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Full text of "Raccolta di favole morali : or A collection of Italian fables in prose and verse, selected from the works of the best Italian fabulists, with interlinear translations and explanation of idioms."

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l*ffl^%i- -S 




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^A\^ ShelfNo j 




^^^^ 









CAUTION 

Do not write in this hook or mark it with 
pen or pencil. Penalties are imposed by the 
Revised Laws of the Commonwcialth of Mas- 
sachusetts, Chapter 208, Section 83. 

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ÀfUiìQ 



FORM NO fin<l 



(\(k,cie«^)l(x, (U. I a.vt)^ "Vwrc^o^ 



DEI MIGLIORI FAVOLISTI ITALIANI 



A»? USO DI COLORO CHE IMPARANO T>A LINGUA, 



Da PIETRO BACHI, 

PRECETTORE NELL' UNIVERSITÀ HARVAROIA.NÌ 



•» ••» -• ••» 



" Dafn'e:^ libèlli ùos ^CT (lubd riduft»\noreì, " 
Et quod pnjwlo.nti vitcm corsi'iojnonet." 
Phjcor 



BOSTON. ^ 

PRESSO LILLY, WAIT, COLMAN, E HOLDEW 

M DCCC XXXV, 



Entered according io the Act of Congress, in the year 1S35, 

By PIETRO BACHI, 

in the Clerk/s Office of the District Court of the Districi of Maasa 
chusetta 



AVVERTIMENTO. 



Gl' Italiani, che nel trecento producevano 
già capi-lavori, mentrechè le altre nazioni 
sapevano appena leggere ; che nel cinque- 
cento erano ricchissimi di Novelle dettate 
con aureo stile, e traducevano Esopo in prosa e 
scrivevano versi bellissimi ; prima del sette- 
cento, quando la Francia vantava un ottimo 
Favolista, non avevano avuto chi nella loro lin- 
gua scrivesse lodevolmente Favole, e special- 
mente in versi. 

La fama sparsa in tutta V Europa delle Favole 
del La Fontaine, eccitò i poeti Italiani moderni 
a voler riempire, per dir cosi, questa lacuna 
lasciata dagli antichi nella loro letteratura. 
Quindi sorsero i Crudeli, i Roberti, i Passeroni, 
i Pignotti, i Bertela, e tanti altri ; i quali, per 
la naturalezza dello stile, per la saviezza della 
morale, per la leggiadria delle immagini, e per 
la loro classica ingenuità, si resero degnissimi 



AVVRRTIMENTO. 



di essere collocati coi miglioii Favolisti delle 
altre nazioni. 

Dalle loro opere sono state principalmente 
tratte le seguenti Favole : le quali, quantunque 
direttamente destinate a coloro che imparano 
la lingua, non riusciranno men care agli ama- 
tori della letteratura Italiana, e ad ogni eulta 
e brillante persona- 



Nota.— Alcune Favole m prosa sono lìprodotte nella scionàa 
jjarte della seguente Raccolta, art oggetto di facilitare ai principi 
anti l'intelligenza del verso. Queste, eh' ei tradurranno' le prim<^ 
nella secondo parte, e dopo di averle rilette in prosa, si trovano »*!)' 
Indice in cartUtiri corsivi. 



i 



PARTE PRIMA 



FAVOLE IN PROSA 



La Favola è un componimento originale, anzi unico, nel quale la filosofia, e 
la poesia sembrano esser convenute insieme per formar un innesto prezioso di 
follia e di sapienza, di fole e di verità, per istruire trastullando il gran bam- 
boccio dell' uomo ; correggere quella serpe dell' amor proprio senza irritarla ; e 
dar infine la ragione agli animali, per insegnarla a quelli che so ne credono i 
proprietarj. Cesarotti. — Sag^o sugli Studj. 



RACCOLTA DI FAVOLE MORALI 



PARTE I. 
FAVOLE IN PROSA. 



FAVOLA I. 

Il Cane Avido, 

Un Cane passava un fiume a nuòto, portando in 
bócca un pèzzo di carne. Vedendo nell' acqua la 
sua immàgine, credette che vi fòsse un altro Cane 
con altro pèzzo di carne. Per 1' ingordigia di ra- 
pirglielo aprì la bócca, e, lasciando intanto cadére 
quél che aveva, rimase privo dell' uno e dell' altro. 

Non siate mài tròppo àvidi, e ricordatevi del 
provèrbio : " Chi troppo vuole niènte ha^\ 

FAVOLA IL 

La Cerva, 

Cieca d' un òcchio pascolava una Cerva sul lito 
del mare. Teneva 1' òcchio sano rivòlto alla parte 



4 FAVOLE MORALI. 

di tèrra, dónde temeva le insidie de' Cacciatóri, e 
1' altro vèrso il mare, di cui non temeva. Passarono 
a caso de' naviganti, e, adocchiatala ben bène, la 
trafissero con un dardo. Quella morèndo si lagnava 
dèlia sua sórte, e diceva : *^ Misera me ! che la dis- 
gràzia mi venne addòsso di là dónde non V aspet- 
tava^'. 



FAVOLA III. 
Il Ladro, e il Cane, 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav. III.] 

Un Ladro, volendo rubare di nòtte in una casa, 
gettò al Cane, che vi èra di guàrdia, del pane, 
perchè stèsse zitto. Ma il Cane : " T' inganni", 
disse, " amico, se speri con ciò di chiùdermi la bóc- 
ca", e si póse ad abbaiare immantinènte per mòdo 
che il Ladro dovè fuggirsene precipitóso. 

Imparate dal Cane a non lasciarvi mài allettare 
da chi vi offre regali, perchè manchiate al vòstro 
dovére. 

FAVOLA IV. 

// Cerbiatto, e il Cèrvo. 

Il Cerbiatto un giórno disse al Cèrvo : '' Padre 
tu sé' più grande, e più velóce de' cani: tu inalberi 
dèlie corna supèrbe, e puoi vendicarti con èsse. 
Perchè adunque gli tèmi così?" Ed égli ridendo : 
"Tu dici bène mio caro figlio; ma so bène altresì, 



PARTE PRIMA. 



che appéna sentito 1' abbaiare de' cani, mi prènde, 
non so còme, tanta paura, che sono spinto alla 
fuga". 

Chi è tìmido per natura difficilmente guarisce. 



FAVOLA V. 

// Ragno, e la Róndine. 

Un Ragno che in vasta soffitta si teneva aver 
diritto esclusivo di còglier le mósche, s' ebbe a male 
che una Róndine facesse altrettanto ; e, per farsene 
rènder cónto, tése una fòrte réte attravèrso quella 
finèstra, per cui èssa sovènte entrava ed usciva, af- 
finchè v' incappasse e restasse prèsa. Dòpo non 
mólto la Róndine di pièno vólo passa per la finèstra, 
e tira séco per 1' ària la ragnatèlla ed il Ragno. 

Mài non è per tornarvi a cónto V attaccar briga 
con uno pia fòrte di voi. 

FAVOLA VL 
La Rana, e il Bue. 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav. VI.] 

Una Rana vide un Bue, che pascolava in un 
prato, e pùnta da invidia volle cercare di eguagliar- 
lo ; cominciò dùnque a gonfiarsi, e domandò a' 
ranòcchi suoi figli, chi fòsse maggióre. Essi rispó- 
sero : '^ Il Bue". Da ciò irritata seguitò a gonfiarsi 

1* 



6 FAVOLE MORALI. 

con maggior fòrza, ma sèmpre indarno. Ostinata 
volle continuar tuttavia ; ma alla fine scoppiò. 

Guardai evi dall' invìdia, e dalla presunzióne di 
voler uguagliare chi è pia grande, o pia potènte di 
vói. 



FAVOLA VII. 

La Lùcciola, e il Vermicèllo. 

"Non ho io", diceva ad alta vóce una Lùcciola, 
" quésto fòco di diètro che risplènde ? Ora che fo io 
qui in tèrra ? Perchè non vólo sulle sfere a ruotare 
quésti miei nobilissimi ràggi dal levante al ponènte, 
ed a formare una nuòva stélla fra 1' altre mie sorèlle 
del cielo ?" — " Amica", le disse un Vermicèllo, che 
udì i suoi vantaménti, " finche con quél tuo splèndi- 
do focherèllo stài fra le zanzare e le farfalle, verrai 
onorata; ma se sali dóve tu di', sarai nulla". 

Quésta favolétta aramonìsca me, e mólti altri. 

FAVOLA vili. 

Il Cane di Campagna, e i Cani dèlia Città, 

Un Cane di campagna venuto col suo padróne 
alla città, non appéna fu sul mercato, che mólti 
Cani, méssisi ad abbaiare, gli córsero cóntro. Ei 
si póse a fuggire ; e quésti tanto più lo inseguivano. 
Finalménte, stanco di quésto giuoco, si fermò risolù- 



PARTE PRIMA. 7 

to, e digrignando i dènti, si fé' vedére adirato. Al- 
lóra niùno de' Cani, che con tanto ardór lo incalza- 
vano, osò più avvicinàrglisi. 

Dice bène il provèrbio : A Càn che fugge ognuno 
grida: ''Dagli! dagli V 

FAVOLA IX. 

Lo Sparvière, e V Uccellatóre. 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav. IX.] 

Neil' impeto d' incalzare una colómba, incappa 
lo Sparvière nelle réti d' un Uccellatóre. Veden- 
dosi a mal partito, adópra tutta la sua eloquènza per 
ottener d' èsser lasciato in libertà. Tra le altre 
ragióni gli dice, di non aver égli mài fatto a lui alcun 
male. — '^ Sarà véro", rispóse quésti, '^ ma neppùr 
la colómba, che or óra perseguitavi per isbranàrla, 
non ti aveva offéso giammài". 

Chi fa male, male aspètti. 

FAVOLA X. 

// Cièco, e lo Stòrpio. 

Un Cièco trovò uno Stòrpio, e lo pregò a volérgli 
servire di guida. — '' Io il farei volentièri", rispóse lo 
Stòrpio, ' ma non mi posso règgere in piedi. Fac- 
ciàm così ; tu pòrtami, ed io ti verrò insegnando la 
strada : cosi a te verranno i miei òcchi, a me le tue 
gambe". Il Cièco accettò il partito, e si tòlse lo 



8 FAVOLE MORALI. 

Stòrpio sulle spalle : in quésto mòdo ciò che diviso 
èra inùtile all' uno e all' altro, unito insième divenne 
ùtile a tutti e due. 

Allo stésso mòdo dobbiamo nói pure aiutarci 
V un V altro, e farci del bène, dóve possiamo, 
scambievolmente. 



FAVOLA XL 

E Lupo e la Vólpe in giudìzio y innanzi alla Scimia. 

Il Lupo accusava la Vólpe d' avergli rubata non 
so che còsa, e la Vólpe negava. Scélsero la Scimia 
per giùdice. Quésta, dòpo aver udite le ragióni di 
ambidùe, rispòse : ^' Io crederei volentieri che tu, o 
Lupo, non abbi perduto quél che pretèndi, e che tu, 
o Vólpe, abbi rubato benissimo quello che nèghi". 
Volle con ciò la Scimia far intèndere, che non sapeva 
crédere ne all' uno né all' altro, perchè amendùe 
èrano sòliti a mentire. 

Guardatevi dal dir bugìe : chi è trovato in bugìa 
una vòlta, non è pili creduto, nemméno quando dice 
la verità. 



FAVOLA XIL 
// Fanciullo, e i Pastóri. 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav, XIL] 

Un Fanciullo per passar 1' òzio, méntre pasceva 
le pècore, gridava talora sènza motivo : "Al lupo ! al 



PARTE PRIMA. 9 

lupo !" I Pastóri, che 1' udivano, accorrevano in di 
lui soccórso ; e con tal vézzo égli se la spassava 
qualche tèmpo con èssi. Ma che ? Una vòlta, che 
fu davvéro assalita la sua greggia dal lupo, non gli 
valse pùnto il gridare, perchè quelli che 1' udirono, 
credendola la sòlita bèffa, non si mossero pùnto. 
Sicché ebbe il lupo tutto 1' àgio di portarsi via un 
agnèllo. 

Di là r imprudènte Fanciullo potè imparare, che 
non 5' hanno a dir bugie neppùr per ischérzo. 



FAVOLA XIII. 

Z*' Asino, il Leone, e il Gallo. 

Un Asino stava tranquillamente sdraiato in un 
campo, quando un Leone venne per divorarlo. Ma 
essendosi un Gallo, che a caso trovàvasi lì vicino, 
mésso a cantare, il Leone, non potendo per natura 
soffrire quél càntO; si mise a fuggire. L' Asino da 
sciòcco credendo che il Leone avesse timor di lui, 
incominciò ad inseguirlo, ed a ragliare con tutte le 
fòrze. Ma quando il Leone fu tanto lontano che 
non poteva sentir più il Gallo, si volse indiètro, e 
spiccatosi sull' Asino, lo sbranò. 

Allóra 1' Asino morèndo disse : '' Oh ! stólto che 
sono! La mia asinità mi dà la mòrte^\ 



10 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XIV. 

Il Gatto, e i Tòpi. 

In certa casa èrano mólti Tòpi. Un Gatto venne 
a saperlo, e s' avviò colà. Ne attrappàva mólti 
ogniddì, e bellamente se li mangiava. I Tòpi allóra 
vedendosi alle strétte, fecero consiglio, e dissero tra 
lóro : '^ Non iscendiàmo giù dal tétto, che altriménti 
morremmo tutti : perchè se il Gatto non può venire 
quassù, nói vivremo in luògo di sicurézza". Il Gatto, 
che vide cangiata la scèna, pensò di gabbarli per via 
d' inganno. Salì dùnque sur una piccola trave, e di là 
si calò giù penzolóne, fingendo il mòrto. Allóra un 
vècchio de' Tòpi, facendo capolino, e veduta la 
trésca, disse : " Eh ! galantuòmo ! quand' anche tu 
fòssi un' ómbra non ti verrei da vicino". 

Z/' uòmo prudènte non si lascia ingannare alV in- 
domani. 

FAVOLA XV. 
Z/' Infelice, e la Mòrte. 

[La stessa in Versi ; Parto Seconda, Fav. XV.] 

Un pòvero Vècchio procuràvasi stentatamente il 
vitto col raccògliere tra i dirupi qualche fàscio di 
legna, che, caricatosene il dòsso, per lunga via por- 
tava a véndere in città. Un giórno che tornava dal 
bòsco opprèsso più del sòlito da enórme péso, get- 
tà^^ol . tèrra: '^Ah! Mòrte", disse, "desiderata 
Mo*. , vièntene a me". Viene èssa, e gli dice: 



PARTE PRIMA. 11 

" Eccomi prónta a compir le tue brame . . , . " — " Io 
t' ho chiamato", rispòse il Vècchio, pàllido e tre- 
mante, '' perchè non essendo qui altri, m' aiuti tu a 
caricarmi le spalle di quésto fardèllo". 

Quando la Mòrte è lontana pòco spaventa^ ma 
qualóra si avvicina élla è mólto orribile. 



FAVOLA XVI. 

Il Pastóre, e il Mare. 

Un Pastóre guidava la greggia sulla riva del Mare, 
e vedendo la superficie chéta delle acque, sentì 
vaghézza di méttersi a trafficare in un vascèllo. 
Perciò vendute le pècore, comperò dèlie sòme di 
dàtteri, e fece véla : quando insórse una fièra bur- 
rasca, talché il naviglio èra in pericolo di sommèr- 
gersi. I naviganti gittàrono in Mare tutte le mèrci, 
e con èsse i dàtteri ; ónde alleggerire del péso la 
barca, che a gran fatica potè ridursi in pòrto. Da 
lì a qualche tèmpo, un cèrto Viandante passò lungo 
la spiàggia, e vedendo il Mare in calma : " Eh ! 
costui", disse, ^' vorrebbe ancóra de' dàtteri ; e perciò 
fa le viste d' èsser tranquillo". 

Le disgràzie fanno gli uòmini accòrti. 



12 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XVII. 

Mercurio, e il Contadino. 

Un Contadino nel potare un àlbero sulla riva 
d' un fiume, ebbe la disgràzia di lasciarsi fuggir di 
mano la scure, eh' égli non potè più rinvenire. 
Méntre stàvasi dolènte, piangendo quésta pèrdita 
gli apparve Mercùrio, il quale, mostrandogli una 
scure d' òro, gli disse : " E quésta, galantuòmo, la 
tua scure ?" — " No", rispòse il Contadino, " cotésta 
scure non è la mia". —"È dùnque quésta ?" presen- 
tandogliene una d' argènto. — ^' No, non è neppùr 
quella che mi appartiene". — '^ Sarà fórse quésta?" 
sporgendone una di fèrro. — ^^ Ecco veramente la 
scure la cui pèrdita m' affligge".— '^Prèndi quésta", 
soggiùnse Mercùrio, " ed anche le due altre. Ricévile 
in prèmio dèlia tua buòna fède". 

La probità è la miglior polìtica. 

FAVOLA XVIII. 
jL' Asino, e il Cavallo. 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav. XVIII.] 

Un Asino ed un Cavallo viaggiavano insième, 
ambidùe càrichi dèlie lóro sòme. L' Asino senten- 
dosi tròppo aggravato, disse al Cavallo : " Pigliati 
in grazia un pòco del mio péso, eh' io non posso or- 
mài più resistere". Al che rispòse il Cavallo : " Io 
sono abbastanza aggravato, e non sono in grado di 
compiacerti". Il pòvero Asinèlio dòpo pòchi pàssi 



PARTE PRIMA. 13 

cadde sfinito dàlia fatica, e sótto il péso morì. 11 
Cavallo voltòssi appéna a guardarlo, e tirò innanzi ; 
ma il padróne córse ben tòsto a fermarlo, e lo caricò 
di tutta la sòma che 1' Asino avéa. — '^ Misero me !" 
disse il Cavallo allóra, ^' ben èra mèglio il pigliarmi 
quél pòco péso da principio, e salvar la vita a quésto 
pòvero animale, che vi morì sótto per mia cagióne". 

Non vi rincrésca di soffrire un pòco d^ incòmodo 
per aiutare chi ha bisógno ; altriménti potrà acca- 
dere anche a vói di dover sopportare una maggior 
péna. 



FAVOLA XIX. 

La Gatta, e il Gattino. 

Desinava una brigata di scioperóni, in tèmpo di 
carnovale ; e sènza eh' uòmo se n' accorgesse, una 
Gatta, alla presènza di picciolo Gattino suo figlio, 
arraffò un pezzetto di carne : quindi scappò a rim- 
bucàrsi ; e il Gattino diètro. Non so perchè, vol- 
gendosi élla altróve còlla carne tra le zampe, la pic- 
ciola bestiuóla stèse lo zampétto, e stava per adden- 
tare quél cicciolo. Se n' accòrse la madre, ed ar- 
ricciando il pélo, dirugginando i dènti, mòrse il tè- 
nero figlio, e ne lo ripigliò agramente, perchè avesse 
tentato di rapirle la prèda. Ei prèsto soggiùnse : 
^* Tu pur r hai rubata". 

Inségna la fàvola quanto pòssa V esémpio dé^ 
genitori nelle tènere ménti de* figlL 
2 



14 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XX. 

// Pastóre, e la Greggia. 

Un Pastóre una vòlta così aringo la sua Greggia : 
'^ Codardi e imbecilli che siete! Quando da lungi 
scorgete il lupo, immantinènte vi date alla fuga» 
State férmi, aspettatelo coraggiosamente : quésto 
sólo basterà per intimorire il nemico". A tale ram- 
pógna i montóni, le pècore, ed anche gli agnèlli 
promisero sulla lóro paróla d' onore, non sólo di 
rimanére intrèpidi nelle file, ma anche di difèndersi 
da bravi. Méntre stavano facendo al Pastóre 
quéste bèlle promèsse, ècco un lupo apparire . . . , 
anzi non èra mica un lupo, ma sólo la sua ómbra. 
A tale vista tutti dimenticano le fatte promèsse : e 
la Greggia intéra si dà alla fuga. 

Fatti, e non paròle. 

FAVOLA XXL 

Il Sorcio Viaggiatóre. 

L"n Sorcio fece un viàggio. Tornato che si fu a 
casa, i sorci parénti ed amici gli furono intórno a 
rallegrarsi dèlia sua buòna venuta, e dèlia sua buòna 
céra ; ed ognuno voléa saper novità spezialmente di 
quelle, che potèano interessare la lor nazióne, ed il 
lóro còrpo. Egli, dòpo aver raccontati mólti avveni- 
menti, in cui entravano i presciutti e i formàggi, 
asserì a tutto quél concilio, che avèa veduto de' tòpi 
còlle ali, i quali veracemente volavano per 1' ària. 



PARTE PRIMA. 15 

Tutta V assemblèa restò attònita, e ciascuno augu- 
rava a se, ed àgli altri quelle ali : perchè con tal 
presidio non avrebbero avuto più paura del gatto. 
Ma che ? I sorci alati veduti da colui èrano i 
pipistrèlli. 

/ viaggiatóri non di ràdo traveggono per la 
negligenza di osservare, e fanno travedére per 
V ambizióne di far maravigliare. 

FAVOLA XXII. 
L' Istrice, e la Vólpe. 

[La stessa iu Versi ; Parte Seconda, Fav. XXII.] . '; 

L' Istrice tornava dalla guèrra con ima cèrta 
Vólpe ; e lamentandosi con lèi eh' èra stracco, e 
che gli dolèvan tutte le ossa, la Vólpe gli disse : 
" Vòstro danno, Messère. A che portare tant' arme 
addòsso^ óra che la guèrra è finita ? Perchè almanco 
la séra, quando siete giùnto all' osteria, non ve le 
cavate vói, che cosi vi riposerete che sarà un pia- 
cére ?" Acconsentì il sémplice dell' Istrice. E la 
séra sùbito arrivato all' osteria, tutto si disarmò, e 
cenato eh' égli ebbe, se n' andò a riposare. La 
trista dèlia Vólpe, cóme lo vide addormentato, se 
n' andò alla vòlta sua, e trovandolo del tutto dis- 
armato, lo ammazzò, e mangiósselo a suo grand' àgio. 

Cosi interviene a colóro, i quali si affidano cie- 
camente a ingannévoli consigli. 



16 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XXIII. 

U Aquila, e la Biscia^ 

Li' Aquila, dòpo aver lunga pèzza contemplato i! 
sóle, rivòlse 1' òcchio alla vasta estensiòn della tèrra 
a lèi sottopòsta, e stava librata sull' ale, pascendosi 
di quél vàrio, e pompòso spettàcolo. Pòco lungi di 
là, nella spaccatura d' un masso, una gròssa Biscia 
la guatava con òcchio di fuòco, e divincolandosi, e 
aiutandosi còlle sue spire, facèa pròva di lanciar- 
sele cóntro ; ma non potendo règgersi a lungo, 
ricadeva a tèrra, addentandola di dispétto, e di ràb- 
bia. Veggèndo adunque tornarle vano ógni suo 
sfòrzo, si pòse a zufolarle diètro con un furóre pari 
all' invidia da cui si sentiva ródere. L' Aquila final- 
ménte adocchiatala : " Che fai tu", disse, " villana 
béstia ? Che hai tu a fare con me ? T' intèndo, tu 
vorresti provocare il mio sdégno a rischio d' èssere 
straziata dà' miei artigli ; vorresti pure eh' io t' af- 
ferrassi e t' alzassi mèco nell' ària. Nò, io non ti 
farò quésto onore : Zufola pure fin che tu scòppi, 
ina striscia^'. 

FAVOLA XXIV. 

L' Asino, e la Lèpre. 

I quadrùpedi essendo una vòlta in guèrra, il 
Leone scélse per generalissimo dèlie sue armate un 
Órso eh' èra riputato valorosissimo guerrièro. In 
una rasségna delle truppe, che facèvasi alla presènza 
del monarca, presentatisi 1' Asino e la Lèpre, il 



PARTE PRIMA. 17 

generale rivólto al re disse : ^' Mandiamo a spasso 
quéste razze vili e pauróse, che in un fatto d' armi 
pósson produr disórdine e cagionar pregiudizio, non 
mài èssere d' alcun prò". — '^ Non dite così, signor 
generale", rispóse il Leone. '' Non vi è soggètto 
alcuno nello stato, che, impiegato secóndo il suo 
talènto, non sìa utile a qualche còsa. Negli esèr- 
citi fan d' uòpo mólti corrièri. Chi a tal uffizio po- 
trebbe servir mèglio della Lèpre ? L' Asino pòi in 
qualità di trombétta non sólo si fa sentir da tutto 
i' esèrcito ; ma, quél eh' è mèglio, métte égli in 
ispa vènto i nemici". 



FAVOLA XXV 

Il Ragno, e il Bigatto. 

Un Ragno stava occupatissimo facendo una lun- 
ghissima téla, che giungeva da un lato dell' appar- 
taménto all' altro ; quando un Bigatto gli domandò, 
perchè impiegasse tanto tèmpo e tanto lavóro nel 
fare un sì gran nùmero di linee e di cérchi. — " Taci, 
ignorante insètto", rispóse il Ragno stizzito, " bada a 
non incomodarmi più còlle tue domande. Io lavóro 
per tramandare il mio nóme ài pòsteri, e la fama è 
r ùnico oggetto dèlie mie fatiche. Io non sono 
matto, quale tu sèi, e non mi chiùdo, cóme tu fai, in 
un bòzzolo, per ivi pòi morirvi di fame". Ma ècco 
che, méntre il dótto Ragno stava ragionando con tan- 
to ingégno, una serva, che portava fòglie di mòro pel 
Bigatto, entrando nella càmera, accòrtasi del lavóro 
del Ragno, con un cólpo di granata distrùsse nello 

2* 



18 FAVOLE MORALI. 

stésso tèmpo il Ragno, il suo lavóro, e le sue bèlle 
speranze. 

Niènte è 'più. ridìcolo che usare di un' arte del 
tutto inùtile. 



FAVOLA XXVI. 

La Vólpe, il Lfùpo, e il Màio. 

[La stessa in Versi 5 Parte Seconda, Fav. XXVJ.] 

La Vólpe andando per un bósco^ vi trovò un MùlOj 
e non n' avéa mài più veduti. Ebbe gran paura, e 
cosi fuggendo trovò il Lupo ; dissegli cóme avéa 
trovato una novissima béstia, e non sapéa il suo 
nóme. Il Lupo disse : "Andiàmvi; ben mi piace" : 
ed incontanènte furono giùnti a lui. Al Lupo parve 
più nuòvo, che altresì non n' avéa mài veduto. La 
Vólpe il domandò del suo nóme. Il Mulo rispóse : 
'^ Cèrto io non V ho bène a ménte, ma se tu sài lèg- 
gere, io 1' ho scritto nel pie diritto di diètro". La 
Vólpe rispóse : " Lassa ! eh' io non so niènte, che 
lo saprei mólto ben volentièri". Rispóse il Lupo : 
'' Lascia fare a me, che mólto lo so ben fare". II 
Mulo sì gli mostrò il pie diritto di sótto, che li chióvi 
paréano lèttere. Disse il Lupo : "Io non le véggio 
bène". Rispóse il Mulo : " Fatti più prèsso, che le 
son minute". Il Lupo gli credette, e ficcóssegli sót- 
to, e guardava fiso. Il Mulo trasse, e diègli un càlcio 
nel capo tale che 1' uccise. Allóra la Vólpe se 
n' andò, e disse : 



*' Ogni uòmo che sa lettera non è sàvio'\ 



PARTE PRIMA. 19 

FAVOLA XXVII. 

iZ Fuòco, V Acqua, e V Onore, 

Il Fuòco, V Acqua, e 1' Onore fecero un tempo 
comunèlla insième. E volendo far viàggio in com- 
pagnia, prima di partirsi, dissero che bisognava darsi 
fra lóro un ségno da potérsi ritrovare, se mài si fos- 
sero scostati e smarriti 1' uno dall' altro. Disse il 
Fuòco : " S' é' mi avvenisse mài quésto caso eh' io 
mi segregassi da vói, ponete ben ménte colà dóve 
vedete fumo ; quésto è il mio segnale, e quivi mi 
troverete certamente". Soggiùnse 1' Acqua : ^^ Se 
vói non mi vedete più, non mi cercate colà dóve ve- 
drete seccóre, e spaccature di tèrra ; ma dóve scor- 
gerete sàlci, alni, canne, o èrba molto alta e vérde ; 
andate costà in tràccia di me, e quivi sarò io". 
'^ Quanto è a me", disse 1' Onore, ^^ spalancate ben 
gli òcchi, e ficcàtemigli bène addòsso, e tenetemi 
saldo, perchè se la mala ventura mi guida fuòri 
di camrnìno, si di' io mi pèrda una vòlta, non mi 
troverete pia mài'\ 

FAVOLA XXVIII. 

// Cane Invitato. 

Un galantuòmo apparecchiava gran céna per con- 
vitare un amico. Il Cane di casa volle invitare un 
altro Cane, e gli disse : ^' Buon Amico vieni mèco a 
céna". Andò in fatti, e gongolava tutto di piacére, 
mirando 1' apparécchio di quella céna lautissima. 
^'Affè mia", diceva tra se, *^ che òggi mi tócca la gran 



20 FAVOLE MORALI. 

fortuna ! Che delizióso banchétto ! io mangerò a 
pància pièna, e dimani non avrò fame". Dicendo 
così faceva mille carézze al suo compagno, e dime- 
nava la còda piacevolmente. In quésto mézzo ve- 
dendolo il cuòco aggirare per la cucina lo prése per 
le gambe, e lo gittò dalla finèstra. 11 Cane tutto 
ammaccato fuggiva abbaiando fortemente. Lo in- 
contrarono per via degli altri Cani, e gli dissero: 
" Com' hai cenato bène ?" E costui guardandoli 
sul sèrio rispòse: '^Ho tracannato tanto vino, che 
non mi sono avveduto della strada che feci per 
venir via". 

Non vi fidate di quelli che vogliono farla da 
benefattóri a spése altrùi. 

FAVOLA XXIX. 

I Tre Pésci. 

Venivano un giórno cèrti pescatóri ad un lago . . . , 
dóve tra gli altri dimoràvan tre Pésci. L' uno di 
quésti èra mólto avveduto, e accòrto ; 1' altro ardito, 
animóso, e gagliardo ; il tèrzo tanto pauróso, e pi- 
gro, che sèmpre pareva che affogasse né' mócci. Il 
primo, sentendo 1' apparécchio che facevano i pesca- 
tòri, prevedendo còlla sua prudènza il danno, uscì 
sùbito del lago. Il secóndo, che mólto si fidava duella 
sua gagliardia, non si curò di fare altra provvisióne, 
ma pensò d' aspettare il succèsso della còsa ; il 
quale còme prima si vide i pescatóri addòsso, salito 
a galla sènza muòversi niènte, mostrando d' èssere 
mòrto, fu prèso, e, còme còsa disùtile e corrótta, 



PARTE PRIMA. 21 

gittàto fuor del lago, dov' égli sènza dimenarsi stétte 
tanto, che i pescatóri furono partiti ; e pòi pian 
piano se ne tornò nell' acqua. Il tèrzo, che, còme 
si è détto, èra una cèrta figuraccia di non pensare a 
nulla, non facendo alcuna provvisióne a' fatti suoi, 
fu prèso, e fritto, e mangiato. 

Non si deve por tèmpo in mèzzo al fare le débite 
provvisióni^ quando minàccia un perìcolo. 

FAVOLA XXX. 
La Vólpe, il Gàlloy e i Cani. 

[La stessa in Versi 3 Parte Seconda, Fav. XXX.] 

'' Fratèllo", disse una Vólpe di buon appetito ad 
un vècchio Gallo, che riscdéa sui rami d' un' antica 
quèrcia, " nói non siamo più in guèrra : vengo ad an- 
nunziarti una pace generale. Scéndi prèsto eh' io 
t' abbràcci". ~" Amica", rispòse il Gallo, ^^ tiassicù- 
ro eh' io non poteva sentire nuòve più grate. Ap- 
punto veggo in distanza due Vèltri che vengono in 
frétta a recarci la nuòva dèlia pubhcaziòne dèlia 
pace. Vanno prèsto, e saranno qui a moménti. 
Aspetta il lóro arrivo, acciocché possiamo abbrac- 
ciarci tutti insième". — '^ Umilissima serva", riprése 
la Vólpe. '' Non posso trattenérmi di più. Ma 
un' altra vòlta faremo fèsta insième per un si Hèto 
evènto". Ciò détto, partì di vólo, mólto scontènta 
del suo stratagèmma. Allóra il Gallo si mise a 
scuòtere le ah per la giòia, ed a cantare per beffarsi 
dell' impostóre. 



22 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XXXI. 

U Demònio, e la Vècchia. 

Vedendo una volta il Demònio, che ben tòsto sa- 
rebbe una Vècchia caduta da un cihégio su cui s' era 
incautamente arrischiata ; chiamati tòsto notài e 
testimònj, disse lóro : ^' Vói vedete il ciménto nel 
quale quésta Vècchia, che già già sta per cadére, 
s' è méssa. Fatemi perciò vói buòna testimonianza, 
che quello che ha fatto costèi, 1' ha fatto di suo 
volére, e non a mia istigazióne". Appéna ciò détto, 
la Vècchia ècco cade, e nel cadére grida si che tutto 
accòrre il vicinato. — "Perchè mài", le dice ognuno, 
'' in quell' età far còsa da ragazzòtto ? Quàl pazzia 
rischiarsi sópra un tal àlbero ?" — " E stato", rispónde 
élla "certamente il Diàvolo^ oIir mi ha indòtta a far 
quésto". — " Tu mentisci, vecchiaccia", dissele 1' ac- 
cusato. E chiamati i testimònj, fece autentica- 
mente costare, eh' égli non aveva avuto in ciò parte 
veruna. 

Volle con quésto il Demònio mostrare, che non 
lui incolpar debbono gli uòmini delle lóro follie^ 
còme sovènte fanno, ma sé stéssi. 

FAVOLA XXXIL 

// Cèrvo. 

Andando il Cèrvo a zonzo per la sélva, fu assalito 
da gran séte. E cosi camminando trovò una fónte 
con beli' acqua chiara còme argènto ; e bevendo di 



PARTE PRIMA. 23 

quest' acqua, e specchiandosi in èssa, prendeva 
gran dilètto dell' ómbra che rendevano le sue ra- 
móse corna di gran bellézza e nobilita ; e di ciò mólto 
le commendava. Ma guardando alle gambe, vedé- 
vale magre e sécche ; e di ciò avéa gran dolóre, e 
portavano gran vergógna ; e fra sé dicéa, che innanzi 
vorrebbe èssere sènza gambe, che avérle così sózze. 
E intanto ècco venire cacciatóri, che co' lóro brac- 
chètti ebbero levato il Cèrvo. Ed esso fuggendo 
per la sélva, e passando tra àlberi bassétti, le sue 
lunghe e ramóse corna furono attaccate. E così 
stava prèso, e pregava le gambe che il portassero 
via; ma le lunghe corna negavano alle gambe il 
corrimènto. E così, quello che stimava ùtile e 
dilettèv^ole, fu cagióne dèlia sua mòrte. 

Sprezzare quello che fa prò e onore, e amare 
quello che fa danno, è scóncia còsa. 



FAVOLA XXXIII. 

1 Garòfani, la Ròsa, e la Viola-Màmmola. 

Grandeggiavano in un giardino sópra tutt' i fióri i 
Garòfani e cèrte Róse incarnatine, e schernivano 
cèrte Mammolette -Viòle, che stàvansi sótto 1' èrba, 
sicché appéna èrano vedute. — '^ Nói siamo", diceva- 
no i primi, '^ di così lièto e vàrio colóre, eh' ógni uòmo 
ed ógni dònna, venendo in quésto luògo a passeg- 
giare, ci póngono gli òcchi addòsso, e pare che non 
siano mài sàzj di rimirarci". — "E nói", dicevano le 
secónde, " non solamente siamo ammirate, e cólte con 
grandissima affezióne dàlie gióvani, le quali se ne 



24 FAVOLE MORALI. 

adornano il séno ; ma le nostre fòglie spicciolate 
gittano fuòri un' acqua, che col suo gratissimo odóre 
riémpie tutta V ària d' intórno. Io non so di 
che si pòssa vantare la Viòla, che appéna ha tanta 
grazia d' odóre, che si senta al fiuto, e non ha colóre 
ne vistóso ne vivo, còme il nòstro". — " O nobolissi- 
mi fióri", rispòse la Violétta gentile, "ognuno ha sua 
qualità da natura. Vói siete fatti per èssere orna- 
ménto più manifèsto, e più miràbile àgli òcchi delle 
gènti ; e io per fornire quest' ùmile e minuta erbét- 
ta, che ho qui d' intórno, e per dar grazia e varietà 
a quésto vérde, che da ógni lato mi circonda". 

Ógni còsa in natura è buòna. Alcuna è più mi- 
ràbile, ma non perciò le pìcciole debbono èssere 
disprezzate. 

FAVOLA XXXIV. 
Il Contandìno, il Figlio, e V Asino, 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav. XXXIV.] 

Un Contadino con un suo Figlio menava un Asino 
al mercato. Incontrandoli alcuni : " Ve", dissero, 
" che sciòcchi l han 1' Asino, e vanno a piedi". Ciò 
udito il Vècchio vi montò sópra. Ma andarono pò- 
co innanzi, che alcune dònne : " Guarda", gridarono, 
" che Vècchio indiscréto ! cóme éi fa tapinare quél 
pòvero Figlio a corrergli diètro a piedi !" Éi scése 
allóra, e sópra vi pòsa il Figlio. Ma pòco dòpo 
alcuni uòmini attempati: "Ragazzóne !" esclamaro- 
no, " non hai tu rossóre di starti colà a sedére, tu 
eh' hai buòne gambe, e lasciar cosi a piedi ajSannàrsi 



PARTE PRIMA. 25 

quésto pòvero Vècchio ?" Il Vecchio allóra vi montò 
anch' égli ; ma fatto pòco tratto di cammino : " Pò- 
vera béstia!" cominciarono alcuni a dire ; *' colóro 
vogliono ammazzarla". Il Contandino più non sa- 
peva che farsi. Premendogli dall' altra parte, che 
r Asino arrivasse frésco al mercato, legategli le 
gambe, e póstovi un bastóne frammèzzo, insième 
col Figlio si mise a portarlo. A quésta scéna tutti 
dicevano, ridendo : " Vedi beli' agnellino da portar 
sul bastóne !" Il Contadino alla fine disperato : " E' 
non v' ha mòdo", disse, " di far tacére le male lingue. 
E mèglio eh' io fàccia quello che faceva dapprima, 
e làsci che ognuno gràcchi a pósta sua". Depòse 
I' Asino, e slegatolo, il lasciò andare da sé, sènza 
più badare a quél che altri dicesse. 

Non si deve badare a quél che dicono gV igno- 
ranti i maligni, ina procurar di far héne^ e lasciar 
che ognun cianci a sào talento. 



FAVOLA XXXV. 

Il Fantasma. 

Un Fanciullo còrse una séra impaurito da suo Pa- 
dre, e tremando disse che avéa veduto un Fantasma 
terribile. — " Udendo rumor nella strada, io mi son 
fatto", disse, " alla finèstra, e m' è apparsa una gran 
figura tutta bianca, che veniva a gran pàssi, e faceva 
uno strèpito spaventévole". Il Padre, dolcemente 
sorridendo: "Fatti ànimo", disse, " domani a séra 
vedrai che còsa èra il Fantasma". Venuta la nòtte> 
attravèrso alla strada égli tèse una còrda. Il Fan- 
3 



26 FAVOLE MORALI. 

tàsma comparve all' óra solita. Il Figlio spaventato : 
"Eccolo", disse, '' ècco che viene".— "T' accheta", 
rispóse il Padre, "sta zitto". Il Fantasma frattanto 
avanzàvasi a gran pàssi ; ma arrivato dov' èra la 
còrda, senz' avvedersene vi urtò déntro, e cadde 
stramazzóne per tèrra. Il Padre allóra prèso il Fi- 
glio permane: "Vieni óra a vedére", gli disse, "che 
còsa èra il Fantasma". Uscirono insième, e trova- 
rono un uòmo avvoltolato nel fango, e tutto lórdo. 
Costui per prèndersi il tristo divertiménto di spa- 
ventare la gènte, si èra méssa una màschera sul 
vòlto, un gran lenzuolo bianco d' attórno, e andava 
camminando su due altissimi tràmpoli : quella séra 
però pagò caro il suo divertiménto. 

Se alcun vi parìa di Fantasmi^ di Follétti, di 
Befane, di mòrti che girati di nòtte, e di còse simili, 
non credete mài nulla: sono tutte finzióni per far 
paura ài fanciulli e agV ignoranti. 

FAVOLA XXXVI. 

Un Padre, e tre Figli. 

Un ricco Padre divise fra i suoi tre Figli i próprj 
bèni. Si riserbò solamente un anello prezióso: "E 
quésto", disse, " sarà dato a chi dì vói saprà fare 
1' azióne più bèlla e più generósa". I Figli partiro- 
no, e tornarono dòpo tre mési. 11 primo disse : 
" Uno stranièro mi ha affidata una cassétta pièna 
d' òro sènza prènderne sicurtà: avrei potuto rubar- 
gliela a man salva, ma in véce al suo ritórno glieP ho 
fedelmente restituita". Il Padre rispòse : "Tubai 



PARTE PRIMA. 27 

fatto bene ; ma non hai fatto però che il tuo dovére ; 
rubandola saresti stato il più scellerato uòmo del 
móndo ; ognuno deve restituire fedelmente quél 
eh' è d' altrùi". Sottentrò il secóndo. " Io pas- 
sava", disse, "un giórno vicino ad una peschièra; 
vidi precipitarvi un fanciullo ; sènza il mio aiuto éi 
si sarebbe annegato : io córsi prónto, e lo cavai salvo 
dall' acque". — " Anche la tua azióne è buòna", 
rispóse il Padre ; " ma anche tu non hai fatto se non 
quello a cui tutti siamo tenuti, che è di soccórrerci 
né' pericoli scambievolmente". Il tèrzo allóra disse : 
"' Un giórno io ho trovato un mio nemico addormen- 
tato sull'orlo d'un precipizio: voltandosi, éi vi 
sarebbe caduto, io 1' ho svegliato dolcemente, e V ho 
liberato dal pericolo". — " Ah Figlio !" disse il Pa- 
dre, abbracciandolo teneramente, " a te si deve 
V anello". 

// far del bène àgli stéssi nemici, è V azióne ap- 
punto pia bèlla e più generósa. 



TAVOLA XXXVII. 

La Scimia, e V Orinolo, 

Un signóre premuróso d' uscir di casa lascia 
l' Orinolo appèso a canto al lètto. Una Scimia ad- 
dimesticata, eh' ha per costume di ricopiar le azióni 
del suo padróne, prènde 1' Orinolo, e coli' aiuto 
d' una bènda se 1' applica al fianco. Un moménto 
dòpo lo tira, e lo càrica ; pòi lo guarda, e : " Esso 
córre", dice. Apre, e volge 1' indice all' indiètro, 
pòi se 1' adatta di nuòvo al fianco. Passato ancóra 



28 FAVOLE MORALI. 

un moménto, lo prènde un' altra vòlta in mano : 
*^ Oh ve' !" dice la saggia, " óra va tròppo lènto. 
Quésto sì eh' è un imbròglio! Còme rimediarvi?" 
Gira un pocolino còlla chiavétta il registro ; pòi 
chiùde, e s' applica 1' Oriuòlo garbatamente 
all'orécchio. — ''Quésta battuta è falsa", dice, e 
gira altriménti la chiave, pòi torna ad udire .... — 
" Non va ancor bène". Apre la cassa, guarda, 
esamina in ógni parte ; tócca quésta ruòta, férma 
quella, muòve quell' altra .... In sómma la mala 
béstia tanto urta, agita, scuòte la màcchina, che ha 
per mano, eh' èssa cèssa in fine ógni suo mòto. 

Guardaci, o Ciéì propizio, dalV assistenza di 
quéi guastamestièri che maneggiano i còrpi umani, 
cóme maneggiò la Scimia lo sfortunato Oriuòlo. 

FAVOLA XXXVIII. 
Il Concìlio dèi Sorci. 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav. XXXVIII.] 

Un Gatto vigilantissimo, stabilitosi in un vècchio 
abituro, faceva nòtte e giórno aspra guèrra ài Sorci. 
Ne avèa già ammazzato gran nùmero, e quéi eh' èra- 
no avanzati al macèllo non ardivano più sbucare 
dalle lor tane ; sì che vi èra a temere che morissero 
di fame. In quésto frangènte si raunàrono in con- 
siglio per deliberare de periclitànte repàblica. 
Quivi, dòpo vàrj paréri lungamente discùssi, uno 
dell' assemblèa, dimandato con viva impaziènza si- 
lènzio, si mise ad aringàre così : " Signóri, ho tro- 
vato r infallibile, e 1' ùnico mézzo di salvarci:. 



PARTE PRIMA. 29 

Quest' è attaccare al còllo del Gatto un campanèllo. 
Così quando si muoverà, ne saremo sùbito avvertiti, 
e potremo facilménte métterci in sicuro". A quéste 
paròle segui un vivo applàuso da tutti i lati. Ma 
tòsto un vècchio Sorcio levatosi, disse : " Bèllo è il 
consiglio : rèsta sólo a sapere chi vorrà attaccare il 
campanèllo al còllo del Gatto". All' impensata 
propòsta si ammutolì ciascuno ; e, con màssima con- 
fusióne dell' oratóre, il bel parére se n' andò in fumo. 

Prima di dare un consìglio pensate ài mézzi di 
porlo ad effètto. 

FAVOLA XXXIX. 

// Pittóre. 

Léggesi nelle stòrie Orientali, che Ormuz fu un 
Califfo pièno d' amòre de' pòpoli suoi, e che só- 
pra ógni còsa desiderava, che ciascun uòmo nelle 
città e nelle sue tèrre, facesse quell' ufficio e 
quell' arte, che a lui apparteneva. Venne dinanzi 
a lui accusato un Dervis, il quale, in iscàmbio 
d' attèndere àgli ufficj suoi, s' èra dato del tutto 
al dipingere, ed a fare ritratti; e che, per non 
èssere conosciuto, vestivasi al mòdo de' giovinétti 
del paese, e, dimenticatasi la decènza della sua con- 
dizióne, entrava ora in quésta casa, óra in quella, 
ed esercitava la vietata pittura, nella quale però égli 
avéa piuttòsto vòglia d' èssere più valènte maèstro, di 
quello eh' égli fòsse in effètto. Certificatosi Ormùz 
dell' erróre, voléa gastigàre il colpévole con gravis- 
sima péna. Ma un peritissimo Mago, e mólto stu- 



30 FAVOLE MORALI. 

dióso della natura umana, pensò che quésto non 
fòsse erróre da punire con tanta rigidézza, e dissene 
il suo parére al Califfo, esibendogli 1' arte sua per far 
ravvedere il Dervis del suo fallo. Consentì il Ca- 
liffo, e lasciò la faccènda nelle mani del INlàgo; il 
quale fece sì con 1' arte sua, che, méntre il Dervis 
adoperava il pennèllo per dipingere le immàgini 
altrùi, in quello scàmbio sulla téla si vedeva sèmpre 
1' immàgine del Pittóre, e all' intórno cèrte figu- 
rétte, eh' esprimevano allegoricamente 1' intrinseco 
de' suoi pensièri, e mettevano 1' ànimo suo sótto gli 
òcchi altrui. Ónde nàcque il provèrbio : 

O tu, che p'mgi altrui, guarda te stésso. 



FAVOLA XL. 
Il Gambero, e la Vólpe, 

Vólpe. '^ Ve' che strano animale ! perchè cam- 
mini sì a rilènte ed a ritróso?" — Gambero. "Ep- 
pure io córro più di te ; e se noi crèdi, fanne la 
pruòva". — V. " E quale ?" — 6r. " Ti sfido ad una 
carrièra". — V. " Tu ? va, bestiaccia I Son ben fòlle 
io che ti ascólto". — G. " Furbàccia ! tu copri col 
disprèzzo la paura d' èsser vinta".— J^. "Orsù; 
voglio umiliarti: accètto la sfida". — G. "Ed io 
vò' darti anche il vantàggio d' un passo innanzi". 
'•—V. "Anche ciò! Ebbène, vedremo, arrogante". 

La Vólpe si fa innanzi, ed il Gambero, alzando 
una branca, se le attacca còlla fòrbice alla còda. 
La Vólpe dòpo aver córso un ben lungo tratto, si 
volge con impeto : in quésto il Gambero si lascia 



PARTE PRIMA. 31 

cadére, e pel mòto della còda si trova innanzi più 
pàssi, 

V. ''Ehi, bestiuòla presuntuósa, dóve sèi?" — 
G., didiètro. "Sto qui". — V., rivolgendosi con 
istiipóre. " E còme ti trovi là tu ?" — G. " Mi ci 
trovo, perchè ho còrso più prèsto di te".— F". ''Per 
tutti gli Dèi ! chi r avrebbe mài creduto !" 

Coiài è il véro fàrho, che, sembrando sciòcco, in- 
ganna i furbi, 

FAVOLA XLI. 

/ dae Matti. 

Due Matti imbacuccati né' lóro mantèlli, treman- 
do di fréddo, entrarono in cèrta osteria, e pregarono 
1' Oste ad accèndere una fascina, e così ristorargli. 
L' Oste prónto al focolare li ména, ad attizza un 
gran fuòco, pòi se ne va. Intanto uno di quelli 
s' accóncia prèsso al fuòco per mòdo, che se fòsse 
stato di pàglia, è' si sarebbe incenerito allóra allóra. 
L' altro si férma in capo dèlia gran stanza, e tratte 
fuóra del ferraiuólo le mani, sta còlle braccia tése 
al focolare per riscaldarsi. Ivi a pòco, quégli 
eh' era in sulla bràge, esclama : "Maledétto fuòco ! 
éi mi brucia". Quésti eh' èra lontano, soggiùnse : 
"Oh, oh, io son fréddo fréddo, cóme prima"; 
e chiamano 1' Oste. Vièn égli, ed il domandano 
tutti e due, che fuòco, che legna fossero quelle ? 
Perchè 1' uno dicéa d' abbruciarsi, e 1' altro di non 
sentirvi pùnto di calóre. Rispòse 1' uòmo, accòrtosi 
che non istàvano ben in cervèllo : " Il male non è 
nel fuòco, è in vói. Tu, accostati al fuòco quattro 



32 FAVOLE MORALI. 

pàssi, e ti riscalderai ; e tu, due tanti ritirati, che 
non ti brucerà di cèrto". Com' égli disse, fecero : 
quindi, prèso un pòco di confòrto, se ne partirono, 
lodando il fuòco, le legna, e 1' avviso dell' Oste. 

Quésti due Pazzi sono il ritratto di quelli, che 
non sapendo usare le còse, còme richiède la lóro 
natura, le crédono male, tutto che buonissime, e se 
ne lamentano. Noìi basta il bène a chi non sa 
farne buon uso. — Son lodévoli le ricchézze, ma di- 
ventano biasimo nelle mani di chi, o pròdigo le gitta 
in istravizj, e gozzovìglie ; od avaro le tiene in uno 
scrigno di fèrro. 

FAVOLA XLIL 
La Lepre i e le Rane. 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav. XLIl.] 

Una Lèpre riflettendo un giórno fra se, cosi co- 
minciò a ragionare : " Che sciagurata vita è la mia ! 
Sèmpre in continui timóri ! Non sarebbe égli mèglio 
morire una vòlta, che vivere in uno stato mille vòlte 
peggiòr dèlia mòrte ?...." Volèa più dire, ma in 
queir istante uno zeffirètto, scuotendo giù alcune 
fòglie da un àlbero vicino, intimorì talménte la 
timida bestluòla che, sènza più dire, partì di vólo. 
Nella sua fuga veggéndo da lungi un lago, ivi tòsto 
indirizza i pàssi, risoluta di por fine ad una vita sì 
grama col gettàrvisi déntro. Ma al suo avvicinarsi 
alla riva, un gran nùmero di Rane che quivi si sol- 
lazzavano, atterrite al rumóre eh' élla fece, rifuggi- 
ronsi tòsto al lago, in cui tutte prestamente si som- 



PARTE PRIMA. 33 

mòrsero. " Cóme ! cóme !" disse allóra la Lèpre. 
^^ Io far paura a tanta gènte ! Sono adunque anch' io 
un fulmine di guèrra ! Veggo bène adèsso non ès- 
sere la nòstra spèzie la più infelice fra gli animali". 
Così dicendo si ritira dal lago, risoluta di soffrire in 
pace la sua condizióne. 

Chi si créde infelice, gètti gli ocelli sópra colóro 
che hanno maggior ragióne di crédersi tali; e 
troverà motivo di consolarsi. 



FAVOLA XLIII. 

E Tagliatóre di Legna, e la Scimia. 

Tagliava un Boscaiuòlo cèrte legna per àrdere, e, 
còme è usanza de' così fatti, volendo fèndere un 
querciuólo assai ben gròsso, montato sópra 1' un 
de' capi co' piedi, dava suU' altro còlla scure di 
gran cólpi, e pòi metteva nella fenditura che faceva, 
cèrto cònio perchè la tenesse apèrta, e acciocché 
mèglio ne potesse cavar la scure per darvi su 1' altro 
cólpo ; e quanto più fendeva il querciuólo, tanto 
metteva più giù un altro cònio, col quale è' faceva 
cadére il primo, e dava luògo alla scure che più 
facilménte uscisse dalla fenditura ; e così andava 
facendo di mano in mano, sino a che égli avesse 
diviso il querciuólo. Fòco lontano, dóve quésto 
omicciàtto faceva tale esercizio, alloggiava una Sci- 
mia, la quale avendo con grande attenzióne mirato 
tutto quél che '1 buon uòmo aveva fatto ; quando fu 
venuta V óra del far coleziòne, e che '1 Tagliatóre, 
lasciati tutti i suoi struménti sul lavóro, se ne fu ito 



34 FAVOLE MORALI. 

a casa, la Scimia sènza discórrere il fine, si lanciò 
sùbito alla scure, e misesi a fèndere uno di quéi 
querciuóli, e volendo far ne più ne meno che 
s' avesse veduto fare al maèstro, accadde che, ca- 
vando il cònio dèlia fenditura, ne si accorgendo di 
métter 1' altro più basso, il querciuòlo si riserrò, e 
nel riserràrsi le prèse sprovvedutamente 1' un de' pie- 
di in mòdo, eh' élla vi rimase attaccata con esso, fa- 
cendo gran laménti, per lo estrèmo dolóre che sùbito 
le venne. Al romòr de' quali còrse sùbito il Ta- 
gliatóre, e vedendo lo incàuto animale così rimasto, 
còme villàn eh' égli èra, in càmbio d' aiutarlo, gli 
diede dèlia scure sulla tèsta sì piacevolmente, che 
al primo cólpo gli fece lasciar la vita su quél quer- 
ciuòlo ; e così s' accòrse il pazzerèllo, che mal fan- 
no colóro, che vogliono far, còme si dice, V altrùi 
mestiéro. 



FAVOLA XLIV. 

La Zanzara, e la Lùcciola. 

" Io non crédo", diceva una nòtte la Zanzara 
alla Lùcciola, " che ci sia còsa al móndo viva, 
la quale sia più ùtile, e ad un tèmpo più nòbile 
di me. Se 1' uòmo non fòsse ingrato, dovrèbbe 
èssermi obbligato grandemente. Cèrto non crédo 
eh' égli potesse aver miglior maèstra di morale di 
me ; imperciocché io m' ingégno quanto posso con 
le mie acute punture di esercitarlo nella paziènza. 
Lo fo anche diligentissimo in tutte le sue faccènde, 
perchè la nòtte o il giórno, quando si corica per dor- 
mire, essendo io nimica mortale dèlia trascuràggìnej 



PARTE PRIMA. 35 

non làscio mài di punzecchiarlo óra in una mano, 
óra sulla frónte o in altro luògo della fàccia, accioc- 
ché si désti. — Quésto è quanto all' utilità. — Quanto 
è pòi alla dignità mia, ho una trómba alla bócca, con 
la quale, a guisa di guerrièro, vo suonando le mie 
vittòrie ; e non meno che quàl si vòglia uccèllo, vo 
con le ali aggirandomi in qualùnque luògo dell' ària. 
Ma tu, o infingarda Lùcciola, quàl bène fai tu nel 
móndo?" — "Amica mia", rispóse la Lucciolétta, 
" tutto quello che tu crédi di fare a benefizio altrùi, 
lo fai per te medésima ; poicchè da tanti benefizj che 
fai àgli uòmini, ne ritràggi il tuo vèntre pièno di 
sàngue che cavi lóro dalle véne, e suonando con la 
tua trómba, o disfidi altrùi per pùngere, o ti rallegri 
dell' aver pùnto. Io non ho altra qualità, che 
quésto picciolo lumicino, che mi àrde addòsso. Con 
esso procuro di rischiarare il cammino nelle tenebre 
della nòtte àgli uòmini, quant' io posso, e vorrei 
potére di più ; ma noi comporta la mia natura, né vo 
strombazzando quél pòco eh' io fo, ma tacitamente 
procuro di far giovaménto. 



FAVOLA XLV. 

E Lavóro, la Salate, e la Contentézza. 

Il Lavóro, primogènito del Bisógno e padre della 
Salute e dèlia Contentézza, viveva còlle due sue 
figlie in un' angusta capanna, a lato d' un còlle, in 
gran distanza dàlia capitale. Non avevano alcuna 
nozióne dèlia grandézza, e non praticavano miglior 
società di quella dèi rùstici lor vicini. Ma venendo 
lóro desidèrio di vedére il móndo, diedero un Addio 



36 FAVOLE MORALI. 

ài lóro compagni ed alla lóro abitazióne, e si deter- 
minarono di viaggiare. Il Lavóro dùnque andava 
lungo la strada còlla Salute alla dritta, che, còlla 
vivacità della sua conversazióne, e cògli spiritósi e 
gìolivi suoi canti, addolciva le péne del viàggio: 
méntre la Contentézza, sorridendo, veniva alla sinis- 
tra sostenendo i pàssi di suo padre, e, col constante 
suo buon umóre, accrescendo il brio di sua sorèlla. 
In tal mòdo viaggiarono attraversando forèste, cit- 
tà, bórghi, e villàggi, finché giùnsero alla capitale 
del régno. Neil' entrare in quella gran città, il padre 
scongiurò le figlie di non lasciarlo mài di vista : 
" Perchè", diceva égli, " era decréto di Giòve, che 
la separazióne fra lóro fòsse seguita dàlia più terri- 
bile ruina di tutti e tre". Ma la Salute era d' un 
naturale tròppo vivo, perchè tenesse cónto dèi con- 
sigli del padre. Essa si lasciò sviare e corrómpere 
dall' Intemperanza, e finì col perire nei dolóri 
dell' infermità. La Contentézza in assènza di sua 
sorèlla s' abbandonò alla seduzióne dell' Accidia, e 
d' indi in pòi non si sentirono più nuòve di lèi. 

Intanto il Lavóro, che non poteva trovare alcuna 
felicità sènza le figlie, andò dapertùtto in cérca 
d' èsse, fintanto che, assalito in suo cammino dalla 
Stanchézza, morì nella misèria. 



PARTE PRIMA. 37 

FAVOLA XLVI. 
Le Scimie, e la Lùcciola. 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav, XLVI,] 

Sì ragunàrono (ma nòtte sópra un àrbore cèrte 
Scimie ; e cóme fòsse di verno, e '1 fréddo grande, 
veggéndo rilucere un di qué' bacheròzzoli, che i con- 
tadini chiamano Lucciolati, pensarono che la fòsse 
una favilla di fuòco : laónde vi miser sópra di mólte 
legna sécche e un pòco di pàglia, e cominciarono a 
a soffiare in quél buco, per accènder del fuòco. 
Un Uccèllo, eh' èra lì vicino, sentì compassióne dèlia 
vana fatica delle pòvere Scimie ; e però scendendo 
a lóro, disse : "Amiche, il dispiacer ch'io prèndo 
dell' inùtil travàglio che vói vi prendete per accèn- 
dere quésto fuòco, mi ha mòsso a venirvi a dire, che 
vói gittate via il fiato e il tèmpo : poiché quello che 
vói vedete rilucere non è fuòco, ma un animalùzzo, 
che ha naturalménte quello splendóre abbacinato". 
A cui una Scimia più dell' altre presontuósa, e fórse 
pazza, disse : " Le pòche faccènde che tu hai, Ser 
Uccellàccio, ti hanno fatto pigliare briga di quello, 
che nói ci facciamo, còme quél che non consideri 
quanto sia ufficio di sciòcco il dare consiglio a chi 
non ne dimanda. Ritornati a dormire, e lascia la 
cura a nói de' fatti nòstri : che se tu non sé' sàvio, 
tu potresti fórse trovare quél che non vài cercando". 
Il sèmpHce dell' Uccèllo, che pensava pur còlla sua 
importunità farle capaci dell' errór lóro, due o tre 
vòlte si mise a replicare il medésimo ; in mòdo che 
quella Scimia, montata in còllera, gli saltò addòsso ; 
4 



38 FAVOLE MORALI. 

e se non che fu dèstro, e valsesi del volare, la ne 
faceva mille pèzzi. 

Simile alla Scìwia è colai, nel quale ne consìglio 
né ammonizióni, hanno pia luògo. 



FAVOLA XLVII. 

Il Rosignuólo, e il Cuculo. 

Vennero un giórno a lite fra di lóro a cagióne del 
canto il Rosignuólo ed il Cuculo, stimandosi V uno 
air altro d' èssere superiór di gran lunga. Diceva 
il Cuculo, che il suo canto èra continuato, e con 
misura : il Rosignuólo asseriva, aver égli assai più 
armonia di quella che qualunque altro uccèllo 
s* avesse ; e quindi per non venire alle bruite, si 
conchiuse tra di lóro, di riméttere il lóro litigio al 
giudizio d' un tèrzo qualùnque si fosse ; e prèso il 
vólo, nel passare sópra un vérde prato, vi scórsero 
un solennissimo Asino con un pàio d' orécchi, che 
èrano pòco meno di mézzo bràccio 1' uno. Onde 
tutto lièto il Cùcùlo : " Non andiamo più innanzi", 
disse al Rosignuólo, ''chèi pietósi Dèi ci hanno fatto 
dare nel giùdice ; perchè consistendo tutta la scièn- 
za di quésta matèria nell' udito, chi mèglio di luì 
potrà dare una giusta, e ben proporzionata sentèn- 
za ?" E détto fatto, se ne volarono sópra un basso 
arboscèllo di pére, e sópra i suoi rami strétti su 
1' ali si stettero, e quindi umilmente pregarono 
1' Asino, che dar volesse un incorrótto giudizio 
sópra la lóro quistióne. L' Asino, che aveva più 
vòglia di mangiare, che di fare da giùdice, appéna 



PARTE PRIMA. 39 

alzò la grave lèsta da tèrra, e ritornòUa ad abbas- 
sare, e dato un pàio di strepitóse crollate d' orécchi, 
fece capire a' due litiganti, che per quel giórno non 
teneva giustizia : ma èssi lo pregarono tanto, eh' égli 
per fine, levatosi dal pascolare, tenendo alta la tèsta, 
e gli orecchióni ritti, a manièra di lèpre quando 
cammina: "Cantate, via", disse lóro, "e spaccia- 
tevi ; che cóme ascoltati io vi avrò, vi dirò sùbito il 
mio débole sentiménto". 11 Cuculo si mise il primo 
in assètto, e disse : " Attendete ben, signor giùdice, 
alla bellézza del canto mio, che in quésto pùnto 
udirete ; e sópra il tutto badate all' artifizio, con 
cui lo compóngo". E quindi, fatto òtto o dièci 
vòlte cu cu, gonfiatosi alquanto, e scòsse tutte le sue 
pènne, si tacque. Il Rosignuólo allóra sènza usare 
verùn proèmio, incominciò il suo graziossimo gor- 
gheggiare, e tanta varietà, bellézza, armonia risul- 
tava dà' suoi soavissimi vèrsi, che non vi èra fièra 
in què' bòschi, che tratta dall' incredibile dolcézza 
che da lóro pioveva, a lui non corrèsse ; e nel mén- 
tre eh' égli s' andava vieppiù nel suo canto ingol- 
fando, il giùdice annoiato dèlia lunga pruòva, man- 
dato fuòra un villanissimo ràglio : *' Egli può èssere", 
disse al Rosignuólo, " che il tuo canto abbia più 
grazia di quél del Cùcùlo ; ma quél del Cùcùlo 
ha più mètodo". 



40 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XLVIII. 
Le Pére. 

Narrano le antiche crònache, eh' égli fu già in 
Portogallo un uòmo dabbène, il quale avéa un suo 
ùnico figliuòlo da lui caramente amato ; e vedendo 
oh' égli èra di ànimo sémplice, e inclinato al ben 
fare, stàvagli sèmpre con gli òcchi addòsso, temendo 
che non gli fòsse guasto dà' corrótti costumi di mólti 
altri. Di che spésso gli tenèa lunghi ragionaménti^ 
e gli diceva, che si guardasse mólto bène dàlie male 
compagnie ; e gli facèa in quella tenerélla età com- 
prèndere chi facèa male, e perchè facèa male. 
Il Fanciullo udia le patèrne ammonizióni ; ma 
pure una vòlta gli disse : '' Di che volete vói temere ? 
Io son cèrto che non mi si appiccherà mài addòsso 
vizio veruno, e spero che avverrà il contràrio, 
eh' èssi ad esémpio di me diverranno virtuósi". 

Il buon Padre, conoscendo che le paróle oon fa- 
céano quél frutto eh' égli avrebbe voluto, pensò di 
ricórrere alF arte ; ed empiuta una cestelhna dèlie 
più vistóse pére che si trovassero, gliene fece un 
presènte. Ma riconosciuto a cèrti piccioli segnali, 
che alcune pòche di èsse èrano vicine a guastarsi, 
quelle mescolò con le buòne. Il Fanciullo si 
rallegrò, e còme si fa in quell' età, volendo égli 
vedére quante e quali fossero le sue ricchézze, 
méntre che le novera e mira, esclama : '^ Oh Pa- 
dre ! che avete vói fatto ? A che avete vói me- 
scolate quéste che hanno magagna con le sane ?" — 
'' Non pensar, Figliuól mio, a ciò", rispósegli il Pa- 
dre ; " quéste pére sono di tal natura, che le sano 



PARTE PRIMA. 41 

appiccano la salute lóro alle triste''. ^'Vói ve- 
drete", ripigliò il Fanciullo, *^ che sarà fra pòchi 
giórni il contràrio". — '^Non sarà". — "Sì, sarà". 
Il Padre lo prega che le làsci per vedérne la 
speriénza. Il Figliuòlo, benché a dispétto, se ne 
contènta. La cestellina si chiùde in una cassa, il 
Padre prènde le chiavi. Il putto gli èra di tèmpo 
in tèmpo intórno, perchè riaprisse; il Padre indugia- 
va. Finalménte gli disse : " Quésto è il dì, ècco la 
chiave". Appéna potèa il Fanciullo attèndere che 
la si voltasse nella tòppa. Ma, apèrta la cestellina, 
non vede più pére, le quali èrano tutte copèrte di 
muffa, e guaste. " Oh ! noi diss' io", grida égli, 
" che così sarebbe stato ? Non è fórse avvenuto 
quello eh' io dissi ? — Padre mio, vói 1' avete 
voluto". 

" Non è quésta còsa che ti debba dare tanto do- 
lóre", rispòse il Padre, baciandolo affettuosamente. 
"Tu ti lagni eh' io non abbia voluto crédere a te 
delle pére ; e tu, quàl fède prestavi a me, quand' io 
ti dicèa che la compagnia de' tristi guasta i buòni ? 
Crédi tu, eh' io non pòssa compensarti di quéste 
pòche pére che hai perdute ? Ma io non so chi 
potesse compensar me, quando tu mi fòssi guasto e 
contaminato". 



FAVOLA XLIX. 

Gli Animali in Pùblica Penitènza. 

Un flagèllo che spàrge dapertùtto lo spavènto, 
jèllo che il Cielo concepì nel suo furóre per pu- 
nire i delitti della tèrra, flagèllo ancor peggióre dèlia 

4* 



42 FAVOLE MORALI. 

medicina e della tirannia, la péste (poiché in sómma 
bisógna chiamarla col suo nóme), capace èssa sóla 
d' arricchire 1' Acheronte in un giórno, faceva terri- 
bil guèrra àgli animali. Non morivano tutti, ma 
tutti n' èrano cólti. Non più occupazióni tra lóro 
per sostenére una vita moribónda ; non più il lóro 
appetito richiedeva il cibo. Ne le Vólpi, ne i Lupi 
tendevano più insidie alla prèda ; le Tortorélle si 
fuggivan a vicènda ; non più amóri, non più giòie. 

Il Leone in tal frangènte, tenuto un gran consiglio, 
parlò in quésti tèrmini : '' Cari amici miei, crèdo 
che pei nòstri peccati il Cielo abbia permésso che ci 
còlga quésto disastro. 11 più colpévole di nói 
dùnque si sacrifichi alla vendétta celèste : fórse che 
così égli otterrà la salute comune. C inségna la 
stòria che in sì fatti accidènti fànnosi di tali sacrifizj. 
Non ci lusinghiamo dùnque affatto : esaminiamo 
sènza indulgènza lo stato dèlia cosciènza nòstra. 
In quanto a me, soddisfacendo all' avidità del mio 
appetito, ho divorato in vàrie occasioni mólte pè- 
core. Che tòrto m' avéano fatto le poverétte ? 
Nessuno. Anzi mi accadde alcune vòlte di man- 
giare anche il pastóre. Mi sacrificherò dùnque, se 
fa d' uòpo, ma penso èsser giusto che ciascuno si 
accusi, cóme io fo, in una generale confessióne ; 
poiché débbesi desiderare, secóndo ógni giustizia, 
che perisca il più colpévole di tutti" — ." Sire", re- 
plicò la Vólpe, "vói siete un monarca tròppo buò- 
no ; i vòstri scrùpoli manifestano la vòstra sómma 
delicatézza. E che ! mangiar pècore, agnèlli, quel- 
la canàglia, quella stùpida razza, é fórse un delitto ? 
No, no ; anzi Vòstra Maestà eòi suoi dènti augusti 
gli onorò grandemente. E quanto al pastóre, si 



PARTE PRIMA. 43 

può dire con giustizia, eh' égli era dégno d' ógni 
guàio, essendo di quella ridicola spèzie, la quale si 
assume un chimèrico impéro sugli animali". Così 
parlò la Vólpe, e non mancarono da ógni lato adu- 
latòri che 1' applaudirono. Nessuno osò scrutinar 
tròppo addéntro le azióni meno dégne di perdóno 
ne della Tigre, ne dell' Orso, ne delle altre potèn- 
ze : tutti i più famósi accattabrighe fin anche i ma- 
stini, a détto d' ognuno, èrano altrettanti Santarelli. 
L' Asino venne a suo tèmpo, e disse : " Con do- 
lóre mi rammenta, che una vòlta passando per un 
prato di reverèndi mònaci, stimolato dalla fame e 
dall' occasione di vedére quella soave verdura, e 
fórse anche spinto da qualche spirito diabòlico, ho 
còlto alcuni fili di quell' èrba tenerélla. lo non ne 

avèa alcun diritto, a dirla schiettamente " A 

quéste paróle, da tutti i lati s' udì gridare : " Ad- 
dòsso a quél furfante !" Un Lupo, alquanto iniziato 
nella cùria, provò con un' aringa eloquentissima, che 
bisognava immolare quél malnato animale, quél pe- 
lato, quél rognóso, sóla cagióne dell' ira del Cielo. 
Quél suo peccadiglio fu giudicato un caso da fórca. 
— Mangiare 1' èrba d' altrùi ! — Che abbominévole 
delitto 1 — La mòrte sóla èra capace d' espiare un 
tale misfatto. Ed élla in fatti 1' espiò. 

Secóndo che sarete potènte o pòvero ^ i giudizj di 
córte vi renderanno bianco o néro. 



44 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA L. 
U Amòrej e V Interèsse. 

[La stessa in Versi ; Parte Seconda, Fav. L.] 

Narrano le antiche stòrie delle Deità, che trovà- 
ronsi un giórno nel palàgio d' un ricchissimo uòmo 
r Interèsse e 1' Amòre ; e tutti e due quivi avéano 
faccènda a prò del padróne. Soprintendeva 1' In- 
terèsse àgli affari di lui, e faceva le ragióni dell' en- 
trata e dell' uscita, con tanta avvertènza e accura- 
tézza, che tutte le còse quivi prosperavano. Dall' al- 
tro lato Amòre, secóndo la piacevolézza del suo 
costume, avéa condótto il padróne dèlia casa ad 
amare la più bèlla e la più vistósa fanciulla, 
che mài si fòsse veduta al móndo, e rideva in fàccia 
all' Interèsse, perchè la giovanètta, còme che 
avesse in se ógni perfezióne di bellézza, la non 
èra però ricca, né avéa altri bèni, fuorché quelli 
de' suoi vaghissimi òcchi, d' una fàccia veramente 
celèste, e d' una statura e un portaménto di persó- 
na, che pittóre o statuàrio non avrebbe potuto fare 
con 1' invenzióne, quello che in lèi avéa fatto natura 
in effètto. 

Non potèa sofferire 1' Interèsse, che, per òpera 
del baldanzóso fanciullo, gli fòsse tòlta dàlie mani 
una ricca dòte, la quale avéa égli più vòlte già 
noverata coli' immaginazióne ; e se avesse potuto, 
r avrebbe co' dènti tritato. Tanto èra 1' òdio che 
avéa concepùto cóntro di lui ! Con tutto ciò facendo 
quél miglior viso che potèa, e pensando in suo 
cuòre in quàl mòdo potesse far sì che Amóre non 
avesse più autorità di comandare àgli umani cuòri 



PARTE PRIMA. 45 

quello eh' égli voléa, trovò, come eolui che tristo 
e malizióso èra, un inganno di quésta sòrta. Pòsesi 
un giórno a sedére con un mazzo di carte in mano, 
e quasi per ischérzo mescolandole, e facendole 
1' une fra 1' altre entrare, giuocàva da sé a sé alla 
bassòtta, con un mónte di monéte da un lato, tutte 
d' uro che ardeva, e coniate allóra allóra, che 
avrebbero invogliato un romito. Amóre a pòco a 
pòco accostatosi, póse cèrti pòchi quattrini in sui 
primi pùnti, i quali 1' Interèsse, che avèa nelle un- 
cinate mani ógni maliziósa perizia, glieli lasciò vin- 
cere per maggiormente adescarlo ; ma pòi cominciò 
a tirare acqua al suo mulino, tanto che Amóre ri- 
scaldatosi si diede a pòco a pòco al disperato, e ad 
accréscere quantità, sperando pure che la mala for- 
tuna si cambiasse in buòna. Ma èra tutt' uno ; e in 
brevissimo tèmpo Amóre si ritrovò sènza un quat- 
trino, e con maggior vòglia di giuocàre di prima. 
Che volete vói più ? Avendo égli già giuocàto ógni 
còsa, póse sópra un maladètto asso fino 1' armi sue, 
e avendo quelle perdute, vi lasciò finalménte 1' arco 
le saétte, il turcasso, e finalménte le pènne dell' ali ; 
per mòdo che, vergognandosi di mài più compa- 
rire dinanzi a Vènere, sua madre, s' intanò e na- 
scóse per mòdo, che non si sa pòi più dóve andasse. 
L' Interèsse, dèlia vittòria tutto lièto, si legò le 
pènne alle spalle cóme potè, e, pigliate V armi 
d' Amóre, va oggidì in càmbio del legittimo padróne 
di quelle, adoperandole secóndo che gh pare che 
vi sia da far guadagno, e da chi non è informato 
dell' istòria, viene Amóre creduto, 



46 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA LI. 

U Sóle, e il Ghébro. 

In un bel giórno di state, sórse d' improvviso una 
fròtta di nùvole, e velò la fàccia del Sóle. Un buon 
Ghébro, più divòto che filòsofo, si mise a strillare 
ed a piagnere, e proruppe in querèle ed impreca- 
zióni cóntro di quelle arditàcce, che violavano 1' og- 
getto del suo culto. " Ohimè !" diceva égli, "Arima- 
no, il figlio dèlie tenebre, vuol far guèrra al primo- 
gènito d' Oromazo? Quésti nugoli son suoi ministri. 
Vedi cóme s' aggruppano, còme s' accavallano, còme 
guastano a pòco a pòco quella divina bellézza. La 
metà del Sóle è già fosca ; ben tòsto noi vedrò più. 
Ohimè ! égli èra così bèllo, così benèfico ! ed èsse 
il vogliono spènto ! Che sacrilègio ! che orróre !" 
Mentr' égli così diceva, il Sóle, spuntando con un 
ràggio dall' órlo d' una nùvola, mandò quéste vóci : 
"Buon uòmo, m' è grato il tuo zèlo, ma tu vaneggi 
sènza saperlo, e pòco meno che non mi bestemmi 
per divozióne. Quéste nùvole non giùngono sino a 
me ; èsse non nuòcono che alla tua vista : quàl 
cólpa ci ho io se per quésto vélo tu non puoi raffi- 
gurarmi cóme per lo innanzi ? Il tuo timóre è ridi- 
colo. Quél nugolóni che ti spaventano non hanno 
fòrza da sostenérsi : attèndi un pòco ; ben tòsto tu 
li vedrai cader da sé stèssi, e stemprarsi in piòggia. 
Io allóra ti parrò più bèllo, e sarò lo stèsso. Avverti, 
uòm da bène, che, lagnandoti dèlie nùvole, ti lagni 
di me. Non sono èsse altriménti figlie d' Arimano, 
ma mie. Esse mi son care, perchè son òpera e 
testimònio dèlia mia divina influènza. E la mia 



PARTE PRIMA. 47 

fòrza attiva, è il mio calór penetrante, che, insinuan- 
dosi né' còrpi, n' astrae 1' ùmido, e lo solleva, 
e lo tira a sé ; vorresti! che io cessassi d' èsser 
il Sòie, per non vedérmi offéso da un pò' di 
bùio? Datti pace, e rispetta le léggi della natura: 
ne il Móndo può star sènza Sóle ; né il Sol sènza 
Nàvole^\ 



FAVOLA LII. 
// Garòfano. 

Era felicissimo, sópra tutti altri fióri del giardino, 
un Garòfano piantato in un pitale di créta ; perchè 
la Géva, contadinélla, n'avéa prèso una cura grande 
fin dal suo primo nasciménto. Al primo spuntar 
del sóle, ne lo traeva fuòri della sua capannétta, e 
gli facéa godere i primi ràggi di quél benèfico piané- 
ta ; e, quando soverchiamente cuocevano, lo rico- 
priva ; ed a tèmpo con purissima e frese' acqua 
d' una fontana vicina nel ristorava, alloggiandolo la 
séra, per timóre che quàlque sopravvenuto némbo 
non lo guastasse, o fórse non gli togliesse la vita. 
Parlava spésso col fióre la sémplice villanèlla, e gli 
dicèa: — Tu sé' tutto il mio amóre, io non ho altro 
pensièro, ne altra cura che te. — E sì lo rimirava 
di quàndr in quando, che veramente si vedèa, 
eh' élla non aveva in cuòre altro affètto, che lui 

Un giórno vèrso la séra, entrò nel giardino una 
gióvane bèlla e vistósa, cóme quella che fornita èra 
di vestiménti di séta e d' argènto, ed avéa intórno 
le più nuòve e più squisite fóg2;e, che s' usassero, 
non dico fra le signóre, ma dalle più capriccióse 



48 FAVOLE MORALI. 

ballerine, che facciano in sui teatri di se spettàcolo 
e móstra. Ella avéa, fra gli altri abbigliaménti, 
dall' un lato del petto cèrti fiorellini di più stagióni, 
che mossero ad invidia il Garòfano ; il quale con un 
sospiro disse fra sé : " Vedi sventura eh' è la mia ! 
Non son io bèllo? Non sono io garbato, quanto 
ciascheduno de' fióri, eh' adornano il séno di cotèsta 
così bèlla e gentile creatura? E perchè sono io 
condannato ad èssere possessióne d' una villanèlla ?" 
Udi la Signóra le paróle, e se ne compiacque sorri- 
dendo alcun pòco ; ma pure fingendo di non aver 
pósto ménte alle sue paróle, passeggiò due o tre 
vòlte il giardino ; e sèmpre ritornava per la medési- 
ma via, per udire se il fióre dicèsse altro. Che più? 
Égli rinnovava la spiegazióne de' suoi desidèrj, ed 
élla finalménte rivòltasi a lui, con pòche paróle 
furono d' accòrdo 1' uno e 1' altra ; sicché la dònna, 
gittàto via il mazzolino di fióri eh' avéa, còlse il 
bellissimo Garòfano ; e lo si pòse al suo séno. 
Trionfava il pòco giudizióso fióre, e non si curò 
d' èssere troncato da quelle radici, che gli davano 
la sostanza dèlia vita ; perché in quél principio tutto 
gli parve felicità, e si rallegrava di veder gli altri 
fiorétti gittàti dàlia Signóra sul terréno; e senza più 
ricordarsi pùnto né dèlia Géva sua, che l' avéa cosi 
cordialmente amato, né di quella tèrra, che nudricàto 
1' avéa, se n' uscì trionfando fuòri del giardino. 
Ma non andò mólto tèmpo, che gli convenne, prima 
a suo dispétto trovarsi con altri fióri mescolato, e 
finalménte fu, per órdine dèlia Signóra, cóme una 
còsa fràcida, gittàto fuòri per la finèstra, dando loco 
ad un bocciuól di ròsa nuovamente venuto, ed 
accòlto. 



PARTE PRIMA. 49 

FAVOLA LUI. 

// Gambero, e V Uccèllo Aquatico. 

Stàvasi un Uccél d' acqua éntro a un lago mólto 
grande, intórno al quale nella sua gioventù si èra 
saziato di pésce ; ma poiché gli anni gli avevano 
fatto sòma addòsso, a gran péna potendosi méttere 
neir acqua per pescare, èra per morirsi di fame. 
E standosi cosi di mala vòglia, venne alla vòlta sua 
un Gambero, e dissegli : " Buon dì fratèllo ; e che 
vuol dire, che tu stài così maninconiòso ?" A cui 
V Uccèllo : ** Còlla vecchiézza or può égli èssere 
allegrézza, o còsa nuòva ? còlla giovanézza poteva 
pescare, e vivévami ; óra per èssermi còlla vec- 
chiàia mancate le fòrze, mi muoio di fame ; perchè 
più pescare non posso: ma dato anco eh' io pur 
potessi, pòco mi gioverebbe ; conciossiachè son 
venuti cèrti pescatóri, i quali dicono che hanno de- 
liberato di non si partir di quésto paese, sino a tanto 
che non hanno vóto tutto quésto lago ; e dòpo 
quésto, vogliono andare ad un altro, e fare il medési- 
mo". Udendo il Gambero così mala novèlla, sùbito 
se n' andò a ritrovare i pésci del lago, e contò lóro 
cóme passava la còsa : i quali, conoscendo il gran 
pericolo eh' è' portavano, sùbito si misero insième, 
e andarono a trovare quell' Uccèllo per chiarirsi 
mèglio del fatto. Arrivati a lui, gli dissero : " Fra- 
tèllo, ci è stata raccontata per tua parte una mala 
novèlla, la quale quando fòsse véra, le persóne 
nòstre sarebbero in grandissimo pericolo. Però 
desideriamo da te pienamente sapere còme il caso 
passa ; acciocché, avendo da te quell' aiuto e con- 



50 FAVOLE MORALI. 

sigilo, che tu giudicherai a propòsito, nói facciàm 
pòi quella provvisióne che ci parrà neccessària". 
A' quali 1' Uccèllo, con ùmile e pietóso sembiante, 
disse : " L' amor grande eh' io vi pòrto, per èssermi 
sino da fanciullo creato in quésto lago, mi sfòrza ad 
aver di vói pietà in tanto pericolóso accidènte : e 
perchè 1' ànimo mio non è di abbandonarvi in tutto 
quello che per me si potrà, vi dico, che mio parére 
sarebbe, che vi discostàsle dall' affrónto di quésti 
pescatóri ; i quali, còme già vi ho détto, non la per- 
doneranno a veruno. E perchè io, mercè dèlia leg- 
gerézza dèlie mie ali, ho veduto mólti bèi luòghi, 
dóve sono 1' acque chiare e accomodate al vivere 
vòstro ; quando vogliate, io ve ne insegnerò uno 
mólto al propòsito vòstro". Parve all' universa! di 
quéi pésci il consiglio assai buòno ; e nessun' altra 
còsa a ciò fare dava lor nòia, salvo il non aver chi 
gli conducesse al luògo. Perchè il sagace Uccèllo 
si offerse lóro, e mólto prontamente promise ógni 
suo potére. Sicché ponendosi gli sventurati pésci 
spontaneamente nelle sue mani, egli ordinò che ógni 
dì gliene montasse addòsso cèrta quantità, quando 
égli si metteva coccolóni nell' acqua, perchè così 
pian piano li condurrebbe pòi al luògo disegnato ; 
ónde raccòltane ógni dì quella quantità che gli pa- 
reva a propòsito, la portava in cima di un mónte 
ivi vicino, dóve pòi se la mangiava a suo beli' àgio. 
E cóme quésta tàccola fòsse durata mólti giórni, e il 
Gambero, eh' èra un pò' cattivèllo, fòsse entrato in 
qualche sospètto ; é' supplicò un dì all' Uccèllo che 
lo menasse a veder i suoi compagni. L' Uccèllo 
sènza farsene mólto pregare, còme quello che aveva 
caro levarselo dinanzi, perchè non gli scoprisse 



PARTE PRIMA. 51 

1' inganno ; prèsolo per il bécco, mòsse 1' ali vèrso 
quél mónte, dov' égli si aveva mangiati gli amici 
suoi. Il Gambero veggèndo un pèzzo discòsto le 
spogliate lische degli sventurati compagni, s' accòrse 
dell' inganno ; e sùbito si deliberò salvare a sé la 
vita, se possibil fòsse, e vendicare la mòrte di tanti 
innocènti ; e, facendo vista d' aver paura di cadére, 
distèso r uno de' bràcci il maggióre vèrso il còllo, 
r aggavignò sì fòrte con què' dènti aguzzi, che lo 
scannò ; sicché amendùe caddero in tèrra ; ma 
perchè il Gambero rimase di sópra, non si fece mal 
veruno. Tornatosene pòi pian piano dà' compagni, 
contò lóro la disgràzia de' mòrti, e il pericol suo 
e il lóro, e la bèlla vendétta eh' égli aveva fatto 
dell' atróce inganno ; e n' ebbe da tutti lóro mille 
benedizióni. 

Sovènte vòlte V inganno cade sópra V inganna- 
tóre. 



FAVOLA LIV. 

ha Nébbia, e i tre Astrologi. 

Furono già tre Astrologi uòmini dabbène, che, la- 
sciata indiètro ógni cura del còrpo, s' èrano dati a 
coltivare con la lóro sciènza 1' intellètto, ed acqui- 
starsi fama d' uòmini sàggi. Costoro, i quali vede- 
vano nell' avvenire con quella sicurézza eh' éi 
conoscevano d' aver cinque dita per ciascheduna 
mano, furono un giórno tutti e tre insième per par- 
teciparsi una novità grande, che avèano veduta nelle 
stélle. Dicevano che fra dièci di si dovéa stèndere 



53 FAVOLE MORALI. 

sópra la città lóro una ^Nébbia, così gròssa e di tanto 
maligna natura, che con la malizia sua penetrando 
pégli orécchi, pégli òcchi, pel naso, e per la bócca 
degli abitanti, gli avrebbe fatti tutti impazzare, dal 
governatóre sino al più asinàccio facchino. Per la 
quàl còsa incominciarono cotesti tre sapiènti a ral- 
legrarsi, ed a dire fra lóro in quésta fórma : " Lodato 
sia il Cielo ! è venuto finalménte quél pùnto, in cui 
saremo reputati dal móndo quelli che siamo, e la 
fama di nói correrà per tutta la tèrra. Quando tutti 
saranno pazzi, é' sarà un gran nòstro onore a trovar- 
ci sàvj ; óltre di che avendo nói cura di guardarci 
bène da cotèsta nébbia, che dèe sopravvenire, po- 
tremo pòi fare a mòdo nòstro, e règgere tutti i pazzi 
con quelle lèggi che nói vorremmo, ed èssere 
signóri di tutto". Con quésto propòsito delibera- 
rono di sfuggire a tutto lóro potére la Nébbia ; si 
chiùsero in una stanza all' oscuro, serrarono finè- 
stre ed ùsci, ed a péna lasciarono una fessurélla 
per dóve potesse entrare ària, non che altro. Ve- 
ramente il dècimo dì, còme avéano predétto, venne 
la pestilenziòsa Nébbia, e per tutta la città s' allar- 
gò, facendo uscire di cervèllo quanti v' èrano dén- 
tro. I tre compagni, che s' avéano turati gli oréc- 
chi con una spugna inzuppata nell' òlio, e nello 
stèsso mòdo il naso e la bócca, quando fu passata 
quella maledizióne, si sturarono, e ne furono vera- 
mente salvi. E quando parve lóro, che 1' ària si 
fòsse purgata e rischiarata, apèrsero un finestrino, e 
furono spettatóri d' una nuòva e strana tragèdia, o 
commèdia, còme la vogliamo chiamare. Imperoc- 
ché incominciarono a vedére per le vie, vècchie 
con nastri vermigli e turchini, che danzavano ; 



PARTE PRIMA. 53 

vecchiòtti tutti guerniti di frànge d' òro e d' ar- 
gènto ; gióvane e gióvani, che vendevano il sénno, 
e volevano ammaestrare ognuno ; i dottóri por- 
tavano per la città i pési, ed i facchini andavano in 
còcchio vestiti da gran signóri, e contegnósi còme 
principi ; véri segnali che la città èra divenuta pazza 
dà' fondaménti. Non vi potrei dire quanto i tre 
sòcj si rallegravano, e dicevano : " Oh fortunati nói, 
e beata la sciènza nòstra ! eccoci oggimài padróni 
di tutti. Nói signoreggeremo tutte quelle tèste. 
Oh quali ordinazióni, quali statuti faremo in quésto 
luògo ! chi potrà contrastare a' nòstri capi ripièni di 
giudizio in un luògo, dóve non si trova più chi ci 
pòssa stare a frónte ? I sàvj siamo nói sóli". 
Così détto fra lóro, uscirono di quella stanza, 
dov' èrano stati rinchiùsi, e, perchè la gravità è 
madre del buon concètto, andarono fuòri con cèrti 
òcchi tardi e gravi, e con un passeggiare lènto e 
nòbile ; ed ad ógni pòco si stringevano nelle spalle, 
mostrando a qué' pazzi, con quest' atto, che cono- 
scevano le pazzie lóro, e talora con una sublime 
intuonatùra gli correggevano. — *' Dónde sono usciti 
quésti tre animali ?" dicevano i pazzi. " Che si 
crédono èssi di fare con quél cèffo, e con quéste lóro 
ammonizióni ? Costoro debbono èssere tre pazzàcci 
solènni. Agli atti mostrano certamente d' èssere 
tali. Non guardano còme gli altri ; camminano in 
un cèrto mòdo, che qui non s' usa ; dicono còse, che 
non intendiamo". Che volete di più? Tutto il 
pòpolo incominciò a ridere, a córrere lóro diètro, a 
farsi bèffe, ed a dar lóro tanta nòia e fastidio, che, 
se non vollero èssere stimati pazzi, convenne che si 
fingessero cóme tutti gli altri, e che, vestiti tutti e tre 

5* 



54 FAVOLE MORALI. 

da dònna, ballassero una gagliarda in piazza, di bel 
mézzo giórno, in un cérchio di fórse trecènto per- 
sóne, dimenticandosi il cervèllo, che avéano in capo; 
e maledicendo 1' óra ed il pùnto, che s' èrano guar- 
dati dalla Nébbia. 



FAVOLA LV. 

Z#' Onore, e il Mèrito, 

L' Onore ài tèmpi di Saturno èra giovine, aiu- 
tante dèlia persóna, àgile di mèmbra, e d' òcchio 
cerviere. Egli avèa per istinto di andar sèmpre 
diètro le tràcce del Mèrito. Ma quésto, pago sol 
di giovare sènza rivòlgersi a guardare se n' èra 
seguito, andava per la sua via così ratto, che si 
avéa péna a raggiùngerlo. Lióltre égli cangiava 
tratto tratto colóri e spòglie ; ne pareva aver fórme 
pròprie, che '1 distinguessero. Talvòlta in sem- 
bianza di Re, beava un' intéra nazióne con sàvie 
léggi, tal' altra coli' élmo e 1' usbèrgo, salvava una 
città minacciata da un usurpatore : óra in mézzo ad 
un parlaménto, calmava i furóri d' una cièca moltitù- 
dine ; óra portando in mano 1' ulivo ed il caduceo, 
riamicava due province disunite dàlia discòrdia. 
Del rèsto, sémplice e schiètto nell' àbito, nelle 
paròle modèsto, non dava innanzi tratto verùn sen- 
tóre di se, ne si lasciava riconóscere se non dai fatti. 
Allóra sólo la sua fórma sembrava farsi maggior di 
se stéssa, e paréa che '1 suo vólto mettesse ràggi . 
ma non sì tòsto crasi manifestato quasi a suo mal- 
grado, che togliévasi all' altrùi sguardo, e celandosi 
sótto altre spòglie, correva ad esercitar il suo istinto 



PARTE PRIMA. 55 

benèfico, óve più lo invitavano i bisógni dell' uma- 
nità. Il vestito dell' Onore èra altrettanto appari- 
scènte, quanto sémplice quello del Mèrito ; manto 
listato e spàrso di figure, coróna d' allòro in capo, 
cintura fregiata d' intàgli: le dita splendèano di 
gèmme ; aveva alle braccia smaniglie, monili al còllo : 
caténe, frenèlli, piume, fàsce, nastri, cifre, e frégi 
d' ógni fatta, gli guernivano il petto ed il dòrso. 
Con quéste divise correva di luògo in luògo in cérca 
del Mèrito, e quando gli veniva fatto di còglierlo sul 
pùnto di qualche nòbile azióne, si spiccava tòsto di 
dòsso alcuno dèi suoi arnési, e si godèa di fregiame- 
lo. Quelle inségne così degnamente collocate, sfa- 
villavano d' una face, che incitava lutti gli sguardi ; 
ciascheduno èra vago di possedérle : la brama d' aver 
le spòglie dell' Onore, indusse più d' uno ad imitar 
le imprése del Mèrito ; e la tèrra godè qualche tèm- 
po dèi frutti dèlia virtù. Ma sotto il régno di Giòve 
le còse cangiàron di fàccia : la corruzióne prevalse. 
I vizj tramarono la rovina del Mèrito ; 1' Invidia lo 
perseguitò, la Calùnnia 1' opprèsse : i suoi ammira- 
tóri intimoriti si tacquero, ed égli stésso proscritto 
nelle propolóse città, fu costretto a rifuggirsi tra le 
capanne, e tra i bòschi. 

L' Onore, dòpo averlo cercato indarno per lungo 
tèmpo, credendolo spénto per sèmpre, invecchiò di 
tristézza, e distillòssi in làgrime sì fattaménte, che 
ne divenne scerpellino e bircio. La tèrra desolata 
dà' vizj, sentì alfine il bisógno del Mèrito, e lo rido- 
mandava con alte grida. Allóra alcuni partigiani 
de' suoi nemici pensarono di prevalérsi dèlia debbo- 
lèzza dell' Onore, per abusare dèlia credulità ed 
ignoranza del vólgo. Viveva égli ritirato ed oscuro, 



56 FAVOLE MORALI. 

pascendosi della sua dòglia. La Ricchézza, gli si 
pòse a frónte, ed abbarbagliandolo col chiaròr delle 
gèmme e dell' òro, gli slacciò bellamente la sua cin- 
tura, e la si affibbiò. L' Ambizióne, pòstaglisi diètro 
le spalle sópra una scala, gli levò di capo la coróna, 
ed inghirlandóssene. L' Adulazióne, strascinandosi 
per tèrra a guisa di sèrpe, ed avvoltolandosi tra i 
suoi vestiti, gli spiccò una caténa, che gli pendeva 
sul petto. La Fròde, gli si attraversò tra piedi, e fat- 
tolo inciampare, mostrando di soccórrerlo, gli trasse 
di dito un anello. La Fòrza, appiccata una zuffa 
intórno di lui, nella confusióne di quella mischia, gli 
strappò il manto : le piume, i nastri, le cifre cadde- 
ro a tèrra, ed i più arditi dèlia canàglia le si ciuffa- 
rono. Il misero vècchio èra cosi istupidito dalla sua 
tristézza, che non s' accórse del furto. Colóro dòpo 
quésta prèda se n'andarono chi qua, chi là: cia- 
scheduno gridava alla moltitùdine : " Eccomi, io son 
quello che vói cercate, io sono il Mèrito ; 1' Onore 
mi riconóbbe, égli mi fregiò dèlie sue inségne ; adora- 
temi". La sciòcca turba lo si credè, e ciascun di 
lóro ebbe cortigiani e poèti. Una tal nuòva giùnse 
all' orécchio del Mèrito colà nei buschi, e lo ferì 
più al vivo che la persecuziòn dell' Invidia. — 
^' Ohimè !" diss' égli, "colèi alméno mi rispettava, 
poiché volèa la mia mòrte ; ma quésti indégni mi 
avviliscono, e disonorano il mio nóme. Andiamo, 
mostriamoci al móndo, e vediamo s' è possibile di 
smascherar 1' impostura". 

Era già alle pòrte dèlia città, quando si ab- 
battè nell' Onore, che, mèzzo cièco, e pressoché 
imbarbogito, se n' andava a capo chino, pen- 
sando a lui. — "Oli!" diss' égli, *' è quésto il 



PARTE PRIMA. 57 

mio amico ? Vedi com' è fatto vècchio ! com' è 
divèrso da quél di prima ? Squàllido, smùnto ! 
chi potè farne sì rèo govèrno ?" L' Onore il ri- 
conóbbe alla vóce: ^'M' inganno?" gridò tòsto, 
*^ sèi pur tu désso ? Ah ! io non ho dùnque vissuto 
indarno ; eh' io ti càrichi de' miei dóni, io te li sèrbo 
da sì gran tèmpo". Métte la mano al capo, ne 
trova più la coróna ; cercò il suo manto, è sparito ; 
si tasta il petto e le braccia, e si scòrge ignudo. 
— " Intèndo", disse allóra, quasi rinvenuto da un 
sógno, " le mie spòglie fur mèsse a sacco ; ma non 
importa, mi rèsta il mèglio" : e in così dire, getta- 
tegli le braccia al còllo : " Prèndi", soggiùnse ; " al- 
tro è 1' aver ^e mie inségne, altro aver me". 
Queir abbracciaménto fu di singolare efficàcia : 
1' Onore ringiovenì, e ricuperò la sua vista. li 
Mèrito, accompagnato dall' amico, non ebbe che a 
comparire per farsi conóscere, e trionfar di tutti i 
cuòri ; i suoi indégni rivali ne furono svergognati e 
confusi. Ciascheduno, per non èsser ravvisato, 
volèa rèndere le spòglie mal tòlte ; ma 1' Onore 
volle che le conservassero, e le portassero mài sèm- 
pre indosso per ignominia e ludibrio. L' Onore da 
lì innanzi non perde più di vista il Mèrito, e 
què' giórni in cui si mostrano abbracciati, danno al 
móndo il più leggiadro spettàcolo. 



PARTE SECONDA: 
FAVOLE IN VERSI 



Una Donna più bella assai del Sole, 
E più lucente, e di maggior etade, 
Mandata' giù sulla terrestre mole 
Dalle celesti lucide contrade, 
Per dissipar col suo divin fulgore. 
La cieca nebbia dell' umano errore. 

PiGNOTTi. — Origine della Favola, 



RACCOLTA DI FAVOLE MORALI 



PARTE II. 
FAVOLE IN VERSI. 



FAVOLA I. 

H Fiore, e la Ròvere, 

Vedendo Ròvere annosa e fòrte, 

Un Fior lagnàvasi della sua sòrte : 
" La vii d' un àlbero fosca verdura 
Pur fino al tèrmine d' autunno dura 
Ed io d' amàbili colori adórno 
Ho sol la misera vita d' un giórno". 

Udì la Ròvere, e al Fior rispòse : 

^' Son tutte fràgili le belle cóse'\ 

FAVOLA IL 

Il Leone Debitore. 

* 

Prese il Leone in certa malattia 

Da diversi animali i cibi in prèsto : 
Nulla rendea guarito, e poi eh' udia, 
Che colóro mal paghi eran di quésto ; 
6 



62 FAVOLE MORALI. 

Chiama il Lupo a consiglio, e vuol che dia 
Un compenso agli affari equo ed onèsto : 
Il Lupo per quietar tutti i clamóri 
Divorò ad uno ad uno i creditóri. 



FAVOLA III. 
Il Ladro, e il Cane. 

[La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. III.] 

^* Del pane eh' io ti reco 

Perchè con guardo bièco 

Fai tu, stolto, rifiuto ?" 

Disse al Cane fedéle il Ladro astuto. — 
*' Perchè mentre t' appressi a questa sòglia 

Col favóre dell' ómbre, 

Latrar posso a mia vòglia, 

Quando le fauci ingómbre 

Non sento dal tuo pane" ; 

Rispóse al Ladro astuto il fido Cane. 

FAVOLA IV. 

Il Lupo, e il Pastore. 

Un Lupo, che, già vècchio, non potèa 

Sul gregge esercitar lo strazio usàto^ 
Fé' sapere al Pastòr, eh' egli volèa 
Far penitènza d' ogni suo peccato. 
Dalle straggi cessar, da ogni òpra rèa, 
Purché parco aliménto gli sia dato. 
Disse il Pastòr : ^* Si umani sentiménti 
Dovea spiegarmi quando aveva i dènti". 



PARTE SECONDA. 63 

FAVOLA V. 

Le due Spighe. 

^^ Perchè sì umile, e china, 

Mentre io sì dritta, e bèlla 
M' èrgo quasi regina 
Della vasta pianura?" 
Dicéa verde sorèlla, 
A una Spigha matura. 
Ma le rispónde quella : 
^' T' empi di grano, allóra 
Ti curverai tu ancóra". 

FAVOLA VI. 



La Rana, e il Bue. 



[La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. VI.] 

Vide una Rana un Bòve 

Grande non mèn che bèllo, 
E a farsi come quello 
Facèa tutte le pròve. 

La sua grinzósa pèlle 

Gonfiava la vii Rana, 
Indi, supèrba e vana, 
Diceva alle sorèlle : 

" Al Bòve sono eguale ?" — 

^' Eh ! nò", diss' una allóra. — 
Gonfiandosi ella ancóra. 
Richiède : " Or chi prevale ?" - 






64 FAVOLE MORALI. 

" Il Bòve". — " Or che ti pare ?" — 
'' Eh ! via". — '* Ma finamente ?" - 
*' Nemmén". — *' Or state attènte, 
Mie sorelline care". 

Gli sfòrzi allor raddoppia 
Per riportarne il vanto, 
E si distènde tanto. 
Che finalménte scòppia. 

Ognun nella sua sfera 
Modèsto sempre stia : 
Lea favoletta mìa 
Per chi noi fa s' avvera. 



FAVOLA VII. 

i' Uomo, e il Cavallo. 

Padròn d' un agilissimo 

E dòcile Destrièr, 

Un Tal traea grand' ùtile 

Facendo da corrièr. 
Ma tanto il fece córrere, 

Ma tanto 1' adoprò, 

Che un dì, più non potendone, 

La béstia alfin crepò. 

" Talór si perde il mólto che si ha 
Per quella péste delV avidità^' . 



PARTE SECONDA. ' 65 

FAVOLA Vili. 

Due Torij e un Cane. 

Stàvan nello steccato 

Due Tàuri, quando veggono da un lato 

Venir velocemente 

Un Cane, che abbaiava fortemente. 

Il più gióvane allor si spaventò, 

Ma r altro disse : '' Non temerne, nò, 

Costili non ci sarà d' alcuno intòppo, 

Perch' égli abbaia tròppo". 

Guardati dalV irato, che non parla ; 
E non temer la còllera, che ciarla. 

FAVOLA IX. 

Lo Sparviere, e V Uccellatore. 

[La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. IX.] 

Lo Sparvière perseguiva 

La colómba, che fuggiva 
Da lui timida e smarrita, 
E vicin' a esser ghermita 
Dalla zampa sua grifagna. 
Per ventura in una ragna 
Incappò quel predatóre. 
Venne a lui 1' Uccellatóre, 
Tra le mani tosto il prése, 
E 1' Uccèllo, che comprése 
Che il voleva far morire, 
Tai paróle gli ebbe a dire : 
6* 



66 FAVOLE MORALI. 

'' A te mài non feci male". 
L' Uom rispóse : " Non ti vale 
Te ne fé quell' innocènte ?" 
E 1' uccise immantinènte. 

Qui s' adàttan questi détti : 

" Chi fa male, male aspètti*^ 



FAVOLA X. 

La Gioventù, e il Piacere. 

Nel giardin del Piacére 

Entrò 1' incàuta gioventùde un di : 
Cortése il giardinière 
I suoi fióri le offri : 
Ma tutti in un instante, 
Avida, possedérli essa voléa ; 
Recise, svèlse, calpestò le piànte ; 
Ma quando, paga di sua vana idèa, 
Guardossi in grembo, vi trovolli tutti 
Pel suo folle desio, laceri e brutti. 

FAVOLA XL 

Il Gatto, e il Formaggio. 

Col teso orécchio il timido Castaldo 

Neil' ùnta sua dispènsa un rumor òde, 
E s' accòrge che un sorcio ingordo e baldo, 
Da un buco entrato con secreta fròde, 
Per esercizio del suo dente saldo. 
Un Marzolin pinguissimo si róde : 



PARTE SECONDA. 67 

Chiude entro il Gatto ; e il Gatto prode e sàggio 
Uccise il tòpo, e poi mangiò il Formàggio. 

Un avido alleato talor nóce 

Pia che il nimico tórbido e feróce, 

FAVOLA XII. 
Il Fanciullo, e i Pastori. 

[La stessa in Prosa j Parte Prima, Fav. XII.] 

'^ Al lupo, al lupo ! aiuto per pietà", 
Gridava, solamente per trastullo, 
Cecco il guardiàn, sciocchissimo fanciullo : 
E quando alle sue grida accorrer là 
Vide una grossa schièra di villani, 
Di cacciatori e cani. 
Di forche, pali, ed archibùsi armata, 
Fece loro sul muso una risata. 

Ma dopo pochi giórni entrò davvéro 

Tra il di lui gregge un lupo, ed il più fièro. — 

"Al lupo, al lupo!" il guardianèllo grida; 

Ma niùno ora 1' ascólta, 

O dice : " Ragazzàccio impertinènte, 

Tu non ci burli una seconda vòlta". 

Raddoppia invàn le strida. 

Urla e si sfiata invàn, nessun lo sente : 

E il lupo, mentre Cecco invan s' affanna, 

A suo beli' àgio il gregge uccide e scanna. 

iS^e un uòmo 'per bugiardo è conosciuto, 

Q^uand^ anche dice il ver, non gli è creduto. 



68 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XIII. 

H Toro, il Cavallo, e la Volpe. 

Il Tòro al córso disfidò il Destriero, 
E quésti vincitòr fu nella sfida ; 
Gli altri animali incontro gli si fero 
Con plausi di triónfo, e liete grida. 
Sol taceva la Vólpe : A lei 1' altèro, 
" Dammi ragion del tuo silènzio", grida. 
Essa rispónde : '' I plausi miei consèrvo 
Pel dì, che vincitòr sarai del Cèrvo". 

Chi sul dehil nimico ebbe vittòria 
È ben fólle, se affètta 
Vane pómpe di glòria, 

FAVOLA XIV. 

Il Cane, e la Sorte. 

Per vendicarsi d' una vecchia ingiùria 
Venne il Cane a tenzóne 
Un giorno col leone, e fu sconfitto. 
Il vinto Càn piangèa. 
Dicendo : "Oh, Sorte rèa, 
M' abbandonasti ! e per qual mio delitto ?" 
'^ Per quél". Sorte rispósegli, 
" D' aver fatto tenzóne 
Tu meschinetto Càn con un leone". 

Chi co' pia fòrti incauto cozzerà, 

Fia sempre vìnto, e sempre torto avrà. 



PARTE SECONDA. 69 

FAVOLA XV. 
jL' Infelice, e la Morte. 

[La stessa in Prosa j Parte Prima, Fav. XV.] 

Un miserabil Uóm carico d' anni, 
E non pòchi malanni, 
Portava ansante per sassoso calle 
Un gran fascio di légne sulle spalle. 
Ecco ad un tratto il debol pie gli manca, 
Sdrùcciola, e dentro un fòsso 
Precipita, e il fastél gli cade addòsso. 
Con vóce e léna affaticata e stanca 
Appella disperato allor la Mòrte, 
Che ponga fine alla sua trista sòrte. — 
'^ Vieni, Mòrte", dicea, " fammi il favóre, 
Tòglimi da una vita di dolóre : 
Ch' ho a fare in questo móndo ? ovunque miri, 
Non vedo che misèrie e che martiri. 
Qua di casa il padróne 
Domanda la pigióne ; 
Il fornaro di là grida, che sènza 
Denari ornai non vuol far più credènza : 
Se tu non vieni, la mia gran nemica, 
La fame, porrà fine alle mie pène ; 
Ma morrò troppo tardi, ed a fatica". 

Ai replicati inviti, ecco che viene 

La Morte a un tratto colla falce in mano, 
E gli domanda in che lo può servire. 
Sentissi il pover Uóm rabbrividire ; 
Che credèa di parlarle da lontano : 
E con pallida fàccia e sbigottita. 
Rispóse in voce ràuca e tremolante : 



70 FAVOLE MORALI. 

'' Ti chiamai sòl perchè mi dassi aita 
A portar questo fàscio si pesante". 

Quando è lontana, pòco ci spaventa 

La Morie; ma qualora s^ avvicina, 
Oh, che bruita figura che diventa ! 



FAVOLA XVL 
La Vite, e il Potatore. 

Al Potatóre dicea la Vite : 

^' Dèh ! mi risparmia le tue ferite ; 
Io ti prométto, se non m' affanni, 
Che sarò bèlla più che gli altri anni : 
Che far può un ramo di più, di meno ? 
Possenti sùcchi mi dà il terréno". 

Al Potatóre, che P ebbe fède, 

Essa gran frutto quell' anno diede ; 
Ma gli anni apprèsso cangiò di tèmpre, 
E tronco inùtile restò per sèmpre. 

Gli errór corrèggi di frésca etade : 
Guida a rovine la tua pieiàde, 

FAVOLA XVIL 

Il Pino, € il Melo- Granato. 

" Fausta ti fu la sórte. 

Che sótto r ombra mia nascer ti fèo" ; 
Diceva un àmpio ed orgoglióso Pino 
Ad un Melo-Granato suo vicino : 



PARTE SECONDA. 71 

'^ Allor che vien mugghiando il nembo orrèndo, 

Tu di lui non pavènti^ io ti difèndo". || 

Rispóse r arboscèllo : '' È vero, è véro : "' 

Ma méntre un ben mi dai, 

D' un maggior ben mi spògli ; 

Mi difendi dal némbo, e il Sol mi tògli". 

Così talvòlta un protettór sublime 

Par che ti giòvi, e le tue forze opprime* 

FAVOLA XVIIL 
Z/' Àsino, e il Cavallo. 

[La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. XVIIL] 

Conducéva un mulattière 

Un Cavallo ed un Somière. 
Il Somiér eh' è lento al còrso 
Grave péso avea sul dòrso, 
Ne poteva in franco mètro 
Al compagno tener diètro ; 
Onde disse afflitto e stanco : 
" Io mi sento venir manco, 
Se da tè qualche sollièvo 
Al gran péso non ricévo : 
Tu che sé' scarco e leggèro 
Dammi aiuto, o buon Destriero, 
Pria eh' io manchi per la via ; 
Te ne priégo in cortesia". 
Il Cavallo andando avànte 
Fece orécchi da mercante. 
Lo straccàrico Asinèlio 
Nel passare un fossarèllo 



72 FAVOLE MORALI. 

Sotto il péso estinto giacque. 
Tratto avendolo dall' acque 
Il padróne scaricóllo 
D' ogni arnése, e scorticóllo, 
Ch' anche il cuòio aver ne volle 
Benché fòsse stato in mòlle ; 
E ogni còsa pose addòsso 
Al Cavallo grande e gròsso, 
Che in sentirsi sulle spalle 
Le pesanti unnide balle : 
"Ahimè! disse, sventurato, 
A che mài serbommi il fato ! 
Ah pensiér fallaci e fòlli ! 
Io testé portar non volli 
Parte alcuna di quel péso 
Onde r Asino era offéso ; 
Or mi tócca, ah caso fièro 1 
A portarlo tutto intéro. 
Soma, basto, e pettorale, 
La cavézza, lo straccale ; 
Fino i fèrri e il cuoio stésso 
Sopra gli òmeri mi han mésso'\ 

Quanti simili oggi sano 

Al Destriér, di cui ragiono ! 
Inflessibili ai laménti 
De' Compagni, de' Parénti, 
Dar aiuto lor non vónno, 
Né sollievo^ quando panno ; 
Di cu' pòi con grande affanno 
Tutto il péso a portar hanno, 
E tra sé, come il Cavallo, 
Tardi piàngono il lor fallo. 



PARTE SECONDA. 73 

FAVOLA XIX. 

LéC Nuvole, e il Sole. 

Oltre 1' usato bello e sereno 

Lasciava il Sóle dell' onde il séno; 
Ma oscure Nùvole sorsero intórno, 
Ed offuscarono il chiaro giórno. 
Il Sol pien d' ira, disse : '^ Al mio raggio 
Qual nuovo ostàcolo vieta il passàggio ? 
Dunque un terréno denso vapóre 
Sorge a confóndere il mio splendóre ?" 
Quelle rispósero : " Dall' umil suòlo 
Chi ci fé' ascéndere se non tu sólo?" 

Del mal che tanto ti dà torménto. 

Se tu V hai cérco, 'perchè ti lagni 7 
Sol con te stésso fanne laménto. 

FAVOLA XX. 

R Giorno, la Notte, e il Crepùscolo. 

Vennero a fiera lite, e a cose estrème 
11 Dì e la Nòtte, insième. 
Il Crepùscolo a giùdice fu elètto : 
Ei si pose ad udirgli in grave aspètto. 
Il Dì gridò : '' Costèi, 
Neil' inverno s' usurpa i dritti miei". 
Sclamò la Nòtte : " Sappi che costui 
Neil' està quasi tutto ei vuol per lui". 
Il Crepùscolo disse : " Ornai lasciate 
Questa lite, e pensate 

7 



74 FAVOLE MORALI. 

Che, se farete i cónti, in capo all' ànna^ 
Siete pari nell' ùtile e nel danno". 

Se /assi tra congiunti questióne, 

Per lo pia tutti han tòrto, ed han ragióne. 



FAVOLA XXI. 
Il Lupo, e V Agnello. 

Mentre beveva un Lupo ingórdo e rio 

A un ruscèllo, che a nói scorre vicino^ 
Tirsi, più sotto a lui giugner vid' io 
Un innocènte, e càndido Agnellino. 

Ma tratto appéna un sórso ebbe il meschino, 
Che udi il Lupo gridar : ^^ Mi turbi il rio". 
Ed èi : " Coni' esser può, se il cristallino 
Fónte dal labbro tuo discende al mio ?" 

Pur gli rispose il fièro : " Un mese o sèi 

Sono, che m' offendesti". — "Allora io nàto"; 
Disse 1' Agnèl, " non èra, e ciò non féi". — 

" Dunque fu il padre tuo", soggiunse, e irato 
Sbranóllo. — O Tirsi 1 Ah ! contra i fòrti 
Non vai ragióne in jpovertà di stato, 

FAVOLA XXn. 
Z#' Istrice, e la Volpe. 

[La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. XXII.] 

*' Dal cammin son così lasso". 

Disse r Istrice, "che appéna 
Posso più movere il passo". — 



PARTE SECONDA. 75 

^' Credo ben", disse la Vólpe, 
Che viaggiava in compagnia, 
^* Che r andar grave a te sia: 
Tale hai sélva d' armi indosso, 
Che a portarle per un' óra 
Stancherebbero un colòsso. 
E perchè tanta fatica ? 
Qui non v' è gente nemica 
Da far guèrra, e da me pòi 
Nulla cèrto temer puoi. 
Bada a me : quando fra pòco 
Troverém sicuro loco 
Dove star potrem la nòtte, 
Là dei pòrti in libertà, 
Di quel péso sollevarti, 
E con àgio riposarti". 
Credè 1' Istrice, e all' albèrgo 
Giunse appéna, che dal tèrgo 
Gittò i dardi ond' era armato, 
E senz' ómbra di sospètto, 
Sonnacchióso, affaticato. 
Si sdraiò sopra di un lètto. 
Lesta allòr la Volpe ria 
Accostòssegli pian piano, 
E, veggéndo che dormia. 
Lo sbranò senza contrasto, 
E ne fece un lauto pasto. 

Chi pentirsi non vorrà 

Di seguir V altrui consìglio^ 
Guardi ben chi glielo dà. 



76 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XXIII. 

La Volpe, e il Topo. 

Fra 1' àuree Tavolétte, onde erudì 

Fedro V antica età, scritto lasciò, 
Che per un buco una Volpétta un di. 
Smunta di fame, in un granàio entrò. 

E il caso e la fortuna benedì. 

Che al suo bisógno amica si mostrò, 
E tanto ella mangiò, tanto inghiottì, 
Che il vuoto vèntre oltre il dover s' enfiò. 

Drizzò satólla al varco angusto il pie ; 
E di là dove entrar dato le fu. 
Provò fuori tornar, ma non potè. 

Un Tòpo che passò, disse : " A che più 

Tenti, sorella, in vàn ? Modo non v' è :. 
Magra, se magra entrasti, uscir dei tù*\ 

FAVOLA XXIV. 

La Volpe, e il Lepre. 

Dopo che avéalo 
Beneficato, 
E in urgentissimo 
Caso salvato. 
La Vólpe videsi 
Da un Lèpre sòrdida 
Un dì tradir. 
A tal tristizia 
Da tutte ingiùrie 
Altre la misera 



PARTE SECONDA. 77 

Astiénsi, e dicegli : 
" Va ; merli il titolo 
Di Lèpre ingrato ! 
Me r hai provato : 
Tel posso dir". 

I^oìi dàssi né più rèo, né più spietato 
Di cui si mérta il titolo d* ingrato. 



FAVOLA XXV. 
La Volpe, il Cavallo, e il Lupo. 

["La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. XXV.] 

Una Vólpe giovinetta, 

Ma prudènte, ma furbétta, 
Un Cavallo un dì vedéa, 
Che mai visto non avéa. 
Ella tòsto al Lupo córre, 
E in tal mòdo gli discórre : 
"Là nel prato, non so quale 
Sta pascendo un animale, 
Bèllo, grasso, e per vivanda 
Che la sórte a noi qui manda. 
Vieni mèco che tu il veda, 
Poi si tenti farne prèda". 

Vanno : il Lupo s' avvicina 

Al Destriero, e gli s' inchina, 
Poi gli parla : " Mio signóre, 
Gli son ùmil servitóre : 
Deh ! mi dica in cortesia 
Quale il nóme di lei sia, 
7* 



78 FAVOLE MORALI. 

Per trattar, com' è dovére 
Un sì nóbil forestière". — 
" Il mio nóme ?" il Cavai disse, 
*^ Chi mi calza, melo scrisse 
Nella suòla sotto il piede; 
E chi legger sa, lo vede". 
A tal dire la Volpétta, 

Che di frode lo sospètta : 

*^ Legger", disse, "non saprei 

Senz' aver gli occhiali miei". 

Ma quel Lupo; " Non tu sóla. 

Ancor io son stato a scuòla". 

AI destriér indi s' accòsta. 

Che il suo piede ben gli appósta, 

E sul cèffo gli dissèrra 

Tale un càlcio, che 1' atterra, 

E gli spèzza molti dènti. 

Sorge il Lupo : a passi lènti 

Si rimbosca ; ma gli disse 

Pria la Vólpe eh' ei partisse : 

" Tu sai lègger : e mi pare 

Che ti pòssa ben giovare. 

Ora che quelP animale 

Un ricòrdo in modo tale 

Ti scolpì sulla mascèlla, 

Quale mài non si cancella". 

Non si fidi chi è prudente. 
Alla cièca, della gente. 



PARTE SECONDA. 79 

FAVOLA XXVI. 
Il Cignale^ e V Àsino. 

Arruolava un Cìgnàl suoi dènti, e si 

Passa un Somaro, che a lui dice : " A che 
Un' opra fai, per quanto sembra a me, 
Ch' eseguir non dovresti ora così ? 

Son lunge i tuoi nemici, e ninno ardì 
Finòr di presentarsi contro a té, 
Che pace ovunque a spàrgere si die 

I doni suóij che pur diffuse qui". 
L' altro rispónde : " 11 fólle più ne sa 

Tn sua magión, che il savio altróve, e fó 
Quel, che un' ómbra di critica non ha. 
Credi tu fórse, che mentr' io starò 

Degli avversar] a frónte, in libertà 

II tempo di aguzzar le zanne avrò?" 

Stolto è collii, che può 

Disbórsi a un' òpra, e a farlo attende il brève 
Momento, in cài solo eseguir la deve. 

FAVOLA XXVIL 
L' Asino in Màschera. 

Disse un Asino : " Dal móndo 

Voglio anch' io stima e rispètto ; 

Ben so cóme". E cosi détto, 

In gran manto si serrò. 
Indi a' pàscoli comparve 

Con tal passo maestóso, 



80 FAVOLE MORALI. 

Che all' incògnito vistóso 
Ogni béstia s' inchinò. 

Lasciò i prati, e corse al fónte, 
E a specchiarsi si trattenne ; 
Ma sventura ! non contenne 
Il suo giubilo, e ragliò. 

Fu scovérto, e fino al chiuso 

Fu tra' fischi accompagnato ; 
E il Somaro Mascherato 
In provèrbio a noi passò. 

Tu che base del tuo mérto 
Veste splèndida sol fai, 
Taci ogìiór ; se no, scovérto 
Come V Asino sarai. 



FAVOLA XXVIII. 

L' Amore, e il Tempo. 

Su la spónda d' un fiume 

Si scontrarono un dì 1' Amóre e il Tèmpo, 

E i due Numi immortali 

Non so cóme obbliàte avéano 1' ali. 

Piccola barca al lido 

Eravi sì, ma di nocchièro priva, 

Per traggitàrli entrambi all' altra riva. — 

*^Oh !" volto Amóre al Tèmpo, 

^^lo passar ti farò", disse ; e sul rèmo 

Atteggióssi a vogar. Ràpida 1' ónda, 

E lontana era assai 1' opposta spónda. 

Giunsero appéna alla metà, che, ansante 

E mòlle di sudóre, 



PARTE SECONDA. 81 

Perde le fòrze e si arrestò 1' Amòre. 

A lui, stanco, in soccórso 

Sottentrò il Tèmpo, e il rèsto 

Ei terminò del còrso. 

Fin da quel giórno a quésto 

Patto fra lòr si stabilì, che Amòre, 

Da principio, faria passare il Tèmpo, 

E il Tempo pòi faria passar 1' Amòre. 

FAVOLA XXIX. 
La Volpe, il Cane, e il Gallo, 

[La stessa in Prosa j Parte Prima, Fav. XXIX.] 

Un par d' amici véri, 

11 Gallo, e P altro il Cane, 

Volèan per vie lontane 

Veder lidi stranièri. 
Partiron in quell' óra, 

Che con ridènte aspètto, 

Dall' inàmabil lètto, 

Fuggia la beli' Auròra. 
In una sélva antica 

Fur giunti, quando in cielo 

Stendeva il fosco vélo 

La nòtte a' ladri amica. 
Ad una quèrce allóra, 

I nòstri viaggiatóri, 

Insin a nuòvi albóri 

S' avvisan far dimòra. 
11 Cane sott' a quella 

Ripòso e sonno prènde j 



82 FAVOLE MORALI. 

Il Gallo in cima ascénde 
A star in sentinèlla. 

Tutto tacéa : soltàno 

Quel vigile cantóre, 
In quel notturno orróre, 
Apriva il bécco al canto. 

L' ode una Vólpe, e pensa : — 
La sórte, se non sogno, 
Intènde il mio bisógno, 
Provvede alla mia mènsa. — 

E corre al Gallo in frétta : 
Ma che farà ? salire 
Non può : sa ben mentire : 
Onde cosi 1' alletta : 

" Tu come un cigno canti ; 
Che vóce ! pare un èco ; 
Deh ! scéndi, e vieni mèco 
A star alcun' istanti. 

Sol una canzonétta 

Da tè sentir vorrei, 

E se cortése sèi 

Larga mercéde aspetta". 

Alla volpina lòde 

Il Gallo non si fida. 
E con tal dir confida 
Punir frode con fròde : 

" Al tuo desir mi rèndo ; 

Ma un mio compagno désta. 
Che là dormendo rèsta, 
A tèrra mentre scéndo. 

Egli è cantòr perfètto, 

Non gallo, ma cappóne ; 
E non che una canzóne 
Saprai, ma un bel duétto". 



PARTE SECONDA. 83 

La Vólpe presta fède 

A quél eh' ai denti giova, 

E cérca e presto trova 

Un altro, che non créde. 
Ben tòsto alla sua tana 

Colèi fuggir voléa ; 

Ma il Càn, che desto avéa. 

La segue, prènde, e sbrana. 

U igannatòr felice 

Bensì ride talora : 

Ma vién V istante ancóra 

Che piànge V infelice. 

FAVOLA XXX. 
Il Cardellino. 

Un Cardellino grato a un nocchièro, 

Con lui fé' il giro del mondo intéro. 

Stette suU' àncore 1' Europeo légno 

Presso le piàgge d' Indico régno. 

Quivi volavano lungo la spónda 

Augèi, scherzando tra fronda e frónda, 

E vestian piume leggiadre assai. 

Piume in Europa non viste mài. 
Il Cardellino riguarda e gode, 

E aspetta il canto, ma ancor non 1' òde. 

Più giorni passano ; tornano ancóra 

Gli augei per gli àlberi tacendo ognóra. 
Il forestièro si pone in tèsta, 

Che d' Oltremare moda sia quésta ; 

La moda piàcegli : riede ove nàcque. 



84 FAVOLE MORALI. 

E finche visse, sempre si tacque ; 
Ed alla madre che lo rampógna: 
" Del tuo silènzio non hai vergógna 1" 
Tal solca grave risposta dare : 
" E nova moda presa Oltremare". 

guanti oggi tróvansi fra noi messèri, 

Che il peggio tòlsero dagli stranièri ! 



FAVOLA XXXI. 
Il Fanciullo, e le Lucciolette. 

Mentre la notte già 

Fanciul per cupa via, 

Seco solca 1' aiuto 

D' una lantèrna prèndere ; 

Ma pòi eh' ivi ha veduto 

Più Lucciolette splèndere, 

La lantèrna lasciò, 

E a quelle si affidò. 

Dietro al lume volante 

Già franco il piede ha mòsso ; 
Ma che ? dopo un istante 
Precipitò nel fòsso. 
Giurò fiere vendétte 
Contro alle Lucciolette, 
Che, udendo i suoi laménti, 
r|| Espressèr questi accènti: 

" Si lagni di sé stésso. 
Se in mézzo a' guai si vede, 
Chi il certo aiuto ha omésso, 
Dando alV incèrto fède^\ 



PARTE SECONDA. 85 

FAVOLA XXXII. 

La Lucertola, e il Coccodrillo, 

Una Lucertolétta 

Diceva ai Coccodrillo : 

''Oh quanto mi diletta 

Dì veder finalménte 

Un della mia famiglia 

Sì grande e sì potènte ! 

Ho fatto mille miglia 

Per venirvi a vedére. 

Sire, tra noi si sèrba 

Di vói memoria viva ; 

Benché fuggiàm tra V èrba 

E il sassóso sentièro, 

In sen però non làngue 

L' onòr del prisco sàngue". — 

L' anfibio ré dormiva 

A quésti compliménti; 

Pur sugli ultimi accénti 

Dal sónno si riscòsse, 

E addimandò chi fòsse. — 

La parentèla antica, 

Il cammin, la fatica, 

Quella gli torna a dire ; 

Ed éi torna a dormire. 

Lascia i grandi e i potènti 
Di sognar per parénti : 
Puoi cortési stimarli, 
Se dórmon mentre parli. 

8 



86 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XXXIII. 

La Lucarina, 

Giva una Lucarina 

Dicendo ad ogni augèllo 
(Ah sémplice augellina) : 
^' Io de' figli ho il più bèllo; 
Venitelo a vedére, 
Che vi darà piacére. 
Non anco è ben piumóso, 
Ma è festóso, è scherzóso, 
Bécca, saltella, ed ha 
La grazia e la beltà : 
Venitelo a vedére, 
Che vi darà piacére". 
Dicéalo ai buòni ognóra, 
Ed ai malvagi ancóra. 
Più d' un augèllo andò^ 
E il véro ritrovò. 

Tornando una mattina 
L' ingènua Lucarina 
Da un campo seminàto 
Del favorito miglio. 
Nel nido insanguinato 
Più non ritrova il figlio» 

T' è caro il ben che godi 7 
Guarda con chi lo lòdi. 



PARTE SECONDA. 87 

FAVOLA XXXIV. 
Il Contadino, il Figlio, e V Asino, 

[La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. XXXIV.] 

Sopra un lènto Asinél se ne venia 

Un Villàn, curvo il tèrgo ed attempato ; 
Il Figlio a pie facèagli compagnia ; 
E giano insième ad un vicin mercato. 

Scontràro un passeggiér, che, al Padre vòlto, 
Disse, forse per prènderne sollazzo : 
'^ La cosa non mi par discreta mólto ; 
Mandare a pie quel pòvero ragazzo !" 

Il Vecchio vergognòssi, e fece il Figlio 

Montare in sèlla, e a pie prese il sentièro ; 
Ma non erano andati ancora un miglio, 
Incontrarono un altro passeggièrO; 

Che disse : ''Mal creato ragazzàccio, 
Che una forca tu sèi certo si vede ; 
Di cavalcare hai cor dunque, asinàccio, 
E il vecchio Padre tuo mandare a piede ?" 

Il Padre allóra : '' Io vorrei pur contènto 

Rendere alfm ciascun per quanto posso : 
Facciamo un' altra pròva" ; e in quel moménto 
Dell' Asino ambedue montano addòsso. 

Ma nuova gènte incontrano in cammino, 
Che grida, e porge lòr nuove molèstie : 
'' Guardate discreziòn ! quel bestiolino 
Ha da portar due così gròsse béstie !" 
Grida il Vècchio : " Oh che gente stravagante ! 
Eppure un' altra ancor ne vo' provare" : 
Smontano a terra entrambi, e scosso avànte 
L' Asino a senno suo lasciano andare. 



88 FAVOLE MORALI. 

Ecco novello inciampo ; e dir si sente 

Qualcun che passa : *' Io non conósco afie 
Di que' due più stordita e sciocca gènte ; 
Mandan 1' Asino scòsso, e vanno a pie". 

Il Vecchio allor gridò : " Più non ci rèsta 
Che portar nói quell' Asin, ma sarebbe 
Pazzia si strana e si solènne quésta, 
Che V Asin stésso se la riderebbe". 

Che condudiàm 1 Che aver V approvazióne 
Di tutto il móndo, e star con esso in pàce^ 
Essendo un^ impossìhil pretensióne^ 
Sarà meglio di far quel che ci piace. 

FAVOLA XXXV. 

La Rana, e il Pesce» 

Dalla casa paludósa 

Sulla strada un dì se n' esce 

Una Rana coraggiósa, 

E fa tanto che pur giùnge 

Presso al mar che non è lùnge. 

Là s' asside, e vede un Pésce 

Che qual fòrbice d' argènto 

Fende il liquido eleménto. — 

" Ferma, férma", ella gridò, 

" Teco in mar venire io vò' : 

Se mio amico esser prométti. 

Buona insiém vita faremo ; 

Del nuotar tutti i precètti 

Già conósco, e il mar non tèmo. 

Ferma, aspetta, io vengo all' ónde". — 

^^ Rèsta", il Pésce le rispónde : 



PARTE SECONDA. 89 

" Altri amici cercar puoi ; 

Un ostàcolo è fra nói 

D' amistàde a stringer làccio, 

Tu ognor gràcchi, io sempre tàccio". 

amistà non dei sperare 

Ove oppósta indole appare, 

FAVOLA XXXVl. 

E Leone, il Cavallo, la Cagna, la Locusta, e V Asino, 

Infieriva un tremèndo temporale 

Nel bòsco, e ne scappava ogni animale. 
Un Cavallo, una Cagna, un Asinèlio, 

E una Locusta uniti in un drappèllo 
Ad una gròtta si ricoverarono, 

Ma che v' èra il Leon non osservarono. 
Egli dormia. Quegli altri si ristettero 

Gelati, e un punto sòl non si movèttero. 
Ma il povero Cavallo avea la tósse, 

E non potea tenérsi a quelle scòsse. 
La Cagna d' un suo cane in gelosia 

Talora a suo dispétto ne guaia. 
Alla Locusta sotto trapelava 

Vulcànica scintilla, e la scottava 
Sì, eh' élla, che sentia bruciarsi diètro. 

Saltava, e non potéa restar in mètro. 
Pel morto figlio, sebben si sforzasse, 

L' Asin non potea far che non ragliasse. 
In sómma non volendo far romóre, 

Ne fero sì che si svegliò il signóre ; 

8* 






90 FAVOLE MORALI. 

Il qual colà vista la turba accòlta, 
Quei miseri mangióssi uno alla vòlta. 

Ricordami tal fàvola 
Il détto (/' un autóre, 
Che quattro còse non si pon nascóndere, 
Li amor, la tósse, il fòco, ed il dolóre. 



FAVOLA XXXVII. 
La Scìmia, V Asino, e la Talpa. 

^^ Erra", dicea la Scimia, ^^clii natura 
E la sua provvidènza tanto loda ; 
Verso di nói mostròssì o cièca o dura : 
Còme ? non darci un palmo almen di còda ? 

Fino i Topi di còda ella ha provvisti ; 

A noi sòl manca ; ond' è che con maligno 

Occhio ogni giórno gli animali tristi 

Ci guardan diètro, e poi ci fanno un ghigno". 

L' Asin rispónde : " Io non la stimo niènte ; 
A che mi vài ? perchè di ragazzàcci 
Con mille insulti un stuolo impertinènte 
Le spine sotto quella ognor mi cacci ? 

È una disgràzia il non aver le corna : 
Ah, son le corna pur la bella còsa ! 
Rimira il Bue, che n' ha la tèsta adórna, 
Che fàccia alza sublime e maetòsa ! 

E Capri, e Agnèlli, e s' altra inutil v' è 
Bestia, di corna fia dunque guernita? 
E non 1' avrà una béstia come me ? 
Non me ne darò pace in fin che ho vita". 

Li udì una Talpa, e lor gridò : " Tacete, 
E per conoscer ben fin dove arriva 



PARTE SECONDA. 91 

Vostra ingiusta follia, bestie indiscréte, 
Guardate me, che son di vista priva". 

Chi viver vuol tranquillo i gioì' ni sài, 

JVoìi cónti quanti san di lui ina liétif 
Ma quanti san ]jia miseri di lai. 

FAVOLA XXXVIII. 
Il Concilio dei Sorci. 

[La stessa in Prosa j Parte Prima, Fav. XXXVIIL] 

Il gran Buricchio, il più tremendo gatto. 
Era de' Tòpi 1' Attila, il flagèllo; 
E già fatto n' avéa cotal macèllo, 
Che quasi il popol lóro era disfatto. 

Un dì che quel crudél nella vicina 

Campagna er' ito a càccia ai passeròtti; 
Squallidi e tristi i Tòpi infra le bòtti, 
Adunàron capitolo in cantina. — 

"Qui bisogna trovar qualch' espediènte". 
Il Decàn cominciò : *' 1' opinion mia. 
Venerabili padri, oggi saria 
Al Gatto di segare e l'unghia e il dènte". 

O poco o pùnto applaudir s' intèse 

Questo progètto : allóra avendo alzate 
Vecchio Tòpo le lunghe venerate 
Basette, in aria grave a parlar prèse : 

'^ Io che son sèmpre al ben pùblico intènto, 
Al collo del canin della Signóra 
Vidi un sonàglio tintinnar, qualóra 
Ei si movesse a passo prèsto, o lènto. 



92 FAVOLE MORALI. 

Eccovi col sonàglio il suo collare : 

Quésto attaccare al Gatto ora conviene ; 
E quando verso nói furtivo viene 
Quest' assassin, tosto udirem sonare''. — 

"Bravo ! bravo ! una stàtua in verità 
Si merita", s' alzar tutti gridando : 
" S' attacchi tòsto quel sonàglio". Quando 
Un domandò : " Ma chi 1' attaccherà ?" — 

'' Io no". — " No ? neppur io", risponde un altro. 
Un tèrzo : " Ed io nenimén". Confusi e muti, 
Chi di qua, chi di là, come venuti 
Erano, si partir senza far altro. 

Tutti son huóni a fare un bel progètto, 

Là imbroglio sta nel métterlo ad effètto. 

FAVOLA XXXIX. 
Il Corvo, e la Volpe. 

Stava il Còrvo sulla cima 

D' una quèrce in un boschétto, 

Bezzicando un formagètto 

Che rubato aveva prima. 
Or rubarlo al Còrvo spèra 

Una Vólpe malandrina, 

E pian piano s' avvicina 

Sotto r àlbero dov' èra. — 
^^ Ehi !" gli dice, " signorino. 

Pur ti vedo ; alfin ritorni. 

Dove fosti tanti giórni ? 

Quanto sèi belio e carino ! 



PARTE SECONDA. 93 

Alle pènne se il tuo canto 

Corrispónde, oh te felice ! 

Tu di quéste selve il vanto, 

Tu di lur sei la fenice". 
Tal favèlla il Corvo tenta : 

Slarga il bécco, cantar créde ; 

Cade giù, ne se n' avvede, 

La sua prèda : essa 1' addenta. — 
^'Questo", intanto dice, " è mio". — 

" Volentièr tei renderei, 

Ma di ludi sazio sèi ; 

Io noi sòn : tu canta ; Addio". 

Imparate a non dar fède 
Ai bifrónti adulatòri ; 
Che, voìiiìni ingannaiòri, 
Vento véndono a chi créde. 



FAVOLA XL. 

La Pècora, e lo Spino, 

La piòggia, il tuón, la gràndine 
Misti al fischiar del vènto 
Sonar facèan per 1' aere 
Un òrrido concènto. 

Fuggia pel bòsco timida 

In questa parte e in quella, 
Cercando alcun ricóvero, 
Una smarrita Agnèlla. — 

"Vieni", disse, ^'nascónditi", 

Lo Spino, " entro al mìo grembo 
Ti copro, qua non penetra 
Il procellóso némbo". 



94 FAVOLE MORALI. 

V entra la buòna Pècora, 

E fra le spine intanto 

Tutto s' inrjpàccia e intricasi 

Il suo lanóso manto. 
Dipoi cessato il tùrbine, 

Quando a partir s' appresta, 

Sente lo Spin che prèsela 

Sì fòrte per la vésta. 
Che uscir non spèra libera 

Dall' unghie sue rnbèlle, 

Se la lana non lasciavi, 

E forse ancor la pèlle. 
Escita alfin col làcero 

Manto, e graffiata il tèrgo, 

Maledì più del tùrbine 

Quali' infedéle albèrgo. 

Temete, litiganti sventurati, 

Più delle liti stésse gli avvocati, 

FAVOLA XLl. 
// Figliolino del Padrone, e il Giardiniere, 

Del patèrno glardin 

Per le aiuòle odoróse 

Il picciol Padroncin 

Coglièa viole e ròse. 
Ma con espèrla man 

Piànta, stèrpa, recide. 

Travagliando il Villàn. 

Guarda il Fanciullo, e ride. — 
" E a che", gli dice, " a che. 

Buon Uóm, tanti sudóri ? 



PARTE SECONDA. 95 

Il fertil suol da se 

Ecco prodùce i fióri". — 
" T' inganni ; anzi che fior, 

Sènza le mie fatiche", 

Gli rispóse ilCultór, 

" Ti produrrebbe ortiche. 
Ah ! perchè sia il terrèn 

Di fior cortese e largo, 

(Pensaci per tuo ben) 

Di sudór lo cospàrgo. 
Tu pur, tu pur cosi, 

Fra quanti affanni e stùdi 

Per esser sàggio un dì, 

D' uopo sarà che sudi ! 
Ma qual n' avrai piacer, 

Mio caro Padroncino, 

Se tanto io n' ho in veder 

Fiorito il mio giardino 1"^ 

Simil a fértil suol 

Ben è la nostra ménte : 
Saggia sarà, ma vuol 
Cultura diligènte, 

FAVOLA XLII. 

La Lepre, e le Rane. 

[La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. XLII.] 

La Lepre timida. 
Che si doleva 
Della sua misera 
Sórte, diceva : 



96 FAVOLE MORALI. 

"Io per corrèggere 
Il mio difètto 
Faccio il possibile, 
Ma senza effètto. 

E dovrò vivere 

Sempre in paura ; 
Che all' arte cèdere 
Non vuol natura. 

Mille pericoli 

Tèmo nel giórno, 
Sempre sollécita 
Mi guardo intórno ; 

Un' ómbra, un trèmito 
Se veggo, o sento. 
Il cor mi palpita 
Già di spavènto". 

Così lagnandosi 
Ella sovènte. 
Soleva vivere 
Mèsta e dolènte. 

Ma pur insòlito 

Caso le avènne. 

Un dì che al màrgine 

D' un lago venne : 

Neil' acqua saltano 
Tosto le Rane, 
E si nascóndono 
Nelle lor tane. 
La Lèpre attònita: 

" Oh ! quanta gènte", 
Disse, " al mio giungere 
Paura sente ! 



PARTE SECONDA. 97 

Fugge precipite, 

Or che mi vede ! 

Di guèrra un fulmine 

Dunque mi créde ?" 
Ma d' onde giungele 

Tanto valóre ? 

Del suo pia timido 

È d' altri il core. 



FAVOLA XLIII. 
La Far/alletta, e il Fiore. 

Farfallétta, i vanni adórna 

Di vaghissimi colóri, 

Gira, scherza, fugge, torna 

Fra r erbétte, i frutti, e i fióri ; 

Scorre il prato, fende il pòggio, 

Ma non fissa mai d' allòggio : 

Fior quanti èrano, èrbe, e frutti 

Conoscévanla già tutti. 

Qui accarezza, e parte ; lassa 

Qua un sospir, là un guardo, e passa ; 

Officiósa, benché in frétta. 

Più d' ogn' altra farfallétta. 

Ve' però fortuna ingrata ! 

Pur da un sòl non era amata : 

Ella intanto esser si vanta 

L' idolètto d' ogni piànta. 
Non so quàl de' fióri un giórno 

Di parlarle ebbe coràggio : 

9 



98 FAVOLE MORALI. 

'' Mentre vóli a noi dintórno 
Lusinghièra nel!' omàggio, 
Credi invàno ognun contènto 
Del tuo brève compliménto. 
Non sperar, se non t' arrèsti, 
Che in alcuno amor si désti. 
Il fedèl, 1' assiduo amante 
Ad amar davvero inségna : 
Un amàbile incostante 
Ci divèrte, e non c'impegna". 

Se con mille i tuoi moménti 
Dividèndo ognor tu vài, 
Avrai mille conoscènti, 
E un amico non avrai. 



FAVOLA XLIV. 

// Leone, la Capra, la Pècora, e la Giovenca. 

Il Leon re d' un paese 
Invitar volle cortése 
La Giovènca coli' Agnèlla, 
E la Capra destra e snèlla, 
Seco a càccia : grande onore 
E 1' andar con tal signóre ; 
E dovevano spartire 
La lor prèda con quel Sire ; 
Che promise, fé reale. 
Darne lóro parte uguale. 
Sol la Capra un cervo prése 
Nella réte eh' ella tèse, 



TARTE SECONDA. 99 

Ed allur che imbruna il giórno 
Tutti essendo di ritorno, 
Il Leone di quel cervo 
Fé' le parti ; indi protèrvo 
Disse : " A chi spartì si dia 
Questa prima ; è dunque mia : 
Prendo 1' altra per ragióne, 
Che mi chiamo il re Leone : 
Or la tèrza dar conviene 
Al più fòrte ; onde a me viene : 
E quest' ùltima che avanza. 
Chi toccar avrà baldanza, 
Io Io stròzzo immantinènte: 
Così dico ; e un ré non ménte". 
A tal dir, le poverine 
Sen' andar, le orecchie chine, 
Con gran fame, e con gran péna, 
A dormire senza céna. 

Le 'promésse dei signóri 

Sono fròndi ch^ han bei Jìóri, 
Ma di ràdo fanno il frutto : 
Cade il fiòr^ svanisce tutto. 

FAVOLA XLV. 

// Viaggiatore, e il Vento. 

Nel bel mézzo di Gennàio 
Fea viàggio non so chi ; 
Di gran guanti e doppio sàio 
Con tra il fréddo si munì : 
Ma alla piccola sua tèsta 
Largo alquanto il cappel già. 



100 FAVOLE MORALI. 

E da un Vènto, che si désta, 
Gli è improvviso tratto via. 
Il cappél, quasi abbia piume, 
Rota e termina nel fiume. — 

'^ Oh cospètto !" il Viaggiatóre 

Disse al Vènto, e montò in fùria r 

" Garbinàccio traditóre, 

Fatto a me cotale ingiùria 

Alcun Vènto non ha mài, 

E viaggiato ho mille miglia 

Con cappèl più largo assai. 

Tutta tutta la famiglia 

Sopra i mónti, e in mezzo all' ónde 

Ho de' vènti conosciuto, 

Ne il cappèllo ho mai perduto". 

Ride il Vènto, e gli rispónde : 

" Gran ragion di tue querèle 1 

D' ignorar non hai tu scòrno, 

Viaggiatór di mille miglia, 

Ch' ove è rischio, ognor cautèle 

Contro a' rischi il saggio piglia ; 

E che occórrer potea un giórno, 

Comminando alla bufèra. 

Ciò che occórso ancor non t' èra?'' 

Non dir mài : '* Danni io non tèmo, 
Perchè ognór ne fui digiuno^' : 
Sei de^ rìschi neW estremo, 
Non temendone nessuno. 



PARTE SECONDA. 101 

FAVOLA XLVI. 

Le Scìmie, e il Lucciolone. 

[La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. XLVI.] 

Benché fossero alle spalle 
Dell' inverno i di ridènti, 
Eran bianchi e poggio e valle 
Di notturne brine algènti. 

Or due Scimie, intirizzite 

Per r acuta aria nevósa, 

A ricóvero eran gite 

Sovra piànta assai ramósa ; 

Ma sì tremano, che sónno 

Ritrovare ancor non pónno. 
Quando ; ^' Al fòco", grida, '^ al fòco". 

La più gióvane, accennando 

Una sièpe ; e si gridando 

Spicca un salto, e corre al loco 

Dove vivida favilla, 

Fra i cespùgli luccicante, 

Ha ferito la pupilla 

Dell' afflitta vigilante. 

L' altra ancor discénde, e all' òpra 

Denti e piedi : un buon fastèllo 

Fan di sàlci, e il póngon sópra 

Air ardènte carboncèllo ; 

Né vi manca un po' di pàgha, 

Perché fiamma tosto sàglia. 
Ecco entrambe a terra chine 

Con tal fòrza soffiar déntro, 

Che non fan nelle fucine 

Forse i mantici più vènto. 
9# 



102 FAVOLE MORALI. 

Muso intanto avean sì fatto 
Per la scarna guancia enfiata, 
Che da Eraclito avrian tratto 
Senza stènto una risata. 
Ma già soffiasi da un' óra, 
Ne s' accènde il foco ancóra. 

Cangian pàglia, cangian sàlci, 

Al fastèllo aggiungon tràlci : — 

" Soffia, amica, il legno è asciutto" ; 

Ma si soffia senza frutto. 

Quando alfine entra in sospètto 
La men gióvane più scaltra. 
Meglio guarda, e con dispétto : 
'' A che sóffi ?" dice all' altra ; 
" E un malnato Lucciolóne, 
Ch' abbiam prèso per carbóne". 

Tal jpiìi rf' un che soffia, e il petto 
Vuol da Apólline infiammato, 
Per carhòn prende un insètto. 
Perde il tempo, e gitta il fiato. 

FAVOLA XLVII. 

La Mosca, e il Moscerino. 

Dall' infiammate ròte 

Febo scotea sul suol 1' estivo ardore, 

E il robusto aratóre 

Stava air àrso terréno 

Col vòmere tagliènte aprendo il séno 

Acceso in vólto, di sudor bagnato, 

Col crine scompigliato. 



PARTE SECONDA. 103 

Curvo le spalle, il cigolante aratro 

Con una man preméa, 

Che col chino ginocchio accompagnava ; 

E coli' altra stringéa 

Pungolo acuto, e colla rozza vóce, 

E coi cólpi frequènti. 

Affrettava de' bòvi i passi lènti. 

Stava sopra 1' aratro in grave vòlto, 

Ed in ària importante 

Una Mósca arrogante, 

Ch' òr suir irsuto tèrgo 

De' stanchi buoi volava. 

Ed óra al tardo aratro 

In frétta ritornava ; 

E quasi in alto afFàr tutta occupata, 

Smaniànte ed affannósa 

Córre, ronza, s' adira, e mai non pòsa. 

Un Moscerino intanto 

Passando ad èssa accanto, 

Le disse : ^' E perchè mài 

Tanto sudi e t' affanni ? e cosa fai ?" 

Rispóse con dispétto 

Queir arrogante insètto : 

'' Noi vedi? è necessario il domandare 

Qual importante affare 

Ci occupi tutti adèsso ? ad ignorarlo 

Veramente sei sólo : 

Non lo vedi, balórdo? Ariamo il suòlo". 

A tal proposizión rise per fmo 

11 piccol Moscerino. 

E asseti commune usanza 

Il credersi persona d' importanza. 



104 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA XLVIII. 
La Spica, e il Papavero. 

Già fluttuando mòbile 

Del mare al par dell' ónda 
Sopra terréno fèrtile 
La mésse arida e biònda. 

Sulle compagne ergévasi 
Altèra, e per 1' aprica 
Aria la frónte gràvida 
Scotèa matura Spica. 

Cònscia del pròprio mèrito 
Mirò con torvo ciglio 
Presso di se un Papàvero 
Ergere il crin vermiglio ; 

E colle rèste stridule 

Sferzando all' àura il petto, 
Parlò con rauco sibilo 
Pien d' ira e di dispétto : 

^' O dell' inèrzia simbolo, 
Tu che col pigro umóre 
Togli al còrpo ed all' ànima 
Il lor natio vigóre ; 

Padre di quel letàrgico 

Torpòr, che cosi fòrte 
Sommerge i sènsi in stupida 
Calma simile a mòrte : 

Come potesti nàscere 

Di Cèrere nel régno. 
Presso me, che degli uòmini 
Sono il miglior sostégno ?" 



PARTE SECONDA. 105 

Quei replicò pacifico ; 

'^ Non mi sprezzar, o suòra, 

E le mire benèfiche 

Della Natura adora : 
Tu il sostégno, ed il bàlsamo 

E il sónno alla fatica. 

Par che accanto ponendoci 

La Natura ci dica : 

" Mortali, non lagnatevi 
Delle misèrie umane, 
Qualóra non vi mancano 
Due còse, — il Sónno, e il Pane ?" 



FAVOLA XLIX. 

Il Cammello, e il Topo. 

A pascolare per un campo un giórno 

Era un Cammèllo, e ad una gamba avvòlto 

Libero làccio strascinando già : 

Quand' ècco in quel contórno, 

Per non so qual bisógna, un Topo è vòlto. 

Che il gibboso animai guarda e riguarda, 

Il vago còrso della fune spia ; 

Resta alquanto perplèsso, 

E in aria grave pòi dice a se stèsso : — 

Nulla fé' mai di ben gente codarda ; 

Oh che nòbile imprèsa, 

Se in séno del mio buco 

Un Cammèllo io condùco I 

Cèrto che s' io tant' òso. 

Sarò fra tutti i tòpi il più famóso. — 



106 FAVOLE MORALI. 

Disse, e accintosi all' òpra, 
La fune afferra e tira : 
Quello naturalménte 
Dòcile e compiacente 
Ov' è tratto si gira, 
E va via via seguendo. 
Sudava il Tòpo in quel lavòr tremèndo ; 
Ma della glòria, che n' avrà, 1' idèa 
Tutto con gran piacer soffrir gli fèa. 

Giungon del'bùco all' órlo ; 
E 1' eròe condottièro 
Entra del peso della fune altèro, 
E va gridando a questo tòpo e a quello : 
" Loco, loco, compagni, ecco un Cammèllo' 
Gli sfòrzi allor raddoppia. 
Si contòrce, si stroppia, 
S' impazienta, s' adira, 
E tira, e tira, e tira ; 
Io non so còme non perdesse i dènti. — 

•' O stolido ! che tenti ?" 

Disse il Cammèllo alfm, che il vano scórse 
Disegno di colui ; " gran pòrta fórse 
Può questo buco divenir ? poss' io 
La mole impiccolir del corpo mio ?" 

Quanti Tòpi il móndo ha visti 
iVe' sognanti Progettisti ! 



PARTE SECONDA. 107 

FAVOLA L. 
U Amore, e V Interesse. 

[La stessa in Prosa ; Parte Prima, Fav. L.] 

L' Interèsse con 1' Amóre 

Si trovare un tempo uniti 

Nella casa d' un Signóre 

Tra miir altri favoriti. 
Quel faceva la ragióne 

Dell' uscita e dell' entrata : 

Del piacére al suo Padróne 

Servia 1' altro a camerata. 
A giocare alla bassòtta 

Un dì misersi tra lóro. 

L' Interèsse il banco accétta ; 

Fa ad un lato un monte d' òro. 
Pone alcuni suoi quattrini 

Lesto Amor su certe carte : 

Ma sa ben, per far bottini, 

L' Interèsse usar dell' arte. 
Resta Amóre in un moménto 

Senza un sòldo, e disperato 

Vuol rifarsi dell' argènto, 

Che sì male avea giocato. 
Sovra un Asso ei tutto métte. 

Tutto quél che gli restò ; 

Anche 1' Arco, le Saétte, 
E il Turcasso vi lasciò. 
Poverino ! infin le Pènne 

Vi perdette a poco a pòco; 
Spoglio in sómma gli convenne 
Con rossór partir dal giòco. 



108 FAVOLE MORALI. 

L' Interèsse, oh ! che cervèllo ! 
Vuol r usura del guadagno, 
Onde studia a farsi bèllo 
Con le spòglie del compagno. 

E con 1' Ali, e col Turcasso 

Va pel móndo a suo piacére, 
E si móstra agli atti, al passo, 
Franco Aligero ed Arcière. 

Molti il fatto ancor non sanno ; 
Quindi alcuno se lo vede 
Non s' accòrge dell' inganno, 
E sovènte Amor lo erède. 



FAVOLA LI. 

// Fanciullo j e la Vespa. 

Un vispo Fanciullino, 

Che appena il suol con fermo pie segnava,. 

Se ne già saltellando entro un giardino, 

E tra' fióri e tra 1' èrbe egli scherzava. 

Una Vèspa dorata, 

D' acuto dardo armata, 

Si librava sul!' ali 

Entro il vérde soggiórno, 

E s' aggirava al Fanciullino intórno. 

Al lùcido colóre, 

Dell' òro allo splendóre, 

Onde brillava il fraudolento insètto, 

L' àvido Fanciullètto 

Dì farne prèda subito s' invoglia ; 

Tòsto per 1' aria vuòta 

La cava man velocemente ròta 



PARTE SECONDA. 109 

Dietro del susurrànte Animaletto ; 
Ma cade il cólpo invàno, 
E la Vèspa di là vola lontano. 
Ratto la segue il Fanciullino ; ed élla 
Per r aere agile e snèlla 
In mille giri e mille si rivòlge, 
E alfin stanca si pòsa 
Sul molle sén d' una vermiglia rósa. 
11 Fanciullino attento, 
Tàcito, e lento lènto 
Sulla punta de' pie lieve cammina, 
E a lèi già s' avvicina : 
Rapida allór la mano 
Sopra del fior sospinge, 
E la rosa e la Vèspa insieme stringe. 
La Vespa irata allóra. 
Tratto sùbito fuóra 
L' ascóso ago pungènte, 
La tenerèlla incauta man trafigge 
Con ferita cocènte : 
Inalza al Cièl le strida 
Smaniante il Fanciullin chiedendo aiuto, 
E cade sopra il suol quasi svenuto. 

Giovinetti inespèrti, che correte 

Dietro un desìr che hén non conoscete, 
Apprendete, apprendete, 
Che c?e' più bei piacer sovente in séno 
Sta nascòto il veléno. 



10 



no FAVOLE MORALI. 

FAVOLA LII. 
ha Corte del Re Leone. 

Volle un giórno il Leone 

Tutta quanta conóscer quella gènte 
Di cui il Ciél 1' avéa fatto padróne. 
Non fu sélva orrida e oscura, 
Che non fóssene avvisata ; 
Circolava una scrittura 
Da Sua Lionésca Maestà firmata, 

E lo scritto diceva : 

Che per un mese intéro il Re teneva 

Corte plenària, e principiar dovéasi 

Da un bèllo e gran festino, 

Dove un cèrto perito Bertuccióne 

Dovea ballar vestito da Arlecchino. — 

Tn tal manièra il Principe spiegava 

La sua potènza al pòpolo soggètto : 

Ma ecco ornai che la gran sàia è pièna. 

Che sàia ! Oh Dio, che sàia ! 

Ella era anzi un orribile macèllo, 

Sanguinóso, e fetènte 

A tal ségno, che 1' Orso 

Non potendo soffrir quel tetro avèllo, 

11 naso si turò, poco prudènte, 

Spiàcque il rimèdio : il Rè forte irritato 

Mandò da Ser Plutone 

Il Signor Orso a far il disgustato. 

Lo Scimiótto approvò 

Quésta serverità, 

E di Sua Maestà 

La còllera lodò, 



PARTE SECONDA. Ili 

Lodò la regia branca, e della sala 

Disse cose di fuòco, e quell' odóre 

Sovra 1' ambra esaltò, sovra ogni fióre. 

Ma questa adulaziòn troppo scempiata 

Fu dal Principe accòrto 

Ben presto gastigàta : 

Già lo sfacciato adulatóre è mòrto. 

La Volpe éragli accanto. — 

''Or ben", le disse il Sire : 

'' Dimmi, che ne di' tu? parlami chiaro ; 

Tu vedi, io non voglio essere adulato". — 

La Volpe allòr: '*' Sua Maestà mi scusi, 

lo son molto infreddata, e 1' odorato 

Ho perso affatto ; 

Ond' io a giudicar atta non sono, 

Se questo odóre sia cattivo o buòno". — 

Di tal rispósta il Ré fu soddisfatto. 

Voi che in Córte vivete, 

Apprendete, apprendete ; 

Non siate troppo apèrti adulatóri, 

Nemmén troppo sincèri parlatóri ; 

E se volete alfm passarla nétta, 

Una scusa o '/ silènzio 

Sarà sempre per vói buona ricètta ^ 



112 FAVOLE MORALI. 

TAVOLA LUI. 
Il Villanoj che trova un Tesoro. 

Un Villano, che vivéa 

Col lavóro giornaliero, 
Altro al móndo non avéa 
Che una casa, o a dir più véro, 
Che un ben misero tugùrio, 
Detto Ostél del Mal-augùrio. 

Questo nóme gli era dato, 

Perdi' esso èra mal sicuro : 

Era tutto scassinato ; 

Screpolato era ogni muro ; 

E la bócca non di ràdo 

Esso apria per dire : " Io cado". 

11 Padrón di ristorarlo 

Non avéa modo, o diségno, 

E credea col puntellarlo 

Or con quésto, or con quel légno, 

Di poter tenerlo in piede, 

Finche andasse ad altro erède. 

Ma succèssegli, che un giórno, 
Che affannato dal lavóro 
All' ostèllo ei fé' ritórno, 
Per confòrto e per ristòro, 
Lo trovò bello e seduto ; 
Trovò, idést, eh' era caduto. 

Diede allóra nelle smànie 

Nel veder casa e puntèlli 
In un fàscio : cose strànie 
Disse, e svèlsesi i capélli ; 
E tenendo gli occhi bassi, 
Pianse un pèzzo su que' sassi. 



PARTE SECONDA. 113 

Mentre estàtico egli tiene 

Fisse e immòbili le ciglia 

In que' sassi, a scorger viene 

Con sorprésa e maraviglia 

In queir òrrido rottame 

Una péntola di rame. 
La scoperchia pien di spème, 

E in veder quel che contiene. 

Più non mormora, e non géme, 

E felice egli si tiene : — 

Neil' ostèllo, eh' è caduto, 

Ha trovato il proprio aiuto. 
Di monéte tutte d' òro 

Quella péntola era pièna ; 

E il Villàn senza lavóro 

Vita plàcida e seréna 

Menò pòi con largo vitto. 

Che poc' anzi era sì afflitto. 
Quante vòlte quel che pare 

Un flagèllo, una disgràzia, 

È un favor particolare. 

Un gran bène, ed una grazia. 

Per qualunque mal gli avvenga, 
A smarrirsi alcun non venga. 



10^ 



114 FAVOLE MORALI. 

FAVOLA LIV. 
I Lupi, e le Pècore. 

Per molti secoli 
In sulla tèrra 
Tra Lupi e Pècore 
Durò la guèrra. 

Alfine fecero 

Tra lor la pace, 
Pace durévole, 
E non fallace. 

Tutti gli articoli, 
E tutt' i patti 
Con ogni formula 
Erano fatti. 

Eran reciprochi 
I lor vantàggi, 
E si mandarono 
Entrambi ostàggi. 

Avean le Pècore 
I Lupicini ; 
I Lupi avevano 
I lor Mastini. 

Allor trescavano 
Le Pecorèlle 
Nei verdi pàscoli 
Sicure, e snèlle : 

L' onda bevevano 
Di chiara fónte, 
E s' aggiravano 
Al piano, al mónte ; 



PARTE SECONDA. 115 

E sulle mòrbide 

Frondose rive 

Si riposavano 

Air ombre estive. 
Ma fu brevissima 

Sì lieta sórte, 

E la scontarono 

Colla lor mòrte. 
I Lupi crébbero 

Pria pargolétti, 

E alfin si videro 

Lupi perfètti. 
E, mentre stavano 

Lunge i pastóri, 

Strozzar le misere, 

Qual traditóri ; 
E s' imboscarono 

Lieti e contènti, 

Seco portandole 

Ai lor parénti, 
I quali accòlsero 

I figli ladri, 

Come degnissimi 

Dei loro padri. 
E questi pèrfidi 

Miser' a brani. 

Mentre dormivano, 

Prima i lor Cani. 

O voi che fàcili 

A creder siete. 
Da questa fàvola 
Or apprendete, 



116 FAVOLE MORALI. 

Che per nascóndere 
Lor artifici 
Molti si fingono 
Sinceri amici. 



FAVOLA LV. 

Le Bolle di Sapone, 

Un Fanciullin scherzévole, 
A trastullarsi intènto, 
Getta il sapóne e 1' agita, 
In pura onda d' argènto. 

Sciolto e battuto, ammontasi 
In spuma biancheggiante, 
Che nel viscóso carcere 
Racchiùde 1' aere errante. 

Sottil cannèllo immèrgevi ; 
Fra i labbri indi 1' aggira, 
E il fiato tenuissimo 
Soavemente spira. 

Stèndesi 1' onda dùttile 
Al lènto urto gentile. 
Cède, s' allarga, e piegasi 
In glòbo ampio e sottile. 

Dal tubo allora spiccasi. 

Nuota dell' aere in séno, 
Spinto dai lievi zefiri 
Nel liquido seréno. 

Del sóle il raggio trèmulo, 
Mentre lo fere e indora, 
SuU' ónda curva e mòbile 
Vària scherzando ognóra. 



PARTE SECONDA. 117 

Spiegando ora il settèmplice 

Misterioso lémbo, 

Forma improvvisa un' iride 

Sul curvo ondoso grembo ; 
Or come in spècchio nitido 

In breve spàzio strétti 

Confusamente pingonsi 

1 circonstànti oggetti. 
Lievi rotar si mirano 

Sui trèmuli cristalli 

Le tórri, i tétti, gli àlberi, 

I monti, e insiém le valli. 
Un Fanciullin più sémplice, 

Cui '1 giòco è affatto ignòto. 

Vi ferma 1' òcchio attònito, 

Fiso lo guarda e immòto. 
Rotar per 1' ària miralo 

Senza saper che sia ; 

Tosto d' averlo invogliasi. 

Toccarlo già desia. 
Ondeggia il globo lùcido, 

Or sàie, ora dechina ; 

Ratto il Fanciullo séguelo, 

A lui già s' avvicina : 
De' piedi in pùnta drizzasi. 

Le mani in alto stènde 

Quanto più puòte, ed àvido 

Già quasi il tócca e prènde. 
Impaziente lanciasi 

Ver lui con lieve salto. 

Ma 1' aria urtata celere 

Lo risospinge in alto. 
S' infiamma allòr più fèrvido 

II Fanciullétto, il vólo 



118 FAVOLE MORALI. 

Fiso ne segue, ed eccolo 
Cala di nuòvo al suòlo. 

Corre il Fanciùl, che pèrderlo 
Un' altra vòlta téme, 
E fra r ansióse ed àvide 
Palme anelante il prème. 

Ma tocco appéna pérdesi, 
Sparisce in aer vano, 
Scòppia, e sol góccia sòrdida, 
Lascia al Fanciullo in mano. 

Uomo ambizioso e cupido, 
Che sudi in seguitare 
Un ben che lusingandoti 
Si bel da lungi appare ; 

Quando sarai per strìngerlo 
In sul fatai moménto, 
Deluso allóra e stupido 
Stringerai sólo il vento. 

FAVOLA LVl. 
Il Topo Romito. 

Quando 1' inverno nei cantòn del fòco 
La Nonna mia ponévasi a filare, 
Per trattenermi séco in fèsta e in giòco. 
Mi soleva la séra raccontare 
Cento e cento novèlle graziose, 
Piene di strane e di bizzarre còse. 

Or le ranòcchie contro i tòpi armate. 
Del lupo, della vólpe ì fatti, i détti. 
Le avventure delP òrco e delle fate, 
E le burle de' spiriti follétti, 



PARTE SECONDA. 119 

Narrar sapéa con sì dolci manière, 

Ch' io non capiva in me dal gran piacére. 

Or mia Nònna sovviénmi che una volta, 
Dopo averla pregata e ripregàta 
Con mille dolci nómi, a me rivòlta, - 
Alfine aprì la bocca sua sdentata, 
Prima sputò tre vòlte e poi tossì, 
Indi a parlare incominciò così : 

'•' C era una vòlta un Tòpo, il qua! bramóso 
Di ritrarsi dal móndo tristo e rio, 
Cercò d' un santo e plàcido ripòso, 
E alle cose terréne disse Addio ; 
E per trarsi di lóro assai lontano. 
Entrò dentro d' un càcio Parmigiano. 

E sapendo che al Ciél poco è gradito 

L' uom che si vive colle mani al fianco. 
Non stava punto in òzio il buon Romito, 
E di lavorar mài non era stanco, 
Ed andava ogni giórno santamente. 
Intorno intórno esercitando il dènte. 

In pochi giórni egli distése il pélo, 

E grasso diventò quanto un guardiano. — 
Ah ! son felici i giusti, e amico il Cielo 
Dispènsa i suoi favóri a larga mano 
Sopra tutto quel pòpolo devòto. 
Che d' esser suo fedéle ha fatto vóto. — 

Nacque intanto fra' tòpi in quella etàde 
Una fiera e terribil carestia ; 
Chiuse eran tutte ne' granai le biade, 
Né di sussister si trovava via. 
Che il crudel Rodilàrdo d' ogn' intórno 
Minaccioso scorreva e notte e giórno. 

Onde furon dal pùblico mandati. 

Cercando aita in questa parte e in quella. 



120 FAVOLE MORALI. 

Col sacco sulle spalle i deputati, 
Che giùnser del Romito anco alla célia ; 
Gli fecero un patetico discòrso, 
E gli chièsero un pòco di soccórso. 

* O cari figli miei ', disse il Romito, 

^ Alle mortali o buone o rèe venture 
Io più non penso, ed ho dal cor bandito 
Tutti gli affètti e le mondane cure : 
Nel mio ritiro sòl vivo giocóndo ; 
Onde non mi parlate più del móndo. 

Povero e nLdo cosa mli può fare 

Un solitario chiùso in queste mura. 
Se non in favor vòstro il Ciel pregare 
Ch' abbia pietà della comun sventura ? 
Sperate in Lui, eh' Ei sòl salvar vi può'. 
Ciò détto, r uscio in fàccia a lor serrò". — 

" O cara Nonna mia", le dissi allóra, 

" Il vostro Tòpo è tutto Fra Pasquale, 

Che nella cèlla tacito dimòra, 

C ha una pància sì gròssa e sì badiale, 

Che mangia tanto e prèdica il digiuno, 

Che chiede sèmpre, e nulla dà a nessuno". — 

*' Taci", la buona Vècchia allor gridò, 

"O tristarèllo, e chi a pensare a male 

Contro d' un religióso t' insegnò. 

Ed a sparlar così di Fra Pasquale ? — 

Oh mondo tristo ! oh mondo pièn d' inganni ! 

Ah, la malizia viene avanti gli anni ! — 

Se ti sento parlar più in tal manièra, 

Vo' che tu vegga se sarà bel giòco". — 
Così parlò la Vècchia, e fé' una céra, 
Che, a dirla schiètta, la mi piacque pòco : 
Ond' io credei che fòsse prudenziale 
Lasciar vivere in pace Fra Pasquale. 



PARTE SECONDA, V2Ì 

FAVOLA LVII. 
La Gallina^ e i Pulcini. 

• Oi" cLie siete satólli, 

E eh' io su quest' erbóso 

Molle cespo mi poso, 

Ite", disse a' suoi Pólli 

La Gallina, " a dipòrto 

Ite, o figli, nell' òrto". 
Con pipilar giulivo 

Sen vanno ; e giunti appéna, 

Un già raspa 1' aréna, 

Un s' ascónde furtivo, 

Un saltella, un svolazza: 

Ciascun già si sollazza. 
Quand' ècco palpitante 

La Madre a sé li chiama. 

E : " Qua qua, figli", esclama 

Con vóce gracidante ; 

^' Qua qua, figli, tornate, 

Affrettate, volate". 
V^òlgonsi que' Pulcini 

Dicendo : " E donde quésto 

Richiamo sì molèsto ?" 

Pur prónti i poverini. 

Benché non senza duòlo, 

Tornano a lèi di vólo. 
La Chiòccia allór distènde 

L' ali, e sótto li tira 

Ben tutti : alfin respira. 

Ma il perchè non s' intènde 
11 



1^ FAVOLE MORALI 

Da' figli ancóra ; ed élla 

Cosi ad èssi favèlla : 

"' Da periglio mortale 

D' avervi tratti io spéro : 

E se volete il véro 

Scoprir, fuor di quest' ale 

Spignete il guardo, e quello 

Mirate errante augèllo. 

Voi noi vedeste : è désso, 
\ _ _ _ ' 

E il Nibbio traditóre. 
Ancor mi trema il core 
Dallo spavènto opprèsso : 
Ei v' adocchiò lontano ; 
Ma, grazie al Cielo, in vano. 

Oh come ha il piede, il ròstro. 
Fièro, adunco, sanguigno ! 
Quanto ha V òcchio maligno ' 
Il gran nemico vòstro, 
Figli, ornai conoscete, 
E a fuggirlo apprendete. — 

Ecco al guardo ei s' invola. 
Qualche Pulcin malnato. 
Renitènte, ostinato, 
Cèrto a ghermirsi ei vola. 
Ma voi sicuri in pace 
Ite òr dove vi piace". 

guanti mali e 'perìgli 

Scopre r òcchio paterno, 
Che voi prendete a schérnoy 
O non vedete, o figli ! — 
E il perchè si rintraccia ? — 
Ahy s' ubbidisca e tàccia. 



PARTE SECONDA. 123 

FAVOLA LVIII. 
La Farfalla, e la Nòttola. 

Stanca una Farfallétta 

L' ali raccòglie, e pòsa 

D' una vermiglia ròsa 

Su la tremola vétta ; 

E allòr la nòtte in cielo 

Stendeva il bruno vélo. 
Ella pur anco désta 

Gli occhi solleva, e i tanti 

Astri fissi ed erranti 

A contemplar s' arresta, 

E r alta osserva immènsa 

Azzurra vòlta ; e pensa; — 
Dell' età nòstra è vanto, 

Ch' òggi filosofésse 

Sien le Farfalle anch' èsse. — 

Dùnque— ella pensa, e intanto 

Dice: "Ah, móndi son quelle 

Che a me sembrano stélle. 
Ma, come qui tra nói, 

E mari, e valli, e mónti, 

Ed èrbe, e fióri, e fónti 

Colà vi saran pòi ? 

O, tanti e si gran móndi 

Fien deserti e infecóndi? — 
No cèrto : ed animali 

Vi sono ; e bianche, e gialle, 

Vario-pinle Farfalle 

A nói in tutto uguali. 

Ah che mirare io bramo ! 

Quasi direi eh' io V amo" 



m FAVOLE MORALI. 

Cosi per mondi ignòti, 

Ch' e' par eh' essa li véggia. 
Col suo pensiér passeggia; 
E i perigli mal nòti 
Le sono, ond' essa è cinta. 
Onde vedràssi estinta. 

Già di lèi viene a càccia, 
Già I' assale una sózza 
Nòttola, e se 1' ingozza, 
Mentre di móndi in tràccia 
Va del ciél su la vòlta, 
Nò a sé pensa la stólta. 

O Farfallétia mia, 

E che mài ne consigli ? — 
Che a' suoi prójirj perigli. 
Che a sé, si pensi in pria ; 
E che alìòr poi si puòte 
Cercar di cose ignòte. 



FAVOLA LIX. 



Gli Occhi Azzurri, e gli Occhi ^cri, 

A contésa eran venuti 

Gli Occhi Azzurri e gli Occhi Néri. — 

••' Occhi Néri, fieri e ir.jti". — 

■•Occhi Azzurri, non sincèri". — 

•• Color bruno, color mèsto". — 

•'• A cangiar 1' Azzurro è prèsto". — 

•'Siamo immàsfine del Cielo". — 

•• Siamo faci sotto a un vélo". — 

'• Occhi Azzurri han Palla e Giùno". — 



l^VRTE SECONDA. li 

' avrian détte anche altre còse, 
Ma fra lóro Amor si póse. 
Decidendo tanta lite 
In tai nòte, che ha scolpite 
Per suo cènno un Pastor Fido 
Sopra un còdice di Guido : 

Il primato in questi o in quelli 
Non dipènde dal colóre ; 
Ma quegli Occhi son più hélli^ 
Che ri&póndono più al córe'\ 



INDICE 

DELLE FAVOLE, E DEGLI AUTORI DA CDi 
SON TRATTE. 



PARTE I. 
FAVOLE IN PROSA. 



FÀVOLA L 


Il Cane A'vido, 


Favolette Morali. 


1> 


IL 


. La Cerva, 


Fàvole Esopiane. 


3 


IIL 


// Ladro, e il Cane, 


Favolette Morali. 


4 


IV. 


Il Cerbiatto, e il Cervo, - 


Fàvole Esopiane. 


4 


V. 


II Ragno, e la Róndine, 


Zaccaria. 


5 


VI 


. La Rana, e il Bue, - 


Favolette Morali. 


5 


VII. 


La Lùcciola, e il Vermicello, 


Cesarotti. 


6 


VIII 


Il Cane di Campagna, e i Cani della Città, 








Zaccaria. 


6 


IX 


, Lo Sparviere, e V Uccellatore, 


Marconi. 


7 


X. 


11 Cieco, e lo Stòrpio, 


Favolette Morali. 


"^ 


XI. 


Il Lupo e la Volpe in giudizio, innanzi alla 






Scimia, - - . - 


Favolette Morali. 


8 


XIL 


Il Fanciullo, e i Pastori, 


Anònimo. 


8 


XIII. 


L' A'sino, il Leone, e il Gallo, 


Marconi. 


9 


XIV. 


Il Gatto, e i Topi, - 


Fàvole Esopiane. 


10 


XV. 


L' Infelice e la Morte, - 


Marconi. 


10 


XVI. 


11 Pastore, e il Mare, 


Fàvole Esopiane. 


11 


XVII. 


Mercùrio, e il Contadino, 


Marconi. 


12 


XVIII. 


V Jì'sino, e il Cavallo, 


Visài. 


12 


XIX. 


La Gatta, e il Gattino, - 


Manzoni. 


13 


XX. 


Il Pastore, e la Greggia, - 


- Marconi. 


14 


XXI. 


Il Sorcio Viaggiatore, - 


Roberti. 


14 


XXII. 


V Istrice, e la Volpe, 


Firenzuola. 


15 


XXIII. 


L' A'quila, e la Biscia, 


Cesarotti. 


16 


XXIV. 


L' A'sino, e la Lepre, 


Marconi. 


16 


XXV. 


11 Ragno, e il Bigatto, - 


Fabri. 


17 


XXVI. 


La Volpe, il Lupo, e il Mulo, 


■ JYovelle Antiche. 


18 


XXVII. 


II Fuoco, r A'cqua, e 1' Onore, 


Gozzi. 


19 


XXVIII. 


Il Cane Invitato, 


Fàvole Esopiane. 


19 


XXIX. 


I Tre Pesci, 


Firenzuola. 


20 


XXX. 


La Volpe, il Gallo, e i Cani, 


. ' - Fabri. 


21 


XXXI. 


il Demònio, e la Vècchia, 


Marconi. 


22 


XXXII. 


11 Cervo, .... 


Monterossi. 


22 


XXXIII. 


I Garòfani, la Rosa, e la Viola-Màmmola, Gozzi. 


2:ì 


XXXIV. 


il Contandino, il Fifflio, e V Jì'si\ 


no, ~ Visài. 


24 



INDICE. 



127 



XXXVI. Un Padre, e tre Fi^li. 

XXXVII. La Scimia, e 1' Orinolo, 

XXXV III. Il Concìlio dei Sorci, 

XXXIX. Il Pittore, 

XL. 11 Gambero, e la Volpe, - 

XLI. 1 due Matti, . . . - - 

XLII. La Lepre, e le Rane, • - - - 

XLI li. 11 Tagliatore di Legna, e la Scimia, 

XLIV. La Zanzara, e la Lùcciola, 

XLV. Il Lavoro, la Salute, e la Contentezza, 

XLVI. Le Scimie, e la Lucciola, 

XLVII. 11 Rosignuolo, e il Cuculo, 

XLVIII. Le Pere, ----- 

XLIX. Gli Animali in Pùblica Penitenza, - 

L. L' Amore, e V Interesse, 

LI. Jl Sole, e il Ghebro, - - - 

LII. Il Garofano, . - . - 

LUI. 11 Gambero, e i' Uccello Aquàtico, - 

LIV. La Nébbia, e i tre Astrologi. 

LV. L' Onore, e il Merito, - ' - 





Pejre 


Visài. 


26 


Jìnónimo. 


27 


Marconi. 


2« 


Gozzi. 


29 


Rossetti. 


30 


- Manzoni. 


31 


Marconi. 


32 


Firenzuola. 


33 


Gozzi. 


34 


Rota. 


35 


Firenzuola. 


37 


Fortegueiri. 


38 


Gozzi. 


40 


Marconi. 


41 


Gozzi. 


44 


Cesarotti. 


Aiì 


Gozzi. 


47 


Firenzuola. 


49 


Gozzi. 


51 


Cesarotti. 


54 





PARTE II. 








FAVOLE IN VERSI. 






Fàvola i. 


. il Fiore, e la Rovere, - - - 


Bettola. 


61 


Il, 


, 11 Leone Debitore, 


De Rossi. 


61 


III 


. // Ladro, e il Cane, - - Favolette Morali. 


62 


IV. 


lì Lupo, e il Pastore, - 


De Rossi. 


62 


V. 


Le due Spighe, - . - - 


De Rossi. 


63 


VL 


La Rana, e il Bue, - - - - 


Grillo. 


63 


VII. 


L' Uomo, e il Cavallo, - 


■Alga rotti. 


64 


Vili. 


Due Tori, e un Cane, 


Jllgarotti. 


65 


IX. 


Lo Sparviere, e V Uccellatore, - 


Grido. 


65 


X. 


La Gioventù, e il Piacere, - 


De Rossi. 


66 


XL 


Il Gatto, e il Formaggio, 


Roberti. 


66 


Xll. 


// Fanciullo, e i Pastori, 


Pignotti. 


67 


XIII. 


11 Toro, il Cavallo, e la Volpe, 


De Rossi. 


68 


XIV. 


11 Cane, e la tìor'e, - . - - 


Jllgarotti. 


68 


XV. 


U Inj elice, e la Morte, 


Pignutti. 


69 


XVI. 


La Vile, e il Potatore, 


Bertóla. 


70 


XVIL 


Il Pino, e il Melo-Granato, 


Bertela. 


70 


JfVlII. 


L' A'sino, e il Caoallo, - - - - 


Passcroni. 


71 


XIX. 


Le Nuvole, e il Sole, - - - 


Chiappa. 


73 


XX. 


H Giorno, la Notte, e il Crepùscolo, 


Algarutti. 


73, 


XXI. 


Il Lupo, e 1' Agnello, . . - 


Gatti. 


74 


XXII. 


L' l'strice, e la Volpe, - - - - 


Bandi. 


74 


XXIII. 


La \'olpe, e il Topo, - - - 


Frugoni. 


76 


XXIV. 


La Volpo, e il Lepre, - . - - 


Mgarotti. 


76 


XXV. 


La Volpe, il Cavallo, e il Lupo, ~ 


- Grillo. 


77. 


XXVL 


11 Cinghiale, e 1' A'sino, 


Orsini. 


79 



INDICE. 



12b 



VXVdl. Li' An)i>re, e il Tempo. - - - 

XXiX. La Volpe, il Cane, e il Gallo. - 

XXX. li Cardeliino, - - - - - 

XXXf. il Fanciullo, e le LuccioleLte. 

XXXII. La Lucèrtola, e il Coccodrillo, - 

XXXill. La. Lucarina,' - - - -, 

XXXIY. // Contadino, il Figlio^ e V JÌ'siv.o, 

XXXV. La Rana, e il Pesce, - - 

XXX Vi. 11 Leone, il Cavallo, la Cagna, la Lo- 
custa, e i' Ansino, - , - 

XXXVII. La Scìuiia. ì' A's'mu, e la Talpa. - 

XX XV 111. n Concilio dà Sorci, 

XXXlX. il Corvo, eia Volpe, - 

XL. La Pècora, e lo Spino. 

XLL 11 Figliolino del iradrone, e il Giardi- 
niere, ... - - . 

\ijii. Iai Lepre, eie Rane. - - 

XLiil. LaFarfaìletta, e «l Fiore, - 

XLIV. 11 Leone, la Capra, la Pècora, e la Giù 

venca, - - ■ - 

XLV. Il Viaggiatore, e il Vento, 

XLVI. Le Scvhiie, e il Lucciolone, 

XLVil. La Mosca, e il Moscerino, 

XLVIÌl. La Spica, e il Papàvero. 

XLiX. 11 Cammello, e il Topo, - 

L. V Amori', e P Inter. i.-s,-:, 

Li. il Fanciullo, e la Vespa, - 

Lll. La Corte del lie Leone, 

LUI. Il Villano, che trova un Tesoro, 

LiV. I Lupi, e ìe Pècore, . . - 

LV. Le Bolle di Sapone. 

LVI. lì Topo Romito, ' - - - - 

LVll La Gallina, e i Pulcini, - 

LVIIl. La Fartalla, e la Nòttola. - 

LIX. Gli Occhi Azzurri, e sa Occhi Neri, • 



Bondi. 


Pag.- 


Grillo. 


^\ 


fìerióla . 


u-; 


Bertòln. 


84 


Bertóla. 


8.^ 


Bertóla. 


H') 


Fignotti. 


^7 


Btrtóia. 


86 


Aìgarotii. 


8:> 


J-ig-aoUi. 

Figaciti. 

iirillo. 


5)0 


Ds Rossi. 


9;ì 


Pércgo. 

(rHllo. 


VA 


• Ber tota. 


•♦7 


Grillo. 


S)fi 


fieri ola. 


9: > 


lìcrtóìn. 


101 


PigJWtti. 


10.' 


Pignoni. 

. iLrtùìa. 


104 

lor. 


Chiappa. 
Pignotti. 
Crudeii. 


'07 
10.S 
liO 


Passernni. 


112 


Grillo. 


114 


PioTLUtti. 


ne. 


Pignoni. 


118 


Firego. 


121 


- Per ego. 
• Bertóla 


12:: 
124 



A 



FINE. 



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