo dì Nasiditno, secondo
la descrizione che ne è falla tiilla satira Vili del
libro II d'Orazio :
Lt Jlovitie di Pimpei. Voi. MI. 9
!3i
CAPITOLO VEISTEsniO
! 2
V. Turinio
3
Poreio
1
Findaiiio
2
Nasidieno
3
Vari(»
1
Nomeuiano
Lee. summus
3
S. Baiai roiie
1
Mecenate
2
Vibiilio
Leitus iiniif
JUedius Lectus.
Da ciò si ve Je, coire non sedessero, ma giacessero
a tavola , e per istare alquanto sollevati si appog-
giavano col gomito sinistro al guanciale. Solo le
donne slavano prima assise, ma poi imitarono pre-
sto gli uomini : i figli e le figlie pigliavano posto
a pie del letto; ma sino all'epoca in cui ricevevano
la toga virile restavano assisi.
Queste mense erano spesso di preziosa materia e di
ingente lavoro. Così le descrive Filone nel Trattato
della vita con/ewp/u/ira, citato dall' Averani : Hanno
i letti di tartaruga o di avorio, o d'altra più preziosa
materia , ingemmati per lo più , coperti con ricchi
cuscini broccati d' oro e mescolati di porpora o tra-
mezzati con altri vaghi e diversi colori per alletta-
mento dell'occhio. — Che ve ne fossero anche d'oro
Io attesta Marziale nel libro III de' suoi Epigrammi ,
<^pigr. 31 :
LE CASE 435
S'islentatqve lucis aurea menta dopes l).
Eguale era la ricchezza nelle altre suppellellii e
{lei vasi: usavano bicchieri e coppe di cristallo egizii e
di murra, — che molli dolli e gravi scrillori repu-
lano possa essere stala la porcllana , ciò potendosi
confirmare coi versi di Properzio:
Seu quce palmifiiro'. miltunt lenoUa Theboe
Murrheaque in Parlhis poetila coda focis 2),—
lazze d'argento e d' oro , 'cesellale o sculle mirabi!-
incnte e tempestale di gioje e il vasellame tulio di
'Cion dissitnil lavoro.
Né baslavano queste preziosità , perocché si giun-
gesse anche a disporre le soffitte de' triclini in modo
^he si rivolgessero e rinnovassero, come si adoppe-
rebbe da noi degli scenari in teatro, e l'una appresso
all'altra si succedesse ad ogni mular di vivanda. Ce
lo dice Seneca: Versntilia cainationum laquearia ita
coagmental , ut subinde alia facies , alque alia sue-
cedat et toties teda quoties fercula^mutentur 3). Come
reggessero a tutte questo infinite portale, ciascuna
•J) . . , . i cibi apprestansi
AIIh tua mensa in aurei pialli accolli.
Trad. Ma;^'enta.
2) • Se i ricchi nappi onde l'Egitto abbella
I conviti di [loinu, o quei che tinge
Partico fuoco d'iride si l)ella. •
Lib. (V. Eteg. V. Trad. Vismara.
3) Cosi crebbe il numero de' versatili sofQlli delle cene,
che d' un tratto l' uno appresso all'altro succeda e si mulino
tanti quante sieno le posiate.
135 CAPITOLO VE.NTKSIMO
ricca di molte vivande, Io spiega l'invereconda co-
stumanza, pur menzionata da Cicerone ad Attico, di
provocarsi con una piuma il vomito.
Poiché sono a dire de' Fercula, o portale, uopo è
sapere fossero essi come barelle piene di piatti di
diverse vivande. Petronio , nel Saiyricon , alla cena
di Trimalcione, ne descrive una che conteneva do-
dici statue , da' nostri scalchi addimandale trionfi,
ciascuna delle quali portava varii piatti. Ma Elio-
gabalo , scrive Averani , siccome uomo per golo-
sità e prodigalità sovr'ogn' altro mostruoso, in un
convito mutò ventidue volle la mensa di vivande; e
vuoisi osservare che ciascheduna muta di vivande
èra per poco una splendida cena; e però ogni volta
si lavavano, come se fosse terminala la cena. Questi
ventidue servili rispondevano alle lettere dell' alfa-
beto, venendo in tavola prima tutte le vivande, delle
quali i nomi cominciano per A, e poscia quelle i
cui nomi principiano per B e simigliantemente le
susseguenti fino a ventidue. Si legge una simile biz-
zarria nelle cene di Gela; e pare che Giovenale per
avventura accennasse che l'usassero i golosi del suo
tempo, scrivendo nella satira undecima:
Interca giislus elemenla per omnia quairunt
Numquam animo preliis obslanlibus 1).
1) Fnigun coslor per gli riementì tulli
Come appagar la gola ; né al capriccio
Mai d'ostacolo è il prezzo. Tr. Gargallo.
LE C.VSK «17
Tornando alle soffliie.Nerone immaginò di far incen-
dere dalle medesime una pioggia d' unguento e di
fiori , per diletto de' convitali. Svetonio lo ricorda
nella vita di questo Cesare, e il costume fu adottato,
e come nei teatri, ploggie di croco e d' altre profu-
mate essenze tolsero alle nari de' voluttuosi conviva
i graveolenti odori dei diversi cibi.
Per mettersi a tavola non si tenevano tampoco
gli abili ordinar] : ognuno vestiva una toga leggiera,
del[3i synthesis , o ccenatoria , che veniva fornita o
dal padrone di casa, o che il convitato si faceva re-
care dal proprio schiavo. I bassorilievi e i dipinti di
banchetti, che si trovarono o giunsero sino a noi,
spiegano com'essa lasciasse o la parte superiore del
corpo nuda, o più abitualmente non avesse cintura,
talvolta avesse e talvolta non avesse maniche. Ne'
pasti dimetlevansi persino gli abiti di lutto, acciò la
mestizia non producesse indigestione. Si levavano i cal-
zari, cnlcei, per mettere dei sandali , solece, che poi
si abbandonavano , a miglior pulitezza de' preziosi
tappeti, atteso che nel cavare i calzari, che Petronio
dice alessandrini , giovani schiavi versassero si alle
mani che ai piedi acqua fresca edianche gelala, so-
vente profumala. E profumi, come essenze di nardo
e di croco, spargevansi su' capegli , che poi incoro-
navan di rose , fiori ed erbe odorose, che serbavano
durame tutta la cena. Anche il pavimento era lutto
sparso di fiori e credevasi che questi fossero altrelianii
13:« i:ai'1Tolo vio'Tesimo
preservativi contro V ebrietà . Dopo spiegavansi le
tovaglie, mantilia, porlavansi i tovaglioliiii, mappce,
che troviarn ricordati da Marziale nel seguente epi-
gramma:
AUuleral mappam nemo, dum furia timenlw.
Mantile e mensa stirripit Hermogenes i).
Le tovaglie erano talvolta bianche come le nostre ,
molli nondimeno le avevano di porpora o di broc-
cato d' oro.
Fatti questi preparativi, ne' banchetti più solenni,
costumavasi eleggere il re del festino: si portavano
i dadi od astragali, tali, e si gettavano le sorti per
la scelta. Non avevano i dadi che quattro faccio pia-
ne ; 1 e 6 su due faccie opposte; 3 e 4 sulle due altre;
2 e 5 non erano segnati; ma quattro tali si gettavano
insieme. Il miglior tiro , chiamato venus , avveniva
quando ciascuna faccia presentava un numero diffe-
rente, come, 1, 3, 4, 6 e chi l'otteneva veniva di-
chiarato re. Era il tiro peggiore detto canis, quando
tulli e quattro i numeri riuscivano gli stessi. Fritillus
dicevasi il bossolo, entro cui agiiavansi gli astragali
e da cui si gitiavano sulla tavola.
Eletto il re, tutti gli altri convitali dovevano, sotto
A un pranzo u' niun (temendone
L'ugne) il manlil recò ;
Via la tovaglia Ernidgene portò.
Ep. Lih. XII, 29. Trad. Magenta.
LK CASE r^\i
pena d'ammenda, eseguire gli ordini suoi. Kgli Os-
sera il numero delie coppe che si dovranno bevere,
che comanderà ad uno di cantare, all'altro, se poeta,
di improvvisar versi, che designerà la persona, in
onor della quale si dovrà brindare. Se taluno infran-
geva gli ordini, veniva dal re multalo nel bere un
nappo di pià ¹ e dicevasi cuppa potare maghtra. Non
si confonda il re del convito col Tricliniarcha , die
era quegli che aveva su tulli gli altri servi addelli
al banchetto la maggioranza e l'amministrazione della
mensa.
La cena regolare, ccenn recta , componevasi, oltre
del pane che poriavansi n«' canestri, come c'insegna
Virgilio
.... Cereremqne, catùslris
Expediunl , (onsisque ferunl manlHui villis 1),
i) /Eneid., lib. I, 705. — li C^ro poco fedelmente traduce :
.... Con Cerere a le mense
Gii aurati vasi e i nitidi canestri,
E i bìancliissimi lini cran comparsi.
Avremmo avuto meglio serbato il costume d' allora !^e
avesse tradotto :
Distribuiscon da' canestri il pane
E recan le tovaglie, a cui fur rasi
I velli ,
e avremmo appreso che le tovaglie potevan essere di pelli
levigale ; ma i traduttori soglion mirare più all' eleganza
che alla precisione. Eppure, volkjarizzando dall'antico, non
si dovrebbe mai perdere di vista il concello storico , pel
quale anche i poemi diventano documenti di storia uu>
portanti. Giova il ripeterlo.
140 Cvl'iTOLO VKNTESIMO
il più spesso di Ire serviti, talvolta fin di sei. Valeva
il primo a solleticar 1' appetito e cominciavasi per
consueto colle ova, onJe venne l'espressione d'Orazio
cantare ad ovo usqne ad mala , cantar dalle ova
alle frulla, e la attuale nostra cominciare ab ovo,
per significare che si pigliavan le mosse del dire
dal principio più lontano; ma poi si capovolse e le
ova si recarono in fine. Poi seguivan lattnche, fichi,
olive, radici , ortaggi e salse acri e stimolanti la
fame , secondo avverte Orazio :
Acria circuni
lìapula, laclucce, radices, qiialia lassum
PervellunC slomachum, siser, alee, fcecula eoa 1).
Cicerone conta in qneslo primo servito, ch'ei chiama
promulsidem, dal vin melato, mulsiim , che si be-
veva, Petronio gustalionem , Apuleio aniecoenia, Yav-
rone principia convivii e Marziale gustum , come
noi appelleremmo antipasto e i francesi hors-d'oeuore;
conta, dicevo, anche la salsiccia, neW epistola 16
del libro IX: Ncque est quod in promulside spei panna
aliquid, quam totani siibsiiiH ; solebam enim antea de-
lecìari oleis el lucanicis tuis 2).
\) Piccanti rape e rafani e iatluche
Gli fean corona : intingoli ciie stuzzicano
Lo stomaco impigrito. Dranvi acciugiie,
Carole ed acquorello di vin eoo.
Sorm. Vili, Lib. 2. Trad. Gargallo.
2) « Né riporre speranza nell'antipasto, perocché lutto
ora Lo soppresso: mentre per lo addietro soleva deliziarmi
d' olive e delle tue salsiccie. •
LH CASE 1U
Il secondo servito, o anche secunda mensa, costi-
tuiva il pasto sodo, e componevasì ti' arrosti di vi-
tella, di lepre, di oche, lorà i , pesci , gigolti e cosif-
fatte leccornìe , delle quali parla distesamente Ate-
neo nel libro XIV delle Cene dei Savi. E contavansi
in esse le pasticcerie , i latlicinj, e mille cose dolci,
che comprendevano sotto il nome di belluria. Non
essendo ancor conosciuta la, manipolazione dello
zuccaro, sebbene se ne avesse notizia come esistente
presso gli Indiani, servivansi in quella vece del miele,
che sapevano impiegare maravigliosamente 1}. —
Nolo qui che se aveansi coltelli e cucchiai, non con-
sta che conoscessero la forchetta-, onde avendo a pren-
der lutto colle mani, Ovidio raccomanda agli amanti,
<;he il faccian con grazia affine di non lordarsi il viso.
Qui polrebbesi tutto distendere un trattato di ga-
stronomia romana e pompejana, ricordando i piatti
f)iù succulenti e peregrini di carni, di selvaggina e di
pesci, rammentando gli eroi della cucina, gli Apicii 2),
1) Lucano vi allude nei verso :
Quippe bibunt tenera dulces ab arundine succos.
Però che bcvan gli Indi
Della tenera canna ì dolci succhi;
« Domiziano dì queste canne di zuccaro ne fé' gìllo alla
moltitudine fra tante altre squisìle cose.
2) Tre furono gli Apicii e tulli celebri per la loro ghiot-
tornia. Il primo visse al tempo di Siila; il secondo sotto
l'impero di Augusto e Tiberio e fu il più fiimoso e venne
celebrato da Giovenale, da Seneca e da Plinio; il terzo
14-2 CAPITOLO VbMIìSIMO
(i Caréme e i Vate! dì allora), onde anzi fa della
l'arte cuiinaria arte d'ApIcio, da quello principal-
mente vissuto sotto Augusto e Tiberio, che consumò
per la gola un ingente palritnonio, e giunto alle uliimt^
duecentocinquantamila lire, preferi uccidersi di ve-
leno, anzi che non potervi piij soddisfare e lasciando
dietro di so un partito fra i cuochi; ma cadrei troppo
in lunghezze. Olire dj che già sa il lettore dei cin-
ghiali che Antonio faceva ad ogni ora cucinare per
averne uno pronto ad ogni istante ,• sa del garo pom-
pejano , di cui già gli tenni parola ; delle murene
che si ingrassavano ne' vivai ed alle quali Pollione
gittò uno schiavo; e persino della grossa perla che
il flgliuol del comico Esopo, strappala dall'orecchio
della sua amica Metella e stemprata nell' aceto , e
che Orazio tramandò ricordata a' posteri ne' versi
rhe piacemi rammentare:
lulius /Esopi delracfam ex aure Mclelli
IScilicet ut decies soUdaia exsorberel), aceto
Diluit insignem baccani i).
sotto Trajano e rinomato inventore del marinar lo ostriche,,
delle quali mancava all' imperatore desideratissimo giare,
(luando quest'ultimo Irovavasi a guerreggiare Ira i Parti.
Tanto impose l'abilità degli Apicj, die i cuochi si divisej'o
persino in Apicj ed Antiapiij, come trovasi menzionato in
[Minio il Giovane.
i) D'Esopo il figlio insigne margherita,
Già di Metella da l'orecchio svelta ,
In acelo stemprò, mille migliaja
Per bere di sesler/.j in pocir sorsi.
Satira HI. Lib. II. Trad. Gargallo.
LE CASb' 143
Gusto del resto pur diviso da Cleopatra e da Cali-
gola, di cui narra Sveloiiio : Pretiosissimas niargahtas
aceto liquefactas serbabat 1).
Egualmente dovrei dire de' vini: ma già il lettore
non ha dimenticato che ne' c;ipiioii della Storia io
r avessi ad erudire dei tanti e celebrali vini che
produceva la Magna Grecia, del Falerno, del Sorren-
tino, del Massico, del Gelone, .del Cecubo, del Pom-
pejano, che bevean in coppe coronate ili fiori, sicché
allora aveva ragione di chiamarsi questa nostra Ita-
lia enotria, quasi regione dei vini ; ma non pareva
bastassero alla gola di que' ghiottoni che furono i
Romani, se ne tirassero da Grecia, se dalla Rezia che
comprendeva i vini del Benaco e bresciani, i quali
oggidì, se meglio conosciuti, rivaleggerebbero co'
meglio rinomali di Germania e di Francia , dalla
Spagna, dalle Baleari, dalla Linguadoca e dalle Gallie,
e tutti ambissero di vecchia data, si che si contassero
per consolati e ne tracannassero all' ubbriachezza
uonini e donne , come lasciò Seneca scritto: yon
mimis polant et olco et mero vires provocant, atque invi'.is
ingesfa visceribus per os reddttnt et vinum omne vomitn
renutiunturiyìiè priverò di commemorazione a que-
1) • Sorbiva preziosissime perle liquefane coli' aceto. •
ì) • Né bevon meno e coli' olio e col vino sfidano le
forze, e giù cacciatili nelle svogliate viscere, lo rimettono
per la bocca e rigtllan col vomito tutto il vino. •
tu CAPITOLO VENTESIMO
Sic punio qiiel mio conciitadino Novellio Torquato
milanese 1), licorJato da Plinio, ammesso aque"'lempi
in Roma a' primi onori della cillà , il quale fu co-
gnominalo Tricongio 2), dal bere che faceva trecogni
di vino tulio d' un Qalo, senza né riposarsi , né re-
spirare, né lasciarne pur una gocciola nel boccale
da gitlare in terra per far quel rumore che addiman-
Javano collabo.
E a unte quosltì sontuose mense privale servivano
molli schiavi, al cenno del Iricliniarca.
Prima era il coquus, che nella cucina confezionava
le vivande e il cui valore, al dir di Plinio, fu tempo
che s'agguagliò alla spesa d'un trionfo; poi il ledi-
slerniator, che sprimacciava i lei li su cui giacevano
i commensali; il nomenclalor che annunziava le vi-
vande e i loro pregi, il pr ce gusla t or, cui era commesso
di gustare i piatii a tavola, onde conoscere se fatti
a dovere ed a tutela che non ascondessero veleno ,
lo strvclor ehe dispontva le vivande su' vassoi nei
diversi serviti e collocavali sul portavivande , che
1) Nrgli archi, volgarmpnte dtlli Portoni di Porla Nuova
di Milano, recentemente raffazzonati, veggonsi tuttavia in-
casinile due leste antiebc con iscrizioni che leggcnsi :
Quintus Novellius LiicH fllius Vaiia sevir quceslor ,
Cajo Novellio Lucio fiUi Rufo fralri , cho ricordano
adunque la famiglia Novellio , cui appartenne quel gran
â– beone.
2) Vedi nel I. voi. alle misure dei liquidi: il congio con-
teneva sei sextarii.
145
Peironio chiama repo^itorium , e fungi'va altresì da
scalco, lo scis<or che irinciava le vivande, il corpt.r
che le tagliava in parli; il pinccrna o coppiere che
mesceva a'conviiali il vino ed erano per lo più eletti
a tale ufiìcio i meglio avvenenti e lindi giovinetti schia-
vi, e il vociUalor che compiva suppergiù la stessa cosa.
1 banchetti poi rallegravansi con musicali istru-
meiili, come alla cena, già ricordata, di Trimalcione
descritta nel Sa'yricon; con danze di leggiadre e
lascive fanciulle , saHalrices , celebri in queste le
ballerine gadilanc , ossia venule da Cadice, come le
più avvenenti e procaci. Donne simili veggonsi rap-
presentale nelle pitture ()ompejane , e per lo più
apparivano vestile d' un ampio e trasparente pezzo
di drappo, che sapevano avvolgere talora attorno-
alla persona in pieghe graziose , talora lasciavano
spandersi a modo d' un velo su parie del corpo,
e tal altra afTjtto rimovendo dalle membra e fa-
cendo svolazzare per aria cosi da mostrarle tulle al-
l'occhio degli spettatori. Costume codesto pur ii>
Grecia vigente allora ed esercitato dalle auletridi , o
suonalricl di flauto, che pria durante il banchetta
facevano intendere i suoni delle loro tibie e quindi,
allorché le vivande e i vini avevano mandali i fumi
alla lesta e convertito in orgia il banchetto, si me-
scolavano a' lubrici conviva.
Quando poi, per dirla col Parini,
Vigur dalla libìdine
La crudeltà raccolse.
146 CAl'ITULO VEMESIMO
si spinse il pervertimento fino a darsi a mensa spel-
tacolo di lolle gladiatorie , non iscliifando avanti il
pericolo che il sangue avesse zampillalo fin sulla
sintesi e sul muntile o sovra il piallo medesicno.
A tutte queste distrazioni che allietavano le men-
se , Plinio il Vecchio, secondo ne scrisse il nipote
nelle sue Epistole, sappiamo com'egli preferisse udir
buone letture d'alcun autore greco o latino. Ma pò-
.chi erano allora del gusto e dell'onestà dell'insubre
magistrato e letterato.
Finita la cena, se ne dividevano gli avanzi del-
l' ultimo servito fra i convitati; ciascuno era libero
d' inviar quanto gli fosse piaciuto a' parenti od agli
.amici. Qualche parasiia, che fornì materia alle argu-
zie di Marziale, li serbava per goderseli l'indomani.
V'erano poi di quelli che non avevan portato seco
il tovagliolo alla cena, e che poi si intascavano quello
che aveva loro fornito il padrone di casa: e il rae-
defimo Marziale li ha personificati in Ermogene ,
•quello slesso che già ricordai , il quale non avendo
potuto involare i tovaglioli, perchè nel timore di ve-
derseli rubali, nessuno gli aveva portali, pur d'eserci-
tare l'industria sua, aveva pensato di rubar la tovaglia:
Ad ccenam Hermogenes mappam non aduli' nmquam
A coena semper relulil Hermogenes 1).
Mai col mantiie Ermogcno
A cena non andò;
Da cona coi m9ntil sempre tornò.
Ep. Uh. XII. 29. Tnd. .Mag.-nla,
I.E CASE 1*7
Ciò fallo, si recavano dagli schiavi i calzari, si ac
condevano le lercie per riscbiarare i convitali che
toglievan congedo dall'anfitrione e, quand'erano
in senno, salulavansi fra loro augurandosi la salute
del corpo e dello spirilo.
Sovenle erano alla porta attesi da' loro schia\i
con le lanterne di Cartagine, non tanto per illumi-
nare le tenebre, giacché allora per le vie non fosse
illuminazione , o per proteggerli dai ladri , quanio
per respingere gli attacchi de' giovinastri, perocché a
que' lempi anche figli di buone famiglie si recassero
a piacere di assalire i viandanti in ritardo, di appli-
car loro una buona bastonatura, o far loro qualche
cattivo scherzo , come nel primo quarto del nostro
secolo vedemmo praticarsi egualmenle in Milano
dalla Compagnia della Teppa. Si sa che Nerone im-
peratore aveva pure di simili gusti , e si camuffava
perfin da schiavo, affine d'abbandonarvisi le notti, e di
erutti pericoli egli corse per ciò, e la sua vita s^essa
fu posta a repentaglio più d'una volta.
Rivelati i misteri della mensa antica , cerchiamo
adesso di indagare quelli della toaletla , né forile
riusciranno meno interessanti. Dovendo ricordare
anche le vesti femminili , farò pur un cenno di poi
delle maschili e di quelle particolari agli schiavi e
così imporrò Qne a questo capitolo, nel quale la so-
vrabbondante materia mi alTatlcò a contenerne noi
limiti proporzionati dell' opera.
148 CAPITOLO VENTESIMO
Ho già superiormente accennate le diverse sciiiave
od ancelle addette al servizio delle matrone : ora
veggiamole in movimento iniorno a queste. — Sono
tulle silenziose e nude fino alla cinlura ad attendere
il cenno della padrona che si risvegli sul suo letto
d' avorio incrostato d' oro e di gemme nel cubiculo
vicino. Si risveglia finalmente, e, vinta l'inerzia la-
sciatale dal sonno, facendo crepitare le dita, le
chiama, e senza far rumore entrano le più favorite
cubicu'ari e l 'aiutano a scendere dalle sofici piume.
La sua faccia è ancora tutta impiastricciata della
mollica di pane inzuppata nel latte di giumenta, che
nel coricarsi si è applicata onde serbar morbida e
liscia la pelle , suppergiù come le moderne signore,
pel medesimo scopo, si ungono della inglese pomata,
il colà cream. Gli adoratori del giorno non la ravvi-
sererebbero in quel punto. Oltre quella maschera
screpolata di disseccata mollica, invano le cerchereste
il volume di sua superba capellatura, né le ben
arcuate sopracciglia, né le perle della bocca. A
ricostruire la sua bellezza, ella entra nel gabinetto
attiguo. Una schiava ne custodisce l'ingresso, perocché
occhio profano non debba sorprendere i misteri della
sua arlifìziata toaletia, giusta il precello d'Ovidio,
erudito maestro nell' arte d' amare :
Hinc quoque prcvsidinm Iwso' petilote figura::
Non est prò veslris ars mea rebus iners.
Non tainen expositas tnensa deprendal amalor
Pyxidas: ars /'.ciem dissimulata juvet.
LE CASE 149
Quem non offenclat foto fex iltila vuUic
Cam fluii in lepidos pundeve lapsa siuus? 1)
Multa viros nescirc decel; pars maxima rerum
O/fendal, si non interiora tegas 2).
Anzi, aggiunge il Poela :
Tu quoque duin coleris, nos te dormire putemus 3).
E le cosmele si pongono all' opera. Con lepido
lane di giumenta appena eraunlo l'una rammollisce
Je arse molliche della faccia e la lavaj; l'altra mastica
le pastiglie grcclie che debbonsi applicare, dopo
avere sullo specchio di metallo fiatalo e provato
De Arte Amandi. Uh. Ili, v. 207-212.
Quindi riparo alla figura oITcsa
Cercate, che non è por gli usi vostri
loeflicaee l'arte mia. L' amante
Non miri apertamente i vasi esposti
Che l'arte ascosa giova alla beltade.
A ehi non piacerla mirar sul volto
Stendere quella feccia, e lentamente
Cader pel peso suo nel caldo seno?
Trad. di Cristoforo Boccila.
2) Idem, Ibidem, v. 229.
Molle cose ignorar gli uomini denno ,
Di cui gli olTendon molte, se non copri
Ciò che fa d'uopo di tener celalo.
Idem, Ibidem.
3) Fa che pensar possìam che donni allora
Che lu ti adorili.
Idem, Ibidem, v. 228.
Le Rovine di Pompei. Voi. MI. tO
150 CAi'lTOLO VENTtSlMO
aver ella sano e profumato l'alUo; una terza l'imbel-
letta col rossetto, fucus ; una quarta , sciolto in una
conchiglia il nero, le tinge le sopracciglia -, poi v'ha
chi pulisce col dentifriciam i denti e colloca i po-
sticci nelle gengive, assicurandoli con un Qlo d'oro.
Il medesimo Ovidio dell'artificio del liccio ne dettò un
poema: De Medicamìne /ucifi, che non ci giunse per
altro completo.
Succedono alle cosmele le parrucchiere , Calami-
strce , ajutate dai ciniflones, dai cinerarii e dalle
psecas 1). L'opera loro è tutto un faticoso lavorio.
Scelgono esse il colore ai capelli che richiede la
moda, e però usavan del sapo , pallottole di sego
e semi di faggio, per colorirli di un color bruno
chiaro; o si facevano giungere capellature sicambre,
quando il color favorito era il rosso e vi spendevano
di grosse somme; oppur si tingevano a celare la ca-
nizie, É sempre lo stesso Ovidio che di tutto ciò ne
ammonisce:
Femina canitiem Germanis iv/ìcit herbis ;
Et metior vero queritur arie color.
i) Ciniflnnes orati gli «chiavi incaricali di tingerò i ca-
pelli soffiandovi sopra determinale polveri, cinerarii (\\i^\V\.
che riscaldavan nello ceneri i calamistri o ferri ila arric-
ciare : calamistri appellavansi anche gli schiavi che usa-
vano di quel ferro per arricciare; psecas finalmente le
schiave che profumavano i capelli e il ungevano d'olj odorosi.
LE CASE 151
Femina procedil lìensissUìia crinibus ejnpfis ;
Proque sìàs alios efftcit cere suos 1).
Talvolta disponevano i capi'lli a riceverò la tintu-
ra, lavandoli con acqua di calce, estirpando prima i
canuti colla volsella, che noi direnitno pinzetta. Petti-
nali, poscia calamisirati, unti e profumali , il pettine
quello più precisamente detto il discertiiculum 2)
e la mano industre acconciano in mille fantasie le
chiome ed i ricci, spesso raccolti in reticelle o nastri
di seta o di porpora. Vi raffigurano elmi , galeri ,
grappoli od eriche, corymbw, mitre orientali; vi infìg-
gono spilloni aurei ed effigiati, acus domotoria, e topazj
e rubini e ameiisle e perle e, dopo tutto, la dama si
specchia nel lucidissimo disco d'argento. Pompei offri
esempi di siffatti specchi d'argento; uno si rinvenne
di forma circolare il più usuale, con un manico per
reggerlo quando si adoperava ; altro di forma oblunga
rettangolare, che doveva esser tenuto davanti alla pa-
drona da uno schiavo, mentre altri aggiustavano la
1) Idetfì, Ibidem. 163-166.
Con te Gcrmaiiich' erbe asconder puolo
La donna la canizie , e mio con l'arte
Miglior del vero altro cercar colore.
Vanne la donna con la chioma folla
Per i compi i capelli , e col denaro,
In mancanza de'suoi, compra gli altrui.
Idem, Ibidem.
2) Discerniculum era i! pettine che si usava ptr far
la divìsa dei capelli sin giù alla fronte.
15i CAPITOLO VEMESIMO
toaletta. Mantenevasi lucente la superQcie dello spec-
chio con una spugna, per consueto atlaccala al lelajo
dello specchio slesso con una corta cordicella e con
polvere di pomice. Guai alla schiava se le treccie
non saranno stale ben rannodale! guai se non ben
foggialo il galerus , se alcun capello sfuggirà indi-
sciplinalo, se verrà usata lentezza 1 perocché la cru-
dele elegante le punzecchierebbe il seno o le brac-
cia a colpi di spillone, o la schiaffeggerebbe, quando
pure non la rimellerebbe al lorario , che sospesa
la sventurata penzolone pe' capelli, la flagellerebbe
tinche non piacesse alla padrona di cessare.
Quindi è alle ugne che dona le sue cure e in-
samma ogni istrumento è adopralo a diversi altri
ufflej, non escluse le essenze, gli olj, i diapasmi o
polveri fine di fiori odorosissimi istropicciali sul corpo,
respingendo l'epilimna, perchè unguento della qua-
lità più comune.
Visitando la casa delle Vestali in Pompei, in una
camera della terza corte , si trovò una quantità di
questi oggetti di toaletta femminile , che i Romani
compendiavano col nome di mundus tmdicbris: uno
dei suddetti specchi dì metallo, decoralo nel rovescio
d' arabeschi , di ferinagli d' oro di forma rotonda ,
degli spilloni d'avorio per i capelli, un pettine, una
casseltina di manteche, vaselli di vetro che contenevan
belletto, boccelte d'acqua d'odore, braccialeili d'a-
vorio, orecchini, dentisculpia o stuzzicadenti, monili,
forbici, ecc., ecc.
I.E CASE 153
Da ultimo entrano i paggi numidi che recano l'uno
un vasoio d'argento con latte per lavarsi le dita
che la dama asciuga ne' capelli ricciuti di lui, gli altri
i cibi dello jenlaculum, o colazione, e il vin di Cipro,
relìco; e, mentre ella asciolve, si intrattiene o col
filosofo di casa, o col mercante, o coli' unguentario
che ha trovato nuove pomate, o colla sua segreta ve-
noria, la schiava che presiede ai piaceri de' suoi
amori, ed alla quale dischiude le confidenze de' suoi
adoratori, chiedendo se costoro abbian mandalo nella
mattina i saluligeruU, o tal altro messaggio per lei.
Una breve parola adesso di queste venerice, peroc-
ché in Pompei piij d' una iscrizione vi faccia cenno.
E basti per tutte citare quella di una Tiche , che
fu venerea di Giulia, figlia di Augusto, e allora nel
vederne consacrata la memoria fra tombe cospicue ,
si è indotti a conchiudere che la qualità di tali fem-
mine schiave non dovesse essere ignobile e turpe,
come dovrebbe parere a prima giunta. I costumi del
tempo portavano che le schiave favorite, o liberie, fos-
sero destinale a tale ufficio di osceno lenocinlo. I les-
sici non recano, e neppur quello del Porcellini, spie-
gazione di sorla di tal nome applicato a schiava avente
incarichi quali ho mentovati; ma, come dissi, ciò
avrebbero rivelato gli scavi pomppjani. Notarono per
altro i lessici il venereum come luogo addetto a' bagni
e destinato per avventura alle amorose voluttà , e si
riferirono all' iscrizione da me riportala nel dire
18* CvPiroi.O VENTKSiMO
dell'annunzio d'appigionarsi nei prodii di Giulia Fe-
lice , dove, fia gli alili molli locali, presso al bal-
nevm , si ricorda il vcnereum. E le venerece erano
esse particolarmenle addette al servizio di codesti
venerei f Nulla di più probabile. Veggasi più avanti
il Capitolo delle Tombe, dove è ricordata quella di
Tiche venerea di Giulia, la figlia di Augusto.
La volta è venula delle smdaligeruìce , delle ve-
sHsptìcce, e delle ornalrices , le funzioni delle quali
ho già al lettore spiegalo. Vediamo adesso i diversi
abiti ed abbigliamenti ond' erano chiamate a vestire
ed adornare la loro padrona.
La tunica era per le donne il primo e più indi-
spensabile de' veslimenli di sotto , e la portavano
sempre ed anche in casa. Fu dapprima di lana, ma
dopo le frequenti relazioni coli' Egitto, si mulo in
lino. Gli abiti di seta e i fini e iraspirenti tessuti di
Cos , che Petronio chiamò nel suo Satyricon vento
tessilt!, divennero un oggetto di lusso e di civetteria. Tu-
nica inimor, chiamata eziandio iììiima, era quella che
veslivasi sotto un'altra tunica, portandosene fin quattro
dalle persone dilicale. Dicevasi anche inlusiasla una
specie di camicia o veste che portavano in casa.
La stola, ho dello altrove come fosse una lunga
veste bianca, che si portava sopra la tanica, e sì at-
taccava sulla spalla a mezzo di un fermaglio : discen-
deva fino a terra coprendo ben anche i piedi , ed
aveva fimbrie d'oro e di porpora. Ho già riferito
i versi di Ovidio, che così la ricordano :
LE CASE 155
Scripsimiis hccc islis, quarum nec villa puUicos
Conlingil crhies, nec stola tonga pedes 1).
.Nell'allro poema De Arte amandi, vi accenna in
questo distico del pari:
Este procut villa; tenues, insigne pudoris;
Qumque legit medios, instila longa pedes 2).
La callhula era un piccolo mantello d' una stofa
color della caltha, la calendula officiniìUs di Linneo,
flore di color giallo.
Il cerinum era un abito di stofa pur gialla.
La crocota era la veste di gala del colore del zaffera-
â– no, imitata dalle greche, che la portavano alle feste
Dionisiache. Dicevasi anche in diminutivo crocotu!a.
La cymatilis, abito del color dell'acqua marina e
•di stofa marezzata, come potrebbe essere il moderno
moerro.
La impliiviata era veste di color bruno , riquadrata
a' quattro lati, come ai)punto V iv>phivium d'una
casa. Sebbene Varrone parli deW ivipluvia come di
un mantello contro la pioggia, pure vi doveva essere
anche l' impluviata o l' impluvium come veste , se
,1) Ex Ponto, III : 3, 5i :
Io la scrissi per quelle , a cui 1' onesta
Ctiionia non è dentro la benda inserta ,
Né lunga giunge infino al pie la vesta.
Trad. di G. B. Biancbi.
i) Lib. 1, v. 3i :
Gite lungi , Vestali , e voi matrone ,
Glie i pie celale sullo lunga vcsle.
Trad. Cristoforo Bjcelia.
156 CAI'ITOLO VENTESIMO
cosi lo noma Plauto nella scena seconda del secondo
alto ielV Epidicus.
Ecco ;in qual modo fa narrare V Incontro di una
cortigiana col suo ganzo:
EPIDICUS
Sedveslila, aurata, crocote ut lepide! ut concinne! ut nove!
PERIPHANES
Quid erat induta an regillam indueHlam,an tnendiculam,
Impltiviatam? ut istce faciunt vestimenlis nomina-
KPIDICUS
Ulin'impluvium induta eat?
PEBIPHANES
Quid istue est mirabile ?
Quasi non fundis exornatce multce incedant per vias? 1)
Vi è dunque ricordalo l' impluvium , ma con esso
anche la regilla. Plauto nella slessa scena ricorda
allresi le seguenli vesUmenta:
. . . vesti quotannis nomina inveniunt nova:
Tunicam valium, tunicam spissam, linteolum ccesicium.
i) Epici. Come leggiadramente era vestila
E dorala e fregiala ! e che eleganza I
Qual novità !
Perif. Di che mai si vestiva?
Forse della regilla o dì mendicula
Impluviala, come queste danno
Nome alle loro veslimenla ?
Epid. Come ,
Va d' impluvio vestita?
Perif. E maraviglia
Questo ti fa? E non van molte intorno
Di terre adorne ?
LE CASE 157
Indusialaiìi, patagiatam, caltulam, aut crocolulam t
Snpparum,aul subininiam,ricam,ba.sUicumaul exoticum,
Cumalile, aut pttimatile, cerinum aut melinuni gerrop, ma-
Cani quoque eliam ademplum ^st nomen- {ximce
EPIDICUS
Qui?
PEBIPIIANI^S
Vocant laconicum 1).
La patagiata era veste ricca del palagium, ossia
della larga striscia di porpora e d'oro sul davanti,
simile al chwus che avevano gli uomini.
La phmatilis era un abito , la cui stofa in certi
punti di luce offriva come piume d' uccelli, nel modo
1) Epidicuif, ad. 2, se. 2, v. 45-30.
Nuovi nomi al vestir trovano ogn'anno:
E la tonaca valla e quella spessa,
E 11 linteolo cesicio e 1' indusiala.
La patagiata, callaia, crocotula^
Il suppar, la summinia, oppur la pica,
L'esotico, il basilico, il curaatile,
Il melino, il piumatile o il cerino
E dal cane perfin tolgono il nome
A prestanza.
Epid. E qual mai ?
Perif. Quel di laconico.*
* Infatti v' eran certi cani detti Lacones o Laconici , co-
me ce lo apprende Orazio nell'Ode 6 degli Epodi :
Nani qualis aut Molossum aut fulvus Lacan.
Era la laconica un genere di veste assai succinta. Lo stesso
Orazio rammenta la Laconicas purpuras, 2, Od. i8-
158 CAPITOLO VtNTESlMO
Slesso che la Cymatdis illudeva vedersi , come giÃ
dissi, onde marnie.
Ralla diceva>i il mantello di una slofa chiara e
leggiera, o di velo.
Bica era un pez/,o rettangolare di panno lano or-
lalo di frangia , vcslimentum quadraium , (ìmbriatum ,
corno lo ha descritto Pesto, portato a modo di velo
sulla testa: il suo diminutivo ricinium , recinium ,
ricinus, recinus , era pure a modo di velo portato
sulla testa, più specialmente assumo come segno di
lutto. Trovansi pure mentovati nei surriferiti versi il
bùsilicus, V exoticus , il laconicum, il lintcolum ccesi-
c^um, il melinum , la mcndicula, la spissa, il suppa-
rum come altri effeiti di vestiario , ma forse non
saprebbesi precisarne il rispellivo uso.
Flammeum nomavasi il velo di color giallo carico
e brillante che copriva tulla la persona, e portavasi
dalle giovani spose nel giorno delle nozze.
Palla , come spiegai altrove in qucsl' opera , era
l'ampio mantello in cui s'avvolgeva la dama romana,
che vietava vedersi il disegno della persona, e s'ag-
giustava mediante un fermaglio sopra le spalle. La
statua della sacerdotessa Livia ritrovata in Pompei,
e di cui già feci menzione , offerse esimpio della
stola, deUd palla e ùcìV amiculum, o velo della testa.
Ho già detto nel capitolo delle Tahernce della
calzatura delle donne, non che in molle parli del-
l' opera de' giojelli e preziosità onde le donne si
LE CASE 159
fregiavano, a tarilo poi e in nna parola dirò essere
slato il lusso e la ricercatezza nel vestiario e nell'ab-
bigliamento mnliebre, chtt non alle sole cortigiane ,
come fece Plauto nel surriferito brano della comme-
dia V Epidico , ma a luUe applicar si potesse quel
verso, die les è bo riportato, che, cioè, camminassero
{ter le vie adorne di case e di terre.
Più spiccio sarò nel dire del vestiario degli nomini.
La toga era il vestito distintivo del cittadino ro-
niano, che sempre si portava da tutti in tempo di
pace: coprendo tutto il corpo, né lasciando libero
che un braccio , non polevasi tenerla durante il la-
voro, né in casa. Era di lana e bianca, e por lavarla
davasi a' fullonì, de' quali già intrattenni il lettore;
onde argomentare è dato quanta fosse la importanza
di costoro. Quelli che brigavano una carica publica,
presentavansi al popolo colla toga resa d' un candore
più brillante, usando di una preparazione cretacea,
â– onde mettersi in rilievo maggiore, e ne venne per-
ciò agli aspiranti il nome di candidali pervenuto
infine a noi. Della toga bruna, pulla, usavano solo
i poveri, delti perciò anche pitHuti, come ci avvenne
di ricordare nel trattar de' teatri , o quelli eziandio
che si trovavano nel corrotto. Sotto gli imperatori ,
cresciuto il lusso, si adoperò la seta per la toga.
La toga prcetex'a, lunga veste bianca e tutta unita,
l)ordeggiata di porjìora , d' origine etrusca , porta-
vano i fanciulli ingenui d'arabo i sessi , l' abbiglia-
160 CAPITOLO VENTESIMO
menlo de' quali coinpivasi colla bulla o piccolo globo
cuore d' oro pei ricchi , di cuojo pei poveri , so-
spesa al collo. Fu istituita la bulla da Tarquinio
Prisco, che donolla al flgliuol suo, il quale, prete-
stalo ancora, ebbe in guerra ad uccidere un nemico:
nell'uscir di puerizia, cioè nell'entrare dell'anno
decimoseltimo, la dimettevano colla pretesta per as-
sumere la toga, offerendola ai Lari, secondo Persio
ricorda:
Cum primum pavido cualos mihi purpura cessil ,
Bullaque succinclis Laribus donala pependit i).
Indossavano la pretesta anche i principali magistrati,
diltalori, consoli, pretori, edili, re, e certi sacerdoti.
Trabea era la toga di porpora vestita dagli impe-
ratori. Vedemmo già , parlando dell'ordinamento guer-
resco, cosa fosse la toga palmata , detta anche pietà ,
portala dai trionfatori.
Meno lunga che la tog'i, era la tunica, che pur gli
uomini indossavano immediatamente sul corpo. Fu
prima senza maniche, poi le ebbe, ma non giunsero
fino al gomito: più lunghe, la toga dlcevasi mani-
cata, ed era propria de' disonesti. La mollezza fece
1) Sai. V, v. 30 :
Ratto che paventoso abbandonai
La custode pretesta, ed ai succinti
Lari la borchia pueril sacrai.
Tr. Vinc. Monti.
LE CASE 161
adottare più d' una tonaca. Il portarla dimessa Gno
ai talloni, ciò che diceva?! tunica dimissitia, come il
tener rilasciata la toga, era indizio d'animo effemi-
nato e libidinoso. Leggesi infatti in Plauto:
Sane genus hoc muliebrosum est tunicis dimissiliis.
Heus tu , Uhi dico mulier 2).
La tonaca ordinaria non aveva distintivo; ma i
senatori portavano il laticlavium, che era una tonaca
bordeggiata dal petto fino al basso d'una larga stri-
scia di porpora. Angustidavium fu delta la tonaca
de' cavalieri', la striscia di porpora che la frangiava
tìra più stretta.
Penula, era il mantello con cappuccio, che in luogo
della toga portavasi in viaggio, o in tempo di piog-
gia; lacerna era un altro mantello aperto sul davanti
come il pallium de' Greci, ed aveva pure cappuccio:
già riportai l'epigramma di Marziale che la lasciò
ricordata. La leena era un largo maniello d' inverno e
di colore scarlatto, comM^o, pei ricchi e dignitari ;pMr-
purea pei sacerdoti. AboUa, un ferrajuolo di panno a
due doppi attaccato con fibbia di sotto al collo o in
2) Certamente è codesta elTeminata
Moda il portar la tonaca dimessa.
Vergogna a te, e femmina ti dico.
Pcenulus, Ad. V. Se. V.
163 CAPITOLO VIiNTESlMO
cima alla spalla: era lo stesso che il sagum, tranne
che questo era di più ampia dimensione e di stofa
più grossolana. Endromis appellavasi un naantello, o
piultoslo una coperta di panno lano, in cui s'avvilup-
pava dopo i giuochi gifinasliei a prevenire il peri-
colo d' una infreddatura. Della synthesis, della anche
ccenatoria, ho già dello che fosse l'abito per il pasto:
Nerone che si mostrava con essa in pubblico , ve-
niva biasimalo come di grave sconvenienza.
De' calzari de' Romani ho già informato il lettore
nel capitolo delle Tuberììos, nò occorre però aggiun-
gere verbo. In lesta nulla portavano d'ordinario, solo
coprivanla nelle solennilà religiose. Ne' saturnali por-
tavano il pilcus, più berretto che cappello; il pelasuSf
che usavasi in viaggio e che Caligo'a permise portarsi
in teatro per difendersi dal sole, aveva le lese larghe:
gnlerus era una specie di elmo di pelle; api'x , fu
quello de' sacerdoti. A difesa d,;lla lesta solevasi al-
tresì recare un lembo della toga su di essa , ma si
toglieva tosto in segno di rispetto, abbordando alcuna
persona distirìia.
[n quanto al vestito degli schiavi, all' infuor della
toga, propria dell' uom libero, della sloia e della
palla delle matrone, era eguale a quello delle donne
e degli uomini che ho finito di descrivere: la tonaca
avevano peraltro più stretta e bruna, e coprivan la
testa col cappuccio della lacerna o della penula.
Vuoisi notare lulUvia chegli schiavi degli imperatori,
LE CASE 163
massime nel servizio della tavola, vestivano bianco.
Varrone ricordò l'.iltavia come i citaredi si servis-
sero delia stola: apud Q. Hortensium, cum in agro Lau-
renli essem, Orphea vocan. jussit : qui cum eo venisset
cum stola et cvhara, et cantare esset jitssus, buccinam in-
flavit, ubi tanta circuìvfltixil cervorim, aprorum et coete-
rarum quadrupedum muUitudo, ut non minus formosum
mihi visum sit speclaculum, quam in circo maxima aedi-
liiim,sìne africimis bcsliis, cum fiunt venationes, ttc, 1) Le
meretrici poi portavano la toga, interdetta loro la stola.
Detto cosi del vestire, i lavori femminili, che si
compivano nel gynceceum, o appartamento delle ma-
trone, chiuderanno il capitolo.
Abbiam veduto gli uomini nei fori, nella basilica,
nella guerra, e gli schiavi nelle tabernce e nelle in-
dustrie: veggiam le donne adesso nelP interno della
casa.
Si imbiancava da esse , si nettava , e cardava la
lana, che traevan di poi dalla conocchia in filo. Quindi
tessevano su proprii telaj e ne facevano stole e ve-
(I) De lìo Riislica 3, «3: • Quando mi trovava presso
Ortensio nel territorio di Laurcnto, comandò vi nisse Orfeo,
il quale essendosi presentato in lunga ruba ( sloia) e colla
celerà , ed avendo ricevuto l'ordine di canlare, sonò la
tromba^ al cui suono fummo tosto circondati ria si grande
quantità di cervi, di cinghiali e di altri quadrupedi , ctie
tale spettacolo non mi parve men bello di quello elio
danno gli Edili nel grande circo, quando si fanno le cacce,
ma senza pantere. •
164 CAPITOLO VEMESIMO
siimenia per sé , e tonache e toghe per gli uo-
mini, e già notai che l'occuparsi in siflalli lavori
muliebri, ai primi tempi della republica, e l' incune-
bere alle cure domestiche, costituisse la miglior lode
della donna: domum mansit, lanam fecit. L'imperatore
Augusto non volle mai vestirsi d'aliro che di quel che
lavoravano le donne di sua famiglia. Poi si esercita-
vano le matrone anche al ricamo, che dicevano acu-
pingere, pitturar coU'ago-, e da ultimo, al dir di Ter-
tulliano, nel suo trattato sulla Esortazione alla Caslità ,
si aggiunsero altre occupazioni: l'amministrazione,
cioè, della famiglia, la direzione della casa, la custodia
delle chiavi, la cura e la distribuzione del lavoro tra
gli schiavi, la compera delle provvigioni; cure tutte
che le sterminale ricchezze e la effeminatezza del po-
polo fecero poscia consegnare agli schiavi. Laonde
la matrona non pensò più quind' innanzi che alia
toletta e agli adulteri amori e, scassinata così la fa-
miglia da' suoi cardini, si preparò la corruzione
sociale, la decadenza e la irreparabile rovina di quel
gran popolo e di quel maraviglioso impero.
CAPITOLO XXL
I Lupanari.
GII ozj di Caputi — La prosiiluz ore — Riassunto storico delia
prosliluzioite antica — Proslitu/ione ospiiale, sacra e legale
— La Dil)l)la ed Erodoto — Gli Angeli e le fiiilie degli uo-
mini — Le lìplie di Loili — Sodoma e Gomorra — Tliamar
— Legge di Mosè — Zanibri , A<a , Sansone, Àbramo, Gia-
colib'- , Gedeone — Raab — Il Levila di Efiaim — David ,
Bersabia , la moplie di Nnhal e la Simamiie — Salomone
e le sue conrubine — Proslitii/ione in Israele — Osea pro-
feta — I Babilonesi e la dea Mililla — Venere e Adone —
Astarte — Le orgìe di Miira — Prostituzione sacra in Egitto
— Ramsete e Ceope — Cortipiane più antiche — Rodope,
Cli-ina , Siratonice , Irene, Agatoclea — Prostituzione greca
— Dieterion — Dilteriadi, aulolridi^ eterie — Eierìe celebri
— Aspasia — Saffo e 1' amor lesbio — La prostituzione in
Italia — La lupa di Romolo e Remo — Le fcsle lupercali
— Darcanali e Baccanti — La coilipiunu Flora e i giuochi
florali — Cullo di Venere in Roma — Feste a Venere Mirtea —
Il Pcrvigthum Vtneris — Trudiiiione — Altre cerimonie nelle
feste di Venere — 1 misteri di Iside — Feste Priapee —
Canzoni priapee — Emblrmi itirallicì — Abbondanti in Er-
colano e Pompei — Raccolta Pornografica nel Museo di Napoli
— Sue vicende — Oggetti pornografici d' Ercolano e Pompei
— l misteri dilla Dea Bona — Degenerazione de' misteri
della Dea Bona — Culto di Cupido, Mutino, Pertunda , Per-
fica. Frema, Volupia , Lubenzia, Tulana e Ticone — Prosti-
tazione legale — Meretrici forestiere — Cortigiane patrìzie
Lt Rovint di Pcmpti. Voi. MI. ••
166 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
— Licentia stupri — Proslilule imperiali — Adullcrii —
Bastardi — Infanticidi — Supposizioni ed esposizioni d' in-
fanti — Legge Giulia : de adiilteriis — Le Famosa — La
Lesbia di Caiullo — La Cinzia di Properzio — La Delia di
Tibnilo — La Corinna di Ovidio — Ovidio , Giulia e Po-
stumo Agrippa — La Licori di Cornelio Gallo — Incostanza
delle famosa — Le sciupale di Orazio — La Marcella di
Marziale e la moglie — Petronio Aibilro e il Saiyricon —
Turno — La Prostituzione delle Muse — Giovenale — Il lin-
guaggio per gesti — Comessaiiones — Meretrioes e presti-
buia Proscdoe, alicnriw, bliiidoe, busi uarice casoriloe, capa,
diobnlae, qxiadrnntarice, forancne , va(j(s , stimmenianoe — Le
delicalce — Singrufo di fedeltà — Le prcliosa — Ballerine e
Ludie — Crcsccnle cinedo e Ti/ria Pcrcisu in Pompei — Pueri
pteritorii , spadoues, paedicones — C nedi — Lenoni — Nu-
mero de' lupanari in Roma — Lupanare romano — Bhrc-
tricixtm nomcn — Filtri umaiorii — Stibula, cusaurium ,
lustrum, yaiifum — Lupanari pompoj;ini — 11 Lupanare
Nuovo — 1 Cuculi — Postrilioli minori.
Sa il lettore, per quel che gliene ho dolio nel ca-
pitolo de'Templi, come iu Roma, massime a' tempi
dell'imporo e quindi a' giorni in cui specialmente lo
richia'i.a quest'opera, meglio che a Venere celeste, si
sagritìcasse alla Venere Pandemos, la Iddia dal facile
ed osceno costume, e gi<Ã sa del pari della lussuria
campana, onde Plauto, facendosi eco della brutta ri-
putazione che s'avean fatta, designava gli abitatori di
quella zona molles et libidinosi 1). Egli sa pure di
quegli ozj passati in proverbio, duraturo anche adesso,
«) • l Campani pente molle e libidinos;). . TrinummuS
Act. li, se. i, V. 144.
I LUPANARI 167
c che riuscirono tanto fatali al massimo capitano car-
taginese, Annibale, che prima d'abbandonarsi ad essi
era stalo invincibile. Tutta questa plaga ridenlissima
del Tirreno, e massime le città in riva alla marina,
avevano inoltre accollo, come delle buone istituzioni,
cosi il contributo eziandio delle cattive, che portava
seco quella immigrazione la quale avean causalo le
romane guerre in Grecia, in Africa e nelle Gallie, o
l'andirivieni de' mercatanti che accorrevano a recar
merci all' Italia ; onde agli ingeniti costumi e vizi del
paese si fossero venuti annestando i vizii pur dello stra-
niero. Il cullo di Iside, venendo dall'Egitto, vi aveva
dedottola prostituzione sacra: i misteri di Eleusi imr
portati da Grecia lo avevano più intristito, e la Grecia
già alla sua volta li aveva avvalorati de'riti osceni dei
popoli asiatici. Di lutto ciò io dissi già a suo luogo.
É agevol cosa accorgersi, comparando la prostitu-
zione greca colla romana, che entrambe si avessero per
avventura una comune origine, nell'Asia; vale a dire
che Grecia avessedirettameniederivaiodilà le pratiche
della sua dissolutezza e che Roma e l'Italia le avessero
adottate coi molti altri costumi dalla vinta Grecia;
con questo solo di divario peraltro, che l'asiatico co-
stume così assunse un lai carattere in Grecia da, per
cosi dire, divinizzarsi e farsi perQno simpatica tal*
volta e recinta di [loesia, mentre in Roma restò bru-
tale e schifosa. Indarno quindi si cercherebbe a Roma
la storia della sua prostituzione tale da poter esser
168 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
letta, senza arrossir sin nel bianco dell'occhio. Invano
le domandereste le Targelie, le Aspasie, le Frinì, le
Dioiime, le Glicere, le Baechidi e le cento altre cor-
tigiane, che la Grecia saiutò ispiratrici o di savia
politica, di dottrina o di poesia, e che anzi se-
gnano, puossi dire, il progresso della greca civiltà : la
cortigiana di Roma, ignorante e vendereccia, volubile
e lussuriosa , segna invece il precipizio della gloria
e della dignità della nazione.
Quanta differenza fra la Via Sacra, i boschetti di
Pompeo, il portico di Livia di Roma e il Ceramico,
od anche il Pireo d'Atene, fra il dicterion greco e il
lupanare romano 1
Gli scavi pompeiani dovevano portare una luce e
costituir quasi un commento sul lupanare romano
descritto da Giovenale, dove la imperiai consorte dello
stupido Claudio faceva copia di sé, come la più
abbietta meretrice , alla feccia della plebe che vi
traeva , e d' onde non partiva la svergognata che
sflaccala, ma non satolla
Et lassata viris nec dum satiata recessit i).
La mia mano deve adesso , sollevare un lembo
della cortina del lupanare pompejano, per iscriverne
i possibili particolari, e dico possibili, perocché tutto
non sia lecito ripetere, da che l'età nostra siasi fatta
<) Satira VI, v. 130.
I LUPANARI 189
estremamente pudibonda, se non dei fatti, certo delle
parole: il contrario di quel diceva Catullo dovesse
essere il poeta , al quale correva obbligo d' essere
casto, mentre poi non fosse necessario che casti fos-
sero i suoi versi :
Non caslum esse decet pium poetam
Ipòum : versiculos niliil necesse est i).
Ardua impresa io mi assumo : lo farò con quel
riserbo che il lettore domanda , al quale per altro
non ispiacerà che a larghi tratti io gli narri la
storia dapprima e la condizione di questo abbruti-
mento dell'uomo, contro il quale finora invano iol-
tarono la sapienza de' legislatori e la civiltà dei tempi
per diradicarlo, paghi soltanto d'averlo infrenato;
ond'esso si accampi nella società sotto l'egida delle
l^SSit Quasi una professione ed un diritto, e si convenne
nomarsi prostituzione legate. Per ciò appunto che
già notai che lo svolgimento più ampio e sfrenato
di questa lebbra in Roma dati dall'epoca delle sue
conquiste e dall'afQuirvi delle diverse nazionalità , uno
sguardo retrospettivo sulla storia, in cotale materia,
degli altri popoli , varrà a notarne i punti di con-
1) Carmen XVI. Ad Aurelium et Furium : Traduco;
Clic il costume del poeta
Sia pudico, a voi sol basti;
Ma i suoi versi nessun vieta
Ch' C5ser possano oien casti.
170 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
tallo ed a illustrare quella che più presso riguarda
il mio soggetto.
Ogni traffico osceno del proprio corpo è quanto
corrisponde alla parola proslare, d'onde è derivata
quella di prostituzione. Questo traffico, questo infa-
me commercio ha pur troppo la sua storia , antica
quanto il mondo, né inlerrotla mai nelle sue plìi
orribili tradizioni; né, per quanto si ingentiliscano i
costumi, per quanto splenda lumedi civilià , non può
nutrirsi speranza che siffatta mala pianta si divella
di mezzo agii uomini; solo essendo dato di credere
che possa venir meglio infrenata e disciplinata. Im-
porta altresì seguirne le fasi storiche, potendo giovare
il conoscerne i particolari , i suoi periodi più accentuali
e quelli di decrescimento, onde dallo studio delle me-
desime dedurne gli accorgimenti utili al migliora-
menlo del costume.
Gli scrittori — e fra questi anche il Dufour nella
sua Storia della Prostituzione, alla quale mi è impos-
sibile i\on ricorrere , massime in queste prime pa-
gine nelle quali ne indagò le origini, — si accordano
nel considerare Ire distinte forme sotto cui si manifestò
la prostituzione e la distinsero in prostituzione ospitale,
in prostituzione sacra o religiosa e in prostituzione le-
gale politica. Originò la prima dalla prevalenza della
forza del l'uomo sulla donna, per la quale questa fu pre-
sto ridotta sotto la sua schiavitù; ond'essa, perduta ogni
dignità e divenula all'uomo, cui era compagna, indif-
1 LtPAiNA»! 471
ferente col tempo, nel primitivo stadio sociale in cui
la face non brillava della civiltà , passò fra le conces-
sioni dell' ospitilità . Perocché vediamo presso lutti i
popoli primitivi l'ospitalità spesso elevarsi a dogma
e legge inviolabile, e la prostituzione divenire parie
integrante della medesima. I doni che in ricambio la
donna riceveva dall'ospite straniero e che soddisface-
vano la cupidigia del marito, valsero a generalizzare
ia prostituzione ospitale. E l'ospite straniero, a ren-
dere pili ardenti, anziché obbligatorie o di cerimo-
nia, le carezze, lasciava talvolta credere la propria
origine celeste e cosi poco a poco si venne a dare a
codesta prostituzione il caratloro di sacra. La milo-
logia infatti reca più esempj di numi presentatisi
alle dimore ospitali di semplici mortali ed ivi avere
beate di loro amplessi divini le mogli degli ospiti
loro. Gli eroi più celebrali del poema omerico, quelli
della storia greca ed anche della romana, Qno a
Cesare, che voleva da Venere esser disceso, tutti van-
tano origine divina. Non re, non capo di tribù potè
far senza di questi fasti di famiglia; finché tra le
offerte che si facevano ne' templi , la religione pa-
gana accolse anche la prostituzione, il cui prodotto
manteneva l'avarizia e la libidine sacerdotale. Facile
allora era il passaggio della prostituzione dalla re-
ligione nei costumi e nelle leggi. Certo è tuttavia che
tra r esistenza della prostituzione antica e anteriore
al Cristianesimo e quella posteriore corra una dille-
ni c\i>iT(Lo viGEsiMOPnnio
reaza enorme. Se ora la religione la vietò, se la mo-
rale la condannò-, la legge, autorizzandola, la ridusse
nondimeno entro determinali confini: mentre prima,
se la sola filosofia la proscriveva, 1 costumi la con-
sacravano ai dogmi religiosi.
Tulle queste transizioni appariranno dalle seguenti
storiche narrazioni che rapidamente accennerò.
È nella Caldea, nella patria di Abramo, che si ri-
scontrano le prime traccie della prosiiiuzione ospi-
tale e sacra e ce le additano da una parte la Bibbia
ed Erodoto dall'altra.
Per la prima, sappiamo come gli angeli discesi sulla
terra per conoscere le figlie degli uomini , ne aves-
sero avuto figliuoli, ch'erano i giganti. A questa
eredenza avevan dato luogo i seguenti versetti del
capo IV della genesi:
« Or avvenne, che gli uomini cominciarono a
moltipllcare sopra la terra, e che furono loro nate
delle figliuole :
t I figliuoli di Dio veggendo che le figliuole de-
gli uomini erano belle , si presero per mogli quelle
che si scelsero d' infra tutte » 1). Poi ci fa sa-
pere del currolio costume e delia malvagità così cre-
sciuta, che pentissi il Signore d'aver creata la terra onde
i; V. 1 e 2 Thomas Moore, lavoro su di tale credenza,
1111 leggiadrissimo popmetlo Gli Amori degli Angeli, che
il cavaliere AiuIreaMafTei recò in versi italiani.
I LUPANARI 173
ebbe a mandar il diluvio a sterminare la ra/.za umana,
salva solo la famiglia di Noè. Vediam poi , sempre
nella Genesi, che è il primo libro della sacra Bibbia,
neppur rispellala più l'ospilaliià ; perocché vi leggiamo
che in Sodoma gli angeli che si fermarono nella casa
di Loih per passarvi la nolto , vi fossero falli segno
agli assalii de'Sodomiii, che circondando la casa ne li re-
clamavano, sì che Lolh offrisse loro, a rispello dei suoi
ospiti, le due figlie, che non avevano conosciuto ancora
gli uomini. Le quali Qglie, ci dice poi lo stesso libro
santo, come abusassero un giorno, a cagion di libidine,
dell'ebbrietà del loro padre. L'incendio di Sodoma e
Gomorra provano il traffico, più osceno ancora, contro
natura-, l'episodio di Thamar che si prostituisce a
Giuda suo suocero per averne un figlio e il modo cui
è narralo pongono in sodo che la prostituzione legale
esisteva, sedendosi le meretrici perfino a capo delle
vie ad attendere i loro avventori. Mosè poi, il grande
legista, dovè ricorrere a penalità terribili pei crimini
di bestialità e di sodomia-, prova indubbia che gli
Ebrei si abbandonassero troppo a questi brulli peccati.
I lupanari tuttavia degli Ebrei non erano che di
meretrici straniere, avendole Mosè escluse dajia pro-
stituzione legale. La lebbra onde s'affliggeva quel po-
polo altro non era che un male , conseguenza dello
abuso e delle diverse forn)e d'impurità , e le fre-
quenti abluzioni ordinale dalla legge erano prescri-
rioni igieniche per chi pativa di taluno de' malefici
J74 CAPITOLO VIGESlMCiPRUIO
effetti , come argomenlasi da quanlo é dello nel
Gap. XV del Leviiico. Cosi la pena di morie com-
minata contro gli Ebrei, che in onore di Moloch
commeilevano impurità , prova conie si fosse ge-
neralizzalo 1' onanismo. La dissolutezza degli Ebrei
aveva generato terribile malattia : Mosè e i giudici
ne erano gravemente preoccupali e Finea nipote d'A-
ronne, sapulo che Zambri giaceva con una meretrice
madlaniia , li coglie e li uccide. Lo stesso Mosè fa
sgozzare 2i,000 de' suoi segtjaci, perchè uno di loro
aveva bazzicato con una Madianita-, ciò che per al-
tro non aveva impedito che quel grande legista si
fosse tolta per moglie una figliuola di quel popolo.
Asa, re, caccia perfino la madre sua che sacrificava
aPriapo e ne distrugge l'oscena statua. Né pure i ca-
pitani più eletti d' Israello andavano immuni da tal
peccato. Sansone nelle braccia di Dalila perdeva la
forza che gli aveva data il Signore. Abramo aveva
la sua concubina e prostituiva due volte per denaro
a re stranieri la moglie, facendo loro credere fosse
sua sorella. Giacobbe ebbe la sua; Gedeone del pari.
La Raab che tradì Gerico, la propria città , a codesto
condolliero del popolo Ebreo, vuoisi fosse una cor-
tigiana. Pietosa è la storia del Levita di Efraira, che
nella città di Guibha, ospitando presso un buon vec-
chio, i cittadini ne assalirono la casa per abusare di
lui. Egli e l'ospite suo cercarono stornarli; poi a
nulla valendo le preci, concesse il levita a qua' mi-
1 LLPANVIII 17»
serabili la propria concubìtia, che alla dimane, rolla
da quelle besiiali lussurie , non appena potè ridursi
presso all'amante levila, clie miseramente spirava e
fu causa codesta che Israello , a vendicar lanla in-
famia, si armasse a Aera guerra contro i fìeniamilì-
David, il santo re Profeta , a saziar la sua lussuria,
invaghitosi di Balh-Scebah o Bersabea, come è chia-
mala per lo più, da lui veduta ignuda nel bagno, la
fa rapire e la rende madre; poi fa che Uria marito
di lei venga esposto nella furia maggiore della bal-
laglia si che vi perisca e cosi si appropria la moglie.
Non alirinienti aveva fatto il santo patriarca con
Nabal, cui saccheggiava la casa, e toglieva la mo-
glie per farla sua. Lascierò poi agli spiriti più in-
genui l'apprezzare il rimedio suggerito da' servitori
suoi allo stesso re David, quando vecchio non poteva
per copertura di vestimenia riscaldarsi, collo aver-
gli cercalo una giovinetta vergine, la bellissima Abi-
sag, perchè si tenesse davanti a lui e gli dormisse
in seno. Buon per la vezzosa Sunamile eh' ei non
abbia potuto conoscerla. Che diremo di Salomone, del
sapientissimo re ? Egli ebbe settecento donne e tre-
cento concubine e il suo cuore, già si saggio, si per-
verlì, tanto da assassinare il fratello Adonias che
gliene aveva domandata una, della qual s'era invaghilo.
Finalmente la prostituzione, dietro l'esempio dei
grandi, si popolarizzò e si portò perfio nel tempio,
come si legge nel libro de' Maccabei. Ciò che poi
176 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
apparirà incredibile si è il leggere in Osea queste
strane parole poste in bocca dell' Eterno stesso :
dixUDominus ad Oseam: Vade, sumetibi uxorem fornica-
tionum, et fac Ubi filios fornicationum 1) ed egli infatti ,
sposò la meretrice Gomer figliuola di Debelaira e
n' ebbe un figlio , cui impose il nome di Gesraele.
Ma non basta: lo slesso Dio dice al medesimo Pro-
feta di poi : Et dixit Dominus ad me: Adhuc vade , et
dilige mulierem, dikctam amico et adulteram ...et fedi
eam mihi quindecim argenteis et coro hordei 2), e, giÃ
s'intende; il Profeta obbedisce all'Eterno.
ì) Profezia di Osea. Capo 1 e 2: • Va prendi per moglie
una peccatrice, e fatti dei figliuoli della peccatrice. • Tra-
duzione di Monsignor Antonio Martini , del quale non è
inopportuno riferire il commento : « Con questo straordi-
nario comando fatto ai santo Profeta di sposare una sor-
dida donna, la quale era stata di scandalo nella precedente
sua vita, il Signore prova ed esercita la pazienza e la ub-
bidienza di Osea e provvede alla salute spirituale di que-
sta donna, e principalmente indirizza questo fallo profetico
a rinfacciare a tutta Samaria il suo obbrobrio, ecc. » Non
c'è più nulla a direi
2} Osea. Cap. 111. V. I, 2: « Or il Signore mi disse:
Va ancora ed ama una donna amata dall' amico e adul-
tera.... ed io me la cavai per quindici monete d'argento
e un coro di orzo e mezzo coro di grano. • Trad- Martini,
il quale, non si sgomenta punto d»*l fudi eam e commenta
che: per ritrarla dalia sua cattiva vita le dà il profeta
quindici sicli d'argento ed il resto. E soggiunge: • Questa
non è la dole con cui egli si comperi costei per sua mo-
glie perocché egli non la sposò, ma tulio questo si crede
dato a colei pel villo di un anno , e tutto questo messo
insieme è si poca cosa , che dimostra la vile condizione
di essa e l'orzo serviva pel panedelle persone più meschine.»
I LUPANARI 177
Lascio che se la sbrighino i cominentalori della
Bibbia , che essi sapranno giustificare questi bei
comandamenti che un delirante ebbe ardimento di
dire gli venissero dal Signore.
E per lasciare i libri santi, della prostituzione cal-
daica ho detto come informi Erodoto. Hanno i Babilo-
nesi, egli scrive, una legge infame. Ogni donna nata nel
paese è obbligala una volta almeno nella sua vita di
andare al tempio di Venere ed ivi abbandonarsi a(ì
UDO straniero. Gli stranieri vi passeggiano e scelgono
le donne che più gli piacciono ed esse non ponno
tornare a casa, se prima qualche forasiiero non le
abbia avute, invocando la dea Mililta, piacendo agli
Assiri di dare a Venere questo nome. Né gli stranieri
ponno ricevere rifiuto, perocché ciò vieti la legge e
sacro essendo il denaro che ne è fruito. Quelle che
hanno in dote bellezza, non fanno lunga dimora net
tempio; le bruite vi restano fin tre o quattro anni ,
finché non abbiano soddisfatta la legge. È agevole
capire allora come facilmente avesse ragione Quinto
Curzio, quando nella vita d'Alessandro Magno ebbe a
dire che nessuna nazione fosse più corrotta della Ba-
bilonese; la prostituzione sacra ingenerando l'altra dei
costumi. E il fatale esempio si dilfuse colle guerre e
la prostituzione attecchì presto nella Grecia. Nacque al-
lora il culto di Venere e di Adone , a personificare
la passione, perchè gli uomini tendano a divinizzare
i loro aCTelli, e questi poi degenerando nelle diverse
178 CAPITOLO VlGESlMOPniMO
raanifeslazioni, originarono l'Astaite, il dio ermafrodito,
che rappreseniava i due sessi ad un tempo stos>o.
E si fecero misleri e fesie a Venere, ad Adone, ad
Iside edallealire divinila, che con diverso nome rappro-
senlavano la medesima cosa. Pafo, Amaiunta, Cipro,
Eleusi furono leairo a quesie sacre lascivie, che poi eb-
bero tempio in ogni cillà greca e quiiìdi in ogni cittÃ
romana. Is'è meno sfrenale furono le sacro orgie dei
Persiani in onore di Mitra, i quali del nslo, afferma
Plutarco, lo avessero dedotte dai Parli, passale di poi
nella Cilicia , e più lardi , al tempo di Trajai>o , in
Roma, secondo l'opinione di Fréret.
Ho detto 'the Iside ebbe i suoi misteri; essa era
quanto la ^ nere degli Egizi 1), che sotto quel nome
e quello d' Osiritle avevano divinizzalo la nalura fe-
condante e L'eiieralrice.
i) Così Apiil(jo fa variare la Dea slessa: « Io sono la
nalura , madre di tulle le cose , padrona dogli elementi ,
principio dei secoli , sovrana doj,'li Dei M;ini , la prima
delle nature celesti , la faccia uniforme degli Dei e delle
Dee. Io son quella che governa la luminosa sublimità dei
cieli , i salutari venti dei mari , e il cupo e lugubre si-
lenzio dell'inferno. La mia divinità unica, ma multiforme,
viene onorata con varie cerimonie e sotto differenti nomi.
I Fenici mi chiamano la Pessinunzia , madre degli Dei;
quelli di Creta, Diana Dillina; i Siciliani, Proserpina Igia;
gli Eleusini, l'antica Cerere; altri Giunone, altri Bellona,
ed alcuni Ecale. Evvi ancora chi mi chiama Ranunsia;ma
gli Eijizii mi onorano con cerimonie che mi sono proprie,
e mi chiamano col mio vero nome, la regina Iside. •
I Ll'PANARI 179
Il phallus, disiinlivo delia virilità , veniva dalla sa-
cerdotessa d'Iside nelle sacre cerimonie portato chiuso
in una teca d'oro. La prostiluzione sacra era dunque
nel massimo vigore sulle sponde del Nilo; ma ciò che
non parrà vero e che proverà ognor più com'essa pas-
sasse agevolmenie ne' costumi, si è che Harasete, re
dell'Egitto, 2244 anni prima di Cristo, prostituì nel lupa-
nare la propria figlia, come mezzo politico per discoprire
il ladro del suo tesoro, e Ceope fece altrettanto do-
dici secoli avanti l' era volgare , per provvedere alla
spesa d' una piramide, e narra Erodoto che quella
brava figlia la volendo iiiolire erigerne un'ahra per
proprio conto, pregasse quelli che la visitavano for-
nissero ciascuno una [lietra per compirne l'opera, e
la nuova piramide sorse infatti accanto a quella del
padre. — A' matematici il computare quanli potes-
sero essere gli erotici visitatori di quella virtuosa
figlia di re.
Io non pos>o ricordare il nome delle cortigiane
tutte de'le.iipi i più remoli, che si resero celebri; pur
di taluna farò il nome. L'Iìiade cantò le conseguenze
del rapimento di Elena, l'infedele consorte di Menelao,
nella cui casa Paride violò l'ospitalità , onde ne derivò
la Guerra di Troja. Negli episodi di quel divino
poema , massime in quelli di Bi i>eide , di Tecmessa
e di Cassandra, appartenenti ad Achille, ad Ajace e
ad Agamennone, vediamo la prostituzione cui erao
-Sottoposte le schiave, ancor che figlie di re, ma ve-
180 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
nule per le vittorie in servitù. Poi la storia dei tempi
eroici ricordò ancora in Grecia gli adiilterj di Gliten
nestra e d'altre eroine, e i bestiali accoppiamenti di
Pasife ed altre molle lussurie infami ed incesti, che
parvero perfino parti dell'immaginazione e si confu-
sero colle leggende incredibili della mitologia.
Solo volendo pertanto ricordare quelle che di sé
trafficarono a cngion di lucro, terrò conto di Rodope,
cortigiana di Tracia, che 600 anni prima di Cristo,
fu celebre in Egitto e cui si deve un'altra delle
piramidi. La sua bellezza e riputazione è rivelata al
re Amasi da un'aquila, che avendole rapita una
pianella , ebbe a lasciarla cadere a' piedi di lui, ii
quale, fatte le indagini a chi appartenesse , scoprivji
essere di Rodope e se la volle per amante.
Ma la grande epoca delle cortigiane d' Egitto fa
quella de' Tolomei, tre secoli cioè avanti l'era volgare,
e si rammentano i nomi di Oleina cui furon rizzale
statue , di Slratonice greca , cui ne onorò Tolomeo
Filadelfola memoria, rizzandole, morta, un mausoleo:
Irene , che volle morire col suo reale amante Tolo-
meo Evergete -, e Agatoclea, che appartenne a Tolomeo
Filopalore e resse per lui l'Egitto.
Dalla egizia passando alla prostituzione greca, vi
troviamo del pari quella sacra; ma cessando questa
ben presto, lasciò nei riti le sue traccie. Varie furono
le Veneri che si crearono a rappresentare le diverse
forme della bellezza e dell'amore; ma Socrate le
I H PA.NAUI 181
riassunse in due; nella Venere celeste o dell'amor
casto e nella Venere Pandemos o popolare , che ri-
cordai al principiar del capiiolo, ossia dell'amore im-
pudico e criminoso. Solone, il severo legislatore,
fondò il dirlerion o lupanare e coi prodotti di esso
eresse un tempio alla Venere Pandemos. E templi
sorsero in tante altre ciità di Grecia a questa Dea,
perQno sotto il nome di Eteria o cortigiana e di
Peribasia , qualificativo che descriveva l' azione del
più svergognato amor Qsico. E a questa Dea si con-
sacravano speciali eteriee il culto veniva da esse
esercitato. La prostituzione in Grecia si poteva divi-
dere in tre classi: alla prima appartenevano le dit-
teriadi o le meretrici del popolo-, alla seconda le
auletridi, o suonatrici di flauto, che dopo avere colle
tibie rallegrali i banchetti, si mescevano alle orgie
che vi ponevano fine ; alla terza le eterie. Queste
ultime erano bensì cortigiane , ma elette , di pere-
grina bellezza d'ingegno, le quali si abbandona-
vano non a tulli , ma a chi credevano , a seconda
del capriccio o della simpatia e il piij spesso per
am.mirazione del talento. Queste tre classi non
avevano alcuna relazione fra loro e le eterie ser-
bavano la loro fierezza, come a un di presso fa-
rebbero le loreltes parigine oggidì. Esse infalli fre-
quentavano il Ceramico , dov' erano boschi e por-
tici, giardini e sepolcri dei cittadini morti in guerra
e dove traeva la parte ricca e intelligente d' A-
Lt Rovine di Pompei. Voi. III. IS
182 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
tene; mentre alle diUeriadi ed alle auletridi riser-
bavasi il Pireo, Quelle, quantunque non venissero
Considerate come cittadine, vivevano nondimeno tra-
uomini eminenti e letterali ; queste invece consi-
derate come schiave, liberta o straniere.
Celebri fra le eterie furono Glicera, amante del prima
dei poeti comici, Menandro; Lamia amante di De-
metrio Poliorcete re dei Macedoni ; Taide amata d*
Alessandro il Grande e che lo seguiva nelle sue spedi-
zioni militari ; Cleonice amata da Pausania , che fu
anche filosofa, come lo fu Targelia amante ed emis-
saria di Serse e sposa di poi del re di Tessaglia;,
Leonzia amata forsennatamente da Epicuro -, Archippe
e Terride amanti di Sofocle ; Archeanassa di Pla-
tone, Laide di Diogene, Frine di Iperide, Bacchide di
Prode, Teodota di Socrate e più che tutte , che sa-
rebbe troppo lungo enumerare , Diotima la cui sa-
viezza fa encomiala da questo grande filosofo , Er-
pilli che passò la sua vita con Aristotile ed alla
quale ei legò la casa de' suoi padri, e Aspasia, che
bella e filosofa, maestra prima di retorica a Socrale,^
amica di Alcibiade e Fidia, fu poi amatissima da Pe-
ricle, in guisa che l'avesse a sposare, e cui la Grecia
andò debitrice di progresso e incivilimento.
Tanta era costei considerata in Atene, che la sua casa
divenisse il convegno de' più dotti e celebrati uomini
d'allora, come i filosofi Anassagora e Socrate, So-
focle ed Euripide i due sommi tragici , Iclino 1' ar-
i83
chilelto del Partenone e Fidia lo scultore degli Dei.
e gli si assegnasse tanta dottrina , che per molti si
tenne che i discorsi che Pericle pronunciava nello
Pnice , e alla cui eloquenza nulla resisteva , fossero
composti da Aspasia, come il discorso in commemo-
razione dei morii ne' primi anni della guerra del
Peloponneso e riferito da Tucidide. L'aristocrazia,
nemica di Pericle, così ne temeva l'influenza e il
consiglio, che a perderla facesse accusare Aspasia di
empietà da Ermippo, poeta comico, e tratta avanti agli
Eliasti, avrebbe corso gravissimo pericolo d'esserne
condannata a morte, se per lei non avesse peroralo
Pericle stesso, il qual fu visto piangere per la prima
volta.
È strano il vedere codeste eterie amare e darsi
ad uomini unicamente per le viriù di essi, come la
Teodota di Socrate e la Laide dello schifoso Dio-
gene: la loro storia sarà però sempre più poetica e
simpatica che non quella delle cortigiane di allri
paesi. E più strano parrà che Aspasia venga raffigu-
rata nei dialoghi di Platone come propugnatrice della
più pura morale e, in capo d'ogni altra cosa, della
morale della famiglia.
E cosi savii infatti ne erano gli ammonimenti, che
le più rispettabili matrone vedevansi condurre a lei
le proprie figliuole; onde non saprebbesi poi compren-
dere come colla relorica si facesse altresì maestra
d' amore a Socrate, come taluni scrissero di lei, che
(8; Cvl>H()LO VIGESIMOPIUMO
SI scostasse della virtù, e meno ancora che servisse
mezzana agli iinpudici ardori di lui per il bello Al-
cibiade. Mollo di lei si favoleggiò, si scrisse coiilra-
riaraenle a verità e si calunniò, massime di Ari-
stofane nelle sue commedie-libelli e creJo rimanga
ancor molto a studiarsi per rivendicarla interamente
dalle brulle accuse, motivate unicamente forse da ire
di parte.
Né le altre classi della greca prostituzione manca-
rono di nomi celebri e basti il ricordare Boa aule-
tride, che fu madre di Filetario re df Pergamo e
Abrotone dilteriade tassala un obolo, che in onta a
ciò, fu madre di Temistocle.
Prima di congedarmi dalla proslituzione greca ,
dovrò far cenno della poetessa Saffo, che nacque da
distinta famiglia di Lesbo o ricca e la quale, se non
prostiluivasi a denaro, teneva tuttavia scuola di pro-
stituzione la più dannosa , predicando I' amor delle
donne, detto perciò l'amor lesbio. Platone la disse
bella; Massimo di Tiro, seguito pure da Ovidio,
nera e piccola: vi fu chi avrebbe voluto riabilitarne
la dottrina e i costumi; ma Dionisio Longino, aven-
doci conservata 1' ode di lei, capolavoro di passione
isterica, tolse ogni allendibilità alla difesa 1).
L'Egitto, la Fenicia, la Grecia , colonizzando l'I-
talia, vi importarono coi costumi anche la religione e
il cullo di Venere vi attecchì primo fra tutti. La
4) Trattati del Sublime. Sezione X. pag. 25. Edizione
Mfi. ^sri. S'>c. Tip. de* Classici Ilalian/.
I lupanahi .«.-s
prostituzione ospitale regnava ira' inoiiii e nelle fo-
;este, l.'i sacra nelle città . I dipinti e vasi etruschi
che si rinvennero, sono altretlanli monumenti che
attestano in Elruria la prostituzione. Altrettanto nei
primordi di Roma. Romolo e Remo allattati da una
lupa, Aurelio Vittore e Aulio Gelilo spiegano che la
lupa non fosse che una meretrice , Acca Laurenia
denominata, amante del pastore Faustolo. In memoria
di questa lupa o meretrice, si istituirono le feste Lu-
percali, che per rispetto si attribuirono al Dio Pane.
Giustino e Servio con più ragione pretendono che
Romolo altro non abbia fatto se non che dar forma
più decente e regolare alle grossolane istituzioni di
Evandro. Tuttavia non modificaronsi di molto le in-
decenti azioni de' Luperci , ovveramenle arguir si
deve che ben fossero scandalose ed oscene, se ri-
masero, sebben modiflcate, rozze e invereconde cose e
che Cicerone medesimo trattasse il corpo de' Luperci
come agresta società anteriore a qualunque civiltà .
In queste foste lupercali alcuni giovani e i sacerdoti
preposti al culto di Pane , correvano per le vie af-
fatto ignudi tenendo da una mano i coltelli di cui
si eran serviti per immolare le capre e dall' altra
delle sferze , colle quali percuotevano lutti coloro
che incontravano. L'opinione che si aveva che quelle
percosse contribuissero a render feconde le donne
rendessero felice il parto, faceva si che lungi dal-
l' evitarne l'incontro, esse si avvicinassero loro per
18^ r.MMIOI.O ViGKSiHOPUniO
ricevere de' colpi, a' quali ailribuivaiio una si grande
virtù.
Feste p riti congeneri reclamava in Roma anche
ìi culto del Dio Bacco, opperò designaronsi col nome
di Baccanalia, come in Grecia, da cui vennero, chia-
raavansi Dionysia. Si appellarono eziandio Orgice ad
indicare lo strepito o baccano che si soleva fare ne' tre
giorni di loro durala. Non altrimenti che in Grecia, an-
che in Italia venivano accompagnate dalle più sfrenale
dissolutezze. Dapprincipio si celebravano tre volte
all'anno j quindi quasi mancassero le occasioni alle
baldorie ed alle lascivie, si ripetevano più spesso. Se-
guendo le tradizioni greche, ed anche egizie, Ero-
doto e Diodoro Siculo vogliono che le feste dioni-
siache procedessero dalle sacre terre fecondate dal Nilo,
non erano che le donne chiamate in Roma a celebrarne i
misteri: poscia, bandito ogni ritegno, si mescolarono
i due sessi, e orribili disordini ne conseguitarono,
tal che il Senato netl' anno 568 di Roma, emise de-
creto che tali orgie proscrisse in tutta Italia. L'abo-
lizione dei Baccanali formò soggetto ad una trage-
dia di Giovanni Pindemonti, al suo prodursi applaudita.
Come pratichiamo noi pure di presente nelle feste
cristiane di Madonne e Santi, nelle quali si portano
1 sacri simulacri processionalmente, nelle feste di
Bacco recavasi la statua del nume in processione
seguila da canefore o portatrici di panieri, coperte di
pampini e da saltanti Tiadi o sacerdotesse con cim-
i)ali e trombe, e da Baccanti con tirsi, delle pur Me-
nadi furibonde, come si arguinenta dal seguente
irano onde si chiude il Carme XVIII del Lib. 1.
delle Odi di Orazio :
.... Non ego te, candide Bassareu ,
Inv'Uum qualiam: nec variis obsita frondibus
Sub divum rapiain: sieva tette cum Derecynikio
Corna lyniìjana, qui: subsequitiir crecus amor sui,
Et tollens vacttum pina nimio gloria verticem ,
Arcanique Fides prodiga, perlucidior vitro I).
Sopra molte pitture in Pompei ed Ercolano si ri-
â– conobbero rappresentanti Baccanali e Biccanti, sog-
getto del resto usiiatissimo in bassorilievi antichi e
su vasi greci.
Il Home di Baccanti , per le oscene loro opere, di-
ventò presto sinonimo di femmine rotte ad ogni dis-
solutezza.
Né quest' errino i soli nomi, che valevano di pre-
Ipsio all;i sacra prostituzione.
ì) Te mai tuo grado scuotere,
Buon Bassareo , non vo',
Né ciò elle i sacri pampini
Celano , al dì trarrò.
Il frigio conio , e i timpani
Deb ! frena , il cui lier eco
In noi (li noi medesimi
Desia amor folle e cieco ;
E con tropp' arduo vertice
No segue Ori,'oglio il metro
E sé (li arcani prodiga ,
Lucida più del vetro.
Trad. G.\roallo.
l8< CAPITOLO Vir.ESIMi'PRIMO
La coriigiana Flora, sollo Anco Marzio, moria ric-
chissima , avendo lasciato erede di sua fortuna il
Popolo Romano , quesii in riconoscenza ne celebrò
la memoria coi giuochi Florali , confondendoli con
qnelli isliluiti in onore della Dea dei fiori. Quanto
fossero lascivi ed infami, si che gli allori dei me-
desimi ne vergognassero alia presenza dell' austero
Catone, ho già in questa mia opera narralo, nò ho
quindi bisogno ritornarvi sopra.
Venere ebbe in Roma molti templi sono lutti i
nomi, di libertina, di salace, di volupia, di veni-
cordia , ecc. , secondo le diverse forme di lascivia
che la fantasia intendeva di divinizzare, e tulli colali:
templi erano ridotti di dissolutezza. Venere Mirtea ,
cosi nomala dai boschetti di mirto che ne circondavano
il delubro, era un convegno alle maggiori lubricità e
le veglie che vi si facevano nell'aprile, a' banchetti,
balli e canti si mescevano le oscenità della più sfre-
nata prostituzione.
Già nel Capitolo ottavo di quest'opera, il quale
traila dei Templi , io dissi di queste vigilie che si
facevano in onore di Venere, celebrandosene le feste
al primo d'aprile, che per ciò appellavasi il mese di
Venere; narrai corno le donzelle vegliassero pel corso
di tre notti consecutive, si dividessero in parecchie
schiere e in ognuna di queste si formassero parecchi
cori, aggiungendo come tutto un tal tempo si im-
piegasse nel danzare ed inneggiare alla Dea e citai
1 LL'P.v>AIU 180
un brano di un ritmo antico che ne aveva lasciato
memoria. Esso non era che il Pervigilium Veneris ,
intorno al quale si stancarono gli eruditi per ricer-
carne l'Autore. Aldo Manuzio ed Erasmo il dissero
di Catullo , l'amante di Lesbia, ma è troppo casto per
esser suo; Giusto Lipsie l'attribuiva a penna del secolo
d'Augusto; Scaligero lo vorrebbe assegnare ad altro
Catullo dei dintorni di Roma , e del quale parlano
Giovenale e Marziale ; Boullier, riconoscendovi i se-
gni della decadenza del gusto, non senza ragione,
il credette di Anneo Floro, del tempo di Adriano, e
con lui lo opinò Wernsdorf, ritrovandovi il metro
eguale ad altro poema attribuito allo stesso Autore
e intitolato De Qualitate Vilce. Vossio finalmente vor-
rebbe che questo Floro fosse il medesimo Lucio
Anneo Floro, che dettò il Compendio della Storia
Romana , e che io ho pur qualche volta citato in
quesi' opera.
In ogni modo, se questo Fervìgilium Veneris accusa
la decadenza, se non ne è sempre squisita la latinità ,
reputo opportuno farne luogo alla traduzione che ne
ho condotta , perchè porge i dati acconci a darne
l'idea delle feste di Venere, che si celebravano in
Roma e nelle Colonie, e prima che altrove in Pompei,
dove la città slessa chiamavasi Colonia Veneria e vi
aveva culto ed aliare. Non è poi fuor di luogo os-
servare come, malgrado il libertinaggio più sfrontato
che presiedeva a colali feste, pure il Pervigilium Ve-
190 CAPITOLO VIGESlMi. PRIMO
neris si riduca ad essere uii Canio sulla Primavera ,
senza che vi sia concello od immagine, che offender
possano il pudore.
PERVIGILIUM VENERIS i).
Cras amel, qui nunquam amavit ,
Quique amai'il, cras amel.
Ver novum, ver jam canendum :
Vere natus est orbis.
Vere concordant Amores,
Vere nuhunt alìtes.
Et nemus comam resoMt
Ex maritis imbribus.
Cras Amorum copulafrix,
Inter umbras arbortim,
LA VEGLIA DI VENERE
Inno
Chi non provò mai palpilo
Finor d' affetto in core ,
Doman Io dee dischiudere
Al più fervente amore:
Giunta è la primavera :
Cantiam , che s' apre intera.
In primavera a esistere
Incominciato hall mondo:
Gli Amori ora s' accordano
In nodo più giocondo;
Melodiosi e belli
S'accoppiano gli augelli.
Dalle carezze, l' albero.
Delle pioggie feconde
I l.rPANVIll 191
Implicai ctiius viretth-s.
Et flagella myrten ;
Cras Dione jura cUcit ,
Fìilla sublimi loro.
Cras amet, qui nnnqiiam amavil;
Quique amavil, cras amet.
Tarn cruore de superno, ne
Spwtieo ponlus globo,
Cwrulas inter calervns,
hiter et bipeUes equos.
Tutto dispiega il nobile
Gnor delle sue fronde,
E degli Amor la Madre,
In fra 1' ombre leggiadre
De' bei boschelii . spli-ndere
Doman vedreni più bella
Intrecciar i luproriì
Di rami di mortella
E dal suo letto altero
Dione avrà l'impero *•.
CORO
Chi non provò mai pa pilo
Finor d'affetto in core ,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Le spume dell'oceano
Fecero in tal stagione
Nascer, commiste al sangue
*) Tradussi Dione^ come nel lesto: forse più giustamente
dovea dire Dionea , da Dione die Omero dà per madre a
Venere. Esiodo la dice figlia deli' Oceano e di Teli , e fa
Mtscere Venere dalle spume del mare.
192 CAPITOLO VICI SIJIOPRIMO
Fudit undantein Diouen
In palernis fluclibiis.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amami, cras amet.
Ipsa gemmeis purpurantem
Piìigit annum florihus;
Ipsa turgentes mamillas
E Favoni spirilu
Muìget in loros lepeules;
Ipsa roris lucidi,
Noctis aura quen relinquit,
Spargil humentes aqtias.
Lacrymw micant trementes
A caduco pendere :
Di un' iminortal, Dione,
Del mar tra i numi Aeri
E 1 bipedi corsieri.
CORO
Clii non provò mai palpito
Finor d* aCfelio in core ,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
L'anno ella tinge in porpora.
Veste di flor' smaglianti ,
Delle sue poppe , turgide
Pei soflìi fecondanti
Di Favonio , ogni dove
Soave il latte piove.
Versa le slille roride
Della notturna brezza ,
Tremule a lei le lagrime
Brillano per grossezza ,
I LIPANAUI 193
Gvlla jircEceps orbe parvo
SusHnel casus suos.
llinc pudorem florulenlcp..
Prodiderunl purpuree.
lìttmor ille , qiiem serenis
Astra rorant nocUbus ,
Mane virgines pa/jillas
Soloil hitrenti peplo :
Ipsa jussit, inane ni udcB
Virgities nubant rosee
Elicla Cypridis cruore,
Atque Amoris osculo,
Faela genimis, atque flammis
Atque solis purpura,
Cras ruborem, qui lalebat
Veste tectus, igneum
E sembra ognor che cada
La goccia di rugiada.
Ella 1 color purpurei
Dona al pudico flore ,
Spremuto in ciel da' limpidi
Astri il notturno umore.
Le verginali spoglie
Alla diman gli scioglie.
S" accoppieran le vergini
Rose al suo forte grido ,
Dal sangue già di Venere,
Dal bacio di Cupido
Nata e di sol restila,
Di fiamma e margarita,
suo rossor che ascondere
Vuol nella veste, ontosa ,
L' invido nodo a sciogliere
194 CAPITOLO Vir.KSIMOPUlMO
Invida j ninrita, nodo
Non pudebit solvere
Cras amet, qui nunqmnn nmavil;
Quique amavit, crns amet.
Ipsa nymphns Dita luco
Jussit ire myrleo.
It puer Comes puellis;
Nec lumen credi polest
Esse Amorern ferialum.
Si sagitlas gessarli:
Ile, Nymphce; ponti arma,
Feriatus est Amor.
Jussus est inermis ire,
Nudus ire jussus est,
Più non sarà riirosa :
Sposa ella pur fra poco
Il mostrerà di fuoco.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d' affetto in core ,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.-
Per lei le ninfe volgono
Al bosco di mortella;
Un bel fanciul le seguita :
Se avesse le quadrella ,
Voi non Io credereste
Partecipe alle feste.
Ite, Ninfe, nell'ozio
Amor l'armi depose:
Inerme e ignudo mostrasi .
1 LDPA>AI\I 196
Ne quid arcu, neu sagitla,
Ne quid igne Icederet.
Sed tamen, Nimphce, cavete,
Quod Cupido ptilcher est :
Totus est, inermis, idem,
Quando nudus est Amor.
Cras amet, qui nunquam amari'
Quique amavit, cras atnel.
Compari Venus pudore
Millit ad te virgines ;
Una res est, qtiam rogamus ;
Cede, virgo Delia,
Siccome a lui s' impose ,
Perchè 1' arco non tenda.
Né colla face offenda.
Pur rimanete in guardia ,
Ninfe, al vostro core;
Senz' armi ancor , bellissimo
Come le avesse, è Amore
E allor non vale scudo
Se si presenta ignudo.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d' affetto In core .
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
Simili a te , noi vergini
Venere a te e' invia ,
Noi ti preghiamo, o Delia
196 CAPITOLO VIGESlMOPniMO
Ut nemus sii incruentum
A ferinis slragibus
Ipsa vellet le rogare,
Si pudicam flecteret;
Ipsa vellet ut venires,
Si decerei virgineni.
Jaoi tribus choros videres
Feriatos noelibus
"^ Congreges inter colervas
Ire per sallus tuos,
Floreas inler coronas,
Myrteas inler casas.
Nec Ceres, nec Bacchus abntni
Nec poetar um Deus.
Vergine , acciò non sia
Brutta la sacra selva
Da sangue mai di belva.
Solo di questo supplici
Noi ti nioviani preghiera;
Ella medesma a chiederlo
Verrebbe lusinghiera ;
Se a vergin fia decente ,
Qui li vorria presente.
Per tre notti continue
Gii spensierati cori ,
Scelti fra tanto numero,
Coronali di fiori ,
Correr vedresti lieti
Pe'tuoi boschi e mirteti.
Qui saran Bacco e Cerere
E de' poeti il Dio :
I HPANAllI 197
Te une}) te, tota nox est
Pertigilanda canlicis.
Regnel m si/lris Dione:
Cede, tirgo Delia.
Cras amef, qui nimqxiam atììavit;
Quiqiie amavit, cras amef.
Jussil Uyblreis tribunal
Slare Diva floribiis.
PrcEses ipsa jura dicet :
Adsidebunt Gratice,
Hybla, cvnctos milte flores ,
Quidquid annua allulit ;
Noi veglierem Ira i cantici ,
Se tale è il tuo desio :
Dione alle foreste
Regni, Delia celeste ').
Ella si elesse il seggio
Sovra de' floii iblei,
Recinta dalle Grazie,
Darà i responsi bei ;
Ibla, dà tutti i tuoi
Fior che produci a noi **).
*) Delia, soprannome di Diana , dall' isola di Delo , ove
era nata. Vedi Virgilio, Eglog. 3, v. 67.
**) Ibla, monte della Sicilia, celebre perle squisito miele
che vi si raccoglieva. Due città sicule portavano questo
nome, Hybla major e Hybla parva, sulla costa orientale,
le cui rovine veggoosi tuttavia in riva al mare. I colli che
la circondano, lungo il fiume Alabus, sono in tulle le sta-
gioni coperti di fiori, di piante odorifere, di timo e di ser-
molino, d'onde le api traggono anche presentemente il più
squisito miele. Ciò induce a crederti che il miele d' Ibla,
tanto vantato dagli antichi, fosse raccolto presso d' Ibla la
piccola.
f,e Rovine di Pompei. Voi. III. IS
198 CAPITOLO VIGESIJIOPRIMO
Ilybla, florum rtimpe vestem,
Quanlus Ennce. campus est.
Ruris hic erunt pueltce ,
Et puelta moniium ,
Qureque sylvas, quceque lucos ,
Quccque fontes vicolunt.
Jussil omnes adsidere
Mater alitis Dei,
Jussit et nvJo puellas
Nil Amori credere.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, cras amet.
Ibla la veste spoglia
De' Qor che son tua cura
Per quanto lunga estendesi
Dell' Enna la pianura : *)
Qui saran foroselle
E montanine schiette.
Quante ninfe soggiornano
Bosco , foresta o fonte ,
La Madre dell'Aligero
Nume le vuol qui pronte.
Vuol che, se nudo incede,
Si neghi a Amor la fede.
CORO
Chi non provò mai palpilo
Finor d' affetto in core ,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
*) l£nna, éiltà in luogo eminente in mezzo della Sicilia.
Le prattrie dei dintorni, intrammezzate da limpidi ruscelli,
':t(k)rne di sempre verdeggianti boschi e di flori odorosi ,
'Ttiio considerale come il soggiorno prediletto di Cerere.
Tu ni quella bellissima campagna che venne rapita la di
I-i figlia Lìbera, più noia sotto il nome di Proserpina.
I LIPANAUI
Cras recenlihus Vennstas
Ridet ipsa floribus;
Cras et is, qui primus /Etlier
Copulavit nuplias ,
Ut palernis recrearet
Yermis annum nuhibus ,
In siniim , marilus imber;
Fusus almce conjiigis ,
Inde vilam mixtus ardet
Ferre magno corpore.
Ipsa, venas alque menlem
Permeante spiritu ,
inlus occullis gubernat
Procreatrix viribus ;
Perque eoe lutti , perque terra s
Perque ponlum subditum ,
Fia che dimani irradii
Del suo sorriso amico
I nuovi fiori e l' Etere
Sposo alla terra antico ,
Che colle nubi ognora
Paterne le ristora.
Si scioglierà benefica
In sen dell'alma sposa,
Onde neir ampie viscere
La vita rigogliosa
S' agita, si commove
A creazioni nove.
Dell' universo V'enere
Col soffio suo possente
Entro le vene penetra
E n' occupa la mente ;
Procreatrice eterna ,
II mondo ella governa.
-<W Cai-itolo vigiìsimopuijio
Pertium sibi lenorcm
Seminali tramile
Imbuii, jussilque mundnm
Nosse nascendi xias.
Cras amet, qui nunqnam amavit:
Quique amavit, cras amet.
Ipsa Trojanns penalcs
In Latinos Iranslttlil ;
Ipsa Lanrenlem puellatn
Conjugem nato dcdd ,
Moxque Marti dat pitdicam
E sacello virginem.
Bomuleas ipsa fedi
Cum Sabinis nuplias ;
Ella pei campi eterei ,
In terra, al mare in fondo
Il creator suo spirilo
Infonde ovunque, al monda
Obbedienti addita
Le sorgenti di vita.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d' affetto in core ,
Doman lo dee discbiudere
Al più fervente amore.
Ella portò nel Lazio
I Trojani Penati ,
Di Laurento la vergine
Del figlio univa ai fali ,
Lei dal suo tempio tolse
Che sposa Marte accolse.
I LtJI>A.NAIll 20»
Ulule Rhamnes . et Qniries,
Proque gente posterÃ
Romuli , Palres crearci ,
Ac nepotem Cesorem.
Cras amet , qui nwiquam amavit;
Qiiique amavit, cras atnel.
Rura fa'cundal voluptas;
Rura Venercm sentiunt :
Ipse Amor, puer Dioncì ,
Rare natus Uicilìir.
Hiinc ager, qnum parturiret
Illa, suscepit sinu,
Alque florum delicatis
Edttcavit osculis.
Die alle Sabino vergini
I Romulei mariti,
• Onde i Ramnesi uscirono ,
Uscirono i Quiriti ,
Di Romolo la genie
E Cesare possente.
CORO
•Clii non provò mai palpito
Finor d' affetto in core ,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
â– 'intono i campi Venere,
Voluttà li feconda :
i^bbe tri ì campi il tiglio
Di Dion culla gioconda
E crebbe ai delicati
Baci de' liur' più grati.
Ì02 CAI'ITOI.O VICESIMOPRIMO
Cras amet, qvi vvnquam amavit;
Quique amarti, cras amet.
Quisque catus conlinslur
Conjnguli [cedere :
Ecce jam super genistas
Explicanl tauri lalus:
Propler undas cum marilis
Ecce balanlum gregem
Et canoras non tacere
Diva jitssil alites :
Jam loquaces ore ranco
Slagna cycni perstrepunt.
Adsonat Terei puella
Siibler uinbram populi ;
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d' affetto in core ,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
ulti si legan gli esseri
Col vincolo d' imene :
Sulla giovenca spingesi
Il toro , ed ecco viene
Mosso da questa legge
Lungo i ruscelli il gregge.
Vuole la Dea dispieghino
Gli augelli i loro canti ,
Per le paludi stridono fcJjT
I cigni e 1 propri! vanii
Moduli invidiata
Di Tereo la cognnta *).
*) Tfrco, dice la Milologia, fu re di Tracia, ligliuolo di.
Mnrlfl e delia ninla Bislonidc. Ii:i)be per moglie Progne ,
I-UPaNAHI ^3
Ut pules moius amoris
Voce dici musica.
Et neges queri sororem
De inarilo barbaro.
Illa cantal; nec (acerem ,
Quando ver venit meum ,
Quando feci et ut Chelidon,
Meque Phoebus respicit.
La voce sua melodica ,
Sarà d' amore invito,
Né la sorella piangere
S' udrà pel reo marito :
Taccio al canto gentile ,
Finchò verrà il mio aprile.
Come la rondin garrula ,
Allor canterò anch' io ,
figlia di Pandione re di Atene, la quale dopo alcun tempo,
mostrò desiderio di rivedere la propria Jorella Filomela.
Tereo per compiacerla si recò in Atene, ed ottenne da Pan»
dionc cbe lasciasse partire secolui Filomela; ma invaghi-
tosene cammin facendo, la violò in una casa pastoreccia ,
ed afnnchè non pale:<asse il suo delitto, le tagliò la lingua
Tacendo credere alla moglie che la sorella era morta in
mare. Filomela giunse però a poter disegnare sopra una
(eia la sua disgrazia, e la fé' poscia per mezzo d'una fan-
tesca a Progne pervenire. Questa trasse astutamente la
sorella dal luogo ov'era rinchiusa e seco la condusse nella
reggia; indi per vendicarsi, prese il bambino Ili, partorito da
Filomela, e dopo di averlo ridotto in pezzi, il die a man-
giare al padre. Tereo di ciò avvedulosi, prese ad inseguire
con isguainato brando le due sorelle, le quali furono dagli
Dei per compassione trasformale Progne in rondine, Filo-
mela in usignuolo. Iti in fagiano e Tereo in upupa. —
Vedi Ovid. Afe/., lib. 6. Mitologia di tulli i Poi'oli vrl 6.
20 '• CAPITOLO VICESlMliPlilMO
Perdere in Musa ni tacendo ,
Ni tacere deainam :
Sic Ami/cla/>, dum silebant,
Perdidil silentium.
Cras amet, qui nunquam amavil;
Quique amavit , cras amet.
Ovidio , nel quarto libro dei Fasti , forse prima
dell'autor del Pervigilium, aveva splendidamente de-
scritte le feste e le veglie di Venere , e data la ra-
gione dell'essersi scelta la primavera a celebrarle. E
narra in tal libro come, fra l'altre cerimonie, madri
e spose latine traessero al mirteto di Venere , dove
sorgeva il simulacro della Dea e quivi sciogliessero
Onde la Musa arridami
E r Eliconio Dio;
Però che già Amiclea ')
Sé col tacer perdea.
CORO
Chi non provò mai palpito
Finor d' affetto in core ,
Doman lo dee dischiudere
Al più fervente amore.
*) Amiclea od Amicla, città antica italiana, che dissero
l'abbricata dai compagni di Castore e Polluce , i cui abi-
tanti astenevansi da ogni nutrimento animale. Furono di-
strutti dai serpenti, di;' quali abbondava il suo paese.
Erano grandi osserviilori del silenzio, onde taciti li chiamò
Virgilio : Tacitis ì'egnavit Amiclis (/Eneid. lib. 10, v. 565)
( ijui pure nel Pervigilium vien designata Amicla d'essersi
perduta col silenzio : forse non avendo invocato soccorso
a tempo (juando era devastala dai serpenti.
I LlIPANVIll 2«;5
dal di lei candido collo il monile d'oro e le gemme
e la lavassero inleraraenle, e prosciugala poi di loro
mano la riornassero di quelle preziosità e fregiassero
di corone; poi dovessero esse medesime lavarsi pure,
in memoria di quando la bella Iddia uscita dal mare
€ ignuda, tergendo gli umidi crini, sorpresa da im-
pura frolla di satiri, ebbe a riparare appunto sotto
un bosco di mortella. E il lavacro che tutte le ve-
deva denudate era presso il tempio della Fortuna
Virile , quasi a dire eh' esse le dovesse proteggere
dagli sguardi degli uomini e intanto, pur in me-
moria di quel che Venere bevve, quando fu condotta
al marito, bevessero esse bianco latte con pesto pa-
pavero e miele-, e tolte queste supplicazioni e ceri-
monie compissero, a renderla propizia, perchè repu-
tassero procedere dalla Dea, bellezza, costume e buon
nome ;
Supplicibus verbis illa placale ; sub illa
Et forma et mores, et bona fama manent 1).
Kè erano le peggiori inverecondie quelle che si
commettevano in onore di Venere: i misteri d'Iside
ho già dello altrove quanto fossero peggiori ed or-
ribili, e come avessero, per le loro infami oscenità ,
A plRcarta con suppliche voi chiama
Tulle il dover: ilip.-ntton dal suo nume
E oncstaJe e l)ellezza e buona fama.
Tr. G. B. Bianctii.
206 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
a provocare ben dieci volle il bando da Roma il
cullo deir egizia Dea; né qui pertanto mi farò a
ripetere le slesse cojie , rinviando il lellore a quelle
pagine 1).
Oltre le feste di Flora e di Pane, di Bacco, di
Iside e di Venere, tutte invereconde, celebravansi
eziandio le Priapee in onore di Priapo. Sa già il
lettore come in Egitto si portassi in processione il
phallus, suo primo attributo e distintivo, e i mitologi
anzi affermano che Oro colà fosse quanto in Grecia
e in Italia Priapo. Se tale 1' origine , il suo culto
passò quindi in Grecia, dove naturalizzando il dio,
lo fecero nativo di Lampsaco , fruito degli adulteri
amori di Venere e di Bacco. Grecia ne fé' dono al-
l'Italia ed ebbe tempio in Roma sul colle Esqnilino.
Come in Grecia, anche in Roma, gli impotenti ma-
riti faceangli offerte e sagriSci e le donne dissolute
tributavangli un particolare culto, nel quale la licenza
era spinta all'ultimo eccesso.
Poscia crebbe in venerazione, perchè. a questo no-
me si assegnò la speciale protezione e custodia degli
orti e inalberavasia spauracchio degli uccelli voraci,
onde Virgilio il chiamasse custos farum ed avium 2)
e fu ben anco tenuto come scongiuro contro le male
1) Vedi nel Voi. I. il Gap. Vili - / Templi, dove si paria
di quello di Iside.
S' • Pif' ladri e degli augei vigil custode. »
I LUPANARI 207
iiìQuenze e dello perciò Fascinus , come già m' av-
venne di dire , e cosi gli emblemi iiifallici portali
perfin da fanciulli e da donzelle al collo, come fa-
rebbesi ora del più innocente gingillo, e publicamente
esposti su' fondaci e botteghe. Si sa inoltre che le
nuove spose fossero dal rito obbligale disporsi a
cavalcione d'un priapo, di che è memoria in una
piccola statua che si conserva in Roma, e forse vi
accenna quel grande fallo di bronzo rivestito di la-
mina d'argento, rinvenuto in Pompei e che si con-
serva nel gabinetto degli oggetti riservati al Museo
Nazionale di Napoli , e il quale è in forma di qua-
drupede ilifallico, avente le sole gambe posteriori, e
la coda di cui termina pure in fallo. Esso é caval-
cato da una donna. Pendono dalle zampe, affidali a
piccole catene, due tìnlinnabuli quadrali, ed è sospeso
ad una catena con anello i).
Le feste Priapee celebra vansi dalle donne soltanto.
Un basso rilievo fatto incidere da Boissart, che ripro-
duce la cerimonia , rappresenta la sacerdotessa che
asperge la statua del Dio, mentre le altre donne gli
presentano canestri di frulla ed anfore di vino. Altre
ancora sono in allo di danzare suonando uno stru-
mento mollo somigliante ad un cerchio: due suo-
1) N. 176 del Catalogo del Musco Nazionale di NapoHj
Raccolta Pornografica. — Napoli, 1866. Slabilira. Tip. io
S. Teresa.
208 CAPITOLO VIGESIMOPlllMO
nano la tibia , una tiene il sislro , in che manifesta
l'origine egizia; un' altra vestila da Baccante porla
sulle sue spalle un fanciullo,- altre quattro sono oc-
-cupale al sagrificio dell'asino che veniagli offerto,
questo essendo l'animale appunto odioso al Dio, per
^avergli co' suoi ragli piìi volle turbati i suoi impu-
pici tentativi sulla ninfa Lotide dormiente e sulla
Dea Vesta egualmente addormentata. E priapee di-
-cevansi pure certe oscene composizioni falle in
onore del Dio di Lampsaco, che s' appendevano alle
statue di lui , per lo più in esse rappresentato sotto
la forma di Erme con corna di becco , orecchie di
<;apra e con corona di foglie di vile o d'albero, e col-
locate ne' giardini ne' boschetti e presso le fontane.
Ma se in Roma aveva 1' impuro nume culto ed
-altare , maggiore venerazione oUeneva nella Campa-
nia. Ercolano e Pompei ne fornirono irrecusabili
•prove. Io pure ho qualche segno itifallico di quei
luoghi ; l' opera mia ha già di tali prove più d'una
•volta tenuto conto al lettore.
Odasi Winkelmann che ne dica:
« Gli amatori e gli intelligenti dell' arte distin-
guono a Portici (nel Museo), nel numero delle fi-
gure , un Priapo che è veramente degno di tutta
l'attenzione. Non è egli più lungo di un dito, ma è
desso eseguilo con tanl'arie che si potrebbe riguar-
darlo come uno studio di notomia, tanto preciso che
Michelangelo, per quanto fosse egli gran notomista,
1 LUPANAni 209
nulla di meglio avrebbe potuto eseguire. Sembra
che questo Priapo faccia una specie di gesto co-
mune agli italiani , ma affatto ignoto agli stranieri ,
quindi difficilmente potrò far loro intendere la de-
scrizione che m' accingo a farne. Questa figura tira
al basso l' inferiore palpebra coli' indice della destra
mano appoggialo all'osso della gola, mentre la testa
verso la stessa è inclinata. Convien credere che ury
tal gesto fosse usato dagli antichi pantomimi e che
avesse diversi espressivi significali. Quello che lo
faceva stava in silenzio e parca che mediante quel
muto linguaggio , volesse dire ; non fidarti di lui ;
egli è scaltro e ne sa più di te; oppure: ei crede
di prendermi per giuoco: io l'ho collo: o finalmente:
tu l' incammini bene I Tu hai trovato pane pei tuoi
demi. Colla mano sinistra, la figura medesima fa
quello cui gli italiani appellano far castagne, gesto
il quale consiste nel collocare il pollice fra P indice
e il dito di mezzo, per far allusione alla fessura che
si fa alla scorza delle castagne prima di arrostirle.
u Nello slesso gabinetto , si vede un Priapo di
bronzo , attaccato con una piccola mano facendo il
medesimo gesto. Tal sorla di mani frequenlemenle
s'incontrano ne' gabinetti, e tulli. sanno che presso-
gli antichi tenean luogo di amuleti, oppure , lo che
è lo stesso, si portavano siccome preservativi contro
gli incantesimi e le callive occhiale. Per quanto ri-
dicola fosse quella superstiziosa pratica, nulladimen»
210 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
si è essa conservala sino a' nostri giorni nel basso
popolo del regno di Napoli. Io ho vedute parecchie
di queste mani , che alcuni hanno la semplicità di
portare appesa al braccio o al petto. Il più di so-
vente si attaccan eglino al braccio una mezzaluna
4'argenlo chiamata nel loro vernacolo la luna pez-
ziara , vale a dire la luna puntata , e che essi ri-
guardano come un preservativo contro l'epilessia;
ma è d' uopo che quella luna sia stala fabbricala
â– coU'elemosina raccolta da quella persona stessa che
dee farne uso; e che poscia venga portala a un sa-
cerdote affili eh' egli la benedica. Potrebbe darsi
che il gran numero di mezze lune, le quali trovansi
nel gabinetto di Portici servissero allo slesso oggetlo
di superstizione. Gli Ateniesi le portavano al cuojo
dei tallone della loro calzatura sotto la cavicchia del
piede.
• Nel gran numero dei Priapi , alcuni se ne veg-
gono con ali e con campanelli appesi a catene in-
Irecciate , e spesse volle la parte superiore in una
groppa di un lione, il quale si gratta colla sijiistra
zampa , cerne fanno i piccioni sotto le loro ali ,
quando sono in amore , e per eccitarsi , da quanto
dicesi, al piacere. I campanelli sono di metallo , le-
gati ili argento; il loro suono doveva produrre prò-
babilmente un effetto a un di presso somigliante a
quello de' campanelli che veniano posti sugli scudi
degli antichi; questi erano per ispirare terrore;
I LOPANAni SII
quelli avevano per iscopo di allontanare i cattivi
geni. 1 campanelli facean parte eziandio del vesti-
mento di coloro che ai misteri di Bacco erano ini-
ziati. >
Ora, visitando il Museo Nazionale in Napoli, dove
tulli gli oggetti più importanti degli scavi , si d'Er-
colano che di Pompei, sono stati diligentemente ra-
dunati e si vanno illustrando sotto la direzione del-
l' illustre Fiorelli, si può visitare il gabinetto dove
lurono rinchiusi tutti gli oggetti d'arte pornograflci,
come pitture erotiche , statuette lubriche , emblemi
itifallici ed altre congeneri curiosila , ed anzi dagli
studiosi, che pur da lutto argomentano per la storia
del costume antico, può essere acquistala separata-
mente presso r Economo della Amministrazione la
BaccoUa Pornografica, che forma una sezione del Ca-
talogo del Museo Nazionale.
Mette conto di qui far cenno delle sorti subile dalla
Raccolta Pornograflca , epperò lascerò che parli il
Fiorelli nello speciale proemio mandato innau^i da
lui al Catalogo suinmentovalo di essa.
— La Raccolta Pornografica, scrive egli, fondandosi
anche su quanto ne scrisse il suo predecessore Mar-
chese Àrditi, v«rme costituita nell'anno 11)19, a richie-
sta di Francesco I, Duca di Calabria, il qua,le a^l
visitare il Museo osservò che sarebbe siala cosa ben
fatta di chiudere tutti gli oggeUi osceni, di qmtmq.ue
materia essi fossero , in una stanza, alla quale avessero
2J9 CAPITOLO VIGESIMOPIUMO
nniaimente ingresso le persone di mulura eia e di
conosciuta morale 1). Essa fu composta di 102 og-
gelli , ed ebbe nome di Gabinello degli oggetti osceni,
/ che il 28 agosto 1823 mulo in quello degli oggetti
riservati, con l'assoluta inibizione di moslrarà i a
chichessia, senza averne prima ollenuio il per-
messo dal Re. Durò in tal guisa più o meno vi-
sibile sino al 1849 , quando la ipocrita religiositÃ
degli agenti del Governo provocò ordini severi ,
onde fossero chiuse e ribadile le porte di quella
Raccolta, e tolte dalla vista dei curiosi tutte le Ve-
neri ed altre flgure igniide dipinte o scolpite, qua-
lunque ne fosse l'autore.
E questo sacro fervore andò lant'oltre, che nel 18o2.
il Direttore del Museo, dopo aver trasportati in un
antro tutti i monumenti che già avevano formata
quella collezione e murata la porta di esso, chiedeva
che si distruggesse qualùnque esterno indizio della fu-
nesta esistenza di quel Gabinetto e se ne disperdesse ,
per quanto era possibile , la memoria. Né contento di
ciò, nel marzo 1856 espulse dalla Pinacoteca e rin-
chiuse con triplice e diversa chiave in luogo umido
ed oscuro la Danae del Tiziano, la Venere che piange
Adone di Paolo Veronese, il cartone di Michelangelo
con Venere ed Adone, le Virtù di Annibale Caracci
ed altri 29 dipinti , insieme a 22 statue di marmo.
i) Ardili, Il Fascino, pag. 45, ni. 2.
1 LIPANAIll Hi
giudicale corrompiirici della morale, tra cui la Nereide
sul pislrice , che sarebbe slata distraila, se Io scul-
tore Antonio Cali non si fosse ricusato più volte ad
occultare con restauri di marrao le nudità della
figura.
Finalmente, il giorno 11 settembre 1860, per or-
dine del Diilalore, gli oggetti riservali rividero la
luce, e sì procedette al riscontro dell'antico invenia-
rio nel 19 dicembre dello slesso anno. Fu allora che
molli se ne rinvennero non descritti, perchè trovati
in Pompei posteriormente alla chiusura di quelle
sale, e furono aggiunti all'amica collezione , che
venne più opportunamente denominata Raccolta Por-
nografica.
Un accurato esame di tali oggetti avendo dimo-
stralo che non lutti erano veramente osceni , e che
molli di essi avrebbero potuto ritornare alle rispet-
live collezioni senza offendere per nulla il pudore
de' riguardanti, alcuni di questi furono restituiti alle
varie classi, onde [ler tal ragione non fanno più parte
dei Catalogo pornografico.
Il quale enumera 206 oggetti, divìsi in due classi
principali: la prima dti' Monumenti greci ed etruschi;
la seconda da' Monumenti romani; suddivisa quest'ul-
tima in varie sezioni: a, dipinture e musaici; b, scul-
ture; e, amuleti ; d, utensili : e di tulli questi oggetti
descritti dal Fiorelli, ben centocinque furono raccolti
dagli scavi di Ercolano e di Pompei. Io mi dispenso
l^ Rovine di l'ompei. Voi. III. U
v/
2|4 CAPITOLO VIGESIMOPRIHO
dallo scenderne a maggiori particolari e il discreto
lettore ne comprenderà di leggieri la ragione.
Faccio ora ritorno al più concreto argomento dalla
prostituzione sacra, per compiere il quale, Analmente
debbo dire della festa che si celebrava in onore della
Buona Dea , i cui misteri già narrai come fossero
stati violali da Publio Clodio iniroducendovisi sotto
spoglie femminili, quando essi celebravansi nell'anno
di Roma 678, nella casa sul Palatino di Giulio Ce-
sare pretore. Forse i;odesla dea rappresentava la terra,
la dea Tellure, e quantunque il suo tempio veramente
sorgesse tra Aricia e Bovilla , secondo si raccoglie
dall'orazione di Cicerone prò Tito Annio Milone,ì& sua
festa avveniva in Roma prima nel dicembre, e dopo la
riforma del calendario fatta dallo slesso Giulio Cesare,
nel primo di maggio. Si celebrava essa al chiaror
delle ton; • . nella casa de' primi magistrali , come
consoli, pretori, o del primo Pontefice. Non si am-
mettevano che donne, intervenivano anche le Vestali.
Perfino si escludevano gli animali maschi e la cautela
d'escluderne il sesso giugneva a tale da velare statue
e quadri che avessero alcun maschio rappresentato.
La superstizione insinuava che un uomo che avesse
assistilo a questi misteri, anche senza intenzione di
sorla, sarebbe rimasto cieco-, quegli che vi fosse stu-
(irosamenle penetrato, se patrizio, voleva la legge fosse
multalo di un quinquennio di carcere mamerlino e
quindi di perpetuo esigilo; se plebeo, di morte. Clodio
LUPANARI 2IB
provò il contrario rispetto alla cecità , e alla pena
seppe solirarsene per corrutlela di giudici.
La narrazione di questo curioso episodio è splen-
didamente pennelleg^TJata da quel robusto ed originale
ingegno ed amicissimo mio che è Giuseppe Rovani,
nella sua dotta, ameoa e squisilissima opera La Gio-
vinezza di Giulio Cesare, teslè uscita per le stam[e
rlla luce a soddisfare la uoiversale legittima aspet-
♦izione, e vi rimando il lelio'-e che amasse gustarvi
la leggiadria di tulio quanto il racconto; io credo
far cosa grata al lettore colio spiccarvi qui almeno
quelle eleganti pagine le quali forniscono la descri-
zione della festa:
« Varcato il pronao e un ampio spazio che divi-
deva l'antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo
biancheggiava delle conteste ossa di elefanti indiani,-
cinque porle rivestile di ebano davano accesso al-
l' aula magna , e su quelle erano intarsiati i dorsi
di testuggini eoe , dagli occhi delle quali usciva !a
verde luce degli smeraldi. 11 procinto vi si aggirava
dentro un cerchio \ a quello facevan corona binate
colonne a capitelli d' oro , sulle quali rispianava un
dorato architrave che sosteneva tre colonne riprodu-
cenli in aria il giro delle sottoposte. Le pareti inter-
ne erano di serpentino con intrecci d'armi. Gli onici
e le sarde lastricavano il pavimento, nel mezzo del
quale sfolgorava un mosaico d'Eraclito, che Cesare
aveva fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Non
216 CAPirOLO VIGESIMOPUMIO
v' eran lacunari, ma l'azzurro del cielo e le stelle
e la luna mandavano i loro raggi là dentro a mellere
gara tra il cielo e la terra.
tt Le vestali, siccome voleva il rilo , agli ornati
architettonici avevano aggiunti a profusione quelli
della più fragrante flora romana , con fruiti e fiori
d' ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che
pareva interdire i pensieri della castità , che le donne
si preparavano alla festa colle piti rigorose astinenze-,
cosi almeno era creduto. Le mogli per una settimana
s'involavano agli amplessi maritali. Le fidanzate e
le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la lesta e
il cuore dai desiderj tentatori.
« Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del
recinto. Una ghirlanda di pampini ne cingeva la te-
sta; un serpente era attortiglialo intorno a' suoi
piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran
vaso colmo di vino. Quel vino significava la religiosa
tradizione, che ricordava essersi la dea ubbriacata,
mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno l'uc-
cise con un bastone di mirto , facendola degna in
cosi strano modo dei doni immortali della divinità .
« Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza
rilegno, chiamavasi latte, a conciliare l' iilea dell'a-
stinenza coi protorvi effetti che produceva, e Mellario
il vaso che lo conteneva , onde è a sospettare chi;
quelle donne stessero innanzi alla dea, ulate di de-
rota inconUncnZ'i , preparando cosi la frase al poeta
futuro.
I LUPANARI il?
« Quando la vestale damiatrice s' ingiiiocctiiò da-
\anli al simulac-o , luite le vestali, candide come
cigni depurali dal rio, s'inginocchiarono, e con esse
quante matrone e spose e fidanzale e fanciulle eran
là conveniiie. Più presso al seinigiro delle vergini
sacre slava l'insigne Aurelia, la madre di Cesare,
\enerata in Roma per l'alio senno e le virtù volute
a le consuetudini sante. Aveva raggiunto il nono
lustro: pure il freddo raggio lunare, turbato dalla
calda luce delle resinose faci, cosi beneficamente la
vestiva, che due lustri parevano scomparsi dal suo
nobile vollo. Accanto a lei slava genuflessa Pompea,
l-^ moglie di Cesare, non amante della suocera, che
non amava lei. La beltà tramontante di Aurelia ,
dall' occhio espanso, lento e solenne, e dai contorni
che Tullio chiamò scientifici , e li dicea segnati dal
geometra Euclide, faceva conlrasto colla diversa se-
verità della olimpica Pompea, severità ostentata per
xlìssimulare le inlime accensioni.
e Non lungi da Pompea, vestila come una regina
asiatica, coi piropi al collo, alle braccia, ai brevi
orecchi, si vedeva Servilia, la moglie del penultimo
Bruto, la madre dell'estremo. Peccatrice nata, pure
il peccato ella rendea perdonabile coli* intensità del-
PafTelto concesso ad un uomo solo. Accanto a lei,
volgevasi alla dea una giovinetta adolescente della
casa Imperiosa. Colla chioma biondissima e l'alba
pelle e l'occhio tinto di cielo e lucentissimo per la
818 CAI'ITOI.0 VIGKSIMOPIUMO
gagliarda fosforesceriTia del cervello, sembrava accen-
nasse alle Gallie, alla Bretagna, alla Germania, e in-
\Iiasse a non ancor noli connubi! la ccvruleam pubem.
m Ma la damialì'ice pronunciò la preghiera , nnari-
tandola ad una anlichissima cantilena del Lazio :
« CasiissiiTia dea, che le assidue ripulse al Fauno
« procace , a le, ancora lerresire , costaron sangue
« innocenle; onde l'Olimpo li accolse pietoso nella
« propria luce, iospir-a e consiglia e sgomenta il senso
« delle morialiche qui li adorano. Rinnovella le virtù
« prische della neonata Roma, e dalla muliebre pu-
« rezza sia redento e salvo e fatto glorioso e invitto
« il popolo romano. »
« Queste ultime parole , affidate alla slessa canti-
lena, vennero ripeluie in coro da quante donne
erano là inginocchiale, alcune delle quali si ribel'a-
vano all'alto concetto della preghiera.
« Quando tacquero i cAOììfìà damiairice s'accinse
a compiere, il sagrificio che chiamavasi Damium, da
Dumia , altro nome che teneva la dea, donde venne
l'appellai'vo alla sagiificalrice. Questa immolò al-
cune galline di varii colori, tranne il nero; dopo di
che, dodici tra le più giovani vestali, immersero nel
Mellario altrellante coppe d' o'O, e cosi colme le re-
eirono in giro. Tutte le donne ne bevcltero, e le ver-
gini ivano e redivano colle coppe ognora vuoale e
ognora ricolme, continuando in tale servizio, finché
H Mellario rimase esausto. Allora la sagrificatrioc
ì LUPA^AIU •it9
esclamò ad alta voce e in lingua greca. Evviva il
frutto di Bacco — e tosto cominciarono le danze bac-
chiche, e alquante donne , tra le piìi giovani e for-
mose, e indarno devote alla moglie del Fauno, tra-
vesUlesi in Mènadi e Tiadi e Bassaree , le seguaci
assidue di Bacco, si sciolsero le chiome , svestirono
le stole e i pepli prolissi e apparvero in pelli suc-
cinte, scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine.
Forse è perciò che agli uomini era interdetta quella
solennità sacra, perchè i fumi vinosi esaltando nella
danza vorticosa talune di quelle che eran sazie della
settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude
baccanti, fors' anche per rivelare alle invide amiche
le nascose bellezze » 1).
Ignorasi ciò che veramente accadesse in questi
misteri della Bona Dea. Clodio v' andò in lutti i modi
sospinto da soli intenti di lussuria, e come che sco-
perto , si vociasse per Roma , che a tanto avesse
trascorso per amor di Pompea, Qgliuola del magno
Pompeo e moglie di Cesare, questi, sebbene nel-
l'orgoglio suo diniegasse la cosa, pur l'addusse
a causa di divorzio, con quelle parole, delle quali
pur a' di tìostri si usò tanto ed abusò, che la moglie
di cesare non debba tampoco venir sospettata, adope-
randosi per altro alla assoluzione del dissoluto pro-
fanatore dei sacri misteri.
1) Voi. II. Cap. XII , p. 106H3 Milano , 1873. Presso
Felice Legros, edilnr*».
220 CAPITOLO Vir.ESIMOPRIMO
Nell'epoea imperiale, il velame di questi si squar-
ciò, e quali cerimonie si compissero non fu più uomo
che ignorasse. Giovenale , l' implacabile poeta sati-
rico, cosi li rese noli alla posieriià :
Nota Bonce secreta Dece quam tibia lumbos
Incitai et cornu pariter vinoque feruntur
Attonitce crinemque rolant ululantque Priapi
Mcenades. quanius tunc illis menlibus ardor
Concubitus! qua vox saltante libidine! quantus
lite meri veleris per crura madentia torrens ! 1 )
Lo slesso caustico poeta piìi giù della stessa sa-
tira constata che l'esempio di Clodio trovò imitatori
di poi, né i misteri della Bona Dea soltanto venis-
sero profanali, ma quelli pure d'altri numi ed ogni
altare :
Sed nunc ad quas non Clodius aras ?
Audio quid veteres olim moneatis amici :
Ornai palesi delia Buona Dea
Fansi gli arcani, allor die il flaulo i lombi
Comincia a stuzzicar : del corno al suono ,
Del vino all' estro , di Priapo allonile
Le Menadi, rotondo il crin, volteggiano.
Oli quanta allora in que' cervelli accendesì
Libidinosa rabbia ! Oh con qua! impeto
Guizzano, scoppian, s'agilan, vociferano!
Del vecchio vin che bevvero, qual circola
Acre vapor nel trasudante femore.
Sai. VI, V. 314-19.
I LUPANAHI iiX
Pone seram, cohibe. Sed quis cuslodiel ipsos
Cusfodes? i)
La memoria della festa della Buona Dea dovevasi
per tali ragioni e invereconde costumanze nel pre-
sente capitolo dell' opera mia menzionare e mollo
più ancora perchè si sappia che ceriamente degene-
rasse sempre più col tempo in licenza ed in abboroi-
nazioni ; tanto così che il medesimo Giovenale , par-
lando dei sacerdoti di essa, li avesse a paragonare
a quelli di Cotilto , che si celebravano egualmente
di nottetempo in Grecia fra le più sconce dissolutezze,
«nde i Bapti , che cosi nomavansi i suoi ministri ,
fossero venuti nel generale disprezzo de' concilladini,
ed Alcibiade cbe s' era fatto iniziare a' loro misteri,
avesse ad uccidere il poeta comico Eupoli , che di
ciò 1' aveva canzonalo in una sua commedia.
In quel luogo Giovenale accenna che i misteri
della Buona Dea si fossero anzi fin da' suoi giorni
cosi sconvolti, che non più alle donne, ma agli uo-
mi[ii si aprissero solamente.
Accip'ent te
Pnulalim, qui longa domi redimìr.nla fumunt
Frontibus , et tato posuere monilia collo ,
\) V. 346- i9:
Ed or qual aia del suo Clodio è priva *
Vecchi amici, a l'orecchio il nostro avviso,
Già datomi una volta, ancor mi sona :
rjiiudila, custodiscila. — Benissimo,
Ma Aiì custodi chi sarà il custode ?
222 CAPITOLO VIGKSIMoPUlMO
Atque Bonam tenerce placant abdomine porcee,
Et magno cratere Deam. Sed more sinistro
Exagitala procul non inlrat fcemina limen.
Solis ara Dea maribus patet. Ite, profancB !
Clamalur: nullo gemil hic tibicine cornit.
Talia secreta coluerunt orgia keda-
Cecropiam soliti Baplce lassare Cotytto <).
Dissi finalmente , nel cominciar a parlare della
festa della Buona Dea, non già perchè fosse ultimata
la storia della prosliiuzione sacra in Roma, ma per-
chè si assomigliassero poi tutti gli altri molti abbo-
minevoli culli che le più abbiette passioni avevano
potuto immaginare, ed ai quali piegavano anche quelle
matrone romane che pur affettavano schifiltose di
non volersi mescere alle orgie di Venere. Cupido ,
a cagion d'esempio, aveva i suoi riti; li aveva Mutino
.... a poco a poco
Te aggrpgheraniio del bel iiumer uno
Quei che accerchian la fronte in lunghe bende,
E lutto avvolgon di monili '1 collo.
Ne' penetrali lor, con ampie tazze
E ventraia di tenera porcella
l'iacan la Bona Dea. Ma quelle soglie,
Con rito inverso, or non avvien che tocchi
Pie femminile: a' soli maselii l'ara
.A presi de la Dea. Lungi , o profane !
Alto s' intona ; no, che qui non geme
Tibia ispirata da femmineo labbro.
Tal' orgie i Balli usar fra lede arcane
Solean , stancando l'Attica Colillo.
Id., Ibid. Trad. di Gargallo.
1 LUPANARI 2iS
e Periunda, Persica e Prema, Volupia e Lubenzia,
Tulana e Ticone , ed altri infiniti quanti erano i
modi di estrinsecar la lascivia, tutti osccnis!>i(ni iddi'
che si facevano presiedere ad uffici che il pudore
vieta di qui spiegare.
Alla prostituzione religiosa, tenne dietro ben presto
la legale , per l'affluenza a Roma delle donne fore-
stiere in cerca di fortuna e massime delle auletric^i
gi-eche condotte schiave \ ma le donne che vi si
dedicavano erano notale d' infamia. Imperocché le
ieggi cercassero sempre di proteggere il costume ,
tal che le adultere venissero ne' primi tempi ad
essere condotte all' asino, e dopo essere slate vit-
tima di quesio animale, andassero abbandonale al
popolaccio. Ho nel capilolo della Basilica , parlando
delle pene dell' adulterio, fallo cenno di quelle spe
cialmenie in vigore in Pompei, d' una specie di go-
gna, cioè, che all'adultera si infliggeva costringen-
dola a percorrere le vie del'a città a cavalcion d'un
asino col dorso volto alla lesta e rimanendo cosi
perpetuamente noiate dt indelebile vitupero. Ma il
marchio d' infamia non impedi che ne' tempi del
basso impero femmine libere e di nobile schiatta, si
dedicassero alla prostituzione, conseguendo dagli
edili il brevelio relativo , che si chiamava Ucenlia
stupri, il qual consisteva nel farsi iscrivere nei ruo'i
meretricii col nome di nascita e con quello che adot-
tavano nell' infame commercio, e che dicevasi notnen
8ii CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
liipanarium e tale iscrizione che le assoggettava alla
vigilanza dell'edile, implicava tal nota indelebile di
infamia, che anco il ritorno alla vita onesta, il ma-
trimonio, qualunque potere non avevan forza di
-rrbilitarle interamente o di farne cancellare il nome
dal libro infame.
Il dichiararsi cortigiana e farsi iscrivere tale nei
registri dell' edilità sotfaeva l'adultera alle «evere
pene dell'adulterio, e sotto l'impero — incredibile a
dirsi — furon visle figlie e mogli di senatori iiiscriver-
visi sfrontatamente. Le matrone poi per abbandonarsi
alia vita dissoluta e sottrarsi al rigore delie lejgi ,
vestivansi da schiave e prostitute, esponendosi a que'
publici oltraggi cui le schiave e le prostitute non
avevano dritto a reclamo. Si sa di Messalina moglie
di Claudio imperatore, per l'episodio che di sfuggila
accennai piìi sopra, narralo da Giovenale, ch'essa,
togliendosi al talamo imperiale, sotto le vesti ed il nome
di Licisca, si offerisse nel più lurido lupanare di Roma
agli abbracciamenti di schiavi e mulattieri , e così
«pinse la impudenza nella-libidine , che durante un
viaggio dell' imbecille marito , immagino di con-
rarre publicamente un secondo imeneo con Silio, lo
che peraltro costò a quesl' ultimo la testa. Né più savia
fu l'altra moglie di Claudio, Urgalanilla; nò migliori
erano state quelle altre impudiche imperiali, che fu-
rono Giulia, Scribonia e Livia; né la Ippia , moglie
del senaiore Vejentone, che abbandonando inarilo e
I LUPANAni Ji$
figli segui delirante Sergio , il guercio gladiatore ,
comunque coperto di schifose deformità ; nèDomizia,
adultera con Paride istrione.
Giovenale, nella succitata Satira sesta, denunzia
che non poche mogli di cavalieri , di senatori e di
più illustri personaggi si abbandonassero a' gladia-
tori ed istrioni , che avevano saputo piacer loro , e
nella terza satira accenna alla deplorevole introdu-
zione nelle primarie famiglie de' frulli di questa
infame prostituzione , quando toccando della legge
d'Ottone che uell' anflieairo aveva assegnato i post»
alle varie classi di spettatori , grida :
Exeal inquii ,
Si pudcr esi, et de pidvino surgal equestri ,
Cujus res legi non sufficit-, et sedeant hic
Lenonum pneri quocumque in fornice nati.
Hic plaudat nitidi prcnconis fìlius, inler
Pinrirapi cultos juvenes, juvenesque lanista I).
1) ... Via, fuori
.... qual vergogna I S' alzi
Di I' equestre cuscin, chi non possiede
!.' equestre censo; e de' mezznn d'amore
Vi sottcn trino i iig'i, in qual sìa chìas>(
Nati pur sien. Costinci applauda il Q^lu:
Dei grasso banditor tra la ben nata
De' reziari giovinaglia, e quella
Dogli accoltellatori.
V. to3-158 - Tr. Gsrgallo,
!Si6 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
L'adullerio perianlo er.i divenuto comune, la vera
piaga sociale : è ancor Giovenale che la proclami
un' antica cancrena:
Anliquuìn et velus est alienum, Postume, lecium
Conculere, atque sacri genium contemnere fulcri i).
Se sparii rampolli si mischiavano così alle fami-
glie, d'altro maggior disordine erano gli adullerj
cagione, negli infanlicidj e nelle esposizioni. Tene-
van mano agli uni e alle altre le sagce, venditrici di
filtri tessalici e di unguenti^afrodisiaci troppo spesso
perniciosi. I luoghi che più d' ogni altro vedevano
codeste esposizioni erano alla Columìta luctaria nel
Foro Aliiorio , e pili ancora sulle rive del Velabro ,
da dove poi a Fortuna, piìi mite e compassionevole
delle loro madri, vegliando su gli infelici bambini ,
raccogliendoli, presiavali alle sterili matrone che
simular volevano un parlo , od a coloro che si vo-
levan di essi giovare ad altri fini inonesti. Non
puossi a meno che ricorrere a Giovenale ancora ,
che ha lasciato della incontinenza di jallora la più
fedele pittura :
Transeo supposii03, et gaudia vota que scepe
Ad spiircos decepla lacus, atque inde peiitos
È vrccliia usanza, o Postumo, ed antica
Far cigolare gli altrui letti, e il santo
(ienio sclierniir che a talami presiede.
V. 21-22.
I LUPANARI 227
Ponlifices scilios, Scaurorum nomina falso
Carpare laturos. Stat fortuna improba noclu,
Arridens nudis infantibtis ; hos fovel ultiis
Involviique xinu: domibiis lune porrigU altis ,
Secrelumque sibi mimum parai : hos amai, his se
Ingerii, ut (/uè suos ridens producit alumnos i).
Davanti a sì enormi fatti che minacciavan turbare
I' ordine sociale , dovevansi le leggi risentire o se
più non si tornò alle esorbitanti penalità di un tem-
po, e che pili sopra ho ricordato, della legge Giulia
e la Papia Poppea vi providde nell'anno u. e. 762,
emanata nelP occasione che si dovette pensare al
modo di accrescere una popolazione che le guerre
civili e le sedizioni avevano decimala.
Questa legge prescrisse pene severe contro coloro
che si rendevano colpevoli di incesto e di adulterio.
1} Lascio i parti supposti, i gaudi, i voti
Spesso appallali dal Velabro. Oh quante
Volte raccolti son dalle sue fogne
Gli ignoti bimbi, sul cui falso corpo
Nome di Scauri apponsi, e poi uc ottiene
Suoi pontefici Giove, i sali Marie.
Capricciosa fortuna ivi la notte
A que' nudi bambìii volteggia intorno,
E con l'alilo suo tulli gli scalda^
E in grembo se li avvolge. Allor tra gli alti
Palagi li dispensa, e ne prepara
Segreta farsa a sé : l'amor son questi ,
Questi son la sua cura ; e che sien delti
Figli della Fortuna ella gioisce.
Sai. VI, V». 602-609.
228 CAPITOLO V1GE5IM0PR1M0
Come facil mente può essersene accorto il lettore ,
la prostituzione romana non porse spettacolo di
quello spiritualismo, per così dire, che preseniò la
prostituzione greca. Invano, ho già detto, si cerchereb-
be né un'Aspasia, né una Leena, né una Gleonice
filosofe, né una Saffo poetessa, né una Nicarete
matematica; invano una bellissima Laide, che per
reverenza alla scienza ama e si prostituisce al cinico
e sordido Diogene, né una politica Targelia, né una
buona e virtuosa Bacchide e va dicendo : è appena
appena se troverete le famosce , che per solo d jsi-
derio di pubblicità e fama affettano d'essere am che
di Tibullo, di Orazio , di Catullo, di Properzio e di
Ovidio, ai quali saranno, dopo d'averli ben innamo-
rati spiumati, infedelissime.
Né per altro tutte costoro appartenevano alla classe
volgare delle sciupate, date per lucro alla prostitu-
zione, ma ben anco uscivano da patrizie e rispettate
famiglie ; epperò i loro appassionati poeti , per una
certa reverenza al casato, ne' loro canti sostituivano
ai veri , simulati nomi. Cosi la Lesbia di Catullo ,
forse cosi nomata dal suo Poeta per la particolaritÃ
de' suoi gusti erotici , vuoisi altra non fosse che la
Clodia, discendente da una delle più cospicue fami-
glie di Roma, la Claudia, alla quale appartennero e il
tribuno Claudio e Appio il Cieco, che ambo Cicerone
circonda di tutta venerazione nella sua arringa Pro
Marco Ccelio, por quel giovine Celio, cioè, ch'rgli difese
I LUPANAnl S23
caiorosainenle appunto dalle accuse dategli da Clodia
d'averle preso dell'oro e di avere lenlalo d'avvele-
narla, accuse che si conobbero effello di vendetta per
essersi veduta da lui abbandonala. Era ella inoltre
sorella di quel Publio Clodio , che più sopra ho ri-
cordato come r eroe della profanazione de' misteri
della Bona Dea e che fu l'acerrimo nemico del Ro-
mano Oratore, e moglie di Quinto Metello , cui Ci-
cerone slesso tributò gli encomj maggiori come
chiarissimo, valorosissimo uomo ed amantissimo della
patria. Comunque lo sventurato Poeta avesse ogni
dì prova delle lascivie di lei , si che scendesse a
commetterle in quadriviis et angiporlis 1), com'ei ne
scrive al suddetto Celio, e venisse desi!,'nata coll'in-
fame nomignolo di Qaadrantaria , a significare il vii
mercato che faceva di sé medesima , non seppe tut-
tavia levarsene l'amore dal cuore, tanto da morire
amandola ancora del più costante amore:
Odi et amo. Quare id faciam, furiasse requiris.
Nescio; sed fieri senlio et excrucior 2).
i) . Nei quadrivii e ne' chiassi. » Carmen LVIII, Ad
Ccelhnn-
i) Amo ed odio iusiera , se chieda
A me alcun come succeda?
1.) l' ignoro, eppure il sento
E ne provo un gran tormento.
Carmen LXXXV. — Mia (rad.
/<f Rovine di Pompei. Voi. III. li
230 «;AriroLO vigesimoprihio
Anche la Cinzia di Properzio prelendesi fosse una
Oililia, che si vorrebbe da' cominenlatori far discen-
dere da Tulio Ostilio terzo re di Roma, certo da un
Ostilio, che dicono erudito scrittore, autore d' una
storia delia guerra dell'Istria. Ella slessa di maestosa
ed elegante statura, di bionda cappellatura e di man
delicata e aristocratica, come Properzio medesimo la
dipinge, era appassionata assai dell'arti belle e più
che tutto della poesia, onde a lei pure rendessera
omaggio quelli altri esimiiche furono Cornelio Gallo,
Orazio e Virgilio, i quali a lei leggevano gli immor-
tali loro carmi e ne chiedevano il suffragio. Tullociò
non impedi che la leggiadra e capricciosa Cinzia, per
recarsi a' notturni convegni col suo Poeta, si calasse
giù poco maestosamente da' balconi della propria
abitazione l);non irapedi che gli facesse infedeltà fre-
{) lam ne excidervnt tigilatis furia Subim'ce
Et tnea nocturnis trita fenestra dolis?
Per quam demisso quoties tibi fime pependi.
Alterna veniens in tua colla marni. '
* E giù i bei furti di Suburra e il caro
Trescar noliurno, e il mio
Balcon per te soccliiuso, agli altri avaro»
Ti caddero in obblio ?
Il mio balcon, d'onde alla fune appesa
Spesso vèr te calai ,
E con alterna delle mani offesa
Al collo tuo sbalzai t
Trad. Vigmara.
I i.rpANAni 2H
quenti e che traesse in casto Isidis, agli esercizi non
sempre spirituali, soventissirae volle prelesio ad or-
gie oscenissime; onde Properzio a quest'anniversario
Isiaco avesse ben ragione d'imprecare e maledire,
come già ne appresi al lettore nel metterlo a parte
de' misteri di quella Dea nel capitolo de' Templi.
L'episodio tuttavia della gelosia di Cinzia verso
Properzio, quale è da quisi' ultimo descritto nell' e-
legia ottava del Lib. IV, allorché ella il sorprende
alle Esquilie colle cortigiane Fillide e Teja in mezzo
alle coppe del vin di Lesbo, è tal gustosissimo qua-
dretto di genere, che mette conto di riferirlo, ridu-
cendolo dallo splendido verso originale all'umile mia
prosa.
Cinzia, neiroccasione che a Lanuvio, antico mu-
nicipio del Lazio tra Riccia e Yelletri, ove esisteva
un santuario singolare pel culto di un drago , che
poteva essere per avventura il Genio del luogo, si ce-
lebrava la festa del drago slesso e ad un tempo quella
di Giunone Sospita, ossia della salute , tratta in un
carpento d' un suo vagheggino da due gallici corri*
dori bai, volle pure recarvisi. Ella medesima gui-
dava i cavalli e via trapassando per chiassi impuri, la
gentaglia che si trovava in una bettola sul suo pas-
saggio , ne fece argomento di discorso e tale come
ben si meritava. Quindi i parlari e gli alterchi
sulla bellezza, sull'età , sui costumi di lei, sull'og-
getto della sua gita , e tutlociò alle spalle dei suo
Capitolo vigesimophimo
povero amalore. Properzio , a vendicarsi di cotale
perfidia, volle renderle pan per focaccia e invitale seco
certa Fillide , che abitava presso il tempio di Diana
Aventina e cui i fumi del vino crescevano vaghezza,
Sobria grata parum; quum bibit omne decet «)>
e certa Teja ,> che dimorava nei boschetto Tarpeo e
che ne' bagordi avrebbe sfidalo il più fioro bevitore.
Candida ; sed potce non salis unus erat 2),
si pose con esse sul letto iricliniare a mensa, serviti
dallo schiavo Ligdamo di vino di Meiimno , e fa-
cendo accompagnar l'orgia dai suoni della tibia e
dal tamburello, suonata la prima da garzone egizio,
il secondo da donzella di File, isola tra 1' Egitto e
r Etiopia. Non mancava nell' intermezzo il nano buf-
fone co' suoi lazzi , colle sue capriole e colle casta-
gnette che scuoteva.
Ma la lampada non dava la fiamma vivace, la ta-
vola cadde, e quando si pose a giuocar coi dadi,
sempre gli usciva il cane, cioè il punto piìi disgra-
ziato : indizi! tutti codesti di non lieto augurio.
Intanto le baldracche, eccitate dal vino, cantavano
') Pria della mensa è poca cosa assai.
Ma il vili le dona mille grazie e mille.
±) Bianca e fredda a veder, ma tra i bicchieri
Un di goderne, un di sOdarne lia petto.
Trad. Visraara-
I LUPANARI 235
alla distesa e sì scoprivano il petto lascivamente a
provocare il Poeta ; ma Properzio, sempre il pensiero
alla sua Cinzia, non curante di esse, viaggiava col
cuore a Lanuvio.
Quand' ecco, stridono i cardini della porla, s'ode
un parapiglia, è Cinzia, ella stessa che rovescia l'u-
scio, furibonda si scaglia in mezzo all'orgia, e pri-
mieramente caccia le unghie in faccia a Fille. Teja
non attende che la tempesta si scaraventi pur su di
lei, si precipita a fuga gridando acqua, quasi si trat-
tasse d' incendio , ed a Properzio, che attonito aveva
lascialo cader tosto la tazza colma , Cinzia fa sfre-
gio al vello colle mani, addenta e sanguina il
•collo e più specialmente, come quelli che sieno i
più rei, cerca offendergli gli occhi. Quindi fa sbucar
dai letto , dove disotto s' era accovacciato , Ligdamo
lo schiavo, gli strappa di dosso gli abili e chi sa cosa
gli slava per toccare, se 11 Poela supplichevole non
ne avesse frenata la furia. Cinzia allora porge a
Properzio, in segno di perdono, a toccare il piede;
ma detta al tempo stesso le seguenti condizioni di
pace:
Tu ncque Pompeja spaliabere cullus in umbra,
Nec quutn lascivum sternet arena forum.
Colla cave in/leda^ ad summum obliqua thealrum,
Aut leetica luce sidat operta tuorce.
234 CAi'inti o vir.i.SiJM)PiuJit)
Ligdamus in primis omnis mià i causa querelCB
Veneal et pedibus vincula bina trahal 1)
Properzio sottoscrive alle condizioni, Cinzia sorride
della vittoria , quindi fa dappertutto fumigazioni ,
quasi a cacciare ogni miasma lasciato dalle partite
meretrici , solfora i panni del Poeta , poi tre volte
descrive un cerchio intorno al capo di lui coli' ac-
ceso zolfo , e quando la purificazione è compiuta ,
suggella seco lui la pace. ,
Dopo tutto, ella lo amava profondamente : fu vista
dopo una lunga malattia di lui , prosternala al pie
degli altari , propiziar Iside e ringraziarla della ria-
vuta salute del suo fedele.
Ma Cinzia, la gentile amante ed ispiratrice di Pro-
1) Non più vezzoso ad occhieggiar qual fai ,
fra i spetlacol' dei lascivo Foro,
sui passaggio di Pompeo n'andrai.
E d'ora innanzi non li dar la pena
Di torcer suso il collo agli alti scanni •
Ne r affollata teatrale arena.
Nò per la via farai fermar lettica
aprir portiera onde Qccarvi il capo
E parlottar colia passante amica.
Ma pria di tutto fuor di casa, fuori
Ligdamo, fonte d' ogni mal ; si venda ,
E con i ferri ai pie' serva e lavori.
' Dissi giù nel capitolo de' Teatri come le cortigiane fosseio
m-1 quattordiitsimo gradino del teatro, citando all'uopo il Sci-
tijricon di Apiileju.
I LUl'ANAUl <T>i
perzio, nel fior dell'eia moriva, avvelenala da Nomade,
laida cortigiana, per non so quale afTronlo ricevalo,
e lui non presente: egli ne fu inconsolabile, ne onorò
con dolenti elegie la memoria, sparse di fiori la sua
tomba, anche quando altri per tema di possenti ven-
detle non l'osava, e di poco le sopravvisse.
Anche la Delia di Tibullo, vuole Apulejo che ve-
lasse il proprio nome di Plania, la quale varii eom-
menlalori additano come un'illustre patrizia romana,
mentre altri la vorrebbero semplicemente liberta.
Vogliono pure che una sola fosse quella che il Poeta
nominò nelle sue elegie come Delia, come Nemesi,
come Neera, come Sulpicia e come Glicera. Che se
fossero invece tante distinto amanti, avremmo allora
]a prova della sua incostanza.
Preferisco credere al sentimentalismo dello sue
elegie e ritenere che la sua Delia gli abbia vera-
mente tutto rapito ed occupato il cuore , come la
Lesbia tenne quello di Catullo e Cinzia quello di
Properzio.
Se non che , so la Sulpicia fu amante di Tibullo,
se non forma che una sola persona colla Delia, non
sarebbe più la patrizia Plania, come vorrebbe Apulejo,
ma la figliuola di Servio Sulpicio, uno de' più grandi
personaggi della sua epoca, e la quale peraltro si sa
non arrossisse di dire essere stmica di comporre il suo
vallo prr la cura del suo buon nome.
I rigori poi di Glicera, di cui si lagna il Poeta ,
216 CAPITOLO VIGESlMOPlUMO
potevano essere caii-^aii da quel suo decadiiiicnlo d
forze fìsiche, le quali prima, per tesiitnoniauza d
Orazio , interamente possedeva, congiunte alla bel
lezza, alla grazia, alla nobiltà dell'animo ed all' ab
bondanza dei beni di fortuna; e forse trovavano al
tresi la loro ragione d'essere nella dissipazione di
questi ultimi, che 1' avevan ridotto, se non all'indi
genza, certo alla povertà ; e queste famosm avevan
davvero animo di dar fondo a ben più che un ricco
patrimonio.
Vengo ora al poeta maestro in amore , al cantor
delle Eroidi e delle Metamorfosi , del Rimedio d'A-
more e del Liscio.
Non è dato scoprire chi si celasse sotto il nome
della Corinna di Ovidio. Aveva ella marito, ma ciò,
stando al Poeta, nulla ostava a' suoi amori con lei
s'egli lo chiama lenone marito. Ovidio la canta e fer
vidamente mostra di amarla; ma ella non è più pii
dica delle altre sue pari, nò più fedele; ond'egli
soventi volte posposto ad altri, passava le notti da
vanii la porta di lei , quando pure non l&sciavasi
consolare dalla bella Cipassi. Ma finalmente gli amici
suoi, ponendogli sotto gli occhi la impudente prò
stituzione di Corinna , eh' egli aveva continualo a
immortalar ne' suoi versi, non impedito dall' alTetlo
casalingo per la injoglie, casto e freddo così da non
esserne seguitato nell'esiglio del Ponto, — ne lo di-
stolsero, ma fu grande cordoglio pel suo cuore, per-
I LLPANAni 257
cbè egli avevala fortemente amata; onde il Petrarca
nel Trionfo dell'Amore, potesse Ovidio mettere così
giustamente insieme agli altri tre poeti, degli amori
dei quali ho testé narrato :
L'uno era Ovidio, e l'altro era Catullo,
L'altro Properzio, che d'amor cantaro
Fervidamente, e 1' altro era Tibullo.
E buttossi allora ad altri e più volgari amori ,
senza che per altro ne impegnasse seriamente il
cuore. Scrisse sulle ginocchia di queste figlie del pia-
cere quel codice di voluttà , che intitolò Arlis Ama-
torice , ma eran lascivie estranee al senligiento;
perocché ai teneri amori avesse , come dissi , vera-
mente detto addio per sempre e chiusa la carriera
di essi, dicendo:
Qucere novum vatem, tenerorum maler amorwn 1).
D'un suo episodio giudiziario d'amore avanti ai
Treviri, e del quale fu egli per avventura il prota-
gonista, ho già informalo chi legge* recando nel ca-
pitolo della Basilica i suoi versi medesimi che lo
descrivono e sono altresì prezioso documenlo di sto-
rica giurisprudenza.
i) Amorum, Uh. III. Eleg. XV;
Madre di amori teneri ,
Cerca novel poeta.
Trad. di Francesco Cavrianr
CAPITOLO VIGESIMOPUIMO
Taluni altribuirono ad Ovidio un altro amore , e
più illustre, cagione del suo esigilo a Tomi nel Ponto
Eusino, da dove invano ebbe a supplicare tanto da
Augusto che da Tiberio', d-" essere richiamato, e lo
dedussero da' seguenti versi della Elegia I. del li-
bxo II. dei Tristi :
Cur aliquid vidi? cur noxia Itimina feci?
Cur imprudenti cognita culpa mihi ?
Impius Aclaeoìì vidit sine veste Dianant,
Prceda fuit canibus non miìius ille suis l).
Voltaire istesso si lasciò andare per ciò a questa sua
conghieltura; t U poeta acceso di segreta fiamma
per la moglie di Augusto , ebbe la sventura di ve-
derla nel bagno e ciò indusse il geloso marito a re-
legare a Tomi l'indiscreto osservatore de' fatti altrui. »
Ma Voltaire, osserva a tale proposito Ermolao Fede-
rico 2), dimentica al certo che la bella Livia quando
lasciavasi cosi incautamente sorprendere dal novello
Alteone, era madre di un figliuolino di anni cin-
quanta.
Meglio è avessero essi avuto di mira gli altri versi
i) Cile vidi incauto? porche i fati vollero
Che arcana colpa il guardo mio scorgesse?
Vide a caso Attcone ignuda Cinzia;
Pur de' suoi cani pasto r-gli è rimaso.
Trad. Ji Paolo Mislrorigo.
2) Sopra la Vita di Publio Ovidio Nasone, Discorsi. Di-
scorso I.
1 LUPVNAKI -239
à i Ovidio nella Elegia V , lib. III dei medesimi
Tristi :
lascia quod crimen viderunt lumina plector
Peccatumque oculos est habuisse meiim I)
-e l'allro:
Perdiderint cum me duo crimina: carmina et errori),
eà altri ancora , e i' Ermolao che vagliò a fondo la
questione, cosi stabilisce nel modo che segue i falli,
■che io pure riferendo, credo illustrare ognor più le
opzioni storiche della prostituzione.
Il giovane Postumo Agrippa, nipote di Augusto ,
era stato in pena delle sue stramberie relegalo verso
la fine dell'anno di Roma 761 dall'avo in Sorrento.
Giulia, sorella di lui, giovane donna al pari della
madre di coltissimo ingegno e di questa al pari
sfrenatissima ne' costumi, veniva pure pei molteplici
adulterii esiliala da Augusto nell' isola di Tremili
dapprima e poscia sul conlinciite. Arbitra dunque la
moglie di Paolo Emilio delle proprie azioni, non ci
meraviglia che le prendesse desiderio di visitare in
Sorrento il giovane fratello, che forse da due anni
ella non aveva veduto.
i) Punito io son, che un turpe futlo videro
GII incauti occhi; son reo che gli occhi ebb' io.
Trad di Paolo MistrorJKO.
2) Versi ed orror, due colpe mi perdonerò.
/(/.. Ibid..
240 CAPITOLO VIGESIMOPBISIO
E non ripugna alla ragione , scrive l' Ermolao
Federico, che a quella visita il vecchio Augusto con-
sigliasse la nipote , acciocch' ella potesse conoscere
l'indole feroce del giovinetto; o per lo meno vi ac-
consentisse. Comunque ciò fosse, non poteva al certo
quel divisamento rimanere ascoso alla Livia, alla
quale stava troppo a cuore tutlociò che riguardava il
giovane Agrippa, che quantunque allora in disgrazia
dell' avo, pure era il solo che avesse potuto contra-
stare al suo diletto Tiberio la successione al trono
imperiale. Né credette forse opportuno di porre im-
pedimento a quella visita , sperando anzi che dalla
unione di quei due capi sventati fosse per uscirne
un qualche grave disordine favorevole a' suoi dise-
gni : riserbandosì però l'usato diritto di spiarne tutte
le mosse attentamente.
Essendo Ovidio familiarissimo della giovane Giulia,
come può credersi di uomo famoso per le opere del
poetico ingegno e per la gentilezza de' costumi , e
che trovavasi allora in età abbastanza avanzata per
poter esser considerato quasi a lei padre, non è ma-
raviglia eh' ella il prendesse a compagno in quel
viaggio, proponendosi forse nel suo bizzarro pensiero
che r animo rozzo e brutale del giovane relegato
potesse inclinare a gentilezza, udendo forse per la
prima volta la dolcezza dei versi di quel provetto
maestro dei teneri amori. Il giovane prigioniero, an-
noiato dalia lunga solitudine, accoglie lietamente gli
I LUPaNAIII 2il
ospiti amabili. Siedono a lauta mensa in numero
non maggiore delle Grazie ed allontanata l'incomoda
turba di servi, il precettore degli amori viene ecci-
talo dalla Giulia a recitare innanzi al rustico giovi-
netto quei versi che gli procacciarono tanta fama presso
al gentil mondo romano. In mezzo agli spumanti
bicchieri, il poeta s'abbandona liberamente a tutte le
ispirazioni della Sotadica musa 1). Gode la Giulia
di osservare il rustico fratello commoversi ad ama-
bili sensazioni , e non che reprimerle , le fomenta.
Troppo lardi il poeta s'accorge del periglioso effetto
de* suoi versi, imperciocché gli sfrenali giovani tra
le flamme di Venere e di Bacco, spinti inoltre dalla
pravità dell' indole loro , non rispettano la presenza
del vecchio cantore per differire ad altro momento
Io sfogo de' loro infami desiderj.
Questo fu il delitto al qual Ovidio trovossi mal suo
1) Fu Solade poeta di Tracia, che scrisse in verso ogni
sorta di libidini, e sembra che scrivesse in quei genere
che i Francesi chiamano poesie fuggitive e che in latino
diconsi commafcE, cioè incise, spartite. Così le chiama
Quintiliano; e pare che a' tempi di lui fossero conosciute,
perciocché egli proibisse agli istitutori di parlarne a' gio-
vinetti. Intitolavansi quelle poesie del poeta Sotade Cinae-
dos, per cui Marziale lo chiama Cinedo, ed altri chiama Io-
nico quel poema, giacche l'epiteto di jonico davasi a tutto
ciò eh' era molle e lascivo- Visse questo poeta a' tempi
di Tolomeo , che il fece gitlarc in mare entro una cassa
di piombo.
Uì CAriTOLO VIGESIMOPRIMO
grado teslimonio, e del quale a lui ripugnò farsi per
avventura ad Augusto delatore.
Le tante ragioni che rendono probabile questa es-
sere stata la causa della sua disgrazia chi vuol co-
noscere parte a parte, vegga i suddetti discorsi di
Ermolao Federico, che l'Anlonelli di Venezia mand(*
inanzi alla sua edizione dei volgarizzamenti dei poenit
d'Ovidio col testo a fronte."
Progredendo a dire delle {amosm de' poeti, non la-
scerò senza menzione la Citeride di Cornelio Gallo ,
figliuola forse di quella Citeride che amò Giulio Ce-
sare, e alle libere comessazioni della quale non isde-
gnò il grave Marco Tullio Cicerone di intervenire
conviva, e che Gallo cantò sotto il nome di Licori ,
perocché ornai uopo sia riconoscere che fosse un vezzo
di sostituire ai veri, nomi supposti ne' carmi che do-
vevano correre per le mani del pubblico. Ma eguale
sventura che agli altri poeti, toccò in amore anche a
Gallo. Reduce dalla guerra coi Parli e ferito , non
trovò più fedele la sua Licori, ch'egli aveva sì amo-
rosamente cantato: onde cercò allora altri alTelli nelle
due sorelle Genzia e Cloe, poi nella giovinetta Lidia
leggiadra e ingenua-, ma per quanto si studiasse di
esaltarne i pregi, mai i nuovi amori non raggiunsero
la forza del primo, fenomeno consueto in codesta
passione, che ricusa ogni logica di ragionamento. È
un vero peccato che il poema in quattro canti sugli
amori per Licori non sia giunto infino a noi, se vera-
I LrPANARI 2i3
mente lia meritato clic Quintiliano ne paragonasse l'au-
tore a Tibullo, a Properzio ed Oviilio e del suo vivente
godesse deli' universale rinomanza come degno di
star fra costoro. Anche le poche poesie che a lui
sono allrihuile , son soggetto di molte controversia
Ira i filologi , e la parte che gli è attribuita con
meno di |inverosimiglianza consiste in una elegia,
della quale parecchi versi sono per soprammercata
taluni incompiuti e taluni distrutti ed in tre sol»
epigrammi.
Le Delie, le Lesbie, le Neere, le Corinne, le Cin-
zie e le Lidie se ispirarono canti leggiadri a' loro
poeti amanti, strapparono altresì da essi imprecazioni
e maledizioni , che ci sono pervenute del pari ne*
loro mirabili versi.
Accennai delle infedeltà di Lesbia a Catullo : l'in-
felice poeta invocava dagli Dei d'essere liberato da
questo amore che chiamava la sua peste , perocché
tanto più sentiva d' amarla, quanto meno sentiva di
stimarla :
!\'ulla potesC mulier tantum se dicere amatam
Vere, quantum a me , Lesbia, amala mea es.
Nulla fldes ullo fuit umquam [cedere tanta ,
Quanta in amore tuo ex parte rcperta mea est,
Nunc est mens adducla tua, mea Lesbia , culpa,
'^tque ita se officio perdidit ipsa pio;
24i CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
VI j ani ncc bene velie queam libi, si optima fìas,
Nec desistere amare, omnia si facias 1).
La Cinzia, tuttoché la provai gelosa e colla e sti-
mala da Properzio non solo, ma pur dagli allri il-
lustri di allora ; non ne procacciò meno colle sue
incostanze gli sdegni, e senza dir delle allre elegie,
nelle quali sfoga i suoi risentiaienli contro di lei ,
leggasi r elegia XXV del Lib. Ili, che altro non è
che un addio di maledizione eh' egli le manda per
averlo roso la favola di tutti.
Bastino al mio proposilo questi versi:
Risus eram posilis inler convivia mensis
Et de me poterai quilibet esse loquax 2).
Delle querimonie per i rigori di Dalia ediGlicera
e di Nemesi son piene le elegie di Tibullo ; e
1) Molti de' carmi di Calullo Icnjo da me volgarizzati incdili ;
epperò mi valgo sempre per qucito poela della mia traduzione
non edila per anco.
Donna non fu che tanto
Amata fosse, come or tu da me;
Né mai servala , quanto
Da me lo fosse, la giurala fé.
Lesbia, or lu m'hai condotto,
Fossi pur buona, a più non ti slimar:
Né, s' anco più corrolto
Tu avessi il cor, ti lascerò d'amar.
2) Abbastanza io fui la favola
De le mense scioperale,
E (li me ciascun fé' ridere
A sua posta le brigate.
Tr. Vismara.
I LIPANARI 545
quelle di Cornelio Gallo per l'infedeltà della Licori,
e in difetto del suo poema, che perì come dissi,
dobbiamo starcene alle allegazioni di Donato biografo
di Virgilio , di Servio scoliaste di Virgilio stesso e
di Quintiliano.
Ma chi più di tutti lasciò imperituri monumenti
d'ira e di maledizione per le amanti sue , é Orazio
Fiacco , il più epicureo de' poeti latini , ma in ri<
cambio principe della lirica della sua lingua.
Se non che Orazio , che aveva detto amare la fa-
cile Venere e le cortigiane più alla mano e sgua-
iate :
.... namqiie parabilem amo Venerem facilemque
Ulani , post pattlo, sed pluris, si exierit vir l),
parmi avrebbe perciò appunto dovuto essere più ra-
gionevole e attendersi a queste infedeltà ed epicureo
com'era, volando da questa a quella simpatia, ap-
pare assurdo che pretender volesse da quelle donne
costanza negli amori.
Seguendo i suoi carmi, si può ritessere la storia
della sua vita voluttuosa ed erotica. La prima che
ì) Sat. 2, lib. I :
Faci! Venere e pronta amo e colei
Che ti dice : fra breve ; e fia maggiore
La voluttà , se partirà il marito.
Mi son sostituito nella traduzione al Gargallo, che questa
volta non ho proprio capito che dir si volesse.
/^ Rovint di Pompei. Voi. III. I«
248 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
si affacci è Neera, che tenne per oltre un anno, ed
era valente canlalrice. Povero scriba e non anco fa-
moso per le sue poesie e non ancora protetto da
Mecenate discendente da atavi regi, né però avendo
di che pagarla, tornava assai difflcile legarla a sé con
vincolo di costanza e da lei abbandonato per correre
agli amplessi di più facoltoso, si fa di necessità virtù
e se ne ricalta predicando egual sorte al proprio
successore.
Cominciando poi a farsi conoscere letterariamente,
gli avvenne di stringere conoscenza con una illustre
patrizia, della quale non si sa il nome, ma pare che
putisse alquanto di poesia come di dissolutezza. Costei
seppe accalappiarlo e 1' ebbe alcun tempo nella sua
soggezione , finché egli seppe scuoterne il giogo e
quand'elta a ricuperarlo si faceva a ingiuriare la
nuova amante di lui , questi allora ne rintuzzò gli
strali co' più sanguinosi epigrammi.
Poi è alla buona Cinara che volge il suo cuore e
di lei si rammenla anche quando le brine dell' etÃ
presero a imbiancarle il capo. Ma egli l' abbando-
nava per cedere agli artifici di Gralidia, bella, ma
vile profumatrice e saga, che spacciava filtri afrodi-
siaci ed esercitava magia , ma che però non seppe
valersene tanto da railenerlo a lungo. Egli anzi, per
sottrarsi a tutti i suoi maleficj, la designò al comune
disprezzo , rivelandone co' suoi terribili versi le ese-
crabili pratiche libidinose all'Esquilino, e le turpitu-
I LUPAItARl 147
dini tulle sotto il nome di Canidia, che quind' in-
nanzi per lui passò nel volgare linguaggio come
sinonimo di avvelenatrice , accusandola perfino che
a' suoi nemici ella cercasse propinare veleno , del
quale egli, che le si era nimicissimo dichiaralo, non
ne mori per altro :
Canidia, Albati , quibus est inimica, venenum i).
Lu dipintura ch'egli ne fa nella Satira Vili , lib. I è
orribile: sarebbe troppo lungo il riferirla.
Ebbe di poi Inachia , quindi Lice tirrena , che
mollo amò e alla porla della quale, facile per tutti,
rijiorosa a lui, sollecitò lungo tempo i favori e sem-
bra inuiilmeiite; ma dopo alcun tempo, venuta meno
la di lei bellezza, prese a vituperarla. Sfiorò appena
l'amore di Pirra, senza neppure commoversi nel sor-
prenderla in braccio ad altro giovane amatore. Delirò
poi per la giovinetta Lalage , liberta e amante del
suo amico Arisiio Fusco; poscia per Giulia Varina,
liberta della famiglia Giulia e che cantò sotto il nome
di Barina.
Dichiarò a Tindaride cantatrice vaghissima la sua
passione e le proferse il suo cuore; ma la madre di lei,
amica di Gratidia, volle sconsigliarla dall'accoglìerlo,
1) Sai. 1. Lib. 11.
Canidia, Qglia
D'Albuiio, a' suoi nemici erbe e veleno.
Tr. Garjjalio.
248 CAPITOLO VIGESIMOPnmO
come quegli che sì indegnamente avesse trattalo
coli' amica sua, esponendola alla universale abomi-
nazione: onde il poeta pensò ammansar la ritrosa,
esaltandone la bellissima madre e riuscì.
Dalla vezzosa Tindaride passò a Lidia che gli fu
resa più appetibile dalla concorrenza di Telefo , a
cacciarle il quale dal cuore, non valsero consigli e
carmi; che anzi conseguì contrario effetto, perchè fu
messo alla porta. Non?i die ciò malgrado per vinto
ancora e curalo che Telefo fosse alla sua volta scal-
zato da Calaide, ritornò a lei e segui infatti la ricon-
ciliazione. L' interregno non lo aveva tuttavia tenuto
inoperoso; esercitò gli affetti con Mirtale liberta, indi
con Cloe, la bella schiava di Tracia.
Ma Lidia tornò a Calaide e Orazio a Cloe , che
presto abbandonò per Fillide liberta di Santia , e
questa pure per la Glìcera, ch'era slata, come ve-
demmo, di Tibullo. Ed ammalò anzi per lei per ir-
ritabilità di nervi e a lei sagrificò parecchie delle
passale amanti, vituperandole ne' suoi versi, giusta
il suo mal vezzo , spesso diviso dal genus irritabile
vatum 1), lo che non impedì che venisse dall'allem-
pata cortigiana un bel dì congedato.
Volle ritornare a Cloe, ma ne fu dispeltato , pe-
rocché ella si fosse invaghila di Gige , che alla sua
<). • Irrilabii genia quella dei vali. • Graz.
I LDPAtfARI 249
volla correva presso di Asteria, e Orazio, a vendicarsi
del rifiuto, incoraggiava co' suoi carmi gli amori di
Gige ed Asteria.
Si volse allora a Lida, aulelride, ma l' amore che
li stringe qualche tempo risente dell'età , la qual più
si piace dell' orgia che non del tenero sentimento ,
e con questa passione tuli* altro che gentile chiuse
r immortale poeta degli Epodi e delle Satire la poco
dicevole carriera de' suoi amori libertini.
Più Inanzi dirò di altri più depravali gusti di Ora-
zio, ch'ei divideva d'altronde coU'elà ed anche cogli
altri poeti più teneri e sentimentali, come quelli che
prima di lui ho ricordalo,- con ciò vedendosi come
al Ilberllnaggio del tempo , in essi si congiungesse
quello di una più ardente fantasia.
Dovendomi ora arrestare in questo storico compen-
dio della romana prostituzione a dire degli uomini e
delle cose infino all'epoca della catastrofe pompejana,
con che per altro ritraesi più che abbastanza per
fornirne quasi completo il quadro, tutto il restante
non essendo che variami di epoca e di nomi , non
mi posso dispensare dall'accennare a Petronio Arbi-
tro , ed a Marziale, del Saiyricon del primo e degli
Epigrammi del secondo già m'occorse di allegare io
quest'opera l'autorità , da che que' due volumi costi*
luiscano, colle storie di Tacito e di Svetonio. i do-
cumenti più autentici e irrecusabili della roinana
dissolutezza al tempo dell'impero.
250 CAPITOLO VIGESIJIOPRIMO
Sa già il leltore essere il Sotyncon di Tito Petronio
Arbitro un romanzo, o dipintura dei tempi e de' co-
stumi della Roma dell'impero, e l'universale consenso
de' commentatori ed interpreti ha determinato, sulla
fede di Tacito, che Nerone ne sia il protagonista sotto
il nome di Trimalcione, uomo estremamente appas-
sionato d'ogni sorta di voluttà e fornito di vivacitÃ
e di cognizioni confusamente ammassate. Avendo
Petronio avuto il sopranorae di Àrbitro, perchè fosse
a comune notizia esser egli il direttore de' piaceri
del Principe, può farsi agevolmente ragione ognuno
se viva e verace dovesse riuscire la descrizione ch'e-
gli ha fatto di essi.
Marco Valerio Marziale venuto verso l'anno 40 del-
l'era volgare dalla nativa sua Bilbili -- piccola cittÃ
della Spagna nel regno d'Aragona e poco lungi dalla
moderna Calatayud — a Roma, ebbe eziandio forse
nella sua concitiadina Marcella , della quale celebra
l'ingegno, le grazie e la gentilezza nell'Epigramma 21
del lib. XII, la sua famosa, se pure ella non fosse, come
opinò lo Scaligero, la moglie sua. Ma di questa Mar-
cella non sappiamo di più dalle indiscrezioni del
poeta, air infuori che nella villa di lei egli andasse
a passare gli ultimi suoi anni. Della moglie poi che
realmente egli ebbe, se in più d' un epigramma ne
parlò, e se Domiziano gli ebbe a concedere in mercede
de* suoi poetici studi il così detto diritto dei tre figli,
il che implicava la concessione di diversi privilegi,
I LUPANARI ani
come già ebbi ad esporre nel capitolo anteceilente
delle Case, trattando della famiglia, ed egli, il poeta,
togliesse da ciò pretesto per congedarla:
Nalorum mihi jus trium roganti
Musarum pretium dedit mearum,
Solus qui poterai: valebis uxor:
Non debel domini perire munus i).
Il volume degli Epigrammi di Marziale ribocca di
oscenità , quantunque non Io disdegnassero perfino le
matrone padovane, che andavano celebrate per casti-
gatezza di morale , e cosi aperte e senza velo esse
sono, che il Poniano ebbe ragione di dire che taluni
epigrammi sono tanto impudenti e inverecondi, che
neppure sveglino concupiscenza. Avviene infatti lo
stesso delle pitture e delle statue, che meno impu-
diche appajono quando rappresentino senza adombra-
mento di sorta il nudo, mentre pel contrario eccitino
vieppiù a lascivia, se qualche parte appena della
figura sia dall'artefice lasciata ignuda.
Nondimeno, ripeto, in questi brevi componimenti
sono ricordale tutte le forme di libidini famigliari a
quel tempo depravalo, e l'italiano tradullore infatti,
i) Il diritto dei tre figli mi diede,
De' Oiiei studi poetici in mercede j
Chi potea darlo: addio consorte: vano
Il don sortir non dee del mio sovrano.
, . i Trad. Magenta.
352 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
— il cavaliere P. Magenta — pel maggior pudore
della lingua nostra, com'egli avvisa, dovette omet-
tere espressioni od usare circolocuzioni, o sostituirvi
anche sentimenti proprii, a palliare l'osceno.
Aveva allora veramente ragione Turno, il poeta
satirico del tempo di Marziale, quando lamentava
nel suo poema In Musas infames (del quale non ab-
biamo sventuratamente che un frammento), che la
poesia e i poeti contribuissero a tutta questa depra-
vazione, rilegando le vergini muse al Lupanare. Sola
reliquia e di breve proporzione di quel disdegnoso
poeta, stimo riesca gradilo al lettore il presentar-
gliene il testo e in nota l'intero volgarizzamento, da
me stesso espressamente condotto. È d'altronde così
strettamente connesso al tema che svolgo nel pre-
sente capitolo, che parmi vi abbia tutta l'opportunità .
IN MUSAS INFAMES i).
Ergo famem miseram, aul epulis infusa venena
Et populum exsanguem, pinguesque in funus amicos.
Et molle imperii senium sub nomine pacis.
1) LA PROSTITUZIONE DELLE MUSE ')
Or la misera fame , ed i sottili
Distillati veleni entro le dapi,
Tutto un popolo esangue e amici pingui
Per ricchi funerali, ed un impero,
Che sotto il nome della pace infinto ,
•) Con una sacra indcgdazione e con maggior calore per
avventura di Persio, Turno, vissuto sotto il regno di Ne-
I LUPANARI 29S
Et quodcunqiie illis nunc aurea dicilur celas,
Marmoreceque canent lacrymosa incendia Romce,
Ut formosum aliquid, nigrcc et solatia noclis.
Mollemente si solve e si consuma,
Quanto fa dir la nostra età la bella
Età dell'oro, canteran le Muse.
E canteranno i lagrimosi incendi
Della marmorea Roma *), agli occhi loro
Vaghi sollazzi della negra notte ,
rone e vecchio sotto quello degli imperatori di casa Flavia,
compose satire che quello imperante stigmatizzarono a fuoco.
Vuoisi che le sue composizioni non publicasse finché visse
quel tiranno; ma se ciò fosse, sarebbe stato minore il suo
coraggio, né di lui avrebbe Marziale potuto dettare il se-
guente epigramma :
Contulit ad satyras ingenlia pectora Turnus:
Cur non ad Memoris carmina? Frater erat. *
Da tal epigramma apprendiamo adunque che Turno fosse
fratello di un Memore, poeta tragico, come nel precedente
epigramma lo stesso Marziale lasciò ricordato :
Clarus fronde Jovis , Romani fama cothurni. *'
L' unico frammento rimasto delle Satire di Turno è ,
come dissi, codesto che traduco: taluni vollero perUno at-
tribuirlo a Lucano, ma i più lo assegnano a Turno.
*) È chiara in questo verso 1' allusione all' incendio di
Roma avvenuto sotto il regno di Nerone , il quale ne fu
ritenuto autore.
• Turno piegò l' ingegno suo sovrano
Al satirico stil : perché di Memore
Non i versi emular?... Gli era germano.
Epigr. lib. XI, H. — Tr. Magenta.
** Del romano coturno illustre e cinto
Della fronda di Giove
Id. ib. 10.
254 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
Ergo re bene gesta, et lelo matris ovati lem,
Malernisque canent cupidum concurrere Uiris,
Et Diras alias opponere, et anguibus angices,
Atque novos gladios, pejusQue ostendere lelum!
Sesta canent, obscena canent, fcedosque hymencBOS
Uxoris pueri, Veneris monumenta nefandce!
Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olim
Virginei, famcequa; Juvat meminisse prioris.
Ah! pudor exstinctus, doclceque infamia turbai
Egregie gesta di colui che baldo
Dell'assassinio della madre esulta,
Che alle Furie materne altre ne oppone,
Alle serpi altre serpi, ognor la mano
Pronta a nuovi pugnali e di peggiori
Stragi a far tutto esterrefatto il mondo.
Canteranno esse scellerati carmi,
Oscene voluttà , sozzi im.enei
D' un favorito della sposa infami *),
Di Venere nefandi monumenti;
Né l'onta proveran de' loro canti
Le svergognale Muse, e di lor nome
Verginal, di lor fama immacolata
Fatte immemori adesso. Ah! via gittato
Ogni pudor, sotto color bugiardo
Di lor saver, prosiitiiir sé stesse,
•) Son note le pazze e infami nozze di Nerone con Sporo,
celebrate publicamente in Roma. Questo verso ricorda
quello della Sai. II di Giovenale:
Dive» erit, magno qute dormii lertia ledo. '
* .... Sposa che in ampio ietto
Terza a dormire adattisi, fla ricca.
V. 60. Trad. Gargallo.
i LUPANARI 295
Sub Ululo prostant: et quis genus ab Jave summo.
Res hovìinum supra eveclce, et nullius egentes,
Asse merent vili, ac sancto se corpore fcedant.
Scilicet aut Mence faciles parere superbo,
Aut nutu Poly Cleti, et parca laude beala};
Usque adeo maculas ardent in fronte recenlesy
Hesternique Gelee vincla et vestigia flagri.
Quin eliam patrem obliloe et cognata deorum
Numina, ed antiquum casloe pielatis honorem.
E le Ggliuole dell'olimpio Giove
Sovra gli umani eccelse, ancor che nulla
Sentan necessità , fanno a 7il prezzo
Di lor sacra persona empio mercato.
Esse al capriccio del superbo Mena *)
Piegan codarde , ovver di Policleto
Obbedienti al cenno, anco beate
D'esigua lode, appassionate, ardenti
Delle recenti impronte, onde una fronte
Va maculata, o delle ree vestigia
Che lasciò la catena od il flagello
A un Gela '*), che da jer fatto è liberto.
Immemori, che più? del divo padre
E de' numi cognati e dell* antico
Onor di casta e verginal pietale.
') Mena fa liberto e favorito del giovane Ponapeo; fa
vanitoso sino al ridicolo, e di sua perfìdia andò famigerato
nella guerra di Augusto e di Sesto Pompeo. Orazio lo ber-
teggia in una salirà . Morì nella guerra che Ottavio so-
stenne contro gli Illirii.
•*) Gela è altro favorito, che eccitò sotto Nerone una se-
dizione a Roma. Di lui parla Tacilo nel lib. Il , cap. 72
delle Storie.
2S6 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
Proh! Ftirias et monstra colunt, impuraque turpis
Facta vocant Titii mandala, et quidquid Olxjmpi est
Transcripsere Èrebo. Jamque impia ponere tempia,
Sacrilegasque andent aras, coeloque repulsos
Quondam Terrigenas superis imponere regnis,
Qualket, et stolido verbis illudilur orbi.
Né solo Torno alzava la poderosa voce a stimma-
tizzare quel tempo : perocché non meno terribile sca-
gliasse il giambo d'Archiloco il severo Giovenale, del
quale ben disse ilNisard che basterebbe con Tacito alla
completa storia del costume d'allora. Tutte le satire
da lui lasciate e massime la prima, la sesta e la nona
rimarranno monumenti più durevoli del bronzo della
infame prostituzione dell' epoca. Le altre pingono
e stigmatizzano altre piaghe non meno deplorevoli,
altri uomini non meno ributtanti; e sa il lettore
Oh dolor ! Alle Furie e a mostri orrendi
Hanno eretto 1' altare e i cenni impuri
Dell' ignobile Tizio •) osano voci
Del Destino appellar: quanto ha l'Olimpo
Consacrarono all'Èrebo; già templi
Osaron scellerati ergere ed are
Sacrileghe, e per quanto è di lor possa,
I cacciati dal cielo empi Titani
Tentan ripor nelle superne sedi
E stolto crede a.' loro accenti il mondo.
•) Tizio, cavaiier romano, preposto a guardia di Messa-
lina. Di lui pure fanno menzione gli Annali di Tacito
lib. II, cap. 33.
l LUPANARI 257
quante volte dovessi ricorrere alte citazioni di questo
poeta per aggiungere autorità e fede a cose che al-
trimenli sarebbero sembrate incredibili. Svetonio, nella
vita dei Cesari, la Storia Augusta e la Vita d'Elioga-
baio lasciata da Lampridio, forniscono solo diversi
osceni parlicolari, il parossismo della depravazione
spinta alla demenza: il fondo rimanendo pur sempre
lo stesso.
L'austerità nondimeno di Giovenale mal sapreb-
besi conciliare coM'impudicizia di Marziale, entrambi
essendo da franca amicizia legali. Il poeta epigramma-
tico con alcuni versi gli accompagna il dono delle
noci eh' ei chiama saturnalizie 1) ; con altri diretti
ad un Maledico si scaglia contro costui, perchè avesse
tentato mettere discordia fra lui e l'amico suo Gio-
venale 2); e con altri finalmente gli descrive la vita
che conduce a Bilbili 3); lo che dimostra come col
satirico poeta avesse fino agli ultimi giorni conser-
vata l'amicizia. — Or come va che lo sboccato poeta
degli epigrammi, che non conosce pudore di concetti
e di parole, s' accordasse col poeta delle satire, che
denunziava terribilmente alla posterità le infamie e
le lussurie do' suoi tempi? Nisard vorrebbe tutto ciò
spiegare dicendo; non essere vero che la satira sia
1) Lib. VII, pp. 9!.
ì) Lib. VII, ep. 24.
3) lab. XII, ÃŒS.
258 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
sempre la espressione fedele del carattere dell'autore,
né che a prima giunta scuoprasi l'uomo sotto il poeta;
che in Giovenale la indignazione venga piuttosto dal-
l'intelletto che dal cuore, e il fondamento della sua
filosofia sia la noncuranza professata da Orazio, con
un' anima piìi superba e forse con piìi pratica one-
stà 4). Neil' ultimo epigramma succitato di Marziale
diretto a Giovenale, come ne' due precedenti, vi sono
infatti imagini oscene, ciò che prova sempre piìi che
i due poeti furono buonissimi amici, e che Giovenale
non era così rigido nel conversare come si mostra
ne' suoi libri. Egli non si faceva scrupolo poi di fre-
quentare il rumoroso rione della Suburra , dove di-
moravano le cortigiane, né di stancarsi sul grande e
piccolo Celio a far la coite ai grandi, né farsi vento
alla faccia col panno della sua toga sulla soglia dei
loro palazzi , come dice ancora il suo amico Mar-
ziale. Ed io v'aggiungo: che per quanto potesse es-
sere stato castigato il costume di Giovenale, pur tut-
tavia, essendo di depravazione così costituita e satura
quell'epoca e per così dire l'aria perfino, che dovesse
riuscire affatto impossibile ad individuo qualunque il
non parteciparvi in qualche porzione. Catone, i! se-
vero e rigido Catone, sebben di qualche generazione
1) Eludes de moeurs et de crilique sur les Poetes lU'
tins de la décadence; M. D. Nisard. Bruxelles 1834.
I LUPANARI 2-,9
antecedente, e quindi di secolo non cosi corrono
come quello di Domiziano e de'suoi successori, quante
colpe e peccali nn;i avrebbe a confessare! Ma eran
colpe e peccati più del tempo che non dell' uomo.
Non entrerò poi qui in maggiori particolari della
satira di Giovenale, perocché dai frequenti brani che
ne son venuto citando in questo capitolo ed anche
altrove, il lettore ne sa già le cose più saglienti che
ban tratto al tema della prostituzione e de' lupanari,
e mi prema d' altronde di procedere più spedito in
questa rapida rassegna delle antiche vergogne.
Sembrerà incredibile questo quadro che io sono
venuto abozzando della dissolutezza di quell'epoca;
ma pur troppo io vi tolsi anzi che aggiungervi; pe-
rocché se la riverenza verso il lettore non mi fre-
nasse, assai e assai più dofrei dire. Era infalli cosi
generale la scostumatezza , che la prostituzione si
esercitasse sfrontatamente sulle pubbliche vie, e tanto
anzi fosse entrata negli usi comuni e tutto respirasse,
come dissi, prostituzione, che allora più non se ne
facesse gran caso.
L'invilo alla lussuria era pubblicamente fatto più
con gesti che con parole. Ovidio, nel poema De Arte
Amandi, che pare scritto sotto dettatura della più
raflìnata cortigiana, chiama questo infame linguaggio
furtivcB nota, e Tibullo dell'abilità in esso concede il
vanto alla sua Delia:
260 CAPITOLO VIGESlMOPniMO
Blandaque compositis abdere verba nolis l).
Ed anzi vuoisi citare al proposito di questo mulo e
inverecondo linguaggio, che anche i più licenziosi usas-
sero del gesto assai piij che della parola ad esprimere
un lussurioso pensiero. Svelonio ci rammentò di Ca-
ligola che nell'alto di presenlare la sua mano a ba-
ciare le desse una forma oscena : formalam comma-
tamque in obseenum rnodum; e Lampridio , di quel
mostro che fu Eliogabalo, che mai non si fosse per-
messa una parola oscena, anche allora che la espri-
mevano le sue dita: nec umquam verbis pepercit in-
famiamo quum digitis infamiam ostenderet. Non si com-
prende come si fosse adottata la frase parcite auribus,
risparmiate le orecchie , ed egual reverenza non si
fosse poi concessa agli occhi.
Se tale era la scoslumìftezza in publico , le scene
più libidinose e tutte le evoluzioni della prostituzione
compivansi nelle orgie e festini notturni, delti comes-
sationes , o da comes, compagno, o da comedere, man-
giare, e nelle quali perQno le coppe erano foggiate
a phalli, e le ciambelle a figure oscene, e che però
Cicerone mette a fascio cogli adulteri amori: libidi"
nes, amores, adulleria, convivio, commessatlones 2); ciò
I ) Ascondere
Con segni intelligenti
I lusinghieri accenti.
2) Cic. Pro Caelio. «Libidini, amóri, adullerii, bancLetli
e commessazionì. •
I LUPANAUI 181
che per altro non tolse che egli pur non {sdegnasse
seder commensale, presso la greca cortigiana Citeride.
Come codeste orgie nuocessero a corpi non se lo
dissimulavano; pur nondimeno non avrebbero saputo
scompagnarne l'esistenza, che loro non avrebbe sem-
bralo dì vivere senza di esse. Petronio, che fu, come
già ne informai più sopra il lettore, il direttore della
voluttà di Nerone , suggellò questo concetto nel se-
guente distico :
Balnea, vina , Venus corrumpunt corpora sana,
Et vilam faciuni balnea, vina , Venus 1).
In Roma le donne che trafficavano del loro corpo
distinguevansi in meretrices e prosfj'bute, e il gramma-
tico Nonnio Marcello ne dà la differenza dicendo che
la meretrice esercita con più decenza il mestiere non
disponendo di sé che la notte ; mentre la prostituta trae
il suo nome dallo stare davanti al suo slabulum , o
abitazione per mercanteggiarvi e di notte e di giorno.
V erano poi altre particolari distinzioni , come le
prosedoB e le alicarùs che ponevansi, come Plauto ri-
cordò, alle botteghe de' panatlieri :
1) I Bagni, i vini e Venere
Riducon l'uomo in cenere,
A' merlali gradila
Faa nondimen la vita.
Lt Rovine di Potnpei. Voi. III. *?
262 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
an te ibi vis inler istas vorsarier ?
Prosedas , pislorum amicas, reliquias aticarias
Miseras scceno delibutas , servolicolas sordidas ì).
le blitidce eh' erano della razza più vile , abbrutite
dal vino e dalla dissolutezza, giusta il medesimo
Plauto;
(rem suam 2).
Blilea et lutea est meretrix, nisi guce sapit in viìio aa
le busiuarice che attendevano alla prostituzione nei
cimiteri; le casorilce^ prostitute dei tugurii; le copce
taverniere ; le diobolce che non domandavano più di
due oboli odi un dupondio, le quadrantarice perchè si
contenlavano d'un quadrante, ossia di qualunque vile
moneta 3) , e Quadranlaria appunto veniva , per ca-
ì) « Vuoi tu forse eh' io segga in fra codeste
Prosede e avanzi d'Alicarie, amiche
A'panatlier', sciupate e infette serve?
Pcenulus. Act. I, se. 2, v. 53-55.
Noti il lettore come Plauto usi delia parola scceno, in-
vece di cenno, come dai Sabini si usava allora sostituire
nella pronunzia la s al e. Cosi sccelum per coelwn, sccena
per cwna. La medesima cosa si fa oggidì, in alcune parti
d'Italia e massime in Toscana.
2) La Bilica è una sporca meretrice
La qual non pule che di vino.
3) II comico latino che di queste femmine se ne inten-
deva, nella già citata commedia del Posmdus non dimenticò
la scoria diobolaria, che retribuivasi di due oboli, che è la
stessa moneta del dupondium, e a siffatte sciagurate accenna
pur Seneca nel Lib. VI Controversiarum, in quei passo:
Itane decem juvenes perierunt propter dupondios duos?
I LUPANARI 263
gion di dispregio e di sue lascivie, generalmente
chiamata la sorella di Publio Clodio, che è la Lesbia
che già conosciamo essere stata di Catullo; le /òranfcB,
campagnuole che venivano per vendersi alla città ;
vagce, le erranti, summentanoe, quelle de'sobborghi, ecc.
Per la prostituzione elegante, oltre le famosoe che
già ricordai e potevan essere patrizie, madri di fa-
mìglia e matrone, come pur troppo ha già veduto il
lettore, ve n'avevan di quelle fra costoro che sipro-
sliiuivan ne'lupanari sia per libidine, sia per denaro;
v' eran ben anco le delicalce che non si concedevan
che ai cavalieri e ricchi d-'ogni condizione.
Anzi sovente si stipulavano da codeste mantenute
co' loro amatori contratti di fedeltà a tempo , e la
scritta che si redìgeva a firmare da esse chiamavasi
syngrapha ed anche syngraphus, perocché in ambe le
maniere io trovi questo libello così denominato dal
medesimo Plauto nella sua commedia dell'Asinarìa.
Questo poeta e fedele dipintore de' costumi di quelle
basse classi, ne dà contezza del singrafo nella scena
terza dell'atto primo di tale commedia:
ARGIRIPPUS
Non Oìnninojam perii: est reliQuum quo peream magis,
Habeo, unde istuc libi quod poscis dem: sed in leges meas
Dabo,utscìrepossis,perpetmimannum hunc mihiulisertiat,
Nec umquam ititereualium admiltal prorsus quam me. ad
[se virwn
CLE-BRETA
Quin si tu l'Ole», domi servi qui sunt caslrabo viros.
Postremo ut voles n08 esse syngrapham faci'o nfferas.
26i CAI-ITOLO ViGESIMOPIUMO
Vi voles, ut Ubi lubebit, nobis legem imponilo:
Modo (ecum una argentum afferto, facile pattar coetera.
Portitorum simillime^ januce lenonice:
Siaff'erstumpa(ent:einoìiestquodde$,cBdesnon patent 1).
DIABOLUS
Agedum, islum oslende quem conscripsti syngraphutn
Inter me et amicam et lenam: leges perlege
Nam tu poeta es prorsus ad eam rem unicus 2).
E pare che di cosiffatti mercimoni o singrafl non
si smettesse cosi presto il vezzo, ma se ne serbasse
l'usanza sin presso a' di nostri, se quel dotto critico
che è Eugenio Camerini, della cui amicizia altamente
*) ARGIRIPPO
Non sono morto affatto, ancor mi resta
Qualche poco di vita , e quel che chiedi
Ancor darli poss' io; ma darò solo
Che tu rimanga in mio possesso e sappia
Che un anno intero tu mi serva e intanto
Presso di te nessun altro tu ammetta.
CLEERETA
E se tu il vuoi , quanti ho in mia casa schiavi
Evirerò ; ma se d' avermi brami ,
Il singrafo mi reca , e come chiedi
E come piace a te, dettane i patti :
Ma insiem portami il prezzo, agevolmente
Il resto accetterò. Son dei lenoni
Pari alle porle de' gabellieri,
S' apron se paghi, se no, restan chiuse.
2) DIABOLO
Fra me , 1' amica mia e la mezzana
Leggine i patti, perocché poeta
In codesti negozi unico sci.
Suvvia , mostrami il singrafo che hai scritto-
I LUPANARI ics
mi onoro, nell' inleressanlissimo suo libro Precursori
del Goldoni , me ne avverte V esistenza riferendo in
una nota del suo studio intorno a Giovan Battista
Porta il Contralto fra Gostanzo amoroso e Andriana
lena, che sta nella commedia Gli Inganni del Secchi,
atto terzo, scena IX 1).
1) Pag. 70. Milano Edoardo Sonzogno editore, 1872.
Non so trallenermi dal riferire un tale contrailo, simile in
tutto a' singrafi di fedeltà di cui sopra è parola-
Costanzo, il Procohatore, // secondo Notaio.
Pro. Presto, Alessandro, quei palli obbligatori : state ad
ascoltare.
Gos. Ascolto.
Ales. In Christi nomine amen, millesimo quingenlesimo
quinquagesimo primo.
Pro. Eie. vieni al merito : lascia stare le clausole ge-
nerali.
Ales. M. Gostanzo figliuolo di M. Massimo Caraccioli ,
parte una , e Madonna Andriana da Spoleli parte altera
omnibus modis eie. eliam con consentimento di Madonna
Dorolea sua figliuola, lutti presenti, e che accettano volon-
lieri eie. son divenuti agrinfrascritll palli, videlicet che la
detta donna Andriana lascerà Madonna Dorolea sua figliuola
al detto M, Gostanzo un anno intero da star seco di e notte»
Gos, A lui solo e non ad altri.
Pro, Glieraggiungo io. Presto, Alessandro.
Gos. Si in ogni modo: vedete di grazia d'imbrigliarmi
si bene quest'asina, non le voglia il trarmi de' calci.
Pro. Udite pur, seguila.
Ales. E che nel detto tempo non metta in casa nessun
266 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
V'erano anche le pretiosce che imponevano alle
loro grazie un allo prezzo. Tutte queste meretrici
affluivano a' bagni massime di Baja, di Clusio e di
Gapua, dove era piia facile, pel concorso dei fannul-
loni e de' più sfondolati ricchi, l' andare a caccia di
generosi amatori.
La prostituzione poi si esercitava da ballerine ,
massime le Gaditane, ossia giovani donne di Cadice,
della pili provocante lascivia; le sirie, le lesbie e le
jonie, chiamate, come narrai nel capitolo precedente,
a rallegrar i banchetti, al pari delle greche auletridi,
di suoni e di balli, e ad incitar la lussuria de'ban-
amico, parente, o innamorato suo antico, moderno, ima-
ginario, guovis modo.
Gas. Se non me solo.
Pro. Intendo; che non dicesse poi che sete escluso an-
cor voi; passa olire.
Ales. Non ricevi né mandi lettera , non abbi in casa
carta e inchiostro per scrivere; non tenghi ritratto degli
innamorali vecchi , e passalo il terzo giorno gli sia lecito
impune et de facto abbruciarli; non vada a festa, a ban-
chetti , né a chiesa; non invili nessuno a mangiare, non
stia in porta, non facci trebbo, non guardi giù dalle fine-
stre, non oda cantilene o sospir di genie che passi per la
strada , e sia lecilo al detto M. Costanzo di chiuder le
porte e tenerle chiuse quanto gli piace senza alcuna replica.
Gos. Oh mi piace; oh come va bene!
Pro. Aspettale pur, seguila.
Ales. Levi tulle l'occasioni di farlo sospettare; non calchi
il piede a nissuno, non tocchi la mano, non pizzichi, non
si levi, non si muota.
I LUPA^AnI i67
chetlanti , alla quale preslavansi istromenlo, imitale
più lardi dalle corroUissime matrone, giusta quanto
ne disse l' inesorabile poeta che le satireggiò nei
versi della Satira VI (314-319) che ho superiormente
riferiti, parlando dei misteri della Dea Bona. Le Com-
messazioni poi erano l'arringo più frequente alle lu-
bricità di queste svergognate.
Quella che per altro fu la più vergognosa prostitu-
zione, era quella de' cinedi: uomini, schiavi, fanciulli
prestavansi alla dissolutezza de'roraani,e fu un tempo,
Gos. Piano, anzi voglio cti'ella si muova e scherzi meco
in camera.
Pro. Con altri, con altri, s' intende.
Cos. Passate oltre»
Ales. Non alzi un occhio, non starnuti, non fiali senza suo
consenlimenlo , non rida dietro alla finestra a nessuno,
non si lasci baciar la mano, o veder gli anelli, non facci
cenno, non molleggi , non guardi , non mostri di tossir e
quando è sforzata , non faccia vezzi né favore a nessuno ;
di più non si fini;a ammalata per farsi ungere, stropicciare
e sia lecito al detto M. Goslanzo durante il detto termine
per qualsivoglia minima occasione di gelosia eh' ella gli
dia, chiuder la detta Dorotea in camera, in cucina, in sala,
di sotto , di sopra e in qual parte più gli piacerà della
casa , quomodocunque et qualitercunque et ella accetti
ogni cosa per bene.
Go$. Benissimo; ma voi mi lasciale il meglio e più im-
portante.
Pro. Che cosa?
Gos. Preti , Frati , Scapuccini , Guastallini , Pinzocheri,
Chietini, Giovanelli, Riformati, Gabbadei, Zoccolanti, Col-
268 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
quello dell' Impero , che s' era così generalizzala da
impensierire a tanta concorrenza la prostituzione fem-
minile. Chiamavansì pueri meritorii quelli che volenti
no prestavansi alla vergognosa passione del loro
padrone: v'erano poi gli spadones, per lo più eunuchi
che erano pazienti ed agenti, e pcedicones, coloro che
avevano subito l'evirazione completa. Catullo ne* suoi
carmi, che certamente non van lodali per riservatezza
di linguaggio, bollò a fuoco i nomi di Tallo, Vibennio
litorti né per confessione , né per visita , né per altro non
mettano il piede in casa sotto alcun pretesto.
Pro. Buon ricordo per mia fò. Presto, Alessandro.
Gos. Aggiungeteglielo in ogni modo , perchè non sono
al mondo lenoni più veementi di queste canaglie.
Pro. Mi meraviglio che la somma Orlandina non ne fac-
cia menzione, donde ho cavato questo estratto. Hai spe-
dito, Alessandro? seguila.
Ales. E che nel sopradelto termine la detta Andriana
non abbi alcuna autorità in casa, ma si stia cheta e goda
e taccia et attenda solamente a covar il fuoco, cuocer ca-
stagne, ber vin dolce, sputar nella cenere, e se pur vuol
gridar gridi alla gatta, solleciti il desinare e si faccia legger
dal ragazzo qualche leggenda ; del resto lasci il dominio
della casa in podestà del detto M. Costanzo, sotto la pena di
non ber vino, e di ess<T staffilala all'arbitrio del detto M.
Costanzo.
Gos. buono! seguita.
Alex. Dall'altra banda sia obligato il detto M. Costanzo
numerargli subito, senza alcuna dilazione, sessanta scudi
d'oro, de' quali possono disporre a ior modo, senz'alcuo
obbligo di restituirli.
Gos. Andiam dentro.
I LUPANARI 269
e di quei due sciagurati libertini. Furio ed Aurelio,
notissimi in Roma per tale vizio ; ciò che non gli
impedi ch'egli medesimo, il poeta, fosse intinto del-
l'egual pece, che più d'uno sono i carmi da lui la*
sciati in cui sono espressi i suoi delirii pel vago
giovinetto Giovenzio. Così del resto era nel mondo
romano una cotal bruttura invalsa da non mandarne
immune perfino quel grandissimo uomo che fu Giu-
lio Cesare, alla fama del quale nuoceranno mai sempre
le indecenti libertà avute con Nicoraede re di Bitinia,
a lui rimproverate da Cicerone in Senato. Cosi bruttò
Orazio la sua virilità cogli spasimi per Licisco e
Ligurino, a cui la sua musa non isdegnò bruciare
incensi ; .cosi quella di Cornelio Gallo , testimonio
Properzio, spasimò per Ila; come quella più casta
di Virgilio non aveva rifuggito in un'egloga di poe-
tizzare i trasporti del pastor Coridone per il vago
Alessi:
Formosum pastor Corydon ardebat Alexin
Delicias domini 1).
É poi opinione di alcuni che Virgilio sotto il nome
del pastore Coridone ascondesse le proprie fiamme
per Alessandro, fanciullo di Asinio Pollione.
1) Il pastor Coridon d' Alessi ardea ,
D'Àlessi bel laociul, delizia prima
Del suo signor.
Egloga II. Ir. di Prospero Manara.
270 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
Tutto il Satyricon di Petronio ha per eroi cinedi
e per soggetto i loro laidi amori, e Marziale osa per-
fino giustificarsi colla moglie , perchè divida egli
pure col cinedo i proprii abbracciamenti.
E come no, se a fianco di Giove, la loro religione
aveva posto il leggiadro Ganimede?
Sclamiam noi pure coll'Oralore Romano: tempora!
morest
Io Pompei, recenti scavi, mettendo in luce, nella
Regione IX, Isola II, la casa che si designò col n. 18
all'entrala sul vicolo che forma il prolungamento
di quello d'Augusto, offrì, dopo l'androne d'ingresso,
la seguente iscrizione graffila sulla parete:
CRBSCENS
PVB LIC VS
CINiEDVS
oltraggiosa iscrizione, che attesta nondimeno dell'e-
sistenza della oscena piaga in codesta citlà , come
attesta infame lussuria l'iscrizione graffila nella casa
di Gavio Rufo scoperta nel 1868 e che così è ripetuta
TTR lA PERKISA
TTRIA PBRCISA
io che vale pedicata, per non dir l'altre molte con-
generi sconcezze 1).
Tanto personale della prostituzione completavasi
coi lenoni, uomini e donne eh' erano mediatori di
i) Vedi Giornale degli Scavi, Nuova Serie n. 13, 1870.
I LOPANARI iJl
lascivie. Esercilavasi il lenocinio eziandio dalle schiave,
dalle veneree, ch'erano assai spesso liberle , dalle
fantesche e dalle prostitute vecchie, che avevan per-
duta la clientela per conto proprio.
Publio Vittore conta quarantasei lupanari in Roma,
senza tener conio che il meretricio si esercitasse nei
bagni, nelle terme, nei pistrini o botteghe da fornaj
nelle tonstrine o botteghe da barbieri, negli enopolj
botteghe da vinaj, nelle ganea o taverne sotterra-
nee, e nelle cellcB e fomices, intorno ai circhi e du-
rante i ludL
Ma a che numerare i lupanari, quando Giovenale
ci dice nella sua implacabile Satira che fosse per
cosi dire Roma intera un solo lupanare; che nobili
plebee fossero tutte depravate del pari , che colei
che calcava la polvere non valesse più della matrona
portata sulle teste de' suoi grandi soriani ; questa
poi peggiore della vile e scalza baldracca?
Nec melior silicem pedibus quas conterit alrum,
Quam qucB longorum vehilur cervice Syrorum 1).
La disposizione dell'interno d'un lupanare era stato
dapprima un soggetto di controversia e cercavasi
coli' aiuto degli scrittori antichi e massime di Gio-
1) Né già (li lei, che nuda il pie, calpesta
L'aspre selci, è miglior l'altra che 'I collo
Preme d' assiri leltighier giganti.
Salir. VL 3S0. Tr. Gargallc
372 CAPITOLO VIGESIMOPBIMO
venale, che ne disse alcuni particolari nell' episodio
delia imperiale prostituta che sotto il mentito nome
di Licisca lo bazzicava, di ricostruirli fantasticamente,
ma oramai gli scavi di Pompei hanno risoluta la
questione. — Costituivasi di molte cellette o cubiculi
angustissimi che aprivansi in un cortile od atrio ,
aventi appena lo spazio d'un letto formato di materia
laterizia su cui si saran posti materazzi o stuoje. A
sera una lampada itifallica accesa sull'esterno delia
porta, annunziava il luogo impuro , il cui ingresso era
difeso da una coltrina. Sugli usci dei cubiculi stava
sospeso il cartello recante il nome della prostituta
che vi operava dentro, il quale spesso era nome di
battaglia, TnereinctMm nome», come quello di Licisca era
di Messalina, e quando il cubiculo veniva occupato si
voltava il cartello. Allora la camera, al dir di Marziale, si
chiamava nuda. Camere e cortile avevano poi sporche
le pareti di flgure e di iscrizioni oscene. In uno de'
lupanari pompejani, in quello detto nuovo, lessi fra
le altre inverecondie la seguente graffila: Phosforus
hic /"....
Vedremo più avanti come, oltre le camere terrene
ad uso delle più abbiette, vi potessero essere anche
quelle di un piano superiore pei lussuriosi disposti
a maggiore spesa.
Le meretrici avevano poi un proprio abbigliamento,
distinte principalmente dalla parrucca bionda, avendo
presso che tutte le romane nera la capellatura.
I LCPANACII 9 73
vietalo poi loro di portare la benda alla fronte e la
sloia tunica che scendeva al tallone, come porta-
vano le matrone. Petronio nel suo Satyricon, che
è il quadro, come sappiamo già , de' Gallivi costumi
di Roma imperiale, ce le presenta nel lupanare nude
affatto e perfino in questa guisa sulla porta di esso.
Avrebbesi tutto un trattato a scrivere per dire di
tutti gli artifici per destare la lussuria, e procacciarsi
amori; de' filtri afrodisiaci, degli unguenti , de' fa-
scini, che Ovidio nel Remedium Amoris affermò nuo-
cere alle fanciulle grandemente, contenendo i germi
della pazzia furiosa, non che degli ausiliari della prosti-
tuzione nelle medicee juraice o levatrici, nelle sagce,
nelle profumatrici e nelle cosmete. Ci son rimasti i
nomi di alcuni fra i più usitali filtri afrodisiaci:
Orazio menzionò il poculum desidera che preparava
Canidia, Marziale le aquce amatrices, Giovenale l' hippo-
mane in quel verso;
Bippomanes carmenque loquar colcumque venenum 1).
Voglion taluni fosse l' ippomane un liquore viru-
lento, che eccitava gli ardori amorosi; altri invece
che fosse un'escrescenza di carne nera che talvolta
si forma sulla fronte d' un puledro appena nato e
V ippomane, gii incanti, i beveraggi,
Colchici dovrò dir?
Sai. VI. 133. - Tr. Gargano •
274 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
che gli antichi credevano materia a filtro potente.
Teofrasto dice essere una composizione immaginata
dagli Arabi; Esiodo e Teocrito che fosse invece una
pianta che produce il furore ne' cavalli, ed altri pel
contrario vi almanaccarono su altre supposizioni. Buf-
fon ne parla nel voi. IV dell'edizione in quarto del-
l'opera sua e riferisce tutte queste diverse opinioni.
La plebaglia poi rinveniva eziandio lo sfogo a' pro-
pri sensuali appetiti in altri peggiori e più schifosi
luoghi, come nelle tabìiloe sullo strame, nel casau-
rium baracca per lo più fuori di città , nel lustrum
ritrovo isolato, e vie via altri nomi immaginati
dalla depravazione.
Diversi furono i lupanari che gli scavi pompejani
misero alla luce, e siccome la parte scoperta di
questa città , come già dissi più volte, doveva essere
la più nobile perchè prossima alla marina e perchè
ricca di pubblici edifizi e templi e delle case dei
maggiorenti , così è dato arguire che altri e più se
ne scopriranno negli scavi venturi, come che siffatti
infarai ritrovi fossero più frequentati dalle classi
infime della società , ciò rivelando eziandio la nessuna
eleganza od agiatezza loro. Non è augurio, né imporla,
da che quanto fu a quest'ora trovato può sopperire
alle indagini nell'argomento.
Una casetta che fu detta dei Cinque scheletri, per
gli avanzi di cinque infelici colti dalla catastrofe
nel punto che cercavano involarsene col loro pie-
I LUPANARI 275
colo tesoro che si rinvenne da essi vicino, consi-
slente in armille, anelli d'oro e monete, scoperti nel
1872, in novembre, permise che nel successivo mese
si trovasse la comunicazione con una taverna e unito
lupanare, forse quella località che i latini denomi-
navano ganeum , e già al lettore ho detto come ga-
neum o gancea fosse appunto una taverna sotterranea,
ove commettevansi oscenità , ed anche bottega che
si prestava alla prostituzione. Il proprietario allora
della casetta de' Cinque scheletri non sarebbe stato
anche il proprietario o conduttore di quell' infame
ritrovo? È permesso trarne l'induzione. La taverna
si apre nella via di Mercurio, ha un davanzale rive-
stito di marmi con una lastra di porfido verde ,
sventuratamente spezzata in due. Sono incastrate in
esso tre urne di terra cotta, ed uno scalino di mar-
mo che doveva servire alla mostra de' comestibili
e de' vasi. A destra della stanza è un fornello per
cuocervi le vivande e nel profondo s' aprono due
porte, conducenti l'una in una specie d'anticamera,
che doveva essere stala dipinta grossolanamente ,
ma che di presente nulla lascia intravedere che
mai vi potesse essere un dì rappresentato , dove
eran due usci, che davan accesso questo alla casetta
de' cinque scheletri suddetta, e quello ad un salotto
pei bevitori ; 1' altra porta ad una camera che dava
sul vicolo di Mercurio e che serba tutte le apparenze
di uno sconcio postribolo. Pitture da imbianchino e
276 Capitolo vigesimoprimo
sporche eran distribuile sulle sue pareli : sopra di
una rafflgurante un garzoncello d'osteria che versa
a bere ad un soldato, si lessero queste parole scritte
con qualche arnese a punta :
DA FBIDAM PUSILLVH 1)
Nel Vicolo degli Scienziati, che é in continuazione
con quello che si noma Vico Storto , nel tempo che
i Dotti erano riuniti pel settimo congresso in Napoli,
e sotto i loro occhi, veniva sterrata quella casa, dai
particolari della quale fu concesso imporle il tristo
nome di Grande Lupanare. Le più oscene iscrizioni
confermano la giustezza della denominazione: il pos»
sibile riserbo che mi sono proposto mi toglie di ri-
ferirle. Taluna tuttavia ho già desunto infra quelle
che son leggibili anche da occhi pudici e riferite al-
trove di quest'opera, come la seguente che suona:
Candida me docuit nigras adisse puellas 2).
coU'arguta risposta che altro bizzarro spirito vi scrisse
di sotto.
Altre si lessero non indecenti del pari, come que-
sta gentile:
NOLANIS FELICITER
STAOIANAS PUGLLAS 3).
1} • Porgi l'acqua fredda, o ragazzo. » Notisi il fridam
per frigidam quanto s' accosti alla nostra parola fredda.
2) • Una bianca in' apprese a odiar le brune. » Vedi
Voi. L Cap. Le Vie, ecc.
3) • Agli uomini di Nola augurano felicità le fanciulle
di Stabia. •
I LUPANARI 277
L'alrio di questa casa è d'ordine toscano, ed ha
UD compluvium di marmo bianco, sovra il quale ve-
dasi ancora il tubo di bronzo da cui versavasi l'ac-
qua piovana.
Il peristilio è per mela recinto da portici sostenuti
da quattro colonne jonicbe ed ha nel fondo una fon-
tana di musaico ben conservato e conchiglie, avente
in mezzo un piedistallo, che un giorno avrà servito
a reggere qualche figura , forse di bronzo. Sotto il
portico è un larario o sacello per gli dei della casa
e vi sta dipinto un serpente che divora una sacra of-
ferta. Da questa casa così poco poetica vennero non-
dimeno tolte alcune non ispregevoli pitture come
Dedalo e Pasife e Arianna abbandonata, che furono
trasportate al Museo di Napoli.
Dalla Via degli Auguslali s' entra per quella tor-
tuosa, però più acconcia ai libertini, denominata del
Lupanare , a cagione di altro lupanare che si scavò
nel 1862 e che prese il nome di nuovo, a differen-
ziarlo dall'altro, del quale ho appena parlato. È quello
medesimo di cui mi son valso non ha guari per de-
scrivere l' interno d'un postribolo romano, perocché
sia forse l'unica località che si presemi con carattere
spiccato e tale da non ammettere una diversa sup-
posizione di destinazione.
Non a tutti i quali visitano la esumata città è dato
di liberamente penetrar nel Lupanare Nuovo: il guar-
diano l'apre agli uomini soltanto. S'entra in una specie
Le Rovine di Pompei. Voi. III. 18
«78 CAPITOLO VIGES15I0PH1M0
di vestibolo o corridojo che non raggiunge due metri di
larghezza, e sei e mezzo di lunghezza, e doveva es-
sere tanto di giorno che di notte rischiarato da lam-
pade, perchè altra luce non vi potesse giungere che
dalla porla d'ingresso, coperta anch'essa dalla coltrina
che già accennai. Le parti di questo corridojo che da
un leggiero fregio rosso son divise a comparti, in mezzo
a' quali stanno ippocampi .e cigni, mette a cinque
cellette, cellce, come le chiama Giovenale, tre a destra
e due a sinistra, sulT uscio delle quali doveva afflg-
gersi il cartello col nome della sciupata che vi stava.
Siffatte cellette maraviglia come fossero tanto anguste,
misurando cioè due metri quadrati di superficie , e
tanto più ciò sorprende in quanto vi sussista ancora
il letto, rialzato dal lato della testa per l'origliere, di
materiale laterizio, sul quale si sarà disteso alcun
materasso, che vi occupa quello spazio per settanta
centimetri.
Superiormente agli usci delle cellette, nel vestibolo
corridojo, stavano, come in ispecchi, delle pitture
oscene e rispondenti per lo appunto al luogo, oltre
le varie iscrizioni graffite del genere stesso, fra cui
quella surriferita di Fosforo che ricorda le proprie
erotiche prodezze.
Le cellette del lato sinistro più irregolari sono po-
veramente arieggiate da alte finestrelle munite di in-
ferriate e respicienti su! Vico del Balcone, nel quale
si u.«civa a comodo degli avventori , che amavano
I LUPANARI 279
per avventura essere meno veduti a procedere di lÃ
e che a cagione d'ingiuria, si dicevano cuculi, parola
codesta eziandio, secondo spiega Erasmo commen-
tando quel verso:
At etiam cubat cucullus: surge, amaior; i domum i),
che si applicava una volta pur a coloro i quali ve-
nissero sorpresi in casa che fosse poco onesta.
Così un tal Vico si denomina del Balcone, da una
specie di mcenianum, che sporgendosi all'infuori del
piano superiore e chiuso, valeva a rendere più grande
lo spazio del piane slesso. LÃ vi dovevano esercitare
il loro traffico infame cortigiane di maggior conside-
razione di quelle rilegate al pian terreno : infatti e le
camerette vi si veggono più del doppio spaziose, né
deturpate, come vedemmo in basso, da oscene pitture
ed iscrizioni.
Argomentasi che questo lupanare sia stato frugato
dopo la catastrofe, perchè non vi si scoprissero che
pochi oggetti , fra' quali , per altro , un bellissimo
candelabro di bronzo , un gran cacabus, conlenente
cipolle e fagiuoli , che dovevan costituire la povera
cena di quelle sciagurate, qui devolute alla venale
prostituzione.
i; Vedi Plauto: Asinaria Alt. V, Scena 2, v. 76 e 84-
Ma dorme ancora il cuculo, o amatore,
Su ti leva e va a casa.
Il cocolo mio, vez7,eguialivo delle amanti vòneziauc, ne sa-
rebbe forse la traduzione e rapplicaztoQi>, senza 1' ì«lea del
disprezzo ?
280 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
Sulla parete di una casa vicina a questo lupanare
si lesse una iscrizione che avveniva della presenza
del luogo infame :
HIC NON EST OTIOSIS LOCVSj DISCEDE VIATOR !).
Negli scavi di questi ultimi due anni , praticati
sempre verso la marina e nella parte occidentale
della città , un altro luogo venne ritenuto siccome
abitazione merelricia alle sue proprie particolarità .
Ma una speciale vi fu riconosciuta in una specie di
podio laterizio a lato dell'ingresso, al quale eviden-
temente assisteva il lenone o la lenona che teneva
il postribolo, per esigere il prezzo della prostituzione
dagli avventori che vi capitavano.
É codesta una particolarità illustrativa del lupa-
nare romano e che però mostra come piuttosto al-
l' ingresso, anzi che all'uscita da esso si dovesse il
detto prezzo pagare.
Altri postriboli si trovarono negli scavi porapejant,
ma ancora più angusti ed ancor meno decenti: anzi
si può credere che quel vico nel quale si è trovato
il lupanare, del quale ho Anito di parlare, non fosse
che una serie continuala di essi, od almeno di ganei»
come del resto fino ai nostri giorni, parve essere la
via Capuana a Napoli. Pur un postribolo era, a mo'
d' esemplo, quel bugigattolo che era dirimpetto alla
t) • Non è questo il luogo agli oziosi: passa olire, o
passeggiero. »
I LUPANARI 381
panalleria che è sull' angolo del Vico Slorlo, e dalla
quale originò il nome della via su cui si apre e però
delta del Fanatico : una oscena pittura che vi si di-
stinse non lascia dubbio sulla sua destinazione.
Tale deve dirsi pure, perchè serba tutti i caratteri
di una cella meretricia, la camera che si apre sola e
senza comunicazione con altre sul Vico del Balcone;
e tali devonsi pur dire quelle treccile, isolate egual-
mente, che si trovano nella Via degli Scheletri prima
di giungere al vicolo d' Eumachia. In vicinanza ad
esse sull'angolo del Vicolo della Maschera, quasi a
loro indicazione, sta una grossa pietra angolare avente
in rilievo una imagine fallica e scrittovi presso il
oome di Dafne.
Che fosse slata cosi spinta la spudoratezza del me-
retricio in Pompei, da mettersene i richiami perflno
agli angoli delle vie, come farebbesi d'una vantag-
giosa ed importante officina T esistenza della quale
importasse grandemente che si conoscesse da tutti?
I costumi dell'epoca imperiale, ornai noti al lettore
che mi ha seguito fin qui, ne danno autorità a cre-
dere per possibile anche questo.
Ma la poca simpatica peregrinazione per questi
volgarissimi luoghi di peccalo parmi m'abbia serrato
le fauci, quasi vi si respiri ancora il pestifero aere
pregno del graveolente puzzo del fumo della lu-
cerna che li schiarava miseramente, onde quella
sozza baldracca che fu Messalina risentiva , allor-
282 CAPITOLO VIGESIMOPRIMO
quando, lasciando la cella, l'abito e il nome di Lici-
sca, reddiva al talamo imperiale :
Obscurisque genis turpis fumoque lucernoe
Fceda, lupanuì'is tulit ad pulvinar odoreni i).
Epperò usciamo all'aperto. Meglio è che affreuiarno
al fine del nostro lungo cammino.
Solo chiuderò il delicato argomento , esternando
uu pensiero, quasi cenno a chi possa meditarvi so-
pra più di proposilo e faj-ne subbietto di studi. Nello
esame delle religioni pagane, vedesi troppo frequen-
temente credenze , riti e sacerdozio degenerare nelle
lubricità della prostituzione , o questa anzi amman-
larsi, a proprio sfogo maggiore, di religione. Il phallus
è emblema sacro che entra ne' misteri di esse , e i
segni itifalllci accompagnano le cerimonie più serie
e solenni. A' sepolcri perfino , intorno al rogo sor-
gono i cipressi e gli scrittori indicandoli come alberi
di dolore e di morte e sacri a Dite, li designano
ben anco come alberi ilifallici: or, perchè ciò?
Gli è forse perchè accanto alia morte sta il mistero
della riproduzione?
La mitologia è presso che tutta costituita di epi-
sodii, di deificazioni di persone e cose, che noi re-
gistriamo nella storia della prostituzione. Il Tonante
1) Cosi del fuoco di so/za lucerna ,
Brutta e incrostala il viso, il tetro odore
Del bordello al guancial recò d' Augusto-
Giovenale, Sai. VI. 130131. Trad. Gargallo.
I Lt'PAN.vni 233
meilesirao non isdegna cenvertirsi in pioggin, in ci-
gno, in toro per isfogare i suoi erotici appetiti : gli
altri numi si modellano su di lui e gli uomini
danno loro adorazione ed incenso : i savli pur dei
nostri tempi pretesero e pretendono ascondere lut-
to ciò reconditi veri ; ed io medesimo in quest'opera
ho toccato di che cosmico significalo sieno slate in-
lese le fatiche di Ercole, di quale non meno pro-
fondo i misteri eliisini e di Iside, e così d'altri
grandi avvenimenti della pagana mitologia.
Che più? Pur nel presente capitolo ho menzionato
personaggi e passi biblici, le azioni de' quali e il cui
senso non appajon migliori degli uomini e delle
cose del paganesimo : e nondiT.eno trovarono reve-
renza e interpretazione diverso da quelli apprez-
zamenti che a prima giunta sembrano provocare.
Tutto poi è superato da quel canto epiialamlco che
è il Cantico de' Cantici , e che malgrado l'aperto
senso letterale e le più carnali immagini che esse
esprimono , pur tuttavia permise che i più timorati
padri del cristianesimo vi trovassero santissime cose
adombrate e condannassero alla riprovazione mag-
giore i profani che osarono, attenendosi al solo va-
lore delle parole, maravigliarsi ch'esso fosse accolto
tra libri santi.
Monsignor Martini, al suo volgarizzamento di que-
sto libro, premise una prefazione tendente a rile-
vare la sublimità di esso , e dopo avere invocata
r autorità di gravissimi scrittori e santi , così si
284 CAPITOLO VIGESIMO PRIMO
esprime » Per le quali cose non sia meraviglia se
lo Spirito Santo volendo alcuni secoli avanti non
di passaggio, ma specificatamente, e pienamente an-
nunziare e predire , e quasi direi dipingere questa
divinissima unione del Verbo colla umana natura,
e colla Chiesa , e gli effetti di essa ; se essendo an-
nunziare a tutti i venturi tempi l'altissima caritÃ
dello stesso Verbo , verso quel mistico corpo , il
quale dovea da lui aver l' essere e il nome , ordinò
e dispose che in questo Cantico con bella continuata
allegoria, e con immagini prese dalle nozze terrene
dipinto fosse questo mistero, perocché avvenimento
si nuovo, e sopra ogni umana espettazione conveniva
(come osservò S. Agostino) che in molte guise fosse
annunzialo , affinchè ora repentinamente si effet-
tuasse , non cagionasse negli uomini stordimento e
terrore , ma si aspettasse con fede , e con fede e
amore si abbracciasse quando fosse eseguito. In
Psal. CIX. »
Se così è , r argomento che ho svolto in questo
capitolo doveva richiamare, a petto degli altri, mag-
giore estensione di trattazione da parte mia , né
credo aver detto tutto; come penso abbia ad essere
veramente materia di più profondo studio , come
ebbi a dire più sopra , per la ricerca di que' veri
che si nascondono
Sotto 11 velame deli! versi stran i.
CAPITOLO XXII.
Lia \ÃŒSk delle Tombe.
Estremi offlcii ai morenti — La Morte — Conclamatio — Cre-
deaze intorno all' anima ed alla morte — Gli Ellsii e il
Tartaro — Cullo del morti e sua antichità — Gli Del Mani
— Denunzia di decesso — Tempio della Dea Libitina — II
libitinario — Pollinetores — La toaletta del morto — Il
trlente in bocca — Il cipresso funerale e suo significato —
Le imagini degli Dei velate — Esposizione del cadavere —
11 certiQcato di buona condotta — Convocazione al fane-
rale — Exeguia , Funus , puhlicum , indictivuniy tacitum,
genlilitium — Il morioro: i silicini, i tubicini, le prefiche,
la nenia; Pialrices, Saga, Expiatrices, Simpulatrices, i Popi
e i Vittimar!, le insegne onorinche, le imagini de' maggiori,
i mimi e l'arcliimìmo, ticinnia, amici e parenti, la lettiga
funebre I clienti , gli schiavi e i familiari — La rhtda —
L' orazione funebre — Origine di essa — Il rogo — Il JJu-
tluni — L'ultimo bacio e l'uliimo vale — Il fuoco alla pira
— JUiinera — L' invocazione ai venti — Legati di banchetti
annuali e di beneficenza — Decurtio — Le libazioni — 1
bnsluari — Ludi gladialorii — La uitrina — Il sepolcro co-
mune — V epicedion — Otsiieijiunt — L'urna — Suffitio
— Il congedo — Monimtntum — Vasi laorimatorj — Fori
nelle tombe — Cremazione — I bambini i- I colpiti dal fuN
mine — Subgrundarium — SiUctrnium — Vttceratio — No-
vemdialia — Denicales feria — Funerali de' poveri — San-
dopila — Puticuli — Purificazione della casa — Lutto,
publico e privalo — Giuromenio — Commemorazioni funebri,
Feste Parentali, Ftralia, Lemuralia, Inftria — 1 sepolcri —
285 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
Località — Eccezioni e privilegi — Sepolcri «elle ville —
Seputcrutn familiare — Sepulcrum comune — Sepolcro ere-
ditario — CenolaOi — Columellce o cippi, mensw, labro,
ance — Campo Sesterzio in Roma — La formula Tacilo no'
mine — Prescrizioni pe' sepolcri — Are pei sagrlDzj — Leggi
mortuarie e intorno alle tombe — Punizioni de' profanatori
di esse — Via delle tombe in Pompei — Tombe di M. Cer-
rinio e di A. Vejo — Emiciclo di Mammla — Cippi di M.
Porcio, Venerio Epafrodito, Istacidia, Islacidio Campano, Me-
lisseo Apro e Islacidio Menoico — Giardino delle colonne in
musaico — Tombe delle Ghirlande — Albergo e scuderia —
Sepolcro dalle porte di marmo — Sepolcreto della famiglia
Istacidia — Misura del piede romano — La tonibn di Nevo-
leja Tiche e di Munazio Fausto — Urna di Munazio Atìmeto
— Blausoleo dei due Libella — Il dccurionaio iu Pompei —
Cenolafìo di Cejo eLabeone — Cinque scheletri — Columeile —
■A Iceio Comune — A Salvio fanciullo — A Velasio Grato —
Camera sepolcrale di Cn. Vibrio Saturnino — Sepolcreto della
famiglia Arria — Sepolture fuori la porta Nolana — Deduzioni.
Abbiamo, o paziente leltore, assistilo insieme alla
vila, anzi alla vita più rigogliosa del mondo romano,
interrogando piìi spesso gli scavi e i monumenti
porapejani: ora, percorso quanto fu disumato della
infelice città , visitiamo 1' ultima parte che ci siam
di essa riserbata , la Via delle Tombe che faceva
parte del Pagus Augustus Felix, e quindi tocchiamo
di tutto quanto riguarda la morte, le pompe fu-
nebri, cioè, i sepolcri ed i riti. Non sarà certo privo
d'interesse rargomento, so l'esempio antico ramme-
moralo a' presemi da Foscolo nel suo carme immor-
tale de' Sepolcri, potè condurre la generazione attuale
egoista a più onesta e dicevole religione e venerazione
delle tombe.
LA VIA DELLE TOMBE 2ì7
Prima però che (nettiamo il piede nel porapejano
sobborgo, domandiamo a' libri anlich: le costumanze
che precedevano la tumulazione: la visita a' sepolcri
non sarà che il complemento del nostro tema. E
avanti tutto, ricostruendo colla nostra fantasia sui
ruderi d' una di queste case l' intero edlQcio e ani-
mandolo de' suoi antichi abitatori , conduciamoci al
cnbiculum, dove sul ricchissimo letto giace il pater
familias in preda a morbo letale.
Sul monopodtum marmoreo , o tavola di un sol
piede, di cui gli scavi offersero un esemplare, stanno
1 vasi e le ampolle del seplamrius, o farmacista e che
il medico ha prescritte-, ma l'aspetto dei congiunti
accusa che poco oramai si attenda da que' farmachi
studiali.
Quando il medico o la natura avvertivano final-
mente che air infermo più non restava speranza di
vita, e che era prossimo al suo estremo fato, la fa-
miglia e i parenti di lui gli si raccoglievano intorno
al letto, come se si trattasse di dar l'ultimo saluto
a chi fosse per partire per un lungo viaggio. Era
infatti per il viaggio che non aveva ritorno. Essi
iscongiuravano altresì la morte ed impetravano da
Mercurio la grazia che volesse servire di guida al-
l'anima che stava per entrare nella regione de' morti.
E quando l'agonia pareva incominciata, si aveva cura
di chiudergli gli occhi, acciò non fosse egli contristato
dallo spettacolo che precede la morte, o perchè meno
CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
formidabile gliene apparissero le dimostrazioni. Il
tiglio, il pili prossimo parente , dandogli 1' ultimo
bacio, ne raccoglieva 1' estremo sospiro , e tale era
un conforto che auguravansi le madri di ciò fare coi
loro figli, giusto quanto Cicerone afiferraa: Matresque
miserce nihil orabant nisi ut filiorum exlremum spiritum
excipere sibi liceret 1). Né altrimenti era in Grecia fin
da più remoti tempi e ce ne persuade Omero nel-
l'Odissea, dove Agamennone si lagna di Clitennestra :
. ... al marito ,
Cbe fra l'ombre scendea, non chiuse il ciglio
E non compose colle dita il labbro 2):
e Virgilio attesta dell' uso recato in Italia , quando
mette sulla bocca della madre d'Eurialo il lamento:
.... nec te , tua funera , mater,
Produxi , pressive oculos ... 3)
uso continuatosi sempre dipoi; onde Lucano nella
Fharsalia disse pure:
.... tacilo tantum petit oscula vultu ,
Invitalque patris claudenda ad lumina dextram 4).
Reso il quale, per tre volte, a distinti intervalli,
si chiamava ad alta voce il morto, ciò che dicevasi
1) «E le misere madri di null'altro più pregavano se non che
fosse loro concesso di raccogliere l'estremo sospiro d«^'flgli. •
2) Trad di Paolo Maspero.
3) /Eneid. Lib. IX. 486. 487:
Ed io tua madre,
Io cui l'esequie eran dovute, e '1 duolo
D' un cotal llglio, non t' ho chiusi gli occhi.
4) Lib. Ili, V. 539-5Ì0.
Sol col tacito volto invoca i baci
E del padre la man cbe i rai gli chiuda-
LA TIA DELLE TOMBE S89
conclamano; e conclamatum est, signiflcava adunque
che una cosa più non esisteva.
Ma per apprezzare convenientemente questa ceri-
moDia e le numerose altre che praiicavansi in occa-
sione di morte presso i Romani, gioverà vedere dap-
prima quali fossero presso di essi le credenze sull'a*
nima e sulla morte.
E mi affretto a mettere in sodo come il non omnis
moriar non fosse già un principio suggerito al poeta
dalla coscienza della immortalità delle sue conce^
zioni inlelleltuali, sibbene la radicata credenza cba
si aveva in una seconda vita, dopo questa terrena.
Non fu quindi il portato d' una dottrina specula-
tiva fitosoGca qualunque, ma fu veramente una
credenza questa di lunga mano anteriore all' alma-
naccar de' filosofi, anzi precorritrice d'assai alla loro
esistenza; di modo che la morte venisse considerata
come una semplice mutazione della vita.
Dove poi versasse questa seconda esistenza al di
là della tomba, variò la credenza.
Secondo le più antiche opinioni de' Greci e degli
Italioti , che per lo più divisero costumi e credenze
insieme, come veramente usciti d'un solo ceppo, per
testimonianza di Cicerone : sub terra censebanl reli-
quam vitam agi mertuorum 1), ed anzi pensavano re-
1) • AfTormavano passarsi sotto terra l'altra vita dei
morti. • Tuscul. », <6.
ito CAPITOLO VtGESlMOSECONDO
Stasse l'anima tuttavia consociata al corpo; onde così
spiegar ci possiamo l'espression di Virgilio ne' fune-
rali di Polidoro:
animamque sepulcro
Condimus, et magna supremutn voce ciemus i).
E l' iscrizione che apponevasi al sepolcro diceva
infatti: hic jacet, qui giace, qui posa il tale, non giÃ
solo la spoglia del tale, dicitura che, malgrado le
ben diverse credenze, pur a' di nostri è pervenuta
e r usiamo pure nei nostri ipogei. Era pertanto ra-
gione che si curasse allora di chiudere nel sepolcro
dallato al cadavere gli oggetti di cui reputavasi po-
tesse sentire necessità e si spargesse al di sopra
vino, latte e miele e si immolassero vittime, come
vedremo più avanti, allo scopo di soddisfargliene la
fame e la sete, ed anche a quello che, avesse il de-
funto a valersi nella tomba di quel che sulla terra
godeva.
Dopo ciò, non è più lecito credere che negli spi-
riti delle popolazioni greco-italiche avesse potuto
attecchire l'idea della metempsicosi, ossia della tras-
1) .... e con supremi
Richiami amaramente al suo sepolcro
Rivocammo di lui l'anima errante.
/Eneid. Lib. Ili, 67 G8. Tr. Ann. Caro.
L' espression di Virgilio animam sepulcro condimus ,
resa lelleralmenle, appoggia meglio la credenza da noi ri-
ferita, ed io però tradurrei:
L' anima sua chiudemmo entro il sepolcro.
LA VIA DELLE TO»BE 291
migrazione dell'anima da un corpo all'aliro. Né di
meglio credevasi che l'anima, lasciando il corpo, vo-
lasse al cielo; perocché cotale credenza non trovò
seguaci che assai più lardi , tutf al più reputandosi
che il soggiorno celeste convenisse, come straordi-
naria ricompensa a certi eroi, o benefattori della
umanità .
Le più antiche generazioni credevano adunque uni-
camente che l'anima non si separasse dal corpo, che
rimanesse fissa a quella parte di suolo , dove erano
sepolte le sue ossa; che non dovesse rendere conto
alcuno di sua vita anteriore , che non avesse ad at-
tendere né ricompensa, né punizione.
Comunque più innanzi s' allargasse la fede e si
credesse nel Tartaro e ne' Campi Elisi, come luoghi
di punizione il primo e di premio i secondi per i
fatti della vita terrena, i riti funerarii che mi faccio
ora ad esporre risentirono sempre delle primitive cre-
denze, le quali sebbene ci possano sembrare viete
e perfino ridicole, secondo giustamenle osserva Fustel
de Coulanges , hanno tuttavia esercitato l' impero
sull'uomo durante gran numero di generazioni : esse
hanno governato le anime, rette le società , e la più
parte perfino delle istituzioni domestiche e sociali
degli antichi sono provenute da questa sorgente i).
i) La Cile Antique, Cap. i.
292 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
Ma ho ricordato ora gli Elisii e il Tartaro: debbo
darne alcuna nozione, perchè, come dissi, la credenza
in essi divenne poi generale e costituì il raislero pa-
gano d'oltretomba.
Secondo i Greci , i Campi Elisi o l' Elisio era la
quarta divisione dell' inferno-, secondo i Romani in-
vece era la settima.
Vi regnava, per quanto ne testimoniò Pindaro ne'suoi
inni immortali, eterna la primavera, vi alitavano ze-
firi profumali, vi sfolgoravano sole e astri perpetua-
mente, vi crescevano fiori e frutta, v' era bandita la
vecchiaia, ignoti i mali, senza fine la vita e l'onda
di Lete , che tutt' all'" intorno circondava quel beato
soggiorno, procurava l'obblio delle dolorose memo-
rie del passato. Lo stesso Pindaro ne fa re dell'Eliso
Saturno : altri lo volle retto dalle leggi di Radamanto.
Diverse pure le opinioni sulla località di esso : Omero
ed Esiodo lo collocarono nel centro della terra e sulle
rive dell'Oceano.
L'inferno, o Tartaro, era pei Greci un luogo sot-
terraneo, ove scendevano le anime dopo la morte per
esservi giudicale da Minosse, Eaco e lUdamanto, e
Plutone vi regnava sovrano. Aveva vari spartimenti :
l'Èrebo ove slava il palazzo della Notte, quello dei
Sonno e dei Sogni , il soggiorno di Cerbero , cane
ringhioso dalle Ire gole, delle Furie e della Morie;
r inferno delle anime prave punite ni 1 fuoco o nel
ghiaccio i il Tartaro propriamente detto, dove i nuovi
LA VIA DELLE T >MBE 295
Numi avevano precipitato gli amichi, i Ciclopi, i gi-
ganti e i titani.
I Romani lo dividevano in sette scoroparti: nei
primo soggiornano i bambini; nel secondo gli in-
nocenti stati condannati a morte; nel terzo i suicìdi;
nel quarto gli amami spergiuri o sfortunati; nel
quinto gli eroi che si macchiarono di crudeltà ; nel
sesto, detto più propriamente il Tartaro, stavano i
martiri; nel settimo i Campi Elisii che già vedemmo
essere luogo di riposo e di bealiiudine pei giusti.
Facile è qui constatare come la dottrina pur del
Cristianesimo ammettesse suppergiù, con quasi iden-
tità di nome e di destinazione, la credenza dell'E-
liso e dell' Inferno, e il Catiolicesimo vi aggiungesse
un terzo luogo di depurazione , cioè il Purgatorio ,
ammettendo in certo qual modo una tal qual legge
di progresso , secondo anche la dottrina spiritica
moderna, che cioè permettesse alle anime non al tutto
superiori ed elette di espiare le colpe non gravi ,
prima d'essere ammesse nella sede dei santi.
É poi curioso osservare da ultimo, intorno a tale
argomento, come 1 tre più grandi poeti dell'Umanità ,
Omero, Virgilio e Dame, l'abbiano consacrato nelle loro
• immortali epopee: perocché il primo, nel canto unde-
cimo dell'Odissea, guidasse Ulisse ne' luoghi inferni
a trovarvi i campioni della guerra trojana : il secondo
vi conducesse, nel canto sesto dell'infide, il suo eroe,
dove appunto divise tulli quegli scompartimenti che
/.r «orine di prmpfi. Vnl. HI. 19
-.94 CAPITOLO VlfiF.SlMOSECONDO
ho più sopra accennali , cosi lasciandovi memoria
di tulle le amiche delirine circa il soggello; e l'Ali-
ghieri poi, della credenza dell'Inferno, del Purgatorio
e del Paradiso, cosiituisse anzi luna la macchina della
sua Divina Commedia, nella quale agli scomparii pa-
gani sosliluisce di suo capo le bolge ed i gironi, dove
pure colloca , secondo il maggiore o minor merito ,
la maggiore o minore pravità , gli spiriti de'suoi per-
sonaggi, tra' quali con nova fantasia vede taluni degli
uomini del suo tempo ancor viventi.
I morti poi ebbero sempre tra' Romani una reli-
gione: il culto che loro si prestava divenne anzi cosi
obbligatorio, che nelle XII Tavole i relativi diritti
degli Dei Mani, — che con questo nome chiamavano
generalmente i morii, — vennero positivamente san-
citi, secondo il lesto conservalo di questa particolare
legge da Cicerone: Deorum Maniiim jura sancta sunto;
hos leto datos divos habento: sumptum in illos, luctum-
que minunto 1). Il medesimo Cicerone, nel Libro De
Legibus, rammenlù come fosse stato volere de' mag-
giori che gli uomini che avevano lasciato questa vita,
fossero annoverali tra gli Dei 2).
L'uomo eh' era stato del suo vivente tristo, morto
1) • 1 (linlti degli Dei Mani soao santi; (lut'sli dalioi da
morie abbiansi coqìg numi e si ouorino di spesj e di lutto. •
2) Lib. II, 22.
LA VIA DELLE TOMBE -29!S
era egualmente un dio: solo serbava nella seconda
vita le malvagie tendenze della prima.
Se non che Apulejo lasciò detto che quando i
Mani fossero malevoli, si dovessero chiamare larvce, e
quando benevoli, lares; perocché infatti Manes, Genii e
Lares si dicessero promiscuamente. Udiam lui stesso :
Manes animoe dicuntur melioris meriti, quce in corpore
nostro Genii dicuntur; corpori renuntiantes , Lemures;
cum domos incursionibus infestarent, Larvce; cantra ei
faventes essent, Lares familiares 1).
Questa religione de' morti , scrive il dotto Fusiel ,
che ho già citato, sembra essere stata la più antica
in questa razza d'uomini. Prima di concepire e d'a-
dorare Indra o Zeus, l'uomo adorò i morii: ebbe paura
di essi e indirizzò loro preghiere. Sembra cosi che il
sentimento religioso abbia di là avuto la sua origine.
È forse alla vista delia morte che 1' uomo ebbe per
la prima volta l'idea del soprannaturale e che volte
sperare al di là di quel che vedeva. La morte fu ii
primo mistero: ella mise l'uomo sulla via degli altri
misteri: essa sollevò il suo pensiero dal visibile al-
l'invisibile, dal passaggiero all'eterno, dall'umano al
divino.
1/ • Le anime di virtù maggiore si chiamano Mani,
quelle che son nel nostro corpo dìconsi Genii ; fuori di esso,
Lemuri; se infestano colle loro scorrerie le case, Larve;
ina se pel contrario ci soo favorevoli , si chiamano Lun
lamigiiari. > De Dea Socraiis.
â– ^<jij Capitolo vigesimoseco.ndo
Pur Ugo Foscolo ne' suoi Sepolcri fé' rimoniare il
callo de' moni allo istituirsi del contratto sociale :
Dal dì che nozze, tribunali ed are
Diero alle umane belve esser pietose
Di sé stesse e d'altrui, toglieano i vivi
All'etere maligno ed alle fere
I miserandi avanzi che Natura
Con vece eterna a sensi altri destina 1).
Era forse anche per questo cullo che gli Dei Mani si
chiamassero Dii patrii ed anche Dii sacri, come si
veggono cosi indicali sovra alcuni monumenti. — Più
avanti toccherò di feste ed onoranze istituite per gli
Dei Mani.
Come facciamo oggidì che denunziamo al Muni-
cipio r avvenimento d' una morte, e trattiamo della»,
spesa de' funerali, allora veniva denuncialo il decesso
al tempio delia dea Libilina, istituito da Numa, nel
quale si custodivano tutti gli apparati ed addobbi
richiesti per mettere in ordine un funerale e quivi
col libilinario, o intraprenditore delle pompe funebri^
convenivasi sull'indole di quella che ricercavasl e
sulla spesa.
11 libilinario spacciava alla casa del morto i sjoi-
schiavi, detti pollinctores, dal polline, dice Servio, o
fìor di farina onde lievemente spargevasi la faccia
del defunto, dopo che il corpo fosse stato dalie donne
LA VIA DELLE TOMBE
Loa acqua calda lavalo. — Tale costume di prepa-
rare, imbiancandolo, il viso agli estinti si conserva
tuttavia in Ruraenia , dove io portarono i Romani
antichi , che vi lasciarono indelebili tracce di loro
isoggiorno e colonizzazione in altre molte consuetu-
dini, nel linguaggio e perfino nella denominazione
del paese, che fino a' dì nostri vanta con noi co-
mune le origini. — Quindi i medesimi poUinctores
i'ungevano e imbalsamavano con appositi aromi:
. . . corpusque lavant frìgentis et ungunt i).
Ciò eseguilo, lo si rivestiva dell'abito ch'era so-
lito portar vivo, colle insegne che s'era meritato.
Go5Ì il semplice cittadino d' una toga bianca, il ma-
gistrato della prelesta, i censori della porpora; d'una
semplice tonaca invece gli abitanti della campagna
e i plebei. Gli si poneva in bocca un triente , cioè
la terza parte di un' asse , la moneta di rame corri-
spondente a due centesimi di lira italiana con cui
intendevasi pagare Caronte,
Il noccbier della livida palude ,
pel tragitto di essa, pur descritto nella Cantica del-
l' /n/(?rno da Dante, e come il rammenta Giovenale ;
«; Virgilio, Lib. VI, v. «19:
.... intorno al freddo corpo intonti
Chi lo spogliòi cLi lo lavò, chi l'unse.
Trad. Ano. Caro.
CAPITOLO Vir.ESIJIOSECONDO
.... at ille
3am sedei in ripa, lelrumqve novicius horret
Porthmea, nec sperai aenosi gurgitis alnum
lìifelix, nec habct quem porrigat ore trientem i).
Le leggi delle XII Tavole vietando di seppellire
l'oro nelle tombe, — osserva giustamente quel dolio
scrittore e orientalista che è il prof. Angelo De-Gu-
beniaiis , confermano soltanto la esistenza dell' uso
ueir antica Roma 2).
Coronandogli di Qori la testa, lo si deponeva su d'un
alio Ietto, d' avorio, se ricco, e coperto di preziose
siofri , nel vestibolo , co' piedi rivolti verso l' uscita
di casa, quasi ad indicarne la partenza. Persio cosi
ricorda sommariamente nella .satira III queste fune-
rali cerimonie:
1) Salirà III. v. 26Ì-267 :
.... la buon' anima.
Glie già siede novir-ia in riva a Lete,
Trema del t<'tro barcHJtiol, né spera
Varcar su la sua barca il morto stagno;
Miseri né il può senza il triente in bocca.
Tr. Garualio.
2) Storia Popolare degli Usi Funebri Indo-Europei. Mi-
lano, Fratelli Treves, 1873, pag. 49. — Perchè alla vera dot-
trina è sempre gentilezza d'animo congiunta, Tiliustre scrit-
tore mi voile onoralo del dono di questa sua opera, che mi
tengo cara e delia quale pubblicamente il ringrazio. E come
no, se a* di nostri solo compenso a chi si pasce di studio sono
la noncuranza o la calunnia f 0;;gi è vezzo di portar la po-
litica anche ne' giudizi lellerarii, e chi non s'imbranca coi
gerofanli della politica è punito colia cospirazione del silenzio.
LA VIA DELLE TOMBE 299
Hinc tuba, candelcB ; tandemque beatulus aito
Compositus alto ledo, crassisque lulalus amomis.
In portam rigidos calces exlendit i).
Quesl' uso di collocare i cadaveri che si dovevano
trasportare, co' piedi vòlti all' uscita della casa, nota
a questo passo Vincenzo Monti , era antichissimo.
Omero ne fa menzione nel XIX canto ibWIliade, ove
Achille addolorato per l'estinto amico (Patroclo), cosi
parla :
D' acuto acciar trafitto egli mi giace
Nella tenda co' pie vòlti all' uscita.
Davanti la porta si piantava il funerale cipresso ,
l'albero consacrato a Plutone , perocché esso una
volta taglialo più non ripulluli , secondo lasciò ri-
cordato Plinio il vecchio. La presenza del cipresso
era indizio di lutto patrizio, come avvertì Lucano
nel seguente verso:
El non tjlebejos ludus testala cupressus 2).
1) Satira III, v. i03-10o:
Quindi le tube e le funeree erre.
Sleso e bealo aifin nel cata!..lio ,
E d'aromi inzuppato, irrigiditi
Sluoga vèr l' uscio i pie . • .
Tr Vinc. Monti.
2) • Di lutti non plebei teste il cipresso.
Pharsal. III. 442.
Spiacquemi non u.^ar qui della versione notissima del
conte F. Cassi, pprc he in questo passo «i cavò d' impìccio,
col dire seiuplicemen'e i funebri cipressi
300 i.vPlTOLO Vir.ESlMOSECONDO
Di tal guisa restava avvertito il pontefice di tenersi
lontano da quella casa, da cui sarebbe stato poUuto;
cosi evitava nla coloro che disponevansi a compiere
alcun sagriflcio, perocché quell'impuro contatto non
avrebbe piij loro concesso d'accostarsi agli altari.
Cosi all'eguale intento, e per lutto il tempo che du-
ravano le funebri cerimonie , si solevano velare le
immagini degli Dei.
Per sette giorni lasciavasi esposto il cadavere, ac-
ciò si avesse tutto l' agio di riprendere i sensi dove
un letargo avesse simulato la morte, e vegliava a
studio di esso uno schiavo della casa e durante un
tal tempo facevansi da que' delia famiglia le mag-
giori dimostrazioni di dolore:
. . . it clamor ad alta
Atria ; concussam baccfialur fama per urbem ;
Lamentio, gemiliique et foemineo ululatu
Tecla fremunt; resonat inagnis plangoribus aether i)
L'ottavo giorno un pubblico banditore, percorrendo
le vie principali adiacenti alla casa mortuaria, con-
i) Virgilio, ^neid. Lib IV. v 663 668:
.... In pianti , in ululati
Di donne in un momento si converse
La reggia tutta, e insitio al eie! n' andaro
Voci alte e fioclie, e suoti di man eoa elle.
Tr. A. C^ro.
LA VIA DELLE ToMBE 30l
vocava il popolo per celebrare i funerali. Terenzio
ci lasciò nelle sue commedie rammentata la formula
di tale convocazione :
Quirites extequias... quibus est eommodum ire jam tem-
pus est i).
Siccome poi, giusta quanto superiormente dissi, le
anime delle persone buone si consideravano ricevute
nel novero degli Dei benefici, comunque d'ordine
inferiore; cosi ci restò qualche documento che prova
come si ponesse nel feretro , presso il cadavere , un
attestato di buona condotta, rilasciato dal Ponte-
fice , perchè fosse agevolato il compito de' giudici
eterni. Bannier ne riferisce un esempio in quello che
fu posto accanto ad un cadavere dal Pontefice Sesto
Anicio, eh' io pur trascrivo, acciò si conosca anche
di questo curioso documento la formula. Eccolo: Ego
Sexius Ànicius Pontifex testar hunc honeste vixisse:
Manes ejus inveniant requiem 2).
Funus dicevasi il funerale, a cagione che negli
il • . . . Quiriti, a cui fa commodo
D'assistere alle esequie, è questa l'ora.
Phorm. 5. 8. 37.
Ecco per altro la formala più completa della convoca-
zione al funerale : exequias... (e . o . lccii. lucii. riiu)
quibus est comodum ire, tempus est: ollus.(ille) ex cedibu'
effertur.
il • Io Snsto Anicio Ponteflue attesto avere costui one-
.•^uimeute vissuto. •
Bannier, Spiegazione deVe favole.
SO-2 CAPITOLO VIGESIJIOSFXONUU
antichi tempi i romani seppellissero di no^e al lume
di candele, o torcie, che si formavano di funi rilorie,
fuìialia , intrise di pece , portale dai piagnoni. Nasi
fu che più tardi che l' uso di seppellire di polle, si
restrinse alle classi più povere, le quali non pote-
vano sostener la spesa di splendide esequie.
Ed oltre di lai distinzione, diverse altre erano le
specie di funerali. Publicwn era quel furierale che
.^i faceva a spesa dello Stato, come in qu,esi'anno in
cui scrivo (1873, 29 maggio), Milano praticò a ri-
guardo di Alessandro Manzoni, morto il 22 dello
stesso mese e riusci così imponente e pomposo da^
potersi dire per lo appunto quel che Plinio scrisstf
a Romano del funerale publico di Virginio Rufo, il
qu^le, se, non come Manzoni ebbe a vivere ottantotto
anni, ne visse nondimeno ottantaire, compiuti in una
beatissima quiete e in non minore venerazione, che
stato console per tre volte , arriyò all' apice degli
onori privati e sopravvivendo treni' anni alla sua
gloria, lesse versi, lesse storie, scritti in suo onore
e conversò in certa guisa co' posteri : Post aliquot
annos insigne, atque etiam memorabile populi romani
oculis spectaculum exhibuil publicum funm Virginii
Bufi maximi et clarissimi civis , perinde felicis 1). Il
1) • Da qualche anno in qua non si ofTcrse altro sguardo
del popolo romano una pompa così solenne e memorabile,
come i publici funerali di Virginio Rufo, non meno egregio
ed illustre, che fortunato cittadino. >
Lib. II. epist. 1, Tr. Paravia-
LA VU DELLE TOMBE 503
Paravia in nota a questa lettera di Plinio , affermò
chiamarsi anche censoria questi publici funerali , ri-
mettendo circa alle cerimonie, ai lusso ed anche alla
stravaganza di queste funebri solennità alle antichitÃ
nomane di Adam (voi. Ili e IV) che ne fece la de-
scrizione. Ma il funerale publico, fallo a spesa dello
Stato, che in quest'anno medesimo rimase più me-
morabile ancora, fu quello che si celebrò in Roma
nel 7 giugno l*i73, per Urbano Rattazz", il piiì emi-
nente uomo di Stato che aveva l'Italia, stalo sei volte
ministro di re Vittorio Emanuele , morto il 5 dello
stesso mese in Prosinone, e il cui nome, come quello
di carissimo e venerato amico, io rammenterò nelle
lagrime Anche vita mi rimarrà . Non fu pompa solo
ufSciale, ma, come fu egregiamente detto, fu vero
plebiscito: poiché tutte le città vi partecipassero nel
lutto, e con essa i principi reali, i piìi alti dignitari,
senatori e deputati, illustri stranieri e d'ogni ordine
cittadini. Splendidissimi del pari poi, ed a spesa del
Municipio, Alessandria sua patria gli rinnovò l'undici
l^iugno successivo, quando essa ebbe il cadavere che
reclamò e che venendo da Roma ebbe lungo il
viaggio le ovazioni delle popolazioni in mezzo
alle quali passava.
Funus indictivum appellavasi quel grande funerale
in cui veniva invitato il popolo a' ludi gladiatorii
ed alle militari rassegne, che si offerivano ad ono-
ranza di illustre defunto; mentre tacitum o translad-
5;4 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
tium dicevasi il funerale comune ed ordinario senza
veruna ostentazione di potenza. Funus gentilitium era
poi quello nel quale si recavano in processione le
imagini de' maggiori della medesima prosapia, gens.
Fatta dal banditore l' ultima conclamazione, il desi-
gnator, o maestro della funebre cerimonia, assistito
da' suoi littori , o da un suo accolito , accensus , or-
dinava che la processione si incamminasse per tra-
sferire il cadavere all'ultima dimora, tutti recando,
comunque fosse di giorno, torcie accese nelle mani,
in memoria dell'antico costume. Apriva la marcia
una banda di musicanti , sHicines , che suonavano
la tibia longa, o flauto funebre, accompagnando con
essa un canto lugubre in lode del trapassato, come
ci spiegò Novio Marcello: SHicines dicli sunt qui fu-
neratos et sepultos canere soliti erant causa honoris
cantus lamentabiles 1).
Il mortoro de' grandi e delle persone attempate,
quando il publico era slato convocato, veniva accom-
pagnato da trombettieri, tubicines , i quali annuncia-
vano che il defunto non era stalo tolto di vita dal
ferro o dal veleno.
Dietro i musici venivano le prefiche, proeficce,
schiave del libilinario incaricate di fare il piagnisteo;
4) • Detti furono siticini coloro clie solevano cantare
Cìnti lamentevoli a titolo d'onore, quando a taluno si
facevano i funerali e recavansi a seppellire- •
LA VU IJELLE TOMBE S05
ed esse, mediante pagamento, percuotevansi il petto ,
mandavano grida strazianti e strappavansi i capelli,
ostentando un dolore fierissimo che erano ben lungi
dal sentire. Così Lucilio nelle satire ci descrive la
loro simulata desolazione :
Mercede quce
ConduclcB flent alieno in funere proeficcE
Multo, et eapillos scindunt et clamant magis i)
L'uso delle prefiche, comune a quasi tutte le nazioni,
si protrasse tardissimo anche fra noi. Nella diocesi
di Milano vennero proibite dall'Arcivescovo S. Carlo
Borromeo. — E celebravano esse talvolta le lodi del
defunto col canto, ncenia, e tal altra recitando passi
de' poeti più rinomati che avessero qualche analo-
gia colla circostanza. Erano cosi insinceri siiTatti
canti laudativi, che passò di poi ncenia per sinonimo
di nugce , ossia bagatelle od inezie. Il nostro Porta ,
l'insuperabile poeta del nostro vernacolo, disse alla sua
volta bosard come on cartell de mort, bugiardo come
un cartellone da morto , o , come potrebbesi anche
dire , al pari di un epitaffio. Guasco ricorda che
dietro le prefiche venissero altre donne: Piatrices^
Sagce, Expiatrices, Simpulatrices, ed erano sacerdotesse
che presiedevano a' sacrifici impetratorj per ottenere
Le prefiche che seguano pagate
Nell'altrui funeral e piangon molto
E si strappano i crioi e ancor piii forti
Alzao clamori'
306 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
l' ingresso d«l defunto negli abissi , ed espiaiorj per
purgarsi dai peccali 1).
Seguivano i Popi e i Victimarii: ufficio dei primi
era di abbattere gli animali più diletti al defunto
padrone, come cavalli, cani, ed uccidere uccelli alla
pira funebre : dei secondi di predisporre gli arredi
necessarii all' uopo. Essi apparivano nudi fino alla
cintura.
Poi quelli che portavano le insegne onorifiche del
morto, come le spoglie prese al nemico, i distintivi
ed i premii conseguiti dal suo coraggio, ogni cosa
però capovolta a dimostrazione di lutto. Porlavaiisi
pure le imagini degli avi illustri disposte per ordine
cronologico su' carri, pilenta, le insegne delle ma-
gistrature e delle dignità coperte da essi, e siffatto
privilegio spettava pure alle donne ne' loro funerali,
dove avessero avuto negli antenati loro taluno che
avesse sostenuto una magistratura curule.
Teneva dietro a tutto ciò una schiera di mimi e
ì'archimimus o capo di essi. I primi ballavano danze
grottesche al suon de' crotali , le quali danze chia-
mavansi sicinnia , i cui salti regolavansi in misura
co' piedi dattili dell' anopw/o, metro simile a un di-
presso al quinario nostro e del quale eccone esempio
tolto a Seneca il tragico:
«) Riti funebri di Roma- Lucca. 1758.
LA VIA DELLK T0>1BE 30-
Fundile fletus ,
Edite planctus,
Fingile luctus,
Resonet Cristi
Clamore forum, ree i)-
Il secondo, imitava coli' incesso e co' gesii il costume,
i modi più spiccali e la persona del defunto , come
viene attestato dallo storico de' Cesari, Svetonio 2).
"Venivano ultimi i parenti e gli amici, spogliate le
dita d'anelli e colla barba intonsa, vestiti tutti della
penula oscura, abito di rigore nelle funerali pompe,
nelle quali non era permesso portare la toga e com-
prendevasi essa fra i vestimenta clausa. I figliuoli in-
cedevano colla testa coperta, le figlie invece a capo
scoperto: queste poi, la madre e la moglie senza orna-
mento, colle chiome disciolte ed In nere gramaglie.
Le donne solevano mostrare un vivo dolore, stra-
ziandosi il seno liUdo ed il volto, tanto da spicciarne
il sangue, e invocando l'amato defunto ad alla voce,
come Properzio desiderava avesse a fare per lui la
bella Cinzia:
«» Spargete lagrime.
Querele alzate,
Lutto e gramagiit?
Or simulate ,
Del triste coro
Echeggi il Foro.
2) In Vc^fxwiia/n.rìi, 19.
3l8 CAPITOLO VIGESIMOSECO.>DO
Tic vero nudim pectus lacerata sequeris.
Nec fueris nomen lassa vacare meum i)
e ciò non a vana dimostrazione di duolo, ma perché,
secondo spiegano i commentatori , i mani amano il
latte ed il sangue.
Dopo di costoro, procedeva la bara, capulum, fere-
trum, lectica funebris, come poteva venire con tutti
questi nomi designata , ed era un letto od anche
una lettiga coperta da più o men ricco drappo,
a seconda della varia dignità dell' estinto e por-
tata da' più prossimi parenti o dagli amici, in numero
di sei di otto, e per ciò detta anche exaphorum, od
Gdophorum. Talvolta sorreggevasi essa dagli schiavi
dichiarali liberi nel testamento, e tenevano allora in
segno di loro recente libertà coperto il capo, I per-
sonaggi alto locati erano portati da dignitarj o fun-
zionar] dello stato ; la bara di Lucio Cornelio Siila
dalle Vestali, quella di Giulio Cesare dai magistrati,
quella di Augusto da' senatori, quella di Tiberio
da' soldati, e Tacito ricorda che il feretro di Germa-
nico venisse portato sulle spalle de' tribuni e de'
1) Lio. II Eeg. Xlll:
Tu vorrai dietro lacera
E petto ignudo e chiome,
Né cesserai ripetere
D.l tuo Properzio il uome.
Tr. Vl^IIlar.l
LA VIA DI;LI.E tombe 309
centurioni 1)-, ma poi e più innanzi l'urna dell'im-
peratore Severo fu portai» per mano dei consoli
medesimi.
Dietro la bara succedeva la caterva de' clienii ,
degli schiavi e de' familiari, conducendo a mano gli
animali che dovevano essere sagrificali al brucia-
mento del cadavere, e finalmente chiudevasi la pro-
cessione colla carrozza vuota, rheda o carpentum, del
defunto e colla turba de' curiosi e sfaccendati che
mai non mancano agli spettacoli che si offrono gra-
tuitamente.
Il funerale corteggio, quando tratlavasi di persona
illustre ricca, sofferraavasi un trailo nel foro, dove,
posto il funebre letto sulla tribuna, un prossimo
l'ongiunlo, l'erede beneficato, pronunciava 1' ora-
zione funebre in mezzo ai suoni lugubri di una mu-
t>ica mesta , ciò che diede origine alla frase latina
laudare prò rostris. Ricorda il lettore come Svetonio,
tiella vita di Cesare , lasciasse memoria aver quesii
alia sua volta arringato dai rostri l'orazion funebre
per la sua zia {amila) Giulia e per la moglie Cornelia,
cogliendo il destro così di vantarsi disceso per uni
parte da regale prosapia e per l'altra da Venere, af-
fine poi d' inferirne : est ergo in genere et sanditus
1) .\nii3li. III, 2.
t.r Rovine di Pcmpet. Voi. III. «Ù
310 CAI-ITOLO VIGESIM0SEC0^D0
regum , qui plurimum inter homines pollent , et cceri-
monia deorum, quorum ffsi in polestale sunt reges 1).
Il De-Gubernaiis nella sua opera sulJodata degli
Usi Funebri Indo Europei 2), ricorda come Plutarco
nella vita di Valerio Publicola riferisca a questo
console i' origine della istituzione delle orazioni fu-
nebri romane. « Ebber cari i Romani — queste son
le parole dello sci iitore delle Vite degli uomijìi Illustri -
quegli onori che fece Valerio al suo collega (Bruto) coi
quali illustrar ne volle il mortorio, e specialmente l'ora-
zion funebre che recitò in di lui lode egli slesso, la
quale riuscì di tanta soddisfazione ff fu si grata ai Ro-
mani medesimi, che introdotto indi venne il costume di
encomiarsi dopo morte, in tal guisa , lutti i grandi,
e valentuomini dai personaggi più insigni. Questa
orazion funebre, secondo si dice, fu più antica anche
di quella de' Greci, se pure anche ciò non fu una
istituzione di Solone, come lasciò scritto il retorico
Anassiraene. n Dionigi d'Alicarnasso, nel libro quinto
delle sue Antichità Romane , scrive non poter affer-
mare se Valerio sia stalo il primo a pronunciare in
i) • La nostra prosapia di tal guisa congiunge alla san-
tità dei re, clie assai possono in mezzo agli uomini, la
maestà degli dei clie sono i padroni dei re. • Svelonio, //*
Ca-s. VI. Giulio Cesare da parte di madre si diceva discen-
dere da Anco Marzio, re.
2) Pag, 83.
LA VIA DELLE TOMDE 3lt
Roma un discorso funebre, o s'ej^li abbia invece se-
guito un costume già invalso tra i re; ma in ogni
modo ritiene il costume come romano e rimprovera
i tragici ateniesi per averne voluto fare un merito
alla loro cillà , che non conobbe, a suo avviso , lo
orazioni funebri, se non dopo la battaglia di Mara-
tona, che fu posteriore di sedici anni alla morte di
Bruto.
Ripigliava quindi la processione il suo corso e
uscendo dalla città 1) pel Circo Massiuìo e la porla
Capena per mettersi nella via Appia, ch'era quella
delle tombe, si avviava al rogo, rogus, ed anche greca-
mente pira, TTupa, che era una specie di altare, o ca-
tasta, piuttosto costruita nel recinto sepolcrale detto
buslum, contiguo alla tomba, di ciocchi d'alberi
resinosi, non digrossati ne' squadrati, in masse ad
angoli retti, adorna di ghirlande e ramoscelli di ci-
presso,sulla cima della quale collocavasi dallo schiavo,
detto Ustor, il cadavere, asperso di preziosi liquori
e avvolto in un lenzuolo di amianto. Dapprima il
più prossimo congiunto o V erede ne aveva riaperto
gli occhi, come voleva il rito, reputandosi sacrilegio
il privare il cielo degli sguardi di un morto, e cu-
f
1) La leggo vietava la cremazione dei cadaveri in cittÃ
a prevenire gli inccndj. La basilica Porcia di Roma infatti
erasi incendiata per le fiamme dai rogo di P. Clodic
3J ; oxi'iroi.o vigesimosiìco.ndo
tarasi che portasse al dito il suo anello e prima
di avvilupparlo nel sudario la moglie e i figli depo-
nevano sulle gelide labbra di esso l'estremo bacio,
tributo ultimo che pur a sé slesso augurava ricevere
dalla sua Cinzia Properzio:
Osculaque in gelidis pones suprema labellis
Quum dabitur Syrio munere plenus onyx \).
E si staccavano dalla cara spoglia colle parole
consacrate dal rito: Vale. Nos te ordine quo natura
voluerit cimeli sequemur 2).
Ciò fatto, il più prossimo congiunto, stornando la
testa, appiccava colla rovescia torcia il fuoco alla
pira e mentre questa ardeva, giitavansi su d'essa
incensi , profumi , vino , capelli e fiori , e Io stesso
Poeta or ricordato, pone in bocca alia sua Cinzia,
che morte gli toglieva anzi tempo e l'ombra della
quale gli era ne' sogni apparsa, il lamento perchè
né di profumi^, né di vino e neppure di giacinti
avesse egli onorato il suo rogo :
Cur venlos non ipse rogis. Ingrate, petisU?
Cur nardo flammee non oluere mea?
i) Sul freddo labbro gli ultimi
Baci tu alior porrai f
Quando versar dall' onice
Assiri odor vedrai. /'/. Ibid,
2) •Addio: noi ti seguiremo tutti nell'ordine nel quale
la natura avrà voluto. •
L\ VIA DELLE TOMBE .3t3
Hoc etiam grave ernt nulla mercede hi/acinthos
Injicere, et fraclo busla piare cado 1).
Altri butlavan su quella fiamma le armi, le pha-
lercB 2) e le vestimenta preziose del defunto, i cavalli
a lui prediletti, i molossi, i papagalli e quanto ìiy
vita aveva di meglio amato, e accadde anco.a che in
mezzo ad essi si slanciassero gli schiavi slessi, come
per essere compagni al trapassalo nel viaggio d'oltre
tomba. Cosi Virgilio menzionò neWEniede il devot»
costume :
Hic aia spolia occisis direpta Latinis
Conjiciunt igni, galeas, ensesque decoro^
i) Uh. IV. E'eg. VII:
Perchè il favor su la mia pira, o ingrato,
Non invocar del vento?
Perchè non arder su 1' estremo fato
Slilla di caro unguento ?
E l' era grave ancor non compri Dori
Gittar sul mio feretro ,
E al Cenere libar del vin gli onori
Da lo spezzato vetro? Trad. Vismara.
2) Phalerce. Erano piastre d'oro, d'argento o altro me-
tallo lavorate che si portavano sul petto , come atlest»
Silvio Italico nciremislichio:
.... phaleris hic peclora falg^t, '
da persone di grado , che venivano accordale per falli di
valore, come si farebbe oggidì colle decorazioni cavallere-
sche. Erano anche bardamenti di cavalli.
* • Di falere lia costui splendido il petto. >
311 t:APlT()I.O VIGHSIH()SECO>U0
FrcenaguCf f<^mntesques rotasi pars munera nota,
Ipsorum clypeos, et non felicia tela i).
perocché munera appunto si chiamassero le preziose
«ose avute in pregio del suo vivente dal defunto.
Né il popolo restava inoperoso in mezzo alla ce-
rimonia; ma pregava i venti spirassero secondi, giù-
stfi il costume de' Greci rammentato nell' Iliade nei
funerali di Patroclo :
Ma del morto Patroclo il rogo ancora
Non avvampa, allor prende altro consiglio
Il divo Achille. Trattosi in disparte.
Ai due venti Ponente e Tramontana
Supplicando, solenni ostie promette,
E in aurea coppa ad amendue libando,
Di venirne li prega , e intorno al morto
Sì le tiamme animar, che in un momento
Lo si struggano lutto esso e la pira 2).
Se il funerale era di condottiero di esercito, cava-
lieri e fanti riccamente ornali ire volte giravano in-
torno al rogo, ciò che chiamavasi decursio, mandando
dolorosi lai :
i) Altri gridando
Le pire intorno, elmi, corazze e dardi
E ben guarnite spade e freni e ruote
Avventaron nel fuoco e de' nemici
Armi d' ogni maniera , arnesi e spoglie;
Altri i lor proprii doni , e degli uccisi
Mcdesmi vi gittar 1' armi infelici
£ gli infelici scudi, end' essi invano
S'eran difesi. Lib. XI 193-196, Tr. Caro.
2) Libro XXIII, 237-265. Trad. V. Monti.
L\ VIA DELLE TOMBE 3|S
Ttr circum accensos, cineti fulgenliìms armis,
Vecurrcre rogos: ter moestum funeris iynem
Lusiravere in equis, ululutusque ore dedere
Spargilur el lellus lacryinis, spargunlur et erma!).
Cosi leggesi anche io Sveionio Della vita di Clau-
dio, come intorno al tumulo di Druso Germanico
corresse ogui anno un soldato; e Tacito scrive:
Ch^ti tamulum super varianis legionibus structuri, ad
oram Druso sitam disiecerant. lìesUluit Cessar aram
hiìi'orique patris princeps ipse cum legionibus decu-
currit ì).
Ed intanto che il fuoco divampava , si facevano
le libazioni di vino, di latte e di sangue, alla quale
ultima fornivanlo le vittime immolate, i prigionieri,
gli schiavi od anche i gladiatori detti busluari, per ciò
rhe innanzi al rogo combattessero combattimento
t) in ordinanza
Tre volte armati a pie' la circondaro
E tre volte a cavallo, in mesta guisa
Ululando, piani^endo, e Tarmi e M suolo
Di lagrime spargendo. Lìb. XI, l^-i90.
2) Anna!. Lìb li. VII. Il Davanzati cosi traduce; • Né
Cesare combattè gli assediantì (i Catti), perchè al grido del
suo venire sbandarono, spiantato nondimeno il nuovo se-
polcro delle legioni di Varo , per onoranza del padre si
torneò. > In nota n questo passo, Enrico Dindi, nell'edizione
del Le Monnier ÌSoi voi. !. p. cS , pose : • Di questo co-
stume antichissimo detto decursio , vedi Senoloote nel
sesto di Ciro, Dione, 55 : Svetonio in Nerone. Il iLipsio
cita Omero, Virgilio, Livio, Lucano e Stazio.
316 CAPITOLO VIGESIMOSECOXDO
. . — i . . ._
tnorlale, avendosi fede, come già notai, che i inaili
si placassero col sangue.
I più ricchi e prestanti ciliadini, siccome m'accad-
de di mentovare nel capitolo dell'Anfiteatro nel dirt>
de'ludi gladiatori!, crescevano onoranza con gli spetta-
coli di gladiatori, che si ofTerivano gralnitampiile al
pubblico, e il dittatore Lucio Cornelio Siila li dispose
grandiosissimi pe' suoi funerali nel proprio testa-
mento, secondo si raccoglie nell'orazione di Cicerone,
pur da me già citata nei capitoli della Storia Pom-
pejana, recitala prò Publio Stjlla.
Ma ad onorare la memoria dei defunti altri modi
vi erano. La lettera XVIII del Lib. VII. delle Epi-
stole di Plinio il Giovane ci apprende come Caninia
Hufo, per eternare la memoria della propria moglie,
disponesse un annuale convito a' suoi concittadini
Comaschi e in un rottame di lapide conservatoci dal
Giovio si legge che altri due Caninii della slessa
città lasciassero similmente una sdm^ma per celebrare
un annuale banchetto: eccone il frammento:
onNA^IE^•TVM et rosa poneretvr
BELIQ. INTK» SE SPOHTVLAS DIVIDERENT
IN CVIVS TVTEI.. DEDERVNT CAMNIVS VIATOR
ET CAMNIVS KVl'REPES HS.
Più munificente e assennato appare dalla medesima let-
tera XVIII Plinio stesso, quando ci dice aver asse-
gnato SOO mila sesterzi alla sua patria Como per
educare i giovani.
LA VIA DFXLE TOMBE
Le persone povere, o quelle non così facoltose e
in gr.ido d;i comperarsi il bustìim , porlavansi à i-
V ustrinà , terreno publico destinalo a bruciare i cada-
veri , le ceneri de' quali venivano quindi trasportale
ne' sepolcreti di famiglia se l'avevano, o se non l'a-
vevano, al sepolcro comune, al quale accenna Orazio
nei verso:
Hoc mìserce plebi slabat comune sepulcrum {);
perocché la legge proibisse di api.>iccare il fuoco al
un rogo sul terreno d'altrui proprietà .
Consumasi la salma, estinguevansi le Qamme co)
vino : il più prossimo parente, cantandosi da' musici
V epicedùm o poemetto funebre in onore del tuorlo,
(da «sì sopra, e xr.Soi, funerale), raccoglieva le ossa
ancora ardenti, le lavava in vecchio vino e nel latte
e le asciugava con un lino , ciò die chiamavasi os-
silegium.
Sidaiia costumanza di lavare ne! vitio, nel latte e
1) Sai- Lib. I. Sii. 8:
.... il camposaolo
De la plebaglia . . â–
Così traduce il G^rgallo: ma non aveva proprio altro
vocabolo (la sostituire a quello cbe la rcligion nostra ba-
consacrato ì
Non potevasi, a mo' d'esempio, esser più fedeli all'origi-
nale Iraducendo :
Alla misera plebe «-ra codesto
Il comune sepolcro ?
318 CAPITOLO VIGESIMuSECONUO
lalvolia anche nell'olio le ossa, era siala vietata
T;ome inutile scialaquo dalle leggi delle XII Tavole;
ma non per questo era siala meno e sempre in vi-
gore e in Roma e presso tutte le nazioni a' Romani
soggette. Giova anzi a tal proposilo ricordare il gra-
zioso epitaffio che uno schiavo aveva scolpito sulla
tomba da lui fatta erigere al giovinetto padrone suo,
che così si chiudeva :
Ossibus infundam quot numquavn. vina bibisti i).
alludendo al divieto de' Romani che i fanciulli aves-
sero a bever vino.
Riponevansi da ultimo le ossa in un'urna talvolta
di bronzo, il più spesso di terra colta, di rcarmo ,
di alabastro o di vetro, del quale ultimo mate-
riale è ['urna cineraria, scoperta in Po.npei, riem-
pita per metà di un liquido e nel quale si discer*
nono ancora i resti di ossa e di ceneri. Oltre di tale
liquido si sa vi ponessero rose e piante aromatiche.
Un sacerdote per ultimo aspergeva d'acqua lustrale i
parenti onde purificarli, ciò che dicevasi suffitio, e
dopo, il capo della cerimonia, designator, od anche la
prefica, diceva loro: / licet , cioè potete ardarvene e
la comitiva si discioglieva. Allora chiudevasi l'urna
i) Gruler, Iscriz. :
Sull'ossa tue io verserò quel vino ,
Che uon beventi mai, giovaneitincv
LA VIA DELLE TOMBE 31 J
nella tomba, sulla quale ponevasi la pietra detta
monimentum, onde fu poi generalizzalo il nome di
monumento agli cdiflzi funebri e sovr'esso 1' inscri-
zione predisposta. Più avanti ne recherò parecchi
saggi di quelle trovale e lette negli scavi della Via
delle Tombe in Pompei.
E i vasi lacrimalorj, mi si chiederà , a che non li
avete voi accennali, prima di chiudere col moni-
mentum il sepolcro?
É di fallo che ne' sepolcri antichi , e pur in
quelli d'i Ponipei si rinvenissero vasi e cucchiai
detti lagrimaiorii ; ma servivano essi davvero a rac-
cogliere , come fu preteso, le lagrime de' veraci do-
lenti e delle prezzolale prefiche?
11 BarufTaldi lo credette nella sua Disseriazione De
Frceficis e lo credettero il Fabbretli nel suo libro
tlelle Iscrizioni ed altri ancora; e il Fabbretli volle
anzi da cerli fori praticali sovente sul coperchio
delle antiche tombe, argomentare I' usanza d' intro-
durvi per essi le lagrime de' congiunti ne' giorni
aiiniversarii o nelle feste commemorative de' loro
cari defunti, mollo più che in taluni vasi si sieno
vedute delineate le orbite degli occhi, e sui monimenta
si riscontrino scolpite lazze ed espresse le lagrime
negli epilafQ; ma colla dovuta reverenza a questi
iloiii, io non mi sono mai capacitalo che tal costume
avesse potuto un giorno sussistere. Piagnone prezzo-
tale, artifici di dolore per quanto sottili, lagrime di
CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
dolenti, versate dopo parecchi giorni dal decesso dei
caro parente, come avrebbero potuto fornir tanta ma-
teria a' cucchiai e vasi lacrimalorii? Questi arnesi ,
queste fiale di vetro o di terra cotta, di alabastra
d' altro , non sarebbero stati piuttosto adoperati a
raccogliere balsami ed aromi che giltavansi sul rogo,
libazioni di latte e di vino, che si facevano sulle
tombe? *
Il Grutero, nella eruditissima sua opera, recò più
d' una iscrizione, fra le cui parole vedevansl scolpile
cucchiai pà tere, come più propriamente dicevansi,.
le quali erano appunto vasi circolari con manichi ,
atti a contenere liquidi, ma più specialmente usati,.
dice Rich, a contenere il vino con cui era fatta una
libazione 1).
I fori adunque praticali ne' coperchi delle tombe
debbono indubbiamente aver servito a far penetrare-
le libazioni di vino e di latte , di che Foscolo pur
tenea conto in que' versi de' suoi Sepolcri:
Le fontane versando acque lustrali,
Amaranti educavano e' viole
Su la funebre zolla; e chi sedea
A Ubar l»tte e a raccontar sue pene
Ai cari estinti, una fragranza intorno
Sentia qual d'aura de' beati Elisi 2).
Quésti fori si praticavano ad esemplo nei lòculi, o>
bare, quando i cadaveri non si abbruciavano ancora
1) Dizionario delle Antic/iilà , alla voce Palerà .
2i V. I2Ì-1-29.
LA VIA DELLE TOMBE 331
ma si collocavano in essa interi. Entro codesta bara
spesso di terra colta , eravi ad una estremità una
soglia elevata per adagiarvi il capo e dallato un
foro tondo pei balsami aromatici , che si versavano
dentro per mezzo d' un corrispondente orificio nella
parete esterna della c;»ssa.
Il costume della cremnzione de'cadaveri,del cui pro-
redimento presso i Romani ho intrattenuto il lettore, non
era antico a' tempi di Plinio, voglio dire al tempo della
catastrofe di Pompei, siccome egli l'attesta. Era la
cremazione usala solo in Grecia tìn dai tempi di Ce-
crope, dicendo Luciano che il Greco abbrucia i ca-
daveri, il Persiano li sotterra, l'indiano li avvolge
(li grasso porcino, lo Scita li divora, l' Egizio li im-
iialsaraa. L' essersi adottata da Itomani originò dal-
l'oltraggio che veniva fatto alle tombe, quando i ro-
mani morivano in lontane contrade, e che però vi si
voleva ovviare. Lucio Cornelio Siila, che a cagione
(ielle tante proscrizioni aveva ragione a temere l'in-
sulto al proprio cadavere, com'egli stesso aveva fatto
H quello di Mario, dissotterrandolo e facendolo gil-
tare nel Teverone, fu il primo che ordinasse di ar-
dere, dopo morte, il proprio corpo, e cosi invalse il
costume passato in legge, e Ovidio lo rammenta nei
verso :
Corpora debentxir mcBsUs exanguia luslis i).
il Eviti. Ex Ponto, 1, L,ib. Ili;
Uopo ti che ì corpi estingui ai mosti iokI>> ,
Vengano dati.
CAPITOLO VIGESIV.OSECONDO
Siccome poi essi pensassero che l'anima fosse della
Datura del fuoco, e che il rogo le facilitasse l'uscita
dal corpo e però l'onore del rogo non s' avesse a
concedere che alle persone dotate di ragione e sen-
timento ; così, pfT testimonianza dello slesso Plinio-
il Vecchio, non s'accordava a' bambini, a' quali non
fossero ancora spuntali i denti, perocché sarebbe stata
considerata siccome empietà che conlaminerebbe
la casa e vi allude pur Giovenale nella Satira XV
ne' seguenti versi :
Naturw imperio gemimus, qnum funus adullce
Virginis occurrit, vel terra clatcditur infans ,
Et minor igne rogi i).
Seppellivansi quindi la notte allo splendore delle
faci. Le loro ossa poi deponevansi in luogo dello
subgrundarium, sotto di un letto, cioè, o gronda spor-
gente, a modo di nido di rondine 2).
Né abbruciavansi tampoco i corpi di coloro che
erano colpiti dalla folgore : Hominem ita exanimatum
cremori fus non est; condì terra religio tradii, disse-
il medesimo Plinio 3).
1) .... E di natura impero
Ma il pianto jinpcn, se di fanciulla adulta
C inconlriam ne l'esequie, e sh bambino,
>\'gato ai roi^u da 1' età , si infoìsa.
Tr. Gare'allo.
2) Pfia. llist. Nat. VII. 15.
0) Hist. Nat. Lib. 11, 55. • Non è i(Cilo ardere un uoma
privalo in questo modo di vita ; la religione ci tramando
doversi seppellire sotto terra. .
LA Vl.\ DELLE TOMBE :>:S
Ora il costume della cremazione divien soggetto
alle più serie investigazioni e discussioni in Italia ,
che lo si vorrebbe sostituire a quello della sepoltura
de' cadaveri. Ragioni specialmente di igiene io pon-
gono innanzi e lo propugnano calorosamente , e «e
adottato, come pare dall'Italia, verrà seguito pure
dalle altre nazioni incivilite, avrà avuto una volta
di più suggello l'osservazione del francese Ipp. Lucas
dell'Istituto di Francia che < all'Italia è affidata per
diritto l'iniziativa del progresso umanitario 1\ * È
principalmente nella mia Milano che l' importante que-
stione si agita, sicché egregiamente quelTottimo uomo
che è Giuseppe Sacchi, osservava che la cremazione è
per Milano il ritorno ad un'antica usanza, additando
una località nei pubblici giardini che era ad essa de-
stinala, e rivendicando per lai modo alla nostra cittÃ
il doppio merito di aver sempre spento con la vio-
lenza della sua riprovazione i roghi della Inquisi-
zione, e di avere all'opposto innalzato pei cadaveri
Il rogo purificatore. Fra noi, a tale scopo, si istituì
un comitato promotore sotto la presidenza dell' il-
lustre medico e chimico prof. Giovanni Polli e del
qual fan parte qut' ^ hiari suoi colleghi che sono il
Pini, lo Strambio, il Dell'Acqua, il Griffini e il Tar-
cbiniBonfanti. E solenne conferenza indissero costoro
J) La peine de triort, 1871
5i4 capìtolo V1GESIM0SEC0^D0
nel giorno 6 aprile i874, per trattarvi deirargomento
e del modo migliore di cremazione, dove appunto si
iidirono le suddette parole del Sacchi, dove Amalo
Amali espresse il concetto clie la nuova usanza .
restaurando coli' urna cineraria domestica il culto
biella famiglia, vi alzerà il carattere morale della
nazione, e il dotto prete prof. Bucellati in una bella
sua lettera diretta per quell'occasione al Comitato,
i^caltrì di pregiudizio la credenza che essa possa le-
<]ere i diritti della cristiana religione 1). Concesse
(jueste brevi parole ad un argomento di lulta altua-
iità , faccio ritorno al mio tema.
La dimane del rogo i parenti e gli amici venivano
invitati mi un banchetto funebre. Prima di mellersi
<'i tavola .>i purificavano col lavarsi. Se ricco il de-
funto, davasi tale banchetto anche al pubblico ed ap-
pellavasi silicernium. A dilTerenza di Grecia, dove il
i) Il mio dolto amico dpU. Gaelano Pini, fra i piastre»
!iui propugnatori della cremazione, percliè la conferenza
<lel 6 aprile riuscisse di pratico vantaggio , propose il se-
guente ordine dd giorno, che ne concreta Io scopo e che
venne unanimemente accpito. • L'Assemblea fa voti che
nella prossima discussione, la quale avrà luogo in Par-
himento, intorno al progetto del nuovo Codice sanitario,
già approvato dal Senato del Regno , venga ammesso al-
i!' art. 583, come facoltativa , la cremazione dei cadaveri,
lasciandone ai sindaci dei Comuni la sorveglianza. • L'al-
tro amico mio. Mauro Macchi, deputato, promise appog-
^riare tale mozione in Parlamento.
LA VIA DELLE TOMBE 32>
Silicernium compi vasi nella casa del parente più
prossimo del defunto e subilo dopo l'esequie, come
SI trova ricordato in Demostene {De Coron,); in
Roma e nella romana colonia questo convivio aveva
luogo presso il sepolcro stesso ; e le camere squisi-
tamente decorate, che cosi comunemente s'incon-
trano nelle loro tombe, come accessorie di queste,
ma non mai adoperate a ricevere urne, erano senza
dubbio intese a questo fine. In Pompei , nella Via
delle Tombe, troveremo un Triclinium funebre stabile
presso le tombe, costituito da un recinto, con entro
tre letti triclinarii di materia di fabbrica, su cui, a
renderli più comodi , si saranno all'occEsione distesi
materassi, pulvinares.
Il più spesso il silicernium misuravasi dalla entitÃ
dell'asse redalo o dalla gratitudine dell'erede ; Persio
lo attesta:
sed cwnam funeris hceres
Negliget iralus si rem curtaveris, urnoe
Ossa inodora dabit: ceu spirent cinnama surdum ,
Seu ceraso peccenl casta; nescire paratus 1).
i) Sat. VI, 33 e segg.
La cena
Funebre irato obblia l'erede, e fetide
DÃ l'ossa all'urna, il cinnamo svanito
Non curando, e le casie ammarascale.
Trad. V. Monti.
I.f Roìùiir di Pompei. Voi. MI. '•
32tj CAPITOLO VIGESIHOSECONDO
Se poi r erede Umilavasi a sola distribuzione al
pubblico di carni crude, dicevasi essa visceratìo. Esem-
pio celebre del primo fu il silicernio imbandito da Ce-
sare per la morte di Giulia a veniidueraila persone;
altri dicono sessantaseimila.
Un altro banchetto funebre famigliare facevasi
nove giorni dopo e designavasi col nome di novem-
dialia e nel dì susseguente, denicales ferioe l), purifica-
vasi la casa mortuaria contaminata dalia presenza
del mono e quindi per consueto distribuivansi an-
cora largizioni alla plebe.
Non era per altro così de' funerali de' poveri. Non
sorgeva cipresso avanti la porta , non difilava pro-
cessione , non intendevansi suoni, non celebravansi
le altre cerimonie e solennità .
Tre giorni dopo la morte, giungevano quattro ne-
crofori, vespillones, sul cader della none, a levarli di
«asa in una cassa da nolo, detta sandapila, ed a por-
tarli nella fossa pubblica oltre le mura, in luoghi
detti puticuli ed anche puliluci, a causa , disse il dotto
Turnebo, della profondità delle fosse, nelle quali, non
altrimenti che in pozzi, non poteva scendere luce, e
tutto era presto finito.
Reduce la famiglia dal funerale , si purificava la
casa contaminata dalla presenza del cadavere spaz-
Vedi Cicerone, De Legibus. Lib. 2, e 55.
LA VIA DELLE TO&IBE 327
zandola con iscopa di tamerigia o di palma ed invo-
cando Deverra (da verrete, spazzare), divinila che
presiedeva appunto alla pulitezza delle case,
A tutte le predetto cerimonie teneva dietro il
lutto : per gli uomini ristretto a dieci giorni di iso-
lamento ritiro nella propria casa; perle donne ad
un anno o a dieci mesi ahneno.
Bravi poi il lutto publico, quando si volevano ono-
rare grandi virtù di illustri trapassati o piangere
la perdita di qualche grande battaglia, come fu quella
toccata a Canne , in cui perirono quarantacinque
mila romani, il Console Paolo Emilio e ottanta se-
natori. Esso indicevasi dal Senato ad ogni ordine di
cittadini.
In tal tempo sospendevasi dal rendere giustizia, i
consoli non sedevan sulle loro sedie curuli, i littori
portavano capovolti i fasci, 1 senatori deponevano il
laticlavio, gli anelli d'oro, né radevan la barba, o ta-
gliavano i capelli , proibiti i conviti festosi, l'accen-
der fuoco nelle case e il fabbricare.
Nel lutto privato poi esponevaiisi le imagini del
defunto ad incitamento di virtù, come s' esprime al
proposito Sallustio: Scepe audiri prcBclaros civitatis no-
strae viros solitos dicere, cum majorum imagines inlue-
rentur vefiementissime sibi animum ad virtutem ac-
rendi : scilicel non ceram illam, neque figuram, tantam
vim ili se habere: scd memoriam rerum geslarum eam
flammis egregiis viris in pectore crescere, neque prius
CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
sedavi quam virtus eorum famam atque gloriam adce-
quaverit 1). Doveva Foscolo di certo aver rammentato
questo passo, del quale serbò perfino qualche parola,
quando cantava ne' Sepolcri :
A egregie cose il forte animo accendono
L' urne de' forti 2).
E il medesimo nostro grande Poeta aveva poco
prima cantalo come tanto venerala e sacra fosse la
memoria de' cari defunti , che venisse perfino giu-
rato su di essa :
.... e fu temuto
Su la polve degli avi il giuramento 3).
Properzio presta uno di tali giuramenti, per le ossa
del padre e per quelle di sua madre :
Ossa Ubi juro per matris, et ossa parentis.
E Quintiliano, più lardi, cosi esprime il dolore pro-
i) • Essersi sovente ascoltati uomini preclari della no-
stra città avvezzi a dire: allorquando vedevano le im-
magini de' maggiori, queste gagliardissimamente accendere
1' animo loro a virtù : vale a dire non tanta efficacia aver
quella cera o flgura , quanto crescere in petto agli egregi
uomini la memoria delle loro gesta con ardente incitamento,
né questo mai sedarsi, lincile la loro virtù non ne abbia
raggiunta la fama e la gloria. »
2) Vv. lol-152.
3) Vv. 99-iOO.
LA VIA DELLE TOMBE 3i9
vaio per ia moglie e pel figlio statigli da morte im-
matura rapiti: io giuro pei loro mani, divinità del
mio dolore.
Per illos tnanes, numina doloris mei.
Né con queste dimostrazioni aveva fine il lutto.
V'erano commemorazioni funebri altresì durante
i' anno, come nelle feste Parentali che seguivano in
febbrajo e in giorni fasti detti anche Feralia, e come
nelle feste Lemitralia, o, com' altri dice, Remuralia,
perchè istituite da Romolo in onore del fratello Remo
da lui ucciso, che avvenivano in maggio, nelle quali
la famiglia recavasi ad onorare il sepolcro del diletto
defunto e là nel vicino triclinio, fra le dapi del ban-
chetto, noti dovevan mancare l'appio, il saie, il miele,
le lenti, il farro, le uova e le fave.
La cerimonia incominciava a mezza notte : il pa-
dre di famiglia alzavasi dal letto, e tacito e invaso
da sacro terrore, a piedi scalzi, solo facendo scric-
chiolare le dita per allontanare le ombre dal luogo
pel quale passava , incamminavasi a una fontana.
Quivi lavate per tre volte le mani , rifaceva il cam-
mino gittando al di sopra del suo capo delle fave
nere che aveva in bocca e mormorando questo scon-
giuro : con queste fave io mi riscatto insieme con quelli
della mia famiglia. Tali parole doveva ripetere per
ben nove volte senza guardare dietro di sé , suppo-
nendosi che l' ombra dalla quale era seguitato rac-
330 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
cogliesse non vista le fave. La festa lemuraie ehiu-
devasi dal medesimo padre di famiglia, prendendo
dell' acqua un' altra velia, battendo su di un vaso
di bronzò e pregando 1' ombra di uscire dalla sua
casa, ripetendo ancor nove volte le parole: uscite, o
mani paterni.
Le offerte poi che si facevano sulle tombe in co-
deste funebri commemorazioni, che feralia appunto
si chiamavano da questo pio costume di donativi
ai morii, come lasciò scritto ne' Fasti il già citalo
Poeta latino:
[lane, quia insta ferunt, dixere Feralia lucem i) ;
si vennero poco a poco aumentando. Pur nondimeno
lenevasi che non eccessive fossero le esigenze degli
Dei Mani. Udiamo Ovidio:
Est honor et lumulis. Animas placate paternas ,
Paroaque in extinctas muneì'a ferie pyras.
Parta petunt Manes : pietas prò divite grata est
Munere ; non avidos SHx habet ima Deos.
Te/fula projeclis satis est velata coronis.
Et sparsa fruges, parcaque mica salis.
Inque mero mollita Ceres violoeque solutoe ;
H(Bc fiabeat media testa relieta via-
i) Dal portar dono ai morti il nome prese
Di Feralia quel dì.
Faslorum. Lib. II. Tr. Bianchi.
LA VIA DELLE TOMBE 331
Ne,c major a veto: sed et hiii placa bilis umbra est.
Adde preces posUis et sua verba focis 1).
Non lascerà il lettore in codesta citazione di rile-
vare la costumanza d'ofTrire ai morti i doni su d'una
tegola coccio. Venivano sporti anche su d' una
pietra.
Anche Giovenale accennò alla tenuità delle ofTerie
che si facevano a' defunti, nella Satira V, dicendola
Exigua feralis ccena patella 2).
Chiudevansi in questi giorni i templi degli Dei ce-
lesti , erano Interdette le nozze e vietato 1' uso del
fuoco , perocché si reputassero giorni immondi : di
che pure ne avvisa il succitato Ovidio, nel medesimo
libro secondo Fastorum , dove pure ricordò che in
1) Fasti. Lib. II :
Hanno il suo onore anche i sepolcri : imponi, •
L' ombre avite a placar, qua! che tu sii,
Sul rogo alzato non pregiati doni.
Poco chieggono i Mani : ufticii pii
Presso loro a un gran dono han peso eguale.
Non ha la bassa Stige ingordi iddii.
Ad appagar Icr brame un coccio vaia
Di serti a biotto ivi gettati ornato,
E sparse biade intorno e poco sale :
£ sciolte violette e pan bagnato
Nel vin pretto, abbia pur cose sì fatte
Il coccio in mezzo della via lasciato.
Né vieto il più; ma queste ancor sono atte
L' ombre a placare : al posto aitar vicino
Aggiunger dèi preci e parole adatte.
Tr. G. B. Bianchi.
2) « Gena ferale in picciola scodella. > V- 85.
za CAPITOLO VIGESIMOSECO.NDO
quelle feste , feralia , facevasi altresì sagrificio alla
dea Tacita o Muta, della quale canta la sventura e
i casi avventurosi, per avere garrula rivelalo ella alla
ninfa Giulurna gli amorosi ialendimeati del Tonante
verso di lei e accesa pur colla sua indiscrezione le
furie gelose di Giunone , onde Giove resola mula e
affldata a Mercurio perchè la scorgesse a' regni inferni,
venisse da questo Dio fatta madre dei gemini Lari,
divenuti poi questi custodi della romana città .
V erano poi anche le Inferice, o sacrifizi in onore
degli Dei d'Averno, che celebravansi a nolle dal sa:
griflcatore seguilo dagli Edilui, o guardiani, che
avevano la cura de' templi, dai Camilli e Camille,
giovanetli che assistevano ai sagrifìzi, dai popi o
ministri che menavan le vittime, le quali erano in
tale occasione un bue ed una pecora, e dai vittimarj,
e talvolta anche dai littori preceduti dal suono dei
siticini e dai prceclamitalores, che ingiungevan la so-
spensione del lavoro. Accollisi questi intorno all'ara
uno de' prceclamitatores bandiva alla accorsa plebe
silenzio, acciò non isfuggisse pur una voce di sini-
stro augurio :
. . • . Vos pueri et piiellce
lam virum expertcc, male ominali$
Farcite ver bis i).
1) Orazio Lib. Ili, Od. XIV.
.... Di fresche spQse o nuova
Schiera, o fanciulli, il vostro infausti delti
Labbro non muova.
Trad. GArsalJo.
L\ VIA DELLE TOMBE 333
E il sacerdote compiva allora il sagrificio , invo-
cando i nomi terribili di Ecale e di Proserpina, ed
aspergeva di vino il sepolcro.
Da' riti funerarii è naturale il passaggio a ragio-
nar de' sepolcri, che i romani ergevano a memoria
ed onoranza de' loro cari od illustri defunti. Dirò di
essi prima di parlicolareggiar di quelli che troveremo
schierati lungo la Via delle Tomlje di Pompei , per
la quale mi sono proposto di condurre il mio bene-
volo lettore.
Come semplici erano stati i primi costumi di Roma;
semplici e modeste erano pure state le loro tombe ;
ma poiché ebbero i nipoti di Romolo a fare prima
cogli Etruschi e poi colla Grecia , impararono cosi
dall' un popolo e dall'altro solennità e pompe che
vennero ogni dì più , anche per loro aggiunzioni ,
crescendo. Già dissi de' ludi giadiatorj introdottisi
ne' funerali allorché volevansi splendidi e solenni:
ora delle sepolture, le quali furono grandiose spesso,
maravigiiose talvolta , a seconda delle fortune del
trapassato.
La legge delle XII Tavole vietò il seppellire in città :
epperò convien rintracciare le tombe e i mausolei
fuori di essa, lungo le vie più frequentate e vaste.
Cosi sorsero sulla via Appia principalmente , sulla
Aurelia, Lavicana , Ostiense, Flaminia, Prenestina ,
Salaria e Tiburtina, e a' nostri giorni ancora trovansi
molti cippi e colonne sepolcrali che attestano dell'e-
CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
Stensione del terreno, in antico consacrato all'inu-
mazione, ed anche Giovenale chiude la Satira I coi
versi che ricordano la via Flaminia e la Latina come
frequentatissime di sepolture:
Experiar quid concedatur in illos ,
Quorum Flaminia tegitur cinis atque Latina 1),
alludendo appunto a sillatto costume.
Se, al dir di Varrone, i monumenti si collocavano
lunghesso le vie per tenere continuamente viva nel
nel pensiero del viandante l'idea della loro fralezza:
m monimenta quce in sepulcris; et ideo secundum viam
quo prcetereuntes admoneant et se fuisse et illos esse^
mortales 2) ; non mancavano tuttavia di coloro che
aborrissero avere loro tomba in luoghi così publici
e rumorosi; e tra questi il già più volte citato Pro-
perzio fa voli perchè la sua Cinzia, lui morto, non
gli abbia ad alzare in essi la tomba.
Di faciant, mea ne terra locai ossa frequenti.
Qua facd assiduo tramite vulgus iter.
i) Vedrò almen ciò che dir mi fia permesso
Di color le cui gelide faville
La via Flaminia e la Latina asconde.
Trad. Gargailo.
ì) «Così i monumenti sepolcrali, acciò ammoniscano coloro
«■he passano lungo la via sé essere stati, ed essi essere
parimenti mortali. >
De Lingua Latina, Lib. VI, 1,S.
LK VIA DELLE TOMBE 3.)!>
Post tnortem tumuli sic infamantur amantum ;
Ve teget arborea devia terra coma.
Aut humet ignota; cumulus vallatu^ arence :
Non juval in media nomen habere via i).
Non allrimenli , se mi é lecito esprimere qui il
mio proprio senlimenlo, io direi per me de' moderni
cimiteri raonumenlali, dove la curiosità e l'arte so-
stituiscono sempre il dolore e il religioso raccoglimenio.
Fuor di Pompei, la Via delle Tombe s'aprì nel
sobborgo Augusto Felice, cioè immediatamente fuori
della città , nò più né meno dunque che in Roma e
e in tutte le città , si può dire, del mondo romano.
V erano per altro eccezioni : le Vestali avevana
il privilegio del sepolcro entro le mura e 1' ebbero,
per singoiar privilegio, Valerio Publicola, Tiiberlo,
Fabrizio, Cesare; e Trajano fu il solo degli imperatori
Tolgalo il eie! dal collocar mia fossa
Lungo il rumor di popoloso calle
Che turbi il sonno a le mie piacid' ossa
Cosi degli amalor l'alme più fide
E le tombe si fan favola al vulgo
Che guata i nomi più famosi e ride.
Copra me pure in solitario canto
Terren , defunto, e sovra lui distenda
Arbor frondosa di beli' ombra il manto :
Me ancor dì sabbia inosservato acervo
Chiuso a le belve: sol che il nome mio
Non sia bersaglio al passcggier protervo.
Lib. Ili, eleg. 16, vv. 25-30.
Trad. Vismara.
336 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
cui venisse concessa la sepoltura in città . La fami-
glia Claudia aveva pure tal privilegio della sepoltura
sotto il Campidoglio. I discendenti di Publicola, che
con lui avevano ottenuto il diritto della sepoltura In
città , in fallo non se ne valsero, poiché, al dir di
Plutarco, contenlavansi di mettere un ardente torchio
sulla tomba di famiglia al verificarsi d'ogni morte,
facendo del resto i loro congiunli seppellire nella
contrada di Velia.
Di grandi e spesso enormi spese, come dissi, profon-
devano ne' sepolcri e ne' monumenti i Romani e ne
stanno a testimonianza ancora la piramide di Cajo
Cestio, la tomba di Cecilia Metella e la Mole Adriana
e non era sempre un pensiero di sfarzo e d'orgoglio
che presiedeva a queste opere, ma più sovente il
sentimento di pietà e d'amore che li animava e ciò
leggiadramente espresse il francese Roucher ne' se-
{juenti versi che reco nel loro idioma:
Ce respect pour les morls, fruii d'une erreur grossière,
Touchait peti, je te sais, une froide poussière ,
Qui, tóf ou tard s' envole éparse au gre des venls,
Et qui rCa plus enfin de nom chez les vivants ;
Mais ces trisles honneurs, ces funèbres hommages
Ramenaient les regards sur des chéres images;
Le coeur prés des lombeaux traissaillait raniiné
Et l'on aimail encore ce qu' on ava4t aimé.
Epperò i ricchi fabbricavano nelle proprie ville i
sepolcri in forma di edicole di buona e severa architet-
tura e le quali decoravano di statue, di pitture e mu-
LA VU DELLE TOMBE 337
saici, di vasi e di urne di eletti marmi. E siccome sa
il lettore che degli estimi non serbavansi clie le ce-
neri leggiere , come Paolo Emilio in Properzio dice
alla consorte:
En sum guod digitis quinque levatur onus i);
così non ad un solo defunto destinavasi ciascun se-
polcreto, lioa a tutti i defunti d' una famiglia , com-
presi pure i liberti, collocandosi le ceneri in altret-
tante nicchie; onde appellavasi sepulcrum familiare ^
perchè sibi quis familiceque suce conslituebat 2), di che
se ne trovò esempio in Pompei; Sepulcrum comune di-
cevasi quella stanza che riceveva le ceneri di più
persone appartenenti a più famìglie, disposte a due
oUce cinerarìcB per colombajo.
Sepolcri ereditarj eran poi quelli quoì sibi hcei^edi-
busque suis, o qua paterfamilias jure hceredilario aqui-
siw73);ma se dovevan servire per determinate persone,
solevano apporvi le lettere H. M. H. N. S. cioè Hoc
monumenlum lueredes non sequUur , o alle tre ultime
lettere sosiituivansi queste A. H. N. T., vaie a dire
1) .... ceco, una mano
De' miei resti sostiene il pondo intero-
Lib. IV, eleg. XI. — Trad. id.
2) • Taluno costituiva a so ed alla propria ramiglia. >
3) • Quelli che il padre di famiglia acquistò per sé e
tuoi eredi, o per diritto ereditario. •
338 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
Ad Hceredes non transU 1), come se ne ha memoria
in quel passo di Orazio :
Mille pedes in fronte, trecentos cippus in agrum
Hic dabal, heredes monumentum ne sequeretur 2).
Co' sepolcri propriamente detti non voglionsi con-
fondere i cenotafl, monumenti onorarli, che venivano
dal popolo eretti alla memoria di quegli illustri
uomini eh' erano morti per la patria; onde egregia-
mente e con tutta ragione poteva Ugo Foscolo nel
succitato suo Carme de' Sepolcri dire :
Testimonianza a' fasti eran le tombe,
e le annuali feste e le cerimonie religiose che inoltre
vi si praticavano valevano veramente a tramandare
a' posteri la memoria de' nomi e delle gesta gloriose :
ReligTon che con diversi riti
Le virtù patrie e la pietà congiunta
Tradussero per lungo ordine di anni 3).
Nondimeno questi monumenti che si elevavano a
i) « Questo monumento non segue gli eredi; o non passa
agli erodi. •
2) Lib. 1. Sai. 8 :
Mille il ceppo da fronte, e lungo 1' agro
Piedi trecento ivi assegnava: esclusi
Dal monumento rimanean gli eredi.
Trad. Gargallo.
3) / Sepolcri, v. tOI-103.
LA VIA DELLE TOMBE 339
spesa pubblica e per cagione d' onore, rispondendo
al signiflcalo delle due parole greche onde il nome
si componeva , non contenevano le ceneri o gli
avanzi del corpo della persona che si voleva ono-
rare : erano costruzioni semplicemente commemo-
rative, come sono oggidì talune di quelle che sorgono
nel tempio di Santa Croce in Firenze, che si vorrebbe
fare il Panteon degli illustri italiani ; onde Virgilio
fìel lib. Ili ddVEneide appellò eziandio tal sorta di
tumuli lumuius inanis, o vuoto , là appunto dove ri-
corda il cenotafìo rizzato da Andromaca ad Ettore
suo marito.
I luoghi per altro, sui quali si innalzavano i ce-
«otafi non erano sacri, come quelli de' sepolcri.
Ma se a sepolcri e monumenti di ricchi e maggio-
renti erigevansi cenotafìi, mausolei, vòlte sepolcrali,
piramidi ed altrettali opere architettoniche e sculto-
rie; per cittadini minori, o poveri, adottavansi cor-
rispondenti segni meno dispendiosi. Tali erano le
columellcB, dette anche dai Latini cippi; le mensce, le
tavole quadrangolari più lunghe che larghe; i labelloe
labro, che erano pietre a forma di bacino \ le arcce
somiglianti a forzieri, sorrette per lo più su' piedi
ili lione d' altro animale.
AgeDO Orbico ricordò varii luoghi ne' sobborghi
4i Roma, dove stavano moltissimi sepolcri di persone
del volgo e di schiavi. Sesttrlinm denoininavasi il
campo, pure fuori delle mura, dove seppellivansi lu
340 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
persone ch'erano slate per ordine degli imperatori
mandate a morte; né a me è dato ricordarlo, senza
ad un tempo rammemorare la interessantissima scena
che vi fa svolgere nel suo bello e dotto romanzo
Tito Vezio il patriotla Luigi Castellazzo, cui una
straordinaria modestia ha consigliato ascondersi sotto
il pseudonimo di Anselmo Rivalla.
Allorché sulle iscrizioni de' sepolcri leggevansi le
parole tacilo nomine, sollacendosi ad un tempo il
nome delle persone alle quali appartenevano, signifi-
cavano esse che racchiudessero persone dichiarate
infami.
A' sepolcri de' semplici cittadini era espressamente
vietalo di aggiungere fregi , ove non fossero o una
colonna di non oltre i tre cubiti di altezza, statue
ed emblemi della professione che il defunto aveva
esercitata.
Le iscrizioni incominciavano colle due lettere greche
e K, che corrispondevano a Diis Manibus, come assai
sovente usiam pur noi sostituendo, secondo la nostra
credenza, le lettere D. 0. M. cioè, Deo Optimo Maxi-
v
ino, X il monogramma di Cristo.
Era poi concesso piantare presso le tombe olmi e
cipressi, perché alberi non producenti fruiti, ed edu-
carvi olezzanti fiori, come testimonia Ugo Foscolo
nel lodatissimo suo Carme già citato :
Ma cipressi e cedri
Di puri eflluvii i zcliri impregnando,
LA VIA DELLE TOMBE 3it
Perenno verde protendean suH' urne
Per memoria perenne ....
Le fontane versando acque lustrali
Amaranti educavano e viole
Su la funebre zolla 1).
Frequenti poi erano le piccole are accanto alle
tombe pei sacrifici, che nelle feste suromentovate
facevansi da congiunti ed eredi , a placar l' ombre
<lei diletti loro morti.
Era tutta adunque una religione , venerata e prò*
finda questa verso i defunti e dinnanzi alla quale
s'arrestavano le disquisizioni ed i dubbi anche da'
filosofi più miscredenti.
Nulla quindi di più consentaneo a tale | comune
reverenza pei defunti e per le loro dimore, che l'e-
sistenza di apposite leggi, le quali guarentissero I'ìd-
violabilità e il rispetto delle tombe. Troviamo infatti
nel Corpus Jurix, prima nel Lib. XLVII il Tit. XII ;
poi lutto il Titolo XIX che tratlan De sepulcro violato.
Nel primo è comminata l'infamia come conseguenza
dell'azione di violato sepolcro, oltre diverse altre pene
inQilte a chi manomettesse cadaveri, ossuarj e tombe:
nei secondo è irrogata la coDdanna alle miniere
allo schiavo colto a demolire sepolcri, ed alla re-
legazione se il faceva d'ordine od autorità del pa-
drone. Chiunque poi avesse violato i sepolcri domns
i) Vv. Hi-li7; 424125.
Le Hovime di Pompei. Voi. flf. tS
342 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
defunclorum, soUraendovi sassi, marmi, colonne, od
altro qualunque materiale, per servirsene ad usa
di fabbrica, o turbando corpi sepolti o reliquie,
multati di ingente pena pecunaria; punito il giu-
dice perfino in venticinque libre d' oro quando
avesse negletto di castigare i violatori di sepolcri. E
come per legge antica codesti profanatori di tombe
punivansi della pena del sacrilegio; così anche al
tempo del basso impero si fu costretti a richiamare
la medesima severa sanzione penale; argomento co-
desto a ritenere che si fosse infiltrato poco a poco
ne' degeneri nipoti la mancanza di rispetto a' sepol-
cri. Così era assolutameate vietato l' impedire , sotto
pretisto di debito, la sepoltura del defunto , colla
comminatoria di cinquanta libre di multa , e in di-
fetto pagasse di sua persona avanti il giudice compe-
tente; non potendosi tampoco né molestare il mori-
bondo, uè turbare il funerale, pena l'infamia, e posta
al bando la terza parte de' beni del disturbatore.
.^el libro XL\ III Digrstorum, Tit. XXIV Decadnve-
rìLms Puni7or«m , apprendiamo come non si potes-
^ro negare a' congiunti i corpi di coloro che fos-
sero stati condannali nel capo, citandosi l'autoritÃ
del divo Augusto, che nel libro X De Vita sua, ebbe
a scrivere aver egli ciò voluto che si osservasse. 11
giureconsulto Paolo poi lasciò ricordato che i cadaveri
de* condannati , dietro domanda di chicchessia, si
lasciale che venissero dati alla sepoltura i solo i
LA VIA Celle tombe n
deportati nelle isole ed i relegali , restando aoclio
dopo la morte la pena , non fosse lecito che vetiis-
sero trasferiii e sepolti senza licenza del Principe;
ciò che del resto il Principe sovenlissime volte ac-
cordava.
Finalmente, nel Lib. I. Reccptarum sententìanim di
Giulio Paolo, Tit. XXI, ohe versa De s-pnlcris et Lu-
gendis, è sancito come allora che per invasione di
fiume , timore alcuno ahhiasi a togliere un cada-
vere già consegnalo a perpetua sepoltura , cumpiuii
prima solenni sagrifici, abbiasi a compiere la trasla-
zione di none tempo; che a non funestare I luoghi
sacri della città , non sia lecito portar cadaveri dentro
di essa sotto minaccia di punizione; che colui che
trovasi in tempo di corrotto astener si debba dai
convivii, dagli ornamenti e dalle vesti bianche; che h
spesa funeraria debbasi imputare av; ili tolti i de-
bili ereditar] , e per dtimo quegli che abbia spese
per seppellire un morto od a cagione de' fii'ierali
di lui , possa rivalersi appo l' erede, il padre od il
padrone.
Il giureconsulto Paolo, alla legge ff, demjuriisl
conlemplò il fatto di chi avesse l.ipidalo la statua
di un defunto, e non ammettendo né distili... ori, né
liraiiazioni, perchè l'animo maligno fosse < videnre ^
rispose doversi quel fatto punire siccome ingiuria : né a
lui fece velo il vantaggio qualui que the da simile failo
rUcaesse la storia, regisiraudo che le male opere di
J44 CAPITOLO VIGKSIMOSECONDO
quel citladino avessero condotto a tanto sdegno il
paese da meritare che dalla furia del popolo la sua
statua saxis ccesa fuisset venisse da' sassi abbattuta.
Intorno a che V illustre scrittore di penale diritto
prof. Francesco Carrara, nella sua dotta memoria
Sulle ingiurie ai defunti, letta nello Ateneo di Brescia,
nella tornata del 15 giugno 1873 e pubblicata nella
Temi Zandea,Si modo di epifonema commenta : « Così
ragionavano gli amichi e così si durò a ragionare
per secoli in Italia ed in Germania , dove lo spirilo
non usurpa le veci della sapienza, e dove una que
stione giuridica non si scioglie con un molto brii
lanle. » E venne con copia d' argomenti a conchiu
dere , pur tenendo conto dell' interesse della storia
«he sì sovente si invoca a diflamazione de' defunti
che ultima conseguenza alla quale meni diritto un
fiale interesse sia che le calunnie lanciale contro
defunii nei fatti relativi alla vita pubblica dovreb
bero dichiararsi perseguitabili ad azione popolare
«ice ad azione pubblica esercitata dal Pubblico Mini
stero nella sua rappresentanza dei contemporanei e
dei posteri, cioè della società tradita ed ingannala da
maligno calunniatore; osservando che Platone come
(uoralista ci avrebbe guidato a questa conclusione
eoD la sua nota formula dei doveri che legano i vivi
verso gli estinti 1).
ì) Fu riprodotta la bella memoria dnl Carrara d;il Gior-
nale dei Tribunali di Milano , Anno 11 , N. 225 e 226 ,
ossia 20 21 settembre 1873.
Lk VIA DELLE TOMBE 349
Poiché il lettore sa tutto ciò, che sull' argomento
de' trapassali e de' sepolcri pralicavasi in Roma e
fuori di essa ne' luoghi ad essa soggetti, restringen-
domi ora più presso al mio tema di Pompei, usciamo
insieme dalla Porta Ercolanese ed inoltriamo nella
Via delle Tombe di questa città , della quale era parte,
anzi attraversava, com'egli già conosce, il Borgo
Augusto Felice, dissotterrato dalle ceneri dal 176S
al 1770 e dal isil al 1814. La vista è imponente,
presentandosi tutta fiancheggiala da sontuosi monu-
menti. E moDumenti eziandio debbono essere stati
sparsi per lutto il pendio dulia collina, tanto essendoci
dato d' argomentare dalle varie elevazioni verdeg-
gianti di essa.
É da questo punto, in cui s'è posto il piede nel
sobborgo, il qual potrebbesi dire dei morti, che è dato
comprendere in un sol colpo d'occhio tulio il corso
della via antica infino ad oggi scoperta e di ammi-
rare nel suo complesso 1' elegante magnificenza di
tanti ipogei, de' quali fu detto a r.igione presentare
forme sconosciute all'architettura attuale ed all' arti
moderne.
E all'uscire del pari di questa porla, che m'av-
venne di ricordare altrove esservisi scoperto lo sche-
letro della .sentinella, qui moria fedele alla sua con-
segna. Era eziandio prossima a tal luogo la tomba
di M. Cerrinio Restituto , come ce lo appresero
le due seguenti iscrizioni , di cui 1' una è la fedele
ripetizione dell' altra :
346 CxPirULO VltìESlnOSKCO.NDO
M. CEHUINIVS
RESTITVTVS
AVGVSTAL. LOC. D. D. D.
Nel mezzo della cappella , sacellum , era una pic-
cola ara, avente l'iscrizione medesiraa, ripetuta come
dissi, ma disposta in questo modo:
M. CERRINIVS
RESTITVTVS
AVGVSTALIS
LOCO DATO
D. D. 1).
Un semicerchio a manca, che dicevasi scholu, per-
chè ad uso di sedile, di tufo e pietre pomici, recava
la seguente iscrizione, che chiarisce aver appartenuto
al sepolcro di Anio di Marco Vejo :
A. VEIO M. F. U VIR. I. D.
ITER QVINQ. TRIB. MILIT. AB. POPVL. EX D. D. 3;.
Più grande è l'etniciclo detto di Mammia , sco-
porto nell'anno 1763, che racchiudeva il sepolcro
di questa donna, che fu sacerdoies'^a pubblica, e al
quale s'ascendeva per un passaggio aperto alle spalle
dell'emiciclo. Era il sepolcro meglio costruito che
siasi scoperto in Pompei. Aveva già un ordine di
colonne joniche al di sopra di altro ordine dorico,
i) • Marco Ccrrinio Rpslitiilo, Augustale, in terreno con-
eesso da decrclo de' Decurioni. •
2) • Ad Anio Vejo di Marco, Duumviro per la giustizia,
quinqiipviro p^r la seconda volta, tribuno de' soldati eletto
dal ix'jiolo; per decreto do' Uocurioni. •
La via delle tombe ó»7
su cui posavano alcune statue. L'interno era decoralo
da nicchie e pitture: in una delle prime stavano le
ceneri dì Mammia in un' urna di terra colta chiusa
in altra di piombo. L' iscrizione , in caratteri forti ,
cosi fu letta :
MAMMIAE P. F. SACERDOTI PVBLICAE LOCVS
SEPVLTVRAK DATVS DECVBIONVM DECRETO i).
Su d' un piccolo pilastro a fior di terra e non di-
scosto dal sepolcro di Mammia, leggevasi l'iscTizione ,
che rammenta i versi che ho appena riferiti del Ve-
nosino Poeta :
M. PORCI
U. P. EX DEC.
DECRET. IN
FRONTEM
PED, XXV
IN AGRVH
PED. XXV 2).
Avanti a questa tomba venne trovata una statua
in abito consolare, forse quella di Porcio stesso, il
quale era per avventura il padre della sacerdotessa
Mammia.
Fra la tomba e 1' emiciclo si rinvennero sedici
1) . A Mammia figlia di Publio (oppure di Porcio se il
monumento vicino è di suo padre o d'alcuno della sua
famiglia ) sacerdotessa pubblica , luogo di sepoltura dato
per decreto de' Decurioni. •
ì) • Questo spazio di venticinque piedi quadrati fu ac-
cordalo a Marco Porcio figlio di Marco per decreto de' De-
curioni. •
3i8 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
cippi funerari!, parecchi di essi di marmo, su taluno
dei quali si decifrarono le seguenti iscrizioni :
e. VENKRIVS
EPAPHRODITVS
ISTACIDIA. N. F.
RVFILLA SACERD. PVBLICA
N. ISTACIDIO
CAMPANO
GN. UGLISSABVS
ÀPER
ISTAC ....
MENOIICI
Nello stesso luogo si trovarono frammenti di sta-
tue ed una lucerna in terra cotta con una flguretta
avente nelle mani un fiore in basso rilievo, e colla
iscrizione:
ANNVM NOVVM FAVSTVM FELICGM MIHI 1).
É da questa parte sinistra della via che si incoH-
tra quella casa che comunemente vien detta essere il
Potnpejanum, o villeggiatura di Cicerone, ch'egli col
Tusculutn prediligeva sovra tutte l'altre sue ville, se
per ornarla con magnificenza ebbe a incontrar debiti,
come lasciò scrìtto in una sua lettera ad Attico 2).
f ) «Mi sia il nuovo anno fausto e felice. •
S) Ep. 1, lib. 2. Vedi anche la lettera sua a Marco Mario,
Epist. 3, lib. 7.
LA VIA DELLE TOMBE 349
Ne ho già parlato altrove, né però mi ripeterò: solo
piacendomi far notare al lettore come a ogni modo^
sìa questa od altra la casa del grande Oratore Ro-
mano, sarebbe sempre slata una ricca abitazione, che
non tolse al suo proprietario di abitarla e decorarla
riccamente. L'essere nella non lieta via delle tombe,
dimostrerà ognor più come la religione de' sepolcri
non fosse accompagnata allora quanto adesso , per
forza di superstizione, da alcun pensiero di orrore. Ove
poi si rifletta aver Cicerone difeso Publio Siila, cbt;
fu il primo patrone della Colonia Yeneria Cornelia,
nulla di piìi probabile apparirà che ne abbia ricevuto
io guiderdone il terreno di quella casa e poi anche
la casa slessa, che per essere nel Pagus Felix, spet-
tava alla Coionia militare, la quale, giusta quanto
m'accadde di più volte notare, Lucio Cornelio Siila
vi aveva dedotta, e che però avesse appartenuto a lui.
Lungo questo lato è pur il sepolcro di Scauro ,
della tribù Menenia , che vuoisi dal punto dt
vista archeologico considerare siccome il più inte-
ressante, di quanti sepolcri si sono scoperti a Pom-
pei. La base è quadrata ed è di tufo vulcanico: essa
poggia con tre gradini sovra altra base più grande della
stessa forma e materia, e nella quale é praticala la
camera sepolcrale, o colutnbarium, con quattordici
nicchie, come quadralo ne è il cippo. Il lato che
é ora rivestito d' un' ampio tavolo di marmo, il cui
angolo superiore sinistro, essendo spezzalo e perduto.
350 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
lasciò imperfetta la iscrizione, che completala non a
filari dallo studio, suona così :
A VMBRICrO A. F. MEN
SCAVRO
It VIR. I. D.
HVIC Decvrionxes locvm monvm.
IT HS 00 0° IN FVNERE ET STATVAM AEQnESTR
FORO PONENDAM CENSVERVNT
SCAVRVS PATER FILIO 1).
Il gran basamento inferiore offriva già rappresen-
tazioni a basso rilievo di suicco, oggi pel gelo com-
piutarnenle scomparse. In nno de' quadri vedevansi
â– due bestiarii con lance: l'un d'essi combatteva con-
tro di un lupo, l'altro contro di un toro. Alcuni cani
inseguivano de' cinghiali furiosi, cervi e lepri corre-
vano a precipitosa fuga. In un quadro superiore
scorgevansi gladiatori armati di lutto punto che bai-
tevansi a oltranza , altri a cavallo che scagliavano
lance a costoro ; era curioso che dovessero menar
i) ' Ad Aulo Umbricio Scauro Mt^nenio lìgiio di Aulo,
duumviro di giustizia, i Decurioni decretarono il colloca-
mento d'un monumento, duemila sesterzi * pe'suoì funerali
e una statua equestre nel foro. Scauro padre al proprio
tiglio. • Taluni , in luogo di Umbricio, la incompleta pa-
rola ...HICIO. lessero per Fabricio ; altri per Castricio:
io ho seguito chi lesse Umbricio.
* Appena qiirstn sominn, clie corrisponderebbe a' 400 lire, po-
teva bastare alia spesa del rogo e della cerimonia funebre. Certo
te ulire spese, come i ludi gladiatorj, sarannosi sopportati dulia
laroigliH.
, LA VIA DELLE TOMBE 3b«
botte all'orba, perchè le visiere de' loro elmetti man-
cassero delle fessure per gii occhi. Interessa il ve-
derne ricordali in grossolani caratteri neri i nomi
con una cifra accanto; indicante il numero delle
vittorie riportale. L'uno è nominalo Debrix , cioè
della Bebricia in Asia e riportò quindici vittorie, il
suo avversario è Nubilior e ne conta undici; di altri
due non è leggibile il nome. Degli altri quattro gla-
diatori, due seculores e due reliani, alle prese fra loro,
leggesi il nome di Nitimuì, reziario vittorioso cinque
volte, e di Hippolitus , secnior, degli altri due no.
Quello che pugna con NWmus vedesi ferito, cadere
implorando la pietà degli s[iettatori, oderendo ad un
lempo la gola al ferro di-I vincitore , come era la
pratica già da me esposta nel capitolo dell'Anfiteatro.
Superiormente a questi bassi rilievi stava una iscri-
zione, nella quale si lesse il nome di Quintus Am-
pliaius , il capo forse di questa famiglia gladiatoria ,
ed al quale per avventura spettava la tomba, peroc-
ché si creda da molti che la tavola di marmo colla
iscrizione di Scauro surriferita , trovatasi bensi di
poco discosta, non le appartenesse, ma là venisse col-
locala, perchè scomparsa , per la rovina del tempo ,
ogni decorazione.
Eravi un terzo quadro salla porticina con cinque
Qgure di gladiatori armali, di cui l'uno egualmente
ferito a morte.
Sepolcro circolare è quello che segue subito , con
552 CAPITOtO VIGESIMOSECONDO
base quadrala e torre rotonda su dì essa. Sulle pìc-
cole piramidi del recinto sono i bassirilievl di stucco
rappresentanti una donna che fa l'offerta su di una
acerra, e un'altra che depone un lino sul suo bam-
bino caduto sulle rovine, forse quelle del tremuoto
del 63.
Appresso a questi sepolcri elevasi a poca altezza
un cippo, sulla cui sommità Qgura una testa, sotto la
quale si allargano le spalle, rendendo da lungo la fi-
gura d'uomo, quasi significasse l'ombra d'un defunto.
Sul ventre , o specchio che vogliasi altrimenti dire ,
di essa, è questa iscrizione :
IVNONI
TYCHES IVLIAB
AVGVSTAE VENER t).
Questa Tiche è la stessa Tiche Nevoleja che ha
altro maggiore monumento in questa medesima fu-
nerale campagna? Taluni il pensarono: altri la vo-
gliono una sorella di essa: ambe poi furono certa-
mente addette al servizio di Giulia figliuola d'Augusto.
Non credasi qui che la parola Junoni accenni alla
Dea di questo nome , come erroneamente interpretò
l'abate Homaneili, ma sì al genio tutelare di Tiche;
perocché Junones si dicessero appunto le fate o gli an-
geli custodi di sesso femminino, dei quali si credeva
1) . Al genio protettore di Tiche venerea di Giulia fi-
gliuola d'Augusto. •
LA VIA DELLE TOMBE 355
che uno nascesse insieme a ciascuna donna, desti-
nalo a vegliarla tiilla la vita ed a morire con lei.
Sono figurale, dice Rych nel suo Dizionario delle An-
tichità , come giovani donzelle, colle ali di pipistrello
di falena e vestile da capo a piedi come è in una
dipintura di Pompei-, menire l'angelo maschile (Ge-
nius, Silvanus) fosse abitualmente rappresentato nudo,
pressoché nudo e colle ali d'un uccello.
Tibullo consacra alla Giunone , o angelo custode
di Delia e in nome di costei, l-'elegia sesta del Lib. IV,
che comincia appunto:
Nalalis Inno sanetos cape (huris honoret
Quos libi dat tenera dada puelta manu 1).
In quanto all'ultima parola della iscrizione, Vener,
io seguii la comune interpretazione, leggendo Venerea;
altri però lessero Augiislce Veneri, cioè a Venere Au-
gusta : meglio sarebbe stato allora il dire Augustce
VeneriSf perchè sapendosi che la famiglia Giulia si
faceva scendere da Venere , si avrebbe una spiega-
zione allora più razionale.
Che per altro Venerea fosse una condizione di
schiava o di liberta, ho già toccato nel Capitolo pre-
cedente e potevasi legare al Venerium o luogo ag-
4) Oggi, Giunone, nel tuo di natale
Accogli i santi dell' incenso onori
D' un'esperta fanciulla e gemale.
Mia trad-
CAPITOLO VIGtSIMOSECONDO
giunto al bagno destinalo non tanto a nettezza ed
igiene del corpo, quanto a studio di piacere; onde
abbiam già veduto considerato il Venenum nell' an-
nunzio già riportalo da una parete pompejana: In
prcEdiis Julice Sp. F. locantur balneum, Venenum et non-
gentum tabernce, pergnloe, ccenucula. Rosini nella giÃ
citala Dissertano Isagogica, trattando di altre due
iscrizioni, nelle quali si nominano i Venerii, li crede
schiavi che servissero a coloro che usavano del gabi-
netto venerio 1).
Si fecero maraviglie perchè questa Tiche fin nella
propria tomba si vantasse d'essere stata mezzana di
voluttà alla figliuola di Augusto ; ma v' è da sor-
prendersi di ciò m tempo in cui Gajo Petronio , vi»
ceconsolo in pria in Bilinia e poi consolo, al dir
di Tacilo, fu fatto maestro delle delizie: ninna ne gU"
flava a Nerone in tanta dovizia che Petronio non fusse
arbitro f 2)
Un sepolcro incompiuto cui s'è dato il nome di
Servilia e che succede a quello di Tiche, reca infatti
questo frammento d^epigrafe, che perseselo esprime
gentilissimo afTelto: skhvilia amico amim... 5); ma
appunto per ciò non poteva essere la tomba di
Servilia. Nel columbarìum si trovò un cippo colla
• ) Tab. 10. n. 1, e 2.
2) Lib. XVI degli Annali. Trad. Davanzali.
■ì) ' Servilia all'amico dell'anima. •
LA VIA DELLE TOMBE 355
iscrizione lvcceia ianvaria. La struUura del mau-
soleo è simile quasi a quello di Galvenz'o Quieto, che
è pur da questa parte, costruito da marmi bianchi e
.di bello stile. Appartiene al genere de'cnnolafi, non
avendo né porta, né columbarium, vuoto e fatto, cioè,
a solo titolo di onoranza. Nella parie anteriore del»
quadralo è la seguente epigrafe :
e. CALVE.NTIO QVIKTO
AVGVSTALI
HVIC OB MVNIFICENT. DECVRIONVM
DGCRETO ET POPVLI CON.StNSV BISKl.LU 1)
HONOR DATVS EST.
Sotto di essa vedesi sculto il bisellio, più compiuta
ed elegante di quel di Munazio Fausto, del quale ^iÃ
parlai nella Storia e dirò ancora fra breve. Alle co-
rone di quercia che i due lati del cippo recano, si
argomentò che Calvenzio avesse anche conseguila
l'onore della corona civica, ciò potecJo essere au-
torizzali a ritenere dalle tre lettere 0. C. S. (06 civi.m
sermtum) che si leggono sullo scanno. Le muraglie
del recinto hanno basso rilievi in istucco, i quali or
1) «A Cajo Calvenzio Quioto Ausrustale, ven- ■per la su»
munificenza concesso da dfcrelo dei Decurioni e i-er Cuu-
senso del popolo 1' unor del bisellio. * >
• Questa muniOcenzB non lascierehbe supporre che avesse coia
pcrato l'uiiur del bisellìu 7 Stundo a iiu' iscrizìune 'diia du Oriti
lero, un C. Tilius Cliresiinuj a Sues«a '"aviebbe pur c«nij;<N jl»
co! douo di mille sesterzi, puri a L 20U.
356 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
più non si distinguono : quelli dell' ara in marrac ^
leggiadramente decorata , vennero spiegati rappre-
seniare Edipo in meditazione per indovinare l'enigraa
della Sfinge, Teseo in riposo, e una fanciulla che in-
cendia il rogo.
Del triclinmm funebre, che ^ pur a sinistra formato
<la tre panchi di fabbrica e servienti al silicernium o
banchetto funerale, dissi più sopra.
Dal destro lato della via vuoisi riguardare alla
abitazione che si designò col nome di Giardino delle
colonne in musaico od anco di Sepolcro del Vaso blit, da
quattro colonne in musaico, che sono uniche finora
nel gi'oere e però del più grande interesse , e da
una inagniQca anforetla di vetro azzurro sulla quale
é, in Uà sso rilievo di bianco smallo , espresso una
scena bacchica, per la quale vien considerata come
il capo più importante della collezione de* vetri an-
tichi del Museo Nazionale. Questa tomba fu scoperta
il 29 dicembre 1837. Di faccia all'ingresso è una fon-
lana entro una nicchia di musaico a conchiglie e
in mezzo alle stesse sorgeva un amorino in marmo
che stringeva un' oca, dal cui becco bellamente zam-
pillava l'acqua.
Seguo la tomba detta delle Ghirlande da alcuni fe-
stoni sorretti da tre pilastri corinlii. Essa è cosiruila
di grossi massi di piperno rivestili di stucco e due
tiuiri di fabbrica reticolata hanno a' capi due are,
donorainate acerra secondo Pompeo Pesto, o arx tu-
LA VIA UELLi: TOMBE 3S7
ricremce, come vengono delle da Lucrezio (11, 353) e
da Virgilio {jEndd. IV, 453), perchè visi bruciava, ad
onoranza de'morli l'incenso; onde Ovidio {Heroid. 2. 18)
chiamò turicremi foci le vampe che levavaiisi da esse
e Lucano {Pliars. lib. 9. 989) turicremi ignes.
L' albergo e scuderia che si rinviene da questa
parte e di cui tenni già conto a suo luogo, è novello
argomento del come indifferentemente gli antichi abi-
tassero, senza il sacro orrore che pur inspirano og-
gidì le tombe, in mezzo alle slesse. L'assenza de'ca-
daveri, la presenza delle sole ceneri vi doveva con-
tribuire d'assai ad eliminarlo, l'impossibilità della
corruzione non turbava la salubrità dell'aere.
Il sepolcro dalle 'porte di marmo è in opus retictc-
latum, cioè in materia di fabbrica ad aspello di ma-
glie di rete , ricoperta di stucco. La piccola porta
nel basamento scorge ad una camera quasi sotter-
ranea che riceve luce da piccolo spiraglio, sotto cui
è una niccliia in cui si rinvenne un gran vaso d'a-
labastro orientale con ceneri ed ossa , un grande
anello d'oro con zaffiro, sul quale era inciso un cervo,
ambi ora al Museo Nazionale.
In un recinto che segue, due ceppi si trovarono
che lo fecero chiamare il sepolcreto della famiglia
Istacìdia o Nistacidia, come altri scrivono, unendo l;i
N. che i primi leggono separala sulle tre seguenti
iscrizioni :
f.1- Rovine d' <i'\. III. -3
358 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
N. ISTACIDIVS
HELENVS PAG.
N. ISTACIDIAE
SCAPIDI !)•
Sul muro di faccia alla via era scritta quest'altra
iscrizione ;
N. ISTACIOIO BEX.ENO
MAG. PAG. AVG.
N. ISTACIDIO lANVARIO
MESONIAE SATVLLAE IN AGRO
PEDES XV IN FRONTE PEDES XV 2).
Breton trae occasione da questa iscrizione per de-
terminare la lunghezza del piede in uso a Pompei,
fissandola a Om, 287, stabilendo cosi la prova che
i Campani avevano adottato il piede romano , del
quale è tale appunto la lunghezza indicata da molti
monumenti antichi.
Secondo poi le nuove ricerche del comni. L. Ca-
nina, di cui la scienza lamenta ancora la recente
morte, la lunghezza reale del piede romano sarebbe
stata di Om, 296.33. Il miglio romano componen-
dosi di 5000 piedi, sarebbe stato per conseguenza
di l,481m 75.
1) • A N- Istacidio Eleno maestro del Borgo Augusto.
« A N. Istacidia figlia di Scapido. •
2) < A N. Istacidio Eleno maestro del Borgo Augusto.
• A Istacidio GennarO'
< A Mesonia Satulia. In profondità iK piedi; di fronte
15 piedi. •
LA VU DELLE TOUBE 3S9
Tien dietro la Tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio
Fausto, de'quali ho già riferita, nel Capitolo IV che trat-
ta della Storia, la iscrizione ed al quale però rimando, a
scanso di ripetizione 1). È fra i più interessanti
mausolei. Si compone di un gran basamento quadri-
lungo di marmo che posa per due gradini su altra
gran base di pietre vulcaniche: ha un'elegante cor-
nice , pregevoli ornali e termina ai lati estremi con
un ravvolgimento di fogliami. Nella base superiore
evvi scolpito il busto di Nevoleja: al disotto, dopo l'i-
scrizione, v'é in bassorilievo un sacrificio con diciolto
figure in due gruppi ; è la consacrazione del monu-
mento. L' un gruppo è costituito dai magistrati mu-
nicipali, coileghi di Munazio; l'altro da Nevoleja stessa
e dalla sua famiglia. Dal lato verso la città è effigiato
il bisellio, seggio d'onore dtl quale trattai pur lunga-
mente nel detto capitolo; dall'altro lato verso Erco-
lano una nave con due alberi, t'un diritto, traver-
sale l'altro alla sommità del primo; da cui si so-
stiene una vela quadrata. Sia il pilota al timone: due
giovanetti sono in atto d'ammainare la vela, mentre
altri due si arrancano sulle corde, che un uomo va
riunendo. Era codesta un' allegoria della vita umana,
arrivata dopo la tempesta in porto, o piuttosto un
simbolo della mercatura nella quale Munazio si sa-
i? Voi. I. Capii. IV. pag. 101.
ó60 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
rebbe arricchito? Significhi ciò che voglia: i parti-
colari del naviglio non riescono meno interessanti
allo studio della navigazione antica. La prora di
questa nave è decorata da una testa di Minerva, la
poppa termina in colio di cigno.
A mezzo d'una porta a sinistra del monumento e
dietro di essa s'entra nella camera sepolcrale, di due
metri in lunghezza e larghezza, con due flla di nic-
chie per le urne cinerarie che si trovarono al loro
posto, ed erano in terra cotta, all' infuori d' una più
grande olla d' argilla contenente le ceneri di Nevo-
leja stessa o di Munazio Fausto, o fors' anco d'en-
trambi. Tre belle urne di vetro chiuse ermeticamente
contenevano al tempo di loro scoperta (1813), ceneri
ed ossa galleggianti in un liquido che fu dall'ana-
lisi giudicato una mistura d'acqua, olio e vino, avanzo
certo delle libazioni fatte nelle esequie.
Nelle urne di terra colta si rinvennero altresì
picciole monete, pel passaggio sulla palude stigia a
Caronte e qualche lucerna di terra comune.
Chi fosse questa Nevoleja, può essere fantasticato,
ma nulla si sa di positivo, all' infuori di quel che
ne dice l'iscrizione; una liberta, cioè, di Giulia, fi-
gliuola dell'imperalorc Augusto, forse concubina dipoi
di Munazio Fausto, col quale certo per la primitiva sua
condizione non avrà potuto vincolarsi in giuste nozze
con Munazio, augustale e maestro del sobborgo Au-
gusto Felice , lo che equivarrebbe a sindaco o con-
faloniere de' nostri giorni.
LA VIA DELLE TOMBE 364
Dentro il recinto di questo sepolcreto si trovò
un' urna coli' epigrafe :
e. MVNATIVS ATIMKTVS
VrX. ANNI8 LVII 1).
Un bel mausoleo scoperto nell'anno 1812 in forma
di ara , con zoccolo e cornice eleganti , sormontala
quest'ultima da un plinto e da un bel fogliame d'al-
loro, sorge, perfettamente conservato, in travertino e
la iscrizione che si ripete eguale nei due lati meri-
dionale ed occidentale, lo dice spellante a Marco Al-
lejo Lucio Libella padre e Marco Allejo Libella fi-
glio. Eccola:
H. ALLEIO LVCIO LIBBLLAE PATRI AEDILI
II. VIR PRAEFECTO QVINQ. ET M. ALLEIO LIBELLAE F.
DECVRIONI VIXIT ANNIS XVII LOCVS MONVMENTI
PVBLICE DATVS EST ALLEIA M. F. DECIMILLA SACERDOS
PVBLICA CERERIS FACIVNDVM cVRAVIT VIRO ET PILIO 4).
Questa iscrizione dà motivo a sorprendersi come
mai a soli diciaseUe anni il tìglio Marco Allejo Li-
bella potesse essere già decurione in Pompei. Pe-
rocché ognun rammenti che lesse le Epistole di Ci-
cerone , come questi constatasse essere i porapejani
1) • Chjo Munazio Alimelo visse anni 57. •
2) • A Marco Allejo Lucio Libella padre, edile, duumviro,
prefetto quinquennale ed a Marco Allejo suo figlio, decu-
rione che visse diciassell'anni. Il suolo pel monumento è
slato loro publicamente concesso. Alleja Decimilla figlia di
Marco, sacerdotessa publica di Cerere, lo fece erigere allo
sposo ed al figlio. >
362 Cai-itolo vìGesimosecOindo
assai gelosi dell'onore del decurionato. Avendo uno
de' suoi amici sollecitato presso di lui perchè gli ot-
tenesse una lai carica, egli rispose: Romos si vis,ha-
bebis. Pompeis difficile est 1), signiflcando essere più
difQcile cosa diventar decurione in Pompei, che non
divenire Senatore in Roma.
Presso i Romani, non si poteva essere decurione
in età al disotto de' venticinque anni , come si può
raccogliere nel libro secondo del Digesto: De Deca-
rionibus; tuttavia potevasi derogare a questa legge
in virtù di privilegio accordato a determinata fami-
glia che se ne fosse resa meritevole. Di questo no-
vero doveva certamente essere slata la famiglia dei
Libella in Pompei.
Da questo monumento dei due Libella, eretto dalla
pietà di sposa e di madre , si passa al cenotafio di
Cejo e Labeone, epperò senza colombajo. Guasto assai
di presenle, un di, attese le sue proporzioni grandiose
quantunque irregolari, deve essere stato di non dub-
bia importanza. Vi dovevano essere bassorilievi di
stucco e statue: forse quelle medesime che vennero
rinvenute presso ed erano un personaggio in toga
e parecchie matrone egregiamente palliate. Eranvi
nel zoccolo del gran piedistallo delle iscrizioni in
grossi caratteri rossi , ma cosi sbiaditi che non si
• Se vuoi esserlo in Roma^ otterrai: in Pompei è ma-
lagevole cosa. •
LA VIA DELLE TOMBB 3(3
poterono leggere. Si lesse invece quella nello slesso
mODumento, che fu poi trasferita al Museo. Eccola :
L. CEIO L. F. MEN. L LABEON
ITER D. V. I. D. QVINQ.
MENOMACHVS L. 1).
Come superiormente ho fatto , nel leggere 1' iscH-
zione sul monumento di Scauro, interpretando la pa-
rola MEN, abbreviatura della prima linea, per della
Tribù Menenia ; io pure, in questa di Lucio Cejo, in-
terpretai con Mazois ed altri T egual abbreviatura
nella stessa maniera: Bréton nondimeno la dichiarò
per Menomachus , adducendone una ragione abba-
stanza plausibile. Un usage , scrive egli , presque
Constant, élait que les affninchis empruntassent le noni
ou le surnom de leurs paircns , et que c'est sans doute
ce qu^avait fati Menomachus fondateur du momment i).
Nella camera mortuaria del monumento si raccoi<
sero due balsamari di terra cotta e un' urna bellis-
sima di vetro con ossa.
Il Bonucci afferma che qui presso, a piccola di-
stanza l'uno dall'altro, si rinvenissero cinque, scheletri,
tra' quali quello d' una donna di ricchissima taglia.
Recavano sopra di sé monete di argento e di bronzo
i) • A Lucio Cejo Aglio di Lucio, Menenio: a Lucio
Labeone per la seconda volta duumviro di giustizia «
quinquennale, Menonaco liberto- •
2) Pompeja. Pag. 9ì.
CAPITOLO VIGESIHOSECONDO
e un materozzolo di chiavi con de' grimaldelli; lo
che lascia supporre che fra di essi vi fosse qualche
ladro rimasto nella città per esercitare il suo infame
mestiere e che il Vesuvio lo abbia giustamente sor-
preso e punito 1).
Dietro di tal monumento scopronsi le rovine di due
grandi sepolcreti, ed evvi un recinto sepolcrale, ove
erano diversi cippi che dicevansi columellce, perchè
appunto erano colonnette, cólumella essendo diminu-
tivo di columna. Su d'una di essa era scritto :
ICEIVS COM
MVNIS
Una cólumella che sta avanti una nicchia con uÃ
frontispizio segna il sepolcro di Salvie , fanciullo di
anni 6, come lo fa sapere l'iscrizione:
SALVIVS PVER
VIX. ANNIS VI.
Presso è altra nicchia in fondo della quale era di-
pinto un giovane, su cui pendevano ghirlande di
tiori: era il sepolcro del fanciullo dodicenne, Numerio
Velasio Grato, giusta l'epigrafe:
N. VELASIO GRATO
VIX. ANN. XII.
Poiché sono a dire delle columelle , ne trovo ri-
1) Pompei descritla da Carlo Bonucci.
LA VIA J>ELLIì: tombe 365
cordala una nel Viaggio a Pompei dell'Abate Dome-
nico Romanelli, la quale termiiiava in un busio
marmoreo con testa di bronzo e della qu'ile parla-
rono gli Accademici Ercolanensi nella Dissertazione
Isagogica. Si esprimeva nell'epigrafe essere il simu-
lacro di Cajo Norbano Sorice attore delle seconde parti
ideile tragedie, maes'.ro del pago suburbano Augusto
Felice, cui fu assegnato il luogo per decreto de' decurioni.
Cosi almeno traduce il Romanelli il seguente te-
sto dell'epigrafe
e. N'ORBANI SORICIS
SGCVNDARVM
UAG. PAGI AVG. PELICIS
SVBVRBAM
EX D. D. LOG. D.
Ed una tale traduzione egli esegui dopo certo
-aver veduto le illustrazioni fattene del signor Millin
che appella erudito e dal signor De Clarac in due
dissertazioni stampale in Napoli. Ma a me è pur le-
cito di domandarmi come mai ad un attore delle
seconde parti nelle tragedie si potesse concedere
l'onore dapprima di essere maestro del pago , e po-
scia l'onor del posto speciale, per decreto de' decu-
rioDi , se noi sappiamo die se a' più grandi attori
non isdegnavano i più eminenti uomini intimità ed
affetto come a Roscio ed Esopo, agli altri, massime
se minori, riserbavasi l'ignonìinioso titolo di istrione,
Ja fustigazione del larario e il trattamento servile ?
366 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
L'iscrizione d'altronde tace della qualità di Cajo
Norbano Sorice, né la parola secundarum parnai ,
congiuntamente al resto dell'epigrafe, non autorizzi
e sottintendere le parole che le si affibbiano actoris
secundarum partium in tragcediis.
Scoperta nel 1775, succede la camera sepolcrale di
Gneo Vibrio Saturnino tìglio di Quinto , della tribì»
Falerina , come si leggeva al di fuori del triclinio
funebre unito, ci avverte la seguente iscrizione:
CN. VIBRIO Q. F. FAL.
SATVRNINO
CALLISTVS LIB.
Dissi che si leggeva , perchè ora l' iscrizione fu
trasferita al Museo di Napoli. Piace anzitutto consta-
tare nelP atto pietoso del liberto Callisto che a pro-
pria spesa rizza un monumento all' antico padrone
come la riconoscenza fosse, più che del nostro, virtù
de' secoli andati ; silTaiti omaggi di liberti non erano
infrequenti. Io ne ho già recati più d' uno.
Dopo di questo, ci troviain dinnanzi alle sepolture
della famiglia Arria o di Diomede, slate scoperte nel-
l'anno 1774, le quali, per trovarvisi di fronte, diedero
il nome alla casa di campagna, che già ho descritta,
e fu ritenuta essere proprietà di Marco Arrio Dio-
mede liberto.
La tomba di Diomede, il padre, è la prima e la più
importante che esamineremo. La fronte del monu*
memo la indica nella seguente iscrizione :
LA VIA DELLE TOMBE t^t?
M. ARRIVS I. L. DI0HEDE8
SIBI SVIS UGMORIAE
MAGISTER PAG. AVO. FELIC. SVBVRB. I).
La sigla che segue al nome di Arritis, che io d'un
tratto supplii con un I, ma che nal marmo ben non
si comprende, fu interpretata diversamente. La più parte
ritennero significare Arrii, seguendo l'ermeneutica
adottala da Bróion nel leggere l'iscrizione di Cejo: ma
Bréion è poi curioso che, abbandonandola in questa
iscrizione, abbia voluto leggere nella sigla una J, che
interpretò perJulice. La ragione sola che costei potesse
essere la /«/ta F^/ia;, una de' più ricchi proprietarj di
Pompei, non pare né seria, né da accellarsL Piuttosto
dovrebbesi essere meglio inclinali a ritenerlo liberto di
Giulia la figliuola di Augusto , che avanti la morte
del padre chiamavasi Livia, e così sarebbe stato con-
servo di questa imperiale matrona colle due Tichi,
di cui menzionamnio più sopra le tombe. Greche
di nome codeste due liberie, parimenti greco sarebbe
il nome di Diomede: forse quindi tulli compatrioti.
Il monumento pompeggia sull'altezza d'un muro
con un terrapieno che serve di base a questa tomba
di famiglia : esso si costituisce di un frontiopizio con
pilastrini d'ordine corintio ai lati ed è in cattivo
stato ed ha nulla di rimarchevole fuor che alcuni
1) < H. Arrio Diomede liberto di . . . Maestro del sobborgo
Augusto Felice, alla sua memoria ed a quella de' suoi. ^
368 CAPITOLO VIGESIMOSECONDO
fasci nella facciata, e due teste di marmo 1' una di
uomo, l'alira di donna, appena abozzate, clie gli an-
tichi avevano costume di collocar nei sepolcri per
distinguerli.
Dietro la testa d'uomo, era questa iscrizione:
M. ARRIO
PRIMOGENI
e ricordava il primogenito della famiglia di Diomede.
Dietro la testa della donna eravi quest'altra:
ARRIAB M. h.
Villi
e ricordava la nona figlia di Marco Arrio Diomede
liberto.
Sul detto muro inferiore poi che serve di monu-
mento sepolcrale ad un' altra figlia del medesimo,
sta questa iscrizione:
ARRIAE il. F.
DIOMGD£S L. SIRI SVIS
Tutta insomma una famiglia.
Presso questo sepolcreto di famiglia è un vasto
recinto che si prolonga verso la strada ed è lutto
circondato da un solido muro che sosteneva un ter-
rapieno , nel quale si videro de' tubi per lo scolo
delle acque: forse era tal luogo il sepulcrum comune
cimitero delle classi inferiori, ed anche l'ustrinum.
Vi si riconobbero infatti ossa umane in copia e reli-
quie di funebri banchetti.
LA VIA DELLE TOMBE 3*^9
E qui ha fine tutto quanto la Via delle Tombe in
Pompei può presentar di rimarchevole e giova ad illu-
strare quanto m'accadde di dire intorno alla religione
de' morti nell'antichità romana.
Solo n)i corre obbligo adesso, a pieno compi-
mento e prima di congedarmi da questo capitolo
onde si chiude il mio qualunque lavoro, di segna-
lare al buon lettore che mi ha seguito fin qui , una
particolarità , che vale egualmente a confermare
l'uso romano che tulli i sobborghi d' una città ser-
vissero a sepolture. Gli scavi eseguili ne' mesi di
maggio e giugno i8o4 fuori dell'altra porta pompe-
iana detta di Nola hanno condotto a scoprire molte
urne in terra cotta contenenti ceneri di bruciati ca-
daveri, e chi sa che altrellanlo non venga forse di
constatare negli scavi ulteriori fuori delle altre porte?
Questo verificandosi, sarebbesi tratti allora a mettere in
sodo che non solo a Roma , ma fuori quasi tutte le
porle di tutte le città conformale agli usi di Roma,
e più specialmente nelle colonie, si praticasse seppel-
lire i defunti; cioè riporre le loro ceneri — peroc-
ché non si costumasse inumarli — e rizzare monu-
menti funebri ed ipogei.
La quale consuetudine rispondeva al bisogno chepro-
vavasi e che son venuto dimostrando di onorare la me-
moria dei cari trapassali, avendone le dilette reli