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Full text of "Prospettive economiche ... opera edita sotto gli auspici della Università Bocconi di Milano"

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GIORGIO MORTARA 



PROSPETTIVE 
ECONOMICHE 

1922 



OPERA EDITA SOTTO GLI AUSPICI 
DELLA UNIVERSITÀ BOCCONI 

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CITTÀ DI CASTE 




SOCIETÀ TIPOGRAFICA « LEONARDO DA VINCI 



1922 




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\ WITH THE COMPLIMENTS 




OF THE 




UNIVERSITÀ COMMERCIALE 


BOCCONI, MILAN (Italy) 




The private per sons, institotions, and 
blic administfations, that now receive 
pttbifcation free and wish to receive it 
in the future, are kindly invited to 
in exchange to the Library of the 


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also 
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UNIVERSITÀ COMMERCIALE 




BOCCONI, MILANO (11) (Italy) 


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their ptfblications (boofcs, periodicais, bul- 
letins) dealing: with ecpnomical, finan- 
gM| cial and statistica! subjects. 


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GIORGIO MORTARA 



PROSPETTIVE 

ECONOMICHE 

1922 



OPERA EDITA SOTTO GLI AUSPICI 

DELLA UNIVERSITÀ BOCCONI 

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CITTÀ DI CASTELLO 



SOCIETÀ TIPOGRAFICA LEONARDO DA VINCI 

1922 



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PROPRIETÀ LETTERARIA 



Città di Castello, Società Anonima Tipografica «Leonardo da Vinci' 



PREFAZIONE 




ROSPETTIVE, non previsioni. 

Chi contempla, in una giornata serena di giu- 
gno, la distesa dei campi folti di spighe dirà che 
il grano promette bene, ma non annunzierà, se è 
savio, un copioso raccolto, sapendo quanti eventi possano 
ancora contrastare l'adempimento della promessa. 

Così in tutta la vita economica: ne la dottrina dei teo- 
rici, né l'esperienza dei pràtici, né questa e quella insieme, 
vincono l'impenetrabilità del futuro. Troppo complesse e jnu- 
tevoli e troppo sottratte alla scienza umana sono le circo- 
stanze in gioco, perchè se ne possa dominare l'azione; troppo 
s'ignora del presente, perchè si possa dar salda base ai presagi. 
Bisogna dunque contentarsi di scrutare il presente, al lume 
della passata esperienza, cercando di schiudere così qualche 
spiraglio sul prossimo avvenire. Tale, sotto l'orgoglioso titolo, 
il modesto fine di queste " Prospettive Economiche „ . 

La festosa accoglienza incontrata lo scorso anno mi fa 
sperare propizio il favore del pubblico a questa rinnovellata 
edizione. 

Roma, 31 dicembre 192 1. 
Roma - Istituto Superiore di Studi Commerciali. 
Milano - Università Bocconi. 

GIORGIO MORTARA. 



INDICE 



Introduzione . 

Grano 

Vino. 

Olio d'oliva 

Frutta e ortaggi 

Seta . 

Cotone 

Canapa 

Lana 

Carbon fossile. 

Petrolio . 

Energia elettrica 

Ferro 

Trasporti terrestri 

Trasporti marittimi 

Finanze pubbliche 

Moneta . 

Lavoro 



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IX 


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239 


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247 


» 


287 


» 


3'7 


» 


337 


» 


355 


» 


379 



INTRODUZIONE 




A guerra aveva profondamente trasformato le re- 
lazioni economiche internazionali. Nuove forme 
d'attività s'improvvisavano dovunque, mentre so- 
stavano alcune delle antiche; qua le industrie 
agrìcole, là le industrie minerarie e le manifattrici, estende- 
vano, intensificavano, moltiplicavano la loro produzione con 
incredibile rapidità. S'invertiva il se;nso delle migrazioni; si 
capovolgeva il corso delle esportazioni di capitali; nuove 
correnti di traffico sostituivano le antiche, inaridite; paesi 
ricchi impoverivano e paesi poveri arricchivano. 

Chiusi, con gli armistizi del novembre 1918, i maggiori 
episodi del conflitto dei popoli, apparve manifesto lo stato di 
profondo esaurimento economico dell'Europa continentale. 
Già avviata al disfacimento la Russia; in preda alla fame 
ed alla confusione le genti già austro-ungariche e le balca- 
niche; disordinata ed inerte quella Germania che era stata 
modello di disciplina e d'attività; immensamente stanca l'Italia; 
dissanguata la Francia; i paesi già neutrali saturi d'oro ma 
scarsi di molti beni più necessari all'esistenza. 

A tanta miseria, alla penuria di derrate, di materie prime, 
di manufatti, si contrapponeva la floridezza dei paesi d'oltre- 



X INTRODUZIONE 

mare, che alla gran domanda di merci del periodo bellico 
avevano corrisposto dando impulso all'attività produttrice. 
Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, Giappone, Australia, 
ed altri meno importanti mercati, abbondavano di quei beni 
che l'Europa desolata agognava. 

Una prima fase del processo di assestamento consistette 
nel tumultuoso assalto dato dai paesi famelici ai mercati 
transoceanici. Quei pochi mercati europei che — come il 
Regno Unito — avevano potuto mantener salda la compa- 
gine della loro economia attraverso le vicende del fortunoso 
lustro, furono anch'essi assaliti da una domanda di merci che 
superava di molto la loro capacità di produzione. È questo 
il periodo in cui i prezzi, — dopo la brusca inflessione se- 
guita all'armistizio per il disorientamento dei mercati e per 
la discesa dei noH, dovuta al ritorno della sicurezza sul mare — , 
riprendevano l'ascesa, fino a superare, nella prima metà del 
1920, quelle ch'erano parse, un anno e mezzo prima, in- 
sormontabili vette. 

Che cosa potevano offrire le esauste economie dei paesi 
spogliati dalla guerra, in cambio delle merci che chiedevano 
all'estero ? Quello che un tempo solevano dare, ora non po- 
tevano più offrirlo, o perchè producendo meno bastavano 
appena ai propri bisogni, o perchè gli antichi clienti s'erano 
rivolti ad altri fornitori o avevano sviluppato la produzione 
interna, o perchè codesti clienti erano impoveriti essi mede- 
simi. D'altra parte la terra, tanti anni trascurata e privata del 
necessario sussidio di materie fertilizzanti, era avara dei suoi 
doni; le industrie, con gli impianti rovinati per quattro anni 
di lavoro forzato, mancavano di materie prime e di combu- 
stibili; le ferrovie, con materiale logoro e scarso, funziona- 
vano male; i porti erano congestionati; i lavoratori, esausti 
per le fatiche, per i sacrifìci e per l'ininterrotta tensione dei 
passati anni, erano divenuti pigri all'opera; inghiottite nel 
baratro della guerra ingenti masse di risparmio, facevano di- 



INTRODUZIONE XI 

fetto i capitali a fecondare lo sfruttamento delle risorse na- 
turali mercè il lavoro umano. 

Aumentata la necessità di importazioni, era diminuita la 
possibilità di esportazioni. 

Ai paesi così mal ridotti rimaneva la scelta fra poche 
vie, per colmare il disavanzo degli scambi economici con 
l'estero: o compensare i nuovi debiti con antichi crediti, o 
esportare oro e argento, o cedere una parte del proprio pa- 
trimonio, o contrarre debiti, o infine chiedere in dono ciò 
per cui non potevano dar nulla in cambio. 

Per cedere crediti bisognava possederli j in questa con- 
dizione erano, per loro fortuna, il Regno Unito, la Francia, 
la Germania, che in tempi più prosperi avevano investito 
enormi capitali all'estero. Ma la maggior parte degli altri 
Stati erano privi, o scarsi, di un siffatto mezzo di pagamento. 
Anche d'oro possedevano larghe provviste soltanto pochi di 
essi; e privarsene interamente avrebbe per questi significato 
sottrarre l'unica seria garanzia alle crescenti masse di carta 
moneta in circolazione, e provocare così disastri monetari non 
meno terribili della fame; tuttavia furono esportate conside- 
revoli quantità di metalli preziosi. Vendere, o meglio sven- 
dere, una parte del patrimonio nazionale era possibile a patto 
di trovare chi comprasse : e appunto per la difficoltà di tro- 
var clienti, questa forma di pagamento ha assunto molto mi- 
nore estensione di quel che sia sembrato agli spettatori dei 
fenomeni speculativi avvenuti nell'Europa centrale, dove gli 
stranieri hanno bensì comprato molto di quello che potevano 
trasportar via, ma per lo più si sono disinteressati dei beni 
immobili. Poiché pagare mediante beni riusciva per tanti ri- 
guardi difficile, si è largamente ricorso al pagamento me- 
diante promesse. Crediti da governi a governi, da privati a 
governi, da privati a privati; esportazione di titoli del debito 
pubblico emessi all'interno; esportazione di moneta cartacea: 
tali sono state le principali forme d'indebitamento adottate. 



XII INTRODUZIONE 

Quando è venuta meno l'una fonte di credito, si è ricorso 
all'altra, e così via, cercandosi di sfruttarle tutte. E stato cal- 
colato che, nel biennio successivo all'armistìzio, i soli crediti 
concessi dagli Stati Uniti all'Europa abbiano raggiunto i 3 
miliardi di dollari (cioè 68 miliardi di lire italiane al cambio 
medio del dicembre 1,921); e taluno ritiene che abbiano su- 
perato questa somma. 

Una così anormale condizione degli scambi internazionali 
non poteva protrarsi indefinitamente. La continua ascesa dei 
prezzi rendeva ogni giorno più difficili i pagamenti all'estero 
ai paesi europei maggiormente impoveriti; la difficoltà era 
ancora aggravata per lo svilimento della moneta, che scemava 
pregio alle esportazioni di merci. Esaurite le possibilità di 
esportare titoli o metalli preziosi, venduto quel che potevano 
vendere delle loro ricchezze, questi paesi stentavano ormai 
a trovar credito all'estero in qualsiasi forma. D'altra parte, 
di mano in mano che ritornava in molte regioni la tranquil- 
lità politica, si riordinava e si rianimava l'attività economica: 
la produzione dei campi, delle miniere, delle officine, andava 
aumentando in modo da diminuire il bisogno dei sussidi 
stranieri. 

I diminuiti bisogni, le aumentate difficoltà di pagamento, 
fecero rapidamente scemare, dalla metà del 1920 in poi, la 
domanda di prodotti sui grandi mercati esportatori. La re- 
strizione della domanda si ripercosse immediatamente sui 
prezzi, i quali erano stati spinti a grandi altezze anche per la 
sottrazione ai mercati di enormi scorte, che venivano serbate 
in attesa di maggiori rialzi. 

La discesa dei prezzi delle merci fu ancor più precipitosa 
dell'ascesa: la frettolosa liquidazione delle scorte, in parte 
forzata per le restrizioni di credito operate dalle banche nord- 
americane e britanniche; l'annullamento di innumerevoli com- 
messe di merci da parte dei compratori che non volevano, 
per tener fede ai contratti, pagare cento ciò che oggi pò- 



INTRODUZIONE XIII 

tevano procurarsi a trenta, e neppure acconsentivano a pagare 
trenta, sperando di potersela cavare con venti più tardi ; la 
restrizione delle spese degli Stati, che si sforzavano di libe- 
rare i bilanci dalle sovrastrutture belliche; ed altre minori 
circostanze, concorsero ad accelerare e ad intensificare gli 
effetti della riduzione nella domanda di merci sui mercati 
d'esportazione. 

Affollati di venditori e radi di compratori, questi mercati 
caddero rapidamente in uno stato ,di acuta depressione. Alle 
restrizioni del credito — che principalmente la previsione 
della crisi aveva imposto alle banche — seguirono restrizioni 
degli scambi interni, del consumo, della produzione. 

Furono ristrette le coltivazioni; molti stabilimenti indu- 
striali si chiusero o proseguirono solo parzialmente il lavoro; 
sostarono inoperose nei porti migliaia di navi; milioni di 
disoccupati cercarono invano nuovo impiego. I grandi paesi 
industriali colpiti dalla crisi diminuirono la loro domanda di 
merci all'estero; e si propagò così la depressione al resto del 
mondo. 

Fra le cause di questa depressione non vanno dimenti- 
cate le condizioni della Russia, né quelle della Germania. 

Ma non bisogna esagerare l'importanza mondiale del mer- 
cato russo : il complessivo valore degli scambi internazionali 
del gigantesco impero, nel 1913, non raggiungeva il valore 
degli scambi internazionali del minuscolo Belgio; e le per- 
turbazioni dei traffici determinate dalla grande restrizione del 
commercio con la Russia hanno importanza molto secondaria 
in confronto a quelle, ben più vaste, derivate da altre cir- 
costanze. 

Neppur bisogna abboccare all'amo degli economisti te- 
deschi, che imputano alla soluzione data al problema dei 
risarcimenti, con la pace di Versailles e coi successivi ac- 
cordi, ed alle conseguenti singolari condizioni dell'economia 
germanica, tutta la depressione economica mondiale. È certo 



XIV INTRODUZIONE 

che in seguito alla guerra la capacità di acquisto della po- 
polazione germanica è diminuita; che l'onere dei risarcimenti 
la diminuisce ancor più e quindi ostacola lo smercio dei pro- 
dotti esteri nel territorio della novella repubblica; è certo 
anche che l'industria tedesca, per lo svilimento della moneta, 

— solo in parte connesso con l'onere dei risarcimenti — , 
può vantaggiosamente concorrere con le più potenti rivali; 
è certo infine che la disponibiHtk degli indennizzi in merci 
imposti alla Germania dispensa i paesi beneficati dall'acqui- 
stare altrove merci simili. Ma, ad onta di tutto ciò, la mi- 
nacciosa esportazione germanica è ancora molto lontana dalla 
mole d'avanti guerra ; e la Repubblica tedesca importa assai 
più di quanto esporti, se non mentiscono le sue statistiche 
ufficiali. E trova ampio credito all'estero; e colloca a piene 
mani fumo in cambio d'arrosto: promesse, che sono stracci 
di carta, in cambio di merci. Traducendo in numeri, dov'è 
possibile, l'influenza delle condizioni della Germania sull'eco- 
nomia mondiale, è facile vedere quanto esagerate e quanto 
interessate siano certe opinioni, che pur incontrano largo acco- 
glimento. 

L'anno che ora si compie ha forse segnato la fase culmi- 
nante di questa depressione. Alcuni dei maggiori paesi espor- 
tatori dedicano a soddisfare bisogni propri una parte di quelle 
attività che appariscono esuberanti a soddisfare bisogni altrui; 
alcuni paesi che dianzi sembravano quasi irreparabilmente pro- 
strati vanno risorgendo con rapidità che nessuno avrebbe osato 
prevedere. Raggi di luce — ancora pur troppo fiochi e radi 

— cominciano ad illuminare il fosco orizzonte; dove domi- 
nava ieri lo sconforto, rinasce oggi la speranza. È general- 
mente diffusa la convinzione che il 1922 vedrà l'inizio d'una 
vivace ripresa dell'attività economica mondiale e segnerà un 
gran passo verso un assetto meno instabile delle relazioni eco- 
nomiche internazionali. 

Non ci dissimuliamo gli ostacoli che si oppongono a tal 



INTRODUZIONE XV 

miglioramento di condizioni. Principali fra questi: l'irta selva 
di barriere doganali, entro le quali gli Stati, credendo di 
salvare le proprie industrie pericolanti, vanno talora soffocando 
quelle sane; le difticoltà di ottenere credito all'estero od all'in- 
terno, che si oppongono al rifiorimento di molte forme d'at- 
tività economica là dove la guerra ha distrutto maggior copia 
di risparmi; gli odi fra i popoli già avversi, che persistono 
oltre la pace, contro il tornaconto; la stolta prepotenza di 
qualche nazione, la non meno stolta dissimulazione di qualche 
altra, il cieco egoismo di tutte, nelle relazioni politiche ed 
economiche internazionali. 

* * 

L'Italia ha sensibilmente migliorato le sue condizioni nel 
corso del 1921. 

A molti parrà strana questa affermazione, poiché del pre- 
sente e del vicinissimo passato è facile scorgere luci ed ombre, 
mentre del passato più lontano l'occhio suol distinguere le 
luci soltanto. Eppure taluno, di memoria meno labile, ram- 
menterà forse come verso la fine del 1920 uomini autorevoli 
e bene informati sussurrassero nei corridoi delle Camere pro- 
nostici funesti: in primavera sarebbe mancato il pane; la 
carestia del carbone sarebbe presto divenuta intollerabile ; 
l'esaltazione delle masse operaie avrebbe condotto a tristi 
giorni; la pubblica finanza, schiacciata dalle immani spese, 
sarebbe precipitata verso il fallimento. Oggi, alla fine del 1921, 
i soliti profeti di sventure non sono meno pessimisti: non 
manca più il pane, manca però il credito, che è necessario 
come il pane per ogni forma di attività economica; non fa 
difetto il carbone, ma i corsi d'acqua inariditi negano energia 
agl'impiatnti idroelettrici e paralizzano le industrie; gli operai 
sono più tranquilli, ma preoccupa l'enorme folla dei disoccu- 
pati; le finanze pubbliche si reggono, ma si reggono a forza 
di debiti. 



XVI INTRODUZIONE 

Che l'Italia stia in un letto di rose, sarebbe temerario 
sostenere ; tuttavia, ricordando gli ostacoli superati ieri, si 
possono guardare senza soverchio timore le difficoltà di oggi. 

L'industria agricola, fondamento della nostra economia, 
appare nettamente avviata verso le condizioni normali; le 
vicende meteorologiche alterneranno, come sempre alternarono, 
anni magri ed anni grassi; ma quella profonda depressione 
che è stata conseguenza della guerra è superata. Non meno 
confortanti, forse anzi migliori, sono le condizioni dell'indu- 
stria zootecnica. 

L'industria mineraria si risente della depressione industriale 
estera ed interna: alcuni suoi rami tuttavia si mantengono attivi. 

Varie sono le sorti delle industrie trasformatrici di materie 
prime. Pochissime sono veramente floride; parecchie attra- 
versano, con varia resistenza, un periodo di rallentata attività; 
alcune sono in profonda crisi. 

Meglio resistono alla riduzione della domanda le tessili, 
che) nel loro complesso costituiscono il ramo più pode- 
roso e più vitale delle industrie trasformatrici italiane. Agili 
nella ricerca di nuovi sbocchi e pronte nell'adattamento 
della produzione ai gusti dei mercati, come hanno attraver- 
sato senza eccessiva espansione il periodo bellico, così supe- 
rano senza eccessiva restrizione questi anni di laborioso asse- 
stamento. 

Reggono bene anche le industrie alimentari, che nella 
maggior parte trasformano o conservano i prodotti delle nostre 
industrie agrarie e zootecniche. A molte dì esse il mercato 
nazionale consente largo smercio di prodotti, indipendente- 
mente dalle più variabili vicende dei commerci con l'estero. 

L'industria elettrica è in via d'espansione, nonostante le 
gravi difficoltà che hanno arrestato, dopo l'armistizio, l'esten- 
sione degli impianti. La produzione d'energia è inferiore alla 
domanda; sotto l'impulso del bisogno si riprendono più atti- 
vamente le opere per il migliore sfruttamento delle acque 
d'Italia. 



INTRODUZIONE XVII 

L'industria edilizia e quelle che la provvedono di mate- 
riali da costruzione vegetano ancora fiaccamente, non essendo 
del tutto rimosse, benché siano attenuate, le difficoltà che le 
hanno paralizzate negli scorsi anni. 

Alcuni rami dell'industria meccanica si mantengono viva- 
cemente attivi, o per energia propria — come l'industria del- 
l'automobile — o col sussidio di commesse governative — 
come quelle che provvedono alla costruzione ed ai restauri 
del materiale ferroviario. 

Le industrie che più languono sono quelle, che, nate o 
cresciute durante la guerra, avevano assunto, — mercè le 
eccezionali condizioni di quel periodo, in parte protrattesi 
nei primi tempi successivi all'armistizio — , una fittizia appa- 
renza di rigoglio. Tali alcuni rami delle industrie metallur- 
giche, — specialmente della siderurgia — , delle industrie 
meccaniche, delle chimiche. Col ritorno a condizioni meno 
anormali, organi che fìirono utili o necessari divengono paras- 
sitari o superflui, o sproporzionati al bisogno ed alla capacità 
del corpo che li sostiene. Le eliminazioni e le restrizioni di 
siffatti organi non avvengono senza sofferenze, ma corrispon- 
dono ad una necessità ineluttabile e risparmiano maggiori 
danni; esse si attuano oggi, ma apparivano già fatali dal 
giorno dell'armistizio. 

Delle minori industrie sono varie le sorti: alcune soffrono 
per la restrizione dello smercio nei grandi paesi industriali, 
la capacità d'acquisto dei quali è ridotta per la depressione 
che attraversano; altre stentano a sostituire gli sbocchi per- 
duti negli immiseriti paesi dell'Europa centrale ed orientale 
e del Levante. 

In complesso, la depressione delle industrie trasformatrici 
di materie prime appare grave e diffusa anche in Italia, ma 
ben lontana dal raggiungere l'intensità e l'estensione che ha 
toccato nei maggiori paesi industriali, come gli Stati Uniti e 
il Regno Unito. 



XVm INTRODUZIONE 

Le condizioni dei mezzi di comunicazione terrestri sono 
sensibilmente migliorate : il materiale ferroviario disponibile^ 
se bene utilizzato, può riuscire adeguato al bisogno. La flotta 
mercantile si è accresciuta, tanto che nell'attuale momento 
di contrazione dei traffici e di restrizione delle correnti emi- 
gratorie è perfino esuberante al bisogno. Nei porti le cose, 
senza andar bene, vanno un po' meno peggio. 

Il disagio di parecchie industrie nazionali ha determinato 
un'estesa disoccupazione, aggravata per il disagio ancor più 
profondo delle industrie di altri paesi, che restringe le possi- 
bilità d'impiego all'estero per i nostri lavoratori. Benché meno 
vasta che altrove, la disoccupazione ha assunto tale ampiezza 
da non poter essere considerata alla leggera. A questo feno- 
meno sconfortante fa riscontro, nel campo del lavoro, il fatto 
confortante della maggior continuità e del maggior rendimento 
delle opere manuali. 

La situazione particolarmente difficile di quelle industrie, 
alle quali transitorie condizioni o artificiosi sostegni avevano 
consentito eccessivo sviluppo, doveva necessariamente riper- 
cuotersi sulla situazione degli istituti di credito. Uno di questi, 
più largamente impegnato nel finanziamento di tali industrie, 
è stato posto nell'impossibilità di far fronte ai propri impegni 
ed ha dovuto chiedere la moratoria. Sebbene in questa materia 
le previsioni siano particolarmente pericolose, per la prepon- 
derante azione che esercitano nelle crisi del credito fattori 
psicologici, imponderabili ed imprevedibili, e sebbene l'evento 
sia troppo recente e troppo ignoto nei particolari perchè rie- 
sca possibile un serio giudizio, tuttavia pare già lecito sperare 
che, superate le difficoltà del momento, le industrie più sane 
e vitali, cui è venuto improvvisamente a mancare il sostegno 
di codesta banca, trovino pronto aiuto altrove, e che perciò 
possano evitarsi altri gravi dissesti. 

Una buona fonte di speranze per l'avvenire economico del- 
l'Italia sta nell'andamento degli scambi economici con l'estero. 



INTRODUZIONE XlX 

Ancora nel 1920 il valore delle merci importate aveva 
superato di 10-12 miliardi di lire quello delle merci esportate*. 
Le spese dei forestieri e il risparmio dei nostri emigrati ave- 
vano concorso per circa 4 miliardi a colmare questo disa- 
vanzo; per circa 2 miliardi vi aveva contribuito l'esportazione 
all'estero di titoli del debito pubblico emessi all'interno; per 
altri 2 miliardi, forse, l'esportazione di carta moneta; e infine 
per 2-4 miliardi l'aumento, avvenuto durante l'anno, nei cre- 
diti concessi dall'estero a individui o ad enti privati in Italia. 
Tutto sommato, a 6-8 miliardi di lire del disavanzo commer- 
ciale si era fatto fronte mediante creazione di nuovi debiti 
all'estero, in varie forme. 

Nel 1921, mentre l'eccedenza del valore delle importa- 
zioni su quello delle esportazioni è scesa a 5 o 6 miliardi, 
le spese dei forestieri in Italia sono fortemente aumentate, 
tanto da compensare largamente la riduzione avvenuta nel 
risparmio degli emigrati. Insieme, queste due partite devono 
aver concorso anche quest'anno almeno per 4 miliardi a com- 
pensare il disavanzo degli scambi commerciali. I nostri débiti 
verso l'estero sono forse ancora aumentati nel 1921, ma cer- 
tamente in misura molto minore che nel 1920. 

Il 1922 si inizia, per quanto riguarda gli scambi con 
Testerò, con buone promesse. Occorrerà forse nei primi mesi 
dell'anno accrescere alquanto le importazioni di combustibili 
per supplire al difetto di energia idroelettrica, derivato dal- 
l'eccezionale siccità della passata stagione estivo-autunnale; 
ma il propizio andamento delle industrie agrarie e zootecniche 
nel 1921 dispensa da larghe importazioni di cereali e di altre 



* Le statistiche doganali italiane indicano un disavanzo di una quindicina 
di miliardi ; ma questa cifra è evidentemente esagerata, per conseguenza forse di 
errori nelle rilevazioni delle quantità scambiate e certamente di errori nella 
determinazione dei prezzi. Del resto le cifre del testo non hanno alcuna pretesa 
di esattezza; anzi tutti i dati sull'entità delle principali forme di scambi econo- 
mici fra l'Italia e l'estero vanno semplicemente interpretati come indicazioni 
approssimative dell'ordine di grandezza dei vari debiti o crediti. 



XX INTRODUZIONE 

derrate alimentari. Le esportazioni di materie semilavorate e 
di prodotti finiti si mantengono abbastanza attive, nonostante 
la depressione dell'economia mondiale; e le esportazioni di 
frutta e d'ortaggi, attraverso molte difficoltà di collocamento, 
raggiungono una discreta mole. L'afflusso dei forestieri non 
accenna a diminuire, anzi sembra aumentare. Il nuovo anno 
potrà forse ricondurre al normale equilibrio i nostri scambi 
economici con l'estero. 

Le condizioni delle pubbliche finanze, benché ancora tut- 
t'altro che liete, sono meno minacciose oggi, che alla fine 
del 1920. Il disavanzo è già molto diminuito nell'esercizio in 
corso, diminuirà maggiormente nel prossimo e sarà forse eli- 
minato nel successivo. Il debito pubblico non ha ancora finito 
di crescere, ma l'incremento si va già rallentando, e non 
sembra irraggiungibile né remota, benché non apparisca vici- 
nissima, una sosta. Nonostante che l'attuale disagio industriale, 
attraverso i bisogni di credito di alcune industrie, e i bisogni 
di credito dello Stato per le opere destinate a lenire la di- 
soccupazione, tenda a provocare un aumento della circola- 
zione, il miglioramento della situazione finanziaria e della situa- 
\zione degli scambi internazionali fa sperare improbabile un 
■nuovo largo aggravamento dell'enfiagione monetaria, che per 
i conseguenti sbalzi dei prezzi, delle retribuzioni, dei cambi, 
renderebbe più lento e più difficile il ritorno, già ben avviato, 
dell'economia nazionale a meno instabili condizioni d'equilibrio. 

Nell'insieme, l'anno nuovo nasce sotto auspici migliori di 
quello che l'ha preceduto: le stesse difficoltà odierne, ricon- 
ducendo a più convenienti proporzioni la distribuzione del 
capitale e del lavoro tra le varie forme d'attività economica 
e imponendo il ritorno ad una maggiore frugalità e laborio- 
sità di vita, sembrano destinate ad accelerare il risanamento 
dell'economia italiana. 

31 dicembre 192 1. 



GRANO 



Produzione mondiale 
e scambi internazionali di cereali prima della guerra, 

EL quinquennio 1909-13, il raccolto mondiale dei 
cereali — che costituiscono la base dell'alimen- 
tazione umana e largamente concorrono nell'ali- 
mentazione del bestiame — non doveva essere 
molto inferiore ai sei miliardi e mezzo di quintali, corrispon- 
denti a tre quintali e mezzo per abitante. 

L'importanza comparativa dei raccolti dei sei principali 
generi appare dalle seguenti cifre approssimative. 



^SH?^5£^^^55 


1 


I^^M 


\ 


i^^ 


! 


S^\S 


1 



Riso . . 
Frumento 
Granturco 
Avena . . 
Segale. . 
Orzo . . 



2.000 

1.250 

1.050 

650 

450 

400 



milioni di quintali 
» 
» 
» 
» 
» 



Il frumento contribuiva per circa un quinto al raccolto 
mondiale dei cereali. Di fronte ad una proporzione così mo- 
desta, riesce a piima vista sorprendente la gravità delle preoc- 
cupazioni manifestatesi negli ultitni anni per l'approvvigiona- 
mento di questa derrata. Ma la sorpresa svanisce quando si 
consideri il consumo dei cereali nella zona che più diretta- 



MoRTARA, Prospettive economiche. 



2 GRANO 

mente c'interessa, cioè nell'Europa occidentale e centrale*. 
In questa zona il consumo del frumento costituiva un terzo» 
del consumo totale dei cereali e due terzi del consumo dei ce- 
reali destinati direttamente all'alimentazione umana**. 

* * 

In complesso, l'Europa occidentale e centrale consumava 
annualmente 1.255 milioni di quintali di cereali, dei quali la 
metà destinati direttamente all'alimentazione umana : il con- 
sumo del frumento ascendeva a 441 milioni di quintali. La 
produzione interna toccando appena i 304 milioni di quin- 
tali, se ne chiedevano ad altre zone 137 milioni §: quasi un 
terzo della quantità di grano necessaria ai bisogni della popo- 
lazione veniva importato. Per gli altri cereali, invece, com- 
plessivamente considerati, la produzione interna saliva a 671 
milioni di quintali, l'eccesso delle importazioni sulle esporta- 
zioni a 143 milioni; si chiedeva dunque, ad altre zone, poco 
più d' un sesto del necessario. 

Riassumiamo in pochi dati le condizioni d'approvvigiona- 
mento della zona che consideriamo, rispetto ai singoli cereali. 

Frumento . 
Segale . 
Riso . . . 
Granturco . 
Orzo. . . 
Avena . . 

La soggezione dell'Europa occidentale e centrale ad altre 
zone, se era particolarmente grave nella provvista del fru- 

* Comprendiamo in questa denominazione gli Stati che, nei confini d'avanti guerra, 
si trovavano ad ovest della Russia, esclusi gli Stati balcanici. 

** Escludiamo dal consumo « diretto » : i**. i cereali destinati alla preparazione di 
bevande alcooliche ; 2". quelli destinati all'alimentazione del bestiame. 

§ Avvertiamo che in tutti i dati sulle importazioni e sulle esportazioni sono com- 
presi gli scambi internazionali di farine, ragguagliate queste ai grani mediante i coeffi- 
cienti impiegati dall'Istituto Internazionale di Agricoltura. 







Produzione interna 


Eccedenza d' importazioni 


migliaia 


di q. 


304.300 


137.100 


» 




197.000 


5.200 


» 




6.900 


8.600 


» 




93.200 


58.300 


» 




120.300 


49.700 


, » 




253.600 


2 1 .000 



GRANO 3 

tnento, non era però trascurabile neppure in quella dei cereali 
prevalentemente destinati all'alimentazione del bestiame, come 
il granturco, od alla distillazione, come l'orzo. Tuttavia la 
•dipendenza rispetto all'approvvigionamento del grano aveva im- 
portanza più decisiva, così per la sua maggior estensione, come 
per la più essenziale ed immediata necessità di questo cereale 
all'esistenza delle popolazioni, e per la difficoltà di mutare 
^d un tratto consuetudini d'alimentazione ormai consolidate 
4al tempo. Se manca granturco, orzo od avena pel bestiame, 
si può supplire con altri alimenti, e, in casi estremi, deci- 
imare gli armenti ; se scarseggia il grano per gli uomini, è 
difficile sostituire riso alla pasta o patate al pane senza susci- 
tare resistenze, e nessun governo civile può pensare al sacri- 
iìzib delle bocche inutili. 

Tutti i paesi della zona da noi considerata dipendevano 
in parte dall'estero per l'approvvigionamento dei cereali, e 
«pecialmente del grano; ma la misura della dipendenza era 
assai varia. Fra i maggiori Stati segnavano i due estremi: da 
una parte l'Austria -Ungheria, che chiedeva all'estero appena 
'1 3% d^^ suo bisogno di cereali, dall'altra il Regno Unito, 
•che ne importava il 62 7o (per il frumento, singolarmente ri- 
guardato, la percentuale saliva al 787o)« Ecco i dati — espressi 
in migliaia di quintali — per i singoli paesi. 











Produzione 


interna 


Eccedenza d' importazioni 


Frumento 


Altri cereali 


Frumento 


Altri cereali 


Austria-Ungheria . . 62.700 


163.500 


2.200 


3.800 


Belgio .... 




4.100 


19.900 


13.400 


10.600 


Danimarca 








1.500 


17.700 


1.700 


5.900 


Francia 








86.400 


80.300 


1 1 .900 


13.200 


Germania . 








41.600 


232.400 


18.600 


36.800 


Italia . . 








49.900 


39-300 


14.500 


4.700 


Norvegia . 








100 


2.600 


I.OOO 


4.000 


Olanda . . . 








1.300 


7.700 


6.000 


13-500 


Portogallo . 








1.900 


4.000 


SoO 


700 


Regno Unito 








16.200 


44.300 


58.800 


42.200 


Spagna . . 








35-500 


36.100 


1.700 


2.400 


Svezia . 








2.200 


21.900 


1.900 


1.600 


Svizzera 








900 


1,300 


4.600 


3.400 



4 GRANO 

Una breve riflessione sulle nostre cifre basta a mostrare 
su quanto fragile base siano fondati i progetti di autonomia 
economica, pullulati in parecchi paesi, con l'inasprimento degli 
egoismi nazionali seguito alla guerra. Pur guardando non un 
paese solo, ma la vasta zona dell'Europa occidentale e cen- 
trale, vediamo ch'essa, volendo rendersi indipendente dal resto 
del mondo per l'approvvigionamento dei cereali, dovrebbe 
accrescere di tre decimi la propria produzione : mèta non 
raggiungibile senza la distrazione d'ingenti masse di capitale 
da più proficui investimenti, e senza la restrizione d'altre for- 
me di attività altrettanto indispensabili per l'umano benessere. 

* 
* * 

La necessità d'importazioni di cereali nell'Europa occi- 
dentale e centrale poteva essere soddisfatta mercè l'esube- 
ranza dei raccolti d'altri paesi, meno densamente popolati. 
La Russia, la Romania e la Bulgaria disponevano annualmente 
di un'eccedenza esportabile di circa 140 milioni di quintali;, i 
principali paesi esportatori transoceanici disponevano di circa 
1 80 milioni. 

Per mostrare l'importanza comparativa di queste varie 
fonti di approvvigionamento, riferiamo alcuni dati. 

Eccedenza delle esportazioni sulle importazioni 











di frumento 


di altri cereali 


Russia . . 


. migliaia 


di 


quintali 


44.700 


61.100 


Romania . 




» 




14.600 


17.600 


Bulgaria . . 




» 




2.500 


3.100 


Argentina . 




» 




22.600 


37-500 


India . . . 




» 




13-500 


26.900 


Stati Uniti . 




» 




29.100 


10.700 


Canada . . 




» 




23.700 


700 


Australia . . 




» 




14.500 


— 400 



L'eccesso delle esportazioni dai paesi sopra enumerati era 
superiore all'eccesso delle importazioni nell'JEuropa centrale 



GRANO 5 

ed occidentale, perchè concorreva anche all'approvvigiona- 
mento di altre zone. Si può calcolare, tuttavia, che quasi sette 
ottavi delle esportazioni indicate fossero destinati alla zona 
europea che consideriamo. 

La situazione granaria durante e dopo la guerra. 

La produzione dei cereali nei paesi europei è andata de- 
clinando durante la guerra. La devastazione d' immense regioni, 
divenute campo d' interminabili lotte, l'assenza delle più valide 
braccia, occupate in altre opere, la scarsezza di materie fer- 
tilizzanti, divenute rare per la difficoltà del rifornimento dai 
paesi produttori, ed altri fattori secondari che pare superfluo 
ricordare, hanno concorso a ridurre l'estensione delle colti- 
vazioni ed a scemare il rendimento di queste. Penose restri- 
zioni di consumo si sono imposte alle popolazioni belligeranti 
ed a molte neutrali. 

I paesi dell'Europa occidentale e centrale che aderivano 
all'Intesa o si mantenevano neutrali, impediti presto di prov- 
vedersi di cereali nell'Oriente europeo *, accrebbero la loro 
domanda sui mercati transoceanici. Le richieste divenivano 
più copiose e più impellenti di mano in mano che, col pro- 
lungarsi delle ostilità, crescevano i danni all'agricoltura e sce- 
mava la produzione dei paesi belligeranti. 

II Regno Unito, la Francia e l' Italia, che insieme sole- 
vano chiedere ogni anno all'estero 83 milioni di quintali di 
frumento per colmare il disavanzo della produzione interna 
in confronto al consumo, ne richiesero in media quasi 94 mi- 
lioni negli anni dal 1914 al 1918; mentre riuscivano a ridurre 
di circa 7 milioni di quintali il bisogno d'importazione di 
altri cereali. 



* L'esportazione del frumento dalla Russia e dalla Romania si è ridotta da 60 mi- 
lioni di quintali, nell'anno granario 1913-14, a 3 milioni nel 1914-15, a io milioni nel 
1915-16 ; ed è poi quasi completamente cessata fino al 1919-20, (Intendasi per anno 
granario il periodo che va dal i*^ agosto di un anno al 31 luglio del successivo). 



GRANO 



* 
* * 



La crescente domanda di grano da parte dei paesi europei, 
segregati dai mercati orientali, spinse i paesi esportatori tran- 
soceanici ad estendere la coltivazione del prezioso cereale. 

L'area complessiva coltivata a grano nei cinque grandi 
paesi esportatori era in media di 44,5 milioni di ettari negli 
ultimi anni di pace ; con progressivo sviluppo venne accresciuta 
di un quarto; nel 1918 si giunse a mietere sopra 55,7 mi- 
lioni di ettari, e ancora nel 19 19 sopra un'uguale estensione. 

La produzione aumentò press' a poco nella stessa propor- 
zione della superficie, poiché il rendimento delle colture rimase 
immutato nella misura di circa 9 quintali per ettaro. In com- 
plesso i cinque paesi, che raccoglievano in media annua 401 
milioni di quintali di frumento nel periodo 1909-13, riusci- 
rono a raccoglierne 464 milioni, in media, nel 19 14-18, 456 
milioni nel 19 19, 475 milioni nel 1920. 

Nei sette anni dal 19 14 al 1920, i cinque paesi insieme 
avrebbero dovuto mietere 2.806 milioni di quintali di grano, 
se il raccolto si fosse mantenuto al livello medio di avanti 
guerra ; giunsero invece a mietere 3.250 milioni, conseguendo 
così nel settennio un'eccedenza totale di 444 milioni di quintali. 

La differenza tra le esportazioni e le importazioni, negli 
stessi paesi e nello stesso periodo, avrebbe dovuto toccare 729 
milioni di quintali, secondo la media antebellica ; salì invece 
a 1.042 milioni, con un'incremento di 313 milioni di quintali. 

Contrapponendo alla maggior produzione di 444 milioni 
di quintali la maggior esportazione di 313 milioni, si vede 
subito che i cinque paesi hanno ottenuto dai sette raccolti degli 
anni 1914-20 un residuo di 131 milioni di quintali, disponibili al- 
l' interno. Pur ammesso che un buon terzo di questo residuo sia 
occorso per la più copiosa semina, che un'altra discreta fra- 
zione sia stata consumata nei paesi produttori per conseguenza 
dell' incremento della popolazione — incremento, si noti, assai 



GRANO 7 

rallentato durante la guerra — , par certo che almeno 30 o 40 
milioni di quintali siano andati ad accrescere le scorte disponi- 
bili per il commercio internazionale. E verosimile che il conti- 
nuo aumento dei prezzi del grano — saliti progressivamente 
nella proporzione di i a 3,5 dal luglio 19 14 al maggio 1920 
(vedansi dati a pag. 14) — abbia spinto produttori ed in- 
termediari a serbarsi costantemente ingenti scorte di cereali, 
per ricavare il maggior vantaggio possibile dalla vendita. 

D'altra parte difficoltà di trasporto hanno impedito di fare 
affluire nei paesi bisognosi buona parte delle provvisto dispo- 
nibili nell'Australia e nell'Argentina, così che si sono venute 
accumulando in questi paesi grosse rimanenze. Mentre il rac- 
colto nel settennio 1914-20 ha ivi ecceduto, in complesso, di 
79 milioni di quintali la misura conispondente alla media del- 
l' ultimo quinquennio di pace, le esportazioni hanno superato 
la media prebelh'ca soltanto di 21 milioni. 

Le scorte al principio del 192 1 dovevano essere ancora 
enormi e soltanto in piccola parte hanno potuto venire smal- 
tite nel corso di quest'anno. 

* 
* * 

Nell'ottobre del 1920 l'Istituto Internazionale di Agricol- 
tura stimava a 170 milioni di quintali le quantità esportabili 
dai cinque paesi transoceanici nel corso della campagna gra- 
naria dal 1° agosto 1920 al 31 luglio 192 1; nell'aprile del 
1921 rettificava il calcolo, elevando la stima a 190 milioni di 
quintali ; aggiungeva, tuttavia, che esportandosi effettivamente 
tutto codesto grano, le rimanenze del vecchio raccolto, all'ini- 
zio della campagna commerciale 1921-22, sarebbero state non 
abbondanti, e certo inferiori a quelle dell'anno passato. 

Oggi, disponendo dei dati sulle esportazioni nella campagna 
granaria 1920-21 — le quali sono ascese a 188 milioni di 
quintali — possiamo giudicare troppo modesto il pronostico 
sulle rimanenze. 



8 GRANO 

Confrontando le quantità realmente esportate con quelle 
ritenute esportabili, troviamo, infatti, che gli Stati Uniti e il 
Canada hanno spedito all'estero 20 milioni di quintali in più 
del massimo previsto, mentre l'Argentina e l'Australia ne hanno 
spedito 2 1 milioni in meno. Ciò significa che le riserve nord- 
americane superavano di molto le stime fatte, e che, d'altra 
parte, alla fine della campagna granaria 1920-21 rimanevano 
ancora larghe scorte nei paesi esportatori dell'emisfero me- 
ridionale. 









Quantità realmente 


Quantità ritenuta 


Differenza 










esportata 


esportabile 




Stati Uniti . . 


. migliaia 


di 


q- 


97.900 . 


80.200 


+ 17.700 


Canada . . . 


» 






45.200 


43.000 


-f- 2.200 


Australia. . . 


» 






24.000 


30.300 


— 6.300 


Argentina . . 


» 






17.300 


32.300 


— 15.000 


India . . . . 


» 






4.100 


4.000 


-f- 100 



L'andamento dei prezzi durante gli ultimi mesi conferma 
l'esistenza di provviste di grano maggiori di quelle ritenute 
disponibili. Sul mercato nord -americano, dall'agosto 1920 al- 
l'agosto 192 1, il prezzo del frumento si è ridotto a metà; 
i dati che riferiamo a pag. 14 mostrano come anche negli ulti- 
mi mesi dell'anno granario il prezzo sia andato precipitando 
con rapidità inconciliabile con la supposta scarsezza delle ri- 
manenze del raccolto 1920 e dei precedenti, disponibili sul 
mercato mondiale. 

Si noti che lo sviluppo delle esportazioni nel corso del- 
l'anno granario non mostra alcun rallentamento nei riforni- 
menti ai paesi bisognosi di grano, come risulta dai dati che 
or ora riporteremo; si noti d'altra parte che all'accertamento 
di un discreto raccolto in alcuni paesi europei si contrappone 
ora la previsione della necessità di larghi rifornimenti in altri, 
sicché la diminuzione dei prezzi sembra doversi attribuire non 
tanto alla prospettiva di una -riduzione del bisogno mondiale, 
quanto alla sicurezza di un'esuberanza dell'offerta. Esuberanza 



GRANO 9 

che si spiega al considerare come il progressivo ribasso dei prezzi 
dalla primavera del 1920 in poi debba avere indotto di mano 
in mano gli speculatori a disfarsi, nella maggior fretta possi- 
bile, delle partite di grano accumulate durante il periodo dei 
prezzi crescenti. 

Esportazioni di frumento dai cinque paesi transoceanici 

(in migliaia di quintali) 

Campagna granaria 
1918-19 1919-20 1920-21 

agosto-Ottobre 35'5oo 45.000 43.400 

novembre-gennaio. . . . 34.300 45.700 51.300 

febbraio-aprile 33.300 43.900 45.700 

maggio-luglio 47.800 55-700 48.100 

* 

* * 

Lo sforzo produttivo dei paesi transoceanici è giunto a 
compensare il difetto delle fonti d^approvvigionamento del- 
l'Oriente europeo, le quali fornivano circa 60 milioni di quin- 
tali ; se nel periodo 19 14-18 essi hanno esportato, in media 
annua, soltanto 35 milioni di quintali di frumento in più della 
media del 1909-13, nel 1919 ne hanno esportato 58 milioni 
in più, nel 1920, 80 milioni. Il raccolto del 192 1, per quanto 
inferiore al precedente, si può calcolare superiore di una qua- 
rantina di quintali alla media 1909-13 ; esso lascia dunque un 
discreto margine per l'esportazione. 

Le vicende dell'estensione della coltura, della produzione 
e dell'esportazione dei cinque paesi transoceanici, dal 1909 in 
poi, sono riassunte nella tabella a pag. io. Dopo l'espansione 
della coltura del grano, avvenuta durante la guerra, sembra 
disegnarsi la tendenza ad una restrizione della superficie col- 
tivata. Negli Stati Uniti, da un massimo di quasi 30 milioni 
di ettari, toccato nelle semine del 19 18 (raccolto del 19 19), 
l'area granifera è stata riportata a 23 milioni. L'andamento 
dei prezzi negli ultimi tempi promuove questa restrizione ; è 



IO GRANO 

probabile che la superficie seminata a grano nel 192 1 nei 
paesi esportatori, pur mantenendosi superiore ai massimi d'avanti 
guerra, segni una nuova diminuzione. 

Sarebbero però fuor di luogo preoccupazioni per il futuro 
approvvigionamento dei cereali. La grandiosa esperienza degli 
scorsi anni ha mostrato con quanta facilita possa venir aumen- 
tata in misura rilevante la produzione dei paesi transoceanici, 
specialmente dell'America e del Canada. A nuove necessità, 
che sarebbero accennate e precorse da un'ascesa dei prezzi, 
farebbe fronte indubbiamente un nuovo ampliamento delle aree 
coltivate a grano in codesti paesi ; e d'altronde, cessate con 
la pace le difficoltà dei trasporti marittimi, le provviste dispo- 
nibili nel mondo possono venir sfruttate molto più razional- 
mente che negli anni della guerra, durante i , quali, nonostante 
l'esodo di milioni di lavoratori, accorsi sui campi di batta- 
glia, i paesi esportatori riuscirono a provvedere ai bisogni 
dell' Europa. 

Produzione ed esportazione di frumento 

stati Uniti Canada Argentina Australia India 

media 1909-13 19.100 4.000 6.500 3.100 11.800 
» 1914-18 21.900 5.900 6.700 4.200 12.900 

Area coltivata j anno I919 29.60O 7.700 6.IOO 2.60O Q.60O 

(migliaia di ha). ) ' ^ y 1 j V 

/ » 1920 23.IOÒ 7.400 6.000 3.700 12,100 

\ » I92I 23.000 9.400 5.600 3.800 10.400 

media 1909-13 186.900 53.600 40.000 24.600 95.700 

» 1914-18 223.600 69.300 44.400 30.100 96.500 

Raccolto J anno 191 9 256.100 52.600 58.300 12.800 76.300 

/ » 1920 214.200 71.600 46.200 40.000 102.800 

192 1 201.600 89.800 ? 39.900 68.200 

media 1909-13 26.500 24.500 25.900 13.500 13.800 



(migliaia d 



Eccedenza 



\ » I9I4-18 55.800 42.100 20.800 11.500 



9.000 



esportazioni j ^"^^ ^QIQ 69.5OO 3O.4OO 33.7OO 29.9OO — I.4OO 

(migliaia di q.). / » 192O 72.2OO 39.OOO 54.IOO 17.OOO 1-300 

i** Sem. 192 1 37.800 17.200 12.800 19.400 2.900 



GRANO 1 1 



* 

* * 



Benché l'importanza degli scambi internazionali di fru- 
mento sia di gran lunga superiore a quella degli scambi di 
altri cereali, diamo anche per alcuni di questi sommarie notizie, 
sufficienti a mostrare ^espansione della produzione e del com- 
mercio dei paesi transoceanici, divenuti quasi esclusivi rifor- 
nitori dell' Europa. 

La produzione della segale fu accresciuta da 8,9 migliaia 
di quintali (media 1909-13) a 17,6 nel 1920 ed a 16,3 nel 
192 1, negli Stati Uniti; l'esportazione, che era trascurabile, 
fu portata a '14,5 milioni di quintali nel 1920, a 6,4 milioni 
nei primi nove mesi del 192 1. 

La produzione del granturco negli Stati Uniti fu aumen- 
tata da 688 milioni di quintali (media 1909-13) a 821 milioni 
nel 1920 e a 801 nel igii; l'esportazione salì da 11 milioni 
di quintali (media annua del citato quinquennio) a 26,7 milioni 
nei soli primi nove mesi del 1921. Nell'Argentina la produ- 
zione aumentò, da 48,7 milioni di quintali, a 65,7 nel 19 19 
ed a 58,5 nel 1920; l'esportazione, da 29,4 milioni, a 44,6 
milioni di quintali nel 1920. Anche di questo cereale esistono 
ingenti provviste nei paesi esportatori. 

* 

* * 

Abbiamo fin qui preso in esame la situazione dei paesi 
esportatori. Ma ci conviene rivolgere ora lo sguardo ai paesi 
importatori. Senza far qui la storia dei raccolti durante il periodo 
della guerra — interessante a conoscersi, ma estranea al nostro 
fine — , ci limiteremo ad esaminare quali ripercussioni abbiano 
avuto le vicende del travagliato lustro sulla produzione dei 
cereali. 

Nel 19 19 il raccolto del frumento nell'Europa occidentale 
e centrale non ha toccato i 200 milioni di quintali; è stato,.. 



12 GRANO 

cioè, inferiore d' un terzo al raccolto medio degli ultimi anni 
di pace (304 milioni); e ancora nel 1920, con 230 milioni 
di quintali, è rimasto inferiore d' un quarto, pur segnando un 
sensibile miglioramento in confronto all'anno precedente. Il 
raccolto degli altri cereali ha sofferto una riduzione un po' 
maggiore, che può stimarsi di tre decimi nel 1920. 

Raccolto dell' Europa occidentale e centrale 

(in migliaia di quintali) 

Variazione 
media percentuale 

1909-13 1920* 

frumento 304.300 230.000 — 24 Vo 

Segale 197.000 113.000" — 43 » 

Riso 6.900 8.000 4" 16 ^^ 

Granturco 93.200 75-ooo — 19 » 

Orzo 120.300 92.000 — 23 » 

Avena 253.600 187.000 — 26 » 

Totale 975.300 705.000 — 28 7o 

La forte riduzione avvenuta nei raccolti nazionali ha de- 
terminato un aumento della domanda d'importazioni granarie: 
il bisogno netto d' importazioni di frumento nella zona occi- 
dentale-centrale d'Europa è salito, dai 137 milioni di quintali 
d'avanti guerra, ad almeno 180 milioni nel corso di cia- 
scuno degli anni granari 1919-20 e 1920-21. Secondo le sta- 
tistiche dei paesi d'importazione, l'eccedenza delle entrate 
sulle uscite di frumento nella suddetta zona sarebbe, anzi, sa- 
lita a 200 milioni di quintali nell'anno 1920, ma il con- 
fronto con le statistiche dei paesi d' esportazione fa dubitare 
che questa cifra sia alquanto superiore al vero. 

Nel 192 I il raccolto dei cereali è stato generalmente più 
copioso che nel 1920, come appare dalle seguenti notizie. 
Il progresso della smobilitazione degli, eserciti,- il graduale 
ritorno a meno torbide condizioni politiche interne, l'atte- 



Dati approssimativi. 



GRANO 1,5 

nuarsi dell'" ondata di pigrizia „, il più copioso approvvigio- 
namento di concimi, la stagione favorevole, hanno concorso a 
determinare questo miglioramento. 

Raccolto del frumento 

(migliaia di quintali) 

1920 1921 

Francia e Alsazia Lorena. 64.300 87.800 

Italia 38.500 52.500 

Spagna 37-700 39.000 

Germania 22.600 26.600 

Regno Unito I5-500 20.000 

Ungheria 10.400 12.800 

Ceco-Slovacchia. . . . 7.200 11. 100 

Belgio, Olanda, Lussemb. 4.500 5-7co 

In complesso si può valutare ad almeno 290 milioni di 
quintali il raccolto dell' Europa occidentale e centrale nel 
192 I. Esso è inferiore soltanto del 3% ^^^ misura media degli 
ultimi anni di pace ; e il graduale miglioramento accertato dal 
19 19 al 1920 e dal 1920 al 192 1 lascia sperare prossimo 
il ritorno della produzione al livello normale. 

Anche nei paesi balcanici la situazione va migliorando : 
Romania e Bulgaria insieme hanno mietuto nel 192 1 8 mi- 
lioni di quintali più che nel 1920. Sono invece in via di peg- 
gioramento le condizioni della Russia, non soltanto priva di 
riserve esportabili, ma incapace di far fronte col raccolto del 
1921 al bisogno interno fino alla prossima mietitura. 

* 
* * 

Poiché il raccolto del frumento del 1920 nell'Europa 
occidentale e centrale ha segnato un aumento di 30 e più 
milioni di quintali sul precedente, e il raccolto del 192 1 se- 
gna un nuovo aumento di 60 milioni, si può sperare che 
il bisogno d' importazioni frumentarie, in questa zona, nelle 
campagna 1921-22 si riduca a 140-150 milioni di quintali. 



14 



GRANO 



Dati sui prezzi del grano nord-americano. 



Prezzo del grano * Nolo ** 

Dollari per q. Dollari per q. 



Corso 
del dollaro 
Lire italiane 



Prezzo del grano 
nord-americano 

scaricato a Genova { 
Lire italiane per q. 



Anno granario 191 3 


-M 










(media). . 






• . 3>7i 


0,33 


5,20 


23,00 


1920: gennaio 






. 9.98 


2,30 


14,23 


188,20 


febbraio 






• 9'54 


1,60 


18,21 


216,40 


marzo . 






9.95 


2,50 


19,03 


250,40 


aprile . 






11.23 


2,00 


22,95 


317,10 


maggio. 






. 12,00 


1,80 


19,87 


287,70 


giugno. 






11,52 


1,09 


16,89 


236,60 


luglio . 






11,01 


1,40 


17,28 


227,90 


agosto . 






10,35 


1,05 


20,19 


243.70 


settembre 






10,17 


1,14 


22,70 


270,90 


ottobre . 






8,88 


1^32 


25,68 


275,40 


novembre 






7,49 


1,09 


27,55 


249,90 


dicembre 






7,41 


0,90 


28,58 


252,70 


3921 : gennaio 


• • : 7>4I 


0,85 


28,29 


247,20 


febbraio 






7,08 


0,75 


27^32 


227,40 


marzo . 






7,01 


0,63 


. 26,18 


213,50 


aprile . 






5.91 


o,Ó3 


22,52 


ióo,8o 


maggio. 






. 6,64 


0,66 


18,82 


150,90 


giugno. 






6,28 


0,59 


19,84 


149,80 


luglio . 






S36 


0,57 


21,73 


142,40 


agosto . 






4,95 


0,62 


23>55 


144,70 


settembre 






5,10 


0,48 


23,à5 


145.50 


ottobre 






4,44 


0,45 


25,48 


138,10 


novembre 






4,37 


0,47 


24,29 


131,10 



* Prej^zo del grano (disponibile) della varietà rosso d'inverno n. 2 sul mercato di 
New York. 

** Nolo, per il grano, dai porti atlantici settentrionali degli Stati Uniti a Genova. 
§ Comprese le spese di scarico. 



GRANO 15 

Rimarrà, così, disponibile nei paesi esportatori, che de- 
vono smaltire l'avanzo dei vecchi raccolti, qualche decina di 
milioni di quintali di grano. Se una notevole parte di queste 
rimanenze non potrà essere destinata alla Russia, la provvista 
disponibile per l'esportazione nei paesi transoceanici sarà, alla 
line dell'anno granario in corso, maggiore che all' inizio. Sem- 
brano pertanto improbabili forti rialzi dei prezzi, sui mercati 
esportatori. 

Le condizioni dell'Italia. 

La coltivazione del frumento si estendeva normalmente 
a poco meno di 5 milioni di ettari, cioè ad un sesto della 
superficie produttiva del nostro paese, e forniva un sesto del 
valore lordo complessivo dei prodotti agricoli e pastorali. 

Il raccolto italiano degli ultimi anni di pace costituiva 
circa il 4 7o della produzione mondiale. Il consumo assorbiva 
il 5 7o creile disponibilità mondiali: un' ingente importazione 
compensava l' insufficienza della produzione interna. L' Italia 
occupava il terzo posto fra i paesi importatori di grano. 

La coltivazione degli altri cereali era estesa a 2,5 milioni 
di ettari ; la produzione aveva un valore poco inferiore al 
decimo di quello della complessiva produzione agricola e 
pastorale. Il consumo nazionale richiedeva importazioni di 
granturco e d'avena; si esportava riso. 



Frumento 
Segale. . 
Riso . . 
Granturco 
Orzo . . 
Avena. . 



migliaia 


di 


q- 


49.900 


» 






1.400 


» 






4.800 


» 






25.500 


» 






2.200 


» 






5.400 



Produzione interna Eccedenza di importazioni 
(media annuale 1909-13) 



14.500 

200 

— 600 

3.700 

200 

1.200 



i6 GRANO 



* 
* * 



Il framento costituiva l'aliménto principale degli Italiani ; 
si può calcolare che fornisse circa il 45 7o delle calorie nor- 
malmente occorrenti ; e poiché le altre granaglie ne davano 
il IO 7o) ^^^'^' insieme i cereali procuravano alla popolazione 
quasi tre quinti del valore totale energetico richiesto per l'ali- 
mentazione umana. Una parte notevole — almeno un terzo — 
del complessivo raccolto dei cereali era destinata all'alimen- 
tazione animale. 

I 63 milioni di quintali di frumento disponibili, in media, 
all' interno ogni anno, durante l'ultimo sessennio di pace, si 
ripartivano così : 57 milioni per il consumo, 6 milioni per la 
semina. La produzione nazionale forniva la semente e tre 
quarti della quantità occorrente per il consumo ; un quarto 
di quest'ultima si chiedeva all'estero. 

Nel quadriennio granario 191 5-1 8, corrispondente press'a 
poco alla durata della nostra guerra, la disponibilità media 
annua è salita a 69 milioni di quintali, ottenuti per 46 milioni 
dal raccolto nazionale, per 2 milioni mediante riduzione 
delle provviste esistenti all' inizio della jj^uerra, per 21 milioni 
mediante importazioni. Detratti 6 milioni di quintali per la 
semina, restano 63 milioni, un terzo dei quali provenienti dal- 
l'estero, per il consumo nazionale. In fatto il consumo deve 
essersi ridotto ad una media annua di circa 62 milioni di 
quintali, perla perdita, sofferta nel 191 7, di larghe provviste 
destinate all'approvvigionamento dell'esercito e delle popola- 
zioni venete. 

L'aumento di 5 milioni di quintali all'anno sul consumo 
d'avanti guerra corrisponde : all'aumento di almeno un mi- 
lione e mezzo d'abitanti nella popolazione consumatrice ; al- 
l'eccedenza della razione di pane e di pasta assegnata ai 
militari su quella che essi solevano consumare a casa loro ; 
al difetto d'altri alimenti ed alla conseguente necessità di\ 



GRANO 17 

colmare, mediante il frumento, vaste lacune dell'alimentazione. 
Basti ricordare, a questo proposito, che dal sessennio 1909-14 
al quadriennio 19 15-18 il raccolto medio annuo degli altri 
cereali diminuiva di 2,5 milioni di quintali, quello dei legumi 
di 1,2 milioni, quello delle patate di 2,2 milioni. Sono dun- 
que, in complesso, quasi 6 milioni di quintali di disavanzo, 
da contrapporre alla maggior disponibilità di grano. 

11 raccolto del frumento nel 1919 fu di 46 milioni di 
quintali, le importazioni nette dell'anno successivo alla mieti- 
tura ammontarono a 21 milioni. Pur ammessa l'inverosimile 
ipotesi che nel corso dell'anno granario 1919-20 non si sia 
iniziata la ricostituzione delle normali scorte, quasi annien- 
tate negli anni precedenti, detraendo dalla disponibilità com- 
plessiva di 67 milioni i 6 milioni di quintali occorsi per la 
semina, si desume che il consumo alimentare non può aver 
superato i 61 milioni di quintali. 

Nel 1920 il raccolto del frumento discese a 38,5 milioni 
di quintali ; le importazioni nette dell'anno successivo al rac- 
colto raggiunsero l'ingente ammontare di circa 28,5 milioni 
di quintali ; la disponibihtà complessiva toccò i 67 milioni 
di quintali. Da informazioni degne di fede risulta che le prov- 
viste esistenti all' interno sono aumentate di almeno 4 milioni 
di quintali durante l'anno granario. 11 consumo sarebbe, per- 
tanto, disceso alla cifra di 57 milioni di quintali, corrispon- 
denti alla misura normale prebellica. 

Nei due anni granari 1919-20 e 1920-21 il consuma 
medio annuo del frumento per abitante non ha superato i 
160 kg.; è stato, quindi, inferiore alla media dell'ultimo 
sessennio di pace (163 kg.) Per apprezzare queste cifre, si 
ricordi che in Francia il normale consumo medio per abi- 
tante raggiungeva i 225 kg., era cioè superiore di oltre un 
terzo a quella cifra di 160 chilogrammi, che ha fruttato al 
popolo italiano accuse di voracità. 

Sta di fatto che, nel primo biennio dopo l' armistizio, 

MoRTARA, Prospettive economiche. 2 



i8 



GRANO 



Produzione normale di alcune derrate alimentari in Italia. 





Produzione 
(migli 
Cereali 


media annua (1909-14) 
aia di quintali) 

Legumi Patate 


Produzione media per 
(chilogrammi) 
Cereali Legumi 


abitante 
Patate 


Piemonte 


• 9-551 


187 


1-937 


279 


5 


56 


Liguria . . 


307 


70 


1.170 


26 


6 


98 


Lombardia . 


• 13-599 


46 


1.800 


282 


I 


37 


Veneto . . 


. 11-957 


250 


969 


336 


7 


27 


Emilia . . 


. 10.479 


276 


730 


388 


IO 


27 


Toscana. . 


-, 5-758 


538 


1.366 


213 


20 


50 


Marche . . 


. 3-847 


122 


499 


351 


II 


45 


Umbria . . 


2.120 


193 


673 


309 


28 


98 


Lazio . . 


. 2.822 


296 


354 


215 


22 


37 


Abruzzi . . 


. 4-574 


510 


2.929 


319 


36 


204 


Campania . " 


. 5.118 


762 


2.626 


155 


23 


79 


Puglie . . 


• 4-707 


522 


201 


220 


24 


9 


Basilicata . 


. 1.987 


126 


165 


417 


26 


35 


Calabria. . 


. 2. 181 


265 


I.OIO 


155 


19 


^2 


Sicilia . . 


. 7.040 


2.804 


49 


191 


76 


I 


Sardegna . 


. 2.328 


319 


84 


272 


37 


IO 



Riepilogo : 



Nord. . 
Centro . 
Sud . . 
Isole. . 

Totale 



45-893 

14-547 

18.567 

9-368 



829 
1.149 
2.185 
3-123 



88.375 7.286 



6.606 

2.892 

6.931 

133 

16.562 



292 

251 
212 
206 

254 



5 
20 

25 
69 

21 



42 

50 

79 

3 

47 



GRANO 



19 



il consumo interno non ha ecceduto la misura normale ; l'ap- 
parenza del contrario è stata determinata principalmente da- 
gli spostamenti di consumo avvenuti da classe a classe sociale. 
Mentre si è mostrato palese il più largo regime alimentare 
di alcune categorie di lavoratori manuali, sono rimaste dis- 
simulate le dure restrizioni affrontate da numerosi gruppi sO" 
•ciali, specialmente nelle città. Gli sporadici episodi di sper- 
pero, che si sono uditi narrare, perdono ogni importanza di 
fronte alla documentazione statistica della inalterata frugalità 
<del popolo italiano *. 

E da notare, poi, che, nel biennio in esame, si ebbero 
deficienze, più gravi di quelle del periodo bellico, nella pro- 
•duzione delle altre derrate affini al frumento, e parzialmente 
sostituibili ad esso. 







Raccolto (in migliaia di quintali) 






media 


media 








1909-14 


1915-18 


1919 


1920 


JFrumento. . . 


49.273 


45.611 


46.204 


38.466 


Altri cereali. . 


39-103 


36.640 


34-683 


33-142 


Legumi . . . 


7.286 


6.122 


5.868 


4.136 


Patate .... 


. 16.562 


14-355 


13-875 


14.223 


Castagne . . . . 


6.070 


6.642 


4.990 


6.224 



Rispetto alle medie dell'ultimo sessennio di pace, il rac- 
>colto degli altri cereali ha presentato un disavanzo di 4,4 
milioni di quintali nel 19 19, di 6 milioni nel 1920; il rac- 



*A questa documentazione, già in parte esposta nelle * Prospettive, 1921», è stato 
obbiettato che i dati ufficiali sulla produzione dei cereali, essendo fondati sulle consegne 
alla requisizione, devono essere rimasti molto inferiori alla realtà, per effetto delle 
volontarie occultazioni di prodotti, destinate a sottrarre questi alla requisizione. L'obbie- 
zione è fondata sopra un equivoco, perchè le stime del raccolti compiute dai collaboratori 
dell'ufficio governativo di statistica agraria sono state sempre compiute in epoca anteriore 
a quella della requisizione e fondate éii elementi completamente indipendenti dai risul- 
tati di questa, cioè sulla conoscenza della superficie coltivata e del rendimento medio per 
ettaro nelle singole zone statistiche. 



20 GRANO 

colto dei legumi rispettivamente di 1,4 e di 3,1 milioni; il 
raccolto delle patate di 2,7 e di 2,3. In complesso, cioè, si 
è avuto un disavanzo di 8,5 milioni nel primo anno e di 
11,4 milioni di quintali nel secondo. Queste diminuzioni, sol- 
tanto in parte potute compensare mediante più copiosa intro- 
duzione di prodotti esteri e meno abbondante esportazione di 
prodotti nazionali, hanno fatto sì che nell' insieme la dispo- 
nibilità dei cereali e delle derrate affini restasse sensibilmente 
inferiore alla misura normale nel biennio, i" agosto 19 19- 
31 luglio 192 1. 

Alla luce dei dati che tra breve riferiremo, si possono 
apprezzare al loro vero valore le voci corse sul largo impiega 
del frumento per l'alimentazione animale : impiego che è stato 
favorito dalla penuria di foraggi § e dal livello dei prezzi del 
grano e del pane, mantenuto artificiosamente basso per l' inter- 
vento dello Stato. In molti casi sono indubbiamente avvenuti 
abusi, o meglio si è fatto uso antieconomico del grano in sostitu- 
zione d'altre derrate di minor pregio che avrebbero potuto im- 
portarsi in luogo di esso ; ma la scarsa disponibilità complessiva 
di derrate adatte all'alimentazione umana assicura che il feno- 
meno non può aver avuto grande estensione, che altrimenti ben 
più gravi privazioni avremmo sofferto. D'altronde, la popola- 
zione agricola produttrice di frumento ha avuto a disposizione,, 
nell'anno granario 1920-21 circa 185 kg. di frumento a testa, 
quantità così ristretta da non consentire larghi sperperi. 

Ragguagliata all'intera popolazione, la disponibilità totale 
di cereali, legumi, patate, castagne, per il consumo corrisponde 
a 356 kg. per abitante nella media d'avanti guerra, a 320 kg., 
nella media dei due ultimi anni granari. Tutto sommato, gli 
Italiani non hanno avuto troppo da scialare. 



§La produzione dei foraggi è diminuita da 234 milioni di quintali, media 1909-14,. 
a 218 milioni, media 1915-18, a 197 milioni nel I919, a 202 milioni nel 1920 ; sem- 
bra che nel 1921 sia lievemente aumentata, salendo a 205-210 milioni. 



Anno 


granario 


1919-20 


1920-21 


96 


95 


22 


24 



GRANO 21 

Disponibilità complessiva per li consumo alimentare 

(in milioni di quintali) 

Media 
1909-14 

Cereali 9Ó 

Legumi, patate, castagne . . 28 

Totale 124 118 119 

* 
* * • 

L'anno granario in corso segna una tappa decisiva verso 
il ritorno dell'agricoltura italiana alle condizioni normali. 

La superficie coltivata a cereali, che si era ridotta da 7.370 
migliaia di ettari nel 1909-13 fino ad un minimo di 6.670 mi- 
gliaia di ettari nel 19 19, è stata riportata a 7.220 migliaia di et- 
tari nel 192 1. L'estensione sulla quale si è mietuto il fi-umento 
quest'anno supera già lievemente la media prebellica; persiste 
invece una sensibile restrizione dell'area destinata al granturco, 

il raccolto complessivo dei cereali, col favore della sta- 
gione, ha raggiunto ed oltrepassato la misura normale d'avanti 
guerra, superando di 19 milioni di quintali la magra messe 
del 1920; l'accresciuta produzione interna rende dunque di- 
sponibile per il consumo circa mezzo quintale per abitante in 
più dell'anno scorso. 

Il complessivo valore del raccolto del 1921 si può sti- 
mare, in cifre tonde, a 7 miliardi per il grano ed a 4 mi- 
liardi per gli altri cereali. 

Ecco qualche particolare sui singoli raccolti: 











media 














1909-14 ' 


1920 


1921 


Frumento . 


migliaia 


di 


quintali 


, 49:272 


38.466 


52.482 


Segale . . 




» 




. 1-352 


I-I53 


1-431 


Riso . . . 




» 




4.867 


4.512 


4.700 


Granturco . 




» 




25.682 


22.683 


24.000 


Orzo . . . 




» 




2.084 


1.278 


2.256 


Avena . , 




» 




5.118 


3-516 


5.483 



Totale CEREALI. » 88.375 71-608 90-352 



22 GRANO 

Tenuto conto anche del migliorato raccolto delle patate- 
e dei legumi §, si può stimare che il fabbisogno d' importazioni- 
di cereali nell'anno granario 1921-22 sia d'una ventina di 
milioni di quintali minore che nell'anno precedente. L'importa- 
zione netta nel 1920-21 ha toccato i 37 milioni di quintali; per- 
ciò, considerata la minor necessità di far provviste all'estero per 
la ricostituzione delle scorte, già bene avviata, crediamo di poter 
fissare il bisogno d'importazioni granarie a 20 milioni di quinta- 
li : per sei o sette decimi frumento, per il resto altri cereali. 

L'aumento degli abitanti e quello — per molti indizi 
sicuro — del bestiame, cui ancora scarseggiano i foraggi *, il 
maggior consumo, solito nelle campagne dopo i buoni raccolti, 
tendono ad accrescere la richiesta di cereali esteri. Ma d'altro 
canto l'aumento del prezzo di acquisto del grano nazionale 
da parte delio Stato, e il riavvicinamento del prezzo politico 
del pane al prezzo economico, tendono ad eliminare gli eccessi 
di consumo ed a ridurre l' impiego del frumento nell'alimen- 
tazione del bestiame ; la speranza di conseguire, sul mercato 
libero, alti lucri induce gli agricoltori a restringere il consumo- 
familiare, per accumulare riserve da vendere alle migliori con- 
dizioni ch'essi prevedono possibili ; la disoccupazione e la sosta 
nel rialzo dei salari costringono gli operai urbani a consumar 
meno. Sembra perciò doversi prevedere, piuttosto che un forte 
aumento, una variazione relativamente lieve, in più o in meno, 
del consumo alimentare dei cereali nell'anno granario 1920-21. 
A questa previsione è informata la nostra stima del probabile 
bisogno d'importazioni. 

* * 

Ricapitoliamo in pochi dati le principali caratteristiche diffe- 
renziali della campagna granaria in corso, in confronto alla 
precedente. 

§ Nel 192 1 il raccolto delle patate ha superato di circa un milione di quintali, 
quello dei legumi di circa 2 milioni, la cifra del 1920. 
* Vedasi nota a pag. 20. 



GRANO 23 



Raccolto nazionale (dedotta la semente). 
Importazione netta per il consumo. . . 





anno 


granario 




1920-21 


1921-22 


milioni di q. 


32.5 


46,5 


> » 


24,5 


12,5 (previsione) 


lire per q. 


113 


140 


> > 


245 


140 


cent, per kg. 


90 


170 



Prezzo medio del grano nazionale, in agosto, lire per q 

Prezzo medio del grano importato, in agosto 

Prezzo del pane, in agosto cent, per kg, 

L'onere dell'approvvigionamento sarà molto minore che 
nell'anno passato ; mentre allora occorse spendere all'estero, 
per acquisto di cereali, da 7,5 a 9 miliardi, quest'anno il 
complessivo ammontare della spesa non dovrebbe superare i 
2,5-3 miliardi di lire-carta*. 11 più copioso raccolto nazionale 
del 1921 e il ribasso dei prezzi sui mercati esportatori con- 
corrono a determinare questa riduzione di due terzi nel gra- 
voso tributo. 

Non v'è ragione di temere seri ostacoli all'approvvigio- 
namento dall'estero. Anzi l'esistenza d' ingenti provviste nei 
maggiori mercati esportatori, il conseguente basso livello dei 
prezzi sui mercati stessi, l'esuberanza di navi da trasporto, costi- 
tuiscono tante circostanze favorevoli agli acquisti di grano nei 
paesi transoceanici. Le difficoltà finanziarie per il pagamento 
delle importazioni potranno essere certamente superate. 

Le fonti principali del nostro approvvigionamento rimar- 
ranno ancora, come nello scorso anno granario, quelle ame- 
ricane, che hanno completamente sostituito i mercati espor- 
tatori dell'Oriente europeo. Notiamo tuttavia, ael 192 1, la 
importazione di quantità non trascurabili di grano dall' Estremo 
Oriente (Cina e Giappone), e di altri cereali dalla Romania. 
Col ristabilirsi di condizioni normali nella cerealicoltura romena, 
è probabile che la più vicina e più conveniente fonte di approv- 
vigionamento sia per riacquistare l'antica importanza. Dalla 
Russia, invece, nulla si può ancora sperare: i disastrosi risultati 
del raccolto del 192 1, tragico epilogo di sette anni di regresso, 
sembrano doversi ripercuotere per lungo tempo sulla capacità 

* Cnlcolati 10 milioni di quintali di cereali ad un prezzo medio e. i.f. non «uperlore 
a 125-150 lire. 



24 GRANO 

produttiva dell'agricoltura russa. In ogni modo, quand'anche 
gli scambi internazionali potranno essere ripresi, si riattive- 
ranno soltanto lentamente, oltre che per la scarsezza di pro- 
dotti esportabili; per la rovinosa condizione dei trasporti ter- 
restri e fluviali. 





Importazioni 


di 


frumento " 










Biennio 1912-13 


Anno 1920 


1" semestre 1921 


Russia. . . 


milioni di quintali 




ió,8 


— 


— 


Romania . 


» 




8,2 


— 


— 


Argentina 


» 




4-7 


9>8 


1,1 


India . . 


» 




,2,2 


o,o 


o,i 


Stati Uniti 


» 




2,0 


12,7 


io,5 


Australia. 


» 




i'9 


1.5 


1,2 


Canada . 


.» 




o,r 


2,0 


1,2 




* 

* * 









La libertà del commercio granario in Italia è stata piena- 
mente restaurata alcuni mesi or sono, quando pareva probabile 
che il prezzo del grano americano, scaricato ai rvostri porti, 
fosse per scendere al disotto del prezzo che lo Stato s'era 
impegnato a pagare per il frumento nazionale del raccolto 192 1. 
Di fronte a tale prospettiva, i nostri agricoltori sembravano 
ansiosi di appioppare subito allo Stato tutte le quantità 
disponibili, per non doversene disfare in seguito, nella libera 
contrattazione, a condizioni peggiori. 11 rialzo del corso del 
dollaro dal maggio in poi ha rapidamente capovolto la situa- 
zione, annullando per 1' importatore italiano il benefizio del 
ribasso dei prezzi sui mercati esportatori, ^ mantenendo così il 
prezzo del cereale scaricato a Genova ad un livello alquanto 
superiore a quello del mercato nazionale. L' incertezza sulle 
intenzioni del Governo circa il ristabilimento del dazio dosra- 
naie ha concorso a determinare l'astensione dei privati da 



* Le importazioni di farina sono • state qui indicate nel peso originale, e non raggua- 
gliate a grano come di consueto. 



GRANO 25 

acquisti all'estero; ora^ prorogata al 31 marzo 1922 la sospen- 
sione del dazio, questo ostacolo è tolto^ e basterà qualche 
riduzione nei prezzi all'origine o nel corso del dollaro per 
rendere conveniente l' importaziorie *. Ma intanto la speranza 
di un rialzo dei prezzi sul mercato libero ha potentemente 
agito sugli agricoltori ; fuori delle regioni avvantaggiate da 
speciali sopraprezzi, dati come premio alla produzione, sol- 
tanto pochi timidi hanno offerto il loro grano allo Stato ; i 
pili hanno preferito conserv^arlo per tempi migliori. Entro il 
31 agosto, ultimo termine fissato per gli acquisti governativi 
ai prezzi prestabiliti, erano stati offerti alla pubblica ammini- 
strazione soltanto 9 milioni di quintali, cioè un terzo della 
quantità presunta disponibile per il commercio (calcolata col 
detrarre dal raccolto la semente e il consumo della popola- 
zione produttrice). 

Se sia stata saggia o stolta questa politica seguita dalla 
maggior parte degli agricoltori e da incettatori che hanno 
speculato al rialzo, si potrà giudicare soltanto fra qualche mese. 
Noi non crediamo probabile un forte incremento dei prezzi del 
grano sui mercati esportatori né un' ulteriore duratura ascesa 
del corso del dollaro ; e pertanto ci sembra da escludere anche 
l'eventualità di un forfè aumento di prezzo sul mercato nazio- 
nale. Lo Stato, alla data della sospensione degli acquisti all'in- 
terno, disponeva di una provvista di 14 o 15 milioni di quin- 
tali di frumento — fra nazionale ed estero — sufficiente per 
consentirgli un efficace intervento moderatore sul mercato 
nazionale**. 

Due elementi potrebbero, tuttavia concorrere a determi- 
nare un rincaro del grano in Italia : anzitutto la generale 



* Tale convenienza esisteva già, in autunno, per gli acquisti di grano duro necessari 
ad integrare Ìo scarso raccolto nazionale, che perciò hanno avuto un discreto sviluppo. 

** Col 1° gennaio 1922 dovrebbero essere messi in liquidazione i consorzi provinciali 
granari. Questa disposizione — data con decreto del 15 novembre — attesta che il Go- 
verno ritiene ormai improbabile la necessità di un intervento dello Stato per frenare i 
.prezzi del grano. 



26 GRANO 



ascesa dei prezzi, che accompagna l' inasprimento dei cambi ; 
in secondo luogo, l'eventuale ristabilimento dei dazi doganali 
sugli altri cereali; dazi ora sospesi, che determinerebbe un 
rincaro di questi, e per contraccolpo anche del frumento. 






La produzione Italiana e k sue ipossibilità di syiìuppo. 

Negli anni della guerra parve un dovere nazionale pro- 
curare il massimo rendimento possibile della coltivazione del 
grano in Italia, per emancipare il paese dai malsicuri riforni- 
menti esteri e per sottrarlo all'avidità di lucro degli esportatori. 
Si venne così formando in molti l'opinione che convenisse per- 
manentemente estendere ed intensificare al massimo grado la 
coltura frumentaria, per la vitale necessità di assicurare il pane 
in caso di guerra, e per tornaconto economico nazionale. 

A conseguire un più copioso raccolto di grano si possono 
adottare, separati o congiunti, due ordini di provvedimenti : 
l'estensione della coltura su più vasta area e il miglioramento 
dei procedimenti colturali. 



* * 



Per trarne norma nella discussione, riferiamo anzitutto 
alcuni dati sull'area coltivata, sulla produzione e sul rendi- 
mento unitario del frumento, dal 1909 in poi. 



ano della 


Are» coltivata 


Raccolto 


Prod. per ettaro 


raccolta 


(migliaia di ha.) 


(migliaia di q.) 


(quintali) 


1909 


4.709 


51-813 


11,0 


I91O 


4759 


41750 


8,8 


I9II 


4752 


52.362 


11,0 


I912 


4755 


45-102 


9.5 


I913 


4744 


58.452 


12,3 


I914 . 


4769 


46.153 


97 


I915 


5.059 


46.414 


9,2 


I916 


4.729 


48.044 


10,2 


I917 


4.272 


38.102 


8,9 


I918 


4.366 


49.885 


11,4 


1919 


4.286 


46.204 


10,8 


1920 


4.569 


38.466 


8,4 


IQ2I 


4.770 


52.482 


11,0 



GRANO 2r 

L'area coltivata, che normalmente si manteneva press'a 
poco costante nell'estensione di 4,75 milioni di ettari, è stata 
spinta oltre 5 milioni nello sforzo per accrescere la produzione 
nazionale del 191 5; ma la mobilitazione, sottraendo milioni 
di braccia ai campi, ne ha poi determinato la riduzione fino 
a 4,3 milioni di ettari. Col ritorno dei lavoratori alla terra, 
si è di mano in mano ricondotta la coltivazione alla primi- 
tiva ampiezza. 

* 
* * 

Gli inviti ad estenderla molto oltre i 5 milioni di ettari 
non sembrano destinati a trovare propizio accoglimento. Con- 
tro tali inviti si obbietta che il nostro paese, su ogni 1000 
ettari di superfìcie, ne annovera già 165 così coltivala, pro- 
porzione molto superiore a quelle degli altri paesi dell'Eu- 
ropa centrale e occidentale (Francia 122, Germania 34 per 
1000). Argomento insufficiente, perchè, guardando all' insie- 
me delle colture di cereali, e non soltanto a quella del gra- 
no, troviamo in Italia una proporzione del 254 per 1000 
dell'area totale, di fronte al 251 in Francia e al 267 in 
Germania * ; che diviene però sufficiente quando venga inte- 
grato col considerare la diversa natura dei terreni coltivati, 
in molto maggior proporzione collinosi o montuosi, e quindi 
meno adatti alla cerealicoltura, in Italia. Soltanto un quarta 
dell'area coltivata a frumento si trova in pianura, metà è collina, 
un quarto montagna. Insigni maestri d'economia agraria giu- 
dicano che la coltura del grano non dovrebbe venire estesa, 
sibbene ristretta, col sottrarle una parte dei terreni di collina 
e di montagna, la quale potrebb'cssere dedicata a coltivazioni 
più redditizie e più convenienti per la sistemazione del suolo^ 

Si aggiunge che, se pur in ciascuna provincia si coltivasse 



Proporzioni riferentisi agli ultimi anni di pace. 



28 GRANO 

a frumento la massima superficie destinata a questo cereale 
nel tredicennio 1909-21, la complessiva area granifera italiana 
non toccherebbe i 5,2 milioni di ettari. 

I fautori dell'allargamento della coltura dimenticano di 
spiegare donde possano ricavarsi i terreni occorrenti. Nono- 
stante le più sfavorevoli condizioni altimetriche del paese, i 
seminativi occupano già da noi — come in Germania — il 
50 7o della superficie produttiva (in Francia il 45 7o)- Non 
si può sottrarre terreno ai boschi, che ne occupano già troppo 
poco : solo il 17 7o (ili Germania il 28, in Francia il 20 7o)> 
per molta parte in zone di montagna, o d'alta collina, disa- 
datte alla cerealicoltura ; sarebbe anzi necessario, per otte- 
nere una soddisfacente sistemazione delle acque, procedere a 
vasti rimboscamenti, occupando anche una parte delle terre 
attualmente destinate al grano nelle regioni montane. Meno 
ancora conviene restringere le colture arboree ed arbustive spe- 
cializzate, che si estendono appena al 6 7o della superficie 
produttiva: esse costituiscono una delle colonne della no- 
stra economia agraria e concorrono largamente all'esporta- 
zione di prodotti del suolo, che si, deve cercare, con ogni 
sforzo, di accrescere. I prati naturali e i pascoli occupano il 
23 7o della superficie produttiva: proporzione cospicua a 
primo aspetto (177© Ji^ Germania, 20 7o i^ Francia), ma 
che si ridurrebbe grandemente se si restringjesse il computo 
alle sole zone di pianura e di collina adatte per la cereali- 
coltura, eliminando così vastissime, zone mpntane, una parte 
delle quah converrebbe rivestire di boschi. Non si può negare, 
tuttavia, che specialmente in qualche regione dell' Italia cen- 
trale ed insulare, qualche ampliarnento della granicoltura po- 
trebbe avvenire a spese dei prati naturali. È difficile stimare, 
a tavolino, il terreno che potrebbe così riconquistarsi al fru- 
mento ; ma si può senz'altro asserire che condizioni preliminari 
per. la conquista sono la costruzione di abitati e di strade, e 
in parecchi luoghi l'eliminazione della malaria, opere tutte di 



GRANO 29- 

lunga lena e assai costose. Il rimanente 4 % della superfìcie 
produttiva è costituito da circa un milione di ettari di paludi, 
brughiere e terre mcolte produttive. E qui forse il più largo 
margine per l'estensione della cerealicoltura, che mercè le 
bonifiche in corso di esecuzione e delle altre già progettate 
ma non ancora attuate, può sperare di estendersi a qualche 
centinaio di migliaia di ettari. Ma i lavori di bonifica doman- 
dano ingenti capitali e si svolgono con ritmo assai lento ; se 
pur venissero affi-ettati, richiederebbero sempre anni parecchi 
per essere condotti a compimento. Ed il guadagno di 200 o 
300 mila ettari in un decennio non sarebbe neppur sufficiente 
per sopperire ai maggiori bisogni derivanti dall'aumento della 
popolazione. 

Concludendo, se è vero che in alcuni luoghi si potrebbe 
allargare la coltivazione dei cereali, è pur vero che in altri 
si dovrebbe restringerla, per obbedire ai precetti della tecnica 
economico-agraria. Come risultante, probabilmente si avrebbe 
una riduzione dell'area cerealifera. 

In ogni modo, quand'anche si riuscisse, entro tre o quattro 
anni, ad accrescere fino a 5,5 milioni di ettari la superficie 
coltivata a fi-umento, dato l'attuale rendimento unitario di circa 
IO quintali per ettaro, non si assicurerebbe affatto l'indipendenza 
dell' Italia dalle fonti estere di rifornimento ; anzi occorrerebbe 
ancora l' importazione annua d' una quindicina di milioni di 
quintali. Sarebbe dunque necessario, dato e non concesso che 
fosse possibile estendere l'area coltivata, intensificare nel tempo 
stesso la produzione : procurare, cioè, un maggior rendimento 
unitario. 

Tralasciamo qui di considerare il problema della conve- 
nienza economica di una maggior estensione della granicol- 
tura. Notiamo che in tempi normali una parte non piccola dei 
coltivatori nostri trovava il proprio tornaconto a coltivare 
grano soltanto in virtù della protezione doganale, giustificata 
sopratutto dall' opportunità politica di ridurre al minimo la 



.30 



GRANO 



■dipendenza dall'estero per rapprovvigionamento. Il grano impor- 
tato veniva a costare sulle lire 22,50 per quintale e. i. f. scari- 
cato ai porti italiani; il dazio doganale di lire 7,50 ne accre- 
sceva di un terzo il prezzo sul mercato interno. Soppresso 
l'alto dazio, una discreta frazione della granicoltura italiana 
non avrebbe potuto resistere alla concorrenza dei paesi aventi 
più favorevoli condizioni di produzione. Oggi lo svilimento 
della lira consente ancora al produttore nazionale di battere 
la concorrenza estera, senz'ausilio di armi doganali; ma, uscita 
l'economia mondiale da questa fase di convulsioni e ristabilita 
una certa fermezza nei cambi, si tornerà press'a poco alle con- 
dizioni di prima. Per rendere conveniente, dall'aspetto econo- 
mico, la coltivazione del grano su terreni ora altrimenti occu- 
pati, probabilmente do vrebb' essere aumentata la protezione 
doganale : stabilito, cioè, un dazio uguale non al terzo, ma 
— poniamo — alla metà del prezzo del grano importato. Altri- 
menti mancherebbe il tornaconto così a coltivare i terreni aventi 
un piti alto costo di produzione, come a sostituire questa ad 
altre colture più redditizie. Un rialzo del prezzo del grano, e 
quindi un inasprimento del costo della vita, sarebbe il primo 
€ più sicuro effetto del maggiore sviluppo della cereali- 
coltura. 

Se un'assoluta necessità politica imponesse l'emancipa- 
zione dal rifornimento estero, e se non esistesse altra via per 
giungervi, questo ed altri sacrifizi andrebbero affrontati. Ma 
il problema del grano non è che uno degli innumerevoli pro- 
blemi di rifornimento che sorgono in tempo di guerra : per 
il carbone, per il petrolio, per il rame, per le fibre tessili e 
per molte altre materie prime, essenziali al pari del frumento, 
dipendiamo dall'estero, né possiamo sperare di romper la ca- 
tena ; è quindi molto dubbia la convenienza di affrontare danni 
sicuri — come il maggior costo della vita e la restrizione 
di più proficue colture — per conseguire un effetto inade- 
guato al fine. D'altronde, come ora vedremo, la produzione 



GRANO 31 

irumentaria potrebb'essere aumentata mediante l'intensifica- 
zione meglio che mediante l'estensione della coltura. 



* * 

Già negli ultimi anni di pace il rendimento unitario ten- 
deva a crescere. Raggruppando per bienni i dati esposti a 
pag. 26, per compensare le alternative di magri e di grassi 
raccolti, vediamo ascendere la produzione media annua da 
46,8 milioni di q. nel 1909-10 a 48,7 nel 1911-12 ed a 52,3 
nel 191 3-14, per conseguenza dell'intensificazione della col- 
tura : infatti il prodotto medio per ettaro era salito da 9,9 
quintali a 10,3 ed a 1 1,2. Ma nei tre successivi bienni — epo- 
che di guerra e d'armistizio — si osserva una graduale dimi- 
nuzione del raccolto totale ; che scende fino a 42,3 milioni 
di quintali nel 1919-20; anche il prodotto unitario tende a 
scemare, nonostante che la restrizione della coltura abbia eli- 
minato una parte dei terreni meno fertili : esso si abbassa a 
9,7, a 10,2, a 9,6 quintali per ettaro. Il 192 1 sembra segnare 
il principio di un periodo migliore, col suo rendimento me- 
dio di 1 1 quintali per ettaro. 

Si suol affermare che l' Italia, fi a i grandi paesi europei, 
è quello che produce maggior quantità di frumento, in rela- 
zione al territorio. Ed è vero : essa ne otteneva, normalmente, 
170 quintali per chilometro quadrato, in confronto ai 160 
della Francia, ai 100 dell'Austria-Ungheria, agli 80 della Ger- 
mania, ai 50 del Regno Unito. Ma il confronto è artificioso, 
perchè prescinde dalla maggior importanza relativa di altri 
rami della cerealicoltura nei paesi ora citati. Se si guarda 
alla produzione complessiva dei cereali, la superiorità italiana 
svanisce, che la Germania produceva 500 quintali per chilo- 
metro quadrato, l'Austria- Ungheria 330, la Francia 310; e 
l'Italia — con 310 anch'essa — superava soltanto il Regno 
Unito, con 190 quintali di cereali per chilometro quadrato. 



32 GRANO 

I confronti della produzione riferita al numero degli abitanti 
indicano un'inferiorità anche più grave dell' Italia^ che po- 
teva contrapporre soli 250 kg. di cereali per capo ai 430 
dell'Austria-Ungheria, ai 420 della Germania e della Francia*. 

* 
* * 

Condizioni geografiche e meteorologiche sfavorevoli val- 
gono a spiegare, in parte, T inferiorità dell'Italia. 
' La configurazione del paese costringe, in molti luoghi, gli 
abitanti a coltivar cereali in zone di collina o di montagna, 
dove le condizioni naturali non consentono di sperare alti/ 
rendimenti. Nella stessa pianura spesso s'incontrano condi- 
zioni sfavorevoli, ignote ad altri paesi ; perfino nella pianura 
padana — il maggior granaio d'Italia — una parte dei ter- 
reni alluvionali coltivati a frumento sono ghiaiosi e sabbiosi, 
e quindi poco fertili. Nei terreni di pianura il rendimento nor- 
male (16 quintali per ettaro) era superiore alla media fran- 
cese, ottenuta su terreni prevalentemente, piani e in condi- 
zioni climatiche più favorevoli ; restava però inferiore alla 
media germanica (21 quintali), conseguita sopra una ristretta 
estensione di terreni pianeggianti, col sussidio d'un clima pro- 
pizio e di generosissime concimazioni. 

Superficie Raccolto Rendimento 

media 1909-13 per ettaro 

(migliaia di ha.) (migliaia di q.) quintali 

Pianura settentrionale. • 900 14.5Ó0 16,2 

Colline e vallate settentrionali e centrali 990 10.660 10,8 

Montagna alpina 38 380 10,0 

Pianure e colline pugliesi ..... 364 3-450 9)5 

Colline e vallate meridionali e insulari. 1.400 12.060 8,6 

Montagne appenniniche ed insulari . . 1.065 8.790 8,1 



* Soltanto la maggiore frugalità della nostra popolazione la faceva accontentare 
d'una provvista complessiva di 310 kg. annui per abitante, invece dei 510 occorrenti 
alla Germania, dei 480 occorrenti alla Francia, dei 450 occorrenti all'Austria-Ungheria,. 



GRANO 33 

Classificando le aree granifere secondo il rendimento, si trova 
che metà della superficie fornisce due terzi del raccolto ; la 
rimanente metà ne fornisce un sol terzo. Sopra una grande 
superficie, dunque, nonostante condizioni sfavorevoli, persiste 
la coltura, sopratutto mercè la piccola proprietà e la mez- 
zadria, poiché il piccolo agricoltore trova conveniente pro- 
durre il grano necessario per il consumo domestico, valu- 
tando poco o nulla il suo lavoro a tal uopo impiegato. Per 
codeste coltivazioni, fatte spesso con metodi rudimentali, ba- 
stano capitali meschini, mentre per introdurne altre più adatte 
ai terreni, e per curarle adeguatamente, si richiederebbe non 
lieve spesa. 

Se il rendimento medio unitario del grano in Italia è piut- 
tosto basso, è invece discreto il rendimento del granturco (i 6 
quintali per ettaro) e buono quello del riso (34 quintali), ce- 
reali che vengono generalmente coltivati in terreni ad essi 
idonei, mentre la coltivazione del grano è estesa anche a molti 
terreni disadatti. 

Le principali circostanze climatiche sfavorevoli ad un alta 
rendimento del grano consistono nella fi-equenza di prolun- 
gate siccità durante il periodo che segue la semina ed in pri- 
mavera ; nei venti caldi ed asciutti, che — sopratutto nel 
Mezzogiorno — accelerano soverchiamente la maturazione, 
riducendo il peso delle granella. Nelle Puglie, dove queste 
circostanze agiscono più intensamente, il rendimento media 
per ettaro, che negli anni propizi ha superato i 12 quintali, 
scende talvolta sotto i 5 quintali. 

Nella provincia dì Foggia, in dodici anni, il rendimento ha 



dei 350 occorrenti al Regno Unito. Si noti che il minor consumo di cereali non era 
compensato da maggior consumo di altre derrate. Anzi il raccolto delle patate era da noi 
assai scarso — i6 milioni di quintali — mentre era ingente negli altri paesi dianzi cita- 
ti : ascendeva a 455 milioni di quintali in Germania, a 127 milioni in Francia, a 69 
milioni nel Regno Unito ; il consumo medio individuale delle carni era doppio in Ger- 
mania ed in Francia che da noi ; il consumo dello zucchero e del caffè quadruplo. 

MORTARA, Prospettive econotniche. 3, 



34 GRANO 

variato fra un mìnimo di 4,5 quintali ed un massimo di 17,1, 
e quindi il raccolto provinciale ha variato da 614 a 2.650 
migliaia di quintali. Sbalzi così enormi denotano l' immensa 
preponderanza dei fattori naturali su quelli artificiali nella de- 
terminazione del raccolto in queste zone. Ma anche là dove 
suol essere più copiosa la produzione (pianura padana), il 
clima è tutt'altro che propizio. Il raccolto è spesso danneg- 
giato dalla soverchia umidità, che favorisce la ruggine; le 
piogge autunnali pongono ostacolo alla preparazione del ter- 
reno ; l'allettamento non è infrequente , geli primaverili e gran- 
dinate recano notevoli danni. Nel Mezzogiorno son causa ta- 
lora di gravi perdite invasioni di arvicole o di cavallette. 



* 

* * 



Certamente, agli ostacoli naturali, in parte insuperabili, si 
aggiungono ostacoli che l'umana volontà potrebbe rimuovere: 
mala scelta della semente, insufficiente lavorazione del terreno, 
inadeguate cure alle coltivazioni, difetto di concimazioni or- 
ganiche (per la scarsezza di bestiame) ed inorganiche, scarsa 
attuazione di razionali avvicendamenti (come quello del fru- 
mento con leguminose da foraggio opportunamente concimate, 
che si è mostrato idoneo a migliorare molto il rendimento). 
A chi visiti le zone dove la tecnica colturale è maggiormente 
progredita, appare palese che numerosi agricoltori potrebbero, 
con loro tornaconto, • e in molti casi senz'aumento di spese, 
accrescere la produttività dei loro campi, semplicemente col 
seguire l'esempio di vicini meno restii al progresso. 

Nell'apprezzare il rendimento unitario della cerealicoltura 
italiana, non si deve dimenticare che molti terreni seminativi 
sono arborati, specialmente a gelsi, od a viti : circostanza che 
concorre a scemare il raccolto dei cereali, perchè l'ombra delle 
piante legnose e la contemporaneità delle cure colturali nuoce 
allo sviluppo delle piante erbacee, ma che aumenta, con altre 



GRANO 35 

fonti di guadagno, il reddito del suolo. Nelle indagini per 
l' impianto della statistica agraria è risultato che terreni i 
quali davano un rendimento di soli 5 quintali di frumento per 
ettaro — corrispondenti allora al valore di 125 lire — -, tenuto 
conto della produzione delle piante legnose raggiungevano un 
reddito lordo di 500 lire per ettaro, corrispondente al valore 
di 20 quintali di frumento. 

Ricapitolando : se nei confronti internazionali conviene an- 
dar cauti prima di condannare l' Italia per il basso rendimento 
della coltura granaria, non devesi però negare che una più 
illuminata tecnica della coltivazione potrebbe — indipenden- 
temente da grandi lavori d' irrigazione e di bonifica, che non 
possono compiersi in breve tempo — aumentare rapida- 
mente il prodotto dei nostri campi. Già dal blennio 1909-10 
al 19 13-14 si era accresciuto di oltre un quintale il rendi- 
mento medio per ettaro ; basterebbe ch'esso fosse accresciuto 
ancora di un quintale, perchè, pur non venendo allargata la 
coltura, si ottenesse un rendimento annuo di 57 milioni di 
quintali, che, detratta la semente, basterebbe a soddisfare quasi 
cinque sesti del bisogno alimentare. Resteremmo tributari del- 
l'estero per una dozzina di milioni di quintali. 

Molto più rosee speranze fonda taluno sull'intensificazione 
della coltura : noi, tenendo conto delle possibilità concrete, 
riteniamo che quella ora accennata sia la mèta raggiungibile 
a brevissima scadenza, purché sia compiuta una vasta propa- 
ganda per la diffusione delle varietà meglio resistenti alle av- 
versità del clima, per il miglioramento della- tecnica colturale 
e per il più largo e più avveduto impiego di concimi chimici*. 



* Le importazioni di fosfati — principale materia prima occorrente per la produ- 
zione dei concimi fosfatici — sono discese da 530 mila tonnellate nel 191 3 a 449 mila 
nel 1919, a 400 mila nel 1920, a 380 mila nel primo semestre del 1921. Gli accordi 
-conchiusi dal nostro governo con la Francia fanno sperare una sufficiente importazione 
•dalia Tunisia, principale fonte del nostro approvvigionamento. 



30 GRANO 

Per emancipare interamente l'Italia dall' importazione di 
grano estero, bisognerebbe, entro tre o quattro anni, accre- 
scere il raccolto normale a 65-70 milioni di quintali, cioè a 
13,5-14 quintali per ettaro, nell'ipotesi che la coltivazione 
fosse estesa a 5 milioni di ettari. Un aumento di 3-4 quin- 
tali nel rendimento medio per ettaro non è forse teoricamente 
impossibile ad ottenersi ; ma in pratica a noi sembra un'uto- 
pia la speranza di conseguirlo in così breve termine. 

Il contributo delle varie regioni. 

La coltivazione dei cereali ha molto differente importanza 
nelle varie regioni d'Italia, così in rapporto alla superficie, 
come in rapporto alla popolazione. 

Per ogni ettaro di superficie agraria e forestale, le regioni 
settentrionali davano normalmente 5 quintali di granaglie (media 
1909-14), le regioni centrali 2,8, le meridionali 2,6, le insu- 
lari 2. Queste differenze dipendono in parte dalla varietà delle 
condizioni naturali, in parte da circostanze demografiche, in 
parte dal vario grado di progresso agricolo raggiunto*. Esse 
si attenuano, se si riferisce il raccolto dei cereali alla popo- 
lazione : per ogni abitante si ottenevano ogni anno, nel citato 
periodo, 2,9 quintali di granaglie dalle terre settentrionali, 5,5 
da quelle centrali, 2,1 da quelle meridionali e poco più di 2 
da quelle insulari. 



* Il consumo medio annuo di concimi chimici per ettaro di superficie agraria e fo- 
restale, negli ultimi tempi precedenti la guerra, era di circa loo kg, nel Settentrione, 
25 nel Centro, io nel Mezzogiorno, 15 nelle Isole, 

Il numero medio dei capi bovini per 100 ettari di superficie agraria e forestale era 
di 46 nel Settentrione, di 16 nel Centro, di io nel Mezzogiorno, di 13 nelle Isole; 
quindi anche i concimi naturali scarseggiavano nelle regioni meridionali ed insulari. 

Il rapporto tra la superficie coltivata a grano, segale, orzo, avena e riso e la super- 
ficie coltivata a granturco, fave, patate, barbabietola, canapa o a prato artificiale e na- 
turale da vicenda, era di 0,8 nel Settentrione, di 1,2 nel Centro, di 2,3 nel Sud, di 3 
nelle Isole. Gli effetti benefici delle colture del secondo gruppo su quelle del primo, 
cui esse preparano e migliorano il terreno, sono dunque minimi nel Mezzogiorno e nelle 
Isole. 



GRANO 37 

L'inferiorità del Mezzogiorno e delle Isole si era aggra- 
vata in seguito alla guerra ; l'area coltivata era stata ivi mag- 
giormente ristretta e il rendimento era più gravemente dimi- 
nuito. Dal sessennio 1909-14 al biennio 1919-20 il raccolto 
medio per ettaro è sceso da 12,4 a 11,7 quintali nel Nord e 
nel Centro, da 8,2 a 6,9 nel Sud e nelle Isole. 

Il forte disavanzo granario degli ultimi anni è principal- 
mente derivato dalla riduzione dell'area coltivata e del ren- 
dimento per ettaro nell' Italia meridionale e insulare. Ma nel 
192 1 così la superficie coltivata come il rendimento sono for- 
temente aumentati in queste regioni e la distribuzione del 
raccolto per grandi divisioni territoriali è stata press'a poco 
quella normale. 

Superficie coltivata a frumento Raccolto del frumento 

(migliaia di ettari) (migliaia di quintali) 

Media Media 

1909-U 1920 1921 1909-14 1920 1921 

Nord .... 1.410 1.400 1.420 20.600 16.500 22.700 

Centro .... 1^030 i.oóo 1..090 9.Ó00 9-300 Q.600 

Sud 1-390 1-320 I-390 11.500 8.IOD 12.200 

Isole. .... g20 790 870 , 7-5'oo 4.Ó00 8.000 



L'esportazione italiana di derivati granari. 

Nel quinquennio 1909-13 si esportavano, in media annua, 
640 mila quintali di farina di frumento, 220 mila di semo- 
lino, 630 mila di paste ; in tutto un milione e mezzo di quin- 
tali, per un valore di oltre sessanta milioni di lire. 

Nel 1920 si sono esportati in tutto circa 240 mila quin- 
tali di questi prodotti ; poiché metà di essi era diretta a 
nostre colonie, la vera e propria esportazione all'estero era rap- 
presentata soltanto dall'altra metà. Nel 192 1 si nota un lieve 
miglioramento nell'esportazione delle paste, mentre si è quasi 
annullata quella delle farine. 

Le condizioni del mercato mondiale del frumento e lo 



38 GRANO 

sviluppo dell' industria pastaria nei paesi transoceanici costi- 
tuiscono fattori sfavorevoli alla esportazione dall' Italia ; tut- 
tavia l'eccellenza della qualità di alcune paste nazionali e la 
rispondenza di esse ai gusti dei nostri emigrati inducono a 
non disperare dell'avvenire di questo commercio. 

Prospettive. 

Le disponibilità mondiali di grano fino all'epoca del nuovo 
raccolto appariscono largamente sufficienti al bisogno, ed esu- 
beranti in confronto alla domanda che sarà in grado di ma- 
nifestarsi. E da ritenere, perciò, improbabile un forte aumento 
dei prezzi sui mercati esportatori. 

La produzione tende a restringersi nei paesi transoceanici,, 
per conseguenza della progressiva ripresa della produzione 
nell'Europa centrale ed occidentale e nei paesi balcanici. La 
Russia, per ora e per il prossimo avvenire, appare incapace 
di concorrere all'approvvigionamento dei paesi importatori. 

La situazione dell'Italia, quale produttrice di grano, tende 
a migliorare gradualmente : la coltivazione ha raggiunto la 
primitiva estensione, il rendimento unitario sembra tendere al 
progresso. La prevedibile lentezza di questo progresso e la 
difficoltà di un ulteriore notevole ampliamento dell'area col- 
tivata fanno presumere che nel prossimo avvenire l'Italia do- 
vrà ancora ricorrere all'estero per soddisfare una parte del 
suo bisogno di frumento. 




VINO 



Produzione mondiale e scambi internazionali. 

A produzione mondiale del vino si aggirava, nor- 
malmente, sui 150 milioni d'ettolitri; l'Italia e 
la Francia da sole ne fornivano quasi i due 
terzi. Dopo questi paesi era la Spagna la prin- 
cipale produttrice. 

La superficie media vitata e la produzione media annua 
del sessennio 1909-14 sono indicate dai seguenti dati. 




Italia . . 
Francia . 
Spagna . 
Altri paesi 

Totale . 



Superficie vitata 
(migliaia di ettari) 

4.400 
I.ÓOO 

1.300 
2.200 



Produzione del vino 
(migliaia di ettolitri) 

45.500 
48.700 
15.100 
40.700 



9.500 



1 50.000 



È opportuno avvertire che la così detta " superficie vi- 
tata „ comprende tanto i vigneti, cioè i terreni coltivati esclu- 
sivamente a vigna, quanto i terreni sui quali la vite è inter- 
calata fra altre colture (cereali, foraggi, ecc.). Le proporzioni 
delle due forme colturali variano tanto da paese a paese, che 
non è possibile eseguire corretti confronti fra le aree vitate 
o fra i rendimenti per ettaro. In Francia, dove predomina la 
coltura specializzata, il rendimento medio è altissimo (30 et- 



40 VINO 

tolitri di vino per ettaro) ; in Italia, dove predomina la coltura 
promiscua, il rendimento è basso (io ettolitri). 

Confrontando la produzione media annua del vino nel trien- 
nio 1919-21 con quella del 1909-14, si vede subito quanto 
l'Italia abbia scapitato in confronto agli altri due maggiori 
paesi vinicoli. La produzione francese è salita da 48,7 a 52 
milioni di ettolitri, quella spagnuola da 15,1 a 24,2; quella 
italiana, invece, si è ridotta da 45,5 a 36,8 milioni di ettolitri. 

* 
* * 

Quale consumatrice di vino, la Francia sola superava l'Italia 
in cifra assoluta ; in rapporto alla popolazione il consumo era 
poco differente nei due paesi. 

Come esportatrice, l'Italia era superata dalla Spagna, che 
spediva annualmente all'estero tre milioni di ettolitri, per il va- 
lore di cento milioni di lire, e dalla Francia che ne spediva due 
milioni, per il valore di duecento milioni di hre. Il nostro 
paese esportava soltanto un milione e mezzo di ettolitri, per 
il valore di settanta milioni. 

La scarsa rilevanza degli scambi internazionali di vini — 
che sta in singolare contrasto con la grande importanza della 
viticoltura nell'economia agraria e col grave peso del vino 
nei bilanci familiari dei paesi vinicoli — deriva principal- 
mente dall'essere il gusto per questa bevanda molto più dif- 
fuso ed intenso nei paesi produttori che negli altri, dove 
spesso vengono preferite altre bevande (birra, sidro, ecc.). No- 
tiamo, a questo proposito, che i tenaci assertori della neces- 
sità di sostituire in vaste proporzioni la cerealicoltura alla 
viticoltura in Italia, come in generale prescindono dalle diffi- 
coltà tecniche e dalla convenienza economica di tal sostitu- 
zione, così dimenticano che paesi meno lieti di pampini 
impiegano ingenti masse di cereali per prepararsi bevande 
alcooliche. Alla sola preparazione della birra il Regno Unito 



VINO 41 

suol destinare normalmente 18 milioni di quintali di cereali 
all'anno — cioè più di quanti potrebbero darne tutte le terre 
coltivate a vite in Italia, dopo l'auspicata trasformazione ; — 
ed anche nel durissimo periodo della guerra, mentre agli altri 
alleati era scarso il pane, il Regno Unito impiegava oltre 1 2 
milioni di quintali di cereali ogni anno allo scopo anzidetto. 

Produzione e consumo in Italia. 

Nell'ultimo sessennio di pace, la produzione vinicola na- 
zionale era ascesa a 45,5 milioni di ettolitri ; il suo valore si 
poteva stimare superiore ad un miliardo di lire. Quantitati- 
vamente la produzione era press'a poco stazionaria ; non mo- 
strava però quella tendenza alla diminuzione che taluno aveva 
creduto di scorgervi ; la media annua era stata di 45,6 milioni 
di ettolitri nel biennio 1909-10, di 43,4 nel 1911-12, di 47,6 
nel 191 3-14. Se non cresceva la quantità, andava però mi- 
gliorando la qualità, per le trasformazioni tecniche arrecate 
nella coltura della vite, per il più razionale e più intenso 
impiego di concimazioni chimiche, per i perfezionamenti intro- 
dotti nella fabbricazione e nella conservazione dei vini. 

Nel quadriennio di guerra {191 5-18) la produzione si è 
ridotta a 35,8 milioni; nel 1919 è diminuita ancora, a 35 
milioni; e se nel 1920 è risalita a 42,3 milioni, ricade a 33 
nel 192 1. L,a riduzione in parte può imputarsi al difetto di 
cure sofferto dalle piantagioni durante gli anni della guerra, 
ma in parte maggiore dipende dal rapido progresso dell'infe- 
zione fiUosserica. 11 numero dei comuni infetti è aumentato 
da 3.104 all'inizio del 1914, a 3.656 all'inizio del 192 1. 
Sole 7 Provincie, ormai, restano immuni. 

La restrizione, non grande, dell'area vitata — diminuita di 
circa 220 mila ettari negli ultimi dieci anni — è un indice 
insufficiente dei danni dell'insidioso parassita, il quale non 
solo ha fatto ridurre la superficie coltivata, ma ha fortemente 



42 VINO 

scemato il rendimento nelle zone colpite. Si noti, del resto, 
che la restrizione di 220 mila ettari nella coltura della vite 
rappresenta semplicemente la risultante delle distruzioni assai 
più estese * cagionate dall' invasione della fillossera, delle rein- 
tegrazioni eseguite con viti immuni, e dei nuovi impianti. Si 
noti, inoltre, che per 1 70 mila ettari la riduzione è avvenuta 
nella coltura specializzata, il rendimento della quale è, in 
media, più che triplo di quello della coltura promiscua ; ciò 
spiega come ad una diminuzione abbastanza piccola della super- 
ficie possa corrispondere una grande diminuzione del prodotto. 
Il valore della produzione vinicola italiana di quest'anno 
si può stimare non inferiore ai 4 miliardi. 

* 
* * 

L'accenno da noi fatto nelle " Prospettive, 192 1 „ alla 
diminuzione avvenuta nel consumo nazionale del vino^ dal 191 5 
in poi, ha suscitato vivaci contraddizioni. Esaminando queste, 
non siamo riusciti a trovarvi nessun dato positivo che dimo- 
stri infondato il nostro assunto: alle informazioni desunte da 
una rilevazione statale, che certo non è matematicamente 
esatta, ma che non v'è ragione di credere meno approssimata 
al vero negli ultimi anni di quanto fosse prima **, sono state 
opposte impressioni personali, suscitate dagli esempi d' intem- 
peranza delle plebi urbane. E stato perfino osservato, da ta- 
luno, che col far cristiano il vino offerto ai cittadini, gli osti 
ne accrescono assai la quantità ; e che pertanto i dati delle 
statistiche della produzione offrono inadeguata misura del con- 



* La superficie infetta supera un milione di ettiari. 

** Le stime della produzioiie che servono di base alle statistiche agrarie non sona 
fondate su dichiarazioni degli interessati — che per timor del fisco potrebbero essere te- 
nute al di sotto del vero — bensì su valutazioni compiute, zona per zona, da persone 
competenti e non interessate a falsare la realtà. È quindi privo di base il sospetto che 
l' imposta con la quale è stato colpito il vino abbia potuto determinare, attraverso vo- 
lontarie occultazioni, errori in meno nella stima ufficiale. 



VINO 



43 



sumo. Lasciando ad altri il vanto di esplorare i nuovi orizzonti 
aperti alle indagini sui consumi da quest'ultima osservazione, 
ci limiteremo a dare uno sguardo ai dati sulla produzione ed 
a quelli sulle quantità disponibili. 

Nel periodo 1909-14 si producevano in media 45,5 mi- 
lioni di ettolitri di vino all'anno. Dedotti forse 2 milioni di 
ettolitri, stima assai abbondante della quantità destinata ad usi 
industriali, e 1,5 milioni esportati*, rimaneva una disponibi- 
lità media annua di 42 milioni di ettolitri. 

Nel biennio 1919-20 si sono prodotti in media 38,6 mi- 
lioni di ettolitri. Detratti almeno 1,6 milioni esportati e sui>- 
posto nullo 1' impiego industriale, nullo l'incremento delle 
scorte, che in realtà è stato sensibile, si trova una disponi- 
bilità media di 36 milioni di ettolitri in ciascuno degli anni 
susseojnenti al raccolto. 

Dall'anteguerra al dopoguerra, si ha dunque una contra- 
zione di almeno i4 7o "^^ consumo totale e di almeno 19% 
nel consumo medio per abitante. 

È possibile, di fronte ad una così forte restrizione di con- 
sumo, sostenere che la -popolazione italiana^ considerata nel 
suo insieme, negli ultimi due anni s'è data alle gozzoviglie ? 
Noi lo abbiamo contestato e seguitiamo a contestarlo. 

I valentuomini, che, col santo fine d'indurre i concittadini 
ad una maggiore austerità di vita, ne hanno descritto a colori 
apocalittici gli stravizi, non son forse riusciti a cattivare l'at- 
tenzione degli enomani, poco assidui lettori delle gravi gaz- 
zette ; ma sono certamente riusciti a convincere molti italiani 
e moltissimi di quegli affettuosi estimatori, che il nostro po- 
polo conta tanto numerosi all'estero, del precipitevole aumento 
del consumo del vino in Italia. Hanno così concorso, invo- 
lontariamente, a diffondere una leggenda che è doveroso di- 
struggere. 

* Non teniamo conto delle importazioni, perchè relativamente insignificanti, per 
quantità, se non per valore. 



44 VINO 

Conviene, d'altra parte, riconoscere che, sebbene la popo- 
lazione neir insieme abbia ristretto di molto il proprio consu- 
mo, una minor frazione di essa può averlo accresciuto a danno 
della residua frazione maggiore. L'osservazione quotidiana at- 
testa che un buon numero di famiglie di lavoratori intellettuali, 
di pensionati e di persone con redditi fissi, hanno dovuto, per 
le crescenti ristrettezze, sostituire acqua pura al liquore di 
Bacco ; che altre ne hanno ristretto l'uso. Ma queste classi 
sacrificate costituiscono una parte relativamente piccola del- 
l'intera popolazione ; e la diminuzione di almeno 6 milioni di 
ettolitri nella disponibilità media annua di vino non può es- 
sere andata interamente a loro danno. Noi riteniamo che la 
diminuzione stessa abbia determinato una riduzione nel con- 
sumo da parte della popolazione agricola * ; che una riduzione 
pur considerevole sia avvenuta nel consumo di alcune classi 
della popolazione urbana, e che pertanto sia rimasto un mar- 
gine per l'aumento del consumo della massa operaia ** e di 
qualche classe della piccola borghesia (commercianti, esercenti, 
ecc.). Spostamento che va deplorato, perchè ha tolto l' uso 
del vino ad alcuni, mentre ne ha concesso l'abuso ad altri; 
ma che non altera il fatto fondamentale dell'avvenuta con- 
trazione del consumo, decisivo per il giudizio sulla fi"ugalità 
d' un intero popolo §. 



* È noto che il consumo dei prodotti agricoli da parte della popolazione produt- 
trice segue, con una notevole elasticità, le vicende dei raccolti. D'altronde è evidente che 
nelle zone fillosserate è diminuito molto il consumo. 

** Anche nelle classi operaie è aumentato — a quanto asseriscono alcuni oratici — 
il consumo degli uomini all'osteria, ma è diminuito il consumo domestico. 

§ Nel 1909-13 si consumavano, in media annua, a Milano 850 mila ettolitri di vino, 
cioè 142 litri per abitante. Nel 1920 ne sono stati consumati 910 mila, cioè 130 per abi- 
tante. Ecco così accontentato quel dotto e garbato critico delle nostre « Prospettive, 1921 », 
che, mettendo in dubbio la nostra -affermazione — pur facilmente controllabile mercè 
le statistiche del Comune di Milano, — intorno alla diminuzione di circa un decimo 
avvenuta nel consumo medio individuale del vino, ce ne chiedeva una più precisa dimo- 
strazione. Aggiungiamo che l'esempio scelto da noi era il più sfavorevole al nostro assunto, 
poiché fra le grandi città italiane Milano è forse quella che ha meno sofferto i danni 
economici della guerra. A Roma il consumo medio del vino per abitante è scemato da 
133 litri nel 191 3 a in nel 1920. 



VINO 



45 



* * 



A proposito di frugalità, non riuscirà forse discaro al let- 
tore qualche confronto internazionale sul consumo delle bevan- 
de alcooliche negli ultimi anni precedenti la guerra (191 1- 13). 
Indichiamo il consumo medio per abitante, espresso in litri. 



Italia . . . 
Francia . . 
Germania 
Regno Unito 



Vino 

128 
142 

5 
I 



Birra 


Bevande alcooliche 




distillate 


2 


0,65 


34 


3.95 ^ 


104 


2,90 


124 


175 



Benché i dati, abbastanza attendibili quanto al consumo 
del vino e della birra, siano invece incompleti per tutti gli 
Stati considerati quanto al consumo delle bevande alcooliche 
distillate, essi giovano a mostrare come 1' Italia non occupi 
il peggior posto fra i grandi paesi europei. Nel confronto 
con la Francia, si deve avvertire che dopo la guerra il con- 
sumo del vino è ivi sensibilmente maggiore di prima ; mentre 
in Italia il consumo medio per abitante è disceso sotto i 
cento litri. 

• * 

* * 

Una riprova del diminuito consumo nazionale si ha nel 
gran parlare che si è fatto, in quest'anno 192 1, d'una crisi 
vinicola. E bastato che la produzione del 1920 fosse un po' 
meno magra delle ultime precedenti, e che la crescente disoc- 
cupazione costringesse gli operai a qualche restrizione, perchè 
le cantine fossero ingombre di vini che non trovavano smercio *. 

* Mentre nell'autunno 1920 erano quasi nulle le scorte nazionali di vini, — tantoché, 
ad onta della sicurezza di una discreta produzione, il prezzo delle buone varietà da pasto 
piemontesi e pugliesi saliva fin verso le 300 lire per ettolitro — , nell'autunno 1921 esistono 
discrete rimanenze, cosi che, nonostante la quantità scarsa e la qualità poco soddisfacente 
della vendemmia, i prezzi dei vini sono scesi in misura variabile da un terzo alla metà, 
in confronto a quelli dell'anno passato. 



40 VINO 

Dove si leggevano l'anno scorso fiere invettive contro i bevi- 
tori, sono spuntati quest'anno dapprima timidi incoraggiamenti 
e poi caldi inviti all' uso del benefico prodotto nazionale. A 
quale delle due campane dobbiamo dar ascolto ? 

* * . 

L' imposta sul vino, stabilita nella misura di lire io per 
ettolitro per il 1920, è stata rialzata a 20 per il 1921. È 
esente da imposta la quantità destinata al consumo domestico 
del produttore, fino ad un ettolitro per capo adulto. 

Così congegnata, l' imposta favorisce il consumo delle cam- 
pagne a scapito di quello della città; tale azione è rafforzata 
dall'autorizzazione concessa ai Comuni, e da essi subito sfrut- 
tata, di rialzare il dazio sul consumo. Nei grandi Comuni il 
dazio sale fino a 40 lire ; così sopra ogni ettolitro di vino pro- 
dotto nel 192 1 che entrerà in Milano, graveranno, oltre le 
20 lire d' imposta, altre 40 lire di dazio. Se si considera che 
nel 1 9 1 4 un ettolitro di vino pagava, in quella città, 1 1 lire 
di dazio, e che i prezzi dei vini son oggi almeno quattro volte 
maggiori che allora, l'aumento del dazio appare meno che 
proporzionale all'aumento di valore del prodotto colpito. Tut- 
tavia, sopraggiungendo bruscamente, e sommando il proprio 
peso a quello della nuova imposta, esso tende senza dubbio 
a diminuire il consumo urbano. 

L' imposta sul vino e l'aumento del dazio potranno così 
esercitare un' influenza favorevole sul commercio vinicolo, se 
pur nei primi tempi eserciteranno un'azione deprimente e con- 
durranno ad una delle così dette " crisi vinicole „. Anzitutto 
questo aggravio fiscale agirà come premio all'esportazione e 
la stimolerà fortemente, essendo esenti da imposta le quantità 
spedite all'estero ; in secondo luogo costringerà forse produt- 
tori ed intermediari a ridurre i loro ampi margini di profitto, 
coU'assumere una parte dell'onere che riesce troppo grave al 
consumatore. 



VINO 47 



La viticoltura in Italia. 

La vite si coltiva oggi su 800 mila ettari isolata e su 4.200 
miffliaia di ettari intercalata ad altre colture. 

Il progresso dei metodi di coltivazione, impedito in molti 
luoghi dalla conformazione accidentata del suolo §, spesso è 
reso difficile anche dal frazionamento della proprietà ; la sosti- 
tuzione di vitigni scelti ai vitigni comuni, l'impiego di oppor- 
tune cure colturali e di mezzi meccanici, trovano ostacolo nella 
ignoranza e nella povertà dei piccoli agricoltori. 

Abbiamo già avvertito la difficoltà dei confronti interna- 
zionali in questa materia : si può tuttavia notare che, mentre 
il rendimento medio dell'intera superficie vitata francese supe- 
rava, nel 1909-14, i 30 ettolitri per ettaro, in Italia, limitato il 
calcolo ai soli vigneti, il rendimento medio toccava appena i 
2 2 ettolitri. La differenza fra le due cifre deriva, almeno in 
buona parte *, dall' inferiorità tecnica dei nostri viticoltori in 
confronto a quelli francesi. Nelle zone a coltura promiscua, 
poi, il rendimento normale scendeva a 7 ettolitri per ettaro. 

Media Media 

1909-14 1915-20 

( coltura promiscua . migliaia di ha. 3471 3415 
Superficie vitata. . <^ ^^^^^^ specializzata » - 969 869 

( coltura promiscua . migliaia di q. 36.144 31.004 

i coltura specializzata » 34-327 25.767 

Produzione del vino migliaia di hi. 45.521 36.739 



§ Sopra un raccolto normale di 70 milioni di quintali d' uva, io milioni sono dati 
da zone di montagna, 40 milioni da zone di collina, 20 milioni da zone di pianura. 

* Le nostre statistiche agrarie comprendono fra le colture specializzate anche quelle 
colture promiscue, nelle quali, essendo assai breve la distanza tra i filari di viti, il pro- 
dotto di questi ha importanza prépondérante in confronto al prodotto del seminativo. 
Quindi non tutta l'estensione della coltura specializzata corrisponde a veri e propri vigneti. 
Questa circostanza, però, giustifica soltanto in piccola parte 1' inferiorità del rendimento 
italiano rispetto a quello francese. 



48 VINO 



Le proporzioni del vigneto e della coltura promiscua sono 
molto differenti nelle varie regioni : nel Settentrione la col- 
tura specializzata fornisce un terzo del complessivo raccolto 
dell' uva, nel Centro appena un quinto ; nel Mezzogiorno, 
invece, ne dà i due terzi e nelle Isole la quasi totalità. Durante 
gli ultimi anni, non si sono avute notevoli variazioni nella 
superficie a coltura promiscua ; è invece diminuita in misura 
non lieve la superficie a coltura specializzata, specialmente nel 
Mezzogiorno: dal 1914 al 1920 sono ivi scomparsi 113 mila 
ettari di vigneti, ossia oltre un quarto del totale. Più che alla 
guerra, va imputato alla fillossera questo rapido decadimento 
della viticoltura meridionale. 

Ancor oggi, tuttavia, i vigneti occupano un ottavo della 
superficie delle Puglie ed un quindicesimo di quella della Sicilia. 
-Sono, queste, proporzioni che bastano a dare idea dell'essenziale 
importanza della viticoltura per le popolazioni rurali di quelle 
regioni. 

Nell'apprezzare i dati, che or ora riporteremo, sulla super- 
ficie vitata in ciascuna delle grandi divisioni territoriali, si tenga 
presente che non soltanto nelfa coltura promiscua, ma anche 
in quella specializzata, varia grandemente da regione a regione 
la densità delle piantagioni: nel vigneto, secondo informa- 
zioni ufficiali, la densità andrebbe da 4 a 1 2 mila piante per 
ettaro. 

Superficie vitata (migliaia di ha), 
coltura promiscua coltura specializzata 

»914 1920 1914 1920 

Nord 1.888 1.84Ó 239 226 

Centro • • 1.267 1.268 64 65 

Sud 309 309 432 319 

Isole. . . .' I I 215 202 

Regno 3.465 3.424 950 812 



V [NO 49 



* 

* * 



Il raccolto dell' uva ascendeva, in media, nel 1909-14, a 
70 milioni di quintali; esso è sceso a 54 nel 1919, a 66 nel 
1920, a 52 nel 192 1. Indipendentemente dalle vicende della 
stagione, la sola riduzione della superficie coltivata ha cagionato 
una diminuzione di 5 a 6 milioni di quintali, che si manifesta 
specialmente nel Mezzogiorno. 

La scarsa vendemmia del 192 1 viene attribuita — oltre 
che alla crescente diffusione della fillossera — a condizioni me- 
teorologiche sfavorevoli alia vegetazione e favorevoli alla pero- 
nospora, avveratesi nella primavera ed all' inizio dell'estate ; alla 
successiva grave siccità in alcune zone ; alle frequenti e rovi- 
nose grandinate in altre. Queste cause secondarie dello scarso 
raccolto hanno tutte carattere transitorio e contingente. 

* 

* * 

Meno d' una ventesima parte dell' uva prodotta in Italia 
è destinata al consumo diretto ; tutto il resto viene trasfor- 
mato in vino. Si noti che soltanto una piccola frazione delle 
uve direttamente consumate — forse un quinto, cioè meno 
d'una centesima parte della produzione totale — è costituita 
da qualità scelte da tavola. La coltivazione di queste varietà, 
che potrebb'essere preziosa risorsa, è scarsamente estesa, e 
soltanto in pochissimi luoghi condotta con criteri tecnici sod- 
disfacenti. 

Il consumatore italiano, per abitudine, per indolenza e per 
difficoltà di trovar di meglio, si adatta a comprare a caro 
prezzo uve di qualità cattiva o mediocre; il consumatore stra- 
niero, scarsamente allettato, ne acquista quantità relativamente 
piccole a prezzi poco rimunerativi *. 



* Da 25 a 40 lire per quintale, negli ultimi anni di pace. 
MoRTARA, Prospettive economiche. 



50 VINO 

Condizione di cose particolarmente dannosa nel presente 
periodo, in cui ogni prodotto nazionale non assolutamente 
indispensabile all'esistenza, che venga esportato, consente la 
importazione di prodotti esteri di prima necessità. 

Quando pur divenisse decupla dell'attuale, la produzione del- 
l' uva da tavola troverebbe sicuro e lucroso smercio, special- 
mente se con l'opportuna scelta delle varietà coltivate e con 
l' impiego di convenienti mezzi di conservazione, si riuscisse 
da un canto ad accrescere la produzione di specie primaticce, 
dall'altro a provvedere d'uva fresca i mercati durante i mesi 
invernali. 

Anche l'industria del disseccamento dell'uva è da noi 
trascurata, mentre in altri paesi è intelligentemente curata e 
dà luogo ad ingenti esportazioni § ; si può stimare che la pro- 
duzione nazionale non raggiunga i loo mila quintali. 

La produzione dei vini. 

La produzione vinicola italiana è costituita per 73 7o ^^ 
vini rossi, per 25 7o da vini bianchi, per 2 7o ^^ vini speciali 
(marsala, vermut, ecc.) ; circa un terzo dei vini prodotti ha 
un contenuto di alcool inferiore ai io gradi. 

Mentre la produzione del marsala e del vermut e quella 
di pochi altri vini di qualità superiore è industrialmente orga- 
nizzata, la fabbricazione dei vini comuni è ancora, in generale, 
eseguita con criteri e con mezzi antiquati ed insufficienti. Da 
ciò segue che la massima parte dei prodotti, andando soggetti 
ad alterarsi nel trasporto o nella conservazione oltre brevi 
limiti di tempo, possono servire esclusivamente al consumo di 
località prossime a quella in cui hanno origine. Il fraziona- 
mento della produzione tra molti piccoli proprietari o condut- 
tori dì terre oppone gravi difficoltà all'ordinamento industriale 
della vinificazione, lo spirito individualistico che anima i nostri 

§ Vedasi più avanti il capitolo « Frutta e ortaggi ». 



VINO 51 

agricoltori ostacolando la formazione e il buon funzionamento 
•di associazioni cooperative, come quelle che altrove hanno 
recato grandi benefici alle popolazioni rurali. L' inettitudine 
dell'enologo (che in generale è lo stesso viticoltore), la defi- 
cienza di locali adatti per la lavorazione dell'uva e di reci- 
pienti per la conservazione del vino, la penuria di capitali, la 
conseguente necessità di vendere il prodotto al più presto 
possibile, sono tante circostanze contrarie al miglioramento dei 
vini italiani. L'incostanza dei tipi è un altro elemento sfavo- 
revole alla conquista dei mercati, specialmente esteri : molti 
nòstri vini, benché buoni e conservabili, hanno il difetto di 
cambiare gusto e caratteristiche da anno ad anno, in relazione 
alle varie proprietà dell' uva, determinate sopratutto da fattori 
meteorologici. La scienza dell'enologo riesce a conseguire la 
stabilità del tipo ; ma l'aiuto di èssa è troppo raramente invo- 
cato in Italia. 



* 



Le stesse circostanze ora enumerate spiegano anche il troppo 
-capriccioso andamento del mercato del vino, caratterizzato 
da enormi sbalzi dei prezzi, inversamente corrispondenti a 
quelli dei raccolti, che talora da un anno all'altro raddop- 
piano, o triplicano, o si riducono a metà o ad un terzo. Nel 
decennio 1907-16 la produzione annuale variò tra un massimo 
di 62 milioni e un minimo di 19 milioni di ettolitri; il prezzo 
medio, all' ingrosso, del vino comune variò tra un minimo di 
17 ed un massimo di 70 lire per ettolitro. La saltuarietà dei 
raccolti dipende principalmente da circostanze naturali — vi- 
cende della stagione e stato vegetativo della pianta — ; ma 
la ripercussione sui prezzi è determinata sopratutto dalla defi- 
ciente organizzazione commerciale dell'industria enologica; e 
la risentono principalmente i piccoli produttori, perchè i grandi, 
se sono danneggiati dai ribassi, possono in compenso avvan- 
taggiarsi nelle annate di prezzi alti, mercè le scorte accumulate. 



52 



VINO 



* 
* * 



La partecipazione delle varie regioni alla produzione del 
vino è molto differente, come appare dalle notizie che riferiamo 
a pag. 53. Normalmente il Settentrione dava circa 38 7o della 
produzione nazionale, il Centro 22 7o, il Mezzogiorno 2 87o, 
le Isole ne davano 1 2V0. Neil' ultimo biennio queste propor- 
zioni sono sensibilmente alterate, a sfavore delle regioni me- 
ridionali — più gravemente danneggiate dalla fillossera — e di 
quelle insulari. 



Produzione del vino (migliaia di lil.) 
Media 
1909-14 



Nord . 
Centro. 
Sud. . 
Isole . 

Regno. 



17.310 

9.900 

12.930 

■5-360 



1920 

IO. 290 

11.380 
10.050 

4-570 



45.500 42.290 



1921* 

14.000 

8.000 

7.500 

3-500 

33.000 



L'esame dei dati, riferiti a pag. 53; sulla produzione dei 
vino in relazione al numero degli abitanti di ciascuna regione 
permette di distinguere le zone con produzione superiore ai 
bisogni locali da quelle con produzione insufficiente. La Lom- 
bardia e la Liguria, con una produzione di mezzo ettoli- 
tro per abitante, il Veneto con quattro quinti di ettolitro, 
devono ricorrere al sussidio di altre zone per dissetare le 
loro popolazioni, mentre le Puglie, con due ettolitri e un 
terzo per abitante, P Emilia con due, il Piemonte, con uno 
e quattro quinti, esportano grandi quantità di vini. La To- 
scana riesce ad esportarne anch'essa, accrescendo la propria 
produzione col sussidio delle uve meridionali, che formano 
oggetto di un largo commercio, la Campania e la Sicilia vi 
riescono invece principalmente per merito della frugalità delle 
loro popolazioni. 



Dati provvisori. 



VINO 



53 



Produzione normale dell' uva e del vino in Italia. 



REGIONI Produzione media annua (1909-14) 

Uva Vino 

(migliaia di qiiintali) (migliaia di hi.) 



Produzione media del vino 

Ettolitri 
per abitante per ettaro 



Piemonte . . , 


9.220 


6.240 


• 1,8 


2,4 


Liguria. . . . 


1 .090 


720 


0,6 


ló 


Lombardia . . 


3-370 


2.180 


0,5 


1,1 


Veneto . . . 


4.800 


2.850 


0,8 


1.3 


Emilia. . , . 


8.580 


5.320 


2,0 


2,8 


Toscana . . . 


6.140 


4.100 


1,5 


1,8 


Marche . . . 


5450 


2.270 


2,0 


2>5 


Umbria. . . 


1.870 


1.220 


1,8. 


i>3 


Lazio .... 


3-500 


2.310 


1,8 


2,0 


Abruzzi . . . 


' 2.780 


1.820 


i>3 


1,2 


Campania. . . 


7.580 


4.890 


^'5 


0^2 


Puglie .... 


7.720 


4.900 


2,3 


2,7 


Basilicata . . 


710 


430 


0,9 


0,5 


Calabria . . . 


1.3Ó0 


890 


0,6 


0,6 


Sicilia .... 


7. no 


4.660 


1.3 


1,8 


Sardegna . . . 


1.140 


700 


0,8 


0,3 



Riepilogo 



Nord 
Centro. 
Sud. 
Isole. 



27.060 


17.310 


1,1 


1,8 


15.020 


9.900 


1,7 


1,9 


20.150 


12.930 


1,5 


1,8 


8.250 


5-360 


1,2 


1,1 



Totale. 



70.480 



45-500 



1,3 



1,7 



54 VINO 

Il commercio interno delle uve da vino, del mosto e del 
vino è caratterizzato principalmente da due correnti : una par- 
tente dal Mezzogiorno, una dal Piemonte, dirette verso le 
zone di minor produzione. Nel 191 3 — ultimo anno di traffico 
normale — sonò usciti dalle Puglie circa tre milioni e mezzo 
di quintali di questi prodotti. In ogni regione, poi, affluiscono 
vini dalle campagne alle citth. La maggior massa del com- 
mercio interno è costituita da tipi di scarso pregio, destinati 
al consumo corrente. 



L'esportazione. 

Alle principali cause d'inferiorità dei nostri vini, già pre- 
cedentemente accennate — instabilità di tipi, scarsa resistenza 
al trasporto, facilità di alterazione attraverso il tempo — si 
aggiungono, • nel commercio internazionale, la frequenza delle 
adulterazioni, la negligenza nella condizionatura, la scarsa cura 
dei gusti del consumatore estero, il difetto di una seria orga- 
nizzazione commerciale per l'esportazione. 

L'esportazione italiana nell' ultimo quinquennio di pace era 
ascesa in media annua a circa 1.500 migliaia di ettolitri, del 
valore di circa 70 milioni. Aggiungendo le esportazioni di 
uva fresca e secca (300 mila quintali ; 9 milioni di lire), di 
tartaro greggio, fecce di vino e cremor di tartaro (valore 1 1 
milioni di lire), di spirito (valore 1 1 milioni di lire), il va- 
lore medio annuo dei prodotti e sottoprodotti della viticol- 
tura e dell' industria enologica italiana esportati all'estero 
saliva verso i cento milioni. 

In epoche anteriori, la nostra esportazione era stata più 
fiorente. In seguito all' invasione della fillossera in Francia, 
per parecchi anni aveva trovato ampio sbocco su quel mer- 
cato. La quantità esportata, che negli anni fra il 1871 e il 
1878 aveva di rado raggiunto mezzo milione di ettolitri, superò 



VINO 55 

quasi costantemente il milione dopo il 1879, salendo fino a tre 
milioni e mezzo (un decimo della produzione d'allora) nel 1887. 
A questo periodo risale la rapida estensione della viticoltura nelle 
Puglie, in Sicilia e in altre regioni. Dimezzate, dopo il 1887, 
le esportazioni, per la guerra doganale con la Francia, ch'era 
la nostra miglior cliente, si rianimarono qualche anno dopo 
— dal 1892 al 1904 — per le agevolazioni doganali otte- 
nute dall'Austria-Ungheria; nel 1905, cessati tali vantaggi, 
ridiscesero a meno di un milione di ettolitri, oscillando poi 
variamente negli anni successivi. 

La variazione delle quantità complessive esportate dipende 
principalmente dalle esportazioni di vini comuni, costituite in 
buona parte di vini da taglio, che vengono destinati a sup- 
plire la deficienza dei raccolti nazionali di altri paesi pro- 
duttori. Ma per avere una chiara idea delle tendenze del no- 
stro commercio di esportazione, è bene suddividerne il valore 
secondo le qualità dei vini. 

' Esportazione media annua (milioni di lire) 

Vini comuni in botti o caratelli . 

Vini in fiaschi 

Vini vari in bottiglie 

Marsala 

Vermut 

L'esportazione dei vini comuni in botti, pur mantenendo 
la sua prevalenza, tende a diminuire d' importanza in con- 
fi"onto a quella dei vini fini. Essa costituiva i quattro quinti 
del valore totale esportato nel quinquennio 1899- 1903, ma 
i tre quinti soltanto nel quinquennio 1909-13. Fa eccezione 
alla tendenza ascendente, fi-a i vini scelti, il marsala, la cui 
esportazione è stazionaria. 

È notevole sopratutto lo sviluppo delle esportazioni di ver- 
mut, che appare ancor meglio considerando le quantità esportate. 

Dal principio del secolo alla vigilia della guerra europea 



1899-1903 


1904-1908 


1909-1913 


48>6 


23>2 


41,4 


i>4 


2,1 


4,2 


1,7 


3,8 


5,8 


3>o 


2.3 


2,8 


4,3 


7,8 


16,6 



56 VINO 

l'esportazione del vermut si era quadruplicata: nel biennio 
1900-01 se ne esportavano in media annua 11.400 ettolitri 
in botti e 29.100 centinaia di bottiglie; nel 1912-13 rispet- 
tivamente 33.200 ettolitri e 132.600 centinaia di bottiglie. 

* 

* * 

Trascurando le vicende degli anni di guerra, che dipen- 
dono da circostanze eccezionali e non possono pertanto dare 
norma per l'avvenire, confrontiamo ora l'esportazione del 1919 
e del 1920 con quella media del biennio 1912-13. Aggiun- 
giamo anche qualche notizia per il primo semestre 192 1, 
benché un adeguato apprezzamento delle esportazioni vinicole, 
data la loro periodicità, sia possibile soltanto sulle notizie per 
l'anno intero. 



Vini comuni in botti o caratelli 
Vini in fiaschi. 
Vini spumanti in bottiglie 
Vini vari in bottiglie. 
Marsala in botti o caratelli 
Marsala in bottiglie . 
Vermut in botti o caratelli 
Vermut in bottiglie. 

Mentre per i vini comuni in botti e per il marsala si 
osserva una forte diminuzione, rispetto agli ultimi anni pre- 
bellici, tanto che in complesso l'esportazione si è ridotta di 
metà, per il vermut la diminuzione è minore, non giungendo 
ad un settimo ; per i vini in bottiglie non si nota diminu- 
zione e per i vini in fiaschi si accerta qualche aumento. Il 
primo semestre del 1921 segna un miglioramento nelle espor- 
tazioni di vini comuni, purtroppo più che compensato da un 
peggioramento in quelle dì vini fini. Pare che il vermut e il 
marsala vadano perdendo terreno sui mercati esteri, special-, 
mente per la concorrenza d'altri prodotti francesi o spagnuoli. 










santità 


esportata 




media 


1912-13 




1919 


1920 


10 sem. 1921 


migliaia di hi. 


1.165 




480 


598 


. 383 


» 


73 




65 


87 


36 


cent, di migl. 


5 




II 


15 


5 


» » 


39 




• 20 


29 


^5 


migliaia di hi. 


29 




14 


13 


5 


cent, di migl. 


3 




5 


6 


2 


migliaia di hi. 


33 




79 


74 


18 


cent, di migl. 


133 




51 


50 


IO 



VINO 57 

Alla contrazione delle esportazioni italiane di vini, fa ri- 
scontro una vigorosa espansione di quelle spagnuole, che, men- 
tre erano di 3 milioni di ettolitri, in media annua, nel 1909-13, 
hanno raggiunto i 5,5 milioni, in media, nel- 1919-20. Questa 
espansione mostra che non mancano mercati al vino per chi 
li. sappia conquistare: i coltivatori ed i mercanti spagnuoli 
hanno saputo intendere molto meglio dei nostri la necessità 
di migliorare i procedimenti produttivi e di organizzare il 
commercio con criteri moderni *. Anche le esportazioni fran- 
cesi del biennio 1919-20, ascendendo in media annua a 2,3 
milioni di ettolitri, hanno superato la cifra del 191 3. 

* 
* * 

Vari fattori hanno concorso a ridurre le nostre esporta- 
zioni di vini dopo la guerra. Primo fra tutti, la scemata pro- 
duzione : venendo conteso lo scarso prodotto, ad alti prezzi, 
fra i consumatori nazionali, è mancato all'esportazione lo sti- 
molo del tornaconto, anche perchè taluno dei paesi concor- 
renti ha potuto, per l'abbondanza della produzione, e per il 
continuo incremento di essa, ofifirire buoni vini a prezzi infe- 
riori ai nostri. In secondo luogo, i mercati dell'Europa cen- 
trale, che assorbivano buona parte della nostra esportazione, 
hanno sofferto gravi riduzioni della capacità d'acquisto ; ed 
è cessata la nostra emigrazione verso quei paesi, che dava 
indubbiamente impulso allo sviluppo del commercio vinicolo. 
Il divieto delle bevande alcooliche negli Stati Uniti è stato 
un terzo potente fattore di regresso dell'esportazione italiana. 
E infine nell'America meridionale non soltanto si è inasprita 



* Nel 1920 la nostra importazione in Francia è stata, secondo le statistiche- fran- 
cesi, di 47 mila ettolitri, quella spagnuola di 2.713 migliaia d'ettolitri (esclusi i vini in 
bottiglie). Nello stesso anno le statistiche svizzere indicano come provenienti dall' Italia 
399 mila ettolitri, dalla Spagna (742 mila esclusi i vini in bottiglie). E nel Regno Unito, 
durante il 1920, sono giunti 17 mila ettolitri di nostri vini, in confronto a 146 mila 
ettolitri di vini spagnuoli. 



58 VINO 

la concorrenza iberica, ma si è anche sviluppata la produ^ 
zione locale. 

Le esportazioni di vini in Austria-Ungheria, Germania e 
Svizzera ascendevano nel 191 3 a 640 mila ettolitri — cor- 
rispondenti a più d' un quinto della quantità complessiva d 
vino, che quei paesi richiedevano all'estero — per un valore 
di quasi 22 milioni ; nel 19 19 si sono ridotte ad un terzo 
per quantità. Sono risalite oltre i due terzi (450 mila ettolitri) 
nel 1920; e nel 192 1 sembra siano ancora aumentate, ten- 
dendo, verso l'antico livello. 

Le esportazioni negli Stati Uniti, nell'Argentina e nel Bra- 
sile toccavano nel 191 3 i 550 mila ettolitri — corrispon- 
denti a più d'un quarto delle complessive importazioni di 
vino dei suddetti paesi — e il loro valore superava i 30 mi- 
lioni. Nel 1919 sono scemate a poco più di 50 mila ettolitri ; 
nel 1920 sono risalite a 145 mila; nel 1921 sembrano man- 
tenersi al livello dell'anno precedente. 

Finora i nostri esportatori non sono riusciti a trovare nuovi 
sbocchi, da sostituire agli antichi. 

* 
* * 

Le esportazioni d.i sottoprodotti dell' industria enologica se- 
gnano una discreta ripresa nel 1920, come appare dai seguenti 
dati. La sosta nel primo semestre del 192 1 è connessa con 
la generale depressione economica dei paesi industriali. 



Tartaro greggio e gruma di botte migliaia di q. 

Feccia di vino » 

.Cremor di tartaro ..... » 

Lo sviluppo delle esportazioni di cremor di tartaro è in- 
dice del progresso dell' industria dei sottoprodotti. Questa, però, 
potrebbe maggiormente estendersi, poiché soltanto un terzo 
delle vinacce disponibih viene ora da essa sfruttato. 



Media 








1909-13 


1919 


1920 1 


i'sem. 1921 


QO 


54 


81 


13 


65 


5 


2 


2 


0,9 


3.5 


5.4 


3 



VINO 59 



Progressi possibili. 

L' Italia ha bisogno di ridurre le proprie importazioni e 
di estendere le proprie esportazioni. La viticoltura e l'eno- 
logia nazionale possono aiutare il raggiungimento dell'una e 
dell'altra mèta. 

Lo sviluppo della coltivazione di varietà da tavola e l'or- 
ganizzazione razionale del disseccamento su vasta scala pos- 
sono fornire gran copia d'uva — ottimo alimento — al mer- 
cato nazionale, consentendo diminuzioni nell' importazione di 
altre derrate. 

L'esportazione delle uve da tavola ha vaste possibilità di 
sviluppo, purché sappia risolvere i due problemi fondamentali 
della scelta di qualità adatte ai gusti dei paesi importatori e 
dell'organizzazione commerciale dell'esportazione. Non va tra- 
scurata la possibilità di esportare uve da vino nei paesi proi- 
bizionisti, dove la fabbricazione domestica del vino offre un 
comodo mezzo per eludere la legge. 

Il progresso tecnico della vinificazione può emanciparci com- 
pletamente dalle importazioni di vini, poiché nella stermi- 
nata varietà dei nostri prodotti trovano non indegno riscon- 
tro quasi tutti i più celebrati tipi esteri. 

Il miglioramento qualitativo e la stabilizzazione dei tipi 
possono agevolare il collocamento dei vini sui mercati stranieri 
e consentire ai nostri esportatori di battere i concorrenti. 

Il consumo di mosti concentrati a freddo e di mosti ste- 
rilizzati a caldo può lentamente conquistar terreno sul mer- 
cato interno, dove già si va diffondendo l' uso delle marmel- 
late e delle gelatine d' uva. Anche questi prodotti possono 
sostituire altri alimenti importati. Tuttavia l'industria dei suc- 
cedanei analcoolici del vino può sperare, almeno in un primo 
tempo, miglior successo all'estero che all'interno; specialmente 
nei paesi proibizionisti. 



6o VINO 

Tale è il contributo che potrebbero recare 1' uva ed i 
vini italiani al miglioramento degli scambi con l'estero. 

A dir vero, questi anni, che pur hanno visto audaci ini- 
ziative industriali e mercantili, non hanno recato progresso in 
questo che sarebbe uno dei campi più naturali d'espansione 
della nostra agricoltura e delle industrie alimentari. Manca 
l'azione efficace di un forte organismo centrale, creato dalla 
libera associazione, che possa additare le vie più promettenti 
e sostenere col consiglio e col denaro chi osasse tentarle. 
Iniziative individuali isolate, non subordinate ad una direttiva 
unitaria, non illuminate né sussidiate, spesso incontrano l' in- 
successo, mentre incoraggiate e coordinate reciprocamente 
avrebbero potuto conseguire propizio esito. 

Prospettive. 

Le prospettive non son molto nmtate dallo scorso anno. 

La produzione del vino tende a mantenersi inferiore alla 
misura normale prebellica. 

Il consumo nazionale assorbirà quindi facilmente la mas- 
sima parte della produzione, nonostante la restrizione della 
domanda, derivante dall'aggravata tassazione del vino, dalla 
riduzione dei salari e dall'aumento della disoccupazione. 

Le future variazioni dei prezzi dipenderanno principalmente 
dalla più o meno rapida fine della depressione industriale. 
Se questa terminerà nei primi mesi del nuovo anno, potranno 
aversi rialzi; se si dovesse aggravare, non è da escludere la 
possibilità di sensibili ribassi. 

Sembra improbabile un considerevole aumento delle espor- 
tazioni, data la forte concorrenza di altri paesi produttori. 



OLIO D'OLIVA 



Produzione mondiale e scambi internazionali. 




A produzione dell'olio d'oliva è industria caratte- 
ristica dei paesi del Mediterraneo, i quali soli for- 
niscono quasi l'intera quantità occorrente per il 
consumo mondiale. 
In complesso, si ottenevano nel mondo, in media annua, 
nel sessennio 1909-14, circa 7 milioni di ettolitri. Fra i paesi 
produttori stava al primo posto la Spagna con poco più di 
2,4 milioni di ettolitri, al secondo l'Italia con 1,8, al terzo 
la Grecia con 1,1 ; al quarto stavano la Tunisia e l'Algeria, 
che insieme producevano 0,6 milioni di ettolitri. 

Dopo il 19 14, l'olivicoltura spagnuola ha accentuato la sua 
preponderanza. La superficie degli oliveti, che era di 1.395 
migliaia di ettari nel 1909, è salita fino a 1.595 nel 192 1 ; la 
produzione dell'olio si è andata sempre più avvantaggiando 
su quella italiana. Nel 191 5-18 l'Italia ha prodotto in media 
2,1 milioni di ettolitri all'anno, ma la Spagna è salita a 3,4 
milioni; nel 1919-21 l'Italia è discesa a 1,7 milioni, mentre 
la Spagna è salita ancora, a 3,7 milioni. La nostra produzione, 
che dieci anni or sono era uguale ai tre quarti di quella spa- 
gnuola, oggi non tocca la metà di essa *. Poiché la produzione 



La produzione greca nel 1920 è ascesa a 1,5 milioni di ettolitri. 



02 OLIO D'OLIVA 

mondiale è un po' aumentata, e forse raggiunge gli 8 mi- 
lioni di ettolitri, la diminuzione relativa d'importanza della 
produzione italiana è maggiore della diminuzione assoluta. 






Al pari del vino, l'olio d'oliva vien consumato principal- 
mente nei paesi produttori ; la Spagna ne richiedeva due mi- 
lioni di ettolitri, l'Italia un milione e mezzo. Entrambi i pae- 
si, tuttavia, destinavano discrete quantità all'esportazione : 435 
mila ettolitri, nella media annua del quinquennio 1909-13, 
la Spagna, 380 mila l'Italia. L'esportazione olearia, cui con- 
tribuivano in più modesta misura la Grecia, la Tunisia, 
l'Algeria, ed altri paesi produttori, veniva assorbita nella mas- 
sima parte dall'Argentina (243 mila ettolitri), dagli Stati Uniti 
(201 mila), dalla Francia (194 mila), dal Canada (135 mila), 
dal Regno Unito (130 mila). 

Le vicende della produzione si sono ripercosse sul com- 
mercio estero ; ma soprattutto i divieti d'esportazione hanno 
concorso a ridurre la partecipazione in tale commercio del- 
l'Italia, che ha esportato in media soli 190 mila ettolitri al- 
l'anno nel 191 4-1 8, mentre la Spagna aumentava le sue spe- 
dizioni a 680 mila. Nel 1919-20 la situazione è ancora peg- 
giorata a danno dell'Italia, che ha esportato, in media annua, 
iio mila ettolitri, mentre la Spagna ne esportava 930 mila. 
Anche la Grecia è giunta ad esportare 450 mila ettolitri della 
produzione del 1920. 

La produzione italiana. 

La coltivazione dell'olivo si estendeva^ nell'ultimo sessen- 
nio di pace, sopra 2,3 milioni di ettari, dei quali però oltre 1,7 
milioni a coltura promiscua. La produzione annua delle olive 



OLIO D'OLIVA 



63 



Produzione italiana delle olive e dell'olio. 



REGIONI 

Piemonte . . 

Liguria . . . . 

Lombardia . . 

Veneto . . . . 

Emilia . . . . 

Toscana . . . 

Marche. . . . 

Umbria . . . 

Lazio . . . . 

Abruzzi . . . 
Campania . . . 
Puglie . . . . 
Basilicata . 
Calabria . 

Sicilia .... 
Sardegna . . . 

Riepilogo 

Nord .... 
Centro .... 

Sud 

Isole 

Totale. . . . 



Produzione media annua (1909-14). Produzione del 1920 

Olive Olio Olio 

(migliaia di quintali) (migliaia di ettolitri) (migliaia di ettolitri) 



.448 
14 
19 
20 

943 

67 

270 

514 

704 

913 
2.39Ó 

243 
2.292 

1.689 
237 



501 
1.794 
6.548 
1.926 

10.769 



86 

3 
3 

■153 
II 

47 
91 

118 
147 
424 

39 
361 

287 
36 



94 

302 

1.089 

323 

1.808 



II 

3 
2 

4 

192 
14 

186 

75 
135 
766 

17 



357 
57 



20 

424 

1.181 

414 



2.039 



04 OLIO D'OLIVA 

ascendeva a poco meno di undici milioni di quintali, che ve- 
nivano soltanto in piccola parte destinati al consumo diretto, 
mentre in massima parte servivano per la fabbricazione del- 
l'olio. Di questo si ottenevano i,8 milioni di ettolitri di qua- 
lità superiore e più di 400 mila ettolitri di qualità inferiore, 
estratto dalle acque di lavaggio e dalle sanse. 11 complessivo 
valore dei prodotti e sottoprodotti dell'olivicoltura superava 
i 300 milioni di lire. 

Non appariva nella produzione degli ultimi anni quel a 
decisa tendenza alla diminuzione che taluno aveva creduto di 
riscontrarvi; il raccolto medio annuo del 191 3-1 6 era stato 
press'a poco uguale a quello del precedente quadriennio. È 
probabilmente conforme al vero, però, l'opinione che negli ul- 
timi trent'anni anteriori alla guerra la produzione olearia avesse 
sofferto una sensibile diminuzione. 

Neppure i raccolti degli anni di guerra e di quelli succes- 
sivi mostrano palese tendenza alla diminuzione. 

La superficie sulla quale è coltivato l'olivo s'è ristretta in 
lieve misura, da 2.345 niigliaia di ettari nel 1909 a 2.290 ne 
1920. A quest'ultima data la superfìcie totale degli oliveti 
(coltura specializzata) ascendeva a 579 mila ettari. 

Molte colline, specialmente nelle parti peninsulaii ed insulari 
d'Italia, son oggi nude d'ogni vegetazione, che mirabilmente 
si presterebbero alla coltura dell'olivo ; vaste estensioni di ter- 
reno, che non rendono nulla, potrebbero, mercè l' impianto di 
oliveti, divenire altamente redditizie. Ma occorrono all'uopo 
lavoro abbondante e capitali non esigui. 

* 
* * 

La coltivazione dell'olivo deve combattere alcuni parassiti 
che si sono propagati specialmente in epoca recente : più te- 
mibile di tutti la mosca olearia, che soltanto in poche loca- 
lità e fiaccamente viene combattuta, mentre pure sono noti 



OLIO D'OLIVA 65 

i mezzi atti a distruggerla. La lotta contro i parassiti, e, in ge- 
nerale, il progresso colturale trova ostàcolo nell'eccessivo fra- 
zionamento della proprietà, sussistente nelle regioni più ricche 
d'olivi, e nella mentalità arretrata ed abitudinaria degli agricol- 
tori, non soltanto dei piccoli. 

La coltivazione delle varietà atte a fornire olive da ta- 
vola è da noi negletta ; la preparazione di questo prodotto, 
che troverebbe largo smercio sui mercati nazionali ed esteri, 
è condotta, in generale, con sistemi primitivi e con scarsa 
cura. L'olivicoltore italiano trascura cosi, per mancanza d'ini- 
ziativa, quella che potrebb'essere una delle sue maggiori ri- 
sorse. La Spagna, nel biennio 191 2-13, esportava in media 
140 mila quintali all'anno di olive verdi o in salamoia, mentre 
l'Italia ne esportava quantità insignificanti. 

* 

* * 

Indichiamo come le grandi divisioni territoriali concorrano 
nella produzione nazionale dell'olio d'oliva di qualità su- 
periore. Notizie per le singole regioni sono date nella tabella 
a pag. 63. 



Nord . 
Centro 
Sud . 
Isole . 



Totale 



Media 


Media 






1909-14 


1915-18 


1919 


1920' 


migliaia di ettolitri 94 


105 


94 


20- 


» 302 


382 


451 


424 


» 1 .089 


1.265 


500 


I.181 


» 323 


393 


96 


414 



2.145 I.I4I 2.039 



La produzione dell'olio nel 1921 si calcola lievemente in- 
feriore a quella del 1920. Il suo valore può stimarsi non in- 
feriore ad un miliardo e mezzo. 

Le Puglie, la Sicilia, la Calabria da sole forniscono, nor- 
malmente, tre quinti della complessiva produzione nazionale 
di olio d'oliva. 

MoRTARA, Prospettive economiche. ' 5 



66 OLIO D'OLIVA 

La tecnica della fabbricazione è in molti luoghi difettosa ; 
negli ultimi anni anteriori alla guerra il sorgere di grandi 
stabilimenti per la raffinazione ha segnato un buon passo nel 
miglioramento dei nostri oli, ma una gran parte di questi vien 
messa ancora sul mercato in condizioni tanto lontane dalla per- 
fezione, che ne rendono sgradevole il gusto e ne limitano l'im- 
piego alla cucina, esiliandoli dalla tavola. L'impianto di pic- 
cole raffinerie cooperative è ancora un ideale di difficile 
attuazione nelle principali regioni produttrici, data l' inerzia 
degli olivicoltori e la loro ostilità ad ogni forma associativa. 

L'esportazione. 

L'esportazione del nostro olio d'oliva, che nel decennio 
1881-90 era stata in media di oltre 650 mila ettolitri all'anno, 
si era ridotta a 380 mila nella media del biennio 191 2-13, 
per conseguenza della diminuita produzione, per l'aymento 
di consumo derivato dall'incremento della popolazione e dal 
diffondersi dell'uso di quest'olio ; infine per il progresso della 
concorrenza spagnuola. Si esportava meno d'un sesto della pro- 
duzione nazionale ; il valore complessivo degli oli d'oliva spe- 
diti all'estero toccava i 50 milioni. Essi erano diretti per 
oltre sette decimi verso i mercati americani (Stati Uniti, Ar- 
gentina, Cile, Brasile, Uruguay). 

Nel 19 19 la quantità esportata era scesa a meno di 95 
mila ettolitri , nel 1920 è risalita a 1 18 mila e nel primo seme- 
stre del 192 1 a 77 mila ettolitri. 

Avvertasi però che, mentre si è mantenuta l'esportazione 
d'olio di qualità inferiore per uso industriale — 87 mila etto- 
litri, media 1912-13; 85 mila media 1919-20; 55 mila 
nel primo semestre 1921 — ; è invece praticamente cessato, 
in seguito ai divieti d'esportazione, l'invio all'estero di oli 
commestibili — da 290 mila diminuito a 12 mila ettolitri 
nel 1919, a 13 mila nel 1920, a 15 mila nel primo seme- 



OLIO D'OLIVA 67 

stre 1921. Il ramo più fruttifero dell'esportazione è inaridito. 
E non solo si è quasi annullata l'esportazione ; ma anche si è 
aumentata l' importazione ,di oli d'oliva commestibili, che era 
relativamente trascurabile in tempi normali (29 mila ettolitri, 
media 1912-13 ; 44 mila, media 1919-20; 27 mila nel primo 
semestre del 192 1). 

* 

Le scorte attualmente esistenti in Italia sono senza dubbio 
ingenti : alcune informazioni — delle quali è difficile giudi- 
care l'attendibilità — farebbero ascendere a più d'un milione 
di ettolitri il residuo dei vecchi raccolti. Nel lungo periodo dei 
prezzi d' impero e delle requisizioni sono state occultate note- 
voli quantità, da parte dei produttori e degli intermediari ; nel 
successivo periodo in cui è rimasto in vigore il divieto del- 
l'esportazione si sono andate accumulando altre provviste, in 
attesa della piena libertà di commercio. 

Consentite le esportazioni, senza alcuna restrizione, con 
l'aprile 192 1, la ripresa di esse sembra incontrare difficoltà. 
Gli interessati attribuiscono queste all'accanita concorrenza 
estera sui mercati importatori ; e invero non è codesto un 
fattóre trascurabile : abbiamo già visto come specialmente la 
Spagna e la Grecia siano riuscite ad aumentare di molto le 
loro spedizioni all'estero. Ma devesi tener conto d'un altro 
fattore, forse preponderante : l' intensificazione della domanda 
interna. 

Durante la guerra e subito dopo la fine di essa, l'aumento 
della domanda nazionale era giustificato dalla scarsa disponi- 
bilità di altri grassi commestibili ; ma ormai l'avvenuta rico- 
stituzione del patrimonio zootecnico e l'intensa ripresa delle 
importazioni di semi oleosi e di oli commestibili offrono ai 
consumatori provviste più che sufficienti di grassi. L'impor- 
tazione netta degli oli di cotone e di arachide, che si era 



68 OLIO D'OLIVA 

ridotta da 170 mila quintali nel 191 3 a 40 mila nel 1919, 
è risalita a 190 mila nel 1920; quella dei semi di arachide, 
di sesamo, di colza e di ravizzone, che si era ridotta da 
350 mila a 160 mila, è balzata a 620 mila. 

E tuttavia il mercato nazionale assorbe facilmente grandi 
quantità d'olio d'oliva ; la difficoltà della vendita, che veniva 
lamentata in qualche regione fino a pochi mesi or sono, 
non contraddice questo accertamento, poiché derivava prin- 
cipalmente dalle restrizioni poste al commercio tra provin- 
cia e provincia ; è, infatti, scomparsa con la soppressione di 
queste. 

L'intensa domanda nazionale ha ostacolato in due modi 
l'esportazione ;. dapprima col provocare quell'insieme di prov- 
vedimenti governativi e municipali — prezzi massimi, requi- 
sizioni, divieti di vendita all'estero — che ha distrutto questo 
fiorente ramo di commercio ; poi col far salire il prezzo dell'olio 
sul mercato interno ad un livello tale che in molti casi annulla 
la convenienza dell'esportazione ; è evidente, infatti, che chi 
può smerciare a looo il suo prodotto in Italia non ha nes- 
suna ragione per venderlo ad 800 a New York o a Buenos 
Aires. Anche per l'olio, come per il vino, in molti casi, gli 
esportatori spagnuoli riescono a battere i nostri perchè l'esu- 
beranza del prodotto siil loro mercato nazionale ha mante- 
nuto i prezzi ad un livello più basso; ugual vantaggio go- 
dono i greci. 

* * 

È da presumere che da un canto l'allentamento dei vin- 
coli all'esportazione, dall'altro il rialzo dei cambi avvenuto 
nella seconda metà del 1921 abbiano concorso a favorire 
la ripresa delle spedizioni all'estero ; mancano, mentre scri- 
viamo, dati in proposito. L'esportazione dell'olio d'oliva è 
una di quelle che devono essere accresciute, a vantaggio del- 



OLIO D'OLIVA 69 

l'equilibrio degli scambi colPestero : ai prezzi attuali, l'espor- 
tazione di mezzo milione d'ettolitri frutterebbe dai 300 ai 
400 milioni di lire, contributo tutt'altro che spregevole al- 
l'attivo dei nostri scambi. La riduzione che ne deriverebbe 
al consumo interno potrebb'essere affrontata senza gravi sa- 
crifici, un po' mediante restrizioni, che non riuscirebbero troppo 
dolorose, un po' mediante l'impiego di surrogati, meno gustosi 
ma non meno sani. 

Prospettive. 

Produzione stazionaria, salve le consuete alternative di 
raccolti magri e di raccolti grassi. 

Domanda interna abbondante. Non sembra probabile una 
forte riduzione dei prezzi. 

Esportazione in lenta ripresa, per l'attiva concorrenza di 
altri paesi produttori. 



FRUTTA E ORTAGGI 




A frutticoltura e l'orticoltura assumono particolare 
importanza, nell'attuale periodo della vita econo- 
mica italiana, specialmente per il poderoso con- 
tributo che possono dare alle esportazioni. 



La produzione delle frutta. 

La produzione italiana delle frutta, prima della guerra, non 
era molto inferiore a 25 milioni di quintali ; il suo valore 
doveva accostarsi ai 600 milioni di lire, distribuiti, all'ingrosso, 
così: Nord 100, Centro 50, Sud 230, Isole 220. Durante la 
guerra, il difetto di cure ai frutteti .e la mancata reintegra- 
zione di essi hanno concorso a ridurre la produzione; le dimi- 
nuite possibilità di esportazione hanno scemato lo stimolo alla 
produzione, cagionando, per qualche prodotto, crisi di esube- 
ranza. Così nel 19 19 troviamo ridotta, più o meno, la produ- 
zione di quasi tutte le varietà di frutta, e specialmente di quelle 
che prima erano in maggior quantità spedite all'estero. In com- 
plesso la produzione del 1 9 1 9 è stata inferiore di circa un 
quinto a quella normale. La produzione del 1920 ha segnato 
un buon passo verso il ritorno al livello normale, dal quale si è 



72 



FRUTTA E ORTAGGI 



Media 






1909-14 


1919 


1920 


7.888 
6.070 


Ó.628 


6.293 


4.990 


6.224 


2.823 


2.104 


2.289 


2.333 


881 


1.790 


1.479 


1-305 


1.378 


771 


I.I23 


1.076 


■ 500 


400 


500 


400 


133 


343 



discostata di poco più d'un decimo. Il valore di essa deve 
aver superato i 4 miliardi. 



Agrumi migliaia di q. 

Castagne » 

Mele, pere, cotogne, melagrane. » 

Mandorle, noci, nocciole ... » 

Frutta polpose » 

Fichi e prugne secche. ... » 

Uva da tavola » 

Carrube. » 



* 
* * 

La frutticoltura italiana, fatta eccezione per alcuni rami 
speciali, è abbastanza arretrata nei metodi. Eccessiva va- 
rietà dei tipi e difetto di tipi fissi ; scarsa cura di estendere 
la coltivazione delle varietà di maggior rendimento e di qualità 
migliore ; ostinazione nel mantenimento di piantagioni di scarso 
rendimento o di qualità poco pregiata ; difetto di scienza piut- 
tosto che dì diligenza nelle cure colturali e nella lotta contro 
i parassiti ; inadeguata, concimazione ; abitudine di cogliere le 
frutta troppo acerbe — sono tutte mende che si riassumono nella 
deficienza di adeguata preparazione tecnica del produttore. 
Alla qual causa va imputata anche l'ignoranza e la trascuranza 
dei gusti del consumatore, che giustamente si rimprovera ai 
nostri frutticoitori. 

La conservazione delle frutta fresche è praticata, in gene- 
rale, con metodi antiquati, antieconomici e di scarsa efficacia ; 
sicché spesso esse giungono sui mercati in pessime condizioni *. 



* Una recentissima legge stabilisce che il Ministerq di Agricoltura « incoraggerà lo. 
sviluppo della frutticoltura.. ., la preparazióne e lo smercio dei prodotti» nelle località 
e coi mezzi più idonei. 

Troppe attività ha « incoraggiato » finora lo Stato italiano, sulla carta soltanto, perchè 
sia lecito fondare grandi speranze sopra la sua azione in questo campo. 



FRUTTA E ORTAGGI " , 73 

Le cose stanno anche peggio per quanto riguarda la lavo- 
razione industriale delle frutta. Mandiamo all'estero molta 
materia prima che, elaborata da noi e poi esportata, reche- 
rebbe maggior sollievo al bilancio degli scambi con l'estero. 
Nonostante mirabili esempi stranieri, il disseccamento delle 
frutta non è quasi praticato per alcune specie (mele, albi- 
cocche, pesche), ed è poco o male praticato per altre (uva, 
fichi, prugne), anche dove le nostre varietà sono specialmente 
adatte a tale trattamento. 

L' industria delle frutta conservate in sciroppo, delle mar- 
mellate e delle gelatine, si è sviluppata con rapido progresso 
specialmente durante e dopo la guerra. Il consumo nazionale 
cresce visibilmente, mentre l'esportazione trova difficoltà ad 
espandersi, per conseguenza dell'elevato costo di produzione, 
determinato sopratutto dall'alto prezzo dello zucchero nazionale. 

Il commercio delle frutta è gravemente danneggiato da 
circostanze simili a quelle che purtroppo, inceppano quasi tutti 
i rami del commercio di prodotti agricoli e pastorali. La reni- 
tenza dei produttori e dei commercianti ad ogni forma moderna 
d'organizzazione mercantile, la scarsa disponibilità di capitali, 
l'eccessiva molteplicità di voraci intermediari, la poca cura 
della conservazione, dell' imballaggio e del modo di presenta- 
zione dei prodotti, indeboliscono la nostra frutticoltura di fronte 
alla concorrenza estera ; mentre lo sviluppo del consumo in- 
terno è intralciato dall'anarchia e dal bagarinaggio, che re- 
gnano sulla maggior parte dei mercati cittadini e tengono alti 
i prezzi, con vantaggio sopratutto degli intermediari. 



L'esportazione delle frutta. 

L'esportazione complessiva delle frutta era giunta a circa 
6 milioni di quintali all'anno nel biennio 191 2-1 3; essa si 
estendeva così ad un quarto, circa, della produzione nazionale; 



74 • FRUTTA E ORTAGGI 

ne comprendeva, anzi, un terzo, tenuto conto dell'esportazione 
dei derivati, ritratti dalla trasformazione di altri 2 milioni 
e più di quintali. Basta questa proporzione per indicare l'essen- 
ziale importanza del commercio con l'estero per la frutticoltura 
italiana. 

Si esportavano allora castagne per 7 milioni di lire, agrumi 
per 75, frutta fresche varie per 46, frutta secche per 64 mi- 
lioni. Aggiungansi derivati agrumari per 29 milioni, frutta can- 
dite e in conserva per 6 milioni ; e si trova un complesso di 
esportazioni non molto inferiore al quarto di miliardo. 

Nel 1919 l'esportazione complessiva di frutta era discesa 
sotto i 3 milioni di quintali; è risalita a 4 milioni nel 1920, 

* * 

Era imponente l'esportazione degli agrumi: su circa 8 
milioni di quintali prodotti (raccolto non molto inferiore a 
quello della Spagna ed a quello degli Stati Uniti, che insieme 
con l' Italia sono i principali paesi agrumicoltori), 4 milioni 
venivano esportati freschi od in acqua salata, piìi di 2 milioni 
erano destinati alla preparazione di derivati (agro, citrato di 
calcio, acido citrico), che venivano poi quasi totalmente espor- 
tati, e meno di 2 milioni — neppur un quarto della produ- 
zione — erano destinati al consumo nazionale. 

Nel primo anno successivo alla guerra — 19 19 — tro- 
viamo ridotte a metà le esportazioni di agrumi, essendo dimi- 
nuita di due terzi rispetto alla misura prebellica la domanda 
dei mercati dell' Europa centrale, che assorbivano il 45 % 
delle esportazioni, e del mercato russo, che ne assorbiva il 
IO 7o- D'altra parte, sul mercato britannico si è intensificata, 
specialmente per gli aranci, la fortunata concorrenza della 
Spagna, privata anch'essa di altri sbocchi. L'esportazione spa- 
gnuola degli aranci, scesa da 5.670 migliaia di quintali, media 
annua 191 2-13, a 2.060 migliaia nei 191 7-1 8, è risalita a 3.035 



FRUTTA 1^: ORTAGGI 75 

migliaia di quintali nel 1919-20. Le corrispondenti vicende 
dell'esportazione italiana sono rappresentate dalle seguenti cifre: 
1.153, 487 e 756 migliaia di quintali. Infine l'agrumicoltura 
negli Stati Uniti ha fatto rapidissimi progressi : la produzione 
degli aranci è divenuta quadrupla negli ultimi venti anni e 
non solo provvede quasi interamente al bisogno nazionale, ma 
lascia anche una forte disponibilità per l'esportazione. Meno 
rapido, ma pur notevole è stato lo sviluppo della coltura dei 
limoni: nel 191 3 la Repubblica nord-americana importava 
venti volte più limoni di quanti n'esportasse; nel 1920 l'im- 
portazione è stata soltanto due volte e mezza superiore alla 
esportazione ; e il fabbisogno per il consumo nazionale, che 
tre lustri or sono era per tre quarti provvisto dall'estero, è 
ora per più di tre quarti provvisto dal paese stesso. Le spe- 
dizioni di agrumi dalla California, che nella media mensile del 
periodo 1911-13 ammontavano a 2.850 carri (2.450 di aranci, 
400 di limoni), sono salite a 4.240 carri (3.380 di aranci, 860 
di limoni) nella media mensile dell'anno finanziario 1920-21. 

Il 1920 è contrassegnato da un sensibile miglioramento 
della nostra esportazione agrumaria, che sembra aver prose- 
guito nel 1921. Il fatto più saliente consiste nella ripresa delle 
esportazioni verso l' Europa centrale : Svizzera, Germania, 
Austria e Ceco-Slovacchia insieme hanno irriportato 700 mila 
quintali dei nostri aranci e limoni nel 1919, 870 mila nel 1920, 
1.123 migliaia di quintali nel solo primo semestre del 192 1. 
Andiamo invece perdendo terreno sul mercato britannico : da 
350 mila quintali nel 19 19, le esportazioni ivi destinate so- 
no scese a 260 mila nel 1920 ed a 154 mila nel primo seme- 
stre 1921. 

Gli Stati Uniti, dopo aver assorbito nel 1920 più d'un 
terzo della nostra esportazione di limoni, hanno ridotto di 
molto la richiesta nel 1921, probabilmente per conseguenza 
sopratutto dei provvedimenti protettivi entrati in vigore. 

Nell'insieme, però, questa corrente commerciale, nonostante 



76 FRUTTA E ORTAGGI 

la concorrenza d'altri paesi produttori e gli sbarramenti doga- 
nali che ne intralciano il corso, si mantiene abbastanza vigorosa. 

L'esportazione dv.ì principali derivati agrumari — citrato di 
calcio, acido citrico — e delle scorze, ha progredito sensi- 
bilmente dal 191 2-1 3 al 1919-20; è da notare specialmente 
la crescente esportazione dell'acido citrico, prodotto per il 
quale l' Italia era fino a pochi anni or sono tributaria dell'estero, 
pur avendo allora quasi il monopolio di produzione della materia 
prima. Le nuove applicazioni dei prodotti citrici nell'industria 
chimica e lo sviluppo delle industrie dei profumi e delle bevande 
non alcooliche nei paesi esteri che hanno meno patito per la 
guerra, aprono buone speranze all'esportazione dei derivati, e 
fanno sperare che sia transitorio l'arresto da essa sofferto nel 
corrente anno, probabilmente determinato un po' dall'esistenza 
all'estero di forti provviste accumulate nel biennio precedente, 
un po' dalla crisi industriale domiriante nei principali paesi 
importatori. Per l'acido citrico la produzione ha trovato osta- 
colo negli alti prezzi della materia prima — citrato di cal- 
cio — ; ma trattasi d' una circostanza transitoria ed eliminabile. 

Ecco i dati sulle quantità esportate : 













Media 




IO 


semestre 












1912-13 


1919 


1920 


1921 


Limoni . 


. 


migliaia 


di 


quintali 


2.809 


1-387 


1-539 


890 


Aranci 






» 




1.203 


699 


813 


970 


Cedri . . 






» 




II 


16 


8 


9 
2 


Sugo di agrumi. 




» 




16 


4 


6 


Citrato di 


calcio 




» 




57 


35 


88 


4 


Acido citrico . 




» 




I 


9 


18 


2 


Scorze di 


agrumi 




» 




59 


87 


128 


45 


Essenze d 


i agrumi 




» 


* 


6,0 


10,6 


8,2 


4.1 



Veniva seconda, per mole, l'esportazione delle frutta fre- 
sche, che assommava a 1,4 milioni di quintali — circa un 
quarto della produzione nazionale — nella media annua del 



FRUTTA E ORTAGGI 77 

biennio 1912-13. Nel 1919 la troviamo addirittura decimata: 
0,2 milioni di quintali. Ma già nel 1920 si annuncia una di- 
screta ripresa (0,5 milioni di quintali), che dovrebbe essersi 
accentuata nel 192 1. Mancano ancora le statistiche ufficiali 
dell'esportazione nel secondo semestre, decisive per il giudizio 
sull'andamento di questo commercio. 

Il grave danno da esso sofferto in seguito alla guerra si 
spiega, considerando le direzioni che prevalevano nell'espor- 
tazione prebellica, per oltre nove decimi (42 milioni di lire 
su 46) avviata all'Europa centrale (29 milioni di lire alla 
Germania, 7 all'Austria, 6 alla Svizzera). Dirigere altrove 
i nostri prodotti è difficile, allo stato attuale di organizzazione 
tecnica delle esportazioni, per la difficoltà della conservazione 
di essi durante il più lungo viaggio occorrente per raggiun- 
gere altri paesi importatori. La ripresa di questo traffico con 
l'Europa centrale e con la Francia, è il principale fattore del 
miglioramento avvenuto nel 1920 e nel I921. L'esportazione 
transoceanica ha importanza soltanto per le ciliege, delle quali 
gli Stati Uniti hanno ricevuto grandi quantità nel 1920; sembra 
però che nel 1921 la loro domanda si sia fortemente ridotta. 









Media 






1« semestre 








1912-13 


1919 


1920 


1921 


Mele e pere . . . 


migliaia di 


qu 


ntali 644 


17 


231 


43 


Uva fresca* . . . 


» 




321 


26 


-5Ó 


— 


Ciliege ..... 


» 




88 


159 


^33 


21 


Pesche ed albicocche 


» 




78 


— 


IO 


2 


Frutta varie . . . 


» 




223 


IO 


38 


8 



* * 



Pressoché un quinto della produzione nazionale di frutta sec- 
che era esportato: in media annua, nel 19 12-13, se ne manda- 
vano all'estero quasi 600 mila quintali. E questo il ramo 



* La Spagna ha esportato nel 1919 309 mila q. e nel 1920 366 mila q. di uva 
fresca da tavola'. 



78 FRUTTA E ORTAGGI 

del nostro commercio internazionale delle frutta che mostra 
aver meno sofferto in seguito alla guerra ; l'esportazione del 
19 19 è poco inferiore, per quantità, alla media del 191 2-1 3; 
quella del 1920 è ad essa superiore. La riduzione che sem- 
bra accennarsi nel 1921 è connessa con la crisi industriale 
che ha concorso a diminuire la domanda dei principali mer- 
cati importatori : ha quindi, probabilmente, carattere transito- 
rio e sarà in parte compensata dal rianimarsi degli scambi 
con l'Europa centrale. Prima della guerra, i mercati di que- 
sta regione assorbivano più di metà, per valore, delle nostre 
esportazioni di frutta secche ; la perdita di essi è stata com- 
pensata da un forte aumento delle spedizioni verso altri paesi, 
specialmente verso gli Stati Uniti e il Regno Unito per le 
frutta di maggior pregio (mandorle, noci, nocciole). 



Mandorle senza guscio 
Mandorle col guscio 
Noci ..... 
Nocciuole . . . 
Fichi secchi . . 
Carrube. . . . 
Frutta secche varie 



Media 1" semestre 

1912-13 1919 1920 1921 

' migliaia di quintali 151 157 144 55 

» 14 64 27 9 

» 37 41 46 ' 9 

» 122 97 169 32 

» 198 99 208 46 

» 48 63 129 24 

» 7 13 18 6 



L'esportazione delle frutta secche è discretamente orga- 
nizzata in alcuni rami (mandorle), defìcientissima in altri (fichi), 
dov' è trascurato ogni stimolo alla produzione nazionale. 
L'esempio più caratteristico dell' indolenza nello sfruttamento 
di nostre preziose risorse è forse quello dato dalla produzione 
e dal commercio dell' uva secca. L'Italia, che possiede le più 
vaste vigne del mondo, che coltiva qualità d' uva adatte al 
disseccamento, che dispone di tutte le condizioni naturali pro- 
pizie a questa forma di conservazione dell' uva, ha una pro- 
duzione scarsissima ; esporta meno di mille quintali, di fronte 
ai 250 mila esportati dalla Spagna, al milione di quintali 



FRUTTA E ORTAGGI 79 

esportato dalla Grecia (medie annuali 1919-20); ed è perfino 
costretta, per soddisfare la domanda interna, ad importarne 
dall'estero assai più di quanta n'esporti. 

* 
* * 

L'esportazione delle castagne ascendeva a 313 mila quin- 
tali, nella media annua del biennio 191 2-1 3. Discesa a 131 mila 
quintali nel 19 19, h risalita a 298 mila nel 1920. Le spedi- 
zioni dirette agli Stati Uniti, alla Svizzera ed alla Francia 
segnano una buona ripresa nel 1920, cui segue però un certo 
rallentamento nel 1921. 

* * 

L'esportazione delle frutta candite ha ripreso discreta- 
mente ; maggiori difficoltà sembra incontrare quella delle con- 
serve di frutta. Il rallentamento delle esportazioni nel primo 
semestre del 1921 ha probabilmente carattere transitorio, di- 
pendendo sopratutto dalla crisi che affligge alcuni dei paesi 
nostri migliori clienti. 







Media 






1" semestre 






1912-13 


1919 


1920 


1921 


Frutta candite . . . 


. migliaia di q. 


2Ó,5 


197 


21,0 


5,6 


Conserve di frutta . 

• 


» 


8,0 


1.3 


3.0 


0,6 



La produzione degli ortaggi. 

Si producevano in Italia, prima della guerra, almeno 25 
milioni di quintali di ortaggi, per il valore di oltre mezzo 
miliardo di lire, distribuito, in via di approssimazione, così : 
140 milioni Nord, 80 Centro, 230 Sud, 50 Isole. 

Come la frutticoltura, l'orticoltura era importante non solo 
per la grande quantità di sani alimenti che forniva alla popola- 
zione italiana, ma anche per il suo ingente e crescente contributo 



8o FRUTTA E ORTAGGI 



alle esportazioni. Nel 19 13 le esportazioni di ortaggi freschi e 
conservati avevano oltrepassato l'ammontare di go milioni di 
lire ; esse si avviavano rapidamente a superare per valore la 
esportazione dei prodotti della vite. 

La guerra ha ridotto la produzione di parecchi generi d'or- 
taggi di grande coltura. Benché sia diminuita fortemente 
l'esportazione all'estero, la scarsezza di altri alimenti ha dato 
impulso al consumo nazionale, rialzando vertiginosamente i 
prezzi e rendendo altamente rimunerativa l'orticoltura. Sol- 
tanto la produzione del pomodoro, che andava in parte consi- 
derevole ad alimentare la fabbricazione di conserve per l'espor- 
tazione, ha risentito un forte contraccolpo dal ristagno degli 
scambi internazionali. È da ritenere che sia sensibilmente au- 
mentata la produzione degli orti stabili, della • quale le sta- 
tistiche agrarie non ci danno notizie recenti. 

Sulla produzione d'alcuni principali generi d'ortaggi di. 
grande coltura si hanno le seguenti notizie, largamente ap- 
prossimative : 



Pomidoro migliaia di q. 

Cavoli e cavolfiori .... » 

Poponi e cocomeri. ... » 

Legumi freschi da sgusciare. » 

Cipolle ed agli » 

Carciofi » 

Cardi, sedani e finocchi . . » 

Asparagi » 



La produzione di altri ortaggi di grande coltura, non com- 
presi nel precedente elenco, può stimarsi di 4 o 5 milioni di 
quintali, per la maggior parte costituiti dalle patate precoci 
(3,3 milioni di quintali, media 1909-14). 

Il valore della produzione del 1921 deve aver superato 
i tre miliardi di lire. 



Media 






1909-14 


1919 


1920 


4-903 


4-319 


3-957 


2.472 


2-533 


2.250 


1758 


1.87Ó. 


1.800 


I-I43 


1.06Ó 


I.IOO 


698 


674 


790 


626 


454 


491 


277 


441 


451 


57 


29 


Ò2 



FRUTTA E ORTAGGI 



* 
* * 



L'orticoltura in Italia è, tecnicamente, abbastanza progre- 
dita. Le sue deficienze non stanno tanto nelle lavorazioni, 
quanto nella scelta delle varietà da coltivare, eseguita spesso 
con criteri empirici. Tende a diffondersi la produzione di va- 
rietà precoci che trovano più agevole smercio sui mercati 
esteri ; è appena iniziato il movimento per una miglior sele- 
zione detle sementi, che potrà recare grande giovamento al- 
l' industria orticola. 

Nei riguardi del commercio, l'orticoltura è assolutamente 
disorganizzata. Il frazionamento della proprietà e la mancanza 
di consorzi per la vendita in comune, mentre favoriscono la 
interposizione di troppo numerosi e troppo voraci interme- 
diari fra il produttore ed il consumatore nazionale, rendono 
difficile, d'altra parte, una seria organizzazione mercantile 
per l'esportazione, fondata sullo studio della domanda, dei 
gusti; delle consuetudini, delle esigenze dei mercati esteri. 

L'industria delle conserve di derrate orticole ha progredito 
notevolmente negli ultimi anni, assicurando una discreta dif- 
fusione ai suoi prodotti anche sul mercato nazionale, oltre che 
su quelli esteri. 

L'esportazione degli ortaggi. 

L'esportazione degli ortaggi freschi era abbastanza svilup- 
pata; si accostava, nella media del quinquennio 1909-13, 
escluse le patate, ad un milione di quintali, per il valore com- 
plessivo d' una ventina di milioni di lire : meno della vente- 
sima parte della produzione nazionale. Un'altra decina di 
milioni era ritratta dall'esportazione delle patate novelle, che 
ascendeva a quasi un milione di quintali, ossia a poco meno 
d'un terzo della produzione totale. Più che la mole dell'espor- 

MoRTARA, Prospettive ecotwmiche. 6 



82 FRUTTA E ORTAGGI 

tazione orticola, n'era notevole il progresso : negli ultimi 
quindici anni essa era cresciuta al decuplo. 

Nel 191 3 si esportavano patate precoci per 14,8 milioni 
di lire, cavoli e cavolifìori per 10,6 milioni, agli e cipolle 
per 3,5 milioni, pomidoro freschi per 1,9 milioni, altri ortaggi 
freschi per 6,9 milioni; in tutto 37,7 milioni. 

Dato il rapido sviluppo delle esportazioni, conviene assu- 
mere i dati del 191 3 (invece che quelli medi d'un periodo 
di alcuni anni) come termine di paragone per quelli del 191 9 
e del 1920. 













l" semestre 






1913 


1919 


1920 


1921 


Cavoli e cavolifìori. 


. migliaia di q. 


523 


31 


77 


183 


Agli e cipolle. . . 


» 


IÓ5 


162 


3Ó2 


^2 


Pomidoro .... 


» 


191 


— 


85 


8 


Ortaggi vari . . . 


» 


248 


15 


33 


47 


Patate 


» 


1.409 


137 


#37 


498 



Ridotta a minime proporzioni nel 191 9, l'esportazione ha 
ripreso discretamente nel 1920, pur mantenendosi molto in- 
feriore al livello prebellico. L'andamento delle esportazioni 
nel 192 1 sembra essere stato abbastanza favorevole. 

La falcidia che ha sofferto questo ramo del nostro com- 
mercio estero si spiega al considerare le direzioni in esso pre- 
valenti. Su 37,7 milioni di esportazioni del 191 3, 30,3 erano 
diretti ai mercati dell'Europa centrale (15,1 Germania, 1 1,1 
Austria-Ungheria, 4,1 Svizzera). Non risulta dalle recenti sta- 
tistiche che si siano aperti nuovi importanti sbocchi alla 
nostra produzione, in compenso dei vecchi perduti o ri- 
stretti. Non è molto facile, del resto, trovarne : in Europa, 
la Russia chiede alimenti di prima necessità e non ha mezzi 
per procurarsi quelli meno necessari ; la Francia e la Spagna 
sono esse medesime forti produttrici di ortaggi ; il Regno Unito 
è assai lontano, e per potervi collocare una grande quantità 
di derrate occorrerebbe disporre di mezzi di trasporto idonei 



FRUTTA E ORTAGGI 83 

ad assicurarne la conservazione durante il viaggio (carri o navi 
frigorifere), oppure dovrebbero essere organizzati trasporti ce- 
lerissimi mediante treni trasbordati su ferry-boats attraverso 
la Manica. Si promette, nello scorcio del 192 1, l'istituzione 
di treni siflatti. Riteniamo tuttavia che le maggiori probabilità 
di sviluppo di queste esportazioni si abbiano sui mercati del- 
l'Europa Centrale: è stata la crescente domanda di questi il 
principale fattore della ripresa avvenuta nel 1920 e nel 192 1. 

* 

* * 

Trascurabile importanza aveva ed ha l'esportazione di or- 
taggi secchi, alla preparazione ed al commercio dei quali pur 
si offrono favorevoli condizioni. Era invece in via di rapi- 
dissimo incremento l'esportazione degli ortaggi conservati in 
altre forme, divenuta più che decupla dall'inizio del secolo 
al 191 3. In media si esportavano annualmente, nel quinquennio 
1909-13, 400 mila quintali di conserva di pomidoro (due 
terzi dell' intera produzione delle fabbriche italiane), per il 
valore di 25 milioni di lire ; 200 mila quintali di ortaggi sot- 
t'olio o sott'aceto, per 22 milioni di lire; tenuto conto di 
altre esportazioni secondarie, si giungeva ad un valore com- 
plessivo d'una cinquantina di milioni. 

* 

* * 

Anche questi commerci hanno sofferto qualche riduzione 
in seguito alla guerra ; vanno però riprendendo, come appare 
dal confronto fra i dati del 19 19 e quelli del 1920. La con- 
trazione delle esportazioni nel primo semestre del 192 1 di- 
pende, probabilmente, sopratutto dal disagio dei principali 
mercati importatori. 

I nostri principali clienti erano, normalmente, il Regno 
Unito, gli Stati Uniti e l'Argentina : a questi tre soli paesi, 



84 FRUTTA E ORTAGGI 

nel 19 13; erano diretti più di sette decimi delle nostre spe- 
dizioni di conserva di pomidoro e quasi nove decimi delle 
spedizioni di ortaggi sott'aceto e sott'olio. Della conserva di 
pomodoro esportata, soltanto una ventesima parte, degli or- 
taggi sott'olio e sott'aceto soltanto una quarantesima, era diretta 
ai mercati dell'Europa centrale. Nel 1920 i mercati transa- 
tlantici e quello britannico conservano la loro preponderanza, 
nonostante una forte riduzione della domanda nord-aniericana 
determinata da concorrenza locale e da provvedimenti legi- 
slativi che ostacolano l'introduzione delle nostre conserve. 
Sembrano improbabili radicali cambiamenti nella direzione di 
queste nostre esportazioni ; tende però ad aumentare la do- 
manda di conserva di pomidoro in Francia e nel Belgio. 



1913 

Conserva di pomidoro. . . . migliaia di q. 468 
Ortaggi sott'olio, sott'aceto ecc. » 217 



* * 

La completa ripresa delle esportazioni di frutta e d'ortag- 
gi freschi, secchi e conservati, porterebbe all'attivo del bilan- 
cio dei nostri scambi con l'estero un valore — calcolato ai 
prezzi attuali — di forse due miliardi di lire. È quindi essen- 
ziale dedicare ógni cura allo sviluppo di questo commercio ; 
occorre cercare nuovi sbocchi, specialmente nel Regno Unito, 
grande mercato di consumo, eliminando le principali cause 
di superiorità dei concorrenti spagnuoli, francesi, greci, con 
maggiori cure dedicate alla scelta delle varietà da coltivare, 
alla conservazione ed alla preparazione dei prodotti, all'or- 
ganizzazione mercantile per la vendita, alla celerità ed alla 
puntualità dei trasporti; e riconquistare, gradualmente, l'antica 
clientela nell'Europa centrale. 





1 


1" semestre 


1919 


1920 


1921 


314 


335 


115 


107 


158 


25 



FRUTTA E ORTAGGI 85 



Prospettive. 

La produzione delle frutta e degli ortaggi tende a ritor- 
nare alla misura d'avanti guerra. 

I prezzi sul mercato nazionale tendono a mantenersi alti, 
per l' intensa domanda. 

Le esportazioni, attraverso alternative connesse con le vi- 
cende dei raccolti e con le condizioni economiche dei paesi 
importatori, tendono all'aumento ; specialmente quelle dirette 
verso l'Europa Centrale. 



SETA 




EL nostro paese, che necessariamente dipende 
dall'estero per una buona parte dei suoi approv- 
vigionamenti di materie prime e di derrate ali- 
mentari, e che dispone di merci esportabili in quan- 
tità insufficiente a compensare le importazioni, ogni ramo di 
attività economica che dia alimento a correnti di . esporta- 
zione ha un' importanza assai maggiore di quella che par- 
rebbe spettargli a giudicare dal numero delle persone che 
occupa, o dal complessivo valore dei suoi prodotti. Perciò 
le condizioni della sericoltura e dell' industria serica italiana, 
le quali, lavorando molto più per i mercati esteri che per il 
mercato interno, contribuiscono per un quarto nel complessivo 
valore delle esportazioni nazionali, meritano di essere qui am- 
piamente esaminate. 

L' importanza relativa dell' Italia nel mercato serico mon- 
diale è molto scemata negli ultimi trent'anni. Ancora fra il 1880 
e il 1890 i bozzoli italiani fornivano i tre decimi della seta 
occorrente per le tessiture europee ed americane ; intorno al 
191 3 la proporzione si era ridotta a meno di due decimi; 
gli ultimi anni hanno segnato un ulteriore regresso, non solo 
relativo, ma anche assoluto. 



88 SETA 

La presente situazione dell'Italia nell'economia del mondo 
è tale «la rendere desiderabile una vivace ripresa della seri- 
coltura ed un grande sviluppo dell' industria serica ; conviene 
studiare se questi progressi si possono ragionevolmente spe- 
rare nelle attuali condizioni. 

La produzione dei bozzoli. 

La mancanza d' informazioni attendibili sulla produzione 
della Cina non permette di stabilire con precisione l'ammon- 
tare del raccolto mondiale dei bozzoli ; si può tuttavia valu- 
tarlo, in via di larga approssimazione, per gli ultimi anni 
precedenti la guerra, ad almeno 400 milioni di chilogrammi. 

La produzione della seta, al contrario di quella d'altre 
fibre tessili, non è diminuita nell'agitatissimo periodo iniziatosi 
col 1914: il raccolto dei bozzoli nel mondo nel 1921 si 
può valutare, infatti, a circa 450 milioni di chilogrammi^ 
Questa eccezionale condizione della più preziosa fra le ma- 
terie tessili deriva principalmente dalla lontananza dei prin-, 
cipali paesi produttori dalle zone che la guerra ha devastato. 

Nella produzione mondiale dei bozzoli durante il quinquen- 
nio 1909-13 concorreva per circa quattro decimi il Giappone, 
per tre o quattro decimi la Cina, per più d'un decimo l' Italia. 

Attualmente il concorso del Giappone supera i cinque 
decimi, quello della Cina è alquanto diminuito, riducendosi 
ai tre decimi, quello dell' Italia è diminuito ancor più e rimane 
sensibilmente inferiore ad un decimo. 

Già queste notizie mostrano la crescente preponderanza 
del Giappone nella sericoltura mondiale ; ma essa apparirà 
meglio illustrata dai dati che riferiremo più avanti. 

* * 

I dati ufficiali sulla produzione italiana dei bozzoli sono 
da ritenersi, per consenso degli studiosi e dei pratici, forte- 



SETA 89 

mente inferiori al vero. Nelle ''Prospettive, 192 1 „, partendo 
dalle notizie che si hanno sui nostri scambi serici con l'estero 
e sul consumo interno, abbiamo dimostrato che, per ottenere 
un'attendibile indicazione sulla mole della produzione, bisogna 
accrescere i dati ufficiali almeno di un quinto. 

Questa correzione, determinata sui dati per i quinquenni 
1909-13 e 191 4-1 8, estendiamo provvisoriamente agli anni dal 
1919 al 1921, in attesa degli elementi che occorrono per 
una migliore approssimazione. 

Nel periodo 1909-13 il raccolto medio annuo dei bozzoli 
in Italia sarebbe asceso, secondo i dati corretti, a 50 milioni 
di chilogrammi, corrispondenti ad un'ottava parte del raccolto 
mondiale *. 

Concorrevano alla produzione nazionale sopratutto le re- 
gioni settentrionali, con 43 milioni ; le centrali davano 5 
milioni, le meridionali e le insulari 2 milioni di chilogrammi. 
La sola Lombardia produceva circa 20 milioni di chilogrammi, 
il Veneto 12,5, il Piemonte 7. 

Il raccolto medio del 1909-13, benché alquanto inferiore 
a quello del precedente quinquennio, segnava un progresso 
non trascurabile in confronto al raccolto medio annuo di 
vent'anni prima (1889-93), che — valutato con analoghi criteri 
di stima, però con opportuna modificazione di qualche coef- 
ficiente — si trova uguale a circa 42 milioni di chilogrammi. 

Fino alla vigilia della guerra, benché non si potesse con- 
testare la rapida decadenza relativa della sericoltura italiana 
in confronto a quella dei principali paesi concorrenti, appa- 
riva lenta la sua decadenza assoluta. 

Ma nel quinquennio 1914-18 si manifesta una netta dimi- 
nuzione del raccolto, che scende, in media annua, a 42 milioni 
di chilogrammi *. 

Eccezionali circostanze meteorologiche avverse spiegano in 



* Qfre .uffiiciali : 41 milioni di kg., media 1909-13 ; 35 milioni, media 1914-18. 



90 SETA 

parte la grande scarsezza del raccolto del 1919, ridotto a 
soli 23,5 milioni di chilogrammi. Ma in p'arte questa dimi- 
nuzione era derivata dalla diminuita estensione degli alleva- 
menti : la quantità annua del seme messo ad incubazione * 
si era infatti ristretta da 30 mila chilogrammi nel 1909-13, 
a 21 mila nel 19 14-18 ed a 18 mila nel 1919. 

Nei due ultimi anni si osserva un leggero progresso : la 
quantità del seme messo ad incubazione risale a 19 mila chi- 
logrammi nel 1920, a 20 mila nel 1921. E la produzione 
aumenta a 35,6 milioni di chilogrammi nel 1920, a 36 mi- 
lioni nel 192 1**. 

Si aggiunge alla produzione ottenuta nei vecchi confini 
quella della Venezia Tridentina: quasi i milione di chilogrammi 
nel 1920 e 1,2 mihoni nel 192 1. 

La partecipazione proporzionale delle varie divisioni ter- 
ritoriali nel raccolto complessivo è ancora press'a poco quella 
d'avanti guerra. 



* « 



Prima d'accennare alle cause della decadenza della nostra 
sericoltura, riportiamo alcuni dati comparativi sulla produ- 
zione dei bozzoli in Italia e nel Giappone, che gioverà te- 
nere poi presenti nel ragionamento. Questi dati mostrano che 
il posto del nòstro paese nel campo della sericoltura è or- 
mai secondario, il Giappone essendo riuscito a conseguire 
una produzione sei volte maggiore di quella italiana. 



* Questi dati ufficiali probabilmente dovrebbero essere aumentati parecchio per cor- 
rispondere alla realtà ; essi valgono tuttavia a dar indizio delle variazioni nell'estensione- 
degli allevamenti. 

** Dati ufficiali : 19,6 milioni di chilogrammi nel 1919, 29,7 milioni nel 1920, 
30,0 milioni nel 192 1. — Probabilmente la nostra correzione ai dati ufficiali (aumento 
di un quinto) è insufficiente : l'Associazione Serica Italiana calcola a 37,1 milioni di kg. 
la produzione del 1920 nei vecchi confini, ma avverte che anche questa cifra è indubbia- 
mente inferiore al vero. Quanto al raccolto del 1921, è opinione dei pratici ch'esso sia 
stato un po' minore di quello del 1920, contrariamente a ciò che risulta dai dati ufficiali.. 



SETA 91 



Media annua 1909-10 milioni di kg. 



» » 


1911-12 


» 


» » 


1913-14 


» 


» » 


1915-16 


» 


» » 


1917-18 


» 


» » 


1919-20 


» 


Anno 


1921 


» 







Rapporto fra raccolto- 


Raccolto 


Raccolto 


giapponese 


italiano 


giapponese 


e raccolto italiano 


55 '5 


141,2 


2,5 


48,0 


IÓ2,8 


3,3 


47.2 


IÓ8,4 


3,6 


41.9 


194,2 


4,6 


35.7 


241,0 


6,8 


29,5 


248,1 


8,4 


36,0 § 


230,0 


6,4 



L'estendersi della sericoltura nel Giappone è stato favo- 
rito dalla mirabile organizzazione della gelsicoltura ; esso è 
stato accompagnato da un costante progresso della bachi- 
coltura, sia nella scelta delle qualità da allevare, sia nella 
tecnica degli allevamenti. Si è così ottenuto da questi migliore 
e maggiore rendimento. Da un ettogrammo di seme si ot- 
tenevano 150 chilogrammi di bozzoli nel 1904-08, 200 nel 
19 14-18, 220 nel 1919-21. Probabilmente il rendimento me- 
dio che si ottiene in Italia è assai minore ; inoltre, se pur 
va aumentando, come pare sicuro, non progredisce con tanta 
rapidità come quello giapponese. Secondo i dati ufficiaH, il 
rendimento medio per il 1920-21 sarebbe stato di circa 150 
chilogrammi per ogni ettogrammo di seme. L' inattendibilità 
dei dati sul raccolto dei bozzoli si ripercuote sui risultati di 
questo calcolo ; né trova totale compenso in analoghi errori 
della statistica del seme ; tuttavia, anche operate le opportune 
correzioni, non crediamo di poter stimare superiore ai 170 
chilogrammi il rendimento medio. Questa nostra stima è con- 
fermata dalla media che si può ricavare dai resoconti sull'an- 
damento della sericoltura nelle varie provincie, pubblicati 
nelle " Informazioni Seriche „ del Ministero d'Agricoltura. 

* 

* * 

Già da parecchio tempo, dunque, la sericoltura italiana 
cedeva terreno alla concorrenza dell'Estremo Oriente ; e la 
guerra non ha fatto che precipitarne la decadenza. 

§ Dati provvisori ; per mantenere l'omogeneità dei confronti escludiamo la produ- 
zione della Venezia Tridentina. 



92 



SETA 



La bachicoltura richiede cure assidue, diligenti e penose : 
e mentre è sempre dubbio il successo, di rado è lauto il 
compenso ch'essa offre all'allevatore. Lo sviluppo delle in- 
dustrie manifattrici, specialmente di quelle tessili, nelle mag- 
giori zone sericole, ha distratto dall'opera paziente donne e 
ragazzi in grande numero, richiamandoli agli opifici, con le 
attrattive della migliore retribuzione, del minor disagio, della 
continuità del lavoro. La guerra, intensificando la domanda 
di mano d'opera per le industrie, sottraendo molte braccia 
alla terra costringendo i rimasti a supplire gli assenti nelle 
opere più indispensabili, accrescendo le. incertezze del risul- 
tato economico dell'allevamento, ha dato un grave colpo alla 
sericoltura. Danni non trascurabili questa ha ricevuto anche 
per l'occupazione nemica di alcune provincie nel 191 7-1 8 e 
per le vaste distruzioni di abitati avvenute nella zona delle 
operazioni. 

Dopo l'armistizio, la vertiginosa ascesa dei salari ha an- 
cora peggiorato la situazione, perchè le condizioni del mer- 
cato non hanno consentito, in generale, di equiparare i com- 
pensi offerti per il lavoro nelle industrie sericola e serica con 
quelli pretesi per altre opere dai lavoratori delle campagne. 
Fra tutte le materie tessili, infatti, la seta è stata quella che 
ha avuto minor aumento relativo di prezzo durante gli ulti- 
mi anni: dal 191 3 al luglio 1920 era rialzato del 515% il 
prezzo della seta greggia, ma del 696^/0 quello della lana, 
dell'8 20 7o quello della canapa, del 99870 quello del cotone 
americano. < 

Questo minor aumento del prezzo della seta è dipeso prin- 
cipalmente dalla circostanza stessa che ne aveva frenato l'asce- 
sa negli ultimi vent'anni di pace, cioè dalla crescente parte- 
cipazione dell'Estremo Oriente nella produzione mondiale. Le 
frugalissime popolazioni della Cina e del Giappone si accon- 
tentano di salari così modesti, che riducono il costo di pro- 
duzione delle industrie di quei paesi ad un livello cui rie- 



SETA 93 

sce impossibile discendere in Europa. Esaminando lo sviluppo 
dei prezzi sul mercato francese, importante per tutte le prin- 
pali materie tessili, si trova che dal 1884-93 al 1904-13, ossia 
nel periodo di rapido progresso della concorrenza asiatica sul 
mercato serico, il prezzo medio della seta greggia era dimi- 
nuito del 0,4%? nientre il prezzo del lino cresceva del i77or 
quello della lana del 23707 quello del cotone del 267o« 

La stazionarietà dei prezzi della seta, in un periodo in 
cui tutti i prezzi dei prodotti agricoli e pastorali tendevano 
all'aumento, doveva necessariamente distogliere gli agricoltori 
d'occidente dalla coltivazione del gelso e dall'allevamento del 
baco, rivolgendone l'attività ad altre più proficue forme. La 
sensibile diminuzione della produzione italiana dei bozzoli, e 
la più forte diminuzione della produzione francese, nei primi 
tre lustri di questo secolo, si spiegano facilmente attraverso 
lo studio dei prezzi. 

Negli anni recentissimi, l'andamento dei prezzi sul mer- 
cato serico è stato tale da promuovere l'estensione degli al- 
levamenti nel 1920; ha agito in senso contrario nel 1921, 
perchè i rapidi ribassi del primo quadrimestre hanno fatto te- 
mere che i prezzi potessero scendere al «di sotto del costo di 
produzione. Allarme infondato, che però in quasi tutte le re- 
gioni sericole d'Italia ha distrutto i progetti di estensione 
degli allevamenti suscitati dagli alti prezzi del 1920. A de- 
terminare questo risultato si djice che abbiano concorso da 
un canto l'elevato prezzo del seme*, dall'altro l'inasprirsi delle 
controversie fra proprietari e coloni in alcune regioni. 

La produzione e il commercio internazionale 
della seta tratta. 

La produzione mondiale della seta tratta, nel 1909-13,, 
poteva stimarsi a circa 36 milioni di chilogrammi all'anno; 

* Il prezzo dal seme ha piccola importanza fra gli elementi del costo di produzione, 
costituendone appena il 5 o il 6°/^ ; sembra perciò dubbia l' influenza di questo fattore^ 
anche dato che realmente i prezzi del seme fossero troppo alti. 



94 



SETA 



tre quarti di essa venivano assorbiti dalle manifatture europee 
ed americane, le quali negli ultimi vent'anni avevano raddop- 
piato il loro consumo. 

Limitandoci a considerare quest'ultima parte, la sola in- 
torno alla quale ,si abbiano dati attendibili, troviamo che essa 
proveniva per 6,2 milioni di chilogrammi da bozzoli prodotti 
in Europa, per 2,3 da bozzoli del Levante, per 18,0 da boz- 
zoli dell'Estremo Oriente. L'Italia da sola forniva più di tre 
quarti della produzione europea. I dati che seguono indicano 
come si ripartisse, secondo l'origine dei bozzoli, la quantità 
totale di seta greggia impiegata nelle manifatture d'Europa e 
d'America. 

Italia -. . migliaia di kg. 4.800* 

Stati balcanici ... » 540 

Francia » 450 

Austria-Ungheria. . . » 330 

Spagna » 80 

Turchia asiatica ... » 1-130 

Persia, Turkestan, India. » 720 

Caucaso » 460 

Giappone » 9«930 

Cina . » 8.040 

* 
* * 

Il posto dell'Italia nella produzione e nel commercio della 
seta era più importante di quel che apparisca dalle precedenti 
cifre. Le nostre filande e i nostri filatoi lavoravano anche 
bozzoli e sete esteri, il nostro commercio si estendeva a 
sete importate. Le stagionature italiane erano le prime del 
mondo : con un movimento medio annuo di 10,8 milioni di 
chilogrammi, superavano quelle francesi, seconde a breve di- 



* Non si confondano questi 'dati con gli' altri riportati più avanti. Qui si dà notizia 
della seta tratta ricavata in Italia o altrove da bozzoli italiani ; là della seta tratta rica- 
vata in Italia da bozzoli italiani od esteri. 



SETA 95 

stanza (10,5), che vent'anni avanti occupavano il primo posto 
(media 1889-93 : Francia 7,6, Italia 6,4) *. 

Quasi tutti i bozzoli prodotti venivano lavorati in Italia ; 
soltanto l'i,47o della produzione nazionale era esportato; 
inoltre venivano importate rilevanti quantità di bozzoli esteri, 
che permettevano di accrescere di un quarto il prodotto del- 
l' industria della trattura. Si ottenevano 4,8 mih'oni di chilo- 
grammi di seta tratta dai bozzoH nazionali e 1,2 milioni da 
quelli importati : in tutto 6 milioni di chilogrammi, per il 
valore di 300 milioni di lire, senza tener conto del valore, 
pur grande, dei cascami. 

S'importavano, poi, 2,5 milioni di chilogrammi di seta 
tratta, quasi tutta greggia, che in gran parte 'veniva sottoposta 
ad ulteriori lavorazioni. Passavano così, in complesso, per i no- 
stri mercati, 8,5 milioni di chilogrammi di seta tratta, corri- 
spondenti al 32 7o d^^ consumo industriale europeo-americano. 

Soltanto una piccola frazione dell'ingente massa di seta 
che attraversava i nostri mercati era impiegata dalle mani- 
fatture nazionali: le stime variavano da un minimo di 1,1 ad 
un massimo di 1,5 milioni di chilogrammi. Tutto il resto — 
circa 7,4 milioni di chilogrammi — era esportato all'estero. 

Vent'anni prima — nel 1889-93 — si poteva calcolare 
a 4,2 milioni di chilogrammi la produzione italiana della seta 
tratta, per 3,8 milioni ricavata da bozzoli nazionali, per 0,4 
da bozzoli importati. Aggiunti 1,2 milioni importati, si ot- 
teneva una disponibilità totale di 5,4 milioni di chilogram- 
mi; dei quali 4,8 venivano esportati e 0,6 impiegati nelle 
manifatture nazionali. 

Negli ultimi vent'anni, dunque, il commercio italiano della 
seta tratta si era notevolmente sviluppato, pur non avendo 
seguito da vicino il rapido progresso del commercio mon- 
diale. 
t 

* Nel movimento delle stagionature sono comprese anche partite di bozzoli, di ca- 
scami, ecc. 



96 SETA 



* * 



Le industrie della trattura e torcitura della seta occupa- 
vano nel 1914 circa 90 mila operai; disponevano di 63 mila 
bacinelle (37 mila Lombardia, 11 mila Veneto, 8 mila Pie- 
monte), di I milione e 200 mila fusi di filato (900 mila 
Lombardia, 250 mila Piemonte), di 700 mila fusi di torto 
(550 mila Lombardia, 100 mila Piemonte). 



* 



Nel quinquennio 1 914-18, — diminuita la produzione é 
ristretta a piccole quantità l'importazione dì bozzoli, per la 
chiusura delle consuete fonti di approvvigionamento (Turchia, 
Russia, Ungheria) — , la produzione italiana della seta tratta 
è scesa a 4,3 milioni di chilogrammi all'anno, diminuendo così 
di più che un quarto, mentre la produzione mondiale aumen- 
tava, per merito del Giappone, e la quantità di seta impie- 
gata dalle manifatture europee ed americane si manteneva 
poco inferiore alla media del precedente quinquennio. Anche 
le nostre importazioni annue di seta tratta sono cadute a soli 
1,4 milioni di chilogrammi. Sono passati, così, per l'Italia, 
soltanto 5,7. milioni di chilogrammi di seta tratta all'anno : 
un terzo in meno di quanti ne solevano passare prima. 

Diminuzioni più gravi si osservano nel 1919: la produ- 
zione nazionale della seta tratta scende sotto i tre milioni di 
chilogrammi e l'importazione supera appena il milione. Le 
esportazioni trovano alimento nelle grosse scorte formatesi 
verso la fine della guerra, e perciò ancora nel 1919 passano 
per l'Italia 5,5 milioni di chilogrammi di seta tratta sopra un 
totale di circa 27,5 milioni destinati alle manifatture europee 
ed americane. 

È da sperare che il 1919 abbia segnato la fine della no- 
stra decadenza. Nel 1920 si osservano segni di miglioramento t 



SETA Q7 

la produzione nazionale ottenuta da bozzoli italiani deve aver 
raggiunto 3,5 milioni di chilogrammi, la produzione da boz- 
zoli importati, 1,3 milioni. Aggiunti 1,1 milioni di chilogrammi 
di seta importata, si può calcolare che siano passati per l'Italia 
quasi 6 milioni di chilogrammi di seta tratta. 

La riprcT^a del 1920 è tanto più degna di nota in quanto la 
domanda delle fabbriche europee e americane b discesa in co- 
desto anno a 19,4 milioni di chilogrammi, rimanendo infe- 
riore di quasi un terzo alla cifra dell'anno precedente, L'Italia, 
che nel 19 19 aveva partecipato soltanto nella misura del 2o7a 
al commercio della seta impiegata nelle manifatture europee 
ed americane, è risalita al 31% "^^ 1920, raggiungendo quasi 
la proporzione d'avanti guerra. 

Nel 192 1, mentre la seta greggia ricavata dai bozzoli na- 
zionaH potrà superare lievemente la cifra del 1920, l'impor- 
tazione di bozzoli esteri e di seta tratta è stata molto scarsa *, 
sicché il complessivo movimento della seta tratta non rag- 
giungerà i 5 milioni. Sebbene questa cifra sia inferiore a quella 
del 19 19, essa dà minor cagione di sconforto : allora la con- 
trazione del traffico italiano contrastava con una vivace espan- 
sione del traffico mondiale ; oggi, invece, non è che un epi- 
sodio del generale rallentamento degli affari, e l'andamenta 
dei prezzi fa sperare vicino il miglioramento. 



* * 
Può suscitare qualche preoccupazione, in vista d'una ripresa 
degli affari, lo stato degli im.pianti industriali. Una parte delle 

* L'importazione di bozzoli esteri si è ridotta da 4,9 milioni di kg., media 1909-13, 
a 1,1 nel 1919, a 1,4 nel 1920, a 0,2 nel primo semestre del 1921. 

L'importazione di seta greggia asiatica è discesa da 1,8 milioni di kg., nel 1909-13, 
a 0,9 nel 1919, a 1,0 nel 1920,. a meno di 0,1 nel primo semestre del 1921. 

L'importazione di seta greggia europea si è quasi annullata, diminuendo da 0,5 mi- 
lioni di kg., media 1900-13, a 0,1 nel 1919, a 0,07 nel 1920, a 0,01 nel primo seme- 
stre del 19 21. 

Gli approvvigionamenti di materia prima dall'estero sono stati,- dunque, ridotti al 
minimo nel 1920 e nella ]5rima metà del ic)2i. 

J\JoKTAK.\, Prospettive economiche. y 



98 SETA 

filande è stata chiusa durante e dopo la guerra, per mancanza 
di lavoro, per difetto di mano d'opera, o per altre cause ; 
le bacinelle di rame sono state in parte vendute quand'era 
più acuta la fame e più alto il prezzo del metallo ; un com- 
plesso di filande con circa 3 mila bacinelle è stato distrutto 
nelle operazioni belliche ; l'attrezzamento è, in molti degli stabi- 
limenti che rimangono, logoro e antiquato. Sussistono ancora 
da 47 a 48 mila bacinelle; il numero dei fusi per la torci- 
tura si è ridotto a 550 mila. 

Si tratta, però, di impianti relativamente semplici, che non 
dev'essere arduo rimettere bene a posto in breve tempo quando 
le circostanze lo richiedano. 



* 



Chi consideri la presente situazione dell' Italia nella pro- 
duzione e nel commercio della seta tratta, non si può dissi- 
mulare che anche qui, come nella sericoltura, il Giappone ha 
conquistato un assoluto predominio. 

Nel periodo 1909-13 la produzione media annua di seta 
greggia nel Giappone ascendeva a 12-13 milioni di chilo- 
grammi ; era, cioè, poco più che doppia di quella italiana. 
A dieci anni di distanza la troviamo quasi raddoppiata — da 
22 a 24 milioni di chilogrammi — cioè almeno sei volte 
maggiore della produzione italiana. Anche ammesso che questa 
possa risalire, nel prossimo futuro, a 6 milioni di chilogrammi, 
resterà inferiore di tre quarti alla produzione giapponese. Si 
noti che, mentre la nostra industria ha veduto rapidamente 
decadere i propri stabilimenti, quella dell' Estremo Oriente si 
è arricchita di numerosi impianti modernissimi. 

Distinguendo la seta greggia messa a disposizione delle 
manifatture europee ed americane, secondo la provenienza dei 
bozzoli, si hanno per gli ultimi anni queste cifre : 



media 1909- 


■ 13 


1919 


1920 


6,2 




2,6 


3.8 


2.3 




i,o 


0,8 


i8,o 




24,1 


14,8 



SETA ^ 99 

Europa. . . . milioni di kg. 
Levante ... » 

Estremo Oriente » 

La crescente importanza relativa delle filature asiatiche 
appare ancor meglio all'esame dei dati sulle esportazioni di 
seta tratta dall'Estremo Oriente. Il Giappone esportava, in me- 
dia annua, io, 8 milioni di kg. nel 1911-13, 13,3 milioni nel 
1918-20, la Cina 6,7 milioni nel periodo più^antico, 6,2 milioni 
nel più recente. Sono state dunque sopratutto le filature giap- 
ponesi quelle che si sono avvantaggiate a danno delle con- 
correnti europee. Nell'anno per essa più propizio, nel 1918, 
l'esportazione giapponese ha raggiunto l'altissima cifi'a di 15,7 
milioni di chilogrammi, mentre quella cinese nell'anno di mas- 
sima espansione, 19 19, non ha raggiunto gli 8 milioni. 

L'egemonia giapponese sul mercato della seta tratta, che 
già si disegnava, fin dall' inizio del presente secolo, è stata 
straordinariamente favorita dalle vicende economiche degli 
ultimi anni. Mentre la produzione e la domanda della materia 
prima si riducevano nei paesi d' Europa e del Levante, par- 
tecipanti al conflitto, l'America fioriva a spese dei litiganti 
e l'attività delle sue manifatture, stimolata dalla crescente do- 
manda di stoffe di lusso, si sviluppava con celere ritmo. Il 
grande mercato americano della seta si poteva facilmente 
provvedere di materia prima nell' Estremo Oriente, attraverso 
l'Oceano Pacifico, dove si navigava senza soverchio timore 
d'ostacoli o d' insidie. Le manifatture degli Stati Uniti, che 
dieci anni or sono avevano potenzialità uguale ai due terzi 
di quelle europee, l' hanno ora almeno doppia ; esse chiede- 
vano allora dodici milioni di chilogrammi di seta tratta ogni 
anno ; ora giungono ad assorbirne una ventina. La massima 
parte dell'esportazione dall' Estremo Oriente è diretta alla 
repubblica nord-americana. 

L'abilità commerciale dei giapponesi, di fronte all'assenza 



loo SETA 

o all' incapacità dei concorrenti europei, ha grandemente 
favorito l'espansione delle loro esportazioni. Anche il loro- 
progresso tecnico nella fabbricazione è stato tale che, men- 
tre un tempo le sete italiane erano stimate assai superiori 
alle asiatiche, negli ultimi anni i nostri filatori, per non ve- 
dersi chiudere del tutto gli sbocchi americani, hanno dovuto 
imitare procedimenti generalmente adottati dai giapponesi, 
nella preparazione della seta greggia in matasse, per renderla 
meglio adatta ad una spedita lavorazione^ 

* 

* * 

La diffusione dell'uso della seta nell'America del Nord è 
stata il più poderoso fattore di sviluppo del consumo mon- 
diale. In un quarto di secolo il mercato degli Stati Uniti 
ha quintuplicato la propria domanda di seta tratta, come ap- 
pare da queste cifre : 











Importazioni 


di seta tratta negli S. U. 


Media 


1891-95 


migliaia di kg. 




3-520 


» 


1896-900 




» 




4.880 


» 


1901-05 




» 




7.170 


» 


1906-10 




» 




9.200 


» 


1911-15 




» 




13.690 


» 


1916-20 




» 




18.220 



Né basta l'enorme espansione della produzione nazionale 
a soddisfare la richiesta di seterie : oltre gli 800 o 900 mi- 
lioni di dollari di manufatti prodotti e venduti all' interno, 
se ne importano per 30 milioni di dollari all'anno più di 
quanti se ne esportino. Neil' ultimo quinquennio il consumo 
medio annuo della seta è asceso a circa 180 grammi per 
abitante, cifra sei volte maggiore della corrispondente media 
per l' Italia e due volte maggiore di quella per la Francia ; 
vesti e maglie seriche sono ormai divenute negli Stati Uniti 
oggetti d'uso generale, e non più privilegio dei ricchi. Si 



SETA loi 

badi bene di non confondere questa diffusione degli indumenti 
di seta genuina con quella volgarizzazione, che si osserva 
anche da noi, di indumenti di seta artificiale e di tessuti ri- 
cavati dai cascami. Anche di questi l'industria americana fa lar- 
ghissimo impiego : l'importazione media annua dei cascami di 
seta è salita a 4.514 migliaia di chilogrammi nel quinquen- 
nio 1916-20. 

Il progresso continuo ed accelerato che si osserva nel 
consumo della seta sul mercato nord-americano fa prevedere 
la possibilità di un ulteriore poderoso sviluppo delle esporta- 
zioni seriche dirette a quel mercato, cui non conviene, per 
l'alto costo della mano d'opera, provvedere direttamente alla 
preparazione della materia prima. Gli importatori americani 
hanno forse esagerato nelle loro previsioni sull'aumento del 
consumo: i 20,3 milioni di chilogrammi di seta greggia ch'essi 
hanno acquistati nel 19 19 erano troppi anch-e per un mercato 
così avido, e l'accumularsi d'ingenti scorte essendo venuto 
a coincidere con l' inizio della grave depressione industriale 
del 1920-21, che ha momentaneamente ridotto la domanda 
di manufatti, ha provocato un grave ristagno nella domanda 
di materia prima. Così l'importazione è discesa nel 1920 a 
13,7 milioni di chilogrammi, cifra inferiore a quelle di tutti 
;gli anni successivi al 19 14. Ma già nel 192 1 si notano indizi 
sicuri di ripresa, come mostrano i seguenti dati sulle impor- 
tazioni di seta greggia : 



1° semestre 


1919 


migliaia di balle 


130 


2° » 


1919 




» 


188 


1° » 


1920 




» 


113 


2° » 


1920 




» 


77 


i" » 


1921 




» 


136 


luglio-settembre 


1921 




» 


100 



Probabilmente la fede nella rapida ripresa della domanda 
nord-'americana ha attenuato le ripercussioni dell'arresto di 



I02 SETA 

essa sulla sericoltura giapponese : nonostante che dal princi- 
pio alla fine del 1920 le scorte di seta tratta esistenti nel' 
Giappone siano aumentate di almeno 6 milioni di chilogrammi, 
e nonostante che la sosta nelle vendite abbia determinato 
gravi dissesti nell'economia del paese, la restrizione degli 
allevamenti è stata assai lieve, la quantità di seme messa in 
incubazione essendo soltanto del 4 7o minore nel 1921 che 
nell'anno precedente. Un simile esempio di serena tenacia do- 
vrebbe servire di ammonimento ai sericoltori italiani, troppo 
inclini agli eccessi di fiducia o di sconforto, secondo le al- 
terne vicende dei prezzi. Per dare un' idea della bufera attra- 
versata dai loro colleghi giapponesi, basti qui ricordare che 
il prezzo medio della balla di seta, dopo essere salito dai 
900 yen d'avanti guerra a 4.500 nel gennaio 1920, mante- 
nendosi ancora a 3.500 nel successivo marzo, precipitava a 
1.150 yen nel luglio dello stesso anno. 

* 
* * 

Da quanto' abbiamo fin qui detto, risulta evidente come 
il mercato mondiale delle materie prime seriche sia ormai 
dominato e regolato dal Giappone, che offre più della metà 
delle sete richieste dall' industria europea ed americana, e 
dagli Stati Uniti che tessono da due terzi a tre quarti di esse. 

L' industria manifattrice. 

Per le manifatture di seta, l'Italia occupava già prima 
della guerra un posto secondario, come risulta dai seguenti 
dati sul consumo industriale medio annuo di seta greggia. 

Stati Uniti . milioni di kg. 12,0 Svizzera . . . milioni di kg. 1,7 

Francia . . » 4,2 Russia .... » 1,7 

Germania. . » 3,0 Italia .... » 1,1* 

Giappone . . » 2,7 Austria-Ungheria » o,g 



* Questa cifra rappresenta un mìnimo : è probabile che in realtà il consumo indu- 
striale toccasse 1,2 milioni di kg. 



SETA 103 

I più importanti mercati di manufatti, eccettuato quello 
britannico, erano provveduti quasi completamente dall' indu- 
stria nazionale (così gli Stati Uniti, la Francia, la Germania), 
il mercato italiano era povero ; perciò la nostra industria in- 
contrava difficoltà nello sviluppo, mentre le sue concorrenti 
nord-americana, francese, germanica e britannica, trovavano una 
vasta base nel consumo interno. 

Tuttavia l'esportazione di manufatti aveva superato il va- 
lore annuo di cento milioni di lire, che non appare disprez- 
zabile neppure di fronte ai 380 milioni di lire della Francia, 
ai 250 milioni della Germania, ai 170 della Svizzera, ai 90 
del Giappone, l'ultimo arrivato, ma non il meno temibile fra 
i concorrenti. Dal 1889-93 ^^ 1909-13 il valore medio annuo 
dei manufatti esportati era salito da 19 a 106 milioni, mentre 
progrediva da 25 a 48 milioni il valore dei manufatti impor- 
tati. A un'eccedenza d'importazioni subentrava una forte 
eccedenza delle esportazioni. L'industria disponeva di 14 
mila telai meccanici e di 5 mila a mano. 



* 



Le condizioni delle manifatture di seta nel periodo bel- 
lico (19 14-18) sono state discrete. Il numero dei telai mec- 
canici è sensibilmente aumentato ; l'esportazione, che era stata 
in media di 1.638.000 chilogrammi all'anno nel 1909-13, era 
salita a 2.481.000 nel successivo quinquennio, l'isolamento 
della Germania e la paralisi delle industrie francese e sviz- 
zera avendone favorito lo sviluppo. Nel tempo stesso si era 
ridotta da 576 mila a 233 mila chilogrammi l'importazione 
di manufatti in Italia ; e perciò 1' industria nazionale aveva 
trovato qualche compenso alla contrazione della domanda 
interna nella parziale sostituzione dei propri prodotti a 
quelli esteri. 



104 



SETA 



Prezzi dei bozzoli e delle sete .sul mercato di Milano. 

(Lire per kg.) 







Seta greggia 


Organzini 




Bozzoli 


classica Italia 


classici Italia 




classici 


titolo 9|11 


titolo 19|21 


IQ13 (media annua) . . . 


II 


48 


55 


1920 : 15 gennaio .... 


105 


410 


390 


15 febbraio .... 


131 


510 


520 


15 marzo 


125 


500 


510 


15 aprile . . . ' . . 


150 . 


600 


ÓIO 


15- maggio .... 


115 


500 


530 


15 giugno 


80 


350 


410 


15 loglio 


Ó9 


313 


360 


15 agosto ... . . 


80 


340 


380 


15 settembre . , . 


80 


375 


405 


15 ottobre .... 


88' 


395 


420 


15 novembre , . . 


82 


360 


415 


15 dicembre .... 


62 


290 


330 


192 1 : 15 gennaio .... 


71 


300 


340 


15 febbraio 


52 


245 


275 


1 5 marzo .... 


60 


.227 


245 


15 aprile 


59 


230 


250 


15 maggio . . ■ . . . 


42 


195 


200 


15 giugno. . . . . . 


3Ó 


205 


217 


15 luglio 


50 


260 


270 


15 agosto 


.57 


280 


305 


15 settembre 


Ó5 


325 


340 


15 ottobre 


n 


390 


420 


15 novembre 


75 


390 


435 


i*' dicembre 


93 


430 


470 



SETA . 105 

Terminata la guerra i paesi concorrenti riattivano le loro 
esportazioni: la Svizzera, che nel 19 18 aveva spedito all'e- 
stero soli 0,8 milioni di chilogrammi di tessuti serici, riesce 
ad esportarne 2,9 milioni nel 1919, e ancora 2,3 milioni, 
nonostante la restrizione della domanda mondiale, nel 1920; 
la Francia che, per le difficoltà della sua ripresa industriale, 
nel 191 9 non era stata in grado d'esportare più di 2,6 mi- 
lioni di chilogrammi dei principali tipi di tessuti di seta, ne 
esporta 3,4 nel 1920. Fiorisce anche l'esportazione giap- 
ponese. . 

Resistono discretamente i nostri tessitori a tanta attività 
dei rivali esteri: nel 1919 le esportazioni di manufatti scen- 
dono a 1.856.000 chilogrammi, ma nel 1,920 risalgono a 
2.038.000 e nel primo semestre del 192 1, ad onta delle sfa- 
vorevoli condizioni dei mercati importatori, giungono ancora 
a 780 mila chilogrammi. Va messa in luce un'altra circo- 
stanza : 1' importazione in Italia di manufatti sèrici, dopo es- 
sere salita, con rapidi sbalzi, a 388 mila chilogrammi nel 1919 
ed a 588 mila nel 1920, si è ridotta a 148 mila nel primo 
semestre del 1921 ; così che l'eccesso dell'esportazione sul- 
l'importazione è diminuito in questo semestre in proporzione 
assai minore che l'esportazione. 

Sul mercato interno, l'industria nazionale conserva un 
discreto smercio, pur non essendo riuscita a sostituire quella 
straniera, specialmente nel commercio di alcuni manufatti piìi 
fini (come appare anche dal valore medio per chilogramma 
delle seterie importate nel biennio 1919-20, press'a poco 
doppio di quello delle seterie esportate). Nel 1921 sembra 
già attenuarsi quella manìa della seta che ha imperversato nel . 
biennio precedente : l'assottigliarsi di rnolti facili guadagni 
certamente contribuisce a questo effetto. Riteniamo, del resto, 
che da tal manìa sia stata maggiormente avvantaggiata l'in- 
dustria della seta artificiale, che quella della seta naturale. 

L'industria italiana dispone oggi di circa 18 mila telai mec- 



loó SETA 

canici e 5 mila a mano ; la sua massima capacità di consu- 
mo di filati si aggira sul milione e mezzo di chilogrammi. 



* 

Il prodotto lordo delle industrie della seta — ossia il 
valore delle esportazioni aumentato di quello dei prodotti finiti 
rimasti all'interno — ,• che si poteva stimare a 650 milioni 
negli ultimi anni di pace, deve aver superato i 3,5 miliardi 
di lire nel 1920. Dedotto il valore delle materie prime im- 
portate, resta un margine di 3 miliardi; dedotto il valore dei 
manufatti nazionali consumati all'interno, restano ancoia quasi 
2,5 miliardi come approssimativa misura del contributo netto 
delle esportazioni seriche all'attivo del bilancio dei nostri 
scambi internazionali. Per il 1921 questo contributo sarà sen- 
sibilmente mii^ore (forse scenderà a 1,5 miliardi), sopratutto 
per conseguenza dei ribassi avvenuti nei prezzi, giacche, a 
prescindere da questa causa, valutando le esportazioni seriche 
del primo semestre 1921 ai prezzi medi del 1920, si trova 
una diminuzione di appena 2 7o '^^ confronto al primo seme- 
stre dello scorso anno. 

Molto magg^ior benefizio potrebbero recare questi com- 
merci all'Italia se un'associazione veramente poderosa, per 
energia di componenti e per vastità di capitali, riuscisse a 
coordinare meglio fra loro le industrie della sericoltura, della 
filatura e della tessitura, riconciliandone le minori divergenze 
d'interessi nel comune maggior tornaconto di sviluppare e 
d'integrare in un complesso armonico l'industria della seta 
italiana. Accrescere la produzione nazionale dei bozzoli in 
modo da poter diminuire le importazioni di bozzoli e di seta 
tratta; dare impulso allo smercio dei nostri manufatti all'estero, 
in modo da riserbare all'industria italiana la lavorazione di 
una parte maggiore della seta greggia prodotta ; promuovere il 
miglioramento tecnico della gelsicoltura, degli allevamenti,. 



y 



SETA 107 

della filatura, della tessitura ; aprire, mediante una vasta e 
moderna organizzazione mercantile, nuovi sbocchi ai nostri vari 
prodotti, sono tutti compiti urgenti che s'impongono^; né le 
iniziative dei singoli industriali, urtantisi a vicenda nella disor- 
dinata corsa al lucro, possono supplire alla mancanza di un vi- 
goróso organo collettivo, sorretto dalla cosciente fiducia di tutti» 

Le esportazioni seriche italiane. 

Confi-onteremo ora le esportazioni seriche italiane del 
1909-13 con quelle degli ultimi anni, per avere un'idea rias- 
suntiva dello svolgimento, dopo la guerra, di questo ramo del 
commercio con l'estero. 



Bozzoli (peso secco). .... migliaia di kg. 

Cascami greggi ...... » 

Seta tratta greggia semplice . . » 

» » » addopp. o torta » 

» » tinta » 

Cascami pettinati o filati ... » 

Fili da cucire » 

Tessuti di seta o di filusella . » 

Tessuti misti » 

Galloni, nastri, passamani . . » 

Pizzi e tulli » 

Oggetti cuciti » 

Altri manufatti » 

Ridotte di molto le esportazioni di seta greggia semplice,, 
hanno soffèrto minor falcidia quelle di seta torta. L'esporta- 
zione dei tessuti ha raggiunto e superato il livello d'avanti 
guerra; quella di altri manufatti è fortemente aumentata. La 
diminuita massa delle esportazioni seriche è stata compensata, 
in parte, dal miglioramento qualitativo di esse : mentre la 
diminuzione della mole può stimarsi al 4o7oj <3al 191 3 al 
1920, la diminuzione del valore — calcolata nell' ipotesi di 
prezzi costanti — è inferiore al 30 7o' Tuttavia questi dati rias- 



Media 




1 


" semestre 


1909-13 


1919 


1920 


1921 


23O 


— 


8 


7 


2.838 


2.455 


1-593 


520 


4-365 


2.039 


1-357 


985 


3.421 


2.832 


2.75Ó 


1.586 


ni 


24 


50 


25 


I-I37 


902 


739 


272 


3Ó 


20 


50 


21 


903 


778 


829 


Z^7 


470 


568 


684 


252' 


121 


202 


141 


52 


I 


125 


154 


78 


83 


89 


■ 117 


35 


16 


76 


49 


13 



io8 SETA 



suntivi indicano quanto il commercio serico sia ancora lon- 
tano dall'aver ripreso la primitiva sua ampiezza. 



* 

Indicheremo anche le principali destinazioni delle esporta- 
zioni italiane di seta tratta e di cascami. 

l" semestre 
1913 1919 1920 1921 

Francia migliaia di kg. 2.753 3.010 1.785 834 

Svizzera. ..*.... » 2.527 2.765 2.725 1.040 

Germania » 2.274 '^ 240 301 

Stati Uniti » 1-652 1.620 812 1.261 

-Austria-Ungheria. ... » 581 ? 74§ 84 § 

Regno Unito ..... » 474 417 287 51 

Il primo semestre del 192 1 è contrassegnato da una buona 
ripresa della domanda nord-americana e da un accenno a 
miglioramento nelle esportazioni verso l'Europa centrale. Nel 
secondo semestre, mentre si attenua la domanda americana, si 
rianima quella europea, e benché manchino ancora dati precisi, 
si può ritenere che le esportazioni siano state abbastanza 
copiose. Anche più copiose sarebbero state se non fosse man- 
cato ai filatoi un sufficiente approvvigionamento di sete fine. 
La forte riduzione nelle esportazioni verso la Svizzera, il 
Regno Unito e la Francia è dipesa dalle restrizioni di ap- 
provvigionamento imposte all' industria di quei paesi dalle 
crescenti difficoltà di smercio dei prodotti, derivate dalla de- 
pressione industriale e dagli alti cambi. Considerando le com- 
plessive importazioni di seta greggia, e non soltanto quelle pro- 
venienti dall' Italia, si trova che la Gran Bretagna le ha 
diminuite di ben sette decimi nel primo semestre 192 1 in con- 
fronto al primo semestre 1920, la Francia di sei decimi, la 
■Svizzera di tre decimi. 

Verso la fine dell'anno, le filature lavorano in pieno ; i 

§ Austria e Ceco-Slovacchia. 



SETA lOQ 

torcitoi, essendo riusciti ad ottenere sete gregge dalle filande 
nazionali, hanno aumentato la loro attività. 

* 

* * 

Le esportazioni di manufatti hanno discretamente resistito,, 
come abbiamo gih accennato, alle dure prove degli ultimi anni. 

Tale resistenza è spiegata anche dalla circostanza che i 
loro più ampi sbocchi erano in paesi alleati o neutrali, men- 
tre gli Imperi Centrali ne ricevevano quantità insignificanti. IL 
principale mercato importatore era ed è quello britannico § ; 
tutti gli altri hanno importanza di gran lunga minore. Appare 
dai seguenti dati sull'esportazione di manufatti come i prin- 
cipali sbocchi siano stati mantenuti ; ma la restrizione di 
consumi determinata dalla crisi industriale si riflette sulle 
cifre più recenti. 



Regno Unito. . . . migliaia di kg. 

Argentina » 

Svizzera » 

Francia » 

India » 

Stati Uniti .... » 

Egitto » 

Austria-Ungheria . . » 

Germania » 



Sembra che nel secondo semestre 192 1 l'esportazione delle 
stoffe sia stata abbastanza abbondante. Verso la fine dell'anno 
l'attività delle fabbriche è ancora intensa, ma si nota un ral- 
lentamento delle commissioni. Sembra che la domanda na- 
zionale di manufatti vada sensibilmente decrescendo ; tuttavia 
nell'insieme la situazione è considerata soddisfacente. 









1° semestre 


1913 


1919 


1920 


1921 


837 


I.IIÓ 


802 


370 


104 


74 


124 


56 


102 


29 


41 


19 


98 


175 


241 


69 


97 


34 


141 


22 


75 


■ ló 


29 


14 


74 


127 


lOÓ 


44 


58 


? 


■ 12* 


5* 


38 


? 


— ' 


— 



§ Buona parte dei nostri tessuti importati nel Regfto Unito vengono riesportati. 
* Sola Austria. 



no SETA 






Continua il progresso dell'industria della seta artificiale. 

Nel 191 3 le importazioni di questa seta eccedevano di 
279 mila chilogrammi le esportazioni; nel 19 19 le esporta- 
zioni hanno invece superato le importazioni di 81 mila chilo- 
grammi, nel 1920 di 22 mila, nel primo semestre del 192 1 
di 238 mila. Il consumo interno, che nel 191 3 era poco supe- 
riore a mezzo milione di chilogrammi, sembra che oggi superi 
il milione, accostandosi per mole al consumo della seta na- 
turale. 

La capacità di produzione delle fabbriche italiane di seta 
artificiale si avvicina ai 2 milioni di chilogrammi all'anno. 



Prospettive. 

Sul mercato mondiale : sembra superato il punto di mag- 
gior depressione della domanda ; è prevedibile, attraverso le 
inevitabili alternative di aumenti e di diminuzioni, la ripresa 
del progressivo incremento della domanda mondiale. 

Sul mercato italiano: l'andamento dei prezzi sembra dover 
incoraggiare i sericultori ad estendere i loro allevamenti nel 
1922. Il commercio della seta greggia si mostra resistente 
alle vicende dell' ultimo periodo ed agile nella reciproca sosti- 
tuzione degli sbocchi. L' industria manifattrice, se non riu- 
scirà ad estendere le proprie esportazioni, com'è desiderabile 
e possibile, si troverà, di fronte ad una riduzione della domanda, 
riduzione prevedibile sul mercato nazionale per conseguenza 
delle condizioni economiche generali. 



COTONE 




L progresso dell'industria cotoniera italiana negli 
ultimi trent'anni sta in singolare contrasto col de- 
cadimento dell' industria serica. A questa, gloriosa 
d'antiche tradizioni, e alimentata in gran parte 
dalla produzione sericola nazionale, sembravano offrirsi con- 
dizioni assai più propizie di sviluppo che a quella, nuova e 
inesperta, e costretta a chiedere all'estero la materia pri- 
ma.; eppure le filature e le tessiture del cotone prosperavano, 
mentre le filande ed i torcitoi della seta vegetavano pigra- 
mente. Effetto, codesto, di tre principali circostanze favorevoli 
all' industria cotoniera : possibilità di collocare grande quan- 
tità di prodotti nel mercato nazionale; concorrenza principal- 
mente da parte di paesi con tenor di vita più elevalo del 
nostro, e quindi con maggior costo della mano d'opera; lar- 
ghezza di idee, capacità tecnica, abilità mercantila di parec- 
chi uomini, che- si dedicarono con fervida passione all'eser- 
cizio di tale industria. Fra le nostre maggiori industrie tessili, 
l' ultima nata è la più modernamente organizzata e condotta, 
e quella che meglio figura nei confronti internazionali. 

L' importazione media annua netta dì cotone greggio er^ 



112 COTONE 

salita da 750 migliaia di quintali* nel 1889-93 a 1.850 mi- 
gliaia nel 1909-13 ; e, mentre nel primo di codesti periodi 
s'importavano ogni anno 19 mila quintali di filati e 54 mila 
quintali di tessuti più di quanti si esportassero, nel secondo 
le esportazioni superavano le importazioni di 120 mila quin- 
tali per i filati e di 353 mila per i tessuti. Le condizioni 
dell'Italia si erano dunque radicalmente trasformate: da im- 
portatrice essa era divenuta forte esportatrice di filati e di 
manufatti ; il valore delle esportazioni cotoniere toccava due- 
cento milioni all'anno : un undicesimo del valore complessivo 
delle metci esportate. 

La quantità di cotone greggio lavorata dalla nostra indu- 
stria corrispondeva ad un trentesimo della produzione mon- 
diale ; possedevamo una trentesima parte dei fusi esistenti nel 
mondo, una ventesima parte dei telai meccanici e delle mac- 
chine da stampare. La nostra produzione di manufatti costi- 
tuiva una venticinquesima parte della produzione mondiale ; 
fra i paesi esportatori, soli quattro ci superavano per la quan- 
tità delle vendite all'estero e soli cinque per il valore. Il 
prodotto lordo annuo deirindustria cotoniera italiana — va- 
lore delle merci esportate, aumentato di quello dei prodotti 
finiti smerciati all'interno — si poteva stimare di 750 mi- 
lioni di lire; dedotto il valore delle materie prime importate, 
rimaneva pur sempre un margine di 400 milioni. 



* La produzione mondiale. 

Il raccolto annuo mondiale del cotone, che non giungeva 
a 35 milioni di quintali nel 1889-93, era aumentato di oltre 
50 7o i*^ vent'anni, toccando — e forse superando — i 53 
milioni di quintali nel 1909-13. Più che metà di questo co- 
lossale raccolto (28 milioni di quintaH) era ottenuta negli 



* Peso netto da tara. 



COTONE 115 

Stati Uniti ; seguivano, per importanza di produzione, la Cina 
con circa 9 milioni di quintali, l'India britannica con 8 mi- 
lioni, l'Egitto con 3 milioni. La Ginn, poiché consumava essa 
medesima quasi tutto il proprio raccolto, aveva trascurabile 
importanza per l'approvvigionamento dell' industria europea. 

Lontani dai più ardenti focolari di guerra, gli Stati Uniti 
e l'India hanno visto scemare soltanto in lieve misura la loro 
produzione negli anni dal 191 5 al 1918 ; più sensibile è stata 
la ripercussione delle vicende belliche sull'agricoltura egiziana. 
L'area complessiva coltivata a cotone nei tre paesi esportatori, 
che da quasi 23 milioni di ettari intorno al 19 io era salita 
a 25 milioni intorno al 191 3, si è di nuovo ridotta a 23 mi- 
lioni nella media del periodo 191 5-18. La scarsezza di mano 
d'opera negli Stati Uniti, la necessità di estendere le colture 
alimentari a danno di altre meno urgenti, la chiusura dei mer- 
cati importatori dell'Europa centrale ed orientale, spiegano 
questo regresso. 

Dopo l'armistizio, sembrava che la cotonicoltura tendesse 
a riprendere l'antica estensione : l'area coltivata nei tre paesi 
era infatti salita a 23,6 milioni di ettari nel 1919 ed a 24,3 
nel 1920. 

Ma il progresso s'interrompe bruscamente: nel 1921 ìe 
piantagioni di cotone si restringono a meno di 19 milioni di 
ettari, ritornando così all'estensione d'una ventina d'anni ad- 
dietro. Molte spiegazioni sono state addotte di questo improv- 
viso ri\'Y)lgimento di situazione, e in parecchie v'è una parte 
di verità. Ma senza dubbio il fattore dominante ha consistito 
nel movimento dei prezzi del cotone greggio, i quali, dopo 
essere gradualmente saliti, durante e dopo la guerra, fino a 
raggiungere, all'inizio del 1920, livelli da quattro a nove 
volte — secondo le qualità — maggiori di quelli prebellici, 
sono poi, nel corso dello stesso anno e nei primi mesi del 
192 1, discesi a precipizio, fino a cifre anche più basse di 
quelle del 191 3-14. Una buona parte del raccolto del 1920 

MORTARA, Prospettive economiche. 8 



114 COTONE 

dev'essere stata venduta a prezzi molto inferiori al costo di 
produzione ; ed è facile intendere come questa circostanza 
debba aver scoraggiato i cotonicoltori. Negli Stati Uniti, dove 
le associazioni cotoniere hanno svolto un'attivissima propa- 
ganda per la restrizione della coltura, l'area coltivata è stata 
ridotta dal 28% dal 1920 al 1921; in Egitto, dov'è perfino 
intervenuta una disposizione legislativa, che vieta di estendere 
la cotonicoltura in ciascun podere ad oltre un terzo della 
superficie complessiva, è stata ridotta del 29 7o« Vedremo in 
seguito da quali circostanze sia stata determinata la repentina 
caduta dei prezzi del cotone, che è da ritenersi, come ab- 
biamo detto, causa principalissima, se non unica, della restri- 
zione della coltura. 

Riferiamo, intanto, alcuni dati sull'area coltivata a cotone 
in vari periodi. 



Media Media Media 

1909'-11 1912-14 1915-18 1919 1920 1921 



Stati Uniti, migliaia di ha. 13.406 14.596 13.784 13.584 14.991 10.732 
India . . » 8.735 9.669 8.672 9.450 8.505 7.650 

Egitto . . » 693 728 613 661 768 543 

Totale . » 22.834 24.993 23.069 23.695 24.264 18.925 

Durante la guerra, i raccolti erano diminuiti in misura 
proporzionalmente maggiore che l'area coltivata, per conse- 
guenza del difetto di concimi potassici, provenienti in gran 
parte dalla Germania, dell'estendersi di alcuni micidiali pa- 
rassiti, sopratutto in America, di condizioni meteorologiche 
avverse. Il raccolto del 1919 mostrava già un sensibile mi- 
glioramento in confronto alla media del periodo bellico ; 
quello del 1920, indicando un ulteriore progresso, sembrava 
attestare la possibilità tecnica di un prossimo ritorno alla mi- 
sura degli ultimi raccolti di pace. Il raccolto del 1921 segna 
invece un disastroso tracollo: i tre grandi paesi cotonicoltori 
producono appena 24 milioni di quintali, invece dei 44, me- 
dia dell' ultimo triennio prebellico ; ed anche in confronto del 



COTONE 115 



1920 la diminuzione del raccolto sale al 45 7o) tnentre la 
diminuzione dell'area è stata soltanto del 22 "/o- 



Media Media Media 

1909-11 1912-14 1915-18 1919 1920 1921 



Stati Uniti, migliaia di q. 26.963 31795 24.920 24.783 29.139 17.000 

India . . » 7.172 9.016 7.350 10.516 6.452 5.500 

Egitto . . » 2.976 3.237 2.362 2.503 2.71 1 1.500 

■Totale . » 37-iii 44.048 34.632 37.802 38.302 24.000 



Il prodotto medio per ettaro discende negli Stati Uniti 
dai 2^2 quintali, media d'avanti guerra, a 1,6 nel 1921; in 
Egitto da 4,4 a 2,7. La mancanza di concimazioni negli Stati 
Uniti, la scarsa cura delle coltivazioni, la stagione favorevo- 
lissima ai parassiti distruttori, sono enumerate fra le princi- 
pali cagioni di tanta riduzione del rendimento. Non devesi dis- 
simulare la crescente gravità dei danni che vanno cagionando 
i parassiti alle colture americane ed egiziane ; in alcune regioni 
la devastazione ha assunto un'estensione ed un' intensità così 
grande da annullare, o quasi, i raccolti; né l'opera degli agri- 
coltori ha potuto contenerne il dilagare. Ma la stessa grandezza 
della riduzione nel rendimento attesta il carattere eccezionale 
delle circostanze che hanno concorso- a determinarla ; ancora 
nel 1920 il rendimento aveva quasi toccato i 2 quintali per 
ettaro negli Stati Uniti ed i 3,5 in Egitto, ed appare verosimile 
che nelle prossime annate ritorni almeno a questo livello. 

Sembra, anzi, sicuro che, purché i coltivatori lo vogliano, 
il raccolto dei tre maggiori paesi esportatori possa risalire al 
livello massimo raggiunto, ed anche superarlo : toccare, cioè, 
i 35 milioni di quintali negli Stati Uniti, i 9,5 nell'India, i 
3,5 in Egitto. Negli Stati Uniti l'area coltiv^ita è giunta qual- 
che anno ai 15 milioni . di ettari, nell' India ai io milioni, in 
Egitto ai 750 mila. Nulla vieta di raggiungere ancora questi 
massimi in avvenire ; si ritiene che essi non potranno essere 



ii6 COTONE 

di molto superati *, per ragioni di tecnica agricola e di con- 
venienza economica, ma non si dubita, in compenso, della 
possibilità di accrescere grandemente il rendimento unitario» 
Più accurata scelta delle sementi, migliori cure colturali, lotta 
sterminatrice contro i parassiti condotta coi criteri suggeriti 
dalla scienza, perfezionamento dei metodi di raccolta, sona 
rimedi atti ad aumentare in quantità e a far progredire in 
qualità i raccolti cotonieri. Le conclusioni delle più recenti 
indagini ufficiali e private eseguite su questo argomento sona 
tutte concordi su questo punto. 

In tale condizione di cose, e di fronte alla riduzione della 
domanda, che è stata una"* delle cause del riba'^so dei prezzi 
nel 1920-21, pare strano, a primo aspetto, che si accenni a 
penuria di cotone e che l' Inghilterra riguardi come un pro- 
blema vitale per la sua industria la rapida estensione della 
cotonicoltura nei confini dell' Impero. L'apparente antitesi 
scompare quando si consideri che il cotone non è una merce 
omogenea, nello stesso nome venendo comprese fibre di pre- 
gio così differente che i loro prezzi normalmente stanno tra 
loro fino nel rapporto di i a io. 

Le qualità di massimo pregio son fornite dagli Stati Uniti 
e dalle Indie Occidentali : altre qualità fini sono coltivate in 
Egitto. In complesso, queste varietà superiori costituiscono 
appena il 5 % ^^^ raccolto mondiale. Le varietà medie, che 
ne costituiscono il 60 %? sono coltivate sopratutto in Ame- 
rica. Le varietà inferiori — 35 7o ^^^^ totale — sono quelle 
indiane e cinesi. Ora, appunto nelle varietà superiori si mani- 
festa più preoccupante la diminuzione dei raccolti : la produ- 
zione nord-americana delle varietà di gran pregio denomi- 
nate Sea Islands è ridotta a minime quantità; la produzione 
egiziana è anch'essa gravemente minacciata per il diffondersi 



-* In Egitto, estendendo 1' irrigazione a terreni ora non irrigati, si spera di poter 
portare la produzione fino a 5 milioni di quintali. 



' COTONE 117 

dei parassiti e per il decadimento qualitativo che proviene 
dall'insufficienza dei procedimenti colturali. Già dal 1894-98 
al 1909-13 il rendimento medio per ettaro si era ridotto 
del 20 7o? scendendo da 5,8 a 4,4 quintali. 

L' industria britannica, che lavora quasi esclusivamente le 
varietà superiori e le più scelte fra le varietà medie, vede con 
ansia inaridirsi le fonti del suo approvvigionamento : da ciò 
r intenso sforzo diretto a conseguire l'estensione della coltura 
cotoniera nelle colonie e nei domini britannici. Alle rosee 
speranze suscitate dai primi progetti, è subentrata ora, dopo 
più maturo studio, la persuasione che una vasta serie di esperi- 
menti debba in ogni caso precedere la poderosa e complessa 
opera della colonizzazione, dell' istruzione degli agricoltori, 
dell' impianto delle colture, per la quale si richiedono nume- 
rosi uomini di scienza e di pratica, che non s' improvvisano, 
e ingenti capitali, che difficilmente verranno arrischiati in 
un' impresa di dubbio successo. 

Il nostro paese è meno direttamente colpito da preoccu- 
pazioni per l'approvvigionamento. L' industria italiana richiede, 
in generale, qualità meno fini di quelle che si lavorano in 
Inghilterra, sia per il minor grado di progresso tecnico 
raggiunto, sia per i differenti, bisogni dei mercati cui essa 
provvede. 

* 
* * 

La coltivazione del cotone in Italia, assurta a discreta 
importanza, in relazione al consumo d'allora, negli anni fra 
il 1860 e il 1870, quando la carestia di cotone determi- 
nata dalla guerra di secessione nord-americana ne aveva sti- 
molato lo sviluppo, è andata poi decadendo. Mentre nel 1864 
il raccolto, conseguito su quasi 90 mila ettari, toccava i 200 
mila quintali, oggi viene stimato a io mila circa, cioè alla 
duecentesima parte del fabbisogno dell' industria. 



ii8 COTONE 

La cotonicoltura potrebbe rifiorire nelle zone che saranno 
irrigate in seguito alla sistemazione agraria della Calabria e 
delle Isole ; pare tuttavia improbabile che sia per assumere 
grande sviluppo nel prossimo avvenire, perchè dovrebbe inva- 
dere terreni che ora sono destinati a colture alimentari più 
redditizie. 

Scambi internazionali e consumo industriale di cotone. 

Come nella produzione, così nelle esportazioni di cotone 
greggio, troviamo la Repubblica nord-americana al primo 
posto ; l' intensificazione del consumo interno avvenuta negli 
ultimi anni non ha impedito di far fronte alla domanda estera, 
anzi ha lasciato un margine per la formazione d' ingenti 
scorte. La concorrenza fra i paesi esportatori è limitata dalle 
differenze di qualità dei prodotti : gli Stati Uniti, benché formi- 
dabili produttori, sono giunti ad importare nell'anno cotoniero 
1919-20* 1.600 migHaia di quintali di cotoni esteri, fra i 
quali oltre i milione egiziani e 140 mila peruviani, i soli 
adatti per alcune lavorazioni e i meglio adatti per altre. La 
qualità inferiore della maggior parte dei prodotti indiani di- 
minuisce fortemente la capacità di concorrenza del secondo fra 
i paesi esportatori, sul mercatb mondiale. 

Indichiamo le quantità esportate negli ultimi anni dai tre 
principali paesi produttori §. 

Media Media Anno Anno Anno 

cotoniero cotoniero cotoniero 
1909-13 1914-18 1918-19 1919-20 1920-21 

Stati Uniti . migliaia di quintali 20.020 14439 13-544 14-572 14-348 
India ... ». " 4.254 4.1 IO 2.273 4-88o 4.004 

Egitto. ._ . » 3.134 2.455 I-95I 2.848 1.528 

Totale . . » 27.408 21.004 17768 22.300 19.880 

* 1° settembre-31 agosto, negli Stati Uniti. Data la preponderanza di questo paese 
nella produzione e nel commercio del cotone, adottiamo le stesse date come limiti della 
campagna cotoniera per il mercato mondiale. 

§ Pesi lordi, senza detrazione di tare. 



COTONE 119 

Stati Uniti, India, Egitto, forniscono più di nove decimi 
del fabbisogno complessivo ai paesi importatori. Tutti gli 
altri esportatori influiscono per ora in misura trascurabile sul 
mercato del cotone ; l' importanza di taluno di essi — così 
del Perù, che nel 1920 ha avuto un raccolto di 340 mila 
quintali — deriva piuttosto dalla qualità della fibra prodotta 
che dalla quantità disponibile. 

* * 

Nel consumo industriale del cotone contrasta forse uno 
dei primi posti agli Stati Uniti ed al Regno Unito la Cina ; 
ma sull'attività della piccola industria familiare, condotta con 
metodi primitivi, che pur elabora la maggior parte dei nove 
milioni di quintali di cotone prodotti in Cina, si sa poco o nulla. 

L' industria cinese provvedeva quasi esclusivamente al mer- 
cato interno ; l' industria nord-americana esportava, prima della 
guerra, soltanto una piccola frazione dei suoi prodotti ; era invece 
caratteristica dell' industria britannica l'immensa esportazione di 
manufatti e di filati. Tutti gli altri paesi producevano principal- 
mente per il mercato interno; erano tuttavia notevoli le espor- 
tazioni dalla Germania, dalla Francia, dall'Italia e dal Giappone. 

Per stabilire il consumo del cotone nei principali paesi in- 
dustriali, abbiamo aggiunto alla quantità prodotta la quantità im- 
portata, sottraendo poi la quantità esportata. Soltanto per gli 
Stati Uniti ci siamo valsi, invece, di dati sul consumo, diret- 
tamente rilevati dall'Ufficio del Censimento *. 

Media 1909-13 Media 1914-18 

Stati Uniti . . . migliaia di quintali 10.800 13400 

» 8.576 7.658 



Regno Unito . 
Germania . 
India .... 
Russia . 
Giappone . . 
Francia . . . 
Italia. . . . 
Austria-Unofheria 



» 3 -905 ? 

» 3-892 3-894 

» 3-144 ? ■ 

» 2.838 4.014 

» 2.314 1.710 

» s 1-854 1.996 

» I.84I ? 



* Tutti i pesi sono ridotti netti da tara. 



I20 COTONE 

Dal quinquennio 1909-13 al 1914-18 la distribuzione del 
cotone fra i paesi industriali cambia profondamente. 11 Giap- 
pone accresce di quattro decimi il suo consumo ; gli Stati Uniti 
lo accrescono di un quarto ; il Regno Unito lo riduce d'un 
decimo, la Francia d'un quarto ; il rifornimento degli Imperi 
Centrali scende a cifre minime, anche tenuto conto delle prov- 
viste ottenute attraverso paesi neutrali. Le disponibilità russe 
son certamente diminuite di molto ; mancano, però, per ov- 
vie ragioni, dati attendibili. 

Il fatto più saliente del periodo bellico è il notevole au- 
mento assoluto ed il maggior aumento relativo del consumo 
industriale nord-americaao, salito, da 10.350 migliaia di quin- 
tali di cotone nazionale e 450 di cotone importato, rispetti- 
vamente a 12.700 ed a 700 migliaia di quintali. Il Giappone, 
dal canto suo, ha accresciuto le importazioni di 1.200 migliaia 
di quintali all'anno. 

L'eccezione costituita dall'Italia, nella generale contrazione 
del consumo europeo, è soltanto apparente : essa scompare, se 
si considerano i dati per singoli anni : il peso netto del co- 
tone importato è stato di 1.8 io migliaia di quintali nel 1914, 
di 2.800 nel 1915, di 2.430 nel 1916, di 1.720 nel 1917, 
di 1.250 nel 19 18. 



* 



Negli anni cotonieri 1918-19 e 1919-20, immediatamente 
successivi alla guerra, il consumo industriale nord-americano 
si mantiene assai forte e quello giapponese tocca altezze mai 
prima raggiunte, mentre si ravviva la domanda delle industrie 
europee. 

Ma nell'ultimo anno cotoniero — 1920-21 — assistiamo, 
come appare dai dati della seguente tabella §, ad un radicale 
mutamento di condizioni : il consumo industriale diminuisce 

§ Pesi netti. 



COTONE 121 



-di molto ; in confronto all'anno precedente, esso decresce del 
48% nel Regno Unito, del 33 7o "^' Giappone, del 24% 
negli Stati Uniti, del 2470 i'^ Francia. L'Italia riduce in mi- 
nor misura (5 7o) '^ suo approvvigionamento*. 









• 


Anno cotoniero 










1118-19 


1919-20 


1920-21 


Stati Uniti. . 


. migliaia di 


quintali 


12.510 


13.929 


10.605 


Regno Unito . 


» 




6.834 


8.268 


4-347 


Giappone . . 


» 




4.290 


5-403 


3-630 


Francia . . . 


». 




1-815 


1-873 


1-435 


Italia. . . . 


» 




I.ÓÓ7 


1.679 


1.592 



Poiché il mercato del cotone è regolato dagli Stati Uniti, 
vale la pena di dare uno sguardo all'andamento delle prov- 
viste, del consumo e del commercio internazionale di codesto 
paese, durante gli ultimi anni cotonieri. I dati che seguono 
sono espressi in migliaia di balle, del peso medio netto di circa 
215 chilogrammi ciascuna **. 



Rimanenza di vecchi raccolti all'inizio dell'a. 

Raccolto americano. 

Importazioni meno riesportazioni nell'a. e. 

Disponibilità totale nell'a. e. 

Esportazioni nell'a. e. . 

Consumo industriale § . 

Totale esportazioni e consumo nell'a. e. 

Rimanenza alla fine deira. e. 





Anno cotoniero 




1916-17 


1917-18 


1918-19 


1919-20 


1920-21 


3.140 


2.720 


3.450 


4.287 


3.563 


11.418 


11.393 


12.048 


11.583 


13.488 


288 


217 


197 


683 


211 


14.846 


14.330 


15.695 


16.553 


17.262 


5.337 


4.313 


5.592 


6.545 


5.674 


6.789 


6.566 


5.816 


6.445 


4.948 


12.126 


10.880 


11.408 


12.990 


10.620 


2.720 


3.450 


4.287 


3.563 


6.640 



* Intorno al consumo industriale dell'Europa Centrale le informazioni più attendibili 
sono, per ora, benché certamente incomplete, quelle della Federazione Internazionale Co- 
toniera di Manchester: secondo le quali, nell'anno cotoniero 1920-21, la Germania avrebbe 
consumato circa 850 mila balle, la Ceco-Slovacchia 209 mila, mentre l'Italia — ripor- 
tiamo questo dato per facilitare i confronti — ne avrebbe consumate 682 mila. 

** Non si pretenda di trovare ^rs^-z'^a concordanza numerica tra questi dati e quelli 
altrove riportati. Le rilevazioni sulla produzione e sugli scambi del cotone sono, per cir- 
costanze che sarebbe lungo spiegare, tra le più irte di difficoltà e di dubbiezze che 
possa incontrare lo statistico : secondo i criteri ai quali esse sono informate, possono con- 
durre a risultati non poco differenti. 

§ Sono comprese piccole quantità di cotone perdute per incendio od altra causa. 



122 



COTONE 



Prezzi del cotone a Liverpool. 



Prezzo del cotone* (pence per libbra) 
americano indiano egiziano 



Anno cotoniero 1913-14 . . 

1920 : gennaio 

febbraio 

marzo 

aprile 

maggio 

giugno 

luglio ., 

agosto 

settèmbre . . . . . 

ottobre 

novembre 

dicembre . . 

192 1 : gennaio 

febbraio. ...... 

marzo 

aprile 

maggio 

giugno ....... 

luglio 

agosto 

settembre 

ottobre . . . . . . 

novembre 



7>2 


5.1 


10,3 


28,5 


18,2 


65,1 


29,6 


17,9 


90,5 


28,8 


16,4 


85,0 


27,1 


15.0 


86,0 


26,3 


12,9 


80,1 


27,0 


12,3 


69,2 


26,3 


10,0 


64,2 


?54 


9,6 


68,5 


21,4 


8,8 


62,4 


16,9 


8,5 


47,2 


134 


7,9 


36,5 


10,1 


6,8 


25,8 


9.8 


6,1 


21,7 


7.9 


5,2 


ió,8 


7,2 


4,7 


15,3 


7A 


4,7 


17,0 


7ó 


4,9 


16,4 


7A 


4,8 


15,9 


7,9 


5,2 


15,9 


8,8 


6,0 


15,9 


i3>3 


8,8 


23,3 


12,9 


9,0 


25,8 


11,2 


8,3 


21,1 



* Prezzi del cotone disponibile della varietà americana Upland Middling, della varietà' 
indiana M. G. Bengal fully good, della varietà egiziana Sakellaridis fully good.Jair.. 



COTONE 123 

La campagna 1919-20 s'era iniziata con un grosso resi- 
duo dei precedenti raccolti. La notevole attività dell' indu- 
stria americana e la grande mole delle esportazioni avevano 
concorso a ridurre a minori proporzioni la rimanenza alla fine 
della campagna, tuttavia già dai primissimi mesi del 1920 
il forte rallentamento della domanda europea aveva comin- 
ciato a riflettersi in una lenta discesa dei prezzi sul mercato 
di Liverpool. Nella primavera e nell'estate si andò aggravando 
la crisi di smercio per l'industria cotoniera e si manifestò quindi 
sempre più ristretta la domanda europea sul mercato ameri- 
cano. Le esportazioni di cotone greggio dagli Stati Uniti 
scesero da 3.661 migliaia di quintali nel primo bimestre, a 
3.105 nel secondo, a 1.402 nel terzo, a 826 nel quarto. In- 
tanto fin dal luglio si prevedeva che il nuovo raccolto sa- 
rebbe stato molto più abbondante dei cinque ultimi prece- 
denti ; e fu questa circostanza che dette il tracollo ai prezzi 
sul mercato americano, mantenutosi fin verso gli ultimi di lu- 
glio press'a poco al livello del gennaio. La caduta fu incre- 
dibilmente rapida : il prezzo del Middling a New Orléans, 
che era di 40 cents per libbra il 2 gennaio e si manteneva 
ancora a 39,75 il 23 luglio, era già inferiore ai 30 verso la 
fine d'agosto, ai 25 verso la fine di settembre, ai 20 ai primi di 
novembre, ai 1 5 verso la metà di dicembre, e giunse a sfiorare i 
IO cents nella prima metà di marzo 192 1, quando alla ripresa 
d'esportazioni verso l'Europa, avvenuta negli ultimi mesi del 
1920 e nei primi del 192 1, subentrò una nuova sosta. Nono- 
stante una discreta ripresa della domanda verso la fine dell'anno 
cotoniero 1920-2 1, questo si chiudeva con una rimanenza di 
6.64Ó migliaia di balle, quasi doppia di quella esistente all' ini- 
zio dell'anno stesso. Così ancora nel giugno, dopo qualche lieve 
miglioramento, il prezzo del Middling si manteneva prossimo 
ai IO cents. Soltanto verso la fine di agosto si disegna net- 
tamente una tendenza all'ascesa nei prezzi americani del co- 
tone greggio : il Middling r^giunge i 15 cents ; supera i 20 in 



124 , COTONE 

settembre e oscilla poi intorno a questo prezzo, senza disco- 
starsene molto. Le notizie sulle restrizioni dell'area coltivata 
a cotone non erano bastate a frenare la discesa dei prezzi ; a 
ciò valsero le previsioni, che si andavano facendo di mano in 
mano peggiori, sui risultati del raccolto. Soltanto a novembre 
avanzato divenne palese l'esagerato pessimismo di queste pre- 
visioni : il raccolto ha certamente superato i 6,5 milioni di 
balle — stima governativa alla fine di settembre — , poiché 
già 7,25 milioni di balle erano state sgranellate alla metà di 
novembre. E probabile quindi che il raccolto si accosti agli 
S milioni di balle, corrispondenti a poco più di 17 milioni 
di quintali. 

L'accertamento del sensibile errore delle previsioni ha fatto 
ribassare di qualche punto i prezzi, che però ancora verso 
la metà di dicembre si mantengono sui 17 cents per il Mid- 
dling a New Orléans. 

E sicuro, in ogni modo, che il raccolto del 1921 è stato 
scarsissimo. Per conseguenza della sua scarsezza, nonostante 
l'ingente scorta rimanente all'inizio dell'anno cotoniero 1921-22, 
la disponibilità totale di cotone americano, che era stata di 15-16 
milioni nelle campagne igiS-iQe 1919-20, e che era salita a 
17 milioni nella campagna 1920-21, si restringe a 14 milioni, o 
poco più, nel. 1921-22. Questa prospettiva, è bastata — come 
dicevamo — a rialzare il prezzo fino al doppio del livello mi- 
nimo toccato, ma non è stata per ora sufficiente a determinare 
una maggiore ascesa, benché anche negli altri paesi esporta- 
tori si sia manifestata un'analoga riduzione delle disponibilità 
di cotone. Sembra che non si creda ancora, nei mercati 
cotonieri, alla possibilità che la domanda mondiale riesca ad 
adeguarsi ai bisogni ; giacché in questo caso ben più forte 
impulso riceverebbero i prezzi, data l'attuale relativa scarsezza 
di materia prima. 

Notiamo — per richiamare e confermare quanto abbiamo 
già detto circa la maggior penuria di qualità superiori — che 



COTONE 125 

durante la caduta dei prezzi avvenuta nel 1920-21 il prezzo 
medio mensile del cotone indiano a Liverpool scese alquanto 
sotto il livello del 191 3-14, quello del cotone, americano toccò 
il livello d'avanti guerra ; ma quello del cotone egiziano, ot- 
timo per qualità, pur essendo disceso in proporzione maggiore 
degli altri, rimase sempre superiore almeno di 50 7o ^1 prezzo 
del 191 3-14. Negli Stati Uniti le scorte visibili di cotone Sea 
Islands si sono ridotte da 25 mila a 1 1 mila balle nel corso del- 
l'ultimo anno cotoniero ; le scorte di egiziano da 220 mila 
a 137 mila; nel Regno Unito le scorte di cotone egiziano 
sono scese da 95 mila a 57 mila balle; e nel 1921 il rac- 
colto di queste varietà migliori si annuncia scarsissimo. 

In queste condizioni un'attiva ripresa della domanda condur- 
rebbe certamente ad un rapido rialzo di prezzi, specialmente 
per le qualità superiori. 

* * 

C intratterremo ora più particolarmente sul consumo in- 
dustriale dell' Italia. Alla vigilia della guerra, questo si avvici- 
nava ai due milioni di quintali ; era aumentato del 1 50 % ^^ 
vent'anni, sia per l'accresciuta domanda interna di manufatti, 
sia per l'espansione delle esportazioni. 

La popolazione italiana, che nel periodo 1889-93 consu- 
mava annualmente soltanto 750 mila quintali di manufatti di 
cotone, ossia 24 ettogrammi per abitante, ne richiedeva 1.200 
migliaia di quintali, corrispondenti a 33 ettogrammi per abi- 
tante, nel 1909-13; l'esportazione di filati era salita da 5 
mila a 1 30 mila quintali, mentre l' importazione scendeva da 
24 mila a io mila; l'esportazione di tessuti era aumentata 
da 16 mila a 386 mila quintali, mentre l' importazione dimi- 
nuiva da 70 mila a 33 mila. 

Era caratteristica della nostra importazione di materia 
prima la percentuale abbastanza alta di qualità inferiori- 



126 COTONE 

Mentre il Regno Unito importava il 75 7o ^^^ cotone dagli 
Stati Uniti, il 1 8 % dall'Egitto e soltanto il 3 7o dall' India, 
l'Italia importava il 69 % dagli Stati Uniti, il 23 % dall'In- 
dia e appena il 6 % dall'Egitto. (Ricordiamo che fra le 
varietà egiziane prevalgono le più pregiate per lunghezza e 
finezza di fibra, fra quelle indiane le meno pregiate). Negli 
ultimi anni queste proporzioni si sono favorevolmente modifi- 
cate : durante il biennio 1919-20 il 75 % del cotone impor- 
tato proveniva dall'America, il 1 8 % dall' India, il 6 7o dal- 
l'Egitto. 

L'attuale orientamento delle nostre esportazioni, che sono 
dirette in buona parte verso paesi poveri, fa ritenere impro- 
babile un ulteriore notevole miglioramento nella qualità della 
produzione italiana. 

Ecco qualche dato sulle importazioni di cotone greggio 
(peso netto) dalle principali provenienze. 

Media 1° semestre 

1909-13 1919 1920 1921 

Stati Uniti . . . migliaia di quintali 1-275 i-300 1-245 73^ 

India » 420 247 370, 143 

Egitto » 106 152 Ó2 34 

La presente situazione del mercato cotoniero offi-e la 
sicurezza che le condizioni di approvvigionamento per la 
nostra industria saranno meno onerose nella campagna 1921-22 
che nella precedente. Il prezzo e» i. f, Genova del cotone 
americano Middling, che nel 191 3 era stato di 165-170 lire per 
quintale, dopo essere salito fino a 1.640 lire intorno alla metà 
di settembre 1920, è gradatamente disceso fino a toccare le 
550 lire circa nel giugno 1921 ; è poi risalito, per il combi- 
nato effetto dell'aumento dei prezzi all'origine e del rialzo dei 
cambi: in settembre ha superato le 1000 lire, in ottobre ha 
toccato le 1.350 ; ma in novembre è ridisceso sulle 1000 lire. 
E da notare, inoltre, che i nostri cotonieri hanno saputo prov- 
vedersi largamente di materia prima nel periodo più conve- 



COTONE 127 

niente per il basso livello dei prezzi : attualmente essi dispon- 
gono di provviste sufficienti per un semestre di lavoro. 



L' industria cotoniera. 

L'indice migliore della potenzialità dell'industria cotoniera 
è costituito dal numero dei fusi di filatura; è significativo anche 
il numero dei telai meccanici. 

Il Regno Unito tiene ancora il primo posto in quest' in- 
dustria; notiamo però che dal 1914 al 1921 il numero dei 
fusi è rimasto press'a poco stazionario, mentre negli Stati 
Uniti si accresceva di ben 4,4 milioni. Avvertasi che le fila- 
ture britanniche, nonostante il maggior numero dei fusi, lavo- 
rano molto minor quantità di cotone di quelle americane. La 
differenza in parte dipende dalla più alta percentuale di qualità 
.fini filate in Inghilterra, le quali a parità di peso danno una 
quantità di filato molto maggiore — in misura di lunghezza — 
di quella ottenibile dalle qualità più grosse, che predominano 
in America; in parte proviene da migliore organizzazione e da 
più intenso sfruttamento degli impianti americani. 

Il Giappone segna un fortissimo aumento di potenzialità 
— quasi due milioni di fusi — ; l' incremento della produzione 
è stato anche maggiore, perchè l'orario normale di lavoro è 
stato portato a 22 ore su 24, mediante l'istituzione di due 
turni di 1 1 ore ciascuno. In Cina sono sorti numerosi impianti 
moderni, che contano ormai quasi due milioni di fusi. E il 
Brasile, con un milione e mezzo di fusi, si è messo in grado 
di trasformare una gran parte del suo raccolto di cotone, il 
quale, con rapido progresso, si avvia a raggiungere i due mi- 
lioni di quintali. Si può calcolare che in complesso nei mer- 
cati asiatici ed americani, che offrivano i più sicuri sbocchi 
all' importazione europea di manufatti, il numero dei fusi sia 
cresciuto di due milioni negli ultimi sette anni, 

Nel continente europeo il numero totale dei fusi è sen- 



128 



COTONE 



sibilmente diminuito : nonostante le riparazioni eseguite nelle 
zone devastate dalla guerra, resta ancora in esse un disavanzo 
di almeno un milione di fusi ; e nessuno è in grado di dire 
qual frazione dei 7 milioni di fusi che si affermano ancora 
esistenti in Russia, esista realmente e sia in grado di funzio- 
nare. La potenzialità effettiva dell' industria continentale è for- 
temente ridotta per la trascurata manutenzione e per l'omesso 
rinnovamento del macchinario, anche là dove la guerra o la 
rivoluzione non hanno distrutto gli impianti. Nel 1920 e nel 
192 1 si è potuto rimediare soltanto in parte al deperimento 
incontrato dagli impianti negli anni precedenti. 





Fusi di filatura 


Telai 


Produzione di tessuti 




(migliaia) 


meccanici 


media 1909-13 




1914 


1921 


1920 


(migliaia di quintali) 


Regno Unito. . . . 


56.000 


56.100 


800 


6.300 


Stati Uniti 


32.100 


36.500 


6<o 


8.600 


Germania 


11.400 


9.400 


190 


3.000 


Russia 


9.100 


7.100? 


210? 


3.000 


Francia 


7.400 


8.600 


180 


1.800 


India 


6.400 


6.800 


120 


2.400 
1.500 


Austria-Ungheria. . . 


4.900 


4.700* 


170 


Italia 


4.600 


4.500 


140 


1.600 


Giappone . . . . . 


2.400 


4.100 


40 


1.500 



L'industria cotoniera mondiale dispone oggi di circa i6o 
milioni di fusi e di 9 milioni di telai meccanici, cifre lieve- 
mente superiori a quelle d'avanti guerra. Tuttavia la pro- 
duzione è grandemente inferiore alla misura prebellica: è super- 
fluo recare dati in proposito, dopo quelli che abbiamo riferiti 
intorno al consumo industriale. 



* 



La contrazione della domanda di manufatti, determinata pri- 
ma dagli alti prezzi, poi dall'aggravamento della depressione 



* Soltanto Ceco-Slovacchia (3.600) e Austria (i.ioo). 



COTONE 129 

industriale nei paesi più ricchi e dall'aumento delle difficoltà 
dei pagamenti internazionali in quelli più poveri, è stata il 
principale fattore di minor produzione. Si sono aggiunte qua 
e Ih. agitazioni politiche più o. meno ^ravi, scioperi, serrate ; 
e la riduzione ad otto ore della normale durata del lavoro 
ha concorso in qualche caso a scemare il rendimento delle 
filature e delle tessiture. 

Alcuni dati sulle riduzioni di lavoro attuate durante il 
semestre dal 1° febbraio al 1° agosto 1921 gioveranno a mo- 
strare la gravità della contrazione della domanda manifestatasi 
nei primi mesi di quest'anno. Le filature britanniche ridussero 
la loro attività del 50 %? ^^ ceco-slovacche del 34 7o7 ^^ 
francesi del 27 7o5 ^^ germaniche del 21 7oj ^^ italiane del 
12 7o- Come si vede, l'industria italiana, pure risentendo la 
ripercussione delle sfavorevoli condizioni del mercato mon- 
diale, ne ha sofferto in misura assai meno grave di quelle di 
altri paesi. 

Anche l'esame dei dati forniti dalle filature intorno al con- 
sumo dello stesso semestre conferma quest'ultima conclusione. 
L'Italia ha consumato 81 balle per ogni 100 fusi, la Germania 
52, la Ceco-Slovacchia 42, la Francia 37, il Regno Unito 13. 
Queste .cifre non sono rigorosamente paragonabili tra loro, a 
cagione delle varie qualità dei cotoni filati nei diversi paesi 
e del vario peso delle balle di diverse provenienze; tuttavia 
sono tanto grandi le differenze fra i vari paesi che, pur non 
misurando esattamente il vario grado di attività dell'industria, 
ne porgono un indizio sicuro. Allo stesso giudizio sulle con- 
dizioni dell' Italia, in confronto agli altri paesi, conducono anche 
i dati, più completi, sull'approvvigionamento industriale, già 
esposti precedentemente. 

Nel secondo semestre del 1921 una sensibile ripresa del 
consumo interno e notevoli ordinazioni dall'estero hanno mi- 
gliorato le condizioni dell'industria cotoniera nazionale: fila- 
ture e tessiture lavorano in pieno. Esse non hanno commis- 

MORTARA, Prospettive econotniche. 9 



I30 



COTONE 



sioni a lunga scadenza; ma ciò è normale in questo periodo, 
in cui l' incertezza del mercato induce i grossisti ad acqui- 
stare soltanto merce pronta od a brevissima scadenza. 






Sull'industria cotoniera italiana riferiamo qualche altra noti- 
zia, per meglio illustrarne la potenzialità. 

Essa impiega circa 200 mila operai, per più di due terzi 
donne e ragazze, dispone attualmente di 4,5 a 4,6 milioni di 
fusi di filatura, di oltre 600 mila fusi di ritorcitura e di circa 
140 mila telai meccanici : utilizza inoltre il lavoro di 20 a 25 
mila telai a mano. Per il 1922 si prevede l'impianto di almeno 
100 mila fusi e 3 mila telai, per la maggior parte nelle Pro- 
vincie redente. 

Sulle lavorazioni che si eseguono negli stabilimenti, si 
hanno i seguenti dati dell'Associazione Cotoniera; le cifre indi- 
cano il numero degli stabilimenti o reparti nei quali viene 
eseguita ciascuna lavorazione. 



Filature . . . N. 186 Finissaggi. . . N. 23 Maglifici. . 

Tessiture mecc. » 399 Mercerizzazione. » 61 Calzifici . . 

Tessiture a mano » loi Preparazione. . » 29 Nastrifici 

Ritorciture . . » 113 Cardature. . . » 18 Passamaneria 

Candeggi ... » 130 Apparecchiature » 63 Ricamifici . 

Tintorie ...» 235 Lavoraz. cascami » 38 Ovattifici. . 

Stamperie. . . » 2y Filati cucirini . » zy Impermeabilizz 



. N. 


70 


» 


54 


» 


41 


» 


41 


» 


59 


» 


13 


z. » 


18 



La ripartizione territoriale dell'industria cotoniera italiana 
alla vigilia della guerra è riassunta nei dati che seguono, che 
rappresentano in via di approssimazione anche lo stato attuale, 
fatta eccezione per il Veneto, dove 300 mila fusi sono stati 
distrutti durante la guerra od asportati dal nemico e soltanto 
per metà ricostituiti. 



COTONE 



131 



Fusi di filatura Telai meccanici 



(migliaia) 

Lombardia. 2.20Ó 

Piemonte 1-253 

Veneto 552 

Campania 260 

Liguria 194 

Altre regioni 117 



(migliaia) 

94 

30 
6 

4 
6 
6 



Sebbene non sia sensibilmente diminuita la potenzialità 
della nostra industria cotoniera, è alquanto scemata la sua 
produzione, per le frequenti interruzioni del lavoro, per il dimi- 
nuito rendimento delle maestranze, e per la riduzione ad otto 
ore della giornata di lavoro. Non devesi però esagerare questo 
peggioramento di condizioni : i dati sul consumo del cotone 
greggio, già esposti, mostrano che le circostanze dianzi ricor- 
date non hanno, in complesso, diminuito di molto il lavoro 
delle fabbriche; si tenga presente inoltre che la lieve dimi- 
nuzione del peso è in parte compensata dal miglioramento 
della qualità della materia prima trasformata. 



* * 



Come si ripartisca fra l' Italia e l'estero la produzione delle 
nostre fabbriche, risulta chiaramente da un accurato computo 
eseguito dall'Associazione Cotoniera Italiana, che riassumiamo, 
completandolo con dati approssimativi per 1' ultimo anno. 



Filati Filati e tessuti Filati rimasti Percentuale 



prodotti esportati in Italia 



Media 


1905-OQ 


migl 


iaia di q. 


1.676 


» 


IQIO-14 




» 


1.689 


Anno cot. 


1913-14 




» 


1.897 


» 


1914-15 




» 


2.029 


» 


1915-1Ò 




» 


2-337 


» 


1916-17 




» 


1.924 


» 


1917-18 




» 


1.114 


» 


1918-19 




» 


1.440 


> 


1919-20 




» 


1-539 


» 


1920-21 




» 


1.500 



359 
564 
654 
777 
671 

567 
275 
393 
707 

650 



I-3I7 
1-125 
1.243 
1.252 
1.666 
1-357 

839 
1.047 

832 
850 



dell'e-sportazione 
sulla produzione 

21 Vo 

33 » 
34» 
38» 
29 » 
29 » 
25 » 
27 » 
46 » 
43 » 



132 COTONE 

È assai notevole, come si vede, la proporzione delle 
esportazioni sulla produzione totale delle fabbriche italiane. 
Giunta ad un terzo prima della guerra, mantenutasi ad un 
quarto nell'anno più sfavorevole del periodo bellico, ha supe- 
rato i due quinti nell'ultimo biennio. 

L'aumento delle importazioni di filati ed a tessuti dal- 
l'estero (115 mila quintali nella media annua dell'ultimo bien-. 
nio, in confronto a 51 mila nel 1905-09 ed a 60 mila nel 
19 IO- 14) non ha compensato che in piccola parte la ridu- 
zione del consumo di manufatti nazionali. Tenuto conto anche 
di queste importazioni, il consumo medio annuo per abitante 
è disceso da .37 ettogrammi di cotonate nell'ultimo decennio 
prebellico a 27 ettogrammi nel più recente biennio. L'ammo- 
nimento : " consumar meno ! „ è stato, in questo campo, 
largamente seguito dagli Italiani, nonostante l'urgente necessità 
di ricostituire le scorte di biancheria personale e domestica e 
di vestiario, esaurite negli anni della guerra *. Il consumo 
interno è ormai tanto ristretto, che sembra improbabile una 
ulteriore riduzione. 



* * 



I prezzi dei filati e dei tessuti sul mercato inglese, che 
dà norma al mercato mondiale, hanno seguito, negli ultimi 
due anni, le vicende di quelli del cotone greggio. Natural- 
mente, se in generale si osserva parallelismo di movimenti, 
non si trova quasi mai contemporaneità : quando le variazioni 
dei prezzi hanno origine da mutamento delle previsioni sul 
raccolto, il movimento delle quotazioni dei prodotti industriali 
per lo più segue quelle della materia greggia ; mentre suole 
precederle quando le variazioni derivano da espansione o da 
contrazione della domanda. È questo uno dei tanti casi di inter- 
dipendenza tra innumerevoli fenomeni economici, che soltanto 

* Il forte consumo interno nei primi anni della guerra è derivato sopratutto dai: 
bisogni militari. 



COTONE 133 

la teoria dell'equilibrio economico generale consente di do- 
minare appieno. 

Nella priitiavera del 1920 subentrò alla tendenza ascen- 
dente dei prezzi dei filati e dei manufatti una palese ten- 
denza alla discesa, che si andò accentuando nella seconda 
metà dell'anno stesso e nei primi mesi del 192 1, fino a ri- 
durre i prezzi, verso la metà dell'anno, ad un livello da tre 
a cinque volte inferiore, secondo le qualità, ai massimi rag- 
giunti. Dopo alcune settimane di arezzi stazionari intorno a 
questo basso livello, si disegna nettamente una nuova ascesa, 
che in breve tempo riporta i prezzi parecchio sopra minimi 
toccati. La successiva discesa dell'ottobre-novembre corri- 
spondente a quella della materia prima, non raggiunge quei 
minimi. 

Nel mercato italiano si riflettono queste vicende, deformate 
dall'influenza dei mutevoli cambi. 11 prezzo medio di ven- 
dita dei filati *, che oscillava intorno alle 20 lire per chilo- 
grammo nel gennaio 1920, sale fino ad un massimo di 36 nel 
maggio ; ma poi discende fin sotto le 27 lire nell'agosto. 
L'ascesa dei carabi frena il ribasso : fino a tutto novembre 
il prezzo si mantiene fra le 27 e le 29 lire. La caduta dei 
cambi nei primi mesi del 192 1 accentua invece la ripercus- 
sione del ribasso dei prezzi britannici : alla fine di maggio il 
filato si vende a io lire. Segue un nuovo periodo di cambi 
ascendenti; il prezzo, che alla fine di giugno e nella prima 
■ metà di luglio si èra abbassato fin sotto le 9 lire, sale rapi- 
damente — anche per ripercussione del rialzo dei prezzi bri- 
tannici — fino a 19 lire nella seconda e nella terza setti- 
mana del mese d'ottobre. La consecutiva reazione, determinata 
dalle migliori speranze sul raccolto americano e dalla minor 
altezza dei cambi, riporta il prezzo a 1 7 lire alla fine di no- 
vembre. 



* Filati americani base i2. Dati del Consorzio Filatori di Cotone. 



134 COTONE 



Scambi internazionali dei prodotti cotonieri. 

I manufatti di cotone sono oggetto di larghissimi scambi 
internazionali, per una quantità complessiva che si valutava 
negli ultimi anni di pace a dieci milioni di quintali all'anno 
e per un valore totale di cinque miliardi di lire. 

II Regno Unito da solo esportava circa 5 milioni di quin- 
tali, per il valore di 2 miliardi e mezzo di lire ; seguivano, 
in ordine di importanza, la Germania (500 milioni dì lire), 
la Francia (400), la Svizzera (250), gli Stati Uniti (200), 
l'Italia (160). 

L'Italia partecipava modestamente alle esportazioni ; era 
però degna di nota la tendenza del suo commercio cotoniero 
all'espansione, già messa in luce dai dati che abbiamo ripor- 
tato precedentemente. 

I maggiori mercati importatori sono quelli asiatici : l'India 
assorbiva una quarta parte dell'esportazione mondiale, la Cina 
un ottavo, la Turchia un sedicesimo, le Indie orientali olan- 
desi un sedicesimo anch'esse. 

II recente sviluppo delle manifatture cinesi, indiane e sud- 
americane non è stato tale da diminuire sensibilmente la ne- 
cessità d'importazioni in quei mercati. Alla scemata produzione 
si contrappone l'intenso bisogno di cotonate, sia delle popo- 
lazioni asiatiche, sia di quelle europee dei territori germanici, 
ex-austro-ungarici, ex-ottomani, che per anni interi sono state 
prive di rifornimento. 

L'esportazione dal Nord -America, raddoppiata dal 191 3-14 
al 1919-20, e quella giapponese, fortemente aumentata anch'es- 
sa, hanno potuto supplire soltanto in piccola parte alla cessa- 
zione dell'esportazione germanica, al ristagno di quella francese, 
alla fortissima riduzione di quella britannica, diminuita di oltre 
metà dal 191 3 al 19 19. 

I principali mercati di consumo sono tuttora affamati di 



i 



COTONE 135 

cotone ; e soltanto l' incapacità o la difficoltà dei pagamenti 
internazionali da parte delle popolazioni più bisognose con- 
corre a mantenere scarsi gli scambi fra i vari paesi. La crisi 
di smercio si è acuita nei primi mesi del 1921 ; l'esporta- 
zione di tessuti dal Regno Unito nel periodo da gennaio a 
ottobre è discesa a 2.209 milioni di yarde quadrate in con- 
fronto a 3.846 milioni nello stesso periodo del 1920; mentre 
l'esportazione dagli Stati Uniti da gennaio a settembre discen- 
deva a 394 milioni, da 650 milioni di yarde. In confronto a 
così enormi riduzioni, la diminuzione delle esportazioni italia- 
ne — della quale tra poco daremo notizia — appare quasi 
trascurabile. 

* 
* * 

Come appare dai dati che abbiamo riferiti, l'esportazione ita- 
liana di filati e di tessuti è andata continuamente decrescendo 
dall'anno cotoniero 191 4-1 5 al 191 7-18 ; ha poi vivacemente 
ripreso, superando nel 1919-20 la cifra del 1913-14, e rag- 
giungendola ancora nel 1920-21. 

Ecco alcuni dati comparativi fra le esportazioni d'avanti 
guerra e quelle degli ultimi anni : qui le notizie sono esposte 
per anni solari, e non per anni cotonieri. 



Cascami •. migliaia di q. 

Filati semplici » 

» ritorti » 

» da cucire » 

Tessuti greggi » 

» imbiajichiti, coperte. » 

» a colori o tinti . . » 

» stampati » 

» ricamati o broccati. » 

Mussole e tessuti graticolati. » 

Velluti » 

Tessuti misti. ..... » 

Tessuti incatramati, ecc. . » 

Maglierie \ . » 

Pizzi e tulli » 

Galloni, nastri, passamani . » 

Oggetti cuciti. » 



Media 




1 


° semestre 


1909-13 


1919 


1920 


1921 


81 


153 


. 88 


25 


103 


147 


139 


68 


25 


27 


33 


II 


1,5 


«,7 


7,5 


■6,3 


64 


47 


23 


IO 


23 


52 


35 


19 


245 


281 


329 


121 


53 


47 


43 


15 


0,6 


0,7 


0,8 


0,4 


0,04 


0,6 


0,5 


0,5 


0,2 


1,3 


2,6 


1,0 


5.0 


7,4 


13 


II 


0,2 


0,1 


0,6 


0,1 


17 


2,9 


5,2 


1,3 


0,2 


0,5 


0,5 


0,2 


5,3 


3,9 


6,0 


1,6 


n 


II 


13 


5,^ 



I3É) COTONE 

Le nostre esportazioni dimostrano una notevole elasticità, 
che dimostra il costante sforzo dell' industria per adattarsi ai 
bisogni dei mercati importatori : le diminuzioni che avven- 
gono in qualche categoria sono presto compensate da aumenti 
in altre. 

In complesso, nel primo semestre del 1921 sono stati espor- 
tati 79 mila quintali di filati, in confronto a 97 mila nel primo 
semestre del 1920, e 197 mila quintali di tessuti ed altri manu- 
fatti, in confronto a 219 mila. Diminuzione modesta, in con- 
fronto a quelle, che abbiamo riscontrato nelle esportazioni 
britanniche e nord-americane; d'altronde in parte compensata 
dalla riduzione d' un migliaio di quintali nelle importazioni di 
filati e di 20 mila quintali in quelle di tessuti. 

Il valore delle nostre esportazioni cotoniere nel 1920 ha 
superato 1.800 miHoni di lire; potendosi stimare al massimo 
ad I miliardo il costo delle materie prime di provenienza 
estera occorse nella fabbricazione dei prodotti esportati, resta 
una differenza di almeno 800 milioni di lire a vantaggio del- 
l'economia nazionale. 

* * 

La stessa elasticità che presentano le nostre esportazioni 
per ciò che riguarda qualità, palesano esse anche nella ricerca 
di sbocchi. In seguito alla guerra sono rimasti quasi chiusi ai 
nostri prodotti mercati che prima ne accoglievano ingenti 
quantità ; ma in compenso i commercianti italiani hanno esteso 
altrove le loro esportazioni. # 

Dei filati che esportiamo, la maggior parte è diretta ai 
paesi balcanici ; l'esportazione verso la Francia, che aveva 
assunto considerevole importanza nel 1919 e nel 1920, si è 
quasi annullata nel 1921 col riattivarsi delle filature francesi 
e coir inasprirsi della protezione doganale. 

Anche l'esportazione di tessuti ha i principali sbocchi 
nell'Oriente europeo ; le spedizioni in Argentina sono state 



COTONE 137 

assai abbondanti nel 1920, pur non avendo raggiunto le cifre 
d'avanti guerra (si accenna a concorrenza nord-americana e 
germanica) ; anche i traffici con l' India e con l'Egitto mo- 
stravano una discreta ripresa, ma la crisi del 1921 ha ridotto 
assai la domanda da entrambi questi mercati. Si aggiunge, 
nelF India, il boicottaggio dei prodotti europei, e la prote- 
zione doganale recentemente introdotta. 

Da parte di alcuni paesi balcanici — specialmente Gre- 
cia e Romania — i nostri esportatori lamentano ritardo o 
mancanza dei pagamenti. 

La concorrenza dell' industria germanica e di quella ceco- 
slovacca sui mercati dell'Europa orientale è ancora debole, 
per le difficoltà che incontrano questi paesi nel rifornimento 
della materia prima. 

Riferiamo, nella tabella alla pagina seguente, alcuni dati 
sulle principali destinazioni dell'esportazione cotoniera italiana. 

* 
* * 

La capacità d'esportazione dell' industria cotoniera italiana 
non appare menomata in seguito alla guerra. La produzione si 
mantiene poco lontana dall'antico livello; gli effetti della ridu- 
zione nella durata giornaliera del lavoro non sembrano essere 
stati tanto micidiali come gli interessati temevano. Il cQnsumo 
interno rimane scarso : il ribasso dei manufatti, divenuto sensi- 
bile per il pubblico soltanto nella prima metà del 192 1, su-^ 
scitando speranza di ulteriori miglioramenti, non è valso a 
determinare larghi acquisti da parte della popolazione che gli 
alti prezzi avevano costretto all'astinenza ; e il consecutivo 
rialzo è stato così repentino e celere da frenare subito l'in- 
tensificazione delle compere, consueto effetto dei passaggi 
dalla fase del ribasso a quella del rialzo. L'industria è dunque 
costretta a cercar di allargare i propri sbocchi all'estero, an- 
che per sfruttare a pieno la potenzialità dei propri impianti. 



138 



COTONE 



Esportazione cotoniera italiana, secondo la destinazione. 



Filati. 



Turchia. 

Argentina 

Svizzera, 

Austria § 

Egitto . 

Romania 

Bulgaria. 

Francia. 

Jugoslavia 









1 


° semestre 




1913 


1919* 


1920* 


1921* 


migliaia di q. 


38,6 


17,1 


25,1 


13,5 


» 


244 


i>3 


12,3 


5,3 


» 


II.3 


35.7 


22,1 


1,3 


» 


10,5 


8,2 


8,6 


3.6 


» 


10,2 


1,8 


5,6 


0,5 


» 


9>2 


10,1 


14,1 


i4>4 


» 


■ 4.9 


6,4 


ió,8 


16,6 


» 


0,3 


29,2 


24,5 


1,7 


» 


— 


? 


? 


12,7 



Tessuti. 

Turchia migliaia di q. 

Argentina ....... » 

India » 

Egitto » 

Grecia » 

Romania » 

Austria § » 

Bulgaria » 

Francia » 

Jugoslavia » 







1 


» semestre 


1913 


1919* 


1920* 


1921* 


111,5 


99,6 


48,4 


7,9 


103,5 


11,9 


72,0 


23,0 


40.7 


2,9 


21,0 


0,7 


39.4 


t6,5 


41,0 


6,0 


12,3 


21,0 


17,7 


ó,o 


9.1 


6ó,8 


70,2 


35-8 


8,0 


64,0 


42,0 


33,0 


4,2 


i9>3 


9.3 


7,5 


1,2 


37,4 


11,0 


. ^'5 


— 


? 


? 


38,0 



* Dati approssimativi. Mancano dati definitivi completi sulle esportazioni verso f 
singoli paesi. 

§ Nel 1913, Austria-Ungheria. 



COTONE 139 

I cotonieri italiani solevano lamentare molteplici cause di 
inferiorità dell'industria nazionale in confronto alle concorrenti 
estere. Fra le più rilevanti, adducevano : il maggior costo della 
materia prima, dovuto in parte a condizioni naturali — mag- 
gior distanza dal principale mercato esportatore, noli più alti 
anche per la difficoltà delle navi importatrici di trovare ca- 
rico al ritorno — in parte alla cattiva organizzazione mercan- 
tile dell'approvvigionamento ; il maggior costo del combusti- 
bile ; la necessità di tenere cospicue provviste di cotone, sia 
per la mancanza di un vero e proprio mercato dei cotoni in 
Italia, sia per le deficienze dei porti e dei mezzi di trasporto 
terrestri ; il maggior costo delle macchine e delle riparazioni 
ad esse occorrenti ; lo scarso rendimento degli operai, dipen- 
dente anche dall'instabilità delia mano d'opera ; la meno pro- 
gredita divisione e specializzazione del lavoro fra le nostre 
manifatture ; la mancanza dì un'organizzazione commerciale 
per la vendita all'estero, la disordinata concorrenza fra gli 
esportatori italiani. 

La maggior parte di queste cause d' inferiorità realmente 
sussistevano ed alcune si sono ora sensibilmente aggravate col 
crescere dei noli, col peggiorare delle condizioni dei porti e 
delle ferrovie, coll'aumehtare dei prezzi del carbone, col diffon- 
dersi del malcontento fra gli operai. Ma se, nonostante così 
sfavorevoli circostanze, . l' industria cotoniera italiana ha potuto 
svilupparsi e trovare ampi sbocchi all'estero per i suoi pro- 
dotti è forza ritenere che condizioni propizie agiscano a 
compensare almeno in parte quelle contrarie dianzi enumerate : 
tali il basso prezzo del lavoro manuale ed intellettuale ; la quasi 
generale sostituzione dell'energia idroelettrica al carbone come 
forza motrice ; e in qualche caso la rassegnazione degli impren- 
ditori e dei capitalisti a compensi relativamente bassi per il 
lavoro prestato e per le somme investite. Non bisogna, però, 
a quest'ultimo proposito, generalizzare conclusioni desunte daK 
l'osservazione degli anni di grave crisi attraversati dalla no- 



I40 COTONE 

stra industria, come del pari sarebbe ingiusto generalizzare ap- 
prezzamenti ispirati dai facili lucri degli anni di guerra. 



Prospettive. 

I prezzi attuali fanno ritenere poco verosimile una ulte- 
riore forte restrizione della coltura cotoniera, ma non inco- 
raggiano un grande allargamento di essa. La superficie col- 
tivata nel 1922 si manterrà probabilmente parecchio inferiore • 
alla media degli ultimi anni prebellici, e — salve circostanze 
meteorologiche eccezionalmente favorevoli — resterà inferiore 
alla media di quei periodo anche il rendimento unitario. 

Un eventuale rapido miglioramento delle condizioni del- 
l'economia mondiale nei primi mesi del 1922 determinerebbe 
un notevole rialzo dei prezzi della materia prima e dei ma- 
nufatti, per la scarsezza delle scorte esistenti. 

L'industria italiana, già meno colpita di quelle dei mag- 
giori paesi industriali dalla crisi di smercio, tende a ricon- 
durre a dimensioni normali la propria attività, compensando 
con una maggior esportazione la dirhinuzione della domanda 
nazionale. 



CANAPA 




A produzione mondiale annua della canapa nel 
1909-13 si accostava ai 6 milioni di quintali % 
per quasi due terzi dati dalla Russia. 

La canapa italiana per il pregio della qualità, 
dovuto principalmente al modo di preparazione della fibra, era 
tenuta in gran conto e formava oggetto di larghi scambi con 
Pesterò. Mentre la Russia vantava il primato per la quantità 
nel commercio mondiale della canapa, l' Italia godeva quasi 
un monopolio per le qualità più fini. 

Lo sfacelo dell'agricoltura russa e la segregazione della 
Russia dalle relazioni economiche internazionali hanno deter- 
minato penuria di canapa e di lino nei paesi industriali ; la 
scemata provvista di juta ha aggravato le conseguenze di 
questo stato di cose, data la reciproca sostituibilità delle tre 
fibre tessili per vari impieghi. , 

Si può calcolare che negli ultimi anni le disponibilità mon- 
diali di canapa siano scese a 3 milioni di quintali. 



* Non comprendiamo in questa cifra né il raccolto cinese, sul quale mancano dati 
attendibili (l'esportazione nel 1920 è ascesa a 67 mila q.), né la così detta canapa di 
Manilla che, sebbene nel mercato dei tessili venga spesso cosi designata, in realtà non 
è canapa, essendo ricavata da una specie vegetale completamente diversa. 



142 CANAPA 



* 
* * 



L'Italia produceva in media (1909-14) 860 mila quintali 
di fibra (500 mila nell'Emilia, 220 mila nella Campania, 100 
mila nel Veneto). Nonostante la scarsezza di mano d'opera 
e la conseguente restrizione dell'attività agricola, la superficie 
destinata alla coltivazione della canapa è salita, dagli 82 mila 
ettari del periodo 1909-14, a 88 mila nel periodo 191 5-18. 
Dopo la fine della guerra è ancora aumentata: a 92 mila nel 
1919, a 95 mila nel 1920, a 100 mila nel 192 1. 

Il raccolto è salito a 880 mila quintali nel periodo 191 5-18, 
a 940 mila nel 19 19, a 980 mila nel 1920, a i milione 
nel 1921. 

L'incremento si è avuto quasi per intero nella Campania: 
il raccolto del 1920 è provenuto per 320 mila quintali da 
questa regione^ per 490 mila dall'Emilia, per iio mila dal 
Veneto. 

Negli ultimi anni di pace il prodotto lordo della canapi- 
coltura e dell' industria della canapa (valore delle esportazioni, 
aumentato di quello dei prodotti finiti venduti all'interno) si 
poteva stimare di 130 milioni di lire*. Il rialzo dei prezzi 
ha enormemente aumentato il prodotto lordo, che può sti- 
marsi, per il 1920, superiore ad un miliardo e un quarto. Que- 
sta cifra può sembrare a prima vista esagerata; ma sarà 
dissipata tale impressione al considerare che il solo valore 
del raccolto della canapa nel 1920 è stato poco inferiore al 
miliardo, e che la lavorazione industriale cui viene sottopo- 
sto in Italia un terzo del raccolto ne accresce da due a tre 
volte il valore. 

L'industria trasformatrice della canapa, che negli ultimi 



* Saliva a 160 milioni tenendo conto anche dei filati e dei manufatti ricavati 
da fibre affini alla canapa (canapa di Manilla, nella massima parte) che venivano impor- 
tate dall'estero, nella quantità media annua di 6l mila quintali durante il periodo 1909-13. 



CANAPA 143 

anni ha lievemente accresciuto la propria potenzialità, dispone 
ora di circa 100 mila fusi e 2 mila telai meccanici*. La tes- 
situra, come si vede, non ha grande importanza ; è invece 
notevole lo sviluppo della produzione di spaghi e corde. 

* * 

La scarsa disponibilità di altre fibre tessili affini ha de- 
terminato una discreta domanda di canapa italiana sia dal- 
l'interno, sia dall'estero, durante il 19 19 e il 1920. L'indu- 
stria liniera, trovando quasi insuperabili difficoltà a provvedersi 
in quantità sufficiente della materia prima, che in gran parte 
era fornita, in tempi normali, dalla Russia, si era adattata a 
filare ed a tessere alcune qualità più fini di canapa, idonee a 
suiTOgare il lino: nel 1920 il Regno Unito importò ben 
227 mila quintali della nostra canapa ed il Belgio 100 mila, 
mentre prima della guerra i due paesi insieme ne assorbivano 
soltanto 116 mila quintali. Nel tempo stesso riprendeva la 
domanda germanica, mentre si manteneva abbastanza intensa 
quella francese. 

All'interno, la medesima circostanza concorreva a inten- 
sificare la domanda di canapa. Il raccolto nazionale del lino 
era disceso da 28 mila quintali, media 1909-14, fino a 23 mila 
nel i920§ ; l'importazione di lino greggio, che toccava i 21 
mila quintali nella media annua del 1909-13, si era presso 
che annullata; quella dei filati di lino era scesa da 48 mila 
quintali fino a 7 mila nel 1919 ed a 12 mila nel 1920. Le 
favorevoli condizioni del mercato non erano bastate a ricon- 
durre gli agricoltori italiani alla coltivazione del lino, già ne- 
gletta per la concorrenza del prodotto russo offerto a bassi 



* Esiste ancora, in alcuni luoghi, un discreto numero di telai a mano, a domicilio 
dei tessitori. 

§ È risalito a 25 mila quintali nel 1921, non per allargamento della coltivazione, 
ma per maggiore rendimento di essa, dovuto alla stagione propizia. 



144 CANAPA 

prezzi. D'altra parte le importazioni di juta erano scese da 
373 mila quintali, media 1909-13, fino a 277 mila nel 1920. 
Facevano quindi difetto le fibre tessili che sono più affini alla 
canapa e che da essa parzialmente possono venir surrogate ; 
inostri linifici, che dispongono di forse 15 mila fusi e 2 mila 
telai, trovavano difficoltà a provvedersi di materia prima. 

Per tali circostanze, il prezzo delle migliori varietà di ca- 
napa greggia, da circa 100 lire nel 191 3, aveva potuto ascen- 
dere fin verso i.ioo lire nel corso del 1920, e si manteneva an- 
cora superiore alle 1000 lire alla fine dell'anno. Col diminuire 
della domanda, il prezzo è calato rapidamente, scendendo fin 
sotto le 500 lire nel luglio del 1921 e mantenendosi prossimo 
alle 500 nei mesi seguenti. 

* 
* * 

La domanda dall'estero e dall'interno è scemata sopratutto 
per effetto di quelle cause generali che hanno determinato una 
grave depressione economica nei paesi industriali. Aggiungasi 
che la penuria del lino aveva dato grande impulso alla colti- 
vazione specialmente nel Belgio, in Francia ed in Olanda: 
questi tre paesi, che insieme non giungevano a produrre mezzo 
milione di quintali di lino negli ultimi anni antecedenti alla 
guerra, ne hanno prodotto un milione e un quinto nel 1920. 
Un così forte aumento del raccolto^ venendo proprio a coin- 
cidere da un canto con la brusca diminuzione della domanda, 
dall'altro con una notevole ripresa di esportazioni dall'Estonia 
e dalla Lettonia, ha aggravato l' ingorgo del mercato liniero, 
e, per contraccolpo, ha fatto diminuire la domanda della ca- 
napa. Ad illustrare le condizioni del mercato del lino, basti 
dire che i prezzi della varietà " Riga Z. K. „ nel Regno 
Unito sono scesi da 382 sterline nella primavera del 1920 a 
85 nella primavera del 1921; riduzioni anche più forti si 
sono avute nei prezzi delle varietà belghe, francesi ed olan- 



CANAPA 145 

desi ; e, per ripercussione, la superficie coltivata a lino nei 
tre paesi anzidetti è stata ristretta da loi mila ettari nel 
1920 a 42 mila nel 192 1. 

La riduzione fin qui avvenuta nei prezzi della canapa sul 
mercato italiano è proporzionalmente minore di quella avve- 
nuta nelle altre fibre tessili, sia prodotte da noi, sia impor- 
tate; si può dire — all'ingrosso — che i prezzi della lana, 
della seta e del cotone si siano ridotti dei due terzi dai 
massimi della primavera 1920 ai minimi dell'estate 192 1; 
-in misura anche maggiore si è ridotto il prezzo del lino. Pro- 
duttori e commercianti di canapa hanno opposto una vivace 
resistenza al ribasso ; mentre un coraggioso sacrifizio avrebbe 
forse potuto riattivare la domanda, questo contegno ha deter- 
minato l'accumulazione di un' ingente scorta di materia prima. 
Si calcola che alméno una metà del raccolto del 1920 fosse 
ancora invenduta all'epoca del successivo raccolto; la scorta 
totale in quest'epoca deve dunque aver toccato il milione e 
mezzo di quintali ; è poi andata diminuendo, ma assai len- 
tamente. 

Una situazione così poco promettente allarma i canapicol- 
tori, ancora mal persuasi a sopportare, nella vendita delle 
attuali scorte, le perdite che sono necessarie per risanare 
il mercato. S'è invocato e s'invoca l'intervento dello Stato 
per ottenere una restrizione obbligatoria della superficie colti- 
vata a canapa; si discorre di manovre estere dirette a svalu- 
tare la nostra materia prima, per farne poi incetta a vii prezzo; 
si chiede credito per gli agricoltori, affinchè essi possano resi- 
stere a tali manovre. 

Guardando le cose da lontano e dall'alto, sembra evidente 
che le condizioni del mercato della canapa non differiscano no- 
tevolmente da quelle dei mercati delle altre materie tessili. 
Come si sono accumulate, in seguito all'improvvisa contrazione 
della domanda di manufatti, scorte ingenti di cotone in Ame- 
rica, di lana in Australia, di seta nel Giappone, di lino nel 

MORTARA, Prospettive economiche, IO 



146 CANAPA 

Belgio, così è accaduto in Italia per questa fibra tessile, che 
produciamo in quantità molto superiore al bisogno ed alla po- 
tenzialità dell'industria nazionale. Tali scorte potranno essere 
smaltite di mano in mano che, attenuandosi la depressione 
economica, si ravviverà la domanda estera; lo smercio sarà 
agevolato dalla restrizione, che s'invoca, della coltivazione 
nella prossima campagna. A questo proposito notiamo che se 
realmente i prezzi attuali non sono rimunerativi, molti agricol- 
tori sostituiranno alla canapa altre colture e la restrizione si 
attuerà da sé, senza necessità di provvedimenti coattivi; ma 
l'insistenza con la quale vien richiesto l'intervento governa- 
tivo suscita il sospetto che in realtà si voghano mantenere i 
prezzi ad un livello artificiosamente elevato; ed il sospetto è 
rafforzato dal confronto delle quotazioni della canapa con quelle 
delle altre materie tessili. 

Quali si siano le vicende della presente fase d'adattamento 
dei prezzi alle nuove condizioni del mercato mondiale,' è 
probabile che la coltivazione della canapa in Italia, se pur 
transitoriamente potrà venire ristretta, finisca coll'estendersi 
notevolmente. Le condizioni economiche del nostro paese 
richiedono lo sviluppo delle esportazioni, e questo è uno dei 
pochi prodotti per i quali la nostra agricoltura può sostenere 
favorevolmente la concorrenza estera. 
■> 

L'andamento delle esportazioni negli ultimi anni è indicato 
dai seguenti dati, nell' interpretare i quali si avverta che le 
cifre della stoppa e dei cordami comprendono materie tessili 
differenti dalla canapa, le statistiche commerciali non permet- 
tendo una netta distinzione. 

Il valore complessivo delle esportazioni di canapa greggia 
e lavorata, nel 1920, si è accostato al miliardo di lire. 









CANAPA 






14 












Media 






1» semestre 












1909-13 


1919 


1920 


1921 


Canapa greggia. . 


migl 


aia 


di 


q- 


■504 


351 


657 


87 


» pettinata . 




» 






31 


31 


59 


IO 


Stoppa 




» 






69 


123 


162 


28 


Cordami . . . . 




» 






66 


42 


44 • 


15 


Filati 




» 






48 


55 


66 


19 


Tessuti 




>> 






8 


33 


30 


6 



È notevole, nel 191 9 e nel 1920, l'aumento delle esporta- 
zioni di filati, ed ancor più di quelle di tessuti, in confronto 
agli anni precedenti alla guerra. Tale aumento è indice del- 
l'accresciuta potenzialità della nostra industria tessile; e la 
contrazione del traffico nel 192 1, dato il carattere generale 
col quale si presenta, non deve far disperare della possibilità di 
ritrovare, alla fine del periodo di depressione, i nuovi sbocchi 
aperti alla produzione italiana. E da desiderare, nel vantaggio 
dell'economia nazionale, che gli sforzi dell' industria della 
cànapa tendano a sostituire, in quanto è possibile, l'esportazione 
di tessuti, o almeno di filati, a quella della fibra greggia. 

Per ora la categoria di gran lunga più importante fra le 
esportazioni è quella della canapa greggia: i dati per il 1920 
mostrano che gli sbocchi perduti sui mercati dell'Europa Qen- 
trale, i quali assorbivano due quinti delle nostre spedizioni 
all'estero, sono stati in parte sostituiti mercè l'aumento delle 
esportazioni verso altri paesi, specialmente verso il Regno 
Unito e la Francia. 













Media 






1' semestre 












1909-13 


1919 


1920 


1921 


Germania. . . 


migl 


aia 


di 


q- 


142 


28 


115 ' 


44 


Francia. . . . 




» 






94 


115 


106 


13 


Regno Unito. . 




» 






93 


132 


227 


IO 


Stati Uniti. . . 




» 






58 


6 


46 


3 


Austria-Unglieria * 




» 






50 


? 


IO 


7 


Belgio. . . . 




» 






23 


16 


100 


I 



Attualmente, nel dicembre 192 i, le tessiture, che vendono 
principalmente all' interno, lavorano con discreta attività, men- 



"''■ Dal 1920 in poi, Austria e Ceco-Slovacchia. 



148 CANAPA 

tre le filature e le corderie, che vendono molto all'estero, 
sono in parte inattive per mancanza di domanda. 

Sembra inevitabile una ulteriore riduzione dei prezzi per 
ottenere lo smaltimento delle scorte. Riteniarrio anche pro- 
babile che, terminata l'attuale depressione nei paesi indu- 
striali, le nostre esportazioni di canapa greggia riprendano 
vigorosamente. 



Prospettive. 

Nell'anno prossimo è probabile una sosta nell'estensione 
della coltura della canapa in Italia, e forse anche una restri- 
zione di essa. Ma in seguito crediamo che la coltura stessa 
tenderà a riprendere il suo ampliamento. 

V 



LKUR 




' industria laniera italiana, sebbene meno rigogliosa 
di quella cotoniera, era in via di progresso negli 
ultimi anni anteriori alla guerra. Essa provvedeva 
ormai a nove decimi del consumo nazionale e 
aveva cominciato ad aVviare all'estero una parte della sua 
produzione. Dal 1889-93 al 1909-13 il consumo industriale 
della lana greggia era quasi raddoppiato ; e mentre cresceva 
di molto il consumo nazionale di manufatti, le importazioni 
scendevano da 40 a 33 mila quintali, le esportazioni salivano 
da 2 a 14 mila. 

Il prodotto lordo dell' industri.a laniera (valore delle espor- 
tazioni più valore dei prodotti finiti collocati all'interno) si 
poteva stimare di. 600 milioni di lire; dedotto il valore delle 
materie prime importate, restava un margine di 500 milioni. 



Produzione mondiale e scambi internazionali. 



La produzione mondiale della lana non aveva segnato 
negli ultimi decenni un progresso così rapido come quella 
delle altre fibre tessili ; anzi era rimasta stazionaria, o quasi, 
sia per difficoltà inerenti all'estensione degli allevamenti nei 



I50 LANA 

principali paesi produttori, dove spesso una stagione sfavo- 
revole, decimando gli armenti annulla il risultato di molti 
anni di progresso, sia per il contrasto esistente fra il bisogno 
di pascoli e la continua estensione dei seminativi richiesta 
dall'aumento degli abitanti, sia per la sostituzione del cotone 
alla lana in molti usi. 

La produzione mondiale della lana greggia nel 1909-13 
si poteva stimare, in media annua, di 16 milioni di quintali*, 
corrispondenti a 8-9 milioni di quintali di lana lavata a fondo. 
Tre decimi circa di questa massa — ottenuta dalla tosatura 
di 600 milioni di ovini — erano costituiti da lane merino,, 
quattro decimi da incrociate, tre decimi da qualità inferiori. 



* 
* * 



La guerra e le altre vicende politiche degli ultimi anni 
hanno determinato una forte diminuzione del bestiame ovino 
in Russia, in Turchia, in Francia, nei territori ex-au^tro-un- 
garici e nella Balcania. L'estensione delle colture alimentari 
ha prodotto Io stesso effetto in altri paesi : così negli Stati 
Uniti e nel Regno Unito. Le sfavorevoli condizioni meteorolo- 
giche, cagionando alta mortalità nel bestiame, hanno imrrii- 
serito le greggi nell'.Unione Sud-Africana e nel Brasile. 

Nell'insieme, si può calcolare che dal 191 4 al 1921 il 
gregge ovino mondiale si sia ridotto di quasi un centinaio 
di milioni di capi, scendendo a poco più di 500 milioni. 
La situazione dei principali paesi allevatori appare dai se- 
guenti dati. 



Tutti i dati sulla produzione della lana sono da considerare solo largamente ap- 
prossimativi, per r imperfezione delle rilevazioni statistiche al riguardo. Per facilitare l 
confronti, abbiamo ragguagliato a lana naturale (cioè non lavata) quei dati sulla produ- 
zione e sul commercio delle lane gregge che abbiamo trovato espressi in lana lavata.. 



LANA 151 

Numero degli ovini (milioni di capi) 
intorno al 1914 

Australia 84,2 

Russia 70,0 

Argentina 44,0 

Stati Uniti 50,0 45,1 "^ 

Unione Sud-Africana 35,8 

Cina 30,0? 

India . 28,5 

Regno Unito :. • • 27,6 

Turchia 27,1 

Uruguay 26,3 

Nuova Zelanda 24,8 

Francia 16,3 

Spagna. 16,1 

Persia . . . • I5)0? 

Austria-Ungheria 13,0 

Italia 12,0 

Brasile 10,5 



* 
* * 

La produzione mondiale della lana dev'essersi ridotta press'a 
poco nella stessa proporzione del numero degli ovini; si può 
stimarla attualmente a circa 1 3 milioni di quintali. 

Col decadere dell'industria armentizia russa, turca e bal- 
canica, è ancora aumentata l'importanza relativa dell'impero 
britannico nella produzione della lana, che già prima della 
guerra era cresciuta per conseguenza delle enormi perdite sof- 
ferte dagli armenti sud^americani in anni di grave siccità *. 
L'Australia, la Nuova Zelanda, l'Unione Sud-Africana e 
il Regno Unito, insieme, forniscono ora circa i quattro de- 
cimi della tosa mondiale ; l'importanza della produzione del- 
l' impero appare anche maggiore se si considera che essa com- 
prende due terzi della produzione mondiale di qualità superiori 



intorno al 1921 


80,4 


35.0? 


47,0? 


45.1 


26,3 


30,0? 


30,2 


23.4 


15.0? 


17,0? 


23>2 


94 


19.3 


12,0? 


12,0 


1,2'^ 



* Il numero degli ovini si è ridotto da 81 milioni nel 191 3 a 44 milioni nel 191 4 
nell'Argentina; da 26 milioni nel 1908 a 11 milioni nel 1916 nell'Uruguay; da 10,5 
milioni nel 1912 a 7,2 milioni nel 1916 nel Brasile. 



152 LANA 

(merino), mentre' comprende soltanto un decimo di quella delle 
qualità inferiori. Indichiamo la produzione della lana nei paesi 
più ricchi d'armenti, prima e dopo la guerra. 

Produzione della lana greggia 
(migliaia di quintali) 
media intorno al 

1909-13 1920 * 

Australia '.•... 3-5oo 3.200 

Russia '. ... . . . i.goo qoo ? 

Argentina 1.630 . 1.800? 

Stati Uniti .,..._.... 1.420 1.400 

Cina goo goo ? 

Nuova Zelanda. . * goo 820 

Unione Sud-Africana 780 600 

Regno Unito Ó80 550 

Uruguay.. 680 45o ? 

India 550 600 

Turchia 540 300 

Francia , . 370 220 

Spagna. 320 400 

Austria-Ungheria 280 — 

Persia . . ' 270 220? 

Italia 250 265 

Brasile 160 no 



* 
* * 

Dei 16 milioni di quintali di lana naturale che costitui- 
vano la produzione mondiale negli ultimi anni precedenti alla 
guerra, circa 7 milioni rimanevano nei paesi produttori, men- 
tre i rimanenti 9 milioni erano esportati verso paesi in- 
dustriali. 

Otto decimi delle esportazioni provenivano dai tre do- 
mini britannici e dalle repubbliche del Piata ; più di otto 
decimi erano diretti ai quattro maggiori paesi industriali. 

Indichiamo l'ammontare delle esportazioni e delle impor- 



Dati largamente approssimativi. 



LANA 153 

lazioni — ragguagliate a lana naturale — per i paesi che più 
largamente partecipavano agli scambi internazionali. 



Esportazione * Importazione * 

(migliaia di q.). (migliaia di q.). 

Australia . . .' . . . 3.400 Francia 2.340 

Argentina i-58o Regno Unito 2.1 io 

Nuova Zelanda. ... - 880 Germania 1.990 

Unione Sud-Africana . . 760 Stati Uniti 920 

Uruguay 600 Belgio ' 470 

Turchia 260 Italia 160 



Appare nettamente da questi dati la posizione dominante 
delle fonti d'approvvigionamento comprese nell'impero bri- 
tannico ; pìh. di metà delle complessive importazioni dei paesi 
industriali proveniva infatti, dall'Australia, dalla Nuova Ze- 
landa, dal Sud-Africa. Il Regno Unito assorbiva quasi un 
quarto dell'esportazione mondiale ; era superato bensì dalla 
Francia, che richiedeva all'estero più larghe provviste ; ma 
tenuto conto anche della produzione interna occupava il primo 
posto fra i paesi consumatori di lana, come appare dai seguenti 
dati sul consumo industriale, ragguagliato a lana naturale. 
Passavano inoltre per il Regno Unito molte partite di lane 
coloniali, che esso riesportava ; sicché nel commercio mon- 
diale aveva senza contrasto il predominio. 

Regno Unito migliaia di quintali 2.730 

Francia ....... » 2.710 

Stati Uniti » 2.340 

Germania » 2.120 

Russia » 2.030 

Cina . ; ' . » 710 

Austria-Ungheria ... » 570 

Belgio » 480 

Italia » 410 



Esportazioni al netto dalle importazioni ; importazioni al netto dalle esportazioni. 



154 



LANA 



I sette paesi sopra enumerati elaboravano i nove decimi 
della complessiva quantità di lana trasformata dall'industria 
mondiale. Vedremo in seguito l'importanza dei principali tra 
essi come esportatori di manufatti: anche da questo aspetta 
il Regno Unito vantava il primato. 



* 
* * 



Durante la guerra il Regno Unito riuscì a mantenere,, 
anzi ad accrescere alquanto, la normale disponibilità per il 
consumo industriale ; gli Stati Uniti accrebbero il loro consumo 
in proporzioni assai maggiori ; anche 1' Italia dette impulso 
alle sue manifatture e il Giappone estese la sua produzione 
industriale. Invece la Francia, privata dei principali centri del- 
l' industria laniera — compresi nella zona invasa — vide ri- 
dotta di due terzi l'attività delle sue fabbriche ; la Germania 
dovette pure grandemente ridurla, perchè, consumate le scorte 
delle quali disponeva e quelle — assai considerevoli — con- 
quistate in Francia, nel Belgio e in Polonia, incontrò gravi 
difficoltà per il rifornimento della materia prima ; il Belgio 
rimase quasi inattivo per mancanza di lane gregge. 

Nel consumo industriale odierno è molto diminuita la 
partecipazione della Germania, della Russia e dei territori 
ex-austro-ungarici. La Germania ha importato, nel 1920, 596 
mila quintali di lane, peli e crino animale, in confronto alle 
1.899 niigliaia di quintali del 1913*; nel 192 1 si nota un 
sensibile progresso, pur essendo rimasta l' importazione molta 
inferiore alla misura d'avanti guerra §. 

Anche la Francia, nonostante l'avanzata restaurazione delle 



*Le cifre del testo indicano la differenza tra il peso delle quantità importate e 
quello delle quantità esportate. Le varie lane sono qui computate col peso effettivo, e 
non ragguagliate a lana naturale. 

§ Nel periodo i" ottobre T920-30 settembre iqai l'Argentina ha spedito in Germa- 
nia 435.000 quintali di lane. La Germania è ritornata, cosi, la principale cliente del- 
l'Argentina. 



LANA 155 

officine devastate * e l'acquisto delle importantissime filature 
e tessiture dell'Alsazia-Lorena, ha ridotto molto il suo con- 
sumo industriale : da 2.340 migliaia di quintali prima della 
guerra, esso è sceso a circa 1.700 migliaia nel 1920. 

11 minor consumo dell' industria continentale europea trova 
riscontro e parziale compenso in un'espansione del consumo 
nord-americano e di quello britannico. Le disponibilità di 
lana per 1' industria degli Stati Uniti sono salite dalle 2.340 
migliaia di quintali d'avanti guerra a 3.300 circa, tanto nel 
19 19 quanto nel 1920 ; il Regno Unito ha disposto di circa 
3.500 migliaia di quintali nel 1920, in confronto alle 2.730 
migliaia del 1909-13. È bene avvertire, però, che una parte 
di queste copiosissime provviste di lana è andata ad accre- 
scere le scorte. 

Dell' Italia diremo più avanti. Qui basti accennare che 
il suo consumo industriale nel biennio 1919-20 non è stato 
inferiore, anzi è stato sensibilmente superiore, alla misura 
prebellica. 

* 
* * 

Il forte aumento delle scorte europee ed americane av- 
venuto durante il 1920, come impedisce di assumere i dati 
sulle disponibilità a misura del consumo industriale,, così rende 
incerto il significato dei dati sulle esportazioni, che in molti • 
casi indicano soltanto spostamenti di scorte da una parte al- 
l'altra della terra. Diamo, perciò, soltanto sommarie indica- 
zioni sulle esportazioni del 1920, ragguagliate a lana natu- 
rale : Australia 3.300 migliaia di quintali. Argentina 950, 
Nuova Zelanda 900, Unione Sud-Africana 600. Le cifre dei 
domini britannici sono dello stesso ordine di grandezza dì 
quelle prebelliche ; invece l'esportazione sud-americana è for- 
temente diminuita. 



* Oltre due terzi dei fusi e dei telai francesi erano stati distrutti od asportati dai 
tedeschi, nelle regioni da loro occupate. 



156 LANA 

In conclusione, è certo che la quantità di lana richiesta 
dai paesi industriali nel 1920 è rimasta sensibilmente inferiore 
alla media degli ultimi anni precedenti alla guerra ; è certo, 
d'altro canto, che pur di questa minore provvista una parte 
assai considerevole non è stata lavorata, ma è andata a gon- 
fiare le scorte. 

* 
* * 

Le difficoltà della navigazione nel periodo bellico e l'ac- 
caparramento delle lane coloniali da parte del governo bri- 
tannico hanno determinato notevoli deviazioni nelle correnti 
del traffico. Le lane sud-americane si sono dirette in gran 
parte verso gli Stati Uniti, mentre quelle australiane conver- 
gevano principalmente verso i paesi alleati. 

Su 1.620 migliaia di quintali esportate dall'Argentina e 
dall'Uruguay nell'anno laniero 191 3-14, sole 180 mila erano 
dirette agli Stati Uniti ; mentre nel biennio 191 6-1 7 e 191 7-1 8 
sono state ivi dirette 1.990 migliaia di quintali su 3.060 
esportate. 

D'altra parte, la Federazione Australiana nel 191 3 spe- 
diva 430 mila quintali di lana in Germania, 240 mila nel 
Belgio, 55 rhila nell'Austria-Ungheria; durante la guerra ces- 
sarono le esportazioni verso questi paesi e l'aumento delle 
spedizioni verso .altre destinazioni non bastò a compensare 
questa falcidia. 

Solo lentamente riprendono, ora, a fluire le antiche cor- 
renti. Le esportazioni sud-americane si avviano di nuovo, in 
misura considerevole, verso l' Europa ; quelle dei domini 
britannici, invece, tendono ancora nella m^iggior parte verso 
il Regno Unito, che n'è il gran distributore. 

L'ufficio d'intermediario che il governo britannico si è 
assunto durante la guerra verso gli alleati, per gli acquisti 
di lana, non è stato certamente gratuito. Nel 1919 il Regno 
Unito ha pagato le lane gregge importate ad un prezzo me- 



LANA 157- 

dio superiore soltanto del ii^^j^ a quello del 191 3; ha 
venduto le lane gregge esportate ad un prezzo superiore del 
2 1 2 7o ^ quello del 1 9 1 3 ; e i filati, tessuti ed altri manu- 
fatti esportati ad un prezzo superiore del 277 7o ^ quello 
del 191 3. 

* * 

La produzione mondiale della lana ha sofferto una grave 
diminuzione negli ultimi anni, come abbiamo precedentemente 
mostrato ; tuttavia la contrazione del consumo industriale è 
stata anche maggiore di quella della produzione. La chiusura 
di numerosi sbocchi in Europa negli anni dal 1 9 1 4 al 1 9 1 8 
non è stata sufficientemente compensata dalla maggior do- 
manda di quei pochi paesi che potevano rifornirsi liberamente 
di lane gregge ; e si sono così accumulate enormi scorte nei 
paesi produttori. Il periodo di disorientamento economico 
seguito immediatamente all'armistizio, con la cessazióne della 
domanda bellica e l'ancor timida ripresa delle industrie di 
pace, non ha certamente visto diminuire queste scorte ; è pro- 
babile anzi che in tal periodo esse siano alquanto aumentate, 
se pure in parte sono state trasferite nei paesi industriali. E 
la rinnovata attività delle fabbriche nella stagione 1919-20 
non ha molto ridotto queste riserve. 

All'inizio della stagione laniera 1920-21 il residuo di 
lane delle precedenti stagioni era stimato a circa 1 2 milioni 
di quintali, quantità corrispondente press'a poco, all'attuale 
ammontare del consumo del mondo intero in un anno. Al- 
l'inizio della stagione 1921-22, la scorta mondiale dev'essere 
poco diminuita, data la scarsa attività dell' industria laniera 
nella stagione precedente. L'abbondanza complessiva delle 
provviste esistenti contrasta con la relativa scarsezza delle 
disponibilità di qualità superiori, che sono state fortemente 
richieste negli ultimi anni. 



i5« - LANA 



I prezzi. 



La notoria esistenza di grandi scorte di lana non bastò a 
frenare l'ascesa dei prezzi dopo la fine della guerra. Pareva 
allora che si aprisse alle industrie mondiali un'era di prodi- 
giosa attivitcì, cui sarebbe stata insufficiente ogni ampia prov- 
vista di materia prima ; né si considerava l'impossibilità, in 
cui si trovavano i popoli più bisognosi, di provvedere alle 
loro necessità, mancando quasi d'ogni corrispettivo da offrire 
in cambio di ciò che chiedevano. Così, nella primavera del 
1920, in Inghilterra, le buone lane merino raggiunsero prezzi 
più di cinque volte maggiori di quelli del 191 3, e* prezzi 
due volte e mezza maggiori toccarono le lane incrociate di 
medio pregio. 

Il più adeguato apprezzamento delle condizioni economi- 
che dei mercati, che di mano in mano si faceva strada nel 
mondo degli industriali e dei commercianti, e la non dimi- 
nuita pressione delle scorte da smerciare, fecero presto su- 
bentrare all'ascesa dei prezzi una veloce discesa. Da 57 pence 
per libbra agli ultimi d'aprile 1920, il prezzo della lana me- 
rino precipitò fino a toccare, un anno dopo, il prezzo di 11 
pence, prossimo alla media del 191 3; e il prezzo della lana 
incrociata discese nello stesso intervallo di tempo da 29 a 7 
pence, prezzo molto inferiore alla media del 191 3 (11 pen- 
ce); poi si abbassò ancora, fino ad un minimo di 6,5 alla fine 
di luglio 1921. La contrazione della domanda industriale fa- 
ceva, in questo periodo, pesare gravemente sul mercato le 
enormi scorte esistenti : l'associazione cui il croverno britan- 
nico ha ceduto le sue provviste di lana australiana e neoze- 
landese, la B. A. W. R. A. {British Australian Wool Rea- 
lisation Association)^ era riuscita a vendere, nei primi otto 
mesi del 192 1, soltanto 400 delle 2.600 migliaia di balle che 
possedeva al 31 dicembre 1920. Negli ultimi mesi, la do- 



LANA 159 

manda si è fatta meno pigra; nel Regno Unito, negli Stati 
Uniti, in Italia, l' industria ha ripreso a lavorare abbastanza 
attivamente ; s'è avuto quindi un nuovo aumento di prezzi. 
La varietà merino da noi considerata è salita a 17,5 pence 
alla fine di ottobre, la varietà incrociata ad 8,5; aumenti, 
come si vede, ben minori di quelli avvenuti nello stesso tempo 
nei prezzi del cotone ; e la differenza si spiega guardando 
alla diversa importanza delle scorte esistenti delle due mate- 
rie tessili. Alla fine di novembre i prezzi sono ricaduti, rispet- 
tivaiìiente a pcnce 15,75 e 7,75, perchè la ripresa della do- 
manda è apparsa meno intensa di quel che prima era sembrata. 

La B. A. W. R. A. calcola che nei dodici mesi ante- 
cedenti al novembre 1921 la vendita di lane d'Oceania abbia 
superato di 438 mila balle la produzione; che perciò Tesauri- 
mento delle scorte proceda in modo soddisfacente. 

Come per il cotone, così per la lana, la caduta dei prezzi 
nel 192 I è stata più profonda per le varietà inferiori o medie 
che per quelle fini. Considerando, per maggior precisione, una 
media di prezzi di lane di diversi gradi, invece che il prezzo 
di lane di un sol grado, come abbiamo fatto poc'anzi, si 
trova che nell'aprile 1920 le lane merino avevano un prezzo 
superiore del 41 1% ^ ^^ ^^^^ incrociate un prezzo superiore 
del 2 2o7o a quello del luglio 19 14. Un anno dopo, il prezzo 
delle lane merino- era ancora superiore del i47o ^^ livello 
del 1914, mentre il prezzo delle incrociate n'era inferiore 
del 3 7o' Questo fenomeno forse in parte deriva da una mag- 
giore riduzione avvenuta nella produzione di lane superiori ;^ 
ma riteniamo che dipenda sopratutto dalla minor contrazione 
relativa prodottasi nella domanda di manufatti fini, in con- 
fronto alla domanda di manufatti correnti. 

I prezzi in Italia seguono la curva delle quotazioni britan- 
niche con le alterazioni determinate dalla fluttuazione dei cam- 
bi. La situazione del mercato inglese è così dominante nei 
riguardi del nostro approvvigionamento, che anche i prezzi 



i6o LANA 

delle lane nazionali si adattano — con le differenze corrispon- 
denti a differenze di qualità — a quelli delle lane estere. 

Produzione e consumo della lana in Italia. 

Daremo ora qualche maggior particolare sulla produzione 
e sul consumo della lana in Italia. 

La popolazione ovina alla vigilia della guerra ascendeva 
a I 2 milioni di capi ; nonostante P intensificazione delle col- 
ture in molte regioni, essa era aumentata di un terzo in ven- 
t'anni. La produzione della lana, ragguagliata a lana naturale, 
si poteva stimare ad almeno 250 mila quintali nella media 
annua del quinquennio 1909-13; il suo valore toccava i 50 
milioni di lire. Circa 20 mila quintali erano dati dalle regioni 
settentrionali, 70 mila dalle centrali, 90 mila dalle meridio- 
nali, 70 mila dalle isole : le principali regioni produttrici 
erano : la Sardegna con 48 mila quintali, le Puglie con 30 
mila, il Lazio con 28 mila, la Toscana con 26 mila^ la Si- 
cilia con 22 mila, gli Abruzzi con 21 mila. 

L'attuale produzione non dev'essere inferiore a quella 
d'avanti guerra: già all'epoca dell'ultimo censimento del be- 
stiame — aprile 1 9 1 8 — esistevano 1 2 milioni di ovini, e 
nei due anni e mezzo da allora trascorsi dev'essere avvenuto 
un sensibile aumento. Nella tabella che segue è confrontata 
la presumibile distribuzione del gregge italiano fra le varie 
regioni negli ultimi anni anteriori alla guerra con quella at- 
tuale. (I dati sono da considerarsi largamente approssimativi 
e probabilmente inferiori al vero). Sono diminuiti, dal 1 9 1 4 
al 1921, i già radi armenti settentrionali, mentre sono au- 
mentati quelli centrali e più notevolmente quelli meridionali 
ed insulari. La produzione della lana nel 192 1 si può stimare, 
in cifra, tonda, a 265 mila quintali di lana naturale, dei quali 
18 mila dati dal Nord, 72 mila dal Centro, 95 mila dal Sud, 
80 mila dalle Isole. 



LANA i6i 



-^ Popolazione ovina Italiana. 

(in migliaia di capi) 

, media 

1909-13 1921 

Piemonte 260 2']0 

Liguria 100 go 

Lombardia .... 130 140 

Veneto ...... 200 150 

Emilia 320 250 

Toscana 1-250 1-250 

Marche 430 440 

'Umbria 540 55a 

Lazio 1-250 I-300 

Abruzzi. ...... goo i.ooo 

Campania 6go 720 

Puglie 1.250 I-300 

Basilicata Ó50 700- 

Calabria 650 700 

Sicilia ....'. . i.ooo i.icfò 

Sardegna i-95o 2.ioa 

Riepilogo : 

Nord . i.oio goo 

Centro 3.470 3.540 

Sud , . . 4.140 4.420 

Isole 2.g5o 3.200 



* 
* * 



Totale ii-57o 12.060 



Il contributo degli armenti italiani all' industria laniera 
nazionale potrebb'essere grandemente aumentato nella quantità 
e migliorato nella qualith, se fossero completamente utiliz- 
zati i pascoli disponibili e se venissero sostituite alle vecchie 
forme tradizionali di pastorizia metodi più razionali di sele- 



MoRTARA, Prospettive ecotiofniche. 



102 LANA 

zione delle varietà ovine, di allevamento e di sfruttamento 
dei greggi. 

Purtroppo nemmeno gli alti prezzi raggiunti dalla lana 
negli scorsi anni hanno stimolato questo progresso, che attuan- 
dosi gioverebbe a diminuire la dipendenza dell' industria na- 
zionale dal rifornimento estero, perchè oggi buona parte della 
lana nazionale non è adoperata per la tessitura, ma soltanto 
per riempimento di materassi e per simili impieghi. 

* 
* * 

Il consumo della lana greggia in Italia, ragguagliato a 
lana naturale, si poteva stimare, nella media del quinquennio 
1909-13, a circa 410 mila quintali, dei quali 250 mila pro- 
dotti all' interno e 160 mila importati. 

È alquanto mutata, da quel periodo all'attuale, la distri- 
buzione dei nostri approvvigionamenti esteri, secondo la pro- 
venienza. Allora le lane provenivano, per oltre metà dell'im- 
portazione totale, dall'America meridionale (Argentina 37 7o j 
Uruguay i7 7o)j l'Australia ne forniva un po' meno d'un 
quarto (24 7o)' Invece nel biennio 1919-20 i domini britan- 
nici hanno fornito più di metà dell' importazione complessiva 
(34 7o Australia, i6 7o Regno Unito, 8 7o Egitto — le lane 
provenienti dall' Egitto sono tutte coloniali e quelle provenienti 
dal Regno Unito lo sono anch'esse quasi totalmente). La per- 
centuale delle lane sud-americane è scesa al 32 7o (^4 7o 
Argentina, 8 7o Uruguay). Nel 192 1, a giudicare dai dati 
finora noti, si accentua ancor più la prevalenza delle impor- 
tazioni australiane. 

Quanto alle lane lavate, i nostri principali provveditori 
erano prima la Francia, il Belgio, l'Austria-Ungheria, il Regno 
Unito; nel 1920 predominano la Francia, l'Argentina, la Tur- 
chia Asiatica. Come vedremo tra breve, l'importazione delle 
lane lavate si è fortemente ridotta, per lo sviluppo dell' indu- 
stria nazionale della lavatura, ed ha oggi scarsa importanza. 



LANA 163 

L'industria laniera italiana. 

L'industria laniera italiana, intorno al 191 3, disponeva di 
800 mila fusi, di 16 mila telai meccanici e di forse 20 mila 
telai a mano, dei quali ultimi 2 mila installati nelle tessiture 
e gli altri a domicilio dei lavoratori. 

Per l'apprezzamento comparativo di queste cifre, gioverà 
ricordare che il Regno Unito aveva circa 7 milioni di fusi e 
più di 100 mila telai meccanici ; la Germania più di 5 milioni 
di fusi e più di 100 mila telai; gli Stati Uniti disponevano 
di quasi 5 milioni di fusi e di 75 mila telai*, la Francia di 
3 milioni di fusi e 55 mila telai. 

Sulla nostra industria laniera, più frazionata assai della 
cotoniera e meno bene organizzata, non si hanno notizie am- 
pie e complete ; parecchie piccol.e imprese sfuggono alle rile- 
vazioni ufficiali ed a quelle dell'Associazione Laniera. Una 
recente inchiesta governativa, i cui dati si riferiscono alla 
fine del 19 18, indica un sensibile progresso nell'attrezzamento, 
pur avendo trascurato alcuni piccoli stabilimenti. Nell'ultimo 
triennio non sono avvenute grandi variazioni nella potenzia- 
lità dell' industria laniera, e perciò i dati che desumiamo dalla 
citata inchiesta ne danno ancora un quadro abbastanza fedele. 

Erano installati, alla fine del 191 8, negli 800 stabilimenti 
considerati dall' inchiesta, i quali occupavano in complesso 63 
mila operai, circa 470 mila fusi di cardato (220 mila in Pie- 
monte, 75 mila in Lombardia, 65 mila nel Veneto, 60 mila 
in Toscana), 420 mila fusi di pettinato (220 mila in Piemonte, 
120 mila nel Veneto), 145 mila fusi di ritorcitura, 17 mila 
telai meccanici (8.200 in Piemonte, 3.500 nel Veneto, 2.600 
in Toscana, 2.400 in Lombardia). 



* Alla fine della guerra sembra che il numero dei fusi sia salito a 8 milioni nel 
Regno Unito e a 6 milioni negli Stati Uniti, quello dei telai rispettivamente a 120 mila 
■e ad 80 mila. 



104 LANA 

Le lavorazioni eseguite negli anzidetti stabilimenti risul- 
tano da queste notizie : 

Lavatura si eseguiva in 191 stabilimenti o reparti 

Carbonizzazione .... » 44 » 

Sfilatura e scardassatura . » 268 » 

• Filatura cardato ... » 524 . » 

Pettinatura » 13 » 

Filatura pettinato ... » 62 » 

Ritorcitura » 2Ó4 » 

Tessitura meccanica . . » 328 » 

» a mano ... » 108 » 

» a maglia. . . » 33 » 

Follatura » \ 270 » 

Finissaggio tessuti ... » 236 » 

Tintoria » 195 » 

Candeggio > Jo » 

Lavorazioni varie ... » .131 » 



* * 

Il consumo della lana da parte degli stabilimenti industriali 
non risulta adeguatamente dai dati che abbiamo già riferiti 
circa la provvista di lana greggia nazionale ed importata; per- 
chè da un canto una parte della lana greggia viene adoperata per 
bisogni domestici nelle campagne, oppure pernii riempimento 
di materassi o per altri scopi analoghi, e quindi non passa 
per le fabbriche ; dall'altro canto 1' industria italiana trasforma 
in manufatti anche prodotti semilavorati — lane pettinate, 
lane cardate, filati — che importa dall'estero, e si giova inol- 
tre delle così dette lane meccaniche, ricavate dalla sfilaccia- 
tura di tessuti usati e di ritagli. 

Passa normalmente negli stabilimenti da metà a due terzi 
della produzione nazionale di lana greggia. Forse non più d' un 
terzo dei manufatti prodotti è ricavato da lane nazionali. Quanto 



LANA • i6= 



all'approvvigionamento, dall'estero, di materie prime gregge o 
semilavorate, i seguenti dati ne mostrano l' importanza *. 











Media 






1» semestre 










1909-13 


1919 


1920 


1921 


Lane naturali. . . . 


migliaia 


di q. 


847 


279.4 


262,1 


87,7 


Lane lavate .... 




» 




52,0 


38,3 


32,3 


10,4 


Cascami e borra. . . 




» 




40,5 


12,6 


18,0 


44 


Lane pettinate, cardate. 




» 




704 


5,8 


18,2 


6,6 


Filati 




» 




4,8 


0,5 


0,9 


0,8 



Le notevoli modificazioni che si riscontrano nella costi- 
tuzione delle importazioni dal 191 3 in poi" meritano qualche 
cenno di spiegazione. 

Negli anni di guerra è grandemente aumentato il bisogno 
di manufatti di lana, specialmente per l'esercito; al maggiore 
bisogno si è supplito in parte con importazioni di indumenti 
finiti, ma in parte molto maggiore con un forte sviluppo della 
produzione intema. Di questo sviluppo si trova indizio nei 
dati sulle importazioni di materie gregge. Dal 1909-13 al 
1914-18 è più che quadruplicata l'importazione di lana natu- 
rale. E invece rimasta stazionaria quella di lana lavata, for- 
temente diminuita quella di cascami e di borra, ridotta di due 
terzi quella di lane pettinate, cardate o meccaniche. 

Nel 1919 e nel 1920 si mantiene alta l'importazione di 
lane naturali, diminuisce quella di lane lavate e si mantiene 
scarsa quella di lane cardate, pettinate e filate. Nel 1921 si 
restringe l'importazione, per conseguenza della depressione del- 
l' industria, cui fra poco accenneremo. 



* Per procedere ad un computo rigoroso del consumo industriale della lana, bisogna 
detrarre dalle importazioni le esportazioni italiane di materie gregge e semilavorate. 

Le esportazioni di lana greggia e di cascami si sono ridotte, da 26 mila quintali, me- 
dia annua 1909-13, a 20 mila nel 1919, a 22 mila nel 1920, a 4 mila nel 1° semestre 
del 1921. In complesso hanno scarsa importanza, mentre specialmente l'esportazione di 
cascami potrebbe assumere, con sensibile vantaggio dell' industria, sviluppo maggiore. 

Le esportazioni di filati, da 4,8 milioni di quintali, media 1909-I3, sono scese a 3,8 
nel 1919V ed a 3,4 nel 1920. Nel primo semestre del 1921 si sono ridotte a cifre mi- 
nime. Anche queste esportazioni hanno tenue rilevanza. 



U 



LANA 



* 



Le modilicazioni nella composizione dell' importazione 
riflettono il perfezionamento dell'industria nazionale, che tende 
sempre più ad importare materia assolutamente greggia per 
sottoporla in Italia a tutte le operazioni occorrenti per ren- 
derla adatta alla lavorazione (lavatura, cardatura, pettina- 
tura, ecc.). 

Nel 1909-13 l'importazione delle lane naturali era infe- 
riore — tenuto conto della riduzione di circa 5o7o.che il peso 
subisce nella lavatura — a quella delle lane lavate. Neil' ul- 
timo triennio, invece, è stata quattro volte maggiore. 

Anche lo sviluppo della pettinatura è stato notevole : ancora 
nel 191 3, era necessario importare circa metà della lana pet- 
tinata richiesta dalle nostre filature, mentre attualmente, nono- 
stante l'accresciuta domanda, si ricorre all'estero soltanto per una 
piccola fraziorle del necessario. La produzione della pettina- 
tura nazionale si è più che raddoppiata dal 19 13 al 1916. 
La quantità di lana filata in Italia dev'essere aumentata di 
circa un terzo dal 1909-13 al 191 4-18 e — dato l'equilibrio 
degli scambi internazionali di filati — dev'essere aumentata 
press'a poco in uguale proporzione la produzione di ma- 
nufatti. 

Il 1919 e il 1920 segnano una notevole diminuzione nelle 
importazioni di lane gregge e semilavorate, che restano tut- 
tavia superiori di oltre un quinto alla misura normale prebellica. 
E ad un quinto appunto si può stimare l'approssimativo au- 
mento della produzione di manufatti. 

La diminuzione degli acquisti di materia prima all'estero 
nel 1921 va attribuita alla difficoltà di smercio dei manufatti 
manifestatasi in quest'anno, in un periodo in cui le scorte 
delle fàbbriche erano fortemente superiori alle normali e suffi- 
cienti per alimentare il lavoro a pieno di almeno un semestre. 



LANA • 167 



* * 



La produzione annua dei manufatti di lana, negli ultimi 
anni di pace, toccava i 300 mila quintali ; essa era assorbita 
quasi completamente dal mercato interno e provvedeva, come 
abbiamo detto, per nove decimi al bisogno di esso. Occor- 
reva ancora importare manufatti dall'estero per il valore di 
una cinquantina di milioni all'anno, mentre se n'esportavano 
per una ventina di milioni. 

L'attuale capacità di produzione dell' industria italiana deve 
accostarsi ai 400 mila quintali di manufatti» 

Tenuto conto di tutti i vari elementi che entrano a com- 
porlo — lane gregge per materassi, ecc., tessuti ed altri 
manufatti nazionali ed esteri — il consumo della nostra popo- 
lazione, ragguagliato a lana naturale, ascendeva a circa 600 
mila quintali, nella media annua del quinquennio 1909-13. 
Dopo la contrazione sofferta nel periodo bellico, ha raggiunto, 
e forse superato, questa media nel 1920, ma si è poi, nel 
1921, nuovarriente ristretto. 

Gli scambi di manufatti con l'estero. 

Nel periodo 1909-13 l'esportazione media annua di ma- 
nufatti di lana dall' Italia superava di poco il valore di 20 mi- 
lioni di lire, mentre la Francia ne esportava per 200 milioni, 
la Germania per 300, il Regno Unito per 600 milioni di lire. 
Le nostre esportazioni avevano dunque scarsa rilevanza ed 
erano sorpassate di molto, come abbiamo già detto, dalle im- 
portazioni. 

Anche per la lana, come per le altre^ materie tessili, sia- 
mo tributari dell'estero, specialmente per manufatti fini : il 
valore medio dei manufatti importati nel 191 3 era di 1.670 
lire per quintale, mentre quello dei manufatti esportati toc- 
cava appena le 1.050. Era però evidente, negli ultimi anni 



i68 LANA 



anteriori alla guerra, la tendenza alla restrizione delle impor- 
tazioni ed all'aumento delle esportazioni di tessuti, come ap- 
pare dai seguenti dati. 









Importazione 


Esportazione 


1909 


migliaia di 


quintali 


36,1 


9.4 


I9I0 


» 




34>8 


II, I 


I9II 


» 




314 


12,9 


I9I2 


» 




29,4 


i3>9 


I9I3 


» 




. 29,2 


i9'9 



Negli ultimi anni di pace prevaleva leggermente l'espor- 
tazione suir importazione dei tessuti di lana scardassata ; si 
aveva invece un notevole eccesso d' importazioni per quelli di 
lana pettinata. Negli anni di guerra l'accresciuta attività delle 
nostre manifatture ha fatto ridurre le importazioni, accrescendo 
le esportazioni di tessuti, che ancora nel 1919 eccedono le 
importazioni. Intanto però, col compiersi della smobilitazione, 
si va rianimando la domanda nazionale di tessuti, e poiché 
essa assorbe, ad alti prezzi, la produzione delle fabbriche, 
viene meno a queste lo stimolo per la ricerca di sbocchi fuori 
d'Italia; stolti divieti governativi concorrono ad assottigliare le 
esportazioni. Queste sono presso che annullate nella prima metà 
del 1920, mentre crescono le importazioni ; e soltanto nella 
seconda metà dell'anno il progressivo accumularsi di copiose 
scorte di manufatti presso le fabbriche, conseguenza della re- 
strizione avvenuta nella domanda interna, fa cercare sbocchi 
all'estero. Nel primo semestre del 1 921, continuando la pa- 
ralisi della domanda nazionale, s'intensifica lo sforzo per il 
collocamento di lanerie oltre i confini, e, nonostante le sfa- 
vorevoli condizioni dei mercati importatori, le esportazioni 
aumentano. Questo risultato, se pur conseguito con gravi sacri- 
fici sui prezzi, appare notevole, in confronto alla riduzione di 
tre quinti avvenuta nelle esportazioni britanniche ed a quella 
di tre quarti avvenuta nelle esportazioni nord-americane, dai 



LANA 



169 



primi nove mesi del 1920 al corrispondente periodo del 192 1. 
Sembra che nella seconda metà del 192 i le nostre esportazioni 
di tessuti siano proseguite abbastanza attive, favorite anche 
dalla stasi detìe esportazioni francesi, che è derivata da gravi 
scioperi degli operai lanieri. La messa in vendita di grandi 
quantità di tessuti a prezzi relativamente bassi ha rianimato 
la domanda nazionale ; e la sospensione dell'attività di molte 
fabbriche, cagionata dagli scioperi dell'autunno, ha accelerato 
l'esaurimento delle scorte. 

Torniamo ora a discorrere degli scambi internazionali. 
Il movimento di manufatti diversi dai tessuti soleva avere scarsa 
importanza; era avviata una discreta esportazione di maglie- 
rie, che sembra accennare a ripresa nel 1920. 

Gli approvvigionamenti militari hanno richiesto larghe im- 
portazioni di oggetti cuciti e di coperte, continuate anche nel 
191 9, ma poi cessate. Nel 1920 e nel 1921 si sono invece 
sviluppate le esportazioni di questi manufatti. 



» » » pettinata 

Coperte 

Maglierie 

Oggetti cuciti (esci, maglie). 



» » . » pettinata 

Coperte 

Maglierie 



Oggetti cuciti (esci, maglie) 



Importazioni. 












Me( 

1 


Jia annua 
1909-13 


1919 


1920 


1° semestre 
1921 


igliaia di 


q. 


ó,8 


5.2 


12,8 


1,0 


>> 




24>7 


6,9 


28,7 . 


5,8 


» 




0,1 


0,1 


0,5 


— 


» 




0,6 


2,ó 


0,5 


0,3 


» 




1,8 


23.6 


1,1 


0,4 


Esportazioni. 










igliaia di 


q- 


9,1 


5,7 


16,9 


12,1 


» 




4,2 


10,8 


1^1 


9,6 


' » 




1,2 


0,5 


3>2 


3,4 


» 




5,0 


1,0 


5.0 


0^ 


» 




0,8 


0,9 


5»5 


3>i 



170 LANA 

* * 

Le direzioni della nostra esportazione di tessuti sono radi- 
calmente mutate. Prima della guerra, i principali sbocchi erano 
nell'Argentina, nella Turchia, nell'India, nell'Africa meridio- 
nale britannica. I clienti del Sud-America e dell'Oriente asia- 
tico sono ora passati agli Stati Uniti ed alla Gran Bretagna. 
L'esportazione del 1919 è diretta per tre quarti alla Francia, 
alla Romania, ed all'Austria. Cessata la domanda francese,. 
col riattivarsi dell'industria nazionale, le nostre esportazioni 
di tessuti nel 1920 e nel 1921 si rivolgono per la massima 
parte ai niercati dell'Oriente europeo. 

Esportazione dei tessuti, secondo le destinazioni. 

1" semestre 
1913 1919* 1920* 1921* 

Argentina migliaia di q, 4,8 — 1,7 0,5 

Turchia : » i,8 0,8 1,5 0,8 

India. » 1,6 0,2 0,2 — 

Africa meridionale britannica. » 1,4 ? ? ? 

Egitto » ^ 1,3 0,4 0,4 0,1 

Grecia » 1,2 0,3 0,8 0,2 

Cile » 1,1 ? 0,1 0,1 

Giappone .../.... » 0,8 ? ? ? 

Francia ....'.... » 0,4 6,9 • o,ó 0,1 

Austria-Ungheria. .... » 0,2 2,8** 5,78 11,3^^ 

Romania » 0,2 2,9 8,6 2,9 

Russia » — ? 1,1 ? 

* 
* * 

Riteniamo che l'industria laniera italiana possa molto al- 
largare i suoi sbocchi all'estero. Non si oppongono allo svi- 
luppo delle sue esportazioni ostacoli maggiori di quelli che 
l'industria cotoniera ha saputo vincere. 

* Dati approssimativi. 

** Sola Austria. 

§. Austria .4,5, Jugoslavia 0,7, Ceco-Slovacchia 0,5. 

§§ Austria 8,8, Jugoslavia 2,5. 



LANA 171 

La materia prima può essere acquistata dall'Italia press'a 
poco alle stesse condizioni a cui l'acquistano i paesi suoi 
concorrenti nell'esportazione di manufatti ; associandosi fra 
loro per la compera, i nostri industriali potrebbero più facil- 
mente sottrarsi alle forche caudine dell'intermediazione in- 
glese. Una poderosa associazione degli industriali sarebbe, 
anche, più idonea della miope e tardigrada burocrazia sta- 
tale, a promuovere con previdente generosità il progresso qua- 
litativo e quantitativo degli allevamenti ovini nazionali, che 
potrebbero assicurare più ampie provviste di lana a buoni 
prezzi. 

La sostituzione dell'elettricità al carbone compensa lo 
svantaggio derivante all'Italia dal difetto di combustibili na- 
zionali; rimane invece un certo svantaggio nei prezzi dei mac- 
chinari e di alcune materie accessorie occorrenti all'industria. 
Ma questi svantaggi, riferentisi ad elementi secondari del costo 
di produzione, sono largamente compensati dal grande van- 
taggio della mano d'opera a buon mercato, che, attenuato forse 
negli ultimi due anni per l'ascesa dei salari, riprenderà la sua 
ampiezza col ritorno a condizioni meno instabili. 

Un recente studio sulle condizioni dell'industria laniera * 
evidentemente scaturito da fonte industriale, porge una curiosa 
involontaria conferma di questo vantaggio. Vi si narra, infatti, 
che nella primavera del 192 1 il salario medio orario degli 
operai lanieri, calcolato senza distinzioni di sesso né di età, è 
di lire 2,10, mentre era di lire 0,27 nella primavera del 1914. 
Il fortissimo aumento delle mercedi è innegabile; ma bisogna 
tener presente che, al cambio dell'epoca considerata, lire 16,80, 
compenso d' una giornata di lavoro, corrispondono a 4 scel- 
lini, oppure a 80 centesimi di dollaro, mercedi tre o quattro 
volte inferiori a quelle degli operai britannici ed americani **. 



^ Apparso nel «Bollettino di notizie economiche», giugno 1921. 
** Il citato studio è inteso a dimostrare le penose condizioni dell' industria, laniera 
italiana. Vi si osserva che i prezzi della materia prima, verso la metà del 1921, erano tripli. 



172 LANA 



Prospettive. 



La produzione della lana greggia, nell'avvenire prossimo, 
si manterrà inferiore alla misura prebellica, per la diminuzione 
avvenuta nei greggi d'alcuni principali paesi produttori. 

L'esistenza, sul mercato mondiale, di un' ingente scorta 
di lana greggia, specialmente delle qualità inferiori, tenderà, 
anche nel caso d' una vivace ripresa della domanda ora sopita, 
a moderare il rialzo dei prezzi. 

Le condizioni d'approvvigionamento per i paesi importa- 
tori, nell' immediato avvenire, non si presentano sfavorevoli ; 
potranno rapidamente peggiorare se un'attiva ripresa della 
"domanda, esaurendo le attuali scorte, farà risentire gli effetti 
della diminuzione avvenuta nel gregge mondiale. 

In Italia, la produzione di lana si mantiene normale ; tut- 
tavia occorrono dall'estero forti provviste, le lane nazionali 
essendo di qualità inferiori. 

Le condizioni economiche generali non promettono una 
prossima estensione della domanda nazionale di manufatti ; 
1' industria italiana per sfruttare a ^ieno i suoi impianti tende 
ad accrescere le vendite all'estero. 



— in moneta italiana — di quelli del 19 14; i salari quasi otto volte maggiori ; le spese 
delle varie lavorazioni da cinque ad otto volte — e in media sei volte — maggiori ; le 
spese di trasporto diciassette volte maggiori. Con tutto ciò non si dimostra che i fabbri- 
canti, vendendo le loro stoffe ad un prezzo almeno sei volte maggiore di quello prebel- 
lico, fossero in perdita, come viene asserito. 

E invece ben documentato, nello stesso studio, l'esagerato profitto che i lanieri hanno 
conseguito nel periodo degli alti prezzi. È dichiarato, infatti, che nel primo semestre 1919 
il prezzo di vendita delle stoffe da parte dei fabbricanti era in media dodici volte mag- 
giore di quello prebellico. Orbene, nel primo semestre del 1919 le lane costavano — in 
moneta italiana — da quattro a cinque volte il prezzo d'avanti guerra, i salari erano 
forse appena triplicati, ond'è evidente l'eccessivo margine di guadagno che rimaneva 
al produttore, se pur qualche elemento secondario del costo di- produzione aveva avuto 
^maggiore aumento di quelli ora accennati. 



CARBON FOSSILE 




o sfruttamento sempre più intenso delle miniere di 
carbone è stato condizione fondamentale del pro- 
gresso economico negli ultimi cent'anni. Lo svol- 
gimento delle industrie metallurgiche — e quindi 
anche di quelle meccaniche — , di molte industrie chimiche, 
dei trasporti terrestri e marittimi, dipende strettamente dalla 
disponibilità di adeguate provviste di combustibile a buon mer- 
cato. Nei paesi ricchi di carbon fossile il progresso industriale 
ha toccato i più alti culmini ; nei paesi avaramente dotati 
da Natura ha incontrato le maggiori difficoltà. 

L'Europa, che cinquant'anni or sono forniva i tre quarti 
della produzione mondiale del carbone, che ancora ne dava 
più della metà alla vigilia della guerra, ne dà ora meno della 
metà, ed è stata superata dall'America. 

Questa variazione, cui corrisponde lo spostamento del 
centro di gravità dell'industria mondiale dal vecchio verso il 
nuovo continente, rappresenta, in sostanza, un adattamento 
della produzione carboniera alla distribuzione delle riserve 
esistenti, le maggiori delle quali sono fuori d'Europa. Le ri- 
serve degli Stati Uniti vengono stimate a quattromila miliardi 
di tonnellate — corrispondenti a tremila volte l'attuale prò- 



174 CARBON FOSSILE 

dazione annua mondiale — ; quelle del Canada superano i 
milleduecento; quelle della Cina toccano i mille ; quelle della 
Russia asiatica si aggirano sui quattrocento miliardi di ton- 
nellate. 

Benché meno sterminate, sono pur copiose le riserve euro- 
pee : la Germania, anche amputata della meno vasta ma più 
ricca parte dell'Alta Slesia, e privata dal bacino della Saar, 
•dispone di duecentocinquanta miliardi di tonnellate; il Regno 
Unito di duecento, e di altrettanti Polonia e Ceco-Slovacchia 
insieme ; la Russia europea ha riserve per una settantina di 
miliardi di tonnellate; per venti miliardi ne ha la Francia, e 
quasi raddoppieranno ove le si aggiunga la regione della Saar ; 
per undici il Belgio, per cinque T Olanda. 

* * 

Sola fra i grandi paesi europei, l'Italia non possiede vasti 
giacimenti di combustibili fossili. Le sue riserve accertate di 
lignite ascendono appena a trecento milioni di tonnellate — 
avvertasi bene che si parla ora di milioni^ mentre dianzi si trat- 
tava di miliardi — ; a trecento milioni, forse, le riserve presunte 
di lignite ed a centocinquanta le riserve presunte di antra- 
cite. Tutte queste risorse, che in parte sono ipotetiche, e che 
in ogni caso esigerebbero immensi lavori per essere completa- 
mente sfruttate, non -giungono neppure ad eguagliare, per po- 
tere calorifico, la effettiva produzione di un anno solo negli 
Stati Uniti. 

Anche se ulteriori indagini modificheranno vantaggiosa- 
mente le stime delle ricchezze nascoste nel sottosuolo italiano, 
a profondità accessibili, non dobbiamo alimentare illusioni : 
fossero pure tre volte maggiori di quello che si crede, le 
nostre riserve di carbone equivarrebbero appena all'i 7o delle 
riserve britanniche e al 0,5 % delle riserve nord-americane. 

Non solo per quantità, ma anche per qualità, le nostre 



CARBON FOSSILE . 175 

risorse sono modestissime : i giacimenti di più agevole sfrutta- 
mento sono quelli lignitiferi, che forniscono un materiale do- 
tato di scarso potere calorifico, inutilizzabile per alcuni im- 
pieghi, per i quali occorrono litantraci o antraciti di speciali 
varietà, e poco "«idatto per altri, a cagione delle molte im- 
purità che contiene. 

Non producendo neppure una tonnellata di litantrace e 
producendo quantità trascurabili di mediocre antracite, l'Italia 
dipende dall'estero per l'approvvigionamento di questi car- 
boni in una proporz;ione prossima al 100 7o> ^^" raggiunta 
né avvicinata da nessun altro grande Stato. Negli ultimi anni 
di pace, infatti, l'Austria-Ungheria chiedeva all'estero il 45 7o 
del suo fabbisogno di litantrace e d'antracite, la Spagna il 
40 7o? ^^ Francia il 36 7o5 ^^ Russia il 18 7o? ^^ Germania 
il 9 7o? ^1 Regno Unito e gli Stati Uniti quantità molto infe- 
riori all'i 7o' 

Costretta à ritrarre dall'estero la provvista di carbon fos- 
sile che le occorre per vivere, l'Italia ha fatto dura espe- 
rienza, negli ultimi tempi, dei danni di questo servaggio, e 
s'accinge a tentare un'intenso sforzo, non per emanciparsene 
del tutto, che sembra impossibile, ma per attenuarne iP peso, 
mediante il migliore sfruttamento dell'energia offerta dalle 
sue copiose acque. 

La produzione mondiale. 

Da 530 milioni di tonnellate* nel quinquennio 1889-93, 
la produzione media annua mondiale del carbon fossile era 
salita a 1.2 11 milioni di tonnellate nel 1909-13, giungendo 
ad un massimo di 1.342 milioni nell'ultimo anno di pace. 

La guerra ha troncato questo progresso, facendo cadere 



* Tutti i dati riferiti in questo capitolo sono espressi in tonnellate metriche. Una 
causa di frequenti inesattezze nei confronti internazionali consiste nella confusione fra 
tonnellata metrica, short ton (0,9071.) e long ton (1,016 t.). 



176 CARBON FOSSILE 

la produzione a 1.205 niiUoni di tonnellate nel 19 14 ed a 
1.196 nel 191 5. Ma gik nel 19 16 si consegue un forte mi- 
glioramento, e negli anni 191 7 e 191 8 vien raggiunto, sotto 
l'impulso dei bisogni bellici, il massimo del 191 3. Terminata 
la guerra, si ricade bruscamente, nel 1919, a 1.158 milioni di 
tonnellate, cioè ad un livello più basso del più basso toc- 
cato nel corso delle ostilità. Esaurimento fisico di popola- 
zioni mal nutrite, disordini politici, malcontento ed agitazione 
degli operai, riduzione della durata del lavoro, brusco ar- 
resto della domanda per le industrie di guerra, spiegano que- 
sta caduta. La fittizia prosperità industriale del 1920 si ri- 
vela in una vivace ripresa della produzione carboniera, che 
sale a 1.300 milioni di tonnellate ; ma la pronta reazione del 
1921 la fa discendere a i.ioo milioni, o pochi più, cioè ad 
un livello anche più basso di quello del 191 9- Tenuto conto 
del peggioramento qualitativo avvenuto durante gli ultimi 
anni, si può stimare che la produzione del 1921 sia stata 
inferiore di un quinto, per potere calorifico, a quella del 1913. 

* 
* * 

Le vicende ora descritte sono state quasi completamente 
determinate dall'andamento della produzione nei tre princi- 
pali paesi carboniferi. L'aumento di 681 milioni di tonnellate 
nella produzione mondiale, dal 1889-93 al 1909-13, si mani- 
festa per 557 milioni in essi soli; nell' una e nell'altra epoca, 
Stati Uniti, Regno Unito e Germania davano i quattro quinti 
del carbon fossile prodotto nel mondo. Il regresso di 133 mi- 
lioni di tonnellate dal 1913 al 191 4è dovuto in gran parte 
all'esodo dei lavoratori dalle miniere ed alle altre difficoltà di 
produzione sorte negli ultimi cinque mesi del 1 9 1 4, in seguito 
allo scoppio della guerra europea ; i tre paesi anzidetti con- 
corrono ad esso per 108 milioni, vi concorrono, inoltre, per 
1 1 milioni di tonnellate la FranciJj e per 6 milioni il Belgio, 



CARBON FOSSILE 177 

invasi dal nemico. 11 nuovo regresso del 191 5 deriva dal peg- 
gioramento della situazione dei paesi belligeranti : il Regno 
Unito vede ancora diminuire la produzione di 1 3 milioni di 
tonnellate, la Germania di io, il Belgio di 3, ma gih gli Stati 
Uniti sono riusciti ad accrescerla di 2 1 milioni, riportandola 
al livello del 191 2. E con sforzo ininterrotto giungono ad 
aumentarla ancora di 54 milioni di tonnellate nel 19 16, di 
55 nel 191 7 e di 25 nel 191 8, fino a raggiungere il massimo 
assoluto di 616 milioni di tonnellate, equivalenti all'intera 
produzione mondiale di vent'anni prima. Intanto la Germania 
accresceva il rendimento delle sue miniere, raggiungendo e 
superando il livello del 191 2 ; la Francia conseguiva un no- 
tevole aumento, intensificando Testrazibne nelle miniere ri- 
mastele ; il Regno Unito riusciva a frenare la discesa nel 1 9 1 6 
e nel 191 7, ma non nel 191 8, perchè l' intensificazione dello 
sforzo militare sottraeva altri minatori al lavoro. Così, in com- 
plesso, la produzione mondiale potè superare lievemente, nel 
191 8, la cifra del 19 13. 

La crisi del 1919 si presenta ugualmente grave negli 
Stati Uniti ed in Germania, benché determinata da cause in 
gran parte differenti. In America, sopratutto il brusco arresto 
della colossale macchina delle industrie di guerra determina 
la minor produzione ; nell'ex-impero, invece, il bisogno si 
mantiene acuto, ma lo sfacelo politico dà origine a disordini,^ 
a violenze, a movimenti rivoluzionari, le conseguenze dei quali 
sono aggravate dalle agitazioni con fine economico ; la de- 
nutrizione dei lavoratori concorre anch'essa a scemare il ren- 
dimento. Solo il Regno Unito in apparenza si salva dalla ri- 
percussione dell'armistizio ; ma in sostanza, come vedremo, 
questa ripercussione si manifesta assai grave, perchè, nono- 
stante l'affannosa domanda, la produzione non riesce a sol- 
levarsi oltre la cifra, minima, del 19 18. 

Nel 1920, nonostante l'intensa ripresa dell'attività indu- 
striale, rimane bassa la produzione britannica ; è, invece, 

MORTARA, Prospettive economiche. 12 . 



178 



CARBON FOSSILE 



facilmente accresciuta — pur non giungendo al massimo del 
1 9 1 8 — l'estrazione dei carboni americani ; ed anche la Ger- 
mania consegue un forte aumento. 

Nel 192 1, nuova depressione: sola la Germania, incalzata 
dal bisogno interno e dagli obblighi internazionali, riesce ad 
intensificare l'estrazione. La produzione britannica è gravemente 
falcidiata per lo sciopero dei minatori, durato per tutto il se- 
condo trimestre dell'anno. 

I dati che qui riferiamo mostrano come abbiano concorso 
all'approvvigionamento mondiale, negli ultimi anni, i tre grandi 
paesi produttori. 











stati 


Regno 




Totale 


Produzione 








• 


Uniti 


Unito 


Germania 


dei tre paesi 


mondiale 


Media 


1889 


■93 mi 


ioni di t. 


150 


183 


91 


424 


530 


» 


1909- 


13 


» 


465 


274 


242 


981 


I.2II 


1913 






» 


517 


292 


279 


1.088 


1-342 


1914 






» 


461 


270 


245 


976 


1.205 


1915 






» 


482 


257 


235 


974 


1.196 


1916 






» 


536 


261 


253 


1.050 


1.296 


1917 






» 


591 


253 


2Ó2 


1.106 


1-345 


1918 






» 


616 


232 


2ÓI 


1.109 


I-33I 


1919 






» 


495 


233 


210 * 


938 


1.158 


1920 






» 


586 


233 


252 * 


1.071 


1.300 


1921 


(genn. 


-ott.) 


» 


410 


126 


222 * 


. 758 


950 § 



Il contributo degli Stati Uniti alla produzione mondiale 
era già salito dal 28 7o ^^^l 1889-93 al 38 7o nel 1909-13; 
le sfavorevoli condizioni degli altri paesi produttori ne hanno 
agevolato, negli anni successivi, l' ulteriore progresso, con- 
sentendo che salisse al 46 7o "^^ 19 18. Fin dal 1899 gli 
Stati Uniti hanno tolto il primato alla Gran Bretagna : qua- 
rant'anni or sono la repubblica nord-americana traeva dal suo 
sottosuolo metà di quanto carbon fossile cavava il Regno 
Unito ; ora ne trae molto più del doppio. 



* Escluse le miniere della Lorena passate alla Francia (produzione 2,4 milioni di 
t. nel 19 19, 3,2 nel 1920), ma comprese quelle della Saar (produzione 9 milioni di t. 
nel 1919, 9,4 milioni nel 1920, 8 milioni nei primi dieci mesi del 1921). 

§ Dato approssimativo. 



CARBON FOSSILE 



179 



Il Regno Unito concorreva per 35 7o ^^'^ produzione 
mondiale del 1889-93, per 23 % ^ quella del 1909-13, per 
17 7o a quella del 191 8, che si discosta poco, probabilmente, 
da quella che potrà ottenersi nel prossimo avvenire, appena 
saranno ritornate normali le condizioni del lavoro. 

Le miniere germaniche davano soltanto il 1 7 7o <^^el car- 
bone prodotto nel mondo durante il periodo 1889-93 ; la 
percentuale era salita al 20 7o ^^1 1909-13 e si è mantenuta 
a questo livello durante la guerra. Nel 19 19 s'è un po' ab- 
bassata, ma già nel 1920 risale al 19 7o ^ ^^^ 1921 deve 
essersi accostata al 23 7o« 



* 
* * 



Gli altri paesi forniscono,* insieme, circa un quinto della « 
produzione mondiale. Riportiamo alcuni dati comparativi sulla 
produzione, prima e dopo la guerra, per ciascuno di quei 
paesi che traggono dal loro suolo più di io milioni di tonnel- 
late di carbone all'anno. 



Litrantace e antracite. 



Stati Uniti § milioni di tonnellate 

Regno Unito * » 

Germania 

Francia 

Russia § 

Belgio 

Giappone § 

Austria-Ungheria ... 

India 

Canada § 

Cina 

Australia 

Geco-Slovacchia 

Polonia 

Unione Sud-Africana . 



media 
1909-13 

274 

IÓ6 

3Q 
29 

23 

18 

^5 
14 
13 
12 
II 

(13) 

(IO) 

9 



1919 
484 

117 

22 

8 

18 

30 

23 
14 

23 
II 
IO 

6 
9 



1920 

58Ó 

233 
141 

25 

8 
22 
31 

18 

17 
20 

9 
II 

7 
10 



§ Compresa lignite, in quantità non determinata. 



i8o 



CARBON FOSSILE 



Germania, 

Austria-Ungheria 

Ceco-Slovacchia 



Lignite. 



milioni di tonnellate 



76 

34 

(25) 



94 



17 



III 



20 



Notiamo che la produzióne del Belgio è ritornata, ne{ 
1920, press'a poco al livello del 191 3. 

Notiamo, inoltre, il grande progresso della produzione in 
Oriente. Giappone, India e Cina produceyano insieme soltanto 
44 milioni di tonnellate nel 1909-13 ; ne hanno prodotto 
69 milioni nel 1920. 






Le conseguenze della guerra sulla distribuzione per con- 
tinenti della produzione carboniera mondiale sono eloquente- 
mente riassunte nei dati comparativi sotto riferiti. Dal 191 3 
al 1920 la produzione europea è diminuita di 133 milioni di 
tonnellate, mentre cresceva di 70 milioni la produzione ame- 
ricana e di 20 milioni quella asiatica. Vedremo più innanzi 
le ripercussioni di questa modificata distribuzione delle di- 
sponibilità, sugli scambi internazionali di combustibile fossile» 









1913 


1920 


Europa. 


migliaia 


di t. 


730 


597 


America . 


. . » 




533 


603 


Asia. . . 


. . » 




56 


76 


Oceania . 


» 




15 


12 


Africa . 


* 
* * 




8 


12 



Due problemi di fondamentale importanza hanno formato, 
negli ultimi anni, oggetto di vive discussioni. 

Il primo riguarda principalmente i fattori naturali della 



CARBON FOSSILE^ i8i 

produzione carboniera : si chiede, infatti, se non sia per av- 
ventura eccessiva l'avidità con la quale l' uomo viene sfrut- 
tando le ricchezze onertegli dalla Natura, e se le industrie non 
rischino così di trovarsi, in un giofno non remoto, sprovviste 
di combustibile. 

È molto diversa la soluzione che va data a questo dub- 
bio, secondo che lo si guardi dal punto di vista generale 
dell'umanità intera oppure dal punto di vista particolare di 
ciascun paese carbonifero. Il mondo, come abbiamo già detto, 
possiede certamente immense riserve di carbone : quelle note 
come sicure o probabili basterebbero per alcuni millenni, se 
il consumo annuo restasse costante ; per alcuni secoli, anche 
se il consumo progredisse con discreta rapidità. Inoltre nelle 
stesse zone più accuratamente esplorate dai geologi si scoprono 
spesso giacimenti prima sfuggiti ad ogni ricerca ; ed a mag- 
gior ragione si possono sperare consimili sorprese nei vastis- 
simi territori ancora inesplorati dell'Africa, dell'America meri- 
dionale, dell'Asia. Sicché il mondo, considerato nel suo insieme, 
non ha da temere penuria di carbone. 

Ma il problema cambia aspetto, considerato dal punto di 
vista di quei paesi che hanno già intaccato in misura sensi- 
bile i Jpro tesori. Il progressivo esaurimento dei giacimenti 
piti prossimi alla superficie del suolo, o più spessi, o più pre- 
gevoli per qualità e purezza del minerale, o più vicini ai 
grossi centri di popolazione, al mare, a vie d'acqua interne, 
costringe di mano in mano allo sfruttamento di miniere si- 
tuate in condizioni meno favorevoli ; e i più gravi osta- 
coli da superare per l'estrazione del minerale, la necessità di 
più poderosi impianti, la maggior perdita di tempo per il 
trasporto dei minatori al luogo del lavoro, il minor rendi- 
mento del minerale estratto ed il minor pregio di esso, le 
maggiori difficoltà e la maggiore spesa del trasporto del com- 
bustibile ai centri di consumo, si traducono in un aumento 
del costo di produzione. Alle miniere britanniche, nel 191 1, 



i82 CARBON FOSSILE 

occorrevano 1.045.000 operai per cavare una quantità dì 
carbon fossile pari appena ai sei decimi di quella che gli 
Stati Uniti ottenevano con l'impiego di soli 722.000 operai. 
Non soltanto la migliore organizzazione del lavoro, il più 
largo impiego di mezzi meccanici, la maggiore efficienza del 
lavoratore, ma anche le più favorevoli condizioni in cui si 
presenta il minerale, fanno sì che il rendimento medio per 
minatore in America sia due volte e mezza maggiore che 
nel Regno Unito. 

Tal condizione di cose preoccupa, non a torto, l'opi- 
nione pubblica britannica, che vede minacciata la prosperità 
dell' industria, sulla quale si fonda la grandezza economica 
del paese. Si teme non tanto di restare a corto di carbone, — 
poiché i più fieri pessimisti riconoscono l' imponenza delle 
riserve esistenti — , quanto^ piuttosto, di non aver più il carbone 
a buon mercato, elemento prezioso di successo nella concor- 
renza internazionale, sia per l' industria dei trasporti marittimi, 
sia per le industrie manifattrici. Dal canto loro, i paesi poveri 
di combustibili fossili si preoccupano anch'essi dell'aumento 
del costo di- produzione, che si riflette nell'onere dei '^ loro 
approvvigionamenti. 

E così avviene che in un mondo teoricamente provvisto 
di carbone per migliaia di anni si vada lacrimando per il 
prossimo esaurimento delle miniere. Ciò accade specialmente 
nei periodi di espansione economica, quando la produzione 
del combustibile stenta a seguire il progresso delle industrie 
manifattrici ; nei periodi di ristagno, invece, come quello che 
oggi attraversiamo, tacciono gli allarmi e si lamenta l'esube- 
ranza delle quantità disponibili. 

* 
* * 

Il secondo problema, cui dianzi accennavamo, riguarda 
invece il fattore umano della produzione : il rendimento del 
minatore. In generale, discutendo intorno al rendimento del 



CARBON FOSSILE 183 

minatore, si ragiona sui dati intorno al rendimento ^^r mina- 
tore, cioè sul rapporto fra la produzione totale delle miniere 
e il numero degli operai. L'esempio che abbiamo recato 
poc'anzi ci dispensa dall' insistere sulla confusione che così si 
opera, considerando dipendente dalla sola maggiore o minore 
attività del minatore quel rapporto che in realtà dipende da 
tutte le condizioni nelle quali si svolge la produzione, e che 
perciò misura il rendimento del lavoratore im-piegato in quelle 
date condizioni. 

Ciò premesso per giustificare l'impossibilita di precisi con- 
fronti internazionali in questa materia *, dobbiamo però ricono- 
scere che le variazioni del rendimento medio per minatore negli 
ultimi anni sono state in parecchi paesi tanto forti, da doversi 
legittimamente presumere che riflettano in gran parte varia- 
zioni del rendimento del lavoratore. 

Dal 191 3 al 1920 il rendimento medio per minatore** 
è diminuito del 37 7o i^ Germania, del 35 % ^" Francia (dal 
191 3 al 19 19), del 25 7o "6^ Regno Unito, del 73 % i^ 
Russia. Della rovina di quest'ultimo paese sono troppo uni- 
versalmente note le cause perchè valga la pena di ricordarle 
qui ; ma per gli altri paesi conviene riassumere le principali 
circostanze che hanno determinato la diminuzione del rendi- 
mento. 

Alcune di queste circostanze sono estranee all'azione ed 
all' intenzione del minatore. I danneggiamenti e le distruzioni 
di impianti minerari, avvenuti durante la guerra, si sono, natu- 
ralmente, ripercQSsi sulla produzione. Alcune delle più impor- 
tanti zone carbonifere francesi sono state teatro di lunghe e 
violentissime azioni di guerra; altre, fuori dei campi. di batta- 



* Nel periodo 1909-13 il rendimento medio annuale per operaio (nelle miniere di 
litantrace e d'antracite, escluse quelle di lignite) era di 660 t. negli Stati Uniti, di 2Ó4 
in Germania, di 261 nel Regno Unito, di 203 in Francia ed in Austria, di 162 nel 
Belgio, di 152 in Russia. 

** Il calcolo si riferisce al complesso degli operai occupati nelle miniere di antracite 
e di litantrace (sopra e sotto il suolo). 



i84 ' CARBON FOSSILE 

glia, sono state devastate dall"esercito germanico durante la 
ritirata. Là dove si è ripresa l'escavazione, spesso la si è 
ripresa in condizioni assai più sfavorevoli delle primitive. 
Inoltre, anche fuori delle zone delle operazioni, molte mi- 
niere hanno sofferto, per il trascurato mantenimento e rinno- 
vamento degli impianti e dei macchinari, e per lo sfrutta- 
mento spinto al massimo grado, senza alcun riguardo ai criteri 
razionali normalmente seguiti. 

Ma, fatta eccezione per la Russia, si può ritenere che il 
fattore di gran lunga preponderante della minor produzione 
media individuale consìsta nell'azione — o meglio, potrebbe 
dirsi, nell' inazione — del minatore. Gli scioperi frequentissimi 
hanno diminuito il numero delle giornate di lavoro ; la 
volontà dei sindacati ha diminuito il numero delle ore giorna- 
liere di lavoro, divenute otto di nome, sei o sette di fatto ; 
1' imperizia, la negligenza, lo scemato vigore fisico del lavo- 
ratore ha diminuito il rendimento medio individuale dell'ora 
di lavoro. 

Che il fattore umano prevalga tra le cause della minor 
produzione carboniera, è dimostrato dalle miniere britanniche. 
Nel corso del 1920 la produzione normale di esse era scesa 
da 5,0 milioni di tonnellate per settimana, nel primo trime- 
stre, a 4,9 nel secondo, a 4,8 nel terzo, non ostante un 
aumento del 2 7o ^^^ numero dei minatori. Dopo lo sciopero 
dell'ottobre, poiché, secondò i nuovi accordi, la produzione 
delle cinque settimane dal 13 novembre al 20 dicembre doveva 
dar norma all'aumento dei salari, la produaione normale è 
salita d'un balzo a 5,3 miHoni di tonnellate per settimana *, 
aumentando di oltre un decimo in confronto al periodo antece- 
dente allo sciopero. Compiute le settimane d'esperimento, e 
cessato lo stimolo, la produzione è ricaduta subito molto 
sotto i 5 milioni di tonnellate settimanali. 

* Nella settimana dal 12 al 18 dicembre è stata raggiunta la cifra massima : 5,4 
milioni di tonnellate. 



CARBON FOSSILE 185 

Negli Stati Uniti è stata meno sentita la diminuzione del 
rendimento; anzi dal 191 3 al 19 18 il prodotto medio per 
minatore è aumentato del 22 7o« Soltanto nel 19 19 avviene 
una notevole riduzione, in buona parte cancellata nel 1920. 

Gli scambi internazionali di carbone. 

La massima parte dell'esportazione mondiale di carbon 
fossile è data dai tre grandi paesi produttori. 

Nel 1 9 1 3 il Regno Unito, la Germania e gli Stati Uniti, 
a prescindere dai mutui scambi, circa io milioni di tonnel- 
late, e dagli approvvigionamenti alla navigazione internazio- 
nale {foreign bunker s)^ circa 33 milioni di tonnellate, esporta- 
vano in altri paesi circa 141 milioni di tonnellate di carbon 
fossile. 

1 seguenti dati illustrano la situazione del 19 13*. 



Produzione, milioni di t. 

Importazione » 

Esportazione » ' 

Navigazione internazionale . » 

Residuo pel consumo interno. » 

I tre paesi, che nel 19 13 avevano prodotto 1.088 milioni 

jdi tonnellate, nel 1920 ne hanno prodotto 1.07 1 ; la situa- 



R. Unito 


Germania 


stati Uniti 


292 


279 


517 


— 


19 


2 


78 


49 


24 


21 


4§ 


8 


193 


245 


. 487 



* Le quantità di coke comprese negli scambi internazionali sono state ragguagliate 
a carbon fossile naturale mediante moltiplicazione per 1,67, calcolandosi che occorrano 
appunto 1,67 t. di carbone per ottenere i t. di coke ; e le quantità di mattonelle sono 
state ragguagliate a carbon fossile naturale mediante moltiplicazione per 0,9 (coefficienti 
applicati nei documenti ufficiali britannici). 

Il residuo per il consumo interno si è computato coli' aggiungere alla produzione le 
importazioni e col sottrarne le esportazioni e i rifornimenti per la navigazione interna- 
zionale. 

§ I rifornimenti a navi straniere ascendevano a sole 300 mila tonnellate. Mancano 
dati precisi sul consumo delle navi germaniche in servizio internazionale, che abbiamo 
calcolato in via di larga approssimazione. 



i86 CARBON FOSSILE 

zione di quest'ultimo anno è illustrata dai dati, paralleli ai 
precedenti, che ora riferiremo. 

R. Unito Germania Stati Uniti 

Produzione milioni di t. 233 252* 58Ó 

Importazione ...... » — 3 l 

Esportazione ...... » 30 36** 41 

Navigazione internazionale . » 14 — 9 

Residuo pel consumo interno. » 189 219 537 

Poiché gli scambi fra i tre paesi sono stati insignificanti, 
si può assumere l' intero ammontare delle esportazioni — 107 
milioni di tonnellate — come diretto ad • altre destinazioni. 



5fC 

*. * 

I paesi diversi dai tre sopra menzionati, nel 191 3, produ-^ 
cevano 254 milioni di tonnellate, ne ricevevano dai tre sud- 
detti paesi 141 milioni e ne inviavano loro 1 1 milioni ; dispo- 
nevano, cioè, in complesso, di 386 milioni di tonnellate. Nel 
1^20 hanno prodotto soltanto 229 milioni, hanno importato 
dai principali paesi produttori soltanto 107 milioni, vi hanno 
esportato 4 milioni j in complesso, dunque, hanno disposto di 
332 milioni di tonnellate. Il loro approvvigionamento com- 
plessivo si è ridotto di 54 milioni di tonnellate, ossia del 
14 7o5 ^^ confronto al 191 3. Più grave appare la riduzione, 
se si escludono dal computo i tre maggiori mercati orientali 
— Giappone, Cina^ India — : la disponibilità complessiva 
dei paesi rimanenti è discesa, infatti, da 344 a 268 milioni 
di tonnellate ; e tuttavia la situazione del 1920 segna per essi 
un notevole miglioramento in confronto a quella del I9i9§. 

Ricapitolando, troviamo dal 191 3 al 1920 le seguenti va- 



* Compresa la produzione della Saar. 

** Compresa la produzione della Saar ; comprese le esportazioni forzate in adempi- 
mento dei trattato di Versailles. 

§ Vedausi notizie per il 1919, a pag. 179 delle «Prospettive, 1921». 



CARBON FOSSILE 187 

riazioni nelle disponibilità per il consumo interno : un aumento 
del 2 % per i tre paesi principali produttori, un aumento 
del 52 7o per i tre paesi di Oriente, una diminuzione del 
22 7o per il resto del mondo. Quest'ultima percentuale basta 
ad indicare tutta la gravità del disagio che hanno sofferto 
nello scorso anno i paesi importatori di carbone ; alle cause 
del quale disagio accenneremo poi. L'esportazione dèi 1921 
dai tre paesi dominatori del mercato carboniero verso altri, 
paesi (esclusi, cioè, i mutui scambi fra loro) deve essersi ag- 
girata fra 75 e 80 milioni di tonnellate, cifra molto inferiore 
a quella dell'anno precedente. Ma il disagio dei paesi impor- 
tatori è stato minore, sia per l'aumento della produzione locale 
conseguito da alcuni di essi, sia per la restrizione della do- 
manda, derivata dalla generale depressione economica. 

* 
* * 

Esamineremo ora più particolarmente: il bisogno d'approv- 
vigionamento dei principali mercati importatori, la capacità 
d'esportazione dei principali paesi produttori. 

Abbiamo calcolato il bisogno d'importazioni dei prin- 
cipali paesi consumatori di litantrace e d'antracite, compu- 
tando la differenza tra la cifra delle importazioni e quella delle 
esportazioni avvenute nel 19 13*. 

Poiché in questo modo si prescinde dalle differenze di 
qualità fra i vari carboni importati' ed esportati, riguardandoli 
tutti come reciprocamente sostituibili, mentre di fatto non lo 
sono, le seguenti cifre rappresentano valutazioni minime del 
fabbisogno d' importazioni. 



* Calcolo eseguito sulle statistiche dei paesi importatori, le indicazioni delle quali 
spesso sensibilmente differiscono da quelle delle statistiche dei paesi esportatori. È stato 
impiegato il solito coefficiente di 1,67 per il ragguaglio a carbone fossile naturale delte 
importazioni e delle esportazioni di coke. 

Sono esclusi gli scambi internazionali di ligniti. 



i88 CARBON FOSSILE 

Francia milioni di t. 23,4 

Canada » 16,5 

Austria-Ungheria ... » I3>9^ 

Italia » 10,9 

Centro e Sud-x\merica . » 10,5 

Russia » g,2 

Olanda » 8,7 

Svezia ....... » 5,7 

Belgio » 5,0 

Danimarca » 3j5 

Spagna » 3,3 

Svizzera » 3,0 

Norvegia » 2,5 

Portogallo » 1,4 

Questi dati indicano ancora per parecchi paesi l'appros- 
simativo bisogno d'importazioni: così per il Canada, per l'Ita- 
lia, per l'America centrale e meridionale, per il Belgio, per 
la Danimarca, per la Svizzera, per la Norvegia, per il Por- 
togallo. L'Olanda, la Svezia, la Spagna, accrescendo la produ- 
zione nazionale, hanno diminuito la loro dipendenza dall'estero. 
•La domanda dei territori francesi compresi nei vecchi confini 
è aumentata d' una decina di milioni di tonnellate per la ces- 
sata o scemata produzione delle miniere devastate dai tedeschi'; 
quella degli antichi territori austro-ungarici e russi è diminuita 
per la ridotta attività industriale. In complesso, per i paesi 
sopra elencati, sarebbero occorsi nel 1920 circa i io milioni 
di tonnellate ; i tre principali j^aesi esportatori ne hanno for- 
nito circa 95*, e il disavanzo di 15 milioni di tonnellate è 
stato solo in minima parte colmato mediante importazioni da 
altri paesi produttori. Il 1920 è stato dunque per parecchi paesi 
un anno di fame di combustibile ; soltanto verso la fine del- 
l'anno, col languire dell'attività industriale, si è andata quasi 
dovunque contraendo la domanda. 

§ Per le ligniti, invece, le esportazioni eccedevano fortemente — di almeno 7 milioni 
di tonnellate — le importazioni. 

* Calcoliamo che, su 107 milioni di tonnellate esportate, una dozzina siano state 
dirette a paesi non compresi nell'elenco. 



CARBON FOSSILE 189. 

Nel 1921 questa contrazione s'è accentuata : si può stimare 
che le esportazioni dai tre maggiori paesi produttori verso 
altri paesi non siano giunte a 80 milioni di tonnellate; e tut- 
tavia non si lamenta penuria nei paesi importatori, anzi in 
taluno si annunzia pletora di carbone. Ma questa è una situa- 
zione transitoria, com'è transitorio il rallentamento dell'attività 
produttrice, e col rianimarsi di questa si affaccerà ancora — 
probabilmente prima che si compia il 1922 — il gran pro- 
blema dell'approvvigionamento di combustibile per i paesi im- 
portatori. Qonviene pertanto considerare partitamente le con- 
dizioni dei principali paesi esportatori e le direzioni della loro 
esportazione. 

* * 

Nel 191 3 il Regno Unito da solo esportava oltre 78 milioni 
di tonnellate *, cioè più che la Germania e gli Stati Uniti 
insieme ; e nei rifornimenti alla navigazione internazionale — 
2 1 milioni di tonnellate — superava quasi del doppio i rivali. 
Esso dominava completamente la concorrenza nord-americana 
sui mercati dell'America meridionale, ai quali spediva quasi 
8 milioni di tonnellate ; era invece quasi totalmente escluso 
dall'America centrale. I principali sbocchi delle sue esporta- 
zioni si trovavano in Europa : più di 44 milioni di tonnellate 
erano diretti ai paesi che si affacciano sulla Manica, sul Mar 
del Nord e sul Baltico ; più di 24 milioni ad altri paesi 
europei e mediterranei. 

La Gran Bretagna disponeva di una meravigliosa organiz- 
zazione commerciale, che spingeva le sue propaggini nelle più 
remote terre, e di un impareggiabile attrezzamento per il 
trasporto marittimo ; il carbone britannico, distribuito in tutto 
il mondo da navi britanniche, era collocato per opera di agenti 
britannici, e in molti luoghi fecondava imprese di emigrati 



* Sono compresi nei dati sulle esportazioni dai tre paesi il coke e le mattonelle, 
ragguagliati a carbone naturale. 



IQO 



CARBON FOSSILE 



britannici. Persino alcune zone della Germania, potente pro- 
duttrice ed esportatrice, trovavano conveniente rifornirsi nel 
Regno Unito, importandone 9, i milioni di tonnellate *. Gli 
altri principali clienti erano la Francia (13,2), l'Italia (10,1), 
la Russia (6,2), la Svezia (5,0), la Spagna (4,1), l'Argentina 
(3,9), l'Egitto (3,4), la Danimarca (3,4). 

Seconda, per mole di esportazioni, veniva nel 191 3 la 
Germania, con 49 milioni di tonnellate. Essa spediva 1 suoi 
carboni, nella massima parte per ferrovia e per vie fluviali, 
verso i paesi confinanti, che da soli assorbivano 44,4 milioni. 
Altri 4 milioni circa erano diretti a paesi europei non con- 
finanti e ad altri paesi mediterranei. Per agevolare il confronto 
con le esportazioni britanniche, raggruppando anche quelle 
germaniche con lo stesso criterio, troviamo che 28 milioni di 
tonnellate erano diretti ai paesi aventi sbocchi sulla Manica, 
sul Mar del Nord e sul Baltico, circa 20 milioni ad altri 
paesi europei e mediterranei. La Germania vendeva carbone 
sopratutto all'Austria-Ungheria (14,2 milioni di tonnellate), 
all'Olanda (8,3), al Belgio (7,8), alla Francia (7,6), alla Russia 
(3,0), alla Svizzera (2,9). 

Meno ingente, ma pure ragguardevole, era, nel 191 3, 
l'esportazione degli Stati Uniti : 24 milioni di tonnellate. Essa 
si ripartiva, secondo la destinazione, cosi: più di tre quarti (19 
milioni di tonnellate) al Canada, un'altra parte considerevole 
all'America centrale (3 milioni); piccole frazioni all'America 
meridionale, all'Europa ed a paesi mediterranei non europei, 
all'Oriente asiatico ed all'Oceania. La maggior parte delle 
esportazioni era avviata alla mèta per vie acquee interne o 
per ferrovia. 

* * 

La ripartizione dei mercati importatori fra i paesi espor- 
tatori era determinata prevalentemente dà condizioni d'ordine 



* t rifornimenti britannici non si fermavano alla zona costiera della Germania ; Ber- 
lino stessa ne richiedeva più di un milione e mezzo di tonnellate. 



CARBON FOSSILE 191 

geografico. Le zone industriali polacca e boema avevano a 
brevissima distanza le miniere germaniche della Slesia; alcune 
importanti regioni industriali francesi erano prossime ai giaci- 
menti germanici della Saar e della Vestfalia ; la Svizzera 
distava assai meno dai centri minerari tedeschi che da quelli 
britannici ; il trasporto del carbone ad una parte delle officine 
canadesi riusciva più comodo e meno costoso dai prossimi 
distretti carboniferi degli Stati Uniti che da queUi dello stesso 
Canada. La vicinanza al mare delle regioni carbonifere bri- 
tanniche e la vasta rete di fiumi e canali navigabili della 
Germania costituivano, alle due grandi produttrici europee, 
naturali condizioni di superiorità, per l'esportazione marittima, 
di fronte agli Stati Uniti, le cui miniere sono in gran parte 
lontane dall'Oceano. 

Un'altra circostanza, la varia qualità delle produzioni, 
influiva notevolmente sugli scambi internazionali. La Germania 
vendeva all'Austria-Ungheria 14 milioni di tonnellate di litan- 
trace e d'antracite, ma le domandava 7 milioni di tonnellate 
di lignite ; la Francia chiedeva alla Gran Bretagna due terzi 
del suo fabbisogno d'importazioni di carbon fossile naturale, 
ma riceveva dalla Germania quattro quinti del coke che impor- 
tava. La Germania dominava il mercato mondiale del coke, 
esportandone 6,4 milioni di tonnellate, mentre il Regno Unito 
ne esportava soltanto 1,2 milioni e gli Stati Uniti 0,9 milioni*. 

* 
* * 

La guerra ha perturbato grandemente il mercato mondiale 
del carbon fossile, alterando la capacità e la possibilità di espor- 
zione dei paesi produttori e modificando la distribuzione, fra 
essi, dei mercati importatori. 



* Pesi effettivi (non ragguagliati a carbon fossile naturale). La produzione del coke 
ascendeva nel 1913 a 35 milioni di t. in Germania; a 39 milioni negli Stati Uniti; a 
circa 35 milioni nel Regno Unito. 



192 



CARBON FOSSILE 



L'esportazione britannica è andata incessantemente dimi- 
nuendo : da 78 milioni di tonnellate nel 191 3, a 63 milioni 
nel 1914, a 47 nel 1915,' a 43 nel 191 6, a 39 nel 191 7, a 
35 nel 191 8. Di pari passo si sono ristretti i rifornimenti alla 
navigazione internazionale : da 2 1 milioni di tonnellate nel 
191 3, progressivamente a 19, a 14, a 13, a io, a 9 milioni 
nei cinque' anni seguenti. 

La pace ha dato transitorio impulso all'esportazione, che 
è risalita a 40 milioni di tonnellate nel 1919, per cadere di 
nuovo nel 1920 a 30 milioni — cifra inferiore perfino a quella 
del 191 8. I rifornimenti alla navigazione internazionale sono 
risaliti a 1 2 milioni di tonnellate nel 1 9 1 9, a 14 milioni nel 
1920. Nell'insieme, tra esportazioni e foreign bunkers^ si son 
raggiunti appena i 52 milioni di tonnellate nel 1919 e i 44 
milioni nel 1920, in confronto ai 100 milioni del 191 3. Il 
192 1 segna un nuovo regresso. Le esportazioni dei primi dieci 
mesi ammontano a 18,5 milioni di tonnellate, i rifornimenti 
alla navigazione internazionale a 8,6 milioni; per quanto attivo 
sia stato il commercio negli ultimi due mesi, sembra difficile 
che si siano raggiunti in complesso i 40 milioni di tonnellate. 

Le cause della minor esportazione britannica durante la 
guerra sono evidenti : minor produzione, non accompagnata 
da diminuzione del consumo interno *, sostenuto dalla domanda 
delle industrie di guerra; chiusura di alcuni dei principali 
mercati — Germania, Russia — ; difficoltà progressivamente 
crescenti della navigazione ; scarsa disponibilità di navi. 

È meno chiaro perchè sia proseguita anche dopo l'armi- 
stizio 'la restrizione delle esportazioni britanniche, mentre i 
paesi importa|:ori per due anni hanno implorato carbone, car- 
bone, carbone. La spiegazione del singolare fenomeno si trova 



* La quantità disponibile per il consumo interno, dopo essere scesa da 193 milioni 
di tonnellate nel 1913 a 188 nel 1914, è salita a 206, a 205, a 203, nei tre anni seguenti,, 
ridiscendendo a 188 nel 19 18. 



CARBON FOSSILE 193 

da un canto nelle condizioni delle industrie manifattrici bri- 
tanniche, dall'altro in quelle della stessa industria mineraria. 

Le industrie manifattrici, incalzate e quasi soffocate dalla 
domanda dei loro prodotti dall'interno e dall'estero, chiede- 
vano larga provvista di combustibile ; e nonostante le difficoltà 
tecniche del passaggio dalle lavorazioni di guerra a quelle di 
pace, i frequenti scioperi, la scarsezza di alcune materie prime, 
esse non hanno consumato meno carbone nel 19 19 e nel 1920 
che nel 191 3 ; forse, anzi, ne hanno consumato di più. Gli 
industriali premevano sul governo, affinchè fosse assicurato, 
con provvedimenti restrittivi dell'esportazionej l'approvvigio- 
namento delle officine; riuscirono a far stabilire, per il 1920, 
a 21 milioni di tonnellate il limite massimo dell'esportazione 
ed a 1 5 milioni quello dei foreign bunkers §. Pretendevano 
anche di avere il carbone a buon mercato, per tener testa 
alla concorrenza estera ; ma questa pretesa contrastava con la 
volontà dei minatori, che esigevano alti salari. 

Il Governo, che teneva ancora il controllo della produzione 
carboniera, assunto durante la guerra, trovò modo di conten- 
tare gli uni e gli altri, fissando prezzi relativamente bassi per 
la vendita all'interno e lasciando piena libertà ai produttori 
di rifarsi alle spalle del consumatore straniero. Abbiamo cal- 
colato nelle "Prospettive, 192 1 „ che i 181 miHoni di ton- 
nellate di carbone venduti all'interno nell'anno dal 1° aprile 
191 9 al 31 marzo 1920 hanno fruttato circa 1,3 miliardi di 
lire italiane in meno del costo di produzione, mentre i 49 
milioni di tonnellate venduti all'estero od alle navi in servizio 
internazionale hanno fruttato circa 2 miliardi in più del costo. 
Lo scorticamento del compratore straniero è arrivato a tal 
punto che gli si è fatto pagare un prezzo più che doppio di 
quello riservato al compratore nazionale; all'inizio dell'autunno 
del 1920, per esempio, il prezzo medio all'esportazione sfio- 

§ Il primo limite non venne poi osservato, essendosi ristretta verso la fine dell'anno 
la domanda interna. \ 

MORTARA, Prospettive economiche. 13 



194 CARBON FOSSILE 

rava i 90 scellini per tonnellata *, mentre il prezzo medio 
interno non toccava i 40 scellini. 

Davanti a questa bazza, si gonfiavano le pretese dei mi- 
natori, e continuarono a gonfiarsi anche dopo che, nel corso 
del 1920, i paesi esteri, stanchi di farsi spremere, ridussero 
la domanda di carboni britannici, essendo riusciti ad approv- 
vigionarsi altrove a migliori patti e avendo, in gran parte, 
diminuito il consumo per conseguenza della depressione indu- 
striale. Intanto scemava anche la domanda di manufatti dal- 
l'estero, e l' industria britannica si trovava provvista ad esube- 
ranza di combustibile. Ma i minatori, non volendo convincersi 
d'essere arrivati in ritardo al festino, insistevano per ottenere 
miglioramenti di salario ; e vi riuscivano ancora alla fine 
del 1920. 

L'aumento del salario e la diminuzione del rendimento 
del minatore avevano concorso a quintuplicare — in confronto 
al 191 3 — la spesa per retribuzioni gravante in media su 
ciascuna tonnellata di carbone estratta. 

È istruttivo confrontare gli elementi del costo medio di 
produzione di una tonnellata di carbone britannico nel primo 
trimestre del 1920 e nel mese di gennaio 192 1 cui corri- 
sponde il più alto livello dei salari. 



Salari • 

Stipendi e spese generali. 
Legname, materiali vari. 

Costo totale 

Provento della vendita . 

Residuo attivo o passivo, -\- 5 

Dai primi del 1920 ai primi del 192 1 l'onere medio dei 



!• trimestre 1920 


gennaio 1921 


s. 


d. 


s. d. 


22 


8 


31 7 


2 


4 


3 4 


4 


7 


5 6 


29 


7 


40 5 


34 


9 


34 9 


f 5 


2 


-5 8 



* Nel settembre 1920 il prezzo medio dei carboni esportati ha raggiunto il massimo 
livello : 89 s. 9 d. Il prezzo medio del carbone esportato nel 19 13 era stato di 13 5. io </. ; 
il prezzo interno a quell'epoca era press' a poco il medesimo. 



CARBON FOSSILE • 195 

salari per ogni tonnellata prodotta era aumentato di due quinti, 
mentre non era variato il prezzo medio di vendita. Nono- 
stante che il rendimento medio trimestrale fosse sceso da 53 
a 44 tonnellate per ogni lavoratore, il salario medio trime- 
strale era salito da 54 a 58 sterline ; la percentuale della 
spesa per salari in confronto al provento della vendita era 
aumentata da 65 % ^ 9^ 7o« Nel primo periodo il prezzo di 
vendita superava di più che 5 scellini il costo di produzione 
della tonnellata di carbone, nel secondo rimaneva ad esso in- 
feriore * di quasi 6 scellini nel gennaio e nel febbraio, di 
quasi ,7 nel marzo. 

Mentre nel primo trimestre del 1920 l'esercizio delle mi- 
niere aveva dato un utile complessivo di Lst. 14.378.000, nel 
primo trimestre del 192 1 dava una perdita di Lst. 14.685.000**. 

I prezzi, all'esportazione, dei buoni carboni da vapore, che 
erano saliti fin verso 130 scellini per tonnellata nell'estate e 
nell'autunno del 1920, erano già scesi a 90 scellini alla fin 
dell'anno ed erano caduti sotto 60 nel marzo 1921 ; un'ul- 
teriore discesa si annunziava inevitabile di fronte all' inasprita 
concorrenza d'altri paesi esportatori e alla diminuita domanda 
dei paesi importatori. 

In condizioni cosi poco allegre, e con prospettive peggiori, 
il governo britannico, per non far pesare ulteriormente sul 
pubblico bilancio le troppo gravi perdite dell' industria mine- 
raria, credette opportuno anticipare di cinque mesi la fine del 
controllo statale sulle miniere, che era stata fissata al 31 
agosto 1 9 2 1 . 

Sono note le conseguenze di questa decisione : impossibi- 
lità, da parte dei proprietari di miniere, di assumere l'eserci- 



* Volendosi conoscere il profitto \ietto, o la perdita, dell'esercizio delle miniere, 
l'avanzo di 5 s. andrebbe diminuito, e il disavanzo di 6 s. aumentato, della somma cor- 
rispondente a vari oneri che pesano sull' industria mineraria, non compresi nel calcolo 
del costo di produzione (ammortamenti, interessi su obbligazioni, ecc.). 

** Senza tener conto delle partite accennate nella nota precedente. 



igó- CARBON FOSSILE 

zio in forte disavanzo ; resistenza dei minatori alle riduzioni dei 
salari ed alla discriminazione di essi da regione a regione e 
da azienda ad azienda ; impotenza del governo a conciliare 
i due punti di vista diametralmente opposti. Lo sciopero dei 
minatori, durato per tutto il secondo trimestre del 192 1, ha 
cagionato una perdita di produzione che può stimarsi di 55-60 
milioni di tonnellate §. Alla fine il governo, per amor di pace, 
ha concesso un contributo di io milioni di sterline all'indu- 
stria mineraria, ad evitare una troppo brusca riduzione dei 
salari. Ma questa soluzione provvisoria ha giovato soltanto 
a prorogare il necessario adattamento dei salari alle mutate 
condizioni del mercato. Il prezzo, all'esportazione, dei carboni 
da vapore s'è ulteriormente ridotto : da 60 scellini alla fine 
di marzo a 26 scellini alla fine di novembre; all'interno le in- 
dustrie manifattrici chiedono ulteriori ribassi, per non dover 
cedere il campo alle concorrenti industrie germaniche ed ame- 
ricane. Debole la domanda estera, debolissima la domanda 
interna, l'estrazione continua fiacca: la produzione normale 
negli ultimi mesi del 1921 è di 4,3 — 4,4 milioni di ton- 
nellate per settimana, mentre la media del 191 3 era di 5,7 
milioni di tonnellate *. Il numero dei minatori impiegati, che 
era giunto a superare 1.228.000 nel gennaio 192 1 ed era 
ancora di 1. 198.000 alla fine di marzo, cioè alla vigilia dello 
sciopero, era però disceso a 1.045.000 alla fine d'ottobre, 
quattro mesi dopo la ripresa del lavoro. Il rendimento del 
minatore va dunque aumentando : con soli 1.050.000 mina- 
tori nell'ottobre vien estratto altrettanto carbone come con 
1.200.000 nel marzo 192 1. Nonostante le diminuzioni di sala- 
rio attuate, l'operaio lavora più intensamente. 



§ la questo periodo il Regno Unito ha dovuto importare circa 3,5 milioni di ton- 
nellate di carbone. 

* Nel mese di novembre la produzione sembra tendere all'aumento : nelle due ultime 
settimane ha superato i 4,7 milioni di t. 



CARBON FOSSILE 197 



* 



Diremo ora delle esportazioni germaniche. 

Durante la guerra, cessate le correnti dirette ai paesi ne- 
mici, sono rimaste in vita, attenuandosi però di mano .in mano, 
quelle rivolte ai paesi alleati, ai territori occupati ed a qualche 
Stato neutrale (Svizzera, Olanda). L'esportazione è scesa da 
49 milioni di tonnellate nel 191 3 a 37 nel 1914, a 25 nel 
1915, a 23 nel 1916, a 21 nel 1917, a 14 nel 1918. 

Dopo l'armistizio, è avvenuta un'ulteriore diminuzione nelle 
esportazioni, che nel 1919 sono scese sotto i io milioni di 
tonnellate. Gli obblighi imposti alla Germania nel trattato di 
Versailles, benché molto attenuati con i successivi accordi di 
Spa, hanno determinato un considerevole aumento delle espor- 
tazioni nel 1920: in quest'anno sono stati spediti all'estero 
17,1 milioni di tonnellate* in conto delle riparazioni; altri 
9,3 milioni di tonnellate alla Ceco-Slovacchia, alla Polonia, 
all'Olanda e ad altri paesi ; tenendo conto anche dei 9,4 mi- 
lioni di tonnellate estratti nella regione della Saar § , che sono 
tolti al consymo germanico, si giunge ai 36 milioni di ton- 
nellate, che abbiamo precedentemente indicati. 

La Germania mantiene il suo primato nel mercato mondiale 
del coke, avendone spedito all'estero nel 1920 5,3 milioni di 
tonnellate, mentre il Regno Unito ne esportava soltanto 2,8 
milioni, gli Stati Uniti 0,8 milioni di tonnellate **. 

Nel 192 1 le consegne di combustibile all'Intesa — rag- 
guagliate a carbone naturale — sono ascese a una decina di 
milioni di tonnellate nel primo semestre ; la produzione della 



* La quantità esportata è stata di 14,3 milioni di t. ; si giunge alla cifra del testo 
ragguagliando il coke e le mattonelle a carbone naturale. 

§ Due quinti della produzione della Saar sono esportati in Francia ; dei rimanenti 
tre quinti la maggior parte è consumata nella regione produttrice. 

** Pesi effettivi, non ragguagliati a carbone naturale. Nel dato germanico non è com- 
presa l'esportazione dalla zona della Saar. 



igS CARBON FOSSILE 

regione della Saar nello stesso periodo ha superato i 4 milioni 
di tonnellate ; le altre esportazioni, sulle quali mancano dati 
completi, non devono aver raggiunto i 3 milioni. Tutto som- 
mato, nel corso del 1921 la Repubblica tedesca non espor- 
terà moltp più carbone che nel 1920. 

La disponibilità di forti provviste di carbone germanico 
è stata uno dei fattori che hanno concorso a liberare in parte 
la Francia dal laccio degli esportatori britannici. Nel 19 19 
la Francia ha ricevuto dalla Germania e dalla regione della 
Saar, forse 6 milioni di tonnellate di carbon fossile ; nel 1920 
8,7 milioni di tonnellate di carbone, 3,3 milioni di tonnel- 
late di coke, I milione di tonnellate di mattonelle, equiva- 
lenti in complesso a circa 15 milioni di tonnellate di carbone 
naturale. Si accrescevano intanto, le importazioni dall'Ame- 
rica * ; e la produzione nazionale risaliva da 22 milioni di 
tonnellate nel 191 9 a 25 milioni nel 192*0. In tali condizioni 
la Francia ha potuto agevolmente scuotere il giogo e imporre, 
invece che subire, il prezzo del carbone ch'essa richiedeva 
al Regno Unito. 

Nel 192 1, poi, ben fornita dalle proprie miniere e da 
quelle germaniche, la Francia ha molto diminuito — anche 
per causa della depressione industriale — la sua domanda di 
carboni britannici e americani: nei primi nove mesi del 192 1 
tie ha importato circa 4 milioni di tonnellate, mentre ne aveva 
importato 15 milioni nel 1920. 

Di gran lunga inferiore, ma non del tutto disprezzabile, 
è stato — come vedremo più avanti — l'aiuto che i Carboni 
tedeschi hanno recato all'Italia. 

* 

* * 

Sulla capacità d'esportazione della Germania corrono le 
più varie voci. Abbiamo dimostrato nelle " Prospettive, 192 1 „ 

* 3,7 milioni di t. nel 1920. 



CARBON FOSSILE 199 

come le lamentele teutoniche sul difetto di carbone per i bi- 
sogni nazionali fossero fondate sopra un'esagerata rappresen- 
tazione delle difficoltà d'approvvigionamento incontrate da una 
parte dei consumatori. Disponendo ora di notizie complete 
sulla produzione del 1920, non solo confermiamo la nostra 
conclusione, ma aggiungiamo che la situazione della Germania 
è stata in fatto molto migliore di quel che apparisse dai dati 
parziali e provvisori sui quali avevamo ragionato. La quan- 
tità di carbone disponibile per il consumo interno nel 1920 
è ascesa a 219 milioni di tonnellate, dei quali 113 milioni 
litantrace od antracite, 106 milioni lignite. Nel 19 13 si erano 
consumati entro i confini germanici del 1920 (compresa l'Aita 
Slesia) circa 133 milioni di tonnellate di litantrace e d'an- 
tracite e 90 di lignite. La minor disponibilità di 20 milioni 
di tonnellate di litantrace e di antracite è in parte compen- 
sata dalla maggior disponibilità di 16 milioni di tonnellate di 
lignite. Anche tenuto conto del minor potere calorifico di 
questa, si v.ede che la disponibilità di carbone in Germania 
è diminuita di meno che un decimo dal 191 3 al 1920. 

Ugualmente esagerati sono i lagni sulla qualità del car- 
bone che resta in Germania. Si atFcrma che per le ferrovie 
il consumo medio per tonnellata-chilometro trasportata è au- 
mentato * del 40 7o> P^^ 1^ officine elettriche il consumo 
medio per chilo\ratt-ora prodotto è aumentato del 40-50^/0. 
È evidente che si caricano le tinte, per' dipingere la situ^^ 
zione della Germania più fosca del vero. Neppur l' Italia, con 
le locomotive assai peggio ridotte e con carbone di scarto, 
è giunta a simili percentuali d'aumento. 

In ogni modo, se pur si risente davvero una certa penuria 
di carbone in Germania, essa deriva sopratutto dalla negli- 
genza dei minatori. La durata effettiva giornaliera del lavoro 



* Anche a cagione del cattivo stato delle locomotive. 



200 CARBON FOSSILE 

di questi non supera in media le 6 ore, come risulta da 
numerose concordi dichiarazioni di fonte tedesca ; il rendi- 
mento orario è scarso. E l' invocata scusa della denutrizione 
dei lavoratori non regge all'esame delle risorse alimentari 
disponibili in Germania, molto superiori — in rapporto alla 
popolazione — a quelle disponibili in altri paesi, dove pur 
si lavora tenacemente. Del resto il rendimento medio per 
operaio -nelle miniere tedesche non è diminuito gradualmente, 
ma bruscamente subito dopo l'armistizio, mentre fino a poco 
prima si era mantenuto normale e più che normale ; anche 
il modo della diminuzione dà indizio del prevalere di fattori 
psicologici sui fattori fisiologici di essa. 

L'esperienza degli ultimi anni mostra la persistente capa- 
cità d'espansione della produzione germanica, che dal 19 19 
al 1920 è aumentata di una quarantina di milioni di tonnel- 
late, dal 1920 al 192 1 d'una quindicina di milioni. 11 ritorno 
del buon volere nei lavoratori basterebbe, dato l'enorme 
aumento avvenuto nel loro numero, ad accrescere ancora la 
produzione di parecchie decine di milioni di tonnellate. Ecco 
qualche dato in proposito: nel dicembre del 1920 le miniere 
di Vestfalia ottenevano da 533 mila minatori una produzione 
giornaliera di sole 322 mila tonnellate, mentre alla fine del 
191 3 erano riusciti ad ottenerne 380 mila tonnellate da soli 
391 mila minatori; anche più grave è stata la diminuzione 
del rendimento individuale nell'Alta Slesia: da 145 mila 
tonnellate, con 123 mila minatori, si è discesi a 112 mila 
tonnellate con 182 mila minatori. Dall'anno 191 3 all'anno 1920 
la produzione media oraria per minatore occupato nel sotto- 
suolo è scesa da 136 a 116 chilogrammi in Vestfalia, da 188 
a 132 nell'Alta Slesia, nonostante il grande aumento dell'im- 
piego di mezzi meccanici. Peggio ancora nelle miniere di' 
lignite: le maestranze sono salite da. 5 9 mila nel 1913 a 175 
mila nel 192 1, mentre la produzione annua aumentava sol- 
tanto da 87 a 120 milioni di tonnellate. 



CARBON FOSSILE 201 



* * 



La capacità d'esportazione della Germania verso i paesi 
dell'Europa occidentale e meridionale non dovrebbe essere 
sensibilmente ridotta per la cessione alla Polonia della parte 
più ricca (contenente circa nove decimi delle complessive ri- 
serve di carbone) del bacino dell'Alta Slesia. Questo produ- 
ceva, nel 191 3, 43,8 milioni di tonnellate, che si ripartivano 
così : consumo delle miniere 3,6 ; consumo dell'Alta Slesia 
10,4 ; spedizioni nel resto della Germania — esclusa Dan- 
zica — 12,5 ; spedizioni in Polonia (confini attuali) e a Dan- 
zica 7,8 ; esportazioni in Austria, Ungheria e Ceco-Slovacchia 
(confini attuali) 8,8 ; esportazioni in altri paesi 0,7. 

La produzione dell'Alta Slesia è scesa a 31,8 milioni di 
tonnellate nel 1920, a 24 milioni nei primi dieci mesi del 
192 1, nonostante l'enorme aumento avvenuto nel numero 
dei minatori ; i firequenti torbidi d'origine politica hanno 
contribuito a diminuirla. Ma è diminuito di pari passo il biso- 
gno delle zone non germaniche che traevano il loro combu- 
stibile dall'Alta Slesia : la restaurazione delle industrie polac- 
che procede faticosa e lenta, dopo le devastazioni arrecate 
dalla guerra ; e gravi difficoltà intralciano anche la ripresa 
delle industrie ceco-slovacche. È, pertanto, probabile che il 
soddisfacimento dei bisogni germanici non incontri troppi 
ostacoli da parte della Polonia * ; che anzi, mercè 1' intensi- 
ficazione del lavoro nelle miniere, che probabilmente avverrà 
dopo la delimitazione dei nuovi confini fra Germania e Po- 
lonia, la Repubblica tedesca possa ottenere dall'Alta Slesia i 
dieci o dodici milioni di tonnellate di carbone, che le occor- 
rono per evitare spostamenti nella distribuzione delle prov- 
viste ottenute da^ altre zone. 



* La Polonia ha tutto il tornaconto a cedere alla Germania il carbone ch'essa non 
è in grado di consumare. Del resto il rifornimento alla Germania sarà assicurato, per 
quindici anni, mediante gli accordi da conchiudersi secondo le proposte della Società delle 

Nazioni. 



202 CARBON FOSSILE 

* 

Daremo, infine, qualche notizia sulle esportazioni nord- 
americane. 

Da 24 milioni nel 191 3 sono diminuite a 19 milioni nel 
191 4 ; il progressivo intensificarsi della domanda estera le ha 
riportate progressivamente a 22, a 25, a 29 milioni di tonnel- 
late nei tre anni seguenti ; ma nel 1 9 1 8 esse ridiscendono a 
27 milioni, nel 19 19 non giungono a 24. Risalgono d'un 
balzo a 41 milioni nel 1920 e promettono di raggiungere i 
30 milioni nel 192 1. 

Lo sviluppo delle esportazioni dal 191 5 al 191 8 e nell'ul- 
timo biennio è derivato sopratutto dalla più intensa domanda 
di paesi, che normalmente venivano provvisti di carbone dal 
Regno Unito. Durante la guerra, la produzione britannica 
era riservata in primo luogo alla marina militare, in secondo 
alle industrie e alle navi mercantili nazionali, in terzo ai paesi 
alleati ; e soltanto l'eventuale residuo — ridottosi a meno di 
un quinto del totale esportato nel 191 8 — era concesso ai 
paesi neutrali. Dopo l'armistizio, la scarsa disponibilità da un 
canto, l'alti^imo prezzo dall'altro, hanno ostacolato il riatti- 
varsi di molte correnti d'esportazione, e quando i commer- 
cianti britannici, nel 1921, hanno mosso alla riconquista dei 
perduti mercati, si sono trovati di fronte la vigorosa concor- 
renza- degli americani. Ricordiamo che l'esportazione degli 
Stati Uniti era inferiore ad un terzo di quella del Regno 
Unito n«l 191 3 (24 milioni di fronte a 78 milioni di tonnel- 
late), mentre l'ha superata di oltre un terzo nel 1920 (41 
milioni, di fronte a 30), e di una fi-azione forse maggiore, mer- 
cè il valido aiuto dei minatori britannici, nel 1921. 

* 

Uno sguardo comparativo alle esportazioni nord-americane 
e a quelle britanniche del 1920* verso alcuni paesi basterà 

* I dati che riferiamo nelle tabelline e nel testo di questo paragrafo aon compren- 



CARBON FOSSILE 203 

a mostrare la profonda alterazione avvenuta durante gli ultimi 
anni nella provenienza degli approvvigionamenti di questi paesi. 
Vediamo anzitutto le esportazioni verso alcuni Stati di 
Europa. 









dagli 


Stati 


Uniti 


dal 


Regno Uaito 


Italia . . . 


. milioni 


di t. 




2,4 






3.0 


Olanda . , . 


» 






2,2 






0,2 


Svezia . . . 


» 






1.3 






1,4 


Danimarca 


» 






0,9 






0,1 


Srizzera . . 


» 






0,8 






— 


Norvegia . . 


» 






0,7 






0,8 



I sei paesi sopra indicati ricevevano nel 191 3 circa 22 
milioni di tonnellate di carbone dal Regno Unito e neppure 
mezzo milione dagli Stati Uniti. Nel 1920 hanno ricevuto 
soltanto 5,5 milioni di tonnellate dal Regno Unito, mentre 
le importazioni dall'America sono salite a 8,3 milioni. Da 
insignificante che era, V importazione americana è divenuta 
dominante. Ma già nel 1921 essa si riduce di molto, mentre 
si rianima l' importazione britannica. 

La Francia steSvSa, che, per la vicinanza, è il mercato 
più naturale per le esportazioni carboniere britanniche, aveva 
ridotto da 13 milioni di tonnellate nel 191 3 a 11,9 milioni 
di tonnellate nel 1920 i suoi-acquisti nel Regno Unito, aumen- 
tando a 3,7 milioni gli acquisti in America, che erano tra- 
scurabili prima della guerra. Nel 1921^ provvista ad esube- 
ranza, la Francia riduce di molto le compere in America e 
nel Regno Unito. 

Anche in altri paesi mediterranei si è fatta sentire la 
concorrenza degli Stati Uniti. Dal 191 3 al 1920 l'Egitto ha 
accresciuto da 0,1 a 0,6 milioni di tonnellate le importazioni 
dall'America, mentre riduceva da 3,2 milioni a i milione le 
importazioni dal Regno Unito ; analoghi spostamenti delle 



dono le esportazioni di coke. Sono desunti dalle statistiche dei paesi esportatori, le- 
indicazioni delle quali spesso divergono, non poco, da quelle dei paesi importatori. 



204 CARBON FOSSILE 

fonti di approvvigionamento si osservano per l'Algeria e la 
Tunisia. Tuttavia già nel 192 1 il Regno Unito accenna 
anche qui a riguadagnar terreno. 

La più completa sconfitta hanno riportato gli esportatori 
britannici nell'America meridionale. Nel 191 3 essi spedivano 
all'Argentina, al Brasile, all'Uruguay, al Cile, in complesso 
7,1 milioni di tonnellate; nel 1920 soltanto 0,6 milioni; e 
intanto l'esportazione degli Stati Uniti verso i suddetti paesi 
saliva da 0,4 a 3,5 milioni di tonnellate. Ecco i dati per il 
1920: 







dagli Stati Uniti 


dal 


Regno Unito 


Argentina . . 


. milioni di t. 


1,7 




0,3 


Brasile . . . 


» 


1,0 




0,2 


Cile . . . . 


» 


^ 0,5 




— 


Uruguay . . 


» 


0,3 




0,1 



Si è mantenuta, negli ultimi anni, adeguata ai bisogni 
l'esportazione americana verso quei mercati donde la concor- 
renza britannica era già stata esclusa prima della guerra : 
Canada, America Centrale, ecc. 

L'espansione delle esportazioni americane non ha certa- 
mente raggiunto ancora i possibili suoi limiti. Gli Stati Uniti 
possono accrescere con tanta facilità la loro produzione, come 
dimostra la recente esperienza, che, volendo, sarebbero in grado 
di ottenere un margine anche di 100 milioni di tonnellate per 
l'esportazione. Indubbiamente occorrerebbe adeguare la capa- 
cità dei mezzi di trasporto ferroviari e la potenzialità di cari- 
camento dei porti alle necessità di questa grandiosa corrente 
di traffico ; ma non devesi esagerare l'entità di tali adat- 
tamenti. Già in qualche mese gli Stati Uniti sono giunti a 
spedire all'estero pìii di 5 milioni di tonnellate di combustibili 
fossili ; e per più mesi consecutivi ne hanno spedito oltre 4,5 
milioni di tonnellate, cifra corrispondente ad un'esportazione 
annua di 54 milioni. La capacità dei mezzi di trasporto e di 
caricamento è dunque già assai superiore all'attuale utilizza- 



CARBON FOSSILE 205 

zione media di essi ; e la potenza industriale e finanziaria 
degli Stati Uniti è tale da consentirne il sollecito aumento. 

Anche i difetti di qualità, che gli importatori europei rim- 
proverano ai carboni d'oltre Atlantico, potrebbero essere 
eliminati mediante una migliore organizzazione del commer- 
cio. Non mancano agli Stati Uniti ottimi carboni ; e in gene- 
rale soltanto l'avidith e la mancanza di scrupoli degli inter- 
mediari son causa degli inconvenienti lamentati dai compratori. 

Ma, se possono eliminarsi queste difficoltà, non è invece 
possibile distruggere certe condizioni di svantaggio nelle quali 
si trovano gli esportatori americani di fronte ai concorrenti 
europei, almeno per quanto riguarda approvvigionamenti all'Eu- 
ropa. Una condizione permanente d'inferiorità è stata già 
prima ricordata : la grande distanza dal mare dei bacini car- 
boniferi. Un'altra consiste nella maggior lontananza dei porti 
americani dai principali paesi importatori. Una terza circo- 
stanza sfavorevole è questa : mentre gli esportatori britannici 
di carbone trovano quasi sempre carichi per le loro navi di 
ritorno, perchè il Regno Unito importa dall'estero grandi 
masse di materie prime e di derrate alimentari molto volumi- 
nose, gli esportatori americani vedono tornare, in generale, le 
loro navi semivuote, perchè gli Stati Uniti chiedono all'estero 
principalmente merci manufatte, che racchiudono elevato valore 
in piccola mole. Tutte e tre le circostanze ora ricordate pesano 
gravemente sul costo dei trasporti dalla miniera al luogo di 
consumo. A cagione di tale maggior costo, ed anche perchè 
nel prossimo avvenire — per equilibrare i suoi conti con 
l'estero — la Repubblica nord-americana dovrà diminuire le 
esportazioni ed aumentare le importazioni, capovolgendo la 
politica seguita negli ultimi tempi, crediamo che i carbonieri 
transatlantici non saranno più in grado di battere i concorrenti 
britannici sui mercati d'Europa, appena l'industria mineraria 
del Regno Unito sarà uscita dall'attuale stasi. A maggior 
ragione, la concorrenza germanica, favorita dal più basso costo 



2o6 CARBON FOSSILE 

di produzione, riuscirà a trionfare, appena le riuscirà possi- 
bile manifestarsi liberamente. 

Più tenace resistenza possono opporre gli Americani del 
Nord alla ripresa del commercio europeo con l'America meri- 
dionale. Qui v'è minor disparità di condizioni, e sull'esito della 
lotta è arduo fare pronostici. Nel 192 1 l'esportazione americana, 
pur segnando qualche regresso mentre quella britannica segna 
progresso, si mantiene ancora preponderante. 

* 
* * 

Anche negli Stati Uniti, nel corso del 1920, sotto la stretta 
della domanda incalzante, i prezzi hanno raggiunto altezze mai 
prima toccate. Il prezzo, alla miniera, del carbone Pocahontas, 
da poco più di un dollaro e mezzo nel 1 9 1 3 era salito a * 
quasi 9 dollari all'inizio dell'autunno del 1920. Verso la fine 
dell'anno, l'aggravarsi della depressione economica mondiale 
fa restringere la domanda, e il prezzo scende celermente. 
Ancora nel gennaio 192 1, esso resta superiore ai 4 dollari; 
ma nel marzo discende sotto i 3,5, e soltanto il transitorio 
aumento della domanda estera, derivato dallo sciopero dei 
minatori britannici, frena, nel secondo trimestre, la discesa, 
che poi subito prosegue fin sotto il prezzo di 3 dollari, 
in settembre. Qui, come in Inghilterra, il prezzo si riduce di 
due terzi dall'autunno del 1920 all'autunno del 192 1. 

Il prezzo medio del litantrace esportato dagli Stati Uniti, 
da dollari 2,52 per tonnellata nel 191 3, era salito ad 8,85 
nel 1920; deve essere sceso alla metà di questa cifra nell'au- 
tunno del 192 1. Il prezzo, all'esportazione, delle buone qualità 
da vapore era, in quest'epoca, di 5 a 6 dollari, cioè press'a 
poco uguale a quello dei corrispondenti carboni britannici ; 
poiché i noli dall'America settentrionale all'Europa ed all'Ame- 
rica meridionale erano più alti dei noli dalla Gran Bretagna 
alle stesse destinazioni, si spiega facilmente il regresso avve- 
nuto durante la seconda metà del 1921 nelle esportazioni 
nord-americane. 



CARBON FOSSILE 207 

La situazione dell'Italia. 
Il consumo. 

Il consumo annuo di combustìbili fossili in Italia, che cin- 
quant'anni or sono toccava appena un milione di tonnellate, 
aveva raggiunto i 4 milioni nel 1889-93; i 5 milioni nel 
1899-903, gli II milioni nel 1909-13. Nell'ultimo anno di 
pace (191 3) si accostava ai 12 milioni di tonnellate. 

La guerra, sopprimendo i rifornimenti dai paesi nemici ed 
ostacolando la navigazione, ha fatto scendere le importazioni 
da quasi 12 milioni di tonnellate nel 191 3 fino ad un minimo 
di 5 milioni nel 191 7. 

La produzione nazionale, costituita in gran parte di ligniti 
di scarso potere calorifico e di qualità inferiore, è salita da 
0,7 milioni di tonnellate nel 19 13 fino ad un massimo di 2,2 
milioni nel 191 8. Conveniva, in quel periodo, ritrarre dalle 
miniere italiane la massima quantità di ligniti, senza riguardo 
al costo ; e impiegarle dovunque fosse possibile, anche con 
qualche inconveniente, in luogo del litantrace e dell'antracite, 
divenuti rari e preziosi, e riservati sopratutto per quegli usi 
nei quali non era possibile sostituirli. 

La penuria di combustibili ha dato impulso anche allo 
sfruttamento delle torbiere: da 41 mila tonnellate nel 191 3, 
la produzione della torba è salita a 278 mila nel 1918 ; ma 
questo contributo è stato ben impari all'ingente bisogno. 

Più largo contributo offersero i nostri boschi, sfruttati ad 
oltranza e, molte volte, in modo primitivo ed irrazionale. Nel 
solo anno 1 9 1 8 si consumarono 1 5 milioni di tonnellate di legna 
e 1,4 milioni di carbone vegetale, quantità rispettivamente 
superiori cinque volte e tre volte a quelle consumate nel 191 3. 

* 
* * 

Riattivate, dopo l'armistizio, le importazioni — 6,1 milioni 

di tonnellate nel 1919 — cessando in molti casi la conve- 



2o8 CARBON FOSSILE 

nienza economica dell' impiego della lignite, è venuto meno 
lo stimolo alla produzione accelerata, e il getto delle nostre 
miniere è precipitato a meno di 1,2 milioni di tonnellate. 
Le frequenti agitazioni operaie hanno contribuito a questa di- 
minuzione. 

Nel 1920, il progressivo decrescere della produzione bri- 
tannica, le difficoltà di importazione dall'America, il meschino 
concorso della Germania al nostro approvvigionamento, le 
difficoltà finanziarie per il pagamento delle importazioni, hanno 
di nuovo ridotto i rifornimenti dall'estero, facendoli cadere a 
5,5 milioni di tonnellate. JLa produzione interna, stimolata dagli 
altissimi prezzi del combustibile estero, è risalita a 1,6 milioni 
di tonnellate, nei vecchi confini : si sono aggiunte circa 200 
mila tonnellate escavate nelle nuove provincie. . 

Il 192 1, nonostante la paralisi dell'industria siderurgica, 
segna un sensibile incremento delle nostre importazioni, ascese 
a 3,3 milioni di tonnellate nel primo semestre. Benché man- 
chino ancora notizie complete, si può stimare che le impor- 
tazioni neir intero anno abbiano toccato i 7 milioni di ton- 
nellate, cifra che non era stata più raggiunta dopo il 19 16, 
come appare dai seguenti dati. 

Importazione netta* Produzione nazionale 



1909 


migliaia 


di t. 


9-253 


555 . 


1910 




» 




9.291 


562 ' 


191 1 




» 




9-555 


557 


I 9 I 2 




» 




10.031 


664 


I9I3 




» 




10.642 


. 701 


I9I4 




» 




9.706 


781 


I9I5 




> 




8.290 


953 
(segue) 



* L'esportazione è quasi sempre irrilevante (poche decine di migliaia di tonnellate 
all'anno), tuttavia ne abbiamo tenuto conto per correttezza di calcolo. 

Per rendere omogenei i confronti, abbiamo desunto i dati sulle importazioni dalle 
statistiche doganali, sebbene li riteniamo sensibilmente inferiori al vero, come diremo più 
avanti nel testo. 





CARBON FOSSILE 






igió 


migliaia di t. 


7-971 


1.306 


1917 




» 


4.960 


1.722 


1918 




» 


4.782 


2. 171 


1919 




i> 


6.142 


1-158 


1920 




» 


5-543 


1.589* 


1921 


(i" semestre) 


* 
* * 


3-334 


? 



209 



I precedenti dati sulle importazioni devono essere alquanto 
inferiori al vero, tanto negli anni anteriori quanto negli anni 
posteriori alla guerra. 

Sommando le cifre date dalle statistiche britanniche, ger- 
maniche e nord-americane per l'esportazione di carbon fossile 
verso l'Italia nel 191 3, si trova che in complesso esse supe- 
rano di oltre un milione di tonnellate la corrispondente somma 
desunta dalle statistiche italiane. Differenze di ugual rilievo si 
riscontrano negli ultimi anni precedenti al 191 3. Poiché le ^ 
statistiche dei paesi d'esportazione son da presumere, in que- 
sto caso, più attendibili delle nostre **, crediamo di non andar 
lontano dal vero stimando a circa 11,5 milioni di tonnellate 
l'importazione netta del carbon fossile nel 19 13. 

Molto più degne di fede sembrano le indicazioni delle 
statistiche doganali per gli anni di guerra. 11 confronto con 
le statistiche dei paesi esportatori diviene, per varie cause, 
difficile; tuttavia esso conferma, nell'insieme, i dati italiani. 
Abbiamo inoltre, dal 1 9 1 7 in poi, un nuovo controllo, in una 
più completa rilevazione compiuta dalla Direzione generale 
del traffico marittimo. Secondo questa, le importazioni nette 
del 191 7 ascenderebbero a 5.1 15 migliaia di tonnellate, in 
luogo delle 4.960 desunte dalla statistica doganale ; la diffe- 
renza è trascurabile. 



* Non comprese 223 mila t. escavate nelle nuove provincie. 

** Le importazioni per rifornimento di depositi esistenti nei porti e quelle destinate 
alla marina da guerra probabilmente sfuggono, in parte, alla statistica doganale. 

MoRTARA, Prospettive ecoìiomiche. 14 



2 IO CARBON FOSSILE 

Dal 191 8 in poi i dati della Direzione generale del traf- 
fico marittimo non sono più comparabili con quelli doganali, 
perchè comprendono anche i carboni scaricati nei nuovi porti 
italiani dell'Adriatico, esclusi fino a tutto il 1920 dalle sta- 
tistiche doganali. Essi indicano un' importazione netta di circa 
6,5 milioni di tonnellate nel 191 8, di 7 milioni nel 191 9, di 
6,7 milioni nel 1920, di quasi 6 milioni nei primi dieci mesi 
del 192 1. 

* 
* * 

Tenuto conto delle correzioni da apportarsi alla statistica 
doganale, i cui dati per gli ultimi anni si possono presumere 
inferiori di circa mezzo milione di tonnellate, in cifra tonda, 
alla vera importazione entro i vecchi confini, si può stabilire 
la disponibilità totale di combustibili fossili in Italia nelle se- 
guenti cifre approssimative, per il calcolo delle quali la lignite 
e il coke sono stati ragguagliati a carbone naturale *. 



1909*13 (media annua) 

1 9 1 3 (massimo d' avanti gtierra) 

1914 

I9'5 

1916 

191 7 (minimo del periodo bellico) 

1918 

1919 

1920 

192 1 ** 

Risulta evidente da questi dati che nell'ultimo biennio di 
guerra l'Italia ha disposto di una provvista di combustibile 
inferiore di metà a quella del 191 3. 

Nessun altro dei grandi Stati belligeranti è stato ridotto 







Nei vecchi confini 


Ne; 


inuovi conlini 


migliaia 


di t. 


11.000 






> 




12.000 






» 




10.900 






» 




9.000 






» 




8.700 






» 




5.800 






» 




9.800 




7.200 


» 




6.800 




7.500 


» 




6.600 




7.400 


» 




7.200 




8.000 



* Coefficienti di ragguaglio : per le ligniti 0,33 (le Ferrovie dello Stato impiegano 
il coefficiente 0,25); per il coke 1,67, come al solito. 
** Dati provvisori. 



CARBON FOSSILE 2ii 

in simili condizioni : Il Regno Unito, come abbiamo visto, 
ha accresciuto alquanto le sue disponibilità, gli Stati Uniti 
hanno avuto provviste molto superiori alle normali, la Francia 
nell'anno di massima penuria — 191 5 — ba disposto d'una 
quantità di carbone inferiore di quattro decimi a quella del 
191 3, ma negli anni successivi ha migliorato assai il suo ap- 
provvigionamento ; la Germania e l'Austria-Ungheria hanno 
aggiunto alla produzione delle miniere nazionali le enormi 
scorte conquistate e il prodotto delle zone minerarie occupate 
nei paesi nemici. In nessun paese la fame di carbone è stata 
così acuta; nessun altro popolo, amico od avversario, ha sop- 
portato così duri sacrifici come il nostro ; perchè, nonostante 
la penuria di combustibile, l' Italia ' ha riserbato la parte mag- 
giore e migliore delle sue provviste alle industrie di guerra 
ed ai trasporti militari. 

Per ben apprezzare la gravità delle privazioni incorse dal 
nostro paese, bisogna tener presente che anche prima della 
guerra esso era provvisto assai scarsamente di combustibile 
e che la riduzione delle disponibilità doveva riuscir più pe- 
nosa, in ragione dell' iniziale scarsezza di esse. Il consumo di 
12 milioni di tonnellate nel 191 3 — massimo fin qui rag- 
giunto — corrispondeva a circa un terzo di tonnellata, in me- 
dia, per abitante. Alla stessa epoca gli Stati Uniti consuma- 
vano cinque tonnellate per abitante, il Regno Unito quattro, 
la Germania due e mezza, la Francia una e mezza, PAustria- 
Ungheria due terzi di tonnellata. 

Dopo la fine della guerra, il nostro approvvigionamento è 
lievemente migliorato, ma ancora nel 1921 esso non ha su- 
perato i tre quinti della cifi"a del 191 3. L'arresto di alcune 
grandi industrie, per la cessazione delle lavorazioni belliche, 
nel 19 19, l'altissimo prezzo del carbone nel 1920, la stasi 
della siderurgia nel 1920 e nel 192 1, il rallentamento dell'atti- 
vità d'altre industrie nel 1921, sono stati i principali fattori 
della riduzione del consumo. 



212 CARBON FOSSILE 






Si conosce soltanto in via di larga approssimazione come 
si ripartisse fra ivari usi il combustibile fossile che veniva 
consumato in Italia negli ultimi anni di pace. Contrapporremo 
ai dati per quel periodo i dati per il 1921, ancora più in- 
certi, ma tuttavia sufficienti a dar un' idea dell'ordine di gran- 
dezza delie quantità destinate ai vari fini *. 

Le ferrovie e le tramvie a vapore richiedevano circa 2.300 
migliaia di tonnellate. Questo consumo è aumentato negli anni 
della gueiTa, per la peggi or qualità del combustibile impie- 
gato, per la minor economia nell' uso, per le esigenze dei 
trasporti militari : le sole Ferrovie dello Stato che si erano 
contentate di 2.000 migliaia di tonnellate nell' ultimo eser- 
cizio di pace, hanno avuto d'uopo di 2.500 nell'ultimo eser- 
cizio di guerra. Il consumo complessivo per i trasporti terre- 
stri nel 192 1 deve aver superato le 3.300 migliaia di tonnellate. 
I combustibili nazionali sono stati scarsamente utilizzati, per 
difficoltà tecniche : nell'esercizio 19 17-18, quando era più dif- 
cile il rifornimento di lintantrace dall'estero, la lignite bruciata 
sulle locomotive delle Ferrovie dello Stato non ha raggiunto 
le 1 50 mila tonnellate **. Alcune ferrovie secondarie hanno 
arso perfino legna, anche dopo la fine della guerra. 

Le industrie metallurgiche e meccaniche impiegavano circa 
1.900 migliaia di tonnellate di carbone così ripartite: 700 gli 
alti torni a coke per ghisa, 350 le acciaierie e le ferriere, 
450 i forni per la laminazione e la fucinazione, 250 le altre 
officine di seconda lavorazione e le fonderie di minerali vari, 
150 le officine meccaniche. Molti di questi stabilimenti, dopo 
aver aumentato fortemente il consumo dal 1^915 al 191 8, lo 
hanno ridotto negli anni successivi; nel 192 1 esso non deve 



* Nei calcoli si sono ragguagliati a carbone naturale sia il coke, sia la lignite. 

** Peso effettivo, corrispondente per potere calorifico a meno di 50 mila t. di litantrace. 



CARBON FOSSILE 213 

aver superato di molto le 700 mila tonnellate. In queste in- 
dustrie i combustibili nazionali hanno potuto essere adoperati 
soltanto in modesta misura. 

Alla produzione del gas illuminante e dell'energia elet- 
trica venivano destinate circa i .800 migliaia di tonnellate : 
1.200 per il gas, 600 per l'elettricità. Negli anni di guerra 
è stata gravemente falcidiata l'assegnazione di combustibili 
per questi usi, benché siano state distillate considerevoli 
quantità di carbone, per utilizzarne a fini militari i sottopro- 
dotti. Il consumo di carbone per la produzione di gas illumi- 
nante non djeve aver superato 500 mila tonnellate nel 1921; 
per la produzione di energia elettrica sono state usate forse 
1 50 mila tonnellate. 

Le fornaci, le vetrerie e le industrie affini assorbivano 
circa i.ioo migliaia di tonnellate, suddivise nel modo seguente : 
470 calce, cemento, gesso; 330 laterizi; 100 materiali refrat- 
tari, grès, terrecotte, maioliche, terraglie, porcellane ; 200 
vetrerie e conterie. L'arresto quasi completo delle costru- 
zioni edilizie dal 191 5 al 191 8 ha ristretto moltissimo il 
consumo di queste industrie ; soltanto debolmente esso ha 
ripreso nell'ultimo triennio. E stata in parte sostituita lignite 
italiana al carbon fossile importato. Ragguagliando il combu- 
stibile a carbone naturale, si può stimare il consumo del 
192 1 a circa 400 mila tonnellate. 

Le industrie tessili e affini consumavano circa 700 mila 
tonnellate : 300 quella del cotone, 1 50 quella della seta, 1 50 
quelle della lana e cappelli, 100 le industrie minori. La ridotta 
attività negli ultimi anni della guerra e il largo impiego di 
energia elettrica hanno diminuito il bisogno di carbon fòssile ; 
il consumo attuale probabilmente non supera le 300 mila ton- 
nellate. 

Le industrie alimentari richiedevano poco più di 500 mila 
tonnellate, per tre quinti destinate agli zuccherifici, per un 
quinto ai molini. Il consumo non si è molto ristretto durante 



214 CARBON FOSSILE 

la guerra né dopo : però è stata attuata la parziale sostitu- 
zione del combustibile nazionale a quello forestiero. Il consumo 
attuale è di forse 350 mila tonnellate. 

Anche le industrie chimiche impiegavano circa 500 mila 
tonnellate, quantità che non è molto diminuita negli anni della 
guerra, lo sviluppo di alcune produzioni — principale quella 
degli esplosivi — avendo compensato la riduzione di altre. 
Ma il consumo attuale non deve superare le 300 mila ton- 
nellate. 

Le industrie manifattrici non comprese nei precedenti 
gruppi consumavano circa 500 mila tonnellate, delle quali 
200 mila la sola industria della carta. Oggi questo consumo 
deve aggirarsi sulle 300 mila tonnellate. 

Il bisogno delle industrie agricole non doveva superare 
le 1 50 mila tonnellate, ed è poco scemato. 

Anche minore — circa 100 mila tonnellate — era il 
consumo delle industrie minerarie e mineralurgiche ; proba- 
bilmente è diminuito pur esso. 

Per il riscaldamento di case, uffici, stabilimenti e per altri 
usi domestici vari venivano destinate 1 50 mila tonnellate, 
ridotte ora a 100 mila. 

Altre 1.300 migliaia di tonnellate di combustibili fossili 
erano per la maggior parte consumate per la navigazione 
mercantile e militare; sono scese a circa 700 nel 192 1. 

L'enorme riduzione di quasi tutti gli usi del carbone è 
stata causa, come dianzi dicevamo, di grave disagio all' in- 
tera popolazione : se maggiormente hanno sofferto i più poveri, 
nessuno ha potuto sottrarsi alle privazioni determinate dalla 
penuria di combustibile : le restrizioni nei trasporti, nel riscal- 
damento, nell'illuminazione pubblica e privata, nella disponi- 
bilità di gas per la cucina, sono state direttamente sentite da 
tutti ; e tutti, più o meno, hanno risentito anche altre infinite 
spiacevoli ripercussioni di quella penuria. 



CARBON FOSSILE 215 



* 
* * 



Il consumo del coke negli ultimi anni di pace ascen- 
deva a più d'un milione e mezzo di tonnellate, per quattro 
quinti prodotte all' interno mediante i carboni im^portati. La 
produzione degli agglomerati, tratti anch'essi dal combusti- 
bile importato, era poco inferiore a un .milione di tonnellate. 
Sebbene manchino dati precisi per gli ultimi anni, e noto che 
entrambe le produzioni sono fortemente diminuite *. 

Le importazioni. 

Il normale bisogno di importazioni negli ultimi anni di 
pace era prossimo ai io milioni di tonnellate di litantrace 
(7,5 carbone da vapore ; 2,5 da gas), alle 700 mila tonnel- 
late di antracite, alle 300 mila di coke §. 

Le statistiche doganali italiane forniscono le seguenti 
indicazioni sulla provenienza del carbone importato** nel 19 13 
e negli anni successivi alla guerra. 













1" semestre 






1913 


1919 


1920 


1921 


Regno Unito. 


migliaia di t. 


9.400 


4.690 


3.040 


1.420 


Germania. 


» 


970 


80 


990 


1.090 


Stati Uniti. . 


» 


90 


I.160 


1.460 


760 


Altri paesi . 


» 


370 


300 


130 


170 



Abbiamo già avvertito come questi dati siano da ritenere 
alquanto inferiori al vero. Nel 1 9 1 3 le importazioni dal Regno 
Unito devono aver superato di circa 600 mila tonnellate la 
cifra dianzi riferita ; quelle dalla Germania di 200 mila ; 



* Quella del coke metallurgico non ha raggiunto le loo mila t. nel 1920. 

§ Per il 1920 si hanno i seguenti dati sull' importazione secondo 1q varietà di 
carbone: litantrace 4.473 migliaia di t., antracite 717, mattonelle e agglomerati IH, 
coke 264, altre varietà 55. 

** Le mattonelle e il coke sono considerati col loro peso effettivo, perchè le nostre 
statistiche non ne indicano la suddivisione per provenienza, ed è quindi impossibile 
eseguire il ragguaglio a carbone naturale, secondo il paese esportatore. 



2i6 CARBON FOSSILE 

quelle dagli Stati Uniti di altrettanto. Queste correzioni non atte- 
nuano molto il predominio del Regno Unito, che da solo forniva 
all' Italia più di quattro quinti della quantità totale importata. 

Nel periodo bellico, cessati i rifornimenti dalla Germania, 
la Gran Bretagna è rimasta la principale nostra provveditrice ; 
anche nel 191 7 e nel 19 18, quand'erano più gravi le diffi- 
coltà della navigazione, essa ci ha spedito 4 milioni di tonnel- 
late all'anno. In quel periodo abbiamo ricevuto, saltuariamente, 
forti provviste da altre provenienze : 2 milioni di tonnellate 
dall'America nel 191 5 e altrettante dalla Francia nel 1918. 

Nell'ultimo triennio la scarsa disponibilità di carbone 
esportabile e gli alti prezzi richiesti nel Regno Unito hanno 
spinto P Italia ad attingere più largamente ad altre fonti. 
Tenendo presenti, con le opportune cautele, anche le stati- 
stiche dei paesi esportatori, si può calcolare che durante 
questo triennio essa abbia ricevuto, nei nuovi confini, da io a 
1 1 milioni di tonnellate di carbone britannico, da 5 a 6 milioni 
di tonnellate di carbone americano. Inoltre l'applicazione del 
trattato di Versailles — pur con le radicali falcidie di Spa — 
ha consentito una discreta importazione dalla Germania, in 
conto delle riparazioni : circa 3 milioni di tonnellate nel trien- 
nio 19 19-21. Benché di gran lunga inferiore ai 14 milioni 
di tonnellate che avremmo potuto richiedere secondo il trat- 
tato, questa provvista di carbone germanico ci è stata assai 
utile, specialmente nei periodi durante i quaH sono stati in- 
terrotti, per gli scioperi minerari, i rifornimenti britannici. 

Il ribasso dei prezzi avvenuto nel 1921, rendendo più ac- 
cessibile all'Italia il mercato britannico, ha ridotto la sua 
domanda sul mercato americano. Tende così a ristabilirsi l'an- 
tica preponderanza delle importazioni dal Regno Unito, atte- 
nuata dall'aumento delle importazioni dalla Germania, che, 
secondo gli accordi vigenti, dovrebbero raggiungere le 180 
mila tonnellate al mese, e nella prima metà del 192 1 hanno 
effettivamente toccato questa cifra. 



CARBON FOSSILE 217 

Dalle statistiche della Direzione generale del traffico marit- 
timo deduciamo alcuni dati comparativi sulle importazioni di 
carbone dagli Stati Uniti e dal Regno Unito nei singoli mesi 
del IQ2I. 







Stati Uniti 


Regno Unito 


gennaio 


migliaia di t. 


134 


311 . 


febbraio 


» 


199 


345 


marzo 


» 


119 


377 


aprile 


» 


78 


174* 


maggio 


» 


165 


3* 


giugno 


» 


289 


12 * 


luglio 


» 


224 


35* 


agosto 


» 


239 


321 


settembre 


» 


83 


445 


ottobre 


» 


4 


416 



I prezzi in Italia. 

La mancanza di giacimenti di carbone poneva già in tempi 
normali l' Italia in condizioni di grave inferiorità in confronto 
ai maggiori paesi industriali, produttori essi medesimi di com- 
bustibili fossili. 

Calcolando per alcuni di questi paesi il prezzo medio 
generale, per il 191 3, dei carboni di produzione nazionale, 
escluse le ligniti, e riducendo poi in lire italiane, si otten- 
gono i dati comparativi che riferiamo qui sotto. Indichiamo 
anche il prezzo medio dei carboni esportati, e, per l' Italia, 
quello dei carboni importati. 



Germania . . 


lire it. 


ló 


19 


Regno Unito . 


» 


12 


17 


Stati Uniti. 


» 


7 


16 


Italia. . . . 


» 









Prezzo Prezzo Prezzo 

alla miniera alla esportazione alla importazione 
f. o. b. e. i. f. 



34 



Tenendo conto delle spese di scarico e di trasporto dal 
confine o dai porti ai luoghi di consumo, si può calcolare 



* Sciopero dei minatori britannici e sospensione delle esportazioni: aprile-giugno. 



2i8 CARBON FOSSILE 

che le industrie italiane pagassero sulle 40 lire il carbone da 
esse impiegato. Il corrispondente prezzo poteva stimarsi a 12 
lire negli Stati Uniti, a 16 nel Regno Unito, a 18 in Ger- 
mania., Sui costi di produzione delle nostre industrie la spesa 
per combustibile pesava dunque da due a tre volte tanto che 
nei citati paesi. Vedremo in seguito * come per qualche in- 
dustria, nella quale la spesa per il combustibile è un eleftiento 
molto importante del costo di produzione, questo svantaggio 
fosse tanto grave da mantenerla rachitica, nonostante ogni 
protezione. Per altre industrie, come per quelle nel costo di 
produzione delle quali il combustibile entra con minor coef- 
ficiente, l'alto prezzo del carbone era compensato dal basso 
prezzo del lavoro. 

Dopo la guerra, la sperequazione si è aggravata. Nel 1920 
il prezzo del carbone reso ai porti italiani ha superato le 800 
lire, mentre i massimi prezzi raggiunti nei paesi produttori 
hanno sorpassato di poco le 250 lire negli Stati Uniti, le 
200 nel Regno Unito, le 100 in Germania. I prezzi del com- 
bustibile per le nostre industrie sono stati, nello scorso anno, 
da tre a sette volte superiori a quelli pagati dalle industrie 
dei paesi produttori : per tale condizione, quelle nostre indu- 
strie, che più largamente impiegano carbon fossile, dovettero 
necessariamente soffiare gravi danni. La situazione dell' Italia 
è stata fortemente peggiorata dalla politica britannica della 
discriminazione dei prezzi; ne la concorrenza degli Stati 
Uniti ha giovato molto a mitigare le spese di approvvigiona- 
mento delle nostre industrie, perchè nel 1920 la domanda 
estera dei carboni americani spesso superava l'offerta, e così 
manteneva alti i prezzi all'origine, ai quali poi si aggiunge- 
vano le forti spese del trasporto attraverso l'Atlantico. 

Nel 1921 il ritorno dei prezzi dei carboni a più modesti 
limiti, il basso livello dei noli, l'aumento delle spedizioni dalla 



* Nel capitolo « Ferro : 



l 



CARBON FOSSILE 219 

Germania, in conto delle riparazioni, hanno migliorato le con- 
dizioni del nostro approvvigionamento ; se gli acquisti all'estero, 
non sono stati più abbondanti, è dovuto principalmente alla 
continuata paralisi dell' industria siderurgica. Nonostante la 
relativa modestia delle importazioni, devono essersi ricosti- 
tuite discrete scorte, come è apparso in occasione dello 
sciopero minerario britannico. 

La condizione relativa dell'industria italiana rispetto a 
quella britannica è forse nell'autunno del 1921 un po' migliore 
che prima della guerra: il nostro industriale paga circa 250 lire 
quel carbone che l'inglese può avere a 125. È probabile che, 
col ristabilirsi d'un meno variabile equilibrio nei prezzi, si ri- 
torni da questo rapporto di 2 : i ad un rapporto alquanto 
più sfavorevole ; ma, finché i noli si manterranno bassi *, non 
si dovrebbe raggiungere il rapporto di 2,5 : i, che sussisteva 
nel 1913. 

Le continue peripezie dei corsi del marco non permettono 
di precisare, in modo analogo a quello dianzi tenuto, le no- 
stre condizioni in confronto alla Germania ; è certo tuttavia 
che l'industria tedesca lavora, anche per questo riguardo, in 
condizioni molto più favorevoli di quella italiana. 

I combustibili nazionali. 

L'esperienza degli ultimi anni ha confermato le opinioni 
pessimiste che i tecnici più equilibrati esprimevano anche du- 
rante la guerra, quando lo spiegabile desiderio di liberare 
l'Italia da ogni soggezione di approvvigionamenti esteri faceva 
costruire castelli in aria sulle nostre miniere di lignite. 

Appena i prezzi del carbone estero si sono abbassati sotto 
il livello artificiosamente alto, a cui li aveva spinti l'inter- 



* Nell'autunno del 192 1 i noli per il carbone dal Regno Unito ai porti italiani su- 
peravano appena del 25 "jg la media del I913, mentre nell'autunno del 1920 la supera- 
vano ancora del 200 °[q e nell'autunno del 19 19 del 500 "jg. 



220 CARBON FOSSILE 

vento statale nell'industria e nel commercio, i nostri produt- 
, tori si sono trovati disarmati. 

Prima del 19 14, tenuto conto dello scarso potere calori- 
fico, il solo costo d'estrazione delle nostre ligniti era press'a 
poco equivalente al prezzo del carbone estero scaricato ai 
porti italiani ; perciò normalmente conveniva impiegarle sol- 
tanto molto vicino ai luoghi di produzione, per non gravarle 
■delle spese di trasporto, maggiori per la maggior mole cor- 
rispondente ad una stessa efficienza. 

Oggi si è ritornati press'a poco alle medesime condizioni 
d'avanti guerra ; e la produzione nazionale dei combustibili ac- 
cenna a languire. Non sembra, tuttavia, che essa sia destinata 
ad estinguersi. Si comincia ormai ad intendere che, mediante 
l'adozione di opportuni procedimenti, può accrescersi la con- 
venienza dell' uso di questi combustibili. Essiccandoli, si eli- 
mina una parte degli svantaggi cui essi danno luogo; impie- 
gandoli polverizzati, se ne migliora ancora il rendimento ; 
gassificandoli e utilizzando poi il gas in macchine generatrici 
di' energia elettrica, si consegue un ulteriore progresso. Sono 
già in corso alcuni impianti di discreta importanza, diretti 
all' utilizzazione di combustibili fossili nazionali — torbe e 
ligniti — per la produzione d'energia elettrica. 

È sperabile — benché finora non si osservi alcun indizio 
di progresso — che possano venir migliorati in avvenire anche 
i procedimenti per la preparazione del carbone vegetale *. Col 
metodo adamitico delle carbonaie, ancora generalmente usato, 
si ottiene uno scarso rendimento e si perdono molti preziosi 
sottoprodotti. 

Prospettive. 

La produzione mondiale, ristretta per la contrazione della 
•domanda che è derivata dalla depressione industriale, sembra 
suscettibile di largo aumento, senz'aumento del costo unitario 

* Produzione annua alla vigilia della guerra : 500 mila t. 



CARBON FOSSILE 221 

di produzione anzi forse con diminuzione di esso, di fronte 
ad un'eventuale ripresa della domanda. Non v'è luogo a pre- 
occupazioni per il rifornimento dei paesi importatori. 

L'esportazione l^ritannica, battuta nei principali suoi mer- 
cati europei dalla forzata concorrenza germanica, intensifica 
lo sforzo per ritogliere all'esportazione americana gli sbocchi 
che questa le aveva sottratto. 

La possibilità concreta di un forte aumento della produ- 
zione fa ritenere che anche ravvivandosi la domanda mon- 
diale i prezzi non debbano rialzarsi molto. 

Le aumentate disponibilità dei paesi esportatori consentono 
all'Italia di provvedersi meno onerosamente di carbon fossile, 
e quindi di accrescere il proprio approvvigionamento, con 
vantaggio dell'economia nazionale. La produzione italiana di 
combustibili fossili non può avere, nelle presenti condizioni 
del mercato mondiale, notevole aumento ; pare anzi pa-obabile 
che debba essere ristretta. 



PETROLIO 




L petrolio è la sola, fra le materie prime più impor- 
tanti per l'industria moderna, che abbia segnato 
negli ultimi anni un grande aumento di produ- 
zione. 

Mentre le quantità di carbone, di ferro, di rame, di co- 
tone, di lana, che il lavoro umano offre all' industria mondiale, 
sono oggi minori di quelle offerte alla vigilia della guerra, 
la produzione del petrolio nel solo primo semestre del 1921 
uguaglia quella dell'intero anno 191 3, che pur era la massima 
jìn allora raggiunta. 

Questo eccezionale sviluppo della domanda di petrolio, 
determinato dai recenti progressi tecnici nell'impiego del com- 
bustibile liquido, è stato favorito prima dalle impellenti neces- 
sità della guerra, poi dalla stasi della produzione carboniera. 
L'inaudita celerità ^on la quale esso si è manifestato ha 
suscitato previsioni forse troppo vaste di ulteriori applicazioni 
ed ha reso più accanita la lotta, già da parecchi anni impe- 
gnata fra le maggiori potenze economiche, per l'accaparra- 
mento delie fonti petrolifere. Estraneo, ma non disinteressato, 
assiste a questa lotta il nostro paese, povero di fonti proprie 
d'approvvigionamento e bisognoso di larga provvista. 



224 



PETROLIO 



* 
* * 



Fino a pochi lustri or sono, gli oli minerali raffinati erana 
principalmente impiegati per V illuminazione ; i residui della 
distillazione, che li rende atti a tal impiego, servivano per la 
lubrificazione e per altri scopi di secondaria importanza. L'av- 
vento del motore a scoppio e l' immensa diffusione in breve 
tempo da esso conseguita apersero un nuovo amplissimo campo 
ai prodotti leggeri della distillazione, e posero in prima linea 
l' impiego degli oli minerali per la produzione di forza mo- 
trice. Il motore Diesel, consentendo P impiego a questo fine 
anche dei residui più pesanti della raffinazione, rese possi- 
bile un' ulteriore espansione del consumo ; il quale ha ricevuto, 
infine, un'altra vigorosa spinta per conseguenza dei perfezio- 
namenti tecnici che hanno permesso 1' uso dei residui stessi 
quali combustibili nel focolare della caldaia a vapore. 

Non ci fermiamo qui ad illustrare i noti progressi dell'au- 
tomobilismo e dell'aviazione ; osserviamo soltanto che, nelle 
attuali condizioni della tecnica, ogni più larga applicazione di 
questi mezzi di trasporto è subordinata alla possibilità di ade- 
guato approvvigionamento di oli minerali. Meno generalmente 
nota è la sostituzione, che si va largamente operando, del 
combustibile liquido al combustibile solido nelle macchine a 
vapore. Nelle zone petrolifere le locomotive e le caldaie degli 
impianti fissi a vapore impiegano esclusivamente oli minerali ; 
le più moderne navi da guerra ignorano il carbone j un quarto 
della flotta mercantile mondiale impiega combustibile liquido, 
o nei focolari delle caldaie o nei motori a combustione in- 
terna *. 



* Nel 1921 le navi con motore a combustione interna costituiscono il 2% del ton- 
nellaggio mercantile mondiale, quelle con caldaie adattate "per l' uso del combustibile- 
liquido il 21 "/q. Nel 19I4 le corrispondenti proporzioni erano di 0,5 e di 2,6 %. 



PETROLIO 225 



* 
* * 



I vantaggi che presenta il combustibile liquido in confronto 
al combustibile solido possono riassumersi in tre principali 
categorie : 

vantaggi provenienti dal maggior potere calorifico cor- 
rispondente ad ugual peso ; 

vantaggi provenienti dalla maggior facilità di trasporto ; 

vantaggi provenienti dalla minore necessità di lavoro 
umano. 

Là dove, poi, è possibile la sostituzione del motore a com- 
bustione interna alla macchina a vapore, si consegue un ulte- 
riore vantaggio, per il maggiore rendimento del primo e per 
il minore spazio da esso richiesto. 

II potere calorifico degli oli minerali impiegati come com- 
bustibili è superiore da un terzo a metà a quello dei carboni 
che essi sostituiscono. Nelle locomotive a vapore, il rendi- 
mento, a pari peso, del combustibile liquido si calcola press'a 
poco doppio di quello del carbone. Aggiungansi, per i tra- 
sporti ferroviari e marittimi, i vantaggi della maggiore velo- 
cità che si può conseguire, del più ampio raggio d'azione, della 
maggior pulizia e durata delle macchine. . 

La facilità di trasporto degli oli minerali si manifesta in 
tutto il cammino ch'essi percorrono dal produttore al con- 
sumatore. Dai luoghi ove sgorgano dal suolo fino a quelli dove 
vengono impiegati, essi procedono attraverso reti di condotti 
tubolari, nei percorsi terrestri ; attraverso tubi, nei trasbordi ; 
nel seno di capaci navi-serbatoi, sul mare. Si avviano così 
vaste correnti di oli attraverso regioni dove le ferrovie man- 
cano, o sarebbero inadeguate a tanta mole di traffico; si riforni- 
sce così di nafta una corazzata in alto mare, con tempo cattivo, 
mentre sarebbe impossibile rifornirla di carbone ', si caricano 
in poche ore migliaia di tonnellate di combustibile liquido 
sopra una nave, mentre occorrerebbero giornate intere a prov- 

MORTARA, Prospettive economiche. ■ 15 



226 PETROLIO 

vederla in corrispondente misura di combustibile solido. Perfino 
nei paesi importatori si è trovato conveniente l' impianto di 
olidotti dai porti di scarico ai maggiori centri di consumo, 
tanto grandi sono i vantaggi d'economia, di celerità e di con- 
tinuità che offre questa forma di trasporto. 

Il minor bisogno di mano d'opera si manifesta anzitutto 
nella produzione. Alla coorte dei minatori di carbone suben- 
tra il manipolo degli addetti al pozzo petrolifero ; mezzi 
meccanici sono adoperati per la perforazione, per la rac- 
colta del liquido, per il caricamento di esso. Per il trasporto, 
come abbiamo detto, occorrono poche persone : anche qui 
possono applicarsi, e sono applicati, a tutte le operazioni, 
mezzi meccanici. Nel consumo, analoga economia : i grandi 
transatlantici che impiegano combustibile liquido hanno ridotto 
i loro equipaggi di molte decine d'uomini, diminuendo il 
numero dei macchinisti ed eliminando la penosa opera dei 
fuochisti ; vantaggi proporzionalmente uguali si conseguono 
negli impianti fissi e nelle locomotive ferroviarie. 

afe 

* * 

Abbiamo accennato alla rapidissima diffusione dell'impiego 
del petrolio — o meglio dei derivati dal petrolio greggio — 
avvenuta negli anni più recenti. Ed abbiamo giudicato ecces- 
sive le speranze da essa suscitate. Chiariremo meglio, ora, il 
nostro pensiero. 

La produzione del petrolio nel mondo ha raggiunto i loo 
milioni di tonnellate all'anno. Le riserve che si presumono 
disponibili superano di poco gli 8 miliardi di tonnellate. Se 
il consumo mondiale si mantenesse stazionario al presente 
livello, queste riserve basterebbero per quasi un secolo ; se 
continuasse a crescere con l'attuale ritmo, si esaurirebbero 
nel corso di una generazione. E vero che possono esistere 
altre riserve, ancora ignote, forse molto superiori a quelle 



PETROLIO 227 

note ; però è prudente fare assegnamento su quel che si ha, 
piuttosto che su quello che potrebbe aversi ma anche non 
aversi. Sta di fatto, in ogni modo, che le riserve note o 
presunte di petrolio uguagliano appena il 2 o il 3 per mille 
delle riserve note o presunte di carbon fossile ; ed anche 
tenendo conto delle mal note disponibilità di schisti petroli- 
feri, non compresi nel precedente computo delle riserve, si 
sale forse al 5 per mille. Con le più generose concessioni da 
un canto, con le più rigorose limitazioni dall'altro, sembra 
difficile stimare le riserve di combustibile liquido a più dell' i 7o 
di quelle di combustibile solido. 

L' importanza potenziale del petrolio per l' industria è dun- 
que di gran lunga inferiore a quella del carbone. L' impor- 
tanza attuale è pure inferiore ; ma la proporzione è molto più 
favorevole al combustibile liquido. Si può calcolare, infatti, 
che la produzione del 192 1 corrisponda a circa un dodice- 
simo, in peso, di quella del carbone; tenuto conto del maggior 
potere calorifico, essa corrisponde a un nono, e fors'anche ad 
un ottavo di essa. Quantitativamente, dunque, la produzione 
attuale del petrolio è tutt'altro che trascurabile in confronto 
a quella del carbone; ma la sua importanza proviene sopra- 
tutto dagli usi ai quali viene destinata. L'impiego per la 
propulsione nelle flotte militari e mercantili ha conferito carat- 
tere di contesa politica alla gara fra le grandi potenze marit- 
time per il possesso delle fonti petrolifere. 

* 

Intuendo la vitale importanza dell'approvvigionamento del 
combustìbile liquido per il dominio dei mari, il Regno Unito 
aveva già iniziato prima della guerra una serie di operazioni 
finanziarie dirette ad assicurargli il possesso di larghe fonti 
d'approvvigionamento ; ma soltanto negli ultimi anni questa 
azione è divenuta così intensa da assicurare ai finanzieri 



228 PETROLIO 

britannici im assoluto predominio. Eliminata dall'agone la 
Germania, che tendeva — con la ferrovia di Bagdad - — ad 
agevolarsi lo sfruttamento dei petroli di Persia e di Mesopo- 
tamia, tacitata la Francia, mediante gli accordi di San Remo, 
che l'hanno fatta accodare alla politica inglese, l'Impero bri-, 
tannico, che pur possiede nei propri confini soltanto una mo- 
desta parte dei campi petroliferi mondiali, ha potuto procla- 
mare il proprio trionfo. Ma qui s' è accesa la lotta, che 
ancor dura. 

Gli Stati Uniti, fidando sulle immense riserve del loro 
sottosuolo, hanno usato ed abusato del prezioso liquido. È 
stato calcolato che, proseguendo al passo attuale, esaurireb- 
bero in tre o quattro lustri le loro fonti; e il freddo am- 
monimento dei geologi ha suscitato una tempesta. Potenti 
gruppi di capitalisti hanno lanciato per il mondo emissari, al- 
l'accaparramento dei campi petroliferi già in via di sfrutta- 
mento e di quelli ancor vergini, ma dovunque costoro si sono 
trovati di fronte i concorrenti britannici, che avevano saputo 
precederli. Poiché altri aveva raggiunto la mèta cui essi ten- 
devano, gli Stati Uniti, divenuti ad un tratto profondamente 
liberali, hanno invocato la soppressione di ogni privilegio nello 
sfìruttamento delle provviste mondiali di petrolio. La tenace 
volontà britannica di dominio non cede nella sostanza, se pur 
ha parzialmente ceduto nella forma ; e pende ancora incerta 
la disputa; troppi fattori politici ed economici concorrono a 
determinare l'esito, perchè si possano arrischiar previsioni. 

Non vogliamo dissimulare la nostra impressione che si sia 
ad arte esagerato nel dipingere il predominio britannico sulle 
fonti petrolifere, per appassionare al problema l'opinione pub- 
blica nord-americana. In fatto, tre quarti dei pozzi messicani 
sono nelle mani di imprese degli Stati Uniti, le quali con- 
trollano anche una parte non trascurabile della produzione 
d'Europa e d'Asia. 



PETROLIO 



229 



La produzione mondiale e gli scambi internazionali. 

La produzione mondiale del petrolio, che superava ap- 
pena gli 1 1 milioni di tonnellate nella media annua del pe- 
riodo 1889-93, aveva già oltrepassato i 50 milioni nel 191 3, 
€ tocca i 100 milioni di tonnellate nel 1921. 

Tre paesi concorrono in misura preponderante a questa 
produzione: gli Stati Uniti, il Messico, la Russia. Indichiamo, 
per ciascuno di essi, le quantità prodotte negli ultimi anni, 
ponendovi accanto i dati per il mondo intero. 



Mèdia 









stati Uniti 


Russia 


Messico 


Produzione mondiale 
(cifre arrotondate) 


1889-93 


migl 


liaia di t. 


6.250 


4.480 


— 


11.200 


1909 


t 


» 


24.420 


9.000 


410 


42.000 


I9I0 




> 


27.940 


9.600 


540 


46.000 


I9II 




> 


29.390 


9.030 


1.870 


48.000 


I9I3 




» 


29.730 


9.270 


2.470 


49.000 


I9I3 




s 


33-130 


8.570 


3.840 


53.000 


I9I4 


* 


» 


35-440 


9.140 


3.920 


56.000 


I9I5 




» 


37.480 


9-350 


4.910 


59.000 


191 6 




» 


40.100 


9-930 


6.050 


63.000 


1917 




» 


44.710 


9.420 


8.250 


69.000 


1918 




» 


47.460 


5.520 


9-530 


70.000 


1919 




» 


50.360 


4.670 


13.000 


75.000 


1920 




» 


59.120 


4.090 


23.850 


94.000 


1921 (1° 


semestre) 


s 


31.560 


2.000 


13.180 


52.000 



Nel periodo 1889-93 la Repubblica nord-americana for- 
niva il 56 7o> ^^ Russia il 40 7o della produzione mondiale. 
Vent'anni dopo era salita sopra 61 7o ^^ percentuale degli 
Stati Uniti, discesa sotto 20 7o quella della Russia. La pro- 
duzione del Messico, praticamente nulla nel primo periodo, 
si accostava già al 4 7o della produzione mondiale nel se- 
condo. Nel 1920, infine, gli Stati Uniti danno il 64 7o della 
produzione mondiale, il Messico ne dà il 24 7o> ^^ Russia 
appena il 4 7o' 

Lo sviluppo della produzione negli Stati Uniti e nel Mes- 



230 PETROLIO 

sico è derivato tanto dall'estensione quanto dall'intensifica- 
zione dello sfruttamento dei campi petroliferi. Non sono stati 
però ancora toccati gli estremi limiti raggiungibili : specialmente 
nel Messico esistono ancora vaste zone da sfruttare e la 
produzione attuale di questo paese è assai inferiore alla pro- 
duzione potenziale, perchè spesso mancano mezzi sufficienti al 
trasporto delle immense quantità di liquido che si potreb- 
bero raccogliere. In Russia, invece, è stato duplice il re- 
gresso: una parte dei pozzi prima attivi sono stati abbando- 
nati e i rimanenti vengono fiaccamente sfruttati ; insuperabili 
difficoltà di trasporto, vieterebbero, del resto, di utilizzare le 
maggiori provviste che venissero tratte dal suolo. 

Quanto all'avvenire, è da tenet- presente che i tre paesi, 
i quali ora forniscono più di nove decimi della produzione 
mondiale, possiedono insieme soltanto tre dedimi delle riserve 
note e presunte : accanto ai i .000 milioni di tonnellate, cui 
si valutano le riserve degli Stati Uniti, ai 900 milioni della 
Russia, ai 600 del Messico, non sfigurano le riserve dell'Ame- 
rica meridionale, stimate ad oltre 1.200 milioni di tonnellate, 
quelle della Persia e della Mesopotamia, stimate a 800 mi- 
lioni, quelle delle Indie orientali olandesi stimate a 400 mi- 
lioni di tonnellate; né vanno dimenticati i 3 miliardi e più 
di tonnellate sparsi nelle viscere di molte altre terre. 

Le riserve estranee ai tre principali paesi produttori sono 
ancora appena intaccate ; tuttavia il loro concorso nella pro- 
duzione mondiale è già discreto : circa 7 milioni di tonnellate 
nel 1920 ; e l'esperienza del Messico mostra con quale cele- 
rità possa accrescersi il rendimento di una regione petrolifera 
quando vengano adottati i moderni mezzi meccanici per la 
perforazione del suolo e per la raccolta ed il trasporto del 
liquido. 

I paesi che danno oggi una maggior produzione, dopo i 
tre citati, sono le Indie orientali olandesi, l'India britannica, la 
Romania, la Persia, la Polonia. 



PETROLIO ' 231 

Ecco alcuni dati sugli otto principali paesi petroliferi, che 
da soli forniscono almeno 98 7o della produzione mondiale. 







Media 










1909-13 


1919 


1920 


Stati Uniti. 


milioni di t. 


28,9 


50.4- 


59.1. 


Russia 


» 


9.3 


4.7 


4.1 


Messico . . 


» 


1,8 


13.0 


23.9 


Romania. 


» 


1,6 


0,9 


1,0 


Indie Olandesi 


» 


1.5 


2 2 


2,3 


Polonia . 


» 


1.5 


0,9 


0,8 


India . 


» 


0,9 


1,1 


1,1 


Persia. . . 


» 


0,2 


0,8 


1.7 



La diminuzione della produzione in Romania e nella Ga- 
lizia (che faceva parte dell'Austria ed ora fa parte della Po- 
lonia) è stata determinata dalle sorti della guerra. I pozzi 
rumeni furono distrutti mentre gli eserciti nemici avanzavano, 
affinchè l'invasore non potesse sfruttarli, quelli galiziani sono 
stati piti volte devastati nelle alterne vicende di conquista e 
di perdita di quei territori da parte degli austro-ungheresi e 
dei russi. 



* 

* * 



Qualche notizia, ora, sugli scambi internazionali e sul 
consumo mondiale. 

Fino alla vigilia della guerra i due principali paesi pro- 
duttori consumavano la maggior parte della loro produzione. 
Nel 191 3 gli Stati Uniti esportavano quasi sette milioni dì 
tonnellate di oli minerali, corrispondenti a meno d'un quinto 
della loro produzione, la Russia ne esportava tre quarti di 
rfiilione, ossia meno di un decimo della sua produzione. Anche 
il petrolio galiziano era per due terzi destinato al consumo 
dell' impero austro-ungarico. Esportavano, invece, la maggior 
parte della loro produzione il Messico — quasi tre milioni e 
mezzo di tonnellate — e la Romania — quasi un milione. 



2^2 



ì 



PETROLIO 



I tre quarti del consumo mondiale di oli minerali spetta- 
vano agli Stati Uniti ed alla Russia, come appare dai seguenti 
dati, largamente approssimativi, che si riferiscono anche agli 
altri principali paesi consumatori. 



Stati Uniti . . 
Russia . . 
Regno Unito . 
Germania 
Austria-Ungheria 
Romania . 
Francia • . 
Messico . 
Italia . . . , ' 



Consumo mondiale 







1913 


1920 


migliaia 


di t. 


28.400 


63.000 


» 




8.000 


4.000 


» 
» 




1.600 * 


2.700 




1.400 


500 


» 




I.OOO 


— 


» 




I.OOO 


700 


» 




550 


800 


» 




800 


4.000 


» 


\ 


250 


500 



52.000 



92.000 



L'aumento del consumo negli Stati Uniti trova ben pal- 
lido riscontro negli aumenti del Regno Unito, della Francia, 
dell' Italia. In complesso questi tre paesi hanno accresciuto di 
poco più d' un milione e mezzo di tonnellate il loro consumo 
di oli minerali, mentre la Repubblica nord-americana lo accre- 
sceva di 35 milioni. Sette ottavi dell'aumento di consumo 
avvenuto nel mondo dal 191 3 al 1920 spettano agli Stati 
Uniti. La rapidissima moltiplicazione delle automobili, la 
vasta applicazione dei motori a combustione interna, il largo 
impiego del combustibile liquido per la locomozione terrestre 
e marittima, hanno determinato questa straordinaria espan- 
sione del consumo. La contemporanea riduzione in Russia 
ed in Romania deriva dalla minor produzione, della quale 
abbiamo già accennato le cause ; la riduzione in Germania 
dipende in parte dalle difficoltà finanziarie che incontra 
questo paese per gli approvvigionamenti all'estero, in parte 
dalla perdita della flotta militare e di quella mercantile, forti 



* Non compresi gli oli minerali ottenuti mediante la distillazione degli schisti pe- 
troliferi : 290 mila t. nel 19 13, circa 200 mila nel 1920. 



PETROLIO 27,7, 

consumatrici entrambe, in parte dalla surrogazione, avvenuta 
durante e dopo la guerra, di altri combustibili agli oli mine- 
rali, in parte infine allo sviluppo dato alla distillazione dei 
combustibili solidi. 

Il fatto dominante nella recente storia del petrolio è senza 
dubbio costituito dall'aumento del consumo nord-americano e 
dal capovolgimento della situazione degli Stati Uniti, che 
ancora nel 191 3 esportavano oli minerali in quantità assai 
maggiore di quanto importassero, mentre oggi sono costretti 
ad importarne più di quanto esportino. Ancora nel 191 6 
l'esportazione superava di 5,5 milioni di tonnellate P impor- 
tazione ; nel 1920 l'importazione ha superato di 3,9 milioni 
di tonnellate l'esportazione. Né si tratta d'un fenomeno tran- 
sitorio, bensì d' un crescente squilibrio fra consumo e produ- 
zione ; infatti, dal 1916 in poi, l'eccedenza delle esportazioni 
si è ridotta progressivamente : a 4,4 milioni di tonnellate nel 
191 7, a 3,6 nel 19 18, a 0,9 nel 1919, trasformandosi nel 1920 
e nel 192 1 in eccedenza d'importazioni. 

Gli Stati Uniti, raccogliendo dai paesi produttori ingenti 
quantità di oli greggi, li trasformano industrialmente e inviano 
ai paesi consumatori una parte degli oli raffinati. L'importa- 
zione del 1920 — oltre quattordici milioni di tonnellate, per 
la massima parte provenienti dal Messico — è costituita quasi 
interamente di petrolio greggio ; l'esportazione — oltre io 
milioni di tonnellate — è per quasi nove decimi costituita di 
oli raffinati. La sospensione di queste importanti correnti di 
traffico, mentre danneggerebbe gravemente l' industria degli 
Stati Uniti, — che raffina gli otto decimi della produzione 
mondiale di petrolio — , sottraendole gli sbocchi esteri, non 
consentirebbe di soddisfare il bisogno nazionale con la sola 
produzione nazionale. Questa condizione di cose, messa in 
relazione col temuto rapido esaurimento delle riserve nord- 
americane, giova a spiegare la preoccupazione degli Stati 
Uniti di fronte all'accaparramento delle fonti petrolifere da 
parte del Regno LTnito. 



234 



PETROLIO 



La situazione deli' Italia. 



La produzione italiana del petrolio — per la maggior 
parte data dall' Emilia — è quasi insignificante : ha raggiunto 
un massimo di poco più che io mila tonnellate nel 191 1, 
ma negli ultimi anni è rimasta inferiore alle 5 mila, così da 
fornire appena una centesima parte del fabbisogno nazionale. 

Anche per il petrolio, come per il carbone, si è fanta- 
sticato sulla possibile ricchezza del sottosuolo italiano. La 
verità è che finora le numerose zone petrolifere sparse nella 
penisola ed in Sicilia si sono mostrate di meschino rendi- 
mento i e se considerazioni teoriche inducono alcuni geologi 
a ritenere che vi si possano trovare ingenti riserve di petro- 
lio a grande profondità, altri sono di parere contrario. Nel 
momento attuale, volendo, giudicare sopra quel che si sa, e 
non sopra quello che s' immagina, bisogna dire che l' Italia è 
povera anche di petrolio*. 

La distillazione degli schisti bituminosi e della roccia 
asfaltica, di cui esistono notevoli giacimenti in alcune regioni, 
può fornire qualche contributo alla produzione degli oli mine- 
rali : informazioni private farebbero ascendere a circa io mila 
tonnellate la quantità degli oli così ottenuti nel 1920; essa 
può certamente ' essere molto aumentata. 

Finora il fabbisogno nazionale è soddisfatto quasi inte- 
ramente mediante importazioni. 

* 
* * 

Il consumo annuo di oli minerali in Italia non raggiun- 
geva le 90 "mila tonnellate nel 1889-93. Vent'anni dopo era 

* Un recente provvedimento legislativo assegna la somma annua di 8 milioni di lire 
per indagini da compiersi sulla consistenza delle risorse petrolifere nazionali. Se queste 
indagini verrano alacremente condotte, si potrà uscire presto dall'attuale ignoranza. 



PETROLIO 235 

salito a circa 210 mila. 11 massimo prebellico è segnato dal 
191 3, con an consumo di 260 mila tonnellate. 

L' importazione, che era ascesa a 206 mila tonnellate 
nella media del quinquennio 1909-13 e aveva toccate le 255 
mila nel 191 3, è andata continuamente aumentando durante 
gli anni della guerra. Poiché le importazioni di questo pe- 
riodo sono servite, in parte, a rifornire di combustibile le 
navi francesi e britanniche in servizio nei nostri mari ; e poi- 
ché non si hanno dati sufficienti per dividere queste speciali 
importazioni, ed altre direttamente destinate a fini militari, da 
quelle destinate al consumo industriale, non ci fermiamo ad 
esporre i dati per gli anni dal 191 4 al 191 8. Riferiamo in- 
vece alcune notizie sulle importazioni degli ultimi anni, se- 
condo due diverse fonti : la statistica doganale e la statistica 
del traffico marittimo. 

1913 1919 

Statistica doganale . migliaia di t. 255 373 
Statistica del traffico. » — 490 

Anche per gli oli rhinerali, come per il carbone, le due 
statistiche presentano notevoli divergenze in rapporto alle 
quantità importate. Qui le differenze sono anche più gravi 
che per il carbone. 

Riteniamo più degni di fede i dati delle statistiche del 
traffico marittimo, i quali comprendono anche le quantità 
dirette ai nuovi porti adriatici e quelle destinate al rifornimento 
dei depositi esistenti nei porti, che forse sfuggono, almeno in 
parte, all'altra statistica. Comprendono anche le quantità in 
transito per l'estero ; ma queste non devono essere rilevanti. 
D'altra parte non comprendono le importazioni per via di ^ 
terra, forse non insignificanti nella Venezia Giulia. 

Crediamo, pertanto, di non andar lontani dal vero sti- 
mando a circa 500 mila tonnellate nel 1920 ed a circa 350 
mila nel 192 1 l'importazione netta degli oli minerali in Italia* 





1° semestre 


P 


rimi 10 mesi 


1920 


1921 




1921 


429 • 


154 




— 


535 


205 




323 



236 . PETROLIO 

Il consumo — calcolato col tener conto delle esportazioni 
e della produzione nazionale — è di una decina di migliaia 
<ii tonnellate superiore alle precedenti cifre. 

Se la statistica del traffico è attendibile, gli oli importati 
nel 1920 si suddividerebbero press'a poco in parti uguali fra 
vari impieghi : propulsione di automobili e d'aeroplani, altre 
forme di produzione di fòrza motrice, illuminazione, lubrifica- 
zione. Sarebbero state importate, infatti, 136 mila tonnellate 
di benzina, 134 mila di nafta, 132 mila di petrolio, 133 mila 
di oli lubrificanti. Le cifre della benzina e del petrolio sono 
dello stesso ordine di grandezza di quelle della statistica do- 
ganale (118 mila e 122 mila); si può quindi ritenere che, nel 
1920, così il consumo della benzina, come quello del petrolio, 
si siano aggirati sulle 125 mila tonnellate: consumo press'a 
poco uguale a quello del 191 3 per il petrolio, ma quattro 
volte maggiore per la benzina. 

* 
* * 

L'Italia prima della guerra era provvista di oli minerali 
principalmente dall'America: su 255 mila tonnellate importate 
nel 191 3, provenivano dagli Stati Uniti 135 mila, dalla 
Romania 82 mila, dalla Russia 14 mila, dall'Austria-Ungheria 
press'a poco altrettante, dalla Germania io mila. 

Dopo la guerra gli Stati Uniti conservano la loro condi- 
zione di predominio: nel 1920, secondo i dati della statistica 
doganale, essi avrebbero fornito 324 mila su 429 mila ton- 
nellate importate, mentre la Persia ne avrebbe fornite 29 mila, 
il Messico 23 mila. Le statistiche rumene indicano un'espor- 
•tazione di circa 50 mila tonnellate verso l' Italia, che in gran 
parte non appare nella nostra statistica doganale, forse perchè 
diretta alla Venezia Giulia. Nel 1921 continua la preponde- 
ranza americana ; sono tuttavia abbastanza notevoli gli arrivi 
dalla Romania, dalla Persia e dal Messico. 



PETROLIO 237- 

Il nostro mercato era ed è dominato dal grande sinda- 
cato americano del petrolio {Standard OH Company) ; le al- 
tre grandi imprese che disputano a quella americana l'ege- 
monia del mercato mondiale sono anch'esse rappresentate in. 
Italia, ma la loro attività è di gran lunga inferiore. 

*"t prezzi. 

L' imponente aumento della produzione durante gli ultimi 
anni ha contenuto i prezzi entro limiti relativamente modesti. 
Il petrolio greggio di Pennsylvania costava, in media, nel 191 3, 
circa due dollari e mezzo per barile di 160 litri*, ai pozzi. 
Il massimo prezzo raggiunto nel 1920 è stato poco supe- 
riore ai sei dollari, cioè due volte e mezza maggiore di 
quello del 191 3, mentre negli Stati Uniti i prezzi dei car- 
boni, alla miniera, superavano da 5 ad 8 volte il livello 
d'avanti guerra. E nel 192 1, mentre i minimi toccati dal 
carbone nel periodo dei ribassi si sono mantenuti superiori di 
quattro a nove decimi ai prezzi del 191 3, il petrolio è ca- 
duto, durante Pestate, a prezzi inferiori a quelli prebellici (due 
dollari e un quarto per barile). Il rialzo avvenuto verso la fine 
del 192 1 ha riportato fino a 4 dollari (in novembre) il prezzo 
del barile. 

In Italia si è giunti a pagare, nello scorso gennaio, fino 
a 350 lire per quintale il petrolio americano in cassette, che 
costava 26 lire nel 191 3. In quel mese il prezzo, alla fonte, 
era due volte e mezza maggiore che nel 191 3 ; il dollaro 
valeva 28 lire; l'aumento del prezzo in Italia appariva dun- 
que giustificato per intero da tali circostanze. Ma successi- 
vamente il prezzo è stato tenuto eccessivamente alto: nell'estate 
del 192 1, quando il prezzo americano era inferiore di quasi 
un decimo al iivello del 191 3, e il dollaro era quotato 22-23 



* Secondo le qualità, da 72 a 75 barili di petrolio greggio corrispondono a io ton- 
nellate. 



^3« PETROLIO 

lire, sicché avremmo dovuto pagare poco più di loo lire 
per quintale il petrolio in cassette, ne pagavamo ancora circa 
250. E ne paghiamo 280, invece di 200, in dicembre, col 
prezzo americano del petrolio superiore appena di sei decimi 
al livello del 191 3 e col dollaro a 22 lire. 

Si riflette nei prezzi italiani la condizione di quasi mo- 
nopolio in cui opera il sindacato americano sul nostro mer- 
cato. Ma l'esperienza fatta col carbone britannico ci dà al- 
mieno il conforto di pensare che avremmo potuto essere 
trattati anche peggio . . . 

* 

L'onere che pesa sul nostro paese per l'approvvigiona- 
mento di oli minerali è assai considerevole : nel 1920 si può 
stimare ch'esso abbia quasi toccato il miliardo, mentre il co- 
sto del carbon fossile ha raggiunto i tre miliardi e mezzo. 

La grandezza di queste cifre — che in complesso corri- 
spondono a più d' un miliardo di lire oro — indica la gra- 
vità del problema italiano dell'approvvigionamento dei com- 
bustibili e spiega gli sforzi che si sono compiuti e che 
intensamente si proseguono per attenuare l'onere degli acquisti 
all'estero con lo sfruttamento delle fonti nazionali d'energia. 

Prospettive. 

La produzione mondiale tende all'aumento ; non potrà tut- 
tavia crescere a lungo con la stessa celerità degli ultimi anni. 

Il moltiplicarsi degli usi tende a mantenere alta la do- 
manda mondiale, anche nell'attuale periodo di depressione. 

Il prossimo avvenire dei prezzi dipende principalmente 
dalla rapidità con la quale potranno essere messi in efficienza 
per lo sfruttamento i nuovi campi petroliferi del Messico, 
della Mesopotamia, dell'America meridionale. 



ENERGIA ELETTRICA' 




ll' inizio del secolo ventesimo, la potenza degli 
impianti elettrici — termici ed idrici — esistenti 
in Italia toccava i centomila kilowatt installati; 
oggi non dev'esser lontana dal milione e mezzo 
di kilowatt installati **. 

Questo rapido sviluppo delle officine generatrici d'energia 
elettrica è dovuto quasi esclusivamente al moltiplicarsi degli 
impianti idrici, ed è pertanto un indice della intensità dello 
sforzo compiuto dall' Italia per attenuare la propria dipendenza 
dall'estero per l'approvvigionamento dei combustibili. 






Non esiste una statistica veramente attendibile della po- 
tenza degli impianti elettrici italiani. 

Una recente pubblicazione ufficiale valuta a 1. 150.000 HP 



* La maggior parte dei dati statistici contenuti in questo capitolo sono desunti da 
una memoria dell' Ing. D. Civita, presentata all' ultimo congresso dell'Associazione Elet- 
trotecnica Italiana, della quale egli, con grande cortesia, ha acconsentito a comunicarci le 
bozze. Come Direttore dell'Associazione fra gli esercenti imprese elettriche, il Civita ha 
potuto compiere indagini dirette e colmare lacune e correggere errori delle statistiche ufficiali. 

** Compresi gli impianti esistenti nelle nuove provincie. 



240 ENERGIA ELETTRICA 

nominali § medi annui la potenza complessiva degli impianti 
idraulici di potenza unitaria superiore ai 300 HP, costruiti 
fino a tutto il 1920. Aggiungendo gli impianti minori e te- 
nendo conto della circostanza che le portate medie di con- 
cessione sono, in generale, inferiori a quelle medie effettiva- 
mente utilizzate, vien calcolato che la potenza idraulica media 
nominale degli impianti esistenti al 31 dicembre 1920 si acco- 
sti ad un milione e mezzo di HP (825 mila Kw. di potenza 
effettiva) §§. 

Ma non tutte le acque impiegate per la produzione di forza 
motrice vengono destinate a produrre energia elettrica ; e per- 
ciò si dovrebbe lievemente diminuire la precedente cifra per 
ottenere la potenza degli impianti idroelettrici. Si dovrebbe, 
d'altra parte, aumentarla perchè non comprende gli impianti 
delle nuove provincie né quelli condotti a termine nel 192 1. 
Riteniamo che attualmente la potenza media effettiva degli 
impianti in esercizio si accosti al milione di Kw. 

Una diligente ricerca dell' Ing. Civita consente di stabilire 
ad un milione e un quarto di Kw. la potenza installata degli 
impianti in esercizio alla fine del 191 8 e a più d'un milione 
di Kw. la potenza di quelli già progettati od iniziati, ma non 
ancora compiuti a tale data. Indichiamo, alla pagina seguente, 
la distribuzione regionale di queste potenze, riportando anche 
dati per il 1898, all'intento di mostrare quanto cammino si 
sia percorso in vent'anni. 

Nel 191 8 la potenza complessiva degli impianti si suddi- 
videva così: 67 7o ^^1 Settentrione, 21 % ^^^ Centro, 9 7o 
nel Mezzogiorno, 3 % nelle Isole. Le provincie redente sono 
venute ora ad accrescere la preponderanza dell'Italia setten- 



§ Si può calcolare l HP nominale equivalente a 0,55 Kw. di potenza elettrica effet- 
tivamente utilizzabile. 

§§ Dati corrispondenti per alcuni paesi esteri : Stati Uniti 9 milioni di HP ; Cana- 
da 2,5 milioni ; Norvegia 2 milioni ; Svezia 1,3 milioni ; Francia, Svizzera, Germania circa 
I milione ciascuna. Dati tutti largamente approssimativi e non rigorosamente comparabili. 



ENERGIA ELETTRICA 



241 



Potenza degli impianti elettrici italiani. 



Potenza installata degli impianti esistenti Potenza degli impianti 

iniziati o progettati ma non 





al 31-XII-1898 
Kw. 


al31-XH-1918 
Kw. 


ancora compiuti al 31-Xn-191S 
Kw. . 


Piemonte . . 


. . . 2O.3ÒO 


293.425 


155.000 


Liguria. 


. . . g.106 


98.907 


60.000 


Lombardia. 


• • ■ 25.739 


■ 332-138 


270.000 


Veneto . . 


• '• • 5-074 


80.533 


201.000 


Emilia . . 


. . . 1.508. 


36704 


85.000 


Toscana. . . 


• . • 5-509 


67-305 


50.000 


Marche . . . 


. . . I.I4I 


38-777 , 


20.700 


Umbria . 


• • . 5-3Q8 


82.290 


2 1 .000 


Lazio . . 


• . • 3-759 


77.600 


21.500 


Abruzzi . . . 


• • • 545 


56.927 


t " 46.000 


Campania . 


• • • 5-613 


38-362 


37-500 


Puglie . . . 


. . . 1.309 


7-952 


2.000 


Basilicata . 


. . . 139 


683 


2.000 


Calabria . , 


• • • 165 


5.188 


lOO.OOQ 


Sicilia . . , 


. . . 1.025 


2"] .022 


9.000 


Sardegna . 


. . . 180 


7-837 


20.000 



Riepilogo 

Nord. . . 

Centro . 

Sud . . . 

Isole . . . 



Totale 86.570 

MORTARA, Prospettive economiche 



61.787 • 


841.707 


771.000 


15.807 


265.972 


113.200 


7-771 


109.112 


187.500 


• 1.205 


34-859 
1.251.650 


29.000 


86.570 


1. 100.700 



16 



242 ENERGIA ELETTRICA 

trionale ; gli impianti in corso di esecuzione nelle varie parti 
del Regno non modificheranno sostanzialmente la comparativa 
situazione delle varie zone. 



* 
* * 

Hanno scarso valore, perchè fondate in gran parte su dati 
meteorologici incerti ed insufficienti, le valutazioni della po- 
tenza motrice praticamente ottenibile dai nostri corsi d'acqua. 
Tuttavia, finche mancano dati sicuri, bisogna contentarsi delle 
stime di larghissima approssimazione che sole si possono per 
ora eseguire : le più recenti di queste fanno ascendere a circa 
5,5 milioni di HP §, equivalenti a circa 4 milioni di Kw., la 
potenza media ottenibile dai corsi d'acqua italiani, in base alla 
portata ordinaria *. 

Questa stima, pur non indicando nulla più che l'ordine dì 
grandezza della potenza che potranno raggiungere i nostri 
impianti, e pur non precludendo la speranza di più vaste 
possibilità di sviluppo che eventuali progressi tecnici forse 
consentiranno, deve sfatare molte illusioni. Si è troppo ma- 
gnificata la ricchezza d'acque del nostro paese : anche di 
quest,o dono, in verità, la Natura ci è stata poco generosa, 
benché meno avara che d'altri. L' installazione di 4 milioni 
ài Kw., con una utilizzazione media di 5.000 ore all'anno, 
consentirebbe la produzione d' una quantità di energia equi- 
valente a quella ottenibile da 40 milioni di tonnellate di carbon 
fossile **, mediamente utilizzato, quantità abbastanza mode- 

§ Comprese le nuove provincie. 

* L' Ing. Civita riduce, con un buon taglio, a 3 milioni di Kw. la presumibile po- 
tenza media degli impianti già eseguiti o di possibile e conveniente esecuzione. Questa 
stima, condotta con criteri di grande prudenza, indica un miaimo concretamente raggiun- 
gibile, il quale potrà senza dubbio essere superato mercè l'avvento di condizioni che ren- 
dano possibili o convenienti impianti .che oggi non appariscono tali. 

** Posta equivalente a 1 K\v-ora l'energia ottenibile da 2 kg. di carbon fossile. 
S' intende che questi calcoli di equivalenza hanno il solo valore di indicazioni largamente 
approssimative. 



ENERGIA ELETTRICA 243 

Sta in confronto al consumo dei grandi paesi industriali. Si 
noti che in questo calcolo partiamo da ipotesi favorevoli circa 
la potenza degli impianti e l'utilizzazione media di essi. 

Pur evitando ogni esagerazione, si deve riconoscere che 
il contributo degli impianti idroelettrici all'economia nazio- 
nale ha grande valore e maggiore potrà averne in futuro. 
Senza fantasticare sull'avvenire lontano, guardiamo al presente. 
Un milione e mezzo di Kilowatt installati, con una utilizza- 
zione media di 4.000 ore all'anno, permettono di raggiun- 
gere i sei miliardi annui di Kilowatt-ora. Qui partiamo dalla 
potenza attuale degli impianti e da una utilizzazione media 
praticamente conseguibile ; e perchè il computo apparisca meno 
lontano dalla concreta possibilità, aggiungiamo che in fatto 
già tre anni or sono (nell'anno finanziario 191 8-19), nono- 
stante la minor potenzialità degli impianti §, il consumo totale 
di energia idroelettrica ha toccato i quattro miliardi di Kw- 
ora, consentendo un risparmio di circa otto milioni di ton- 
nellate di carbon fossile. Già oggi le nostre acque occupano 
il primo posto tra le fonti di energia, poiché, come abbiamo 
visto nel capitolo " Carbone „ , il consumo totale di combustibili 
fossili, ragguagliato a litrantace, raggiunge appunto gli otto mi- 
lioni di tonnellate. Quando, poi, saranno condotti a termine 
gli impianti già in corso di esecuzione, cioè nel giro d' una 
decina d'anni e forse prima, l' Italia potrà disporre annual- 
mente di almeno io miliardi di Kw-ora, equivalenti a 20 mi- 
lioni di tonnellate di carbon fossile. Ricordando che nell'anno 
di massimo consumo (191 3) l'Italia ha richiesto soltanto 12 
milioni di tonnellate di carbone, appare meglio evidente la 
fondamentale importanza del contributo che potranno recare le 
nostre acque al miglioramento dell'economia del paese. 



§ Nell'anno finanziario 1918-19 mancavano, oltre gli impianti che sono stati solo in 
seguito compiuti, quelli delle nuove provincie, e, per una parte dell'anno, quelli delle 
Provincie invase. 



244 ENERGIA ELETTRICA 

Con lo sviluppo degli impianti, si va estendendo e perfe- 
zionando la rete dei collegamenti reciproci, che ne consente 
il migliore e più completo sfruttamento. 

* 
• * * 

Ecco alcuni dati sul consumo (milioni di Kw-ora) negli 

ultimi anni. 



nni finanziari 


Consumo * 


I913-I4 


2.312 


I914-15 


2.529 


I915-16 


2.835 


I916-17 


3-571 


I917-18 


3.82Ó 


I918-I9 


4.1 II 


IQI9-2O 


3.827 


1920-21 


4.000 



L' intensificato sfruttamento delle nostre acque ha certa- 
mente arrecato un notevole contributo allo sforzo bellico del- 
l' Italia, supplendo alla miancanza di almeno 5 milioni di ton- 
nellate di carbon fossile, che, nella condizione d'allora del 
traffico marittimo, sarebbe stato quasi impossibile ricevere. 

La stasi del consumo nell'ultimo triennio è derivata dal- 
l'arresto delle industrie di guerra, dalla crisi della siderurgia,, 
dalla fiacchezza di altre industrie, dalle frequenti sospensioni 
di lavoro per agitazioni operaie, dalla riduzione delle ore di 
lavoro, e da altre cause secondarie. 

L'attuale potenzialità degli impiantì dev'essere sufficiente 
per soddisfare una domanda annua di almeno 5 miliardi di 
Kw-ora ai centri di consumo. 



* Dati^corretti dall' Ing. Civita. Le statistiche ufficiali sono disseminate di errori. 
Per esempio, per' il 1919-20 il consun:io per usi non soggetti a tassa nel Lazio è indi- 
cato in 10,9 miliardi di ettowatt-ora, invece che in 1,9 miliardi; né si tratta di un 
semplice errore di stampa, che anzi esso si riflette nella somma del consumo nazionale 
per usi non soggetti a tassa, il quale viene indicato in 43,8 miliardi di ettowatt-ora, 
invece che in 34,8 come risulta sommando i dati per le singole provincie dopo la cor- 
rezione del dato per la provincia di Roma. 

Il dato per il 1920-21 è risultato di una nostra stima, largamente approssimativa. 



ENERGIA ELETTRICA 245 



* * 



Riportiamo anche qualche notizia sulla distribuzione del 
consumo per regioni. Si vedrà che tale distribuzione non è 
sempre parallela a quella degli impianti. Ciò dipende da due 
circostanze.: diversa intensità di utilizzazione degli impianti 
nelle varie regioni e trasmissioni di energia da regione a 
regione. Nel Settentrione lo sfruttamento è più intenso che 
nel Mezzogiorno. Una parte dell'energia prodotta nel Piemonte 
è consumata nella Liguria e nella Lombardia ; una parte di 
quella prodotta nell'Umbria viene consumata nel Lazio; una 
parte di quella prodotta negli Abruzzi è consumata nella 
Campania. 

' Consumo {milioni di Kw-ora) * 

' 1914-15 1918-19 1919-20 

Piemonte 548 1.124 928 

Liguria 154 618 680 

Lombardia ...'.... 1.038 1.250 1.063 

Veneto 87 51 115 

Emilia 48 76 95 

Toscana . . " 83 109 112 

Marche 47 109 117 

Umbria 153 ^259 143 

Lazio 106 197 223 

Abruzzi 79 86 87 

Campania 136 179 ■ 164 

Puglie II 9 12 

Basilicata i i -i 

Calabria 3 4 4 

Sicilia 34 37 72 

Sardegna. i 2 il 

Totale 2.529 4.1 11 3-827 



* * 
Quanto all' impiego dell'energia consumata, fanno assolu- 
tamente difetto dati analitici. Forse un decimo del consumo 
totale è destinato all' illuminazione e press'a poco altrettanto 
alla trazione ; il resto è assorbito dalle industrie manifattrici. 

* Secondo i dati corretti dall' Ing. Civita. 



246 ENERGIA ELETTRICA 



* 
* * 



In questo inverno 1921-22 si lamenta grave difetto 
d'energia idroelettrica nell' Italia settentrionale. La scarsa 
precipitazione di nevi dello scorso inverno, l'ostinata siccità 
del periodo estìvo-autunnale, hanno grandemente ridotto la 
portata dei fiumi alimentati dalle Alpi, costringendo le imprese 
elettriche a ricorrere anzitempo ai serbatoi, che minacciano 
d'esaurirsi prima di quella stagione in cui sopratutto è neces- 
sario ricorrere al loro sussidio. 

Tale condizione di cose, che reca notevole imbarazzo alle 
industrie manifattrici, è assolutamente eccezionale, come ec- 
cezionali sono state le circostanze meteorologiche che l'hanno 
determinata. L'esperienza di quest'anno dovrebbe tuttavia 
ammonire le imprese così a procedere cautamente nell'assun- 
zione d' impegni di fornitura d'energia, come a curare la- co- 
stituzione di adeguate riserve termiche. 

Prospettive. 

Lo sfruttamento delle acque italiane per la produzione dì 
energia elettrica si va rapidamente intensificando. 

Pongono ostacolo ad una più sollecita estensione dei nuovi 
impianti i prezzi ancor alti dei materiali da costruzione e della 
mano d'opera ; la scarsezza di capitali, poco allettati ad inve- 
stimenti di sicuro successo ma di modesto rendimento ; la 
persistenza di limitazioni da parte dello Stato ai prezzi di 
vendita dell'energia. Questi ostacoli tendono però ad atte- 
nuarsi di mano in mano che le condizioni economiche del 
paese si riaccostano ad uno stato di meno instabile equilibrio^ 



FERRO 




E stime che si posseggono sulla consistenza dei gia- 
cimenti di minerali ferriferi, sono estremamente 
fallaci; e il nostro paese ne porge un esempio 
tipico. 

Nel 1884 furono valutate a circa 8 milioni di tonnellate 
le riserve di minerale disponibili nell' isola d'Elba. Da allora 
ad oggi sono stati estratti dalle viscere del suolo cibano 12 
milioni di tonnellate di minerale ; e tuttavia vengono stimate 
ad 8 milioni di tonnellate le residue disponibilità, con l'espli- 
cita avvertenza che questa valutazione può essere inferiore 
al vero. 

Ancora nel 19 io si reputavano inferiori ai io milioni di 
tonnellate le complessive riserve italiane di minerale ferrifero. 
Oggi vengono calcolate a una quarantina di milioni di ton- 
nellate le riserve riconosciute e ad una sessantina le altre 
riserve probabili : in tutto, circa cento milioni di tonnellate. 

La situazione geografica dei giacimenti e le condizioni 
nelle quali si presenta il minerale fanno apparire dubbia, nelle 
attuali condizioni della tecnica, la convenienza dello sfrutta- 
mento d'una parte di essi. In ogni modo, se pur fossero tutti 
sfruttabili, il loro possesso non renderebbe certamente ricco 



248 FERRO • 

di ferro il nostro paese, che si troverebbe a disporre appena 
della duemillesima parte delle risele mondiali. In upt anno 
solo gli Stati Uniti estraggono dal loro Suolo tanto minerale 
ferrifero quanto ne offre la terra d'Italia per tutto l'avvenire. 
Lo sfruttamento delle nostre riserve accertate presunte potrà 
dare al massimo una quarantina di milioni di tonnellate di 
ferro metallico, mentre le sole riserve accertate degli Stati 
Uniti ne promettono 2.400 milioni, quelle della Francia (com- 
presa la Lorena) 2.000, quelle della Svezia 800, quelle della 
Spagna 400. Come produttrice di ferro l'Italia è fatalmente de- 
stinata ad occupare un posto trascurabile nel mercato mondiale. 

* * 

Nonostante la povertà di ferro, l' Italia è riuscita a dare 
un discreto sviluppo alla siderurgia. Fenomeno, questo, vera- 
mente singolare, perchè tutti i paesi dove tale industria ha as- 
sunto maggior importanza hanno dovizia di ferro o di car- 
bone, o di entrambe le materie, che sono basi della produzione 
industriale moderna. 

Dal 1889-93 ^ 1909-13 la produzione media annua del mi- 
nerale di ferro era salita da 205 mila a 535 mila tonnellate; 
quella della ghisa da 15 mila a 334 mila; quella dell'acciaio 
e del ferro di rimpasto da 249 a 1.048 migliaia di tonnellate. 

Negli ultimi anni di pace, il valore complessivo dell'ac- 
ciaio, del ferro e della ghisa di seconda fusione, prodotti nelle 
officine italiane, toccava un quarto di miliardo. 

La produzione mondiale del minerale di ferro. 

La produzione mondiale del minerale di ferro superava, 
nella media annua del periodo 1909-13, i 150 milioni di ton- 
nellate. Per quasi tre quarti essa era data da soli quattro paesi : 
Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia. L'Italia vi con- 
correva per poco più del 0,3 7o« 



FERRO 



249 



Indichiamo le quantità estratte nei principali paesi produttori 
e inoltre nel Canada e nel Belgio, che, pur possedendo scarsi 
tesori di minerale, hanno industrie siderurgiche abbastanza im- 
portanti. Riferiamo separatamente le cifre relative alla Ger- 
mania ed al Lussemburgo, sebbene l'unione doganale fondesse 
in un solo complesso economico le industrie mineraria e side- 
rurgica dei due paesi; perchè, dopo la pace di Versailles e il 
plebiscito del settembre 1 9 1 9, il Lussemburgo si può ritenere 
aggregato, economicamente, alla Francia. 

Produzione del minerali di ferro. 







Media 










1909-13 


1919 


1920 


Stati Uniti . . 


migliaia di t. 


54.064 


57.220 • 


70.671 


Germania . 


» 


24.149 


6.154 


5-500 


Lussemburgo . 


» 


6.397 


3.II2 


3-704 


Francia . . . 


» 


16.843 


9 -340' 


13.871 


Regno Unito . 


» 


15-309 


12.451 


I2.9II 


Spagna . . . . 


» 


9.046 


4.640 


? 


Russia , . . 


» 


6..783 


? 


200 


Svezia . . . . 


» 


5-954 


4.987 


4-519 


Austria-Ungheria 


» 


4.902 * 


— 


— ■ 


Algeria e Tunisia 


» 


1.726 


1.096 


? 


Cuba .... 


» 


1.329 


? 


? 


Terra Nuova . . 


» 


1.200 


p 


? 


Italia. . . . 


» 


535 


613 


423 


Canada . 


» 


194 


178' 


116 


Belgio . . . 


» 


160 


5 


? 



Poiché le vicende della produzione del minerale di ferro, 
negli ultimi anni, in parte dipendono da quelle degli scambi 
internazionali del minerale stesso, sarà bene far cenno di questi 
scambi. 

I paesi forti produttori di ghisa sono, in generale, grandi 
produttori sia di minerale di ferro, sia di carbon fossile: tali 
gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito, la Russia. Ma 



* Compresa la Bosnia-Erzegovina (158 mila t.). 



2 so FERRO 

hanno dato notevole impulso alla siderurgia anche paesi, co- 
me la Francia ed il Lussemburgo, che, possedendo ricche mi- 
niere di ferro, possono approvvigionarsi di carbone a miniere 
vicine, situate in territorio estero ; e paesi, come il Belgio e 
il Canada che, pur essendo poveri di ferro, ne possono ricévere 
da territori esteri vicini e sono ricchi di carbone. Altri paesi, 
che non dispongono di molto carbone, pur essendo ricchi di 
ferro, come la Svezia e la Spagna, non sono riusciti a dare 
grande sviluppo alla siderurgia. 

I paesi più potenti in questa industria importavano ingenti 
quantità di minerale di ferro, a complemento della produzione 
nazionale : P importazione annua netta superava gli 8 milioni 
di tonnellate in Germania (Lussemburgo compreso), si acco- 
stava ai 7 milioni nel Regno Unito, superava i 4 nel Belgio. 
Segnavano invece considerevoli eccedenze di esportazioni sulle 
importazioni di minerale : la Spagna (8 milioni), la Svezia (5 
milioni), la Francia (4 milioni di tonnellate). 

La Germania era provvista dalla Svezia, dalla Francia, 
dalla Spagna; la Gran Bretagna principalmente dalle miniere 
iberiche, poi da quelle dell'Africa settentrionale francese, poi 
da quelle svedesi; il Belgio dalla Francia e dal Lussemburgo*. 

* 
* * 

Lo scoppio della guerra recò una brusca e grave pertur- 
bazione nella siderurgia, accrescendo d'un tratto a dismisura 
la domanda dei suoi prodotti, essenziali per l'armamento ed 
il munizionamento degli eserciti. 

Mentre cresceva la domanda, diminuiva in Europa la 
disponibilità di materia prima. 

* Nel 1913 il Regno Unito importò 7,6 milioni di tonnellate di minerale di ferro : 
4,7 milioni dalla Spagna, i,i dall'Algeria e dalla Tunisia, 0,4 dalla Svezia. 

La Germania importò 14 milioni di tonnellate : 4,6 dalla Svezia, 3,8 dalla Francia, 
3,6 dalla Spagna, 0,8 dall'Algeria, dalla Tunisia e da colonie britanniche. 

II Belgio importò 7 milioni di tonnellate : 4,7 dalla Francia, 1,6 dal Lussemburgo.. 



FERRO 251 

La Germania, avvantaggiata per roccupazione del più 
ricco bacino metallifero francese, continuava a ricevere mine- 
rale svedese ; essa era però totalmente privata dei minerali 
spagnuoli, algerini, tunisini, che prima solevano concorrere 
largamente a fornirle il ferro necessario alle sue industrie. La 
produzione del minerale, entro i limiti deirUnione Doganale, 
scese da 36 milioni di tonnellate nel 191 3 a 24 milioni nel 
191 5, a 28 nel 19 16, a 27 nel 191 7. 11 regresso avvenne 
quasi interamente nel bacino lorenese, prossim.o alla zona 
delle operazioni; da 21,1 milioni di tonnellate nel 191 3 la 
produzione era ivi discesa a 13,6 milioni nel 191 7. Nel 
Lussemburgo, prossimo anch'esso a territori accanitamente 
contesi, si ebbe pure una forte diminuzione di produzione. In 
tutta la zona mineraria lorenese-lussemburghese un coefficiente 
non trascurabile di minor produzione derivò dall'esodo di una 
parte dei lavoratori delle miniere, cittadini di paesi neutrali 
(v'erano fra gli altri molti italiani). 

•La Francia, per la perdita delle migliori miniere e per 
mancanza di uomini, vide precipitare la sua produzione da 
21,9 milioni di tonnellate nel 191 3 a 0,6 milioni nel 191 5 
ed a 1,7 milioni nel 1918. 

Il Regno Unito, nonostante il tenace sforzo compiuto per 
assicurarsi la continuità della produzione interna e ddi riforni- 
menti dall'estero, non potè impedire che la produzione scen- 
desse da 16,3 milioni di tonnellate nel 19 13 fino a un minimo 
di 13,7 milioni nel 191 6, e l'importazione da 7,6 milioni di 
tonnellate nel 19 13 a 6,3 nel 191 7. 

La produzione russa andò rapidamente declinando, special- 
mente dopo il 191 7. 

Le difficoltà della navigazione e la scarsa disponibilità di 
navi ridussero di molto le esportazioni dai paesi produttori di 
minerale. Dal 19 13 al 191 8 l'esportazione spagnuola diminuì 
da 11,8 a 5,4 milioni di tonnellate; quella svedese da 6,4 
a 4,5 milioni ; la difficoltà del trasporto oltremare avendo 



.252 FERRO 

fatto scemare la domanda, le miniere dovettero ridurre la 
loro attività. 

Al decadimento della produzione mineraria europea si 
contrappone lo sviluppo di quella americana. La produzione 
del minerale di ferro negli Stati Uniti, che nel 191 3 aveva 
toccato il massimo di 61 milioni di tonnellate, dopo una vio- 
lenta inflessione nel 19 14 (40 milioni di t.), risale fino a 79 
milioni di tonnellate nel 19 16 e si mantiene a 77 milioni nel 
1917, a 73 nel 1918. 

In complesso, però, la produzione mondiale si è sensibil- 
m.ente ridotta in questo periodo. Mentre aveva toccato i 1 70 
m(ilioni di tonnellate nel 191 3, non deve aver superato i 150 
nel 191 7 e i 135 nel 191 8. 

* * 

La pace di Versailles ha sconvolto la distribuzione delle 
risorse minerarie della Francia e della Germania. Con la 
Lorena, passata alla Francia, la Repubblica tedesca ha per- 
duto i suoi più ricchi giacimenti ; e il danno è stato accre- 
sciuto per l'uscita del Lussemburgo dall'Unione Doganale e 
per la perdita di qualche miniera nella nuova delimitazione 
•del confine in. Alta Slesia. 

La Francia ha potuto così riportare a 13,9 milioni di 
tonnellate, nel 1920, la sua produzione, mentre la Germania 
doveva ridurre a 5,5 milioni la propria. Nonostante l'annessione 
dì ricchissime zone minerarie, la Francia del 1920 produce 
■ancora 8 milioni di tonnellate meno che la Francia del 19 13. 

Nel Regno Unito la produzione procede piuttosto fiacca ; 
non ha raggiunto i 13 milioni di tonnellate nel 1920, mentre 
aveva superato i 16 milioni nel 191 3. 

In Russia la produzione è quasi nulla ; in Spagna ed in 
Svezia è sensibilmente inferiore al livello prebellico; nei paesi 
«x-austro-ungarici l'attività delle miniere riprende lentamente. 



FERRO 



253 



Negli Stati Uniti, invece, dopo un forte regresso nel 19 19, 
anno assai penoso per l' industria siderurgica a cagione del 
passaggio dalle lavorazioni di guerra a quelle di pace, la pro- 
duzione è risalita sopra i 70 milioni di tonnellate nel 1920, 
superando dì ben io milioni la più alta cifra raggiunta fino 

al 1913- 

Nonostante questo forte aumento del contributo americano, 
la produzione mondiale del 1920 non deve aver superato i 
130 milioni di tonnellate, cifra inferiore di 40 milioni a 
quella del 19 13. E notevole l'incremento della partecipazione 
degli Stati Uniti, da 35 % ^^^ 191 3 salita a 54 % "^1 1920. 

Nel 1921 la forte restrizione della domanda di prodotti 
siderurgici ha fatto diminuire ancora l'estrazione di minerali 
di ferro : mancano finora dati sufficienti per procedere a una 
stima, anche grossolana, della produzione mondiale. 

« 

La produzione della ghisa. 

La produzione mondiale della ghisa, che nel 1889-93 "O" 
giungeva a 28 milioni all'anno, aveva toccato i 70 milioni 
di tonnellate nel 1909-13. I quattro maggiori paesi siderur- 
gici da soli producevano gli otto decimi dell'ammontare totale, 
cui l'Italia contribuiva in misura inferiore al 0,5 7o* 



Produzione della ghisa. 











media 














1909-13 


1919 


1920 


Stati Uniti . . . 


migl 


iaìa 


dit. 


27.929 


31-510 


37.000 


Germania . 




» 




14-035 


5-654 


5-550 


Lussemburgo . 




» 




1-953 


617 


693 


Regno Unito . 




» 




9.770 


7-356 


8.136 


Francia . . . 




» 




4-447 


2.412 


3-434 


Russia . . . 




» 




3-659 





41 


Austria-Uqgheria 




» 




2.212 * 


62*="' 


100 
(segue) 



*+ 



* Compresa la Bosnia-Erzegovina (50 mila t.). 
** Sola Austria, 



254 FERRO 



Belgio. . . 


. ' . nìigliaia 


di t. 


2.069 


251 


1.129 


Canada. . . 


» 




900 


832 


989 


Svezia, 


» 




622 


494 


471 


Spagna . . 


» 




408 


294 


? 


Italia. . . 


» 




334 


240 


88 


Giappone. . 


» 


* 
* * 


56 


800 


/ 730 



Gli scambi internazionali della ghisa hanno importanza 
relativamente minore di quelli del minerale di ferro. Ed è 
facile intendere il perchè: i paesi che producono molto mi- 
nerale e poco carbone, come la Spagna e la Svezia, hanno 
convenienza ad esportare la maggior quantità possibile del 
loro prodotto, mentre i paesi che hanno larghe provviste di 
carbone come il Regno Unito, la Germania, il Belgio, hanno 
convenienza ad importare minerali di ferro a complemento 
della loro produzione. I paesi siderurgici hanno, invece, scarso 
tornaconto ad esportare la ghisa, che rappresenta il prodotto 
di una prima lavorazione della materia greggia ; essi cercano 
di esportare prodotti finiti, o almeno ottenuti in ulteriori stadi 
della lavorazione. Conviene importare ghisa a quei paesi, come 
l'Italia, che avendo scarse riserve di minerale di ferro, di- 
spongono però di fonti naturali d'energia, e di mano d'opera 
copiosa e a buon mercato, e quindi possono dare sviluppo 
alla produzione ed alla lavorazione dell'acciaio ed alle indu- 
strie meccaniche. 

I principali paesi esportatori di ghisa nel 1909-13 erano 
il Regno Unito (1.200 migliaia di tonnellate), la Germania 
col Lussemburgo (800 mila), la Svezia (160 mila), gli Stati 
Uniti (150 mila), la Francia (150 mila). Confrontando queste 
cifre con quelle della produzione, si trova la conferma di ciò 
che dianzi dicevamo : soltanto una piccola parte della ghisa 
prodotta era esportata allo stato greggio ; la maggior parte 
era trasformata in acciaio, che, come vedremo, dava ali- 
mento a più copiosi scambi internazionali. 



FERRO 255 



* 
* * 



Durante la guerra, la produzione della ghisa è andata de- 
clinando in tutti i paesi belligeranti europei. 

Il Belgio, privato degli approvvigionamenti di minerale 
estero, ha dovuto presto spegnere i suoi alti forni. 

La diminuzione è stata gravissima in Francia, per l'inva- 
sione sofferta nelle più importanti zone industriali, per la 
penuria di carbone e di minerali di ferro, per la scarsezza di 
lavoratori. Nel 191 3 la produzione della ghisa era stata di 
5,2 milioni di tonnellate; nel 191 5 si è ridotta a 0,6 milioni 
e nei tre anni successivi non si è risollevata oltre la cifra di 
1,4 milioni, raggiunta nel 191 7. 

In Germania la diminuzione è stata meno grave, ma pur 
sensibile: da 19,3 milioni di tonnellate nel 191 3, la produ- 
zione della ghisa nei confini dell'Unione Doganale è scesa a 
11,7 nel 1915 e non è poi risalita più su dei 13,3 milioni, 
toccati nel 19 16. La minor disponibilità di minerale nazionale, 
le enormi difficoltà dell' importazione — fuor che dalla Sve- 
zia — spiegano questa diminuzione. 

Anche minor diminuzione ha sofferto la produzione bri- 
tannica, nonostante le scemate disponibilità di minerali nazio- 
nali ed esteri : da 10,6 milioni di tonnellate nel 191 3 è scesa 
a 8,9 nel 191 5, ma si è poi risollevata fino ad un massimo 
di 9,6 milioni nel 191 7, restando superiore ai 9 milioni in 
ciascuno degli ultimi tre anni di guerra. 

In Russia la discesa della produzione è stata relativamente 
lenta nei primi anni della guerra : ancora nel 1 9 1 7 si produ- 
cevano quasi 3 milioni di tonnellate di ghisa, in confronto a 4,6 
nel 1 9 1 3 ; col 1 9 1 8 la caduta si è spaventosamente accelerata. 

Nell'Impero austro-ungarico, la produzione — che aveva 
toccato i 2,4 milioni di tonnellate nel 191 3, si è mantenuta 
sui 2 milioni nei tre anni successivi; mancano dati per il 191 7 



256 ' FERRO 

e il 191 8, ma sembra verosimile che la produzione sia stata 
ulteriormente ristretta. 

Al contrario dei paesi europei, gli Stati Uniti hanno dato 
grande impulso alla produzione della ghisa : disponendo di 
immense quantità di minerale di ferro e di carbone, essi hanno 
potuto accrescerla di quasi un terzo dal 191 3 (31,5 milioni 
di tonnellate) al 19 16 (40, i milioni), e nell'ultimo triennio di 
guerra hanno potuto mantenere presso che costante il loro 
sforzo. La capacità di produzione degli alti forni degli Stati 
Uniti, verso la fine del 19 18, si accostava già ai 45 milioni 
di tonnellate. 

Anche l'industria giapponese ha notevolmente aumentato 
la sua capacità di produzione e la sua attività. 

La diminuzione della produzione europea non è stata però 
compensata dagli aumenti avvenuti in America e in Asia: da 
80 milioni di tonnellate, nel 191 3, la produzione mondiale è 
caduta a 64 milioni nel 1914, a 67 nel 191 5. Sopratutto per 
conseguenza dello sforzo americano s'è rialzata ad 80 milioni 
nel 1916, a 77 nel 191 7; a 75 nel 1918. 

* * 

Le conseguenze economiche della guerra e dei susseguenti 
trattati si riflettono nella produzione della ghisa durante 1' ul- 
timo triennio. 

Privata dei minerali iorenesi, distaccata dal Lussemburgo, 
costretta a cedere agli avversari una parte dei suoi carboni,, 
obbligata per le condizioni degli scambi internazionali a restrin- 
gere gli acquisti di minerale estero *, la Germania ha sofferto 
la più grave falcidia di produzione: da 19,3 milioni di ton- 
nellate nel 19 13, è discesa a 5,5 milioni nel 1920. 

I preziosi acquisti territoriali e il migliorato approvvigio- 
namento di carbone hanno consentito alla Francia di rialzare 



* Importazioni di minerali di ferro nel 1920 : in Germania 6,5 milioni di t. ; nel- 
Regno Unito 6,6 milioni di t. 



FERRO * . 2=7 

sensibilmente la sua produzione; questa però è rimasta an- 
cora, nel 1920 (3,4 milioni di tonnellate), ben lontana dal 
massimo che aveva toccato nel 191 3 (5,2 milioni). La scar- 
sezza di braccia è un punto debole della siderurgia francese. 

Nel Regno Unito le importazioni di minerale estero hanno 
quasi raggiunto, nel 1920, l' antica mole*, ma la produzione 
nazionale si è sensibilmente ristretta. La produzione della ghisa 
è scesa fino a 7,4 milioni di tonnellate nel 19 19, risalendo a 
8,1 nel 1920. 

Il Belgio, dopo la paralisi del periodo bellico, ha ripreso 
vigorosamente la produzione, spingendola a 1,1 milioni dì 
tonnellate nel 1920 (in confi'onto a 2,1 nel 191 3). 

Gli Stati Uniti, dopo una forte riduzione nel 1919, hanno 
riportato nel 1920 la produzione vicino ai massimi del pe- 
riodo bellico, e il Giappone ha dato ulteriore sviluppo alla 
sua industria. 

La produzione mondiale, precipitata nel 19 19 a 58 milioni, 
cifra più bassa di tutte quelle del precedente decennio, è risalita 
a 65 mihoni nel 1920. Gli Stati Uniti, che davano il 4o7o della 
produzione mondiale nel 19 13, ne hanno dato il 5o7o i^^l 1920. 

Delle recentissime vicende diremo più avanti. Intanto ripor- 
tiamo alcuni dati sull'andamento della produzione della ghisa 
nei quattro principali paesi siderurgici dal 191 3 in poi. 







stati Uniti 


Germania 


Regno Unito 


Francia 








compresi 


esclusi 












Lussemburgo ed Alsazia-Lorena 






I9I3 




,31.460 


19.310 


12.900 


10.650 


5.2 IO 


I9I4 




23.710 


14.410 


lo.i 70 


9.070 


2.740 


191,5 




30.400 


11.750 


8.350 


8.930 


590 


I9I6 




40.070 . 


13.290 


9.120 


9.190 


I.31O 


I9I7 




39.270 


13.170 


9.610 


9.570 


I.41O 


I9I8 




39.680 


12.280 


9.210 


9.220 


1.290 


I9I9 




31-510 


— 


5-650 


7.360 


2.410 


1920 




37.000 


— 


5-550 


8.140 


3.430 


I92I 


(genn. 


-sett.) 12.430 


— 


p 


1.830 


2-630 



* Importazioni di minerali di ferro nel 1920 : in Germania 6,5 milioni di t. ; nel 
Regno Unito 6,6 milioni di t. 

MORTAKA, Prospettive economiche, 17 



258 



FERRO 



La produzione deiracciaio. 

La classificazione dei prodotti siderurgici, ed in ispecie il 
limite fra acciaio e ferro, varia tanto secondo le consuetudini dei 
diversi mercati che per poter eseguire corrette comparazioni, 
conviene considerare insieme l'acciaio ed il ferro, la distin- 
zione fra i quali è fondata principalmente sul diverso tenore 
in carbonio. 

La produzione mondiale dell'acciaio e del ferro era ascesa 
a 70 milioni di tonnellate * nella media del quinquennio 
1909-13, con un aumento di quasi 50 milioni di tonnellate 
negli ultimi venti anni. Per otto decimi era fornita dai quattro 
grandi paesi siderurgici: l'Italia vi concorreva per 1,57», in 
proporzione modesta, tuttavia maggiore di quella in cui 
contribuiva alla produzione del minerale di ferro (0,3 7t) e 
della ghisa (0,5 7o). 

Produzione dell'acciaio e del ferro §• 









media 












1909-13 


1919 


1920 


Stati Uniti. 


(G) 


migliaia di t. 


27.694 


35.226 


42.807 


Germania . 


(L) 


» 


13-756 


6.732 


7.710 


Lussemburgo . . 


(L) 


» 


774 


371 


570 


Regno Unito. 


(G) 


» 


7-955 


8.920 


10.190 


Russia . . . . 


(L) 


» 


4.000 


p 


47 


Francia . . . . 


(G) 


> 


4.200 


2.200 


3.000 


Austria-Ungheria. 


(G) 


» 


2.414 





— 


Belgio . . . . 


(L) 


» 


2.010 


423 


1.236 


Italia 


(L) 


» 


969 


732 


774 


Canada . . . . 


(G) 


» 


800 


935 


1.127 


Svezia 


(G) 


» 


618 


555 


486 


Spagna . . . . 


(L) 


» 


265 


241 


? 


Ceco-Slovacchia . 


(G) 


» 


— 


786 


976 


Giappone . . 


(?) 


» 


220 


552 


570 



* Produzione ragguagliata ad acciaio greggio. 

§ I dati si riferiscono all'acciaio greggio (in lingotti e in getti) per i paesi con- 
trassegnati con la lettera G, all'acciaio lavorato (prodotti finiti) per quelli contrassegnati 
con la lettera L. 



FERRO 259 

Nei confronti internazionali circa le importazioni e le 
«esportazioni di acciaio, conviene riferirsi al valore piuttosto 
che alla quantità, data la grande varietà qualitativa dei prodotti 
scambiati. Informazioni raccolte con criteri omogenei facevano 
ascendere a circa 1.500 milioni di lire italiane il valore delle 
esportazioni germaniche, a i.ioo quello delle britanniche, a 
700 quello delle nord-americane, nel 191 2. 

Le vicende della produzione dell'acciaio durante la guerra 
differiscono alquanto da quelle della ghisa : la diminuzione nei 
paesi europei è stata meno grave, perchè essi hanno supplito 
alla scarsezza di ghisa, in parte mediante importazioni, in 
parte mediante un più largo impiego di rottami, dei quali 
hanno intensificato la raccolta. 

Il Regno Unito è riuscito anzi ad accescere la propria 
produzione da 9 milioni di tonnellate nel 191 3 a 10,9 milioni 
nel 191 7 j negli ultimi tre anni di guerra ha potuto sempre 
mantenerla superiore ai io milioni. La capacità delle acciaie- 
rie britanniche alla fine del 191 8 si accostava ai 13 milioni 
di tonnellate. 

Anche l'Impero austro-ungarico ha accresciuto di quasi 
un milione di tonnellate la sua produzione di acciaio. 

La Germania segna una diminuzione di quasi 6 milioni 
-di tonnellate dal 19 13 al 191 5, ma riguadagna più d'un terzo 
del perduto, negli anni successivi. 

La Russia ha mantenuto una discreta produzione di acciaio 
fino al 191 7, senza però raggiungere la cifra del 191 3. 

La diminuzione è stata gravissima in Francia : da 4,7 
milioni di tonnellate nel 191 3 a 1,1 milioni nel 191 5; tut- 
tavia negli ultimi tre anni di guerra la produzione si è acco- 
stata ai 2 milioni. 

Le officine belghe, esaurite le riserve di materia prima, 
sono rimaste quasi inoperose. 

È stata, invece, colossale l'espansione dell'industria nord- 
americana. Da 31,8 milioni di tonnellate nel 191 3, la produ- 



20o FERRO 

zione è giunta a 45,8 milioni nel 191 7, crescendo di quasi 
metà; la capacità di produzione delle acciaierie degli Stati 
Uniti alla fine della guerra si accostava ai 52 milioni di 
tonnellate. 

Notevole, ma di poco peso nel mercato mondiale, è stato 
lo sviluppo dell'industria giapponese. 

La produzione mondiale dell'acciaio greggio e del ferro, 
che aveva toccato gli 80 milioni di tonnellate nel 19 13, dopo 
una forte diminuzione nel 1914, è risalita negli anni successivi 
fino ad un massimo di 87 milioni di tonnellate nel 191 7» 
Ancora nel 19 19 si è mantenuta sugli 84 milioni. 

* 
* * 

Nel 19 19 la produzione mondiale cade così in basso come 
non era mai caduta negli anni del conflitto. Le perturbazioni 
politiche ed economiche che hanno accompagnato i mutamenti 
di regime e gli spostamenti di confini nell'Europa centrale, 
la contrazione della domanda industriale nel difficile passaggio 
dalle lavorazioni di guerra a quelle di pace, la continua irre- 
quietezza e lo scarso rendimento degli operai, sono tra i prin- 
cipali fattori di questa diminuzione. 

Dai 58 milioni di tonnellate, cui sì era ridotta nel 1919, 
la produzione dell'acciaio greggio e del ferro risale a 76 
milioni nel 1920, sotto l'impulso dei bisogni da ogni parte 
incalzanti e sotto gli auspici del nuovo assetto politico ed 
economico che si va fermando. 

La partecipazione degli Stati Uniti alla produzione mon- 
diale sale dal 40% nel 191 3 al 567o nel 1920; la loro prepon- 
deranza è qui anche maggiore che nella produzione della ghisa» 

La produzione del Regno Unito si mantiene nel i92C> 
superiore a quella del 1 9 1 3 ; la Francia ed il Belgio, pur non 
avendo ancora raggiunto il livello d'avanti guerra, danno forte 
impulso alla produzione ; la Germania stessa, nonostante tutte- 



FERRO 261 

le mutilazioni sofferte, riesce ad aumentarla di un milione di 
tonnellate dal 19 19 al 1920; la Ceco-Slovacchia riattiva le 
sue officine. 

E quasi nulla, invece, la produzione russa. 

Anche per l'acciaio, diamo notizie, anno per anno, sulla 
produzione dei quattro principali paesi siderurgici. 







stati Uniti (G) 


Germ 


ania (L) 


Regno Unito(G) 


Francia(G) 










compresi 


esclusi 














Lussemburgo 


ed Alsazia-Lorena 




I9I3 






31.800 


18.270 


14.660 


9.010 


4.690 


I9I4 






23.890 


14.660 


.12.010 


9.200 


2.800 


I9I5 






32.670 


12.580 


10.420 


9.630 


I.I IO 


I9I6 






43.460 


14.910 


12.210 


10.360 


1.780 


I9I7 






45.780 


14.860 


12,240 


10.900 


1.990 


I9I8 






45.170 


14.100 


1 1.990 


10.750 


1.800 


1919 






35-230 


— 


6.730 


8.920 


2.200 


1920 






42.810 





7.710 


10.190 


3.000 


192 I 


(genn. 


-sett.) 


14.610 


— 


? 


2.420 


2.310 



Potenzialità comparativa 
dei quattro principali paesi siderurgici. 

Prima di riassumere le vicende dell'industria negli ultimi 
mesi, crediamo utile, per orientare il lettore, fermarci un po' 
a considerare la situazione comparativa dei principali paesi 
siderurgici. 

I dati che abbiamo esposto mostrano come prima della 
guerra il mercato mondiale fosse dominato dagli Stati Uniti, 
dalla Germania e dal Regno Unito. Lo sviluppo dell'indu- 
stria meccanica era in generale correlativo a quello della 
siderurgia : nel 1 9 1 2 erano esportate macchine per il valore 
di 870 ^milioni di lire dalla Germania, per 830 milioni dal 
Regno Unito, per 800 milioni dagli Stati Uniti. 

II Regno Unito, che fin verso il 1890 aveva tenuto il 
primato nella siderurgia mondiale, veniva in quell'epoca rag- 
giunto e superato dagli Stati Uniti, e poco dopo dalla Ger- 



202 FERRO 

mania : entrambi i paesi lo hanno poi di gran lunga distan- 
ziato per quantità di prodotti. Alla vigilia della guerra, 
V importanza relativa dei tre paesi, misurata dalla produzione 
di acciaio e ferro, corrispondeva press' a poco ai rapporti 
4 (Stati Uniti): 2 (Germania): i (Regno Unito). Ma nel com- 
mercio internazionale il posto degli Stati Uniti non era ade- 
guato all'immane produzione, la massima parte della quale 
era assorbita dal mercato interno. Il più ràpido sviluppo delle 
esportazioni era avvenuto in Germania : così nel commercio 
dei prodotti di prima lavorazione come in quello delle mac- 
chine r Impero tedesco aveva nettamente superato i con>- 
correnti. 

11 progresso avvenuto durante gli ultimi dieci anni ante- 
riori alla guerra nella produzione e nell'esportazione dei tre 
paesi è riassunto nei seguenti dati. 













Germania 












Stati Uniti 


e Lussemburgo 


Regno UnitO" 


Produzione della ghisa 






1903 


18.290 


10.088 


9.078 


(migliaia di tonnellate ì 






1913 


31.462 


19.312 


10.650 


Produzione dell'acciaio e 


del 


ferro ( 


1903 


14.765G. 


9.221 L. 


b.ioo G. 


(migliaia di tonnellate) 






1913 


31.802G. 


18.266 L. 


9. GII G. 


Esportazione di ghisa, acciaio e 


ferro \ 


1902 


358 


754 


722. 


(milioni di lire italiane) 






1912 


809 


1.602 


1.215 


Esportazione di macchine 






1902 


339 


226 


469 


(milioni di lire italiane) 






1912 


800 


871 


829 



La capacità attuale di produzione dei tre paesi dianzi eitatf 
e della Francia è indicata nella tabella alla pagina seguente. 
Prima di commentare i dati di questa, dobbiamo avvertire che 
per capacità di produzione non abbiamo assunto un mas- 
simo che si presuma raggiungibile — massimo che per quantO' 
riguarda la produzione del minerale e quella del carbon fos- 
sile non si potrebbe, del resto, stabilire senza grave arbitrio — 



FERRO 



263 



Dati sulla potenzialità 
dei quattro principali paesi siderurgici. 



Capacità 

di produzione § 

nei vecchi confini 



Acquisti 



Perdite 



Capacità di 

produzione § 

nei nuovi confini 



Minerale di ferro 



Ghisa 



Acciaio . 



Carbon fossile 



, Stati Uniti. 

* Germania . 

j Regno Unito 

' Francia 

/ Stati Uniti. 

\ Germania . 

J Regno Unito 

' Francia 

/ Stati Uniti. 

\ Germania . 

) Regno Unit 

' Francia 

/ Stati Uniti. 

\ Germania . 



79.100 
35.900=' 
16.300 
21.900 

40.100 

19.300^ 

10.700 

5.200 

45.800 

20.000 ' 

10.900 

4.700 

615.000 
190.000 



28.500 * 



7.800* 



6.100 * 



28.600 '' 



8.300 



50.000 



(esclusa la lignite) j Regno Unito 292.000 
' V,- 



Francia 



40.000 



79.100 

7.300 

16.300 

50.400 

40.100 
1 1 . 000 
10.700 
13,000 

45.800 
1 2 . 800 
10.900 
10.800 

615.000 

140.000 

292.000 

57.000 



§ Per « capacità di produzione » si è assunta la massima produzione effettivamente 
raggiunta nel 1913 o dopo. 

Tutti i dati per la Germania relativi all'acciaio sono .stati ridotti in acciaio greggio ; 
perciò sono alquanto superiori ai dati del testo, che si riferiscono all'acciaio lavorato. La 
riduzione è occorsa per rendere omogenei i dati germanici con quelli degli altri paesi. 
* Compreso il Lussemburgo. 
** Perdite della Germania : 

Minerale : Lorena 21.200, Lussemburgo 7.300, Alta Slesia polacca 100 ; 

Ghisa : Lorena 3.900, Lussemburgo 2.500, Saar 1.400, Alta Slesia polacca 500; 

Acciaio : Lorena 2.500, Saar 2.300, Lussemburgo 1.300, Alta Slesia polacca 



1 . 1 00 ; 



Carbone : Alta Slesia polacca 33.000, Saar 13.000, Alsazia-Lorena 4.000. 



204 FERRO 

bensì la massima produzione effettivamente raggiunta negli 
anni dal 1 9 1 3 in poi *. 

I nostri dati indicano la capacità di produzione di ciascun 
paese quanto al minerale di ferro, alla ghisa, all'acciaio. Vi 
abbiamo aggiunto dati sulla capacità di produzione del carbon 
fossile, elemento essenziale al pari del ferro per la siderurgia. 

Per capacità di produzione del minerale, gli Stati Uniti 
da soli superano del 7 7o i tre paesi europei riuniti. La Francia 
ha, però, da sola così abbondanti riserve di minerale di 
ferro che potrebbe emulare la Repubblica nord-americana 
quando disponesse dei mezzi necessari per sviluppare la pro- 
duzione. Secondaria è la posizione del Regno Unito e della 
Germania. 

Per capacità di produzione della ghisa, gU Stati Uniti su- 
perano del 15 7o la Francia, la Germania e il Regno Unito 
insieme. E ancora la Francia che tiene la palma fra i tre ; 
tuttavia la loro potenzialità è poco diversa. 

Infine per capacità di produzione dell'acciaio, la repub- 
blica nord-americana supera del 36 7o g^^ ^^tri tre paesi, fra i 
quali la Germania occupa ancora il primo posto, nonostante 
le gravi riduzioni inflitte alla sua potenzialità dalla nuova deli- 
mitazione dei confini. 

L'attuale situazione comparativa della Francia e della Ger- 
mania è in certo modo paradossale. L'una, ricchissima di 
materiali ferriferi, è invece relativamente povera di carbone; 
e la capacità dei suoi stabilimenti siderurgici è di gran lunga 
inadeguata alle disponibilità di materia prima. D'altronde, non 
più doviziosa, come un tempo, di accumulati risparmi, e scarsa 



La massima produzione raggiungibile dalle officine siderurgiche è certamente supe- 
riore alle cifre indicate nella nostra tabella, salvo che, forse, per la Francia, dove ancora 
non sono stati rimessi in efficienza tutti gli impianti distrutti o danneggiati durante la 
guerra. 

Per esempio gli alti forni americani potrebbero produrre più di 48 milioni di tonnellate, 
le acciaierie 55 milioni di tonnellate (invece dei 40 e dei 46 milioni da noi indicati) ; le 
acciaierie britanniche 15 miHoni di tonnellate (invece degli li da noi indicati). 



FERRO 265 

di braccia valide, la Francia non è neppure in grado di sfrut- 
tare a pieno gli impianti che possiede. L'altra, ancora ben 
dotata di combustibile, è poco provvista di minerali di ferro ; 
le sue officine sono troppo poderose per contentarsi del magro 
alimento che traggono dalla produzione nazionale, e per sus- 
sistere devono trasformare principalmente materie prime im- 
portate. 

In tali condizioni s'imponeva quasi necessariamente lo 
scambio di carboni germanici con minerali di ferro francesi, 
per correggere la difettosa distribuzione delle risorse naturali 
fra i due paesi. Ed è molto significativo il fatto che, nonostante 
l'aperta ostilità tuttora esistente tra la Francia e la Germa- 
nia, siano stati stabiliti accordi per questo scambio *. 

La presente situazione delia siderurgia. 

Passati pochi mesi dall'armistizio, la visione delle immense 
rovine materiali lasciate dalla guerra, la penuria di navi, l'ur- 
genza di restaurazione degli impianti, dei locomotori e dei 
veicoli ferroviari, V intensa domanda di abitazioni, la febbrile 
ricerca di macchine industriali ed agricole d'ogni sorta, ave- 
vano suscitato e confermato la persuasione che si aprisse per 
le industrie del ferro un'era d' inaudita prosperità. Dalla metà 
del 19 19 in poi le ordinazioni fioccavano agli stabilimenti 
siderurgici così copiose, ch'essi non riuscivano a farvi fronte. 
JLe commissioni in corso d'esecuzione del Sindacato dell'Ac- 
ciaio degli Stati Uniti, che da 8,4 milioni di tonnellate alla 
data dell'armistizio erano scese a 4,3 milioni al 31 maggio 
del 1919, andavano gradatamente risalendo, fino a toccare i 
7,3 milioni alla fine di quell'anno. Nei primi mesi del 1920 



* Una parte dei minerali francesi potrà ancora in avvenire, come in passato, essere 
■esportata nel Belgio, che dispone di quantità relativamente considerevoli di carbon fossile. 
La capacità di produzione del Belgio si può stimare, con criteri analoghi a quelli se- 
guiti nella tabella precedente, a 150 mila t. di minerale di ferro, a 23 milioni di t. di 
.carbon fossile, a 2,5 milioni di t. di ghisa e ad altrettante di acciaio. 



266 FERRO 

il movimento si accelerava. Le commissioni del Sindacato 
raggiungevano l'enorme ammontare di 11,2 milioni di ton- 
nellate, alla fine di luglio, poco inferiore al massimo, 12,2 mi- 
lioni, toccato nell'aprile del 191 7, quando più fervevano gli 
apprestamenti di mezzi di guerra. La produzione media men- 
sile dell'acciaio nel primo semestre del 1920 ascendeva a 3.550 
migliaia di tonnellate negli Stati Uniti — in confronto a 2.650^ 
media mensile del 191 3, a 2.940, media mensile del 19 19 — , 
ed ad 830 nel Regno Unito — in confronto a 660 nel 191 3, 
ed a 670 nel 1919. 

Ma anche nel campo della siderurgia comincia nella se- 
conda metà del 1920 a manifestarsi quella riduzione della 
domanda, che fino dalla primavera era apparsa in altri campi. 
Al principio dell'autunno la produzione si mantiene ancora 
attivissima, ma già alla fine di settembre si avverte un sen- 
sibile regresso nell'ammontare delle commissioni in corso di 
esecuzione presso il Sindacato Americano, regresso che si 
accelera nei successivi mesi, nonostante la riduzione arre- 
cata nella produzione. Mentre nel marzo 1920 il Sindacato 
aveva prodotto 3.982 migliaia di tonnellate d'acciaio, e an- 
cora in ottobre 3.640, esso restringeva la produzione a 3.185 
in novembre, a 2.825 in dicembre; tuttavia le commissioni 
in corso alla fine dell'anno diminuivano ad 8,1 milioni di ton- 
nellate, con regresso di 3 milioni rispetto al massimo di fi- 
ne luglio. 

Nel Regno Unito, alla restrizione di produzione derivata 
dagli scioperi dell'autunno segue una transitoria ripresa all' ini- 
zio dell'inverno; ma col 1921 appare evidente la tendenza 
discendente. La produzione dell'acciaio aveva toccato il mas- 
simo di 899 mila tonnellate nel settembre del 1920, era an- 
cora di 759 mila in dicembre, ma cade a 501 mila in gen- 
naio 192 1, a 491 mila in febbraio, a 365 mila in marzo. Nel 
secondo trimestre del 192 1 lo sciopero minerario determina 
l'arresto quasi completo della produzione. 



FERRO 267 

Negli Stati Uniti, intanto, la depressione si aggrava. Du- 
rante i primi sette mesi del 1921 la produzione dell'acciaio 
va continuamente declinando, fino ad un minimo di 970 mila- 
tonnellate in luglio, equivalente al 24 7o ^^^ massimo rag- 
giunto nel marzo 1920 e forse al 20 7o della massima poten- 
zialità degli impianti. 

Le commissioni in corso del Sindacato dell'Acciaio, che 
ascendevano ancora a 8,1 milioni al principio dell'anno, si 
riducono gradualmente fino a 4,5 milioni al 31 luglio. 

* 

* * 

I prezzi della ghisa e dell'acciaio negli Stati Uniti, i quali 
dal 1913 all'estate del 1920 erano più che triplicati, sono 
ridiscesi nel giro d'un anno fin verso antico livello. 

II prezzo medio della ghisa nel 191 3 era di dollari 14,70 
per tonnellata, nel settembre 1920 di 48,50, nell'agosto 192 i 
di 18,20; quello dell'acciaio in pani eradi dollari 25,79 nel 
191 3, di 62,50 nel luglio 1920, di 29,60 nel settembre 19-21. 

Sul mercato britannico, il prezzo della ghisa era salito da 
58 scellini per tonnellata nel 19 13 a 225 nell'agosto-dicem- 
bre 1920. Nel 192 1 discende rapidamente a 150 alla fine 
di marzo, a 100 alla fine di novembre. Le rotaie d'acciaio- 
pesanti erano salite da 132 scellini per tonnellata nel 191 3. 
fino a 500 nella seconda metà del 1920; alla fine di novem- 
bre le troviamo a 210. 

La siderurgia britannica sente la necessità di ribassare 
ancora i prezzi per rianimare la domanda, ma n'è impedita 
dal troppo alto prezzo del carbone. Si è calcolato che nello 
scorso agosto il solo costo del carbone occorrente per pro- 
durre una tonnellata di ghisa nel Regno Unito superasse l' in- 
tero costo di produzione della tonnellata di ghisa in Germa- 
nia e negli Stati Uniti ; e il ribasso del carbone da allora in 
poi non è stato tale da modificare radicalmente la situazione 



268 FERRO 



■comparativa dei tre paesi. Nel novembre 1921 esistevano 
ancora fra il Regno Unito e i paesi industriali del continente 
europeo le enormi differenze di prezzi messe in evidenza nei 



seguenti dati. 



Prezzi per tonnellata, ridotti in scellini al cambio corrente. 





Reg 


no Unito 




Francia 


Belgio 


G 


ermania 




(1913) 


novembre 


1921 




novembre 


1921 




Ghisa .... 


(59) 


HO 




67 


86 




36 


Acciaio in pani . 


(137) 


145 




126 


123 




46 


Rotaie. . . . 


(133) 


210 




204 


178 




— 


Lamiere per navi 


(>57) 


2IO 




263 

* 
* * 


180 




58 



Dall'agosto del 192 1 in poi la domanda di prodotti side- 
rurgici appare in lieve ripresa : la produzione dell'acciaio 
negli Stati Uniti risale a 1.95 1 migliaia di tonnellate in ot- 
tobre e la diminuzione delle commissioni in corso sembra 
frenata (4,3 milioni di tonnellate alla fine d'ottobre). 

Nel Regno Unito la produzione si aggira sulle 440 mila 
tonnellate in agosto ed in settembre, si mantiene a 412 in 
ottobre e raggiunge le 450 mila in novembre. 

In Francia è meno profonda la divergenza fra il massimo 
toccato nell'ottobre 1920 — 324 mila tonnellate d'acciaio — 
-e il minimo del luglio 1921 — 223 mila tonnellate. Ma con- 
trapponendo questo minimo alla media mensile del 1913 — 
396 mila tonnellate — e considerando la tanto accresciuta 
potenzialità delle acciaierie francesi, la depressione appare an- 
che qui profonda. 

Sola la Germania, tra i grandi paesi siderurgici, mantiene 
in piena attività le sue acciaierie. Ne da fonte governativa né 
da fonte privata si hanno dati numerici sulla produzione ; si 
può arguire, tuttavia, da varie concordi informazioni intorno 
all' intensità del lavoro nelle officine siderurgiche, che la pre- 
cauzione dell'acciaio nel 1921 debba accostarsi ai 9 milioni 



FERRO . 2Ò(> 

di tonnellate, mentre il Regno Unito, la Francia, il Belgia 
e il Lussemburgo insieme non arriveranno a produrre al- 
trettanto. 

Questa eccezionale attività dell' industria germanica, favo- 
rita dalla condizione dei cambi, attenua soltanto di poco la 
generale depressione. Crediamo di non andare molto lontani 
dal vero stimando dai 45 ai 50 milioni di tonnellate la pro- 
duzione mondiale dell'acciaio nel 192 1, la quale sarebbe pari 
a poco più di metà di quella del 191 7 — la massima finora 
conseguita — ed ai tre quinti di quella del 191 3. 

* * 

Non è facile giudicare se la timida ripresa della domanda, 
che si è manifestata negli ultimi mesi, segni l' inizio d'un 
nuovo periodo di crescente attività siderurgica. 

Che il mondo abbia intensa fame di ferro è indubitato, ma 
i calcoli che sono stati fatti per misurare questa fame, compu- 
tando i bisogni che non sono stati soddisfatti negli ultimi 
anni, son privi d'ogni ragionevole significato. Se è vero, come 
si calcola, che nel settennio ora compiuto siano mancati ai 
normali impieghi pacifici da 20 a 30 milioni di tonnellate 
d'acciaio all'anno, è pur vero che non sempre i bisogni dei 
quali è stato differito il soddisfacimento si sono accumulati 
coi nuovi che di mano in mano si manifestavano, poiché tal 
volta son cessati, tal altra diminuiti, tal altra hanno finito per 
confondersi con i bisogni nuovi che normalmente si sarebbero- 
presentati. Qiiod differtur saepe mifertur^ specialmente in un 
periodo in cui l' ingente distruzione di ricchezze avvenuta ha 
obbligato ed obbliga buona parte dell'umanità ad arrecare 
ampie restrizioni al suo tenor di vita. Soltanto a grado a 
grado potranno essere soddisfatti gli attuali ingenti bisogni \ 
par tuttavia sicuro che al presente periodo di stasi dell'in- 
dustria siderurgica debba necessariamente seguire un periodo 
di vivace ripresa. 



270 FERRO 

* 
* * 

Già si disegnano, in questo periodo d'attesa, le grandi 
linee della lotta che si accenderà intensa fra i paesi esporta- 
tori, per il predominio sul mercato mondiale. Francia e Ger- 
mania, deboli se divise, possono unite formare un potentissimo 
complesso industriale. Ciascuna possiede quello che all^altra 
fa difetto : insieme hanno immense riserve di ferro e di car- 
bone, impianti poderosi e moderni per le lavorazioni siderur- 
giche, officine meccaniche d'ogni sorta ottimamente attrezzate, 
scelto personale dirigente, lavoratori esperti, potenti mezzi di 
trasporto, capitali e credito sufficienti. L'accordo che va for- 
mandosi, attraversa gravi difficoltà, fra i due paesi, corrisponde 
ad una vera necessità economica; e la possibilità ch'esso sia 
per riuscire dannoso all' Italia non deve farlo apparire ai no- 
stri occhi meno ragionevole ed opportuno. Crediamo, d'al- 
tronde, che si sia esagerato nel valutare i pericoli dell'accordo 
franco-germanico per il nostro paese. Soltanto se la siderurgia 
britannica, quella nord-americana, od entrambe, stringessero 
accordi anch'esse col supposto sindacato dell'Europa occiden- 
tale, verrebbe a mancare la concorrenza dei fornitori di ma- 
teriale siderurgico e meccanico sul nostro mercato. 

In ogni altra ipotesi riteniamo che l' Italia non correrebbe 
gravi rischi : da un canto, infatti, l' industria britannica, espo- 
sta ad aspri cimenti per la concorrenza delle due potenti 
rivali associate, non trascurerebbe sforzo per mantenere le 
proprie posizioni ; dall'altro, 1' industria nord-americana, pur 
possedendo ampi sbocchi all'interno, avrebbe tutta la con- 
venienza a mantenere aperti all'esuberanza della sua produ- 
zione i mercati europei, sui quali ancora nel 1920 ha serbato 
il predominio conquistato durante la guerra *. 

* Esportazioni siderurgiche dai principali paesi (dati approssimativi). 

1913 1920 

Germania . . migliaia di t. 5 -500 1.600 

Regno Unito . » 5.000 3-300 

Stati Unit)'' . > 2.750 4-300 

Francia. . . » 830 500 



FERRO 271 

Nella futura lotta tra i paesi siderurgici, il Regno Unito 
conserva quei vantaggi naturali che gli avevano consentito di 
mantenersi potente nel mercato mondiale, nonostante la con- 
correnza germanica ed americana. Le miniere di ferro e di 
carbone, gli stabilimenti siderurgici e meccanici, sono vicini 
fra loro e prossimi al mare. Si calcola che la distanza media 
dalle miniere agli stabilimenti e da questi ai porti non giunga 
ai 50 chilometri, mentre si accosta ai 250 in Germania ed 
agli 800 in America, Inoltre il ferro ed il carbone britannico 
sono forse i migliori per qualità ; le maestranze sono ottime ; 
l'organizzazione commerciale eccellente e ramificata in tutto il 
mondo ; i mezzi di trasporto marittimo più copiosi e più eco- 
nomici che per i paesi concorrenti. 

Ma la tenacia germanica, la valentia dei tecnici, il basso 
prezzo della mano d'opera, la contiguità territoriale di popo- 
losi mercati — quegli degli ex-imperi russo ed austro- unga- 
rico — offrono all'industria tedesca la sicurezza di copiose e 
proficue esportazioni. 

E probabile che nel prossimo avvenire la Germania ed il 
Regno Unito si trovino ancora di fronte, come prima della 
guerra, sul mercato mondiale. Fra i due paesi si ristabilirà 
indubbiamente una certa divisione del lavoro, prevalendo l'uno 
nelle esportazioni di prodotti fini, l'altro in quella di prodotti 
correnti. Quanto alla parte della Francia, è arduo far prono- 
stici : sopratutto fattori politici concorreranno a determinarla : 
o l'accordo con la Germania, o un accordo con l'Italia, che 
sola può fornirle la mano d'opera di cui essa scarseggia, o 
forse l'uno e l'altro, sono necessari per consentirle di entrare 
in lizza con speranza di successo. 

La situazione dell'Italia. 
Minerali di ferro. 

Abbiamo già, al principio di questo capitolo, fatto cenno 
della consistenza dei giacimenti nazionali di minerali ferriferi. 



272 FERRO 

Da una recentissima pregevole pubblicazione collettiva di 
valenti geologi italiani, desumiamo la seguente stima parti- 
colareggiata delle nostre riserve. 

GRUPPI DI GIACIMENTI Riserve di minerale 

accertate presunte 

Cogne ] 

Elba [ milioni di t. 30 50 

Nurra ) * 

Alpi Lombarde / ^^ ^ 

Alpi Gamiche \ 

Altri giacimenti alpini ... » i 3 

Toscana » 2 8 

Italia centrale e meridionale . » 13 

Sardegna (esclusa Nurra) . . » 2 4 

Totale » 41 98 



Finora la massima parte della produzione — nove decimi 
negli ultimi anni anteriori alla guerra — è stata fornita dalle 
miniere cibane, le quali sono giunte a dare un massimo di 
840 milioni di tonnellate nel 1916. Le miniere sarde hanno 
dato fino a 146 milioni di tonnellate nel 1918 ; quelle delle 
altre regioni sono state negli ultimi anni scarsamente pro- 
duttive. 

La quantità complessiva di minerale estratta aveva supe- 
rato le 6go mila tonnellate nel 191 3 J mercè F intensificato 
lavoro imposto dalle esigenze belli che^ è stata spinta fino ad 
un milione di tonnellate nel 1917 ; è ricaduta poi a 695 mila 
nel 191 8 a 466 mila nel 19 19, a 423 mila nel 1920, per 
conseguenza della crisi della nostra siderurgia. Potrebb'essere 
fortemente accresciuta nel prossimo avvenire, mediante Io 
sfruttamento intensivo dei giacimenti di Cogne e della Nurra 
e degli altri minori. Non è temerario supporre possibile una 
produzione di minerale di 3 o 4 milioni di tonnellate all'an- 
no, che darebbe ferro a sufficienza per i bisogni nazionali. 

È molto dubbia, però, da un canto la convenienza eco- 



FERRO 27,5 

nomica di questo sfruttamento ad ogni costo delle nostre mi- 
niere, dall'altro canto l'opportunità politica di esaurire in breve 
giro d'anni le più accessibili riserve, col rischio di lasciare 
completamente sfornito il paese in caso di guerra. Sembra 
ragionevole l'opinione, espressa da economisti e da tecnici di- 
sinteressati, che convenga mantenere attive sì, ma modera- 
tamente attive, le nostre miniere. 

Indichiamo l'andamento della produzione dal 1909 in poi, 
riferendo anche dati per il minerale di manganese, che entra 
nella fabbricazione dell'acciaio. 



1909 migliaia di tonnellate 

1 9 1 o » 

1 9 1 1 » 

1 9 1 2 » 
1 9 1 3 » 

191 4 » 

1915 » 

1 9 1 6 » 

1 9 1 7 » • 

1 9 1 8 » 

1919 » 

1920 » 



Negli .ultimi anni di pace, tanto le importazioni di mi- 
nerale di ferro (25 mila tonnellate) quanto le esportazioni 
(i I mila) erano scarse, e ancor più si sono ristrette negli anni 
successivi. 

L' industria siderurgica potrà ricevere qualche modesto 
contributo di materia prima anche dallo sfruttamento delle 
piriti di ferro (dopo la desolforazione) e delle sabbie ferrifere 
della spiaggia laziale. La produzione delle piriti di ferro ha 
toccato un massimo di 500 mila tonnellate nel 191 7. 

MoR'i'ARA, Prospettive economiche. l8' 



Minerali 


Minerali 


di ferro 


di manganese 


531 


4 


577 


4 


380 


4 


582 


3 


603 


2 


706 


2 


^680 


13 


947 


18 


999 


25 


695 


23 


613 


31 


423 


29 



274 FERRO 



Ghisa. 



La produzione della ghisa aveva toccato 427 mila tonnellate 
nel 191 3; negli anni della guerra è stata spinta fino ad un mas- 
simo di 471 mila tonnellate, raggiunto nel 191 7, ma è discesa 
a 314 mila nel 19 18, a 240 mila nel 191 9, a 88 mila nel 1920. 

Più del 98 7o (^ella produzione era dato, normalmente, 
dagli alti forni a coke che trattavano il minerale nazionale. 
Durante la guerra prese discreto sviluppo la produzione 
al forno elettrico, mediante torniture e limature d'acciaio, 
residui specialmente della lavorazione dei proietti : essa toccò 
un massimo di 62 mila tonnellate nel 1918, ma poi diminuì 
come diminuivano le quantità disponibili di codesto materiale. 

La produzione degli alti forni a carbone di legna ha mi- 
nima importanza : era di circa 9 mila tonnellate nel 1 9 1 3 ; 
giunse a 12 mila nel 19 19 e si mantenne ad 11 mila nel 
192 1, l'alto prezzo dei combustibili fossili avendo favorito 
l' impiego di quelli vegetali *. 

Il fabbisogno nazionale ascendeva a circa 560 mila tonnel- 
late, nella media annua del periodo 1909-13**; alle 334 mila 
prodotte in paese si aggiungevano 232 mila importate. La 
ghisa importata era prevalentemente da fusione, mentre quella 
nazionale era quasi totalmente da affinazìone. 

L'importazione, che era salita da 125 mila tonnellate annue 
nel 1889-93 a 235 mila nel 1909-13, è alquanto aumentata 
dal 1915 al 191 7, per poi nuovamente ridursi. 

Lo svolgimento della produzione e dell'importazione della 
ghisa dal 1909 al 1921 è riassunto nei seguenti dati. 



* Nell'anno di massima produzione — 191 7 — sono stati attivi 8 alti forni a coke 
(produzione 410 mila tonnellate), 5 a carbone di legna (4 mila t.) e 27 forni elettrici 
(57 mila t.). 

** Nello stesso periodo, il consumo industriale della ghisa era di 28 milioni di ton- 
nellate negli Stati Uniti, di 15 in Germania (compreso il Lussemburgo), di 9 nel Regno 
Unito, di 4,6 in Francia, di 3,7 in Russia, di 2,7 nel Belgio, di 2,2 nell' Austria-Un- 
gheria . 



FERRO 275 



Produzione 


Importazione 


208 


247 


353 


205 


303 


235 


380 


267 


427 


222 


385 


220 


378 


241 


467 


302 


471 


316 


314 


115 


240 


217 


88 


157 


? 


35 



igog migliaia di tonnellate 

1910 > 

1 9 1 1 ■> 

1 9 1 2 » 

1 9 1 3 » 

1914 » 

1 9 1 5 » 

19 16 » 

1 9 1 7 » 

1 9 1 8 » 

1919 » 

1920 » 

1921 (i" semestre) » 



Acciaio. 

La produzione deiracciaio aveva raggiunto 930 mila ton- 
nellate nel 1 9 1 3 ; essa ha ricevuto forte impulso negli anni 
della guerra, toccando, nel 1917, 1.332 migliaia di tonnel- 
late, cifra di poco inferiore alla massima capacità di produ- 
zione degli impianti. E poi discesa a 993 mila tonnellate nel 
1918, per difficoltà di produzione connesse principalmente con 
la scarsità di carboni e di materiali refrattari, a 732 mila 
nel 1919 ed a 774 mila nel 1920. 

L'importazione di ferro greggio in masselli e di acciaio in 
pani era normalmente assai scarsa (24 mila tonnellate, media 
1909-13), in confronto alla produzione nazionale; anche du- 
rante la guerra è poco aumentata. 

La massima parte dell'acciaio prodotto in Italia è ottenuta 
da forni Martin *, adatti ad utilizzare i rottami che si impie- 
gano in larga misura nelle nostre acciaierie. Ma il caro prezzo 



* Nel 191 7 — anno di massima produzione — furono ottenute 1.239 migliaia di 
tonnellate di acciaio da 88 forni Martin-Siemens, 22 mila da 4 convertitori Bessemer, 
6 mila da 4 convertitori Robert, 48 mila da 46 forni elettrici e 17 mila da 15 forni a 
crogiuoli. 



2/6 FERRO 

del carbone ha favorito le applicazioni dell'elettricità: nel 1919?^ 
la produzione al forno elettrico è salita a 89 mila tonnellate. 

Il numero dei forni elettrici è aumentato da 7 nel 1 9 1 3,. 
a 85 nel 19 19 ed oggi deve aver superato il centinaio. 

Insieme con la ghisa da affinazione, nazionale od impor- 
tata, erano adoperate nella fabbricazione dell'acciaio grandi 
quantità di rottami. L'impiego di questo materiale è stato 
intensificato durante e dopo la guerra, a cagione delle difficoltà 
di produzione e d'importazione della ghisa; mentre nel 191 3; 
erano state impiegate 482 mila tonnellate di ghisa e 516 mila 
di rottami, nel 1919 ne furono impiegate 294 mila di ghisa 
e 566 mila di rottami. 

Ecco alcuni dati sulla produzione e suU' importazione del- 
l'acciaio dal 1909 al 1921. 

Produzione Importazione* 

igog migliaia di tonnellate 

1 9 1 o » 

1911 » 

1 9 1 2 » 

1913 » 

1 9 1 4 » 

1915 » 

1916 » 

1 9 1 7 » 

1918 » 

1 9 1 9 » 

1920 » 

1921 (i® semestre) » 

L'importazione di ferro e d'acciaio lavorati ascendeva in- 
media annua a 277 mila tonnellate nel 1909-13. Si è mantenuta 
entro modesti limiti fino al 191 6, per salire a 750 mila ton- 
nellate nel 191 7 ed a 655 mila nel 191 8, per gli accresciuti 



670 


53 


745 


29 


744 


19 


928 


13 


933 


7 


911 


17 


1.009 


64 


1.269. 


26 


1.33*2 


43 


993 


5 


732 ** 


5 


774 


22 


> 


I 



* Sole importazioni di acciaio in pani e di ferro greggio in masselli. 

** Comprese 21 mila t. di acciai semirapidi, rapidi, rapidissimi e speciali. 



FERRO 277 

bisogni della difesa nazionale. E poi nuovamente diminuita a 
471 mila nel 1919, a 376 mila nel 1920, a 168 mila nel 
j '^ semestre 1 9 2 1 . 

Le importazioni. 

Il confronto fra le importazioni siderurgiche del 191 3 e 
quelle del 1919 e del 1920 non può riuscire molto conclu- 
dente, perchè ancora nel 19 19 seguitavano a giungere ma- 
terie prime per la fabbricazione di materiali da guerra, com- 
messe all'estero prima dell'armistizio, e perchè d'altra parte 
vengono ora utilizzate, a fini pacifici, scorte accumulate negli 
scorsi anni per la preparazione di strumenti bellici e residui 
della distruzione di armi e munizioni. Si può vedere, tuttavia, 
nei dati del 19 19 e del 1920 qualche riflesso del notevole 
sviluppo delle industrie meccaniche, che richiede maggiori 
importazioni di materie semilavorate. 

Importazioni siderurgiche (migliaia di tonnellate) 









1° semestre 


1913 


1919 


1920 


1921 


326 


96 


143 


21 


229 


221 


180 


36 


133 


284 


.247 


107 


28 


26 


17 


8 


7 


47 


14 


3 


II 


8 


13 


5 


21 


22 


22 


IO 


85 


85 


63 


35 



; Rottami di ghisa, acciaio, ferro .... 

'Ghisa e acciaio in pani, ferro in masselli. 
Ferro e acciaio di prima fabbricazione. 
Ghisa lavorata, ferro e acciaio fucinati 

Rotaie di ferro o d'acciaio 

Tubi di ferro o d'acciaio ^ 

Lamiere di ferro o d'acciaio zincate, ecc. 

•Oggetti, utensili, lavori vari di ferro d'acciaio 



Le modificazioni avvenute nella capacità d'esportazione dei 
principali paesi siderurgici si riflettono nella variazione delle 
fonti d'approvvigionamento dell' Italia, come risulta al con- 
frontare le importazioni di ghisa, acciaio e ferro dell'ultimo 
triennio con quelle del 191 3. I dati per il 1920 e il 1921 
mostrano una sensibile ripresa delle importazioni dalia Ger- 



278 



FERRO 



mania, mentre tendono a diminuire le importazioni dall'Ame- 
rica e dalla Gran Bretagna ; di questa ripresa si trova una 
vigorosa conferma nei dati sull' importazione di macchine, dove 
la Germania ha riassunto l'antico predominio. È notevole lo 
sviluppo delle importazioni dalla Francia ; più ancora quello 
delle importazioni dall'Austria e dalla Ceco-Slovacchia, favo- 
rite dal corso dei cambi. 



Importazioni (migliaia di tonnellate). 

1913 1919 

; Germania 236 5 

l Regno Unito .... 155 183 
Ghisa, acciaio, ferro, 1 _^ ^. ^^ .^. 

j Stati Uniti 30 459 

greggi o lavorati < ^ 

^ "^ ■ 1 Francia ..;... 19 19 

(esclusi i rottami) / ^^^^^.^ _ , 

Ceco-Slovacchia . . ' . — ? 

Germania . . . r . 47 2 

Regno Unito .... 17 12 

Stati Uniti 8 47 

Macchine e loro parti ; plancia 3 3 

Austria — ? 

Ceco-Slovacchia ... — ? 





1" semestre 


1920 


1921 


40 


45 


178 


31 


173 


56 


78 


34 


24 


II 


9 


14 


36 


25 


II 


3 


24 


3 


5 


3 


9 


4 


5 


3 



La siderurgia italiana. 

Lo sviluppo deir industria siderurgica italiana prima della 
guerra era stato indubbiamente favorito dalla protezione doga- 
nale. Senza questa difesa, richiesta da considerazioni d'ordine 
politico, contro il tornaconto economico immediato del paese, 
nonostante il minor costo della mano d'opera essa non avrebbe 
resistito all'urto delle formidabili concorrenti estere, che gode- 
vano molteplici condizioni di superiorità. 

11 costo di produzione del minerale di ferro riesce minore 
nei principali paesi produttori, per le condizioni geologiche 
che rendono più facile lo sfruttamento delle miniere, per la 
maggiore ricchezza dei giacimenti che consente il largo impiego- 



FERRO 279 

di mezzi meccanici favorito anche dal minor prezzo delle mac- 
chine e dei combustibili, e permette di distribuire su ma_s:giori 
quantità di prodotto le spese generali. E da notare, tuttavia, 
che normalmente il Regno Unito e la Germania trovavano 
conveniente importare minerali di ferro a prezzi non inferiori a 
quello del minerale italiano, che molte officine di quei paesi 
impiegavarfo esclusivamente minerale estero e quindi non pote- 
vano trovar compenso all'alto prezzo di questo nel basso prezzo 
del minerale nazionale, che, infine, anteriormente al sorgere 
della grande industria siderurgica in Italia, si riusciva ad espor- 
tare considerevoli quantità del nostro minerale. Non era dunque 
il maggior prezzo di questo il principale coefficiente d'infe- 
riorità dell' industria italiana. 

Il fattore decisivo a vantaggio dell'industria straniera con- 
sisteva, invece, nel minor prezzo del combustibile. Il carbon fos- 
sile era pagato dall'industria italiana ad un prezzo più che dop- 
pio di quello sopportato dalle industrie britannica e germanica ^ 
onde il solo maggior prezzo del coke metallurgico, o del car- 
bone naturale, gravava per 20-25 lire sopra ogni tonnellata 
di ghisa prodotta in Italia. Ne era possibile sottrarre la nostra 
siderurgia a questo tributo, poiché il carbone concorre nella 
produzione della ghisa come riducente, oltre che come com- 
bustibile. 

Altri vantaggi accessori, ma non trascurabili, otteneva la 
siderurgia estera mercè la possibilità di associare ed integrare 
in un'unica impresa tutta la serie delle aziende concorrenti 
nella produzione, nella distribuzione e nel consumo industriale 
del prodotto, cominciando dalle miniere di carbone e di ferro 
e giungendo fino ai trasporti terrestri e marittimi ed agli stabi- 
limenti meccanici. I tentativi d' integrazione compiuti in Italia 
avrebbero dovuto naufragare — anche se fossero stati diretti 
con sani criteri, invece che ispirati dal puro intento della 
speculazione di borsa, o sproporzionati ai mezzi disponibili,, 
o contrari ad ogni elementare principio di convenienza eco- 



28o FERRO 

micE; — perchè non potevano eliminare i vizi organici della 
nostra siderurgia, consistenti nella scarsezza delle risorse nazio- 
nali di combustibili fossili e nel prezzo necessariamente alto 
del carbone importato, nella forte spesa d'estrazione del mi- 
nerale di ferro nazionale e nell'alto prezzo di quello che si 
potrebbe importare dall'estero *. 

La presenza di altre fiorenti industrie, suscitate dalla ric- 
chezza di combustibili fossili, mentre era stata favorita dallo 
sviluppo delle industrie siderurgiche americane, britanniche, 
germaniche, costituiva a sua volta una condizione di superio- 
rità per esse, offrendo loro nel mercato interno larghe pos- 
sibilità di collocamento dei prodotti, e consentendo l'estensione 
delle imprese lino alle dimensioni economicamente più con- 
venienti. 

* 
* * 

11 costo di produzione della ghisa italiana, nel 19 13, do- 
veva aggirarsi sul|e 100 lire per tonnellata. Il prezzo medio 
delle corrispondenti qualità di ghisa sul mercato britannico era 
di circa 60 scellini (lire it. 75) e sul mercato germanico di 
circa 70 marchi (lire it. 87,50). Tenendo conto dei non Hevi 
utili conseguiti dalle imprese siderurgiche estere, si può cal- 
colare che il loro costo di produzione normalmente non supe- 
rasse le 65 lire nostre nel Regno Unito e le 75 in Germania; 
probabilmente in molti casi era inferiore a questi limi d. All' in- 
circa, si può dire che il nostro costo di produzione supe- 



* Come abbiamo detto, Germania e Regno Unito normalmente importano molto 
minerale di ferro. Ma il costo del trasporto è mitigato dalla frequente possibilità di 
carico per le navi o per i carri ferroviari di ritorno: Francia e Germania scambiano 
minerali di ferro con carbone ; le navi britanniche, scaricati nei porti del Regno Unito 
minerali di ferro spagnuoli, possano caricare carbone per la Francia, per il Portogallo, 
per Gibilterra, per la Spagna stessa. Invece navi, che giungessero cariche di minerali di 
ferro ai porti italiani, dalla Spagna o dall'Africa settentrionale francese, soltanto in pic- 
cola parte troverebbero adatti carichi di ritorno, per la scarsa mole della nostra produ- 
zione mineraria e delle nostre esportazioni in framedi terranee di merci voluminose. 



FERRO 281 

tasse nella misura di un terzo a metà quello dei grandi paesi 
siderurgici. 

Aggiunte al prezzo interno le spese di trasporto e di assi- 
curazione, la ghisa britannica, trasportata ai porti italiani, 
avrebbe dovuto vendersi a circa 90 lire ; quella americana a 
100 lire ; quella germanica, al nostro confine, a iio lire. La 
Commissione centralo per i valori doganali calcolava, per il 
191 3, a 100 lire il prezzo medio per tonnellata delle ghise 
importate, escluso il dazio. Il dazio doganale era di io lire 
per tonnellata. 

È facile scorgere come gli esportatori inglesi potessero 
facilmente battere gli altri • tuttavia i loro concorrenti tedeschi 
s'erano procurati una discreta clientela vendendo in Italia a 
prezzi molti inferiori a quelli praticati in Germania. 

Le condizioni sfavorevoli alla produzione della ghisa in 
Italia si ripercuotono sulla produzione dell'acciaio, ottenuto 
mediante trasformazione di essa. L'impiego di combustibile 
fossile estero nella trasformazione aggrava l'inferiorità dell'in- 
dustria italiana. Si calcolava nel 19 13 a 40-50 lire il costo 
medio di trasformazione in acciaio d'una tonnellata di ghisa 
in Italia : costo notevolmente superiore a quello occorrente 
nei principali paesi siderurgici. 

La ripercussione dell'alto prezzo della ghisa non si evita 
adoperando ghisa estera, che giunge e noi gravata del dazio 
doganale e di forti spese di trasporto. Le acciaierie americane, 
britanniche, germaniche, francesi, sorgono in generale a breve 
distanza dal luogo di produzione del combustibile e del mi- 
nerale, e spesso hanno annessi alti forni, di modo che possono 
ottenere l'acciaio direttamente dalla ghisa liquida, con note- 
vole risparmio di spesa. Se pur venisse abolito il dazio doga- 
nale sulla ghisa, le acciaierie italiane si troverebbero ancora 
in condizioni di necessaria inferiorità. 



282 FERRO 

L'impiego di rottami importati — le disponibilità nazionali 
sono assai scarse — non reca grande sollievo alla siderurgia, 
il prezzo di questi essendo gravato dell'onere del trasporto, 
terrestre o marittimo, che a sua volta dipende in parte note- 
vole dal prezzo del carbone. 

* * 

Il crollo avvenuto nel 1921, delle maggiori imprese si- 
derurgiche italiane, è stato conseguenza d' un complicato 
groviglio di cause, tra le quali predominano da un canto 
l'aggravato peso del rifornimento del carbone, dall'altro l'inet- 
titudine, o peggio, degli amministratori. 

Calcolavamo nel novembre del 1920 che il prezzo, in 
valuta inglese, cui l'Italia poteva acquistare la ghisa sul mer- 
cato britannico, fosse appena quadruplo di quello del 191 4, 
mentre il prezzo del carbone era otto volte maggiore. In tali 
condizioni nessuna impresa siderurgica, per quanto bene am- 
ministrata, poteva continuare a lungo l'esercizio. 

Bisogna però tener presente che i cospicui guadagni con- 
seguiti dalle imprese siderurgiche durante la guerra, se non 
fossero stati malamente sperperati, avrebbero potuto consentire 
loro di superare, con prudenti restrizioni di attività, il periodo 
di crisi che ancora stiamo attraversando. Invece alcune im- 
prese hanno atteso piuttosto a fini speculativi che al consoli- 
damento dell'industria, altre hanno tentato voli, cui non pote- 
vano bastare le ali d' Icaro. 

L'attuale crisi della siderurgia italiana è sopratutto finan- 
ziaria : occorre ripartire nel modo meno dannoso per l'eco- 
nomia del paese perdite, che non oggi, ma gradualmente nel 
corso dell' ultimo triennio, si sono avverate. E, conseguito 
questo assestamento, mentre le condizioni comparative dell'ap- 
provvigionamento del carbone e dei prodotti siderurgici si 
vanno riaccostando a quelle d'anteguerra, l'industria — in- 



FERRO 285. 



denne negli impianti, fortemente ertesi dal 19 14 ad oggi, e 
superiori anziché inferiori al bisogno — potrà riprendere in 
più sane condizioni la sua attività. 



* * 



È probabile che l'impiego dell'energia idro-elettrica e il 
buon mercato della mano d'opera consentano all'Italia di com- 
petere con i paesi meglio dotati da Natura, nella fabbrica- 
zione di acciài speciali, cui bene si prestano, per le loro ca- 
ratteristiche qualitative, i minerali nostri, ed è, piuttosto che 
probabile, certo, che l' Italia può conquistare un posto ono- 
revole nelle industrie meccaniche, dove nel costo del prodotto 
finito il coefficiente della mano d'opera soverchia spesso di 
molto quello della materia prima. Già in vari rami di queste 
industrie, se la quantità della nostra produzione non è para- 
gonabile con quella dei maggiori paesi industriali, la qualità 
non teme i confronti. Una maggior cura dell'ordinamento 
razionale delle aziende potrà migliorare molto la cqndizione 
dell'Italia in questo campo, e, col sussidio di una adeguata 
organizzazione mercantile, consentirle la conquista di nuovi 
sbocchi all'estero *. 






Ma perchè possano fiorire le industrie mieccaniche, è ne- 
cessario provvederle di materia prima al prezzo più basso 
possibile. La protezione accordata alla ghisa ed all'acciaio 
nazionale è un intralcio allo sviluppo di queste industrie ; né 
la protezione loro concessa per difenderle alla lor volta dalla 
concorrenza delle consimili industrie estere, che hanno il ma- 



* Fra le industrie mecóaniche meglio organizzate ricordiamo quella automobilistica ; 
l'esportazione delle automobili è ormai considerevole (11.320 carri e vetture nel 1920^ 
5,759 nel primo semestre 1921). 



^84 FERRO 

teriale siderurgico a basso prezzo, basta à compensare il danno 
dei dazi sulla ghisa e sull'acciaio. 

Infatti, se fosse perfetto — e non lo è, né può esserlo in 
tempi di così rapida variazione dei prezzi — il congegno della 
tariffa doganale, i dazi sui prodotti dell' industria meccanica 
compenserebbero esattamente l'industria nazionale dell'onere 
che pesa sopra di essa per il dazio sulla materia prima ; sic- 
ché sul fnercato interno essa potrebbe competere a parità di 
condizioni con le industrie straniere. Ma sui mercati esteri 
verrebbe meno ogni compenso ; e la nostra industria, oberata 
dai dazi sulle materie prime, si troverebbe a concorrere con 
quelle d'altri paesi, non ugualmente svantaggiate. 

Crediamo, pertanto, necessaria per lo sviluppo delle no- 
stre industrie meccaniche, una completa riforma del vigente 
regime doganale. La produzione siderurgica nazionale può 
essere incoraggiata, nei limiti entro i quali si reputi necessario 
tenerla in vita per la sicurezza del paese e per difesa contro 
un eventuale asservimento del nostro mercato a sindacati esteri, 
con provvedimenti diversi dal dazio doganale, per esempio con 
premi di produzione, o, — più radicalmente ma forse meno 
economicamente — , con la nazionalizzazione. Queste forme 
di tutela eviterebbero i molteplici danni della protezione do- 
ganale, che indirettamente nuoce anche alle esportazioni agrarie, 
per le rappresaglie che provoca da parte dei paesi industriali. 
Esse basterebbero a mantenere, pronta alle eventuali esten- 
sioni' richieste da circostanze politiche, un' industria siderurgica 
di potenzialità proporzionata alle risorse nazionali di minerale 
di ferro ; lascerebbero, d'altro canto, piena libertà di sviluppo 
all'industria meccanica, nell'avvenire della quale ha fede chiun- 
que conosca la genialità dei nostri tecnici e l'abilità dei no- 
stri operai. 



FERRO 28 = 



Prospettive. 



Nonostante un'eventuale restrizione degli armamenti, e no- 
nostante la diminuzione delle costruzioni navali, il bisogno 
di prodotti siderurgici è così grande da promettere all' indu- 
stria mondiale un periodo d'attivitk intensa. 

Ma la domanda è strettamente limitata per le difficoltà 
di pagamento che incontrano alcuni dei paesi più bisognosi 
e per la previsione di un ulteriore ribasso dei prezzi. 

La discesa, accentuatasi negli ultimi mesi, del prezzo dei 
carbone e delle mercedi, tende a favorire, per il ribasso che 
ne consegue dei prodotti siderurgici, la ripresa della domanda. 

L' industria siderurgica italiana attraversa un periodo di 
assestamento, che dovrebbe metter capo alla restrizione dello- 
sfruttamento delle miniere e della siderurgia della ghisa, ed 
all'espansione di alcuni rami della siderurgia dell'acciaio e 
delle industrie meccaniche. 



^^ 


^p 


SI 



TRi\SPORTI TERRESTRI 




parso spesso, in questo travagliato periodo del 
dopoguerra, che le condizioni delle nostre ferrovie 
costituissero uno dei maggiori ostacoli alla re- 
staurazione economica del paese. Insufficienti al 
traffico e mal curati gli impianti fissi, disordinati i servizi 
delle stazioni, scarsi i veicoli e scarsissimi i locomotori, indi- 
sciplinati e pigri gli agenti, lenti e tuttavia non puntuali i 
trasporti di persone, più lenti e malsicuri i trasporti di merci, 
troppo alte e troppo spesso mutate le tariffe. 

Ora la penuria del combustibile costringeva a diminuire 
il numero dei treni e faceva accumulare grandi masse di merci 
nei centri di distribuzione; ora il crollo d' un vecchio ponte, 
non a tempo rafforzato, arrestava per settimane il traffico d'una 
grande linea; ora lo sciopero dei ferrovieri paralizzava l'intera 
vita economica nazionale. Intanto le ferrovie pesavano sempre 
più gravemente sul bilancio dello Stato, costretto a colmare 
i crescenti disavanzi dell'esercizio; e quanto peggio adempi- 
vano la loro funzione economica, tanto più oberavano l'esau- 
sta finanza pubblica. 

Oggi le condizioni delle ferrovie, dall'aspetto tecnico e 
da quellQ economico, se non dall'aspetto finanziario, appari- 



288 ■ TRASPORTI TERRESTRI 

scono meno tristi al pubblico, che ha visto diradarsi le la- 
mentele. E questo l'indizio d*un vero miglioramento, o esiste 
nella situazione d'oggi il germe di nuovi guai? Cercheremo 
d'indagare questo problema, considerando non soltanto le cir- 
costanze odierne, ma dando anche uno sguardo d'insieme alle 
condizioni normali d'esercizio delle nostre ferrovie. 

Le ferrovie italiane. 

La nostra rete ferroviaria, alla vigilia" della guerra euro- 
pea, era costituita da i8 mila chilometri di linee, per la 
massima parte (13.600) esercitate dallo Stato. 

Tanto in rapporto alla superficie territoriale, quanto in 
rapporto alla popolazione, lo sviluppo delle ferrovie italiane 
era molto inferiore a quello delle britanniche, delle germani- 
che, delle francesi : avevamo infatti pocp più di 6 km. di 
linee per ogni 100 km^ di superficie, mentre il Regno Unito 
e la Germania ne contavano 12, la Francia io; e, per ogni 
IO mila abitanti ne avevamo soli 5 km., mentre la Francia 
disponeva di 13, la Germania di io, il Regno Unito di 9. 

Ostacoli allo sviluppo delle ferrovie. 

Le cause di questo scarso sviluppo della rete ferroviaria 
sono di varia natura. e 

Anzitutto, una gran parte del nostro paese è montuosa, 
impervia e poco adatta all' impianto di ferrovie ; in queste 
zone, la scarsa produttività del suolo, la povertà del sottosuolo, 
la debole densità della popolazione, rendono meno sentita la 
necessità di abbondanti comunicazioni ed escludono la possi- 
bilità di un sutficiente rendimento d'ogni mezzo di trasporto 
di costoso impianto. Quasi tutte le ferrovie di montagna, che 
sono state costruite, hanno fini colturali, strategici o politici, 
piuttosto che economici, oppure servono solo incidentalmente 



TRASPORTI TERRESTRI 289 

i paesi alpini ed appenninici, avendo come scopo principale 
il congiungimento fra i centri economici che le montagne 
separano. Anche lo sviluppo di queste linee di valico è osta- 
colato dalle difficoltà tecniche e deiralto costo della co- 
struzione. 

In secondo luogo, il carattere prevalentemente agricolo e 
pastorale dell'economia italiana — conseguenza, in buona 
parte, della scarsezza di materie prime minerali — concorre 
a diminuire l' importanza degli scambi interni a lunga distanza. 
Molta parte delle derrate consumate nelle città è fornita dalle 
zone rurali circostanti e non ha bisogno di mezzi rapidi per 
giungere a destinazione. In molte regioni gli scambi interni 
sono costituiti principalmente da modeste quantità di derrate 
agricole, che si esportano in cambio di modeste quantità di 
prodotti industriali, sufficienti per il bisogno di popolazioni 
misere e frugali. 

In terzo luogo, le ristrettezze del bilancio dello Stato, 
conseguenza della debole potenzialità economica del paese, 
non hanno permesso di dare alle linee ferroviarie tutto lo 
sviluppo^ che, prescindendosi da considerazioni di tornaconto 
immediato, appariva desiderabile per agevolare il pieno sfrut- 
tamento dei mezzi naturali e delle energie umane disponibili. 

* * 

Le condizioni avverse allo sviluppo delle ferrovie nella 
penisola concorrono anche ad aggravare il costo, o a dimi- 
nuire il rendimento, dell'esercizio. 

Le condizioni orografiche del paese allungano i percorsi 
di molte linee, il collegamento ferroviario fra due centri di- 
scostandosi in generale tanto più dalla linea . retta, quanto 
maggiori dislivelli vanno superati. Occorrono, dunque, linee 
più lunghe,' e quindi più costose, anche perchè la spesa oc- 
corrente per le costruzioni ferroviarie è molto maggiore in 

MoRTARA. Prospettive economiche. 19 



290 TRASPORTI TERRESTRI 

terreni accidentati che in pianura, richiedendosi più numerosi 
trafori, viadotti, ponti, lavori di protezione contro le frane, la 
neve, le valanghe, ecc. Il maggior costo di costruzione si tra- 
duce, attraverso gli interessi e gli ammortamenti, in maggior 
costo di esercizio. Ma il costo di esercizio delle linee di collina e 
di montagna è aggravato anche dalle maggiori spese di combu- 
stibile, occorrendo maggiore sforzo di trazione che in piano 
per lo spostamento del medesimo peso; dalle maggiori spese di 
manutenzione e di sorveglianza, essendo più rapido il logora- 
mento delle rotaie, ecc., maggiore la frequenza di danni alle 
linee per scoscendimenti, valanghe, ecc. ; dalle maggiori spese 
di personale, una data mole di traffico dovendo venir suddi- 
visa fra maggior numero di convogli, per il più basso limite 
massimo di peso assegnato al treno, e quindi richiedendosi 
rnaggior numero di agenti viaggianti, maggiore sviluppo dei 
servizi di stazione, ecc. Questi inconvenienti delle linee di 
montagna si estendono, in parte, anche a molte che corrono 
in piano, ma a pie dei monti, come per esempio quelle li- 
guri e quelle calabresi, sulla costa tirrena, le quali per giunta 
devono essere protette dalle ire del mare. 

* 
* * 

Quattro decimi della lunghezza complessiva delle linee 
sono costituiti da sezioni con pendenze superiori al 5 per 
1000; e in quasi due decimi è superata la pendenza del io 
per 1000. L'altimetria si riflette sulla planimetria, essendo 
necessariamente frequenti le curve nelle linee in forte declivio: 
le sezioni in curva costituiscono i tre decimi della lunghezza 
totale. Per più d' un ventesimo della lunghezza complessiva 
le linee corrono in galleria, per un settantesimo corrono su 
ponti o viadotti. La presenza di così numerose opere d'arte 
è grave ostacolo ad un intenso tràffico, e perchè impone 
limitazioni al movimento dei treni (riduzione di velocità sui 



TRASPORTI TERRESTRI 



291 



ponti ; lunghi intervalli fra consecutivi treni a vapore nelle 
gallerie), e perchè accresce le difficoltà dell'adattamento di 
vecchi impianti a nuove esigenze. In Francia, in Germania, 
nell' Inghilterra, negli. Stati Uniti, la maggior parte delle linee 
di grande traffico corre in pianura o in regioni collinose a 
dolce declivio. Invece in Italia le più importanti linee inter- 
nazionali ascendono verso i valichi alpini ; le comunicazioni 
fra i maggiori porti e le zone cui essi servono sì svolgono 
in gran parte attraverso la catena appenninica (quando non 
devono superare anche la barriera alpina, come avviene per 
il tràffico tra Genova e la Svizzera) ; e tutti i congiungimenti 
fra la valle padana e la vasta regione tirrena centrale e me- 
ridionale e le Isole incontrano lo stesso ostacolo. 

La povertà di risorse minerarie, la conseguente mancanza 
di grandi industrie in molta parte della penisola, la scarsa 
produzione agricola delle regioni montuose, fanno sì che nu- 
merose linee, costruite per tini diversi dall'immediata con- 
venienza economica, diano un esiguo rendimento. 

* 

* * 

Nelle comparazioni ferroviarie internazionali, spesso gli stra- 
nieri, e talvolta gli Italiani, dimenticano di tener conto delle 
naturali condizioni d' inferiorità del nostro paese ; abbiamo per 
.ciò creduto opportuno soiìermarci alquanto a ricordarle. 

Per illuminare, con un suggestivo confronto, alcune delle 
condizioni naturali avverse all'esercizio delle ferrovie in Italia, 
riferiamo qualche dato tecnico su due linee di montagna — Bolo- 
gna-Pistoia, Modane-Torino — e su due Hnee di pianura '- — 
Milano-Piacenza e Torino-Milano — , Hnee tutte di forte traffico. 



Lunghezza di costruzione km. 

Sezioni con pendenze oltre io per looo » 

Pendenza massima per lOOO — 

Sezioni in curva . . .' km. 

■Gallerie » 

Ponti, viadotti, sottovia » 



Bologna 


Modane 


Milano 


Torino 


Pistoia 


Torino 


Piacenza 


Milano 


95 


91 


65 


134 


46 


33 


— 


— 


26 


JO 


5 


7 


44 


33 


6 


16 


19 


15 


— 


— 


2,6 


1.5 


1,0 


1.4 



292 TRASPORTI TERRESTRI 



Lunghezza esercitata delle ferrovie Italiane al 30 glug^no 1921« 

Lunghezza delle Numero dei km. di ferrovia 

linee per ogni 1000 kmq. per ogni lOtt.OOC ■ 

km. di superficie abitanti 

Piemonte 2.1 21 72 58 

Liguri^'.' 499 95 3^ 

Lombardia 2.108 87 40 

Veneto . 1.643 ^^ 43 

Emilia 1-384 66 47 

Toscana 1-395 5^ 48 

Marche 561 58 48 

Umbria ....... 573 59 77 

Lazio 994 82 70 

Abruzzi 1.022 62 69 

Campania 1-315 81 38 

Puglie . . . . . . . . 1.371 -jz 59 

Basilicata 379 '38 74 

Calabria 896 59 59. 

Sicilia 1.837 72 47 

Sardegna 1-132 47 12Ó 

Venezia Tridentina. . . . 667 50* no* 

Venezia Giulia 737' 90* 90* 

Italia 20.Ó34 ** 69 53 



* Dati approssimativi. 

** Cosi suddivisi : 

a scartamento ordinario km. 17.677, dei quali esercitati da imprese private r. 95 3 
a scartamento ridotto »2.929 » » 2.367 

funicolari . ...» 28 » » 26 



TRASPORTI TERRESTRI 293 

Mentre nelle due linee di pianura nessun tratto ha indi- 
gnazione superiore al 7 per 1000, in quelle di montagna si 
raggiunge la fortissima pendenza del 30 per 1000; i tratti 
<:on pendenze superiori al io per 1000 costituiscono quasi 
metà del percorso della Bologna-Pistoia e più d'un terzo di 
quello della Modane -Torino. Sulle linee di pianura non esi- 
stono gallerie ; invece più di un quinto della lunghezza totale 
della Bologna-Pistoia e circa un sesto di quella della Modane- 
Torino si svolge in sotterraneo. 

Sviluppo complessivo e regionale delle ferrovie. 

E stato, davvero mirabile lo sforzo compiuto dalla gio- 
-vine nazione, risorta ad unità, per provvedersi d'una suffi- 
ciente rete ferroviaria; i sei mila km. esistenti nel 1870 si 
sono triplicati nel primo cinquantennio di vita nazionale : oggi 
la rete italiana ha superato i 19.200 chilometri e, accresciuta 
■dei 1.400 esistenti nelle regioni redente, supera i 20.'6oo. La 
lunghezza delle linee tramviarie intercomunali, che completano 
il sistema ferroviario, si accosta ai 5.000 chilometri. 

* * 

La ripartizione regionale delle ferrovie al 30 giugno 1921 
•h indicata nella tabella alla pagina precedente. 

Le disuguaglianze esistenti fra le varie parti d'Italia nella 
distribuzione delle ferrovie appariscono da tali dati molto 
minori di quanto comunemente si creda. L' inferiorità del- 
l' Italia meridionale ed insulare, quanto a comunicazioni, non 
dipende tanto da scarsezza di ferrovie, quanto da difetto di 
strade ordinarie e di tramvie. La buona rete stradale della 
pianura padana, le discrete reti tramviarie irradianti dai mag- 
giori centri, le vie acquee interne, costituiscono per l' Italia 
-settentrionale, insieme con le ferrovie, un sistema di comu- 



294 TRASPORTI TERRESTRI 

nicazioni sufficiente ai bisogni, mentre nel Mezzogiorno, in 
Sicilia, in Sardegna, non pochi centri sono collegati col 
resto del mondo soltanto da sentieri o da cattive strade mu- 
lattiere. 

D'altronde, i dati sullo sviluppo ferroviario, in relazione 
all'area ed alla popolazione, vanno interpretati con prudenza,- 
avendo sempre presenti le varie condizioni geografiche, de- 
mografiche ed economiche delle diverse regioni. Tenendo- 
conto di queste circostanze, l'inferiorità delle regioni meri^ 
dionali ed insulari appare maggiore di quanto potrebbe ap- 
parire se si guardasse soltanto all'estensione delle linee fer- 
roviarie in rapporto all'area ed alla popolazione. 



Il materiale rotabile. 

La dotazione di' materiale rotabile delle ferrovie italiane, 
prima della guerra, non era certamente copiosa, ma neppure 
poteva dirsi, in modo assoluto, insufficiente, ed era sensibil- 
mente migliorata negli ultimi anni : i locomotori ascendevano 
a circa 6 mila ; le carrozze per viaggiatori a 1 2 mila, con 
poco meno di 600 mila posti; i carri per merci a i io mila, 
con una portata complessiva di quasi 1.700 migliaia di ton- 
nellate. 

Alcuni sommari confronti internazionali chiariranno meglia 
la situazione dell'Italia. 

Per ogni 10© km. di linea, si avevano in media 



Italia. . 
Francia . . 
Germania . 
Regno Unito 



:omotive 


Carrozze 


Carri e bagagliai 


Tonnellate di. 
portata (carri> 


32 


67 


645 


10.230 


32 


75 


861 


? 


46 


97 


q8i 


14.832-- 


61 


140 


2.ogi 


P; 



TRASPORTI TERRESTRI 295 






Durante la guerra, il materiale rotabile delle nostre fer- 
rovie non è molto aumentato ; e il lieve miglioramento quan- 
titativo avvenuto è stato molto più che compensato dal peg- 
gioramento qualitativo. Locomotori e veicoli vecchi e logori, 
che in condizioni normali sarebbero stati scartati, sono stati 
invece trattenuti in servizio, per difficoltà di sostituzione ; sono 
stati trascurati molti necessari lavori di manutenzione, ed è stato 
sottoposto ad eccessivi sforzi lo scarso materiale disponibile. 

Nell'ultimo triennio (19 19-21) si è dato discreto impulso 
al rinnovamento, alla restaurazione e all' incremento del ma- 
teriale rotabile, come appare dai seguenti dati per le Ferrovie 
dello Stato. Avvertasi che una parte dell'aumento è derivata 
dall'acquisto di materiale ex-austriaco ed ex-germanico, tut- 
t'altro che nuovo, e di materiale delle ferrovie sarde ; ed ha 
corrisposto all'estensione della rete di Stato, la quale da 
13.800 chilometri al 30 giugno 19 14, è salita a 16.288 al 
30 giugno 1921. 

Locomotori S ^ vapore . 

' elettrici . 

Carrozze per viaggiatori i ^ carrelli. 

^ a 2 o 3 assi 
Carri per merci . 103.072 

Si noterà che un forte aumento relativo è avvenuto nella 
dotazione di carri per merci, mentre il numero dei locomotori 
è aumentato in proporzione inadeguata a quella dei veicoli. 

Nell'insieme, però, la dotazione di materiale rotabile delle 
Ferrovie dello Stato, che esercitano quasi i quattro quinti 
delle linee italiane, comprese tutte le comunicazioni di mag- 
giore importanza economica, è sensibilmente aumentata dal 
19 14 al 192 1 ; e non la scarsezza del materiale, ma, even- 



30 giugno 


30 giugno 


30 giugno 


1914 


1919 


1921 


5-153 


5.288 


6.281 


152 


251 


290 


3.072 


3-570 


3-734 


7.006 


6.381 , 


7-274 


103.072 


112.025 


158.221 



296 TRASPORTI TERRESTRI 

tualmcnte, la condizione nella quale esso si trova, può essere 
addotta a scusa del cattivo andamento dell'esercizio. Su questo 
punto tcjrneremo più avanti. 



Il personale. 

Il numero complessivo degli agenti ferroviari toccava i 
170 mila prima della guerra : se si tien conto della lunghezza 
delle linee, delle particolari condizioni d'esercizio cui abbiamo 
precedentemente accennato, e della mole del traffico, questo 
numero non appare esagerato, anzi era forse relativamente 
inferiore al numero degli agenti della rete germanica, che 
pure passava per un modello di saggia amministrazione. 

Durante la guerra il numero degli agenti non è molto 
aumentato; ma dopo l'armistizio ha preso a salire vertigi- 
nosamente. La sola amministrazione delle Ferrovie dello Stato^ 
che impiegava 155 mila agenti al 30 giugno 1914 e 158 
mila al 30 giugno 1918, ne contava 181 milaal 30 giugno 
19 19 e 236 mila al 30 giugno 192 1. 

Non ci sembrano privi d'interesse alcuni "più particolareg- 
giati confronti. I dati seguenti — sempre relativi al solo per- 
sonale delle Ferrovie dello Stato, non compresi gli agenti delle 
linee secondarie siciliane * — mettono meglio in evidenza lo 
spaventoso aumento del numero degli agenti. 

30giugnol9I4 30giugno 1919 30 giugno 1921 

^ , ,, ,,,. . i tecnico ed amministrativo. 14.4^1 I'ì-QZS i7-l6i; 

Personale d'utìhcio ] ^ ^^ ov/o / a 

' subalterno 2.818 3-092 2,298 

Personale esecutivo 137.260 161.342 215.997 

Totale. 154.509 180.409 235.460 

Dobbiamo fare qualche riserva sui dati che riguardano 
il personale d'ufficio; non perchè dubitiamo della buona fede 
dell'amministrazione compilatrice della statistica ; ma perchè 

" In numero di 476 nel 1914, di 791 nel I919, di 1.022 nel 1921. 



TRASPORTI TERRESTRI 297 

riteniamo che codesti dati indichino il numero delle persone 
addette, per ruolo, agli ufrici, non il numero di quelle, anche 
appartenenti ad altre categorie del personale, che in realtà 
prestano ivi servizio. Ma, se pur fosse fondato il nostro sospetto, 
è certo che la massima parte dell'aumento si è avuta nel 
personale esecutivo. 

Notiamo che più di metà di tale aumento si è manife- 
stata nella categoria del personale avventizio, meno fidato, 
meno interessato al buon andamento dell'azienda, meno ido- 
neo tecnicamente ai suoi compiti. Gli avventizi, che erano 
36.535 al 30 giugno 19 14, sono divenuti 62.381 nel 1919, 
81.329 nel 192 I. Ognuno di costoro s'immagina di aver acqui- 
stato, dopo una certa permanenza nell'azienda, il diritto di 
restarci vita naturai durante ; e la massa organizzata cerca 
di far valere, mediante la sua azione politica, questo pseudo- 
diritto ; sicché gli aumenti del personale avventizio preludono 
quasi sempre ad aumenti del personale stabile. 

L'incremento del traffico — se pur esiste, il che è dub- 
bio — non è certamente tale da giustitìcare un così enorme in- 
cremento del numero degli agenti; lo sviluppo della rete ne 
giustifica una piccola parte soltanto. La causa vené^J maggiore 
sta nella ridotta durata e nello scemato rendimento del la- 
voro individuale. Che così sia, si intuisce esaminando lo svi- 
luppo di alcune principah* categorie di agenti delle Ferrovie 
dello Stato. Non abbiamo dati posteriori al giugno 1920; ma 
certamente le notizie pii^ recenti recheranno ancor più nette 
le caratteristiche di queste che esponiamo. 

30 giugno 1914 30 giugno 1920 

Direzione generale e servizi direttamente dipendenti. 

/ Uffici 

* Movimento e traffico 

Compartimenti , . , 

j Trazione e materiale 

Lavori 



12.677 


14.072 


i-'57 


1.278 


55.622 


89.171 


36.831 


55-102 


48.222 


54.824 



Non compresi 4.226 agenti provenienti dalle ferrovie ex -austriache. 



298 ' TRASPORTI TERRESTRI 

Si osservi come l'aumento sia enorme sopratutto in quelle 
categorie di personale che dovrebbero v^ariare press'a poco 
proporzionalmente all'ammontare del traffico. Ciò appare an- 
che meglio da dati più analitici : gli agenti addetti alle stazioni 
sono aumentati da 40.268 a 64.366, quelli addetti ai treni da 
22.276 a 31.362, mentre il numero delle stazioni non è au- 
mentato molto, il loro lavoro si è mantenuto presso che sta- 
zionario, il numero dei treni-chilometro è diminuito. 

L'orario. di otto ore ha indubbiamente diminuito il rendi- 
mento del personale, anche perchè spesso le otto ore di pre- 
senza sono ben lungi dal rappresentare otto ore di lavoro. 
Ma ancora più il rendimento è diminuito per lo spirito di 
indisciplina e di negligenza che aleggia fra gli agenti ferroviari. 

E eloquente un semplice confronto: nell'esercizio 19 16-17 
le Ferrovie dello Stato sono riuscite ad effettuare un movi- 
mento di oltre 30.000 assi-chilometro per ogni agente in ser- 
vizio ; nel 1920-21 hanno appena raggiunto i 15.000 assi- 
chilometro per agente. La diminuzione del rendimento medio 
per agente non dipende soltanto dalla diminuzione del rendi- 
mento medio «-/(^//'agente ; ma indubbiamente questa ne è il 
fattore prd^nderante. 

I dati che fra poco riferiremo mostreranno come il periodo 
di maggior aumento del personale sia stato un periodo di 
progressiva restrizione del movimento e del traffico ; e ne 
risulterà meglio illuminata l'attuale enorme esuberanza degli 
agenti in confronto al bisogno d'una bene ordinata ammi- 
nistrazione. 

Movimento. Traffico. 

L'intensità del movimento sulle ferrovie italiane, com- 
prese quelle esercitate da imprese private, nell' ultimo anno 
di pace, non raggiungeva i 120 mila veicoli-km. per km. di 
linea, mentre sulla rete germanica la corrispondente propor- 
zione superava 250 mila veicoli-km. Il materiale esistente ve- 



TRASPORTI TERRESTRI 299- 

niva utilizzato in misura inferiore a quella raggiunta da reti 
estere bene organizzate : il percorso medio annuo di ciascun 
veicolo era da noi di 14 km., mentre in Germania superava i 
21 mila. 

I dati per gli ultimi anni indicano un notevole peggiora- 
mento di condizioni. 

Nonostante il sensibile aumento di lunghezza della rete 
dello Stato, il numero dei treni-chilometro è diminuito da 
118,4 milioni nell'esercizio 1913-14 a 95,9 nel 1919-20;. 
mancano finora dati per l'esercizio 1920-21, masi può calco- 
lare che il numero dei treni-chilometro non debba aver supe- 
rato i 100 milioni. • 

Soltanto in parte la diminuzione nel numero dei treni 
trova compenso nell'aumento del numero medio di veicoli 
costituenti il treno, che è salito da 15 nell'esercizio 191 3-14 
a 18 nel 1919-20, avendo toccato cifre anche più alte nel 
periodo della guerra e della smobilitazione, durante il quale 
le esigenze dei trasporti militari e la penuria di combustibile 
hanno costretto l'amministrazione ferroviaria a diminuire il 
numero dei treni, aumentandone la media capacità di tra- 
sporto. 

II numero dei locomotori-chilometro da 158 milioni nel 
l'esercizio 1913-14, è disceso a 142 milioni nel 1920-21. 

Il numero degli assi- chilometro, — la miglior espressione 
sintetica del movimento ferroviario — , da 3.789 milioni 
nell'esercizio 191 3-14, era salito fino ad un massimo di 4. 830 
milioni nel 1916-17, quand'era più intenso lo sforzo bellico ; 
si è mantenuto a 4.074 milioni nel 19 18-19, "^a, col dimi- 
nuire dei trasporti militari, è sceso a 3.684 milioni nel 1919-20. 
Probabilmente esso non ha superato i 3.500 milioni nell'ul- 
timo esercizio, per il quale ci mancano notizie complete. 

Nonostante l'aumentata estensione della rete, il movimento- 
ferroviario è dunque minore oggi che prima della guerra. 



300 TRASPORTI fÉRRESTRI 



* 

* * 



L'utilizzazione del materiale rotabile è fortemente peggio- 
rata negli ultimi anni. 

Ogni locomotore in dotazione ha percorso in media 38.000 
chilometri nel 191 3-14, ma soltanto 22.000 nel 1920-21. 

Ogni giorno venivano caricati 168 su 1000 carri utili al 
traffico, nel 1913-14; 104 nel 1919-20; 96 nel 1920-21. Il 
ciclo medio del carro, ossia l' intervallo fra due successivi 
caricamenti, è salito da 6 giorni nel 1913-14 a 9 e tre quarti 
nel 1919-20, a IO e mezzo nel 1920-21. 

Ogni carro per merci ha trasportato in media 409 tonnel- 
late di merce nel 1913-14, 275 nel 1919-20, 247 nel 1920-21. 

E vero che intanto aumentava alquanto il percorso medio 
del carro dopo ciascun caricamento : esso saliva da 177 chilo- 
metri nel 1913-14 a 262 nel 1919-20 ed a 230 nel 1920-21. 
Ma è diminuito anche, e molto, il percorso complessivo del 
carro nell'anno : ogni carro per merci, infatti, ha percorso 
in media, con carico, 8.400 chilometri nel 191 3-14, 6.820 
nel 1919-20, 5.640 nel 1920-21 ; e questa diminuzione' non 
è in alcun modo gjiustiticata dall'aumento del percorso medio 
di ciascuna spedizione, che solo giustifica in parte l'aumento 
del ciclo medio. 

Con una dotazione media di soli loi mila carri, nell'eser- 
cizio 191 3-1 4, le Ferrovie dello Stato riuscivano a far per- 
correre ai carri carichi 854 milioni di chilometri. Con 144 
mila carri, nel 1919-20, il percorso complessivo, con carico, 
aumenta appena a 991 milioni di chilometri; e con 157 mila 
carri, nel 1920-21, discende a 889 milioni. Col 56 7o in più 
di carri, appena il 4 % ^^ più di percorso. 

Va notato che la portata media del carro è aumentata 
da 154 quintali nel 1913-14 a 166 nel 1919-20 e probabil- 
mente a 170 e più nel 1920-21 ; in corrispondenza aumen- 
tava il carico medio del carro, da 86 a 100 quintali. Perciò 



TRASPORTI TERRESTRI 301 

al lieve aumento negli spostamenti del materiale ha potuto 
corrispondere un aumento meno lieve nella mole del traffico. 
Purtroppo le nostre statistiche ferroviarie non indicano il 
numero delle tonnellate-chilometro trasportate : un computo 
grossolanamente approssimativo, e probabilmente esagerato, le 
farebbe ascendere a 7,5 miliardi nel 191 3-14, a 10,5 miliardi 
nel 1919-20, a 9 miliardi nel 1920-21. Con un materiale 
avente una capacità superiore di tre quinti a quella del 
1913-14, si è conseguita, nel 1920-21, un'intensità di traffico 
maggiore appena d'un quinto. 

* 

* * 

Ci fermeremo ora ad esaminare i dati che si hanno intorno 
al traffico. Nel 191 3 le ferrovie italiane, comprese quelle 
esercitate da imprese private,, avevano trasportato circa 1 30 
milioni di viaggiatori e 4J milioni di tonnellate di merci. 11 
numero dei viaggiatori- chilometro superava i 6 miliardi ; dello 
stesso ordine di grandezza era il numero delle tonnellate- 
chilometro. Questi dati sul traffico rivelano meglio il loro- 
significato attraverso qualche confronto internazionale. 

Italia Francia Germania 

Viaggiatori trasportati . . . milioni 130 570 . 1.780 

Viaggiatori-km miliardi 6,5 18,6 40,3 

Viagg.-kra. per km. di linea . migliaia 371 367 650 

Merci trasportate milioni di t. 51 209 624 

Tonnellate-km miliardi 7 25 61 

T.-km. per km. di linea. . . migliaia 391 495 981 

L' inferiorità delle ferrovie italiane è sensibilmente mag- 
giore per i trasporti di merci che per quelli di persone. Le 
cause fondamentali della relativa scarsezza di traffico delle 
nostre ferrovie son quelle accennate in principio : povertà di 
materie prime minerali, conseguente debole sviluppo delle 



302 TRASPORTI TERRESTRI 

industrie minerarie, mineraliirgiche e metallurgiche, autonomia 
alimentare di molte zone agricole, scarso sviluppo delle vie 
ordinarie di comunicazione. Queste cause di minor traffico 
agiscono maggiormente nel Sud d'Italia che nel Centro, e più 
nel Centro che nel Nord, come risulta dai seguenti confronti 
(per il 191 3), che si riferiscono alla sola rete dello Stato. 





Nord 


Centro 


Sud e Sicilia 


Viaggiatori partiti (milioni) . 


52,3 


i3>6 


26,3 


Viaggiatori per 1000 ab. . . . 


. 3-300 


2.300 


2.100 


Merci caricate (milioni di t.) . 


22,3 


ó,2 


7,0 


Merci per 1000 ab. (t.) . . . 


• 1.390 


1.050 


550 



Il prodotto medio chilometrico dei trasporti di viaggiatori 
nel 191 3 era di circa 15 mila lire in Italia, di 20 mila in 
Francia ed in Germania, di 35 mila nel Regno Unito. Era 
notevole la differenza fra le varie regioni : il prodotto chilo- 
metrico dei trasporti di persone sulle linee settentrionali era 
doppio che su quelle meridionali e insulari ; le linee centrali 
davano un rendimento intermedio. 

Maggiori differenze si riscontravano nei prodotti dei tra- 
sporti di merci. Qui il rendimento delle linee centrali era 
doppio, e quello delle settentrionali triplo, del rendimento 
delle linee meridionali e insulari. La media italiana superava 
di poco le 20 mila lire, cifra notevolmente inferiore alla 
media francese di 25 mila lire, ed a quelle germanica e bri- 
tannica di 40 mila. 

11 concorso proporzionale delle varie regioni nel traffico 
ferroviario non appare molto modificato dopo la guerra : non 
sembrano essersi accentuate le disuguaglianze esistenti. 

* 
* * 

I 51 milioni, circa, di tonnellate cui ascendeva il trafHco 
complessivo delle merci nel 191 3, si suddividevano, secondo 
la provenienza, così: 12 milioni carico ai porti; 2,5 milioni 



TRASPORTI TERRESTRI 303 

importazioni dall'estero ; 36,5 carico alle stazioni dell' interno. 
E secondo la destinazione: 5 milioni scarico ai porti j 1,5 
milioni esportazioni all'estero ; 44,5 scarico alle stazioni del- 
l' interno. La necessità dell' importazione dall'estero di ingenti 
masse di materie prime (specialmente carbon fossile) e di 
cereali, si rivela nello squilibrio tra le importazioni e le 
esportazioni ferroviarie, e tra il carico ai porti (in buona 
parte costituito da merci importate per via di mare) e lo 
scarico (in parte formato di merci da esportare per mare). 
Questo squilibrio determinava e determina il necessario sposta- 
mento di grandi quantità di catri vuoti nelle direzioni di 
minore volume del traffico, cioè dall' interno ai confini e 
dall' interno ai porti. La maggior parte dei carri, che dall'estero 
o dai porti recano merci nell' interno, non trovano carico di 
ritorno ; e questo squilibrio viene aggravato dalla diversa 
periodicità stagionale delle importazioni e delle esportazioni 
e dalla non coincidenza tra l'origine delle esportazioni fer- 
roviarie — in parte notevole provenienti dal Mezzogiorno — 
e la destinazione delle importazioni ferroviarie, in gran parte 
dirette al Settentrione. Questo stato di cose costituisce un'altra 
sensibile condizione d' inferiorità per l'esercizio delle ferrovie 
italiane. 

Al contrario di quanto avviene nei paesi grandi produt- 
tori di materie prime minerali, dove i carri carichi discen- 
dono dalle regioni più alte verso le valli e verso il mare, sì 
che la pendenza favorevole diminuisce il necessario sforzo di 
trazione, da noi la maggior corrente di carri carichi risale 
dal mare verso l' interno e, in generale, dal basso verso l'alto, 
di modo che il dislivello da vincere influisce sfavorevolmente 
sul costo dei trasporti. 

* * 

Per gli ultimi anni si hanno notizie soltanto intorno al 
traffico delle merci, per le Ferrovie dello Stato. 



304 TRx\SPORTI TERRESTRI 

Il numero dei carri caricati, da 4.818.000 nelPesercizia 
19 13-14 è disceso a 3.631.000 nel 191 8-1 9, a 3.788.000 nel 
1919-20, a 3.872.000 nel 1920-21. 

La quantità delle merci caricate è scesa da 41,4 milioni 
di tonnellate nel 191 3-14 a 39 milioni nel 1918-19, a 39,7 
nel 1919-20, a 38,8 nel 1920-21. 

Nonostante l'estensione avvenuta nella rete, anche il traf- 
fico segna una considerevole diminuzione. 

I 41,4 milioni del 191 3- 14 si ripartivano così: 26,1 mi- 
lioni dalle stazioni dell'interno, 10,8 milioni dai porti, 4,5 
da ferrovie estere e dalle secondarie italiane. La corrispondente 
distribuzione per il 1920-21 è questa: 24,3 milioni dall'inter- 
no, 9,8 dai porti, 4,7 da altre ferrovie. Nell'insieme la ripar- 
tizione proporzionale del traffico non segna grandi variazioni. 

Che negli ultimi anni il traffico sia diminuito non stupisce : 
abbiamo visto come in molti rami dell'attività economica 
nazionale si siano manifestate notevoli riduzioni, che dovevano 
pur ripercuotersi sui trasporti ; è noto, da altra parte, che i 
forti rialzi delle tariffe hanno dato impulso alla concorrenza 
di altri mezzi di trasporto, terrestri od acquatici, ed li anno 
concorso a diminuire la domanda di trasporti. 

Ma quello che stupisce è il sapere che, nonostante questa 
contrazione del traffico, nonostante il grande aumento dei 
mezzi di trasporto a disposizione delle Ferrovie dello Stato, 
nonostante il maggior aumento del personale, i servizi ferro- 
viari abbiano dato luogo a tanti inconvenienti. 

Abbiamo già fornito qualche dato sull'utilizzazione del 
materiale ; ne aggiungiamo qualche altro, che forse gioverà 
un po' a chiarire la questione. 

Su 101.244 carri, dotazione media dell'esercizio 1913-14, 
il numero di quelli inutilizzati perchè guasti ascendeva a 10.374, 
cioè al IO 7o* Su 156.843 carri, dotazione del 1920-21, ascende 
a 26.995, cioè al 17 7o' -^ dunque fortemente crescmta la 
percentuale dei carri non utilizzabili. 



TRASPORTI TERRESTRI 305 

Analoghi peggioramenti si osservano per le carrozze viag- 
giatori — nel gennaio 19 14 erano in riparazione 25 7o> ^^^ 
giugno 192 1 .35 7o — ^' P^^ ^ locomotori — 17 7o i" ripara- 
zione nel gennaio 191 4, 22 % "^^ giugno 192 1. 

wSebbene negli ultimi due esercizi siano state eseguite nume- 
rosissime riparazioni al materiale rotabile, sembra che questo 
sia ancora in tale stato da non consentire il completo ritorno 
alle condizioni prebelliche del traffico, condizioni che pure 
apparivano ben lontane dalle ideali. 

Si accenna, inoltre, alla sproporzione esistente fra la quan- 
tità dei veicoli disponibili e quella dei locomotori, che sono 
troppo scarsi al bisogno. Al 30 giugno 192 i, le officine mec- 
caniche italiane dovevano ancora consegnare alle Ferrovie dello 
Stato più di 400 locomotive, commesse fino dal 1919, delle 
quali 85 elettriche. Nel 1921 sono state commesse 180 loco- 
motive a vapore e 230 .elettriche. 

E da sperare che la presente restrizione del traffico giovi 
almeno a consentire alle nostre ferrovie la messa in piena 
efficienza del loro materiale rotabile. 

li rendimento delle ferrovie. 

11 prodotto complessivo dell'esercizio delle ferrovie italiane 
toccava 655 milioni nell'anno finanziario 191 3-14 (611 milioni 
Ferrovie dello vStato, 44 milioni altre ferrovie), per 250 mi- 
lioni provenienti da trasporti di persone, per 360 milioni da 
trasporti di merci, per 45 milioni da altre attività. In com- 
plesso il prodotto delle ferrovie italiane era inferiore di oltre 
200 milioni alla somma che sarebbe occorsa per compensare 
le spese, compreso fra queste l'interesse del 4,5 7o sui capi- 
tali investiti negli impianti fissi e nel materiale rotabile, corri- 
spondente, all' incirca, all' interesse che lo Stato paga a chi gli 
ha prestato codesti capitali. 

L'insufficienza del rendimento complessivo era determinata 

■4 

MOR'IWRA, Prospettive ecotìoiniche, 20 



30Ò TRASPORTI TERRESTRI 

principalmente da due fattori, cioè : dalla debole produttività 
delle linee meridionali e insulari, dipendente da circostanze 
geografiche e geologiche, e dalla debole produttività delle linee 
di costruzione più recente, in buona parte destinate ad aprire 
alla vita civile plaghe scarse di comunicazioni, piuttosto che 
richieste da urgente necessità economica. 11 duplice fenomeno 
è illustrato dai seguenti dati, che si riferiscono alla sola rete 
di Stato. 

Linee aperte all'esercizio Rendimento medio chilometrico (1913) 

Nord Centro Sud e Isole 

fino al 1880 .... 76.Ó00 56.700 34-300 

dopo il 1880 .... 27.400 ig.600 17.900 

Neil' interpretare questi dati, non si dimentichi che le linee 
più recenti concorrono, con le nuove correnti di traffico che 
arrecano alle più antiche, ad aumentarne il rendimento ; e 
che, d'altro canto, la conformazione peninsulare del nostro 
paese fa concorrere le linee meridionali ad accrescere il traf^ 
fico delle centrali e delle settentrionali, che costituiscono un 
passaggio obbligato per tutte le esportazioni ed importazioni 
ferroviarie del Centro e del Mezzogiorno. 

Le spese. 

Le spese delle ferrovie italiane erano alte in confronto a 
quelle di altri paesi, specialmente per le sfavorevoli condizioni 
d'impianto e d'esercizio della rete, già da noi accennate, che 
concorrevano ad accrescere il costo della costruzione e della 
gestione. La povertà di ferro del nostro sottosuolo, la man- 
canza di carbone, facevano sì che il prezzo di acquisto e il 
costo di manutenzione delle rotaie e dei veicoli riuscissero 
maggiori che per le imprese ferroviarie estere. 

Un'altra circostanza gravemente sfavorevole consisteva 
nella necessità di importare tutto il combustibile occorrente 
per le locomotive a vapore. Nell'esercizio 191 3-14 l'ammi- 



TRASPORTI TERRESTRI 307 

nistrazione delle Ferrovie dello Stato pagava il carbon fossile 
ad un prezzo più che doppio di quelli che incontravano le im- 
prese ferroviarie britanniche e i>:ermamche. Analoghi — benché 
meno forti — aggravi derivavano dalla necessità di ricorrere 
all'estero per l'approvvigionamento di materie lubrificanti. 

L'alto costo di costruzione e d'esercizio delle ferrovie 
italiane, derivante da condizioni naturali sfavorevoli, avrebbe 
•consigliato di dare ad esse il minimo sviluppo possibile, co- 
struendo soltanto una rada rete di linee congiungenti i princi- 
pali centri e le più industri zone. Lo Stato italiano, riguardando 
il problema delle comunicazioni non soltanto dall'aspetto del 
tornaconto economico immediato, ma anche da quello del 
progresso civile ed economico, ha osato la costruzione di una 
rete ferroviaria, la quale, se non può competere per estensione 
con quelle d'altri paesi più fortunati, è tuttavia già troppo 
fitta per poter trarre sufficiente alimento dalle attuali correnti 
di traffico. 

Questa cond zione di cose doveva fatalmente condurre al 
disavanzo : imporre tarifìe corrispondenti al costo dei servizi 
di trasporto sarebbe stato in molti casi impraticabile, perchè 
si sarebbe così impedito lo sviluppo di quelle correnti di 
traffico che si volevano incoraggiare. Perciò le tariffe delle 
ferrovie italiane, benché in generale più alte di quelle ger- 
maniche, austriache, francesi, non erano tuttavia superiori ad 
esse in misura adeguata alle più sfavorevoli condizioni di eser- 
cizio. Un'approssimativa idea ^delle differenze di tariffe fra 
l'Italia ed altri paesi è foi'nita dai seguenti dati. 

. Italia Germania Austria-Ungh. Francia 

(1913, (1912) (1910) 0912) 

Prodotto medio per 1000 

tonnellate-kuì .... lire it. 52 45 52 42 

Prodotto medio per 1000 

viaggiatori-km .... » 38 30 33 35 

Aggiungiamo qualche confronto fra le taritfe interne a 
piccola velocità, vigenti prima della guerra in vari paesi, per 



308 



TRASPORTI TERRESTRI 



il trasporto di alcune principali merci, a carro completo, alla 
distanza di 150 km. 1 prezzi sono indicati in lire italiane 
per tonnellata ; quelli stampati in corsivo comprendono anche 
le spese del carico e dello scarico eseguiti a cura della ferrovia». 





Italia 


Germania 


Austria 
(F. d. S.) 


Francia 
fP. L. M.^ 


Carbon fossile . . 


• 7,13 


5>oo 


7,88 


7,00 


Rottami di ferro. . 


• ù,34 


5.63 


7,35 


t),I5 


Laterizi 


. 6,08 


5.63 


4,52 


6,15 


Concilili chimici . . 


• 7M 


5.00 


0,30 


7,J^5 


Cotone greggio . . 


■ 12,75 


10,88 


^3,55 


J4,vo 


Tessuti di cotone . 


■ 19.33 


15.13 


I3>55 


18,50 


Cereali 


■ 10,23 


10,00 


10,29 


S,35 


Vino comune. . 


. 10,78 


12,75 


I3^23 


13,00 



li recente aumento delle spese. 

Gli ultimi anni hanno visto gravemente peggiorare le con-- 
dizioni d'esercizio delle ferrovie. 

.Una prima e disastrosa conseguenza della guerra sulle fi- 
nanze ferroviarie ha consistito nell'enorme aumento della spesa 
per il combustibile. 11 prezzo medio pagato dalle Ferrovie - 
dello Stato per ogni tonnellata di carbone ha seguito questa 
progressione : 



Esercizio 


1913-14 


lire 


3^5,4^ 


» 


1914-15 


» 


51,50 


» 


1915-1Ó ^ 


» 


91,44 


» 


1916-17 


» 


147,95 


» 


1917-18 


» 


248,46 


» 


1918-19 


» 


202,67 


» 


1919-20 


» 


397.45' 


» 


1920-21 


» 


468 — (circa) 



Mentre aumentava il prezzo, peggiorava la qualità: è 
stata questa una delle cause d'aumento del consumo, il quale 
— - per le sole Ferrovie dello Stato — è salito da 2,1 milioni. 



TRASPORTI TERRESTRI 309 

di tonnellate nell'esercizio 1913-14 a 3 milioni nel 1920-21. 
Cresceva così di quasi metà il consumo, mentre il servigio 
prestato, espresso nel numero degli assi - chilometro, dimi- 
nuiva. 

Il consumo di combustibile per locomotore-chilometro 
è salito da kg. 13,660 nel 1913-14 a 22,270 nel 1920-21. 

Né ' la cattiva condizione delle locomotive, né la cattiva 
qualità del carbone, né il maggior peso medio rimorchiato da 
ciascuna locomotiva, appariscono cause sufficienti di tanto 
aumento. È forza ammettere che agiscano altre cause, fra le 
quali non ultima la noncuranza del personale di macchina, 
non più cointeressato al risparmio del combustibile. 

Disgraziatamente le cause dianzi accennate, ed altre secon- 
darie, hanno agito con maggior intensità proprio quando era 
più alto il- prezzo del carbone ; e, per conseguenza, nell'eser- 
cizio 1920-21, le Ferrovie dello Stato hanno speso, per il 
combustibile destinato alla locomozione, 1.24 1 milioni di lire, 
mentre avevano speso soltanto 76 milioni nel 191 3-14. Per 
avere un' idea della gravità dello svantaggio sofferto dalla 
nostra azienda ferroviaria, nell'ultimo esercizio, a cagione della 
necessità di importare combustibili dall'estero, basti conside- 
rare che la somma occorrente ad un'azienda ferroviaria inglese, 
nella stessa epoca, per acquistare un'uguale quantità di car- 
bone sarebbe stata sensibilmente inferiore ai 6 milioni di ster- 
line : avrebbe, cioè, corrisposto, al cambio corrente, a circa 
500 milioni di lire italiane. Un onere di circa tre quarti di 
miliardo è derivato alle ferrovie italiane dalla inferiorità natu- 
rale del nostro paese e dalla discriminazione dei prezzi bri- 
tannici, solo in parte compensata dal minor prezzo del car- 
bone ottenuto dalla Germania in conto delle riparazioni. 

Un semplice confronto permette di apprezzare in modo 
sintetico gli effetti del rincaro del carbone, del peggiora- 
mento qualitativo di esso, del deterioramento dei locomo- 
tori, della negligenza del personale: il costo del combustibile 



3IO 



TRASPORTI TERRESTRI 



per locomotore-chilometro era di 50 centesimi nelPesercizio- 
1913-14; è salito a lire 9,25 nel 1920-21. 

La diminuzione avvenuta nei prezzi del carbone fa pre- 
vedere nell'esercizio in còrso una spesa per il combustibile 
molto minore che nell'esercizio precedente : probabilmente da 
600 a 700 milioni di lire. 



4! * 



Un'altra, e ormai la principale, causa di aumento delle 
spese consiste nell'enorme incremento del numero e delle re- 
tribuzioni degli agenti. 

Le Ferrovie dello Stato hanno accresciuto del 52 7o i^ 
loro personale dal 19 14 al 192 1, mentre la lunghezza della 
rete cresceva soltanto del 18 7o ^ i^ movimento ed il traf- 
fico non aumentavano sensibilmente, forse anzi diminuivano. 

Esamineremo ora in breve la ripercussione finanziaria del- 
l'aumentato numero di agenti. 

La spesa delle Ferrovie dello Stato per il personale è 
aumentata da 284 milioni nell'esercizio 191 3-14 a 797 mi- 
lioni nel 191 8-19, a 1.266 milioni nel 1919-20, a 1.975 mi^ 
lioni nel 1920-21. 

Si può ritenere che dei 1.7,00 milioni di maggiore spesa 
almeno 500 milioni non siano giustificati né dall'estensione 
dei servizi dell'azienda né dall'aumento del costo della vita. 

Senza discutere qui il problema della relazione economi- 
camente più opportuna da stabilirsi fra i rialzi di salari e il 
rincaro della vita — problema che, del resto, riteniamo ab- 
bia tante soluzioni quante sono le innumerevoli diverse com- 
binazioni di circostanze dalle quali può derivare il rincaro — 
partiamo da un dato di fatto, cioè dalla misura degli aumenti 
di retribuzioni concessi agli operai delle industrie. Nel pe- 
riodo i" luglio 1920-30 giugno 192 1, si può calcolare che i 
salari abbiano superato in media del 365 7o 1^ misura pre- 



TRASPORTI TERRESTRI 311 

bellica*. Tenendo conto del molto minor aumento avvenuto 
nelle retribuzioni degli impiegati amministrativi, si può dire 
che, in media, le retribuzioni degli agenti ferroviari avreb- 
bero dovuto essere aumentate di non più del 350 7o P^"* 
seguire l'ascesa delle retribuzioni assegnate dalle imprese pri- 
vate. D'altro canto, poiché la lunghezza della rete è aumen- 
tata di circa 18 7o? "^^ ^^ traffico non è aumentatp, sarebbe 
stato equo un aumento del io % circa nel numero degli 
agenti. Sicché la spesa complessiva per il personale avrebbe 
dovuto aumentare nel 1920-21 a circa 1.450 milioni di lire. 
Abbiamo visto che in realtà ha superato di oltre mezzo mi- 
liardo questa cifra. Ed avvertasi che nelle somme indicate 
non è compreso il contributo all'imposta di ricchezza mobile, 
che pure è a carico dell'amministrazione ferroviaria. 

La paga media per agente è salita da 1.918 lire nel 191 3-14 
a 4.631 nel 1918-19, a 6.498 nel 1919-20, a 9.386 nel 
1920-21. L'incremento fra i due esercizi estremi ha toccato 
il 389707 ^ dunque sensibilmente superiore all'incremento delle 
retribuzioni avvenuto nelle imprese private. Tuttavia la diffe- 
renza non è grave : e il maggior onere, ingiustificato ed ingiusti- 
ficabile, al bilancio ferroviario deriva dall'aumentato numero 
degli agenti piuttosto che dal migliorato trattamento di essi §. 

Le aziende ferroviarie private, se hanno potuto forse me- 
glio dell'azienda statale contenere l'enfiagione dei ruoli del 
personale, sono state però costrette anch'esse a concedere 
fortissimi miglioramenti delle retribuzioni. Ed hanno sofferto 
ancor più dell'azienda statale le conseguenze dell'alto prezzo 
del combustibile, per le più sfavorevoli condizioni del 4oro 
approvvigionamento. 



■" Fondiamo il nostro calcolo sui dati forniti da una fonte disinteressata, qual è la 
Cassa Nazionale per le Assicurazioni contro gli Infortuni. 

§ Secondo gli allegati all'Esposizione Finanziaria del dicembre 192 1, corrisponde- 
rebbe alle attuali retribuzioni ordinarie del personale ferroviario dello Stato una spesa 
complessiva annua di lire I.661 milioni. Si è aggiunta nell'esercizio 1920-21 una spesa 
di 776 milioni per retribuzioni straordinarie o speciali. 



312 TRASPORTI TERRESTRI 



* 

* * 



Sopratutto per conseguenza delle gravi spese per il per- 
sonale e per il combustibile, le condizioni tinanziarie delle 
aziende ferroviarie italiane hanno avuto un vero tracollo negli 
ultimi anni. 

Le Ferrovie dello Stato, che nell'esercizio 1913-14 con- 
trapponevano 615 milioni d'entrate a 587 milioni di spese, 
hanno ancora potuto pareggiare entrate e spese, nella somma 
di 1.767 milioni, nell'esercizio 19 18-19. Ma nel 1919-20 le 
spese salgono a 2.856 milioni,, mentre le entrate giungono 
appena a 1.996: nel 1920-21 le spese superano i 4.297 mi- 
lioni, le entrate non raggiungono i 3.252 milioni. Si ha, per 
conseguenza, a carico del bilancio dello Stato, un disavanzo 
di 860 milioni nel 1919-20, di 1.045 milioni nel 1920-21. 
Se si tien conto, inoltre, degli interessi che lo Stato con- 
tinua a pagare ai suoi creditori sui capitali così male inve- 
stiti nella costruzione delle ferrovie, e dei sussidi che in varie 
forme esso corrisponde alle imprese private esercenti ferrovie; 
se d'altra parte si traducono in moneta i risparmi che lo 
Stato consegue mercè i vari obblighi di trasporti gratuiti e 
semigratuiti di persone e di cose imposti alle aziende ferro- 
viarie, si può calcolare ad assai più d' un miliardo e mezzo la 
passività netta di cui le ferrovie italiane hanno gravato il 
bilancio dello Stato nell'anno finanziario 1920-21. 

Nell'esercizio in corso — 1921-22 — tendono a ridurre 
questa passività le diminuzioni avvenute nei prezzi del car- 
boni e di altre materie largamente impiegate dalle ferrovie 
(lubrificanti, ferro, legname, ecc.); ma tendono ad accrescerla, 
da un canto l'insaziata avidità del personale, il quale, inco- 
raggiato dai trionfi riportati sulla debolezza dei ministeri che 
si sono succeduti dall'armistizio in poi, non scorge limiti 
all'aumento delle retribuzioni, dall'altro canto le nefaste in- 
fluenze politiche che si oppongono ad ogni riduzione del nu- 



TRASPORTI TERRESTRI 313 

mero degli agenti, anzi tendono a sovraccaricare le Ferrovie 
dello Stato di nuovo personale inetto e superfluo. 

* 
* # 

'Conviene chiedere, d'altronde, se le entrate potranno es- 
sere ulteriormente accresciute, od anche soltanto essere man-" 
tenute ai livello raggiunto : esservi mantenute, s' intende, nel- 
l'avvenire immediato, che se in seguito esse diminuiranno per 
conseguenza di un progressivo riapprezzamento della moneta 
italiana, potranno, in compenso, essere ridotte di pari passo 
le spese. 

Confrontando i prodotti del traffico della rete dello Stato 
nei due esercizi 191 3-14 e 1920-21 : 

1913-14 1919-20 

Viaggiatori e bagagli milioni di lire 238,5 i.055>5 

Merci » 336,5 • 1.639,9 

si scorge che il prodotto dei trasporti di persone è stato nel- 
l'ultimo esercizio quattro volte e mezza maggiore che nel 
191 3-14 ; il prodotto dei trasporti di cose cinque volte mag- 
giore. Tenuto conto dell'aumentato percorso medio delle 
spedizioni di merci, si può calcolare che il prodotto per 
tonnellata-chilometro si sia quadruplicato. Mancano elementi 
per tentare un computo analogo rispetto al viaggiatore- 
chilometro ; si può soltanto dire, in via di larga approssima- 
zione, che la spesa media chilometrica del viaggiatore dev'es- 
sere da quattro a cinque volte maggiore di quella prebellica. 
Questo aumento medio generale delle tariffe non appare 
esagerato in confronto agli aumenti avvenuti nei prezzi delle 
merci e dei servigi personali ; anzi compensa appena gli 
effètti dello svilimento della moneta. Può darsi che alcune 
tariffe cagionino eccessivo aggravio su particolari trasporti di 
persone o di cose, ma neW insieme sembrano ingiustificati i 



214 TRASPORTI TERRESTRI 

continui lamenti che s'odono sull'aumento delle tariffe ferroviarie. 
Siamo alle solite : l'amarezza per l'enfiagione delle spese sover- 
chia la gioia per l'enfiagione, spesso maggiore, delle entrate. 
Crediamo però che, data l'attuale tendenza dei prezzi e 
dei cambi, sarebbero pericolosi ulteriori forti aumenti delle 
tariffe ferroviarie. Pericolosi, non soltanto per le finanze del- 
l'azienda di Stato, la quale rischierebbe di disseccare il pozzo, 
attingendovi troppo largamente, ma per l' intera economia 
del paese, che verrebbe colpita da nuovi aggravi in un periodo 
di convalescenza come il presente, durante il quale ogni scossa 
può essere fatale. 

L'elettrificazione delle ferrovie. 

In questa materia dell'elettrificazione ferroviaria, la fanta- 
sia ha troppo precorso i fatti. E stato presentato al pubblico 
profano il mirabile quadro futuro della rete italiana emanci- 
pata dalla schiavitù del fumoso carbone e percorsa in ogni 
senso da numerosi, rapidi e lindi convogli, mossi dall'energia 
delle patrie acque. Gli scettici hanno fatto osservare che il 
carbone risparmiato mercè l'elettrificazione di alcune linee 
sarà forse appena sufficiente per far fronte alle necessità deri- 
vanti dallo sviluppo del traffico sulle altrje ; e noi, fra paren- 
tesi, aggiungiamo che l'attuale consumo di combustibile 
lascia certamente margine a largo risparmio, ottenibile con 
mezzi meno costosi dell'elettrificazione. Si è obbiettato, inol- 
tre, che la convenienza economica di questa trasformazione 
è molto dubbia per la spesa ch'essa importa ; a ciò si è 
replicato che, per alcune linee di grande traffico, la trasfor- 
mazione stessa permette di far fronte al movimento attuale 
ed a quello prevedibile nei prossimi dieci o quindici anni, 
evitando il grande ampliamento degli impianti, che sarebbe 
necessario se si continuasse con la trazione a vapore. Si è 
osservato, ancora, che la rapidità con la quale potranno 
essere elettrificate le linee è limitata per la difficoltà di otte- 



TRASPORTI TERRESTRI 315. 

nere in breve tempo dall' industria meccanica, ed in ispecie 
dall' industria nazionale, che si vuol favorire, il materiale 
necessario per gli impianti fissi, ed il materiale rotabile, so- 
pratutto le locomotive. Si è infine disputato a lungo, e si 
disputa ancora, sulla convenienza comparativa dei vari siste- 
mi di trazione. 

In tanto conflitto d'opinioni è difficile orientarsi ; tuttavia 
si deve riconoscere : 

che il vantaggio tecnico dell'elettrificazione sembra in- 
contestabile per un complesso di linee di grande traffico e di 
notevole pendenza ; che per le linee stesse la trasformazione 
probabilmente appare conveniente, se non si parte dalla consi- 
derazione ristretta del tornaconto economico immediato, ma 
si guarda un po' avanti nel futuro ; che il risparmio del 
carbone ottenuto mercè l'elettrificazione delle suddette linee, 
sarà tutt'altro che trascurabile ; 

che d'altronde sarà un grande vantaggio poter eserci- 
tare' indipendentemente da rifornimenti esteri le principali 
linee della rete, se pure le linee minori ne resteranno dipendenti. 

E per ciò che riguarda l'attuale stato dell'elettrificazione, 
non si può negare che i programmi, per tanto tempo rimasti 
tali, comincino ad attuarsi. Alla fine del 192 1 le Ferrovie 
dello Stato hanno in esercizio a trazione elettrica quasi 600 
chilometri di linee j entro il 1922 calcolano di portare a i.ooo 
chilometri la rete elettrificata; avvertasi che ai i.ooo chi- 
lometri di linea corrisponderà uno sviluppo complessivo di 
oltre 2.000 chilometri di binario. Le difficoltà per la pronta 
fornitura dei locomotori occorrenti all'esercizio non saranno 
insuperabili, se il prossimo anno sarà per l'industria italiana 
epoca di feconda attività piuttosto che di sterili contese. 

I trasporti automobilistici. 

Negli ultimi anni una vasta rete di comunicazioni auto- 
mobilistiche è venuta a colmare, in parte, le lacune della^ 
rete ferroviaria. 



3i6 ' TRASPORTI TERRESTRI 

Il 30 giugno Y921 la lunghezza delle linee automobilisti- 
che sovvenzionate dallo Stato, in numero di oltre 550, ascen- 
deva a circa 22 mila chilometri*. Esistevano inoltre circa 
400 linee libere. 

Si calcola che 5.000 comuni siano serviti da questo mo- 
dernissimo mezzo di comunicazione, finora impiegato, però, 
'principalmente per il trasporto di persone, l'alto costo riu- 
scendo proibitivo per le merci, salve rare eccezioni. 

Prospettive. 

L'aumentata dotazione di materiale mobile e le miglio- 
rate condizioni del materiale stesso, la sufficiente provvista 
e la migliorata qualità del combustibile, rendono possibile nel 
prossimo avvenire maggiore regolarità dei servizi ferroviari. 
Condizioni necessarie per conseguirla: restaurazione della di- 
sciplina fra gli agenti ; saldezza e continuità di intenti, capa- 
cità tecnica nei capi; volontà nel personale direttivo come 
in quello esecutivo di lavorare con la massima, e non con la 
minima possibile intensità. 

La condizione finanziaria delle Ferrovie dello Stato potrà 
avere decisivo miglioramento soltanto se si avrà il coraggio, 
come sembra improbabile, di eliminare il personale superfluo 
e di richiedere agli agenti maggiore intensità e coscienziosità 
di lavoro. 

Le tariffe per i trasporti non potranno CvSsere sensibil- 
mente mitigate nell'immediato avvenire ; pare tuttavia impro- 
babile ch'esse possano venire aggravate, perchè ne deriverebbe 
una troppo forte contrazione del traffico, e forse una dimi- 
nuzione delle entrate dell'azienda ferroviaria. 



* Era di circa i2 mila km. alla vigilia della guerra. 













M 


K 







TRASPORTI MARITTIMI 




A maggior parte degli scambi commerciali fra l'Ita-- 
Ha e l'estero si svolge per via di mare : nel 191 3, 
sopra 21,1 milioni di tonnellate d'importazione, 
18,6 milioni ci giungevano attraverso i porti; e 
da questi partivano 3,5 milioni sopra 4,8 milioni di tonnel- 
late d'esportazioni. Era invece secondaria, in confronto a quella 
dei trasporti terrestri, la funzione dei trasporti marittimi nel 
commercio interno: nello stesso anno 191 3 soltanto 4,9 mi- 
lioni di tonnellate di merci venivano spostati per via di mare 
da porto a porto italiano. 

Le vie del mare sono aperte alla più larga concorrenza 
internazionale e una gran parte delle merci che affluiscono 
nei nostri porti e di quelle che ne defluiscono sono traspor- 
tate da navi straniere. Sarà utile, pertanto, esaminare anzi- 
tutto le attuali condizioni della flotta mercantile e del traffico 
marittimo mondiale, per poi studiare particolarmente la situa- 
zione dell' Italia. 



La marina mercantile mondiale. 

Alla fine della guerra, la marina mercantile mondiale si 
ritrovava, per tonnellaggio complessivo, poco diminuita. Le 



3i8 TRASPORTI MARITTIMI 

ingenti perdite erano state quasi compensate per il grande 
impulso dato alle nuove costruzioni. 

Già nel giugno del 1919 il tonnellaggio lordo comples- 
sivo delle navi mercantili esistenti era di due milioni mag- 
giore che nel giugno del 1 9 1 4 ; i due anni successivi lo hanno 
visto aumentare ancora di ben undici milioni di tonnellate. 

Tonnellaggio * (migliaia di tonnellate di stazza lorda), al 30 giugno 
1914 1919 1921 

Piroscafi 45404 47-897 58.846 

Velieri 3.68Ó 3.022 3-128 

Totale 49.090 50.919 61.974 

Contrasta con la generale tendenza ascendente la tendenza 
alla diminuzione della marina a vela ; questa costituisce oggi 
appena un ventesimo della flotta mondiale, mentre ancora 
alla vigilia della guerra ne costituiva poco meno d'un decimo, 
e all' inizio del secolo un quarto. 

E notevole, di fronte al regresso della vela, il progresso 
nell'applicazione del motore a combustione interna e nell'im- 
piego del combustibile liquido nei focolari delle caldaie a vapo- 
re. Il tonnellaggio lordo complessivo delle navi con motore a 
combustione interna ha superato un milione e un quarto nel 
192 1, mentre non toccava il quarto di milione nel 19 14; il 
tonnellaggio dei piroscafi che impiegano combustibile liquido 
è salito da un milione e mezzo a tredici milioni di ton- 
nellate. 

Un'altra tendenza che si rivela nello sviluppo delle costru- 
zioni è quella all'aumento della capacità delle navi: i piro- 
scafi di stazza lorda superiore alle seimila tonnellate erano 
1.236 nel 1914; sono 2.097 nel 192 1. E il tonnellaggio me- 
dio lordo delle navi varate è salito da 1.900 nel 19 13 a 
3.330 nel 1920. 



* Dati del Lloyd's Register. 



TRASPORTI MARITTIMI 319 



* 
* * 



È molto diffusa l'opinione che per causa della guerra 
siano state mantenute in esercizio molte vecchie navi, che in 
epoche normali sarebbero state, invece, demolite. Invero così 
è accaduto in quegli anni, durante i quali ogni annosa car- 
cassa non completamente incapace di tenere il mare era con- 
tesa a prezzi favolosi. Ma nell'ultimo triennio molte antiche 
navi, scampate ai sottomarini che pur ne hanno distrutte gran 
numero, hanno trovato alfine riposo. Più d'un terzo del- 
l'odierna flotta mercantile ha età inferiore ai cinque anni. 



* * 



Non pochi né lievi spostamenti sono avvenuti, dal 19 14 
al 192 1, nella distribuzione per bandiere del naviglio mer- 
cantile. Spartita tra i vincitori la poderosa flotta germanica, 
ch'era seconda soltanto alla britannica ; trasferita agU eredi 
la flotta austro-ungarica, troviamo ancora al primo posto 
l'Impero Britannico. Ma, relativamente decaduto, esso possiede 
oggi soltanto il 37 % ^^^^ piroscafi esistenti, mentre ne pos- 
sedeva il 45 7o ^^^ 1914* GH Stati Uniti, per contro, hanno 
fatto un gigantesco salto : nel 19 14 ne possedevano il 9 7o> 
nel 192 1 il 27 7o- ^^ Giappone, la Francia, l'Italia hanno 
anch'essi aumentato in considerevoli proporzioni le loro flotte, 
come risulta dai seguenti dati *. 



* Desunti dai bollettini del Lloyd's Resister. Comprendono soltanto le nr. vi di stazza 
lorda non inferiore alle loo tonnellate. Altre fonti danno indicazioni alquanto diverse ; 
le~difFerenze non sono però tali da alterare la graduazione delle potenze marinare. 



320 



TRASPORTI MARITTIMI 



Tonnellaggio lordo dei piroscafi 









al 30 


giugno 




Aumento 






■" 


1914 


1921 




diminuzione 


Regno Unito . 


migliaia 


di tonnellate 


i8.8q2 


19.320 


+ 


428 


Domini britannici 




» 


1.632 


2.269 


+ 


'-^37 


Germania . . 




» 


5-135 


654 


— 


4.481 


Stati Uniti . . 




» 


4.287 


. 15-746 


+ 


11-459 


Norvegia . . 




» 


1-957 


2-371 


+ 


414 


Francia . . . 




» 


1.922 


3-299 


+ 


1-377 


Giappone . . . 




» 


1.708 


3-355 


+ 


1.647 


Olanda . . . 




» 


1.472 


2.208 


+ 


736 


Italia. . . . 




» 


1.430 


2.468 


+ 


^ 1.038 


Austria-Ungheria 




» 


1.052 


— 


— 


1.052 


Svezia . . . 




» 


1.015 


1.086 


-4- 


71 


Spagna . . . 




» 


884 


1.112 


-1- 


228 


Altri paesi . 




» 
» 


4.018 


4-958 
58.846 


-f- 


940 


Totale . . . 


45.404 


13-442 






* 
* * 











Negli ultimi tempi della guerra si aveva 1' impressione- 
che alla fine delle ostilità la flotta mercantile mondiale sa- 
rebbe stata di gran lunga inadeguata ai bisogni degli scambi 
internazionali. L'azione distruttrice dei sottomarini germanici 
aveva provocato una reazione costruttrice, gli effetti della 
quale erano giunti all'apogeo proprio nel 191 8. Tuttavia 
l'accelerata ed estesa attività delle costruzioni, che nell'ultimo 
triennio ha accresciuto di 1 7 milioni di tonnellate di stazza 
lorda la marina mondiale è soltanto nella minor parte risul- 
tato diretto di quest'attività bellica. 

Alla data dell'armistizio erano in costruzione navi per 
circa 7,5 milioni di tonnellate di stazza lorda. Dopo d'allora 
devono esserne state iniziate per altri 16 milioni di tonnellate, 
almeno. Ciò è avvenuto principalmente per le seguenti cause : 

tendenza della marina britannica a riaffermare la sua 
netta preponderan;za, anche contro il tornaconto economico 
immediato j altre analoghe tendenze nazionalistiche ; 

tendenza delle imprese di costruzioni navali, sorte o 



TRASPORTI MARITTilMI 321 

cresciute durante la guerra, a mantenere in esercizio i propri 
costosi impianti, per conseguirne 1' intero ammortamento ; 
illusioni correnti sulla possibilità d'una rapida completa 
ripresa degli scambi internazionali di merci e di uomini, favo- 
rite dalla intensa domanda di mezzi di trasporto marittimi effet- 
tivamente manifestatasi dopo l'armistizio. 



* 
* * 



Alla 6ne del 191 8 il Regno Unito aveva in costruzione 
navi per la stazza lorda complessiva di 2 milioni di tonnel- 
late ; gli Stati Uniti ne costruivano per 3,7 milioni. 11 peri- 
colo di un soverchiante aumento della flotta americana, peri- 
colo messo in evidenza con malcelato giubilo specialmente in 
Germania, non era considerato alla leggera né dagli uomini 
di Stato né dagli uomini d'affari britannici. Moventi politici e 
moventi economici a lunga scadenza sospingevano anzi la Gran 
Bretagna ad accrescere rapidamente il suo naviglio mercan- 
tile. Le navi in costruzione salivano già a tre milioni di ton- 
nellate di stazza lorda alla fine del 1919, superavano i tre 
milioni e mezzo sei m'esi dopo, raggiungevano i tre milioni 
e tre quarti al 30 settembre 1920. Intanto, negli Stati Uniti, 
il tonnellaggio delle navi in costruzione, dopo avere superato i 
quattro milioni nel primo trimestre del 1919, ridiscendeva sotto 
i tre milioni nel quarto trimestre, e diminuiva poi molto rapi- 
damente : a due milioni alla metà del 1920, a poco più d'un 
milione all'inizio del 192 1, a meno di mezzo milione al 30 
settembre 1921. A quest'ultima data v'erano ancora in costru- 
zione nel Regno Unito navi per 3,3 milioni di tonnellate di 
stazza lorda, e nei domini ve n'erano per 150 mila tonnellate. 

Si deve tener presente che più d' un quarto della flotta 
mercantile americana è confinato sui grandi laghi e quindi non 
concovre alla navigazione oceanica ; che un milione e un 
quarto del rimanente tonnellaggio è costituito da piroscafi in 

MORTAKA, Prospettive ecoiiomiclie. 21 



322 TRASPORTI MARITTIMI 

legno, costruiti durante la guerra e dimostratisi di scarso ren- 
dimento ; che la massima parte della flotta americana non 
è stata costruita con l'accuratezza caratteristica dei cantieri 
britannici, bensì con metodi sbrigativi ; che gli equipaggi non 
possiedono in ugual grado degli equipaggi britaanici le qualità 
del buon marinaio, mentre esigono più laute retribuzioni *, 
Tenuto conto di queste circostanze, la supremazia del Regno 
Unito sui mari non appare scossa, e neppur minacciata, per 
il recente incremento della flotta degli Stati Uniti, ai quali 
l'alto costo di costruzione e di esercizio sconsiglia di dare 
maggiore sviluppo alla marina mercantile. 

Abbiamo parlato di altri nazionalismi : il Giappone, un 
po' per moventi economici, ma un po' anche per controbilan- 
ciare l'aumento della flotta nord-americana nel Pacifico, ha 
dato impulso alle costruzioni navali ; la Germania attende, 
con lavoro silenzioso e tenace, a rifarsi una marina mercan- 
tile ; la Francia ne ha già una superiore ai suoi bisogni ; ed 
alcuni dei minori Stati sorti dai trattati di pace alimentano 
anch'essi l'ambizione di acquistare qualche prestigio sui mari. 

* * 

Al pari di tutti gli altri organismi nati od enfiatisi per i 
bisogni della guerra, le imprese di costruzioni navali, dive- 
nute ipertrofiche in alcuni paesi, si sono difese come hanno 
potuto contro l'esaurimento che di giorno in giorno ne andava 
minando l'esistenza dopo la fine del conflitto. Di questo feno- 
meno, punto singolare, abbiamo così palesi esempi in casa 
nostra, che basta accennarvi perchè il lettore intenda. 

• * 

* * 

Nei primi tempi dopo la fine della guerra, il rimpatrio 
degli eserciti che avevano combattuto lontano dalla madre 



* É stato calcolato alcuni mesi or sono che la spesa mensile per i salari dell'equi- 
paggio d'una nave da carico di 9 mila t. di portata ascendesse a 5.300 dollari nella ma- 
rina nord -americana, a 3.900 in quella britannica. 



TRASPORTI MARITTIMI 



323 



-patria, la domanda febbrile di rifornimenti da parte di paesi 
che erano stati a lungo segregati dal resto del mondo, il 
riattivarsi di un grandioso flusso migratorio, fecero appa- 
rire inadeguato ai bisogni il naviglio esistente. 

In realtà il traffico era minore che prima della guerra. Ma 
si erano mutati ed allungati gli itinerari : i grani all'Europa 
occidentale giungevano dalla lontana America e dalla remota 
Australia invece che dalla vicina Russia, i carboni dagli Stati 
Uniti invece che dal Regno Unito, le macchine dalle rive 
dell'Atlantico invece che da quelle del Reno. Erano, d'altra 
parte, aumentate le soste nei porti, per la generale disorga- 
nizzazione dei servizi ; era diminuita la facilità per le navi 
-di trovare carichi di ritorno, per la scemata mole della 
produzione. Così, nonostante che la flotta mondiale fosse 
aumentata, sembrava diminuita in confronto ai bisogni. 

È questo il periodo in cui ciascun paese teme di rimaner 
indietro nella gara per le costruzioni navali : gli eflTetti di tale 
stato d'animo collettivo si leggono nei seguenti dati. 



Navi In costruzione *. 



(migliaia di tonnellate di stazza lorda) 





31-XIl 


30-IX 


30-IX 


30-IX 




1918 


1919 


1920 


1921 


Stati Uniti . 


. (escluse navi lacustri) 3.356 


3.162 


1-738 


434 


Regno Unito . 


1.980 


2.817 


3731 


3-283 


Giappone . 


278 


300 


2(^2 


187 


Domini britannici 


(escluse navi lacustri) 213 


' 255 


190 


144 


Olanda . . . 


213 


288 


423 


349 


Italia .... 


133 


286-** 


365** 


398 


Francia . . . 


52 


175 


293 


351 


Svezia . . . 


100 


lOI 


122 


87 


Danimarca . . 


1^ 


68 


116 


82 


Norvegia . . . 


68 


84 


91 


V 


Altri paesi . . 


457 


513 


234 


151 


Totale ... 


6.922 


8.049 


7-565 


5-543 



* Dati del Lloyd's Register, alquanto inferiori a quelli riportati prima nel testo 
perchè non comprendono la Germania. 
** Compresa la Venezia Giulia. 



324 TRASPORTI MARITTIMI 



* * 



Ma di mano in mano si andavano riaprendo le antiche 
vie del traffico, si compiva la smobilitazione degli eserciti, si 
riordinavano i porti. E intanto scendevano dagli scali centi- 
naia e centinaia di poderose navi. La massima intensità delle 
entrate in servizio di questo nuovo naviglio è venuta a coin- 
cidere proprio con P inizio della depressione economica mon- 
diale ; e tale circostanza ha precipitato gli eventi, rendendo 
in breve manifesta l'esuberanza delle navi esistenti in confronto 
alla domanda di trasporti di persone e di cose. 

11 traffico marittimo internazionale delle merci non supera 
molto la metà della mole d'avanti guerra ; i paesi d' immi- 
grazione oppongono barriere all'afflusso dei lavoratori europei. 
I noli scendono a precipizio. Nel 191 5 essi erano stati, in 
media*, tre volte maggiori che nel 191 3; furono sei volte 
maggiori nel 1916; diciotto volte nel 191 7; venticinque 
volte nel 19 18. Si mantennero ancora nel 19 19 quasi sei 
volte maggiori che nel 1913; ma già nel 1920 si erano 
ridotti soltanto tre volte maggiori, o poco più; e nel 1921 
sono appena una volta e mezza maggiori **. 

Cadono, di riflesso, i prezzi delle navi. Per l'acquisto 
d'un piroscafo da carico di 7.500 t. di portata, che richie- 
deva 42.500 sterline alla vigilia della guerra occorrevano 
prezzi molto superiori nel 1 9 1 5 e nel 1 9 1 6 : si giunse fino 



* Media di otto noli sulle principali vie del traffico mondiale. 
** Il numero indice dei noli transatlantici calcolato dal « Federai Reser\ e Board 
partendo da loo nel gennaio 1920, segna le seguenti variazioni. 



1920 



I" t 


rimes 


itre 


91 


2» 


» 




87 


3» 


» 




81 


4° 


» 




64 


I ° 


» 




39 


2» 


» 




39 


3° 


» 




36 


ottobre 




32 



TRASPORTI MARITTIMI 325 

a 187.000 sterline nel dicembre 19 16. Il prezzo oscillò poi 
variamente: ridiscese a 165.000 nel dicembre 191 7, risalì a 
180.000 nel giugno 19 18, ricadde a 169.000 nel dicembre 
dello stesso anno; indi sali fino ad un massimo di 259.000 
nel marzo del 1920. Ma poi precipitò fino a 64.000 sterline 
nel giugno 192 1, ed oggi è poco lontano dal livello del 1918. 

Le aumentate pretese degli equipaggi, e fino a pochi 
mesi or sono l'alto prezzo del carbone, hanno aggravato 
tanto il costo d'esercizio, che nel 1921 molti armatori hanno 
preferito disarmare le loro navi, piuttosto che sopportare 
crescenti perdite: ai primi di novembre del 1921 si calco- 
lava da un quinto ad un quarto del tonnellaggio mondiale la 
proporzione delle navi inattive. 

In queste condizioni, chi cerca navi può facilmente acqui- 
starle sul mercato mondiale, senza ricorrere all'opera dei 
cantieri ; cessa ogni stimolo alle costruzioni. 

* 
* * 

La riduzione avvenuta nelle costruzioni non appare tutta 
dai dati della tabella poc'anzi riferita: nell' interpretare questi, 
si deve tener presente che più d' un milione e mezzo di tonnellate 
sono costituiti da costruzioni interrotte o sospese, così che di 
fatto al 30 settembre 192 i si lavorava a 4 milioni di tonnellate 
di nuove navi, in confronto agli 8 milioni di due anni prima. 

Già dal tonnellaggio delle navi varate nel 1920 appare 
palese la restrizione delle costruzioni ; meglio apparirà dai 
'dati per il 192 1 e per il 1922. 

Tonnellaggio lordo complessivo delle navi varate 

(migliaia di tonnellate) ' 



I9I3 


3-383 


I9I4 


2-853 


I9I5 


1.202 


I9I6 


1.688 


1917 


2.938 


I9I8 


5-447 


I9I9 


7-145 


1920 


5.862 



326 TRASPORTI MARITTIMI 

Nel Regno Unito si sono varate navi per 580 mila ton- 
nellate di stazza lorda nel quarto trimestre del 1920, per 434 
mila nel primo trimestre del 192 1, per 322 mila nel secondo,, 
per 308 mila nel terzo. La diminuzione è molto maggiore 
nelle navi impostate sugli scali : ancora 594 mila tonnellate 
nel terzo trimestre del 1920, ma sole 51 mila nel terzo tri- 
mestre del 1921. 

* * 

Oggi si lamenta esuberanza di navi; poiché si è all'imo 
della depressione industriale, si tende certamente ad eccedere 
nell'apprezzamento di questa esuberanza. Ma appare evidente 
che anche un'attiva ripresa dei traffici troverebbe una dispo- 
nibilità di navi più che sufficiente per soddisfare l'accresciuta 
domanda di trasporti marittimi. Sembra dunque probabile che 
i noli siano per restare bassi, finché la domanda non si ade- 
guerà meglio all'offerta, e che l'industria delle costruzioni 
navali sia per attraversare un periodo di attività ancor più 
debole dell'attuale. 

La marina mercantile e la navigazione italiana. 

L'Italia nel 191 4 possedeva una marina mercantile ina- 
deguata al vasto sviluppo costiero ed alla mole del traffico 
marittimo. La nostra flotta partecipava scarsamente al commer- 
cio dei porti stranieri e non riusciva a vincere le bandiere 
estere neppure in quegli scambi internazionali che mettevano 
capo ai nostri porti : nell' ultimo quinquennio di pace, tre 
quarti delle merci e metà dei viaggiatori imbarcati e sbar- 
cati nei porti, italiani, diretti all'estero o provenienti dall'estero, 
erano stati trasportati da navi straniere. Il traffico tra porti na- 
zionali costituiva, invece, quasi un monopolio della bandiera 
italiana ; quanto alle merci, esso aveva importanza molto, 
minore del traffico con l'estero. 



TRASPORTI MARITTIMI 327 

L'inferiorità dell' Italia nella navigazione marittima è un 
fatto storico relativamente recente, che coincide con la vit- 
toria della macchina a vapore sulla vela quale mezzo di 
propulsione sul mare e 'del ferro sul legno quale materiale 
da costruzione. Tale inferiorità dipende, in sostanza, dalla 
medesima povertà del sottosuolo, che ostacola lo sviluppo 
di tutte le forme moderne di attività industriale. Manca 
il carbone ed è scarso il ferro per la siderurgia, che for- 
nisce i materiali occorrenti all'industria delle costruzioni na- 
vali ; mancano materie prime minerali da esportare in grandi 
masse, le quali costituirebbero un ottimo " nolo di uscita „ 
per le navi, nazionali; mancano i combustibili per la navi- 
gazione. Non restano disponibili per l'esportazione — data 
la densità della popolazione e la scarsezza dei boschi — nep- 
pur merci e derrate d'origine vegetale, di grande volume, co- 
me legname, ecc. 11 peso delle merci che normalmente occorre 
importare per via di mare è quintuplo di quello delle merci 
esportate per la stessa via : circostanza, questa, favorevole al 
predominio, nel nostro traffico con l'estero, delle marine stra- 
niere, e specialmente di quelle dei paesi nostri fornitori. 

La flotta a vapore italiana era in gran parte costituita, 
alla vigilia della guerra, da navi di tipo antiquato : quasi due 
terzi del tonnellaggio totale erano costituiti da navi costrutte 
anteriormente al 1900, aventi cioè più di quindici anni di 
età ; soltanto 215 piroscafi avevano una portata superiore alle 
4 mila tonnellate ; meno d' un terzo del tonnellaggio totale 
era costituito da navi capaci di velocità uguale o superiore 
ai I 2 nodi. 

La flotta a vela andava rapidamente decadendo : s'era 
ridotta da 572 mila tonnellate di stazza netta nel 1894 a 349 
mila nel 1914, mentre la flotta a vapore cresceva da 208 
mila a 933 mila-. Essa era formata in gran parte di navi antiche, 
di piccole dimensioni e adatte soltanto al cabotaggio ; soli 
95 velieri superavano le mille tonnellate di stazza netta. 



328 TRASPORTI IMARITTIMI 

Anche l'industria delle costruzioni navali, contrastata dalle 
avversità naturali poc'anzi ricordate, languiva : nell' ultimo 
quinquennio prebellico la stazza netta delle navi varate nei 
nostri cantieri era stata, in media annua, di sole 20 mila ton- 
nellate. 

Il traffico dei porti italiani era considerevole. La quantità 
media annua delle merci scaricate nel quinquennio ora ricor- 
dato era stata di quasi 30 milioni di tonnellate, il numero 
dei passeggeri imbarcati e sbarcati si era accostato ai 3 
milioni. 

* * 

Oggi — alla fine del 192 1 — troviamo, a prima vista, 
grandemente aumentata la flotta mercantile italiana. 

Ha perduto quasi ogni importanza la marina a vela : i 
velieri di almeno 100 tonnellate di stazza lorda non raggiun- 
gono in complesso le 200 mila tonnellate. Le perdite di guer- 
ra, il normale deperimento aggravato dalla trascurata manu- 
tenzione durante anni di forzata inattività, la scarsezza di 
nuove costruzioni, hanno più che dimezzato negli ultimi sette 
anni la nostra flotta a vela. 

Ma tale diminuzione — non priva, come vedremo, di 
dannose ripercussioni — , è stata di gran lunga soverchiata dal- 
l'aumento della marina a vapore. Questa era stata gravemente 
ridotta per conseguenza della guerra: alla fine del 1918, non 
ostante la parziale reintegrazione già avvenuta delle perdite 
sofferte, era d'un terzo minore che alla fine del 1914. La 
troviamo già accresciuta oltre la dimensione prebellica due 
anni dopo — alla fine del 1920 •— ed oggi il suo tonnel- 
laggio complessivo è di due terzi maggiore di quello del 
1914, come appare dai seguenti dati. 



TRASPORTI MARITTIMI 329 

Tonnellaggio complessivo dei piroscafi italiani* 

Migliaia di tonnellate di stazza Migliaia di tonnellate 

lorda netta di portata 

31 dicembre 1914 1-550 940 1.980 

31 dicembre IQ18 1-050 640 1.300 

31 dicembre 1920 ' 1.770 1.080 2.330 

31 ottobre 1921 2,500 i-5oo 3.280 



* * 

Ma il rafForzamento quantitativo della flotta italiana è sol- 
tanto apparente. Aggiungendo alla flotta italiana d'avanti 
guerra quella frazione della 'flotta austro-ungarica che appar- 
teneva ai nostri nuovi porti adriatici, si ottiene un comples- 
sivo tonnellaggio prossimo alla cifra attuale. Non si tratta 
dunque d'un aumento, ma di un' integrazione della nostra 
marina ; integrazione appena corrispondente all'aumentata lun- 
ghezza delle coste ed al traffico dei nuovi porti italiani. La 
situazione del nostro paese è dunque ben diversa da quella 
del Giappone e della Francia, che sono ora molto meglio 
provvisti di naviglio mercantile di quel che fossero prima della 
guerra, senza possedere una maggior distesa di coste, ne 
dover servire più ampie zone interne. 

E bene — di fronte all' invidia altrui — ricordare quanti 
sacrifici ci costi questa flotta, pur modesta, che oggi posse- 
diamo. 

Le navi ex- austro-ungariche, accessorio dei nostri nuovi 
porti, non ci sono state concesse a codesto titolo, bensì in 
conto delle riparazioni: le abbiamo dunque comprate. Molte 
altre navi, che negli ultimi anni sono passate sotto la ban- 
diera italiana, sono state comprate all'estero. A qual prezzo 
siano state pagate è difficile calcolare ; ma ricorrendo ai 



" Rammentiamo che la stassa lorda è la misura del volume interno della nave ; la 
stazza netta è la misura di quplla parte del volume stesso che rimane disponibile per il 
trasporto di merci o di passeggeri. La tonnellata di stazza corrisponde a metri cubi 2,83. 
X.a portata — espressa in tonnellate metriche — indica la massima capacità di carico. 



330 TRASPORTI MARITTIMI 

dati che abbiamo riferito poche pagine addietro, intorno alle 
variazioni del prezzo delle navi negli ultimi anni, è facile 
scorgere come gli acquisti siano stati compiuti nell'epoca più 
sfavorevole. Gli armatori italiani hanno partecipato alla gene- 
rale illusione sulla celere ripresa del traffico marittimo mon- 
diale ed hanno febbrilmente comprato piroscafi a prezzi altis- 
simi : è perciò che non sono più in grado di comprare oggi, 
mentre si offrono condizioni tanto propizie *. 

Esaminando come si ripartiscano nel tempo gli aumenti 
della nostra flotta per acquisti all'estero e per nuove costru- 
zioni, risulta evidente che tanto Te compere quanto le costru- 
zioni sono state eseguite proprio nel periodo più sfavorevole- 

Aumenti nel tonnellaggio della marina italiana § 
(tonnellate di stazza lorda) 
Nuove costruzioni Acquisti all'estero Aumenti per altre cause 

I915 
1916 
I917 
I918 
I919 
1920 

L'aumento della flotta italiana nel 192 1 non è derivato^ 
tanto da nuove costruzioni o da compre all'estero, quanto dal 
definitivo passaggio sotto la nostra bandiera di una gran; 
parte della marina della Venezia Giulia. 

* 
* * 

Se l'aumento quantitativo della nostra flotta è in gran. 

parte illusorio, il miglioramento qualitativo è incontestabile. 

E avvenuto in essa un efficace svecchiamento : nel 1914 



24.900 - ■ 


29.427 


— 


51-924 


5.106 




38.228 


32.396 


— 


66.823 


2.502 


— 


91.488 


200.789 


29.564 


88.581 


282.452 


60.437 



* La Germania sta ricomprando a basso prezzo una parte delie sue navi che erano- 
passate in altre mani. 

§ Dati riferentisi ai soli piroscafi, esclusi quelli di piccolissimo tonnellaggio. 



A^ TRASPORTI ^MARITTIMI 331 

meno d'un quarto del tonnellaggio totale * era costituito 
da piroscafi d'età inferiore a io anni; oggi la proporzione 
si accosta alla metà. Le navi d'oltre 20 anni d'età forma- 
vano allora più di due quinti del tonnellaggio complessiamo ; 
ora ne formano poco più d'un quinto. (Il ringiovanimento 
appariva anche maggiore un anno fa, prima che il naviglio 
della Venezia Giulia, costrutto quasi per intero avanti il 191 5,. 
divenisse definitivamente italiano). 

In secondo luogo è molto aumentata la portata media unita- 
ria delle navi. Il numero dei piroscafi da 501 a 4.000 tonnel- 
late di portata è diminuito da 321 nel dicembre 1914 a 287 
nell'ottobre 192 1 ; ma è aumentato da 202 a 251 il numero di 
quelli da 4.001 a 8.000 tonnellate, e da 13 a 122 il numera 
di quelli di portata superiore alle 8.000 tonnellate. Queste 
ultime navi di grande portata costituivano un ventesimo del 
tonnellaggio totale alla vigilia della guerra; ne costituiscono 
oggi sei ventesimi. 

* 
* * 

Al pari delle altre marine, la nostra risente le conse- 
guenze dell'attuale depressione industriale. Più del 20 7o del 
naviglio è oggi in disarmo mancando la possibilità di proficuo 
impiego di esso. 

Questa inattività è in gran parte effetto del diminuito- 
traffico marittimo, di fronte al quale la marina italiana si è 
trovata con una potenzialità non minore di quella prebellica. 

Considerando, per correttezza di confronto, soltanto i 
porti compresi nei vecchi confini, troviamo che la quantità 
delle merci ivi caricate o scaricate è discesa progressivamente 
da 31,8 milioni di tonnellate nel 191 3, fino ad un mi ni mo- 
di i6,8 milioni nel 1918; e dopo un lieve aumento a 19,2- 
milioni nel 1919, è ricaduta a 18,5 milioni nel 1920. I datL 



* Proporzioni calcolate sulle tonnellate di portata dei soli piroscafi. 



332 



TRASPORTI MARITTIMI 



finora noti per il 1921 fanno ritenere che il traffico di que- 
st'anno non abbia superato i 20 milioni di tonnellate. 

La restrizione di oltre 5 milioni di tonnellate, avvenuta 
nelle importazioni marittime di carbone, dal 191 3 al 1921, 
le consimili restrizioni nell'importazione d'altre materie prime 
voluminose e nell'esportazione di marmo, di zolfo, di mine- 
rali vari, giustificano in parte questa contrazione del traffico. 
La quale per il resto dipende dalla fortissima diminuzione 
avvenuta nel traffico fra i porti italiani, anche per conseguenza 
della minore disponibilità di quel mezzo di trasporto a buon 
mercato eh' è il veliero. 

Il traffico delle persone ha già ripreso assai meglio di 
quello delle merci: da tre milioni e un quarto nel 191 3, i 
passeggeri imbarcati e sbarcati nei nostri porti dell'antico 
territorio erano diminuiti fino ad un minimo di un milione e 
un quinto nel 191 8; aumentano a due milioni e mezzo nel 
19 19, superano di nuovo i 3 milioni nel 1920. Si tratta in 
gran parte di traffico fra l'Italia continentale e l'Italia insu- 
lare ; le correnti migratorie transoceaniche non hanno ancora 
ripreso le dimensioni prebelliche. Il difetto, che si lamentava 
nel 1920, di navi idonee al trasporto dei passeggeri appare 
attenuato sopratutto per la limitazione delle immigrazioni verso- 
l'America settentrionale. 



* * 



Verso la fine di ottobre del 192 1 il complessivo tonnel- 
laggio della marina mercantile, esclusi i velieri, ed i piroscafi 
di piccolissima portata, si distribuiva, secondo l'attività, così: 

Tonnellate di portata 

Navi inattive 670 mila 

Navi in breve riparazione, ecc. 1Ó2 » 

Navi in esercizio 2.413 » 



TRASPORTI MARITTIMI 333 

Delle navi in esercizio, 876 mila tonnellate erano in ge- 
stione diretta dello Stato; le altre — poste sotto il semplice 
controllo dello Stato — si suddividevano così : linee sovven- 
zionate 131 mila, servizio passeggeri 171 mila, servizio merci 
423 mila, servizi vari 975 mila tonnellate. 

Avendo invece riguardo alla natura delle merci al cui tra- 
sporto erano addette, le navi in esercizio si potevano suddi- 
videre così : 

• Tonnellate di portata 

Carbone 472 mila 

Oli minerali 39 ^^ 

Cereali . , 459 » 

Carni congelate 50 » ' 

Merci varie* 1-393 >> 

, Poiché il bisogno di rifornimento di cereali e di carni è da 
prevedere nell' immediato futuro abbastanza scarso, e poiché da 
altro canto non pare imminente un'intensa ripresa degli altri 
traffici, sembra probabile che altre navi debbano essere messe 
in disarmo a breve scadenza. 

L'attuale condizione del mercato mondiale dei trasporti 
marittimi non sembra favorevole ad un ulteriore grande svi- 
luppo della nostra marina mercantile. Armatori audaci, lungi 
miranti e ben forniti di capitali, potrebbero osare oggi, o nel- 
l'avvenire immediato, larghi acquisti di navi, a prezzi relati- 
vamente bassi, quando avessero la fondata speranza di poterle 
poi tenere in esercizio in condizioni eccezionalmente favore- 
voli §, cioè col combustibile a prezzi bassi, con equipaggi poco- 
numerosi e modestamente retribuiti e con un'organizzazione 



* Compresi i piroscafi destinati principalmente al trasporto di passeggeri. 
§ Tale speranza sostiene, insieme con il movente politico, l'odierna audacia degli 
armatori gej;manici. • 



334 TRASPORTI MARITTIMI 

industriale e mercantile perfetta. La politica della nostra gente 
di mare non incoraggia gli armatori a simili audacie: al pari 
dei ferrovieri, i marinai si sforzano di lavorare il meno possibile, 
con la minima disciplina possibile, con la massima retribu- 
zióne possibile. Quanto al prezzo del carbone, quest'industria 
si trova in condizioni meno favorevoli delle concorrenti stra- 
niere che hanno il carbone a casa loro ; e per organizzazione 
tecnica e commerciale ha molto da imparare da alcune di que- 
ste concorrenti. Anche i capitali non abbondano, ma non è 
questo il maggior ostacolo, che se ne trovano ancora per altre 
imprese d'esito più incerto. 

Non sembra, d'altra parte, imminente un tale rifiorimento 
del traffico marittimo, che possa dare impulso all'industria 
dell'armamento, senza ch'essa sia costretta a migliorarsi. Il 
nostro scemato bisogno di carbone, la diminuita domanda 
estera di parecchie merci di nostra esportazione, le condizioni 
politiche ancora instabili ed agitate di molti paesi del Levante, 
la disastrosa situazione economica della Russia*, il contin- 
gentamento dell' immigrazione negli Stati Uniti, sono le prin- 
cipali circostanze sfavorevoli ad una prossima intensificazione 
dell'attività del naviglio italiano. 

Le decine, o magari le centinaia, di milioni, che gli arma- 
tori potranno strappare, in varie forme, allo Stato, non possono 
produrre altro effetto che quello di un momentaneo eccitante : 
lo Stato italiano è finanziariamente troppo debole per con- 
sentirsi il lusso d'incoraggiare ad ogni costo lo sviluppo della 
marina nazionale, e già ogni nuova concessione d'aiuti incontra 
accanite opposizioni. 

Crediamo — né ci sembra superfluo dirlo ancora — che 
soltanto mediante una riduzione del proprio costo d'esercizio 



* Mentre un tempo ci conveniva mandare le nostre navi ai porti russi del Mar 
Nero a caricare grano, ora, importando questo cereale dagli Stati Uniti, può convenirci 
impiegare navi nord-americane, che la politica protettiva di quel Governo mette in grado 
'di praticare noli molto bassi. * 



TRASPORTI MARITTIMI 335 

l' industria italiana dell' armamento possa mantenersi viva e 
vitale nel campo della concorrenza internazionale, dove può 
competere meglio oggi che prima della guerra, per la miglio- 
rata composizione qualitativa della flotta. 

* * 

Piti dubbie si presentano le sorti dell'industria delle costru- 
zioni navali. Essa trova in Italia poche condizioni favorevoli — 
prima fra queste la modicità della retribuzione al lavoro — e 
molte contrarie: abbiamo già ricordato le principali. 

Lo sviluppo dei cantieri durante la guerra non è segno 
di vitalità di quest' industria : quando occorreva costruire navi 
a qualunque costo, i calcoli di convenienza economica erano 
relegati tra i ferravecchi. L' ulteriore sviluppo dopo l'armistizio 
è stato etfetto d' una errata previsione dell'avvenire del traf- 
fico marittimo : i conti, fondati allora sui prezzi straordina- 
riamente alti delle navi, ora non tornano più. 

E ormai generalmente ritenuto, dagli osservatori più ogget- 
tivi dei fatti economici, che potrà da noi sopravvivere, in forma 
non parassitaria, soltanto una parte dei troppi cantieri esistenti. 
Gli aiuti governativi, che consentiranno, bene o male, di con- 
durre a termine le navi già iniziate — circa 400 mila ton- 
nellate di stazza lorda — , potranno prolungare ma non per- 
petuare ia resistenza delle imprese assolutamente inette a vivere 
senza eccessiva protezione. Taluno ritiene che dedicandosi a 
quelle costruzioni dove meglio può eccellere l'abilità delle 
maestranze e dove il coefficiente della mano d'opera prevale, 
nel costo di produzione, su quello della materia prima (navi 
per trasporto di passeggeri), i cantieri situati in condizioni più 
sfavorevoli potranno non soltanto vivere ma anche prosperare. 



536 TRASPORTI MARITTIMI 



Prospettive. 



Continua, e solo lentamente si andrà attenuando, l'esu- 
beranza del tonnellaggio mondiale, in confronto alla domanda 
di trasporti marittimi. 

Sembra pertanto probabile: 

che sia per restringersi ulteriormente l'attività dei can- 
tieri, fatta eccezione per le costruzioni di quei pochi tipi di 
navi (per esempio navi per passeggeri di classe superiore), 
dei quali v'è ancora richiesta; ' 

che i noli non siano per rialzarsi molto, anche nel- 
l'eventualità d'una attiva ripresa dei traffici. 

Quanto. all'Italia, sembra potersi prevedere una riduzione 
dei cantieri ed una sosta nell'aumento della flotta, a prescin- 
dere dal compimento delle costruzioni in corso. 




FINANZE PUBBLICHE 




'anno che ora si chiude ha segnato fatti politici di 
fondamentale importanza per l'assestamento delle 
nostre finanze. Hanno avuto fine le controversie 
sui confini d'Italia; è stato di molto ristretto l'in- 
tervento dello Stato nelle attività industriali e mercantili. Chi 
non sia, per deliberato proposito o per invincibile propensione, 
pessimista, deve riconoscere che negli ultimi dodici mesi l'oriz- 
zonte si è schiarito. Ma la situazione presente, lungi dall'es- 
sere normale, è ancora irta di ostacoli e di pericoli, che non 
vanno dissimulati. 

Nel bilancio dello Stato il reale disavanzo dell'esercizio 
1920-21 si accosta ai 12 miliardi di lire; quello del 1921-22 
sembra debba stare fra i 4 e i 6 miliardi. Pur tenuto conto 
delio svilimento della moneta, questi disavanzi appariscono 
gravi e distolgono dal facile ottimismo. 

I bilanci degli enti locali non sono meno dissestati. Ogni 
giorno si aprono nuove falle in queste mal galleggianti navi- 
celle ; e taluna minaccia di affondare. Non pochi Comuni — 
e fra questi taluno dei maggiori — sono imbarazzati a far 
fronte ai propri impegni. 

Le spese dello Stato nell'esercizio 1920-21 hanno rag- 



JMORTARA, Prospettive economiche. 



338 FINANZE PUBBLICHE 

giunto la colossale somma di 31 miliardi. Per il 1921-22 si 
prevede una spesa complessiva di circa 23 miliardi. Molto 
probabilmente si giungerà, invece, almeno a 25 miliardi; in 
ogni modo è sperabile una riduzione di 4 o 5 miliardi in 
confronto al precedente esercizio. 

Le entrate dello Stato hanno superato i 2 1 miliardi nel passa- 
to esercizio; sono previste in poco più di 18 miliardi per l'eser- 
cizio in corso, ma è probabile che oltrepassino la previsione. 

Questi dati complessivi, per la retta interpretazione dei 
quali dovremmo ricorrere ad un'infinità di avvertenze conta- 
bili, non forniscono una compiuta idea della situazione finan- 
ziaria. Senza addentrarci in una minuta analisi, ci fermeremo 
su alcuni aspetti di questa situazione, che ci sembrano più 
importanti. 

* 
* * 

Cominciamo dalle spese. 

Le spese militari tendono nettamente a diminuire. Nel 
consuntivo dell'esercizio 1920-21 figurano ancora 5,1 miliardi 
di spese militari, per 3 miliardi aventi carattere straordinario. 
Per il 1921-22 la previsione riduce a 3,2 miliardi la spesa 
complessiva dei ministeri militari e ad 1,5 miliardi la parte 
straordinaria di essa. Per il 1922-23 si prevedono 2,5 miliardi 
di spese, delle quali 0,6 miliardi di carattere straordinario. 
Anche tenuto conto della probabile eccedenza delle spese 
reali sulle previsioni, sembra potersi fondatamente sperare una 
discreta diminuzione. 

Tendono pure a diminuire altre spese straordinarie, deri- 
vate direttamente dalla guerra, che gravano sui bilanci di vari 
ministeri : così quella per il risarcimento dei danni di guerra, 
che ascende ancora a 1,8 miliardi nell'esercizio in corso. 

prediamo invece che non possa rapidamente diminuire la 
spesa per le pensioni militari (1,7 miliardi, nell'esercizio in 
corso), poiché probabilmente il vantaggio finanziario derivante 
dalla progressiva eliminazione dei già pensionati sarà ancora 



FINANZE PUBBLICHE 339 

-per qualche tempo soverchiato dall'onere della concessione di 
nuove pensioni. Questa spesa potrà forse salire a 2 miliardi 
■ annui nel prossimo avvenire. 

* 

Un altro complesso di spese che tende, ancor più rapi- 
damente, a diminuire è quello degli approvvigionamenti. Una 
serie di provvedimenti intesi a mitigare il costo della vita — 
e specialmente il mantenimento di. un prezzo politico per il 
pane — avevano aperto un vasto baratro nel bilancio dello 
Stato. Ma col prossimo esercizio finanziario sarà completa- 
mente soppressa l'azienda statale degli approvvigionamenti, che 
ha concorso per oltre quattro miliardi e mezzo al disavanzo 
dell'esercizio 1920-21 e concorre ancora per mezzo miliardo a 
quello dell'esercizio in corso. L'eliminazione di questo gravis- 
simo onere per il pubblico bilancio è stata resa possibile special- 
mente dalla rapida discesa avvenuta, durante lo scorso anno gra- 
nario, nei prezzi del frumento sui mercati esportatori, i quali si 
sono grandemente avvicinati, come abbiamo mostrato nel capi- 
tolo " Grano „, ai prezzi interni di requisizione. Senza questa 
fortunata circostanza, la legge entrata in vigore nella prima- 
vera dèi 1921 per l'aumento del prezzo del pane avrebbe 
attenuato ma non eliminato il disavanzo derivante dagli approv- 
vigionamenti. 

Dovranno anche diminuire, nei prossimi esercizi, gli oneri 
derivanti dalla sistemazione delle spese fatte all'estero nei 
decorsi anni, oneri che sono menzionati, ma non indicati con 
precisione nei documenti parlamentari. 

L'intervento dello Stato nella gestione del traffico marit- 
timo — altro non trascurabile fattore del disavanzo — si va 
gradualmente eliminando*; d'altra parte l'onere di tale inter- 



* Sono già stati restituiti agli armatori, al 31 dicembre 1921, 79 piroscafi di 
410 mila tonnellate di stazza lorda, che ancora tre mesi or sono erano tutti noleg- 
giati allo Stato. 



340 FINANZE PUBBLICHE 

vento si è alquanto ridotto per il forte ribasso avvenuto nei 

prezzi dei carboni. 

* 
* * 

Meno chiaro si presenta l'avvenire per ciò che riguarda 
la gestione dei principali servizi pubblici di carattere indu- 
striale : ferrovie, poste, telegrafi, telefoni. 

Sulla situazione delle ferrovie ci siamo già intrattenuti nel 
capitolo " Trasporti terrestri „ ; qui basterà ricordare che senza 
una severa eliminazione delle decine di migliaia di agenti 
esuberanti ai bisogni ed alla potenzialità dell'azienda di Stato, 
sembra difficile evitare nel prossimo avvenire nuovi disavanzi. 
D'altronde le grandi spese, che appariscono necessarie per la 
trasformazione ed il perfezionamento degli impianti e del ma- 
teriale, graveranno il passivo del bilancio senza trovar com- 
penso, almeno immediato, in un miglioramento dell'attivo. 

Anche per la gestione dei servizi postali, telegrafici e tele- 
fonici sono urgenti grandi lavori, specialmente negli impianti. 
Quest'azienda statale ò anch'essa sovraccarica di personale non 
eccessivamente laborioso né soverchiamente disciplinato. Tut- 
tavia l'aumento delle tariffe, non ancora adeguate allo svili- 
mento della moneta*, potrebbe portare un efficace contributo 
all'avviamento del bilancio dell'azienda verso l'equilibrio. 

* 

Un'altra categoria che ha subito un forte aumento è quella 
delle spese per la sicurezza pubblica. La sola somma delle 
retribuzioni agli 86 mila agenti ** ha superato 600 milioni 
di lire nello scorso esercizio ed aumenterebbe ancora se il 
numero di questi agenti fosse portato a 100 mila, in cor- 



* In relazione allo svilimento della moneta, si dovrebbero pagare per raffraucazione 
della lettera diretta all'interno 60 o 70 centesimi, invece di 40; per la lettera diretta 
all'estero 2 lire invece di 80 centesimi. 

** 61 mila Carabinieri e 25 mila Guardie, compresi gli ufifìciali. 



FINANZE PUBBLICHE 341 

rispondenza ai ruoli organici. L'attuale stato d'animo delle 
popolazioni italiane non lascia sperare prossimo un allevia- 
mento della spesa per la sicurezza pubblica. 

* 

Le retribuzioni al personale dipendente dallo Stato costi- 
tuiscono una cospicua spesa, la quale sembra destinata a cre- 
scere, piuttosto che a diminuire, nell'avvenire immediato. Per 
avere un'idea dell'ammontare di essa, consideriamo da una 
parte la spesa annua effettiva corrispondente agli stipendi e 
salari del personale in servilo (3.320 milioni di lire), dal- 
l'altra parte la spesa incontrata nell'esercizio 1920-21 per altre 
retribuzioni speciali o straordinarie al personale stesso (2.310 
milioni di lire). Il metodo è un po' grossolano, ma è forse 
il meno peggio che possa praticamente applicarsi. 



Retribuzioni (milioni di lire) 



Amministrazioni militari e corpi armati . 
Amministrazioni dei servizi di comunicazione §. 
Altre amministrazioni 



ordinarie 


straordinarie e speciali 


807 


645 


1.857 • 


I.04I 


65Ó* 


624* 



Da questi dati sommari appare evidente come la così detta 
riforma della burocrazia, per arrecare sensibile sollievo al bilan- 
cio dello Stato, non dovrebb'essere limitata al ristretto campo 
delle amministrazioni comprese nell'ultima categoria, anzi 
dovrebbe essere estesa alle amministrazioni dei servizi di comu- 
nicazione, e — dov' è possibile — a quelle militari. 

Sull'efficacia di questa riforma sembra però lecito essere 
scettici, mentre si scorge che ogni modesto conato dei go- 
verni, inteso a sopprimere uffici od a licenziare impiegati su- 



§ Benché le Ferrovie dello Stato abbiano un bilancio autonomo, comprendiamo qui 
le loro spese per il personale, che indirettamente gravano anch'esse sul bilancio dello Stato. 

* Compresi 78 milioni di retribuzioni ordinarie e 62 milioni di f-etribuzioni straor- 
dinarie e speciali agli operai dipendenti dal Ministero delle Finanze (aziende dei tabacchi, 
<iei sali, ecc.). 



342 FINANZE PUBBLICHE 

perflui, urta in ostacoli insuperabili, per la tenace opera di- 
protezione degli interessi di classe o dei così detti interessi 
locali, — interessi tutti opposti a quelli della collettività — ,. 
che è la più costante occupazione e preoccupazione dei no- 
stri uomini parlamentari. 

* 
* * 

Ma il peso più grave che incombe sul bilancio dello Stato 
è quello degli interessi del debito pubblico. Esso è asceso a 
4,2 miliardi nell'esercizio 1920-21, secondo gli accertamenti 
provvisori, e supererà i 4,7 miliardi nell'esercizio 1921-22, 
secondo le previsioni del Ministro del Tesoro. Temiamo che 
tali accertamenti provvisori e tali previsioni siano alquanto 
inferiori al vero * ; sicché in cifra tonda stimiamo a circa 
5 miliardi nel corrente esercizio, a circa 5,5 miliardi nel 
prossimo, la spesa per interessi del debito pubblico. 

Al 31 ottobre 192 i la somma dei debiti dello Stato emessi 
all' interno supera gli 89 miliardi di lire carta, la somma dei 
debiti verso l'estero si accosta ai 21 miliardi di lire oro, cor- 
rispondenti oggi a circa 90 miliardi di lire carta. La riparti- 
zione di questi debiti è la seguente : 

31-X 31-X Variazione 

1920 1921 

Debiti anteriori al i*^ agosto 1914 . milioni di lire 13.439 13.394 — 45 

Nuovi debiti (^r(?^tò« ^ consolidati . » 33-951 34-457 ~j~ 5*^*^ 

nazionali) . . , ' redimibili. . » 1-499 ^^-499 — 

Buoni del Tesoro triennali, quinquen- 
nali e settennali » 4-570 5-^99 -f- 1.129 

Buoni del Tesoro ordinari .... » 10.740 22.997 -j- I2.257 

Circolazione di Stato (esclusi i buoni 

di cassa) » 2.269 2.267 — - 

Circolazione bancaria per conto dello 

Stato » 10.940 8.381 — 2.559 

Fondi della Cassa Dep. e Prest: in 

conto corrente fruttifero ... » 572 644 4- 72 

Totale DEBITO INTERNO milioni di lire carta. . . 77.980 89.338 -\- ir. 358 

Debiti verso l'estero milioni di lire oro. . . 20.594 20.964 -|- 370 

* Negli accertamenti provvisori figurano soli 575 milioni d'interessi sui buoni del' 
tesoro ordinari, per il 1920-21, mentre, data la massa di buoni in circolazione, dovrebbe 
figurarvi una somma assai maggiore : forse un miliardo, o più. Un'analog?i correzione va 
introdotta nella previsione per il 1921-22. 



FINANZE PUBBLICHE 343 

Il debito fruttifero interno ascende a circa 79 miliardi di 
lire carta ; gli interessi si aggirano sui 4 miliardi di lire carta. 
Il debito fruttifero estero si approssima a 2 1 miliardi di lire 
oro: gli interessi ascendono a 1.053 niilioni di lire oro, cor- 
rispondenti a circa 4,5 miliardi di lire carta. Nelle previsioni 
del Ministro del Tesoro, per il presente e per il prossimo 
esercizio, è calcolato a circa un miliardo di lire carta l'am- 
montare degli interessi da pagare su questi debiti verso Peste-' 
ro, col che si presuppone sospeso il pagamento degli interessi 
su quattro quinti dei debiti stessi. Se ciò non accadesse, ben 
tre miliardi e mezzo di nuovo onere verrebbero a pesare sul 
passivo del nostro bilancio. 

* * 

Abbiamo già espresso nelle " Prospettive, 192 i „ la nostra 
opinione che questi debiti esteri rappresentino una macchia per 
i paesi creditori, i quali, avvantaggiatisi del sangue italiano, 
troppo largamente sparso per conseguire una vittoria della 
quale essi principalmente hanno goduto i frutti, non ebbero 
ritegno a mercanteggiare il loro aiuto finanziario per ìl con- 
seguimento del fine comune. 

Sembra, purtroppo, che i nostri uomini di Stato si siano 
fondati, invece, sopratutto sulla impossibilità in cui .si trova 
l'esausta economia italiana di sopportare l'ingente peso degli 
interessi di questi debiti, per richiedere agli ex-alleati qualche 
mitigazione di trattamento. Ed è doloroso intuire che sia stato 
chiesto come grazia quello che sarebbe stato da esigere come 
doveroso contributo di chi meno ha combattuto e sofferto. 

È doloroso notare come cresca, nel tempo, l'esitazione del 
nostro Governo a dir chiaramente il sentimento del paese. 

Nel dicembre 1919 il Ministro del Tesoro, on. Schanzer, 
proclamava alla Camera dei Deputati: "L'Italia senza dub- 
bio osserverà i suoi impegni verso gli Stati che P hanno assi- 



344 FINANZE PUBBLICHE 

stita finanziariamente durante la guerra, ma dobbiamo anche 
confidare che questi Stati terranno conto della difficile situa- 
zione finanziaria in cui si trova il nostro paese e che quindi 
vorranno venire con noi ad opportuni accordi, che, pur senza 
sacrificio dei loro legittimi interessi, ci permettano di risol- 
vere il problema dell'equilibrio del nostro bilancio e del risol- 
levamento della nostra economia nazionale „. 

Nel dicembre 1920 il Ministro del Tesoro, on. Meda, di- 
ceva, più ambiguamente : "... è lecito attendere che per il 
debito verso l'estero potrà essere studiata una soluzione od un 
regolamento che tensca conto della sua natura e della sua 
origine „ . 

Nel dicembre 192 1 il Ministro del Tesoro, on. De Nava, 
si mostra anche più prudente : " Nessuna parola io dirò in- 
torno ai debiti all'estero, perchè la soluzione di questo deli- 
catissimo problema, che deve essere prima elaborata dalla 
coscienza dei popoli, e maturata nella pubblica opinione, e 
nelle trattative dei governi, non si avvantaggia da discussioni 
e da dichiarazioni premature. Io ripeterò quanto dissi già 
nelle mie dichiarazioni del 26 luglio, cioè che in ogni caso 
la soluzione di questo problema non potrebbe entrare nel qua- 
dro di una previsione che si limita ad un periodo di tre o 
quattro anni avvenire „ . 

Invece i nostri governanti sono sempre- stati pronti a di- 
chiarare la più completa sfiducia nell'adempimento delle ob- 
bligazioni di carattere economico assunte dagli Stati vinti per 
conseguenza dei trattati di pace. Per esempio, nella citata 
esposizione finanziaria, l'on. De Nava assicura al Parlamento 
che nel nostro bilancio " la entrata in conto di riparazioni 
dagli Stati ex-nemici è contenuta in modesti limiti, tali da 
non farci temere grandi delusioni all'atto della sua effettiva 
liquidazione „ . 



FINANZE PUBBLICHE 345 



* * 



Ma, poiché del debito estero non è opportuno parlare, 
guardiamo un po' il debito interno. 

In un anno, dall'ottobre 1920 all'ottobre 192 1, il debito 
fruttifero si è accresciuto di circa 14 miliardi. È stata ristretta 
di due miliardi e mezzo la circolazione di Stato o per conto 
dello Stato — restrizione, purtroppo, in gran parte appa- 
rente — ; ma in compenso è aumentato di oltre 1 2 miliardi 
Panìmontare della più pericolosa categoria di debiti : quella 
dei buoni del tesoro ordinari. 

L'esclusione dei buoni del tesoro dall'obbligo della nomi- 
nativith, imposto, almeno in teoria, per altre specie di titoli 
di credito ; la depressione di alcune industrie, che ha distolto 
i risparmiatori dagli investimenti in titoli industriali; l'in- 
fluenza esercitata dallo Stato su grandi istituti di credito e 
d'assicurazione ; l'obbligo, da esso imposto ad alcune catego- 
rie di suoi creditori, di accettare i-n pagamento buoni invece 
che carta moneta, hanno consentito il collocamento di ingen- 
tissime quantità di buoni del tesoro ordinari. Senza dubbio, 
questa forma di indebitamento è meno dannosa, entro certi 
limiti, dell'emissione di biglietti di banca, perchè non con- 
corre allo svilimento della moneta finché il buono viene con- 
siderato dal possessore come una forma d' investimento del 
risparmio. Ma, dì mano in mano che ne aumenta la mole, 
le emissioni di buoni del tesoro si differenziano sempre meno 
da quelle di carta moneta, perchè o i buoni stessi vengono 
direttamente adoperati come mezzo di pagamento, o vengono 
impiegati per ottenere, direttamente o indirettamente, dalle 
banche di emissione, anticipazioni, le quali conducono neces- 
sariamente all'emissione di carta moneta. Questa emissione 
figura bensì nelle situazioni delle nostre banche come corri- 
spondente ai bisogni del commercio; in realtà non è che 



^346 FINANZE PUBBLICHE 

una forma indiretta, ma non perciò meno dannosa, di emis- 
sione di biglietti per conto dello Stato. 

Anche a prescindere da queste considerazioni, è evidente 
che i buoni del tesoro ordinari costituiscono la forma più 
pericolosa di indebitamento, perchè pongono lo Stato di fronte 
all'eventualità di dover rimborsare, entro brevissimo termine,, 
somme ingenti, senz'altro mezzo possibile che quello di accre- 
scere la circolazione. Basterebbe un fondato, od infondato, 
timore di gravezze fiscali, od una vivace ripresa dell'attività 
industriale e quindi dei corsi dei titoli, o invece un aggrava- 
mento della depressione ed una sosta nell' incremento del ri- 
sparmio nazionale, per porre lo Stato italiano avanti a code- 
sta eventualità. 

Per evitare una scossa, che potrebbe recare irreparabile 
danno alla pubblica finanza, non vediamo altro mezzo che la 
trasformazione di una gran parte del debito fluttuante a 
brevissima scadenza, in debiti a scadenza meno breve, o 
consolidati. Ma una siffatta trasformazione — che non può 
essere eseguita coattivamente senza equivalere ad una dichia- 
razione di fallimento dello Stato — incontra in questo mo- 
mento gravi ostacoli. 

Primo fra questi, il diffuso timore dell'applicazione ai titoli 
di Stato della nominatività obbligatoria, timore in parte giu- 
stificato, poiché i titoli del debito consolidato sono già per 
legge sottoposti a codesto obbligo, e manca soltanto — e 
forse mancherà sempre — il regolamento cui spetta fra altro 
stabilire le modalità della trasformazione dei titoli al porta- 
tore in nominativi e le nuove forme di trasferimento dei titoli 
nominativi. Lo spavento della nominatività che regna fra i con- 
tribuenti italiani non è soltanto suscitato dal biasimevole ram- 
marico per la maggiore difficoltà che questa riforma op- 
porrebbe alle frodi al fisco ; ma anche e sopratutto dalla 
giustificabile preoccupazione per le noiose e lunghe formalità, 
che sarebbero richieste per i trasferimenti. 



FINANZE PUBBLICHE 347 

Un secondo ostacolo al consolidamento del debito flut- 
tuante sta nell'altra preoccupazione, non senza ragione assai 
diffusa anch'essa, che lo Stato, per attenuare i pesi gravanti 
sul suo bilancio, abbia un giorno a ridurre coattivamente il 
saggio d' interesse del debito pubblico. Esortazioni a questo 
passo non sono mancate in Parlamento : e per quanto finora 
il Governo non le abbia mai prese in seria considerazione, esse 
non mancano di esercitare grande influenza sul pubblico. Si 
giustifica la propost-a, osservando che sui prestiti, ricevuti in 
moneta svilita, lo Stato paga, o pagherà,' interessi in moneta 
meno svilita. Fino ad oggi, l'osservazione è inesatta : lo Stato 
paga in moneta più svilita di quella che ha ricevuto. E se, 
in avvenire, l'osservazione calzerà, si cercherà allora come 
provvedere, senza che occorra gettare oggi l'allarme fi'a i 
risparmiatori, mentre preme invitarli a nuovi sacrifizi. 

Altri ostacoli, non insuperabili, derivano dall'attuale con- 
dizione del mercato monetario italiano, la quale richiederebbe 
che fosse reso più fluido, invece che cristallizzato, il risparmio 
nazionale, e da altre circostanze secondarie, che qui non im- 
porta ricordare *. 

Minori difficoltà s'incontrerebbero per trasformare in buoni 
del tesoro a scadenza relativamente lunga — cinque, sette, e 
forse dieci anni — una parte del debito a brevissima sca- 
denza. Il rapidissimo assorbimento dei buoni settennali a pre- 
mio al 5 7o? ^6Ì quali è stato emesso un miliardo di lire nello 
scorso esercizio — ha dimostrato che il pubblico accoglie 



* Incontrerebbe forse buon successo l'emissione di un nuovo prestito al 3,50 *"/(,,. 
che consentisse ai possessori di consolidato 5 "/q di convertire i loro titoli in titoli di 
valore nominale alquanto superiore (p. es. nel rapporto di 100: ilo) del nuovo prestito. 
Unificato il saggio del consolidato, scomparirebbe il timore, oggi assai diffuso, della pos- 
sibilità di un diverso trattamento per i possessori di titoli dei vecchi e dei nuovi pre- 
stiti, e sarebbe incoraggiata la trasformazione di crediti a breve scadenza in crediti perr 
petui. Del resto la sola riduzione al 3,50 ^'/q del consolidato 5 "/q, con un premio del 
lo°/„ del valore nominale ai possessori di titoli convertiti, cioè in sostanza la conver- 
sione al saggio del 3,85 "/„ sull'originario valore nominale, recherebbe al bilancio dello 
Stato un sollievo di circa 400 milioni all'anno, per il minor onere dei pagamenti d'interessi. 



348 FINANZE PUBBLICHE 

volontieri questa forma d'investimento. Noi crediamo che, se 
anche fosse ridotto al 4 o al 3,50 7o i^ saggio d'interesse, 
ma fossero in compenso molto aumentati i premi, specialmente 
i maggiori, potrebbero collocarsi sul mercato italiano parec- 
chi miliardi di buoni a lunga scadenza. Innumerevoli posses- 
sori di buoni ordinari sarebbero allettati a tentar la sorte 
con lieve sacrifizio. 

Comunque sia per provvedere il Governo, è certo che nel 
corrente esercizio il debito dello Stato dovrà crescere ancora, 
e sarebbe già molto che l'aumento fosse contenuto entro i 
limiti dei cinque miliardi, che si annunziano, di disavanzo. 

* 

L'enorme aumento del debito pubblico costituisce per il 
paese un danno assai più grave di quanto sembri a primo 
aspetto. Salve piccolissime trazioni, le somme raccolte dallo 
Stato vengono destinate al soddisfacimento di bisogni attuali 
della collettività, e non investite produttivamente. Per i sin- 
goli risparmiatori esse costituiscono risparmio, ma per la col- 
lettività costituiscono una spesa, compiuta attraverso l'eco- 
nomia pubblica invece che attraverso le economie private. 

La Cassa Depositi e Prestiti, cui affluiscono i depositi delle 
casse di risparmio postali, li trasforma per la massima parte 
in titoli del debito pubblico. Altrettanto fanno le casse di 
risparmio private. Gli stessi istituti di credito liberi hanno in 
portafoglio miliardi di buoni del tesoro. 

L' incremento del risparmio nazionale è, per la maggior 
parte, mera apparenza. Dal 30 giugno 1914 al 30 giugno 
192 1 i depositi a risparmio, in conto corrente ed in buoni 
fruttiferi presso istituti di credito o di risparmio, pubblici o 
privati §, sono aumentati da 2.800 a 26.600 miliardi. Non è 



§ I 26.618 milioni di lire di depositi, al 30 giugno 1921, si suddividevano cosi: 
■casse di risparmio postali 7.869 milioni, casse di risparmio ordinarie 7.476, istituti di 



FINANZE PUBBLICHE 349> 

temerario supporre che dei 24 miliardi d'aumento una quin- 
dicina siano sfumati, tramutandosi in titoli di Stato; e qual- 
che altro miliardo abbia subito la stessa sorte, tramutandosi 
in prestiti di consumo ad altre pubbliche amministrazioni *. 

* 
* * 

Le notizie che abbiamo riferite intorno all'aumento dei 
debiti dello. Stato mostrano qual profonda divergenza sia in- 
terceduta tra lo sviluppo delle spese dello Stato e quello dei 
suoi redditi, e rendono manifesto come la pressione tributa- 
ria sia aumentata in misura molto minore di quella in cui 
aumentavano i bisogni pubblici. 

Negli ultimi anni di pace si poteva calcolare a 20 mi- 
liardi di lire il reddito annuo complessivo degli Italiani ; un 
quinto di questa somma — 4 miliardi — era prelevato e ridi- 
stribuito dallo Stato, dai Comuni e dalle Provincie. Dedotte 
dai quattro miliardi le somme corrispondenti ad accensione 
di debiti patrimoniali, ai proventi di esercizi pubblici di ca- 
rattere industriale venduti a prezzo equivatlente od inferiore 
al costo, al costo di produzione delle merci vendute dallo 
Stato a prezzi dì monopolio, e ad altre minori partite, il 
vero e proprio carico tributario si riduceva a due miliardi e 
mezzo, cioè ad un'ottava parte della somma dei redditi privati. 

Nell'esercizio 1920-21, sopra un reddito collettivo di al- 
meno 80 miliardi * sono stati prelevati e ridistribuiti dalla pub- 



credito ordinari 5.612, banche popolari e cooperative 3.666, istituti di emissione 997, 
monti di pietà' 554, casse rurali 444. 

* Noi^ si attribuisca alle cifre del testo altro significato che quello di indicazioni 
largamente approssimative. Diamo qui qualche dato preciso. 

La sola Cassa Depositi e Prestiti aveva al 31 dicembre 1920 fra le sue attività (senza 
tener conto degli effetti in deposito) 6,4 miliardi di titoli di rendita e 2,3 miliardi di 
crediti verso comuni, provincie, consorzi ed altre amministrazioni pùbbliche. 

Alla stessa data le dieci maggiori Casse di risparmio private avevano investiti circa 3, 
miliardi in titoli del debito pubblico. 

Alla fine del 192 1 sono aumentati di almeno 2 miliardi, in complesso, gli investi- 
menti in titoli di Stato degli enti sopra ricordati. 



350 FINANZE PUBBLICHE 

blica amministrazione circa 32 miliardi, cioè i due quinti. Ma 
il vero e proprio carico tributario, calcolato nel modo dianzi 
indicato, si riduce a una dozzina di miliardi, cioè ad una set- 
tima parte del reddito sul quale è stato operato il preleva- 
mento. 

Nell'esercizio 1921-22, sopra un reddito collettivo di circa 
70 miliardi* il carico tributario si può calcolare a 14 miliardi, 
cioè ad un quinto. 

Confermiamo, pertanto, la nostra opinione esposta nelle 
'" Prospettive 1921 „, e da più parti vivacemente combattuta, 
che la pressione tributaria in Italia sia ancora abbastanza smo- 
derata. È superfluo avvertire che intendiamo riferirci alla pres- 
sione tributaria media : non sì può negare che una parte dei 
contribuenti pieghi sotto il grave peso dei tributi ; ma ancor 
meno si può dubitare che un'altra parte dei contribuenti pro- 
ceda troppo leggera. La schiera di questi imboscati del do- 
vere tributario è molto più grande di quella dei valorosi che 
non vogliono, o sovente non possono, sottrarsi all' ingrato 
dovere. E perciò chi ama l' immaginosa retorica esalti pure 
l'eroismo di alcuni contribuenti, ma per carità non parli di 
eroismo del contribuente italiano ! 

* 

Invero i cittadini avrebbero potuto dare allo Stato, in 
questi ultimi anni, molto più di quello che hanno dato, nella 
forma di tributi. 



* Calcoliamo con criteri di grande parsimonia il reddito degli Italiani, che studiosi 
specialmente periti in questa materia ritengono superiore ai loo miliardi. 

Per vedere come sia modesta la valutazione, basti considerare che le sole retribuzioni 
di 12 milioni di lavoratori manuali adulti, calcolate a 12 lire quotidiane a testa per 250 
giorni all'anno, raggiungono i 36 miliardi ; e avvertasi che in realtà i lavoratori manuali 
adulti sono probabilmente in numero almeno di 15 milioni e che 1' ipotesi sulla retribu- 
zione quotidiana è prudente. Calcolando 15 milioni di lavoratori a 15 lire quotidiane 
per 230 giorni si giungerebbe ad una somma di 56 miliardi per le sole retribuzioni del 
lavoro manuale. 



FINANZE PUBBLICHE 351 

Calcoliamo § che nel settennio finanziario dal 19 14-15 al 
.1920-21 il carico tributario complessivo, computato per i 
soli tributi allo Stato, nel modo indicato poc'anzi, sia stato 
di 34 miliardi. Nello stesso periodo, il ricavato dei prestiti 
collocati all'interno* ha superato i 56 miliardi (31 a lunga 
scadenza, 25 a breve scadenza) e l'aumento della circolazione 
dì Stato e per conto dello Stato ha superato i io miliardi, 
che si riducono forse a 8 tenendo conto dei biglietti emi- 
grati all'estero **. Non tutti questi 64 miliardi che gli Italiani 
hanno sottratto al soddisfacimento dei loro bisogni immediati 
avrebbero potuto conseguirsi dallo Stato nella forma di im- 
poste, che l'onere troppo grave avrebbe scoraggiato la pro- 
duzione dei redditi ; nia certamente una discreta frazione 
dell' ingente somma — forse 20, fors'anche 30 miliardi — 
avrebbe potuto essere spremuta ai contribuenti, con grande 
vantaggio della collettività. 

Se consideriamo il solo esercizio finanziario 1920-21, ve- 
diamo che, di fronte a una dozzina di miliardi di carico tri- 
butario statale, provinciale e comunale, stanno 6 miliardi di 
aumento dei depositi a risparmio, 4 miliardi d' investimenti 
netti in titoli azionari, 14 miliardi d' investimenti netti in titoli 
del debito pubblico. Queste ultime cifre non si possono som- 
mare, per le evidenti interferenze e duplicazioni, tuttavia val- 
gono ad attestare che l'eroico contribuente italiano è riuscito 
a sottrarre più d' una quindicina di miliardi ai suoi bisogni 
immediati per investirli in forme per lui produttive. Ma 
poiché di tali forme d' investimento la maggior parte sono 
improduttive per la collettività, meglio assai sarebbe stato se 
una buona frazione delle somme esuberanti ai bisogni attuali 
fosse stata prelevata mediante imposte. 

§ Tutte le cifre esposte sono da considerare di larghissima approssimazione. 

* Cioè le somme realmente riscosse dallo Stato, non il valore nominale dei titoli 
emessi. 

** Nello stesso periodo lo Stato ha ottenuto circa 34 miliardi di lire dall'estero in 
^varie forme. 



00' 



FINANZE PUBBLICHE 



* 

* * 



Non ci fermeremo a lungo sulle entrate dello Stato. Un 
serio esame analitico di queste esigerebbe una più che su- 
perficiale conoscenza della materia imponibile ; mentre, pur- 
troppo, una rilevazione dei patrimoni- e dei redditi degli ita- 
liani né esiste, né appare attuabile nella presente condizione 
di disfacimento degli organi statistici governativi. 

Le entrate principali dello Stato * sono aumentate da due 
miliardi e un quarto nell'esercizio 19 13-14 a circa undici mi- 
liardi e mezzo nel 1920-21. Probabilmente aumenteranno an- 
cora nel 1921-22, ma sembra difficile che possano superare i 
quattordici miliardi. 

Nell'esercizio 1920-21 le imposte dirette hanno reso 3.968 
milioni di lire, dei quali 2.016 milioni ottenuti dalle imposte 
sui sopraprofitti e sugli aumenti di patrimonio derivati dalla 
guerra. Oltre metà del getto di queste imposte è ricavata 
dunque da cespiti che verranno prestissimo a cessare ; e non 
è sicuro che la scomparsa di questi possa venir compensata 
dal migliore accertamento dei redditi imponibili, cui dovrebbe 
condurre il nuovo assetto delle imposte sul reddito. Era- 
vamo stati facili profeti nel prevedere che l'attuazione di tal 
assetto, già rinviata al 1° gennaio 1922, sarebbe stata ulte- 
riormente rimandata* per ora è prorogata al i" gennaio 1923, 
ma bisogna essere dotati di molta fede per non temere altri 
rinvii. Intanto l' imposta sui fondi rustici, l' imposta di ric- 
chezza mobile riscossa per ruoli, l'imposta complementai-e sui 
redditi, restano inadeguate all'imponibile, poiché ne colpi- 
scono soltanto una modesta frazione. L'imposta sul patrimonio 
potrà dare certamente in avvenire un getto assai maggiore 
dell'attuale, se verranno integrati gli accertamenti del numero 



* Imposte dirette, imposte sui trasferimenti di ricchezza, imposte sui consumi, pro- 
vento lordo dei monopoli industriali e commerciali e dei servizi postali, telegrafici e tele- 
fonici, tasse sul traffico ferroviario. 



FINANZE PUBBLICHE 353 

e dell'ammontare dei patrimoni soggetti all'imposta, accerta- 
menti finora estremamente lontani dal vero. 

Le imposte sui trasferimenti di ricchezza hanno reso, nel- 
1' ultimo esercizio, 1.748 milioni. Notiamo che l'imposta sulle 
successioni, nonostante l' inasprimento delle aliquote, ha frut- 
tato soli 181 milioni, mentre è da presumere che il valore 
dei beni trasferiti a causa di morte non sia stato inferiore ai 
4 miliardi. Anche qui il getto del tributo è assolutamente 
inadeguato al valore imponibile. Altre imposte di questa cate- 
goria sembrano invece ormai vicine al massimo limite tolle- 
rabile. 

Le imposte sui consumi hanno fruttato 1.490 milioni, dei 
quali 3 1 1 ottenuti dalla nuova imposta sul vino : imposta, 
questa, che presenta possibilità di largo sviluppo, contrastate 
dalla difficoltà dell'applicazione ad una massa di contribuenti 
abituata in gran parte ad ignorare le carezze del Fisco. 

I monopoli industriali hanno dato 3.013 milioni, dei quali 
2.435 ottenuti dai tabacchi. Non è improbabile un ulteriore 
aumento, benché l'estensione dei consumi e delle spese volut- 
tuarie sembri ormai vicina ad una sosta. 

I monopoli commerciali hanno reso 522 milioni. Ora sono 
stati soppressi, ma si otterrà, mediante imposte sul consumo, 
un provento netto corrispondente a quello che essi fornivano. 

I servizi postali, telegrafici e telefonici hanno reso 499 
milioni, somma destinata ad aumentare col prossimo rialzo 
delle tariffe ; le tasse sul traffico ferroviario hanno reso 99 
milioni, che non sembrano suscettibili di notevole aumento. 

Riassumendo : la sicura diminuzione di alcune imposte 
dirette, dipendenti da circostanze ormai superate, potrà tro- 
vare compenso, almeno parziale, nello sviluppo di altre imposte 
dirette, conseguito mercè il perfezionato accertamento del- 
l' imponibile. Alcune imposte indirette sembrano suscettibili 
d' ulteriore aumento. 



^MoRTARA, Prospettive economiche. 23 



354 FINANZE PUBBLICHE 



Prospettive. 

Lenta diminuzione nelle spese, aumentò nelle entrate dello 
Stato ; persistenza, almeno nel presente e nel venturo eserci- 
zio, d' un disavanzo, e conseguente necessità per lo Stato di 
ricorrere ancora al pubblico credito. 




MONETTI 




A recente miracolosa prolificazione del rublo in 
Russia, del marco in Germania, delle svariate co- 
rone nel centro d'Europa, ha rivelato agli occhi 
più ostinatamente ciechi le conseguenze della ec- 
cessiva moltiplicazione dei mezzi di pagamento, sui prezzi 
dei beni e dei servìgi. Come non v'è limite all'aumento della 
circolazione di carta moneta, così non v'è limite al conse- 
guente rialzo dei prezzi. 

L' Italia, pur non essendo tra i paesi che hanno maggior- 
mente abusato dell'emissione di carta moneta, si è servita dì 
tale pericoloso espediente con larghezza sufficiente per risen- 
tirne gravi conseguenze. 



* * 



Se, non variando la quantità degli scambi di beni e di ser- 
vigi che avvengono in un paese, viene accresciuta continua- 
mente la massa dei mezzi intermediari di tali scambi, tende 
a crescere continuamente la somma di mezzi di scambio ri- 
chiesta per l'acquisto d'una data quantità di merce o di un 
determinato servigio. Così oggi l'Italiano medio, guadagnando 



356 MONETA 

quattro o cinque volte tanto dì quel che guadagnava prima^ 
spende quattro o cinque con la stessa facilità con cui allora 
spendeva uno. È la concorrenza fra i compratori quella che 
determina tal risultato. 

Se, poi, i beni ed i servigi che si scambiano, invece di 
rimanere stazionari nella quantità come abbiamo supposto 
dianzi, si diradano, l'effetto dell'enfiagione monetaria, ossia 
della moltiplicazione dei mezzi di scambio, si aggrava, per la 
più intensa concorrenza che si anima tra i compratori. Anche 
questo accade da noi : tutti i dati che abbiamo esaminato, in- 
torno a vari aspetti dell'attività economica, indicano che nel- 
l'insieme la massa degli scambi del 1 921 dev'essere inferiore 
di uno o due decimi alla massa degli scambi del 191 3,. 

Di quanto è aumentata, in questo tempo, la circolazione 
monetaria italiana? Al 30 giugno 1914 erano in circolazione 
2,7 miliardi di lire di moneta cartacea, al 30 settembre 1921 
20,4 miliardi. La massa di moneta oggi in circolazione è sette 
volte e mezza maggiore che prima della guerra. Maggior mol- 
tiplicazione dimostrano altri mezzi di pagamento : i vaglia 
cambiari degli istituti di emissione e gli assegni circolari degli 
istituti di credito privato sono saliti da 0,25 a forse 2,5 mi- 
liardi di lire ;, i buoni del tesoro ordinari, che qualche volta 
sono anch'essi impiegati come surrogati della moneta, sono 
saliti da 0,4 a 23 miliardi di lire. 

* 

* * 

Abbiamo detto che coU'espandersi dei mezzi di scambio 
tendono a rialzarsi i prezzi. Molte circostanze possono agire 
in senso opposto, e perciò nascondere l' influenza della prima. 
Se, per esempio, mentre vien emesso un miliardo di nuovi 
biglietti, ne vengono sottratti alla circolazione due miliardi, 
mediante tesoreggiamento, potrà vedersi, nonostante l'aumento 
della circolazione, una discesa dei prezzi, perchè di fatto la 



MONETA 357 

•circolazione viene a restringersi. Quando in Italia l'applica- 
zione dell'imposta sul patrimonio e la minacciata nominati- 
vitk dei titoli persuasero molta gente che si potesse sfuggire 
al Fisco soltanto col tenere i propri risparmi in contante, av- 
venne appunto un fenomeno di tal genere. Quando la Ger- 
mania, emettendo a getto continuo miliardi di carta moneta, 
trova all'estero milioni di fedeli che la chiudono gelosamente 
nei loro forzieri, sperando di cavarne un giorno chi sa quali 
guadagni, accade un altro fenomeno analogo. 

Resta inteso, dunque, che un aumento della circolazione 
Unde a determinare, ma non determina necessariamente, un 
rialzo dei prezzi. Il prezzo d'un bene o d'un servigio è funzione 
d'un grandissimo numero di variabili, delle quali la quantità 
di moneta in circolazione non è che una. Ma è prepon- 
derante fra tutte, in questo senso, che col crescere indefini- 
tamente di essa finiscono col crescere indefinitamente i prezzi 
dei beni e dei servigi, comunque variino le altre ; si guardi 
la Russia, esempio estremo d'enfiagione monetaria, o si rilegga 
la storia degli asslgnats^ e si vedrà come ciò sia vero. 

* 
* * 

Non tutti i beni né tutti i servigi crescono di prezzo in 
ugual proporzione, con l'aumento della circolazione monetaria ; 
si può, anzi, dire che non si trovano due aumenti relativa- 
mente uguali. 

Ciò deriva in primo luogo dalle particolari vicende della 
domanda e dell'offerta dei singoli beni o servigi ; in secondo 
luogo dall'esistenza di certi freni al rialzo. 

La forma più evidente di freno è quella costituita dalla 
fissazione, dalla imposizione e dalla limitazione di prezzi ope- 
rata dai pubblici poteri. Crescesse o calasse la circolazione, 
non se ne risentiva il prezzo dei trasporti ferroviari in Italia 
finché lo Stato non credeva opportuno modificarlo ; non pò- 



) 358 MONETA 

teva risentirsene il prezzo del pane finché lo Stato obbligava 
il fornaio a venderlo a novanta centesimi ; non poteva risen- 
tirsene il prezzo di locazione delle case, finché lo Stato vie- 
tava al proprietario di aumentarlo ; non poteva risentirsene 
molto neppure il prezzo dell'uso del capitale azionario, fin- 
ché Io Stato limitava all'SVo i dividendi. 

Un'altra forma di freni, spesso accessoria alla precedente 
ma talvolta anche indipendente, consiste nelle limitazioni al 
commercio arrecate dai pubblici poteri. Quando si vieta l'espor- 
tazione dì una merce dal territorio dello Stato, o se ne vieta 
lo spostamento da regione a regione, o se ne regola, mediante 
contingentamento o razionamento, il consumo, si esercita un'in- 
fluenza modificatrice sui prezzi, anche se questi non sono già 
stati fissati o limitati dai pubblici poteri, nel qual caso le re- 
strizioni del commercio hanno il principale scopo di rendere 
efficaci le limitazioni dei prezzi evitando che vengano eluse *. 

Freni che pìh facilmente sfuggono all'osservazione son 
quelli che derivano dalla permanenza delle condizioni stabi- 
lite in certi contratti. Così il prezzo di locazione del capi- 
tale, che viene corrisposto ai possessori di obbligazioni; emesse 
da imprese industriali o commerciali, rimane immutato attra- 
verso i più colossali aumenti della circolazione. Così in un 
paese dove sia largamente diffiisa la consuetudine dell'affitta 
delle terre, con contratti della durata di alcuni anni, il prezzo 
di locazione di molti terreni può restare immutato per lungo- 
tempo, nonostante un aumento, anche grandissimo, della cir- 
colazione. Una restrizione analoga incombe su tutte le retri- 
buzioni dei locatori d'opera a lungo termine o a termine in- 
definito,, quali sono molti pubblici funzionari. Per i locatori 
d'opera a termine più breve la restrizione sussiste pure, ben-^ 



* Non soltanto gli scambi di merci ma anche gli scambi di servigi possono cosi 
venir limitati d'autorità. Esempi : divieti di emigrazione, che influiscono sul prezzo del 
lavoro; divieti di esportazione di capitali, che influiscono sul prezzo dell'uso del rispar- 
mio, ecc. 



MONETA 359 

che meno duratura : gli stessi salari degli operai industriali 
normalmente vengono fissati per periodi di qualche mese. 

È soggetto a freni che vanno classificati in parte nell'una 
in parte nell'altra delle due categorie sopra distinte, il getto 
dei tributi, che costituiscono i prezzi dei servigi resi dagli 
enti pubblici alla collettività. 

Una terza categoria di fìreni proviene dal normale in- 
.tercedere d'un certo tempo fì:a il momento in cui è emesso 
il biglietto ed il momento in cui esso fa sentire la propria 
influenza sul mercato. Per esempio, se oggi 27 dicembre 192 i 
lo Stato emettesse una sessantina di milioni di lire di nuovi 
biglietti per dare una gratificazione natalizia di mille lire a 
ciascuno dei suoi impiegati, l'effetto, sui prezzi, di questo au- 
mento di circolazione si risentirebbe soltanto per gradi nelle 
prossime settimane, di mano in mano che la maggior dispo- 
nibilità di moneta da parte degli impiegati si traducesse in 
maggior domanda di beni o di servigi. 

Una quarta categoria di freni dipende dall' " inerzia „ ca- 
ratteristica di molti fenomeni economici, derivante in gran 
parte da fattori psicologici. Il commerciante che vende una 
merce, comprata un anno fa a mille lire, pensa di aver com- 
piuto un ottimo affare cedendola oggi a duemila, anche se 
ha bisogno di duemilacinquecento lire per rifornirsi della 
stessa merce. L'autore, che pur paga il pane cinque volte più 
che nel 191 3, si sente quasi sfacciato se chiede al suo editore 
due o tre volte tanto di quel che gli chiedeva allora. Infi- 
niti esempi può trovare ciascuno nella propria esperienza per- 
sonale di questa lentezza di adattamento al mutato potere 
d'acquisto della moneta. 



* 
* * 



La nostra enumerazione delle circostanze mitigatrici di 
quel rialzo dei prezzi, che l'aumento della circolazione tende 
a determinare, ha carattere puramente indicativo, né pretende 



36o MONETA 

d'essere completa; e il nostro tentativo di classificazione dei 
freni è suscettibile d'ulteriore svolgimento. A noi premeva sol- 
tanto mostrare alcune categorie di circostanze influenti sui 
prezzi, che si trascurano nel considerare le variazioni dei prezzi 
stessi semplicemente in funzione dell'aumento della circolazione 
monetaria. 

Si noti che tutti i freni al rialzo, oltre l'azione diretta, 
ne hanno una indiretta. È ovvio, per esempio, che l'operaio 
italiano, finché pagava per il pane, per la pasta, per molti 
altri alimenti, per l'abitazione, per l' illuminazione, per i mezzi 
di trasporto, ecc., prezzi artificiosamente depressi per l'inter- 
vento dei pubblici poteri, poteva a sua volta dare in loca- 
zione la propria opera a prezzo modesto in confronto a quello 
che avrebbe corrisposto, in regime di prezzi economici, al- 
l'aumentata circolazione. È ugualmente ovvia l'influenza della 
stabilità dell'interesse delle obbligazioni a lunga scadenza sui 
prezzi dei prodotti industriali, l'influenza della stabilità degli 
affitti sui prezzi dei prodotti agricoli. Né vale la pena di 
moltiplicare gli esempi, in materia così palese. 

La maggior parte dei freni esercita soltanto un'azione 
ritardatrice sul rialzo : prima o poi i prezzi politici finiscono 
coU'essere soppressi o rialzati, i contratti col venir modificati 
anche se non ammettevano modificazione, e la stessa inerzia 
dei prezzi di fronte al rialzo talvolta finisce col divenire iner- 
zia nel movimento di rialzo, protraendo questo oltre i limiti 
segnati dalle condizioni economiche. Tuttavia l'azione dei 
freni stessi si va rinnovellando finché la circolazione continua 
ad aumentare ; e soltanto se cessa ogni aumento di essa per 
un periodo sufficientemente lungo, la maggior parte dei freni 
cade definitivamente. 

La restrizione, dovuta alle circostanze or ora accennate, 
degli effetti dell'enfiagione monetaria sui prezzi di alcune 
merci o servigi, tende a riversare più intensi gli effetti me- 
desimi sui prezzi dei prodotti e dei servigi rimanenti, facendo 



MONETA 361 

aumentare la moneta disponibile per l'acquisto di essi, e quindi 
la concorrenza dei compratori, in proporzione maggiore di 
quella in cui è aumentata la circolazione*. Da ciò gravi al- 
terazioni di normali rapporti fra i vari prezzi e fra i vari 
consumi, alterazioni che accrescono il disordine delle econo- 
mie nazionali colpite dall'enfiagione **. 

* 
* * 

I, freni al rialzo, dei quali abbiamo fin qui discorso, agi- 
scono maggiormente sui prezzi di quei prodotti e di quei 
servigi che non devono o non possono venir esportati §. Le 
restrizioni del prezzo del pane, delle pigioni, delle tariffe 
ferroviarie, indirettamente concorrono a diminuire il costo di 
produzione delle merci che il possessore estero di moneta 
nazionale può chiedere in cambio della moneta stessa, ma non 
possono essere da lui sfruttate direttamente. In altre parole, 
molti benefici dei freni al rialzo dei prezzi costituiscono, di 
diritto o di fatto, un monopolio goduto da tutti coloro che 
dimorano nel territorio del paese (così il prezzo politico del 
pane) o da una parte di essi (così il prezzo politico dell'abi- 



* È così che si spiega l'aumento dei consumi voluttuari in molti paesi, in regime 
d'enfiagione crescente accompagnata da fissazione di prezzi politici per i consumi di prima 
necessità. Ond'è in contraddizione con sé medesimo chi invoca, per esempio, il manteni- 
mento d' un prezzo politico per il pane e nel tempo stesso vorrebbe che l'operaio bevesse 
meno o fumasse meno. Diciamo : « è in contraddizione » , sottintendendo l'ovvia condi- 
zione : « a meno che sia in grado di trasformare istantaneamente l'educazione, i gusti, 
le abitudini dell'operaio». Ma per ciò occorre il Padre Eterno, o il tempo. 

** In tale stato di cose s' impone la massima prudenza nell' impiego dei numeri in- 
dici composti dei prezzi, per io studio delle questioni monetarie. Codesti numeri indici, 
1' interpretazione dei quali pur in condizioni normali dà luogo ad equivoci anche da parte 
di scienziati di indubbio valore, hanno oggi un significato cosi diffìcile a definire, che 
conviene servirsene il meno possibile. E noi ce ne varremo pochissimo. 

§ Agiscono però in parte anche sui prezzi dei beni esportabili, e sono un importante 
fattore del buon mercato a cui questi beni appariscono acquistati dai paesi importatori 
aventi circolazione più sana.. Altro, talvolta preponderante, fattore del buon mercato 
è il pili basso tenor di vita delle popolazioni dei paesi "a moneta svilita. 



302 MONETA 

tazione) ; e perciò in mano di costoro la moneta del paese 
ha un potere d'acquisto maggiore di quel che abbia nelle 
mani dei possessori dimoranti all'estero, i quali solo in parte 
possono avvantaggiarsi dell'azione dei citati freni §. 

D'altro canto, i freni stessi non agiscono in alcun modo 
sui prezzi delle merci e dei servigi che il paese in esame 
domanda all'estero. Tutte le circostanze che nel lugho del 
1920 obbligavano e persuadevano l'agricoltore italiano a ce- 
dere allo Stato una parte del suo grano al prezzo di 100 
lire per quintale, non influivano punto sul granicoltore nord- 
americano, che ne pretendeva 200. Quest'enorme divario non 
dipendeva soltanto dal contrasto fra l'assoluto potere dello 
Stato italiano di imporre il prezzo di requisizione al granicol- 
tore nazionale e l'assoluta impotenza dello Stato stesso di 
fronte al granicoltore americano, bensì anche dal diverso 
potere d'acquisto che avevano le 100 lire in mano dell'uno 
e in mano dell'altro agricoltore : si riconnetteva, cioè, con le 
circostanze dianzi accennate. 

Riassumendo : in regime di enfiagione monetaria crescen- 
te, la naturale impossibilità d'esportazione di alcuni prodotti 
e servigi, il divieto d'esportazione di altri, concorrono a di- 
minuire il potere d'acquisto della moneta nazionale in mani 
estere, in confronto al potere d'acquisto della moneta stessa 
in mani nazionali. Allo stesso risultato cospirano altre cir- 
costanze : notevole tra queste la diversa possibilità di investi- 
menti di capitale nel paese da parte del possessore nazionale 
e del possessore estero. Chi sta in America, per esempio, 
difficilmente s' indurrà a comperare in Italia case o terreni, 
se pur offerti a condizioni allettatrici, perchè un patrimonio 
di questo genere mal s'amministra da lontano. 

Non è superfluo notare come ogni variazione del potere 
d'acquisto che ha la moneta nazionale in mani estere sul 

§ Diremo da qui innanzi per brevità « nazionale » od « estero > il possessore di mo- 
neta, secondo che dimora o non dimora nel paese. 



MONETA 365 

mercato nazionale tenda a riflettersi nel potere d'acquisto che 
ha la moneta nazionale in mani nazionali sui mercati esteri, 
su quello cioè che potrebbe chiamarsi potere d'acquisto esterno 
della moneta. La lira italiana, per esempio, è accettata dall'espor- 
tatore nord-americano per quel prezzo a cui egli può riven- 
derla al suo connazionale importatore di merci italiane, il quale 
a sua volta apprezza più o meno la lira secondo la quantità 
maggiore o minore di merci che può ottenerne in cambio 
sul mercato italiano*. 

La divergenza tra il potere di acquisto della moneta na- 
zionale in mani estere ed in mani nazionali viene in generale 
aggravata per la situazione di esaurimento economico dei 
paesi costretti ad aumentare rapidamente la circolazione car- 
tacea. Questi, per vivere, debbono spesso richiedere all'estero 
merci e servigi in misura maggiore di quella che possono con- 
traccambiare con merci e servigi propri. E, per colmare il 
disavanzo fra importazioni ed esportazioni di merci e di ser- 
vigi, sono condotti in molti casi ad esportare moneta cartacea, 
finché trovano all'estero prenditori disposti ad accettarla non 
come strumento per immediato acquisto di beni ma come 
mezzo di tesoreggiamento. Bisogna che questi prenditori ab- 
biano una gran fede nell'avvenire del paese emittente della 
carta moneta, per accettarla a tal fine : per esempio, chi acqui- 
sta oggi mille marchi, per metterli da parte, deve ritenere 
che, se non fra due o tre mesi, almeno fra due o tre anni 
quei marchi gli consentiranno d'acquistare beni o servigi in 
quantità assai maggiore di quella che ora consentono. Con- 
fidare in quest'aumento del potere d'acquisto logicamente 
significa sperare in un arresto del processo d' enfiagione : chi 
prevede che il governo germanico continuerà per un pezzo 
stampare ogni mese qualche miliardo di nuovi biglietti non 



* Semplifichiamo, a costo dell'esattezza, la reale complessità dei fatti, per rendere 
evidente la relazione accennata. 



364 MONETA 

può nel tempo stesso prevedere un miglioramento duraturo § 
del potere d'acquisto del marco. In realtà, la logica non è 
sempre a base della speculazione ; e si sono trovati in tutto 
il mondo milioni e milioni d' imbecilli pronti ad acquistare 
rubli, marchi, corone, per tesoreggiarli. Per esempio, su 109 
miliardi di marchi-carta in circolazione si calcola che 75-85 
si trovino fuori della Germania. Meno estesa è stata la spe- 
culazione sui franchi francesi e belgi, e ancor meno sulla lira 
italiana. Soltanto quando lo svilimento giunge a limiti estre- 
mi, la speculazione è scoraggiata : così pei rubli della Re- 
pubblica dei Soviet. 

Quale è l'effetto di questo progressivo accumularsi di mo- 
neta svilita nelle mani di possessori esteri, sul potere d'acquisto 
dell'analoga moneta in circolazione ? Finché la moneta espor- 
tata * resta nella cassaforte del risparmiatore estero, è come se 
non esistesse ; essa non concorre affatto a deprimere il potere 
d'acquisto della moneta in circolazione. Ma, se tra i posses- 
sori di questo aleatorio risparmio si diffonde il timore di un 
peggioramento delle condizioni del paese che ha emesso i 
biglietti, costoro cercano di sbarazzarsene al più presto pos- 
sibile. Sono così offerte, sui mercati esteri, ingenti masse di 
valuta nazionale; queste cercano impiego nell'acquisto di beni 
o servigi nazionali esportabili; data la rarità di tali beni o ser- 
vigi e la conseguente intensa concorrenza che si anima per 
il loro acquisto, la situazione ora descritta ha per effetto una 
rapida diminuzione del potere d'acquisto della moneta nazio- 
nale nelle mani del possessore estero sul mercato nazionale, 
e, per immediato contraccolpo, una simile diminuzione del 
potere d'acquisto esterno della moneta nazionale, cioè del suo 
potere d'acquisto in mani nazionali sui mercati esteri. Il paese 



§ Molte volte gli incettatori di moneta svilita speculano sui miglioramenti transitori : 
in questi casi la carta incettata non è un mezzo di tesoreggiamento bensì di giuoco. 

* L'esportazione molte volte non avviene materialmente: il possessore estero lascia 
in deposito i suoi fondi presso una banca nazionale. 



. MONETA 365 

ha bisogno di importazioni : non è in grado di pagarle inte- 
ramente con esportazioni di beni e dì servigi; non trova più 
prenditori della sua moneta svilita, della quale sono saturi i 
mercati esteri ; tanto meno trova credito all'estero, in queste 
condizioni. Così avviene oggi della Russia : essa non importa 
tutto ciò che le occorrerebbe, ma quel poco che riesce a con- 
traccambiare con le proprie esportazioni; al resto deve rinun- 
ziare, o deve implorarlo in dono, come pietoso soccorso. La 
moneta russa all'estero vale, praticamente, zero ; mentre nel- 
l' interno vale poco, ma vale qualche cosa. 

Lo squilibrio fra la capacità d'esportazioni e la necessità 
d' importazioni del paese a circolazione enfiata, e la conse- 
guente esportazione di moneta cartacea *, possono dunque con- 
correre ad aggravare il divario fra il potere d'acquisto interno 
della moneta svilita ed il suo potere d'acquisto esterno, che 
deriva dalle circostanze precedentemente esposte. 

Il tesoreggiamento all'interno ed all'estero della moneta 
svilita diviene, quando raggiunge una certa ampiezza, uno dei 
fattori fondamentali delle variazioni del potere d'acquisto della 
moneta. Avvenimenti politici od economici che diffondano il 
panico o la speranza fra i tesoreggiatori possono determinare 
il repentino getto sul mercato o l'improvviso ritiro dal mer- 
cato di ingenti masse di moneta cartacea, ed equivalere così^ 
negli effetti, ad una brusca colossale espansione o contrazione 
della massa circolante. 

Qualche volta Peffetto è soltanto transitorio, perchè la 
paura o la fiducia svanisce in breve tempo, e le segue una 
pronta reazione in senso contrario ; ma qualche volta è du- 
raturo. Se, per esempio, nei prossimi mesi si andasse con- 
fermando la persuasione che lo Stato germanico si avvia al 
fallimento, non soltanto graverebbero sulla circolazione i pa- 
recchi miliardi di marchi usciti in questi ultimi tempi dai 

* Alcune forme di concessione di crediti a breve scadenza, da parte di privati esteri ^, 
equivalgono negli effetti all'esportazione di moneta cartacea. 



306 MONETA . 

portafogli dei tesoreggiatori meno imperterriti, ma se ne ag- 
giungerebbero di giorno in giorno molti altri, determinando 
una precipitosa ulteriore riduzione del potere d'acquisto del 
inarco. 

* 
* * 

Abbiamo descritto come reciprocamente indipendenti feno- 
meni che nella realtà s'intrecciano in complicatissime relazioni 
d'interdipendenza; e il guadagno di semplicità è andato a 
scapito della precisione. Ma in questo caso la realtà è così 
complicata che bisogna contentarsi di scorgerne da lontano 
qualche principale tratto, perchè, volendo guardar tutto da vi- 
cino, si finisce col non vedere più niente. 

Senza addentrarci in pericolose analisi, vogliamo soltanto 
richiamare l'attenzione del lettore sulla circostanza che le va- 
riazioni del potere d'acquisto interno della moneta e le varia- 
zioni del suo potere d'acquisto esterno agiscono e reagiscono 
le une sulle altre ; i due fenomeni, che, per comodità di 
esposizione, abbiamo studiato quasi fossero distinti, sono in 
realtà congiunti da mille vincoli. 

La circolazione cartacea in Italia venne grandemente au- 
mentata durante la guerra. I 2,7 miliardi di lire di biglietti 
in circolazione al 30 giugno 19 14 erano già divenuti 13,3 
miliardi al 31 ottobre 191 8. Molto maggiore aumento sarebbe, 
probabilmente, occorso, se una parte delle spese pubbliche 
non avesse potuto compiersi mercè i crediti ottenuti dal Re- 
gno Unito e dagli Stati Uniti. Cessata, pochi mesi dopo l'ar- 
mistizio, questa fonte di entrate, ed incombendo tuttavia sullo 
Stato l'onere d' ingentissime spese, la circolazione dovette es- 
sere ancora aumentata di molto, finché giunse ad un massimo 
di 22 miliardi al 31 dicembre 1920. La diminuzione delle 



MONETA 367 

spese pubbliche, l'aumento delle entrate tributarie, e sopra- 
tutto il largo collocamento all'interno di buoni del tesoro, 
consentirono poi una sensibile restrizione della massa dei bi- 
glietti in circolazione, ridottasi a 20,4 miliardi al 30 settem- 
bre 1921 *. 

Avvertasi che se i bisogni dello Stato hanno dato il primo 
impulso all'enfiagione ed hanno poi concorso di mano in mano 
ad accrescerne la gravità, un altro poderoso fattore d'au- 
mento della circolazione ha consistito nel rialzo dei prezzi 
dei beni e dei servigi, soltanto in parte dipendente dalPen- 
fìagione stessa e in parte dovuto, invece, allo squilibrio tra 
offerta e domanda di beni e di servigi durante il periodo 
bellico. Questo rialzo ha aumentato i bisogni di credito delle 
imprese private e quindi ha provocato altre emissioni di bi- 
glietti §. 

* 

Il regresso dell' enfiagione non ha avuto come effetto un 
immediato miglioramento del potere d'acquisto interno della 
moneta. Sentiamo oggi, come un anno fa, vivissimi lamenti, 
e non ingiustificati, sull'alto costo della vita. La verità è che 
una riduzione così modesta nella massa circolante non poteva 
determinare un grande ribasso di prezzi, anche se accompa- 
gnata, com'è stata forse, da un aumento nella massa dei beni e 



* Ecco dati più precisi : 












Circolazione bancaria 


Ci 


ircolazione di Stato 




percento per conto 






esclusi i buoni 




dello Stato del commercio 


totale 




di cassa^ 


30 giugno 1914 . . . 


— 2-199 


2.199 




499 


31 ottobre 1918 . 


7.094 4.192 


li. 2 86 




2.046 


31 dicembre 1920 


10.743 8.989 


19.732 




2.269 


30 settembre 1921 . 


8.382 9.774 


18.156 




2.267 



§ I rialzi dei prezzi tendono a determinare aumenti della circolazione, come gli au- 
menti di circolazione tendono a determinare rialzi dei prezzi : questo circolo vizioso può 
svolgersi indefinitamente, dove le banche d'emissione non trovano il coraggio di spezzarlo, 
o ne sono impedite dai Governi. 



308 MONETA 

dei servigi scambiati. Aggiungasi che nel tempo stesso è bensì 
aumentato, pare, il tesoreggiamento di moneta italiana al- 
l'estero, ma in compenso è certamente diminuito, in maggior 
misura, il tesoreggiamento all' interno, di mano in mano che 
si andava dileguando l'incubo dei rigori fiscali o si andavano 
scoprendo altre vie per eluderli ; e questa diminuzione del 
tesoreggiamento ha avuto gli stessi effetti di un aumento della 
circolazione. 

In secondo luogo — e dovrebbe dirsi in primo luogo^ 
oìrdinando le cause secondo la grandezza degli effetti — la 
sosta dell' enfiagione monetaria è stata accompagnata e seguita 
da un progressivo allentamento di tutti quei freni al rialzo dei 
prezzi, che agivano nel periodo dell'aumento di circolazione. 

Eliminata la maggior parte delle limitazioni ai prezzi ed 
ai commerci, modificate le originarie condizioni di molti con- 
tratti a lungo termine, entrati in pieno effetto tutti gli aumenti 
di circolazione finora attuati, superata in gran parte l' inerzia 
dei prezzi, nel giro d'un anno s'è fatto un grande cammino 
verso l'eliminazione dei freni. Perciò i rialzi di prezzi ai quali 
abbiamo assistito in questo periodo sono stati in buona parte 
effetti tardivi di cause, l'azione delle quali era stata prece- 
dentemente infrenata, ma doveva pur finire col manifestarsi, 
come scatta una molla compressa appena tolto l'ostacolo. 

Guardato da questo punto di vista, il persistente alto livello 
dei prezzi dei prodotti e dei servigi nazionali non appare punto 
misterioso. 

Se ascoltiamo le opinioni correnti, sentiamo i consumatori 
rinfacciare agli intermediari e ai produttori gli esagerati pro- 
fitti ; gli industriali chiamare ingordi gli agricoltori e gli agri- 
coltori tacciare d'avidità gli industriali ; gli operai accusare i 
padroni di scialare alle loro spalle ed i padroni predicare agli 
operai la necessità di una vita sobria; i liberisti imputare il rialzo 
dei prezzi all'entrata in vigore della nuova tariffa doganale 
ed i protezionisti attribuirlo alla rovina delle nostre industrie 



MONETA 369 

indifese, ed al conseguente peggioramento dei cambi esteri. 
Tutte queste circostanze, più o meno, influiscono sui prezzi, 
come infinite altre, che rinunziamo a enumerare ; ma ciascuna 
è ben lungi dal possedere quell' influenza decisiva che assume 
agli occhi di chi concentra su di essa sola tutta la sua attenzione. 

* 
* * 

Appare, invece, evidente un grande miglioiamento nel 
potere d'acquisto esterno della nostra moneta. Per dare un' idea 
di questo miglioramento, scelte varie merci e posta uguale a 
100 la quantità di ciascuna di esse che si poteva comprare 
all'ingrosso sul mercato americano con una determinata somma 
di lire-carta nel settem.bre 1920, abbiamo calcolato la quan- 
tità di merci ottenibile nel settembre 1921 con la stessa somma 
di lire-carta. Il significato dei dati non dovrebbe essere equi- 
voco ; in ogni modo lo chiariremo con un esempio. Il numero 
189 per il frumento indica che nel settembre 192 1 sul mer- 
cato degli Stati Uniti si acquistavano 189 quintali di frumento 
con quella stessa somma, in lire italiane, che bastava per acqui- 
starne soltanto 100 quintali nel settembre 1920. Ecco i risul- 
tati del nostro calcolo : 

Frumento 189 

Granturco 234 

Zucchero 248 

Cotone greggio. .... 134 

Lana greggia ..... 172 

Pelli bovine igó 

Carbone 455 

Petrolio 25Ò 

Ghisa ....:... 246 

Acciaio 196 

Prendendo una grossolana media dei precedenti dati, po- 
tremmo dire che il potere d'acquisto della lira italiana sul 
mercato nord-americano è press'a poco raddoppiato nel corso 
di un anno. 

Abbiamo considerato codesto mercato perchè gli Stati 

MoRTARA, Prospettive economiche. ■ 24 



370 



MONETA 



Uniti da soli forniscono all'Italia un terzo, per valore, delle 
merci che s' importano, e perchè i prezzi sono ivi quotati in 
oro, circostanza non indifferente per il seguito del nostro ragio- 
namento. Ma se avessimo considerato gli altri principali mer- 
cati donde provengono le merci importate, avremmo trovato 
variazioni nello stesso senso del potere d'acquisto della lira. 

* 
* * 

Per avere un' idea dell'attuale potere d'acquisto interno 
della lira italiana rispetto alle merci, abbiamo ricercato quale 
quantità di singole merci di produzione nazionale si potesse 
acquistare, all'ingrosso, nel settembre 1921 con la stessa somma 
di lire-carta che occorreva per acquistare la quantità 100 nel 
191 3. Troviamo, per esempio, che si comprano nel 192 1, sul 
mercato di Milano, soltanto 14 kg. di seta tratta greggia 
con la somma che ne comprava 100 nel 191 3. 

Per avere, similmente, un'idea del potere d'acquisto esterno 
della lira italiana rispettò alle merci, abbiamo compiuto un 
calcolo analogo, fondandoci sui prezzi all' ingrosso praticati 
nelle stesse epoche — anno 191 3 e mese di settembre 1921 — 
sul mercato degli Stati Uniti, per alcune merci d'esportazio- 
ne. Risulta, per esempio, che in Pennsylvania si possono 
ottenere nel 1921 soltanto 23 barili di petrolio con la somma 
di lire carta che bastava per acquistarne 100 nel 19 13. 

Ecco i risultati dei nostri calcoli. 

Potere d'acquisto interno Potere d'acquisto esterno 

nel settembre 1921 in percentuale del 1913 nel settembre 1921 in percentuale del 1913 

Frumento 23 Frumento 17 

Granturco 20 Granturco 25 

Vino 15 Zucchero 17 

Olio d'oliva 16 Cotone greggio ... 14 

Bovini da macello ... 15 Lana greggia . . . . 22 

Burro 14 Pelli bovine . . . .29 

Lana greggia 23 Carbone ..... 13 

Canapa greggia . . . . ig Petrolio 23 

Seta greggia ..... 14 Ghisa 17 

Zolfo 17 Acciaio 20 



MONETA 371 

In grossolana media, il potere d'acquisto interno appari- 
rebbe ridotto dell' 82 7oj quello esterno dell' 80 7o) ^^ con- 
fronto al 191 3. In realtà, la riduzione del potere d'acquisto 
esterno è forse un po' maggiore, come risulterebbe al consi- 
derare, invece dei prezzi sui mercati americani dell' interno, i 
prezzi ai porti d'imbarco, che negli ultimi tempi sono meno 
diminuiti, per il persistente alto prezzo dei trasporti ferroviari. 
D'altronde le precedenti cifre non possono avere altro valore 
che quello di indicazioni di larghissima approssimazione. 

Se invece del mercato americano, preponderante nel nostro 
approvvigionamento, avessimo considerato altri mercati nostri 
fornitori, la misura dello svilimento della lira carta sarebbe 
risultata alquanto differente ; ed anche perciò sarebbe impru- 
dente generalizzare i risultati della nostra indagine. 

Sembra, tuttavia, potersi affermare senza soverchia temerità : 
che ormai non v' è una profonda differenza tra il po- 
tere d'acquisto interno ed il potere d'acquisto esterno della 
lira italiana rispetto alle merci ; 

che il potere d'acquisto della lira italiana rispetto alle 
merci è diminuito di circa quattro quinti dal 19 13 al set- 
tembre 192 1. 

* 
* * 

Vien fatto di chiedersi perchè sia tanto aumentato, nel- 
l'anno ora compiuto, il potere d'acquisto esterno della lira. 
A questa domanda cercheremo di rispondere poi, sbaraz- 
zando intanto il terreno da un'altra meno ardua questione, 
che, al pari della prima, si propone, per così dire, da sé. 

Perchè il forte aumento del potere d'acquisto esterno della 
lira non ha avuto per effetto immediato un aumento del po- 
tere d'acquisto interno ? La soluzione è semplice : sul mercato 
interno agiva da un canto quest'influenza — che faceva aumen- 
tare il potere d'acquisto interno della lira in confronto al 
cotone, alla lana, al carbone, al ferro ed a molte altre merci 



l-]! MONETA 

che provengono dall'estero, e di riflesso lo faceva pure aumen- 
tare in confronto alla seta, alla canapa, allo zolfo, ai derivati 
agrumari e ad altre merci che l' Italia produce sopratutto per 
l'estero — ; ma dall'altro canto agiva non meno potentemente 
la progressiva attenuazione dei freni al rialzo — che faceva 
diminuire il potere d'acquisto della moneta in confronto ai 
cereali, ai latticini, ai grassi, ed a molti altri prodotti e ser- 
vigi. Le due opposte azioni hanno finito press' a poco per 
compensarsi a vicenda. 

Laddove si può fare il confronto tra prezzo interno e 
prezzo estero per la medesima merce, risulta evidente perchè 
la diminuzione del prezzo esterno non abbia potuto tradursi 
in diminuzione del prezzo interno ; quest'ultimo era tanto 
basso — per conseguenza dei noti freni — che il prezzo 
esterno, anche dopo la diminuzione, talvolta lo raggiunge 
appena. È tipico l'esempio del frumento : quel grano ameri- 
cano, che nell'autunno del 1920 poteva aversi per 260 lire 
al quintale scaricato a Genova, poteva aversi quest'autunno 
per 130. 11 grano italiano di qualità corrispondente era re- 
quisito un anno fa a 100 lire, ossia il prezzo interno era due 
volte e mezza inferiore a quello esterno ; oggi il prezzo in- 
terno si è livellato con quello esterno, ma per giungere a ciò 
ha dovuto aumentare, e non diminuire, benché sia tanto di- 
minuito il prezzo esterno*. 

* 
* * 

Ed ora torniamo al princij^le dei due problemi che dianzi 
ci siamo posti : perchè è aumentato il potere d'acquisto esterno 
della lira italiana ? 



* Il potere d'acquisto interno della lira italiana si poteva calcolare ancora nel set- 
tembre 1920 superiore, nella misura di metà a due terzi, al potere d'acquisto esterno ; la 
divergenza era divenuta assai piccola nel settembre 1921, come abbiamo già mostrato nel 
testo, e tende a scomparire con l'arresto dell'enfiagione e col ristabilirsi dell'equilibrio 
negli scambi economici internazionali dell' Italia. 



MONETA 373 

Sacrificando anche qui la rigorosa esattezza scientifica alla 
necessità d'esser semplici e chiari, rispondiamo : 

L'aumento del potere d'acquisto esterno è derivato da 
un capovolgimento di situazione avvenuto nei principali mer- 
cati di rifornimento dell' Italia. Ancora nella prima metà del 
1920 ferveva su quei mercati accanitissima la concorrenza 
tra i paesi bisognosi di rifornimenti, e i prezzi delle merci 
'esportabili erano spinti ad altezze mai raggiunte prima. Il ra- 
pido attenuarsi di questa concorrenza; per il diminuito bisogno 
d'alcuni paesi, per l'esaurita capacità di pagamento di altri, 
ha dato la prima spinta al ribasso dei prezzi, il quale è stato 
in certi casi accelerato da restrizioni dei crediti, operate dalle 
banche ai loro clienti detentori di grosse scorte di merci. Il 
forte ribasso ha attratto fuori dei depositi anche altre scorte, 
che i possessori hanno cercato di vendere subito, per evitare 
maggiori perdite. Si sono così trovati i grandi mercati espor- 
tatori inondati d'enormi quantità di merci offerte in vendita. 
La contrazione della domanda, in confi-onto a questa espan- 
sione dell 'offe j-ta, ha determinato fortissime riduzioni di prezzi, 
delle quali abbiamo citato rnolti esempi nei precedenti capitoli. 

* 
* * 

L'aumento del potere d'acquisto esterno della lira carta 
è dissimulato agli occhi di molti dall'andamento dei cambi. 
Si vede, per esempio, che nel settembre 192 1 occorrevano 
lire 23,65 per avere in cambio un dollaro, mentre nel set- 
tembre 1920 bastavano lire 22,93; si ha quindi l' impressione 
di un lieve peggioramento nelle condizioni alle quali acqui- 
stiamo merci negH Stati Uniti. Ma se non si guarda al prezzo 
di quella merce sui generis^ e per molti riguardi specialmente 
importante, che è l'oro, bensì si guarda ai prezzi di numerose 
e svariate merci, si riscontra il grande miglioramento che ab- 
biamo dianzi accennato. 



374 



MONETA 



Corsi dei cambi dell'Italia con l'estero. 







c 


>orso medio mensile, in lire italiane 








del dollaro 


di 100 frs. 


della lira 


di 100 frs 








svizzeri 


sterlina 


francesi 




Parità . . . 


5,18 


100 — 


25,22 


100 — 


I9I4 


giugno. . . 


. 5,16 


100,22 


25,27 ■ 


100,33 




dicembre . . 


5,30 


101,60 


25.88 


103,31 


I9I5 


giugno. . . 


5,96 


1 10,84 


28,50 


109,22 




dicembre . . 


6,57 


123,56 


30,97 


112,23 


I9I6 


giugno. . . 


6,37 


1 20,64 


30,38 


107,62 




dicembre . 


. 6,85 


135,18 


32,59 


117,20 


1917 


giugno. . . 


7,13 


143,47 


33.95 


124,41 




dicembre . . 


8,29 


189,90 


39.56 


144,87 


I9I8 


giugno. . . 


9,10 


2.30,70 


43.75 


161,02 




dicembre * . 


6,34 


130,00 


30,37 


116,25 


1919 


giugno. . . 


8,05 


151,32 


37.33 


125,43 




dicembre . . 


• 13,07 


241,67 


50,08 


121,92 


1920: 


gennaio . . 


13,99 


251,34 


51,60 


120,51 




febbraio . . 


18,21 


296,14 


61..71 


128,89 




marzo . . . 


. 19.03 


321,24 


70,55 


136,21 




aprile . . . 


22,94 


410,46 


90,42 


142,40 




maggio . . 


19,76 


351,59 


76,99 


133.65 




giugno. . . 


16,89 


308,98 


67,14 


133,64 




luglio . . . 


18,17 


305,50 


67.30 


141,12 




agosto. . . 


20,54 


341,98 


74,78 , 


147.65 




settembre. . 


22,93 


373,74 


80,86 


154,97 




ottobre . . 


25,68 


408,33 


89,45 


108,32 




novembre. . 


• 27,57 


427,55 


95,12 


165,81 




dicembre . . 


28,57 


441,02 


99.79 


169,65 


1921 : 


gennaio . 


28,29 


441,72 


105,65 


180,23 




febbraio . » 


27,32 


446,98 


106,30 


196,84 




marzo . . . 


26,18 


448,10 


102,94 


186,27 




aprile . . . 


22,52 


379.99 


86,29 


158,16 




maggio . . 


18,82 


337,55 


75.32 


158,23 




giugno. . . , 


19,84 * 


33940 


75,63 


161,51 




luglio . . . . 


21,73 


361,34 


79.62 


170,88 




agosto. . . 


23.55 


391.98 


85,49 


181,02 




settembre • . 


* 23,65 


406,85 


88,22 • 


173.30 




ottobre . . . 


23,48 


460,38 


97,72 


183,00 




novembre . 


24,29 


456,79 


96,33 


174,41 




dicembre . . . 


22,70 


439.85 


94,00 


177,10 



* Corsi depressi artificiosamente, per eiFetti degli accordi internazionali per il com- 
mercio dei cambi. 



MONETA 375 

Volendo scindere artificiosamente il fenomeno, che nella 
realtà è inscindibile, si potrebbe dire così: sui mercati esporta- 
tori sono molto diminuiti i prezzi delle merci espressi in oro ; 
d'altra parte è rimasto presso che costante il prezzo dell'oro 
in lire carta italiane*; e sono per conseguenza diminuiti i 
prezzi delle merci in lire carta press'a poco altrettanto, pro- 
porzionalmente, quanto sono diminuiti i prezzi in oro. 

* 
* * 

Le variazioni del potere d'acquisto della carta rispetto 
all'oro hanno speciale importanza, per l'indicazione che esse 
forniscono del rapporto tra il potere d'acquisto della moneta 
cartacea e quello della moneta aurea, che resta, in teoria, 
l'unità di misura dei valori. Vediamo che la lira carta, dopo 
essere scesa fino a poco più di un sesto del valore della lira 
oro, è risalita quasi ad un quarto. 

'j'otere d'acquisto della lira carta - 
in centesimi di lira oro ** 



dicembre 


1914 


98 


» 


1915 


79 


» 


igi6 


76 


» 


1917 


62 


» 


igi8 


82 


» 


191Q 


40 


» 


1920 


18 


» 


1921 


23 



Non v'è da illudersi sulla possibilità di un prossimo ritorno 
alla pari ; conviene sperare in un lento progressivo migliora- 
mento, connesso con una lenta graduale riduzione della 



* Attraverso ampie oscillazioni, è rimasto tendenzialmente costante, negli ultimi 
quindici mesi, il prezzo dell'oro in lire italiane, come si può vedere dai dati della ta- 
bella alla pagina precedente, dove il corso del dollaro, moneta tramutabile liberamente alla 
pari in oro, rappresenta il prezzo d'una determinata quantità d'oro, espresso in lire carta. 

** Calcolato sulla base del corso del dollaro. 



37Ó MONETA 

massa di moneta cartacea circolante. Una troppo celere ridu- 
zione recherebbe dannosi effetti, che sono stati molto bene 
posti in luce da recenti studi ed esperienze. 

* * 

Si discute sull'opportunità di sanzionare con un provvedi- 
mento legislativo lo svilimento della moneta cartacea rispetto 
alla moneta aurea, fissando una nuova unità monetaria, 
appunto per evitare i danni del processo di sgonfiamento 
della circolazione e le gravi conseguenze di esso per il bilan- 
cio dello Stato, che dovrebbe corrispondere in moneta buona 
gli interessi su capitali ricevuti in moneta svilita. Pro e contro 
• questa stabilizzazione dello svilimento della moneta cartacea, 
si possono addurre molte buone ragioni. Ma noi crediama 
che la discussione sia prematura. Per poter fissare la misura 
definitiva dello svilimento, bisogna anzitutto che questo si 
sia stabilizzato ; il che avverrà per V Italia quando vedremo 
il cambio del dollaro oscillare soltanto lievemente intorno 
ad un livello fisso. Quanto siamo ancora lontani da questo 
studio, dicono i dati che abbiamo già riferiti. Le oscillazioni, 
ora amplissime, potranno restringersi, col definitivo arresto 
delle emissioni di carta moneta e col ritorno alla normalità 
dei nostri scambi economici internazionali : il qual ritorno 
avverrà quando potremo ricambiare con merci e servigi tutte 
le merci e tutti i servigi che chiediamo all'estero, quando 
avremo consolidati od estinti gli attuali debiti verso l'estero, 
quando avremo ritirata entro i confini nazionali la carta 
moneta nostra tesoreggiata all'estero. 

* 

* * 

È dubbio se l'attuale sosta delle emissioni possa conside- 
rarsi definitiva. Discorrendo delle finanze pubbliche, abbiamo 
detto come un eventuale rallentamento dei nuovi investimenti 



MONETA 377 

in buoni del tesoro provocherebbe probabilmente nuove 
emissioni di cartamoneta "per conto del tesoro „. L'oppor- 
tunità di sostenere imprese industriali o bancarie dissestate 
nell'attuale periodo di depressione potrà forse provocare invece 
nuove emissioni " per conto del commercio „ . In un modo o 
nell'altro, la circolazione verrebbe aumentata, e il potere di 
acquisto della moneta cartacea se ne risentirebbe. 

La preoccupazione destata dalla precaria situazione di una 
grande banca italiana, suscitando restrizioni di crediti esteri 
al nostro paese, concorre ad aggravare la difficoltà di equi- 
librare i nostri scambi economici con l'estero, e potrà perciò 
determinare vivaci, ma forse non duraturi, movimenti dei 
cambi. 

In assenza di nuove emissioni, e se la presente crisi del credi- 
to potrà essere condotta a pronta soluzione, non vediamo cagioni 
sufficienti per determinare un duraturo svilimento della moneta 
italiana molto maggiore dell'attuale, in confronto all'oro. La 
sistemazione dei prezzi all'interno è già bene avviata, gli scambi 
economici con l'estero tendono verso l'equilibrio. Quanto ai 
prezzi in oro, sembra che siano avviati verso la stabilizza- 
zione ; e perciò anche lo svilimento della nostra moneta ri- 
spetto alle merci sul mercato mondiale non dovrebbe dar 
luogo a grandi sorprese. Con la fine, forse non lontana, della 
fase acuta della depressione industriale nei paesi economica- 
mente più forti, si dovrebbe avere un movimento di rialzo 
dei prezzi, d'ampiezza però assai minore dei movimenti cui 
ci ha avvezzati l'esperienza degli ultimi anni. 



378 MONETA 



Prospettive. 

Per il prossimo futuro : variazioni non grandi del potere 
d'acquisto, sia interno, sia esterno, della lira italiana, espresso 
in merci o in servigi. 

Soltanto un nuovo aumento molto forte della circolazione 
— aumento non impossibile, ma, tutto sommato, improba- 
bile — od un profondo aggravamento dell'attuale crisi di 
credito potrebbero determinare una notevole riduzione di tal 
potere d'acquisto. 



LRVORO 




OLTEPLici e varie circostanze hanno contribuito a 
rendere difficile e lenta la ripresa delle opere di 
pace, alla fine della conflagrazione mondiale. 
Le restrizioni imposte all'autonomia ed alla 
libertà individuale durante la guerra hanno esercitato una singo- 
lare ripercussione sulla psicologia delle masse, dopo l'armistizio- 
Mentre la reazione contro le forme di disciplina dianzi rigida- 
mente osservate si esasperava fino al punto da far dubitare pros- 
simo il crollo del presente ordine sociale, l'abitudine contratta 
all'obbedienza ed all'azione collettiva piegava i ribelli sotto 
nuovi gioghi, non meno pesanti degli antichi. Alla volontà 
dell'imprenditore sostituita la tirannia dell'organizzatore, lo 
schiavo del tornaconto economico del padrone di ieri dive- 
niva strumento dell'ambizione politica del padrone di oggi. 
Numerose agitazioni operaie erano scatenate dalla cupidigia 
di potere, o dal capriccio, o dal puntiglio, di qualche capo. 
Il pullulare ed il fiorire d'organizzazioni d'ogni sorta, 
dirette al conseguimento di fini particolari molte volte contra- 
stanti col tornaconto della collettività, ha scosso l'autorità 
dello Stato, già indebolita per quel rilassamento dei suoi 
organi che seguiva, come naturale conseguenza, un periodo 



380 LAVORO 

di eccessiva tensione. Di fronte alla progressiva paralisi dei 
pubblici poteri, si sono levate, sempre più prepotenti, coali- 
zioni di interessi economici o politici, eccitate all'azione da 
chi sperava farsi della rovina altrui gradino all'ascesa. In ogni 
movimento di carattere politico si è simulato un fine econo- 
mico, per attrarre più numerosi partigiani ; in ogni movimento 
di carattere economico si è ostentato un fine politico, per 
guadagnare potenti appoggi. Cause locali e poco importanti 
furono assunte a pretesto di agitazioni vastissime, meglio 
adatte a favorire 1' intervento e il trionfo degli organizzatori ; 
questioni che interessavano gli operai d'una fabbrica deter- 
minarono l'arresto del lavoro nelle officine d'una regione 
intera ; si ricorse allo sciopero generale non come mezzo 
estremo, ma come strumento quotidiano di lotta. 

Il facile arricchimento degli imprenditori durante e dopo 
la guerra, — dovuto essenzialmente al contrasto fra l'annul- 
lata od attenuata concorrenza tra i venditori e l' inasprita 
concorrenza tra i compratori — , manifestandosi in mille forme 
alla vigile attenzione dei lavoratori, ne esacerbava gli animi 
già irritati ; ma suscitava in loro piuttosto la brama di parte- 
cipare allo sperpero che il desiderio di vederlo cessare. 

Intanto la rarità dei beni offerti, in confronto alla tumul- 
tuosa domanda delle popolazioni impazienti di compensare 
l'astinenza del periodo bellico, spingeva i prezzi al rialzo, 
che veniva favorito dalle continue emissioni di carta moneta 
cui doveva ricorrere lo Stato per 1' insufficienza delle ordi- 
narie entrate. 11 rincaro, accrescendo i bisogni di capitale 
circolante delle imprese e il costo dei nuovi impianti, provo- 
cava nuove espansioni del credito e della circolazione, e 
premendo sui bilanci delle classi lavoratrici le costringeva a 
chiedere progressivi miglioramenti di retribuzione, destinati 
alla lor volta a gravare sui costi di produzione in modo da 
porre ostacolo ad ogni ribasso dei prezzi. 

Il rincaro delia vita, e le conseguenti agitazioni per il 



LAVORO 381 

rialzo dei salari, erano favoriti dalla graduale eliminazione 
delle limitazioni al commercio od ai prezzi, divenuta neces- 
saria per liberare le finanze statali da insopportabili pesi o 
per sopprimere restrizioni giuste od inevitabili in origine, ma 
ormai superflue od inique* 

L' onda di ribellione — reazione alla troppo tollerata 
disciplina — , Ponda di pigrizia — reazione alle troppo 
durate fatiche — , l'onda di malcontento — reazione al 
troppo tardivo adeguamento dei salari al costo della vita — 
travolsero, nella comune irruzione, molte tradizioni e molte 
abitudini secolari. Si volle il lavoro più breve e lo s' inter- 
ruppe più spesso ', si vollero retribuzioni maggiori e si lavorò 
con minor lena. Fu intralciato lo svolgimento d'ogni forma 
d'attività" pi-oduttiva. 

L'economia italiana pareva avviarsi, attraverso l'infrenata 
vicenda degli aumenti di circolazione e dei rialzi di prezzi, al 
baratro, sull'orlo del quale già oscillavano le economie d'al- 
tri paesi. 

* * 

Circostanze non meno complesse di quelle che avevano 
provocato una situazione così pericolosa, concorsero a susci- 
tare un decisivo miglioramento. 

La caduta dei prezzi sul mercato mondiale, il freno po- 
sto alle emissioni di carta moneta, l'avviamento all'equilibrio 
degli scambi economici fra P Italia e l'estero, hanno conte- 
nuto il rialzo del costo della vita. I numeri indici calcolati 
con criteri uniformi per le maggiori città italiane attestereb- 
bero che il costo della vita per le classi popolari è rimasto 
press'a poco immutato dal dicembre 1920 al dicembre 192 1. 
Questo risultato non si può accettare ad occhi chiusi ; è evi- 
dente, tuttavia, che, quali si siano i difetti del metodo im- 
piegato, non può esservi stato un decisivo aumento là dove 
appare stazionarietà. Per molte considerazioni, che non è qui 



382 ■ LAVORO 

luogo ad esporre, a noi sembra indubitabile che per le classi 
popolari, ed ancor più per le classi medie, il 1921 abbia se- 
gnato un sensibile rincaro del costo dell'esistenza. Sensibile, 
ma non certo paragonabile con quello del 1920: posto uguale 
a 100 l'ammontare del rialzo nel 1920, crediamo che quello 
del 1921 possa ragguagliarsi a 20 od a 25; poco varrebbe 
al nostro fine una maggior precisione. Il grande rallentamento 
del rincaro della vita ha attenuato quello che era il più po- 
tente stimolo esterno ad agitazioni di carattere economico. 

Intanto la depressione, che ha assunto gravissime forme 
in alcuni paesi industriali, si ripercoteva — attenuata — sul- 
l'economia italiana. Specialmente quelle industrie che la guerra 
aveva indotto ad estendere i loro impianti molto oltre i limiti 
della normale convenienza economica, erano duramente col- 
pite dalla crisi. Alcuni stabilimenti sospendevano la loro atti- 
vità, altri la riducevano a minime proporzioni : centinaia di 
migliaia d'operai si trovavano disoccupati, ne alcun altro 
ramo d'industria fioriva così da poterli assorbire, né la terra 
offriva lavoro à tante braccia, del resto per la maggior parte 
dissuete alle rudi opere dell'agricoltore. 

L'emigrazione — normale sfogo alla nostra esuberanza di 
mano d'opera — si andava restringendo di mano in mano 
che si aggravava il disagio industriale nei paesi di più fre- 
quente destinazione, e che entravano in pieno vigore i prov- 
vedimenti limitatori adottati nell'America del Nord. Mentre 
nel 1920 quattrocentomila lavoratori italiani sono partiti per 
l'estero e duecentomila sono rimpatriati, nel 192 1 il numero 
dei partiti s'è ridotto a poco più di duecentomila, quello dei 
ritornati a poco più di centomila *. La chiusura dei consueti 
sbocchi all'emigrazione ha concorso anch'essa ad accrescere 
le legioni dei disoccupati. 

Intanto, col rientrare d' una più tranquilla concezione della 



* Cifre, s' intende, largamente approssimative. 



LAVORO 383 

vita nelle menti dianzi ancor turbate ed eccitate dalla guerra, 
col subentrare della conoscenza dei fatti alle bugiarde imma- 
gini del paradiso bolscevico, è venuto meno il più forte sti- 
molo interno alle agitazioni di carattere politico. La lotta 
fra i partiti è ritornata a forme meno incivili, lasciando alle 
fazioni estreme l'uso sistematico della violenza. L'equilibrarsi 
delle forze delle opposte coalizioni ha reso più facile allo 
Stato la parziale restaurazione della sua perduta autorità. At- 
traverso convulsioni, talvolta ancora violente, il corpo sociale 
sembra avviarsi a meno instabili condizioni d'equilibrio. 

Le interruzioni del lavoro sono divenute meno frequenti, 
il rendimento dei lavoratori è, in molti casi, aumentato. 

* 
* * 

Le retribuzioni dei lavoratori manuali tin verso la metà 
del 192 1 tendevano all'aumento. La mancanza di serie rileva- 
zioni statistiche sui salari compiute da uffici statali rende quasi 
impossibile di accertare — attraverso le contraddittorie indica- 
zioni che forniscono le organizzazioni degli imprenditori e 
quelle dei lavoratori — , se i salari siano aumentati in pro- 
porzione maggiore o minore del costo della vita. Sulla scorta 
d'una obbiettiva e preziosa indagine della Cassa nazionale di 
assicurazione per gli infortuni, e di molti altri dati raccolti 
da varia fonte, noi calcoliamo a circa 450% l'aumento medio 
dei salari industriali dal 19 14 alla metà del 192 1, mentre 
l'aumento del costo della vita, nello stesso intervallo, per le 
classi operaie urbane, si può stimare di circa 40070* Avver- 
tasi, però, che già le mercedi, oltrepassato il vertice della 
parabola, tendono alla discesa. L'eccedenza dell'offerta sulla 
domanda di mano d'opera ha reso possibile questo mutamento 
di situazione. Nella seconda metà del 1921 sono state intro- 
dotte sensibili riduzioni nei salari degli operai di parecchie 
industrie e sembra probabile che questo movimento si debba 



384 LAVORO 

estendere, per mantenere le industrie italiane in condizione di 
poter competere con le concorrenti estere, specialmente con 
quelle dei paesi a moneta più svilita, e per aiutarle a fronteg- 
giare l'attuale crisi di credito. 

Non è certo quella della riduzione dei salari 1' unica via 
cui dovranno ricorrere gli imprenditori per conseguire le dimi- 
nuzioni, che urgono, del costo di produzione. A molti di loro 
s'impone un miglioramento dell'ordinamento tecnico e della 
organizzazione mercantile delle aziende; e tutti possono trarre 
da un'intensificazione del lavoro dell'operaio maggior van- 
taggio che da una diminuzione della sua mercede. Sopra- 
tutto fa d'uopo che siano ristretti entro equi limiti i profìtti 
dei produttori e quelli dei troppo numerosi e troppo voraci 
intermediari, che oggi cospirano a dissanguare così il lavora- 
tore come il consumatore. 



Prospettive. 

Abbondante offerta, moderata domanda di lavoro ; ridu- 
zione delle mercedi ; migliore rendimento dei Javoratori. Ulte- 
riore restrizione dell'emigrazione transoceanica. 



BINDING SECT. MAR 1 1 1974 




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