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Full text of "Proceedings"

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1 

1 






ATTI 

DEL 

IV mmmm internazionale 

DEQLI OBIENTALISTI 

TENUTO IN FIRENZE NEL SETTEMBRE 1875. 

VOLUME SECONDO. 

C0?» 01 B TJIVOLR. 

FIRENZE. 

COI Tin DEI SUGCESSORl LE MONNIER, 
1881. 




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ATTI 



IV CONGRESSO INTERNAZIONALE 



DEGLI OMENTALISTI. 



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LtttLLMM 



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ATTI 



(Uh^^U. X CUiK C t' *-^ 



DEL 



IV CONGRESSO INTERNAZIONALE 

DEGLI ORIENTALISTI 

TBNDTO IN PIRENZB NBL 8BTTBMBRE 1878. 



VOLUME SECONDO. 



CON DUE TAYOLX. 



FIRENZE. 

GOI TIPI DEI SUGGESSORI LE MONNIER. 
4884. 



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.A73 
V.2 



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o 



/■/f'S3 



PARTE aUARTA. 



STUDU BEHERALI IHDO-EUROFBI E STDDU OUHIGI. 



Mil del W Congretso deyU Onentalisti. — Vol. 11. 



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NOTE GLOTTOLOGICHE INTORNO ALLE IIN6UE SLAVE 

E 

QUESTrONI Dl WOfiFOLOGtA E FONOLOGtA ARIO-COROPEA 
MEMORIA 

•T. lBA,XJlDOUiN JDB2 COURXEaS^AY. 



I. 

SUtL*ARMONIA VOCALICA (dELLE VOCAu) NEI DIALETTI RESIANI. 
[lUUa , prOTineia di Udine, distretto di Mogglo, comune di Besia.] 

I Resianiy di numero circa 3300, abitano nelF angolo set- 
teatrionale-orientale dell' Italia, nel distretto di Moggio, pro- 
vincia di Udine. II loro territorio tocca V Impero austriaco, e 
consHste nelle due Tallate, la grande Valle di Resia e la pic- 
cola VaUe di Uccea, dove si trovano non molto pid di 500 abi- 
tanti. II Momte Canino separa la Yalle di Resia dair Impero 
austriaco, mentre la Valle d'Uccea b aperta appunto verso 
r Austria. La pid vicina stazione ferroviaria di Resia h Re- 
siutta^ dallft qimle si passa neHa VaUe di Resia per una strada 
fra le montagne da ambedue le parti. 

Una particolareggiata descritione della Resia e dei Re- 
siani, tentai gi^ in un articolo russo: 

Rei^'a i Bezjane, stampato nel Slavjanskij Sbornik, « Raceolta 
slava,> tomo III. Pietroburgo, 1877, e pubblicato ancbe 
separatamente. 

01tracci6 le notizie piii o meno esatte su questo piccolo po- 
pole>, SI possono trovare nei seguenti lavori ed articoli: 

Dm Stefano Valente, Std Ungimggio slavo d^a VaUe di Besia 
in Friuli (Giornale di Udine, 1868, num. 293, 9 dicembre). 



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4 J. BAUDOUIN DE COURTEJiAY. 

Conte Jan Potocd, Die Slaven im Thole Resia (Barth. Kopi- 
tars kJeinere schriften. Herausg. v. Fr. Bliklosich, I. 
Wien, 1857,323-330). 

B. BiONDELLi, Studii Unguistici. Milano, 1856, 55-56. 

G. I. Ascou, Studii eritici, I. Gorizia, 1861, 46-47, ec. 

Ho nominato qui soltanto alciini lavori, scritti nelle lin- 
gue piu conosciute, tedesca ed italiana. Chi pu6 leggere i libri 
slavi, come anche chi desidera farsi un concetto piu esatto 
della letteratura relali?a a questo tema, troverk informa- 
zioni sufficienti nei lavori ed articoli di Stanko Yraz, I. Srez- 
NEVSKU, A. Pis'ely, St. Kocuanc'ic', 0. Caf, J. Berguann, 
P. S'afar'Ik, ec, e nella citata mia opera: Rezja i Rezjane, 
pag. 366-371. 

Fra il popolo, anzi fra le persone intelligenti deUa Resia 
stessa e dei paesi vicini e divulgata la leggenda, che i Resiani 
provengono dalla Russia, eper conseguenza sono Russi, ossia 
in ogni caso piu affini ai Russi , che non. agli altri popoli slavL 
Per provare che questa leggenda b una favola popolare, senza 
veruna base scientifica, basta la seguente riflessione: 

1) Se i Resiani fossero Russi, allora non potrebbero 
avere: gldva o hldva o Idva c testa, > hrdda « barba, » Jdds 
€ spiga, T^ Ids € capello, > vrdna < cornacchia, > krdva 
€ vacca, » srida < mercoledi , > brig o hrih c rfva, > ec, ma 
necessariamente, colla svardbhaJcH (« polnoglasije >) russa, 
golov^ holov&, borodd, kdlos, vblos, vordna, kordva, seredd., 
bh-eg, ec 

2) Se i Resiani fossero Russi, dovrebbero divere pldc'at 
fpMciat) < pagare, » berhz'a (z' = francese^*) « gravida, » (par- 
lando delle beslie), ec, e non, come hdixmo, pldtjat, broeja o 
brm*a, ec 

In simile maniera possiamo dimostrare, che i Resiani non 
sono Bulgari, non Sloveni nel senso proprio di questa parola, 
non Serbo-Croati nel senso strelto, ec, e che ci rappresen- 
tano, dal punto di vista glottologico, una stirpe slava indi- 
penJenle. 



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NOTE GLOTTOLOGICHE INTORNO ALLE LINGUE SLAVE, EG. 5 

Di tutti i loro yicini Slavi, i Resiani hanno nella lingua la 
piu grande rassomiglianza con gli altri Slavi del Veneto. Con 
questi altri Slavi del Veneto o delPItalia settentrionale, i Re- 
siani hanno comuni le seguenti particolaritk fonetiche : 

1) <^' (&')> corrispondente al primitivo tj, che nello Slor 
veno si h cambiato in c' (ci), per es.: ifiUj c notte, » svUja 
«luce, candela, > ec. 

2) n primitivo Ij si h cambiato in^, per es. ijiidi c uo- 
mini, > kraj « re, > jpo'joB « campagna, » hjuvdt « vomitare, » ec. 

3) U cambiamento della m finale in n, quando non lo 
impedisca la influenza analogica delle altre forme, provenienti 
dallo stesso tema, ossia dalla stessa radice ; per es. nan « a noi, > 
c'on (tjon) « voglio, > man < ho, » siz otrohbn c col bam- 
bino, » ffsan « otto, » ec. ; mvece di nam, c'om (tjom), mam, 
siz otrokdm, d'aam, ec. 

Cosl, per quanto posso io conchiudere dalla lingua stessa, 
la base del resiano appartiene alia stessa stirpe slava, di cui 
h la piu occidentale parte delle lingue e dialetti slavi meridio- 
nali (Istria, Quamero, San Pietro, Gemona , Tarcento, ec). Ma 
ci5 non'basta, essendo questo solamente la base slava del re- 
siano. Intanto gi§i una superficiale osservazione delle fisiono- 
mie'degli abitanti della Resia basta per avere un indizio, che 
non h questo un popolo puro slavo. Molto piu decisiva h la in- 
vestigazione dei loro dialetti: si, dialetti, non dialetto, giac- 
cb^ i Resiani hanno quattro dialetti molto divergenti fra loro 
(San Giorgio, Gniva, Stolvizza, Oseacco) ed oltraccid due piCi 
piccole sfumature (Sul Prato, Uccea), non parlando poi delle 
particolaritk individuali d* ogni villagg^tto. 

In tutti questi dialetti sono comuni le tracce della in* 
. fluenza straniera. La differenza fra loro invece h fondata sulla 
differente manifestazione dell' elemento slavo. 

Bench^ il resiano sia in alcuni riguardi molto simile alio 
slavo dei distretti di Gemona, di Tarcento, ec, nuUadimeno 
vi sono enormi divergenze, anzi vorrei dire, quasi un intiero 
abisso fra il carattere generale dei dialetti resiani da una parte 
ed i dialetti slavi di Gemona, di Tarcento, ec, dall' altra. Que- 



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D J. BAUPOUN PE COURTKNAY. 

sta grande difiEerenza $i manifesta^ fra Taltro, nd segaenti 
punti: 

1) Gli Slavi di Gemona, Tarcento, ec, hanno una pro- 
nuncia chiara, sobietta> pura; la pronuncia dei Resiani invece 
h pel nostro oreccbio oscura^ non definita, profonda. Basta 
indicare la serie intera deUe yocaH, d^ U, m, y, per cui il mi- 
gliore nome metaforico sarebbe forse c vocales peck^rdles » od 
anzi € vocales ventrales. > Una tale divergenza nella pronuncia 
dimostra un organo del tu^o differente nella sua parte prind* 
pale. Quando il Resiano pronunda le sue vocall caratteristicbe, 
abbassa, per quanto h possibile, 3 porno di Adamo e mettela 
punta della lingua fra i denti. Da d5 proviene, che spesse 
volte le consonantly precedent! queste vocali caratteristicbe dd 
Resiano, hanno un certo che dell' elemento acustico del suono, 
proprio alP inglese th, e nel parlare complessivo, riguardo alle 
consonant!, predomina un certo sibilo. In un oreccbio non 
abituatOi principalmente da lontano, la lingua resiana pu6far 
qualcbe volta V impressione del pariare artificiale dd sordo^ 
muti. La difficoltk dei suoni resiani h tale> che, bencbd iosia 
stato Ik quasi un mese intiero , nondimeno in molti punti sono 
ancora in dubbio, e, per farmene una idea chiara e d^nita, 
dovrei assolutamente andarvi ancora una volta. I suoni invece, 
degli altri Slavi, ossia di San Pietro, di Tarcento, ec., ossia de- 
gli Sloveni, ho potuto capirli subito senza grande sfenso. 

2) Prolungate nel resiano sono soltanto le sillabe ac« 
centuate, come nello sloveno, main forza di altre infiuenze. 
Gli Slavi di Gemona e di Tarcento hanno mvece la quantity 
deUe sillabe indipendente dalF accento. 

3) La sillaba lunga disaccentata davanti ad una Inreve 
acoentuata ritira nel resiano V accento sopra s^ stessa. 

4) La differenza fra le sillabe lungbe e brevi, ma sol* 
tanto accentuate, si rillette in resiano nelledififerenze qualita- 
tive delle vocali, come anche nello sloveno^ e non nella im* 
mediata lunghezza o brevitk. Cosl, per esempio, il riilesso 
resiano dd lungo o aceentuato 6 ti, il riflesso pure delTo 
breve aceentuato h 6'. 



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NOTE GLOTTOLOGICHE INTORNO ALLE UNGUE SLAVE, EC. 7 

5) La particolaritk caratteristica del resiano 5 un* as- 
soluta mancanza di dittongbi proprii^ proyenienti dalle vocali 
semplici, cioh di quel dittonghi, che sono tanto frequent! presso 
gli Slavi immediati vicini dei Resiani. Bastamenzionare m eie, 
provenienti da o ed e, nel dialetto di San Pietro* Se troviamo 
nel resiano le combinazioni di due vocali, non separate Tuna 
dall'altra con una consonafitej queste sono effetto o d'una 
Yocalizzazione delle consonanti j, v od anche (eome a Oseacco 
ed Uocea) della I, oppure del dileguo della consonante primi- 
tiva h (a Stolvizza) oj (a Oseacco ed Uccea). Per altto queste 
conabinazioni delle due vocali non possono esser chiamate dit- 
toDghi nel senso proprio della parola. 

6) Una assai mefavigliosa particolarit^ dei dialetti re- 
siani consiste nella assimilazione tutta loro propria delle vo- 
cali nelle sillabe subordinate alia vocale nella sillaba domi- 
nant6« E! questa cosi detta amtonia deUe vocali, cbe fa il 
priQcq)ale oggetto di questa tnia Memoria« 

La grande diversity fra i singoli dialetti resiani, appttnto 
nel trattare la loro parte slava o Telementoslavo, accenna una 
varia origine delle singole tribCi resiane. Cio^, gli abitanti delle 
singole frazioni resiane discendono dalle diverse tribu slave, 
arrivate nella vallata in diverse epoche , in diversi tempi. Cosl, 
per esempiOy mi pare, che il dialetto di San Gioi^o rassomi- 
gli un po' a quello della valle di Gail (Gailthal^ Ziljska do- 
lina) nella Carintia, bench^ io non possa afifermarlo assoluta- 
mente, non avendo perlustrato quella, valle. Ma tutti questi 
dialetti sono riuniti per un comune fenomeno fonetico tutto 
particolare, di cui non ^trova, per quanto ne so io, nessuna 
traccia negli altri idiomi slavi, e che anzi h estranea a tutti 
gli altri rami delle lingue ario-europee^ presi generalmente. 
Intendo qui il sunnominato genere della armonia vocalica. 
Questa consiste in ci6 che segue: 

I dialetti resiani hanno la doppia serie di due classi 
delle vocalL Da una parte si devono distinguere le vocali 
chiare ed oaeure, dalP altra pure le vocali stretie e larghe. 
Cosl: 



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J. BAUDOCLN DE COOftTENAY. 



I. 


Vocali chiare: e, 


»i 


0, 


ti. 






Vocali oscure: a?, 


y^ 


0, 


ii. 






Vocale neutrale: a. 










u. 


Vocali larghe: e, 


0, 


(», 


0, 


a. 




Vocali strette: », 


«, 


yi. 


«, 


e. 



Se nella sillaba dominante si trova una vocale chiara, 
chiare devono essere anche le vocali nelle sillabe subordinate ; 
al contrario , se la sillaba dominante ci presenta una vocale 
oscura, le vocali delle sillabe subordinate non possono restar 
chiare e si cangiano in oscure. Dalla larghezza della vocale 
dominante dipende la larghezza delle vocali subordinate; del 
pari, quando nella sillaba dominante v*§ una vocale strettai 
la strettezza delle vocali subordinate ne h conseguenza ne« 
cessaria. 

Ho osservato due generi di codesto contrasto delle vocali « 
basato suUa assunilazione delle sillabe subordinate alia sillaba 
dominante: 

1. La parte della dominante fa la vocale nella sillaba 
accentuata, ossia precedente, ossia seguente le altre sillabe. 
II secondo caso h piii frequente ; per esempio : 

z^anSi « moglie, > dat. s. zosnd, instr. s. sfand, gen. pl. z'inl 

V. £{n, .... 
oija « padre, » dat. s. utjl^ .... 
Utro'h « bambino, > gen. s. otroM, nom. pl. utruci, gen. pl. 

uirAk, diminut. tUruc'Uj, .... 
ko:^h « capra, » dat. s. kozce, gen. pl. huzi, .... 
do bar * buono, > fem. dobr^, neutr. dobro", .... 
zwlmi « verde, > fem. zaland,, neutr. zceloenlP, .... 
pwtj « sasso, » instr. s. patjd, loc. s. pitjlj nom. pl. pcetjy, 

gen. pl. pitji, instr. pl. patjdmi, .... 
rlc « cosa, » instr. s.rac'jd, instr. pl. rac[/(fmi, gen. pl. ric'i, .... 
nktU « portare, » ritfit « dire, » ...., partic. praeter. m. ncescU, 

rdkal,,..,, fem. nasB, rakld,.,,,, neutr. nceslo", roekld\ ...., 

imperat. nisi, rid, ...., praes. 3. s. nossce, roec'ce, .... 



% 



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NOTE GLOTTOLOGIGHE INTORNO ALLE UNGUE SLAVE, EC. 9 

gnspudhn c padrone, gospild « signore, » .... 
mdlo « poco, ^jdbalko « pomo, » .... 
.mcesto € luogo, » hifgowd « divino, ^jcezosro, « lago , » poloz'ylo 

neutr., « questo che ha messo, .... 
vysoko" « alto >, adv., neutr., c'lovcek « uomo, » .... 
z'celcezo « ferro, » koloend « ginocchio, » .... 

Da ci6 proviene una assoluta indifferenza alia qualitk 
della vocale nella sillaba disaccentata, cosicch^ nella stessa 
voce e nella stessa sillaba pu6 apparire a, i,e, y,G5, secondo 
la natura della vocale nella sillaba accentuata. 

2. L'altro genere del suddetto contrasto delle sillabe 
dominanti e subordinate si manifesta nei suffissi e nelle termi- 
nazioni grammaticali, senza nessun riguardo alP accento. La 
direzione dell' influenza v'^ sempre'regressiva, cio5 dall' ul- 
tima vocale della desinenza dipende la quality della vocale pre- 
cedente. Esempii: 

Gen. m. n, s. krlwaga « curvo, > stdraga « vecchio, » do'hraga 

«buono, J> .... , dat. s. krlvimu, stdrimu, dd'hrimu, .... 
mdti «madre, » gen. s. mdtere, dat. s. mdtiri, instr. s. md- 

Utrjo, .... 
pii's'tjana « lasciata* feni. s. nom., nom. pi. m. pu's'tjini, .... 
krdjuvi « i re, » qpo'a'tuluvi « apostoli, » .... 
jl/'mce « nome, » vy'moe « papilla, » .... , gen. s. jy'mana , 
' vy'mana, .... 

Una tale particolarilk fonetica non si riscontra, come ho 
gik detto, in nessun' altra lingua slava. Tutte le modificazioni 
della quality delle vocali in queste lingue sotto V influenza dei 
suoni vicini, dipendono dalla durezza o mollezza (palatalizza- 
zione) delle consonanti seguenti (o qualche volta precedent! im- 
naediatamente); la vocale, che segue (o precede), vi I indiffe- 
rente. Per altro le suddette modificazioni stesse si muovono m 
limiti molto piti ristretti, che non I'armonia vocalica resiana. 
Ci si presenta una semplice assimilazione al suono piu vicino. 



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10 J. BAUDOUIN DB GOURTEMT. 

Cos); per esempio: nel russo settentrionale (^osdrMsstM^) 
alcune vocali diventano o restano piti strette o piu larghci pa- 
latine non palatine I piii o meno palatine, secondo la natora 
della consonante cbe segue i o quakhe volta anche che pre* 
cede (cf. fra gli altri Bohtlingk, Beiirdge zur rusaiaehen Gramr 
matik, nei MSlanges russes tiris du BuOeUn historico-phiMogique 
de VAcadime impir. des sciences de St. Pitersbaurg, tome H, 
1'* livraison, 1851; Grot, FiMogk^eskija razyskanija, 2* izd., 
San KelroburgOi 1876)- 

Nel polaeco il cambiamento delF e (breve) protoslavo in e 
in 0^ e dell' e (lungo) protoslayo in e ed in a dipende dalla 
natura della consonante, cbe segue immediatamente una tale 
Yocale (cf. fra gli altri, Msdecki, Oramatyka peUka, § 70). 
D' una simile natura sono i diversi fenomeni nella lingua boe- 
ma c'echa (cf. Hatlala, Sravndvaol nduvnice Praga, 1857, 
§ 306; Ciucpis c'sskiho tnmsea, 1854, 119, 125; Gebauer, 
Sb&rnik v^decky', II, § 26-28, 30, 31 ; lAsty filologick4, 1, 252), 
nella lingua bulgara (cf. Kyriak-Cankof, Chrammatik der hid- 
garische Soroche, pag. 2-4), e cosl via* 

n pill importante hp cbe nelle lingae e nei dialetti slavi 
piu vicini ed affini al resiano, ciod nel serbo-croato e slo* 
veno, non si trovano quasi tracce d' un simile processo fo- 
netico. 

Dall*altra parte mi pare impossibiie, che una tale oostru- 
zione fonetica delle parole siasi potuta sviluppare nel resiano 
da sh, dal materiale slavo e dalle tendenze foneticbe dlave, 
senza nessuna influenza straniera. Ora di cbe genere avrebbe 
potuto essere T influenza straniera? 

La cosa pid naturale sembra cercarla presso gP immediati 
vicini non slavi dei Resiani, presso i Friulani e le altre popo- 
lazioni romanze. Ma pur troppo nei dialetti di queste popola- 
zlonl non c' h nessun indizio d' un simUe fenomeno. E general- 
menta tuttaP influenza romanza sui dialetti resiani si manifesta, 
per quanto mi pare, soltanto per diverse parole e suffissi, 
pres6 dai Resiani dal friulano o dalP italiano od anzi dal la* 
lino, con alcune delle quali si h importato il suono dellMta- 



1 .„Coo,. 

I A 



NOTE OLOTTOLOQIGHE IMTORNO ALLE imOim SLAVE ^ EG. 11 

liano^*, estraneo alle parole slave del resiano, poi per la. 
modifieazione parziide della costruzioxie untaUica, ma senza 
avere modificato, vorrei quasi dirCi senza aver toccato la stmt- 
tura ed il carattere generale morfologioo e tanto meno fooe* 
tioo di quest! dialetti. 

Ci6 che potrebbe esser riguardato come tin fenomeno 
simile nello zendo, nel greco e nel tedesco, ne ha sdtanio 
le apparenze. Dope una investigazione piii profonda, si vede, 
che v'^ un principio formativo fonetico iutto diverse. L' c epen- 
tesi9> € umlaut, > ec.| rassomigliaoo un poco aU' armraia vo- 
caUca resiana, ma si distinguono da questa, si pel modo del 
cangiamento della vocale , come anche per i limiti, nei quali 
si muove codesto processo fonetico. Per altro intorno alio 
zendo, al tedesco, come anche intorno aU'oseoe cdto, cfr. 
Lucien Adam, De VhaYfnonie des vaydhs dans lea languea mrch 
IcMilMques. Paris, 1874, pag. 52-56. Del celto parlero ancora 
piu avanti. 

Gome h nolo, V armonia vocalica regnainpieno sviluppo 
nelle cosi dette lingue turaniche od uralo-aitsJcbe, rappresen- 
tanticidue rami principali , il ramo innko e ramo turco od ura- 
lo-altaico nel sense piCi ristretto. La natura di questo fenomeno 
fonetico-psicologioo h spiegata assai bene nelle seguenti opere: 

Otto Bokhtungk, Ueber die S^prache der Jakiden, Grammatik, 
Text und WSrterbuch, Besonderer Abdruck des dritten 
Bandes von Dr. A. Th. von MiddendorfiTs Reise in den Sus- 
sersten Norden und Osten Sibiriens. St. Petersburg, 1851. 

Anselh Mansvet Riedl, Magyariicht Qrammaiik. Wien, 1858. 

Indicando queste opere, posso limitarmi qui a citare al- 
cuni esempii dalla lingua altaica, la quale mi ha fatto un poco 
conoscere il celebre orientalista, dottore Fr. Wilh. Radloff, e 
ad esporre in proposito alcune osservazioni generali. 

Prendiamo le radici verbal! altaiche al c capere, pren- 
dere; r^ tol € esser pieno, empiere; > Jc'cU! c andare, venire; » 
ol' € mofire, uccidere; » tur € stare. » 



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125 J. BAUDOUIN DE COURTENAY. 

Ora prendiamo gli affissi: 

1) Colla significazione « far fare cio, che espriine la 
radice verbale, » Y affisso fattitivo (factitivum) , nelle. diverse 
modificazioni, secondo le leggi dell' armonia vocalica e del- 
r alternazione (cambiamento statico) delle consonanti, soUo 
r influenza delle vocali e consonanti precedent!, o in conse- 
guenza della posizione della consonante in principio od in fine 
della parola (il contrasto delle consonanti per una parte dure e 
molU palatine, per V altra parte sorde e sonore): tyr = dyr 
= tirs=»dir = turs=diir = iur = dur, e. s. Dal punto di vi- 
sta etimologico questo affisso h identico colla radice verbale 
tur « stare, far stare, porre. » 

2) L' affisso, esprimente Tazione reciproca (insienle, 
nella compagnia) : ys' = is' '=»m* =m,Q. s. 

3) L' affisso del preterite: ty = c?y » ti=^ di «= til = dil, 
e. s. 

4) L' affisso della 1* pers. plur., identico col pronome 
personale della stessa persona: hys=j>ys^=his=pi8, e. s. 
Presso i Eirghisi si usa invece k colla stessa significazione. 

5) L' affisso della 3* plur. (3 pluralis) lar = Pdr, e. s. 
Le composizioni di questi affissi colle sunnominate radici 

verbal! ci d^nno le seguenti parole, o piuttosto non parole 
nel sense delle parole ario-europee, ma serie di sillabe com- 
poste ed unite esteriormente per esprimere una idea verbale 
unica: 

al-dyr^ys'-ty-bys (wir haben zusammen nehmen lassen), cnoi 
insieme abbiamo fatto prendere. » 

tohdyr-ys'-ty-hys; kiT^hiso itol-dur-ys'-ty^k vM-dur'tcs-by-k 
(wir haben zusammen gefiillt) , « noi insieme abbiamo fatto 
esser pieno = noi insieme abbiamo empito. » • 

k^dV-is'-tir-di'-his (wir haben zusammen kommen lassen ^ 
wir haben passend gemacht), « noi abbiamo fatto venir 
insieme = noi abbiamo applicato , accomodate , aggiu- 
stato. » 

oV'-d^ar-us'-tU'-his o dP-dHr-ila^Hi'-bis (wir haben zusammen 



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NOTE GL0TT0L06IGHE INTORNO A^LE LIN6UE SUVE, EG. 13 

slerben lassen«=awir haben zusammen gelodtet), «Doi 
insitime abbiamo fatto morirec^noi insieme abbiamo uc- 
ciso. » 
tur-us'-iy-lar (sie haben zusammen gestanden)i «loro (essi) 
stettero insieme, » ec. 

Una simile armonia delle vocali ed in certo riguardo an- 
che delle consonanti {al, ak, id, ilk , ec, coUe I, k dure, o 
non. palatine, ed aV, Hk^, HV, iik\ ec, coUe V, V palatine) 
nelle lingue turaniche od uralo-altaiche. serve, per cosl dire, 
come cemento, che unisce o lega le sillabe morfologiche nelle 
parole. Nelle lingue arioeuropee questa parte di unire le sillabe 
(ma sillabe fonetkhe, non morfologiche) la fa prima di tutto 
Paccento (almeno nel fondamentale, sintetico periodo dello 
sviluppo di queste lingue). Nelle parole polisillabe delle lingue 
arioeuropee una sillaba si distingue, si rinforza coll^ accento 
suo proprio, le altre sillabe pure, bench^ siano prive della 
stessa forza, che la sillaba accentuata, conservano le loro 
propriety indlviduali e non le cangiano in vantaggio della sil- 
laba dominante. Al contrario, nelle lingue turaniche le sillabe 
subordinate s* assomigliano alia sillaba dominante, cio^ le si 
subordinano nel pieno senso della parola. Nelle lingue ario- 
europee non si pu6 parlare di parole intiere, finch^ singolari 
sillabe e gruppi (complessi) di suoni (Lautgruppen) non sieno 
uniti in una totality colP accento, proprio ad uno di loro. Nella 
stessa maniera anche la composizione di due temi in uno vi 
si compie, privando uno di loro deir accento ad esso proprio, 
e cosi subordinandolo ad uno accento comune, accompagnante 
Tuna delle sillabe delFaltro tema. Nelle lingue turaniche in- 
vece si devono riguardare le singole sillabe e il complesso dei 
suoni come brevi parole indipendenti, se in una certa frase 
conservano le vocali ad esse proprie, contro T armonia vocalica. 
Sepure sono incoUati col cemento dell' armonia vocalica, al- 
lora, in luogo di alcune parole monosillabe, formano una pa- 
rola polisillaba. Per la stessa via della subordinazione delle 
vocali nelle singole sillabe della seconda parola alia vocale 



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14 J. BAUDOUm DE COURTENAT. 

nella prima siUaba della parola precedento si compie la cotn- 
posizione di due parole turaniche in una parola eomposta (1). 

Non si puo negare, che V armonia vocalica, osservata da 
me n^ dialetti resani, rasaomiglia in un certo grado all' armonia 
vocalica delle lingue turaniche od uralo-altaiche (turco-tartare 
e finniche). E siccome, secondo la mia opinione, una simile 
particolariU dei dialetti resiani non vi si poteva syiliq)pare n^ 
dalle particolarit^ slave, n^ daUe particolaritli generali ario- 
europee, cosl io mi credetti avere il diritto di enunciare la se- 
guente ipotesi: 

Questa non slava e non ario->eurq>ea particolaritli dei dia- 
letti resiani si deve attribuire alF influenza turanica (uralo- 
altaica) o qualche altra simile. Per c(mseguenz& i dialetti re- 
siani sono dialetti slavi, che sotto una forte influensra finnica 
o generahnente turanica (uralo-altaica) hanno cangiato il Icnto 
carattere, sicch^ il popolo resiano stesso sarebbe una mesco- 
lanza degli Slavi con una stirpe della sdiiatta finnica o gene- 
ralmente turanica. Cfr. 

Opfft foneHH rezjamhiek govoron (Saggio di fonologia dei <£a- 
letti resiani), Varsavia, Pietroburgo, 1875 , 

Bezja i Bezjane (citato sopra), 

Gk(fy>hgu/eakija zwriithi (Osservazioni glotlologiche), Voro- 
nea', 1877. 

Gonfesso, che ora questa ipotesi pare a me stesso froppo 
predpitafa, e eid per motive della enorme differenza mtema, 
Aoh differenza del principio fmnativo del fenomeno dell* ar- 
moiiia vocalica nei dialetti resiani dallo stesso fenomeno nelle 
lingue turaniche. Tutta la somiglianza si riduce al subordl- 
nare le vocaH nelle altre s31abe alia vocale nella sillaba domi- 
nante. Ma questa h una somiglianza solamente eslerna; ed 



(1> Un'^altra 9 eerto pi£i giusfta od esatta, earafteristiea (deflntzione) ddlTav- 
monia vocalicafiimo-tarca ha dato BobtlingkDeUa/e«iaer-X.tteraturzei(un94874, 
pag. 767. —Cfr. Eduard Sievers, GrundzUge der Lautphysiologie. Leipzig, 1876, 
pag. 1317. 



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NOTE GLOTTOLOGIGHB IMTORNO ALUS LINGUE SLAVE, EG. 15 

ai dialettt resiani manca affatto lo spirito, cioft lo seopo orga- 
nico o fonnativo deli^armonia Yocalica, come la troviamo nelle 
lingue turaniche. 

Qltnusci6 gUt nella prima mia (q>era sni dialetti resiani: 
Saggh ddh fenologia, mi imbarazzava la circostaDza, che 
nelle lingue iori^niohe domina la pruna siHaba della parola, 
ehe h anehe quasi sempre la radice od il complesso radicale, 
mentre le siUabe seguenti e subordinate fanno parte degli af*- 
fissi) e che que^ta sigmQcazione dominante vi h propria alia 
prima o radicale sillabai sia questa accompagnata dalPaccento 
o no. Intanto nel resiano , come abbiamo yeduto , non ai ha mai 
riguardo alia posizione della sillaba nella paroIa» e vi domina 
sempre o sillaba aecMuaia dove li sia, oppure V ultima sillaba 
(nellQ desinenze). Ha io cercava d' elimmare questa obbiezione 
con la osservazione: l"" che in alcuni^ lingue della sohiatta 
turanica> fra gli altri nella ungarese, V accento (cio^ il princi- 
pale rialzamento o rinforzamento della voce) b proprio giusto 
a questa sillaba prima , radicale ; T ehe, -^ nel caso cbe V ar* 
monia vocaliea resiana sia di origine turaniea, ^ questa parti* 
colaritk turanica h stata innestata $u quel terrene sIatq, doYe 
finora V accento h mobile » e dove in ogoi ^so la sillaba ac- 
centuata si sentiva come siUaba dominante > e^sende ohe ^u* 
sto r accento unisce nelle lingue arioeuropee un certo com* 
plesso di sillabe in un tutto integro ed indiviso> sentitp come 
una parola unificata* Gosl la stirpe slayas cbe ba subito que* 
sta influenza straniera, ricevette, esteriormente, Timpronta 
dalla legge dell- armonia vocaliea > ma senza appropriarsene 
il principale sense intemo, che consiste nel subordinare gU 
affissi alia radice. Nondimeno non si pu5 negarct che V ^tro 
< scope organico » , inerente all'armonia vocaliea, si rag^unge 
anehe nei dialetti resiani: questo scopo consifite nell* unire 
singole sillabe in parole vive, che appariscono come parole 
intiere solo in tanto, in quanto le lore parti integrantii cio^ 
sillabe, si subordinano ^illa suddetta legge delF assimilazione 
(armonia vocaliea). Dunque nei dialetti resiani sMncrociano 
ambedue i modi della formazione delle parole intiere dalle 



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16 J. BAUDOUIN DE COURTENAY. 

sillabe semplici, Y accento ario-europeo e V armonia vocalica 
turanica. Altrimenti, nei dialetti resiani le sillabe, come parti 
delle parole, sono agglutinate con un doppio cemento, consi- 
stente nelk combinazione del cemento ario-europeo , cioh del- 
r accento, coll' armonia vocalica, come cemento turanico. 

Sia come si 'vuole, la mia ipotesi della pretesa influenza 
finnica o generalmente turanica sui dialetti resiani, ben- 
ch^ ardita, mi pare fin'ora assai verisimile, tanto piu che, 
dopo averla proclamata nel mio Saggio deUa fonetica rmdna, 
mi sono accorto di alcuni fenomem' , che potevano soltanto 
rinforzarla. 11 celebre glottologo ed orientalista dottore Ra- 
dlofif, mi comunicd le sue osservazioni, molto interessanti su 
questo riguardo, ch'egli ha fatto negli idiomi e dialetti turco- 
tartari della Siberia meridionale e della Steppa Dsungarica 
(Dsungarische Steppe). 

Dalle comunicazioni del signer Radloff ho imparato, che 
r armonia vocalica in questi idiomi e dialetti non h ridotta 
soltanto ad una e medesima direzione, cio^ dal principio della 
parola verso il fine, e che accanto a questa direzione se ne 
scorge anche un' altra. E specialmente: 

1) Nelle molte parole, prese dall'arabo, riguardo all' ar- 
monia vocalica, oXoh all' influenza sugli affissi, che si uniscono 
con una simile parola, apparisce come dominante non la prima 
sillaba, come nelle parole pure turche, ma la sillaba ultima: 
la vocale in questa sillaba decide la natura delle vocali in tutti 
gli affissi. 

2) Le parole russe sono composte per la massima parte 
di sillabe, le vocali delle quali nella loro associazione sono 
contrarie affatto alle leggi dell' armonia vocalica dei dialetti 
turchi e turanici generalmente. Quindi ricevendole, questi ul- 
timi (i dialetti turanici) devono trasformarle ed accomodarle 
alle leggi, dominanti in essi. Questa modificazione si fa nella 
seguente maniera : 

Una delle sillabe della parola russa accattata, al solito 
accentuata, passa per principale, dominante, e tutte le altre 
vocali se le accomodano o se le subordinano. Cosl per esem- 



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NOTE 6L0TT0L0GIGHE INTORNO ALLE UNGUE SLAVE, EG. 17 

pio il nome proprio Agrafena (nella pronuncia del contadini 
russi della Siberia: Agraf^dna) si riceve dalle stirpi turche 
nella forma di Ogropono, dove la preponderanza tocca alia 
vocale accentuata 6, accompagnata dalla precedente conso- 
nante palatina, della terza sillaba, la quale vocale deve can- 
giarsi nel lurco in o ; le vocali delle altre sillahe pure le si as* 
similano. Se questa parola fosse stata accattata conformemente 
alle leggi delP armonia vocalica, propne alle genuine, non 
accattate parole turche, allora dovrebbe essere dominante la 
vocale a della prima sillaba, e tutta la parola dovrebbe pren- 
dere la forma *Agrapana o s. Nella stessa maniera dal russo 
p*d*6nha « fasce » si ebbe il turco (altaico) p'ol'dnk^o in luogo 
di ^p'dl'dnk'd, dal russo nome proprio P^etriis'ka altaico 
Pot'us'k'a, e non *P'(it%'Kd, dal russo isprdvnHk « com- 
missario del distretto » altaico ysprainyk, in luogo di *ispr'di- 
n'ik' o s. , dal zdordvo (pronunciato: zdardva) « in buona sa- 
lute , saluto > — toroba, invece di *taraha, da povdzka (pron. : 
pavdska) « carro » —pdilosk'o invece di *pauaska, da kot^dl 
{kat*6l) « caldaia » — k'oioV , non *katal, da kup^Sc « mercante > 
k'op'os invece di *kupa8, ec. 

A simili modificazioni sono esposte le vocali delle parole 
altaiche, accattate dalle lingue arabica e persrana. 

3) 01tracci6 anche in alcune composizioni, cio^, parole 
composte da due altre, turche (altaiche), riguardo air armonia 
vocalica, la parola precedente s'accomoda alia seguente, e non, 
al contrario, la seguente alia precedente. Gosi per es., dalla 
composizione del pronome pu « questo > e sostantivo k'iin 
« giorno » si ottiene 1' avverbio y%'wn « oggi, » e non pugun; 
da ol « quello » e k'iin « giorno » — og'tin « dopo domani , > 
e non ogan, ec. 

4) Finalmente, quando una vocale h diventata lunga per 
via d'una cosl detta contrazione, questa vocale , bench^ si trovi 
nelle sillabe seguenti alia prima, non subisce V influenza ar- 
monica della vocale in questa prima sillaba, ma, tutto al con-, 
trario, se la assimila. Gosi per es.: nelP altaico abbiamo la 
parola kylat « viene, > che proviene da ^k'dVip-jatyp « ve- 

Atti del IV Congresao degli OrientalisU. — Vul. II. 2 



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18 J. BAUDOUIN DE COURTENAY, 

nendo prendendo » = ^h'WUp'Jat ■=» *kU'jdt = kylaf* Se- 
condo le leggi general! dell' armonia vocalica progressiva, sic- 
come nella prima sillaba c' h la vocale c molle » (palatina) a 
od i, dovrebbe svilupparsi ^k'U'ai; invece abbiamo kylat, ri- 
sultante dalla regressiva assimilazione deUe vocalL Nella stessa 
maniera provemie la parola altaica kWil (cpiccino, » dativo 
k^Ucuh'a k'Uc'ug^d): k'ic'ik « piccino » = *k'ic'%sf o k'ic'ih! =» 
*k^ic'iu=*k^ic'm'=»*k'u/u^=»kWu (i precedente si b assimi- 
lato all'i« lungo seguente, ec.). 

Quindi non c' h niente di meravigliosOi se ancbe le Tooali 
accentuate delle altre lingue, cioh lingue non altaiche, quando 
passano in lingua altaica nelle parole tolte ad imprestito, eserci- 
tano sugli Altai e generaknente sui popoli di questa schiatta 
una cosi forte ed imponente impressione, che, come le vocali 
lunghe nelle parole genuine, appariscono dominanti riguardo 
all' armonia vocalica, e non s' assomigliano alia vocale della 
prima sillaba, ma tutto al contrario , se V assimilano. 

Un simile fenomeno nella lingua de' Jakuti (Yakuti) de- 
scrive Otto Bobtlingk, Uber die Sprache der Jakutm, Theil 1, 
St. Petersburg, 1851, pag. 120-122, §§ 58-59. 

Lo stesso ha luogo nella lingua degli Tsciuvasci (Czu- 
waszi), come mi comunic6 uno dei migliori conoscitori di 
questa lingua, il signore N. Zolotnickij. n nome proprio russo 
Jvan (Giovanni), second© le leggi dell' armonia vocalica pro- 
gressiva, dovrebbe passare nella forma Ivan o JivUn; invece 
' esso ci presenta nel czu^^aszo Jyvan, giacche vi domin5 la vo- 
cale accentuata. Dal russo guVirn*ja « gmvernement, provin- 
cia » si ebbe in czuyraszo, non *kubarny o *kubarna, ma 
h'vh'ernH, dal russo kupfk « mercante, » non kuhac', ma 
k'ilbW, ec. 

L' assimilazione regressiva delle vocali, si nelle parole 
composte, come anche nelle parole tolte ad imprestito, del 
magiaro accenna fra gli altri Lucien Adam, L'harmanie des 
voyeUes, etc. Paris, 1874, pag. 44. 

Per il nostro oggetto, cio§ per il preteso parallelismo del- 
r armonia vocalica resiana coir armonia vocalica turanica 



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NOTE GLOTTOLOGIGHE JINTORNO ALLE UNGUE SLAVE, EG. 19 

(uralo-altaica e finnica) la piii importante mi pare essere la 
legge della derivazione (entlehnung) dagli idiomi altaici^ tur- 
chiy ec.y delle parole russe ed altre straniere. Questa legge 
coDsiste in cid^ che le vocali delle sillabe inaccentuate si su- 
bordinano alia vocale della sillaba accentuata, senza riguardo 
alia SVLSL posizione nella parola. Se confronteremo questa legge 
fonetica parziale degli idiomi iureo-^altaid colla legge gene* 
rale deH'armonia vocalica nei dialetti resiani, dovremo con- 
chiudere^ che^ in fondo, queste leggi fonetiche sono entrambe 
affatto identiche, e tutta la differenza fra loro e puramente 
quantitativai cio^ essa si riduce alia relativa ricchezza delle 
parole, accattate dalle altre lingue. Negli idiomi turco^altaici 
vi sono poche parole accattate; nei dialetti resiani pure (nel 
caso che la mia ipotesi suU' origine slavo-turanica dei Re- 
siani fosse giusta) accattate , dal punto di vista turanico, sa- 
rebbero tutte, od almeno quasi tutte, le parole finora eon' 
servate. SupponiamOi che una stirpe turco-altaica si mescoli 
con alcuna parte di qualche stirpe russa o generalmente 
slavai a profitto di quest' ultima, cosicch^, a poco a poco, perda 
finalmente la sua gik lingua madre e cominci a parlare esclu- 
sivamente russo. Se in questo processo si osserverk la legge 
deir armonia vocalica, allora le parole russe , accattate da que- 
sta stirpe turco-altaica , e facenti le veci delle parole altaiche 
genuine, prenderanno Tapparenza, dipendente giusto dalla 
suddetta legge (V armonia vocalica) , che agirebbe nella dire- 
zione, propria generalmente alle parole accattate dal russo, 
cioh nella direzione dalle sillabe accentuate, imponenti al- 
Porecchio e sentimento turco-altaico, non abituato ad essi, 
colla sua forza ed energia, alle sillabe disaccentate, e non, 
come lo troviamo nelle parole turco-altaiche genuine, dalla 
prima sillaba alle seguenti. Se nell' idioma misto , da noi sup- 
posto, le parole turche-altaiche genuine andranno poco a poco 
fuori dalPuso, allora questo idioma di nuova formazione 
ssLTh composto esclusivamente dalle parole accattate, che 
hanno cangiato le loro vocali nella direzione or ora nomi- 
nata. E se pure restassero ancora alcuni avanzi dell'antico 



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20 J. BAUDOUm DE GOURTENAY. 

materiale linguistico turco-altaico, cioele parole turco-altaiche 
genuine, esse nondimeno, trovandosi in una minoranza con- 
siderevole , dovrebbero prima di tutto , secondo V analogia 
della maggioranza delle parole, accompagnare una delle loro 
sillabe coU' espressivo accento russo, e dopo, anche sotto 
r analogia della predominante maggioranza, modificare le sue 
Yocali secondo la legge dell' armonia vocalica, fondata sulla 
dominazione della sillaba accentuata. Ed allora ricaveremo n^ 
piu n^ meno che una simile strut tura fonetica, la quale riscon- 
triamo nei dialetti resiani. 

Da quanto precede vediamo , che nei dialetti resiani V as- 
similazione delle vocali prive d' accento pu5 esser spiegata 
coll' influenza turanica (e prima di tutto finnica); ma nemmeno 
questa influenza basta per capire 1' altra direzione dell' armo- 
nia vocalica resiana, cio6 nei suffissi e nelle desinenze I'assi- 
milazione delle vocali precedenti alia vocale ultima, bench^ 
non accentuata. 

II professore B. P. Hasdeu, che mi ha fatto 1' onore di sot- 
toporre il mio Saggio di fonoJogia resiana ad una critica solida 
e profonda (cfr. Baudouin de Courtenay si dialectul slavo-turanic 
din Italia: Cum s' au introdus slavismele in llmba romana? 
Notita de B. P. Hasdeu. Bucurescl, 1876, Extract din Co- 
lumna lui Traian, 1876, n. 10), park naturalmente anche 
dell' armonia vocalica resiana, la confrontacon similifenomeni 
nelle altrelingue, vede in questo una notevole somiglianza fra 
il resiano ed il celto, e quindi tiene per verosimile, che la lin- 
gua resiana abbiasubfto una influenza celta, cio^che i Resiani 
siano Celti slavizzati (pag. 8-13). Debbo confessare, che que- 
sta ipotesi mi pare adesso essere non meno plauslbile, che la 
mia prima ipotesi dell' influenza turanica. Per 1' influenza celta 
od altra simile stanno anche gli altri riguardi della storia e 
della glottologia. Mi permetto solo accennare, che i Resiani 
usano il metodo vigesimale di contare, e dicono per es. : 
« tre volte venti, » invece di « sessanta; » « tre volte venti e 
dieci » = 70, « quattro volte venti » «= 80 (cfr. fr ancese « qua- 
tre-vingt); ec. 



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NOTE GLOTTOLOGIGBE INTORMO ALLE LINGUE SLAVE, EG. 21 

Quanto a fenomeni^ simili all' armonia vocalica resiana, 
confronta ancora: 

Adam Lucien, Uharmmie des voyeUes dans lea langues auralo^ 

aUatques. Paris, 1874, pag. 52-59. 
MiiLLER Friederich, Reise der osterreichischen FregaUe Nova- 

ra, etc. Linguistiseher Theil, Wien, 1867, pag. 81. 
Schiepner a., Tschetschenzische Studien, St. P^tersb., 1864. 

(MSm. de I' Ac. impSr, des sc, de St. Pit. VIP S^rie, tome VII, 

n. 5), §§ 8 ss., 49. 



II. 

ALGUNE OSSERVAZIONI SULLA CLASSIPIGAZIONE 
DELLE LINGUE SLAVE MERIDIONALL 

La classificazione delle lingue slave in generale, e delle 
lingue slave meridionali in particolare, non h ancora stabilita in 
modo veramente scientifico; poich^ tutti i sistemi, che vi si 
riferiscono, sono fondati sulle propriety piu o meno acciden- 
tal!, senza riguardo al carattere generale ed all' affinity gene- 
tica di queste lingue. Intanto una vera classificazione delle 
lingue affini, cio5 provenienti dalla stessa lingua primitiva, 
deve rappresentare una esatta riproduzione del loro sviluppo 
graduale , e quindi non pu6 fondarsi sull' una od altra ras- 
somiglianza particolare, sia de' suoni, sia delle forme, sia final- 
mente delle parole, ma sulle tendenzegenerali, che costi- 
tuiscono il carattere individuale e lo sviluppo tutto proprio 
d' ogni lingua a differenza dalle altre lingue , piii o meno af- 
fini. Essendo stato questo principio finora assai poco appli- 
cato, le diverse classificazioni di tutte le lingue non possono 
soddisfare le nostre, sebbene modeste, pretese. Se qua e \k 
Iroveremo le prove della classificazione, che, anche dopo un 
esame veramente scientifico , si mostreranno giuste, ci5 sark 
frutto non d' un ragionare consapevole e d' un esatto con- 



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22 J. BAUDOUm DE GOURTENAT. 

cludere induttivo dalle particolaritk a! fatto generate « ma 
piuttosto d* una divinazione mdefinita^ che quasi non diffe- 
risce dalle opinioni popolari. La impressione immediata, che 
producono le diverse lingue suir animo d' un tale scienziato, 
gli serve come di indice per metterle in ordine sistemati- 
co, cio^ per classificarle, e soltanto dopo, per dare a cos! 
fatta classificazione la necessaria apparenza scientifica, si 
cercano le propriety, che, trovandosi solamente in una lin-* 
gua oppure in una serie di lingue, ed essendo estranee alle 
altre, potrebbero giustificare quel sistema a priori. Se dopo le 
ricerche piii esatte si mostrerk che la classificazione per esem- 
pio delle lingue slave, finora usata, era piu o mend giusta, 
non vi sark alcun merito nel suo autore, studioso inconscien- 
te, a cui e riuscito di indovinare la veritk, senza potere spie- 
gare il perchfe. 

Come ho gi^ detto , la classificazione di tutte le famiglie 
di lingue, e quindi anche della famiglla slava, se vuole preten- 
dere il nome d'un prodotto scientifico, deve essere basata 
sul carattere generale di quesle lingue , cio^ su quelle tali pro- 
priety^ che, costituendo Tindividuale organismo d'ognuna, 
dovevano essere loro proprie gik nei principii della loro vita in- 
dividuale; cosicch^ appunto in queste propriety consisteva e 
consiste la distinzione genetica d' una lingua dall' altra. 

Tali tendenze generali si devono cercare prima di tutto 
nel carattere fonetico d'ogni lingua, clo^ nelle relazioni gene- 
rali de' suoni (consonanti e vocali); giacch^ i suoni sono la 
pid stabile ed in certo grado la piii caratteristica parte delle 
lingue. 

Da questo punto di vista si possono distinguere fra i dia- 
letti slavi meridionali prima di tutto due classi: la classe ltd- 
gara e serho-croato-slovena. Fra le altre differenze forse la piii 
manifesta h questa, che nei dialetti bulgari non vi sono nh at- 
tuale esistenza di categorie quantitative (la distinzione delle 
vocali lunghe e brevi), n5 qualsisia suo riflesso. Tutte le vo- 
cali sono brevi o lunghe, se vogliamo; ma d'una vera distin- 
zione delle lunghe e^delle brevi, sulla quale si polrebbe fon- 



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NOTE GLOTTOLOGICHB INTORRO ALLE LINGUE SLAVE, EG. 23 

dare il movimento del meccanismo fonetico, non t' b nessuna 
idea. Oltre le dififerenze qualitative delle vocali (a, e, i, ec.) 
r accento libero e mobile b unica propriety delle vocali bulga- 
riche. La stessa particolarit^ si pu6 osservare neidialettirussi 
settentrionali (grande Russia) [ma non nei dialetti russi meri- 
dionali (piccola Russia}] , dove nello stesso modo tutto il mecca- 
nismo delle sillabe b principalmente fondato suUa differenza 
delle vocali accentuate ed inaccentuate, senza alcun riflesso 
delle differenze quantitative in senso ristretto; — cosa, la 
quale h tanto piti interessante, che appunto questi due popoli 
slavi (Bulgari e Russi settentrionali) hanno subito una influenza 
di elementi finnici. — Nei dialetti serbo*croati-sloveni invece 
la vita del loro organismo fonetico consiste per lo piii ap- 
punto nelle diverse variazioni della cardinale distinzione delle 
vocali lunghe e brevi, sia che realmente questa distinzione si 
trovi chiara ed espressa, sia che almeno vi incontriamo un 
esatto riflesso della lunghezza e della brevity nella diversity 
qualitativa delle vocali. 

Un altro elemento distintivo di queste due famiglie di 
dialetti slavi (bulgara e serbo-croata-slovena) consiste nei di- 
verso modo della trasmutazione fonetica dei gruppi primitivi 
delle consonanti tj, dj, Mentre il bulgaro ci mostra in questo 
case s't e z'd, neir altra famiglia incontriamo invece t' (tj) o c' 
(respective c') e d^ (dj) o ds^ (respective j). Cos! per es. dal 
primitivo (originario, slavo fondamentale) svkja cluce, » me" 
dja € confine » il bulgaro ha sviluppato sve^s'ta, mez'da, U 
serbo-croato-sloveno pure wcVa o sve'c'a, medza o fMQa, ec. 

Quanto alia divisione linguistica piii speciale del ter- 
ritorio serbo-croato-sloveno , questo non h finora certo, 
perch^ da una parte d manca la cognizione esatta di tutte 
le variazioni dialettiche, d' altra parte pure non si hanno 
applicati ancora i principii, secondo la mia opinione, vera- 
mente scientifici. Cosicch^ io non posso avere su questo 
punto un* idea definita ed esatta per ambedue questi motivi ; 
giacch^ per mio proprio immediato studio non conosco che una 
piccolissima parte di questo grande territorio, ed oUracci6 non 



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24 J. BAUDOUIN DE COURTENAY. 

posso presumere tanto di me stesso da immaginarmi di avere 
trovato i veri principii della classificazione. Nello stato attuale 
della scienza , si pu6 avere una piu o meno esatta nozione del 
caratlere generale solamente del vero territorio serbb-croato, 
descritto con minuta e coscienziosa esaltezza da Vuk Stefano- 
vie' Karadz'ic' e dagli altri studiosi serbi e croati. II territorio 
sloveno non pu6 vantarsi di una simile esatta descrizione, 
neppure il territorio dei cosi detti «Kajkavci», cioh, come 
pare, Sloveni croatizzati, abitanti in una grande parte della 
Groazia amministrativa. Niente di meno, per quanto posso 
concludere, e dai mezzi, forniti dalla letteratura relativa, e 
dalle mie proprie immediate indagini fra il popolo stesso, 
si pu5 stabilire la seguente classificazione della famiglia ser- 
bo-croata-slovena dei dialetti slavi: 

Prima di tutto si devono distinguere i Serbo-Croati ed i 
Sloveni. 

I Serbo-Croati si distinguono fra le altre propriety: 

1) Per la quantity ddle sillabe, indipendentemente dal- 
I'accento; sicche vi riscontriamo le sillabe brevi accentuate, 
brevi inaccentuate, lunghe accentuate e lunghe inaccentuate. 

2) Per una regolaritk nel conservare oppure nel mo- 
dificare in questo riguardo lo stato antico della lingua. 

Presso gli Sloveni invece : 

1) La differenza fra le vocali lunghe e brevi si riflette 
nelle differenze qualitative delle vocali , mentre il serbo-croato 
conserva la quality stessa di ambedue le caf egorie , esprimendo 
la lunghezza e la brevi tk immediatamente. 

2) Soltanto le sillabe accentuate possono essere lun- 
ghe , sicche vi abbiamo solamente le sillabe brevi accentuate , 
brevi inaccentuate e lunghe accentuate; le lunghe inaccen- 
tuate vi mancano. 

Fra i Serbo-Croati si deve stabilire una distinzione fra 
i cosi detti Siokavci e cosi detti Cahavci (Giakavzi). Questi 
due nomi sono presi dalle due particelle interrogative, adope- 
rate dai due rami del popolo serbo-croato. Gli (S'tokavci) di- 
cono 5'toP(cbecosa?), i (G'akavci) invece c'a. £ manifesto, che 



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NOTE GLOTTOLOGICHE INTORNO ALLE LINGUE SLAVE, EG. 25 

una tale distinzione dei due popoli, fondata esclusivamente 
sopra una parola, h al di sotto d* ogni critica, se vogliamo ri- 
sguardare come principale carattere distintivo di due idiomi 
I'uso di s7a o c'a; ma le denominazioni stesse (S'tokavci e G'a- 
kavci) in mancanza di migliori possono « cum grano salis » 
adoperarsi assai bene, giacch^ nei dialetti serbo-croati, che 
usano la particella interrogativaca, scopriamo veramente certe 
propriety, essenziali e fondamentali, che ci sforzano di for- 
mame un gruppo da sh, accanto agli altri Serbo-Croali, che 
nell'uso della lingua ci mostrano s'to o s'ta, come parti- 
cella interrogativa. Nulladimeno queste denominazioni de- 
vono esser riguardate come vani termini tecnici, giacch^, 
come subito vedremo, vi sono per esempio i « C'akavci >, che 
non conoscono punto c^a, ma invece dicono kaj? koj? «che 
cosa? > 

Fra le altre propriety fonetiche, che distinguono i C'akavci 
dagli S'tokavci, forse la piu importante h la seguente: 

I C'akavci (Serbo-Croati occidentali) hanno conservato 
lo stato totalmente primitivo, antico nelle relazioni della 
quantity e dell' accento. Come finora si pensa, questi abitano 
la piu grande parte della Dalmazia, il Litorale della Croazia, 
r Istria (oltre la parte settentrionale, abitata dalla schiatta slo- 
vena), le isole del Quarnero ed altre isole delP Adriatic©, abi- 
tate dagli Slavi. Secondo la mia opinione, vi appartengono to- 
talmente gli Slavi di Gemona e di Tarcento (provincia di Udine) 
cio5 quelli sopranominati Cakavd senza c'a, ma invece con 
kaj , kcj e sim., mentre per esempio gli abitanti del distretto 
di San Pietro sono i Serbo-Croati dello stessoramo occidentale, 
modificati nella loro lingua sotto la influenza slovena. 

Presso gli Stokavci (Serbo-Croati oriental!) possiamo os- 
servare, contrariamente ai Cakavd, un regolarissimo ritiro 
dell' accento sulla sillaba antecedente. Per questo avviene, che, 
come nello sloveno , non c' h alcuna sillaba lunga davanti alia 
accentuata, bench^, — e questa ^una particolaritk totalmente 
estranea alio slovpno, — vi sieno spesso lunghe inaccentuate 
dope r accentuate, sia lunghe, ossia brevi. Esempi: 



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Zb J. BAUDOUDf DE COURTENAY. 

G'akavci: ^w4 c monte, > vodA c acqna, > A:opd^f € scavare, > ec 
S'tokavci: ^dra id vdda i(L A:qpa^f ]<L, ec. 

CakaTcI: glavA c testa*, hradA c barba^ > plaijdti c pagare , > ec. 
S'tokaTci:^2itxi id. 5r(£(fa id. i){(&Ja^' id., ec. 
G'akavd: poznd c conoscerk, > napb'es* c scriverai,* ec. 
S'tokaTci:jpdi29ta id. nhpis^ea' id., ec (1) 

Agli S'tokavd appartiene la massima parte dd Serbo- 
Croati. 

Fra gli Sloveni dobbiamo, secoodo la mia opinione, d^ 
stinguere prima di tutto due stirpi principali: occidentdle-sd' 
tentrianale ed ariental&^neridionale. Su che sia fondata la diffe- 
renza fira loro, non espongo qui, g^acch^ non potrei nominare 
una differenza importante, come quella di cui feci menzione, 
distinguendo i Serbo-Groati occidentali ed orientali, e quindi 
doYrei enumerare diverse particolaritk e necessariamente var- 
care i limiti, in cui dev' essere tenuta una notizia di questa 
sorta. Indico solamente due particolaritk caratteristiche: 

1) Nei dialetti orientali-meridionali la vocale lunga di- 
saccentata di molte parole davanti ad una accentuata (sia 
lunga o breye), si ha abbreviata, ed anzi qualche Tolta spa- 
risce; invece nei dialetti occidentali-settentrionali, in simili casi, 
la Tocale breve accentuata nella sillaba seguente ha perduto 
il suo accento, che si ritiro sulla vocale lunga, benchfe prima 
inaccentuata, della sillaba precedente. 

2) Gli Sloveni arientali-'meridiondli hanno conservato 
davanti alle vocali e, i le primitive consonanti slave k, g, h 
{ch), mentre invece gli Sloveni o(u>iderU<di8etterUrion(dilehBJmo 
cambiate: k'mc' (ci), g in j, h in s' (sci); per es.: orient- 
merid. kisli c agro, acido, > roke « mani, » noge < piedi, » nmhe 
cmosche, > ec; occid.-settentr. c'isU, roc'e, noje, mus'e, ec 



(1) a 6 un' a lunga inaccentuata ; 

d — lunga accentuata, ma nei principio, cosicch^ la voce qai si abbas- 
sa, ossia indebolisce {d=iiia); 

d invece h nn'a lunga, accentuata suUa seconda partet eioeli6 la voce 
si alza, ossia si rinforza (ds a&). 



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NOTE 6LOTTOLO0ICHE mTORNO ALLS UNGUE SLAVE « EC. 27 

61i Sloven! occidentali<-settentrionali abitano la parte slo- 
vena di Carintia (oltre la valle di GaO), la Garniola superiore, 
la me\k settentrionale della provincia di Gorizia (le contrade di 
Plezzo, Tolmino e Circhina), mentre molto piti numerosi gli 
Sloveni orientali'meridimati si estendono dal Garso sino alia 
Ungheria, popolando una porzione della regione meridionale del 
Goriziano , le contrade del Triestino ed una parte d* Istria, la 
Garniola media (Notranjsko, Inner Erain), la Garniola infe- 
riore (Dolenjsko^ Unter Erain), un bel tratto della Stiria e 
finalmente un pezzetto dell' Ungheria. Alia stessa schiatta ap- 
partengono anche i cosl detti c Eajkavci, > tenuti da molti 
per un ramo particolare dei Serbo-Groati, ma rappresentanti 
piuttosto un prodotto della croatizzazione d' una parte degli 
Sloveni del ramo orientale-meridionale. 

Oltre queste due stirpi principali nei limit! del territorio 
sloveno scorgiamo diverse piccole schiatte, che non possono 
essere annoverate n^ ad una, nh ad altra di queste due, e 
che quindi devono stare con loro in una relazione non di su- 
bordinanza, ma di coordinanza. 

Una tale schiatta, totalmente !ndipendente> abita le con- 
trade della Gorizia (da Dornberg fino a Ganale) ed i comuni 
di Prapotto e Gastello del Monte (Stara Gora) nel distretto di 
Gividale, e di cui la particolaritk caratteristica consiste nel 
cambiamento dell' antica vocale nasale slaVa t {en, pronun- 
ciata come la francese in o come la friulana en), non in e, 
come presso gli altri Sloveni e presso i Serbo-Croati, ma in 
a; cosi per es.: non plisat cballare,* pit'k tvenerdi, > rep 
« coda, » ec. , ma pldsat, path, rap, ec. 

Accanto a questa schiatta ne sta un' altra, di cui la pre- 
cedente sembra essere solamente una modificazione, e che ri- 
flette I'antica nasale slava t {en) in una certa vocale oscura. La 
stessa vocale oscura vi fa le veci delP a primitive in tutte quelle 
parole, ove questo a b preceduto o seguito da una consonante 
nasale man, per es.: m^i c madre, » kdtnnje c sassi, > 
dndrje c danaro, » e s. La gente, cheparla questo idioma, vive 
vicino a Gorizia, anzi nelle parti slave di Gorizia stessa. Vi 



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Z8 J. BAUDOUIN DE COURTENAY. 

appartengond per es. Salcano, Pervacina, ec., molti villaggi nel 
Coglio, che quasi senza esclusione appartengono a queste dae 
or nominate schiatle Slovene. 

Finalmente, come fra gli altri molti popoli, cosl anche 
presso gli Sloveni troviamo dappertutto diversi sotto-dialetti, 
provenuti inforza dello sviluppo naturale, cio5 del processo della 
naturale divergenza (naturlicher differenzirungsprocess), os- 
sia in conseguenza della invasione delle diverse tribu nei di- 
versi tempi , ossia anche della piu o meno forte influenza 
degli elementi stranieri. Cosl, per esempio, abbiamo nel Go- 
riziano e nella Camiola certi comuni, abitati dai Tedeschi 
slovenizzati (Deutschruth, Sterzisce, Podberdo, Sorza, etc.), 
che hanno formato un dialetto sloveno tutto diverso da quello 
dei loro vicini Slavi puri. Bench^ un tale nuovo dialetto sia 
slavo, pure allato al fondamentale elemento slavo, preso 
appunto dagli immediati vicini, V elemento tedesco si manife- 
sta nelle diverse parti di tale lingua. 

A questa categoria di dialetti misti appartengono anche, 
secondo la mia opinione, i dialetti resiani, 

Al fine di questa Memoria mi permetto aggiungere una 
t^si generale sulla classificazione genetica delle lingue affini 
generalmente : 

Neir analizzare le relazloni mutue fra le lingue affini, cio^ 
nel classificarle dal punto di vista genetico, si trascurarono 
quasi affatto le seguenti circostanze, secondo la mia opinione, 
assai importanti: 

1) La possibility degli incrociamenti dialettali al tempo 
delle migrazioni dei popoli. Gosi, per esempio, i gruppi affini dei 
dialetti A, B, C, D, .... , potevano consistere omai: 

A dei dialetti a, a', a", a'", 

B * h, V, b\ h'", .... 

C > c, c', c", c'", ...., ec; 

ma dopo, in forza della necessity storica,i divulgatori di que- 
sti dialetti, cioh le stirpi che li parlavano, dovettero cangiare il 



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NOTE GLOTTOLOGIGHE INTORNO ALLE LINGUE SLAVE, EG. 29 

loro soggiorno, ed in questa maniera si h operato V allontana- 
mento dagli antichi parenti i piu vicini, cosicche per esempio 
le parti a ed a" del gruppo A poterono esser divise dalle altre 
parti (a', a"', ..,.) dello stesso gruppo ed esser messe m un piu 
stretto legame geografico per esempio colle parti b' e &"' del 
gruppo B, che dal suo canto non rimase intatto, ma dovette 
dividers!, per esempio, in tre gruppi 

Vb, 2°6', r, 3°&", y'", .... 

Cosl, 1 dialetti a ed a" d' una parte, ed i dialetti b' e b'" dal- 
r altra, dopo esser venuti in un immediato contatto mutuo , da 
quel momento in poi si svilupparono insieme e subirono iden- 
tiche quasi identiche modificazioni, men tre i loro antichi pa- 
renti piu vicini, dalFuna parte a', a'", ...., dall' altra pure 
b, b"f .... , trovandosi nel contatto cogli altri dialetti, dovettero 
produrre anche uno sviluppo interno affatto diverse. 

2) La necessaria influenza mutua delle lingue geografica- 
mente avvicinate, bench^ anche totalmente diverse nella loro 
origine, che attribuisce a tutte queste lingue una impronta co- 
mune, mentre ognuna di loro pur conserva le sue particola- 
rit^ individual!, ereditate dai tempi anteriori, naturalmente 
solo finch^ non si far^ una piena mescolanza a vantaggio 
della piu forte. 

3) La possibility dell' influenza delle lingue e dialetti di 
altra schiatta, che gik cessarono d' esistere e sono stati assor- 
biti da una data lingua, ma che nuUadimeno le hanno, per 
cosi dire, legate alcune parti della loro sostanza, — o, colle 
altre parole, la possibilita derriflesso delle lingue sparite non 
solamente nel lessico, copia verborum, delle lingue e dialetti 
ora esistenti, ma anche in alcune loro propriety fonetiche e 
generalmente grammaticali. 



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L 



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31 



ON THE ENGUSH GIPSY OR ROMMANI LANGUAGE 



CHAJBILifBS G. TaJEJiaAJSlJ. 



Though the language known in different parts of Europe 
as that of the Zingari, Gipsies or Zigeuner, be the humblest 
and most corrupt of all which are recognized as Oriental, it 
is still remarkable as presentmg traces of great antiquity, and 
from the probability that its grammar as well as its vocabu- 
lary were formed while those who spoke it were wandering 
about at first in India and Persia, and subsequently in Eu- 
rope. The manner and time in which the Rommani language 
was developed are as yet unknown, but there are facts which 
may serve as suggestions to those who study it. We learn 
from the work entitled Bamaseeana that the Thugs spoke a 
slang which was so far developed that it was quite unintelli- 
gible to all who were not initiated in the secrets of the or- 
der, or, as Gipsies would say, to the g&jos. The Nats, and 
other wandering tribes of India are also said to have their pe- 
culiar argdt It is therefore probable that a body of nomads 
or wanderers, whose language contains words borrowed from 
many Indian and Persian Hialects, should, during a thousand 
years, have also have shaped a system of conjugations and 
inflexions. An approach to this may be found not only in the 
Lingua franca of the Levant, but in other very recent compo- 
site dialects. This exists not only in the Pidgin English of 
Chma, but even in the Yokohama Japanese Pidgin, which is 
as yet not ten years old. 



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32 CHARLES G. LELAND. 

Hindustani or Urdii « the camp language > was originally 
a lingua franca. Rommani was a language molto piii franco. 
We are told that, at one time, ten thousand Indian musicians 
or Luri were sent to Persia; at the present day, the Gipsies 
of Syria are called Nuri. A majority of the native of the South- 
ern province of Persia are described as « Gipsies » by Ar- 
nold: among them we find that the saddle makers are call- 
ed Zingani. Working in leather and flaying animals was long 
even in Europe disreputable, and peculiar to Gipsies or out- 
casts. With regard to the Persian dialects I may state that I 
have a friend, a Persian, who is familiar with the rustic and 
antiquated words in his native tongue which seldom occur in 
dictionaries. When I have been at a loss to ascertain the 
origin of a Gipsy word, he has seldom failed to either explain 
it, or to convince me that he understood it. Thus I understand, 
that there has been for ages, between India and Persia, a 
kind of current « language of the road , » which even an En- 
glish Gipsy would soon learn. It would seem to him as Ita- 
lian seems to a Spaniard. 

There are at the present day, as I am informed by a 
chief of police in Bombay, about one hundred and fifty diffe- 
rent kinds of Gipsies in India. It is perfectly natural that, if re- 
presentatives of all these wandering tribes speaking different 
dialects, but having thousands of words in conmion, should 
leave their native land, the result would be the immediate for- 
mation of a new dialect. This is probably the true secret of the 
Origin of the Rommani. To what degree it was formed be- 
fore these wanderers left India and Persia, we cannot at pre- 
.sent decide. Yet it probably took place before their Exodus , 
since it is spoken at the present day in Syria by Gipsies who 
have never been in Europe. There is reason to believe that in 
the Gipsy migration there were different waves or masses. 
From the 11*^ century scattered bands of Rommanis were 
found in the Levant, and in the Sclavonian countries. Those 
in Russia are possibly among the longest established in the 
West, but I have found that an old English Gipsy song was 



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ON THE ENGLISH GIPSY OR ROMMANI LANGUAGE. 33 

known to the Zingan of St. Petersburg. At what time a few so 
called Sigani first appeared out of India, will possibly never be 
known: it is certain that in 1417 a band of three hundred, 
led by men of great intelligence and gifted with diplomatic 
talent, appeared in Europe, and beginning with the Emperor 
Sigismund, shortly obtained from every sovereign in Europe, 
except the king of England, liberty to travel for 50 years as 
pilgrims. The story which they told was that they had been 
Christians, but having relapsed into heathenism, the king of 
Hungary, after conquering, had imposed on them as pe- 
nance half a century of wandering. As a number of Gipsies 
are said to have imposed the same story on the Mahometans 
of Egypt, with the exception that they there represented 
themselves as relapsed Muslim, it is extremely probable that 
in both instances the deception emanated from the same 
brains. 

Of the Gipsies now in India, one tribe called the Dom, is 
regarded by the author of the article on themr in the splendid 
collection of the types of India, as the most ancient. The 
Doms are, he says, mentioned in the Shastras, as Sopukh or Dog 
Eaters. The Dom carries corpses, flays cattle, and eats ani- 
mals which have died a natural death. His wife makes and 
sells baskets. Among our English Gipsies at the present day 
to eat mullo mass or « dead meat » as the Doms do, is a most 
characteristic trait: in fact it is but a few days since a small 
Gipsy boy, thinking I might be one of his people, asked me as 
a test question if I was f5nd of pork which had died by disease. 
The Dom is said to be distinguished among the other nati- 
ves of India by his great fond for ardent spirits, and by his 
hair always remaining full and black in old age. This is 
very characteristic of pure blooded Gipsies. M. George Borrow 
once told me that Charlotte Cooper is, as he believed, the last 
Gipsy of unmixed blood living in England. I knew her well: 
she is nearly a century old, and her hair is full black and 
curling. 

In the great Rommani Exodus to Europe, there were 

AtU del IV Congresso degli OrientaU$ti. — Vol. II. 3 



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34 CHARLES G. LELAND. 

doubtless Gipsies of all kinds, the musical and dancing, the 
fortune telling, the travelling pedlars, and possibly Thugs. But it 
would be interesting to inquire if the Doms, who appear to be 
preeminently and historically the Gipsies of India, were not the 
leaven of the lump. Immediately on their appearance in Europe 
the Gipsies disgusted the world by their eating « dead meat: » 
in all countries they flayed animals and acted as executioners or 
handlers of corpses. It is almost probable that these Gipsies 
of the Gipsies gave in part their name to the entire race. The 
letter D in Hindustani frequently reappears in Gipsy as R» Thus 
dot, a wooden spoon, becomes in Rommani, roi. The Dom calls 
himself a Dom, his wife is a Domni, the being a Dom is Domni- 
pana. In English Rommani these words reappear as Rom, 
Romni and Romnipen, meaning relatively the same things. 
The argument is not conclusive, but it is possible that, as the 
Dom is apparently the oldest type of Indian Gipsy , it may be 
that from him the mysterious word Rom is derived. The word 
rJmmnu^ to roam, the worship of Rama, have also been sug- 
gested, and it is remarkable that in Coptic romi means a 
man. It has also been ingeniously argued that it was after 
leaving Greece in their travels, or the land of Rum or else in 
Hommaaia that the Rommani got their name. Perhaps all of 
these causes added something to its retention. If it can howe- 
ver be shown that among the Doms of India, Bom means a 
man or husband, we may regard the derivation of the word 
as settled. 

The meritorious labours of Pott •and Ascoli have thrown 
great light on the structure of the Rommani tongue, and Miklo- 
sich has by examination of the foreign words added to the 
Indian original, ingeniously determined the course of the Rom- 
mani migrations. From my own researches among Enghsh 
GipBies I can supply material which may be regarded as im- 
portant. Our English Rommani is behoved to be scantier in 
words Ihan any other dialect, and it is certain that there are 
few Gipsies in England who preserve more than the slenderest 
traces of grammar. M. George Borrow has collected only 




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ON THE ENGLISH GIPSY OR ROMMANI LANGUAGE, 35 

about 1,200 words, and Dr. Smart, (1) if I remember rightly, not 
more than 2,000. Yet it has really the most extensive vo- 
cabulary of really Rommani words of any in existence. That 
of Spain, as given in several vocabularies, is as large; but it is 
very corrupt and made up largely of Spanish slang. The exa- 
mination of my vocabulary by E. H. Palmer, professor of 
Persian and Hindustani at Cambridge, who is ateo a Rom-^ 
mani scholar, has shown that the English dialect is far more 
abundant in Indian, especially in Hindi words, than any of 
the Continental dialects. To this I may add that the pro- 
portion of Eastern phrases, customs and superstitions among 
our Rommanis, is also very remarkable. The English Gipsy 
calls the blind-worm snake (German Blindschleiche), a Nag, 
and he believes, like the Hindu, that it sees for six months 
only with the right eye, and for six others with the left. I have 
not been able to find that this superstition is held by English 
peasants. Why it is that the English Gipsy, while he has lost 
or corrupted his Rommani grammar, should have retained so 
many Eastern words, is a mystery which I will not attempt 
to solve. 

The Russian Gipsy has lent one word yack for both eye 
and fire. Every English Rommanichal terms the eye, yack^ 
and fire, yog. The Russian applies the term lav to both 
€ name > and « word, » while his English brother uses both 
nav and ndm for name alone, while for word he has lav and 
occasionally j?ewa^ew. I have also heard pen-nis, referring, it 
is true, rather to thing; but here we have the noun as the 
name of a thing oddly confounded with the thing. The En- 
glish Gipsy has three words for a shadow, — lock, syass and 
tanUqpen, and two for a saddle, viz. boshto and pisali. He 
has three words for a mouse or n^ice: mush, kamakunyo 
and muris, and he calls a tinker not only a katsimengro, or 
scisBors-master but also a modangarengro, from angara coals, 



(4) since writing the foregoing I have been promised by Dr..Leitner of 
Lahore a Dom vocabulary. 



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36 CHARLES G. LELAND. 

and engro, an active agent. Why he prefixes the Sanskrit 
angara with mdd or what it means, I do not know. 

The English Rom calls a swan sahTcU, and he has two 
words for a monkey: handarus, commonly corrupted into 
homharm, and pukasd. For good, he has hushto, kushto or 
koshko and sometimes mishtOj. winch bears also the meaning 
of glad, nice or pleasant. In fact, as far as I have been able 
to ascertain from Pott, Paspati, Ascoli, Borrow and others, 
from careful personal research among Russian and other 
Gipsies, I should say that the English Bom possesses the largest 
vocabulary of all in Europe of purely Gipsy or Eastern words. 

On the other hand he is deficient in the numerals. An 
English Gipsy can count yeck, dui, trin, shtdr, panj. There 
he stops , generally omitting shov, and being always ignorant 
of efta or hefia, ochto or otto, and ennea or nenya. Desk or 
ten, he always knows. Ochto or otto he preserves in the 
word for eighteen pence, that is, deshtori, in which we can 
trace desk - fe - otto - hauri or ten - and - eight - coppers. In or- 
der to count to ten our Gipsies combine the numerals which 
they know, making eight out of twice four, or of six and two, 
or five and three, and forming seven or nine in the same 
manner. 

The English Gipsy has two words for a table, mfsali and 
Salamanca; he has two for warm, sukni and tatto. But I might 
illustrate for hours the fact that his vocabulary is more exten- 
sive than that of any other Rommanis. As it is, I must con« 
fine myself to the mere assertion of a fact, which I believe 
has been hitherto unpublished. 

I may be permitted to remark in connection with Rom- 
mani, that England abounds to a remarkable degree in diffe- 
rent kinds of argdt. M. Hotten has in his Slang Dictionary 
correctly pomted out that in addition to Rommanis we have 
Canting or Thieves' Slang, Back-Slang, formed by spelling 
words backwards. Rhyming Slang, made by using words 
which rhyme with the originals, and a very corrupt form of 
Anglo-Italian, derived from the hand-organ players. I have 



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ON THE ENGLISH GIPSY OR ROMMANI LANGUAGE. 37 

discovered wHhin the year, and can add to these another ar- 
got y of which I have never seen any indications in print. Two 
years ago a wandering tramp near Bath told me that there 
existed in England a. slang, difficult to learn, the basis of 
which was old Irish, or Celtic. Last summer, I found ano- 
ther who taught me what he knew of it. He called it Shelter. 
To speak it was to thare shelter. My informant described it 
as peculiar to the old tinkers, and declared that it is rapidly 
vanishing, owing to the dispersion of their famihes. I found 
that the basis of it was Irish,* with many Rommani words. 
For some of the words I can find no origm. That Rommani 
which is spoken more or less by every tinker in England 
should occur in it is not remarkable. 



Since the above remarks were v^ritten I have learned 
from a Hindoo, named John Nano, that in India the tribe 
who are regarded especially as Gipsies of the Gipsies, call 
themselves Rom, and apply the same word to their language. 
They are, he declares, full blooded Hindoos vdth no trace of 
foreign blood evident in them, but they are called TrdblUs, 
i. e. Syrians. Their language is the same with that of the 
Gipsies of Europe, and they call bread maro, which by the 
way is an Afghan word. I quite agree with Captain Richard 
Burton that it is very probable that the Jglts of N. W. India 
contributed in the tenth century to form the European Gipsy 
migration, but I hold that it was largely intermingled with 
other tribes, especially the Dom or Rom, and that from these 
hereditary wanderers it derived its name and its peculiarly 
« Gipsy » characteristics. 



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I 



T 






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39 



SUR LE ROLE DU CHIEN 



DANS 



QUELQUES CROYANGES MYTHOLOGIQUES 



^VSEVOLOJD MILLESR. 



D'apr^s ks r^centes d^couvertes de I'Arch^ologie pr6his- 
torique il parait bien que le chien a ete le premier animal, 
que rhomme ait attache k son service. (1) Encore de nos jours 
est-il le seul animal domestique chez les sauvages de la Tierra 
des Fuegians, (2) ainsi que chez les Monbouttous dans TAfrique 
Centrale. (3) Le chien servait k Thomme primitif non ^ule- 
ment comme compagnon de chasse et comme gardien de sa 
demeure; il lui servait comme nourriture. Ce dernier fait est 
prouv6 autant par des fouilles, que par les t^moignages des 
voyageurs et des missionnaires, qui ont eu Toecasion d'^tudier 
les moeurs des sauvages de TAustralie et de TAfrique. Chez 
les Maoris en Afrique les chiens ne servent que pour etre 
manges; (4) les indigenes de Tahiti, selon le t^moignage du 
capitaine Cook, engraissaient les chiens pour leurs repas;(5) 
les sauvages de TAustralie mangent le chien encore de nos 
jours. (6) 



(1) Fr. Lenormant, Prem. Civilisations, I, pag. 343, 

(2) Lubbock, Prehistoric Times, ^* 6d. , pag. 241. 

(3) Schweinfurtb, Das Volk der Monhuttu in Central-Afrika y daDS la 
Zeitschrift f, Ethnologie, V, 1873, pag. 3. 

(4) Lubbock , Op, cit., pag. 462. 

(5) Lubbock, Op, cit.j pag. 478. 

(6) Lubbock, Op, cit., pag. 439. 



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40 WSEVOLOD MILLER. 

Avant que Thomme eut apprivois6 le boeuf, le mouton, 
la brebis, la chfevre, il ne poss^dait que des chiens, de sorte 
que ce dernier 6lait son b6tail, son pahu, par excellence. II 
est int^ressant de remarquer que le nom du chien dans les . 
langues slaves est le meme mot, qui signifie hHaU dans les 
autres langues indo-europeennes. En efifet le pal^oslave ^'W 
nbCX , le serbe pas, le boh6m. pes, le pol. pies, le russe pios, 
(6crit pesu'), reviennent k Tindo-europ. *paku-MtaU, sanscr. 
pagu, \dX,pecu, got. faihu, anglo-sax. feoh, ancien haut-allem. 
iihu, n. all. vieh. 

Gr§.ce au profit que Thomme tirait du chien comme gar- 
dien et corapagnon de chasse, quelques peuples avaient pour 
lui la plus haute estime et lui prodiguaient les soins les plus 
minutieux. On connait les pr^ceptes de Zarathustra concer- 
nant le chien, pr§ceptes obligatoires pour tout bon mazdaya- 
qnien. Le fargard Xlll du Vendidad s'occupe presque exclusi- 
vement du mode de traitement de cet animal. < C'est moi, dit 

> Ahura-Mazda k Zarathustra, qui ai cr66 le chien pourvu d'un 

> vdtement et d'une chaussure k lui, veilleur actif aux dents 

> aigiies, recevant son pain de Thomme pour la garde des trou- 
» peaux. » (1) « Lorsqu'un chien est de bonne nature, lorsqu'il 
» est, 6 sage Zarathustra I prompt k faire entendre sa voix, le 
» voleur et leloup ne viennent point saisir ce qui appartient au 

> village et ne Tenl^vent pas inaperqus. Par lui les loups qui 
-» se glissent furtivement seront frapp^s, abattus ou mis en 
» fuile! » (2) 

Si le dieu Ahura-Mazda a cr66 le chien pour le bien de 
rhomme, il est indispensable que cet animal soit bien traite et 
que sa vie soit gard6e par des pr^ceptes religieux. Aussi voyons 
nous que les peines les plus s6v6res sont appliqu^es k ceux 
qui tuent ou blessentle prot^6 d' Ahura-Mazda. « Si quelqu'un 
» tue un chien gardien des troupeaux ou des maisons, un chien 
» de garde personnelle ou un chien habilement dresse, son ame 



(1) Vend, fargard XIII, §§ 406-109. Nous avons sulvi la traduction de 
M. De Harlez. 

(2) Ibid., §§111-114. 



i 



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SUR LE r5lE DU GHIEN, ETC. 41 

> s*en ira de ce monde dans le monde futur poussant des oris 
» et tremblant plus fortement encore que dans une for^t pro- 
» fonde, dans une gorge ou les loups r^pandent la terreur. A sa 
» mort , une autre kme ne pourra d^livrer son 4me de ses dou* 

> leurs et de ses terreurs.Et les chiens qui gardentle passage 
» ne Ten d^livreront pas non plus. » (I) 

Ainsi selon la loi mazdayaqnienne rhomme qui tue le 
chien est priv6 des jouissances de la vie future : les chiens qui 
gardent le pont Cinvat ne lui accorderont pas le passage au 
Garothman. 

La blessure du chien doit ^tre expire par les peines les 
plus s^vferes. 

« Si quelqu'un blesse en frappant un chien gardien des 
» troupeaux, s*il lui coupe une oreille ouun pied, si par suite de 
» cette blessure un loup ou un voleur (se jette) sur ces posses- 

> sions et en enl^ve des biens, sans que le chien ait averti, que 

> le coupable expie sa faute selon la mesure (dela perte), (qu'il 
» expie) la blessure du chien par la peine haodhavarsta, > (2) 
Dans les pr^ceptes suivants le chien est mdme 6gal^ k Thorn- 
me: € Si quelqu'un prive de nourriture un chien qui garde les 
» troupeauxjde quels actes criminel contracte-t-il la souil- 
» lure? » Ahura-Mazda repondit: « C'est comme s'il en privait 
» le chef d'une maison de premier rang, il se souille de la 
» m§me fai^on. » (3) La nourriture du chien, lisons nous dans les 
§§ 77-78, doit consister en laitage, en graisse et viande; et un 
des actes qui rendent leurs auteurs criminels eijpeshotanm est 
celui de Thomme : < qui sert k un chien.... des os difficiles k 
» broyer ou une nourriture d'upe chaleur brtUante.Si ces os p6- 
» netrentdans ses dents ou s'enfoncent dans sa gorge, ou s'il 

> arrive que ces aliments chauds lui br^lent la gueule ou la 
» langue et qu'il en subisse quelque grave dommage, en ce 



(1) Vend, fargard XIII, §S 21-23; 24-25. 

(2) Ibid. , §S 26-30. Selon les opinions des Parsis le ch&timent haodhdvarsta 
consistait en ce que le coupable 6tait coup6 en pieces. On ignore si tel avait 6i& 
ce suppUce dans I'antiquitd. V. Justi , s. v. 

(3) Ibid., S8 55-56. 



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42 WSEVOliOD MILLER. 

» cas, par suite de cette mauvaise action, cet homme devient 
» criminel et peshotantss. » (1) 

La proximity du chien k rhomme, son utility et son at- 
tachement k son mattre Isi firent accorder chez tons les peu- 
pies un rdle considerable dans les conceptions religieuses. En 
peuplant son Olympe de tout ce qui I'environnait sur la ter- 
re, rhomme devait n^cessairement y placer son plus fiddle 
compagnon. Aussi quelques habitudes du chien ne manquaient 
pas de lui donner quelque chose de myst^rieux et de dtoo- 
niaque. Son hurlement lugubre pendant les nuits ^tait regard^ 
de tons temps comme un presage funeste pour les habitants 
de la maison. La mort de TEmpereur Maximinus fut predite 
par 12 chiens qui hurlaient toute la nuit devant sa tente. (2) 
Le hurlement des chiens, au dire de Pausane,(3) fut un pr6sage 
funeste pour Aristod^me, ainsi que pour tout le peuple Mes- 
s§nien. (4) Pour la m6me croyance en Europe moderne com- 
parez Kelly, Rochholz, I>al, Shein et d'autres. (5) 

De la m^me mani^re fut envisag^e Thabitude du chien de 
creuser la terre. On ne pouvait pas se Texpliquer autrement, 
que comme presage d'une mort menaqante. D'autre part Tima- 
gination de I'homme exag^rait la force de la vue pergante du 
chien et lui attribuait la capacity de voir les esprits et les de- 
mons, qui parcouraient la terre. Les Remains, au dire de 
Pline, (6) croyaient que les chiennes de la premiere ventree 
pouvaient voir les faunes, et la meme croyance existe encore 
de nos jours en Russie. (7) T6ltoaque(8) n'apercevait pas 
Athene, qui se tenait aupr^s de lui , mais les chiens la voyaient 
parfaitement et n'osant aboyer.se mirent en fuite. Selon les 



(1) Vend.fergard XV, $§ 9-16. 

(2) Jul. Capitol, de Maximino jun. 5, 
I'd) Messenica, IV, c. xui, 1. 

(4) Ibid. , c. XXI. 

(5) Kelly, Curiosities of indo-european tradition and folklore, pag. 109; 
Rochholz, Deutscher Glaube u, Brauch^ I, pag. 159; Dal, Dictionnaire russe 
s. V. sohaka; Shein, Chants de la Blanche- Russie (en russe) , pag. 444. 

(6) Preller , Rdmische Mythologie, 2"' 6d., pag. 337. 

(7) Afanassiefif, Poetic' eskiy a vozzre'niya Slavian naprirodu, I, pag. 734. 

(8) Odi/ss. XVI, 160-163. 



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SUR LE r6LE DU CHIEN, ETC. 43 

CFoyances des anciens Scandinaves la d^sse de la mort , Hel, 
qui parcourt la terre en guettant sa proie, n'est visible qu^aux 
chiens. (1) Les H^breux et les Musulmans entendant le hurie* 
ment du chien sont persuades qu^il apert^oit I'ange de la 
mort. (2) En Russie cette quality est attribute surtout h deux 
espies de chiens, dont Tune s'appelle yarc^ouk (de yaryi fu- 
rieux, Solent), Pautre dwyeglazka (chien aux yeux doubles). 
Le chien yardouk est un chien de premise ventr^e: il a, selon 
les croyanoes populaires, une dent de \ov^ et deux vip^res 
cach^es sous la peau. (3) On croit partout qu'il chasse les 
vedamy Ges sorci^res). Le dvoyeglazka est un chien au poil 
noir ayant deux taches blanches au dessus des yeux, de sorte 
qu'il parait en aToir deux paires. II est int^ressant que cette 
croyance russe trouve une analogic frappante dans les croyan- 
ces des anciens Indiens et Iraniens. Les chiens qui accom- 
pagnent le dieu de la mort indien, Yama, sont express6ment 
nomm^ gv&nau <^aturdk8*im, chiens aux quatre yeux. Nous 
lisons dans le Rigveda, X, 14, 10 et suiv.: 

< Par une heureuse route passe les deux chiens de Sa- 
» ram^l k quatre yeux, (au poil) bariol^; puis approche les 
» PUaras (les ancdtres) bienveillants, qui jouissent associ^s 
» k Yama. Gonfie, o roi Yama, celui ^i (le mort) k tes deux, 
» gardiens k quatre yeux, qui gardent la route et yoyent les 
> h^ros, et accorde lui prosperity et sant^. > 

Le commentateur indi^i nous apprend que le c'aiuraks'a 
est un chien, ayant au dessus des yeux deux taches semblables k 
des yeux (4) de sorte que oe chien indien est identique au chien 
russe dvoyeglazka. Mais on se demande si les chiens de cette 
sorte avaient dans Flnde la mtoecapadt6 que leurs confreres 
enRussie?Nous trouvons lar^ponse dans un charme de VJthar- 
vaoeda. (5) Ce charme se rapporte k qudque herbe qui donne le 



(1) Grimm, Deutsche Mythologies 4— 6d., pag. 555. 

(2) Tylor, Primitive CvMure, 11 , chap. XV. 

(3) Afianassieff, Op. oit., I, pag. 734; Dal, s. v. tabCouk. 
<4) V. Bohakigk «t Both, Sanac, Warter^wh, s. v. gvAN 
(5) rV, 20, 4 et suiv. 



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44 WSEVOLOD MILLER. 

pouvoir de voir tout ce qui est cach6 et de dto)uvrir les sor- 
ciers: « Que j'aper^oive par toi, (dit le charmeur) les trois 

> cieux, les trois terres, les six regions et tous les etres, 5 
» hei^be divine! Le dieu h mille yeux Vsl mise dans ma main 

> droite, et c'est par toi que je vois toute chose, le qudra et 
» Tarien. Montre moi les sorciers, les sorci^es {if&tudhdndn 
» et ydtudhdnydh) et tous les pigdc'cts. Tu es Tceil de Ea^yapa 
» et de la chienne d quatre yeux (qunjki^c's, c'aturaks'y^h), etc. > 

Nous voyons ici que Tceil perqant de Kaqyapa et de la 
chienne k quatre yeux est compart k Therbe qui donne la 
force de voir les demons et les sorciers. Remarquons en pas- 
sant, que cette faculty est attribute dans ce charme k la cMen- 
ne, ce qui nous rappelle la chienne qui voyait les faunes chez 
les Remains. 

Les adorateursd'Ahura-Mazda connaissaient aussile chien 
k quatre yeux, qu'ils appelaient c'athruc'as'ma. € Cr6ateur des 

> ^tres visibles, > lisons nous dans le Vendid^d, (1) < sur ces 
» chemins par oil ont 6i€ conduits des chiens ou des hom- 

> mes (morts), comment peut-on faire passer des bestiaux 

> des animaux de trait, des hommes ou des femmes, le feu 
» fils d'Ahura-Mazda ou le haregma form^ en faisceau selon 
» les rites sacr6s? » Ahura-Mazda r^pondit: « Que par ces che- 
» mins on ne conduise ni troupeaux, ni b^tes de trait, ni 
» homme, ni femme, ni le feu fils d'Ahura-Mazda, ni le ha- 
» regma form6 selon les rites sacr^s. Mais que Ton y fasse 
» (d'abord) passer trois fois un chien jaune k quatre yeux 
» {^panem zairitem c'athruc'as'mem), (2) et un chien blanc 
» aux oreilles jaunes. Si Ton conduit ces chiens par ces rou- 

> tes, la Druje-Na^us s'enfuira vers les regions du Nord. > 
Les Esthoniens connaissent aussi le chien c'aturaks'a sous le 
nom de nellisilm (nelli-quatre, silm-ocuil), v. VerhancUungen 



(1) Fargard VIII , SS 38-45. 

(2) M. De Harlez , observe: t Le texte porte simplement quatre yeux, mais 

> le mot employ^ par le rivai^t correspondant d ce passage indique plutdt qua- 

> tre t&ches rondes. SuiYant Spiegel , ce chien devait avoir au-dessus dee pau- 
» pi^res deux taches qui formaient comme deux yeux. » 



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SUR.LE r5lE DU CHIEN, ETC. 45 

der gelehrten Estnischen Gesdlschaft zu Doi'pat, I Band, 
2*" Heft, p. 90. 

Pour purifier les chemins souilles par un cadavre d'hom- 
me ou de cliien , on doit faire passer six ou neuf fois au moins 
des chiens ordinaires, si Ton ne trouve pas des chiens avec 
les marques indiqu^es plus haut. (1) 

Nous voyons ainsi que Taspect du chien terrifiait les d^ 
mons qui mettaient des embiiches k Thomme et cette croyance 
s'est conserv^e dans quelques rites, dont le sens ne trouve- 
rait autrement aucune explication suffisante. On purifiait chez 
les Grecs le camp en jetant k cet effet k ses deux extr^mit^s 
les entrailles d'une chienne ^ventr^e et en faisant passer les 
troupes entre ces deux points. (2) Les deux moiti^s du 
chien, entre lesquelles Tarm^e d^filait, devaient indiquer 6vi- 
demment les bords de Tespace purifi^ et tout ce proc6d6 rap- 
pelle celui des mazdaya^niens purifiant les chemins par les 
chiens. 

Observant la vigilit^ du chien pendant les nuits , son hur- 
lement, Timagination dePhomme devait indispensablement lui 
prater un caract^re myst§rieux et le mettre en rapport aux 
d^it^s de lanuit, de la lune et de la mort. Nous voyons le 
chien repr6sent6 comme symbole de la mort sur les sarco- 
phages antiques. (3) Les parsis de Bombay mettent le chien 
devant les yeux du mourant, afin qu*il puisse lui jeter son 
dernier regard et deux chiens devant une femme qui meurt 
enceinte pour donner deux compagnons k deux ames partant 
pour Tautre monde. Une croyance r^pandue en Armorique, 
raconte que les limes des morts sont accompagn^es par le 
chien du pretre paroissial de Braspar dans leur voyage pour 
la Grande Bretagne. (4) Le gardien de Tenfer, le E^rberos 
grec se retrouve en Am^rique sous la forme du chien, qui 
menace d^avaler les ^mes k leur passage du fleuve de Ten- 



(1) FargardVIII, Ǥ 45-48. 

(2) V. Quint. Curt., X, c. 25 , g 9. 

(3) Bachofen , Gr&heraymbolik, pag. 113. 

(4) Kelly, Curiosities, etc., pag. 123. 



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46 WSETOLOD HOLER. 

fer, (1) ainsi que dans les chiens qai gardent le pont Cinvat, 
selon les croyances des Mazdaya^niens et le fleuye Vaitaranl 
des indiens. (2) La m^moire da chien gardien de Tenfer se 
perp^tue jusqu'k nos jours dans les contes popolaires euro- 
p^ens, oil nous rencontrons souyent un chien qui garde les 
tr^sors caches sous la terre. (3) 

Nous ayons yu tout k Theure que les Indiens se repr6- 
sentaient ces chiens d^enfer conune messagers du dieu Yama, 
comme des betes au poil bariol^ (^abalau) k quatre yeux, au 
museau large (urunasau)^ ayides de la yie (humaine) [asuir 
pau}. Leur rdle a 6t^ de rdder parmi les hommes en guettant 
ceux qui ^taient destine k la mort. Leur morsure invisible 
donnait la mort, apr^s quoi ils accompagnaient Vkme dans 
Tenfer. En cherchant la proie pour leur maitre, le dieu de la 
mort, ils deyaient ayoir aussi le pouyoir d^^pargner les hom- 
mes etcette croyance se manifeste dans leBigveda X, 14, 12: 
< les deux messagers dTama au larges naseaux, avides de la 
» vie (humaine), au poil brun (?) rddent parmi les hommes; 
» qu'ils nous donnent aujourd'hui encore une fois la yue du 
» soleil et une vie fortun^e. » (4) 

S'ils pouvaient dpargner Thomme, on se demande de 
quelle mani^re pouvaient-ils ^tre utiles k ceux, qui 6taient 
dejk atteints par la mort? Peut-^tre faut-il chercher la reponse 
dans le vers pr^^dent du m§me hymne, ou Tadorateur de 
Yama le supplie de recommander le mort k ses deux chiens 
et de lui accorder la 8anU et le bonheur, (5) Cette priere serait 
compl^tement d§plac6e si les Indiens n'avaient pas la croyance 
que Yama pouvait ressusciter le mort au moyen de ses chiens. 
Qu'une pareille croyance, quoique nous ne la trouvions pas 



(I) Mailer, Geschichte der Americanischen Urreligionen ^ 2— 6d,, pag. 88. 

(21 Ind, Studien, 1 , 399. 

(3) Grohmaim, Sagenbuc/i von Bohmen u. hdhren, pag. 25. 

m Dans la traduction de Grassmann rid6e de la resurrection est encore 
plas p rationed: «Sie mogen lang* die Sonn' uds schauen lassen und diesem 
> (au iQort) holdes Leben wieder schenken. » 

(5) R, F., X, 14, 11: «Tabhyam enam pari dehi r&g'an svasti c'a asmai 
» anfimlvam c'a dhehi.» 



t 



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SUR LE r6lE DU GHIEN, ETC. 47 

indiquee pr6cis6ment dans le Veda, a du exister cbez tes In- 
diens est une hypoth^se qui nous, semble d^autant plus ad- 
missible, que cbez un peuple de soucbe arienne, savoir cbez 
les Arm^niens, comme nous allons le voir tout k Tbeure, nous 
trouYons des traces assez prononc6es de la mdme croyance. 
Mar Apas Catina, excerpte par Mo'ise de Ebor^ne (Livre.I, 
Chap. XV) raconte que la voluptueuse repe S^miramis ayant 
entendu parler de la beauty du roi Arm^nien Ara, brulait du 
desir de satisfaire sa passion pour lui. Elle lui envoya des 
messagers avec de ricbes cadeaux, pour Tengager de venir la 
trouver k Ninive, k I'^pouser et k r^gner sur tout Tempire de 
Ninus, ou seulement k satisfaire son ardente passion, et k re- 
tourner ensuite en paix dans ses propres ^tats. Le bel Ara 
ayant refuse k la reine, S^miramis l^ve toutes ses troupes et 
se b^te d^arriver sur le territoire des Arm6niens. Ara alia k 
sa rencontre et une sanglante bataille eut lieu dans une 
plaine, appel^e plus tard Ararat du nom d'Ara. Au moment 
d*engager le combat, S6miramis ordonne k ses g^n^raux 
d'^pargner la vie d'Ara. Mais au fort de la m^l6e Tarm^e d'Ara 
est mise en pieces, et il meurt dans Taction, frapp^ par les 
soldats de S6rairamis. Ayant fait cbercber le cadavre de I'objet 
de son amour , la reine le fit placer sur la terrasse de son pa- 
lais. Cependant, comme les troupes arm^niennes se rani- 
maient au combat centre S^miramis pour venger la mort 
d'Ara, elle fit dire : j'ai ordonn^ k mes dieux de Ikher lea plates 
d'Ara et il reviendra d la vie. Elle esp^rait par la vertu de ses . 
mal^fices de ressusciter Ara; mais quand le cadavre fut en 
putrefaction, elle le fit jeter dans une fosse profonde pour le 
d^rober ainsi k la vue de tous. Puis ayant travesti en secret 
un de ses amants, elle publia sur Ara la nouvelle suivante: 
€ Les dieux Aral^z Font rendu k la vie, et ont ainsi combl^ 
> nos voeux les plus chers » , etc. A Taide de ces bruits r^- 
pandus en Arm^nie au sujet d'Ara, S^miramis persuada tous 
les esprits et fit cesser la guerre. (1) 



(1) V. Collection des Historiens anctens et modemea de VArm&nie, par 
Victor Langlois , I , pag. 26 et 27. 



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48 WSE70L0D MILLER. 

Un des plus savants arm^nistes de nos jours M. ^mine 
dans son commentaire de MoTse de Ehor^ne^(l) rapporte un 
passage de rhistorien Faustus de Bysance, qui prouve que 
cette'croyance aux esprits nomm^s Aral^z persistait dans le 
peuple arm^nien encore au IV"" si^cle de notre Sre. Quand 
on apporta le corps du g^n6ral Arm^nien Moushegh, dont la 
mort arriva sous le j:6gne du roi Varaidad, de la dynastie Ar- 
sacide (384 apr^s Jesus Christ), dans sa maison chez ses fa* 
miliers, ces derniers ne voulaient pas croire k sa mort, quoi 
qu'ils vissent bien que sa t§te 6tait s6par6e du tronc. lis di- 
saient: < 11 a pris part k des combats sans nombre et n'a ja- 
» mais rei^u de blessure, jamais trait ne Ta atteint, personne 
» ne Fa bless^ d'une arme quelconque. > D^autres esp^raient 
le voir ressusciter ; aussi quelques-uns , ayant rapproch6 la 
tSte du tronc, les recousirent ensemble, transport^rent le corps 
et le plac^rent sur le toit d'une tour, en disant: cComme 
» Moushegh ^tait un homme brave, les Arl^z descendront 
» et le ressusciteront. > Esp6rant le voir ressusciter , ils res- 
t^rent k le garder jusqu'k ce que le cadavre se fut d^com- 
pos6. Alors ils le descendirent de la tour, le pleur^rent et Fen- 
terrferent selon les regies prescrites. (2) 

Quant k la forme sous laquelle les Arm^niens se re- 
pr^sentaient ces etres surnaturels on pent conclure d'un pas- 
sage d'Esnig {RSfutation des hSrSsies) qu'ils ^taient envisages 
comme des chiens. Esnig nous dit qu'ils en tiraient leur 
origine. (3) D'ailleurs le nom m6me Aral^z ou Arl^z , compos6 
selon les pp. M^chitaristes du nom du roi Ara et du verbe 
lezul-16cher et selon M. Emine des mots tar-continuellement 
et lezul, prouve qu^il s^agissait de quelques animaux. Et quel 
animal serait plus apte d'etre gu^risseur de plaies, si ce n'est 
le chien qui cure ses blessures en les l^chant ? Ainsi nous 
pouvons conclure avec assez de vraisemblance que les Arm6- 



(1) Molse De Khordne, Histoire de I'Armdnie, trad.russe, note 57. 

(2) Faustus De Bysance, Livre V, chap. XXXVI. 
{3) v. Emlne, 1. c, note 57. 



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SDR LE R6lE DU CHIEN, ETC. 49 

niens avaient conserve dans leur croyance aux Aral^z un sou- 
venir do chiens du dieu de la mort , que les Indiens connais- 
saient sous le nom de Slirameylis. 

Mais on pent se demander en quel rapport se trouve la 
reine S^miramis (ou Sehamiram) avec ces Aral^z? Pour r& 
pondre k cette question il faut revenir aux chiens v^diques. 
Nous connaissons du Veda que les gvdnau sdrameyau, 6taient 
ainsi appel^s du nom de Saram^. Ge dernier personnage ne 
nous est connu que d'un seul hymne du Eigveda, oti nous 
assistons k un dialogue qui se passe entre Saramst et les pa- 
nts, qui avaient cach^ les vaches lumineuses. Tons les autres 
passages du Bigveda (w. I, 62, 3; 72, 8; III, 31, 6; IV, 16, 
8; V, 44, 7 et 8) ne contiennent qu'une vague allusion au m^me 
naythe; aussi pouvons nous nous restreindre k cet hymne uni- 
que X, 108. Or on n'y trouve aucune allusion k ce que Sara- 
m^ 6tait June chienne. Elle est messag^re d'lndra, elle a tra- 
verse le fleuve Rasli, elle vient demander aux Panis leurs 
tr^sors, savoir les vaches, elle estappel^e belle, ce quine s'ac- 
corde pas bien avec la figure d'une chienne, elle est venue 
en volant, elle est invitee des Panis de rester chez eux et de 
devenir leur sceur. Dans le Bdmdyam (VI, 9) il est .mention 
d'un personnage bienveillant k R^ma et Sit4, portant le nom 
SaramU, mais n'ayant aucune marque de provenance canine. 
M. De Gubematis (1) a d6jk vu que le nom d'une bienveillante 
r^ks'ast Suramit qui console Sit^, n'est qu'une variante de ce- 
lui de SaramL 

Le m^me nom est port6 par une fiUe du prince des Gan- 
dharv^s Qailiis'a {Edmdyana 7, 12, 24) et par une femme de 
Ka^yapa. (2) 

Et cependant les commentateurs indigenes du Veda sont 
unanimes k regarder SaramI, la messag^re d'Indra, comme 
chienne des dieux. D^j^ Y^ka (3) Tappelle deya^unt-chienne 



(1) Mythologie Zoologique, trad, allemande, pag. 353. 

(2) V. Bohllingk et Roth , s. v. saramd, 

(3) Nir. II, 24. 

Atti del JV Congresso degli Orientalisti, — Vul. II. 



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50 WSEVOLOD MILLER. 

des dieux; S^yana, en commentant le hymne Rigveda X, 108, 
nous raconte que les yaches de Brhaspati, pr§lre d'Indra, 
6tant voltes par les Asurlls, qui se nommaientjpanayas^ Indra 
envoya It chienne des dteux Sarama les ch^cher, etc. Pres- 
que la m^oie l^ende nous rapporte-t-U dans son commen- 
taife da passage d\JtBigveda I, 62, 3, mais attribue k Sara- 
ma une nature peu flattante. EUe aurait dii k Indra: c H6 
> Indra! si tu donnes k mon fils du lait de ces Taches et quel- 
» que autre sourriture que Ton tire d^elles, je vais y aller. » 
Indra ayantaccord^ sa demande elle dkcherch^Ies yaches^etc. 
Daxis une 16gende de la Brhaddeyat^(l) le caractire de Sara- 
mi est encore plus obscurci. EUe aurait bu du lait des ya- 
ches, que les p<mis lui offrirent, et reyenant yens Indra au- 
rait r^pondu n^gatiyement k sa question, si elle ayait yu les 
yaches. Lk dessus Indra lui donnant un coup de pied , die 
yomit le lait et reyint chez les AsurHs. 

Ne connaissant Saram^ comme chienne que par les opi- 
nions des commentateurs des hymnes, nous ne pouyons pas 
encore nous decider k la regarder comme telle dans la p6- 
node y^que, Elle a pu facilement deyemr chienne plus tard, 
lorsqu'on ayait oubli^ son caract^e primitif et cbwchait de 
s'en rendre compte en s'appuyant sur le nom plus connu de 
Sarameya. Or S4rameya ^tait un chien ; mais puisqu^on regar- 
dait S§Urameya comme nom m^tronymique \ic€ de Sarama, 
cette derni^re, 6tant m^re d*un chien, deyait n^essairement 
etre chienne elle m6me. Mais le nom Sarameya pent ayoir 
les deux sens: appartenant d SaramA et pravenatU de Sara- 
md, U n'est pas n^cessaire d'y yoir un nom m^tronymique 
comme dans Mamateya, descendant de MamaU (Dirghatama, 
Bigveda,l, 147, 3), puisque nous ayons en Sanscrit les m^mes 
formations en eya sans le sens m^tronymique, comme sabheya 
qui appartient k la sabha-r6union , concile,|?aiiru5'eya^qui ap- 
partient k Thomme (purus'a), dsn'eya, qui a trait au sang 
(asan). On pourrait bien nous objecter que les patronymiques 



(I) Kulm, daDS Haupt, Zeit, f. Deat. Alter, , VI, 121. 



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SUR LE ROLE DU CHIEN, ETC. 51 

et ies mi§troiiynai(Jties en^^ja sont accentir6s en^etjd; tatidisque 
les autres formations en-^ portent racfcent sur fa, voyelle 
radicale. Mais d'abord cette r^gle, observ^e sur tine douzaine 
d'exwnples, n'est pas sans exceptions, [h^us trouvons par 
exemple danfe Atharvaveda V 22,3parus'ey^ (tacbet^) accentu^ 
comme m^tronimique] , et puis qui peM mous prouVer que I'ac- 
centuation de SaraWreSrd ne fat pas chan^^ grstee ^ la con- 
victSDn (ies redacteurs dti Bifted^ que ce nbm "^ait m^trotoy- 
mique. Comparer potw l*ftccent le grec 'Epjutu'a? f fip/xea^] 
*Ep}jm* Ainsi les '^vdne^ 8dfcmet/<M ne doivent pais Stre n^- 
cessaii^ement chiens fiU ^ S^amd, mais peuvent signifier sim- 
plement ks chiens de Safamd, c'est k dire les chiehs qui Tac- 
compagnent, lui sont sacr^s, etc.) c<omme en grec on pourrait 
dire UxtyXoi x6vi$ - chiens sacr^s de TH^cate. Ne regatdant 
done pash Sarama v^ique comme chienne, nous pouvons 
la restituer au nombre des anciennes dresses de Tlnde. Les 
faits qui peuvent corroborer notre opinion sont: l"" le silenee 
des hymnes sur la figure canine de Saramsi , et ^'^ une ^troite 
analogie que nous allons trouver pour Saram^ dans les con- 
ceptions mytbologiques des autres peuples. 

En effet si Saram§. 6tait conque comme chienne^ il est fort 
strange que Tauteur de son dialogue avec les jpanis n'y ait fciiss^ 
6chapper une seulmot,une seule allusion k sa figure canine. Tout 
le caract^re du dialogue tious fait voir au contraire que I'auteur 
se la repr^sentait comme une fomme divine. Remarquons en pas- 
sant que dans un vers de la Brhaddevatd il paratt que Saram4 est 
nomm^e m^re d'Indra. (1) Mais sa nature de fomme est prouvee 
encore plus par les personnages analogiques d'autres mytholo- 
gies. A c6t6 d'un dieu de la Mort, accompagn6 dans ce role, 
comme Yama chez les Indiens, par des chiens (Odhin , Hackel- 
berg, Pkton, Thot, etc.), nous trouvons presque partout la 
figure d'une d^esse chtonienne, nocturne ou lunaire. It la- 
quelle le chien est sacr6 comme messager de la mort. C'est 
ainsi que chez les Egyptiens la deesse lunaire Isis cherche 



(1) \,Ind.Studien,l, 414. 



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52 WSEVOLOD MILLER. 

Tenfant d'Oslris Anubis et le trouve guidee par les chiens; (1) 
Anubis devint compagnon et gardien dlsis et etait repr^- 
sente avec la tete d'un chien (Gomp. Saramd-Isis, Sdrameya- 
Antibia); selon Aelian. 10, 45, il ^tait aussi adore chez les 
Egyptiens, 1° gr^ce au secour qu'il avait pr6t6 h Isis, et 
2"" grace k robservation qu'on avait faite que la moDt^e du Nil 
coincidait avec Tascension de la constellation du chien. Au 
dire de Dio Cassius (2) Isis ^tait representee mont^e sur un chien. 
Chez les Grecs le chien etait reserve comme victime kla d6esse 
lunaire Hecate, (3) qui devait h cette'circonstance le sumom 
de xuvoa^ayvis. (4) Lucien (5) donne le nom de repas d'Hecate 
('ExAt>i$ SctTTVov) au sacrifice du chien ; les pontes representent 
cette deesse accompagnee de chiens du Styx. (6) La divme chas- 
seresse Diane est entouree de chiens. Les croyances allemandes 
representent les dresses Fricke, Gaude, Holda, Berchta, les 
Nornes et les Valkyres avec des meutes de chiens. (7) L'ou- 
vrage de M. Chwolson sur les Sabeens nous permet de con- 
dure, que ces sectaires connaissaient aussi un personnage 
analogue k Hecate. En Nedim (8) rapporte qu^k la moitie du 
moi Teschrin (Octobre) les Sabeens br(ilaient le repas des 
morts et sacrifiaient, entre autres choses, une cuisse de cha- 
meau au chien de la diablesse. M. Chwolson identifie cette 
diablesse avec Hecate. 

L'analogie etroite qui existe entre Saram§, et tons ces 
personnages lunaires, nous parait assez convainquante pour 
chercher dans la deesse vedique la personnification de la lune. 
Le fait que la lune etait personnifiee chez les Indiens comme 



(1) V. Plutarque, Os. et Isis, cap. 14. Comp. AeL 5, 45, Diod., 1, 87. 

(2) 79,10. 

(3) Maury, Histoire des Religions, etc., II, 79; Greozer, Symholik u, My- 
|S/to?or7ie,II,526. 

(4) Lycophron. , 77. 

foj Dial, des Morts , XXII, 3, 1, 1. 

(6) Theocrit., 11,15; ApoU. Argon., Ill, 1211; Lycoplir.',1175; Herat., 
Sat. /, 8, 35; Virg., Aen., VI, 257, etc. 

{!) Schwarz, Der heutige Volksglaube, etc, t pag. 17; Braun, Naturge- 
le der Sage, II, 387; Wolf, Op. cit., II, 195; Rochholtz, pp. cit., 159. 
(H) Chwolson , Die Ssabier w. der Ssabismus , II, 31 et 229. 



nddfMe 



I 



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SUR LE ROLE DU CHEIN, ETC. 53 

deus Lunus-Soma," ne peut servir d'obstacle k cette identifi- 
cation, puisque k cdt6 du deus Lunus nous trouvons dans la 
mythologie indienne aussi des dresses — comme Raka, Sini- 
vSdi, GungO personnifianl les phases de la lune. Sinivaii comme 
deesse lunaire preside k raccouchement(l) et rappelle vive- 
ment la deesse grecque Ilithyia (EtXtt^uta) identifi^e tantdt t 
Artemis tantdt k H6ra. Nous trouvons la meme incarnation 
de la lune en m^me temps en dieu et en deesse chez les Chal- 
d^ens. € Dans la religion chald^o-assyrienne, nous dit M. Fr. 
> Lenormant,(2) cet astre (la lune), suivant le point de vue 
» auquel on le consider e, est en meme temps un dieu m^e 
» S'in et une deesse feminine triforme Gula. > Sous ce point 
de vue nous pouvons nous expliquer le dialogue de Saram^ 
avecles demons, qui ont cach6 les rayons du soleil (les va- 
ches lumineuses) comme se passant pendant la nuit. Indra 
dieu du soleil envoie la lune Saram^ pour retrouver ses vaches 
perdues. Lk dessus elle passe en volant la riviere celeste la 
RasH, savoir la voie lact^e(3) et entre avec les demons de la 
nuit en discussion dont le r^sultat ne nous est pas connu dans 
rhymne. Nous trouvons les ^l^ments du m§me mythe (le vol 
des vaches, le voyage pendant la nuit) mais envisages sous 
un autre point de vue dans le mythe grec de Hermes volant 
les boeufs d'ApoUon; nous pourrions prouver de m^me que 
le dieu Hermes, pour ainsi dire un Sarama masculin, n'a ^t^ 
primitivement qu'une personnification m^le du m^me astre, 
quoique fort obscurcie par des fusions post6rieures de mythes 
grecs et strangers. 

En revenant maintenant k la question posee plus haut, 
savoir au rapport qui existe entre S^miramis et les esprits 
de provenance canine qui ressuscitent le bel Ara , nous pou- 



(1) jR. v., II, 223, 5-7. 

(2) La Ugende de Simiramis, pag. 50. 

(3) On appelle quelque part en AUemagne la voie lact^e ( Vfoneldenstraet , 
Frauen Hilde Oder Hulde Strasse), la route de la dame Hilde , qui est une 
deesse Identique 4 Sarama (v. Grimm, D. M., 4"« ed. p. 236). Comp. aussi le 
nom firislandais Kaupat^ route de vaches , oe qui rappelle les vaclies vMiques et 
la RasA travers^e par SaramA (Kelly, Op. dt., p. 108). 



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54 WSEVOLOD MILLER. 

vons envisage! S^miramis sous un nouveau point de vue, 
d'autant plus que le chemin nous a et6 fraye par le memoire 
6rudit de M. Lenormant sur cette reine l^gendaire. M. Lenor- 
mant a prouv^ que c S^miramis n^est pas uq personnage 
» humam, que c*est une divinity que la l^gende transporte, 
» coznme il arrive si souvent en pareil cas, dans le domaine 
> des ^v^nements humains. »^(1) Sa naissance naerveilleusei 
sa parents avee la d^esse Derc6to d'Ascalon, ses exploits^ sa 
nature voluptueuse, sa mort ainsi que le t^moignage de quel- 
ques auteurs grecs, qui attestant formellement qu'elle 6tait 
ador6e comme d^esse, ne laissent plus de doute que nous 
n^ayons affaire k une grande deesse ador^e sous diffi6rents 
noms (Is tar, Astart^, Derc^to, Artemis , etc) dans toute TAsie 
ant^rieure et en Gr^ce, deesse klafois guerri^re et voluptueuse, 
qui pr^sidait aux batailles et aux plaisirs des sens. M. Lenor- 
mant observe tr^s judicieusement que chez toutes ces dres- 
ses le cdt6 belliqueux et presque masculin se joint au cote 
voluptueux et lascif, (2) comme chez Ath6n6, Artemis, Leu- 
cipp6, Procris, et d^autres. Ce caract^re ambigu est, selon 
M. Lenormant, indubitablement en rapport avec leur nature 
lunaire, car la lune 6tait consider^e par les anciens comme 
essenilellement dou6e des attributs des deux sexes. » (3) 

Dans le rapport de Mar Apas Catina sur S^miramis on 
peut entrevoir quelques trails mythiques, que les croyances 
populalres avaient superposes au nom d^une reine etrang^re. 
Le bel Ara, aim6 deSemiramis et mourant k la fleur de Tage, 
nous rappelle les personnages mytbologiques mourant et re- 
venant k la vie comme Tammuz, le chald^en Dumuzi, Adonis 
et d'autres. Comme Isis cherche le cadavre d'Osiris pour le 
rappeler k la vie et le retrouve guidee par des cbiens, nous 
voyong S^miramis envoyer chercher sur le champ de bataiUe 
le corps d'Ara et tslcher de le ressusciter par les esprits Ara- 



(1) Ligende de Semiramia, pag. 22. 

(2) Ibid., pag. 49. 

(3) Ibid., pag. 56. 





K 



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SUR LE ROLE DU GHIEN, ETC. ' 55 

l^z. Selon Mar Apas Catina elie n'aurait pas reussi dans son 
projet et aurait cherch6 de se tirer d'afifaire au moyen d'une 
mystification. Mais on pent soupijonner que c'est une expli- 
cation posterieure et que la vielle croyance avait ^t6 celle que 
le bel Ara fut reellement ressuscitfi comme Osiris, Adonis et 
tant d'autres. M. Emine a demontr^ que le mythe de la r6- 
suirrection d'Ara a ^i€ connu des Grecs car Platon h la fiu 
de sa ESjpuhlique raconte d'Er TArm^nien, qui fut tu^ dans 
une bataille, que son corps fut trouv6 intact apr^s le combat 
et qu^ayant etd ensuite rappel^ k la vie ce personnage donna 
des details sur ce qu'il avait vu dans I'autre monde. (1) Ainsi 
Texistence du mythe de la resurrection d'Ara nous est prou- 
v^e par Platon et nous avons tout le droit de supposer que le 
peuple d^Arm^nie avait dou6 la reine S^miramis des attri^ 
buts d'une d^esse lunaire et chtonienne analogue a Sarama, 
d^esse qui, tout en envoyant la mort, a aussi le pouvoir de 
rappeler le mort k la vie, en ordonnant k ses chiens de lecher 
les plaies mortelles. En effet le langage dont se sert S6mi- 
ramis , indique qu'elle est maitresse des Araldz. Elle dit aux 
Arm^niens : fai ordoHnS k mes dieux de lecher les plaies d'Ara 
et 11 reviendra k la vie. Semiramis nous rappelle done Disme 
faisant d6cbirer Acteon par ses propres chiens, seulement 
ici nous avons le cas contraire, la d^esse lunaire ordonne k 
ses chiens de ressusciter le mort. 

Pour terminer cet article sur le r61e du chien comme 
messager de la mort, nous devons faire encore quelques ob^ 
servations sur le nombre des chiens accompagnant les divi- 
nit^s et sur le caract^re attribu6 k cet animal par Tinfluence 
du christianisme. 

Nous connaissons que le Veda mentionne deux Qvslnau 
Sslrameyau, subordonn^s au dieu Yama. Dans le Eath. 8, 1 , 
selon M. Weber (2) ainsi que dans le Tait. Br. (1, 1,2, 4-6) et 
Qatap. (2, 1, 2, 13-17) il est mention de deux chiens celestes 



(1) Moise De Khordne, trad, russe, pagg. 254-255. 

(2) Die Vedischen Nachrichten von den Naxatra, II, 372. 



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56 WSEVOLOD MILLER. 

divyau ^v^nau. Un hymne de VAtharvaveda (8, 1, 9) nomme 
les deux chiens de Yama ^y^ma^abalau, le noir et le bariol^, 
ce qui est rep^t6 par le Grhyasiltra de Piraskara (I, 16, 24) 
oil Sarama est d^jk regard^e comme leur mere. L'explication 
de la difference de la couleur du poil des deux chiens est in- 
diqu^e par M. Alb. Weber (1) dans un passage de la, Kaus'Uakp' 
Brdhm., ou nous trouvons le pr^cepte suivant: le soir on doit 
offrir le sacrifice aprfes le coucher du soleil mais avant les 16- 
nfebres de la nuit, puisque c'est pr^cisement le temps de Tar- 
riv6e des dieux (sa devaydnah TcetuK)\ c'est par cela qu'on 
obtient la sant^ et la vie future ; le matin on doit offrir le sa- 
crifice avant le lever du soleil, mais quand les t^n^bres de la 
nuit sont d6j2i dissip^es. Si quelqu'un le fait autrement, « Qya- 
mai^abalau h^sy^gnihotram vis'ldato, » le noir et le bariol6 d^- 
truisent son agnihotram, car le jour est ^abalo, la nuit ^ya- 
mk. Nous avons done dans les deux chiens de Yama une 
representation analogue a celle de deux rats Tun blanc Tautre 
noir qui dans un apologue fort r^pandu en Orienti rongent 
continuellement la plante ou Tarbre de la vie. 

Le nombre deux pour les chiens mythiques s'est perp^- 
tu6 dans les traditions des peuples europ^ens sans que Ton 
se rendait compte du caract^re primitif de ces animaux. Le 
chasseur des traditions et l^gendes allemandes Hackelberg 
est accompagne tantdt par toute une meute de chiens tantot 
n'en a que deux. (2) Le mdme nombre rencontrons nous dans 
les deux loups d'Odhin, Geri et Freki, (3) qui s'appellent aussi 
deux chiens se ruant k travers les contr^es lorsque la paix est 
rompue. (4) Le chUteau de la vierge Menglada est garde par 
deux chiens, Gifr et Geri, qui dorment tour k tour, Tun le 
jour Tautre la nuit. (5) Dans un conte populaire de la Gr^ce 
moderne il est mention de deux chiens jumeaux, qui servent 



(1) hidisch Studien, II»295. 

(2) Schwarz, Op, dUt pag. 19. 

(3) Grimnism&ly 19. 

(4) HelgakTida,II,18. 

(5) FiolsvinnsmAl, 14-16. 



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SUR LE r5LE DU CHIEN, ETC. 57 

k deux h^ros jumeaux que Ton peut comparer aux Dioscures, 
Agvinau, etc.(l) On peut signaler une remarquable analogie 
avec les deux chiens, qui accompagnent le dieu de la mort chez 
plusieurs peuples de I'antiquit^i dans quelques rites popu- 
laires qui s'observent encore de nos jours dans la Russie 
Blanche. C'est ainsi que nous rencontrons dans quelques dis- 
tricts des gouvemements de Minsk, de Vilna, de Vitebsk et 
de Mogilew un rite fun^raire qu'on appelle dziady staivrows- 
kiye. Apr^s avoir accompli toutes les c6r6monies des dziady, 
savoir de Toffice des morts ou du repas des anc^tres, le chef 
de la famille prend une tasse remplie d'une petite quantity 
de chaque mets et tout en se courbant sous la table pro- 
nonce trois fois: «stawny gawry ham! venez chez nous. > 
Une I6gende populaire donue Texpllcation suivante de ces pa- 
roles rituelles. Au bord de la riviere Drissa, affluent de.la 
Dwina de I'Ouest, il y avait jadis un bourg nomm6 Krasno- 
pole (champ rouge), entour6 de tons c6t6s d'une 6paisse fo- 
ret. Au temps du paganisme ce bourg appartenait k un cer* 
tain Boy, prince fort riche, qui gouvernait la population des 
bords du fleuve. Son occupation la plus assidue 6tait la chas- 
se , k la quelle il se livrait accompagn^ toujours de ses deux 
chiens Stawry et Gawry. lis ne craignaient ni ours ni brigands. 
S*il lui arrivait de rencontrer une bande de brigands dans ces 
for^ts, il les attaquait seul avec ses chiens et les mettait en fui- 
te. S'il lui arrivait de s*6garer , les chiens retrouvaient leur chemin 
et le ramenaient k la maison. Aussi il aimait ses chiens fidd- 
les a un tel point, qu^il ordonnait k ses sujets de leur rendre 
les m^mes honneurs qu'on rendait k ses courtisans les plus 
distingu^s. Enfm ces chiens 6tant morts, le prince donna I'or- 
dre de c616brer certains jours de I'ann^e en m^moire de ces 
b^tes. On se rassemblait k Tendroit oti Ton avait enterr^ les 
chiens , on y apportait un repas et on s'y r^galait jusqu'k la 
nuit Les restes des mets et les os 6taient jet^s dans le feu 
par les convives qui devaient en observant ce rite appeler les 



(1) Hahn , GriecK u, Alban. M(irchen,n. 22. 



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58 WSEVOLOD MILLER. 

chiens par leurs nooa comme pour l«fl ^voquer d'oulre-tombe 
(v. Gazette du geuvernemmt de Kkwy 1874, num. 23). 

n n'est pas n^essaire de dire que le prinee Boy n'est 
pas un personnage historique. 11 serait fort strange, qu'uQ 
prince eut pu donner ordre h se& sujets de c^l^brer par un 
repas fun^raire ses diiens morts et encore plus strange qu*un 
tel rite pM se conserver jusiqu^k nos jours et suivre un re- 
pas de faoiille en V honneur des anc^tres. Le prince Boy est 
done un personnage mythique analogue au chasseur allemand 
Hackelberg, au Jama indien, et ses chiens correspondent 
aux chiens de ces dieux anciens. La region, oil Ton observe 
ce rite, ^tant jadis peupl6e de Lithuaniens il n'est pas difd^ 
cile de trouver dans la l^gende meme quelques traits de sai 
provenance primitive^ Le nom du prince Boy pent s'expliquer 
par Tadjectif nth. hajHie c terrible, > ce qui convient trfes-bien 
au Dieu de la mort Dans le nom Gawry, qui n'a pas d' ety- 
mologic slave, on pent reconnaftre le substantif lith. gauras 
(au plur. gaurai) < polls d^animaux, > ce qui a trait au poll du 
chien. Quant au nom Siawry nous ne connaissons pas son 
^tymologie ni en slave ni en lithuanien. Nous avons ici proba- 
blement une corruption du nom primitif, peut Utre produite 
par Tallit^ration ^ Tautre nom Qawry.. Au fond de la corrup- 
tion pourrait se trouver quelque formation deriv^e du verbe 
staug-4i « urler. > 

Quelque soit d'ailleucs I'dtymologie de ees noma, nous sou- 
lignons seulement ce fait int^ressant que dans ce rite, jadis 
lithuanien et maintenant russe^ les deux chiens portent en- 
core de nos jours des noms propres, comme les portaient 
jadis Geri et Freki chez les Scandinaves et les chiens de Ja- 
ma chez les Indiens. 

On connait que la fusion qui. s^6tait op6r6e entre les 
croyances payennes e| les l^gendes du Christianisme a eu 
quelquefois pour r^sultat que les traits des anciens dieux 
furent attribu^s k quelques saints de T^glise chr6tienne. C'est 
ainsi que s'explique le fait, que le chien qui avait 6t6 autre- 
fois Tanimal d'Anubis, Odhin, Jama, Ascl^pias el d'aulres, 



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LE RdLE DU GHIEN, ETC. 59 

accompagne eQ£ore de nos jours dans les l^gendes popukires 
Saint-Martin, Sainte-Marie, Saint-Roeh, etc Les l^gendes 
doiiDeat h Saint-Pierre nn chiea qui a la ¥oix d'homme 
et se rend k Rome. (1> Saint-Martia qui dans les croyances du 
peuple allemand a h^rit^ quelques traits da dieu Wuotan, 
est repr6sent^ accompagn^ d'un chien sur quelques monu- 
ments. (2) Les l^gendes catholiques attribuent un chien k Saint- 
Roch gu^risseur de la peste, puisque le chien a la capacity 
de voir les demons. On racoate ea Pologne, que le chien at- 
taque la peste et que celle qi le taquine en Id exposant un 
pied et lui criant: « mords mords le pied I > (3) La. Sainte Vierge 
Marie, autrefois Frii Frick ou Fru Gode dont elle a h6rit6 
quelques traits, est accompagn^e d*un petit chien blanc.(4) 
Une l^gende allemande raconte que dans un: eimeti^ce pr^s 
de Baden un chien avait creus^ un puits et d^couvert une 
statue de la Sainte Vierge. k cet endroit on batit une cha- 
pelle ou Ton plaqa la statue trouv^e et cette chapelle sur le 
puits requt le nom de Mariabrunn* (5) Une semblable fusion 
de traits payens et Chretiens se manifesto dans les vieilles ima- 
ges russes repr^sentant Saint-Chistophore avec la tete d'un 
chien. Un ancien manuel de peinture ecd^siastique appartenant 
au comte Strogonoflf donne pour la repr^sentatidh de Saint Chri- 
slophore le pr^cepte suivant : la t§te de chien, poitrine cuirass^e, 
une croix dans une main, un glaive en fourreaux dans Tau- 
tre.... (6) Les mythologues allemands (7) ont prouv6 que 
Saint-Christophore avait h6rit6 des traits de Tancien dieu du 
tonnerre et de T^clair. Le chien qui s'est incarn^ en homme 
au lieu de Taccompagner (comp. Anubis k tete de chien) pour- 
rait recevoir la m^me explication que les Sarameyau pr^s de 
Yama ou les chiens de Wuotan (Odhin), 

(1) Wolf, Beitrage, etc., II, 444. 

(2) Ibid., 1,42. 

(3) Voycicki,58. 

(4) Wolf, Beitrage, etc., II, 414. 

(5) Ibid., pag. 415. 

(6) Bousslayeff , J^tudes historiques sur la po^ie populaire et I' Art russe, 
11,418, (en russe). 

(7) Wolf, 1. c, I, pag. 98; Zeit, fur deutsche Mythol,, II, pag. 320 ; III,pag. 118. 



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60 WSEVOLOD MILLER. -T SUR LE ROLE DU CHIEN, ETC. 

Le peuple russe regarde le chien comme bete impure et 
maudit de Dieu. II a re^u son poil du diable comme gage de perfi- 
die. Une l^gende russe (1) nous raconte que Dieu, ayant cr66 
Noah (sic) le bienheureux confia au chieni qui alors n^^tait pas 
encore convert de poil, de le garder. 

— Chien — lui dit-il — ne laisse personne regarder mon 
Noah le bienheureux! — Lk dessus vint le diable et dit au 
chien: 

— Laisse-moi regarder Noah le bienheureux! 

— Dieu ne me Ta pas permis. 

— Quoique tu ne me lalsses pas entrer — dit le diable 
— je vais te donner pourtant une pelisse pour le corps et des 
jambes: Thiver viendra tu n'auras pas besoin de la izba. — 

Lk dessus le diable donne au chien une pelisse et celui 
ci le fit entrer au paradis. Apercevant Noah le bienheureux , 
le diable cracha sur lui de sorte que le bienheureux devint 
tout sale, bleu et vert. Dieu ayant appris cette perfidie du 
chien, le maudit en son courroux et lui d^fendit dor^navant 
d'entendre le son des cloches et d^entrer dans T^glise. 



(1} Aranassi^iT^ Ls^end&s populairea russes (Narodnyja rousskija le^ 




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61 



LA BADICE ZEND A KARET 

NEI NOMI DI COLTELLI IN ASIA ED IN EUROPA. 
MEMORIA 

r)i ixALO pxzzi. 



Tra i piti insigni portati delP eih nostra va giustamente an* 
noverata la scienza preistorica, per la quale ci h dato rintrac- 
ciare la yita e le condizioni e i costumi degli antichissimi popoli 
con evidenza e sicurezza fino ad ora insperate; alia scienza prei- 
storica poi potrebbe in molti casi dar mano la filologia compa- 
rata, per la quale bene spesso le scoperte delta prima yengono 
confermate e poste in maggior luce. Un esempio di ci5 si ri- 
scontranell' essersi rintracciata la storia, se cost possiam dire, 
di un antichissimo commercio di pugnali dalFOriente alPOc- 
cidente; rintracciata, dico, dalla scienza preistorica, ma pie- 
namente eonfermata dalla filologia. E poich^ non credo che 
alcuno fino ad ora abbia notato tale accordo tra le due scienze, 
inquesto caso almeno, bench^ assai speciale, mi sia oggi per^ 
messodi brevementeparlarne, risguardando talemia osserya- 
zione la filologia iranica in piu particolar modo. 

Gli archeologi moderni adunque, dopo molte scoperte di 
. depositi di pugnali e di colteili fatte in diyerse parti d' Europa, 
sono yenuti nel conyincimento che in tempi antichissimi fosse 
molto esteso il commercio di dette armi,proyenienti tutte dal- 
rOriente. Attribuendo specialmente ai Fenici codesto traffico, 
si suppose ancora che esso si effettuasse per una sola .linea 
commerciale che dalle coste delFAdriatico saliya per la yalle 
del Po, passaya le Alpi, scendeya per la yalle deir Aar in 
quella del Reno e s'inoltraya cosi yerso il settentrione. L'esi- 



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biz ITALO PIZZI. 

stenza di questa via commerciale segulta da quegli antichis- 
simi mercanti, provasi ad evidenza con fatti luminosissimi^ 
poich^ i deposit! di tali armi che fino ad ora si trovarono, si 
trovarono appunto su di essa via, a Loreto cio^, alia Cad^ nel 
Reggiano, a Castione in quel di Parma, e di Ik dalle Alpi a 
ReDzenbuhl presso il lago di Thun e giu pel Reno sino a Gau 
Bockelheim vicino a Coblenza. Le prove desunte dai monu- 
menti e dalle memorie antiche non saranno ora da me enume- 
rate, ma trovansi esse esposte molto lucidamentein un opuscolo 
pubblicato or non b molto a Parma dal signor Direttore di 
quel R. Museo, sotto il titolo: Suijptcgnali di hronzo scqperti a 
Castione dei Mar cheat nel Parmigiano, e in molti altri libri. Ma, 
come pk diceva sul principio, ai validissiou argomenti della 
Bcienza preistorica si possono aggiur^ere le prove non mono 
sioure della filologia, quali ora qui brevemente verr6 esponenda 
Che molti popoli Orientally eccettuati solo gli Assiri, non 
usassero in antico spade, ma soltanto coltelli corti e krgbi, si 
desume in particoter modo dalle sculture dei monument! per- 
siani di Persepoli, nei quali bene spesso s* incontra la figura 
di un re che uccide un mostro o un nemico ; e V arma che V uc- 
cisore stringe in mano, h sempre un breve e largo pugnale, 
Cosi Erodoto al libro VII, 61 , dice che i Persiani dell' esercito 
di Serse erano armati non gik di spade, ma di pugnali (cTXee- 
piSiot). L'aKcvdcxnig poi che, secondo lo stesso Erodoto e secondo 
Senofonte, era arma propria dei soli Persiani, e da Polluce 
(I, 10) comparata ad un pugnale, ^ipiSicvi e parimente la pa- 
rola ebraica I3*in , hefeb, per parlare di un altro popolo, non 
signifioa ^k spada, ma, Becondo i iessici, euUer, n&odcula, 
harpe. Questc armi perd di corta lama, come pugnali, coltelli 
6 falcetti, sono venuti in Europa con un nome iranico. La ra- 
dice zenda kansit, come tutti sanno, signifioa tagliarei e corri- 
risponde al sanscrito krit (pres. ^3((t}fit krintdti) e all'ar- 
men© k&iel « tagliare. * Da karet si b fatto il nome zendo 
kareta «coltello;> il sanscrito ^Rn'ft, kartant e ^U^f^, 
kartan « cesoie; » il pehlevico n*13, kart; il persiano 2>;\^, 



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LA RADIGE ZENDA A^A£r jjEI NOMI DI COLTELLI IN ASIA, EC. 63 

kdrd, e fl curdo ($^j^ , kerendt « falcetto; » e in Europa lo 
scandinavo antico kordi, lo slavo horda, V ungherese kard, e 
il latino cuUer, cultrum e fmalmente ritallano coltello e cor- 
iello, che h un diminutivo. 

Si noti ancora che la radice zenda haret, come lo dimo- 
stra anche il sanscrito krit, h radice secondaria, potendosi ri- 
condurre alia piu semplice kar o skar, come fanno molti tra 
1 filolog] ; n^ per questa ragion medesima si potrebbe essa ri- 
ferire alio stadio primitive delle lingue indo-europee. La den- 
tale poi che h secondaria e comparisce in tutti i nomi di 
queste armi si in Oriente che in Occidente., prova che, come 
tali nomi vengon tutti dal meno primitivo karet e non dal piu 
antico e supposto kar indo-europeo, essi sono ancora presi a 
prestito dal ramo delle lingue iraniche insieme con V oggetto 
da essi designate. 

Le lunghe spade invece, secondo gli stessi archeologi, con- 
trariamente ai pugnali, sono passate d' Europa in Asia. Anche 
qui la filologia porta lume airarcheologia, trovandosi che il 
greco lji<poi « spada, » arma gik dei tempi Omerici, h passato 

ox 

neir arabo oAaw , aaif, e nel siriaco Kd*iD , saifo, dei quali in- 
yano si cercherebbe la radice nel siriaco e nelP arabo, nonch^ 
in qualunque altra lingua semitica. 

E questounparticolare,di piccola importanza se si vuole, 
ma sul quale trovansi perfettamente d^accordo due nobili 
scienze delFet^ nostra, anzi, per meglio dire, si fanno a vi- 
cenda luce e sostegno. 



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65 



DODICI MONETE CON LEGGENDE PELYICHE 

DRL 
R. MUSEO DI NAPOLI. 

NOTA 

JO I G. I. ^ S C O U I. 



Non h certamente una bella fortuna per questa Sezione 
del Congresso, che la prima comunicazione, a lei destinata, 
debba esser questa mia. La quale versa intorno a un soggetto 
modestlssimo, ed b per varie ragioni immatura, n^ facilmente 
avrebbe potuto conseguire quella maturity di cui pur sarebbe 
capace^ stante la scarsa o anzi nessuna preparazione del suo 
autore. Ma pur qui, non vorr6 che il mio ardimento, sover- 
chio davvero, sebbene involontario, m' abbia a servire di scusa; 
e mi limiter5 a notare, che io sono subentrato, come dMm- 
provviso, a un valorosissimo coUega, il quale, se fosse potuto 
intervenire, avrebbe illustrato la materia da pari suo. 

Tutti sanno quanto abondino le monete con leggende pel- 
viche; e qui non ne abbiamo se non una povera dozzina, nella 
quale pur si contengono tre o quattro esemplari assai mal- 
conci. Non sono poi a nostra disposizione le monete stesse, 
ma solo delle impronte in foglia di piombo, ben riuscite, a 
dir vero, msi non accompagnate di qualsivoglia indicazione b 
schiarimento (1). La presidenza del Congresso bene ha tentato, 



(1) PiCl tardi, per la molta cortesia del prof. Salinas di Palermo, si ag- 
giuDsero le impronte in gesso , mercd le quali si h molto utilmente confermata 
la lettura a cui io era riuscito suUe impronte in piombo. La tavola fotolitogra- 
fica (t), annessa a questa Nota, proviene dalle impronte in gesso; sopra le 
quali sono anche rivedute le leggende che si riproduoono nell* altra tavola (II). 
Uno dei due gessi del num. 12 s' h spezzato , e cosl nella fotografia apparisce una 
mutilazione che non 6 nell' originale , come gi4 resulta dall' altro gesso. 
Atti del JV Congresso degli Orientalisti. — Vol. 11. 5 



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66 6. I. ASGOU. 

col solito zeloi di portar rimedio; ma non le fu peranco dato 
di ottenere checchessia. CosI nuirancora sappiamo circa il 
peso dellemonete, o il loro metallo, o le vie per cui sono per- 
venule al museo napolitano. Vol dunque avete, o signori, una 
notizia inadeguata, scarsa e come iniziale, intorno a una cosa 
che b per se stessa povera abbastanza; e siete intanto chiamati 
a giudicare, se io abbia colto, sin dove si poteva, nel segno. 

Mostroi appi^ di pagina, a quali fonti io sia ricorso per 
questa mia qualunque illustrazione, e il modo che adopero nel 
citarle (1). Fonte principalissima mi b stata la serie degli studj 
del MoRDTMANN, uclla quale son compenetrate, per molta 
parte, anche le indagini di quanti Io accompagnavano varia- 
mente nel suo laborioso cammino. Tra le moUe scritture o 
pubblicazioni d* altri, che non mi h riuscito consultare, quella 
che piu rimpiango h la Collection de monnaies sassanides de feu 
le lieutenant-gSnSral J. de BkKrKOLOuxEi,jpuhUSepar B. Dorn (2). 

Mi parrebbe superflua una descrizione continua delle 
figure e dei simboli; e nonnedir5, ai rispettivi luoghi , se non 
quelle che torni indispensabile. Per questo cenno preliminare 
non mi rimane poi se non di distribuire le nostre dodici mo- 
nete secondo la serie e il principe o luogotenente a cui spettino. 

Nove dunque ne apparterrebbero alia serie schietta e pro- 
pria delle monete de' Sassanidi ; due a quella dei tipi sassanidi 



(i) 

Dorn = B. Dorn ; suoi lavori intorno a monete con leggende pelviche , inseriti 
nel BoUettino dell'Academia di Pietroburgo. Ma ne ho appena potato de- 
libare. 

Lng. = A. DE Longp6rier, Essai sur les midailles des roia peraes de la dyna- 
seie sossanide; Parigi 1840. 

Mr. = A. Mordtmann; suoi lavori intorno a questa specie di monete, inseriti 
nella Zeitachrift der deutachen morgenlaendiachen Geaellachaft , della 
quale si citano i volumi e le pagine. Ho proflttato, durante la stampa, an- 
che del lavoro inserito nei vol. xxxui (1879) e xxxiv (1880). 

NOELD. = Th. Noeldeke , Zur Erklaerung der Sdadnidenmuenzen , nel xxxi 
vol. della stessa Zeitachrift. 

Ols.=: J. OLSHAUSENy Die Pehlewi-Legenden auf den Muenzen der letzten 
Sdadnident ecc. ecc Gopenaga 1843. 

SpiEQ. = F. Spiegel , Grammatik der Huzvdrenaprache ; Vienna 1856. 

(2) La prima edizlone non so a qual anno ne risalga. La seconda sarebbe 
del 1875 (Pietroburgo). 



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MONETE CON LE6GENDE PELVICHE. 67 

posti riposti in corso da califi o luogotenenli arabi; e una 
alia serle dei riconii di Taberistan. 



PRIMA serie: 

Num. 1. Sapore I. 

» 2. Vararane II. 

» 3. Narseo. 

> 4. Incerta, 

» 5. Peroso. 

» 6. Cavade. 

» 7. Cavade. 

» 8. Ormisda IV. 

» 9. Gosroe II. 

SEGONDA SEEUE: 

Num. 10. Tipo di Gosroe II: 11 luogotenente UbeiduUah ben 
Zijad. 
» 11. Tipo di Gosroe II: il califo Abdulmellk ben Mervan. 

terza serie: 
Num. 12. Tipo di Gosroe II: Gurscid II. 



Num. 1. 

Sapore primo. — Bella moneta, la piu cospicua di 
questa piccola provvisione. — Gfr. Lng. 12 sgg.; Mr. viii 34 sgg. 
(tav. VI 4), xn 5 sgg., xix 416 sgg., xxxiv 16 sgg., 470. 

Diritto. — La leggenda in assai bel carattere; e, tranne 
la voce iran, benissimo conservata. 

V 

mz'dJQn bgi shpuhri mlkan mlka a...n mnuc'tri 

V 

mn jz'dan; maz'dajagn hagi sahpuhri malkan malka [iran] 
mino'c'etri men jez'dan\ «radoratore d'Ormuzd, il divino 



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68 G. I. ASCOU. 

V 

> Sahpuhr, re dei re d* Iran , di seme celeste, [che vien] da- 

> gli Iddii >. 

Rovescjo. — A sinistra: nura z'i; a destra: shuphri; 
€ il fuoco [sacro] di Sabpuhr >• Circa nura z^i, v. Noeld. 147-8, 
per la cui interpretazione mi par valere ancbe la disposizione 
delle leggende che appunto b nel nostro esemplare (poich^, 
facendosi precedere ci6 che sta a sinistra, si consegue lo stesso 
punto di partenza che h nel diritto) e parrebbe la disposizione 
costante nello schietto tipo di Artaserse (Ardascir) prime ; v. 
Lno. fav. I e n (1). — Le lingue della fiamma son cinque nel 

V 

nostro esemplare. Notevolmente cattiva la grafia shuphri. 



Num. 2. 



Per quello che i delle scritte, nulla di chiaro mi danno le 
impronte, eccetto malka nel diritto. Ma non per questo b meno 
certo che la moneta spetti a Vararane secondo — Cfr. Lng. 
23-28 (tav. iv); Mr. vra 41-2 (tav. vi 7), xn 7, xix 425-6, 
XXXIV 35 sgg., 158. 

Diritto. — I profili del re e della regina, che guardano 
verso la destra; e quello del fanciuUo, che guarda verso si- 
nistra. Del fanciullo si vede distintamente anche ilbraccio, con 
la maiM che ofifre il diadema. 

Rovescio. — Qui h notevole la movenza artistlca della 
figura feminile (la regina) , che tiene alto un diadema coUa 
destra. 



Num. 3. 

Narseo. — Cfr. Lng. 31-33; Mr. viii 43-4 (tav. vi 9), 
XII 7, XIX 426-7, XXXIV 43-5. 

Diritto. — Le trecce ritte, caratteristiche di Narseo, rica- 
dono, in una sol massa, sulla nuca. 

mz'djqn bgi nrz'hi mlkan an mnuc'tri . mn j.... ; 



(IJ [1880. -V. ora Mr. e Noeld., xxxm 137-40, Noeld. ib. 690-91.] 



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MONETE CON LEGGENDE PELVICHE. 69 

maz'dajagn bagi nersehi malkan [malka ir]an mino-c'etri mm 
j[ez^dan]; ^Tadoratore d'Ormuzd, il divino Nerseh, re dei re 
> d*Iran, di seme celeste, [che vien] dagli Iddii>. 

Rovescic — A sinistra: nura z'i «il fuoco [sacro dil»; 
V. num. 1. A destra nulla si discerne. 



Num. 4. 

Intorno a questa moneta, non riesco a resultanze ben si- 
cure. II diritto ha so£ferto non poco e ofifre un tristissimo tipo. 
Quel che della ieggenda vi si vede abbastanza perspicuo, ci 
riporterebbe a Artaserse (...hstr), e sarebbe Artaserse se- 
condo (Ardescir II). Ma il rovescio, e per la testa tra le fiam- 
me, volta a diritta, e anche per la stessa mancanza di leg- 
gende, piuttosto condurrebbe, stando agli esempj che m' ^ 
dato consultare, a Sapore terzo. Pure, il resto di Ieggenda 
riduce il dubbio a pressoch^ nulla. A sinistra, sempre nel di- 
ritto, son le tracce di ma^dajagn. — Gfr. Lng. tav. yn; Mr. viii 
51 segg. 

Num. 5. 

Peroso. — Cf. Lng. 62; Mr. viii 73-5, xu 12, xk 436-8, 
478, XXXIV 103-6. 

Diritto. — La figura ben s' avvicina a qdella dell' esem- 
plare che h in Lng. tav. ix 3, solo che il globo al di sopra 
della mezzaluna qui h schietto; cfr. Mr. xxxiv 104. L'at-. 
titudine del volto presenta un' animazione particolare; e la 
Ieggenda, in carattere assai minuto, dk a sinistra mz'd, a di- 
r itta ..rug'i; m(w;'4aia^]—(Pi)rw^'i; «radoratore d'Ormuzd 
— Perugi >. 

Rovescio. — A sinistra: pirug'i; a destra il nome della 
zecca, che Mordtmann legge aut Vt^ « Otene > (v. xix 400; 
436, XXXIV 105); ma cfr. Noeld. 149. 



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70 G. I. ASCOU. 



Num. 6. 



Cavade. — Cfr.LNG. 68; MR.vni78sgg.,184, xn 13sgg., 
XIX 440 sgg., 479-81, xxxiv 107-8, 110 sgg. II tipo del no- 
stro esemplare somiglia in pariicolar modo a quello delF esem- 
plare che h riprodotto in Mr. vui, tav. vm n. 24. 

Diritto. — La leggenda 6 mal riuscita e mal ridolta. Pure, 
h impossibile leggervi altro che Kami afz'uni (cf. Mr. xix442). 
Circa la seconda voce, v. al num. 8. 

Rovescio. — A sinistra, V anno del regno, mal leggibile. 
La prima parte ne sark hf, haf (haft), sette. — A diritta: as, 
luogo della zecca, che il Mordtmann interpreta Ispahan (Aspa- 
dana)j cfr. Noeld. 148. 



Num. 7. 

Cavade. — Vedi il numero precedenle. 

Diritto. » La leggenda h in male condizioni: ...tafz'uni, 
(Kava)t afz'uni. 

Rovescio. — Chiaro a sinistra Tanno del regno: c'hrsi, 
c'ehar sih, trentaquattro. A destra sar& il luogo della zecca, 
ma h troppo mal leggibile. 



Num. 8. 

Ormisda quarto (che anche si dice terzo, v. per es. 
Mr. XIX 451, 482, xxxiv 103, 125). -Cfr. Lng. 75; Mr. vm 
too sgg., 185, xn 27 sgg., xix 451-2, xxxiv 125 sgg., Dorn 
(1870) 188-9. 

Diritto. — A destra h afz'u, che si combina con af z'uni 
e afz'ut, ricorrenti in altri numeri (6, 7; 9, 10, 11, 12), e 
va coi neopers. afz'^den accrescere, afs^iln afz'iUnt accresci- 
mento; cfr. Ols. 25-6, Spieg. 181, Mr. xu 33, xxxiv 128-9. 
Non b del mio assunto )o studiare il preciso modo in cui s'ab- 
biano a intendere queste frequenti aggiunzioni; ma siami le- 



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MONETE CON LEGGENDE PELVICHE. 71 

cito annotare, che la disposizione delle leggende mal consente 
la combinazione sintattica che il Mordtmann vorrebbe: afslii 
Ohramaz'if ecc. — A sinistra: ..hrmz'i, [0]hramaz'L 

Rovescio. —A sinistra, Tanno del regno: agra, died. A 
destra: st, il luogo della zecca, che Mr. legge Stahr^ Istahr 
.(Persepoli), consenziente Noeld. 148. — Cfr. Mr. viii 108 pr., 
XIX 452, 482. 



Num. 9. 

Cosroe secondo. — Cfr. Lng. tav. xi 4; Mr. vin, tav. ix 28 
(v. XXXIV 131-2); — Mr. viii 111 sgg., 185 sgg., xii 32 sgg., xix 
453 sgg., 482 sgg., xxxiv 131 sgg. 

Diritto. — A sinistra, V afz'ut di cui v. al num. 8; e tra 
questo e la granitura, la sigla della quale h discorso in Mr. viii 
181-2, xu 32-3, XIX 410-12, xxxiv 129-30. — A destra: 
husrui, Cosroe. — Tra la granitura e I'orlo, a destra: afd;- 
la contrammarca o leggenda, intorno alia quale si vegga Mr. 
vni 116-7, xn 38 (Dorn), xxxiv 132. 

Rovescio. — A sinistra, jagVigt, ventuno, T anno del re- 
gno. A destra, per il nome del luogo della zecca, quel mono- 
gramma che il Mordtmann dk in forma piii rigida (viii, tav. iv, 
num. 2, prima figura), e imprima rlsolveva per Segistan, poi 

V 

per Siraz (v. xxxiii 119). 



Num. 10. 

11 luogotenente Ubeidullah ben Zijad. Le imagini re- 
slan quelle delle monete di Cosroe secondo. — Cfr. Ols. 53-5, 
74-5; Mr. vm 154-6 (tav. i 21), xu 51-2, xix 471, 485, xxxm 
92 sgg. 

Diritto. — A sinistra, afz'ut e la sigla, non diversamenie 
che al num. 9. A destra: aubjtala j z'jjatan, XJbeitala i 
Z'ijatan, « Ubeidullah lo Zijadide» (figlio di Zijad). AU'orlo, 
in caratteri cufici : bismiUah. 

V 

Rovescio. — A sinistra: sagt, sessanta, e sarebbe Panno 



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72 G. L ASGOLL 

deir Egira (v. Mr. xxxin 96). A destra: z'd; che, Ira le abbre- 
viazioni dei nomi delle zecche, il Mordtmann leggeva, in via 
d'ipotesi, Zadrakarta, vm 17, xix 400, xxxm 120 (1). 



Num. 11. 



II califo Abdulmelik ben Mervan. Le imagini restan 
quelle di Cosroe secondo. — Cfr. Mr. viii 167, xix 473, xxxin 
89-90. 

Diritto. — A sinistra, afzfui e la sigla, come al num. 10. 
A diritta: 

..dlmli..amr 

V • 

jvrrvjsnj 

..kan; 

{ap)dulmeU{k) amir i'Var[r\otmikan\ « Abdulmelik signore dei 
credenti3>, cfr. Spieg. 182-3, Mr. viii 156-7, 160, 167, xix 
413, 4G3, 472-3, xxxm 88. Al principio, questa leggenda sa- 
rebbe piuttosto difettosa, che non mancante. Nella voce per 
« credenli >, ridonderebbero i due segni onde incomincia quella 
specie di terza riga, oltre uno dei r nella seconda (v. Spieg. 
L €,, cfr. Mr. tav. ix num. 33). — All' orlo : bismillah. 

V . 

Rovescio. — A sinistra, sagt, sessanta; e circa il com- 
pute, V. Mr. xxxin 89. — A destra, 6 da, coir a sormontato 
da un segno combinato o semplice, che potrebbe passare 
per un h; della quale apposizione, io non riesco a vedere al- 
tri esempj. Da vale al Mordtmann , tra i nomi de' luoghi di 
zecca: Darabgerd, v. vm 12-13, 160 (cfr. tav. ix 33), xix 398, 
xxxm 116, 131. 

Num. 12. 

Curscide (secondo), principe di Taberistan. Le imagini 
continuano ad esser quelle di Cosroe secondo. — Cfr. Ols. 



^ 



(I) [1880. — Cfr. XXXIV 152.] 



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MONETE CON LE66ENDE PELVICHE. 73 

40-42, 81, Mr. vni 173-4, 179-80, xii 56, xix 474, 477, 
494-5, xxxui 110. 

Diritto. — A sinistra, ufslud e la sigla, come nei numeri 

V 

precedent!. A destra: hursjt, Curscide. Sull*orIo la contram- 
marca o leggenda, come al num. 9. 

Rovescio. — A sinistra: hafdehgat, centodiciassette, e do- 
vrebbe intendersi delF « era di Taberistan »• Ma il principato 
di Curscide nol facevano oltrepassare il 116. Qui ci sarebbe 
una piccola novitk, per la cronologia o per la storia. — A de- 
stra: tfurqtan, Tapuristan. 



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PARAGONE DELLE LINGUE GAURIANE 

CON LE ROMANZE O ROMANE 

FEB 

S:. U. B R jV I>f R S X H. 



Sono occupato intorno ad un confronto delle Lingue gau- 
riane coUe romane. Un abbozzo di quello che formerk il mio 
primo capitolOy potrk aver qualche interesse e non occupar 
troppo tempo. Lingua gauriane significano quelle lingue mo- 
derne deir India, che sono derivate dal Sanscrito. I cambia- 
menti, per mezzo dei quali il Sanscrito e divenuto Gauriano, 
e il Latino Romano, sono simili in una misura notevole, sic- 
come si yedrk dal paragone della fonetica, e delle altre parti 
della grammatica di ciascun gruppo. Le Lingue gauriane, 
scelte per questo paragone, sono principalmente le seguenti: 
Sindhi (S.), (1) Panjabi (P.), Hindi (H.), Guzerati (G.), Ma- 
rathi (M.), e Bangali (B.); e fra le Lingue romane', Fitaliana 
(It.), la Spagnuola (Sp.), la Portoghese (Port.), la Proven- 
zale (Prov.), e la Francese (Fr.). I pochi esempi, pei quali 
avr5 spazio in questo abbozzo, prenderd principalmente dal 
Sindhi e dall* Hindi fra le Lingue gauriane, e dair Italiana e 
dalla Francese fra le Romane, poich^ queste Lingue servi- 
ranno forse ad illustrar megllo la rassomiglianza fra i due 
gruppi. I piu antichi monumenti delle Lingue gauriane e ro- 
mane, appartengono tutti quasi alia stessa epoca. II professore 
Hoernle dice, che i piu antichi documenti gauriani risalgono 



(1) Le leitere che seguono i nomi, indicano le abbreviature che servono 
per questi nomi. 



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76 E. L. BRANDRETH. 

press' a poco all' anno 800 deir ^ra cristiana. Un documento 
italiano trovatoa Lucca ha la data del 761, A. D. I cele- 
bri giuramenti di Strasburgo in Francese, appartengono al 
secolo IX, e nel secolo XI e XII, sorse in Francia la lei- 
teratura poetica originale cbe comprende la Canzone di Ro- 
lando. 11 gran Poema di Cband Bardai, il PrithirdjA RAso, 
appartiene alia fine del duodecimo o al principio del se- 
colo XIII. Egli era poeta di Corte di Perthiraj, T ultimo re 
di Delhi. L' Hindi di Chand simile al Francese della stessa 
epoca, si mostra una lingua rozza e incerta di sh stessa. 
Non possiamo formare che poche congetture in quanto alia 
natura della lingua generalmente parlata nel dominio la- 
tino per un periodo di alcuni secoli avanti i nostri primi 
monumenti delle Lingue romane. II Sanscrito aveva proba- 
bilmente cessato 4' essere la lingua popolare alcuni secoli 
prima del Latino; cio^, siccome vien generalmente credu- 
to, prima del secolo IV, A. C. Non siamo per6 rimasti ui- 
teramente senza conoscenza delle lingue deir India, durante 
una parte di questo periodo intermedio prima che sorgessero 
le lingue moderne. Le piu cospicue sono i dialetti Prakritici , 
messi nella bocca della gente inferiore, e delle donne nelle 
commedie. Questi dialetti differiscono pochissimo gli uni da- 
gli altri, e nella loro struttura sono afifatto sintetici. Hanno 
meno casi e tempi del Sanscrito, e uno di essi, TApabhran- 
s'a, b senza genere neutro. Anche molte terminazioni di pa- 
role indicano uno stato intermedio di lingua, fra il Sanscrito e 
le lingue moderne; ma contuttoci6, appena possiamo riguar- 
dare le lingue moderne come figlie dei Prakritici e nipotine 
del Sanscrito, perch^ una gran porzione di parole nelle lin- 
gue non possono esser derivate dai Prakritici. Cosl, mentre 
la smcope delle censonanti medie h la regola nei Prakritici, 
essa non h punto cosi frequente nelle lingue moderne. Le con- 
sonanti forti che sono elise nei Prakritici, sono spesso cam- 
biate in dolci nelle moderne; e le forti che sono divenute 
dolci nei Prakritici sono ritenute nelle Gauriane. Vi sono an- 
che molte altre dififerenze di simile specie. In fatti i rapporti 



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PARA60NE DELLE LINGUE 6AURIANE COLLE ROMANE. 77 

dei Prakritici ai moderni sono un mistero che non h ancora 
stato spiegato. 

Le Lingue gauriane e romane si accordano in un modo 
straordinario nelle mutazioni delle lettere rispettivamente al 
Sanscrito e al Latino, e non solo in ci6, ma in molti altri 
riguardi. Le Lingue di ambi i gruppi sono divenute fino a un 
alto grado analitiche. Le perdite in quanto alle declinazioni 
originali sono grandissime in ambedue. I due gruppi distin- 
guono tuttavia il singolare e il plurale per mezzo di fiessione. 
La maggior parte delle lingue Gauriane hanno una forma nel 
nominativo, e un^altra per V oblique del nome che si pos- 
sono comparare ai due casi conservati in vecchio Francese e 
Provenzale. Altre Lingue gauriane non hanno casi, e percid 
rassomigliano a tutte le Lingue romane , nel loro stato attuale. 
La maggior parte delle Lingue gauriane pure, simili alle Ro- 
mane, hanno gettato via il neutro, ma ritenuto il mascolino 
e il femminino. Simili mutazioni hanno avuto luogo ad un alto 
grado nei verbi di ambidue i gruppi. Tempi composti rimpiaz- 
zano spesso la struttura complessa originale. Ambi i gruppi 
fanno nuovi composti pel futuro. In ambidue un tempo pas- 
sato b formate dal participio passato, ed un verbo ausiliare. 
In ambedue anche, coir eccezione del Sindhi, si h perduta la 
voce passiva. 

Ma non h solamente in un modo generale , che i due 
gruppi si possano paragonare ; anche le lingue particolari sono 
soggette a una comparazione. Per esempio , il Sindhi pu5 pa- 
ragonarsi all* Itaiiano , per la ragione che le parole sempre 
finiscono con vocali; nella geminazione delle consonanti fuori 
d* assimilazione ; e nell' assimilazione del prime membro d* un 
gruppo di consonanti. Di piii V Hindi pub compararsi al Fran- 
cese nel raccorciamento delle parole, nell'a muta richiesta per 
compire il metro nella poesia, che corrisponde all' 6 muta del 
Francese, e nel rigettare invece di assimilare il prime mem- 
bro di un gruppo. In tal case una nome resa nasale nel 
sense francese. 

Parecchi scrittori hanno fatto osservazioni sul carat- 



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78 E. L. BRANDRETH. 

tere uniforme delle modificazioni, in quanto alle declina- 
zioni, coniugazioni, ec, cbe il Latino ha sostenuto nelle Lin- 
gue romane, come sul frequente accordo con Puna o Y altra 
di queste lingue, nelle parole che sono state perdute o rite- 
nute. La concordia anchoi si dice, in questi rispetti sembra 
ancor piu notevole, se si considera V estensione di possi- 
biii divergenze, sia di struttura grammaticale, sia della scelta 
delle parole, che avrebbe potuto accadere. La stessa osserva- 
zione per6 pu6 egualmente applicarsi alle Lingue gauriane. 
In ambi i gruppi di piii, molte parole hanno due forme; la 
prima pochissimo diversa dalla parola originale, 1* altra sog- 
getta a cambiamenti fonetici, cui ho Tintenzione di compa- 
rare specialmente nei due gruppi. Queste due classi, nelle 
Lingue romane, consistono rispettivamente di parole dotte e 
popolari. Le due forme hanno spesso un diverso significato; 
come per esempio: H. dekhnd « vedere in generale. > Ma dor- 
shau « vedere con venerazione » come per esempio un So- 
vrano o un idolo. H. mSh « pioggia », megh « una nuvola » ; o 
come in It. frale e fragile, rione e regione, ec. 

Ora compariamo alcune delle principal! mutazioni fone- 
tiche di ciascun gruppo. Vi h assai meno da comparare nei 
cambiamenti delle vocali, che in quelli delle consonanti. Le 
vocalilunghe sono, per regola, ritel^ute immutabili in ambi 1 
gruppi. Le vocali corte subiscono molti cambiamenti, ma in 
sostanza, sono piu persistenti nei Gauriano che nei Romano, 
e non c* h molta corrispondenza nelle mutazioni che hanno 
luogo. Gosl , mentre che V a si risolve generalmente in e nei 
Francese, come wwr da mare, passa spesso in i in Sindhi, 
come dhiko da dJiaka « la spiaggia. » I dittonghi ai (ae) e au, 
sono assai spesso contratti in e e o, nei due gruppi, come 
Skr. gaura « bianco » , S. goro, H. gord, Lat. causa, It. cosa, 
Fr. chose. Perdita di vocali iniziali accade in ambidue 1 gruppi, 
come Skr. aranya « una selva », S. rinu, H. ran, Lat. ara- 
nea. It. ragno, Nell* elisione della vocale dopo la sillaba ac- 
centuata e nei trattamento delP iato, c* b molta rassomiglianza 
fra i due gruppi. 



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PARAGONE DELLE LIN6UE GAURIANE GOLLE ROKANE. 79 

Ma nella parte fonetica egli h nei cambiamenti delle 
consonantl che i due gruppi maggiormente si rassomigliano. 
Una mula iniziale persiste generalmente in ambidue i gruppi; 
ma, come medie, le mute forti vengono frequentemente mu- 
tate in dolci in ambidue; per esempio: Skr. s6ka « erba da 
pentola >, S. sdgu, U, sdg, Lat, dracanem, It. dragane, Pr. dra- 
gon, I dolci aH'incontro, sono spesso elisi nei due gruppi, 
Skr. bhagini « una sorella » , S. bhenu, H. bahin , Lat. regina, 
It. r$ina, Fr. reine. Ancbe i cambiamenti delie consonanti con- 
tinue spesso corrispondono. Gosl y (J) iniziale e medio, di- 
viene frequentemente palatale in Gauriano, e palatale o sibi- 
lante in Romano; come: Skr. yauvana « giovane », S. gobanu, 
H. g'oban, Lat. juvenis, It. giovane, Fr. jeune. L diviene spesso 
r e n nei due gruppi, ed i varj cambiamenti di v secondo che 
diviene b, o subisce sincope, o che si risolve in u, vanno a 
parallelo in ambi i gruppi. La m finale in Gauriano perde Tar- 
ticolazione che le b propria, sviluppando nella precedente vo- 
cale un suono nasale, ci6 che h il caso anche nei Francese 
e nei Portoghese coiiie Skr. ndma ^ un nome » , S. ndH, H. 
ndo; Lat. nomen, Fr. nom; Lat. tarn Port, tdo, 

Riguardo agli incontri di consonanti interne la regola ge- 
nerale h, nei Sindhi, Panjabi e neiritaliano che la prima con- 
sonante h assimilata alla"^ seconda, e nei Sindhi e Panjabi, la 
vocale se ^lunganel Sanscrito, divien corta; e nelle rimanenti 
lingue siano Gauriane, siano Romane, ha luogo una sincope 
della prima consonante ; e nei Gauriano anche, la vocale pre- 
cedente se h corta, diviene allungata; cosl kt (ct) spesso di- 
viene U nei S. P. e It., ^ nelle altre lingue, come Skr. bhaktam 
« riso bollito », S. bhattu, H. bhdt; Lat. factum, It. faito, Fr. 
fait. Gosl anche pt diviene tt e U Come Skr. saptan c sette » ; 
S. satta, H.sdt; Lat. septem, It. aette^Fv. 8e(j>)t, Di pid. Skr. dy 
diviene g'g' e g'; e il Lat. di=dj diviene g^g^ ej; come Skr. 
adya « oggi >, S. ag'g'u; H. 6g' ; Lat. hodie, It. oggi, Fr. au- 
jourd'hui; In Fr. hui h tutto quel che rimane di hodie; ma 
jour che vien da diumum h un esempio. It. giorno. Rs di piii 
diviene 8 come Skr. pars' ve « accanto », S. pdee, H. j?(i5, Lat. 



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80 E. L. BRANDRETH. — PARAGONE DELLE LINGUE GADRIANE, EC. 

dorsum, It. dosso, Fr. dos. Quest! pochi esempj devono bastare. 
In quanto ai suffissi di derivazione, molti di questi banno in- 
teramente perduto nei due gruppi, illoro significato originale, 
e le parole formate da essi, non sono sentite, in nessun mode, 
da coloro cbe le adottano, come diverse da parole primi- 
tive. Altri suffissi non solamente sono sentiti tali, ma hanno 
spesso una assai piti estesa applicazione nelle lingue moderne, 
cbe nelle anticbe. Per esempio : il Skr. ya, cbe spesso diviene 
t nelle lingue moderne, e il Lat. ia, sono Tuno e Taltro adot- 
tati per formar nomi astratli; come H, chori da chorya, « furto » ; 
e come in It. grazia ; e il loro uso b assai largamente esteso 
a nuove formazioni: come U^bhaldt « bontk » da hhald buono; 
It. falsia da falso. Molti altri gruppi suffissi possono essercom- 
parati nello stesso modo. Oltre i loro cambiamenti fonetici, i 
due gruppi si rassomigliano egualmente nelle altre parti della 
loro grammatica, ma non posso neppur toccare di questi, senza 
eccedere, di gran lunga, i dieci minuli, oltre i quali non vor- 
rei occupare Y attenzione del Congresso. 



Dope la lettura fatta al Congresso , 11 signor Brandreth pub- 
blic6 nel Journal of the Royal Asiatic Society una intiera prege- 
vole monografia inlitolata : The Gaurian compared with the ro- 
mance LANGUAGES. 



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81 



m UN COMCE PERSIANO 

BELLA TtTCATiTC BIBLIOTECA MEDICEO-LAUBENZIANA 



IXALO PIZZI. 



Tra i piii rari Manoscritti posseduti da questa insigne Bi- 
blioteca deve annoverarsi senza dubbio il Codice num. cu del 
Catalogo deir Assemani, che contiene il SMhndmeh o Libro 
dei Be di AbO '1-E3jsim Firdusi. Esso h tanto piti pregevole, 
inquantochd, oltre al contenere tutto quanto il poema, come 
posso attestare, avendolo esaminato foglio per foglio (cosa ra- 
rissima per opera di si gran mole che conta quasi 60,000 di- 
stici), esso ha ancora molte parti, come si vedrk piti innanzi, 
inedite per lo pitt, riferentisi sempre alia leggenda epica del 
Libro dei Be, e di non piccola importanza per la storia di quel- 
le Epopea, quantunque non siano opera di Firdflsi. 

Ecco ora la descrizione del Codice: — Cart, di fogli 807, 
di cent. 40 per 24, di linee 19 per pagina, a quattro colonne, 
scritto in elegantissimi caratteri ta'ltk, coi titoli di ciascun ca- 
pitolo in Qaratteri bianchi in campo dorato e fiorato , col titolo 
e la prima pagina del libro riccamente miniate, con 25 grandi 
figure intercalate nel testo, rappresentanti alcuni fatti di Eroi. 
n Codice b del sec. xvi pervenuto alia Biblioteca Laurenziana 
nel secolo xvn. 

Esso contiene: 

F. 1-11, Prefazione, comprese le due pagine del titolo. 
Vi si trova la Vita del Poeta e una lAsta dei Be dello Shdh- 
ndmeh con gli anni di regno. Al f. 7 r. si legge la famosa sa- 

Atti da IV Congreno degli Orientalisti, — Vol. II. 6 



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82 ITALO PIZZI. 

lira chtf Firdusi, ingiustamente Irattalo, scrisse contro il Sul- 
tano Mahmud. Essa incomincia: 

F. 11, Titolo del Poema: x«UaU o^ J^^- 
Comincia il Poema: 

AjiX; ^ Ai»i Jui (Ed. Gale, y^^) y ^ ^^X" 
F. 807. Termina: 

Seguono nell' Edizione di Calcutta 9 distici che non sono nel 
Codice. In luogo di essi si trovano altri 23 distici, opera in- 
dubbiamente di qualche inetto interpolatore. Ne fiacciano fede 
idue ultimi: 

(sJjJrjU j^\ p (?) G'j.j <5f j» 

Quindi la sottoscrizione: oU^)^ ^^)\ ^\ Oy^ c^iXM) CUr 
4il|w^ ^jiAnJ AA.MI ^>4^ cjh* liV-i ^^^ 1-, etc. 

Oltre il Libro dei He contiene questo Codice molte leg- 
gende erdche, inserite nel testo, che per6 non sono di Fir- 
dCtsi; esse sono: 



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DI UN CODICE PERSIANO DELLA R. BIBLIOTECA MEDICEO-LAUR. 83 

1. Le avventure di Gemshid nel Zaibul dove si era rifu- 
giato dopo che DahHk gli ebbe tolto il regno , f. 22-^9. 

2. lavenzione del gioco degli scacchi al tempo del re 
Kisrk (Ghosroe il Grande, sec, V, d. C); si noti che questa 
leggenda si trova anche neir edizione di Calcutta, ma non a 
questo punto, riferendosi essa ai tempi dei Sassanidi. Non si 
sa per altro perch^ essa sia stata posta qui fuor di luogo. — 
Poi le avventure di Ghershsisp fine alia nascita di Neriman, 
f. 30-41. 

3. Storia degli amori di S^m e di Peridokbt figlia del 
Faghfur (Imperatore) della Cina. Questa parte costituisce il 
cosl detto Sdm-ndmeh; « ESn eigenes Buch, das Sam-nameh, 
^rzHblt die Liebesgeschichte des Sslm mit der Peridokbt (Spie- 
gel, Eran, Alterth, 1 , 559). » L' autore ne e Khdg'ah Ker- 
mani (679-742 deU'Eg., 1280-1342, d. G.). Un manoscritto 
sene trova a Monaco, quantunque diversamente ordinate (Au* 
mer, die persischen Handschriften der Munch, Hof.-und Stoats 
hibliothek, p. 7). II Mohl (Livre des Hois, t. I, p. ux) conosce 
un' opera intorno a Sam in prosa araba di un certo AbuU- 
Moayyid. — Questa parte h molto importante tanto per la lun- 
ghezza (f. 63- H 5) quanto per essere ancora inedita. 

4. Tehmineh che vuol vendetta per il figlio suo Sohr^b 
statole ucdso airinsaputa da Rustem che ne era il padre, 
f. 195-199. 

5. Avventure di Ghersh^p (il cosi detto Ghershdsp^n6,- 
meh), episodio, a quanto pare, posto in bocca al savio Buzur- 
g'mihr del tempo dei Sassanidi, f. 664-672. 

Altre cose da notarsi in questo Codice sono le seguemti. 
Per quanto io abbia cercato, non vi ho trovato il breve rac- 
conto della morte del re Fr^dfin (ed. Gale. p. 94). — Al f. 60 
in margine trovasi riportata da altra mano in 33 distici la bat- 
taglia di Ghershasp con Shlri^yeh, che V edizione di Calcutta 
accoglie come genuina (p. 82) e che il VuUers nella sua re- 
cente edizione di Leida rifiuta come spuria, — > Al f. 295 tro- 
vasi ripetuto, con parole e circostanze diverse, 1' esperimento 
del fuoco per Siyavish che non si trova nelP, edizione di Gal- 



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84 ITALO PIZZI. 

cutta che una sola volta. — Mancano, tra gli episodi interpo- 
lati, quello lunghissimo di BarzO, il Barztinndmeh , che tro- 
vasi neir edizione di Calcutta in fine al Libra dei Be da 
pag. 2160 a pag. 2294, e quello di Rustem e di Eaki Eiih-zltd 
(ed. Calc. 2133-2159). 

Ecco ora la lista delle miniature intercalate nel Godice: 

1. f. 7, (nella Prefazione) Mahmiid (?) che prende d'assalto 

una citt^. 

2. f. 15. Gayiimerth, primo re e primo uomo, circondato da 

uomini e da fiere. 

3. f. 47. II re Fr^diln che abbatte Dah^k con un colpo di clava. 

4. f. 59. Minocihr che muove le schiere contro Salm e Tfir.. 

5. f. 89. Battaglia di Pertdokht con Sam. 

6. f. 109. Incontro di Salm con V Imperatore della Cina. 

7. f. 136. Zai che si presenta al re Min5cihr per chiedere 1* as- 

senso alle sue nozze con Rud^beh. 

8. f. 155. Rustem che uccide Eali^. 

9. f. 175. n re K^vus che vola al cielo. 

10. f. 192. Rustem che uccide in battaglia il figlio suo Sohr^b 

senza saperlo. 

11. f. 213. Siyavish che si presenta al padre suo E§,vus per chie- 

dergli di essere mandato alia guerra contro di 
AfrHsiab. 

12. f. 226. Nozze di Siyavish con Ferenghis, figlia di AMsiab. 

13. f. 243. Rustem che uccide Pilsem. 

14. f. 268. Rustem che presenta a Thus la testa di Pelash^n 

da lui ucciso. 

15. f. 282. Incontro degli Irslni coi Turani. 

16. f. 299. Rustem che porta con s^ la testa di K^mtis da lui 

ucciso in battaglia. 

17. f. 316. Lotta di Rustem con Pulsldvend. 

18. f. 339. Rustem che riconduce Btzhen nell'Iran dopo di 

averlo liberato dalla prigionia di Afrasiab. 

19. f. 378. Proposte di pace tra Khusrev ed Afrasiab (?). 

20. f. 420. Gushtasp che uccide un dragone. 



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DI UN CODICE PERSIAN© DELLA R. BIBLIOTECA MEDICEO-LAUR. 85 

21. f. 437. Battaglia di Isfendy^r e di Biderefsh. 

22. f. 449. Battaglia di Isfendyar e di Arg'asp. 

23. f. 483. Isfendyar ospitato da Rustem. 

24. f. 498. Gombattimento di Rustem con Isfendyar. 

25. f. 665. Ghershasp che da prove di sua abilita in presenza 

del re Dahak. 

Si noli che le miniature si trovano soltanto in tutta la 
parte leggendaria e quindi piti antica, che termina con le av- 
venture di Isfendyar e con la morte di Rustem. Nella parte 
che segue, laddove si narra la storia dei Sassanidi messa in 
versi, mancano totalmente le figure, e solo quando si rac- 
contano le avventure di Ghershasp (episodio narrato dal sayio 
Buzurg'mihr), che h eroe mitico e leggendario, al f. 665 si 
trova la figura corrispondente. 



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PAETE QUmTA. 



STODII INDIANI. 



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89 



UN MANUSCMT DE L'ATHAJiVAVEDA 



R. R O X H. 



MM., j'airhonneur de mettre sous vos yeux un manuscrit 
Y6dique curieux k plusieurs ^gards. 

Mais avant tout j'ai k reclamer votre indulgence; puisqiie 
je dois me servir d'une langue qui ne m'est pas famili^re. 

Ge singulier livre qui est 6crit sur de P^corce et en 
caract^es k peine connus, provient du Kashmir. Et voici 
comment. 

II y a plus de vingt ans, que j'ai public, conjointement 
avecM. Whitney de New Haven , une Edition de rAtharvav^a. 
Nous nous 6tions propos6 de la faire suivre d'un commentaire 
ou d'une traduction , d^s que cela pourrait §tre entrepris avec 
Tespoir de r^ussir. 

Dans le temps, oii le Dictionnaire Sanscrit tirait ^ sa fin, 
nous mimes la main k Toeuvre. 

II s'agissait d*abord de r6unir tons les mat^riaux, que 
nous pouvions atteindre dans les diff6rentes parties de Flnde, 
pour constater, que le texte, que nous avions imprim6» 6tait 
en effet le meilleur et le seul qui exists. 

Nos recherches et demandes eurent le meilleur succ^s. 
G'est avec la plus grande complaisance qu*on nous commu- 
niqua de Bombay quelques mss. anciens. M. Burnell me fit 
faire une copie du ms. de la Biblioth^que Royale k Tanjore. 
Une collection presque compile de livres et trait^s atharva- 
niques, qui se trouve dans la possession du Rajah de Bikanir, 



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90 R. ROTH. 

fut accord^e. De plus j'ai pu acheter une trds-bonne copie en 
Samhit^, provenant de Benar^. 

Ajoutez-y quelques mss. de la collection de feu Mr. Haug, 
qui pouvaient Stre consult^s, et nous avions en somme douze 
k quinze copies k notre disposition, nombre suffisant pour d^ 
cider la question. 

Le r^sultat de la comparaison de ces b'vres, bien que ni 
inattendu, ni rare dans la literature sanscrite, ne laissa pas 
d'etre surprenant dans un livre v^dique et d^courageant pour 
les Mteurs. 

Le texte se trouvait §tre partout le m^me; partout les 
mdmes d^fauts, dans les copies arriv^es de Tlnde aussi bien 
que dans celles des Biblioth^ques de T Europe qui avaient 
servi pour notre edition; des fautes tellement ^videntes et 
grossi^es, que nous avons cru devoir en corriger la plupart 
dans notre publication. Des variantes proprement diies n'exis- 
tent pas. Si les mss. ne sont pas d'accord entr*eux, ce n'est 
que la ndgligenoe des copistes, qui en est la cause. 

Ainsi, MM., le fait etait 6tabli, qu'il n'y a qu'un seul texte 
identique, actuellement en usage chez les sectateurs de ce 
Vida, qui du resie sont tr^s-peu nombreux, dans toutes les 
parties de Tlnde, que Ton avait fouill^es jusqu*k present. Et 
encore ce texte courant est-il plus imparfait, plus fautif que 
les textes des autres SamhitHs v^diques. 

Fallait-il s'y r6signer? N*6tait-il pas possibles que dans 
quelque coin recul6 de Fimmense pays se cachiLt une tradi- 
tion plus ancienne ou plus correcte ? L'espoir ^tait faible. Car 
selon les apparences notre texte avec ses imperfections 6tait 
d'assez yieille date. Les nombreux trait^s, qui se rattachent k 
la Samhita, le suivent mot k mot. 

L'Inde m^idionale n*offi:ait point de chance: TAtharyan 
y est presqu'inconnu. C'6tait done le Nord, qu'il fallait cher- 
eher. Or je me rappelai, que le Baron de Hug<sl, dans sa 
description du Kashmir, raconte, que les Brahmanes du Kash- 
mir pr^tendent appartenir k la secte de TAtterman Veda c'est 
k dire de TAtharvan. Pour peu que cette assertion fHi fondle 



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UN MANUSCRIT DE l'ATHARVAVEDA. 91 

on devait du moins s'attendre k d^couvrir les traces de no- 
tre V6da dans cette vallee lointaine, qui nous ^tait connue 
jusqu'ici plutOt pour la grandeur et la beauts de sa nature 
ou r^l^gance de ses chiles, que par sa literature. 

J^allai done £aire r^preuve, si le Kashmir gardait en effet 
un tr^r> que le reste de Tlnde avait perdu, et s'il y avait 
moyen de Ten retirer. Si cette tentative a r^ussi, c^est le m& 
rite de mon excellent ami Mr. John Muir, et de son fr^re 
Sir William Muir, alors Lieutenant-Gouvernor k Allahabad. 

Des n^ociations s'entam^rent entre Allahabad et Srina- 
gar, la capitate du Kashmur. Le Maharajah Ranbir Singh, 
homme lettr6, qui parle Sanscrit, d^clara, qu'en effet on pos- 
s^dait un ms. de TAtharvan k Srinagar et promit de I'envoyer. 
Mais on ne d^iivra d'abord qu'une copie ^crite en devanagar! 
et rempiie de fautes. Or nous savions par le Maharajah lui 
m^me, que Toriginai 6tait 6crit en caract^res, qui, k son dire, 
ne sauraient etre lus nulle part aiUeurs qu'k Srinagar. Cette 
difficult^ ne nous effraya pas. Les instances se renouvel^rent 
pour Toriginal. Su: William eut la chance d'une entrevue avec 
le Rajah k Simla et en profita pour lui parler de rint6r6t, que 
les savants de TEurope prenaient k ce sujet, et Son Excel- 
lence le Vice-Roi a bien voulu appnyer ces soUicitations, de 
sorte que Son Altesse la Maharajah de Jammoo et Kashmir 
s^en retouma k Jammoo r^solu cette fois de rendre Toriginal, 
le milla comme on dit dans Tlnde. 

11 n'est pas 6tonnant qu'k Srinagar on ne se dessaisU pas 
volontiers d^un Uvre, qui ^tait unique, comme M. Buhler, qui 
a visits le Kashmir peu de temps apr^s, a pu le constater. Si 
riche que fOt sa moisson en autres choses, il n^a recueilli en 
fait d'Atharvan que le fragment d^une copie r^cente de ce 
m^me miUa. 

Mais la parole du Maharajah ^tait bonne. Le manuscrit 
arriva k Calcutta et de 1^ il me parvint sain et sauf quelques 
mois plus tard sans qu'en chemin aucune main n'y eut touchy. 

On avait craint, que ces feuilles fragiles, ne pourraient 
souffrir le transport. II n'en a rien 616. Et je me flatte , que 



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yz R. ROTH. 

le tout est aujourd'hui en meilleur 6tat et en meilleur ordre 
qu'il n'a 6t6 a Srinagar. 

Maintenant, MM., avant de yous parler du fond du livre il 
faut que je dise un tnot sur son ext6rieur. D*abord de P^toffe. 
L'^corce du bouleau se compose de plusieurs ^pidermes, 
qui se Invent par feuillets. Ces pelures, notamment celles de 
Tespdce, qui croit dans les montagnes de THimalaja jusqu*^ 
la hauteur de neuf miile pieds, k qui le botaniste Wallich a 
donn^ le nom de Betula Bhog-patra, du Sanscrit Bhurg'apa- 
tra, c'est k dire feuille de bouleau, ces pelures servent de 
papier naturel. G'est un usage tres-bien connu des auteurs 
indiens, particulierement des lexicographes. 

Pour les rendre quelque peu solides, on colle les feuil- 
lets Tun centre I'autre , dos k dos et Ton 6crit sur la face. 
Toutefois ces feuilles doubl6es se rompent ais6ment. Je me 
figure, que dans les ecoles du Kashmir les livres des 6coliers 
devaient s'user encore plus rapidement que dans les notres. 
Tout livre vieux et use pou?ait se casser en tombant k 
terre. 

On s'6tonne d'autant plus, que notre ms. se soit conserve 
si longtemps. Son colophon qui heureusement s'est mainjenu 
ne nous dit pas exactemeht son £tge : il indique Fannie 95 en 
omettant le si^cle, mais tout me porte k supposer, qu*il date 
du commencement du seizi^me, ou au plus tard du dix- 
septieme si^le. 

M. Buhler, qui s'y connait mieux que moi, et qui a vu 
notre ms. k Calcutta, semble se decider pour le 16"® si^cle. 
Si cette opmion 6tait fondee, il serait 8ig6 de 360 ans. 

En g6n6ral il est bien conditionn^. Les pertes se bor- 
nent k quelques feuilles, parmi lesquelles la premiere, ce 
qui est tr^s-fiicheux. D'autres sent mutil^es. Mais k partir de 
la treizi^me page les d^gilts sent rares. 

Le tout se compose d'environ 550 pages. L'6criture n'est 
pas fl^gante, mais d'une main exerc^e, en caract^res qui 
pour la premiere fois tombent entre les mains des Indianis- 
tes et qu'on appelle en Kashmir Sdrada, ce qui veut dire 



s 



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UN MANUSCRIT DE l'aTHARVAVEDA. 93 

ceuz de Sarasvati, d^esse tutelaire de Pinstruction et sp6- 
cialement des ^crivains. 

Ges alphabets sont de la m^me souche que I'alphabet 
savant de Tlnde^ le DevanHgari, mais ces deux ^critures se 
sont^ avec le temps, consid^rablement 61oign^es Tune de Tau- 
tre, de sorte qu*il faut une 6tude sp6ciale pour lire leSdrada. 
Surtout les ligatures, les consonnes li^es ensemble jusqu*£t 
trois ou quatre, se confondent ais^ment Tune avec Fautre et 
sont moins claires que celles du Devan^gart. 

Je tUcherai maintenant, MM., sans entrer dans les details, 
de donner une id^e du fond du livre* 

Ge que nous avions cherch^, c'^tait une tradition du 
texte de VJtharvavSda meilleure que celle, qui a cours dans 
rinde, un texte plus ancien et par consequent moins d^par^ 
par des fautes qui s'y sont gliss^es probablement h une p6- 
riode relativement moderne. 

Ge que nous avons trpuv6 dans le Kashmir c*est bien le 
m^me livre, VJtharvavSda, mais un texte tr^s-difiKrent, une 
autre redaction des memes mati^res. 

G'est un fait bien connu dans la literature indienne, qu'un 
livre tant soit peu r^pandu (par exemple une piece dramati- 
que) se rencontre en deux ou trois redactions ou arrange- 
ments du meme texte qui se distinguent plus ou moins Tun 
de Tautre. Ge fait est aise h comprendre. On ne connalt dans 
rinde ni le parchemin ni aucun autre etoffe solide et dura- 
ble. Les materiaux, dont on se sert, sont tous chetifs. 

Les livres ne durent guere plus de deux ou trois siedes. 
Parfois il arrive que toute une bibliotheque mal gardee est 
mangee par les fourmis. II fallait done un renouvellement in- 
cessant pour maintenir le fonds de la litterature. Gonsiderons 
de plus, que ce n'etaient pas des ecrivains, hommes de metier, 
qui auraient transcrit machinalement les exemplaires; c*etaient 
au contraire les amateurs, les maitres et en meme temps 
les critiques, qui compilaient de leurs propres mains leurs bi- 
bliotheques, qui transcrivaient surtout les ouvrages, dont 
ils avaient besoin pour leurs ecoles. 



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94 R. ROTH. 

L^occasion se pr^sentait: pourquoi n'auraient-ils pas cor- 
rig6 ou retraoch^ ce qui n'6tait pas de leur goiii, et ajoUt^ 
ce qui leur semblait bon? 

U n'est pas de peuple plus port6 k faire la critique mi- 
nutieuse et superflue, celle du maftre d'^cole^ que les Indiens. 

Ces Editions reyues et corrig^es des maftres se propa- 
geaient et au bout de quelques sidles on avait un nombre 
de redactions sans que personne ne stU, ni se souciM de savoir, 
laquelle 6tait authentique. 

Pour les livres sacris, qui n'admettaient pas aussi facile- 
ment de tels precedes arbitraires, c'6taient d*autres causes 
qui op6raient des changements non moins nombreuxi que 
dans la literature profane. 

L'Inde est aussi le pays des sectes, des divisions reli^ 
gieuses possibles et impossibles. Tout sectateur parvient k 
etablir son petit troupeau. Les moindres variations dans les 
rites et ceremonies , dans les litanies ou recitations » dans les 
coiltumes de la vie ascetique suffisalent pour etablir une de- 
nomination , constituer une assembiee , organiser une secte. 

L'orthodoxie n'en souffrait pas, Tordre religieux et so- 
cial etait respecte, les deviations n^etaient pour la plupart que 
tres-minces, m^me pueriles. Mais tout cela se fixait dans les 
livres canoniques et dans les regies religieuses et donnait lieu 
k ces redactions, dont nous parlons, redactions, qui remon- 
tent jusque dans les ecritures sacrees, les livres fondamen- 
taux, les Vedas proprement dits, parmi lesquels range notre 
Atharvavida. 

G'est un chapitre important mais trop long et trop em- 
brouilie, que celui des divisions et subdivisions des ecoles ou 
sectes vediques, que je n'ai fait qu'effleurer, pour signaler la 
place, que notre Atharvan du Kashmir tient dans cet en- 
semble. 

II est done le texte d*une ecole atharvanique, qui se 
nommait celle des PaippMda on Paippcdddis, d'apr^s son 
fondateur Pippaldda, ce qui signifie mangeur de bales. 

La tradition sur ces ecoles, qui du reste n'a point de fond 



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UN MANUSGRIT DE l'ATHARVAVEDA. 95 

historique, en compte neuf, parmi lesquelles elle accorde la 
premise place aux Paippalddas. 

L'autre redaction, celle qui s'est r^pandue dans I'lnde 
en d^poss^dant les autres branches, appartient k T^cole des 
Qaunakines ou Qaunakiyas. 

Nous avons done entre nos mains deux Sditians de rAthar- 
van, avantage dont nous sommes priv^s pour le Rigveda, le 
seul V6da, qui par son importance pr^c^de TAtbarvan. 

En outre, ces deux redactions se distinguent d^une ma- 
ni^re notable. Et plus elles different, plus la critique en pro- 
fitera. 

Je n*ai pas Tintention d'entrer dans une comparaison 
des deux livres, qui nous menerait trop loin. Permettez moi 
seulement, MM., de relever quelques traits caract^ristiques de la 
redaction des Paippalddis. 

D'abord elle est plus riche en prose du m^me genre que 
celle des trait^s de th^logie mystique, que nous connaissons 
sous le nom des brSihmanas. 

De m^me les incantations et cbarmes occupent une place 
plus etendue, que dans labranchedes Qaunakines. Or cet ^l& 
ment magique, peu important pour nous, repr6sente pour le 
Brahmane toute la valeur pratique de VAtharvav4da, une va- 
lour incomparable. 

Car ces mantras, ces paroles sacr^es sont Tarmure, 
dont il se couvre, son arc et ses fl^ches invisible^ qui frap- 
pent de loin Tennemi le plus puissant. La collection , qui r6u- 
nissait de la mani^re la plus complete ces formules magiques, 
portait de preference le caract^re distinctif de TAtharvan. En 
rapprochant cette particdarite de quelques autres indices, 
parmi lesquels je me borne k citer le fait, que Pdnini , le gram- 
mairien, doit avoir connu notre livre, je serais porte k sup- 
poser, qu'k une certaine epoque notre redaction, celle des 
Paippalddis, etait la principale branche de TAtharvan dans 
rinde, qu'elle avait ete remplacee peuk peu, par une autre, 
celles des ^^^n^l^ly^s, et qu*elle se serait eteinte, comme 
tant d'aatres, si elle n'avait trouve son refuge dans la valine 



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96 R. ROTH. — UN MANUSCRIT DB l'atHARVAVEDA. 

de E^shmiry dont le commerce avec Flnde etait assez restreint 
pour lui assurer une certaine ind^pendance en fait de. religion 
et de litt^rature. 

Quoi qu*il en soit, les etudes v^diques sont k feliciter de 
cette d6couverte/qui pour la premiere fois nous fait entrevoir 
les difif^rences r^elles entre les branches v^diques, dont les 
commentateurs parlent tant et dont il nous est rest6 si peu. 

Malheureusement le manque de correction fait grand 
tort k notre manuscrit. 

On y trouve, il est vrai, de tr^s-bonnes parties, msus 
d'autres sont tellement d^figur^es, qu*on a besoin de con- 
jectures sans nombre pour arriver k un texte lisible. Toute- 
fois il rendra de bons services. Et tout ce qui augmente notre 
connaissance de Tantiquit^ v^dique est pr^cieux. Car il faut 
bien nous dire, que malgr^ les grands et brillants travaux 
des quarante derniferes ann^es il reste encore beaucoup de 
chemin a faire, pour arriver k Tintelligence approfondie 
du V^da. 



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97 



A LEGEND FEOM THE TALAVAKAEA 



jaiminTya brahmana of the samaveda 



JL. C BUIUS^SXir.. 



The Talavakara Brahmana has been hitherto known 
only by Qarikaracarya's assuring us that the Kenopanishad 
forms part of the ninth chapter of it, and it seems to have 
been long regarded as a lost work; at least, Sanskrit scho- 
lars mention it with an indifference that shows they were 
hopeless about its recovery. (1) By a lucky concurrence of 
circumstances, not only did it come to my knowledge that 
this work still existed, but a copy has come into my hands, (2) 
and from it I extract the following legend. 

This Brahmana is, perhaps, the largest work of the kind 
in existence; it is much like the other Brahmanas in style 
and contents, but much of the matter is new, and it promi- 
ses to be of considerable importance to lexicographers, as it 
contains many new words, and furnishes means to test the 
renderings hitherto given to hard words already found in the 
Brahmana literature. It is also, happily, a contrast to the 
dry and sutra-like Brahmanas of the Samaveda hitherto 



(1) Profr. Weber's, Sanskrit Literature (Engl, trans.) , pag. 74 of the text; 
in the App. he notices my discovery. Profr. Monier Williams , Indian Wisdom, 
pag. 38. 

(2) Two old Grantha MSS. containing three chapters were lent me , and 
from a copy of these I give the legend. Another (of another part) having been 
nearly destroyed by white ants, I was allowed to keep; the complete text I 
hope for in a transcript of another Grantha MS. 

Atti del IV Congretao iegli Orientalisti, » Vul. II. 7 



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98 A. C. BURNELL. 

known. It is thus the most important addition to the Brah- 
mana literature made since the earliest days of Sanskrit stu- 
dies by foreigners. 

The legend I have chosen is, in substance, already known 
from the Qatapatha Brahmana (ch. xi, 6, 1, etc.), (1) but 
the form there is decidedly of a later time, and in the course 
of the whittling down to which the Brahmans submitted their 
early literature, it has lost many of its most striking features. 
This legend, in its two forms, also gives new proof of what 
has, perhaps, not been sufficiently insisted on hitherto by 
scholars —that the existing Brahmanas are merely more or 
less perfect representations of what was once a common pro- 
perty, and that it is imperatively necessary not only that we 
should have editions of all the Brahmana texts , but also that 
a comparison should be made of what (apart from ritual) is 
common to two or more works of the kind. (2) In this way 
it will be possible to trace the origin of many obscure pas- 
sages and allusions in the Smritis and Puranas. 

I shall now give the Talavakara version of the legend. 



Talavakira-lJalmlnlyayBrahmana, 

cb. i. §§ 41-3. 

Bhrigur ha Varunir anucana asa, sa ha Hy eva pitaram 

o 

mene, 'ti devan, aty anyan brahmanan ananucanan. (3) sa ha 
Varuna ixam cakre: kena vai me putra^ kimca nk prajanati? 



(1) Ed. profr. Weber, pag. 870 fifg. 

(2) Tbis bas, in effect, been done in many cases by dr. J. Muir in bis, 
S^msfcrif Texts, 

(3) Tbe negative an seems pointless and tberefore wrong. Bbrigu, as a 

£ tadent , of course tbougbt bimself better tban Brabmans wbo were non-stu- 
dents; bis conceit madebim tbink bimself better not only tban bis fatber and 
tbo otber gods, but also, necessarily tban otber Brabman students. Many 
Tihilgus (not, bowever , sons of Varuna) migbt easily be found in India even 

nowadays! 



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A LEGEND PROM THE TALAVAKARA. 99 

hantai 'nam prajMpayani 'ti. tasya ha pranan abhijagraha ; 
sa hatatamaso hatanta/i param lokam jagama. sa ba 'mush- 
min loka ajag^ma ; purusha eva purusham samvri^cya 'thai 
'nam jaghasa. sa ho 'vaca: 'bhud bate 'dam? kimsvld idam? 
Hi. tarn ho 'cu^: pitaram Varunam pricchasi! sa. ta idam 
pravakte 'ti. dvitiyam ha 'jagama , purusha eva purusham 
akrandayantam jaghasa. sa ho 'v^ca: 'bhud bate Mam? kim- 
svid idam? iti. tarn ho 'cu^: pitaram Varunam pricchasi, sa 

o 

ta idam pravakte 'ti. tritiyam ha 'jagama; purusha eva pu- 
rusham tushnim vy^harantam jaghasa. sa ho ^aca: 'bhud 
bate 'dam kimsvid idam? iti. tam ho *c\xh: pitaram Varu- 
nam pricchasi , sa ta idam pravakte 'ti. caturtham ha 'jagJC- 
ma; dve striyau mahad vittam jugupatu/i; sa ho '%aca: 'bhud 
bate 'dam kimsvid idam? iti. tam ho 'coft: pitaram Varu- 
nam pricchasi, sa ta idam pravakte 'ti. pancamam ajagama: 
rohitakulyam ca ghritakulyam ca pra bahu syandamane ; sa 
ya lohitakulya, sa tam krishno nagna^ purusho musali jii- 
gopa. 'tha ya ghritakulya tasyai hiranmaya purusha hiran- 
mayai^ camasaift sarvan kaman udacire. sa ho 'vSca 'bhud 
bate 'dam kimsvid idam? iti. tam ho 'cu^: pitaram Varu- 
nam pricchasi, sa ta idam pravakte 'ti. shashtham jagama; 
panca nadi^ pushkarim^ pundarikinir roadhudakasyandama- 
nas, tasu nrittagitam vinaghosho 'psarasam gana^, surabhi- 
gandho , mabsn ghosho babhuva. sa ho 'vaca : 'bhud bate 
'dam? kimsvid idam iti? tam ho 'cu^: pitaram Varunam pric- 
chasi, sa ta idam pravakte 'ti l| 41 

Sa ha tata eva 'vavrite saha Varunam eva 'jagama. tam 
ho 'vaca: 'hams tata ity agam. tate 'ty adar^as? tata ity adar- 
cam. tate 'ti kim tate 'ti? purusha eva purusham samvri^cya 
'thai 'nam aghasad ity. om iti ho 'vaca. eva 'smin loke 
'gnihotram ajuhvato 'nevamvido vanaspatin samvriccya 'bhya- 
dadhati; tan va amushmin loke vanaspataya/i purusharupam 
kritva pratyc^danti. tasya ka nishkritir? iti. yad evai 'tatsa- 



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100 A. C. BURNELL. 

midham abhySdadhati sa tasya nishkritis, taya tad atimucyata 
iti. kirn dvitiyam iti? purusha eva punisham akrandayantam 
aghasad ity. om iti ho 'vaca. yo va asmio loke 'gnihotram 
ajuhvato 'nevamvida^ pacun akrandayata^ pacante, tan va 
'mushmio loke pa^ava^ purusham rupam kritva pratyadanti. 
tasya ka nishkritir iti? yad evai Had vaca purvam ahutim ju- 
hoti sa tasya nishkritis, taya tad atimucyata iti. kim tritiyam 
iti? purusha eva purusham tushnim vyaharantam aghasad ity. 
om ity ho 'vaca: eva 'smin loka 'gaihotram ajuhvato 'nevam- 
vido vrihiyavams tiishnim vyaharataA pacante. tan va 'mush- 
min loke vrihiyavaA purusharupam kritvS pratyadanti. ta- 
sya kS nishkritir iti? yad evai 'tan manaso 'ttaram ahutim 
juhoti, sa tasya nishkritis, taya tad atimucyata iti. kim ca* 
turtham iti? dve striyau mahad vittam jugupata. om iti ho 
'vaca. craddha cai 'vai 'te a^raddha ca 'hhutam; ye va asmin 
loke 'gnihotram juhvato nai 'vamvido 'craddadhana yajante, 
tad a^raddhamgacchati; ya ^raddadhanas tac chraddham. ta- 
sya ka nishkritir iti? yad evai 'te dvir angulya pracnati, tasya 
nishkritis; taya tad atimucyata iti || 42 1| 

Kim pancamam iti? rohitakulyam ca ghritakulyam ca 
pra bahu syandamane; sa ya rohitakulya 'bhut^ tarn krishno 
nagna^ purusho musali jugopa, 'tha ya ghritakulya tasyai 
liiranmaya^ purusha hiranmayaic camasaift sarvan kaman 
udacanta ity. om iti ho 'vaca : ye va 'smin loke agnihotram 
ajuhvato 'nevamvido brahmanasya lohitam utpilayanti, sayS 
lohitakulya. 'tha ya enam krishno nagnafc purusho musaly 
ajug^pat krodha^, sa tasyo 'ta devannam iti. tasya ka nish- 
kritir iti? yad evai 'tat srutia pra9natiy sa tasya nishkritis; 
taya tad atimucyata iti. atha ya etam srucam nirnijyo 'dicir 
apa ut^iiicati, sa ya ghritakulya, tasyai hiranmayaA purusha 
hiranmayaic camasai^ sarvan kaman udacanta iti. kim shash- 
thum iti? panca nadiA pushkariniA pundarikinir madhudaka- 
syaadamanas, tasu nrittagitam, vinaghosho, 'psarasam gana^, 



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A LEQEin) mOM THE TALAVAKARA. 101 

surabhigandho, mahsn ghosho 'bhud ity. om iti ho'vaca: 
mamai 'vai 'te loka abhuvann iti. te ken5 'bhijaya ity? ele- 
nai 'va pancagrihiteaa panconnitene Hi. sa ho 'vSca; na vai 
kila 'nyatra 'gnihotrSl lokajitya avakS^o 'sty , adyai 'va me 
'gnyadheyasyo 'pavasatha iti. tasya ha tatha cakru/i. sa ya 
evam tad evam \eda yidvaa agnihotram juhoty , anenai 'nam 
amushmin ioke vanaspataya^ purusham rupam kritva na pra- 
tyadanti, na pa^avo na vrihiyava; na 'sye 'shtapurte craddham 
ca '^raddham ca gacchato 'pahate; lohitakulyam avarundhe 
ghpitakuiyam. (i) ||43[| 



Thus runs the text so far as my MSS. will allow me to 
give it. 

The foregoing passage is, word for word, almost, as fol- 
lows in English : 

Now Bhrigu Varuna's son was a student. He thought 
himself better than his father, than the gods, than other Brah- 
mans not students. But Varuna beheld (him) : ^ Why is my 
son utterly without discernment? I must teach him I " He 
took his breath away, then he, freed from darkness and from 
limits, went to the other world. He went on in that world. 
One having cut up a man ate him. He said: " Can this be? 
How is this? ^ They said to him: " Ask (thy) father Varuna! 
He will explain this to thee. ^ He went on again. A man 
devoured a man who was crymg out. He said: ^Can this 
be? How is this? " They said to hun: "Ask (thy) father Va- 
runal He will explain this to thee I A third (time) he went 
on. A man devoured a man who was silent. He said: " Can 
this be? How is this? " They said: ** Ask (thy) father Varunal 



(i) I do not give the Qatapatha text, for it differs so much from the abo- 
ve) that it would have to be printed entire; besides, every one who is likely 
to read the aboye will already have by him profr. Weber's edition of the White 
Yajur Veda. 



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102 A. C. BURNEIX. 

He will explain this to thee! " For the fourth (time) he went 
on. Two women watched much wealth. He said: "Can 
this be? How is this? " They said; "Ask (thy; father Va- 
runa! He will explain this to thee! " For the fifth (time) he 
went on. (He saw) a red woman and a yellow woman both 
stretching out (their) arms. As for the red woman, a black 
naked man with a club, watched her. As for the yellow wo- 
man, golden men with golden pots, were raising her up all 
her wishes. He said: " Can this be? How is this? ^ They 
said: " Ask (thy) father Vanina! He will explain this to thee! 
For the sixth (time) he went on. (He saw) five rivers, aboun- 
ding in blue and white lotus flowers , flowing with sweet wa- 
ter. In them were bands of Apsarases, the sound of lutes 
and singing and dancing, a delightful smell, (and) a great 
sound. He said: " Can this be? How is this? " They said: 
" Ask (thy) father Varuna! He will explain this to thee! " J 41 || 
He then met Varuna in an open place; he said to him: 
" Father, I am come! " "Son! didst thou see? " " Father! 
I saw. " " What? son! " " A man cut down a man and ate 
him." He replied: "Yes, those who do not understand 
rightly and do not ofTer the agnihotra in this world, (but) cut 
down plants and use them as fuel, them the plants, in hu- 
man form, devour in return in that world. * " What avoi- 
dance is there for that? " " When one puts on fuel (to the 
sacred fire) for it, that is avoidance of it, by that it is eva- 
ded. " " What next? " "A man ate a man who was crying 
out. " " Yes, " he said: " those who in this world do not 
rightly understand and do not offer the agnihotra, (but) cook 
animals for themselves , them the animals in human form de- 
vour in return in that world. ** " What avoidance is there for 
that? * "If one offers the first invocation by the voice, that 
is the avoidance of it; by that it is evaded. " " What thirdly?" 
" A man was devourmg a man who was silent. " " Yes," he 
said; ''as men who do not ofifer the agnihotra or rightly un- 
derstand, cook in this world for themselves the plants that 
are silent, so the plants in human form eat them in return in 



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A LEGEND ^OM THE TALAVAKARA. 103 

that world. " ** What avoidance is there of that? " " When 
one offers the final invocation by the mind, that is avoidance 
of it ; by that it is evaded. " * What fourthly? " " Two wo- 
men watched much wealth. " " Yes, " he said: " they were 
Belief and Disbelief. Thos6 who in this world offer the 
agnihotra, (but) who do not rightly understand, (and) who 
sacrifice without faith, it goes to Disbelief; those who have 
feilh, it (goes to) Belief. " " What avoidance of it is there?" 
* If one tastes for them (the milk) twice by means of a fin- 
ger, that is avoidance of it; by that it is evaded. " || 42 || 

" What fifthly? " ** (I saw) a red woman and a fair wo- 
man stretching out their arms. As for the red woman, her a 
black naked man with a club watched. But as for the fair 
woman, golden men with golden pots raised her up all her 
wishes. ' " Yes, " he said: "those who don't offer the agniho- 
tra in this world and don't understand rightly, press out 
Brahman's blood i that is the red woman. But the black na- 
ked man with a club who watched her is Wrath ; she is his 
ambrosia. " "What avoidance of that is there?" " When 
one eats (of the offering) by the sruc (wooden spoon), that is 
its avoidance : it is evaded by that. " ** Now the water that, 
having washed that spoon, one pours out to the North, that 
is the fair woman, for whom golden men with golden pots 
raised up all her wishes. " " What sixthly? " " Five rivers, 
abounding with blue and white lotusflowers, flowing with 
sweet water; in them dancing and singing, the sound of lu- 
tes, troops of Apsarases, a delightful smell, a great sound. " 
He said: " Yes, those were my regions. " " How must I con- 
quer thee?" " By what is learned from (these) five (sights), 
by what is inferred from (these) five sights." He said: " As 
there is no room to conquer (that) world except by the agni- 
hotra, today (shall be) my fast-day before establishing a sa- 
cred fire. " So they did. The wise man who knows this 
thus, (and) sacrifices the agnihotra, by (reason of) it the 
plants in human form do not devour him in that world, nor 
cattle, nor (grain-plants such as) rice and barley. His sacri- 



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104 A. G. BURNELL. 

fices are not destroyed going to Belief and Unbelief. He pre- 
vents the red woman, the fair woman. J 43 | 

The corresponding legend in the Qatapatha Brahmana 
has been translated (in German) by profr. Weber; (1) it is 
therefore unnecessary to repeat it here , and the same illu- 
strious savant has, already, fully discussed the Indian view of 
the sacrificial acts referred to. I will, therefore, only say 
that the « agnyadhana » (or establishing by a Brahman of the 
three sacred fires in his house) is the necessary step to the 
agnihotra (2) or offering of milk in the fire, morning and even- 
ing, which at once atones for all the wrongs the offerer may 
do, and is also the preliminary to the other Vedic sacrifices. 
But this offering, as the above shows, must be done with 
right knowledge and mtention, or it is. in vain. 

The first remarkable point in the above legend, as we 
now have it, is that Bhrigu (3) died and went to the other 
world. In this way it has a character quite new to it, for in 
the meagre version already known, there is nothing of this, 
and Bhpgu meets his divine father just as he might meet any 
mortal in the world. In this way, also, the legend belongs 
to a large and striking class of myths which occur not only in 
the so-called Indo-Germanic, (4) but also in the Assyrian and 
Semitic mythologies. The story of Orpheus and the descent 
of Aeneas will at once occur to all. In the Norse there are 
sunilar legends, the VegtamskviSa in the older Edda, and the 



(1) Indische Streifen , I , pagg. 24-6. 

(2) There are very few Brahmans who do this nowadays, and the nomber 
is rapidly diminishing. The whole first chapter of the Talavakara Brahmana 
treats of the agnihotra and praya^cittas connected with it , much as in the fifth 
book of the Aitareya Brahmana, but the resemblance is only as Car as the mat- 
ter goes. I have not found a single passage common to both Brahmanas. For 
the « agnyadhana » see Ap. Qrauta sutra ch. V., and for the « agnihotra, » ch. VI. 

(3) On this mythical being and the Bhrigus see Muir's, Sanskrit Texts. 

(4) So Ceur ans Sanskrit literature is concerned I will only re£sr to the 
Kathakopanishad. 



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1 

A LEGEND FROM THE TAIAVAKARA. 105 

journey of Gylfi in the younger. The Persian (Pehlevi) book 
of Arda Viraf is one of the most complete stories of the kind, 
and is, in many parts, much like the Brahmanas. In the 
Middle Ages the popular myths, e, g, of the Venus mountain, 
and even the lives of the Saints, e. g. of St. Bruno the foun- 
der of the Carthusian order, furnish visions or experiences of 
precisely the same kind, to say nothing of Dante^s Bimna Com- 
media. If these Indo-Germanic myths be compared, they all 
agree in one remarkable characteristic, a strong impression 
of illusion; (1) the journey is more or less unsatisfactory, and 
the result to its hero is only this, that he must go on steadily 
in the old paths. The Semitic myths of this kind, e. g. Muham- 
mad's journey, have a more positive character. Legends of 
this kind , it is hardly necessary to say, abound in all primi- 
.tive literatures. 

Again, Varuna here appears in his primitive character, 
as a death-causmg god, which is omitted in the Qatapatha 
text. Varuna takes away Bhrigu's breath or rather (five) 
« breaths, » and he then goes to the other world. (2) It is 
remarkable also that the sixth sight that Bhrigu saw is omit- 
ted in the Qatapatha text, and the first is repeated. Again, 
in the Talavakara text there is nothing Uke an idea of heaven 
and hell as distinct and separate places, whereas in the Qata- 
patha the distinction is clear. This difTerentiation points to 
relatively later times. 

For these reasons, it may be urged that the Talavakara 
text is the older; as it is, it is far more intelligible than that 
in the Qatapatha. In the last, only enough to barely convey 



(1) This is amusingly preserved in the dream of the meddlesome cobbler. 
See Grimm's , Kinder- und Hausmdhrchen , ed. of 1864 , toL II , pag. 858. So 
also in the tale of Rip van Winkle. The first of these is based on a very old 
tale. See Grimm's remarks , do : vol. Ill, pag. 249 ffg., ed. i856 , and De Guber- 
natis, Zoological Mythology ^ I, 69, 156, 201, 906 fig. The last book but one of 

the Mahabharata also brings this feature prominently forward. 

(2) Gfr. Grimm's account of the old Teutonic view of death : Deutsche My- 
thologie, 2nd ed., pag. 789 fTg. For the Indian views see Dr. J. Muir's paper in 
the hoyal Asiatic Society's Journal, 



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106 A. C. BURNKLL. 

the lesson intended is left; but this abridgment is characte* 
ristic of the later Vedic literature as it gradually became trans- 
formed into sutras or karikas. 

The style supports this view. That of the Talavakara 
text is plain v^orous prose, with a more frequent use of the 
conjunctive mood, whereas that of the Qatftpatha shows a ten- 
dency to accumulate epithets, a characteristic of the later 
Sanskrit; in which the general clearness of statement is sacri- 
ficed to an attempt at precise details, such as^ in the end, led 
to the sutra style in which details are everything, and it is 
often all but impossible to get a clear general view ;of the 
matter discussed. In some respects, the style is irregular 
like that of the gathas*-a name which the Samaveda writers 
give to prose and to the Brahmanas. (1) 

These differences in the condition of the text of the two^ 
Brahmanas show clearly the value of a definite form or style 
in preserving traditional literatures; the metres of the Vedas 
have saved the parts in verse from much change, whereas 
those in prose have suffered like the Brahmanas. 

So fierce an onslaught has lately been made on the theory 
of fetishism (2) as the primitive form of religion, and that, 
too, by so eminent an authority, that it perhaps requires so- 
me courage to point out that this legend, to a considerable 
extent, supports the doctrine that has been attacked. Gomte's 
own words will explain what is to be understood , philosophi- 
cally, by the term « fetishism; » he says that it is: « constam- 
» ment caract^ris^ par Tessor libre et direct de notre tendance 
» primitive k concevoir tous les corps ext^rieurs quelconques, 
> naturels ou artificiels , comme animus d'une vie essentielle- 
» ment analogue h la notre.... » (3) 



(1) Samhitopanishadbrahmana, pag. 38. Samaveda Pratigakhya, Su- 
tra 88. 

(2) I use the word without the usual inverted commas , for it is now a good 
English word. cFetisso» is to be found in Purchas (1652). Originally, it is 
Portuguese, but as a technical, philosophical term we owe it to A. Ck)mte. 

(3) CowB de Phil* Positive , V, pag. 25. 



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A LEGEND FROM THE TALAVAKARA^ 107 

If the above legend be not of the very earliest times, yet 
the language and style mark it as belonging to the earliest . 
part of the times when the Brahmanas were composed, or to 
a time when the earliest notions of the Brahmans, so far as 
we know, yet sm'vived to a great extent, though a transition 
to polytheism had already commenced; but there cannot be a 
better example of fetishism in the real sense of the word— for 
it is strictly a technical term— than what we find here, where 
plants are seen by Bhrigu as human beings, (1) and even 
« graddha > or faith and its contrary are personified. Such 
notions survive even in the later Sanskrit literature; (2) but 
in the earlier or Vedic literature they are to be found almost 
in every line; the difficulty is not to find examples, but to 
choose the best. The names of the Vedic gods, for istance, 
are all names of natural objects, (3) and dr. Huir's, Sanskrit 
Texts, put in the clearest light the gradual growth from fe- 
tishist conceptions regarding these objects or phenomena, up 
to the polytheistic notions of more advanced times. It is im- 
possible to read the different allusions to the Vedic gods col- 
lected by Dr. Muir from the earliest Indian literature without 
perceiving that the Vedic mythology is a confused mass of in- 
consistent beliefs; there is nothing like a trace of harmony or 
subordination. But such a state of things can only be explai- 
ned by what is to be understood by fetishism; if any meta- 
physical abstraction had been the beginning of the Vedic my- 
thology, some artificial harmony nmst have been the result. 



(1) Similar ideas survive alsewhere. Cfr. the superstition about the man- 
drake and De Gubematls's , Mythologie des plantes, I. Arbres Anthropogoni- 
ques, pag. 36 fieg. 

(2) Cflr. Manu , cb. II, 14 , As regards plants : Visbnu Purana, 1 , 15. 

(3) Tbis bas been often clearly stated: « La race indo-europ4nne fit des 
forces de la nature ses premieres divinity : elle adora le Ciel , le Soleil , TAu- 
rore, la Tempete ; elle leur preta une Ame , une intelligence, une votontd libre, 
des sentiments d*amiti6 ou de baine pour les bommes. Mais , tout en leur ren- 
dant bommuge comme k des gtres sup^rieurs, on ne perdait pas de vue leur 
caractdre pbysique. > Brt^al, Hercule et Cacua^ 1863, pag. 7. Tbis view is 
supported by tbe more recent researobes of Hillebrandt and otbers. 



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108 A. C. BURNELL. 

and the supererogatory gods and the attribution of the same 
functions to several gods would not appear; as it is, the con- 
fusion is so great; that the greatest scholars have not yet re- 
duced this chaos to order. 

In the text there is a mention of a class of divine beings— 
Apsarases— to which references are rare in the Vedic litera- 
ture. Various explanations have been assigned to account 
for them, and from Yaska(l) dovm to the present tune va- 
rious etymolo^es of the name have been proposed. Goldstu- 
cker supposed that they are intended to represent the vapours 
attracted by the sun, and Holtzmann compares them to the 
fairies of Europe. I would suggest— I cannot find that it has 
been done already— that they are the Indian counterparts of 
the naiads and nymphs of Europe. Thus (as m the text) we 
find them mentioned in connection with water, (2) and lik^ 
the waterspirits of Europe they are dangerous and seducti- 
ve. (3) They are also mentioned in company with gandhar- 
vas (4) who seem to be the corresponding male spirits, and 
who possess women (5) like the Apsarases seduce men. 

It is remarkable that these beings are sometimes repre- 
sented as bemg the equals of the greater gods, thus in this 
Talavakara Brahmana, (6) it is said that when the Devas 
and Asuras were contending, Indra went to a Gandharva vrith 
three heads to learn how to get the victory. In the later li- 



(1) V. 18 (pag. 74 ed. von Roth). This passage seems to be the origin of 
the obscene references to Apsarases in the later literature. Grassmann sup- 
ports the etymology a a-psaras, > but « ap-saras (moving in water) seems more 
probable. 

(2) Rigveda, 790, 3 : c samudriya apsarasa/i. » Invocations to the waters 
are mentioned in the Brahmanas. 

(3) Bigveday 949, 5: capsara jaram upa sishmiyana,» etc. So in the 

Atharvaveda they win at dice and cause madness. Gfr. the legends of the Lore- 
lei and M^lusine, also the Nixies and Swan Maidens. (Grimm., D. Myth. 404.) 

(4) Rigveday 949, 4-5; 962, 6. Ait, Br,, III, 31. 

(5) Ait. Br., V, 29: c tadcnrihasvamina grandharvena » (Sayana*s G. A kind 
of domestic spirit I!!). Gfr. Rigveda, 911, 40-1. 

(6) Gb. Ill, s 10. Gfir. Rigveda , 949, 4 ; 966, 6. 



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A LEGEND FROM THE TALAVAKARA. 109 

terature and Buddhist works, myriads of Apsarases(l) and 
Gandharvas are mentioned, but they are very subordinate 
beings. 

It appears to me that fetishism only will make all this 
intelligible. How otherwise is it possible to explam the multi- 
tude of divine beings of the same class? or how is it possible 
to explain invocations and ofiferings to divine beings that the 
Vedic writers yet knew to be only natural phenomena? 

The recovery of this Brahmana and the Qakha of the Sa- 
maveda to which it belongs, now confirms, in a striking way, 
the conclusions which Haug's discovery of the Maitrayanlya 
qakha of the Yajurveda, and Sir W. Muir's discovery of the 
Paippalada <^ha of the Atharvaveda (2) already suggested a 
few years ago, that there is little absolutely new to be hoped 
for, even if the recovery of the lost Vedic works became pro- 
bable. That a few more books of this kind may be found, (3) 
is possible; but it is tolerably certain that they will be very 
much like what we already have, and that though they may 
furnish new details and thus help research, yet the progress 
of the growth and development of the Brahman religion and 
literature will still remain to be discovered by minute and 
painful research: there is no longer any probability of a happy 
discovery which will, at once, and without the tedious labour 
now necessary, throw light on what is obscure and open out 
new fields to the enquirer. 



(1) « Lotus de la bonne Lli, » cb. XXVI, pag. 279. 

(2) As regards tiie first, see tbe preface to my: MJaimin(ya text of the 

lirsheyoSbrahmafia^ (1878); as regards the second, Haug's, 9. Brahma und 

die Brahmanen* (1871), pag. 31-4, and Weber's, Indische Studien^ XIII, 
pagg. 117^128. As regards tbe third, yon Rotb's, Der Atharvaveda in Kasch- 
mir, 1875. 

(3) Not, however, by indiscriminate and unsystematic search made by 
persons who do not know what to look for. But if success is to follow such 
search at all , it will only be possible at present; in a few years more, all the 
little known and obscure works — and these alone are of value — will have ut- 
terly disappeared. Very little interest is taken by the natives, at present, in 
their literatures, and what little exists is bestowed entirely on recent sectarian 
and polemical tracts. 



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110 A. C; BURNELL. 

This is a result that the earliest students of Sanskrit — 
except, perhaps, the sober Golebrooke— certainly did not an- 
ticipate; but it will be much to the advantage of Indian stu- 
dies, if it be now generally recognized that they are utterly 
foreign to all sentimentalism and romance, and that only the 
most tedious and patient labour can hope to make any disco- 
veries, and that even those will be of little interest except to 
scientists. Here, in short, there is now no room for ama- 
teurs, who cannot be expected to sift the mountains of dust 
and ashes which represent Indian literatures, in the hope that 
years of toil may bring to light a few grains of ore. 



I will now give one specimen to show the philological in- 
terest of this Brahmana, 



Sakvala Cakkavala, {Cakkavala). 

In Pali books one frequently meets with words which are 
not to be found in Sanskrit texts, and yet must obviously 
have had a Sanskrit source. Such a word, e, g., is the Pali 
€ cakkavala » commonly called « sakvala » (the Singhalese 
form of the word) in popular treatises on Buddhism. This 
word is used to signify a mundane system (of which there is 
an infinite number), the limit being the space to which the 
light of a sun is supposed to extend. . 

The late Profr. Ghilders (in his admirable Pali Dictionary) 
has derived this word from « cakravata » (Sanskrit) , but for 
this word (assumed to mean < limit ») there is no good au- 
thority. « Cakravala » (Sanskrit) is equally questionable ; 
both words, in short, seem to be fabrications of pedants, and 
occur only in the Amarakosha and other relatively recent 
works. 

In the JaiminTya (Talavakara) Brahmana a new word oc- 
curs which is evidently the Sanskrit original of « cakkavala; » 



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A LEGEND FROM THE TALAVAKARA. Ill 

this word is €cakvala> (neut.). It occurs more than once, 
but the ToUowing passage (ii., 22) settles its meaning: < adityo 
> 7a etad atra 'gr^ ^^fd: yatrai 'tac cakvalam ado 'gniA. sa 
T> idam sarvam pratapat. tasya devaA pradahad abibhayus, te 
» 'bruvan: sarvam va ay am idam prayaxatT 'ti, » etc. Here 
< cakvala > can only mean < sphere » or < horizon. » 

The formation from this of the Pali < cakkavala > is easily 
explained. 

The a becomes short before the double consonant (Mi- 
nayefPs Pali Gr. by Guyard, § 9), and this (by insertion of a) 
becomes kkav (do: § 46, cfr. ratana), and thus we get cak- 
kavala, which has been assumed (as might be the case) to be 
the representative of cakravala ; the difficulty as regards the 
meaning of -vala being overlooked; as an independent word 
it means < hair, > and is not a formative. 

But what is the origin of « cakvala? » -ala is here ob- 
viously a primary formative such as we find in patala, pafi- 
cala , viqala, mpnala and other words. The root is then , to 
be sought in « cakv- » I would connect this with \/cax = see, 
as appears in caxuA, etc. Thus cakvala would mean the vi- 
sible horizon, and from this has been gradually extended in 
meaning to what we find in the Buddhist cosmogony. 

At present, my leisure wiU not allow me to say more of 
the Talavakara Brahmana; some day , when I have finished 
those Kauthuma Brahmanas which, as yet, remain without 
critical editions, as well as an edition of the Samaveda Prati- 
i^akhya which is partly printed, I may hope to also attempt 
an edition of this ponderous text. 

Tanjore, 10^ September 1878. 



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113 



A NOTE 

ON CLASSICAL ALLUSIONS TO THE DARDS 

AND TO GREEK INFLUENCE ON INDIA 

BY 



A) The Dards. 

Herodotus (III, 102-105) is the first author who refers to 
the country of the Dards, placing it on the frontier of Kashmir 
and in the vicinity of Affghanistan. < Other Indians are those 
who reside on the frontiers of the town *Kaspatyros ' and the 
Paktyan country; they dwell to the north of the other Indians 
and live like the Baktrians; they are also the most warlike of 
the Indians and are sent for the gold, » etc. Then follows 
the legend of the gold^digging ants (which has been shown to 
have been the name of a tribe of Tibetans by Schiem) and on 
which, as an important side-issue, consult Strabo, Arrian, 
Dio-dhrysostomus, Flavins Philostratus the elder, Clemens 
Alexandrinus, iElian, Harpokration, Themistius Euphrades, 
Heliodorus of Emesa, Joannes Tzetzes, the Pseudo-Kallis- 
thenes and the scholiast to the Antigone of Sophocles (1) — 
and among Romans, the poems of Propertius, the geogra- 
phy ofPomponiusMela,the natural history of the elder Pliny 



(1) Strabo, II. I, XV. I; Arrian* de Exped. AleX. V. 4, Indica c. 5; Dio-Chry- 
sos. Drat. XXXV; Philostrat. de vltA ApoUon. Tyan. VI. I; Clem. Alex. Paed. , 
II, 12; Aelian. de Nat. An. XV, 14; Harpokrat. s. v. xpMaoxotlv; ThemisUus 
OraU XXVII; Heliodor. X. 26; Tzetz. Chil. XII. 330-340; Pseudo-CaUisth. II. 
29; Schol. ad Sophocl. Anlig. ▼. 1,026. 

AiU del IV Congre8$o degli OrientalUti. —Vol. II. 8 



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114 G. W. LEITNER. 

and the collections of Julius Solinus. (1) Mahabharata also 
mentions the tribute of the ant-gold « paipilika » brought by the 
nations of the north to one of the Pandu sons, king Yudhisthira. 
In another place Herodotus [IV, 13-27] again mentions the 
town of Kaspatyros and the Paktyan country. This is where he 
refers to the anxiety of Darius to ascertain the flow of the In- 
dus into the sea. He accordingly sent Skylax with vessels. 
« They started from the town of KaaTrarupos and the IlaK- 
Tue}c>) x^pii towards the east to the sea. » I take this to be 
the point where the Indus river makes a sudden bend, and 
for the first time actually does lie between Kashmir and Pak- 
htu-land (for this, although long unknown, must be the coun- 
try alluded to), (2) in other words below the Makpon-i-Shang- 
Rong, and at Bunji, where the Indus becomes navigable. 
The Paktyes are also mentioned as one of the races that fol- 
lowed Xerxes in his invasion of Hellas (Herod. VIL 67-85). 
Like our own geographers till 1866, Herodotus thought that 
the Indus from that point flowed duly from north to south, 
and India being, according to his system of geography, the 
most easterly country, the flow of the Indus was accordingly 
described as being easterly. I, in 1866, and Hay ward in 1870 
described its flow from that point to be due west for a consi- 
derable distance (about one hundred miles). (The Paktyes 
are, of course, the Afifghans, called Patans, or more properly 
Pakhtus, the very same Greek word). « Kaspatyros* is evi- 
dently a mis-spelling for «Kaspapyros, » the form in which 
the name occurs in one of the most accurate codes of Hero- 
dotus which belonged to Archbishop Bancroft (the Codex San- 
croftianus) and which is now preserved at Emmanuel College, 
Cambridge. Stephanus Byzantianus (A. V.) also ascribes this 
spelling to Hekatoeus of Miletus. (3) 



(1) Propert. Eleg. III. 13; Pomp. Mel. III. 7; Plin. H. N. Xf. 36, XXXIII. 
21;Solm,c.30. 

(2) Indeed, there is no other country between Kaspatyros and the Pak* 
tyan country excepting Dardistan. 

(3) General A. Cunningham very kindly sent me the quotation last year. 
tt runs, as follows: KaffTriTrupos nohg rav5apixT?| , Sxo0a)v axrft. 



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A NOTE ON CLASSICAL ALLUSIONS TO THE DARDS, ETC. 115 

Now Kaspapyros or Kaspapuros is evidently Kashmir or 
Kasyapapura the town of Kasyapa, the founder of Kashmir, 
and to the present day one may talk indifferently of the town 
of Kashmir, or of the country of Kashmir, when mentioning 
that name, so that there is no necessity to seek for the toim 
of Srinagar when discussing the term Kaspatyrus, or, if cor- 
rected, Kaspapuros, of Herodotus. 

Herodotus, although he thus mentions the people (of the 
Dards) as one neighbouring (7rX)ia«j6xwpoO on Kashmir and re- 
siding between Kashmir and AfTghanistan, and also refers to 
the invasions which (from time immemorial it may be suppo- 
sed, and certainly within our own times) this people have 
made against Tibet for the purpose of devastating the gold- 
fields of the so-called ants, does not use the name of « Dard » 
in the above quotations, but Strabo and the elder Pliny, who 
repeat the legend, mention the very name of that people as 
Derdce or Dardce, Vide Strabo XV, Iv AlpSa^s l^m inyStXw 
Twv irpoa£wwv jtat dpicvwv 'IvSwv , Pljny , in his natural history, 
XI, 36 refers to in regione SepterUrionalium Indorum, qui 
DardcB vocantur. Bolh Pliny and Strabo refer to Megasthenes 
as their autority in Chapter VI, 22. Pliny again speaks of 
Fertilissimi sunt auri Dardce, The Dards have still settle- 
ments in Tibet where they are called Brokhpa(t^'(^Dardistan, 
Part III, page 46, etc.) The Dards are the < Darada » of the 
Sanscrit writers. The « Darada > and the < Himavanta > were 
the regions to which Buddha sent his missionaries, and the 
Dards are finally the « Dards, an independent people which 
plundered Dras in the last year , has its home in the moun- 
tains three or four days' journey distant, and talks the Bakhtu 
or Daradi language. Those, whom they take prisoners in 
these raids, they sell as slaves » (as they do still) (Voyage par 
Mir IzzetuUa in 1812 in KlaprotWs Magasin Asiatique, 1 1, 3-5). 
(The above arrangement of quotations is due to Schiern.) (1) 



(i) Who refers to my results of a tour in Dardistan, Kashmir and Little 
Tibet, Ladak in 1867-70 , and other papers in his pamphlet on the origin of 
that legend. 



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116 G. W. LEITNKR. — A NOTE ON CLASSICAL ALLUSIONS, ETC. 



B) Influence of Greece on Asia in general 

AND InDU in particular. 

The most important contribution to this question, howe- 
ver, is Plutarch's Speech Alexander's fortune and virtue (mpi 
*kUl;&ySpo\) Tvx/ii Jtai opjrijs) the keynote to which may be 
found in the passage whiph contains the assertion that he 
KarloTriepi t>)v Aa^av lXX)ivcxoT( rlXeai, but the whole speech 
refers to that marvellous influence. 

That this influence was at any rate believed in, may be 
also gathered from a passage in Aelian, in which he speaks 
of the Indians and Persian kings singing Homer in their own 
tongues. I owe the communication of this passage to Sir Ed- 
ward Fry, Q. C, which runs as follows: 

'Otc 'hSoi Tyi irapa apiaiv imxy>piaf. <t)^vyi rot *0/A»ipou 
fiiTa'yp6(,y\fOi.vTig olSoujev ou /xovoe, 'aXXx xae oi Ucpcruv ^ai'Kiig 
It Tt XP*» niOTivitv Tot$ bnlp toutwv 'coropoOac. 

Adiani Varice Historim, Lib. XII, Gap. 48. I find from 
a note in my edition that Dion Ghrysostom tells the same 
story of the Indians in his 53rd Oration, E. F. 

I trust to be able to show, if permitted to do so, in a fu- 
ture note that the Arian dialects of Dardistan are, at least, 
contemporaneous with Sanscrit, that the Khajund is a remnant 
of a prehistoric language that certain sculptors followed on 
Alexander's invasion and taught the natives of India to exe- 
cute what I first termed « Graeco-Buddhistic » sculptures, 
a term which specifies a distinct period in history and in the 
history of Art. 



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117 
OSSERVAZIONI 

SULLA LINGUA ONORMCA OYVERO CERIMONIALE 

OSLLA 

TRIBU LEPCHA RONG Dl DORJELING, NELLA REGIONE HIMALAIA 

DI 



IB ben conosciuto che in alcune regioni del mondo si 
trovano lingue dette cerimoniali o di cerimonia, applicate ed 
appropriate alle persone sacre o di considerazione, e dalle 
quali sono espulse le parole volgari e famigliari. 

Un esempio, che voglio indicare al Congresso, h dato 
dalla lingua Lepcha ovvero R5ng, lingua di una tribu nel terri- 
torio inglese di Sikkim, anticamente una porzione del regno di 
Sikkim e situate nella regione delle montagne dell* Himalaia 
e del quale la capitale k la cittk sanitaria di Dqrjeling. 

Sikkim sta nella lat. 27° 2' 53" N. e nella long/ 88° 18' 41" 
oriente; al settentrione sta il regno di Tibet, aU'oriente il 
territorio di Butan o Pru ed all' occidente il regno di Nepdl. 
Verso Tanno 1450, la tribu che era anteriormente indipen- 
dente , era soggiogata da un re tibetano. La lingua Lepcha h 
una lingua scritta, ma molta parte della sua letteratura fu di- 
strutta dai Tibetani e Buddhisti dominanti. La tribti h in basso 
state, ed i suoi membri Sono servitori nella colonia inglese. 

U ministro di State per Timpero deir India mi ha man- 
dato una copia della Grammatica Hong o Lepcha, pubblicata 
in Calcutta nel 1876 e compilata dal colonnello C. B. Mainwa- 
rmg. Questo libro h lavoro fatto con grande amore, ed il sue 
autore h grande amico e patrono del popolo Lepcha. 

Per conoscere i suoi meriti non h necessario di fare altro 



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118 HYDE CLARKE. 

che ieggere il libro che attesta incontestabilmente lo studio e 
il sapere dello scrittore. 

Fra gli altri lavori che attirarono la mia attenzione si 
trova il suo trattato (pag. 133) suUa lingua cerimoniale dal 
colonnello Mainwaring intitolata Lmgua Onorifica. La tavola 
compilata da lui e di 64 vocaboli in lingua ordinaria Lepcha 
ed in lingua onorifica Lepcha. La estensione e la varietk della 
parole basta per fare tutte le comparazioni necessarie. 

La prima qnestione che ci si o£fre b quella di sapere se 
questi sono vocaboli addizionali ovvero supplementari alia 
lingua ordinaria Lepcha. E possibUe che manchino di qual- 
siasi significazione. E possibile ancora che siano derivati da 
qualche lingua piu coltivata, come il Sanskrito ovvero il ti- 
betano, tutte due lingue sacre della regione. Pu5 darsi final- 
mente ancora che siansi adottati da qualche altra lingua ddla 
regione o straniera. 

Era necessario per noi di esaminare se fossero veri vo- 
caboli, capaci di essere riconosciuti in altre lingue. La com- 
parazione indicava risultati dedsivi. La lingua tibetana^ come 
h detto, domina come la lingua sacra dei buddisti, ma poche 
delle parole indicate presentano somiglianza col tibetano. Qual- 
chedun* altra mostra simiglianza con le lingue vicine dell' Hi- 
malaia, le quali, d* accordo con le mie ultime osservazioni , 
sono per la classificazione appropriate alia famiglia ugria (1). 
Anche le parole che hanno una apparenza tibetana o hima- 
laiense possono non essere tali in veritk, ma, invece, di ori- 
gine preistorica come h certo che altre sono. 

Ma la cosa piu degna di osservazione h che il gran nu- 
mero dei vocaboli sottoposti alia considerazione nostra dimo- 
stra una simiglianza ed una conformity coUe diverse lingue 
degii aborigeni ed indigeni della regione indiana, sia col Bodo, 
Naga, Cadala, Savara, sia col Khond, Cona e qualche altra 
clie sono per Y ordinario attribuite e descritte come Kolariane , 
ma che forse sono di diversa parentela. 



(J) Cfr. Hyde Clarke, On the Himalayan origin of the Ugrian and the 



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OSSERVAZIONI SULLA LINGUA ONORIFIGA, EG. 119 

Una tale esposizione pu6 essere di poco rilievo per quelli 
che noD sodo avvezzi alle investigazioni nella filologia prei- 
storica, ma sono un modo di provare la operazione nostra 
come prova un' operazione di matematica. Bisogna indicare 
che le lingue degFindigeni delT India hanno affinity bene 
spiccata colie lingue degli aborigeni di Africa, essendo di en- 
gine e derivazione comune e preistorica. Per esempio, la lin- 
gua Eolariana, Mundala o Mundara dell* India va di pari passo 
con la lingua africana Houssa, ma in veritk non mancano 
abbondanti prove per quelli che vi prestino una speciale at- 
tenzione. In addizione ad altre varie comunicazioni ho trat- 
tato il soggetto in un lavoro dato alia Society Asiatica di Lon- 
dra ed intitolato Bdazioni deUe lingue deU'India e delV Africa, 
pill le stesse indicazioni sono trovate nelle lingue preistoriche 
americane. 

Facendo una tale comparazione coi dialetti africani noi 
arrlviamo a ottenere piu copiosi testimoni della vera natura 
e costituzione della lingua onorifica Lepcha. 

Un esempio h mostrato nelle parole per Occhio e Naso. 

Nella Lepcha onorifica 

Occhio h chan 
Naso h schdng 

Questo h un vocabolo di origine identica ma « differen- 
ziato » per dinotare una varieta di significazione. Nei dialetti 
africani troviamo : 





Lepgha 


Africa 




Occhio 


chan 


sian (shina) 


Baghalan 






mishan 


» 


Naso 


shang 


dsken, dshon 


Ahurakura 






dshen, esun 


Okam 



Una dimostrazione di questo genere ha un valore mate- 
matico piu forte che moiti fatti isolati, ed i fatti isolati inoltre 
non mancano. 



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120 



HTDE CLARKE. 



In Africa molti vocaboli della serie onorifica Lepcha sono 
riconosciuti per avere i suoi equivalent! nel Bagbalan, Akura- 
kura, Okam, Nki^ Barba, Afudu etc., in classe e situazione 
conforme. 

In una tavola distinta ho dimostrato la comparazione 
delle parole Lepcha con quelle deU' Africa e dell' India. 

La conclusione alia quale io sono arrivato h che la lin- 
gua onorifica dei Lepcha b derivata dalle lingue preistonche. E 
possibile che siasi adottata da una lingua di basso tipo, in con- 
formitk cogli esempi dell' India stessa, ove le superstizioni di 
un popolo inferiore sono adottate da popoli di maggiore coi- 
tura. Per varie cerimonie le tribu che sono < Parik » sono 
chiamate per sacrificare e per uffiziare nelle cose sacre. Tra 
i Lepcha deve essersi conservata in tale modo una lingua, 
che col tempo assunse il carattere di lingua sacra e di lingua 
onorifica e che dk un tipo della cdnservazione frammentarla di 
condizioni pid antiche. Credo che tale sia il case nelle lingue 
dell' India coi numerali, e con molti altri vestigi della mitolo- 
gia e della coltura preistorica. 



17aT^olci I. 



Parole soelte nella Idngaa Ordinaiia e Lingua Onorifica Lepolia e Edng. 





ORDINARIA. 


ONORIFICA. 


Corpo 


mazu 


ku 


Testa 


d'thydk 


u 


Dente 


d'to 


tshem 


Bocca 


d'bong 


she 


Barba 


kayat 


shegyan 


Lingua 


d'li 


jdk 


Occhio 


d-mik 


Chan 


Mano 


d-kd 


chhok 


Vestimenti 


dum 


nazo 


Acqua 


ung 


chhop 


Carne 


d'Zom 


sU 


Sepolcro 


chok 


kugong 



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r 



OSSERVAZIONI SULLA UNGUA ONORIFIGA, EG. 



121 



q^Avola. II. 



Oompaiasione della Lmgna Onorifioa Lepcha , ooUe Lingae di Africa 
e della Begione Indioa. 





LEPCHA. 


AFRICA. 


INDIA , ec. 


Padre 


yap 


• 


eiya, Keikadi 
[iyat, Circassia] 


Madre 


yam 


yam, Bute 


yo, Savara 






yem, Mampa 


ya, Condi 






yuma, Pulo 


[iyat, Circassia] 






ayo, Akka 




Figlio 


se 


isha, Timbuktu 
osi, Egbira, etc. 
dshu. Era 




Nome 


tshdn 




chu, Ahom 


Acqua 


chhop 


dshape, Juku 
ndshol, Momenya 
ndshab , Eum 


cheip, Uraon 


Came 


sa 


sue, Maudingo 


ho,Shan,Ldos,Kha 


Testa 


u 


uhia,Bassa 




Capello 


ukro 


ikarare, Meto, etc. 


krd, Tibetano 
kara, Singpho 


Bocca 


she 


8hu, Njo 


si, Thulungya 






echou, Mbe 


so, Sunwar 






ndshou, Bayon 


syeu, Bahingya 
[szaj, Magyar] 
[shey, Circassiano] 


Sangue 


kutshdl 


dfheli, Mandingo 


koh, Cyurung 


Dente 


Ishem* 


dshemi, Mulsaya 
Shan, Akurakura 


[tsey, Circassiano] 


Occhio 


Chan 


sian, shina, Bagbalan 


chining, Kusunda 






dshen, Akurakura, Okam 


Orccchio 


nyan 


nano, Bijogo 


nintiri, Cadaba 






anebi, Akka 


anye, Naga 


Naso 


shdng 


shinindo, Filham 


Singh, Condi 






sune, Kono 


[sunghu, Java] 






mishan, Bagbalan 








esun, Okam 








ndshongi, mi 








dshenegu, Buduma 





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122 HYDE CLARKE. — OSSERVAZIONI SULLA LINGUA ONORIFICA, EC. 





LEPCHA. 


AFRICA. 


INDIA , ec. 


Mano 


chhok 


koko, Bijogo 


chuku, Kiranli, etc. 






lekaka, Orungu 


chak, Naga 
chakrengi, Caro 


Dito 


chhok'Sor 


sara, Pika^ Karekare 




Piede 


shop 


shibe, Bomu 


chaplap, Caro 


Calcagno 


shopting 


Ungilingyi, Kissvise 
etendye, Biafada 
tunk, Okuloma 
ateneku, NhaUmoe 




Ventre 


kulo 


koto, Limba 




Sedere 


ju 


ISO, Sola 


jo, Bodo 






shie, Cbese 


jau, Sunwar 






soko, Akuele 




Andare 


Chan 


shene, Babuma 


song, Butani 


Camminarc 


i 


sani, Kandin 


sanoam, Kol 
chennang , Naga 
Ijun, gan, Basque] 


Parlare 


sung 


sanken, Filham 


suang, etc., Naga. 






tseni, Bola 


[Chiang, Pekin] 
[sanon, Finnico] 


Dare 


nong 


nyia. Era 


ndng, Butani 
ndng, Bungchen bung 
[annan, Finnico] 


Ascoltare 


sdn 


tsengr, Baga 


suna, Pakhya, etc. 


Mangiare 


jo 


d8ho,jo, Aku, etc. 


ja , Bodo 
chao, Naga 
[ja, jan, Basque] 


Lavare 


su 


zo, Kiamba 
nshi, Kupa 
uesu, Toma 





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123 



SULLE 

LINGUE NON ARIANE DELLE INDIE ORIENTALI 



ROBKKXO CXJSX. 



Ognuno ha inteso parlare delle molte lingue del ramo in- 
dico delPAriana, ovvero della famiglia indo-europea, voglio 
dire la sanskrita ed i vernacoli prakritici e sanskrit'ci moderni, 
parlati da una popolazione di piti di cento cinquanta milioni, 
neir India settentrionale, e centrale; delle quali, le lingue 
Sindhi, e Hindi, Bengdli, Mardthi, Gugerati, Cashmirl, e 
Sinhalese sono le piu note all'orecchio dei dotti europei. 
Conviene anche aggiungere a queste, la lingua di Baluci, e 
la Pushtu del ramo iranico della famiglia indo-europea. II mio 
scope h ora di descrivere brevemente le lingue non ariane 
delle Indie oriental! ; tali quali sono parlate da una popola- 
zione non minore di cinquanta milioni. Si dividono in sei fa- 
miglie: 1* la Dravidiana; 2* la Kolariana; 3*" la Tibeto-Bur- 
mdna; 4* la Khasi; 5* la Tai; 6* la Mon-Anam. Avrei voluto 
limitarmi ai dominii soggetti alio scettro della regina d' Inghil- 
terra, ma conviene ricdrdarsi che le lingue della famiglia Ti- 
beto-Burmdna , della Tai, e della Mon-Anam, hanno un' esten- 
sione assai piu grande. 

Siamo tutti d' accordo che la famiglia Ariana entr5 nelle 
Indie dalla parte settentrionale-occldentale, per via delle mon- 
tagne Himalaia e Hindu-Kush, ad un' epoca non piu vicina di 
duemila anni a. C. Dal paese del Penjdb, dove furono com- 
posti i Vedi, questa famiglia si estese giti pel bacino dei fiumi 
Indo e Gauge fino air oceano. Che gente trovd dunque que- 



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124 ROBERTO CUST. 

sta famiglia, nel paese di cui si fa cosl frequente menzioDe, 
sotto il nome di Nishdda ? 

Nell* assenza totale di ogni indizio istorico, non possiamo 
far altro che notare i fatti che ci stanno davanti agli occhi, e 
le induzioni ragionevoli che da essi si possono trarre« 

Nel mezzogiorno dell' India troviamo una famiglia ro- 
busta e compatta, alia quale h stato assegnato il nome di Dra- 
vidiana; questa comprende quattro grandi lingue: la Tamil, 
la Telugu, la Kanarese e la Malaydlim, che hanno tutte una 
letteratura. Le popolazioni che parlano queste lingue montane 
a trenta milioni, ed hanno adottato una coltura e la religione 
braminica: e bench^ la loro lingua sia agglutinati?a, essa ha 
adottato e assimilato molte parole sanscritiche ; come anche 
delle forme che quasi somigliano al metodo inflessivo. In que- 
sta famiglia vi sono otto altre lingue di minor importanza^ in 
quanto al numero della popolazione che le parla;.sei di queste 
sono interessanti, perch^ parlate da popoli tuttavia pagani, 
adbratori della natura, senza coltura e dimoranti nelle monta- 
gne; anche per questo le loro lingue sono piu esenti dalP in- 
fluenza sankritica. La principale di queste h la Imgua Gond, 
poich^ il numero di quelU che la parlano eccede un milione. 
Sisuppone che la famiglia Dravidiana sia entrata nell' India dal- 
r occidente traversando il Passo del Bolan e Y Indo Inferiore. 
E un fatto interessante che lascid tracce delle sue singolaritk 
linguistiche nella Hngua Brahui, parlata da una tribu conside- 
revole, che dimora frammischiata coi Baluci; un altro fatto 
degno d'esser ricordato h che la famiglia Dravidiana deve 
aver avuto un' estensione piu settentrionale prima delP immi- 
grazione degli Ariani, un membro di questa famiglia, cio^ la 
Rajmahdli occupa tuttavia dei monti in un distretto della pro- 
vincia di Bengdla soprapposta al Gauge. 

Nel centre dell* India vi h un* altra famiglia, la di cui lin- 
gua appartiene alPordine agglutinative, e alia quale ^ stato 
assegnato il nome di Kolariana. Essa conta neve parlate, e 
r intera popolazione menta a circa due milioni; parecchie di 
queste lingue sono parlate soltante da peche centinaia d' ^bi- 



L 



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SULLE LINGUE NON ARIANE DELLE INDIE ORIENTALI. 125 

tanli selvaggi che abitano nella foresta. Una di queste tribu, 
cio^ i luang o Puttoah merita d' esser specialmente notata, 
-poich^ le donne non vogllono vestirsi, per paura, dicono esse, 
d' esser divorate dalle tigri se portassero abiti. Sono comparse 
alia presenza d' uffiziali inglesi con cinture di foglie verdi, e 
sono state cosl riprodotte in fgtografia. Negli ultimi ire anni 
il govemo Britannico ha distribuito del panno, ed ha costretto 
gli uomini, sotto pena di castigo, a non permettere che le fem- 
inine delle loro famiglie comparissero piu in pubblico senza 
la solita veste delle indiane. Le due tribu piii civili fra i Kola- 
riani, sono: la Munddri e la Sonthdl; sono ottimi agricoltori, 
e bench^ pagani e affatto ignoranti, e senza alcun carattere 
scritto, sono sudditi bravi e industriosi, che aumentano in ric- 
chezza e in numero. Quantunque questa famiglia linguistica 
sia agglutinativa, pure differisce interamente nel suo vocabo- 
lario, e nel suo metodo dalla Dravidiana; ed ha un sistema 
coniugativo assai piu elaborate. La lingua Sonthdl benche non 
iscritta , non h neppur inferiore alF Osmanli-Turki in quanto 
alia ricchezza e alia simmetrla della sua struttura grammati- 
cale. Che cosa si dirk d' una lingua selvaggia, che ha un • 
meccanismo per le espressioni del tempo, e del modo, che 
un Greco avrebbe invidiato ? poich^ il suo verbo ha cinque 
voci, cinque modi, ventitr^ tempi; tre numeri, quattro casi, 
ed esprime anche il genere. Un'ottima grammatica h stata 
composta in lingua inglese da un missionario norvegiano, e 
adesso scaturisce una copiosa letteratura che adottd, per la 
trascrizione, il carattere romano. E riconosciuto che i Kola- 
riani ci devono esser stati prima che i Dravidiani o gli Ariani 
comparissero nelP India; e la probabilitk ^, che entrassero 
neir India dalFOriente scendendo dalla pianura del Tibet, 
attraverso i molti passi dell* Himalaja, o aprendosi la via 
gill per la valle del fiume Brahmaputra attraverso Assam. 

Feci menzione piu in su, che Ponda d' immigrazione 
Indo-Europea, scorse giii pel bacino del Gauge e dell'Indo 
fino airOceano, rinchiudendo in questo modo le due famiglie 
Dravidiane e Kolariane entro un recinto ; ma allorch^ traver- 



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126 ROBERTO CUST. 

siamo questo largo stabilimento Ariano nella valle del Gange, 
incontriamo un altro gruppo non ariano parlante lingue, le 
quail, se non sono agglutinative, occupano una posizione di 
transizione fra quell* ordine, e il monosillabico ; le quali si 
possono piu accuratamente porre nella prima e piti remota 
fase del metodo agglutinative, pure facendo uso in varie oc- 
casioni di toni speciaii onde distinguere il significato del mo- 
nosiUdbo. A questo gruppo h state assegnato il nome Tibeto- 
Burmdno, perch^ la lingua rappresentativa dei suoi due gran 
rami, e le sole lingue coltivate letterarie della famiglia, sono 
la Tibetana e la Bunnana; egU comprende piu di ottanta lin- 
gue distinte, con piu di ottanta dialetti subordinati di queste 
lingue. II territorio occupato da questo gigantesco gruppo, h 
la gran Giogaja delle Montague Himalaja, stendentesi dal fiume 
Indo, non lungi dalla cima del Pamfr in una direzione sud-est, 
attraverso il bacino del Hume Brahmaputra, attraverso la gio- 
gaja del Patk6i, che separa T India dall'Indo-Cina, attra- 
vepso il bacino del fiume Iravatf, fino al bacino del gran 
fiume di Kambogia, il Mekong. Questo vasto territorio dposto 
entro il dominio politico della regina d* Inghilterra e del suo 
tributario il Mahardja di Gashmir, dell' imperatore della Gina 
e del suo tributario il Mahardja di Nepdl, del re di Burma, e 
d' altri piccoli capi di tribCi. Questa popolazione Tibeto-Bur- 
mdna, b per lo pid pagana, e selvaggia; e solo parzialmente 
Braminica o Buddista; b incivilita e deve esser venuta in 
qualche epoca remota attraverso i passi deir Himalaja, dalla 
pianura del Tibet, o dalla provincia di Yunan, nella Gina. 

Onde rendere la descrizione piCi comoda, divide Fintero 
campo linguistico in cinque distretti geografici: 1*" Nepal eSik- 
him, 2° Assam, 3^ Munipiir-Chittagong , 4« Burma, 5** Trans- 
Himalaja. Si h fatto qualche passo per raccogliere informa- 
zioni, e tutte le lingue, e tutti i dialetti sono rappresentati da 
vocabolarj ; la locality d' un gran numero di essi h stata stabi- 
lita; di alcune lingue abbiamo delle n.otizie grammaticali piti 
meno dettagliate; ma soltanto della Tibetana e della Burmd- 
na, forse anche della Kar^n, abbiamo grammatiche complete 



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SULLE LIN6UE NON ARIANE DELLE INDIE ORIENTAU. 127 

e sufficient!; e il signor Edoardo Brandreth, membro di questo 
Gongresso, ha tentato di aggruppare le diverse lingue, secondo 
i loro principali tratti morfologici , il che b un passo verso il 
progresso. La famiglia delle lingue cbe vien dopo, presenta 
un contrasto segnalato, poicbd non consiste che di una sola 
lingua, la Ehdsi, parlata da una popolazione assai limitata, 
che abita una parte meridionale delle giogaje dei monti della 
provincia d* Assam, nelF India Britannica; son pagani, e to- 
talmente illetterati; e la loro lingua, bench^ monosiUabica , 
differisce ne*suoi tratti essenziali dalle altre famiglie appar- 
tenenti air ordine morfologico ; s' ignora come questa nazio- 
nalltli isolata, sia venuta nelT attuale sua posizione, e da qual 
parte; e come la sua lingua abbia mantenuto le sue speciali for- 
me caratteristiche. Abbiamo un* ottima grammatica di questa 
interessante lingua, e si sta creando una letteratura in carat- 
tere Romano dai Missionarii protestanti. 

La famiglia Tai che segue nella lista, consiste d* un pic- 
colo e compatto numero di lingue parlate da una popolazione 
buddista. Sono questi rispettivamente sudditi* della reginad' In- 
ghilterra, deir imperatore della Cina, del re di Burma e del 
re di Siam. II territorio occupato da questa famiglia ^ un cuneo 
ristretto di non meno di quindici gradi di latitudine, stenden- 
tesi dal fiume Brahmaputra nella valle d* Assam dire.ttamente 
al sud, attraverso il bacino dei fiumi Iravati e Mekong, giu 
pel bacino del fiume Menam, fino al golfo di Siam, e la pe- 
nisola di Malacca. La nota piu caratteristica di questa fa- 
miglia, h la gran rassomiglianza delle lingue (ve ne sono 
sette) le une alle altre, e il fatto che sei di esse hanno di- 
stinte forme di carattere scritto, indicant! la relativa civil tk 
della gente, la loro rassomiglianza, e contuttocid la loro indi- 
pendenza reciproca. II Siamese h la lingua dominante e lette- 
raria: ma su questa lingua, la lingua religiosa dei Buddisti, 
la lingua Pali, una delle Prakritiche Ariane, ha avuto una 
grandMnfiuenza, e ha cagionato una notabil divergenza dal 
puro tipo originario monoslllabico. Gontuttocid essa ha conser- 
vato i suoi suoni. L' ultimo gruppo di cui far6 menzione, ^ 



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1 28 R. GUST. — SULLE LINGUE NON ARIANE DELLE INDIE ORIEI#ALI. 

quelle del Mon-Anam, una delle cui lingue, la Mon o Peguana 
b parlata dai sudditi della regina d' Inghilterra nel Delta del 
fiume Iravati, e le altre sono passate sotto la protezione be- 
nefica e giudiziosa della Francia. Fo allusione alia Eambogiana 
e air Annamita. Questo gruppo h monosillabico, ed b interes- 
sante di notare, che coUa Kambogiana nel bacino del fiume 
Mekong arriviamo ai limiti della coltura Indiana e all* influenza 
della lingua Pali e del buddismo indiano. Gli Annamiti devono 
la loro coltura e la forma del loro buddismo alia Cina. Le nostre 
informazioni riguardo a quest' angolo remoto del mondo non 
sono giunte al livello della scienza. Gi raccomandiamo ai no- 
stri confratelli francesi, acci6 gettino luce su questa regione, 
perch^ oltre queste gran lingue vi sono numerose forme di fa- 
vella selvaggia e non coltivata nel bacino del Mekong supe- 
riore, idi cui vocabolarii ci sono stati palesati dal compianto 
signer Gamier, uffiziale di marina francese. Cosi ho breve- 
mente passato in rivista le lingue non ariane delle Indie orien- 
tali. Mi manca 11 tempo per continuare questo soggetto nel- 
r Arcipelago Indiano. Ho posto sulla tavola del Gongresso uni 
saggio suirintero soggetto, compilato da fonti originali, di- 
mostrante che non vi sono meno di cinquecentotrentanove 
forme di favella nelle Indie orientali e le due carte lingui- 
stiche appese alle pareti del Gongresso espongono le diverse 
locality fino al livello della nostra attuale conoscenza. Spero 
che quando un futuro Gongresso si riunirk di nuovo in Fi- 
renze, la nostra conoscenza sark assai piii estesa. 



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NOTIONS LfiGENDAIRES 

QUI CONCERNENT CERTAINES PLANTES INDIENNES w 

PAB 

A. X>B3 OXJBKRNAXIS. 



Ag*ara, proprement ceUe qui ne vietUitpas, appel^e aussi 
^rihahanyd, c'est-k-dire to/?^e de la maison, est I'un des noms 
sanscrits donnas k Valoe perfoUata. 

Ao'AgR'iNGi (proprement, ayant des comes de chhre), est le 
nom vedique de Vodina pinnata; on Tappelle aussi ardtaU; 
d'apr^s VAtharvaveda (IV, 37), c'est avec cette herbe que Ka- 
Qyapa, Kan'va, Agastya auraient frapp^ les'monslres; et on 
Temployait comme un moyen d'^loigner les gandharvds de- 
venus des esp^ces de dragons et de sorciers. 

Alad. — Le missionnaire italien du dix-septi^me si^cle, 
Vincenzo Maria da Santa Caterina, dans son voyage aux In- 
des Orientales , nous parle de Ik v6n6ration sp6ciale des Hin- 
dous pour cette herbe aux feuilles longues, larges et solides, 
aux fleurs blanches et petites dont Todeur rappelle celle de 
nos pommes mtires. II attribue ce culte k Timage d'une t6te 
de vache que Ton remarque en coupant la fleur k moiti^; la 
tige donnerait une esp^ce de safran excellent pour la cuisine; 
mais les Hindous , par respect pour la vache, n'osent point 



(I) Pel Quarto Gongresso degU Orientalisti si present6 stampato il primo 
volume della mia Mythologie des Plantea ohe comprendeva la Botanioa gene- 
rale; il secondo yolume, cbe comprender&laBotanicaspeciale, era ancora ma- 
noscritto, e sar4 forse pubblicato pel Quinto Congresso degli Orientalisti. Si re- 
cano qui intanto, come saggio, alcune notizie relative a piante indiane e alle 
loro leggende. a. d. g. 

Atti del IV Congresso degli Ortenfal^ft. — Vol. II. 9 






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130 A. DE 6UBERNATIS. 

en faire usage. U s'agit probablement ici de la plante appel^e 
en Sanscrit go^aha, c'est-k-dire tite de vache. 

An'g'alkarika, proprement cdle qui fait Vang'ali, e'est- 
k-dire I'acte pieux de joindre les mains pour la pri^re ou TgWo- 
ration, de mani^re que les pointes des doigts des deux mains 
se touchent, en ^cartant les paumes qui deviennent concaves; 
ce nom gracieux est donn6 en Sanscrit k la sensitive ou mi- 
mosapudica; elle s'appelle aussi en Sanscrit lag'g'dlu, c'est- 
k-dire honteuse. 

An'drevatI, c'est-k-dire la petite Bevatt, la petite V^us 
indienne, la femme de K§,ma, le dieu Amour, qui se donne 
certainement k beaucoup demonde; on appelle ainsi, en Sans- 
crit, le croton poUandron, On Tappelle aussi dantt et anuM- 
Id, c'est-k-dire qui cotoie les rivages. 

Apamarga {achyrantes aspera), — Gette plante indienne a 
donn6 !e nom au rite sacrifical appel6: Apdmdrga ffoma, 
parce qu'k la pointe du jour, on offrait une poign^e de farine 
compos^e des semences de Tap^m^rga. D'apr^s une l^gende 
du Yag'urveda noir (II, 95), Indra avail tu6 Vr'itra et autres 
demons, lorsqu'il rencontra le d^mon Namuc'i et il lutta avec 
lui; vaincu, il fit la paix avec Namuc'i k cette condition: 
qull ne le tuerait jamais ni avec un corps solide, ni avec tm 
corps liquide, ni le jour, ni la nuit. Alors Indra recueillit de 
r^cume, qui n'est ni solide, ni liquide, et vint pendant Tau- 
rore, lorsque la nuit est partie et que le jour n'est pas encore 
arriv6; puis, avec I'^cume, il frappa le monstre Namuc'i qui 
se plaignit de cette trahison. De la t§te de Namuc'i poussa 
alors rherbe apdmdrga^ Indra ensuite d^truisit tons les mons- 
tres k I'aide de cette herbe. Cf. R§.g'endralaia Mitra, An Im- 
peridl Assemblage at Delhi three thousand years ago. On con- 
(^oit ais^ment que cette herbe merveilleuse ait pu devenir, 
apr^s une origine pareille, un talisman puissant. On la tient 
done kla main et on Tinvoque dans VAtharvaveda (IV, 17, 18) 
centre la raaladie du Kshetriya et centre les sorciferes, les 
monstres, les cauchemars; on I'appelle victorieuse, ayant 
k elle seule la force de mille, d^truisant les effets des mal^- 



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NOTIONS liGENDAIRES SUR GERTAINCS PLANTES INDIENNES. 131 

diotions, sp^ialement do ces mal^diciioms qui emp^hent la 
g^n^ration, qui produisent la faim, la soil, la pauvret^. Dans 
VJiharwweda, on appelle encore Yapdmdrga, seigneur des her- 
bes salutaires, fils de VibUndant, ayant re^u toute sa force de 
Indra lui-m3hie. D'apr^s les Miot Mewoira cit6s par Zmtofir, 
JJiindisches Lehen (p. 67), dans la croyanoe populaire actuelle 
des Hindous, on attribue k cette herb« la propri^t^ de garan-* 
tir centre les morsures des scorpions. 

ApetarakshasI, c*est-k*dire la plante qui iloigne Us nu>»s- 
tr€9, est Tun des noms sanscrits de Yoeimum mnetmu -^ 
(Cf. Tula^ et BasUic.) 

Aran^. — On sail que ce nom indien est donn6, en g^n6- 
ral, au bois producteur du feu par le frottement contre un 
autre bois. Mais ce nom de bois combustible est tout sp^- 
cialement affects k la Premna spinosa , appel6e aussi en Sans- 
crit agnimaniha ou vahmmant?ia, c*est^k-dire qui- agUe U 
feu. On connait le culte dont les deux arant 6taient Tobjet 
specialement dans Plnde v^dique. On geut trouver le d6velop- 
pement complet de cet int6ressant sujet dans le livre capital 
du professeur Euhn sur la derivation du feu. Vadhardrant, 
ou arani infSrieure, donnait Timage de la yoni frott^e par 
Vupastha avec lequel le pramantha agitateur du feu a ^t^ 
identifie. 

Arega (Areca^catechu), une esp^ce de noisette parfumde 
indienne. Le portugais Da Horto nous donne ses noms dans 
diff^rents dialectes. « Faufd, dit-il, on Tappelle k Dopar et k 
Dhel, ports de TAraebie; dans le Malabar, chez le peuple, 
p<ic; chez les nobles, areca, dans le Guzerat et dans le Dec- 
can, son nom est suppari; k Zeilan, poaz; k Malacca, ^t»an; 
k Cochin, chacani ccHca. » Vincenzo Maria da Santa Caterina 
nous apprend dans son voyage aux Indes Orientales (dix-sep- 
ti^me si^cle), que les H^dous parent de ces noisettes leurs 
dieux; mais que, si une femme s'en pare la t^te ou le sein, 
cela suffit pour la d^noncer comme femme publique. Nous 11- 
sons dans le PanWadandachattraprdbandha , €6\\,€ et traduit 
par le professeur Weber (1877), que Dwadamcm^ (eeUe qui 



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132 A. DE GUBERNATIS. 

dompte lea dieux) se rend k la cour du roi Vikram§,ditya, pour 
jouer avec lui, habill6e avec des robes du ciel, ayant k la 
main et dans sa bouche une noisette enyelopp6e dans une 
feuille de Tarbre celeste, kalpa. L'usage indien de presenter 
la noisette areca aux hdtes et de la manger avec la feuille du 
betd (en Sanscrit nagaraUi, tamhidavaUi, connu par les bota- 
nistes sous le nom de chavica-letd, classifi6 parmi les pipera- 
ceae) est pass6 de Tlnde en Chine. C*est ce que nous apprend 
Bretschneider dans le Chinese Recorder (1871) : « Le Nang 
Fang Tsao mu chuang (du quatri^me si^cle), dit-il, explique 
le nom Pin-'langy par Tusage qui se maintient toujours chez 
le peuple de Kiao et Kuang (Canton), oil Ton pr6sente le he- 
tehnut (noix du betel) aux li6tes (du mot pin, bote). Cet au- 
teur chinois remarque que, si on ne pr^sentait pas le betd- 
nut aux hdtes, ce serait un in dice certain d'inimiti^. Mais il 
semble plus que probable que le nom Pin-lang soit une cor- 
ruption du nom donn6 par les Malais k la noix d^areca, ap- 
pelee «pinang. » D'apr^s W. Jones, le nom Sanscrit est gu- 
vaca, dont les synonyme s^onighont'a, puga, kapura, cramuca; 
son nom vulgaire en hindoustani est supyari; en javanais, 
jambi; en telinga, areca. 

ARiSTOLOcmA. — Parmi les noms indiens de VaristolocMa 
indica est remarquable celui qui en fait une plante solaire ou 
arkapatrd. Apulee, dans son traits De Virtutibus Eerbarum, 
recommande Temploi de VaristolocMa centre le mauvais ceil: 
« Si infans contristatus fuerit , herba ari^ohchia suffumigabis 
infantem; hilar em facit, et convalescit infans, fugato ddemo- 
nio. » D'apr^s Pline, les femmes qui d^siraient accoucher de 
gardens, employaient Varistolochia avec de la chair de boeuf , 
ce qui est r^sum^ ainsi par Macer Floridus, Floridus, De Vi- 
ribus herbarum. 

Daemonium fumus depellere dicitur ejus: 
Infantes fumo tradunt hoc exhilarari ; 
Plinius banc formare mares cum carne bovina 
Appositam vulvae postquam conceperit , inquit. 

Albertus Magnus, De Mirabilibus Mundi, nous donne, 



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NOTIONS LEGENDAIRES SUR CERTAINES PLANTES INDIENNES. 133 

h son tour, cette recette contre les serpents: «Si vis statim 
interficere serpentem, accipe ex aristolochia, rotunda quan- 
tum vis, et tere illam bene, et accipe ranam, sylvestrem vel 
campestrem et contere ipsam et commisce earn aristolochia, 
et pone cum eo aliquid ex incausto et scribe cum eo in charta 
aut aliquo quod plus amas, et projice ad serpentes. » 

Arka, Arkapatra, Arkaparn'a, c'est-k-dire , ai/ant pour 
feuUk la fcmdre, dont la feuille ofifre Timage cun^iforme de la 
foudre; on appelle ainsi en Sanscrit la calotropis gigantea ; ar- 
kapatrd est aussi le nom du soleil, ce qui explique pourquoi, 
dans rage v^dique, on employait la feuille de la calotropis gi- 
gantea k I'occasion des sacrifices au soleil. D'apr^s le ^ata- 
patha Brdhmana, dans chaque partie de Varka on croyait 
pouvoir reconnaitre une partie distincte du corps humain. II 
paraft cependant que, malgr6 son nom magnifique et sa beaute 
ext^rieure, on craignait de Tapprocher. Nous lisons dans le 
Pan'(^atantra , I, 57, qu'il faut 6viter le prince qui refuse son 
secours k ses propres serviteurs, ainsi que Ton 6vite Varka, 
quoiqu'il donne des fleurs et des fruits. D'apr^s une croyance 
populaire indienne (cf. Mahdbhrdta, I, 716), Varka fait de- 
venir aveugle celui qui I'approche. Pour s'expliquer une pa- 
reille croyance, il faut avoir recours k T^quivoquede langage 
qui a dH se produire sur le mot arka, qui signifie le soleil et 
la foudre, que Ton ne pent pas fixer sans que la vue n*en 
reste ^blouie et offusqu^e; on a done attribu^ k Tarbre qui 
porte le nom du soleil et de la foudre la mSme action ^blouis- 
sante qu*au soleil et k la foudre elle-m§me. — Arkakantd ou 
aimie par le soleil, arkdbhaktd et ddityabhaktd, sHryahhaktd 
ou honorSepar le soleil, est appellee tour k tour, en Sanscrit, 
la Polanisia ieosandra W.; arkapushpikd on petite fleur du so- 
leil est le nom du legume Gynandropsis pentaphylla D. C; 
arkapriyd ou chh'e au sUleU s'appelle VHihiscus rosa sinensis, 

Arundhat! (appel6e aussi Mad) est le nom v6dique donn6 
k la femme de Vasishta, de Dharma et des sept rishis, et 
aussi k une plante grimpante, k laquelle VAtharvaveda,(lY, v) 
attribue une vertu magique bienfaisante contre les maladies 



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134 A. OB tUBERMATIS. 

de la peau; elle donne du lait aux vaches qui n'en ont point, 
elle d^fiyre les homines du yaJahma; elle est la soeur de 
TEau et des D^eux; la Nuit est sa m^re; le Brouillard, le 
cheval de Yama, son pkte; Aryaman, son grand-p^re; elle 
prot^ les hommes qui en boivent le jus; elle est yictorieuse; 
elle sauve; die gu^rit des blessures produites par des coups, 
par des b&tons, par des filches. Elle descend de la bouche 
du cheval de Tama. 

A90KA (Jonesia asoka). •— L*une des plantes indiennes les 
plus po^tiques; ses fleurs rouges, couleur d*orange, changent 
en rouge: dans le quatri^me acte de la Mrio^takaUkd, elle 
est compar6e k un guerrier eMonglantL Au mois de mars et 
d'avril elle est dans tout son ^clat et surtout la nuit, exhale 
un grand parfum: d'ou le nom de gandhapushpa ou fkur 
d'odeur qu'on lui donne dans le BhavaprakAga, Sa feuille 
ressemble quelque peu k celle du laurus nohUis, M. S6nart 
compare Vagoka au palmier de Thymne hom^rique remplac6 
ailleurs par le laurier. Les Indiens ont imaging et pensent en- 
core que le seul contact du pied d*une jolie femme suffit 
pour que Vagoka fleurisse, d'od son non d'angandpriya ou 
oher aux femmea (cf. Bttghmanga, VIII, 61, Batnaoalt, pre- 
mier acte). Get arbre personnilie Vamour; EHmadeva, le dieu 
de Tamour, s-y trouvait, lorsque le dieu penitent Qiva, que 
r Amour voulait s^duire, le briila avec Tarbre (cf. le Bhavis- 
hyottara Purand et le Kumdrasam'bham, III, 26). Vagoka 
joue un rdle essentiel dans le drame de EUlid^sa : MdUmkd 
et Agmmitra. En mdme temps que Malavika fait fleurir 
Vagoka qu'elle touche de son pied, elle fait nattre Tamour 
dans le coeur du roi Agnimitra. On dirait cependant que Vagoka 
'qui rappelle, k certains 6gards, les propri^t6s ^rotiques du 
grenadier, se rapproche, sous d'autres rapports, de Vagnue- 
oaetus, puisque Stt^, P^pouse de Rftaa, enlev6e par le mons- 
tre Havana, §chappe aux caresses du monstre en se r^fugiant 
dans un bosquet di'agokas. 

Dans la l^ende de Bouddha, « quand MayH, dit M. S6- 
nart, s'aperc^oit que le Bodhisattva est, sous la forme d*un 



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NOTIONS LEGENDAIRES SUR CERTAINES PLANTES INDIENNES. 135 

elephant, descendu dans son sein, elle se retire dans un bois 
d'agokas et y fait mander son ^poux. » Le mot agoka semble 
signifier: cdui qui eat privS de douleur; k ce propos on pent 
rapporter le jeu de mots que fait Hala dans le Saptagataka, 
public par le professeur Weber. Dans une strophe de Hsda^ 
on lit: « Les belles femmes, abandonn^es par leur bien-aime, 
sont tourment^es par Vagoka (celui qui est sans douleur, Tin- 
different). Est-ce que quelqu'un, qui a la coscience de sa for- 
ce, supporte en paix que le pied de quelqu'un ropprime?» 
On voit combien cette ^tymologie est tir^e et enfantine; le 
professeur Weber ajoute en guise de commentaire: < LeSiO^- 
kos se vengent par leur indiff^ence dans leur abandon. 
(a-Qoka) , de Tinjure que les femmes leur fpnt par leurs coups 
de pied. » 

La femme indienne avec son pied fait fleurir Vagoka; 
ainsi dans un chant populaire sicilien, un amoureux attribue 
k la femme qu'il aime le pouvoir de faire naitre des roses 
avec Teau ou elle se lave: 

L'acqua con cui ti lavi la mattina, 
Bedda , ti pregu di non la jettari ; 
Ca si la jetti ni nasci na spina, 
Nasci 'na rrosa russa ppi ciarari. 

Agoka ou arbre sans douleur est aussi un des noms de 
Tarbre de Buddha, le Bodhidruma (cf. Flaksha et Agvattha). 
Dans le Edg^anighantu, le mot agoka est donn6 comme syno- 
nyme de gokandgas ou destructeur de la douleur, Le Ehdvapra- 
kdga, d'apr^s une communication du professeur Roth, attribue 
a cette plante la propriety de chasser les vers du corps, en 
contradiction avec le Edg'anighaf^tu, qui en fait un krimi-, 
kdraka. 

AgvATTHA ou PipPALA (Ficus reltgioso). — U existe un 
agvattha cosmogonique au ciel , represents dans la Kdthaka 
Upanishad sous la forme identique que nous connaissons k 
cet arbre indien: L'eternel agvattha, est-il dit, a ses racines 
en haut, ses branches en bas (ArdhmmiUo 'vakgdkha esho 



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136 A. DE 6U6ERNATIS. 

'gvatthah sandtanah); il s*appelle semence, Brahman, ambroi- 
sie; sur lui, tous les mondes se reposent; au-dessus de lui, 
rien n^existe. » De m§me qu*on employait Yacacia suma (^mi) 
pour allumer le feu, on se sei^ait de Isificus rdigiosa {agoattha) 
pour le mSme usage; Vagoattha repr6sente le mile, la gaw^, 
la femelle; Vagvattha, en frottant la gand, engendraitle feu, 
symbole de toute la g6n6ration. C'est, sans doute, k cause de 
son origine celeste et du feu purificateur qu'il alimente, que 
dans VAthqrvaveda, on attribue h, Vagvattha des propri6t6s m^- 
dicinales merveilleuses (of. Grohmann, Medicinisches aus dem 
Atharvaveda, Indische Studien, IX); k cause de sa propriety 
de briser, par ses branches qui repoussent d'en bas, les ra- 
cines de Tarbre khfidira, d'ou son nom de vaibadha (briseur), 
on rinvoque aussi dans V Atharvaveda^ III, (6, 6), pour qu'il 
brise de mSme la t6te des ennemis. 

Comme la petite caisse ou le m^decin v6dique rassem- 
blait les simples dont il connaissait les propri^t^s, le vase du 
sacrifice destine k recevoir la boisson divine, le soma, devait 
etre en bois d'agvattha; on Tappelait simplement agvattha; 
dans la Ch'andogya-Upanishad (parce que siir cet agcaUha 
on pressaU le soma) on Pappelle somasavana; ce qui peut ser- 
vir k mieux eclaircir le mythe des Ribhus et leur miracle de 
la multiplication des coupes du sacrifice. Une fois que tout le 
ciel est repr6sent6 comme un seul arbre gigantesque et pr6ci- 
s6ment comme un seul agvattha, il est naturel que les artistes 
divins, les charpentiers celestes s'adonnent k fabriquer des 
coupes, dont I'arbre divin, le ciel, leur fournit la matifere m6- 
puisable. Toutefois, d'apr^s le Yag'urveda (le noir et le blanc), 
les coupes de sacrifice 6taient en bois de nyagrodha, 

Dans le langage philosophique , les V6das figurent conmie 
les branches de Tarbre a^a^Aa^ qui n*aniconmiencement, ni 
fin. II est devenu enfin Tarbre de la sagesse par excellence, adore 
sp6cialement par les G'al'nas et paries Bouddhistes, sous le nom 
de Bodhipddapa, Bodhidru, et simplement de Bodhi; dans la 
langue populaire, Bo. Le Edg'anighantu qualifie cet arbre de 
tjdg'nikah (sacrificiel) , grirndn (bienheureux), viprah (sage), 



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NOTIONS L^GENDAIRES SUE GERTAINES PLANTES INDIENNES. 137 

sevyah (digne de culte). Les Bouddhistes ont h6rit6 des ancien- 
nes croyances v^diques le culte de Va^attha, lis content qu'k 
rheure oti naquit le Bouddha, tandis qu'autour de Kapilava- 
stu surgissaient des bois magnifiques, une tige prodigieuse de 
I'arbre agvaUha poussait au centre mdme de riinivers. G'est 
une branche d6tachee sans doute de Vagvattha cosmogonique, 
de Vagvattha, du pippala, qui donne Tambroisie; dans une 
source g'alna, on I'appelle Varhre de hit (cf. Senart, Essai sur 
la Ugende de Buddha, 2407. M. S6nart r^produit k ce propos 
le passage bien connu du R'igveda (I, 154) qu'il traduit ainsi: 
« Deux oiseaux, amis et compagnons , tiennent embrassS (?) un 
m^me arbre; Fun.... mange la figue succulente, Tautre ne mange 
pas et regarde,... cette figue quW dit Stre k son sommet 
n*est pas le partage de celui que ne connait point le p^re, etc. » 
C'est le mSme arbre agvattha dont parle VAtharvaveda (X, 
4, 3), qui pousse au troisi^me ciel et produit Tambroisie sous 
le nom de kustha, ou fleur de VamrUa. Celui qui mange Tam- 
broisie devient sage; Tarbre cosmogonique des V6das se trans- 
forme en arbre de sagesse sous lequel naturellement va se r^fu- 
gier le sage par excellence, Bouddha. La Soci^t^ Asiatique de 
Londres, sans doute k cause de cette haute signification, 
adopta k son tour comme embl^me Tarbre agvattha, le bodhi' 
druma ou hodhitaru. 

Get arbre, qui personnifie le Bouddha et la sagesse uni- 
verselle, revient souvent dans les relations des p^lerins boud- 
dhiques de la Chine (cf. « Travels of Fahhian and Sung-Yun 
bouddhist pilgrims from China to India — 400 a. D. and 518 
a. D. > —Translated from the Chinese by S. Beal, London, 1869). 
On y lit que la seule place indiqu^e par les dieux comme pro- 
pice k Tacquisition de la science supreme se trouve sous Tar- 
bre Peito. Petto est la transcription chinoise du mot patra 
(feuille); Tarbre, ne perdant jamais ses feuilles, est d^nomm^ 
d'apr^s sa partie caract^ristique : il parait qu'il s'agit ici d'un 
palmier; mais M. Beal ajoute: «Dans toutes les autres rela- 
tions, il est dit que Tarbre sacr6 dont il est question ici, est 
le pipal, e'est-k-dire la ficua rdigioaa. II est dit ensuite dans 



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138 A. DE 6UBERNATIS. 

la mdme relation chinoise que les dieux bMirent de Tarbre 
Sal {shared rabusta) k Tarbre Ba (ficus religiosa) un chemin 
superbe de la largeur de 3,000 coud^es ; le jeune prince Boud- 
dha parcourut ce chemin pendant la nuiti entour6 par les 
Devds, les Ndgds et par d'autres etres divins. Sous Tarbre 
Pei'ta, Bouddha se promena de Test k I'ouest et fut ador§ 
pendant sept jours par les dieux ; ensuite les dieux construisi- 
rent au nord-ouest de I'arbre un palals d'or, oCi Bouddha 
demeura pendant sept jours. Ensiute se rendit au lac Mukha- 
linda, od il se r^fugia k Tombre de Tarbre Midella. Alors la 
pluie tomba pendant sept jours; le n^a Mukhalinda sortit 
du lac et abrita Bouddha avec son chaperon. » Le chaperon 
semble ici remplir Toffice de Tarbre qui couvre. 

L'arbre s'identifie tellement avec Tetre de Bouddha que cha- 
que injure faite k Tarbre, Taffecte lui-m^me ; en parlant des 
arhres anthrapoganiques et du sang des arbres, nous avons eu 
lieu de remarquer la connexion intime ^tablie par Timagi- 
nation populaire entre la vie de Thomme et la vie de Tar- 
bre. La 16gende de Bouddha ajoute un exemple lumineux k 
la s^rie des contes mythologiques sur Tarbre humain. Les p6- 
lerins chinois rapportent que Bouddha, d^s le d^but de sa 
conversion, se retirait habituellement sous Tarbre Peita pour 
m^diter et jeilnec. La reine en fut troubl6e et, dans Tespoirde 
ramener Bouddha k la maison, donna Tordre d^abbattre le 
Peito. Mais, k la vue de I'arbre abbattu, si cruelle fut la dou- 
leur du sage qu'il tomba k terre ^vanoui. On Taspergea d*eau 
et, lorsqu'k grand peine il edt repris connaissance, il r^pan- 
dit sur les racines cent cruches de lait, puis, se prosternant 
la face contre terre, pronon^a ce voeu: «Si I'arbre ne doit 
pas revivre , je ne me releverai plus. » L'arbre k I'instant 
mgme poussa des branches et, petit k petit, s'^eva jusqu^k 
la hauteur pr^sente, qui est de 120 pieds. Le nombre des 
iicus religiasa, qui sont devenus un objet de culte pour les 
Indiens et sp^cialement pour les Bouddhistes, serait infini. 
Je me contenterai ici de noter que ce culte est encore vi- 
vant dans I'lnde et que M. Rousselet a pu le constater dans 



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NOTIONS Ll^OENDAIRES SUR GBRTAINES PLANTES INDIENNES. 139 

son recent Voyage au pays des Radjas, en parcourant le 
B^har: « A une petite distance, dit-il, dans le sud de Gaya 
se trouvent les ruines des c^l^bres ^tablissements bouddhi 
ques qui s'^taient 61eY6s autour du fameux pipal du Buddha 
I'arbre Bodhu Les pel6rins brahmaniques vont encore aujour 
d'hui adorer cet arbre ou celui qui I'a successivement rem 
plac^ au meme endroit depuis deux mille cinq cent ans. L^ar 
bre actuel n*a gu5f e plus de deux k trois cents ans et ne pa 
rait pas devoir vivre beaucoUp plus longtemps ; car il a perdu 
la pi apart de ses branches. II occupe le sommet d'une terrasse 
dont on pent reconnaltre Tauthentique origine bouddhique 
aux fragments 6pars de la balustrade qui Tentourait et qui 
reproduit le genre de Sanchi. En avant de Tarbre sacr6 , est 
un temple de briques dans lequel le g^n^ral Cuningham a 
cru reconnaitre I'^difice 61ev^ par Aqoka , vers 250 avant J6- 
sus-Christ.» h'agvattha est aussi specialement consacr^ k 
Vishnu; ilapparatt toujours comme un arbre lumineux: le beau 
pijppala, supippala {Yag'urveda noir, I, 2, 2), le pippala lui- 
sunt (B'igveda, V, 54). Dans le quatritoe acte de VUUarard- 
fnac'aritra, le prince Lava porte comme indice de sa royaut6 
un bMon de pippala. 

On a souvent confondu Vagvattha ou pippala, c'est-k-dire 
la ficm religiosa avec le vat*a, ou nyagrodka, ou /?cms indica, 
dont Tun des noms sanscrits, est aussi bahupddah, c'est-k- 
dire celui qui a heaucoup de pieds, (Inutile de dire que la plante 
qu'on appelle a Naples , en Sicilie et sur les cdtes de TAfri- 
que figuier de Vlnde, n'a aucun rapport avec la /Jews indica. 
Si je r^unis ici deux arbres differ ents, comme la ficm rdi- 
giosa et la funis indica, c'est surtout k cause de leurs rap- 
ports mythologiques.) Dans le langage v^dique, on les appelle 
tons les deux gikhandin. Le vat'a ou nyagrodha, ou ficm in- 
dica (banian-tree des Anglais) que Dhanvantari, k cause de sa 
grandeur, appelle mahdcVaya et vanaspati, renait de ses pro- 
pres branches, ou de son tronc, d*ou les noms de skandhag^a 
(ni du tranc) ; de avaroM (celui qui pousse d'en has) ; shandha- 
ruha (qui pousse sur son propre tronc) ; pddarohana (qui pousse 



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140 A. DE 6UBERNATIS. 

8ur ses pieds); et se confond, dans le ciel, avec Tarbre cosmo- 
gonique. La mythologie indienne connait un enorme v<xta 
qui pousse sur la montagne Supar<^ya, au sud de la monta- 
gne celeste Meru; il occupe, dit-on, sur le sommet de la 
montagne Tespace de onze yog'anda. Dans le Vishnu^Purana 
il Skagit au contraire de onze cents yog^ands, de la montagne 
Vipula et de Tarbre pippala. 

Le vat'a joue un certain r6le dans la l^gende de Krishna; 
le professeur Weber, d'apr^s 1& Qrig'amndshtamtvratakatha, 
nous apprend que e'est sous Tarbre vat'a que se r6fugia De- 
vakt enceinte de Krishna; Devakt 6tait triste ; elle crai- 
gnait que le terrible Kansa ne fit mettre k mort son septi^me 
enfant Krishna, comme il avait fait mourir les six pre- 
miers. Ya^dd, pour la consoler, lui livre sa propre fiUe, 
qui est tu6e par les serviteurs de Kansa , pendant que 
Krishna se sauve. G'est au pied d'un figuier gigantesque, 
un hhandtra, pr^s du mont Govardhana, que le Krishna 
bouddhique joue avec ses compagnons et par sa presence 
rend lumineux tout ce qui Tentoure. Le pippala ou agvat- 
tha v6dique est hant6 par les oiseaux qui en mangent les 
douces figues; de m^me les perroquets de Flnde peuplent le 
vat'a; dans une strophe du Saptagataka de Hllla, on lit que 
des gens simples se trompent en confondant les perroquets 
qui demeurent sur le vat'a avec des perles. G'est la meme con- 
fusion qui, k r^ge v6dique, fit prendre le soleil et la lune, 
ces deux grandes perles du ciel , pour deux oiseaux qui han- 
tent tour k tour Tarbre celeste pippala. Mais ce qui expliquera 
encore mieux pourquoi nous avons rapproch6 la ficm indica 
de la ficus rdigiosa, c'est le culte presque 6gal dont les deux 
arbres jouissaient chez les Bouddhistes. Nous lisons dans les 
voyages des p616rins chinois, Fahian et Sung-yun, traduits 
par Samuel Beal, que sous un vat'a ou nyagrodha, c'est-k-dire 
sous une ficus indica, le Bouddha s*assit, tourn^ vers TOrient 
pour y recevoir les hommages de dieu Brahma. Get arbre de 
Bouddha, cet arbre du sage par excellence, devait devenir 
tout naturellement comme Vagvattha, non pas seulement Tar- 



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NOTIONS LIEGENDAIRES SUR CERTAINES PLANTES INDIENNES. 141 

bre de la sagesse, mais encore Tarbre de sages et des peni- 
tents indiens. Arrien les avait, en efifet, trouv^ sous cet ar- 
bre, qu'on appelle, dans le langage populair, her. II existe 
dans rindo un de ces figuierg qui jouit d'une v6n6ration toute 
particulifere; il en est fait mention dans le second livre du Ed- 
m&yana, dans le premier acte de VUUara Bdma Caritra, 
dans le Kurmapurana et ailleurs. 

Je dois maintenant rapporter la description que Pietro 
Delia Valle, ecrivant de Surate, a trac^e de ce vcU'a merveil- 
leux au commencement du XVIP sifecle. « D'un autre c6t6 de 
la ville, dit-il, sur un large emplacement, on voit surgir un 
arbre magnifique semblable k ceux que j'avais remarqu6s pr^s 
d'Hormuz et qu'ils appelaient Ik-bas lul; mais ici, on les ap- 
pelle her. Les pal'ens de ce pays ont pour cet arbre une grande 
v6n6ration k cause de sa grandeur et de son antiquity ; ils les 
. visitent et Thonorent de leurs c6r6monies superstitieuses , pen- 
sant que la d6esse Parvati, la femme de MahadSu, k laquelle 
il est d^die, le protege. Dans le tronc de cet arbre, k une fai- 
ble hauteur du sol, ils ont sculpts une esp^ce de bosse ron- 
de, qui est cens^e repr^senter la tete de Tidole, quoiqu'on 
n'y puisse reconnaitre aucune figure humaine. Mais on teint 
ce pr^tendu visage en rouge, d'apr^s leur rite religieux, qui 
rappelle celui des Romains barbouillant de vermilion le visage 
de Jupiter, k ce que rapporte Pline. Tout autour, on le cou- 
vre de feuilles de I'arbre qu'ici on appelle pan, mais dans 
d'autres parties de Tlnde, hetle. Ces feuilles et les fleurs qui 
ornent I'idole doivent etre toujours fratches, et on les change 
souvept. Les p61erins qui viennent visiter Tar bre, re^oivent 
comme pieux souvenir les feuilles s^ches que Ton d^tache 
pour les remplacer. L'idole a des yeux d'argent et d'or, et 
porte des bijoux, offerts par des personnes pieuses qui lui 
ont attribu6 la gu^rison miraculeuse de leurs yeux malades.... 
lis ont le plus grand soin de Tarbre , de chacune de ses bran- 
ches, de chacune de ses feuilles, et ne permettent point que 
b^tes ni hommes Tendommagent, ou le profanent. On raconte 
k ce propos qu'un 6l6phant, ayant un jour mang^ une seule 



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142 A. DE GUBERNATIS. 

feuille de cet arbre, en fut ch^ti§ par Tidole qui le fit perir an 
bout detrois jours. (II paralt aussi que l*^l6phant est ^galement 
avide des fruits de Vagvattha, puisque i'un des noms sanscrits 
de cet arbre est ga^a^na, nourriture de T^l^pbant.) On ne 
pent pas contester cet ^v^nement, mais j'ai appris que les 
gardiens de Fidole, pour maintenir sa reputation, avaient 
empoisonn^ r^l^phant auteur du sacrilege. » 

Un autre voyageur, Vincenzo Maria da Santa Caterinai 
dans son voyage aux Indes oriefitales, parlant de ce m^me 
arbre, nous apprend que les Indiens ne ie coupent jamais ni 
le touchenk avee le fer, de peur che le dieu cach6 ne se venge 
en leur 6tant la yue. Meme les endroits oil jadis s'^levait im 
vata ou un agvattha gardent leur caractere sacr^. C'est ce que 
nous apprend le SaptagcUaka de.Hala,6dit6 et traduit par We- 
ber. € Semblable k la place oil s'^levait autrefois, prte du vil- 
lage, le grand figuier maintenant d^racin^, tout lieu ennobli 
par un homme vertueux conserve sa reputation, meme s*il 
s'absente. > Mais ce vat'a (ficus indica) de Pietro Delia Valle , 
M. Rousselet, dans son recent voyage. Fa encore trouv6 dg- 
bout: cPrfes de la Nerbudda, non loin de Surate, s'ei^ve dit- 
il, le fameux Kabira bdr (nos voyageurs, les p^res Sebastiani 
et Vincenzo Maria da Santa Gaterina, au XVII*" siecle, Fappe- 
laient bar4), le plus vieux et le plus gros banian de Tlnde. 
D^apr^s la tradition, il fut plants par le sage Eabira bien 
avant F^re chr^tienne > (Voici une donn^e de plus qui ren- 
voie Kabir k une 6poque bien plus 61oign6e qu'on ne le sup- 
pose, et qui me persuade de plus en plus que le personnage 
a €[6 i^gendaire). L^amulette toute puissante dont il est ques- 
tion dans le second livre de VAtharvaveda, image r^duite de 
nyagrodha ou ficus indica, cette amulette aux mille tiges, k 
chacune desquelles est attribu^ une propriety magique sp6ciale, 
rappelle au professeur Weber Fusage populaire allemand de 
boire contre la fi^vre Feau du Wegerich aux quatre-vingt-dix- 
oeuf racines (cf. Wuttke, Der deutsche Volksaherglaube der 
Gegenwart, 529); le culte du chene, en Europe, rappelle k cer- 
tains ^gards le culte indien de VctgvaJttha et du vat'a. 



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NOTIONS L^GENDAIRES SUR CERTAINES PLANTES INDIENNES. 143 

Ai'r AHASAKA, proprement sembktble audieu Attahasa (c'est- 
k-dire celui qui rit tout haut), qui n'est autre que Qiva. Atta- 
hdsa a les cheveux h6riss6s; par une allusion nouvelle, atta- 
hdsaJea d^signe, en Sanscrit, le Jasminum hirsutum. La^m§me 
plante s'appelle aussi Kunda ou Kundapushpa, c'est-k-dire la 
fleur Kunda; les deux termes sont synonymes: Kunda est, en 
effel, le nom de Tun de tr^sors du dieu de la richesse Kuve- 
ra , et I'une des formes bien connues du dieu (Jiva. 

Ataka ou QIpala, ou QiftvALA, noms sanscrits d'une plante 
indienne, identifiee avec la Blyxa octandra Rich. Dans les c6- 
r^monies fun^raires indiennes di§crites par Agvalaiyana (IV, 4), 
cette plante semble jouer un rdle essentiel. On la place dans 
un creux que Ton pratique au nord-est du Feu Ahavaniya, 
et on pretend que Tame du tr6pass4 passe par ce creux et 
monte avec la fum^e au ciel. D'apr^s VAtharvaveda (IV, 37) , 
les Gandharv^s mangent de cette plante; rien d^ailleurs de 
plus naturel, puisque Vavakd ou (ipdla est une plante aquati- 
que, et 11 est bien connu que le domaine des gandharvds (eeux 
qui marehent dans lea parfums, dans Vonguent; cf. dans ma 
Myihohgie des animaux le chapitre sur T^ne, Vasinus in un- 
guento, I'^ne de Sil^ne et Ykne musicien, od Ton parle aussi 
de Vonokentauros) est I'eau. Dans le Rigveda (X, 68), il est dit 
que Ton chasse par la lumifere Tobscurite de I'atmosph^re, 
ainsi que le vent emporte le ^pdla sur les eaux. Sans doute, 
le ^tp6la repr§sente ici le sombre nuage; ainsi que le vent 
chasse le nuage de Toc^an celeste, de m§me il pousse sur les 
eaux rherbe aquatique qui donne la nourriture aux gardieps 
des eaux, aux gandharvds. Le mythe est transparent. 

Badar! ou Badara. — II est curieux que la langue alte- 
mande ait retrouv^ pour nommer les mamelles une image 
parfaitement analcfgue k cette qui 6tait n6e bien avant dans 
rinde. On appelle en allemand les mamelles hrustheerm, c^est- 
k-dire haies de la poitrine; la mamelle et pr6cis6ment le ma- 
melon s^appellent aussi, en Sanscrit, du nom d^une baie rou- 
ge, badara ou hadati^On lit dans le Saptagataka de H^la que 
la jeune femme montre toute joyeuse h son mari le badara 



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144 A. DE 6UBERNATIS. 

marqu^ par les deux premieres dents de Tenfant qui suce le 
lait. Dans une autre strophe du meme auteur, on compare 
les vieilles femmes qui ^loignent les jeunes amoureux de leurs 
jeunes amies aux fruits aveuglants du badara. Nous compren- 
drons mieux ce proverbe par d'autres qui se trouvent dans 
la belle collection du professeur Bohtlingk (Indische Spriiche, 
I, 425, 645), oh Ton s'6tonne que I'abeille qui ne s'arrSte 
point sur le haktda bourgeonnant, aille se poser sur la ha- 
dart, que I'abeille quitte le miel du lotus pour s'arrdter sur le 
kutag^a (Wrightia antidysenterica). La badart n'a qu*une belle 
apparence ; en fait, elle ne vaut rien , ce qui fit dire k un au- 
tre poete indien {Indische Spriiche, II, 3644) , que les hommes 
vertueux ressemblent aux noix du cocotier, remplies d'un jus 
suave h rint^rieur et rudes au dehors, tandis que les hom- 
mes m^chants ressemblent souvent aux fruits de la hadari qui 
sont seulement beaux. Je ne saisis pas bien le sens d'un au- 
tre proverbe indien oCi Ton donne le nom de hddardyana k 
cette esp^ce de parents, oti Ton voit un parent qui d^pense 
tout ce qu'il a pour les autres parents; les parents lui di- 
sent: Gardez pour vous.la racine de la hadart, pour nous 
Tarbre de la badari. Peut-Stre s'agit-il ici d'un central rui- 
neux semblable k celui qui se fit entre le renard et le loup. 

Balbag'a (Eleusine Indica), nom d'une herbe v^dique em- 
ployee dans les f^tes religieuses indiennes comme liti^re; ce 
caract^re sacr6 tenait peut-^tre au culte religieux de la va- 
che, puisque, d'apr^s le Yag'urveda noir, cette herbe, tr^s- 
commune, pousse partout ou une vache f^cond^e est all6e 
pisser. Avec cette herbe sacr6e, dans Tkge vedique, on tres- 
sait des paniers; un chantre vedique, d'apr^s un hymne du 
Bigveda (VIII, 55), recjoit cent paniers faqonn^s avec le balhag'a, 

Bambou. — Ce bois, consid6r6 comme le plus pur de 
tons les bois, joue un certaine rdle dans les noces indiennes. 
L'abbe Dubois, dans sa « Description de Tlndo nous ap- 
prend que les jeunes mari^s indiens doivent entrer dans deux 
corbeilles de bambou, plac^es Tune k c6t6 de Tautre, et s'y 
tenir, pendant quelque temps, debout. La tribu sauvage des 



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NOTIONS LEGENDAIRES SUR CERTAINES PLANTES INDIENNES.' 145 

Garrows, dans Tlnde, n'a ni temple, ni autel; mais ces sau- 
vages dressent devant leurs huttes, et ornent, avec des fleurs 
et des touffes de colon, un pilier de bambou, devant lequel 
ils font leurs ofifrandes k la divinity. Les anachor^tes indiens 
portent comme symbole qui les distingue du vulgaire, un 
long b§,ton de bambou h sept noeuds. 

Basilic (Ocimum; cf. tulast).—Geiie herbe, chere au 
femmes, joue un grand role dans la tradition populaire grec- 
que et italienne; on lui attribue une double signification 6ro- 
tique et funeraire. Pline nous apprend que, lorsqu'il s'agissait 
de f^conder les cavales et les anesses , on leur donnait k man- 
ger du basilic. Le professeur Saraceni m'6crit de Ghieti (Italic 
m^ridionale): « Toutes nos jeunes fiUes cueillent une touffe de 
basilic, et la placent sur leur sein, en leur ceinture (probable- 
ment comme un embl^me de chastet6 et de virginity). On croit 
aussi que I'odeur du basilic engendre la sympathie, d'ou provient 
son nom: Bacia-nicola , c'est-k-dire, haise-moi, Nicolas, (1) II 
est done fort rare qu'un jeune paysan aille faire visite k sa 
bieE-aim6e sans porter sur Toreille un brin de basilic ; mais ils 
ont soin de ne pas le donner, parce que c*e serait une preuve de 
mepris. » En Toscane, on appelle le basilic amorino. Je rap- 
pellerai, k ce propos, le role que Ton attribue au basilic dans 
le vingt-deuxifeme conte de Gentile Sermini, contour Siennois 
du XV si^cle. Un pot de basilic que la jeune femme ote de 
sa fenetre doit avertir son amoureux qu'ilpeut monter. Gentile 
Sermini en tire la consequence que le basilic est un entremet- 
teur (fa da mezzano), Cependant, le plus soujrent, le basilic 
a une signification sinistre. Les anciens grecs pensaient que, 
lorsque Ton semait le basilic. Ton devait accompagner cet 
acte par des injures, sans quoi il n'aurait pas bien pouss6; 
d'oti s'explique le proverbe semer le hasUic, Equivalent de mi- 
dire. Dans Tile de Cr^te, le basilic est un symbole de deuil, 
quoiqu'il se trouve sur toutes les fen^tres dans les maisons 



(1) n est possible qu'une pareille denomination soit o^e en Italie par la 
confusion entre les mots basilico et basinico. 

Atti del IV Congresso degli Orientalisti. — Vol. II. iO 



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146 A. DE GUBERNATIS. 

de campagne. Nous lisons, dans un chant poptdaire cretois 
recaeilli par M"* Schwartz (Mpis Melaina): c Basilic! herbe 
de deuil, fleuris sur ma petite fenetre; moi aussi je vais me 
coucher dans la douleur, et je m'endors en pleorant. > Je suis 
done tr^-tente d'attribuer one origine hellenique au conle 
de Boccace, oil il est question d'Isabetta de MessinCi ^la- 
quelle ses fr^res enl^vent le pot de basilic, sous Icquel eile 
gardait le tete de son amant, que les fr^res d*Isabetta avaient 
tu6. Sur ce sujet, au XIV* si^le, fut compos^e une chanson 
populaire, qui fait partie d'un manuscrit de la Bibliotheque 
Laurenziana. (1) EUe commence ainsi: 

Questo fu lo male cristiano 

Che mi faro la resta 

Del bassilico mio selemontano. 

Cresciat* era in gran podesta , 

Ed io lo mi chiantai colla mia mano. 

Fu lo giorno della festa. 

Chi guasta V altrui cose e villania , 

E grandissimo il peccato , 

Ed io , la meschinetta ch' i* m' avia 

Una resta seminata , 

Tant* era bella , all' ombra mi dormia , 

Dalla gente invidiata ; 

Fummi furata e davanti alia porta, etc. 

L'allure, ainsi que le ton de cette chanson et du conte 
du Decamerone, est enti^rement populaire et legendaire, et 
nous fait remonter k quelque 6v6nement plus ancien que le 
XIV® si^cle, quoiqu'il soit probable que quelque evenement 
analogue, arriye k Messine du temps de Boccace, ait loca- 
lise la ] Agendo. On a 6te assez frapp^ de la grande ressem- 
blance que presentent souvent entre eux les contes siciliens 
et une certaine serie de contes russes ; mais tout 6tonnement 
doit cesser, si Ton pense seulement que la provenance d'un 
tr^s grand nombfe de contes russes et siciliens est commune, 
c'est-k-dire essentiellement byzantine. G'est en Grfece qu'il 



(I) Cf. Rubieri, Storia della Poesia popolare italiana, Florence, 4877. 
Le mot chiantai trahit I'origine sicUienne de la chanson. 



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NOTIONS Ll^GEND AIRES SUR GERTAINES PLANTES INDIENNES. 147 

faudrait done, k mon avis, chercher la clef mythologique du 
conte sicilien dlsabetta dont Tamoureux se transforme en ha- 
attic (probablement par T^quivoque enlre le nom de cette 
herbe et le petit lasile, le petit prince), ainsi que du conte 
russe qui se rapporte au BasUiek « le bluet > (cf. le mot bluet). 
D'apr^s les Apamasaris Apotelesmata (Francfort, 1577, p. 269), 
si Ton voit en songe le basilic, c^est de mauvais augure: < Si 
quis visus fuerit ab alio accepisse ocimum, sive basilicum, 
sollicitudinem et serumnam inveniet, pro accepti ocimi copia. 
Quod si notus est qui dedit, per ipsumet aut alium ei simi- 
lem adfligetur; sin autem, per inimicum. Si ocimum sevisse 
visus sibi fuerit, idque succrevisse, sollicitudinem inveniet ac 
torturam cum miseria. Si videre visus fuerit in loco prsediove 
suo magnam ocimi copiam succrevisse, hoc ad domesticorum 
ipsius ploratum et adflictionem referatur; quod si et ipse 
sumpsit ab eis ocimum, particeps doloris erit; sin autem, do- 
lor ad ipsos dumtaxat pertinebit. > On trouvera au mot tula^ 
une plus longue description de V ocimum sanctum de Flnde, et 
ses rapports l^gendaires avec le bluet; je remarque cependant 
ici que V ocimum, cultiv6 et v6n6r6 par le peuple du Malabar 
sous le nom de coUd , rappelait d^jk k notre missionnaire Se- 
bastiani, du XVIP si^cle, notre basilic sauvage. € Colld, dit- 
il , est une herbe qui ressemble au basilic sauvage, d^di^e a Ga- 
navedi (Gane^a); ils le gardent dans une toute petite chapelle 
(pagodino) decouverte, au-devant de leurs maisons, ainsi que 
nous plantons des croix devant les 6glises. > Dans le meme 
si^cle, un autre voyageur italien, le p^re Vincenzo Maria da 
Santa Caterina, compare Therbe coUd avecle basilic, qu^il ap- 
pelle gentile, c'esf-k-dire au basilic de nos jardins : « Presque 
tons, specialement les habitants du nord (duDekhan) adorent 
une herbe semblable k notre Basilica gentile, ayant cependant 
une odeur plus aigue. lis Tappellent coUd; ehacun, devant sa 
maison, el^ve un petit autel, enfoured'un mur de la hauteur 
d'un demi bras, au milieu duquel on place des petits piliers. (1) 



(1) On connalt la forme et la signiflcatioD pballique de ces piliers. L'herbe 
qui les eDtoure est censde d^truire toute mauvaise influence contraire & la f<6- 



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148 A. DE GUBERNATIS. 

lis ont grand soin de cette herbe ; devant elle , ils murmurent 
plusieurs fois par jour leurs pri^res , en se prosternant sou- 
vent, en chantant, en dansant, en Tarrosant avec de Feau*. 
Sur les rivages des fleuves oii ils vont se baigner, k I'entree- 
des temples, on en voit une grande quantity; ils croient en 
effet que les dieux aiment particulierment cette herbe , et que 
le dieu Ganavedi y demeure continuellement. Lorsqu'ils voya- 
gent, k defaut de cette plante, ils la dessinent sur le terrain, 
avec sa racine; voilk comment s'explique qu'au bord de la 
mer , on remarque si souvent de pareilles figures trac^es sur 
le sable. ^ 

Bassia longipolia et Bassia latifolia (en Sanscrit mdd- 
huka), — D'apr^s une 16gende dravidienne, le poete et sa- 
vant I6gendaire Tiruvallava, le saint paria, auquel on attribue 
le beau po^me moral en langue tamoule , intitule Kural fut 
abandonn^ et sauve dans son enfance sous le mddhuka. La 
Bassia latifolia joue un role considerable dans le rituel des 
amours et des manages indiens. Dans \e Saptagataka de Hida, 
traduit par le prof. Weber , il est dit que T^poux jaloux re- 
cueille lui-meme les feuilles du mddhuka, au lieu de les faire 
chercher. On devine pourquoi. Le madhuka, a cause de son 
feuillage 6pais, est recherche comme lieu de refuge par les 
amoureux; c'est Ik done que le mari jaloux a le plus de chance 
de surprendre les traitres. Dans le meme Saptagataka, un amou- 
reux s'adresse k Tarbre et fait des voeus pour qu'il continue 
longtemps k fleurir et k donner une ombre ^paisse: «0 toi 
mddhuka! dans ton ^pais feuillage, sur les bords de la Goda, 
pli^ par le poids de tes fleurs nombreuses , avec tes branches 
qui pendent jusqu'au sol, ^coute mon voeu: puisses-tu avoir 
une longue vie I » Le figuier joue un role semblable dans la 
premiere legende humaine d'apr^s la Bible; cf. aussi, parmi 
les plantes qui cachent, le myrihe et le genSvrier. 



condation. C'est pourquoi, dans I'Inde, ces petits autels sent particuli6rement 
soign^s paries femmes. L'un des uoms indiens du basilic est bhutaghni, pro- 
prement, celle qui tue les montres. 



^ 



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NOTIONS LEGENDAIRES SUR CERTAINES PLANTES INDIENNES. 149 

Bi^TEL (en Sanscrit, tdmbtUla; cf. areca), — Le traite indien 
Hitopadega attribue h la feuille de betel treize propri^tes que 
Ton obtiendrait difficilement, meme dans le ciel. (1) Gette 
feuUle est aigue, am^re, ^chauffante, douce, sal6e, astrin- 
gente; elle chasse les vents (vataghna), le phlegme {kaphand- 
gana) ; les vers (kr^imihara) ; elle emporte les mauvaises odeurs, 
elle erne la bouche; elle nettoie; elle excite la volupte. Le mis- 
sionnaire italien du XVll® si^cle, Vincenzo Maria da Santa Ga- 
terina, nous apprend, d'apr^s les traditions indiennes, que 
I'arbre du b^tel a 6t6 apporte du ciel par Arg'una, lequel, dans 
son voyage au Paradis, envola une petite branche qu'il vint plan- 
ter sur la terre. G'est en souvenir de ce fait que les Indiens qui 
desirent planter du b^tel envolent toujours les petites pousses. 
Dans Tile de Java, on m§,che le betel (proprement le siri ou 
chavica siriboa , une vari6t6 du cf^avica betel, du piper betel) , (2) 
pour devenir beau. Dans le premier conte de la Vetalapan'c'a- 
vingatt, le roi, en envoy ant une cour tisane seduire le penitent 
suspendu k un arbre, qui se nourrit seulement de fumee, a 
soin de lui donner des noisettes d'areca (bStel-^iU) , que Ton 
mange avec le betel, probablement dans Tintention d'exciter 
h la volupte. De meme, dans les noces indiennes, les jeunes 
mari^s, au moment m6me oti le manage s'accomplit, 6chan- 
gent entre eux la mtoe noisette. (3) Le voyageur italien Bart- 
hema (XVP si^cle), disait avoir appris un autre usage indien 
qui se rapporte au b^tel: « Lorsque, dit-il, le sultan veut 
faire mourir quelqu'un de sa suite, il lui crache sur la figu- 
re, apr^s avoir mang6 du betel avec Tareca; par suite de 
cette salive, qui est, dit-on, un poison, une demie-heure 
apr^s, celui sur lequel le roi aura crach6, devra mourir. » 
Peut-§tre le roi crache-t-il pour montrer son m6pris,et pour 
condamner h mort la personne tomb^e en disgrslce, que les 



(1) TAmbiilasya trayodapa gundh svarge' pi te durlabhah. 

(2) Cf. GigUoli, Viaggio intomo al Globo delta Magenta, Milano, 1876 < 
p. 138. 

(3) Cf. Ibn Batuta, cite par Yule Cathay, London, 1866. 



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150 A. DE GUBERNATIS. 

soldats vont bientdt ex6cuter, ou qui s'otera d'elle-meme 
la vie. 

BiGNONU. — L'un de ses noms indlens est kdmaddti, 
c'est-k-dire messaghre de Vamour, 

BiLVA ou ViLVA (nom Sanscrit de VAegle marmelos). — 
D'apr^s AqvalHyana, c^est du bois de cette arbre que devait 
etre fait le button du vaigya. D'apr^s le Yag'urveda noir , les 
piliers du sacrifice ^taient en bois de bUva. Dans VAtharva- 
veda (XX, 136), on compare le fruit du bilva avec le p6nis de 
rhomme. Dans un conte populaire indien, recueilli par le jeune 
Stokes, (1) il est question d'un arbre btlva (bd-tree), sdr lequel 
poussent d'abord deux fleurs , puis deux fruits, dans lesquels 
se cachent les deux enfants, le miile et la femelle (prince et 
princesse, fr^re et soeur, 6poux et Spouse, etc.), qui avaient 
^t6 tu^s par la sorciere. Les deux fruits de hilva tiennent ici la 
place des deux figuea et des deux pigeons d^autres traditions po- 
pulaires indo-europ^ennes. Le conte se rattache ^videmment h 
la s^rie des mythes phalliques solaires. Cf. aussi le long conte 
intitule: The Bil-Princesse, Le fakir, rencontr^ par le prince 
qui va k la recherche de la B4l-Frincesse, lui apprend qu'il la 
trouvera dans une grande plaine, au milieu d'un jardin, au 
centre duquel s'6l6ve Tarbre bilva\ avec un seul fruit. Dans 
ce fruit se cache la BSl-Princesse, II faut le cueillir sans le 
faire tomber sur le sol, et Temporter sans regarder en ar- 
ri6re; si le prince se retourne, les sorciers le rejoindront, 
ainsi que son cheval: tons deux deviendront de pierre et rat- 
traperont, en meme temps, le fruit contenant la Bil^Princes- 
se, pour aller de nouveau le suspendre h, Tarbre maudit, etc. 

BiMBA. — Dans le supplement au Saptagataka de HMa, 
edit6 par le professeur Weber on attribue k Vishnu ou Hari 
des l^vres de biniba. 

Bluet (centaurea cyanus, L.). — En italien, on appelle 
cette fleur fiorcUiso et, plus vulgairement, parce qu'il pousse 
dans les champs, au milieu du seigle et du froment, baUise- 

(1) Calcutta, 1879. 



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NOTIONS L^GENDAIRES SUR CERTAINES PL ANTES INDIENNES. 151 

ffoh ou bcUtisegala (qui frappe le seigle), d^ou, par corruption, 
on I'appelle encore hattisocera (qui frappe la bellem^re). En 
russe, on appelle cette fleur hasileh (prononcez vassildk, de 
Vassili ou Basile), et on raconte, k ce propos, qu'un beau 
jeune homme de ce nom fut s^duit par une nymphe russalka, 
attir6 dans les champs et transform^ en hlmt (1) Ce conte est 
probablement d^origine byzantine, ainsi que celui du basilic 
et d'Isabetta de Messine, que nous avons cit6 k Particle basilic. 
Le conte russe et le conte siciiien me semblent avoir la m^- 
me source. Les fr^res d'Isabetta tuent le jeune homme qu'elle 
aime; en souvenir de lui, Isabetta soigne le basilic dans le- 
quel elle suppose que Vkme de son amant est pass6e;le jeune 
Basilek dans la I6gende populaire de la petite Russie, se perd 
dans les bras d'une nymphe , et son £lme passe dans la fleur 
qui desormais portera son nom. Gomme la fleur de la chico- 
ry et le bluet se ressemblent beaucoup par la forme et par 
la couleur, on a pu aussi les identifier sous le rapport mytho- 
logique. Le professeur Mannhardt, dans son 6tude savante sur 
la Klytia (Berlin 1875), a compart le my the de laichicorSe 
avec le mythe indien de la tulasi {pcimum sanctum). II se- 
rait maintenant excessivement interessant d'etablir un nou- 
veau paranoic legendaire entre le basilic (ocimum) greco-ita- 
lien et le basilek (bluet) greco-russe, et d'^largir ainsi, par 
ce nouveau detail pr^cieux, le cercle de la mythologie com- 
par^e. Les latins appelaient le bluet centaurea, du centaure 
Chiron qui est cense I'avoir le premier decouvert. On ne sau- 
rait, cependant, dire, au juste, k quelle esp^ce de centaurea, 
fait allusion le pr^tendu Albert le Grand, dans son traits De 
Virtutibus herbarum, lorsqu'il entreprend la description de la 
onzi^me herbe magique: < Undecima herba k Chaldseis Isi- 
phUon dicitur, k Grsecis, Orleogonia, (2) a Latinis Centaurea 
vocatur. Hanc autem herbam dicunt Magi habere mirabilem 



(1) Cf. Markevic', Obic!ai,Povieria, etc. Maloroasian, Kiew, 1860, p. 86. 

(2) Peut-3tre ortygonia, si le nom se rapporte au bluet qui pousse au 
milieu des champs , oCi les cailles abondent. 



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152 A. DE GUBERNATIS. — NOTIONS LEGENDAIRES, ETC. 

virtutem. Si enim adjungatur cum sanguine upupae foemellae 
et ponatur cum oleo in lucerna, omnes circumslantes credent 
se esse Magos, ita quod unus altero credet suum caput sit ia 
terra et pedes in coelo; et si prsedictum ponatur in igne, stel- 
lis lucentibus, videbitur quod stelfe currant ad invicem et 
debellent; et si iterum prsedictum, cataplasma ponatur ad na- 
res alicuius^ prss timore quern habebit fugiet vehementer; et 
hoc expertum est. » 



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153 



A COPPEE PLATE '^- 

GRANT BY MTNISTEB MADHAV OR mAdHAvACHIeYA 
DATED SAUVAHAN ERA 1313 (1391 A.C.) 



BT PA.NDIT 



]^AG^i;VANLAL lJST>JElj%.Jl, 



The copper plate grant, of which I propose to give he- 
rewith a translation, has come in my possession some time 
since thro' the kindness of my friend Dr. J. Gerson da Gunha. 
I was informed by this learned doctor that he found this Gop- 
per plate grant at Goa. The inscription of the Grant occupies 
surface of three Gopper plates each 10 inches long and 7 in- 
ches broad. 

The characters of the inscription resembles the Modern 
Ndgri, with the exception of the following syllables : Dha, Ba, 
Bha, Ra, Khya and Shri, which are of slight difference to 
those used in the modern Ndgri. This difference does not 
seem simply owing to time but also owing to the peculiarity 
of style of writing current in that part of the Gountry. Its 
language is correct Sanskrit. The Inscription begins with a 
description of the donor written in verse and the latter por- 
tion of it, which describes the particulars of the grant, is writ- 
ten in prose. The donor was Madhava, who was a minister 



(1) Le tre tavolette di rame in carattere devanagarico alterato, e di un'or- 
tografia alqiianto scorretta , flguravano alia mostra orientale del Congresso de- 
gli OrientalisU, nel settembre dell* anno 1878. 

A. D. G. 



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154 BAGWAICLAL INDRAJI. 

to Bukkardja and Harihara of Yddava dynasty and Kings of 
Vijaya Nagar. He was a great learned Sanskrit scholar and 
is generally known by the Name of Mddhavdehdrya. 

The grant is dated Sdlivdhana Saka 1313, in Prajapati 
year of Brihaspati Cycle on the last day of the dark fortnight 
of the Month of Chaitor, day of the week Wednesday. 

The above day was of solar ecUpse, on which occasion 
Minister Mddhava gave a gift, to 21 Brahamins of high family 
and learning, of a village situate in the district of Vdrasa 
originally called by the Name of Paramarupa; but Madhava 
changed its name and called it Ghamundalapura after the Na- 
me of his father (Ghamunda). The inscription in question 
records this gift. 

A transcription and a translation of another similar Cop- 
per plate grant have been published by Major George Le- 
grand Jacob in B. B, E. A. Sodety^s Journal, vol. IV, pp. 115. 
The inscription on this Copper plate grant was in reference 
to a gift by Madhava of a village calling it Madhavapura 
after his own name, changing the same from its original na- 
me Kuchar. It is dated saHvahan era 1313 (1351 a G.) on the 
last of the dark fortnight of the Month of Vaisdkha, frednes- 
day, which was a day of a solar eclipse. 

Tho' these above mentioned Copper plate grants con- 
tain two separate Months of the same year, there is no doubt 
that they both refer to grants made on the one and the 
same day and occasion, it being quite impossible to have 
two soldr Eclipses occured at an interval of one month. I 
account the difference in the months 1^ the fact of there 
being two methods of calculating months prevalent in 
different parts of India , one of which is called Amaut and 
the other Purna Mduta, i. e. in the former the month is 
considered as ended at the last day of the dark fortnight 
and in the latter at the last day of the bright fortnight of a 
month. 

The late Dr. Bhao Daji has given an extract of a third 
similar Copper plate grant in his brief notes on Mddhava 



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A COPPER PLATE, ETC. 155 

and Sdyana. (1) This records a gift by Mddhava, of a Vil- 
lage, naming it Mauchaldpura after the Name of his Mother. 



TRANSLATION 

SALUTATION TO GANESHA, SALUTATION TO SIVA. 



4. Salutation to Siva yAio is beautified by chowri-like mqon 
kissing his tall head , who is a prime post (2) of the commence- 
ment of town-like miiverse. 

2. Victorious is this (Vishnu) who is the origine of this world, 
who has become a boar (3) in sport, who is beloved of Laxmf, 
on whose tuske the earth shines as if it is a beautiful leaf. 

3. This lotus-like world (4) looks handsome Kamatheswar 
(Tortoise god) having taken the place of its root and Phanipati 
(Lord of snakes) of its stalk, lines of continent being like its 
rows of leaves, all the boundering mountains its filaments and the 
Meru its pericarp. 

4. In Bharat Varsa (India) which is as it were its southern 
division is a well known country called Eamatika. In it is a town 
named Vijayd (Vijayanagara) which is unconquerable by enemies, 
which being prosperous having surpassed by its own merits even 
the town of Indra though it (the latter) remains above laughs, me- 
thidks with the pure splendour of its white cloud kissing man- 
sions. 

5. Over this (City) rules Shri Bukaraja v\rho was born from 
Shri Sangam in the family of Yadava like a new incarnation of 



(1) B. B. R. A, Society's journal. 

(2) It was customary to erect a post with a Chowri at the opening cere- 
mony of any place. 

(3) It is narrated in the Purdnas that Vishnu had an incarnation of a Boar 
for the purpose of restoring this world which was submerged in the ocean. 

(4) It is also mentioned in the puranas that a tortoise remains at the bot- 
tom over which rests the shesha and over it the world remains liice a lotus. 



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156 BAGWANLAL INDRAJI. 

Achchuta (Vishnu) , who is terrific in the both field , who has set 
his foes at defiance, who is a protector of this world. 

6. His son governs his post, who is a conqueror of the power- 
fuls, destroyer of the chiefs of enemies, to whom groups of noble 
persons have bound, who is impartial, possessor of a his army, 
the resort of all good qualities, full of riches, possessed of all 
auspicious things , thus possessing of qualities (both) of Vishnu 
and Siva, he is known by the glorious name of Harihara.(l) 

7. While Harihara, the beloved of the earth who is welknown 
as king of kings both by name and merits and whose lotuslike feet 
are touched by the crovms of all the kings , was ruling for a long 
time the land up to the northern b^k of the best of the rivers 
Krishnd , up to the Eastern sea (again) up to the Setu (Gape 
Gomorin) (and) up to western ocean. 

8. By his commands , Madhava , chief of ministers wishing to 
conquer the quarters, surrounded (beseized) the Gapital of Eon- 
kan called Goa by his army as it were by another ocean. 

9. This chief warrior of the world having by his arm destrojfed 
the multitudes of Turushka (Moslems) established there , ensh- 
rined the eradicated images of Sri Saptanatha (2) and other gods. 

10. Madhava chief of ministers, the moon (3) of the sea of nee 
tar (formed) of the renown family of Bharadvaja, son of chief 
among the Brahamins called Ghamunda, while governing the pro- 
vince of Konkan , by orders of Harihara the king , revived the na- 
tional laws burn up by the numerous flames of fire-like evil 
person. 

And this Madhavaraja, conqueror of all the kings, com- 
mentator of all the Upanisbads, proclaimer of Saivdgam, author 
of Kavyas , Donor of Mahadans (great gifts), preacher of Nitis^stra, 
adorned with all good merits , sitting on the high throne of the 
town of Goa, in the year 1313 of Salivahana Saka, in the current 
Samvatsar Prajapati, on the last day of the dark half of the month 
of Ghaitar, Wednesday, when the moon was in its Asavani Man- 
sion, on Priti Yoga, on the auspicious occasion of the solar 
eclipse, gave in charity in the manner acceptable a village called 



(1) The qualities mentioned in this verse apply also to Siv and Vishnu. 

(2) This is the name of a wellknown Mahadeva of Goa. 

(3) It is belowed that the moon is home of the ocean. 



k 



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A COPPER PLATE, ETC. 157 

Paramarupa in the district of Varsa after calling it Ghaudalapura 
after the name of his father , to twenty one Brahamins , who pos- 
sess pure linneage and bearings , fully acquainted with fourteen 
sciences, punctual in performances of the six Karmas, scholars 
of Rik Sdkka. Particulars of the names and Gotras of these (Braha- 
mins) are as follows. 



To Vamana Patavarohana , son of Ramdeva Pattavardhana , 
of Kasyapa Gotra. — One vrati. (1) 

To Damodara Bhatta son of Mahadeva Bhatta , of Vasishtha 
Gotra. — One vrati. 

To Ajja Bhatta , son of Narayana Bhatta , of Vasishtha Gotra. — 
One vrati. 

To Hari Bhatta, son of Ramdeva Bhatta, of Kasyapa Gotra.— 
One vrati. 

To Kesava Bhatta, son of Nagadeva Bhatta, of Bharadvaja 
Gotra. ~ One vrati. 

To Kesava Bhatta, son of Vettala Bhatta, of Vasishtha Go- 
tra. — One vrati. 

To Hari Bhatta, son of Mahadeva Bhatta, of Vasishtha Go- 
tra. — One vrati. 

To Janu Bhatta, son of Mahadeva Bhatta, of Atreya Gotra. — 
One vrati. 

To Mailara Bhatta, son of Rama Bhatta, of Parasara Gotra.— 
One vrati. 

To Gangadhar, the astrologer , sonofNarana, the astrologer, 
of Kasyapa Gotra. — One vrati. 

To Damodara Bhatta, son of Mahadeva Bhatta , of Bharadvaja 
Gotra. — One vrati. 

To Mahadeva Bhatta, son of Ajjam Bhatta, of Bharadvaja 
Gotra. — One vrati. » 



(1) Vrali signified something given to Brahamins to maintain themselves 
upon. 



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158 BAGWANLAL INDRAJI. — A COPPER PLATE, ETC. 

To Mah&deva Bhatta, son of Narana Bhatta, of Bharadvaja 

Grotra. — One vrati. 
To Sadam Bhatta, son of Yettala Bhatta, of Bharadvaja Go- 

tra. — One vrati. 
To Nirana Bhatta, son of Mallinatha Bhatta , of Atreya Go- 

tra. — One vrati. 
To Narahari Bhatta, son of Yettala Bhatta, of Bharadvaja Go- 

tra. — One vrati. 
To Ananta Bhatta, sou of Govinda Bhatta, of Vasishtba Go- 

tra. — One vrati. 
To Kesava Bhatta, son of Ajjam Bhatta, of Bharadvaja Go- 

tra. — One vrati. 
To Jdnu Bhatta , son of Ajjam Bhatta , of Bharadvaja Gotra.— 

One vrati. 
To Harihara, son of Bhiraadeva, of Sdndilya Gotra. — One 

vrati. 
To Pemanna, son of Ankapana, of Bharadvaja Gotra. — One 

vrati. 

These are the particulars of the names and Gotras of 
twenty one Brahamins. 

Of these the chief of Ministers, called Narahari home in 
the pure Atri Gotra, son of Brahamarasa, who is brought 
up by the sprinkling of the nectar-like kind regards of Vidyd- 
sankar, who is appointed (minister) by Mddhavaraja, pur- 
chased the Vrati of Mailarabhatta and the Vrati of Gangadhar, 
the astrologer, by paying liberally, in the Royal Court and in 
the presence of the families of Brahamins and other residents 
of that city and gave these two Vratis in charity with the 
consent of his wife, sons and others, to the learned Braha- 
min called Krishnapattavardhana of the Kasyapa Gotra with 
a fall of the gift of Gold water. 



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159 



BEMERKUNGEN UBER DEN INDISCHEN 

REFORMATOR KABIR 

VON 

I»rof. XRUMDPI* in Aliinohen. 



Wenn ich es hier unternehme , einige Bemerkungen iiber 
den beriihmten indischen Reformator Kabir zu machen, so 
geschicht dies, urn der offentlichen Aufforderung zu entspre- 
chen, die Herr Prof. Angelo de Gubernatis an mich in seiner 
verdienstvoUen Herausgabe der, Schriften des Capuciner- 
monchs Marco della Tomba gerichtet hat. Ich kann zwar 
seinem dort ausgesprochenem Wunsche nicht vollig entspre- 
chen, werde indessen versuchen, dasjenige iiber Kabir hier 
zusammen zu stellen, was ich im Verlaufe meiner friiheren 
Sludien gesammeit babe. 

Es scheint iibrigens, was hier nur beilaufig bemerkt sei, 
Herrn Prof. Angelo de Gubernatis entgangen zu sein, dass 
ein Theil der Uebersetzungen von Marco della Tomba schon 
fruher veroffentlicht worden ist. Schon Wilson erwahnt dies 
im XVI Band der « Asiatic Researches, > pag. 59, wo er sagt: 
« A curious Italian work on the Kabir Panthis, entitled but 
not accurately, ^'Mulpanci," intending no doubt ^ Mulapanthi,'' 
or radical disciple, not as rendered " Delia radice, " is pu- 
blished in the third volume of the ^ Mines of the East; " it 
was found amongst the papers of the Propaganda and is com- 
mum'cated by monsignore Munter, Bishop of Zealand in 
Denmark. It is to be presumed, that it is intended to be a 
translation of some Kabiri work, but how correctly it deser- 
ves this character, may be questioned; much of the phra- 



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160 TRUMPP. 

seology of the sect is indeed closely followed, but the minute 
and ridiculous details of its cosmogony, are, with very few 
exceptions, exceedingly different from those notions entertained 
by the followers of Kabir, as explained in the Bijeks or Sukh 
nidh^n. The extrait published in the ** Mines" appears to be 
a portion, the second book of some work thus described: 
« D libro primario dei Cabiristi (specie di riforma della genti- 
litk) si chiama: Satnam Kabir; questo libro h fra le carte di 
Propaganda. > Wir werden auf dieses Urtheil von Wilson 
spater zuruckkommen. 

Es ist gewiss am Platze, dass die Wissenschaft sich auch 
mit den neueren Erscheinungen "auf dem Gebiete des religio- 
sen Lebens in Indien befasse. Im Verhaltniss als die neu- 
indischen Sprachen einer wissenschaftlichen Untersuchung 
und Erforschung unterzogen werden und dadurch das Ver- 
standniss der schwierigen mittelalterlichen Hindu! Poesie 
gefordert wird, wird es auch moglich werden, solchen interes- 
santen Fragen, die schon den gelehrten H. H. Wilson be- 
schaftigt haben , mit mehr Aussicht auf eine erfolgreiche Lo- 
sung naher zu treten. Es gebiihrt darum unser besonderer 
Dank Herrn De Gubernatis, dass er die Frage iiber die Per- 
sonlichkeit Kabirs, der in der religiosen Entwicklung Indiens 
eine so hervorragende RoUe spielt , vor die Mitglieder des IV 
Congresses der Orientalisten gebracht hat um, nach dem 
Vorgange von Wilson, zu erneuter Forschung anzuregen. 

Schon Wilson hat under dem Eindrucke der sich zum 
Theil widersprechenden Ueberlieferungen (iber Kabir die 
Ansicht ausgesprochen , dass Kabir « a fictitious person » 
sei. (1) Wir konnen dies Wilson nicht verargen, da er die 
alte Hindu! Literatur und speciell die Werke von Kabir viel 
zu wenig kannte, als dass er sich hatte iiberzeugen konnen, 
dass es sich bei einem so ausgepragten nach Form und In- 



(1) Anm. Er sagt [Asiat. Researches, XVI, pag. 53, note) ; « Indeed I think 
L> it nut at all improbable , that no such person as Kabir ever existed and that 
i his name is a mere cover to the innovations of some freethinker amongst the 
■ Hindus. » 



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BEMERKUN6EN UBER DEN INDISCHEN REFORMATOR KABIR. 161 

halt characteristischen System nicht um eine fingirte Person- 
lichkeit handeln konne. 

In seine Fussstapfen tritt der |elelirte Herausgeber der 
Schriften des Marco della Tomba. Er stosst sich an der her- 
gebrachten Ueberlieferung, dass Kabir ein Musalm§.n gewesen 
sei, da er den QurSn verleugne und als Lehrer einen Hindi! Guru, 
Rslmslnand, gehabt haben soil, was nicht zusammen zu reimen 
sei. Sehr gewichtig sind seine Einwendungen, die gegen die 
von mir in meiner Uebersetzung des Adi Granth gemachten 
Zahlenangaben erhebt. Ich babe dort (p. 93, note 1) erwahnt, 
dass Kabir under der Regierung des Sikander Shglh* Lodi 
(1488-1512) lebte, was auch Dr. Fallon, der Verfasser des 
neuen Hindtistllni Worterbuchs annimmt , der Kabir einen Re- 
formator des sechszenten lahrhsunderts nennt. Kabir war nun 
nach der allgemeinen Hindu Ueberlieferung ein Schiiler Ra- 
mSinands, der etwa um 1400 A. D. angesctzt wird. De Guber- 
natis fragt daher mit Recht wie sich diese beiden Daten zu- 
sammen bringen lassen? Lehrer und Schiiler liegen zu weit 
auseinander. Ferner wendet De Gubernatis ein, wie es sich 
erklHren lasse, dass wenn Kabir um diese Zeit lebte, Nanak 
(geb. 1469,gestorben 1538), der langere Zeit sein Zeitgenosse 
hatte sein miissen, schon seine Lehren adptire, (1) oder 
auch, warum Nanak auf seinen Reisen nie mit Kabir zu- 
sammengetroffen sei oder wenigstens mit semem Schuler 
Dharmdas ? 

Da diese Angaben ihm der Glaubwurdigkeit zu entbehren 
scheinen und Marco della Tomba noch iiderdies die Tradition 
der Kabirpanthis anfuhrt, dass ihr Meister der Lehrer Alexan- 
ders des Grossen gewesen sei, so wagt er die Vermuthung aus- 
zusprechen, ob nicht Kabir etwa mit Kapila, (2) dem tradi- 
tionellen Urheber der SUnkhya Philosophic zusammen zustel- 



(1) Ganz ahnlich argumentirt Wilson. (Ar. flea., XVI, pag. 56, note.) 

(2) Anm. Die Schreibweise ^^^ ist einfach Hindul und beweist gar 

nichts: denn man unterscheidet im Hindul ^ und "Sf nicht, und setzt pro- 
miscue das eine far das andere. 

Alii del IV Congreiso degli Orientalisti. — Vul. II. 11 



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162 TRUMPP. 

len sei? Also auch ihm erscheint Kabir als eine mythische 
Personlichkeit. 

Wir wollen nun versuchen , darauf im Einzelnen zn ant- 
worten. Zuerst wollen wir hier kurz die Hindil Tradition 
worausschicken, wie sie im Bhakta-mal enthalten ist. (1) Nach 
dem Gommentar des Priya-das zum Bhakta-mal ist sie fol- 
gende. Es war ein Brahmane, der bestandig im Dienste 
des Guru Ram^nand war. Diesen bat eine junge Witwe 

(«||^ t3T) f ihr eine Begegnung mit dem Guru zu verschaf- 
fen. Eines Tags brachte er sie zu dem Guru, der ihr den 
Segenswunsch (^^^c||r) gab, dass sie einen Sohn ha- 

ben werde. Der Brahmane erwiederte, dass sie eine junge 
Witwe sei (folglich fiir einen solchen Segen nicht geeignet 
sei); der Guru aber sagte, sein Wort lasse sich nicht zu- 
riickwenden, es werde indessen dies ihr keine offentliche 
Schande bringen, da man ihre Schwangerschaft nicht merken 
werde. Sie gebar einen Sohn und warf ihn in den Lahar 
Teich. (2) Ein Weber (IJ^ST^), Namen& Ali (<^) fand ihn 
und zog ihn auf; es ward das Kabir. Es kam dem Eabir 
eine Stimme vom Himmel zu (t(V{ ^Tmr) > ^^ solle ein 
Schiller des R§.manand werden und (sein) Halsband (4-||^|) 
und Tilak(3) anlegen. Kabir gab sich alle Miihe, sein Schu- 
ler zu werden, allein der heilige Herr woUte das Angesicht 

eines Barbaren (TJ^^) nicht sehen. 

Eines Tags legte sich Kabir, ehe die Nacht ganz vergan- 



(1) Anm. Siehe: Price, Hindee and Hindustanee Seiecfions , Hindi text, 
pag. 84, and Garcin de Tassy , Chrestomathifi Hindie et Hindouie, pag. 63. 

(2) Anm. Der Labar Teich (^^'4^ cfWr?) *st in der Nahe von Benares. 
Garcin de Tassy, Hiatoire de la Literature Hindouie et Hindustanie, 2' edi- 
tion, vol. II, pag. 122 , hat das unrichtig mit : « et aUa jeter (son enfiant) dans 

les flots d'un ^tang,* iibersetzt; dies mUsste im Hindi ^^"^ % ff|j||cf ^ 
heissen. 

(3) Anm. fri^qi Oder '^tI^ ist das belsannte Zeichen auf der Stirne, 
je nach der speciellen Gottheit, die verehrt wird. 



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BEMERKUNGEN UBERDEN INDISCHEN REFORMATOR KABIR. 163 

gen war, auf der Treppe des Ghat nieder, an dem der Guru 
zu baden pflegte. Der Herr kam und stiess mit seinen Hol- 
zschuhen an den Kopf Kabirs. Zilternd stand Kabir auf; der 
Herr sagte: sage «R£lm, Ram!» Inzwischen verneigte sich 
Kabir und gieng. Friih morgens stand er auf, machte das Tilak 
auf seine Stirn, hieng das Halsband urn den Hals und blieb 
an seiner Thiire sitzen. Seine Mutter fragte ihn, wer ihn 
zum Narren gemacht habe? Er antwortete: « ich bin ein 
Schuler des RatmStnand geworden. » AUe waren dariiber ver- 
wundert und erhuben ein Geschrei an der Thiire des heili- 
gen Herrn, der dariiber erstaunt Kabir rufen liess und fain- 
ter einem Vorhange sitzend ihn fragte, wann er ihn zu seinem 
Schiller gemacht habe ? Er entwortete : « Herr, ist der Name 
Rams das Einweihungsmantra oder ist es etwas anderes ? » 
Der Herr antwortete: « er ist es.» Kabir sagte: «Herr, sprichst 
du ein anderes Mantra (dem Schuler) in das Ohr? Wenn 
nicht so hast du es mir gegeben als du an meinen Kopf 
stiessest. » Nachdem der Herr das gehort hatte hub er den 
Vorhang auf und driickte Kabir ati die Brust. 

Wir heben aus dem Bhakta-mal nur noch folgende Stelle 
aus, als fiir unsere Frage von grossem Interesse. 

Als Sikander (L6di) zur Regierung kam (A. D. U88-1517) , 
stachelten alle Musalmstnen die Mutter Kabirs auf and brach- 
ten sie mit sich zum Darbslr (Audienzzimmer). Sie hatte am 
hellen Tage eine Fackel angeziindet und schrie vor dem Kai- 
ser: « in deinem Reich herrscht Finsterniss , da die Musalma* 
nen ein (Hindil) Halsband and das Tilak tragen, das ist der 
Ruin. > Der Kaiser liess Kabir greifen and vor sich brmgen. 
Jemand sagte zu ihm: mach den Salam! dieser erwiederte : «ich 
Kenne RUm, (1) was voll mir der Salam? > Als der Kaiser 
diese unschickliche Rede gehort hatte, befahl er ihm eine 
Kette an die Fiisse zu legen und ihn in der Ganggi zu ertran- 
ken. Es geschah also , er kam jedoch (unversehrt) aus dem 



(1) Anm. Die Hindilis sprechen das Wort « R&ni, R&m » zugleich als Gruss, 
aus , wie die Mubammedaner < Sal&m p sagen. 



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164 TRUMPP. 

Wasser heraus; dann wurde er ins Feuer geworfen, aber 
alle (diese) Mittel waren nuzlos. Dann wurde er unter einen 
Elephanten ge\«orf en ; als der Elephant ihn sah, stiess er einen 
Schrei aus und fioh. Der Kaiser, argerlich liber denMabaut 
(Elephantenfiihrer) bestieg selbst den Elephanten and als er 
hinsah, stand Eablr in der Gestalt eines Lowen da. Der 
Kaiser stieg von dem Elephanten herab and fiel Kabir zu den 
Fiissen und sagte: « rette mich vom Bhagavan. » 

Nach dieser Hindu Tradition hatte also Kabir noch unter 
der Regierung des Iskander Lddi gelebt, der durch seine Bi- 
gotterie bekannt war, wesswegen wohl auch diese Verfolgun- 
gen Kabirs unter seine Regierungszeit verlegt worden smd. 
Es ist damit aber keineswegs gesagt, dass Kabir bis zum 
Tode Sikanders(1517) lebte, sondem nur, dass er von ihm 
verfolgt wurde, was die Sage gleich in denAnfang seiner Re- 
gierung verlegt. 

Die Kabir-panthis selbst haben nach Wilson (Asiat. 
Res., XVI, p. 55) die Ueberlieferung, dass ihr Meister von 
1149-1449 A. D. in der WeK war, also voile dreihundert Jah- 
re. Er bemerkt mit Recht dass, da von diesen zwei Daten 
nur eines richtig sein konne und das leztere junger sei, so sei 
dieses das wahrscheinlichere ; demgemass ware also Kabir 
A. D. 1449, gestorben und die Tradition des Bhakta-mal, 
dass er noch unter Sikander L5di lebte, ware unrichtig. 

Es ist mit Sicherheit anzunehmen , dass Kabir der Schil- 
ler des Ramstnand gewesen ist, da alle Traditionen darin 
ubereinstimmen. Aber die grosse Frage ist hier wieder, wann 
RUm^nand gelebt hat? Seine Bliithezeit vrird gegen das Jahr 
1400 angesezt (Garcin de Tassy, Histoire de la Lit. JERnd,, 
torn. II, p. 557, sich stiitzend auf den Dahistdn, torn. II, 
p. 188), und Wilson (^«a^. Res, XVI, p. 39) halt es fur wahr- 
scheinlich , dass er gegen das Ende des vierzehnten Jahrhun- 
derts A. D. gelebt babe oder im Anfang des funfzehnten. 
Wilson ist der Meinung (1. c. , p. 44) , dass keine Werke vor- 
handen seien, die R§.manand selbst zugeschrieben werden; 
es ist jedoch im Adi Granth (am Schlusse der Rslg Basant) 



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BEMERKUN6EN UBER DEN INDISCHEN REFORMATOR KABIR. 165 

ein kleines Gedlcht von ihm erhalten, wie es scheint, aller- 
dings das einzige das von seinen Gedichten der Vergessenheit 
entrissen worden ist; die Bemerkung Garcin de Tassy's (Hist, 
de la lAtt. Hind,, II, p. 557): «0n lui doit des poesies reli- 
gieuses ^crites en hindi et qui font partie de TAdi Granth, » 
ist daher ungenau und auf dieses einzige Gedicht zu reduci- 
ren. Da dieses kleine Gedicht hochst interessant ist fiir den 
Kenner des aiten Hindu!, weil daraus fur die Zeit des R^m- 
anand ein wichtiger Schluss gezogen werden kann, so setzen 
wir es hieher. Es lautet: 



"^ ^^^ ^ II 'fT^ II 
IJ^ "f^ 'R i^ ^3*15 II ^ "^ ^tw 

■giR "^T^ ^f^T 7F^ II €t ^f5 ^rn?^ gr 
TR^Tirff II ^ 



Rahau. 

Wohin soU man gehen, Freund? Farbe (der gbttlichen Liebe) ist auf 

(mein) Haus (= Kbrper) gestrichen. 
MeiaGedanke bewegt sich nicht, mein Verstand ist lahm geworden. 

1 ) Eines Tages ientstand grosse Freude in meinem Herzen | indem ich 
sehr vohlriechende Sandalpaste rieb. 
Brahm den ich zu verehren gieng | dieser Brahm wurde mir vom 
Guru (als) in meinem Herzen (wohnend) gezeigt. 



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166 TRUMPP. 

%^ 5TR ^W"^ ^t?^ II WT tR ^int^ iR 
llT^ft?^ll ^ 

^ g^^^f^5fT^FKll f^ ^l^R^ 
iW^^II 

^tf^^^RW II 9 



2) Wohin man geht, da ist Wasser und Stein | Du (aber) bist in alien 

vol! enthalten. 
Die V^das und Puranas, alle babe icb sorgfaltig untersucht: | (sie 
sagen.) wenn er (i. e. Gott] nicht hier ist, muss man dortbin geben. 

3) wabrer Guru, icb bin ein Opfer fur dicb , | durch den alle meine 

verworrenen Irrtbumer abgescbnitlen worden sind. 
In Sw^mi Hdmdnand ist Brahm immanent, | das Wort des Guru 
scbneidet Crores von Werken ab. 



Nach der Sprache dieses Gedichts muss Rllmanand der 
lezteren Halfte des vierzehnten Jahrhunderts oder dem Ende 
desselben zugesprochen werden; soweit man aus einem so 
kleinen Gedicht einen Schluss ziehen kann, ist das darin ge- 
brauchte Hindui Idiom im wesentlichen ganz dasselbe wie 
das des Kabir; es findet sich nicht eine abweichende gram- 
matische Form darin. Wie verschieden ist davon die Spra- 
che des Nelmdev und noch mehr die des Jayad^va, von welch 



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BEMERKUN6EN UBER DEN INDISCHEN REFORMATOR KABIR. 167 

lezterem ich eine Probe in der Einleitung zum Adi Granth 
gegeben habe. (Siehe ausfiihrlicheres in meiner Abhandlung: 
Die aUesten Hindut Gedichte. Sitzungsberishte der Bayer. Acad, 
d. Wiss., Jan. 1879). 

In der Liste der 12 Schiiler des Ramanand , die Price in 
seinen Hindi Selections, p. 284 gibt, ist der erste IshUnand 
(bei Wilson Asanand), der zweite Kabir, der Weber, der 
dritte Raidas (oder Ravidas), der Gerber, etc. Die Ordnung 
der Schiiler ist eine andere im Bhakta-mal , und theilweise 
sind auch die Namen andere; hier ist der erste Raghunath, 
der zweite Anantanand, der dritte Kabir, und der neynte 
Raidsls. Die in den Listen aufgefdhrten Schiiler sind gewiss 
nicht zu gleicher Zeit Schiiler des Ramanand gewesen: we- 
nigstens lasst sich das mit Sicherheit von Kabir und RavidSis 
annehmen, da, wie wir noch spater sehen werden, RavidSis 
in seinen Gedichten von Kabir spricht und zwar in einer Weise, 
dass daraus zu schliessen ist, dass Kabir damals schon ge- 
storben gewesen sein muss. Aber so viel scheint ziemlich 
sicher aus beiden Listen hervor zu gehen, dass Kabir einer der 
ersten Schiiler des Ramanand gewesen ist, was mit der Tra- 
dition im allgemeinen wohl stimmen wiirde. Es wird fast, 
bei dem ganzlichen Mangel fester Daten, unmoglich sein, die 
Zeit Kabirs genau festzustellen , aber die Traditition, dass 
er A. D. 1449 gestorben sei , diirfte der Wahrheit am nach- 
sten kommen. Wenn er den Regierungsantritt des Sikan- 
der L6di (1488) noch erlebt hatte, miisste er sehr alt gewor- 
den sein, er k5nnte aber nach dieser Sage damals nicht sehr 
alt gewesen sein, da seine Mutter noch gelebt haben soil. 
Man kann iibrigens leicht erkennen , warum die Sage Kabir 
noch unter Sikander L6di leben lasst; die Wunder, die mit 
seinen Verfolgungen verkniipft wurden und im Leben eines 
Heiligen nicht fehlen durften, Uessen sich nur jener Zeit des 
Sikander L6di zutheilen, wo wirklich mehrere grausame Ver- 
folgungen vorgekommen waren, die im Gedachtnisse noch 
fortlebten. 

Dass Kabir aber eine wirkliche Personlichkeit war die 



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168 TRUBfPP. 

machtig auf die Zeitgenossen einwlrkte und nicht etwa der 
angenommene Name irgend eines damaligen Freidenkers, 
steht aussef aller Frage, wenn man sich die Muhe nehmen 
will, seine zahlreichen poetischen Produclionen im Original 
zu lesen. Es tritt uns da eine Originalitat der Gedanken 
und des Stils entgegen , die eine entgegengesetzte Annahme 
ausschliesst. Ein Mann, der mit so scharfen Waffen des 
Wortes, mit solchem beissenden Sarcasmus die Absurdidat 
des popularen Gotzendienstes angrifif, der den Brahmanen 
wie den Maulavi mit der Lauge seines Spottes iibergoss tind 
ihre. innerliche Hohlheit, Heuchelei und Habsucht geisselte, 
hatte unmoglich dies alles unter dem Deckmantel der Ano- 
nymitat thun konnen; dazu waren die Zeiten damals noch 
nicht angethan. Die Geschichte aber bezeugt es auch ausdriick- 
lich , dass Kabir reformatorisch in das religiose Leben seiner 
Zeitgenossen eingriff , indem er einen « Weg » (panth) erof- 
fnete, den grosse Massen einschlugen und der beutigen Ta- 
ges noch von vielen Hindds betrelen wird und als der Moksh- 
panth (4^|^C|V|) in grossem Ansahen unter alien Classen 
steht; seine Schiiler tragen jezt noch den Namen der Kabtr- 
panthis (die den Weg des Kabir gehen) und ihre heiligen 
Schriften sirid die Werke Kabirs , die alle im sogenannten Hin- 
du! (der damaligen Volksprache) verfasst sind. 

Das aber, was es jezt schwer macht den achten Kabir 
zu erkennen, ist dass so viele Schriften Kabir unterges- 
choben worden sind. Viele seiner Schiiler (1) haben kein 
Bedenken getragen, wie das in Indien so Sitte oder vielmehr 
Unsitte ist, ihre geringen und zum Theil ganz von seinen 
Ideen abweichenden Producte mit seinem Namen zu decken 
und bei der kritiklosen ungebildeten Masse in Umlauf zu 
setzen. So ist Kabir, der die Legenden der Puranas so oft 



(1) Anm. Merkwiirdig 1st dass Dharm-d&s, der ein Hauptschttler Kabtrs 
gewesen sein soil, von Kabir selbst im GranUi nie erwUbnt oder angere^ 
det wird. Er scbeint jedenfalls zu den Lebzeiten Kabirs nocb keine besondere 
BedeutuDg erlangt zu baben. Aucb bei Price, Hindi Selections, pag. 285, wer- 
den keine scbliler Kabtrs mit Namen au^efubrt. 



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BEMERKUNGEN UBER DEN INDISCHEN REFORMATOR KABlR. 169 

verhShnt, mit alien moglichen cosmologischen Fabeln gleich- 
sam wieder zugedeckt worden. Wir mussen es daher als ein 
grosses Gliick ansehen, dass zu einer Zeit, wo man Kabir's 
achte Werke noch genau kannte (und die meisten spatern 
Falsificate liberhaupt noch gar nicht vorhanden waren), ein 
reichlicher Auszug aus denselben von Guru Arjwn (A. D. 1581- 
1606) in das von ihm zusammengestellte Adi Granth aufge- 
nommen wurde, da die Sikh Gurus ihre eigene Lehre als we- 
sentlich identisch mit der Kabirs betrachteten and betrachtet 
wissen wollten. (1) Was im Granth von Kabir steht, diirfen 
wir mit Sicherheit als acht hinnehmen, was auch durch den 
Inneren zusammensiimmenden Gedankengang sowie durch die 
ganze Diction ausgetragen wird. Die Ausziige aus Kabtr im 
Granth smd fiir uns daher der Massstab, nach dem alles das, 
was Kabir zugeschrieben wird, gemessen und beurtheilt 
werden muss; es ist liberhaupt noch fraglich ob eine achte 
Schrift Kabirs existirt, von der im Granth nichts erwahnt 
wird. Um diesen grossen Reformator kennen zu lernen, 
ware es daher sehr wichtig, wenn zuerst alle die poe- 
tischen Werke Kabirs, die im Granth zerstreut sind, zusam- 
mengestellt und im Original und mit Uebersetzung heraus- 
gegeben wurden; es ware dies in sprachlicher und reli- 
gions-geschichtlicher Hinsicht von grosser Bedeutung. Ich 
habe in meiner Uebersetzung des Adi Granth einen ziem- 
lichen Theil auch von Kabir (ibersetzt, so weit Stucke von 
ihm den betreffenden Rags angefiigt sind; viele Verse jedoch 
sind den iibrigen Rllgs angehangt, von denen ich nur eine 
kleine Anzahl wieder gegeben habe. Auf Grund meiner 
Kenntniss von Kabirs Sprache und Ideengang nehme ich 
keinen Anstand die beiden von Marco della Tomba 
iibersetzten Werke, das Mul-psinji(2) und den Gian-s^gar 



(1) Anm. Wie weit NAnak selbst unter dem Einfluss der Ideen Kabirs 
stand, lasst sich nicht genau bestimmen , auch nicht ob er Schriften von Kabir 
gelesen bat, da er selbst im Granth Kabir nie erwahnt; von den folgenden Gu- 
rus uber ist dies belcannt 

(2) Anm. Die Sohreibweise mtd-pangi, wie sie bei Marco della Tomba 



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1 70 TRUMPP. 

als undcht und unterschdben zu erklaren. Sie zeigen beide, 
wie die spateren Schiiler Kabirs wieder in den Hinduismus 
mit all seinen cosmologischen Absurditaten einlenkten und 
ihrem Meister Lehren und Ideen unterschoben , die seinem 
auf practische und ascetische Religiositat gerichtetem Sinne 
schnurstracks zuwiderlaufen. Wer den Kabir des Granth 
gelesen hat, wird ihn in diesen zwei Producten nicht wieder 
erkennen. 

Die Liste der Biicher, die Wilson As. Res,, XII, p. 58 als 
in der Ghaura (^TTD ^^^ Kabirpanthis zu Benares vorhan- 
den anfiihrt, darf daher nicht als ein Verzeichniss der achten 
Werke Kabirs betrachtet werden; es ist das vielmehr eine 
Sammlung, die erst kritisch zu sichten ist und ihrem gering- 
sten Theile nach auf Kabir selbst wird zuriickgefuhrt werden 
konnen. (1) 

Ueber die personlichen Verhaltnisse Kabirs erhalten wir, 
wenn wir auch von der erwahnten Hindi! Tradition ganz 
absehen, aus seinen eigenen Gedichten, soweit sie im Sikh 
Granth enthalten und daher verlasslich sind, manchen Auf- 
schluss. Dass er ein Weber von Profession und Kaste war, 
sagt er oft genug selbst , wie in dem Verse : 

Kabir ist von Kaste ein Weber, was soil er machen? (jedoch) in seinem 

Herzen wohnt G6p41. 
Kabir (sagt): wenn Ram im Busen gefunden wird, sohbrt allesLeid auf. 



vorkommt , ist gang richtig , und es darf nicht dafur mtlil-panthl gelesen wer- 
den, wie dies Wilson vorschlagt (.4s. Res., XIV, pag. 59,note); p4njl (xj'f^l') 
ist eigentlich bang&Usch und im Hindu! weniger im Gebrauch ; es bedeutet 
« Almanacb, Kalender », mtll-p^njt daher «Almanacb der Grundprincipien ». 
Es ist dasselbe wie das Sansk. Xf^ |>s* . 

(1) Anm. Die beiden von Marco delta Tomba Ubersetzten Werke befinden 



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BEMERKUNGEN UBER DEN INDISCHEN REFORMATOR KABIR. 171 

Wegen seiner niedrigen (in Indien so verachtelen) Pro- 
fession nennt er sich daher auch einen SchGdra, woraus 
aber keineswegs zu schliessen ist, dass er ein Hindu von Ge- 
burt war; so sagt er: 

Warum bist du ein Brahman, warum bin ich ein Schudra? 
Von welchem Blut bin ieh, von welcher Milch bist du? 

(Cf. Adi Granth, pag. 460, VII). 

Er brachte seine Lebenszeit in Benares zu (wo Ram^nand 
weilte) und zog erst gegen das Ende seines Lebens nach 
Maghar (bei Gorakhpur), v^o er auch starb; er sagt selbst: 

^t^T#ll 

Mein ganzes Leben brachte ich in Sivpuri (= Benares) zu. 
Zur Zeit des Sterbens stund ich auf und kam nach Maghar. 
Vieie Jahre practicirte ich Basse in Kasi. 
Das Sterben ist herangekommen in den Wobnungen von Maghar. 

(Cf. Adi Granth, pag. 462, XV.) 



sich nicht unter diesem Verzeichniss ; auch in meiner eigenen Sammlung babe 
ich sie nicht entdecken konnen. Ich habe mir alle MUhe gegeben , von Kablrs 
Werken zu sammein, was mir irgend zu Handen kam oder was ich abscbrei- 
ben lassen konnte , obscbon icb mich bald liberzeugte, dass das meiste keinen 
Anspruch auf Acbtbeit baben kann. Es wlirde jedoch eine ungebeure Arbeit 
erfordem , in dieses Chaos Licbt und Klarbeit zu bringen. 



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1 72 TRUMPP. 

Nach einem Verse (v. Adi Granth, p. 679, 152) fQhrte 
^Kabir theflweise auch ein ziiruckgezogenes Leben zwischen 
der Ganga and Yamunsi. 

Er war verheirathet; der Name seines Weibes war Lot 
(v. Adi Granth, p. 664, III). Er hatte auch einen Sohn, Na- 
mens Kamal, den er selbst in dem Verse erwahnt: 

ffi:^ flwT^ in^li ^ ^^KiHi TT^ II 

Das Geschlecht Kabirs ist ertrunken; ein SohnlKamal war geboren, 
Aafgebend das Murmeln des Namens Hari brachte er Besitzthum in 
das Haus. (1) 

(Gf. Adi Granth. , pag. 677, 115.) 

Auf das religiose System Kabirs hier einzugehen ist nicht 
der Ort. Es ist bekanntjdass er sich in seinem eclectischen 
Pantheismus uber Hindus und Tiirken wegsetzte; auch von 
den Jainas spricht er ziemlich verachtlich (v. Adi Granth, 
p. 474, VII). Aber eine Frage ware hier noch zu beantwor- 
ien: ob Kabir von Geburt ein Muhammedaner gewesen ist 
Oder nicht? 

Die Tradition, wie wir geschen haben, spricht dafCir, 
aber ebenso entschieden hat Wilson es verneinen zu miissen 
geglaubt. Er sagt {As, Res,, XVI, p. 56): «his conversancy 
with the Hinda Shastras and evidently limited knowledge of 
the muhammedan authorities in matters of religion render 
such a supposition perfectly unwarrantable. » 



(1) Anm. Daraus geht mit NoUiweudigkeit hervor, dass Kabtr erst spli- 
ter, als er schon einen Sohn hatte, sich an R&m&nand anschloss und den 
Tsl&m auch attsserlich aufgab : denn der Name seines Sohnes ist ein mubam- 
medanischer Name. Der Sohn Kamdl war nach diesem Zeugniss seines Vaters 
weltlich gesinnt und trat nicht in die Fussstapfen seines Vaters. Aus der Be- 
merkung, dass er das Murmeln der Namens Hari aufgab, wird man auch 
schliessen dtirfen , dass er wahrscheinlich ein Muhammedaner geblieben ist , 
was er der Geburt nach war. 



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BEMERKUNGEN UBER DEN INDISGHEN REFORHATOR KAB!r1 1 73 

Wilson hatte (ibrigens, wenn er den Muhammedanem in 
Indien nahe gekommen ware, wissen konnen, dass der ge- 
meine Muhammedaner von seiner Religion wenig mehr als 
die Kalimah und einige ausserliche Ceremonien und Kniebeu- 
gungen kennt; indessen trifift dieser Vorwurf Kabir nicht, 
sondern Wilson hatte nur sehr wenig von Kabir gelesen. 
Kabir spricht viel vom Islto;man vergleiche nur Adi Chranth, 
p. 657, IV; p. 658, IV; p. 681, 184-187. Er sagt sogar: 

Kabir (sagt): I gieng auf die Pilgerfarth zur Ka*abah, auf dem Wege 

vorwarts begegnete mir Gott. 
Der Herr fieng an mil mir zu schelten : t wer hat dir das befohlen? » 
Kabir (sagt): ach , ach , wie oft ist Kabir auf die Pilgerfarth zur Ka*abah 

gegangen!{l) 
O Herr, was fur ein Irrthum war in mir I der Pir sagt (einem) das nicht 

ins Gesicht. (2) 

Ware Kabir nicht ein Muhammedaner gewesen, (3) wie 
hatte er wohl so etwas sagen konnen ? Aber wir kaben noch ein 
ganz bestimmtes Zeugniss , das alien und jeden Zweifel liber 
diese Frage entfemen muss. Wir haben schon oben bemerkt. 



(1) Anm. Nach demganzen Zusammenhang nicht in Wirklickkeit, sondern 
der Intention nach. 

(2) Anm. So muss dieser Vers rictitiger libersetzt werden. Er klagt hier 
geradezu den Ptr (den muhammedanischen geistlichen Fiihrer) an , dass er 
seine Schiiler im Irrthume lasse. 

(3) Anm. Die Worte Kabtrs (Adi Granth, pag. 655 , VIII): < If God will 
make me a Turk , I shall be circumcised by himself » sprechen keineswegs da- 
gegen , da er dort gegen die gewaltsame Bescbneidung protestirt. 



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1 74 TRUMPP. 

dass Ravid^s ebenfalls als Schiiler Mmllnands aufgefiihrt 
wird, was er iibrigens, der ganzen Sage nach, erst im spa- 
ten Alter Mmanands gewesen sein kann, da nach dem 
Bhakta-msll er auf einen Ausruf Ratm^nands: « ha chamar* 
(^ ^^K) gestorben und als Ravidsls im Hause eines Ger- 
bers wieder geboren sein soil. Als neu gebornes Kind soil er 
sich geweigert haben irgend welche Nahrung zu nehraen; die 
Eltern wandten sich an Ramanand, der auf Befehl der Got- 
theit das Kind besuchte und ihm ins Ohr das Mantra der 
Initiation murmelte, worauf das Kind sofort die Brust nahm. 

Im Adi Granth sind viele poetische Stiicke von Raidas 
uns erhalten worden, woraus wir sehen konnen, dass er ein 
kiihner Denker war, der seine Gedanken ebenso originell 
auszusprechen verstand, und wir diirfen uns desshalb nicht 
wundern, wenn viele, sogar hochgestellte Personen (wie die 
R^ni von Ghitore) seine Schiiler wurden. 

In einem Gedichte von ihm, das der R^g Mal^r angehangt 
ist, sagt er nun: 

^ % ^m %ft ^ ^ #^ ^ ^"^ 

In wessen (Haus) am Bakri fd (1) die Familie eine Kuh schlachtete, 

Sch^che, Martyrer (und) Fire geehrt wurden: 
Wessen Vater also handelte , mit dessen Sohn ist es so gegangen , o ihr 

Leute, mit dem beruhmten Kabir. 



/ 
(1) Anm. Das O^^t^^^ tXAfi heisstin Indien «XAfi C^*.Jwj, weil ge- 

wohnlich eine Gaise [i^S^i] geschlachtet wird. 



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BEMERKUNGEN USER DEN INDISCHEN REFORHATOR KABIR. I 75 

Von sich selbst sagt Ravidas inv folgenden Verse : 

Von Tvessen Familie alle als Gerber , Ochsen fiihrend , bis auf den heu- 

tigen Tag um Benares herum wandem: 
Deren Sohn erzeigen die Brahmanen Verehrung mit guter Manier, dem 

Bavid^S) dem Sclaven der Sclaven. 

Dass R£lm£lnand und die folgenden Sectenstifter (so be- 
sonders auch die Sikh Gurus) keine Kaste unter ihren Schii- 
lern gelten liessen, ist bekannt. Dass aber auch Muham- 
medaner Schiiler von Hindu Gurus wurden, steht ausser 
allem Zweifel, wie wir es aus der Geschichte N§,naks wissen.(l) 
Es war damals ein neues Leben in Indien erwacht, und die 
reformatorischen Lehren regten die Geister machtig auf; die 
Erlangung der Seligkeit wurde jedem ohne Unterschied der 
Kaste zugesprochen und da diese, theilweise wieder an den 
nie ganz vergessenen Buddhismus ankniipfenden Ideen in der 
Volkssprache und in popularen dem Inder so angenehmen 
Reimen vorgetragen wurden, so fanden sie willigen und 
sehnellen Eingang bei den Massen. Es bildete sich in Kurzem 
eine ausgedehnte Literatur in der Volksprache, die um ihres 
sitthchen Ernstes willen hochst wohlthatig auf das Volk 



(1) Anno. Nach der Tradition soUen sich Hindtis und Mubammedaner um 
die irdischen Ueberreste Kabirs gestritten haben ; dasselbe wird von N4nak 
bericbtet mit denselben Einzelheiten. Der weit verbreitete Stifismus unter den 
Mubammedanern in Indien hatte obnedies die Einigung der Geisler auf der 
pantheistischen Grundlage vorbereitet. Nanak und Sb§ch Farld. z. B. begegnen' 
sich ganz wie Briider und Farld's sOfische Gedichte sind als « loci probantes » 
in das Granth au^enommen worden. 



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1 76 TRUMPP. 

einwirkte imd die Lust und Liebe zum Nachdenken und Spe- 
ctdiren in Kreisen anregte, die bisher stumpf dahin gelebt 
hatteni weil ihnen* alle Mittel der Erkenntniss abgeschnitten 
waren. Kabirs Verdienst besteht zum nicht geringsten Theil 
auch darin, dass er es hauptsslchlich war, der das Hindu! 
durch seine feinen Gompositionen polirte und dem Volke lieb 
und werth machte, so dass mit Recht yon ihm gesagt werden 
kann, dass er der Vater der Hindui Literatur durch seine re- 
formatorischen Schriften geworden ist, wie Luther der deuts- 
chen durch seine Bibeliibersetzung. Kabir bat dem etwas 
spater auftretenden Mnak den Weg geebnet, der ihm an 
Geist und Originalitat weit nicht gleich kommt, und wenn 
Mnak und seine Nachfolger spater grdsseren Erfolg unter 
ihren Landsleuten gehabt haben, so hangt das mit dem 
kraftigeren und mehr kriegerischen Geiste der Nord-Inder 
zusammen , die von der Idee bald zur That ubergiengen und 
die Reformation practisch in die Hand nahmen, wilhrend 
Kabtrs Schuler in und um Benares idealistische und das Le- 
ben vertraumende Faqire geblleben sind. 

Wenn einmal unsere Studien so weit werden vorgeriickt 
sein in der Erforschung der alten Hindui Literatur, dass erne 
wissenschaftliche Geschichte derselben geschrieben werden 
kann, so wird gewiss Kabtrs Namen an erster Stelle glanzen 
und man wird es dann schwer begreiflich finden, wie man 
die Existenz eines solchen Mannes , der auf Mit-und Nach- 
welt einen so tiefgehenden Einfluss ausgeiibt hat, hat bezwei- 
feln konnen. 



'I 



NOTA. 

Dope aver pubblicato il volume degli scritti di Marco della 
Tomba , il professor Max Muller m' avverli cprtesemente che avrei 
potuto sopra V argomento di Kabir consultare ancora il terzo vo- 
lume delle Mines de VOrient ove si di una traduzione del Mula- 
panci di Marco della Tomba, secondo la raccolta Borgiana, il se- 



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BEMERKUNGEN UBER DEN INDISCHEN REPORMATOR KABIR. 177 

dicesimo volame delle Asiatic Researches ^ ov'd uno scritto del 
Wilson sopra la questione (che mi rincresce davvero di non aver 
consoltata prima di scrivere intorno a Marco D^lia Tomba, tanto 
pii!^ essendomi inconsapevolmente incontrato, il che mi conforta^ 
neiropinione stessa deirillustre indianista inglese, come rilevo 
ora dallo scritto del Trumpp ; ch^, fino ad ora, non potei ancora leg- 
gere lo scritto del Wilson), e il terzo volume deW Histoire de la 
Litt^ature Hindouie di Garcin De Tassy. II chiaro professore di 
Oxford nel quarto volume dei Chips e il Lassen nel quarto volu- 
me delle sue Antichitd Indiane toccarono essi pure incidental- 
mente di Eabir. Ma nessuno riusci a dimostrare che veramente 
Kabir abbia esistito, e in qual tempo precisamente egli abbia vis- 
siito. Nessuno aveva fin qui afTermato in modo pii!i reciso la realt4 
storica del riformatore Rabir, che il professor Trumpp, il dotto 
editore e traduttore deWAdi Granth, Dopo aver pubblicamente, 
nella Introduzione agli Scritti di Marco della Tomba , sollecitato 
il nostro illustre collega della University di Monaco a dichiarare i 
motivi della sua opinione, gli feci particolare invito ad omare di 
una sua speciale Memoria sopra Kabir, il volume secondo degli Atti 
del Quarto Congresso degli Orientalisti. Avendo egli gentilmente 
consentito al mio desiderio, colgo Toccasione per aggiungere an- 
cora alcune parole. Le nuove prove che il professor Trumpp ad- 
duce sono leggendarie e non ancora storiche; e sembrano pii]i 
tosto confermare che distruggere 1' opinione che io mi formal , 
senza conoscere 1* opinione analoga del Wilson intorno al carat- 
tere favoloso di questo personaggio. Con ci6 non escludo punto che 
possaavere esistito fra i Musulmani deir India alcun riformatore 
apostata di nome Kabir , intorno al quale si adunarono probabil- 
mente numerose tradizioni appartenenti a qualche personaggio pree- 
sistente nella immaginazione popolare^ intieramente leggendario. 
Questo Kabir avrebbe cosi potuto poi divenire un prestanome agli 
autori di parecchi libri di riforma religiosa indiana, anco fra loro 
divergenti, come sono quelli trovati da Marco della Tomba presso 
il Nepal e quelli , assai superiori , senza dubbio , ed opera di alcun 
alto ingegno, che servirono di base a certi libri del testo sacro 
del Pengiab. lo non posso tuttavia ammettere col Trumpp come 
spuria tutta la letteratura cabirica trovata da Marco della Tomba 
a Betia. II non somigliare quel Kabir al Kabir dellM di Granth, 
non mi pare una ragione sufficiente per dichiarare legittimo il Ka- 
bir del Pengiab e illegittimo quello di Betia, ma un indizio piut- 
tosto, che sfuggendo ai piu la personality storica di Kabir, di- 
vent6 possibile attribuirgli dottrine molteplici e diverse, e farlo 
Atti del JV Congreato degli OHentolitti. — Vol. II. 42 



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1 78 TRDMPP. BEMERK. UBER DEN IND. REFORMATOR , U. S. W. 

rivivere piu volte in sistemi different! , attribuendogli maestri , 
idee, discepoli e libri different!. II Trumpp pensa che sia autentico 
di Rabir soUanto quello che si trova attribuito a lui neWAdiGranth. 
Ma di ci6 non abbiamo prove ; come poi la bellezza del Yangelo non 
b una prova storica delta esistenza di Cristo, non parmi che basti 
r altezza della dottrina attribuita a Kabir a provare che Rabir ha 
esistito. La persona vera di Rabir si perde in una nebalosa; ^ 
possibiie , anzi probabile che uno o piii uomini abbiano esistito 
con tal nome; ma, volendo porre le dottrine in relazione col loro 
preteso fondatore, si 6 obbligati a riconoscere che una persona 
sola e una sola vita non pot6 bastare a fondarla e a svolgerla; e 
che ci6 che si d& per il sistema di Rabir gli dovette preesistere, e 
che molte delle bizzarre nozioni mitologiche, cosmogoniche , reli- 
giose, entrate nel sistema Rabiriano sono il prodotto successivo 
della immaginazione e della tradizione popolare. Del resto , vuolsi 
ringraziare il professor Trumpp per aver recato intorno a Kabir 
alcune nuove nozioni che senon risolvono ancora defmitivamente 
r oscuro problema fomiscono almeno preziosi material! di discus- 
sione, che non passeranno, di certo, inosservati. Dal defunto rev. 
Fallon ho ricevuto una stampa indiana rappresentante Kabir cir- 
condato dai discepoli nell* attitudine medesima in cui parecchi di- 
segni del Pengiab ci rappresentano il riformatore Nanak. 

Angelo De Gubernatis. 



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179 

MATERIALS 

FOB THE 

HISTORY OF ORIENTAL STUDIES 

AMONGST THE POBTDGDESE. 

•T 

J. O-KRCSOJV OA. CUNHA. (1) 



I. 

While the nations, which, long after the arrival of the Por- 
tuguese in India, following in their track and forming settle- 
ments of their own, as well as these which never occupied 
an inch of ground there , have made considerable progress in 
the languages and literatures of the East; the pioneers of that 
commercial movement, which, after transforming the giant 
Adamastor into the promontory of the Cape of Good Hope, to 
borrow a simile from Camoens, carried the intrepid sons of 
the far West 

By seas till then unnajrigated 

Even beyond Taprobane (2) 

have been lagging behind, and it is not an easy task to detect 
in the group of nationalities which crowd at present the noble 
phalanx of Orientalists a name of pure Lusitanian origin. 



(1) Di questa enidita Dissertazione, di cui una parte brevissima fu letta in 
una seduta del Gongresso , si dk qui un notevole saggio , dis^acenti i Compi- 
latori di questo volume degli Atti, che la sua estensione non consenta d' ac- 
coglierla tutta. 

(2) Por mares nunca d'antes navegados , 
Passdr&o ainda al^m de Taprobana. 

08 Lusiadaa, c. 1, v. 3-4. 
The first line of this couplet forms now an appropriate motto of the newly 
founded Geographical Society of Lisbon. 



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180 J. GERSON DA CUNHA. 

It was not so, however, in the sixteenth and sevententh 
centuries, when considerable activity was displayed by the 
Portuguese in the study of Eastern languages, as evidenced 
by the numerous works they have left behind ; although influen- 
ces of an untoward character appear to have been at work 
to keep them in the background. Two causes have mainly 
contributed to bring about this result, viz: nearly all those 
works being written in a language which is scarcely read be- 
yond the boundaries of the Spanish peninsula , and their being, 
nearly all, written by missionaries, whose chief aim was the 
diffusion of Christianity, rather than the promotion of the inte- 
rests of philology or archaeology. To these may be added 
the neglect which had so long prevailed m Portugal and her 
Colonies of thefr valuable archives , consigning to utter obli- 
vion valuable writings, which have but of late been brought 
to the light of publicity, as exemplified by the Lendas da 
India by Caspar Correa, the Roteiro da Viagem de Vasco da 
Gama, the Rateiros by D. Joao de Castro, the Chronica do Dis- 
cobrimento da GuinS, and several other works which have for 
more than three centuries remained unknown, and been recen- 
tly printed. 

The Portuguese, though numerically small, is an historic 
and literary people. Then: kingdom is in size little more than 
that of Greece, but, like the early inhabitants of that glorious 
peninsula, they were from time immemorial attracted to the 
sea, and possessed the love of freedom and the spirit of ad- 
venture, which have always characterised those born in mari- 
time districts. They were also accurate observers , and the 
works of De Barros, Do Couto, and other South-Indian chroni- 
clers contain many important facts relating to the ethnology, 
antiquities , natural history and commerce of India, which have 
not seldom been put forth by others as new discoveries. Lu- 
cena in his Vida de 8. Francisco Xamer enumerates the prin- 
cipal classical works of the Hindds , long before Jones , Cole- 
brooke or Wilson attempted to make them known to Europe, 
and in the Commentarios do Chrande Alfonso DaJhoquerque we 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OF ORIENTAL STUDIES, ETC. 181 

are told of the existence of a language, « which was to the 
Hindu what the Latin was to the European. » (1) 



II. 



Although the Ocean highway for the East Indies was di- 
scovered by the Portuguese in 1497 A. D., and settlements 
formed soon after, no attempt seems to have been made un- 
til 1540 for the organisation of a missionary society for the 
evangelisation of India and adjacent countries. Several isola- 
ted efforts at the conversion of the heathen by detached bo- 
dies of both secular and regular clergy, who were despatched 
with each fleet that sailed from Lisbon for the East, are re- 
corded. Such are for instance those of the Dominican friar Ro- 
deric, whom Albuquerque left at Quilon, being the second 
Roman Catholic missionary that ever landed there since the 
time of Jordanus de Severac, who was there some time pre- 
vious to 1328, when, on his return to Europe, was by the 
Pope named Bishop of Columbum or Quilon, as alluded to 
by the annalists. But the first comprehensive plan for the 
propagation of Christianity in the East dates from the time 
when two priests by name Miguel Vaz and Thiago Borba foun- 
ded in Goa, the capital of the Portuguese Emphre in the East, 
a religio-educational estabUshment called (hnfraria da Sante 
FifOr « Confraternity of the Holy Faith. » Santa Fi is, indeed, 
one of those phrases, which, even at this distant time, af- 
ford us an insight into the character of the epoch, and spirit 
of the creed which anunated the first adventurous compa- 
nions of Vasco da Gama, who rounded the Cape of Tem- 
pests; and Camoens mentions it often in the historical parts of 
his poem, where his heroes speak and act. 

The object .of this institution may be summed up in 
four words: — persecute idolaters, favour neophytes. — This 



(1) « Que era para o hindiji o que era o latim para o europeo. ^ 



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182 J. GERSON DA CUNIU. 

Confraternity was associated with a Seminary with two clas- 
ses , of low and high standards for the instruction and edu- 
cation of professed converts to be sent out as missionaries 
or as interpreters. The foundation of this building was laid 
on the 10*^ of November 1541 and completed within six 
months. The vedar da fazenda or « superintendent of the Ro- 
yal treasury, » Fernao Rodrigues de Castello Branco, defrayed 
its expenses, and made donations for its maintenance, partly 
from the Royal treasury, and partly from the confiscated pri- 
vate estates and income of the Hindu temples, which had by 
the Portuguese been destroyed. Thus the seminary got at 
first from the royal treasury the annual contribution of 800 
cruzados, which Simao Botelho, writing in 1554, says was 
increased to 845,000 reis , besides 600,000 reis derived from 
the revenue of the lands belonging to the pagodas , and four 
hogsheads of wine for masses, of the value of 40,000 reis. (1) 

The seminary was soon in working order, admitting youths 
of diverse Asiatic and African races, which the primitive do- 
cuments enumerate as «Canarins, Decanis, Malavares, Cin- 
galas, Bengalas, Pegiis, Malaios, Jaos, Chinas e Abeixins. > 
This was, indeed, an interesting anthropological collection; 
but from the heterogeneity of the mass does not appear to 
have proved very harmonious. 

In the meanwhile padre Mestre FranciscOi afterwards 
known as St. Francis Xavier, arrived at Goa, on the 6**" of 
May 1542, and took up his abode in the Ermida da Santissi- 
ma Virgem, contiguous to the Hospital of St. Lazaro. (2) He 
was invited to take charge of the Seminary, which he decli- 
ned. He had, however, sufficient shrewdness to calculate the 
importance of the institution, the transfer of which he obtained 
for his own society, and called it CoUegio de S. Paulo , from a 
picture representing the conversion of this saint in its chapel. 



(1) B. J. de L. Felner's Stibsidios para a historia da India Portugtie' 
za, etc. , Pt. II , p. 70. Lisbon , 1868. 

(2) F. N. Xavier's Gabinete Litterario , vol. I, p* 110. Nova-Goa, 1846. 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OF ORIENTAL STUDIES, ETC. 183 

which eventually gave rise to the designation of Indian Jesuits 
as Padres de S. Paulo or Patdistas. (1) 

Notwithstanding the intimate connection subsisting be- 
tween the Seminary of SatUa Fi and College of S. Paulo, 
which probably induced St. Francis Xavier to name his Japa- 
nese convert Angird Patdo da Santa Fi , the two esta- 
blishments were always kept separate, the former for con- 
verts, the latter for Jesuits. 

The saint sailed from Goa to Comorin in October 1542, 
carrying with him two deacons and one minorite, all of them 
alumni of the Seminary, and natives of Southern India, to act 
as interpreters. They were, however, unequal to the task, 
and the great missionary felt then the inconvenience of not 
knowing himself the tongue; for in a letter horn Cochin, da- 
ted the 12*^ January 1544, and addressed to the Fathers in Ro- 
me, he says: « Y como ellos no me entendiessen, ni yo k el- 
los, por ser su Lengua Maravar , y la mia Espafiola , etc. , » (2) 
such a confession being a sufficient rebuke to his officious enco- 
miasts who tell us that he was endowed with the gift of ton- 
gues. He, at last, gave up his interpreters, and through some 
of his converts, who understood more of the Portuguese, prea- 
ched to the natives, and even translated from Latin into Tamil 
the words of the sign of the Cross, the Apostles' creed, the 
Commandements, the Lord's prayer, the Salutation of the 
Angel, the Salve Regina, and the Confiteor.(3) 

The Seminary of the Holy Faith and the College of 
St. Paul were not, however, the first educational establishments 
of the Portuguese in the East. They were preceded by the one 
built at Java before 1540 by Antonio Galvao for the children 
of native converts. Galvao was not only a sailor and a sol- 
dier but also an author and a missionary, on which account 



(1) Some Anglo-Indian writers tell us that the Portuguese called them Pau* 
listines, which they never did. Not content with mangling Portuguese words 
they have now begun to invent them. 

(2) Gabinete , ut supra, p. 38. 

(3) Xavier's Resumo Historico da Maravilhosa Vida, etc., p. 38* Goa, 1861 « 



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184- *r. GERSON DA COJJHA. 

he is often styled « the apostle of the Moluccas. > As an au- 
thor he is known to be the founder of historical geography. 
One of his works , entitled Tratado dos diversos e desvairados 
caminhos, etc., was first published at Lisbon in 1563, and 
translated into English for the Hakluyt Society in 1861 and 
1862, the latter time by the vice- Admiral Bethune, and prin- 
ted along with the original text in Portuguese. Galvao is 
further said to have written a history of the Moluccas, which 
was divided into ten books, but his MS. has not yet been 
found. 



III. 



One of the first qualification for Christian missionary in 
India is, doubtless, a thorough knowledge of the languages 
spoken in the country of his labours; for India is, as every 
one is aware, not one county but a continent with many coun- 
tries. This knowledge the Portuguese could only acquire col- 
loquially or by personal intercourse with the natives , and not 
from those books which were, by a strange prejudice of the 
time , consigned along with their idols to flames. Unlike the 
policy of the present rulers of Hindustan, which we hope 
will also Be that of the future eras, the spirit which guided 
the true missionary, in his noble task of imparting to the 
heathen the news of peace and good-will , was not of tole- 
rance but of aggression. He forced the native, whenever 
he could do it with impunity, to exchange his ancient faith 
for his own, having recourse to promises and threats accor- 
ding to circumstances. His opportunism, as the politicians 
would call it now, found in Fr. Joao d' Albuquerque , a Bishop 
of Goa, a stanch champion. This bishop having met with re- 
sistance from the mild Hindfi to his not very persuasive elo- 
quence, was in 1548 going about the country in search of 
images and Hindu writings solely intent to indulging his pro- 
pensities of an incendiary, and had further the effrontery to 
qommunicate to the king the ludicrously triumphant confla- 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 185 

grations he had committed, (i) He dit not fortunately interdict 
his subordinates learning the native languages, as was done 
at a later time, when they tried in vain to supplant the ver- 
nacular of Goa by the Portuguese idiom. Grammars and 
vocabularies more or less correct were written, and, by the 
timely introduction of the art of printing into India, made ac- 
cessible to all. 



IV. 



The art of printing, invented in 1440 by Guttemberg at 
Strasburg, had already made some progress in Europe. (2) 
In Portugal there was, as early as 1537, an excellent printing 
press with both Roman and Greek types in the monastery of 
Santa Cruz. At a later date the Portuguese also cultivated 
Hebrew, Arabic and Syriac, and printed works in their re- 
spective characters. Ribeiro in his Historia dos Estabelecimen- 
tos sctentificos etc., de Portugal, gives a long list of his coun- 
trymen, who, in the course of four centuries , cultivated Orien- 
tal, African and American languages. To name only a few: 

The Provincial Fr. Marcos da Trinidade knew Hebrew. 

Fr. Pedro do Espirito Santo knew Greek and Hebrew. 

The Bishop of Meliapur, D. Paulo da Estrella, used to 



(1) The letter on this subject addressed to D. Jo&o III, and dated the 28tii No- 
vember 1548, is preserved in the Torre do Tombo at Lisbon. 

(2) In Italy the invention of Guttemberg appears to have made very rapid 
progress , having been introduced in 1455. Sig. A. Mario writes in the Diritto 
of Rome of the ISth June 1878: « Dope dieci anni dalla pubblicazione del primo 
libro con caratteri mobili, La Bibbia Mazzarina, nel 1465 s'impresse il primo 
libroin Italia a Subiaco, II Lattanzio; ma i tipografi venivano di Germania. 
I tre primi tipografi italiani furono 11 Lavagna , lo Zanotti e il Ganozio. » But the 
printer in those days was. not a mere artizan, he was also a scholar ; for the wri- 
ter adds: cll tipografo emendava i test! con pazienti studi di grammatica, di 
filologia e di storia. » 

Regarding the oriental works printed in Italy much useful information 
may be gleaned firom Saltini's Delia Stamperia Orientale Medicea, etc., in the 
GiorruUe Storico degli Archivi, vol. IV, 4860; Crom Bertolotti's Le Tipografle 
Orientali e gli Orientalisti a Roma mi secoli XVI e XVII in the Rivista Euro- 
pea, vol. IX, 1878; and firom Landi's La Stamperia MediceO'Orientale , Flo- 
rence, 1878. 



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186 J. GBRSON DA CUNHA. 

preach in the tongue of Hindustan to the Hindus of his dio- 
cese. (Probably Tamil.) 

Mestre Fr. Joao Gualberto de Biiranda knew the lan- 
guage of the mountainous districts of the Congo. 

The venerable D. Fr. Caetano Brandao knew the tapuia 
dialect of the diocese of Para. 

And the Bishop of Pekin, D. Fr. Alexandre Garcia made 
all his pastoral exhortations in Chinese, in which he also wrote 
a Catechism. (1) 

The exact date of the introduction of the press into Goa 
is unknown; most probably about the time the College of 
St. Paul was built, where it was established. The first 
work printed there seems to be Tratado or Cathedsmo da JDou- 
trinaChristd, Goa, 1557, ascribed to St Francis Xavier.(2) This 
was soon followed by numerous religious tracts, catechisms, 
translation of the Bible, grammars, vocabularies, etc Though 
few specimens of these works have been preserved, there is 
ample evidence of a lai^e number of works, and some of 
considerable size, having been printed. The earlier of these 
works were printed by three celebrated men of the time-Joao 
de Endem, Joao Quinquenio de Campania, and De Bustamante. 

A second press was, some time after, set up at the Col- 
lege of St. Ignatius at Rachol, and then a third at the College 
of Ambalaclltta, near Cochin, where the Portuguese had built 
some Churches. The number of Colleges was in the mean- 
time increasing rapidly, some of them being built at the sole 
expense of fidalgos, who had amassed a fortune in India. 
There were colleges at Daman, Diu, Bassein, Thana, where 
it was built at the expense of Caspar da Costa, Chaul, at the 
expense of Sebastiao Pinto, whose portrait is still to be seen 
at the top of the first flight of the grand staircare leading to 
the convent of Bom-Jesus at the old city of Goa, Tanor, 
Caulao, and Cranganore. The cities of Tanor andCoulao had 



(1) Vol. I, pp. 69 and 228-257; and vol. II, pp. 245-257. 

(2) F. N. Xavier*s Resumo Historico, ut supra, p. 22* 



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MATERIALS FOR THE HISTORY Of ORIENTAL STUDIES, ETC. 18? 

under their jurisdiction fifty-two churches. The Company of 
Jesus ajone had then eight colleges in their Eastern missions, 
some of which are now but a heap of ruins, while others 
have entirely disappeared from the surface of the earth. (1) 

In Goa also the number of colleges increased rapidly, 
one of them being known by the name of the University of 
St. Roque, inferior, perhaps, in no respect to the now extinct 
Dutch University of Colombo, or to any of the Universities 
of the so called Presidencies of British India, a term which 
the new Imperial system must soon render obsolete. Of all 
these educational establishments none has undergone more 
vicissitudes than the College at Rachol ; and while all the 
others have disappeared, this is still in a flourishing condition. 
It was originally built at Margao (Mathagr^ma or « convent- 
village*), the present capital of the province of SsLlsette, 
close to an hospital, at the expense of the confiscated pro- 
perty of the Hmdii temples of that province, in 1574. There 
it remained until the year 1579, when, being burnt down du- 
ring a Muhanamadan riot, the whole establishment was trans- 
ferred the same year to Rachol, on account of its being a 
fortified place. But in 1597, the Visitador Nicolao Pimenta 
compelled the students to return to Margao from its being 
the centre of the province. At last padre Caspar Soares laid 
the foundation of a sumptuous edifice in 1606 at Rachol, and, 
having completed it in the month of October 1609, opened on 
the 31"* day of the same month, which was Saturday and 
Vespers of All Saints, after singing a solemn mass; and in 
1610 the professors and their pupils went to reside there. On 



(i) This state of things appears to justify the following observation of 
.Dr. D&llinger : « The experience of three centuries , » says the writer , « shows 
that the Jesuits have no lucky band. No blessing ever rests on their underta- 
kings. They build with increased assiduity , but a storm comes and shatters 
the building, or a flood breaks in and washes it away, or the worm-eaten edi- 
fice falls to pieces in their hands. The Oriental proverb about the Turks may 
be applied to them; « Where the Turk sets his foot, grass never grows I » Reu- 
nion of the Churches, quoted firom the Dublin University Magazine, vol. 89, 
pag. 229 (1877). 



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188 J. G£RSON DA GUNHA. 

the expulsion of the Jesuits in 1761 the college was placed 
under the immediate rule of the Congregados or Padres de 
St. Filippe Neri, and, on the suppression of religious orders 
in 1835, it was handed over to the secular clergy. Among 
the works printed at Rachol the earliest that has been pre- 
served bears the date 1616. 

Most of the works printed at Goa and Rachol were in 
the Roman character. The early Portuguese missionaries 
had no conventional rules or system based on the phonetic 
value of letters for the application of their alphabet to the 
Eastern vernaculars. Each writer interpreted the sound by 
his own mode of transcription, giving thus rise to a confused 
and capricious system of romanization. But the Portuguese 
alphabet being more regular than the English, their system 
was far more accurate than the innumerable ones proposed 
for adoption by several English Orientalists , who in their turn 
are not less fantastical in this matter. 

The Portuguese did not, however, remain content with 
so unsatisfactory an arrangement, and began soon to cut 
Indian types , the earliest known being Tamil characters cut 
in 1580 by Joao de Faria, who printed works in that lan- 
guage. He was the celebrated engineer who built those gi- 
gantic arches of the ancient church of St. Paul of Goa which 
gave it eventually the designation of Sam Paulo dos Areas. 

In the ancient city of Ambalac^tta (Ambala-kadu or 
€ Church- wood »), which is now a small village with a scanty 
population of Nestorians, a few miles to the north of Anga- 
male, -— and which was once raised to some importance by 
the Portuguese building there about 1550 a Seminary and a 
Church dedicated to St. Thomas, and then making it the cen- 
tre of their missions in Southern India, from the time the 
Synod of Diamper (Udayompura) (1) was held there, under 



(1) See Synodo Diocesano da Igreja e Bispado de Angamale, published by 
snr. J. H. da Cunha Rlvara at Goa in 1860. In the Vatican Library there is a 
codex corresponding to the above under the following heading: ConciUum 
Diamperense in India Orientali, idiomate et caractere Malabarico^Samo8c, 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 189 

the presidency of the Archbishop of Goa, D. Fr. Aleixode Me- 
nezes, in the month of June 1599, — the Sanskrit, Tamil, 
Malfiiyalam, and Syriac languages were cultivated, and in so- 
me of them several important works printed. Types of what 
they called Malabar-Tamil {MMyalam) were also cut in 1577 
by a lay brother by name Joao Gonsalves at Cochin, where 
there was another printing-press, as well as at Panikkayal. 
The early Portuguese failed, it is said , to distmguish Mal^ya- 
lam from TamD, Just as the Sanskrit Pandits did, although 
they knew that is was distinct from Telegu , which they called 
« the language of the Badages » (Tam. Vadugas, Can. Ba- 
dagos), the Telugu followers of the N^yakkas of Madura. (1) 
Of the works printed at Ambalac5,tta we have only the 
names left. . They are recorded by some Portuguese writers 
and latterly by Fr. Paulinus a S. Bartholomeo. (2) Since the 



exaratum. In the same Library are found several MSS. written by Portuguese 
missionaries in India. Among others we may mention Dicciormrio Lumtano- 
malavarico, por padre F. Geminiano de S. Ottavio, 1742, 4*, and Rudimenta 
linguae McUaharicO'Samoscardamicce , which are explained in Portuguese, its 
author being a Carmelite. Another work of some interest is this : Grammatica 
et Dictionarium vulgaris aeu nationcUis Ungues Malabaricce conacriptUm a R, 
P, Faraz Lusitano olim regni Madure Missionario postea Rectore CoUegii Am- 
balacattensis in Malabaria, qui vixit adhuc anno il89 astatis habens cir- 
citer 76. / 

(1) D. Caldwell's, Comp. Gram, of the Dravid. Lang,, pp.14, 14 and 25. 
London, 1875. 

(2) Fr. Paulinus was a voluminous writer. His Mss. enclosed in large ca- 
ses, about eight in number, bearing a label with the words Miscellanea Indo- 
Malabarica, were exibited at Florence during the sittings of the 4th Oriental ' 
Congress. Being ihen unable to see them, I had recourse to the Barone Pode- 
stA and sig. Buonanno of the Biblioteca Vittorio Emanuele of Rome, where 
they are deposited, and was kindly allowed to read them. The MSS. of Fr. Pau- 
linus are written in Sanskrit, latin, Italian, firench, Portuguese and german. In 
his printed works he informs us that the title of the book printed by the Portu- 
guese at Cochin in 1557 was Doctrina Christiana, which was followed the next 
year by a Flos Sanctorum. Then he writes. «Anno 1679 in oppido Ambala- 
catta in lignum incisi alii characteres Tamulici per Ignatium Aicfiamoni 
indigenam Malabarensem , iisquein lucemprodiit opus inscriptum: Vocabu- 
lario Tamulico com a significaQao Portugueza composto pello P. Antem de 
Proenpa da Com. de Jesu, miss, de Madure. » In his MSS. he refers to the 
works of the Portuguese writers by name Cruz and Fernandes which were is- 
sued at Malabar. Besides these, Paulinus himself wrote a work in Portuguese 
under this heading: Grammatica malavar ingleza e portugueza inglezapara 



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190 J. GERSON DA CUNHA. 

Portuguese ceased to publish works in vernacular languages 
in Southern India, the Danish missionaries of Tranquebar have 
printed many valuable books. It redounds to the credit of 
the Portuguese, however, that they should have at so early a 
date, after their settlement in India, been able to cut Indian ty- 
pes; while the English who arrived there about the be^n- 
ning of the 17"* century did not cut any type till the year 1778, 
the first work printed by them being a Bengali grammar by 
Halhed, the types for which were cut by a native blacksmith 
by name Panchanan, under the direction of the Sanskritist 
Wilkins, and was issued from a press at Hugli in the same 
year. (1) 

The printing offices introduced by the Portuguese into 
India disappeared rather suddenly from the country, the date 
of their disappearance being as unknown as that of their in- 
troduction. The last work hitherto known as printed at Goa 
bears the date 1660. (2) Thus the art of printing seems to 
have flourished in India for a httle above a hundred years, 
its disappearance being not improbably occasioned by the 
gradual decline of the Portuguese power in the East. In 1754 
attempts were made to reintroduce printing presses Into Goa, 
but the Government did not allow it. The excesses and rais- 



0U80 de Sua Magestade el Rey de Travancor, anno il8A, comp. a Paul a 
S. Bart ac ipsi Regi Travan. seu Malabarise Rama Vamer dicto oblata in aroe 
Padmanaburam. > It is followed by a Vocabulary and Dialogues. My friend 
prof. Angelo De Gubematis has published very interesting articles on the MSS. 
*of Fr. Paulinus in the vol. 1 of the Bollettino Jtaliano degli Stiidi Orientali, 
Florence, 1876-77. 

(1) The first English newspaper was ^published in Bengal (at Calcutta) 
in 1781, being named Hickie's Gazette, but was soon suppressed by the Go- 
vernment The first English newspaper in the Bombay Presidency was the 
Bombay Gazette, founded in 1789, the second being the Bombay Courier 
in 1791. The first native paper was the Samachar Darpan or t Mirror of 
News , » issued by the Serampore missionaries in 1818. 

(2) In the BoUettino Italiano degli Studi Orientali, vol. I , pp. 184-187 , re- 
ference is made to works of an Italian Missionary, who having begun to print 
a work at Canton in China discontinued it through some mishaps, but being 
eventually arrived at Goa completed the printing there in 1669. The heading 
of LliB book runs thus: Sinarum Scientia Politico-Moralis a Prospero In- 
turcetta Siculo, Societatis Jesu in lucem edita: — In fine, Goae iterum recO' 
^inilum, ac in lucem editum die i Octobris, anno i669. 



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MATERIALS FOR THE fflSTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 191 

deeds of the priests and friars were then a warning against 
permitting so powerful a weapon to be placed in their hands. 
There is, about this fact, in the Archives of the Secretariate 
of Goaa curious document, dated 20*** March 1754, addressed 
by the. Secretary of State, Diego de Mendonqa Corte Real, to 
the Viceroy of Goa Conde d'Alva, wherein the latter is in- 
formed that having His Majesty the king of Portugal received 
several petitions praying that printing establishments be al- 
lowed in Goa, he should exercise his utmost care to prevent 
such establishments , even by individuals or communities en- 
joying the highest privileges. (1) 

Again, the great Marquis of Pombal in two of his letters, 
which have happily been preserved, addressed to the Arch- 
bishop of Goa, D. Francisco de Assumpgao e Brito, dated 
10*** of February and 2°* of April 1774, and also in the letter 
addressed through the.Secretary of State, Francisco Xavier de 
MendougaFurtado, dated 22"^ of January 1761, to the Viceroy 
Conde de Ega, refers to works written by the Jesuits in In- 
dia^ which he disapproves for any educational purpose, and 
sends instead books printed at Lisbon. He also advises to 
institute a careful search among the sequestrated archives 
of the Jesuits in India for grammars of vernacular languages 
for use in schools, provided they be beforehand well looked 
into and weeded of (Jesuitical doctrines). (2) It seems at 
first sight extremely ridiculous that so wise a statesman as 
the Marquis of Pombal should entertain the puerile fes^r of 
the Jesuitical maxims, their principles of probabilism, men- 
tal reservations, or justification of means by ends, being in- 



(1) Livro de Monroes, n. 127, fl. 415. Also, Chroniata de Tisauary , 
Goa, 1867, vol. II, p. 95, and Lagrange's Inatrucgdes do Marquez de Pombal, 
Goa, 1841, n. 5. 

(2) The words in the original are : c Com tanto que sejam primeiro muito 
bem revistas e expurgadas. » The sequestrated archives of the Jesuits were 
sent to Lisbon in 1774 (see the Arch, Port. Orient. , fasc. Ill , p. x et seq. Nova 
Goa, 1861) and those who thinic that the Jesuits possess valuable dociunents on 
the Portuguese in India are sadly mistaken. Their archives in India are 
as empty as those in Rome , the only thing they possess being the Decadas de 
Joao de Barroa. 



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192 J. GERSON DA GUNHA. 

stilled into the minds of students through so innocent works 
as grammars and vocabularies. But when one considers 
that this was a time of probation for the Portuguese, an epoqb 
of trial to be followed by the dawning of a new era for Por- 
tugal and her colonies , the period of transition , over which 
the great genius of Pombal presided, will beheve to have 
been one of extreme peril and inquietude , requiring much 
foresight and circumspection. And this admirable policy 
bore its fruit in due time. After the expulsion of Jesuits 
came in turn the suppression of convents, which were 
now the nests of idlers , intent on gaining their selfish aims 
rather than in preaching the words of peace and good- 
will. With regard to this state of things it strikes me 
as very appropriate the following remarks of prof. Angelo 
De Gubernatis, who says: — « One thing is certain, no quar- 
rels would happen in the world if egoism did not predomi- 
nate, alike with individuals and nations, if christian charity 
were not a dead letter , if religion, on which so much is 
spoken and written, for which people and governments pro- 
fess to strive so hard, had only some true and deep efficacy 
on. life. But religious dogmas are learned like Greek and 
Latin, in order that people may know something about them, 
not with the view of putting them into practice. The habit 
of meditating on the practical obligations that a knowledge of 
religious truth imposes is but shght. Few, 1 repeat, seek to 
conform the actions of their lives to it. If only did so , and 
so got a rule of life for all, new studies in religion would be 
superfluous. I think more serious occupation of the mind 
with the subject is needed, and should be placed at tlie foun- 
dation of our life. » (1) 

But to return once more to the press in India. On the 
establishement of constitutional Government at Lisbon and 
Colonies, which now became integral portions of the mo- 
narchy, on the dynasty of the house of Braganija identifying 



(1) The Contemporary Review for June 1878 , pag. 598. 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 193 

itself with the aspirations and instinct oi the Portuguese at 
home and abroad, a printing-press was set up atGoa in 1821, 
to be rapidly followed by several others, rendering excellent 
service to the cause of progress and civilisation. There are 
now at Goa seven printing offices from which newspapers and 
other publications are issued in Portuguese and MarsLthi, sa- 
tisfying the literary wants of half a million of population. 
Journalism expecially has made considerable progress there 
since the first private printing-press was established at Mar- 
gao in 1858. (1) 

Thus it seems that the art of printing after having being 
introduced by the Portuguese into India about the middle of 
the 16*^ century was in full swing during a little more than a 
century, and it suddenly ceased about the end of the third 
quarter of the 17*^ century, and was not reintroduced until 
the establishment of constitutional government at Goa in 1821. 

As the works printed at Goa and at Rachol during the 
16*^ and 17*^ centuries, besides having some historical in- 
terest, are now extremely rare , I shall offer no apology for 
appending here a list of those works, as far as they are 
known, adding at the same time some short notices of the 
Avriters and the subjects treated of. (2) 



(1) See on this subjet an excellent work by my friend and relation cav. 
Francisco Joao Xavier of Goa, entitled: Breve Noticia da Imprenta Nadonal 
de Goa. Nova-Goa, 1870. 

(2) Among the bibliographers who refer to these works I must mention the 
name of Diego Barbosa Machado, who published his Bibliotheca Lusitana at 
Lisbon in 1741-59. His collection of books, some of which were unfortunately 
destroyed by the fire and earthquake of Lisbon in 1755, was originally deposited 
in the Royal Palace of Ajuda in Lisbon, and now forms part of the National 
Library at Rio de Janeiro. See Annaes da Bibliotheca Nadonal do Rio de Ja- 
neiro, vol. I, where is found an essay on the life and writings of the bibliogra- 
pher. The other name is that of Innocencio Francisco da Silva , who wrote the 
Diccionario Bibliographico in 9 volumes , octavo , partly compiled firom the 
works of Machado , and continued to the year of his death which took place on 
the 27tb June 1876. 



Am del IV Congrcsso dcgli Orientaliati ^ Vol. H. 1 3 



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194 J. GERSON DA CUNHA. 



The following is the list of works hitherto known as 
printed at Goa during the 16*** and 17"* centuries. 

1. — Tratado da Doutrina ChrUtd. Goa, 1557. It is ascribed to 

St. Francis Xavier. 

2. — Compendio Espiritual da Vida C/iris/a , tirade pelo primeiro 

Arcebispo de Goa, D. Gaspar de Le^o: per Joao Quin- 
quenio. 12"»o. Goa, 1561. 

3. — Colloquios dos Simples e drogas medicinaes da India, etc. , 

de Garcia d'Orta, per Joao de Endem. 4^. Goa, 1563. 

4,^ Carta do primeiro Arcebispo de Goa ao Povo de Israel, 
com a Traduc^ao dos dois Tratados contra os Jadeos de 
mestre Jeronymo de Santa Fe. 4to. Goa , 1565. 

5. — Primeiro Concilio Provincial celebrado em Goa em a 

anno de i567, trasladado deLatim em Linguagem, por or- 
dem do Arcebispo D. Jorge Themudo. 4^. Goa, 1568. 

6. — Constitui^oes Synodaes do Arcebispado. de Goa, pelo Arce- 

bispo D. Gaspar, impressas por Joao de Endem. Fol. 
Goa, 1568. (1) 

7. — Mappa Mundi de Fernao Vaz Dourado. Goa, 1571. 

It seems that this work, although written at Goa, was 
not printed there or anywhere else. The original MS. has 
happily been preserved , and was exhibited along with other 



(1) This work has had four editions , two at Goa in 1568 and 1643 and two 
at Lisboa in 1592 and 1810. Of the first edition with this heading « Constitui- 
(oes do Arcebispado de Goa, approvadas pello primeiro Cdcilio provincial. 
Anno 1568 , » there are only two copies extant. It consists of a prologue in 
4 pages which are unnumbered, 99 pages numbered on only one side and then 
again 10 unnumbered pages. It bears the following colophon : « Foram impres- 
sas estas constituicdes na muyto nobre e leal cidade de Goa per Joao de endem , 
por mandado do muyto magnifico e muyto reurendo senhor Dom Gaspar , pri- 
meiro arcebispo de Goa, do c5se1ho del Key nosso senhor. Acabaram— se nos 
8 dias do mez de abril de 1568. » There is an Index of 12 pages. For details, 
see Silva's Die, Bibliog,, vol. II, pag. 102 and Abreu's ^r^icles ii^ tj^e IJUramar 
Pf tl»e m^ July , 2n«, Qtn ^4 30ti» August t87^. 



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MATERIALS FOR THE fflSTORY OF ORIENTAL STUDIES, ETC. 195 

rare MSS. in the Portuguese section of the Exposition Univer- 
seUe de Paris in 1867. 

8. — Desenganos de perdidos, pelo Arcebispo D. Gaspar, 4*°. 
Goa, 1573. 

9. — Discurso sobre a Vinda de Jesu-Christo Nosso Salvador ao 
Mundo, dividido em dous Tratados , pelo padre Thomaz 
Estevao, Inglez, da companhia de Jesu. Impresso em Ra- 
chol com licenga da Santa Inquisi^ao, e Ordinario no Col- 
legio de todos or Santos da Companhia de Jesu. Anno 1616. 

This work has had three editions. It is a selection from 
the Bible, or rather an abridgement of the New Testament 
with explanatory remarks on the incarnation, passion, and 
resurrection of Jesus Christ. The work is said to have been 
originally written in Portuguese and then translated into Koh- 
kahi. The translation took place in 1614, as attested by the 
rev. Paulo Mascarenhas on the 3^^ of April 1614, and was 
printed in 1616, as declared in the colophon. It is dedicated 
to dom Frey Ghistovao de Lisboa, Archbishop of Goa and Pri- 
mate of the East, etc. ; the dedication being dated from the Col- 
lege of Rachol the 29*^ of April 1616. It bears among the 
licences from ecclesiastical authorities, which precede the 
work, the imprimatur of ipsidre Francisco Vieira, Provincial of 
the Society of Jesus, dated the 22°^ of June 1615, he ha- 
ving been charged with this commission by the very rev. Clau- 
dius Aquaviva , their Praepositus general. The second edition 
was begun in 1646, revised by Fr. Gaspar de S. Miguel 
and others between the 22°^ of November 1646 and 18^^ of 
May 1649, in which year it was completed. Lastly the third 
edition, which bears the following colophon: Em Goa com li- 
cenga da Santa Inquisicdo, e Ordinario no Collegio de S, Patdo 
novo da Companhia de Jesu, Anno 1654, has licences signed 
by Fr. Lucas da Cruz, from the 2"^ of January 1653 to the 
22"^ of June 1654. The place where the second edition of 
this work, which from 1649 obtained the Indian designation 
ofpurdnaf was printed is unknown, 



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196 J. GERSON DA CUNHA. 

This purdna, as it is now found, preceded by licences 
of ecclesiastical authorities, a dedication, and an introduction 
in prose and verse, in praise of the author, by Fr. Caspar de 
St. Miguel in 14 strophes, first published along with the se- 
cond edition of the work in 1649, is divided into two trea- 
tises, properly called puran^. The whole is written in the 
opt metre, a particular measure in which stanzas of Prakrit 
verses, such as the airs of Muktes'war and the Dnyanes^vati, 
or a paraphrase in Mar^thi of the Bhagavad-git^ by Dny^- 
nob^, are written. Prof. Suriajy Ananda Rau tells us that 
Padre Estevao in this work « imitates the Prakrit poems 
of DnyanesVari, MucundaRaz, the Ram^yanaofMuktesVar 
and other ancient works which hold a distinguished place 
among the classical poems of the Hindus. » (1) 

The first ^rdna consists of 36 cantos, and the second, 
which is again subdivided into four parts, contains 59 cantos. 
The whole of the work has 11,018 strophes, 4296 of which 
belong to the 6vsi purdna, and 6722 to the second. Latterly 
Padre Pascoal Gomes de Faria, priest of the order and habit 
of St. Peter, a native of Goa, added to it, in the year 1722, 
237 strophes to the cantos 45, 46, 47, 48, 49, 50 and 51 of 
the second purdna. A few extracts from this work will be 
given hereafter from a bibliographical notice of the work in 
the Ensaio Historico da lingua Concani by the distinguished 
Portuguese savant Mr. J. H. Da Cunha Rivara, pubhshed at 
Goa in 1858. 

Southwell speaking of their purdna in his Btbliotheca Soc, 
Jes. says: «Opus magnum cui purdna titulus est idiomate 
Indostano in quo praecipua Fidei mysteria metro exponit, quod 
tanto plausu exceptum fuit, ut dominicis festisque diebus in 
Templis a sacro prolegatur, magna omnium approbatione et 
voluptate. » I have not heard this purdna read in any 
church at Goa, but older people appear to have heard it, 
and Mr. M. V. d'Abreu, a diligent historian of Goa, writes to 



(1) Grammatica da Lingua Maratha, pag. xxiv. Nova-Goa, 1875. 



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BIATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. l97 

me, perhaps from his recollection of the past, thus: «0^m- 
rdna qiie este padre compoz, os naturaes 1dm e ouvem nas 
solemnidades da quaresma e semana santa com tanta at- 
ten^ao que comecjando a licjao deste livro na Igreja todos se 
calam sem dizer palavra , » or « the purdna which this priest 
wrote, the natives read and listen to in the solemnities of the 
Lent and Holy week with such* attention that on beginning 
the lesson of this book all remain silent without saying a word.* 
This extract is from a letter dated the 2°^ of April 1873. 

But it seems that it is read and even sung, passages of 
it being made by heart, by some of the lower classes at a 
peculiar ceremony called sott (shcisti-^iljan) or the 6**" day, 
which must not be confounded with the satif or immolation 
of a widow at the funeral pyre of her husband. This soU ap- 
pears to mean a night-watch kept on the sixth day after a 
child's birth, to guard the infants against evil spirits, which 
they suppose are especially prone to attack them on that day, 
by singing profane songs and beating of the madvem, a kind 
of drum. This fatalistic doctrine prevailed for some time not 
only among the lower classes of the natives , but also among 
some Portuguese families, as we are told in an edict issued by 
the Inquisition on the 14*^ of April 1736 forbidding the practice. 
The edict is in the original said to have been written by the 
Inquisidores ApostoUcos contra a heretica pravidade e apostasia 
nesta Cidade e Arcebispado de Goa e mais partes do Estado da 
India, The soU has not yet ceased entirely; but instead of 
the profane songs, they now read the Christian Purdna, pro- 
bably one of the Jesuitical conciliatory measures, of which we 
shall have more instances hereafter. Some of the natives 
among the lower classes consider its reading to have special 
virtues as a charm. There is no doubt that the object of the 
writer was that his translation of the Bible should resemble 
a Hindii purdna, and with this view be mixed up in the Gos- 
pels miraculous events and stories, which are ndt in the ori- 
ginal, but which served to attract the attention of the converts 
from hinduism to the book, and make them read it in the 



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198 J. GERSON DA CDNHA. 

same way as their discsLrded purdms, without however lessen- 
ing their relish for the purdnic style. And in this rather 
disingenuous compromise he seems to have succeeded re- 
markably well. The MS. copies of this work which are extant , 
mostly written in the last century, are said to have been writ- 
ten with considerable caligraphic ability and artistic skill. 
They also contain some drawings , which are said to stand for 
engravings in the original printed text. 

10. — Dotiirmo Christd em Lingua Bramana'Canarim,ordenada 

a maneira de dialogo, para ensinar or meninos, pelo 
padre Thomaz Estevao, Jesuita, no Gollegio deJRachol. 8'**. 
1628. 

This work is said by Padre Francisco de Souza in his 
Oriente Conquistado to be a translation of a little work by 
Padre Marcos Jorge, commonly known under the name of its 
improver Padre Mestre Ignacio Martins. Reference is also 
made to the improvement this work underwent in the hands 
of Padre Martins in the ^Agiologio Ltisitano, tome I, p. 382. 

11. — DeclaraQam da Doutrina Christam collegida do cardeal Ro- 

berto Bellarmino da companhia de Jesu e outros Autores, 
Gomposta em lingua Bramana vulgar pello padre Diego 
Ribeiro da mesura companhia , portugues natural de Lis- 
boa. Impresso no Gollegio de Sancto Ignacio da compa- 
nhia de Jesu em Rachel. Anno de 1632. 4*<», p. vii-105. 



The author of this book was , according to De Backer's 
BiblioiMque des Ecrivains de In Compagnie de Jems, admitted 
into the order at Goa in the year 1580. He is said then 
to have, been about twenty years old. He passed more than 
forty years of his hfe in the province of Salsette and died at 
Goa on the 18*^ of June 1863 at the age of 73. Southwell 
says of him: « Idioma illius gentis perfectissime calluit. Plu- 
res libros concanica lingua ab aliis antea composites partkn 
emendavit ex mandate superiorum, partim auxit. » He is 



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MATERULS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 199 

said to have translated into Konkant the Vtdas dos Sandoa 
of Padre Ribadeneira, and printed them at Goa, or as South- 
well puts it « in typis Collegii Goani. > He also added to the 
Arte da Lingua Canarina by Thomas Estevao published at 
Rachol in 1640, and to the Voedbulario of the Konkani-Portu- 
guese and Portuguese-Kohkani languages, written by some 
fathers of his order « with various modes of speaking. » 

12. — BiscursoB sohre a Vida do Apostolo S. Pedro em que se refu* 
tarn as principaes erros do Oriente, compostos em verso 
em lingua bramana-marasta , pelo padre Estevao da 
Cruz, impresses na Gaza Professa de Jesus. Vol. II, fol. 
Goa, 1634. 

This author is said by Cr^tineau Joly to have « given to 
the Brahm§,ns the rules of their tongue, » (1) but his name is 
not mentioned neither by Barbosa Machado in his Bibliotheca 
Lusitana, nor by J. F. da Silva in his Diccionario BihUogra- 
phico, probably because they knew that he was a foreigner; 
for F. Pyrard De Laval tells us that be was a Frenchman , and 
native of Rouen. (2) 

13. — Arte da lingua canarina y composta pelo padre Thomaz 
Estevao, accrescentada pelo padre Diego Ribeiro, e revista 
per outros quatro Padres da Gompanhia. Impressa no Gol- 
legio de S^ Ignacio da mesma Gompanhia. 4^<'. Rachol, 1640. 

This was reprinted in 1857 by Mr. J. H. da Cunha Rivara. 
We shall have to refer to it more at lenght hereafter. 

14. — Biscurso ou falla que fez o padre Fr, Manoel da Cruz, me- 
Btre em Santa Theologia , no ado solemne em que o Conde 
Jodo da Silva Telle e Menezes, Viso-Reida India, Jurou 
principe D. Theodosio aos 20 de ontubro de i64i. Im- 
pressa em Dezembro do mesmo anno. 4^. Goia , 1641. 



(1) Hist. Relig, Polit, et Morale delaO* de Jis., tome IV, pag. 164 and 169. 
{2) Viagem, etc., vertida do Francez em Portuguez por J. H. da Cunha 
Rivara, tome II, p. 237. Nova-Goa, 1862. 



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200 j. ghSrson da cunha. 

15. — Magseph assetat, ou flagello das Menliras: pelo padre Anto- 

nio Fernandes, Jesuita. Obra impressa em caracteres Abe- 
xins, que haviam sido mandados ao Patriarcha D. Alfonso 
Mendes, pelo Papa Urbano VIII. Goa, 1642. 

Reference will be made to this work furter on. 

16. — Relagao do que succedeo na Cidade de Goa e em todas as 

mais Cidades e Fortalezas do Estado da India, na /e- 
lice acclamagao del Rei D. Joao IV de Portugal, e ho 
juramento do Pnncipe D. Theodosio, conforme a ordem, 
que a huma, e outra cousa deo o conde de Aveiras Joao 
da Silva Tello e Menezes, Vice-rei, e Capitao geral do 
mesmo Estado : dedicado ao Principe D. Theodosio,porMa- 
noel Jacome de Misquita, morador na cidade de Goa, no col- 
legio de S. Paulo Novo da Companhia de Jesus. Goa, 1643. 

17. — Vida da Santa Virgem, pelo padre Antonio Fernandes. 4***. 

Goa, 1652, 

18. — Tratado dos Milagres, que pelos merecimentos do glorioso 
Santo Antonio, assim em Vida do Santo, como depois 
da sua morte, foi nosso Senhor servido obrar; com a 
vida do mesmo Santo; traduzidos e compostos na lin- 
gua da terra corrente, para sevem de todos mais facil- 
mente entendidos, pelo padre Antonio de Saldanha da 
Companhia de Jesus, natural de Marrocos. 4*o, Goa, 1655. 

Padre Saldanha was born at Mazagao in Africa from a 
Portuguese father and Italian mother. He sailed for India 
with the intention to devote himself to military hfe, but at 
Goa be changed his mind and entered the Society of Jesus 
in 1615. He died at Rachol on the 2"^, according t6 some, 
and on the 15*^ according to others, of December 1663. 

He also published the following works: 

Rosas e boninas deleitosas do Ameno Rosal de Maria, e sen Rosa-- 
rio, tr.aduzido e composto com proveitosos Moraes para hem 
das almas. 4^. Bachol. 

Fructo da Arvore da Vida a nossas almas e corpos salutifero, 
illustrado com varios Moraes para proveito das almas e homa 
de Nosso Senhor Jesus Chisto, 4*°. Rachol. 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 20l 

Both these works are undated. They must have been 
published between the years 1615 and 1663. 

He is said to have written, but not published, the follo- 
wing works: 

Vocdbulario da Lingua concanica. 

Beneficios Imignes dos Anjos Custodios. 

Baculo Pastoral para a administraQao dos Sacramentos , e mats 
obrigagoes parochiaes, 

19. — /ardim dos Pastores ou Festas do anno na lingua brah- 
mina. Livro doutrinal. 8""^ Goa, no Gollegio da compa- 
nhia, 1658. 

A work on sermons. 

Sinco Praticas sohre as palavras c Exurgens Maria. » Goa , no dito 
collegio. 

Sermoes de Santos , e do tempo quaresmal. Vol. II, 4^. 

All these works are attributed to Padre Miguel de Al- 
meida. The latter two bear no date of publication, and the 
last not even the place of printing. Padre De Almeida was 
admitted into the Company of Jesuits at Goa on the 12*** of 
September 1624, when 16 years old. He professed the 
fourth vow, was appointed rector of the College of St. Paul 
at Goa, and was eventually raised to the rank of Provincial of 
his order. He diedatRachol on the 17*** of September 1863 
at the age of 73. He was a native of the Villa de Gouveia, 
in the Province of Beira. This author is said to have written 
a Diccionario da Lingua Canarina, which is still preserved in 
its MS. form. But Southvell believes it to be a mere transla- 
tion of the Theaauro da lAngoa Portugueza by Bento Pereira, 
and Machado says that the first translator was Padre Diego 
Riberio, who named the work, as above mentioned, Vocabu- 
lario da Lingoa Concanica, com varies modes de faUar, and the 



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202 J. GERSON DA CUNHA. 

second, Padre de Almeida, who made some additions to it. It 
was divided into two parts. — Port. konk. and viceversa. 

21. — Soliloquios divinos. Gompostos pelo padre Bernardino de 
ViUegas, da companhia de Jesus, Gathedratico de Prima 
de Theologia em o seu coUegio de Santo Estevao de Mur- 
cia, e calificador do Sancto Officio. Traduzidos em lingoa 
brahmana pelo padre Joa5 de Pedrosa da mesma compa- 
nhia, Missionario em Salcete da Provincia de Goa. Im- 
presso no collegio novo de S. Paulo. 4^, fl. 128. Goa, 1660. 

This work is divided into so called soliloquios, and these 
again into Chapters, of which there is an Index in Portu- 
guese at the beginning, and in Eonkanl at the end of the book. 

Padre Pedrosa was a native of Coimbra in the diocese 
of Leiria, son of Joao Fernandes and Antonia Pedrosa. He 
entered the Noviciate of the Society of Jesus, at Coimbra, on 
the 26**^ of February 1631, accordmg to some, and 1632, accor- 
ding others, at the age of 17. He shortly left for Goa, where 
he was appointed Master of the Novices, and some years 
after became Rector of the College at Rachol. He died at 
Goa in their principal house (caza professa) on the 18*^ of 
May 1672. He is said to have written in KonkanI, but not 
published, a work entitled: Instruggao para a Confissdo Sacra- 
mental. According to De Backer the Soliloquios were printed 
in 1640; but according to Mr. da Cunha Rivara in 1660. (1) 

Of the XXI numbers above , five require special notice , 
viz n** in, the vwrk of Garcia d' Orta, printed at Goa in 1563; 
n**" IX, X and XIII, the works of Thomas Estevao, printed at 
Rachol between 1616 and 1640; and n** XV or Magseph As- 
setat, the Abyssian book printed at Goa in 1642. 



(1) For details on these works the reader may also consult « Memorias da 
Litteratura Portugueaa, por Antonio Ribeiro dos Santos, » published in 1812 
by the Royal Academy of Lisbon , besides the Biblioteca Lusitana , by Diego 
Barbosa Machado; Dicdonario Bibliographico, by I. F. da Silva; Ensaid His- 
torico da Lingua Concani, by J. H. da Cunha Rivara; and the works of 
Southwell, de Backer, Cr6tineau Joly, Gordai*a, Alegambe, etc. 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 203 



VI. 



The book of Garcia d'Orta has the following heading: 

Coloquios dos simples, e drogas he cousas medtQinais da India , e 
assi dalguds frutas achadas nella onde se tratam alguds cour 
sas focantes a medigina, pratica e ontras coouas boas, pera 
saber, copostos pello Doutor gargia dorta : fisico del Rey nosso 
senhor, vistos pello muyto Reverendo senhor, ho ligenQiado 
Alexos diaz: falcam desembargador da casa da suprica^a 
inquisidor nestas partes. Com priuilegio do Conde vise- Rey. 
Irapresso em Goa, por Joannes de endem as x dias de Abril 
de 1563 annos. 4*°, fl. 249. 

This edition is now very rare. The scarcity of copies 
may be owing either to a small number of copies issued, or to* 
their loss by shipwreck, which in those days was not uncom- 
mon, on their way from Goa to Lisbon. Attempts were 
made in 1863 at Goa, three centuries after its first edition, 
to reprint the work there; but without success, as no copy 
could be got. (1) It was only in 1872 that a second edition 
was published at Lisbon by an eminent Brasilian savant, snr. 
F. Ad. de Varnhagen. 

It may appear strange that so important a work should 
have so long remained v^ithout demand as not to induce any 
publisher to undertake a second edition ; but the fact is that 
the work was already known throughout Europe by means of 
its compilations and translations into Latin, French, Italian, 
and others European languages by Glusius, Briganti, Ziletti, 
Colin, Frampton and others. 

This is an important work, its interest lying not to 
much in its botanical descriptions , in which it has long been 
superseded by works of larger scope and greater merit , as in 



(1) Jl. de Pharmacia t etc., vol. I , pag. 53. Nova-Goa, 1862-1863. 



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204 i. G£RSON DA CONHA. 

its antiquarian value, being the earliest contribution, since the 
Portuguese arrived in India, to the study of natural history 
of the East. The typographical errors of the first edition, 
however, detract much from its worth. It contains twenty 
pages of errata, and these scarcely contain a moiety of mis- 
prints. The author himself was aware of this; for he wri- 
tes: « Outros muytos erros ha n'este livro que ho Autor na (sic) 
poem, porque por estes se tiraram os outros. > The art of 
printing must, indeed, have been in its infancy, when the 
printers corrected in each copy the errors committed in a 
previous one, making it impossible to have the text of two 
copies identical. But reasons are alleged for this untidy ar- 
rangement by the Licentiate Dimas Bosque (Bosco?), proba- 
bly an Italian naturalist, and by « Christovao da Costa or 
Christobal Acosta, » as he writes it himself, a native of Ceuta 
in Africa, who published a compilation of Garcia d'Orta's 
mColloquios in Castillian at Burgos in 1578, under the title of 
Tratado de las drogas, y medicinas de las Indias arietUdles, 
adding some notes of his own from the personal acquaintance 
he had made while in India, during the first vice -royalty of 
D. Luis d'Athaide, with the objects treated of by d'Orta in his 
book. The former uses as a plea the absence of the head 
printer, and the latter the incompetency and carelessness of 
the printers at Goa. 

Garcia d'Orta studied in the Universities of Salamanca 
and Alcald where he obtained his diploma of doctor of me- 
dicine, and while practising as physician at Castello de 
Vide passed another examination before the chief-physician 
(physico-m6r) which qualified him to practise in Portugal 
and her colonies. This second diploma is dated the 10"* of 
April 1525 and is preserved in the Torre do Tonibo. (1) He 
was for some time professor of the faculty of philosophy at 
Lisbon, and sailed for India in 1534, where he lived to aa 



(1) Chanc* de. d. Joao III, Liv. 35, fl. 96. It was published in the Gazeta de 
Pharmacia of Lisbon , and reprinted in the Archivo de Pharmacia of Portu- 
guese India, vol. IV, pp. 141-142. Nova-Goa, 1867. 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. ZUO 

advanced age. He must have died before the year 1572 or 73 
in India, as his name is not found recorded among those phy- 
sicians who signed the Patcta das Mesinhas na India; while 
that of his friend Dimas Bosque or Bosco is.(l) D'Orta was 
also a friend of Camoens, who dedicated him an ode pu- 
blished with the CoUoquios, The island of Bombay, soon 
after its acquisition by the Portuguese, was rented in perpe- 
tuity to d'Orta, paying the annual fee-rent of 1432 1/2 par- 
daos or nearly L. 85. He mentions it three times under the 
name of Bombaim and Mombaim in the Colloquios 22°^, 28'*^ 
and 34^^, as well as his tenant SimaoToscano, who sent him 
mangoes from a tree which gave two crops a year. Simao 
Botelho, however, in his Tomho do Estado da India, written 
in 1554, tells us that this island was in possession of Me- 
stre Dioguo (Diego), who, according to the ancient foral or 
« register, » paid first 14,400 fedeas (2) and then 1375 par- 
daos. (3) But this is supposed by the late Mr. Felner to be 
an error from the confused state in which the accounts 
and registers of terms and fiefs in this part of India were 
kept. (4) This supposition is further confirmed by the fact 
of d*Orta calling Bombay in 1563 minha Uha « my island, » 
it being his manor, and, perhaps, that of his heirs, if he had 
any. There is no record of his having left any descendant 
in India. Cardinal Saraiva, however, in his Portugueses em 
Asia, etc., mentions not only the name of Garcia d' Orta , 
but also of Nicoldo d'Orta, wo went from Goa overland to 
Madrid in 1606 and returned to India by the command of 
king D. Filippe. (5) At the time of the cession of the island 
to the English in 1661 as a part of bride's portion of the In- 
fanta Dona Catherina, married to Charles II of England, it 



(1) /(. de Pharm. e Sc. Med., p. 53 et seq. Nova-Goa, 1862. 

(2) Fedea is a nominal coin, of the value of JL , etc., [of a pardao, which was 
in use in Diu and Bassein districts. 

(3) Pardao is nearly equivalent to a shilling. 

(4) Suhsidios ut supra, p. xi and Pt. II, p. 160-161. 

(5) Tome I, p. 100 and 120. Usbon, 1848. 



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206 J. GERSOK DA qjNHA. 

was owned by Dona Ignez (ie Miranda, widow of D. Rodrigo 
de Moncanto. She lost through this cession the dominion she 
held over the place , but not her estates. Or as an original 
document of the time says : « tiroulhe o senhorio e nao a 
fazenda. > Apropos of Bombay it may be worth while to 
mention that it was occupied as early as 1528 by the Portu- 
guese, after the defeat of the fleet, in the Bombay harbour, 
belonging to the king of Kambay, during the governorship of 
Lopo Vaz de Sampaio, and was in 1531 selected by Nuno da 
Cunha for the rendezvous of his formidable expedition to 
Diu. (1) 

The soldier? of Hector da Silveira gave to the island the 
name of Uha da Boa Vida from the pleasant days they spent 
there, which designation was current till the middle of 
the XVP** century, as stated by D. Joao de Castro, (2) when 
the native name of 3fwm&a* prevailed, assuming, however, the 
divers forms* of Mombaym and Bombaym met with in the 
Portuguese documents of the XVIP and XVIIP centuries, 
until it was changed by the English into Bombay. (3) 

Although the island was ceded to the English crown 
in 1661, it did not come into its possession till 1664, and 
in 1668 the king made it over to the E. I. Company for the 
annual rent of L. 10 in gold. The delay in the cession was 
caused by the Portuguese Viceroy Antonio de Mello e Ca- 
stro, who, having been appointed for this post on the 
11**" of March 1662, left for India with the English commis- 
sioner Earl Marlborough and a fleet of five men-of-war, 
with 500 troops under the command of Sir Abraham Shipman, 
arriving at Bombay on the 29*^ of September of the same 
year. He declined to make over the island to the English 
from both political and personal motives, complaining to the 



{\) Details of these two historical events will be found in my Notes on 
the History and Antiquities of Chaul and Bassein. 

i2)»Roteiro de Goa a Diu, p. 81. 

(3) See my articles entitled: Words and places in and about Bombay 'm 
tlie Indian Anti<^uary for 1874-75, 



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MATERIALS FOR THE fflSTORY OF ORIENTAL STUDIES, ETC. 207 

king of the ill-treatment be had received on board from the 
Earl and Capt. Richard Mircors. The English troops were 
in the meanwhile compelled to seek a refuge in the island of 
Angediva, about 52 miles to the south of Goa, and lord Marl- 
borough sailed for England with two ships, leaving the rest 
•with Sir Abraham, who with 300 of his troops died on the 
island soon after. (1) At last, under most positive advice from 
Lisbon, the treaty for the delivery of the island of Bombay 
-was signed on the 10*^ of January 1665 , its formal cession 
taking place on the 17'^ of the following month, the English 
crown being represented by Humphrey Cook, secretary of 
Sir Abraham Shipman. 

The Viceroy De Mello e Castro, did not, however, sign 
the treaty without a protest. In a letter dated the 5*^ of Jan- 
uary 1665 he says to the king: « I confess at the feet of your 
Majesty that only the obedience I owe, as a vassal, could have 
forced me to this deed, because I foresee the great troubles 
which from this neighbourhood will result to the Portuguese; 
and that India is finished the same day in which the English 
Nation taJce possession of Bombay. » (2) The italics are mine. 

The U*^ article of the treaty of the 23"^ June 1661 , confir- 
med by the 3"^^ article of the treaty of Vienna dated the 22"^ Jan- 
uary 1815, stipulated that, on the event of the English pos- 
sessing the island of Ceylon, they should restore to the Portu- 
guese the city of Colombo , the cinnamon trade being common 
to both nations. Another term of this treaty was that Eng- 
land should assist the Portuguese in India against their ene- 
mies. The Marquis of Pombal in his despatches to the Por- 



(1) A narrative of this eventful period in the history of Western India is 
given in my Historical and Archaeological Sketch of the Island of Angediva in 
the H B. B. R. Soc, 1875, vol. XI, p. 288. 

(2) The original is as follows: o Confesso aos p6s de V. Magestade, que s6 
a obediencia, que devo, como vassallo, pudera ft)rfar-me a esta acfao, porque 
antevejo os grandes trabalhos, que desta vizinhau ^ahao de nascer aos Portugue- 
zes; e que se acabou a India no mesmo dia em que a Nagno Ingleza fizeras- 
aento em Bombaim. » See Memorias sobre ass. Pos. Port, na Asia , por Tei- 
xeira Pinto, edited by J. H. da Gunha Rivara, Nova-Goa, 1859, p. 185, and JIfem, 
<Jo8 ^stabeL Port,f por X^oureiro , p» 201 et secj, l.isboa, 1835, 



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J. GERSON DA GUNHA. 

tuguese Minister at the Court of St. James, dated the 4***, 5*^, 
and 29'^ August 1774, reminds him of this alliance, which 
was further confirmed by the treaty of the 16*^ May 170a(l) 

But from the moment the English took possession of 
Bombay scarcely a year passed without some quarrel or other 
arising between the two allied nations. At last, the Portu- 
guese losing all patience, thought of purchasing Bombay back 
from the English, and with this view negotiations for the va- 
luation of the property were begun in 1726 Jnd protracted 
until the year 1739, when the loss of Bassein and Ghaul put 
a stop to them. (2) 

The Portuguese, however, did not lose heart at this 
unexpected disaster, depriving them of two valuable settle- 
ments , which they had possessed for more than two cen* 
turies; but asked the mother country to supply them with 
reinforcements in order to retake them. In 1741 D. Luiz 
de Menezes arrived at Goa with 12,000 troops from Brazil, 
which only succeded in the restoration of the dependencies 
of Bardez and SSllsette in the vicinity of Goa. Another ar- 
mament was despatched from Portugal in 1774 with the same 
object of wresting their ancient possessions from the hands 
of the Marathas, but to know the result one must retrace a 
step back to the 1'* of April 1772 when the Court of Directors 
of the E. I. Company ordered that a resident should be appoin- 
ted to the Peishwa Madhu Rao's Court at Poena. Thomas 
Martyn was selected for this duty, the principal aim of his 
mission being to obtain possessions of the island of SMsette, 
part of Bassein, islands of Eenery, Hog, Elephanta, and Ea- 
ranja. Madhu Rao died in 1774, and the English signed a 
treaty of alliance with Raghoba, a pretender to the throne of 



(1) See the treaty and the Hist, do Roinado d'Elrei D. Josi e da adminu 
straqdo do Marquez de Pombal, por S. J. da Luz Soriano, tome II, pag. 576. 

(2) See Die. ExpU to Lagrange's Viagem de duos mil legoas, p. 16. Nova- 
Goa, 1848. And Deducgdo Chronol. de algumas infracgoes dos tratados da paz 
practicados peloa inglezea nos Eatados da India , etc., in the Chronista de 
Tiaauary, vol. I , pag. 130 et seq. and vol. II, pag. 14 et seq. 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES , ETC. 209 

the Peishwas, one of its stipulations being, on his establish- 
ment in the government of Poena , to cede them in perpetuity 
Bassein and its dependencies. Raghoba declined to accede to 
this proposal, but offered instead to cede some districts in. 
Gujarat, with which the English agreed. At this stage of ne- 
gotiations the English were alarmed by the receipt of intelli- 
gence from their envoy at Goa that the Portuguese had sent 
a formidable armament from Europe for the avowed purpose 
of recovering their lost possessions of Bassein, SaJsette, etc. 
What followed is told by Major Hough, who says: < The Bom- 
bay government resolved to anticipate the Portuguese, and 
Brigadier-General Robert Gordon was employed in an expedi- 
tion, consisting of six hundred and twenty Europeans, inclu- 
ding artillery, one thousand sepoys, and two hundred gun 
Lascars, to take Tannah , and Commodore Watson comman- 
ded the naval part of the force. The expedition proceeded 
on the 12*^ December 1774, and next day, a part of the Portu- 
guese fleet anchored in the mouth of the harbour of Bom- 
bay , and formally protested against their proceedings. Finally , 
the place was taken, after a second assault. Another detach- 
ment, under Lieut.-Colonel Keating was sent to take posses- 
sion of the fort of Versovah, on the northert extremity of 
Sal^ette. The island of Garanja was also occupied, and the 
whole of Salsette reduced before New Year's day, 1775. » (1) 
Thus the fears entertained with prophetic instinct by De Mello 
e Castro that the settlement of the English at Bombay would 
ruin the remaining Portuguese possessions in India were 
realized. 

But to return to the work of Garcia d'Orta. He was not 
the first writer among the Portuguese on the natural products 
of the East, although probably the best qualified of all, in his 
time, from his medical training, to deserve the praise bestowed 
on him by Haller as primua glaciem fregit et naturam vidit. 



(1) PcliU and Milit. Events in Br, India from the years i756 to i849, 
vol. I, p. 58. London , 1853. 

Atti del IV Congreaso degli OrientalUtu — Vol. II. 14 



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210 J. 6ERS0N DA GUNHA. 

His style, however, is v.ery redundant and periphrastic, in 
spite of the ^alogal form in which he conveys to the reader 
much valuable information, and which renders its perusal 
somewhat wearisome. This appears to have been a form 
common to the epoch in which our author lived ; for we no- 
tice it also in his contemporary, the Spanish court-physician 
Villalobos. My friend Mr. G. Gaskoin of London, who has 
translated his works, says: «The age in which he lived has 
been called the watershed of human history. In spite of its 
bold, intrepid character, there is profuseness, intricacy, futi- 
lity, in many of its literary productions. From such faults the 
special training of Villalobos and the lucidity of his thought 
have preserved him. » (1) This is equally applicable to Gar- 
cia d' Orla. (2) 

VII. 

Before d'Orta, however, there were other writers on his 
favourite subject, although not so well qualified, as above 
1 said, nor having so large a scope for their observations as this 

opulent physician, the former owner of Bombay. It is evident 
that what induced the Portuguese in the first instance to dis- 
cover a passage by the sea to India was their desire to 
snatch away from the hands of the Venetians and Genoese 
the monopoly of the Eastern trade, rather than undertake 
conquests or make converts to Christianity. They sought 
by all means in their power to makfe themselves thoroughly 
acquainted with the drugs, gems, spices, and manufactures of 
India and China, their principal articles of trade being drugs, 
gems, and spices , of which the most valuable were cinnamon, 



(1) The Medical Works of Francisco Lopez de Villalobos, etc., by G. Gas- 
koin , p. 47. London, 1870.. 

(2) Details of the life and writings of Garcia d'Orta will be found in the Cor- 
reio Medico de Lisboa, no8 2t8t, 22nd, and 23d of the vol. Ill, p. 242 et seq., by 
snr. Pedro Jos6 da Silva. Also in the articles under the heading of c Garcia da 
Orta, der Arzt, und Luiz de Camoes, der Dichter » by Dr. Ullerspergor in the 
Deutsche Klinik, nos 508t and 51 "t for December 1874. 



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MATERULS FOR THE HISTORY OF ORIENTAL STUDIES, ETC. 21 J 

pepper and indigo. Falcao tells us that from 1586 to 1598 
there arrived at the Lisbon harbour 34 ships with a cargo 
yielding 1227 cotUos or nearly L. 368100 sterling of custom 
dues, and that the importation of pepper alone within that 
period amounted to 150,000 quintaes (each quintal =\2S\hs), 
the price per each quintal being in India 30 cruzados. Each 
cruzado was worth 400 reis. (1) 

It was by the sheer exigencies of^their situation in India 
that the Portuguese were at last compelled to ally trade with 
conqyest, at first raising numerous factories, and latterly sur- 
rounding them with forts , churches and convents. Eventually 
the influences of churches and convents prevailed over those of 
forts and factories, the clamour for the diffusion of Christianity 
drowning all voices for the extension of trade or territorial 
aggrandizement. And this clamour reached the highest pitch 
about the ifaiddle of the XVI'^ century, as we are told by the 
biographer of D. Joao de Castro , who writes : « And from a 
letter written on this subject to him, we learn how warm 
an interest the king and his minister took in the cause of 
God; and of which we shall give a copy in order that the 
u?orld may see that our arms in the East brought more sons to 
the Church than vassals to the state, » (2) The italics are mine. 

There is, indeed, no doubt that the progress of the Por- 
tuguese in the East formed a brilliant triumph of military ar- 
dour and religious zeal, and when the former cooled down, 
the latter grew in intensity until the priest built temples 
where the soldier failed to raise a stockade. They entered 
on a task of magnitude, determined to conquer not only a 
new world for their king, but also fresh votaries for their 
creed; and where they could get wo worlds to conquer, they 



(1) Quoted ffom Uie Archivo de Pharmacia, vol. IV, p. 126. Nova-Goa,1867. 

(2) In the original it is written thus : o E de uma carta que sobre esta ma- 
teria Ihe escreveo, se colhe bem, quao inflammados andavao na causa de Deos 
ei-Reieo ministro; de que daremos a copia, para que veja o mundo, que 
nossas armaa no Oriente trouxerao mais filhos U Igreja, que vassallos ao 
Estado, » Vida de Dom Jodo de Castro , por Jacinto Freire de Andrade, p. 48. 
Paris, 1869. 



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212 h GERSON DA CUNHA. 

had still converts to make to their faith. Thus, to choose 
one out of several religious communities settied in the East, 
the Portuguese Augustinians gained admission and built cha- 
pels and monasteries where the soldier could not obtain an 
inch of ground. There were also among them what are cal- 
led military monks, and one of them by name Frey Joao rei- 
gned for many years as a petty sovereign on the island of 
Sundiva at the mouth of the Ganges, which was conquered 
by the Portuguese in 1609, and governed as an independent 
power by Sebastiao Gonsalves Tibao. Also a Franciscan 
monk by name Fr. Antonio da Purificagao obtained from the 
Mogul the tiUe of Nabaho Dilavargenga Xamaner Bahadur ^ as 
it is given in Portuguese documents, and by the Portuguese 
themselves called Cavalheiro de Fortuna e Emprehendedor te- 
merario. He was an intimate friend of Dupleix, governor of 
the French settlements in India from 1698 to 1750, and be- 
came eventually Bishop of Halicarnasse. (1) 

The following list of Convents and Colleges of the Augus- 
tinians, giving their invoc£^tions , places, years in which they 
were built, and the number of churches or parishes under 
them, shows the extent of power enjoyed, as an example, by 
one only out of many Portuguese religious orders in the East. 



Convent of Nossa Senhora da Graga , built at Ormuz, in 1573. 
of N. S. daOraga, built at Th^na (SMsette), in 1574. 
of N. S. da Purificagao, built at Cochin, in 1580. 
of N. S. da Gra(?a , built at Chal6 , in 1587. 
of N. S. da Gra(?a, built at Chaul, in 1588. 
de Sant* Antonio, built at Malacca , in 1590. 
of N. S. da Graga, built at Macao, in 1591. 
of N.S. de Annunciada, built at Bassein, in 1595-96, with 

one church, 
of N. S.de Rozaiio, built at Muskat, in 1595. 



(1) See EsbOQO de hum DiccioYiario Historico Administraiivo , por Filippe 
Nery Xavier. Nova-Goa, 1850, sub voce Bispo d'Halicarnasse ou AUcarnasse , 
p. 245. 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 213 

Convent de Sant' Antonio, built at Morabassa, in 1597, others 

say 4567. 
ofN.S.deGraga, built at Goa, in 1597, others say 1572. 
de Sant'Agostinho, built at Daraaun, in 1599. 
of N. S. do Rozario, built at Bandel (on the Hugli), in 4599, 

having under it 24 parishes, 
of N. S. de Assumpcao, built at Aspan (in Persia), in 1599. 

Others call it Convent de N. S. Graga, built at the same place, 
in 1603. 

College of N. S. de Populo, built at Goa, in 4602. 

Convent of N. S. da Gra^a, built at Meliapur, in 4603. 
de Sant'Agostinho, built at Colombo, in 4604. 
de Santa Monica, built at Goa for nuns only, in 1606. 
ofN, S. daGra^a, built at Georgistan, in 4607, with 50 

parishes, 
of N. S. da Gra^a, built at Bassora, in 4624. 
de Santa Maria Maior, built at Shiraz, in 1625. 
of N. S. da Graga, built at Negapatam, in 4626. 



Besides these tvventy-lwo convents, they had several so called 
Hospicios with chapels for their travelling missionaries al 
Bombay, S. Thome de Meliapur, Dlu, etc. 

With regard to the early trade of the Portuguese with the 
East, or their imports and exports, many valuable data may 
be gleaned from the annalists. The most ancient writer, 
however, on the subject was Tom6 Fires, a native of Leiria 
and apothecary of prince D. Alfonqo. On the conquest of 
Malacca by Albuquerque in 1511 he was appointed a writer of 
its factory, from which humble position be rose to be « factor 
and superintendent of drugs » on a salary of 30,000 reis and 
20 quintaes of drugs a year. 

Having the Portuguese on their return from Malacca in- 
formed the king that there existed eastwards a great kingdom, 
whose ruler, whom they called o rei do Cattayo, was the 
richest and most powerful monarch on earth, D. Manuel has- . 
tened to equip a fleet and send in discovery of this kingdom. 
The fleet sailed from Lisbon under the command of the ad- 



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214 J. OERSON DA GUNHA. 

mlral Fernao Peres d'Andrade, having on board, among 
others, the newly appointed Governor of India, Lopo Soares 
de Albergaria, who was to select an ambassador carrying a 
letter and presents from the king of Portugal to that of Ca- 
thay. It would seem that the Portuguese were then liltle 
acquainted with the travels of Marco Polo in the 13*^ and of 
Nicol6 Conti in the 15'^ century, and their visits to the terri- 
tories of Kublai Khan, that being a time of little or no pu- 
blicity. 

The fleet having started in April 1515 arrived at Goa on 
the 18'*" of September of the same year. Lopo Soares's choice 
of an ambassador fell on Thom6 Pires, who was then at Go- 
chin. He received his credentials and sailed for China, arriv- 
ing at Canton about the middle of the year 1517. His land- 
ing was attended with much pomp and circumstance, the 
fleet greeted him with a salute , the Chinese authorities came 
in solemn processions to receive him and he was allotted for 
his residence the best kiosk in the city. But this princely 
treatment was but an harbinger of misfortunes which were 
in store for him. While Pires was still at Canton another 
Portuguese fleet arrived there in August 1518 under the com- 
mand of a brother of FemHo named Simllo de Andrade. His 
indiscreet conduct is said to have apparently caused the 
negotiations undertaken by Thom6 with the Celestial Empire 
to fall through, and eventually make him a prisoner. At last, 
after considerable delay, he was allowed to go to Nankin, 
where be arrived in January 1520, and then to Pekin in Ja- 
nuary 1521. He was to be a prisoner for life, or obtain his 
release under the condition of never leaving China again. It 
is said, that he accepted the latter alternative, and that even 
took, as a solace, for spouse a china woman, by whom he 
had a daughter, whom he named Ignez de Leiria. Some of 
the statements, however, from the chroniclers are contra- 
dictory. We are told that when the fleet of Alfonijo de Mello 
arrived at Canton, they were told that Tom^ Pires had died 
in 1523; but Fernao Mendes Pinto tells us that in 1542 be 



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BiATERIALS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 215 

saw his daughter, who informed him that Pires had but recen- 
tly died after 27 years of residence in China. (1) 

Thom6 Pires is said to have written a latter to king D. 
Manuel in 1516 givmg a detailed account of drugs, and also 
a work entitled Summa Oriental comegando do Mar Rouxo aU 
China, which be dedicated to D. Joao III. It is perhaps this 
work which Caspar Correa tells us he wrote on the riches of 
China and sent to the Viceroy. There are said to be pre- 
served in the Torre do Tombo four of his letters, which have 
but recently been published. (2) 

It appears on the other hand that the mission of Pires 
and Andrade was 'not altogether a failure. The aivoy from 
the viceroyalty of Goa obtained from the Chinese Government 
the concession of a narrow strip of land close to Canton, on 
which the Portuguese founded a settlement, whose Convents 
and Seminaries trained men for the missions of China and 
Japan. I forbear entering on geographical or political details, 
but confine myself to record the progress made in the langua- 
ges and literatures of these two eastern kingdoms by the 
Portuguese missionaries and others who laboured with them. 
These missionaries first entered China by the way of Canton in 
1581, the pioneers being Ricci, Roggerio, Paccio and Duarte, 
and only in 1583 gained a footing there. Semedo, who fol- 
lowed them, speaking of the difficulties experienced by them 
with respect to the Chinese language, says: «The language 
seemeth more difficult than any in the world, being curt and 
equivocal, and in this difficulty the Fathers were without any 
interpreter to explain what was said to them; so that they 
neither understood others nor others them; but by force 
of diligence and unwearied pains they went on conquering 
and gaining; and although they never arrived at any perfection 



(1) Pei'egrinardes , etc., pp. 120-121. CI. Yule's Cathay, etc., vol. I, p. cxLi. 
London , 1866. 

(2) See Silva's Elogio historico, etc., in the Gazeta de Pharmacia , and 
also Jl. da Soc. Farm. Lisbon, 1836 and 1862. Also Barbosa Machado's Biblioth. 
Lu8U., act Thom^ Pires and the periodical Artes e Letra$, n. 7. Lisbon, 1875. 



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216 J. GERSON DA GUNBA. . 

in the language or good accent in pronouncing it ; yet they 
discovered the mysteries of. that tongue and set them down 
in so plain a form that they made it much more easy for 
those who came after them. » (1) 

With regard to Japan, where traces of the influence of 
the early Portuguese missionaries are still found near Naga- 
saki in the retention of words of the Portuguese language, etc., 
the Portuguese trading vessels began to visit that country as 
early as 1542. About seven years after Xavier, Torres and 
Fernandes landed at Kagoshima, and Rodrigues was in 1591 to 
the mission of Japan m a lesser degree what Ricci was to that 
of China. -» But we shall refer to this subject again hereafter. 

To return to the natural history of the East, although 
Tome Pires and Garcia d*Orta were the earliest Portuguese 
writers on the subject, several of the Portuguese settlers 
in India appear, however, to have contributed to enrich the 
flora of the country by introducing many exotic plants. Besides 
several useful fruit-bearing and flowering trees and shrubs, 
they imported and naturalized such important plants as 
capsicum, potatoe, tabacco, between 1556-1605, and several 
others which now constitute valuable articles of trade. ' The 
aloe, two species of the prickly pear (opuntia), perhaps the 
whole cactus tribe, the yellow thistle {Jrgemone Meadcana), 
and many others, which now grow wild in India, are natives of 
America, brought by the Portuguese. The rose, coloured pe- 
riwinkle {Vlnca rosea) was brought from Madagascar; the 
AUamanda cathartka, from the Guianas; the Cantanas from 
the West Indies; the Asclepias curassavka, or the Ipeca- 
cuanha plant, as it is erroneously called , from South America ; 
the Mimosa pudica, or the sensitive plant, from the same; se- 
• veral species oiCrotalariaivom Jamaica and the Cape of Good 
Hope. The Carica papaya or the papaw tree, which has many 
valuable properties, appears also to have been brought by 
the Portuguese from the Antilles, where it is indigenous. 



(1) Quoted from Trans: of the As, Soc. of Japan, 1878, vol. VI, Pt. I, p. 4. 



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MATERULS FOR THE HISTORY OP ORIENTAL STUDIES, ETC. 217 

The Barmese name of this plant ThimbatotU, which means 
« fruit brought by sea-going vessels » is a further confirma- 
tion of its foreign origin. The Pine-apple tribe (BromeUa- 
cae) is also an American family, and Abul Pazl in his Ain-i- 
Akbari says that in his time (about the end of the 16*** cen- 
tury) it was introduced by the Portuguese into Bengal, the 
precise time being the year 1594. But while introducing exo- 
tic plants into India, they did not fail to carry useful Indian 
trees to their western settlements. Thus they introduced the 
cocoa-nut tree {cocoa nmifera) from India into northern Africa 
and the Cape Vend islands. 

Amongst the works on natural history and agriculture 
written by the Portuguese in later centuries, we have the Arte 
Pdmarica, which has been printed in the Bosquejo Eistorico 
das Communidades, by F. X. Xavier at New-Goa in 1852, p. 45 
e seq.; Tratado de Agrictdtura, written in 1773 by Pr. Cle- 
mente de ResurreiQ§.o, published by Mr. Bernardo Francisco da 
Costa in his Manual Fratico do AgricuUor Indiano, Lis- 
bon, 1874, vol. II, pag. 281 et seq.> where also the Arte 
Palmarica is reprinted with some corrections, and the Ohser- 
vagdes sohre a Historia Natural de Ooa, written in 1784, by 
Manuel Galvao da Silva, and published by Mr. J. H. da Cunha 
Rivara in 1862. We may also mentions the excellent work 
of Joao de Loureiro, entitled Flora Cochinchinensis in two 
volumes (4to major), published at Lisbon in 1790. 

Besides studying drugs, gems, and spices of India; besi- 
des promoting agriculture and introducing useful plants into 
the country, the Portuguese devoted special attention to the 
subject of weights, measures and coins of the Eastern peo- 
ples. The work entitled: livro de Pesos, Medidas e Moedas 
by Antonio Nunes, written between 1532 and 1551, and pru- 
blished for the first time in 1868 by Mr. Rodrigo Felner in 
his Suhsidios, is a valuable contribuition to the study of this 
subject. Duarte Barbosa also in his work, which has al- 
ready been translated into English by the Hon. Mr. E. J. Stan- 
ley, under the heading of Description of the Coasts of East 



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218 J. GERSON DA CUNHA. 

Africa and Malabar in the beginning of the sixteenth Century , 
gives abundant information about the weights, measures and 
coins of the two coasts. (1) 

With regard to coins, mintage was introduced into India 
soon after the conquest of Goa. It was Alfonso d' Albuquer- 
que who in 1510 founded a mixt there and distributed mo- 
ney among the people with a quaint ceremonial described by 
his son in the Commentarios of the Portuguese Caesar. (2) 
They were in this respect much in advance of their old and 
faithful allies, the English, wo did not coin money in Bombay till 
1 687 , and in Bengal till 1 7 1 5 at Murshedabad. To conciliate as 
much as lay in his power the fiscal and financial systems of the 
Portuguese with those of his predecessors, Albuquerque adopted 
the Quaternary scale, which is the heritage of masses in In- 
dia, having survived alike Aryan intrusion and early Muha- 
madan conquest; although in his own country the decimal 
division of money has prevailed from a very remote period. (3) 
The great Akbar made the Quaternary scale more effective by 
dividing his rupeia into 40 ddms or peisas of copper, and each 
ddm into 25 jitals. This system still flourishes undisturbed 
by its 4's, 16*s, 32's, and 64's by the presence of British de- 
cimals; and it induced the great Albuquerque to divide his 
tangas brancas into 4 barganins, and each barganim into 24 
leaes, basing on this scale his meias esperas, and esperas, 
having a cross of the order of Christ on the obverse, and a 
sphere, the device of D. Manuel, on the reverse. (4) 

It seems that the quaternary scale is a natural division 
to which people adhere themselves most readily. Even in 



(1) This is a translation £rom the Spanish, published by the Hakluyt So- 
ciety, 1866. 8». 

(2) Commentarios do Grande Afonso Dalboquerque , Pt. Ill, p. 'IS at seq. 
Lisbon, 1774. 

(3) Cf. Mr. E. Thomas's Chronicles of the Pathdn kings of Delhi. Lon- 
don, 1871. 

(4) Annaes Maritimos e Coloniaes, Parte nao official. Lisbon, 1844, p. 51 
etseq.; and Memoria sobre as moedas cunhadas em Goa, por F. N. Xavier, 
p. 71 et seq. Nova-Goa, 1866. 



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MATERIALS FOR THE HISTORY OF ORIENTAL STUDIES, ETC. 219 

France, in spite of the decimal system being enforced by law, 
and its adoption unanimously recommended by the learned 
of all countries , on account of its greater practical facility 
in accounts, the duodecimal or rather quaternary division of 
weights, measures and money continues still in use. And 
the reason of this obstinacy in adhering to a less perfect 
mode of reckoning may be the fact of the value of the per- 
ducts of art and nature being the 4ime and labour involved 
in them. Indeed, one of these elements, time, regulates in a 
considerable degree the value of the other, labour, and is 
the usual measure of it. But time is divided by nature duo- 
decimally and not decimally, the four seasons, the twelve 
months , the four weeks , and the twenty four hours being the 
natural divisions of time connected with changes in our pla- 
netary positions. Some such ideas, at a time when astrono- 
my was in its infancy, and political economy was yet unborn, 
must have actuated in the mind of Alfonso d' Albuquerque in 
not altering the quaternary scale in vogue among the natives 
of India. 



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i 



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PARTE SE8TA. 



STUDII ALTAICI. 



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223 



ADDITAMENTA AD PROLEGOMENA 

CODICIS CUMANICI. 

AB 

' CtVl Z A KIXJUN. 



His additamentis , quibus postea fortasse alia quoque ad- 
dentur, non solum editionem nostram hujus codicis incre- 
mentis augere et quasdam qusestiones latius explicare, sed 
prsesertim earn erroribus et mendis purgare propositum babe- 
mus. Correctiones et additamenta nostra ubique numeris pa- 
ginarum codicis distinximus, ut lector benevolus ea omnia 
locis suis facilius inserere possit. A prolegomenis initium du- 
cemus. 

Pag. IX, lin. 4 addendum est : Doctissimus Schlozerius de 
catalogo librorum Petrarchce, quem Leibnitius se vidisse ait, 
lemere diffidens ita scripsit: « Ob sich der Verfertiger des Bii- 
cherverzeichnisses nicht versehen bat? Lange war auch von 
einem psalterio Hunnico die Rede , und der gelebrte BeUarmin 
verwechselte Kroatisch mit Koptisch , » vid. Krit, Sammlun- 
gen Zur Geschichte der Deutschen in Siebenhurgen , tom. I, 
pag. 483 in nota, Gottingen, 1795. — Pag. XV, lin. 11, post 
punctum addendum est: Geterum el. Vdmb6ry, quod attinet 
ad denotationem On Uigur, Klaprothi sententiam approbat di- 
cens in orientali Turkestan non solum tribum tagazgar rect. 
j^\ ytS tohuz-ujgur proprie « novem Ujgures »* (quod no- 
men corrupte j^^ scriptum Grigoriew in j^c^iV correxit), 
sed etiam aliam on-uigur nominatara extitisse. — Pag. XXVIII, 
lin. 19 add. est: Gl. Vdmb6ry in dissertatione, qua prolego- 
mena editionis nostrse censet, hung, tdrnok, forma latina ta- 



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224 GEZA KUUN. 

vemicus ex slavico dwamik (dvamik), corruptam didt, qua 
in re vir doctissimus errare videtur. Slavico enim dwor in lin- 
gua hung, udvar et dwomik: udvamok respondet, quae duse 
formse hungaricse ex slavicis per prothesin vocalis u ad ana- 
logiam oszUyp « columna > (of. ant slav. sUp) effictse sunt. 
Duas formas diversas in eodem stilo curiali hung, prae- 
ter uUam necessitatem ex una eademque glossa slavica ortas 
esse haud quaquam credibile est. Curia jam in aMiqua lin- 
gua hung, udvar, curialis autem v. ministerialis udvomik, 
udvamik, tandem udvarnok sonabat. Proniintiatio udvamok 
sermonis hungarici adeo familiaris est, ut earn postea ali- 
quanto in tdrnok permutatam esse vix credibile sit. Vocabula 
udvar et udvarnok jam antiquissimis temporibus litteraturaB 
hung, in usu erant, uti ex sequentibus locis videri potest: 
1. < Regnante Rege Stephano II (1) quidam diabolico instin- 
ctu voluerunt prsedictas familias a servicio supradictae ec- 
clesise subtrahere, et in ministerio uduornicorum subiugare, 
auctore quodam comite uduornicorum Opus nomine » (vid. 
cod. diplom. Arpad. continuatum, vol. I, pag. 38) ; 2. « Pausa 
comes musuniensis et magister tauernicorum » (ibid., pag. 51 
in diplomate Belce II de anno 1135); 3. Magnus Bikach de ge- 
nere Bikach supremus Camerarius noster sive Magister Tauer- 
nicorum nostrorum» (cod. diplom., vol.11, pag. 120 in litteris 
Gezce II, de anno 1145). Doctissimus G. de Bartal in com- 
mentariis ad historiam status iurisque publici Hungariae medii 
sevi (Posonii, 1847) banc udvamokorum definitionem suppedi- 
tavit: « Glassis ministerialium regis ecclesiarumque, vulgo ud- 
varnokorum nomine in legibus diplomatibusque cognita > 
(lib. I, pag. 161), vid. etiam, quae Simon deKeza « De Udtvor- 
nicisT> disseruit in editione St. Lad. Endlicher, pagg. 128-130 
(Sangalli, 1849). Nomina geogr. Uduord, Uduori, Uduor, 
Uduorhel ihde ab anno 1075 occurrunt. Vocabuli tdrnok ter- 
minatio nok certo slavica est, sed inde ad slav. vocis tdr ori- 



(1) 1114-1131. 



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ADDITAMENTA AD PROLEGOMENA GODIGIS GUVANIGI. 225 

ginem concludi minime potest (1) CI. Miklosich, hung, tdmok, 
forma lat. tavornicus (tavernicus) ex slav. tovarnih derivavit, 
quam tamen formam signo asterisci notavit, ut commenticiam. 
At etiam si concederemus rem* sfe ita habere, uti M. ait, quid 
turn? illud enim vocab. tovar in ant. lingua slav. ex turc. or. 
j^y depromptum est, quod ipse cl. Miklosich in fine articuli 
tovar inscripti concedere vldetur, vid. Die slav. Elemente im 
Magyarischen , pag. 58, n. 857 (Viennae, 1871). — In eadem 
pagina, lin. seguenti, addendum est: Paulus Gassel, Guil. To- 
maschek aliique nom. tarkhan titulum potius, quam nomen 
proprium exislimant. Cassel de hac re ita scripsit: «was 
wahrscheinlich (sc. voc. tarkhan) mehr Titel als Name ist, > 
vid. Der Chazarische Konigsbrief, pag. 49 (Berlin, 1877); 
Tomaschek vero Menandrum allegat, qui voc. tarchdn dignita- 
tem designare asserit: Tay/xa a^tw/xa rcLpyoLV i. e. Tagma, 
dignitate tarchan, vid. Die Goten in Taurien, pag. 24 (Vien- 
na, 1881).— Pag. XXXII, lin. 11 post voc. taticum Karanluc 
<c obscuritas » adde : cf. osm. KaranVik, — Pag. XL , lin. ult. 
adde: Cl. Ed. Sachau litteris ad me missis voc. S^\:^ in nu^ 
mismatica Fraehnii a turcico or. S»am plane diversum per- 

sicum esse censet,vid. apud Vullers i>J\h et <iO^^ < quarta 
pars dirhemi » (f^^* f ^j) e* ^ aliis locis: quarta pars unius 
JUX* pUji.« ^ «6^^ oa«j), ex quo arab. ub*';^ ortum 

est. Etymon hujus voc. Si\^ persicum non est, nee Vullers 
cum hac glossa ullam aliam contulit. — Pag. XLIU, lin. 4 
adde: Etiam voc. akcsa « pecunia* hie adduci potest, quod 
in vocabulario cumanico acca scriptum est, quae vox in anti- 
quissima versione SS. SS. hungarica passim occurrit, hodie 
tamen in usu non est, e. g. Nem josz ki inneten, mignem me- 
gadod az tUolsd akcsd es, in textu priginali: OO jut>) il^i)^^ 
I>c£T5«v, £0)5 &v uTToSCjg t6v Ig)(oltov KoSp&VTYiv (quadrans) apud 



(1) Cf. Fegyvernek: Machceropolis , et alia quaedam nomina, quae hue pei^ 
tinent. 

Atti del IV Congresso degli Orientaliati, — Vol. II. 15 



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GEZA KUUN. 

Matth. 5, 26. Hsec versio in Moldavia, regione a Cumanis ha- 
bitata, confecta fuit, vid. Paulum Hunfalvy: A Run vagy Pe- 
trarJca-codex h a Kunok, pag. 45 (Budapestini , 1881). — 
Pag. Ln, lin. 6 adde: AlMrUnt Bulgaros et Saviros Muhamme- 
danos esse dlserte dicit, vid. Cronohgy of ancient nations, 
pag. 51, (London, 1879). —Pag. LX, lin. 18 adde: Ceterum 
Jyrkse illud quoque Turcarum nomen esse potest, quo Tur- 
komani Asiae minoris etiamnum nominantur, sc.jdrUk (S^)^^ 
« qui marche, qui n'a pas de demeure fixe, > apud Pavet de 
Courteille, «^^^ « les Turcomans » apud Hindoglu). Doct. Ed. 
Sachau litteris ad me missis ant. nomen 'IvpKxi cum jorUk 
idem esse opinatus est. — Pag. LXII, lin. 16 adde: tudun titu- 
lum principis Sh^sh Albiruni allegat, vid. I. c, pag. 109. Tu- 

V 

dun, Vdmb^ry docente, scientem significat, cf. cag. uUj^S , 
hung, iudni < scire , » vid. A Hunnok & Avarok nemzetisige, 
pag. 32 (Budapestini, 1881). Tomaschek: tiidun retinentem, de- 
fendentem significare dicit et banc glossam, quae non solum apud 
Avaros, sed etiam apud Ghazaros et Turcas in regione interamni 
et inter monies Altai significatione vicarii, locum tenentis in usu 
erat, a turc. verbo ttd-, cuv. tyt- « tenere,retinere,protegere » de- 
rivat , eamque cum cuv. tydan contubt , quam vocem Zolotnicki 
soderzatel interpretatur. Theophanes de tudun Chazarorum ita 
scripsit: TouSouvos , 6 ol^x^"^ Xepawvos ws Ik TrpocrwTrou Xo(,y&,'Jo\) 
wv, pag 578, vid. DieGoten in Tawrien, pag. 20 (Viennse 1881). 
— Pag. LXIII, lin. 5 adde: In documento quodam Veneto ea- 
dem lingua, quam auctores Januenses ugarescam nominabant, 
« cumanica > appellata est, vid. apud Waddingum Annates 
Ordin, Minor,, IV, pag. 105, cf. Iconti delV Ambasciata at Chan 
di Persia net MCCXCII, pubblicati da Gornelio Desimoni , 
pag. 31 , in nota (Geneva, 1879). — In eadem pagina, lin. 24, 
adde : Doct. Sachau litteris ad me missis de hac re aliter opi- 
natus est, voc. enim ogur significatu boni ominis a iat. < au- 
gurium , » quod etiam in lingua graeca seriori occurrit, deri- 
vandum censet. Turcae rustici Anatoliara habitantes saluta- 
tione urMa utuntur, quod idem est, quod ^^\ jykjf\ <augu- 



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ADDITAMEMTA AD PROLEGOMENA CODICIS CUlfANIGI. 227 

rium sit!, » cf. ital. «augurii, augurare. » Uarchunorum et Tur- 
komauorum aliud quoque nomen gent, unum idemque est, 
sc. Savender, quod nomen tribus cujusdam Uarchunorum in 
Persia septentrionali remanentis a Theophylacto sub forma 
Za^ivSip memoratum apud Turkomanos etiamnum viget, vid. 
Vdmb^ry , A Kunnok is Avarok nemzetisSge , pag. 30. — 
Pag. LXXI, lin. ult. adde : In lingua armeniaca « aries » 

V V 

ockar sonat , quod vocabulum sane e turcico kockar, cuman. 
idem., vid. in glossario, hung, kos depromptum est, vid. Vdm- 
b^ry, I, c, pag. 5.— Pag. LXXXIII, lin. 17 adde: Inter carpa- 
thicos montes Polonise orientalis et Bukovinae gens qusedam 
nomine Hucul habitat, quae hodie linguam ruthenam loqui- 
tur, sed antea Valachorum linguam locuta est, de hac gente 
dr. Fligier in nota, quam ad librum cl. Miklosich, Wanderun- 
gen der Rumdnen in Istrien und in den Karpathenldnden , (Vien- 
nse, 1880), scripsit, in sequentibus disseruit: Den Namen der 
Huculen konnen sich diese Gelehrten (Miklosich et Kaluzniacki) 
aus dem Slavischen und Rumanischen nicht erklaren und den- 
ken daher an die Eumanischen Uzen (Uzul rum. mit dem na- 
chgesetzten Artikel), v^relche in der That etwa 200,000 an der 
Zahl in der Moldau im 15 Jahrhundert getauft wurden und 
dort natiirlich (?) mit dem Ghristentum zugleich die rumani- 
sche Sprache angenommen haben, die spater wiederum der 
slavischen gewichen ist. Meine Bemerkung, die ich dazu 
mache, diirfte nicht ohne Interesse sein. Ich habe Hun- 
derte von Huculen und Huculinnen gesehen und bin oft von 
ihrem liirkischem Typus betroffen worden, > vid. Referate, 
pag. 324. — Pag. GXV, lin. 17 post Kevinmdk adde: anucla- 
mac, cf. uigur. anuk « paratus, » anunmak « paratum esse, » 
anutmak « parare, » vid. Vamb^ry : A tdrdk-tatdr nyelvek ety- 
mologiai szdidra ,i^dk%. 30. — Pag. GXV, lin. antepsenultima ad- 
de: Glossse persicse originis in lingua codicis cumanica multse 
sunt, et uti cl. Vamb^ry in annotationibus, quas ad editionem 
meam codicis scripsit, major est earum numerus in lingua cu- 
manica, quam in hodierna osmanica. Id quoque Vdmb^ry exi- 
stimat, auctorera glossarii codicis idiomatis persici multo ma- 



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228 6EZA KUUN. 

gis peritum esse, quam cumanici et partem glossarii cumani* 
cam columnse persicae tamquam originalis et non latinse 
versionem continere. Has tamen duas ultimas viri doctissimi 
opiniones accipere non possum, prsesertim non possum ei con* 
sentire in eo, quod de continuata versionis consecutione di- 
cit, auctorem nempe glossarii vocabula primum ex lingua la- 
tina in persicam, deinde ex persica in cumanicam transtulisse 
admodum incredibile existimo, vocabularia enim polyglotta 
hoc modo conscribi non solent. — Pag. GXVII, lin. 16 adde: 
Ordinem nomenclaturae mensium cumanicum antiquiorem, 
quorum nomina 0. Blau, etsi codice original! destitutus erat, 
optime explicavit, doctissimus Paulus Hunfalvy reponere ten- 
tavit, auctor enim glossarii nomenclaturam mensium seriorem 
illo tempore conscripsit, quo jam Cumani influente Islamismo 
adducti duo mensium nomina arabica in eam receperunt, quo 
facto qusedam nominum confusio effecta est, sc. hiemis no- 
men in autumnum, autumni vero in sestatem translatum vi- 
demus. CI. Hunfalvy ope artis combinatoriae et comparationis 
aliarum nomenclaturarum altaicarum ordinemnnensium in hunc 
modum reposuit: 





Martins: 


*/ jas aj; 




Aprilis: 


tab aj;^ 




Majus: 


sang jas ai; 




Junius: 


jaz ai; 




Julius : 


ortajaz aj; 




Augustus: 


song jaz aj; 




September: 


kus aj;(l) 




October: 


orta kus aj; 




November: 


song kus aj ; 




December: 


hes aj; (2) 




Januarius , 


korta kes aj ; 




Februarius: 


song kes aj. 


(1) IdestWiz 


, cag. ^^ , osm 


, idem. 


(•2)Ide8tfcite, 


cag. et osm. q«uS . 



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ADDITAHENTA AD PROLEGOMENA GODIGIS GUMANIGI. 229 

Hanc nominum convenientiam ideo accipere non possum, 

quia significationem vocabuli jas <ver, » quantum scio, fie 
uUa quidem dialectorum turcicarum prsesentat. laz et jaj pro- 
miscue ver et sestatem significant, et si interdum quoddam di- 
scrimen inter hsec duo nomina occurrit, hoc discrimen aliud 
non est, quam iliud, quod apud nomades videmus, apud quos 
in compositione ilkjaz aji: jazYev et in alia eiusdem nomen- 
clatursB compositione ^'q; aji: jaj sestatem significat, vid. Vdm- 
b6ry : Die primitive OuUur des turco-tatarischen Volkes, 
pag. 161 (Lipsise, 1879). Gi. Hunfalvy turbatam esse nomen- 
claturam codicis optime quidem perspexit, sed ejus ordinem 
reponere ne ipse quidem potuit, quia convenientia nomencla- 
turse, uti videtur, omnino perfecta non erat, vid. viri doctis- 
simi vere egregiam dissertationem, quam de editione mea co- 
dicis cuman. scripsit : A K4n vagy Petrarka-codex Ss a K'Unok, 
pag. 47-48 (Budapestini, 1881). — Pag. GXXI, lin. 9 adde; 
CI. I. Wolff in annotatione, quam ad partem germ, codicis cu- 
man. scripsit, sequentia dicit: Die Mundart der Glossen ist 
zweifellos der Siebenb. sehr nahe verwandt. Doch gerade ieff 
ist dieser meines Wissens unbekannt; es gilt bier dafiir zauh, 
ahd. zoha, mhd. zohe, Hiindin. Auch andere deutsche Worter 
sind Yon dem Glossator gebraucht, die im Siebenb. nicht ge- 
brauchlich sind: gevze, oscito (Siebenb. gtwen, und gtpzen), 
grille, cicada (Siebenb. hdzel) u. s. w. Hochd. Labialmedia 
und Dentaltenuis an Stelle der entsprechenden frank. -niederd. 
Spirans bezw. Media begegnen im Vocab. viel haufiger als im 
Siebenb. Entscheidend diirfte sein, dass in den Glossen der 1. 
Pers. Sing. Praesens, im Gegensatz zum Siebenb. (allerdings in 
Uebereinstimmung mit dem Nosnischen) das Personalsuffix 
n. fehlt und dB.ssjagen, venari, im Siebenb. nirgends wie in 
den Glossen zu iaite, pag. 359 zusammengezogen wird, vid. 
Korre^midenzblaU des Vereins filr siebenhurgische Landeskunde , 
UI, Jahrg., nr. 10, pag. 107 (Gibini, 1880). 



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231 

DIE SAMOJEDISCHEN SPRACHEN 

UND DIE 

PINNISCH-UaRISCHEN 

VOH 

OTTO 13 O N N IC R. (1) 



Schon vor zweihundert jahren wurde von Johannes Schef- 
fer (Lapponia, s. 42) den Finnen, Lappen und Samojeden ein 
gemeinschaftlicher ursprung zugeschrieben, eine ansicht, die 
spater Leibnitz, Strahlenberg, Leem, Buffon, u. a. mehr oder 
wenig warscheinlich erschien. Die von Rask und Max Mul- 
ler geschafifte einheit der Nordasiatischen sprachen mit den 
Dravidfechen wird wohl jetzt iiberall als geistreiche hypothese 
betrachtet, wahrend umgekehrt die sprachliche analogie und 
theilweise identitat ira ausdruck der grammalischen katego- 
rien, welche die Hochasiatischen mit den Finnischen sprachen 
verkniipft und welche in Castrens von Schiefner bearbeiteten 
special forschungen naher entwickelt wurde, im allgemeinen 
von so bedeutenden forschern wie Bohtlingk, Gabelentz, Ben- 
fey, u. s. v., zustimmung gefunden. 

Halt man an der von Gastrin gegebenen eintheilung der 
Altaischm sprachen fest, so reihen sich die fiinf zweigen der- 
selben: der Finnisch^ugrische, der Samojedische , der Turka- 
tatariscke, der Mongolische und der Tungmische nicht nur geo- 
graphisch sondern auch in betreff des verwandtschaftsgrades 
in diese allgemefne stufenfolge neben elnander. Das cha- 



(1) Le bozze di stampa non furoDO rivedute dal chiaiissimo Autore cui fu- 
rono mandate insieme col manoscritto; ma non essendo tornate indietro 6 a 
temersi cbe siansi smarrite negU uffici postal! , e, stringendoil tempo, la Memo- 
ria fu , ci6 non ostante y inserita negli Atti. 



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232 OTTO DONNER. 

rakteristische, sogleich in die augen springende merkmal ist 
das bekannte gesetz der vokalharmonie; diese erschemung, 
die sich in verschiedenen modifikationen vom Ostsee und 
Eonstantinopel bis in die aiissersten gegenden des nordostli- 
chen Asiens kundgibt. Auch sonst aber bietet der sprachiiche 
bau der Altaischen sprachen nach alien richtungen materielle 
und formelle ahnlichkeiten von bedeutung. Was nun die Sa- 
mojedischen sprachen betrifTt, hat Gastrin zu widerholten 
malen die ansicht ausgesprochen, dass man in der ganzen 
weiten welt fiir den Samojedischen stamm keinen andern so 
nahestehenden verwandten, als den Finnischen ausfindig ma- 
chen kSnne. Der agglutinationsprocess hat in ihnen weit 
grdssere fortschritte gemacht, als im Mongolischen und Tun- 
gusischen sowie auch in den Tiirkischen sprachen , und diese 
sprachen zeigen auch in malerieller hinsicht eine weite gros- 
sere verwandtschaft unter einander als mit den iibrigen 
Altaischen sprachen. In bezug auf die beschaffenheit der 
agglutination des Finnischen und Samojedischen sei zu be- 
merken, dass sie sich wenig von der flexion in den Indoger- 
manischen sprachen "unterscheiden. 

Gastrin lasst die Samojeden in drei hauptstamme zer- 
fallen: 

1. Jurak'Samojeden , vom weissen meere und der Ka- 
ninschen halbinsel bis zum Jenissei im osten ; 

2. Tawgy-Samojeden, welche auch die Awamschen 
genannt vrerden, vom Jenissei bis zur Ghatangabucht ; 

3. Ostjak-Samojeden, der hauptmasse nach am mitt- 
leren Ob und dessen nebenfliisseri zwischen dem Tym und 
Tschulym. 

Hiezu kommen noch zwei kleinen stamme, die Jenissei- 
Samojeden zwischen und siidlich von den Juraks und Tawgy, 
sowie die Kamassinzen im siidlichen Sibirien an den zum Je- 
nissei-flussgebiet gehorigen kleinen fliissen Kana und Mana. 

Die von Gastrin schon in seinen ethnologischen vorle- 
sungen u. a., ausgesprochene ansicht von der naheren ver- 
wandtschaft der Samojedischen sprachen mit den Finnischen 



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DIE SAlfOJEDISCHEN SPRAGHEN UND DIE FINNISGH-UGRISGHEN. 233 

wild in seinen spateren, von Schiefner mit unermiidlichem 
fleiss bearbeiteten schriften, besonders durch die ausfiihrun- 
gen in Gastrins hauptwerk, der Samojedischen grammatik, 
bestatigt. Nicht nur die am Eismeere wohnenden Jurak und 
Tawgy-Samojeden , sondern in noch hSherem grade die 
Ostjak Samojeden am mittleren Ob und die Kamassinzen 
in Siidsibirien zeigen in ihren sprachen grosse (ibereinstim- 
mung mit den Finnisch-ugrischen. Und doch sind gerade 
diese der einwirkung von den Tatarischen sprachen am mei- 
sten ausgesetzt gewesen. Die verwandtschaft der Samoje- 
dischen sprachen mit den letztgenannten zeigt sich aber als 
eine viel entlegenere, obwohl wortentlehnungen hin und wie- 
der vorkommen. 

Es ist hier nicht der geeignete platz das verhaltniss der 
Samojedischen sprachen zu den iibrigen Altaischen ausfiihrli- 
cher zu erortern, ich will aber in kurzer iibersicht die ver- 
schiedenen mpmente der engen iibereinstimmung jener spra- 
chen mit den Finnisch-ugrischen vorfiihren. 

Dieselbe eintheilung der vokallaute, welche den Mongoli- 
schen, Tungusischen,Turkischen und Finnischen («=- Finnisch- 
ugrischen) sprachen eigenthiimlich ist, namlich in harte: 
a,o,u,t, weiche a, o, u, und media i, sowie in einigen spra- 
chen e, gibt sich auch in den Samojedischen kund. Darauf 
ist die s. g. vokalharmonie begrundet, das gesetz, wonach die 
vokale der stammsilbe des worts in gewissem grade die art 
und beschaffenheit der vokale in den nachfolgenden silben 
bestlmmt. Gastrin halt an der fruher ausgesprochenen an- 
sicht fest, dass die allgemeinen gesetzefur die vokalharmonie , 
welche jetzt in verschiedenen Finnischen sprachen verschwun- 
den sind, urspriinglich in alien herrschend gewesen, spater 
aber nach und nach in folge der nahen beriihrung mit den 
Slavischen und Germanischen stammen verloren gingen. Denn, 
sagt er, « es istmir schwer zu verstehen, wie die am weitesten 
von einander entfernten zweige der Altaischen sprachen, wie 
z. b. das Finnische und Tungusische riicksichtlich der vocal- 
harmonie ganz denselben gesetzen folgen konnen, wenn diese 



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234 OTTO CONNER. 

gesetze nicht schon vor der trennung der Altaischen volker 
entstanden und ein gemeinsames eigenthum des ganzen spracli- 
stammes waren. » In der typischen geslalt, wie vokalhar- 
monie z. b. im Finnischen hervortritt, so dass die harten 
vokale sich niemals mit den weichen in demselben worte 
vertragen konnen, erscheint zwar die vokalharmonie vollstan- 
dig nur im Kammassin-Samojedischen. In jenen beiden spra- 
chen werden daher den affixen, die von der beschaffenheit 
des stammvokals abhangig sind, wechselweise harte oder wei- 
che vokale zuertheilt. Die hauptdialekte des Samojedischen 
besitzen aber nicht mehr diese feinheit der lautverhaltnisse, 
die Nordsamojedischen weil in ihnen , mit ausnahme der sel- 
ten vorkommenden o, ii, im Jm-ak, die weichen vokale fehlen. 
Es finden sich doch spuren der ehemaligen harmonic in alien 
nordlichen dialekten, indem es eine freilich geringe anzahl af- 
fixe gibt, indem verschiedene vokale mit einander abwechseln 
konnen, hauptsachlichst von der beschaffenheit des nichtvorher- 
gehenden silbenvokals abhangig. Z. b. hoha c haut, » abl. ho- 
hahad, aber warne ckrahe,* warmhed, hahi «knecht,» ha- 
hihid. Vgl. fin. tcUo f hof , » ill. talohon, kolme « drei , » kohnehen, 
tappi « zapfen, » tappihin. Urspriinglich waren im Ostjak Samo- 
jedischen alle vokale eines worles entweder harte oder weiche, 
jetzt kann der wortstamm beide enthalten. Da sich auch an- 
dere spuren einer ehemaligen feineren lautnuancirung in den 
Samojedischen sprachen vorfinden, geben sie ein vollstandi- 
ges ebenbild der lautlichen veranderungen in mehreren Fin- 
nisch-ugrischen sprachen, die friiher di^ vokalharmonie be- 
sassen. Das Syrianische, welches gegenwartig ohne unter- 
schied harte und weiche vokale in demselben worte verbindet, 
hatte fruher im verbum doppelte personalendungen, mit har- 
ten und weichen vokalen. (1) Die Nordsamojedischen spra- 
chen stimmen mit dem Ostjakischen und Lappischen iiberein, 
weiche ebenfalls die weichen vokale grosstentheils eingebiisst 
haben. Die entsprechende lautliche . zersetzung war in der 



(1) A. I. Sjogren, Geaam. Schriften, I, 465. 



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DIE SAMOJEDISCHEN SPRACHEN UND DIE PINNISCH-UGRISCHEN. 235 

urspriinglich einheitlichen organisation begriindet, ein process, 
den wir hier im einzelnen nicht naher verfolgen konnen. 

Den konsonantismus betre£fend lege ich darauf kein be- 
sonderes gewicht, dass im Jurak kein wort mil zwei oder, 
wie auch im Ostjak Samojedischen , nicht mit weichem kon- 
sonanten'anfangt. Das entsprechende verhaltniss in den Fin- 
nisch-ugrischen sprachen (ibevhaupt ist wohl von der natur- 
wichtigkeit und einer energischen artikulation im allgemeinen 
das zeugniss. 

Dagegen zeigen die Samojedischen sprachen in der behan- 
dlung der konsonantelaute der letzten silben des wortes auf- 
fallende ubereinstimmung mit einem lautgesetz, welches im 
Finnischen am deutlichsten ausgepragt ist und dprt konsonan- 
tenerweichung genannt wird, im Estnlschen firmation und 
tenuation. E&besteht darin, dass die tenues k, t,p, wenn sie 
in einer mit kurzem vokal auslautenden silbe, ausser der 
stammsilbe, vorkommen und diese silbe durch flexion oder 
worlbUdung geschlossen wird, d. h. mit konsonanlen auslau- 
tet, in die entsprechenden mediae g , d,h oder v, ubergehen, 
resp. die zwei ersten noch weiter zur aspiration verwandelt 
werden; ein doppelter konsonant gefat in den entsprechenden 
einfachen (iber. Dieser lautharmonie gemass wird fin. reki 
« schlitten » gen. re'en fiir regen, sota « krig » gen. sodan un 
ao^an, tapa « sitte > plur. tavat. 

Schon Kellgren (Grundziige der Finnischen Sprache. Ber- 
lin, 1874) macht darauf aufmerksam, dass ein mit k oder t, 
auslautendes Tiirkisches wort diese laute vor den suffixen n, 
i, a, und vor einigen suffixprominen in g und d erweicht. Im 
Konstantinopolitanischen dialekt fallt y zwischen zwei vokalen 
ganz aus. Diese erscheinungen kommen auch im Mongoli- 
schen vor und stehen mit den gesetzen der betonung im al- 
lemachsten zusammenhang. Welche au£fassung man uber 
die prioritat der tenuis oder media in diesem falle auch hegen 
mag, so zeigen sich doch die regeln dieser inneren sandhi 
weit mehr (ibereinstimmend zwischen den Samojedischen 
sprachen und dem Finnischen, welches in so mancher hin- 



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236 OTTO DONNER. 

sicht ein alterthumliches geprage aufbewahrt hat, als mil den 
naher liegenden sprachen. Das Ostjakische flectirt herap plur. 
herabet, peleh pi. pelget, pedem pi. petmet, im Syrjanischen 
sicht man aber, so viel jetzt bekannt ist, keine spuren ahnli- 
cher sandhigesetze. 

Ausser vielfachen anderen lautveranderungen tritt in den 
verschiedenen Samojedischen sprachen die erweichung einer 
tenuis zur media hervor, wenn die betrefifende silbe durch 
flexion geschlossen wird. In dieser weise gehen in Tawgy 

k, f, t, s, s' in g, h, d, j, d' , uber: 

kinta c ranch » gen. kindan, lunfe adler gen. lumbm, fudar 
« joch » gen. futaran, bagir « hohe » gen. bahirah, jajeh 
« schlinge » gen. jasenan; im 

Ostjak Samojed. k, t in g, d, und im 

Kamassin Samojed. k, t, p, s, s in g , d, b, z, c, iiber. 

Mit anderen worten, die tragweite des betreffenden laut- 
gesetzes ist mit voller konsequenz weiter'durcbgefuhrt, unge- 
far wie in einigen westfinnischen idiomen. Das Wotische ve- 
randert k,t,p, f, s, in g, d, b, v, z, und das Lappische 
ausser anderen veranderungen ein stammschliessendes s in c. 
Ich betrachte daher die hier erwahnte lautharmonie der kon- 
sonanten als gemeinschaftliches princip der Finnisch-ugrischen 
und Samojedischen sprachen, welches allmalich in mehrerern 
gliedern getriibt worden ist. (1) 

Buffixe. — Es wurd uns zu weit fiihren auf die wortstamm- 
bildung hier naher einzugehen, so viel kann doch hervorgeho- 
ben werden, dass mehrere sowohl nominal als verbalstamm- 
suffixe, die der Finnischugrischen grundsprache eigenthum- 
lich sind, auch in den Samojedischen sprachen allgemeine 
verbreitung haben. So ein diminutiv suffix auf k, g, mit 
verschiedenen vokalen verbunden, ein adjektiv older diminutiv 
suffix auf r und I, ein p und v suffix, u. s. w. In der man- 



(1) Vgl. hiertiber des Verfiassers Verwandtschaft der Finnisch'UgrUchen 
sprachen , s. 31-38. Helsingfors, 1679. 



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DIE SAMOJIIDISCHEN SPRAGHEN UND DIE FINNISCH-UORISCHEN. 237 

nichfachen verbalfiexion findet man dieselben suffixelemente: 
ein causatiy auf ta, da, welches ofters in verbindung mit an- 
deren suffixen vorkommt und dann neue gestaltungen wie 
pta, hta, Ua,lda, nta, nda, u. a., hervorrufen. 

Deldination, — Das Yorkommen eines duals in den Lap- 
pischen dialekten, wahrend es in den librigen Europaischen glie- 
dern der Pinnisch-ugrischen sprachen sich nicht findet, um 
wieder am Ural aufzutauchen, spricht fiir die grammatische 
ausbildung dieser kategorie in der grundsprache, wenn sie 
auch nicht grossere anwendung gefunden. Ganz ebenso aber 
wie sie gegenwartig im Lappischen und Irtisch-Ostyakischen 
nur bei dem verbum und bei dem personalpronomen vor- 
kommt, im Turgutdialekte dieser sprache aber noch der gan- 
zen flexion zugehort, in analoger weise ist sie bei den Sa« 
mojedischen sprachen nur theilweise vorhanden. Im Kamas- 
sinischen fehlt sie ganzlich, im Ostjak Samojedischen ist sie 
selten vorhanden, in den Nordlichen sprachen kann sie allge- 
mein gebraucht werden, ihre deklination ist aber sehr un- 
voUstandig. Dies hangt aber mit der auch in betreff des plu- 
rales hervortretenden neigung zusammen, gewohnlich nur 
den nominativ zu gebrauchen, fiir die librigen kasus dagegen 
die entsprechenden singularkasus anzuwenden. Materiel ist 
der dualcharakter identisch, in Jurak Samojedischen ha',g, k', 
Tawges gaig, Ostjak Satnojedisch g, k, Jenissei ho, go, ko, im 
Lappischen ga, ka, Vogulisch g wShrend das naher liegende 
Ostjakische xan, gan, kan gebraucht. Erinnert man sich nun 
der thatsache, dass weder das Tiirkische, noch das Mongo- 
lische Oder Mandschuische einen dual besitzen, so gewinnt 
die erwShnte (ibereinstimmung dadurch an bedeutung. 

Der allgemeine plural charakter sowohl in den Finnisch- 
ugrischen als Samojedischen sprachen ist ursprunglich t, vergl. 
Gastrins, Samojed. Gram., s. 109. Dieser kommt noch im 
Ostiaksamojedischen vor , im Jurak, Tawgy und Jenissei-dialekt 
wird er aber durch die scharfe aspiration vertreten. Die 
ursprunglichkeit des t charakters wird weder durch die auf- 
nahme noch anderer pluralsuffixe (Ost. Samojed. la, aus 



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238 OTTO DONNER. 

Tiirk. lar, Cerem. vnld, Kamass. san) aufgehoben, noch da- 
durch dass das Lappische und Magyarische h gebrauchen, es 
sei deiin dass h durch lautwandlung entstanden oder selbstHn- 
diges suffix ist. Ubrigens ist schon im Mongolischen der 
pluralcharakter t, ut, iit. 

Die betrachlung der Samojedischen deklination liefert ei- 
nen besonderen beweis des nahen zusammenhangs mit den 
Finnisch-ugrischen sprachen. 

Der grundsprache dieser waren sicher die folgenden ka- 
sus eigen: (1) 

nominatlv — 

genitiv n 

accusativ m 

lokativ na 

lativ-dativ ne 

ablativ. ta, 

Noch kam ein cariliv tak, ta vor, sowie spuren eines 
prolativs auf ha, ga, und die befindlichen kasusexponente 
' wurden allmalich in den einzelnen sprachen sowohl unter 
sich als mit anderen suffixen in verbindung gebracht. Ganz 
diesem standpunkte enlspricht die Samojedische deklination, 
der man ebenso jenes schema aufstellen kann: genit. n, ac- 
cusativ m, lokativ na, dativ ne, n (aber auch te, de), abla- 
tiv ^, d, Dabei tritt aber, wie in den Finnischen sprachen, 
das urspriingliche suffix oft ui verbindung mit anderen. 

Der genitiv charakter ist in den Siidsamojedischen spra- 
chen n, Tawgy n, Jurak und Jenissei nur aspiration. Man 
vergleiche mongohsch n, in der volkssprache h, in den Tiirki- 
schen dialekten n, n und veranderungen daraus. 

Der accusativ endigt iiberall auf m, ausser dem Jenissei 
dialekt, v^elcher wie der genitiv aspiration hat. Das Ostjak 
Samojedische lasst m gevohnlich in p iibergehen, wie auch das 
Scliwedlappische; vergleiche Tungus. wa, ha. 



(1) Donner, Gegens. verwandtschaft der Finnisch-ugrischen sprachen, 
s. 98. 



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DIE SAMOJEDISCHEN SPRACHEN UND DIE PINNISCH-UGRISCHEN. 239 

Wenn das Jurak. Samojedische als lokativ suffix Aawa, 
gana, kana und na gebraucht, Kamass. gan, kan, gdn, kdn, 
Jenissei ^o««, kone, und Ostjak Samojedisch gan, und wiederum 
als ablativsuffix Jurak had, gad, had, Tawgy gata, kata, Je- 
nissei horo, goro, koro (erweicht aus koto), Kamassin. ga,* 
ka, Ostjak Samoj. gan (aus gat), so erhellt daraus, dass die 
eigentlichen lokativ und ablativ suffixe na und ta sind, mit 
einem gemeinschaftlichen ga, ka verbunden , welches passend 
mit dem Vogulischen dativsuffix g (auch im Magyarischen nak) 
und Mordvinischen prolativsuffix ka, ga, va, verglichen wer- 
den kann. In analoger weise entstehen in den Baltisch- 
mordvinischen idiomen inessiv s-na, elativ s-ta, adessiv l-na, 
und ablativ l-ia, aus dem urspriinglichen lokativ na, abla- 
tiv ta in verbindung mit s, L Einige Samojedidiomen haben 
noch andere suffixe: tau;y, lokativ tanu, dativ tan, dan; wel- 
ehe doch vielleicht aus dem Mongolischen lokativ dativ tan, 
dan entlehnt sein diirfte. 

Der Samojedische dativ lautet: Jurak n, d, t, Jenissei 
do, to, Ostiak. Samojed. n, d, Kamassin. ne, de, te. Das Ostjak. 
Samojed. gebraucht zuweilen zur bezeichnung lebloser gegen- 
stande die endung nd, welche die in derselben fonction im 
Mongolischen vorkommende zu sein scheint. Ob nun jene 
endungen, welche den gewohnlichen laut gesetzen entspre- 
chend nur als wechselformen aufzufassen sind, mit dem 
Turkischen lokativ da, ta, de, te, Burjatisch da, de, do, do, 
ta, 56; Mongol, dan, tan, u. s. w., in verbindung zu bringen 
sind, mag hier unentschieden gelassen werden, immerhin 
kann doch nicht andererseits die verbindung mit dem lokativ- 
suffix auf na verlaiignet werden. In dieser weise ergiebt sich 
als grundlage der Samojedischen deklination voUstandig die- 
selben fiinf bis sechs kasusverhaltnisse wie im Finnisch- 
ugrischen, durch dieselben exponente vertreten; nur der ca- 
ritiv fehlt. 

Zahlwort. — Die Samojeden zahlten urspriinglich wie alle 
Finnischen volker nach dem siebenzahlsystem, wesshalb die 
zahl « sieben » gerade aus diesem grunde ein besonderes 



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240 OTTO DONNER. 

gewicht in den liedern und sagen der erwahnten volker erhal- 
ten hat. (Castren, Samojed. €rrammar,s. 191.) Gegenwartig 
beruht aber das zahlen in alien Samojedischen sprachen auf 
dem decimalsystem. Dass jedoch dieses nicht das ursprun- 
• gliche ist^ erhellt schon daraus, dass die zahl zehn in mehre- 
ren sprachen « die russische zehn » genannt -wird. 

Was nun die gestalt der sieben erslen zahlworter der Sa- 
mojedischen sprachen betrifift, weicht sie gegenwartig von der 
in den Finnischen sprachen vorkommenden sehr bedeutend 
ab. In betracht der leichten beweglichkeit der Samojedischen 
lautverhaltnisse ist aber dies' nicht von so durchgreifender 
bedeutung wie man beim ersten blick glauben wiirde, und 
fur grossere zahlen trennen sich auch innerhalb der Samoje- 
dischen dialekte die benennungen vollstandig von einander. 
Ich lasse hier die hoheren zahlen unberfichsichiigt und stelle 
nur die ersten sieben im folgenden zusammen, dabei jedoch 
nur die wesentlichsten formen angebend. 

1. HeisstJurak "qpot^ Ostj. Samoj. oA;^, Tawgy. Vat^ 
Jeniss. "!>, und Kamassin. o'6. Grundform ist ok, op oder, 
wenn das Ostjak Samojedische das urspriinglicbe suffix auf- 
bewahrt hat okere = *okete, nach der analogic; Jenis. Samoj. 
johodi und johori, « rennthierkuh ; » Jurak. "aU'eta, Tawg. 
"ohtaka, jenis. ohtoreggo « riechend. » Okete ist = die Fm.-ugr. 
grundform akta, okta, ikte; vgl. Lapp. ofta. 

2. Ist Jurak side, Tawg. sUi, Ostj. Sam. sede, sin; Jen. 
side, sive; Kamas. side. Die grundform site hatte in der 
jetzt ausgestorbenen Motorischen mundart eine nebenform 
kidde, welche denselben lautiibergang bezeugt wie Motor. 
kejem; « herz » = Jurak. seat, Motorisch kiundu c ranch, » Mr, 
« weiss 2> = Jur. silmde « ranch, » siri « weiss , » sowie Tawgy 
kiduam, « aufwachen » == Jur. sidedam, kidde, kitte, entspricht 
der Fin.-ugr. grundform kakta, kokte, kiti, 

3. Jur. rlahar, Tawg. nagur, Ostjah. und Kamas. ndgur, 
ist, nach Castrens auffassung, wahrscheinlich als zusammenge- 
setztes wort zu betrachten , in welchem har, gur mit dem Vo- 
gulischen x^^^^w, korom, Ungar. hdrom zu vergleichen ist. 



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DIE SAMOJEDISCHEN SPRAGHEN Ux\D DIE FINNISGH-UGRISGHEN. 241 

4. Jur. tiet, Ostj. tet, tetta, Tawg. t'ata, Jen. teto. Die 
grundform^etoentspricht der Fin.-ugrischen n'eta, nieda, da t 
und n im Samojedischen allgemein mit einander abwechseln. 

5. Jur. samVah, Ostj. somble, Jenis. sohoreggo, Kamas. 
sumula, scheint zusammengesetzt zu sein und der zweite theil 
dem Ostjakischen ausdruch fiir « zehn » jan entsprechen, der 
sich auch in dem Jurak. worte eilf findet. 

6. Jur. wa^,Ostj. muktet, Tawg. matu', Kamas. muhtu'd, 
konnte ein rest des Fin.-ugr. kate^ kute in kte liegen. 

7. Jur. siu, Ostj. seld'e, Tavg. saibua, Jen. se'o, Kam. 
sei'bu, Der nahe zusammenhang mit den grundformen der 
Finnisch.-ugr. zahl fiir « sieben » sdbte, sdvte (vgl. Budenz 
Sz6t, 161) ist offenbar. 

Theilweise sind diese iibereinstimmungen schon von Ca- 
slren hervorgehoben. Es ergibt sich, dass unter den urspriin- 
glichen zahlwortern vier identisch sind, wahrend sich fiir die 
drei ubrigen die wahrscheinlichkeit einer verwandtschaft mehr 
Oder weniger vorfindet. Besonders ist aber hervorzuheben, 
dass die Samojedischen sprachen sich in dieser hinsicht viel 
naher an die Finnisch ugrischen als an die ubrigen Altaischen 
sprachen reihen, welche sowohl unter sich als mit den ge- 
nannten ausserst geringe ankniipfungspunkte darbieten. 

Pronomen, — Die alteste gestalt der zwei ersten personal- 
pronomina der Samojedischen sprachen ist man und tan, wel- 
che den grundformen der Finnisch-ugrischen pers6nlichen 
pronomina entsprechen und sich zunachst an das Ugrische 
man, und die Votjakisch-Mordwinisch-Lappischen mon, ton, 
anschliessen. Im Jenis. Samojedischen lauten die formen ge- 
genwartig mod'i, tod'i, im Ostjak. Samojed. man und mat, tan 
und tat mit der haufigen wechsel des n und t. Das Jurak. 
Samojed. gebraucht als zweite person pudar, als driiie puda, 
ein beweis dass hier ein demonstrativ pronomen vorliegt. Ga- 
strin findet es wahrscheinlich , dass puda aus dem Tiirkischen 
hil mit hiilfe des personal affixes der dritten person da ent- 
standen, aus welchem sich dann ferner pudar durch hinzufii- 
gung des affixes der zweiten person entwickelt. Die spatere 
Atti del JV Congre$8o degli OrientaUsti. — Vul. 11. ^^ • 



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242 ^ OTTO DONNER. 

entstehung des puda und daraus pudar bezeugt der umstand, 
dass dies wort sich in den personalaffixen nicht geltend ge- 
macht, sondern das ursprungliche t, als gewohnlicher cha- 
rakter der zweiten wie der dritten person, wie denn diese 
ebenso wie bei dem pronomen oft zusammenfallen. 

Als pronomen der dritten person gebraucben das Ostjak. 
Samojed. tap, tep, das Kamas. di, Tawgy. sete, und Jenis. 
Samoj. n'itoda, und hu, Wie in den meisten anderen spra- 
chen, sind diese auch in den Samojedischen ihrer natur nach 
eigentlich demonstrativa, die entweder einfach oder mit ei- 
nander verbunden, oft auch mit personalaffixen versehen ge- 
braucht werden. Es entsteht dadurch auf jedem einzelnen 
I sprachgebiet eine mannigfaltigkeit von formen, die jedoch 

I leicht auf wenige grundbestandtheile zuruckgefuhrt werden 

konnen. Als demonstrativ pronomina werden gebrauchl, 
mit hindeutung in vierfacher richtung: 

Jurak. fwAiodieserhier* ft7w«dleserda»' tofti,«dieserdort» — 
Tawgy. "aman "amanie tdkd ^anfe «jener, ille» 

Oslj.Sam.fam, fau, fap to — -wa 

Jeniss. eKe^ eho "ino toTiono sed eo 

Ramass. dU ide,jede sd di 

Die stamme ta, to, ti, na, se, welche mit m, ka, he, h'i, 
de, te, verbunden werden, sind leicht 2u erkennen sowohlim 
eigentlichen demonstrativ als im pronomen der dritten per- 
son. Es entsprechen daher auch Ostjak. Samojed. tarn, tap, 
tep «dieser hier» dem Ostjakischen tarn, tern, Finn, ^ama; das 
Ostjak. Samojed. to, « dieser dort » dem Ostjakisch. Voguliscken 
to, tO't, to-n, Finn, ttio; Ostjakisch. Sam. na, « dieser da» dem 
Finn.pluralstamm ne , von se ^ dieser da , » reps, n'c-tse. Tawgy 
sete « er, > Jeniss. sed'eo, « dieser da , » entspricht dem Tschererais- 
sischen seda; Jeniss. tarn; eke findet in Ers. Mordv. teke, seke, 
und andererseits in ete, seine analogic, wie Tawgy tanie, in 
Ers. Mord. tene, und Tawgy. taka, t'ukd,t'ikt, in Fin. idM' 
Idise, sein ebenbild. Die einfachen pronominalstamme und 
das ganze system ihrer gegenseitigen verbindung ist sonacb 



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DIE SAMOJEDISGHEN SPRACHGN UND DIE FINNISCH-UGRISCHEN. 243 

in den beiden sprachstlLmmen identisch. Erinnert man sich 
neben dieser nahen (ibereinstimmung des Finnisch-ugrischen 
mit dem Samojediscben der pronominal formen in den ubri- 
gen Altaiscben sprachen^ so zeigen sich wohl identische grund- 
formen man^ min, und tan, tin, fur die erste und zweite per- 
son, die demonstrativ stamme gehen aber iiberhaupt schon aus 
einander, wenn auch einzelne libereinstimmungen, ausser 
directen entlehnungen, bin und wieder vorkommen. 

Grossen reicbthum zeigt das Samojediscbe an unselbstan- 
digen pronominalaffixen, welcbe nicht nur die rolle des sub- 
jekts im satze spielen, dabei sie sogar nominalformen ange- 
fugt werden konnen, sondern auch ein objektiv und reflexiv 
verhaltniss ausdriicken. Schliesslich treten sie auch als pos- 
sessivaffixe auf. Tbeilweise gibt es fiir diese verschiedene 
functionen auch von einander abweichende formen, die sich 
alle aus dem selbstSndigen pronomen entwickelt, mehr oder 
weniger aber abgescbleift worden sind, theilweise wird dieselbe 
form in mehreren functionen gebraucht Es worden dadurch 
im Samojediscben die nomina formell nicht streng von den 
verbis geschieden , das verbum isl seiner nalur nach ein no- 
men verbale geblieben. Hierin nun ist das Finnische viel wei- 
ter gegangen , indem es das possessiv-verhaltniss durchgangig 
vom verbalen unterscheidet. Dass aber die Finnischugrische 
gruridsprache elwa auf demselben standpunkt gestanden wie 
gegenwartig die Samojediscben idiome, hat alle wahrschein- 
licbkeit fiir sich. Auch die Qigenthiimliche erscheinung der 
verbalbildung, wodurch andere flexionsendungen als die ge- 
wohnlichen angenommen werden, wenn ein transitives verb 
mit objekt steht , eine erscheinung die jetzt mehr nur in den 
Ugrischen sprachen und im Mordviniscben hervortrete, diirfte 
als gemeinschaftliches princip aus <ler Finnisch^ugrischen 
grundsprache heriibergenommen worden sein. Die possessiv 
affixe sind mehr oder wenig noch in den meisten Finnisch- 
ugrischen sprachen vorhanden. Da die personalaffixe aus 
den persSnlichen pronomina hervorgegangen, folglich in den 
hier erwahnten sprachen aiisserst nahe mit einander verbui^- 



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244 OTTO DONNER. 

den sind, brauche ich bei dieser gelegenheit nur auf die spe- 
cialuntersuchung Gastrins iiber diesen gegenstand hinwei- 
sen. (1) Es durfte genug sein den umfassenden gebrauch 
dieser affixe in den beiden sprachzweigen hervorgehoben zu 
haben. In der haiifigen anwendung derselben gleichen sie sich 
viel mehr als ihrerseits die Tiirkisch-Mongolischen sprachen. 
Unter anderem wird auch die mehrzahl der besessenen ge- 
genstande im Finnischungarischen , sowie im Samojedischen 
bezeichnet. Verschiedene dieser personalaffixe sind in den 
letztgenannten sprachen rait einander identisch. 

Das fragende pronomen hat mehrere hergeleitete for- 
men, wie iiberhaupt die pronominalen bildungen im ganzen 
sprachstamm ausser den zwei ersten personalpronomina sich 
mannigfach umgestalten. Doch stimmt die interrogative grund- 
form huy hu, welche im Jurak kubea,hubea, Ostjak. Sam. kud, 
ktd, kudd,kutte , « wer, » Tawgy kua, kunie, < welcher, » Jenis. 
hote, hervortritt, mit dem Finnisch-ugrischen ker in Fin. ku^ 
kuha, Ostjakisch kojefXPJey «wer, welcher;* Syrj. Aroci*, Votj. 
kud, Ger. kudo, kuda, Mordv. kona, Lappisch kutte, Auch die 
zweite personliche interrogativform ki, kin: Fin. ken, Mord. 

V 

ki, Lapp. gi,ki, Gerem. kii, Votj. kin, Magy. ki, zeigt sich im 
Kamassin gid'i, sowie im zweiten element des Jur. "am^/. 
Das fragepronomenwas, im Finnischen wt, Lapp, ml, st. ma, 
Ostjak. met, metta, welches « was » u. s. w., wird im Tawgy 
durch ma, Jenis. mV, st. mido bezeichnet. Neben dieser 
dreifachen ubereinstimmung mag man sich andererseits die 
mehr abweichenden formen der anderen sprachen erinnern: 
Jakut-osmanlifcim «wer,» Jak. tuox, Koib.wo, Gagat.m, Osm. ne 
«wa3;» Mongol.-burj. ken «wer,» Mong.^a^wn, Burj.^wn « was.* 
Noch kann hervorgehoben werden, dass das Tawgy Sa- 
mojedische ein enclitisches fragewort gu (ga, ge, gi), ge- 
braucht, welches im indicativ d6m verbs tamm angehangt 
wird, doch vor der personalendung , in anderen modi mit 
dem subjekt oder einem anderen worte des satzes verbunden 



(1) M. A. Gastren , Ueber die personalaffixe in den AUaiscfien sprachen, 
Klein. Schriften, s. 151. 



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DIE SAMO^EDISGHEN SPRAGHEN UND DIE FINNISCH-U6RISCHEN. 245 

wird. Dies entspricht dem Finnisclien ko, ho, welches als 
fragewort demjenigen satztheile zugefiigt wird, der besonders 
hervorgehoben werden soil. 

Verhum, — Schon oben wurde angedeutet, dass nomina 
und verba im Samojedischen insofern ubereinstimmen, als 
beide redetheile meist dieselben pronominalaffixe annehmen. 
Der verbstamm ist eigentlich ein nomen verbale. Wahrend 
aber ein gewohnliches nomen nur in verbindung mil prsedicat- 
affixen einen verbalbegrifif erhalt, kann dagegen ein nomen 
verbale auch mil anderen affixen verbunden ein verbum re- 
prasentiren. In einfacherer weise verfahrt hierin das Ersa- 
mordvinische, welches nomina und kasusformen praedikati- 
vische bedeutmig gibt durch einfache verbindung derselben 
mit den gewohnlichen verbalendungen: paro « gut, > paran 
« ich bin gut, » ton,paro, loman'at, « du guter mensch hist, > 
tosan, tosat, toao «ich bin dort, du bist dort, er ist dort,» 
von inessiv toso des demonstrativstammes to, 

Abgeleitete verbalstamme gibt es im Samojedischen eine 
grosse menge, darunter ein kausativ mit t, d suffix, welches 
nicht nur in den Finnischen sondern auch in den Tiirkischen 
sprachen gebraucht wird. Da die suffixlehre des Samojedi- 
schen noch nicht gehorig untersucht worden ist , kann ich bei 
dieser gelegenheit nicht naher auf den gegenstand eingehen. 
Eine wesentliche verschiedenheit zwischen nomina und verba 
begriindet aber der umstand, dass diese verschiedene modi 
zu bilden im stand sind, was beim nomen nicht der fall ist. 
Dadurch wahrt sich das verbum einigermassen eine selbstan- 
dige stellung. Unter den exponenten dieser modi gibt es nun 
einige, welche mit den entsprechenden der Finnisch-ugrischen 
grundsprache zusammenfallen. 

Ein konjunktiv hommt in alien idiomen ausser dem Ka- 
massinischen vor. Sein charakter ist Jurak. n'tyji, Jenis. m', 
J», », und Ostj. Sam. ni, ne, welche mit riicksicht auf die nahe 
verwandtschaft und haufigen wechsel des n, n\j, ofifenbar 
die gemeinschaftliche grundform ausmacht. Diese fallt mit 
der konjunktivform im Nordostjakischen na, Vogul. n, ne, 



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246 OTTO DONNER. 

u 

Magy. na, nd, und Gerem. veps. Finnisch ne zusammen^ die 
fruher auch in anderen sprachen vertreten war. Das Kamas- 
sinisch gebraucht keinen konjunktiv, verwendet aber bei eini- 
gen verba die silbe na, nd, zur bildung des futurums, und 
wird dieser moduscharakter von Gastren mit den ubrigen in 
▼erbindung gebracht. 

Der imperativ und precativ unterscheiden sich von ande* 
ren modi durch annahme ganz anderer personalaffixe, wel- 
che keine verwandtschaft mit den ubrigen affixen zeigen. 
Dies ruhrt wohl daher, dass die affixe dieser modi mehrere 
umgestaltungen und verschmelzungen mit anderen elementen 
gelitten. Was den moduscharakter betriflft zeigen sich hier 
mehrere spuren eines mit dem Finnischen gemeinschaftlichen 
charakters. In der Tawgy sprache wird die erste person im 
imperativ wie im precativ durch gu, ku, gebildet ein suffix 
welches im Jenissei hu, ggu, ku, im Jurakischen hu, ha, hi, 
lautet. Das Ostjak. Samoj. und Kamassinsche ersetzen diese 
bildung in anderer weise; in dem letztgenannten dialekt hat 
aber die zweite person im dual den charakter gu, ga, gd, ge, 
welcher ohne zweifel desselben ursprungs ist, als gf in der 
ersten person in den ubrigen dialekten. Die zweite person im 
imperativ ist ohne personal affix, sie nimmt jedoch eine aspi- 
ration an, welche einen elidirten harten konsonanten vermu- 
then lasst und im Ostjak. Samojedischen durch k ersetzet wird, 
ganz auf dieselbe weise wie im Finnischen die zweite person 
des imperativs in einigen dialekten eine aspiration annimmt, 
in andem jedoch ein k im auslaut hat. In der Tawgy sprache 
kommt doch fiir die 2 p. sing, imperat. auch eine verlangerte 
form auf ga ' , vor. Im Kamassinischen nimmt in plural die 
zweite person der verba transitiva den charakter go, go an, 
der in transitiva aber ga , gd. Wir finden also einen durch 
guUurallaut kennzeichneten moduscharakter des imperativs 
und theilwelse precativs , der sich abwechselnd mit a, und o 
vokal (modificirt d, e und u, o) in ganz ahnlicher weise ver- 
bindet, wie in den Finnisch-ugrischen sprachen die entspre- 
chenden exponenten des imperativs und optativs: ka, kd, ke. 



^ 



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DIE SAMOJEDISGHEN SPRACHEN UND DIE FINNISCH-UGRISCHEN. 247 

ga^ ge und fco, ko, ku, Gelegentlich mag hier auf den Burja- 
tischen imperativ hingewiesen werden : 1 pers. Aw, 3 pers. k^gi, 
der mit dem futur charakter in verbindung zu stehen scheint. 
Wahrend in den Turkischen und Finnischen sprachen 
prassens und futurum in einer bildung zusammenfallen , wer- 
den sie im Samojedischen geschieden. Prsesens wird gewdhn- 
lich durch einfache oder kontinuativstslmme ausgedruckt, futu- 
rum wird im Eamassinischen mit dem charakter ta^ da, na, 
im ostja. sam. mit la, k, I, im jurak. mit gu, ku, das eigen- 
tlich eine noch gebrSLuchliche inchoativform ist, im Tawgy mit 
demselben charakter. Wie schon aus dem abweichenden cha- 
rakter herrorgeht, sind diese alle abgeleitete spSter als tempus- 
stSmme gebraucht bildungen, denen es jedoch in den Finnischu- 
grischen sprachen die entsprechenden vorfindet. Das Eamas- 
sinische ta, da, welches mit sehr gew5hnlicher erweichung 
bei einigen verb en als na auftritt , entspricht dem Ugrisch* 
Ostjakischen t,i! , d, d' oder dem suffix fiir deminutivstSm- 
men, welches zugleich zur bildung des praesensstammes ge* 
braucht wird. Ostjak. Samojedisches la, le, Z, findet sicht im 
Kamassinischen wieder, wo ein suffix la. Id, I'a, I'd, zugleich 
als prsesens und futurcharakter gilt, in einigen sprachen aber 
auch kontinuativa bildet. Dies suffix ist nichts anderes als 
das eben erwahnte ugrische auf t, d, welches noch die ne- 

V V 

bengestalten t, d hat und im Nordostjakischen als I, er- 
scheint, z.b. Ostjak. m€n-(i«-W"-»Nordostj.men-fe-m «ichgehe.> 
Das prsesens-futurum wird namllch in den verschiedenen dia- 
lekten der Ostjakischen sprache mit einem kontinuativstamm 
ausgedriickt, wahrend dem einfachen verbalstamm die be- 
deutung eines prseteritums zukommt. Daher kommt auch in 
den librigen Finnischugrischen sprachen la, le, I, als konti- 
nuativ oder frequentativ suffix vor, z. b. fin. saneAe-n oft, 
fortwahrend sagen* Das prsesenssuffix ku, im Jurak* Samoje^ 
dischen entspricht dem ko der Finnisch. Ugrischen sprachen, 
welches nicht selten als inchoativ oder frequentativsuffix er- 
scheint, eine bedeutung die auch dem ku ursprdnglich zu- 
kommt. 



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248 OTTO DONNER. 

Der beschrankte raum gestaltet uns nicht hier naher auf 
die Samojedische verbalbildung einzugehen, obwohl noch an- 
dere iibereinstimmungen hervorgehoben werden konnten. In 
der negativen konjugation wird das verneinungswort wie ein 
transitives verb, mit personal affixen flektirt, das hauptwerk 
bleibt aber unverandert. Ganz ahnlich wird die negation in 
den meisten der Finnisch-ugrischen sprachen ausgedriickt, 
nur der Ugrische zweig kennt nicht die verbindung der perso- 
nalaffixen mit dem negationswort. Wahrscheinlich war sie 
doch in der grundsprache vorhanden. Im. einklang mit der 
uberhaupt iippigen formentwickelung des Samojedischen gibt 
es auch andere weise die negation auszudriicken , so durch 
negationspartikel, die in den verschiedenen modis verschie- 
dene gestalt annehmen , aber vor den flektirten verbformen 
stehen. In Tawgy geschieht die negation mittelst des wortes 
n'inta nicht, das vor verben verbalaffixe annimmt nUndem, 
n'inden, nirUe, wahrend das verb in der stammform auftritt. 
Dies wort zeigte eine gewisse ahnlichkeit mit dem negations- 
partikel endam, endem, des Ugrisch Ostjakischen, welcher vor 
verben ent, en, lautet und mit dual und pluralaffixe verbun- 
den wird. 

Im vergleich mit diesen alien ist die art und weise , in wel- 
cher die Tiirkisch-tatarischen sprachen die negation ausdrii- 
cken, doch ziemlich abweichend, indem wie bekannt das ne- 
gations wort zwischen dem verbalstamm und der endung 
einverleibt wird. 

Die partikeln sind flexionsformen 'der nomina, prono- 
mina und verba, einige treten schon als selbstandige auf. 
Unter ihnen befinden sich form en des wortes-?^, U, < unter- 
raum , unteres , » welches in analoger anwendung fiber das 
ganze Finnisch-ugrische sprachgebiet werbreitet ist. In der 
Jurak sprache findet man unter anderen ein dat. nl « unter, » 
lokat. "ilna «unten,» nld «von unten,»Tawgy stamm nlea «unte- 
res , » lok. Hleanu «unten ,» abl. "ileada «von unten her; » Jenis- 
sei: dat. ilo, lok. Hone, abl. iloro aus ilodo; Ostjak. Samoj. dat. 
Xlond; Kamassin. dat. ilde, lok. ilgdn, ahl, ilgd\ Auf Fiunisch- 



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DIE SAMOJEDISCHEN SPRACHEN UND DtE FINNISCH-UGRlSCHEN. 249 

ugrischem gebiet ist die ursprungliche gestalt ala «unterrauin,» 
davon fin. aUa = alna, lok. «unter,» aUa «von unten.* Im Mord- 
vinischen hat man lok. cda « unter, » abl. alda, lativ. alu « nach 
unten,» prol. alga «unten» entlang. Wie aber ein ursprungli- 
cber a vokal oft in i iibergeht, so auch in diesem worte be- 
sonders im Ugrisch. Ostjakischen, wo das wort irt. it, surg. it 
und Nordostjakisch U heisst, davon in naher (ibereinstimmung 
mit dem Samojedischen der lokativ idu, s. idu, Nordostj. ilu, 
und abl. i. itta, s. itta, Nordostj. iUa, 

Durch alle Samojedischen sprachen kann man den 
slamm taka hinterer ort verfolgen = Westfinnisch taka. Da- 
von kommen zahlreiche formen vor, darunter auch: Jurak. 
t'ahana «hinten,» ^'oAa(i «hinten entlang, » in Tawgy entspre- 
chend lok. takanu,^h\,takada=iQmssQ\ tahane, tahado, Ostj. 
Sam. takkam, tagan, Kamassin. lok. takkan, abl. takka', Im 
einklang mit den urvervandten lokativ. und ablativ lauten diese 
als postpositionen angewandte formen beinahe identisch in 
Fin. takana « hinten » = n, Lapp, dudkkeii, Sv. tuoken und abl. 
Fin. taka «von hinten, » aus aiterem takata, takada. 

Die oben angegebenen iibereinstimmungen in gramma* 
iikalischen baue der Samojedischen und Finnisch-ugrischen 
sprachen, die im einzelnen noch viel voUstandiger dargethan 
werden konnten, scheinen uns zur annahme einer gemein^ 
schaftlichen entwickelungs periode der betreffenden volker zu 
berechtigen, nachdem sie sich bereits von den Turko-tata- 
rischen und Mongolischen volkerschaften geschieden batten. 
Die inmanchen punkten so innige sprachliche verwandtschaft, 
wahrend iibrige Altaische sprachen einen ganz verschiedenen 
entwickelungsgang darbieten , deutenzugleichdarauf bin, dass 
jene volker lange zeiten in unmittelbarer nachbarschaft mit 
einander gelebt haben. Wenn sie aber sonach unter den 
volkern der erde als die nachsten und verhaltnissmassig sehr 
nahe verwandten zu betrachten sind, so diirfte die gemein- 
schaftliche entwickelungsperiode sich auch im wortvorrath 
abspiegeln. Dies ist nun anch der fall. Schon im jahre 1845 



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250 OTTO DONNER. 

verofifentlichte Gastrin in der Finnischen zeitschrift Suotni 
erne zusammenstellung solcher worter aus dem Samojedi- 
schen und Finnischen, die er als ursprQnglich identisch oder 
urverwandt ansah. Der aufsatz wurde spater in den BuUe- 
tins der St. Petersburger akademie abgedruckt. Mit hulfe 
der Castrenschen specia1w5rterbucher kann man jetzt diese 
zusammenstellung berichtigen und bedeutend vervollstandi- 
gen. Man braucht nur die gewohnlichen lautgesetzt der Fin- 
nisch-ugrischen sprachen, gesetze welche im Samojedischen 
in noch ausgedehnterem grade herrschen, zur anwendung 
bringen, um die gemenschaftlichen grundformen zahlreicher 
wortbildungen zu erhalten. 

Es wurde zu weit fiihren hier die beweise fur die ur- 
spriingliche identitat jedes einzelnen wortes ausfiihrlich au- 
seinanderzusetzen. Ich muss mich, nach eingehender prii- 
fung, auf die behauptung beschrslnken, dass gerade die aus- 
driicke, welche sich einem naturvolk als die natiirlichsten 
und gewohnlichsten anschaungen darbieten, sich unmittel- 
bar als urspriinglich identisch zeigen. So herrscht gross 
ahnlichkeit in den benennungen der verschiedenen theile des 
korpers: kopf, brust, herz, leber, antlitz, auge, mund, nac- 
ken, hand, finger, nagel, knie, knochen, fuss. 

So auch in den namen fur vater, mutter, schwiegersohn 
und schwiegertochter. 

Ferner begegnen uns als mit einander verwandt die dem 
naturleben nahe stehenden ausdriicke fiir: erde, stein, baum, 
tannenbaum, birke, vogelnest, hund, rennthierocbsen, bin- 
nensee, fluss, fisch, kahn; ferner auch die worter fiir fussbo- 
den, thiir, schlafstelle , feuer, russ, bogensehne. 

Aber auch andere erscheinungen des alltaglichen lebens, 
sowie einige geistige vorstellungen zeigen gemeinschaftliche 
namen, wie: wachsen, schneiden, trinken, blasen, gehen^ 
leben, sterben; sprechen, lachen, nahe, fern, hinter, unter, 
elend, gut, scham. Gastrin vermuthet, dass sogar der begriff 
gott bei denSamojeden, welcher num lautet, derselbe ist wie 
die wurzel der Finnischen benennung des ^oiies : jumala* 



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DIE SAMOJEDISGHEN SPRAGHEN UND DIE FINNISGH-UGRISGHEN. 251 

Aus der obigen betrachtung ddrfte zur genuge hervor- 
gehen, dass Gastrins vor etwa dreissig jahren ausgesprochene 
ansicht liber die nahe verwandtschaft der Samojedischen und 
Finniscli-ugrischen spachen sich voUkommen bestStigt liat. 
Fiir die sprachgescliiclite im allgemeinen bietet die einsicbt 
in den entwickelungsgang derselben grosses interesse. Beson- 
dere aufkl^Lrung uber das sprachliclie leben scheDken die 
iiberwuchernden formen des Samojedisclien , die wie be- 
scbwerlicbe wege in einem wildniss den wanderer miide 
macben. Und docb kalmpft sicb aucb da der menscblicb geist 
allmalicb durcb in seinem streben zum boberen bewusstsein. 



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PARTE SETTIMA. 



STODII CIHESI, nraOCIHBSI E TAHATOLOGICI. 



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255 



PRESENT STATE Of CHINESE STUDIES; 

WHAT IS STILL WANTED TOWABDS 
A COMPLETE ANALYTIC EXHIBITION OF THE CHINESE LANOUAGE. 



jr. i^ xc Gs- g;- K. 



If this were the place in which to lay before you a ge- 
neral view of Chinese studies, it would be easy to show that 
not a little has been done in them during the present cen- 
tury. Much, indeed, had been accomplished during the two 
previous centuries by the missionaries of the Roman Catholic 
Church in China. In five years more three centuries will have 
elapsed, since the arrival at Canton of Matteo Ricci, an Ita- 
lian, for he was born near Ancona, not more than 150 miles 
from this city of Florence where we are now met. He was 
not the first Roman CathoUc missionary who had reached 
China; but the title has been given to him by some of « The 
founder of the Christian Church in China. » Distinguished 
by his various knowledge of the learning of the west, he 
acquired also a grand knowledge of Chinese. Many of the 
missionaries who followed him trod worthily in his steps, and 
to them Europe was indebted for almost all the knowledge 
that it had of China, its language, literature, geography, arts, 
history, and government, down to the second decade of the 
present century. Frigault, Schaal, Visdelou, Verbiest, Intor- 
cetta, Herdritch, Rougemont, Couplet, Regis, Noel, Lacharme, 
J. B. Du Halde , Gaubil, Premare, Moyriac deMailla, Basile, and 
others, were all Chinese scholars of extraordinary attainments. 

It was in 1808, more than 220 years after Ricci, that 
Morrison, the pioneer of EngHsh sinology, arrived at Canton. 



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S56 J. LEG6E. 

He was the first missionary sent to China by any of the pro- 
testant Churches , andjnany of those who followed from Great 
Britain, the United Slates, and the continent of Europe, have 
not only diligently pursued the labours of their proper voca- 
tion, but have also distinguished themselves by literary re- 
searches and philological works, in a manner not inferior to 
their Romish predecessors of the two preceding centuries. 
With every decade of years , especially since China began to 
enter into treaties with foreign nations in 1842, their acti- 
vity and success have increased. Their dictionaries, gram- 
mars, translations from and into Chinese, and other works 
are a monument of their scholarship and ability. 

But the field of sinology is no longer left to missionaries. 
Morrison had his Grammar of the Chinese Language ready for 
publication in 1811, and in that year Remusat published in 
Paris his Essai sur la Langue et la LUtSrature Chinoise. A 
Chinese professorship was instituted in the College of France 
in 1814, and Remusat was appointed to it. To him succee- 
ded his pupil, the late Stanislas Julien, of whose Chinese 
scholarship, evidenced by his long array of writings, it is not 
necessary for me to speak. He lived to become, as he once 
called himself to me in a letter, the Nestor of European sinolo- 
gues, and well earned the reputation that will long attach to 
his name. Into his labours a numerous band of scholars in 
Paris, some of them tramed under him, have entered, and 
are maintaining the honour of the Chinese school of France. 
Holland, Germany, Austria, Italy, and Norway have all had 
their professors or students of the Chinese language and lite- 
rature. Russia through its political and ecclesiastical mis- 
sions in Peking has long had distinguished Chinese scholars, 
whose work will henceforth be carried on more in concert with 
scholars of other nationalities than it has been in the past. 

But when I said that the field of sinology was no longer 
left to missionaries , I was thinking not so much of the Profes- 
sors and Scholars who have entered into it — I may say profes- 
sionally — all over the world , as of unprofessional gentlemen 



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PRESENT STATE OP CHINESE STUDIES. 257 

who have entered China from different western countries 
since it began to form alliances with them. In connexion 
with the diplomatic and consular services of foreign nations , 
with the imperial Maritime Customs, and with great com- 
mercial Houses , there is a large body of students , interpre- 
ters and scholars, permanently resident in the country; and 
of what may be done in such a position we have illustrious 
examples in sir John Francis Davis , the compeer of Morri- 
son, and still alive, and in our own compeer, His Excel- 
lency, sir Thomas Wade. And further, gentlemen have been 
sent to China on commercial and scientific missions, who have 
done their part with energy and success. It is good for the 
completion of the work of Chinese studies that all these diffe- 
rent classes of labourers should be engaged upon them. 
Every subject is investigated from all sides; the research is 
more thorough; and the conclusions come to partake, as 
they could not otherwise do, of the attribute of impartiahty. 

I will now confine my remarks to one particular depart- 
ment of sinology , the analytic exhibition of the written cha- 
racters, and what is still required in order to make it com- 
plete. Before entering on this subject, however I may be 
permitted to offer three observations, setting forth what I con- 
ceive is the present position of Chinese studies. 

First, We have attained so far, that there is httle diffi- 
culty in translating into any European language whatever 
exists in the stores of Chinese literature. The meaning of 
the Chinese characters, and the method of their combination 
in sentences are sufficiently well ascertained. I venture to pre- 
dict that before the end of another half century, every Chinese 
work of real value will have been carefully studied, and accu- 
rately translated. 

Second. I think that there has been during the last 
thirty years a gradual improvement in the manner in which 
translations from, and into, Chinese have b.een executed. 
They are more exact and free from paraphrase than they 
were before. 

AHi del IV Congreao (leqli Orientalist, — Yo|, U, 17 



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258 J. LE6GE. 

Third. While I thus express my conviction as to what 
will be achieved during the next fifty years, 1 may be per- 
mitted to say to my fellow l^honv^TS, Festinate lente. What is 
hastily done is crudely done. In the case of a translation, it 
is not a fair representation of the original, and is more of a 
hindrance than a help to succeeding labourers. False ideas 
get possession of the minds of readers, and are not easily dis- 
lodged. As i have said, the mere work of translation is 
now not difficult; but to give an adequate exhibition of the 
mind of the author is often a difficult task. Works of history, 
geography, statistics, arts, and many other subjects may be 
translated almost currerUe calamo, but when we come to such 
books as the Yih, Lao-tsze's Tao Teh King, the writings of 
Chwang-tsze and other authors of the Taoist School, and to 
the' philosophical speculations of the Sung dynasty , I for one 
have found the greatest difficulty in getting to see things from 
the stand point of my originals. Translations are in my 
drawers, made five and twenty years ago, to which I am not 
yet sure that I have found the clue. 

Let me now try to set before the congress what is still 
wantmgin order to a complete analysis of the Chinese writ- 
ten characters; I do not say the Chinese written language. 
Language is the fruit of the tongue, utterances of the vocal 
organs. The characters were in the first instances the work 
of the fingers, and would have been the same, however diffe- 
rently pronounced. In course of time, after thousands of 
years, indeed they may have come to do the part which 
the words of Aryan and Semitic languages do; but that is 
not the natural use of them. They were at first pictures, 
artificial methods of representing the objects of men's senses 
and the subjects of men's thoughts. Their names indeed 
existed before their figures were made; but though their 
figures received those early names , they were yet indepen- 
dent of them, and can only be satisfactorily discussed by 
being still considered so. 

Of ^11 tl^e achjevej^ents of the Chinese race the greatest, 



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PRESENT STATE OP CHINESE STUDIES. 259 

I conceive, is that of their written characters. If we are to 
admit one tradition, which assigns the commencement of 
their formation to Fu-hsi, we must go back to the end of the 
34*** century before our Christian era. Another tradition 
ascribes it to. the time of Hwang-Ti several centuries later. 
We approximate, no doubt, to the truth on the subject, when 
we say that writing began in China about 5000 years ago. 
The utterances of the people were then monosyllabic, as they 
have continued to be ever since; the number of those utteran- 
ces, moreover, was small, amounting only to a few hundred. 
Even at the present day the different enunciations allowed by 
Sir Thomas Wade to the speech of Peking are only 420. 
They are more numerous in the southern dialects, though 
that of Fu-chow, the most voluminous that has yet been stu- 
died, contains only 818. The enunciations in the northern 
. dialects have become fewer than they once were, but at no 
time, in any part of the country, could they have amounted 
to anything like a thousand. 

The language has been kept thus verbally poor, in a 
great measure by the nature of the written medium. The 
fundamental characters being of a pictorial nature, as was 
the case with the oldest Egyptian symbols, the number of 
different signs or pictures was of course limited. Various de- 
vices were hit upon by the Chinese Makers-So 1 am sure, I may 
properly call the fathers of Chinese writing to increase the 
number of their characters* Unfortunately the idea of an 
alphabet never occurred to themselves, and they had no 
neighbours such as the Phoenicians were to the Egyptians , to 
catch that idea, and fashion elementary phonograms out of 
their characters. Thus it has been that their vocabulary has 
continued in its original poverty, while the number of their 
characters has grown, and the dictionary of the Khang-hsl 
period, first published in 1715, contains between 42 and 
43 thousand characters. 

We can throw little light on the growth of those cha- 
f^cters during the first two thousand years of tbei?: history; 



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260 J. LEGGE. 

but in the end of the 12"* or the beginning of the 11** century 
B. C. , we find mention of an office, to the members of which 
it belonged to teach the princes and the young nobles « the 
six classes of characters. > Such a division of the characters 
may have been recognized two thousand years earUer, but 
that is the first mention of it as an existing arrangement. 
As an exhaustive classification of the characters, its cor- 
rectness cannot be challenged. It is inwrought in their 
structure. And why do I call attention to it on the present 
occasion? Every one who has even slender pretensions to Chi- 
nese scholarship knows it and could give you the names of 
the six classes, but there is much valuable matter on the sub- 
ject in native works, of which no foreigner has yet taken suf- 
ficient account. I call attention to it now, in the hope that I 
may induce some one soon to master it and set it fortli. 
Until this has been done, we shall not have an exhaustive 
analysis of the Chinese characters, nor understand how the 
vast multitude of them were built up. 

Dr. Morrison, in the preface to the first volume of his 
dictionary, gave in 1815 the names of the six classes, and an 
explanation of them, correct, so far as it goes, but not full or 
definite enough. 

They are: [i], the Hsiang Hsing (^ ^), pictorial, repre- 
senting, originally, the figures of objects; [n], the Chih Shih 
(^ ^)> demonstrative or indicative, the arrangement of 
their lines or parts being intended to suggest the idea in the 
mind of the maker; [ra], the Huii ("^ ^) , suggestive cha- 
racters, composite, and made up of others, the meanings of 
which are blended in the meaning of the compound ; [iv] , the 
Hsieh Shdng (|^ g), phonetical, which are also composite, 
one of their elements having a phonetic force, and indicating 
the name of the compound, while the other element is signi- 
ficative and gives the category of themeamng ; [v], the Chwan 
Ch^ (1$ H), inverted characters, formed from others already 
existing, by the inversion of them or of parts of them; and 
[vi], the Chid Chieh (f^ ^); borrowed, not new characters, 



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t»RiiSENT STAT^ OF CHINESE STUDIES. 26 1 

but old ones, used in other than their proper meanings to 
express ideas of the proper characters for which the writer 
was ignorant, or did not choose to make use at the time. 

From this brief account of the six classes of characters, 
it is plain that in the first two we have the Origirm sinicce 
scripturce. They are distinguished from the others as being 
w&n (3!t)> elegant delineations or pictures. The fourth or 
phonetical class are called tsze (^) , the name having refe- 
rence to their multitude, and the readiness with which they 
may be multiplied indefinitely. Midway between these clas- 
ses, are the Hui or characters of the third class, called 
sometimes wdn and sometimes tsze. They are to me pe- 
culiarly interesting, for they seem to bring us face to face 
with the Chinese fathers, and we see them working, so many 
thousand years ago , vdth certain elementary concepts to give 
form to others more complex. Their minds are naked and 
open before us, and we obtain from them no small insight 
into the ancient civilization of their race. Many characters of 
this class also perform the part of sound-indicators, and en- 
ter into the formation of the multitudinous characters of 
the phonetical class. I add them therefore to the first two 
classes, and style the three Origines sinicce scripturce. The 
fourth class, it will presently be seen, comprehends the 
great bulk of the vmtten characters. On the fifth and sixth 
classes it is hardly necessary to make any additional remarks. 
They are few in number, and never became formative them- 
selves. They are only changes in the form of already exist- 
ing characters, or improper applications of them. Some 
writers, indeed, have applied, through want of thought, the 
term metaphorical to the borrowed characters, but that name 
gives an entirely incorrect idea of their nature. 

Now the first requisite in sinology is a chart of all the 
characters of the first three classes. No foreign student has 
yet attempted to give one; but until this has been done, we 
shall not have analyzed the structure of the Chinese symbols 
so as to be able to take them to pieces, and build them up 



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36S J. LEGeE. 

again for ourselves. The reason why this important work has 
been left unperfonned; especially in the valuable Introduction 
to the study of the Chinese characters, by Dr. Edkins , published 
so recently as 1874, has been the attention paid to the Classi- 
fiers of Chinese defining dictionaries, which foreigners have 
been accustomed to call Radicals. To these classifiers I will 
return ere long. Meanwhile I would direct attention to the 
vinritings of Chang Ch^ido (%^ ^), called also Chdng yOr-chung 
(fP iE f4»), and the scholar of Chtd Chi (^ |§), from the 
name of the place, where he long lived in seclusion. He was 
one of the most remarkable writers of the 12*^ century, dying 
in 1 142, at the early age of 59. A regular hdluo librorum, he 
gave out as much as he took in, and his works on nearly all 
subjects possible in his time in China are said to amount 
to 58. The structure and history of the written characters 
had a great attraction for him. In Wang Chts (i ^) con- 
tinuation of Ma Twan-lin's Encydopcedia , we find an account 
by Chdng Ch'ido of 24,235 characters. Of these 21,813 are of 
the phonetical class, . and an exhaustive chart would add 
about 15,000 more to them. Of the characters of the other 
five classes I believe that his examination is exhaustive. 

He finds 484 pictorial characters, of which 422 were 
« direct (JE ^) > pictures of existing objects, the person and 
parts of man, his implements, and dress furnishing 225 of 
them ; 99 were « indirect or partial (il!| ^) ; > and 87 were « com- 
prehensive (^), > uniting an idea or a sound with the resem- 
blance. 

He finds 107 demonstrative characters, of which 78 are 
€ direct > symbols or indicators , and the other 29 are « com- 
prehensive, > uniting a sound, an idea, or a figure with the 
indication. 

He finds 740 suggestive ideagrams ; 698, composed of two 
elements, and 42, composed of three. He finds, as I said 
above, 21,813 phonetical characters. 

He finds 372 inverted characters, or those of altered 
form, which he is able to distribute into 5 divisions; and 598 



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PRESENT STATE OP CHINESE STUDIES. 263 

of the last class or borrowed characters, arranged in 12 di- 
Tisions, with 30 additional characters , which he considers 
anomalous. 

According to this analysis j the first three of the six classes 
contain in all fewer than 1500 characters. The work which I 
said sinologists should undertake has been done by this Chdng 
GiUac, and is ready to their hand. They may not be able to 
agree with him in his arrangement of a good many of the 
characters, but on the whole their conclusions will not differ 
much from his. When the whole have been exhibited, we 
shall have before us all the elements of the Chinese characters, 
and understand how they grew up , and continue to the pre- 
sent day, not indeed without charge of their pictorial and 
outward form, but without internal change, in the way of di* 
minution or increase, such as happened to the root words of 
the Aryan and Semitic languages, without anything even that 
can properly be called agglutination; answering abundantly, 
however, all the purposes of the human mind, in narrating 
events, describing the scenes of nature, pursuing the current 
of philosophical speculation, and expounding the processes of 
art and the researches of science. 

Sinologists have been diverted from this natural study of 
the Chinese elements , by the practice of native lexicographers 
in their defining dictionaries. These they arrange, as is well 
known, under a certain number of the primitive characters, 
which are therefore called |7t2, or classifiers. They point out 
under what category of meaning or idea we are to find the 
characters of whose definite signification we are in search. 
These significant constituents have generally been denomi- 
nated by foreigners radicals; but such a name is most inap- 
propriate to their nature. In speaking of Chinese characters , 
we must reverse Mrs. Stowe's well known sentence,— c They 
were all made; they did not grow. » The classifiers do, in- 
deed, serve an important purpose in the structure of the mass 
of the characters, and to that they must have been set apart 
as soon as the phonetic elements began to be numerous. 



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264 J. LEGGE* 

Both the classifiers and the phonetics are taken from the first 
three classes of characters. The combination of one of each 
(as a rule) to form the phonetical character, we know as a 
matter of history, was only gradually completed. When it 
was first hit upon lies hid in the darkness of antiquity, as 
well as the name of its inventor. But the number of the 
classifiers has varied at different times. The earliest Chinese 
dictionary which we possess is the Shwo Wdn (^ '^) of Hsii 
Shdn (1^ H), published in A. D. 100. It arranges cha- 
racters , which , however , are not a third part of those 
Khang-hst dictionary of the present dynasty, under 540 
classifiers. The Yu-tien CS. :R) of our 4^** century uses 542; 
and the Lui-Pien (J^ ^) of Sze-ma Kwmg (^ J^ %), of 
the \^^^ century, uses 544. Down to that time lexicographers 
honestly intended to exhibit a complete list of all the pri- 
mitive characters that' were used as classifiers. The LitJ- 
Shi^-K'd {-fx, ^ ]SS:) of Tai Tung (^ f|^), an original thinker 
to whom I am always glad to acknowledge my obligations, 
in the 14*'' century, employs only 482 classifiers. During the 
Ming dynasty, under which he lived, their number was subse- 
quently reduced first to 360, and then to 214; and under this 
smaller number all the characters are arranged in the impe- 
rial dictionaries of the present dynasty. For lexical purposes 
the reduction is convenient; but it has obscured the meaning 
of many characters, besides hiding or rather misrepresenting 
the fact of their structure. No doubt, the Chinese find this 
more convenient for educational purposes, and so far I do 
not quarrel with it. But let us bear in mind that it is merely 
a plan , or conventional arrangement. It is like travelling by 
the railroad, which seeks the shortest and most direct route. 
You get sooner to your journey's end by it. It saves time, 
and helps business and money-making; but it does not con- 
duce so much to the health of body and mind, to the inyigo- 
ration of the spirits; and the repose and enlargement of the 
soul as a more round-about and leisurely course. 

From the first three classes of the Chinese characters, 



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PRESENT STATE OF CHINESE STUDIES. 265 

let me now pass on to the V\ and bring this paper to a conclu- 
sion by pointing what has yet to be done for this class, which 
contains nearly 18 times as many characters as all the other 
classes togetlier. This will be the second requisite, in order 
to the analysis and exhibition of the written characters. 

The use of the phonetic elements in the structure of the 
characters was a most ingenious device, and I wish we knew 
certainly the name of its inventor. We cannot sufficiently 
admire it for it made pictures and symbols almost as flexible as 
letters in weaving the web of human thought. I have seen 
it stated that the phonetic elements are altogether unknown 
to native scholars; but the phonetical principle of formation 
gave its name to one of the six classes of characters, at least 
3000 years ago; and in fact, until Chinese lexicographers 
began after they had got some acquaintance vdth Sanskrit 
to spell in a clumsy way their characters by means of a 
final and an initial, the only way by which they could in- 
timate the pronunciation of a character was a reference to 
the phonetic element in it; as is done in the Shwo-wdn. 
The modern defining dictionaries take no account, indeed, 
of the phonetical constituents. The characters are found 
under the classifiers to which they respectively belong by 
counting the number of strokes in the other portion or con- 
stituent of them. Of course there is no science in this, and 
the inattention to the phonetic elements is a great defect, 
though the lexicographers probably thought that the arbitrary 
method which they followed, like the reduction of the num- 
ber of the classifiers or significative symbols conduced to the 
readier finding of the character. 

The first sinologist to call attention to the importance of 
the phonetic elements was Marshman in 1814, in his Clavis 
Sinica, What he then said seemed to be like a seed rotting in 
the ground for a quarter of a century ; but it bore rich fruit 
in 1841, when Gallery published at Macao his Systenia Phone* 
ticum acripiurce ainicoB, the second part of which is a dictio- 
nary of 12,753 characters, arranged under 1040 phonetic 



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266 i. LE6GE. 

symbols. Since the publication of Gallery's work, sinologists 
have given attention increasingly to the phonetics. The 
latest achievement in this diirection is the Khang^hsi T$ze- 
Hen T^o^Yao (J^ S5 ^ JIIS H), published in the present 
year at Canton by Dr. Chalmers. It gives all the characters 
in the original Khang-hsi, uniting the arrangement of them 
by both the classifiers and the phonetics. It spells the cha- 
racters also after the Chinese method, casting out from it many 
redundancies. The selection of characters, moreover, for this 
spelling is of such a nature that the pronunciation of Peki- 
nese in the north, Cantonese in the south, and the central or 
mandarin speaking dialects, which used to be called southern 
mandarin, may all be learned from the work. Entirely in 
Chinese, it is a marvel of condensation and accuracy, and is 
beautifully printed. Future lexicographers will find in it im- 
portant help and guidance. 

I have spoken of the ingenuity whioh marks the device 
of the phonetic elements ; and the questions arise. Why do 
we not always have the same name or sound indicated by 
the same phonetic character? Were the ancient character- 
builders guided by other considierations than that of sound in 
selecting their phonetic symbols ? And what were those con- 
siderations? I have cast about without success for a satis- 
factory reply to these questions. Allowing that homopho- 
nous symbols were sometimes unnecessarily multiplied by the 
carelessness or ignorance of writers along the course of 
time, this will only partially account for the phsenomenon. 
Callery,it has been said, gives 1040 phonetics, and Chalmers 
does not require many more; but he arranges derivative pho- 
netics under their primaries. Yet 1000 different symbols 
were many more than were necessary for the different enun- 
ciations of the monosyllabic Chinese words. Sufficient 
replies to the questions which I have proposed may yet oc- 
cur to some mind that has long and patiently been groping 
for them. I do not despair of this. Some sinologist will yet, 
in a bright and happy hour, not in spiritualistic delusion, 



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PRESENT STATE OF CHINESE STUDIES. 267 

but in real spiritual discernment, find himself in rapport 
Mnth FUt-hsi, and Ta'ang^chieh, and the other ancient makers 
and in sudden transport shout Eup>ixa. Then the last obsta- 
cle in the way of a perfect analysis of the Chinese characters 
will be removed, and we shall enter with entire intelligence 
into the labours of their builders. 



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269 
SUR LES TRAVAUX 

DE LA SOCIETE ROYALE ASIATIQUE DE SHANG-HAI 

[North China Branch op the Royal Asiatic Society] 

PAK 



La reunion des Congrds en general et des Congrds des 
Orientalistes en particulier a pour but principal, si je ne me 
trompe, de metlre en rapport les savants faisant des recher 
ches semblables, mais que leur eloignement les uns des autres 
ne permet pas de se connaitre autrement que par leurs ouvra- 
ges et leur reputation. Celte n6cessit6 de se connaitre est si 
universellement admise que vous voyez r^unis ici des savants 
venus de toutes les parties du monde , m^me des Indes et de 
la Chine. La Society asiatique de Sbanghaf a suivi Texemple 
des etablissements scientifiques de la vieille Europe; elle a en- 
voy6 deux d616gu6s pour la repr^senler a ce Congrds, Mr. Alex. 
Wylie et moi. J'ignorais, Messieurs, avant mon arriv^e k Flo- 
rence, — que j'eusse le plaisir d'etre le collogue de Mr. Wylie — 
ce savant trop modeste pour lequel la litt6rature chinoise n*a 
plus de secrets — car je lui eusse imm^diatement c6d6 le dif- 
ficile honneur d*exposer devant cette illustre assembl^e les dif- 
f^rents travaux dont s'occupent les membres de la Society Asia- 
tique de Shanghai*. 

La Society Asiatique de Shanghai a ^t^ fondle en 1857, 
grace aux efforts de deux missionnaires protestants dont Tun 
n'est autre que Mr. Alex. Wylie dont je viens de parler; Tau- 
tre est M. le Dr. J. Edkins , de Peking, bien connu par ses tra- 
vaux de philologie coinpar^e. Connue d'abord sous le nom de 
Shanghai Uterary and scientific Society la nouvelle association 



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^ 

^ 
* 






i: 




. e Tche-li, de- 

xi. H. G. Hollingworth 

..entureux qui a obtenu de- 

ueographie de Londres une m^ 

J age en Mongolie , furent charges en 1 868 

Ludier les causes des d^placemeiits du Flea?e 

aolidrent k leur retour deux rapports importants et 

. . es qui sont encore aujourd*hui les seuls documents 

:\\\ que nous possedions sur ce grand probl^me de g^- 

r.vt'bie- 

^. La Societe Aslatique de Shanghai vous a Deut remet- 
1^, Messieurs, la collection de son Journal: Tancienne serie 
se compose de quatre yolumes num^rotes d'une mani^re jrr6- 



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SUE LES TRAVAUX DE LA SOGIETE ROYALE ASIATIQUE, ETC. 271 

guli^re; la nouvelle s6rie commenc^e en d^cembre 1864 com- 
prend aujourd'hui onze volumes. Je crois devoir attirer votre 
attention sur ce recueil afin de vous montrer comment la So- 
ci6t6 Asiatique a ex6cut6 la seconde partie de son programme. 

Vous y trouverez des m^moires d'histoire naturelle sign6s 
^ar Robert Swinhoe et par Tabb^ Armand David; des notes 
m6t6orologiques d'un marin distingu6 : le Vice-Admiral Shad- 
well ; des dissertations* philologiques et historiques de sinolo- 
gues comme MM. les Drs. Bridgman, S. W. Williams , et Edkins , 
A. Wylie, W. F. Mayers; et si vous voulez bien jeter un coup 
d'oeil sur Tindex g6n6ral ins6r^ par moi dans le volume IX, 
vous trouvez que les sujets les plus divers sont trait^s : Juris- 
prudence, Pbysique, Zoologie, Botanique, Geologic, Musique, 
M6decine, Chimie, G6ographie, Voyages, Histoire, Antiqui- 
I6s, etc. 

Je dois attirer tout particuli^rement votre attention sur 
les travaux dont Marco Polo a 6t6 Tobjet de la part de la So- 
ci^t6 Asiatique de Shanghai : les ouvrages de Marsden , de 
Baldelli Boni, de Pauthier, du CoL Yule, loin d'avoir epuis6 
ce que Ton avait k dire suir le c^l^bre voyageur, ont 6t6 le 
point de depart de recherches nouvelles, recherches de la 
plus grande importance pour T^tude de la geographic de 
TExtrSme Orient k T^poque du Moyen-Age. Dans les der- 
niers volumes du Journal de la N, C. B. of the Royal Asiatic 
Society, le R6v. G. E, Moule, de Hangtcheou, T Archimandrite 
Palladius et le Dr. E. Bretschneider , de Peking ont public 
de longs m^moires qui jettent un jour nouveau sur Tillustre 
V6nitien dont Tltalie est fi^re k si juste titre. L'Institut de 
France a reconnu la valeur de ces travaux en accordant Tan- 
n6e d emigre le prix Stanislas Julien k M. le Dr. Bretschneider. 

n manquait sur cette cdte orientale de TAsie si fr6quem- 
ment visit^e par les cyclones , si peu hospitali^re aux naviga- 
teurs, il manquait un observatoire s6rieux pour remplir dans 
le Bulletin quotidien internationd.de Mithrohgie public a Wa- 
shington le vide qu'y laissait cette partie du monde. Si aux 
P^res de la Coraps^gniQ de J^sus revient h gloire d'avoif 



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272 H. CORDIER. — SUR LES TRAVAOX DE LA SOCIETE ROYALE , ETC. 

cree k Siu ca-wei pres de Shanghai cetle observatoire si ne- 
cessaire, a la Soci^te Asiatique appartient Thonneur d^avoir 
public les premiers bulletins du nouvel etablissement scienti- 
fique. 

3. Enlin la Soci^te asiatique a ^galement form6 une 
biblioth^que et un cabinet d'histoire naturelle. Je ne ra'6tea- 
drai pas sur Thistoire de ces deux creations qui n'offre d'ail- 
leurs d'int^rSt que pour les habitants de Shanghai. Je dirai 
toutefois que la Biblioth^que compos^e en grande partie des 
livres de M. A. Wylie, comprend aujourd'hui une collection 
speciale de 3000 volumes environ dont 1500 imprimes en lan- 
gue chinoise ; s'il m'est permis en cette savante assenibl^e de 
parler de mes modestes travaux , j'ajouterai egalemeut que j'ai 
dress^ en 1872 le catalogue de cette bibliotheque, 

Le Mus^e est d^origine r6cente mais il emprunte une grande 
importance a ce fait qu'il est une veritable faune des provin- 
ces de Eiang sou et de Tche kiang. 

Si ce rapide aperqu suffit k vous montrer Tint^ret des 
travaux de la N.-C. Branch of the Royal Asiatic Society et k 
vous donner le d^sir de vous mettre en rapport avec elle vous 
aurez combl6 les voeux de ses d6]6gu6s. Si je n'ai pas r6ussi 
dans mon plaidoyer pro domo, la faute en est k moi, et non au 
sujet dont je viens de vous entretenir. 



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273 



IL PRIMO SINOLOGO P. MATTEO RICCI 



Jl^OOOVlCO NOCENTIIVI* 



Signori. * 

n modesto lavoro che ho 1' onore di presentare al Vostro 
giudizio col titolo cll primo Sinologo p. Matteo Ricci, » ha 
principalmente per iscopo di far conoscere anche al di fuori 
della ristretta cerchia degli Orientalist! le qualitk di sinologo 
e di scienziato, che possed^ in eminente grado il fondatore 
delle missioni nella Cina. Gli scrittori, parlando dei lavori di 
questo missionario, cercarono di mostrare i vantaggi da essi 
derivanti per la religione e posero in seconda linea od anche 
dimenticarono quelli che ne yenivano alia scienza. Ora io mi 
proposi invece, messo un poco da parte il missionario, di stu- 
diare quale importanza scientifica avessero le opere del Ricci, 
prendendo insieme ad esame il luogo dove erano fatte , ed il 
popolo per il quale erano composte. Incominciai dallo studiare 
gli ostacoli riposti nello spurito stesso del popolo contro V isti- 
tuzione delle missioni ed entrai cosl a parlare dei lavori del 
Ricci, mostrando dapprima il grado di coltura scientifica pos- 
seduta dai dotti di quel vasto paese, ed esponendo quindi le 
cognizioni che egli vi port6 colle sue puhblicazioni e confe- 
renze. Qui cadde a proposito di studiare 1' indole dei letterati, 
i quali attaccati alle loro antiche istituzioni e piu ancora al 
loro private interesse si credono in obbligo di opporsi ad 
ogni cosa nuova venuta dal di fuori. Questo studio mi pose 
in grado di spiegare la ragione della quasi assoluta mancanza 
di progresso nella Cina, e parvemi di poter concludere che 
Atti del lY Congretao degli Orienlalitli. ^ Vol. 11. i 8 



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274 LODOVICO NOCENTINI. 

essa era causata dalle istituzioni dell* impero , e che non era 
affatto una conseguenza della inattitudine del popolo. II quale 
anzi se riuscisse mai a bandire gli antichi princfpi si porrebbe 
in breve alio stesso livello delle piu colte nazioni. Le cause 
contrarie ad una piu vasta applicazione della scienza dovettero 
esser confermate anche per la reli^one cristiana, dando cosl 
campo al dubbio che essa potesse mai divenire la religione 
deir impero senzs^ distruggere le basi fondamentali suUe quali 
esso riposa. Onde pu6 dirsi, che V opera del Ricci nella Cina 
ottenne piu plauso che seguaci. A ben altra conclusione son 
venuto considerando i suoi lavori a vantaggio dell' occidente. 
Nella fiducia che questa parte possa piu da vicino richiamare 
la Vostra attenzione, concedetemi , o Signori, che io vi legga il 
breve riassunto fattone sulla fine del mio piccolo lavoro. 

€ All' occidente il p. Ricci sveld 1' Estremo Oriente meglio 

assai che non si fosse fatto da altri fino a lui. Egli nel sue 

viaggio a Pe-ki£i riconobbe per il primo che questa cittk era 

la grande Cambalu e che la parte settentrionale della Cina 

era quella chiamata Gatai dal coraggioso Veneziano. E qui 

cade in proposito di ricordare cio che abbiamo delto in prin- 

cipio, cio^, non crediamo ad una vera e reale utility portata 

alia linguistica o glottologia dalle relazioni dei primi viaggia- 

tori. Marco Polo descrisse con esattezza la Cina e altre parti 

da lui vedute, ma se i suoi viaggi non fossero stati appresso 

verificati da altri, noi dovrenmio anche oggi conghietturare sui 

luoghi da lui visitati. Hayton armeno scrisse qualche tempo 

dopo Marco Polo una Storia orientale nella quale dette notizia 

intorno alia Cina chiamandola Catai, ma la sua relazione h 

ben poco conosciuta, e si trova soltanto in alcune raccolte di 

viaggi come quella del Ramusio ed altri. L' acquisto che i Por- 

toghesi fecero di Macao e alcune imperfette relazioni della 

Cina mandate dai missionari risvegliarono in Europa la curio' 

sitk di conoscere quell' immenso territorio che il libro di Marco 

Polo aveva fatto credere piuttosto il parto di una fantasia ec- 

qitata, che la rejazione vera ed ess^tts^ di coge wdjte e y^(Julei 



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IL PRIMO SINOLOGO P. MATTEO RICCI. 275 

Ma coloro che guidati dal desiderio di commerciare, o di pre- 
dicare il Vangelo visitarono nei primi tempi alcune parti della 
Cina, non supposero che quelle fosse il paese descritto dal 
Polo, perch^ *i nomi dei luoghi e delle cose erano in gran 
parte cambiati, Infatti quando il Veneziano and6 nella Cina, se- 
devano sul trono i Mongoli, i quali abusando del loro diritto di 
conquista, avevano sostituito ai nomi cinesi altri desunti o tra- 
dotti dalla loro lingua. Al contrario, quando sul principio del 
sedicesimo secolo, andarono in quelle regioni i Portoghesi e 
poscia i missionari, alia dinastia mongola scacciata dair im- 
pero era succeduta quella cinese dei Mifi, la quale aveva ri- 
pristinato gli antichi nomi. Con questa osservazione non.^ no- 
stro intendimento di scemare il merito di Marco Polo; a lui 
resla sempre il vanto di aver per il primo dato all' Europa 
notizia di un paese da nessuno forse fino a quel tempo esplo* 
rato. Solamente ci b parso di poter notare che la sua rela- 
zione ha abbisognato di lunghe e laboriose ricerche e dichia- 
razioni perch^ acquistasse autoritk e valore, e che Matteo Ricci 
fu il primo a farle prestare credenza. Molti dopo di lui, secondo 
che nota anche il p. Bartoli, si arrogarono il pregia di aver 
fatte queste ricerche, ma in veritk essi le avevan desunte 
dalle lettere e commentari del Ricci. A chi conosce con quanta 
cura gli scritti dei missionari sono custoditi e studiati dai loro 
sudcessori, non fa meraviglia la nostra asserzione. Fra le er- 
ronee relazioni che nei primi tempi furono pubblicate, pu6 
citarsi quella del Mendo^a nei 1585 e quella del Guzman 
nei 1601. La prima b la descrizione di un paese ideale e ve- 
ramente fantastico, abbellito da tutte le attrattive della natura, 
non certamente la narrazione degli usi e delle leggi del popolo 
cinese. Forse questa ed altre opere di simil genere erano scritte 
dai missionari piu specialmente con lo scopo di eccitare nei 
loro compagni il desiderio di recarsi in quelle sconosciute con- 
trade. La Historia de las Missiones del Guzman 6 tolta, per quel 
che riguarda i gesuiti nella Cina, dalle relazioni mandate dal 
p. Pantoja, compagno del Ricci. II Guzman pubblicava la sua 
Btoria quando i gesuiti erano da poco stabiliti nella capitals 



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276 LODOVICO NOCENTINI. 

deU'impero cinese, e non h perci6 a maravigliare sele cose da 
lui narrate sono poche e di nessuna importanza. Infatti del tre- 
dici librl nei quali 6 divisa Y opera di questo scrittore, il quarto 
soltanto h dedicato alia Cina, e mostra di preferfenza gli sforzi 
fatti dai gesuiti per stabilirsi nelP Impero. In questo libro poco 
si parla del Ricci, soltanto vi si dice che era gik corsa in oc- 
cidente la grande fama di filosofo e matematico, alia quale 
egli era salito nel Reame di Mezzo. Nel 1615 comparve alia 
luce in Europa un libro del p. Trigault col titolo De Christiana 
expeditione apud Sinas suscepta ab societcUe Jesu, ex P. Mathaei 
Biccii ejtisdem sodetatis cominentariis. In quibus sinensis regni 
mores, leges atque instituta et nova iUius Ecdesiae difficiUima 
primordia descrihuntur. 

Ma il p. Niccolo Trigault altra parte non ebbe nella pub- 
blicazione di questa opera, che portarla in Europa V anno 1612 
e tradurla durante il viaggio dair italiano in latino. Di piu que- 
sto missionario , come ci racconta lo stesso Bartoli, avrebbe 
tradotto in latino e pubblicate col suo nome altre opere, fra 
le quali la descrizione del sepolcro del Ricci fatta dal p. Orsi 
che forma Y ultima parte del libro De Christiana expeditione, 
II Kircher non e per6 nel vero dicendo che il Trigault pubblico 
la storia del Ricci nel 1620, bensi nel 1615. Perch^ il tradut- 
tore del commentari essendo partito da Lisbona, come nar- 
rano il Backer e il Bartoli, nel 1607 ed essendo arrivato a Pe- 
kifi nel 1610 , anno della morte del p. Ricci, riparti un anno dope 
per Roma. Qui si trattenne fino al 1618 ^ quindi col p. Schall 
ritorn6 nella Cina, dove mori dieci anni dopo. Dunque il Tri- 
gault non pot^ pubblicare la sua traduzione nel 1620, perch6 
in queir anno non era in Europa. II Backer dice che quest' opera 
fu accolta con favore grande e meritato, essendo la prima a 
dare esatte notizie sulla Cina. Essa fu tradotta e pubbUcata 
contemporaneamente in francese e in tedesco, e finalmentein 
italiano nel 1622. Nella prefazione e nel titolo il Trigault non 
dice gik di aver tradotti i commentari del Ricci, ma soltanto 
di avervi in parte attinto le notizie che erangli abbisognate per 
I^ sua opera, Tuttavia la sua quality di traduttore e cosi ma^ 



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tL PRIMO SINOLOGO P. BiATTEO RICCI. 277 

lamente celata che di tanto in tanto apparisce manifesta al- 
r occhio di chi un poco attenlamente V osserva. Dei molti passi, 
noi riferiremo uno solo per mostrare come la storia del Trigault 
sia semplicemente una traduzione. Al libro I, pag. 59, dice : 
« Cum enim Sinarum annales a quatuor mille annis ad haec 
tempera studiosissime evolverim, etc. » Ora e per quelle che 
abbiamo detto di sopra e per quelle che ne scrissere al- 
cunipadri della cempagnia di Gesu, il Trigault pubblic6 que- 
sle libre durante il sue seggierne in Rema, la qual cesa si- 
gnifica che egli pubblic6 queste libre quande ancera nen 
cenesceva il cinese, e almene.nen le cenesceva in mede da 
peter dire di avere scersi tutti quanti gli Annali di queir im- 
pere. II p. Trigault pet^ prendere da se cenescenza della 
letteratura e della steria della Cina seltante depe il sue se- 
cende viaggie, dob, depe il 1620. Abbiame veluto sefifer- 
marci alquante su queste fatte, nen gik per dimestrare che 
il Trigault aveva semplicemente tradette, perchd queste ermai 
resulta chiare da ci6 che ne dicene alcuni autereveli scritteri 
della Cempagnia , ma abbiame velute parlare a lunge di queste 
libre, perch^ veramente h il prime che park della Cina cen 
una chiara ed esatta espesiziene di fatti e di cese. Vi sene spe- 
cialmente i capiteli suUa Cina in generale, che cen peche pa- 
role fanne conoscere, meglie di melti scritti venuti in luce dap- 
pei, quali siene le leggi e i cestumi di quel lentane paese. E 
delerese per nei che il Ricci scrivesse cedesta epera sele per 
fare la steria della missiene piuttestech^ per descrivere la Cina. 
Se egli fesse state messe invece da queste secende prepesite, 
b da credersi che egli avrebbe fatte conescere il Reame di 
Mezze assai meglie di quelle che nen siasi fatte dappei. II lunge 
e continue studio della lingua, della letteratura e della filo- 
sofia che egli aveva fatte di quel paese, avevagli date campo 
a conoscere il pensiere intime del pepele; la sua luciditk di 
mente, la sua giustezza di criterie avrebbero valse a mandar- 
cene una fedele ed esprimente imagine. A noi giova per6 ri- 
cerdare come, per confessiene degli stessi scritteri, melti ab- 
biano attinte notizie dai Commentari del Ricci, fra i quali ci- 



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278 LODOVICO NOCENTINI. 

tero il p. Martina Martini e da questo poi il Kircher. Onde si 
pu6 quasi dire con certezza che la m^ggior parte di notizie 
che si ebberonel secolo decimosettimo intorno alia Gina, sono 
dovute al p. Matteo Ricci. Oltre a questi commentari il missio- 
nario maceratese tradusse nella lingua nostra volgare i primi 
ire libri canonici della Cina. Questa fu certamente la prima 
traduzione dei libri di quellMmpero venuta in Europa, ma che 
sventuratamente non vide, per quel che ne sappiamo, la luce. 
Ci6 non toglie purtuttavia il merito di colui che per il primo 
ha fatto conoscere i princfpi fondamentali dai quali il popolo 
cinese b politicamente e moralmente regolato. E probabile che 
i manoscritti del Ricci giacciano sepolti in qualche biblioteca 
di Roma, dove chi sa per quanto tempo ancora aspetteranno 
una mano intelligente che li riporti alia luce. La b'nguistica 
tardo molto a trar profitto dagli studi del dotto missionario. 
Soltanto nello scorso secolo nacque il gusto in Europa per la 
letteratura cinese. Bayer in Russia, Eyde in Inghilterra si 
acquistarono fama di valenti Sinologi. In Francia il Fourmont, 
il p. Du Kalde, il p. Mailla e il Grosier dettero al loro paese 
il primato nella coltura di questo studio. Hager nel 1801 pub- 
blic6 a Londra i suoi Elementars characters, come promessa 
di un completo dizionario, ma, per quel che h a nostra noti« 
zia, egli non tenne la sua parola. II Deguignes, scolaro di Four- 
mont, pubblic6 finalmente nel 1806 il primo dizionario per i 
Sinologi (VediR^musat, MSlanges Asiatiques), fatto coUa guida 
di quello manoscritto del p. Basilio. Gosl vedeya la luce questo 
lavoro, che non azzarderemmo troppo, se dicessimo esser quello 
compilato dal Ricci ed arricchito poi dalle aggiunte fatte dagli 
altri missionari. E certo che il Deguignes e prima di lui il Ba* 
silio hanno compilato il loro dizionario si|] manoscritti degli 
altri missionari : sappiamo pure che questi copiavano e senza 
dubbio accrescevano quelli ricevuti dai loro predecessori nella 
missione. Ora se ricordiamo che il Ricci dopo aver posto ter- 
mine al suo vocabolario ne ordino V uso a tutti i missionari, h 
naturale di credere che il vocabolario il quale dette origine 
agli altri, certamente piu corretti, fu quello del Ricci; a meno 



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IL PRIMO SINOLOGO P. JiATTEO RICCI. 279 

che non si supponga che altri abbia volulo intraprendere di 
nuovo un' opera gik compiuta e certamente non ignorata. » 

A questo proposito mi sia permesso di citare quanlo 
mi attestava or fanno pochi giorni un dotto missionario vis- 
suto sedici anni nella Cina, monsignor Banci, che, cio^, in 
tutto rimpero si mantiene anche oggi almeno dai cattolici, 
la trascrizione dei suoni fatta da Matteo Ricci. In Europa, 
h d' uopo confessare, non si h avuta uguale costanza. U De- 
guignes, dando alle stampe il Dizionario del p. Basilio, voile 
cambiare la trascrizione adattandola alia pronunzia francese. 
Dopo di lui tutti gli altri, che hanno compilato dizionari, o 
tradotti libri, o anche fatto relazioni di viaggi si sono ere- 
duti in obbligo di i^udiare una nuova trascrizione di suoni. 
La cosa si h spinta tant* oltre, che gli scrittori non si sono 
accontentati di avere una trascrizione per ogni lingua, ma 
ne hanno volute aver invece tante , direi quasi , quante 
opere. Cosicch^ in questa inutile gara non sono pochi co- 
loro che per rappresentare meglio i suoni cinesi, si sono 
affaticati a mettere insieme gruppi di segni europei dai 
quail talvolta h ben difficile levar fuori un suono. Voi, o Si- 
gnori, siete anche piu di me convinti della veritk delle mie 
parole e sentite piu vivo il desiderio che venga a cessare V in- 
conveniente ricordato. Sono certo che sarebbe appagato un 
veto comune, se riuscissimo ad avere una sola trascrizione dei 
suoni cinesi, ma pur troppo k da temersi che non arriveremo 
mai a tanto. A me sembra di piu facile conseguimento, se cer- 
cassimo di avere una sola trascrizione per ogni lingua, piut- 
tosto che una per tutte, la quale fosse studiata in modo sem- 
plice e tale da esser facilmente letta da tutti. In tal modo 
avremo varie trascrizioni, cinque o sei tutto al piti, ma fisse 
e conosoiute da ognuno. Queste cinque o sei trascrizioni clod, 
inglese, russa, tedesca, francese e italiana sarebbero raccolte 
poi in un piccolo ivj^uptStov e questo terrebbe il luogo di tra- 
scrizione unica. 

Riportando le vostre menti a Matteo Ricci da Macerata ^ 



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280 L. NOCENTINI. — IL PRIMO StNOLOGO P. MATTEO RIGCI. 

sembrato un pio dovere a me scortato in quest! studi dai 
dotti insegnamenti di un altro Maceratese, e insieme un giu- 
sto tributo reso a questa nostra gloria italiana che ci aprl la 
via alia conoscenza di un popolo cosi vasto e di una civiltk 
cosl antica. 



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281 



A 
CONCISE DICTIONAEY OF CHINESE 

ON THE BASIS OF KANG HI 
JOHN CHj^lLiMiSIlS. 



I desire to call the attention of the International Congress 
of Orientalists to the new Dictionary of Chinese of which a 
copy is forwarded along with this paper. 

The arrangement of the characters is new. At least I am 
not a>vare of its ever having been adopted before, except in 
a small list of characters with Canton pronunciations pu- 
blished by me twenty three years ago. During that period , 
however, I have used the method more or less in my own 
study and I can, after such long experience, confidently say 
that the characters thus arranged can be turned up in a Die* 
tionary several times faster than with any other arrangement. 
It is perhaps best described as a compromise between that 
of Kanghi and that of M. Callery. Dr. Williams in his SiUa- 
hie Dictioftary has declared his preference for this method, 
without reference to my work. « If they (Callery's Phonetics) 
had been arranged by their radicals, it would have rendered 
them more accessible. » Introduction, LVIII. Thus I have 
by anticipation the approval of the most distinguished Ame- 
rican Sinologist. 

The system of « spelling » by means of pairs of Chinese 
Characters is at least a thousand years old, but no one seems 
before to have attempted confining himself to a fixed set of 
character's in spelling. In giving Canton pronunciations only, 
I found about 200 characters sufficient, but in the present 



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282 J. CHALMERS.— A CONCISE DICTIONARY OF CHINESE, ETC. 

work in order to represent at once the ancient or medioeval 
pronunciation, the Pekingese, the Cantonese, and the Southern 
Mandarin, the number of symbols has to be more than dou- 
bled. When, however, the method is mastered, it renders 
the Chinese student independent of the Roman spelling of 
Wade, Williams, and a host of others which presents a per- 
plexing variety. I have not invented pronunciations, or gi- 
ven them on my own authority; I have only interpreted those 
given , often too obscurely for general use , in Kdnghi, putting 
them in a form which will at the same time as a rule repre- 
sent correctly the dialects. 

The explanations are for the most part given in the 
words of K&nghi, which of course are mostly quoted from 
earlier Dictionaries. But the whole has been condensed so 
as to make one handy volume. 

This Dictionary being the first of its kind, and thus invol- 
ving a vast amount of labour in its construction , is sure to have 
many little faults and omissions. I do not anticipate that it 
will be itself a standard work; but I look upon it as the rough 
draft or plan for future Chinese Dictionaries, in which the 
words may be found and their pronunciations ascertained with 
almost as perfect case and certainty iEis in a European Dic- 
tionary, by any one who has worked a year or two at the 
language. 

I have only to add that whilst the list of Phonetics or 
Primitives is made at the same time a complete index to the 
ancient |^ ^ ShwohwdUf the whole work is, through the. 
Characters used in spelling, an index to the Rhyming Dictiona- 
ries , and to that vast collection of quotations > the jg^ ;^ ^ 7j^ 



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283 
SUR LA POSSIBILITE 

DE PROUVER L'EXISTENCE D'UNE AFFINITE GENfiALOGIQUE 

ENTRE LES UNGUES DITES INDOCHINOISES 

PAB 

OSORO -VON T>1E:J^ GT^^UBKLBINXZ. 



Messieurs, 

En me proposant de vous entretenir d'un probleme qui 
iii*a occupy dds les jours de mon adolescence; je me suis vu 
dans un certain embarras k regard de la langue dont je de- 
vais me servir. Pas suffisamment mattre de I'italien pour pou- 
Yoir rendre hommage k ce beau pays qui aujourd^hui nous 
fait jouir de son hospitality, je prends la liberty de vous par- 
ler dans une langue ^trang^re pour moi, il est vrai, mais 
peut-etre plus famili^re k la majority de cette illustre assem- 
bl^e, que ne YeHi €i€ ma langue maternelle. Aussi, Messieurs, 
me suis-je dit que, de voire part, une indulgence bienveil- 
lante ne saurait me faire d^faut. 

Passons done Ik-dessus et essayons d*abord de pr^ciser 
Tobjet de notre probldme. n s'agit de la d^couverte d^une af- 
iBnit^ g^n^alogique ou corporelle d'k-peu-pr^s une demie cen* 
taine de langueset de dialectes paries dans la Chine, le Tibet, 
r Assam et la p^ninsule transgang^tique. Or, je ne demande 
point : cette affinity est-elle prouv^e ? mais : est-il possible de 
la prouver, — pourvu, sans doute, qu'elle existe, — et quelle 
m^thode faut^-ii suivre, de quels moyens.devra-t-on se servir 
pour gagner une conviction, soit pour soit centre, mais irre- 
futable ou du moins irr^prochable sous le point de vue de la 
logique inductive? A mon avis, cette question n'est ni pr^ma^ 
tur6e ni superfine. Gar, Texp^rience Ta prouv^, les idiomes 



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284 GEORG VON DER GABEtEl^tS^. 

en question, par suite de leurs qualit§s particuli^res, ne pa- 
raissent se prater qu'k tr^s-mauvais gr6 k une comparaison 
v^ritablement scientifique. Repr^sentants principaux, selon 
Topinion commune, du systfeme isolant, la plus-part portant, 
dans leur apparence phon^tique, les marques d'une corru- 
ption assez avanc^e, s'^loignant les unes des autres par des 
regies de position parfois diam^tralement oppos6es, ces Ian- 
gues ne pr^sentent au premier abord aucun de ces cbarmants 
points d'appui, qui facilitent les rechercbes comparatives dans 
les families indo-germanique, s^mitique, et souvent mSme 
dans celles de la classe agglutinante. 

Je parle d'une affinity g^n^alogique, — pl6onasme h pre- 
mier coup de vue, mais pl^onasme excusable vis-k-vis de 
ceux qui sont convenus de reconnattre encore une affinity 
spirituelle. On sait que celle-ci tient k la parite essentielle des 
principes de formation des mots etdespbrases, k cesr^ssem- 
blances morphologiques dont le japonais compart avec les 
idiomes tatares fournit un des plus frappants exemples. L'^tude 
compar6e des langues ariennes, s^mitiques, malaio-polyn6sien- 
nes, bantou etc. pourrait faire supposer qu'une telle unit6 
morpbologique serait attribut indispensable de toute affinity 
g6n6alogique, c'est-k-dire qu'elle devrait se trouver dans cha- 
que famille de langues, sans toutefois prouver, pour elleseule, 
Texistence d'une origine commune. Une telle ressemblance 
une fois d^couverte devrait done nous encourager k proceder 
k une comparaison soignee du material lexicographique et 
grammatical dont le premier but serait de fixer les lois de pa- 
rall^lisme pbon^tique (Lautverschiebungsgesetze). EUe devrait 
nous encourager k faire des rechercbes, dis-je, mais, argu- 
ment purement a priori , elle ne nous* autorisera jamais k 
constater d'avance une parents veritable et legitime. 

Get encouragement done, nous est-ildonn6? Tout en me 
souvenant des difficult^s sp6ciales que je viens d'indiquer, je 
n'h^site pas de r^pondre k I'affirmative. Ce qui , en examinant 
les langues indo-chinoises, nous frappe au premier coup d'oeil, 
c'est le caract^re essentiellement monosyllabique qui leur est 



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SUR LA POSSIBIUTE d'uNE AFFINITlfi G^Nl^ALOGIQUE , ETC. 285 

commun, et qui les distingue k la fois des langues ouralo-al- 
laiques, japonaiSe, cor^enne, aino, colariques et malaio-pO' 
lyn6siennes des regions environnantes. Ce type, il est vrai, se 
trouve moins prononc^ dans les unes que dans les autres. Le 
Thai" est plus monosyllabique que le tib^tain , celui-ci Test 
plus que les dialectes nagas. II y a meme Fidiome des Vayu 
ou Hayu dont la conjugaison ressemble , sous quelques rap- 
ports , k celle de certaines langues incorporantes. Les extr§' 
mes se touchent parfois, et ce qui pourrait d'abord parsdtre 
le principe le plus oppose au syst^me isolant , en est peut"< 
etre le plus proche voisin. 

Vous parlerai-je des points de vue ethnologiques et g6o- 
graphiques? Yoilk encore des arguments k vraisemblance, 
mais qui sont trop k la port^e de tout le monde pour avoir be- 
soin d'etre discut^s dans ce moment. Ne demandons done plus 
s'il vaut la peine d'entrer dans une comparaison minutieuse, 
et Mtons-nous d'examiner les chemins qui pourront s'ouvrir 
k une telle enquete. FidMes aux traditions de notre science , 
nous chercherons d'abord des langues ancimnes. L'indogerma- 
niste, ayant trouv^ que le Sanscrit, le Is^n, le gothique sont 
soeurs, n'a que faire pour savoir que les langues n6o-indien- 
nes J n^o-romanes et n^o-germaniques sont cousines. Grslce 
aux m^res, il pent se dispenser, s'il le veut, de s'occuper des 
fiUes. L'indochiniste ne sera point assez heureux pour jouir 
d'un tel soulagement. Le chinois, il est vrai, nous ofifre une 
litt^rature dont les premiers ^chantillons remontent k pr^s de 
quarante si^cles. Mais on sait que les livres de TEmpire du 
Milieu sont Merits dans des caract^res dont la valeur pbon^ti- 
que primitive pr^sente, pour elle seule, un probltoe aussi dif- 
ficile que compliqu6. Je laisse aux tib^tanistes de vous dire, 
Messieurs, quel est I'^ge de la litt^rature qui forme leur do- 
maine, et quelle ^t la valeur de son orthographic. Pour moi, 
j'en ai une opinion assez fkvorable , dont j'indiquerai plus tard 
les raisons.Les litt^ratures barmane, leptcha, siamoise, lao, etc. 
qui, pour la plus-part, ne sont aujourd'hui qu'i peine enta- 
m^es, ne sauraient eacore entrer en question, 



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286 GEORG VON DER GABELENTZ. 

Une m^thode severe n'en exige pas moins de proceder 
'par degr6s et de reconstruire, autant que possibile, les for- 
mes primitives dont une Evidence fondle sur des documents 
pourrait Stre hors de notre atteinte. Or, rien de plus facile que 
de reconnaitre au seul moyen de quelques petits vocabulaires, 
la liaison intime de certains groupes de langues et de dialec- 
tes. Aussi, dans de telles d^couvertes, faut-il ceder le pas k 
ces excellents savants anglais , dont les travaux, publies pour 
la plus-part dans le journal oriental de Calcutta et en partie 
r^produits dans le Journal of the Indian Archipelago, ferment 
jusqu'k ce jour la gloire et souvent I'unique source de nos 
etudes. Une centaine de mots bien cboisis et mis en compa- 
raison nous prouvera que le tib^tain et le barman sont sceurs, 
que le siamois, le sban, le khamti, le lao, Tahom, Taitom et 
les idiomes des Miao-tsi' ne sont gu^re autre cbose que des 
dialectes d^une meme langue , etc On aurait beau dire : com- 
menqons par \k, bornons-nous d^abord k comparer les mem- 
bres de ces groupes pour en d^couvrir les formes originaires 
qui, de leur part, feront la base d'une enquete successive. 
Cela serait meconna^re les limites infrancbissables qui nous 
sont poshes, et le seront longtemps encore, par I'^tat fragmen- 
taire des materiaux disponibles, — ou bien, cela serait sou- 
mettre notre curiosity k une preuve aussi fiicheuse que futile. 

De ces materiaux, je vais en donner un aperQU tant soit 
superficiel. Je viens d'^valuer le nombre des langues qui nous 
occupent k une cinquantaine. Ce chiffre, d^ailleurs assez arbi- 
traire, pourrait peut-etre se doubler , lorsqu'on jugerait des 
explorations faites jusqu'k present, sur celles qui restent en- 
core k faire. Avouons cependant'qu'il comprend un nombre 
assez considerable d'idiomes locaux k. peine difif^rents par 
quelques vari^t^s de prononciation ou par Tusage de certaines 
expressions. Mais combien y en a-t-il dont Jes trait^s gram- 
maticaux et les dictionnaires oseraifent se mesurer avec les 
travaux faits sur telle ou telle langue celtique ou slave ? N'es- 
sayons pas de r^pondre k cette question, faisons abstraction 
de la quality relative, et contentons-ooqs de dire qu'il y apeq 



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SUR LA POSSIBILITE d'uNE AFFINIT^ GENEALOGIQUE , ETC. 287 

plus d'une douzaine de laDgues indo-chinoises dont noud pos- 
s^dions des grammaires et des vocabulaires de quelque 6tei!- 
due, tandis que pour les autres, nous nous voyons renvoy^s 
a quelque petites. collections de mots, et parfois de phrases, 
ou tout-au-plus k quelques aper(2us grammaticaux bien mai- 
gres, toujours bien superficiels , et pas toujours bien dignes 
d'une confiance absolue. Ajoutons que le groupe tib^to-bar- 
man est le seul aujourd'hui dont plus d'une langue soit ac- 
cessible k une ^tude approfondie, mais que le tib^tain ecrit 
parait ^tre, sous le point de vue phonetique, une « langue an- 
cienne, » et que, vis-k-vis de cette langue, les autres ne 
jouent qu'un role secondaire, soit de filles -soil de nieces. 
C'est bien dire qu'une telle procedure par degr^s n'est possi- 
ble que dans le seul cas ou elle serait le moins profitable. 
C'est des exigences du moment que je parle, Messieurs, et je 
m*empresse d'indiquer qu'une comparaison speciale du tib^- 
tain et de ses dialectes avec le barman, le leptcha et quel- 
ques autres idiomes limitrophes ne manquerait pas de rem- 
porter des fruits dont personne ne saurait ^valuer d'avance 
rimports^nce. * 

Mais mesurons avant tout notre ar^al. Voilk un nombre 
de langues de tel et tel type commun parlies dans telle et 
telle region du globe. Se prSteront-elles toutes 6galement bien 
k la comparaison ? en seront-elles toutes ^galement dignes ? 
Qui sait s'il ne se trouve, ^pars dans ce vaste territoire, des 
groupes isoles, peut-§tre quelques restes d' aborigines , ou 
quelques colonies de nationalite bien h6t6rog^ne ? Le mono- 
syllabisme, nous I'avons vu, ne prouve rien. Esp6rons done 
qu'il se pr6sente quelque* « instance prerogative , » comme 
Tappel Bacon, pour diriger nos pas. L'exp^rience de la philo- 
logie comparee a montre qu'il-y-a certains mots qui ne s'em- 
pruntent que fort rarement d'une natjgn k autre, et dont, pour 
cela, la ressemblance r^dproque donne lieu k une pr^som- 
ption urgente d'une veritable affinity. Tels sent les pronoms 
personnels, les noms de nombre et certains substantifs, adje- 
ctifs et verbes, Supposow^ done qu'il existe dans une certain© 



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288 6E0R6 VON DER GABELENTZ. 

langue, parmi les mots de ces categories, un ou plusieurs 
groupes d'homophones, c'est-k-dire, de mots qui difiF^rent 
autant par leurs significations, qu'ils se ressemblent par leurs 
sons. Supposons de plus que nous rencontrions des homo- 
phonies toutes analogues dans une autre langue : — est-ce 
h une casualite, h quelque caprice du hazard qu'on attribuera 
une telle cotncidence ? Or , de tels groupes existent dans les 
langues qui nous occupent, et j'en appelle a votre patience, 
Messieurs, pour en mettre quelques preuves sous vos yeux. 

En chinois, les mots pour « toi, deux » et « oreille » ont 
tons le son de ri (eul), qui dans Tantiquit^ rimait avec des 
mots terminant en i, et dont la valeur originaire parsut avoir 
6t6 ri ou m. En karen , « toi » est na, « deux : » ni, « oreille : > 
na; en tibetain, « deux : » gnis, < oreille : » ma; en singpho, 
«toi » nany, ni, « oreille: » nd; en mugh, «toi: » nang, « deux: > 
nhoi, « oreille : » nah, et ainsi de suite par une trentaine de 
langues. Un quatrifeme mot chinois rt signifie « enfant. » Dans 
quelques dialectes kukis et nagas on trouve les mots nets, 
nai^, nai avec la mSme signification. 

C'est ainsi qu'on trouve dans presque toutes les langues 
en question des variantes d'une racine MA avec les significa- 
tions de « m^re » et « non » (negation), la syllabe MING si- 
gnifiant « nom » (nomen) , MIK et MIT ou leurs variantes si- 
gnifiant « ceil » et « feu. » 

En chinois GU byqc ses variantes ngu, wu, ngo, wo, til 
a les trois significations de « moi » (ego) , « cinq » et « pois- 
sons. » Dans les autres idiomes on trouve presque partout , 
comme repr^sentants de ces trois mots, des variantes de 
GNA, NGA, et quelquefois WA/BA. 

On n'exigera point qu'on rencontre toutes ces homopho- 
nies dans chacune des langues que Ton voudra tirer en com- 
paraison. Cela serait m^connaitre ce proems de desuetude et 
de changement de signification dont Thistoire de chaque lan- 
gue porte les traces. Selon moi, chacune de ces coincidences 
est assez frappante pour donner, pour elle seule, lieu k un 
taut degr^ de vraisemblance. Gardons-nous toutefois de con- 



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SUR LA POSSIBILITE d'uNE APFmiT^ G^NEALOGIQUE , ETC. 289 

sid^rer la presence ou Tabsence de ces homophonies comme* 
des preuves absolues pour ou contre. Les langues de la fa- 
mille thai*, le siamois et ses soeurs, par exemple, ne se prd- 
tent que dans fort peu de cas et presque de mauvais gr6 k 
une telle comparaison. Ce sont elles, cependant, qui m*ont 
pr6sent6, il y a dixneuf ans , les premieres Evidences d'une 
« Lautverschiebung » vis-k-vis du chinois. Une I siamoise cor- 
respond k une h chinoise dans les mots lUt-hiueh (en canto- 
nais hat) «sang (sanguis);* lom'fung(en cantonais hong), «vent;> 
lung-hung «arc-en-ciel ;» le-hia «tonnerre ;> luang-hoang «jaune> 
laO'hao « bon, beau ; » lim-hi « mince ; » ling-hi, « joie ; > lang-hia 
« en bas. » En siamois , un mot pent se terminer par une nasale, 
tandis qu'en chinois il se termine par une voyelle ou une des 
consonnes muettes k, t, p. Outre les trois derniers exemples, 
en voilk d'autres ifon-hu (til) «pluie;» phung-fu « ventre* (cf. 
pho'fu « p^re ») ; dlin-ti « terre ; » kheng-kiok « jambe ; » nam-nai 
«lait; » khan-kiai «degr6; » etc. Ces exemples suffiront pour le 
moment pour signaler Timportance d'une comparaison plus 
approfondie de ces deux langues. J'ai lu qu*un M. Schon, de 
Stettin, a public un ouvrage de ce genre en 1866, mais je 
n'ai pas r^ussi k me le procurer. On salt, d'ailleurs, que les 
Miao, peuple d^origine thai qui m^ne encore une existence in- 
d^pendente et moiti6 sauvage dans les montagnes m^ridiona- 
les et occidentales de TEmpire chinois, ont occupy dans Tan- 
tiquit^ une partie considerable des pays dont se compose la 
Chine actuelle; un contact, parfois amical, souvent hostile, a 
eu lieu entre les deux nations ; des tribus entiers de ces bar- 
bares, adoucis, concili^s par. une sage politique, se seront 
amalgam^ avec leurs voisins civilises. D'autre part, on con- 
nait rinfluence que I'Empire chinois a su exercer pendant de 
longs si^cles dans la P^ninsule Transgang^tique , et sp6ciale- 
ment dans les pays des nations thai'ques. On ne niera done 
point la possibility, que les mots que je viens de citer, et 
dont j'aurais, sans difficult^, pu multiplier le nombre, aient 
6t6 emprunt^s de Tune des deux parties k Tautre. Cela n'est 
pas impossible, dis-je, mais je doute qu'il soit probable. 
Atti del IV CongreBBO degli Orimali$li. — Vol. 11. 19 



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290 GEORG VON DER GABELENTZ. 

Impr^gn^e d^^l^ments chinois, la langue annamite ne 
pourra servir d'objet k une comparaison quelque peu sure 
de succ^s, qu'apr^s une analyse bien exacte de son diclion- 
naire, analyse qui demSlera ce qui est originaire dans cette 
langue de ce qui lui est venu de T^tranger. Je me rapporte a 
un traits instructif et ingenieux que M. Schott, de Berlin, a 
public sur ce sujet en 1855, pour indiquer qu'une comparai- 
son de cette langue avec celles que je consid^re comme 
membres presomptifs de la famille indo-chinoise sera un tra- 
vail des plus ^pineux et qui , selon toute apparence , ne pro- 
met gu^re une moisson de roses. 

Je ne parlerai point de certaines autres langues de notre 
domaine qui, monosyllabiques mais pas assez munies de ces 
< instances prerogatives, » n'ont pas encore 6t6 soumises k 
une attention s^rieuse de ma part. Aussi, Messieurs, me dis- 
penserez-vous volontiers d'une Enumeration des langues dont 
je presume une origine commune. Une fois en possession de 
mes instances prerogatives, vous n'avez qu'k parcourir quel- 
ques-uns de ces « comparative vocabulaires, » pour savoir k 
coup sdr quel est mon pr^jugE sur une langue quelconque. 
Cette methode, j'en conviens, a Fair assez m^canique; mais 
je me flatte que, pour etre purement provisoire, elle n'en soil 
pas moins raisonnable. 

J'ai commence k preparer , pour base k mes etudes ulte- 
rieures, un dictionnaire comparatif comprenant toutes les lan- 
gues indo-chinoises , divise par ordre de matieres, et subdivise 
d'apres les affinites vraisemblables des mots. G'est ainsi que 
j'ai voulu parcourir Tetendue afin de trouver les points d'oii 
Ton pourra penetrer, dans la profondeur. Si je ne me fais pas 
illusion, j'ai decouvert deux de ces points. L'un deux, c'estle 
tibetain ecrit. On connait ces amas monstrueux de consonnes, 
dont la prononciation parait presque impossible, et qui, selon 
Topinion de quelques savants, n'auraient jamais ete prononces. 
Je ne nierai pas que qk et la les copistes, soit par caprice, 
soil k force d'une analogic mal entendue, n'aient pu deroger 
i rorthographie authentique en ajoutant aux mots quelques 



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SUR LA POSSIBILITY d'uNE AFFINITE GENEALOGIQUE, ETC. 291 

lettres vides ; Thistoire des orthographies europ^ennes en 
fournirait, s'il le fallait, d'assez nombreuses parall^les. Mais 
je protesteconlretoulepr^somption d'une telle alteration tant 
que celle-ci n'ait 6t6 demontree par des preuves incontesta- 
bles. Un seul exemple suffira peut-§tre pour d^montrer que 
la th^se que je viens de proposer est moins hardie qu'elle ne 
pourrait §tre surprenante. En tib^tain 6crit, les noms des 
nombres « huit > et « cent » commencent tous les deux par 
les quatre consonnes BRGY;^ huit » est Irgyad, et « cent » 
hrgya. A ces deux mots r^pondent dans le dialecte s^rpa gy^ 
et gya, en horpa : rhiee et rhyd, en thaksya vhhrS et Ihra, exi 
chinois : pat et peh, J'ajouterai que « huit » en kassia est prah, , 
en murmi et en gurung: pri, et que dans toutes ces langues, 
ainsi que dans les autres, nulle classe de mots ne porte plu3 
^videmment le timbre d'une origine commune, que les noms 
de nombre. On a done, dans le cas qui nous occupe, pour 
correspondants du BRGY* tib^tain, les sons ihitiaux GY, 
BHY, BHR, P et PR. N'est ce pas dire que c'est le tib^tain 
qui doit avoir le mieux conserve le consonnantisme primitif, 
tandis que les autres n'ont fait , pour ainsi dire , qu'en choisir 
telle ou telle partie ? J'avais reclame pour le tib^tain 6crit une 
importance analogue k celle que nous attribuons k nos lan- 
gues anciennes. L'observation que nous venons de faire ne 
touche que la phon^tique, et de plus^ pour 6viter toute pre- 
cipitation dangereuse, on fera bien de la liraiter d'abord aux 
seules consonnes initiales. Mais cette restriction faite, on 
n'h^sitera plus de reconnaitre la valeur demonstrative d'un 
tel concours de faits. Ou je me trompe fort, ou c'est cette 
langue qui doit servir de premiere base k toutes nos recher- 
ches sur I'affinite des mots et sur les lois phonetiques. A 
regard de la structure syntactique le cas pourrait etre diffe- 
rent G'est, d'ailleurs, un point assez deiicat et que. je n'ose 
toucher qu'en passant. 

Quant au chinois, dont I'etude forme toujours Tobjet 
principal de mes inclinations et de mes devoirs, il ne cessera 
jamais d'etre d'une importance toute speciaje. C'est toujours 



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292 GEORG VON DER GABELENTZ. 

de cet idiome que nous sont parvenus les documents les plus 
anciens et les plus authentiques, je veux dire les seuls dont 
roriginalit^ soit incontestable : et c'est dans ces documents 
que je crois avoir d^couvert les premieres traces d'une stru- 
cture de mots bien difif^rente de celle qu'on s'est plu k regar- 
der comme caract^ristique du systtoe isolant. On sait que le 
chinois antique possede plusieurs formes parallMes du pronom 
de la deuxi^me personne, savoir ju, ri et nai. Or la lecture 
du Chou-king m*a fait reconnattre que Pusage de ces varian- 
tes, loin d'etre arbitraire, depend des fonctions syntactiques 
de ces pronoms. D'autre part^ en perlustrant les dictionnai- 
res chinois, j'ai compost unie collection assez considerable de 
synonymes qui, appar^mment, ne sont que des d^veloppements 
divers ou des d6riv6s d'un thtoe commun, et qui, ne diffe- 
rent entre eux que par leurs desinences, donnant lieu k la sup- 
position d'un ancien syst^me de suffixes. Voici done un autre 
probl^me pal^oglottique qu'un exa'men de ces v6n6rables do- 
cuments finira peut-Stre par r^soudre. Hodgson nous a signals 
des proc6d6s analogues dans certaines langues sub-himala- 
yennes. Ces formes done, tiennent-elles h, un developpement 
de nouvelle date, ou bien appartiennent-elles au fond primi- 
tif de la famille ? Les contemporains du grand Yu sauront 
nous le dire. 

Enfin, pour mettre en lumi^re Tancienne phon^tique du 
chinois, 11 faudra mettre en contribution toutes les ressources 
indiqu^es par M. Edkins dans son excellente introduction k 
r^tude des caract^res chinois , et de plus les ^claircissements 
qu'on ne tardera pas de gagner par la comparaison des lan- 
gues parentes. 

Craignant de trop abuser de votre temps, Messieurs, j'ai 
eu soin d'etre aussi bref que possible. C'est un prospect tout- 
k-fait pr6liminaire , c'est une sorte de programme que je suis 
venu mettre sous vos yeux. Mes etudes sur la question indo- 
chinoise se trOuvent encore dans un 6tat trop peu avanc6 pour 
en donner des r^sultats d^ quelque importance. Aussi, telle 
n'^tait point mon intention. Les exemples que je me suis per; 



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Stm LA POSSIBILITE d'uNE APPlNlTE GENEALOGIQUE, ETC. 293 

mis de vous produire, choisis k dessein de maniere a rempla- 
cer autant que possible le nombre par la quality, et mieux 
fails pour expliquer que pour prouver, ne doivent point 6veil- 
ler en vous une id6e Irop favorable de mes recherches. Au 
contraire, Messieurs, plus ces recherches se sont ^tendues et 
approfondies , plus il m'a fallu reconnaitre combien je suis 
encore 6loign6 de mon but. Je n'ai voulu que dessiner la route 
que je pense suivre, et je serais heureux de la voir corrigee 
par vos bons conseils. 



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295 



THE NIRVANA ACCORDING TO NORTHERN BUDDHISM 



JOSKFH KJDKZINS. 



The object of this paper is to contribute to the knowledge 
of the doctrine of Nirvana as thaught by the Northern Bud- 
dhists. 

They consider it a subject of a very abstruse and eleva- 
ted nature, and in China the thoughtless and uninstructed 
ho shang knews only the name Nie h'an vithout having any 
conception of the sense attached to it. We better educated 
priests explain it according to the books, either as meaning 
death, or destruction, or escape, from the whole of life and 
death , or as salvation in destruction. If we take these ordi- 
nary explanations of the word -^i^ h'an, current among the 
Chinese Buddhists now practising their religion in the myriad 
temples embowered in the grovel and vallies of the Central 
Flowery land, we shall find in them materials for the con- 
struction of a theory as to what the Northern Buddhists mean 
by the Nirvana. 

Let it be understood in the outset that the individual, 
personal life of Shakyamuni Buddha terminated at his death 
when he entered the Nirvana as an example. Buddhism does 
not know Buddha as a personality now living, but as a once 
powerful teacher living in his writings and in his institutions. 

The cosmological map of the Buddhists of which the 
centre is the Sumeru mountain does not give Shakyamuni 
Buddha a heaven to himself as a god. He is a benevolent 



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296 JOSEPH EDKINS. 

philosopher, not a god. The non reality of the sensible uni- 
verse being a dogma to be implicitly received, the continued 
existence of the delusion of life is not to be wished for. En- 
trance into Nirvana is a final parting from all delusions. Indi- 
vidual existence is undesirable. To cease to be an individual 
person and to care all separate consciousness , these are in 
the highest degree desirable. It would be inconsistent with 
Buddhist dogma to represent Buddha as now living, just as it 
is with Buddhist cosmology to represent Buddha as having a 
special world to himself, in which he rules as a god. 

The Nirvana is death. Death in the case of Buddha can- 
not be called death. It would be inconsistent with the ge- 
nius of oriental languages and literature to use the same 
terms for the death of Buddha as for the death of ordinary 
persons. He is too wise and holy for the reverential follower 
of Buddha to be able to say that he died. He may say that 
be entered into the Nirvana, or the Parinirvana, or thai be 
entered the state of salvation in destruction. Then he will 
not feel that he has spoken rashly. In speaking of this event 
he must use honorific phraseology. 

Buddha is represented as entering the Nirvana volunta- 
rily and as reprising to listen to the affectionate and infortu- 
nate remonstrances of his disciples, who came in crowds 
round him when he was preparing to die and be sought him 
to continue with them for another Ealpa or even half a 
Kalpa. He replied by firm silence. The object of the wri- 
ters of the Sutras in thus representing their hero as declining 
to assent to the prayer is plain. They regarded him as ha- 
vmg immeasurable power and not to die was therefore enti- 
rely within his competence. Death however being naturally 
inevitable it was more to the advantage of their doctrine and 
better for the honour of their hero that he should be repre- 
sented as achieving the greatest of his triumphs in the hour 
of his death, and as setting an example of victory in death 
to his followers in all time. They do not desire for him an 
escape from the common lot of humanity. But while they 



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THE NIRVANA ACCORDING TO NORTHERN BUDDHISM. 297 

describe him as dying they claim for him that he attained his 
highest exaltation as teacher and exemplifier of his doctrine 
in that supreme hour. Death was to him the highest joy. 

Proofs that Nirvana is death are not wanting. In the 
accounts of Buddha*s death it is said of a large number of his 
followers that not being able to bear the siglit of Buddha en- 
tering the Nirvana, they themselves first entered it. Exam- 
ples vrill be given further on. This means their death. 

At present the inscriptions on the graves of abbots in 
modern China speak of them as giving, in their death, an 
example of the Nirvana, cheng nie p'an. This is honorific 
phraseology. If it be asked, for what it is honorific the ans- 
wer is the death of the abbots. They are honoured by 
employment of the same phraseology in describing their 
death which has been used in speaking of Buddha's death. 
Buddhists are not so completely irrational as to lose sight of 
the facts of common life. Their religion, though very peculiar 
in some respects and extremely unlike other popular religions 
in many of its features, is in other things based on the pa- 
tent and universal facts of human life. The consciousness 
of moral evil, the prevalence of physical misery, the inevita- 
ble disappointments experienced by mankind, the wonderful 
ruins of hope and despair in human consciousness are among 
the common sentiments of all races which have been seized 
on and made prominent and* popular by the constructive ge- 
nius of the Buddhist system makers. Anythmg inevitable in 
the history of mankind is by the compilers of the Sutras ad- 
mitted into their cercle of thought and pointed with their own 
peculiar colours. Priests lately living among the Peking hills 
have had at their death marble dagobas erected over their 
ashes, the inscriptions on which indicate that their brethren 
of the cloister desire to express by them the faith that they 
have attained the same state of Olimpic and eternal uncon- 
sciousness at their death which was entered on by Shakya- 
muni when he died at Kushinagara 2400 years ago. This 
perhaps is the exaggerated compliment of an epitaph , but it 



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298 JOSEPH EDKINS. 

is indicative of what the makers think then* creed requires. 
The faults and weaknesses of the deceased monk are kept 
out of view while his epitaph is written. According to the 
Northern Buddists the visible entrance into the Nirvana by 
Shakyamuni was intended for very important uses. 

Every part of the life of the historical Buddha was em- 
blematic of something essential. His entrance into the Nir- 
vana in the presence of his disciples was intended to shew 
that his exhibition of the principles and doctrines in actua- 
lity as it had its beginning so it had its end. All that were 
to be saved by him had been saved and therefore « he ente- 
red singing into the Nirvana. » He intended « to stir up the 
indolent to imitate him and to convey his warning words 
by this impressive act to the men of coming generations. > 
He is represented as saying: « I am not truly destroyed in 
in the Nirvana. I shall be constantly on the Ling mountain. 
For Buddha is neither living nor dead. This is the great Pa- 
ranurvana. > 

It should be noticed here that the terms Paranirvana 
and Nirvglna do not essentially differ in the usage of the nor- 
thern Buddhists. There is merely an additional element of 
intensity in the term Paranirvana. The terms are converti- 
ble. Mr. Rhys Davids has printed out that in Southern Bud- 
dhism the meaning of there terms is essentially different. It 
is not so in the usage of the Northern Buddhists. 

The discourses on the Nirvana form the fifth and last 
series in the public teaching of Buddha; they were intended 
to compensate for the imperfection of the instructions of the 
Lotus flower series. They gather up fragments of Buddhas 
previous teaching, and develop them into new and more 
complete forms. 

The lotus flower teaching was the last but one. The 
Nirvana was the last of all, the cream of the cream, the 
crown of the edifice, the last and richest produce of the vin- 
tage. After the many thousand disciples of Shakyamuni 
had been satiated with the earlier teaching of their master, 



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THE NIRVANA ACCORDING TO NORTHERN BUDDHISM. 299 

and the Bodhisaltwas who had given their lives numberless 
times, had became by the teaching of the lotus strong in vir- 
tue and clear in vision, the nature of Buddha- was perceived 
by them, the fruit had ripened for them. They had reaped 
and stored their harvest for winter use. There was no more 
for them to do. 

But the dull in mind who could not perceive the mea- 
ning of the lotus teaching needed something beside. For 
such the Pradjna Paramita, was delivered with the object of 
washing away moral and intellectual stains. There is also a 
class of persons who have not become ripened in perception 
by any other means. For such the entrance into the Nir- 
vana furnished the required method of influencing their mind 
and helping them to see what Buddha's nature means. 

Hence one great objet of the doctrine of the Nirvana was 
to meet such cases. 

Another object of the Nirvana teaching is to correct evils 
arising from infraction of discipline, the spread of heresy, 
and the neglect of the Buddhist Sutras, leading to doubts, 
injurious aims on the part of the recluses, the dimming of 
the eye of wisdom, the loss of the embodied law, and the 
utter neglect of ascetic rules. 

The doctrine of permanence (Nirvana) is the proper cure 
for these unhappy results of laxness. 

So the moral occasion of the vast expansion of Buddhist 
literature which took place among the Northern Buddhists 
was the need of new helps for the monks. Education in 
those times was entirely Buddhistic. The conventual life 
was developed to an inordinate extent. The evil caused by 
the abandonment of the family principle in favour of the mo- 
nastic drew the attention of the leaders of Buddhism to me- 
thodes of preventives and correction. Uninterrupted efforts 
were made to maintain purity and orthodoxy in doctrine and 
practice by Nagarjuna and the other chief Buddhists of thp 
time. Buddhist doctrine developed itself among the Northern 
Buddhists from the life and teaching of its founder as its ba- 



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300 JOSEPH EDKINS. 

sis. Vast additions were made of a legendary nature, and 
these were employed as the occasion for moral exhortation 
with the aim of correcting abuses in the life of the conven- 
tual establishments. The death of Buddha was the visible 
Nirvana. It was the one instance patent to the eyes of mul- 
titudes of the realized Nirvana, the crowing honour of a long 
life of tireless teaching and rigid self denial. Here follow 
some examples of these legends. 

Shakyamuni visited the heaven of Indra in order to meet 
his mother who was there. ^ They returned to earth by a 
staircase constructed by Indra Shakra for the purpose. The 
mother Maya , vished to witness the entrance into the Nirvana. 

On Buddha's arriving in India, the northern School de- 
scribes him as meeting with a king who brought a golden 
image which he had made of Buddha himself. Buddha ad- 
dressed the image in the words : « After my entrance into 
the state of Nirvana, I commit all my disciples to your guar- 
dianship. » 

The words here used for Nirvana are wo mie tu heu, 
« after my salvation in destruction. » The reference here is 
to death and the choice of the Chinese words employed indi- 
cates the opinion of the translator as to what the word Nir- 
vana means. The whole expression also implies that Bud- 
dha exercises no Providence, nor is he in any proper sense 
a « god. » Yet he lives in his teaching by his example, and 
in the influence of his system. It is in this sense that Bud- 
dha still lives. 

Buddha's aunt now approached him. She was accom- 
panied by five hundred female believers. Her feeling of grief 
at the near death of Buddha was too great to be borne. On 
their return to their residence they began to perform the 
eighteen movements in the air and entered into the Nirvana, 
all at the same time. Here the plain meaning is that they 
died. Nothing is said of their rebirth in any other world. 
There is no heaven prepared for them. The high reward of 
their devotion to Buddha is the admission to the same state 



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THE NIRVANA ACCORDING TO NORTHERN BUDDHISM. 301 

of unconsciousness into which he himself is shortly to enter. 
It implies both honour and bless. To be mentioned in such 
near connection with Shakyamuni himself at the time when, 
he had completed all the great achievements of his life, seems 
to be such great happiness and such a proof of virtue that 
an immediate admission to the joy of Nirvana is ungreedyingly 
allowed to all the five hundred women and girls, by the Bud- 
dhist writer. 

Beside these female disciples it is said of Shariputra and 
Moghinlin that they also could not bear to witness Buddha's 
entrance into the Nirvana and died first. In their case also 
their death is described honorifically as ju mie, « entering into 
destruction. » Of this phrase the Sanscrit original was proba- 
bly the word Nirvana. Seventy thousand Arhans entered the 
state of destruction at the same time {ju mie). 

On the IS*** day of the 2°^ month, Buddha announced the 
early approach of his entrance into the Nirvana. He was 
between the two Saratrees at the city of Kushinagara. With 
a loud voice he invited all persons who had doubts to come 
and declare them. It was the last opportunity that would be 
afforded them of receiving the personal instructions of Buddha. 

From this it is plain beyond question that Buddha does 
not assume the personal government of the world. Nor did 
the compilers of this account ascribe to him continued exi- 
stence in any definite sense after his death. 

Nirvana appears to be an honorific and euphemistic expres- 
sion for the death of Buddha and for that of a large number 
of orthodox believers. The northern Buddhists in Chinese 
versions of their works, when they wish to speak of the death 
of Buddha, use the terms Nie jp'an, mie or mie tu only. 

During the historic life of Buddha, the writers of the Su- 
tras represent him as possessed of the greatest and most va- 
rious powers. When on the occasion above mentioned his 
aunt died and was placed in a coffin, he took hold of one 
end of the coffin and Ananda of the other. Then they flew 
together with it through the air. When the two disciples 



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302 JOSEPH EDKINS. 

SbariputrSi and his companion died, as mentioned above, 
Shakyamuni transformed them into youths in attendance on 
him. Illimitable power of a magical kind is ascribed to Bud- 
dha, but the is neither king nor god. Yet he is called « King 
of the law » and « god of gods. » Buddhism despises the 
worldly grandeur of a king , and also the magnificence of an 
Indras or Yama. Buddha as a teacher in the plain robe of an 
ascetic is regarded as superior- to the greatest kings or gods. 

The last offerings of food were now presented to Bud- 
dha by reverential disciples. The happy person whose offe- 
ring was accepted by Buddha was Chunda. This was the 
last time that Shakyamuni ate mortal food. Ghunda's word 
to Buddha is worthy of record. Though I know that it is 
for the great advantage of mankind that Tathagata should for 
the sake of exhibiting an example enter the Nirvana, yet I 
cannot but feel deep sadness. » 

The gods now came down in full assembly to implore 
Shakyamuni to postpone the Nirvana. In reply Buddha di- 
scoursed to them on a symbol. Three dots /, our sign for 
« therefore » are a symbol of Buddhas body as he explains 
the three methods of the Pradjna. This symbol is like the 
Chinese character ^ yi « he » in one of its forms. 

The disciples in united congregation then besought Sha- 
kyamuni to discourse on the doctrine of non-permanence , di- 
scomfort, emptiness and the absence of individuality. When 
he had instructed them once more in these subjects, they 
said, « why not still remain whit us half a halpa? » He re- 
plied «I have now intrusted the correct and unsurpassed 
doctrine to Kashiapa. You may rely on him as upon Tatha- 
gata. » He added thet the power of punishment |br infraction 
of discipline was given to kings and other persons in autho- 
rity. Offenders should be punished by their authority. The 
northern account of the Nirvana inserts here a command that 
the flesh of animals should not be taken as food. It is only 
in the Nirvana Sutras that this prohibition occurs for the first 
time. The northern Buddhists felt no. scruple in ascribing 



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THE NIRVANA ACCORDING TO NORTHERN BUDDHISM. 303 

to Buddha things this he never said or did. This is proba- 
bly among the rules for which having decided to adopt it they 
desired Buddba^s name, and sanction in order that they 
might be enforced with more authority. The Buddhists of 
the Lesser Conveyance allow fish and flesh in certain cases. 
It was the sectaries of the Greater Conveyance that had the 
central of the greater Nirvana Sutra in which this rule is first 
found inserted. 

Something may be deduced respecting the views of the 
Buddhists of the Great Conveyance on the Nirvana from the 
answers to questions which they put in the mouth of Buddha 
near the time of his death. To the inquiry of Aniruddha 
« should we live with a Bikshu of evil life in the same mona- 
stery: » he replied, « after my entrance into the Nirvana, the 
Bikshu of evil life must be exhorted to abandon gradually his 
evil nature. » To the inquiry of the same disciple « who is to 
be our teacher? > he replied « The rules of Shipara. > To 
the question « where shall we rest for meditation , » he re- 
plied «in four places. 1. In the place of contemplation of the. 
body, where the body and the nature are seen to be alike 
in their emptiness. 2. In the place of contemplation of re- 
ception (through the six Buddhistic senses) (1) which is not 
outside, or inside or in the interval between them. 3. In the 
place of contemplation of the mind, that it is merely a name 
and that in the name it leaves the truth of nature. 4. In the 
place of contemplation of the law, in respect to the fact that 
neither can a good. law be found, nor is it, possible to obtain 
a law which is not good. » 

It is the duty of the disciple to persist in these medita- 
tions. 

Such is the trach of thought over which the Mahayana 
School prefers to represent the mind of Buddha as wandering 
just as he was about to enter the Nirvana. It teaches an im- 



(1) The six receptive organs are, eyes, ears, nose, tongue, tbebody , 
tbe mind, 



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304 JOSEPH EDKINS. 

portant lesson. It shews how paramount is the sway of me- 
taphysical reasoning in the literature of the Northern School. 
Mr. Rhys Davids, who had lived in the Midst of the Bud- 
dhism of Ceylon is enraptured with the predominance of the 
moral element in the doctrine of Gautama , and in searching 
for an english equivalent for the Nirvana he does not hesitate 
to describe it as a state of consummate « holiness. > (1) The 
feeling in reading the books of Northern Buddhism is diffe- 
rent. Metaphysical discussion dominates the moral element. 
I interpret the first two of the four sayings just cited as mo- 
ral and the last two as metaphysical. It is on the latter that 
the Buddhist logic puts out its strength. This is so much the 
case that the entrance in to the Nirvana used as a testimony 
to doctrine is chiefly referable to metaphysical ^ubtilities. The 
Nirvana is a testimony to the non permanence of matter, to 
the unreality of matter and of mind, and of all principles' 
and methods that are not based on these doctrines. 

Morality meets you in the door of the Buddhist edifice. 
•A sceptical philosophy is in the adytum and it is a philosophy 
of the most extreme type. The Nirvana is an escape from 
delusion and that delusion is a belief in the reality of the 
world. The doctrines of morality do not require much tea- 
ching to ensure their recognition by mankind. Buddhism ap- 
peals to the universal sense of moral distinctions found in all 
countries and races in enforcement of morality, and calls it 
the Buddha nature. The Buddha nature is common to all men. 
Buddhism appeals to the common Buddha nature not only to 
enforce morality. This it considers a very light matter. The 
same Buddha nature which teaches us morality is claimed by 
Buddhism as a witness in behalf of those extreme metaphysi- 
cal doctrines which form its plat form of faith. In none of 
the five chief stages of. the personal teaching of Shakyamuni 
is its favourite metaphysical teaching omitted or assigned any 
but the principal place. Among them the teaching of the 



(1) In the Contemporary Review, 1877, 



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THE NIRVANA AGC0RDIN6 TO NORTHERN BUDDHISM. 305 

Nirvana is very distinct in putting forward the peculiar meta? 
physical teaching of this religion in a pre-eminent position. 
Such is the attitude of the Mahayana school. We must judge 
of Buddhism by the authorized system of doctrines as expoun- 
ded^by its chief teachers. If any one says that the moral 
precepts of Shakyamimi are so beautiful that Buddhism in its 
dogmatical system and in its Nirvana ought to be praised as 
chiefly moral, I for one, am prepared to demur, and to main- 
tain that while morality exists on the surface, the distinctions 
of virtue and vice disappear in the esoteric logic, and are not 
there represented as in any respect more real than the exter- 
nal world whole existence the Buddhists deny with so much 
pertinacity. 

At the same time moral distinctions are found in the 
consciences of men, and among others in those of Buddhist 
teachers and preeminently in Shakyamuni himself. They 
exist there in spite of their logic. It is this which imparts 
such a. glow of beauty to the Buddhist system as to win for 
it the warm approbation of European observers. 

I prefer myself to praise in Buddhism whatever is beau- 
tiful, good or true because God, the source of the beautiful, 
good and true, imparted these features of loveliness to the 
minds of the early Buddhist philosophers, but to praise the 
system without first eliminating its atheism and its doctrine 
of the non-reality of matter and mind is what I cannot do. 
For there is nothing in which the chief writers are more ca- 
reful to guard themselves than in. admitting the continuance 
of good and evil as distinct things in the NirvlUia, and the 
metaphysical creed is utterly incredible. 

In the Nirvana there is no good, no evil, no life, no 
death, no joy, no sorrow. Without all these negations the 
inexorable Buddhist logic is not satisfied. We see in the Nir- 
vana the disastrous triumph of metaphysics in its most com- 
plete form. The precious seed of any moral or religious 
truth which may he hidden in the Nirvana is choked en- 
tirely by a luxurious upgrowth of logical reasonings about 

Atti del IV Congreno degli OrientaUtti. — Vol. II. 20 



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306 JOSEPH EDKINS. 

the permanent and the not permanent , the real and the not 
real. 

The logic of course is a mistaken one. The world pres- 
ses itself on the consciousness of the self deluded logician. 
Consequently the Buddhist is inconsistent. In one place he 
makes Buddha say « all Uving beings think me a man , but I 
am not so. » « Men talk of Buddha as being the son of Sud- 
dhodana, and the father of Rahula, but he is not really so. » 
The process of thought is something like this. There was a 
historical Buddha. The development of Buddhist thought 
produced from this seed the ideal Buddha. The ideal passed 
beyond the historical model and became multiplied in a thou- 
sand forms. It was exaggerated into a greater importance 
than the historical. At this stage it became possible to say 
that the historical Buddha is unimportant and the ideal alone 
essential. In the same way the logician caught in the meshes 
of his own net may say, and does say, that the Nirvana 
itself is unimportant. He comes back from the steep heights 
of his incredible logic which denies the patent facts of human 
consciousness to the man he sees before him. He retraces 
liis steps to the level plain of common men and ordinary 
events. Then he will say you have Buddha within you. The 
Nirvana like everything else is reducible to this fact of man's 
inner nature. The nonreality of the world being an abstruse 
doctrine con^adicting the witness of the senses is abando- 
ned by the forgetful logician and Buddhism for the time ac- 
commodates itself to things as they are. This is what has oc- 
curred to me repeatedly in conversing vrith Buddhist priests 
now living or recently living. 

On June 7'^ of this year (1878) I took the following notes of 
a conversation with a priest 60 years of age in good repute as 
learned scholar and credibly reported, to be the most well 
read monk in eight monasteries which are found together in 
one nook of the western hills ten miles from Peking. < Do you 
think there is a future life or not ? » Ans. « We neither say 
that there is nor that there is not. » « Do not some men at 



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THE NIRVANA ACCORDING TO NORTHERN BUDDHISM. 307 

death become sheep and others horses? » Ans. « I do not say 
they will. There is one thing that is really important. It is 
good conduct y good morality. Virtuous conduct, he added, is 
the basis of all religions. As for dogmas they are true for 
those who accept them. » < What of the Nirvana? It is death 
or something different from death? » Ans. «No it is not 
death. For it signifies the absence of life and death. Nie he 
said is without life P'an is without death. » 

This explanation of the word Nirvltna can scarcely be sup- 
ported by appeal to books. 

« What is your view of the dogma of the nonreab'ty of 
existing things? > Ans. « Things are proved to be not real by 
their destructibility. You burn them. They are reduced to 
ashes. You say you are an Englishman. You think of En- 
gland and you are there. There is no reality in your thought. 
You are deluded if you think there is reality in it. » 

He was very emphatic on the point that definite belief is 
a fault. It is sticking to form. It is cho yii siang was his 
expression. This is literally « stick to form. » The moment 
you form ideas two pronounced on the existence of a future 
life or the Nirvana, on the non reality of existing things, you 
cease to be a consistent Buddhist. 

He belongs to the Lin tsi branch of the contemplative 
school. Very few of the modern Buddhists in China teach 
according to the Kian men which respects the Sutras. The 
contemplative school decries them and with them all di- 
stinctive dogma. 

The uncertainty over all dogmas by the contemplative 
School is in the case of belief in the future life much in- 
creased and intensified by the invention of the romance of 
the « western heaven » How can the monk believe at the 
same time in the Nirvana and in the heaven of Amida 
Buddha? These representations of the future State are con- 
flicting and cannot be fairly reconciled. The Chinese monk 
learns to look on the one and the other as fictions composed 
for didactic purposes. He treats the metempsychosis in the 



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308 J.EDKINS. — THE NIRVANA ACCORDING TO NORTHERN BUDDHISM. 

same way. He then falls back on the thought, that all these 
things are good and that it is of very little importance whdi 
religion a man professes if only his conduct is good. 

He ceases to aspire to the grandeur of the Nirvana and 
becomes content with hoping for a respectable burial accor- 
ding to the rites of his sect. 



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309 



THE 

SUBJUGATION OF CHAOU-SEEN 

[C O R E A] 

BY 



The records of Chaou-seen commence with the adven- 
tures of Mwan the first king of that country, a member of 
the Wei family, and a native of the kingdom af Yen. (2) At an 
early period of the history of Yen, the territories of Chin-fan 
and Chaou-seen were marked out on the state register as 
pertaining to that kingdom, and defensive ramparts were 
built accordingly. 

On the extinction of the Ts'in dynasty of China, Yen 
/ormed part of the outside boundary land of Leaou-tung. (3) 

When the house of Han came into power, in view of 
the difficulty of protecting such a distant domain, the ancient 
boundary wall of Leaou-tung was rebuilt, including all the 



(i) This fragment is a translation from the 95th Book of the Taeen Han 
-shoo, or « History of the former Han dynasty > of China. 

Chaou-seen is the ancient name of the country now known as the king- 
dom of Gorea, and this is probably the most ancient record extant of the 
history of that state. It may serve as an example of the care with which the 
vicissitudes of every portion of the vast empire of China and its dependencies 
have been chronicled ; and as it is probable , the exact position of Corea among 
the nations of the world, may , at no distant date become a question of public 
interest and discussion, it is hoped this humble contribution may not be 
entirely without value. 

(2) The kingdom of Yen covered the country occupied by the present me- 
tropolitan prefecture of Shun-teen ; and the site of the capital was not far 
from the modern Peking. 

(3) This name still exists as that of an extramural provincei lying between 
the Great wall and Gorea. 



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310 A. WYLIE. 

country up to the river Pa as belonging to Yen. On the re- 
volt of Leu the king of Yen, who went over to the Heung- 
noo, Mwan, who appears to have held a responsible post in 
the state, and was then left to mark out an independent 
course of action, collected over a thousand men of his own 
party, adopted the costume of the barbarian tribes, and bound 
his hair up in a knot after their fashion. Passing beyond 
the boundary with his party, he settled in the uninhabited 
country, entrenching himself behind double ramparts. There 
he gradually drew into his service the barbarians of Chin-fan 
and Chaou-seen, as well as stragglers from the states of Yen 
and Tse. (1) With such subjects for the nucleus of a state, 
he assumed the r6le of king and named his capital Wang- 
been. 

During the period occupied by the emperor Hwuy-te and 
his mother Eaou-how (B. G. 194-180), when the internal af- 
fairs of the empire were assuming the form of a settled go- 
vernment, the governor general of Leaou-tung made a treaty 
with Mwan; by which the latter became a vassal of the Han, 
with authority to protect the barbarians outside the boun- 
dary wall, and put a stop to their plundering on the borders.. 
It was also agreed, that if any of the petty chiefs wished to 
pay homage in person to the emperor, no impediment was 
to be thrown in their way. 

When this transaction was reported at court, it received 
the imperial sanction ; and thus Mwan was invested with mi- 
litary prestige and wealth to bring under subjection the neigh- 
bouring small territories. Chin-fan and Lin-tun both came 
to tender their submission, bringing with them an addition 
of several thousand le square to his kingdom. Mwan was 
succeeded by his son, of whom we hear nothing more; and 
the latter by his son Yew-k'eu, who increased the number of 
his subjects by many of the Han fugitives whom he enticed 



(i) An anciODt seaboard kingdom, corresponding generally to the present 
province of Shantung and southern part of Ghihle. 



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THE SUBJUGATION OF CHAOU-SEEN. 311 

towards him. He never paid court in person; and when Chin- 
fan or any of the neighbouring states wished to transmit me- 
morials to the emperor, asking permission to visit the court, 
he was careful to intercept them. 

Rumours of Yew-k'eu's conduct having reached the court, 
She Ho was sent to him in B. G. 109 with an imperial repri- 
mand; but the king steadily refused to receive the rescript. 
When the envoy left, on reaching the boundary of the king- 
dom, he instigated his charioteer to mortally stab the escort, 
one of the royal princes of Ghaou-seen named Ghang. She 
Ho, then crossing the river with all speed, entered Leaou- 
tung, made his way to the capital without delay, and re- 
ported that he had killed the Ghaou-seen general. The 
emperor, who made no particular enquiries, said She Ho 
had shed a glory on his name; and as a reward for the 
service, made him Protector general of the tribes east of 
Leaou-tung. The post was a perilous one ; for the king of 
Ghaou-seen, resenting his treachery, sent a party of troops, 
who attacked and put him to death. When this act of 
vengeance came to the ears of the emperor, he resolved 
to send an army of convicts to attack Ghaou-seen. Yang 
Po the House-boat general was commissioned with the enter- 
prise ; and left Tse in autumn with his fleet carrying fifty thou- 
sand Po-hae(l) troops; while the Left general Seuen E pro- 
ceeded by Leaou-tung ; the plan being for the two generals to 
concert a united attack on the * stronghold of Ghaou-seen. 
Yew k'eu on his part sent troops to check the invaders at the 
dangerous passages. Seuen E, with a numerous force, put 
the Leaou-tung troops m the van; and these being defeated 
and scattered, the greater number who returned suffered ca- 
pital punishment. Yang Po the head of seven thousand Tse 
men, advanced first on the city of Wang-heen, which was 
held by Yew k'eu. The king having by careful examination 



(1) A small territory located about the North East corner of the present 
Shantung province; the centre of which corresponded with the present minor, 
department of Pin, of which the city is in N. lat. 37o 34', E. long. 118« 05*. 



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312 A. WYLIE. 

ascertained the small number of the invading force , issued 
from the city to meet them on the offensive. Yang Po*s ar- 
my was defeated and fled, and the general finding himself 
deserted, also fled to the mountains. For more than ten 
days he was in retreat, trying to collect again his scattered 
forces. Seuen E attacked the Chaou-seen army on the west 
of the river Pa, but with no satisfactory result. Seeing the 
ill success that had attended the expedition of the two gene- 
rals, the emperor resolved to send Wei Shan on a mission 
to the king; hoping that diplomacy might prevail where mili- 
tary force had failed. Yew k'eu received the envoy with every 
semblance of submission , and begged to tender his allegian- 
ce. In mitigation of his past conduct, alledged , that he thought 
the two generals had come to compass his death by unfair 
means, but now seeing the envoy's credentials, he desired 
above all to testify his loyalty. He sent his eldest son back 
with the envoy, to carry his thanks to the emperor; at the 
same time presenting five thousand horses, and an offer 
to supply the imperial army vnih provisions. More than ten 
thousand armed men accompanied the mission, and when 
about to cross the river, the Han envoy and Left general, 
suspecting treachery, said to the heir apparent, that as he 
had testified his loyalty to the Han, he ought to order his 
followers to leave their arms behind them. The heir-appa- 
rent on his part suspecting some foul play at the hands of 
the envoy and Left general, refused to cross the river, and 
returned with his followers. Wei Shan, on his return, de- 
tailed the circumstances to the emperor; by whose orders he 
was put to death for mismanaging the enterprise. The Left 
general defeated the Chaou-seen army on the bank of the ri- 
ver Pa, and then advanced to the royal city, where he took 
up a position on the north and west sides. He was soon 
joined by Yang Po , who set his forces in array on the south 
side of the city. Yew-k'eu strengthened his defences, and 
held out for several months against the besiegers. The Han 
force was weakened by want of concert between the generals. 



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THE SUBJUGATION OP CHAOU-SEEN. 313 

Seuen E, whose earlier experience had been chiefly within 
the precincts of the palace, had scarcely the tact to control 
the unruly spirits of a victorious army of Yen and Tae (1) 
troops. Yang Po who put to sea in command of the Tse for- 
ces, had already lost the greater number by defeat and flight. 
His first battle with Yew-k'eu had resulted in exhaustion, 
disgrace and the loss of men; and there was now an impres- 
sion among the troops that their general would lose heart. 
While carrying on the siege, he constantly held out offers of 
peace to the king; but Seuen E attacked the stronghold with 
all his might. While matters were in this state, one of the 
high ministers of Ghaou-seen sent a messenger privately un- 
der cover af the night to treat with Yang Po for his adhesion 
to the cause of Ghaou-seen ; but although several messages 
passed to and fro- between the two, they could not come to 
a definite understanding. The two generals several times 
made arrangements for a united attack; but Yang Po, who 
was always in expectation of coming to terms with the Ghaou- 
seen dignitaries, took care to evade his part in the enterprise. 
Seuen E also sent a messenger to the besieged, with the hope 
that some loophole would turn up, iy which the king of Ghaou- 
seen might see his way to give in his submission; but the king 
refused to listen to him, —always clinging to the hope that 
he might gain over Yang Po. Thus by their cross purposes, 
the two commanders utterly failed in reachmg any satisfac- 
tory result. In view of the fact that Yang Po had on the 
previous occasion been guilty of losing his army and now 
being on amicable terms with Ghaou-seen, while that state 
still refused to submit, Seuen E suspected Yang Po of harbour- 
ing rebellious intentions , which he had not ventured to di- 
vulge. The emperor being informed of the unsatisfactory 
state of the siege, remarked:— < At first when the generals 
were unable to advance against the city. I sent Wei Shan, 



(1) The chief city of that state corresponded to the present minor depart- 
mental city of Yii , in N. lat. 39o SC 54", E. long. il4<> 36'. 



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314 A. WYLIB. 

who obtained the formal submission of Yew-k*eu; but before 
negotiations could be completed, through the mistakes of the 
envoy and the Left general , the military interfered to break 
through the compact. Now the two generals are surrounding 
the city, but through their perverse alienation, they have been 
long occupied in the siege with no decisive result. Let Eung- 
sun Suy, formerly governor general of Tse-nan (1) proceed 
to the scene of action to adjust matters ; and let him follow 
the course which prudence may dictate. > On the arrival of 
Kung-sun Suy, Seuen E said to him: — « Chaou-seen ought to 
have surrendered long ago; that it has not done so is due to 
the fact , that on several occasions Yang Po failed to come up 
to his agreement. » He then stated his views to the envoy, to 
the following effect : — < Now remaining like this inactive, will, 
I fear prove prejudicial in the extreme to the interests of the 
empire; and that not merely as regards Yang Po, but it wSl 
expose our army to utter extermination by Ghaou-seen. > 
Kung-sun Suy quite agreed with what Seuen E had said, 
and by virtue of his powers, summoned Yang Po to the Left 
generaFs camp to deliberate on business. In compliance with 
an intimation from the envoy. Seuen E caused his subor- 
dinates to seize and bind Yang Po. The two armies were 
then united , and the transaction was reported to the emperor, 
who approved the action of Kung-sun Suy. The combined 
army under the leadership of Seuen E, made a most deter- 
mined attack on the Chaou-seen stronghold, which seems to 
have told to some purpose; for the council of Chaou-seen 
magnates , consisting of the commander Loo-jin , the com- 
mander Han Taou, Ne-ke, the commander Tsan, and the 
general WangKeS, held a consultation , in which they came to 
the ibllowing conclusion: — « At first we thought to gain Yang 
Po over to our side, but now he is in bonds; and the Left 
general himself being in command of the united army, bis 



(t) Corresponding generally with the present prefecture of the same name, 
'-r which the chief city is in N. lat, 39<> M/ 24", E. long. il7o 07' 30". 



r 



^ 



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THE SUBJUGATION OF GHAOU-SEEN. 315 

attacks are still more violent ; and it is to be feared we shall 
not be able to stand out against him. » Still the king would 
not surrender. Han Taou, Wang K66, and Loo-jin, all fled to 
tender their submission, but Loo-jin lost his life on the way. 

In the summer of B. C. 108, Ne-ke and the comman- 
der Tsan employed men to assassinate Yew-k'eu the king of 
Cliaou-seen, and then went over to tender their submission. 
Still the city of Wang-heen was not captured, and Ghing-sze 
a high minister of the late king, resolved to hold out against 
the Han troops, and even organized an attack on the army. 
Consequent on this movement, Seuen E sent Chang the son of 
Yew-k'eu, and Tsuy the son of the surrendered general Loo- 
jin, issued a notification for the information of the people, 
who thereupon put Ching Sze to death. Eung-sun Suy^^ ha- 
ving thus pacified Chaou-seen, he divided the country into 
the four regions of Chin-£an, Lin-tun, Lo-lang, and Heuen- 
too. Tsan was promoted marquis of Hwa-tsing. Han Taou 
was made marquis of Ts*ew-tsoo. Wang Ke6 was made 
marquis of Ping-chow. Chang was made marquis of Ke. 
Tsuy — in consequence of the great merit acquired by his late 
father — was made marquis of Ne6 yang. , Seuen E appeared 
in answer to a summons, and was adjudged, as havmg by 
mutual jealousy and perverse schemes striven with his collea- 
gue for his own glory; for which he was cashiered. The ver- 
dict on Yang Po was , that , when his troops reached Lieh- 
kow, (1) he ought to have waited for Seuen E to join him with 
his force; instead of which, dashing forward on his own re- 
sponsibilify, he had lost the greater part of his troops. He 
ought to suffer capital punishment ; but being reprieved , he is 
reduced to the status of the common people. 



(1) The port at whiob the boats first touched after crossing the sea. 



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317 



LES OSIGINE^ mSTOBIQDES 
DE LA MONARCHIE JAPONAISE. 

PAR 



Les historiens indigenes font remonter la fondation de la 
monarchie Japonaise au VII* si^cle avant notre ^re, (1) et k 
partir de cette epoque , lis nous pr^sentent une suite non in- 
terrompue de rfegnes et d'6v6nements rapport^s chronolo^- 
quement. Ce n^est pas Ik une antiquity fort recul^e;mais cette 
antiquity est respectable, si Ton songe que le Japon n*a pas 
cess6 d'exister depuis lors comme nation autonome, et, qu'en 
somme, on trouverait sans doute difficilement, dans Thistoire, 
un autre exemple d*un empire qui ait v6cu plus de 2500 ans 
sans avoir jamais subi le joug d*une puissance 6trang^re. 
L'Egypte et la Chine sont les 6tats qui ont le plus dur§ dans 
rhistoire; mais ces ^tats ont maintes fois perdu leur ind^pen- 
dance: TEgypte de nos jours appartient k des conqu^rants 
turcs, la Chine k des conqu^rants mandchoux. Le Japon n'a 
jamais cesse d'appartenir aux Japonais. Les Japonais sont pent- 
dtre, dans les annales du monde^ le seul peuple qui n'ait ja- 
mais eu qu'une seule dynastie de princes, (2) le seul peuple 
qui n*ait jamais €i^ vaincu. 



(1) Le premier mikado ou Empereur du Japon, Zin-mu, comment & 
regner en 660 avant notre ^re. 

(2) L'empereur de Chine Tal-tsoung , de la dynastie des Soung, ayant ap- 
pris,en I'an 964, que les souverains japonais ne formaient qu'une seule lign^ 
de descendants, ne put s'empdcher de pousser un soupir et de s'^crier : « Gela 
n'est-il pas la veritable voie de I'antiquitd? » Voy. mes Textes Chinois an- 
cienSf traduits en fran^ais, pag. 90. 



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318 LiON DE ROSNT. 

L'authenticit^ des annales Japonaises ant^rieures au III' 
si^cle apr^s notre ^re a ^te contest^e. On a fait observer, qae 
r^criture n'existait pas au JapOn avant le mikado O-zin (270 
k 312 de J. C), et que, par consequent, Thistoire n'avait pu 
etre 4te ^crite que post^rieurement au r^gne de ce prince ; on 
a ^mis des doutes sur les empereurs mentionn^s avant les 
premieres relations historiques du Japon avec la Chine, par 
ce fait que le noms de ces empereurs , ^tant tous des noms 
chinois, avaient 6t6 n^cessairement inventus apr^s coup ; on 
a dit que le plus ancien livre historique du Nippon le Kiu-zi- 
Kt, « Memorial des choses anciennes », compost sous le rdgne 
de Sui-kau > (595-628 aprfes notre 6re) avail et6 perdu dans 
rincendie d*un palais oil il 6tait conserve, et que la plus vieille 
histoire qui soit parvenue jusqu'k nous, dat6e de i'an 712, 
avait^t^ ^crite sous la dict^e d^une vieille femme octog^naire, 
k laquelle le mikado Tem-bu Tavait transmise verbalement; 
on a signal^, enfin, dans le r6cit des r^gnes contest^s, des 
invraisemblances de nature k les rendre suspectes k plus 
d'un ^gard. 

J'examinerai rapidement la valeur de ces divers genres 
d*objections soulev^es contre la v^racit^ des annales Japo- 
naises primitives. 

II est g^n^ralement admis par les japonistes, que T^ri- 
ture Chinoise 6tait ignor^e au Japon avant le r^gne d'O-zin, 
fils et successeur de la c^l^bre imp^ratrice Zin^, conqu^ 
rante de la Cor6e et sumomm^e la S^miramis de TExtr^me 
Orient. L'introduction de cette Venture chez les Japonais est 
attribute k un certain lettr^ Gor6en de I'^tat de Paih-Ue, nom- 
i^^ I tl ^«"W*^ q^ apporta quelques ouvrages chinois k 
la cour du mikado, en Tan 285 et y fut nomm^ pr^epteur 
des princes du sang. (1) Un savant russe a trouv§, dans le 
fait m§me de cette nomination de Wa^ni comme instituteur 
des fils du mikado, une raison pour croire que la langue chi- 



(1) Mitukuri, Sin^sen nen-hyau, ann. 285; Dai Ni^hon ait Uvr. Ill, 
pag. 13. — Voy. aussimes Archives Paliographiquea , torn. C, pag. 234. 



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LES 0RI6INES HISTORIQUES DE LA MONARGHIE JAPONAISE. 319 

noise n'avait rien d'insolite pour les Japonais de cette §po- 
que. (1) D est, en tout cas, tr^s probable que les relations 
du Nippon aveclaCor^e, ant^rieures au rhgae d'O-zin, avaient 
d^jk fait connattre la civilisation chinoise aux insulaires de 
TAsie Orientale:les historiens indigenes nous fournissent d'ail- 
leurs des renseignements qui ne sont pas absolument d^pour- 
Tus de valeur pour consolider cette opinion. L*exp6dition que 
Tain-chi Hoang-4i, de la dynastic de Tsin, le cel^bre pers6- 
cuteur des Lettr^s et le constructeur de la grande Muraille, 
envoya au Japon pour y chercher le breuvage de Timmorta- 
lit^, appartient surtout k la mythologie. Cette expedition est 
cependant mentionn^e dans quelques historiens Japonais. Le 
m^decin Siu-fouh (en Japonais: Zj^o-fuku), qui la dirigeait, 
n'ayant pu reussir, disent-il, k r§aliser les esp^rances du 
despote Ghinois, jugea prudent de ne plus retourner dans 
son pays: il se fixa au Nippon et y mourut prfes du mont Fu- 
zi; apr^s sa mort, les indigenes b^tirent k Kuma-no, dans la 
province de £«-«, un temple en son honneur, sans doute en 
m^moire des services qu*il avait rendus aux insulaires en leur 
faisant connattre les sciences et les lettres de la Chine. Si 
cette expedition doit etre compl^tement reiegu^e dans le do- 
maine de la fable, il n*en est pas de m§me de Tambassade 
envoy^e au mikado Sui^zin, par le roi d'^Amana, Tun des 
etats qui composaient la confederation Coreenne. Cette am- 
bassade arriva au Japon dans Tautomneau ?"• mois, de Tan- 
nee 33 avant notre ere , (2) apportant avec elle des presents 



(1) RusskO'Iaponskii Slovar, pag. 2. 

(2) Nous DO poss^dons pas eooore un nombre suffisaDt de renseignements 
pour savoir & quol nous en tenir au sujet des premieres relations du Japon 
avec la Gor^. Une l^ende que Hirata Atutane , le savant criUque du Ko- 
zi'ki, a cm devoir recueillir & Tappui de sa th^orie, d'ailleurs inacoeptable, 
de I'origine japonaise de I'alpbabet cor^n, rapporte que ces relations dar 
tent de la fondation mdme de Vempire des mikado. Suivant cette l^ende , 
au moment oti. Zin-mu allait p^n^trer dans le pays de Yamato » il fut as- 
sailli en mer par une violente temp6te; un de ses compagnons d*arme nomm6 
^ ^ ^ ^ -^ Mi^ke-iri-nu-no mikoto , ftit transports en Cor^ , ot il 
devintroidel'StatdeSirakl: |gf JH B -S 9^^* ^^^'HI ^ JE^-*"^ ^ 



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320 liON DE ROSNY. 

pour la cour. (1) Voilk done les Japonais en relations avec la 
Cor6e, plus de trois sidles avant Tarriv^e de Wa-ni, auquel 
on attribue, comme je Tai dit tout k Theure, Tintroduction de 
r^criture chinoise au Japon. Et comment croire que le Japon 
soit rest6 jusque Ik dans Tignorance des progr^s r^alis^s par 
les Chinois, quand nous voyons le mikado Sui-^in, successeur 
de celui qui avait requ la mission du royaume d'Amana, en- 
voyer k son tour une ambassade , non point en Cor^e , mais 
bien en Chine, k I'Empereur Kouang-wou Hoang-ti, Pan 56, 
de J. C. ? (2) 

De ces quelques faits, il r^sulte au moins la possibility 
que. les Japonais aient eu connaissance de T^criture chinoise 
avant le IIP"" si^cle de notre ^re. Mais €n supposant m^me 
qu'ils aient ignore compl^tement cette ^criture jusqu'k Tarri- 
v6s dans leurs iles du c^l^bre Wa-ni, il parait certain qu'il 
faisaient pr^alablement usage d'une Venture cor^enne d'ori- 
gine indienne, pen difif^rente de celle qu'on pratique encore 
aujourd'hui en Cor6e. (3) Et il reste en plus aux japonistes a 
^lucider la question d'une Venture indigene nationale encore 
plusancienne, mentionn^e par quelques savants et sur laquelle 
on n'arecueiili jusqu'k present que de trop vagues indices pour 
qu'il soit possible de s'en occuper aujourd'hui. 

Enfin s'il ^tait ^tabli, malgr^ tout, que les Japonais aient 
ignore Tart d'ecrire avant les conqu^tes de I'imp^ratrice Zin-gH, 



(Hirata Atutane, Sin-zi Hi-fumi den^ livre I, pag. 35). — Ses descendants con- 
tinuferent d r6gner sur ce pays. L*un d'eux vint au Japon, sous le r^e du di- 
xi&me mikado ZiU'Zen ten-'au. Suivant le Set-si roku , un personnage appele 
j^ ^ ^ ? ]^ * Siraki, fils do Ugaya-fuki awasesu-no mikoto, et par con- 
s^uent fr&re de I'empereur Zin-mu, aurait 6te proclam^ roi de ^ % S ^ 
et serait devenu, de la sorte, le chef de la dynastie des souverains de ce pays. 
(Hirata Atutane , loc. cit.) 

(1) Dai Ni'hon 8i, livr. II , pag. 6. 

(2) II est fait mention de cette ambassade dans les Heou^Han Chou ou 
Annates offlcielles chinoises de la dynastie des Han post^rieurs, a la date de la 
deuxi^me ann^e tchoung-you^ , dans rhistoire de Tempereur Koixang-wou. 
Cf. Dai Ni'hon si, livr. II, pag. 10. 

(3) Voy. sur cette dcriture, lesrenseignements que j'ai donnas dans les Me- 
moires du Congrbs international des Orientalistes ^ Session inaugurale de Pa- 
ris, 1873 , tome I , pag. 229. 



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LES ORIGINES HISTORIQUES DE LA MONARGHIE JAPONAISE. 321 

ii n'en r^sulterait pas pour cela.que Thistoire ancienne du Ja- 
pon n'ait pQ 6tre transmise de g^n^ration en g^n^ration par 
la tradition orale, comme cela c*est op^r^ chez une foule de 
nations difif6rentes. L'histoire primitive d'un peuple ne se ren- 
contre parfois que dans des po^mes, des ^pop^es ou des chants 
populaires. Nous verrons dans un instant qu*il en a 6i^ ainsi 
de Thistoire primitive (hon-kt) des Japonais. 

Le fait que les premiers empereurs du Japon sont connus 
dans r histoire sous des noms chinois, n*est pas une objec- 
tion concluante : ce fait a induit en erreur Klaproth et d*au- 
tres orientaliste? qui ignoraient que ces noms honorifiques et 
posthumes ont ^t6 donnas k ces princes par Omi^mi'-fune , 
arri^re-petit-fils de TEmpereur Odomo, mort en 787 apr^s 
J. C, alors que les id^es chinoises avaient p^n^tr^ de toutes 
parts la civilisation Japonaise. Les premiers mikado sont d* ail- 
leurs mentionn^s ^galement, dans les annales indigenes, par 
leurs v^ritables noms qui ^taient des noms purement japo- 
nais. (1) C*est ainsi que le premier empereur, Zin-mu avait 
pour petit nom Sa-no, et pour designation honorifique Ya- 
mato-no'lvare Hiko-no tnikoto; sa femme s'appelait A'-hira- 
tu hirne; ses compagnons d^armes, ses ministres, portaient 
aussi des noms purement japonais. U en a ^t^ de m^me de 
tous les princes qui lui ont succ^d^, dans le p^riode contest^e 
des annales du Nippon. 

Quant k la destruction des anciennes archives historiques 
du Japon, lors des troubles de Mori-ya, il y a Ik un fait re- 
connu par les auteurs indigenes les plus autoris^s. Ces auteurs 
nous apprennent que le Ni-hon ayo-ki, qui renferme V histoire 
des mikado depuis les dynasties mythologiques jusqu'au 
r^gne de Bi-td, avait ^t^ transmise verbalement par Tempe- 
reur Tem-hu k une jeune fille de la cour, nomm^e Are, de 
Hiyeda, et que cette femme k Tltge de 80 ans environ en dicta 



(1) II est siDgulier que la liste de ces noms n'ait pas ^t6 publiSe jusque 
dans ces dernier temps. Je I'ai fait paraltre dans un MSmoire que j'ai ins^r^ 
dans la Revue Orientate et Amhicaine, nouvelle s^rie, tome III, pag. 90. 
Atli del IV Congreno degli Orientalisti. — Vul. II. 21 



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322 LEON DE ROSNY. 

le conlenu au prince Toneri Sith-tvau, et k d^autres chefs de 
letties qui la r^diger^nt en caract^res indigenes. 

Ne trouvons-nous pas un fait analogue dans Thistoire de 
Chine, oil nous voyons que le Chou-hing ou Livre sacre des 
Annales, d^truit par ordre de Tsin-chi Hoang-ti, fut recons- 
tilue k Taide des souvenirs d'un vieillard appel6 Fou-seng? 
Et, cependant, aucun savant, que je sache, n'a cherch^ k 
contestep la parfaite authenticity du Chou-king, apprise par 
coeur dans son enfance par Fou-seng, comme le Ni'hon syo-ki 
Pavait 6t6 par Are, de Hiyeda. 

En somme, les annales primitives du Japon, sans etre k 
Tabri de toute suspicion, ne m^ritent gu6re moins de con- 
fiance que les annales primitives de la plupart des autres 
peuples. Le mythe, la fiction, les recits merveilleux et fan- 
tastiques, se retrouvent au d^but de toutes les histoires. On 
peut m6me dire, en faveur des Japonais, qu'ils ont su s§pa- 
rer, mieux qu'une foule de peuples, la partie legendaire de la 
partie historique des temps primordiaux de leur existence Ra- 
tionale : avant Zin-mu, les recits extraordinaires de la vie 
des g^nies celestes et terrestres; mais, apr^s ce premier mi- 
kado, les faits qui, s'ilsne sont pas toujours vrais, sont, du 
moins, presque toujours vraisemblables. 

II faut admettre, cependant, une reserve sur cette decla- 
ration: on a fait observer que les annales du Japon nous pr6- 
sentent, durant une p^riode de plus de mille ans (de 660 
avant J. G. k 399 de notre ^re) une serie de souverains pres- 
que tous centenaires, regnant de 60 k 80 ans en moyenne, 
et ne quittant parfois le tr6ne, pour descendre dans la tombe, 
qu'apres avoir compt6 140 et m§me 150 ans parmi les vi- 
vants.(l) M. le marquis d'Hervey, auteur de cette remarque, 
explique la dur^e anormale de Texistence attribute aux an- 
ciens empereurs du Japon, par la necessity ou se sont trouv^s 
les premiers compilateurs de remplir une espace de 1060 ans, 



(1) D'Hervey de Saint-Denys, il/^oire sur Vhistoire ancienne du Japon, 
pag. 7. 



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LES ORIGINES HISTORIQUES DE LA MONARCHIE JAPONAISE. 323 

dans lequel Us ne pouvaient d6couvrir le nom de plus de 17 
souverains. 

Les Chroniques chinoises, suivant ce savant, permettenl 
d'ajouter quelques princes h. la liste que nous ont conserv^e 
les ecrivains indigenes. U serait peut-§tre bien severe de con- 
tester Tauthenticit^ des vieilles annales japonaises, par ce 
fait de la dur^e exag^r^e de certains r^gnes y renferm^s; et 
Ton pourrait retourner la critique en faveur de la sincerity 
des historiographes du Nippon, en disant qu'il ont pr^fere 
laisser cette invraisemblance, plutot que d'inventer des noms 
d'empereurs pour mieux combler les vides de la periode ar- 
chai'que qu*ils s^^taient donn^ la mission de reconstituer. 
Le d^sir de donner k leurs mikado une long^vit6 qu'attei- 
gnent, par rare exception seulement, quelques autres hom- 
mes, ne parait pas les avoir guides en cette occasion. Le 
Hon-ki n'est pas exempt de merveilleux ; mais la tendance 
qu'ont tous les peuples k 6mailler de I6gendes la vie de leurs 
premiers anc^tres, est certainement plus mod6r6e au Japon 
qu'en maint autre pays: il est juste de leur en tenir compte. 

Les sources de Thistoire du Japon ne nous sont pas en- 
core connues et, pour Tinstant, nous devons les chercher dans 
trois ouvrages : le Ki-zi-hi ou « Memorial des vieux ev6ne- 
ments, > le Ko-zi-hi ou « Memorial des choses de I'anti- 
quit^, » et le Ni-hon syo-ki ou « Histoire 6crite du Japon. » 

Aucun de ces livres ne jouit de plus de 1500 ans d'an- 
ciennet^. Le texte original du Kiu-zi-ki a 6t^ perdu, dit-on (1) 
en Tan 645, dans Tincendie du palais de Soga-no Yemisi. 
C'6lait une histoire ecrite pas le prince ^ i^ ^ ^ Syau- 
toku tai-si, et par Sogano Mumaho, sous le r^gne de rimp6- 
ratrice Sui-kau, qui r^gnait de 595 a 628 de notre 6re. L'ou- 
vrage en dix volumes qui existe aujourd'hui sous ce titre est 
d'une authenticity douteuse. Le -^ ^ fg Ko-zir-ki compost 
en 712, par Futo-no Yasumaro, d'aprds les donn^es de Are, 



(1) Voy. I'int^ressante notice de M. AddisoD van Name, dans les Mimoi' 
res du Congris international dea Orientalistes , Session de Paris, 1873, tome I , 
pag. 221. 



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324 L^ON DE ROSNY. 

de Hiyeda, dont il a et^ question tout k l*heure, est ^crit en 
caract^res chinois, employes tantdt avec leur valeur id^ogra- 
phique, tantdt avec la valeur phon^tique qu^on leur affecte 
dans le syllabaire dit Man-yd-kana, 

Enfin le B y^^ ff I& Ni-hon syo^-ki, de mSme prove- 
nance que le Ko-zi-ki, n^est autre chose que ce dernier ouvrage 
revu, un peu mieux coordonn^, et enrichi de quelques deve- 
loppements. Le prince Toneri sin-^au, fils de Tem-hu, o£frit 
le Nir-han syo-ki k Fimp^ratrice Gen-syau, le 5* mois de 
Tannic 720. Dans ces ouvrages, les mikado ne sont point d6- 
sign^s sous le nom honorifique chinois qu^on leur attribue 
conimun^ment, mais bien sous leur nom purement japonais. 
Le premier empereur, au lieu d'etre appel6 Zin-mu, est d6signe 
sous le nom dejjjfQ ^^^^^C-^^f ^afni-Yamaio- 
Ivare-Hiha-no Sumera^Mikoto ; I'imp^ratrice Di-t6, sous celui 
de ^ 5c J^ SI SF ^ Taka-Jma-no Hara-Mro-no Hime. 

n n^entre pas, dans mon dessein,«de vous entretenir de 
ce que les Japonais nous racontent de leurs dynasties celestes 
et terrestres, qui pr6c6d6rent les souverains humains A M. 
Nifirwau, dans le gouvernement du monde, c'est-k-dire de 
leur pays. Je me bomerai k vous rappeler en quelques mots 
les id^es commun^ment r^pandues parmi les sectaires de la 
religion sintauiste, au sujet de la creation du monde, en at- 
tendant que nous poss^dions la traduction des monuments 
primitifs de Thistoire du Japon , aux quel j'ai fait allusion tout 
k rheure. 

Les ^crivains populaires ont imaging plusieurs syst^mes 
de cosmogonie qui ont obtenu plus ou moins de faveur parmi 
leurs compatriotes. La plupart d'entr'eux s'accordent pour con- 
sid6rer le Nippon comme le berceau du genre humain. Voici, k 
cet 6gard, comment s'exprime un auteur indigene: 

« Le Japon est le pays le plus 6lev6 du monde: il en r^sulle 
naturellement que de \k sont sortis tous les hommes qui ont 
peupl^ la terre. En Chine, il y a eu un grand deluge, ainsi que 
les livres nous I'apprennent. Dans Toccident, au dire des sa« 
vants de cette r^ion, il a y eu 6galement un grand deluge. Au 



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LES ORIGINES HISTORIQUES DE LA MONARCfflE JAPONAISE. 325 

Japon, ^eulement, il n'y a pas eu de deluge, parce que le Ja- 
pon est beaucoup plus ^lev6 que la Chine et TOccident. C'est 
done le Japon qui a dH fournir la population primitive des au- 
tres parties du monde. 

» Mais on me dira: S'il en est ainsi, les arts devraient 
elre plus avanc^s au Japon que partout ailleurs, et, cepen- 
dant, les arts sont plus avanc^s chez les Occidentaux. Com- 
ment cela se fait-il? 

» Le fait est facile k expliquer. Le Japon 6tant le pays le 
plus beau, le plus riche et le plus heureux du monde, il a 
toujours pu se suffire k lui-m^me et ne s'est pas vu dans 
Tobligation de demander quelque chose h T^tranger; tandis 
que les hommes partis du Japon se sont trouv^s dans des 
pays mauvais, incapables de suffire k leurs besoins, et ont dQ 
s'ingenier k d^couvrir des moyens de communications et 
d'^hange. Voilk ce qui explique pourquoi Tastronomie 5c 5!t 
{Ten--bun) et la science de la, navigation sont plus avanc^s en 
Occident qu'au Japon. > 

Les difif^rentes p^riodes de la creation du monde nous 
sont expos^es dans les termes suivants: (1) 

« A Torigine, le Ciel et la Terre n'^taient pas encore se- 
par6s, le principe femelle (f^ me), et le principe male (^ o) 
n'^taient pas divis6s. Le chaos ^tait comme un oeuf, com- 
pact, (2) et renfermant des germes. La partie eth^r^enne et-. 
lumineuse s'^vapora et forma le Ciel ; la partie pesante et trou- 
ble se condensa et forma la Terre. L'^vaporation des parties sub- 
tiles et d^licates s*op6ra ais^ment; la congelation des parties 
lourdes et troubles s'op^ra difficilement. C^est ce qui fait que 
le Ciel fat forme le premier, et que la Terre ne fut etablie 
qu'apr^s. Ensuite naquit, au milieu d^eux, un G^nie (jpf ^ 
hami), Aussi Ton dit qu'k Torigine du d^gagement du Ciel et 
de la Terre les iles et les terres flott^rent sur Teau comme 



(1) Wa'kan Kwd'td hen-nen'gau un-no du. Introduction. 

(2) Les deux mots ^ J^ ming-hing , rendus en japonais par ^ ^ 9 ^ 
c en se niuigiftant, » forment en chinois une expression qui d^igne cla ma- 
tidre premiere des cboses. » 



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326 l£on de rosnt. 

des poissons. En ce moment, il naquit au milieu du Giel et 
de la Terre une chose qui par sa forme ressemblait k im 
roseau (^ ^ asi^ga*), lequel se m^lamorphosa et devint le 
Dieu appel^ S '^ jfc ^ Kuni-toko tati-no mihoto, (1) ^ga- 
lement nomm6 @ JS jfc $ Kuni-soko'tati-no mikoto. (2) 
Suivant une autre tradition, le roseau Asi-gai se serait trans- 
form^ en un G6nie appel6 Umasi^Asi-gai hiko-ti-no mikoto, 
k la suite duquel serait venu Kuni~no Toko tati no mikoto, (3) 
Une autre tradition enfin fait sortir du roseau le Dieu 
3^% jL^ Ama-no-toko tati-no mikoto, auquel il donne 
pour successeur Vmasi Asi-gai hiko-ti-no mikoto; et elle ne 
fait naitre que plus tard Kuni-toko tati-no mikoto, produit 
par la metamorphose. d*un corps gras qui flottait dans Tern- 
pyr6e. (4) 

On rencontre d'ailleurs, dans la mythologie japonaise, 
d'assez nombreuses variations au sujet des noms de G&- 
nies et de leur ordre de succession. Le plus commun6- 
ment , cependant , on fait commencer avec Kuni-^O'toko- 
tati-no mikoto la dynastie des G^nies Celestes, dont Tori- 
gine remonte k plusieurs centaines de mille millions d^ann^es. 
Ces g^nies furent au nombre de 14. Le second r^gna par la 
vertu de TEau, et le troisitoe par la vertu du Feu. Tous trois 
etaient d^pourvus de sexe [3] et s'engendraient d'eux-m^mes. 
Le quatri^me g^nie r^gna par la vertu du Bois , et fut le pre- 
mier qui poss^diit un Spouse, mais pour donner le jour k ses 
successeurs, il ne la connut pas suivant la mani^re des hom- 
mes. La conception n'eut lieu que par une sorte de contem- 
plation de chaque couple et par des moyens surnaturels que 
la degradation des hommes ne leur permet plus de compren- 
dre. Le cinqui^me g^nie r^gna par la vertu du Metal et con- 
serva son epouse immacuiee, comme aussi, son successeur. 

Le sixieme g^nie r^gna par la vertu de la Terre, le der- 



(1) Ni-hon syo'ki, livr. I, pag. 1. 

(2) Ibid., livr. cit, pag. 1 v\ 

(3) Ibid,, Uvr. cit., pag. 2. 

(4) Ibid,, livr. clL, pag. 2 \\ 



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LES ORIGINES HISTORIQUES DE LA MONARGHIE JAPONAISQ. 327 

nier des cinq Elements, dont ses ancdtres avaient symbolist 
Texistence. 

Enfin le septi^me g^nie mit un terme k la dynastie des 
G^nies Celestes, en s'abandonnant aux jouissances mat^riel- 
les de notre monde. Un certain jour, apr^s avoir contempl6 
avec un regard lascif les formes charmantes de son Spouse, 
il suivit Texemple d*un oiseau qu'il avait vu un instant au- 
paravant s'accoupler avec sa femelle. II la connut alors h la 
mani^re terrestre, et, d^s ce moment, elle enfanta suivant la 
loi g^n^rale de Thumanit^. Les successeurs de ces deux g6- 
nies cess^rent ainsi d'appartenir k la race excellente de leurs 
aieux, et furent Torigine de la dynastie des Genies Terrestres. 
Le septi^me des G§nies Celestes, dont nous venons de par- 
ler, s'appelait Izanagi et son Spouse Izanami, De tout temps, 
Tun et Tautre ont 6te Tobjet d'un culte particulier de la part 
des Japonais qui les consid^rent en quelque sorte comme leur 
premier p6re et leur premiere m^re. 

Suivant Kaempfer , les Japonais qui embrass^rent le chri- 
stianisme aux XVP et XVIP siecles, les appelaient leur Adam et 
leur Eve. Une tradition rapporte que ces deux genies pass^rent 
leur vie dans la province d*i5^, au sud de Tile du Nippon , et 
qu'ils engendr^rent beaucoup d*enfants de Tun et de I'autre 
sexe, d'une nature tr^s-inf^rieure k celles des auteurs de 
leurs jours, mals, cependant bien sup^rieure k celles des 
hommes qui ont v6cu depuis lors. 

La mythologie nous montre, en effet, Izanagi et Izanami 
donner le jour, par des proc6d6s de toutes sortes et par de 
singulieres metamorphoses, (1) a la plupart des Dieux qui 
personnifient, dans le pantheon indigene, les difif^rentes puis- 
sances de la nature. 

Mais de toutes ces divinites , celle qui tient la plus large 



(1) Izanagi et Izanami, ayant vomi, par metamorphose naquitleDieu 
^ (ii ^ Kana-yama hiko , ou « le G^nie des Montagnes d'or ; » ayant 
urin^, pafm6tamorptiose naquit la d^esse [^ ^ ^ Midu-ha-no me; ayant 
fait des excrements, par metamorphose naquit la d^esse ji|[ iJj ^ Hana- 
yama-bime, (Voy, Ni-hon syo-ki, Uvr. I, pag. il.J 



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328 . LiON DE ROSNY. 

place dans le culte populaire appel6 Kami-no miii, celle qui 
est devenue la grande D^esse de la religion nationale du Ja- 
pon, ce fut j;^ H il $ Oho-hiru-me-no Mikoto, commun4- 
ment app^l^e ^ M :^ St Ama'teram-oha-kami ou Ten- 
syau-dai-zin. Celte d^esse, k cause de son ^tonnante beauts, 
fut appel^e pas ses pdre et m^re h. r^gner au plus haut des 
Cieux, d'ou elle ^clairerait le monde par sa splendeur. Elle 
est identifi6e avec le Soleil comme sa soeur cadette ^ i^ d|t 
Tuki-no Tumi-no mikoto, avec la Lune. Quatre autres G6- 
nies Terrestres, places aprds Ten-syau-dai-zin, compl^tent la 
dynastie des G^nies Terrestres, klaquelle devait succ^der celle 
des Mikado ou Souverains des Hommes. (1) 

Jetons, maintenant un coup d'oeil rapide sur ce que les 
historiens nous apprennent relativement aux p^riodes semi- 
historiques ant^rieures k O-zin, XVP mikado, avec lequel 
nous faisons commencer Thistoire proprement dite de Tar- 
chipel du Nippon. 

Les Japonais, dans le but de donner une origine divine k 
leurs souverains, ont fait descendre le premier mikado Zin- 
mu de la d^esse du Soleil, Ama-teuasu-oho-kami , c'est h dire 
le grand G^nie qui brille au firmament. La m^re de ce prince 
Tamoryori'hime 6tait fiUe du f| jjif Riu-zin < le G^nie Dragon, » 
ou Dieu de la Mer; elle lui donna le jour en Tan 712 avant 
notre ^re, quinze ans avant la mort d*Ez6chias, roi de Juda, 
et soixante-cinq ans avant le prise de Babylone par Nabu- 
chodonosor, roi de Ninive. 

Dans le syst^me adopts par les Japonais, Zin-mu, tout en 
6tant le premier mikado, n'est pas h proprement parler le fon- 



(1) Une notice sur les deux dynasties des Gdnies Celestes et Terrestres du 
Japon a ^tA ins^r^e par Klaproth , en t^te de la traduction du Nippon wau^ 
dai iti-ran r^digde par Titsing, avec I'aide des interpr^tes du Gomptoir hoUan- 
dais de De-sima.Cette notice renferme malheureusemeut de nombreuses inexa- 
ctitudes. On trouvera un tableau complet de la mythologie antique des Japonais , 
dans la traduction que j'ai entreprise du Ni-hon syo-ki, Tune de sources les 
plus anciennes et les plus autbentiques de I'bistoire primitive du Nippon. Le 
premier volume de cette traduction sera livr^ k Vimpression au mois d'octobre 
procbain (1881) , et fera partie de la collection des Publications de v6cole spS- 
dale des Langues orientates , dirig^e par M. Cb. Scb^fer, de I'Institut. 



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LES ORIGINES HISTORIQUES DE LA MONARGHIE JAPONAISE. 329 

dateur de la monarchie japonaise. (l)Le^»-Aon syO'ki,(2) et 
aprds lui tous les historiens qui Tont copi6, rapporte que ce 
personnage fut proclam6 € prince h^r^ditaire » lors de sa 15"* 
ann^e, et par consequent futur h^ritier du trdne d^jk fond6, 
en 667 avant notre kre, e'^st-k-dire trente ans avant sa con- 
qu§te de Tile de Eiu-siu, la plus m^ridionale des trois grandes 
iles deParchipel, et sa premiere 6tape. 

De rile de Kiu-siu, Zin-mu se rendit, avec des vaisseaux, 
dans la province d'Aki, situ^e au nord du Suwo-nada ou mer 
int^rieure; puis au troisi^me mois, dans Tautomne de 666(3) 
dans le pay« voisin de Ki-bi, ou se trouvent aujourd'hui les 
provinces de Bingo, de "Bisiu et de Bi-zen, II s^journa trois 
ann^es dans ce pays pour remettre sa flotte en 6tat, et r^u- 
nir des provisions de guerre. En 663, il arriva dans la region 
oil s'616ve actuellement la ville d'Ohosaka, region qui fut ap- 
pel^C; en raison de la forte mar^e qu^il rencontra sur ses c6- 
tes, Nami-haya no kutni cle pays des vagues rapides, » et 
par la suite Nani-ha ou Nani-va. » (4) Peu aprfes, il se trouva 
h. Kusaze-do-saka en presence d*un puissant prince Aino, 
nomm^ en japonais Naga-sune Hiko , (5) qui lui fit subir plu- 
sieur tehees et mit ses troupes en d^route. 

Dans un-des combats, le fr^re ain6 de Tempereur, Itu- 
se-no Mikoto, fut atteint d'une fl^che et mourut. (6) Zin-mu 
reprit en consequence la mer, ou le mauvais temps mit sa 



(1) Quelques Auteurs japonais soutiennent que non seulement Zin-mu 
n'est pas le premier empereur, mais qu'avant lui soixante-treize prince ont r6- 
gn^ sur le Japon, k partir d'Ugaya fuki awasesu-no mikoto, jusqu^i lui. M. Riza 
Yosi-kaze assure que vingt-six tombeaux de ces souveralns pr^historiques ont 
6t6 retrouv^s. {Uye-tu fumi sed-yekif 1. 1 , pr^limin., pag. 2.) 

(2) Livr. Ill, pag. 1; Au-tyau sUryaku, livr. I, pag. 1. 

(3) Ni'hon syo-ki, livr. Ill , pag. 8. 

(4) Ibid.t loc. cit. 

(5) Ce nom pourrait se traduire par « le g^ant & la grande mobile, » mais 
un Commentaire du Koku-si rya^ (livr. I, pag. 6) nous apprend que Nagasune 
est un nom de ville , dont on a fait la designation d'un chef AXno. Hiko est le 
titre des princes k I'^poque Kourilienne de I'histoire du Nippon : il signifie litte> 
raiment a Fil du Soleil » ( Q <^) , de meme que hime, donn^ aux princesses, 
signifie c Fille du Soleil » ( Q ;^). 

(6) Koku'Bi ryakii, ]ivr. I, pag. 4. 



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330 LEON DE ROSNY. 

flotte en p6ril: «H61as! s'^cria un des ses fr^res, j'ai par mi 
mes aieux les G^nies du Giel; ma m5re est D^esse de 
rOc6an. Comment se fait-il qu'apr^s avoir 616 malheureux 
sur terre, je sois encore malheureux sur mer?» Puis U tira 
son 6p6e et se jeta dans les ondes. Son troisi^me frfere suivil 
cet exemple, de sorte que Zin-mu se trouva seul avec son 
fils, pour continuer son expedition. (1) 

L'histoire des relations de Tempereur Zin-tnu et de Na- 
gasune me parait avoir 6t6 alt6r6e k dessein et d'une faqon 
assez transparente pour 6veiller Tattention de la critique. Les 
Japonais , conqu6rants des iles occupies primitivement par les 
jg 51 Yezo ou ^ ^ Mau'zin « peuples velus, » comprirent 
tout d'abord Tutilit^, pour leur politique envahissante , de faire 
croire k Torigine commune de leur prince et des principaux 
chefs Ainos. Le meilleur moyen pour arriver k ce r^sultat, 
6tait d'emprunter aux autochthones leur mythologie natio- 
nale, et de grefifer la gen^alogie de Zin-mu, sur un des prin- 
cipaux rameaux de leur grande famille de Kami ou G6nies. 
Je ne veux pas dire pour cela, que le pantheon sintaui'ste, 
dont nous trouvons les principales representations dans le Ko- 
zi'ki, est un pantheon purement Al'no: bien loin de Ik, je 
crois apercevoir , dans ces Dieux originaires du Japon, des crea- 
tions d*origine multiple, et notamment des creations du Ge- 
nie asiatique continental. La question est trop etendue, trop 
compiexe pour etre examinee en ce moment. J'essaierai seule- 
ment d'appeller votre attention sur le procede adopte par Zin- 
mu pour effacer les consequences funestes qu*auraient pu avoir, 
sur Tesprit des indigenes, son caractere de conquerant etran- 
ger, de nouveau venu dans Tarchipel de I'Asie Orientale. 

Naga-sune 6tait un des chefs Ai'no avec lequel Zin-mu 
comprit tout d'abord qu'il avait beaucoup k compter. Sa pre- 
miere attaque contre ce puissant hi^ko lui avait prouve que 
les autochthones ne se laisseraient pas assujettir aussi aise- 
ment qu'il I'avait espere tout d'abord. Zin-mu, je I'ai dit, per- 



(1) Ni'hon ayo'ki, livr. llf, pag. 5. 



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LES ORiaiNES HISTORIQU£S DE LA MONARCHIE JAPONAISE. 331 

dit plusieurs batailles engag^es avec Nagasune. Nagasune, di- 
sent les historiens Japonais, avail ant^rieurement k rarriv^e 
de Zin-mu dans la Yamato, proclam^ prince des tribus indige- 
nes, Mumasimate, fils de sa soeur cadetle et d'un certain Nigi- 
hayabi, (1) Or ce Nigihayabi 6tait lui-meme fils A^Osihomimiy 
le second des grands Dieux Terrestres {ti-zin). De telle sorte 
que Zin-mu , qui se pr^tendait issu de son cote de Ugayafukv- 
awasesu, le quatri^me de ces grands Dieux, se trouvait appa- 
rent6 avec le principal chef de ses ennemis. Seulement il 
s*agissait pour lui de faire accepter k son adversaire ce syst^me 
gen^alogique. Voici, comment il s'y prit, d'apr^s la Ic^gende. 

Naga-sune avait envoy 6 un ^missaire k Zin-mu pour lui 
faire voir un carquois provenant des Genies Celestes, et qui 
appartenait k son beau-fr^re Nigi-hayabi. L'empereur, de son 
cdt6, montra un carquois, quMl poss^dait; et comme, en les 
rapprochant, ils se trouver^nt identiques, il devint Evident pour 
tous que Zin-mu et Nigi hayabi descendaient Tun et Tautre 
des anciens Dieux du pays. Ce dernier, convaincu de cette pa- 
rents qu'il n'avait pas soupQonn6e, voulut faire sa soumission 
au mikado. JSaga^sune tenta de s'y opposer: sa resistance lui 
cotlta la vie. (2) Zin-mu avait de la sorte aplani par la ruse 
les obstacles que ses troupes ^taient impuissantes k renverser. 
Fort de T alliance du prince Aino Nigi-hayabi, il lui fut d6- 
sormais facile de vaincre et d*an6antir, Tun apr^s Tautre, tous 
les chefs de tribus qu*il rencontra sur sa route. Ces petits 
chefs , il n'avait plus d^sormais de n^cessitd de les attacher k 
sa fortune ; au lieu de voir en eux des descendants des anciens 
Dieux du pays, il ne les considera plus, vae victis, que comme 
des bandits. L'histoire, qui nous les repr^sente comme vivant 
dans des tani^res k T^tat sauvage, les appelle des araign^es 
de terre (tuti-gumo), Mattre de la situation , apr^s sept ann^es 
consacr^es k des pr^paratifs militaires et k des combats, en 



(1) Ni'hon ayo-ki, livr. Ill, pag.l5. Le WaU'tyau sUryaku, dit que ce 
(\xiNigi'hayabi lui-m6ine que Naga-sune proclama roi. Les principaux chefs de 
clans ^taient Ye-ugaai, Oto-ugasi, Yasotakeru, Yesiki, Otosiki, etc. 

(2) KokU'Si ryakUj livr. I , pag. 6; Wau^syau ai^ryaku, llvr. I, pag. 2. 



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332 DE ROSNT.— LES 0RI6INES HISTORIQUES DE LA HONARGBIE, ETC. 

Fan 660 avant notre ^re, Zin-mu fit consfruire dans la pro- 
vince de TamatOy le palais de Kasivor^ra, ou il fut procIam6 
mikado, n organisa ensuite son gouvemement; et, aprds soi- 
xante-seize ann^es de r^e, il mourut k T^ge de 127 ans, 
en 585 avant notre ^re. L'ann6e ^uivante, il fut inhum^ sur 
une colline au nord-est du mont Unebi. (1) De nos jours encore 
on va faire un pMerinage au tombeau du fondateur de la mo- 
narchie Japonaise. 



(1) Ni'hon syo'ki, Uvr. Ill , pag. 20; Koku-si ryaku, livr, I, pag. 8. 



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BREVE RESOCONTO 

DXOLI 

ATTI DEL QUARTO CONGRESSO INTERNAZIONALE DEGLI ORIENTAUSTI 

TENUTO IN FIRENZE NEL SETTEMBRE 1878. 



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Riunitosi il terzo Congresso Internazioiyile degli Orienta- 
listi a Pietroburgo nel mese di settembre dell' anno 1876, il 
Goverao italiano delegava a rappresentarlo i professori Angelo 
De Gubernalis, Giacomo Lignana ed Anlelmo Severini. Il 
primo soltanto de' tre delegati pot6 intraprendere il viaggio, 
e ai dotti congregati in Pietroburgo presenld i lavori de' suoi 
dotti coUeghi per le lingue orienlali nell' Istituto di Studi Su- 
periori, un proprio volume stampato in francese di MatSriaux 
p&ur servir d Vhistoire des Uudes orientates en Italie; diede V an- 
nunzio dell' arapliamento che si fece in Firenze , con 1' acquisto 
di nuovi tipi cinesi ed indiani, dell' antica tipografia orientale 
Medicea; dell' acquisto di una raccoltina di manoscritti in- 
diani fatta dair Istituto di Studi Superiori, e pose sotto gli 
occhi dei dotti Orientalisti congregati in Pietroburgo i primi 
nuraeri del Bollettino italiano per gli Studii Orientali, che egli 
stesso aveva fondato , e dirigeva in unione ai chiarissimi profes- 
sori David Gastelli, Fausto Lasinio, Garlo Puini, Antelmo Se- 
verini. Tutte queste condizioni e le istruzioni che il Delegate 
Italiano avea ricevute da S. E. il Ministro Goppino di accettare 
nel nome del Governo italiano 1' onore di ospitare in Italia il 
futuro Congresso, nel caso che una tale proposta fosse venti- 
lata, eil concorso prudente, cortese, intelligenlissimo che presto 
in queir occasione S. E. il commendatot Nigra Ambasciatore 
d' Italia, che apri le sale dell' Ambasciata ad un ricevimento 
in onore degli Orientalisti, valsero ad attirare verso I' Italia le 



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336 BREVE RESOGONTO 

simpatie dei dotti Orientalist! , che, nell* ultimo giorno del Con- 
gresso, deliberarono proclamare Firenze come sede del future 
Congresso, costituendo un Gomitato Ordinatore del quarto Con- 
gresso cosl composto: Michele Amaripresidente, G. I. Ascoli, 
Angelo DeGubematis, Gaspare Gorresio, Fausto LasiniOi An- 
telmo Severiniy e designando il delegato Angelo De Guberna- 
tis come Segretario generale. Annunciata questa deliberazione 
al Ministro della Pubblica Istruzione in Italia e al Municipio di 
Firenze, il Ministro Goppino e il Sindaco di Firenze Ubaldino 
Peruzzi inviarono per telegramma i loro ringraziamenti per 
r onore fatto all'Italia e alia Gittk di Firenze. II Gomitato si 
mise prontamente all' opera per provvedere i mezzi necessari 
a sostenere le spese del Gongresso, e ad assicurame il buon 
successo ed il decoro. 

II Municipio di Firenze pose tosto a disposizione del Go- 
mitato la somma di 7000 lire; 1000 lire accord6 il Minis tero 
dell' Agricoltura e Gommercio per TEsposizione orientale; il 
Ministro Goppino, dopo avere assegnate lire 500 per le spese 
di cancelleria del Gomitato, fondd un premio di 5000 lire, 
per r opera migliore che si fosse presentata al Gongresso di 
Firenze sopra un tema orientale da designarsi. Ma delle en- 
trate come delle spese del Gongresso si troverk sotto questo 
JResoconto una tabella esatta ; per la rimanenza passiva cagio* 
nata dalla spesa per la pubblicazione degli Atti sta ancora la 
promessa fatta da S. E. il comm. De Sanctis , Ministro della 
pubblica istruzione, di provvedere al disavanzo coi fondi del 
Ministero. 

Sua Altezza Reale il Principe Ereditario, si degn6 accet- 
tare TAlto Patronato del Gongresso di Firenze, che mantenne 
pure graziosamente quando, per la morte lacrimata del Re Vit- 
torio Emanuele, cinse la corona di Re d' Italia. 

n Gomitato provvide tosto alia nomina di dotti delegati 
italiani e stranieri per ciascun centre di studi orientali, invi- 
tandoli a preparare un largo concorso di dotti Orientalisti al 
Gongresso di Firenze , di memorie da leggersi nelle sedute del 
Gongresso, e di oggetti e manoscritti orientali da esporsi nella 



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DE6LI ATTI DEL IV GONGRESSO DEGLI ORIENTAUSTI. 337 

Mostra Orientale, per la quale la Provincia di Firenzc ac- 
cord5 la sala di Luca Giordano, come le altre sale die ser- 
vivano al Gonsiglio Provinciale furono per i giorni del Con- 
gresso destinate liberalmente alle riunioni degli Oricntalisti. 
II Comitate s'era inlanto aggregato Tonorevole Ubaldino 
Peruzzi, allora Sindaco di Firenze, e quindi provvide ai modi 
pill convenienti di accogliere gli ospiti Orient alisti in Fi- 
renze. IlBarone Reichlin, regio delegato presso il Municipio di 
Firenze, costitul sotto la propria presidenza una Deputazione 
municipale composta di gentiluomini fiorentini nel modo se- 
guente: cav. Giorgio Campani, marchese Rodolfo Ridolfi, 
cav. Vincenzo Antinori, Lorenzo Roti-Michelozzi , Giovanni 
Pelli-Fabbroni, Glaentzer, prof. Alessandro Kraus, cav. Ge- 
sare Gondi, nobile D. Frescobaldi, Angiolo Modigliani, mar- 
cbese Luigi Quaralesi, conte Giovanni Arrivabene, Guide Za- 
gri, conte Enrico Guarini, Gennaro Placci, Roberto Hay, 
marchese Dino Uguccioni, conte Guide Vimercati, aw. Claudio 
Comotto. Alcune famiglie residenti in Firenze fecero pure in 
que' giorni in modo particolare gli onori dell' ospilalitk; tra le 
altre, il duca di Sermoneta, ospitando il professor Francesco 
Lenormant e il dottor Reinhold Rest; il marchese Domingo 
Fransoni ospitando il prof. Rodolfo Roth; Ernesto Rossi rice- 
vendo in sua casa il dotto indiano Gerson da Cunha che avea 
recato alia mostra orientale doni cospicui, e dando un ban- 
chetto in onore degli Orientalisti; i professori Eraus padre e 
figlio con una serata in casa loro in onore degli Orientalisti ; 
il marchese Ximenes Panciatichi ofifrendo un rinfresco nella 
sua magnifica villa di stile arabo. S. A. R. il Principe Amedeo 
Duca d' Aosta, che rappresentava S. M. il Re d' Italia al Con- 
gresso di Firenze, degnavasi offrire ai delegati ufficiali ^tra- 
nieri e ai membri del Comitate italiano un banchetto d' onore 
nel Palazzo Pitti; S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione 
Francesco De Sanctis dava un banchetto a tutti gli Orienta- 
listi nella Gran Sala detta di Carlo VIII nel Palazzo Riccardi. 
Centoventisette furono i membri del Congresso che iii- 
tervennero alle sue riunioni; novantuno i membri assenti del 

Atii del IV Congreiso degli Or lenlaZifli. — Vol. II. 22 



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888 BREVE RESOGONTO 

CoDgresso, i quali vengono qui segnati con un asterisco. Ne 
seguono i nomi: 

1. *Ahlquist, Professore. (Helsingfors.) 

2. Almansi Dottor Giacomo. (Firenze.) 

3. Amari Michele, Professore. (Fireme,) 

4. Andreozzi Alfonso, Avvocato. (Firenze,) 

5. Anziani Niccola, Vice Bibliotec. della Laurenz. (Firenze.) 

6. *Arditi, cav. Giacomo. (Presicce.) 

7. AscoLiGraziadio, Professore. (MUano.) 

8. *Barbier de Meynard, Professore. (Parigi.) 

9. *Barre de Lancy. (Costantinopoli.) 

10. Barzilai G. (Trieste.) 

11. *Bataviaasgh Genootschap. (Baioma,) 

12. Baudouin De Courtenay, Professore. (Kazan,) 

13. *Beal Samuel, Professore. (Londra,) 

14. Beltrame Abate Giovanni. (Verona.) 

15. Benade W., Professore. (Stati Uniti,) 

16. *Benamozegh Elia, Professore. (Livamo.) 

17. Benfey Teodoro, Professore. (GoUinga.) 

18. Berend Dottor Bermann. (Stati Uniti,) 

19. B^REziNE Elia, Professore. (Pietroburgo,) 

20. *Berg (van den), Dr. L. W. C. (Batavia.) 

21. Berliner A., Dottore. (Berlino.) 

22. Bertolotti Antonio. (Roma.) 

23. *BiBUCAL Archaeology (of) Society. (Londra.) 

24. *BniLEQUiN. (Pechino.) 

25. Boot Antonio. (Bologna.) 

26. *Bozzo Stefano Vittorio. (Palermo.) 

27. Brandreth E. L., Esq. (Londra.) 

28. Brofferio Dottor Angelo. (Milano.) 

29. Brunnhofer Dottor Ermanno, Bibliotecario. (Aarau.) 

30. BuoNAziA Lupo, Professore. (Napoli.) 

31. *Garriere, Professore. (Parigi,) 

32. Castelli David, Professore. (Firenze.) 

33. *Castillon, Gonte. (Parigi.) 



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DE6U ATTI DEL IV GONGRESSO DEGU ORIENTALISTI. 339 

34. Chenery Th., Professore. (Londra.) 

35. CoEN Achille, Professore. (Livomo.) 

36. *GoMPARETTi Domenico, Professore. (Firenze.) 

37. GoNSOLO Beniamino. (Firenze,) 

38. CoNsuiii Stanislao, Professore. (Firenze,) 

39. CoRDiER Enrico, Segret. alia Missione Cinese. (Parigi.) 

40. GosTANTiNEscu Balbo, Professore. (Romania,) 

41. *GowEL E. B., Professore. (Cambridge,) 

42. Grispo Moncada Carlo. (Palermo,) 

43. GuNHA (Da) Gerson , Dottore. (India,) 

44. CusA Salvadore, Professore. (Palermo,) 

45. Gust Robert, Esq. (Londra,) 

46. *Deane H. (Oxford,) 

47. De Benedetti Salvadore, Professore. (Pisa,) 

48. De Gubernatis Angelo , Professore. (Firenze,) 

49. De Marchi Francesco , Professore. (Roma,) 

50. De Nunzi Ulisse. (Roma,) 

51. De Rada Arturo. (Firenze,) 

52. De Rosny Leone, Professore. (Parigi.) 

53. De VingexNtiis Gherardo, Professore. (Napoli.) 

54. *DEviRiA. (Pechino,) 

55. DiETERici Federico, Professore. (Berlino,) 

56. DoNNER Ottone , Professore. (Helsingfors.) 

57. *Eastwick E. B., Professore. (Londra,) 

58. *Edting, Professore. (Strasburgo,} 

59. Fabuni Enrico , Ganonico. (Roma,) 

60. Fabretti Ariodante, Professore. (Torino,) 

61. Fa VETO Erminio. (Genova,) 

62. *Favre, Abb6. (Parigi.) 

63. Fenton John. (Londra,) 

64. Ferrai Eugenio, Professore, (Padova,) 

65. FusGHi Tito. (Firenze,) 

66. Fleghu Giovanni, Professore, (Torino.) • 

67. *FoNTANA Vito. (Molfetta,) 

68. *Frankl. 

69. Gabelentz (von der) Georg, Professore. (Lipsia.) 



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340 BREVE RESOCONTO 

70. *Garcin de Tassy, Professore. (Parigi,) 

71. Gay Teofilo. (Firenze.) 

72. *Geerts a. J. C. (Yokohama.) 

73. Gennarelu Achille , Professore. (Firenze.) 

74. *Ghiron Isaia. (Milano,) 

75. Giaconi Doltor Luigi. (Firenze,) 

76. *GoEjE (De) M. J., Professore. (Leida.) 

77. *GoRD Sablukoff. (Kazan.) 

78. GoRi Fabio, Professore. (Roma.) 

79. *GoRRESio Gaspare. (Torino.) 

80. *GoTTWALDT J. M. E. , Professore. (Kazan.) 

81. Grube W., Dottore. (Pietrohurgo.) 

82. *GuARBfANi Carlo. (Genova.) 

83. GuiDi Ignazio , Professore. (Roma.) 

84. *Guieysse p. (Parigi.) 

85. GuiMET Emile. (Lione.) 

86. Hasdeu B. p. , Professore. (Buearest.) 

87. *HiPPiSLEY Alfred. (Londra.) 

88. Hoffmann Giovanni. (Firenze.) 

89. HoMMEL Fritz, Professore. (Monaco.) 

90. *Hyde Clarke. (Londra.) 

91. *Ilminski Nich. (Kazan.) 

92. *Intean Auguste. (Parigi.) 

93. Jare Giuseppe, Rabbino. (Mantova.) 

94. JusTi Ferdinando, Professore. (Marburgo.) 

95. *Kan C. M., Professore. (Amsterdam.) 

96. Kerbaker Michele, Professore. (Napoli.) 

97. *Kern H., Professore. (Leida.) 

98. Kraus Alessandro , figlio. (Firenze.) 

99. Krehl Ludolf, Professore. (Lipsia.) 

100. *KuuN Conte Geza. (Leva.) 

101. Lagus Guglielmo, Professore. (Eelsingfors.) 

102. *Lair Conte. (Parigi.) 

103. Lancia di Brolo duca Federico. (Palermo.) 

104. *Lanzone Rodolfo , Professore. (Torino.) 

105. Lasinio Fausto, Professore. (Firenze.) 



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DE6U ATTI DEL IV CONGRESSO DEGLI ORIENTALISTI. 341 

106. Latini Magg. Michelangelo. (Genava.) 

107. *Lattes Mois§. (Venezia.) 

108. *Leclerg M. Ch. {Parigl) 

109. *Leemans C, Dottore. {Leida.) 

110. *Leemden (van) J. (Amsterdam.) 

111. Legge Giacomo, Professore. (Oxford.) 

112. *Legrand, Dottore. (Parigi.) 

113. Leitner G. W., Dottore. (India.) 

114. Leland Charles. (Londra.) 

115. Lenormant Francesco, Professore. (Parigi.) 

116. Lesouep. (Parigi.) 

117. Letourneux, Aristide. (Alessandria d' Egitto.) 

118. *Levi Benedetto. (Ferrara.) 

119. LiEBLEiN Jens, Professore. (Cristiania.) 

120. LoLLi Eude, Professore. (Padova.) 

121. Long rev. Giacomo. (Londra.) 

122. *LowE W. H. Professore. (Cambridge.) 

123. *Lugas Charles. 

124. *LuTSCHG Jacob. (Pietrohurgo.) 

125. *Malost Eutifnio, Professore. 

126. *Marre Aristide, Professore. (Parigi.) 

127. *Marsy, Conte. (Parigi.) 
.128. *Martin Dott. (Pechino.) 

129. Martini Emidio. (Firenze.) 

130. Maspero Gastone, Professore. (Parigi.) 

131. Massini Antonio, Professore. (Firenze.) 

132. *Matthes C. J., Professore. (Amsterdam.) 

133. Mehren F. a., Professore. (Copenaghen.) 

134. Merx Adaiberto, Professore. (Heidelberg.) 

135. Meucci Ferdinando, Professore. (Firenze.) 

136. '^'Mohammed Ali Mahmoud Ogli. (Kazan.) 

137. Mortara Marco , Rabbino maggiore. (Mantova.) 

138. MuiR John, Esq. (Edimburgo.) 

139. Nahmias Gesare. (Firenze.) 

140. Naville Edoardo. (Ginevra.) 

141. *Negri Gristoforo. (Torino.) 



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342 BREVE RGSOGONTO 

142. *NtvE F., Professore. (Lwanio.) 

143. NocENTiNi Lodovico. (Fireme.) 

144. *OosTiNG J. H. {Soemedang,) 

145. Oppert Giulio, Professore. (Parigi.) 

146. *Pantussop di Vernos Nich. (Russia,) 

147. Pearse G. G., Colonnello. (GibUterra,) 

148. Perreau Pietro, Bibliotecario. (Parma,) 

149. Pertsch W., Bibliotecario , Professore. (Gotha.) 

150. Peyron Bernardino, Professore. (Torino.) 

151. Piehl Carlo, Dollore. (Upsala,) 

152. Pizzi Italo, Professore. (Parma,) 

153. *Pleyte W. Dotlore. (Leida.) 

154. *PosTHUMU3 N. W. (Amsterdam,) 

155. Prym Eugenio, Dottore. (Bonn,) 

156. PuiNi Carlo, Professore. (Fireme,) 

157. Pulle Francesco Lorenzo, Professore. (Padova,) 

158. *Radlofp W., Professore. (Kazan,) 

159. *Ravisi de Textor. (St.-Etienne.) 

160. *Remondini Pier Coslantino, Avvocato. (Genova,) 

161. Renan Ernesto, Professore. (Parigi.) 

162. *Rivadeneira Adolfo. (Madrid,) 

163. *RoBiou T. (Rennes,) 

164. *RoGERs E. T., Professore. (Londra,) 

165. *RoNET. (Costantinopoli,) 

166. *RosEN (von) Vittorio, Barone, Professore. (Pietroburgo.) 

167. *Rossi Francesco, Professore. (Torino.) 

168. RosT Reinhold, Dottore. (Londra.) 

169. Roth Rudolf, Professore. (Tuhinga.) 

170. *RouGEN. (Costantinopoli.) 

171. *RoYAL Asiatic Society. (Londra,) 

172. *Saavedra Odoardo. (Madrid.) 

173. Sabatier Francesco. (Fireme,) 

174. *Salemann Charles. (Pietroburgo,) 

175. Sapeto Giuseppe, Professore. (Genova.) 

176. Sardagna Barone Vittorio. (Trento.) 

177. *Sasse a., Dottore. (Zaandam.) 



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DE6LI ATTI DEL IV C0N6RESS0 DEGLI ORIENTALISTI. 343 

178. *Sauvaire 6. (Marsiglia.) 

179. Sayge a, H., Professore. (Oxford.) 

180. ScERBo Francesco. (Firenze.) 

181. *Sgheltema. (Haarlem.) 

182. ScHEFER Carlo, Professore. (Parigi.) 

183. Schiaparelli Gelestino, Professore. (Roma.) 

184. Schiaparelli Ernesto, Dottore. (Torino.) 

185. .Schiaparelli Luigi, Professore. (Torino.) 

186. ScHiEFNER Antonio, Professore. (Pietroburgo.) 

187. ScHio (Da) Almerico, Gonte. (Vicenza.) 

188. Seager, Professore. (Oxford.) 

189. *Severini Antelmo, Professore. (Firenze.) 

190. *Shah Murad Ibrahimoff. (Tashkend.) 

191. *SiouFFi. (Parigi.) 

192. *SoAVE Mois§. (Venezia.) 

193. SociN Alberto, Professore. (Tuhinga.) 

194. *SoFUS Elvius. (Copenaghen.) 

195. *Starrabba Raffaello, Barone (Palermo.) 

196. Tarantini Giovanni, Arcidiacono. (Brindisi.) 

197. *Taylor, Professore. (Cambridge.) 

198. Teloni Bruto. (Firenze.) 

199. Teza Emilio, Professore. (Pisa.) 

200. ToMMAsoNi Giovanni, Avvocato. (Padova.) 

201. ToRTOU Giovanni. (Firenze.) 

202. Trubner Niccol5. (Londra.) 

203. Valenziani Garlo, Professore. (Roma.) 

204. Valerga Pietro, Professore. (Firenze.) 

205. Vamb^ry Arminio, Professore. (Pesth.) 

206. *VAscoNf ELLOS Abreu G. , Professore. (lAsbona.^ 

207. *Vaux W. S. W., Professore. (Londra.) 

208. Veliaminof Zernof Waldemar. (Pietroburgo.) 

209. ViLLARi Pasquale, Professore. (Firenze.) 

210. VoLCK Wilh., Professore. (Dorpat.) 

211. Weber Albrecht, Professore. (Berlino.) 

212. Weil Gustav, Professore. (Heidelberg.) 

213. *Welter. 



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344 BREVE RESOCONTO 

214. *Weninkoff. {Oinevra.) 

215. *Whitney W. D., Professore. {Stati VnUi.) 

216. *Wright W., Professore. {Cambridge) 

217. WylieA. (Londra,) 

218. *ZoLOTMiGH Nich. (Kazan,) 

II CoDgresso s' inaugurd solennemente il giorno 12 set- 
tembre 1878, a ore 11 ant., nella Sala del Senato, con Tin- 
tervenlo dl S. A. R. il Principe Amedeo duca d' Aosta, del- 
I'onorevole De Sanctis Ministro della Pubblica Istruzione, 
del conte Bardesono Prefetto della provincia, del barone Rei- 
chlin R. Delegato e delle altre principali Autoritk. Al sue 
ingresso il Principe fu salutato da vivi applausi. Allora il Mi- 
nistro si lev5 per dichiarare aperto il Congress© nel nome del 
Re e ringraziare V assemblea della dimostrazione fatta all' Au- 
gusto Protettore del Quarto Congresso. Si alz5 quindiil Presi- 
dente professore Michele Amari, e lesse il seguente Discorso: 



« Altezza reale , illustri signori, 

» il ragione che le mie prime parole riconoscano la cor- 
tesia degli Orientalisti convenuti or sono due anni in Pietro- 
burgo, i quali designavano Firenze a sede del quarto loro 
Congresso. Gli studi oriental! , noi lo sappiamo, non sono 
adesso coltivati largamente in Italia. Se ben si guardi la scelta, 
il terzo Congresso internazionale degli Orientalisti voile ricor- 
dare i nostri meriti d' altro tempo e incoraggiarci a guada- 
gnarne di nuovi. Non mi disdiranno i miei concittadini s* io 
dicbiaro ai dotti stranieri cbe V Italia non si cuUa nel suoi ti- 
toli di nobiltk, n^ s' accascia per le men felici condizioni attuali 
delle sue industrie e de' suoi studi. Raccolte appena le sparse 
membra della nazione solto libero reggimento e Principi valo- 
rosi e leali, T Italia ripiglia piii alacremente il cammino della 
civillk. Che le altre nazioni V accolgano lietamente compagna 
nel viaggio, lei cbe aiutoUe gik di molto nella antichitk e nel 



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DEGU ATtI DEL IV GONGRESSO DEGU ORIENTALISTI. 345 

medio evo; ed or non aspira che alle glorie della pace, a pra- 
ticare il giusto, a promuovere il vero, a procacciare insieme 
col proprio il bene di tutti i popoli che alia fin fine, tirando il 
conto, torna al ben di ciascuno. 

» Grazie dico dunque agli Orientalist! stranieri, grazie 
del convegno che vi siete dato in Italia e in questa Firenze che 
fu specchio del pensiero italiano. lo non cito i nomi sommi 
che corron gik a]la bocca di tutti, ricordo solamente che di- 
ciannove anni addietro, pericolando pel trattato di Villafranca 
r unitk nazionale, Firenze, con man risoluta poso la chiave 
nella vdlta che stava per ricascarci addosso. Ed a capo di po- 
chi mesi la stessa Firenze decretd la fondazione d^ un Istitutb 
di Studi superiori, nel quale di^ luogo alle lingue orientali, ed 
or le cattedre di quelle son cresciute di numero e tenute da 
egregi professori. 

» Poich^ siamo adunati in quest' aula, noi ammettiamo 
che ci6 puo giovare a qualcosa, onde sarebbe superiluo a di- 
sputare su V utiiitk dei Congressi in generale e del nostro in 
particolare. Vero egU b che in quest' anno di simili adunanze 
se n' e gik fatte e se ne fark tante che lo si potrebbe chiamar 
i' anno dei Congressi, come gli Arabi d' Occidente gik nomi- 
narono anno delle stelle il ^89"" delP egira e 902'' delP dra vol- 
gare, nel quale atterrl i mortal! una pioggia copiosissima di 
stelle cadenti. E pur troppo svanirk come luce di meteoriti 
r opera di molti Congressi politic! e non politic! del 1878. Pro- 
mettiamoc! che duri ne! secoli V efifetto di quell! che mirano a 
promuovere la scienza e la civiltk : noveriamo il nostro tra 
quest! ultimi. 

» Per felice ardimento di iniziativa privata s' adund in Pa- 
rig! nel settembre del 1873 il primo Congresso internazionale 
degli Orientalist!; si rinnovd V anno appresso in Londra, e il 
1876 in Pietroburgo. Di chi h stato composto il Congresso e 
che ha fatto? Vo! sapete, o signori, che nonostante la novitk 
della cosa e il s^guito di due guerre sanguinosissime, conven- 
nero nella bella capitale della Francia, insieme coi nazionali, 
gli Orientalist! di varie parti d'Europa; e che v! comparvero 



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346 BREVE RESOCONTO 

dei notabili personaggi dello estremo Oriente, bramosi di rin- 
sanguare lor vecchia ciyiltk col genio dell' Europa. 

» La proporzione delle nazioni cristiane si ragguagliava 
assai piti in Londra; mutava di poco in Pietroburgo ed oggi 
la frequenza de* soci qoi conyenuti con serio proponimento ci 
attesta il cresciuto sentimento della fratellanza che nasce da- 
gli studi comuni.'Che se i nativi dell'Oriente hanno presa finora 
poca parte ai nostri lavori abbiamo speranza che lo facciano 
in avvenire. Vedrete come due eruditi indiani , uno dei quali 
siede anco tranoi, abbiano mandati importanti oggetti aUa no- 
stra Esposizione. Debbo dirvi cbe gli agenti consolari italiani i 
quali per commissione del nostro Ministro degli afifari esteri 
banno inviate al Congresso delle relazioni sul movimento lette- 
rario di vari paesi orientali, sono stati con molla buona vo- 
lenti aiutati dagli indigeni. Che piu? Posso aggiungere senza 
tradire alcun segreto che studiosi indiani hanno presa parte 
principale nel concorso al premio proposto in occasione del 
nostro Congresso sopra un argomento dei piu ardui che pre- 
senti la storia della schiatta ariana. 

» Questa colta adunanza non si aspetti da me un rag- 
guaglio pur breve e rapido de' subietti trattati nei precedenii 
Congress!. 

» Rari ingegni e societk scientifiche istituite oramai per 
ogni luogo dove prosperano le schiatte europee, fanno a gara 
da un secolo in qua a illustrare la geografia, Tetnografia, le 
lingue, le scienze, le lettere, le arti, le religioni, le costitu- 
zioni social! o politiche, la storiai i monument! -dell* Asia in- 
tera, con Y Egitto per giunta e con la costiera che indi scorre 
a PonentCi su la quale si sparsero Semiti ed Arii. Ora passate 
a rassegna ! lavori dei tre Congress! internazionali che ci hanno 
preceduti e vedrete importanti dissertazion! e discussion! su 
questo e quel tratto del gran laberinto: oggi V archeologia del 
Giappone; doman! un aneddoto delP Egitto al tempo della 
XII* Dinastia; 1^ uno studio su dialett! parlati adesso in Siria, 
od uno sugh idiom! deir Asia centrale ; qua la cronologia ar- 
cheologica deir India, la religione degli Sciti, i confiitti loro con 



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DE6LI ATTI DEL IV C0N6RESS0 DEGLI ORIENTALISTI. 347 

gli Egiziani nel decimoquarto secolo innanzi V dra volgare ; e 
da un' altra parte le monete de' califfi rinvenute nel bacino del 
Baltico ; e la reazione ortodossa deir Islam nel X secolo del- 
r ^ra nostra. lo ho citato pressoch^ a caso, senza predilezione 
d' autori e sol per dare esempio della grande varietk degli ar- 
gomenti. Misurando ad areata si potrebbe dire che in Parigi 
il Congresso internazionale si occup5 a prefere'nza delPestremo 
Qriente, in Londra della schiatta ariana e delF hamitica, in 
Pietroburgo dell' Asia centrale. 

» Dove inclinerk il Quarto Congresso? La lista delle me- 
morie annunziate da parecchi membri del Congresso ci assi- 
cura un vasto , serio e svariato lavoro. La Esposizione attirerk 
fortemente chi comprende la importanza storica deir Archeo- 
logia e Numismatica delP India e lo studio delle religioni. 

» Lo zelante nostro Segretario generale che ha lavorato 
indefessamente all' Esposizione ve ne ne dark un ragguaglio, 
che sark brevissimo, atteso la grande copia degli oggetti e la 
scarsezza del tempo concessogli in questa tornata. 

» Circa i provvedimenti dati per queste nostre adunanze, 
io vi dir6 che Sua Maestk Umberto I re d' Italia, prima della 
sua esaltazione al trono degnossi accettare il titolo di Protet- 
tore del Congresso. Egli non ha voluto lasciarlo adesso. Bra- 
moso com' h del progredimento della scienza in Italia e nel 
mondo, il Re vi attesta la sua premura, facendosi rappresen- 
tare dall'augusto suo Fratello alia inaugurazione del Congresso. 

2> Mosso da' medesimi sentimenti che sono comuni a tutti 
gli uomini di Stato in Italia, il professor Michele Coppino, che 
tenea degnamente il Ministero della pubblica istruzione nel 
1876, bandl il premio al quale ho test^ accennato. Dei risulta- 
menti di questo concorso terro proposito nella nostra ultima 
adunanza. 

» Dobbiamo al Comune di Firenze gran parte del denaro 
che occorre alle spese del Comitate e sopra tutto della Espo- 
sizione, alia quale ci b parse bene dar campo larghissimo; 
dobbiamo alia Provincia 1' uso delle sale del Palazzo Riccardi; 
e ci ha aiutati all' opera il Consiglio direttivo dell' Istituto di 



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348 BREVE RESOGONTO 

Studi Superiori che si regge per consorzio del Gomune e della 
Provincia con lo Stato. II Coppino e il chiarissimo uomo che 
ora gli h succeduto nel Minis teroi hanno disposto con molto 
zelo che fossero recati alia Esposizione dei codici e dei mo- 
nument! epigrafici dalle Biblioteche e dai Musei, e 1* attuale 
Ministro ci ha fornito anche deU* altro denaro. 

» II nostro Congresso h stato preceduto di poco da quello 
degli Orientalisti francesi in Lione ; sark tosto seguito dalla 
annuale conferenza della Society Orientale di Germania. Inter- 
preto il vostro voto, o Signori, mandando un saluto a quei 
che sedettero nel primo ed a que^ che si recano al secondo. 

» Son certo al pari di esprimere i sentiment] vostri ricor- 
dando con rammarico la perdita di Garvin de Tassy, socio 
deir Istituto di Francia e professore d* Industani a Parigi. Con 
r insegnamento e coi molti lavori stampati egh illustr6 per piii 
di mezzo secolo V Oriente ed h morto or son pochi giomi. 

» Noi assistiamo, o Signori, al piti maraviglioso movi- 
mento che Y Europa abbia mai fatto verso V Oriente. Vi si 
spinse coi Greci e coi Romani per cupidigia di donjinazione e 
di traffici, e riportd qualche brano dei misteri di quell' antico 
mondo. )liO ritent5 successivamente con le Crociate, coi mis- 
sionari inermi, coi mercatanti armati; vi fondo colonic e im- 
peri e naturalmente accrebbe via via le cognizioni su quei 
paesi e quei popoU: pur lo studio fino al secolo passato fu 
parte accessoria. Delle imprese politiche rivolte adesso da 
quella parte io non ho a trattare; ma quanto splendore nelle 
imprese intellettuah! II secolo XIX vanta scoperte prodigiose 
nelle scienze fisiche e naturali; or non sono inferiori a quelle 
i trovati nel ramo di scienze storiche e morali che noi vo- 
gliamo coltivare. Basta ricordare la genesi delle lingue, la ri- 
storazione dell' antica letteratura ariana, la lettura dei gero- 
glifici di Egitto e delle lingue affidate a caratteri cuneiformi, e 
r immense tesoro di storia antica cavato dalle lettere e dalle 
figure dei monumenti orientali. E dicasi a onore del secol no- 
stro, non rifulse mai ne' tempi andati zelo piti puro e piu ar- 
dente di quelle che ora spinge gli scienziati a viaggiare tra i 



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DEGLI ATTI DEL IV CONGRESSO DEGLI ORIENTALISTI. 349 

pericoli o logorarsi nello scrittoio, e talvolta Tuna e Taltra 
cosa insieme, per istudiare sotto tutti gli aspetti quelle regioni 
ov' ebbe culla la presente civiltk. A questo santo scopo voi in- 
tendete; in questo molti fra voi hanno riportata lode e fama. 
Mi k lecito pertanto di augurare al Congresso internazionale di 
Firenze che il suo nome resti onorato al paro nelia storia degli 
studi orientali e in quella del paese che vi offre V ospitalilk. » 

Prese quindi la parola il Segretario generale prof. De.Gu- 
bernatis e proferi il seguente discorso : 

« Altezza Re ale, SignorI; 

» Per quanto modesto sia 1' odlemo mio ufficio, Voi com- 
prenderete agevolmente come, non senza una viva trepidanza, 
io prenda la parola in mezzo a questo illustre Consesso, non 
solo perch6 io mi trovo qui innanzi a molti maestri venerati, 
r afifettuosa benevolenza de* quali potrebbe tuttavia aggiun- 
germi qualche coraggio dove mi manca^se, ma perch^ vera- 
mente, se alcuna cosa buona fu tentata da noi, non vorrei 
che il parlarne dovesse parere efifetto di vanagloria, e se,. in 
alcuna cosa, avessimo, come probabilmente avremo, errato, 
la caritk di patria ed un po' di naturale caritk verso noi stessi 
ci obbligherebbe forse a tacere. Tuttavia, poich^, insomma, 
Io scopo principale che si desiderava conseguire, per la pre- 
senza di tanti illustri dotti d' ogni contrada civile convenuti in 
Firenze apromuovere gli studi orientali, mi sembra raggiunto, 
io deriver5 dalla stessa presenza vostra, o Signori, Y autoritk 
che mi manca per intrattenervi brevissimamente non tanto 
sopra gli atti singolari quanto sopra i generali intendimenti 
che hanno guidato V opera del nostro Gomitatb. 

Com* esso sia stato designato solennemente nel Terzo Con- 
gresso internazionale degli Orientalisti ad ordinare, sotto la 
presidenza del nostro illustre e venerato professor Michele 
Amari, il Congresso futuro, non mi giova ripetervi. Quanto 
posso invece, con animo lieto e sicuro, aggiungere b che, 



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350 BREVE RESOGONTO 

avendo regnato sempre la piu cordiale armonia fra i metnbri 
del Gomitato, se 1' opera nostra si trov6 alcuna Tolta impedita 
ritardata, non lo fu mai da quegli ostacoli quasi sempre in- 
vincibili che suol creare la volontk discorde degli uomini. Solo 
mi duole che due nostri carl e dottissimi coUeghi, V abate Ga- 
spare Gorresio ed il professore Antelmo Severini, abbiano do- 
vuto, suir ultimo, privarci del loro prezioso aiuto, per rlpo* 
sare la mente di soverchio aflfaticata. Pure , se vi paresse , o 
Signori, che ayessimo non male adempiuto gli obblighi nostri 
e ne meritassimo la vostra desiderata appro vazione, incorag- 
giati come fummo dalla simpatia costante dei nostri cari col- 
leghi assenti, vorremmo che una parte di questa desiderata 
appr9vazione andasse ai coUeghi lontani coi voti propizii di 
tutto questo illustre Consesso per la loro compiuta guarigione. 

» Al nostro Comitato s' aggiunse finalmente un nuovo 
eccitamento dalla singolare benevolenza con la quale il nostro 
Augusto ed Amatissimo Sovrano che gik protegge, con effi- 
cacia sapiente, ogni maniera di coltura in questa nostra classica 
terra che si rinnova, memore forse della gloria che venne ai 
Re Sabaudi dair avere creata una. Biblioteca ricca di bei co- 
dici orientali, fondato il celebre Museo Egizio di Torino, so- 
stenuta la splendida edizione del Edmdyana gorresiano, intro- 
dotto il primo insegnamento del sanscrito in Italia, si degno 
assumere V alta protezione di questa gloriosa accolta di dotti 
Orientalisti, di questo primo Congressointernazionale scientifico 
che si raccoglie nella pace laboriosa e feconda del nuovo regno. 

» Scopo principale del nostro Comitato era tentar le vie 
migliori, per assicurare che il Quarto Congresso potesse da 
ogni nazione piu civile ottenere il concorso de' piu dotti Orien- 
talisti. Uno de' mezzi piu efficaci parve a tutti lo eleggere nei 
principali centri universitarii, non pur d'Europa, ma degli 
Stati Uniti e deir Asia speciali delegati corrispondenti, pregan- 
doli di volerci secondare nel nostro intento. I signori delegati, 
per la massima parte, risposero con simpatia al nostro ap- 
pello e parecchi di essi ci diedero un validissimo aiuto; onde 
se r opera nostra non sark stata vana, desideriamo che se ne 



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DEGU ATTI DEL IV G0N6RESS0 DE«LI ORIENTALISTI. 351 

dia gran merito al loro efficace concorso. Intanto noi stessi, 
trovata sollecita e cordiale assistenza presso il Municipio fio- 
rentino che sostenne, in moment! difficili, le spese prind- 
pali di questo Gongresso, nei Minister! degl! afifari ester! , de! 
lavori pubblici, dell* agricoltura e commercio e della pub- 
blica istruzione che agevolarono in piu modi gli apparati della 
nostra piccola Mostra orientale, e nella Provincia che ci con- 
cesse lo sj^lendore delle sue sale, poich^ ci parve di poter 
contare sopra un buon numero di 'dotti stranieri ed ilaliani, 
ci persuademmo pure che sarebbe stata cosa utile e conve- 
niente il fornire a! dotti riuniti alcuni nuovi o poco not! mate- 
rial! di studio. La base di quest! material!, poich^ il Congresso 
si teneva in Italia, doveva essere italiana; le nostre biblioteche 
essendo assai ricche di codici ebraici ed arabici, si ebbe cura 
di sceglierne i piti important!, per esporli riuniti alio studio 
deMotti, con alcuni preziosi oggett! archeologic! oriental! de! 
nostri muse! e numerosi calchi d' iscrizioni semitiche. Ma es- 
sendo il Congresso opera di concorso internazionale,.ci parve 
pure che, secondo la misura delle nostre forze, si potesse ten- 
tare di far venire dalP Asia alcuni oggett! piti rari. A questo 
Bcopo ci rivolgemmo ai nostri delegati neir Asia ed a! nostri 
Consoli, pregandoli di aiutarc! con V opera loro a mettere in 
ordine una prima mostra scientifica di oggett! oriental!. Ri- 
chiedemmo e non ci sono mancat! manoscritti preziosi, libri 
rari, idol! ed oggett! del culto, disegni oriental!, e monete; dal 
Giappone contribuirono alia Mostra, con splendid! doni, il con- 
sole nostro in Jokohama, cav. Pietro Gastelli, Tarchitetto si- 
gner Capellett! e Tantiquario libraio Niliagawa in Yeddo; i 
Consoli italian! di Rangun, di Shangai, di Singapur, di Cal- 
cutta, di Bombay, di Beyruth, di Smirne secondarono con 
zelo intelligente i nostri intent!. II dotto medico indiano dottor 
Da Cunha che Firenze h ora lieta di ospitare, si fece prece- 
dere dall* invio di oggett! important! e curios!. Due dottissimi 
indianisti, Ragendralala Mitra di Calcutta e ii dottor Burnell 
di Tangior ci mandarono ancor ess! cose preziose. Ma tutt! 
quest! invi! ai quali si aggiungono alcuni pregevoli manoscritti 



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352 BREVE RESOGONTO 

indiani venutici d' Inghilterra, la raccoltina degli oggetti egi- 
ziani trovati ne' recent! scavi di Roma e della Sardegna, i li- 
bri ed i codici che abbiamo ottenuti dalla gentilezza de* reg- 
gitori attuali del CoUegio di Propaganda non basterebbero 
forse a giustificare il nome di Esposizione orientale che ab- 
biamo pur creduto di poter dare alia nostra piccola mostra, 
se il dottor Leitner, nostro operoso delegato in Lahore, non 
avesse con pronta e fiduciosa soUecitudine mandato e messo 
a nostra disposizione tutto il prodotto de' suoi important! ul- 
timi scavi fatti nel nord-oyest delP India. 

» Per questo importante invio, la nostra Esposizione ot- 
tiene veramente il suo scopo che h quello di riunure intorno 
al Congresso i piu importanti oggetti oriental! del paese in cui 
il Congresso si riunisce , e di fornire qualche materiale nuovo 
di studio procacciato dagli stessi paesi dell' Oriente. Per la 
storia specialmente delfarte e deile religion! deir India, i 
nuovi monument! fatti scavare, con zelo indefesso, dal dottor 
Leitner sono d! una utilitk incontestabile ; ed il buddhismo 
specialmente vi appare !n una nuova e singolare fisonomia 
etnica che mi sembra degnissima di venir considerata. I mezzi, 
pur troppo, limitatissim! de' quali disponevamo per ordinare 
la mostra, c! obbligarono, naturalmente, acontentarci di poco 
per un prime saggio. Ma no! abbiamo fiducia che, se Tese- 
cuzione pratica necessariamente molto afifrettata e plena di 
ripiegh! lascia, pur troppo, assai cose a desiderare, il duplice 
concetto che ci ha guidati possa apparire giusto e mettersi 
molto meglio in opera nelle future esposizion! che accompa- 
gneranno, come sp^-o, i Congress! futuri. Intanto, poich^ 
Congress! internazional! devono pure avere, tra gU altri van 
taggi, quello di promuovere maggiormente la coltura scien 
tiHca del paese in cui si riuniscono , era haturale che la pre 
senza in Firenze di una mostra orientale, ove figurano parecchi 
oggetti che ci furono generosamente donat! da! loro espositori, 
perch^, terminato il Congresso, li destiniamo a scelta nostra 
a qualche Istituto ScientiBco , ci facesse nascere il pensiero 
della fondazione in Firenze di un nuovo Museo orientale, che, 



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DEGLI ATTI DEL IV G0N6RESS0 DE6LI ORIENTAUSTI. 353 

offrendo materiali copiosi e permanenti di studio ai professor! 
ed agli alunni di questa nostra facolt^ filologica, permetta 
agP insegnamenti delle lingue orientali di riuscire molto piu 
'efficaci e piu importanti. Ed io credo perci6 interpretare ranimo 
dei miei due dotti coUeghi nella Commissione Ordinatrice della 
mostra, i professori Lasinio e Puini, esprimendo qui il voto 
perch^ il Quarto Congresso degli Orientalisti, auspice il mini- 
stro De Sanctis, possa lasciare alia citt^ di Firenze V ereditk 
di un nuovo Museo Orientale. 

» Conquistatrice deH'Oriente o conquistala da esso, T Ita- 
lia non fu mai indifferente alle cose orientali, ma nell'ora 
presente , essa esplora e vede V Oriente sotto un nuovissimo 
aspetto intieramente obbiettivo che mi pare molto piu largo e 
piu alto. Essa ora non agogna piu V Asia per convertirla, e 
tanto meno per ispogliarla ; ma^ semplicemente per conoscerla 
quar h, per avvicinarla e stringere con essa una specie di 
patto ideale. Una volta Y Oriente degli studiosi era una specie 
di striscia luminosa che dal Mar Rosso e dal Golfo Persico si 
prolungava fino air Eusino ed alP Egeo. Al di Ik si perdeva in 
una immensa e profonda nebulosa impenetrabile; si parlava 
di Tartari, Mongolli, Indiani, Tibetani, Cinesi, Giapponesi 
molto confusamente; le storie dell' Oriente non degnavano oc- 
cuparsene ; parevano troppo lontani e quasi un' altra gente di- 
versa dall' umana. Ma un giorno viene lo Schlegel, seguUo da 
Francesco Bopp, a dirci e a provarci che gli Indiani sono i 
nostri piu antichi fratelli e si ristabilisce prontamente fra 1' in- 
dia e 1' Europa una nuova corrente ideale e simpatica. Ricom- 
posta e resa luminosa in Germania 1' unitk indo-europea, 
sorge in Francia Ernesto Kenan a crearci la grammatica com- 
parata delle lingue semitiche ; alcuni- anni dopo il professore 
Ascoli fa un passo piu in Ik e tenta divinare 1' unitk ario-se- 
mitica. Nello stessb modo si vanno ora componendo altre 
umik linguistiche con le lingue altaiche avvicinate ad altre 
famiglie linguistiche che ci apparsero finqul isolate, comel' ac- 
cadica e la dravidica; queste mirabili sintesi linguistiche o 
questi tentativi di sintesi riescono a semplificare e a rendere, 

Atti del IV Congruao degli OrientaliiH, — Vol. II. 23 



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354 BREVE RESOCONTO 

se cosi puo dirsi, pid organica, la figura finqui mostruosa- 
mente polimorfa deir Oriente. Nei giomi nostri, noi non ritro* 
yiamo piu Y antico tipo, per dire il vero, un po' giottesco dd- 
rOrientalista universale. Ma i' etk modema, ha messo, invece, 
al posto qualche cosa di meglio, cio6 il concetto di un uni- 
verso orientale. Ogni cultore studia ora la propria lingua orien- 
tale; ma, prima di mettersi a studiarla, ne ha gik conosciuti 
i prindpali e pid vicini anelli ideali, e, dopo averla studiatai 
trova talora ancor esso qualche nuovo anello da aggiungere 
alia infinita catena cbe compone la vita dei popoli orientali. 

» Per questa specie di nuova coscienza armonica che 
mette gik in segreto colloquio fra loro gli .studiosi di diverse 
lingue orientali, T opera dei Congressi internazionali degli 
Orientalisti pu6 riuscire oggi molto pid feconda ed efficace che 
non fosse In un tempo in cui Tarabista, Tebraicista, Firani- 
sta, rindianista, il sinologo, il yamatologo stavano ciascuno 
nella propria tenda, assolutamente isolati,indi£ferenti, e quando, 
per caso, s'incontravano, non si rendevano il saluto, gli uni 
agli altri stranieri. Oggi, nel campo degli studi orientali non 
ci sono piu e non ci possono piu essere stranieri: in ogni 
mo'do, h questo il sentimento col quale i nostri illustri ospiti 
venuti di.lontano sotio accolti in Firenze: b questo il senti- 
mento col quale, prima di ripartire fra le singole sezioni il 
suo lavoro, il quarto Congresso degli Orientalisti si accinge 
air opera. Noi diciamo da gran tempo che dall' Oriente ci h 
venuta e ci viene luce; ora a questo Oriente che qui.ci assoda 
e ci illumina, noi non dobbiamo chiedere e non desideriamo, 
in veritk, portar altro che luce. » 

Terminato il discorso del prof. De Gubernatis, il Presi- 
dente Amari invitava nel nome di S. A. R. i membri del Con- 
gresso a recarsi al palazzo Riccardi per inaugurarvi la mostra 
orientale. 

Nel giorno stesso, nella Sala del Consiglio Provinciale, 
alle ore 2 pom., riunivasi di nuovo tutto il Congresso in seduta 
plenaria. 



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DE6LI ATTI DEL IV C0N6RESS0 PE6LI ORIENTALISTI. 355 

II Presidente del Comitato, dichiarando compiuto il pro- 
prio ufficio, invita il Congresso a nominare V ufficio di Presi- 
denza. Air unanimitk il Congresso conferma il Comitato Ordi- 
natore, com' h ora composto, a seggio presidenziale dell'attuale 
Congresso, dob Amari Presidente, De Gubernatis Segretario ge- 
nerofe, Peruzzi Teaoriere, Ascoli,6orresio, Lasinio, Severini, 
Memhri del Comitato. 

Entrato in ufficio, il Presidente comunica V invito fatto 
dair Accademia della Crusca ai Membri del Congresso di as- 
sistere alia sua prossima seduta di lunedi. 

Legge una lettera di Lord Lytton, che accorda al mem- 
bro professor Leitner un permesso di tre mesi, e invia un sa- 
luto al Congresso da parte del Governo delle Indie InglesL 

Si passa a dar lettura dei nomi dei Membri del Congresso 
secondo la sezione cui si ascrissero; e si aggiungono i nomi 
dei mancanti. 

Si legge il risultato della votazione della sezione prima: 

Presidente Maspero. 

Vice-^esidenti Sapeto e Lieblein. 
Segretario Naville. 

La sezione seconda passa a fare la sua votazione. 

II membro De Marchi fa una mozione d* ordine; ed h, che 
prima del lavoro delle sezioni si tenga una seduta plenaria per 
le discussioni che fossero d* interesse generale. 

Successivamente le altre sezioni passano alle loro vota* 
zioni e i resultati vengono proclamati. 

Esito della votazione nella sezione seconda : 

Presidente Renan. 

Vice-presidenti Oppert e Merx. 
Segretari Perread e Socin. 

II Lenormant, che era stato eletto vice-presidente rinun- 
ci6, trovandosi gi^ altri della sua nazione nel seggio. 



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356 BREVE RESOGONTO 

Esito della votazione nella sezione terza: 

Presidente Schefer. 

Vtce-presidenti Cusa e Mehren. 
Segretari Socm e Nahmus. 

II professor Weil a cui da prima era stata offerta la 
presidenza, e che quindi venne elelto vice-presidente , rinun- 
ci5. Lo stesso ha fatto il professor Lasinio per la vice-pre- 
sidenza. 

Esito della votazione nella sezione quarta: 

Ptesidente Benpey. 

Vice-presiderUe Ascoli. 
Segretari Kerbaker e Pulle. 

Esito della votazione nella sezione quinta: 

Presidente Roth. 

Vice-presidenti Weber e Flechia. 
Segretari Da Gunha e Pulle. 

Si era dapprima stabilita una sezione per la yamatologia 
della quale era state proposto presidente il signer De Rosny; 
ma essendo poco numerosa, i suoi membri si uniscono alia 
sezione cinese (settima). 

Esito della votazione nella sezione sesta: 

Presidente Veuaminof. 

Vice-presidenti Teza e Vambery. 
Segretario Donner. 

Esito della votazione nella sezione settima: 

Presidente Legge. 

Vice-presidenti Gabelentz e Andreozzi. 
Segretario Gordier. 

Presidente onorario Antelmo Severini. 

Parecchie mozioni ed osservazioni sono fatte dai signori 
Oppert, Renan, Weber , circa T orario da determinarsi ; si fissa 



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DEGLI ATTI DEL IV CONGRESSO DEGLI ORIENTAUSTI. 357 

per rindomani una adunanza dei President! a questo propo- 
sito per mezzodi. 

La seduta h levata alle ore 5,20 pom. 

Le varie sezioni attesero ai loro dotti lavori (i process! ver- 
bal! de'qual! trovansi pubblicati nel BoUettino italiano degli Stu- 
dU Orientdlt) ne' giorn! 13, 14, 16, 17, 18 settembre. Nel giorno 
stesso 18, a ore 3 pomeridlane, s! radund di nuovo solen- 
nemente nella Sala del Senato il Congresso per la chlusura. 
Sedevano al banco della Pres!denza ! Membr! del Comitato 
Ordlnatore, il Prefetto della Provincia conte Bardesono, ed !1 
Regio Delegato barone Reichlin; erano present! i Membr! del 
Congresso e ! Membr! della Deputazione fiorentina d! ricevi- 
mento; la sala del Senato era affollata. II Presidente Amari si 
lev6, elesse il seguente discorso: 



« Illustri Signori, 

» Oggi che si fornisce il termine stabilito ai lavori del 
Congresso e cbe io m* accomiato dagl! onorandi e dotti uomini 
ond' esso b stato composto, debbo compiere doppio ufizio. Agli 
Orientalist! d' ogn! parte d' Europa qui convenuti debbo rin^ 
novare i salut! e render grazie della benignitk dimostrata al 
loro Presidente, ancorch^ immeritevole di cosiffatta dignitk. 

» Delia quale esercitando ora un ultimo e graditissimo 
dovere e facendomi a parlare in nome del Congresso, debbo 
attestare la sua riconoscenza pei molt! favor! dei quali h stato 
segno in questa quarta radunanza. Voi vedeste, poch! giorn! 
addietro, la benigna, dico anz! Tamorevole premura con che 
sua Maestk Umber to I, Protettore del Congresso, mandava, in 
sua vece, ad accoglierv! il proprio Fratello S. A. R. il duca d'Ao- 
sta; e non avete dimenticata la cortesia e Y affability del ma- 
gnanimo principe reale. Ma il Re non contento a' primi atti di 
ospitalitk, degnoss! di indirizzarc! per mezzo delF egregio Mini- 
stro della pubblica istruzione, allora qui presente, un tele- 



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358 BREVE RESOCONTO 

gramma del tenore che segue, il quale fu letto pk nelle sale 
del Congresso. 

« Comm. Be Sanctis Ministro della Pubblica Istruzione. — 
» Firenze. 

» Brescia. 

» SoDO grato alle testimonianze di affetto e devozione 

» rese a me ed alia mia Casa nelF inaugurazione del Congresso 

» degli Orientalisti. Avrei desiderate assistervi io stesso, ma, 

» trattenuto da altre cure, ho mandato il mio amatissimo Fra- 

» tello, persuaso con tale scelta di testimoniare nel modo il 

» piu solenne i miei sentiment! verso V eletta radunanza. Ap- 

» prezzo le premure di Lei e del Senatore Amari, e faccio voti 

» pepch^ i resultati del Congresso tornino al ma^iore van- 

y> taggio della scienza, di cui V Italia b lieta di ospitare cosi 

» illustri cultori. 

(AjpplaKsi.) 

» Ubiberto. » 

» Altri saluti cordiali ei facea per telegramma S. E. il 
Presidente del Consiglio dei Ministri, ed ognun ricorda in quanti 
modi ci abbia dimostrato Tanimo suo caldo di nobili affetti 
r onorevole ministro De Sanctis. 

» A nome dunque del Congresso attesto pi^ofonda rico- 
noscenza al Re, alio Augusto suo Fratello ed al Govemo del 
bel paese. 

» Renderei molto male i sentimenti dell'animo vostro, 
eruditi socii del Congresso, se rimanendomi al gik detto non 
ricordassi da questo seggio ci6 che ho udito nei nostri ritrovi, 
nelle gite fuori cittk: la soddisfazione per le oneste e liete ac- 
coglienze, per la premurosa ospitalitk dei Fiorentini. E con 
questo caro nome intendo designar tutti colore che qui ci 
hanno accolti, incominciando dalle pubbliche autoritk, e via 
procedendo per tutti i gradi che nel civile consorzio segna 
r ufizio, il sapere, 1' educazione e la fortuna. Ognun di noi h 
grato al signer Prefetto conte di Bardesono per la gentilezza 



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DEGLI ATTI DEL IV CONGRESSO DE6LI ORIENTALISTI. 359 

de'modi e Taccortezza e premura de' provvedimenti; ognun 
di noi ha ammirato in questo incontro, nella persona del Regio 
Delegate barone di Reichlin, non dico la qualitk di vigilante 
amministratore, ma V affetto col quale egli ha provato che ogni 
italiano, qualunque fosse il luogo della sua nascita, h cittadino 
di cuore nella terra italiana dov' ei soggiorna, ovvero esercita 
pubblico ufizio. 

> Che dird poi di quella eletta di gentiluomini i quaii, 
seguendo consuetudini lodevolissime della citt^, sono andati a 
cercare i Membri del Congresso fino alio scalo della ferrovia, 
ci hanno indirizzati e accompagnati, ci hanno preparati pia- 
cevoli trattenimenti e dilettose escursioni nei dintorni di questa 
eiiik, sparsi di tanti ricordi della sua splendidezza e di una 
civiltk che si pu6 afifermare abbia precorso a quella di tutta 
Europa? Riassumo in una parola e dico: grazie, alia incanta- 
trice cittk delPArno. 

» Mi accora dover comunicare dopo ci6 due tristi nuove. 
Ci b pervenuta ier Taltro quella della morte del rinomato 
prof. Westergaard deir University di Copenaghen^ autore delle 
Bodices Sanscritae e primo editore dello Zendavesta. Un' altra 
sventura ci addolora pur oggi. La notte passata h morto^ pres- 
soch^ improvvisamente, in Firenze il prof. Seager di Oxford, 
il quale era qui venuto, ancorche cagionevolci avea preso parte 
alle nostre feste ed ai nostri lavori; e nel banchetto dato dal 
ministro De Sanctis avea pronunziate notevoli parole in latino, 
con alto sentimento della scienza. Serbiamo di lui cara ed ono- 
rata memoria. 

> Accennai nella nostra seduta inaugurale al premio 
profferto dal Ministero di pubblica istruzione in occasione del 
Congresso. Vi dark ragguaglio de* risultamenti il professore 
Ascoli, membro del Comitato Ordinatore; e finita la sua lettura, 
procederemo alia apertura delle schede che contengono i nomi 
deir autore che ha ottenuto parte del premio e di quelli ai 
quali sono assegnati degli incoraggiamenti. 

» Poche parole ora ho da aggiungere, poich^ non con- 
viene ch*lo dica dei lavori sclentifici e letterari del Congresso. 



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360 BREVE RBSOCONTO 

Voi sapete che sono stati assidui. Vol ne vedrete il ragguaglio 
nelle solite effemeridi che si pubblicheranno con ritardoi pur 
degno di scusa. Del merito giudicheranno i dotti alia pubbli- 
cazione degli Atti; e si potrk riconoscere fin d*ora quanto am* 
pio argomento di studio abbiano o£ferto i codici, le epigrafi, 
le antichitk, le raritk orientali d'ogni maniera adunate nella 
Mostra del palazzo Riccardi pur troppo frettolosamente. A chi 
no! sappia dird che la piu parte 6 pervenuta pochi giomi avanti 
Tapertura del Congresso, e che la sala principale della Espo- 
sizione non fu pronta che quattro giorni innanzi. Altre casse 
sono pervenute dal 12 a questa parte. 

» Molti libri e cimelii, tra i quail delle forme di epigrafi 
cavate in gesso o in carta, sono stati presentati al Congresso. 
II Comitato Ordinatore ha deliberate, secondo laconsuetudine, 
di donarli adun pubblico Stabilimento della Cittk: ed ha scelto 
a ci6 la Sezione di Filosofia e Filologia nel Reale Istituto di Studi 
Superiori, quella per V appunto che h fornita di catf^re delle 
lingue e lettere orientali. Accennai gik agli aiuti che il Congresso 
ha avuti da quell' Ateneo. Gomprendete bene che il dono non b 
fatto in merito degli aiuti, ma per ragione della istituzione. 
Si acorescerk in questo modo la suppellettile scientiHca pos- 
seduta dalla detta Sezione dell' Istituto in libri e cimelii. Ma 
andranno alia Biblioteca Nazionale di Firenze gli stampati che 
valgono acompiere le sue collezioni, quella per esempio delle 
edizioni arabiche di Egitto e di Siria. 

» II Quarto Congresso internazionale degli Orientalisti b 
terminate: si ha ora a provvedere alia convocazione del Quinto. 
A nome dei Presidenti delle nostre sezioni adunati apposita- 
mente pur oggi, io vi propongo che il Quinlo Congresso inter- 
nazionale sia tenuto il 1881 nella dotta ed operosa Germania, 
e che la scelta del Presidente, del tempo, della cittk e del 
Comitate Ordinatore si lasci al Consiglio direltivp della Societa 
Orientale di Germania. Di certo non potremmo provveder me- 
glio ai preparamenti del Quinto Congresso che rimettendocene 
ad una Society fondata sopra si larghe e salde radici e ad un 
Consiglio nel quale seggono uomini di si alto sapere. E ben in- 



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DE6LI ATTI DEL IV GONGRESSO DEGU ORIENTALISTI. 361 

teso che questo provvedimento eccezionale non pregiudichi 11 
diritto che hanno i futuri Congress! a designare successiva- 
mente il luogo e nominare il Presidente e i membri del Comi- 
tato Ordinatore. » 

II Presidente invila il Congresso a dichiararsi per la scelta 
della Germania a sede del nuovo Congresso. La proposta b 
accolla con vivi applausi. S' alza quindi 11 professor Ascoll per 
leggere la seguente Relazione sul premio messo a concorso dal 
Ministero della pubbllca istruzione: 

« In data di Roma, 12 gennaio 1877, il signor Ministro della 
pubblica istruzione, ch'era in quel tempo il prof. MicheleCop- 
pino, poneva a concorso un premio di lire italiane cinquemila 
in oro, pel miglior lavoro intorno al t^ma che segue: 

« Le vicende della civiltk ariana neir India. Premesso uno 

> studio storico-critico sopra gli element! propri, costitutivi 
» della cmiik ariana, prima della sua migrazione verso il Pen- 
» giab, quali si poterono rivelare nel.linguaggio, nel mito, 
» nelle credenze religiose e nel costume, si fark in modo par- 
» ticolareggiato la storia successiva di quella civilt^ nelP In- 

> dia, ricercando gli elementi che la modificarono nelle sue 
» varie fasi indiane. » 

« Erano invitati a concbrrere i dotti di qualsiasi paese; il 
termine per la presentazione dei lavori scadeva il 31 dicembre 
del 1877, e Tesito del concorso doveva essere proclamato 
durante il Quarto Congresso internazionale degli Orientalisti, 
poich^ questa solenne congiuntura aveva essa appunto sug- 
gerito al Ministro il bel pensiero del concorso. 

» La Commissione esaminatrice dei lavori venuti al con- 
corso, doveva essere internazionale anch* essa, e riuscl com- 
posta dei sette membri che ora si dicono: 

Ottone Bohtlingk, Socio dell' Accademia imperiale delle 
scienze di Pietroburgo; 

RoDOLFO Roth, Professore a Tubinga; 
Alberto Weber, Professore a Berllno; 



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dt>2 BREVE RBSOGONTO 

Massimuiano M(iLLER^ Professore a Oxford; 
MiGHELE BRiAL^ Pfofessore al CoUegio di Francia; 
Gaspare Gorresio, Prefetto della Biblioteca dell* Univer- 
sity di Torino; 
Graziadio Asgou, Professore a Hilano. 

» I lavori venuti al concorso sono stati nove, ed eccone la 
serie, secondo i motti che li accompagnano, e secondo ror- 
dine delle date in cui il senatore Michele Amari, Presidente 
del Congresso, li ebbe ricevuti. 



I. 



» n 31 maggio 1877^ accompagnati da lettera del Ministro 
della Pubblica Istruzione, che recava la data dello stesso 
giomo, venivano rimessi due fogli di carta, I'uno de'quali 
contiene una lettera tedesca indirizzata al detto Ministro, da 
Detmold, in data del 18 maggio 1877, e segnata TempdSehrei' 
her. L* altro foglio, scritto pure in tedesco, reca la medesima 
firma. II Comitato Ordinatore non poteva ammettere questo 
lavoro al concorso, perch^ se Tempel Schreiber fosse il nome 
dell'autore, questo sarebbe svelato dallo scritto stesso; se 
fosse un pseudonimo, il Comitato non troverebbe modo di ac- 
certarne il nome, supposto che si potesse concedere il premio. 

II. 

> II 27 agosto 1877, pervenne al Presidente, raccomandato 
per la posta, un manoscritto in-8, di 160 pagine, scritto in 
italiano e segnato Giovanni lannuzzi, maestro elementare in 
Castel Ruggiero, provincia di Salerno. II Comitato non pot6 
ammettere questo lavoro al concorso, perch^ firmato aperta* 
mente nello stesso scritto. 



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DEGU ATTI DEL IV GONGRESSO DEGU ORIENTALISTI. 363 



III. 



» U 9 novembre 1877, giunse al Presidente, raccomandalo 
per la posta, un manoscritto in foglio, di carte 80 numerate a 
matita, scritto in inglese, a pagina piena con margine, intito- 
lato: Vicissitudes of Aryan CivUisatian in India by Mah^tdeva's 
Bull. Questo pseudonimo serviva di motto, ed era replicato 
sopra la busta di una lettera suggellata. 

IV. 

» 11 28 dicembre 1877, il Presidente ricevette dalla posta 
di Roma, non raccomandato, un manoscritto in foglio di pa- 
gine 32, scritto in inglese, a pagina piena, con margine, inti- 
tolato: Essay on the vicissitudes of Arian Citnlisation in India, 
e col motto: « Quicquid cupis atd erit, aut non. » 



» n 2 gennaio 1878, fu trasmessa dal Ministro della Pub- 
blica Istruzione al Presidente del Congresso, una piccola let- 
tera suggellata, con la soprascritta: Essay en Almand (sic) 2>our 
Is qmtre (sic) Congress (sic) oriental. Domandate al Ministero 
le condizioni della presentazione, e se altro scritto vi fosse, 
venne risposto al Presidente che uno sconosciuto avea conse- 
gnata questa lettera ad un usciere del Ministero, e che non 
se ne sapeva altro. E per6 il Presidente V ha aperta e vi ha 
trovati due foglietti, ossia 8 pagine in-16, scritti in tedesco, 
con la data 28/12, 77, 4 Uhr Abends, 128 Seymour Place 
Marylebone Road London W, e la firma G. H. Kohler. Tro- 
vandosi palesato il nome nello stesso scritto, questo non si 
pot^ ammettere. 

VI. 

»I1 2 gennaio 1878, il Presidente del Comitato ricevette 
lettera del Rappresentante d^talia in uno Stato estero, che 



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364 BREVE RESOCONTO 

reca la data del 29 dicembre 1877, contenente Tavviso die 
gli erano stati presentati in quel giorno medesimo un ma- 
noscritlo ed una lettera suggellata con V indirizzo del Presi- 
dente; i quali essendo pervenuti a Roma, si b trovato un ma- 
noscritto di 744 fogli in-4, scritti da una sola faccia e non 
rilegati, in lingua tedesca, con la seguente epigrafe vedica: 

ydm rishayo bhiUakrito 

medhdm medhavino viduh 
tayd mdm adya ,nedhayd 

agne medhavinam krinu. 



VII. 

» II 7 gennaio 1878, pervenne al Presidente, raccomandato 
per la posta, spedito da una cittk d' Europa il 4 gennaio, un 
manoscritlo diviso in due parli, in tutlo di 472 pagine, scritte 
in inglese da una faccia sola con margine, con qualche squarcio 
in carattet'e devanagarico, e con la seguente epigrafe sanscrita 
devanagarica, tolta dal Raghuvamsa: 



VIII. 

> II 10 gennaio 1878, perveniva per la posta al Prefeidente 
del Congresso la lettera diun Console .italiano fuori d* Europa, 
data e marchiata alia posta il 24 dicembre, per la quale gli 
si dava avviso che erano stati presentati ua manoscritto ed 
una lettera suggellata, il primo de' quali il console spediva al 
Ministero degli Affari Esteri e la seconda acchiudeva. Questa 
reca sulla soprascritta V epigrafe BHmo Sole nitensprimoa tidit 
India flores, II manoscritto, rimesso dal Ministro degli Affari 



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DEGLI ATTI DEL IV C0N6RESS0 DEGLI ORIENTALISTI. 365 

Esteri il 27 gennaio, ha per titolo: « Vicissitudes of Arian 
Civilisation in India; » porta la medesima epigrafe or ora tra- 
scritta, ed h composto di 5S8 carte rilegate in uh sol volume, 
scritte in inglese a pagina piena con margine d& una faccia 
sola. 



IX. 



» II 28 maggio 1878, era trasmesso al Presidente, dal R. Mi- 
nistero di Pubblica Istruzione, un lavoro manoscritto in due 
grossi volumi in foglio e rilegati, con paginazione irregolare; 
del qual lavoro si documentava che pur fosse stato presentato 
in tempo utile, fuori del Regno. Porta il motto: There is a 
glorious future before the Aryans in India, etc 

» Esdusi dunque dal concorso, per difetto di forma, i nu- 
meri I, II e V, rimasero sei i lavori che il Comitate b venuto 
sottoponendo ai Membri della Commissione esaminatrice; i 
singoli pareri dei quali sono arrivati al Presidente del Con- 
gresso neirordine che segue: 

Breal, 29 luglio. 

MuLLER, 18 agosto. 

BoHTUNGK, 23 agosto. 

Roth, 29 agosto e 15 settembre. 

AsGOLi, 12 settembre. 

GoRRESio, 13 settembre. 

Weber, 15 settembre, sempre dell' anno cor rente. 

» L* esame che di questi pareri ha poi fatto il Con^itato 
Ordinatore del Congresso, non tard6 a mostrargli che i giu- 
dizi de^ singoli Commissar! venivano in grandissima parte a 
coincidere fra loro, diguisach^ le sentenze e le conclusioni, 
che oggi il Comitate stesso qui espone e proclama, non solo 
hanno tutte per sh la maggioranza dei voti de* Commissari 
stessi, ma anzi hanno per s^, quasi tutte, la unanimity di co- 
desti voti. 



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366 BRETE RBSOCONTO 

» Ed ecco ora come si presenta la sentenza complessi?a, 
lavoro per lavoro. 



m. 

Vicissitudes, etc. ; by the Mahadeva's Bull, 

> Per questa scrittura non s' accresce di certo la notizia 
che delle cose indiane abbiano i dotti europei; n^ di certo 
si pu6 dire ch* essa comunque risponda a quello che il t^ma 
esigeva. 

>L* Autore conosce ancbe molte cronache musuhnane; 
ma non tenta in nessun modo una Storia qualsiasi. Altro non 
fa se. non esporre aneddotticamente ii mal govemo, le atrocity 
dei principi musulmani. Per lui, la dominazione inglese redime 
r India, la ristorai la rindvilisce, la innalza. Egli e certamente 
un Indii; e ii suo lavoro, considerate come produzione d'un 
figlio deir India moderna, pu6 parer degno di nota. Ma non h 
degno di premio. 

IV.. 
Quidquld oupis, etc. 

> Questo informe e indigesto elenco di notiziuole, attinenti 
alle caste, alle credenze, alia civiltk e ai costumi delF India, 
e ben caratterizzato dai peregrini periodi coi quali si chiude: 
« The people are so far generous that they would even bestow 
» their wives and buy them back. At the time of the division 
» of Vedas into four parts, poetry was not in use. Vt/asa in- 
» troduced a few stanzas in the Atharvan Veda. Poetry attai- 
» ned its eminence in the time of Valmiki. > 



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PE6LI ATTI DEL IV GONGRESSO DE6LI ORIENTAUSTI. 367 

VI. 

Yam rishayo, etc. 

> Questo e un lavoro veramente serio. Ma si limita al pe- 
riodo vedico, e tratta percid una sola parte del tema. Ned ^ 
manchevole per questo solo, che altro non sia se non una 
parte del tutto, ma anche per ci6, che pur questa parte non 
sempre corrisponda alio spirito o alle razionali esigenze del 
tdma. 

> L* autore ha ben riconosciuto egli medesuno, senz*alcun 
dubbioy che anche per V intelligenza del solo periodo vedico e 
indispensabile un' attenta considerazione di quel che fosse il 
patrimonio civile che V Ario portava seco nell' India dalla sede 
originaria. Ma a questa considerazione egli non sempre si 
presta in egual misura, e viene talvolta a trasciurarla, non solo 
perch^ taccia, ma anche perch^ parli in modo che le contrast! 
o ripugni. E chiaro, che il voler descrivere le condizioni della 
gente ariana del Veda, senza guardar bene e di.continuo an- 
che al di \k del Veda stesso, ci espone a ledere o a nienomare 
la veritk storica, anche per la sola ragione che negU inni ve- 
dici non pu6 manifestarsi tutt' intiera la vita, la civiltk, il co- 
stume della societk donde essi provengono. 

> Sia dato qualche esempio. Parla il nostro autore delle 
condizioni geografiche dell' India, che vengono a determinare 
o quasi a costituire la natura di codesta gente ariana dell' eik 
vedica. Ma era pur gente che veniva di fuori; e se vogliamo 
riconoscere per quanta parte I'ambiente indiano la modifichi, 
bisogna anzitutto che ce la raffiguriamo quale essa era prima 
di entrare in quel Gontinente. Cos! se T autore, nel descriver 
la famiglia qual'era nell' eik del Veda, non ci dk se non quello 
ehe gli risulta da un Index verbarum del Veda stesso, egli non 
ci pu6 offrire se non un' idea imperfetta di quel che la fami- 
glia allora fosse, un'idea men plena e men vera di quello 
che pur sicuramente ci h dato conseguire. La voce ydtaras, 



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368 BREVE RESOCONTO 

per esempioi non occorre nel Veda, e il nostro autore perci6 
non ne tien conto nella sua nomenclatura della famiglia ve- 
dica ; ma questa voce pur v* era sin dal periodo originario ; e 
vuol dire che sin dal periodo unitario s' era ben distinto quel 
rapporto di parentela che ancora h nelle janitrices di Roma, ecc. 
Nella zoografia b notato che sarpd e matsya si possan dire 
come estranei al Veda, perch^ ognuno di questi vocaboli vi 
oocorra una sol volta e questa sola nel X mandaia, E sta bene. 
Ma e sarpa e matsya son pure ante-vedici. 

> Senonch^, il nostro autore riesce in piti incontri a sot- 
trarsi anche ad ogni censura di tal fatta. Gosl, nel capitolo 
sulPagricoltura, h considerata per bene anche la condizione 
deir eih che si direbbe indo-iranica; e se ne tiene giusto conto 
pure in quello sulla guerra, nel quale, del resto, h strana- 
mente dimenticata la spada: asi (ensis). Cosl ancora egli stesso 
nota, esser la < vedova al rogo > uno di quel fenomeni che 
vanno attraverso alPetk vedica senza apparire negli inni, e 
qui egli medesimo tenta riempire V avvertita lacuna. 

> Non si toccherk qui di minuti errori o minute omission! , 
n^ di qualche ripetizione o di qualche conclusione che con- 
clude veramente poco. Ma i Commissari non hanno saputo in- 
tendere, come avvenga che T autore tralasci ogni particolar 
discorso intorno ai miti e alia religione, e non senta bisogno 
di scusarsene. 

» Tuttavolta, se pur circoscritto e un po' lontano dalla per- 
fezione, questo h un lavoro pieno, sobrio, sicuro. Egli potra 
riuscir profittevole per tutti, anche per quelli che gik abbiano 
intiera cognizione di quanto si h venuto sparsamente mostrando 
dai Vedisti dopo il Lassen; ma per coloro poi, e sono i piii, i 
quali son costretti a limitarsi a libri finiti, egli riuscirebbe 
d'un'utilitk veramente considerevole. Nb con ci6, del resto, 
si vuol dire, che qui non ci sia anche del nuovo, e libera cri- 
tica, e insomma ogni elemento di un buon libro. 



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DEGLI ATTI DEL IV GONGRESSO DE6LI ORIENTAUSTI. 369 

VIL 
GamlshyamI, etc. 

» IS lavoro che non dk prova di studi originali intorno alle 
cose Indiana; ma, neir ordine letterario, h il piii ben fatto dei 
lavori venuti al concorso* Assai curioso h il eontrasto fra que- 
sto numero e il numero III, per quanto concerne il giudizio 
sul Governo inglese nell' India. 

» Ritoccalo qua e colk, questo potrebbe diventare un bel 
libro ; e ne sark riparlato in sulla fine della presente Rela- 
zione. 

VIII. 

- Primo sole, ec. 

» Cognizioni estese e ben raggruppate. II lungo capitolo, 
che s*intitola: The brdhmanic period, va segnalato per una 
certa grandiosity e nei concepimenti e nella condotta. Ma non 
b erudizione di prima mano ; e il secondo capo della prima 
parte, quello che verte sulle condizioni sociali degli Arii pri- 
mitrvi, h tutt' altro che buono o ben fatto. Anche di questo la- 
voro si ritocca in appresso. 

IX. 

There is a glorious, etc. 

» L' autore, che h sicuramente un Indu, entra con molta 
audacia, ma pur con molta energia dell* intelletto e delPanimo, 
nei dominii della scienza europea, e sentenzia di tutto e di 
tutti, con una sicurezza, che se pu6 sempre parere soverchia, 
manca poi moltissime volte d*ogni buon fondamento. MaTeru- 
dizione h vasta e di prima mano, in ispecie per quello che 
concerne la letteratura delF India {Pdnini, ecc). E anche di 
questo lavoro si ritocca in appresso. 

Am del IV Congretso degli Orienttdieti. ^ Vol. II. 34 



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370 BREVE RESOCONTO 

» Qui finisce il riassunto delle sentenze che si ricavano, o 
per maggioritk o per unanimity di voti, dai pareri de' singoli 
Commissari. 

» Ora, al Comitato Ordinatore ne risultava manifestamente, 
che r intiero premio non andasse conferito a nessuno dei la- 
vori venuti al eoncorso.. Circa poi al conferire una sola parte 
del premio o a ripartirlo fra piu d' un concorrente, sorgeva in 
seno al Comitato il quesito che ora qui letteralmente si ripro- 
duce: 

« Dovrk egli il Comitato attenersi con tutto rigore al 
principio di non conferire alcuna distinzione, se non si tratti 
di lavoro veramente scientifico, pel quale il sapere diretta- 
mente e assoiutamente si accresca e promuova; o non vorrk 
egli il Comitato, se il Ministro gliel conceda, riconoscere e in- 
coraggiare anche il merito di chi abbia composto un libro, 
abbas tanza corretto, pel quale si possano diffondere molt^ 
utili cognizioni tra le persone che degli studii indiani non fanno 
una professione speciale; e incoraggiare eziandio chi abbia sa- 
puto scuotere secolari pregiudizii di razza, di fede e di tradi- 
zione letteraria, ponendosi risolutamente per le ardue vie della 
scienza moderna dell'Europa? » 

> Non rispondendo affermativamente che solo alia prima 
parte di questa triplice interrogazione, uno solo dei lavori po- 
teva andar premiato con una parte piCi o men larga della 
somma stanziata dal R. Ministero ; ed era il lavoro tedesco al 
num. VI: Ydm rishayo. 

» Ma il Comitato, a voti unanimi, trovava di rispondere af- 
fermativamente anche al resto dell' interrogazione; e, salva 
sempre la sanzione del signor Ministro, veniva al riparto e 
alle distinzioni che ora si leggono : 

« 1. II lavoro tedesco al num. VI, Ydm rishayo abbia i 
cinque decimi della somma del premio. 

» 2. n lavoro inglese al num. IX, There is a glorious fu- 
ture etc., abbia, come semplice assegno d' incoraggiamento , tre 
decimi della somma del premio. 

» 3. II lavoro inglese num. VIII : Frimo sole, ecc., e il la- 



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DEGLI ATTI DEL IV CONGRESSO DEGU ORIENTALISTI. 371 

voro inglese num. VII: Oamishydmi, etc., abbiano, come sem- 
plice assegno d* incoraggiammto , un decimo ciascuno della 
somlna del premio. 

» 4. Nel decretare e accompagnare gli assegni ai nu- 
meri IX, VII ed VIU^ non si lasci nessun dubbio circa il ra- 
gionamento o T intenzione che indusse il Comitato a confe- 
rirli. > 

» Senonch^, tutta questa deliberazione era afifatto ipotetica, 
sin che mancasse V approvazione di S. E. il signer Ministro 
della pubblica istruzione, a cui il Comitato s' era affrettato di 
far conoscere le resultanze dei pareri della Gommissione esa- 
minatrice e i propri suoi criteri circa il riparto ch' esso pro- 
poneva. 

» Or bene, il signor Ministro, che gik quando ci onorava 
della sua presenza aveva mostrato la sua soddisfazione, per- 
ch^ anche in ordine al premio a concorso Y opera del Quarto 
Gongresso degli Orientalisti fosse riuscita tutt'altro che ste- 
rile, il signor Ministro, dico, mandava iersera alPresidente del 
Gomitato Ordinatore, il senatore Michele Amari, il dispac- 
cio che ora leggo , merc^ il quale la deliberazione del Gomi- 
tato diventa vaUda e ferma in ogni sua parte: 

« Ad Amari. — Firenze. 

» Approvo pienamente i giudizi della Gommissione e del 
» Gomitato, felicitando gli scrittori di lavori cosl interessanti. 
» Mando insieme un cordiale addio agli illustri scienziati, dei 
» quali serberemo sempre grata memoria. 

> De Sanctis. > 

Finita questa lettura, ch* h accolta con applausi, il Presi- 
dente procede air apertura delle schede suggellate , e proclama 
quanto segue: 

« Nella scheda al num. VI, col motto: Y&m rishayo, etc., 
si legge: Heinrich Zimmer, doct. phil, at48 CasteUaun in Bhein- 



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372 BREVE RESOCONTO 

preussen, E quindi conferito al dollor Enrico Zimmer ii tnezzo 
premio o i cinque decimi, che equiYalgono a lire italiane 2500. 

> Nella scheda al num. IX, col motto: There is a glorious 
future, etc., si legge: Mahddeva Moreshwar Kunte B. A., Fel- 
low of the University of Bombay, etc. E perci6 conferito al si- 
gnor Mahadeva Moreshwar Kunte un assegno d' incoraggia- 
mwto, deirimporto di tre decimi del premio, equivalenti a 
lire italiane 1500. 

> Nella scheda al num. VII, col motto: Gamishydmi, etc., 
si legge: Pramatha Nath Bose, University College, Gower Street, 
London. E conferito al signer Pramatha Nath Bose un asse- 
gno cP incoraggiamento dellMmporto di un decimo del premio, 
cio^ di lire italiane 500. 

» Nella scheda al num. VUI, col motto: Primo sole, ec., 
si legge: J. Oerson Da Cunha, Bombay, E conferito al dottor 
J. Gerson Da Cunha un assegno d' incoraggiamento dell' imporlo 
pur questo di un decimo del premio, cio^ di lire italiane 500. » 

(Proclamato questo nome, e trovandosi il dottor Da Cunha 
neWatUa, egli h salutato da vivi applatm.) 



Termina il professor De Gubernatis, nella sua qualita di 
Segretario generale, indirizzando ai membri del Congresso le 
seguenti parole: 

« Signori, 

» Non era mio proposito il prendere la parola in questa 
riunione solenne ; dopo il discorso autorevole del nostro illustre 
Presidente, dopo la relazione del professore Ascoli, intorno 
ai giudizi del Premio messo a concorso, V unico modes to di- 
scorso mio potrebbe essere una promessa che c'impegneremo 
affinch^ vengano pubblicati con la massima soUecitudine e 



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DE6U ATTI DEL IV CONGRESSO DEGLI ORIENTALIST!. 373 

diligenza i lavori che furono presentati alle varie Sezioni, e 
che ne ottennero T approvazione. Un tale discorso si risolve- 
rebbq in una sola parola, e questa parola stessa potrebbe 
apparir yana, quando, se non altro, lo zelo nostro perch^ 
r opera di questo Gongresso fruttifichi, spero non possa essere 
piu soggetto di dubbio. 

» Ma, dopo avere noi scelta, previo il consenso degli illustri 
Tedescbi qui conyenuti, una cittk deiia Germania da desi- 
gnarsi come sede del futuro Gongresso, siami concesso, prima 
che ci separiamo, di esprimere a tutti i Membri del Gongresso 
un caldo yoto. I Gongressi sono fatti per promuovere gli studi; 
ma essi possono riunirsi soltanto, se un gentile e gagliardo 
affetto yi partecipi, se uno spirito di concordia, aliena da qual- 
siasi meschino sospetto, yi regni. L' Italia ebbe la fortuna di 
richiamare a s& le simpatie di tutte le nazioni civili; ora, in 
questa simpatia comune che ci ha qui raccoiti, siami lecito 
r augurio che 1* erede sapiente del nostro Gongresso troyi in 
ogni parte dell' Europa e specialmente in quella parte doye il 
cuore batte forse piCi rapido, io yoglio dire sopra le riye glo- 
riose della Senna, tutta quella beneyola assistenza che non b 
mancata a noi. I Gongressi sono destinati a comporre V ar- 
monia nelle scienze; ma essi stessi sono possibili soltanto doye 
regni un prefetto accordo fra gli scienziati; senza un tale ac- 
cordO; non parmi che si possa edificare nulla di solido, nulla 
di grande, neppure nella scienza. Ora, per parte nostra, poich^ 
io credo poter fare una tale dichiarazione anche a nome 
de'miei coUeghi, noi parteciperemo di cuore air opera del 
Quinto Gongresso; noi non lo consideriamo gik come un altro 
Gongresso, ossia come qualche cosa di organicamente diyerso 
dal nostro, ma solamente come un figlio che fra tre anni noi 
riyedremo in Germania cre^ciuto, piti valido, piu forte, piu 
sapiente; noi abbiamo finite di alieyarlo in Italia, noi gli ab- 
biamo concesso le uitime carezze in Firenze; noi gli abbiamo 
messo dentro un po'di sangue yiyo, un poMi caldo sangue 
italiano; ora lo mandiamo confidenti aprendere la sua laurea 
dottorale in Germania* » 



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374 BREVE RESOGONTO DE6L1 ATTI DEL IV G0N6RESS0 , EC. 

II Presidente Amari si leva dichiarando chiuso il Quarto 
Gongresso mternazionale; allora prende la parola Ernesto 
Renan per ringrazlare il Comitate Ordinatore del mode con 
cui avea preparato e condotto il Gongresso e la cittk di Fi- 
renze delle cordial! ed ospitali accoglienze fatte agli Orientalist!. 

n Segretario generale 
Angelo De'Gubernatis. 



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375 



CONTO DELLE ENTRATE E SFESE 

del IV C^ngresso internazlonale degli OrientallstI e della Esposizione orientate , 
Che ebbero luogo nel settembre 1878 in Firenze. 



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ENTBATA. 



Dal B. Ministero della Pabblica Istruzione per spese di Posta 

e di Cancelleria del Gomitato Lire 

Dal R. Mmistero di Agricoltnra e Commercio , a titolo di con- 

corso per le spese della Esposizione orientale 

Dal Monicipio di Firenze per concorso alle spese del Congresso 

e della Esposizione 

Per tasse pagate da num. 191 membri del Congresso a Lire 12 

ciascono 

Dall'Jstituto di Studi Superiori, pel prezzo delle vetrine ser- 

vite per 1' Esposizione^ cedute dipoi pel Museo Antropolo- 

gico e ^er le collezioni dei Vertebrati 

Per 25 copie del V* volume degli AUif vendute alia Tipografia 

dei Successori Le Monnier al netto dello sconto consueto. 



12300 a 



(•) i da avvertire che una parte delle spese non sono comprese in qnesta somma, perchi pacait 
direttamentedalB. Ministero della Pubblica Istruzione. uuiu«*, iiorcue p»g«» 



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nsciTA. 



Spese relative al Congresao, 

Spese di scrittoio, bollo, schede, cartelli, ec Lire 

Spese di stampa per circolari, awisi, biglietti d' anunissione 

pei membri del Congresso, biglietti per la inaugurazione, 

note nominative, orari per le sedute, ordini del giomo. . . 
Spese per la seduta inaugurale e per Quelle di chiusura del 

Congresso , occorse per V addobbo e sistemazione delle Sale. 
Spese oi rinfresclii serviti nei giomi delle sedute delle sezioni 

del Congresso e fomiti a cottimo da Doney et Neveux. , . 

Spese di illuminazione per le riunioni serali 

Spese diverse 



91 70 

793 50 

175 30 

500 00 
46 54 
16 00 



Lire , 1623 04 ; 1623 04 



Spese per la Esposlzione. 



Per casse di oggetti, collezioni, libri, ec, inviati da ii I 

diverse parti all' Esposizione (*). . 536 91 

Rinvio di oggetti, collezioni, libri, ec 1436 75 

Lire 1973 66 



Spese di addobbo e sistemazione delle collezioni, comprese le 
vetrine che poi furono cedute all' Istituto di Studi Superiori 
come dalla partita d' Entrata 

Spese diverse 

Spese di stampa, biglietti d'ingresso e cataloghi 



Lire 



Spese riguardanti 11 Congresso e la Esposlzione. 



Spese di Posta 

Retribuzione ad un aiuto Segretario. 
Inservienti ^ 



1973 66 



2427 10 

480 

111 50 



4517 06 



AW del Congresso, 



Lire 



817 84 
250 00 
355 00 



1422 84 



Spese di stampa del 1^ Volume, comprese tavole, incisioni e J 

legatura ' 2964 00 

Idem del 2^ Volume. .••••! ^^^ ^ 

Spese per inviare le bozze di stampa e poi i due Volumi pub- 

blicati a tutti i Membri del Congresso. . . ^ I 307 26 



Lire 



5151 26 



4517 06 



1422 84 



UsciTA Lire 12714 20 

Entrata 12300 75 



ToTALE. . LAre 



Mancano. 



• n 
Lire 



5151 26 



12714 20 



413 45 da soddisfare sul fondo serbato a quest' effetto 
— = dal Ministero della Pubblica Istruzione. 



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379 



INDICE DEL VOLUME SECONDO 

DEGLI Ani DEL IV CONGRESSO INTERNAZIONALE DE6LI ORIENTALISTI. 



Parte Quarta. 



(Studii eenerali indo-earoxMi e Studii iranici). 

Note glottologiche intorno alle lingue slave e questioni dl morfolo- 
gia e fonologia ario-europea, Memoria di J. Baudouin de Cour- 
TENAY...- « .Pag. 3 

On the english gipsy or rommani language , by Charles G. Leland... 31 

Sur le rdle du chlen dans quelques croyances mythologiques, par 
Wsevolod Miller . «.„.......«....«....«.«.«.. 39 

La radice zenda Karet nei nomi di coltelli in Asia ed in Europa, Me- 
moria di ITALO PIZZL...... ............ . ..... 61 

Dodici Monete con leggende peMche del R. Moseo di Napoli, Nota di 
G. I. AscoLi « «....« . 65 

Paragone delle lingue gauriane con le romanze o romane , per E. L. 
Brandrbth. «. ...« « «.« 75 

Di un codice persiano della R. Biblioteca mediceo-laurenziana , per 
iTALO PIZZL ...«.«. M.......-.M «.... — ....-....«.... ^.«.^.«.. 81 



Parte Quinta. 



(Studii indiani.) 

Un manuscrit de lAtharvaveda, par R. Roth 89 

A legend from the Talayakara or Jaiminlya Brahmana of the S&na- 

yeda, by A. C. Burnell. .«.......«.«. ............ m....— .~. . 97 

A Note on classical allusions to the Dards and to greek influence on 

India, by G. W. Leitner.. «.« - « 113 

Osservazioni suUa lingua onoriflca ovrero cerimoniale della tribii 

Lepcha o Rdng di Doijeling, nella regione Himalaia, di Hydb 

Clarke....... « ~.« - — .. 117 

Sulle lingue non ariane delle Indie oriental!, per Roberto Cust...... 123 

Notions l^gendaires qui concernent certaines plantes indiennes, par 

A. Db Gubernatis. « « 129 



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380 INDIGE DEL VOLUME SEGONDO. 

A copper plate grant by minister M&dliay Or M&dhay&ch&rya, dated 
Salivahan era 1313 (1391 A. C.) , by pandit Bagw^nlal Indrajl. J>ag. 153 

Bemerkungen ilber den indischen reformator Kablr, von prof. Trumpp 
in Mdnchen....^.^ ^ „.« „ ^ „ 159 

Materials for tlie history of oriental studies amongst ttie Portuguese, 
by J. Qbrson Da Cunha « «.. 179 



Parte Sesta. 



(Studii altaioL) 



Additamenta ad prolegomena codicis cumanici, ab Qeza Kuun 223 

Die samojedischen sprachen und die flnnisch-ugrischen , von Otto 
DONWR..^....^.^....^ ....«.-.« «.^..., 231 



Parte Settima. 



(Studii oine«i, indocsiiiesi e 3raKnatolofi:ici.) 

Present state of Chinese studies; what is still wanted towards a com- 
plete analytic exhibition of the Chinese language, by J. Leoob... 255 
Sur les trayauz de la Soci^t^ Royale asiatique de Shang-hai (North 
China Branch of the Royal Asiatic Society), par ECenri Cordier... 269 

II prime sinologo p. Matteo Ricci, per Lodovico Nocentini «.-.^ 273 

A concise dictionary of Chinese on the basis of Kang-hi, by John 

Chalmers „ „.. ^ „.. 281 

Sur la possibility de prouver Texistence d'une affinity g^n^logique 
entre les langues dites indochinoises, par Georg von der Ga- 

BBLENTZ « — ^ 283 

The Nirvana according to northern buddhism, by Joseph Eokins 295 

The subjugation of Chaou-Seen (Corea), by A. Wylie. — «.. 309 

Les origines historiques de la monarchic japonaise, par Leon De Rosny. 317 



Breve resoconto degli Atti del Quarto Oongresso internazionale 

DEGLI ORIENTALISTI, TENUTO IN FiRENZE NEL SETTEMBRfe 1878 333 

CONTO DELLE ENTRATE E SPBSE DEL IV CONGRESSO DEGLI ORIENTALI- 
STI E dell a ESPOSIZIONE ORIENTALE, CHE EBBERO LUOGO NEL SET- 
TEMBRE 1878 IN PiRENZE - .« 375 



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Le bozze oorrette dal professor Donner essendo ginnte solo dopo termlnata 
la stampa del Tolnme, qni se ne recano le corresioni prmcipali. 











Per 


leggi 




af?. 


232 linea 15 


weite 


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10 


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19 


« knecht » 


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235 


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7-8 


naturwicbtigkeit 


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236 


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3 


hertibet 


herabet 




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12 


bahiran 


bahiran 




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237 


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13 


Tupgutdialekte 


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238 


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24 
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243 


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16 


entwickelt 


entwickeln 




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Id. 


» 


18 


worden 


warden 




» 


id. 


» 


30-31 


hervortrete, dOrfte als 


hervortreten diirfte, muss als 


» 


244 


» 


14 


umgestalten. 


umgestaltet haben. 




» 


247 


» 


13 


gebraucht 
hauptwerk 


gebraucbte 
nauptverb 




» 


248 


» 


' 5 




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IS 


zeigte 


zeigt 




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22 


diesen 


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32 


anderen 


anderem 




» 


250 


» 


10 


gross 


grosse 




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251 


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10 


menschlich 


menschliche 





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Mire Opere attinentri a^li Stndi orientali, sUmpate e vendil>ili nella 
Tipografia dei SUCCESSOR! f^E MONNIER (Via San (3 alio, 33), 
Fireuze, 



1*IIBBLICAZ]0NT DEL R. ISTITUTO l)[ STIIDI SmERIORI 

(aCCADEMIA 0HI£NT1L£]. 

Aepertorio Sinico-Giapponese, compilato Ja A.. Seyebim o 
€. PuiNi. , . , . . ...*.. Lire SO. 

II Gommento medio dl Averroe alia Hetorlca di Arista- 
tele, publjlicalo per ta prima voUa nel Testo arabo da Fau- 
STo Lasinio. — Fascicoli 1 , II e 111 , pag. 1 -yu del Testo * 6- 

La HlbellloQe di Masacado e dl Stimitomo. Testo giapponese 
riprodiitlo in car;ilteri cineai qyudraii e in calanatm per cura di 
LODaVIGO KUCENTINL ...*.,. , 3, 

Detto. Tradiizione ilaliana con Proemio e Tavola geo^afica del Giap- 
pone. ± 

II Santo Editto dl ITaft-bi e I' ampimcasi&nedi Yuii-Geik| 

Iradolti con note lilologiche da Louijvico Nockktini. *., 4. 

U Gommanto del Donaolo sul Llliro della Creazione , pubbli- 
€ato per la prima volU nel Icsto ebraico, con tioLe criiicliG e in- 
troduiione, da David Castelli , 7. 

Le Curiosity di Jocohaina. Testo Glapponese traBcritto e Ira- 
doUo da A. biiVERiM.— Parte Prima, Testo riprodotto in Foto- 
lilografia , . . ♦ ,.»,., '3. 

La Tia della Piet^ Fillale. Testo Giapponese trascnUo, Iradotto 
ed annotato da Carlo Valenziani. — Parl$ Prima, Testo ripro* 
dolto in Fotolitografia , . , , . 0, 

Detto. Parte Prima, trascnzione, traduiioue e Note.— {Seconda edi' 
%ione riveduia e correita]. .,..,,*.»...... Z 

Element! della Grammatica MongoUca di Carlo PuiNt, . — "J. 

II Taketorl Monogatarl ossia la Fialia del Nonno TagUa- 
bambii. Testo dl lingua Giapponese del nono secolo, tradott^, 
annotato e pubblicato per la prima volta In Europa da A. Se- 
VEniNi. — Parte Prima, Ti^duzione ?. . 2. 



Eneiclopedia Sinlco-QlappoDese {Fascicolo 1«}. Notizie estratle 

dal U'a-A;tiii san-mi *tu-yc intornoalOuddismo,perCARLOPyiNi« 4. — 

Annuario della Society Italiana per gli Studi orientalL 

Anno I, 1872 40. ^ 

AtmoIl,t873 ,.. ,.,,.. 12. — 



BoUettino italiano degtl Studii oriental!. Direttore proprleta- 
rio: A. i)E Guoernatis; Coivsiglio di Kedazjone: D. Caste lli , 
F. Lasinio, C. Pltini, A. Seveeiini.^I* Serie: 2i Numeri; 
2*Serie; 49 Numeri. (Per Serie di Nuraen 2i)... , .... iO. 

Vooabulista in Arabico , pubblicato per la prima volta sopra uii 
Codlce delU^Bjb^iuteca iliccardiana di Firenste da Celestino 
SCHlAPAnEJXS , , , . '.S. 

Uomini e FaraventL llacconto giappunese tradatto da A. Sevebim. 2. 

Gil Scrlttl del Padre Marco della Tomba, missionario nelle 
Indie Orientali, raccolliH, ordinali ed iliustrali sopra gli aulografi 
del Mu5eo Borgiano da AWGEi.o De GuuEnKATis 4. 




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