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ACTES 



DU 



DOUZIEME CONGRES INTERNATIONAL 

DES ORIEJiTALISTES 



ROME i899 



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ACTES 



DU 



DOUZIilME CONliRES INTERNATIONAL 

DES OMENTALISTES 



ROME 1899 



TOME troisij:me 

(PREMIJIRE PARTIE) 
SECTIONS : LANatTBS Si^iMITIQUISS BT MONDB MUSULMAIT 



^^ 



FLORENCE 
SooiiiTi! Ttpogkaphiqtje Flobentink 

Rue San Gallo, 33 

MDCCCCII 



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396253 

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2 ^ SECTION S:^ITIQUE 

poiche egli aveva lunghissime braccia, ed una profezia 
araba diceva die un uoino dalle luiighe braccia avrebbe 
conquistato Mallorca. La vecchia, nel vedere le braccia 
sproporzionatamente lunglie di Giacomo I, esclarn6 : 
« fe dunque destinato : Mallorca sara tua». II die ac- 
crebbe non poca baldanza al Re d'Aragona. Frattanto, 
le alture della stretta valle si ricoprivano di Arabi difen- 
sori; e per6 dal campo di Don Jaime venne deciso di 
cercare piii avanti un miglior punto di sbarco. Nella 
sera del giorno 11 il Re Jaime si rec6 a Santa Ponsa, 
nella vicinanza del qual luogo fu una prima zuffa favo- 
revole ai Cristiani, nella quale perirono tuttavia i fra- 
telli Moncada, cari al Re. 

Allora il campo fu trasportato al nord di Palraa, 
all'attuale Real, ma Tassedio alia piazza fu messo sol- 
tanto il 16 settenibre. Nufio Sanz, lo zio del Re, pren- 
dendo la spada fra i denti, fece a tutti giurare di pren- 
dere Palma o morire, aggiungendo il voto, nel caiso di 
vittoria, di costruire, nel luogo della vittoria, un Con- 
vento di Cisterciensi ; il die avvenne poco appresso, 
dopo la conquista dell' isola. 

Ma la difesa degli Arabi fu lunga ed accanita. In- 
cominciato V assedio il 16 settembre, solo il 2 dicembre 
poterono i Cristiani penetrare nella fortezza ; ma, re- 
spinti, ne rimasero fuori fino al 27 dicembre, quando, 
aperta una nuova gran breccia, per la quale la caval- 
leria pote penetrare, il giorno 31, di gran mattino, ebbe 
luogo r assalto generale ; quasi tutti i Cristiani entra- 
rono nella citta, insieme con Don Jaime, die si avanz6 
per la porta di Babalcafal, oggi Puerta Pintod. 

Presso die ventimila cadaveri rimasero sul suolo; 
i pochi Arabi superstiti scapparono, o si nascosero, la- 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 3 

sciando indifeso il loro Re Wali Said Ben el Hakem, il 
quale dovette arrendersi a Don Jaime, che, verso sera, 
prendeva possesso deirultimo recinto di Almudaina, di 
cui si vede tuttora una porta. L'eccidio di quella gior- 
nata fu tremendo. Le donne offrivano i loro gioielli ai 
soldati inferociti, domandando soltanto che fosse loro 
risparmiata la vita. La citta di Palma, che contava gia 
ottantamila abitanti, parve allora ridotta a un mucchio 
di rovine, e il puzzo dei cadaveri era tale che il conqui- 
statore, ad impedire, per la pestilenza, un danno piu 
grave, bandi un decreto di morte contro quanti si 
rifiutassero a seppellire i cadaveri; ma la peste venne 
ad ogni modo, e decim6 lo stesso esercito conqui- 
statore. 

Degli Arabi scapparono allora in Africa, i soli che 
avevano mezzi, chi sa con quale schianto nel cuore dei 
piu, e, in alcuni, forse la speranza di un prossimo ri- 
torno ; quanta poesia di dolore in quella fuga, quando, 
con le loro alte vele latine, si discostavano dalla loro 
isola natia, desiderosi forse di salvare anche piu della 
vita, la fede dei loro avi! Come gli Arabi fuggiaschi 
dell Andalusia, anche gli Arabi di Mallorca, dopo aver 
chiuso a chiave le loro case, si portavano via le chiavi, 
speranzosi che essi soli Tavrebbero, tornando, ria- 
perte. 

Ma i povcri, che non potevano partire, dovettero, 
rimanendo, confondei-si con la popolazione cristiana. Piu 
civili dei loro conquistatori, in possesso di parecchie arti 
ed industrie, trovarono presto lavoro proficuo, e, seb- 
bene sottomessi nelle campagne, imposero, a mano a 
mano, la loro civilta al vincitore. Non deve dunque re- 
car meraviglia che il fondo della popolazione deirisola 



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4 SECTION SiMITIQUE 

cristianieggiata sia rimasta arabo, per quanto la signo- 
ria aragonese si sfogasse a distruggere tutti gli ele- 
menti dell* antica tradi2Sione e civilta musulmana. Gli 
artigiani e gli artisti nelle nuove costruzioni essendo 
sempre artigiani ed artisti arabi, T arte tradizionale 
moresca si proseguiva in tutte le nuove costruzioni 
aragonesi. 

La creta continuava a foggiare, sotto le dita esperte 
di lavoranti arabi le stoviglie domestiche, secondo il 
costume arabico ; onde anclie oggi pu6 recar meravi- 
glia il trovare nella vicina Algeria, specialmente nei 
Monti della Cabilia, le stesse e precise forme che usano 
tuttora in Mallorca. Cosi le pietruzze tapin degli ac- 
quedotti, gli strumenti agricoli, come I'aratro e la zappa 
di Mallorca, ed i frantoi ricordano perfettamente quelli 
de' vicini coltivatori musulmani deir Africa. Cosi i ba- 
stimenti sciabecchi, con 1' albero inclinato, 1' altissima 
vela latina, la poppa sporgente, il modo di remare, il 
modo di accovacciarsi, sono ancora conformi all' uso 
arabico. Anche la religione ha serbato usi tradizionali 
arabi, come quelli di portar pietre e gettarle suUa tomba 
di un Santo, perclife le sabbie del deserto non la rico- 
prano e i devoti possano riconoscerla ; come i nastri 
multicolori detti midas o mistige, che gli Arabi attac- 
cano alle grate dei Santuari, avendo il dero major- 
chino, per dare a tal costume arabo un carattere cri- 
stiano, destinano tali nastri a servir come misura della 
statua della Vergine o del Santo di alcun Santuario, 
del quale dovevano a quelli che erano rimasti a casa, 
portare, in segno di benedizione, I'altezza precisa della 
statua ; predomina poi, tra i colori, il verde, ch' e il 
colore sacro del Profeta Maometto. 



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LUiai SALVADORE D' AUSTRIA 6 

La mano protettrice degli Arabi si vede scolpita 
in pietra suU' ingresso di parecohi edificj, come, per 
esempio, nel Mali di Dega, che e del secolo XVII ; e 
molte tegole di case antiche la portano fatta con terra 
rossa, come usano gli Arabi con V Henne. Or sono 
pochi anni soltanto, un muratore facendo niiove pic- 
cole volte, fra trave e trave, nella montagna di Mal- 
lorca, domand6 che gli dessero un vaso di terra rossa, 
e, tuffandovi la mano, ne lasci5 Timpronta ad ogni trave; 
richiesto perchfe facesse codesto, disse di non saperlo, 
ma che lo aveva visto fare ad altri ; cosi egli traman- 
dava un antico uso, senza conoscerne altri menti il si- 
gnificato. 

Perci6 non parra, in alcun modo, strano, che, anche 
nella lingua imposta dai conquistatori, siano, a loro pro- 
pria insaputa, e a loro mal grado, rimaste non poclie 
traccie della lingua dei vinti. Molti de' nomi arabi ri- 
masti nel linguaggio di Mallorca sono comuni a quelli 
che s'. introdussero nel Castigliano ; altri, al contrario, 
che la lingua aragonese accolse, non furono accettati 
dalla castigliana. Le cantilene poi che si usano nella 
battitura del grano e in altri lavori agresti, sono per- 
fettamente arabe ; cosi che, se non se ne discernessero 
le parole, neH'ascoltarle si potrebbe credere di trovarsi 
trasportati in un paese pienamente arabo. lo ne fui 
molte volte colpito ; e venni, a mano a mano, segnando 
alcuna impressione ; ma, a un po' per volta, il materiale 
mi si e, per via ingrossato, di maniera che 9ono venuto 
a comporre il dizionarietto che presento come saggio e 
che potra da altri venire ampliato. II professore Wahr- 
mund di Vienna ebbe la bonta di rivedere i primi ap- 
punti, aggiungendovi alcuna osservazione; richiesto dal 



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6 SECTION SlfcMITIQUE 

Presidente del Dodicesimo Congresso degli Orientalisti 
di iornire il mio piccolo contributo agli Atti, lo feci 
con tanta maggior fiducia che i chiarissimi e dotti pro- 
fessori Celestino Scliiaparelli e Faiisto Lasinio s'incari- 
carono di rivederne le stampe, e mi sostiene la speranza 
che possa questa prima raccolta spingere altri a fare 
meglio di me. 



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LUIQI SALVADOEE D' AUSTRIA 

DIZIONARIETTO DI VOCI DI ORIGINE ARABA 

NELLA LINGUA DELLE BALEARI 



A.ball6 da Abbajla. abboUoa, sorgente che scaturisce dalla terra 
quando cadono pioggie abbondanti, castigl. albanal. 

Si potrebbe pensare alia radic6 bll J»i> balla, hagnare, inumi- 

dire, e cioe dalla forma ^jV^ balla (femm. del? elativo Lji a ball) 

moUo inumidito (terreno) come fU^i^ ram da terra molto scottante. 

Non k dubbio per6 che noi qui dobbiamo ricorrere alia radice %M 

bala*a, ing?uottire, e cioe alia forma AC jK^ balla*a (con ^f^fiX^ bal- 
lii'a e ^^>aw balu^a) bodola, orifizio di cloaca^ compluvio^ che in mezzo 
alia casa e destinato ad inghiottire le acque luride e che in occasione 
di grandi acquazzoni o simili le rigetta in parte. Bocthor ha per 

l'Egitto:^Cj\j balla*a terres dbsorhantes, Pedro de Alcala : rernolino 

de agiui, Dozy Suppl. Tourhillon d*eau pel quale anche %m^ m u b a 1 1 i* 

(partic. attivo II) remolinado de agua (Alcala). — Bocthor: ^^^V* 
balu*a lunettes, ouverture ronde des latrines. Tutto questo prova che 
I'applicazione anzidetta alle sorgenti piovane 6 probabilmente originale. 

— Anche Dozy, Gloss, p. 65, riconosce le forme spagn. albanal e 

.. ^ ^ ^ 
albafiar in ACiVj balla*a, e d§. pure le forme spagnole. albellon, 

abojon, arbollon per cloaque^ egout. 

Adalid, condottiero di (jtierra^ b ,^^*> dalil (coll' artieolo 
^^)\ ad-dalil) condottiero dalla radioe J.3,> dll (J,3 dalla, 
condurre, mostrare la strada). 

Dozy, Suppl.: Capitaine de corsaires, (Alcala; principe de corsarios); 

— le guide et chef de la cavalerie leg^re qui court le pays ennemi ; — 



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8 SECTION S^MITIQUE 

pilote. Anche nel Castigl. ad a lid, guide , conducteur de chemin, — Dozy, 
Gloss., p. 40: a da lid, port, adail, valenz. adalil (dove si ^ con- 
servata la primitiva 1 finale). «Ainsi s'appellaient les guides et chefs 
de la cavalerie 16g6re qui couraient le pays ennemi. Voyez Mendoza, 
Ghierra de Granada, p. 41.— Ibid. p. 24: Ija derni6re consonne, qu'on 
entendait mal, est chang^e arbitrairement. De al-f4nid (^NylA)| al 
f&nid, pers. f&nis, zucchero candUo) les port, ont fait alfenim, les 
Esp. alfeflique.» ^JuSu5) an-nesid, vcm reci^ofi divent6 anexir 
in spagn. e anexim in port. ; da adalil. ..adalid. 

A.(lobar da dabage eofieiare pelli, eastigl. adobar d Tarabo 
jbj«> dabaga concfare. 
Dozy, Gloss, non ha adobar, ma I'etimologia ^ sicura. 

A.duazia ital. dogmiaj franc. doiUDW , castigl. adumia^ dal pers.- 

aiab. u'V*^ diwan nel senso di locale per all ivwiegati di 

fhmtixa. Si peusi anche al pers. u^ dukan (e u^^ dukan), 

arab. uw*3 dukkan bottega^ greco SoxAvr^, il che i)er6 non cor- 
risponde foneticamente. 

Cosi pure Dozy, Gloss, s. v. duana, p. 47. All' arab. uo»<^i 
ad-dukk^ln nel senso di pezzo di pietra o di legno ci richiama lo 
spagn. a d q u i n morce, pierre pour les paves, adoquines, contre" 
jumelle, &, 

A.duar da ad-duar usato metaforicaraente a Minorca come ordi- 
nameyito, conffusione. 

Si potrebbe alia prima pensare, stando alia pronuncia, alia forma 

^|^«3i ad war (pi. di iiiJ dUr casa di campagna) senza articolo, usando 

il plurale invece del singolare, come in ^^^ . m^ n§ts m'lah 

buoiia gente, ^M^j tab a* a subaltern i, 9Vm^ nise donne ecc. 

Sta per ad ad-daw\var (^]5<X))) da ad-duwwar (^y^i) 
accampamento circolare del beduini, col bestiame nel centre. Dozy 
Gloss, p. 47. 



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LUiai SALVADORE D' AUSTRIA 9 

Affatges da agala aflBtto. .. . in natiim, escluso il titto iu de- 
naro. Alets ^ la forma piu usata iu Minorca, menti'e a Maiorca 
si pronunzia agetg^es. 

Da J^i agal termine di pagamento, forse per6 I per r: >^» 
agr mercede, donde deriva la lY forma jLaiTj ig&r affitto, bail h 
ferme. Dozy non ha nulla di simile. 

A.{nitzi, Alquacil da alguazil wallevadore, castigl. alguacil. 

alqnacfl, port, alvacll, alvazil, alvazir, alvasir, al- 
vasil, alvacir, (Dozy, Gloss, p. 129), si deriva dalP arabo ♦^^^ i 
che, oltre a ministro, significa pure altri uffizi pid bassi. Gli arabi dalla 
radice Jfj^ derivano jjj^ wizr carico; jij^ wezir colui che divide 
col He il carico degli affari, Esso per6 trae la sua origine dal persiano 
jJ%J g**ezSr o g**izir prefetto, comcmdante della Guardia. Per lo 
spagn. alguacil si pens6 pure all'arabo cN^^^Jr' al-wasil il me- 

diaiorCj il confidente (delazione ec.) a cui si pu6 anche applicare il signi- 
ficato suddetto di mallevadore. 

AlSiOtl da yaloeh (n'tex agmiS' castus) pianta, eastigl. haloch. 

Dozy Gloss, p. 284: ha loch val. Solon Fischer (Gemalde von 
Valencia, 1, 227) ce mot d^signe le hupleurum (su questa pianta v. 
Plinio, Hist. Nat. XXTT, 36; pooTcXeOpov, Nicander, Theriaca, 586). 

. Dozy lo deriva dall'arabo ^^J/^^ ^ a 1 ii q , nome che risponde a bn- 

pleuran e a lingua di cane (KovdifXwooov, arab. d^-^jl) 6)«3I ad^n 
el'arnab, orecchie di lepre) il cui succo serve a tingere in i*osso la 
pelle. 

AJadrooll da arraeroc acciiiga non solata, eastigl. aladroque. 

Dozy Gloss., p. 53, mure, (anchois qui n*est pas sale), «Dan8 une 
liste d^especes de poissons, Cazwini (II, 120, 1. 1) nomme aussi 

lijj^j^^ (ar-racroc), mais je ne sais pas si c'est Panchois, car le 
mot ne se trouve pas dans les diction naii'es ». 



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10 SECTION SfeMITIQUE 

A.lafaya pel val. arafaya av. stoffa. 

fe con probability AAAipji ar-rafi*a fem. di f^J soUiU, Jine^ 

molto leggera (stoffa) anche costosa. 

[Credo che sia lo spagnolo faja che deriva dal lat. fascia. Dice. 
Acad., «Pieza de tela, do lana o seda, larga y estrecha, con que se 
rodea el caerpo dando varias vueltas, ec. ec. »]. 

Ital. (commerc.) faglia? 

A.lame, lama da aljam castigl. alhunie, all u we. 

fc il latino alumen (Plinius, Hist. nat. XXXV, 52). 

A.lapi da harlebi tela di lino che si fabbrica in Aleppo. 

^M^ h a 1 a b i , alepp Ino. 

A.larb fem. Alar be. 

Dozy, Gloss., p. 56: alar be, port, alarve hombre barharo, rudOy 
aspero, da ^j^jM\ al *arabi, V arabo. 

A.larbi da alarbi (arabo) aoNm harhero, rade. ca.stigl. alarbe. 

Si puo pensare a ^^Jy>* harbi (coirartic. al-barbi) guerre^ 

SCO, guerrieroj soldato. Per la derivazione di detto signiiicato non solo 

si pu6 pensare a harb giierra, ma ancora a harib furente, scellerato^ 

^ ^ ^\\ 
harab furore. Piii .si avvicina (anche Dozy, Glos«. , p. 50) ^,j^f 

al-*arabi, arabo, beduino, berbero. 
A.layde da alcait, castigl. alcaide. 

«>Ob qaid (coirartic. «>^5LjU) al-qaid) condottiero, comandante. 
«Chez les Espaguols ce mot a re^u la signification plus restreinte d'lm 
Commandant d* une forteresse .? (Dozy, Gloss., p. 79, s. v. Alcaide). 

A.lbar&, anbar^. 

Dozy, Gloss., p. 63: albalh, albaran, albara, alvara quittance, ctdule, 

diplome, passe-port, de i^iJi-J) que P. de Alcala traduit par cedula 
hoja carta, contrat. 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 11 

Se significa realmente quietanza ecc, esso h X^ysiv) al bara'a 
che ha detti significati. 

A.lbar& mercato castigl. albala da albarut, albar^. 

Per la derivazione del suddetto significato noi dobbiamo ricorrere 
col pensiero al medio latino, italiano, spagnolo e provenzale barra^ 
sianga^ sharra, catenaccio^ al francese bar re nel senso di barriera, ha- 
laustrata (quindi anche barreau). Questo significato pu6 aver con- 

dotto ad uno scambio colP arabo *io barra (coll' art. al-barra) 
campo libera fuori della citth, d'onde territoire qui s^etend autoxir d'une 
ville, banlieue, e faubourg e le dehors^ il quale significato si trova nello 

spagn. albala, albara, albarra, alvara. All'arabo i\/-> bar&t^ 
quietanza^ appena si pu6 pensare. Cf. Dozy, Gloss., p. 63. 

A.lbsu:*d& sella di Ipyno foderata da bardaah, bard an, eastigL 
albardan (lag. albardu). 

Aba r da, albarda specie di sella rivestita di tela di lino, co- 
,- munemente usata dalle signore di Minorca. 

A^^J^ barda'a (anche A^^ij^ barda*a) volg. barda*a (col- 
Partic. al-barda*a) sella da asino. Bocthor: bdt rembourr^ pour un 
dnCj une mule. 

A.lberoooll, albercoch da al-bercoc albkocta, castigl. albari- 
eoqiie, fr. abricot. 

v3^r-J barqilq (coll'artic. J|_^/^) al-barquq) albicocca, in 
Siria prugna. Dozy, Gloss., p. 67. 

A.lbrot (la abbazoz(?), (alboroz?) castigl. alboroto yn'do. 

La derivazione da biiriiz (coU'art. al-buruz), uscita festosa della 
popolazione incontro al principe, parata di gala, ecc. solo e verosimile 
in quanto venga dalla forma alboroz e conservato il significato origi- 

^ ^ y 

nale di Jj^^ baraza, uscire alV aparto, in canqjo apcrto (in campum 

^ , , .y^Jj^. baraza harban andare alia guerra ; III format 

farsi incontro a qualcuno in duello (fuori della fila). Dozy, Gloss, p. 371, 

riporta soltanto la derivazione da Jd^ furut eccesso, ^}>i barud 



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12 SECTION S^MITIQUE 

polvere da cannone e S^^yiC ^arbade rissaj pero senza propria di- 
chiarazione. 

A.lcacllofa, esoarxofa da aljarxofa, castigl. alcachofa. 

-f 1/ / 

{JiyAj^ ^ursiif (coll'art. al-hursiif), specie di cardo chia- 

mato in Siria cfif^ Cf^^^ ardi sauki. Essendo una forma mo- 
struosa per Parabo, non altrimenti che la tedesca artischoke, mi pare 
che possa benissimo essere derivato dalPitaliano carciofo, parola di cui 
il primo elemento e sicuramente cardo. Of. Devic nel Suppl. al Littr^ 

fi. r. Artichaut. L'arabo ha pure OL^***^^ Ijarsttf. 

A.loaria da aleariya, casa di extmpagna, castigl. alcaria, 
alqiieria. 

^^ <iarya, qarye, (colPart. al-qarye), casale, casamentOy 
fattoria. Dozy, Oloss, p. 86, ferme^ mHairie. 

i^cagaba 

Dozy, Grloss., p, 90, alcazaba, port, alca^ova forteresse de 
^ij} a l*c a Q a b a (a 1-q a s a b a), bourgade, ville, capitate, forteresse. 



A.l00va da alcoba, it. alcova, franc, alcove, ted. Alcowen. 

AO qubbe gabinetto (coU'art. ^fJU\ al-qubbe) voUa, cupola, 
ecc., anche Uolata, 

i^looliol 

Dozy, Gloss., p. 92: alcohol, arag. alcofol, catal. alcofoll de 

4^»^^B\ al-cohl (al-kohl) «Le cohol est la galene ou sulphure de 
pl^nb, C'est k tort quo plusieurs auteurs ont traduit le mot cohol par 
antinwine^. (Prax, Commerce de TAlgirie, p. 29). — Mahn, Etymol. 
Unters., p. 107-109. Anche in Dozy, Suppl. 

A,lfabaga» alfabega da alhabac 

Dozy, Gloss., p. 62: albahaca, alfabega, alhabega, ala- 

bega, fr. /a5re</ne, espece d'herbe, basilic, de V £^ ^ al-habac (al- 
habaq) mentha" pulegium, puleggio. 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRLl IS 

A.lfabrega9 eastigl. albahaca. 

Dozy, Gloss., p. 62: albahaca, alfabega, alhabega, ala- 
bega (franc, fdbrhque) esphce d'herbCy basilic (par transposition) de 

^^ ^ al-habaq, mentka- pulegium [pulicarid], Nel Suppl. aggiunge: 
basilic, menthe d'Arabie, tnenthe sauvage, laurier rose. 



A.lfaoli, eastigl. alfaque banco di erba marina presso le eoste, da 
Alfa SpartOy giimco maiino. 

Dozy, Gloss., p. 107: Alfaque, banc de sable, bas fond de? (II. 

Diz. dell' Ace. Sp. lo fa derivare da Oy>^\ . Sono due cose diverse). 
Alfach come nome corrispondente a Sparta, proviene benissimo da al- 

alfa, arabo MX^ al-halfa, nonche ^UX^ halfa e ^UX> 
ha If a jonc, roseau, le sainfoin epineux, stipa tenacissima, sparte, que 
Pedro de Alcala traduit par esparto yerva propria de Espafia (Dozy, 

Gloss., p. 100 e Suppl. s. v. iuX^). 



AJLfali da alharf fnaijaxxhio di grano: eastigl. alfali. 



^o^ 



Col suddetto alhari, inagazzino di grano s'intende i^j^ hu- 
ryun, volg. huri o hori, coll' art. al-huri inagazzino pubblico di 
grano, granaio, nonche magazzino di vettovaglie per i soldati. Dozy, Gloss., 

p. 139: alholi, alfoli, alforiz, grenier, magasin de ble, de <^*t^» 
alhori lat. horreum, «En Navarre on disait algorio et le mot arabe 
a encore une fois passe dans Pespagnol sous la forme a Igor in ou 
alguarin ». 

A.lforge (-es) da alsareh (?), bisaecia, eastigl. alferga; a Minorca si 
chiama eomiinemente bonetus o hufiaius. 

Dozy, Gloss., p. 116: alforja besace da ^jr*^ al feorg ^^^ 
hurg sacco da viaggio ecc. 

A.lgaravia coufusione. 

Dozy, Gl. p. 119 : 
1) algarabia, algaravia, port, aussi, algravia, arabia = la langue 

arabe, baragouin, galimatias, bruit confus de plusieiirs voix. Est AjOjM} 
al-'arabiya (al-*arabiyya) la lingua araba. 



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14 SECTION SEMITIQUE 

2) algarabio, fern, algarabia en port, avec la t>, est crij^^ 
al-garbi (al-garbi) del regno d'Algm^e. 

3) Algarabia Due piante, a) euphrasia, b) plante da genre 
centauree. 

Algebra. 

Dozy, Gloss., p. 123: algebra = r^» al djebr (al-gebr, pr. 

egiz. al-gabr, al-ghebr) j-U^ in origin e: rimetter a j^osto foi^ata-' 
mente un osso rotto o slogato, quindi anche riduzione di equazlxme (ri-- 
solvere un* equazione). 

Algorfa. 

Dozy, Gl. p. 127: algorfa, algofra grenier, sobrado da A^Jkjy 
algorfa (al-gurfe) presso Alcaic : ''.el da camara, cenader en sobrado, 
camara donde dormimos^ camara coma quiera: — Bocthor (Egitto) : 
chambre haute, solaio (soffitta). 

Alliaja da hay a, ital. gioia (gioicUo), 

Da ^^l^ l?2.ge (bisogno) cosa posseduta (?) , utensile. Dozy, 
Gloss., p. 133: alhaja designe en general toute chose qui a quelque 
valeur et plus specialment tout ce qui est destine a Pusage ou k I'or- 
neraent d'une maison on d'une personne, comme tapisseries, lits, bu- 
reaux, ou habits, bijoux, etc. 

Alixnares 

Dozy, Glos., p. 141: alimara, feu que Von fait sur la cote pour 
donner quelque avis, de iJ\^J^^ al-im^ra signal, segnale, 

Aljup, anjup daU'ar. 

^^^S^ al-gubb, cistema, fossa? Spagn. algibe, chibo. 



A.ljub (arjub, anjub) dall' urabo 

d J' 
v,^^{^ ^ubb (co 

p. 125, s. V. algibe. 



^^ ^ubb (coir art. ^,a.^ al gubb, cistema. Dozy, Gloss., 



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LUIGI SALVAJDORE D' AUSTRIA 15 

A.lxnesliy aumesch da almice. 

Dozy, Gloss., p. 1G2 : almece port, aussi almice, almiija e 

^jOA*i al-mais od (ji^*A*» a 1- me is usato al Magreb per ^^Adi) 
al-masl, petit laltj serum lactis, siero, 

Almirally almirant. 

Dozy, Gloss., p. 164 seg.; almirante, ammiraglio, almiraglio, 
port. armVaZ/i, ec, ordinariamente spiegato con ji^S^i J^} amir al- 

balir, comandante del mare, (anche ^ULl ^i^ i amir al-ma coman^ 
dante delV aequo). Dozy per6 osserva che la desinenza al non ha nulla 
a che fare colParticolo arabo, ma ^ pinttosto la desinen2a latina alls 
alius (almiraliSy almiralius^ almiragiuSy amirarius, amiratus, amiran- 
dus, donde lo spagn. almiraje, almirage, almirante), inoltre la parola 
mir venne usata qual Comandante in capo colPaggiunta sur mer, sur 
terre, — Almirage de la mer. (Sarebbe per6 molto strana la scomparsa 

fonetica di t^ bahr). Amir per6 e arabo; la I (aZmirante, ted. 
admiral) 6 inserta. 

Almogaver 

Dozy, Gloss., p. 172, almagovares, cavalerie liglrey avant'-cou- 

reurs, E plur. di ^j L^ ) al-mogawir (al -m u g a w i r) colui che 
fa un assalto nemico, una scorreria (ijLc giLre), una razzia, un raz^ 
ziatore. 

Alxnogna da almauna elemosmn, castigl. almogna per tn- 
buto, contribu\ione, Nelle Baleari si dice pia nlmogna per lar- 
giximie pia, 

DalParab. A>^^^ ma*iine aiutOy soccorso. 

Dozy, Gloss., p. 179: almoyna. « Dans plusieurs documents du 
moyen age, ce mot signifie, soit un impot sur les navires marchands 
dont le produit devait servir k equiper une flotte centre les Maures, 
soit un don volontaire destine au meme usage. On trouve done les ex- 
pressions dons e almoynes » et « galea de la almoyna ». C'est I'arabe 

Jkij^\ al-ma*6na (al-ma'une) qui signifie proprement aide et qui de- 
signait: une contribution extraordinaire, imposee par le prince quand 



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16 SECTION S^MITIQUE 

le tresor public etait epuise*. — Come iiwi) i*ane, che ha lo stesso 
significatOy derivata dalla radice ojSi 'aun aiuto, 

A-lmoraduXy moradux da almardadux castigl. almoradus 
maggiorana erba. 

yS^^j^ i&ardaqiis (coll'art. ^ji^«>JL] al-mardaqCLs) 

dal pers. yy^jf^Jj^ marzangiis orccchio di topo, (greco |jLOoaa)Tic) 
maggiorana', — in Spagna pure Hi^^J^ mardadils, murdadiis 
(secondo Dozy, Gloss., p. 174, fin dal X sec. non si usava la forma 
araba). 

A.linoxarif da almoxarif ricevitore delle gabelle (derechos) reali^ 
castigl. almojarife. 

\^jki^^ musrif, mosrif (coll'art. al-musrif) pi. ^^j^\^i*^ 
mesarif, Ispettore capo, ispettore delle finanze, delle gabelle erariali, (da 
non pronunciarsi c^^^** musarrif). Dozy, Gloss., p. 179: almo- 
xarife, port, almosarife, almozarife, «receveur de Pimpot qui 
se paie aux portes de ville et k Pentree des ports, de (^%4mJL) al 
m oar if inspecteur, ij^tendant. 

A.lxnut, a urn lit. 

Dozy, Gloss., p. 180; almud, port, almude nam de mesure de 

<Xi 1 al moudd (a 1-m u d d) una misura degli aridi (NelPIrak 2 \^J 
rati, nelPHi^az 1 */« rati. Un rati = 2566 gramrni), 

A.lquixnia. 

Dozy, Gloss., alquimia alchimie de ^La^vxJ) al-kimiya 
oggi anche Chemie, Significava in origine la pletra Jilosofale «la pierre 
philpsophale » dal greco '/jo\l6<; fluidum, /ojita, XW^^^ Chimica. 

A.ina da am a ba/ia ('^). 

4^1 a ma, ame (rad. y^\) sckiava, serva. 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 17 

i^mburnia, albamia (?). 

Dozy, Gloss., p. 73; albornia grand vase vemisse , qui a la 
forme d'une ecuelle de ^xJyjJ] al-barniya (al-barniyye) vas 
fictile in qtio quid recondunt, — Belot : petit vase de terre, terrine, 

Qaando significasse un vestito, allora deriverebbe da ^a^^O ber- 

niyye 4cl'esp. be mi a, chez Alcala (de Hibernia, delVIrlanda, irlan- 
dese), manteau en robe fourree de peau de loup ou d'autre peau velue, 
capote, vetement rustique k la fa9on des Irlandais>. — L'Accad. «gros 
drap de laine de differentes couleurs dont on faisait des manteaux qui 
portaient le meme nom». 

A.nio da amon affittavolo, fittaiolo. 

U^i 'umman contndino, fittaiolo (propriamente come ^^] 
uinmiyyun) ummi uomo rozzo, analfabeta. 

Ainoliinarse, amohiuat. 

Esse pu6 venire da (^iA^^ m u h i n , disonorante , oUraggiante , 

maltrattante, partic. attivo della IV forma di {jyJ^ (per u^ ba- 
w a n a) valer j)oco, 

A.ndaxnio da addaima i>onte^ iisato dai rnori, castigl. cnidanno. 

Dozy, Gloss., p. 190: andaime, andaimo, port, echafaud pour 

les masons. (L'accentuation est: andaime) de ^\c<XJi ad-da 'aim 

les poutres, pi. de ^^^) ad-di*ma efc da X«\c^i ad-di*ama. 
a3\c«3 da*a'im e plur. di ^i^\c«> di*ame, puntello, pilastro. 



A.zifans ar. al-fai^'faya. 

Dozy, Gloss„ p. 100: alfalfa herbe appelee le grand trefle [/oe- 

num burgundicum, de Mxd» al-halfa que P. de Alcala traduit par 
esparto, yerva propria de Espana (Engelmann)]. 

Dozy fa osservare che qui Engelmann e in errore. L' arabo 



<UXi) 



al-halfa (al-halfa) si^ni^Cd^ stipa tenacissima e arundo epir- 

AeUt du X/r*** Congr^ det Orientalistes. — Vol. III. 2 



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siano 



18 SECTION SEMITIQUE 

geios] ma lo spagn. alfalfa, alfylfe, alfalez e Trhfie (greco |jL7j8t7tT(j, erba me-- 
dica, it.) luzerne. Alcala traduce alfalfa per fa^fa^a. «En eflfet la forme 

alfalfez, qai est le moins alteree, est une corruption de ^XjA^MaJU} 
al-fa^fai^a (^AflAAnlM al fisfise) luzerne, medica che ^ il per- 

v;:^^4mA«wi espist, u:^«MbAw) uspist. vJXiMgUMi uspust da 

• •. ••• ^ 

Aiw) esfist. Pronunciando espist toma molto meglio il fr. 
esparcette, lo spagn. esparcilla )►. 

Ante da dante j)elk di camoscio conciata, castigl. ante ital. dante. 

Dozy, Gloss., p. 195: Ante, dante, port, ant a, danta (selon 
les dictionnaiies huffle, aussi peau de buffle). — «Le mot port, vient 

de rl») lamt nom que porte, dans les deserts africains, un animal 
da genre des antilopes». Marmol (Descripcion de Affrica) qui ecrit 
quelquefois ante, dit formellement : « el dante que los Affricanos 

llaman Lamt ». — Dozy, Suppl. s. v. JA%) . « On se servait de sa peau 
pour en fabriquer des boucliers excellents et fort estimes, qui s'appel- 

laient Jtt^ 43jd [daraqat lamt], en espagnol adaragadante, 

dargaa dante, adarga da ante, dargadante ». [Cfr. il lama^ 
antilope o specie di cammello delle Ande. A. D. G.] 

i^aziQel da alasar, castigl. arancel. Tanffa nfficiale che porta 
i prezzi a cui si devono vendere le merci ed i diritti clie su 
queste si devono pagare. 

Non so che cosa possa essere il detto alasar. Forse il pensiero 
si e portato ad^WwjJ) al-as*&r i prezzi^ pi. di #»^am si*r prtzzo 
(cfr. qui Part. moHtassa). Engelmann pensa ad a)Umw\ ar-risela 

(ar-risale missiva). Dozy, Gloss., p. 197, osserva invece che r is ale 
missive npn ha mai il significato di decret, loi, e propone la derivazione 

da A^W^' al-mar&sin (plurale abbreviato per aJUm\w« marasim 

pi. di j^%my^ mar Slim tracciato prescritto; pu6 passare anche per 

pi. di ^m) resm) il quale come dicret, ordonnance esprime propria- 
mente tutte le prescrizioni. 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 19 

Arganells da alcartell. Carba, Tessuto di sparto od altro per 
portare le brocche d' acqua suUe bestie da soma, catal. argadell. 

i I'arabo t}^j^ qartal, AAbjJ qartale, Aib^i qirtalle, 

MJi^j3 q i r t a 1 e cesto di giunchi specialmonte carba da asino per frtUta. 

Non si trova nel Gloss, di Dozy, ma si nel Supplem. col rinvio al 
greco xdptaXoc xdptaXXoc (corba che al basso termina in panta) che 
occorre nei Settanta ed in Clements Alessandrino, dal Siriaco. 

ArgollSL da algo-ll, castigl. argolla. 

Dozy, Gloss, p. 198: argolla, port, argola grand anneau de fer da 
^yM] a 1 -gull (gogna^ manette). 

Axraiz da ar-raiz capitww donde capitaiio di bastimento inoresco, 

Preso da J^^J ra'is (colPart. J^wOjJ) ar-ra'is) capo, eapi- 
ianOj capitano di nave ovvero da J>aOm r^'is (che significa lo stesso). 
Dozy, Gloss, p. 199 ha proposto I'ultima forma, bench^ U'^'^^ ra'is 

sia Pusata, e la forma Spagnuola arrayz govemante, capitano di nave 
provenga da r&'is. Oorrisponderebbero all'accento originale spagnuolo: 
arru6z ovvero arriiez? 

Axraval, arrabal da rabat sobborgo, castigl. arrabal. 

Dozy, Gloss., p. 198: arrabal [raval] faubourg (anche parroc-- 

chia, quartiere) da [y^j*^ ar-rabad {les environs d*unc ville, faubourgs). 
Nel portog. arrabalde si conserv6 ancora 1' antico d come in alcalde 

da ^^jiMU\ al-qadi il giudice (osservazione del Dozy). 

Arreus da arreyat strumento (?)^ castigl. arreas (?) 

arredo. 

Non e in Dozy, Gloss. — (J^/^ ris penne pi. jmU^) ary&s si- 
gnifica pure tatti i mezzi per il vivere e per il mantenimento, chases 
nicessaires h la vie, quindi anche ricchezza; nonch^ abUo ricco, rica-- 
rnato; la detta parola ^ evidentemente il pi. ary§s. A«yJ^ rise 
aigrette de diamants enchdsses dans de Vo^' ou de V argent. (Dozy, Buppl.). 



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20 SECTION s:6mitique 

A.rri grido per incitare bestie da soma, onde appunto il castigliano 
arriero conduttore di bestie da soma, oppiire asinaio, 

II nome di arriero applicato al conduttore di bestie da soma si pa6 
con certezza derivare dal grido arri (arre, harre) che taluno derive- 

rebbe dall' arabo j-i^ j^ harr harr (grido del camelliere). L'abbate 
Barges senti in Algeria il grido ^^i errih. — Ma Dozy, Gloss., 
p. 203 osserva giustamente: « Est-K^e que nous chercherons k present 
I'origine do ce mot? Je crois que ce serait de la peine perdue, car k 
mon avis c'est un cri comme il y en a tant et qui ne signiiie absolu- 
ment rien. Les mulets le comprennent, ot cela suffit ». 

A.rroba peso da arruba castigl. arroba. 

Da W/* rub' quarta parte [1^1 ^^yi^S qintar quintal], colPart. 
ar-rub' (la P finale araba ha pure il nome di a breve). 

A.rrop da arrabb castigl. arrope mosto cotto. 

Da i-y coir art. ar-rubb sxigo vegetale condensatp, mosto cotto 
ristretto, sciroppo di frutta. 

A.r8elaga da al djaulae. 

^^-i)^i^ ganlaq e grand sac pour les grains, la farine (Boctbor^ 

Egitto). E il pers. o)^S^ guwal [sacco di lana].-^ Nella Spagna si- 

gnifica anche coffre (area, cox)] pers. 'r*^^ gaulah; arab <M^:^ 
^aulaq esprime pure pannolano ruvido per coprire la sella, per co- 

colla. — Ar. W.A|^:^ 6 inoltre il nome di un arbusto sul quale vedi 
Dozy, Gloss., p. 371. 

Aliega, anlaga, abulaga, ajonc, ulex europaev^s.L^Accad. 
Espagn. le traduit Aliega par ulex. Alcala traduit aliega par 
djaulae; (Dozy) mais il ne faut pas en deriver aliaga, car on lit 
chez Ibn Baitar: il gaulaq in ispagnolo si chiama yalaca spino 

(arbrisseau epineux) ma non si deve confondere col qI^AaA J^^^ 

*• E il pers. (jU<&>a«^ j\^ dAv sis^an (forma abbrcviata 6Ua«^ %\^ 
dAr ^i'an albero spinbso grosso (crassus Wall.) la cui corteccia 6 simile alia 



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LUIGI SALVADOEE D' AUSTRIA 21 

<i£lrasaysa^d,ii. Questo e VasptUathua che, come si trova scritto in 

Mostaini, in ispagnnolo si scrive pure ^J^ yul&qa. Da qnesto 
yul&qa, secondo Dozy, deriva lo spagnaolo aulaga donde abulaga. 
Dalla pronuucia yal^ca, yalaga viene aliaga. Ma < dans le man. 

4e Naples du Mosta'ini on lit. 43 j\&fc^ i j) ^xSlKjl youl&ca ou 
argil&ca. Je retrouve ce mot dans le dialecte Valencien: rischer 
{Gremalde von Valencia I, 248j < Ulex Enropaeus en £sp. aliaga 
de Europa, en val. argilaques d' Europa >. En France aussi ou disait 
an moyen-iige argilax. Qaelle que soit Torigine de ces mots, il est 
certain qu'ils ne sont pas arabes ». Con ardgilaca e val. argUaquea con- 
•corda sopratutto arjalaga. 

^<;ot da a9ot frusta. 

Dozy, Gloss., p. 228: azote, port. aQOute fouet de Jd^mJ) 
AS-saut (as-sot) frusta. 

Spagn. azoot, azoth, asoth, azote staporeper azoth = 3j'!r ' 

az-zltuq da \3^j\^* az-za<iq universalis medicina, mercurium 
{mercario). Dozy, Gloss., s. v. azoque. 

Dozy, Gloss., p. 228: azncena lis blanc de ii^mymi] as-sou- 

Bena (as-sdsane) de \y^Miym siisan, \ y * Hy ^ sausan, omm^ 
susan (di cui il precedente e nome d'anit&), ebraico T^!|^ snsan, 

pers. \^y^y>^ susan, greco aooaov. 

A.talaga da atalagi torre di guardia, vedetta. 

Atalugar stare alia vedetta da atalayach donde anche tala- 
yot [castigl. talayote] come sono chiamate le costruzioni megaliti- 
•che costruite anticamente. 

^AId tali^a pi. V^^ talar (pi. colPart. W>Ua3l at-ta- 

13,1*) sentinelle avanzate, avanguardia, esploratore. La forma spagnuola 
Atalaya e il plurale suddetto at-talai*, quindi quale gli scrittori 

-cannella {iij^)- Secondo Plinio, Hist. Nat. XIV. 16 (leg. XIV. 15?) — Varpa- 
iaihus (la corteccia?) serve ad aromatizzare il vino. 



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22 SECTION S^ITIQUE 

gpagnuoli scrivono la parola nel senso di sentinella, guardia (cosi il pi. 
arabo come il singolare) : Alfonso X (part. 11, Tit. XXVI, ley. X) « et 
como quier que sea may peligroso el oficio de las atalayas porqne han 
a estar todo el dia catando a cada partem. — Mendoza (Guerra de Gra- 
nada, p. 65): «Lo qae ahora llamamos centinela^ amigos de yocablos 
estranjeros, Uamaban nuestros Espafioles, en la noche, eacucha^ en el 
dia, atalaya». 

Pedro de Alcala di invece ad atalaya il significato di torre di 
ffuardia, specula (s. v. atalayer e especular stare alia vedetta). 

Per questa (al plnr.) gli arabi nsano invece la parola lLAla«« mail a* 

e i^Ub tali*a pi. «Ji^id taw&li\ Per sentinella Alcala usa ata- 

layador. (II tutto presso Dozy, Gloss., p. 209 seg.) 

^tlot da welled. 

Sarebbe nsata la forma femm. onde si e fatto at lot a. La parola 
non corrisponde ad altra radice latina, ecc, e senza dubbio dovrebbe 
derivare da welled, perocche la corrispondente voce propria catalana 
6 noy noya, [catal. e castigl. novia, sposa recente'] che in Catalogna 
ed in parte anche in Minorca sono la stessa cosa. 

Si pn6 pensare a i^yj W2ills.de partoriente, i^^ donna /e- 

conda, e, stante Va in principio di parola, a S<Xll ilde (per 'id^ij 

wilde) plur. di Alj wal ad jiJgrZio. 

A.tsebara aloe., da Sabbara. 

J^AD sabir (colPart. J^^AJ) as-sabir) sticco amaro di una 

pianta, mirra, aloe, succo di aloe, (Secondo Dozy in Ispagna si pronun- 
cia sibar, as-sib a r). 

Le forme portoghesi azevre, azebre con azevan (colPac- 
cento sul prime e) parlano in favore della forma as-sibar. La delta 
forma atsebara (ma meglio atsebara?) sembra cbe si riferisca 
a (jabara (con 9abayra e ^abira presso Alcala s. v. ^avilla 

yerva del acibar) che risponde alia forma magrebina 'i/»j^^] as-sab- 
bara. Dozy, Gloss., p. 35. 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 23 

A.tzXLr da Lazurd. 

Dozy, Gloss., p. 229 : azul. Ce mot semble etre une aJteration de 
I'arabe-persan ^/tij^ lazouwerd (pers. l&zwerd per ^JjS^^ 
lagwerd) lapis lazuli^ lazurino XaSot)ptov. 

A.Ufabi oreio da oliOj vetthm da alfabia, castigl. alfabia. 

JUj\.^ l^abi'e Ijabiye (da ^UA> ^abje) grande vaso per vino, 
olio (coll' art. a 1-1^ §, b i y e). Non si trova in Dozy. Cambiamento del- 

Tarabo ^ ^ in f come in alforja = T^*» al-l^urg sacco da viag" 

gio, bisaccia, — alfange = j:^si) a 1-^ a n g a r, pugnale, &. Dozy. 
Gloss., p. 13. 

A.veria, veria da avuer. 

Dozy, PI. p. 217: a veria, port, e ital. avarla, ft, avarie, dommage 
arrivt* h un vaisseau, h des marckandises da ^)^fi , *awar, *iw3rr, 

*uwar defectiwsite, mutilaiion, insure; quindi ^j>^*^ mu'awar, dan- 
neggiato, gtuisto,^\f^ u>M ^LMam siTa dataw§,r merce avariata, 
43^1^ awariyye des marckandises avariees. 



B 



BabUCha da babus, babiis, ea.stigliano babiicha, ital. babbiic- 
ria, (ed anche pappuceia) franc, babouche. 

Pers. o*^*' pap us pantofola (letteralmente copri-piedi) ed an- 

che ^^^i babug. Dozy, Gloss., p. 251 lo crede posteriore alia domi- 
nazione araba in Ispagna, e derivato dal francese babouche, 

BadalUCh torrirellu da guardia, redetta, ital. badaliicco. 

Pers. ^aJjVi b§.dgir, lett pigliavento esprime una costruzione da 

estate elevata sopra la casa, cliiusa in giro, con delle feritoie per le 
quali il vento pu6 penetrare da ogni parte, e che serve pure alia ven- 



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24 SECTION S^MITIQUE 

tilazione del piani inferiori. Si chiama pure ^fXi^dXf badheng che 

occorre anche colla forma ,^LX0d\ b&dhil^ che notevolmente (s^ 

condo la pronunzia egiz. della ^ =s g [dura] alia quale fu Rostituita 
1' italiana c c e la spagnola c h) corrisponde la detta forma b a d a- 
luch. Simile costruzione poteva pure servire come torricella di guardia. 

La forma araba corrisponde a ^^J^i\t badheng e ^Ji»\i\t hk- 
d&heng. Wtillers, Lex Pers.-lat. s. v. JjiJV, ,^SA:^\ e i^AA^U* 

Badana da battana pelle di capra eofieiata, castigl. badana. 

4jUaJ bitane, propriamente fodera, — Dozy, Gloss., p. 231: 

badana (franc, basane, bed ana dans un arrSt du parlement de 
Paris cite par Ducange [Gloss, med et. infim. lat.]) peau de mouton pre- 

paree, de 4Jvku bitana dovblure. P. de Alcala le traduit par haU 

dres. La badana aervait k doubler les chaussures et d'autres objets fait 
de cuir. 

Bagage da bacache castigl., bagage franc, bagace, it. bagagJio. 

Turco 4^1X5^ bogcia fazzoletto per avvihippare c legare un 

fagotto d'abiti, pers. 4^^AJ buqce, arab. 4^Jlj buqge e 4AAJ 

buqse pi. ^i^ buqag, dal qual pi. deriva la detta forma. Manca. 
in Dozy. 

Bagatella da bagatel, castigl. bagatela, ital. bagaUlla, franc, 
bagatelle. 

Secondo Diez e Littr6 h diminutive del neo-latino baga haqutsX 
bagage (sic), cosa insignificante. [Cfr., tuttavia I'italiano hagattino^ pic- 
ciolo, moneta vilissima, un quarto di quattrino, cosa da niente. A. D. G.l. 

[II Dizionario delPAcc. Spagn. lo fa derivare cK'^l^^ baw ati 

pi. di cM^M b&til cosa imttile, per6 con pun to interrogative]. 

Balde 

Dozy, Gloss., p. 233: balde, de balde gratis, en balde e^i 
vain, baldo port, depourvu, bald a chose de peu de valeur, ecc. ecc. 

^^IdU batil vanOf inutile, frivoloj ecc. 



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LUiai SALVADOEE D' AUSTRIA 25 

Metatesi di t (d) e 1 come in arrelde per ^Id^i ar-ratl 
ptso (di 2566 gr.), rolde per rotulus, espalda per spadula (Dozy). 

B€trnus (bermis) da albornos cappuerio soli to a portarsi dm 
ragax:iL 

(JmJo burnns (coll' art. (J^ji^ al-burnus) parte del man" 
iello che copre il capo, cappuccio, Castigl. albornoz, portog. albernoz. 

Barragan da barracan stoffa^ castigl. barragau. 

y ^ X tiS ^ 

Cx6A barraksLn (anche O^^T^ burrnk&n) stoffa gi^ossolana di 
cammellotto o mantello donde il franc, bonracan. Dozy, Gloss, p. 237: 
barragan, port, barragana, fr. bouracan {sorte de gros camelot) 

de U^^j^> barrac&n. 

Bedui da badaicoi beduvw ed anche selvatieoy roxxoj castigl. ital. 
beduhw, franc, bedouin. 

iS^^^. badawiynn volg. CSI3<^ badawi, bedewi uomo 

dd deserto, relativo al deserto (da J^X} badw deserto). 

Bezzeff da betsef in gran quantita, 

II magrebino (alger.) cJV^Vi biz-z§f, in quantith, molto. 

Bocaoi da bogacl, specie di fustagno, stoffa. Foi-se lo stesso che 
il tiirco 4d^Vr^ bogcia (cfr. : T articolo bagage). 

[II Dizionario dell' Ace. Spagn. ha: bocacl (del ar. (?) <^L^ 
bogaci) m. Tela de hilo mas gorda y basta qae la holandilla y de 
uno (i otro color. 

Secondo me h il hocassin del francese antico, che risponde al turco 

itdLc^ bug&s =a Toile d'un Ti$su peu serri qui sert h faire des 
douhlures. (Vedi Barbier de Meynard, Diet. turc-fran9ais s. v.)] [Cfr. 
1' it. boccacdno o boccascino tessuto di lino con bambagia. A. D. G.] 
Hindoglou, Diet, turc-franp. h- ctf*^^lH boghase, cannefas. 



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26 SECTION SiMITIQUE 

Boyra ttebbia da chaboiira. 

Humbert ha notato Tegiz. 0j^^ sab lira (forse dal persiana 

^JjSj^m sabwerd cerchio intorno alia luna (alone)) hrouillard; ma 
questo e totalmente smembrato, e la derivazione non 6 credibile. 

Bufera albufera da albueira palude^ castigl. albufera. 

Spagn. albofera per albohera da Hf^^ bahayra; piccolo 
mare (dimin. di >*\ b a h r mare [f invece di h ^ , cosl pure invece 
di ^ ^.]). Dozy, Glosp. p. 91 s. v. albohera. 

Bugia da Bugia neirAffrica Settentinonale, donde si espoi-tava 
della eera, castigl. bugia, franc, bougie. 

Dozy, Gloss, p. 243: bugia fr. bougie, chandelle de cire, da 

^^•! bigaye vulgo Bougie, spagn. Bugia, d'ou Ton esportait 
de la cire. 



Caduf da cadaf od alcaydus raso di terra per tirar Tacqua dai 
pozzi, cadahe, acaduz e arcaduz. 8i dice pure cadufedjar 
fer cadufos della eottfitshue d' inteUetto della reechiaia, rivol- 
tarsi e rituffai-si come il caduf, quale simbolo delK affondai-e 
(invecchiare). 

Dozy, Gloss, p. 78: alcadafe, alcadef, alcadefe (tutti 
portog.) pot de terre en dessus duquel les cabaretiers et les boutiquiers 
mesurent les liquides qu'ils vendent, et qui revolt Pexcedant; da 

jl3»<^^l al-codafou al-codef[al qudaf vaso di terrcL], Le Ca- 
talan avait cadaf sans Particle arabe [come quij. « p. 244: cadae, 
cadahe, (pas dans les diet.) designe k Grenade une mesure agraire. 

Dans les lexiqnes arabas T^^ cadah [qadah bicchiere] est seule- 
ment le nom d'une mesure de capacite. 

[II Dizionario delPAc. Esp. ha Alcaduz, ant. arcaduz (dal- 
Tar. ^y<i cadu9); cfr. il gr. xaSoc-] 



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JiUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 27 

OhU. 

Dozy Gl. p. 244: cafe de \^^ qahwa, qahwe bevanda, vino. 
Caxnbux veh di dofina da cambux, castigl. cambuj. 

^jm^aa) Kanbds (pronuncia kambils) veto da donna (Alcala: 
antifap de novia, velo da muger, Toca de muger Dozy, Suppl.). 

Dozy Gloss, p. 245 : c a m b u x masque ou voile ^ couvrir le visage. 

Caxnisct cmtneia da guaniise foi-se dal lat. camix. 

^JMU43 qamtfl camicia, tunica (lat. camisia); dal sanscrito kshu- 
ma (kshaumi) si fece kshaumas tela di lino. Dozy, GloBa. -p. 311, 

Octndil z lice hero (eaudito), 

Pers. e arab. y<i3 qand zucchero dal Sanscr. khanda. Dozy 
Gloss, p. 247 cande, candi, port, pure candil et cadde. 

Canfora. 

Pars. ^^^ K a f u r canforay sanscr. K a r p ^ r a . 

Caparrassa da alcabrusi, castigl. aleaparassa (taparera a 
Maiorca) rappero. 

Dozy, Gloss., p. 86 : alcaparra capper o da iLJi) [al-kabbar] 

ou^LuU) [al-qabbar] alcabbar- plutot du nom d'uniti •^W^' 
al-cabbara qu'Alcala donne sons alcaparra. — Bien que ce inot 
arabe soit d'origine etrang^re, Particle al demontre que les Espagnols 
ont tire leur alcaparra de cette langue et non du grec xaJCTcaptc* 

Carmesi da carmi. 

y^y^ qirmiz (colPart. al-qirmiz) alchermes, quindi iS^j^ 

(lirmizi cremisino [Cfr. kr'imi sanscrito, = verme da un t?c?vnf, detto 
cocco, cocciniglia si traeva il rosso vermiglio, ossia il rosso del verme, 
il carminio: A. D. G.] 

Dozy, Gloss., p. 185: alquermez, carmes donde carmesi. 

Catifa tappeio da alcatifa, castigl. ale at if a. 
4>Al a5 qatife velluto (velours, satin). 
Dozy, Gloss., p. 88: alcatifa, alquetifa tapis, couverture da 

al-catifa qui se dit dans le meme sens. 



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28 SECTION SfclilTIQUE 

Gaviar da hawiar uova di storione salate e piessate, mvialey 
castigl. Caviar. 

Turco^vi^l^ hawiy&r per^bjl^ l^^wiyar, neo ellenico 

Oenefa da a99euefa (asceuifa), chfiosoy castigl. aeeuefa, canepa. 
eanife (colPart. as-sanife) orto, firnhna del vestito; 



anche Maao s i n f e e ^UJUd s a n i f e (probabilmente ntoffa per guer^ 

nizione). 

Dozy, Gloss., p. 224 : azanefa, zanefa, canefa, port, sanefa 

houppe on f range de lit, horde en tapisserie de Maao)} as-sanifa 
era veatis, 

L'accento c e n e f a si riferirebbe a Aiijia 8 a n i f e . 

» cenefa » A Xt M iO sanife. 

Oerbatana da zabatana canuoue per tirare agli uccelli, castigl. 
cerbatana, [ital. cerhoUaiia\ 

Dozy, Gloss., p. 251: cebratana, cerbatana, zarbatana^ 
port, sarabatana o saravatana, ital. zarabotana [leg. cer- 
bo t tana], franc, sarbacane [e sarbatane] [neo-ellen. Capapotava] 

da AlLkuu^^ zarbat&na qui designe une sarbacane dont on se sert 

pour tuer les oiseaux. Arab, anche ^ v^ hm che, secondo i diz. arab. 
originali, solo significa un i%jiho di vetro. 

Oero, zero, azero da Sefer. 

1/ 

Dozy, Gloss., p. 253: cero, ital. zero, fr. zero da JU^ cifr 

(sifr). (V. cifro, ciro, cero). Le mdme mot est devenu aussi cifra, 

chiffre, 

Ohaffarrato da chafra, dnga corta e larya, castigl. Chaferote. 

HjKh safra, taglio, fiUt della apada ed anche lama. — safra e 
fiifra e sufra anche rasoio. Alcala: navaja de barvero s. v. chifra 
al-m^s, mus e rasoio. 



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LUiai SALVADORE D'AUSTRIA . 29 

Dozy, Gloss., p. 253: chifra port., esp. eh if la racloir outil des 
relieurs etc. pour amincir le cuir ecc. En Espagne on pronon^ait chi- 
fra. Alcala: Tranchete de gapatero. In chifarote, oie 6 la desinenza 
romanza. 

Chaleco o Jalecu da chaleca giuljbetto^ castigl. chaleeo: franc. 
(filet. 

Dozy, Supp., p. 291: Jileco de wULj yelek. Ce mot k donne 
naissance k chaleco; le fran^ais gilet semble avoir la meme origine 

(Miiller). JLj yelek (jelek) est un mot d'origine turque, que les 
Arabes ont adopte. 

Chauz da chaux sergente, ehaift usato in Maiorca nel senso di 
snhofij^ persona rozza e stupida. 

E il turco ^jSj^^ y cAJU^^ ciaus, ciawus, iiaciere, araldo, 
serge nte, apparitor e, ecc. 

Cofayna da alchofaina. 

Dozy, Gloss., p. 144 e 145: aljofaina, aljnfaina, al djo- 

faina, al djufaina est le diminutif arabe de Akksi^ al-djafna 
(al-gafna), esp. aljafana, ecuelle, scutelle. 

E singolare in cofayna la sostituzione della c a ch, d j. ! 

Cuscusso da al-cuscusu, cibo de' Mori fatto a piecoli granelli 
tondi, castigl. alciizcuzu, alcuzciiz. 

jmw^4m) kuskus, ^j^tSoM^^ kuskusu e 4J^4Mk^iMibi kusku- 
sun (nel Megrebino). 

Dozy, Gloss., p. 96: alcuzcuz, alcuzcuzu, alcoscuzu, de 
(jM«X4A*Jji al couscous. — Chez Alcala sont hormigos de massa, une 
sorte de mets tr6s-usite en Barberie. 

A Saint Dominique, la semence mondee du mal's est appelee cous's 
couche ou couckccoussej importe sans doute par les n^gres africains 
(Davie, in Suppl. au Littre). Cfr. pure Dozy, Suppl. 



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Pf-MP 



30 SECTION SMITIQVE 



Dinar da dinar, castigl. difiero, demrOy dal latiuo. 

^Uj^ din&r in Oriente moneta d'oro dal lat. denarius. 

IDressena, dresseual da at-tarsana castigl. adrasana, ata- 
rezena. 

Derivato da i^LJud ilj dar 8ina*a o ^ rv JuAJi 11 J dar es- 
/ ^ ' I 

sin a*a, cci»a del lavoro, fabbrica, sezione del lavoro, ital. arsena e dar^ 

J,/ u/. 
sena d'onde in oriente si deriv6 poi AiUmjJ ters&ne (per araenale), 

— Dozy, Gloss., p. 206 seg., alia voce arsenal si pronuncia per dar 
sina'a. 

E 

ESncola da alcolla, castigl. ale oil a orxo (1. orcio). 

a13 qui la, coir art. al-qulla grosso vaso di terra. 

Dozy, Oloss., p. 92: alcolla grande cruche de I'arabe ^JUU) 
al-oolla. 

Bin Ul ooxno Malxoxna. (£n eHi] come S^). 

^ in Dio come Mahometto 

Espressione: ^v %i ir" 

^ con Dio come Maometto 

SSsoabeolxU da sic bac castigl. escabeche mlm j)er cousefrare 
it pesce. 

Dozy, Gloss., p. 261: escabeche port, aussi escaveche sorte de 
saiice pour conserver longtemps h poisson^ compos^e de vinaigre ou de 

vin blanc, de feuilles de laurier, de citrons & de ^^^^ sikb&g ou 
sikbeg. 

Ar. ^KjSjh ^ il pers. \J^Km o \^jm sirkeba (sirke = oce^o). 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 31 

'Eitzaboge (comimemente per Agastre) iisato a Minorca per olivo 
selvaiico, da azzabache, castigl. acebuche. 

Dozy, Gloss., p. 32: acebuche, port, azambajo olivier sauvage. 
Alca]a lo deriva da ^^J^*^^ az-zanbi^ga. La parola S berbera. 

Le dictionnaire berbere donne, sous olivier sauvage ^mm^ S f^ j J\J seze- 

baugs. Glossarii arabi piu recenti hanno T^*^3 zenbii^ e ^^^ 
zebbtig. 

Btzerola, atzerola da az-zarora, castigl. acerola, niela 
axxarola o laxxerola. 

Dozy, Gloss, p. 34: acerola. asuroUa (espece de fruit) da 
\f^j^Jr^ azza'rura mespilus azerolus. 
J3jJ5^ neflier, nefle, aubepine, 

Sxouar (ajnar), exovar, exogar da exoiv. 

Dozy, Gloss., p. 221: axuar, val. eixovar, port, enxoval « lo que 
la muger lleva quando se casa, de atavios, assi de su persona como del 

adomo, y servicio de su casa » de^i^^SJi ach-chouar (as-suw&r, 

as-siw&r, as-saw&r), Alcala: casaviiento dote^ dote o casamierUo 
de hija, Mais ordinairement axuar signifie ameublemefitj mobilier, de 
memo que ach-chouar en arabe: supellex domestica, trausseav. Belot: 
utensiles de menage, bagages, Bistani: il miglior dono. 



V 

Falaca da falaca stnimento da tortura. La parola falaca signi- 
fica torturare iina persona fisicamente o spirituabnente. 



e MXi falaqa ceppo per dare le bastonate. 
Dozy, Gloss., pag.'265 s. v. falca a pag. 264 s. v. falaca. — En 
port, falca est un morceau de bois carre qu'on a coupe avec la cognee 



du tronc d'un arbre, de Vi*-^A3 falaca (falaqa) fendre. (Confrontisi 
tuttavia, difalcare, e il latino falx, falce quella che taglia, e il greco 
TclXexvc scure, accetta,. mannaia, strumento di supplizio. A. D. G.). 



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32 SECTION S:^MITIQUE 

Faloa da falou catal. minorc. cutieo di kgno (cuha da madera). 

• X • 
Come il precedente, da ^w4a3 falaqa spaccare (ideutico a f alaco) 

Mm falqa eclat de hois (Dozy, Suppl.). (Cfr. ancora it. difalcare, ingL 
to defalk). 

Falea da faluca, castigl. falua (halca). 

Dozy, Gloss., p. 214 : faluca, ital. feluca, filuca, fr. felouque, 
4c petit navire & voiles et k rames » Jal. — La parola si derivo dal- 

1' arab. wXXd f u 1 k nave^ ma e parola vecchia e qua e 1^ usata dai pi- 
rati, e certamente sconosciuta ai marinai del Medio Evo. — Dozy de- 

riva faluca dall'ar. As\j^ nave incendiaria, htuMto (da v5y^ 
haraqa hmciare), poi generalmente harca (harraqa-haloque v. 
sopra halca- fa loque, faluca). — Enfin le mot est retourne aux 

arabes (ATjAi fuluke, faluke). 

Fanal da fanar liime, ca«tigl. fanal, ital. female, 

jLa3 fan§,r fanale, faro (greco mod. yavapi)* * 

Fanfarr6 da fanjora, ca«tigl. fanfarron, ital. fanfaroie, frauc. 
fanfaron. 

Diez crede che sia lo spagn. fan fa folie^ vanterie, che prende 
per onomatopea. D'onde, secondo il Littre, fanfare e quindi fanfaron. 
La forma spagnuola farfante ed il portug. farf alhar (colla r) danno 

occasione alia derivazione dall' arabo ^ f^ far far a essere leggero, 
chia^hierone^ da cui ^0^3 far far leggero, chiacchierone (in ogni caso 
per analogia, come »JO ^ar^ar chiacchierare ; alia LJ t (s) in arabo 

subeiltra talvolta (^ f. come in i^yi turn e ^^ fum aglio), 
Manca in Dozy. 

Farcli (pereroso) da faraga. 

E P^o farig viwto (vaso); libero, pronto, disoccupato, ozioso. 

T'arda da farda fagotto di (dMglianienti donneschi, castigl. farda 
[ital. fardello^ franc, fardeau]. 

Dozy, Gloss., a p. 108 ha: alfarda, farda, port, alfitra espece 
da contribution que payaient les Mauresques qui vivaient sous la do- 



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LUICtI SAX.VADORE D' AUSTRIA 33 

mination des chretiens — dall'arab. 'i^j^i al-farda (per ^j»o *t3i) 
taxe, charge, contribution, 

A I far da Terme de charpentier, i due correntl ognali dol eavalletto 




da i^ fard, meglio *5i>%3 farda pars parts altera Puna parte del 
paio come un battente di porta, una cinghin della staffa (6trivi6re), una 
parte della soma ecc. 

A pag. 380: farda port, vetement de noldat, uniforme, livree, la 
cui derivazione dali'arabo egli rigetta. 

In quanto a farda per abbigliamenti donneschi si pu6 in ogni 

case pensare a -^r^ fart maneta apicciola (nel mezzo di parola Jb 
t pno suonar d come in bad ana per ^Ud^ bitana o batana), 
ovvero a »)ii3 in 'i^>y5 faride grossa perla, gioiello ecc. 

G 

Ghafet (a), castigl. gafeta (rorrhetp)^ yauno, 

v3^^^^ huttaf gancio. 

Dozy, Gloss., p. 267: fatexa, port, fateixa, instrument a pointes 

recourbees, croc, petite ancre, de ^Uo£> hott^f, volg. b^H^^ ® 
Ijiattef, donde anche lo spagn. gafete. 
Pag. 271: gafete, crochet. 

Ghalixna. 

Dozy, Gloss., p. 272 : galima petit vol, de A^fi ganfma (^a- 
nlme) <praeda, rd(pma»; con son. Z per » come in jL«'^w bading^l 
per uLaTi^Vi bedin^an, melenzana. Dozy, p. 21). 

IcUt du !//»•« Congrh det OritntalitU*. — Vol. III. 3 



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32 



..,.U...V.K.W""."^'' 



Ji 



A 






J 






/^afl<i"'*)« Alcala: gan-* 
\^ ^^^ rAliente, allegado en van- 
■^^^. '^*";;3fla. rofiana ecc. (Estesa 






M * 

.*-'' 






"" .^/^"•- '**' ,,uJ-i'^* ^^ ^niuo, da guirbel castigl. 

"''' ^^^ ,^M>Jn testa leggiera, testji vaua, di 



»ai'^*'^^ ^^''/, .i^ii^''^ ;.'., ivine il va-lio. A. D. 0.) 
, ,rel e garbillo. 






,, v.; ^' ., ^,,,>|io il franc, carafe, lxjtti(/lia. Gar- 

^. ^ ^. ' "^ \ ,, yff'oH. uel piemontese, iudicano la hotti- 

<?**^** ^ . " .^ ^Cjvji;! graiide, come carafiua la bottiglia 



.. ^^j.j.afa,i^^l- caraffa, franc, carafe dall'ar. 



• • . 



^f;,^ da u>^ garafa, atfingere. 

« '•'^ ,.,mlo vieu meiio la giustizia uel prelevare qiia- 

w.^*r^^^^^^^ * r»>iiM. derrama, garrama. 

. »i* „rt^>o«/a, t^ssa, contribusione, multa, debito. 
^ ^ ; v<N, ^'l^*' diviene percio un balzello, Sotto garrama 

.% »» ^*^ 

,. r4ioio da Harrub. 



< 



.^ 



,<>f.r* 



2 e ... 

^^^;^ harrub carrubio (al sing. ^Jjr^ harruba). 

^{\.i\, ItIoss,, sotto algarroba port, alfarroba. 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 35 

Oassexni da yasmiu (jeisotNino Hore. 

Pers. QiAi^U yasamin, Q-<VfVi yfisaman, (jy^Wim^ y&sa- 
mun, A^Vl 3' as am gelsomlno. 

O-atzara. 

Doz3% CtIoss., p.* 122: algazara, port, algazarra, it. gazzarra e 

gazzurra li^'J^ gaz§,ra] rejouissances h coups de canon, au bruit 
des instruments militaires, bruit, cris, — Alcala: gazara parla, wter- 
mullo de gente, ruydo murmur ando. roydo con yra, 

^ V^* gazzar e canneto (fruscio del vento ?) j 5^ \\^ una eanna. 

Fa riscontrato con algandardi cni sopra; sarebbe s^^^asU) algan- 
d a r a rechercTie dans la mise, faquinerie ecc. Vedi gandul, ghandur; 
ma la parola e la cosa non ban no cbe fare 1' ana con 1' altra. 

Oavarria da gabarra, castigl. gabarra, fi*anc. gabarre. Specie 
di uave. 

[Ital. gabarra ==flrroMa barca]^ 

[II Biz. dell* Ace. 8p. fa derivare gabarra da carabo e qaesto 

dal greco yArjOL^ot; donde Tarabo ♦-y^ qarib pi. ^j\f^ qawarib.] 
Metatesi. Cs. 

Oavella da cabila, castigl. gabilla sperie di grano, 

[II Diz. delPAcc. 8pagn. ha: gavilla (del ar. ^^*ij» abila haz 
de forraje.) Porcion sueUa o atada de sarmientos ecc.]. 

O-ayta da gavta roniamu.sa o pirn, detta anche xeremias [spagn. 
f'hirimUi\ speeialnieiite a Maiorca. 
Gavte suonatore di cornamtise. 

Dozy, GloBS., p. 380: gaita instrument de musique, de Akui^ 
^aita (gaita) che si trova in Ibn-Batouta, II, 126, col significato 
di flfite (Engelmann). Dozy 6 d'opinione che gli Arabi lo abbiano preso 

in prestito dagli Spagnoli (Ibn Batouta nacque in Tangeri I'anno 1304) 

• 

— al contrario dice: Suppl.: s. ilflA* (esp. gaita) au Maghrib espece 
de hnuthois (Alcala gay t a). 



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34 SECTION SEMITIQUE . 

Oainuza, castigl. gamuza, rn/ffosew, 

•M^L^ gam lis e buffalo. 
N.B. In questo caso ch sta per ^ g, come p. e. ingerra ocharra 

i yS^ garra, giara, 

G-andul. 

Dozy, Grloss., p. 272: deju ^OlC gandour (gandur). Alcala : g a n-* 
dour gar9on que se quiere casar, l>arragan valiente. allegado en van- 
do, rofian. — Fern, gandoura. barragana, rofiana ecc. (Estesa 
dissertazione presso Dozy). 

Belot: coquet, fat, faquin, pimpant. 

Oarbell specie di rdiflio per moudare il grauo, da guirbel castigl. 
garbello. (Di qui forse Tit. gerbofa testa leggiera, testa vana, di 
poco seniio, die non tiene uulla, eume il vagliu. A. T). (t.) 

Jy>* garbal (garb el), girbal vaglio. 

In Dozy sotto alvarral, arel e garbillo. 

Oarraf da garuf, doude aiidie il franc, carafe, IpoitigUa, Oar- 
rafu (graude; carafa e carafon, uel piemontese, indicano la botti- 
glia seniplice e la bottiglia grandc, come carafnta la bottiglia 
piccola. A. D. G.) 

Dozy, Gloss., p.274: garra fa, ital. c a raff a, franc, carafe dall'ar. 
AJlfc* garr^fa (garrafa) da kj t* garafa, aUingore. 

G-arraxna» si usa quaudo vieu meno la giustizia uel prelevare qua- 
limque imposta. Castigl. derrama, garrama. 

X«W£ gar^ma imposta^ tassa, contrihmione, 7nuUa, dehito. 
In Doz}', Gloss., die diviene perci6 un balzelh, Sotto garrama 
ederrama. . 

Gharrov6 canuhin da Harrub. 

Oarrova eannhit da .Harrub a. 

^^y^ bar rub carrubio (al sing. ^Jjt^ harrul)a). 
In Dozy, Gloss., sotto algarroba port, alfarroba. 



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LUiai SALVADORE D' AUSTRIA 35 

Oassexnl da yasmiu (jehomino tiore. 

Pers. ^^aOmU yasamin, ^^-Pnu. y^saman, Oyd^ yftsa- 
iQiin, (MmVj) yaaam gelsomino. 

G-atzara. 

Dozy, Gloss., p.* 122: algazara, port, algazarra, it. gazzan^a e 

gazzw^ra lij\j^ gazara] rejouissances h coups de canon, au bruit 
des instruments militaires, bruit, cris. — Alcala: gaz^ra parla, mur- 
mullo de gente, ruydo murmur ando, o^do con yra, 

^l/^ gazzar e canneto (fruscio del vento?); fy\>* una eanna, 

Fu riscontrato con algandar di cui sopra; sarebbe S;^^3) algan- 
dara recherche dans la mise, faquinerie ecc. Vedi ^andul, ghandur; 
ma la parol a e la cosa non has no che fare V ana con 1' altra. 

Oavarria da gabarra, castigl. gabarra, fraue. gabarre. Specie 
di nave. 

[Ital. gabarra== grossa barca]i 

[II Biz. dell'Acc. Sp. fa derivare gabarra da carabo e questo 

dal greco xdpapo^ donde I'arabo *-y <l^rib pi. k^j)^ qawarib.] 
Metatesi. Cs. 

Oavella da cabila, castigl. gab ill a specie di (j ratio, 

[II Diz. delFAcc. Spagn. ha: gavilla (del ar. ^XjOI abila haz 
de forraje.) Porcion suelta b atada de sarmientos ecc.]. 

Q-ayta da gayta romfufumi o pira, detta anche xeremias [spagn. 
f'hin'mUt], specialnieute a Maiorca. 
Gayte suonatore di cornamuste. 

Dozy, Gloss., p. 880: gaita instrument de musique, de Aku^ 

gaita (gaita) che si trova in Ibn-Batouta, II, 126, col significato 

di fi{Ue (Engelmann). Dozy ^ d'opinione che gli Arabi lo abbiano preso 

in prestito dagli Spagnoli (Ibn Batouta nacque in Tangeri I'anno 1304) 

..I ^< 
— al contrario dice: Suppl.: s. ^JfllA* (esp. gaita) au Maghrib espece 

de hauthois (Alcala gayta). 



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36 SECTION SEMITIQUE 

O-eneta. 

Dozy, Gloss., p. 27G e SuppL: gineta fr. genette , espece de ci- 
vette dont la peau s'emploie en fourrure, de ioxij^ game it (gar- 
nait), presso Cherbonneau (Magreb). 

O-erra. 

iy^ garra brocca da acqua, orcio, giarra. 
Dozy, Gloss., sotto aljaraejarra. 

GUnebrd da Az-zinchibil, o meglio piiO derivare dal latino juni- 
penis y ital. ginepro, castigl. ageugibre. (XelP italiano trovasi pure^ 
in rima, adoprato ginebro per ghiepro, A. D. G.) 

zengebil ginepro. 
Dozy, Gloss., p. 52: Agengibre, gengibre, gengible,. 
^AASrO) az-zengebil gingemhre, 

GUrafe, castigl. girafa — giraffa. 

^ix) zarafa, ^\j^ zurafe giraffa. 

Dozy, Gloss., p. 278: girafa de ^\)) zarafa ou zerafa. 

Ghunioa, castigl. Gumia dega, piifial. 

Dozy, Gloss., p. 282: gumia, port, gomia, a go mi a, agumia 
c&uteau co7nbe en usage chez les Maures, espece de poignard, da cui e 

derivato il magreb. ^Xa ^* kummiyye pugnale da ^i manica, per- 

ch6, secondo Popinione del Dozy, si soleva portare questo pugnale nella 
manica. Lo stesso ripete nel Suppl. 

Ghutaperolia da Guta percha, custigl. gutapereha (ftdta- 
perca. 

E malese: getah pertjah gomma di Pertjah, cio6 di Sumatra. 
Cf. Littre s. v. 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 37 



Jacera» iacena de choceu. 

Dozy, G-loss., p. 289 Jacena tasseau, poutre de traverse sur la- 
qaelle les solives sont assise?. Serait ce VW^ ga'iz pouU^e avec la 
terminaison esp. en a? 

J^V^ g&iz trave^ trave trasversale fa il pi. CJJ^J^ gftzan 
■e Oiyf>^ gizan donde chocen. 



Jaique da liagg re^titOy manfello, castigl. jacque. 

(^orrisponde meglio al francese jaquet (It. giacchetta). 

Littre, jaquet diminutif de jaque, i tal. ^(occ^x, tedesco jacke. 
On ignore I'origine de ce mot (roman. on allemand?) Dacange demande 
s'il ne vient pas de Jacques, les paysans revolt^s (Jacquerie, 1358). 
(On peut ajouter ici, par analogie: qu'en Piemont et en France, on ap- 
pela Carmagnola la jacque des ultra-revolutionnaires qui avaient chants 
«n 1702 I'horrible chanson intitulee La Carmagnole dirigee contre la 
Reine Marie Antoniette, et dont chaque couplet se terminait par le 
refrain: Dansons la Carmagnole | Vive le son | Du canon. A. D. G.) 
II parait avoir ete fait dans le XIV® siecle. 

JCa>> haik ipl. JLo^ hiyak) e w1ljL> ha'ik, hHjik en 

Airique grand manteau de laine, ordinairement blanc, qui sert de ve- 
tement pendant le jour et de couverture pendani la nuit. Dozy, Suppl. 
je Vetements 147-153. 



Xilimona da loymouu, luumi, ital. Umone, 

Pers. y^ limii e oy^ liraun o OJ^ 1 aim an e j^ 
laim^. 



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38 SECTION SEJillTIQUE 



M 



I^acatrctfa da magatraf, castigl. mecj net rate. 

^3%^ *^^ ^ ma qad *urifa cih che p gia noto, co-- 
1 noaciuto, sapufo, 

\{imZA^jJ^) 4l3^e ck3 U« ma qad *araftahu farafta) cih che 
} til gih sai. 

s^y^ ^^ ** m& qad *urrifa cid che gih e stafo 

pariecipato, 
(^ijJti) s^jlfti «^ t< ma qad ta'rifu (taVifuhu) do chv 

tu hen sai, 
Sarebbe infondato forse: 

AMJyMj^j w« mk kata*rifihi cib che h come la sua 

partecipazione, com'ei fu partecipato. 

\^^y%K!y6 Ut m& ka't-ta*rif cw che e come la par- 

tecipazione,- come (fu) partecijyaio, 

[Diz. Ace, Spagn.: mequeirefe (Dal Par. t^Ja^^ mogatref petu- 

lante) m. fern. Hombre entremetido, bullicioso y de poco provecho]. Cs. 

Magatzein da alniaseeu, eastigl. almaoen, ital. mftijaxxiuo, 
ft-anc. magasin. 

. / o / ^. .1 / '^ 

(jjS^t^ maljzen pi. iSf^S^^ mahazin magazzino (luogo da 

accumulare, da riporre) da oW^ ^azana ammucchiare. 
Dozy, Gloss., p. 147, s. v. almacen, almagacen, 

Mangara. 

La caverna che sarebbe ij wi^ magara (y J^^ g a w a r a 
donde ^^ fe^ra) perche spesso si tira dalle cavit^. 



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LUIGI SAL V ADORE D' AUSTRIA 39 

Maravedis, morabati. 

Dozy, Gloss., p. 301: maravedi petite monnaie de la dynastie 
des Almoravides de cf'^^^j^ inorabiti (murabiti). Engelmann. 

Dans I'origine une monnaie d'or, un dinar: ^ji^]^ ^\Jo^ 

dinar morabiti qu'on appellait morrt^i^mu.?, en j)royen(;a\ maraboti; 

plus tard c'est devenu une monnaie d'argent et meme de cuivre. 

(z) 
Masmorra, eastigl. mazmorra da niatmorra pn'tjione. 

Dozy, Gloss., p. 312: mazmorra cachot, fosse, prison de 5j^4o^ 
matm6ra (matmiira) que P. de Alcala traduit par algibe, prision, 
ctieva, carcel en el campo. 

SiAi«Jd>« matmura caveau, fosse ou I'on conserve le ble ecc. : 
tfilo da j^^ tamara riempire (una fossa). Fossa per carcere. 

Matafaluga, matafalua cuiice dairar. mata e halua. 

Dozy, Gloss., p. 238: batafalua, batafaluga anis, de I'arabe 

i^X^ 4a^* habba-halva (habba hulwa, volg. halwa) grano 
dolce; m per h e frequente (Dozy, p. 20). 

I^atalaf da matrah, valeiiz. matalaf, nnderasso, 

T Ja^ matrah hcogo dove si getta qualche cosa, significa pure 
lettOy materasso. 

Dozy, Gloss., p. 151: almadraque, cat. almatrah, lit^ ma-- 

telas de ^ t«*» ^1 matrah lit. 

Si veda anche Dozy, Suppl. ed il Vocabulista pubblicato dal prof. Ce- 

lestino Schiaparelli pag. 471 Tjt^^^ matrah = Matalaf um, marfega 
p. 189 = teped e 602 = tepetum, matalaf]. 

Matraca da matraq. Matraca tr neOre (ragaHella) nioia di leguo 
coil iuste pur di legno attorno, die serve di campana in alciini 
giorni della settimana santa. Si chiama pure Matraca quello 
sti-umento di leguo (Tabella) die in qnei giorni si usa alFaltare 
(invece del oampanello). 

{^yJO^ m i t r a q e ) ^3 Jo^ m i t r a q a , martello , maglio , 6a- 
tacchio. Dozy, Gloss., 310: matraca cre'celle dont on se sert, au lieu 



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40 SECTION SEMITIQUE 

de cloches, dans la semaine sainte, de ^jjO^ mitraqa, marteaUj 
in Bocthor crecelle. 

Maxiganga da mugxi moscaio, 

Pers. {jttkS^ meges mosca, zanzavn: 
Mesqui, ital. meschino, povero. 

Dozy, Gloss., p. 314, s. v. Mesquino ^^jA^a**^ mis kin, 
iV^iMWb^ meskin poverft, misero (colui che e attaccato alia gleba). 



Anche Littre deriva il fr. mesquin dall'arabo 



I^ingo da menon, forse anche da itnnor il )innore. 
Mitg da metih, forse da medifis, me wo, 
Mirall, frauc. miroir. (Cfr. hit. mirabilis). 

*i}j^ mir'at (43 li;.* mir'aje, ^M^ miraje) specchio. Dozy 

non ha questa parola nel Gloss.; cita per6 nel Sapp. Pedro de Alcala : 

}j>^ mir& espejo, — Littre, _ wirofr deriva da mirer; prov. mirador, 

miraor, mireor=le mireur, miroir, miroer, ?«/roii<»r = Pinstrument a 
mirer. 

llbiisticll da mist ah ffpe^ie di ^lare^ castigl. ed ital. (?) misfiro. 

^Ud^Wk^ musattah, sorte de navire, pent etre un navire qui a 

im pont, un tillac (^Jta4M piano, ponte, coperta) Dozy, Suppl. 

Dozy, Gloss., p. 314: misticoy catal. mestech sorte de navire de 

^!fi^Mf^.« mistah, qu'il faut prononcer ^JOLm*^ musattah. 

Mostassa e Mostassaf colui che soprinteude ai pesi e misiu-e; 
almostacen, almotacen, almostahlaf. Mostasseria rufficio 
relativo. 

v^ 4 X ^V <wJli al-mustahlaf il giurato, ispettore dei prezzi del 
pane, della carne, del vino, ecc. 

Dozy, Gloss., p. 177: almotacen, almutazafe, port, almo- 

tacel inspectexir des poids et mesures, de c«a4(m»a^) al-mohtasib 



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LUIGI SALYADORE D' AUSTRIA 41 

(al-muhtasib) ispettore del mercato, Dans le Fuero de Madrid on 
trouve la forme almutaceb (e questo fa autoriti). 

I^uare, ftauc. moire. 

ii J^*^ inu^ayjMr. — Dozy, Suppl. (secondo Devic) : J^^ cumelot 
moire (Bocthor, Egitt.). — Belon ("Les observations de plasieurs singu- 
larites" ecc. Paris, 1588, pag. 461) : « Camelot ou rm/n^^ayery^. Rauwolf 
(" Eigentliche Beschreibung der Raisz " ecc, Laugingen, 1582) : 98.216 
nomme parmi les 6toffes : " Turckische Macheyer. " — Richardson : 
^ a kind of coarse camelot or hair cloth », Inglese mohair, ital. wio- 
cajardOy mucajardOf [e mocajan^o che piu si avvi<5ina al muhayyar], 

JSdCussulina da mancili tela fahbrirata a Mosuly ciistigl. niiise- 
lina, it. tNnxsoli/ui. 

^yA4g»^ mansiliyyun, ^^X(£»^^ m u s i 1 i y y u n .da J*^^l^ 
maiisil, ^yjo^ musil Mossul. Dozy, Gloss., s. v. muselina. 



N 



Nb,A\t il coutrapposto alio Zenit, da Nadir, caistigl. Nadir. 

t\idi n a z ! r , volg. nadir, corrispondente , idenfico , ( Jt^iM 

O^M^mJi) cioe la direzione verso il basso corrispondente alia direzione 

verso Talto (V T '^4>^ semt zenii, coll' art. yj. \ "^^CuJ' es-semt, 
pronnnciato alia turca azzimnt). 

Dozy, Gloss., p. 323 s, v. nadir. 



O 



Oruga anche Uriiga da oruca /)nico [niga], eastigl. oriiga. 
Non si trova in Dozj', Gloss. 

3j^ '^^^. pi* oLSr^ flr^mc, veiie, si usa pure metaforicamente 
per filamentij barbe di radici e simili; quindi non fa meraviglia che 
sitL applicato anche ai vermi. 



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QDOgle 



42 SECTION SEMITIQUE 

Dozy, Gloss., s. v. [jflJ^f k3J^ *irq-el-*a^rd ver de terre (lom- 

brico). On semble leur avoir donne ce nom parc« qu'ils ressemblant 

H -'^ 

aux veines de la terre. Du pi. i^3r^ *uruq le vulg. en Espagne a 

forme le nom d'unite AJju,C *uriiqa, qu'Alcalja donne dans le sens 
de chenille^ ver qui range la vigneJ^gnQ&uo que roe los pampanos, oruga 
gusano, pulgon que roe las viiias). L'espagnol oriiga vient pent etre de 
ce mot ; je n'ai pas ose I'admettre dans le Gloss. Esp., parce qu'il peut 
venir aussi du latin eruca, qui, de raeme qn^ oruga, a le double sens de 
roquette (ruta) et de chenille (eruca, classica eruca). 



Percal da per gal, castigl. percal, stotfa [percalle], 

E il pers. JoO per gal e ^DjJ per gale (anche ^J^j^ 
pergare) genus pannl seu vestis e bysso vel bombyce crassioris, si- 

milis panni generi quod ^1*a-# (mitqali) dicitur. — VuUers, Lex. 

pers.-lat. 

E pure una specie di vestito di panno grossolano fatto di lino o 
di cotone, simile al panno, il quale e chiamato mitqali. 

^ULw* mitqali specie di lino, ibid. 
Presso Littre : percale^ incertain. 



a 



Qrilinta da quintar, castigl. quintal peso di 4 arrobas, it. quintak. 

Dozy, Gloss., p. 327 : quintal polds de cent livres , de y^XSoiS 
qintar (q in tar). 

^UflA3 qintar servi pure alia derivazione di Cantaro. 



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LUIGI SALVADORE W AUSTRIA 4^ 

ClUitr& da quit ran catrame, 

v3y«id3 qitran, o^J^S q a trim cairame, Anche qatiran. 
Dozy, Gloss., p. 186: alquitran goudron, Uyw3» al-qui- 
tran, du verbe ji^ qatara »tillavif, gocciolare, 

R 

Rabada da rabedan. 

Dozy, Gloss., p. 327: rap ad an maitre berger, «E1 padre Guadix 
dize que vale tan to como el gran pastor, 6 el senor de las ovejas, en 
la lengna Arabiga*. Je crois avec lui que c'est u^>^<}| Vy) rabb 
ad-dhan (rabb ad-dan per da'n), le maitre des motUons. 

Rafal da vahal, eastigl. rafal , rahal, rafullo easa fnori della 
cifta. 

J»2^ rahl (come rachl) niaison fiors d'une ville, terre^ mttairie, 

^ ^ ^ 
hameau (Dozy , Suppl.). Propriamente luogo di fe-innata, da A^^ 
r aba la andarsene^ cambiar dimora. 

Dozy, Gloss., p. 328: rafal, rahal, rafallo. A Majorque le 
mot rafal signifie : une maison hors d'une ville, une tcrre^ une me- 
tairie, un hamemi, C'est Parabe sS^^J rahl Vendroit ou Von de- 
me lire, 

Rambla bene da ramie h (sabbia) passeggiata con mia sti-ada c^:>- 
pei-ta di sabbia. La maggior parte delle citta di Spagna hanuo 
ordinariameute una rawbla ombreggiata da piaute. 

^X^j rami a, luogo coperto di sabbia^ grande plahio sablonnousp 
(Dozy, Gloss., p. 329). 

Raq[iieta da rah a strumetito per ghiocare alia paUa (pelota), ca- 
stigl. raqueta, it. rarrhetta o laeehetta. 

^^\j e la palma della mano; poigme, contenu de la main, (spie- 
gazione araba: riempimento della mano con qualche cosa che si prende). 
Ha pure il significato di riposo, comodith, ricreazione e (Dozy, Suppl.) 
recreation, divertissement, partie de plaisiv (che qui puo anche passare). 
Cf. Dozy, Suppl. Nel suo Glossario nulla v'ha in proposito. 



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44 SECTION SEMITIQUE 

Littre, pure alia voce raquette, accenna a In rachette de la main; 
la rasquette dii pied. « Lorsque les tripots furent introduits par la 
Prance, on ne savait que c'estoit que de raquette, et on y jouoit seu- 
lement avec le plat de la main » (Pasquier [1529-1615] recherches, IV, 
15), Mais le mot est ancien dans la Inngue sous la forme de rachette, 
rasquete, et il signifie la paunie de la main, la lAariie des pieds, et 
c'est le diminutif du bas latin racha qui signifie le carj)e, le tarse et 
qui vient de Parabe. 

Reoamar, it. yicamare^ castigl. recamar. 

Dall'arabo a3^ raqama disegnare. scrivere, ricamare, intessere, 
decorare — tisser des raies. ^j raqm, raqam scrUtttra, decorazione, 



Dozy, Gloss., p. 319, morcum: morgom (ar. My^j^ ma room 

V: ^ 
[marqum] raye) e p. 329 recamo, ital. rkamo,' hmderie (^J s. v.). 

Rivet da ribet, castigl. ribete lujiffa stn'scia di panno, nastro 
Franc, rivet, [forse 6 piu-e da confi'ontai-si il rivagiio di Dante, 
stinscia, lembo, ripa, die sta per rirafpio A. D. G.] 

Jd\j»^ ribat striscia. — Dozy, Gloss., p. 335: ribete hordy 
■bande de Jsw^ rib^t (ribat) que Bocthor (pour PEgypte) traduit 
per bande, longiie morceau d'etoffe, 

Roinana. 

Dozy, Gloss., p. 335 : romana, franc, romaine (peson instrument 

dont on se sert pour peser avec un seul poids) de ^\mj rommana 

(rumm&n). Bocthor, poids et romaine. Anche nome d'unita ^L«l 

rommllna (rummane) da Cx^j romman melogranaio, portog. 
r m 3, a. 



S 



Sabata, ital. ciaf>atta, franc, savate, castigl. zapato. Zapa- 
tero, eiabatthw. 

Non si trova in Doz}'-, Gloss., ma in Suppl. s. v. 



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LUIGI 8ALVAD0RE D' AUSTRIA 45^ 

JdI^aw sabb&t pantoufle jatme sans talon, et: Soulier rouge qui 
laisse le cou-de-pied entierement k decouvert. Egli dichiara il voca- 
bolo come basco (citando Mahn: Etymologische Untersuchungen auf 
dem Gebiete der Romanischen Sprachen p. 16). — Sarebbe dunque dalla 
Spagna passato nel Magreb, e quindi anche introdotto nei Lessici 
berberi. 

Littre s. v. savate. Origine incertaine. Picard, chavate, ital. 
ciavatta, piemontese savata. Mahn: zapata Soulier; zapatain cordon- 
nier (basque). 

S. V. sabot. Origine incertaine. Cependant on ne peut guere s'em- 
pecher de la rattacher au mot savate, bas-latin sabhaium, chahate, 

Saetia pkcola narr a thte alheri [ital. Sec. XIV-XYI mettia] cs. 

8i potrebbe pensare a ^Lia^ sat tab qui est toujours en mouve- 

• cS ^ 
vient (moulin); magreb. danseur, fern. ^^lidJb sat tab a danse^ise 
(Alcala: hailador, hailadora, dan^dor, dan^dora). Dozy, Suppl. 

Xel Mar Rosso ed Indiano AAfiLyi sa'iya e battello rapido, po^ 

sfaif (fem. di ^ v^ , ^^ftLy^ sa*i rapido, messo postale: per <^ AAi»<» 

••' r' * " 

A ^ g Liyy sefine sa*iye nave rapido), (In Sicilia, 6 rimasto il cognome 

S a y a , pronunciato s a i y a. Forse e qui da pensare al latino s a g i 1 1 a , 
che guizza e diviene saetia nelP italiano ; di cosa rapida si dice che va 
cfjme una saetia termine che poteva convenire ad una nave rapida. Si 
ricordi il Virgiliano nel decimo ^^W Eneide: 

Dixerat et dextra, discedens, impulit altam, 
Haud ignara modi, puppim; fugit ilia per undas 
Ocior et jaculo, et ventos aequante sagitta, 

e applicato, per V appunto, ad una nave. A. D. G.) 

[Diz. delUAcc. Spagn.: Saetia (de saeta). Embarcacion latina de 
tres palos y una sola cubierta menor que el jabeque y mayor que la 
galeota, qua servia para corso y para mercancia]. 



i.v/"ks 



Si veda per6 il Dozy Suppl. V ickm dove si trova questa spi 
zione con rinvio al Jal. 



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46 SECTION SEMITIQUE 

Safennari, sefennari da zauahoria. (Pnstniaca). 

Dozy, G-loss.. p. 224: azanoria, zanahoria, azahanoria, ace- 
noria, cenoria; chez Alcala 9analioria, izfernia; Valenz. sa- 

fenoria. de ^j\mam safnariya, safnnariya, panais, 2>(f^titMca, 

Safereig. 

Dozy, Grloss., p. 358: zaf areche etang, et zafariche endroit ou Von 
Viet des cruches pleines d'eau (par exemple au buffet), de ^ffis^j^fO 
sihr!^ (anche ^ J^^ suharig, pi. ^3^l^Ad saharig) Hang, c/- 
sterna, vasca. 

Safr&, it. \affermio, franc, safrau, castigl. azafran. 

6'jAC^ z a' fa ran zafferano (la rassomiglianza con i\M*^ aafra 
giallo, femm. non e che accidental e). 

Dozy, Gloss., p. 223 : a s a f r a n, port, a ^ a f r a o da u J JtftV* a z- 
za'fer&n. 

Salexna. Cantando si suol dire: r/fn'tta aalpmn /*os \ \\ che torna 
air espressioue (?) fhe iff stia Ijchp (?) da salem, saluto. 

m%>*»i s a 1 a m significa pure la benedizione con cui P i m a m con- 
geda la coinunita; quindi: le second cri des moezzins dans les nurts 
du mois de ramadh^n. une demi-heure apres minuit ; 11 che combina 
con quanto sopra. (Lane presso Dozy". 

Samarra, da xamarra fra(\ rrstifo [it. xifff{frra], 

Samareta, pure xamarota diminutivo. 

Dozy Suppl. 8. V. 'i j >^m samra, vestimenUim est pent etre Vesp. 
chamarra, zamarra volg. chamhra qui est d'origine basque (Diez) 
et qui signifie voiement de pe.au de nioutoH aver la laine, tiue portent 
les bergers en hiver. 

' Kspressione. io credo, mista di spagnuolo ed arabo cioe : € Qiiien ha 
f^mi i^'^m^y = chi ha la salute non ha biso^no d'altro »'. 



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J 



■*^ ** *>:■•** -.gift,. 



'":!,^-"'- '.- , :: 

Dozy, Gloss, p. 36.-> : , a r a ^v« , „ „ 
semble etre m,e alteration da J»i»Uj' '"''' '^'*'"""' *"''" "'"' /""'*. 

y«,> hezr ,atan. /.^/o,.). ^i^ .1 , '^/"'•' 

^1 ---at.a....,....^^,:;;;-.^.-. 

Saraquello sar,,fe|| d« sarauil. 

Dozy, Cxloss., p. 3G,: zan.g„elW. port, cerou la 

c«W/e,p^„e«daJj^)^ ,.rawtl p, ,,i l^ 
(pantalons tres larges). wl3j^ sirw 

8arrahldaxar<,uin\-ast,>,. ^, 

sarrasiu. ' '""• ""ftrfu 



Siderivain varia maniera: o da 



OJ^jA sarqiyyfln voJg. saroirvtn 
oppore da; ^^'^naayone: 

(J^^jm sarruqun, volg. sarrAuin / / • 

Seca, fustigl. 8eca, ital. :^,rY/. 

^ -Ha, sifeke, cn^,. «,,,,„,„ „,^^ . ^ 
■ " es-sikke e«.« ,.ua n^,„, ,,„,^,„^ ^^^^ ^.^^^^ _,^^^^ 

8«ll,8enet. ,«>;.o re«-A/o (lat. seuis. s.„i..r,. 

^^7, 6IO88., p. 340- X An a^ 

'P «".«en,8ena, senes. port. sene. .. 
^ sena o sene (volg. sen a, anche ^. 

S'-i e lo spagn. „.,,,. che viene daUar. XjU\ «---«' 
^ i-l meeoa„i,„o chiamato in Toscana /.„;,;, (r,.n,f " 



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48 SECTION S:^MITIQUE 

ruota su cui girano de' sacchi legati a catena, inossa con ingranaggio 
da im asino o altro animale) e corrisponde alia 7ioria che e I'arabo 
y^^LlJ) an-naur, usato in Spagna, Siria ed Egitto. 

Senia, come Sini. 

Dozy, Gloss., p. 33: acefia, acenia, port, azena, azenia^ 
acenia, asenha, ass§.nia, esp^ce de machine hydraulique, de 

JUildMb)) as-saniyah, as-seniya [as-seniya, raddolcimento — 

i m a 1 e — della lunga d in e] que P. de Alcala traduit par acetla. 
Belot : roue hydraulique ; bete qui la fait toumer, 

Sequi, castigl. ceqiii, ital. xerehino, franc, sequin. 
Vedi Seca, 

Sindria (cindria) da Siudiya cocomero , castigl. acendria^ 
sindia. 

Jb<NAAM sindiyye fern, di CS^'^X^m sindi cheviene dal Sind, 
(India, la regione del fiume Sindhu o Indo), specie di melone (cocomero) 

pour <^<Xa-i^3) i^ja^l el-bittil^ essindi. 
(Dozy, Gloss., p. 339, s. r. sandia). 

Siquia castigl. acequia cnnale per coifdunr rncqtia [ad nso di 
irrigazione ec.]. 

^aJLiw saqiya, saqiye, colPart. Ua^L^iaiJi as-sftqiye, ca- 

nale da irrigare, condotta d'acquay canale. 

Dozy, Gloss., p. 34: acequia, cequia canal, conduit d'eau da 
4A3L4Mk3) as-saquiya ou as-sequiya. 

(In arabo occorre sovente e lunga per d lunga, e questa sostitu- 

zione prende il nome di iJUti im§,le deviamento [cioe raddolcimento 
di vocale]). 

Soca troneo d*aWero^ da soc, castigl. zoca. 

-I ^ 
^3^«*-^ sslq gamba^ tronco d*albero. 



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LUIGI SALVADORE W AUSTRIA 49 

Sofa da soffa. 

•■ • 
Dozy, Gloss., p. S40: sofa port, et franc, de ^Jk»c {^^ii^ (suffa, 

soffa) hwMO di pieira. — Belot: caussin qu^ Von met sur la selle, 

sgirade, banqueUe. (Cfr. ital. soffiee). 

Silja, catal. sija, litogo per fare il carbarn. 

Credo che venga da ^JISLwmJi as-sat iha spianata. Vedi, del 
Tosto, Dozy, Gloss., p. 228, s. v. azotea e Sappl. s. v. m ^ e Dic- 
cion. Acad. Esp. s. v. azotea. 

Somera (asina?) forse da Hemar; cfr. Titaliauo somaro. Si pu6 
anche derivare da soma^ somme^ b^e a somm£^ bestia da somn. 
Somerih da hemerjeh, cmiduttore d'a^nni. 
Se somerih significasse canduttore d'asini iornerebbe all'arabo 

<fj^^ himari (per^UT ham mar), che cosi pronuncerei in tale 
Bupposizione; e quindi somera sarebbe Sy^^ himara asina. 

Intomo a somme si legge in Littre: somme charge d'an cheval, 
d'nn &ne, d'nn mulct. Environs de Paris : sdme, g^nev ; saume anesse ; 
prov. sauma, esp. salma, ital. soma — du bas-latin salma qui vient du 
latin sagma, qni est le grec oi^jta selle, charge. 

Mistral, Diet, prov.-fran^. : saumo, saume, soumo, soma (rom. saume, 
somme, somma), catal. sauma ; bas-lat. salma, sagma, grec oiY[ia charge 
d'une bete de domme. Anche Anesse, bourrique. 

Surell da xuril specie di pesce, castigl. xiir.el, jurel. 

Dozy, Sappl.: O^^i^ sur&l esp. poisson de mer semblable au 
garden, Alcala xurel el pescado. 

[fr. saurel. II Diz. dell' Ace. Sp. fa derivare jurel da saurel e que- 
sto dal greco oap8a(?)]. 



Tabal, cast, tamborni, da tabal e atabal o attabal. Atabalar 
(axordar) assordare col tamhuro. 

JM^ tabl iamhuro. 

Aetu du Xll^^ Oongrh d— Orientalitte*. — Vol. III. 4 



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50 SECTION SEMITIQUE 

Tacany meschhio castigl. tacano da taeach. [it. taceagm]. Ta- 
canyeries meschiiierie, 

Pu6 essere forse (j^*^J^ tahliftn (Mtiller,* s. v.) leno^ trafiquant 
de debattche, cocu. Dozy, Snppl. 

II Diz. dell' Ace. Sp. lo fa derivare dalPitaliano tcuxagno, che vale 
sordido, spilorcio, avaro, (forse colui che guarda alle piccole tacche, ai 
nei, alle macchiette; cfr. il francese tache. A. D. G.) 

Tafona da tahona mulitio, molino dci olio^ castigl. tahona. 

JU^fi^Ud tahune moUno Dozy, Gloss., p. 209; atahona, ta- 
hona, port, a tafona. 

Tafon6 cohii che attende al moUiw da olio. 

Non pu6 essere che owaCVfa tahhan mugnaio (v. sopra). Dozy, 
Suppl. ha 4ii\aiS\J^ tahh3,ne dent molaire, Ne'Lessici: i^^^U^ 

tahin {qui mout, qui se tient an centre de I'aire [bos in media area 

consistens, Freyt.]. — Dozy, Gloss., p. 347: tahen (tahin) bete de 

..I 1,/ 
somme qui fait tourner la meule. 4a:^LV9 t§,hine meule & nwulin^ 

Dozy, Suppl.). 

Taifa adtmanxa, horgata^ gente. 

M:^J^ taifa congregazione, compagnia, comunithy trihu, corpora-- 
/ 
zione, ecc. Dozy, Suppl., ha pure: le tribunal supreme, 

Talcu pi^tra trasparente^ Talco, castigl. taleo. 

Dozy, Gloss., p. 347: talco talqiie, franc, talc, pierre speculaire 

de SULxio talq. E il persiano wQj» talk. 

Taleca, castigl. talega, saceo di tela carta e largo. 

^^aA. ^ t a *1 i q a qualche cosa da attaccarej: collana, sacco ecc, da 
/ / /^cS / 

^^" ^ ^ *aliqa aderire; altra fonna ^^Ll g *allaqa attaccare, sospen- 

dere. Dozy, Gloss., p. 54: alahilca colgadura, 6 tapiceria para ador- 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 51 

nar las paredes = arab. AMj^i al-*ilqa amuleto, cm^tina (vecchio 

t i» / / 

ted. Umbehancf), anche v.»Aa3 L«.Xa}J at-ta*aliq pi. di AiuX. ^' 

V •/ 

ta liqa per cortine, 

Taxnarell, castigl. tamarindo (pianta tamarhido), 

W o # u ^ 

l^y^iib ji tarn run hindiyj^un, volg. tamr hindi, tama-- 

rindo. 

Dozy, Gloss., p. 347: tamarindns de cfvXld ji tamr 
hindi datte des hides, 

Taxnbor. 

Dozy, Gloss., p. 374: a t am b or, tarn bo r, it. tamhuro^ ecc. da 

^^fjio tonbonr (tunbiir) mot arabe qui derive du persan tan- 

bour (Engelmann). — C'est une grave erreur. — L'arab.jj^AAj^ indica 
nna lunga tastiera; il persiano significa un grosso tamburo da guerra 

di rame (timballo). — \^^^ tebire o w^ tebir, wi^^M 

teburak, tamburello. — C'est un mot (peut'etre d'origine celtique), 
(secondo Pott) emprunte aux Espagnols et que les Mauresques de Gre- 
nade ecrivaient, non pas ^jjito tun bur, mais }^yt^ tenbur 
(Dozy). 

Tara, ital. torn. 

^ Jd tar ah diffakh^ Tt^ defalco, sottrazione ^O^yo tarha 

cik> cAc c rfi^aZcato. (Spagn. anche atara, colPart. <i^*^ioJ) at-tarha). 
V. Dozy Gloss., p. 313: Merma (cio che e detratto) == iara, 

T4rcol da talc taUo. 

^wiXl? talq = taUo, talque? (Cfr. TalcuV 

Tarida da t a rid a battel lo da tra^portOj castigl. tar id a. 

Dozy, Gloss., p. 350: Terides val « ciertas navecillas sin remos, 
para llevar cavallos » cat. et prov. tarida (tarida) vaisseau de tran- 

«/K>rf. Rad. J^J^ tarada cacciare, cacciare o splngere innanzi a se e si- 



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62 SECTION SEMITIQUE 

mill. Anche iSj^ tarrad e 'i«5i%Id tarrade, nom d'un bdtiment^ 
Dozy, Suppl. 

Tarifa da tar if a, castigl. tariffa, ital. tariff a. (Tarifta, secondo che 
si afferma, dalla citta omonima dove fu introdotta per la prima, 
volta, e falso). 

E MjijiMJ ta'rife (altra forma di v^J^^^^A^' ta'rif) il portare a 

cognizionCf notijicazione 8ul prezzo, ec. dallaV c3^/* * a r a f a , sapere^ cono^ 

scere, II forma: cJ^r* *arrafa far conoscere. 
Dozy, Gloss., p. 348 tarifa. 

Tarima datarima tarolato mobile, castigl. tarima. 

Dozy, Gloss, p. 348: tarima (port, aussi tarimba) estrade d& 

Jk^ yo tarima (tarima) que P. de Alcala traduit par cama de madera. 

Dozy, Suppl. 4^ Jd lit de hois, < couche ou chalit de bois k la 
moresque; tribunal eleve de trois ou quatre degres que I'on met ordi- 
nairement sous les dais, marchepied ». 

Taroxija dataroncha, castigl. narauja, araneio. 

jf ri turun^ araneio, nome d'uniti (un pezzo) AstP^ turunge, 

..• V </ 

Dozy, Gloss., p. 351 : 1 r n j a sorte de citron de Aa^Ji torondje 

(turunge). 

Tassd, castigl. taza ital. iaxxa. 

(j^ld tass, ^mio tassa, bicchiere, tazza. 

.. ^! 

Dozy, Gloss., 349 : t a z a , franc, t a s z e de AmJo tassa. 

Tova da tub mattone non cotto, cast, adobe. 

Dozy, Gloss., p.46:adobe6r/2iiecrttedetJ>jJa3\ at-tob (at-tub) 
mattone. Nome d'uniti (un pezzo) Al^jlhtiihe e coll'articolo at- tube. 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 53 

Trutxixnan (truchiman) interprete, fr. drogman, ital. rf/a- 
yomamio. 

iiv4r«»i targum&n interprete (da cui derivano: I'antico dui^el-- 
man, trut^chehnan ecc. ; il tedesco 6 derivato dal polacco T 1 u m a c z ^ 
boemo tlumac' — la parola stessa h antichissima semitica). 

Dozy, Gloss., p. 351 : trujman, val. torcimony dau^-^Tw tar- 
geman, tergomftn, torgoman, interprete. 

Tumbago anello liscio da tonbac, castigl. tumbaga. 

Littre: tombac, esp. tumbaye, port, tombaque, it. tom- 
bac co du malais tamb§.ga, cuivre (Diz. 346). 

Tupi da tepe, castigl. tupi, pettinato alto. Si dice pure dei ca- 
valli che hanuo un'unghia alta: cavnll tupi, Tmipe deriva dalla 
stessa radice. 

Turco orientale ( ciagataico ) : ^j!j tupe sommet de la iete^ 
monticule (Pavet de Courteille, Diet, turc-oriental). 

Littre: toupet, bourguignon topo Juiut de la tete; diminutif 
de Pancien fran^ais toup qui vient de I'allem. zopf touffe de cheveux. 
(Cfr. it. toppoy in-toppo), 

"Furqu^ axxurro^ tnrchmo da turqui, castigl. turqul. 

Ar. cj^^ turki, turco, 

Littr6: turquoise qui 6tait Padiectif de turc. Prov. et esp. 
turquese, it. turchese, Les turquoises ont ete trouvees d'abord dans 
ce que (le voyageur) Chardin (1643-1713) nomme la Turquie ancieune 
et veritable. (La turchina o turchese si trova gia ricordata nolle rime 
del Bemi e nelle novelle del Firenzuola, nel cinquecento, e si faceva 
derivare dal colore, che allora si chiamava arabico o turchino; ma k 
certa Porigine della pietra turchese dal paese dei Turcomanni. A. D. G.) 

Mistral (Diet, prov.-fr.): turques, eso, rom. turques, esa, 
cat. turquese orginaire de Tu^quia. — Turqueso, turk ecc. 



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54 SECTION SEMITIQUE 

U 

TJbergizxia, albergiuia da baranehaua fue la nx mm {in pmnoii" 
tese marvixaiWy che parrebbe alludere alia sua amarexxn la 
quale si toglie soltanto, cainbiandole Tacqua ti-e volte, dopo che 
fu messa a bollire. A. D. Cf.) Piauta eastigl. albergena, bereu- 
gena, frauc. aubergiue. 

Littre: aubergine diminutif de auberge^ alberge, sorte de peche ecc. 
esp. aWerchigo, iga. Mot doateux. Manage le tire de albtis, k cause de la 
blancheur da frait, ma ^ false. (Forse ^ da confron tarsi, date che il 
prime elemento sia alhero con albi-coccOy aJher^cocco, in piemen tese, 
arbi-coc, con aprikose e con albaricoque. A. D. G.) 

Dozy, Gloss., p. 239: berengena, port, beringela, bringella 

m€longene,aubergined& uX''^^^^ bedingen (badingftn) ttolanum me- 
longena. On trouve aussi alberengena avec Part, arabe. 



Xalec (propriamente fer xalec) far complimenti da salam aleik. 

/ / 
Dozy, Gloss., p. 362: zalema revereiice, salut respectueitx de aJ^^ 

salam on sal^m salut, ou bien de I'expression salam 'aleik 

(JLaX^ jklf^m salam 'aleik a) salut sur toL Comme les fiatteurs 
prodiguent les sal&melecs, zalama et zalameria ont i-e^u le sens de 
flatterie, adulation outvie, — Hacer zalameries (oppure zalemes) cajolar, 
flatter ecc. 

Xaloq. 

Dozy, Gioss., p. 355. 

Xirque, vent du sud-est da ^s^ j^ charqui (sarqiyyun, 
volg. sarqi orientate), ital. scirocco, pronunciato dal volgo, anche sci^ 
locco, port, xaroco, xarouco, espagn. xaloque. 

Ce xaloque est revenu aux Arabes. lis Font prononce: vJ,^*^ 

w^Xm chalouc. chelouc. cholouc (aaluq, suluq. saluk,. 



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LUIGI SALVADORE D' AUSTRIA 55 

suluk). Gik P. de Alcala ha (Parabo) xuluq, viento entre oriente 
y austro, 

Xapar lo s^pcucato. 

Puo per metatesi derivare da (^.>^4m sa'aba separarsi, ^A*^ 

8U*be (pi. c»Ul4& si'ab) fente, crevasse. (Cfr. I'ital. chiappa [fessa] 
e schiappa^ col valore di scheggia, frantume; schiapparCj antiquato nel 
senso di fendere, ma rimasto vivissimo nel piemontese sciape. A. D. G.) 

Xap da xapach lu spaccatura, Yedi xapar, 

Xarnip, castigl. axarope. Xarrupar, here succhiando da she- 
rupach. (Cfr. Titaliano sciJoppare), Si dice pure: iin xarrup 
d'aygua, ana bibita d'aequa. 

Beure a xarrups significa lo stesso che xarrupar. 
^Kam sar4b bibita, bevanda da V^^ sariba bere. 

Dozy, Gloss., p. 218: axarabe, axarave, xarabe (sirop)de c^)«.m^i 
as-sarab potion, (Cfr. italiano sciroppo e sciloppo, bevanda che si 
succhia perche dolce). 

Xebec, xibeclx, cliirbecli, xabega da xabech specie di 
nave con tre vele latine, castigl. javeqiie. 

Dozy, Gloss., p. 352 : xabeque, xaveque, port, xabeco, fr. che- 

/ / / 

beck [da alcuni derivato] de A^jum chabecha (sabake, sabeke) 

Jilet (rete di cacciatori, pescatori, quindi anche picherie, pesca, pesca- 

gione) quindi: c5wUm sabb&k, UwUm subbd.k. Dozy: chabbach 
schobb&c, on selon la prononciation africaine chabbec, chebbec, 
chobbec, barca. 

Dozy, Suppl. «JIa4m sabb&q barque. C'etait autrefois une barque 
de pecheur, comme Pa prouve m. Jal. (Glossaire nautique s. v. Chabec 

et enxabeque), A present on en tend sous uUmm sobbak,sabbak un 
petit b&timent de guerre en usage dans le Mediterranee. (Cfr. italiano 
sciabica rete da pesca, e sciamhecco bastimento a vele ed a remi, armato 
in corso. A. D. G.) 



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56 SECTION SlfcMITIQUE 

Xeluniy xelazn ^llla quantita di gente, da ^elim, sal am. 

V. xalec. 

Le reciproche congratulazioni ecc. accoglienze ecc., donde il turco 
^-Aa^j\4m selamliq sala di ricevimento, 

Xla pexxo di domasco rosso con frangia attonio^ che i xurados porta-- 
rmw nelle ricche seiwltnre in Minorca. Da xia, castigl. acia 
nel senso di una parte di A'estito, che era indizio di nobilta e 
dignita. 

[Ar. AAA4M s t 'a , a separate or distinct, party or sect of men. Lane 
8. V. Pa6 essere metonimicamente adoperato il nome del distintivo per 
la classe distinta]. 

Xifra, zefer ar. JUp sifr (cfr. cifra ed i: xpo^tata Ypijijiata del 
Greci, lettere misteriose e conveuzionali) :^ero. 
V. cero, zero. 



Aeciduca Luigi Salvadore d'Austria. 



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GLI ANTECEDENT! BELLA CABBALA 

NELLA BIBBIA E NELLA LETTERATURA TALMUDICA 






E ormai con tutta certezza stabilito dagli studi di 
storia critica che la plena formazione in seno del Giu- 
daisino del sistema teosofico della Cabbala non e ante- 
riore al secolo decimo terzo. Ci6 crediamo necessario 
ripetere fino dal principio di questo nostro studio, per 
togliere ogni possibile sospetto che noi volessimo ripor- 
tare le origini della Cabbala ai tempi biblici o a quelli 
talmudici. Le origini di un fatto, di un sistema, di una 
iilosofia, di una religione, sono bene da distinguersi 
dagli antecedenti. Le origini di una cosa sono il prin- 
cipio stesso da cui deriva, e con essa sono unite, ne se 
ne possono staccare : gli antecedenti invece sono i fatti 
anteriori che con essa stanno in qualche relazione di 
somiglianza, ma non sono con essa uniti, e potrebbero 
stare senza che quella esistesse. Per6 fe diflBcile che un 
importante fatto storico non abbia i suoi antecedenti. 

La Cabbala sembra a prima vista in plena con- 
traddlzlone col Giudaismo. Al piu rigoroso monoteismo, 
al principio della creazione si sostituisce con quella una 

AeUi du XIP^ Congrit dM OrientalUUt. - Tome UI. 4* 



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58 SECTION SMITIQUE [2] 

pluralita di persone nella divinita, le dieci Sefiroth, e la 
emanazione da una sola sostanza, la luce infinita, Or 
ha - En Sof^ come origine dell' universe. 

Ma non perci6 i cabbalisti giudaici si mostrano 
in verun mode non solo nei lore principiij ma nemmeno 
per lungo tempo, come eretici. Sono dati anzi come i 
veri interpreti dei piu profondi misteri della religione. 
Non vi e per alcuni secoli scissura fra i Talraudisti e 
i credenti nella Cabbala. Questi anzi a tutti i riti del 
Talmud trovano profondo significato teosofico. Si deve 
arrivare fino alia seconda meta del secolo XVII, perche 
prima i Sabbatiani, o partigiani di Sabbatai Zebi, poi, 
nel secolo seguente, i Hasidim o gli Zohariti formino 
della Cabbala un nuovo credo opposto a quelle antico 
del Qiudaismo, c una setta che combatte il Talmudismo. 

Se pure qualche voce di tratto in tratto sorge per 
opporsi alle teoriche cabbalistiche, rimane isolata ; la 
Cabbala e considerata invece generalmente come qual- 
che cosa piu di ci6 che costituisce il necessario per la 
fede giudaica, non un che di av verso ad essa o di con- 
tiurio. 

II Cabbalista per lungo tempo fe tenuto nel Giu- 
daismo come chi sa della religione e dei suoi misteri 
ci6 che gli altri, anche dotti, non sanno, e rispettato 
e venerate come un pio ed un santo. 

Ci6 non sarebbe avvenuto, se la Cabbala si fosse 
annunziata come un sistema nuovo, come una rivolu- 
zione religiosa. Lo stesso nome che prese di Cabbala, 
cioe tradizione^ mostra le sue pretensioni di essere antica 
quanto tutto il rimanente della religione giudaica, e di 
essersi mantenuta fra gli adepti per mezzo di un in- 
segnamento orale e segreto, fino che giunse il tempo 



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-!#■. LL LL 



[31 DAVID CASTELLI 59 

in oui si cominci6 a metterla per iscritto. Ora queste 
pretensioni della Cabbala non meritano piu nemmeno 
di essere sul serio confiitate; ma dalPaltro lato rimane 
sempre a spiegarsi come abbia potuto nel Giudaismo 
nascere e mett6re radici. 

Le analogie che essa presenta con i varii sistemi 
degli Gnostici si appalesano subito a chi conosce questi 
e quella. t)imodochfe nulla di piiCi vero che la Cabbala 
b una Gnosi giudaica ; con questa differenza per6, che 
mentre la Gnosi combatte il Cristianesimo ortodosso, 
la Cabbala invece vuole per lungo tempo vivere d'ac- 
cordo col Giudaismo ufficiale, ne accetta tutte le pre- 
scrizioni e i riti, e soltanto ne dd una spiegazione tutta 
sua, attribuendo un significato mistico a tutte le parti 
della religione. 

Ora ci6 difficilmente avrebbe potuto av venire, se 
nel Giudaismo non ci fosse stata qualche cosa, che, in 
parte almeno, giustificasse le teoriche della Cabbala. 

Questa pretende di ritrovarsi tutta intera nel Vec- 
chio Testamento e nel Talmud, dando alle parole ed 
alle frasi di questo e di quello tali significati che in 
nessun modo possono avere. E basti a chiarire la cosa 
un solo esempio. 

II Genesi, tutti lo sanno, comincia con la parola 
kereskithj in principio. Ora per i Cabbalisti questa pa- 
rola sta invece a significare una delle ipostasi divine, 
una delle Sefiroth come essi dicono nel loro segreto 
linguaggio, cio6 la Hochmh^ la Sapienza; e la parola 
Elohim^ Dio, significa la Binh^ V Intelligenza, un' altra 
ipostasi. 

Se per antecedent della Cabbala si volesse inten- 
dere qualche cosa di simile, questo nostro studio sa- 



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60 SECTION S^MITIQUE [4] 

rebbe non solo contrario al metodo storico, ma anche 
al buon senso, e da relegarsi fra le fole e i sogni dei 
Cabbalisti. Ma invece io ho volute ricercare se in ci6 
che realmente risulta dalla piana e letterale interpre- 
tazione della Scrittura e del Talmud vi 6 qualche cosa 
che presenti analogia anche lontana, anche piccola, 
con ci6 che poi i Cabbalisti hanno insegnato. E in 
quanto al Talmud e alia vasta letteratura che con esso 
si collega, non vi fe dubbio che vi si fa piii d' una volta 
allusione a una dottrina mistica e segreta che non b 
da divulgarsi : ma di questo meglio piii innanzi. Ora 
incominciamo dalla Scrittura. 



II. 



II Dio d' Israel; che e ancora il Dio creatore del- 
r Universe, 6 Uno : di ci6, secondo il Vecchio Testamento, 
non pu6 dubitarsi; la legge, i profeti, gli agiografi lo 
ripetono a sazieti. Ma pure, ad osservare piu sottil- 
mente, questo Dio talvolta si sdoppia. Non dico che 
apparisca come due, ma certo sotto due aspetti, uno 
come ente in s6, Taltro come ente che esce da s6 e si 
rivela, si manifesta nel mondo ed agli iiomini. Ci6 ha 
bisogno di essere spiegato nei suoi particolari. 

t^ noto che nella Bibbia si parla di angeli, e si 
chiamano Malachim^ messaggerij inviati; ma 1' angelo in 
singolare, il Maldch^ 6 spesso non un inviato, un mes- 
saggero di Dio, un essere per quanto eccelso, sempre 
create, ma Die stesso, in quanto esce da sfe, si rivela 
agli uomini, e in altia maniera opera nel mende. 



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[5] DAVID CA8TELLI 61 

I passi biblici dai quali resulta questo sdoppiamento 
della Divinity sono parecchi. Nel capitolo 16 del Genesi 
si racconta la fuga di Agar da Sara sua padrona. Nel 
verso 7 si dice che la incontr6 il Malach di Jahveh, e 
poi ripetutamente ai vv. 9, 10 e 11 che questo stesso 
Malach di Jahveh le parla. Ma ad un tratto nel v. 13 
quei che le ha parla to non e piu detto Malach, ma 
Jahveh stesso. Dunque il Malach non 6 un angelo nel 
significato comune che si da a questa parola, ma una 
manifestazione divina, una apparizione della Divinita. 

Lo stesso deve dirsi dell' altra narrazione a questa 
parallela nel cap, 21, vv. 17-19, dove la medesima teo- 
fania ad Agar ora e rappresentata col nome di Malach 
Elohirriy ora con quello solo di Elohim. 

Anche nel sacrifizio di Jsahah Malach Jahveh e Jah- 
veh (22, 11-18) si scambiano come siano un essere solo. 

Al patriarca Jacob (31, 11-13) il Malach-ha-Elohim 
dice: io sono il Dio di Beth-El. E sebbene non sia chia- 
ramente spiegato, pure fe dato inferire dai passi fin qui 
citati e da altri che addurremo, che il Malach haggoel^ 
Tangelo redentore invocato dallo stesso Jacob (48, 16j 
sul letto di morte, come quello che lo ha salvato da ogni 
sciagura, e come quello da cui implora benedizione per 
i suoi nepoti, non e un angelo create, ma Dio stesso, in 
quanto si k rivelato al patriarca. 

Nella celebre apparizione divina a Mos6 attra verso 
un pruno (Esodo, 3), T essere soprannaturale che gli si 
rivela h chiamato nel v. 2"* Malach Jahveh, ma poi nel 
V. 4"* 6 detto Jahveh ed Elohim, e cosi fino al termine 
di questa prima teofania mosaica (4, 17). 

!fc pure da tenersi una manifestazione di Dio 
stesso, anzich^ un angelo, il Malach che doveva gui- 



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62 SECTION SfiMITIQUE [6] 

dare gli Ebrei alia conquista della Palestina (Esodo 
23, 32-23 ; 32, 34 ; 33, 2). 

Anche il Malach che apparisce a Balaam (Num. 22, 
35) se si confronta con questo passo il v. 8 del cap. 23, si 
vede che fe lo stesso Jahveh. 

La medesima cosa deve dirsi del Malach Jahveh, 
che sarebbe apparso agli Ebrei dopo la morte di Giosue 
per rimproverarli del peccato d'idolatria (Qiudici 2, 1-6), 
perchfe parla della promessa da lui fatta ai patriarchi e 
del patto stabilito con gV Israeliti ; e la promesHa e il 
patto sappiamo che erano fatti da Dio. 

II Malach che si mostra a Gedeone (ivi 6, 11-24), e 
quelle manifestatosi ai genitori di Sansone (ivi 13, 3-23) 
si confondono nelle due narrazioni con Dio stesso. 

Dimodochfe si pu6 concludere che era antico nel po- 
polo ebreo il concepire, o, se si vuol meglio, V immagi- 
nare sotto il nome di Malach una esteriorita deU'essenza 
divina, quando Dio voleva rivelarsi, o in qualche modo 
operare sul create. E notisi che i passi citati dal Penta- 
teuco appartengono tutti alle antiche fonti Jahvistiche 
ed Elohistiche, e anche quelli di altri libri storici sono 
tra i pill antichi frammenti raccolti dai compilatori.^ A 
mano a mano poi che il concetto di Dio si va presso gli 
Ebrei piii spiritualizzando, questo modo di descrivere le 
rivelazioni divine si dilegua, ed esse prendono altra for- 
ma, ma non scoraparisce del tutto. Anche nel Deutero- 

* il da farsi eccezione per il passo dei Giudici 2, 1-5, che proba- 
bilmente nello state presente del teste ha sublto una interpolazione dal 
redattore ; ma anche nella forma originale dello scrittore jahvista doveva 
dare significato uguale a quelle che noi gli attribuiamo. V. Kautzsch, 
Die heilige Schrift des Alien Testaments, Textkritische Erlffuterungen, 
pag. 6. 



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[7] DAVID CASTELLI 63 

Isaia, durante Tesilio babilonese vediamo che e chiamato 
Mcdach della presenza divina Tessere che ha di continue 
salvato gli Ebrei Tlsaia, 63, 9).* E in una delle visioni di 
Zacharia torna con Jahveh a identificarsi (3, 1-4, 7). 

Ma nelle visioni d' Isaia (6), di Ezechiel (1 ) e del 
libro di Daniel (7) la persona di Dio ci appare dagli 
angeli distinta, anzi questi ne tbrniano il seguito e la 
corte. Di piu nel libro di Daiiiel, segnatamente nei 
passi 8, 10 e seg. e 10, B e seg., h un angelo inviato 
da Dio che spiega il significato delle visioni e rivela 
r avvenire. 



III. 



Un' altra forma nella quale Dio si manifesta nel 
mondo e lo spirito, e sotto due aspetti, ciofe di potenza, 
ora creatrice, ora ispiratrice. E prima e da avvertire 
che spirito in ebraico dicesi Rtiali (nome usato per la 
massima parte in genere femminile) e la Ruah che crea, 
la Ruah che ispira. Dimodochfe per quella parte che ha 
di vero la teorica di Max Miiller che Tuso del linguag- 
gio ha avuto molta influenza sulla formazione dei miti, 
il genere femminile ha fatto del nome Ruah una ipo- 
stasi femminile, e, com' h giunto a supporre il Cler- 
mont-Ganneau,^ perfino nella Ruah del 2* verso del 
Genesi si e veduta la paredra femminile di Jahveh o 
di Elohim, come se fosse gia nelle antiche credenze 
popolari dell' Ebraismo. Fatto sta per6 che in questo 
passo del Genesi la Ruah ci appare come uno sdop- 

• Revue Critique^ 12 Janvier 1880. 



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64 SECTION S^ITIQUE [8) 

piameDto feraminile di Elohim. Quest! 6 V autore del- 
r Universe aocennato solennemente nel primo verso : 
<c In principio cre6 Elohim il cielo e la terra » Ma 
nel secondo verso la Muak Elohim fe volitante [merahe^ 
feth) sulla superficie deiracqua. Elohim con la parola 
crea, ma la Ruah posa suU' elemento primigenio del 
create, come nel Qenesi h rappresentata V acqua, non 
differendo da altre antiche teoriche cosmogoniche, che 
pongono r acqua come primo elemento. 

Anche in altri luoghi della Scrittura si ta allusione 
alia Ruah creatrice. Nel libro di Job (26, 13) si afferma 
che con la Ruah Dio ha fatto belli i cieli, Elihii dice 
(ivi 33, 4): la Ruah di El mi ha fatto, e nei Salmi (33, 6) 
si vede che con la Ruah della bocca divina sono fatti gli 
eserciti celesti, e (104, 30) che Dio mandando la sua 
Ruah fa che siano create tutte le cose. 

E inutile poi dilungarsi sulla Ruah di Dio come 
ispiratrice negli uomini della forza, della sapienza e 
della parola divina. Da Giuseppe che, come interprete 
di sogni, h chiamato uomo nel quale h la Ruah di Elohim 
(Genesi 41, 88), ci6 si ripete per Bezalel artefice del Ta- 
bernacolo (Esodo 31, 2; 3B, 30), per i settanta anziani 
eletti da Mose a governare con lui il popolo (Numori 11, 

17, 26), per Othiniel (Qiud. 3, 10), per Gedeone (ivi 6, 34), 
per Jefte (ivi 11, 20), per Sansone (ivi 13, 25), per Saul 
(r Sam. 10, 6, 10), per David (ivi 16, 13), per Elia (l^Re 

18, 12), per Eliseo (2^ Re 2, 9), per Micha (3, 8), per Eze- 
chiel (2, 2), per Zerubbabel (Zacharia 4, 6), e poi in ge- 
nerale per i profeti (ivi 7, 12; Nehemia 9, 30), per Taspet- 
tato rampoUo della famiglia di Jesse (Jsaia 9, 11), e per 
tutte le genti nell'et^ messianica senza distinzione n6 di 
stirpe nfe di classe. (Joel, 3, 1 e seg.). 



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[9] DAVID CASTELLI 65 

Si potrebbe forse osservare da alcuno che la frase 
« spirito di Dio » pii6 essere usata metatbricamente. 
Ma a ci6 si risponde che in alcuni luoghi si parla 
della Ruah come qualche cosa di oggettivo, che real- 
mente investe la persona ispirata e la fa operare e 
parlare in quella data maniera. Rispetto ai 70 anziani 
si dice che la Ruah pos6 sopra di loro, sicchfe profe- 
tizzarono (Num. 11, 26 e seg.i; Ezechiel dice per se 
stesso: « entr6 in me R^^ah ». Dunque si vuole rap- 
presentare con questa parola una reale emanazione 
divina, che Dio comunica per sua grazia agli uomini, 
e quando essi si rendono colpevoli la ritira, come si 
narra di Saul, quando cadde in disgrazia presso Dio 
(1" Sam. 16, 14). 

Ma vi h auche una Ruah cattiva che parte anche 
questa da Dio, qual' fe quella appunto che s'impossess6 
di Saul per disturbarlo (ivi 14 e seg.), e che talvolta 
seduce gli uomini al male, come la buona Ruah ispira 
al bene. 

Singolarissimo h in questo rispetto il noto passo 
del r libro dei Re (22, 19-23), nel quale il profeta 
Michajhu narra che lo Spirito si presenta dinanzi 
a Dio promettendo di farsi ispiratore di falsita in bocca 
dei profeti di Achab per indurlo ad una guerra che 
gli sarebbe riusoita funesta. Qui certamente lo Spirito 
e diverse da Dio, perche parla con lui ed apparisce 
nel medesimo tempo qualche cosa di differente e d'in- 
feriore alia vera e propria Ruah Elohim. JE gia uno 
spirito maligno, e siamo a poca distanza dal Satan 
del libro di Job e di quelle di Zacharia, che si com- 
piace di avversare il bene e i buoni. 

Altra manifestazione divina k quella detta Chabod^ 

Aeteg du XIP*^* Oongr^ de» OrUnialiitet. — Tome III. r> 



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^ SECTION SEMITIQUE [10] 

gloria, magnificenza, maestav II Chabod e Dio in quanto 
si appalesa nel create, in quanto viene in comunica- 
zione con gli uomini, specialmente col suo popolo Israel 
e coi profeti. Prende Taspetto ora di niibe (Esodo 40, 34), 
ora di fiioco (ivi 13, 21, 22), scende sal Sinai (ivi 24, 16 
® seg.j, guida il popolo d' Israel, riempie il Tabema- 
colo (ivi, 40, 34j e il Tempio (1** Re 8, 11) e ne esula, 
quando questo e distrutto ; tanto h vero che Ezechiel 
ne ha la visione presso il fiume Chebar in Babilonia 
(1, 28 1, e lo vede ritornare nel tempio die nella rapita 
fantasia egli immagina gia ricostrnito (43, 6). Di tutti 
i profeti egli e quelle che piu usa dell' espressione 
« Chebod Jahveh > per significare V apparizione divina. 
II Chabod e la presenza reale di Dio in mezzo al suo 
popolo (v. Ezechiel. 43, 7), sebbene per Isaia (6, 3; e 
per r autore della doxologia del Salmo 72 sia piutto- 
sto la reale presenza di Dio in tutto il create, e il 
Chebod Jahveh riempia tutta la terra. 

Anche la parola di Dio, il Debar-Jahveh o Elohim^ 
e talvolta cosi person ificata die con leggerissimo tra- 
passo diviene una vera e propria ipostasi. Con la pa- 
rola di Jahveh sono stati fatti i cieli, dice il Salmista 
(33, 6), e questa stessa parola rimane eternamente in 
cielo (119, 89). Ma piu di tutti e notevole il luogo del 
Deutero-Isaia nel quale la personificazione della pa- 
rola divina 6 niaggiormente spiccata. « La parola che 
esce dalla mia bocca (dice Iddio) non ritomeri a me 
a vuoto, ma fara ci6 die io voglio, e otterra ci6 per 
cui Tavrb mandata > (66,11). 

II trapasso qui al Logos di Pilone e degli Ales- 
sandi'ini e facilissimo, e doveva avvenire, quando sulla 
Scrittura si oostrui una metafisica e una teologia. Alia 



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[11] DAVID CASTELLI 67 

personificazione poi della Sapienza come ipostasi divina 
dovevano dare luogo i celebri passi dei Proverbi (8, 
12-36) del Job (28, 12-28) e del Siraoide (24, 1-22), 
dove la Sapienza e lodata, fra gli altri altissimi suoi 
pregi, per quello ancora che sedeva a lato deU'Etemo 
nella creazione dell' Universo. 

Tutti quest! varii aspetti, nei quali 6 rappresen- 
tato il Dio che esce da se stesso e si comunica al 
mondo, spiegano fino ad un certo pun to il sorgere in 
seno del Giudaismo di una teosofia che al rigoroso 
monoteismo sostituisce una pluralita non di essenze, 
ma di persone divine. 

Noi qui non vogliamo occuparci ne del Filonismo 
ne della teologia cristiana, che trovano in tali espres- 
sioni bibliche la spiegazione della loro engine, ma solo 
della Cabbala giudaica. La quale anche per un' altra 
parte delle sue dottrine ha nella Bibbia i suoi antece- 
dent!, cioe r esistenza degli angeli come esseri ihter- 
medii fra Dio e I'uomo e a due fini, ciofe per eseguirne 
i mandati e per rivelarne i voleri e i pensieri. 

Su questo punto non sarebbe necessario insistere, 
perche e cosa conosciutissima e da tutti accettata, che 
nella Bibbia si ammette Y esistenza degli angeli. Ma 
non e inutile vedere brevemente in quali diversi aspetti 
anche questi esseri intermedii sono nel Vecchio Testa- 
mento rappresentati. 

Gli angeli formano in prima la corte di Dio. Cosi 
ci si rappresentano i Serafira in Isaia (6), le Hajjoth in 
Ezeohiel (1), le schiere celesti nel 1** libro dei Re 
(22, 19), le migliaia e le miriadi di esseri sopranna- 
turali in Daniel (7, 10), e celebrano di Dio le lodi 
(Salmi 102, 20; 148,2). Accompagnano gli uomini pii 



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68 SECTION s6mITIQUE [12] 

per proteggerli e difenderli (Gen. 28^ 12, Salmi 91, 11; 
34, 8), coosigliano al bene (Isaia 44, 26), e rivelano la 
parola divina a Elia (1^ Re, 19,5-7; 2*^ Re 1, 3,16) e a 
Zacharia (1, 9, 12, 24; 2, 2, 7). Nel libro di Daniel poi 
gli angeli prendono contorni pii\ determinati, hanno 
un nome; due di loro si chiamano Gabriel (8, 16) e Mi- 
chael (10, 21;; il primo di questi in forma d'uomo parla 
a lungo con Daniel per rivelargli Tavvenire e le sorti 
del suo popolo; e, cosa piu notevole, cominciano ad 
apparire i genii protettori delle diverse nazioni, si no- 
mina il principe o genio tutelare della Persia (10, 13) 
e quelle della Grecia (ivi 20) e Michael e detto genio 
tutelare degli Israeliti fl2, 1). 

Ma gli angeli o meglio alcuni tra essi, a poco a 
poco come esecutori dei voleri divini divengono anche 
accusatori delle colpe umane (Ecclesiaste 6, bj e ap- 
portatori di mali, come di pene inflitte da Dio. Tale 
6 r angelo che apporta la mor tali tit in Gerusalemme, 
per il peccato commesso da David di fare il censi- 
mento del popolo (2** Sam 24, 16 e seg. ; 1^ Cron. 21, 
IB e seg.) ed e chiamato allora angelo distruttore. 
Tale fe Tangelo che fa perire I'esercito di Sennacherib 
(2^ Re 19, 3B ; 2^ Cron. 32, 21, Salmi 36, 5;, e allora 
gli angeli, quando esercitano tali mission i sono chia- 
mati addirittura cattivi (Salmi 78, 34). Da questi a un 
essere soprannaturale malvagio, che si compiace del 
male, o cerca con tutti i mezzi di farci cadere gli uo- 
mini, il trapasso e facilissimo, ed eccoci al Satan, al 
diavolo , al demonio , rappresentato nella Scrittura 
come il maligno nemico di Job, come V avvei^sario 
del .sacerdote Jehoshua' ripristinatore del culto dope 
il ritorno dall' esilio babilonese fZacharia, 3} e come 



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[13] DAVID CASTELLI 69 

seduttore di David per farlo cadere in peccato (2** Cron. 
21, 2;. 

Questi pochi tratti biblici bastavano, perchfe la teo- 
logia posteriore popolasse V Universe di un numero in- 
finite di esseri benefici e malefici all' uomo, per con- 
sigliarlo al bene o per sedurlo al niale, e per recargli 
quindi o felicita e beatitudine, o sventura e danna- 
zione ; ecco gli angeli e i demoni. Questi, fe vero, non 
fiirono solo parte della Cabbala, ma di tutta la reli- 
gione sia giudaioa sia cristiana, specie nelle torme po- 
polari e come si dice folkloriste : nella Cabbala per6 
ebbero maggiore importanza. 



IV. 



II passaggio fra questi antecedenti biblici della Cab- 
bala e quelli talmudici e nelle version! aramaiche del 
Vecchio Testamento, o, come dicesi, nei Targumim^ che 
ebbero talvolta motivo di allontanarsi dal significato 
letterale del testo. 

Se osserviamo bene la Scrittura, massime nelle sue 
parti piu antiche e nel medesimo tempo piu popolari, 
6 veramente pi en a di antropomorfismi, e non come dice 
il poeta : 

« Cosi parlar conviensi al vostro ingegno 
Perooohe solo da sensato apprende 
Ci6 obe fa poscia d' intelletto degho. 

Per questo la Scrittura condescende 
A vostra facultate, e piedi e mano 
Attribuisce a Dio, ed albro intende » ; * 

* Divina Comtnedia, ParadisOj 4, 40-45. 



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70 SECTION S^ITIQUE [14] 

ma perch e, alia mente degli antichi Ebrei, Dio, al- 
meno in quanto si manifestava agli uomini, si rappre- 
sentava veramente come iin uomo. E se in alcun luogo 
6 detto che Dio non e uomo che possa mentire n^ 
figlio d'uomo che si penta (Num. 2, 3, 19; 1" Sam 16, 29) 
ci6 significa soltanto che in Dio non accadono tali de- 
bolezze umane. 

Ma lo spiritualismo, per il quale si vuole spogliare 
la Divinita di ogni forma sensibile e materiale e una 
concezione filosofica che molto piu tardi e penetrata 
nella religione. Tutte le religioni antiche popolari hanno 
immaginato Dio, o gli Dei, sotto una forma materiale 
e tangibile. Per le antiche credenze ebraiche la forma 
piu nobile nella quale pu6 immaginarsi Dio e quella 
umana. Anche i profeti piu elevati e idealisti dicono 
di vedere Dio sotto questa forma. 

Isaia vede il Signore seduto sopra un trono alto 
ed eccelso, e vestito di un manto i cui lembi riem- 
piono il tempio (6, 1). Ezechiel, di sopra al firmamento, 
che si stende sul capo delle Hajjoth^ vede un colore di 
zaffiro, una figura di un trono, e sopra questo un 
aspetto d' uomo (1, 26). Daniel rappresenta Dio come 
r Antico dei giorni seduto sul trono, vestito di co- 
lore candido come la neve, e coi capelli bianchi come 
lana (7, 9;. 

Abbiamo citati questi passi come i piu esprimenti, 
ma da altri non pochi resulterebbe la stessa conse- 
guenza. E infatti, se si vuole rappresentare Dio sotto 
qualche forma, e necessario che V immaginazione vi con- 
corra ; perchfe la mente dell' uomo non puo concepire 
il reale, se non come qualche cosa di sensibile. Ci6 
che e assolutamente spogliato di ogni parte di sensi- 



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115] DAVID CASTELLI 71 

bile e la pura idea, ma appunto perche idea non pu6 
essere reale. 

Si sa che anche molti dei piii antichi teologi, di- 
cendo che Dio e Fanima sono spirito, voUero signifi- 
care soltanto una materia piu tenue, piu sottile, qual- 
clie cosa come d' imponderabile, ma non assolutamente 
la privazione di ogni materialita. Per ci6 che concerne 
I'antico Ebraismo il Luzzatto riconosce che non esclu- 
deva la corporeita divina, e che solo dal Maimonide in 
poi Tassoluta immaterialita di Dio divenne iin dogma ^ 
Ma daU'altro lato possiamo dire che Tantropomorfismo 
delle frasi bibliche cominci6 a formare una difflcolta, 
quando nelle credenze ebraiche penetr6 la filosofia el- 
lenica ed anche le scuole palestinesi e babilonesi ne 
risentirono V influenza. Si teme che quelle espressioni 
potessero, da un lato, rappresentare la religione giu- 
daica come troppo grossolana, daU'altro che potessero 
generare errori ; e perci6 giust'appunto nelle parafrasi 
aramaiche, che erano destinate a rendere popolare la 
cognizione della Bibbia, le frasi antropomorfiche fii- 
rono corrette e sostituite da altre che tenevansi piii 
spirituali. 

Per ci6 die concerne il nostro argomento la irase 
piu importante delle parafrasi aramaiche e quella di 
detto di Dio {Memrtt), sostituita al semplice nome divino, 
quando sembrava che si attribuisse a Dio un'azione o 
una passione troppo umana, e si credeva cosi di evitare 
Tantropomorfismo e Tantropopatismo. 

Nei frammenti della parafrasi aramaica cosi detta 
gerosolimitana in tutto il raccoiito della creazione al 

* Otar Xechmad, IV, pag. lit). 



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72 SECTION S^MITIQUE [16] 

semplice « disse Iddio », o « Dio cre6 » del testo ebraico 
6 sostituita Tespressione « disse il verbo di Dio > o « il 
verbo di Dio cre6 ». II che ci riconduce al concetto 
sopra accennato della parola di Dio considerata come 
forza creatrice. 

Quando poi nel Genesi (3, 8) si dice che i Proto- 
plasti, subito dopo il peccato udirono la voce di Jahveh 
Elobim, die camminava nel giardino, le version! cal- 
daiche sostituiscono « la voce del defcto di Jahveh 
Elohim ». Ecco dunque il detto di Dio personificato, 
e il Memra delle scuole babilonesi e palestinesi, sotto 
certo rispetto, corrisponde al Logos degli Alessandrini 
e al Verbo della teologia cristiana. E se pure in questo 
passo I'avere aggiunto « il detto » Memrh potrebbe in- 
tendersi solo come una amplificazione della. trase ori- 
ginale, abbiamo altri luoghi, dove il Memrh apparisce 
non solo come Testrinsecazione di Dio, in quanto parla 
agli uomini, ma anche in quanto opera. 

Laddove il testo ebraico dice (Esodo, 12, 29) « Jah- 
veh percosse tutti i primogeniti nella terra d' Egitto » , 
la parafrasi dello Pseudo-Jonathan ha invece « il Memrh 
di Jahveh uccise ». Un Memrh, un Verbo^ un Logos che 
uccide non si pu6 immaginare che come una energia 
divina, una ipostasi. 

Parimente dove si narra che Jahveh combatte oon- 
tro gli Egiziani (Esodo, 14, 26) nella parafrasi detta di 
Onkelos si legge invece « la potenza di Jahveh » ; e que- 
sta pu6 essere una interpretazione nazionale, ma nello 
Pseudo-Jonathan abbiamo anche qui il Memrh di Dio 
che combatte. Cosi anche in Giosu^ (23, 3) alle parole 
del testo « Jahveh vostro Dio Egli combatte per voi » al 
pronome Egli la parairasi sostituisce il suo detto Memreh. 



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[17] DAVID CA8TELLI 73 

Oltre la Memra, nella parafrasi dello PseudorJona- 
than sul Pentateuoo, e in quella sui libri profetici si 
trova talvolta un' altra parola sostituita al nome di 
Dio, cioe Shechinh^ che veramente significa abitazione, 
e sta a rappresentare la Maesta di Dio in quanto sog- 
gioma tra gli uomini. fe la Shechinh che cammina in- 
nanzi agli Ebrei per guidarli, quando escono daU'Egitto 
(Esodo 13, 21), e la Shechina che riempie il Tabernacolo 
(ivi 40, 34 e seg.), ^ la Shechinh che si compiace di abi- 
tare in Gerusalemme e nel Tempio (1° Re 8, 12, 16). 

Ma piu di tutti fe notevole nelle versioni aramaiche 
il passo deir Esodo 34, 6. In questa teofania a Mosfe le 
frasi del testo ebraico sono tntte antropomorfiche, ma 
per noi importa fermarci sul verso citato. 

Le parole del testo suonano : « e pass6 Jahveh da- 
vanti a lui » (a Mosfe). In un frammento della versione 
cosi detta gerosolimitana si traduce « pass6 la maesta 
della Shechina di Jahveh ». Ma le altre due versioni 
aramaiche dicono « Jahveh fece passare la sua She- 
china davanti a lui ». II verbo nella forma causativa 
fece passare^ a' abar^ ha secondo me importanza somma; 
perohe abbiamo Jahveh e la Shechinh, uno come agente 
e r altra come paziente, non sono due Dei, ma certo 
due persone, due forme nell'essenza stessa della Divi- 
nita. Questa era la somma grazia che Dio concedeva 
a Mose, come al massimo dei profeti, ciofe fargli cono- 
scere la propria maesta, in quanto si rivela agli uo- 
mini, opera del create, ed fe presente in mezzo al suo 
popolo. Ma come la reale presenza della Shechinh fe il 
massimo favore divino presso gl'Israeliti, cosi quando 
per significare lo sdegno di Dio, i profeti e i poeti di- 
cono con frase antropomorfica che Egli nasconde la sua 



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74 SECTION StMITIQUE [18} 

taccia, la paratrasi aramaica, credendo di usare un 
modo piu spirituale, dice che Dio fa dipartire la sua 
Shechinh di mezzo il suo popolo, o dalla citta di Ge- 
rusalemme (Isaia 67, 17; Jeremia 33, 6; Salmi 44, 25). 

Questo concetto della Shechinh^ quale lo vediamo 
nelle parafrasi aramaiche, h piu ampiamente svolto nel 
Talmud e in tutta la letteratura che con questo si 
connette. Ma prima di scendere ai particolari vediamo 
ci6 che in generale dal Talmud si pu6 rilevare intomo 
all' esistenza di una dottrina teosofica, che era in en- 
gine segretamente o almeno con molte precauzioni in- 
segnata. 



V. 



Sotto il nome di misteri della legge, Siire Torh^ si 
allude in un luogo del Talmud ^ a quelle parti della 
dottrina religiosa che Dio ha voluto lasciare nel mistero, 
e cosi devono essere lasciate da ogni studioso timorato. 
L' Isaacita e suo nipote Shemuel ben Meir commen- 
tano in questo passo che per misteri della legge debba 
intendersi ci6 che altrove si chiama Topera del carro, 
Ma' ash Merchabh, e V opera della creazione Ma'ase Be- 
reshith; e il secondo aggiunge anche la spiegazione del 
nome divino. E sono questi infatti i tre punti princi- 
pali a cui si accenna ripetutamente nel Talmud. 

E classioo a questo proposito il primo paragrafo 
della Mishna nel secondo capitolo di Haghiga, e Tam- 
pliazione della Ghemarit che Taccompagna. Vi si parla 

* Pesahim, 119*. 



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[19] DAVID CASTELLI 75 

del Ma^as^ Bereshitk e del Ma^ash Merchabh come di ar- 
gomenti dei quali non e permesso dare spiegazione, se 
not! a pochissinii. La frase della Mishna: non spiegano^ 
non commentanOy En doreshin, si riferisce certamente alia 
spiegazione, al commento di qualche passo biblico. Si 
sa che era costume degli antichi Dottori ebrei di pren- 
dere a testo i passi biblici per fondarci sopra le loro 
ample spiegazioni, o rituali, o morali, o dottrinarie. 
Era questo ci6 che essi chiamavano spiegare la legge, 
dardsh. 

Ora in questo passo^ per Maas^ Bereshitk si deve 
intendere il primo capitolo del Genesi, ^ per Maas^ 
Merchahh il primo capitolo di Ezechiel, detto Merchabhy 
carroj perche nella visione narrata da quel profeta si 
rappresenta il carro, sul quale si immagina muoversi 
la maesta divina. 

Sembra di potersi da questo passo desumere che i 
Dottori del Talmud nella spiegazione del primo capi- 
tolo del Genesi esponevano tutta una dottrina della 
creazione dell' Uni verso piu estesa e piu particolareg- 
giata di.quella contenuta nel testo biblico, e si pone- 
vano quel problemi che la mente umana"si e sempre 
proposta, ma nel medesimo tempo determinavano dei 
limiti, di la dai quali imponevano di non oltrepassare. 
Difatti nello stesso paragratb della Mishna si legge 
che « fe bene non cercare 'ci6 che fe di sopra ne ci6 
che fe disotto, nfe ci6 che e stato prima, n^ ci6 che 



* Secondo Eabbenu Tarn per Ma'ase Bereshith si dovrebbe inten- 
dere la spiegazione del nome divino di quarantadue lettere resultante 
dalla diversa combinazione delle lettere nei due primi versi del Genesi 
(Vedi i Tosafisti, Haghigii 11*). 



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76 SECTION SJfcMITIQUE [20] 

sara alia fine. » ^ Si voleva cosi consigliare a non ab- 
bandonarsi a ricerche, in cui la mente umana si perde, 
se vuole troppo approfondarle, e corre rischio ancora 
di cadere in eresia. 

Ma non perci6 si astenevano i Dottori ebrei dal 
fare delle ricerche sul modo di formazione della terra, 
che, secondo alcuni, ebbe principio dal centre, secondo 
altri dalla circonferenza ^ e dal domandare su che cosa 
e ton data e sopra che cosa si regge. ^ Come pure si 
occupano degli elementi primitivi, della materia origi- 
nale Urstoff (direbbero i Tedeschi) e ammisero come 
tale i tre elementi acqua, aria e fuoco. * 

In alcuni passi dei Midrashim alquanto posteriori 
al Talmud pare che si ammetta addirittura V emana- 
zione in luogo della creazione dal nulla, almeno per 
parte degli elementi primi. La luce che rischiara il 
mondo sarebbe un raggio della luce divina, ^ ed e da 
notare che ci6 e detto dall' uno all' altro Dottore in se- 
gretezza, come se si trattasse di dottrina riposta. Ma 
in quanto a tutte le altre parti dell' Universe la pri- 
mitiva dottrina talmudica non ne ammette la prove- 
nienza dall' essenza divina, non si pu6 dire insomma 
che ammetta I'unita di sostanza. Questo per ci6 che 
concerne la creazione. 

^ Secondo 1' Isaacita, ci6 che noi intendiamo relative al tempo, 
sarebbe invece relativo alio spazio. Ma dal Talmud stesso plii iunanzi, 
16*, si vede che la spiegazione da noi seguita e da preferirsi. (Ved. 
ivi i Tosafisti). 

« Jomh 54*. 

' Haghigh 12^. 

* Shemath Bahbh, 16. 

^ Pesikth de R. Kahanh, 146*; Bereshith Eahbh, 3; Shemoth 
Eabba, 50; Vaikrh Babbh, 31 ; Shoher Tob, Salmo 104. 



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(211 DAVID CASTELLI 77 

L'altra parte poi della dottrina segreta, iV Mdas^ 
Merchabh riguardava certo la natura di Dio e della 
corte celeste, cui si riconnettevano i misteri contenuti 
nei nomi divini e in quelli degli angeli. Ma h impossi- 
bile dal linguaggio simbolico e tutto metaforico e alle- 
gorico col quale si parla nel Talmud e nei Midrashim 
intorno al Ma'ase Merchaba desumerne una qualche 
notizia precisa e ordinata della dottrina rabbinica in- 
torno alia natura di Dio. Tanto piu che si voleva 
distoglierne dallo studio, ispirando quasi terrore se 
alcuno voleva occuparsene. Si racconta clie un giova- 
netto, mentre leggeva la visione di Ezechiel, essendosi 
fermato sulla parola hashmal per ispiegarne il miste- 
rioso significato, rimase bruciato dal fuoco che ne uscl 
fuori. * 

Si chiama poi Pardes, paradiso, giardino, tutto Tin- 
sieme di queste dottrine segrete, e si racconta che di 
quattro Dottori che se ne occuparono, Ben 'Azzai ne 
mori, Ben Zoma ne impazz6, Elisha Ben Abujja ne 
divenne eretico e quindi dannato, e il solo 'Akiba ri- 
mase illeso e in tranquilla pace. ^ Erano pochi dun- 
<iue quelli che volevano esporsi a si gravi periooli per 
istudiare queste dottrine segrete. Anche quelli poi che 
le studiavano, nulla o poco ne lasciavano trapelare ai 
protani. Pure qua e la, cercando nel Talmud e nei 
Midrashim qualche cosa fe dato raccogliere. Nulla di 
ordinato e di sistematico, ma solo alcune sparse e iso- 
late notizie. 

^ Haghigh^ 13<^. La parola hashmal nel significato letterale vuol 
dire soltanto metallo o hronzo rilucente^ ma se n' e fatto nel misticismo 
il nome d'nn angelo, e poi, nel plurale, di un ordine d' angeli. 

« Haghigh 14*. 



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78 SECTION SEMITIQUE [22] 



VI. 



Se gia nella Scrittura, come abbiamo veduto, Dio 
si sdoppia, in quanto ora b Dio in se, ora Dio in quanto 
si manifesta agli uomini ; se nelle parafrasi aramaiclie 
al Dio trascendente si unisce il Verbo, il Memrhy e la 
sua apparenza nel mondo, la Shechinh, nel Talmud e 
nei Midrashim si oggettivano e s' impersonano gli attri- 
buti divini, e si pu6 dire che divengono energie divine, 
ipostasi, come nella filosofia di Pilone. Le qualita di- 
vine sono dette Middoth, delle quali si parla non solo 
come di attributi iperenti ad un essere, ma come esseri 
reali. 

I due princip9.1i attributi divini ed i piu impor- 
tanti per il governo provvidenziale dell' Universe sono 
la Giustizia e la Pieta, che talvolta non possono fra 
loro accordarsi. Quest i due attributi sono chiamati dai 
Rabbini : Middath haddin e Middath harahamini ^ E fino 
che se ne discorresse come di due attributi, nulla di 
strano, ma li vediamo propriamente inrpei-sonati, ipo- 
stasiati, e, in quanto persone, distinti da Dio ^; nfe sono 
angeli, ciofe esseri creati, ma superiori e anteriori a 
questi. 

La Middath haddin^ la Giustizia, e alcune volte in- 
trodotta nel Talmud a parlare con Dio per esigere che 
si tratti col dovuto rigore chi lo meriterebbe ^ ; e si 

* Sifre. II, 27 ; cfr. Haghigh 14*, dove si dice invece Din e 
Zedakh, 

* Pesahim 119», Sanhedrin 94'. 
« Shabbath 55\ 



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[23] DAVID CASTELLI 79 

giunge perfino a dire che Dio salva da essa i peccatori 
penitent!. 

L' esegesi rabbinica ha dato ai nomi di Dio JqJiveh 
ed Elohim il diverse signifioato che il primo rappre- 
senti la pieta, il secondo la giustizia \ Questa distin- 
zione di nomi e applicata anche alia creazione del- 
rUniverso; e siccome nel Genesi e usato nei sette giorni 
della creazione il nome Elohim, e non il tetragramma, 
cosi se ne conclude die il mondo e stato creato con la 
Giustizia, cioe con la Middath haddin ^. 

D' altra parte si dice altrove che il mondo e stato 
creato con dieci detti ^, attribuendo cosi forza creativa 
alia parola, e in altro luogo con dieci debarim^ die non 
si sa se debba intendersi cose, o discorsi, o idee, e 
queste sono : sapienza, intelligenza, conoscenza, forza, 
grido, potenza, carita, giustizia, pieta e misericordia *. 
Eoco I'antecedente talmudico delle dieci Sefiroth della 
Cabbala, sebbene non siano la stessa cosa. Perche molte 
di queste frasi del Talmud e dei Midrashim devono 
intendersi come un linguaggio allegorico, e sono piii 
che altro figure di personificazione ; ma le personifica- 
zioni sono pericolose, e si corre rischio che vengano 
prese alia lettera. Non sono nate forse cosi molte delle 
divinita, tan to nel mondo orientale quanto in quelle 
greco-romano ? Non e certo per6 espre^sione metafo- 
rica, e si deve intendere in senso proprio, la Shechind>, 
dove se ne parla come della reale presenza di Dio nel 
mondo. 

* Shemoth Rahbh, 3 ; Pesikth de Bab Kakana, 164\ 

* Shemoth Rabhh, 30. 

' Aboth, V, 1, Bereshith Eabbh, 13. 

* Haghigh, 12^. 



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80 SECTION S^ITIQUE [24} 

Riprendiamo ora ci6 che sopra abbiamo accennato 
della Shechinh nelle parafrasi aramaiche del Vecohio 
Testamento. Gli stessi concetti sono nel Talmud e nei 
Midrashim piu chiaramente e ripetutamente enumerati. 
La Shechinh ci appare sotto due aspetti : 1** come la 
reale presenza di Dio ; 2° come quella che posa spe- 
cialmente sugli uomini piu meritevoli per ispirarli tanto 
ad operare il bene, quanto a predicare il vero. 

Non si pu6 sperare di trovare negli insegnamenti 
rabbinici unitk e coerenza di dottrina. Le varie opi- 
nioni sono anzi registrate senza curarsi molte volte di 
stabilire quale debba avere la prevalenza ; perchfe in 
certe questioni dogmatiche era lasciata la piu grande 
liberta ; e variavano i pensieri da luogo a luogo, da 
tempo a tempo e da persona a persona. 

Secondo ci6 che troviamo accennato in due dei piu 
antichi Midrashim \ la Shechina non sarebbe stata sem- 
pre tra gli uomini, ma vi sarebbe scesa a tempi di- 
versi, quando Toccasione lo richiedeva. Queste discese 
della Shechina in mezzo agli uomini sono fissate in 
numero di dieci ; ma per determinare quali siano si 
deve ricorrere a piu recenti compilazioni ^, le quali non 
sono tra loro concordi. Secondo Tuna, nove discese sa- 
rebbero avvenute nel modo seguente : 1* nel paradise 
terrestre per punire Adamo ed Eva, 2*" nella torre di 
Babele, 3* per punire gli abitanti di Sodoma, 4* in 
Egitto per liberarne gl' Israeliti, 6* nel Mar Rosso per 
punire gli Egiziani, 6* nel Sinai per dare la legge, 
7* nella colonna di nube per guidare Israel nel deserto, 

1 MechiUh, Bahodesh § 3 ; Sifre I, 93. 

« Aboth de' Bahbi Nathan, 34 ; Pirke de' RabhX Elie$ser, 14. 



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[251 DAVID CASTELLI 81 

8* nel tabernacolo, 9* nel tempio. L'altra compilazione 
sostituisce alia discesa in Egitto qiiella nel roveto nel- 
I'apparizione a Mosfe, e poi ne pone due nelle due volte 
che si fende la rupe per fare scaturire Tacqua \ e due 
nel tabernacolo. Sono d'accordo le due compilazioni nel 
porre la decima discesa della Shechina nell'eta raes- 
sianica. D'allora in poi il soggiorno della Shechina tra 
gli uomini sarebbe continuo ? Su questo punto le ci- 
tate fonti tacciono, ma secondo altri passi, che in 
breve riporteremo, vi sarebbe da rispondere per Y af- 
fermativa. 

Altra e la dottrina secondo la quale il soggiorno 
della Shechina sarebbe stato continuo o in mezzo agli 
uomini o almeno in mezzo ad Israel, e soltanto per i 
peccatori di quelli e di questo sarebbe stato interrotto. 
Sebbene posteriore alia compilazione del Talmud ve- 
diamo prima un passo del Commento Magno al Ge- 
nesi. Secondo questo la Shechina risiedeva nel mondo, 
(a lettera nelle regioni inferiori, baitahtonim) fino dalla 
creazione ^ II peccato di Adamo la fece dipartire e sa- 
lire al primo cielo; quelle di Oaino, al secondo; quelle 
dei contemporanei di Enosh, al terzo ; della genera- 
zione del diluvio, al quarto; della ton-e di Babele, al 
quinto; dei Sodomiti, al sesto; degli Egiziani contem- 
poranei di Abramo, al settimo. Ma sette giusti la fe- 
cero successivamente riavvicinare e quindi abitare tra 
gli uomini, cioe: Abramo, Isacco, Jacob, Levi, Kehath, 
'Amram e Mose. Secondo un altro passo del Midrash, 
dipartita la Shechina dagli uomini dopo il peccato di 

» Esodo, 17, G ; Xumeri, 20, 11. 
* Bereshith nabbh, 19. 

Aetei du XII"^^ Contjrkt ilet OneiUalittet. — Tome III. 6 



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82 SECTION SEMITIQUE [26] 

Adamo non vi ritorn6 fino che non fu eretto il taber- 
nacolo. ^ 

L'opinione poi prevalente e che discesa la Shechina, 
come presenza reale di Dio, tra gV Israeliti nel taber- 
nacolo fino dai tempi mosaici si posd suU'arca e non se 
ne diparti fino alia distruzioue del tempio. ^ Ritorn5 poi, 
dopo Tesilio di Babilonia a soggiornare nel tempio edi- 
ficato dai reduci? Secondo un passo del Talmud babi- 
lonese, ^ la Shechina non avrebbe soggiornato in questo 
secondo tempio. Ma dalP altra parte abbiamo un luogo 
deirantico Midrash suH'Esodo, * dove si vuole che sem- 
pre la Shechina abbia accompagnato Israel anche nel- 
r esilio, anche nella dispersione in Babele, in Persia, in 
Roma, e li accompagnera nella redenzione messianica. ^ 
Dottrina questa confermata nel Talmud gerosolimitano ^ 
clie fra la Persia e Roma aggiunge ancora la disper- 
sione nei paesi greci. 

Questo e V antecedente della dottrina cabbalistica 
deir esilio della Shechina {yaluth hashshechinh) ultima 
delle ipostasi divine, staccata dall' unita delle ipostasi 
superiori e decaduta dai suo grado, ma che aspetta di 
riunirvisi all' era messianica. E la Sofia dello gnostici- 
smo di Valentino che turba V armonia in seno al Ple- 
roma, e ha bisogno di una ristorazione, di una reden- 
zione, perche I'armonia sia ristabilita. ^ 



* Bitmidbav Uabbh, VI. 

* MechiWi Bo, 1. 
» Jomfu 9^'. 

* Mechilth Bo, 14. 

^ Cf. MeghiWi, 29*. 

^ Taanjoth, 64\ 

' Matter. H'lHtoire rritU/ue du (Jnostiriitme, vol. II. pag. 07-76. 



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[27] DAVID CASTELLI 8S 

Ma fino che restiamo nel Talmud e nei Midrashim 
TeiTore della Shechina e presentato piuttosto come sim- 
bolo poetico del concetto che Dio non abbandona mai 
il suo popolo e lo accompagna anche nolle sciagure. 
Sebbene secondo un altro passo, che si trova parallelo 
nel Talmud * e nel Midrash * con poche differenze di 
lezione, la Shechina, che aveva fermo il soggiomo nel 
tempio, lo abbandon6 con molta reluttanza, e indu- 
giando da una parte all'altra, nelP aspettativa che gli 
Israeliti si pentissero, e allora sarebbe ritornata tra 
essi; ma vedutili induriti nel peccare, si ritirb nel suo 
primiero soggiorno, che sarebbe in cielo. 



VII. 



Una conseguenza dell' allontanamento della She- 
china e che ce8s6, dopo i profeti Haggai, Zacharia e 
Malachi, la vera profezia, il comunicarsi airuomo dello 
Spirito Santo, della Ruah Hakkodesh. ^ Giacche nei 
libri talmudici questa si confonde con la Shechina, come 
pure questa vien detta, del pari che nella Scrittura, 
Chabod, gloria, maesta. Ma altra emanazione divina 
supplisce in parte, cioe una eco della voc^ di Dio chia- 
mata figlia della voce, Bath-Kol. * La quale serve di 
comunicazione fra Dio e il suo popolo, dopo che la 
Shechina o lo Spirito Santo non posa pin nemmeno sugli 
uomini piu meritevoli. Perche, come abbiamo avvertito, 

* Rosh Hashshanh, 31\ 

« Echh Eabbati, 48*. 

^ Jer. Taanjoth, 65'. 

^ Joma, 9^; Sota. 48^; Sanhedrln, 11\ 



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84 SECTION SEMITIQUE [28] 

la Shechina, oltre al risiedere nel Tempio e in mezzo 
ad Israel, era unita con gli uomini piu grandi per ispi- 
rarli. Aveva accompagnato Giuseppe, ^ Mos6, ^ David, ^ 
e ispirato tutti i profeti e sommi sacerdoti quando que- 
sti davano i responsi. * 

Vi sono stati anche nei tempi posteriori uomini 
degni che posasse su loro la Shechina, e che la Ruah 
hakkodesh gl'ispirasse, ma i tempi sventurati piu non 
lo consentivano, e la stessa Bath-Kol rivela questo alto 
mistero, e fa intendere quali questi uomini fossero. Se- 
condo alcuni passi sarebbero stati Hillel, Shemuel detto 
il piccolo ^ ed Eliezer ben Hirkanos; ® secondo un altro 
passo, anche i trenta piu meritevoli discepoli d'Hillel. ^ 

Ma fatto sta che, secondo il Talmud, questa Bath- 
Kol, inferiore manifestazione di Dio, supplisce alia pre- 
senza dello Spirito Santo, e da veri e propri responsi 
come oracolo divino. ^ 

II misticismo qui 6 palese, e si accorda con la co- 
municazione divina, alia quale, secondo il teosofismo 
cabbalistico, possono aspirare i piu meritevoli dei suoi 
adepti. Comunicazione, che, sotto aspetto piu antropo- 
morfico, il Talmud e i Midrashim attribuiscono ad alcuni 
uomini sommi. Si vuole che a Simone il Giusto Dio 
appafisse nel giorno dell' espiazione, nel recesso san- 

* Bereshith Eabbh, 86. 

2 Shabbath, 87*. 

3 Ivi, 56*. 

* Joma, 73^. 

^ Soth, 48^ Sanhedrin, 11*. 

« Jer. Abodh Zarh, 42"; Soici, 24*; Horajoih, 4S\ 
' SuccM, 28». 

« MeghilUi, 32*; 'Inibin, 6^ 13^; Jer. Berachoth, I, 7; Soth, 19%- 
Jebamothy 3^. 



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[29] DAVID CASTELLI 85 

tissimo, in forma di vecchio vestito e ammantato di 
bianco. ^ Seoondo un altro passo del Midrasli, Dio sa- 
rebbe apparso agli Ebrei presso il Mar Rosso come 
un giovane bello e aitante, ^ ma sempre in forma 
umana. Alia quale rappresentazione divina si ricon- 
giunge il nome di uomo attribuito a Dio, die, secondo 
i Rabbini, e chiamato isA, uomo. ' E questo si accorda 
con quelle che sopra abbiamo detto anclie relativa- 
mente alia Scrittura. Da ci6 poi siamo oondotti a par- 
lare dei nomi divini che formano una delle parti piu 
importanti delle dottrine segrete, a cui si accenna uel 
Talmud e nei Midrasliim. 

VIII. 

Gia nolla Scrittura vediamo una pluralifca di nomi 
divini, che il Talmud determina in numero di otto, da 
tenersi santi e venerabili, cioe: El, Eloha, Elohim, Ehje 
asher Ehj6, Adonai, Jahveh, Shaddai, Zebaoth. * Tra 
questi nomi il tetragrauima fii tenuto da un certo 
tempo in poi ineffabile ^ e peccato mortale il pronun- 
ziarlo. ® Dimodoche in tal nome fu riposto un signi- 
ficato segreto che i non adepti non conoscevano. ' 

Ma a questi nomi biblici altri ne aggiunsero i 
Talmudisti, alcuni dei quali hanno significato meta- 

* Jer. Jomh, 42^; Vaikrh Rahhh, 21. 

* Shemoth Babbh, 23. 

* Sanhedrin, 96. 

* Shehuoth, 35*; Shemoth Eahbh, 3. 
^ Pesahim, 50* ; Kiddnshin, 71*. 

* Sanhedrin, 90**. 
' Jer. Jomh, 40*^. 



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86 SECTION SEMITIQUE [30] 

fisico, altri significato morale, e altri sono d' indole cosi 
mistica che rimangono impenetrabili. Tra quelli della 
prima specie, certo e molto notevole clie nella lettera* 
tura rabbinica sia divenuto nome frequentissimo di Dio 
la parola Makom, e meglio hammakom con Tarticolo. 
Makom nel linguaggio biblico significa luogo. Ora che il 
nome luogo^ anzi il luogo per eccellenza, stia a signi- 
fioare la divinita, e cosa, come da altri fu gia osservato, 
importantissima. Nei passi piu antichi del Talmud Dio 
e chiamato semplicemente hammakom, senza darne spie- 
gazione, come se pianamente si dovesse intendere che 
e uno dei nomi divini. E I'uso rimonta per lo meno al 
primo secolo a. C; perche nella Mishna* I'usa Schim'on 
ben Shatah, parlando con Honi. Nel Midrash poi si e 
tentato di dare spiegazione dell'uso di questo nome, e si 
e detto, commentando il passo biblico dell'Esodo 33, 21, 
che Dio e cosi chiamato, perche egli e il luogo del 
mondo, e non il mondo il luogo di lui. ^ Con questa 
spiegazione, e inutile negarlo, si rasenta il panteismo, 
e siamo a un passo dall' emanatismo dei Cabbalisti, e 
dair unita di sostanza. Ma Ibrse i pin antichi rabbini 
non avevano quest' idea metafisica , e, chiamando Dio 
hammakom, int^ndevano solo rappresentare Tonnipotenza 
divina. 

Secondo il Landau ^ V uso di questo nome presso 
i rabbini sarebbe derivato dai Persiani, i quali adora- 

' Taanith, 3, 8. 

* Bereshith Jiabhh, 68. 

^ Die dem Raumt entnommene Si^nonima fiir Gott in der neu-hebr&i' 
sehen Liieratur, pag. 41 e seg. In questa stessa opera, pag. 6-10, e 
data una lista assai estesa dei sinonimi rabbinici nel significato di 
Dio, ma i piii non sono da prendersi in esame per il nostro assunto. 



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[31] DAVID CASTELLI 87 

vano Dio sotto il duplice aspetto delF infinite tempo e 
deir infinite spazio. E ci6 e probabile;, date le relazioni 
di Shim'on ben Shatah con alcuni grandi persiani. ^ 
A noi basta di -avere accennato I'uso di questo nome 
come uno degli antecedenti talmudici della Cabbala, 
e certo dei piu significanti, non solo^perchfe lo stesso 
nome fe usato dai Cabbalisti per indicare ora la prima, 
era la sesta delle divine ipostasi, ma perche i rabbini, 
almeno da un certo tempo in poi, pensavano Dio come 
uno spazio infinite die contiene TUniverso. 

Altro nome divino, che pu6 avere significato me- 
tafisico, b quelle di potenzay forza; cosi nel Talmud Dio 
e non di rado chiamato Gheburh die anche nella Cab- 
bala e il nome di una delle Sejiroth, ciefe di quella ipo- 
stasi che rappresenta la Giiistizia. Glieburh h chiamato 
Dio principalmente quando apparisce sul Sinai per ri- 
velare il decalogo, ^ quando minaccia di punizione il 
sue popolo, se sara ribelle alia legge,^ e quando ispira 
i piu alti profeti *. 

Ma anche piu significativi dal late metafisico sono 
i prononii di prima persona Ani, e quelle di terza Hu 
intesi come nomi divini, quasi si velesse indicare la 
personalita per eccellenza, era come quella che da s6 
stessa si annuncia e si afferma come /o, Tessere asso- 
luto che s' iiidividua e afferma se stesso ; ora come e 
tale riconesciuto dagli uoniini, che le chiamane Lm, 
quegli di cui veramente si pu6 dire che e, giacche il 



* Jer, Berachoth VII, 2; Nazir, V, 5. 

* JSifre, I, 112; ^^habbath, 87*; Macchoth, 24»; llorajoth, 8\ 
5 Meghillh, 31^ 

* Pesikth de Rah Kahanh, 12H*. 



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88 SECTION SEMITIQUE [32] 

pronome di terza persona in ebraico significa anohe ^, 
la terza persona del verbo essere. 

II passo della Mishna, die sarebbe la piu antica 
fonte talraudioa che da a questi pronomi il significato 
di nomi divini, e quello dove Rabbi Jehuda vuole che 
nella testa delle capanne s' invochi Dio in questa forma: 
Arii va-Hu osanna ^ che e rimasto sacramentale nelle 
preghiere ebraiche. I due pronomi sono passati poi nella 
Cabbala a rappresentare due ipostasi, due Sejiroth^ anzi 
per essa e divenuto nome di altra Sefira anche il pro- 
nome di seconda persona, e anche quello di terza per- 
sona femminile. Ma noi fermiamoci ai due pronomi di 
cui si trova cenno nel Talmud. Non e da tacersi per6 
che la critica moderna, rappresentata qui dal Geiger, ^ 
ha voluto correggere la lezione del passo citato, e in- 
vece di: Arii vor-Hu, im "^JK, leggere, rHiT MK Anna JaJi- 
veh\ e allora, se questa congettura fosse da accettarsi, 
Tuso di questi pronomi come nomi divini mancherebbe 
nel Talmud della sua primitiva sorgente. Ma contro 
la congettura del Geiger ata il fatto che i manoscritti, 
le edizioni antiche, gli antichi commentatori, I'antico 
lessico talmudico di Natan di Koma hanno i due pro- 
nomi, con la sola differenza che il Talmud gerosolimi- 
tano, le due antiche edizioni della Mishna di Napoli e di 
Pesaro, il citato lessico talmudico ^ e il Machzor Vitry * 
danno KIH con V alef come generalmente si scrive il 



* Succha, 45». 

' Ozar Xechmad, III, pag. 119. 

* Rabbinovicz. Varine Lectionps in Mischnam et in Talmud baby'' 
lonicum, vol. Ill, pag. 138, uota G. 

* Pag. 447 e seg. 



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[33] DAVID CASTELLI 89 

pronome di terza persona, e non la scrittura deficiente 
TTIl; ma questa e una differenza soltanto grafica. 

Di piu, oltre questa prova esterua, abbiamo come 
prova interna della correttezza della lezione vulgata il 
contesto della Mishna stessa. Rabbi Jehuda vuole espri- 
mere in quanto alia forma della pregliiera una diver- 
sita di opinione da quella antecedentemente enunciata. 
Ora se si leggesse come vorrebbe il Geiger, questa dif- 
ferenza non vi sarebbe piu. 

In un altro passo poi del Talmud \ dove si parla 
del significato delle lettere, si dice che la combinazione 

Tl forma un nome divino, e si accorda in ci6 perfet- 
tamente con la lezione vulgata della Mishna. Ora non 
pare molto facile che gia si fosse introdotta una guasta 
lezione. Per ultimo un accenno che i due pronomi Hu 
e Anl rappresentino nomi divini lo abbiamo anche nel 
Midrash. ^ Per lo che teniamo che fino dai tempi della 
Mishna si sia dato ai rammentati pronomi tale mistico 
significato. E per ispiegare la maniera per la quale i 
rabbini vi siano giunti, arrischiamo la congettura che, 
senza averlo detto esplicitamehte, si siano fondati sul 
passo biblico del Deuteronomio 32,39 che suona : Anl^ 
An\ Hu^ le quah parole certo letteralmente non signi- 
ficano altro se non: lo, io sono quello; ma non e da 
maravigliarsi che i rabbini vi abbiano veduto due 
nomi della Divinita. 

Nomi di significato morale sono Tb6, bnono, ^ Zad- 



* Shabbath, 104\ 

• Echh Rabbati, introduzione, verso la fine. 
^ Jer, Haghiga, 11"" ; Bereshith Rabbh, 4. 



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90 SECTION SEMITIQUE [34] 

dik^ giusto, ^ Shalom, pace, ^ Kahamanh o Rahman^ pie- 
toso, ^ usato molto comunemente nelle preghiere, e 
passati poi anclie tutti questi nella terminologia cabba- 
listica. 

Finalmeute i nomi divini che nel Talmud riman- 
gone non spiegati sono quelli indicati come composti 
r uno di dodici, e 1' altro di quaratitadue lettere, ma 
senza dirci qiiali queste siano e quale ne sarebbe la 
pronunzia. Solo si acceuna che questi nomi segretissimi 
ed efficacissimi non s' insegnavano ormai se non a quelli 
che per la santita della vita se ne mostrassero degni. * 
L' Isaacita nel commento a questo passo confessa di 
non conoscerli; ma il suo nipote Rabbenu Tam, come 
gia sopra abbiamo avvertito, mostra di conoscere 
quelle di quarantadue lettere, sebbene non lo spieghi. 
I Cabbalisti posteriori poi non hanno esitato a darne 
ampia spiegazione. ^ 

Deir altro nome piu complicato, ma egualmente 
misteriosissiino, composto di settantadue lettere, non si 
ha cenno nel Talmud, ma solo nel Midrash® dove si dice 
die tal nome era contenuto in una parte delle lettere 
comprese nel verso 34 del capitolo 4** del Deuteronomio. 
I Cabbalisti invece hanno formato i settantadue nomi 
segretissimi di Dio dalla varia combinazione delle let- 
tere dei versi 19, 20 e 21 del capitolo 14 deU'Esodo. ^ 

* Bereshith Habbh, 1. 
« Sifre, I, 42. 

3 Pesahhn 39'; Shekalim, 8^; Bahh Mezi'a, 3*; Chethuboth, 45'; 
Ghittin, 17* : Cherithoth, 7\ 

* Kiddushin, 21'. 

^ CoRDOVERO, Sefer Pardes Bimmonim, Sha'ar Peratl hashshemoth. 
« Bereshith Bahba, 44; Vatkr?i Babbh, 28. 
' CoRDOVEROj luogo citato. 



i. 



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[35] DAVID CASTELLI 91 

E di ci6 si mostrano cogniti i com menta tori del Tal- 
mud, r Isaacita e i Tosafisti. ^ 

Altro nome divino e qiiello di Acheiriel /"corona di 
Dio; col quale il sacerdote Rabbi Ishmael figlio di 
Elisha chiama Dio apparsogli nel recesso del Santuario.^ 
t] evidente che di qui i Cabbalisti lianno preso il nome 
di Cheter, corona, per indicare la prima delle ipostasi 
divine. Ma ragionevolmente lo Zunz ^ e il Bacher * 
sospettano che questo passo talmudico sia una recente 
interpolazione. 



IX. 



Alia teorica dei nomi e delle ipostasi si riconnette 
quella del Meiatron, essere intermedio fra la Divinita e 
gli uomini, ma di natura non bene definita; perclie ora 
appare soltanto come il primo degli angeli, il piu ec- 
celso degli esseri creati, ora si rappresenta quasi come 
di natura divina, e piuttosto da questa emanate. Si 
disputa sul significato e la derivazione di questa pa- 
rola certo non di origine ebraica nfe semitica. ® Fra le 
proposte etimologie rammenteremo die alcuni vogliono 
vedervi il Mitra persiano, ^ altri un metaihronon o un 



* Vedi i comment i a Succhh, 45*. 
' Berachoth, ?•. 

^ Die gottesdienstlichen Vortrage der Juden, pag. 1B4, nota e. 

* Die Agada der Tannaiten, I, pag. 268. 

^ Vedi Krauss S., Griechische und lateinische Lehmvorter im Tal- 
mudj Midrash und Targum. I, pag. 250 e sag. 

* KoHUT A., Ueher die jiidische Angelologie und Daemonologie in 
ihrer Ahhcingigkeit vom Parsismxis, pag. 36-42. 



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92 SECTION SEMITIQUE [36] 

metatyrannon^ derivandolo cosi dal greco, e altri la pa- 
rol a latin a metator. 

Se noi stessimo a due passi del Midrash * dove 
r officio del Metatron e soltanto di misurare 1 confini 
della terra proraessa, la sua identificazione col latino 
metator sarebbe da accettarsi. Ma altri passi fan no del 
Metatron un essere bene altramente importante. E 
identificato col principe del mondo, Sar ha'olam, ^ come 
se da Dio avesse avuto V incarico di govemare tutto 
il create. £] detto anoora il principe della divina pre- 
senza, Sar happanim, come colui die dinanzi a quella 
pu6 presentarsi senza velo. ^ it chiamato il grande scH- 
vaiio, Safrh Babbd,,^ come il maggiore ministro della 
corte celeste, fe il giovane sacerdote, Na'ar^ clie offre 
le anime dei giusti in espiazione d* Israel. ^ Ma ci6 
che lo ta quasi di natura divina, e die porta il nome 
stesso di Dio ; ® perchfe a lui si applica il passo scrit- 
turale/ nel quale Jahveli dice a Mose: « Ecco io mando 
r angelo dinanzi a te per guardarti nella via e per con- 
durti al luogo che ho preparato. Riguardati dalla sua 
presenza e obbedisci la sua voce, non gli essere ribelle, 
perche non perdonera le vostre mancanze, iraperocche 
il mio nome e dentro di lui ». Come sopra abbiamo 
accennato, qui non si sa bene se si parla di un an- 

* Slfre, II, 338; Bereshith Babbh, 5. 

* Jebamoth, 16»; Holln, (X)* e i Tosafisti in questi luoghi. 

* Tanhumh, Ethhannan 6, e la nota del Buber ; cf. Echh Rahbati, 
Introduzione aopra Isaia 22, 1. 

* Pseudo Jonathan, Genes L 5, 23. 

^ Bamidbar JRabbh, 12. Secondo il Talmud il sacerdote celeste sa- 
rebbe Michael. Haghigh, V2^, Menahoth, 110*. 

* Sanhedrin, 38*\ 

' Esodo, 23, 20 e seg. 



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[a7J DAVID CASTELLI 93 

gelo creato , o del Malach considerato come uno 
sdoppiamento dell' essere divino. Ma, quando questo 
Malach della Scrittura divenne tiella teosofia talmudica 
il Metatron, era facile che alcuno tenesse questo quasi 
un secondo Dio. Ditatti si asserisce che 1' eresia, nella 
quale cadde il gia nominato Elisha ben Abujja, quando 
si dette a studiare i misteri religiosi, fu appunto questa 
di credere che Metatron fosse una persona divina. Di- 
nanzi al rigido monoteismo giudaico tale errore fu giu- 
dicato peccato irremissibile, tanto che lo stesso Elisha 
diceva di avere udito da una voce raisteriosa : Penti- 
tevi, o figli ribelli, eccetto Elisha. ^ Cosi egli sarebbe 
stato escluso dal poter fare penitenza del suo peccato. 

Per6 ]a stessa incertezza a cui avevano dato luogo 
le non bene definite espressioni del 1'almud e dei Mi- 
drashim sulla natura del Metatron, si ritrova nella Cab- 
bala posteriore. Imperocchfe ora viene identificato con 
la Shechina ultima delle dieci ipostasi divine, ora e te- 
nuto il messo di lei, il suo angelo, come essere da lei 
distinto ed a lei inferiore. ^ 

E cosa singolarissima poi che il Metatron secondo 
altra tradizione e identificato con Enoch. Si sa che la 
frase usata nel Genesi rispetto a questo patriarca e 
diversa da quella comune, giacche non si dice, come 
per gli altri : « mori », ma : « non era piu, perche Dio 
lo prese ». Da ci6 nacque la leggenda che Enoch sa- 
lito vivo in cielo fosse trasformato in angelo. Ebbene 
quest' angelo, secondo una tradizione poi molto dif- 
fusa, e Metatron , e ci6 non pu6 accordarsi con V al- 

* Ilaghigh, lo*. 

' CoRDOVERO, opera citata, Shaar 'Arche hachchinnujim. 



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94 SECTION SEMITIQUE [38] 

tra opinione che lo fa principe del niondo fino dalla 
creazione. ^ 

Abbiamo veduto che il Metatroii si chiama anche 
Na'ar, giovanetto, fanciullo, e siccome questa parola ha 
in ebraico come jrafg in greco, puer in latino, garzone 
in italiano, anche il significato di servo, sta a rappre- 
sentare il primo ministro della corte celeste. Tutto 
ci6 induce a credere che V etimologia di questo nome 
sia dal greco fiera dQovov , dopo il trono, cioe colui che 
sta imniediatamente sotto il trono celeste, che occupa, 
dopo la Maesta divina, il primo luogo. 



X. 



Da questo essere di natura non bene definita, ma 
che pure ha piu dell' angelo che della ipostasi divina, 
si passa facilmente a dire degli angeli, quali nel Tal- 
mud e nei piu antichi Midrashim sono concepiti. 

fe naturale che gli angeli siano ammessi nelle 
credenze religiose dei rabbini, dacche cosi esplicita- 
mente, come abbiamo veduto, se ne parla nel Vecchio 
Testamento. Ma questa credenza fu molto svolta ed 
estesa. 

La Scrittura non aveva detto nulla sull' origine 
degli angeli e suUa loro natura. 1 rabbini determina- 
rono in prima che gli angeli sono creati, e li distinsero 
da Dio. Anche il Malach Elohim o Malach Jahveh, che, 
come abbiamo veduto, nella Scrittura si confonde spesso 
con la Divinita, e secondo il Midrash da questa di- 

* Vedi i Tosafisti in Jebamoth Ki*^, e in Ilolin <iO*. 



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[89] DAVID CASTELLI 95 

verso. ^ Si disputa fra due dottori se gli angeli furono 
creati nel secondo o nel quinto giorno della creazione ^ 
ma nessuno sostiene die a questa fossero anteriori. 
Per5 si riconosce che sono immortali/ sebbene in altro 
luogo si parla di angeli clie avrebbero nn' esistenza 
temporanea, ed ogni giorno uscirebbero da un fiume 
ardente, e poi ne sarebbero di nuovo assorbiti per 
uscirne di nuovo la mattina appresso e cosi di seguito 
all'infinito. * In generale questi angeli, come qtielli die 
formano la corte divina, sono detti angeli del servizio, 
Malach^ hasfishareih, sono in numero grandissimo, e eo- 
stituiscono la famiglia superiore n^pS5 Stt7 tT^DB • 

Furono poi divisi in diversi ordini ; ma il Talmud 
e i piu antichi Midrashim non andarono di 1^ dai nomi 
che si trovano nella Scrittura, e gli dissero Hajjoih o 
santi aniniali, Ofannim ruote, come nella visione di Eze- 
cliiel, Serajim come in quella d'Isaia, Cherubim come 
nel Genesi e poi in Ezechiel, e* Mahchim, die da nome 
generale divenne speciale di un ordine, ^ come accadde 
per il nome angeli ancbe nella gerarcliia celeste dei 
padri e dei dottori cristiani. 

Questi ordini angelici ftirono poi portati a dieei 
non solo dalla Cabbala, ma anche dai filosofi teologi, 
per6 con nomi diversi, fondandosi su quelli die qua e 
la trovansi nella Scrittura ^. 

* Shemoilt Rabhh, 2. 

* Bereshith Rabba, 1. 

. * Sifrh, Vai/crh, cap. 2. 
'* Ifaghighy 14: Bereshith Rabha, 78. 

^ Bosh Hashshanh, 24^• AlHjdh Zarh, 43'^: MechiWi, Bahodesh, 10; 
Sifr^, II, 30G. 

® Maimonipe, Jesfjdp Hattorh^ 2,10. 



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96 SECTION SEMITIQUE [40] 

E non solo ai varii ordini furoiio assegnati varii 
nomi, ma anche ai singoli angeli. Gia in Daniel si 
trovano, come abbiamo veduto, Michael e Gabriel, nel 
libro di Tobia (8,35; 12,i6) Rafael, nel 4^ di Ezra Uriel 
(4,1) e questi quattro nomi fnrono adottati dai rab- 
bini come quelli di quattro fra i principali angeli. II 
significato di questi nomi e certo. Michael significa : 
chi b come Dio?; Gabriel, uomo, o forza di Dio ; Ra- 
fael, Dio risana ; Uriel, fuoco o luce di Dio. Come uno 
degli angeli che si presentano dinanzi alia Divinita e 
nominato Suriel, allontana, o Dio, il quale e rammen- 
tato nel Talmud, perchfe dette prudenti consigli a Rabbi 
Ishma'el. ^ Angelo poi di straordinaria grandez-za, che 
starebbe dietro il carro portatore del trono divino, e 
detto Sandalfon. ^ Strano nome, che secondo i piu de- 
riva dal greco omadeXipog^ confratello, ^ ma, ad opinione 
del Kohut,* e un composto di due sostantivi di lingua 
pehlvi e significa signoi-e dell' altezza. Dalle straordi- 
narie dimensioni che il Talmud attribuisce a quest'an- 
gelo, parrebbe che qui il Kohut fosse nel vero. 

Ma a questi nomi ne furono dai mistici aggiunti 
molti altri. ° Alcuni ne da il libro di Enoch, che pare, 
non si sa bene in quale redazione, fosse cOnosciuto 
dagli antichi rabbini,® e non sarebbe prezzo dell' opera 

* Berachot, 51*. 
« Haghigh, 13\ 

' Krauss S.J opera citata, pag. 192, 203. 

* Opera citata, pag. 43. 

^ Un lavoro speciale molto utile per questa parte del misticismo 
e stato fatto da Moi'se Schwab: Vocabulaire de VAngelogie dJaprH Its 
Mamiscrits hebretix de hi BibUotfteqtie nationah, Paris, 1897. 

^ Vedi Jellinek. Beth Jfammidrask, II, pagina XXX e seg., V, 
pa<r. XLI e seg. 



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[41] DAVID OASTELLI 97 

riferire qui tutti questi nomi. Piuttosto fermiamoci agli 
offici attribuiti ad alcum angeli. 

In prima 6 di origine biblica la credenza che 
molti di essi presiedono e tutelano le varie nazioni. 
Abbiamo gia veduto ci5 che se ne dice ne\ libro di 
Daniel. II Talmud da un nome al genio protettore 
della Persia e lo chiama Bobiel ^ ; del quale e facile 
vedere V origine nella seconda fiera della visione di 
Daniel , die in forma di orso , in ebraico Dob , rap- 
presenta la monarchia persiana. Ma secondo i rab- 
bini ogni nazione ha in cielo il suo principe, il suo 
/Sar, il suo genio tutelare. E siecome, stando alFetno- 
grafia rabbi nica fondata sul oapitolo X del Genesi, le 
genti sono settanta, altrettanti sarebbero i loro angeli 
protettori. Questa credenza ha forse il suo primo fon- 
damento nella versione alessandrina che, dove il testo 
ebraico ha : ' « stabili i confini dei popoli secondo il 
numero dei figli d'Israel, » traduce : uard aQvdfxov dy- 
yiXov deod che suppone un testo ^K ''33 invece di 

I rabbini su questo stesso passo biblico immagi^ 
narono la leggenda che, gettate le sorti fra Dio e gli 
angeli a chi toccasse la tutela dei vari popoli, a ogni 
Hngelo tocc6 una gente e a Dio il popolo ebreo ^ Ma 
cio e in contradizione col libro di Daniel, che, come 
abbiamo gia detto, fa Michael 1' angelo tutelare de- 
gl' Israeliti, e con altri passi del Talmud e del Mi- 
drash che con questo luogo della Scrittura si accor- 

* Jomh 77, nelle edizioni integre del Talmud, cf. Kabbinovicz, 
opera citata, IV, 2, pag. 239. 

* DeiUeranomiOj 32, 8. 

^ Pseudo Jcnathan 32, 8 e seg., Pirke di H. Elitezer. 24. 

AeUt du Xtr*^ Congrds den OrientalitUt. — Tome III. 7 



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98 SECTION StMITIQUE [42] 

dano.^ Secondo poi una terza tradizione^ Michael e Ga- 
briel sarebbero ambedue i custodi d'Israele, sebbene 
si dica altrove ohe hanno natura contraria, essendo il 
primo fuoco, il secondo neve. ^ 

Fra gli angeli poi, che presiedono a diversi offici, 
rammentiamo prima il gia nominate Metatron come 
principe e govematore del mondo *. II genio del mare, 
Sar shel jam chiamato RaJiab ; intorno al quale h da 
notarsi una non piccola contradizione. Perchfe, mentre 
in un luogo del Talmud si fa che questo principe del 
mare sia annichilato da Dio fino dalla creazione del 
mondo,^ in un altro luogo lo vediamo ricomparire nel 
passaggio degli Ebrei a traverse il Mar Rosso. ^ Le 
due leggende per6 provengono da due diversi dottori. 
Altri gent piu particolari sono Ridjh per Tirrigazione 
della terra, ^ Jorkaml per la grandine ®, Laila per i con- 
cepimenti umani, ® uno della concupiscenza,^" un altra 
della collera.^^ Finalraente si ammettono due geni tu- 
telar!, che accompagnano sempre ogni uomo ^^ e lo 

* Jmrih 17^, Jalkut Shim'onl, Genesi § 132. 

* Skemoth Babbh, 18. 

' Bamidbar Rahh\ 12. E anche in questo punto e da notarsi un 
disaccordo, perch^, secondo il citato passo del Jalkut, il fuoco sarebbe 
Michael, mentre e chiarissimo nel Talmud cbe Gabriel e il genio del 
fuoco. {Pesahim, 118»). 

* Sanhedrin 94*; vedi il commento deir Isaacita. 
'- Babh Bathrh, 74**. 

* 'Arachin, 15« ; Pesahim, 118^. 
' Jomh, 2V; Taanith, 25*. 

* Pesahim, 118'. 
» Niddh, 1G'\ 

*^ Bereshith Eabbh, 85. 

" Ester Rabbh, I, 10. 

" Berachoth^ fiO**; vedi il commento dell* Isaacita. 



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[43] DAVID CASTELLI 99 

benedicono ogni sera di sabato^ quando la festa e os- 
servata a dovere ^ Secondo un' altia opinione questi 
due geni sarebbero di natura diversa, V uiio buono e 
Taltro oattivo. ^ E in questi e facile riconoscere la 
person ificazione delle tendenze deiranimo umano, Tuna 
al bene, I'altra al male^ 



XI. 



Air esistenza degli angeli e dei geni benefici si 
riconuette quella dei demoni e dei geni malefici. An- 
ohe questa credenza ha nel Satan di Job e di Zacha- 
ria la sua prinm origine, e certo anche nel serpente 
tentatore del paradise terrestre, ma come quella degli 
angeli benefici si fe poi molto ampliata. 

Satan e divenuto proprio il genio del male : fe lui 
I'autore di tutto quanto di cattivo avviene nel mondo. 
Egli e il malvagio tentatore, per cui tutto quanto gli 
uomini opeiano di male, Toperano per sua istigazione. 
Egli e I'angelo della morte*, considerata nella teologia 
come la punizione a cui tutti gli uomini sono sotto- 
posti, dopo il peccato d'Adamo. Egli fe detto Sammael^ 
ohe significa veleno di Dio, o come altri interpreta, 
il pih potenie veleno ; e sotto questo nome e nemico 
dei buoni angeli Gabriel " e Michael ^ fe V avversario 

* Shabbath, 119\ \ f, 
' Ibidem. '••*: 

• Berachoth, Gl». 

* Babh Bathrh, 16\ 
^ Shemoth Eabbh, lb. 

• Ibidem. 
' Soth, 10^ 



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100 SECTION SEMITIQUE [44] 

d'lsrael^ e tenuto il principe di tutti i demoni.^ Per- 
oh6 presso i Rabbini questi sono creduti esistere in 
gran numero. Un cenno sull' esistenza di piu angeli 
malefici si vede anche in uno dei piu reoenti Salmi 
(78, 49) ; ma nell' angelogia rabbinica sono molto au- 
mentati. Sono chiamati angeli dannosi, Maluche hab- 
halh^ \ e sotto la guida e il coraando del loro capo 
portano nel mondo ogni specie di guai. 

Nella teologia talmudica per6 non si definisce bene 
la loro natura. Sono essi cattivi e malvagi fino dalla 
loro origine, o, come nella teologia cristiana, sono an- 
geli ribelli e decaduti dal loro primitive splendore ? 
Tacendosi affatto nel Talmud di questa seconda opi- 
nione, e da tenersi che, secondo i rabbini, Satan e i 
suoi pottoposti siano immaginati cattivi e malefici per 
loro originale natura, non per un corrompimento di 
questa. E anche i due demoni 'Azzh e 'Azzael^ che sono 
tenuti gli spiriti che ebbero commercio con le figlie 
deir uomo di cui si parla nel Genesi (6, 2) sono rap- 
presentati, come gia malvagi di loro natura e non di- 
venuti tali dopo il peccato. * Un Midrash posteriore 
vuole al contrario che Shamazai e 'Azael fossero in 
origine angeli buoni e decaduti solo dopo il peccatc» 
con le figlie dell' uomo. ^ 

A questi angeli cattivi le credenze talmudiche ag- 
giungono altri esseri intermedi fra i demoni e gli 
UGinini. Sono detti spiriti, Ruhin, potenti ShediUy dan- 

* Shemoth Eabbh 1. c, e Debar im Babba, 11. 

* Shemoth Eabbh, 21. 

3 Shabbath 56» ; Chethuboth, 104«. 

* Jomh, 67*; vedi ivi il commeuto deirisaacita. 

* Jalkut ShhrConL Grenesi, § 44. 



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[451 DAVID CASTELLI 101 

neggiatori Mazzikin^ e noHurni Li/in, perch^ si tiene 
die la loro maleficenza si estrinsechi principalmente 
di notte. Ed anche questi hanno il loro antecedente 
biblico nei Shedim del Deuteronoraio (32, 17) e di uno 
dei piu recenti Salmi (106, 37j. 

L'origine di questi esseri e spiegata in doppio 
modo. Ora si dice ohe rimasero imperfetti, perch6 creati 
nel crepuscolo del sesto giorno, e non oi fu tempo di 
compirli ohe incominci6 intanto la sera del sabato;^ 
ora si dice che nacquero dal conniibio di Adamo con 
un malefico spirito femminile detto Lilit,^ che vediamo 
gia nella Bibbia (fsaia, 34, 14) come cattivo genio dei 
Inoghi incolti e deserti. 

Questi esseri recano agli uoraini piu generi di 
danni; quindi I'origine di uno dei loro nomi testfe ac- 
cennati. Ma la loro maligna indole ha nel medesimo 
tempo qualche cosa di umoristico, e al diabolico ag- 
giungono il comico. Sono in numero grandissimo, sio- 
che se alcuno li potesse vedere, ne rimarrebbe atterrito. 
Si affoUano ad asooltave le prediclie e le conferenze 
religiose, producono agli altri uditori col loro attrito 
stanchezza alle ginocchia, tremito alle gambe, e con- 
sumo degli abiti. ^ 

La loro natura e cosi definita: in tre cose gli She- 
din sono simili agli angeli, e in tre cose agli uomini. 
Come gli angeli hanno ale, volano da un estremo al- 
r altro del mondo, e conoscono V avvenire ; come gli 
uomini mangiano e bevono, si riproducono e muoiono. * 

* Ahoth, 6, 6; Pesahim 54%- Bereshith Rabhh, 7. 

• 'Irvbin, 18**. 

' Berachoth, 6^. 
^ Haghigh, 16*. 



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102 SECTION SlfeMITIQUE [46] 

II capo di questi geni inferiori e detto Ashmadai^ ohe 
h TAsmodaeus di Tobia (3, 8). Questa parola forse signi- 
fica distruttore^ danneggiatore dalla radice Shamad con 
Talef prostetica e la desinenza nominale. II Benfey ^ e 
il Kohut® vogliono invece vederci VEshma-deva per- 
siano, il demone della concupiscenza. Di questo male- 
fico genio si favoleggia che cacciasse Salomone per un 
certo tempo dal trono e in persona di lui regnasse. ^ 

Talvolta poi questi Shedin si mostravano ai dot- 
tori e con loro parlavano, dando ancora buoni consigli. 
Si rammenta un Shed per nome Josef, che era in rela- 
zione con Rab Josef e Rab Pappa, e diceva loro come 
liberarsi da certe cose credute di pericolo a cagione 
degli altri Shedin. ° E I'intendere il loro linguaggio h 
annoverato fra i piu alti gradi della scienza. ^ 

Come si poteva entrare in relazione con questi 
spiriti inferiori, cosi si credeva che non fosse negate 
ai dottori di piu alto merito e di piu santa vita co- 
municare con gii angeli, ^ e per loro mezzo predire 
Tav venire e operare miracoli. Cosi si passa dal misti- 
oismo teorico a quelle pratico, come piu tardi si distinse 
la Cabbala del pensiero, Cabbala 'ijjunith, da quella 
dell'azione, Cabbala ma^asiih. 

L'angelo che piu spesso degli altri si dice trovarsi 
in relazione con i dottori fe Elia. ® E ci6 si spiega fa- 

* Pesahim, 110*. 

* Ueher die Monatsnamen einiger alien Volker, pag. 201. 
' Opera citata, pag. 72 e seg. 

* GhiHin, 68. 

* Pesahim, 10*. 

* Succhh 128^ ; Babh Bathrh 134*. 
^ Ibidem. 

* Berachoth 3* ; Chethuboth 105^ ; Sanhedrin 98. 



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[47] . DAVID CASTELLI 103 

cilmente se si considera che questi in origine fii un 
uomo; prima di essere assunto alia natura angelica ; e 
quitidi fe piu facile che con altri uomini comunicasse. 
Ma 6 strano che anche Tangelo della morte talvolta 
confabulasse con loro, e, dimenticando la sua maligna 
natura, desse anche biioni consigli. ^ Questo comunicare 
con gli angeli e certo un antecedente talmudico di 
quello che poi ammisero i Cabbalisti, cio6 che i piu 
degni di loro avessero un angelo rivelatore, Magghid^ 
che insegnasse i piii arcani misteri delle teosofiche 
dottrine, e anche ravvenire, e in genere cose segrete 
e agli altri uomini igncte. 

Agli angeli, ai demoni, agli Shedin si riconnettono 
gli spiriti dei morti, anche ai quali il Talmud attri- 
buisce in alcuni casi di poter conoscere 1' avvenire e 
di comiinicarlo in qualche modo agli uomini. Lo Spi- 
ritismo insomma, del quale tanto si parla e si scrive 
ai gibrni nostri, e antico negli uomini, e fa parte del 
culto dei morti, che fe certo una delle forme piu anti- 
che della religione popolare. Sarebbe strano che non 
si trovasse nel Talmud, tanto piu che nella Bibbia se 
da un lato si proibisce la negromanzia, ^ dall'altro se 
ne ammette come possibile T eflScacia ; dimodoche e 
rimasta celebre la negromantessa di 'En-Dor come evo- 
catrice delFombra di Samuel. ^ Si discute quindi nel 
Talmud se gli spiriti dei morti sanno o no ci6 che 
avviene nel mondo, rna si ammette che talvolta cono- 
scono Tavvenire e lo comunicano agli uomini. * Si sta- 

* Berachoth, 51*. 

* Leviiico 20,6 j Denteronofnio 18,11. 
' I*' Samuel 28,7-25. 

* Beraehoth, 18**: Snnhedrin, 5(5. 



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104 SECTION SEMITIQUE ^ [48] 

bilisce che haiino una diversa sorte secondo le colpe o 
i meriti della loro vita, e si dice che stanno sotto il 
comando di un genio chiamato Dumb.^^ che significa 
sUenziOy nome conveniente a chi presiede ai morti. 

Ma del resto nella dottrina intorno all'anima uma- 
na che bisogna ammettere di natura diversa dal corpo 
mortale, dacche ai parla di spiriti di inorti, il Talmud 
non ai accorda con la Cabbala nei due punti che que- 
sta ha di diverse dalle comuni credenze. Questi sono: 
la pluralita delle aninie di diverse grado, che esiste- 
rebbero o no, neiruomo a seconda dei suoi meriti, e 
la metempaicosi. 

Intorno al prime punto non deve indurre in errore 
il cenne che si trova nel Midrash * dei cinque nomi 
deH'anima Nefesfi, forza vitale, liuah spirito, Neshamd. 
anima, Jehidh unica, Hajjh vivente, che corriapondone 
alle cinque anime dei cabbalisti: perche in questo passe 
si dice che V anima h unica e con i cinque nomi si 
vogliono soltanto significare i suei diverai attributi. 
In altre luogo poi si dice che, come Die e unice nel- 
rUniverso, cosi Tanima e unica nel corpo, ^ « E questo, 
come dice il Poeta, h centre quelle error che crede, che 
un'anima sevr'altra in nei s'accenda »/ Sole si parla di 
un 'anima di piu che gli Ebrei avrebbere nel Sabate^ 
{Neshamh jeterh) ; ma probabilmente ci6 deve intendersi 
in significato allegorice, come un sentimente di religiose 
dilette, che i pii pro vane nel giorno censacrato al Signore. 

* 8hahhath,.\'2Ib^, Sanhedrin. 94*. 

* Bereshith Bahbh, 14. 
' Vaikra Babbh, 4. 

* Divina Commedia, Purgaiorio, IV, 5 e 86g. 

* Ta'anUh, 27*»; Bezh, IB*. 



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[49] DAVID OASTELLI 105 

Delia trasmigrazioDe delle anime in altri corpi in 
tutta la letteratura talmudica non si parla mai, ma 
sempre si tratta del suo dipartirsi dopo la morte del 
corpo, o in un luogo di pena temporanea o eterna, o 
in luogo di beatitudine. ^ Nel Talmud si ammette chia- 
ramente la preesistenza deH'anime ; ^ ma tutti sanno 
ohe non si deve contbndere quest' opinione con quella 
della metempsicosi ; perche altro e che le anime pree- 
sistano ai corpi, altro che trasmigrino da uno in di- 
verse corpo. 

Nonostante, alcuni Cabbalisti hanno volute tro- 
vare un accenno alia metempsicosi nell' opinione che 
si attribuisce a Rabbi Sliim'on ben Lakish (3** sec. di 
C.) che Elia profeta era lo stesso che il sacerdote Pi- 
nehas. ^ Questa identita di persona fra due uomini vis- 
suti a distanza almeno di quattro secoli non fe spiega- 
bile, dicono i Cabbalisti, se gli antichi dottori non 
avessero ammesso la trasmigrazione delle anime. Ma 
h tan to ci6 che i Talmudisti hanno detto intorno al- 
I'anima, e in tante forme, che non vi e ragione per 
supporre che solo con questo indiretto ed oscuro ac- 
cenno avessero alluso alia dottrina della trasmigrazione, 
se vi avessero creduto. Tanto piu che non e certo que- 
sta la parte piu pericolosa delle dottrine cabbalistiche 
da dovere tenerla segreta. Di piii e dn dubitarsi se 
ridentita fra Elia e Pinehas e veramente un' opinione 

* Eosh-hashshanh, 16^ e seg. 

« Sifre, II, 144; Jebamoih, 82*, 63*^; 'Abodh zarh, 6»; Niddh, 1U»: 
Vaikrb. Rabhd, 15. Nei passi talmudici la parola fm non significa 
corpo umano, ma il luogo dove le anime preesistenti son depositate: 
vedi il common to dell' Isaacita. 

* Jalkut Shim'oni, Numeri 25, 11. 



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106 SECTION S^MITIQUE [60] 

di Shim'on ben Lakish, oppure gli fu erroneamente 
piu tardi attribuita. Dimodoch^, spieghisi come vuolsi 
questa pretesa identita fra le due indicate persone, non 
ci sembra questo suflSciente indizio per porre fra gli 
antecedenti talmudici della Cabbala anche la credenza 
nella metempsicosi. 



XII. 



Piuttosto e da mettersi tra questi ci6 die nel 
Talmud e nei Midrashim si dice piu volte intorno alle 
lettere dell' alfabeto, sia per il loro potere miracoloso 
e creative, sia per il significato esegetico che ad esse 
si attribuisce. 

La diversa combinazione delle lettere e detta Zi- 
ruf^ e si crede che mediante questa il mondo sia stato 
create, e si possano operare miracoli. Questa supersti- 
zione trovft poi ampio svolgimento anche nel primis- 
simo formarsi della Cabbala alcuni secoli prima che 
fosse ordinatamente costituita in compiuto sistema. 

Si sa quanta parte la diversa combinazione delle 
lettere abbia nel libro Jezirh^ e come su di essa si 
estendano anche i piu antichi commentatori. Un appo- 
site Midrash sulle lettere deir alfabeto e quelle cono- 
sciuto sotto il no me di Othijoth de Rabbi 'Akibd,. Ripetu- 
tamente poi di questo soggetto si discorre nello Zohar 
e nei Tikkunim. Ma tutto ci6 ha i suoi antecedenti nel 
Talmud. 

Dio avrebbe create tutti i mondi con la tbrza delle 
prime due lettere del tetragramma. ^ Rab diceva che 

* Menahoth. 29^. 



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[61] DAVID CASTELLI 107 

Bezalel, il costruttore del fcaberiiacolo, sapeva combi- 
nare le lettere con le quali tu create TUniverso, ^ e in 
ci6 consisteva lo spirito di sapienza di cui Dio Taveva 
dotato. 

Rabbi Ishma*el avvertiva Rabbi Meir, che di pro- 
fessione era amanuense, di usare molta diligenza nel 
trascrivere i libri della Bibbia, perche la deficienza o 
r aggiunta di una lettera nel libro della Legge pu6 
rovinare il mondo. ^ E oltrepassando ogni limite del- 
r immaginativa, si ammette che se vi fossero giusti 
perfettissimi esenti da ogni peccato, potrebbero, me- 
diante la combinazione delle lettere, creare dei mondi, 
o almeno esseri animati, e dar loro moto e vita per 
un certo tempo. ^ 

Aberrazioni queste, dalle quali la mente umana 
assetata del maraviglioso non ha mai potuto intiera- 
mente liberarsi. Nel Talmud restavano cenni isolati e 
fugaci, che ibrmavano soltanto una specie di mitologia 
popolare, un folklore, Nella Cabbala presero poi pro- 
porzioni troppo superstiziose e troppo funeste alia buo- 
na ed elevata parte della religione. 

Rispetto poi al significato delle lettere come uno 
dei mezzi di esegesi della Scrittura, nella Baraita di 
Rabbi Eliezer figlio di Jose il Galileo si annovera ira 
quelli il valore numerico delle lettere considerate come 
cifre aritmetiche, e la scomposizione di una o piu pa- 
role nelle lettere che le compongono per formarne altre 
parole. Dell' uno e dell'altro metodo di esegesi, cono- 



* Beraclioth, 65*. 

* 'Ir%U}in, 13'; Soth, 20^. 

* Sanhedrin, 65*; vedi il commento deir Isaacita. 



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108 SECTION 8EMITIQUE 152) 

sciuti dai Talmudisti sotto il nouie di Ghemairjh e 
NotarikoTiy il Talmud e i Midrashim foruisoono numer 
rosi esempi ^ Come pure di disporre le lettere dell'al- 
fabeto in ordine diverse dal consueto e variare i nomi 
degli oggetti e delle pei'sone, prendendo invece delle 
lettere proprie quelle corrispondenti nella diversa di- 
sposizione alfabetica. 

Un esempio di ognuno di questi tre mezzi inter- 
pretativi varra a meglio chiarirli, e a fame conoscere 
nel medesimo tempo Y irragionevole stranezza. 

II nome di Eliezer servo di Abramo da nelle sue 
lettere considerate come cifre aritmetiche, ITJT^K , la 
somma di 318. E cosi significa che egli solo rappre- 
senta la schiera di 318 uomini, con i quali Abramo 
assail e vinse i re oonquistatori della pentapoli pale- 
stinese. ^ Questa si chiama Ghematrjh che alcuni iden- 
tificano al greco yQa/u/narela, altri a yeojfierQla, 

Esempio del Notarikon [vavaQiHov) sarebbe la spie- 
gazione della parola biblica Charmel che significa orzo o 
grauo fresco, scomposta nei suoi elementi Rack e Mel e 
l^ggendo invece Mai per trovarci il senso iagliato fenero, 
tdgliato quando e tenero. Esempio finalmente di sostitu- 
zione di lettere fe la spiegazione che dava Rab al cele- 
bre Mene mene tekel nfarsin di Daniel, che, secondo lui, 
nessuno sapeva leggere, perch e scritto non con le pro- 
prie lettere, ma con le corrispondenti, prendendo Taltia- 
beto alia rovescia e incominciando dall'ultima iettera. 

Questi metodi falsi d'interpretazione, che rendereb- 
bero la Bibbia poco meglio che un sistema di logogrifi, 

* Berachoth, 8*; Shabbath, 10**; Jomh, 20*; MachchM 23** e molti 
altri luoghi. 

* Nedarim, 32' : BereshUh Rabbh, 43. 



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[631 DAVID CASTELLI 109 

ftirono portati agli ultimi eccessi dai Cabbalisti, che 
ne avevano bisogno per trovare nella Scrittura tutte 
le aberrazioni della loro fantasia. 

Ma e un fatto che, come le piu grand! e piu utili 
scoperte della scienza non sono state fatte d'un tratto 
solo e hanno i loro antecedent! che per la verity della 
storia giova rintracciare e scoprire, cosi avviene anche 
degli errori in cui la mente umana e caduta. Prima 
che fossero anche questi costruiti ed elevati a sistema 
avevano i loro antecedenti, che non sono per6 colpe- 
voli delle funeste conseguenze che poi altri ne vollero 
traiTe. E cosi, se nella Bibbia e nel I'almud si trovano 
alcuni antecedenti della Cabbala, non b da credersi 
che gli scrittori ne di quella ne di questo potessero 
sospettare quale sistema di fantastici errori vi avreb- 
bero sopra edificato. 

Sospettiamo noi per6 di riuscire con questo nostro 
scritto spiacenti tanto agli arnici della Cabbala, quanto 
ai suoi avversajri. A quelli perchfe non ammettiamo 
Tantichita delle loro dottrine, a questi perche abbiamo 
tentato di mostrare che hanno qualche antico antece- 
dente. Ma in tutte le question! che toccano la religione, 
quando si riesce a scontentare Y uno e Taltro dei par- 
titi estremi guidati sempre da passioni e da preconcetti, 
e questa per noi la prova di aver col to il vero, o al- 
meno di averlo senz'altra preoccupazione per se stesso 
ricercato. 

Firenze, Agosto 1899, 

David Castelli 



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LA CRONACA W GALAWDEWOS 

CLAUDIO RE DI ABISSTNIA 

(1540-1559) 



La grande storia del Re Malak Sagad o Sarsa 
Dengel (1563-1696) e preceduta, siccome e noto, da 
quelle di Lebna Dengel, ^ di Claudio ^ e di Minas. ^ Di 
queste tre e di gran lunga, la piu estesa quella del 
Re Claudio, la quale offre alcune particolarita di stile 
che non sono sfuggite al dotto editore di essa, e no- 
niinatamente la mesoolanza di parole arabe. « La re- 
daction de cette chronique, (dice il Conzelman) parait 
d6noter chez son auteur une certaine connaissance de 
la langue arabe, car plusieurs mots semblent avoir 6t6 
empruntes a cette langue. ... les expressions : que la 
paix soit sur lui; le Dieu glorieux et tres liaut; sont 
des formules arabes » .* 

* Conti Erossini, Storia di Lebna Dengel, (E,. Accad. dei Lincei, 
Rendic. Settembre 1894). 

* Chronique de Oaldwdetcos (Claadixia) Roi d^Ethiopie texte ethio- 
pien traduit ecc. par W. Conzelman, Paris 1895. 

^ E. Pereira, IJistoria de Minas, Lisbona, 1888. 

* p. VIII. Cf. Conti Rossini, Di alcune recenti pubhlicazioni aul^ 
VEtiopia {Orient. II) G. I : 



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112 SECTION SI<:MITIQUE [2] 

Ma leggendo attentamente questa storia sembra 
trovare in essa, non solo delle parole arabe inserite 
qua e la, ma tutto uno stile spesso diverso da quelle 
di simili testi. Ci6 ha fatto nascere nel mio animo il 
dubbio che questa cronaca, sia almeuo in parte, tra- 
dotta dair arabo. Voglio dire con questo che Tautore 
la stese dapprima in lingua araba, che gli era per av- 
ventura piu familiare, ma non gia per pubblicarla in 
arabo, si bene per esser tradotta subito in ge'ez. 

Per la grande affinita fra il ge'ez e T arabo e per 
il fatto che la maggior parte della letteratura ge'ez fe 
tradotta dall' arabo, non e certo facile trovare indizt 
affatto sicuri di quanto ho sospettalx), e molte trasi che 
potrebbero credersi di origine arabica, sono dovut^ al- 
r influenza generale dell'arabo sul ge'ez, e non a causa 
diretta e speciale. Ad ogni niodo porr6 qui appresso 
alcuni passi della cronaca che mi sembrano aver mag- 
gior peso per la questione. 

5 10, 6 10 . al-hebfis ' gli abissini ', questa parola 
par semplicemente trascritta perche non se ne inten- 
deva bene il significato e le varianti dei codici lo con- 
fer mano. 

6 7-8. bagize zayessanan- trasene* baegziabelier *Dieu 
est le maltre de Topportunit^ \ Questa trase divien piu 
chiara se si suppone traduzione inesatta di : Ks^iji] ^ 
jUali VwiUi>j3|^ s^iyil (cf. 19 2). 

12 11 . ^enza yeseelo la'egz€abeher..,. kama yetbdraku 
wayetla' 'alu irayeJdd' 'emnehomu.... en demandant a Dieu 
glorieux et tr6s haut de b6nir tout le peuple chr^tien 
de r^lever fau dessus des autres) et d'61oigner de lui 
Ja dure oppression '. La frase jLaSj SJifiS 6 tutta pro- 



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[3] IGNAZIO GUIDI 113 

pria del nome di Dio, e solo per errore sarebbe qui 
riferita al popolo di Abissinia. Sospetto che il testo 

ge'ez sia traduzione di : jT^Lj Ai\ (^\^ M\ JUmj 

31 9 s . lamar^ethi ya^qohawit ^enta tanadfat icdsakua- 
yat westa gadam ^arabaici.... lazani mase^a habehu ^emmar'et 
^arabawi.,.. 'il chercha aussi les br6bis Jacobites qui 
avaient 6t6 blessees et qui erraient dans le d6sert 
arabe.... quant aux brebis arabes qui vinrent se r6fu- 
gier aupres de lui....' Qui naturalmente non si parla 
di deserto o di pecorelle arabe ^ ma di deserto e peco- 
relle occidentali (of. Ludolf, Corfim., Ill, 12) alludendosi 
alia mitezza di Claudio, il quale, premuroso di ricon- 
durre alia fede alessandrina coloro che V avevano ab- 
bandonata, us6 poi clemenza verso coloro che non vi 
appartenevano. Probabilmente 'arabawi e qui nel senso 
di ' occidentale ' ma non fe impossibile che sia nato da 
equivoco fra ^jJiiS e crij^^ • 

34 1(5 . Madinat maslem sembra essere trascrizione 

di A^u(»^ iib>^ creduto forse un altro nome di Zibed. 

36 6. II newaya si spiega bene sol con i)^ come 
ha notato il Conzelman. 

36 14 . bazeyani ^agabbaratana faqad kama nenbeb 
nesiita ^embezehta weddaseht kama netmayaf haba zenewo.... 
Questo dovrebbe intendersi: 'qui dobbiamo dire un poco 
delle molte sue lodi, affinche torniamo (ovv. : in modo 
da tornare) ad annunziare....'. II senso non corre bene, 
mentre sarebbe regolare se il kama si suppone tradu- 
zione di ^fXi^f confondendo V (fii^ finale (o\ (^i^) col 
semplice S^ per designare un limite di tempo, vale 

Actes du XI r^^' Congri* des OrientalisUt. — Tome HI. 8 



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114 SECTIOX sfeMITIQUE [4] 

a dire ohe prima di tornare al racconto, si pongono le 
lodi di Claudio. 

42 19. lelnasara e ^^^UaJQ come 69 12, tanabbala 

44 11 . mashafa fjofjt negumici forse : il libro della 

real oorte, ciofe gli annali ufficiali del regno, i^LJ\. 

49 . sannny 'engelgahu che non da un senso 

chiaro, potrebbe nascere dall' avere eonfuao .A^-r con 
ijmiM^ nel testo arabo. 

63 10. hdymnnot reteet zatafannawat ^ityopya ^em'es' 
kenderya la frase non sembra corretta, forse il tafan- 
nmva e traduzione errata di c:>%JU3) confuso con oJUi 
cioe: Jb^4>a^^\ ^ AmA^ Ulii^JUi ifd\\ C^^^S . 

64 10 . D sebesfyas potrebbe derivare da ^JLaL^j 
•JLaL^am, ^JJ^mi , Anastasio (491-518) che qui 

conviene benissimo. 

68 17 . fedlatat che non esiste in ge'ez, e certo 
trascrizione di iUudi . 

75 15 . fallahin qv^yi , gia notato dal Con- 
zelnian. 

77 5 . ''dskar sembra parola introdotta per con- 
fusione con S^^^ . 

Un esame attento e minuzioso mostrerebbe, io 
credo, altre tracce di un'origine araba di questo testo. 
E d' altra parte pensando al fatto che appunto sotto 
il regno di Claudio una vita di Takla Haymanot fti 
scritta in arabo e poi tradotta in etiopico, la mia sup- 
posizione non parra troppo strana. 

II Conzelman scrive a p. vui : « pour montrer son 
erudition, I'auteur ne se contente pas seulement d'expri- 



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[5] IGXAZIO GUIDI 116 

mer les dates d'aprfes le calendrier 6thiopen, et met 
encore a contribution tons les calendriers connus des 
Abyssins et les determine m§me par la position du so- 
leil dans les signes du zodiaque » . Riflettendo a questa 
particolarita del nostro testo, il pensiero corre natu- 
ralmente ad un libro dal quale i dotti cristiani trae- 
yano notizie e osservazioni cronologiclie , cioe TAba- 

Sak4r, opera che fu tradotta in ge'ez da Embaqom, 
press'a poco quando fu scritta la storia di Claudio. 

Forse la paite storica delPAba-Sak^ir, della quale opera 
non abbiamo in Italia, per quanto so, alcun esemplare, 
potrebbe dare la spiegazione di alcuni strani nomi che 
occorrono nella cronaca di Claudio, come taanim^ ^abre- 
sifdriyon, ecc. Potrebbe anche suppoi-si che Embaqom 
sia r autore della Cronaca, ma riconosco le difficolta 
che si oppongono a questa congettura. 

Ignazio Guidi. 



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EINE SYRISCHE WELTGESCHICHTE 

DES SIEBENTEN TAHRHUNDERTS 



Der vortragende macht erstmals mit einem bisher 
verschollenen nestorianischen Geschichtswerke bekannt^ 
von dem er eine Abschrift erworben hat. Es ist dies 
das Kathabha dhJkresch melU dhi thasch'itha dMalmd dhe- 
zabnd des Idchannan bar Penkajey verfasst gegen Ende 
des siebenten Jahrhundei-ts in oder bei Nisibis, eine Ar- 
beit, die als Gesohichtequelle nioht ins Gewicht fStUt, 
aber von Interesse ist als Slltester uns erhaltener Ver- 
such in syrischen Sprache das zu schreiben, was wir 
vom Standpunkte der mittelalterlichen Wissenschaft, aus 
Weltgeschichte nennen kftnnten. Nachdem der Vor- 
tragende eine Inhaltsangabe der 15 Biicher des Wer- 
kes gegeben hat, schliesst er mit einer fliichtigen 
Skizzierung seiner Quellen. Neben der Bibel, dem 
'' Jadisohen Krieg " des Flavins Josephus und einem 
chronographischen Compendium kommen unter diesen 
vor allem zwei in Betracht, — die verlorene Schrift 
eines unbekannten griechischen Apologeten, vielleicht 



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118 SECTION SEMITIQUE [2] 

des Quadratus (?) und ein exegetisches Werk im Geiste 
des Theodorus von Mopsuestia(?) Als weitere Quelle zur 
kenntnis antiochenischer Schrifterklarung vor allem 
wlirde denn auch die neue syrische Universalgeschichte 
ein eingehenderes Studium verdienen. 

Dr. a. Baumstark 

Prlvatdocent an den University t Heidelberg 



-s*<?^»*55lb?5^^55f^>*-- 



V 



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:^OTE 



ON THK 



EVANGELIARIUM HIEHOSOLYHflTANUM VATICANUM 

AND THE ORir.IN OF THE PALESTINIAN SYRIAC LITERATURE. 



The recent discoveries of documents in the Pale- 
stinian Syriac dialect, valuable as they are for Biblical 
Criticism and for Philolog}*, have thrown little light 
upon the origin of this curious by-way of Christian 
literature. The colophons of the Vatican Lectionary 
{Evangeliarium Hierosolymitanum Vaticanum) reimB\n^ with 
trifling exceptions, the only source which gives us any 
information as to where the surviving MSS were written, 
or where the Communities that used the dialect were 
situated. The main object of this paper is to bring 
forT\"ard some hitherto unnoticed evidence, which helps 
to identity some of the places mentioned. 

The Vatican Lectionarj- (N". XIX in S. E. Asse- 
mani's Catalogue) has been published in full by Mi- 
niscalchi-Erizzo, by Lagarde, and lately again by 
M""* Lewas. At the end three notes in Carphuni. They 
have been so often printed tliat it will not be neces- 
sary to give them liere in full: it will be enough for 
our purpose to state their contents. 



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120 SECTION SEMITIQUE [21 

I. The first note tells us that the Leotionary 
was written in 1029 AD by the priest Elias of *AbM 
in the monaster}^ of Amba Musa in the city of Antioch 
in the district of the Dqus {^jt^d^S Aa^U). 

II. In tlie second fiote the same Elias of Amba 
Musa states that he has brought this book and others 
from Antioch of the Arabs {}^y^\ JbXlail) as a perpe- 
tual gift to the sanctuary of St. Elias in the con- 
vent of the Star. 

III. The third note records the donation of cer- 
tain fields in 'Abud to the convent of the Star through 
the instrumentality of the same Elias, who now de- 
scribes himself as " the priest Amba Elias who presi- 
des over the convent of St. Elias known as the mo- 
nasteries of the Star o\j£ 4-?^^ L,AUi\ j*gu<yjil\ ) 

{^^ J^J^. ^3j^^ ^^ iSj^ Lf^Ot^ill 

Thus the two places with which the MS is con- 
nected are ""Abud and Antioch. 'Abud occurs again in 
other Palestinian Syriac documents : one of M"* Lewis's 
Lectionaries from Sinai was written by an 'Abudi; and 
Surur the deacon, who is recorded to have bought se- 
veral books at Minyat Zifta near Cairo, was descended 
from a native of 'Abud. ^ It is a large village (spelt 
j^U in Yaqat III 583) half-way between Jafia and 
Caesarea, and it is said still to contain some ancient 
Christian churches. 

The real difficulty lies in the identification of An- 
tioch and the meaning of the word ed-Dqus. S. E. As- 

* Wright, CBM i 379. ProbaMy it was the occasion of the sale 
of the hooty brought from Palestine by Sultan Bibars. 



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[3] F. C. BUEKITT 121 

semani is responsible for the unfortunate conjecture 

that it was a corruption of ^i«^^^j and succeeding 
scholars have accordingly sought for this " Antioch " 
in the neighbourhood of Jelnsalem. In fact, Assemani's 
conjecture is the sole reason of the name Evangeliarwm 
Hierosolymitanum for the MS, and " Jerusalem SjTiac " 
for the dialect. But a scribe's blunder in the familiar 
Arabic name of Jerusalem is wholly improbable. 

Let us look at the matter from a more general 
point of view. The MS was written in the Itth cen- 
turj^ at a convent of St. Elias. It is moreover tho- 
roughly " Orthodox " : its Kalendar is that of the 
Greeks in communion with Constantinople. What place 
satisfies these conditions? 

Put in this way the question admits of but one 
answer, viz the great Convent of St. Elias on the Black 
Mountain {Turd ^Uklcdmd), near Antioch par excellence^ 
the Antioch of Syria. 

But Antioch of Syria is Antioch of ed-Dqus, This 
strange name is found again in B.M. Add. 14489, an- 
other Melkite Lectionary of the 11th century, also 
written at the Convent of St. Elias but in the ordinary 
Edessene Syriac. In a colophon at the end of this 
book we read that it was copied in the Convent or 
Cloister ^ of Mar Elia on the Black Mountain by Jo- 
hanan Duqsdya for a certain priest from the t6wn of 
Duqsa. The identity of this name with that called ed- 
DqHs in the Arabic colophon is obvious: they are in 

^ The Syriac word here translated Cloister is shuqd, correspond- 
ing to the Arabic, i. e. Laura (Proc. of Cambridge Philological So- 
ciety, Nov. 19, 1896). 



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122 SECTION SEMITIQUE [4] 

fact the same name in forms adapted to Syriac and 
Arabic respectively. 

It only remains, then, to give an explanation how 
the words Duqsa and ed-Dqns come to be used in 
connexion with Antioch. It appears to me that they 
are mere transliterations of dov^^ i. e. Dux. Antioch was 
captured from the Mahommedans by the Greeks in the 
year 969 AD, and it became from that time the centre of 
" Orthodox ' influence in the lands of Islam. Politically 
it was governed by a Z)t/.r, while its ecclesiastical or- 
ganisation was cared for by the appointment of an 
Orthodox Patriarch and by the foundation of these 
very monasteries of which we have been speaking, An- 
tioch of the Dux must be that part of the district 
which was governed by the Greeks : Antioch of the 
Arabs would then be the part still under the Mahom- 
medan dominion. Or the terms may refer to the Greek 
quarters of the city itself. In any case the Vatican 
Lectionary is an Evangeliarium Antiochianum, not Hie- 
rosolymitannm: in fact, the whole connexion of Palesti- 
nian Syriac literature falls to tlie ground. 

What then, we may ask, is the origin and signi- 
ficance of the Palestinian Syriac literature ? It is a 
literature wholly ecclesiastical, which to judge from the 
surviving documents had two flourishing periods. The 
first may be placed about the 7th century, but the 
exact date depends on palaeographical evidence alone. * 
To this period belong the palimpsests from the Cairo 



^ See especially the Note on " Palestinian Handwriting " by 
Cfwilliam and Stenning in Anecdota Oxoniensia [Relics of the Pal, Syriac 
Literature, Oxford, 1896]. pp. 102-lO». 



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[5] F. C. BURKITT 12a 

Qeniza, many of the fragments from Sinai, and the 
St. Petersburg fragments published by Land. These 
were brought by Tisohendorf from the East : there can 
be little doubt that they also came from the (Convent 
of St. Caterine on Mount Sinai. ^ The contents of these 
earlier MSS are all biblical with the exception of the 
Homilies published partly bj- Land, partly by M" Ben- 
sly in Anecdota Oxoniensia. ^ 

The other period from which ''Palestinian Syriac" 
MSS have come down to us is the 11th centu^5^ To 
this period belong the three Gospel Lectionaries, all 
the London fragments but one, and certain other frag- 
ments at Sinai. Besides these there are two isolated 
document probably of a still later date which appear 
to have been written in Egypt. 

The great distinction between the two periods i» 
the appearance of the Greek Gospel Lectionary in the 
later period. The three surviving Gospel fragments of 
the older period (Land's two codd. Petropolitani and 
the isolated leaf in BM 14740) all formed part of MSS 



* Land's PetropoUtanus Junior has every appearance of having 
been part of the same MS from which were taken the leaves trans- 
cribed in M" Lewis's Catalogue of Syriae MSS .,..on Mount Sinai, 
p. 118, (Appendix 54). Both portions have been used for books written 
ill the language known as Georgian or Iberian. 

Similarly the Graeco-Arabic uncial MS of the Gospels called 
H^ by Tischendorf belonged to the MS described by D^ Rendel Harris 
in M" Lewis's Catalogue {Appendix 9\ 

• I now feel confident that these belonged to the same MS from 
the evidence of the colophons (c/. Land Fr. 8 with Belies, p. 64^ 
col. a). The greater irregularity of writing in the published photograph 
of M" Bensly's Homilies comes from the fact that the vellum of the 
Sinai fragments is no longer flat. 



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124 SECTION SiMITIQUE |61 

containing the complete continuous text of the four 
Gospels : they contain lectionarv notices, but they are 
not Evangelistaria. On the other hand, out of the six 
Gospel MSS from the later period which have come 
down to us whole or in part, only one contained the 
four Gospels in order. This one consists of certain 
leaves of BM 14664, that are to be carefully distin- 
guished from other leaves now bound up witli them 
which formed part of a lectionarv. ^ Thus the Palesti- 
nian Syriac literature included a continuous text of the 
Gospels, but it seems to have been but little used in 
later times. It is worthy of notice that these ancient 
MSS of the continuous text of the Gospels agree more 
closely with the Peshitta than the Lectionaries. 

In conclusion, I think it possible without drawing 
unduly upon the historical imagination to reconstruct 
the literary history of the dialect. Our oldest MSS are 
not earlier than the 6th century, their character is 
strictly *^ Orthodox ", and there is a painfiil effort al- 
ways apparent to follow the Greek even in the spelling 
of Semitic names. The only place where this literature 
seems to have been the ecclesiastical language ot the 
people is 'Abud, a place not far from the frontier bet- 
ween Judaea and Samaria. All this points to the age 
of Justinian and Heraclius and their determined efforts 
to extirpate Judaism and other ancient faiths from 
Christian territory. ^ Some measure of success no doubt 
attended these efforts. Tlie converts and their descen- 
dants needed Christian instruction in their own tongue, 

^ The Gospel leaves are foil. 1, 3, 7, 8, 11-17. 
* For Heraclius see Dalman's Grammutik des Jiidisch Paldstini^ 
^chen AranUiisch, p. 32. 



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[7] r. C. BURKITT 125 

and accordingly the Bible (or great parts of it) was 
translated, together with certain Homilies and other 
ecclesiastical works which have almost entirely per- 
ished. The only literary centre of whose existence we 
are aware during his early period is the great Convent 
founded by Justinian on Mount Sinai. 

In the lOth and 11th centuries the success of the 
Greeks at Antioch created another centre for the 
struggling Community, and the Convent of St. Elias 
near Antioch seems to have become for a considerable 
period the headquarters of what literary work was 
done. The style of writing at St. Elias is much ruder 
than that of the early MSS, but the rules of grammar 
are kept : one MS, the Vatican Lectionary, is even 
pointed. 

The great catastrophe came in the 13th centviry. 
Antioch was recaptured for Islam by Bibars the Mam- 
luk Sultan, the monasteries on the Black Mountain 
were destroyed, and the plunder of Palestine taken 
off to Egypt. The Palestinian Christians must even 
have established a kind of settlement there, as is prov- 
ed by the Liturgy of the Nile now in the British 
Museum. M" Lewis's Lectionary of the Old Testament 
and Praxapostolos may have belonged to the same 
community. But there is little proof that the ancient 
fragments from the Cairo Geniza were Egyptian in 
origin : they may very well have been bought by the 
Synagogue authorities for waste vellum at the sale of 
the booty from plundered monasteries. 

Much of what I have written in the concluding 
paragraphs is necessarily imaginative and hypothetical. 
I chiefly have wished to point out that in dealing 



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120 SECTION SEMITIQUE [8] 

with the Christian Palestinian Literature there is no 
need to postulate for it a high antiquity or any spe- 
cial connexion with the more ancient forms of Chri- 
stianity. We can trace its existence almost to the time 
of Justinian, but an earlier date is not required either 
by the general course of history or by the character 
of the survivini? documents. 



o 



F. C. BURKITT. 



--i</^y^ <ns^<,^^ - 



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THE NilK OF SAiniL IKD TIK STEI SIA'iL 



After some introductorv remarks upon the signi- 
ficance of plays upon proper names so frequently in- 
troduced in the narratives of the old Testament, it was 
shown that in the case of Samuel the play upon that 
name in connection with the verb Sha'al was so fre- 
quent as to point to some special relationship between 
tlie name and the stem. The ordinary meaning of the 
stem < ask » does not solve the problem involved and 
moreover by assuming this meaning alone, I Sam. 1,28 
and 2,20 do not admit of a satisfactory interpretation, 
while the proposed textual emendation too fails to re- 
move the diflSculties. 

Beside, however, the ordinary meaning, Sha'al in 
various forms is used in tlie religions sense of asking 
for an oracle. A large number of illustrations were ad- 
duced and incidentally some of tlie passages adduced 
were discussed with a view to their further elucidation. 
But not only the verb, the noun formed from the stem 
is also used in this sense and the thesis was then ad- 
vanced that the participle sh/i^el was one of the names 
for priest in Hebrew as the 'asker' of oracles. 



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128 SECTION SiaOTIQUE [2] 

Traces of this usage were pointed out in Deut. 
18,11 and Micha 7,3 and in justification for assuming 
this use of the participle, attention was called to the 
Assyrian shd-ir-lu which is the perfect equivalent of He- 
brew sh6-el and is on of the names for ' priest *. It was 
then proposed to regard Hebrew sha-al in I Sam. 1,28 
as a denomination of Shd-d and to render. 

« Therefore I have made him a sh6'el, i. e. have 
devoted him to Jahve ». 

Similarly the past participle I Sam. 1,28 is to 
be rendered « devoted to». In I Sam. 2,20 we should 
read again the past participle instead of Shn-cU and 
translate « devoted to Jahve » . 

Coming finally to the name itself, the element 
Shemu was compared to the Assyrian shumu so frequent 
in Babylonian-Assyrian proper names and signifying 
'offspring, son': Shemu-el therefore means 'offspring 
of El ' — an appropriate name for one ' asked for * from 
Jahve, given by Jahve and belonging to Jahve. 

The play between Samuel and the stem shor-al 
rests upon assonance brought in about by the indefinite 
and vague pronunciation of the consequent m, so that 
Shemuel in colloquial parlance sounded as though it 
were Shewu-el and then by contraction ShtniL 

Prof. MoEEis Jastrow J. Ph. D. 

University of Pennsijlvania, 



h^^W-W^f^^tM— 



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DES PREl£BES 0BI6DIES W PEOPLE D'ISBAEL 



D'ou les Israelites sont-ils origina.ires ? Ce pro- 
bleme, malgr6 les travaux que les savants ont entre- 
pris pour le resoudre, n'a point encore repu de reponse 
definitive, bien que la solution en ait 6t6 indiqu6 par 
Renan, dans son histoire du peuple d' Israel :^ « Vers 
Tan 2000 avant J. C, le coeur de la race s^mitique 
parut etre TArabie. C'est d'Arabie que semble Stre 
partie la conquete qui fit de la Babylonie une terro 
s^mitique. Les Arameens suivirent probablernent la 
meme voie, Enfin, selon d'anciennes traditions, c'est 
aussi d' Arabic que seraient venus dans les bassins de 
la M6diterran6e les peuples qui se designaient eux- 
memes du nom de Kanaani et que les Grecs nommfe- 
rent Pli6niciens ». 

L'Ancien Testament, le document fondamental des 
origines de la race d'Israel, nous donne-t-il la solu- 
tion de la question que nous avons posee ? Nous ne le 
croyons pas. Mais il nous fournit quelques indices im- 
portants a recueillir. 

• T. I, p. 9 S8. Paris, 1877. 

AeUi du XII"*^ Congr^* des OrieMalittet, — Tome III. U 



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130 SECTION SlfeMITIQUE [2] 

Tout d'abord, nous devons 6carter resolunient les 
conclusions que Ton pent tirer du nom meme d'Hebreu 
"naj? signifie, comme Ton salt, cehd qui vient de la rive 
opposee (*Qy), d^ V autre cdie du fleuve. Maiscette expr^es- 
sion peut etre prise dans deux sens fort diflerents. Tan- 
dis que les uns y voient une allusion a la venue des 
Israelites d*au dela de I'Euphrate, les autres, et parmi 
eux quelques uns des plus r^cents historiens d'Israel, 
n'y trouvent qu'une mention de rarriv^e des Israelites 
des plaines de Moab. D'apres la premifere interpreta- 
tion, le nom caract6ristique d'Hebreu nous reporterait 
aux plus anciennes origines historiquement connues des 
migrations israelites ; d'apres la seconde, aux evene- 
nients qui pr6siderent a la premiere conquete da pays 
canan^en. Rien de concluant, par consequent, ne sau- 
rait etre deduit du nom "^Taj? . 

II en est de meme, selon nous, du renseignement 
qui nous est donn^ Deuter., XXVI, B : « Mon pere etait 
un arameen nomade. » C^?!''*^ '*^*'^)' Cette expression, 
prise a la lettre, est inexacte, car les Israelites n'^taient 
pas a proprement parler des Arameens. Entendue dans 
racception vague et gen6rale qu'ello a dans le con- 
texte, elle indique siniplement le siege des tribus israe- 
lites avant leur etablissement en Egypte, puis en Pa- 
lestine. 

Un fait beaucoup plus important a 6t6 consign^ 
dans TAncien Testament. II ne nous donne pas la clef 
du problfeme enonce, mais il nous fournit le premier 
element de sa solution. La Bible liebralque, sans 
remonter aux premieres origines de la nation isra^lite, 
note avec soin le point de depart des Bene-Israel, dan^ 
les migrations successives qui devaient le conduire au 



V 



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[3] EDOUAED MONTET ISl 

pays de Canaan. Ce point de depart est 'Our-^Kasdim 
(ff^Wa niK), 'Our des Chald^ens.^ C^est de 'Oftr, eri 
CUaldee, qu'est «sQrtr» Abraham, le patriarclie par 
excellence, le pere du peuple d'Israeh 

'Our, du texte h6breu biblique, a ete identifie ayec 
Ourou des inscriptions ciineiformes ; sur reniplaceinent 
de cette antique cit6 s'61feva aujourd'hui le village de 
El Mou^:air-Ouron, sifege du culte lunaire du Dieu Sin; 
Our est designe par Eupolfeme, historien juif du second 
sifecle avant J. C.,^ comme la ville babylonienne ou 
naquit Abraham. Eupolfeme lui donne le nom du Ov^hj 

ou KafiaQivr} (de Tarabe -^ lune), 'Our etait situe sur 
la rive droite de I'Euphrate, entre Babilone et^ le 
golfe persique, a proximity des regions limitrophes de 
i'Arabie. 

II resulte de ces faits que Les premieres tribus des 
Bene-Israel sont « sorties » du sud de la Chaldee, de 
territoires confinant a I'Arabie, et que ce point de ral- 
liement et de. depart des Semites nomades de race 
israelite n'est pas leur lieu d'origine, mais seulement 
i'etape le plus anciennement connue qui leur soit as- 
signee par les documents authentiques. 

* * 

Les documents bibliques ne nous permettent pas 
de retrouver au dela de 'Our Kasdirn les traces diBS 
premieres tribus isra^lites. Nous- est-il possible de re- 
monter plus haut dans le cours de leur histoirie ? Nous 

* Gen. XI, 28, 31. XV, 7. Comp. Neh. IV, 7. 
' Eusebe, Praepar. evangel., IX, 17. 



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130 



SECTION SEMITIQUE 



Tout d'abord, nous devons ecarter resr 
couclusioDs que Ton peut tirer du nom men 
"*T3P signifie, comme Ton salt, celui qui ri 
opposee (*Qy), de V autre cdfe dv fieuve. Mai 
sion peut etre prise dans deux sens fort < 
dis que les uns y voient une allusion 
Israelites d*au dela de rEuphrate, les 
eux quelques uns des plus r6cents 1 
n'y trouvent qu'une mention de Tar' 
des plaines de Moab, D'apres la i 
tion, le nom caracteristique d'Hol 
aux plus anciennes origines hist<o 
migrations israelites ; d'apres 1. 
ments qui pr^siderent a la prt 
cananeen. Rien de concluant. 
rait etre deduit du nom ^^zy 

II en est de meme, s( ' -t 

qui nous est donn6 Deuter., 
un arameen nomade. » ( * 
prise a la lettre, est in ex 
pas a proprement parki 
Tacception vague et : 



texte, elle indique sii 
lites avant leur cital' 
lestine. 

Un fait beaiv 
dans I'Ancien T< 
du problfeme (mi 
element de sa 
remonter aux • 
note avec soi 
les miiirratioij- 



./fura 

. Die He- 

\(|uels il a 

-Atnt en deux 

• Hi est Cahtan, 

.r avec Jectan, fils 

I'st Adnan, descen- 

s v'alitanides ou Jecta- 

^ tlemen et plus tard 

•liiisule. « La posterite 

Uidjaz; elle a peupl6 

X r.tive , et s'est ramifiee 

io rirak, de la M6sopota- 

noui d*Arabes Ariba d^si- 

aiKiu^a habitants de TAra- 

i\o>i» les principales sont: 

. ' *it\tinr^ df^ Arabes avant Vlsla- 



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132 SECTION S]fcMITIQUE [4] 

estimons que cette investigation peut etre poursuivie a 
la clarte des traditions arabes d'une part, et a la lu- 
mifere beaucoup plus puissante de T^tude compar6e des 
langues semitiques, d'autre part. Nous ne ferons qu'in- 
diquer somniairement ces deux sources de renseigne- 
ments, qui toutes deux aboutissent a cette afSrmation, 
a savoir que le berceau de la race Israelite doit etre 
clierch6 en Arabic. 

Les traditions arabes sent unanimes a consid6rer 
les di verses branches de la famiUe de Sem comme 
issues d'une meme patrie originelle. 

« La plupart des auteurs arabes divisent leurs na- 
tion en races 6teintes, Bdida^ et subsistantes, MoutSah- 
khara.... On s'accorde a faire descendre les Mout4akkhara 
de Sem par Abir, patriarche appel6 dans la Bible H6- 
ber ; il est aussi le pere des H6breux auxquels il a 
donne son nom. Les MoutSakkhara se partagent en deux 
grandes families ; la tige de la premiere est Cahtan, 
que Ton confond assez generalemerit avec Jectan, fils 
d'Heber ; la souche de la seconde est Adnan, descen- 
dant d'H^ber par Ismael ».^ Les Cahtanides ou Jecta- 
nides s'etablirent d'abord dans le Jemen et plus tard 
se repandirent dans toute la peninsule. « La posterite 
d' Adnan a eu pour berceau le Hidjaz ; elle a peupl6 
une grande partie de cette contree , et s'est ramifiee 
dans le Nadjd et les desert de Tlrak, de la M6sopota- 
mie et de la Syrie > . ^ « Le nom d'Arabes Ariba d^si- 
gne les premiers, les plus antiques habitants de TAra- 
bie. Parmi ces races primitives , les principales sont : 

* Caussin de Perceoal, Essai sur Vhistoire des Arabes avant Vlsla- 
misme, etc. Paris, 1847, t. I, p. 6 s. 

• Ibid. p. 9. 



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[o] EDOUAED MONTET 133 

le peuple d'Amlik ou les Amalica (Amalecites de TAn- 
cien Testament), le peuple d'Ad ou les Adites, les 
peuples de Thamoud, de Tasm, de Djadis, tous issus 
d'Aram et de Lud, fils de Sem, au dire de la majo- 

Semites ara» 
/6es par les 
etroite unit6 
uiferes expan- 
aes , quelque 
t designees : 
saurait aflBr- 
le de la raoe 
ce primitive, 

nfirme d'une 
venons d'en- 
ite antiquite 
e du langage 
3 etroite pa- 
'il est impos- 
idie de Tune 
,e des autres, 
ralsant, sans 
[,y arama'isant 
[ue a montre, 
d'Arabie par 
3 inscriptions 
la presqu'ile, 




184 SECTION SEMITIQUE [6] 

que Ta^ntique arani6en et Tai-abe archaique se m61an- 
gent et fusionnent au point de ne pouvoir etre distin- 
gues. Cettequasi-identifi cation est telle que Renan ^ 
a pu dire que tout ce qui vient d'Arabie, en fait 
d'inscriptioiis, est aram^en. » C'est la meme conviction 
qu'exprimait, au XIV* siecle, Thistorien arabe Aboiil* 
f6da,^ lorsque, se plapant au point de vue de la langue 
arabe, il ecrivait: « Des fils de Sem, il y out ensuite 
Aram, qui eut plusieurs fils. Et la langue des fils 
d'Aram etait la langue arabe ». 

II resulte de I'ensemble des considerations que nous 
venons de presenter que TArabie a ete le grand centre 
s^mitique, d'ou sont parties les Emigrations successives 
des peupies de cette race, parmi lesquels se trouvaient 
les Bene-Israel. 

Dr. Edouabd Montet. 



* Jfistoire du peuple d* Israel^ t. I, p. 10. 

* Historia anteislamica, ed, Fleischer, Lipsiae 1831, p. 16. 



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POCHE PAROLE SUL MOVIMENTO RELIGIOSO DEL GIORNO 

TRA 

I MUSULMANI DEL NORD DELL' INDIA 



E naturale die, a causa della facilita di comuni- 
cazione tra noi e V Oriente, la nostra letteratura, le 
scienze ed i nostri metodi di educazione si siano insi- 
uuati tra i popoli delle Indie, e la loro influenza abbia 
gia scosso profondamente la mente musulmana. 

Eppure questa nostra antica civilta non finira col 
distiniggere il Maomettanismo, come ha distrutto tante 
idee ed istituzioni religiose dei popoli selvaggi. No, 
questo torrente d'idee e coltura europea che si 6 sparso 
sul popolo musulmano produrri solo probabilmente un 
movimento analogo al Rinascimento nell' Europa, dal 
lato intellettuale e religioso. Finora i segni piu apparenti 
di questo contatto sono superficiali nell' adottare che 
fanno gli orientali il nostro modo di vestire, le nostre 
abitudini sociali. In Europa abbiamo risentito la scossa 
delle loro piu forti emozioni solamente quando han 
preso una forma reazionaria attiva in opposizione alia 
coltura europea ; ma almeno in India non mancano 
segni che dimostrano apertamente V attitudine che di- 



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136 SECTION DU MONDE MUSULMAN [2] 

viene sempre piu tollerante verso il continfente cristiano 
e la sua coltura. 

Dopo i dissistri della ribellione del 1857, e dopo aver 
perduto ogni speranza di ristabilire la dinastia dei Mu- 
^Aal, i Musulmani indiani si rassegnarono ad accettare 
la situazione ; avendo compreso V impossibilita di met- 
tersi in opposizione col governo inglese, cominoiarono 
a trovare e mettere in prominenza quegli articoli della 
loro religione che armonizzano coUe nuove condizioni, 
e, a poco a poco, abbandonarono le idee belligere e in- 
tolleranti della teologia loro. Questo movimento di 
pensiero religioso, che osserviamo tra i Musulmani in- 
diani, si fara probabilmente sentire nelle altre parti del 
mondo musulmano che stanno sotto V influenza o sotto 
governo europeo, tosto che avran compreso Tinevitabi- 
lita di questa supremazia. Tale movimento tende, nel 
£atto, a dare air Islam nuova forma in armonia col pen- 
siero moderno e con la oivilta cristiana. L'apologista di 
questa scuola piu conosciuto nell'Europa 6 Sayyid 
Amir 'All; ma siccome egli scrive in inglese, le sue 
opere sono conosciute meglio in Europa che tra i Mu- 
sulmani indiani. Pel momento, voglio attirare la vostra 
attenzione sui due teologi che scrivono in volgare, ossia 
nella lingua hindostanica, e per6 influiscono tanto piu 
sui pensieri dei loro correligionisti. 

II primo di qu^sti e Sir Sayyid Aljimad Khan, la 
di cui morte priv6 V anno scorso i Musulmani del loro 
capo per le riforme politiclie e religiose. -Dall' infanzia la 
mente di Sayyid Aljimad si volse alia teologia, e fino 
air eta di quarant' anni fu membro zelante della setta 
Wahhabl. Come Wahhabi si era gia liberate delle dot- 
trine ordinarie ortodosse delle antiche scuole; ma fu il 



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13] T. W. ARNOLD 137 

desiderio di preaentare V Islam in una forma possibile 
pel di d' oggi che lo spinse a lanciarsi sur una via 
afiatto nuova e a prendere un corso proprio die ren- 
desse T Islam piCi immune dagli attacchi dei controver- 
«isti cristiani e piu attrattivo per la giovane genera- 
zione dei Mus^ilmani dell' India. I suoi lavori teologici 
sono dunque principalmente di carattere apologetico, e 
i suoi tentativi di ricostruzione sono deboli ed imper- 
fetti. Tuttavia, mi prover6 a indicare alcuni punti prid- 
cipali della sua teologia. 

n soprannome di <fj^S^ cioe discepolo di natura, 

dato a lui e ai suoi seguaci, indioa uno dei tratti ca- 
ratteristici delle sue dottrine: T uni verso e diretto da 
leggi naturali alle quali non v' e eccezione — che il 
corso di natura ^ uniforme, — e qualsiasi dottrina 
teologica che fe contro la scienza di natura, non pu6 
essere vera. II Corano 6 la parola di Dio: — la natura 
^ il lavoro di Dio ; — e devono essere all' unisono, e 
I'uno spiegarsi in armonia con I'altro. Per cui egli 
nega i miracoli attril)uiti a Mul;ammad o a qualsiasi 
altro profeta dell' Islam. In conseguenza di questo 
8110 rigetto de' miracoli egli fu costretto a dare una 
spiegazione razionale di quei versi del Corano che sono 
interpretati dai commentatori musulmani come allu- 
denti a fatti miracolosi, e rigett6 come non autentici 
tutti i IJadwA che affermano essersi operati miracoli. 
In tal guisa la vita di Mul.iammad e interamente sve- 
stita dal suo lato miracoloso ; jyaai] k-&& (lo spaccare 
del petto; e jrtT^)) (il viaggio di notte) sono rappresen- 
tati esser visioni. Lo spaccarsi della luna nelle parole 

jjii) s..£Aiij ^pL^diJ^ iz^jJiS] 



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138 SECTION DU MONDE MUSULMAN [4] 

e detto uno dei segni clie precederanno V avvicinarsi 
del di del giudizio; per cui 6 una profezia del fiituro, e 
non si riferisce in alcun modo alia vita di Muhammad. 

A questo modo egli spiega altri eventi e fatti mira- 
colosi nel Corano. I miracoli di Mosfe sono attribuiti a 
influenza magnetica, mentre dice ohe la traversata del 
Mar Rosso fu fatta in luogo guadabile a marea bassa, 
e clie r armata di Faraone fu sorpresa e distrutta dal 
ritornar della marea. La nascita miracolosa di Gesu k 
negata, facendolo divenire tiglio di Giuseppe e di Maria. 
Cosi continua col rappresentare Hudhud in J^) ijjm 
come uno dei cortigiani del re Salomone, e ^Ol< una 
vecchia di una tribu chiamata ,^J| aLuS la cui esi- 
fetenza b inventata a quelle scope. 

Come si 6 detto, una grande parte degli scritti di 
Sayyid Alimad furono ispirati dal desiderio di rendere 
r Islam piu accettabile ai giovani Musulmani indiani, 
che sotto r influenza dell' educazione inglese erano in 
rivolta contro la strettezza e il bigottismo della teo- 
logia dei lore padri, e di mostrare la lore religione in 
accordo coi principi piu umanitarii dell' Europa mo- 
derna. 

Alio stesso tempo, egli cerc6 d' incoraggiare un'at- 
titudine di mente amichevole verso i governanti cristiani 
che avevan preso il posto della dinastia Mu^Aal. Non 
cessava mai di ripetere ai suoi correligionart il verso 

« E troverete serapre colore che dicono ' Noi siamo 
cristiani ', esser di cuore piu presso a quel clie ban 
fede ». 



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[5J T. W. ARNOLD 139 

In questo stesso spirito tollerante e nfeUo stesso 
proposito di riconeiliare i suoi correligionaii col dominion 
eristiaDO, espose la dottrina del Qihad; spiegando clie 
non giustifica guierra senza provocazione, — mantiene che 
India e j^^iLi«#il| ^b e non u»j^\ ^\d — e nega il dirittd 
al Sultano di Turchia di essere Khalliah. Ma questo 
lato delle sue dottrine appartiene al suo lavoro di ri- 
tbfme sociali e politiche/ piu che a questo presente 
studio. 

tl KJifficile dire"^ fino a che punto le sue idee siano 
accettate dai suoi correligionan. Sayyid Aljmad non 
fond6 una setta speciale ne cerc6 di fare proseliti, e 
non rispose mai agli attacchi numerosi fatti alle sue 
opinioni teologiche, Ci6 nonostante, la sua influenza si 
e allargata molto, specialmente tra i Musulmani della 
nuova scuola che hanno dcevuto educazione inglese, e 
tra quel Musulmani della vecchia scuola che ^ombat- 
tono le credenze di fede rivali. E quelle che fe piu im- 
portante della influenza immediata che i suoi scritti 
esercitario sulle menti dei Musulmani in questo me- 
mento, fe la direzione che egli ha dato alle specula- 
zioni teologiche e all'esegesi in India, animandole di 
nn nuovo impulse, i cui efl*etti si. manifestano con piu 
e piu forza nella letteratura di quel paese. 

L'altro teologo indiane di cui desidere parlare e 
interamente differente. Mirza 6r/mlam Aljmad, general- 
mente conosciuto sotto il nome di Mirza QadianI (dal 
villaggio di Qadian nel Panjab dove risiede), in oppe- 
sizione a Sayyid Ahmad jfiTAan, e il fondatore di una 
nuova scuola con tendenze proselitistiche ed attiva pro- 
paganda. Tuttavia anche lui presenta I'lslam come re- 
ligione preminente di pace e di pieta. Dice di essere 



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140 SECTION DU MONDE MUSULMAN [6] 

il Messia promesso, che si fe manifestato in questo se- 
colo, essendo il decimoquarto dopo Muljammad, come 
Gesu si manifest6 il decimoquarto dopo Mosc. AflFerma 
aver ricevuto la certezza della sua missione di Messia 
da rivelazione divina, e a rintbrzare le sue pretese si 
paragona a Gesu in queste parole: « Come Gesu Cri- 
sto, che fu principe e profeta, men6 vita umile e man- 
sueta e diede al mondo il magnifico esempio di man- 
suetudine di cuore, io che sono di sangue reale e anche 
in questo rispetto somiglio a quel principe-profeta, 
sono stato elevate dal comando divino a predicare 
umilta e mansuetudine al popolo che si e allontanato 
dalle leggi morali e dall' eccellenza spirituale. » Egli 
spiega che, come Gesu dichiar6 Elia essere rincarnato 
in persona di Giovanni Battista, cosi il secondo avvento 
di Cristo 6 stato compito all' apparire di Mirza Ghxxlcim 
Al:imad. Egli dice la parola Messia significare persona 
collo stesso spirito e lo stesso carattere di Cristo. In 
conseguenza, ripudia completamente la dottrina mao- 
mettana di un Messia, che si unisca al Mahdi per com- 
battere i miscredenti e ristabilire su questa terra il 
regno dei fedeli a forza d' armi, essendo interamente 
in opposizione al carattere di Gesu. Ei rigetta la mag- 
gior parte delle tradizioni sul Mahdi come falsificate, 
e probabilmente fabbricate al tempo degli Abbasidi e 
mantiene che le profezie autentiche relative al Mahdi 
ed al Messia si riferiscono ad una medesima persona. 
Cosi dice: « Iddio mi lia rivelato die io sono il Mes- 
sia promesso, la lieta novella della cui venuta si trova 
nel Vecchio Testamento e nel Corano, e die io sono il 
Mahdi di cui parlan le tradizioni. Ho mostrato die il 
Mahdi ed il Messia sono due nomi differenti per la 



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[7] T. W. AENOLD 141 

stessa persona e si riferiscono alle due principali funzioni 
che deve eseguire. La mia missione non e quella della 
spada, ina quella dei segni celesti, ed il mio regno non 
e di questa terra, ma spirituale. Iddio mi ha co- 
mandato di chiamare gli uomini sulla sua via con dol- 
cezza 8 mansuetudine ed umilta. In questi tempi di 
tenebre io sono il lume che conduce gli uomini in salvo 
dal demonic. Egli ha accordato all' Islam a mezzo mio 
un nuovo periodo di vita nel sue aspetto morale e spi- 
rituale. » Nello spirito Mirza Qadiani attacca con vio- 
lenza la interpretazione popolare di Gihad nel sense 
di battersi coUa spada con tro gli infedeli. Meno che 
per una ieccezione importante, il resto delle sue dot- 
trine e in armonia con le dottrine musulmane comu- 
nemente accettate. Egli 6 continuamente occupato in 
dispute con Hindu e Cristiani, ed ha scritto una quan- 
tita di libri in difesa dell' Islam e sulla preeccellenza 
del Corano. 

Ma nella sua Cristologia prende una via unica e 
propria; mantiene (in opposizione alia comune opi- 
nione maomettana) che Gesu fu egli stesso crocifisso 
sulla croce, ma che ne fu tolto vivo e le sue ferite tu- 
rono chiuse, curate a mezzo di un unguento preparato 
dai suoi discepoli, un unguento che si trova menzio- 
nato Irequentemente in lavori medici arabici col nome 
di ^fMhAC j^Aj^ o <S<ij^y^ J^^j^' Dopo esser scap- 
pato dalla tomba con I'aiuto di Ponzio Pilato, fuggi 
in Kashmir, dove predic6 ai discendenti degli Ebrei, 
che si erano stabiliti in quel paese dopo la cattivita 
di Babilonia. Mori all' eta di 120 anni e fu seppellito 
nella citta di Srinagar, dove la sua tomba e ancora vi- 
sibile. Questa tomba e detta dalla tradizione esser la 



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142 SECTIOX DU MOXDE MUSULMAN [8] 

tomba di un certo Yfiz Asaf; un principe e profeta che 
venne da una lontana contrada ciroa 18 o 19 secoli 
fa. Questa identificazione Mirza QadiAni dice aver ri- 
cevuto da rivolazione divina. L'asserzione che Gesu non 
mori suUa croce ^ sostenuta da iino studio elaborate 
della narrazion^ d^i vangeli sulla crocifissione ^ la se- 
poltura di Cristo, e da argomenti presi dal Comno e 
dai 5adl/A. Per esempio, egli interpreta il ver-so 

/^ ilA Q^J •j^ ^j »j^ ^J 

come significante, « Essi (i Giudei; non lo uccisero, ne 
finirono di ucciderlo sulla croce ed essi erano in dubbio 
su di lui, > ossia, nella confusione causa ta dal terre- 
moto e I'oscurita al momento della crocifissione, i Giu- 
dei lascrarono Gesu sulla croce senza essersi potuti as- 
sicurare se fosse morto. 

Come si e detto piu indietro, Mirza Qadiani e il 
fondatore di una nuova setta, ed ha molti seguaci che 
aumentano considerabilmente, in ispecie nel Panjab. 
Attrae molti coi suoi miracoli di guarigione e le sue 
profezie, alle quali ha ricorso in sostegno alle sue pre- 
tese messianiche; Ma il ricordarle e fuori luogo in 
questo di^corso, il cui scope e soltanto di mostrare 
alcune^delle linee principal! tra le quali si muovono 
le speculazioni teologiclie tra i Musulmani nelle Indie. 

T. W. Arnold. 



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DB L'ACTIVITE LIHERAIRE CHEZ LES ARABES 



II n'entre point dans le cadre de ces pages de tracer 
un tableau de la litt^rature arabe, de ce vaste et gran- 
diose niouvenient d'idees, de connaissances, de produ- 
ctions intellectuelles qui honorent la pensee humaine, 
ni de niontrer comment les Arabes, ^largissant le do- 
maine de la science grecque, furent le lien fecond et 
lumineux qui rattache la civilisation antique a la civi: 
lisation moderne. Mon but est plus modeste. Je vou- 
drais seulement, en quelques notes rapides, donner un 
aperpu de Tactivite litteraire des Arabes, qui s'est exerc^e 
dans toutes les branches du savoir et qui a laiss6 d'iur 
nombrables et splendides t6moignages de la culture su- 
perieure de ce peuple et de sa riclie imagination. 

Ceux qui ont fait de cette litterature Tobjet d'une 
attention s6rieuse, ceux qui — sans parler des biblrothe- 
ques d'Europe — ont eu la rare occasion de se rendr^ 
compte de I'enorme quantites d'ouvrages inedits con- 
serves dans les grandes bibliotheques d'Orient.peuvent 
apprecier I'infatigable ardeur, les protbndes rechercdres, 
la Homme; immense de labeur et de talent qiie les Arabes 



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144 SECTION DU MONDE MUSULMAN [2) 

ont apportee a I'etude des sciences et des lettres. Ge 
fut pendant de longs siecles une production incessante, 
d'line infinie variete de sujets, absorbant des milliers 
d'existences vouees au travail, et dont Tensemble con- 
fond jusqu'aux esprits led plus port6s a exalter les me- 
rites des Arabes. Et que d'ouvrages d^truits par Teau 
ou par le feu parmi lesquels des ceuvres remarquables 
a divers titres dont il ne reste plus trace nuUe part et 
dont les lettres arabes aussi bien que Thistoire et la 
litterature generale deploreront toujours la perte. Lors- 
que les Mongols entrferent a Bagdad en conqu^rants 
— et en barbares — ils jet^rent, au dire des chroni- 
queurs, de tels monceaux de livres dans le Tigre, que 
le cours du fleuve en fut obstru6 et qu'une espfece de 
pont se forma sur lequel on passait d'une riveaTautre! 
Dans les capitales du monde musulman, Bagdad, Sa- 
markand, Damas, le Caire, Cordoue, Fez et autres, les 
Khalifes et les pi'inces, protecteurs et amateurs des 
lettres, souvent pofetes et ecrivains eux-mSmes, avaient 
reuni des collections de manuscrits dont quelques unes 
contenaient des centaines de mille volumes. L'historien 
Ibn-as-Sal raconte que quand le Khalife abasside Mo- 
stanse fonda I'ecole qui portait son nom, il y fit tran- 
sporter deux cent-quatre vingt-dix charges de livres 
rares et preciejix sans compter d'autres livres de moin- 
dre valeur. 

Lorsque Temir Samanide Neub-ibn-Mansour, manda 
aupr^s de lui As-Sahib-ibn Abbad pour lui confier le 
vizirat, cet homme illustre d^clina ToflTre, pourtant si 
flatteuse, de I'emir, en alleguant, entre autres excuses, 
qu'il ne pouvait se separer de sa bibliotheque dont le 
transport exigeait quatre cents chameaux ! Et c'6tait 



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[3] EMIR CHEKIB ARSLAN 145 

un simple personnage qui possedait une telle biblioth^- 
que ! Que penser, par suite, de ce)l6» dee Khatifias, des 
Sultans, des Emirs, des vizirs, des savants^ des d4p6ts, 
des mosqu6es et autres collections publiques! 

Pendant tout le moyen-age et meme longtemps 
aprfes, les Arabes ftirent les plus grands ouvriers de la 
plume, la nation la plus intellectuelle de la terre. lis 
ont marqu6 au coin du g6nie n ombre d'ceuvres 8up6- 
rieures, et leur intelligence, leurs aptitudes se sont ma- 
nifestoes aveo une f6condit6 incroyable dans tons les 
genres scientifiques et litt6raires : thOologie et jurispru- 
dence, philosophie speculative et experimentale, scien- 
ces physiques et math6matiques, geographic et r^cits 
de voyage, leur langue — une veritable science — I'^ru- 
dition, la critique et I'histoire, la poesie, rOpopOe et ces 
contes populaires, universellement c61ebres, merveilles 
d'esprit, de grace et de couleur, un des plus magnifi- 
ques chefs-d'oeuvre de cette opulente littOrature. 

Quand on consulte aujourd'hui les catalogues des 
biblioth^ques de Constantinople on est surpris de voir 
que les productions arabes connues jusqu'd pr6sent, si 
nombreuses qu'elles soient, ne representent qu'une faible 
partie de celles, encore inOdites, que le temps aOpar- 
gnOes. Bien des fois, dans ces riches dep6ts de manu- 
scrite, je laissais les themes plus ou moin classiques, 
si fr6quemment traitOs par les ecrivains arabes, pour 
chercher un ordre de conception qui, pensais-je, de- 
vait leur etre pen farailier ou meme etranger. Et j'Otais 
6merveill6 d'y dOcouvrir une foule de livres, plus ou 
moins volumineux, d'auteurs diff6rents sur ces mati^- 
res, ou je mettais en doute leurs facultes et leurs con- 
naissances ! 

AcUs du Xir^* Congrit dot Orienialutei . — Tome III. 10 



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146 SECTION DU MONDE MUSULMA.N [4] 

Quand on veut parler de cette litt^rature, on doit 
s'y entendre et ne point ressembler a Tenfant qui prend 
rhorizon pour les bornes du monde. Derrifere cet ho- 
rizon il y a encore des montagnes et des valines, des 
plaines, des fleuves, des mers. Et lorsque I'enfant gran- 
dira, lorsqu'il quittera son horizon, il s'apercevra que le 
spectacle qui frappait ses regards n'etait qu'un point 
imperceptible du vaste univers et que son imagination 
le trompait d'une Strange maniere. Tel est le cas de 
bien des gens, pr6tendus connaisseurs, qui accusent la 
litt6rature arabe de pauvret6, en parlent avec d6dain, 
et se font, en somme, juges de ce qu'ils ignorent. S'ils 
se donnaient la peine de rechercher les titres intelle- 
ctuels des Arabes, ils changeraient sans doute de Ian- 
gage, et leur admiration proclamerait que ce peuple a 
bien merite de la civilisation. 

Les savants d'Europe, historiens et orientalistes, 
ont rendu justice au r6le utile et f6cond de la littera- 
ture arabe, qui leur doit, du reste, une grande partie 
de sa diffusion, et tant de travaux et d'intorpretations 
remarquables. M. S^dillot, dans son excellente « Histoire 
des Arabes», citant le c^lfebre As~Syouthi, fait remar- 
quer que cet ecrivain composa plus de livres que beau- 
coup de personnes n'en ont lu dans le cours de leur 
vie. Le nonibre de ces ecrits s'61eve, en effet, a plus 
de quatre cents. Mais a la suite des savants, des 6cri- 
vains et des poetes vient le flot des commentateurs, 
11 n'est pas d'ouvrages importants, pas de recueils de 
verses c616bres qui n'aient ete I'objet d'un ou de plu- 
sieurs commentaires. On en compte quarante pour le 
« Divan » de Motenabbi Tillustre pofete ; trente pour 
le « Tashil » d'Ibn-Malik, autant pour le « Kitab > 



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[5] EMIR CHEKIB AR8LAN - 147 

le grand traits grammatical de Sibaoueili. Mais il se- 
rait long et fastidieux de s'etendre sm- ce sujet, 

Beaucoup d'ouvrages arabes 6galent en ^tendue 
les plus voluminenses publications de notre 6poque- 
Combien de leurs productions d^passent quarante vo- 
lumes! Le « Kitab-al-Idah » d'Abou-Ali-al-Farisi a 
4t6 amplifi^ et complete en trente volumes par le Cheikh 
Djorjani, et en quarante trois par Ibn-Dahan. L' c Hi- 
stoire d'Alep » par Ibn-al-Adim est en quarante 
volumes, et la celebre « Histoire de Damas » d'lbn- 
Assakir en quatre-vingt volumes. On se disait entre 
lettres, qu'Ibn Assakir avait dii se mettre a la compo- 
sition de cette chronique des Tage de raison, une exi- 
stence enti^re suffisant a peine a ce travail colossal. 

Ibn-as-Sabaki, parlant dans ses « Tabakat » de la 
compilation historique non moins c61ebre d'Ibn Djarir 
Tabari, raconte que ce dernier dit un jour a ses amis, 
des coUaborateurs : « Que pensez vous d'une « Histoire 
du monde depuis Adam jusqu'a nos jours ? » « De 
quelle envergure serait-elle ? demand^rent-ils a leur 
tour. II r6pondit « De trente mille feuillets. » Ses amis 
lui firent alors observer que leurs existences seraient 
consumees avant I'ach^vement d'une telle entreprise. 
Tabari soupira : Nous sommes k Dieu et nous retour- 
nerons a Lui! Les energies sont mortes ! » Et il abr6- 
gea son Histoire. On doit aussi a cet infatigable auteur 
un Commentaire du Goran, tr6s volumineux, qu'il dut 
raccourcir de meme pour en faciliter I'etude aux tolbas 
qui frequentaient ses cours. Dans cette categoric de 
compilations on pent encore citer le livre d'Aboul-Ola 
Ma'arri intitule « Le tronc et les rameaux » en douze 
cents cahiers. Quelqu'un rapporte en avoir vu le cent- 



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148 ^ SECTION DU MONDE MUSULMAN [6] 

unifeme volumJe. Enfin Ibn-Akil Al-Hanbali a compost 
un ouvrage en huit cents volumes. C'est, il semble bien^ 
le plus vaste recueil de la litt^rature arabe. 

Abou-Bekr Kazi a 6crit plus de cent ouvrages. 
Ibn Khallikan, dans la biographie d'Ibn Soraidj le 
shat^'lte, dit que cet ecrivain a produit environ quatre- 
cent ouvrages. L'imam Al-Balhaki a compile sur le 
« Hadith » plus de mille cahiers. Ibn-al-Khatib, au- 
teur d'une c^lebre « Histoire de Bagdad » , a compose 
plus de soixante ouvrages. Aboul-Houssain Ar-Ra- 
watidi en a ecrit cent quatorze et I'illustre savant 
Ibn-Sina prfes de cent. Dans la biographie de I'Emir 
Jzz et-Molk-al-Masbahi I'^gyptien, Ibn Khallican ra- 
conte 6galenient qu'on doit a ce person nage une Hi- 
stoire g^n^rale en treize mille feuillets. II cite egale- 
ment de lui une douzaine de compilations de mille ou 
deux mille feuillets chacune. S'il fallait enum^rer ici 
les ouvrages des illustres 6crivains musulmans tels que 
Abou-Nasr Farabi, Fakhr-ed-Din Razi, Gazzali, Za- 
makchari, cette nomenclature nous entrain erait trop 
loin. Les bibliothfeques, les dictionnaires biographique» 
fournissent a qui voudrait les consulter a cet 6gard 
les plus amples et les plus surprenantes revelations. 

Au reste, ce qui a r6veille mes souvenirs et m'a 
incite a tracer ces pages, c'est la visite que j'ai faite 
en dernier lieu a la bibliotheque dite de Malik-Daher 
a Damas, riche d6p6t de manuscrits, forme il y a quel- 
ques ann^es seulement et pen explor6 jusqu'ici. J'y ai 
parcouru un tres important recueil intitule « Al~Kawa- 
kib-ad-Deurriah » (les Astres etincelants) d'Aboul- 
Hassan-Ali- Ibn al-Houssain-al Hanbali, disciple de 
I'imam Ibn Ta'imiah. II traite de toutes les connais- 



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17] EMIR CHMIB ARSLAN 149^ 

sances et, pour T^tendue des matieres, peut-etre com- 
part a une encyclop6die moderne. Mais les sujets nV 
sont pas ranges par oi^e a.lphab^tique. La bibliotheque 
« Malik-Daher » n'en contient que quarante tomes. II 
paratt que cetto ^norme compilation en comptait oent 
vingt ou m@me davantage, car on en a r^trouve le 
cent-vingti6me. Elle date de Tann^e 830 de Th^gire, 
et plusieurs ^crivains y ont coUabore. Enfin chaque VO" 
lume est de 35 cahiers environ, soit 700 pages, grand 
format. Cet ouvrage si considerable n'est cependant pas 
mentionn^ dans le recueil bibliographique « Kaschf-az- 
Zonoun » de Hadji-Khalfa. Mais cette omission, entre 
tant d'autres, n'est pas pour 6tonner. Hadji-Khalia n'a 
oonnu et n'a cit6 qu'une faible partie des richesses lit- 
t^raires arabes, que plusieurs recueils dp T^tendue du 
sien ne sufSraient pas a ^numerer simplement. . Le 
temps et la main des hommes ont au6anti une nota- 
ble fraction, non la moins pr^cieuse, nous le r^p^tons, 
des productions de Tesprit arabe. Une grande partie 
de ce qui reste est dispers^e ou inaccessible aux cher- 
cheurs et aux savants. Seule T imagination pourrait 
evoquer Tensemble grandiose, infiniment vaste de la 
litt6rature dont les Musulmans arabes revendiquent les 
m^rites et la gloire. 

Je voudrais terminer par un voeu , que je prends 
la liberty de soumettre a la bienveillante attention de 
cette illustre assembl^e qui repr6sente T orientalisme 
dans sa science la plus haute et la plus comp^tente. 
Les bibliothfeques de Constantinople renferment les mo- 
numents les plus prScieux de la langue arabe^ car les 
Sultans ottomans, qui ont conquis la plupart des pays 
musulmans, prenaient soin de faire transporter dans 



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150 SECTION DU MONDE MUSULJMAN . [8] 

leur capitale les manuscrits trouves dans les villes qui 
se soumettaient a leurs armes. Je pense que ce serait 
rendre un grand service a la litt^rature arabe et a 
Torientalisme en g6n6ral que de rendre a la lumiere 
les oeuvres in^dites les plus remarquables conserv^es 
dans les bibliotheques de Constantinople. Ces collections 
sont au ndmbre de quarante-trois environ, contenant 
plus de quatre-vingt mille volumes. Si la liberality de 
quelques protecteurs des lettres en Europe s'interessait 
a ce projet, ppur les capitaux necessaires, un conlite de 
savants orientalistes et autres, serait constitu^ avec 
mission de consulter les manuscrits en question et d'en 
publier ce qui offrirait le plus de nouveaut6 et d'utilit^, 
aussi bien sous le rapport des connaissances g^nerales, 
qu'au point (Je vue de la langue et de la litterature 
arabes. 11 y a la des manifestations insoupponnees du 
g6nie oriental dont le succfes aupr^s du public lettre 
europeen semble assur6. L'accueil que ces publications 
trouveront dans le monde musulman sera non moins 
favorable. Avec le r6sultat moral, ce succes garanti- 
rait le r6sultat- materiel de I'entreprise. 

Septembre 1S99. 

Emik Chekib Arslan. 



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SUL CULTO DEI SANTI NEL HAROCCO 



^^^^^,V: 



Nel Marocco i santi si chiamano iceli o baraka; un 
santo morto e chiamato sijid o scUelj. La santita e ere- 
ditaria fino ad un certo punto nelle famiglie degli shurfa 
e dei mrabiin. Gli shurfa (sceriffi) soao discendenti di 
Maometto; i mrabfin^ la nobilta religiosa dei Berberi, 
non hanno grande importanza nelle parti arabe del 
Marocco, ove sono considerati come gli schiavi degli 
shurfa. Non si deve mica credere per6 che ogni sceriffo 
od ogni mrabuf sia un Santo. E vero che uno sceriffo 
e sempre considerate con una certa riverenza; rivol- 
gendogli la parola, si dice sidi o mulaiy « mio padrone. » 
Pu6 viaggiare dovunque gli piaccia, e riceve dapper- 
tutto da mangiare per niente. Va sempre sicuro, e non 
c' e case che lo si lasci soffrir la fame. Gode V immu- 
nita di esser maledetto nella maniera ordinaria dei 
Mori, perchfe il maledire gli antenati d' uno sceriffo si 
considera un affronto centre il profeta stesso. Batti 
uno sceriffo, dicono i Mori, ma non maledirlo ; se lo fai, 
ti sara tagliata la lingua. Uno sceriffo e liberate dal 
castige in molti casi, in cui un altr'uome sarebbe messo 



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152 SECTION DU MONDE MUSULMAN [2] 

in prigione o severameDte bastonato, e se fe punito, la 
sua qualita di sceriffo gli fa mitigare la punizione, per- 
ohfe b sempre probabile che uno sceriffo abbia fra i 
proprt antenati qualche potente santo rivendicatore. In- 
fatfci, il rispetto che si porta ad uno sceriffo dipende 
grandemente dalla fama dei suoi antenati. Con tutto 
ci6 non sempre i discendenti dei santi, per famosi che 
questi siano^ sono santi essi pure. Per dare un esempio 
a me piu familiare, il niio compagno, Sceriffo 'Abd es- 
Salam el-Ba^ali e senza dubbio un oggetto di grande 
venerazione nel suo villaggio native, Beni 51u in An- 
gora. Alia mia visita, che feci li insieme con lui, il po- 
polo gli baci6 i vestimenti, chiedendogli la benedizione. 
Per6 neppure la 6 considerate santo nel senso proprio 
della parola, nfe era considerate tale suo padre. Ma il 
nonno Sidi el-Husni e venerate come un gran santo. 
La casa in Tangeri eve questi e sepolte, e una zaivia, 
casa di santo, nella quale non mi 6 state mai permesso 
di entrare, sebbene il mio amice vi abiti con la madre. 
Si pu6 dire per6 che i discendenti dei santi hanno sem- 
pre una maggior forza spirituale degli altri uomini, 
perchfe hanno piu grande speranza di vedere adempiti 
i desiderl invocando i proprt santi antenati. Ma ci6 non 
li fa santi. Un iveli fe uno che pu6 fare da intercessere 
presso Die e che ha il potere di far miracoh. Sono re- 
lativamente pochi gli shur/a che possono pretendere una 
tale distinzione. 

Ci sono santi che non sono ne shur/a ne mrabtin. 
Una devezione straordinaria pu6 elevare un uomo alia 
dignita di santo. Quelli che eltrepassano il numero di 
preghiere e digiuni prescritti dalla religione maomet- 
tana, sono generalmente considerati piii o meno santi. 



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[3] EDWARD WESTERMARK 153 

Fra i santi si contano anche quel campioni delP Isla- 
mismo che, si dice, hanno scacciato i Gristiani dal 
paesG; i cosiddetti Mugahedinj le cui sante tombe si tro- 
vano lungo la costa, nei luoghi ove i Mori hanno oom- 
battuto coi Portoghesi. 

D' altra parte, le alte qualita morali non fanno 
santo un uomo, e neppure sono necessarie in un santo. 
Anzi, la condotta d'un santo pu6 esser cattivissima, 
qualche volta proprio licenziosa. Si trova pii o meno 
fiiori dei limiti ordinar! degli obblighi morali, e fino i 
suoi viz! possono aumentare la sua santita, magari an- 
che esserne la causa. Ho sentito parlare d' uno soeriffo 
della famiglia di Mulai 'Abd es-Salam, tuttora vivente, 
il quale 6 stato un gran bandito ed e ancora un bria- 
cone, ma che nondimeno vien considerato come un 
santo. Ha la facolta miracolosa di predire il future e 
guarire malati, ed b quasi sempre ubriaco. Una parte 
dei santi moreschi e reclutata fra i pazzi e gl' idiot i. 
I pazzi pericolosi per la sicurezza generale vengono 
riDcliiusi in el-morstanj una prigione per i matti rab- 
biosi, mentre gl' innooui sono riveriti come baraka. Non 
sono tenuti responsabili delle assurdita che commet- 
tono. Durante il mio soggiorno a Fez vi era una donna 
che soleva passeggiare per le strade quasi perfettamente 
nuda, ed a Tetuan vidi un pazzo mangiar pane pubbli- 
camente nel mese di Ramadan, in pieno giorno, pec- 
cato per il quale ciascuno all' infiiori d' un santo sa- 
rebbe stato punito severissimamente. 

La caratteristica d' un weli e la forza miracolosa 
conferitagli come un favore da Dio. Questa forza si ma- 
nifesta sotto lorme varie e diverse. Ci sono santi che 
possono muovei'si da un luogo ad un altro in modo con- 



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154 SECTION DU MONDE MU8ULMAN [4] 

trario alle leggi ordinarie della natura. Si dice che il 
defunto sceriflFo di Wazan and6 una volta da Gibilterra 
aTangeri passando lo stretto a cavallo. Mulai 'Abd el- 
Kader, il gran santo, aveva volato per tutto il mondo ; 
Mulai Ibrahim, coll' epiteto ef-tair efj-(jbely V uccello della 
montagna, aveva anch' egli la facolta di volare. E Sidi 
'Allah el-Ha^-, la cui tomba si trova presso esh-Shawea 
e il quale 6 tenuto in grande riverenza dal popolo delle 
vicinanze, vol6 una volta alia Mecca. Oltre a ci6 ci sono 
esempl di santi die hanno trasterito altri uomini a quel 
luogo santo. Mulai Abd el-Kader, zoppo e vestito di 
panni sudici, con in mano un bastone, and6 una volta 
fuori le mura della citta di Fez. Vide quivi un uomo 
che sedeva in terra e piangeva, e gli domand6 perche 
era cosi triste. L'uomo rispose che il Basha^ cioe il go- 
vernatore, I'aveva punito, perchfe un cattivo, desideroso 
di rapirgli la moglie, V aveva accusato falsamente di- 
cendo al Basha che si era vantato di poter andare alia 
Mecca in un giorno. AH' udire ci6 'Abd el-Kader dette 
air uomo dei denari per comprare a Fez un pane an- 
cora caldo. Questi ando in citta e ritorn6 portando seco 
un pane boUente, Allora Mulai 'Abd el-Kader gli disse 
di metterglisi a cavalcioni sulla nuca e di chiudere gli 
occhi; r uomo obbedi, e poco dopo, aprendo gli oochi, 
si accorse di essere alia Mecca col pane sempre caldo. 
II santo lo preg6 di andare a trovare delle persone di 
Fez e di niostrar loro il pane ancora caldo. Queste al- 
lora crederono quel che egli raccontava del proprio 
viaggio miracoloso e ne scrissero lettere ai loro amici a 
Fez. L' uomo le prese e, messosi un* altra volta sulla 
nuca del santo, tu ricondotto subitamente alia propria 
citta, ove il popolo, dopo aver letto le lettere, fu persuaso 



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[5] EDWARD WEBTERMARK 15^ 

del miracolo, e il mentitore venne punito severaniente 
dal Basha. 

Si raccontano tante storie della trasformazione dei 
santi. L' ultimo scoriffo di Wazan, che mori solamente 
pochi anni fa, era una volta a pranzo in una casa di 
Parigi. Mentre i suoi commensali cominciavano a fare 
cattive osservazioni su di lui, ad un tratto si trastbrm6 
in un leone Quando Sidi el-Husni el-Baljali and6 a 
fare una visita al Sultano e gli dette la mano, questa 
fu trasformata nella zampa d' un leone. Sembra siavi 
una connessione intrinseca fra un santo e questo ani- 
male, perclie un santo e anche qualche volta chiamato 
es-sb^a, che vuol dire leone. 

Molti altri miracoli sono attribuiti a certi santi. 
Un santo pu6 vedere dietro a s6 senza voltarsi, pu6 
vedere ogni cosaf i sette cieli, le sette terre ed i sette 
mari. Pochi anni fa, quando Tangeri fu invaso da una 
moltitudine di locuste, il popolo ne port6 ana alio see- 
riffo di Wazan. Egli le sputd in bocca, e gl' indigeni 
crederono che ci6 dovesse scacciare tutto quel flagello. 
I Mori dicono che Mulai 'Abd el-Kader si resse su di 
una gamba per quarant' anni, pregando Dio. Du 1-Kur- 
najen che era considerate un profeta avanti Maometto 
e che, dicevano, aveva vissuto duecento anni, fendfe la 
montagna che una volta univa il Marocco con la Spa- 
gna. Un santo che apparteneva alia famiglia Bal^ali 
poteva trarre acqua dalla terra, semplicemente scavan- 
dovi un buco con la mano. L' idea di poter trarre acqua 
dalla terra col tar entrare una canna nel suolo e la 
base del racconto seguente. 

Due uomini andarono una volta a Sahara spac- 
ciandosi per santi della famiglia di Mulai 'Abd el-Kader. 



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166 SECTION DU MONDE MU8ULMAN [6] 

Per guadagnare denari s' ingegnavano a curare i ma-, 
lati, ma non avevano buon successo ed il popolo prese 
in sospetto la loro santitii. Allora uno di questi falsi 
santi trov6 una maniera di scampo. Prese un otre, 
Tempi di acqua e lo nascose sotto terra; poi tutti e 
due gli uomini si misero a ballare li sopra per attrarre 
r attenzione della gente. 

Quando si videro circondati da una gran iblla, uno 
di essi con un bastone tece un buco nella terra; Totre 
si ruppe, e 1' acqua schizz6 fuori. Allora il popolo si 
convinse che erano santi. La storia per6 non fini- 
sce qui. La nuova sorgente e rimasta per sempre in 
quel luogo, perche Mulai 'Abd el-Kader aiut6 gP in- 
gannatori. Esso aiuta tutti quelli che V invocano, an- 
/>liA quelli die dicono una bugia. fc esh-she/j el-Jdddahiny 
into protettore dei bugiardi. 

Un altro miracolo, che voglio raccontare, si fa an- 
% continuatamente. Nella tribu Beni 'Arus c'6 una 
X santa, a cui e annesso un gran pezzo di terra, e 
sta appartiene a Sidi Heddi. I suoi clienti vivono 
3 la casa santa e visitata da moltissime peraone. II 
ddam o soprintendente della casa santa e un santo 
h'egli. Con un piatto di sulsu pu6 dare da man- 
re ad un gran numero di pcrsone. Porta il piatto 
ana stanza piccina, e, quando lo riporta, il sukm 
un miracolo s'fe aumentato fino alia quantita he- 
laria per soddisfare tutti. 

I santi possono predire il futuro e sanno quel clie 

ade in altri luoghi. Sidi 'Abd er-Ra^man el Mi^- 

sapeva tutto ci6 che avveniva sulla terra e nel 

0, e prediceva anche, fra le altre cose, che il Ma- 

30 un giorno sarebbe cristiano, bench fe ai teiii^i 



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[7] EDWARD WESTERMARK 157 

suoi non ci fossero cristiani nel sue paese. La sua pro 
fezia non s'e ancora avverata, ma i Mori non dubitano 
chc s'adempira in av venire, 

Una cosa comunissima fe clie un Moro, il quale 
desidera di sapere qualche cosa in riguardo al suo fu- 
tfUro, va da un idiota o da un pazzo, perche i Mori 
credono che Dio abbia ritenuto nel cielo la ragione di 
simili persone mentre i loro corpi sono sulla terra, e 
che quando gPidioti o i pazzi parlano, Dio abbia per- 
messo che la loro ragione ritorni a loro per un po'. 
Quindi si debbono tesoreggiare le loro parole come 
quelle di persone ispirate. Quando il mio compagno 
una volta aveva qualche dispiacere a Tetuan, suo fra- 
tello in Tangeri, che fe considerate baraka o santo, mo- 
8tr6 nella sua condotta di saperne qualche cosa, bench6 
non ne parlasse a nessuno. Cosi mi raccontarono amici 
Mori a Tangeri. 

11 miracolo piu comune ed anche piu lucrativo 
che possano fare i santi e di curare i malati. I santi 
shurfa (sceriflB) sono prima di tutto dottori. II santo 
preme con la mano la fronte del malato, prega per la 
sua salute, e poi, dopo aver levato la mano, gli sputa 
tre volte in fronte. Prima che tutto questo sia fatto 
per6 il malato deve pagare un derham^ ciofe quattro 
centesimi, il solito onorario, il quale anche la gente 
piu povera e obbligata a pagare. Si considera questo 
pagamento cjuasi come un atto d' incant^simo essen- 
ziale per la cura. 

Molte persone dan no di piu, e se il malato gua- 
risce ed egli e la sua famiglia son ricchi, fanno spesso 
un bel regalo al santo. 

Un santo pu6 operare miracoli, perche Iddio gli 



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158 SECTION DU MONDE MUSULMAN [8] 

ha dato un potere speciale per farli. E un prediletto 
di Dio, e le sue preghiere sono efficacissime ; per la 
qiial cosa molti lo pregano d'intercedere per loro 
presso Dio in casi di carestia; di malattie, di siccita 
o pel desiderio di prole, ecc. Quando egli benedice la 
raccolta o il cibo, si pu6 sempre sperare in un buon 
resultato. D'altra parte, bisogna aver cura di non de- 
stare il dispiacere d'un santo. Lalla 'A wish, sheHfa a 
Tangeri, ancora vivente, aveva uno schiavo che fu 
messo in prigione dairautorita. La santa and6 dal 
califfo pregandolo di render la liberta alio schiavo ; 
ma quegli rifiut6, ed allora essa prego Dio di man- 
dargli una grave malattia, e Iddio Tesaudi. II resul- 
tato fu che il califlfo dove andare alia sorgente di 
Mulai Ja%ub per guarire. Si dice ch'egli, dopo, crede 
nella santa. Una storia simile si racconta di Sidi el~ 
*Azri, della famiglia di Mulai 'Abd es-Salam. Questo 
8anto un giorno and6 al mercato delle frutta a Tan- 
geri e domand6 ad uno dei venditori se voleva rega- 
largli un po' di frutta. Avendo avuto una risposta ne- 
gativa, il santo se n' and6 implorando Dio perche 
bruciasse tutto il mercato, e subito Iddio esaudi la sua 
preghiera. Questo accadde pochi anni fa. II santo vive 
ancora, e ogni volta che entra in una bottega chie- 
dendo qualche cosa gliela regalano subito. La casa in 
cui vive un santo h un rifugio sicuro. In tempi di 
guerra il popolo di Beni H'lu in Angora era solito di 
portare i propri oggetti di valore alia casa di Sidi el- 
Husni, e nessuno osava toccarli in quel luogo. 

II contatto con un santo o con qualche cosa ap- 
partenente a lui o anche la sola sua presenza e capace 
di produrre un rairacolo. Nel monte di ^ Mulai 'Abd 



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[9) EDWARD WESTEBMARK 15H 

e»-Salam si vede Torma del piede del santo. Se Sidi 
'Abd el-Hadi premeva la mano contro un sasso, vi 
lasciava V inipronta delle sue cinque dita ; e quando 
uno sceriffo beve del vino, questo si cambia in latte 
od in miele appena gli tocca le labbra. Ed una volta 
che alcuni cristiani per provare la sua santita cerca- 
vano d'indurre il defunto sceritfo di Wazan a mangiave 
un po' di maiale, ogni pezzettino di maiale die ave- 
vano mescolato col suksv ofifertogli si trasformava in un 
maialino, quando lo sceriffo scopriva il vassoio. Vicino 
alia CAsa santa di Sidi 'Allah el-Ha^ e un albero che 
comincia a ballare; quindi gli shurfa (sceriflS) ballano 
intorno ad esso, ed i suoi movimenti somigliano quelli 
degli uomini. 

Non si deve credere che il contatto con un santo 
o con qualche cosa appartenente a lui dipenda sempre 
dalla volonta del santo, desiderando di essere bene- 
fice. E buono per la salute bevere I'acqua in cui si 
lava, ed il baciargli la mano od il vestito ha un' in- 
fluenza benefica ; e un pezzo del euo abito o del legno 
della cassa in cui lo portano alia tomba e molto ricer- 
cato. II legno e baraka, e col bruciarne un pezzettino uiio 
che abbia il tnal di testa pu6 scacciare il dolore. (II po- 
polo bacia perfino il cavallo su cui il Sultano e andato, 
perche il Sultano del Marocco e sempre venerato come 
un santo). 

Ci si rivolge ai santi anche per ottenere che piova, 
ma le loro preghiere non sono sempre considerate ab- 
bast^nza eflScaci. In tempi di gran siccita gli sceritfi 
od altri uomini sacri son condotti al mare e messi nel- 
I'acqua, e se fanno resistenza, le mani sono senz'altro 
legate loro sul dorso. Poi si riportano in citta, ove an- 



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160 SECTION DU MONDE MUSULMAN [10] 

cora una volta per la strada vengono bagnati d'acqua. 
II mio amico un giorno and6 al villaggio di sue zio 
insieme con sua madre e sua sorella, la quale e con- 
siderata come baraka. Siccome allora era molto desi- 
derabile per la raccolta che piovesse, gli abitanti del 
villaggio versarono acqua addosso alia giovane donna, 
e poco dopo cominci6 a piovere. 

La forza miracolosa d'un santo non cessa con la 
sua morte, anzi aumenta. II popolo dice che un santo, 
propriamente parlando, non muore mai. Doi^me sol- 
tanto, e la sua tomba o il luogo ove dorme diviene 
un posto santo che si chiama sijid. Molte di queste 
tombe hanno una specie di cupola a cui si da il nome 
di hobba, Non solamente la tomba d' un santo per6, 
ma anche i posti visitati da lui si venerano, e sopra 
di essi molte volte si erigono case sante o zaiciatSj le 
cui dimensioni possono variare infinitamente. Ci sono 
zawiats troppo piccolo per contenere un uomo, ce ne 
sono altre che s'adoprano come moschee. Molto spesso 
nient'altro che un mucchio di sassi dimostra il luogo 
ove un santo e stato seduto, e quelle si chiama rawda^ 
nome che si da pure al mucchio di sassi che indica il 
primo posto da dove il viaggiatore pu6 vedere una 
casa santa. 

Si deve osservare che il luogo ove hanno eretto 
una casa santa si crede sempre debba essere stato in 
contatto materiale col santo. Ci6 pu6 sembrare strano. 
Quasi tutte le citta del Marocco hanno zawiats che sono 
dedicate ai diversi santi protettori delle congregazioni 
religiose : Sidi Mljammed Ben *Aisa, il santo degli 
'Aisawa, sepolto in Meknes ; Sidi 'Ali Ben Hamdush, il 
santo dei Hamadsha, sepolto a ZOrhun ; Mulai Themi 



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[11] EDWARD WESTERMARK ^^^ 

il santo dei Thuhama, sepolto a Wazan ; Mulai 'Abd 
el-Kader, il santo dei Gillala, sepolto a Bagdad ; Mu- 
lai el-'Asbi, il santo dei Derkawa, sepolto a Mogador; 
Sidi Abmed Ben Nasar, il santo protettore degli scri- 
vani, sepolto nel Dra. Si crede davvero che questi santi 
abbiano visitato tutte le citta e che abbiano seduto 
nei posti ove le loro zmrjat si trovano. 

Un sijid od una zauia sono luoghi sacri a cui nes- 
suno pu6 avvicinarsi senza avere certe qualificazioni. 
Nel Marocco e proibito ai Cristiani il visitarli, e a Fez 
intere strade, a causa della loro vicinanza alia tomba di 
qualche santo grande, sono chiuse ai miscredenti. Si 
racconta che un Moro una volta porti) un cristiano con 
se alle zawia di Mulai 'Abd es-Salam. Dopo il suo ri- 
tomo la casa gli fii bruciata nella notte, ed egli e la 
sua famiglia perirono fra le fiamme. Questo incendio 
era la vendetta del santo. Niente per6 accadde al cri- 
stiano, Vicino a Tetuan, poco tempo fa, una comitiva di 
touristes alzarono le loro tende presso le tombe di 
Mugahedin, benchfe fossero stati avvertiti di non farlo. 
Nella notte si alz6 una tompesta che fece gran guasto 
tra le tende. Sulla costa atlantica del Marocco si tro- 
vano sadats i quali son pericolosi per i vapori che vi 
passano davanti. Sidi Kasem, la cui tomba non e Ion- 
tana dal Capo Spartel, fa naufragare un bastimento 
tutti gli anni. Mulai Buselham, parimente, la cui tomba 
si trova sulla costa meridionale di Laraiche, si arrabbia 
quando un bastimento si avvicina troppo al suo sijid. 
Ma in certe circostanze il santo e pericoloso anche per 
il maomettano. Quelle che visita un sijid od una zawia 
in istato d' immondezza sessuale, sara punito con una 
malattia venerea. Soltanto il mkaddam pu6 avvicinarsi 

Aet«9 du J//"** CongriM du Oritntalute*. — Tome III. 11 



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ir>!2 SECTION DIT MONDE MUSULMAN [12] 

alia tomba di Sidi Heddi, ma neppur egli pu6 entrare 
nel recinto della tomba di Mulai 'Abd es-Salam, la 
quale non ha una porta, poiclie dispiacerebbe al santo, 
se qualcuno si avvicinasse alia sua tomba. Una volta 
un uomo salt6 di la del muro e baci6 la tomba, ma 
quest'attofu per lui funesto; uel lasciare la tomba, egli 
fu ucciso da una palla sparata non si sa da chi, seb- 
bene si creda die V uccisore sia stato il santo stesso. 
Andando una volta il Sultano a visitare il sijid del me- 
desimo gran santo, il suo cavallo si ferm6 a qualche 
distanza di la, e siccome non c' era verso di spingerlo 
pill oltre, il Sultano dove continuare a piedi. li ancbe 
necessario die i visitatori si leviuo le scarpe in tempo. 
Certi atti si considerano abominevoli se commessi 
in una zairia o presso un sijidj come, per esempio, Tin- 
sudidare questi posti, T impossessarsi di qualche cosa 
appartenente al luogo, o Tarrestare persone che vi si 
fossero rifugiate. La casa di Sidi el-Husni in Beni 
Hlu, che fe ancora considerata come una zawia sebbene 
tutta in rovine, fu una volta assalita dai nemici di 
un' altra tribu, i quali, dopo aver bruciato le altre case 
del villaggio, tentarono di bruciare ancbe questa; ma i 
fiammiferi non presero fuoco. AUora siondarono la 
porta ed entrarono nella casa ; per6 nell' aprire una 
cassetta, la trovarono piena di api che ne uscirono e 
li punsero. Quasi senipre nelle vicinanze di ogni sijid 
in campagna crescono alberi, ed ovunque si vede un 
3chetto nel Marocco, si pu6 esser press' a poco sicuri 
B ricinge la tomba d' un santo. Quegli alberi sono 
isiderati sacri,, e nessuno potrebbe danneggiarli im- 
nemente. Mi lianno raccontato d' un uomo il quale, 
' aver tagliato un bastone d'un albero simile, fu ad 



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113] EDWARD WESTERMARK l(i3 

iin tratto paralizzato. Presso la casa airtica di Sidi 
€l-Husni in Beni Hlu c' 6 un grande uliVo, sotto cui il 
santo soleva sedere, Una volta qualcuno ne 8tacc6 un 
ranio che diede a mangiare al suo bue, ma Tanimale 
ne mori, lo stesso sono stato seduto sotto quell' albero, 
invitato a farlo dal mio amico, nipote del gran santo, 
ma gli abitanti del villaggio, sebbene non vogliano mi- 
schiarsi in quel che fa il loro prediletto, trovarono 
sconsiderato accordare un tale privilegio ad un miscre- 
dente. Perfino le pietre della casa rovinata sono tabv^ 
e se qualcheduno le usasse per la fabbricazione d'una 
casa, questa cascberebbe senza dubbio. Nello stesso vil- 
laggio h un altro albero che non appartiene al recinto 
del santo, ma sotto il quale egli soleva sedere; ed anche 
quello e sacro. Cresce sull' orlo della strada ed e un 
grand' impiccio per i cavalcatori, poiche non fe permesso 
tagliame i rami, i quali pendono molto in basso. Fra 
Laraiche ed il villaggio el-Hamis, presso la Kobba di 
Sidi el-l^S'iri si ti'ova un sacro sughero che il popolo 
suole baciare e su cui appeudono strisce di panno. II 
tagliarne un ramoscello sarebbe un abominio. 

I sadais e le zauiais del Marocco sono . asili ; un 
uomo che vi si rifugia sta sotto la protezione del santo, 
qualunque sia il suo delitto. Certe case sante sono 
considerate cosi inviolabili che perfino il peggiore de- 
linquente e sicuro mentre vi rimane. fc pericolosissimo 
j)ortarlo via, perche il santo sara il suo vendioatore, o 
piuttosto si sdegnera per la violaziono del santuario. 
Un uomo che, contro la legge del paese, aveva impor- 
tato uno schioppo, si ritugib nella tomba di Lalla Min- 
nana a Laraiche. Ci6 nonostante il basha della citta lo 
trasse fuori e lo mise in prigione; ma il colpevole non 



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164 SECTION DU MONDE MUSULMAN [14] 

vi rimase molto tempo, perche il santo, arrabbiato, la 
aiut6. Tre giorni dopo, quando il custode gli dette la 
minestra, il prigioniero gliela butt6 in faccia e, mentre 
il carceriere pulivasi il viso, trov6 V opportunita di 
scappare insieme con alcuni altri delinquenti. Oltre a 
ci6 il basha fu cacciato via dalla citta poco dopo, na- 
turalmente ad istigazione di Lalla Minnana. Soltanto 
il capo della famiglia del santo pu6 allontanare un ri- 
fugiato dal luogo sacro, e neppur egli pu6 farlo con 
violenza. A richiesta del basha persuade il delinquente 
di lasciare 1' asilo, promettendogli il suo aiuto perchfe 
la punizionc non sia troppo severa. Questo genere di 
protezione, mentre senza diibbio serve a fini uraanitarj, 
d' altra parte da origine a molti abusi. E specialraente 
una causa d' infinito fastidio ai mercanti nazareni, i 
cui debitor!, col ritirarsi alia zawia piu vicina, trovano 
un mezzo di differire il pagamento per qualunque du- 
rata di tempo. 

La santita d' un sijid o d' una zawia non e sola- 
mente del genere tabu. S' invoca in sommo grado Taiuto 
dei santi morti, la cui assistenza si chiede in molti casi 
diflferenti. Si portano malati ai loro santuart perche 
siano guariti ; donne che desiderano un bambino vanno 
li per diventare incinte; e in tempo di siccita lunghe 
processioni di gente scalza e con la testa nuda ci vanno 
per implorare il santo di pregare Iddio che faccia pio- 
vere. Molte donne visitano le case sante per avereun 
marito, e gli uomini ci vanno per chiedere aiuto nelle 
loro ricerche di tesori nascosti. Se qualcuno ha un bue 
che non ara bene, lo mena li promettendo al santo di 
dargli un mud di orzo o di frumento, se vuol miglio- 
rare la bestia. 



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I15J EDWARD WESTERMARK 165 

Colui che ha qualche cosa da chiedere non visita 
il santuario con le mani vuote; candele od olio, incenso 
ed anche denari sono i regali o tva'^da piu coniuni. 01- 
tre a questo si fa la promessa al santo, se vuol esau- 
dire I'invocazione, di sacrificargli un animale presso il 
santuario. II supplicante bacia la porta e le pareti e 
spesso la soglia della casa santa. II baciare la soglia 
e d'obbligo in certi santuar!. Questo h il caso del san- 
tuario di Mulai Idris perche, come si dice, il sue schiavo 
vi giace sotterra, e del santuario di Mulai Ismain a 
Meknesy perche il sue cavallo vi h sepolto sotto. Nel 
santuario di Mulai Abd es-Salam, che non ha porta, il 
supplicante bacia la finestra. Dappertutto, eccetto i 
ran casi in cui la toniba stessa non e accessibile, si 
baciano le parti di essa sotto le quali si suppone siano 
la testa ed i piedi del santo; o, se la tomba ha un co- 
perchio, se ne baciano le parti correspondenti. L'ani- 
male, sia un hue, sia una pecora, sia una capra o an- 
che un gallo, si macella sulla soglia del santuario. Non 
c* e nessun banchetto di sacrifizio, perche tutte le of- 
ferte sono prese dal mkaddam del santuario, che co- 
scienziosamente le distribuisce nella famiglia del santo, 
e ottiene per se stesso una parte uguale a quella di 
^>gni membro della famiglia. Dico coscienziosamente, 
perche ci vorrebbe un coraggio piu che umano per 
osar di amministrar le offerte d'un santo in modo di- 
sonesto. Al santuario di Mulai Abd-el-Kader si portano 
poUi bianchi ancora viventi, essendo questi i suoi ani- 
mali prediletti. 

Le suppliche ai santi si fanno principalmente il 
giovedi, il venerdi ed il lunedi, il ventisei di Ramadan 
e neiranniversario del santo. II venerdi alcuni nlusi- 



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16G SECTION DU MONDE MUSULMAN [16] 

oanti vanno a suonare dinanzi alia porta di ogni sijid 
e zawia della citta. I santi principali e quelli le cui fa- 
miglie vivono ancora, hanno tutti le loro feste annue* 
La maggior parte hanno la loro festa nel Mulud^ ma 
non tutti. Cosi Sidi Ahmed el-Bernusi, la cui toniba 
si trova fuori di Fez, ha la sua festa cinque giorni 
prima di Ramadan, e Mulai Idris tre giorni avanti 
quel niese. Sidi Hsain, che e sepolto poche ore distante 
da Tangeri, ha la sua festa il giorno dopo quello in 
cui le pecore sono uccise all' 'Id el-Kebir. II santo pro- 
tettore di Tangeri, Sidi Muhamnied el-Hag, ha la sua 
festa nel settimo giorno dopo il natalizio del Profeta* 
AUora gli abitanti di tutti i villaggi vicini alia citta 
portano un bove alia sua Kobha^ e fanno niusica e giuo- 
chi di polvere, e Altrettanto fanno i oittadini di ogni 
quartiere. Gli animali vengono uccisi sulla soglia, dopo 
di che il popolo entra nel santuario, bacia la tomba, e 
recita versi del Corano. Quando tutti gli estranei hanno 
lasciato il luogo, la famiglia del santo prende gli ani- 
mali macellati e li distribuisce fra ciascuno di loro. 
D'un carattere piu private e la festa come quella di 
Sidi el-Husni el-Ba1<ali, il nonno del mio compagno, 
II sette del Mulvd, parenti ed amici del santo e della 
sua famiglia si radunano in casa sua, portando con 
loro buoi che uccidono sulla soglia della oasa, e la 
sera ne prendon la loro parte mangiando tutti insieme. 
Baciano anche la tomba come al solito. Nella notte 
sono chiamati quaranta scrivani perche recitino il Co- 
rano a mente, e lo leggono intero, ognuno recitandone 
a vicenda un sura. Ci6 dura fin verso le quattro di 
mattina, quando ogni scrivano ottiene un onorario di 
cinquanta centesimi, dopo di che tutti se ne vanno, e 



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[171 EDWARD WESTERMARK 167 

la festa e finita. Le suppliche che il popolo rivolge al 
eanto, mentre ne bacia la tomba, devono tutte esser 
fatte impei-cettibilmente, soltanto movendo le labbra. 
II Corano invece si recita sempre ad alta voce. I sup- 
plioanti hanno la spei*anza che il santo voglia pregare 
Iddio di aiutarli, perche quando Dio ascolta le pre- 
ghiere d'un santo vivente, esaudira anche quelle di 
lino che ha lasciato la terra. 

I Mori per6 non traggono resultati benefici sola- 
mente dalle preghiere ai Sadat s; anche il contatto ma- 
teriale con qualche cosa appartenente al santuario pu6. 
avere un effetto salutare. In ogni sijid o zavia c' fe una 
palla di ferro che .i inalati premono contro quella parte 
del corpo ove sentono il dolore. Si prende un po' di 
ten-a dalla tomba del santo e la si mette in un sac- 
chettino che poi si appende al collo della persona ma- 
lata. Ci6 si chiama el-baraJca des-sijid. L'atto di baciare 
la tomba o la casa santa ritrae senza dubbio la sua 
etficacia dal contatto delle labbra con quel luogo sa- 
cro. L'acqua delle fonti, clie generalmente si trovano 
vicino ad una casa santa, e sempre considerata piu o 
meno salubre. La sorgente del Marocco piu famosa di 
tutte e quella di Mulai Ya%ub non lontano da Fez, 
la cui acqua contiene dello zoltb, e che viene usata per 
i bagni da un gran numero di malati di sifilide, i quali 
vanno a* quel santuario e riniangono li per qualche 
tempo finche il santo non dica loro in sogno d' andar 
via. Vicino alia casa santa di Mulai 'Abd es-Salam 
sono due sorgenti, la cui acqna e calda nell'inverno e 
fredda nell' estate. Le donne che non hanno hgli di- 
ventano incinte se ne bevono, e gli uomini che sof- 
frono di sifilide possono liberarsi dalla malattia, se si 



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168 SECTION DU MONDE MUSULMAN [18] 

lavano con quell' acqua. Nel villaggio Busemlal, nel 
distretto di Beni Hozmar, presso Tetuan, vidi una sor- 
gente in una cava, e mi fti detto che quell' acqua ve- 
niva dalla montagna di Mulai 'Abd es-Salam distante 
un giorno di cammino. Gli 'afarats (demonl) una volta 
si provarono a condurre 1' acqua di li ai cristiani, ma 
r acqua non and6 piii oltre di Busemlal. Se uno non 
ha appetite o se soffre di costipazione, non ha che a 
bevere di quell' acqua e si sentiri bene, fe interessante 
notare come, al tempo stesso die ci sono alberi i quali 
non si tagliano, si trova qualche volta nella vicinanza 
d'un sijid o d' una zatria un albero i cui rami, se son 
rotti, hanno un effetto benefice. Cosi suUa terra che 
apparteneva a Sidi el-Husni non c' 6 solamente Tulivo 
sacro il quale e tdbuj ma un cespuglio da cui cliiun- 
que passa di la per andare alia fiera toglie un ramo- 
scello e lo mette nel suo sacco, convinto che quelle 
gli portera fortuna negli affari. 

Presso la tomba di Mulai 'Abd es-Salam cresce un 
grande albero dal quale nessuno oserebbe staccare nep- 
pure una foglia; ma ci sono anclie alberi il cui legno 
ha un potere benefice miracoloso. Ogni scolaro desi- 
dera di avere da uno degli alberi di Mulai Abd, es- 
Salam un hannasha^ cioe una bacchettina di cui i bam- 
bini si servono per cancellare sulle lore tavolette le 
parole che trovano diflScili a ricordarsi per cosi ficcar- 
sele nella memoria. Oltre a ci6 gli alberi tabti possono 
esercitare un eflfetto benefice per mezzo del contatto, 
econdo il principio della magia simpatica. Si vedono 
pesso pendenti dai rami di quegli alberi strisce di panno, 
queste sono messe li da uomini e donne che hanno 
[ualche desiderio, specialmente da malati che cosi spe- 



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[19] EDWARD WESTERMARK 169 

rano di guarire. Ora portano le strisce con se da casa, 
ora le staccano dai vestimenti che hanno addosso, ma- 
niera usata generalmente dalle donne, ma anche gli 
uomini si vedono spesso con gelaleh rotti per aver dato 
il loro tributo agU alberi sacri. Se non ci sono alberi 
vicino al sijid^ si lega la striscia ad una canna che si 
mette nella hamma d'un santo. Ogni casa santa in cam- 
pagna ha la sua hammay cioe una cava in una roccia 
od uno spazio aperto fra due o tre sassi o qualche volta 
una stanzina fatta di pietre. Qui si fanno le offerte: 
di denari, di candele, d'incenso o di poUi che s' ucci- 
dono nella hamma mentre si chiede qualche favore. 

A Busemlal vidi una hamma che apparteneva a 
Sidi 'Abdullah el-Hag, il quale ha un santuario, zaivia, 
a Tetuan, vicino al villaggio. E fatto di pietra^ e con- 
siste in due stanze senza tetto e separate V una dalla 
altra per mezzo d*un ruscello. E eretto sul posto ove 
il santo soleva riposare. Se una ragazza desidera di 
maritarsi, va li, si lava le mani ed i piedi, e prega la 
hamma perche le faccia trovare uno sposo ; e la stessa 
oosa fanno le donne e anche gli uomini che desiderano 
figliuoli. A Laraiche c' e un sasso, sul quale il santo era 
solito sedere, e quello e visitato da persone malate. Le 
donne che perdono i capelli vanno la e mettono alcuni 
dei capelli caduti sotto il sasso, il che impedira al resto 
della capigliatura di cadere. Se una donna ha il mal 
di testa, si pulisce il capo e mette il sudiciume sotto 
il sasso, il che le togliera il dolore. Se uno ha la feb- 
bre, prende un po' di terra da quel luogo, e la mette 
in un sacchettino che porta intorno al collo. II popolo 
anche vi uccide pecore o capre o galU, come sacrifizi 
al santo Sidi Ben Abdullah, padre di Lalla Minnan^a. 



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170 SECTION DU MONDE MUSULMAN [20] 

Vicino alia casa santa di Mulai Abd es-Salam si trova 
iin sasso che si chiaina hagara del msafjafj il sasso di 
quelli die maledicono le loro madri. Le persone buone 
possono passare per il buoo nel sasso, ma se uno che 
ha maledetto sua madre si prova a passare di 1^, il 
sasso si chiude ed egli vi rimane finche gli scrivani, 
col leggere i versi del Corano, lo fanno riaprire. II 
sasso piange quando si apre, e le donne dicono: « AUak 
umsalli ^aleika ja rasul Ullah >. C e un altro sasso attra- 
verso il quale la gente si prova a spiccare un salto. I 
buoni vi riescono senza toccare la pietra, ma i cattivi 
cascano giu sul sasso. 

Non sono per6 soltanto le cose inanimate appar- 
tenenti ad un santuario che posseggono questa forza 
di fare miracoli, II mkaddam di molte case sante e baraka. 
Questo e il caso dei santuarl di grandi santi come Mulai 
Idris, Sidi el-Hairi e Sidi Heddi. II mkaddam di Sidi el- 
IJairi guavisce i malati, e pu6 predire se un uomo ri- 
cuperera la salute o se morra. II mkaddam di Sidi Heddi 
ha anche la reputazione di poter predire avvenimenti 
futuri. Egli solo pu6 visitare la tomba, e si crede che 
parli col santo, quando rimane a quattr' occhi con lui, 
dopo aver chiuso la porta. 

Se benedice e tocca un malato, questi guarisce ; 
se egli rifiuta di farlo, il malato muore. Al santuario 
di Sidi Heddi c'6 anche un cavallo, il quale e baraka, 
e che il popolo suole baciare. Questo si manda nei 
villaggi vicini con addosso una cesta che il popolo em- 
pie di pane e di grano, e il cavallo, ritornando al san- 
tuariO; vi porta poi queste provvisioni con se. Nel fiume 
appartenente al recinto di Sidi Heddi si trova pure una 
specie di pesci che son sacri. I haddana li cibano cogli 



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[21] EinVABD WESTERMABK 171 

avanzi dei loro pasti, e nessuno penserebbe mai di pren- 
dere o di far male a quei pesci. 

Un santo generalmente ha la sua specialita, e iu- 
vocato per un certo scopo e da una certa classe di gente. 
Ci sono santi speciali per scacciare i jjimin^ come, per 
esempio, Sidi Mbarak Ben 'Omran vicino a Laraiche 
nella tribu del Saljel ; altri medicano la febbre come 
i muj)ahedin e la sifilide come Mulai Y'akub, Certi santi 
guariscono V insania come Sidi 'Ali Ben ]^arazam, in 
Angora, Sidi el- Arbi, nella tribu del Faljg, vicino a 
Tangeri, e Sidi 'Abd er-Ral.iman Ben Jifii, vicino ad 
Azeila. Altri hanno una grande reputazione per poter 
aiutare le donne ad avere figliuoli, e gli uomini a di- 
ventar padri come Mulai 'Abd es-Salam. Sidi 'Abd Ullali 
Ben Hasain, la cui tomba non e lontana da Marakesh 
aiuta i maghi col dar loro hekma. Quando il mare* e^ 
agitato, i pellegrini che vanno alia Mecca buttano mo- 
nete d' argento nel mare, iuvocando Sidi Bel 'Abbas, 
e si crede clie i denari vadano nella sua cassetta. La 
stesso santo benedice anche il cibo. Quando il frumenta 
o Torzo fe mature, prima di portarlo a casa, il popolo 
deve darne un mttd a Sidi Bel 'Abbas per i poveri. Que- 
sta offerta si cliiama el-abbasia, e la fanno anche i pe* 
scatori ed i macellari, o danno denari invece di pesce 
e carne. El-ahbdsia si da al santo perche benedica il 
cibo di cui ottiene una parte, e perche lo faccia ven- 
der bene, Generalmente parlando, Sidi Bel Abbas e il 
santo dei commercianti, Mulai 'Abd el-Kader e il santo 
dei viaggiatori come pure dei cieclii che lo invocano 
quando chiedono I'elemosina, mentre ci si rivolge a 
Sidi Hammed Musa e Sidi Ali Ben Nasar quando si 
va a caccia o a fare alle fucilate. Mulai Abd es-Salanx 



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172 SECTION DU MONDE MUSULMAN [22] 

e il santo dei letter i del Cora no; i venditori di dolci 
invocano sempre Mulai Idris, e quelli clie vorrebbero 
essere giocatori di gimheri menano una capra od un 
gallo alia tomba di Sidi Habib. Sidi Mubammed el- 
Hag, il santo protettore di Tangeri, e il santo anche 
dei pellegrini clie vanno alia Mecca, i quali, prima di 
partire, vanno al sno sijid a chiedere la sua assistenza ; 
e se il vapore clie li portera alia Mecca e in ritardo, 
comprano un bue e Tuccidono presso il santuario, con 
la speranza che quest' atto fara arrivare il vapore piu 
presto. E quando ritornano dalla Mecca vanno al giar- 
dino appartenente al sijid e vi rimangono tre giorni e 
tre notti, dopo il qual tempo i loro parenti ed amici 
vanno a prenderli, coUa bandiera e con la musica, e li 
porta no alle loro case ove prima non possono entrare. 
La circoncisione si fa quasi sempre, ma non esolusi- 
vamente nei santuari di Mulai 'Abd el-Kader. Pure i 
malfattori ed i rei invocano i santi. Mulai 'Abd el-Kader 
e, come abbiamo visto, il santo dei mentitori ; ascolta 
chiunque lo invoca, quindi i ladri spesso si rivolgono 
a lui nel momento stesso del loro delitto. Divide per6 
quest' ultimo onore con Mulai 'Abd es-Salam, il gran 
santo che aiuta perfino i banditi di professione. Se uno 
desidera di darsi a questo mestiere, fa un viaggio alia 
casa santa di Mulai 'Abd es-Salam, e gli oflfre un toro ; 
e si dice che fa lo stesso quando vuole abbandonare 
quella sua professione. 

Ciascuna delle congregazioni religiose o semireli- 
giose, che sono tante nel Marocco, ha il suo santo, del 
quale si celebra 1' anniversario con una festa. Ogni 
citta lia il suo santo protettore, cosi anche ogni tribu, 
e ogni villaggio. Qualche volta alcuni villaggi si uni- 



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[23] EDWAUD WESTERMARK 173 

scono nella venerazione d' uno stesso santo, e questo 
pu6 essere il caso anche di molte tribu. II santo pro- 
tettore di Tangeri e Sidi Mubamnied el-Hag; quelle 
di Tetuan, Sidi S'eidi; queilo di Alcazar, Sidi 'Ali Bu- 
ganatn ; quelle di Laraiche, Lalla Miunana; quelle di 
Fez, Mulai Idris; quelle di Meknes, Sidi Ben *Aisa; 
quelle di Marakesh, Sidi Bel 'Abbas; quelle di Mogader, 
Sidi M5gdur, ecc. 

II sante pretettere di tutto il Marecce fe Mulai 
Idris che intredusse Y Islamisme nel paese. II sante 
pretettere ha sempre la sua temba dentre il distretto 
il quale si crede che egli pretegga. Ci sene piazze, 
montagne e fiumi che hanne i lere santi pretetteri. 
Ma nen ci sene relazieni stabilite fra un sante ed un 
altre, benche la reputaziene in cui sene tenuti pessa va- 
riare indefinitamente. Un sante per6 e ricenesciute per 
superiere agli altri; il sue titele 6 el-Kutby e questa di- 
gnita si attribuisce nel Marecce a Mulai 'Abd el-Ka- 
der. Una cesa caratteristica per lui 6 che nen si sia 
mai aminogliate. 

La riverenza che i Meri hanne per i lere santi e 
estrema, ed il peste che eccupane nella cescienza di 
queste pepele ci maraviglia, se consideriame che la re- 
ligiene prefessata e sepratutte monoteista. L' intere 
paese e piene di sadats e zawiats^ e il pepele inveca i 
lore santi in tutte le situazieni della vita. II Die del- 
rislamismo h treppe lentane dairueme erdinarie, il 
quale ha bisegne d'un intercessere, e perci6 si rivelge 
ad un santo. Tutte le invecazioni speciali sene fatte 
ai santi, mentre ci si avvicina a Die seltante con atti 
di devoziene regelati e con versi del Corano, Ci sene 
intatti melti Meri che piuttesto si farebbere spergiuri 



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174 SECTION DU MONDE MUSULMAN [24] 

davanti a Dio che davanti al santo Sidi jammed Ben 
Nasar. 

La fede nei santi e tanto grande che alcuni sono 
invocati anche da quelli che aderiscono ad una confes- 
sione diversa dalla loro. Al santo ebreo, Rabbi *Omraii 
che guarisce specialmente le malattie di petto, e la cni 
tomba e a Tangeri, 'si rivolgono anche i Mori; que- 
sto e il caso anche del Rabbi Diuan che fu sepolto a 
Tetuan. In Saffi si trovan le tombe di sette santi 
ebrei, tutti fratelli, che si chiamano Ulad Ben Shmerru 
sewa e che sono rinchiusi in uno stesso santuario. 
Quando i Mori passano davanti a quel hiogo, oflfrono 
volentieri ai santi candele od olio, e in caso di ma- 
lattia visitano le loro tombe. La causa di questa 
fede 6 che un Moro una notte dormi presso le tombe 
dei sette santi ebrei e insudici6 il posto con la sua 
orina. La mattina seguente lo si trov6 li paralizzato. 
Alcuni Mori allora portarono candele ed olio alle tombe 
per rabbonire i santi adirati e promisero di farlo an- 
che per I'av venire se il malato guariva. Questi ebbe 
la terza notte un sogno e fu guarito. E dopo. i Mori 
credevano sempre nei sette fratelli ebrei. Ci sono an- 
<5he dei santi su cui se la pretendono e gli Ebrei e i 
Mori. Di Sidi Ml;iammed Sherif in Laraiche, per esem- 
pio, i Mori dicono che era un Moro, e gli Ebrei che 
era Ebreo, e tanto questi quanti quelli visitano la sua 
tomba. I Mori dicono che a loro non importa se gli 
Ebrei Tinvocano e frequentano il suo sijid — pare che 
al santo stesso non importi — e credono che aiuti gli 
Ebrei se essi si rivolgono a lui. 

II culto dei santi oflre nei Marocco, come negli 
altri paesi maomettani, un interesse speciale per i resti 



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[25] EDWARD WESTERMABK 175 

della religione premaomettana che ivi si nascondono. 
Penso qui non tan to al fatto che gli Arabi antichi 
credevano certe persone capaci di fare miracoli, ma 
piuttosto all'antico culto della natura, del quale ancora 
si possono vedere le tracce neiradorazione dei santi 
niorti. Abbiamo veduto come sorgenti, albori e' sassi 
sacri sono fenomeni ordinarl nella vicinanza delle tombe 
dei santi, specialmente in campagna. Secondo la cre- 
denza popolare il santo ha trasferito la sua santita su 
quegli oggetti; ma fe probabilisslmo che la cosa in 
molti casi sia diversa. Si pu6 anche pensare che i bo- 
schetti intorno alle tombe dei santi debbano la lore 
esistenza continua alia paura superstiziosa che il po- 
polo sente del santo, il quale fe o si suppone essere 
sepolto li. Ma come spiegare V apparire costante di 
sorgenti presso le tombe dei santi? 

I fatti che ho raccolti nel Marocco aumentano la 
verosimiglianza dell'opinione del professore Goldziher 
che il luogo — almeno in molti e^si — sia stato sacro 
in origine, e che la fantasia popolare vi abbia poi tra- 
smesso la tomba d' un santo. Una gran parte dei santi 
morti del Marocco sono persone piu o meno mitiche, 
le cui tombe facilmente possono essere trasmesse da 
un posto ad un altro. Cosi pu6 accadere che uno 
stesso santo sia sepolto in due luoghi, il che e consi- 
derato come un miracolo del santo e gli da Tepi- 
teto di Mula Kabrain, cio6 « padrone di due tom- 
be. > Santi simili sono, per esempio, Sidi 'Abd er-Ral.v- 
man Ben *A^iba che ha una tomba in Angora ed 
un'altra nella tribii Asmara. Delia tendenza che ha 
la fantasia popolare di connettere il ricordo di pei'sone 
sante a certi oggetti della natura, abbiamo un beL- 



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17H SECTION DU MONDE MUSULMAN [26] 

r esempio in un sasso piatto e quadrilungo suUa spiag- 
gia fiiori di Tangeri, sotto il quale si dice esser sepolto 
uno dei figli di Nofe e che al tempo stesso serve di 
hamma a Mulai 'Abd el-Kader, la cui tomba si trova 
a Bagdad. 

C h poi da notare che nel Marocco esistono alberi 
miracolosi i quali non crescono vicino alle tombe dei 
santi, e tombe di santi a cui e pericoloso accostarsi 
dopo rimbrunire, essendo queste miskunin^ cioe fre- 
quentate da fjinun. Sappiamo che ]a credenza in ^inun, 
per dare alia parola il plurale marocchino, e un resto 
del paganesimo arabo, e questa credenza e d'un'im- 
portanza grandissima nella vita dei Marocchini. Quasi 
tutte le sorgenti del Marocco sono miskunin, e ogni luogo 
clie per il suo aspetto straordinario mette in movimento 
la fantasia, diventa facilmente un rifugio di jjinun. 

Pare che il santo in molti casi sia stato il succes- 
sore del (jin e il luogo rimane tahu anche dopo che il 
santo se n'e impadronito, se non che il santo. forse ha 
dato a certi oggetti come alberi, sassi ecc. apparte- 
nenti al posto, una forza miracolosa che prima non 
sempre possedevano. Non sono per6 perfettamente si- 
curo di quest' ultima trasformazione. Oggidi esistono 
ancora molti luoghi sacri, a cui i Marocchini portano 
candele, incenso ed altri piccoli doni, ed i quali ser- 
vuno di rifugio ad un potente sultano di jjinun che si 
lascia placare da preghiere e da offerte. Siffatti sultani 
di ijinun sono numerosi, e posso nominare Sidi Hammu 
e suo figlio Sidi Hammuda, Sidi Maimun, Lalla Mai- 
muna, Lalla Mira, Lalla Rkeja, Sidi Musa, Sidi Bu- 
sebba, Shum Harush e suo figlio es-Sultan el-Kbal, 
Sidi Boknadel, ecc. 



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[27] EDWARD WESTERMARK 177 

Le opinioni sono per6 divise riguardo alia vera 
natura di questi enti mitici. Alcuni di loro sono non 
di rado tenuti per santi. Una tale confusione ira santi 
e §inun h di grande interesse e aumenta la verosimi- 
glianza deiripotesi della connessione fra di loro. Que- 
sta connessione h principalmente di qualita locale. Sia 
che si creda un santo o un ginn colui che ha dato il 
carattere soprannaturale ad un oggeti;0; questo oggetto 
e sempre la cosa piu importante, Cosi tanto nel culto 
dei santi quanto nella fede in ginun si possono tro- 
vare le orme d'un antico culto della natura. 

In avvenire, e prossimamente, spero di potere, me- 
diante viaggi continuati insieme collo sceriflfo 'Abd 
es-Salam, completare i miei studi sui resti della reli- 
gione premaomettana del Marocco, come pure di sco- 
prire qualche cosa riguardo alia religione ordinaria 
della razza berbera, finora quasi perfettamente scono- 
sciuta. 

Edward Westermark. 



Aete9 du XII^^' Congris det Orientulittst. — Tome III. 12 



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SULLA STRUTTURA BELLA LINGUA " EVfi " 
IN BASE A DIRETTE OSSERVAZIONI 



-4) NOZIONI GENERALI E STOBIOO-OOMPARATIVE ^ 



§ 1. Ragione del nostro studio. Bibliograjia. 

Parecchi anni addietro, studiando TorgaDismo e il 
lessico delle lingue a nord-ovest e a ovest del Golib 
di Guinea, vi riscontrammo delle affinita colle lingue 
bantu ; ^ e i nostri risultati furono bene aocolti anche 
da Georg von der Gabelentz. ^ 

Naturale dunque che fossimo spinti a estendere le 
nostre indagini ad altre lingue di quella regione, e 

^ La lunghezza del lavoro e la necessity di aver pronto il pr^ 
sente yolame per il Oongresso di Ambargo, costrinse il Compilatore 
ad accoglieme la sola parte generale. 

* G. De Gregorio, Cenni di glottologia barUu, Torino, Loescher, 1882. 

' Die SprachwiaaenscJiaft, ihre Aufgaben, MetJioden und bisherigen 
Ergebnisse, Leipzig. F. 0. Weigel Nachfolger, 1891 p. 277 : « Dagegen 
hat A (Leggi G.) De Gregorio {Cenni di glattologia bantu, etc.) mit leichter 
Milhe in den Sprachen der nordwestlich und westlich von Golfe von Oui^ 
nea wohnenden Wdlker unverkennbare Spuren einer bantuischen Verwandt^ 
Bchaft nacJigetviesen. » 



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180 SECTION LANGUES DE L'APRIQUE [2] 

principalmente aU'Ev^, tan to piu die Lepsius, in una 
molto nota opera, ^ ascriveva I'Ev^ (Ife) tra le « Ori- 
ginal or South African languages, » benche in altra 
posteriore^ venisse a risultati diversi. In quest' ultima 
sembra bene avere rigettato V idea della connessione 
della lingua Eve colla famiglia bantu, considerandola 
come una delle Miscliemegersprachen^ e lasciando tra le 
bantu solo le sei lingue segiienti: Herero, Pongu6, Fer- 
nando, Caffro, Ciccana, Suaheli. 

Nella sua classica Grammatica comparativa, Gru- 
glielmo Block ^ non considera I'Ev^. Ma quando, nel 
tracciare i limiti della famiglia bantu, nota che, 
dalla parte dell' interne, questo dominio giunge sino 
r 8° grado di latitudine settentrionale, ci lascia al- 
quanto incerti suUa sua opinione e ci fa supporre 
ciie la esclusione non provenga da altro, che dalla im- 
poBsibilita d' istituire paralleli con una lingua poco 
nota aH'autore. 

Vero 6 che Fr. MuUer* riuniva dottamente I'Ev^ 
col Ga, rOdschi e il Yoruba, tracciandone un disegno 
linguistico magistrale; e che queste lingue ormai ven- 
gono considerate come costituenti uno speciale gruppo,^ 



* Standart Alphabet, London, 18G3, p. 307. 

* Nubische Grammatik mU einl. Uber die VfSlker und Spraehen 
Afrikas, Berlin, 1880 (Cfr. Pott, Zur LiMeratur der Sprachenkunde 
Africas in Intef'n, ZeiUchr.f. allg. Sprachw,, B. Ill, p. 249 segg.). 

* W. Bleck. A comparative Grammar of South^African Langua^ 
ges, London, Trdbner, 1862, p. '2. Lo citiamo con « Bleck ». 

* Grundrisft der Sprachwiasenschaft, Wien, Holder 1876-77, I 
pp. 126-134. 

^ V. per es. J. C. Christaller, Die VoUa-Sprachengruppe in «Butt- 
ner's Zeitschr, f, afrikan. Spraehen ». Bd. I, pp. 161-188. 



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[3] M. GIACOMO DE GREGORIO 181 

detto « gruppo del Volta, * ohe per6 rientra nella 
grande categoria « negro > . ^ 

Tuttavia Fr. MuUer non sembra avere escluso ohe 
possano rintracciarsi dei caratteri di bantuismo anche 
nell'Eve. E per pareoohie altre lingue nord-occidentali 
e stata riconosciuta questa pos6ibilii4 oltre che dal pre- 
citato von der Gabelentz, anche da J. Torrend, autore 
della piti completa e recente Grammatica sud-africana.^ 

I limiti settentrionali del dominie bantu, additati 
da cestui, non in tutti i punti corrispondono con quelli 
dati da Bleck, Dal lato di nord-ovest essi non si spin- 
gerebbero piu a nord della foce del fiume Old Kalabar, 
cio^ piu a nord del 5" parallel o settentrionale. Pure, 
Porrend ammette^ che parecchie lingue della costa di 
Guinea, del Basso Niger, di Sierra Leone e pei-sino 
della Senegambia presentino qualche relazione coUe 
lingue bantu; tanto che le designa col nome di semi- 
bantv. Fra queste, egli menziona I'lbo, TAvatime e il 
Wolot^ senza per6 lar figurare queste lingue, e V Ev6, 
nella classificazione provvisoria delle bantu, da lui sta- 
bilita. Infine egli afferma che la scienza filologica non 
ha ancora determinate quale sia la esatta relazione 
colle bantu di parecchie lingue di tribu negre, special- 
men te stabilite all'evest. * 

' Robert Needham Gust, A Sketch of the modem languages of 
Africa, London, Trtibner, 1883, I, 203 segg. 

* J. Torrend S, 3. A comparative Grammar of the SoiUh^African 
Bantu languages, London, Kegan Trench, Trttbner, 1891, p. xvn. 

* Torrend, op. cU. NN. 245, 698, 880. 

* Torrend, op. cii., p. xvii : < There are some Banta enclaves in 
the Soudan, on the Niger, and further to the west. Philological science 
has not yet determined what is the exact relation of the languages of 
the other black tribes in the north west to Bantu ». 



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182 SECTION LANGUES DE L'AFRIQUE [4J 

Dopo ci6 non ci reca nessuna maraviglia di tro- 
vare I'Ev^ escluso dalla famiglia bantu nelle recenti 
rassegne sulle lingiie africane, come per es., in quella 
preziosa^ presentata neH'XI congresso internazionale 
degli Orientalisti, in Parigi, da Ren^ Basset. 

Ma, d'altro lato, la opportunitit della nostra ricerca 
rimane dimostrata, e sar& riconosciuta da tutti. II la- 
voro poi si propone anche di rivagliare qua e la, ove 
accada, i fatti riguardanti la grammatica e il lessico, 
che altri trae da fonti aliene. Che se lo stesso riuscisse 
a determinaro di un modo sicuro qualche affinitit tra 
rEv6 e Ola, famiglia sud-africana, la sua importanza 
diverrebbe poco discutibile, anche per questo rispetto. 

Noi ci siamo esclusivamente fondati sopra materiali 
vivi che abbiamo potuto raccogliere direttamente dagli 
indigeni del Togo facienti parte di una carovana di un 
60 persone, diretta da Albert Urbach, fermatasi a Pa- 
lermo nel febbraio e marzo del 1899. 

II nostro indicatore principale e ^tato il capo di 
quegl' indigeni, un more molto intelligente, che per 
fortuna conosce abbastanza d'inglese, perche le nostre 
indagini sieno state possibili. Si chiama con nome in- 
digene, Hoffi Nayu, con nome inglese J. C. Bruce ^ ed 
b native del Piccolo Popo (Little Popo, Klein Popo, 
Anexo). 

Abbiamo poi controUato le sue indicazioni, sia con 
ripetergli le stesse domande dopo molti giorni, che 



* Rapport sur hs langues africaines, in « Actes du onzi^me Con- 
gr^s international des orientalistes, Paris, 1897 (6"% 6"** et 7'^* sec- 
tionsy p. 53 e sqq.). 

' Lo citiamo con « Br. ». 



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[6] M. GHACOMO DE GREGORIO 183 

gliele avevamo fatte, sia con interrogare altri indigeni 
della stessa regione del Togo. 

Solo dopo ohe la carovana lasciava Palermo, cu- 
rammo di procurarci le opere special! suirEv6, e cio6 
quelle di Schlegel, ^ Neurici, ^ Prietze. * 

II ritardo nel consultare queste opere non 6 stato 
dannoso, perohfe il nostro lavoro si ^ cosi potuto corn- 
piere senza preconcetti di sorta. 

II libro di Schl. merita ogni considerazione, peroh6 
11 primo sul soggetto, e perche fondato sopra materiali 
raocolti in Africa, per una missione evangelica, nella 
Corte degli Schiavi, senza aiuto di nessuna opera a 
stampa sul soggetto, e senza il veicolo intellettuale di 
una lingua europea conosciuta dagl' indigeni. La pre- 
fazione e datata da Keta, luogo marittimo a est della 
foce deirAmu (Volta), il 25 agosto, 1866; ma 1' opera 
fii compilata circa due anni prima di quest' epoca. Schl. 
stesso modestamente avverte, che « das Biichlein will 
und kann keine granimatik sein », sebbene la parte 
dedicata alia grammatica vi sia considerevole (pp. 1-21). 
Vi si trova una interessante raccolta di proverbi (pa- 
gine 121-148) e di favole popplari (pp. 148-160), e un 

* J. B. Schlegel, Schltissel zur Ewe Sprache,... mit Wortersamm, 
fuibH sprichwxo. u. fabeln der Eingebomen (Stuttgart, 1867, in comm. 
Bremen bei W. Valelt & Co). Lo citiamo con « Schl. ». 

* Ernst Henrici Dr. Phil., Lehrbuch der Ephe-SpracUe (ewe) AnJo-^ 
AnechcH und Dahomey Mundart mit Olossar und einer Karte der Skla" 
venkUste, Stuttgart & Berlin, W. Spemann, 1891. Jorma il VI vol. del 
libri scolastici del Seminario dei Missionari evangelici. Lo citiamo con 
« Henr. ». 

^ Rudolf Prietze, Beitrdge zv/r Erforschung von Sprache und Volks^ 
geist in der Togo KoUmie (Separate- Abdruck aux « Zeitschr. /. afrik, 
ti. oceaniache SpracTien, III Jahrg., H, 1, 47-64. Lo citiamo con « Pr. ». 



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184 SECTION LANGUES DE L'ATRIQUE [6] 

glossario del dialetto Anlo, che ooirindice delle voci 
tedesche oostituisce la parte principale (pp. 161-328). 

Anche piu comoda e pratica per le scuole missio- 
narie riesce T opera di Henr. a causa della sua data piu 
recente, del metodo piii semplice e sicuro, della esattezza 
e nitidezza deir edizione, e in fine anche a causa del cor- 
redo, die ha, di una minuta carta geografica. Essa 
mira, come dichiara I'autore medesimo (p. IX) airener- 
cizio della lingua. Montre V « Abriss der Grammatik > 
occupa ben poche pagine (99) 1' « Uebungsbuch > (pa- 
gine 41-176), che ha annessa una abbondante raccolta 
di frasi e proposizioni, che facilmente occorrono nel 
discorso parlato, (pp. 177-268) assorbe il grosso del 
volume. L' indole stessa del libro esclude dunque le 
indagini comparative, quali quelle, che noi ci propo- 
nevamo. Ed ^ poi ben naturale, che certi fatti possano 
essere sfuggiti ad Henr., o possano essere stati apprez- 
zati diversamente di come a noi ^ accaduto di fare. 
Degno di nota e anche ci6 che il fonte precipuo a cui 
attinge Henr. sia appunto lo stesso « H&uptlich, Nayo, 
genannt J. C. Bruce » (Henr. XIX) che pure a noi ha 
servito come tale. 

Neppure la memoria di Bl., mira ad illustrare 
rEv6 dal lato glottologico, bensi da quelle del folklore. 
Contiene infatti degli squarci mitologici, delle parabola 
e ben 117 proverbi, accompagnati daUa traduzione let- 
terale e libera. Anche questa memoria, che abbiamo 
potuto avere dalla cortesia delF autore, dopo che il 
nostro lavoro era quasi ultimate, si fonda sulla lingua 
del capo della carovana del Togo, che pure oostitui- 
sce la nostra fonte precipua. 

II ricco materiale sintattico, che offrono Henrici 



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[7] M. GIACOMO DE GREGK)RIO 185 

e Prietze, oi obblighera a ridurre la nostra piccola rao- 
colta di frasi e proposizioni , sebbene non c' impedira 
di oflTrire, un giorno, ai lettori alcuni esempi di oostru- 
zioni; atte a far rilevare piii particolarmente se esista 
in esse la concordanza rispetto ai prefissi, che b uno 
dei caratteri della famiglia bantu. E giovi poi avver- 
tire, che il materiale sul quale soltanto abbiamo fondato 
le indagini, proviene da nostre rat^colte, eseguite diret- 
tamente nella lingua parlata. 

Lo schizzo glottologico di Fr. Miiller, necessaria- 
nieute, pu6 solo utilizzare il lavoro di SchL, che per 
esatto che sia, presenta in qualche punto delle incer- 
tezze, che forse provengono da ci6 che egli si fonda sul 
dialetto di Hefa, e noi suirAnecho. Cosi noi non riscon- 
triamo nessun suono simile a, s nb a, 2, che invece figu- 
rano nel detto schizzo, e che forse saranno stati intro- 
dotti per confusione con c, j. Per es. « nove > si dice 
in Ev6 oltre che nyide anche assideke^ non per6 mai 
asieke ; < mano » si dice assi non mai qsi. Parimenti il 
segno M* tradisce una piccola inesattezza. Esso rappre- 
senta un suono molto piii raro di quanto parrebbe da- 
gli esempi, che qua e la son citati dal Miiller. 

Ad es. la voce w'e, che lunge da particella di ge- 
nitive, e che vale ' suo ' * di lui ', viene profferita colla 
iniziale sorda dai nativi, che noi abbiamo consultato, 
ciofe con / labio-labiale, ossia f^ . Tale b pure il suono 
che fe in a-f^e ' casa ', non a-ic'e; tale h in a-fe-to * pro- 
prietario, landslord ', non a-w'e-to; tale anche in a-f^Vr-nu 
* spiaggia ', non or-w^u-nu. 

Riguardo alle forme giammaticali non ci risulta, 
per es., che rEv6 non distingua nei nomi se non ra- 
ramente il plurale dal singolare, poiche troviamo co- 



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186 SECTION LANGUES DE L'AFRIQUE [8] 

munissima la formazione mediante il siiflasso o, Qualche 
altra diversity nei risultati non viene, certamente, ad 
infirmare rottimo schizzo linguistico di Miiller, che del 
resto 6 fondato sui dati di Schlegel. Ma noi, come e 
naturale, ci slamo attenuti alle osservazioni diretta- 
mente istituite sulla lingua attuale degli indigeni del 
Togo. 

Quanto alle pubblicazioni, d' indole semplicemente 
filologica, suir Ev6 e i suoi dialetti, e aUe pubblica- 
zioni o opere manoscritte in !^ve (favole, libri di let- 
tura, dizionari, traduzioni della Bibbia), dobbiamo ri- 
mandare ai cenni datine da Basset ' nella memoria 
precitata da Henr. ^ e principalmente da Christaller. ^ 



§ 2. Considerazioni sul nome della lingua. 

La scelta del nome da dare alia lingua, di cui ci 
occupiamo, non 6 facile, e dipende dal criterio die si 
adotta per denominare le lingue orientali. 

Dato anclie che tutti gli autori si accordassero 
neir uso di unico altabeto fonologico (il che tuttavia 
resta un desideratum della scienza), resterebbe a vedere 
se i dialetti della nostra lingua impieghino proprio lo 
stesso vocabolo per designar questa ; e, nel caso ne- 
gative, resterebbe a fare la scelta tra. le varie forme. 
Ma ogni lingua europea traduce le denominazioni 

* Op. cit. pp. 55. 56. 
» Op. cit., p. 6, 7. 

• Die Sprachen des Togogebieis, in Zeitschr. f, afr. u. ocean. 
Sprachen, I Jahrg., H. I, p. 7, 8. 



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[9] M. GIACOMO DE GREGORIO 187 

delle lingue non letterarie colla propria grafia, e quando 
81 tratti di suoni special!, coi segni che possano rappre- 
sentarli quasi approssimativamente. 

Tale questione, per quanto paia di poco conto, non 
si pu6 punto tralasciare, perolie, seppure qualche ita- 
liano ha prima di noi menzionato questa lingua, nes- 
suno ne ha parlato di proposito. 

J. B. Schlegel stabilisce la denominazione ett'e, 
procurando rappresentare coir alfabeto di Lepsius la 
stessa denominazione indigena. Lepsius e Fr. Mtiller 
adottano tale forma, ma Oust * volendola tradurre in 
inglese, oscilla tra ew4j ewhe e azigM. Cosi altri autori, 
inglesi e tedeschi, trascurando lo spirito aspro sul w 
impiegano semplicemente la formula ez(;c, che riesce 
consona ai loro alfabeti nazionali, sebbene il w abbia 
neir alfabeto inglese valore diverso che nel tedesco. 
Appunto per ci6 gli autori francesi sono costretti ad 
ammettere una duplice forma, 4oue ed 4v6^ di cui Tuna 
si accosta alia pronunzia inglese, e Taltra alia tedesca; 
fatta astrazione dalla forma 4ghe^ che resta poco giusti- 
ficata. Confer memente, noi italiani potremo scegliere 
tra ev4 ed e^^^, e anzi stabilire ev4. 

Ma e necessario dichiarare, che ev6^ pronunziato 
come fanno i piA degl' Italiani, non riproduce esatta- 
mente la denominazione indigena. Ed h pur necessario 
far noto, che, nei moderni libri tedeschi, specie in quelli 
destinati alle Missioni, si e adottata una grafia che ri- 
produce questa denominazione. Pur troppo per6 per 
questa via s' incontra lo scoglio della varieta degli al- 
fabeti scientifici e dei vari criterl di trascrizione. Cosi 

* Op. cit., p. 203. 



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188 SECTION LANGUES DE L'AERIQUE [10] 

avviene che Sohl. adoperi ew'e^ mentre Henr. adopera 
ephe ed ep'e, Pr. ew^e^ Christaller eplie. 

Noi abbiamo fatto ripetere al nostro indicatore Br. 
molte volte in diversi giorni il nome della sua lingua ; 
e ci ^ riuscito di constatare, ci6 che del resto anche 
Schl. notava, che per il fenomeno mediano si tratta di 
una continua esclusivamente labialo, in cui ne i denti, 
nfe la lingua hanno punto gioco. Circa la vibrazione 
delle corde vocali, un sol giomo il nostro indicatore non 
la produsse ; e fu per6 quando, da noi richiesto, si sfor- 
zava a mostrarci la disposizione degli organi della bocca^ 
nelU atto di produrre il suono. Tutte le altre volte per6 
proffer! il suono sonoro. Cosi a noi fe venuto il sospetto, 
che ci6 che Schl. afferma circa questo punto, cioe che 
si tratti di un « reine Hauch schweigend », * sia poco 
esatto. Ma anche Henr. qualifica p' come una tenuis- 
a^irata, e Christaller ^ espressamente afferma, che il 
fonemeno « ist nicht stimmhaft >. 

Si trattera dunque di varieta dialettali. Ma noi ab- 
biamo r obbligo di far noti i nostri risultati, siano, o 
no, concordi con quelli degli altri autori. Ora noi ab- 
biamo trovato che i nativi del Klein Popo fanno diffe- 
renza tra ewS (pron. it. euS con 7( semivocalej, 'sole', 
ew'e nome della loro lingua, ed eve (v labio-dentale), 
'due'; ma che questa differenza non dipelide da ci6, che 
in ew'e si abbia un suono sordo. Certo e poi, che col 
sistema di Lepsius, che stabilisce per ogni singolo suono 
unico segno, non pu6 convenire la grafia ephe, pur pa- 
trocinata da Christaller (senza poi dire di eofie\ mentre 

* Op, cit., p. 4, 5. 

' Die Sprachen des Togog,, p. 5, n. 2. 



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[11] M. GIACOMO DE GREGORIO 189 

si tratta di unico suonOi e anzi diciamo, di ud mero 
sotBo, ^ che noi per6 abbiamo udito sonorizzato, nella 
denominazione della lingua. 

II segno p' adottato da Henr. nel ooi'so dell'opera, 
da questo punto di vista paie piu conveniente, ed ha 
il vantaggio di essere anche adottato, per quanto ri- 
levasi dai titoli datine da Henr., nei libri di traduzione 
della Bibbia ad uso dei Missionar! di Brema. Ha per6 
r inconveniente di basarsi sopra la lettera ^j, destinata 
a rappresentare una esplosiva ; mentre tutti oi accor- 
diamo nello stabilire, che si tratta, nel caso nostro, di 
una fricativa. 

Se esistesse un alfabeto scientifico di uso univer- 
sale, sarebbe il caso di appigliarvisi. Ma pur troppo 
tutti gli alfabeti scientifici servono per un date ramo 
di stud! glottologici, o per date famiglie linguistiche. 
Secondo quelle di Techmer, i segni per le fricative e 
sorda e sonora, di questa serie labio-labiale, sareb- 
bero / e v. 

Tali segni per6 non esistono in nessun alfabeto 
letterario, dato pure che i suoni da essi rappresentati 
possano sporadicamente esistere nelle lingue nostre. 

Inoltre osserviamo, che per i nomi di tutte le lin- 
gue senza proprio alfabeto e senza letteratura, specie 
per quelli delle lingue africane, vige tuttora una de- 
plorevole miscela. 

Accanto ai nomi indigeni, ciascuno dei popoli eu- 
ropei, dominatori o colon izza tori, ha create dei nomi 



' Henr. p. 15 afferma solo che il suo segno speciale, cioe /> collo 
spirito aspro sovrapposto, possa rappresentare « also der Pustelant 
schlechtin ». 



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190 SECTION LANGUES DE L'AFRIQUE [12] 

special!, in conformita air indole della propria lingua, 
e in dipendenza di oiroostanze di varia natura. Cosi la 
lingua parlata nel Yoruba o Yariba si chiama appunto 
con questi due nomi, mentre il nome indigeno e Oku; 
la lingua detta Tshi o Odschi in Europa, viene appel- 
lata Cui (it. Ciui, ingl. Chwee) dai nativi ; VAkra viene 
appellata Ga. 

Invalso ormai questo dritto, per quanto abusive 
sembri, noi italiani possiamo bene adottare la deno- 
minazione di eve, ^ la quale, se a chi crede al suono 
sordo della fricativa pu6 sembrare da posporsi ad efS, 
ha sempre il vantaggio di rappresentare a capello il 
fr. 4v^ e il ted. eice, e di accostarsi grandemente, specie 
poi per la grafia, all' ingl. ewe. 



§ 3. Regione delVEve. Lingue del Togo, 

Secondo SchL, a cui fa capo anche Oust, rEv6 
occupa una non grande regione della Guinea Setten- 
trionale, limitata a sud dairAtlantico, a ovest dal fiume 
Volta (Amu), ad est dal territorio del Yoruba (o Ya- 
riba), a nord da confini non bene determinati. 

Henr., ohe ha annesso alia sua opera una detta* 
gliata mappa, indica confini piu precisi. Secondo lui, 
rEv6 si stende dalla foce dell' Amu sino a Kpandu in- 

' In altra opera (De Crregorio, Glottologia, Milano, Hoepli, 1886, 
p. 248) avevamo adottato la forma eue. Ma ora ci decidiamo per ev^, 
oltre che per le ragioni addotte qui nel testo, anche per la preferenza, 
che a tale forma cominciano a dare i nostri geografi. (Cfr. p. es. Gott. 
GhirollO; Uno sguardo alia terras Milano^ Vallardi, vol. II, p. 511). 



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[13] M. GIACOMO DE GREGORIO 191 

clusivamente; di li, segue verso nord-est la catena dei 
monti Agome e Akposo sino a incontrare rS"" paial- 
lelo, spingendosi verso est, in modo da comprendere il 
Dahome; a oriente s'inoontra col Yoruba. 

L'Ev6 fe la principale delle lingue parlate nella 
regione del Togo ^ (da /o, fiume, e go^ spiaggia), la 
quale da parecchi anni e sotto il protettorato della 
German ia. 

Ivi esistono delle lingue sorelle dell' Eve e delle 
lingue, che presentano, a quanto pare, una certa in- 
dipendenza. Le relazioni tra queste lingue meritano 
ulteriori studt, perchfe noi troviamo, ad es., TAvatime 
messo prima da Henr. nel Gruppo del Volta, e poi 
ascritto tra' oosidetti isolotti linguistici (Henr., p. 2) 
della regione dell' Eve, come e messo pure da Christal- 
ler. Sulla lingua Adele, che e la piu settentrionale, 
Christaller ha scritto una memoria speciale. ^ 

Notiamo di passaggio poche consonanze da noi av- 
vertite in alcuni nonii numerali. 





Evi: 


Adele 


4 


e-ne 


ena 


6 


a-to 


tb 


8 


e-ili 


nye 


9 


ni-de 


nyeki 



Quest'ultima forma presenta nel secondo elemento 
una Consonanza di ordine ideologico. L' Eve hi-de e 
letteralmente otto (e-hi) uno e-dde); parimente I'Adele 
nyeki e : otto nye) uno (el'i), 

* Christaller, Die Sprachen des Togog, in Zeitschr. cit. p. 5 segi^. 

* Die Adelesprache im Togitgehiet in ZeiUchr, cit. I, pp. 16-33. Nella 
carta di Henr. si trova siegnato invece Adeli, ma a p. 2 Adele, 



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192 SECTION LANGUES DE L'AFRIQUE [14] 

§ 4. Parentela col Ga (Akra) e col Ciui (Tshi, Odscki); 
relazioni coWAcA (Yoruba). 

Sebbene Fr. Muller abbia stabilito un gruppo delle 
lingue sopra nominate e dell'Ev^, pure crediamo op- 
portiino avvertire, che le diversity lessicali tra queste 
lingue sono notevolissime, * e che TAcii si mostra il 
piA lontano parente dell' Eve. Le nostre indagini su 
questo punto ci conducono alle stesse conclusioni di 
Henr., che al gruppo linguistico, detto della Guinea 
Settentrionale, ascrive 3 sottogruppi: 

1. quello della Seneganibia occid. {Wolof^ Man- 
dingo, etc.;. 

2. queUo del Volta {Tschty Ga, Ephe, etc.) 

3. quello del Niger (Yoruba, Iboj etc.) 

Nel 2'' sottogruppo la lingua piii importante per 
la scienza, a causa della sua fedelti al tipo originario, 
h certo rEv6, come bene osserva anche il Muller ; 
nulla importando che lo Ciul coi vart suoi dialetti 
(Asanto, ec.) sia parlato da circa 4 milioni di uomini. 

Rispetto al lessico ci6 che a noi ha recato raolta 
maraviglia e il contrasto tra TaflBnita, che rasenta la 
identita, in certe parole, e I'assoluto distacco in altre. 
Per ispiegare la prima, si potrebbero supporre delle 
vere infiltrazioni ; ma non vi e dubbio che 1' Ev^, lo 
Ciul e il Ga sieno lingue afflni. 

' Cfr, per es. J. G. Christaller, A, Dictionary english Tahi-Akra, 
Basel, 1874. 



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[15] 



M. GIACOMO DE GREGORIO 



193 



Per rAcii (Yoruba) le indagiui da noi fatte in base 
alia lingua parlata dall' indigene Thomas, native di 
Lagos, ci sono riuscite negative ; e anche poco soddi- 
sfacente ci e riuscito il confronto tra' nomi numerali; 
sebbene anclie il Miiller lo istituisca. Solo i numeri 3 
e 10 presentano forme aflSni. 





Acii 


Ey± 


Ciuf 


Ga 


1 


etci 


e-dd4 


e k6 


eko 


2 


V 

eji 


e-v4 


e nu 


enu 


3 


eta 


e-to 


e sh 


ete 


4 


exri 


e-ne 


a ndh 


edfe 


6 


anu 


Or-tO 


anum 


eniimo 


6 


efa 


a-de 


asia 


ekpa 


7 


V 


da-dr6 


as6h 

» 


kpa iro 


8 


V 

GJO 


e—ni 


atyd 


kpanyo 


9 


esso 


ni-de 


akrdn 


nehfi 


10 


eua 


e—uo 


edu 


nyorim 



f)ei giorni della f^ettimana (secondo il nostro in- 
dicatore ci avverte), mancano le denominazioni nel Yo- 
ruba, che adotta Tuso maomettano. 

Invece, per queste e mirabile la corrispondenza 
tra lo Ciui e TEve, mentre il Ga in geneie sembra 
avvicinarsi all' Eve piu dello Ciui. Ecco alcuni poclii 
es^empi, tratti dai nostri spogli. 



AclM du XI l'"" CoftifrcM dc* OricnlaluU*. — Tuiue 111. 



13 



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194 



SECTION LANGUES DE L'AFEIQUE 



(IHJ 





EVK 


Ga 


Ciui 


Donienica 


h'vasi-da 


hofjba 


kivasida 


Lunedi 


V 

jo-da 


diu 


dtvoda 


Martedi 


bla-da 


dmfo 


befiCida 


Mercoledi 


iku-da 


so 


irvkuda 


Giovedi 


yawd-da 


so 


yawda 


Venerdi 


ji-da 


solid 


ejida 


Sabato 


me mle-da 


ho 


memeneda 


cipolla 


sa-bu-le 


sabota 


soprada 


sacco 


ko—to-ku 


kotvka 


kotoku 


sole 


e-tce 


hitlft 


V 

oivia 


Dio 


Ma a 


Maua 


Onyame 


oro 


si-kd 


sika 


sika 


battaglia 


fjr-hua 


ta 


oko 


tavola 


e-kplo 


okpln 


opon 


trumento 


e-bli 


able 


aburotr 


leone 


V 

ja-nta 


dkita 


yyata 


anello 


ple-(jgo 


bleko 


preko 


sega 


sa-ka 


sao 


sa 



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[17| . M. (IIAOOMO DE GREXIORIO 195 



?^* 6. Dinleiti del V Ere. 

Schl. (pp. v-vji) distingueva cinque dialetti: il 
Ma/i (Mahee delle carte) a nord est, il Dahume, il 
Weta (Whydah) nella costa orientale, TAnfiie ad ovest, 
TAnlo nella costa occidentale. Tale distinzione ^. seguita 
da Gust, * die agglunge qualche dettaglio sulla deno- 
minazione degli stessi. Oppurtunamente per6 Henr, ri- 
duce a tre il numero dei dialetti : 

1. r occidentale, che coraprende TAnlo, ^ nella 
laguna di Keta, e TAnfua. 

2. il mediterraneo, suddiviso in a) dialetto mon- 
tanino a nord-ovest, b) ephe nel centre, c) anecho a 
siid-est. 

3. r orientale distinto in a) Mechi, b) Dahome, 
c) Pheda-Pla (Whydat-Grand Pope). 

II nestro indicatore, Br., ci avverte che ogni cen- 
tro di abitazione presenta delle piccole particolarita di 
pronunzia, come del resto e naturalissimo, specie in 
Africa. Fra tutti i dialetti, I'Anlo gode ormai una certa 
riputazione di maggiore purezza e nobilta, sebbene, 
per quanto ci risulta, esso non presenta poi delle grandi 
differenze coirAnecho, ^ la varieta da noi principal- 

» Op. cit. pp. 203-205. 

* Siccome la pronunzia indigena di quoHto nome reca una nasale 
gutturale, la forma italiana anglo la rappresenterebbe meglio. Ma que- 
sta verrebbe a confondersi con anglo * inglese ' ; ed e perci6 preferibile 
afUo, che ^ ancbe di uso piu coinune presso gli autori tedeschi. 

' Adottiamo questa forma per la denominazione del dialetto del 
Klein Popo, perch6 Henr. Padotta, e perche 6 comoda ancbe per la 



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196 SECTION LANGUE8 DE L'AFRIQUE [18] 

mente studiata. Solfcanto, in Anlo sono molte pubbli- 
cazioni a stampa, ad uso della societa dei Missionart 
tedeschi. Ma V opera di oostoro si 6 aticlie esercitata 
sulla lingua del Dahome, ^ detfca anche Pft, o Fogbe. 

stampa italiana, sebbene solo il ch tedesco abbia un valore presso che 
ugufile alia fricativa sorda gattarale, che e nell' ultima sillaba di que- 
sta voce. Bel resto, suUe particolarit^ delPAnecho cfr. Henr. 91-92. 

' V. per es. il Dictionnaire abrcge Fran(^is Ddhomeen (Paris, 
1879) del missionario francese Courdionx. 

M. GiAcoMO De Gregomo. 



— s,<^f*i5:5l.5> •?r^>«- 



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INDEX 



Section Sj^mitiqub 

Voci di origine araba nella lingaa delle Baleari. (Arcidnca 

Luigi Salvadore d'Aastria) 1 

Gli antecedent! della Cabbala nella Bibbia e nella letteratura 

talmadica. (David Castelli) 57 

La cronaca di Galawdewos o Claudio re di Abissinia (1640- 

1559). (Ignazio Guidi) " . . . Ill 

Eine Tyrische Weltgeschichte des siebenten yahrhunderte. (Dr. 

A. Baumstark) 117 

Note on the Evangel iarum Hierosolymitannm Vaticannm and 

the origin of the Palestinian Syriac literature. (F. C. 

Barkitt) 119 

The name of Samuel and the stem Sha^al. (Prof. Morris Ja- 

strow J. Ph. D.) 127 

Des premieres origines du peuple d'IsraSl. (Dr. Edouard Montet). 129 



Srction du Mondr Musulman 

Poche parole sol mo vi men to religiose del giorno tra i Musul- 

mani del nord dell' India. (T. W. Arnold) 135 

De Pactivit^ litteraire chez les Arabes. (Emir Ch^kib Arslan). 143 

Sul culto dei santi nel Marocco. (Edward Westermark) . . . 151 



Srction LANorEs de i/Apriqub. 

Sulla struttura della lingua « Eve > in base a dirette osserva- 

zioni. (M. Giacomo De Gregorio) 179 



J 



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ACTES 



DU 



DOUZIEiME CONGRES INTERNATIONAL 

DES ORIENTALISTES 



ROME 1899 



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ACTES 



DU 



DOUZIEME C0N6RES INTERNATIONAL 

DES ORIENTALTSTES 



ROME 1899 



TOME TEOISli:ME 
(deuxi^me partie) 



SECTIONS: MTTHOLOOIE ET BELIGIONS, LINOniSTIQnE 
GRJIOE EST ORIENTE 



"^^ 



FLORENCE 
Sooi±t:6 Ttpogeaphiqde Ploeentikb 

Sub Sms Uallo, 33 

MDCCcen 



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(SUPPL^]MBNT A LA SECTION DU MONDE 3IUSULMAN) 



"ALl IBN HAMZA 

AND ins CRITICISMS ON FAMOUS ARABIC PHILOlOfilSTS. 



The Collection of Arabic MSS. in the British Mu- 
seum London, though one of the youngest, holds a con- 
spicuous place among European libraries of Arabic lite- 
rature and has some distinctive features of its own. 
During the last thirty years many works of great 
importance have been added, and now its main value 
and importance lies in two distinct directions. Besides its 
brilliant set of historical and geographical MSS.., * there 
is an abundance of rich and rare MSS. that have re- 
ference to Arabic Philology in general and to itsdiflferent 
branches, Grammar, Lexicography, Rhetoric and allied 
subjects, in particular. ^ In this respect the Collection, of 

* Compare Biea, Catalogue Codicum Manuscriptorum Orientaliuin 
qui in Mnseo Britannico asservantur (afterwards quoted as Eieu, Catal.) 
pp. 181 seq.; 416 seq.; 440 seq.; 544 seq.; 603 seq.; 679 seq.; 729 and 
Eieu, Sapplement to the Catalogue of the Arabic Manuscripts in the 
British Museum (afterwards quoted as: Bien, Suppl.), pp. 266 seq.; 
440 seq.; 466 seq. 

' See Bieu, Catal. pp. 227 seq.; 467 seq.; 639 seq.; 692; 754 seq.; 
and Rieu, Suppl.; pp. 566-629. 

AUes du XII'*^« Congrif de« Orientalisteg. — Tome III — (2'"^ Pnrlie) 1 



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6 SECTION DU MONDE MUSULMAN [2] 

which Dr. Rieu has given a full and graphic description, 
has gained fresh strength by the addition of the very- 
valuable and interesting collections of two of the great- 
est Arabic scholars of the nineteenth century, which 
have been incorporated in the original Library, viz. the 
Ubraries of Alfred Freiherr von Kremer ^ in 1886 and 
Ed. WiUiam Lane in 1891 and 1893. ^ 

In the series of important MSS. which formerly 
belonged to Freiherr von Kremer, though all branches 
of Arabic literature are represented, ® yet the MSS. that 
bear upon philological questions are particularly no- 
teworthy. There are two that have attracted my spe- 
cial attention, viz. the Kitab al-tashif by al 'Askari and 
the Kitab al tanblhat ^ala aghdllt al-ruwdt by 'All Ibn 
Hamza. Both belong to the tashifai-literature^ which is 
as a whole very poorly represented in the different 
libraries, both in Europe and in the East. 

The first, properly called «waA:^u^)\ v^> repre- 
sents a treatise on errors committed by the learned in 
the spelling and pronunciation of rare words and proper 
names by Aba Abniad al-!EJasan Ibn 'Abdallah Ibn 
Sa'ld, called al-Askari^^ an eminent philologist of the 

* See Rieu, Suppl. Or. 3004-3201. See also Preface, p. II. 

* Comp. Rieu, Suppl. Or. 4154-4219 and 4618-4657. See also- 
Preface, p. VII. 

* It is also very rich in MSS. relating to the origin and early 
period of Islamism, see Rieu, Suppl. Preface, p. II. 

^ The main references are given by Rieu, Suppl. no. 842 (Or. 
3084) p. 573, viz. Haji Khalifa vol. II, p. 302; Ibn Khallikan no. 156 
= de Slane's translation, vol. I, p. 382; Ta'rikh Al-Islam Or. 48; 
fol. 177; Ansab al-Sam*ani, fol. 390 b; al-Suytiti, Bughyat alwu*at 
fol. 415 b; ritigel, Grammatische Schulen der Araber, p. 254; Brockel- 
mann, Oeschichte der Arabischen Literatur, vol. I, pag. 126. 



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[3] DE. PAUL BRONNLE 7 

fourth century of the Hijra (he was born A. H. 293 and 
died A* H. 382), a pupil of Aba Bekr Muljammad Ibn 
al-Hasan Ibn Duraid. * The substance of his work has 
been given by Dr. Rieu in his scholarly and concise 
manner. 

He says: ^ The author starts by giving some cu- 
rious instances of the trouble the ancients took in 
ascertaining the correct form of doubtful names; the 
author also states that he has compiled a comprehen- 
sive work on Ta§bif and has been requested by learned 
men in Isfahan and Rai to extract from it, in two 
separate works, what concerned the students of Tra- 
dition and what was required by men of letters. The 

* The references for this excellent philologist and poet are very 
numerous. The most important of them are: Hajl Khalifa, vol. VI, 
p. 322; rihrist p. ^t; Anbari Tabakat al-udaba p. f«pH 8«<1-; I^n 
Kballikftn, no. 648^= de Slane's translation, vol. Ill, p. 37; Khizanat 
al-adab, vol. I, p. y^^; Abulfeda, Annales Muslemici, vol. II, p. 376 and 
note p. 307; Mas'udi, Muruj al-dahab vol. VIII, p. f^.^} Abu'l-Mahasin, 
vol. I, p. V^*'f^ ; Al-Zubaidi, Tabakat al-Huhat (MS. Brit. Mus.) fol. 19 b^ 
Hamaker, Specimen, p. 33 seq. and 241; Eichhorn, Eepertorium, 
vol. VI, p. 261 seq.; De Rossi, Dizionario Storico, p. 64; Jourdain, 
Biographic Universelle, vol. XXI, p. 149; Casiri, Bibl. Arabico-Hispana 
Escurialensis, vol. I, p. 139; Pertsch, d. arab. Hdschr. in Qotha, vol. I, 
p. 365; Bieu, Catal., p. 258; de Sacy, Anthologie grammatical, pp. 131 
and 136; Wtistenfeld, Genealogische Tabellen, p. 313 and Schafiiten, 
p. 192; v.* Hammer-Purgstall, Arabische Literaturgeschichte, vol. II, 
p. 385, no. 2504; Flagel, Grammatische Schulen, p. 101; Brockelmann, 
Gesch. der Arabischen Literatur, vol. I, p. 111. Compare also Boisen in 
the preface to his edition of Ibn Duraid's Maksura, p. 25 and Bronnle, 
Contributions towards Arabic Philology, Part II, p. 20, where most of 
these references are given. 

* Comp* Eieu, Suppl. no. 842, p. 573. 



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8 SECTION DU MONDE MUSULMAN [4] 

latter is the Kitab al~ta§ljif. The work, which is di- 
vided in Babs, a table of which is given in the preface, 
cannot claim in all its different parts the same interest. 
I have therefore decided, as far as this work is con- 
cerned, to publish only the more interesting portions, 
namely 

fol. 29^-67^: The doubte of the Ba§rls. 

fol. 68^-87^: The doubts of the Katis and their 
corrections. 

fol. 96a- 168^: Difficult passages ot the ancient 
poets and their corrections. 

fol. lB9b-169b: Difficult passages of the 5^amasa 
and their connections. 

The main interest of the work concentrates itself 
in the extensive section fol. 95^-159^, in which the au- 
thor treats separately, and at considerable length, oi 
the poems of Imrulljais, Al-Nabighah, Zahair, Tarafah 
and other ancient poets and these together turnish 
ample material for the criticism of the context of 
their respective Dlwans. 

Equally great value attaches to the second Tdshlf- 
work, to which I have already alluded and which I pro- 
pose to publish in full with a running Commentary, 



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[5] DR. PAUL BRONNLE 9 

viz. the 'i\^j}\ LJUl l£- oL^ff:^^ (^UT' critical observ- 
ations on the mistakes of philologists', by 'All Ibn 
Hamza al-Basri. This author, with his full name Aba'l- 
Kasim (or, as he is called by al-Suyat^, Aba Nu'aim 
^amzah Ibn 'All al-BagrI, was, like aWAskarl, an 
eminent philologist of the fourth century of the Hijrah 
(he died A. H. 375) and belonged to the famous circle 
that gathered round Saif Al-Daulah. He was a great 
friend of the renowned poet al-MutanabbI, whom he 
received in his house, when he repaired to Baghdad. 
On the famous Dlwan of al-Mutanabbi he wrote glosses, 
which however have not been preserved. * The main 
work of 'All Ibn Hamza, the Kitdb al-tanblMt, also 

called dj6j refutations, the single parts of which are 

separately mentioned by ^aji Khalifa, * is a rich store- 
house of information, more particularly as regards 
Arabic Philology, and its various branches are touched 
upon in the course of diffuse criticisms. This work is 
also valuable for its abundant quotations ol ancient 
Arabic poetry, a good deal of which is not found quoted 
in other works of similar character. The author starts 
by relating various anecdotes in connection with phi- 
lologists with whom it was a constant practice mutually 
to point out and correct each other's mistakes and then 
he proceeds to criticize the following eight works. 



* Ta'rikh al-Islam, MS. of the Brit. Mas. Or. 48, fol. 144 b; Bu- 
ghyat al-Wu'at, fol. 172; Rieu, Arabic Catalogue, pp. 486 6; 781 b and 
Riea, Sapplement, p. 572. 

« Comp. Haji Khal. I, 328; IV, 333.. 446; V, 155, 162; TI, 358 
and Rieu, Supplement, p. 572. 



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10 SECTION DU MONDE MUSULMAN [6] 

1. fol. 65: The Nawadir of Aba-Ziyad al~KilabI 
al A'rabl. ^ 

2. The Nawadir of Aba 'Amr Isljalj: Ibn Mirar 
al Shaibam, who died A. H. 210. ^ 

3. The Kitah al-nahat by Aljmad Ibn Da'ad al 
±)lnawarl, who died A. H, 282. ® 

These three works afore mentioned are non-extant 
or at least have not been found yet, which of course 
greatly adds to the value of 'All Ibn Hamza's work, 
insomuch as it gives in the criticisms fragments of the 
lost works. Of the following five works two have been 
made accessible by good editions, whilst three are 
extant in good MSS. 

4. The Kamil of al-Mubarrad, wo died A. H. 
285.* William Wright made an excellent edition of this 

* See on him Pihrist p. ^^ and notes p. 30; Flttgel, Qrammati- 
Bche Schulen d. Araber, p. 46. 

' See on *Amr Abu al-Shaibani : Pihrist p. ^^ and notes pp. 28; 37 
(there are different records about the date of his death, viz. 213, 210, 
206 and 205); Anbari, Tabakat al-udaba pp. ||j— .fpd; Ibn Kuteiba 
p. VV* ; Ibn Ehallikan no. 85 == de Slane's translation, vol. I, p. 182; 
Abu'l-Mahasin (Ed. Yuynboll and Matthes), vol. I, p. ^•i] Abolfeda, 
Annales muslemici (ed. Reiske), vol. II, p. \\^'\ v. Hammer-Pargstall, 
Arab. Lit., vol. Ill, p. 317; Brockelmaun, Arab. Lit., vol. V, p. 116; 
Pltigel, Grammatische Schnlen, pp. 139-142. 

^ Comp. Pihrist, p. VA and notes p. 40; Abulfeda, Annales mnsle- 
mici, vol.11, p. pv*1 and notes p. 243; Ibn Kutliibugha (ed. by Plttgel in 
Abhandl. ftlr die Ennde des Morgenlandes, vol. Ill, p. 95; Mas*udi, 
vol. Ill, p. \^\^Y J Bughyat al-wu'at fol. 71 ; Eieu Supplement, p. 572. 

* Por al-Mubarrad Comp. Pihrist, p. fl6; Haji Khalifa, vol. V, 
p. 156; Ibn Khallikan no. 647 = de Slane's translation, vol. Ill, p. 31; 



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[7] DR. PAUL BRONNLE 11 

work, and on the foundation of this edition there has 
more recently another one been brought out at Bala^. 

5. Ikhtiyar Fasth cd-Kalam , by AbG'l-' Abbas 
Abmad Ibn Yaljya Thalab, who died A. H. 291,' 
edited by F. Barth, Berlin 1876, according to the MSS. 
of Berlin, Leiden and Rome. 

6. Kitdb Gharlb al-Musannaf by Aba 'Ubaid 
al-Kasim Ibn Sallam, who died A. H. 224. ^ Of this 
most important work there are MSS. at Cairo and 
Constantinople and in the private library of Count 
Landberg. 

7. The Islak ul-Maniik by Ibn al-Sikkit, who 
died a. H. 244. » 

Anbari Tabakat al-ndabi^ p. |>'V4; Abu'l-Mahasin, vol. I, pp. jAA and 

^YV; vol. II, pp. I|J^ , iVd , IV*1 ; Abulfeda, Annales muslemici, vol. II, 
p. 282 and notes 248, 302 ; *Abd al-Latif p. 481 ; Al-Zubaidi, fol. 10 6 ; 
Hamaker, Specimen, p. 27; Wlistenfeld, Geschichtsschreiber, p. 80; riiigel, 
Grammatische Schulen, p. 93; Brockelmann, Arab. Lit., vol. I, p. 108; 
and BrOnnle, Contributions towards Arabic Philology, Part II, p. 18. 

* Comp. Anbari, Tabakat al-udaba, pp. Y^l^—Y^^) Haji Khalifa, 
vol. IV, p. 443; Ibn Khallikan, no. 42; Pihrist, p. V^; Al-Suytiti in 
al-Muzhir, vol. II, p. ^*'^^p ; Fltigel, Grammatische Schulen, p. 164; 
Brockelmann, Arab. Lit., vol. I, p. 118. 

* See Anbari, Tabakat al-udaba pp. tAA— HA ; Fihrist p. Vt; Ibn 
Khallikan m. 345 = de Slane's translation, vol. II, p. 486; Abulfeda, 
Annales Muslemici, vol. II, pag. 172 ande note 159; *Abd al-Latif p.538; 
Al-Zubaidi, fol. 20 6; v. Hammer, Arab, Lit., vol. Ill, p. 325, no. 1250; 
Hamaker, Specimen, p. 167; Wtistenfeld, Schafiiten, no. 2; Plugel, Gram- 
matische Schulen p. 85; Brockelmann, Arab. Lit., vol. I, p. 107; Jourdain, 
Biographic universelle, vol. I, p. 96; BrSnnle, Contributions towards 
Arabic Philology, Part II, p. 14. 

' Comp. Anbari, Tabakat al-udaba, p. ^'^*'V— pfll; Ibn Khallikan 
no. 798 = de Slane's translation, vol. II, p. 293; Mir'at al-Zaman, 



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12 SECTION DU MONDE MUSULMAN [8] 

An edition of this work, of which there are extant 
many and good MSS., is prepared in Bey rut by Pater 
Cheikho. 

8. The Kiidb aJr-Mak^ftr waH Mamdnd by Ibn 
Wallad, who died a H. 332. ^ 

Of this work I am preparing an edition according 
to the MSS. of Berlin, Paris and London, the Arabic 
part of which is already printed and which will appear 
early next year, furnished with critical Notes, Intro- 
duction, Commentary and Indices. 

From this short Hst of the eight work, which are 
criticised by our author 'Ali B. 5amza, it is easj^ to infer 
the far-reaching importance ol* his Kitab al-tanblhnty 
which is preserved in different MSS. The best and 
oldest MS. is preserved in the Viceregal Library in 
Cairo, ^ which the Director of the Library has caused 
to be recopied. Other MSS. are in the British Museum 

fol. 126; Baghyat al-wuat, fol. 216; Abulfeda, Annales Moslemici, 
vol. II, p. 202; Fihrist p. vp ; Kamil, vol. \T[, p. flfl; Al-Zubaidi, 
fol. 20 6; Hamaker, Specimen, pp. 5; 167; 229; de Sacy, Anthologie 
grammaticale, p. 137 : Fltigel, Q-rammatische Schulen, pp. 168-161 ; Rieu, 
Suppl., p. 366, no. 831; Brockelmann, Arab. Lit., vol. I, p. 117; BrOnnle, 
Contributions towards Arabic Philology, Part II, p. 17. 

* For Ibn Wallad comp. Haji Khalifa vol. I, p. 446, no. 1808; 
vol. X, p. 155, no. 10518; Husn al-muhadara, vol. I, p. ^^-H; Baghyat 
al-wu*at (MS. BritMus. Or. 3042), fol. 89 b; Muntaka al- ibar (MS. Brit. 
Mus. Or. 3006), fol. 122; Al-Zubaidi (MS. Brit. Mus. Or. 2041), fol. 22 6: 
Fltigel, Grammatische Schulen, pp. 100, 233; Rieu, Suppl., p. 827; 
Brock., Arab. Lit., vol. I, p. 131. For all the details as to this author 
and his work see Br5nnle, Contributions towards Arabic Philology; 
Part I; and Part II, pp. 23 and 47 seq. 

* See Fihrist al-kutub al-*arabiyqa al-mahfuza bi'1-kutubkhane 
al-khidiwiyya al-misriyya, vol. IV, p. 221. 



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[9] DR. PAUL BRONNLE 13 

in London, formerly belonging to Freiherr von Kre- 
mer, * in the University-Library at Strassburg pre- 
viously belonging to Dr. Spitta, ^ and another MS. in 
the Private Library of Count Landberg. There is the- 
refore no lack of MSS., but a close and careful examin- 
ation of them has shown me, that they have all ema- 
nated from the old and greatly mutilated MS. of the 
Viceregal Library in Cairo, and the great diflSculty 
for a satisfactory critical edition lies in the fact, that 
this original MS. is in a rather dilapidated condition. 
A good many passages are party obliterated and scar- 
cely legible, whilst others have been so frequently al- 
tered by different hands that it is utterly impossible 
to make out with certainty the original readings. The 
task of the copyists was consequently rendered most 
trying, and it is very interesting to follow up the 
manner and method, in which they deal with their 
subject. They very seldom harmonise and frequently 
stand in diametrical opposition to one another. 

As a matter of course, for the critical edition only 
those copies are worthy to be taken into consideration, 
which are compiled by conscientious and skilled trans- 
<5ribers. But, as the matter stands, it is rather difficult 
to give a good and accurate text all the more so, as 
the work is teaming with poetical quotations. A fairly 
safe foundation and base is given in those parts of the 
work, in which the original critical text is preserved as 
is the case with the last five criticised books, so that 



* See Rieu, Suppl. 572 no. 841. . 

* N5ldeke in " Zeitschrift der Deutschen Morgenlandischen Ge- 
fiellsch. ", vol. XL, p. 313 (1886). 



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U SECTION DU MONDE MUSULMAN [10] 

we are able to restore many parts of the Manuscript 
with tolerable safety. But there remain other sections, 
namely the criticisms on the first three works, in which 
the original text, underlying the criticisms, is non- 
extant or at least not found yet. The criticisms un- 
derlying the text often give valuable hints for the right 
method of reading the criticised work ; yet there still 
remain so many riddles to be solved, tht^t the editor's 
task must be, regardless of trouble and loss of time, 
to try -to bring within his reach eveiy source of inform- 
ation which possibly might throw light on the text. 
In this respect I made a special point of going to the 
sources as far as the unpublished Dlwans of poets are 
concerned, particularly those of Dhu-l-nrmma, al- Ajjaj 
and Ru'bah Ibn al-'Ajjaj. Through the kindness of dif- 
ferent Arabic scholars I have been enabled to use a 
good many MSS., which are generally not so easily 
accessible, some in the British Museum and the India 
Office in London and some in the University-library in 
Leiden. Prof. D. H. Miiller in Vienna kindly lent me 
the Dlwan of al- Ajjaj, which is in his private posses- 
sion ; ^ the Director of the University-library in Strass- 
burg sent me for my use in the India Office the Dlwan 
of Ru'bah Ibn al- Ajjaj *^ and some philological work 
and the MSS. of the 9amasa of al-Bu^turl, of the 



* See D. H. MttUer in " Sitzungsberichte der Wiener Academie 
der Wissenschaften " 1878. pp. 336-342; Brockelmann, Arab. Lit., vol.1, 
p. 60; Bittner, Das erste Gedicht aus dem Diwan des arabischen Dichters 
al-*Agg&g. Nach den Handschriften von Cons tan tinopel, Kairo nnd 
Leiden hersg. Wien 1896. 

* See Noldeke in " Zeitschrift der Deutschen Morgenlandischen 
Gesellschaft " vol. XI, p. 313; Brockelmann, Arab. Lit., vol. I, p. 60. 



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[11] DR. PAUL BRONNLE 16 

Dlwans of Dhu-^l-iiimiDa, al Ferazda^ and al-Sham- 
makh, to these I had access in the Bntish Museum 
and in the University-Library in Leiden respectively. 
For the philological side of the work I had the rich 
treasures of the British Museum at my disposal. So I 
have done everything in my power to prepare an edi- 
tion as good as possible with the materials to hand. 

I have already dwelt on the great value which 
attaches to this work of 'All Ibn ^amza with respect 
to both the various branches of Philology and the an- 
cient Poetry, and pointed out that indeed it furnishes 
some of the most systematic and effective documents 
of the ancient Arabic Philology. Yet there remains 
still the question to decide wherein this particular value 
lies. First of all, in its pronounced critical character. The 
Arabs are as a whole of a rather uncritical disposition ; 
they receive the old traditions and accounts without 
much critical raisonnement, and place an almost absolute 
belief in the authority of those old linguists. In striking 
contrast to this stands our author, 'All Ibn ^amza. 
The very first and greatest of the Lughawl's are good 
enough for him to venture a critical passage with, and 
it must be said that as a whole he exhibits himself as 
rather an unjudicious exponent of the school of the 
Ba^rls. In fact one cannot help realising that 'All Ibn 
Hamza, although belonging to the school of al-Ba§rah 
made it a rule to be fair and impartial, and to point 
out the errors of the Bagrls as unsparingly as those of 
the adversary school of the Philologists of Kafah.^ There 
is, however, one exception to this rule, namely in his 

* Comp. Rieu, Suppl., no. 842, p. 573. 



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16 SECTION DU MONDE MUSULMAN [12] 

copious criticism, that on the Kcimil of Mubarrad, a 
masterpiece of deep and well-founded philological know- 
ledge. From the very outset he indulges in such scath- 
ing and sharp invectives against this consummate ma- 
ster in philology and aesthetics, as Mubarrad, that we 
are bound to admit that his pronounced dislike, prob- 
ably emanating from a certain jealousy of Mubarrad's 
high scientific reputation dragged him too far and made 
him unjust, although even in this case we cannot re- 
fuse to him the possession of an exceptionally critical 
spirit. It will indeed be a most interesting, though 
rather difficult task for the commentarj% with which 
I propose to furnish the critical edition, to balance the 
different views of the criticised authors and of their 
critic, 'All Ibn 5amza, one against the other, and as tar 
as is possible, to attempt a final decision, on which side 
the right really lies. For this purpose, I shall have to 
gain a full knowledge of the Kitab al-insaf by al-An- 
bdri on the controversies between the schools of Ba§ra 
and'Kufa, as it is preserved in the Libraries at Leiden, 
the Escurial and Constantinople. ^ In putting forward 
his criticisms our author piles up a remarkably large 
amount of rich material, grammatical, lexical, graph- 
ical, poetical, historical and geographical ; in fact, he 
touches upon almost all the intricate problems in which 
Arabic literature is so abundantly rich. 

Specially noteworthy in this respect are the nume- 
rous references of 'All Ibn Hamza to the observations 
and remarks of other authors, which are not known 

* Comp. Brockelmann, Arab. Lit., I, 115; Bronnle, Contributions 
towards Arabic Philology, Part II, pp. 11,34,39 seq., where a specimen 
^f the work is given. 



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[13] DE. PAUL BEONNLE 17 

to us through other sources. At the same time there are 
to be found many poetical fragments, which, a careful 
examination has shown me, are preserved neither in the 
great Arabic Dictionaries, as the Sahihj the Taj ol- 
"^Arus^ the Lhan aWArahy nor in the great Adab works 
as the Khizanat al-Adab^ ^Ikd al-farld, etc., neither are 
they to be found in less well-known sources to which 
I have turned in the hope to find out the parallels. 
And from this point of view, the Kitab al-tanblhat 
exhibits a most valuiable contribution towards ancient 
Arabic Poetry. 

The main strength, however, lies in the fact, to 
which I have already briefly alluded, that it contains 
criticisms on three prominent works, which are non- 
extant or at least are at the moment lost; that is to 
say, the two Nawadir-works of Aba Ziyad al-Kilabi 
al-A'rabi and of Abu Amr al-Shaibdni ^ and, on the 
other hand, the Kitab al-nabot by A^^mad b. Da'ad a/- 
Dlnawari. 

Although one of the best specimens of the rich 
jyaM;aciir-literature has been made accessible by a good 
edition (viz. the Nawadir of Aba Zaid, which appeared 
Beirut 1895) yet the overwhelming richness of the 
Arabic language renders it most desirable to bring 
within the reach of the oriental student still other pro- 
ducts of this NawadirAiievd^twxQ, The names of such 
accomplished masters in philological matters, as Ibn 
al-A'rabi and al-Shaibani, aflbrd a certain guarantee 
that the Naicadir-hodk^^ composed by the same, will 
open up and enlarge a new field in Arabic Philology. 
That this is indeed the case, is abundantly and con- 
clusively shown by the remains of their works as pre- 



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18 ' SECTION DU MONDE MUSULMAN [14] 

served in the criticisms of *All Ibn ^amza. Although 
that author in his critical reviews has availed himself 
of a rather eclectical method, in as much as he has only 
selected those parts which appeared to him particularly 
to need correction, as substrata for his philological 
power and critical sagacity, yet by the very character 
of his reviews we are enabled to reconstruct many 
valuable fragments of these lost works. In my « Bericht 
an die Kgl. Akademie d. Wissenschatten zu Berlin iiber 
meine arabischen Studien am British Museum zu Lon- 
don > I made a humble attempt to reconstinict these 
three lost works ; by disentangling their underlying 
clauses from the complicated and intricate passages 
of the criticism and detaching them from the context, 
and to link together these disjecta membra. At the 
same time, in order to give some idea of the character 
and aim of the critic 'All Ibn Hamza, I have endeavoured 
by reconstructing the two first works to point out in 
each single passage which way the criticism sets in 
and show the point of view taken by the critic. 

As to the Kitab al-nabatj Uhe book of the Plants% by 
al-Dlnawarl J I scarcely need to point out at greater 
length, how much importance is to be attached to this 
conspicuous specimen of the ancient Arabian botanical 
literature, which is by no means richly represented 
either in printed books or in MSS. It must, however, 
be said, that from the general drift of thought and 
language observable in the preserved passages of the 
work, we are justified in concluding, that al-Dlnawarl 
deals with his subject much more fi'om the philological 
point of view than from that of natural history, as is 
the custom with these old Lughawl's. 



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[15] DE. PAUL BRONNLE 19 

Thus after having given in short outlines the 
main characteristics and most striking features of the 
relation which exists between the critic *All Ibn ^amza 
and the authors criticised by him, I have, in conclu- 
sion, to add still some words about the last category 
of criticised works, namelj'- those which are extant 
only in MSS., as is the case with the Kitcib Malt al 
mantik by Ibn al—Sikklt^ the Gharlb al-Mumnnaf by Abu 
^Obaid, and the Kitab al-maksftr wa'l-mamdud by Ibn 
Wallad. 

The first of these, the Mali alr-mantik^ the main 
work of the great philologist Aba Ynsuf Ya%ab Ibn 
Isb^^ Ibn aUSikk% the pupil of al-Kisa'i and al-Farra, 
will be edited in the course of the next years by Pater 
Cheikho in Beirut, according to the MSS. of Berlin, 
Leiden, London (Brit, Mus.), Escurial, Cairo and Con- 
stantinople. The best of these MSS. undoubtedljr is in 
the Brit. Mus., and I have thoroughly studied it for 
purposes of comparison with its criticism. 

The second work, the Gharlb al-Mmannaf by Abu 
^Obaid, is one of the most noteworthy and complete 
systematic Dictionaries, and in mj^ opinion it should 
be edited. It is preserved in three MSS., one in Cairo, 
one in Constantinople (Aja, Sofia) and the third* in the 
private library of Count Landberg. Whereas the first 
two MSS. are quite modern, according to the letters I 
have received on this subject from Prof. Dr. Moritz, 
Director of the Viceregal Library in Cairo, and from 
Dr. Gierz, Dragoman to the German Embassy in Con- 
stantinople, the MS. in the possession of Count Landberg 
is of rather an old date and it must, for a forthcoming 
edition, in the first place be taken into due considera- 



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20 SECTION DUMONDE MUSULMAN [16] 

tion. In any case, I shall have to study thoroughly 
this work, for purposes of comparative criticism. 

As to the third work of this category — and at the 
same time the last of the whole section — the Kitab al- 
maksUr wa'l-mamdud by Ibn Wallad — who belonged to 
the Egyptian school of Arabic Philologists, I have 
myself undertaken an edition, as a forerunner to that 
of the Tanblbat, and I am glad to add, that the print 
of the book, which will be published by Messrs. Luzac 
and Co. London, and the Librairie et Imprimerie, ci- 
devant E. F. Brill Leiden, is already in an advanced 
state. ^ The treatment of the maksur-wa'Ir-mamdud que- 
stion . was quite a fiavourite one with the old Lu- 
ghawls, and in the Introduction to the edition I have 
endeavoured to give a full summary of what has been 
written upon this question. There are three MSS. of this 
work, respectively in Berlin, in Paris and in London. 
By for the best is that in the British Museum, both 
on account of its age and its correctness. As to the 
other MSS. I have been compelled to form an opinion 
about them which is rather contrary to that of their 
chroniclers in their various catalogues. Both, Wetzstein, 
to whom the MS. previously belonged, in his short 
Handlist (not printed; ^ and Ahlwardt in the great Ber- 
lin Catalogue/ are looking upon this Berlin MS. as 
the original work of Ibn Wallad. But a close examin- 

* The book has now appeared under the title : ** Contributions 
.towards Arabic Philology '', Part I, by Dr. Paul Bronnle, London and 
Leiden, 1900. 

' Wetzstein, Handlist II, 1720. 

' Ahlwardt, Arabische Handschriften d. Kgl. Bibliothek, Berlin, 
vol. VI, no. 6940. 



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[17] DE. PAUL BRONNLE 21 

ation and careful comparison with the two other MSS/ 
convincingly shows that the Berlin MS. is in fact not 
the original work of Ibn Wallad, but only an extract^ 
and a rather poor one too. It not only greatly differs 
irom the other two in the prosaical sections, but also 
the shawdhidy the loca probantia which form, as it 
were, the backbone of a standard work of Arabic 
Philology, are almost entirely omitted, and this in con- 
nection with the fact that the second and shorter, the 
merely grammatical portion of the work, is totally left 
out, has led me to the conclusion that the Berlin MS. 
exhibits merely an extract of the original work, written 
particularly for lexicographical purposes. The only 
portion of this MS., that agrees in the whole with that 
of the other two MSS. is the Introduction. ^ 

On the other hand, the Paris MS. is described by 
Baron de Slane as containing whole the work of Ibn 
Wallad. But he has overlooked the fact that the latter 
part of this MS., although written by the same hand 
and with the same ink as the former part, in reality 
contains the fragments of quite another work which I 
have not been able as yet fully to identify. But from 
its contents I think myself justified in drawing the 
conclusion that it belonged to one of the numerous 
works on the 'Masculine and Feminine', a Kitab al-Mu- 
dhakkar wcil-MiCannath. 

The edition of this work by Ibn Vallad forms the 
jir$t pari of a «enc« under the title « Contributions towards 
Arabic Philology, » in which I propose to publish some 

* For the details Comp. Bronnle, Contributions towards Arabic 
Philology, Part II, 

Aetes du XII«^ Congrit det OrietUaliitet. — Tome III - (2"»« Partie) 8 



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23 SECTION DU MONDE MUSULMAN [18] 

of the most interesting documents of the oldest Arabic 
Philology and to furnish the editions with literary In- 
troductions, and, as far as it is deemed necessary, with 
Commentaries in extenso dealing with the different 
points in question. 

The series will besides comprise the two unpub- 
lished works of Kutruh both according to unique MSS., 
the Kitab cd-azmine, 'book of the Times', according to 
the unique MS. of the Brit. Mus., and the Kitab al- 
addad, the main source of Kitab al-addad by al-Anbari 
(edited by Houtsma) according to the unique MS. of 
the Royal Library in Berlin; furthermore the Commen- 
tary Abu Dharr on the Biography of Miihammad by Ibn 
Hishdm^ especially on the poems, contained therein, 
according to the MSS. of Berlin, Constantinople and of 
the Escurial; and some other valuable treatise on Ara- 
bic Philology. The main part, however, round which 
all the others are grouped, will form the edition in two 
vols., of the Kitab al-tanbthaty the criticisms of All Ibn 
Hamza, which forms such a notable landmark in the 
wide realm of Arabic Philologj', and of which I have 
had great pleasure in giving in brief outlines the most 
striking features and main characteristics to the Mu- 
hammedan Section of the International Oriental Con- 
gress in Rome. 

In order to convey an idea of the character of 'All 
Ibn Hamza's literary style and of the critical methods 
he has adopted in his reviews, I think it appropriate to 
annex a few examples. As I have pointed out above, 
the criticisms are generally of verj- different length, 
now short aphorisms, now complete treatises on subjects 
which attract the critic's particular interest, but always 



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[19] DE. PAUL BRONNLE 23 

supported by a most liberal display of poetical quo- 
tations. 

1. The first of the two examples which I ap- 
pend to the foregoing essay, is taken from *All Ibn 
9amza's criticism- upon the Kdmil of al~Mubarrad 
(edited by William Wright). Of all these eight criticized 
works there is none which has been so closely scru^ 
tinised by our author as that famous work of al-Mu- 
barrad, particulary in its first part, whereas in the se- 
cond the critical zeal seems to be somewhat lacking. ^ 

#^f ox ^x -^*x iff ^x 

' do jUi^ U^6o v^)\ cs^U 

^UdJi '^'^ Ju^^bj 4aAA)^ A«^^ \^i\ ^» LU Id^iftj 

^ By G. in the notes is meant the Cairo MS., by K the MS. of the 
Brit. Mns. (formerly belonging to Ereiherr von Kremer), by S the 
Strassburg MS. 

• See Kamil (ed. Wright) VYfl , 1. 8 = Cairo edit. pAd , 1. 18. 
^ The Kamil reads c^J jULum^j . 

* Most of the MSS. read ,^ap . 

•* The verse is attributed to c^UaJ\ %j^ 0^.^*^*^^ *^^ ^^ *^ 
quoted in al-Sahah II, B^\ Taj al- Arus Vt, l^t^f*'; Lisan al- Arab, IV, 
rat and XI, ^YA . 



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24 SECTION DU MONDE MUSULMAN [20] 

sJiaJ'^\ CH l^ S^J J^ ^^' <f'^^^ ^^ Aa^^aA^l) 

^i^ ji^ JdfiU A)yiAll Ju^ U(XiM >^ *m\ S^y^S^^ 



^ The whole verse is mentioned in Lisan al-*Arab XIII, p^j 
with the second hemistich running as follows 



« MSS. K and S read Wj 
» MSS. C and K y^J^ 
^ This verse in also cited in T^j al-*Aius X f^^A^ and Lisan 

al-'Arab XX, Y^^ (^^^^ vocalizes w^^idl! as Active). 

^ Koran, Stira XIX, verse 5. 
^ Koran, Snra XVIII, verse 78. 



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[21] DR. PAUL BR6NNLE 25 

jL-d iiX* <^<Sju /-• <i'\ A «r»K £J? i^i^^ » ".«%«'>> 

^ ' *" ^> 

j}Ji«M ^:uajj Ji»\ aJ^I^ U«U ^U^ ^^ ^j uj^^-^ijt 

.>)^wi0^) ^^ 'V.>^' <J**t^J >»3>w^ ^U j^ 4r****iJ (►*^t^ 

<^j!P U f!^^\ ^^ L-Jl, jual J^\ o^ Jyb UCi 
J^Ljt>lj ^j dou cr <^f * -^^ vi^ y^y^-i <y^^ 

' Koran, Sura LXX, verse 27. 
* Koran, Sura XIV, verse 19. 

' Comp. Ahlwardt, Six Divans, p. fl, f*» ; Lisan al-*Arab XIV, 
pA4, where the second hemistich reads 

^ Koran, Sura XIV, verse 20. 



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26 SECTION DU MONDE MUSULMAIT [22] 

J»\y«j jLtf dJii Jui£ <$j)^ ^'^ JuUl> U^ wGdo qy; 

[fol. 59 6] 'XJW^j 



tf X 



^Lo^)\ l^(Ae J^«: LaaJ^ i^jP 



^i^BvJ^ 4»jU* s.j)JL:> %• s<S>AkUj 

y 

* The verse is by Labid and quoted Taj al-*i\xu8 X, \^K^ and 

• o -# •** • 

Lis&n al-'Arab XX, p^4 with i^ for C^^. 

* JSTawit'Z (ed. Wright p. g.y , 1. 3. 

' The verse is not contained in the Diwan of al-Shamm&kh 
(MS. Leiden). 

* K and C read J^^mJ^\ 



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[23] DR. PAUL BRONNLE 27 

' UiliAi\ i -w^jjl <^\ 'J^ 

^Li£j\ j^U c^w^\ ^vmmJ]^ ^ji)) ^^4m.3)j iu9»L^) 

;;J ii*i \yS^ A ^j^j > ^\ ju- c^cr, c-G 

.. .^ • f ' 

)^j s-A^ JuU 4 u^o U 4a5) Jmii '^j 4I Jc*i U; 



• K* y J 



^ Lisan al-'Arab XYIII, f<J<J reads ^^flSUd^UO^. The verse 

iBby W-^j,5 >}^ ^^^ 

* ^amiZ reads Jflib 

^ K reads L^lyj\ 

^ Koran, Sura XXVI, verse 44. 



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28 SECTION DU MONDE MUSULMAN \2i] 



* >o* 



^y**^ ^jl (^<>J) \6iift9 s\^ sUa« ci'^^^ ci^ «-=-^aa)) 
sS^ V ,.^Vljuyi.A31 )<X^ jUi Ua^ 4»iaa^ I* s.>^a« J1.> 

a^\ [foi. 60.] •i.ic J ^^ J_^ .UJii U quij 



• X J 



s^ \^ J !/• Jk,^^^ 'f 



l^^fJL^U fc/^>^^ j^<XHj Alite^ 



« >* ^ >• 



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[26] DR. PAUL BRONNLE 29 

2. As the second example I have selected a 
short passage of 'All Ibn ^amza's critical review on 
the Kitah al-^abat by al-Dlnawarl. This work is the 
more important, as Arabic works relating to botanical 
studies are exceedingly scanty. It must however be 
borne in mind that it is written not, as one might 
expect, from the point of view of natural history, but 
from a philological standpoint. But all the same the scien- 
tific result for this rather neglected branch of Arabic 
science remains a considerable one, and the edition of 
this part of 'All Ibn !5amza's worth will largely tend 
to throw light on many difficult questions relating to 
botanical matters. 

\}\ ^A^) Uli 15^ 

m 

^ The verse is also quoted with av^^j^y fore u^wjji in Taj 
al- Arus IT, 1^^^ ; VII, (J^V ; VII, Y^tfl; Lisan al- Arab III, pAfl ; 
Xni, \f^i and XIII, ^^I^H , with dijfferent variants. 



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30 SECTION DU MONDE MUSULMAN fa6] 



Lav Mi0 >U * A ««« JUc «_i 



4>**»^^ J-H^l^ J^«^\d >»-^i? * »l^l5 »l^V ult j^j 

jaa«u.U Uft^j oUj;\ kf ^j iu?«uc« »Ull -^ ,\A\ 
J^!^ V <*»3\ ciJL-s- y Joij o^j ^ j4j4V 
^^MttSj mm^ ^\ ^ jfij jtmi\i *m£\ ^j jy>' JjisS 

J!H^ ^J 4)iL.^ 4^ ^^ J^^'^^^U ^'-■■^^^*3 ^La>) ^i^ 

* The M8S. read ^j^ , but the reading of the Dictionaries J^J^ 
is preferable. 

* In K transponed ^^^ ^lii\j 

* Comp. Taj al- Arus VII, f^p. and VII. p6f« , where the whole 
verse is quoted, like Lisan al-'Arab XIII, p*V^, the first hemistich 
running as follows 

i^ J y^S*f ^^ ^^ *X 

(T. A 1. c. iUa* \j^). See also Lisan al-*Arab VIII, \^^^ and XH, 
^*1|J , where a similar verse by Ibn al-Eik&' is quoted 



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[27] BR, PAUL BRONNLE 31 

»\^i U ^X* ^yAA3\ >Ui AK«aj^ '^^ r^^!^ Cy^J 
j^Jt^ ;UAi»> _jj\ iy^\j ^\ijyi »^\JJ>'\ C« 5x!^ 

JLa^^* CfJ^j^ \j^\ ^'^j^j 
j^U* ji>JI JUar ^1^ 



jlU'l J%fl3\ iJLo. ^\ J\i-^ 'J^>Ji ^4^ i>* W^ 
i. iOLMs))^ aJlm '«.>^^)*3^ J'^^d t^Ui ^<>X) ^yU« 

* This verse is also cited in Taj al- Ariis IX, A» and Lisan al-'Arab 
XVI, Mfl and XI, \\^\ 

* Also quoted in Taj al-'Arus I, ^^^V and III, VY^ ; Lisan al- 
*Arab III, !f^ and lY, ^\ (everywhere with 0!V«^ ^or QV^^/* )• 



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32 SECTION DU MONDE MU8ULMAN [28] 

Jbl^l li\5 OM-. i3\5y» $d^Aj 






• i// u ^ "^ ^ ^ 






* Lisan al- Arab XIII, ^.Y notes only this version of the 
verse. 

* The second hemistich rans in Lisan al- Arab XIII, Pf^p as 
follows 

vH 1 -^^ ^ ^ ^. ^ < 

> - <^ » ^ 

De. Paul BrOnnle. 



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Go ogle 



NOTES DE lEIWBAFIIE EGTFTIEIQIE 



TBOisiiiME Aeticlb^ 
UN SitGtE ET SON NOM. 



Dans un article paru dans les Proceedings^ ^ il y a 
8 ans, j'ai eu I'occasion d'etablir, pour la premiere 
tbis, Tequation de deux signes, 

Le second signe ayant la valeur reconnue de mak, 
j'avais cru attribuer a I'autre signe cette meme lecture. 
Plus tard, il m'a 6te permis de constater, bien des 
fois; la parfaite exactitude de la lecture mak attribute 
par moi a ce signe. Toutefois, il est juste de recon- 
nattre que, dans la plupart defi cas, ce dernier signe 
avait ete trace sans Voiseau coucM. 

On pent se demander : Que represente ici le signe 
simple? De prime abord, on serait peut-etre tent6 d'y 
voir le lit si frequent aux representations fun6raires, 
lit qui, le plus sou vent, est figur^ portant une momie 

* Pour les deux premiers de ces articles, voir Actes du X^ Congrhs 
des Orientalistes. Session de Geneve, IV, p. 123-138 et Sphinx II, p. 1-10. 

* Proceedings XIII, page 246 (Mars 1891). 



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34 SECTION EGYPTOLOGIE [2] 

couch6e. ^ Mais quiconque examine les textes des basses 
^poques trouvera vite que le sigae ne s'emploie nulle 
part dans la valeur mak, II faut.donc etablir une dis- 
tinction absolue entre ce signe avec la momie couch^e, 
qui se lit st'er^ et celui qui se lit mak. Si le premier 
repr^sente un lit a momie, le second est sans doute a 
regarder comme une sorte de sidge. Je conclus a cette 
derniere explication par suite de diff6rentes raisons. 

D'abord, il y a un mot 6gyptien mdket qui s'ecrit 
a Taide de notre signe et qui se traduit « sifege >, p. 
ex. comme dans Texemple qui se traduit ainsi : ^ « Je 
place ton coeur ab sur son si6ge, ton cceur hati sur 
son tr6ne mak » ; ou le parallelisme des membres mon- 
tre que les deux signes repr^sentent des notions syno- 
nymes. 

Un exeinple analogue a celui que nous venons 
d'all^guer se traduit de la manifere suivante : * « Ton 
coeur db, o Horus, s'est joint k son sifege, les coeurs 
hati du cycle divin a leurs trdnes mak >. II serait facile 
de multiplier le nombre des preuves de cet ordre, nos 
annotations lexicographiques en fournissant en quantity. 

Puis, il y a p. ex. au Mus6e 6giptien du Caire, un 
sifege en miniature qui semble reproduire sous forme 
plastique le signe qui se transcrirait mak. Le dit sifege est 
d6crit par Maspero* en ces termes~ci: <c2364 — Bronze 

^ Au mus6e de Florence il y a une reconstitution moderne du signe 
hi^roglyphique mak. Mais Ptepece de sopha qu'on a cru devoir constraire 
k cet effet est, k mon sens, inadmissible. 

' De Eoohemonteix, Le Temple d* Edfon I, p. 114. Cfr. 

• De Rochemonteix, Le Temple d' Edfon I, p. 796. Sphinx 11; 
page 50, note 1. 

* Maspero, Guide du viaUeur au Musee de Boulaq, p. 177. 



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[3] KARL PIEHL 35 

H. 0™ 106 ; larg. 0"* 078. Fauteuil de divinity. Les deux 
bras support^s par deux lions passants : le dossier est 
un vautour qui deploie ses ailes afin de proteger le 
personnage assis. Devant le fauteuil, un tabouret pour 
les pieds. C'6tait probablement un Harpochrate qui 
siegeait sur ce trdne. Ep. sa'lte. Serapeum. » Le meuble 
ainsi d^crit par Maspero a sans doute son Equivalent 
dans le trSne sur lequel le roi Ohafra, au Mus6e du 
Caire, est represente assis. L'6pervier^ qui est debout 
sur le haut du dossier du trdne royal correspond visi- 
blement au vautour dont Maspero fait mention dans 
sa description deja cit^e. 

En troisieme lieu, je rappellerai qu'il y a, au 
Mus6e de Berlin, ^ sous le N. 2261, un bas-relief d'epo- 
que recent qui nous fait voir un roi assis sur un trdne 
(mdk). 

Cette derniere forme de notre signe nous fait pen- 
ser a la description qu'en donne quelque part I'editeur 
de r ouvrage intitule Le Temple d'Edfou. Pag. 496 de 
cet ouvrage, il y a, en bas de la page, la note recti- 
ficative que voici : « 11 faut substituer un petit trian- 
gle J a la momie placEe sur le lit » . En consultant la 
representation citee d'apres le catalogue de Berlin, on 
voit de suite que « le petit triangle A » mentionne par 
r^diteur du « Temple d'Edfou » est simplement le dos- 
sier de notre si6ge, dossier que, pour la commodity, on 
pouvait quelquefois supprimer en dessinant la forme 
conventionnelle pour le mak. 



* Voir ZeUschrift XXXVI, page 3. 

* Voir le dessin k la page 405 de AusfUhrlickes Verzeichniss der dg. 
AltertUmer und Oipsahgiisse. Berlin 1899. 



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36 SECTION EGYPTOLOGIE [4] 

Des observations qui pr6c6dent il r6sulte qu'il y 
a eu en Egypte un si^ge ou trdne appel^ makety qu'il 
faut bien distinguer d'avec le lit. La forme avec un 
oiseau couch^ que nous en avons cit^e, au d^but de 
cette note, rappelle la description, mentionnde d'apr^ 
Maspero, d*un monument de cet ordre conserve au mu- 
s4e do Ghizeh, monument dont « le dossier est un » 
oiseau « qui deploie ses ailes afin de proteger le per- 
sonnage assis » ; I'oiseau, sur la statue de Chefreu, a la 
forme d'un 6pervier couch6, 

Kabl Piehl. 



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Dl UN BASSORILIEVO DEL MUSEO DI PERUGIA 



-^.^A'.'^irt^^^^^^eai^'W../— 



La rappresentazioHe del basso rilievo e evidente- 
mente facile assai a essere spiegata: trattasi di uq 
Fauno che mentre suona Ist sua fistula h in stato di 



priapismo, e nell' atteggiamento di saltare. Sappiamo 
quanto i Fauni, proclivi alia lussuria, si abbandonas- 
sero alle piu diverse forme orgiastiche: le indefinite 

AcU9 du XIP^ Oongrit det OrimtalUte$, — Tome III * (2«« Partto) 8 



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38 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS 12] 

rappresentazioni che ne conosciamo per opera degli 
scrittori e degli artisti nelle arti figurative non ci con- 
sentono pertanto d' illustrare un argomento notissimo, 
se non per un puntodi vista alquanto di verso: qualche 
osservazione sul bassorilievo perugino, evidentemente 
greco-romano, non sara, credo inutile. 

lo ripeto, avanti tutto, che V arte etrusca, pro- 
priamente detta, abbia avuto una vita sua propria e 
originale assai ristretta: T influenza romana cli'era per 
riverbero T esplicazione delle concezioni elleniche, si 
manifestava in Etruria anche prima che la popolazione 
etrusca fosse politicamente assorbita dall' elemento in- 
vasore. 

I ricordi che la gente etrusca aveva portati seco 
nelle sue peregrin azioni, e che si riconnettono quasi 
esclusivamente alle antiche tradizioni della Grecia , 
trovarono modo di meglio aflfermarsi quando i Greci 
poterono espandere la loro influenza nelP Italia meri- 
dionale: e cosi quel contatto piu diretto con chi ricor- 
dava agli Etruschi le glorie di un mondo del quale si 
erano assimilate le memorie, non poteva non esser te- 
condo. Ed 6 percio, credo, che sia impossibile definire 
con precisione quali di molte memorie lasciateci dagli 
Etruschi sieno prodotti dell' arte nazionale con influenza 
della rafflnatezza estetica importata, o piuttosto opera 
addirittura di artisti non etruschi. II nostro bassori- 
lievo elegantissimo appai^tiene al periodo in cui V arte, 
o, per dir piu esattamente, lo svolgimento della con- 
cezione artistica 6 evidentemente improntato alle me- 
morie de'culti dell' Asia. Ma le popolazioni della Frigia., 
della Misia, della Caria ecc, pu6 dirsi che, alia loro 
volta, non avessero subito 1' influenza di un piu Ion- 



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[3] G. DONATI 39 

tano Oriente? Basterebbe ricordarsi, per rion dire di 
altro, delle varie forme del culto cibelico, e dei tra- 
viamenti passion ali, immortalati anche da Catullo 
neir Atys. Era una pletora di lussuria che finiva per 
soggiogare i vinti Etruschi col fascino della brutalita 
elegante, yiva in ricordi lontani: il vizio, anche nelle 
sue espansioni piu abominevoli, fatto yivo con magi- 
stero d' arte, accessibile alia fantasia gia corrotta di 
popolaziom conquistate, trionta mirabilmente agli occhi 
deirinvestigatore nel bassorilievo perugino. Ma chi non 
ha visto de'satiri nelle gallerie e uei musei? Quel che 
veramente distingue il nostro soggetto da tutti gli al- 
tri, cosi parmi, e I'originaliti della concezione in questa 
mirabile scultura. Non 6 un satiro come un altro: c' e 
qualche cosa di accessorio apparentemente, e che in- 
vece, a mio modo di vedere, completa la scena: il Sa- 
tiro cosi vivacemente scolpito 6 illustrate da quanto 
6 figurato nella prima base prospettiva: quel serpente 
che esce da 11a cesta al suono della fistula prodigiosa, 
oltre che ricordarci i culti orgiastic! non pu6 non ri- 
chiamare alia nostra mente la trasmissione ereditaria 
di certe idee che nel mondo greco-romano e per con- 
seguenza anche nei popoli soggiogati (anche ieratici 
come gli Etruschi) trovarono ampia maniera di svol- 
gimento. 

Sarebbe inutile citare i nomi degli scienziati che 
trovarono o s' ingegnarono di trovare il bandolo della 
matassa in quell a congerie di rappresentazioni ideolo- 
giche e tradizionali, che unite insieme costituiscono la 
mitologia comparata. 

L' aggruppamento di concetti atavici, sempre sin- 
ceramente ricordati, anche se apparentemente discor- 



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40 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [4] 

> 

danti, e la Dota per la quale torna in mente quelle 
che con sintesi felice scrisse un grande maestro. * 

Del resto il contrasto nell' ordine di certi conoelti 
e troppo noto: il principio della lotta fra il bene e il 
raale e comune alle razze superior! e alle inferiori; 
lotta che si manifesta fra Indra a A hi, Auramazda ed 
Angra Mainyu, Dio e Lucifero, la luce e le tenebre ecc. 
Ma il contrasto piu curioso e perci6 degno di essere 
richiamato e quello che nolle tradizioni anche piu ve- 
tuste pot^ infiltrarsi nel parallelismo del concetto della 
vita con quello della morte; e lo svolgimento di tale 
parallelismo, che giunge talora alia unificazione, noi 
possiamo trovare assai spesso nelle piu antiche memorie, 
dove i due principi sono anche uniti per volonta di 
artisti (cantori e rappresentatori dell' arti figurative) i 
quali altro non facevano che rendersi eco fedele della 
correntey per conoscer la quale conviene risalire alle sor- 
genti. Dagl' ingenui concepimenti de' nostri pro-avi, 
dalle piu eleganti manifestazioni delle civilta antiche, 
tino a quelli infantili de' selvaggi il concetto della con- 
trapposizione e del ravvicinamento di principi etero- 
genei 6 costante. Ora se consideriamo certe figure ti- 
piche, come per es: il Dio Krishpa nella sua duplice 
qualita di chiaro e di scuroy tanto che V arte indiana ha 
dovuto finire per rappresentarcelo materialmente ta- 
gliato per lungo a due colori diversi (fatto del resto che 
ritroviamo anche in altre rappresentazioni vishnuitiche) 
non possiamo non ricordarci delle antinomic che pre- 



* Max MtJLLER. Chips from a Oerman tvorkshop, II. 160. — It is 
thus that mythology arose, and thus that it must be interpreted if it is 
to be more than a mere conglomeration of meaningless or absurd stories. 



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[5] G. DONATI 41 

senta il pantheon venerato dai nostri padri arii. Una 
perplessita, anzi, una confusione sugli stessi attributi 
delle divinity 6 evidente nelle piu antiche memorie di 
quelle popolazioni; per non dire d'altro, il Rig-Veda ne 
e una prova luminosa; i principi, anche etici, sono ta- 
lora impersonati in una sola figura che assume le qua- 
nta varie. Ne abbiamo un esempio, fra altri, nella per- 
sonality del dio (^iva: io credo che non sarebbe cosa 
agevole senza il sussidio della mitologia comparata ri- 
salire alle sorgenti, per le quali il dio beatOy e felice^ il 
huono 6 pure mostruoso, se ripensiamo alle mistiche sue 
nozze con Durga, la quale ritroviamo sotto altre forme 
e con nomi diversi, come Uma e Parvati; i testi che noi 
conosciamo sono prova evidente che il heato, il felicey ecc, 
e spostato: diventa addirittura il maligno, il cattivo. Un 
altro esempio, ancora, tratto dal Rig-Veda sullo scambio 
della personificazione mitica: noi troviamo Tvash^ar che 
e non solo amico ma anche sostenitore degli Afigiras o 
quel che piu importa, e prcparatore della via agli Dei; ^ 
eppure troviamo qtiesta stessa figura tipica, Tvashtar, 
ucciso da Indra al quale inoltre aveva impartito certi 
insegnamenti: dunque ritroviamo che quel buono, bravo 
e desiderato Tvash^ar, b non solo disprezzato, ma uc- 
ciso... e senza aver commesso colpe. Io sono convinto 
pertanto che la unificazione tipica in rapporti diversi 
sia indiscutibile: altrimenti le antinomie apparenti re- 
sterebbero lettera morta. II tipo di provenienza diretta 
dai culti dell' Asia occidentale, la quale alia sua volta 
aveva ricevuto le tradizioni dairAsia orientale (e in- 



* Eig^Veda. X. 79. 9. deva tvashtah ecc. c afigiras&m abhavah 
sac&bhdh sa dev&D&m pllthah upapravidvan.... ». 



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42 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [6] 

tendo riferirmi specialmeDte alle tradizioni indo-ira- 
niche) possiamo ritrovarlo nel nostro bassorilievo come 
ricordo, artistioamente super bo, di saghe primitive, e 
che sporadicamente possiamo rilevare dal materiale che 
possediamo. Nulla di piu comune della rappresenta- 
zione di un satire: ma quella cesta da cui esce il ser- 
pente, il naga^ il simbolo della vita e della morte, ha 
un significato: la procacita rappresentata nel protago- 
nista, e il rapido sorgere, del serpente, di quel naga o 
naja tnpzidians (che tante vittime fece e fa tutt' ora 
neir India, e che d'altra parte 6 mito fallico) ci rappre- 
sentano una combinazione mitologica interessante. Ed 
6 note vole il fatto che delle tradizioni dei culti orgia- 
stici si riscontri una prova nel nostro bassorilievo anche 
nella testa del naga; mentre una conferma e nel ItTiga 
a fiamma, serpentina anch' essa, del protagonista : e 
qui viene in mente un riscontro: la connessione ideo- 
logica della perpetuita deir esistenza coll' idea del ci- 
presso, come al tempo stesso il liuga ci richiama al pen- 
siero il mistico pino: ed invero la t6sta di quel serpente 
il quale 6 simbolo di vita, come il pesce, e al tempo 
stesso di morte * del serpente che esce dalla cesta e che 
si drizza come incantato (come i cobra dei fachiri in- 
diani al suono del loro flauto) quasi a contemplare e 
salutare V arrive del protagonista protervo; equel naga 
fe alia sua volta salutato dal satire che trionfalmente 



* Cf. nel Vishnu Purdna il ricordo della N&gapan6aint o quinta lu- 
nazione consacrata ai serpenti considerati come divinity ; e poco ap- 
presso, come not6 anche Wilson (senza per6 occuparsi della connessione 
mitologica) troviamo i rapporti col Matsya o peace. — Per la trasfor- 
mazione di Atys cf. Ovidio, Met. X. Vedi pure, De Gubernatis, Mytholo^ 
logie des Plantes, alia parola cypres. 



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[7] G. DONATI 43 

si reca V altro naga^ credo di origine pivaitica, con de- 
sideri indecorosi: e quella testa ci ricorda le tradizioni 
prime che la Grecia e Roma ereditarono daH'Oriente. 
lo sono sempre di opinione che V arrive fra noi e forse 
anche il ritorno avvenuto piu tardi presso gli orientali 
di tradizioni, insomma che uno scambio d' idee, abbia 
inconsciamente alimentato tutte le generazioni che 
mentre da gran tempo ci precedevano, pure inconscia- 
mente prevenivano le nostre ricerche. Chi non ricorda, 
Cibele e la morte di Atys? ma i frutti della pianta 
afrodisiaca, per fare una sola oitazione, sono ricordati 
anche da Marziale quando parlando di essi dice: poma 
sumus Cybelae ecc. ; mentre come simbolo fallico tro- 
viamo parallelo il cipresso nella forma di linga a fiamma; 
quel cipresso cantato da tanti poeti che richiamano al 
nostro pensiero antichissimi ricordi mitici ai piu di 
essi, quasi senza dubbio, ignorati, e specialmente il du- 
plice simbolo della vita e della morte: questa pianta 
che rappresenta il dolore peirpetuo di Ciparisso da Coo 
per la morte di un cervo e per la quale ottenne da 
Apollo di essere trasformato neiralbero che da lui 
prese il nome: il quale alia sua volta se nella forma 
di fiamma accenna al rogo e quindi al concetto di di- 
struzione, accenna pure al concetto fallico: mi limiter6 
a citare Marziale, che su queste materie piuttosto sca- 
brose raccolse discreta messe di tradizioni che lo ave- 
vano di gran tempo preceduto. * 



» Lib. VI, 49. 

non sum de fragili dolatus ulmo 

colunma est 

Sed viva generata de cupresso. 



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44 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [8] 

E tanto piu 6 da convincersi della derivazione 
orientale di certe tradizioni antichiBsime, che dall*Asia 
i Greci e i Romani accolsero seoza renders! ragione, 
ove si rifletta che V associazione di tali conoepimenti 
oi e presentata, in modo apparentemente insignificante, 
da moltissime rappresentanze, che ci porgono il filo 
per rintracciare la via del labirinto ; e opportunamente 
scriveva Reinhold Rost, parlando di altro argomento, 
di presentare ai suoi lettori una multiforme formula 
poetica ^ ecc. Non sara poi inutile il ricordare che V al- 
bero e il serpente mentre figurano vivamente in un ci- 
lindro assiro e piii ancora in una moneta di Adramittio, 
dove il serpente vien fiiori dalla cesta rabbiosamente:^ 
e tralasciando cose troppo note ai cultori di quanto si 
riferisce ai rapporti antichissimi fra V Oriente e V Oc- 
cidente, ho voluto fare soltanto dei richiami, che ogni 
studioso potesse svolgere a suo talento ; ormai del culto 
antico dei serpenti, fino alle celebrazioni degli Ofiti^ del 
loro nesso cogli gnostici, ecc., fe stato gii detto molto, 
per6 sarebbe inutile ricordare le stele sepolcrali, che 
come gli obelischi ricordano culti fallici ; credo nondi- 
meno opportune ricordare la memoria del Prof. E. Sohia- 
parelli: II significato simbolico delle piramidi egiziane. Dove 
chiaramente e dimostrato che la piramide rappresenta 
il sole raggiante e, in via secondaria e derivata^ del sole 
nascente : dunque siamo ancora nel tema : da quanto 

* Neir Orient und Occident del Benfey. Vol. II. 646 nelP art. inti- 
tolato Und wenn der Himmel wdr' Papier, 

* Cf. Fergasson, nella classica opera Tree and serpent toorship: 
dove molto a proposito 6 ricordato Epifaoio: ed essi tengono un serpente 
vivo in una cista ecc.; cfr. pure il capitolo The Serpent nella Zoological 
Mythology di Angelo De Gubematis (London Trttbner 1872, II vol.). 



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[9] G. DONATI 45 

espone Finsigne egittologo possiamo dedurre il con- 
cetto della vivificazione e della produzione : ma poichfe 
si tratta di fasci solari sarebbe audacia sovercbia il 
riconnettere questi col linga piromorfo ? — 7 In sostanza 
r idea della produzione, che viene dal calore, non b 
forse parallela a quella del fiioco che distrugge ? ^ Con- 
cludendo dir6 che ho creduto opportune di limitarmi 
ad alcune congetture su rievocazioni tfadizionali con- 
cepite, forse inconsciamente, dai nostri padri; certo 6 
che non frequentemente potrebbe trovarsi un docu- 
mento nel quale V arte fignrativa abbia rappresentato 
meglio che nel nostro V antinomia e simpatia della 
vita e della morte, e quindi del rinascimento perpetuo: 
ed 6 perci6 che nel Museo di Perugia nella parete op- 
posta a quella dove collocai il nostro soggetto, feci 
apporre un bel rilievo che rappresenta una elegante 
figura di Venere ipotimbia : la dea sorge splendida, e 
il vaso cinerario le e vicino. 

G: DoNATi. 

^ La dotta memoria fa pabblicata dalla B. Ace. dei Lincei, 1884. 



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DEL NOME PAPA NELLE CHIESE CRISTIANE 



DI 



ORIENTE ED OCOIDENTE 



BIBLIOGRAriA 

Sant' Ignazio di Antiochia, Epist, ad Smym,; Ad Ephes.; Ad Ma-- 
riamquae esiCassoh,, inautentica. — San Cipriano, Epist, Consess. universi 
ad Ciprianum papam; Clerus romanus ad Cyprian, papam; De unUate 
ecclesiae, — Tertulliano, De pudicitia. — I. Bracci. La etimologia de* nomi 
Papa e Pontifex. Boma, 1630; Trad, latina, Bromae, 1690. — Abramo 
Maronita, patria Echellensis, Chronicon orientale, nunc primum latinitati 
donatum, Parisiis, 1641; De origine nominia Papae, nee non de iUius 
proprietaie in rotnano poniijice, etc. Trad. Bomae, 1661. — T. Baynaud, 
Onomasiicon pontifidum. Bomae, 1647. — G. B. Sollerio, Disertatio fun-- 
dam. ad hist, cronol, Patriarcha AlexandrinuSf etc. Bomae, 1662. — Diel- 
mann, De vocibus Papae. Dissertatio, Wittemberga, 1672. — De Amato, 
Leitere erudite : 8e Ennodio diacono di Pavia fosse il primo che appro- 
priasse al rom, pont. la prerogativa di Papa. Geneva, 1715. — Aug. Bocca, 
De roman, pontif nomenclatura. Boina, 1719. — D. Marsella, II pontic 
ficato massimo non mai assunto dagV imperatori cristianu Boma, 1789. 
— A. Nuzzi, Lett, al Card. Stefano Borgia sulV origine ed uso del name 
Papa. Padova, 1798. — G. Ciampino, Examen libri pontijicalis, etc. Bomae, 
1688. — S. Vignolio, Liber pontijicalis, etc. Bomae, 1724. — L. Dnchesne, 
Le liber pontijicalis, etc. Parigi, 1886, sg. — Anast. Biblioth. De vitis 
r&man. pontijicum, Bomae, etc. 1718. — Ciaconio, Vitae et res gestae pontif. 
roman. Bomae, 1677. — Baronio, Martyrol. romanum, etc, Bomae, 1698; 
Annates ecclesiast. Bomae, 1568-1607. — Platina, Historia delta vita 
de* sommi pontefici. Yenezia, 1622. — De Novaes, EUmenti delta storia 



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48 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [2\ 

de' sommi pontefici. Eoma, Trad. 1821 ; Introd, alle vite de^ sommi ponte-- 
fid, etc. Roma, Trad., 1797. — Qt, B. De Rossi, La Roma soti. crisL 
Roma, 1864-1877; Inscript. christ. urbis Romae. Romae, 1861-1888; Bui- 
Utt, di archeol, crist. An. 1865. — Orelli-Henzen, Inscript. latin, am" 
pliss. coUect. Turin, 1828-1856. 



INTRODUZIONE 



La Memoria sul nome Papa che ora pubblico negli 
Atti del Congresso intemazionale degli orientalisti^ venne 
da me comunicata, in poche parole, nella Sezione di 
storia comparata delle religioni il di B ottobre 1899. La 
mia comunicazione si accolse con benevolenza dai mem- 
bri della Sezione. L'illustre professore Giovanni ReviUe, 
uno dei membri, giudic6 Tannunziata mia ricerca sto- 
rica importante ed originale. Accompagn6 il suo cor- 
tese giudizio con una notevole osservazione su la origine 
del nome Papa. Alia quale osservazione detti breve ri- 
sposta; ma se ne terri il meritato conto nel mio scritto. 
Spero che esso voglia corrispondere alia buona acco- 
glienza che ebbe la ftiggevole comunicazione fattane 
in seno della Sezione di storia cortiparatn delle religioni. 

Forse alcuni, a leggere il titolo della Memoria, e le 
scritte mie parole, crederanno ch' io intenda scrivere 
un lavoro di pretta erudizione. Confesso che non ho 
mai amata la erudizione per la erudizione. L' hO; si, 
amata e molto, ma come un eccitamento ai vivi per 
fatti de' morti da ammirare e imitare, o come un ri- 
sveglio di dottrina sopra istorie ingiustamente alterate 
o dimenticate. Insomma; ho amata la erudizione quale 



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[3] B. LABANCA 49 

mezzo a buon fine. Con lo stesso intendimento, scrivo 
la presente Memoria. 

Siccome V occasione a scriverla 6 stata Tadunanza 
degli orientalisti in Roma, cosl cade acconcio ricordare 
che essi vennero poco apprezzati, e befleggiati talvolta, 
finchfe stimarono le loro indagini fine a se stesse. Per 
disprezzo, alcuni dissero che sprecavano ingegno a sa- 
pere quel ch' 6 inutile a sapere ; altri, ohe annaspavano 
parole e radici di parole, quasi per passatempo ; altri, 
che avevano conseguite soltanto arbitrarie connessioni. 
verbalistiche. Lo stesso disprezzo tocc6 agli archeologi, 
pure essi, cosi come gli orientalisti, indagatori del pas- 
sato, finche credettero le loro ricerche un fine a se 
stesso. Per6, nessuno oserebbe, oggi, burlarsi degli uni 
e degli altri, dopo che hanno coordinati i loro pazienti 
studii quali mezzi ad altissimi fini, e dopo che, messisi 
per tale via, sono pervenuti a mirabili risultati nelle 
antiche istorie della religione, della civilta, della filo- 
sofia, deir arte. 

Lasciando da parte gli archeologi — de'quali non 
si pongono piu in dubbio le loro important! scoperte 
nel giro del passato remote — sono innegabili e stupe- 
facenti le scoperte ottenute dagli orientalisti in ordine 
alle religioni, alle civilta, alia filosofia e all' arte degli 
antichi popoli. Basta al proposito volgere uno sguardo 
ai molti e proficui lavori del Miiller, del Muir, del 
Kuhn, del Breal, del Maury, del Maspero, del Weber, 
dello Schiefner, del Kern, dell' Hang, del Lassen e di 
altri stranieri. II simigliante pu6 aflfermarsi degli studii 
linguistici dei nostri nazionali, Amari, Ascoli, Flechia, 
Gorresio, Teza, De Gubernatis, Guidi, Schiaparelli, 
Lasinio, Kerbaker, Pulle, Puini, Pizzi e di altri italiani. 



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50 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [4] 

E per arrecare qualche esempio, dico che il oe- 
lebre indianista Max Miiller cap! di buon' ora che la 
linguistica dod era scopo a se stessa : V applic6 subito 
alio studio delle religion! e dei miti religiosi. Se la 
sua interpretazione verbalistica de' miti dod piu regge 
davanti alia critica antropologica, resta come un ardito 
avviamento della linguistica verso la novella cogni- 
zione e spiegazjone delle preterite gesta e oredenze 
del genere umano. Restano ancora del Miiller, appa- 
^recohiate dalle sue indagini linguistiche, le opere ge- 
niali di lui su la scienza e la storia della religione, su 
lo svolgimento delle religioni, su la filosofia del lin- 
guaggio e su altri soggetti congeneri. Anche il nostro 
Ascoli, che di glottologo ha acquistata fama europea, 
oonfess6 nel suo discorso del Congresso internazionale 
degli orientalisti di Roma, che la sola ricerca glotto- 
logica non basta a dare positive e compiuto sapere. 
Essa lo prepara soltanto. Si limita il glottologo, egli 
disse alia « mera descrizione delle diverse famiglie lin- 
guistiche >• Sono il filosofo, T antropologo e Tetno- 
graib che danno < una spiegazione razionale del come 
i vari tipi di favella prima men te si formino e si ma- 
turino (XIT'*^ Congres international des orient alistes. Bui- 
lettins, n. 12, Rome, 1899). 

Gli eruditi hanno V obbligo di condursi alia stessa 
guisa degli orientalisti, e de'loro, a cosi dire, fratelli 
nelle divinazioni dell' occulto passato. Non devono es- 
sere semplici ammassatori e afTastellatori di antichi 
fatti, se non vogliano diventare quasi fossiU predilu- 
viani; o grottesche stalattiti. La erudizione ha il do- 
vere di assurgere all' alto scopo di aprire nuovi oriz- 
zonti storici, che, spiati ed applicati per bene, giovino 



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(6] B. LABANCA 51 

a illuminare le present! e le future generazioni. In 
altre parole, Tantico bisogna rintracciare dove che stia 
nascosto, ricavarlo onde che possa venire, con V in- 
tento d' istruire o d' ammonire i contemporanei ed i 
posteri. 

II nome Papa abbraccia una lunga storia, la quale 
ha il suo cominciamento nella primissima eta cristiana. 
Certo, in essa storia la condizione che fermasi a raccp- 
gliere i fatti, o gl'indizii de'fatti, tiene non piccoJa parte. 
Ma chi pu6 rivocare in dubbio che pervade tale raccolta 
di fatti o d' indizii di fatti un altissimo interesse morale, 
per i benefici o malefici influssi che esercit6 e che eser- 
cita appo milioni di credenti nel Cristo il nome di Papa? 

Cotesto nome ebbe nella primitiva chiesa cristiana 
un significato assai gradito, il significato, cio6, di padre 
spirituale de' credenti. Con V andare de' secoli il nome 
Papa signific6 non tanto il padre spirituale, quanto il 
monarca spirituale, e, ch' 6 piii, temporale, presumente 
a smisurata autorita e possanza. Da servo de' servi di 
Cristo, agogn6 — e vi riusci in alcuni tempi — ad es- 
sere il signore de' signori del mondo. Come signore mon- 
dano, discende il nome Papa dal suo primitive ed affet- 
tuoso significato appresso i fedeli. Alia morte di Pio VI 
(HE^ 1799) in ten^a straniera, alcuni, ormai non piu fedeli, 
dicevano, per odio, ad altri, tuttavia devoti fedeli: « Guar- 
datene bene le ossa preziose ; essendo V ultimo dei vostri 
papi ». 

I rapidi accenni esposti dicono chiaramente, che il 
mio 6 un lavoro non di sola erudizione. Tuttora il nome 
del Papa s' impone e s' infiltra nella vita religiosa e ci- 
vile de' popoli cristiani. II ricercare per sommi capi le 
origini di siflfatto nome; le controversie che eccit6 fra 



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62 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [6] 

le due chiese di Oriente e di Oocidente ; le prinoipali 
fasi storiclie in cui si svolse, sCpratutto nella chiesa oc- 
cidentale, 6 argomento ancor oggi di grande interesse 
morale e sociale, chiesastico e politico. In tan to, aspi- 
rando noi ad una massima imparzialit&, nel trattare 
r argomento, ci atterremo al metodo che meglio possa- 
raggiungerla, al metodo, ciofe, storico e critico, non a 
quello polemico ed apologetico. 



ORIGINE ETIMOLOGICA DEL NOME PAPA. 

Questa origine, come spesso accade, si e afifermata 
in modo vario, specialmente nella chiesa occidentale. 
Invece, nella chiesa orientale V origine del nome Papa 
subi piccola varieta, o, meglio, varieta appena acciden- 
tale. Propagatosi cola il Oristianesimo, si diede a tutti 
i ministri del culto il nome di Padri. Nell' uso comune 
il nome di Padre, navijQ, si trasform6, per abbrevia- 
zione ed alterazione; nel nome di Papa, llaTtag, od 
anche IIajtJta£. 11 ministro, poi che otteneva qualohe 
grado superiore, godeva il nome di Primopapa, IIqco- 
Tojcajcqs, o ITQOvoJcajcaooo. Si disse ancora il Primo- 
papa Primopasso, ITQCjrojTaTtaooo. Delia denominazione 
di IlQoyvojtaTtacoo si ha un esempio ancor oggi in Italia, 
propriamente in Messina. Quivi, in una chiesa, dicesi la 
prima dignita Protopapasso , costumanza la adottata 
nel tempo che la Sicilia fu sotto il dominio imperiale di 
Oiiente. 



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17J B. LABANCA 53 

Quanto alia cliiesa orientale aggiungo poohe altre 
avvertenze die dimostrano la varieta appena acciden- 
tale avvenuta in quella sul nome Papa, liana. In alcune 
scritture od iscrizioni leggesi non il nome di IlaTta^, o 
di llaTtTtag, bensi quelle ''Ajcag, ed anche di Zina. Per 
semplioe accorciamento si elide a principio di parola il //, 
ed eziandio la g in fine di parola. In una stele copta 
del Vaticano si e verificato non T accorciamento, si il 
raddoppiamento del //. Leggesi in essa non 7/ajra, si 
lljtajtai Potrebbe darsi clio il doppio II fosse uno sba- 
glio causale; ma potrebbe ancora indursi, clie il dop- 
pio II avesse un valore significative, cioe di IIqoto e 
di liana; in guisa da dovere scorgere nel vocabolo 
Iljtajta il IIqoto jiajta. Delle due interpretazioni il let- 
tore pu6 accettare Tuna o Taltra; non alterando Tuna 
o Taltra interpretazione la origine etimologica del nome 
Papa nelle chiese orientali. 

Giova un' ultima avvertenza, ed e questa : cbe i 
Greci chiamarono i ministri di Cliiesa a gradi supe- 
riori ancora IlQcovojtQeo/iirtQt, non IlQCorcojtam , o IIqoj- 
Tonajtaooi. La di versa appellazione di Protopresbiteri e 
di Protopapi o di Protopapassi raggiunge il medesimo 
significato; attesoche presbitero, neiruso originario, vale 
anziano, o, cli' e lo stesso, padre spirituale ; si clie il Pro- 
topresbitero equivalga, cosi come il Protopapa, il Primo- 
padre. 

Le notizie arrecate bastano per la origine etimolo- 
gica del nomo Papa, ed anclie per i suoi derivati rispetto 
alia cbiesa di Oriente. Per la stessa origine domina una 
grande varieta di opinioni nella cliiesa di Occidente. E 
fuori dubbio clie la voce Papa, nel significato di Padre 
spirituale, si us6 di buon'ora ancora nella chiesa occi- 

AeUt du Xll^« Congrit dt» Orienialittet. - Tome III — (2'"« Pailie) i 



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54 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [S\ 

dentale. In parecchie epigrafi delle catacombe di Roma 
si rinviene il nome Papa, nel significato non di titolo 
pontificale, ma di afifetto paterno. Ad esempio, nelle ca- 
tacombe di (yallisto il diacono Severo ricorda, in una 
iscrizione, Marceliino come Papa suus, nel senso di sola 
paternita spiritnale. Nello stesso senso leggesi, in altre 
iscrizioni, Papa mens, Papa noster. All' uopo aiTeolier6 in 
seguito altre conferme, allorche dir6 della origine sto- 
rioa del nome Papa. 

Contiiiuando ora nella origine etimologica, osservo 
che coloro i quali accettarono in Occidente il vocabolo 
Papa siccome una importazione greca, a guisa di tante 
altre importazioni greche, nella dottrina e nella lingua, 
avvenute nei primi secoli cristiani, la origine etimolo- 
gica di quel vocabolo riusci facile e, insieme, sicura. 
Avendo la cliiesa di Oriente ritenuta la trasformazione 
dialettale del noriie IlavijQ in quello di llana^, ritennc 
anclie la chiesa di Occidente il nome Papa quale tra- 
sformazione del nome Patei\ benche non si abbiano in- 
dizii che siffatta trasformazione siasi attuata in mode 
spontaneo nella lingua latina, cosi come nella lingua 
greca. Mancando tali indizii, gli scrittori occidentali, 
per le vecchie e nuove gelosie, si sono adoperati a di- 
mostrare die il nome Papa sia non un primo derivato 
deiridioma greco, ma piuttosto un primo derivato del- 
I'idioma latino, o, almeno, un portato ebraico. Toccliianio 
dei varii tentativi fatti dagli scrittori occidentali. Alcuni 
hanno opinato, che ancora nell' idioma latino rinveni- 
vasi Tuso della parola greca llajrag, IlajiTtag, Al propo- 
sito avvertono che i i'anciulli, nel carezzare i genitori, 
o nel domandare a loro il pane, dicono Papa, o Pappa. 
Sembra comprovato simile uso appresso Giovenale (/Sa- 



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[yj B. LABANCA 55 

t7jr. VI, V. 032;, dove trovasi la parola Pappas, interpre- 
tata dal cardinale JJaronio quale Fater {Martyrolo(jium^ 
Die X januarii). 

Altri si sono sforzati a rintracciare la origine eti- 
mologica del nome Papa nel linguaggio arcaico italico. 
In questo esiste, di fatto, il vocabolo Papa, significante 
Direttore o Custode. Ci6 posto, si osserva da un latx>, 
non potersi dubitare clie il latino antiquato italico ha 
influito nel sopravvenuto latino romanO; edaR'altro clie 
il pontefice e Direttore e Custode delle anime. Inno- 
cenzo III; per citare un solo esempio, conchiude una 
sua epistola: Papa est ergo Gustos animae [Lib, III, epist. /, 
X, ap. Migne Pat. lat.). 

Altri lianno arbitrate die il nome Papa derivi 
dalle due sillabe iniziali di Paulus e di Petrus. A loro 
avviso, i decreti papali, anticamente esordivano cosi : 
Dec.etum Petri et Pauli. Di j^^iu, a principio fu in uso 
la voce Pape, non la voce Papa. Derivazione questa 
stbrzata ; ma importante la notizia dei decreti portanti 
in cima i nomi di Pietro e di Paolo ; notizia dataci 
dal Bracci nel libro citato, senza per6 documentarla. 
Qui giova il prezioso coritributo della primitiva arte 
cristiana. 

Nelle catacombe di Roma si sono scoperte diverse 
imagini di f^ietro e di Paolo, Tunc accanto all'altro, 
e talvolta Paolo a destra di Pietro. Fra le imagini piu 
belle sono quelle rappresentate dal medaglione di bron- 
ze, scoperto dal Boldetti, illustrate da lui prima, poscia 
dal De Rossi. * 



* Boldetti, Osservazlonl sopra i clmiterL Vol. I, 11)2. Roma, 1720. 
— De E.ossi; IJullettlnOj ecc. An. 1867, p. 85 e ag. 



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5(5 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [10] 

Ricordo altre derivazioni etimologiche, piuttosto 
curiose, die probabili. Taluno ha creduto clie il nome 
Papa sia procedato dal nome Pappo, riferentesi alia 
lanuggine di alcuni fiori. Essendo il Pappo dei fieri di 
poca durata, si fe applicato al capo della Chiesa, tra- 
sforraandolo in Papa; attesoche sono eletti papi d'or- 
dinario i vecchi. I quali, per la lore eta, hanno poca 
durata come il Pappo. Tale altro ha messo a profitlo 
il verso dantesco : « Innanzi che lasciassi il pappo e 
il dindi » (Purg. XI, 105). Ha quiudi creduto, il nome 
Papa esser nato non dal Pappo de' fiori, bensi dal Pappo, 
cioe pane de' bambini ; in quanto che il capo della cri- 
stianita ne sia il pane spirituale. Qualche altro ha di* 
visatO; corrispondere il nome Papa alia interjezione la- 
tina Pope, voce di maraviglia, che bene pu6 rivolgersi 
al sommo gerarca chiesastico, quale persona admirabilis. 
II Petrarca fa buon viso a tale origine del nome Papa. ^ 

A quel ch' io sappia, gli scrittori occidentali non 
si sono avvalsi, nel case, dell' altro verso dantesco: 
< Pape Satan, pape Satan aleppe > {Inf. VII, 1). Si 
conviene dagl' interpret! die le due parole Pape con- 
tengono una esclamazione di maraviglia, e che si rifo- 
riscono alia interjezione latina Papae. Ma siccome la 
esclamazione di maraviglia e per un essere teiTibile, 
non ammirabile — secondo che credevasi il diavolo nel 
medio evo — cosi gli scrittori occidentali si sono gio- 
vati, nelle loro indagini etimologiche, dell' altro e non 
di questo verso dell'Alighieri. 

Bramando gli etimologisti d'Occidente di fare la- 
tina, non greca la denominazione di Papa, hanno so- 

^ De vita solUaria, lib. II, sell. XIII, cap. XVIII. 



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[11] B. LABANCA 57 

stenuto che la parola IJajrag sia veniita dairantiquata 
lingua romana. Di tal guisa i Greci han ricevuto, an- 
zichfe dato il nome Papa. Quale la prova? Eccola in 
breve : gli antichi romani pronunziavano, per accorcia- 
mento, la sillaba Pa per Papa, cosi come le altre sil- 
labe Po per Populos, Tau per Taurus. Conghiettura 
questa piu ingegnosa, che giusta. 

Alcuni latini scrittori, con un occhio alia etimolo- 
gia e con un altro alia storia, hanno escogitato che il 
nome Papa sia risultato delle due prime sillabe o di 
questo due parole: Pastor pastorum, o di quest' altre due 
parole : Pater patrum^ o Pater patriae. Veramente il ti- 
tolo onorifico di Pater patriae si 6 dato in Roma agli 
imperatori, eccezionalmente ai papi. Ancora alle impe- 
ratrici davasi quel titolo cosi modificato: Mater patriae. ^ 
Ai papi si e dato spesso, conforme ai dettati evange- 
lici, il titolo onorifico o di Pastor pastorum o di Pater 
patrum. Questo second o titolo si diede, nel medio evo, 
infino alia papessa Giovanna; della quale la tradizione 
conservava questo verso, allusivo al suo parto favoloso : 
Papa pater patrum papissa^ pandito partum. ^ Sono adun- 
que storici i denominativi, per il vescovo di Roma, di 
Pastor pastorurriy o Pater pairum, ma di una induzione 
molto incei-ta la derivazione del nome Papa dalle due 
prime sillabe delle due denominazioni. 

* Corpus inscription, latinarum, Berlino, 1803, sg. 

* DOllinger, Die papstsaMn des Mittelaltera. Monaco, 18G3. — 
Bianchi-Giovini, Esame critico degli atti e docum. relativi alia favola di 
Papessa Oiovanna. Milano, 1845. — In Roma esisteva nella via tra 

*S. Clemen te ed il Colosseo, una statua della favolosa papessa, con que- 
sta iscrizione : Papa pater j^^trum peperit papissa jtapelhim, Venne di- 
strutta per ordino di Sisto V. 



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68 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [121 

Mi resta a dire di un ultimo tentative degli Oc- 
cidentali, di cavarne la origine etimologica dall' elo- 
quio ebraico, docunientato dall' A. e dal N. Testamento. 
Si racconta nell'A. T., che Eliseo, al vedere traspor- 
tato in cielo Elia da un carro, tirato da cavalli di fuoco, 
esclam6: Pater mij pater mi (Re^ lib. II, cap. II, 11, 12). 
Ancora, i principali leviti nell'A. T. erano chiamati: 
Principes patrvm (Esdra, I, 5; III, 12; IV, 3). Nel N. T. 
Gesu Cristo ci insegn6 a cominciare la preghiera per 
eccellenza a Die cosi: Pater noster qui es in cod is 
(Matt. VI, 9). Piu volte nello stesso capo VI di Matteo 
occorre il nome di Pater o di Patrum (Vers. 1, 4, 6, 8, 
9, 15, 18, 26, 32). La voce Abba^ forma caldaica della 
voce Pater^ viene spesso adoperata nel N. T. (Marc. 
XIV, 36; Paolo, Rom. VIII, 15; Gal IV, 6). 

Gli scrittori occidentali, eruditi da siffatto uso non 
raro della voce Pater^ in vario modo espressa, osserva- 
rono clie la derivazione del nome Papa sia avvenuta 
dal vocabolo caldeo-ebraico a qnesta maniera: da prin- 
ciple accadde la trastbrmazione del 6 in p, pronun- 
ziando non Abba, bensi Appa; di poi, per una traspo- 
sizione di lettere, nacque il nome Papa da quelle di 
Appa. Ci6 posto, e bene avvertire che in un Inno di 
Callimaco a Diana, Giove 6 cliiamato Appa^ non Abba; 
e che appresso i cristiani copti o detto il padre spiri- 
tuale, alia maniera caldeo-ebraica, Abba. V ha di piu. 
Per una prolungazione della voce Abba, i cattolici ap- 
pellarono, primieramente tutti i monaci Abbati; nome 
che col tempo si attribul al solo capo di qualche mo- 
nastica abbazia 

La etimologia, nel modo onde si coltiv6 prima del 
nostro secolo, non poteva risolvere a perfezione il pro- 



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[131 B. LABANCA 59 

blema della origine etiinologica del noDie Papa. Era 
necessario il sussidio degli studii linguistici, conside- 
rati nel doppio moto di conservazione e di trasfor- 
mazione avuto dalle linguo, anche dalle varie lin- 
gue cristiane di Oriente e di Occidente. Cosi solo poteva 
raggiungersi una perfetta soliizione su la origine eti- 
niologica del nome Papa. Non trattando ora tale que- 
stione molto complessa, possiamo attenerci, per le cose 
esposte, al fatto innegabile che il nome Papa fu, nel- 
r U80 comune, un' acconciata trastbrmazione del nome 
IlaTijQ appo gli Orientali, del nome Pater appo gli Oc- 
cidentali: trastbrmazione noveratasi prima in Oriente 
che in Occidente. 

Sono da aversi piiittosto come ingegnose, che come 
ben fondate le varie derivazioni etimologiche tentate 
dagli scrittori occidental!, per chiarire il fatto del tutto 
indipendente da quelle accaduto nella chiesa orientale. 
Quel che pu6 affermarsi con massima probability, si 6 
che le due chiese cristiane di Oriente e di Occidente 
accettarono volentieri la trastbrmazione di IlavijQ in 
Uanac^y di Pater Papa; avendo Gesii Cristo, nelT invo- 
care Dio come suo Padre, adoperata la voce Abbay 
forma caldeo-ebraica non lontana, secondo 6 detto, dal 
nome di Ilajtag o di Papa. Volgendoci, intanto, alia 
origine storica, molte incertezze della origine etimolo- 
gica si dissipano, o, almeno, si diradano. 



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60 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [14] 

II. 

ORIGINE STORICA DEL NOME PAPA. 

Del costume religioso in Oriente di cliiamarsi papi 
e norfpadri tiitti i preti, si ha un indizio storico inne- 
gabile perfino nelle catacombe di Alessandria. Nel 1865 
C. Wescher invi6 una relazione a G. B. de Rossi in Roma 
intorno ad esse catacombe. Fra le varie notizie primeg- 
giava questa : die a Cerdone, terzo successore dell' apo- 
stolo Marco — ivi creduto Ibndatore della chiesa Ales- 
sandrina — si dava in una iscrizione il nome di "Ajra. I 
due archeologi convennero clie il nome "Ami alludeva al 
nome ITajrag. 

. II de Rossi, nell' interpretare il vocabolo "Ajtu, giu- 
dic6 die nella iscrizione erano probabilmente perite due 
lettere, una innanzi ed una dopo ; in guisa che la iscri- 
zione, nella sua integrita, doveva avere il nome di Ua- 
^ag, non quelle di "Ajra. Noi abbiamo gia avvertito cbe 
in Oriente era in uso la parola 14jra^ o Taltra di 'Ajrag, 
in luogo del nome Ilajrag ; si che possa averai per una 
semplice elisione la parola "Aira dell' epitaffio alessan- 
drino. Del resto, V avviso del de Rossi, che siansi, cioe, 
distmtte le due lettere 11 ed 2*, e non disprezzabile per 
la ragione che in una epigi'afe cimitei'iale convenisse 
adoperarsi la maniera di scrivere piu accettata.^ 

E sembrato, inoltre, al de Rossi che il nome Papa 
attribuito a Cerdone, terzo vescovo di Alessandria, espri- 
messe non semplice pateraita spirituale, si bene un ti- 

• BhU. d' archeoh rrist., An. 1865. p. C^X^rL 



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[15] B. LABANCA fil 

tolo di autorita giurisdizionale. Di qui inferisce che il 
nomo Papa, come titolo onorifico e di giiirisdizione, sia 
apparso la prima volta in Oriente, e propriamente nella 
chiesa di Alessandria. Siamo al secolo I dell' era cri- 
stiana. In questo tempo il costume generale e preva- 
lonte nelle chiese di Oriente e di Occidente, e di adope- 
rare il riome Papa, quale sola testimonianza di paterna 
afifezione spirituale. Cotesto si par chiaro dalle cose dette 
neir altro numero ; ma piu e meglio si rendera cliiaro 
dalle cose che dir6 in seguito. 

Nei primi secoli del cristianesimo si us6 come ti- 
tolo di on ore e di giurisdizione il nome non di Papa, 
si di Episcopo ; nome questo non di conio chiesastico, 
ma politico, e di origine non latina, ma greca : Emano- 
jtog. Di tal guisa avvenne che come il nome Papa, di 
origine primieramente greca, e in uso appo le chiese 
greche, pass6 di poi neiruso clella lingua e della chiesa 
latina ; cosi il medesimo trapasso storico ebbe luogo ri- 
spetto al nome Episcopo : EmoKOjtog. Fra le due chiese 
orientale ed occidentale fu, nei primi secoli, perfetta 
unione, salvo poche questioni, subito composte, di li- 
turgia/ Per conseguenza i due nomi di Papa e di Epi- 
scopo^ nati ed usati in Oriente, subito rinacquero e si 
usarono in Occidente. II nome di Episcopo, che nei si- 
gnifioato originario importava ispettore, soprintendentC; 
si adattava bene come titolo di onorificenza c di vigi- 
lanza accordato ad alcuni sacerdoti, meglio che non 
il nome di Papa, che per Torigine e per Tuso teneva 
sempre le veci di Padre spirituale appo le comunita 
cristiane. 

Al proposito il grave problema storico, si c di esa- 
minare se V episcopate abbia dimostrato, prima che in 



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fi2 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [16] 

Oocidente, in Oriente tendenze a diventare da democra- 
tico monarcliico, o, cli' e lo stesao, da esistente ugnal- 
mente in piu niinistri delle varie chiese cristiane, di- 
pendenti, per la generale giurisdizione, da uti capo, 
riconosciuto come V Episcopus episcoporum. Tale pro- 
blema storico difficile verra trattato e risolnto in altro 
numero, dove cadra piii acconcio. Al presente dobbiamo 
continuare nella origine storica del nome Papa, doeu- 
mentandola per I'Occidente, dopo averla documentata 
per r Oriente. 

Abbiamo ricordato nelP altro numero, per le cata- 
combe di Roma, le denominazioni diverse di Papa mens, 
di Papa tuns, di Papa noster, di Pa2)a optime, tutte signi- 
ficanti rispetto de' cristiani verso i rainistri di Chiesa, 
come loro padri spirituali. Apprendesi, infatti, da una 
iHcrizionc funcraria, che il diacono Severe chiama il ve- 
soovo di Roma Marcellino (296-804) Papa suus con que- 
st e parole : Jussu papae sui^ Marcellini.^ Filocolo dicliia- 
rasi, in altra iscrizione, amico di Damaso, vescovo di 
Roma (366-384;, che appella Papa suus.^ In un' altra 
epigrate si da il nome di Papa, sempre in segno di spiri- 
tuale paternita a Zosimo, vescovo di Roma (417-418).^ 
Ricordo un' ultima iscrizione, che contiene pel vescovo 
di Roma, Vittore I (193-203), il nome di Tata, equiva- 
lonte ancor oggi appresso i nostri contadini al nome di 
Papa, o, cir bi lo stesso, di Padre/ 

Da questi documenti epigrafici, tanto preziosi per 
la storia, si dosume che il nome Papa risale, nella chiesa 

* De Rossi, Jnscripi. etc. Prolog, p. CXV. 

* Ihidnn, PnAog, p. LVI. 

' Muratori, Nomut iJiesaur, vet, inscript, n, 11, 1739-1712. 

* Orelli-Henzen, Ittscrip, lot, amplisshna colhctio, n. 182-18r><], <j025. 



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[171 B. LABANCA 63 

occidentale, ai prinii secoli, e clie venne adoprato a testi- 
moniare affetto paternale, iion titolo autcirevole. A si- 
gnificare cotesto titolo, si us6 nella chiesa occidentale, 
cosi come nella chiesa orientale, il nome non di Papa^ 
si di Ej)iscopus. Quanto alia chiesa occidentale ecco le 
prove storiche, forniteci anche dall' epigrafia. In Roma 
due serie di sepolcri cimiteriali contengono epitaffii epi- 
scopali, non papali: una prima serie ci si porge dalla tra- 
dizionale catacombe dell' apostolo Pietro ; una seconda 
dalle celebri catacombe di Callisto. Per quests cata- 
combe il suo scopritore, G. B. de Rossi, raccolse cinque 
epitaffii episcopali. Ne ricordo uno solo di Caio, morto 
nel 296, col nome di Episcopus, non di Papa} Ancora 
in altri epitaffii di altre chiese, fuori di Roma, si rin- 
viene per i dignitari in generale, a tutto il secolo III, 
il nome di Episcopi. Non solo i cimitcrii, ma eziandio 
alcuni dittici rammentano la morte di ministri, posti a 
capo delle chiese, co' nomi di Episcopi. 

II sistema episcopale e non papale, dominanto 
come titolo di onore e di giurisdizione nei primi tre 
secoli, o con qualche eccezione anche nel secolo IV, era 
del tutto conforme al dettato biblico. In questo si cer- 
cherebbe invano il nome Papa, designate come autorita 
chiesastica. Vi si trova, invece, il nome Episcopus^ nel 
greco eloquio di EmaHojros(Atti, XX, 28; 1* Tisn. Ill, 2; 
Tit. I, 7 ; Filip. I, 1 ; 1" Piet. V, 2). In riconlerma ab- 
biamo la grave testimonianza di San Girolarao. Essendo 
stato segretario nel secolo IV del Vescovo di Roma, san 
Damaso, classifies cosi i diversi gradi delle chiese : 
Sinquli ecclcsiaimm Episcopi, siiujtdi archipreshyieri, singnli 

* lionia Hotterrmi. cristiana. 1 80 i- 187 7. 



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64 SECTION MYTHOLOaiE ET RELIOIONS [18] 

archidiaconi (Epist. ad liusticum, CXXV). Questo luogo 
prova ad evidenza, che nel IV secolo si dava il primo 
posto alia dignita episcopale, e poscia venivano le al- 
tre dignita arcipresbiterali ed arcidiaconali. 

AUe prove storiche su la origine del nome Papa, 
desunte dall' epigrafia, aggiungiamo altre prove storiche 
forniteci da sant' Ignazio, da Tertulliano e da san Ci- 
priano, tntti e tre Padri cliiesastici de' primi secoli cri- 
stiani. 

Rispetto a sant' Ignazio lo scritto del Nuzzi ci- 
tato nelle Sorgenii, rammenta la epistola di lui a 
Maria Cassobula; nella quale Ignazio, vescovo e mar- 
tire chiama Lino, successore di san Pietro, col nome di 
Papa. 11 JN'uzzi ritiene, per una ipotesi infondata, come 
apocrifa^ ma autentica la epistola a Maria Cassobula. 
Per ragioni irrefragabili la critica Tha allegata fra le 
epistole inautentiche. II Bracci gia da noi citato e pure 
favorevole all' autenticiti della epistola ignaziana alia 
Cassobula ; per6 afferma che il santo Padre nomin6 
come Papa non Lino, si Anacleto (100-102). Noi am- 
mettendo la inautenticita di essa epistola co' migliori 
critici, non ne facciamo nessun conto. 

Aflfermo ben volentieri che il grande eroe cristiano 
martirizzato a Roma sotto Traiano (98-117), avesae 
potuto dare il nome di Papa, come sinonimo di Padre, 
piii probabilmente ad Anacleto, che a Lino. Da ci6 
non e concesso di indurre, che sant' Ignazio usasse tal 
nome solamente per il vescovo di Roma, perch^ egli 
lo tributa ancora ad altri vescovi. Se ne ha un docu- 
mento incontrastabile nella sua epistola agli Smirnesi, 
forse la prima da lui scritta, e riconosciuta da tutti 
autenticnn. Di fatto, in ossa raccomanda ai cristiani 



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L19] - B. LABANCA 65 

Tobbedienza ai loro vescovi, come loro //dm, cioe loro 
padri spiritual!. 

TertuUiano ci porge un' altra attestazione deiruso 
de' nomi Papa e Papi appresso i Latini, cosi come ap- 
presso i Greci dai primordi del cristianesimo. Al pro- 
posito il Nuzzi arreca un passo De piidicitia^ uno degli 
scritti di TertuUiano, divenuto gia accanito montanista, 
in opposizione alia facile indulgenza yerso cristiani cor- 
rotti, e alle tendenze gerarchiche di Roma. In esso 
scritto chiama il vescovo Benedetto, rimproverato per 
troppa indulgenza; Benedictus Papa, Bonus Pastor. La 
testimonianza di TertuUiano, nato nel 160 e morto nel 
230, mostra chiaro che al suo tempo davasi a tutti i 
vescovi nel significato di spirituale paternita, il nome 
di Papa. 

Cotesto nome, nel significato di titolo supremo giu- 
risdizionale, attribuito al vescovo di Roma, 6 posto in 
oanzonatura da TertuUiano, nello stesso trattato De pu- 
dicitia. Qui chiama, ironicamente, Zefirino (203-220) 
Pontifex Maximum j Episcopu episcoporum^ a cagione d'un 
suo Edictum peremptorium. In sostanza gli da del Rim- 
bambito, o del Papasso in sen so ironico. Ingegno po- 
deroso ed animo ardito TertuUiano fu nel secolo III il 
Lutero del suo tempo. Nel trattato menzionato pone 
in rilievo la cliiesa invisibile, che ha a capo Cristo, die 
fin d'allora si agognava di sostituirla alia cliiesa visi- 
bile. Con tutto ci5 non isconosce che Pietro fu da 
Cristo destinato personaliter, al governo della Chiesa ; 
non per6 con potesta sovran eggiante su gli altri apo- 
stoli (cap. XXI). Per tale ragione deride Zefirino che 
aspirava ad essa potesta a guisa di Distrefe, rimpro- 
verato da san Giovanni (3* Epist. v. 9). 



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m SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [2u] 

Delia primitiva origine storica del nome Papa, ab- 
bianio un altro docurnento negli scritti di san Cipriano, 
creato vescovo di Cartagine nel 248, martirizzato alia 
stessa Cartagine nel 258. Assente da Cartagine al tempo 
della sua persecuzione, il clero di Roma invi6 una let- 
tera al clero cartaginese (Epistola cleri romani ad clerum 
carthaginensern) nella quale Cipriano e detto Papa. Lo 
stesso clero di Roma scrive altra epistola a Cipriano, 
cosi indirizzata : Clerus romanus ad Cyprianum papain. 
I confessori di Cartagine scrivono al loro vescovo as- 
sente con questo indirizzo : Confessores universi ad Cy- 
prianum papam. Nei tre concili di Cartagine, tenuti da 
Cipriano, venne cliiamato Papa, nel senso di padre spi- 
rituale. 

Qualclie cattolico ha stimato, senza documentarlo, 
che nel III concilio di Cartagine si fosse decretato, 
doversi conferire al solo vescovo di Roma il nome Papa, 
quale primus inter impares per la giurisdizione (Rocca, 
Op. cit. p. 4). Per i cattolici San Cipriano e state sem- 
pre, a cosi dire, il cavallo di battaglia. II decreto a 
cui allude il Rocca, non esiste; ma e vero die con San 
Cipriano pigli6 il sopravvento non il papato universale, 
bensi T episcopate universale di Roma. Nel suo libro 
De unitate ecclesiatj egli stabilisce in mode risoluto, clie 
extra Ecclesiam sains nulla; die la Cliiesa deve avere la 
unita nella varieta delle chiese, tmitatem in varietate; 
che deve eeservi un episcopaium unum episcojwrum mul- 
torum; e che ut vnitatem manifestaret ^ unain cathedram 
constituit. Cipriano allude alia cattedra tonuta dalF apo- 
stolo PietrO; per volere di Gesu Cristo. 

Altri passi De unitate ecclesiae confermano Ic pre- 
late sentenze. Per esempio, ivi si raccomanda ai ve- 



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121] B. LABANCA 67 

scovi la subordinazione al vescovo di Roma, per avere 
la unita episcopale: ut episcoj)attim quoqite ipsum vnitvij 
atque indivisum probemus. * Albrove sentenzia: Nam Pe- 
tro primum Dominiis, super quern edificavit Ecclesiam, 
et unde unitatis originem instituit et ostendit (Episi. ad 
Zabujanum). Scrivendo al vescovo di Roma, Cornelio 
(253-255), cosi esprimesi: Petri cathedram^ atque ecclesiam 
principalerriy unde unitas sacerdotalis exorta est. Di piu 
aggiunge per la chiesa di Roma: radix et mater ecclesiae 
cattolicae. {Epist. XIV; XLV). A San Cipriano premeva 
assai assai V unita chiesastica, non per amore della 
gerarchia romana, si bene per amore della religione 
cristiana. Egli era molto impensierito del danno gra- 
vissimo che veniva al cristianesimo, a cagione di tanti 
dissidenti che lo dividevano e frastagliavano. Paragona 
i dissidenti ai raggi che dal sole si distaccano, ai ru- 
scelli che si dipartono dalla sorgente, ai rami che si 
svellono daU'albero, alle pecore che abbandonano il 
pastore. Siflatta e la cagione del suo insistere su la 
unita della Chiesa. La quale, unita il santo credeva fer- 
mamente necess^ria per conservare la unita ed unitbr- 
mita della fede cristiana: unita ed uniformita che si 
sarebbero conseguite, secondo lui, sottomettendosi i dis- 
sidenti air ubbidienza o aH'autorita de' vescovi dello 
chiese cristiane, o all' autorita de' concilii da essi rap- 
presentata, allora governanti insieme col vescovo di 
Roma, non per anche dominante solo nel governo dolUi 
Chiesa. Insomma, reputava necessaria, al progresso della 
religione, la unita episcopale governante o nei concilii 

* Vedasi L* episcopato, ossia la potesta dl fjovernare la chiesa. 
Parte P, 1789. L' opera cattolica e di autore anonimo; probabilmente 
n'e stale scrittore Grenn. Cistari, prete napolitano. 



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m SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [^^1 

o nella cliiesa, non la unita papale governanto in una 
unica chiesa, dalla quale tutte le altre cliiese dovevano 
dipendere. Ci6 si pote effettuare assai dopoilsccolo III; 
attraverso innumerevoli contrasti. 

Al tempo di San Cipriano continuava ad adope- 
rarsi il nome Papa nel significato di padre spirituale 
de' fedeli; e in tale significato si conferiva ai vcscovi 
ed ai sacerdoti semplici delle varie chiese di Oriento e 
di Occidente. Importa assai notare die il Santo da, in 
alcune lettere, anche il nome di Fraier o di Collega. 
Cosi egli chiama ora Cornelio, ed ora Stetano I. No i 
due vescovi di Roma se ne risentono. II che riconterma 
clie la unita chiesastica da lui desiderata era tuttavia 
democratica, o, al piu, oligarcliica, non mai gerarcliica 
e monarchica. Di clie e prova palmare eziandio il con- 
tegno tenuto da Cipriano verso Stefano I riguardo al 
giorno della celebrazione della Pasqua, ed al battesinio 
amministrato dagli eretici. Gli storici cattolioi della 
Chiesa, che fanno di Cipriano un atleta del primato 
di Roma, vanno di la dal vero pensiero di lui, e del 
vero state in cui si reggevano le comunita cristiane 
nel secolo III. 

II tutto fine qui esposto dimostra ad evidenza, es- 
sere antichissima, dal primo secolo cristiano, la origine 
storica del nome Papa, nel senso di paternita spirituale, 
non di potesta giurisdizionale. La quale origine storica 
fu pienamente conforme ai due sommi ideali di Pa- 
ternita e di Filialita iusinuati nel cuore degli uomini 
dal cristianesimo. La Paternita di Dio verso tutti gli 
uomini, annunziata dal Cristo, partori, com' 6 naturale, 
la Filialita di tutti gli uomini verso Dio. Siffatti ideali 
si recitarono nelle chiese cristiane di Oriente e di Oc- 



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[23] B. LABANCA 69 

cidente tra i ministranti e ministrati ; assuniendo i 
priini il nome di Padri, e, per accorciamento; di Papi, 
ed i second! quelle di Figli nel Cristo. 

Accanto ai due nomi di Patcrnita e di Filialita 
crebbe il terzo nome di Fraternita. Essendo tutti gli 
uomini proclamati figli di Dio e del suo Cristo, diven- 
tavano per questo tutti infra lore fratelli. Cotesta uni- 
versale fratellanza si applied, a volte, dai fedeli ai loro 
sacerdoti ed anco ai vescovi, chiamandoli fratelli. Ma 
tale applicazione fu rarissima. Non il simigliante pu6 
dirsi de' sacerdoti e de' vescovi, nel cliiamarsi e salu- 
tarsi fra loro. Abbiamo veduto che il vescovo Cipriano 
appell6 fra telle Cornelio e Stefano I, vescovi di Roma. 
Con r andare de'secoli si smise tale costume; tanto che 
Gregorio IV (827-844) se ne lament6 co' vescovi di 
Francia, che in una loro lettera V avevano denomi- 
nate Frater. non Paler] giacche a lui si doveva pater- 
7iam, non fratemam reverentiam, * 



III. 
CONTROVERSIA SUL NOME PAPA 

FRA LE DUE CHIESE DI ORIENTE E DI OCCIDENTE. 

Lascio da parte tante controversie, spesso dolorose 
e scandalose fra le due chiese, cagionate da dissensi 
or dogmatici, or gerarchici ed ora liturgici. Forse tor- 

* C. Du Cange, Glossarium ad script, mediae et injimae latini-- 
tatis. Tom. V, col. 258. Parisiis, 1733. 

Aelet du XII*^*' Congrit des Orientalittes. — Tome III — (2'"« Partie) • 6 



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7U SECTION MYTHOLOGIE ET EELIGIONS |241 

nera gradita ed utile ai lettori la sola numerazione di 
siffatti dissensi. I principali sono i seguenti: 1° Gesu 
Cristo, per gli Orientali, h \ unico capo della Cliiesa; 
per gli Occidentali e anche il Papa, come Vicario di 
Gesu Cristo; 2° Per i primi soltanto i Concilii generali 
possono stabilire i dogmi, la morale e i riti delle chiese; 
per i secondi ha tale potere ancora il Papa ex Cathe- 
dra] 3** Per i primi lo spirito Santo procede dal solo 
Padre; per i secondi dal Padre e dal Piglio; 4"* Per i 
primi 6 libera la lettura della Bibbia; per i secondi si 
richiede T appro vazione del Papa o de' Vescovi; 5*" Dai 
primi si ammette il matrimonio del clero, eccettuato 
per i vescovi, che anco da vedovi possono aspirarvi; 
dai secondi 6 ammesso il celibato per tutti i sacerdoti, 
secolari e regolari; 6** Per i primi la Comunione deve 
farsi con le due specie del vino e del pane, lievitato; 
per i secondi deve farsi con la sola specie del pane, 
non lievitato; 7** Secondo i primi la lingua del culto 
deve essere volgare; secondo i secondi, latina; 8** I 
primi non permettono nel culto ia musica strumentale; 
i secondi la permettono; 9° Tra i primi e i secondi, 
dopo il secolo IV, continui contrasti su la gerarchia, 
se, cioe, debba riconoscersi, oltre quella di Occidente, 
anche V altra di Oriente; 10'' Rigetto de' primi contro 
i secondi delle Indulgenze papali , della Intallibilita 
papale, del Sillabo papale, della Immacolata Conce- 
zione. ^ 

Per allontanare, o, almeno, mitigare i menzionati 
dissensi — col buon fine di ritornare le due chiese alia 



* Vedasi Eevue de thcologie et de philosophie di Parigi, Settem- 
bre 1899. 



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[25J B. LABANCA 71 

primitiva unione — si sono fatti varii tentativi, ma seni- 
pre invano. Un ultimo tentativo si e fatto da Leone XIII 
con la sua Enciclica Principibus populisque universis. Pa- 
reva dovesse ottenere felice risultato; ma dopo parecchi 
anni e aspettato anche invano. Lascio, ripeto, da parte 
queste controversie dogmatiche, gerarchiche e litur- 
giohe fra le due chiese. Mi fermo a quella sul nome 
Papa, a yero dire in apparenza nominale, benche pur 
essa sostanziale; implicando i vecchi contra sti e ran- 
cori delle due chiese, da prima amiclie, poi rivali e 
nimiche. 

E in prima osservo clie se nella rioerca si fosse 
stabilito il vero punto di veduta storico ; se, inoltre, 
si fosse posseduto nei secoli XVII e XVIII il patri- 
monio storico delle epigrafi allegate ; e se, infine, nella 
discussione non avessero influito le consuete discordie e 
gelosie, la questione avrebbe raggiunta facile e pronta 
soluzione. 

Delle mie asserzioni sono un dimostrato baste- 
vole i due numeri precedenti su la origine etimolo- 
gica e storica del nome Papa, e specialmente quelle 
della origine storica. Quanto alia origine etimologica 
aggiungiamo una osservazione , appena accennata, 
tolta di peso dagli studii linguistici del nostro secolo. 
Nel vocabolario cristiano, quelle die accade negli al- 
tri vocabolarii, si avver6 perfettamente. Nelle lingue 
in generale, cosi come negli altri fatti civil i, coope- 
rano due movimenti : uno di conservazione, e uno di 
trasformazione. Per quelle di conservazione si tengono 
in conto le lingue classiche di ciascun popolo, di cia- 
scuna istituzione. Per il movimento di trasformazione 
le lingue subiscono alterazioni foneticlie, moditicazioni 



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72 SECTION MYTHOLOGIE ET EELIGIONS [2H] 

unalogiche, accorciamenti di parole, mutazioni dialet- 
tali, compenetrazioni di neologismi. ^ 

II cristianesimo avendo introdotto fra gli iioiuini 
una gran quantiia di nuove idee e di nuovi fatti, si 
adatt6, per iscopo di facile propaganda, in sul princi- 
pio ai vocaboli classici greci e latini, nelle loro modi- 
ficazioni subite. II che avvenne appunto 8ul nome 
Papa, modificazione ed alterazione delle voci classiche 
di IlaTijQ e di Pater. Col tempo le due chiese si gio- 
varono, per la promulgazione di nuovi dogmi o riti, 
anclie della combinazione studiata tra voci greclie o 
latin e ; ma ne di ci6, ne di altre cose aflBni al voca- 
bolario cristiano devo occuparmi. 

Preme, intanto, conchiudere, che se gli studii lin- 
guistici contemporanei si Ibssero conosciuti ne' secoli 
precedenti, le controversie tra gli scrittori orientali ed 
occidentali, anche per tale conoscenza, si sarebbero 
molto chiarite e diminuite. Alia mancanza delle cono- 
scenze linguistiche, e alle altre difflcolta accennate, 
bisogna aggiungere quest' ultima. Gli scrittori, nel di- 
battito, oonfusero non di rado la questione della ori- 
gine del nome Papa, nel significato di pretto salute 
verso una paternita spirituale, con la questione della 
origine del nome Papa, nel significato di titolo verso 
una potesta giurisdizionale. Coteste preliminari avvcr- 
tenze ben ci aprono la via ad esporre ed esaminarc 
la controversia delle due chiese sul nome Papa. 

Uno dei controversisti orientali piii erudito e 
Abramo Echellense nel caso nostro. Egli, nel Clironicon 



* Vedi A. Darmesteter, La vie dea mots etudice dans leur siffniji- 
cation^ p. 6 e sg. Paris. 1887. 



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[27] B. LABANCA Id 

onentale e nel De origine nominis Papae, citati, sostie- 
ne^ con le testimonianze di Eutichio, Patriarca alessan- 
drino del secolo X, di Giorgio Homaidio, di Abubacro 
Habbasides — quegli cristiano e questi maomettano 
— clie la origine del nome Papa si avver6 in Egitto; 
circa V anno 222, sotto il Patriarca di Alessandria, 
Eracla XII, e sotto i'lmperatore di Roma Alessandro 
Severe (222-236). Ecco le testuali parole di A. Echel- 
lense : « Principia auteni , et rationes probabilitatis 
sunt locus, ubi nomenclatio Papae originem habuit, qui 
est Egyptus, tempus nempe sub Heracla XII, Alexan- 
drine Patriarca, circa an. Domini 222, imperante.... 
Alexandro Severo [De orig. etc., cap. VI 11) ». 

Adunque, secondo il maronita Echellense, il nomo 
Papa (Ilajrag) si diede la prima volta in Egitto al Pa- 
triarca di Alessandria. Secondo lui, si diede, quel 
ch^ e piu, non solo in segno di filiale rispetto de'fedeli 
verso il loro padre spirituale ; ma eziandio in confes- 
sione di eminente dignita chiesastica. II popolo, oltre 
cho trastbrm6 il nome llarijQ in Ilcmag, trasform6 al- 
tresi il nome Jlajrag nel nome Jlannogy nel senso di 
Avo, cioe di Padre de'padri, in quanto il Patriarca 
di Alessandria nominava gli altri dignitarii. Scrive, 
infatti, I'Echellense, essere stata \di. plebs che proclam6 
Patriarca come « Avus nobis nuncupandus est; quia 
est Pater patrum, sen Episcoporum, qui Patros sunt 
nostri [De on//, etc., cap. X\ ». 

fe notevole al proposito una differenza dairOriento 
air Occidente. Qui Tertulliano, sdegnato per un decreto 
di Zefirino, gli diede, come si e visto, ironicamente, il 
nome di Avo, IJannogy quale vescovo rimbambito. Ivi, 
cio(> in Orionto, il popolo, dcvoto al Patriarca Eracle, 



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74 SECTION MYTHOLOGIE ET EELIGIONS [28] 

us6 lo stesso nome di IlaTtTtog nel significato rispettoso 
di Padre de' pa<5ri. In tale significato lo attribiii ad 
Eracla XII circa V arino 222, e, cioe, alio ntesso tempo 
di Tertulliano. Aggiungasi che in Oriente essendo in 
nso la voce Patriarca, ereditata dagli Ebrei, e signi- 
ficante Padre de'Padri, pot6 influire nell' intendere il 
najTjTog nel senso onorevole di Pater patrvm. Sense cx>n- 
servato nel Patriarcato anche dal Nnovo testamento 
{Atti, II, 29 ; VIII, 8). 

Rifacendoci sii Abramo Echellense, conveniamo con 
lui che nel prime quarto del secolo III cominci6 a darsi ai 
Patriarchi il nome di Avi non solo come nn attestato 
di paternita spirituale, ma eziandio come un titolo di 
di potesta giurisdizionale. Ne con ci5 incorriamo in 
contradizione. Discorrendo nel secondo numero della 
scoperta del Wescher nelle catr.combe di Alessandria, 
del nome, ciofe, Papa date in una iscrizione a Cerdone, 
aflfermammo clie ivi conteneva soltanto testimonianza 
di affetto filiale verso il lore Padre spirituale. Se ora 
concediamo che ad Eracla siasi attribuito il nome di 
Papa, ancora come un titolo di onoi*e e di giurisdizione, 
la ragione e, che con Cerdone, Patriarca alessandrino 
siamo all' ultimo quarto del secolo I, raentre che con 
Eracla XII siamo al primo quarto del secolo III. Nel 
corso di circa un secolo e mezzo pote il nome Papa 
elevarsi al titolo di Patei^ patrum^ riferito in ispecie al 
Patriarca di Alessandria, rispettato a preferenza come 
capo d'una chiesa riconosciuta di origine apostolica. 
Non per questo crediamo, che al principio del secolo III 
abbia acquistato, il nome Papa, un uso antonomastico, 
cioe come titolo assoluto per se stesso, indipendente- 
mente dalla persona a cui si tributava. Ne allora, ne 



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[29] B. LABANCA 76. 

poi venne il nome Papa, in Oriente, a siffatto valore 
assoluto. Vi giunse, invece, il nome Patriarca, adottato 
per i dignitarii nelle chiese orientali. 

Tutto ben considerate, pu6 inferirsi che il nome 
Papa, tributato ad Eracla XII, patriarca di Alessan- 
dria, fu da un lato la tradizionale testimonianza di 
filiale rispetto, dall'altro un iniziale ac(»,enno a riguar- 
darlo ancora come un titolo di giurisdizione concesso 
a chi reggeva la chiesa alessandrina, del quale fatto la 
spiegazione e, die le tre chiese di Roma, di Antiochia 
e di Alessandria si ebbero in grandissima riverenza dai 
primi secoli ; perche si credevano fondate da san Pietro: 
di persona le due di Roma e di Antiochia ; per mezzo 
del suo discepolo Marco quella di Alessandria. II papa, 
infatti, Gregorio Magno (390-604) scriveva al patriarca 
alessandrino Eulogio, che Petri cathedram tenet ; atteso- 
che Marcus a S. Petro Apostolo magisiro suo Alexandriam 
sit transmissus (Lib. VI, E}pist, LX). La quale sentenza 
di Gregorio Magno e conforme all' antichissima litnr- 
gia della chiesa alessandrina; dove e scritto : S. Apo' 
stoli et Evangelistce Marci^ discipuli S. Petro. 

tl per6 necessario di por mente, che in essa anti- 
chissima liturgia si trova il nome Papa usato in segno 
di paterna affezione, non di paterna giurisdizione. In- 
fatti, in un luogo di essa e di altre antiche liturgie 
alessandrine 6 detto : Memento Domine^ sanctissimi et bea* 
tUsimi nostri Abba, equivalente al nome Papa.* Adunque 
nei due primi secoli il nome Papa, nella chiesa di Ales- 
sandria, cosi come in quella di Roma, importava sol- 
tanto paternita spiiituale, cosi bene espressa dalle for- 

* Eenandot, Collet, litnrg. orientale, Parisiis, 171(]. 



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7G SECTION MYTHOLOQIE ET RELIGIONS [30] 

mule epigrafiche di Papa mens, di Papa tuus, di Papa 
noster delle cataoonibe romane. Solamente al Hniitare 
del secolo III cominci6 a considerarsi il nome Papa 
(Hajtag)^ o, piuttosto Avo {HajtTtog)^ come nn titolo ono- 
rifico di giurisdizione, dovuto al Patriarca di Ales- 
sandria. 

Ed ora volgiamo la nostra attenzione, per la con- 
troversia sul nome Papa, dagli scrittori orientali agli 
scrittori occidental . Tracostoroe da ricordare sopra tntti 
il BoUandista Sollerio. Nella sua citata Dissertatio so- 
stenne eontro V Eclielense, che il nome Papa e di data 
anteriore a quella segnata sotto Eracla XII, nel 222. 
II Sollerio scrive risoluto: Papa primis Ecclesiae secvlis 
fuisse comnne. Aggiunge col Raynaud — di cui si 6 
raenzionato V Onomasticon poniificium — che per evitare 
talvolta, il tautologisnio di Papa Papa, quando ad un 
vescovo s'intendeva porgere V omaggio di Pater pahvim, 
si adoperf) la sola voce di Papa. Ritiene ancora col 
Raynaud, che il nome Papa usato di buon' ora dai 
Greci e dai Latini, sia transitato verosimilmente, la 
prima volta, dai Greci ai Latini, fino a che soli Romano 
Pontijici rrservatum sii. 

Anche il minorita Antonio Pagi, che ha emendate 
in parecchi luoghi gli Annali ecclesiastici di Baronio, ^ 
tra i controversisti sul nome Papa. Nel notato suo scrit- 
to: Braviaricum historicnm cronologimm criticnm, al pari 
del Sollerio e del Raynaud, dimostra antichissimo 1' uso 
del nome Papa, invece di Padre, appresso i Greci e i 
Latini. Si oppone in modo particolare all' Ecliellense, 
per avere affermato che appo i Greci la voce Papa si- 
gnificasse anche Avo: Vox enivi Papa apud Gvaecos num- 
quaw Arfim su/nijiraritj ,svv/ Patrem. Conforta la sua sen- 



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[31] B. LABANCA 77 

tenza con Tautorita di Pearsonio, sorittore occidenfcale; 
il quale difende nella sua Stoma cronologica del pairiar- 
rata Alessanflrino, la sinonimia di Papa con Padre, non 
di Papa con Avo. 

Se gli scrittori occidentali si fossero attenuti, nella 
controversia, ai limiti ora indicati, la ragione sarebbe 
stata tutta dalla loro parte. Salvo che si voile, anclie 
col norae Papa, avvalorare il primato della cliiesa oc- 
cidentale su la cliiesa orientale. Ancora nel libro dol- 
r Echellense fa capolino tale intenzione; ma non di- 
venta cosi accentuata, come negli scritti del Sollerio o 
del Pagi. Questi, infatti, afferma: Vox Papae... omnibvs 
episcopis semper trihuta fnerit, et privs quidem Episcopo 
Romano, qvam Alexandrino, 

II prius, qui, potrebbe avere solamente valore ato- 
rico, nel senso die il nome Papa siasi attribuito al 
vescovo di Roma, prima che al vescovo Eracla di Ales- 
sandria. In tale senso starebbe fino a un certo punto. 
Ma la bisogna sta di versa. Negli scritti del Sollerio e 
del Pagi il privs ha piuttosto un valore dogmatico; in 
quanto che il prius allude al dogma della chiesa ro- 
mana su tutte le altre chiese cristiane. Ora, dal pro- 
vato e dal da provare si fara manifesto, che il nome 
Papa, innanzi del secolo IV, non servi a primazia di 
sorta di Roma, o di Alessandria. 

Altri scrittori occidentali, oltre al Sollerio ed al 
Pagi, si sono giovati del nome Papa, dato ai vescovi ro- 
mani, per confortare il primato di Roma. Sappiamo gia 
che essi dal vedere che Ignazio, Tertulliano e Cipriano 
hanno attribuito il nome Papa ai quattro vescovi ro- 
mani, Lino, Anackto, Zefirino, Cornelio e Stefano I, 
hanno indotto non solo il fatto storico inncgabile ohe 



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78 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [32] 

un tal norae era in uso non meno in Oriente die in Oc- 
cidente, ma ancora il dogma, allora non punto stabilito, 
del primato papale di Roma. Anche storici e teolo^i 
cattolici, non partecipanti alia controversia, hanno in- 
dotto e continuano a indurre il primato romano, senza 
londamento storico, dall' uso fatto del nome Papa da 
Ignazio, da Tertulliano e da Cipriano, in contradizione 
de' fatti arrecati nell' altro numero. Gli stessi storici e 
teologi cattolici tirano a pro della loro tesi perfino la 
Epistola di Clemente romano ai Corinti: Epistola ri- 
velante cura paternale, non suprema giurisdizione verso 
i Corinti, fra loro dissidenti come al tempo delP apostolo 
Paolo. * 

Concliidesi che la controversia fra gli scrittori delle 
due chiese cristiane di Oriente e di Occidente dipese 
ora dalla mancanza di documenti epigrafici e linguistic!, 
accertati dopo i secoli XVII e XVIII, ed ora da equivoci 
notati a principio di questo numero III della mia ricerca 
storica. L' equivoco piu dominante, per gelosie veccliie 
e nuove tra le due chiese, fu il mescolare nella que- 
stione storica la questione dogmatica della gerarchia 
c primazia episcopale, pretesa si dagli Orientali e si 
dagli Occidentali. Se nella controversia non si fossero 
insinuati equivoci, sarebbe quella morta in sul nascore, 
o, certo, avrebbe durato meno a lungo. 

* La Epistola di Clemente si possedeva incompleta, prima che 
nel 1875 la ritrovasse completa il Bryenniss insieme al ms. della 



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f33] B. LABANGA 79 



IV. 
FASI STORICHE DEL NOME PAPA 

NRLLA CHIESA OCCIDENT ALE. 

Per la chiesa orientale il nonie Papa rimase sta- 
zionario ; si che non debbono «egnarsene fasi storiche. 
Tuttora in quella il nome Papa significa semplice pa- 
dre spirituale, e in tale significato diconsi papi i preti, 
i vescovi, gli arcivescovi e i metropolitani, o al piu, 
profcopapi gli arcivescovi, i metropolitani e i patriar- 
chi. Valgano in prova storica i fatti ai quali accenno. 

Nel secolo IV i preti d* Alessandria indirizzavano 
al loro vescovo cosi una lettera: Beato papae episcopo Ale- 
xandro. L'eresiarca Ario salntava, nel secolo IV ancora, 
il vescovo Eusebio di Nicodemia col nome di Papa. Lo 
stesso nomo, sempre nel senso di padre spirituale, por- 
tavano le lettere indirizzate ad Atanasio, il celebre 
Pppositore di Ario nel Concilio di Nicea ^326). 

Dopo il secolo IV non si smesse il costume chic- 
sastico sul nome Papa, Nella Bolla d' Oro dell' impe- 
ratore orientale Isacco Commeno (10B7-1059) vengono 
chiamati papi i Lettori, quelli, ciofe, che leggevano e 
interpretavano la Bibbia nelle chiese. Ancora nel se- 
colo di Commeno, ciofe XI, si appellavano i seinp]ici 
chierici piccoli papi. Qualunque beneficio chiesastico, go- 
duto da preti e, da vescovi, si disse papato, giusta le 
testimonianze dell' Ecbellenso, del Raynaud, del Solle- 
rio, del Dillmann, del Nuzzi. 



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80 ^ SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS ^ [34] 

Dopo il secolo XI continu6 in Oriente la denomi- 
nazione di Papa o di Papi, nel senso di padre o di pa- 
dri spiritual!. Di fatto, ancora ai di nostri si da ai 
ministri di Cristo il nome di papi, nonostante varie 
modificazioni la introdotte ^ nella nomendatura cliiesa- 
9tica, massime avvenuta la fine deirimpero Greco-Ro- 
mano per la invasione di Maometto II in Oostantinopoli 
(1453). Ermanno Schmitt scrive: « Dopo T ordinazione, 
ricevuta dal Vescovo, il prete 6 riguardato come il pa- 
dre spirituale della sua comunita ; e perci6 dai suoi par- 
rocchiani viene cbiamato Papas [Ilajtag). * 

II nome Papa, nella chiesa orientale, non ebbe, in 
sostanza, tasi storiche; non ebbe la marcia ascendente, 
die rinverremo nella chiesa occidentale. Quali le cagioni 
della stazionarieta orientale? Sono molte sehza dubbio; 
noi non tratteremo, si tratteggeremo V argomento. Sa- 
rebbe strano presumere quanto alle fasi del nome Papa 
una minuta analisi storica. 

La chiesa orientale, nei primi quattro secoli, ebbe 
fulgori di coscienza e scienza cristiana.: Proprio, eo; Orients 
vera lux hominvm, Tanti splendori s'oflfuscarono co' secoli. 
Divennero una rara eccezione alcuni raggi di coscienza 
cristiana radiosa. AI veloce ascendere successe un lento 
discendere. Forse n' 6 stata cagione la fatale trajettoria? 
Tale fatalita fe piu efiPetto che cagione. Una, invece, delle 
cagioni fu che al dialettico e sostanzioso teologare della 
Patristica successe una teologia sofistica, e, ch' e peggio, 
ciarliera, petulante; perche si rese il pascolo di tutti, 
dotti e indotti, dair imperatore all' ultimo plebeo. Al 

* Isiqria critica della chiesa greco-nioderna e della chiesa russa, 
Tom. I, 129. Traduzioiie. Milano, Pirotta, 18-4^2. 



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(351 B. LABANCA 81 

che si aggiiinsero le scempiaggini e lo scelloraggini di 
molti imperatori, olie prepararono la entrata de' Turcbi 
in Costantinopoli. 

Vescovi ed arcivescovi, metropolitan i e pati-iarclu^ 
ora protetti ed ora oppressi in modo indebito, parteci- 
parono alio state di corruzione e di dissolnzione del 
Basso Impero. II simigliante e a dirsi de' monaci, molto 
diffusi in Oriente. Maometto II, entrato in Costantino- 
poli, si mostr6 uouio politico non comune. Si condiisse 
da principio con prudenza verso la cbiesa orientale, 
rispettandone le istituzioni. In seguito iniit6 gP Impera- 
tori, nel rispettare solo in apparenza V autonomia del 
patriarcato e dell' episcopate. 

Le molte scissioni della cbiesa orientale, e la crea- 
zione della cbiesa na^ionale di Russia ridussero la uni- 
versalita del Patriarca di Costantinopoli ad essere pin 
nominale die reale. In Oriente si sentirono le prime 
te.ndenze per un Episcopate uninominale e monarcliico; 
ma la restarono mere tendenze, per Y ambiente cbe 
circond6 la cbiesa orientale. L' Impero Romano diven- 
tato anclie Impero Greco, in Grecia non ebbe mai 
quella potenza governativa e concentrativa die aveva 
dimostrato in Roma. La identica sorte tocc6 alia cbiesa 
di Grecia. La cbiesa. di Roma, al contrario, caduto 
r Impero Romano, ne eredit6 la energia concentrativa 
e legislativa, elevando il nome Papa ad una meravi- 
gliosa energia, e quasi ad una possanza vertiginosa. 
Ci6 non accadde in breve tempo; stanteclio la gloria, 
cosi come la natura precede a gradi. 

Nella cbiesa occidentale, alia stessa guisa ddla 
cbiesa orientale, si adopera, nel IV secolo, il nome Papa 
nel sense di paternita spirituale. San Girolamo, vis- 



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82 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [36 J 

suto in tal secolo, nomina nella sua Apologia contro 
Rufino, vaii dottx)ri in questa maniera: Papa Epiphanius^ 
Papa TheophiluSj Papa Anastasius. Lo stesso Girolamo, 
nella sua corrispondenza epistolare con Sant' Agostino, 
usa in ciascuna epistola questo indirizzo: Domino^ rere 
sancto, et beatissimo papa Augustino Hieronymus in ChrLsfo 
salutem. * 

Sant'Agostino scrivendo a Paolino, vescovo di York, 
sunt'Ambrogio appellat papam {Epist. XXXIV). 

Ad Aurelio, vescovo di Cartagine, scrive cosi: 
Domine beatissimo.,,. papae Aurelio Augustinus in Domi sa- 
lutein [Epist. LXXVII). Dichiara, quel ch' fe piu, chc il 
nonie Papa significava, allora, non altro clie Ecclesiae 
PateVj vel Chericorum Pater {Coram, in Psalm. XLV). 

Questi indirizzi e questo com men to de'Padri latini 
del IV secolo dinjostrano chiaro, che il nonic Papa si 
adoperava, nel IV secolo, a significare solamente pa- 
ternita spirituale, e che per conseguenza non ancora 
si riteriva, come un titolo di giurisdizione, al vescovo 
di Roma. E benanche da riliettere, die nun si aveva, 
ancora nel IV secolo, una gerarchia cattolica, a capo 
doUa quale fosse il vescovo di Roma, col nome di Papa. 
Si avverta che Girolamo, che adopera il nome Papa 
scrivendo a vescovi e dottori, fu segretario diDamaso. 
Come, adunque, egli non lo tributava solo a Damaso? 
II fatto storico e, che la gerarchia cattolica era ancora 
di la da venire, e che il nome Papa restava ancora 
neir originario significato. "^ 

' Migne, Patrol.-lat., T. XXII, sgg. 

^ II Duchesne ha creduto affermare una gerarchia 1^ dove era 
appena un' oligarchia tra episcopi, presbiteri e diaconi (Orig, du cultt 
chiHstiane, p. 329-37, 1889). II Marucchi ha rincarito Tavviso, ammet- 



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t37J B. LABANCA 83 

Nel secolo V, in Occidenfce, seguit6 ad attribiiirsi 
il iiome Papa, nel senso di padre spirituale de'fedeli. 
Al tempo, infatti, del Concilio ecumenico di Efeso (431) 
si scriveva ai vescovi con questa formola : Domino pu- 
pae N. salutem. Con la stessa formula, o con altre con* 
simili venne dato il nome di Papa ai vescovi, dal V al 
X secolo. II Mabillon, nello spiegare il fatto, sorive : 
« Papae, sen Papatis nomen tribuitur quidem Cyprianb 
in ipsis actis, ad significandum Patris, non Episoopi di- 
gtiitatem ». ^ 

Vi ha anoora di piii. II nome Papa to si riferi, at- 
tra verso i secoli V e X, non solo al vescovato di Roma, 
hia eziandio ad altri vescovati di altre principali citti 
d' Italia. Ad esempio, Ottone III (983-99G) proclama, 
in un suo Diploma, Papains il vescovato di Milano, 
detto allora arcivescovato. ^ Non perci6 se ne risenti 
Gregorio VI (996-999), clie al tempo dell' imperatore 
Ottone III governava la cliiesa di Roma. La denomi- 
nazione di Papa e di Papato continu6, per Roma e per 
altre citta principali d' Italia, anclie dopo Gregorio V. ^ 
Pu5 atlfermarsi che tale denomina^ione, nel significato 
di paternita spirituale, dur6 tino al secolo XI, e pro- 
babilmente fino al secolo XII. 

Ci6 posto, e non supposto, e ora da vedere come 
i nomi di Papa e di Papato siansi attribuiti, quali ti- 

tendo il Papa a capo della Cliiesa nel IV Becolo {Ehm, d*archeoL chre- 
tienne, V. I, p. SS-SG, 1900. 

* Veter, AnaJecL, ecc. T. I, 49. Parisiis, 1725. 

* Ap. Lucam Holsteniun, Collect, bipartita, etc., II, p. 219. Pa- 
riBiis, 1742. 

' Ap. Muratori, Her. ital. acript. Tom. IV, Chron. monaat, ccunfin. 
Lib. II, cap. 79. 



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84 SECTION MYTHOLOGIE ET BELIGIONS [38] 

toll di onore e di giurisdizione, al solo vescovo di Ro- 
ma. G. B. de' Rossi, seguitato dal suo aflfezionato di- 
scepolo Armellini, opina clie il nome Papa incominci6 
a prendere il significato di titolo dal tempo di Da- 
maso (366-384). * Altri, invece, opina clie siasi at- 
tribuito non a Damaso, ma al suo successore Siri- 
cio (384-398) il nome Papa, come titolo, scrivendo cosi: 
Siriciiis Papa orthodoxus per diver sa^ provincias (Nuzzi, 
cit. opus. LXX). Altri afferma che Siricio abbia, il 
primo, assunto il titolo onorifico di Pontefice Massi- 
mo, abbandonato dall' imperatore cristiano Graziano 
(367-383). 2 

Ho consuitato al proposito vari storici autorevoli 
de' Pontefici, Anastasio il Bibliotecario, il Oiaconio, il 
Platina, il de Novaes, il Pagi. Nessuno ricorda il fatto 
I'ilevante, per le conseguenze posteriori, che Damaso 
prendesse il nome Papa, come solenne titolo, o che 
Siricio assumesso quelle di Pontefice Massimo. Ho po- 
tuto il simigliante conlfermare, consultando il Liher 
Pontijicalis^ secondo Je varie edizioni di Ciampino (1688), 
di Vignolio (1724), e di Duchesne (1886). Da qucste 
consultazioni e lecito indurre, che si applicasse il nome 
Papa a Damaso c Siricio tuttavia nel significato di 
Pater J secondo V uso iiivalso. Di che si iia una ricon- 
lerma in questo: che Sant' Ambrogio, in una sua Epi- 

* Armelliui, Zic catacovibe romane, i>. 183. Roma, 188t). 

' Saut' Ambrogio a Mi la no godeva una grande influenza su V im- 
peratore Graziano, che ivi risedeva; tanto che Damaso lo incarico di 
persuaderlo di far togliere la Dea Vittoria da 11' Aula del Senate (Am- 
brosii, Epist. XVII, 6; XVIII, 32). E probabile che Ambrogio, valen- 
dosi della saa grande autorit^, persuadesse Graziano a deporre il titolo 
religiose di Pontefice Massimo. 



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139 1 B. LABANCA 86 

stola, dice Siriciiis Papa, conforme all' antico significato 
di padre spirituale. 

Non ho un documento a mia disposizione, provante, 
che Sirioio assunse il titolo onorando di Pontefice Mas- 
simo, deposto da Graziaoo ; ma e molto probabile, a 
considerare la cristiana scrupolosita di Graziano, ed il 
desiderio de' vescovi di Roma che si trastbrmasse in 
cristiano il titolo pagano di Pontifex Maximus. Alcuni 
storici della Cbiesa hanno stimato, che il nome Papa 
divenne peculiare et proprium dei Pontefici Romani nel 
secolo V. Da loro si arreca il fatto storico che nel Si- 
nodo di Toledo del 447, teniito sotto Leone I il 
Grande (440-461), cosi venne il Sinodo ricordato : Huh. 
Leone Papa habitum est. Ma a tale parere contradice 
r altro fatto storico allegato sul generale uso del nome 
Papa, a tutto il secolo X, di semplice padre spirituale 
de' fedeli. Con tutto ci6 non voglio sconoscere che dal 
secolo IV al secolo XI mancassero affatto indizii, di vo- 
ler fare, ciofe, del Papa un titolo esclusivo del vescovo 
di Roma. 

Nella storia, come ho detto, tutto precede a gradi, 
salvo rari casi di violente rivoluzioni. Trovo, per tanto, 
alcuni indizii del graduale elevarsi di esse nome a ti- 
tolo eminente, ed appartenente al solo vescovo di Ro- 
ma. II celebre CassiodorO; segretario del Re de' Goti, 
Teodorico il Grande (493-626), adopel-a, nello scrivere 
ai vescovi di Roma i nonii di Papi, mentro per gli al- 
tri vescovi usa i nomi Episcopos, ^ Gregorio I il Grande 
(590-634) rimprover6 aspramente Giovanni, Patriarca 
di Costantinopoli, d' essersi arrogate il titolo di Ve- 

* Variarum, Epistolae ac RcscripH. 

Self du Xll"^'' Congrit det Orientali»Us, — Tome III - ('2'"" Partio) 6 



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86 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [40] 

scovo Universale, die reputava conti'ario alia umilta 
episcopale, ai riguardi dovuti agli altri episcopi, e fino 
perverso. * In fondo in tbndo il rimprovero, ben meri- 
tato, dipendeva dal vedere nel fatto del Patriarca di 
Costantinopoli una usurpazione alia cattedra di san Pie- 
tro; alia quale meglio spettava una uhiversalitli episco- 
pale. ^ Pochi anni dopo di Gregorio I; Bonifacio III 
(607-607) ebbe dall' imperatore Foca il titolo di Ve- 
scovo Univei-sale, per vendioarsi contro il Patriarca Ciria- 
co, che lo aveva respinto, novello Ambrogio, dalF en- 
trare nel tempio per le sue nefandezze e per le uccisioni 
de'figli deiriraperatoreMaurizio. ^ Gregorio I aveva de- 
stato scandalo col titolo di Vescovo Universale, si ac- 
cett6 invece volentieri da Bonifacio III : indizio questo 
di doversi non a Costantinopoli, bensi a Roma la pri- 
mazia universale. 

Vi so no an cor a altri indizii che accennano al gra- 
duale ascendere del vescovo di Roma a papale univer- 
salita e supremazia. Gl' imperatori cristiani Teodosio II 
(408-460) e Valentiniano III (423-455) solevano chia- 
mare il vescovo romano Papa Urbis Eternae. Nel VI 
Concilio generale del 680, costantinopolitano III, si pro- 
clam6 esse vescovo nella XVII Session e Papa Univer- 
salis} Nel Concilio generale deir 869, Costantinopoli- 
tano IV, si disse il vescovo di Roma, nella X Sessione, 
Papa Cathedrae Apostolicae, ^ Avvenuta nella notte di Na- 

* Lib. V, JEpist 43; Lib. XII, Epist. 2. 

* Milman, Latin Christianity, T. I, 450-52, 1849. 

^ Sant' Ambrogio aveva impedito a Teodosio il Grande, per la 
sua strage di Tessalonica, 1' ingresso al tempio di Milano. 

* Harduino, Conciliorum collectio, etc. T. Ill, Parisiis, 1715. 
^ Harduino, ibid, Tom. V. 



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L41J B. LAJ3ANCA 87 

tale deir 800 in Ro;iia la incoronazione di Carloniagno 
per opera di Leone III, quegli si persuase essersi effet- 
tuata la Benovatif* Romani ImpeHiy e questi, cioe Leone, 
pens6 essersi avverata la profezia a favore del vescovo 
di Roma di primeggiare da Hex regum e da Dominus 
dominantium {Apoc. XIX, 16; 1* Timot. VI, 15).* 

Ecco altri indizii, o dicansi precedenti storici. L'ar- 
civescovo di Salisburgo salut6, in una lettera, Gio- 
vanni VIII (872-882) aquesta maniera: Summus Ponti- 
fex) et universalis Papa^ non unius Urbis, sed totius Orbis 
(Nuzzi, cit. LXXVIII). L' arci vescovo Arnolfo II di Mi- 
lano aveva preso il titolo di Pai^a Urbis Mediolani. Se ne 
risenti assai Gregorio V (996-999); tanto che in un Con- 
cilio particolare di Pa via si stabili, che Arnolfo dovesse 
deporre 1' assunto titolo. * In generale, prima del se- 
colo X adoperandosi ancora il nome Papa, la chiesa 
di Roma lo rispettava nel vederlo attribuito ad altri 
vescovi, e ad altri preti di altre chiese; ma non punto 
si rassegnava di vederlo riferito ad altri vescovi come 
titolo onorifico, e, quel che e piu, in un senso univer- 
sale. La Chiesa di Roma presume va la universalita solo 
per lei. Informino i due fatti arrecati di Gregorio I e 
di Bonifacio III. 

II provato h piu che sufficiente a rendere evidente, 
clie il terreno, tra i secoli X e XI, era ben preparato 
acciocclie soltanto in quelle di Roma crescesse V albero 
maestosO; a profonde radici, a larghi rami, della di- 



' G. de Novaen, [ntrod, alle vile de* sommi jfontejici, ecc, vol. II, 
p. 75. Trad. Eoma, 17D7. — Labanca, Carlmna<jno ne IV arte crUtiana, 
p. 17-4-177. Roma, 1891. 

• Muratori, Annali d' Italia, 998. 



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88 SECTION MYTHOLOGIE ET EELIGIONS [42] 

gnita ed autorita papale. Alcuni storici e canonisti ban 
voluto indagare sotto qiial vescovo di Roma il nome 
Papa acquistasse tanto valore, e diventasse un titolo 
proprio ed esclusivo del capo della chiesa romana. I 
piu arbitrano, essere ci6 avvenuto sotto Gregorio VII 
(1073-1086). 

L' oratoriano Cesare Baronio fe di questo parere ; 
laonde scrive: « Gregorius Septimus Papa, anno Cliri- 
sto Domino 1076, sui vero pontificatus anno tertio, 
sexto Kal. Martiis indict. 13 habuit Romae Synodum 
adversus schismaticos, ubi statuit inter alia plura, ut 
Papae nomen unicum esset in universo orbe christiano, 
nee liceret alieni se ipsum, vel alium eo nomine ap- 
pellare ». Aggiunge Tillustre annalista della Chiesa, 
che il documento osservatur in Bibliotheca Vaticana {Mar- 
tyrologium cit. Tannuarii 10). 

II Pagi mostrasi incerto neir accogliere V afferma- 
zione del Baronio, per la ragione che nei dieci Sinodi 
celebrati da Gregorio VII non si rinviene vestigio di 
sorta sill nome Papa: vestigium aliqtiod non reperitur. 
Egli e di parere che invalse V uso di dare il nome 
Papa, dal secolo IX, sine addito^ soli Episcopo Romano 
{Op. cit. torn. I, Sect I, d. 8). lo sono dello stesso parere 
del Pagi; salvo che, per le cose assodate, non posso 
consentire che nel secolo IX fosse bandito in tutto il 
costume di tribuire il nome Papa, nel primiero signifi- 
cato, ancora ad altri vescovi. 

Confesso che parecchi storici, su la grave autorita 
del Baronio, e cioe il Novaes, il Voghera, il Buzio — 
negli scritti citati — tengono con lui, non col Pagi, die 
pur aveva a sua disposizione , documenti della Vati- 
cana. Fino un contemporaneo cattolico, senza arrecare 



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[43] B. LABANCA 89 

il documento, ha creduto dare per autentico il decreto 
gregoriano. ^ 

Cesare Baronio pone a cagione del decreto di Gre- 
gorio VII la pretesa degli scimastici orientali, che, in 
odium Romani Praesutis^ proclamavano i nomi di Papa 
e di Papato anche per le chiese di Costantinopoli, di 
Alessandria e di Antiochia. Lo scisma orientale, ini- 
ziato da Fozio neir867, e compiuto da Michele Co- 
rulario nel 1054, e un fatto storico innegabile; ma 
non e del pari fatto storico innegabile, per mancanza 
di documenti, clie sia stata cagione del decreto di ri- 
ferire solo alia chiesa di Roma i nomi di Papa e di 
Papato. Venuto Gregorio VII al governo della chiesa 
romana nel 1073; poco dopo lo scisma orientale — quando 
gia prevaleva il costume de' nomi Papa e Papato per 
la sola chiesa di Roaia — era naturale che i Greci pre- 
sumessero, per reazione contro i Latini, anche per le 
lore principali chiese i nomi di Papa e di Papato; e 
che i Latini continuasserO; per il costume invalso, ad 
attribuire essi nomi al solo vescovo di Roma, senza che 
Gregorio VII emanasse un decreto sinodale. 

Resta una obiezione, a cui deve rispondersi, ed a 
cui ha dato occasione il Dictatus Papae, attribuito a 
Gregorio VI I. In quello sono, tra le 27 proposizioni, 
queste tre : « Quod solius Papas pedes omnes principies 
deosculentur ; Quod illius solius nomen in ecclesiis reci- 
teretur ; Quod unicum est nomen in mundo ». La En- 
cyclopedic des sciences religieuses^ diretta dal protestante 
Lichtenberger, ha stimato scorgere la genesi storica 
d' essersi attribuito il nome Papa al solo vescovo di 

* G. Cenni, Chi e il Papa? p. V. Eoma, 1835. 



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90 SECTION MYTHOLOGIE ET EELIGIONS [U] 

Roma nella proposizione : Q?iod unicum est nomen in 
mundo, idest Papae. Certo la proposizione del Dictatus 
e molto esplicitamente lavorevole del doversi dare il 
nome di Papa al solo vescovo di Roma. Se non che, 
v' fe dis enso tra gli storici chiesastici quanto al DictaUis 
Papae^ se, cioe, debba ritenersi opera di Gregorio VII. 
Sono per il si Cristiano Lupo, Pietro de Marca ed il 
Cenni ; sono per il no Natale Alessandro, il Dupin ed 
il Lannojo. * 

lo, a dir vero, aggiusto pieno assenso a questi 
iiltimi scrittori ; essendo piu documentati i loro giudi- 
zii. Devo, per altro, confessare che il Dictatus^ non pro- 
mulgate da Gregorio VII, venne compilato dopo la 
sua morte, secondo le massime allora dominanti nella 
chiesa di Roma. Laonde il pronunziato Quod unicum 
est nomen {Papae) in mnndo riconierma un fatto ricono- 
sciuto dal clero di Occidente in genere, di Roma in 
specie. II tempo era, oggimai, mature ad essere il ve- 
scovo di Roma Papa per eccellenza, Papa per antono- 
masia, non come semplice Pater^ o Pastor^ ma come 
Pater patrum o Pastor pastorum. 

Magari si fosse qui arrestata la marcia ascendente 
e invadente del Papa to ! Si pretese applicare alia po- 
testa papale il dctto biblico del Bex regnm e del Do- 
minus dominantium (Apoc, XIX, 16), detto che allude 
ad un concetto apocalittico, non politico, al concetto, 
cioe, che il Cristo, nel suo ritorno in terra, si vendi- 
cherebbe, da Re e da Signore, de' Re e de' Signori del 
mondo. AUusione riconfermata da altri versetti del- 
r Apocalisse (VI, 9, 10, 12-17), edal tempo in cui venne 

* De Novaes, Elementi ecc, citati, T. IT, p. 267-280. 



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[45] B. LABANCA 91 

essa scritta, dopo, oioe, la persecuzione di Nerone 
de' cristiani, verso il 70. ^ Per tanto non esiste nesso 
alcuno tra queste credenze apocalittiche e le esigenze 
politicbe de' Papi sui Re e Signori del mondo. 



V. 

C0NCLU8I0NE SUL NOME PAPA 

IN RELAZIONE CON GLI ALTRI DUE DI VESCOVO E PONTEFICE 

II nome Papa, nato per trasformazione della voce 
greca 7/ar^g, fu, per cosi dire, un figlio fortunate nella 
chiesa occidentale. Quivi adottato, crebbe a grado a 
grado vigoroso e potente, fino a concentrare in s5 il 
sommo potere interne ed esterno della chiesa occiden- 
tale. Quel che non accadde nella chiesa orientale, per 
le cagioni accennate, accadde nella chiesa occidentale, 
per altre cagioni, delle quali ora ne dir6 alcune, fra 
tante. 

Nel IV secolo, al pari de' Greci, i Latini erano 
corrotti. Per la costoro corruzione, il Romano Impero 
di Occidente minacciava prossima rovina. Di i'atto, dopo la 
morte di Teodosio il Grande (^ 396), trascorsero appena 

* Otto Pfleiderer ha creduto stabilire la composizione dell'Apoca- 
iisse alia fine della prima metk del secolo II (Das UrchHstenthum, etc., 
p. 85, sg. 1875), ed Orazio Mamcchi, agli ultimi anni del secolo I 
(Qp. cit. Vol. I, 22). Le probability maggiori sono che la sua compo- 
sizione si attu6 alia fine dell' impero neroniano, tra il 08 ed il 70. 



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92 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [46] 

81 anni, e V Impero occidentale rpvin6 Ora, se la lenta 
agonia dell' Impero orientale nocque al Patriarcato di 
Costantinopoli, la precipitosa morte dell' Impero occi- 
dentale giov6 air Episcopato di Roma. 

Leone I il Grande (440-461) si trov6 alia prossima 
rovina dell' Impero Romano, Gregorio I il Grande, 
(590-604), alia oompleta rovina. In tale stato mise- 
rando d' Italia, anzi di Europa le due figure che piu 
spiccavano, e che piu ispiravano fiducia furono quelle 
di Leone e di Gregorio. Leone riusci a fermare Attila, 
che, calato in Italia, marciava contro Roma. Gregorio, 
Gon la sua benefica azione governativa e pacificativa, 
rese meno spa vente vole la invasione de' Longobardi, 
tanto che in una sua lettera scrive, che per i suoi pec- 
cati era divenuto 7ion Bomanorum, sed Longohardorum 
episcopus (Epist. I, 31). Si pu6 afformare, senza tenia 
di falsificazione storica, che con Leone I e Gregorio I 
continu6 1' epoca apostolica, con quelle difierenze che 
comportavano i secoli V e VI rispetto al secolo I. 

La distruzione dell' Impero di Occidente e le in- 
vasioni barbariche contribuirono a successive esalta- 
zioni deir Episcopato di Roma. Aggiungasi che nei 
patriarchi oriental!, eminenti alcuni per intenzioni e 
intuizioni, difettava I'arte di governare, posseduta a 
maraviglia, per 1' ambiente di Roma, sin dai primi ve- 
scovi di Roma. Ad esempio, Gregorio I fu un monaco 
austero, fino alia superstizione talvolta; pure, nessuno 
pu6 disdirgli una grande abilita di governare, supe- 
riore a parecchi uomini odierni di Stato. Cotesta abi- 
lita governativa, ereditata da Roma dominatrice e le- 
gislatrice, non venne mai meno in corso di secoli appo 
i vescovi romani ; e fu dessa principalmente che ne 



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[47] B. LABANCA 93 

accrebbe via via V autorita e potesta. lo noto il fatto 
storico ; non per ci6 approve e lodo tutte le invadenze 
e intransigenze a cui non di rado pervenne essa auto- 
rita o potesta, che, per lo prevalere del nome Papa 
sul nome Episcopo, si appell6 papale, e non episcopale. 

II noine Episcopo, raddolcito da quello di Vesco- 
vo, si us6, come ho detto, di buon ora nella chiesa 
orientale ed occidentale. Servi in entrambe a designare 
un' autorita ispezionale, non giurisdizionale h-a gli al- 
tri ministri delle varie chiese. II nome Papa, nei pri- 
mitivi tempi cristiani, non esprimeva, come sappiamo, 
autorita di sorta, ne ispezionale, ne giurisdizionale; ma 
signifioava solo paternita spirituale. Come a poco a 
poco siasi elevata ad esprimere somma autorita ispe^ 
zionale e, insieme, giurisdizionale, abbiamo gia visto 
nel numero precedente per la chiesa occidentale, in cui 
solo avvenne tale graduale elevarsi e ingrandirsi del 
nome Papa, fino a diventare proprio ed esclusivo d' un 
capo chiesastico, cioe di quello di Roma. 

Ora, importa esaminare se il nome Episcopo — di 
origine non chiesastica, si politica, e che servi ad espri- 
mere, come nel mondo politico, autorita ispezionale dai 
primissinii giomi del cristianesimo — abbia dati indizii 
di elevarsi a nome proprio ed esclusivo di qualche ve- 
scovo, che tenesse la sua sede in qualche grande citta 
orientale od occidentale. Al proposito i dogmatici ed 
i critici nori vanno d'accordo. I dogmatici occidentali 
credono, che le tendenze, anzi che le esigenze di ele- 
varsi il nome Episcopua si manifestassero in Roma; in 
guisa da diventare in Roma il vescovo, c non altrove 
r Episcopus episcoporum. Ora sembra die le tendenze ed 
esigenze esordirono nella chiesa orientale, ma si altera- 
rono, col tempo, nella chiesa occidentale. Come in 



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94 SECTION MYTHOLOGIE ET EELIGIONS [48] 

quella nacque da prima il nome Papa, e col tempo in 
questa si elev6 a somma potesta, cosi il simigliante 
avvenne rispetto al nome Episcopo. Se non che, e da 
avvertire che il nome Episcopo essendo di origine apo- 
stolica, anteriore al nome Papa, siccome e provato nel 
nnmero prec^dente, fu naturale che il bisogno della ele- 
vazione e della concentrazione si manifestasse prima 
sul nome Episcopo, e poscia sul nome Papa. 

E innegabile che TEpiscopato e non il Papato 
acquist6, ogni di piu, autorita nelle chieso cristiane si 
di Oriente e si di Occidente dai primi secoli. I vescovi 
promovevano d' ordinario i concilii particolari, talvolta 
indipendenti dai laici, e da uno di essi vescovi si pre- 
siedevano. Se il potere conciliare allora decideva, il po- 
tere episcopale lo bandiva e dirigeva. ^ Accanto a que- 
sto fatto se ne appales6 un altro nelle due cliiese; ed 
e di for mare una grand e chiesa [i^uKXrjoia fieydXrj), nella 
quale risiedesse un grande vescovo (jueydArj smouojvos), 
quale vescovo de' vescovi. I due fatti appartengono in 
comune alle due chiese di Oriente e di Occidente. Ma 
quale di esse rivel6, la prima, il forte bisogno della ele- 
vazione e concentrazione episcopale; in maniera da do- 
versi transitare dall' episcopate plurinominale all' epi- 
scopate uninominale? fe qui che i critici hanno snodato 
il nodo con piu serenita e verita storica. 

I critici accettano la istituzione apostolica e la 
successione dell' Episcopate, non nel modo onde le due 
cose si sostengono dai dogmatici, sopratutto cattolici. 
Per costoro I'Episcopato, istituito dagli Apostoli, ebbe, 

* Vedasi K. Schwartz, Die Entstehuvg der Sj/noden in des alien 
Kirche, Lipsia. 1898. 



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[49] B. LABANCA 95 

da principio. unita e varieta: unita nella chiesa di Roma, 
fondata e ministrata da San Pietro, principe degli Apo- 
stoli; varieta nelle altre chiese, fondate dagli altri Apo- 
stoli, o dai loro disoepoli, e subordinate co' loro vescovi 
al gran vescovo di Roma, San Pietro. Dopo la istitu- 
zione apostolica, continu6 la successione episcopale, sem- 
pre col centro a Roma, co' raggi nelle altre comunita 
cristiane oriental! ed occidentali. Natural mente i catto- 
lici si giovano piu e piu della venuta e della dimora di 
Pietro a Roma, e della concessione fatta dal Cristo a 
PietrO; che, cioe, sarebbe stata la pietra fondamentale 
della Chiesa ( Matt. XVI, 18). 

Dai critici non negasi la unita e la varieta nelle 
chiese cristiane; ma si afferma, con fatti positivi, che 
si and6 dalla varieta all' unita, non dall' unita alia va- 
rieta. Da principio si ebbero piu vescovi a capo delle di- 
verse comunita cristiane, ed anche piu vescovi in una 
sola comunita cristiana. In sostanza, ciascuna comunita 
aveva o un solo vescovo, o, ch' e lo stesso, ispettore, o 
piu vescovi, cioe ispettori. In mancanza di vescovi erano 
a capo i presbiteri, vale a dire gli anziani. San Giro- 
lamo discorrendo di alcune chiese, dice: Comuni presbi- 
terortim consilio gnbemantur. Chiama tale Consiglio Se- 
nator habemus senatum nostrum coetum presbiterorum (Isaia, 
la cap. II). 

Che si procedesse dalla varieta all' unita, si hanno 
ben altre conferme. Le epistole di Celestino I (^ 227), 
di Leone I (^ 461) e di Gregorio I (^ 604) provano ad 
esuberanza quanti sforzi essi fecero a ottenere la unita 
desiderata episcopale, che, ciofe Roma avesse, sola, I'Epi- 
scopus episcoporum. Con Gregorio siamo al secolo VI 
e a principio del VII. Ora il Magno Gregorio sostenne 



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9G SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS |60] 

dispute seiiza numero co' patriarclii di Oriente, co' ve- 
scovi di Occidente, in ispecie di Gallia e d' Italia, par- 
ticolarmente con quelli di Milano e di Ravenna, per 
la preminenza episcopale di Roma. 

Non e tutto. Nel oelebre Concilio generale di Ni- 
cea (326), si fissarono varii canoni, oltre a definire la 
divinita sostanziale di Cristo, e fra i canoni si stabili 
quello cho i chierici dovessero rivolgersi, nei loro ap- 
pelli, ai vescovi locali, e questi, come ad ultimo ap- 
pello, ai Concilii. Nel Concilio particolare di Cartagine 
del 268, prima di quello di Nicea, si fa sapere a Ste- 
fano I (^ 2G0), clie i vescovi, nei loro giudizii finali, 
non dipendono da Roma, bensi dai Concilii. Questi fatti 
contengono pluralita, e, ch' 6 piu, ugualita episcopale. 
II clie accetta San Girolamo con questa sentenza: « la 
chiesa di Roma e le altre chiese non sono fra loro dif- 
ferenti. Un vescovo, sia a Roma o ad Eugubio, a Co- 
stantinopoli o a Reggio, ad Alessandria od alt rove, pos- 
siede uguale merito^ uguale sacerdozio (Epist. ad Eva- 
grium, 101) >. 

Non poteva la Chiesa restare in perpetuo una de- 
mocratica societaSy aut ecclesia fratrum. Dalle indistinzioni 
dovevasi pur venire alle distinzioni. Salvo che in co- 
testo venire si arriv6 dal sistema episcopale plurino- 
minale ad un sistema episcopale uninoniinale; nel quale 
il vescovo di Roma doveva essere non gia un primvsi 
inter pares^ si bene un primus inter iinpares. A tale elc- 
vazione e concentrazione assoluta dell' Episcopate, che 
poi si disse di preferenza Papato, contribuirono varie 
cause accennate, ma piu il versetto 18 del capo XVI, 
del Vangelo di San Matteo, vorsetto che fece scorrere, 
per la interpretazionc, un fiumo di inchiostro o per gli 



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[51] n. LABANGA bl 

influssi malefici un fiume di sangue. Sa clie non devo 
trattenermi. Soltanto mi permetto tre considerazioni 
storiche: la prima riguarda il passato remote della 
Cliiesa, ed e che nei primi tre secoli non cssendosi an- 
cora formato il canone intorno ai Jibri del N. Testa- 
mento, il versetto di Matteo, che accordava tanta pre- 
cedenza a Pietro, e per esso ai suoi successori di Roma 
non pote avere molta influenza siilla primazia Episco- 
pale di Roma ; la seconda concerne il passato prossimo 
della Chiesa, ed e che dalla Riforma essendosi messa 
assai in dubbio V autenticita del versetto del primo 
evangelic, non ebbe quelle, dope la Riforma, piu forte 
efficacia a conservare la supremazia episcopale di Ro- 
ma; la terza si riferisce ai dieci secoli della Chiesa, 
dal IV al XIV, ed e che in questi secoli quel versetto, 
unito alia tradizione della venuta e della dimora di 
Pietro in Roma, giov6 assai ad accreditare e legittimare 
il primato episcopale di Roma, che dopo il secolo X 
si appell6 primato papale. 

Con tutto ci6 e pure innegabile, che se in Occi- 
dente si eflettu6 la tendenza dell' Episcopate a diven- 
tare uninominale, da plurinominale che fu ne'primordii 
del cristianesimo, in Oriente si manifestarono i primi 
indizii di essa tendenza. La epistola di Clemente ro- 
mano ai Corinzi, gia ricordata, iisata a loro favore dai 
cattolici quanto al primato di Roma, non allude punto 
alia unita e alia primazia episcopale di Roma. In 
quella epistola, mostrasi, tuttavia, rispetto alia varieta 
ed ugualita episcopale delle altre comunita cristiane. 
II vero iniziatore e promotore della primazia e mo- 
narcliia episcopale e Ignazio di Antiochia. Nelle sue 
diverse epistole autentiche s' insiste, die in ciascuna 



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9S SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [52] 

chiesa sia un solo vescovo. Ora, la esplicita sua insi- 
stenza per un monarcato episcopale parbicolare era, a 
cosi dire, un preannunzio die co' secoli sarebbesi giunto 
ad un monarcato universale. Onde vedesi che il punto 
di partenza del monarcato universale fu TOriente, non 
r Occidente. * 

Poiclie abbiamo considerate il nome Episcopo in 
relazione al nome Papa, ci rimane a considerare in 
relazione alio stesso nome Papa quello di Pontefice. 
Rispetto alia origine etimologica del nome Pontefice, 
alcuni lo derivano da Pons facio (Varrone, De lingua 
lat. Lib. IV, cap. 16); altri da Posse facere (Seneca, De 
dementia, Lib. I, cap. 10; Marsella, cit, p. 2, 9); altri lo 
ritengono una forma alterata di Pompifex^ cioe di far 
pompe religiose, o di sacra facere (Gottling, Gesch. der 
romanisch. Staatsv. 1861). Quest' ultima origine etimo- 
logica spiega meglio lo scopo a cui era indirizzato il 
Pontificato in Roma, concentrate in chi godeva il ti- 
tolo di Pontifex Maximus. 

Noi sappiamo che cotesto titolo si assunse, pro- 
babilmente, dal vescovo di Roma Siricio, sotto V im- 
peratore cristiano Graziano, clie lo rifiut6 circa il 382 



* Rst. E. C. Baur, Der Ur sprung des Episkopats. Tabinga, 1838. 

— Ritsch], Entstehung der altkatholischen Kirclie, Bonn, 2'' ediz., 1857. 

— DoUinger, Christenthum und Kirche in der Zeit der Grundlegung, 
Ratisbona, 1860. — J. Reville, Les origines de Vepiscopat, etc. Prein. part. 
Parigi, 1894. E importante avvertire che lo stesso scrittoro cattolico, 
il Duchesne, aflferma che V episcopat tinitaire non esisteva, nel primo 
secolo, come istituzione locale, tanto meno universale. Verso la meta 
del second© secolo diventa una istituzione locale in molte chiese, e piii 
tardi una istituzione universale {Les origines chretiennes, p. 55-03. Pa- 
rigi, 2* ediz. litog., senza data. 



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[53] B. LABANCA 99 

o 383. II cardinale Baronio aveva prima asseritO; avere 
Costantino il Grande rifiutato il titolo religiose di 
Pontifex Maximus {MartyroL rom.^ die 21 augu8ti)\ ma poi 
si ritratt6, ed accett6, ci6 clie accadde sotto Graziano 
{Ann. eccles., an. CCCXII, CCCLXXXIII, n. 6). D. Mar- 
sella clie ha agitata exprofesso la questione, opina clie 
Graziano depose legalmente il titolo onorifioo, benclie 
gli altri imperatori criaiiani, eacri predecessori, toUe- 
rassero vederlo attribuito ai vescovi di Roma (Op. cit., 
specie nelle epigrafi arrecate). Gomunque sia, pu6 af- 
lermarsi con piena certezza, ohe verso la fine del se- 
colo IV i rettori della chiesa romana assunsero anche 
il nome di Pontefici Massimi, oltre ad avere il nome 
primitive di Episcopi, ed il nome di Papi, come alte- 
razione di Pater ^ nel significato di semplici padri spi- 
rituali dei fedeli. L' assunzione del titolo di Ponteflce 
Massimo giov6, senza dubbio, ad elevare il vescovo di 
Roma sopra gli altri vescovi. Come nella Roma pa- 
gana il titolo di Pontefice Massimo comprendeva una 
suprema autorita religiosa; cosi il medesimo titolo, tra- 
smesso alia Roma cristiana, servi a renderne il vescovo 
una somma autorita religiosa. Se Tertulliano, nel se- 
colo II, canzon6 il vescovo di Roma Zefirino col titolo 
di Pontefice Massimo, il simigliante non avvenne piu 
dopo il secolo IV; salvo il case di Pomponio Leto, 
onorato in alcune iscrizioni cimiteriali nel secolo XV, 
per disprezzo del Papa, col titolo di Pontefice Mas- 
simo. ^ 



* Nelle catacombe di Callisto si scopri dal De Rossi, che ivi si 
tenevano adunanze accademiche, e che a P. L. si tributava in alcune 
graffite, oltre ad altri titoli onorevoli, ancor quello di Pontefice Mas- 



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100 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [54] 

Quel die avanza a dire, pel fatto nostro, e del- 
Puso fatto dai vescovi di Roma del nome Pontefice. 
Giusta il De Rossi, il titolo di Pontifex Maximiis non 
fu dai vescovi di Roma usato nei loro atti. In questi 
adoperarono sempre i titoli o di Episcopus, o di Papa, 
Ancor oggi clie Roma oristiana ha abbandonato il si- 
stema episcopale per il sistema papale, si osserva in 
qiialche atto: Episcopus Leo XIII. Non badando alia 
contradizione, si vuole conservare il primissimo titolo 
dei caporettori del cattolicismo. 

Noi consentiamo col De Rossi, che i vescovi di 
Roma hanno prelerito, nei loro atti, i nomi di Episco- 
pus o di Papa, piu vetusti nella religione cristiana; ma 
c mestieri pur consentire che il nome Pontefice, unito 
a quei due nomi, giov6 ad accreditare e innalzare Tau- 
torita chiesastica di Roma, e che il nome Pontefice si 
adoper6 e si adopera nei libri di liturgia, di storia dei 
Papi, nei loro document! epigrafici, nei descriverne la 
varia possanza, nei denominarne il Patrimonio o lo 
State. II De Rossi, dopo la scoperta delle catacombe, 
che il nome di Pontefice Massimo erasi dato, per vili- 
pendio al Papato, all' accademico Pomponio Leto, esa- 
ger6 il punto storico sul titolo di Pontifex Maximus 
tributato ai Papi, quasi mostrando di credere che esso 
titolo sia rinato nei mondo cattolico con gli umanisti 
paganeggianti. La verita storica imparziale e, die il 
titolo di Pontifex Maximus, nato fra i cattolici alia fine 
del secolo IV, continu6 a vivere in mezzo ad essi, ri- 



simo. II fatto impre6sion6 assai, o molti archeologi stranieri e nostraDi 
lo studiarono. Eu a capo di tutti G. B. de Bossi. {Roma soU, crist, 1, 
38; III, 234; JnscHt. christ. II, 402; Bollett., an. 1890, 81-94). 



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[55] B. LABANCA 101 

spettato ed onorato ; e che giov6 non poco, da prin- 
cipio e nel medio evo, a riconoscere nel reggitore della 
chiesa ramana non solo, come Episcopiis, una aovrana 
autorita ispezionale, ma eziandio, come Pontifex^ una 
sovrana autorita giurisdizionale. 

E per conch iudere, tutti e tre i nomi di Episcopus 
di Pontifex e di Papa concorsero, con Tandare de' secoli, 
a rendere sconfinata la potesta del capo della chiesa 
cattolica. Coi secoli V Episcopus divent6 V Episcopus 
episcoporum; il Pontifex^ i\ Pontifex Maximus; il Papa^ 
il Pater patrum. Tale b il fatto storico innegabile svol- 
tosi sotto i tre nomi principali tributati al governatore 
in capo del cattolicismo. Oh, se il nome Papa ripigliasse 
il suo primitive significato, cosi dolce e venerando, di 
padre spirituale de' figli, rinati nel Cristo, potrebbe 
esso nome ritornare nel sincere affetto e rispetto an- 
che di liberi credenti e di liberi pensatori! Scemerebbe 
nel Papato quella potesta sconfinata e sbalorditoia, 
che nocque tanto alia religione cristiana, e che eccit6 
frequenti proteste risolute, o per limitarla, p per an- 
nuUarla. 

B. Labanca. 



--2*«i*;fc»=^efifefi.=«^>-5— 



Aet€9 du XII»*« Congr&« de« OrietUalUtes. — Tome III — (2^® Parti©) 



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THE ORIENTAL CONCEPTION OF LAW 



On the last occasion that I had the honor of 
addi-essing the members of our Congress I took for my 
subject " the Oriental view of the Path ". To-day I 
should like to draw attention to a Conception which 
we in the West have been accustomed to regard as 
peculiarly our own, namely, that of Law. Amongst 
oui*selves, the reign of Law, alike in the natural and 
spiritual worlds, has become so familiar that we find 
it difficult to realise a time when the thought of things 
was otherwise. We have long since classified this idea 
as fixity of purpose between God and man, natural 
or revealed; and between man and man, national or 
international, constitutional or canon, public or private. 
Yet when we turn to the East it is often, is not 
always, a surprise to us to discover there, too, though 
to a far less extent, an anticipation of Order in the 
Constitution of the Kosmos. 



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104 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [2] 



A — ARYAN. 

Beginning with our own Aryan ancestors we find 
in the literature of the Hindus two expressions which 
serve as centres of religious and social order : Etta and 
Uarma. The former is found pre-eminently in the 
Rig-veda, where it expresses first of all the settled 
movements of the heavenly bodies, then the order of 
nature founded by the gods, and lastly, the moral law 
which man must obey. It is the way, par excellence, 
the path which all should follow, be they stars or gods 
or men. Of Varupa, the most moral of all the Vedic 
deities, it is said that he supported the sky in the seat 
of Rita (iv, 42, 4) : 

Ahaiii apah apnivaiii uk'samd,xiah d'arajaiii 

[divaiii sadang Ritasja, 
Ritgna putrah Aditeh rita-'va uta tri-d'atu 

[prat'ajat vi b'vima. 

And one Ri'si even speaks of the d'dma or law of 
Varui:ia and the d'^ma of Rita in the same hymn (i, 
123, 8. 9.): 

Sa 'drisih adja sa 'drislh ita uiii iti svah dirg'aiii 

[sacante Varuijasja d'ama, 
Anavadj§.h trimsataiii j6^anftni eka-eka kratum 

[pari janti sadjah. 
Ganati ahuh prat'amasja nama sukra Kri's^iat 

[a^ani'sta sviticl, 
Ritasja j6s'a na min^ti d'ama ahah-ahah 

[nih-kritaiii a-caranti. 



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[3] . HERBERT BAYNE8 lOB 

Under the influence of Rita stand alike the ele- 
mentars forces of nature and the higher powers of spi- 
ritual life. There is the Rita of the sea and the Rita 
of the soul. It is the point where heaven and earth 
meet, wherein they rest ; for Rita and Order are one 
(A/ar). At the time of the rise of the Brahma^ia-litera- 
ture this world-principle becomes identified with ja^na, 
sacrifice, in so tar as, according to the ancient view, 
sacrifice is the manifestation of the creating and sup- 
porting Rita. The whole lore of the Brahman s of this 
period centres in the thought of sacrifice. 

The next step in the evolution of the idea is taken 
by India's great epic, the Mahdb^dratam. However they 
may differ in other respects the Satapafa-Brdhnmnam 
and the Mahdb'dratam botli show a decidedly-encyclo- 
paedic tendency, whilst at the same time there is an 
attempt, in each case, to bring the whole treasure of 
religious knowledge to a common centre. As Dahl- 
niann well observes : 'As the world of this Brahma^ia 
moves round jaghay so our form's circle of ideas is 
borne by d'arma^ Law'. We have here two phases of 
development; one outer and material, the other inner 
and formal. Instead of the purely-sacerdotal thought 
of duty and law D'arma appears as the ruling princi- 
ple of human society, that which regulates all the re- 
lations of man both with the seen and the unseen ; 
with the visible world by the legal restriction which 
regulate the relations of the individual with the in- 
dividual and with the Community, and with the invi- 
sible by rites and religious ordinances. These two mo- 
numents of ancient Aryan literature thus form the 
mile-stones or boundary-lines of that epoch of strong 



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1 



106 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS . [4] 

culture and social organisation which saw the rise of 
Buddhism and the development of Castes and d£ramds. 
D'arma expresses the rights and duties, the morals and 
customs of an Arya. It is that which supports (vd'ar)^ 
which binds men together into a society. 

Subjectively it is Duty, objectively Law. Then we 
have D'arma and Ad'arma as the morally right and 
the morally wrong, and not infrequently D'arma is used 
to express that which adheres to things, their essential 
nature, whilst the derivative d'armyam denotes the 
unessentials. 

As duty d'arma is classified as : 
a) dcdra^ duty to oneself; 

' P) vjavahdra^ duty to society ; 
y) prdjascitta duty to the Atman. 

Perhaps the earliest mention of these three bran- 
ches of duty is to be found in tlie 'Cdndogya-Upanis^ad 
(ii, 23, 1). In the Taittirlja-Upianis'ad the Guru says 
(i, 11, 2): 'Speak the truth, practise d'arma, neglect 
it not '. 

D'arma and Ad'arma as right and wrong we find 
in the MaxKjukja-Karik^ (ii, 25) : 

' For Manas-knowers he is Manas, 
For knowers of Budd'i, Budd'i ; 
Spirit he is for the knowers of Soul, 
D'arma and Ad'arma for him who knows ! ' 

In the Bfhadara^yaka-Upanis'ad we find it in 
the sense of Law (i, 4, 14). ' He (Brahma) was not j^et 
evolved ; then he created D'arma as something nobly- 
formed. This is a ruler of the Ruler, is the Law. The- 
refore there is nothing higher than Law. Hence, too. 



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[6] HERBERT BAYNES 107 

the weak man sets his hope against the strong man 
upon the Law, as upon a King. And indeed, the na- 
ture of this Law is Truth (Satyam). 

Accordingly, when one speaks the truth, it is said 
that one speaks rightly ; and when a man speaks 
rightly it is said that he speaks the truth, for both are 
one and the same'. 

But, as we said before, the Law-Book, war' i^oxi^, 
is the Mah§,b'aratam, which Qoldstiioker used rightly, 
to describe as ' the creation of various epochs and dif- 
ferent minds'. There we read even the V6d& itself 
without D*arma cannot save a man (v, 43, 6) : 

Na ced V§da vina d'armaiii tratuih sakta vicaks'atia, 
At'a kasmat pralapd 'yam brahmaijan&ih san^tanah. 

The three worlds are said to have proceeded from 
D'arma, which is not only the basis of physical and 
moral order, but also the supporting principle of the 
universe. And just as the world of the Ris'is was 
based upon sacrifice, so the visible world was said to 
be upholden by D'arma. 

D'armai I6kas trayas tata pravritt&h saca^racarah 

-^ ■" ' (xii, 309, 6>. 

D'&ra^M d'armam ity ahur d'armgija vid'rit&h pragdh, 
Yah sjad d'&ra^iasaiiiyuktah sa d'arma iti niscayah. 

(viii, 69, 68). 

In that part of the great epic known a the B'a- 
gavad Glta the expression in used both subjectively and 
objectively. For instance : 

' Let the Law be thy guide is action and thou wilt then 

do thy Duty', 



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108 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [6] 

There can, I think be no doubt that a nation's 
view of Law is a Criterion of its culture. When from 
an exclusively sacerdotal period, in which the will of 
the priest is law, we pass to one in which social and 
economical considerations prevail, we may be quite sure 
that there has been a corresponding development in 
the conception of law. Now the Mahab'aratam is the 
Concrete reflex of such an epoch. Whether it preceded 
or followed the so-called D'arma-sastras it is by no 
means easy to determine, but there seem to be good 
grounds for believing that the oldest parts both of the 
great epic and of the Code known as Mdnavam Sdstram 
B'rgu-prSktam belong to the fifth century B. C. 

Unlike our Western law-books the Code of the 
Mdnavas is a metrical version of traditions and customs 
which, by gradual consolidation; have assumed the form 
of Law. The root of all law (d'arma-mulam) is stated 
to be (II, 6; : 

1. Veda 'k41ah ; — 2. Smriti ; — 3. Silam ; — 
4. Acarah. 

That is to say, all knowledge, whether spiritual 
a temporal, ethics and customs. 

In the strict sense of the term Maniis Sslstram is 
not a ' Code ', for it cannot be said to be 'a systematic 
arrangement of precepts which existed as actual laws 
in force throughout one Country '. Most of its rules 
come under the head of Acara, ' traditional practice ', 
which is said, both by Veda and Smriti, to be paramd 
D'armah, highest law, supreme religion. All the ob- 
servances of private morality and social econom}^ are 
described as acara. By Vyavahara all that ^ve mean by 
jurisprudence is understood. The government of a State, 



Dk^i: 



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17] HERBEET BAYNES 109 

civil and criminal law, and the rules of judicature are 
all discussed. In the first six books we have presented 
to us a simple state of society in which the custom 
of the caste is law, and in the seventh we meet with 
a decidedly paternal form of government. It is the 
King who, by divine right, is not only to iiile, but 
liimself to administer justice (vii, 14 and viii, 23) : 

' For the use of the King the great Lord (Isvara) 
created in the beginning his own son Justice, composed 
of particles of his own divine essence, to act as the 
protector of ^11 creatures by wielding the rod of pu- 
nishment. 

Let the King, having seated himself on the judg- 
ment-seat, with his body suitably-attired and his mind 
at ease, and having offered homage to the godS who 
are guardians of the world, begin the trial of causes'. 

So in India's Iliad the good King Yud'ist'i'ra is 
the embodiment of 'many-branched' and 'many-gated' 
Law (D'amiasja mahatC bahusS,k*asya, bahudvarasya). 

The evolution of the Arsan idea of Law would 
therefore seem to be : 

a the straight and settled path of the stars ; 

(^^ J Or do. y/ar). 
' Diritto, droit '. 

P) the support of gods and men, the tie that 
binds ; 

(4w , d^gjua^ Jirmvs. VcTar,. 

y) that which has been laid down by the wisest 
and best of all ages ; 



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110 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [8] 

(VllfT , di^/ii^^ ddmSy doom. \/d'd. 
Lex J lofff lov^ law. \/la^y. 
Ge-setz. \/ sad). 

d) that which determines and Controls. 
(vojuog, vEfisois. Vnam). 



B. — SEMITIC. 

Passing on to the Semitic view of the subject we 
have first of all the thought of rights and obligations 
amongst tlie Hebrews, that ' race of the Law ' (ammi- 
didugga), as the relationship existing between The man 
and his Maker. In the beautiful words of the first 
Psalm (i, 2,): 

Ki im bt'6rat' Jhdvah k'ep*z6, ub T6rat*6 jehgeh 

jCmam valailah^ 
c His delight is in the Law of the Lord; and in 

his Law doth he meditate day and night > . 

And here we are at once struck by the fact, that 
not only are Hebrew 1ln and min and Arabic P^^ 
and ^^^jA different forms of the same Semitic word 
for Law, but that their conceptual evolution has been 

almost identical with the 'Aryan ^TT and Vl*f . T6r 
is in the first instance, a settled movement, arrange- 
ment, rank. In the first book of Chronicles (xvii. t|^.) 
we read : 

Vatikt'an jjot' benek'a El6him vatdaber al bet' abcjk'a 
Imerak'dk urlt'ani l5:t6r haadam haqia'alah 
Jhdvah Eldhlm. 



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[9] HERBERT BAYNES ^ 111 

' And this was yet too small a thing in thine 
eyes, God! and thou hast spoken concerning thy 
servant's house for a distant time, and hast regarded 
me as though I belonged to the rank of a man of high 
degree, Lord God! ' 

Then Tdrah, like D'arma, is the bond between 
man and man, and man and God: 

'Listen unto me my people; and, my nation^ 
give ear unto me: for a Law (T6rah') shall go forth 
from me, and my justice will I establish as a light 
of the people \ 

' And whatsoever controversy may come to you 
from your brethren that dwell in their cities, between 
blood and blood, between law (rT^ln) and precept 
(rtl2^tt)j statutes and ordinances, ye shall truly warn 
them that they incur not guilt against the Lord, and 
so there come wrath over j^ou and over your brethren: 
so must ye do, and ye will not incur guilt \ 

2. Chron. XIX. 10. 

Here the word HlifSJ is peculiarly appropriate to- 
express the legal relationship amongst kinsfolk, as the 
root is niljf ' to join, bind '. In Arabic, also, the words^ 
^40 ij testator, ^Uj^l^ testament, will, covenant, come 
from ^\i 'joined,' 'connected', isojii^ on the other 
hand, is Law which holds together a spiritual brother- 
hood, such, for instance, as the Mystical Moslams 
known as Sli'tis. 

And indeed throughout the whole world of Islam 
this is the supreme word, for ' law ' to the Musal- 
man means his whole religion, the entire revelation 
contained in the Kuran. 



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112 SECTION MYTHOLOGIE ET RELIGIONS [10] 

For the corpus juris we have the word iii \vhich 
primarily nieaps « knowledge, » c understanding, » and 
more especially an appreciation of the way in which 
one man should act toward another, according to the 
well-known definition mdrifat ut nafst ma leha va ma 
aleha. All Muhammadans agree that there are four 
chief sources of this fik: 

a) the Kuran; 

/?) Sunnat, the Conduct of the prophet; 
• y) unanimous opinion (igma); 

d) Kijas, analog\\ 
Of these the two former are said to be a^^l-ul-aslj 
the root of roos, and the two latter furuj branches. 
Hence the designation of the four sources as Pj^j %S^\ 
root and brancli, or ujjQl-ul-Fik' va fur(i-ul-Fik\ 



C. — TURANIAN. 

As representative of the Turanian race let us take^ 
the Chinese, for in some respects they are the most 
interesting people of the East. 

Their thought of Law is expressed by two cha- 
racters 0. and #: . The former is from radical 120, 
m/i silk, and means in the first instance the threads of 
a web, tlie warp. In medical books it is applied to the 
veins and to the blood. It also signifies lines or patlis. 
When joined to we ' woof ' Kmg means the lines run- 
ning North and Soutli, wliilst ve indicates those going 
East and West, so that the combination King-We is 



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[11] HERBERT BAYNES IVd 

equivalent to latitude and longitude. Then King expres- 
ses the lines of a book, especially an historical work, 
afterwards a Classic, and, lastly. Law. King lun meaning^ 
literally ' to arrange the threads of silk ' is an expres- 
sion now used for the principles of reason and justice ; 
whilst King Ke to ' separate silk-threads ' means the 
principles of government and moral instruction. 

The second character contains two radicals, 119 
(ni) meaning rice and 120 (mi) silk, and is used first of 
all of a vessel or tripod employed in an act of worship. 
The arrangement of grains of rice and of threads of 
silk seems to be the primary signification, then the 
thought is of an Order which cannot be changed-Law^ 
Thus wo have Pin I the moral Principle instilled by 
Heaven. 

1 lun the natural relations of husband and wife, 
parent and child. 

To the Chinese, therefore, Law is the order observ- 
ed in the outer world transferred to the inner and 
applied to the various institutions of human Society. 

And so, in conclusion, we find that there is a 
^Consensus of opinion in the East that, from that orderly 
sequence of events in nature, ascribed by the Aryans 
to many gods, by the Semites, for the most part, to 
One Supreme Being and by the Turanians to Heaven 
itself, arose that grand Conception of universal Law 
which makes the whole world Kin. 

Heebebt Baynks. 



-i^(»^C»^<CfK«BiC^>^-- 



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NOTE SEMASIOLOGICHE 



Spesso accade di vedere negata una etimologia per 
oagion del significato troppo diverse, qvvero, il che av- 
viene piu sovente, ed 6 cosa di gran lunga piu grave, 
ad una medesima parola si assegna differente origine, 
sempre pel motivo indicate. Ora, che il significato sia 
di somma importanza come norma direttiva della com- 
parazione, e cosa troppo chiara di per se stessa. Ma 
bisogna pur convenire che il senso, se 6 un aiuto pre- 
ziosO; una riprova e quasi malleveria di maggior cer- 
tezza, di per sb non pu6 esser preso come criterio 
assoluto. Anzi non dubitiamo d'affermare che il signi- 
cato non rettamente inteso ha spesso tratto altri in 
errore: e appunto di tal pericolo e inconveniente in- 
tendiamo ora fare alcune brevi osservazioni. 

II glottologo pu6 bene affermare o negare I'iden- 
tita fonetica di due parole, giacche per lui la guida 
sicura e costante devono essere i mutamenti dei suoni, 
senza i quali non vale comparazione alcuna; ma nes- 
suno pu6 stabilire leggi assolute alia libera associa- 
zione dei rapportiideali, massime nella logica e nella 



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116 SECTION LINGUISTIQUE [2] 

fantasia del popolo, onde i significati della parola tanto 
spesso e si notevolmente diflferiscono non pure da lin- 
gua a lingua, ma anche non di^rado nella stessa tavella. 
DiflScilmente si trovano due parole di cosi perfetta cor- 
rispondenza fonetica e morf blogica , quali sono dv/twc; 
e fumus, sebbene di significato tanto diverso. Lo stesso 
dicasi di udjtgog ' cinghiale * lat. caper ' becco, capro ' 
fqui la differenza e tanto pifi notevole, in quanto ri- 
guarda un essere vivo, un individuoj; ^ venvov 'figlio' 
(propr. ' generato, partorito ' : cf. S'Tsn-ov) accanto a 
T£KTO)v ' artefice in legno, stipettaio, fabbro ' lat. texo 
(per i vari significati della radice tek- cf. M6m. de la 
Soc. Ling. VIII 289). L' idea di ' mescolare ' e ' cuo- 
cere ' sta a base di KeQdvy*vf,n ueQa/uog dalla rad. ker- 
kra-: cf. Prellwitz in uiQa/uai. I due significati ben di- 
versi ' caduta, rovina; macchia, lordura' non hanno 
impedito altri (cf. BB. XIII 144) d' identificarli nel 
lat. Idbes. II gr. djtro} racchiude tanto il senso di ^ an- 
nodare , appiccare *, quanto quello di ' accendere ' : 
cf. cal. ^ appiccicare ' = appiccare, accendere. Nessuno, 
che noi sappiamo, ha trovato nulla da ridire, per ci6 
che riguarda il significato, sulla coniparazione dello 
slavo noga 'piede' (gamba) s. nakhd-s 'ungliia' gr. drnj^ 
lat. unguis. II De Saussure (M6m. de la Soc. Ling. VII 83), 
guidato soltanto dalle leg^i dei soni, ha ravvicinato il 
got. tkarf (a. a. ted. durfan ted. mod. dUrfeii) ' aver bi- 
sogno * al gr. regjiofiai s. trpiwmi ' mi sazio ', senza pro- 
vare veruna diflBcolta nei due significati, che quasi si 
contrariano a vicenda. 

* Egli e vero per altro che in greco la forma plena e « porco- 
verro » (o5c xdiTtpo^) : cf. Liddell e Scott Greek-english Lexicon, Anche 
in inglese wild boar (verro selvaggio) e « cinghiale ». 



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[3] FRANCESCO SCERBO 117 

Tali esempi con mille altri, che facilmente si po 
trebbero addurre, dimostrano come il signiflcato, per 
quanto non sia da tenere in non cale, abbia iin' im- 
portanza secondaria nella glottologia. La diversita 
ideologica non e mai ragione assoluta per respingere 
senz' altro una etimologia, quando sia ben stabilita 
r identity fonetica, in tutto lo svolgimento storico della 
parola, tra questa e quella lingua. 

Soprattutto non bisogna lasciarsi traviare dal sen- 
se, allorchfe questo varia nella stessa parola d'una me- 
desima lingua. Non gid che noi neghiamo che sotto 
un'apparente omofonia non si possano nascondere due 
diversi etimi (cf. ovAog elQco); ma, in tal caso le leggi . 
fonetiche ci permettono quasi senipre di potere con si- 
curezza assegnare due o piu origini alia forma, che per 
diversa alterazione sia riuscita ad una materiale (gra- 
fica) uguaglianza di suono. 

A torto, secondo noi, il Prellwitz attribuisce a 
doTog due etimologie diflferenti a fine di spiegare il . 
doppio signiflcato, che mostra la parola, Dal senso di 
' vello, vellutato ' facilmente si passa all' idea di cosa 
morbida, fine, delicata, ottima, bellissima, che e I'ac- 
cezione che dcovos oflfre in Pindaro (anche in Omero? 
cf. Liddell e Scott). ^ Cosi in italiano (cf. il Fanfani) una 
cosa di velltito significa * cosa eccellente \ e razza veU 
luta vale ' razza gentile \ L' agg. diSQog^ quale che ne 
sia il vero o primitive signiflcato (' liquido * o ' ra- 

^ Quanto sia arbitrario, nel nostro caso^ lo sdoppiamento della 
forma a causa del significato, si pare da questa semplice considera- 
zione, che 1' idea traslata di Sodto^ Qi presenta in un poeta, come Pin- 
daro, il quale e noto con quanta liberty e ardire tratta i signiiicati 
delle parole. 

Actf du XI I^' Congrii dM Orient alittet. — Tome III — (2»'« Paiiie) 8 



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118 SECTION LINGUISTIQUE [4] 

pido ': cf. r om. diegQ jtodl), per noi fe sempre la stessa 
parola, sebbene ordinariamente si derivi da una dop- 
pia radice, a fine di conciliare la discrepanza dei si- 
gnificati. Pure, fino a un certo segno, si capisce come 
altri possa separare disgog ' rapido ' da diegos ' liquido ' 
(come propone Wharton: * swift ' da dlefiat] 'liquid* 
da 6ialv(S)\ ma troviamo al tutto inverosimile che per 
due significati tanto vicini, come geschwind, lehendig 
(cf. fr. vif^ ital. vivo^ che racchiudono anche V idea 
della snellezza), quali dal Prellwitz sono attribuiti a 
diEQog^ questo, nel primo caso, appartenga a dle/icu; nel 
secondo, al s. jlrd-s * lebhaft \ A prima giunta sembra 
ben ragionevole d'assegnare una diversa etimologia a 
fiofifiv^ * specie di pecchia ' e a po/ji^vXi] ' vaso dal coUo 
stretto' (bombola); ma non pub darsi che T idea co- 
mune, che riunisce le due voci, sia il ronzio deirinsetto 
(cf. fio/Lt/ios) e il gorgogliare che I'acqua o altro liquido 
produce nel versarsi da un recipiente simile alia bom- 
bola? Per noi, i significati ' vomitare, inittare; urlare ' 
possono ben procedere da una medesima idea fonda- 
mentale, e per6 crediamo che iQSvyeai)at e i-QV}'£lv siano 
sostanzialmente la stessa parola. Ne sappiamo come si 
possa distinguere igeldco * anlehnen, unterstiitzen ' da 
igfjoedarai ' sie sind eingefugt' (Prell.); la qual ultima 
forma e stata ravvicinata alia radice red- ' reihen ' (lat. 
o7'do). Ora, almeno per ci6 che riguarda Tom. egtjQedarai 
iovdel' x^frat iQi]otdaTa( II. XXIII 283-84), il senso del 
contesto ci pare che non convenga al significato di 
* reihen ', no di ' einfiigen ': le cliiome [le criniere dei 
cavalli) non erano composte in beir ordine, ma al con- 
trario stavano abbassate al suolo He meste giubbe al 
suol difluse). 



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15] FEANCESCO SCERBO 119 

II poetico dat(pQ(ov e per noi un' unica parola tanto 
nel senso di ' bellicoso, d' animo guerriero \ quanto in 
quello di 'prudente, intelligente'. Secondo la comune 
maniera d'intendere {cf. il Passow con altri lessicografi), 
il primo significato appartiene all'Iliade; il secondo al- 
rOdissea. Se ci6 e esatto, non vi sarebbe nulla di strano 
che la parola, nsata in due momenti storici diversi, so- 
prattutto come quelli che dividono i due poemi summen- 
tovati, mostri un significato un po' differente, anzi h na- 
turale che col mutamento d' idee e di costumi, quali 
sono dipinti nell'Odissea, dat(pQov alterasse e quasi in- 
gentilisse il suo primitive senso guerresco: cf. il nostro 
bravo riferito si al coraggio e si aH'intelligenza. Si noti 
poi che nel nostro case si tratta d' un epiteto quasi or- 
nativo, come tanti altri usati da Omero, nei quali V ac- 
cezione originaria facilmente s'attenua o si perde. Per6 
crediamo che non ben s' apponga il Prellwitz (etym. 
Wftrt. d. gr. Sprache) nel trarre il significato di ^ ver- 
standig^ (che egli pone per primo) da dedae; quello di 
' kriegerisch ' da dalco^ dot (^ dot 'nella battaglia'). A 
nostro debole parere quest' ultima derivazione e la 
vera, sembrandoci ovvio che dall' idea speciale di ^ va- 
loroso, bravo in guerra ' la parola abbia preso un si- 
gnificato piu generico e spirituale. ^ 

* Non vediamo come la prima parte di Sat^pwv, che e manife- 
stamente una forma locativa (esperto, assennato in guerra), possa de- 
rivarsi da 8^-8a-e, che 6 da das^ * insegnare ' (sapere), non solo perche 
di questa radice manca una forma nominale nello stato indipendente 
(come da 8at<i> = 8af to) *accendere' si ha 8a(0-t-(; ' tizzone, fiaccola'; 
quindi con facile traslato : * battaglia ', nella sola formola h 8at, dal- 
Toriginario significato di * incendio di guerra': cf. II. XX 18 ^6Xs(iOC 
8d8rjev) ; ma anche per la stranezza ideologica del composto (assennato, 
perspicace in intelligenza ?). Ne anche ci pare da accettarsi la deriva- 



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120 SECTION LINGUISTIQUE [6] 

SeyoQyds significa anche Mmpetuoso, vivo' fapplicato 
soprattutto a cavalli), 6 traslato naturale dall' accezione 
* terribile, feroce ', giacchfe Timpeto, la corsa sfrenata t'a- 
cilmente desta terrore o paurosa meraviglia : cf. Tital. 
Jiero, che rassomiglia di assai a yogyog nel doppio sense 
ricordato; come possiamo dire d'unacosa (in date cir- 
costanze specialij ch' e terribilmente bella ; che sono 
espressioni che si trovano anche in altre lingue : of. 
fr. jierement, ted. schrecklich — a dismisura, estrema- 
mente (schrecklich gross). Un caso assai analogo a yogyog, 
in quanto alia sua evoluzione ideologica, s'ha in deirog 
del greco stesso. A torto dunque Wharton divide la pa- 
rola in due articoli, dandone una doppia etimologia. 

II lat. modus ' melodia ' non ha nulla che fare con 
fikkog, come pensa Ha vet fM6m. de la Soc. Ling. VI, 
26-26}, ma dall' idea di ' misura ' si trae agevolmente 
il concetto d' armonia, non altrimenti che numeriis e 
stato volto a senso musicale. N6 surdns (color) 6 meta- 
fora piu ardita del nostro cupo, chiaro riferiti tanto alia 
voce quanto al colore, da far mestieri di ravvicinarlo a 
sordes (cf. BB. XIV, 11 2j. 

La comparazione del s. paiil-s (da ^paltttr- *pltti- , 



a cui il lessico petropolitano attribuisce i significati 
' scharf , heftig, stark, intensiv^; n. ' salz (pulverisirtes 
salz) \ col gr. nXarvg nel senso di * salmastro ' (ct. Fick 
I^ 21 ) e davvero seducente, ma con tutto ci6 forte du- 
bitiamo che non si tratti d' altro che d' un solo e me- 
desimo nkavvg nel suo significato ordinario : pel nesso 
ideologico di due idee tanto diverse vedi la spiegazione, 

zione da *ddvis * forte, buono ' (dalla medesima radice di SovaaSat) : 
cf. BB. XVIII, 293 e Tick 11^ 150. 



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[71 PRANCE8C0 SCERBO 121 

che ne danno Pape e Passow nei loro dizionari (of. anche 
Liddel e Scott). 

Se in latino con I'idea di ' necessita, bisogno' (ne- 
cessitasy necessitudo) si connette V altra, apparentemente 
tanto lontana, di parentela, amicizia, con niaggior ve- 
rosimiglianza il rapporto d'aflSniti si potfe associare con 
quello di cura (come oggetto del nostro pensiero, del 
nostro afletto), e per6 sotto un solo nfjdo^^ a differenza 
di Prellwitz, Wharton ed altri, noi comprendianio i due 
sensi, che la parola ha in greco. 

Dair idea generale di * freccia ' {ufjXcv) si poterono 
facilmente svolgere i due significati di K7)?^iov *mazza- 
cavallo, Stallone' (che pub intendersi come il fornito di 
verga, di freccia: cf. il doppio senso dell'italiano rerga)^ 
e cosi r etimologia del prime significato vale anche per 
r altro (ma cf, Prellwitz sotto nfjAov e nijXoyv). 

II s. jartn-s ' vulva ; elefante ' e stato paragonato 
col greco dsAra (da ^dsXvfa: cf. Lagercrantz Zur griech. 
Lautgeschichfe 119) = aidotov yvvcuKSlov, che noi invece 
identifichiamo con dsAra dell' alfabeto, mediante una 
metafora simile a tante altre appellazioni delle pudende 
della donna (nel gergo italiano v' ha pareccbi di simili 
traslati): cf. fivaxog' to dvdQslov nai ywainelov jtiogov (Esi- 
chio) - - s. mu^khU : //i)g BB. XXI 326. 

Wharton (Etyma lat.) assegna a stringo tre etimo- 
logie differenti secondo che vale ' stringere, serrare ; 
strappare, togliere ; rasentare, sfiorare '. Ognun vede 
quanto sia facile dall' idea di ' serrare, stringere ' svol- 
gersi r altra di ' strappare, sfiorare '. I iela stringeniia 
corpus di*Virgilio sono i dardi, che sfiorano la pelle, 
ciofe non la penetrano, ma la premono, la stringono 
(la feriscono leggermente) ; con /o//a, frondes stringere 



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122 • SECTION LINGUISTIQUE [8] 

s*" indica Y atto dell' afferrare fortemente e quindi svej- 
lere, come enserrij ferrum stringere dice ad un tempo il 
trar di guaina e V impugnare : cf. ital. stringere la 
spadaj il coltello. Con minor ragione lo stesso glotto- 
logo inglese divide ruo in 4 articoli, cio6 : 1, ' fall, 
rush'; 2. 'demolish'; 3. * heap up'; 4. 'dig up'. Ma i 
due primi significati non presentano altra difficolta 
che il passaggio dal senso intransitivo a quello tran- 
sitive, il che h la cosa piu comune nelle lingue ; anzi 
secondo alcuni glottologi ogni verbo in origine fu in- 
transitivo : ^ cf. lat. peto^ che nei corrispondenti del san- 
scrito e del greco vale 'volare; cadere'; non altrimenti 
che il nostro scendere si usa anche trans. - calare: scendi 
il bambino dalla sedia. Cosi Virgilio (En. I 83-85) ado- 
pera ruu7it nella doppia accezione : 'sconvolgono; si pre- 
cipitano '. Quanto agli altri due significati, Wh. li trae 
dai composti (obriio, eruo e simili), il cui diverse valore 
h da ascrivere alia forza del prefisso, come in mille altri 
casi, non gia a differenza originaria del verbo semplice. 
II verbo hnjvrco vale ' annunzio, proclamo {ivinxov 
^Ajr/dag Pind. P. IV 201); biasimo, vitupero ', e secondo 
il diverso significato vien differenziato con una doppia 
etimologia (cf.Wh. Etyma graeca e Cu. DasVerbum I 234 1. 
Ma le due accezioni si possono ben conciliare nella 
stessa parola, non altrimenti che il nostro gridare dice 
ugualmente 'proclamare, bandire; garrire, rimprove- 
rare '. Si noti che nel senso di ' biasimare ' il verbo e 
ordinariamente accompagnato da alcuni aggiunti, come 
XaXsitoloiv dveldeoi, /aAsTt^ {nauQ) itivdc^, algo/Qolg ^Ttesooi, 

* Questa tesi e soprattutto sostenuta dal Bk6al nel suo Essai de 
Sdmantique, 



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[9] FRANCESCO SCERBO 123 

aloxQ(bgy il che prova che ^brrco significa propriamente 
'parlare, dire; gridare, annunziare ', dalla rad. fSTt- 
(iTtog) o seq- (cf. iw^jro}), con la prep. ^, onde Tacce- 
zione originaria & sensibilmente modiflcata. 

La metafora * forma, figura* da, Jilum ' iilo * ^ al- 
trettanto naturale, quanto quella di lineamenti - figura 
(cfr. ital. tratti nel senso tigurato), da non esser punto 
necessario di pensare alia rad. dheigh Jingo (cf. BB. 
XVI, 202-214), donde deriva anche yi^i^ra. Si badi poi 
che questo sostantivo, nel significato speciale di forma, 
figura, e accompagnato da alcuni aggettivi, come te- 
nuey uberitis (uberioreJilo\ crassumy par (esse pari filo Lucr.): 
cf. quanto si h detto relativamente a bvIttto. 

Se cvpio si deve separare dal s. kup- ' adirarsi ' 
(BB. XVII, 320) la ragione e da cercaie altrove che 
nel significato. Le idee di 'desiderio^ e di 'sdegno* 
non sono forse espresse da una medesima parola 
greca, quale dyfidg? L'accezione di cvpio e di kup-ya-mi 
non sono altro che svolgimento di un significato origi- 
nario piu lato e generale, indicante agitazione d'animo, 
la quale si pote applicare tanto alio stato irrequieto 
di chi fortemente brama, quanto alia commozione e al 
furore di chi e adirato. 

Quale che sia il legame, che riunisce i vari signi- 
ficati di reAog, questi non presentano maggiore incon- 
gruenza logica di tanti altri traslati, che si trovano in 
infinite parole presso tutte le lingne. Invece si propon- 
gono tre diverse etimologie, cioe s. veAog ' schiera, 
truppa ' s. kiUa-m (si not! il di verso tema del gr. e 
del sanscrito ' branco, schiera ; famiglia, lignaggio ' 
[kulmi- ' niandria, gregge ' ; 2. v^Xog * tassa, tributo ' 
irl. iaile * salario ' (gr. rAz/rai^; 3. rtAog * scopo, fine*, cor- 



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124 SECTION LINGUISTIQUE [10] 

rispondente del s. caramd- T ultimo' (gy. Tf)Ae). Ora 
la parola ha un significato molto generico, quale * coni- 
pinieiito, fine, termine * ; e s' applica a cosa svaria- 
tissime e in un senso assai indeterminate, come riAog 
ydfioto, vdOTOio, Ttokifioio {efdyg ne re^og jtoAijuoio xixsUo 
II. Ill 291) ; reAog 'davdrov {i:§iq)vyov davdrov reAog 
Arch.) ; nei quali easi e difficile una precisa traduzione 
di veAog. Da questa idea vaga e lata di tal voce, simile 
a quella oontenuta nel s. car- ' muoversi ' (che per noi 
fe la radice di rsAog in tutti i suoi significati) - yr^^ojucu 
ijtAsTOy dalla forma fondamentale qel- (cf. s. col- afSne 
di car-\ accanto a riAAo reXedo {KiAojum: cf. Pov-^oAos)^ 
si poterono di leggieri svolgere i vari significati di veXog, 
comecchfe il loro intimo nesso non ci appaia ben pa- 
lese e chiaro. ^ Del resto, a non tener conto degli altri 
usi di detta parola, come conciliare il senso di rd reXa 
* i magistrati ' con le accezioni gia notate ? Eppure a 
nessuno h venuto in mente di suggerire una speciale 
derivazione adattata a quest'ultimo significato. 

Ma dove i glottologi talvolta passano ogni giusta 
misura, si e quando attribuiscono arbitrariamente alle 
parole questo o quel significato, a cui poi riferiscono 
una non meno speciosa etimologia. Abbiamo gia ac- 
cennato come la ragione, onde altri ha creduto di dover 
staccare ^Qi/Qedarac da iQsidco^ e una pretesa diflerenza di 
significato, che secondo noi in nessuna maniera si pu6 

* Occorre appena notare come il vero corrispondente di qel~ 
(s. car^ caU) in gr. sia tsX- * muoversi ', onde iva-rsXXo) (T6X-Xa) = 
teX-jift) ?) * levarsi, spun tare ' detto del sole, della luna (cf. iva-toXYj), 
non TTsX-, il cui tt deriveri da forme quali s-rXso (SirXeo) ItcXsto rspt- 
7:X6|i.svo^ al-roXoc (accanto a po»>-xoXo^) a|i^t-icdXoc. Per Paltemamento 
tra T (avanti vocali dolci) e i: cf. tt- e ro- del pron. int'err. 



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[11] rRANCESCO SCERBO 125 

giustificare. Un altro caso ancora piu siugolare b q)m'og 
(alfiarog) di 11. XVI, 162, spiegato per ' massa", e connesso 
col s. ghands ' compatto, duro, denso ' ; sost. ' massa, 
mucchio ' (Fick con altri), il perchfe vien separate da 
q)6vog * uccisione, strage '. * Ora, in primo luogo, deve 
parer strano che in tutta la letteratura greca una 
parola tan to usata come (povog in un sol passo mostrasse 
un signiflcato afiatto speciale, ciofe derivasse da origine 
diversa. Poi bisogna notare che nel nostro caso si parla 
d'un cervo ucciso, onde alia mente di leggeri e quasi 
di necessita s' offre 1' idea di (povog nel suo ordinario si- 
gniflcato. I lupi vomitano i pezzi deiranimale, che 
hanno divorato, misti a sangue (letteralmente ' la san- 
guinosa strage '), che h imagine ben piu viva e bella e, 
secondo noi, piu vera, che non traducendo ' massa ' (di 
sangue). Una illustrazione del passo omerico ci h data 
da Pindaro : (lekavi q)6v(^ 'Qalvcov jtedlov (cf. Pape). In altri 
termini, q)dvos b da intendere in senso concrete, come 
in II. XXIV 610 : ' esser steso suUa strage ' (kv ^^ovcp). 
In quaDto al genitive afjuaros, che forse e state la causa' 
principale deir anzidetta interpretazione, esso b in ve- 
rita un po' irregolare, ma non certo piu insolito e stiano 
di tanti altri costrutti propri del linguaggio poetico. ^ 
Da ultimo facciamo osservare che il BOhtlingk (Sanskrit 
WOrt. in kiirzerer Fassung; fa tutt'uno di ghand- ' ei-ff- 
chlagend, todter ' e di ' compact, fest, hart; klumpen': nh 
a torto, secondo noi, giacche dair idea di ' battere, uc- 
cidere * (s. han- gr. dslvco ^netpvov) si pu6 ben derivare 

' Con questo nuovo significato attribuito a ^^voc veugono con- 
frontati gr. i-yevo^, lat. fenuSf ted. mod. gan-z, 

' Ardito e il costratto, ma V idea e pittoresca e bella, giacche si 
vogliouo indicare pezzi di carne ancora sanguinanti. 



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126 SECTION LINGUISTIQUE [12] 

quella di densita, massa compatta. Anche da questo 
latx) dunque la doppia etimologia di (pdvog^ secondo b 
stato notato, non ha ragion d' essere. ^ 

Fbancesco Scebbo. 



* Qaeste note sono tratte da ana nostra prefazione ad un lessico 
comparativo del greco e del latino, che abbiamo condotto molto innanzi ; 
ma siccome non sappiamo se e qnando il lavoro potr^ venire mai alia 
luce, abbiamo voluto dame qnesto piccolo saggio, onde si veda il me- 
todo ohe seguiamo sopra an panto assai importante della compa- 
razione. 



Postscriptum, — All' ultimo memento, quando qaeste pagine erano 
stampate, abbiamo avuto la for tana di trovare al compimento delP opera 
un valente col labora tore, giovane glottologo delle migliori speranze, il 
Dr. Ciardi-Dupr^; il quale anche in qaesto volume dk chiara prova 
del suo ingegno e sapere. fc da sperare dunque che P Italia presto avr& 
un lessico comparativo delle due lingue classiche, condotto con inten- 
dimenti seriamente scientific!, secondo lo stato presente della glottolo- 
' gia, sebbene lo scope ne sia modesto, cio^ di semplice volgarizzamento^ 
a fin di giovare alia coltara generale, senza pretese di novit^. 

F. S. 



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m TMTTAHENTO BiLL£ LIQUIDS INDO&ESIANICIE 

NELL' INDOIRANICO 

E SPEOIALMENTE NELL'ANTIOO INDIANO 



In qual modo le lingue arie, ossia indo-iranichey 
svolgessero i suoni r, / ereditati dalla lingua primitiva 
indogermanica non e ancora ben dilucidato. Infatti, 
mentre le lingue indogermaniche d' Europa, coll' ag- 
giunta deir armeno, si accordano pienamente tra lora 
nel distinguere i casi di I da quelli di r (sicche noi, 
al contrario dei glottologi meno recenti, fiaociamo ri- 
salire tale distinzione alia lingua madre), 1' indiano e 
r iranico confondono le due liquide, in guisa clie tanta 
ad un r quanto ad un I delle altre lingue, risponde* in 
esse per lo piu un r, ma non di rado anche un Z, senza 
che appaia la ragione del diverso trattamento del to- 
nema primitivo. Cosi, per ricordare qualche esempio^ 
r antico indiano ci presenta dei vocaboli come ras 
' possesso ' (lat. res), trdy-as ' tre ' (lat. ires, gr. rgstg 
ecc.)j bhdrati ' egli porta ' (gr. q)eQ(o lat. fero got. ba&an 
' portare ' ecc.) in cui r e originario ; e dei vocaboli 
come rdcate ' splende ' (gr. AsvKog ' bianco ' lat. lux luceo 
ecc), arglidr-s ' valore, pregio ' (gr. dAcpslv 'gnadagnare' 



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128 SECTION LINGUISTIQUE [2] 

lit. algh ' meroede ') dove r invece risponde a un pri- 
mitivo /. Viceversa ci offre esempi di / = idg. /, come 
Hbhyati *egli brama' (lat. lubet libet, got. liufs ' caro ' ecc.) 
e kalor- ' nero ' (lat. cdllgo ecc.) ; ed esempi di I idg. 
r, quali kldga-s 'grido' (lit. kraukti 'gracchiare') e luncati 
*svelle, strappa' (lat. runco). E lo stesso avviene in 
certi linguaggi neo-iranici, p. es. nel moderno persiano, 
in cui si verificano i medesimi^ quattro casi dell' in- 
diano : 

. 1. r- -idg. r, p. es. hurdan 'portare' (gr. q)eQio 
ecc.;, mard ' uomo ' cio6 ' mortale ' (gr. ftgoros id.). 

2. r - idg. /, p. es. (Iran ' braccio ' (gr. ojXhnj 
* gomito, braccio' lat. ulna ant. isl. 6ln 'braccio* ecc.;, 
roz ' giorno ' (lat. Inx ecc). 

3. /==idg. /, p. es. lab 'labbro' (lat. labium ecc), 
likan 'leccare' (arm. lizum Mo lecco' gr. Xeixco id. ecc). 

4. / - idg. r, p. es. kalay kiday ' cornacchia ' 
(gr. KOQa^ ' corvo ' lat. corvus comix). 

Varie ipotesi sono state fatte per mettere in chiaro 
come realmente and6 la cosa, ma finora nessuna, al- 
meno nella forma in cui b stata presentata, ha potuto 
imporsi e trionfare sulle altre. To che mi accingo a 
stifdiare tale questione dopo che se ne sono occupati i 
piu valorosi e benemeriti illustratori della parola indo- 
germanica, non m'aspetto d'essere piu fortunate di lore, 
non presume cioe di ottenere pei resultati delle mie in- 
dagini quell' asseiiso unanime degli studiosi che essi non 
hanno ottenuto. Sar6 pago se potr6 almeno dimostrare 
qual e la via buona per cui dovra mettersi chi voiTa 
di nuovo tentare la soluzione del problema. 

La disparita delle opinioni, in qualunque ordine di 
idee e di fatti, b indizio certo della mancanza di argo- 



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[3] G. CIARDI-DUPRE 129 

menti decisivi a favore dell' una piuttosto die dell' al- 
tra : e ci& tanto piu e vero nelle questioni sevei^auiente 
scientificlie, in quanto die in esse non d sono \o al- 
meno non dovrebbero esserd) quelle passion I die in 
altii campi possono turbare V imparzialita dei giudizi 
e la serenita delle discussioni. Nel caso nostro la man- 
canza d' argomenti decisivi e in gi-an parte imputabile 
alia scarsita dei material! su cui siamo costretti a fon- 
dare le nostrc ricerche. Tale scai-sita appare manifesta 
specialmente nel campo iranico. Per cib die riguarda 
r indiano, senza dubbio vorremmo die fossero mejrlio 
studiati col criterio storico-compai'ativo i dialetti pra- 
critici ' e gli idiomi viventi dell' India ariana, giacchfe 
da una conoscenza piu perfetta di essi trarrenimo nuova 
luce per la cognizione del sanscrito, a quel modo die 
lo studio delle lingue romanze serve a illuminare e in- 
tegrare quello del latino. Tuttavia qualdie cosa in qiie- 
sto campo si e pur fatto, e d' altra parte il materiale 
die possediamo per lo studio diretto dell'antico indiano 
e cosi vasto; ed i sussidi di cui possiamo valerci sono 
cosi numerosi da farci sentir meno la mancanza di 
quelli die ci ven-ebbero dall'indagine dei dialetti seriori. 
Invece per ci6 che spetta all- iranico ben altrimenti 
vanno le cose, Dei linguaggi di questo gruppo dell'eta 
piu antica due soli pervennero a nostra cognizione, 
ciofe r avestico e 1' antico persiano, del quale poi non 
possediamo die scarsissimi documenti, cioc le iscrizioni 
degli Achemenidi. Sul paese nel quale ebbe origine 

" Darante la stampa di questi « Atti » e uscita V opera magi- 
strale di R. Pischel, Grammatik der Prakrit- Sprachen (= Grundr. d. 
inda-ar. PhUoL w. Altert, I, 8; Strassburg, 19C0) [Nota aggiunta sulle 
bozze]. 



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130 SECTION LINGUISTIQUE [4] 

I'Avesta, come suir eta a cui risale, molto si e dispu- 
tato sin qui e si continueri probabilmente a disputare, 
poiohe le opinioni sono ancora discordi, sebbene il 
Geiger, * a parer mio con buoni argomenti, abbia cer- 
cato di mettere in sodo che la patria di quel codice 
religioso e 1' Iran orientale, e sia vana d' altra parte la 
speranza di poterla determinare con niaggiore appros- 
simazione. Ad ogni mode I'avestico non ci rappresenta 
che il parlare d' una regione, o al piii di due regioni 
deir antico Iran, se si ammette che la forma piu ar- 
caica di esso, quella in cui sono composte le Gatha 
risponda a una varieta locale. * Quanto all' antico per- 
siano, dobbiamo ritenere che ci rappresenti il dialetto 
proprio della Perside, adoperato soltanto come linguag- 
gio ufficiale nel resto dell' impero. Dalla tradizione 
classica sappiamo che le varie popolazioni iraniche par- 
lavano idiomi i quali differivano pochissimo tra loro : 
p. es. Strabone (15, 2, 8) afferma che Medi, Persiani, 
Battriani e Sogdiani erano djuoyAcorroi jtaQa juckqov. Ma 
in raancanza di dati precisi nulla possiamo* dire intorno 
ai singoli dialetti. Quindi per ricostruire nel modo piu 
completo che ci sia concesso la storia delle lingue ira- 
niche bisogna ricorrere al sussidio dei dialetti viventi. 
Ma pur troppo, se si eccettua il persiano, che in grazia 
della sua ricca e attraente letteratura e state larga- 
mente studiato, e di cui possedianio un lessico copio- 
sissimo, gli idiomi neo-iranici sono ancora assai poco 

* In AbhandL d. k. bayr. Akad. d. Wiss. {Philos.'Philol CI) 1884. 
II, p. 315 8gg., ed ultimamente in Qi^d. d. iran. PhiloL II, 387 sg. 

* Si e creduto per qualche tempo di potere assegnare cotesta 
variety alia Sogdiana, come si attribuisce alia Battriana V altro tipo 
delPidioma avestico: ma si tratta di pure ipotesi. 



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[5J G. CIARDI-DUPRi: 131 

conosciuti. Esistono bensi anche in questo campo dei 
lavori eccellenti di operosi e dotti iranisti, quali Justi, 
Hiibschmann, Geiger, Salemann ed altri, che hanno 
portato preziosi contributi alia storia di questi lin- 
guaggi : ma dobbiamo aspettarci molto di piu da ulte- 
riori ricerche. Per queste ragioni io baser6 il mio studio 
sui materiali indiani, e quando sar6 giunto a tbrniulare 
qualche conclusione, indagher6 se e quanto sia appli- 
cabile anche alle lingue iraniche. 

La tesi che io difendo non 6 nuova per verita, al- 
nieno nella sostanza, come non e nuovo, perchfe gia ac- 
cennato da altri, * 1' argomento col quale cerco di pro- 
varla. Ma nondimeno ritengo non inutile Io svoigerlo, 
perchfe non vedo che cib sia state fatto sin qui. Tntanto 
credo opportune di premettere una breve esposizione 
delle ipotesi colle quali si tent6 di risolvere il problema 
in questione. 

L' opinione che le due liquide primitive siansi con- 
fuse in una, cio6 in r, nel periodo unitario indoiranico, 
e che soltanto piu tardi, nolle singole lingue indipen- 
dentemente si sia svolto un nuovo / da r (=-idg. r, l\ 
sembra avvalorata dal fatto che nell' indiano il suono 
Z, raro nei documenti piu antichi, diventa mano a mano 
piu frequente in quelli piu moderni * e che ai due an- 

* E. W. Arnold nelParticolo « i in the ^^gveda » in Fest^rass 
an R. V. Roth (Stuttgart 1893) pag. 145-148. 

^ Secondo i calcoli del Whitney (ofr. Wackernagel, Altind. 
Gramm. I 215), nelle parti piu recenti del RV. la frequenza di I sarebbe 
otto volte maggiore che nelle parti piii antiche. Nell' Ath. V. poi essa 
sarebbe sette volte maggiore che in tutto il RV. considerato in com- 
plesso. E infine la frequenza di I nella letteratura vedica, in generate, 
starebbe a quella nella letteratura seriore (epica e classica) nel rapporto 
di 17 a 52. Si vegga del resto il gi^ citato articolo delP Arnold. 



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132 SECTION LINGUISTIQUE [6] 

tichi dialetti iranici a noi noti esso fe sconosciuto. * Tale 
opinione ha un deciso sostenitore nel Bbugmann, il 
quale cosi si esprime : <c Die uridg. r und / scheinen.... 
in urarischer Zeit in r zusammengefallen zu sein. Die- 
ses r blieb im Altiranischen. Diesem ist I fremd ; bei 
der Wiedergabe von fremdsprachlichen Namen, die / 
enthalten, tritt r dafiir ein: apers. bdbiru-s 'Babylon'. 
In den jiingeren iran. Sprachen ist I zwar vorhanden, 
es hat sich jedoch, nach Hiibschmann, allenthalben se- 
cundar entwickelt, so dass von hier aus die Annahme 
von I fiir die uriran. Sprache keine Stiitze hat (Pers, 
Stud. 262 ff.). Im Indischen hielt sich r in einem Toil 
des Sprachgebietes, wahrend es anderwarts schon vorhi- 
storisch zu I wurde.Das Nebeneinander von r und I in 
den ai. Literatursprachen — in den jiingeren ved. Texten 
begegnet I otter als in den alteren und in der nachwe- 
dischen Literatur ist I wieder haufiger als in der vedi- 
scben, und es gibt wenige Wurzel mit /, die nicht auch 
niit r vorkamen — beruht wohl auf Dialektmischung, 
so dass es Zufall ist, wenn einem arm.-europ. / im Ar. 
I gegeniibersteht » {Griindr. d, vergl. Gramm. V 427). 
Conviene per altro notare che lo stesso Brugmann di- 
chiara « notevoli » (beachtenswert) le ipotesi del Bar- 
tholomae e del Wackernagel di cui sto per parlare. 

II Bartholomae altresi crede alia confusione di I 
con r nel proto-indoiranico, ma suppone che in un 

* L'avestico non presenta alcuna traccia di L L* antico persiano 
possiede un segno specials per il suono Z, ma se ne serve soltanto in 
vocaboli d' origine straniera (Haldita^, Diibdla-), come vedremo a suo 
luogo. Nei vocaboli prettamente arii, ed anche in alcuni stranieri 
(p. es. in Bdbiru-S * Babilonia ', Tigrd- * Tigri ') V originario I e reso 
per mezzo di r. 



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[7] G. CIARDI-DUPEfe 133 

tempo posteriore al passaggio di I in r, quell' antichis- 
simo idioma venisse ad acquistare un nuovo I per ef- 
fetto deir imprestito di voci straniere che contenevano 
quel suono. < In der arischen Grundsprache » cosi egli 
si esprime « sind r und I lautgesetzlich in r zusam- 
mengefallen. In Folge von Entlehnungen aus nichta- 
rischen idg. Dialekten hat sich aber I bereits im Ari- 
schen neuerdings festgesetzt. Arisches r entspricht 
somit idg. r und Z, arisches I idg. I. Das Indische hat 
r und /. Das arische r ist dialektisch zu I geworden. 
Indisches I steht also ar. r und ar. I gegenuber. » (Grundr. 
d. Iran. Philol. I, 1 pag. 23). Questa ipotesi serve a spie- 
gare quei casi in cui I e comune all'indiano e alia mag- 
gior parte dei dialetti neo-iranici : p. es. (e appunto il 
caso citato dal B.) dalla radice * leiijh'- ' leccare ' (gr. 
Asixo), lat. ling'), ant. irl. ligim ecc.) derivano le seguenti 
voci arie: ant. ind. lihanti ' essi leccano^ pehl. neo-pers, 
liUan ' leccare ^ curdo listin id. Orbene, secondo il B., 
queste voci risalirebbero ad antichissimi imprestiti da 
lingue non arie, laddove 1' ant. ind. rihdnti ci mostre- 
rebbe la schietta forma aria conservatasi per caso ac- 
canto a lihanti. 

Mi resta ora da accennare alle teorie del Fortu- 
natov e del Wackemagel. * In sostanza io mi trovo 
d'accordo con questi due glottologi, in quanto ammetto 



* Non ho potuto consultare il volume del Darbishire ^Eelliquiae 
Philologicae or Essays in Comparative Philology, edited by R. S. Con*- 
way » nel quale si tratta la questione delP indiano r, I. Se mi ^ lecito 
giudicare la teoria del D. dal riassunto che ne fa W. Streitberg in 
IF. Anz. VI, 172-3, dir6 ch'essa mi pare troppo artificiosa e perci6 
poco probabile. Anche il Brugmann {Grundr, I, 428) dichiara di non 
esseme persuaso. 

AcUt du XII"*' Congr^ det Orientalittes. — Tome III — (2"»e Partie) 6 



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134 SECTION LINGUISTIQUm [8] 

al pari di loro che in una parte del territorio indiano si 
mantenesse inalterato Tidg. /, ma non credo fondati gli 
argomenti sui qiiali essi credono di poter basare quel- 
r opinione. 

II FoBTDNATOv KZ. XXXVI, 1 sgg., distingue nel- 
r indogermanico due varieta di /, che indica rispettiva- 
mente con A, L Quello che il Brugmann ed il Bartho- 
lomae dicono di / in genere, cioe il mutarsi in r, 
dovrebbe intendersi soltanto di X. La confusione di X 
con r sarebbe avvenuta in tutto il dominio ario. L'idg. 
I al contrario sarebbe stato diversamente trattato nei 
diversi dialetti : nei linguaggi iranici e in quello su cui 
si fondano le parti piu antiche del Rigveda esso avrebbe 
subito la sorte di A, cioe sarebbe passato in r: nei san- 
scrito invece, e in parte nei vedico, avrebbe conservato 
il suo valore primitivo. Non mi tratterr6 a ricercare 
quanto fondamento abbia la distinzione dei due / posta 
dal Fortunatov, bastandomi di far notare che essa non 
e giustificata da alcun dato di fatto : giacche se e vero 
che da un lato abbiamo una serie di esempi in cui V in- 
diano risponde solo con r all'idg. /, e dairaltro un'altra 
serie in cui esso gli risponde tanto con r quanto con /, 
nulla ci vieta di rite n ere che nei primo caso siano an- 
date perdute le forme parallele con /, e che in tesi ge- 
nerale qualunque I indogermanico fosse suscettibile. 
d'essere ritlesso dall' indiano con r o con / a seconda dei 
vari dialetti. * Coinunque sia di ci6, importa di osservare 

* Prima del F. un altro glottologo, il Noreen (Ahriss der urge" 
man. Lautlehre p, 2 e 104) distinse due variety di I nelP indogerma- 
nico: l^ e Z,. Ma poiche egli dice che tutte le lingue, fuorch^ P indiano, 
hanno confuse in tutti i casi cotesti due fonemi e che poi finisce per 
confonderli anche V indiano il quale li riproduce ambedue con r e con I 



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[91 G. CIAEDI-BUPRfc 135 

che ad ammettere la parziale conservazione del I nel- 
rindiano, il Fortunatov e indotto dalla necessita di tro- 
var posto per la legge che egli suppone d'aver dimo- 
strato nel note articolo in BB. vi. 215-220, e che pu6 
esser formulata cosi: neirantico indiano il gruppo 1 + 
dentale perde Z, e la dentale passa nella cerebrale cor- 
rispondente. Questa teoria e stata accettata da non po- 
clii glottologi, ma anche combattuta da molti,^ coi quali 
non esito a schierarmi anch' io. Un esame di tale qiie- 
stione sarebbe qui superfluo: mi basta di dichiarare che 
aderisco, in massima, agli argomenti del Wackernagel 
e del Bartholomae contro la legge del Fortunatov. 



< scheinbar oh'ne feste Regel », in realtii non distingue nulla, e dalla 
sua ipotesi non si pu6 trarre alcuna deduzione. Piu giusta e V osserva- 
zione del Mbillet {Mem. d. l. Societe de Linguistiqiie VIII 299 sg.), il 
quale dice che nelP idg, si dovettero avere, come si ebbero in alcune 
lingue da esse derivate, due suoni di I determinati dal fonema che 
veniva di poi: cioe un suono cacuminale davanti consonante ed a, o, 
u, ed un suono dentale davanti e, i, I casi di I cacuminale sarebbero 
diventati piu numerosi nelle lingue arie che in tutte le altre, in se- 
guito alia mutazione di e in a da esse operata. Non possiamo tuttavia 
accettare la seguente conclusione del Meillet : dipendere dalla pronunzia 
cacuminale di I il suo passaggio in r, quindi essere normale I dinanzi 
ad i, e r in ogni altro caso e doversi spiegare analogicamente i casi in 
cui cio non awiene. Basta infatti dare uno sguardo al materiale rela- 
tive per convincersi che tale conclusione ^ assolutamente ingiustificata. 
* Aderiscono alia teoria del F. il Bechtel {Hauptprobleme d. 
indogerm. Lautlehre p. 382 sgg.), 1' Uhlenbeck (Handboek der indische 
klankleer in vergelijking met die der indogermaansche stamtaal pp. 45 
sgg., 73 sgg., 78 sg.), il Persson (KZ. XXXIII 288 sg., Stud. z. Lehre 
V. d, Wurzelerw. u. Wurzelvar, 35, 37, 54), il Windisch (KZ. XXVII 
168) ed altri. La combattono specialmente lo Schmidt {Pluralhild, 179, 
Krit, d. Sonant. 1 sg.), il Bartholomae (IF. Ill 157 sgg.) e il Wacker- 
nagel {At. Gr. I 171). II Brugmann (Grundr. I* 427) la considera 
come ormai demolita. 



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136 SECTION LINGUISTIQUE [10] 

II Wackebnagel (At. Gr. I, 217) nota il fatto clie 
gia nei testi piu antichi le forme con I appaiono pafal- 
lele a quelle con r, e ne inferisce che accanto al dia- 
letto fondamentale del RV, senza dubbio rotacistico, 
esistessero altri dialetti che serbavano la distinzione ori- 
ginaria delle due liquide, e che da essi le forme con / 
penetrassero, in misura sempre crescente, nella lingua 
letteraria. Ora a me sembra che la conclusione non sia 
logicamente dedotta. Invero la presenza di forme con /, 
evidentemente infiltrate da un altro dialetto, nei piu 
antichi inni vedici, prova soltanto che nell'epoca in cui 
furono essi redatti, esistevano dei dialetti ai quali il 
suono Z non era estraneo : ma che questo fosse il primi- 
tive I conservatosi in quei dialetti, e non piuttosto un I 
svoltosi secondariamente da r ( idg. r, V) come piace 
al Brugmann, di per se non risulta chiaro, ma bisogna 
dimostrarlo per altra via. 

Per ottenere una prova del fatto asserito dal AVac- 
kernagel giova vedere in qual rapporto numerico stanno 
i casi in cui V indiano risponde con I (oppure con I e 
con r insieme) all'europeo (idg.) I a quelli in cui il suo 
I risponde all'eur. (idg.) r. Se i primi, come ebbe gia ad 
affermare TArnold (1. c), prevalgono sui secondi, e se la 
sproporzione h cosi grande da non potersi imputare al 
caso, la questione pu6 dirsi risoluta. Infatti se, stando 
le cose in questi termini, si volesse credere che tutte le 
voci indiane con / provenissero da dialetti in cui / si era 
svolto da r ( r, Z), ne verrebbe la strana conseguenza 
che la fortuna d'essere accolte nella letteratura sarebbe 
toccata, non sapremmo in virtu di qual misteriosa legge 
di selezione, precisamente a quelle parole in cui / rispon- 
deva a un / originario, e solo poche volte a quelle in cui 



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[11] G. CIARDI-DUPRE 137 

esso rispondeva a un r. Invece ammettendo da una 
parte un dialetto, o un gruppo di dialetti, che mante- 
neva I intatto, e dall'altra un altro che mutava r in Z 
secondariamente, si spiega benissimo la prevalenza nu- 
merica dei casi di I - I su quelli di Z r. Siccome la 
ragionevolezza di queste deduzioni mi pare che non 
possa mettersi in dubbio, mi rimane soltanto da provare 
che sussiste il fatto su cui essi poggiano, cioe la spro- 
porzione numerica di cui teste ho parlato. Ecco dunque 
senz' altro la lista degli esempi di Z---idg. Z, seguita 
da quella degli esempi di I ^ idg. r. Nel compilare 
questo doppio elenco mi sono giovato principalmente 
del materiale raccolto dal Wackernagel {Ai. Gr. I, 217 
sgg.), ed ho procurato di arricchirlo piu che mi e state 
possibile col frutto delle mie letture, ma non mi lusingo 
d' esser riuscito complete. 

A. Ind, I = idg. l.^ 

alaka-s alaka-m 'ricciolo, capello ricciuto^: gr. 
c)A£vr] 'braccio, gomito^ lat. ulna ant. irl. uHen 'gomito' 
got. aleina ' braccio ' ecc. II significato fondamentale 

* Nella citazione di molti vocaboli che occorreranno in questo la- 
voro dovr6 scostarmi, per ragioni tipografiche, dal sistema di trascri- 
zione comunemente usato. Ecco le principali divergenze. Nolle forme 
indogermaniche ricostruite indico con v V u semivocale e col sem- 
plice A: la palatale sorda; I sonante e distinto per mezzo del carattere 
tondo. NelPindiano klpta e trascurata la notazione di I vocale. In 
alcuni vocaboli curdi e ossetici noto con t un suono che le gram- 
matiche di quei linguaggi sogliono rappresentare con i con un cer- 
chio al di sotto. Nolle parole germaniche le spiranti den tali sono 
espresso per mezzo di ^ e 8. Nel lituano lo * Schleifton ' quando cade 
sopra una delle lettere eeyrlm non 6 segnato, ma la lettera su cui 
cade 6 scritta in carattere tondo anziche in corsivo. Scrivo e invece di 
e con un pun to sopra. Nolle citazioni slave indico con a„ c„ le vocali 
nasilizzate; il significato di e e chiaro da s^. 



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138 SECTION LINGUISTIQUE [12] 

della radice [*elo-, ^ole-) comune a tutti questi vocaboli 
6 quelle di ' piegarsi, esser curvo \ Cfr. Johansson Beitr. 
z. griech. Sprachkunde (Upsala 1891) pag. 106 sg. 141 sg. 
ala-vala-m ' un solco praticato intorno alia base d' un 
albero per raccogliere le acque che servono ad innaf- 
fiarlo ' e spiegato dal medesimo Johansson IF. III. 245 
sgg. come un composto tautologico di cui la prima 
parte sarebbe formata dalla radice stessa di alaka-, 
oAevfj, La seconda parte conterrebbe la radice *veZ~ che 
vedremo a base di parecchi vocaboli. 

allkd- ' ripugnante, sgradevole, false \ allkd-m 
' sgradevolezza, falsita ' : gr. dX^og lat. alius ant. irl. 
aHe got. aljis ' altro \ Per lo svolgimento del significato, 
si confronti anydtha che vuol dire al tempo stesso ' al- 
trimenti' e ' non rettamente\ (Uhlenbeck, Kurzgef. 
etyra. Wb. d. altmd. Spr, 15). 

dlpa- alpakd- ' piccolo, tenue, futile, raro ^ : lit. 
alpnas ' debole ' a\pti ' perdere le forze '. 

ali-s 'scorpione, ape^ alin- 'id.' a/iparwl 'Tragia 
involucrata ' (Linn.) (una pianta le cui foglie sono co- 
perte di peli pungenti) \dra ' lesina '] ^ : a. a. t. ala 
' lesina \ 

ildii ' egli va, lancia ' llayati ' mette in movi- 
mento' [irati 'va' irte 'si muove'J: ted. eilen (Wac- 
KERNAGEL Ai. Gr. I, 219). 

uluka—s ' g'ufo, civetta' iUilka~ydtit-s ' un demone 
in forma di civetta ' : gr. vXdco ' grido, abbaio ' vXaufj 
vXay/joc, vAayjua ' latrato ' ecc. lat. ?dtda ' uccello not- 
turno ' ulidrlre ant. irl. ulach ' grido ' lit. ulvf'ii ' gridare'. 

* Aggiungo entro parentesi quadra le voci identiche o affini in 
CUI si lia il passaggio di I in r. 



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[13] G. CIAEJ3I-DUPRfc 139 

Trattandosi di voci onomatopeiche lo Schradee Spra- 
chvergl. u. Urgesch. p. 194 suppone che ulucus ed tilnkas 
si siano formati nelle due lingue indipendentemente. 
Ci6 6 possibile : ma la testimonianza di altre tre lingiie 
rende piu probabile I'altra ipotesi, che questo gruppo 
di vocaboli risalga al periodo indogermanico. Al mede- 
simo gruppo appartengono : uluU- ululu- ' ululabilis, 
ululatus \ 

ulkd ulkmi ' fenomeno igneo, meteora, incendio* 
ulka-rnvkhor-s ' una specie di spettro * (una apparizione 
luminosa ?) [vdrcas- varcdsd-ni 'fuoco, luce, splendore']: 
lat. Volcanus ant. irl. Olcdn ant. bret. Ulcagnus Ulcagni 
(cfr. Stokes Urh Sprachsch. f Fick Wb. II*] 56 sg.). 

ulba-m ' la meinbrana che avvolge 1' enibrione ; 
pellicola dell'uovo; cavita' : lat. vulva (= *volba). La ra- 
dice k *vel- ' piegare, esser flessibile, muoversi in giro ' 
quindi ' avvolgere ' (cfr. il sg. e valati). 

ulmukor-m ' incendio ^ [urmf-,^ ^onda']: cimbr. 
gtratcl ^ lume ' a. a. t. irallan ' bollire ^ ualm ' ribolli- 
mento, ondeggiamento * ant. sass. uallan ' bollire ^ ags. 
freallan id. irylm ' bollore, ondeggiamento * lit. vilnh 
' onda ' ant. si. vlvna id. II significato fondamentale fe 
quelle di ' movimento vorticoso ' che si pu6 applicare 
ugualmente bene a una fiamma e ad una massa liquida 
in ribollimento. La radice fe sempre *vel- ' piegare, 
piegarsi ' quindi ' muoversi a vortice '. 

kdlate ' risuona ' kdllate ' emette un suono tenue ' 
kala- ' tenue, sottile ' (detto a proposito d' un suono) 
kalakala-s ' grido confuso, strepito ' kdkalis ' un suono 
delicate ' kfikaU ' uno strumento dal suono delicate ' 
ff^^^ri-kala-s ' gallo ' cioe ' il gridanto air aurora ' ecc. : 
gr. Ka?^cd ' chiamo ' lat. caldre ant. irl. cailech ' gallo ' 



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140 SECTION LINGUISTIQUE [14] 

cimbr. ceiliog id. corn, chelioc id. a. a. t. halon ' gridare ' 
hellan ' risonare ' m. a. t. hel 'sonoro' ^ hal ' suono ' hellen 
' risonare ' lett. kaluH ' ciarlare '. 

haldyati ' scorge, osserva ' [cards cdrakd-s * esplo- 
ratore*]: lat. callere callidus cimbr. call 'astuto' corn. 
cal id. ^ 

kalagds ' vaso, broeca ' : gr. nvXi^ ' bicchiere ' lat. 
calix. 

kald ' particella ' : gr. noZos ' mutilate, reciso ' 
(Persson KZ. xxxm, 288 sg.). 

kali-s kail kalika *germoglio, gemma": gr, ndXv^ id 

kdlpate ' e conforme, si adatta, giova ' kalpdyali 
* mette in ordine, forma, taglia ' kalpa- ' conforme, ap 
propriato, capace ' kalpa{ka)-s ' ordinamento, regola 
kalpana-m ' formazione, invenzione' ecc. Circa I'etimo 
logia di questa numerosa serie di vocaboli i glottologi 
non sono concordi. Alcuni (p. es. Brugmann Grundr. P 
508, 689, 616, Fick Wb. P 34, 186, Wackernagel Ai. 
Gr. I, 35) ^ prendono come base il significato di ' esser 
conforme ', ' dar forma ', ' figura, immagine ', e confron- 
tano kalp^ col ved. krpd (strum.) ' figura, parvenza ', 
coirav. kdr^fs (gen. kdhrpo) ' corpo ' hu-kdr^pta- 'ben for- 
mate ' xrapaHi ' dispone \ col gr. Ttg^jtsi ' conviene, e 
decoroso % e col lat. corpus. Se si accetta questa etimo- 
logia, bisogna cancellare kalp^ da questo elenco e ri- 



* II significato di * luminoso, chiaro ', che e proprio del moderno 
hell, 6 ignoto all* antico e al medio tedesco. 

* La parentela delle voci latine e celtiche colPai. kaldyati e ac- 
cennata, con un punto d'interrogazione, dalle Stokes presso Pick Wh, 
II* 73; la connessione di kaldyati con cara(Aa)- viene supposta da me. 

* Viceversa a pag. 218 lo stesso W. cita kalpdyati fra gli esempi 
di Z = idg. /, riferendosi alP opinions del Kluge. 



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[16J G. CIARDI-DUPRE 141 

mandarlo fra gli esempl di Z =- idg. r. Invece sta bene 
fra gli esempi di Z idg. I se si da la preferenza al- 
r etimologia del ELluge (Etym. Wb. d. deutschen Spr.® 
168) e del Persson (KZ. xxxiii 289 sg.), i quali, fondan- 
dosi su kalpdyati 'taglia' kalpana-m Tatto di tagliare'/ 
pensano alia radice *kelp- o meglio *{s)kelp-^ che sta 
a base del germ, halba- ' mezzo * [got. halbs ant. isL 
halfr ant. sass. half ags. hecdf a. a. t. halb]. ^ Alia stessa 
radice il Persson, seguito dair Uhlenbeck Et. Wb. 48, 
riconduce il lat. scalpo sculpo, I'ant. isl. skjalf ags. scelfe 
scylfe ' scamnum, tabulatum *, I'a. a. t. sceliva m. a. t. 
schelf ' siliqua, putamen ' (quest' ultimo esempio manca 
presso r Uhlenbeck) ed altre voci la cui connessione 
con queste non mi sembra sicura. Forse in kalp"" si sono 
confuse delle forme di differente origine, e in ogni caso 
si dovra concedere che la radice *($)kelp- vi abbia la 
sua parte. * 

* II dizionario di Pietroburgo (II, 169) spiega questo significato 
come un fraintendimento di espressioni quale sarebbe khanda^h kalpatf* 

* ridurre in pezzi ' , ma 6 una spiegazione un po' artificiosa. Cosi il 
composto klpta^ke^-nakha-^magru- che lo stesso dizionario traduce 

* dessen Haupthaare, Nagel, und Bart in Ordnung d. i. beschnitten sind ' 
(II, 167), si spiega assai meglio infcendendo klptor-nel sense di * tagliato'. 

* Sarebbe una forma ampliata, per mezzo del determinatore -p-, 
della radice * («)A:eZ- che ricorre nel gr. oxdXXo) ' zappo, vango ' oxaXt<; 

* vanga ' xsXet^ * ascia ' %c5Xo<; * reciso, mutilate ' ant. isl. skilja ' divi- 
dere, separare ' lit. skelti ' fendere * ecc. 

* II significato di * mezzo \ che si ha soltanto nelle lingue ger- 
maniche (il vocabolo idg. che serviva ad esprimere questo concetto era 

* semir-: ai. sdmt- * mezzo ' gr. •f^jtt-ptoc lat. semi-vivus a.a.t. sdmi-quek 

* semivivo '), e una specificazione di quelle generico di * tagliato, di- 
viso in parti '. Cfr. ai. dalati * spezza ' e * dimezza ' , dala-m * pezzo ' 
e ' met^ '. 

* Le stesso Klugk Etym, Wb^. 171 accenna alia possibilita di 
connettere kalp- * essere adatto, confacente a qualcosa * col ted. helfen 



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142 SECTION LINGUISTIQUE [16] 

kalya- ' sano, abile ' kalya-m ' I'alba ' kalydna— 
' bello, grazioso, fausto ' : gr. na^dg ' bello '. 

lahlara-m 'giglio bianco aquatico '. II concetto 
fondamentale di questo vocabolo sarebbe, secondo TUh- 
LENBECK Et. Wb. 50, qnello di ' bianchezza ', e ci6 per- 
metterebbe il raffronto coll' ant. isl. hagl 'grandine* 
ags. hagol ha^gel id. a. a. t. hagel id., e forse anche col 
gr. nd/At]^ ' pietra (bianca ?), ghiaia, 8abbia'[?]. 

kakala-m 'gioiello da portare al coUo* kftkaloka-s 
' laringe, tiroidea": lit. kdklas 'collo'. £] una tbrniazione 
con raddoppiamento dalla radice *qel-j da cui deriva il 
tema "^qolso- [alb. ka2 ' fusto, gambo ' lat. collum got. 
(ant. isl., ant. pass., a. a. t.) hah ' coUo ' ags. heals id. 
ant. si. klasv ' spiga ']. 

kalwka)- 'nero, azzurro scuro* kaliman- 'nerezza* 
kalanas kalauka-s ' macchia, onta ' : gr. neAaivog ' nero, 
oscuro ' ntjAlg ' macchia, onta ' lat. calidvs ' dalla fronte 
bianca' cio6 'macohiato di bianco, chiazzato' callgo^ 
u. kalecjuf calersn (ace. pi.) ' frontem albam liabentes ' 
ant. si. kalv ' lordura \ 

* giovare, aiutare ' (got. hilpan ant. isl. hjalpa ags. heljyan ecc.) e col 
lit. sze\pti ' aiutare, prorauovere ' paszalph * aiuto '. Siccome le forme 
germaniche da iin lato e quelle lituane dell' altro risalgono a due 
distinte variety radicali (* qelh [oppure * kelh-] e * kelp-), si avrebbe 
neir ind. kalp- una terza variety (* qelp-). L' idea di connettere tra loro 
tutti questi vocaboli era stata gik espressa dallo Schleicbeh (Bettr. z. 
vergl, Sprachforsch, I 110 sg.). L' Ascoli {Lezioni di fonoL com par. 
p. 64 n.) propone di ricondurre qui anche V ai. qilpa-ni ' arte, ability ', 
che ci dk la medesima forma radicale delle voci lituane sopra citate. 
* Forse anche columba (= * kolon-hhd) ' quella dalPoscuro aspetto * 
secondo una bella ipotesi del Prkllwitz BB. XXII 102, giustiiicata dal 
raffronto col gr. x^Xsta ( : TidXsto? • ^reXto? [Hes.] ' grigio ') e col got. 
dabo ags. dufe a. a. t. tuba ( : gr. to'f Xoc ' oscuro ' quindi * cieco ' ant. 
irl. dtib ' nero ' du*be ' nerezza '). 



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[17] G. CIARDI-DUPRE 143 

kald-s ' tempo \ E connesso con kald ' particella ' 
(v. sopra), e significa propriamente 'divisione, sezione' e 
in particolare ' divisione del tempo' (ora, stagione, era): 
quindi 'tempo, epoca, momento' nella piu larga accezione, 

klla{kdj-8 kllakd * legno,, caviccliio ' khila-s palo ' : 
gr. naAov u^Xov ' legno, asta di legno ' (?) Per la gra- 
dazione apofonica cfr. gr. {o)jumQds 'piccolo': a. a. t. 
smahi ' meschino \ 

kula-m 'sciame, tribu, famiglia; abitazione d'una 
famiglia ' kuldyam ' nido, giaciglio, abitazione, patria': 
gr. r^Aog ' schiera ' . dor. d-jt&XXa radunanza' jtrsXeov' 
t6 ovXXEy^odai (Hes.) ' adunarsi ' ant. irl. eland ' tribu, 
progenie ' cimbr. plant ' liberi, parvuli ' lit. kiltis ' stirpe ' 
ant. si. celjadl ' famiglia '. A questo stipite appartiene 
probabilmente il lat. poptdtts (Hoffman BB. xviii 163;- 
il quale dovendo risalire a *qtio-qu€los o piuttosto a 
^quo-quolo-s sarebbe d' origine dialettale come 6^5, lupus 
e simili- e forse anche concilium ( *con-coliom 
^con-quelioviy FrOhde BB. xvii 317), ma non (come 
vorrebbe il Fick BB. xviii 134) il gr. jtoAig ' citta, co- 
munita dei cittadini ', che io, attenendomi alia piu 
comune opinione, riconnetto coll' ai. pitrain purl piir- 
' luogo munito, citta '. 

Itdlkdya-s ' animale aquatico ' kulikd ' una specie 
d' uccello ' : ru. hidfku ' beccaccia ' p. ni. ktdy'k ' alba- 
strella ' pol. kidik ' gabbiano ' lett. kulens ' chiurlo ' (Ber- 

NEKER IF. VIII 286). 

dti-kfdva- {-kf'dva-j ' affatto calvo ' : lat. calvus 
osco Halaviis 'Calvius'. Probabilmente sono derivati 
dalla medesima radice *q(h)el- anclie i seguenti : khalaii- 
kalvata- ' calvo ' khdlatya-m khalitya-m ' calvizie ' IhUd-s 
kJnlyds ' paese deserto '. 



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144 SECTION LINGUISTIQUE [18] 

kokildr-8 ' cuculo*: gr. navKaMag' dgvcg Jtotog (Hes.), 
lit, kaukaie nome d'un uccello. Sulle difficolta che oflQre 
il lat. en cuius e da vedere quel che dice G, v. Sabler 
KZ. XXXI 274 sg. 

koldr-s 'cinghiale': lit. kiaule * porco * e probabil- 
mente anche a. a. t. gfd ' cinghiale, animale maschio ' 
(Bbbnekeb if. X 169). 

klandaii ' grida, ruggisce * klandd- ' rumoroso ' 
\krdndati * grida, ruggisce ' krdnda—s krandana-m krdn- 
das- ' grido '] : gr. neXadog ' rumore, grido ' ueXad^co 
^strepito, grido' ecc. (E probabile che *qle-n-d e ^qel9-d- 
non siano altro che ampliamenti della radice qel- che 
vedemmo in kdlate ' risuona * ecc). 

kldmati kldmyati 'illanguidisce, si stanca' klama—s 
klanti-s ' stanchezza, spossamento ' klamin- ' spossante ' 
[grdmyati ' si stanca ' grdma-s ' spossamento * ecc. ; per 
lo scanibio fra la velare e la palatale cfr. Brugmann 
Grundr. F 546 sgg. Wackernagel Ai. Gr. I 228 sg.] : 
gr. K^ajuaQos 'languido, debole' ant. irl. clam 'lebbroso' 
cimbr. (corn., ni. bret.) claf ' malato ' n. bret. klanv id. 
(Stokes in Fick Wb. II* 100). 

khcnati kligyati 'tormenta, affligge ' khga-s ' tor- 
mento, dolore*: lit. klisze ' branca di gambero' ant. 
si. kleka ^ tanaglia \ 

kldman- ' il polmone destro': gr. jt^vjucjv 'pol- 
mone \ 

khdla-s ' capanna, aia ' : arm. kal ' aia \ 

galas "" gola,^ galaka-s ' gola, collo ^ gala-dvara-^i 
' bocca, muso' : lat. gida ags. ceolu ceolor *gola' a. a. t. 
kela id. 

galati 'cade giu, gronda ' galayati ' rende li- 
quido* galana- 'gocciolante' gidana-m ' eflBusso^ galda—s 



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[19] G. CIARDI-DUPRE 145 

gdldd gdlda [ - galana-m. Nir. 6.24] id. jald-m ' acqua *: 
ant. isl. kelta 'fonte' ags. collen 'gonfio* a. a. t. quellan 
' sgorgare \ ^ 

pn^a-gdlhhate '6 risoluto^ pra-galbhd-s 'animoso": 
ags. gielp ' tracotanza ' a. a. t. gelpk id. (Uhlenbeck 
Et. Wb. 79). 

gula-s 'glans penis' gull gulika 'globo, palla": 
arm. kaAin ' ghianda ^ gr. fidAavog id. Jat. glans ant. isl. 
kula 'palla, tumore' lit. gUe 'ghianda* pruss. gile id. 
ant. si. zela^dl id. (Cfr. Johansson IF. ii. 42 sg.). Se- 
condo lo ZiJBATY (Arch. f. si. Phil. xiv. 423 sg.), il 
quale ricorda altri esempi slavi di questa famiglia, 
rientrano qui anche le voci indiane seguenti : gilayv-s 
'grave enfiagione alle fauci ' g4Imas Venfiagione al 
basso ventre \ 

gulphd-s ' noco del piede ' : ant. isl. kalfe ' pol- 
paccio '. Una gradazione di significato non dissimile si 
scorge confrontando V ai. jdiigha ' stinco ' coll' av. zanga 
' nocca ' (Uhlenbeck Et. Wb. 81). 

galas ' palla, disco, cerchio ' golaka-s gold ' pal- 
la ; recipient e di forma sferica ' : gr. yavXog ' secchia ; 
nave mercantile' ant. isl kj6ll 'nave' ags. c^ol 'una 
lunga nave ' a. a. t. kiol ' nave * (ted. Kiel ' nave ', da 
non confondere con Kiel ' chiglia ' il quale va coll' ant. 
isl. kidlr id. : cfr. Kluge Et Wb.' 20B). 

glahate 'giuoca ai dadi' gldha-s ^ giocsitore ; giuo- 
co ; dado; premio': gr. jtaAa/rj 'sorte' fHes.; Nic. Th. 

^ II Brugmann Grundr. V 590 riconduce qui anche il gr. pdXXa> 
che io invece, per ragione di p^Xo<; p^Xejtvov * dardo ' peXdvY) * ago ' coi 
quali ^ connesso, ricoUego al lat. volntis a. a. t. quelan ' aver dolore ' 
lit. giUi * bucare, dolere ' gelti * dolore ' gelonis * pungiglione ' ant. si. 

zaU * dolore '. 



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146 SECTION LIXGUISTIQUE [20] 

448) KBTtdXaxds (h 171 ; Ap. Rh. 1, 358) e Tteutdlax^at 
(c 331) * da JtaXaX" *(paAa/-. Cosi il Lagebceantz [Zur 
griech. Laufgesch. [Upsala 1898] p. 68) il quale nega la 
parentela di glah"" coll' ags. plegean ' sich schxiell fort- 
bewegen, spielen % ammessa dal Fick, Wb. I* 39. 412 
e dal Bechtel, Hauptpr. 343 m., perche ritiene. collo 
ZupiTZA; Germ. Gutt. 25. impossibile T uguaglianza : ai. 
g germ. p. — Del resto un I originario si avrebbe 
anche nell' ipotesi del Fick e del Bechtel. 

glaii gldyati ' prova ripugnanza ; perde le forze, 
si consuma ' gldni-s ' dispiacere; spossamento ' glanya-m 
' perdita di forze, illanguidimento ' glapana-m ' sottra- 
zione di forze * : cimbr. Min ' fatigatus, lassus, defessus ' 
(Stokes BB. xvn. 142). Alia stessa radice facilmente 
si riconduce V a. a. t. chlaga ' grido, lamento \ come 
pensa lo Hirt (P. Br. B. xxin 307), nfe e impossibile 
la parentela, ammessa dallo stesso, col gr. ^dXXcd lit. 
g6lti ant. si. zall. In questa ipotesi V ai. glaii (idg. 
*g^le-ti) starebbe al lit. gMH (idg. g^'el-) nel medesimo 
rapporto di ydti 'egli va': 6ii, ossia mostrerebbe la ra- 
dice debole ampliata con -e- (= celt, i, germ. occ. a). 

glnu-s 'globo, escrescenza ' : gr. yA^ovrog 'natiche' 
lat. gltiere a. a. t. kloz ^ massa, palla'. 

calati ' si muove, oscilla, ecc. * cala(na)- ' mobile ' 
caltv-8 calana-m ^ oscillazione ' cnla-s cdlana-m ' scoti- 
mento, tremito ecc' [cdraii ' si muove, ecc' card- ' mo- 
bile' cdrana-s 'movimento, maniera di diportarsi' ecc]: 
gr. jtiXojLKu ^ versor ' jtdAog ' asse ' lat. colere coins in- 



* Molti editor! d' Omero adottano la lezione wsiraXao^s , -adat 
offerta da alcuni codici; veggasi 1* apparato critico presso il Lager- 
CRANTZ p. 67. 



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[21] (jr. CIARDI-DUPRE 147 

quihnus ant. isl. huel ' ruota ' ant. si. kolo id.- Come 
cauaativo di calaJi io considero kolayati ' spinge ' cioe 
* fa muovere \ che il Bbdomann Grd. P 672 riconnette 
invece col gr. uiXXoy ' spingo ' w^>ii;g ' corsiero ' e col 
lat. celer. 

cnlii-s ' ghiandaia ' pruss. colwamis ' una specie 
di cornacchia' ^Berneker IF. yni 286 sg.). 

cilli \clri] ' grille ' : gr. ulXXog rim^ (Hes.) ' ci- 
cala ' ? Uhlenbeck Et. Wb. 92). 

chala[na)-m 'inganno, astuzia' chalayati 'inganna' 
chalaka- 'ingannata': gr. ouoXidg ' curvo, torto; sleale, 
malvagio' lat. scelus a. a. t. scelah 'torto, obliquo' 
(G, Meyer Gr. Gr.^ 33, Prellwitz Et. Wb. 290, Hirt 
BB. XXIV 261). 

challi-f challl 'scorza, pelle': a. a. t. sccda ' gii- 
scio ' ru. skala ' scorza ' skalina ' scorza di betulla stac- 
cata dair albero ' (altre parole slave afSni a queste si 
possono vedere presso il Miklosich Et. Wb. 298). 

jvalati ' arde, splende ' jvalayati jvalayati * accen- 
de, \\\vixn\r\di' jvala-^ jvdla-s jvaln ' fiamnia, lume ' ecc. 
\jvnrnti ' e caldo, ha febbre ' jvara-.s * ardore, febbre * 
jurnf-^ "^Vdiiw^B,^ jftrti-s ' febbre 'J: ant. irl. gual ' cnrbone* 
ant. isl. kol id. ags. col id. a. a. t. kolo id. 

tala-m ' suolo, pianura, superficie, ecc. ' : arm. 
teAi ' luogo ' lat. tellus ant. irl. talam ' terra ' ant. isl. 
dilja 'banco dei rematori ' ags. del ' asse ' a. a. t. dili 
dilla * asse, pavimento ' lit. tiles ' le assicolle che stanno 
nel fondo d' una barca' pn-talas * armatura d'un letto' 
pruss. talus ' pavimento ' lett. tildt lilindt ' allargare, 
spianare ' ant. si. tilo ' suolo '. 

tnla-s 'palma vinifera' Pila-m 'frutto della p. v.' 
tfdi ' una specie d' albero ' taldra id. : lat. talea ant. si. 



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148 SECTION LINGUISTIQUE [22] 

talu 'ramo vivente ' ru. tal ' salix arenaria' (dial.). Cth 
KozLowsKiJ Arch. f. slav. Phil, xi 389. ^ Qui possono 
rientrare anche talunor- ' giovane ' ciofe ' fiorente ' e talli 
' giovane donna.' 

tiUpa-s ialpor-m tdlpa * giaciglio, letto : ' lit. Hlpti 
' avere spazio ' talpct ' luogo per ricoverare persone o 
cose. ' Cfr. V analoga ^radazione di significato nel- 
r ant. isl. rum ' spazio, sedile, letto * (Uhlenbeck Ef. 
Wb. 110). 

tulayati tolayati ' solleva, sostiene ' tulana-m ' sol- 
levamento \ tula * bilancia ', ecc. : gr. rXfjvcu ' sostenere ', 
rdXavTov * bilancia; peso \ ecc, lat. tollo (te)ttdi ant. irl. 
taHe * solarium *, got. dulan ' sopportare \ ags. dolian id. 
a. a. t. dolen, id. 

dalati ^ scoppia , si rompe ; dimezza ' , dala-m 
' frammento , sezione; meta': lit. dalh 'parte' daly'ti 
'spartire', ant. pruss. dellieis 'parti' ant. si. dola 'parte' 
[diirii drndti ' rompe ', daraiior-m ' scoppio ' ecc, possono 
risalire a una radice con r : gr. digo} ' scortico ' cimbr. 
corn, darn ' ti'ammento , parte ', got. ga-tairan ' strap- 
pare', ecc]. 

dolayati ' vibrare, fare oscillare, brandii'e' duld 
' la vacillante ' : ags. tealt ' vacillante ' tealtrian ' vacil- 
lare ' , basso ted. taltern ' die flatternden Fetzen am 
Kleide ' lit. dehti dulineii ' andare a zonzo '. (Fick, Wb, 
P 69, 466). 

* II gr. edXXo) 'fiorisco' (eaXXd<; * ramoscello, germoglio' OaXepd^ 
'fiorente' ecc.) non rientra qui, ma si connette coll' alb. dat * spunto, 
vengo fuori , germoglio ' (G. Meyer , Et Wb. 60, Brugmann, Ordr. V, 
365) 8 forse anche coll' ant. irl. de*l * bacchetta, mazza ' e coll' a. a. t, 
tola ' raspo d' uva * toldo ' chioma o corona d' albero ' (Stokes presso 
Fick, Wb. II 149 sg., Kluge, Et Wb\ 80). 



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[23] 



G. CIAEDI-DUPRfc 



149 



dhidi-^ dhfdl ' polvere, polline ' dhfdayaii ' impol- 
vera' dhfdikd 'nebbia' ecc. : \a,t. ffdlgo ant. irl. dfH 

* elemento ' lit. dfdis dfdys ' proftimi * dWk(^s ' polveri \ 
dWkinti ' impol verare \ dulkSti * puzzare '. 

paldva-8 ' gusci, pula ' : lat. palea, lit. pe/al Tpl.) 
ant. pruss. pelwo, lett. pelus, ant. si. i^Z^va ' pula ^ Ap- 
partengono al medesimo stipite: palds 'paglia', pdla- 
la-Sy palali 'stelo, paglia *, palncd-m * petalo, foglia, 
fronda ' (paid^a-s * Butea frondosa *), pallavas, -m ' ger- 
moglio, ramoscello \ 

paliid- (f. pdliknl) ' grigio ' : gr. jreAiog jtiXeiog 
'grigio*, jToAtos * grigio, bianchiccio ', lat. pallidus a. a. 
t. falo * fulvo ' , lit. pdlvas ' gialliccio ', pdlszas ' fiilvo ', 
pel^ ' topo ^ pilkas ' grigio ', ant. si. pelesu * grigio \ plavu 

* bianchiccio \ — Rientra in questa serie V di\, palas-i{- 
' altersgrau ' (Brugmann Grvndr. II, 2S9) ? 

palya-m * sacco per biade ' palla-s pallika ' reci 
piente per biade': neXXa ' vaso per mungere% lat 
pelvis^ ant. si. j9o/?/ ' secchio per attingere \ Probabil 
raente anche palavi ' vaso ' appartiene a questa fami 
glia, e non ha forse torto il Fick, Wb. I*, 83, a pen 
sare che questa abbia per base la radice *pel- 'riempire' 

palvala-m ' palude ' : gr. mfjXog ' argilla, feccia di 
vino', \qX. pah'ts, II Lagercrantz, op. cit., 65, riconduce 
qui anche il gr. neXavog ' fluido denso, grosso ' e il lit. 
pldne ^ focaccia '. 

pulaka-8 * un insetto nocivo ' : lat. pfdex, 

pulakas * V arricciarsi dei peli ' ptdas-ii-,^ ^ ca- 
pello ' pulas-ii- ' avente capelli lisci ': * gr. TtvXiyyEc, 'ric- 



* II Pbrsson BB. XIX 260 propone un'altra etimologia che mi 
sembra meno felice. £gli considera pulas^ti- * schlichtes Haupthaar 

AcUm du XI l*^" CongrU dea OrientalUte*. — Tome III — (2"'« Partle) 10 



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150 SECTION LINGUI8TIQUE [24] 

oioli' (Wackernagel, At. Gr.^ I, 218) ant. irl. ul 'bar- 
ba ' (nel composto ul-fota ' che ha lunga barba') ulcha 
id. ulchach ' barbuto ' (cfr. Stokes Urkeli. Sprachsch. 
(™ FicK Wb. IP] 55j. 

pulu- 'molto^ (in pvlv-kdma- 'molto avido ' pw/r- 
udhdr- ' molto malvagio ' e simili) vi-pula- ' anipio, con- 
siderevole, numeroso ' puldti pdlaii poldyati * e grande ' 
pold- * moltitudine ' [purd- ' molto '] : arm. yolov ' molto' 
gr. jro>lvg id. lat. phis ant. irl. il * molto ' got. /ilu ags.* 
yeolu a. a. t. filu id. 

kaca-plakd-s. Se e giusta, come sembra, I'inter- 
petrazione del Grassmann {Wb. z. Rigv. s. v.) 'die Hin- 
terbacke, als die von der Peiteche {kdc^a-s oppure hkn\ 
geschlagene \ abbiamo in plaka- un derivato della ra- 
dice *plak- Cpl(ig-) ' battere, percuotere ' : gr. jrAdJw 
jiXtjOOco 'batto* \dbi, plangil plciga gotfaiflohm ^hcojrrovTO^ 
a. a. t. Jiuoh ' maledizione ' lit. plhkti ' battere ' ant. si. 
jplaca^ ' piango, lamento \ 

pldvati ' nuota, si bagna, naviga ' plavd- ' nuo- 
tante ^ plavd-s ' barchetta ' plvti-s ' flusso ' ecc. [prdvate 
^ scorre ' prusndti ' bagna * ecc] : arm. bianam ' lavo ' gr. 
jtXico ' navigo ' lat. pluit a. a. t. flotiwen fieiren 'bagnare' 
lit. pUii ' bagnare ' ant. si. plova^ ' navigo '. 

plihan- pllhdn- pllha ' milza ' : gr. anXijv lat. Ikn 
ant. irl. selg m. brit. felch lit. hluzn^ bluznh pruss. blv$m 
ant. si. slezena ' milza *. 

plun-s nome d'un insett » : arm. lu 'pulce' alb. 
pVek id. 

tragend ' e lo connette coUo sved. (dial.) Jlein * kahl, bloss, nackt ' 
flen-skalUg * kahlkOpfig ' ecc, col lit. ply'nas * eben, frei, kahl ' (dicesi 
d' un campo piano e spogliato d'alberi) ph/ne ^^Zetnc * wtiste, unfrucht- 
bare ebene, heide ' plikas * kahl ', e colP ant. si. pUsi * calvitium '. 



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[26] G. CIAEDI-DUPRfe .151 

phdlati 'scoppia^ phullati 'sboccia' phulla- ut- 
phullor- ^ shoccia,to * ^ phdla-m 'vomere; punta di freooia' 
phalaka-m ' asse, tavola (ciofe ' un segmento di legno ') ; 
scndo' [in quest' ultimo siguificato anche j9Aa7*a-m]; 
* punta di freccia ' phatas ' vomere, pala ' ecc. derivano 
tutti dalla radice \s)phel- ' fendere, spaccare, ferire, ta- 
gliare \ clie si ha p. es. in gr. (HpiXag * sgabello ' (in 
qiianto formato di assi di legno) hrit. faut ^fessura' got. 
spilda 'tavoletta per scrivere* ant. isl. spjald *assicella' 
a. a. t. spalian ' fendere \ [La forma con 5- h attestata 
nell'indiano da spharayati ' squarcia, allarga, apre ' sphu- 
iati sphdfati ' erompe, scoppia, sboccia ' sphoid-s ' scoppio, 
crepatura ' ecc.]. 

phalgu- ' scintillante di luce rossastra' sphulih- 
(ja(ka)s * scintilla^ sphulita- ' apparso ' [sphnrdti *brilln, 
appare', sphurana-m 'scintillio, apparizione* ecc.]: arm. 
p'^ail 'splendore, luccichio' ted. Jlinken Jlnnkern 'brill are* 
ted., oland.^inA: ' agile, destro ' lett. spuHgans * brillante \ 
Cfr. Johansson IF. II 43 sg. 

phalgH- phalgvh- ' debole, mescliino ' phalguta ' me- 
schinita ' : gr. q)€Ayvv£i * dawezst, XtjqeI (Hes.). 

hdla-m ' forza * bala- balin- ' forte * ecc. : gr. ^eX- 

* L' AscoLi, Studi Criiici, II 314 n. spiega da qnesta radice anche 
phdla-m * frutto ' che significherebbe quindi * lo sbocciato '. In questa 
ipotesi il significato di * guadagno, utility ' che appartiene a phdla-m 
ed ai saoi affini e derivati {phdlati phalate * ha buon esito ' phalakon 
phalikd * guadagno, successo ' saphala- * lucroso, avente buon esito ' 
8dphcdya-m * utility, vantaggio ') sarebbesi svolto per metafora. Invece 
0. Hoffmann BB. XVIII 155 e il Prbllwitz Et. Wb, 234 propongono 
il raffronto col gr. 6'f dXXo) * aumento, rinvigorisco ' 6fpB'ko<; * vantaggio * 
(ucpsXda) * aiuto, promuovo ' (AfiX^iOL * aiuto, utility ' e cosi vengono a 
stabilire una nuova radice * phel- * portar frutto, utility '. fc difficile 
pronunziarsi fra queste due opinioni: forse e migliore la prima. 



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162 . SECTION LINGUISTIQUE [26] 

TSQOS * migliore ' lat. de-bilis ^ ant. irl. ad-hol ' potente ' 
aid-hligod ' senium * di-blide id. ant. si. bolijl ' maggiore * 
(Cfr. Beugmann Grundr. P B07, Osthoff IF. VI, 1 sgg., 
Uhlenbeck P Br. B. xviii, 236). Etimologicamente aflSne 
a bala- k bdla{ka}-s ' fanciullo ' balaQca)- * giovanile ^ (os- 
sia 1 ropriamente ' vegeto, vigoroso '). Da bala-s ' fan- 
ciullo ' a bdla- ' stolto ' 6 poi facile a spiegarsi il passag- 
gio: cfi'. il gr. vtjmos, 

bdlkasa-m ' fiocco ^ k stato recentemente spiegato 
dal Johansson (KZ. xxxvi 387) come un derivato della 
radice *ble-k- {blo-k-j b\-k-) ' stossen, schlagen, zermal- 
men, abstumpfen ' da cui derivano lo sved. nor v. plugg 
' caviglia, chiodo, (dial, sv.) pezzo ' ingl. plvg ted. pjiock 
m. a. t. pjioc pfiocke ' caviglia ^ ecc. nonche il ted. pJlU- 
cken (m. ted. pjiocken olaud. plukken ags. plibccian m. ingl. 
plicchen ing. pluck ' cogliere ' ant. isl. plokka ' pelare uc- 
celli '), che altri (p. es. Diez Et. Wb.* 247, KOrting Lat. 
rom. Wb. 662, Kluge Et. Wb. d. d. Spr.^ 297) vogliono 
d'origine romanza. 

bdlba-ja-s ' Eleusine indica ' : gr. fio/.p6g ' tubero, 
cipolla ' lat. btilbus lett. bulbes ' patata ' lit. btdbe id. (Jo- 
hansson 1. c. 344 spiega bdlba-ja-s nel modo seguente : 
' ioh vermute dass das gras so benannt war nach den 
bei gewissen gramineen vorkommenden wurzelknoUen 
und stelle %alba zu PoXpoc,.... ') 

balballtl ' si muove in giro ' bulvd- ' obliquo ' : gr. 
/iaAM^oj ' danzo '. 

* II lat. debilis si potrebbe anche spiegare poi contrazione di *cff- 
habilis (cfr. debeo da di-habed), e dell' art. irl. adbol lo Stokes, che in 
Urk. Sprachsch, (= Tick, Wb., 11^) 262 lo aveva ricondotto alia ra- 
dice * beU (ai. bdla^m) , di ora una differente etimologia in BB. 
XXIII 54. 



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[27] G. CIARDI-DUPRfc 153 

jam-hala-s ' palude, melma \ Secondo un' inge- 
gnosa ipotesi dell' Uhlenbeck Et. Wb. 97, il secondo 
membro di questo comjposto sarebbe identico all' ags. 
p6l a. a. t. pfuol lit. halh ' palude * coi quali fe poi con- 
nesso I'ant. si. hlato id. II primo membro sarebbe il tema 
jam- ^ terra ' di cui si conosce, fiiori di composizione, 
soltanto il gen. jmds e lo sti-um. jmd. Secondo il Jo- 
hansson 1. c. 385 sono da connettere con p6l ecc. anche 
queste altre voci indiane: hila—m 'cavitit, buco, apertura, 
foce ', Vi-hall noi.:e d'un fiume in RV, IV, 30, 12, -bara- 
(soltanto in composizione p. es. nldna-bara-) 'r.pertura'. 
Sicchfe jam-hala-s verrebbe a significare propriamente 

* una buca nel terreno, una depressione del suolo ' e al- 
lora si capirebbe anche meglio la sua formaziore. 

buli-s ' natiche, uvodoo, ' : lit. buUs ' natiche '. Cfr. 
per altri esempi Johansson 1. c. 363 sg. 

bleska-s ' corda ' (per ^vleska-s) : ant. irl. Jiesc ' ver- 
ga ' (Uhlenbeck Et. Wb. 193). ^ 

bhallas bhalll ' una specie di freccia ' bhaUa-^i 

* punta di freccia ' : got. bahcjan ' tormentare \ 

bhdla-m ' fronte ' : alb. baAe ' fronte ' gr. q)dAog 
(non (paA^og come scrive Berneker Die pr. Spr. 282) 

* celata dell' elm o' pruss. ballo 'fronte*. 

bhala-m ' splendore^' ni-bhalayati 'guarda, mira*: 
gr. (paAog ' lucente ' q)dhog * chiaro ' na/xq)aXdo} ' guardo 
air intorno ' ant. isl. bdl ' fiamma ' ags. baH id. lit. bdltas 
ant. si. 6e/* 'bianco'. Qui rientra anche I'ai. bfuzla^cer- 

' LiDiSN, Ein balt.-slav. AnlaiUgesetz, 25 sgg. confronta anche ant. 
si. Uskomi ' e styrace confectus ' serbo lijeska * nocciuolo ' ecc. La ra- 
dice *i?i-ci-»-, da cui deriva il tema *vloiS'^o^ ^vlis-^^o-, e un amplia- 
mento di *vel~ (ai. valcUi) : LmiiN ivi e Studien eur aUind. und vergl. 
Spracfigesch. 48, 93. [Nota aggiunta sulle bozze]. 



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164 SECTION LINGUISTIQUE [28] 

tamente' (per lo svolgimento del significato ctr. Tital, 
' chiaro * nel senso di ' manifesto, cei-to ', e il ted. ein- 
leuchtend ' evidente '). 

mdlcb-s mdla-m ' lordura ' malina- ' inacchiato, 
nero ' ecc. : gr. /liXac, ' nero ' got. mail ' macchia * mMljan 
' scrivere, disegnare ' a. a. t. ana-ninli ' cicatrice ' (ted. 
Mai 'segno') mal^n mdldn ^ colorire * lit. mulve Mango, 
pantano ' m^lynas ' azziirro *. 

mdlor-m ' veste \ II Gbassmann ( Wb. z. Rigv. s. v.), 
e dietro a Ini il Wackbrnagel, Ai. Gr. I, 218, traduce 
' schmutziges Gewand * e considera quindi cotesto voca- 
bolo come identico formalmente a mdla-m ' lordura \ II 
dizionario di Pietroburgo (V. B96) traduce 'gegerbtes 
Leder, ledernes Gewand ' e raffronta malagds ' etwa 
Walker, Wascher ' : in questo caso si avrebbe in mdla-m 
un parente di mldyati mlati 'appassisce, avvizzisce' (part. 
mldtd- 'duroh Gerben weich geworden*). Verisimilmente 
mdla-m * veste ' b connesso col gr. fiaXk6% * lana, vello * 
lit. rrvilas ' panno, stoffa ' lett. mila * veste rozza ' pruss. 
milan (ace.) * veste, stoffa ' : che tutti questi vocaboli de- 
rivino poi dalla radice di mldyati^ juaAuKog ' ammollito, 
languido, morbido ' 6 possibile, ma non pu5 dirsi pro- 
babile. 

mallar-s ' lottatore ' ciofe ' il forte * come spie- 
gano i glossatori : ^ gr. judAa ' fortemente, assai; del 
tutto * (iaXsQo^ 'forte, violento' dju/iXvg ^languido, fiacco^ 
( * n-mlu-s) lat. melior multus pruss. milns ' permul- 
turn ' (cfr. inoltre Osthopp, Gesch. d. Per/. 450 n.). Questa 
etimologia si deve al Jaoobi clie la comunic6 privata- 

' II doppio I indica un influsso pracritico (inalla* ~ class. * malya'^ 
oppure * malva-). 



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[29] G. CIARDI-DUPRE 155 

mente al Wackbrnagel, da cui vien riferita in Ai. Gr. 
I. 183. Questi poi (ivi 218 e KZ. xxx 301 sg.) crede che 
dalla stessa radice derivi anche bdia-^m ' forza ', giacche 
pensa che il b sviluppatosi normalmente nelle forme 
deboli {mblr- per ml-) sia passato alle forme forti so- 
stituendosi al m. Ma poiohfe di tal fenomeno nou si 
riesce a trovare altro esempio fuori di bdlor-nij * e poi- 
chfe d' altra parte varie lingue conoordano nel darci 
una radice * bel- 'forte, forza '^ distinta da * melr-^ io 
le considero come distinte anche nell' indiano, e alia 
prima riconduco bdla-m, alia seconda malla-s. Con que- 
st' ultimo e forse da connettere il verbo mdllate maid- 
yati ' tiene * (cioe ' regge, fa forza ' ?). 

milati ^ si riunisce ' melaikaj-s melana-m mela ' riu- 
nione * : gr. d-fiUAa ' lotta ' (cfr. lat. concursus * zuffa ^ 
per il signifioato). Se con milati sia da connettere il 
lat. miles e question e molto discussa e tuttora aperta 
(confr. Johansson, IP. n, 34 n. e la letteratura ivi 
citata). 

mtda-m 'radice* [mtira-m id.]. IC seducente, ed 
a me par giusto, il raflfronto istituito dal Keetsohmee 
KZ. XXXI 386 tra questo vocabolo e il gr. omer. fiwAv 
Verba dotata di virtu magica ' (cfr. mula-karman- ' in- 
cantesimo fatto per mezzo di radici '). La radic'e pre- 
senta la stessa gradazione u: o{u) che si ha p. es. in 
murdr- ' stolto, ottuso di mente ' : gr. juoQog juOqos id. 

* Non 6 ammissibile la parentela supposta dal W. tra Tai. bali-f 
* dono, oflFerta rituale ' e il gr. za (teiXca, giacch^ questo significa pro- 
priamente * cose piacevoli ' (cfr. jtsiXi/o? jtsiXt/toc (isiXtoao)) e soltanto 
per una particolare specificazione passa a voler dire * doni, specialmente 
nuziali '. 

* Per lo meno il greco e Pantico slavo : cfr. sopra s. v. hdla-m. 



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156 SECTION LINOUISTIQUE [30] 

mldti mldyati ' appassisce, sparisce ' mldna-m mla- 
nata mldni-s ' appassimento ^ gr. /iXrjxQog ' debole, esau- 
sto ' ant. irl. mla'ih blaHh ' molle, placido '. 

mlecchcUi ' parla male una lingua ' mlecchd-s * stra- 
niero, barbaro' ecc. Molto si disput6 suU' etimologia di 
questi vocaboli, e le varie opinioni emesse in proposito 
furono raccolte e disousse dal Johansson IF. n. 37 sgg., 
che tutte le rigetta per proporne una nuova. Secondo 
lui mlecclf sarebbe affine a mdrdhati ' lascia, abbandona, 
ecc. ' mrdhrd-m ' ingiuria ' e al gr. /uaWaKog ' molle, 
languido, debole, codardo ' ecc. La radice * mel{e)dh-' 
sarebbe un ampliamento di * mel[e)- ' consumare, ma- 
cinare, spezzare ' (gr. imvXXof macino ' lat. molo ant. irl. 
melim ecc.) che abbiamo veduta, anipliata con -e-, in 
mldti pXrjXQoc,^ e I'ai, mlecch- (con e analogico invece di 
a) risalirebbe a un idg. *mled-sqh-. Del resto anche le 
altre etimologie, cioe quelle rigettate dal Johansson, 
partivano da radici con / originario. 

laksati laksate ' vede, osserva ^ laksana-m ' con- 
trassegno ' ecc. Secondo il Johansson IF. ii. 10 si parte 
da una base * lagh-s- oppure * logh-s- da connettere 
coirant. irl. lagat ' occhio ' e coll' a. a. t. luogen ' spiare, 
guardare '. — A questa famigiia probabilmente appar- 
tengono anche Idhchana-m ' contrassegno ^ Idnchita- *se- 
gnato, marcato \ 

lagati lagyati ' aderisce, pende ' : gr. Aa/ifidvo) M- 
^o/ucu ' prendo, afferro '. 

lagudor-s lakuda-s ' randello, verga * : lat. lacertus 
lit. Ihikti ' piegare, curvare ' Rnkfi ' piegarsi ' ant. si. 
le^ka^ ' io piego ' lajca ' piegatura ' (per lo piu in sense 
figurato : ' malizia, raggiro, inganno '). Dal significafco 
di ' cosa flessibile ' facilmente si passa da una parte a 



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[31] G. CIARDI-DUPEfe 157 

quelle di ' braccio ' e da un' altra a qiiello di ' ramo, 
fusto d'albero ' onde poi * bastone \ In lagurja-s lahidas 
si scorge un influsso pracritico: cfr. Johansson IF. viii. 
164 sgg. 

lagkd- ' leggiero, tenue, piccolo' [ra^rM- id.]: gi\ 
iXax^S ' leggiero, piccolo ' iAacpQog * pronto, snello ' lat. 
l^vis a. a. t. lungar * celere ' ags. lungor id. lit. lefigvds 
' leggiero \ II significato fondamentale e quelle di ' agile 
a inuoversi' come si vede chiaramente da laiighati 
' salta al di la, oltrepassa ' lahghana-m ' transgressio * 
[rathhaie ramhati ' si affretta ' ramhas- ' fretta ' ecc.]. 

lahga- ' zoppo ' : gr. Xayy^cjv ' indugio, titubanza ' 
(ctr. r ital. ' tentennare ' nel senso di ' esitare, essere 
incerto') Xayj^d^co ' io esito, indugio' lit. lingoii 'librarsi, 
cuUarsi ' lingv/'ti * dimenare il capo '. II significato fon- 
damentale e quelle di ' vacillare, oscillare \ E per me 
incerto se a questa famiglia di vocaboli spettino anche 
i seguenti : gr. Aayagog ' moUe, languido ' Xayaooat • dtpEt- 
vai (Hes.) lat. langueo ant. irl. Idcc ' languido, fiacco ' 
cim. llacc ' stance, rilassato ' ant. isl. .'lakr ant. slah 
' languido ' etc. (cfr. Fick Wb. T 677, ir 238, BB. V. 
172 sg., Prellwitz Et. Wb. 172 sg., Zupitza Gutt. 166). 

lanja ' adultera ' : Adyvog * voluttuoso ' Aoydg • jrd- 
Qvt) ("Hes.) Aeyai 'dissolute* (Archiloco fr. 179). In lanja 
abbiarao una nasale inserta. II lat. lena, se rientra qui, 
risalira a *legsna piuttosto die a Heg-na come vuole 
il Prellwitz Et. Wb. 173. 

Idbhate Idbhaii larnbhate * prende, afferra ' Idbha-s 
' guadagno, acquisto ' lambhas lambhana-m ' consegui- 
mento * [rdbhaie rdbhcUi ' prende, afierra ' ecc.] : gr. ^d- 
(pvQOv * preda * djucpUacpi/g ' ampio ' cioe ' che abbraccia 
all' intorno ' lit. Idbas ' buono * Ir^bis ' possesso \ 



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158 SECTION LINGUISTIQUE [^2] 

lambate lamhati * pende, cade giti ' lamhor- ' pen- 
dente * lambana-m ' pendaglio * (Less.) eoc. [rdmbate 
' pende 'J : lat. lahare labl got. slepdn * dormire * ant. isl. 
sldpr ' languido, privo di forze ' a. a. t. slaf id. slaf\f)an 
' dormire ' ant. si. slabif. ' fiacco \ II signiiicato di ' dor- 
mire \ svoltosi facilmente da quello di * abbandonarsi, 
perdere le forze', h proprio dei linguaggi germanici, 
escluso per altro il nordico: cfr. Kluge Et. Wb.^ 340. 

Idsati ' gode, si diletta ; danza ' Wasa- ' avido, 
cupido ' lasya-m ' danza ' ecc. : lat. Idsclvvs gr. Xi/mIoiucu 
( ^Ai-Aao-iO'iuai) ' bramo ' got. lustvs ' piacere, voglia * 
a. a. t. lust id. ant. si. laska ' lusinga * laskati ' lu- 
singare*. 

Idsati 'irradia, splende, appare": gr. Xao 'guardo* 
(Prellwitz Et. Wb. 177). 

lati 'afferra, prende': gr. Xrjtg {-^Aafid") 'pren- 
de ' djtoAavo) ' fruisco * /^la (ion. A.tjti] dor. Mia *Mf](i) 
* preda ' lat. lucrum ant. irl. log Inach lung ' mercede * 
got. Tant. isl.) laun ags. /^an a. a. t. Ifm id. ant. si. 
lovlja *oaccia' lovft 'frutto della caccia' loviti "prendere*. 

lingor-m ' contrassegno ' : got^ leik ' corpo, cada- 
vere ' a. a. t. llh ' corpo ' (cfr. g. galeiks ant. isl. glfkr ant. 
sass. gilik ags. gelfc a. a. t. gilth ' avente la stessa 
forma ' quindi ' uguale ') lit. lygus ' uguale ' lygti ' somi- 
gliare ' (Fiok Wb. V 306, Schmidt Z. Gesck. d. idg. Voc. 
I 89, Prellwitz BB. xix 307). 

limpdti ' tinge, macchia ' lipti-.^ ' unguento ' le- 
panci-m lepa-s ' tintura, macchia ' ecc. \riptd- * tinto * 
riprd-^n ' lordura '] gi'. Xlnog ' pinguedine ' XmaQog 
' pingue, untuoso ' MjtaQijg ' attaccato, tenace ' lat. lip- 
pus got. bileiban ' rimanere ' f'propriamente ' attaccarsi ') 
ags. bell/an a. a. t. billban id. lit. /?p^i * restare adeso * 



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[33] G. CIARDI-DUPRE 169^ 

lipnhs ' vischioso ' lett. lipigs id. ant. 8l. llpnaji ' re- 
stare adeso ' lepu ' coUa ' ecc. 

Ityate llyati ' si consuma ' Idyas * sparizione^ 
morte': gr. Xl/xoc, 'fame' (propriamente * consunzione ') 
Aoi/udg *peste'. Se rientri qui an die il lat. letum ( */e- 
[i]tom?) 6 incerto: lo nega lo Stokes in Academy 1891 
Nr. 998. 

Ityate liyati ' aderisce, si accosta, ecc.) llna-m 
' adesione *: gr. dXivo ' tingo ' lat. lino llrnus a. a. t. leimo 
' argilla ' lim ' argilla, calce ' {- ags. Um). 

hibhyati ' brama, appetisce ' lubdha- * gliiotto * 
lubdha(ka)-s ' cacciatore ' : lat. lubef lubldo got. liufs 
* caro * ant. isL Zi2i/r ant. sass. liof a. a. t. licb ant. sh 
Z/w6& id. 

lunati Innoti Haglia, miete, coglie' Idva-s Haglio, 
sezione* lavana-^m 'recisione, mietitura' lav(tra-m 'falce' 
Inva- ' tagliente ' lavaka-s * mietitore ' luni—s * recisione, 
strappo ' : gr. XaXov ' falce ' Xijlov ' messe, biada ' (pro- 
priamente ' il da falciare ', cfr. got. hawi a. a. t. hewi 
houwi ecc. ' fieno ' ' zu hauendes') Avco ' sciolgo ' (pro- 
priamente ' rompo ^ cfr. le espressioni yvta^ yovvara^ 
dxpea Xdocu) got. luns ' mezzo di liberazione, prezzo di 
riscatto * lans ' sciolto, libero * ant. isl. Mdr ' spezzato, 
sfracellato ' a. a. t. Ids ' libero, sciolto ' (per altri esempl 
germanici cfr. Kluge Et. Wb.^ 252 s. vv. los losen). 

liditor- ' oscillante, ondeggiante ' lola- ' mobile, 
inquieto ' ecc. : serbo Ijuljati ' cuUare * ru. Ijullka ' cuUa ' 
ecc. (6 forse connesso in qualche modo col sg. ? cfr. 
Bernekeb if. X 162 sg.). 

leldydti ' oscilla, trema * teldya (strum, adoperato 
avverbialmente) ' con oscillazioni, con movimento in- 
quieto'. II FioK Wb. I* 115 e il Brugmann Grd. II 



i 



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160 SECTION LINOUISTIQUE [34] 

849; 939 lo confrontano col got. reiran ' tremare, es- 
sere scosso ', e in questa ipotesi si avrebbe un eseinpio 
di I idg. r. Ma recentemente il Rozwadowski {Quaesf. 
graram. atque etymol. series altera [Cracoviae 1899] pag. 1 1 
sgg.) ha segnalato la parentela di lelaydti leldya con 
un gruppo di vocaboli slavi (p. es. ant. pol. leleyenya 
leleiana 'fluctuandi^ leleyal szya ' titubabat pedibus ' ecc., 
ru. dial. leUjatl liUjatl ' agitari, oscillari', n. bulg. leUjff 
se ' agitor, oscillor [cunis] ecc.) che attestano un / ori- 
gin ario. 

Idkati ' guarda * locate locayati (+ a) ' considera ' 
locana- * chiaro ' locana-m ^ occliio ' [rdcate ' splende ' 
rdcas- * splendore ' rocand- ' chiaro ' ecc] : arm. tots 
^ luce ' gr. AevHos ' bianco ' Aevaacj ' guardo, considero ' 
lat. Inx Itlceo ant, irl. lua^chtide ' fulgido ' got. linhad 
' luce ' ags. Uoht a. a. t. lioht ' chiaro ' (altre voci ger- 
maniche presso Kluge Ei, Wh? 248) ant. si. Ivhi ' rag- 
gio \ Qui e pure da registrare lohd-s ' spazio libero , 
mondo ' cfr. lat. : Ivctis lit. laukas ' campo aperto' pruss. 
lauks * campo \ Per la forma tdoM-s cfr. Wackernagel 
At. Gr. I pag. 58. 

logd-s ' zolla ' cioe ' trammento di terra ' \r?tj(fti 
^ rompe ' ruja ' rottura ' ecc] : gr. dXinao-Tt^drj ' vincolo 
ohe non si spezza ' Xv)fQ6c, ' rovinoso, funesto ' XevyaXso^ 

* misero * lat. lugeo lit. luzti ' rompere '. 

lopaka-s lopaqd-s ' sciacallo, volpe': arm. akues 

* volpe '. II gr. dAcom]^ ' volpe ' sarebbe un prestito da 
un dialetto iranico ?; secondo il Bartholomae BB. x 
294 e il Wackernagel Ai. Gr. i 40. 

valati ' si piega, si volge ' vald-s ' cavita ' (cioe 
*insenatura, ripiegatuKa ') ; 'trave, asta' (ciofe in origins 
' ramo, fiisto d' albero ' in quanto flessibile) vdtana-m 



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[36] G. CIARDI-DUPRE 161 

' piega * valaya-m valayas ' braccialetto, cerchio ecc. ' 
vali-s vail ' ruga ' valli-s vcdll * tronco che si attortiglia * 
vdla-s *coda' (in quanto si agita o si avvinghia) vellati 
' si muove tortuosamente, vacilla ' vellana-m * il roto- 
larsi ^ ecc. [ydrati vdrate vrndti nrndti ' avvolge ' vdror-s 
*circuito' ecc: gr. elXvcy 'volgo, torco; involgo, copro' 
IXXo} ' rivolto ' §M^ ' tortuoso ' UAdg ' corda ' ecc. lat. 
volvo volumen ant. \r\. Jillim ' flecto ^ in-ru-Jill 'implicuit' 
folumain ' volubilis ' cimbr. oluyn 'rota' got. laalwjan 
'rotolare' lit. ap-valhs 'sferico' ecc. — L'^ai. vdlqa-s 
' ramo, germoglio ' che T Uhlenbeck PBr. B. xxi lOB sg. 
ravvicina all' a. b. t. wilgia (m. b. t. ivilge) oland. wilg 
fris. wilich ags. weli^ wilvi^ (ingl. willow) ' salcio ' e che 
presuppone un tema *veI^ko- oppure *vol-'ko- (— ant. 
si. vlasft ' capello '), risale alia medesima radice *veZ- 
' piegare, torcere ' (cfr. valds ' asta' valli-s valll ^ tronco' 
got. walus ' bastone '). — Qui pure, formato con un al- 
tro suffisso, rientra I'ai. valga 'briglia, redine' col quale 
e da mettere a riscontro il lett. walgs 'funC; corda' 
(Bezzbnbergeb BB. xii 241). 

valkd-s ' scorza ' valkald-m ' id. ; veste o tessuto 
fatto di scorza': ant. si. vlakno ' fibra, filamento' ru* 
volokno ' id. ; filo ' pol. wlokno * ref e ' ags. ud6h ' fibra ; 
frangia' (Uhlenbeck El Wb. 277). 

vdlgaii ' salta ' valgaka-s ^ salt a tore ' valgana-m 
' salto, galoppo ' : ant. irl. lehlaing ' salto ' ags. tcealcan 
' rotolare ' iclonc * vivace, ardito '. Forse appartengono 
a questo stipite (cfr. Zupitza KZ. xxxvi 65) : valgti- 
' grazioso ' valgii-s ' ornamento ' valgull ' una specie 
d' uccello (saltatore ?) '. 

v4la * tempo, occasione, momento ' : ant. irl. f4il 
' testa religiosa che si celebra in un giorno fisso ' cim. 



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162 SECTION LINGUISTIQUE [36] 

gwyl (WiNDlsoH, Ber. d. k. sacks. Ges. d. Wiss. 'Phil -hist. 
CI. 1886 p. 242). 

gdlati (Dhat. 20. 18) ' va ' galabhd-s ' grillo ' i ciofe 
' il saltellante ') gcUdnd-s ' una specie d' insetto ' grilu-? 
^abira-s 'rana': lit. szuHys ' galoppo ' lett. suHis 'passo' 
su^luH ' iocedere \ Hibt BB. xxiv 284 ascrive a questa 
famiglia il gr. uiAijg ' corsiere ' e il lat. celer, 

gdld * capanna, casa ' [gdrman- carand-m * difesa, 
luogo sicuro, rifugio '] : gr. naMd * capanna, nido ' naAidg 

* capanna, abitazione' ecc. lat. cella celdre ant. irl. ce- 
Urn ' nascondo * cuH ' nascondiglio, angolo ' n. irl. c?fHe 
' luogo per riporre qualcosa ' (p. es. cantina) cimb. celu 
' nascondere ' got. hulundi ' caverna ' ant. isl. holr 'cavo' 
a. a. t. helan ' nascondere ' hoi ' cavo * helm ' elmo ' ecc. 
Secondo il Gbassmann (Wb. z. Rigv. s. v.) appartiene 
a questa famiglia anche il nome d' albero calmalf-f 

* Salmasia malabarica ' « als der ein Schutzdach bie- 
tende > raa non b un' etimologia sicura. 

gild 'pietra, rupe': arm. 5a/ ' incudine, pietra \ 
gUsyafi gWyate ' si attiene, si attacca, abbraccia ' 
^lesa-s ' r attaccarsi ' gle^mdn- Wischiosita; legaccio* ecc. 
[gresati ' coUega, unisce'] risalgono a una forma am- 
pliata per mezzo del determinatore -«- (cfr. Persson 
St. z. Lehre v. d. Wurzlerw. u. Wurzelvar. 89 n. 2) 
della radice "^klei- ' appoggiare ' : gr. nXivco ' appoggio, 
piego ' lat. cllvos incllno ant. irl. cloen ' bieco, cattivo ' 
got. Mains hlaitr ant. isl. hl(i9 ags. hldw hlid ' colla ' ags. 
hlinian hleonian a. a. t. {h)linen ^ appoggiarsi ' lit. szlaVas 

* declivio ' ecc. 

gldkor-s ' suono, fama, verso epico ' \crn6ti ' egli 
ode' grdvana-m crdvas- 'grido, fama' grdti-,^ 'audizione, 
orecchio, suono, tradizione, teste vedico' ecc.]: arm. 



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[37] G. CIARDI-DUPRE 163 

lu 'udibile' lur 'notizia' gr. kXsos ' fama, gloria; leg- 
genda epica ' kAvoj ' odo, apprendo ' lat. inclutus ant. irl. 
cloth ^ famoso ' a. a. t. hlinmunt ^ fama ' (h)ifit ^ sonoro, a 
voce alta ' ant. si. slovo ' parola ' slytije ' fama ' ecc. 

apor-salavi apor-salais * verso sinistra ' pra^salavf 
' verso destra '. L' Uhlenbek Et. Wb. 9 propone di spie- 
garlo in relazione col got. sels ' benevolo, mite * ant. 
isl. SilHl ' felice ' ags. sdHig ' buono, felice ' a. a. t. salig 
' felice, salutaro ' : ma e una semplice ipotesi, come egli 
stesso riconosce. 

salild- 'fluente, ondeggiante' salild-m ' acqua, 
flutto * prdsulati ^ spinge dentro ' [sarati sarate sfsarti 
^ corre, scoiTe, fluisce ' sard- ' fluido ' sard ' ruscello ' sa- 
rird-m ' flutto ' stanno invece col gr. dgfii^ ' impeto ' cfr. 
srdvati gr. ^st ' fluisce ' ecc] : gr. dX^/uai ' salto ; zam- 
pillo ' dAjua * salto ' lat. salio ' salto, balzo ; zampillo ' 
(p. es. in Verg. eel. 5. 47 : dulcis aquae saliente sitim 
restinguere rivo) lit. seleii ' insinuarsi ' sula ' succo sgor- 
gante da un albero ' lett. sula ' eine sich absondernde 
Flussigkeit ' ant. si. sitlati ' inviare ' ^ 

skhalaie skhalati ' inciampa, erra ' skhala-s ' vacil- 
lamento* skhalana-m Mncertezza, errore': arm. sxalem 
sxalim * erro, vacillo, pecco * gr. oq)dXXofiai ' inciampo ' 

' U verbo adlati (Dhat. 15. 40) * va ' pu6 essere un' alterazione 
pracritica di (^lati che viene spiegato (ivi 20.13) ugualmente con * ^a- 
tau ', ma pu6 anche connettersi con saUld^ ecc. e risjalire alPidg. *«eZ-, 
laddove ^lati risale a *^•eZ- (qcdabha-s, lit. szu^lys ecc). — Quanto al 
composto tkcckalant- ucchcUita' ^ salito sopra, sollevato ', una volta am- 
mesBO che ^lati sdlati siano due verbi distinti, e difficile determinare 
se risulti dalP uno o dall' altro, giacch6 cch pu6 rappresentare tanto lo 
svolgimento normale di t{d) H- 5 quanto quello dialettale di t{d) •+- s 
(cfr. p. es. ucchanna- * rovinato ' = utsanna-) . Si vegga Zachariae 
KZ. XXXIII, 444 sgg. 



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164 SECTION LINGUISTI9UE [38] 

aq)a^^Q6s *mal sicpro, nial fermo' atpdAjua Hraviamento' 
ecc. Alia medesima radice *(s)q''hel- ' essere incerto ' e 
da ricondurre kkallate ' vacilla ' khallita- ' languido \ 

sthdla-m ' luogo, altura, terra ferma * sthald-m 
' recipiente ' : gr. cvdXi^ ' palo ' cveXexo^ ' saldo, termo ' 
OT))Xrj ' colonna ' a. a. t. stollo ' sostegno, palo ' lit. pasta- 
las 'armatura, ossatura* ant. si. stolfi 'thronus, sella'. 

hlddate ' si ristora, trova refrigerio * hlada—s Ma- 
dana-m ' refrigerio ' ecjc. : ant. si. chladu ' frescura ' ru. 
cholodu id. (Kozlowsku Arch. f. si. Phil, xi 386 sg.) ; 
cfr. gli altri vocaboli citati dal Miklosich Et, Wb. 88 
s. V. choldu. 

hvdlati ' va torto, inciampa ' hvald ' errore, tra- 
viamento ; il fallire il colpo ' [hvdrati ' va torto, vacilla, 
cade * hvdras- ' tortuosita, raggiro ']: lit. pa-zulnus * obli- 
quo ' ant. sl. zfdn ' cattivo '. 

Cosi abbiamo passato in rassegna quei vocaboli 
indiani la cui radice contiene un / che risponde ad un 
/ primitive indogermanico. ^ Ora diremo brevemente di 
I suffissale. 

* A proposito di taluni fra i vocaboli fin qui citati si pu6 dubi- 
tare se si tratti di I radicale suffissale. Ho citato p. es. ^ili * pietra, 
rupe * ammettendo col Hirt BB. XXIV, 235 che venga da una radice 

* A-eZ-, mentre il Bruqmann Gnindr, I* 173 considera 51- (arm. sa-) 
come il grado debole della radice * A'o- * acuire ' (ai ^i^dti ' aguzza, af- 
fila ' lat. cos catus ecc), e quindi -Za- come suffisso. — Anche gola-m 

* recipiente sferico ' 6 considerate dal Brugmann Grundr, II. 188, 198 
come un tema in -Zo-. — Anche dhulir-s * polvere, polline ' potrebbe 
contenere un I suffissale. Infatti la radice, nella sua forma piu sem- 
plice, 6 ^dheU" *dku- (*dhu-) * fumare, evaporare ' (ai. dhumd-s * fumo ' 
gr. 6o(jl6<; *alito, coraggio, passione ' lat. fumus ant, sl. duna^H * ali- 
tare ' ecc.) ; ma accanto a questa esiste la forma ampliata col determi- 
natore -(e)Z- (Persson, op. cit. 59 sgg.), cioe * dhv-el- * dhu-l- (*dhu^l") 
(gr. GoXoc * fango, inchiostro di seppia ' 6oXep(5c * tbrbido, fangoso, te- 



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[39] G. CIARDI-DUPRfc 165 

I suffissi indogermanioi contenenti la liquida I sono 
tutti suffissi nominali, cioe : -lo- (-I/0-), -fZo-, -dhlo-, 
-li- (-Ke-), -Ivr-. Accanto a questa serie ce n' h una 
parallela con r in luogo di Z, quindi: -?'o- (-rro), -tro-^ 
-dhro-, -ri- (-r^i), -ru-. Orbene, quando consideriamo 
una formazione indiana in -la- ecc, possiamo senz'al- 
tro afifermare che essa risale a una formazione indo- 
germanica in -lo- ecc, oppure dobbiamo restare in 
dubbio se quel -la- ecc. risalga a un -ro- ecc. ? In 
altre parole, c' e un criterio per distinguere anche nei 
suffissi i casi di I idg. / da quelli di I idg. r ? Un 
criterio generale non o' e, ma vi sono due criteri par- 
ticolari che in certi casi ci assicurano, o almeno ci fanno 
ritenere con molta probability, che si tratta di I origi- 
nario. In tutti gli altri casi non possiamo affermar nulla 
di precise. 

Vi sono certi suffissi ai quali e inerente una de- 
terminata funzione tematologica. Cosi per es. il suffisso 
-lo- serve alia formazione delle seguenti classi di temi, 
che non sono mai formate col suffisso -ro- : V nomi 
d'agente (p. es. gr. dEtnrjXoo, ' colui che offre da vedere, 
attore \ lat. figulvs legnlus, a. a. t. putil ' usciere * ossia 
propriamente ' intimatore ', lit. tekelas ' ruota che serve 
ad affilare^ ossia ' il girante*) ; 2* diminutivi fp. es. gr. 
aQUTvXo^ ^ orsacchio ' : aQTcrog ' orso *, lat. porculos: porcus^ 

nebroso [ifjp], confuso [X^yoc] ' ant. irl. dcdl * cieco ' got. dwals * stolto ' 
a. a. t. twalm * stordimento ' tol * stolto ' ecc.) Si resta dunqiie incerti se 
^dhuli' (oude P ind. dhuli-s, Pant. irl. du*l, e il lit. duljs) si a un 
tema in -t- dalla radice ampliata *dhul- oppure un tema in -Zi- dalla 
radice semplice *dhu^, A motivo del lit. dul-kes * polvere ' sarebbe da 
preferire la prima ipotesi. Del resto h difficile stabilire una distinzione 
netta tra element© suffissale e determinatore di radice. 

ActM du Xir*^ Congri* dea OrietUaluUt. — Tome III — (2™® Partle) 11 



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166 SECTION LINGUISTIQUE [40] 

mculus: vlcus^ rottila: rota^ a. a. t. stenr/il * fusto, stelo ' : 
sianga ' asta, sbarra % got. magula ' ragazzino ' : magus 
'ragazzo', lit. ragHis 'cornetto': ant. si. rogfi 'corno',: 
3* forme vezzeggiative di nomi personal! (p. es. gr. Sa» 
iW^log 'OvrjoUog ZoUog TasUog, lat. Proculus Bibubts, gall. 
Camnlus Teutalusy got. Wulfila, a. a. t. Gundilo WolJUoy 
pruss. Butil Dargeloy serbo Brajilo Bratilo). Possiamo dun- 
que tenere per certo die il suflSsso -la- dei nomi indiani 
che appartengono a una di queste tre classi risalga a 
un -lo- indogermanico. Ecco i vocaboli in cui ci6 si 
verifica. 

pald-s ' guardiano, pastore ^ nome d' agente del 
verbo pdti ' ciistodisce, difende ' ; 

i diminutivi vrmld-s * ometto ' : vrmn- ' iiomo *, 
(^alnkald ' piccola scheggia ' : calaka 'seheggia^ cicfda-s 
^ fanciuUino' : g(cn-s * fanciullo ' ; 

eerti nomi propri come Dattila-s Devilas : Deva- 
datta^Sy Drumilas: Drumasenas^ Pitrla-s : Pitrdattas, 
Bhamda-s : Bhanudatta-s (altri esempi presso Fick, Gh\ 
Person, p. l). 

Quando non possiamo servirci di que&to criterio, 
ricorriamo al confronto colle altre lingue. Se queste 
concordano nel risalire a un tenia in -/o-, possiamo ri- 
tenere che a questo, anziche al suo parallelo in -7'e>-, 
risalga la forma indiana con -la-. 

amid- ' acre % e come sostant. ' acetosella * : alb. 
dmsVe dmheVe (dial, geg.) emhVe (dial, tosc.) * dolce \ 
In origine il tenia *am-lO" dovette significare in ge- 
nere ' dotato di un certo sapore '. Poi V indiano e 
Talbanese svolsero da cotesto significato astratto, Tunc 
quelle di ' acre \ V altro quelle di ' dolce '. Confr. il 
lit. saldhs ant. si. sladvkv ' dolce ': got. salt ' sale \ ant. 



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(41J G. CIARDI-DUPJIE 167 

isl. saltr * salato * (altri esempi presso lo Schmidt, Plu- 

ralbild. 182).^ 

kapdla-m ' guscio, cranio': ags. hafola ^ testsi\ 
Mvala- ' complete, unico, solo ': latino caelebs 

( - *cai[v\ele'-bhus, Solmsen KZ. xxxiv, 36 sg.). 

cdtvala-s cdtvala-m * cavita , buca ' : gr. KOtiXtj 

* cavita, tazza % wdrvAog * padella ' (Prellwitz , Et, 
Wb. 160). 

tumala- tumula— [tumitra—] ^rumoroso*: lat. tu- 
multus. 

tida-m ' ciuffo, pannocohia ', tula * albero del co- 
tone': gr. TvXrj TvXos 'erifiagione' ant. isl. dollr * albero, 
ceppo ' ags. 'dol ' ceppo ' ted. (dial.) doUfuss ' piede gon- 
fio ' lit. Mlas ' cosi numeroso ' (propriamente ' massa ';, 
ant. si. tylft ' nuca ' (Brugmann, Grundr. P, 434, II, 186, 
Uhlenbeck, Ft, Wb., 116). II concetto fondamentale e 
quelle di ' grossezza '. 

nabhtla-m ^ ombelico ': gr. ^ojuq)aA6s lat. umbilicus 
ant. irl. imbVu a. a. t. nabolo id. 

peqald- ' grazioso, fine, ornato': gr. tvockUos * va- 
riopinto \ 

bahnld- ' folto, fitto, forte': gr. 7ta;(vA6g ^grosso'. 

' Wackrrnaoel AL Gr, I, 220, colloca amid" fra gli esempi di 
/ = idg. r a motivo dal lat. amdrus, Ora questa non e una ragione per 
me safficiente, giacche amdrus, come differisce da am/a- nella forma della 
radice, cosi pu6 differime, e di fatto ne difPerisce, nel suffisso. Un 
tema *amro-' sara piuttosto da vedere nel ted. Ampfer ' acetosella ' 
(a. a. t. ampfaro id., ant. isl. apr * acuto ' [riferito per lo piii al f red- 
do], sved. aimper * acre, amaro ', oland. amper * acuto, amaro, acerbo '), 
quantunque si possa dare di quest' ultimo una diversa etimologia (cfr. 
Johansson IF. Ill, 240, che ammette una gradazione di significato 

* forte, violento, acuto ' e propone il raffronto colP ai. dmbhcLS^ * vee- 
menza, terribiliti *). 



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1H8 SECnOX LIXGOSTIQUE |42] 

mahila * donna ' : got. mavrilo ' fanciuUa ', ant. isl. 
raeyla^ ags. meoirla id. (Sutteklix, IP. rv 101 . Si noti 
che trattasi d'un diminutivo, come si vede dal got. mavi 
' fancialla ', paragonato a mawilo. 

cakala-s cdkala-m ' scheggia, frammento ', caka- 
layati ^ nianda in pezzi ' : lit. szakalys ' scheggia '. 

cabiUa— ' pezzato, screziato ', cahali 'la vacca pro- 
digiosa' che ha preso il nome dal colore della pelle, 
come il lit. vuirgis 'bove macchiato': mtmjas 'screziato'): 
ru. soholi 'zibellino' (cfr. Miklosich, Et. Wh, 312). II 
lit. sabala e preso da qualche dialetto slave, giacche la 
forma gennina sarebbe ^szabala, 

clla-m 'indole, onesta': pniss. seilin 'serieta% 
seileirinys ' diligente *, seiliskti ' devozione ', noseilin ' spi- 
ritum ' ant. si. sila ' f brza \ II lit. sylct ' forza ' e ua 
prestito slavo, a cagione del .^ iniziale. 

Del suflBsso -tlo— non conserva esempi 1' indiano : 
o non lo conobbe mai ^ o lo confuse sempre con -tro-j 
del quale si hanno invece nunierosi esempi (quali km- 
ird-m ' dominio, signoria \ dhdrtra-m ' sostegno, fonda- 
mento ', pdira-m ' coppa \ bharfira-m ' braccio ' cioe : 
' r organo che serve a portare % hotra ' libazione % ecc). 
median te la mutazione di Z in r. ^ Del suflSsso -dhlo— 
nemmeno occorreva far menzione, giacche esso, come 

* II Brugmann Grundr, II, 112. esprime 1' opinione che -^to- sia 
un' alterazione di -^ro-, avvenuta, o nelP indogermanico o nelle varie 
lingue derivate, per nn processo di assimilazione o dissimilazione in 
quei vocaboli che contenevano nn' altra liquida nella radice. II snffisso 
"tra^ sarebbe invece antichissimo e consisterebbe in un ampliamento di 
"ter^ ("tor-, -<r-). 

• Potrebbe derivare da un tema in -^to- V ai. putrd-s * liglio ' se 
fosse sicuro il raffronto coll' osco puklum ' puerorum ' pel. puclois 
' pueris ' e marso jmcZc[-«] ' pueris '. 



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[43] G. CIARDI-DUPRE ' 169 

il suo oorrispondente •-dhro-, 6 limitato al greco, al- 
r italico e alio slavo. ^ Se il -li- di tfili-s ' pennello ', 
tidl * cotone, lucignolo, pennello * (due vocaboli connessi 
con tula-m ' ciuflFo, pannocchia ') sia originario non pu6 
asserirsi per mancanza di esempt di altre lingue da 
mettere a riscontro. Lo stesso dicasi a proposito di 
anffdli-s anguri-s ' dito % al quale non possiamo nem- 
meno mettere a lato un tema in -lo- (come tfda-m : 
tnli-s). Un esempio sicuro di Z — idg. I, perche dichia- 
rato dalla testimonianza concorde di varie lingue ; lo 
abbiamo in dhidi-s ^polvere, poUine^ ma, come avemmo 
occasione di mostrare, e probabile che I spetti alia ra- 
dice. — Quanto ai non pochi temi formati col suffisso 
-lu- che ci mostra Tindiano (veggasi Whitney, Gramm} 
§ 1192 e 1227j, di uno solo si pu6 affermare che ri- 
salga air indogermanico, giacch^ per gli altri non tro- 
viamo termini di confronto in altre lingue : 

hhiluka- ^ timoroso ^ \hhird- bhlruka- id.] : lit. 
bailus id. 

B. Ind. I idg. r. 

dlam dram ' abbastanza, convenientemente, de- 
corosamente ^ : rndti * con segue % W<i- ^retto, precise, 
abile% I'tu-s 'regola, presorizipne % ecc, arm. arnem 
' io faccio' gr. dQaQlono} 'commetto, adatto' dQdQov 
*giuntura' lat. artus. 

kapucchala- * zazzera ' (anche * la concavita del 
cucchiaio sacriticale ') secondo il Johansson, IF. ni, 236 
sarebbe un composto : *kaput (cfr. lat. caput isl. hdfud) 
+ ^ala-. II secondo membro sarebbe da connettere col 

1 Degli altri gruppi linguistici soltanto il germanico pud etjsere 
che ne serbi quale he traccia. 



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170 SECTION LINQUI8TIQUE [44] 

ted. Haavy e quindi deriverebbe secondo lo stesso Johans- 
son, E[Z. XXX, 349, dalla radioe •Jfeer- ' prominenza, ecc. ' 
di cerebrum cornu uEQag a. a, t. hiruz ^cervo' ecc. (Altri^ 
menti giudica Hoar il Kluge, Et. Wb.^ 15B). L' etiiiio- 
logia non e sicura. 

kldga-s krd^d-s * grido ' : krd^ati * grida ' , kro- 
cand-rn ' grido ^ lit. kraukti ' gracchiare \ 

ksdlatt ' scorre ' {DMt. 20, 21), haldyati ' lava, 
purifica ': k?drati * scorre, si scioglie, dileguasi ', Jcsard- 
* labile ' hard-m ' acqua * ecc. , gr, dia-tpdelgco ^ consu- 
mo ', cvfi-ipdeiQco ' sciolgo (colori) ' lat. mrum * la parte 
acquosa del latte ' serenus (cfr. le espressioni liquidus 
aer^ Verg. Geo. 1. 404, liquida aestas, ib. 4. 59, liquida 
nox, Aen., 10. 272). 

(flapsa — grapsa- 'fascetto, mazzetto': grbTmdti 
(jrhndii ecc. ' prende, afferra ', grahhd-s ' presa di pos- 
sesso * ecc. , got. greipan ' afferrare ' ant. sass. grlpan 
ags. gripan a. a. t. grifan id. garha ' covone * (propria- 
mente ' manciata '), lit. gr^pti ' afferrare % lett. grabas 
' rammassate ' (part. f. i. 

glasate (Dhat. 16.30) ^ra^a^i 'divora, inghiotte^ 
glasta- grasta- ' mangiato ' : grasana-m grasti-s ' in- 
ghiottimento ' greco ygdco ' mangio, divoro *, yQdarig 
' strame \ ^ 

palci^j pali-j pla- in\ece di pdrd-y pdrij prd^ in 
composizione con nonii e con verbi: p. es. paldyate 
' fiigge ' palyayaie ' gira intorno * palyahka-s ' lettic- 
ciiiolo ' pldquka- ' che cresce presto \ 

* La radice ^grehh"^ da cui si forma il tema ^grthh-so^^ secondo 
il LmiiN, Stud, 9 e un ampliamento di *ger- * torcere, intrecciare ' da 
cui deriverebbe jAla'-m jdlaka'-m * rete, treccia ecc. '. [Nota aggiunta 
snlle bozze]. 



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[461 (^. CIARDI-DUPEfc 171 

pldsati ' arde, avvampa ' plosa-s ' inoendio * plo- 
Sana- plosin- ' ardente ' : prtisfor- * arso ' pro^a-s ' com- 
bustione * alb. prul * vampa, carbone acceso ^ lat. prnria 
got. /W2A5 * gelo ' ant. isl. frjosa ags. frSosan a. a. t. /no- 
5an ' gelare '. ^ 

hahhluqd- * rosso bruno^: bahhr4- babkrukd- id. 
gr. q)Qi)vog <pQvv7] ' rospo ' ant. isl. brtinn ags. 6niw a. 
a. t. 6r^/w * bruno '. 

mdtvld-s matnlaka—B * zio materno '. Si risale a 
*mdtnr—o- derivato da *wa-ter-, da cui deriva con un 
altro suflBsso il gr. M^rgog ' zio materno ' (cfr. gr. jrd- 
TQCog 'zio patemo * lat. pairuos: jtarijQ, pater: Leumann 
KZ. xxxii, 306 sg.). ^ 

lajjate * si vergogna ' /ajf/a lajjitor-m * vergogna * : 
rajyati 'si colora ' rahjayati 'colorisce^ rahgo/S 'colore' 
eoc. gr. ^8^0) 'colorisco ' ^rjyevg 'tintore' Qtiyog ' tappeto 
colorato * ;^QvaoQay€s ' XQ^^^^^V^S (JSes.) ' dorato % se fe 
vera T ingegnosa congettura del Leumann (vedi Wa- 
CKERNAGEL Ai. Gr. I 220). lo per altro non credo im- 
possibile Tantica etimologia (Fick Wb. I* 540 ed altri) 
per cui lajja ssCrebbe identico al gr. Acj^rj ' macchia, 
schqrno, oltraggio ' e risalirebbe a un idg. ^lozg'^a. 

lalama (Harivr. 12072) prf. di rdmate rdmati ram- 
nfiti ' riposa, si rallegra, prova piacere ' : got rimis 

* Per comprendere come si sia svolto il significato di * gelo, ge- 
lare ' nelle lingue germaniche, basta riflettere all'uso che facciamo 
anche noi in italiano di verbi come bntciare e simili per esprimere 
1' azione d' un freddo intense, p. es. quando diciamo ' il freddo ha bru- 
ciato tutte le piante '. 

• In mdtuld-s si avrebbe un I indogermanico ammettendo la spie- 
gazione dello Schrader, Sprachvergl, u. Urgesch*. pag. 639 che lo fa 
derivare da *mdta'tvXya'' (cfr. tdta-tulyor-s ' paragonabile al padre ' quindi 
* zio paterno '); ma tale spiegazione mi sembra meno verisimile. 



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172 SECTION LINGUISTIQUE [46] 

* quiete * lit. rdmas id. rimti * trovar pace, calmarsi ' 
(anche gr. yQi/ua ' placidamente ' ?;. 

liksa ' uovo di pidocchio ' : lat. ricinus ' zecca, pi- 
docchio del bestiame '. ^ 

likhdti ' graflSa, disegna, scrive ' likhana-m lik- 
hita-m ' graffito, scrittura ' ecc. : rikhati ' graffia ecc. ' 
•rekha-s rekha ' linea, disegno ' eoc., a. a. t. rlhan ' met- 
tere in linea ' lit. rekti ' soloare, tagliare '. 

vi-'licdte ^ strappa, rompe ' lega-s ' frammento ' 
lesiu-s ' zoUa ' : riccUt ' rompe ' ecc. gr. iQeincj * spezzo, 
fen do '. 

luncana-m ' strappo ' luncati ' svelle, strappa, sgu- 
scia*: lat. runcO, 

l&tnan- ' pelo * (lomacci- * peloso ' ecc): r&nian- id. 
(romacd- ecc.) ant. irl. ruainne ' pelo ' ruamnae [gl. /oc/i.r j 
Stokes presso Fick tF6. 11^ 234;. 

lostd-m ' ruggine ' ( ^reudk-s-to-^ "^roudhs-to-) : 
ant. sass. ro^/ ags. rust a. a. t. rost ' ruggine ' lit. rustas 

* bruniccio * lett. rusta ruste ' colore bruno ' i'Johansson 
IF. vm 162 sgg.). 

lofifd-s losfd-7n ' zoUa ' ( *reuds-to-, ^rotids-tO'-): 
lat. riidera ant. isl. rust (= ^rfid-s-ti- Pebsson BB. xix 
268) * ruderi ' (Johansson 1. c). 

lohd- Idhita- * rosso *: rudhii^d— rdhita- gr. egv^Qog 
lat. rw6er ant. isl. rt^arf ' rosso ' got. rauds ant. isl. raudr 
ags. r^od a. a. t. ru^ lit. raiulas ant. si. rudrv. Proba- 
bilmente e da collocare qui lodhra-s "Sj'mplocos race- 
mosa \ nome d' una pianta daUa cui scorza si ricava 



^ Ingegnosa ma non sicura e I'ipotesi del PsRSdOK. op. cit. 103 n. 
che riconduce liksd e il lat. rixa a un medtsimo tema *reM--(e)«-d 
* cosa che afiliirge, irrita '. 



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[47] G. CIAEDI-DUPEE 173 

una polvere rossa. — lohd-m * metallo ' specialmente 
* rame ' rientra qui e significa propriamente ' il rosso ' 
(cfr. ScHBADEB Forsck, z. Handelsgesch, n. Warenk. 121 
e 127, Sprachv. u. Urg.^ 276, 303 e 307)? (altrimenti 
Uhlenbeck PBB. xvu 35 e Hibt PBB. xxtti 366). 

vcUmikas ' formicaio ' (per metatesi di ^mcUv-) : 
vamrd-s vamri ' formica ' (da "^varm-) gr. FoQfia^ (M'^Qf^^^ 
per assimilazione) ant. irl. mo*rb ant. si. mravija ' for- 
mica \ Per il lat. formica cfr. Solmsen, KZ. xxxiv, 
18 sgg. 

abhi-vlaugd-s 'rete' abki-vlag- 'prendere, acchiap- 
pare' (cfr. Geldneb, Ved. St. i, 140): vrjdnor-m 'recinto, 
circondario, territorio ' vrajd-s ' siepe ' ecc. gr. ^s/i^o/uai 
' mi aggiro * ^oju^og ' trottola ' ecc. ags. wrencan ' tor- 
cere ' wrenc ' raggiro, astuzia ' wrincle ' grinza * a. a. t. 
renken * drehend hin- und herziehen ^ lit. rehgti-s ^ pie- 
garsi' (ZupiTZA KZ. xxxvi, 66). 

c^lathd- ^ rilassato, lento, languido^ (^laihayati ' al- 
ien ta, scioglie* ecc: ^rathndti^qrnthati^ crathdyati 'al- 
lenta, scioglie * ags. hreddan ' liberare ' ant. fris. kredda 
a. a. t. retten id. (Kluge TF6.® 316, Zupitza G^t^tt. 186). 

syald-s ' fratello della moglie ^ : antico si. smH 
sura id. ^ 

E vero che molti altri esempi di / = idg. r si tro- 
vano spesso citati, oltre ai suddetti, ma si fondano sopra 



* Un altrc eaempio di Z = idg. r si avrebbe secondo il LidAn, 
Stud. 48 Bg.f in kalkd^s 'stereo, lordura; pasta; peccato ' (ags. horh 
* lordura ' a. a. t. haro * fango ' ecc, idg. ^qor-qo^) kiWi^a-m * peccato ' 
(ant. irl. coirbim ' macchio ' ecc.) da una radice *^er-. Ma lo stesso 
Lid^n riconosce che i derivatl di questa radice si distinguono da quell) 
di *^eZ- (lat. cdtigo ecc). [Nota aggiunta sulle bozze]. 



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1 



174 SECTION LINGUISTIQUE (48] 

etimologie sbagliate o poco verisimili. ^ Hicordiamone 
alcuni : 

upald e tradotto dal BOthlingk * der obere klei- 
iiere Muhlstein ' ed il composto upaJu-praks^n- h spiegato 
dal Grassmann ' den obern Muhlstein anfugend '. Essi 
dunque niettoao in relazione upalor- con updri "sopra* 
(gr. ijtEQ^ lat. s-uper, ant. irl. for^ got. ufar) e lo pren- 
dono per una forma alterata di *upara- 'superiore\* 
Invece io credo che UpcUas significasse dapprima ' pie- 
tra ', e che il senso particolare di ' macina ', come quello 
di ' pietra preziosa *, non sia cho una determinazione 
specifica di quel bignificato generico. In ogni caso e 
piu prudente dire che la vera etimologia di upala-^ 
upala ci sfugge. 

ulukhcUa-m ' mortaio' {ulnkhalakor-m.^ piccolo m.') 
potrebbe credersi composto da *tdu- = urti- ' largo ' e 
da khdld-s ' aia % secondo il Geassmann (s. v.) e spie- 
garsi * weiten Stamp f bod en habend '. Ma e una pura 
ipotesi e come tale egli la da. 

La connessione di kalmcdf-s ' splendore ^ (onde 
kalmalikin- * ardente, fiammante *) col lat. cremare e col 
lit. kdrsztas 'ardente', accennata dal Bezzenbergee, BB* 
XVI 246, non 6 da lui dimostrata, ne 6 cosi palpabile 
da dover essere senz'altro riconosciuta per vera. — Pu- 



* Alcuni vocaboli che altri cita fra gli esempi di f ■= idg. r sono 
stall gik da noi ricordati fra quelli di 2= idg. /, p. es. leldydti hldyd^ 
Cosi ldflchana''m , che abbiamo connesso con laksati, ^ messo in rela- 
zione con ramndti * fenna, consolida ' e col lit. remti * appoggiare, soste* 
nere ' dal Wackermaqel, Ai. Gr, I. 220. 

* Esiste bensi un aggettivo upara-, ma significa * inferiore, po« 
steriore ' e deriva da iipa * sotto ' ( idg. * npo) per mezzo del sujQkiso 
^rd- (= idg. --ro-- oppure -lo-). 



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[49] G. CIARDI-DUPRE 175^ 

ramente ipotetica 6 la relazione, ammessa dal Leumann^ 
Et Wb. 99, tra kiUala-s ' vasellaio ' e carii-s ^ bacino ' 
(ant. irl. co^re n. cimbr. pair ant. ish hverr ags. hwer id.). 

dauvdlika-j nome di un popolo menzionato in 
Mahabh. 2, 1874, ritenuto dal Wackebnagel Ai. Gr^ 
I 220 come formalmente identico a dauvarikd-s 'por- 
tiere ': ma anche questa e una semplice congettura. 

palpuldyati ' lava ' e pdlpfdana-m ' lisciva ' ^reb- 
bero (Wackebnagel 1. c.) parent! del lat. pnrus. Ora se 
questo, come acutamente osservb lo Skutsch BB, xxi, 
88, sgg., 6 alia sua volta connesso col gr. jvOq ' fuoco * 
e vuol dire ' purificato per mezzo del fuoco \ come si 
pu5 conciliare il suo primitive significato con quello- 
delle voci indiane ? lo piuttosto incline a vedere in 
palpul- una formazione dalla radice *pel- ' fluire, nuo- 
tare, lavare ', di quella radice ciofe di cui si ha un am- 
pliamento in *pl-eu- (ai. pldvate ' nuota, si bagna ecc/, 
gr. jtAecj 'navigo' lat. pluo ant. irl. luanam ' lavo ' ecc). 
Se questa mia ipotesi e vera, noi avremmo un esempio 
di piu da aggiungere alia lista di quelli di Z - idg. L 

pippala-^m ' bacca ' e considerate dal Wackerna- 
gel 1. c. come ' urverwandt ' col gr. jtETteQc ' pepe '. Ci6 
e assolutamento falso. II nonle del pepe entr6 nella 
lingua greca, che poi la trasmise alle altre lingue in- 
dogermaniche d' Europa, ^ per importazione dal mondo 
ario. La pianta del pepe e originaria deU' India, e a 

^ 4c Die indische Bezeiclinung des Pfeffers » dice il Kretschmer, 
Einl, in d. Gesch, d. gr, Spr. 21 ^pippdli bezw. *pippari, i8t mit dem 
GewTirz selbst, etwa im IV vorchristlichen Jahrhundert, zn den Grie- 
chen gewandert (gr. ic^wspt), von diesen zu den B5mem (lat. piper) 
nnd, Jahrhunderte sp&ter, zu den Germanen (ags. pipor), Slaven (asL 
pipru), und Litauern (lit. pip^ras) ». 



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176 SECTION LINGUISTIQUE [50] 

quanto pare precisamente del Malabar, ^ ed e quindi 
verisimile cbe di la derivi aaohe il suo nome. Questo 
nome (forse originario di qualche dialetto dravidico 
parlato in quella contrada ?) avra suonato pippala- pip- 
pall nei dialetti che serbarono inalterato il suono /, e 
^pippara- ^pippari in quelli che inutavano / in r. II 
greco lo ^:olse in prestito da uno di questi ultiini. * 

Vi sono infine dei casi in cui gia nel tempo indo- 
germanico si avevano forme con r e forme con / le 
une accanto alle altre. In casi siflFatti non siamo auto- 
rizzati a dire, che I indiano siasi svolto da r indoger- 
manico, come d' altra parte non possiamo affermare il 
contrario per le forme indiane con r. ii possibile tanto 
r mia quanto V altra cosa, ma fe anche possibile che i 
due tipi indiani rispondano rispettivamente ai due tipi 
indogermanici. Ecco i casi in questione. 

gdlati (Dhat. 16. 39) gilati ' inghiotte ' gilana—m 
yili-s ' inghiottimento ' ecc. : ginUi yirati ' inghiotte ' ga- 
rana-m ' inghiottimento ' ecc. — gr. uapXeet ' uavamvei 
(Hes.) 'trangugia* deXeaQ dsAergov d^Aog 'esca' eoh ^^JjQ 
id. ant. irl. gelim ' divoro, consume ' ro-gelt ' depastus 
est ' : gr. ^(^qcjoko ' divoro, consume ' ^ogd ' paste ' lat. 
voro ant. isl. kuerk ' gola, gozzo ' a. a. t. quercha quer- 
chala id. lit. g4rti ' here ' ant. si. zira,^ ' inghiotto '. 

* Cfr. Lassen, Indische Alter thumskunde, V 326 sg. e la lettera- 
tura ivi citata. 

* II Franke BB. XXIII, 174 crede la paiola piper importata dalla 
Persia, al pari di pr^poXXoc, Xdxxo^, oaxyap, forse per la medesima 
ragione per cui credeva ci6 il Lassen 1. c, cio6 per via del rotacismo. 
Ma questo argomento non ha valore, esistendo anche nelP India lin- 
^uaggi rotacistici. W altra parte si noti che il nome persiano del pepe 
(pilpil) e d^mportazione indiana posteriore al passaggio di l.in r nel- 
1' iranico. 



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[51] G. CIARDI-DUPRfc 177 

halhala-karoti * balbetta ' Balhnthd-s (n. pr.)t har^ 
bara ' balbettante * Brbu-s (n. pr.) Brbdd-ukihas (sopran- 
nonie d'Indra) — lat. balbus balbutio: gr. ^dg^agog * stra- 
niero ' (cioe ' parlante in modo inintelligibile ^) lit. bivbti 
' sussurrare \ 

lumpdti * ronipe, guasta, saccheggia ^ lopa-s lopa- 
na—m ^ guasto, danno * loptra-m * preda ' : riipyati * ha 
dolori * ropa-m ' foro, buco ' ropi-s ' dolore straziante * 
ecc. — lit. Zi)!^j?^i ' sgusciare, scorticare ' : lat. rumpo ant. 
isl . riufa ags. Hofan ' rompere \ 

silmld- 'grosso, massiccio': sihfird- ' spesso, forte, 
saldo * — otO^^os ' colonna ' ant. sved. stvr ' grosso ' lett. 
sturs * ostinato \ 

jdlpaii ' mormora, parla ' jdlpa—s jalpana-m * di- 
scorso ^ jalpi-s ' mormorio ' sarebbero, secondo il Benfey 
Die Hymnen des Samaveda gloss, p. 60, aflfini a jdrate 
* cigola, stride' (dr. jaranytl 'gridante ad alta voce^ 
jard ' strepito, gridio ') e al lat. garrio (quindi anche al 
gr. yf)Qvg ' voce ^ ant. irl. gaW ' grido * n. cimbr. gawr 
garm * clamor * a. a. t. cherran ' gridare, nitrire, stri- 
dere * : quanto al lit. garsas ' suono * cfi\ Brugmann, 
Grundr. V 786). In questa ipotesi jdlpati deriverebbe 
dalla forma ampliata *ger-p- della radice *^er ' far ru- 
more, parlare'. Ma accanto a questa esisteva un' al- 
tra radice *gel- d' ugual significato o simile (lat. gallus 
propriamente ' il gridante ' o * il cantante ' [cfr. il got. 
hana a. a. t. hano ted. Hahn ^ gallo ^ : lat. cand ant. 
irl. canira ' io canto ^ e il lit. gaidys ' gallo ' : geddti 
^cantare'] m. cimbr. gaivl 'chiamare' ant. isl. kalla a. 
a. t. kalian id. ant. si. glasu ' suono ' glagolati ' parlare), 
e nulla ci vieta di riportare jdlpati a *gel-p- anziche 
a *ger-p-. ]fc dunque chiaro che da esempi di questo 



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178 SECTION LINGUI8TIQUE (52; 

genere non si pu6 trarre alcuna conclusione circa il 
raodo in cui 1' indiano rispecchia le due liquide ori- 
ginarie. 

Per riepilogare quanto si 6 detto fin qui, se da una 
parte numeriamo gli esempi di Z idg. / da noi passati 
in rassegna e dall' altra quelli di I idg. r^ troviamo 
che i primi non sono meno di 130, laddove i second! 
superano di poco la ventina. Concediamo pure che degli 
esempi che figurano nella prima lista alcuni siano in- 
certi: abbiamo gia notato i casi di dubbia etimologia 
(come apasalavi ecc.) e quelli in cui il vocabolo sanscrito 
^ sospetto di alterazioni dialettali (lakuda^s lagudas 
ecc.}. Ad ogni mode, siccome questi esempi dubbi non 
rappresentano che una minoranza , la sproporzione 
Ira il numero dei casi di / idg. / e quelle dei casi 
di I idg. r rimane sempre enorme, e quindi non 
pu6 essere casuale. Cos! fe provato che V indiano con- 
serv6, in certe condizioni, la distinzione tra le due 
liquide primitive. 

D' altra parte non pu6 mettersi in dubbio che nel- 
r indiano avvenisse, naturalmente in altre condizioni, 
il passaggio di I in r. Infatti neU'enumerare gli esempi 
di Z - idg. I abbiamo spesso trovato delle forme con r 
parallele a quelle con I: ricordiamo p. es. irati accanto 
ad ildti ' egli va ' ; cards cdraka-s ' esploratore ' accanto 
a kaldyati ' osserva * ; rdbhati rdbhate accanto a Idbhati 
Idbhate ' prende, afferra '; rdmbate accanto a lavibate lam- 
bati ' pende ' ; riptd- ' tinto ' riprd-m ' lordura * accanto 
a Zmprf^/ Hinge, macchia'; vacate 'splende' rdcas- ' splen- 
dore ^ rocand- ^ chiaro ' accanto a lokati ' guarda ' locana— 
^chiaro'; vdrati vdrats 'avvolge' Siccanto a. vdlati ^ si 
volge' ecc. — .Vi sono degli esempi di r idg. / ai 



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[53] G. CIARDI-DUPRE 179 

quali non corrisponde alcuna forma parallela con /. ^ 
Quest! esempt sono parecchi e ben conosciuti, cosi che 
bastera ricordarne alcuni : arghds * valore , pregio ' 
Cgr. dX(p£lv * meritare, acquistare * lit. algh ' mercede *), 
A:ar?d ' solco * hrsdti ' ara, solca^ (gr. reXoov ' solco che 
segna il confine '), karparor-s ' tazza ' (gr. KdAmg * brocca, 
urna ' lat. calpar\ kurcd-s ' ciufib, niazzetto ' kiircaka-s 

* ciuffo, spazzola, pennello ' (lat. culcita), pracna-s ' cesta, 
intreocio ' (gr. TtXiuo) ' intesso, intreccio ' jtXeictYi ' fune, 
rete ^ jtAohos ^^ouajuog ' treccia di eapelli ' lat. plecto im- 
plica explico got. flahta ' treccia di capelli ^ a. a. t. fiehtan 

* intrecciare ') rdyati ' abbaia ' ^alb. Veh ' io abbaio * lat. 
latr') got. lailoun ' ingiuriavano ' lit. /cyn ' abbaio * ant. 
si. laja^ 'abbaio, ingiurio^), rindkti 'lascia, lascia libero' 
(arm. Wanem 'lascio' gr. kebtco id. lat. linquo got. leik- 
wan a. a. t. llhan ' prestare * lit. likti * lasciare ' ant. si. 
otii-lekS ' residue '), sarpis- * burro, sego * srprd- ' grasso ' 
(gr. iAjTog' D.(uov.OTEaQ [Hes.] * olio, grasso' got. salbfni 

* ungere ' ags. seai/* * unguento ' a. a. t. «a/6a id.), sdrva- 
' intero, complete, tutto ' (gr. 5>los ion. oiXog ' intero ' 
lat. salvus\ hdri- harind- harit- ' fulvo, gialliccio ' (lat. 
helvos holus ant. irl. ^eZ 'bianco' ags. geolo a. a. t. gelo 

* giallo ' lit. znlior'S ant. al. ^cZcnrf * verde '). 

Questo diverse trattamento del primitive / non pu6 
spiegarsi che per diversita di dialetti. La lingua proto- 
aria dovette pessedere ambedue le liquide ereditate dal- 
r indogermanico. Dei dialetti indiani che da essa poi 
si svolsero, alcuni le censer var one sempre distinte, 



* Gib non significa gia che forme con I in quest! casi non siano 
esistite, ma vnol dire soltanto che i documenti a noi pervenuti non ce 
le hanno; per semplice caso, conservate. 



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180 SECTION LINGUISTIQUE [54] 

altri invece le confusero mutando / in r. Sicche, ri- 
guardo al trattamento di /, tutti i linguaggi art del- 
r India antica si possono dividere in due gmppi: lin- 
guaggi rotacistici e linguaggi non rotacistici. I limiti 
geografici di questi due gruppi non si possono netta- 
mente tracciare, ma pu6 dirsi che coincidano all' in- 
grosso con quelli che separano il dominio della lingua 
e letteratura vedica da quello della lingua e lettera- 
tura sanscrita proprianiente detta. ifc infatti general- 
mente ammesso die cotesti due rami dell' antica let- 
teratura Indiana fiorirono non solo in tempi ma anche 
in luoghi diversi, e che le corrispondenti forme di lin- 
giiaggio rispondono a due fasi cronologicamente di- 
verse di due distinti dialetti. ^ Quella parte del popolo 
indiano che cre6 la poesia vedica dimorava nel PanJAb 
e nel bacino dell' Indo, mentre la letteratura epica e 
classica si svolse presso le genti che abitavano le parti 
oriental! dell' India, ossia nella regione bagnata dal 
Gauge. Sicche il vedico e un dialetto dell' India occi- 
dentale, il sanscrito dell' India orientale. 

Che in quel gruppo di dialetti al quale appartiene 
il vedico fosse normale il passaggio di / in r, si scorge 
dal fatto che in esso le forme con r sono di gran lunga 
piu numerose che nel sanscrito. Ho avuto gia occa- 
sione di riferire i calcoli del Whitney suUa frequenza 
di I nei vari periodi della letteratura Indiana, e non 
ho bisogno di tornarci sopra. Invece h opportune clie 
ci domandiamo come mai anche nel vedico, dialetto 

* Cfr. Wackernagel AL Gr. I, pag. xxi, Pischbl GK>A. 1884 
pag. 512, R. 0. Franke BB. xvii. 73 e GGA. 1891 pag. 976 sg., 982 sg,, 
Oldenberg Die Religion des Veda pag. 1. 



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[66] G. CIARDI-DUPRE 181 

eminentemente rotacistico, compaiano non di rado 
delle forme con I. — Si noti clie il vedico non solo 
possiede dei vocaboli con I che si ritrovano poi nel san- 
scrito, ma ne possiede anche taluni che in questo piu 
non ricorrono: pulu- ' molto ^ accanto a pur'd- (class, 
soltanto purd-)^ migla- ' mescolato ' accanto a miqrd— 
(class, soltanto micrd-)^ e pochissimi altri (cfr. Wacker- 
NAGEL, Ai. Gr, I 216). — Lasciando da parte le alte- 
razioni che il testo vedico ha subito nel corso dei 
secoli, ma alle quali sarebbe errore I'attribuire la me- 
scolanza di forme dialettali che esso ci presenta, due 
riflessioni sono da farsi. In primo Inogo non e neces- 
sario credere che i limiti geografici della letteratura 
vedica coincidessero rigorosamente con quelli del rota- 
cismo, potendo darsi che alia creazione di essa abbiano 
contribuito, benche in minima parte, regioni in cui si 
parlavano dialetti non rotacistici. Ora si sa bene che 
dovunque esiste una lingua consacrata all' uso lette- 
rario (e tale era appunto il vedico), essa non pu6 non 
subire V influsso della lingua viva del paese in cui 
viene ad essere adoperata. D' altra parte si pu6 e si 
deve anche pensare all' infiltrazione di elementi deri- 
vanti da dialetti parlati in altre regioni. L' India ve- 
dica dovette mantenere rapporti colle parti piu orien- 
tali del continente, come si pu6 del resto argomentare 
dalla menzione del Gauge e della Yamuna che occorre 
nel RV (v, 62, 17; vii, 18, 19; x, 76, 5); e questi rap- 
porti avranno esercitato un' azione anche nell' ordine 
linguistico. 

Piu facile e la spiegazione del fenomeno inverse, 
cioe del trovarsi, abbastanza spesso, nel sanscrito for- 
me con r. Anche qui si potrebbe pensare alia parte 

AeUM du XIl^^ CongrU d€9 Orientalists. — Tome III — (2™« Partie) 12 



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I 



182 SECTION LINGUISTIQUE [56] 

clie avi'ebbero preso alio svolgimento della letteratura 
classica territori in cui si parlavano dialetti rotacistici. 
Ma specialmente convien riflettere che la letteratura 
vedica, la quale racchiudeva quanto v' era di piu sacro 
e venerando per il popolo indiano, dovette, anche nel- 
Tordine del linguaggio, esercitare un' influenza note vole 
nulla letteratura oanserita, che si svolse parecchi se* 
coli dopo. Come nel mondo occidentale le lingue ro- 
manze, al contatto col latino che continuava a vivere 
nella tradiziorie letteraria e religiosa , si arricchirono 
di quelle voci ' dotte ' che oggi il glottologo riesce a 
discernere da quelle di tradizione popolare ; e come 
neir India medesima i dialetti pracritici, specialmente 
quelli che ebbero un uso letterario, e poi i nioderni, 
tolsero dal sanscrito, talora leggermente modificandole, 
talora serbandole nella lor forma genuina, quelle voci 
che i grammatici chiamano nel primo caso ' tadbhava', 
nel secondo 'tatsama', cosi e da credere che il san- 
scrito della letteratura epica e classica abbia sentito 
r influsso del sacro idioma della 9ruti. ^ 

Ma il processo fonetico, per ci6 che spetta alle 
liquide, non si arrest6 qui. Nel medio-indiano avviene, 
piu o meno di frequente secondo i dialetti, il passag- 
gio di r in / : esso 6 un fatto sporadico nel pali e nel 
maharatjtrl, e normale invece nel magadhi delle iscri- 



* lo son ben lontauo con ci6 dal ritenere, come fa il Sekart, che 
il sanscrito sia una lingua * inateriellement fondee sur la langue ve- 
dique ' {Jouni. Asiat. viii. 8. p. 404), e dalP afFermare che * par la ma- 
niere dont il s'est constitue et fixe, il est une langue scolastique, nee, 
elaboree dans un milieu restreint et exclusif. ' (ivi p. 336). II sanscrito 
ha per fondamento una forma di linguaggio vivo: cfr. i citati articoli 
del Franke in BB. xvn e in GGA. 1891. 



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[67] G. CIARDI-DUPRE 183 

zioni di Apoka. * Questi* dialetti non rappresentano una 
coiTuzione o uno svolgimento del sanscrito o del ve- 
dico, ma risalgouo a tipi di linguaggio che esistevano 
fin da antico accanto a quelli e indipendentemente da 
quelli. * L' analisi linguistica ha messo in luce non po- 
clii fatti che dimostrano V influenza esercitata da co- 
testi dialetti sulla lingua dell' antica letteratura in- 
diana : ® come un fatto di questo genere potra dunque 
spiegarsi la presenza di forme con I - -■ idg. r tanto 
nel vedico quanto nel sanscrito. 

In conclusione ecco in qual modo io credo di po- 
ter tracciare, approssimativamente, la storia delle li- 
quide nell'indiano. II proto-ario, ossia indo-iranico, 
eredita dairindogermanico le liquide Z, r, e le conserva 
distinte, e le trasmette airindiano. Un gruppo di dia- 
letti deir India muta /in r, mentre un altro serba la 
distinzione primitiva. Al primo gruppo appartiene il 
substrate principale del linguaggio vedico, al secondo 
spetta quelle del sanscrito. Le forme con I = idg. I che 
oceorrono in quelle e le forme con r =- idg. I che oc- 
corrono in questo, si possono spiegare per via di con- 
taminazioni tra i due gruppi dialettali e per I'influsso 
dei Veda sulla letteratura sanscrita. In eta posteriore 
alia separazione dei dialetti che conservarono le due 

^ In aitri dialetti sembra invece che avvenisse il contrario, cioe 
1' ulteriore confiisione di I con r anche nei casi in cui V antico indiano 
serbava distinte le due liquide. Questa confusione 6 presupposta da 
certi linguaggi moderni dell' India: cfr. Beames, A comparative gram- 
mar of the modem aryan languages of India I 247 sg. 250 sg. [Si noti 
che la Gramm, del Pjschel non era ancora uscita quando io scriveva 
queste linee]. 

' Cfr. P. V. Bradkb ZDMG. xl. 657-690. 

' Cfr. P. V. Bradke 1. c. 677 sgg. e la letteratura ivi citata. 



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184 SECTION LINGUISTIQUE [58] 

liquide da quelli die mutarono' I in r, ma Don poste- 
riore alia compoBizione delle parti piu antiche del Rig- 
veda, alcuni dialetti popolari ^di ciii il pali e i pracriti 
rappresentano uno svolginiento seriore), cambiarono r 
in Z, e da essi i vocaboli con I idg. r penetrarono 
nel vedico e nel sanscrito. 

Ora passiamo a dire qualcosa intorno alle lingue 
iraniche, rispetto alle quali, come ho avvertito fin da 
principle, ci troviamo in una condizione meno fortunata 
che rispetto all'indiano, giacchfe dell'iranico antico co- 
nosciamo due soli dialetti, e dei moderni abbiamo bensi 
una cognizione piu estesa, ma ancora troppo inipertetta. 

I due antichi linguaggi iranici di cui possediauio 
documenti, cioe Tavestico e 1' antico persiano sono ro- 
tacistici. L'avestico ignora del tutto il suono /, per il 
quale il suo alfabeto non ha alcun segno. E poi il suo 
rotacismo e direttamente attestato dai numerosi voca- 
boli in cui esso risponde con r all' idg. L Eccone al- 
cuni : ar^jaf ' merita, e degno* (gr. dXipetv 'meritare, 
acquistare' ecc), dar^ga- ' lungo * (gr. <5o>t(;^dg lat. hngus 
got. laggs ant. si. dli'tgit), paravo ' molti ' po**rutas ' pie- 
nezza ' ''gr. jtoAvg ' molto ' jtArjdco ^ sono pieno, mi riem- 
pio ' ecc), var^mi-^ * flutto ' (alb. vaVe ' flutto, onda, 
ebullizione * ags. wielm vylm ' ribollimento ' ecc), raoca- 
yeUi ' illumina ' raoxma- ' lucente * (gr. Asvt^os ' bianco * 
lat. IvceO Ivx prusa. lavccnos ' stelle ' ecc), vdnjaHi ' si af- 
fretta ' rdvU ' snelle ' ^gr. iAaqjQos ' agile, snello ' i^Xaxvg 
' leggiero * ecc), sravah- ' parola, preghiera ' (gr. nAiog 
* rinomanza ' ecc), zrayah- ' mare ' (lat. glisco\ zaranim 
' oro ' za^ri- ' aureo, giallo ' (lat. helvos a. a. t. gelo 
'giallo'), ha^'rva- ' intero, tutto' (gr. 6Aog 'intero' ecc). 
L' alfabeto cuneiforme persiano possiede invece un se- 



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[69] G. CIARDI-DUPRE 185 

gno particolare per il suono /, ma questo segno, nei 
documenti a noi pervenuti, non ricorre che in un sol 
passo della grande iscrizione di Dario, in due parole 
straniere t Dnbdla^, nome d' un paese della Babilonide, 
e Haldiiahya (gen.), nome d' un personaggio armeno. 
Gli esempi di r=-idg. i sono poco numerosi, come 6 
naturale, data la scarsita dei testi a noi giunti, ma ba- 
stano per dimostrare che il persiano era un linguaggio 
rotacistico : darga- ' lungo ^ (v. sopra), drayahya ' in 
mare ' (id.), paru- ' molto ' (id.), rauca^ ' giorno ' (a v. 
raocah arm. lois ' luce ' ecc), zuru^-kara- ' operante rag- 
giri, ingannatore* (lit. pa'zulnus ' obliquo, ripido ' ant. 
si. ziilii 'cattivo'), haruva- 'intero, tutto' (— RW.ha^rva- 
gr. 6Xos ecc.) A questi esempi ricavati direttamente dai 
testi persiani si pu6 aggiungere spara- ' scudo ' (ar. 
phdla-m ' asse, tavola % phdlaka-m ' asse, tavola, scudo ^) 
conservatoci da Esichio nella glossa ojraQa^dQar ol 
ysQQOipdQoi. Anche in alcune parole d'origine straniera 
s' incontra r per I: Arhairaya (loc.) : babil. ArbaHlu ] 
Tigram (ace): babil. Digldt] NadiHabaircl!' : babil. Nidin- 
tabel; Bdbiru-s Bdbiruviya^ : babil. Babtlu. ^ Ora Tavestico 
e I'antico persiano non rappresentano che una parte 



' La diversity di trattamento del I in questi vocaboli e nei dne 
sopra citati {Dvbdla!^, naldUa-) deve spiegarsi nei modo seguente. Gli 
uni dovettero essere accolti in et& molto antica nei lessico iranico, e 
quindi ebbero tempo di alterarsi e adattarsi alle condizioni della lingua 
in cui erano entrati. Gli altri invece erano sentiti veramente come vo- 
caboli stranieri e come tali serbavano una forma simile a quella ori- 
ginaria, se non uguale. Si pensi all' uso delle lingue moderne di tradurre 
quei nomi stranieri (per lo piu geografici) che appartengono al patri- 
monio della coltura generale, ma non quelli meno noti o entrati sol- 
tanto da poco tempo nella storia. Noi Italiani sogliamo dire p. es. 



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186 SECTION LINGUISTIQUE [60] 

deiranlico iranico: quindi la loro testimonianza non ci 
autorizza a concludere che il rotacismo sia una carat- 
teristica generale delle lingue iraniohe, e nieno che mai 
ad aflfeimare che risalga a un'eta proto-iranica. Ve- 
diamo allora che cosa ci dicono in proposito le lingue 
neo-iraniche, se purej nello stato presente delle nostre 
cognizioni, fe possibile fondare sopra di esse qualche eo- 
lida deduzione. 

II baluci e V afghano, due linguaggi della cui in- 
dagine scientifica si 6 reso specialmente benemerito il 
Geiger, appaiono manifestamente rotacistici. Ecco in 
prova di ci6 alcuni esempt: bal. drt afgh. ora 'farina'^ 
(gr. dXio) ' macino, stritolo '), bal. gvark ' lupo ' {gr. Xmog 
alb. vl'k lit. vilkas ecc), bal. gvarm ' incendio ' (ags. 
icielm ' ondeggiamento, ribollimento ' ecc), bal. runag 
' niietere ' (ai. lunaii lunoti ' miete, coglie ' gr. Ai^lov 
*messe' ecc), bal. sard 'freddo^ afgh. sOr id. sdra 'in- 
verno ' (lit. szdltas 'freddo' ecc), bal. rOs (dial, nord) 
roc (dial, sud) afgh. rvaj ' giorno ' (ai. locana- ' chiaro ' 
lat. lux ecc), afgh. rayl ' egli grida ' (lat. latrdre ecc), 
afgh. spnra ' vomere ' (ai. phdla-s id., a. a. t. spalian 
' fendere ' ecc), varal 'lana* varlna ' lanoso ' varan 
* avente lunghi peli ' (gr. ovXog [ — ^foXvog\ ' ricciuto ' 
lat. Idna lit. vilna ' lana ') afgh. vraza ' pulce * (gr. tpvAAa 
lit. blusct ant. si. blficha id.). Neirafghano, astraendo dai 



Batisbona, Francofortey il Danuhio, il Meno, ma Halle, Weimar, la Soak, 
la Jim: e a analogamoDte i Tedeschi dicono i? w, Florenz, Mailand 
ma Livomo, Parma ecc. 

^ Col segDo r si rappresenta un suono che 6 lo svolgimento di 
r H- den tale: cfr. mar * morto ' (= av. mar^ta- * uomo, mortale ', ai. 
mdrta- gr. |i.o(>t6c * Sv6p(07COC Hes.), nvaraz * quaglia ' (ai. vdriikd gr. 
o^jvyi id.), vur * egli port6 ' (= np. hurd id.; gr. cp^pco ecc.) ecc. 



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[61] G. CIARDI-DUPRE 187 

vocaboli d'origine straniera,^ il suono / rappresenta una 
dentale originaria: p. es. larya 'dilazione^ (av. dar^ga- 
ai. ckrgkd- * lungo *), las ' dieci * (av. dasa ai. ddga ecc.), 
bir * figlia ' (av. dug^da ai. duhitdr- ecc). Nel baluci si 
trova I in parole tolte da altre lingue, perlo piu dal 
persiano {gvadil ' codardo ', Hag ' lasciare ', malay ' fre- 
gare, consumare ', pdlayag ' colare, filtrare ', pahli ' co- 
stola * : cfr. HObschmann ZDMG. xliv, 554 sgg.) piti di 
rado dall'arabo (p. es. fialk ' villaggio, casale*), oppure 
in determinate combinazioni fonetiche fnel gruppo hi 
svoltosi da fr : juhl juhul ' profondo ', da unire col n. 
pers. zufr av. jafra id.).^ 

Anche ilneo-persiano risponde quasi sempre con 
r all'originario /, ma non mancauo dei easi in cui gli 
risponde con L Ecco alcuni esempi di I passato in r : 
nran ' braccio ' (gr. cj^vt) lat. tUna ecc), drd ' farina * 
(j?. dAio) ' macino '), der ' lungo ' (gr. doAi/dg ecc), gvrg 
Mupo' (gr. ^VHOS ecc), robah 'volpe' (arm. aXices id.), 
roz 'giorno' (arm. lois Muce' lat. bix ecc), sard 'freddo* 
[agg.l nit. szdltas id.), s'^pdr ' vomere' (ai. phdla-s id., a. 
a. t. spaltan ' fendere ' ecc). Gli esempi di / idg. I 
sono : lab ' labbro ' [paz. law phi. lap] lafca * grosso lab- 
bro' (lat. labium ecc), lutan fplil. l{i)stan VijStan] ' lec- 



' Come prestiti dalP indiano saranno da considerare, almeno nella 
massima parte, quel vocaboli che il Trlmpp (ZDMG. xxiii. 130-1B3), 
considerandoli come parte del patrimoDio lessicale indigeno, mette a 
riscoDtro coi corrispondentl sindhi per coDfermare la sua tesi delP en- 
gine indiana del gennino afghano. Incerti sono lau * raccolta ' e lavda.l 
* dire, parlare * : cfr. W. Gbiger Etym. u. Lautl, d. AfghdnUchen (Estr. 
dalle Ahh. d. k. b. Akad. d. Wi$s. Phil.-phil. CI., xx, 1) pagg. 32 e 46. 

• Cfr. W. Gbioer LauiUhrt des BaluKt (Estr. dalle Abh. ecc. 
XIX, 2) p. 19-20. 



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188 SECTION LINGUISTIQUE [62] 

care ' (gr. ^elzco lat. lingo ecc), (ilndan ' imbrattare ' 
(gr. Xirdgov Adjua ' lordura, macchia ' lat. lutum ecc.), 
dlextan ' saltare ' (got. laikan ' danzare ' sal tare ' ags. 
Icican id. lit. Idigyti * correre intorno '), ^o/?'/ ^W?? 'gola' 
(lat. ^wfa a. a. t. kela ecc.), gHnln ' palla ' (gr. y>lovrog 
* naticlie ' [propriamente * rotondit^ '] a. a. t. Mwtca 
chliwa 'palla, gomitolo' ecc), calldan 'andare' (gr. neXo 
Wersor' ecc), kal 'calvo' (ai. dti-kulva- [oppure -hilva-] 
' affatto calvo ' lat. calvus)^ kul ' curvo ' (gr. nvXXog id.), 
scU ' coscia ' (gr. onikog id.).^ Abbiamo in questi casi la 
continuazione del I primitivo, oppure un I svoltosi da 
un anteriore r, il quale alia sua volta (come in (Iran 
drd ecc.) risalirebbe a un idg. I? Ci troviamo di fronte 
al medesimo problema che ci si prcsentava per Tin- 
diano, e che crediamo d' aver risolto ammettendo la 
parziale conservazione del /. Per il persiano bisogna 
contentarsi di giungere soltanto a un certo grade di 
probability nelle conclusioni, poich^ gli studi gramma- 
ticali ed etimologici intorno a questa lingua non sono 
cosi approfonditi come quelli relativi all' indiano. il 
certo che un r si mantiene, generalmente, inalterato nel 
neo-persiano. Per il caso di r — idg. I bastano a dimo- 
strar ci6 gli esempi sopra citati. Per quelle di r idg. 

* P. Horn Gr. d, iran. Ph. I. 2. pag. 55 aggiunge a questa 
lista anche i secuenti : kuldh * berretto ' (a. a. t. hulla * velo, copertura 
del capo, mantello': cfr. anche KZ. xxxii. 582 sg.). kotiban * scavare* 
(ted. hohl * vuoto, cavo '), zalla zilla * grille ' (ai. jhillikd jhilti id.). 
Contro queste etimologie di kuldh e koltSan si dichiara HUbschmakm 
Pers. Stud. 263. Quanto a zalla zilla, che questi lascia incerto se trat- 
tisi d' imprestito dall' indiano o di voci onomatopeiche sorte qua e la 
indipendentemente, si pu6 osservare che, anche ammessane V origine 
indogermanica; non si pn6 precisare il valore della liquida originaria 
per mancanza di corrispondenti esempi europei o armeni. 



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[63] a. CIARDI-DUPRE 189 

r si possono ricordare i seguenti : bar am * io porto ' 
(gr. (pegc} ecc), duxtar * figlia ' (arm. Inslr gr. dvydvijQ 
ecc), kirm ' verme ' (ai. krmi-s lit. kinnel^ ecc), pursam 
' domando ' (lat. posco [- ^porcsco] a. a. t. forshin ecc), 
rr/wi ' quiete ' (got. rtmis id. lit. Wm/t ' calmarsi '), x^'akar 

* sorella ' ^ar. svdsar- lat. 5oror ecc), rar ' vecchio * (gr. 
yigcov ecc). Soltanto in certe combinazioni fonetiche si 
ha /, ciofe da r/, rd, rz : p. es. put ' ponte ' (av. pe^u-s 
' guado ' hu-p9r^divi ' provveduta d' un buon guado ' a. 
a. t. vui^ ' guado * ecc), dil 'cuore' (av. Z9r^da 'col cuore' 
lit szirdis * cuore ' ecc), mvl ' vino * (ai. mrdvlka ' vite, 
u va '), ^^ri/aA ' lagnanza ' (av. gdr^zaUe ' si lamenta '). V 6 
tuttavia qualche dialetto, fra quelli die hanno concorso 
a formare il persiano letterario, in cui il passaggio di 
r/, rcZ, rz in / non si verifica: altrimenti non si spieghe- 
rebbero drd ' farina ', sard ' freddo ', marz ' tratto di 
paese ' (lat. vmryo got. marka ' confine, paese di con- 
fine ' ecc i. ^ Nulla impedisce di suppoire che in qual- 
che altro dialetto si avesse il passaggio di r in I anche 
in altre posizioni, e magari in qualunque posizione, e 
che a tale dialetto spettino lab, lutan, alextan ecc: ma 
e una pura supposizione, non corroborata da nessun 
argomento solido. Bisognerebbe provare che si ha / da 
r anche nel caso di r originario. Come esempl di que- 
sto / si citano invero alnh ' aquila ' (gr. d^vig ' uccello ' 
cimbr. eiyr got. ara a. a. t. aro lit. erHis ant. si. oi^Un 
' aquila ' ecc), e kalay kvldy [accanto a lurakar kurakar\ 

* cornacchia ' (gr. noga^ ' corvo ^ lat. corvus comix) \ ma 

' Non rientrano, naturalmente, in questa categoria i casi in cui 
la conservazione di r + dentale pu6 spiegarsi per estensione analogica. 
P. es. il tema di perfetto ftwrd- (e lo stesso dicasi di tutti i verbi la cui 
radice esce in t] pot6 rifoggiarsi snl tema di presente bar ' portare '. 



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190 SECTION LINGUISTIQUE [U] 

aluh si spiega facilmente da *ardu-fyar- (Hiibschmann 
KZ. XXXVI, 170), e rientra quindi tra gli esempi di 
Z r + dentale : e per kaUiy kulay non fe improbabile 
una spiegazione simile (basta ammettere un suflBsso co- 
minciante per dentale). Quanto a zal * vecchio % che ri- 
corre accanto a zar e si connette col gr. yiQoyv ecc., e 
certo che risale a un tema *zarta- la cni esistenza nel- 
r iranico e attestata daU'afgh. zor. II neo-persiano e 
una lingua assai mescolata: in sostanza rappresenta lo 
svolgimenio del persiano degli Achemenidi, ma contiene 
elementi che presuppongono una base diversa (cir. 
HiiBSCHMANN 1. c. 168). i^ dunque possibile, se non pro- 
babile, che in una parte dei dialetti rappresentati dal 
moderno persiano fosse normale la conservazione del 
primitive l. 

Alia medesima conclusione sembra portarci Tesame 
del curdo e deH'ossetico — i due linguaggi deirestremo 
occidente iranico — ma qui il materiale etimologico e 
piu scarso e meno sicuro. Anche il curdo e I'ossetico 
rispecchiano tanto con / quanto con ?• Y indogermanico 
/. Nel curdo p. es. abbiamo da una parte ar ' farina ', 
d&rf/ ' lungo \ <jerv ' gola \ (jur * lupo \ zer ' oro ', e dal- 
Taltra ktUmek f accanto a ku7*m7k\ ' pugno ' (m, kulaH 
id. ; JusTi Kurd. Gramm. 73), lapk ' zampa ' (got. h'tfa 
' flache Hand ' lett. lepa ant. si. lapa ' zampa ' ; Justi 
o. c. pag. iv), liv Mabbro' (lat. labium ecc), It kim 'verso' 
(lit. ly'ti ' piovere ' ru. litl ' versare ' : Pott citato da 
JusTi pag. 74). Alio stesso niodo nelPossetico: ary ' pre- 
gio, valore ' (gr. dX(pelv ' meritare, guadagnare ecc.> 
daiy ' lungo ' (v. sopra), fane ' alno ' (a. a. t. felawa ' sa- 
lice ';, q?'(r ' gola ' (lat. gula ecc), ruxs ' luce ' (arm. his 
lat. lux ecc), 7*nbas ' volpe ' (arm. aAties id.), di fronte a 



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[65] G. CIARDI-DUPRE 191 

lljtn ' fuggire ' (gr. ^Ijto ' lascio ' ecc), said ' freddo '' 
[sost.] (lit. szdltds ' freddo ' [agg.] ), zdldd ' erba ' (lat. 
hol?t$) ecc. Si tratta senza dubbio di divergenze dialet- 
tali. Di / idg. r si hanno scarsissimi esempt : curda 
kala ' cornaccbia ' e hil- (dial, zaza er) — - n. pei^s. fer 
a. pers. /ra gr. jrQo; oss. stab 'stella' (ai. star- gr. dovfjo^ 
got, stairno ecc). II curdo (dial, or.) pel 'ponte' [accanto 
a per pird] deve essere tolto da qualche dialetto per- 
siano. L'oss. qalcis 'voce' pu6 esser connesso tan to col 
gr. y^Qvc; ' voce * ant. irl. ga'r ' grido ' ecc. quanto col 
lat. gallns ant. si. glasu ' suono ' ecc. 

Insomnia nell' iranico predomina il rotacisnio, ma 
non mancano indizi per supporre che in certi dialetti 
le due liquide siano rimaste distinte fino da antico, 
come vedemmo esser successo in una parte del territo- 
rio indiano. L' indagine adunque delle lingue iraniche 
non infirma, ma piuttosto sembra avvalorare, la no- 
stra sentenza secondo la quale il passaggio di Mn r 
non deve considerarsi come una caratteristica gene- 
rale delle lingue arie, ne pu6 farsi risalire a un periodo 
proto-indoiranico. Con ci6 tuttavia non h escluso che 
tra il rotacismo indiano e quelle iranico possa esistere 
un nesso storico, anzi un' ipotesi di tal genere sembra 
acconcia a spiegare il tatto della continuita geografica 
dei territori indiani ed iranici in cui il fenomeno si ve- 
rifica. Neirindia invero abbiamo veduto che spetta alia 
regione occidentale, contigua all' Iran, il vedico, il 
quale pu6 prendersi per tipo dei linguaggi che mutano 
/ in r, come nell' Iran I'avestico, e modernamente il 
baluci e I'afghano, che hanno la medesima caratteri- 
stica, spettano alle regioni limitrofe all' India vedica : 
cosi che si pu6 parlare d'una zona rotacistica abbrac- 



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192 SECTION LINGUISTIQUE [66] 

^iante da una parte il baciuo dell'Indo, e dall'altra il 
Balucistan, rAfgbanistan e una porzione notevolissinia 
deH'attuale regno di Persia, inclusavi I'antica Perside. 
Quanto poi alia maniera di spiegare questo nesso, non 
si possono fare che delle semplici ipotesi. Si pu6 sup- 
porre che il fen omen o del rotacismo abbia avuto en- 
gine in un determinato punto di quel territorio, come 
una particolarita dialettale, e indi siasi diffuso sempre 
piu largamente, in un' epoca nella quale la differenzia- 
^one delle varie lingue non era ancora progredita come 
la troviamo nei tempi storici. Ovvero si pu6 ritenere 
che il fenomeno dipenda da mescolanza. di linguaggi 
di difierente origine : cioc, che il cambiamento di I in 
r sia avvenuto in seguito all' adozione della lingua aria 
da parte di un popolo cui ripugnava la pronunzia del 
suono l. * L*oscurit4 che avvolge le condizioni etnogra- 
fiche pre-ariane deir India settentrionale e dell' Iran 
non ci permette di formulare conclusioni che non siano 
puramente congetturali. 

Giuseppe Ciaedi-Ddpee. 



*■ Una conferma di questa supposizione si potrebbe forse vedere 
per ci6 che concerne la parte iranica, nella diversity di costumi che si 
osserva tra gli abitanti dell' Iran orientale e quelli del nord-oveut. In- 
fatti cotesta diversity che in parte si deve attribuire alia differenza 
dell' ambiente fisico (cfr. Ed. Meyer Gesch. d, Alteriums I 613, 617), 
non potrebbe anche dipendere in qualche modo da una diversity del 
Bubstrato etnico ? 



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INTORNO ALLE 0R16INI DELIA SCRITTURI LINEARE. 



Neir aprile del 1893 Letourneau comtinicava alia 
Societa antropologica di Parigi alcune sue osservazioni 
sopra i segni alfabetiformi incisi nelle pietre dei monu- 
menti megalitici della Francia e mostrava come molti 
di quel segni avessero somiglianze coi caratteri detti fe- 
nici ; e concludeva il suo discorso cosi : « Dei segni in- 
feriori sopra i megaliti e sopra le roccie dei paesi celtici 
nella Spagna, alle Canarie, in Africa, se ne trovano al- 
cuni che hanno una somiglianza innegabile con parec- 
chie lettere degli alfabeti antichi piu noti e d' origine 
africaria. I caratteri alfabetiformi dei megaliti e delle 
roccie sono ancora rozzi, mal disposti in iscrizioni o iso- 
lati, qualche volta impiegati come motivi di ornam'en- 
tazione. 

« Non sappiamo qual valore reale ha potuto attri- 
buirsi a questi caratteri ; ma sembra che noi siamo 
in presenza d' un alfabeto in via di formazione, ante- 
riore agli alfabeti antichi piu conosciuti, i quali proven- 
gono tutti da popoli gia storici. Infine questi segni sem- 



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194 SECTION LINGUISTIQUE |2] 

brano indicare che i costruttori dei nostri monumenti 
megalitici siano venuti da mezzodi e siano apparentati 
•con le razze del nord d' Africa, » ^ 

Di cotesti segni alfabetiformi presi da dolmens della 
Francia, V antichita non h contrastata, raentre e di 
gran lunga maggiore a quella attribuita ai caratteri 
detti fenici, perch^ i dolmens hanno avuto origine nei 
tempi neolitici, come sepolcri, e sono stati adoperati 
fino air introdnzione dei metalli in Europa. 

Ma una scoperta piu curiosa e pii sorprendente 
faceva Piette in un' epoca ancor piu remota di quella 
dei dolmens e anteriore al neolitico, cioe in epoca cor- 
rispondente ad un secondo periodo mediano o di tran- 
sizione fra il paleolitico e il neolitico europeo, verso la 
fine deir epoca della Maddalena, secondo la divisione e 
la nomenclatura dei tempi preistorici francesi; scopriva, 
ciofe, a Mas-d'-Azil, al sud est della Francia, in una 
grotta da lui esplorata molti ciottoli colorati con peros- 
sido di ferro e con segni alfabetiformi, analoghi a quelli 
trovati scolpiti sui dolmens. 

Lo studio e la esposizione di questa scoperta fatti 
dallo stesso scopritore sono assai importanti e rivelano 
un fatto degno della maggiore attenzione. Piette mede- 
simo lo segnala, secondo una comparazione dei segni 
della grotta di Mas-d'~Azil coi caratteri cipriotti ed 
egei, gia in uso nel Mediterraneo prima della cosi dctta 
scoperta fenicia, e conclude : 

« Dallo studio comparative risulta che nove segni 
grafici del Mas-d -Azil sono identici coi caratteri del 
sillabario cipriotto : Ae, mo, pa^ lo, si, ve, sa, ti, ta. Otto 

* Bulletins de la Societe d' Anthropologie de Paris, Paris 1893. 



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[3] G. SEKGI 195 

segni asiliari, di cui alcuni sono cipriotti, fanno parte 
deir alfabeto egeo. Infine molte antiche iscrizioni del- 
r Asia Minore, specialmente della Troade, presentano 
caratteri eguali a quelli delle pietre di Mas-<l'-Azil. 
Ritrovando negli alfabeti cipriotto ed egeo o nella 
scrittura in uso dell' Asia Minore prima della guerra 
troiana dei caratteri asiliani, si ha fondamento di pen- 
sare alle invasioni da occidente ad oriente hanno por- 
tato in queste regioni, in epoca antichissima, la scrittura 
in uso nei paesi dei Pirinei, solo la scrittura rudimen- 
tale del Mas-d'-Azil e stata, ai tempi preistorici, il pa- 
trimonio comune del littorale del Mediterraneo e delle 
rive deir Arcipelago. » ^ 

Lasciando fuori, per ora, le ipotesi espresse da 
Piette intorno all' engine dei segni alfabetiformi, sulle 
quali ritorner6, importante e anche a mostrare come 
molti di siflFatti segni siano recentemente rinvenuti nel 
neolitico egiziano. Alcuni de' segni trovati incisi su vasi 
di creta e raccolti da Morgan,^ si confrontano poi, con 
quegli altri scoperti nel Mediterraneo orientale da 
A. Evans come micenei o egei e naturalmente prefenici. 

Di fatti in uno studio importante ® Evans aveva di- 
mostratp 1' esistenza di una scrittura con caratteri lineari 
nel Mediterraneo, e prima a Creta e poi in altre loca- 
lita deir Egeo, anteriore alia nota scrittura fenicia o co- 
nosciuta come fenicia. 



* Etudes d^ethnographie prekistorique. Lea Galets colories du Mas- 
d'-Azil, In L'Anthropologie, VII, 1896 con atlante separate. 

' Eecherches sur V origins de VEgi/pte, Paris 1887. Pag. 166, fig. 528-48. 
Cfr. Ibimdeku Pbtric, Nagadu and Bakas. London 1896. 

* Primitive Pictographs and Prae-Phaenicims Script from Cevete. 
Journal of hellenic Studien vol. XIV, 1894. London. 



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1 



196 SECTION LINGUISTIQUE [4] 

In altro scritto piu recente lo stesso ingegnoso au- 
tore ha dimostrato la convergenza della scrittura cre- 
•tese ed egea con la egiziana preistorica neolitica, o egit- 
to-libica, come da lui e denominata, e scoperta a Bakas, 
a Nagada, ad Abydos, a Kahun e altrove, dove si sono 
vedute stazioni preistoriche del suolo egiziano. * 

Ma nieppur qui si ferma Evans nella sua compara- 
zione: convinto che gli Egiziani preistorici tbssero Libii 
e perci6 di quella medesima stirpe die ha popolato 
r Africa ad occidente deU'Egitto, compreso il Sahara, 
mostra anche la conseguenza della scrittura cretese ed 
egea, protoegiziana con questa oggi riconosciuta nolle 
iscrizioni libiche col nome di tifinagh, la quale com- 
prende V alfabeto libico. Analoga convergenza e evi- 
dente nell'alfabeto delle Canarie, che si ritiene appunto 
libico. 

Ma noi possiamo estendere la comparazione piii 
di quanto ha fatto Evans, che si e limitato al Medi- 
terraneo, all'Egitto preistorico o libico od alia stessa 
Libia, cioe ai segni alfabetiformi di Mas-d -Azil e dei 
dolmens europei. 

Difatti nolle piccolo tavolette di avorio deU'Egitto 
preistorico, "^ trovansi segni pertettamente identici a 
quelli dei dolmens e ad alcuni di Mas-d -Azil, come 
anche 6 facile di avvertire che altri segni sono iden- 
tici alia scrittura cretese, egea e libica, con la cana- 
riense. Siffatti segni si trovano egualmente in certi tu- 
betti di terra o argilla, scoperti nella quarta citta 



* Further diacovries of Cretan and Aegean Script with Libyan and 
Proto^egyptian Comparisons. Journal ut. XVII, 1897. 

* Dk Morgan, Op. cit., 1897, pag. 167, fig. 550-55. 



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[5] G. 8EKGI 197 

troiana^ e cosi ripetuti come nelle tavolette di avorio 
egiziane sopra notate. ^ Del re&to contemporanea alia 
scrittura cipriotta ed egea trovasi quella sparsa nei 
segni di vasi ed altri oggetti di argiUa nella Troade e 
in molte delle tante citta troiane. 

Analoghe forme di scrittura appariscono piu tar- 
divamente in Italia, cio6 nella prima eta ^ del ferro, 
come in altro luogo ^ ho mostrato. Gozzadini tra- 
scrisse i segni da lui trovati incisi nei vasi di terra 
cotta del sepolcreto di Villanova e altrove nei Bolo- 
gnese. lo ho raccolto e riunito cotesti segni, da lui detti 
sigle e creduti puri segni di fabbrica, secondo la forma 
e la composizione piu complessa, ed ho espresso I'opi- 
nione che mi pareva essere forme di scrittura, per la 
somiglianza che hanno con la scrittura in seguito deno- 
minata fenicia e chiamata univeraale nei Mediterraneo 
e altrove. 

Chi voglia, difatti, comparare quest! segni con 
quelli dei caratteri piu antichi, cipriotti, fenici, arcaici, 
iscrizioni di Mesa, monete di Cartagine ^ e cosi via, 
trovera non dir6 somiglianza, ma identita di forma, e 
medesimamente, se si vogliano comparare i caratteri, 
che sono piu remoti, come gli Etruschi e quelli trovati 
incisi suUa misteriosa stela scoperta liltimamente al 
Foro romano, si avra a confermare nei concetto che i 
caratteri detti fenici non siano che una derivazione di 
quel segni alfabetiformi apparsi fin daU'epoca preisto- 

* Cfn Ilios di Scblibmann, e la memoria speciale di Saycb salla 
scrittura. 

« Arii e ItalicL Torino, 1898. Pag. 216, fig. 47. 

' Cfr. Lbnobmamt, JE^^at' aur la propagation de Valphahet phinicien 
dans Vancien numde, Paris 1872. Vedere specialmente le tavole. 

AeUt du Xir*^ Congrit de9 OnentaluU$, — Tome III — (2me Partie) 18 



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198 SECTION LINGUI8TIQUE [6] 

rica in Africa, nel Mediterraneo e neU'Europa occiden- 
tale. I Fenici, se iurono ienici colore cbe diflfuserorall'a- 
beto, non tecero che sistemare i segni conosciuti e gia 
indicant! caratteri fonetici, e ridurli di numero, e cosi 
da rendeiii piu facili e piu comunicabili : ciaesua po- 
polo che accett6 il tatto trovato utile, modific6 proba- 
bilmente a suo modo le forme della scrittura, le quali 
oggi appariscono diiierenti d'origine. 

Ma dei caratteri alfabetiformi bisogna ricercare 
un' origine piu antica, la quale facilmente si pu6 intra- 
vedere nelle pittografie e nei simboli, come si hanno 
in ogni parte del mondo e nei popoli antichi e nei 
moderni primitivi. ^ Cosi mi pare che nelle regioni dove 
sono apparsi i segni alfabetiformi di cui ho parlato, si 
debbano ritrovare le origini pittografiche e simboliche; 
e parmi sieno sufficiente indizio le iscrizioni i-upestri 
della Liguria, di cui 1' origine e 1' epoca sono ignote. 
Chi osserva bene, si avvede subito che quivi sono rap- 
presentati strumenti, utensili, mentre,in altre iscrizioni 
sono rappresentati animali e uomini in vari atteggia- 
menti. ^ Ne diverse 6 il significato di alcune iscrizioni 
dei dolmens , dove spesso si vedono invece di segni al- 
fabetiformi, forme di ascie primitive, mani e piedi umani 
in differente disposizione ed altre figure di significazione 
ignota. N6 diflerenti sono le sculture e le iscrizioni 



* Cfr. la bella opera Makbrv, G. Picture- writing of the American 
Indians, 10th Report of the Bureau of Ethnology. Washington 1793. 

* Cfr. BusuNiLL, Le inciaioni preistoriche suUe roccie di Fontanalba, 
Atti Soc. linguistica di scienze naturali. (Jenova 1897 — Id. Atti 
cit. 1899 — IssBL, Rupe incisa All acquasanta (Apennino ligure). Atti 
cit. 1899 — Id. Iscrizioni scoperte nel Finalese. Bull. Paletnol. Ita- 
liano, 1898. 



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[7] G. SERGI 199 

trovate sopra roccie della Svizzera, la cui epoca non 
e deteiniiData ne facile a determinare. A. Evans ha 
mostrato come anche nelF epoca niicenea; quando erano 
in uso i segni linear! della scrittura prefenicia, i segni 
simbolici e pittografici non erano completamente elimi- 
nati, ma invece erano adoperati nello stesso tempo. ^ 

il antichissimo, quindi, Tuso dei segni di scrit- 
tura neirAfrica e nell'Europa, e cosi antico che si hanno 
gia forme determinate lineari, oltre le pittografiche fin 
dair epoca della Maddalena, epoca cio6 anteriore al neo- 
litico. Alcuni di questi segni, troppo niimerosi da prin- 
cipio, che probabilmente avevano carattere pittografico 
e poi simbolico, furono lentamente eliminati, col pas- 
saggio air alfabeto fonetico ; alcuni altri, per6, soprav- 
vissero fino alia sistemazione definiva avvenuta nel Me- 
diterraneo, e formarono T alfabeto da cui discesero tutti 
gli altri alfabeti europei e alcuni asiatici. 

G. Seegi. 

* Cfr. Eabbr, Vorhistorische Sculpturandrucfc in Canton Wallis 
(Schweiz). Archiv f. Anthrop. vol. XV, pag. 375-77; XXI, pag. 279-94; 
XXIV, pag. 91-45, 135 op. cit. 



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THE INFLEXION OF THE SUBSTANTIVE 



IN THE 



ALGONQUIN LANGUAGES 



Comparatively little is now left of the once widely 
<3xtended Algonquin family of languages. In the six- 
teenth century of this era, when the Algic rac^es were 
at the summit of their prosperity, many tribes speaking 
dialects of this stock ranged from Newfoundland and 
Labrador on the north to the Savannah river on the 
south, of course sharing the territory in most places 
with many other generally hostile races. 

Chief extant tribes. — It is not possible in the 
present state of our knowledge to attempt to trace the 
origin of the Algic peoples. It is necessary, however, 
for the purpose of the present paper to mention the 
<3hief tribes which are yet in existence.* Beginning at 
the north these are : The Crees or KSntshteno who 
occupy to-day nearly the same territory as they did 
two hundred years ago, e. g. the vast region about 
Hudson's Bay. In the middle north-west and west, 

* Por a general classification, see Brinton, Sen&p6 and their Le- 
gends, p. 11. 



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202 SECTION LINGUISTIQUE [2] 

still in their ancient seats, are the Ojibw^s with whom 
must be classified the so-called c Algonquins > of Lac 
des deux Montagnes, Que.^ and the Montagnais of Labrador. 
There are also in Indian Territory, U. S. A. and in 
Ontario, a few remnants, of the Delaware nation or 
Lenni Lendpe whose three chief sub-tribes, the Minsis, 
Unamis and UnalakhtigoSy ^ were formerly so powerful 
on the Delaware river, l^hese people and kindred clans 
were at one time the dominant race in what is now 
Pennsylvania, New Jersey and Delaware. In eastern 
Quebec, Maine and New Brunswick, we find the Abenakis. 
Penobscots, Passama-quodchies fMilicetes) and Micmacs, 
all of whom are linguistically very closely allied. The 
Abenakis and Penobscots speak practically the same 
language, or, at any rate, two scarcely diflerentiated 
dialects of the old Abenaki language preserved to us^ 
in Rale's famous Dictionnary (1689-1723). The differ- 
ences between Abenaki and Penobscot are chiefly 
those of pronunciation. The nucleus of the former clan 
now resides at Pierreville, Que. and most of the latter 
at Oldtown, Me. The Passamaquoddy-Milicete idiom i& 
still spoken by some eight hundred souls in Eastern 
Maine and New Brunswick. It differs considerably 
from the Abenaki-Penobscot language which the 
Passamaquoddies do not understand. The Micmacs of 
Eastern Quebec, Nova Scotia and Newfoundland speak 

* This tribe is called by the whiles by the name appropriate to 
the entire race. These Indians term themselves Otawak, Omamiuiisis^ 
siniwak and Olishwagamik. To avoid confusion in the present arti<^e 
the name « Algonquin » will always appear in quotation points when 
it refers to this clan especially. 

*.See Brinton, op. cit,, pp. 36 ff. 



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[31 J. DYNELEY 203 

a dialect different to those of all their neighbours. 
Finally, in the far west, are the Blackfeet, divided into 
three bands; viz., Blackfeet proper, so-called trom the 
colour of their mocassins, the Peigans and the Bloods. 

Origin of the Algic Baces. — We are in a position 
to know a great deal* of the languages of all these 
peoples and also something of the tongue of three 
now extinct races, e. g. the Pequots (Mohicans) of 
Conn, and the Massachusetts and Narragansett peoples 
of Mass. & R. I. ^ There can be little doubt that all 
the Algic idioms branched off at some very'^ remote 
period from one common central language. The evident 
relationship, both as to structure and vocabulary of the 
dialects among themselves, even of those tribes which 
were geographically most remote from each other, de- 
monstrates this beyond question. It is of course not 
possible to show that the tribes were all of purely Algic 
blood. Indeed, observations of similar ramifications and 
emigrations of savage peoples elsewhere go to show 
that, while the original nucleus of each tribe was prob- 
ably Algic, as the various nations developed their 
strength in different territories and came into contact 
by conquest with alien races, a great admixture of 
blood must have taken place. 

Eastern Origin. — The fact, however, that the 
eastern atlantic coast was more thickly populated with 
Algonquin tribes than the central west and that in the 
farthest west we find practically only one represen- 

* Chiefly from the works of Eliot (Indian Grammar) and Wil- 
liams; cf. the latter's « Key into the Language of America ». Lon- 
don, 1643 (reprinted Providence, E. I. 1827, hy the R. I. Historical 
Society). 



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204 SECTION LINGUISTIQUE [4] 

tative of the common linguistic stock, the Blackfeet 
clans, seems to indicate that the prehistoric nucleus 
of the race came from the east. 

The traditions of the more western tribes seem to 
point to this also. Thus, the Blackfeet know that they 
came from the east and the Ojibwes and Crees, accord- 
ing to their ownlore, have been constantly working 
westward, driving both Blackfeet and Dacotahs before 
them. If we take into consideration also the common 
designation Wapanakhki 'land of the east' which was 
used by all the eastern Algic tribes to denote them- 
selves, we find an additional confirmation of the theory 
that the primaeval geographic centre was somewhere 
in the north-east or east, although, of course, the name 
itself would not be a conclusive proof. 

Dialects chosen for niustration. — The dialects 
chosen to illustrate the treatment of the substantive 
are, first, the Cree and Ojibwe. — « Algonquin », because, 
as will be readily seen from subsequent examples, these 
are a sub-group by themselves presenting the most 
archaic forms of modern Algic speech, and secondly, 
the Delaware. Abenaki Penobscot and Passamaquoddy 
with occasional references to the Micmac and extinct 
Massachusetts and Narragansett all of which may be 
classified as forming a distinct sub-group. As the 
Blackfoot, owing to long geographical isolation, dif- 
fers considerably from its fellow dialects, examples 
from it are cited only where the points of contact 
are especially striking. 

Aim of the Work. — The chief object of the 
following paper is to set forth as concisely as possible 
the peculiarities of the inflexion of the substantive in 



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[5] J. DYNELEY 20B 

the chief living Algic languages and by so doing to illus- 
trate the wonderfully close relationship between all the 
idioms. In connexion with any errors which may appear, 
it should be remembered that this is an attempt in 
a comparatively untried philological field where the 
student must depend very largely on data supph'ed by 
other observers who too often are men of no philolo- 
gical training. The material for this treatise has been 
drawn from the writer's personal oral investigations in 
the Abenaki- Penobscot and Passamaquoddy dialects 
and from the standard works on the Cree, Ojibwe, 
« Algonquin », Dela^vare and Blackfeet idioms.* 

The student must not lorget that there are many 
dialects of each of these last named languages differing 
phonetically, but rarely grammatically from each other. 
The ones used here are the most widely known and 
the most characteristic ! 

Notation. — In the notation of the various Indian 
words in this paper I have made use of the Italian 
vowels, e. g. long a, e, z, (>, ^, and short, a, e, i, o, u. 

' House and Horden, Grammars of Cree. Cuoq, Lexique de la 
langne algonquine. Montreal, 1886; Grammaire de la langue algon- 
quine. Memories S. E. Canada, 1891). Wilson, the Ojebway Language, 
Toronto 1874. Baraga, Diet, of the Otchipwe Language, Cincinnati, 1863. 
Brinton, the Sen^pe & their Language, 1885. Zeisberger's Delaware 
Grammar, transl. by P. S. Duponceau Trans. Amer. Philos. So- 
ciety, 1827. Dictionary of the Abnaki Language by Fr. Sebastian 
Basles (B&le), (Pichering's Edition) and Jos. Laurent, Abenaki « third 
chief » resident at Pierreville, Que., Abenakis and English Dialogues, 
Quebec, 1884. Tims, Grammar and Dictionary of the Blackfoot Lan- 
guage (S. P. C. A. London, 1889). 

Cf. also in this connexion. J. D. Prince, Amer. Philos. Soc. 
Trans. XXXVI, pp. 479-495; Annals N. q. Acad. Sci. xi. pp. 369-377, 
on Passamaquoddy Literature.. 



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206 SECTION LIXGUISTIQUE [6] 

The character a should be pronounced aw as in Eng. 
' law \ The apostrophe *, I employ to indicate a veiy 
short t\ shorter than in the Eng, ' btit ' ; thus, aff'ma -- — 
agAma. 

The initial t(; represents a peculiar whisthing voweld 
found only in some dialects. The combination eu-eff 
has a very peculiar sound, to be learned only from 
the mouth of a native. The consonants should be pro- 
nounced exactly as in English with the following ex- 
ception : g is hard as in ' get ' and s as in * hiss ' ; nh 
is to be pronounced like the French nasal n ; z like 
French j in *jour' ; jp, A-, f are voiceless temies like the 
sharp p, ky t in Czech and j is usually a somewhat 
sharper sound, verging more towards ch than Eng. j. 
The Greek rough breathing * represents a soft guttural 
or voice-stop, something like German ch in ich^ not 
in ach. 

The consonant r existed in old Abenaki and some 
dialects of Delaware. It has been replaced by -n, -1 
in all modern idioms except Montagnais and one di- 
alect of Cree. 

Klji is Germ, ch in ach. Kw represents the hard k— 
sound followed by an almost imperceptible lou syllable. 
It is a peculiarly Algic combination, 

Indeterminates. — Generally speaking distinctively 
nominal or verbal roots do not exist in. Algic speech. 
All the original stems are really c indeterminates > 
which may be treated indifferently as nouns, adjectives 
or verbs. To illustrate this, let us take for ex. in the 
« Alg. » language, the root kishki ' cut '. From this we 
have such verbs as kishki-ntke ' ho cuts his arm*, kishki-- 
kue 'he cuts his head ' and such nouns as kishkakwanjigan 



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[7] J. DYNELEY 207 

'wood cut by moose', kishkashkizikan 'grass-cut prairie' 
etc. On the other hand, there are a few words, notably 
the nouns of relationship, which seem to depend on 
purely nominal stems ; cf. *ktvis * son ' ningwisis ' my 
son'; *os and n-os 'my father'. The following table ^ 
will illustrate comparatively by means of two of the 
most important terminations the abstract and instru- 
mental, how nouns of different kinds are formed from 
indeterminate stems in the various idioms. 

Cbee : 
-irin iapice-idn ^ truth ' ; fapwe-o ' he speaks truly \ 
-ikun paskiz-ikun ' gun \ cf. paskizik-eo he shoots. 

« Algonquin » : 

-win izinikazo-nin ' name ' ; izinikazo * he has a name \ 
-igan pashkiz-igan ' gun ' ; pashkizig-e * he shoots \ 

OjiBWE : 

-win faptre-icin 'truth'; fapwe 'he speaks truly'. 
-igun pashkiz-igun 'gun'; pashkizig-e 'he shoots'. 

Delaware: 
-agaUy -wdgan ictdamoe-wdgan 'truth'; wulamoeU ' truly '• 
-hikan paia^k-hikan ' gun '; paia^k-ammen ' he shoots '. 

Abenaki: 
-onhgan-iconhgan sasaginno-vonhgan 'justice', sasaginno. 

'he is just'. 
-higan pask-higan ' gun ' ; pask-ha! ' fire! ' 

* The following abbreviations should be noted; Cr. == Cree» 
€ Alg. »==« Algonquin, » Oj. = Ojibwe, Be. = Blackfoot, Del. = De- 
laware, Pen. «- Penobscot, 0. A. = old Abenaki, M.A. = modern Abe- 
naki, Pass. = Passamaquoddy, Mi. = 3Iicmac. 



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208 SECTION LINGUISTIQUE [8J 

Pa ss am aquodd y : 

-wdg'n yios-\viig*n ' word ' ; vkHos. 

-hlg*n pask-hglg'n 'gun'; nbesk-ha 'I fire'. 

Lack of sexual gender. — As in Asiatic and Eu- 
rope.an agglutinative languages, gender based on sex 
has no place in the scheme of Algic grammar. Even 
in the verbs, it is impossible to distinguish between 
« he > and « she ». When it becomes necessarj' to 
differentiate between a male and female, this is done 
by simply prefixing or suffixing some determining 
word. Thus MA. kinjames ^ ' King ' , kinjames—iskud 
* Queen '. 

Animates and Inanimates. — All Algic substantives 
are classified into two divisions which w^ere originally 
based in the animate or inanimate chariacter of the noun 
in question. Tliese classes sometimes called, noble and 
ignoble, are distinguished primarily by the termination 
of the plural of nouns, but, as will be seen subsequenth^ 
their influence extends also to all other inflexion and 
is really the fundamental principle in these languages. 
The irregularity w^hich at once confronts us here, e. g- 
that many names of really inanimate objects are treated 
as if they were animates, depends on the Indians' habit 
of personifying certain things without life, a peculiar- 
ity which varies considerably, however, in the diflfer- 
ent idioms and can be mastered only by practice. In 
general we may state that the following classes of 

* Really «King James,* as he was the first king with whom 
the Abenakis had close relations. Cf. Pass, kinchemuswfdim * thy king^ 
dom '. 



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[9] J. DYNELEY 209 

actually inanimate objects are treated as animates in 
some dialects. ^ 

1. The sun, moon, stars and months in all the lan- 
guages. 2. Some articles of dress in ancient use and 
ornaments ; cf. Cr. mikis ' bend \ 3. Certain domestic 
utensils and some materials for the wigwam and canoe; 
cf. Cr. usam^ Oj. agim^ MA. onhgem ' snowshoe ', but Bl. 
afidniy inanimate. 4. Some vegetables, fruits, berries 
and articles of food. In Cr. names of particular berries 
may be an. or inan. In Bl. they are inan., but in M.A. 
generally an: if the berry is edible : ^ cf. Oj. mishi-mi- 
w^it, M.A. aples-ak, Bl. apus luminumix * apples' M.A. 
winos-ak ' onions '. 5. A few members of the human 
body, chiefly in M.A. and Pass. ; cf. M.A rrikazak, 
Pass, mvgziyuk (Mass. mokdssak) ' nails, ' Del. ivhittawak 
'ears', M.A. konkjowak 'veins,' etc. Besides these five 
general classes there are many apparently sporadic 
cases ; thus, in O.A. the names of a few diseases such 
as 'boil, cancer, wart' are of the animate gender or 
class. 

Animates may easily be known in all the dialects 
by the pi. termination -k (-y, -a:), but the pi. ending of in- 
animates shows some differentiation. Thus, in Cree (and 
old Mss.) we find -a; Cr. minish-a 'berries' (Mass. mo- 
kisona ' moccasins ^, but after nouns ending in -it. Cr. 
has -wa. la « Alg. » and Oj. the ending is -n, but in 
Del., ^ M. A., Pass, and Mi. — Z, while Bl. has-to (Narr. 

* Cf. the excellent and exhaustive article by the Very Rev. Mi- 
chael Charles 0' Brien on the substantive in 0. A. in Maine Hist. Soc. 
Pabblications, ix. pp. 261-294. 

* But cf. sata whortle-berry, inan. 
' In Del. both -1 and -a. 



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310 SECTION LINGUISTIQUE [101 

-ashy Pequot, -asA, -ass). In examining both the an. 
-A- (-^, -x) and the inan. -/, -n (-r), ^ we not<3 that the 
connecting vowel depends entirely on the character of 
the noun termination. Thus, in Cr., the an. ending is 
most commonly --wnky cf. mistik-wuk 'trees' but after 
-sk we find -uk^ owaslmh-uk ' children ' and after an 
-a vowel, simply -k. In « Alg. » Oj. and M.A. how- 
ever, the rules are more complicated. They may be 
stated for both an. and inan. as follows: a) Nouns end- 
ing in -a, -e, -i, -o, take -k and -71 respectively for 
an. and inan., e.g. « Alg. » okima-k ^ chief, shonia-^i 

* silver', Oj. minisino-k 'warrior', dkl-^i * earth', M.A. 
pata-k 'tart', sata-l ' whortle-berry ' ; b) Nouns ending 
in -g, -k, -z ^ take -ok, -on; « Alg. » Kinebik-ok 'snake'; 

kizik-on day ; Oj. mitig-uk ' tree ', mukuk-un ' box '; M.A. 
pabadegw-ok 'hail', sobagw-ol ' sea,'. Nouns in M.A. end- 
ing in pure -A:, or -g take -2 A, -il; not knaag -{j)ik 

* clerk ', usaiconhgamak-il ' strait '. c) Nouns ending in z, 
by p take -ikj -in, « Alg. » anib- ik ' elm ', mitikwab-in 
*bow'; Oj. shingub-ik 'fir-tree', tradilp-in 'alder'. M.A. 
presents an exception here ; cf nCdup-al ' head ', but 
cf. Pass, skidap-yik ' man '. ^ d) Nouns in -h take -iak, 
-ian; « Alg. > ikiwenzih-iak 'old man', pikwaih-ian 
'skin of an animal'; Oj. ab'nnji-yuk 'child', e) Nouns 
in -5A, ~?n, -Uy -Sy -t and -?r take -aA, -an; cf. c Alg. > 
icagosh-ak 'fox', anibish-an 'leaf; M.A. dples-ak ' ap- 

* In 0. A. -r. 
• • Also in -m, cf. i^'hanem^ok 'woman '; '2diBs, peskfitvm-wok * pol- 
lock-fish '. 

' Pass, nouns ending in p, b, t, or S may tabe -yii, -y<A:, cf. ski- 
dapyik ^ men ' tp\l 'woman', pi. epijk (^/ = ji; chalgus-yil 'ears', or 
'Vruk, cf. mugdlip^ vnk ^ caribon \ 



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[llj J. DYNELBY 211 

pie', adbimen-al cheriT. In Oj. we find here -uk, -un; 
okSwis-vk. ' herring \ wikitvam-un ' house \ 

In Bl. the an. pi. is always -x after a vowel and 
-iv after a consonant, cf. atsetsi-x * glove % pokun-ix 
' ball '. The inan. ending is -ts^ sts or ists ; cf. moyis-ts 
* lodge'. This peculiar sibilant ending of the inan. 
class seems to have a parallel in the extinct Narra- 
gansett inan. pi. -ash, winomini-ash ' grapes \ So far 
as I am aware, it appears in no living dialect save the 
Blackfoot. 

The very interesting question now arises as to 
the primitive form of the inan. pi. in Algic speech. 
Was it originally simply a final vowel as in Cree -a 
or was this vowel connected with a consonant -l, -u^ 
-r or -^5 (sh), as in all the other dialects of which 
we know? The probability is that it was primitively so 
coupled with a distinctively inanimate nasal conso- 
nant which some dialects saw fit to discord. From tliis 
nasal, which we may conclude resembled the final -n 
in French, came probably first pure -n as in « Alg. > 
and Oj. and from this branched forth -r and -Z respect- 
ively in other dialects. The sibilant elements in Black- 
foot and Narragansett are clearly a totally distinct de- 
velopement. 

Pronominal Prefixes. — After the pi. endings, un- 
doubtedly the most important feature in the inflexion 
of substantives is their combination with the pronouns 
to denote the possessive relations. 

First person plural. — It will be observed at once 
that all the languages have two first p. pis., e. g. 
an exclusive and an inclusive. The exclusive pi. may 
include everyone, save the persoji addressed ; i. e. the 



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21^ 



SECTION LINGUI6TIQUE 



[12] 



speaker and a third person or several third persons, 
' I and he, I and they ', while the inclusive pi. in- 
cludes or may include the person addressed, e. g. ' [ 
and thou, I and you \ Curiously enough this per- 
fectly patent fact was overlooked, or at any rate 
ignored, by the ancient grammarians in Mass., Narr. 
and Del. 

As will appear from the following table the pro- 
nouns are essentially the same in all the Algic di- 
alects. 





Cree. 


« Alg. » - Oj. 




nila ' 'I' 


nln 




klla ' thou • 


kin 




wlla ' he, she, it' 


win 


excl. 


nllanan ' we ' 


nlnaivini 


incl. 


kllanait ' we ' 


klnaicint 




kllawau ' you * 


klnaivd 




tcllawau ^ they * 


wlnawa 




Delaware. 


Abenaki. 

auo. mod. 




ni 


nia 




ki 


kia 




nika {nikama)y irc{. 


at/ma 




nil una 


niftna 




kiluna 


kiuna 




kiluica 


kirzittj kilwau'onhk 




nekamaua 


id^wa^ ag^moironhk 



* Dialectically niwo, niycL, nitha, nira (Horden, Cree Gr,, pp. 2-8). 



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113] 





J. DYNELEY 




Pass. 


Ml. 


Black foot 


ml 


nin 


nestda 


knl 


kin 


kestda 


n&gum 


n^gum 


ostdi 


nilvn 


nlnen 


nestunan 


ktlvn 


klnen 


kesiunan 


kllwau 


kllau 


kestdan 


neg'mau 


n^g*mau 


ostoauai 



216 



There can be no doubt that the pi'imitive roots of 
the 1, 2 and 3d pp. respectively are the inseparable 
n, ky ir, or o, which appear above to espress the se- 
parate personal noun or pronoun prefixed to certain 
demonstrative elements which are practically identical 
in all the languages. These inseparable prefix u, k, «*, 
(o) are equally capable of being prefixed to substantives 
to denote the possessive relations, and to • verbs to 
express conjugational modifications. It will be noticed 
that in Del. Abenaki, Pass, and Mi., the separate pro- 
noun of the 3d p. is represented by a demonstrative 
noun (nikama, ag'ma, negum) which is a combination of 
the demonstr. wi, ne, na, ^ an element -ka of similar 
force (seen in M.A. tondaka ' where % kagici • ' what ', 
'something'. Pass, kekw-se, Del. koeku^ etc.) and the 
demonstr. ending -wi, -ma which probably appears in 
the Pass, fama ' where ' and in « Alg. » a-a7n (anim.) 
'this one% ia-am 'that one'; o-o?/^, i-im (inanimate). 
In these four idioms, however, the tr^ o element of the 
3d p. appears in the possessive inflexion of the noun. 

* Del. ncy Abn. ni ^that'; pi. Del. nek, nelj Abn. nigik, nilil. Pass, 
nit 'that' pi. nikt^ nitH; Mi. na 'that' 'he loves his' the 'his' being 
expressed by the infix -tm. See below p. 214. 

AeU9 du XII^' CongrU det OrientalUtes. — Tome III — (2"*« Pai tie) 14 



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214 



SECTION LINQUISTIQUE 



[14] 



The following diagram will illustrate the use of 
the pronominal prefixes in seven languages with both 
verbs and nouns showing the close aflBinity in the treat- 
ment of both in Algic speech. 



Ceee. 

nisakih-au 

kisakih-au 

sakih-im-^o 

nisakih—anan 

ki—sakih-^nanau 

ki-$akihr-owau 

sakih-im-^tcuk 



' I love my father ' etc. 

n-otawi 

k-otawi 

otaivi-a 

n-otawi-nan 

k-otaici-naH, 

k-otawi-wafij 

otatci-uau'-a 



pi. 

ni-sakih-au-wuk 

kir-sakih-au-wuk 

sakih-im-eo 

ni-sakih-anan-uk 

ki-sakih-anan-au-u k 

ki-sakik-oicau-uk 

sakih-im-Gicv k 



' I love my kettles ' etc. 

nit—uskVk-icuk 

kit-uskVk-xcuk 

ot-uskik-ica 

nit-uski'k-onan-uk 

kit-uski'k-onan-uk 

kit-uski'k-ottaii-uk 

ot-uskH^k-owau-a 



' Algonquin -Ojibwe. 

ni-saki-a 

ki-saki-a 

o-saki-an 

nisaki-anan 

kisaki-anan 

kisaki-awa 

o-saki-avan 



' I love my child ^ etc. 

ni-nijanis 

ki-nijanis 

o-nijanis-an 

ni-nijanis-inan 

ki-nijanis-inan 

ki-nijanis-iwa 

o-nijanis-ittan 



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1151 



J. DYNELEY 



215 



pi. 

ni-soki-ak 

kisaki—ak 

o-saki-a 

ni-saki-anan-ik 

ki-saki-anan- ik 

kisaki—awak 

o-saki-aica * 



I love my children ' etc. 

ni—nijanis-ak 

kj-nijanis-ak 

o-nijanis-a 

ni-nijanis-inanik 

ki-iiijanis-inanik 

ki-nijanis-iwak 

o-nijanis-iiva 



Delawakb. 

n^d-ahoalan 
k'd-ahoalan 
w'd-ahoalatcall 
Tt'd-ahoalanina 
k'd-ahoalanina 
k'd-ahoalaneito 
ic'd^ahoalatvatcall 
or iv'd-ahoalaicak 



' I love my father * etc. 

n-okh 

k-okh 

dkh-ivall 

nokh-ena 

k-okh-ena 

k-dkhr-uiva 

okli-HivaivaU 



pi. 

n'd-ahoalanik 
k\l—ahoalanik 
ir'd-ahoalawanall 
n^d-ahoalanina teak 
l^d-ahoala-nina uak 
ird-ahoalor-irairall 



\ I love my fathers ' etc. 

n-6kh-ak 

k-6kh-ak 

okk-mrairall 

n-okh-enana 

k-dkk-enana 

dkh-u icaicatvall 



* Note that in some dialects of « Alg. » we find the 3d p. sg. 
sfx. as -a when used with a pi. noun. In Oj. it is always -an. In the 
same way -iwa becomes ^iwan in Oj. Thus, Oj. ' his pig ' or ^ their pig ' 
O'kukush-an ^ their pig' o-kukiLsh-iwan, 



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216 



SECTION LINGUISTIQUE 



|16J 



OA. 
ne—namiha 
ke-namiha 
u-namihanltz 
ne-namihanna 
ke-namihanna 
ke-namihaicanh 
u—namihmraz 

pi. 

ne-namihanhk 
ke-namihankk 
u-namiha 
ne-namihannairak 
ke-mamihannairak 
ke-namihauanhk 
n-namihaica 
MA. 
n^namihon 
k'namihon 
unamihon 
n^namihonna 
k^namihonna 
k^namihoironh 
ti^namihov'onh 

pi. 

n^namihonhk 

k^namihonhk 

u^namihonhk 

u'namihonnaicak 

k'namihonnauak 

k'namihouonhk 

unamihou'onhk 



' I see my snow-shoe ' etc. 

ned-anhgem 

ked-anhgem 

ud-anhgem-^z 

ned-anhgem-ena 

ked-anhgem-ena 

ked-anhgem-ewanh 

ud-anhgem-exvar 
' I see my snow-shoes ' etc. 

ned-anhgem-ak 

ked-anhgem-ak 

tid-anhgem'^ 

ned-^nhgemennaicak 

ked-anhgemennanak 

ked-anhgemetranhk 

ud-anhgemexia 

n'd-onhgem 

k'd-onkgem 

udr-onhgem—a 

n'dr-onligem-ena 

k^d-onhgemr-ena 

k^d-onhgem-oironh 

ud-oiihgem-oivonh 

n^d-onhgem—ak 

k^d-onhgem-ak 

ud-onhgem-a 

jh^d-onhgem-enaicak 

k'dr-onhgem-enanak 

k'd-onhgem-owonhk 

nd-onhgem-oiconh 



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117] 



J. DYNELEY 



217 



The above paradigm is given in both O.A. and 
M.A., to illustrate how very slightly the modem lan- 
guage has deviated from the ancient form. 



Pass. 

ri^nimiha 

k^nimiha 

ic^nimihal 

n^nimihdnna 

k^nimihdnna 

k'nimihdira 

vnimihdivdl 

pi. 

ii^nivifhak 

k'nimihak 

unimihak 

n'nimihnnnafruk 

k^nimihannanuk 

k'nimihaivak 

nnimihawa 

Black foot 

7iit-v komimmafi 
kit-fi kom imraan 
nkomimmi—u—aie 
nit—ukomimmu—nan 
kit— 71 komimmu—nan 
kit-uhomimmcui -an 
nkomimmi—au-aie 



* I see my father * etc. 
n^mitaukics 
k'mitankws 
w^mitavkicsH 
n^mitaukvs^n 
l^mifaukvs^n 
l^mitauhrs-fncd 
tr'mitav hrs-ijiral 

' I see my fathers ' etc. 
n^mitavkirs-uk 
J^mitavkirs-uk 
tr^mitukaus 
n'mitavhrs--nnniiv k 
k'mitaukws-vnuirvk 
k'mitauktvs-'dirok 
iv^viitauhrs—nwal 

'I love my glove ' etc. 

/>!/</ c/>/cV * "»* nilunna, kitnnna, 
nuidf^l»>c otunni my ' <laugliter', 

kdtsetsi 

otsetsi 

n—otsetsi-nan 

k-otsetsi—7iffn 

k-ofsetsi-oau 

otsetsi— oaia7i 



* Atsetsi ^ glove '. Iq B1. the contracted prefixes are nitSf wo, wi, 
n-, Jcits, kOj ki, k, ots, o. 



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218 SECTION LINGUI8TIQUE [18] 

pi. 'I love my balls ' etc. 

nit-ukomimmai-afi n-opunix 

kii-ukomimmai-afi k-opunix 

ukomimmi-u-aie opunix 

nit-nkomimnvanian n-opvn—inanix 

kit-ukomimu naniah k-opun-invnix 

kit-vkomimmaf't-ax-ati k-opun-oau-ix 

ukomimmi—au—ax opun—oai—au—ix 

It will be observed from the above that the verb 
agrees with its object in class and number. If the 
object is inanimate, the ending of the verb must also be 
inanimate. Thus, « Alg. » ni-sakiton-an ni-mdsinaigan- 
an 'I love my books'; M.A. n'namiton-al nd-awikhigan-al 
1 see my books'. 

The following phonetic rules should be noted in 
all the dialects. When the noun begins with a vowel, 
a dental t or d (Bl. is) is usually inserted after the 
pronominal prefix. Thus, Cr. int-uski'k ' my kettle ' 
« Alg. > nind-ahiri ' my paddle \ Del. ndr-a^poanum ' my 
bread, ' Abn. nd-alemos * my dog ', Pass, nt-agweden 
' my canoe \ This peculiarity applies also in Abenaki 
to nouns beginning with / cf. K'd^-lonhdiva-onhgan 
' th}' language ', Pass. K'f ladwewdg'n ' th}" language \ 
The I here clearly presupposes an inherent initial 
vowel. Certain nouns of relationship, however, take 
the pron. prefix directly, even though they may begin 
with a vowel. Thus, Cr. n-otawi. « Alg. » n-os, Mi 
nffch, ' my father ', etc. It should be noted also that 
in some idioms nouns denoting a part of the body and 
beginning with m drop the m after the prefix. Thus, 
Abn. m'haga^ but n'haga ' my body ' ; Pass, m'huk, Jbut 



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[19J J. DYNELEY 219 

k'kukek 'in thy body'. In Bl., however, other nouns 
beginning with m follow this rule: matsikin 'moccasin,' 
but natsikin ' my moccasin '. 

In most of the dialects, nouns beginning with ^c 
drop this consonant after the prefix. Cf. « Alg. » wich- 
inini, but nich-inini ' my fellow man ' ; 0. A. icigtram^ 
but nigwam ' my house ' : ^ Pass, vigwuss, but nigivuss 
' my mother ', For the 3dp. o or ic, O.A. prefixes a- in 
words beginning with t^- ; thus, airigwam 'his house', 
while Pass, omits the ?r' entirely, ivigwnssl ' his mo- 
ther \ 

The inflexion of inanimates dififers from that Of 
animates only in the 3dp. which has the o (ir) prefix, 
but does not take the ending which appears in the 
sing, in Cr. as -a, in « Alg. » as-an, in O.A. as -ar, in 
M.A. as -a and in Del. and Pass, as -/. Thus, Cr. o- 
muchildhlmoirirt ' his sin ', « Alg. » ot-abwi ' his paddle ', 
Del trddppuanum ' his bread ', M.A. vd-aicikhigan ^ his 
book % Pass, w^d'-avigkig^n * his book \ 

In all the Algic idioms^ the ^bstantive is capable 
of undergoing certain changes of form, some of which 
are similar to, but not precisely identical with case^ 
modification in other languages. We may tabulate 
them as follows e. g. A) those which may be termed 
cases are five in number. 1. Nominative. 2. Obviative, 
or accus. of the 3d p. 3. Sur-obviative, or the so-called 
third 3d p. 4. Locative. 5. Vocative. Besides these there 
are B) six other modification of a different character 
which may be termed accidents. These are : 6. The 

' M.A. retains the w after the prefixes; n' wigwam, k'wigw^, 
uwigwum ' my, thy, his house \ 



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220 SECTION LINGUISTIQUE [20] 

simple possessive suffix-rw. 7. The Diminutive-Deroga- 
tory. 8. The Past. 9. The Future. 10. The Dubitative 
or Suppositive and 11. The Interrogative. 

A. 1. The nom. is the simplest form of tlie 
noun, from which all the other modifications are made. 
In this connexion, I may state that Cr. « Alg. » 0). 
and Del. use the demostr. pron. as a definite article, 
a usage which does not appear in Abenaki, Pass. Bl. 
and Mi. The genitive relation is expressed in all the 
dialects by simple position. Thus, for ' the Indian's 
house", they all say ' the Indian his house' cf. M.A. 
Alnoha fiwigtvom. 

2. The Obviative is a form of accusative which 
appears only when the noun is in connexion, with the 
3d p., as in the following three instances : 

a) When it is the object of a transitive verb in 
the 3d p. Thus, sing. Cr. Sakiheo oirashisha ' he loves a 
child or children ' ; pi. sakiheivuk owaskisha ' They love 
a child, or children \ Cf. « Alg, » osald-an nijanis-an, 
pi. osaki-awa nijanis-a. Oj. osaki—an abenujiyun, pi. osaki— 
mean dbennjiyun. OA. nnamihanhr aremns-ar ' he sees a 
dog. \ pi. nnamihatva aremns-a ' they see dogs. * MA. 
nnamikon alemos-a and pi. unamihawa alemos-^. Del. 
ginchinnap enckel-cdl ' he sent the angel ' pL amemensall 
w'taholr-awak ' he loved the children \ Pass. iv'nimiJial 
ha-as-2vul * he see the horse ' pi. ?/?' nimihak ha-asb 
* they see the horses \ Bl. nan-nu-yi-u-ai e ponokomi- 
tai-i (from ponokomita ' horse ') ' he sees the horse \ 

b) The Obviative appears when the noun is con- 
nected with the 3d p. prefix o (?/;), sing, or pi. this will 
be readily seen in the alles given above of the subst. 
with the pronominal prefixes. Thus, Or. ot-owashish-a 



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[21] J. DYNELEY 221 

« Alg. s> o-nijanis-an ' his child \ etc. Note that in Bl. 
the obv. -i appears only when the noun ends in ~a 
tlinS; niinnna ' my daughter ' but otnnni ' his daughter \ 
c) The Obviative frequently denotes the indirect 
obiect or the subject of a passive verb. It has often al- 
most a dative force (either dat commodi or incomniodi). 
Thus, Or. Kulzinaii ililiiruk Kutta-otishkauiha powest- 
au-ivuk ^ Jesus-a * All people shall stand before Jesus '. 
Oj. Avr-sft Jesus Christ anishinaben ogenibotiitcdn * J. C. 
died for the Indian. ' O.A. akicizdatcanhr saivangan no- 
mesar ' the eagle swoops down upon a fish \ M,A. fimi- 
lonhn alnonhba-a awikhigan ' He gives the Indian a 
book \ Pas. Azi nmilan ha-as-nul skidap-gil ' John 
gives the horse to the man \ Asel pukucMgil noxhri- 
ilijil * the angel came to a virgin '. 

The rule to form the obv. case for animate sub- 
stantives may then be formulated as follows: In Cr. the 
ending is -a for both sing, and pi. In « Alg, > the 
ending is -w, -an, -m, -on, ian and wan according to 
the character of the final syllable of the noun. To form 
the obv. pi., the n- consonant is dropped and the pre- 
ceding vowel a, i, o is lengthened in tone. In O.A. 
the ending was -r, -ar, -ur and in the obv. pL, as in 
« Alg. >, the consonantal termination was simply 
omitted. The vowel used in c Alg. » and O.A. before 
the sing. obv. termination is identical with that pre- 
ceding the pi. ending. In M.A. the ending -r which 
would naturally have become -l has disappeared entirely, 
leaving the simple vowel -a in both sing, and pi. In 

* OHshkau 'in front of; kapo 'stand'; siau 'in front of; 
'-vmk termination dd. p. pi. ' they '. 



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222 SECTION LINGUISTIQUE [22] 

Pass, however, the original -r appears as -/ in the sing., 
cf. pesekui unemauinal ' his only son ^ In Del. the con- 
sonantal ending is -I for both sing. and. pi. while in 
Pass, it is-/ (gil-irul after s, -p) for the sing. (cf. skiddp- 
gily ha-as-%cul) and-i', -o' fort the pi. e. q. skid(1pi\ ha- 
as-o*. The -/ is simply dropped here and the character- 
istic vowel of the obv. sing. is. retained. It will be 
noted that in all these dialects save Bl. the sing. an. 
obv. ending is practically identical with the inan. pi. 
termination, but the context of the sentences prevents 
any in confusion meaning. 

In every dialect save Cr. inan. nouns do not take 
the Obv. ending. In Cr however, we note a distinct obv. 
case for inanimates. Like animates they take this dis- 
tinguishing mark only when connected with a verb in 
the 3d p. Sing, nouns generally take -liu (^-iliv) when 
governed by a transitive verb in the 3d p. Thus kwa- 
pahum nipiliu ' he dips up water '. This termination 
must by no means be confused with the inan. sur-obvia- 
tive ending -ilin pi. ihiva about to be discussed. In the 
pi. in Cr. inanimates have no distinctive form. : cf. ki- 
oshi'tafi nisho icunihikkuna ^ he made two traps \ It should 
be noted in this connexion that when in Cr., the verb 
has two objects, one direct and the second indirect, the 
direct object, if it is an inan. noun, is usually in the 
obv. after a verb; even if the verb is not in the 3d p. 
Thus, Cr. Ni-milai'f masinaikun-iliu. ^ I give him a 
book \ This is not the case, however, in the other 
dialects, cf. n^miionhn aicossis ' I give him a child V 

3) The Sur-obviative, sometimes called the 
double possessive case, is the characteristic termin- 
ation indicating the third 3d p. in sentence, or, more 



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[23] J. DYNELEY 223 

properly, the second direct object of a verb in the 3d p. 
It exists only in Cr. and « Alg. > - Oj. and has been 
quite lost in the otlier idioms. We find it in such sen- 
tences as the following : Cr. Sakih-im-eo ot-anisa okosu- 
ilhra 'he loves his daughter's son*; pi. Kutta-kiskin- 
ohflmuweo ot-oivashinush-a ot-owashishinush-ilieva ' he 
will teach his children's children. ' « Alg. > Mishen 
osaiensan owi-witi-kemani Pien ot-awema-ni * Micliael's 
grandson will marrj' Peter's sister. * Oj. owap^man o- 
tcifikimagun-ini 'he sees the man's wife'. 

The Sur-obviative always follows an Obv. or, at 
least, presupposes a preceding Obv. understood ; cf. 
« Alg. > Port osiikihan ohcisis-an ' Paul loves his (own) 
son,' but ch-sakihani ohrsis-ini 'he loves his (another 
person's) son.* It will be noticed that the verb is 
affected by the. Sur-obv. condition just as it is by the 
Obv. Thus, in Cree in such sentences as 'his son is dead* 
w^e find ot-anis-a o-kosis -a -nipi- litra. Cf. the following 
combinations; Cr. Mary ki otine— litra Jani-a ot-oicash- 
imish-ilvca ' Mary has taken Jane's child. ' In general, 
however, we may assert that as long as the Sur-obv. is 
in any part or clause of a sentence, this will will suffice, 
cf. for the ^bove sentence, Mdry ki otimineo Jane-aot- 
frashiviish-iliwa or simply Mary ki otineo Jane-a ot-onas- 
Inmisk-iliica. It will be observed that the anim. Sur obv. 
ending Cree is -4iira (i liira) for both sing, and pi. 

While in all the languages save Cree the Obv. 
exists only wnth an. nouns, we find the Sur-obv. used 
in Cr. € Alg. > and Oj of inanimates as well. Cr. stands 
alone here also how^ever, in using a different ending 
for the Sur-obv. sing., e. q. iliff (not to be conhised 
with the inan. obv. lift mentioned above), but pi. 



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224 SECTION LINGUISTIQUE [24] 

-ihivaj the same as the an. Sur-obv. Thus. Cr. okosisa 
omasinaikan ilitl, pi. -ihiva * his son's book (books) \ 
« Alg. > Pon. omakamani ot-osan ot-akikr-oni 'Paul takes 
away his father's kettle ^ 

The rule for forming the Sur-obv., as may be 
deduced from the above, is as follows. In Cr. add 
-ilkca for an. sing, and pi. and for inan. nouns i7f?7, 
pi. -ilhca ; in « Alg. » add -m, -mi, -om and in Oj. 
-niy -ini. 

In Del. Abn. and Pass, the Sur-obv. does not 
exist at all. Cf. M. A. unamihon alnobcu-a nmamon—a; 
Pass. w*nimi^ha skidap-gil okwisH * he sees the man's 
son/ where the Obv. is used instead. It is extremely 
probable that the Sur-obv. was either never developed 
in these languages or was lost at some prehistoric datC; 
as the more ancient forms of them show no traces of it. 
4) The Locative occurs in all the dialects and 
denotes the place where, with the meanings 'to, at, 
from, in, into, out of, on, under and through, ' most 
of which are expressed in the verb itself. Thus, a) 
\to,* with verbs of motion, Cr. Mumaivila nikagi itotan 
utaiii-ivikumik'-ok. ' I shall not be able to go to the 
trading-post ; ' « Alg. » -Oj. Toronto-in^ nitviizd. * I 
shall go to Toronto ; ' Del. (Unami) Elend-pannik icita 
^pungewiiculatpvd gannilng. ' Those invited to the wedd- 
ind feast ' ; M. A. unpawn icigtc6m-uk. ' I came to the 
house ' ; * Pass, ri^majehap^n negnuk ' I am going to 
my house', b) As Dative; Del. (Unami) irtellawall 
ivtallocacaniing * he said to his servants \ c) Locality 

^ In M Jl. some verbs of going do not require that the name of 
the place shall be loc; cf. nd^elosanji molian ^I shall go to Montreal'. 
• Cf. Brinton, loc. cit. p. 82. 



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[25] J. DYNELEY 226 

at, in ; Cr. n-otawi o-chimanil-ik * my father is in his 
canoe (another persons'. Del. (Unarni) Saskuihanang 
Sakimanep ' he was chief at Susquehanna ' ; Minsi ; 
oten-ink * in the town ' ; M. A. uddin odanak * he is in 
town;' Pass, Mi. wigtram'k 'at the house', d) 'from, 
out of; « Alg. » Audi tcejipaieg? Moniang 'where do 
you come from? Montreal? M. A. Tondaka ivajihHont? 
Odonak^ where is he from? The city'; naUdosa wigwOmuk. 
Pass, nojinodaha irigiram'k 'come out of the house'. * 

The Locative ending can also serve to express an 
adverbial relationship meaning 'like', 'such as', 'in 
the guise of, Thus, « Alg. » Kakaking iiiwe, 'he cries 
like a crow' ; ikiceng izilio 'he is dressed like a woman'; 
U. A. presege ergirnk ' as large as a pigeon '. 

The general rules for the formation of the Locative 
are as follows : — In Cree, it is found by adding -lA;, 
cf. mikivamik ' in the tent '. If the noun already ends 
in -A: as uski'k ' kettle ', -ok is added ; uski'kok ' in the 
kettle', and -k only if the noun ends in a vowel; Ki' 
chikumek ' in the sea'. In « Alg. » the sfx. is -ng^ -ing^ 
ong^ -nang, according to the termination of the noun. 
Names of places especially take -nang cf. Bastonenang 
' in the U. S.' In Oj. and Del. it is -ng (-nk) In « Alg. > 
and Oj. the connecting vowel is practically identical 
with that of the plural ending. In U. A. the termina- 
tion was -k -ge (cf. modern Pen. Sibaige 'at Pleasant 
Point'), but in the modern A. Pass, and Micmac, it 
is -k with essentially the same vowel as the plural, 
except where it is necessary to differentiate the Lo- 

* In these two phrases the idea * from ' is really expressed by the 
verbal particle tveji-, waji-. 



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22« SECTION LINGUI8TIQUE [26] 

cative from the an. plural; of. nzasis -ak 'my uncles', 
but nzasu-ek ' at my uncle's '. 

It should be noted here that U. A. M. A. and 
Pass, have a Locative plural termination ; -ikok {-ikvk}: 
ct*. U. A. udene -ikvk 'in the towns'; M. A. onhbaksi- 
gam-ikdk Mn the tents' Pass, appus-ikenk 'on the trees'. 
In U. A. the plural termination -inek which I find only 
in the Itail Mary; pe'nem-inek 'among women' is seen 
also in modern Pen. pe^mo-inek and mechinangan—inek 
'among the dead'. As an example of the method of affix- 
ing the Locative case ending to a noun with pronominal 
possessive suffixes, we may compare the following pa- 
radigms : 

0. A. PASS. 

nigivam-ek "^ in my house' ntol-vk 'in my canoe' 

kigtcam-ek k^tol-nk 

cu-xiigiram-ek wtol-nk 

nigicdmnii k ntolnok 

kigwamnff k k*tolnok 

kigicamiranhk k^tolirak 

Or-icigwamicanhk ic*tolwak 

There is also a locative usage employed to denote 
past or present time in such words as nibin 'summer' 
« Alg. » nibin-ong ' last summer ' ; pipon ' winter ', 
j?e/>o/t-on^'last winter'. Cf. Pass, iresp t'kiciicik 'yesterday 
morning ' ; M. A. Taguongiri-ga ' next autumn ' ; Mi. 
Eskiipvkek ' to-morrow morning '. 

It will be observed then that the sign of the 
Locative is essentially -k^ becoming nasalized {-ng^ 
-nk in « Alg. » -Oj. and Del. This nasalization is, in 



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L27] J. DYNELEY 227 

all probability, a later modification. In Old Mass. we 
find, the Loc. ending -t ; cf. sukqut 'in heaven' (Eliot's 
Bible) but Mohican Pequot Sukkuck with -k which 
would appear to be rather a modification of original 
-k than of -wA:, -ug. 

In Bl. I find no trace of a Locative. This relation 
is expressed by prepositional particles prefixed to the 
verb. Thus, mistsis itokh-itaupiu ' he sits upon the 
wood \ where itvkh means ' on ' ; mohiistsis ni-mut-oto 
' I have come from Elbon River \ where mut means 
' from ' etc, 

6) A form of Vocative sing, occurs in some of the 
languages, generally however, in only a few nouns of 
relationship; of « Alg.» n-os-e 'my father'; ningicis-e *my 
son '; 0. A. mitankgivi ' father \ From mitanhgives; musemi 
'grand father ^ from musemis; Del. n-dkh-a 'my father'; 
nihillul-an ' Lord ', nihillal-ienk ' our Lord '! The 
endings are «Alg.» ~0j. -e; 0. A. -i, -a (cf. n-iga 'my 
mother* from nigawes) and Del. -a, -an, -enk^ the lat- 
ter of which is used only when coupled with the pro- 
nominal prefix ' our \ In Del. -aw, -euk are not confined 
to nouns of relationship. 

The Voc. pL, however, is expressed in all the di- 
alects except Del. and Bl. In Cr., « Alg. >, 0. A. M. A. and 
Pass., we find it denoted by the sfx. -tok^ -itok, -tuk, 
(-uivk). Thus, Cr. oirashish-itok, « Alg. » nijanis-itok^ 
M. A. mranhsis-tok, Pass, trasis-tok ' o children ! ' and in 
Oj. by, the cognate -n-itfik; abenuji-tntnk ' o children '. 
In Del., however, the voc. pi. was denoted by the sim- 
ple pi., as it often is to-day in M. A.; cf. Del. Kilmca 
Kisgumou'iyek ' ye vipers * and in M. A. nidombak or 
nidombamtok ' my friends \ 



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228 SECTION LINGUISTIQUE [28] 

I am ioclined to identify the Voc. pi. ending with 
the Dabitative -tofc, itokj -atok which appears in verbs 
in Or. « Alg. » Oj., and in nouns in « Alg. > Thus, 
m. a. nidombamf-tok really means ' my friends, ' (* as 
many of you as may probably exist'). The true Du- 
bitative force of -toA: has been lost in the other idioms. 
All the modifications just discussed partake of the na- 
ture of case inflexion in other languages. The fol- 
lowing endings, however, cannot thus be classified 
and must be treaded of separately as accidents pecu- 
liar to the Algic substantives. 

B. 6) The possessive suflBx -m, -m, -ovi occurs 
in all the dialects save Bl. It was probably originally 
identical with the demonstr. ending -m (-ma) as seen 
in the 3d p. pronoun Del. nekama. Pass, negum men- 
tioned above p. 213. Its force is simply that of a 
strengthener of the posses.-ive. Its usage diflTers in the 
various dialects and must be learned by practice 
cf Cr. Ni-'misHk--om ' my stich ' 7iit-owash-im-ish ' my 
child". In the former case the plural pronominal ter- 
minations follow the particle: Cree ni-ivaskahikfmim- 
inon 'our house \ In the other languages the tbrm is 
practically the same as in Cr. cf. « Alg. > nind-okimam 
' my chief ^ nind-okimaminan 'our chief; Oj. Nin ku- 
knsh-im 'my pig' nbi-kuknsh-iminan 'our pig', Del. 
ackpoan ' bread ' nd-a 'poanuvi ' my bread ' w- a'poa- 
num-fiUii ' our bi'ead \ U. A. ned-aremfts-em ' m\' dog ' 
ned-aremifS-ene ' our dog \ M. A. nkaoz-em ' my cow % 
nkaozem-na ' our cow % Pass, nd—a-as-om^ ' my horse \ 
nd-a-as-ornn ' our horse \ 

7) The diminutive exists in all the Algic tongues. 
Cr. ishra ' woman \ iskirashish ' girl '. With this termin- 



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[29] J. DYNELEY 

ation shish should be compared U. A. -is for nouns 
ending in a consonant or Uj as temahigan-is^ ' little 
axe"; usis^ for nouns whose plural is nk-vr^ agtiid* nusis 
'little cause'; -sis for nouns in a consonant arenai'ibe- 
sis Mittle man"; also M. A., Pass, -sis, noxknasisj pil- 
skice-sis ' girl ', but in Pass, sometimes -is as p'zo-is 
' cat ' from p'zo ' wild-cat ' ; Del. -tit^ -chich^ okhke-tit 
^ girl % or okhks-chich from okhken 'woman'. In « Alg. » 
and Oj. The ending is also -5 but combined with a vowel 
and the nasal -n according to the termination of the 
noun: « Alg. > okima-ns 'chief*; mitikicab-ins 'bow'; 
iragosh-e7is 'fox% etc. the vowel is almost the same in 
« Alg. » as that of the plural termination, except that 
nouns ending in -aw, -sh, -m, -5, -w take ens and nouns 
in -ens take -ish. In Oj., on the other hand, the di- 
minutive -^s always has tlie vowel of the plural. The 
ending -ish, which in « Alg. » Oj. becames -trish after 
a vowel, ash, ish, osh after t and osh after g, k, z, has 
usually in « Alg. » and always in Oj. a derogatory 
sense. « Alg. > manito ' God ' manitosh ; Oj. shishib ' duck ' 
shishib ish. In most of the dialects it is possible to double 
the diminutive ending to denote either a greater dimi- 
nutive sense or a double derogatory meaning; cf. Pass 
airasis ' child ^ aivasis sis, ' dear little child': « Alg. » ahtci- 
shish 'nice little paddle', etc. In the other languages also 
-is, -sis, etc. are often both derogatory and diminutive. 

In Bl. I find no ending cognate with -is, -sis, -tit. 
There are diminutive terminations, however, as may 
be seen from such words as puss ' cat ' ; puss okos ' kit- 
ten'; ak4 'woman'; akS-ku-nn 'girl', etc. 

The last three accidents partake more of the na- 
tiire of verbal inflexion than of nominal modification. 

AcU9 du Xir^ Congrit df Onentaliate*. — Tome III — (2"'« ParUo) 16 



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230 SECTION LINGUISTIQUE [30] 

It must be remembered, however, that in Algic speech 
there is no real distinction between nominal and ver- 
bal treatment. The noun and verb have the same pro- 
nominal prefixes and suflfixes and are subject, to the 
same rules of time and place. Any noun, therefore, may 
be made a verb and many verbal parts may become 
substantives. It will therefore not appear surprising 
that nouns are often looked upon as being in the past, 
future and dubitative or suppositive states. 

8) The past of nonus appears most prominently 
in « Alg. » -Oj. In the « Alg. » dialect particularly 
we find a near and remote past state. The form for 
the former is -ban (-iban, -oban) ; cf. Mari-ban ^ Mary 
who is dead*; nos-iban 'my dead father'. This ending 
is used when a deceased person is spoken of whom the 
speaker had known. If) however, allusion is made to a 
person long dead whom the speaker could not possi- 
bly have known, we find the form -goban^ -igoban^ 
-ogoban^ cf. ni-muhomu- igoban 'my grand father whom 
I never knew ', but ni—mishomis—iban * my grand father 
who is dead, whom I knew^ \ In Cr. and Pass, the -ban^ 
-b&n form appears only with verbs ; cf. Cr. pipoon 
—opun ' it was winter ' (pipoon ' it is winter ') / Pass. 
nfiira ' I have ' ; niiirap^n of had {sd. Jia-as ' a horse ' ; 
cf. M. A. rCnamito-b ' I saw *). In Pass., the difference 
between a living and deceased person is frequently 
expressed by a cui'ious variation of tone. 

Thus, 'my grand father (living)' is while 'my 
dead grand father' would be expressed by saising 
the tone of the last syllable. This distinction is not 
observed when the noun stands in consecution, but 
only as above when in an exclamation. 



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[31] J. DYNELEY 231 

0. A. has a]so a distinctive past state for nouns, 
the endings for which are -a, exclusively for an. nounS 
and -e for in an. nouns only, both of which are used 
in the sing. ; cf. nmiionhgwes-a ' my dead father ' ; 
niben-e ' last summer \ The suflBxes -ga, -j>an are 
used in both sing, and pi. with both animates and 
inanimates, e. g. Naranhttcani-ga ' one of the old 
Norridgewalks'; Mart Sosep-isktve—pan *Mary who was 
the wife of Joseph '. In M. A. we find the original 
inan. -e changed to -a; cf. p^bona Mast winter"; 
nib'na Mast summer' (but Pass, nibfm Mast summer'). 
The M. A. affixes the ending -ga to nouns to denote 
a past state , e. g. rimitonhgives-ga ' my dead father ' ; 
n^ka-ozem-ga ' the cow I had \ etc. This -ga appears 
also in Del. as mokhumsum-ga ' ancestors '. 

9) In Del. and M. A. the sign ot the future -ji 
(0. A. -tsi cKi) is moveable and may be appended 
to the noun or particle instead of to the verb ; cf. 
M. A. Molian-ji nd-elosan * I shall go to Montreal' or 
Molian nd--elo8an-ji ; Del. nan-ch n^dellsin * I shall be 
thus ' or simply n'dellsiv^ch. This same phenomenon is 
also observed in Pass. ; as K^tuikhumul-ch sepatinu * I 
will write to you to-morrow ' or K^tuikhumul sepaunti 
apch ' I will write you to-morrow again '. In Cr. the 
relative particle ke is used invariably with the future 
verb, cf. yftna ililiu ke tvkoshik ' the Indian who will 
come ', but it has not the force of -ji fch) which is 
purely a sign of the future. 

10) Perhaps the most interesting substantival 
variation of all is the Dubitative, or, more correctly 
the Suppositive state which, so far as I can judge, 
appears only in « Alg. » with nouns. Its characteristic 



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232 SECTION LINGUISTIQUE [32] 

sign is the suflBx -toky -itok, -atok which I identity 
with the voc. plur. (p. 227). The following examples 
will illustrate its use. « Alg. > nind-mremor-tok ni-tra- 
bama-tok ' it is probably my sister whom I see ' ; 
inan. ni—chimar-itok ni-nabandan -atok ' it is probably 
my canoe which I see'. In Cr. Oj. and Bl. the ending seems 
confined exclusively to the verb. cf. Cr. ashai koskosito^ 
kenuk ' they are probably awake by now \ Oj pida' 
s'mnseUtik ' they are coming along (so they say '. I 
should mention that O'Brien (loc. cit. p. 287) believes 
there was a dubitative past in 0, A. with the form 
-assa, -essay -issa, -ussa. This, however, does not occur 
in RS.le except in distinctively verbal combinations, 
such as ke sanhgemanhica'-assa 9 'was he your chief?' 
It is the regular Imperf. subj. ending in M. A. n^fra- 
j6n6n-aza ' that I might have '. In Bl. the Dubitative 
is not a connate with the above forms ; cf. noxkakuvio- 
metukki ' perhaps I love \ The characteristic sign of 
this is -oxka-. 

11) Finally, I should mention the existence of 
an interr. state which appears most prominently in 
« Alg. » nouns, the characteristic ending of which is 
-nen ; cf. arrenen anishinabe-nen ? ' which man ? * ; //e- 
konen nipi-nen ' what sort of water ? \ This form does not 
seem to be used in the other idioms ; cf Cr. Kfko 
masinaikun, M. A. Kagni avikhigan ' what book % etc. 
In Bl. the inteiTogative sign is not cognate with 
this -nen ending ; ci. kit-ai-tappo-ats f ' did you go 
there \ The interr. sign is -ats which may be cognate 
with the Subj. past sign in 0. A. M. A. -assa, -aza. 

J Dyneley Prince Ph. D. 



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LE PREMIER REGIT DE LA MORT DES PRETENDANTS 

ET SES TEAOES DANS L'ODYSSEE 



(Od. XVI 218-298 xix 9-13) 

Tliucydide * et Aristote ^ racontent tons deux que 
dans les temps anciens les Hellfenes portaient leur ar- 
mes meme en temps de paix, et rhistoriographe ath^>- 
ni^n ajoute que ses concitoyens furent les premiers a 
abandonner cette habitude et a circuler sans amies 
dans la ville. « 

Je publierai bientdt dans les Sitzungberichte de 
TAcad^mie de Munich une 6tude detaill6e sur cet usage 
primitif et sur sa dur6e. En attendant, perraettez moi de 
Vous indiquer deux des resultats de cette etude, qui 
sont en relation avec le sujet de la note que j'ai I'hon- 
neur de presenter a Tillustre compagnie. 

Les vases du Dipylon dont les peintures repr6sen- 
tent I'exposition du cadavre et le cortfege fun^bre, 
prouvent que vers la fin du 9°"® sifecle, au plus tard, 
riiabitude de porter toujours les amies tombait d6ja 
en desuetude a Athenes. II resulte d'autres indices 

* I. b. 

' Polit. II 8, p. 1268, 40 



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234 SECTION GEfcCE ET ORIENTE [2] 

que les Corinthiens, les M6gariens, les M^sseniens et 
les Chalcidiens d'Eub^e abandonn^rent cette coutume 
pendant la premifere moitie du 8°"® siecle au plus tard. 
A Tepoque ou r6pop6e homerique commen9ait a 
se developper, le port des amies 6tait gen^ralement 
r6pandu chez les Grecs de TAsie Mineure, car, lorsque 
le r6cit est quelque peu d6taill6, il en est question dans 
ses parties les plus anciennes ^ comme dans les plus re- 
cents, et le plus souvent dans ces dernieres. En public, 
les h6ros sont arm6s de la lance et de Tf^p^e;^ chez 
eux ® et dans les maisons de leurs amis, * I'ep^e ne les 
quitte gufere. On pent prouver que les pontes de Tepo- 
p^e plus recente vivaient a une 6poque ou oet usage 
primitif etait ddja abandonne; nous pouvons en con- 
clure qu'ils le decrivaient d'une fapon conventionnelle 
d'aprfes les anciennes donn^es. Bien peu de passages 
trahissent la coutume nouvelle de se presenter desarme. 
Un de ces passages est»le discours dans lequel Ulysse 
recommande a son fils d'61oigner des armes atta- 
ch6es aux parois du m6garon, pour les mettre hors 
de la portee des pr6tendants a I'heure de la vengeance. 
(Od. XVI 281-298): 

dAAo 6e toc ^qeco, ov d'ivi (pQSOl pdXXeo ofjoiv 
djtJtare nev jtoXvPovXo^ ivi q)Q£ol drjoei jidtjvi], 

* La plus ancienne mention de Tusage primitif se trouve IL I 
190, 194, 210, 219. Oatre cela noas le rencontrons dans la meme epopee 
II 46, 101, XVIII 697, 698. 

* Od. II 3, 10: XVII 62; XX 126, 127, 145. Pour cela on consi- 
derait la lance et P6pee ou au moins I'^pee indispensables k Pappareil 
des hommes. 

3 0(7. IV 308; XXI 119, 431. 

* Od. XXII 74, 79. 



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[3] HELBIG 235 

vevoo) fiEv Toi' kyo)' ueq>aXfi, ov d'ijteiva voijaag, 
6aaa rot iv /ueydQoioiv Hgiljta revxea nelrai, 

285 ^s fivxov {>y)^]Aod daMfiov Haradelvat dslQag 
ndvra fidX'abrdQ /uvrjOrfjQas fiaXauolg ijtieooiv 
naQ(pdcd(u, 6t£ uiv oe /ueraXAOoiv jtoMovreg' 
« in nanvod navedijH*,. ijtel ovkstc roiotv icpnsi, 
old JtoT€ Tgolrjvde uicjv nareXeutev Vdvaoevg, 

290 dAXu uaryniOTai, daoov jwQds tuer dfycfitj . 

IlQdg d'in nal rode juet^ov ivl (pQSOl dfjue KqovIcov, 
/uij jTog oivodivreg, igiv OTfjOavreg iv vjulv, 
dXXijXovg TQOJOTjve, uavaioxiyvrjTe ve dalra ' 
ual fiVYjOrbv • airrog ydg E(P£Xk£T(u dvdga oldrjQog, > 

295 Ncbtv S'oloiOiv dvo (pdoyava nal dvo dodge 
uaAXiTtieiv nal doid ^odygia ;^£g(Jiv iXEOdac, 
d)g dv imi9voavT£g eXoifiEda'Vovg di uijrEira 
IlaXAdg ^Ai9ijvair] diX^Ei ual jtitjvlETa Z£vg. 

Le meme discours est rep6t6 dans le XIX livre de 
rOdyssee (4-13) avec une legfere modification du vers 
10 (Odyssee XVI 291) * et Tomission des quatres der- 
niers vers. (Od. XVI 294-298). Puis vient le r6cit ^ 
indiquant que Ulj^sse et T^lemaque eraportent les ar- 
. nies dans le th alamos. Ulysse sugg^re a son fils de dire 
aux pretendants, dans le cas ou ils Tinterrogeraient 
sur Tabsenoe des armeS; qu'elles avaient et6 eloign^es 
pour les soustraire a Taction de la fum^e et aussi pour 
eviter qu'ils se blessassent avec elles les uns les autres 
dans une querelle aprfes boire. 

Partout ailleurs les pretendants sont r^pr^sent^s 
armes dans la salle. ^ Apres qu'Ulysse eut refuse la 

' Od. XIX 10: 7rp6c 8'Stt xal toSs (leiCov evl ypsaiv lii^aXe 5ai|i.<ov. 
« Od. XXII 74, 71). 



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236 SECTION GEECE ET ORIENTE [4] 

reconciliation proposee par Emymaque, ils tirent leurs 
ep6es du fourreau et se servent des tables en guise de 
boucliers. Si le pofete qui composa le discours d'Ulysse 
les croyait armes de leurs epees, le second pretexte 
sugg6re a T6l6maque par son p6re n'aurait aiicune 
raison d'etre: en cas de querelle les pr6tendants n'au- 
rient eu qu'a se servir de leurs propres 6p6es. La fin 
du discours contient une autre contradiction; Ulysse 
recommande a T616maque de garder deux ep6es .pour 
leur usage personnel dans la lutte centre leurs adver- 
saires. Cela s'entend qu'Ulysse, d6guis6 en mendiant 
n'avait pas d'armes sur lui; mais le po6te r^fere expres* 
sement que T616maque, avant de creuser le sillon dans 
le sol de la salle pour y fixer les liaches, depose son 
6p6e et qu'il la reprend des que commence le combat 
centre les pretendants. ^ 

Tout ceci prouve que le poete qui raconta I'enleve- 
ment des armes, se figurait les pretendants sans armes 
propres dans la salle du testin; contrairement a ce que 
nous voyons dans les autres parties de I'^pop^e. 

Pour comprendre ces contradictions, il faut nous 
rendre compte de la maniere dont est n6e I'Odyssee, 
telle qu'elle nous est parvenue. Je partage les opinions 
que M. de Wilamowitz-Moellendorfi' a d^velopp^es 
dans ses «Homerische Untersuchungen>, et que chaque 
6rudit impartial doit trouver justes dans les lignes prin- 
cipales. 

L'Odyssee telle que nous la possedons a 6t6 com- 
pilee de plusieurs Epopees difierentes. 

Pour les livres qui traitent des evenements survenus 

* Od. XXI 119, 431. 



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^-^ 



[5] HELBia 237 

a Ithaque, le compilateur s'esfc servi surtoiit de trois 
6pop6es, de la Tel^machie, d'un poeme qui racontait 
comment Ulysse efc Penelope se reconnurent efc dans 
lequel Ulysse exterminait les pr^tendants apres s'etre 
entendii avec son Spouse, et enfin d'une troisieme 6po- 
p6e, ou Ulysse tuait les pretendants avant de s'etre fait 
reconnaltre de P6n61ope. Des vestiges de ce dernier 
poeme se sont conserves dans le livre XX de notre 
Odyssee, et il a servi de base aux quatre derniers livres. 
Cest de lui que provient le recit du meurtre des pre- 
tendants du XXII livre, ou ceux-ci se pr6sentent armes 
d'epe^e. La plus ancienne et la plus po6tique de ces trois 
Epopees est bien celle que nous avons nommee en second 
lieu. EUe contenait, elle aussi, un r6cit du meurtre des 
pretendants, mais il n'est pas arrive a nous parceque 
le compilateur Fa remplace par celui de T^pop^e plus 
recente et plus faible dont il se servit pour les derniers 
livres. 

L'esprit si different qui regne dans cliacun de ces 
poeraes nous donne lieu de croire que les descriptions 
du meurtre des pretendants devaient diverger conside- 
rablement de Tune a I'autre. Les deux passages qui 
traitent de Tenlevement des armes reposent sur une 
relation qui differait du XXII livre par un trait essen- 
tiel: les pr^tendant dans le Megaron y sont representes 
sans armes. D'un autre cote nous savons que le com- 
pilateur puisa dans une epopee qui relatait le meurtre 
des pretendants autrement que dans le livre XXII. II 
ne serait done pas trop tem^raire de supposer que la 
version d'apres laquelle Ulysse et Telemaque 61oignent 
les armes, provient de cette derniere epopee. Le com- 
pilateur aura bien senti la difficulte d'ins^rer ce motif 



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238 SECTION GRfeCE ET ORIENTE [6] 

dans son Odyss6e. S'il Ta fait tout de meme; c'est qu'il 
s'agissait d'un episode qui 6tait grav6 dans la m^moire 
du peuple et qu'il etait impossible de Teliminer. 

II a done essay^ de le mettre en rapport avec la 
situation d6crite dans le livre XXII. Mais cet essai lui 
a bien roal r^ussi. Au commencement de ce livre, Ulysse 
tue Antinoos d'un trait de iieche, sur quoi les pr6ten- 
dants se levent furieux et s'61ancent a travers la salle. 
Puis viennent les vera (23, 24): 

jrdvTOOs jtajwalvovres kddfirjrovg jtotI rolxovg ' 
ovde 711] domg Sijv, ovS* dAmfiov fyx^S ^^(^^at. 

M. Kirchhoff ^ a justement reconnu que la con- 
duite attribuee par ces vers aux pr6tendants, est abso- 
lument inconcevable. Les pretendants croient qu'Ulysse, 
sous ses guenilles de mendiant, a tue Antinoos par 
megarde. Mais s'il s'agissait seulement de punir un 
mendiant arme simplement d'un arc, quelle necessite 
y avait-il de chercher sur les murs de la salle des 
lances ou des boucliers, quand les ep^es dont les pre- 
tendants etaient ceints eussent et6 plus que suffisantes? 
II est clair que le compilateur a intercale ces vers 
pour mettre a peu* pres a Tunisson les deux passages 
precedents, qui relatent Tenlfeveraent des armes, avec 
le livre XXII. II en est de meme des vers 139-141, ou 
Melanthios se retere a I'eloignement des armes: 

[dAyl' dy8d\ ifitv tsv^b' kveluo) dcoQTjx^fjvcu 
140 SH daAdjuov • Svdov ydg^ dtojuai^ ovde m] dX?jQ 
revx^a Kardiodtjv Vdvoevg ^^^ (paldijuog vldg . 

* Die Composition der Odyssee, p. 189 et suiv.; Die homerische 
Odyssee, p. 681 et suiv. 



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[7] HELBIG 239 

M. Kirchhoff ^ remarque que Tadverbe Svdov y est 
employe d'une fapon contraire a la logique et recon- 
nait avec raison aussi dans ces vers une interpolation 
mal r6ussie. 

Je n'oserais decider, si ce passage dans sa con- 
ception originale finissait avec le vers 139, ou s'il con- 
tenait une autre donnee, qui fut substitute par les vers 
interpol6s. Si mon hypothese est juste, c'est-a-dire si 
le transport fait par le recit de I'enlevement de armes 
provient de I'^pop^e plus anoienne, ou Ulysse tue les 
pr6tendants avec la connivence de son epouse, nous au- 
rions par la une idee de la maniere dont cette Epopee 
representait le meurtre des pr6tendants. lis auraient 
ete massacres par Ulysse pendant le festin. 

La description en corresponderait avec celle que 
Agamemnon fait dans la premiere Nekyia de son as- 
sassinat et de celui de ses camarades (Od. XI 411 
et suiv.}: 

dstm^looag, cog ng re uaveKrave podv im q)dTvri. ^ 
TQg ddvov ointiOTq> davdT(^'7t€Ql d'dAAoi tvaZgoi 
voAe/ueojg kteIvovto, oveg ojg dyQiddovrsg^ 
ol ^d vtv dq)vetod dvdgog fxeya dwa/uevoto 
fj yd/uq> fj kgdvc^ ij sUajtlvrj vedaAvlrj. 

Si r^popee plus ancienne representait ainsi le 
meurtre des pretendStnts, alors il devient tout naturel 
que Tauteur du XXII livre ait traits I'argument d'une 

* Die Comp. d, Odyisee p. 192 et suiv.; Die horn, Ody, pag. 584 
et suiv. 

* Le vers 711, doit avoir fait une grande impression; est il repete 
Od. IV 535. 



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240 SECTION GRECE ET ORIENTE [8] 

autre maniere et que le compilateur ait donne la pre- 
fereuce au po6me plus recent. Les Grecs des temps plus 
recul6s, avec les id6es apres de justice qui leur etaient 
propres, regardaient le massacre des jeunes gens sans 
armes comme une juste punition pour leur conduite 
criminelle. II est bien probable que les generations 
posterieures fureut choqu6es par la brutality de ce pre- 
cede. Outre cela les poetes plus r6cents consid6raient 
le plus de cliquitis d'armes possible comnie un trait 
caract^i'istique du vrai r6cit epique. ^ C'est pourquoi 
Tauteur du XXII livre arme les pr^tendants d'ep6e et 
qu'ensuite chez lui Melanthius leur donne des casques, 
des boucliers, des lances. Cela lui fournissait Toccasion 
de d^peindre une s6rie de scenes de combat qui de 
tout temps appartenaient aux sujets les plus gout^s 
de la poesie 6pique. 

On trquvera strange que le poete plus ancien at- 
tribue aux pr^tendants la coutume plus rt^cente et les 
represente non armes dans la maison d'TJlysse, tandis 
que le po^te plus recent les fait revenir a Thabitude 
ancienne d'etre toujours armes. Mais ce fait trouve 
une explication parfaitement vraisemblable dans les 
diflferentes circonstances qui influencerent la poesie 
Epique dans son developpement anterieur et post6- 
rieur. 

L'epopee ionienne qui contenait le recit pei'du du 
meurtre des pr^tendants, surgit selon toute probabilite 
dans une periode tres reculee du 8'"° sifecle, mais on ne 



* Un exemple evident de cette tendence est fourni par les vers Od, 
XVIII 37G-379 que M. de Wilamowitz considere avec raison comme 
interpolee par un poete posterieur. 



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[9] HELBIG 241 

peut croire qu'elle put avoir ete ore^e avant ]e commen- 
cement de ce siecle. Si la coutume de porter toujours 
les armes tombaifc en desuetude a Athenes vers la fin 
du 9™^ siecle et si a Chalkis, a Corinthe, a M^gai'e et 
en Messenie elle fut definitivement abandonn^e dans 
la premiere moitie du 8°"® siecle au plus tard, nous 
pouvons supposer que ce fait se produisit un pen plus 
tot en lonie, oil la civilisation avan^ait plus rapide- 
ment que dans la mere patrie, II est done tout a fait 
vraisemblable que le poete crea cette epopee apres que 
les loniens eurent abandon n6 la coutume primitive, et 
qu'en representant les pretendants dans la salle d'Ulysse 
non armes, il se conformait a 1 'usage qui regnait dans 
son 6poque et dans son pays. II vivait, il chantait au 
moment ou la source de la poesie 6pique etait en pleine 
activity et il pouvait puiser a pleines mains pour son 
poeme dans son entourage meme. 

Les poetes post^rieurs ne se trouvaient plus dans 
une position aussi favorable. lis avaient re^u de leurs 
predecesseurs un riche appareil de formes sociales tra- 
dition nelles, de phrases toutes faites, qui 6tait reconnu 
comme typique et dont ils ne pouvaient s'emanciper 
que difficilement. Cette circonstance devait n^c^ssaire- 
nient entraver leur fantaisie et introduire dans leur 
production un element moins po6tique. 

L'auteur de Tepop^e que le compilateur employa 
pour les quatre derniers livres, vivait dans une 6poque 
beaucoup plus recente que celui du recit perdu du 
meurtre des pretendants; il trahit une connaissance des 
pays occidentaux qui n'etait gufere possible que depuis 
la deuxieme moitiee du 8°"® siecle, aprfes quo les Chal- 
cidiens et les Corinthiens eurent 6tendu le cours de 



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242 SECTION GRfcCE ET ORIENTE [10] 

leur navigation jusqu'aux mers occidentales. ^ II serait 
difficile de reculer Toeuvre du compilateur au de la 
de la deuxieme moitie du 7""® si^cle. ^ M. de Wila- 
mowitz ® a suppos6 avec raison que le poete de cette 
epop6e et le compilateur vivaient tous deux dans la 
mere patrie et dans un centre de civilisation soit chal- 
cidienne, soit corinthienne. Tous deux appartenaient a 
Tepoque ou les C'halcidiens, les Corinthiens, et autant 
que nous le sachions, les citoyens de tous les etats 
grecs avaient abandonne depuis longtemps I'usage de 
porter toujours les armes. Malgr6 cela le pofete de 
I'epop^e sur laquelle sont bas^s les 4 derniers Uvres 
de rOdyssee nous d^crit Tel6maque et les preten- 
dants arm^s d'6pees dans le Megaron d'Ulysse et le 
compilateur revient frequemment et avec une certaine 
pedanterie a I'usage primitif. * 

Si done les poetes les plus recents decrivent avec 
.predilection un usage abandonn6 depuis longtemps, c'est 
qu'ils le faisaient certainement avec I'intention de don- 
ner a leur poesie un caractere archaique et propre a la 
grande 6popee. 

Helbig. 

' Wilamowitz, Homer ische Untersuchungen, p. 24-27, p. 70. 

* Wilamowitz, p. 228. 

^ Homerische Untersuchungen, p. 27, 70. 

* Od. I 121, XVII 62, XX 125, 127, 145. 



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DIB PHRYGISCHEN INSCHRIFT8N. 



Zur Erklarung der phrygiscli abgefassten Inschrif- 
ten oder phrygische Worte (Verfluchungs-Formel) en- 
fchaltenden griechischen Inscliriften, die vor einigen 
Jahrzehnten von Texier und neuerdings von Ramsay 
in verschiedenen Gegenden des alten Phrygiens ent- 
deckt worden, sind verschiedene Versuche von mehreren 
Fachndannern gemacht worden. Aber alle diese Versu- 
che von Lassen und spater Fick, Ramsay und Klretsch- 
mer leiden an den gemeinsamen Grundfehler, dass die 
genannten Gelehrten in keiner Weise den von Alten 
schon uns vorgezeigten Factor zur Hiilfe nehmen, 
namlich die armenische Sprache. Die Verwandtschaft 
der phrygischen Sprache mit der alten armenischen 
ist von alten zuverlassigon Schriftstellern, wie Herodot 
und sein zeitgenoss Eudoxus ausdriicklich bezeugt und 
von den jetzigen linguistischen Ansichten als a priori 
feststehend angenommen werden muss. 

So dass fur jeden ernstlichen Erklarungsversuch 
der genannten phrygischen Inscliriften eine Vergleich- 



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244 SECTION GRfcCE ET ORIENTE [2| 

ung des in diesen enthaltenen Sprachmaterials mit der 
armenischen Sprache mir als unbedingt nothwendig 
erscheint. Diese Vergleichungsmethode wende ich im 
vorliegenden Versuche zur Erklftrung der phrygischen 
Inschriften an. Ich beginne mit der Erklarung der von 
Ramsay entdeckten plirygischen Inschriften der rom- 
ischen Zeit und komme dann auf die zuerst von Texier 
aufgefundenen alteren, der Hellenischen Zeit angeho- 
rigen Inschriften. Den Text der ersteren fuhre ich an 
wie er in Kuhn's « Zeitschrift fiir Vergleichende Sprach- 
forschung auf dem Gebiete der Indogermanischen 
Sprachen > (Band XXVIII, s. 381 u. w.) von Ramsay 
selbst verOtfentlicht ist. 



a) Phbygische Inschriften der rOmischen Zeit 

N. 1 

Tdreis irljurjoe rov "AnTtovv xbv iavrijs dvdga srt tfboa 
Hoi va TEKya jiivf)iii% /^Qtv ual ^avrrpf. Tig de ravri] daXd- 
fietv naudv jtQoojtoiyosi , KartjQajuevos i]TO} avrog nal rd 
rinva avroO uai &k viuvcov rinva. 

1) Tdretg. In dieser Inschrift kann der Personen- 
name Tdreig, den Kretschmer ^ als einfachen Lallnamen 
betrachtet mit dem bekannten karisch-kleioasiatischen 
und armenischen Personenname Addag (armenisch Jai> 
oder Taff)y den (den karischen Addag) der Vater von 
Oejuiooog triigt, verglichen werden. Vrgl. auch die 
aus den phiygischen Inschriften bekannten Personen- 

* Einleitung in die Geschichte der griech. Sprache s. 348. 



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[3] P. CAROLIDES 245 

namen Addtjs (^lofiagdydov), Adda (Feminin) KavudQov, 
Jeva oder Jettj (MsvavdQog ^AQtovaQxov ^TtolrjOEv Aery 
idlq nevdsQq) Tdva {Tdva /} ov/u^tos avrod). I'drag 
Tdrag MtuvAov). Vgl. audi die kleinasiatiscbe und ar- 
menische Stadtnamen Aaddovava, AaddueQva, Aabonohg 
und den kappadokischen Monatsnamen Addovoa oder 
Tedovola. Der Name des angeblichen Sohnes des kari- 
schen mythischen Heldens Aada^ des Sejucoods namlich, 
scheint nichts anderes zu sein als die griechische Uber- 
setzung des Namens Addag. Oejutooog ist freilich aus 
Sejiug hergeleitet. Tad aber in der armen. so wie Dad 
in der pers. Sprache, nichts anderes bedeutet als ds/iig, 
jus, (so auch armen. tadem richten, iadasdan (yg\. 
den kleinasiatischen Stadtnamen Aabdorava — Gericht). 
2) SaAd/Lteiv. Das einzige interessante Wort in 
der Inschrift 1 ist OaXdfietv (« vavrri daAdjusiv ») ©a- 
Adjueiv ist, aller Wahrscheinlichkeit nach, ein parety- 
mologisch mit dem griech. ddXajuog verwechseltes und 
der Form nach hellenisirtes phrygisches Wort, das 
eigentlich Grab bedeutet. Dies schliess' ich aus der 
armen. wrzl. Thai Thalem graben, Thalumu Be- 
grabniss. Ob das griech. ddkafxog in irgendeiner Beziehung 
zu der armen w. Thai steht, die auch den allgemeinen 
Sinn von decken, oreystv hat (Vgl. das arm. Thalag 
kopfdecke. Thaland - vjuriv) lass' ich dahingestellt. Das 
zu vermuthende phrj^gisohe Wort lautete wahrscheinlich 
etwa ihalam oder thalumn. Die Endung am in den arme- 
nischen Vei'balien (so hiiayem sorgen, hnam sorge; 
zk-em fuhle, an-zk-am dvalodrjvog) wie in den klein- 
asiatischen und armenischen Localnaraen (llsgyajiiov 
Lygdamum. Vgl. den arm. Stadtnamen Chram) ist 
nicht ungewOlmlich. Die gewOhnliche Endung aber 

AcU9 du XII"*' CongriM des Orientaliitet. — Tome III — (2"^® Partie) 16 



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246 SECTION GEECE ET OEIENTE [4] 

der Verbalien im armenisohen isfc umn. Das arm. 
Thalvmn bedeutet nur Begrabniss^ hingegen das phry- 
gische daXduetv bedeutet die Begrabnissstatte. Was 
den Auslaut n (dakdiA£(\v]) in der phrygischen Dativsuf- 
fix anbetrifft, so kann man ihn auch in dem armeni- 
sohen Dativsufflx der auf mn endigenden Verbalien 
finden (So vgl. sermn OTreQfia. Dativ. sennan,) Aelin- 
liches kommt auch in einigen sowohl armenisohen als 
phrygischen antonymischen Dativendungen vor. So 
das arm. soin dieser, in Dativ semin. Ebenso noin 
dieser, in Dativ. nemin. Vrgl. das phrj^g. as/uoDv nvovjud- 
vet - TOVTO) Tcj /tivr/fiavi (s. w. unten). 



N. 2 

jivrhravQos nal Ba/iovs llaolojvog AeovT(iq>) ddeXq^qj 
161(0 nal licpla ywaim airod^ ual FAvkov ya/Lt(i)Qd£ /uvijurjg 
Xdgtv. log rajnav uaX uanovv addauetzi, enrrsTtn/ievog sirov. 

1) log. In der phrygisch abgefassten Verflucli- 
ungsformel dieser Inscbrift das erste Wort tog ist of- 
fenbar ein phrygisches unbestimmtes Relativpronom 
aus derselben wrzl. wie das griechische 6g (of aT). Snort, 
jas. jat. 

2) Ta/uav. Dieses von Ramsay als Schade (harm * 
erklarte phrvgische Wort ist offenbar der Dativ eines 
dem armen. ta und toin entsprechenden phrygischen 
Demonstrativpronomens des armenisohen da oder to - 

* Nach der Erklarung von Ramsay muss der gauze Yorsatz der 
Verfluchtungsformel so erklart werden: o<; av l^r^^iTy xal xax6v 7:oir^<r^ 
('AXXa tivt 7cpdY(iatt Cyi'xiav xal xaxov av :cotiQax| ;). D©r Begriff von Grab 
bleibt so ganz aus. 



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^5] P. CAROLIDES 247 

ovTos der dativ ist ima und tmane (i imane mit der 
praepos. I - ad) der Doin oder Toin — ovrog tmin (timin). 
Beide armenische WOrter, sowohl tmane als tmin scheinen 
identisch mit dem phrygischen vajuev = tovvc^ z.u sein. 

3) Kai. Wie die Folge der WOrter zeigt, muss nai 
als fivfjfia erklart werden. Was das Etymum des Wortes 
anbetritft, so kann es' mit dem karischen ooda -= Tdq)og, 
dem griech. uo)g eIquttj; uotAog, uavXog, uooi (KOtAcj/uaviOL 
Hesych), lat. cdvus verglichen werden. 

4) AddansTTt. Dieses phrygische Wort bedeutet 
otfenbar jroirjot]^ und so ist sein Etymum entweder auf 
die wrzl. dha^ da, tha Sdijue — tnolrjOe (Sncrt. dadhami 
oder takshdmiy deutsch Thun, That) oder auf die w. 6a, 
da {dai]vaiy daida^og) zuriickzutuhren. Ich bemerke nur 
das audi in vielen griecbischen Dialecten von Kappa- 
dokien, in denen nicht wenige alte kleinasiatisch-arme- 
nische Wurzel bis heute sich erhalten haben, ist dd^co 

jTolo), Vrgl. den alten kappadokischen Monatsnamen 
Addovoa oder Tadovaia, und Tedovala dessen Wurzel und 
Etj^mum von P. de Lagarde auf das baktrische Dadousi, 
dada Schaflfer zuriickgefiihrt wird (s. oben s. 3.). 

6) EriTTeuKfisvog. Wenn man die phrygisch ab- 
gefassten Verfluchtungs-formeln der griechisch-phry- 
gisclien Inschriften mit den griechisch abgefassten 
iihnlichen Formeln der griecbischen Inschriften von 
Phrygian vergleicht, so muss man die WOrter £r«r(r)- 
euufxevoi eltov als h'vvxoiTo mit passiver Bedeutung, 
also gegriflfen werden erklaren. So scheint in N. V 
(bei Ramsay) dieselbe Verfluchtsformel in beiden Spra- 
chen abgefasst zu sein. Ig ue oejuov Tcyovjuivog a(d)aK£v 
jue dtojg ^[e]/n[e]Aco eriTenHjiievog £iTo(y). Dieser phrygisch 
abgefassten Verfluchtsformel folgt bald eine griechisch 



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248 SECTION GRiCE ET ORIEXTE (6) 

abgefasste F. «T)g dv ds uaKcbs [jt]v/]0£[i], venva dcoga 

EiTov ist offenbar eine Impeiativform, wie da& 
griech. und latein. iovco. esto. Was nun die gramma- 
tische Form und das Etymum von eTLTETinjuevog oder 
STiTeny/iiBvog betriflft, so betrachte ich es als ein zusam- 
mengesetztes Participium passivum. ^ Der erste Theil 
des Compositums, namlich en, ist wahrscheinlicli eine 
Praeposition wie das arm. end^ oder e'nt dvrl^ ^Qog^ 
Hard. T£Tm{y)/i(£vog kann freilich mit dem armen. tik 
Spiess. Tika-hatz doQljiArjnrog. Vrgl. Pers. tik impe- 
tus, tekiden -- cito currere. tekaniden -- amovere, dispel- 
lere. Rich tiger aber muss man das eTiTeTty{n)^ievog mit 
der griech. W. tlk, veu, rex, vv/. rbcteiv, renetv (eigen- 
tlich — werfen), rvyx^vetv ( treffen « S'ljufigoreg, oifd* 
^vxEg^\ Tvuxog^ rvxog ( MeisseJ) in Verbindung brin- 
gen, falls diese griech. Wrzl. mit der oben erwahnten 
armen. tik und pers. tek nicht dieselbe ist. ETiTeny(ic)iii£' 
vog also - ^revvyjuevog in der ursprunglichen Bedeu- 
tung von Tvyxdvco^ also - getrofl'en, schwer getroffen. 

N. 3 
log VI OEfiovv Kvovfiavet uanov a{6aH£T . . . STiTTeTiK/nE' 

vog SLTOV. 

1) log VI. Uber tog ist schon oben gesprochen 
worden. Xi aber ist wahrscheinlich eine mit dem 

* In den griechiech abgefassten Verfluchtsformeln der Verfluch- 
tungseatz lautet auch « xaryjpajtsvo^ t^tw (s. N. 1) und « oTroxatapato? 
lato) » und « awpot? TcsptTrdootro (30|i'f opaic ». £TtT£ttx(7)|j.svo(; aber ent- 
epricht besser dem IvtoyotTO und muss die in den Inschriften dieser 
Verbumsform gegebene passive Bedeutung (ivfy/otto = ivtsTUYjidvoc stV;) 
nur in solchem Sinne aufgefasst werden. 



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17J . P. CAROLIDES 249 

griechisch. dv (tog vi ----- 6g dv) gleiohbedeutende im ar- 
menischen niolit vorkommende phrygische Partikel. 

2) Kvov/LiavsL Das interessan teste phrygische 
Wort in dieser Inschrift ist das offenbar Grab bedeu- 
tende W. in^ovfiavEt, Es ist wahrlich merkwurdig, wie 
Ramsaj, Kretschmer und andere sich in der etymologi- 
schen Erklarung dieses Wortes geirrt haben, da es doch 
ganz eintach aus dem armenischen qovnem (qoun-em) --- 
schlafen erkliirt warden muss, jcvovfiav also bedeutet 
Koi/utjTtjQiov. Das SuflBx man ist in der arm. Sprache ein 
locatives. So kerez-man Grab, sandi-man — Gegen- 
uber (sandi-f/egen). kine--man (kine Wein). Hnga-^man 

Rauchgefass (Hoting - Ranch, dvfilaitia), Vrgl. pers. 
Qnan - mansio, domns. Vrgl. anch die kleinasiat. Stadt- 
namen Ko/tiavaj AojuavUy Zlfiava, FaX/java, 

3) 2e/novv ist ein Demonstrativpronomensdativ, 
den kann man, statt in den slavischen Sprachen etwa 
gezwungener weise zu suchen, wie Fick gjemacht hat, 
ganz einfach aus dem armen. Demonstrativpronomens- 
dativ s(ejmin fDativ des Pronomens 5om -- dieser) oder 
«(ema und (s)emane (Dativ des Pronomens sa dieser) 
erklaren. Beide armenische Formen s(e)min und s(e)ma 
oder s{e)mane sind beinahe ganz dieselbe mit dem oe/now. 

4) a{6)aK£T s. addauem N. 2. 



N. 4 

AiodoTog MaKedovLu6{g) , . . 'AQiordgxov ejtolrjosv Aettj 
idifi TtevdeQa. 

log vt ae/uov uauovv adauer, aivioi i9aAajusi, 

dijdtog ^e/iisAoj [£TiT€T\ucjuevog sirov. 



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250 SECTION GRfcCE ET ORIENTE [8J 

1) AiVLOL In dieser Inschrift findet sicli ausser 
den schon erklarten phryg. WOrtern (tog, vi, 0£ino(y)y, 
adauezy da^ajuei) das neue Wort aivtoi. Aus dem Zu- 
sammenhange der WOrter atvtoi daXa/iec entnehme 
icb dass wir hier ein neues Demonstrativpronomen haben 
und zwar in Dativ. Und gerade dieses Demonstrativpro- 
nomen findet sich in dem armen. Demonstrativprono- 
men ain mit dem Dativ ainm^ ainmig ^ j-ain. Hier 
aber das DativsuflBx des Pronomens nahert sich mehr 
dem griechischen, als dem armenischen. 

2) ArjbLog. Das Wort scheint ebenfalls Demon- 
strativpronomen zu sein, und wahrscheinlich in Geni- 
tivform. dydiog ^sjueAco vovvov ol jtaldeg. Vrgl. die 
schon oben (N. 2) erwahnte armenische Demonstrativ- 
pronomina d(t)ia und d(t)oin. 

3) Ze/ueXo). Dieses Wort ist schon von Sayce 
mit dem aus Hesychius bekannten phrygischen Worte 
^sjueAev {pdfgfiaQov dvdQdTtodov. ^gvyeg) verglichen wor- 
den. Die eigentliche Bedeutung des Wortes scheint 
Kind oder Sohn zu sein. In diesem Falle muss man das 
Etymum des Wortes auf die Wrzl. ysv. armen. tjnan, 
Lat. gen und ge7n. geminus, gemelhis beziehen. 

N. 6 



yh)KVTdT(J Z(OTt(y)(b /bLvrjfXYjg /clqcv. Igue oe/uov K{v)ovjuivog 
[uanov] a{6)aKev /uedtcog ^ejueAco eriTExiKfievog £tTo(v). 
dg dv de naucbg (jr)vi]Oe{c) , reuva dcoga tvTv{xovro). 

1) lone scheint gleichbedeutend mit 6g dv zu 
sein. also loue tog vt (N. 2) 5g ne{v) quisque (in den 



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[9] P. CAROLIDES 251 

griech. kappadokischen Dialecten nloue). Ig scheint also 
wie tog ein Demonstrativ und zugleich auch Relativ- 
pronomen zu sein. Ke ist offenbar dasselbe mit dem 
homerischen ks, uev {5, vi nev Keq)aAfj uavavsvocS), 



N. 6 

log n osfiow uvovfidvet [uauow] a^^SQsr, a{i)vov .... 
r/riTSUHjuevog eivov. 

2) Appeger. Dieses neue phrygische Wort ist 
offenbar iveynrj zu erklaren. Vrgl. das griech. q)£QO) lat. 
/era arm. perem. pers. berem. Macedon. fteg (Begsviurj). 
Das Wort darf nicht als mit einer Praeposition ab ^^ ad 
zusammengesetzt betrachtet werden. Das a oder ab in 
a(p)p£QeT scheint, wie in a(6)6aK£T^ ein Praefix su sein. 

3) A[i)vov ist wahrscheinlich eine Genitivform 
des oben (N. 4) erwahnten Demonstrativpronomens 
aivt-oc. 



N. 18 

AiviKog OEfjLOvv Kvovftdvet uauovv addauev, atn juav- 
nafieo .... 

1) AtviKog. Hier finden wir das aus anderen 
Inschriften bekannte Demonstrativpronomen atvt mit 
einem Suffix oder Partikel «og, wodurch das Demon- 
strativum in ein unbestimmtes Relativpronomen iiber- 
zugehen scheint. aivtuog also - log vt, tg ks (s. N. 3 u. 5). 
Vrgl. die griech. kappadok. dor^e ovrco dort^eno 
djtcog dv. 



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252 SECTION GEECE ET ORIENTE [10] 

2j Mavuafieo. Das AVort scheint dasselbe mit 
dem fiavuavL des N. 26 (s. unten) zu sein. s. N. 26. 



N. 21 

AvQ, KvQLXXa MvQcwog ovjupiog Avq. Ildoa Miv{v;eov 
rod ual Kvgicjvog nal HjtJtag ya/u^Qog avrfjg koI Tdra ij 
cvju^iog avTod iJcDvreg nareOKevaciav rfj jutjtqI tijv ooqov. 

log oa ooQov uaue adauer, fiE ^e/iisAo enrenHjuevog 
ecTov. 

1) 2a) ist offenbar ein Demonstrativpronomen 
— ovTog [Oa aogov - Tavrtj rf) aoQ<p) ganz dasselbe rait 
dem arm. Demonstrativpron. sa - ohrog (vrgl. audi 
soin dieser wie ta und toiiiy na und noin) Vrgl. mit 
diesem sa das Sncrt. sa, sa-s - er. Griech. oy/Li€QO%'. 
Deutacli. sie^ so, 

2) ZoQov) kann gewiss als ein Lehnwort aus 
dem griech. noQog betrachtet werden, obwohl oogog 
im Griechischen nicht eigentlich das Grab bedeuteth. 
Jedenfalls kann man aber das W. auch mit dem armen. 
sorem eindringen. sor - rgojyAfj vergleichen 'Vergl. 
auch das pers. hofir Grab). 

N. 26 

log v( osjtiov Kvovnavi navov dauer, aivi fiavuart itit- 
TETiKjuevog eirov. 

I) MavHari). Hier ist interessant das Wort /iav- 
Kan. das Kind oder Kinder^ zu bedeuten scheint. Also 
aivi uavuaTi EnTreTiuuEvog eirov oiTog ovy jroioiy etrv- 



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[11] p. CAROLIDES 253 

XOLTO. Vrgl. N. B, « t^Kva doga ivTv[xoiTo]j u. N. 21, 
tog. . .. fis ^SjusAo) STirenHjuevog ecrov, jus ^ejueXo tovtov 
xa T€Hva. Wirklich, kann man juavKari mit der armen. 
AVrzl. mang[k\ manong(k) Jtarg. mang(k) --ig(k)— jrae- 
duQiov, in Verbindung bringen. Das armenisohe Wort 
[niang(k)] hat im Pluralnominativ, ausser der gewOhn- 
lichen Endung k (manong k) audi die Eudnng ti^ (a)ti 
also mangti - Ttatdeg. Diese zweite Foi-m ist beinahe 
ganz dieselbe mit dem phrygischen Mavuavi. 



MavnafiEo (X. 18) 

Mit dem Mavnari scheint Mavuapeo (N. 18 cuvi 
fiavKapeo) ganz dasselbe zu sein. Zu bemerken ist aber 
dass die Form mankab im Armenischen ist instrument 
talis (kortzagun)^ das als « durch die Kindern » oder 
'< mit den Kindern » erkliirt werden muss, aivi juavua- 
/iso also - er mit den Kindern. Dann aber muss viel- 
leicht audi aivc /aavKarc so erklart werden und /uav- 
Kan als Instrnmentalis angenommen werden, obwolil 
mang[k\ti im Armenischen Nominativform ist. iCfr. 
skrt. suffix bhyas^ lat. suffix busj. 



So viel liber die phrygisch abgefassten Insdiriften 
der rOmischen Period. Jetzt gelien wir zum Erklarungs- 
versuche der ardiaischen, namlidi der griediischen 
Zeit gehOrenden, phrygisch abgefassten Insdiriften 
liber, indeni w ir diese nach der von Texier und neuer- 
dings von Ramsay abgeschriebenen Texten geben. In 
dieser Aufgabe w411 ich nicht alle die bis jetzt von 



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254 



SECTION GRECE ET ORIENTE 



[12] 



verschieden Gelelirten gemachten Erklarungsversuche 
der gesagten Inschriften ausfiihrlich besprechen, son- 
dern ganz einfach meine eigene Erklarungsversuche 
zur Kenntniss bringen. 



b) Inschriften des grossen Midamonuments 

I. Ares (nach Ramsay, Arig nach Texier) agmsfiacg 
(nach R, aQuiai^os nach T.) aKEvavoy{X)apog Midcu ^^ya- 
Fak{y)tai FavaHvei edasg. 

II. Ba^a juejusFacg: jtQotTapog: ucpr y{^)avaFoQ[^)og 
(nach T. nach Ramsay K(pt' 'javaFe^og) edaeg. 

In der Inschrift 1 

1. At eg oder Artg ist ge\viss der bekannbe 
Lydisch-phrygische Eigenname. 

2. AQUiatpog oder aQucepaig kann aus dem 
armen. aiujay KOnig (griech. dgxog) oder aus dem 
armen. arkoy Ehrwiirdig erklart werden. 

3. AK£vavoy[X)aFog. Dieses Wort, das Lassen 
als Object des Satzes betrachten woUte (also das Monu- 
ment, das Grab?; Ramsay aber als einen Eigennamen 
in Genitiv (analog mit Dorulas, Dorula-fog^ =-= Aoqv- 
Aaog), muss vielleicht auf die armen. Wrzl. agen. agn. 
agna-iror - Jt€Qtq)avfjg , agnor-zon --- Ehrenvoll, agnou- 
zem Verehren bezogen werden : aK£vavoy{X)aFog ist viel- 
leicht eine Adjectiv oder Adverbialtbrm und bedeutet 
achtitngsvoll, evoefifjg (oder evaefiojg), evA^afii/g (oder evXapCjg). 

4. Midat ist gewiss Dativ von Mida(g). 




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[13] P. CAROLIDES 255 

5. FavauTEi dvaurt. 

6. r(X)aFay(X)Tai. Unerklarlich; es scheint eben- 
falls Dativ zu sein. 

7. Edaeg ist offenbar -- tnolrjoe. Vrg. das ad- 
(d)aK£T der phrygisch. Inschrift der rOm/ Zeit. 



In der Inschrift 2 

1. Bap a ist der bekannte phrygisch-kleinasiati- 
sche Gotter- und Personen-name. 

2. Msjue^acg als parallel von aQuet^ais ist 
wahrscheinlich ein Adjectiv. Es ist von Lassen mit 
dem griech. juejuadjg verglichen worden (Also jae/us- 
)8aeg -bereitwillig, ergeben?). 

3. IlgoivaFos als parallel von aK£vavoy(X)aFog 
ist vielleicht eine Adjectiv- oder Adverbiallbrm. 

Was das folgende 

4. Kq)i' 5avafog(5)og. oder uqjc. ^avaFo^os be- 
trifft, so kann ich nicht begreifen, was Lassen mit der 
willkiirlichen Veranderung der Worttblge zu erreiclien 
hofl'te, indem er die in dem Texte von Texier vorhan- 
dene Kq)r ^avaFogog in mpt^av: aFoQog verwandelt. 

ZavaFogog oder ravaFpQy{^og oder ZavaFe^ot 
kann aus dem armen. ynera - gebaren sein. Setzen wir 
die Wrzl. des Wortes als gan (^na, yav^ zen. Vgl. das 
pers. zen yvvt). zen-iden gebaren), so ist das Suffix 
aFoQ also aioor ganz armenisch. Auch das Suffix aFeCpg 
kann mit dem arm. Verbaliensuffix itz (gnitz yevy/jTog) 
verglichen werden. Kq)c ist wahrscheinlich mit dem 
griech. oq)6g lat. suus, bactr. qtra zu vergleichen. Dem- 
nachst K(pt-^avaFoQog (i(p(^ yevvijroQt. 



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266 SECTION GEfcCE ET ORIEXTE L^^J 

6. ZiuEfxav oder 2cHev\E)fAav. Dieses Wort {Zi- 
HEiiav bei Texier, Zuceve/uav bei Ramsaj^) ist sowohl 
von linguistischem als von myfchologisch-ethnolo- 
gischem Gesichtspunkte an das wichtigste aller liier 
erOrterten phrygischen WOrter. Das AVort 2iKe{ve)iijiav 
bedeutefc, wie die ganze Reihe der WOrter zeigt und 
wie die Erklarer es annehmen, Grab. Und diese Bedeut- 
ung kann uns zum riclitigen Etymum des W. tuliren. 
ZcK£(v£)juav in der Bedeutung Grab kann von 
Gesichtspunkte dieser Bedeutung und des Locativsut- 
fixes /uav mit Kvovfxdv(ei) der phrygischen Inschriften 
der rttm. Zeit verglichen werden. Eine etymologische 
Verbindung aber zwischen beiden, wie Ramsay es 
versucht hat, ist ganz verfehlt. Weil wiihrend das 
Etymum und die Bedeutung von nvovjuav ganz einfach 
und leicht aus dem armenischen Jam Schlaf^ kun-em 
schlafen, kunaran KotjutjTrjQtov, mit dem klein- 
asiatisch-armenischen Locativsuffix man erklart wird, 
muss IckevEfiav, in dem wir ebenfalls das Suffix fiav 
finden, ein Ort fur Ziue(ye) bedeuten. So in der armen- 
ischen Sprache findet sich das Wort S{i)gai (das armen- 
isch oiijuac ausgesprochen wird). Das Wort entspricht 
in der armenischen Uebersetzung des alten Testaments 
dem griech. yiyag, und wird audi in den armenischen 
Lexica so erklart. Dies kann aber nicht die genaue 
Bedeutung des Wortes sein. Urspriinglich muss das 
Wort eine allgemeinere Bedeutung gehabt haben, also 
die Bedeutung des ausserordentlich starken, des Heklen, 
des machtigen. ^ Das Etymum des armenischen Wortes 

* Die zwei armenisclie Worter, durch die man das griech Tjfxo^ 
ubersetzt, nilmlich d(t)intzazu r= Osoysvt^^ und Katz = tapfer entspre- 
chen nicht genau dom Siune des griechischen Wortes. 



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[15] P. CAROLIDES 257 

muss auf eine arisclie Wurzel bezogen werden, die w ir 
wahrscheinlich in den nordeuropaischen Sprachen fin- 
den. Diese W. ist die des deutsclien Wortes Siey^ sie- 
gen (altdeutsch Sigi (Vrgl. die deutsohen nnd keltischen 
Heldennanien Siegbert, Segobriga, Segovesus). Un- 
abhangig aber von der etymologischen Frage ist es 
gewiss dass S(i)gai im Armen. den Held, den gigant- 
ischen, aber auch den machtigen, den KOnig zu be- 
deuten sche.nt. Und diese liedeutung scheint auch der 
armenisohe KOuigsname S{i)gai'-orti Kind, Solin von 
S(i)gai zu haben. So heisst einer der mythischen KOnige 
von Armenien (Moses Cborinatz. Gesch. von Armenien 
I, 19;. Sigaiorti heisst auch ein armenischer KOnig 
zeitgenoss von Senacharib, bei dem beide SOhne dieses 
K5nigs nach der Ermordung ihrer Vaters sich gefliichtet 
sein sollen (Moses Chor. I, 23). 

Aus dieser Combination der Namen geht deutlich 
hervor dass das phrygische l\ue{ve)juav, wenn es in 
einer Verbindung mit dem armenischen Namen steht, 
nicht anderes als das Grab eines Helden oder eines 
KOnigs bedeutet, also ist entweder dem griechisclien 
7)Qq>ov gleichbedeutend oder wahrscheinlich bedeutet 
eintach K5nigs-Grab^ paoikiKov juvfj/ua. Dass aber 
S{i;gai oder S(i)kai wirklich ein Held bedeutendes 



^ Die Annabme von Kretschmer (s. 232) dass es sich hier um 
zwei W6rter bandele, deren das erste «3t, also ein Demonstrativ pro- 
nomen, und das zweite xsvsjiav als Grab (aus dem Sncrt. kka7i = 
graben zu erkl&ren sei, kann nicht ricbtig sein, erstens weil a'.xe(vs)- 
jjLav ist oiFenbar nur ein Wort; zweitens weil das phrygische Demon- 
strativ ist sa nicht si (Olen. s. Inschrif. X. 21). Die richtige Erklftrung 
des Wortes scheint Grab, und zwar fj(>d)OV oder Konigsgrab sein. Diese 
Erklfirung wird oben vielfach begriindet. 



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258 SECTION GEECE ET ORIEXTE [16] 

phrygisch-kleinasiatisches Wort ist, das kanu man 
audi ans einer anderen Combination der Namen mit 
Sicherheit schliessen, namlich aus der Verbindung des 
phrygischen 2tn£(y£)fiav mit anderen altkleinasiat- 
ischen Ortsnamen. 

a\ Zlyeiov. ZlyEiov hiess, wie bekannt, ein Vor- 
gebirge auf der asiatischen Seite des Hellespontus, 
Elaeus gegeniiber (in der europaischen Ufer), wo das 
llQ0jrEOi?.dEtov, also das Grab des Helden Protesilaos 
lag. Auf Zlyeiov aber befunden sicli tumuli (rvjufioi), 
ein Heiligthum und ein Grab des Achilleus, das so 
genannte 'A/iXAecov (Strab. XIII, 69B « roi) ftev ovv 
'Axi^/^eog ual Isqov ion ual juvijjua TtQog v^ Ztyeiq> »). Man 
zeigte an demselben Orte die Graber der Helden Pa- 
troclos und Antilochos {UavQonXov 6e ual lAvrtXoxov lavif 
juara). Ziyeiov war also ein mit drei beriihmten Helden- 
grabern und einem Tempel von Achilleus geheiligter 
Ort, wo die Einwohner von Ilion den Helden Opfergabe 
(ivaytajuovg) darbrachten. Es ist aber selir w^ahrscheinlicli 
dass die Verehrung der Graber auf Ulyeiov von Seiten 
der griechiscLen Colonisten des Hellespontus iliren ci- 
gentlichen Ursprung bei kleinasiatischen Volkern hat 
und von den Griechen auf die griechische Helden des 
trojanischen Krieges iibertragen worden ist. Der Name 
Ziyeiov ist nicht griechisch, sondern kleinasiatisch und 
kann sehr gut mit oben erorterten armenisch-germa- 
nischen Wurzel Sigi S[i)f/ai in Verbindung gebracht 
werden. 

Ilyetov also scheint ganz dasselbe mit dem ZtuEfiav 
der phrygischen Inschrift zu sein, mit dem einzigen 
Unterschiede, dass in dem gracisirten phrygisch-klein- 
asiatischen Namen Zlysiov das kleinasiatisch-armenische 



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[17] P. CAROLIDES 259 

Suffix man durch das griechische Localsuffix £iov oder 
/oj' ersetzt worden ist (Vrgl. ^qcjiov, fjQojov). 

Sigu. Und so muss sehr wahrscheinlich auch das 
Sign der von Schliemann entdeckten nichtgriechisclien 
Inschrift von Troja mit Zlyeiov in Verbindung gebracht 
werden. * Ist diese meine Erklarung richtig, so kftnnte 
icb zwei andere kleinasiatisch-phrygische oder troja- 
nische WOrter in diese combination einschliessen, 
namlich die Namen ZKafidrdgcog und Znd/iavdQog 
und Zkaiai nvXac. 



* In der von Sclilieman in Troj.\ 1873 gefundenen nicht griechi- 
schen Inschrift (in deren Schriftzugen Burnouf die CTrnndzeichen der 
chinesischen Inschrift, Max Muller phonikische Buchstaben, schlies- 
slich hethitische erkennen wollte, bat professor Haug die Worter 
Ta. i. o. Si. i, go oder Si, L go, ta, i. o gelesen und Si. i. go also Sigo 
mit StYstov, ilxdt(iav8(i0c, Xxatat zhXii Sr/ato? (dem Namen des Ge- 
mahls der Dido), ferner Sigon (einem Ortsnamen auf der phonikischen 
Pestlande) in Verbindung gebracht (Beilage zur Allgemeinen Zeitung 
1874 N. 32), wahrend Alfred Resch (Allg. Zeit. 1874 N. 140) denselben 
Namen (Si. i. go) der Trojanischen Inschrift auch mit dem aus Bibel 
(Num. XXI, 21. Deuteron. IV, 4) bekanntem amoritischen KSnigsnamen 
Xr/cov und mit dem hebraischen Stadtnamen Sichem verglichen hat. 
Also betrachteten Beide (Haug und Resch) das Sigo der Inschrift und 
mit ihmauch das XiYstov, SxajiavSpoc und Xxatat iziiXoLi als WOrter semi- 
tischer Abkunft. Diese Meinung aber ist gegentiber der oben dargestellten 
Combination der phrygischen StX£|xav mit Xt7stov bez. SxajiavSpo?. 
Xxottat lU'jXat und dem armen. S{i)ga8 widerlegt. Die arische Abkunft 
aller dieser Namen wird durch diese Combination ganz klar gestellt. 
Und wenn die von Haug gemachte Entzifferung der trojanischen In- 
schrift richtig ist, so ist das in dieser gelesene Wort Sigo ganz iden- 
tisch mit liiYstov. Uebrigens scheint die von Alfi^d Resch vorgeschla- 
gene Zusammenstellung des trojanischen Sigo mit dem phonikischen 
Gottesnamen Xitobv (Euseb. Praep. Ev. 1,10 p. 26 « Aafwv og kozi Xitcov ») 
nicht treffend zu sein. Ebenso scheint die Meinung dass durch den 
Namen der Hafenstadt Sigo der obigen Inschrift, Itfetov als eine pho- 
nikische Niederlage erwiesen sei, verfehlt zu sein. 



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260 SECTION GRECE ET ORIENTE [18] 

2!najudvdQios wird bei Homer selbst mit 'Aarwiva^ 
eng zusammengestellt. * Diese Zusammenstellung aber 
kann uns die Zusammensetzung des Wortes ZKajudvdgiog 
aus Zna (sgai) - - Held, KOnig, dva^ und mandra — Burg 
(Vgl. judvdga ein mit einem Zaun umgebener Ort. 
Sncrt. mandira -^ doxnuSy mandura stabulum)^ erkla- 
ren. Zka/udvdQcog oder ursprtinglich ZHd/uardgog also 
( \4orudva^ -- StadtkOnig, Mcdkart (?) Yrg. 'Anrvo/}j 
FoQdtov {ueQva gherda, gorod. Ktiofna . JtoMg) lloAiri^g 
(ein Sohn von Priamos) Urbanns als Personenname) war 
ein troisch-phrygisch-kleinasiatischer Helden-oder K5- 
nigsname, von deni auch der trojanische Fluss oder 
Flussgott SudfiavdQOQ, seinen Namen erhalten bat. Dass 
der Name Iudf,i(iv6Qog in diesem Sinne in allgemeinerem 
Gebrauche bei troischen Volkern stand, erhellt auch 
aus einer alter Ueberlieferung. iHdfiavdgos namlich 
war nach Nicolaus von Damascus der erste KOnig von 
Troja, dessen Name mit einem der altesten kleinasia- 
tischen mythischen Namen, dem Dada verbunden wird/ 
Es mag nun dass ludjuavdQog grammatisch nicht genua 
dOTvdva^ erklart wird; es mag nicht « Stadlkonig », son- 
dern ^< Konigs-stadt » bedeuten. Indessen finden wir die- 
selbe grammatisclie Bildung in dem karischen lovdyt^.a 

> II. VI 402-3 « Tovp' ''ExTcop xaXssoxe Ixa{tav5ptov, a'jtap ot aXXoi 
'AoTodvaxta • 010? epoeto "Kxrwp. » Vrgl. XXII 500 u. 506 « 'Aoroava^. 
ov Tpwe? dirtxXTjotv xaXeooatv ». 

* In dem phrygischen MavSpdTToXi? scheint zdXtg eine Ueberset- 
zting des phrygisch-kleinasiatischen jiivSpa zu sein. 

^ Nicolai Damasceni Excerpta et Pragmenta Ed. Orelli p. 36 
« Xxd{j.av5poc 6 paaiXsog, ;rp<i)To? twv Tpoxov, Xa[xa>vi ypTjod{t8vo? <5'>v- 
ep7(j) t6v sv Tp(j)d3i svtXTjosv, aTuoO-avovtoc 8k Xd|ia)vo? xatd tir^v (i.d/V, 
tYiv Yovaixa aotoO Ad5av, {tr^t^pa twv veavbxtov sic t^ IIoXsiov eSs:rs}i.'}c 
Std xV^poxOi; ». Vrgl. Steph. v. B. (u. d. W.). 



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[lJi| p. CAROLIDES 2(51 

( Konigsyrab. Dieses Wort auoh Hiuss wortlich Grabs- 
konig erklart werden). Sonst gibt es audi im Griechi- 
schon Composita, in denen die obige Erklarung Zudr 
fiavdQog Stadtkonig ihre Analogie findet. So z. B. 
JcoQodeos SeddojQos Vgl. dQxc/uavdQmjs. Aber wenn 
anch ZndjuavdQos als Koni<jsiadt erklart werden muss, so 
hindert uns dies niclit die urspriingliche Bedeutung des 
Namens auf die Stadt selbst von Troja zu beziehen und 
aus diesem Namen die beide andere, sowolil den des 
Flusses iHdfxavdQog als den des Helden oder Konigs 
2!KafidvdQiog. ^ 

lumal JTvAat (anch JagddHat) beisst bei Homer das 
zu dem Felde von Troja und zu dem Lager der Grie- 
chen fiihrende Tbor von Ilios (II. Ill, 146; VI, 393). 
Das ist nirgends von dem Dichter als anaial also link 
erklart wird. Wenn aber die alten und die neuen Er- 
kliirer des Dicbters den Namen mit dem griechischcn 
Adjectiv onaiog link als identiscli annehmen und als 
westliches Thor erklilren, so ist dies eine ganz willkur- 
liche Erklarung, zumal weil Homer nichts von ande- 
rom also ostlichem, oder nur rechtseitigen (de§tai juvAacj 
sagt. Ich glaube in Inatai nvXat muss man das Ueber- 
bleibsal eines kleinasiatisch-armenischen Wortes anneh- 
men und das luaiai jrvAac (die Pluraltbrm wird wahr- 
scheinlicli um das grossartige darzustellen gebraucht) 
also das oinzig von dem Dichter oft erwahnte, das 
mdiovde tuhrendo audi AuQddviai genannte eigentliche 



* Die Form Xxajidvofjioj; ist gewiss nur griechisch, von Homer 
zuin rnterschiede des Helden oder Konigs Xxa[j.av8f»0i; von dem gloich- 
namigen Fluss oder Flussgote gebraucli. Soiist Ivcaiiavopo; bless, der 
erste KOnig von Troja (s. oben S. 18. Anmerkung 3). 

Aetet du XTP*^' Conar^* det OritntalUtes. — Tome HI. ,2n'« Porlie) 17 



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2H2 SECTION GRECE ET ORIENTE [20] 

Tlior von Ilios, also das konigliche Thor (Porta reale. 
Vrgl. das Byzantinische XQ^^^l ^^v) erkliiren und so 
muss man das Wort mit iKa/udvdQios^ Ziyeiov, Ziusfiav 
in Verbindung bringen. ^ Selbst wenn man, gestiitzt 
QL\xi <ii ouatov qIov y> (Odys. Ill, 29B), annehmen soUte, 
dass Homer unter « onaiov » wirklich « links » d. h. 
westlicli verstanden hat, so liegt in diesem Falle eine 
subjective Auffassung des Dichters vor, der das Wort 
alsein griechisches betrachtete: hindurch wird also kei- 
neswegs die wirkliche objective Bedeutung des phry- 
giscli-kleinasiatisclien Wortes « koniglich » widerlegt.^ 
Ueber die anderen phrygisch abgefassten Inscriften 
der liellenischen Zeit gehe ich hinweg, weil in diesen 
kann ich nicht viel erklarlichen finden. Bemerkenswerth 
sind doch die folgenden WOrter. 

1) AuaQaXaoow scheint ebenfalls Grab zu bedeu- 
ten ; oder, wie Ramsay glaubt, bedeutet den Ort, wo die 
Felsenmonuments der Stadt gesammelt waren. Sonst 
scheint das Wort aus zvvei Theilen zusammengesetzt 
zu sein. In dem ersten Theile finden wir vielleicht das 
armenische W. kar. - Stein pers. chnr Stein. (Aka- 
ralasoum Atddnnarog ?). 

2) AFav^ ist oflfenbar ein Zeit wort bedeutend 
vielleicht knolrjosv, s^sreAeoe. Vergl. das arm. avarden 

EKTEXetv. Poset. awardeag e^srtAeoe. 



^ Was das Lautverhaltniss von Xiysiov and Xixsjxav, XxmavSoo?, 
ilxatat in B'.ziig auf den Uebergang von y in x betrifft, so soil ich be- 
merken dass das armen. /j (a) wie das griechische % ausgesprochen wild. 

* Mit Xxaial TToXat und den anderen verwandten kleinasiatischen 
Namen wie auch mit dem armen. S(i)gain konnten wir aucli das phry- 
gische AIt;; 'AT/caio<; in Verbindung bringen, wenn dieser Xame nicht 
eher an 'Ao/.r^vov und 'AaxTjvd^; erinnerte. 



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[21] P. CAE0LIDE8 203 

3) AQe^aOTtv (/uaregav aQfrX^aariv) . aQS^aariv ist viel- 
leicht das Superlativ eines Adjectivs age^ (^^f?l- das 
arm. arzaan wiirdig. Bactr. areza Ehre. Vrgl. audi 
den aus den Inschriften bekannten kilikischen Perso- 
nennamen AQ^av)\ uavegav age^aoriv also die ehrwiir- 
digste Mutter? 

4) KovQtfivetpv klingt gaiiz armenisch. Vrgl. d. 
arm. korg - Arbeit, Dienst. Kov/janitz - Arbeitstatte 
EQyaorqQiov, korijanafjon der die Arbeit fuhrende, der 
Ktinstler. 

P. Carolides. 



^'2-«d^^iar>5f«iS.z«>^^ 



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A la liste des adherents au Congr^s de Rome il faut ajouter 
ceiix dont suivent les noms: 

NORVEGE 
Jans Liebi.ein Prof, de I'Univeraite de Cliristiania. 

HOLLANDE 
Hbegr Mme. 

SERBIE 
PopoviTc'H Comm. Prof. Euoi^ne. 

MEXIQUE 
Francisco Dei. Paso y Troncoso. 

RUSSIE 

MoHR n^e VON Radlow Mme Nina. 

De Poltorazky Mile Hermine 

S. E. De Kroupenskt Anatolk. 

S. E. le G6n6ral von Schwedow G. de Jaqow. 

JAPON 

Kurarichi Ghiratori Prof. 
JuN«iRO Takakusu Dr. 

FRANCE 

Mr Israel htvi. Mile Hodge. 

Mme Israel Levi. M. Pierre Deulin. 

M. Froidevaux. Senior G. Rappoport. 

M. Joseph Schvab. M. H. Galadin. 

M. Paul Boell. M. Georges Salmon. 

Mme Hodge. 



Au nombre des deleguSs officiels du XII Congr^s il 
fa?*t ajouter Villustre Professeur Tomskn, qui representait 
le Gouvernement de Danemark. 



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INDEX 



Section MrrnoLOGisj bt Religions. 

'All Ibn Hamza and his criticism on famous Arabic Philolo- 
gists. (Dr. Paul BrOnnle) Page 5 

Notes de lexicographie egyptienne. (Karl Piehl) 33 

Di un bassorilievo del museo di Perugia. (G. Donati) 37 

Del nome Papa nolle chiese cristiane di oriente ed occidente. 

(B. Labanca) 47 

The Oriental conception of Law. (Herbert Baynes) 103 

Section Linguistique. 

Note semasiologiche. (Francesco Scerbo) 115 

Sul trattamento delle liquide indogermaniche nell* indoiranico 

e specialmente nelP antico indiano. (G. Ciardi-Dupre). 127 

Intoi-no alle origini della scrittura lineare. (G. Sergi) 193 

The inflexion of the Substantive in the Algonquin Languages. 

(J. Dyneley) , 201 

Section Gr£:ce bt Oriente. 

Le premier recit de la mort des pretendants et ses traces dans 

POdyssee. (Helbig) 233 

Die phrygischen Inschriften (P. Carolides) 24:3 



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