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Full text of "Raccolta di proverbi veneti fatta da Cristoforo Pasqualigo"

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Scaffale F* 
Palchetto JL 



1 



'^ 



PROVERBI VENETI 



1 
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RACCOLTA 



DI 



PROVERBI VENETI 



FATTA DA 



CRISTOFORO PASQUALIGO 



TERZA EDIZIONE 

accresciuta dei proverbi delle Alpi Carnichc, del Treatlno 
e dei tedeschi dei Sette Comuni vicentini 



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TREVISO 



COI TIPI 01 LUIGI ZOPPBLLI BOITORS 

188^ 



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AL LETTORE 



Mantenni la mia promessa : ed ecco questa Raccolta 
accresciuta di altri duemila e cinquecento proverbi, l 
quali, mentre integrano la buona ed arguta immagine 
del nostro popolo, offrono ampia materia di studio a 
coloro che, oltre il senno e il carattere di lui, vogliono 
conoscerne il linguaggio, in ciò che ha di più vivo e 
permanente, come sono i proverbi. Perchè accanto ai 
vernacoli della pianura veneta, qui vi son quelli del 
Bellunese, del Friuli, del Cadore, dell' Ampezzano e di 
molta parte del Trentino, con quello tedesco che non si 
parla omai più che da pochi vecchi superstiti nell' alti- 
piano dei Sette-Comuni vicentini. 

Buon numero ne raccolsi io ne' miei viaggi autun- 
nali in tutto r Alto Veneto, e qui a Venezia, special- 
mente de' friulani dalla gente della provincia di Udine 
che viene fra le Lagune o a prestar 1' opera sua nelle 
famiglie, o a vendere i prodotti delle sue piccole indu- 
strie. ^) 

1) 1 friulani, do' quali alcuni Iio presi dalla Raccolta deir Ostermann 
(V. pag. 10) sono segnati con due asterisclii ; ** — 1 Cadorini con ,uno; * 



vr 

I bei proverbi di Livinallongo mi furono mandati^ 
con le loro illustrazioni, da quel dòtto e gentile uomo 
che è il Decano Don Bartolomeo Zardini. Il quale mi 
diede pur quelli di Val Badia, dove il dialetto veneto 
finisce e comincia il tedesco; e quelli dell' Ampezzano, 
con r aiuto a lui e a me gentilmente prestato da Don 
Giuseppe PescoUderungg, sacerdote di Cortina. ^) Il chia- 
rissimo naturalista Prof. Francesco Ambrosi mi mandò 
da Trento molti proverbi, che egli aveva raccolti nella 
Valsugana, fra i quali ne trovai parecchi di nuovi, che 
aggiunsi agli altri. 

Dal Cadore, quelli di Pieve, di Calalzo e del Come- 
lieo me li diedero i signori Achille ed Antonio Vecelli, 
e i fratelli G. B. e Giovanni Giacobbi. Quei di S. Vito 
il bravo signor Giovanni Ossi, noto a tutti gli alpinisti 
che salgono V Antelao, il Sorapis, il Pelmo. Ivi, come 
si vedrà, si parla un dialetto che differisce dal Friulano 
assai meno che quello di tutto il Cadore intermedio. 

Pei proverbi nella parlata tedesca dei Sette-Comuni 
(ivi detta cimbrica) fui molto fortunato nel rivolgermi 
all' esimio D.r Giulio Vescovi di Asiago, ed ai degni 
Parroci di quei paesi, dove s' è fatto meno scarso il 
num^o di coloro che ancora la usano insieme al pre- 
valente dialetto vicentino -e alla lingua italiana. Le 
loro raccolte, che si trovano nell' Appendice al volu- 
me, saranno tenute in pregio, massime dai filologi te- 
deschi, contenendo gli estremi avanzi di una lingua 
che fra poco in quell'altipiano sarà spenta interamente 
e per sempre; e che sarebbero andati perduti, se non 

)) Questi sono segnati ; L. — V. B. — itwp, 



Vìi 

mi fosse venuta, forse un po' tardi, V idea di farli rac- 
cogliere. 

Qui a Venezia l' egregio Notaio DJ Pietro Benve- 
nuti e i giovani miei scolari Carlo Allegri e Raffaello 
Vivante, ed, a Lonigo, il mio amico Daniele Dalla Torre, 
non si lasciarono sfuggire un proverbio senza notarlo e 
darmelo con grandissima premura. 

A tutti loro rendo le migliori grazie eh' io posso. 
Mi perdonino se mai fossi stato soverchiamente impor- 
tuno, promettendo loro che tale sarò in avvenire; per- 
chè io non metterò il cuore in pace finché creda che ve 
ne sieno ancora degli altri da raccogliere. Al popolo Ve- 
neto, così attento osservatore e fino scrutatore dei fatti 
(dai quali hanno origine, conferma e longevità i pro- 
verbi), e ingegnoso nell' esprimere i suoi concetti, da non 
temer chi lo vinca, dobbiamo tutti cercare di far onore 
quanto egli si merita. 

Tutti, inoltre, dobbiamo aver cara la sapienza pra- 
tica, positiva, reale, che è ne' proverbi ; la quale avvezza 
la mente a « badare alla verità effettiva delle cose, non 
alla immaginazione di essa ». È una sapienza minuta e 
pedestre, che però, quando sia bene ordinata e illustrata, 
può, senza vergogna, stare accanto a quella, certamente 
più grande, più ideale, più nobile, ma spesso fantastica e 
artificiale, che si trova nei libri. Una sapienza frizzante, 
lesta, spontanea, figlia dell' esperienza e del tempo, che 
mai non invecchia, anzi acquista novo splendore quanto 
più crescono nel mondo la signoria dell' intelletto e 
l'amore del Vero. — Sarebbe un'esagerazione l'appli- 
care ad essa il detto di Cicerone : Meliora sunt ea qua 



} 



Viti 

natura, quarti quce arte perfecta sunt. (Nat ^eor, I) ; 
ma si può ben dire con lui : Omnia quce secundum 
naturam sunt, cestimatìone digna sunt (^e Jinibus, 
III. i6) ; e con Ovidio : Utile doctrinìs prcebere seni- 
lìbus aures. 

Di sentenze e passi di antichi scrittori, cominciando 
da Esiodo, saranno sparsi, non sopracarichi, i capitoli di 
questa Raccolta; i savi fa.mosi confermeranno i detti dei 
savi ignoti, che son graditi a quanti, beati di una bona ed 
elevata coscienza, godono di sentirla superiore o conforme 
a quella primitiva dell' umana famiglia. 

Venezia, Novembre 1881 



C. Pasqualigo 




AVVERTENZA 



premessa alla seconda edipone del iSjg 



Questo volume contiene oltre cinquemila proverbi 
veneti autentici e genuini. Documenti storici della vita 
fisica, morale ed intellettuale di un popolo, non avreb- 
bero pregio di sorte senza coteste due qualità. Chi li 
traduce da altri dialetti, o li inventa di suo capo, o 
spaccia per proverbi sentenze, che non furono tali mai, 
quegli è un falsario. — Certamente, in tal guisa questa 
Raccolta non poteva riuscire così ricca, come sono altre. 
Ma ella è contenta di poter dire: « Xe megio andar in 
paradiso strazza, che no a l' inferno in abito ricama » . E 
il paradiso suo sarà la stima di coloro che amano il 
vero, e cercano di conoscere questa umana natura quale 
essa è realmente, non quale ce la figurò fino ad ora la 
nostra fantasia allucinatrice. A questa conoscenza di 
grande aiuto sono le vetustissime e sempre vive tradi- 
zioni popolari, che ora si raccolgono e si illustrano in 
ogni paese. 

Persuaso di ciò, e convinto dalla esperienza della 
verità che è riposta ne' proverbi, anche quando paion 
più sciocchi e fallaci, come io tornai nel Veneto (d'onde 
ero partito per la guerra del 1859), ripigliai a registrare 



2 AVVBETENZA 

i nuovi che mi accadeva di udire. Ma fu soltanto tre 
anni fa che io fermai l' animo a ripubblicare la mia Rac- 
colta in modo che fosse meno incompleta e più corrispon- 
dente al suo titolo. Perciò io mi rivolsi a quante più 
persone potei perchè mi aiutassero all' uopo, e special- 
mente in quelle provincie che avevo lasciate fuori quan- 
do compilavo la prima edizione. 

Ecco gli onorevoli nomi di coloro, che, accogliendo 
di buon grado la mia preghiera, più contribuirono ad 
arricchire questo volume. Il Dott. Attilio Riva di Vero- 
na, mi diede nuovi proverbi di quella provincia ^). — 
Il medico Dottor Pietro Pagello di Belluno, i bellunesi 
e i cadorini. — Di questi ultimi alcuni ebbi dal Signor 
Carlo Gei di Venas. — Don Francesco Tommasi, già 
professore nel Seminario di Ceneda, ed ora arciprete di 
S. Polo di Piave, man mano che ricevea da me le bozze di 
stampa, vi aggiungeva i feltrini, che avea già raccolti a 
Lentiai, e parecchi dell' alto Trevisano, con avvertenze 
sul significato e sulla applicazione pratica di essi. — Il 
Dott. Professor Francesco nob. Bocchi di Adria, quelli 
del Polesine. — Il sig. Girolamo Paolettì, me ne rac- 
colse in Miane molti dell' Alto Trevisano. — Dal sig. 
Domenico Giuseppe Bernoni n' ebbi una settantina di 
veneziani. — Don Andrea Capparozzo, bibliotecario della 
Bertoliana di Vicenza, me ne mandò alcuni di colà, dan- 
domi anche agio di consultare il dizionario inedito del 
Dott. Andrea Alverà. — Il sig. Pacìfico Scomazzetto, far- 
macista di Asolo ed archeologo menzionato con lode dal 
Mommsen, me ne spedì parecchi di quel luogo. — Il sig. 
Augusto Pajetta di Vittorio, accrebbe il numero dei bel- 
lunesi e trevisani. — I proverbi del Trentino mi erano 

1) Povero Attilio I morto, a 24 anni, la notte del 18 maggio 1877, af- 
fogato nella Laguna per improvviso malore. Nessuna morte di giovane Tidi 
mai pianta così da tutti, come la sua. Era una perla di bontà e di ingegno. 
Studiosissimo, aveva peregrine attitudini letterarie. A chi gli chiedeva per- 
chè non pubblicasse, anche lui, qualche scritto, rispondeva sorridendo: 
prima di volare, bisogna fare le ali. 



à 



AVVERTENZA Ó 

Stati mandati fino dal 1858 dal sig. Antonio Encimerti 
di Trento, e dal Dott. G. B. Baruffaldi di Riva. 

Ad essi ed alle altre persone amiche, le quali coadiu- 
varono loro e me, rendo qui le migliori grazie eh' io posso 
per la gentilezza e premura con cui mi porsero la loro 
intelligente cooperazione. Ringrazio del pari il Dottor 
Ferdinando Coletti, professore nella R. Università di 
Padova, ^) e il Dottor Francesco Luigi Fanzago per aver- 
mi favoriti i manoscritti lasciati dal compianto Dottor 
Filippo Fanzago (rapito in fresca età alle lettere ed 
alla sua città nativa, di cui era egregio ornamento), nei 
quali erano i proverbi da lui e dal Coletti raccolti in 
Padova, e dai loro amici il Co: Agostino Sagredo di 
Venezia, Jacopo Cabianca e Bartolomeo Bressan di Vi- 
cenza. Io ne trassi oltre un centinaio che inserii nei 
quattro ultimi fogli di questo volume e nell'Appendice. 
In quei manoscritti oltre ai proverbi, vi sono molti modi 
di dire che saranno utilissimi a chi si accingerà a fare 
il Vocabolario Veneto, che ancor si desidera. 

Il Lettore troverà di continuo citate le Dieci Tavole^ 
e vorrà saperne qualche cosa. Erano dieci larghi fogli, 
stampati nel principio del secolo XVI (dopo il 1509, 
perchè v' è ricordata la Lega di Cambrai), ognuno dei 
quali conteneva circa 150 proverbi, detti, frasi e modi 
di dire, in lingua veneziana quasi tutti. Vi erano fram- 
misti alcuni proverbi greci e toscani, qualche lombardo 
e napoletano, due francesi, due spagnuoli, uno pugliese, 
uno marchigiano: vera imagine della popolazione di 
Venezia nel cinquecento, composta di gente di ogni 
paese, qua convenuta per amore de' traffici, delle arti 
e della libertà. Ebbero tosto una fortuna straordinaria : 
furono ristampate quelle Tavole, in forma di volu- 
metto, a Roma, a Torino nel 1535, di nuovo a Roma 
nel 1536 e altrove più volte. Delle prime ristampe io 

^) Defunto, con generale cordoglio, nel Marzo 1881. 



AVVERTENZA 



vidi soltanto quella dì Torino, della quale la Marciana 
conserva due esemplari. È un volumetto in ottavo pic- 
colo di 36 carte, a due colonne, con questo titolo : Opera 
quale con- \ tiene le nOieci Tavole de pr over- \ bi, Sen^ 
tentie, Inetti, et modi di \ parlare che hoggi da tut- 
f ho- I mo nel comun parlare rf' /- | talia si usano : 
éMolto utili I et necessarìi a tutti quel- \ li gentili Spi- 
riti, che I di copioso et orna- \ tamente ragiona- \ re 
procacciano, \ M.D.XXXV. — In fine ; Stampate in Tu - 
rino per ^Martino Cravotto, et soi compagni, q4 la 
instantia de Jacobino H^olce^ alias Cunì, nel anno 
M.D.XXXV. a di jo de Q4vosto. — Nel verso della 
prima carta sono le due ottave che il Gotti ristampò 
(nella lettera che serve di prefazione alla Aggiunta ai 
Proverbi Toscani, 1855) togliendole dalla edizione ro- 
mana del 36. Nella carta seconda si legge : 

« Ali Lettori. Ragionevole cossa è, gientil Rettori, 
« che le cose quanto sono più degne tanto più sieno 
« appreciate. Per il che considerando noi di quanto ho- 
« nore et utile siano le infrascritte Tavole delli pro- 
zie verbii et sententie agli animi virtuosi; e pensato il 
« disagio che sarebbe a chi volesse farsi familiar de 
« sopradetti Proverbii et sententie, a portarli in Tavole 
« come prima erano impressi; per satisfar a li inamo- 
<c rati delle virtù (non senza nostro grande fastidio) 
« quelle grande Tavole in questa piccola forma, seguen- 
te do 1' ordine di 1' alfabeto (come potrai vedere) abbia- 
« mo tradotte e ristampate, togliendo tutti li proverbii 
« et sententie per littera A, B, C, D etc. Tanto della 
« prima, quanto della seconda et terza in sino alla de- 
« cima, distintamente però, a ciò che dalla politeza in- 
« vitati, in leggier questi detti sentenziosi, con li quali 
« il vostro parlar arrichir potete, gli animi vostri più 
« si dilettino; possendo sopra di voi a modo d' un fa- 
« miliare officio agiatamente portarlo. Valete. » 

I proverbi veneti contenuti in queste Tavole sono 




AYYEBTBNZA 5 

circa trecento; e, di questi, appena un cento furon 
nuovi per me. A quasi tutti, però, notai che apparte- 
nevano ad esse, perchè al Lettore fosse presente la 
antichità loro; che, mentre tante cose cambiarono e 
cambiano intorno a noi, rimangono per secoli nella 
memoria degli uomini, dando loro utili avvertimenti e 
consigli per tutte le contingenze della vita ; e conser- 
vando la forma primitiva e le antiche parole, alcune 
delle quali; perdute nell' uso, non si trovano più che 
in essi. E questa ultima dovrebb' essere una ragione di 
più perchè i nostri filologi s' adoprassero a raccoglier- 
ne, specialmente fra le popolazioni rustiche, in ogni 
parte d' Italia. 

Io intanto proseguirò nelle mie ricerche, sperando 
che vogliono fare altrettanto i miei amici, affinchè que- 
sta Raccolta riesca sempre più completa e degna del 
buono, accorto e ingegnoso popolo Veneto. 



Cristoforo Pasqualigo 



PREFAZIONE 



ALLA PRIMA EDIZIONE DEL 1857 -58 



CON ALCUNE NOTE 



Molte cose appartenenti all' ordine fisico e morale, 
di cui ne' passati tempi si faceva poco o nessun conto, 
vengono adesso con diligenza registrate e ordinate; tanto 
che, a vedere questo generale affaccendarsi in tener nota 
di tutto, pare quasi che noi siamo chiamati, non tanto 
a godere, quanto a porre nelle mani degli avvenire 1' e- 
redità di un tempo spento per sempre. Comunque si sia, 
certo è che 1' uomo, cosi isolatamente come collettiva- 
mente preso, ove non giunga ad acquistare nozioni, per 
quanto è concesso, adeguate dell' esser proprio e delle 
cose utili che lo circondano, non potrà mai avanzare 
con pie spedito e sicuro verso quel grado di perfezione 
che la sua natura comporta. L^ umano intelletto, se non 
è fecondato dall' esperienza, rado è che non vada smarrito 
per entro al labirinto de' suoi stessi pensieri. E convien 
dire che tal verità non fu mai cosi conosciuta come in 
questo tempo in cui vediamo tanti pazienti ingegni adope- 
rarsi ad accumulare materiali ad ogni ramo dello scibile ; 
affinchè, sbandite una volta per sempre le sterili teorie e 
gli orgogliosi sistemi dell'immaginazione, sia fatto luogo 
alla scuola dell'esperienza, e sia dato conoscere a qual 



8 PREFAZIONE 

termine siamo giunti, quali sieno le nostre forze, quali 
le conquiste, quali gli errori, quale il vero punto di 
partenza. È l' Umanità che animata ogni dì più dalla 
coscienza dei propri destini, sente forte il bisogno di adu- 
nare le sparse sue forze. 

Una collezione di proverbi di tutti i popoli o almeno 
dei più inciviliti, esser doveva nei desiderii dell'età no- 
stra. Perciocché sarebbe questa come uno specchio fedele 
dell' umana coscienza. Ma se la mano che imprende ad 
erìgere 1' edificio dovesse anche affaticarsi in cerca dei 
materiali, non potremmo sperare di vederci regalati giam- 
mai di tale prezioso monumento. A ciò ed' uopo che 
ogni popolo faccia la collezione dei proverbi suoi propri. 
E già dell'Inglese, del Francese, dello Spagnuolo, del 
Greco, del Tedesco, e più forse d' ogni altro, dello Slavo 
abbiamo raccolte abbondanti, ed alcune condotte con 
molto amore e con pari intelligenza. ^) Dall' Italia no- 
stra, destinata a tante e si diverse prove, madre della 
moderna civiltà, doveva pure attendersi copioso e pre- 
gevole, più che d' altronde, siffatto tesoro dell' umana 
esperienza. Se non che i varii volghi componenti la na- 
zione, sì differenti per molti rispetti fra loro, suggerivano 
un lavoro a parte per ciascheduno. Prima a rispondere 
degnamente all' invito fu, come è noto, la Toscana per 
opera del Giusti, del Capponi e del Gotti; tuttoché si 
abbia cagione di credere che questi benemeriti abbiano 
lasciato non poco da spigolare da chi venga lor dietro. ^) 

1) Il Dottor G. Pitrè premise alla sua Raccolta di Prov. Siciliani una 
completa bibliografia delle molte raccolte che in Italia ed Europa si fecero 
in questi ultimi anni. Molti dei migliori proverbi di vari popoli d' Europa 
si trovano nelle note ai Proverbi Latini del Senatore Atto Vannuccl, stam- 
pati ora a Milano. 

2) La IL* edizione del 1871 contiene 7504 sentenze e prdverbi; de' quali 
è difficile dire quanti sieno i veri genuini toscani. Forse non arrivano ai 
3000 ; che sono appunto quelli che erano stati raccolti da G. Giusti. I com- 
pilatori di essa potevano lasciar stare i libri italiani e stranieri e le rac- 
colte d' altre parti d' Italia (dalle quali confessano d* avere « rubacchiati », 
iradueendoli, molti proverbi) ed invece doveano raccoglierli dalla viva voce 



i 



PREFAZIONE! 9 

Né delle altre anteriori raccolte toscane, o troppo povere 
o troppo grette, accade di fare menzione. Niccolò Tomma- 
seo, ancor prima del Giusti, additava con alto intendimento 
questa ricca miniera, che si cela nella viscere del nostro 
suolo; e quell' uomo tanto zelante delle patrie cose? 
pubblicava, in un coi canti, i proverbi di un popolo ma- 
gnanimo e tanto singolare pe' suoi costumi : il Córso. 
Per opera sua noi conosciamo alcune centinaia di pro- 
verbi córsi ; ma non sono che una piccola parte di quelli 
che ci avrebbe potuto dare s' ei si fosse trattenuto più 
a lungo in quell' isola. Trovansi parte in fine al volume 
dei canti, e sono quasi tutti serbati nel loro dialetto; e 
parte nel giornale di Padova 1' Euganeo, e questi, non 
si sa come, sono volti nella lingua italiana. 

In Sicilia, a quanto sappiamo, ne furono fatte tre 
raccolte negli ultimi due secoli; e di queste a me non 
giunse che il nome degli autori. Ma bisogna dire che 
sien cosa dappoco, se a' giorni nostri il sig. Minà-Palumbo, 
di Castelvetrano, sappiamo essersi dato a raccogliere i 
proverbi siciliani dalla viva voce del popolo. Quelli di 
argomento agrario, da lui raggranellati in buon numero 
nella campagna settentrionale delle Madonie e non ha 
guari pubblicati in Palermo negli Annali di Agricoltura 
Siciliana^ ed alcuni nell' Empedocle^ giornale di Agri- 
coltura e di Economia pubblica di colà, avvisano al te- 
soro che si nasconde in quella terra generosa, culla del 
nostro idioma e de' nostri canti: e ci sono arra dell' a- 
more del Minà-Palumbo nel saperli disseppellire. ^ 

del popolo. Da Borgo San Sepolcro a Viareggio, da Praccliia a Talamone, 
quanti ne avrebbero troYatl, e che tesoro di lingua di esperienza e di ar- 
guzia ci avrebbero datoi Gos), come è, la Raccolta Toscana, non serve a 
nulla; ed i Toscani, che coltivano la letteratura popolare in servizio della 
scienza, bisogna proprio che la rifacciano. 

Parecchi proverbi fiorentini veri si trovano nelP eccellente Novo Yoca- 
kùiario, che, sotto la direzione del Senatore G. B. Giorgini, si pubblica in 
Firenze (Tipografia M. Gellini e G.) e di cui ^ già finito il primo volume. 

1) La Raccolta di proverbi Siciliani, raffrontati con quelli degli altri 
dialetti iUllani, la ha fatta invece il mio amico Dottor Giuseppe Pitrè, 



10 PRBFAZIONE 

Quanto alle altre parti d' Italia è noto essere il cam- 
po, o ancora «on tocco, o assai malamente tentato; ma 
nulla potrei dire di precìso intorno a quello che vi si 
sta facendo in proposito. Del Friuli, avente, come i Sette 
Comuni Vicentini, un dialetto proprio, assai discosto dal 
veneto, dirò soltanto essersi pubblicata nello scorso anno 
una rilevante collezione tìqIV Q^nnotatore Jriulanq; la 
quale parrebbe doversi avere come foriera della rima- 
nente dovizia dì quei proverbi meritevoli quanto altri 
mai di essere conosciuti ^). 

Si desiderava pure chi raccogliesse i proverbi veneti ; 
perchè tutte le cure spese per lo addietro intorno ad essi 
altro non ci aveano dato che pochi saggi, tirati giù senza 
elevatezza d'intento, non migliori punto di quelli di 
altre parti della Penisola. Non è molto che il Raccogli- 
tore di Padova dava alla luce per opera di Ferdinando 
Coletti e Filippo Fanzago, caldi amatori delle cose pa- 
dovane, due raccolte speciali dei proverbi agricoli-me- 
tereologici e degl'igienici; alla compilazione delle quali 
ho cooperato di buon grado anch' io, ponendo in comune 
quanto della mia apparteneva a quelle materie. Or fa 
più anni, ho incominciato a mettere assieme questi det- 

che la pubblicò V anno scorso in quattro volumi della sua Biblioteca delle 
Tradizioni popolari siciliane; la quale sarà compiuta in sedici volumi, e 
riescirk una delle più cospicue opere dell' età nostra. 

1) Le Raccolte pubblicate dopo il 1858, di cui ho notizia, sono queste : 

Prov. Lombardi, race, da Bonifazio Samarani. Milano, 1860. (Questo 
signor Samarani si servì largamente della mia raccolta e delle mie note, 
come fossero cose sue). 

Prov. Genovesi, con i corrisp. in latino e in diversi dialetti d' Italia» 
race, da Marcello Stagi ieno. Genova, 1869. 

'Prov. Umbri, saggio del Prof. Luigi Morandì. Sanseverino- Marche, 1869. 

Prov. Sardi, race, dal Can. Glov. Spano. Cagliari, 1871. 

Prov. Leccesi, gruzzolo raccolto da A. C. Casetli. Lecce, 1873. 

Prov. Bergamaschi, race, da Antonio Tiraboschi. Bergamo, 1875. 

Prov. e Modi di dire Friulani, race, da Valentino Ostermann. Udine, 1877. 

Prov. Abruzzesi, race, dal Dr. Cav. Gennaro Finamore. Lanciano, 1880. 

Proverbi, Detti e Massima corse, race, da Ant. Mattei. Paris, 1867. 

Prov. Siciliani, race, e confr. con quelli degli altri dialetti d' Italia da 
Giuseppe Pi tré, con Discorso preliminare. Glossario, ecc. Palermo 1880. 



PREFAZIONE 1 1 

tami, così come mi accadeva di udirli dalla boca del pò— 
polo, più per curiosità giovanile che per qltro. La qua- 
le però, come spesso avviene, avrebbe presto abbando- 
nato me, ed io questa fatica, se guardando al non lieve 
fascio dei già spigolati, e più ancora al voto ovunque 
manifestato di vedere radunati in un libro questi segni 
infallibili della popolare prudenza, non mi fosse soprag- 
giunto nelP animo un pensiero più vigoroso, quello di 
far conoscere dal canto mio il senno dei Veneti riflettuto 
nella ricchezza dei loro proverbi. Al paziente lavoro con- 
forta vami anche la certezza, che avrei fatto cosa gradita 
a quanti non ignorano del tutto 1' origine, gli ordina- 
menti politici, economici e civili del popolo veneto, unico 
a salvarsi dal soffio barbarico, non meno che dal feu- 
dale, ed a custodire il deposito delle italiane e delle greche 
tradizioni; e cosi pure a quanti hanno in pregio un 
dialetto che per la sua armonia, purezza e venustà ha 
meritato in Italia il nome di attico, e P onore di sedere 
appresso il Toscano, dopo averne conteso per alcun 
tempo il primato. Il lavoro poi doveva essere assai più 
penoso qui da noi, di quello che in Toscana, ove la 
materia porge vasi, per cosi dire, da sé in parecchie rac- 
colte, nei libri e nel Dizionario della Crusca. Se ne togli 
il poco ricavato dalle Commedie del nostro Goldoni, e 
dal Dizionario del Boerio, e da quello inedito dell'Alverà, 
r unica fonte cui dovetti attingere fu quella del popolo. 
Però, anche nel giovarmi di tali sussidii, affinchè fosse 
il più possibile garantita la legittimità di origine dei 
nostri proverbi, ebbi cura di rifiutare ospitalità a tutti 
quelli che il popolo da me interrogato non riconosceva 
per suoi; perchè nei libri s'incontrano talvolta detti 
sentenziosi, ch& per la forma loro si possono facilmente 
scambiare coi proverbiali, quando invece o sono forse fat- 
tura di chi scrive, o certo non sono mai stati in voga. 
Sull'esempio del Giusti ho diviso la materia per 
argomenti^ disponendo questi in ordine alfabetico e stu- 



1 2 PREFAZIONE 

diandomi di dare a ciascun gruppo quell' andamento 
logico che la ^materia stessa permetteva ; per guisa che 
volendo leggere il libro di seguito si trovi allettamento 
nella naturale successione delle idee. Di note non fui 
parco ogni volta che la sentenza o la frase mi pareva 
ambigua od oscura, o di doppio senso; ed in questo 
ebbi spesso riguardo anche a coloro che non conoscono 
il nostro dialetto. Benché per lavoro parziale coordinato 
ad altro più vasto, avrei dovuto limitarmi ai proverbi 
veneti, nondimeno, senza perder di vista questo punto 
principale, credetti non far cosa discara, raffrontandoli 
tratto tratto con quelli di altri luoghi d' Italia, facendo 
così un piccolo cenno a quanto far si potrebbe per di- 
svelare con un più largo confronto quei legami, che per 
comuni, glorie e sventure annodano strettamente i varii 
volghi italiani ^). Il confronto è interessante e curioso 
dal lato della sostanza, non meno che dalla forma. Se 
la sostanza riflette specialmente quanto vi ha di vero o 
di falso, di bene o di male nelle credenze e nelle aspi- 
razioni di un popolo; la forma ne rileva più presto il 
senso del bello, la pulitezza, l' acume, il genio. Un pro- 
verbio può passare coi commercii ed allignare in suolo 
straniero ; ma la sua forma resterà sempre alla terra che 
lo vide nascere. Vi sono paesi di civiltà diversa,, i cui 
proverbi si assomigliano affatto nelle sentenze ; ed in tal 
caso quella differenza d' indole e di coltura che invano 
si cercherebbe nel paragone di queste, spiccherà sempre 
netta dalla forma. Lo stile è 1' uomo. I proverbi riguar- 
dano per lo più quanto vi ha di costante nei bisogni e 
nelle direzioni della vita, e sono principalmente retaggio 
della classe più numerosa del popolo; ond' è naturale 
che debbano essere assai scarsi quelli che accennano a 

1) In questa edizione mi tenni ai soli Veneti. I raffronti, che pure, per 
la deficienza di materiali, sarebbero riusciti scarsi, m' avrebbero accre- 
sciuto fuor di misura il volume; inoltre, diventarono superflui avendoli 
gìh fatti il Pitré. 



PREFAZIONE 13 

fatti Storici, e ancora più quelli di argomento politico, 
massime colà dove si è fatto sempre di tutto acciocché 
la minutaglia o non udisse o dovesse chiuder l' orecchio 
al rumore delle ruote governative. Ne deve recare sor- 
presa se s' incontrano talvolta proverbi che pugnano fra 
loro, e se accanto ai dettami della sapienza, dell' onestà 
e della cortesia, si trova a quando a quando il cinismo, 
il gretto interesse ; perchè i proverbi non sono tutti egual- 
mente diffusi, e si può dire che ogni qualità di persone 
ha i suoi. E soltanto dall' insieme loro che si può ret- 
tamente giudicare del carattere di un popolo. 

Uno dei più nobili monumenti dell' antica prudenza 
a noi pervenuto è il libro dei proverbi di Salomone, il 
quale raccomandando di studiarne e penetrarne l' intimo 
senso, ed additandoli come ottimo mezzo per acquistare 
sapere e virtù, chiamava i proverbi voce della sapiens^a, 
Plutarco amò illustrarne le sue opere morali, e li para- 
gonava ai misteri sacri come quelli che nascondano una 
sublime filosofia sotto espressioni volgari. Aristotele ne 
avea fatto un' opera ora perduta, della quale ci rimane, 
qual testimonio del concetto in che egli aveva i proverbi, 
questa definizione citata dal Sinesio : // proverbio è un 
avans[o deW antica filosofia^ conservatosi fra molte ro-- 
vine per la sua brevità ed opportunità. 

Se alla moneta di una nazione fu giustamente pa- 
ragonato il suo linguaggio, parmi che le parole e le 
frasi possano dirsi la moneta più o meno spicciola, e 
che i proverbi sieno come quella più nobile, che in 
breve spazio racchiude un alto valore. Un proverbio può 
farci risparmiare un lungo discorso. Ma convien esser 
assegnati nel farne uso, come nello spendere le monete 
di gran valore. Una raccolta di proverbi « ha insegna- 
menti, diceva il Giusti, utili a portata di tutti; è anzi 
un manuale di prudenza pratica per molti e molti casi che 
riguardano la vita pubblica e privata. La cura della fa- 
miglia, quella della persona, 1' agricoltura, l' industria, e 



14 PREFAZIONE 

persino la cucina hanno di che giovarsi in questo li- 
bretto; e non credo di spingere la cosa tropp' oltre se 
dico che tutti potranno spigolarvi, cominciando da quello 
che fa lunari fino a quello che architetta sistemi di 
filosofia. i> 

Devo finalmente avvertire aver io fatto all'ortografia 
del dialetto veneto una modificazione. Questa riguarda 
r uso del C semplice e doppio che ho sostituito al CH 
adoperato per 1' addietro assai opportunamente per evi- 
tare di gravi inconvenienti. Ma questi più non sono, o 
vanno oggidì scomparendo del tutto mercè la coltura e 
l' uso della lingua italiana, che si diffondono ognora 

Né chiuderò questi brevi cenni senza render testi- 
monianza del mio grato animo verso quelli tra' miei 
amici, che mi furono cortesi di aiuti acciocché meno 
incompleta fosse questa raccolta; e fra tutti devo rin- 
graziare Scipione Ettore Righi e Giovambattista Aldegheri, 
di Verona ambidue, i quali mi parteciparono quanto 
aveano precedentemente raccolto di proverbi nella loro 
città e provincia. Esempio troppo raro di quella libera- 
lità d' animo, che mette in comune ogni cosa tra co- 
loro che si occupano delle stesse materie. 



1) La innovazione del doppio C aveva pur essa l' inconveniente dì dif- 
ferenziare la grafia dalla pronuncia veneta. In questa edizione le parole 
sono scritte nella loro forma naturale, come vengono pronunciate generalr 
mente, senza tener conto (fuorché in qualche caso particolare) delle diffe- 
renze che si incontrano in tutti i sotto-dialetti del Veneto. 

Alcuni stanno ancora alla vecchia grafia, e scrivono; Chiamar^ panochia, 
parochia, chiave, pochi, alochi, sporchi, schiopar, panchiana^ chiòciola^ Ora, 
€ome fanno i non Veneti a sapere che queste parole si pronunciano cosi: 
Ciamar^ panocia, parochia, eiave, pochi, alochi^ sporchi^ s-ciopar, panciana, 
chióciola'ì Leggerebbe egli bene chi leggesse: parocia, paci, aloci, sporci, 
ciòcioìa? Scala a ciòciola^... Che oehi! (plurale di odo e di oco) vuol egli 
dire: che occhi 1 ovvero: che paperi?... — Glie oche! 



PROVERBI VENETI 



•••«• 



I proTcrbt 



•"El proverbio no fala. 

I Sardi del Lugodoro: Dioiu antigu nonerrat. E, personificando: 
Su diciu fU un homine bonu, totu su qui narraiat, s^avveraiat. Il proverbio 
fu un buon uomo, tutto ciò che diceva, s* avverava. 

No r è proverbio che no '1 sia prova. 

Bellunese, r^eir Alto Veneto non si usa il xe. 

I proverbi li fava i veci, i stava ^nt' ani, e i li fava 
su la còmoda. 

Quand' erano proprio air ultimo ; breve e fortemente esprimendo 
delle verità pratiche, eh* erano il frutto di lunga esperienza ed osser- 
vazione. 

. A far un proverbio ghe voi gent' ani. 

»I nostri veci i stava gent' ani col cui a la piova prima 
de far un proerbio. 

A la piova, fra le peripezie e le battaglie della vita. E per capirli, 
e apprezzarli al loro giusto valore, bisogna essere stati bene scottati 
dair esperienza. 

I nostri veci superbi, i n'ha magna la roba e i n'ha 
lassa i proerbi. 

I proerbi xe la sapienza de V omo. 

Pei contadini, pei montanari analfabeti, i proverbi sono il loro Co- 
dice, il .loro Vangelo. — Nella Valsugana : 

^ I proverbi no i è fati per gnente. 
> Spesso un deto popolar, xe un aviso salutar. 
Vo^e de popolo, voge de Dio. 

Gli antichi nostri davano ai proverbi il secondo luogo dopo gli 
oracoli degli Dei. 



16 I PBOVERM 

Dona vecia, dona proverbiosa. 

E fra i più flai e gustosi sono i proverbi fatti da le donne. 

Dona proverbiosa, dona giudiziosa. 

Abltadini, Usanze e Vizi 

L'abitudine xe 'na seconda natura (o se cambia in 
natura). 

L'uso fa lege. 

^ Xe megio brusar un paese che lassar un uso. 

Pitost che desnieter *na usanza, se brusa un paès. (A. Trev.) 
L' è meo brusà 'na vila, che bete zo {metter giù) 'na usanza. * 
Miei brusà un pats che smeti une usanze. ** 

-^ Beata quela cà, che de vocio sa. 
Beata quela casa che xe scoàda de vecie. 

Scoàda, scopata, spazzata. — Nel Friuli: 

Ogni paìs la so usanze, ogni ciase il so costum. 
r Chi no usa, disusa. 

Senza I' esercizio si disimpara. Anche gli organi del nostro corpo 
si atrofizzano col disuso. — Nelle X. Tavole: 

L' è megio brusar una gita, che meter una cativa 
usanza. 

•» Ohi cambia natura, presto va in sepoltura. 

È fra le credenze pop. che « Co se cambia de natura presto se 
mor » ; e che è vicina la morte a chi cambia abitudine o stile di vita. 

In Ampezzo: Ci eh' è usade a ra rapa e ai frasuoi, no se use ai 
pastiC'ini, che se no ra morte è vicina. 

Ohi se mua d' abito, se mua de costume. 

Oul cambia stàt, si cambio usanze. '* 

♦ No lassar la strada vecia per la nova, 

e Ohi lassa la strada vecia per la nova. 
Spesse volte gabado se ritrova. 

A Savona udii : Chi tassa la strada regia pe a noeuva, ingabou se 
troeuva. Nel Cadore: 

Chi lassa la strada vecia per la nova, presto pentude se ritruova. 

Strada vecia e trozo novo. 

Trozo, sentiero; che, quando è novo, s'è più sicuri di passare. 
Il prov. è anche nelle X Tavole. 



ABITUDINI, USANZE E VIZI 17 

Xe megio 'na volta, che 'na stravolta. 

Meglio la via vecchia tortuosa, che una nuova, ove puoi ribaltare. 
Stravolta, rovesciamento del carro. Più brevemente nelle X Tavole : 
Megio volta, che stravolta. 

Al ben se se usa presto. 

Chi xe usi al ben, stenta usarse al mal. 

Chi eh' ha dagnara mangiò fain, stanta a s' ause 
al stran. 

Chi ha sempre mangiato fieno, stenta ad usarsi allo strame. 
È di Val Badia, ove dicesi pure: 

Al è mt mangiò imprima '1 stran, e spò il fain. 
Di chi è avvezzo al patire, dicono In Friuli: 

Cui eh' a r è usàt a sta piciàt, no i dui il cuel. 

Chi è uso a star impiccato, non gli duole il collo. . 

Patiss pi fan al love a carne, che '1 gevro a erba. 

La lepre che mangia d' ogni erba, trova più facilmente il bisogne- 
vole. È deirA. Trev. 

^ El pan de casa stufa. 

Ab assuetis non fit passio. Si dice di chi si annoia della vita e dei 
piaceri domestici. 

• Ogni bel baio {o zugo) stufa. 

Zugo, Ziogo, giuoco. 

Le mode le varia {o le torna). 

'Na maravègia dura tre di, e po' no ghi n' è pi. 

Pi, più; non è del dial. di Venezia; e, quindi, neppure il proverbio. 
In Friuli: Ogni bel merciat dure tré dis. 

• Le novità dura tre di ; e co le va de trote, leghe ne 

dura oto. 

Co le va de troto (per la rima) quando sono più strepitose. 

• La caèna no g' ha paura del fumo. 

Perchè ci sta sempre. 

Lis putanis no deventin rossis. 

Cui che viv senze onòr, mùr senze vergogne. •* 

La rana co la xe usa al paltan, 
Se no la ghe va anco, la ghe va doman. 

PB/Za», pantano; flficrf, oggi; nel veneziano: ancuòi nel Cadore: 
inquoi ; nel Friuli : uè. 

No se poi cavar la rana dal paltan, 

Cr. Pasqualigo q 



18 ABITUDINI, USANZE E VIZI 

Ohi xe uso a la rapa, no magna pastizzo. 

Di chi usa con gente bassa o viziosa, che sfugge la compagnia dei 
buoni. — E della forza delle inclinazioni : 

Onde che se piega, se reversa. 
Ohi comincia mal, finisse pezo. 
Ohi va al mulin, s' infarina. 

In Ampezzo: Ci che va a morin> s' infarinea. 

Oui che va fai mulin si sporco di voladie " 

Voladie, fari na che vola via dalla macina. Neir Alto Veneto : falìa. 
In Friuli dicono pure: Cui cu mèssede vergons, s'invis-ce. 

* El primo vizio conduse al pregipizio. 
Un vizio clama l'altro. 

I vizi i se dà la man un co l'altro. 

Averta la strada, fata la carezada [carreggiata). 

* Oo se ciapa un vizio, se stenta a perderlo. 

Se ciapa, si acchiappa. 

* El vizio xe come la gramegna, che le raìse {radici) 

ghe resta sempre. 

*^ La volpe perde '1 pelo, ma '1 vizio mai. 

L*olpe perde '1 pel, ma '1 vizio è sempre chel. * 
La volp lasse il pel, ma il vizi no. ** 

> Vizio per natura, fin a la fossa dura. 
V Le peche de natura, se le porta in sepoltura. 

Si dice anche: Q^el che xe de natura, ecc. — In Friuli: 
Vizi di nature si puarte in sepolture. 

Adulazione, liOdl, liuslnshe 

- Gnor de boca, assae vale e poco costa. 

Ma, contro chi non ha che parole : 

- Gnor de boca, no se paga e no se toca. 

^ Bone parole e cativi fati, ingana savi e mati. 
^ Chi no sa adular, no sa regnar. 
Chi voi la fugazza, sfrègola '1 forno. 

É vicentino. Sfregolar uno, fregarsi intorno ad uno, per averlo amico. 

Free la schene al giat, eh' al drizarà la code. *• 



ADULAZIONE, LODI, LUSINGHE 19 

Da Lodi tuti passa volentieri. 

II Vespasiano: «Papa Pio I. diceva cbe ognuno andava volentieri 
a Piacenza ed a Lodi, ma a Verona non vi andava persona ignuna. » 

Tuti adora '1 so santo. 

* Tuti adora el sol che luse {o nasse). 

El. sol che nasse g' ha più adoratori de quel che 
tramonta. 

Ogni santo voi la so candela {o la so gera). 

Ogni signore, o potente, vuol aver chi lo aduli, gli si inchini e gli 
lecchi, magari, i piedi. Ma poi, conseguito il favore: 

Finìa la messa, finìe le candele. 

In Friuli : Finide la messe, brusade la clandele. 

Finìa la messa se stua le candele. 

Siuàr, sttttare, spegnere. 

Chi no g'ha '1 santo, no g'ha gnanca la divozion. 

I santi novi scazza i veci. 

A santi veci no se ghe impizza pi candele. 

Perchè i santi vecchi non fan più miracoli. 

4 Dei amigi, averghene anca a casa del diavolo. 

i Bisogna impissar una candela al diavolo e una a 
sant' Antonio. 

È Veronese. Impissar, impizzar, accendere. 
Diis bonis ut faveanf, diis malis ne noceant. 

• Bisogna carezzar el lovo perchè noi ne magna. 
Chi te fa pi de mama, te ingana. 

Di chi ti prodiga carezze eccessive. A Venas, nel Cadore: 

Chi me fa mejo che no suol, o che tradi Y ha, o che 
tradir el vuol. 

La lengua onze, e 'i dente ponzo. 

Le bone parole onze, e le cative ponzo. 

Chi davanti te leca, da drio te sgrafa. 

teca, venez: lica\ da drio^ di dietro. A Belluno: 

Chi davanti te fa le bone, da drio i te sbefa. 
Chi tropo se abassa, no voi rispeto. 
Chi tropo se inchina, mostra '1 culo. 



20 ADULAZIONE, LODI, LUSINGHE 

^ Frua la beretta chi se la cava a tu ti. 
No gh'è tristo can che no mena la eoa. 
El can no mena la eoa de bando. 

(Vedi Ambizione, Signoria.) 

Affetti, Passioni, Gusti, Toirlie* 

Ogni simile ama '1 so simile. 
Chi se ama, se brama. 
•■ Chi se vuol ben, se ^erca. 
Chi se voi ben, se incontra. 

Nelle idee, nei sentimenti. 

^ Chi ama, teme, e chi teme sta in pene. 

♦ No gh' è amor senza timor. 

Dove ghe xe galline, i gali core /l^orronqj. 

Tre cose ha da andar a genio : confessor, comare e 
marie. 

» Ogni cuor g' ha '1 so segreto. 

^ £1 cuor no sbaglia. 

È delle madri nei presentimenti lieti o tristi del loro onore, o, per 
parlare con più esattezza, della lor fantasia; la quale, allorché è 
mossa dalla passione, « A le sue vision quasi è divina. » 

Tuti ama el so paese. 

Ogni osel ama el so nio. — Ogni ucel cìr il so nid. 

A tuti ghe sa da bon la so scorezeta. 

In Cadore: Dute se cen in bon de la so clamesa. — e 
Ogni clan laude la so code. 

Tuti gode a veder i mati in piazza. 
Ma che no i sia de la so razza. 

^ Dei soi se voi dir, ma no se voi sentir dir. 

Ogni artesan ama 'l so mestier. 

Tuti loda '1 so santo. 

Teca de pi la camisa che el zipon. 

Gos\ in Adria. Nelle X Tavole : Zupon^ giubbone. 



• » 



\ 



AFFETTI, PASSIONI, GUSTI, VOGLIE 21 

La camìsa V è più calda de la còtola (gonnella). 
Più vigili el dente che nessun parente. 

* Se vede i difeti dei altri e no i soi. 

* Coi nostri oci no se vede clie i difeti dei altri. 

L* amour-propre est le plus grand de tous les flatteurs. 

c Tuti sa dove la scarpa ghe strenze, 
Tuti sa dove ghe dol el so calo. 
Ogni oselo conosse '1 so gran. 

Trahit sua quemque voluptas (Virg. Egl, %) Anche : 
Ogni oselo no cognosse el bon gran. (X Tav.) 

* Tuti i gusti i xe gusti. 
^De gusti no se disputa. 

^Xe sempre belo quel che piase. 
*^ Sant' Antonio s' ha inamorà in t' un porco. 
A chi piaze la mazza (o la lipa) e a chi '1 pandòlo. 

È del giuoco del pandòlo^ assai noto ai ragazzi. La lipa, lippa, è un 
giuoco consimile. — Quando lo si applica ad uno che passeggia sotto 
le fenestre di qualcheduna, a Venezia aggiungono: A chi carne de 
testa, a chi de colo. ^ A chi je ples el mani, a chi la ciazza. L. 

Chi va drio al buso e chi a le ave. 

Chi va dietro all'alveare, e chi alle api. Orvero: 
A chi piase la crosta, e a chi *1 formagio. 
Chi la Yol cota, e chi la voi crua. 
Chi la voi calda, e chi la yoI froda. 

Tute le gole [o tute le boche) no xe sorèle. 
Val più un gust che cento dòbele. 

Prov. roveretano. Dòbele ^ doppie di Genova. — A Trento : 

Colombin passù, giresa amara. 
Bondanza stufa, e carestia fa fame. 
Chi no magna g'ha magna. 
•^ Le cose xe secondo V ocio che se le vede. 

11 mondo e i casi della vita ci appariscono belli o brutti, comici 
tragici, secondo gli occhiali che si adoperano per guardarli. 

Beato chi si avvezza fin da giovine a guardare le cose con occhio 
sereno e fermo. 

Chi g' ha r iterizia, vede tuto zalo {giallo). 



1 



22 AFFETTI) PASSIONI, GUSTI, TOGLIE 

'^ No xe belo quel eh' è belo, ma xe belo quel che- 
pìase. 

No rè biel ce eh' a Tè biel, Tè biel ce ca plas. ** 
ProY. Terissimo anche applicato ad alcuni scrittori di Estetica, che- 
defioiscono il Bello ciascuno a suo modo e secondo 1 suoi gusti. 

A olii piase, la spuzza xe un grato odor. 
Ognun viòd cui siei voi {occhi). '* 

Anche: Ognun sint cu li sds orelis. 

Tuti vede le cose per el so verso. 

Cioè secondo il suo tornaconto e il suo modo di essere. 

^ Contentar tuti no se poi. 
> A voler contentar tuti, no se contenta nissun. 
% L' amor xe orbo. — e Passion orba rason. 

La passion fa Tinzegno. 

£1 belo piase a tuti. 

In Cadore: Al bon e '1 bel a dute ghi piase. 
In Friuli: il biel al plas a dug. 

Da novelo tuto è belo. — Da gnuv dut V è biel. 
Le novità piase sempre. 

Anche per le illusioni che ci crea la fantasia nostra. 

Chi manìza, no bramìza. 

Il possesso e il godimento d' una cosa scemano V intensità deir af- 
fetto che le si avcYa prima. 

^ El poco se lo gode, e '1 tropo stufa. 
La pàgia arente al fogo s' impizza. 

A Belluno : La paja tìqìu al fogo la ciapa. 

Nelle X Tav. : Le ortighe no fa bona salsa, e do pie no sta ben in^ 
una scarpa, e do amanti no sta ben in un lego, e la stopa no sta ben 
arente al fogo. 

L' ocasion fa V omo ladro. 

« Che un bel rubar suol far gli uomini ladri » La opportunità db 
una cosa ce ne desta la voglia; e così il vedercene privi: 

** Co la sposa xè fata, a tuti la ghe fa vogia. 
r Co la cavala xe mia tuti la voria. 

Une vaco dopo vendude, dug orés comprale. 

Tutti vorrebbero comperarla. In Cadore: 

Co la vacia V è venduda, dute la guò fvogliomj, 

♦ Chi no poi, sempre voi. 



•• 



& 



AFFETTI, PASSIONI, GUSTI, VOGLIE 23 

Se cambia più spesso de pensier che de camisa. 
La lengua baie dove el dente dol. 

A S. Vito di Cadore: 

La lenga sempre bate agno cbe '1 dente dna. — In Friuli: La lenghe 
bat dola cbe il dint al dui. 

Co '1 cuor desidera, [o dove '1 cor tira), le gambe 
porta. 

In Valsugana: Dove U cor bate, le gambe porta. 

In Friuli : Dula che il cur al tire, lis giambis puartin. 

Quando 'I cuor abonda, la lingua spande. 

Can che *1 cuor è pien, U va scura. (Livinallongo). 

Ghel che se ha ithe al cuor, la lenga parla. 

Di S. Vito di Cadore. Ithe^ dentro. Il th pronunciasi come il theta 
greco e il th inglese. — In Fr.: Ghel ca si ha in cur, si ha in lenghe. 

• Co 1 oci no vede, el cor no dolo. 
Tuti vede le cose par i so oci. 

Ognun Yidd cui sìei voi foccUJ. 

Co no vien dal cuor, cantar no se poi. 

Chi de cuer ne n' è, piandi 'n pè fnon puój, * 
Quand che dal cùr noi yen, ciantà no si pò ben. ** 

• No se poi cantar e portar la croxe. 
No se poi far baiar Taseno per forza. 
Baso per forza, ne vale 'na scorza. 

Di Adria. Ne, non. 

^ Cosa fata per forza, no vai una scorza. 

In Toscana : « Per forza si fa V aceto. » Mentre invece r 

'" Chi sofre per amor, no sente pene. 

• Per amor no se sente dolor. 

(Vedi Amore), 

AgTÌeoHura 

Alberi, frutti. 
L'abondanza vien dal legno. 

Negli anni che abbondano le frutta, abbondano anche grani; e 
perchè i contadini, mangiando fratta, risparmiano il grano. 

rChi pianta, no gode. 



24 AGRICOLTURA 

Chi impianta datoli, no magna datoli. 

Il dattero sta molti anni prima di dar frutto. 

Vigna pianta da mi, moraro da me pare, olivaro da 
me nono. 

È Ticentlno, e il Capponi lo tradusse mettendolo fra i toscani. Mo^ 
rarOf gelso; olivaro, olivo; il quale dice: 

Piànteme sul sasso e tième {(ienmi) grasso. 

E la vite anch* ella: 

Ben brùscheme, ben zàpeme, del resto inzavàteme. 

Dibruscami bene, zappami bene, quanto al resto acciabattami come 
ti pare. 

Nèteme ben dai pie, e trame come te sé [sai). 
Vàrdeme dal pe; del resto fa quel che te sé. 

Tienmi illesa al piede e netto attorno il terreno ; del resto fa quel 
che sai, che poco governo mi basta. 

Làsseme el me fojame, e te lasso el to luàme. 

Veronese. Per letame mi bastano le mie foglie. 

Fame povera, e te farò rico. 

El primo che g'ha brusca xe sta un musso. 

Un somaro, che. la lasciò quasi Ignuda. Anche in Sicilia: « L' asina 
puta, e Dio fa racina. » 

Cao curto, vendèma longa. 

Cao, capo, tralcio. — Vlt curte, vendemme lungo. ** — Neil* Al, 
Trev. : 

An cavo longo fa'na vendema curta, e'n cavo curt 
fa'na vendema longa. 

Molti pampani, poca uà. — Putropis cezis, poce uè. *" 

Poca uva quando sovrabbondano i tralci e i viticci. — Figurata- 
mente, di chi ha molta apparenza o molte parole. 

Bela vigna, poca uà. 

Chi g'ha vigna soa, de marzo la poa. 

Pota per tempo la vite, se vuoi che non si esaurisca : 
Che, dal materno amor sospinta, forse 
Tanti figli a nodrlr nel seno avrebbe, 
(Chi noi vietasse allor) che in brevi giorni 
Scarca d' ogni vigor s* andrebbe a morte {Alam,) 

Vi vi, brusca la vi. 

Vi vi t II suono del canto d* un augelletto che diciamo stellino ; 11 
quale par che dica che è tempo di bruscare la vite, vi. 



AGRICOLTURA 25 

Dove no gh' è V ocio, no gh' è gnanca la làgrema. 

Senza la gemma (^oeio, occhio^, non e' è la lagrima. 

Quand che la ne a nas d' avril, si bev par sutil. '* 
L'ìncalmar sta nel ligar. 

L' annestare sta tutto nel legar bene dove s' annesta, si mette il 
caimo, 

Zapa la vit de agost, se tu'ol sunar tant most. 

Di Feltre, come qaesto: 

Co fiorisse de mai, vin assai. 

Cavai, p.... e persegàr, treni' ani no i poi durar. 

Persegar, pesco. Era yito anche nel sec. XVI, quando la raccoglieva 
il Pescetti. 

Un papa e un persegàr, pi de ventiginqu' ani no i 
poi durar. 

La legna de moràr, la brusa quando ghe par. 

La legna de nogàra, fa disperar la massàra. 

Veron. e Vicent. Nogara, noce ; Tenez, noghéra e musserà. 
Nelle X Uvole è, fra i veneti, notato questo bresciano : « Legn de 
nos, brusa de nascos. » 

Laris, pez e pin, fa le spese ai Cadorin. 

Co casca le fogie dei frutari, xe tempo de impiantar 
peri e pomari. 

Dixe el salgàro {salcio) : piànteme de genaro. 

Assà castagne, poche nose. 

Assà, (ven. assae)^ assai, molte. 

Quel ano che le nose vien a castole, la va ben par 
el rico e anca par el povarèlo. 

A castèlo^ a gruppi, ovvero in abbondanza. 

Anade di nolis [nociuole)^ anade di panolis. 



•• 



Bondànza de legno, carestia de biave. 

11 terreno adugglato produce meno : At si luxuria foliorum exuberat 
umbra, Nequicquam pingufs palea teret aurea culmos. 
A Udine ; Bondanze di boris, miserie di panolis. 

Legne molte, carestia de braso. 

Dicesi del pioppo, dell' abete, del castagno. 

El nèspolo, primo a fiorir, è l'ultimo a madurir. 



26 AGRICOLTURA 

Bachi, gelsi 

Da sani' Isepo [19 marzo) se mete i cavalieri in cao 
del leto. 

Vuol dire che la semente si mette (cioè si metteva) in capo al letto 
perchè sentisse un po' di tepore, preparandola per la schiudìtura. — 
A Feltre e neir Alto Trevisano : 

Da sant'Isep, i cavalier sot el let. 

Chi voi 'na bona galeta da san Zen {12 apr.) la 
meta. — e 

Da san Zen, se mete i cavalieri nel fen. — e 

A san Zen, la semenza se mete in sen. 

Tre prov. veronesi. Quest' ultimo forse risale al primo tempo che 
si coltivò il baco da seta, quando la semente era s\ poca da farla na- 
scere tenendola le donne in seno. Le quali però, anche ora conservano 
questo uso per fare il provino, o per avere bozzoli primaticci. 

Ohi voi 'na bona galeta da san Zorzi la meta. 

Da S. Zorzi, S. Giorgio, 23 aprile, o da S. Marco, 25. 

Chi voi 'na bona galeta, de san Marco la scoèta. 

Scoetar, è il levare dai gusci vuoti i bachi, man mano che si attac- 
cano alle prime fogliette di gelso. 

Baston no s-ciara pezzon; gatèla s-ciara la rela. 

Boston, filugello che si atrofizza nel far la muta; gatèla, o gata, quello 
che marcisce e fa marcire anche gli altri. 'Pezzon e rela, graticcio. 
S-ciara, schiarisce, dirada, darò vale anche rado: cavèi ciari, ca- 
pelli rari. 

Chi voi 'n bona galeta, la meta via garbeta. 

Al bosco i bachi quando sono ancora un pò acerbi fgarbi, garbetij. 

Cavalier da le quatro, mogio cruo che massa fato. 

Un altro, invece, vuole che si cerniscano (si schiumino) dai me- 
no maturi: 

Cavalier de spiumaùra, galeta sicura. 

Spiumaùra (da spiuma, schiuma) V atto dello schiumare, come si fa 
della panna del latte. 

Se li meto via afato, poca galeta cato. 

Afalo, tutti a un tratto; cato, trovo. . 

Fogo e foia, i va via se no i ghe n* ha voia. 

Veronese. Con foco e fòglia, van via, crescono, anche se non ne 
han voglia. 



i 



AGRICOLTURA 27 

Se i va ben, i xe cava-lire; se i va mal, i xe cava- 
cori. 

La pebrina li fece cavacuori per oltre 20 anni. 

Né zarèse [ciriege) né galete, in granare no se mete. 

Si Yendon subito. 

Chi ben coltiva '1 moro. 
Coltiva nel so campo un gran tesoro. 

Moro moraro ; nel dlal. venez : morer. 

I morari perché i fazza ben, bisogna che i senta le 
madone {o le orazion de casa ; — o V odor del cai - 
diero). 

Le raìse del morar, voi sentir le campane a sonar .. 

Raise, radici. Il gelso vuol essere piantato poco profondo, e pro- 
spera meglio vicino alle case. 

Merari cari, fogia a bon marca. 

La molta concorrenza nella compera dei gelsi produce poi molta, 
concorrenza nella vendila della foglia. 

Fogia fersà, galete in quantità. 

Fersà, petecchiata, come la pelle di clii ha la fersa^ morbillo. La 
foglia copresi di macchiette air asciugarsi repentino delle gocciole di 
pioggia ai raggi del sole, e non pregiudica i bachi. 

Nogàra bastona e moraro tagià. 

Del cogliere le noci, e del levare la foglia al gelso tagliando i rami. 
11 che pregiudica molto la pianta so non è fatto moderatamente. 

El cortèlo xe quelo che fa la fogia. 

U gelso si rinforza, tagliando qualche ramo, per 1* anno dopo ; ma 
il coltello, dicono 1 contadini, dev' essere affilato bene per non iscorti- 
care la pianta che ne soffrirebbe assai. Nel Trevisano usano tagliar via, 
ogni anno, tutti i rami dei gelsi al tempo dei bachi. 

Biade, grani 

Fermento tristo in erba, bello in spiga. 
Sorg biel in jerbe, brut in panole. •* 
Belo in erba, tristo in serba. 

11 frumento troppo rigoglioso in primavera piovosa, ricade poi e il 
grano non matura bene. — Nel Friuli fan dire al frumento: 

No mi ciala d' avril, chi sol int' al covil ; cialimi di 
mai, e si no ven, vai. 

Cf'a/a, guarda; vai, piangi. 



28 AGRICOLTURA 

Fiora de fermento in fessura, la spiga vien più dura. 

Fiora^ femm., e plur: fiore^ si dice nel Vicentino dei fiori del fh>- 
mento e del Tino, come si vedrà in altri proverbi. — Questo vuol dire 
che se il grano perde il suo fiore quando il terreno si fende per siccità, 
si è sicuri di un buon raccolto. A Belluno: 

Fior de forment in frescura, spiga dura. 

Quando il frumento fiorisce* mantenendosi il tempo fresco, promette 
bene. E come Y uomo che, mortificato da giovine, riesce più forte e dà 
fratti migliori nella virilità. — E, pure a Belluno: 

Se ingana lu e ingana i altri el vilan, che in erba 
voi misurar el gran. 

La carestia vien in barca. — e 

Gran brentàna, poco formento. 

Delle piove primaverili che, se sono soverchie, fanno andare il 
grano in rigoglio di foglie. Brentàna^ dal fiume Brenta, famoso una 
volta per le sue piene e straripamenti ; ad impedire i quali si lavorava 
con argini sino dal tempo di Dante. — Nel Friuli: An plojds, an fands. 

€o '1 fermento xe zalo come '1 languro, tagia che te 
si' sicuro. 

Quando il fr. è giallo come il ramarro, taglia che sei sicuro. 

Fermento butà e paron in pie. 

Quando ricasca perchè troppo fitto e rigoglioso. Se poi si piega 
perchè batutto dal vento, i nostri villani dicono: 

Fermento butà, poco gran se mena a ca. 

<jO '\ formento xe sui campi, el xe de tuti quanti; 
co r è int' i granari, 1' è dei usurari. 

Nelle Dieci Tavole: 

Quando '1 formento V è nei campi, 1' è de Dio e dei 
Santi ; quando 1' è sui solari, noi se poi aver senza 
dinari. 

Il sorg 't al camp, bisugne eh' a lu judi (^aiutij ogni sant. ** 

El ben gran, fa '1 ben pan. 

Formento, fava e fien, no i s' ha volesto mai ben. 

Difficile che tutti e tre provino bene lo stesso anno. In Ampezzo: 

No se recoi mai tre efFes inz' un an. 

Che sono i tre effe di sopra. — In Cadore: 

Paja e fen no se convien. 

Sèmena fava de genaro, se te voi veder un bel granare. 



I 



AGRICOLTURA 29 

La fava voi grassa [letame). 
Segala stravania, formento garbo. 

La segala si taglia molto matura {stravania) e il frumento acerbo. 

Co canta la Rigala, se tàgia la segala ; 
Co canta '1 Qigalon, se tagia el formenton. 

Quand che la cìale dante, il forment al palombe. 

Friulano. Palombe, cangia di colore. 

Se piove sui manà [manipoli) , polentina per la ca. 

Cioè, se piove sul frumento appena segato, si farà buon raccolta 
di granturco, quello essendo il momento in cui ha più bisogno di 
pioggia. 

Gran piova e sol, molto formenton e poco pajol. 

Pajol, pellicola che avvolge parte del grano di formentone. 

Sorgo bello in erba, bruto in panòcia. 

Sorgo, granturco. 

El sorgo fa bon gran, co '1 ga la gamba da venezian. 

Cioè il gambo sottile. 

Dise '1 sorgo: tieme largo, se te voi che te cargo. 

Lu rima storpia la grammatica anche nei proverbi. 

El sorgo né fisso né ciaro, impina '1 granare. 

Vedi, qui presso. Seminagione, 

Sorgo ciaro [rado) fa un bel granare. 

Sorgturc rar iemple il granar. ** 

Chi lassa fls, va col gest: chi lassa ciar, va col car. 

Bellunese; ^est, cesto. 

Fate in là, fradélo, se te voli che fame un bel castélo. 

Cosi ai gambi di Tormentone fa dire il contadino: scostati, fratel- 
lo, se vuoi che facciamo una bella panocchia, o un bel mucchio di 
grano. — Nel Friuli : 

Metimi rar, si tu us che ti empii il granar. — e 

No stami a meti spes, che tu no has nissun interes. 

El sorgo-rosso, che passa 'na zapa, e '1 sorgo 'na 
vaca. 

La saggina densa ; il granturco largo, rado. 

Descalzeme picelo, e incalzeme grande. 
S-ciarissime pizzol, ledrèeme grant. 

Bellunese. — In Agordo : 



30 AGRICOLTURA 

S arissime picol, rèdeme grant, e t' impignirò '1 banc- 

In Friuli: Sarissimi di pizul e radrimi di grant. — Cioè sarchiami 
da piccolo e rincalzami quando son grande. ~ A Feltre: 

Bisogna serir gros, e redelarle dos. 

A Mei : Serisseme grant e redeleeme pizol. 

El sorgo nel campo, ga bisogno d'ogni santo. 

Le panòcie sta in ^ielo. 

El formenton sta ne le nuvole. 

Dise '1 sorgo rosso : dame de tera tanto che un pu- 
gno, ma dàmela de zugno. 

Nel giugno si rincalza la saggina. 

Dise '1 Qinquantin : zàpeme piginin, e dame la tera 
col panocin. 

Qinquantin, granturco serotino, che si semina nel campo ove fu 
raccolto il frumento ; maturasi in 50 giorni circa. 

Chi voi de vena un granare, {o Chi vele un bon ve- 
nàro,) la sèmena de febraro. 

Da santa Maria Madalena {22 luglio) se tagia la 
vena. 

Quando la tera vede la vena, per sete ani la trema. 

L' avena smunge 11 terreno. — Nel Cadore, scherzevolmente : 
Chi semina virtù raccoglie fama, e chi semena paian {saraceno), 
polenta magna. 

Concime 

Leàme de cavalo, no fa falò ; quelo del bo, fa quel 
che '1 pò ; quelo de bebé, fa purassè. 

È deir Alto Trevisano ; nel Vicentino : 

El loàme de cavalo '1 fruta un ano e no so qualo ; 
el loame de bo, un ano e no lo so; quelo de bè, 
subito co '1 gh' è. 

Drio la merda vien l' oro. {X Tavole) 

€ava erba e meti merda. 

La merda fa la magna e la magna fa la merda. 

Per i campi, la benedizion de la forca. 

Con la quale si sparge il letame. 

Nel Cadore : La benedizion dei ciampe l' è la grassa. 



i 



AGRICOLTURA 31 

Merda e acqua santa, fa racolta tanta. 

11 concime anzitutto. A Roma : « Chi mette letame non prega santi. » 
A Belluno: 

Chi 'ol pan, mene ledàn. 

A Udine: Bisugne semenà di miercuz. 

La merda dise mal del badìl. 

Perchè giova più. 

Chi tìen loàme in loamaro, farà tristo pagiaro. 
El contadin che vende loàme, compra peòci. 
Teren grasso, vilan a spasso. 
Fossi e cavezagne, benedisse le campagne. 

CavezagnQy capitagna, striscia di terra lungo il ciglio d* un campo. 

La richezza del contadin, sta nel fosso e nel cavin. 

Cavin^ sentiero lungo i campi. Gol terreno scavato si ingrassa 
11 campo. 

Casa netà e campo sporca. 

Se no se mét ite, no se n' tol fora. 

Di Livinallongo. — Ite^ dentro. — E facendo parlare il campo: 

Dàmene, che te ne darò. 

Làsseme la me stùpia e le me cane; tiente pure el 
to loàme. 

Stnpia, nel padovano ; strèpala, nel vicentino; stipula, lat., stoppia. 
Cane, canne del granturco. 

No torme quel che no te poi darme. 

Conferma il precedente. 

Dove se rebalta el caro, se ghe ne rancura un staro. 

Nel luogo ove si ribalta il carro di letame, si raccoglie uno stajo 
di grano. — In Friuli: 

Se a noi puzze d' avierte, d' autun noi naso bon. 

Avierte (vicent. verta) primavera. Se il campo non sa di letame* 
d' autunno dà scarso prodotto. 

Economia rurale. 
Case vecie e campi magri. 

Costano meno, comperandoli. 

Casa fata e campi desfati (o campo da far — o terra 
desfata). 

In Friuli : Ciase fate e hraide disfate. 



32 AGRICOLTURA 

Casa fata e possesion desfata. 

Bellunese, come il seguente: 

Case fate, no se paga gnanca le sache ^viminij. 
Carestia in gita de orto e de casa in campagna. 

Carestia, scarsezza, quanto basti appena. 

Co le masserie triste i soldi se guadagna, e co le 
bele se li magna. 

È bellunese. Masserìe^ case coloniche. ~ A Livinaltongo: 

Strenc in cesa» e lerc [larghi) en campagna. 
Campi che te vedi, e casa che te possedi. 

P. Catone: Fàbbrica in modo che la casa non cerchi il fondo, né il 
fondo la casa. 

Ciase tante di sta, braide tante di colta, e prat tant 
di cialà {guardare). ** 

Campagne tante eh' a si pò viodi, ciase tonte di sta 
a sotet. *• 

Casa, quanta se n'pol abitar; campi, quanti se n'pol 
coltivar; prè, quanti se n'pol luamar; boschi, 
quanti se n' poi aver. Ver. 

Casa fata e vigna posta, no se sa quanto la costa. 

Del fabbricare a nuovo e delle piantagioni. 

Pochi campi, assà campi. 

Nei piccoli poderi la coltiyazione è più accurata. Laudato ingentia 
rura, exiguum colilo. — A Feltre : 

I mejo camp, i è quei che sente frizer. 
Molta tera rende poco,. poca tera rende molto. 
Int'i campi se vive, e in casa se more. 

Così i contadini per esprimere il loro affetto pel campi ove passano 
la vita intera. 

Casa casca, campi campa. 
El campo no vien mai vecio. 
Campagna, campa. 

Si mantiene e ci mantiene. Invece in Ampezzo, dove il raccolto è 
scarso e il lavoro difficile,: Ra campagna, ci che ra lavora se ra 
magna. 

Ogni campo g'ha la so entrada. 



\ 



AGRICOLTURA 33 

^ Bise el coverto al paron : Se no te vien suso ti, 
vegno zo mi. 

I coperti delle case devono essere visitati e accomodati spesso. 

• L' ocio del paron ingrassa '1 cavalo. 
El guoio {occhio) del paron conza '1 bestiame. 

È del Cadore; ove a S. Vito si dice: Al guoio del paron, guerna al 
ciaval. — E in Friuli: il voli dal paron T ingrasse il ciaval. 

L' ogle del paron fes plui de le sue man. L. 

Fes, si pron. come fosse scritto fesee, e fin. muto. — Neil' A. Trev. 
Val pi un ocio, che una man." 

La presenza del paron xe la grassa de la possession. 
El pie {o La scarpa) del paron, ingrassa '1 campo. 

Tropis voris {lavoranti), pece vore. ** 
^ Chi fa e no custode,, molto spende e gnente gode. 
Chi g' ha bezzi da butar via, tegna le opere e vada via. 

In Valsugana : Chi g* ha roba da butar via, el mando al campo el 
vilan senza farghe la spia. 

A chi no voi far fadighe, el teren ghe produse ortighe. 
Fa più el paron coi so oci, che le opere col baile. 

Opere, lavoranti pagati a giornata: baìl, badile. 

In campagna andarghe, e in botega starghe. 

Campi no voi mestier, e mestier no voi campi. 

La campagna da vigin, dà'l pan e'i vin;- 
La campagna da lontan, no la dà gnanca '1 pan. 

In Cadore: Clampe da vesìn e tose da lontan. 

La stala de le vacie e dei bo l'ba da esse da visin 
de ciasa. * 

Vacie e bo, plui da cis eh' a si pò. ** 

I campi tanto i dà, quanto che i se laòra. 

Chi g' ha '1 caro e i boi, fa ben i fati soi. 

Fra nos, nos bqs, nos vacis, faron nos fatis. 

Di S. Vito di Cadore, ove dicesi pure : 

Son beate cà su da nos co la vaces, la femenes e i 
nos bos. 

La, le. — In Friuli: Gai che po', l'ha vace e b6. (Vedi Animali). 
Cn. Pasqcaligo 8 



34 AGRICOLTURA 

La richezza del vilan sta ne le brazza: chi ne voi, 
se ne fazza. 

L' agricoltor xe sempre rico a V ano venturo. 

Spes aia agrieolas, tpes suleis credit aratis^ 
Semina quae magno foenore reiiat ager. 

Dove la siesa {siepe) è bassa, tuti passa. 
In campagna, o coltivar o tagiar. 
Cativo paron, cativo gastaldo. 

Cattivo, che non sa comandare e sorregliare. 

Carestia prevista, abondanza fata. 

II contadino che prevede la cattiva annata, diventa parco e misu- 
rato e si provvede a tempo del bisognevole. 

La carestia fa bona massarìa. 

Bona, ben provveduta d' ogni cosa. — Della provvista di rape: 

Cesa [casa) ben ravada, non è jnai famada. L. 
Chi no g' ha né orto né porco, tira '1 muso storto. 
Chi g' ha un bon orto, g' ha un bon porco. 

Neir economia domestica il maiale e r orto prestano grande soc- 
corso per tutto r anno, massime nelle campagne. ~ In Alpago : 

£1 porzel V è una musigna (salvadanaio). 
£1 caneàr V è sempre 'n guadagnar. 

Veronese. Canedr, canevaro^ canapaia. 

Chi no la misura, non la donde* 

Bellunese ; intende della polenta : chi non la misura, non raggiunge 
fioniej il nuovo raccolto. E si dice anche alludendo alle strettezze fra 
il vecchio e il nuovo raccolto. 

Tra '1 vocio '1 novel, se ghe n' prova 'na pel. 

0: se ris-cia la pel. — In Gamia: Tè negozi di lassa la piel. — 
Ed allora il pane di sorgo sa di miele: Quand che la lodule a va in 
eli, il pan di sdrg al sa di mll. 

Chi magna la semenza, caga '1 pagiaro. 

È anche nelle J>ieci Tavole, A Primiero : 

Chi no sparagna la semenza, magna la paja. 

I ani de la fame, i scemenza in te la grupia del 
bestiame. 

La tirèla, paga la gabela. 

Tirila, tralcio della vite : prov. di collina. Ora a pagar le gabelle 
la vite non basta davvero. 



i 



AGRICOLTDKA 35 

Campo pesta non produse erba. 

Si usa spesso figuratamente. 

Ohi compra tera, compra guera. 

Ohi no g' ha '1 gato, mantien i sorzi; e chi lo g' ha, 
mantien gato e sorzi. 

Chi tiene il campaio, spesso maptiene e campajo e ladri. Detto per 
render cauti i possidenti nella scelta di chi dee custodire i poderi. 

Su r afito, no ghe tempesta. 

Di chi dà in affitto i suoi poderi, pensando ai tanti perìcoli a cui 
sono esposti. 

G hi g' ha campi al sol, xe sogeti a la tempesta. 

Fit e predial e la mala semenza, anco la riva e do« 
man la scemenza. 

Feltrino. Comincia, cioè, la penuria. — Nel Veronese : 

Quei che va a doma, no ^erca altro che tri S: 
sabo, sera e soldi. 

I lavoranti che Tanno a giornata {dornà o Ihomà)^ sono di regola i 
peggiori. Per il th vedi a pag. 23. 

Chi sta in casa de bando, paga '1 fito no vogiando. 

Detto dei lavoranti, i quali se hanno la casa gratis ("de handoj dal 
padrone, gli pagano poi, non volendo, la pigione con mille servigi che 
egli esige da loro. 

Co le cane 1' è pojàde al mur, el servitor no V è pi 
sicur. 

Del Bellunese; ove quando si raccolgono le canne del granturco, 
^appoggiandole al muro della casa, e sono quindi finiti i lavori, i servi 
possono essere licenziati da un giorno air altro. — A Feltro : 

Quand le cane se poza al mur, al faméi no V è pi segur. 

Taulà da visin e stala da luntan. 

Prov. del Cadore. Taulà, (tavolato ?), fenile, che dev' essere posto 
fra la casa e la stalla. In Agordo : 

Chi voi star sul so (stw>), siegar primi e arar daspò. 

A S. Vito di Gad.: Se te guos aè al td, sea prin, ara daspò. 

Viole de prà, fede (pecore) a metà, fornas de carbon, 
se te ghe n' vanze^ tiente in bon. 

Bellunese. A Livinallongo: 

Chi che voi en bon prè, i diebe aut; chi che voi 'na 
bona fémena, i diebe bas; e chi che voi en bon 
ciamp, i diebe de spes. 

Al prato gli dia alto, per non offendere le radici ; e al campo dia, 
lavorandolo, spesso. 



36 AGRICOLTURA 

Erbaggi, prati. 

Ano de erba, ano de merda. 

Bondanza de fien, carestia de polenta. 

Molto fen, poche nose. 

Chi desfa bosco e desfa prà, se fa dano e no lo sa. 

La Republica Veneta avea leggi seTere contro il disfacimento dei 
boschi. 

Chi g' ha un prà, g' ha un tesoro e no lo sa. 

Nel Veronese: Ci g* ba bosco e prà, l' è rico e no Io sa. 
Il prato* diceva P. Catone, ò la nutrice e il cibo vitale degli ani- 
mali e del campo. 

Prà novo, erba bona. 

L'erba che vien de marz, aprii la magna. [A. Ven.) 

Sega Torba in luna nova, e la vaca el bisogno trova. 

Né prà mal sega, né piegora mal tosa, no xe la ro- 
vina de la ca. 

£1 fen folto se tàgia mogio del ciaro. 

E quando il terreno è sassoso, che vi si ottunde il filo della falce» 
in Agordo si dice : 

£1 segat f^falcettqj tol de mezo; ma el paron sta pezo. 

Tàjeme bonora, se ti voi bon IBen. 

II fen co r é bagnat, al lassa il sai t' al prat. 

Della Gamia, ove dlcesi anche : 

J' é mei erbe sute, che fen bagnat. 

Chi fas j9en, fa ogni ben. * 

Cui che r ha fen, V han pan e ciàr {carne) . " 

Chi vende fen, vende 'l so ben {o compra miseria).* 

Nel Cadore, come in tutto TAIto Veneto, oltre i boschi , il maggior 
prodotto è dato dal bestiame e dal formaggio. In Friuli: Cui cu vend 
fen, compre miserie. 

£rba poca, fen bon; erba tropa, fen trlst. 
El craut e '1 fen, in chindes di el ven. L. 

Craut, erbaggi. 

Zuche e jBen, in t' un mese le vien. 



( 



AGRICOLTURA 37 

Ohi voi inzuchir, meta le zuche la prima zobia d'aprii. 

Zoìfia, giovedì ; venez. zioba; i contadini del vicent.: dobia\ del 
Trevisano : dioba. 

La prima zobia d' aprii, mete le zuche, che le vien 
come un baril. 

(Vedi Aprile.) 

Piova e sol, nasse el sponziol. 

Spugnalo ; phallus eseulentus, Linn. 

Quando le verze vien, tàgele; quando le va, sbrèghele. 

Verze, cavoli verzotti ; sbrèghele^ lacerale, svellile. 

Vendi la tònega, per crompar la betonega. 

Erba bettoniea, che si stimava piena di virtù. 

El zeòlin se semena sul spolverin. 

Le cipolle (cipollino, teòlin) in terreno asciutto. 
È prov. Feltrino, come questo : 

Chi voi un bel ajo ilzfflioj lo pianta in febrajo. 
Chi voi un bon ajèr, lo impiante sto febrer. 

Deir A> Trev. — Nel Polesine : 

Da san Valentin se pianta l'agio e '1 Qeolin. 

Il solino e i savors van cinquante di a eia dal diaul 
prime di nassi. 

Friulano. Savors^ prezzemolo. I loro semi si schiudono tardi. 

Preparazione del terreno e Seminagione 

Ara molto e semena poco. 

Ara poco /^poco trattqj^ ma minùo e fondo, 
Se te voli impinar el granare da gima a fondo. 

Ohi lavora la tera co le vache, va al mulin col puliero. 

Romper forte e somenar lesiero. 

Somenar è contadinesco. 

Romper coi bo e somenar co le vache. 

È comune a tutta Italia. ^ Ovvero : 

Arar coi bo, e ropegar (o arpegar) co le vache. 
Ohi no ponzo, no monze. 

Chi non punge, chi non lavora il terreno, non ricava nulla. La 
terra dice : 



^ Atìr%%CÙLTC%A 

Vbìiemèf ctie te me vedarè. 

t«dfai ifii«ato so ÓÈitth '- A UfinallMifo: 

Co 'i ciamp è ben tempre, cialè de '1 semenè; e pò 
chi {quelli) da la lana i rade a se cìaTè. 

Chi ranga, no se lugana. 

La vanga ga la penta d' oro» 

in Irritili ì Lii pftlf ha la ponte d* aur. 

La pobnta uta su la penta del gomìèro rvomerej. 
tittVin\i d^ palato, no vai nn péto. 

Hi^^ti*^ '•p(H?l<» dt pl««ola vanga p«r catare i fossi. Fa poco fratto 
M«tH»UO ttvu Ì*t(4t>iMi prvloadp ti terreno. 

VttturUv^tvn ft^l^ltt ^ badll, fa soler, bete e fenil. 

.\vttà( \ »i*ltit; t« botti t \ t^ntU ptenl laTorando bene il terreno. 

tA^vt^ tu« KA aqua. ghe voi là xapa. 

Vd «H^i^tk 9^1 <^Ut. «»( tttoijtht «sciatti. È anche nelle X tato le. 

INh' ftv^ ^HHU\ la Wra gU<3^ voi colo e culo. 

^M' Cv^^ Utt Ivtt vJAttipo ght^ voi quatro M: manzi,. 

^ : X ^ > ^^ v^^^ >iv^ v*«^e«* ih "««i^ft. M«s»rie^ «Miic e merda, £. 
Ì>H" ^Vn^^" «^ >tvJl vlv> ^c ^tttv> t? $Oto. 

\VV^ y'-V 'C^ì^ At ^^¥>? M t^ ivi^ilt Are snt, are sot, 
\>^ Yrv*^K^ lìà ^5s^»tv>c*kii«i ì5e«u <*è )fta bona araidara 

Pis.yTìJi far i ^rfinjiin d^ r^v<^rè. 
^^hi 5sònìOìì?4 por eì ^nt^, ràtioura bOH ivvxò. 
X aro ool vonis ^ recoi ft^rmont. i. 
l'hi ara torà bag-nà, ]>or "tn ani 111 ir'ba dissipa. 
Ara do istà, cbo io !oami d' hìTornó. 

piti ftvoDda, ^^Tne se ni ìa Iptamas*;. iV ìnrp? 



AGRICOLTURA 39 

Chi ara de sera a doman, d'ogni solco perde un 
pan. 

Diman, mattina. Consiglia a disporre il campo in guisa che i solctii 
vadano da tramontana a mezzogiorno, perchè sia meglio battuto dal 
sole. 

Solco storto e saco drito. 

Dei colligiani che fanno un po' curvo il solco nei pendii, ad impe« 
dire che la pioggia porti via il terreno. 

Chi sòmena in rompon, racolge in brontolon. 

Chi aspetta a romper la terra al momento del seminare, brontola 
poi nel raccogliere. 

Chi semena a bonora, qualche volta fala ; chi semena 
tardi fala quasi sempre [o qualche volta indovina). 

A bonora per stagion, tardi per ventura. 

Se la tardivanza la ne va ben, ai nostri fioi no ghe 
la disèn. 

Di Vittorio. Disèttf diciamo. 

Chi ara de setembre, fa bel solco e poco rende. 

. Del Polesine. Bisogna arare in Luglio o Agosto. 

Chi semena avanti sant' Andrea, ghe n' vien almanco 
un sac per calvea. 

Trevis. e Bellunese. Calvea; la ottava per parte del sacco. 

El temporivo no va mai in prèstio del tardivo. 

Del contadino che semina per tempo. 

Tardivo, sempre povero. 

Del grano seminato tardi. 

Entrada tardiva, entrada dei visdecazzi. 
L'ultimo racolto xe quel dei mincioni. 
Chi tra via in stagion, fa un bel racolton. 

Tra via, sparge, semina. — Nella Gamia : 

Ogni siminision ha la so stagion. 
Piova vento, semena co xe '1 tempo. 

Nel Cadore, fra ì monti ove il vento è forte, si dice i 

Chi semina col vent, racoje spavent ; 
Chi semena senza vent, racoje ardent. 

Ardent. argento ; il d pron. come il th Inglese. 

Fermento in paciarèla e. sorgo in polverèla. 

Così nel Vicent. Nel Veronese : 






38 AGRICOLTURA 

Yòlieme, che te me vedarè. 

Vedrai quanto so daìrti. — A Livinallongo : 

Co '1 ciamp è ben tempre, cialè de '1 semenè ; e pò 
chi [quelli) da la luna i vade a se ciavè. 

Chi vanga, no se ingana. 

La vanga ga la ponta d* oro. 

In Friuli : La pale ha la ponte d* aur. 

La polenta sta su la ponta del gomièro ^vomerej. 
Lavoro de paleto, no vai un péto. 

faleto^ specie di piccola vanga per cavare i fossi. Fa poco fratto 
perchè non iscassa profondo il terreno. 

Vanghete, falzin e badil, fa soler, boto e fenil. 

Avrai i solai, le botti e i fenili pieni lavorando bene il terreno. 

Dove no va aqua, ghe voi là zàpa. 

La zappa sui colli, nei luoghi asciutti. È anche nelle X Tavo le. 

Per far bona la tera ghe voi colo e culo. 

Lavoro e concime. 

Per far un bon campo ghe voi quatro M: manzi^ 
monede, merda e man. 

: A fé *n bon ciamp voi cater ìli man, massarie, mane e merda. L^ 

Per arar ghe voi do S: suto e soto. 

Asciutto e sotto, profondo. — A Feltro : 

*01eu che gene al sorc bel e pafil? Are sut, are sot, 
are sotil. 

Volete che venga il sorgo bello ed ottimo ? Arate eec, A pafil^ a 
perfezione. 

Xe megio na sbrogiaùra seca, che na bona aradura 
mògia. 

Sbrogiaìtra^ scalfitura ; mògia, molle. 

Quando se sèmena ne la polvere, 
Bisogna far i granari de rovere. 

Chi sèmena per el suto, rancura bon fruto. 

A are col vent, se regoi forment. L. 

Chi ara tera bagna, per tri ani la g'ha dissipa. 

Ara de istà, che te leami d' inverno. 

Arando d* estate muoiono la male erbe, la terra si cuoce e si fa 
più feconda, come se tu la letamassi d' inverno. 



I 



AGRICOLTURA 39 

Chi ara de sera a doman, d' ogni solco perde un 
pan. 

Diman, mattina. Consiglia a disporre il campo in guisa che i solchi 
vadano da tramontana a mezzogiorno, perchè sia meglio battuto dal 
sole. 

Solco storto e saco drito. 

Dei colligiani che fanno un pò* curro il solco nei pendii, ad impe- 
dire che la pioggia porti via il terreno. 

Chi sòmena in rompon, racolge in brontolon. 

Chi aspetta a romper la terra al momento del seminare, brontola 
poi nel raccogliere. 

Chi semena a bonora, qualche volta fala ; chi semena 
tardi fala quasi sempre {o qualche volta indovina). 

A bonora per stagion, tardi per ventura. 

Se la tardivanza la ne va ben, ai nostri fioi no ghe 
la disèn. 

Di Vittorio. Disèn, diciamo. 

Chi ara de setembre, fa bel solco e poco rende. 

. Del Polesine. Bisogna arare in Luglio o Agosto. 

Chi semena avanti sant'Andrea, ghe n' vien almanco 
un sac per calvea. 

Trevis. e Bellunese. Calvea; la ottava per parte del sacco. 

El temporivo no va mai in prèstio del tardivo. 

Del contadino che semina per tempo. 

Tardivo, sempre povero. 

Del grano seminato tardi. 

Entrada tardiva, entrada dei visdecazzi. 
L' ultimo racolto xe quel dei mincioni. 
Chi tra via in stagion, fa un bel racolton. 

Tra via, sparge, semina. — Nella Carnia : 

Ogni siminision ha la so stagion. 
Piova vento, semena co xe '1 tempo. 

Nel Cadore, fra i monti ove il vento è forte, si dice : 

Chi semina col vent, racoje spavent ; 
Chi semena senza vent, racoje ardent. 

Ardenl. argento ; il d pron. come il th Inglese. 

Fermento in paciarèla e sorgo in polverèla. 

Così nel Vicent. Nel Veronese : 



40 AGRICOLTUEA 

Formento in paciarina, sorgo in polverina. 

Pacierèìa, o pacierina^ piaccichiccio. Perchè il frumento nasca, 
una piovetta la ci vuole. — Nel Trevisano : 

Chi impasta, racolge. 

Chi semina il frumento nel terreno bagnato dalla pioggia, farà, buon 
raccolto. L* imagine è tolta dair impostare la farina (intridere), per fare 
il pane. 

L' orde 'nte '1 paltan, chi che voi fé saldi pan; V autra 
biava 'nte saolon, se no i voi giunè carlesiè e encie 
capion. L. 

V orzo in luoghi e giorni umidi, chi voi far molto pane; r altra 
biada nel sabbione (polvere) se non vogliono digiunare carnevale -e 
anche quaresima. — Capion, caput jejuniiy è il mercordl delle Generi. 

El sorgo, semenarlo co la giachèta. 

Quando fa ancor freddo, e il bifolco ha la glacchetta.- 

Sòmeneme ciaro, che te me torè col caro. 

Così il villano fa parlare il granturco. Tore, mi dorrai, mi varrai a 
prendere col carro. 

Chi sòmena ciaro, va col caro. 
Chi sòmena fisso, va col ^sto. 

E tutto in uno: 

Fisso, col gesto ; ciaro, col caro. 

A semenà p' a glorie, si strachin ì bus e si piérd la 
semenze. 

Friul. P*a glerie, Peronella ghiaia, nei campi ghiaiosi. / ^us, 
i buoi. 

La prima tempesta la xe quela del toman. 

Alludesi al seminatore che ruba della semente. Toman, voce del 
contado vicentino, è la cesta ove si ripone il grano da seminare e che 
il seminatore tiene appesa al braccio sinistro. Sembra che sia la cesta 
stessa che dica alla mano : T0' man. 

Chi no semena '1 pajan de san Giaco, i po' cenilo 
'nte saco. 

Cadorino. Pajan, grano saraceno; cenilo, tenerlo. Dicono anche: 
Chi no ha semenà de san Giaco, tegne '1 pajan He saco. 

Se te ol aèr bon fll, semena '1 cànevo de avril. 

Bellunese. Se tu vuoli aver buon filo, semina la canapa d' aprile. 
— Concludendo: 

Chi ben semena, ben racolge: e chi mal semena, mal 
racolge. 

Cui cu mango la semenze, caghe la pae. " 



AGRICOLTURA 41 

Terreni, loro natura 

Tera mora, fa bon fruto; tera bianca, fa gnente in 
tuto. 

È Veronese. Neil* alto Trivisano : 

Tera negra, bon pan mena; 
Tera bianca, presto se stanca. — e 

Tera negra fa bon pan, se magna anco e anca doman. 

Invece, in Valsagana: 

Tera mora fa bon gran, tera bianca fa bon pan. 

Tera liziera {leggerà), nasse tuto; tera forte maùra 
tuto. 

Campi magri e conti de povar' omeni, fala sempre. 

È un lamento dei pover' uomini. 

I monti xe monti senza bisogno d'esser monti. 

I monti sono emunti (per natura) senza bisogno d^ essere eniunti 
(dair uomo). Da vent* anni in poi la coUiYazione dei eolU nel Veneto 
fu migliorata di molto. 

Loda la montagna e tiente a la campagna. 

In montagna chi no gh' in porta, no gh' in magna. 

Ohi no ghe ne ha de inte, no ghe ne ha de fuor. 

Della Val di Zoldo. Chi non ha un lavoro produttivo entro la Valle, 
non può provvedersi del bisognevole dal di fuori. 

Beato quel campeto, che ga siesa col fosseto. 

Siesa^ siepe. 

Se le tere no xe in sgiozzo, te semeni in t' un pozzo. 

il» sghiozzo^ in pendio da potervi V acqua scoiare. 

El campo co la goba, dà la roba. 

Che sia colmo nel mezzo. 

Loda le basse e tiènte a le alte. 

Le basse^ le bassure, i luoghi paludosi; le alte^ ì terreni aprichi ed 
aseiutti. 

Loda '1 monte e tiènte al pian. 

E si soggiunge: loda la polenta e tienti al pan. 

Dove regna la gramegna, el pan ghe regna. 
Tute le tere xe bone, per chi sa coltivarle. 

(Vedi Animali, e Meiereologia) 



42 



AUeirrla, darflt bel tèmpo 

^L'alegrìa piase anca a Dio. 
^Ouor alegro Dio lo giuta. 

Omo alegro, [o zente alegra) el giel 1' agiuta. 

Letàre et bene facere, e lassar cantar le pàssere. 

Alegrezza de cuor fa bela pelaùra de viso. 

Pelaitra^ la pelle. Nei prov. di Salomone: « Il cuore allegro abbel- 
lisce la faccia, e giova come una medecina; ma lo spirito afflitto secca 
le ossa.» — In Cadore: 

L' alegria fa fiorì la vita e la malinconia fa fracià i os. 

Legria fa scampar, e passion fa crepar. 

El bon umor fa apetito. 

Co le aflizion no se conza i mali. 

No se conzOy non s' acconciano. 

La malinconia no vai bezzi. 

* Val pi 'n' ora de legria, che gente de malinconia» 
Val più un' ora de ben, che gente de mal. 

* Co gente pensieri no se paga un soldo de debito. 
Qento triepi no paga 'na duogia. 

Prov. contadinesco. Triepi, strilli; forse del greco tripso, strido. 
In Friuli: Cent pensirs (o mil fastidis) no pain un debit. 

* Cent' ani de guai no paga un soldo de debito. 
I fastidi bisogna meterli sot el cavezzal. 

Bellunese. Metterli sotto il capezzale e dormirci sopra. 

>» Chi voi vivere e star ben, toga 'l mondo come che 
'1 vien. 

^ Scarpa larga e goto pien, e ter le tióse come che 
le vien. 

In luogo di Scarpa larga si dice anche Muso franco ecc. e tor le 
bìutare come che le vien. 

Qodemo, che a strussiar (o penar) no manca mai» 
<*E1 mondo xe di chi lo gode [o di chi lo sa goder). 



^ 



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ALLEGRIA, DARSI BEL TEMPO 43 

Godèmose, che ghe sarà la roba e no ghe saremo pi 
nualtri. 

Gioldi simpri ch'a si pò, noi mance mai timp al pati. ** 

Le grazie di Dio è dado perch' a si gioldi. ** 

A sto mondo s'ha cai {qi^l) che se se mangia. L. 

No se g' ha {o no xe soo), se no quel che se gode. 

I mati li fa e i savi li gode. 

I quattrini. 

I mati fa le feste e i savi le gode. 

La roba no xe di chi la fa, ma di chi la gode. 

E nelle X .Tavole: di ehi la galde. — Nelle Rime in lingua rustica 
padovana di quei tre belli ingegni, che furono i poeti del Sec. XVI 
MiGAXiifò, MBifoif e Begotto, (1) si trova sempre: galdère, aldire, lal^ 
dare (gaudere, audire, laudare); e cosi nei prosatori aristocratici ed 
ufficiali, come si vede nei Diari del Sanuto e nei Dispacci del Paruta 
ed altri. 

Chi sta ben un di, no sta mal tute l'ano. 
Ohi gode 'na volta, no stenta sempre. 

Licei in anno semel insanire. 

Chi se contenta, gode. 

Anco in alegria, doman in malinconìa. 

Chi tropo ride g' ha natura de mate, e chi no ride 
g' ha natura de gato. 

A r ostarla no vago ; ma co ghe son, ghe stage . 

Vago, vado, 

AntblzIouLe, signoria 

Più in alto che se va, più '1 cui se mostra. 

Chi voi andar massa alt, se rompe 1 col. {A. Ven.} 

4 Chi voi andar tropo in suso, 

' Casca per tera e se rompe el muso. 

Casa alta voi boni fondamenti. 

1) Magàguò, G. B. Naganza di Este, celebre pittore ; 
Menon, Don Agostino Rapa, di Vicenza ; 
Bbgotto, Bartolomeo Rustichello, vicentino. 



44 AMBIZIONE, SIGNORIA 

Ohi è in gima la zopa, gerca de trar zo. 

Ght è in alto, cerca di trarre e di tener giù gli altri. Zopa, rialzo, 
mucchio, di terra. È prov. dei paesi sul Piare. — Che importa la 
grandezza deir Italia? La sua influenza in Egitto, in Tunisi, sul Medi- 
terraneo? Vadano la Libertà^ la Giustizia, la Monarchia, purché il Po- 
tere ci resti e purchò si stia sulla zopa. 

/Nobile senza soldi, xe un feral senza ogio. 

Co la nobiltà no se magna. 
> Siore ghi n'è de doa sortes: sior si e sior no. L. 

I secondi hanno il titolo, sino tituio. 

Un coni senze conta, l' è come una bote senze Qerclà/ 

E : No yal Jessi cont {fsser conte) e no* vei ze conta. 

J' è une gran fadie a fa il sior e no 've cun ce ! ** 
Alza el mato e fai salir, se no V è mato, te lo fa vegnir. 

È anche nelle X Tavole, A Belluno: 

Loda el mat e te V farà saltar, 
Se no rè mat, te 1' fé presto deventar. 

Baldanza de paron, capei de mato. 

Ombra de grandi, capei de mati. 

Contro la stupida e pazza albagia che hanno tanti perchè sono ai 
servigi in relazione coi signori, o coi potenti. 

» Protezion de sieri, capei da mati. 

È malsicura, ed è da pazzi il fidarsene e yantarsene. 

Chi magna le sariese co sieri, ciucia i màneghi. 

Sariese, ciriege; ciucia^ succhia. 

^ Chi magna le oche del re, resta sofegà da le pene. 

Soffocato dalle penne. — In Auronzo: 

Chi serve i siore, more a V ospedal. 

A Livlnal. : Chi sierf sieri, muor a r ospedal. 

Chi va coi sieri, more su la pàgia. 
•^Chi vive in superbia, more in miseria. 
Chi vive a corte, mor a paiaro. [X Tav.) 

Pagia, pagiaro o paiaro; paglia, pallialo. 

Protezion de signori, trote de mula vecia. 

* El ben dei paroni dura un trote d' aseno. 

El ben, la benevoglienza. 

• El tempo e la rason xe sempre del paron. 



AMBIZIONE, SIGNORIA 45 

<E1 paron xe paron, perchè '1 voi 'ver sempre rason. 
Co '1 capo xe da la mia, g' ho in culo i sbiri. 
Chi ga el podestà da la soa, g' ha in culo i sbiri. 

GII amici dei Ministri, s' infischiano di cbe deve far eseguire la legge^ 
e delle leggi stesse. 

Sta in grazia coi sbiri, se te voli esser in grazia del 
podestà. 

Però, non sempre giova la grazia dei birri, perchè: 

• Se Dio no voi, gnanca i santi no poi. 

♦ Chi voi la grazia, vada al Santo. 

Santo j Sanr Antonio di Padova. 

Tuti i santi g' ha bisogno de le so candele. 
Do gali in un punaro, i se beca. 

Punaro, pollaio ; vicentino. Due padroni in una casa si litigano. 
Omnisque potestas Impatiens consortii erit. fLucanoJ 

Tuti voria 'ver la méscola in man. 

« L* ambizion imbriaga. 

-• Omo ambizioso, omo crudel. 

Co la merda monta in scagno, 
O che la spuzza o che la fa dano. 

Ogni giorno ci tocca di capire e sentire per prova, come sia vero 
il prov. — Stultorum exaltatio, ignominia. (Prov. HI. 35). 

(Vedi Adulazioni, Lodi, Lusinghe), 

Amlclsla 

• I veri amigi xe come le mosche bianche. 

♦ L' amicizia tra done, dura come '1 troto de Taseno. 
% kmiqì de bonazza, iute le burasche i te nega. 

Non solo ti disonoscono nelle avversità, ma si fanno nemici per non 
soccorrerti. 

L' oro ne la fiama, ne le disgrazie chi te ama. 

Nel Pescetti son questi versi: 

Assai si trova amici di profferta, 
Che stanno sempre con la borsa aperta ; 
Quando si viene a V atto della prova, 
Borsa serrata, e amici non si trova. 



46 AMICIZIA 

*Ghi cade in povertela, perde V arnìgo e anca la pa- 
rentela. 

^Se voli che ve la diga, ve la digo: 
Chi casca in povertà, perde Tamigo. 

Voli (yenez. voti) volete. II primo verso è figliolo della rima. Con 
più solennità a Treviso: Vegno dal Qiel quante volte reU digo. 

rMegio un amigo che gente parenti. 
« Dei amigi, averghene anca a ca del diavolo. 

Insieme da putei, da veci i xe fradei. 

Amigo vocio e casa nova. 
^ Amicizia rinovada, menestra rescaldada. 
• I bezzi no fa amicizia. 
'^ Amigo de tuti, amigo de nissun. 

Incallisce la mano di chi la dà a molti. « Non fare che la palma 
della tua mano perda la sua finezza, facendo festa ad ogni nuovo ve- 
nuto. » Amleto, 1. 3. 

^ Chi ama el forestier, ama '1 vento. 
Obi g'ha el santo, g'ha anca'l miracolo. 
Ohi g' ha santoli, g' ha buzzolài (o confèti). 
Senza santi no se va in paradiso. 

E delle donne: 

Chi g' ha morosi, g' ha dei fiori. 
£1 capei no se fa par'na piova sola. 

Fra le molte applicazioni di questo prov. v' è T amicizia: non si 
fa un amico per un solo servigio. 

A r ocasion si cognos i amis. ** 

Se se voi cbe V amicizia se mantegna, 
Bisogna cbe 'na sporta vada e V altra vegna. 

I piccoli doni tengon viva V amicizia. 

L' interesse rompe V amicizia. 
* -Conti spessi {o pati ciari), amigizia longa. 
Co' ognun fa pato, co' l' amigo faghene quatro. 



47 
Amore 

•^ Ohi ama, crede. 
** Amor no porta rispetto a gnessun. 
^ Grand' amor, gran dolor. {X. Tav.) 
>- Amor fa amor, crudeltà consuma amor. 
Ama chi te ama, rispondi a chi te clama. 

* L' amor no ciapa rùzene {ruggine). 

^ Dove i s' ha voleste ben, no i se voi mal. 

Cui eh' a si ùl ben, no si è mai volùt mài. " 
•*^ Amor novo va e vien, amor vedo se mantien. 

Amor Vieri noi dovente ranzit. *' 

El primo amor, teca '1 cuor. 

L' amor no se misura col brazzolèr. 

Plon si misura a canne (sul braccio). Virgilio : Me tameu urit Amor: 
Qttis enim modus àdrìt amori? 

* Amor fora i muri. * 

Secondo Ovidio, li fece forare anche a Piramo e Tisbe. 

* li' amor passa '1 guanto. 

Dair amore uno non si ripara. 

^ Jj' amor no poi star sconto {nascosto). 
L' amor xe come i busi in te le calze. 

Sed male dissimulo. Quis enim celaverit ignem ? 

Lumiiie qui semper proditur ipse suo. (oyid). 
Il proy. ricorda i tempi non lontani quando i contadini usarano 
portare i calzoni corti fino al ginocchio. 

Amore, tosse e scabia, no la mostra chi no V abìa. 

« Amor e tosse, presto se conosse. 

% Tosse, amor e panzòta, no le se sconde in qualunque 
sito che le se meta. 

Noi non possiamo tener celato V amore, ma egli si che può: 

** L' amor el se sconde anca de drio a un pòmolo de ago. 

S* asconde anche dietro una capòcchia di spillo. L'amore è fino: 
un nonnulla basta agli amanti per intendersi. « La sottll freccia del 
piccolo Cupido è fatta di tal metallo, che la ferisce pur con un sentir 
dire » {Mueh odo ah. noth. Ili, 1). Il proT. fa falsificato nella Race, Tose, 
così: L' amore si nasconde dietro una cruna d*tgo. 



48 AMORE 

Tanto ben se trova 1' amor soto la lana che soto 
la seda. 

♦ No se poi voler ben, quando dal cor no vien. 
Ogni gata g' ha '1 so genaro. 

^ Né dona senza amor, né vocio senza dolor. 
No gh'é sabo senza sol, né puta senza amor. 

Anche i francesi hanno il pregiudizio del sabato. Nul samedi sans 
Mleil. 

^ Tosa smemorada, tosa inamorada. 

• L' amor del soldà no dura un' ora, 

Dapertuto eh' el va, '1 g' ha la so siora. 

In Valsug.: El soldà, ogni paese che'l va, la morosa '1 ga. 
A Venezia le ragazze cantano : 

I L* amor del mariner no dura un* ora, 

\ Per tutto do' eh* el va, lu s^ inamora; 

,E se 1' amor del mariner durasse 

^No ghe. sarave amor che ghe impalasse. 

L'amor del soldà, anquoi cà, doman là. * 

Gal tous che va da dute, la màjou m... Té la sua. L. 

Quel toso, giovinotto, che va da tutte, ha poi la peggiore. 

» Omo studioso, magro moroso. 

Dev* essere fatto dalle donne ; da qualche povera Gemma Donati- 
Allighieri.- ed è verissimo. Orazio, neir Epistola a LoUio (I. %.) i Ni 
Posees ante diem librum cum lumine, si non Intendes animum studiis et 
rebus honesHs, invidia pel amore vigil torquebere, 

^ l giuramenti dei morosi xe come quei dei marineri. 

Finzion, ingano e promesses, in amor Té cose spes- 
ses. {Amp.) 

L* omo prima V è astronomo, pò '1 deventa cazzador, 
e '1 finisse pescaòr. 

Dicesi anche solamente : L* omo xe cazzador. 

Se ve piase la fla, coltive la mare. 

* Chi voi la nosèla, tira la rama; 

ji E chi voi la fia, carezza la mama. 

Venez. Nosèia^ nociuola. Ecco alcune varianti. — A Vicenza: 
Chi voi el pomo, sbassa la rama; 

Chi voi la fiola, basa la mama. ^ A Verona: 
Tira la rama, ci voi la nosela; 

Garessa la mama, ci voi la putela. — Oovertk: 



i 



AMORE 49 

Ci voi el pomo, sbassa la rama ; 

CI voi la pula, caressa la marna. ~ A Belluno: 
Ghi'ol la nos, va da la rama; 

Chi *ol la puta, va da la marna. ~ Nel Cadore : 
Chi vuo* nosele, arbasse la rama; 

Chi Yuol la tosa, domande a la marna ; 

Chi vuol la dote, domande al papà. — In Carnla : 

Cui CU sierv V arbul, mange il pora. 

Ovvero: Cui cu Tùl la fle, ciareze la mari. 

Fa la corte a le vecie, se ti voi piaserghe a le zòvene. 

Piàserghey piacérgli. 

Dopo ciapat su tre voltis il fus a una fantata, si 
sciapa la fava. ** 

Per dire che si può darle un bacio. Si spezza la fava tenendola 
r uno co* denti e dandola a rompere air altra, pure co* denti. 

«^ Se i basi fusse busi, tuti i musi saria sbusi. 

Bellunese. Sbusi^ bucati. 

L' amor senza un baso, xe un pan senza sai. 
>* Oci no vede, cor no dole. 
Chi no mira no sospira. 

Vedi A/Tetti, pag. 23. 

y- Lontan dai oci, lontan dal cuor. 

. . . Assai di lieve si comprende 

Quando in femmina fuoco d' amor dura, 

Se rocchio il tatto spesso noi raccende. (Dante). 

9 La lontananza ogni piaga salda. 

^ Ciaro te vedo e spesso me ricordo ; 
Moroso da lontan no vai un corno. 

• Se ti voi che te ama, fa che te brama. 

La troppa frequenza porta noia. 

* Amor senza barufa, fa la mufa. 

Amantium irae^ amoris reiintegratio est, (Tbren. Andria). 

La minestra longa sa da fumo. 

I brodi longhi no xe mai boni. 

/El moroso deve aver quatro S: solo, savio, sole^ito 
e segreto. 

Chi porta '1 fior, porta V amor. 

•^ Né amor né signorìa, no i voi compagnia. {X. Tav.) 

Cu. Pasqualigo 4 



50 AMORE 

• Do morosi no se poi aver. 

Chi due bocche bacia, T una conTien che gli pula. 

Tegnir do morosi V è come tegnir un saco de pùlesi. 

Troppa briga il tenere, custodire, un sacco di pulci. 

Tira più un pelo de femena che no fa gento pari de bo. 
► Ohi manca de cuor, no vinge in amor. 

Dt euofy di coraggio. Ovidio diceva: 

Militiae specie» amor est, discente segnes. — e 

Militai omnis omans et habet sua castra Cupido. 

Amor che nasse in malatia, quando se guarisse el 
passa via. 

r L' amor de carneval, mor in quaresema. 

La fame fa far dei salti, ma 1* amor li fa far più alti. 

Amor fa portar le calze mole. 

Mole, flosce, ammencite. 

» Omo inamorà, omo imbarlumà. 
Amor xe tòssego. 

Mei Sonagitto di Begotto « fatto per la partita della Signora Marina 
Venterà Pudestaressà di Vicenza •, vi sono questi, che pajon proverbi : 
L' amore che denanzo g* ha la miele 
E pò de drio, se ghe peta la fiele. 
Ei zuogo de r amore va a sto muo* : 
Chi sgrignò ieri, sgnica tut* ancuò. 

• Te girare dal pie fin a la gima, 

Te tornare da la morosa prima. 

Sono due versi d' un canto pop. vicentino. 
In tutto 11 Veneto corre, così in forma italiana, il segnente: 
« Chi danari non ha, amor non prenda », soggiunjgendovi un verso 
che fa rima e che non si può stampare. 

Amor non è polenta, e co no se ghe n' ha, se stenta. 

Ampezzano. — Nel Friuli: 

Amor no 1' è polente, ne brut {brodo) de verzis. 
f Amor no fa boger la pignata. 

• L' amor fa passar el tempo, e '1 tempo fa passar 

r amor. 

A fei r amor s' ha d' ave giudizio, parche certes s' ha 
chel vizio. 

Ampezzano. — Ora i vecchi : 



AMORE 51 

Beata quela che s' inamora d' un vecio mato. 

Lo può pelare, e condurre a Corneto o a Gornuda, come le piace. 

A far r amor coi vecie, se perde la virtù. * 

w Un vecio che fa a V amor, vai co fa un aseno che 
sona la lira. 

Inverno in fior, vecio in amor. 

Durano poco. L' Ariosto, nella Satira IH: 
Quella età più al servizio di Lieo, 

Che di Vener conviensi: si dipinge 

Giovane fresco, e non vecchio, Imeneo. 
Il vecchio, allora che '1 desir lo spinge. 

Di sé prosume e spera far gran cose; 

Si sganna poi che al paragon si stringe. 

Amor de veci, seren de note. 

Mato da caèna, quei vecio che s' innamora. 

El vecio voi tre C: comodo, caldo e carezze. 

dui che no s' inamore da zovin, s' inamore da vecio. ** 

Un canto popolare vicentino: 

L' amor del vecio sa da scaldaleto, 
Quelo del giovinin sa da limoni. 

In un* altro, una giovane racconta che andò a prender deir acqua ; 
e a mezza strada la incontra la Morte: — Morte, o beUa Morte, ove 
vai tu ? — Vo dal tuo bel vecchio a fare una levata. — La mette giù 
le secchie e corre a casa: 

— Vecio, bogna morir, fé testamento. 

— EI testamento che mi g'ho da fare: 
Che tuti sposa done de so eguale. 

Se la g^ avesse tolta de me eguale, 

*Desso la pianzarìa che stage male; 

E perché la g' ho tolta giovineta, 

* Desso che moro, xe la so alegreza. 

-— Vecio, vecion da la barba canùa. 

Te si' come la pagia rebatùa. 

La pligla rebatua no g* ha fermento. 

Gnau* tore un vedo no gh'é sentimento: 

La pagia rebatua no bnta grano. 

Gnau* tore un vedo no ghe xe guadagno. 

A Venezia cantano le ragazze: 

L'amor comenza co soni e violini. 
E pò '1 finisce con dei fantolini. 

(Vedi Affetti ecc. Belletta, — Donna) 



52 

Animali 

^ Ohi maltrata le bestie, maltrata anca i cristiani. 

CrisUotti, uomini. 

9 Ohi no g' ha cuor per le bestie, no lo g' ha gnanca 
per i cristiani. 

Gai elle no l' ha compassion das bostiis, non V ha nance dai cri> 
stians. ** 

Ohi copa gati, {o chi maltrata cani e gati) no fa pi 
ben i so fati. 

Pitagora teneta cosi doverosa la benignità, verso le bestie, come 
r amore e misericordia verso gli uomini. 

Ohi maltrata le bestie, no g' ha più ben. 

Le bestie se tratta da bestie. 

A comprar zòvene, no se fala mai. 

Ohi no sa crompar, erompa zòvene. 

Oavai d' Olanda, bona boca e trista gamba. 

Cavalo de vetùra, fa profito ma noi dura, (o poco 
costa e poco dura). 

Oaval rango, cava fora dal fango {o no lassa nel fango). 

Rango, ranco, con le gambe storte. 

Oaval bianco e bela muger, dà sempre pensier. 

In Ampezzo : Cavai bianco no è mai da erompa. 

Oaval dusòlin, o da piazza o da mulin. 

Dusolin, colore del topo. 

Oaval rabican, cavai da zarlatan. 

Ao^t^afi, di mantello bianco con macchie scure. 

Balzan da un, cavai per nessun ; balzan da do, cavai 
per mi no (o tienlo se te pò) ; balzan da tre, cavai 
da re; balzan da quatro, cavai da mato. 

Baìzatw, che ha bianca 1* estremità delle gambe, e il resto del 
mantello d* altro colore. Balze^ in veneto e ferrarese sono i geti, le 
calze, cioè quei correggiuoli che si mettono a' piedi delle civette per 
tenerle legate. •— L' Ariosto nelle Commedie adopera parécchie voci 
del suo dialetto (che i chiosatori non capirono), come appunto questa. 
Nella Casftaria (11. ft)i «se benignamente li fusse portato le balze, come 
a te il tuo padrone i ceppi. » I chiosatori cambiarono poi, nella Cass. 
in versi, il balze in boUe, confessando che aache col balze , non capiva n 
bene. Sfido io I ^ Balzano^ dunque, vuol dire: come se avesse le calze 
ai piedi; ed è voce veneta. 



i 



ANIMALI 53 

Baiardo da tre, cavai da re ; baiardo da quatro, cavai 
da maio. {X. Tav.) 

De*cayalU bianchi che abbiano alcune gambe color baio. 

Cavai da do peli, cavai forte. 

A Ballano si dice che un buon cavallo dee avere: 

Ocio da bo, gamba da mul. 

Occhio grande e pacato come il bue, e gamba asciutta. 

Coa longa, forza curta. — e Bela eoa, trista cavala. 
Cavai zaino, bo rosso, aseno inselà e prete spreta. 

Guardarsene. Zaino^ tutto d' un colore scuro ; inselà, depresso nella 
schiena. 

Cavai gobo, e pò no pi {non plus ultra). 
Cavai zòvene, da sela; cavai vedo, da careton. 
Xe megio cavai fato che pulièro mato. 

Pulièro, puledro. Si usa per dire che è meglio per marito un uomo 
giudizioso, che un giovane scapato. 

Cavai vocio e servitor cogion, no ingana el paron. 
Né cavai imbalzà, né dona ìmbautà. 

Imbalzà, com' avesse le balze, i geli \ imbautà, imbauttata. 

Cavai che varda indrio, el g'ha poca vogia d'andar 
avanti. 

Bello anche per 1* uomo ; che quando nulla di lieto ha dinanzi a sé, 
torna volentieri a ricordare il passato. 

Oiaval resti V, noi lasse il vizi &n eh' al viv. " 

El cavai, tanto '1 vai quanto '1 va. 

Cavai che va pian, va luntan. 

Cavai che va de trot, al dura pi de quel che va de 
galop. 

Bellunese, come questo: 

Chi voi provar un cavai, vada da Feltre a Cividal. 

Chi trota de riva in su o de riva in zo, 
P è mat, che el cavai no è so (swo). 

Agordino. A Belluno: Chi core col cavai de riva in zo (giit) ecc. 

L' è miei tegnilo p' a brene, che alzàlu p' a code. " 
Cavai senza vizi, no vai gnente. 
Oaval cativo, cavai da corsa. 



54 ANIMALI 

Ai cavai fadiga {o strada) e biava. 

Perchè stieno sani, governali bene e non tenerli oziosi in istalla^ 

Tanto magna 'na rozza che un bon cavalo. 

Il ciaval no '1 pierd timp, co '1 mango la vene. ** 

Cavai da pàgia, cavai da batagia. 

Cavai da erba, cavai da m . . . 

Cavai grande, quando '1 core el spande {tentenna). 

Magnon, fa cavalon. 

De* puledri mangioni. Ma, anche degli altri bovini, in Agordo : 

Chi voi far en bon allevo, lat a baluchi, e fien pien 
el tabià. 

Tabià, fenile (tavolato?). Vedi a pag. 35. 

La carne de cavai la vai un zechin la lira. 

11 cavallo ben nutrito ha più pregio. 

I ciavai magri, more in man dei mincioni. * 

Cavai picolet, no vai un pet. 

Cavai magagna, va luntan al marca. 

Dove non si conosce i suoi difetti. 

No gh'è bon cavalo che no deventa 'na rozza. 

Vale anche in traslato, come parecchi altri dei precedenti. 

Une gabele {rozza) no dovente pujeri cui meti la siele» 
Cavalo per còrer, mulo per tirar e musso per strussiar» 

Musso ecc. il somaro è per le fatiche più grosse, da stri^azzo. 

Can indormenzà e cavalo svegìà. 

Il cane troppo vivace non serve bene il cacciatore. 

Donna in drezza e cavai in cavezza. 

Perchè appariscano bene. 

Cavala ombriosa, dona gelosa. 

Cavai che sua, dona che pianze e omo che zura, ao 
crederghe. 

Ciaval che suda femena che piando e om che dura, 
no buta ben. 

Gadorino. Dura, giura. La z cambiata in d, come presso tutti i volghi 
rustici del veneto. No buta ben, non riescono, non provano bene. 

Cavai corente, sepoltura verta {aperta). 



ì 



ANIMALI 55 

Omo a cavalo, omo morto. 

Per dire che è in pericolo di morire. — In Agordo: 

« Compra cavai, maridete ; ma racomandete prima a 
Quel de sor a. 

Mulo, bon mulo; ma cativa bestia. 

El mulo, càrgbelo sul culo. 

Càrghelo, caricalo. Nelle X. Tav. : De una Isella mula : 

Testa, de luserta; colo, de grua; gambe, de ragno ; 
panza, de vaca; gropa, de valdraca. 

Co'l sol tramonta, i aseni se ponta. 

I somari, lenti durante il giorno, devono affrettarsi la sera per 
giungere a casa. Usasi spesso parlando degli operai negligenti. 

Aseno che trote, seren fato de note e dona che cora, 
no dura un' ora. 

Val più un mus che tira, che gente che va drio. * 

Di un lavorante di buona volontà. 

I sfogi e i muss, i porta quel che i ghe mete su. 

Di Agordo. Sfogi, fogli di carta. 

Chi aseno cazza e p . . . mena, no insie mai de guai 
né de pena. 

E nelle X. Tav. Insir, e inscir, per uscire^ è anche nelle Rime in 
Ungila rustica. — Per la monta: 

Bo zovene e cavai vocio. 

Bo longo e cavalo curto. 

Bo moro, o merda o oro. 

Bo vecio, gamba secura. — e Bo vecio, solcò drito. 

Si dicono anche dell' uomo fatto accorto dell' esperienza. — A Livin: 
Buoi vegli, souc dérta. 

Col bo vecio, se despaluga el caro. 

E ad Adria: 

I bo veci despalanca i cari. — (ovvero) 
A ghe voi dei bo veci a scalancare i cari. 

Despalugar, cavare dal palude: despalancar, scalancar, cavar dal 
fango, da un ostacolo o diflBcoUà. — In Cadore: 

I bo veci no lassa '1 ciar [carro). 

II bo vecion al mur't'a la stale dal mincion. '• 



: 



56 ANIMALI 

Le vache pissa, i manzi sbrissa, e i bo veci xe quei 
che tira. 

Pissa, pisciano; sbrissa, scivolano; manzi, buoi giovani. Esiodo, nel 
poema / iavori e i giorni (trad. Beutini) Parte II: 

Due buoi procaccia di nove anni e maschi, 

Che, non crescendo più, sono gagliardi 

E pazienti, e, nel solcar, V aratro 

Non rompon, né il lavor resta incompiuto. 

Tenga lor dietro un uom di quarantanni. 

Che si cibò d' un grosso pan diviso 

In otto spicchi : ei più il pensier non volge 

A* suoi pari d'età: ma solo air opra 

Intento fa diritto il solco. 

Chi no ga boaria soa, al luni no ara. 

Luni, lunedì : deve attendere che chi gli ha i bovi faccia prima 11 suo 
comodo. 

Chi g' ha più bo, para avanti. 
Chi g' ha megio boaria, para via. 

Lavora più per tempo il terreno. Boaria, due o più paia di bovi. 
(Vedi Economia rurale, pag. 31.) 

Chi g' ha 'na vacheta, g' ha 'na botegheta. 

Le vacche giovano coi vitelli, col latte e col concime. Ad Agordo: 

Vache 'nte la stala, soldi pien la borsa. 

Chi che copa la vacia e ten el vedel, j ha '1 gervel 
sora'l ciapel. L. 

Ohi arleva, no fa formai. 

Chi alleva animali non fa formaggio. È del Bellunese. 

Da santa Catarina {30 apr.), le vache va in cassina. — e 
Da santa Catarina {25 nov.), xe in stala la berlina. 

Vedi Meteorologia ove sono altri prov. dei pastori. 

Chel di che se montèa, no se fa formai. ' 

11 giorno che le vacche salgono in montagna, non si mungono. In 
Agordo: 

£1 prim di che se va in montagna, no se fa butiro. 

Co '1 lat se arsisc xu in fond de fana, la bestia o che 
r è piena o pur melsana. L. 

Quando il latte si dissecca al fondo della padella (ted. Pfanne). 

Boi da Mei, vache da Lago e femene da Tarz. 

Non prenderne, perchè male avvezzati. Feltrino. 



ANIMALI 57 

Sìa da cavalo, sia da mulo, sta tre passi lontan dal 
culo. 

Dal bo davanti, dal mulo da drìo, e da la dona da 
tutte le bande. 

Corni de bo, cui de cavai, boca de can, sempre lontan. 

I omi a la guera e le vache in montagna, no se ga- 
rantisse. 

È deirAIto Trevigiano. 

Co le fede va in jnantagna, el lovo fa festa. * 
La piègora g' ha l' oro sotto la eoa. 

Pel concime. Ma il suo dente nuoce alle piante : 

La piègora xe benedeta nel culo e maledeta ne la boca. 

La piègora saria bona se la g' avesse la boca in 
montagna, e'I culo in campagna. 

Una feda e un agnel, magna 'n ciarldel. 

Un carro di fieno. Gadorlno come questo : 

El mes d'avrì, vèrzeme '1 ponti e làsseme thi [andare). 
o per monte o per pian; se morirei de fan, sarà 
me dan. 

L'è proprio poareto chel, che no tien gnanca un agnel.* 

La piègora xe per el pòvero, no'l povero per la 
piègora. 

Rende molto, ma costa anche molto. 

Ciavre da fen, ciavre da ben. 
Ciavre da frind, ciavre da vint. " 

Da frinii da fronde, foglie secche. 

Quando la caverà è usada a la vigna, o baterghe 
via la testa, o tagiar la vigna. * 

Co la lùgia {porca) se usa a fava, o cava la fava o 
vendi la lùgia. 

Quando ì animali no se mua de fevrer 
O cambiar el flen o mandar via '1 boèr. 

Quando non si mutan di pelo in febbrajo. Boér., bifolco. 

Se '1 porco xolasse, no ghe saria oro che lo pagasse. 

Ovvero, no ghe sario otel che lo passanse , per il sapore delle sue 
carni. È Vicentino. Xoiar, volare; venez. svolar. Vedi altri proverbi 
sotto Tavola e Cucina, 



58 ANIMALI 

GM voi un mas-cio de bona razza, arlevi quello che 
de la mare g' ha somegianza. 

Mas-cio^ porco, maiale: arlevi^ allevi: mare, madre. 

Buine boce, fa bon ardiel {lardo). '* 

Al to porco faghe bone spese. 
Perchè noi eresse né a ano né a mese. 

Go'l maìal g'ha magna, el rebalta la stagna. 

stagna^ Taso di rame stagnato. Dicesi degli screanzati e degli 
Ingrati. 

Chi ha un porco solo lo fa grasso, chi ha un fio solo 
lo fa mate. 

Co '1 porzel no mangia 'l ravanel, xi, tolè '1 bechè 
che i fìcie '1 cortei. L. 

Gal ina zòvene per far ovi, vecia per coarti. 

Vicentino. Coarti, covar li. Le donne vecchie sanno custodir meglio 
i bambini. 

La galinéta pèpola la fa do ovi al di ; 
Se no la fusse pépola, la ghe n' farla de pi. 

Pepala, nana, di picciol corpo. 

De genaro, ogni galina fa gnaro. 

Gnaro^ nido. — In Friuli: De zenar, la gialine't'al gialinar. 

Fin che la gresta no coerze l' ocio, la galina no fa 
'1 ceco. 

Finché la cresta non copre V occhio, la g. non fa V evo. 

Ogni trista polastra pondo 'n ovo da Pasqua. 

DeirAIto Trev. Ponde, ponza, fa. 

Trista quela ponzina, che da Pasqua no sia galina. 
Trista quela. polastra, che de Pasqua ovi no fazza. 

Stenta pi 'na pita a far en vof, che na gata a ghen 
far nof. 

Prov. d*Agordo. Pita, gallina; vof, uovo; nof, nove. 

La pita che no ponzo, no canta. * 

Can che la pita cianta da gial {gallo), no la pende 
guoe. • 

Galina seca, ben beca. 

De* magri e mangioni. 

Galina negra e oca bianca. 



ANIMALI 59 

Chi voi un bel pulgin, meta un ovo piginin. 

Pure, la savia massaia le scarta le ova piccine. 

L'ovo vien dal béco. 

Dal becco Yien V uovo. Si pron. bécco, rostro, e bécco, capro. — 
Il prov. si usa per dire che i lavoranti meglio sono nutriti e meglio 
lavorano. 

I due cadorinl eh* erano in questo luogo (Ediz. IL pag. 54, 56) fu- 
rono tolti perchè non sono veri proverbi, ma fattura di uno che 11 
avea stampati per tali in un almanacco. 

Per una volta se ghe la fa anc' a so pare I . . 

Mal guvier al pas al lov. 

U mal governo fa più danno del lupo. 

No vien mai carnevalot, co no vien lievrot. 
El lievro va sempre a morir ne la so tana. 
El gaio xe l'orologio de la vila. 

Ed anche: El canto del gaio xe la pope de V aurora. "^ 

Fin che gh' è fògie sul moràr {gelso). 
La lodole g'ha ancora de passar. 

El colombo toresan, g' ha mal el culo e '1 béco san. 

Do' che xe rane, ghe xe aqua. 

Do\ dove. Le rane gracidando, si sentono da lungi, e avvisano il 
carrettiere dove può abbeverare il cavallo. 

Per la gola el gato [o el can) se scola. 

Arrischia di rompersi il collo. 

La gata xe fura del pesse. 

Fura, ladra, avida. 

El gato g' avea un campo, e per un pesse el 1' ha 
vendù. 

Il giat, s' a noi muard, al sgraflgne. " 

El gato xe'na tigre domestica. 

Cui cu ame i giaz, ame lis feminis. ** 

Soricia viva mèi no se n' é xuda, da peisa 'nte mus- 
sabla ben metuda. X. 

Sorcio vivo mai non se n* andò dair esca nella trappola ben collo- 
cata. Peisa da peisè, spiare. Mussabla, da muscipula. 

Can vecio no bàgia de bando. 

I vecchi non parlano invano {de bando), 

Bòte e pan, fa el can. 



60 ANIMALI 

Dal can, la cagna; e da la cagna^ el can. 

La cagna somigli al padre, il cane alla cagna. — In Cadore : 

Chi vuò un bon cian, al iole de naia {razza). 
Can che urla, augura la morte. 

Pregiudizio. In campagna, nel morto silenzio della notte, il lamen- 
tevole mogolio de* cani mette paura colorando in nero la fantasia ; la 
quale si esalta e fa che la mente pensi che i cani augurino la morte. 

!► Rispeta '1 can par el paron. 

p Faghe carezze al can par el paron. 

^ Chi no me voi ben a mi, no lo voi gnanca al me can. 

4 Chi no voi la scarpìa, copa '1 ragno. 

Chi non vuole la ragnatelia, uccida il ragno. Chi non vuole un 
male, tolga la causa. 

Se i orbesini ghe vedesse e le vipere ghe sentisse, 
ne ghe saria omo che vivesse. 

Orbesitt, tutto lungo V Adige, si chiama quel serpentello che i Na- 
turalisti dicono Anguis lineata^ ovvero anguis cinereus, e serpente di vetro 
per la sua fragilità al menomo colpo. Il volgo li crede ciechi e velenosi. 

Se te me neghi, te me solevi ; se te me mazzi, te me 
salassi; se te me brusi, alora te me distrugì. 

Cos) parla la pulce; ed anche; se te me brói te me rinòi. Cioè, se 
mi scotti con acqua bollente, non mi uccidi, ma mi rinnovi. Broa^ nel 
vicentino, è il ranno bollente. A Venezia: 

Co i me brova, i me rinova ; co i me mazza, mi res- 
sussito; co i me buta in fogo: maridete, muger, 
che adesso moro. 

In Cadore, a S. Vito,: Se te me mazzes, me refazzo: se te me ar- 
nees, me rampego; se te me bruse, te me destruzes: — maridete, fé- 
mena, che no te me vedes pi. 

Astore, da pover'omo; sparviero, da gentilomo; falcon 
da signor e smerlino da re. 

Prov. vivo nel sec. XVI. Lo ricorda Agostin Gallo nelle Dièci gior- 
nate iella vera agricoltura e piaceri della villa, là dov' è descritta la 
caccia con quegli uccelli. 

L' ocio del falcon e l' ala del colombo, xola per tuto 
el mondo. 

Oh' è più sparavieri che quaie. 

Così nelle X. Tav. Si usa in traslato pei coureurs de femmes. 

Tri ani dura un sieve; tri sievi dura un can; tri 



i 



ANIMALI 61 

cani dura un cavalo ; tri cavai dura un omo ; e trt 
omeni dura un corvo. 

La proporzione è così :. 3, 9, 27, 81, fiiB. Siève è la siepe di vimini o 
sterpi secchi, diversa dalla viva che darà molto più. Tri è dei dial. di 
Vicenza e Verona. Nelle X. Tavole il prov. ha questa aggiunta: Tre corvi 
un fervo ; tre cervi un mundo. 

I corvi va drio le carogne. 

Si dice, per solito, di coloro che profittano dei disastri economici 
d* una famiglia, impadronendosi di tutto, con le apparenze dell' ajuto e 
della beneficenza. 

Quando che al ciante il cuch, a T è da fa par dut ; 
quand eh' al lasse di ciantà, in che volte il gran 
da fa. •• 

Ilo che'l cuch cianta, da fé no mancia; e ilo che no 
cianta'l cuch, Tè so da fé da per dut. L. 

La mere del cuch s' ha lasse la lenga davo un ma- 
rucc. Xr. 

Dietro un mucchio di fieno, che si raccoglie quando il cuculo cessò 
di cantare. 

Co canta '1 cuce ghe xe da far par tuto. 

In primavera si ripigliano i lavori campestri. ~ In Cadore: 
Gu'l cuco cianta, da fai no mancia. 

Quando canta '1 cucuc, 1' erba vien su. 
Oan che '1 cuco cianta, al nieve camina {si disfà). * 
Quando canta '1 cuco, un' ora bagna e l' altra suto. 
Quando canta '1 cuco a frasca nuda, entrada cruda. 

Di Valsugana. In Friuli: Qnand che il cuc al ciante su la rame nude,., 
la panòle ven madUre. 

Canta la calandrina e canta el merlo: 
Go in culo el me paron, xe for l' inverno. 

* Co la calandrina canta, la viola no manca. 
Co canta el finfignon, go in culo el me paron. 

Finfignon, nel Polesine, cingallegra. 

* Co canta '1 merlo, xe fora l' inverno. 

Quando canta '1 franguel bon e cativo tiente a quel. 
(X Tav.) 

Tienti a quel servitore che hai. 



62 ANIMALI 

Co canta '1 merlo e sìgola '1 tordo, xe fora V inverno 
e in culo te go. 

Sigolm, zuffola. 

Quand che la lodule a va in cìl, il pan di sòrg al 
sa di mil. " 

Sa di miele, perchè diventa scarso tanto da patire la fame. 

Co canta '1 ciù, no xe pi ora da star su. 

C»&, assiolo; sirix scopi. In primayera cessano i filò, durati tutte 
le sere, nell* inTerno, fino a tarda notte. 

Crà, era: se vien l'stà, me farò'na ca. 
Crà, era: de istà per tuto è ca. {X. Tav.) 

Così i contadini, neir inverno, udendo il gracchiare de* corvi e delle 
cornacchie. 

(Vedi Presugi degli animali) 



Astuzia, inipamio 

Co r arte e co V ingano, se vive mezo V ano ; co 
r ingano e co 1' arte se vive V altra parte. 

Co, con. È avviso, non consiglio; e giova molto saperlo, trattando 
specie coi faccendieri, coi piccoli mercanti, ecc. 
* Nelle X. Tav.z De busìe e d* ingano, se vive tuto Tano. 

Verità e busia, pianta {o tien su) la masserìa. 
Intra baogies e veritas, se fes ciases e anche taulas. 

Case e fenili. Ampezzano. — Nelle X. Tav.i con verità o con 
busia, bisogna mantegnir la masseria. 

El mondo xe dei più furbi. 

Ogni strada, g' ha la so baronada. 

Fata la lege, trova la malizia. 

Bisogna far da mona per no pagar el dazio. 

Far lo sciocco per non pagar la gabella. 

Co un soldo de cogion se viagia el mondo. 

Vedi Prudenza f Accortezza, — Nel Trentino: 

En furl)o poi far da cojon, ma en cojon mai da furbo. 
Bogna pelar la quagia senza farla Qìgar. 

Sogna o Ha, (rust. vie.) bisogna; quàgia, quaglia; cigar, r' 

A poco, a poco, se pela V oco. 



ASTUZIA, INGANNO 63 

Bia pelar la gaza senza che la cria {gridi). 
Chi tropo pela la gaza la fa Qigar. 

E nel 1857, con gli Austriaci in casa, io notava (1.54): «Servivano 
un tempo questi proverbi anche di norma air uomo di Stato per mi- 
surare le gravezze pubbliche affine di non cavare il sangue ai soggetti. 
Ora 11 progresso ha trovato modo di far senza di questa norma. » 

Le lime sorde xe quele che laòra de più. 

Deir uomo coperto e taciturno. 

Perchè '1 caro no giga, bisogna onzer le rode. 

I donativi tengon nascosta la frode. 

Chi no sa simular {o flnzer), no sa regnar. 

Anche: Chi g'ha politica, no sa regnar. 
Cui che noi sa finzi, noi sa regna. ** 

Co le volpe bisogna volpezar. 
Coi driti, bisogna esser driti. 

È Vicentino. DritOy furbo, astuto. 

El diavolo xe sutìlo, e'I fila grosso. 

rVon tutte le astuzie riescono. — In Friuli. 

No si file mai tant sutil, che il ciavez {scampolo) 
noi salti fur. 

Anca le volpe vecie se ciapa. 

Se ciapa ^ si acchiappan da sé, restan prese. 
Ance las bolps veces si làs peé. ** 

Chi trapela tende, spesso intrapolà se rende. 

Ricorda il Galigorante dell* Ariosto. 

A tìndi masse archetis, ciapin su i ucei che! altris. ** 
No bisogna lassarse ciapar la eoa soto la porta. 
YiQin a la so tana, la volpe no fa mai dano. 

La volp no ffts mai mài là che ha la tane. ** 

II mardar (màrtore) là eh* al sta, noi fas dam. ** 

A la volpe no ghe piase le zarèse, co no la ghe riva. 
Trista quela musa, che no sa trovar so scusa. 

Scusa d' un fallo, che bisogna saper trovare subito. 

Volpe che dorme, ebreo che zura, e dona che pianze, 
malizia sopranna, co le franze. 

Le done ghe ne sa una carta {o un punto) più del 
diavolo. 

E: Co le done no la g*ha impatà gnanca'l diavolo. 



64 ASTUZIA, INGANNO 

Le dono al diavolo le g'ha fata la panada, e pò le 
ghe rha magnada. 

Le done ha betù {messo) 'l diau inte forno. * 

La dona, per picela che la sia, la vìnge '1 diavolo in 
furberia. 

Brevia omnis malitia super malitiam mulieris. EccL. 
E perchè f malvagi sanno quanto son furbe ed atte al male, .se 1& 
associano .volentieri : 

El diavolo de le done el se fida. 
Co la dona voi, tute la poi. 

E: Se le done le la voi far, le la fa. 

Dona che carezze te fa, o le V ha fata o le te la fa. 
Belo parole e cativi fati, ingana savi e mati. 

Quanti reazionari e nimici della libertà si fanno credere liberali e 
patriotti ! Quanti perversi passano per onesti I 

In ca de sonaòri no se fa matinà (o no se baia). 

A Venezia: Matinada. Gli astuti difficilmente restano ingannati. 

In casa de ladri no se roba. 

L' ingano casca adesso a V inganador. 

L' ingian ciàd a ridues da T ingianator. — *^ E in Gamia : 
L* ingian va a ciase da V ingianator. 

La bissa beca el zarlatan. 

No cagar soto la neve, se no ti voi che la vegna 
scoverta. 

Quando la volpe magna erba, voi dir merda. 

Di cbi vien corrotto con danaro per far ingiustizia o tradimento. 

Quando i ladri se fa guera, segno che i xe d' accordo. 

Si dicono: I ladri de cà Fero, cbe i se barufa de zorno, e de note 
i roba d* acordo. 

Co le volpe se consegia, voi piover.. 

Modo furbesco che il volgo usa vedendo strette a coloquio p.ersone 
note per la loro malizia. — Si dice anche delle donne, ma per via 
di scherzo. 

Fa, savei fa e dàle ad intindi, son lis tre colonis 
dal mond. 

Tratar, trotar, trategnir, far centrato, xe ^ 
gambe de la furberia. 



ASTEZIA, INSANITO 65 

■Per conosser un furbo, ghe voi un furbo e mezzo. * 

Parlando di due, un più furbo dell' altro; ed anche dei fanciulli 
che sona spesso più furbi degli uomini, si dice: Xe furbo trivèls, ma 
xe pi turbo trlvelln. 

(Vedi Frode, lìapiau) 



Avarizia 

» Obi ama i soldi, vende la so anima. 
<*Do'che ghe xe avarizia, gh' è mestizia. 
L' avaro, xe 't più pitòco de tutl. 

t uallca sentenza che 11 plQ rlceo fra gli uomini è I' eeoaomo. ed 
Il più povero 6 l'avaro. Anche Ausonio; Quii pauper"! Aiùraa. Ofis 
dicei f Qui aihil cufil. 

Pi che se ghe n' ha, pi se voria avèrghene. 

In Friuli; Cui che plul ha, plul 'nras Tem. 
In Cadore; Chi pi ha, pi ve aie. 
L'avaro xe insaziabile. — L'avaro n'ha mai assei, ' 

Orazio: Scraper ocarui fsct. 

T Coi avari bisogna esser avari. 

Chi fa la roba se rode, ma no la gode. 
« Chi tropo sparagna, vien la bissa e ghe Io magna. 

Chi sparagna, la gata magna. 

DI Chi fa le ricchezze, che poi vengono o rubale o godute da altri. 

Sparagna, sparagna, e pò '1 gato la magna. 

Do robis son bonis dopo muartis : avar e purzit. " 

Da un avar tu speris ale, da un lof nuje. " 

Lupo, mangione. 'L'avaro, diceva aache a. Bernardo, t come il 
porco, che non fa ridere che quando muore.» — fLos): 

» Xe megio star vifin a un crudo, che a un nudo. 
« Megio co 'd avaro che ghe n' ha, che co un prodigo 



E: Mento aver da far co un rlco avaro, che no xe co un pbvero 

insta. 

Presto fanno pace o si 



I 



66 AVARIZIA 

Chi tien le man sarà {o Pugno sarà) 
No gh' in vien, né gh' in va. 

Sarà^ serrato. — A Livinal. di chi non ispende pel restauro della casa: 

Chi tien '1 pugn dur, crepa la piera inte '1 mur. 

Chi tien le man strete, no ghe ne cava, ma gnanca 
ghe ne mete. 

A tegnir le man saradc, no va né inte né fora. * 

Spende più '1 niisero che '1 liberal. 

Il tirchio, per ispender poco^ compra roba di poca durata e finisce 
con lo spender di più. 

Chi tien streto per la spina, spande per el cocon. 

A S. Vito di Cad: Ci che tien strento per la spina, mola per el 
cocon {cocchiume). 

Vutu {vuoi tu) un avaro ? Metighe '1 colare. 

Fallo prete. Vutu\ a Venezia: vustu. 

* I preti i g' ha sete man per tore, e per dare una. 

La sei dei fèver, {sete de' fabbri), l'avarizia dei prevesc 
e la misericordia di Dio 1' è infinita. 

♦ La dona xe come la balanza: la pende da la parte 

che più la rigeve. 

Al son de sta campana {dei denari), ogni dona da 
ben se fa 

I oci de zoeta fa deventar gaze de bosco anca le 
colombe- 

Gli occhi di civetta, le monete d'oro. L'Ariosto, XXVI: 

Cortesi donne ebbe V antiqua etade. 

Ghe le virtù, non le ricchezze amaro: 

AI tempo nostro ^ ritrovan rade 

A cui, più del guadagno, altro sia caro. 
Sparlando della scellerata Gabrina: 

Come colei che fu, tra V altre note, 
■ Quanto avara esser più femmina puote. (1). 

(Vedi Cupidità, egoismo) 

(1) In questo capitolo, nella Raccolta Toscana^ v' é un proverbio che 
dev' essere tolto via. È questo: Chi accumula e altro ben non fa, sparagna 
il pane e air inferno va. Esso apparve la prima volta neW Aggiunta del 
Gotti. Questi, avendo trovato nelle Dieci Tavole: Chi zuna e altro ben, 
ecc. prese il zuna (digiuna) per suna (raccoglie) e lo tradusse togliendogli 
il suo vero signlflca;to. Jl Pitré non s' accorse dell' inganno e prese quel 
proverbio ed altri di egual conio per veri ; 11 che non gli doveva accadere, a 
lui cosi esperto, perché i proverbi falsi chi ha buon naso li conosce subito • 



1 



67 



BelleaEza, e suo eontrarf o, fattezze del eorpo 

Bei in fasse, bruti in strazze. 

In strazze, negli stracci, vestiti; ma si dice pure: 

Bei in strazza, bruti in piazza. — e 
Bruti in strazza, bei in piazza. 

In Toscana: Canini, gattini e figli di contadini, son belli finché sono 
piccini. 

Chi nasse bela, g' ha la dote con eia. 

Ai avocati no manca mai liti, 
A bele done no manca mariti. 

Megio bela per scherzo, che bruta da seno. 

Delle ragazze yeneziane, quando uno dice loro cbe sono belle. 

Galina nanarela, par sempre polastrela. 
Dona picola, g' ha un bel passo. 

* La dona picoleta, par sempre zoveneta. 
Dona picolina, V è sempre galantina. 

* Se ti voi veder se una dona xe bela, 

Yardila a la matina co la leva. 

Fra i canti pop. vicentini e* è questo: 
Sete belezze deve aver la dona 

Prima che bela si facia chiamare: 
Alta da tera senza la pianela, 
Presta e legiadra sei suo caminare. 
Bianca de late senza lavadura. 
Rossa de rosa senza farsi bela, 
Coi oci mori e con le bionde drezze: 
Questa è la dona de sete belezze. 

« A dona bianca, belezza no ghe manca. 

A Belluno si soggiunge: a dona mora ghe ne manca ancora. 

* Dona granda, se no la xe bela, poco ghe manca. 
Dona granda, meza bela. — Om grant, mez bel. 

Cioè, r esser d' alta statura è gik buona parte di bellezza. 

' Oranda e grossa me fazza Dio, 
Che bianca e rossa me farò io. 

^ Xe megio na mora co tuti i so ati, 
Che una bianca con ^ento ducati. 

A/I, atti, scherzi, mattezzi. 



68 BELLEZZA, FATTEZZE DEL CORPO 

Val più 'na mora co i so borezzi, che 'na bionda co 
tutti i so bezzi. 

Val più 'na moretina int' una gamba, 
Che n' è una biancolina grossa e granda. 

Fin che la dona granda se inchina. 
La picola liga la fassina. 

Fin che la granda se sbassa, 
La picola neta {netta) la cassa. 

Granda, viziosa ; picola, dispetosa. 

Tol la mora per morosa, e la bionda per to sposa. 

È forse per il Nigra (jftpit, alba reemat ? 

La mora voi, la bionda poi. 

Dona picola, omo grande, serva grassa e bona fugazza. 

A lo spècie, né bruta né vecio. 

Da'na bruta zoca, se tàgia bele stèlo. 

Zoca, ceppo; ttèle \è largo) schegge. 

Bruta vaca, bel vedèlo. 

La galina negra fa '1 vovo bianco. 

^ Ogni rana, se crede 'na Diana. 

w La mora vestia de turchin, 
La xe un diavolo in giardin. 

Vedi Vesti, Addobbi. 

Bela ostessa, conto caro. 

Bela dona e vin bon, fa dei amigi al paron. 

Dona bela, critica stela. — Co le bele, eresse i corni . 

Dandosi il caso, si ripetono sempre i due versi di Michele Steno : 
Marin Faller, da la bela mugier, 
Altri la gode e la la mantien. 

Dona bela, o mata o vanarela. 

Cavai bianco e bela mugier, dà sempre del pensìer. 

Chi g'ha bela mugièr, no la xe tuta soa {X. Tav.) 

In Friuli: Cui che Tha hele mutr, no Tè date sd. 

Ciòla {figliala) bela e oci in testa. 

Amor de bela, no dura da Nadal a S. Stefano. 

E perchè le brate soglion essere molto gelose, neirA. Ven. si dice : 



i 



BELLEZZA, FATTEZZE BEL CORPO 69 

Amor de bruta dura tant da stufar. 

Bruta stizzosa, dona invidiosa. 

Le bele per dileto, le brute per dispeto. 

Son prese per mogli. In Ampezzo: 

A vorè ben a una bela, l'è pecà; a una bruta, V è carità. 

Un soldeto de pan [o Polenta senza sai), ma un bel 
viseto sul cavezza!. 

Viso genial, per dormir ben sul cavezzal. 

E ad Adria: 

Polenta e pessin, ma 'na bela testa sul me cussin. 

Sarà tutto Tero; ma: 

Inter la beleze no si rosee {rosica). " 
Co le belezze no se magna. — e 
De salti de simia no se vive. 

Chi vuol saperne il significato, ne chieda alle donne Veneziane, 
che è fatto da loro. 

La belezza dura poco. 

La beleze a va e a ven, j' è la bontat eh* a si manten.** 

£1 fumo va dai più bei. 

De' belli Tanagloriosi. Ma s* usa spesso scherzevolmente allorché, 
conversando, spegnesi un lume. ^ Fastu» inett pulekrù, sequitur super- 
bia formam. {Ovid. fast. 1.) 

A ogni fantate stan ben doi sols de tent*-in-bon. ** 
Chi bela voi parer, la testa g' ha da doler. 

Del genitori che voglion laboriose le figlie. 

Si la done ul comparì, la crodie dal ciav devi duli.** 
Ogni bella scarpa deventa 'na bruta zavata. 

Ma si dice pure: 

'Na bela scarpa, resta 'na bela zavata. 
• L' omo xe sempre belo. 
Fronte spazioso, omo giudizioso. 
Fronte a scagnelo, testa de asenelo. 
Testa grassa, gervelo magro. 
Testa grossa, Qervelo picelo. — e Teston, zucon. 

0: Grossa testa no fa bon Qervelo. 
Testa granda, gran teston. 



^ 



i 



70 BSLLKZZÀ, FATTEZZE DEL CORPO 

^ Ocio moro e cavelo biondo, gran belezza de sto mondo» 

Ocio pietoso, ocio malizioso. 

Ocio da porzel mort, ocio inamorà. {A. Tr.) 

» Oci mori, robacuori ; oci bisi, paradisi. 

^ Oci gori fa bel vardar, celestini fa inamorar, e oci 
de gata fa ispiri tar. 

Questi sono i bianchi; gari^ i castanei. 

* Oci mori vai tesori, oci bisi fa servisi. 

El sguerzo {ffìj^rció) V è maledeto per ogni verso. 

* Un bel naso, fa 'n bel omo. 

Su un biel porton, par bon un biel batel. •' 
<» Naso grande, gran comando {o gran saver). 

I nasuti sogliono avere un aspetto che impone. A Trieste: 

Naso grando no guasta belezza. 
Xe mègio esser schizza, che napa. 

Napa, capanna del camino. Meglio esser camuso, che avere le narlcf 
larghe. Ma si risponde: 

Napa no sconza camin. 

* Xe mogio aver da far co 'na cita che co un naso rebecà» 

II naso volto all' insù ; creduto indizio d' irascibilità. Anche : 
Da un naso rebecà, tiente indrìo sete ^ità. 

*• Megio vender un campo e 'na ca. 
Che tor 'na dona dal naso leva. 

A ogni muso ghe sta ben el so naso. 

^ Tuti i nasi se somegia, e no ghe n' è nissun de 
compagno. 

* A muso belo, par bon ogni capelo. 

I bianchi per natura, del sol no g' ha paura. 

Ohi nasse mori, no g' ha paura del sol. 

Tera mora fa bon pan, tera bianca fa ledan {o tera 
rossa fa malan). 

El bianco e'I rosso va e'I vien, el zalo se mantiene 

Quela che g'ha le busete su le gote, se marida 
senza dote. 

Gote, non è del dialetto e non si usa che qu\, per la rima. 



i^ 



BELLEZZA, FATTSBZB DBL CORPO 71 

Boca bela, boca cortese, 

E la ragBzis n cai tIgh d«uo, risponde, accortamente, per la rtma: 

Conformt al guadagni, se fa ansa le spese. 
(A buon ialeadttor pocbe parole). 
Socia grana, na ciampaDa; oregle grane, gran senti: 
a de tei, lèvaje '1 ciapel e pò làsseje xi [andare). L. 

Usaal per canslgllar« a guardarsi dal chiaccberoni o dagli spioni. 

Chi ga denti ciari, i xe fortunadi. 

Una delle tante credenze volgari. 

»MaD picinina, testa fina. 
» Man granda, cuor picolo. 
Carne grassa, sempre ingiazza. 

I pingui hanno le carni rrescbe. 

La bela carnagion, xe '1 novanta per geuto. 
Qiera lustra, no va a la giostra. 

Pelle lucida Indica salute fievole. 

Recia longa, vita longa. 

DI cbl Fa castigalo d« gloTane, che viTe plil savlameille. 

Canù, no se credù; ma pela no dìse la verità. 
El cianù non è cardù, l' inflzà dis ra verità. 

ADipeuano. ìn^xà, con la pelle a Olie. rugosa. 

Cavel canìi, no xe credù ; pele rapa, dise la verità. 

Boll' A. Tre».: el gtespfc dia la verili. 

I cavèi bianchi, xe testimòni falsi. 
Cavèi longhi, poca testa. 
Longo cavolo, curto gervelo. 
Chi no g' ha barba, manco gervelo. 
El gaio senza gresta xe un capon. 
E r omo senza barba xe un cogion. 

Stria tirile iecai, et line taria pecat. Addlmandato Diogene, 
perchè si nutrisse la barba: Non per altro, rispose, cbe per mostrar 
di esser uomo. 

• Dio me varda, t 
Chi è grande, n 
Ometo, s-ciopèto 

neir A. TreTlsa 
no Tal un p«t. - I 



72 BELLEZZA, FATTEZZE DEL CORPO 

Xe mègio un gran de pèvare [pepe), che un stronzo 
d' aseno. 

Ne la bote picela sta*l ben vin. 

\ Omo grasso, omo bon. 

Vero assai spesso. 11 Montègut, parlando di Falstaff, dice: Au fond^ 
il est bon homme et aans malice offenstve^ camme sont tous lei hommes gras , 
car il n* y a de méchant» et de ferver» véritables que parmi les maigres. 

I omeni no se misura col brazzoler. 

Gli uomini non si misurano a canne. 

Picelo al baio, grande a cavalo. 

La brava balarina, poco pan la impina. 

Poco pane basta a cibarla, perchè si serbi snella. 

Cun cui r ha la gose {gozzo), no fevelà di gose. " 

^Nè panza, né regnai né tosse, nò goba no se poi 
scender. 

Un zoto (zoppo) camina per oto. 

Ne zot, né ross, mai ghe n'fos^. 

Bellunese, come questo: 

Salvete dai zot, dai ros e dai tignos. 

El gobo, el zoto e l'orbo, g'ha'l diavolo in corpo. 

A fàrghela a un zoto, ghe voi un dreto. 

Dreto (venez.) dritto, furbo, scaltro. Il popolo dice che il peggiore 
dei diavoli è il diavolo zoppo. 

Chi g' ha '1 colo storto, no lassa de far mal che co 
r è morto. 

Chi ha, non che fa il colo storto; pel quale Tedi Simulazione 
Ipocrisia. 

Vardete dai segnai da Pio. 

* Dai segnai da Dio, tre passi indrio ; da un zoto, oto. 

Indrio, indietro. Ovvero : Da V ira de Dio tiente tre passi indrio, e 
da 1* ira de un zoto, tientene oto. 

• Dai segnai da Dio, staghe tre pàssi indrio; da un 

gobo, stàghene oto, e da un zoto, ventioto. 

Senza tante parole contro la persecuzione che il turpe volgo fa a 
quegli infelici, che esso chiama / mali segnati^ basterà eh' io ricordi 
che nel settembre del 1875, a Figline, in Toscana, un gobbo deforme 
dopo avere più per anni sofferti gli oltraggi e gli scherni dei monelli, 
giunse a tale prevertimeato che ne scannò cinque. 



i 



BeLLBZEA, FATTEZZE DEL CORPO 73 

Il gobo, il zuet, e il uarb, han il dìaul t' al cuarp. " 
Bona pelosa, o mata o virtuosa. 
Omo rosso e femena barbuta da luatan tre mia la 
saluta, con tre piere in man. 

É nelle X. Tmolt. Mia, migUa; piere, pietre. 

Eie co la barba, e omin senza, da longe se i fesc la 

reverenza. L. 

Èli, elleno, le danae. 
Yàrdete dai cani, dai gati e da le done coi mustaci. 
D'una vegla pelada. s-cìampèvene via: o che 1' è 

stè 'na p - . . , che l' è 'ncora 'na stria, L. 
S' un eie pelè, sta '1 malan a se sferdè. L. 

Sur nn capo pelata ala 11 diaTolo a rinfrescarsi. 

Omo peloso, o mato o venturoso {ovvero o forza o 

lussurioso). 
Rosso dal mal pelo, cento diavoli per cavèlo. 
Ros mal pel, tre soldi al cavel. [A. Ven.) 
Rizz e ross, mai ghe n' foss. 

Di FeltTG, ove I veecbi sagglungono: pel bianco, ancora mania. 

El QÌel me Tardi da la tosse, da quei da le barbe 
rosse, dal vermo del fenocio, e da quel! de un 
sol ocio. 

Barbe rosse e triste fede [pecora] cui che la prove 
no la crede. '" 

Anche: Barba rosse, pel di diaul. 

Voge sfesa {fessa), farvelo che no pesa. 

Vate (lenez. Mc) <fe«i. la voce elridula: r Imagine ètolla dal suono 
ehe manda no Taso, di terra o di vetro, che sia fesso. 

• Vàrdete da 1' omo che ga la ose da dona. 
«Yàrdete da la dona che ga la ose da omo. 

Fredo e fame, fa bruto pelame {pelle). 

* Un bel sentar, fa una bela dona. 
Fin al zenòli, ogni ^ 

e tu. ** 



74 



Benefleenca, dono 



• Un benefizio no xe mai butà al vento. 

* Chi fa ben, trova ben. — e Chi fa la carità, la trova. 

Quindi : Carità fa carità. 

Le caritè xe le prime trovò. 

ProY. dei contadini. — Nel Cadore: 

• La carità onesta, la va for da la porta e la entra 

per la fenestra. 

La caritat a va fur p' al balcon e j entro p' al 
puarton. *• 

Anche : Chi dà per el balcon rlQCve per la porta. 
In Cad.: Sporde par porta, e gen inte par finestra. 

> La carità l' è meio farla che dimandarla. ( Ver.) 

Lo dicono i poTerelli e chi s' impietosisce di loro. In questo senso 
1 Friulani: L* è mei dà, che ricevi. 

A fa caritàt, no si dovente puars. 
Dà un, e ti gh' avara [avrai) gente. 

* Chi dona ai poveri, impresta a Dio. 
Fas il ben, zenze cialà a cui* '* 

"^ A far del ben a sto mondo, se lo trova ne V altro. 

Chi no semena, no racolge. 

La carità, manti en la ca. 
^ La carità, farla anca al diavolo, la xe sempre ben fata. 

Ovvero: La carità, xe bona anca fata al diavolo. 

A far la carità, no se va in miseria. 
El servizio torna a casa col guadagno. 
• Chi servizio fa, servizio aspeta. 

Aspeta, vale tanto aspetti, che aspetta. Tutto TAlto Veneto ha la 
forma del condizionale: aspete, aspetti. 

No bisogna far mal, per sperar ben, 

i Chi dà per aver, no dà gnente. 

L* omo vive de V omo. — I cop se dà > 

l'altro. •• 



i 



BENEFICENZA, DONO ' 75 

I omeni xe come i copi : i se dà da bèver un co V altro. 
S' ha 'na man da de, e V autra da to'. L. 

Una man lava l' altra, e tute do lava *1 viso. 

Une man lave V altre e datis dos layin la muse. ** 
Bei proverbi ; che mentre dicono una Tcrltà di fatto, suonano com e 
un consiglio al soccorrersi e al beneficarsi, Sofocle, neir Ajace: 

Pur se da* grandi aiuto 

I piccioli non han, debil sostegno 

Questi son dello Stato : ot* è congiunto 

L* umll col grandi, e con gli umili il grande, 

L' un de V altro si giova e s' avvalora. 

Ma non puossi agli stolti 

Queste insegnar vere sentenze . . . 

« Xe mogio un io, che gente ie darò. 

« Non dire al tuo prossimo, va e torna e domani tei darò, quando 
puoi dar suir istante. » 

La bona mare no la dice: vusiu?', la dise; tid. 

La buona madre non dice: vuoi ttt?\ la dice to\ Tiò e del vene- 
ziano. Il veneto è tó, togli, prendi. — La bona mere disc: toi; e no : 
'n vesto? L. 

II benefìzi no 1* ha da jessi fat par fuarze. ** 
^ Carità per forza, fior che spuzza. 

^ Chi dà presto, dà do volte. 
Chi fa sùbito un piaser, al fa doi volte. 

Così a Belluno. Al fa dai olle, lo fa due volte. Con forma meno 
popolare si dice: Un benefizio lungo ateso, perde molto del so peso. 
— « La vera liberalità, diceva il Tassoni è quella che stilla da sé senza 
essere spremuta. » 

A dar se va con do sachi. 

Bar, nei due sensi di donare e percuotere. 

Ohi no n' ha, no n' dà, e chi n* ha, manco ha. 

Ai poveri manca il modo, al ricchi la voglia di far carità. 

Là eh' a no è femine, il puar patis. 

Doi pitocs su une puarte no sta ben. 

Nessun va a ziri par fa caritàt. '* 

'• Bel mestier sarave '1 mio, se no ghe fusse el va 
con Dio, 

Soliloquio deir accattone. 

* Chi refuda pan, xe pezo d' un can. 



•• 



•• 



76 BENEFICENZA , BONO 

Quel che no se poi aver, se dona [si doni). 

De' crediti inesigibili. — I due che seguono sono usati dai fanciulli 
che hanno anch'essi i loro proyerhi, meno sciocchi di quel che paiono: 

• Chi dà e pò tol, ghe vien la bissa al cuor. 
Ohi dà e pò domanda, ghe vien la bissa a la gamba. 
Chi ben dona, caro vende, se vilan no xe chi prende. 
No se varda el dono, ma'l donator. 
A cavai dona no se ghe varda in boca. 

La cosa che non costa, non bisogna guardarla minutamente. Delle 
cose regalate non si deyono notare i difetti. —Eccolo in tre altri dia- 
letti: 

A ciayal donat, no si ciale in boce. ** 

A ciayal douè, no se ciala'n bocia. I. 

A ciayal dona, no se yarda ithe bocia. (5. Tito Cad.) 

A san Dona» no se ghe varda su. 
A san dona, falche sempre bon viso. 

Ma sconsigliando la troppa liberalità: 

Dona xe morto, e so pare (o so mugier) sta male. 

A Venezia, scherzando: San Dona sta de là de Piaye. 
In Cadore: S. Dona è morto in Piaye. 
In Friuli : S. Donat Tèa Giyitàt. 

I santi de casa no fa miracoli. 

Per miracoli s' intendono i gran fayori, le generosità, i beneficj 
straordinari : in casa le persone si conoscono, ed è difficile la seduzione 
r inganno per ottenerli. 

Chi g' ha santoli, g' ha buzzolài. 
Roba donada, la sta ben rincurada. 
Chi tol in don, impegnaci più bon. 

Per ricambiare degnamente, si riserbano le cose migliori. 

Pan brontolòu no fora le budele. * 

Il beneficio accettarlo anche se rimbrontolato. Pan brontola no fora buèi. 
I brontolai no fora le budele. (Calalzo di Cad.) 

Le belo parole no impenisse la panza. 

Ed a Vicenza : Le parole no impièna la panza. 
E quando uno promette per V avvenire, allorché 11 bisogno urge 
si dice ironicamente: 

Cavai, no sta a morir, che l' erba ha da vegnlr. 
Ovvero: Trota cavalo, che l'erba vien. 



BENEFICENZA, DONO 77 

Cui CU dà lu det al mat, al vul lu det cun dut lu 
braz. *• 

Più si concede a certuni, più crescono le loro esigenze. 
Chi 1 dà *1 deit al mat, U voi la man con dut afat. L. 

Chi Qontenta, gode e stenta. 

Un riccone veneziano, a chi lo esortava ad essere di buon core 
rispondeva: Bon cor, bocon per le vivete. 

(Vedi Cupidità. '— Guadagno.) 

Beoigrnltà, perdono 

* Co le bone se vinge {p se otien) tuto. 
El tenero rompe '1 duro. 

Le bone maniere compra tuti. 

Le bone parole no liga [non allegano) i denti. . 

Le bone parole onze, le cative ponzo. (X. Tav,) 

> Poco fìel fa amaro molto miei. 

Tant più doucia l' è la miei, tant più exia 1' è la 
flel. L. 

Exia esia^ acido, di amaro sapore. 

'Na giozza de miei, conza un mar de fiel. 

Col miei se ciapa le mosche, co l' asedo le se para via. 

* Se ciapa più mosche co una giozza de miei, che co 

un baril de aséo. 

Ciapa pi mosses un sculiè de miei, che *na boto d' asieo. * 
No si ciapin lis mos-cis cu Tasét. ** 
Ma per liberarsi da certe mosche un po' d* aceto ci vuole. 

Cun t'un ciavel, si po' guida un carnei; cun t' un 
ciadène, no si lo mene. *' 

El miele se fa locare i dii. 

È del Polesine. Il mele si fa leccare le dita . 

' No ghe xe che Dio senza difeti. 

E per renderci perdonevoli verso gli altrui difetti o mancanze 
usiamo questi modi proverbiali: 

V Tuti g' ha i so difeti. 
I Tuti semo fioi d' Adamo . 

^Tuti semo ati a falar (o semo de carne), v 



* 



-^ 



78 BENIGNITÀ, PERDONO 

• Ama chi te ama, e no odiar chi te sprezza. 

E per ischerzo, facendo la rima: A chi g' ha rote le braghe, mète- 
t ghe'na pezza. 

ìOhì sa, sa compatir. 

rBisogna compatir, per esser compatidi. 

Talvolta siamo indulgenti perchè altri sia indulgente nel giudicare 
di noi e della nostra negligenza nel fare il proprio dovere. 

1 Per esser perdonai, bisogna perdonar. 

Andassero al governo dello Stato i malfattori, abolirebbero perfin 
le carceri; perchè si perdona volentieri a quelli che si amano. 

* El perdonar xe da omo, el desmentegar xe da bestie. 
Tropo bon, tropo cogion. 

(Vedi Ingiurie^ offese) 

Bisognilo, necessità 

^ El bisogno insegna [o fa far de tute). 

11 bisogno, le aversità acuiscono l'ingegno. — A Feltre: 

La boleta la guzza el talent. 
Bisogno fa brav' omo. — e El bisogno fa coragio. 
La necessitai fa V om mostri. 
L' aseno che g' ha fame, magna d' ogni strame. 
^Oo se g'ha fame, anca'l pan duro xe bon. 
Co se g'ha fame, el pan sa da carne. 

Vedi Tavola, 

Par distudà il fùc, {o la set) ogni aghe j' è buine. •* 
Per cavar la sé, tuta l' acqua xe bona. 

Ovvero: Anca T acqua cativa cava la sé. 

Oo se ha'na bona siede, l'è bone anca le lavadure, 

ProY. di Venas. Siede^ sete. Facetamente si dice: 

Da bisogno, xe bon anca Togno [Antonio). 

Ma anche, senza la rima, e nel medesimo senso. 
Dà bisogno tuto xe bon. 

<3o V acqua teca '1 culo se' impara a nuàr. 

Kuar (vicent. noàr) nuotare. — Nel Cadore: 

^uan che Tega tocia'l cu, se 'mpara a nodà. 



^ 



BISOGNO, NECESSITÀ 79 

A mostrar el culo no ghe voi vergogna. 

Nel senso del seguente : 

Chi g' ha bisogno, se sbassa {s'abbassi). 

Chi g' ha bisogno de fogo, sporza {sporga) la paleta. 

Chi g'ha fame, no g'ha sono. 

La fame scazza '1 levo dal bosco. 

La fan ffts jessì il lov d' a tane. ** 

Aqua e panadéla, fa scapar i frati da la gela. 

Si usa per chi sta a letto per male leggero o immaginario. 

A la credenza del pan, se ciapa'l can. 

In mancanza de cavai, anca i aseni trota. 

La natura se contenta de poco. 

In mancanza de gàmbari, xe bone anca le zate. 

Zate^ zampe. — A Belluno: 

Co no gh' è pan, è bone anca le croste. 

Co no gh' è più sarèse {ciriege), xe boni anca i màneghi. 

Co tu has di ara, no sta a presta la uàrzine {aratro)** 

In tempo de guerra, ogni cavalo ha soldo {o ogni 
arma serve). • 

Quand che la polente j' è pìzule, tenti la to fete in 
man. 

Mangia co si ha fan, bevi co si ha set, durmi co si 
ha slum e eia co si ha sen {bisogno). 

* In tempo de vendèma, ogni gesta vocia xe bona. 
% In tempo de borasca, ogni tavola basta. 

Onde che se va, ogni erba fa. 

Ogni erba è buona a pascer il bestiame. Prov. dei pastori lungo il 
loro viaggio. 

La necessità fa menar le man. 

♦ J^ecessità no g' ha lege {o rompe la lego). 
El bisuoi fa i pui co la lege. 

D* Auronzo. 11 bisogno fa ai pugni con la legge. 

La fame no conosse rason (o no ragiona). 

La fan V è un trist consejr. ** 



80 BISOGNO, necessitX 

* La necessità fa V omo ladro. 

I bezzi e la fame xe do gran scongiuri. 

Sono due gran tentazioni. 

La fame xe compatìa. 

* Co se xe per negarse, se se ciapa anca a un branco 

de spini. 

Chi è portato via dalla corrente s'attacca a ogni spino; ed un 
prov. turco dice: Chi casca neir acqua, s' abbraccia anche al serpente. 

Per quela strada che no se 'oràe 'ndar, se conc còrer. 

DeirA. Trev. Oràe, vorrebbe, sinc, del venez. vorave; se conc, sì è 
costretti. 

Di chi mai se crede, se po' ave bisuoi. * 
Dove no se voi andar, bisogna còrer. 

Dicesi anche degli accidiosi e pigri nei loro doveri, che indugiano 
e poi devono affrettarsi. 

Baonl e malTagrl 

*^Aqua tùrbia no fa specio. 

L' acqua torbida non fa specchio. Difficile penetrare nel cuore dei 
malvagi: e quando vi ci proviamo, la nostra niente si confonde, come 
si confondono i nostri lineamenti specchiandoci neir acqua torbida. 
Così negli affari degli imbroglioni non ci si vede mai chiaro. 

La pita co 1' ha fat l' uof, la cianta ; ma '1 giat co '1 
l'ha fata, '1 la cura su co là ciata {zampa). L. 

Chi fa il beire, lo palesa; chi fa del male, guarda di nasconderlo. 

La peso roda del caro xe quela che ruza. 

Così a Venezia, Ruzà, rugghia, fa romore. A Vicenza : 

La rua pi trista, xe quela Qiga. 

A»a, ruota ; figa, cigola, grida. 

Chi nasse lovo, no mor agnelo. 
Erba cativa, eresse presto. 

* Erba cativa no mor mai. 

Questo prov. è citato in una buona prefazione d' un anonimo alle 
Lettere Provinciali di Luigi di Montalto (Pascal) con note. Vep<>^ * 
MDCCLxi « Nella stamperia de* PP. Ges. nel f. deret. » « Con *' 
de' PP. Superiori. » Sei volumi ; importanti per conoscere a e 
era giunta la corruzione della nostra lingua del secolo XVIII. 



"5 



BUONI B MALVAGI 81 

* I omeni xe co' fa i lueloui, de cento ghe n' è do de 
boni. 

Co' fa^ come fanno. — «Le roi fut fàche pour la nature humaine 
que de ces soixante et quatre danseurs il y eùt soixante et trois filous. » 
Volt. Zadig, 

^ Ghe gera un solo galantomo a sto mondo, e i P ha 
pica. 

Ghe gera.^ e* era; e r hanno impiccato. 

% I galantomenì xe rari come le mosche bianche. 

#De galantomeni in mile, un; in Qento, nissun. 
^ Si dice pure: I galantomeni g* ha d* aver el pelo su la palma de 
la man. 

Chi voi far un bricon, lo meta in preson. 
Né malatia né preson no fa mai Y omo bon. 

Quelli che vogliono migliorare Tuomo carcerato, mi parvero sempre 
utopisti. — Dicesi anche: 

Né baston né preson, fa V omo bon. 

Bati el bom, el vegn meior; bati '1 trist, el ven pegior. 

Batti il buono, e'mègliora; batti il cattivo e' peggiora. È di Rove- 
reto, prov. di Trento. 

Tàgia la eoa al can, el resta can. 
Pezo gente, megio fortuna. 

È uno dei prov. più comuni a tutti i paesi. Ecco che cosa diceva 
quel furbo plebeo ai suoi compagni di delitti, veri socialisti del sec. XV: 
«I fedeli servi sempre sono servi, e gli uomini buoni sempre sono 
poveri; né mai escono di servitù se non gì' infedeli ed audaci, e di po- 
vertà se non i rapaci e fraudolenti.» (Macch. St. 3). 

A far el birbante se guadagna un mondo de indulgenze. 

1 buoni non hanno bisogno di indulgenze, però avviene che sono 
spesso dimenticati. 

Ohi mal pensa> mal fa. 

La boto dà del vin che la g'ha. 

Ciascuno opera secondo sé stesso. 

Ognun xe fio de le so azion. 

Tute le bòte [hotti] sa del so saòr. 

La m . . . sa sempre del so saòr [sapore.) 

Co la m . . . monta in scagno, o che la spuzza o che 
la fa dano. 

Asperim nihil est humili, quum surgit in altum. (claud). 

CR. PÀSQUàLIGO ^ 



82 BUONI E MALYAai 

dal cao o da la eoa, el pesse sa de la soa. 
El diavolo, éo noi porta, el strassina. 

Anche a Liviaal.: Chel eh' el diaul no po' porta, el strassigna. 
poco molto i cattivi vogliono far del male a ogni modo.— In Amp.: 

Agno che '1 diau no po' ficià ra testa, el fida ra coda. 

Dov' è passa la volpe se sente l' odor. 

Tra i dòdese apostoli ghe xe sta un Giuda. 

Il giurament dal lov, se al dure un' ore, al dura trop. 

Per un trist, gente patiss. 

Cento patiscono. È dell* Alto Trevisano. A Belluno: 

No r è mai an bricon, che no ghe n' sia un pezo. 

L*é, vi è; an, un. 

Gente de cucagna, chi perde lor amor assai vadagna. 

Gli scrocconi e ghiottoni, che non pensano che a godere a spese 
altrui. È nelle X. Tav. con questo: 

Gente d'Esau, chi ghe n'ha'na volta no ghe ne 
voi più. 

Odio de preti, vendeta de frati e rogna de ebrei, 
miserare mei. 

In Cadore: 

Odio de preti, barbarità de frati e petegolezi de mó^ 
naghe, libera nos^ dom^ine. 

1 storte no sta ben in nessun luogo. 

Gadorino, e dell' Alto Veneto questi dello stesso senso : 

El legn catio va in stèlo. — El storto va in stèle. 

Del legno cattivo si fanno schegge da buttar al fuoco. 

L' agnel bon, teta da doi mares ; chel superbo, gnan- 
che da una. * 

L' agnel umil tete dos màris, chel trist nance la sd. ** 
Umile, buono, docile. Prov. delle madri ai loro figli. 

El miei se leca, e '1 flel se spua. 

Si sputa. I ca ttivi si respingono. Nell'Alto Trevisano: 

*Del bon temp e de la bona zent no se se stufa mai. 

Né dal bon timp, né d' a buine Int, no si stufisi mai. ** 

Cavalo bon, no ga bisogno de spron. 

-^Dei boni se fa quel che se voi, e dei cativi quel che 
se poi. 




BUONI E MALTAGI 83 

Omo de confin^ o ladro o assassìn. 

Anche per questo V unità nazionale fu un gran bene. — In Friuli : 
Int {gente) di confins o laris o assasslns. 

V àrdete da can che no bàgia, e da cortei che no tàgia. 

Guardati dai taciturni. — (Vedi Compagnia.) 

No gh' è bon cavalo, che no scapuzza. 

•^0 ghe xe mai sta farina senza sémola, nosela senza 
scorzo, gran senza pagia e omo senza difeto. 

No ghè vovo che no sbàzzega {gimzzi.) 

• Ogni colombo g' ha '1 so fiel. 

- Ogni bissa g' ha '1 so velen. 

Anche i migliori hanno il loro difetto. Chi pretende di voler esser 
perfetto, pretende di non essere uomo. 

No se nomina un tristo, che noi sia visto. 

Perchè 1 tristi dan .più neir occhio e se ne parla più volentieri che 
de' buoni, i quali passano inosservati ; ed anche perchè i malvagi fre- 
quentano la società affine di impedire, con la loro presenza, che sì 
parli di loro. Quindi le altre varianti: 

Mo se nomina *\ love, che no se ghe ne vede la eoa. 

Chi g' ha M lovo in boca, lo g* ha da drio la copa. 

Co si nomine il diaul, al càpite. ** 

Casa 

Dona soa e casa soa. 

Gasa mia, mama mia, per povereta che la sia. 

Casa mia, libertà mia, pan e agio, vita mia. 

Agio, aglio. È in una piccola raccolta mss. fatta circa il 1840, da 
un Gius. Piazza, che morì nel ISSO. — In Cadore : 
Giasa soa, femena soa^ pan e aga in vita soa. 

La casa mia, per picola che la sia, la me par sem« 
pre un abazia. 

Pare me, mare mea, pan e ai, ma a casa mea. {A. Ven.) 

Noi par mai tant biel che a ciase so. *• 

Mei famei a ciase so, che paron a ciase d' altris. ** 

Magari mal, ma a casa soa. 

E : No gho xe de mègio de casa soa. 

Mògio de tttt se sta a casa soa. {Bell,) 
Clasa soa, e pò no p\. {Amp.) 



84 CASA 

El pan fato in casa xe sempre el più saorio {saporito). 
El pan fora de casa xe o massa sala, o massa dessavìo. 

Deitano^ sciapito. — I piaceri domestici sono i più sicari e i più 
puri. In Alpago: L*è mei el pan de casa, che*! pan forest. 

El vin de casa, no imbriaga. 
A ogni oselOy so nio xe belo. 

A ogni Gsel, al so nit al ghe par bel. {Feitr.) 

Ogni formigola ama'l so buso. 

Ance il lov zir {cerca) la so cove. ** 

Lìgheme le man e i pie, e mètime tra i mìo. (X. Tav.) 

Per esser contenti bisogna star a casa soa. 

A casa soa, se se scalda *1 cui e la eoa. 

Dove se nasse, ogni erba passe {pasce). 

Nella casa, nel paese nostro tutto ci è dolce, perchd condito dal- 
r amore del proprio nido. (Vedi Vutar paese.) 

Chi no g' ha casa, no fa galèta {bozzolo). 

Di chi non ha oye allogarsi, e non ha stabile dimora. 

Roa, roa, co xe sera, tuti va a casa soa. 

Lo dicono i contadini tornando la sera a casa; ove, col dolce ri- 
poso, ogni cosa più cara li attende. Aoa, roa ; mota ruota, e gira e 
gira: alludendo al continuo laToro della giornata. 

Mior un ciod so, che un palaz d' un altri. ** 
Tuti xe paroni a casa soa. 

«In casa saa ciascuno è re.» A S. Vito di Cadore: 

A ciasa soa, se fas come se voi; fora, come se poi. 
Tuti i cani bàgia al so pagiaro. 

Bagia, abbaiano. In Corsica si dice che ogni cagnolino diventa cane 
dinanzi al suo uscio, -i- A S. Vito di Cadore : 

^Yal pi an orbo a ciasa soa, che chel che vedo a 
ciasa d' autre. 

La clave (chiave) xe la pase de le case. 

Chi voi ladri in casa, sere su. 

Feltrino. Non bisogna mostrar diffidenza verso la servitù, tener'* - 
tutto sotto chiave. 

Porte averte, tende a le case. 

Di giorno, la porta apèrta fa credere che dentro 
È soltanto dei paesetti, dove tutti vivono come in famiglii 
reciproca. 



La porta de drìo, xe qaela che guasta la ca. 
Beata quela ca, che an bataòr sol g'ha. 

Date nun rMIIdo più (amiglie. Perciò sL dice: 

Meza casa, mezo inferno. 

Casa nova, chi no gh' in porta, no gh' in trova. 
Fato '1 lete e spazza la ca, dona mìsera e nìssun 
lo sa. 

La pulitezza fa apparir meno la miseria; e non costa Dalla: 
Poco e neto, Io poi ogni poareto. 
Leto fato e dona petenada, e la casa è desirigada, 

Drilrigada, finita di pulirà. In Agordo: 

Let fat, fogher scoà, femena petenada, la casa è de- 
strigada. 

'Ma casa senza dona, xe'na lanterna senza lume. 
'Na bona massera, 'na sciata parona, guai 'ote 'na cesa 
se j'ha sta coIona. L. 

Quando la paiirana è caltiia (led. scUeeM), una serva aueo buona 
stenla a lenere la casa In buon ordine. 
Chi voi tegner la casa monda 

No tegna né prete né colomba. 
Né preti, né fra, né colombi calza, do gbe ne vdi ne 

la mia ca. 
Beata quela casa, che no gh*.è cèrega rasa. 
" Cusina che filma, dona cativa e coverto roto, manda 
V omo in malora de troto. 
Tris robis s-ciazin la int di ciase : la cuisine fumose, 
le ciase descavierte e la femine rabiose. " 

ic sul fogher i sta ben. 



Magi 



.*T^ 



86 COMPAGNIA, VICINANZA 

L' è miei un stai bisuoi {soli)^ ch^ no un pala^^ in: 
compagnia. 

E cosi a Livinallongo: L*è mlec 'n stalot soi {soli) che 'n paiaz *ir 
compagnia. 

Pi poca gente, mogio filò. 

Dei contadini. «Poca brigata, vita beata.» Filò, veglia nelle stalle,, 
durante. V inverno. 

« Vita sola, vita beata. 

ProY. di chi è dannato a vivere con chi non gli piace. 

I storlini che va a s-^ciapo, se smagra. 

S-ciapo, stormo. 

i Un pomo fato in tochi, el contenta pochi. 
Xe mogio una volta soa, che do a la parte. 

E de' fittaiuoli quando hanno a dividere qualche cosa col padrone : 
in generale dei compartecipanti. 

Morta la vaca, finia {o in cao) la sògida {società). 
La rasa {raggia) cien dal legn. {A. Ven.) 

Cien, tiene. I cointeressati si sostengono a vicenda. — Del sostenere 
insieme le fatiche e i dispendi si dice: 

Un poco per un, no fa mal a nissun. 
Un bianco e un brun, un tanto per un. 

Ognun paghi la sua parte. 

No te far capo de la compagnia, 
Perchè Tè'l capo che paga a T osteria. 

Chi ordina paga, dice un altro. 

Soli no se sta ben gnanca in paradiso. 

La piòre fur dal trop {gregge)^ y è simpri triste. *• 

Miei patì in compagnie, che gioldi soi. •* 

Un legno solo no arde. 

Per la compagnia, s' ha maridà anca un frate. 

n Friuli: La compagnie maride il frari. 

Tre fa s-ciapo. — Tre fili fa un spago. 

L' union fa la forza. — Do cani bate '1 lovo. — Do 
fradei, bate do castèi. 

Ogni simile ama'l so simile. 

El sangue tra a uno. 

De* congiunti, che si amano; quando sì amano. 



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L 



COMPAGNIA, TICINANZA 87 

Can no magna de can. — Fra lovi, no i se magna. 
Corvi co corvi, no se cava mai i oci. 

È pure nelle X Tavole. 

Un solo no poi far tato. 

Assae man, fa presto '1 pan. — Fra tuti se fa tuto. 

Tutto ya innanzi per forza d' associazione. 

Ogni palo fa sieve. 

Un bon compagno per strada, te porta a cavalo. 
La pipa {o £1 lume) xe 'na me^za compagnia. 
In un s-ciap gh' è {o ghe voi) sempre '1 so mat. 

Feltrino. Mat, uomo allegro, poeta, ecc. 

Dime '1 compagno, e te dirò chi ti xe. 
Varda chi pratico, e ti savarà chi son. 

Ovvero : Se ti voi saver chi so' vàrda chi pratico. 
^ Vustu saver chi Tè? varda chi '1 pratica. 

Chi sta con Dio, no sta col diavolo. 

I amigi cativi conduse l' omo su la forca. 

« E' dicono il vero quelli che dicono, che le cattive compagnie 
conducono gli uomini alle forche ; e molte volte uno capita male così 
per essere troppo facile e troppo buono, come per essere troppo tristo. » 
{Mandragora, IV. 6.) 

Assae vadagna chi p . . . perde. (X. Tav.) 
Cui cu clamine coi zuez, l' impare a zoteà. '* 

^ Chi sta col prete impara a cantar. 

i Chi sta {o pratica) col lovo impara a urlar. 

Col lovo se è e col lovo se urla. * 

Chi sta coi cani, s' impenisse de pùlesi. 

Chi dorme coi cani, se leva coi pulzì. {Vie.) ^ 

Coi birbi, el galantom fa la figura del cojon. 

Se è galantuomo vero, se ne separa presto. 

Chi s' impaza con frasche, la minestra ghe sa da fumo. 

A impazàsi cun canftè, la minestre pie di fum. ** 

*Che no tresca coi gati, chi no voi sgrafoni. 
Chi no voi infarinarse, no vaga al molin. 

Dello sfuggire le male pratiche. Vedi pag. 18. 



Ohi maoiza el grasso, se onze. 

E della compagnia dei buoDl, a anche d«l signoii: 

Co se xe rente un santo, se acquista, un toco de 

virtù. 
Tìen pi conto del vi^in, che del parente. ' 

Val pilli uà vislD Tiiln, cbt dq fradl loman. " 

Tanto va a chi tien, quanto a chi scòrtega. 
Tanto va a chi roba, che a chi tien el saco. 



Basta un ciSvre cu la rogne pur rovinant un trop." 
Un pomo smarzo, ghe ne smar(;isse *na cesta. 

Vlccnl: amane, marcio. A Feltre: Un pero man, marcisse 1 boni. 
Nel Friuli: Ha per frald. fraldes ance chel altrls. 
: Une vace squlutlade. sporce dui l' armenlar. 

Un pomo marzo guasta nna sòma. 
Cani rabiosi no fa mai s-ciapo. 

SI dlTldono presto; come apveaac di cerle maggioraaie parlamea- 
larl. (Neltn aeconda edlz. avevo scritto amiifnHi oggi, 16 Maggio '81, 
correggo, con la dolce speranza che I legislatori, di Destra e Sinlslra, 
abbiano sempre ad essere quali devono e giurano di essere, ainanll, 
più cbe di sé e del pattila, d«lla patria nostra e delle nostre Islllu- 
zlanl pollticbe. 

Vàrdete da prete contadin, da compare vi^in, e da 
aqua per confln. 

Ovvero : FJè mulo, né mulln. né compare contadin. né slor per vIcId. 
la Cadore : Vardete dal rico da tI^Iu, e da l' aga per confln. 

•Vàrdete dal vento, da omo che parla lento, da chi 
no beve vin, e da donna che parla latin. 

Dio ne guardi da mula che £a Mn, e da donna ohe 
màstega latin. 

Vardete da l' on che porta recin, 
E da femena che parla Ir-*-- 

Bellunese. 0», On, nomo; reni 

Ra femenes che sùbia, !'< 
tira. 

Ampezzano. tibia, zufola; jlr«, 

' Da preti, frati, mùneghe, i 



COMPAGNIA, TTCINANZA 09 

Se te vos vive da crestian, no t' emplantè massa nà 
con curat né con plevan. Z. 

Conforme a quello dei toscani: 
Chi bazzica co' preti b intorno al medico, 
Vive sempre ammalato e muore eretico. 

* L' amigo del prete perde la religion, V amigo del 

medico perde la salute, e V amigo de l' avocato 
perde la sostanza. 

Orama e trista quella casa, dove pratica soldai e 
cèrega rasa. 

Prete che se cincìna {azzima), no vèrzerlo. 

Non aprirgli la porta di casa. Erano costumi peggiori dei nostri ; 
ma per un prete che faccia il galante, prima di trasgredire al prov. ci 
penserei anche ora. 

* Tardete da la piova e dal vento, da frate fora de 

convento, da sior nato povarin, e da femena che 
parla latin. 

No te intriga né con prees, né con frates, né con 
femenes che no fa tosates. 

Di S. Vito di Cadore. 

i»Nè a feraro, né a fornaro, né a sonador de violin, 
no starghe viQin. 

A chi mai non tace, ed è Importuno, si dice che è un stromento. 

Bum socius mingit, minge, aut mingere finge. 

(Vedi i proT. Scatologici neir Append. a part«.) 

Condizioni e sorti d<iiiai3iall 

Tuti i dèi no i xe compagni. 

/ dèi, le dita {e stretto). INaturale la disuguaglianza fra gli uomini. 

Bastimento no sta senza saorna. 

La poYCraglia è la zavorra che equilibra la società. 

*Tuti no poi star a messa arente al prete. 

• Tuti no poi star de casa in piazza. 

€hi sta vicin a la pignata, magna la minestra 
calda. 

A Feltre: Al servitor pi favorì V è al p\ vi(jln al paron. 
Vedi il primo prov. a pag. 21. • 



n Disti ODALI 

El mondo se fato a scarpete, chi se le cava e chi se 
le mete. 

E con lormit prossima alls llagita : • El mondo le fatto a scale, 
«bt le Bende a cht le sale. » — In Cadore : 

El mondo è fato a scala, ehi eresse e cbi cala. 

'N'aita e 'na bassa fa' na gualiva. 

1d Adria: 'Na mota e na busa fa un guallvo. 
A Verona : Un dosso e una vai fa un guallvo, 
11 più compensa 1! meno, un male è compensato da un bene. 
Ceanlno Cennlnl usa gualivo, guativar, tualivanienle. 
El picelo fa'] grande, e'I grando fa'l picolo. 

L' operalo fa 11 capitalista; e questo doTrebbe retribuirlo più equa- 
menle, se non Tuole cbe emigri per 1' America, o dia aacollo a cbl 
Terrebbe una rlvolnzlune alla settimana. 
La scarpa granda, fa andar ben anca la picola. 
È dell' Alto Trsilsano. — Da Primiera ebbi questo: 

El mal del paron, manda tuti a canfurlon. 

Cloft in malora,la rotiaa.Nel resto del Veneto: cs/W'Jini, (Cd Furlenl). 
El pesse grosso magna 'I menùo, 

Ovyero: El pesse grando magna "1 picelo. 
Al pas grant magna 'I plzol. {A. Trn.) 
I loe {colpii grande, magna cbt plclnl. * 

A chi comanda, no ghe dol la testa. 
Chi taja su quel d'altri no sente dolor. * 
Altro è dar l' ojo santo, altro è riaverlo. 
No se poi nar in parad'~" " ■•■- — '- ^-' — *-' 
El contadin' se sirene '1 
se gode '1 macaron. J 

Questo è r Impiegalo. Sii 
qui per badello in genere. 

El paron xe '1 ragno, e 
Val più 'na magra pare 

proverbialmente: Cui eh' 
Cui eb'a l'è servltor 

' A barca rota ogni vent 

rorivna. nel senso mariot 

Ai cani magri se ghe t 

Ovvero: Lt isouhe va di 

piovono tutte le disgrazie. Jfi 

In Cadore; Le mosse la» 

E a S, Vito: Duta la mos 



CONDIZIONI DISUGUALI 91 

I corvi va drio a le carogne. 

Gli usurai dietro a quelli di cui possono divorare le sostanze. 

A cani afamadi, ossi duri. 
Chi poi de più, pianze manco. 

Nel Cadore: Chi può pi, piande manco. 

Le strazze va a 1' aria. 

Chi fila, ga 'na camisa ; chi no fila, ghe n' ha do. 

San Giusto, in un canton ; San Magno, in procession ► 

I buoni trascurati; i cupidi e fraudolenti in trionfo. 

Chi fa mal, guadagna un car de sai; 
Chi fa ben, guadagna un car de fen. 

La forza ghe n' incaga {o ghe n' indorme) a la raso n. 

È verissimo ad onta della parola poco pulita. Il Sanuto {Diari, lìy 
706): « Raxon contra forza non ha luogo. » 

Chi Qiga più forte g' ha più rason. 
El passù noi crede a V afamà. — o 
Panza piena no crede a quela veda. 

A Trento: £1 colombo passù no crede al slaf {ted. schlaff.) 
A Belluno: Al passù noi cret al dun. 
In Gamia: Il passut noi crod al ginn. 

Vedi Cupidità, Egoismo. 

Né coi potenti, né coi torenti, no strenzer i denti. 

E quando i piccoli ed impotenti si rivoltano contro ai forti, si dice: 
1 granzi voi morsegar la balena. 

Chi pissa contro '1 vento, se bagna la camisa. 

Cui che pisse cuintri vint, se bagne lis gambis. ** 

Chi spua contra '1 vento, se spua int' el viso. 

Chi spua in su, la spuazza ghe torna adesso. (X. Tav.) 
A trar el sass int' el mur, el torna int' el poto. {A Trev.) 

Chi perde (o ha da dar) g' ha sempre torto. 
'Na volta core'l can, e un'altra el liévro. 

Lièoro, lièvoro, lievro, gevro, giuro, ecc. lepre. 

Nel Cadore: 'N' ota core M cian e'n'ota'l lìoro. — A Trento: 

A le volte bisogna dar del barba {zio) al nevò. 

Co ne teca far d' ancùzene, bisogna sofrir ; e pò 
bater forte, co se deventa martelo. 

È dei villani e della plebe pronta alla vendetta. 



92 OONDIZIOMI DISUGUALI 

Cent al jeur {lepre) e une al ciazador, ** 

Can de monte, scazza quel de corte {o de casa.) 

Dfcesi quando un ufScio, ad una carica viaii eletto uno cbo non 
sia del paese. A S. Vito di Cadore: 

Auzel de bosco, scazza chel de càpia. 

I santi de casa no fa miracoli. 

Nemo propheta in patria sua, ma quando si resta delusi, si dice : 

• Megìo un del paese biasima, che un foresto loda. 

Usasi dire dalle ragazze. Vedi Dofma, Matrimonio, 

^ Chi g' ha pan, no g' ha denti ; e chi g' ha denti, no 
g' ha pan. 

El Signor dà de le zuche a chi no g' ha bosegati. 

È del Polesine, ove si usano parecchie voci del dialetto Ferrarese, 
com* è appunto : bosegati, maiali, che vengono nutriti di zucche. 

'Na pért po' fa co eh' a i *o, e 'na pért mass fa co 
eh' a i po'. (F. B.) 

Devono (ted. mussen) far quel che possono. 

L' ore di gusta pai siors j' è quand che han fan e 
pai puars quand che an d' han. 

Desinano quando che ne hanno. — Vedi Povertà, 

I primi a 'ndar 'nt' el sac, i è i ultimi a tornar fora. 

A S. Vito di Cad. : Al pan che va ultimo Hhe al forno, jen fora prin. 

Dove va la barca, poi andar anca *1 batolo. 
« El mal dei altri no conza il nostro. 
El pezo xe per chi le ghe teca. 

Le disgrazie; la compassione degli altri vai poco. 

La morte de le piègore, xe la salute dei cani. 

La muart d' a piore, j' e la vite dal corvat. ** 

La morte del love, xe la salute de la piègora. 

Neir A. Trev : La mort del lof, è la vita del can. 
La muart dai zuz, j'è la vite dai zupez. ** 

Morte tua, vita mia. 

No xe mal per un, che no sia ben per un altro. 

Ce eh' a l' è mal par un, l'è ben par un altri. ** 

Per tuti no la va mal. -^ Dutis no puedin là ben. •• 

^ No casca tempesta, che no la sia bona per qual- 
\ '' \ chedun. 



\ 



/ 



t 



CONDIZIONI DISUGUALI 93 

Chi xe in mare, nàveghe; chi xe in tera, giudiche* 

Di Pellestrina. Vedi Errore, ecc. 

Ghe xe tre maniere de viver: viver, vivatar, vi- 
vatolar. 

In Carata: Soa tre manieris di yìtÌ: yivazà, vivi e vivulà. 

Conforti ne' mali 

Dio (o La previdenza) ghe xe per tuti. 
A barca desperà Dio trova '1 porto. 
Quando '1 caso xe disperà, la previdenza è vigina. 
Co no se poi più. Dio manda la morte. 
Dio no manda se no quel che se poi portar. 
• Dio manda '1 fredo secondo i pani {o '1 tabaro). 
El Signor manda prima 1' erba, daspò l' agnel. * 
No gh' è esoleto, che ì^o ghe sia '1 so graneto. 

Vedi Famiglia — Figli. 

Do' che ghe xe inogenza (&am&fm'), no manca mai la 
previdenza. 

Egli è che il pensiero dei figli ci infonde coraggio e ci fa più forti 
della sventura. — Prospero, nel racconto che fa a Miranda come fu 
lasciato, dal perfido suo fratello, in bulla del mare, solo con lei : « Oh, 
tu fosti un cherubino che mi salvò. QuandMo, oppresso dal dolore, 
gemeva aspergendo il mare di amarissime lagrime, tu, animata da una 
fortezza che ti veniva dal cielo, sorridevi: ed io mi sentia nascere tanto 
coraggio da sopportare e resistere ad ogni evento. » 

(Shak. Tempesta, I. 2 ) — Anche i Friulani: 
hk ca j*è inoQenze, ]*è providenze. 

Dio no sera {serra) 'na porta che noi averza un porton. 

El Signor castiga {o visita) i soi. 

> Quel che fa '1 Signor xe tuto ben fato. 

Beati i tribolati I E chi che no tribolèa, no sa cessa 
che sea. 

Risposta, tutta conforme a natura, di chi è inconsolabile. Il prov. 
è dell* A. Trev. — Nella Commedia Gran Chiaao per nulla. Atto V: 

«Ti prego, finiscila co* tuoi consigli, che cadono ne* miei orecchi 
così inutilmente come 1* acqua in un crivello : non mi dar consigli ; 
nessun confortatore venga a lusingarmi quando non sia uno isventu- 
rato al pari di me. Conducimi un padre che amasse così sua figliuola e 



94 CONFORTI NE* MALI 

ne fosse beato, e che abbia vista la gioia sua sommersa come io la 
mia, e digli che mi parli di pazienza: misura per il lungo e il largo 
la sua sciagura sopra la mia, fa che la corrisponda esattamente da ogni 
parte, e sia identica in tutti i dolori, abbia i lineamenti, la forma le 
fattezze medesime; se questo tale vorrà sorridere, lisciandosi con la 
mano la barba, e scuotere il cordoglio con un « he ! » quando dovrebbe 
gemere : placare il suo affanno con de' proverbi ; imbrìacare la calamità 
nelle gozzoviglie: allora costui conducilo pure da me, ed io imparerò 
ad aver pazienza da lui. Ma cotest* uomo non c^ è: poiché, o fratello, 
gli uomini possono dar consigli e parlar di conforto in quelle afBiizioni 
eh* essi non sentono ; ma, come le assaggino, si converte in passione 
tutta quella lor saviezza nel consigliare, che dianzi volea guarir la 
rabbia colla medecina dei precetti, incatenar il delirio forsennato con 
un Alo di seta, incantare V angoscia col suono, e 1* agonia con le pa- 
role: no, no; gli è ufficio di tutti gli uomini il parlar di pazienza a 
coloro che si contorcono sotto il peso del dolore; ma nessuno ha la 
virtù e la forza di praticare questa morale, quando tocchi a lui di 
sopportare il dolore. Non porgermi, dunque, nessun consiglio: il mio 
dolore grida più forte d* ogni ammonimento. » (Shakespeare). 

•'Brio al cativo vien el bon. 

' Dopo la piova vien el sol. 
• Dopo '1 tempora!, vien el seren. 
Drio la piova gnen al bon temp. (Bellun.) 
\ Dopo r inverno vien la primavera. 

f Dolor confida, xe guarìo per metà. 
El tempo giusta tuto (o fa giustizia a tuti.) 
El timp sane ogni plae (o V è un gran rimiedi). ** 
A tuto ghe xe rimedio, fora che a T osso del colo. 

E nelle X. Tav: egeto a la morte. 

Dut si juste in fur che il grop dal cuel. ** 

Nessun xe morto de fame. 

Se xe andà i anèi, no xe andà i dèi. 

Le dita restan sempre per ricomperare, lavorando, gli anelli venduti. 

♦ Nessuna nova, bona nova. 

Si dice anche: Tarda nova, 

* Novela trista, riva presto. 

<• El diavolo no xe cussi bruto come i lo dipinze. 

A Sempre ben no se poi star. — e Sempre no xe festa. 

È naturale che ci capiti qualche disgrazia. 

• Sempre ben no la poi andar, e sempre mal no la 

poi durar. 



/ 



^ 



CONFORTI ne' mali 95 

Tuto '1 mal no xe mal. 

Tutto il male non Tien per nuocere. E in Cadore : 
No r è 'n mal, che no sea ben. 

Un' ora de bon tempo suga la strada. 

• Se son zoto, no son solo : vago in piazza e me consolo. 

Si tu mangis luvins e tu ti volti indaur, tu vederas 
qualchedun a mangia li scussis. '* 

I gusci della fava lupina. Indaur^ indietro. Anche: 

Par consolasi, baste cialàsi indaur. 
« In paradiso no se va in carozza. 

Alla felicità, air onore ci si va sudando, soiferendo e lottando. 

^ Morto un papa, i ghe ne fa 'n altro. 

Consiglio, riprensione, esempio 

A chi consegia, no ghe dol la testa. 

In Cadore : Ai consilier no dua la testa. 

Cosa fata no voi consegio. 
Dopo'l fato tuti sa consegiar. 
^Xe più faglie consegiar che far. 

• Fa quel che digo, no quel che fazzo. 

Si usa proverbialmente parlando a coloro che si scusano del non 
aver eseguito gli ordini citando il fatto nostro. 

El mèdego pietoso fa la piaga puzzolente, (o ver- 
minosa.) 

Mèdego non è, ormai, che del parlar rustico, che va perdendo ter- 
reno ogni di più. 

Ohi me voi ben, me fa inrossir ; chi me voi mal, me 
fa imbianchir. 

Chi me voi ben, me cria; chi me voi mal, me ride drio. 

Chi me strapazza, me ama. 

La piaga no mostrar, nome al cirurgo che la poi sanar. 

Nome, nome, se non, solamente che. 

No se tol consulti da medigi amalai. 

Vero in proprio, ma più in traslato. L' uomo vede le cose secondo 
gliele figura il suo stato. Chi non sa condursi bene nelle sue facende, 
meno varrà per le altrui. Neil' Agordino : 



00 COKSiGUO, KIPBJBKSIOKS, XSXMPIO 

No tor mai consegi da gente andada in malora. 
Cousegi de dona o i scota o no i Tal gnente. 

Secondo r Ariosto i coii»igU delle donne son buoni quando li danno 

seuza pensarvi. 

Do teste le stenta combinarse. 

Val più 'a ocio in casa soa, cbe diesa in quela tei altri. 

Vai più un orbo a ciasa soa, die chel che tede a dasa d* antrK ** 

Sa più '1 mato a casa soa, che '1 savio in casa dei altri. 
Vede più '1 papa e '1 contadin, che '1 papa solo. 

Sa più '1 prete e la massera, ehe *I prete solo. 
Gbln sa pi do Tllant, cbe nn dotore. — E nell' A. TreT. : 
Sa pi '1 mèdego e '1 caTrèr, che U mèdego la sol. 
Vede più do oci che ano solo. 

Un bon consègio. vai più d' un tesoro. 

Chi solo se consegia, solo perisse. 

Ohi voi far a so modo, no voi consègio. 

El più tristo sordo, xe quel che no voi intender. 

El diavolo no voi sentir la quiaMta. 

Cioè r orazione degli esorcisti: Qui habitat in adjutxtrio Altissimi ; e 
dicesi di chi non vuol sentire verità che gli fa vergogna, o riprensione 
alcana. 

I piceli impara dai grandi. 

Euripide neli' Ippolito : 
... « E se agr illustri 
Bello par ciò eh' è turpe, assai pur dee 
Parer bello ai volgari. » 

I pulcini va drio a la cieca. 

Dietro alla chioccia i pulcini, e dietro r esemplo dei genitori i 
figliuoli. 

• Omo avisà, xe mezo arma (o mezo salva.) 

• Val più r esempio che le parole. 

El castigo de un, serve d' esempio ai altri. 
Xe megio la musica che la batua {battuta). 

Meglio essere sgridati che battuti, Bater la solfa, bastonare. 

^ Xe pezo '1 scandalo che '1 pecà. 

Peggio nelle sue conseguenze. 



97 
Contentarsi della propria sorte 

* Val più caseta e cor contento, che palazzo pien de 
vento. 

Val plul il cur content, che pan di forment. ** 

Ohi sta ben, no se mova. 
» El mègio xe nemigo del ben. ^ 

Sopra una tomba era scritto: Stavo bene^ e, per istar meglio, san qui. t 

^Gìxi nO'Xe mai contento, resta co le man piene de 
vento. 

♦Mjhi no se contenta de V onesto, 
^ Perde '1 mànego e anca '1 gesto. 

Se no ti poi portar la sèa {seta), porta la lana. 

Se a no si pues fa come si orès, si scuen fa come eh' a si pues. ** 

Co no se se poi destirar, se se rangigna. 

Aani^f^nars^, «rattrappirsi ; da arcigno. 

No bisogna destirarse più de quel che xe longo '1 
niziol. 

Chi no poi far col molto, fazza col poco. 

Se no te voi far come te vo', fa come te po'. 

È Vicentino. Vo, vuoi, pò, puoi. 

No se poi aver la bote piena e la massera imbriaga. 
Chi tropo brama, nula strende. 

Così corre nell'A. Ven. Strende, per strenze, è dei rustici. 

** Chi voi r assae, perde anca '1 poco. 
vChi tuto voi, de rabia mor. 

Ohi tropo voi, gnente voi. 
k Chi tuto voi, gnente g' ha [o tuto perde). 

La gola, tira in malora. 

In proprio e in figurato: la gola di tutto ciò che si brama. 

El poco basta, e'I tropo guasta. 

Se sa quel che se lassa, e no se sa quel che se trova» 

Lo dicono le ragazze quando si tratta di lasciare Y amoroso ; i 
domestici quando Yorrebber mutar padrone ; chi fa baratto ; ecc. 

Mègio cussi [così)y che pezo. 

Cr. Pàsquàlioo 7 



98 CONTENTARSI DELLA. SUA SORTE 

Xe mègio un moccio, che andar in ìeto al scuro. 

A Belluno : Xe megio trla, che Dia. 

A Verona : Megio ciga, che miga 

Nel Cadore: Megio un racio {spino), che nia. 

A Livin. : L' è miei un ruo {cattivo) mocol, che x) a scur. 

Poco xe megio che gnente. 

Le ragazze fecero questo, che s* usa in senso generale: 

Pitosto che gnente, marìo vocio. 

Chi se contenta, gode. — Chi xe contento, xe rico. 

Xe rico chi se contenta del poco. 

Ovvero: A contentarse del soo, se xe sieri. 
Quelli che non vogliono contentarsi facilmente, dicono: 
Chi se contenta, gode e stenta. 

Poca roba, poco pensier. 

Cuor tranquilo, fa bon sono {sonno). 

Cor contento e s-ciavina in spala. 

Poveri sì, ma in pace con se stessi e con gli altri. 

Contentezza è meza speisa. L. 

In tempo de borasca, ogni porto serve {o ogni tavo- 
la basta). 

In tempo de carestia, pan de vezza {veccia). 

tr Se dorme come xe fato '1 leto. 

Porco in grassa no xe mai contento. 

Del ricco ozioso. Optat ephippia bospìger^ optat arare càbalus. (Orazio). 

* Xe più fadiga voler far el sior senza sostanze, che 

laorar tuto '1 zorno. 

* Kessun xe contento del so stato. 
» L' omo no xe mai contento. 

(Vedi Guadagno; Moderazione; Miserie delia vita.) 

Contrattazioni, Meroatara 

El mondo, mezo xe da vender, e mezo da crompar* 
Tanto xe mercante chi erompa, come chi vende. 

Le X Tav. : L* è così mercadante quel che guadagna, che quel che 
perde. 



CONTRATTAZIONI, MERCATURA 99 

Botega de canton, fa le spese a ogni cogion. 

É più frequentata, più in vista. A Trieste: 

Botega de canton, fa bezzi ogni mincion. 
Nello stesso senso a Feltre: Gasa che fa canton, fa rico el so 
paron. 

El consumo [spaccio) fa '1 guadagno. 
El mercedant noi sta mai sol." 
O vendime, o tèndime. 

Dice la bottega. 

Piova in strada, tempesta in botega. 

Botega compra campo; ma campo no compra botega. 

Era giusto quanto le imposte gravavano tutte sulla proprietà fon- 
diaria. 

Botega no voi scagno [scanno). 

Non vuol gente cbe vi si fermi a cicalare. 

Botega senza generi, xe come na scarpa senza sola. 

Sola^ nel Venez. sid/a, suola. 

Ogni botega g'ha la so malizia. 
Bonora a la fiera e tardi a la guera. 

A d* ore al merciad e tard a uerre. ** 

Co se g' ha da negarse, negarse nel mar grando. 

Nel grandi negozi, nei grandi mercati, si fanno meglio acquisti. 
Si dice anche : Va al mar se te voi ben pescar. 
In Cadore : Sempre negarse *nte V ega granda. 

Chi voi vendere, mete in mostra. 

Vicentino. Intendèsi anche delle femmine, come questo: 

Ciàr [carne) in mostre no se compre mai. •* 
La roba in mostra, xe quela che no se vende. 
Co la roba è ben tenuda, la è meza venduda. 
La roba bona, no resta in botega. 

Anche per le ragazze da maritare. Plauto : JVoto merx facile em» 
ftorem reperii. 

Roba rara, roba cara. 

Chi varda cartelo, no magna vedèlo [vitello). 

Ha più usi : chi pensa troppo alla spesa, finisce per non compera* 
re, compra ci^ che costa meno ; ed anche : non creder fisso il prezzo 
Indicato, che poi, contrattando, si ribassa. 






100 CONTRATTAZIONI, MERCATURA 

4 Lei roba bona, no xe mai cara. 

Della roba e degli uomini: meglio i capaci, benché costino più, 
che gli inetti. 

El bon marca strazza la borsa {o sbusa le scarsele) . 

11 poco prezzo alletta a comperare. Sbusar, bucare. A Venezia: 

El bon marca rovina le scarsele. 

El bon marca ingrassa V ocio al vilan. 

Vicentino. Altrove: El bon marca cava V ocio al vilan. 

Al bon marca tuti ghe core drio. 
Vàrdete da la bubàna. 

Bubàna^ abbondanza, causa del buon mercato. Guardatene, perchè 
il buon mercato ti fa spendere in cose superflue. Catone soleva dire 
che nessuna cosa superflua è a buon mercato; che ciò che non giova^ de- 
9' estere riputato di molto costo, benché comperalo per un solo asse. 

La bubàna fa calar [di prezzo) la roba. 
« Chi paga caro, compra a bon marca. — e 

Chi compra a bon mercà, paga ciaro [caro). * 
fc Chi più spende, manco spende. 

Chi compra oggetti, stoffe ecc. migliori e di più lunga durata^ 
spende meno alla fin del conto. Nelle X Tavole: 

Spende più '1 misero, che '1 liberal. 

L* avaro, misero^ finisce per ispendere piCi di chi è largo . 

I soldi fa la piazza. 

Dopo i raccolti, quando tutti hanno quattrini, in Novembre, sono 
affollati 1 mercati. 

La mercanzia core drio ai bezzi. 

La robe si vend là eh' a non d' è, e si compre là. 
eh' a si ciato [trova). " 

Chi bezzi no g'ha, no vada al marca. 

Prima de comprar, se compra i soldi. 

La roba va dove la vai. 

Le borse combate e V amicizia resta. 

Detto fra venditore e compratore che sìeno amici. 

Amicizia no guasta mercanzia. 

Botega no vai amicizia. 

Pati ciari [chiari) e la borsa del pari. 



CONTBATTAZIONI, MERCATURA 101 

Carta canta e vìlan dorme. 

A Trento: Carte scrita, vilàn dormi. 

Qua la puta e qua la dota. 

Circa la dote, fidarsi de' suoceri è bene, non fidarsi è meglio. 

A far credenza, gnente se guadagna. 
Chi fa credenza, perde l' amigo. 

II debitore non ama la vista e la compagnia del creditore. 

Bon marca, e mai credenza. 
Savio a credenza, mato a contanti. 

Di quelli che illudono con V apparenza di ricchezza nel pigliare 
a credenza. 

Xe mogio lascar int'i prezzi che far credenza. 

Lassar, largheggiare. — Il furbo dice: 

Compra a credenza e vendi a contanti. 

Chi compra caro e tol in cardenza, 
Buta via '1 tempo e perde la semenza. 

Cardenza^ i campagnuoli. — 11 Goldoni, ne La bona màre^ fa che 
questa dica: «Gara fla, sto tior la roba in credenza, no torna conto. I 
dà la pezo roba che i ga in botega: e i voi quel che i voi; e co s'ha 
scomenzà una volta, no se se despètola più; se xe sempre al de soto, 
se ga sempre da dar.» 

Coi soldi in man, se fa quel che se voi. 
Chi ben compra, ben vende. 

Bene, cioè guadagnando. 

Chi barata, se pente. 

Le cose, come non si hanno più, ci paiono più pregevoli. 

Chi barata, imbrata. 

In Adria di chi, pentito, rivuole la cosa sua: 

Baratin barata, chi vuol la so roba se cava el flgà 
[fégato). 

Basta voler vendere, per perderghe. 

Chi si profferisce è peggio di un terzo, dicono i Toscani. 

Chi disprezza, compra [o voi comprar). 
Misure e pese e tu no varas (avrai) contese. " 
Vendi caro e pesa giusto. 

La gente preferisce andare da chi non ruba sul peso: perchè spesso 
è vero il seguente, che dice delle once : 



102 CONTRATTAZIONI, MVRC ATUBA 

Diese, a tutti; ùndese, a pochi; dòdese, a nissuB. 
Quel che sbrissa no va in conto. 

Del di più che scivola fuori della misura. la traslato, delle parole 
che sfuggono di bocca, e di cui uno si tenga offeso. 

Vendi e pò penti. 

De' mercatanti, che, quand^ hanno giuntato uno, si compiangono 
perchè non se ne addia. 

Co se fa merde, la botega perde. 

D' un mercatante che faccia cattive azioni. 

Ràdego no fa pagamento. 

Radego, errore e contrasto sulla cosa comprata ; dicesi quando uno», 
che stenta pagare, trova scuse sulla qualità della roba. In Friuli ; 
Eròr noi fas paiament. 

Quel che V è de pato, no V è de ingano. 
Banca rota, conti fati. 
Bancarota, marcante fallo {fallito). . 
Marcante e porco, no se pesa che dopo morto. 

Più brevemente a Verona : 

Mercante e porco, dàmelo morto. 

La cite (pentola) dal mercedant a boi trimand. '* 

I marcanti fa i bezzi e pò la cossienza. 

A quei che stima, no ghe dol la testa. 

Perchè stimano o alto o basso, a danno dell* uno o dell' altro con— 
traente. 

Chi no sacrifica, no guadagna. 

Per attirare avventori, massime nel principio d' un negozio. 

Chi va in piazza, anca se noi ha da far, el ghe n'cata. 

Dove vi sono affari si trova da fare. 

Chi ben conta, mal paga. 

Di solito chi sospetta d'essere stato ingannato, inspira diffidenza» 
come quegli che misura gli altri sopra sé stesso. 

Bon scodidor, cativo pagador. 

Dai tristi pagadori, se tol ogni moneda. 

Fiera trasportada, menestra rescaldada. 

Cui che vend stope, viest di sede; e cui che vep- 
sede, viest di stope. *• 



CONTRA.TTAZIONI, MEKCATUBA 103 

* Negoziante da vin, negoziante meschin. 

♦ Mercante da vin, ladro assassin; mercante da ogio, 

onesto galantomo. 

•Marcante da gran, rico come un sovran. 

Invece iieir A. Veneto: Chi tratìca in gran, mor in pàgia. — E al- 
ludendo a rischi del commercio dei grani, in Adria: Afar de saco, 
afar da mato. 

Chi vende sai, o anima o capital. 

ProY. fatto dopo che il sale divenne monopolio dello Stato. 

Qera, tela e fustagno, bela botega e poco guadagno. 

Alcuni di questi proverbi non hanno che un valore storico, per le 
mutate condizioni delle industrie e dei commerci. I seguenti sono nelle 
X Tavole: 

£1 bianco e 'I negro ha fato rica Venezia. 

« cioè pévere e cotton . » 
Tre mercanzie de cai : femene, vin e cavai. 
De caly di calo, che calano col tempo. Un' altro dice: Le femene 
cala co fa la cassia, el cinque per cento. 

Tre mercanzie real: oio, fero e sai. 
Tre mercanzie da cogion : piere, calcina e sabion. 
Chi fa mercanzia e no la cognosse. 
Se trova le man piene de mosche. 
Mercanzia^ mercatura. — E questo greco: 
Cachi agorastis, agorasti morias. 
« cioè mala còmpreda {comprita, compera), comprada matieria. » 
Nel ms. del sec. XVI, coUez. loppi di Udine: 

Cui cu faas merchiadantie, faas la scquacharie. 
A Venezia ripetesi tuttora V antico proverbio : 

Guai a chi ghe sarà quando i zoveni comanderà e le boteghe 
se tocarà. 

Invece nel Bellunese io udii: 

Quand che le boteghe se avara tocà, beati chi ghe sarà. 
Intendendo che col fiorire del commercio, si vivrà meglio. 

Coscienza, ^astl^o del falli 

Tuti sa cosa boge ne la so pignata. 

Tuti sa dove la scarpa ghe strenze {o ghe dol el so calo)» 

Tuti tasta '1 so polso. — Tuti sa '1 fato soo. 

La cossienza l' è 'na calzeta, che se slarga e che se 
streta. 

Dell' A. Trev. Se streta^ per se strenze, per la rima. 



104 COSCIENZA, GASTIGO DEI FALLI 

Chi ha mal al dente, se risente. 

Chi ha la resta {lisca) in dent, la sent. I. 
Cui che ha la rieste t' al dint, a si risint. ** 
Consius ipse sibi, de se putat omnia dici. 

4» Chi mal fa, mal pensa. 

^ Chi è causa del suo mal, pianga se stesso, {sic) 

^Chi fa'l mal, fa la penitenza. 

E: Chi ha fato'l mal, fazza la penitenza. 

' Chi rompe de vecio, paga de novo. — Chi rompe paga. 
Pecài veci, penitenza nova. 

Peciàt vieli e pinltinze gnove. ** 

Chi ha magna la polpa, rosega V osso, 

Dopo il dolz, al ven l' amar. ** 

Chi ha magna le candéle, caga i stopini. 

Dopo mangiai 1' ardiel, si caghin lis frizis.' ** 

Chi la fa, la magna {mangi). 

Cui che l'ha piciàt lis lujaniis, lis dispice. '* 

Chi s' ha sporca la camisa, se la neta {netti). 

E: Chi sporca V aqua, se la beva. 

Chi ha la testa de cera, no vada al sol. 

Chi fa mal ai altri, no g* ha mai ben. 

Chi fa mal al so prossimo, el soo {^nale) se prossima. 

Chi de cortei ferisse, de cortei perisse. 

E: Chi de spada ferisse, de spada finisse. 

Chi scazza, vien scazzai. — e Chi scazza, no regna. 

Chi la fa, V aspeta. o Chi ne fa, ne aspeta. — e Chi 
fa mal, no aspeta ben. 

Chi fala de testa, paga de borsa {o de gamba). 

Cui che fale di ciav, pae di giambls. ** 

Chi xe in difeto, xe in sospeto. 
La volpe g' ha paura de la so ombra. 
% El delito, o presto o tardi, vien fora. 

A S. Vito di Gad.: El peck no guò {vuole) sta sconto 
El peciat noi sta mai squindùt. ** 

« Le baronàe no sta sconte 



COSCIENZA, GASTIGO DSI FALLI 105 

El fruto no casca luntan da l'albaro. 

Ra stela (scheggia) no va lonze dal len. (Amp.) 

^ Se no ti voi eh' i le sapia, fa de manco de farle. 

A fé '1 fus (asse) stort, la roda no va dért. L. 
V El Diavolo insegna a far le pignate e no i covèrcioli. 

Veron. — In prosa: El diavolo insegna a farle e no a scònderle. 

* La cossienza xe fata come 'na bareta de lana. 

La cossienza xe come le gatizzole : chi le sente e chi 
no le sente. 

La coscienza è come il solletico, gatizzole, gatarigole. 

^ I difeti xe come i odori : li sente più chi xe atorno, 
che chi li porta. 

La muger del ladro, no ride sempre. 

Le feste {o le nozze) dei baroni le dura poco. 

A S. Vito di Gad. : La festes dei birbe dura puoco. 

• La farfala va tanto intorno al lume, fin che la se 

brusa le ale. 

Cui plui bati la strade, la volp si ciape V al fior. *• 

La socia a forza d' andar al pozzo, la ghe lassa '1 
mànego. 

X. Tao.: Tanto va la zara al pozzo che la ghe lassa el mànego. 
A Belluno : Al sejon va tanto al poz, che *1 ghe lassa al manego. 
In Cadore: El secio va al poz, fin ch'el lassa la màntia. 

Va la cavra zota {zoppa) fin eh' el lovo no l' intopa. 
Ognun xe fio {a Vie, : fiolo) de le so azion. 
Mal che se voi, no dol. 

Non dee dolere. In Adria: 

Mal eh' a se compra, el n' è mai caro. 

Il mài eh* a si ùl, no V è mal di masse. ** 

A far quel che no se deve, toca quel che no se crede. 
Dio paga secondo i meriti. — Dio no paga al sabato. 
Il Signor rè un gran infant, al pae no si sa quant. '• 

Oyy. : Domenedlo no paga a zornada. 
Dominìgiò noi pae la sabide. ** 

Dio {o el Paron) g* ha le man lunghe. — e Da le 
man de Dio no se scampa. 



106 COSCIENZA, OASTIGO DEI FALLI 

El di phe se fa le débite, no se va in preson. 

No st pae il debit in che d) eh* a lii si fas. 

Una, do: ma a la terza, san Piero la benedisse^ 

S. Pietro alla terza benedizione fece cadere Simon Mago. 

Dio lassa far, ma no strafar. 
El pero, co l' è mauro, el casca. 

Pero^ pera ; anche il dilitto viene a maturanza. 

La prima se perdona, la seconda se bastona e la ter- 
za se pica. 

La prime si perdono, la seconde si tontone e la tierze si bastone. ** 

Per 'na volta, la se ghe fa anco a so pare. 

O timp tàrd si pain dutis. *' 

Tuti gropi 1 se riduse [o core) al pètene. — Una le 
paga tute. 

Date i grope rua {arrivano) al petin. {Awmzo). 

Cose flslclie 

L' aria, 1* aqua e '1 fogo, g' ha la testa sutila. 
L' aqua tol e lassa, e '1 fogo libera da ogni logo. 
• El fogo xe un bon servitor, ma un cativo paron. 

E: Acqua e fogo boni servitori e cativi paroni, Nelle X. Tav. : 

Frati, acqua e fogo, presto se fa logo. 

El fogo fa legrìa. — El fogo serve de compagnia. 

Fa allegria, come tatto ciò che dà V imagine della vita e ce la rende 
più piacevole. 

Una faliva [favilla) basta a brusar una casa. 

Col fogo no se scherza. 

Legno de fasso [fascina), presto te vedo e presto te 
lasso. 

Ohi de pàgia fogo fa, pia fumo e altro no g'ha. 

X. Tav. Pia, piglia. Anche: Fogo de pagla no dura. 

Trote d' aseno e fogo de pagia poco dura. 
Legno de negherà, fa disperar la massera. 



1 



Fogo de stèla {schegge), belezza de donzele. * 

Difficile ucceadere 11 Cuoco nelle scbcgge. ed è brava quella che- 

Prassin benedeto, al arde pi verde che seco. * 
Chi TOl veder un tristo, ghe daga in man un lume e 
un stizze. 

Anche nel ms. del sec. XVI. eollez. loppi di Udine: 

Cui cu Tul ledè uu Irlsl. gli dee la lum e'I silz. 
Invece a Fellre; Chi voi veder un mondlc, un an lume e si' altro 
'n sili. 

» Un legno, no fa foco; do, ghe ne fa poco; tri, ghe 
ne forìa, ma i vele compagnia. 

A Belluno; An loc ta fun (fumo), del fa poc. tri fa toc. 

Fogo e fumo se fradèi. — Se gh'è fumo, gh'è ft^o. 

Dulti Che al fumé, l'è tue. " 

Fuogo da camin, no fé mai nessun meschin. 

Cos) nelle X. Tav. Fuogo è voce viva nel dlalello rustica. 

Fa la busa, se ti voi che '1 fogo brusa. 

Perchè r aria, vi gìuaca. — E del calore che Infoca la taccia: 

El ros del foc, '1 dura poc. ' 

Dove che gh' è sta fogo, resta odor de brusaizzo. 

Osasi spesso nel morale. — I seguenti sona detti superstiziosi, al 
quali nessuna presta più Tede: 

Co '1 fogo buana {Mccinà), o soldi parenti. (A Ven.) 
Co 'I [ego ruza el clama parenti. 

iQuando ruza el fogo, o geme, o parente, o lingua maldicente. 
Anche; Co ruza '1 moscon. o lèlara, o paron. 

El carbon, è l'incende, o l' intenze (tinge). 

Dove ghe xe aqua, ghe xe anca pessi. 

In ^nto ani e cento mesi, l'aqua torna ai so paesi. 

Le X. Tal.: In treni' anni e trenta mesi, le eque torna al so paesi. 
Orvero: In trent'anni e nn mese ogni flame torna al so paese. 

Oran laguna, fa bon porto. 
Palo fa palùo {palude). 

1 pali piantati nella Laguna, rallentando 11 corso dell'acqua alloruo 



Dise '1 palùo : ti me fa ti, e mi 

Era tIvo anche Ire secoli fa, perchè 
porta la malaria. 



108 COSE FISICHE 

Quando la bote g' ha la mufa, bisogna farghe el 
bròmbolo co la so genere. 

Non c^ è rimedio ; bisogna bruciarla. Bròmbolo o brombo, stufa, suf- 
fumigio che si fa alle botti per disinfettarle. 

Palo in pie, . . . buia e stropa intorta, no gh' è peso 
che no i porta. 

Neir A. Trev. : Palo in pie e saca intorta, no se sa quantche i porta. 
Sàca. vimine, salciolo. 

Sterzi e drezza, a la fin la se scavezza. 
Leva {lievito) duro, pan sicuro. 
Cagio {caglio) vecio e late zovene. 
Senza late e conajo, no se fa formalo. * 

Usasi in senso generale, come questo: 
Senza leyà, no se fa pan. 

Chi fabrica d'inverno, fabrica per l'eterno. 

Ovvero : Muro d' inverno, muro eterno. 
In Friuli: Mur d' invier, mur di fier. 

Muro pianze e paron ride. 

Quando il muro, appena fatto, resta umido, la calce fa presa me- 
glio, e il muro è più solido. Quindi: 

L' acqua no fa muro, ma lo fa duro. 

Casa voda, risponde. 

Dove se ghe sente, ghe xe zente. 

Cavra, beco e can, fa bon cordovan. (jf. Tav.) 

La senza al corame e la sai al bestiame. 

Sonza^ sugna: i contadini pronunciano sontha. 

Se la senza onzesse ogni corame, 
I calegheri morir i a da fame. 

Ovvero : Se tuti savesse che ben fa la sonza al corame, ecc. 

El saco roto V è mal leà {legato), * 
Saco ben dà, xe mezo porta. 

De* facchini che fanno meno fatica se il peso è equilibrato. 

Se straca prima quelo che tra '1 staro, che chi tien 
el saco. 

MI senso del seguente: 

Dura pi r incùzene, che '1 martelo. 



\ 



COSE FISICHE 109 

El peso no dorme mai. 

La piera dura, magna quela tenera. 

A Belluno : quela dolza. — Con ardita e bella figura si avverte di 
non commettere, ne' pavimenti, pietre di diversa durezza, perchè si 
logorano inegualmente. 

Piera bianca, fa culo negro. 

A Venezia i gradini dei ponti, per distinguerli di notte un dal- 
l' altro, sono listati di marmo bianco ove il piede scivola facilmente. 

L^ scoa nova rovina i terazzi. 

Terrazzi, si dicono nel Veneto i pavimenti fatti di pezzetti di mar- 
mo di vari colori, cementati con calce e polvere di mattone. 

La scafa {acquaio) consuma i scovoli. — e 
Se frua prima '1 scóvolo che la scafa. 

Scovolo y granatino per lo più di saggina. 

•El mar xe'l fachin de la tera. 

El fero tira la calamita, Y ambra la pagia e le scufle 
i capei. 

Le cuffie tirano i cappelli. 

Al nas dei ciai, i denoie di tedesche, al cu de la fé- 
menes, son sempre friede. 

Di S. Vito di Gad. Ciai, cani, denoie, ginocchi; la, le. 

La luna fa lume ai ladri. 

Per dire che non serve a chi ha da lavorare di notte. 

Dove che al lus, o che Tè aqua, o che Tè un bus. 

Il Sig. G. Ossi, che me lo diede, notava: Lo udii a Gonegliano ca- 
mlnando di notte e vedendo un chiarore in distanza. 

Costanza, fermezza, perseveranza 

I princìpi i xe sempre i più difigili. 

A S. Vito di Gad.: (the al principio duto fas fastide. 

"^Al primo colpo no casca Tàlbaro. 

A Venezia; Par un colpo no casca r àlboro. 
A Belluno: 'Te'n colp sol no so tàgia an albero. 
A Pieve Gad.: Co *a colpo no se destira 'na pianta. 
A S. Vito Gad. : Gon an colpo no se tàgia an pedal . 
In Friuli: Gon t*un colp no cl&d un arbul. 

A un scalin a la volta se fa la scala. 

Usasi proverblalm. come questo: A un a un, se fa 1 fusi. 



1 10 COSTANZA, FERMEZZA, PERSEVERANZA 

'Na pena a la volta, se pela l' oca. 

Nel ms. udinese, sec. XVI: A poch a poch si va un bon strop. 

'^i La giozza continua scava la piera. 

Ed anche: Ghiozza continua: cava '1 sasso. 
NeirA. Trey.: La gio^Aa, sperma la piera. 

♦ La piova lenta è quela che bagna. 
^ Dai e dai, la barca ariva ai pai {pali). 

Chi la dura la vinze. 

Cu se guò, se può; e cu no se guò, no se può. 

m difficile volenti. ProY. di S. Vito Cad. 

La eoa xe la più difigile da scortegar. 

Oyyero: El duro da scortegar xe la eoa. 

El velen sta ne la eoa. 

A la fin del salmo se canta '1 gloria. 

I pessi (pesci) grossi sta in fondo. 

El bon sta sul fons. ** — Dulcis in fundo. 

• Ride ben chi ride l'ultimo. 

Tristo quel boaro che se volta indrio. 

A guardare il solco che ha fatto. Nelle X. Tav. è questo: 

^ Ohi ben e mal no poi soffrir, a gran onor no poi 
vegnir. 

I nostri vecchi non le scroccavano le più alte cariche dello Stato. 
Cupidità, Eg^olfliiio 

Fra' Ciò, sta in convento; fra' Dò, no ghe sta drente. 

Di Belluno. Ciò, togli, piglia. Nel Trentino : 

Fra!* Per^tor, sta in convent; fra' Per-'dar, no ghe 
sta drent. 

A Venezia, di uno scroccone: L'è un fra Ciò e no fra Dà. 
In Cadore: Fra cior^ Io trovi; Fra Dar, non lo muovi. 

Tuti voga a la galiota. (X Tav.) 

Cioè tirando a sé il remo, stando seduti. 

Cristo s' ha fato la barba (o s' ha lava i pie) prima 
a lu, e po' ai so apostoli. 

Nel Friuli : S. Pieri al faseve la barbe prima per sé. 



CUPIDITÀ, EGOISMO 1 1 1 

^ Del too, damenò ; del mio, no starmene domandar. 

* La carità scemenza da mi. 

E si dice anche, a Venezia : Sanr Ana, chi fa la parte no s' ingana. 

San Magno g' ha ingiotio san Giusto. — e 

San Giusto int' un canton, san Magno in progession. 

'*' L'interesse orba anca i galantomini [o scana la co- 
scienza). 

Per la gola se ciapa'l posse. 

Quando la casa se brusa, tuti se scalda. 

Co casca V àlbero, tuti, fa legne [o tuti se serve). 

Cadente quercu, Ugna qvisquis colligit. — Anche : 
Go.ralboro xe in tera, tuti ghe core co la manera. 
Co la m ... è fata, ogni mosca se taca. 

Dise Aristotele : co ti poi aver del ben, tòtene. 

È anche nel Pescetti, ediz. ,1603 ; quando citavano Aristotele i ne* 
mici deliGalilei e i ladri. Ora non si cita più quel filosofo, ma la gente 
cupida seguita a rubare e far guerra alla scienza e ai galantuomini. 

Chi vien xe belo, ma chi porta xe più belo. 

Anche: Bon vegna, hon trova. 

Tuti gerca '1 so utile. — ^ L' amor vien da V utile. 
Mena la coda '1 clan, no per vos ma per el pan. L, 
Tuti gerca de tirar aqua al so molin. 

L* amore di so, quando non è in armonia col bene altrui, è padre 
d' ogni vizio e d' ogni misfatto. 

L' è un bel baiar ne la sàia dei altri. 

OTvero : Ognun ghe piase far le feste in casa d* altri. 

A S. Vito Gad. : Dute cerca i bagordo, ma in .ciasa d' autre. 

* Morto mi, morto '1 mondo. — e Contento mi, con- 

tenti tuti. 

Ovvero : Morto mi g* ho in e . . . chi resta. 

Ogni cavalo se para [sipari) le mosche co la so eoa. 

Altrimenti : 

Chi g* ha la rogna, {o spira), che *1 se la grata. 

Chi g* ha la briga, se la destriga. 

Chi voi parslmolo, si n* pela {jte ne peli^ colgo) 
Di chi non si piglia briga per altrui. Parsìmolo^ prezzemolo. 

* Per gnente, nissun dà gnente. 



112 CUPIDITÀ, EGOISMO 

Chi ga la roba, se la tien. 

Senza el sd davante (vantaggio)^ nissun dò. nuja. {Bell.) 

Chi lamenestra, la menestra a so modo. 
Chi maneza el grasso, se onze le man. 

E: Chi maneza M miei, se lica i dèi. 

Chi g' ha la méscola in man, fa la polenta a so modo. 

À Verona : Chi g' ha M menestrador^ noi Qede volentier a gnissun. 

El rico no conosce '1 pòvaro. 

Panza piena no pensa peV la voda. 

A stomego pien, no se cognosse fam. {A. Ven.) 

El porco passùo {pasciuto) no se ricorda de quelo a 
dezun. 

'L venter pIen no crei a chel afès. L. — • Vedi Condizióni e sorti 
disuguali. 

Stronzo più la camisa che '1 zipon. 

Dieci proverbi, che nella seconda edizione erano in onesto luogo, 
furono portati nel cap. Affetti, passioni, ecc. perchè riguardanti V Amore 
di sé, che non è per nulla da confondersi con l'Egoismo. 

^ Tati pensa per sé e Dio per tuti. 

r Chi no ama che sé stesso, no xe ama da nessun. 

Tratto dalla Raccolta ms. deir Alverà, che si conserva nella Ber- 
toliana di Vicenza. 

Chi magna soli, crepa soli. 

Yeh solilU abbandono nella_yecchiezza, nelle necessità, è la sorte 
deir egoista. 

Aebiti, prestiti, mallevadorie 

La quarésema xe breve, per chi a Pasqua pagar deve. 

Chi voi la quarésema curta, firma 'na cambiai per 
Pasqua. 

Chi che voi *na carasuma curta, se fesc en debit per pasca. L, 

Se no se paga co se poi, bisogna pagar quando che dol. 

'Mègio pagar col pelo, che co' la pelo. 

^ A l'entrar, salve Regina; al magnar, vita dulcedo; 
al pagar, ad te suspiramus. 

Ovvero: A tor su se gode, a pagar se sospira. 

I Turchi: Vino ed arrosto fanno allegria; conto e libro, malinconia. 



DEBITI, PRESTITI, MALLEVADORIE 113 

Nota nota, nodaro, che la bùzera va in caro. 

Si dice a quelli che fanno notare sul libri, per pagare poi tutto in 
una volta, non misurando V attivo al passivo loro . La bùzera va in 
caro, lo sproposito va in trionfo. 

Chi no paga raso, no paga colmo. 

L* imagine è tolta dal misurare 1 grani. Chi non paga a suo tempo 
i debiti le imposte, gli tocca pagare di più poi. Chi paga quando deve, 
acquista credito, che è, come si sa, un capitale anche esso ; perciò si dice : 

Ohi paga debito fa capital [anticarri, cavedal). 

In che di eh' a si pae un debit, si vierz un credit. '* 

Debiti fa debiti. — Debiti e pecai, quant' i sia, no se 
sa mai. 

El far cambiai, riduse Tomo a Tospedal. 

Co la roba di autre puoco se sta a vestisse e manco 
a despogiasse. * 

La roba dei altri fa magnar la soa. 

Si dice anche talvolta della roba rubata. 

Pan imprestò, V è prest mangè. L. 

Quando ghe xe debito, la fodra magna '1 drito. 

Ed anche: I flti magna i drlti. — Cioè i censi ifiti, fitti) che si pa> 
gano ogni tanto dei capitali tolti a mutuo, sono cancrene che mangiano 
le altre sostanze attive {driti) del debitore. 

Xe rico chi no g'ha debiti. 

Bosche vigine e debite lontane. 

I debiti piceli va in desmèntega. 

I debiti no se li paga '1 zorno che se li fa. 

SI usa anche in proprio dai debitori. 

Per debiti no se pica. — Per debiti no i g' ha gnan- 
cora pica nissun. — Render, fa mal de gola. 

A pagar e morir gh' è sempre tempo. 

A pagar no te impressar, che podaria nasser l' agi- 
dente, che no te 'avessi da pagar gnente. 

A pagar no esser corente, che poi darse T agidente che no ti pagbi 
gnente. — I contadini del Bellunese: 

A pagar no estre valent, parche poi estre che no te paghe gnent. 

Ovvero : A pagar no estre cazent, che poi gner al di che no te pa- 
ghe gnent. 

Nella Val di Non, in Tirolo: A pagiar no esser tant slanzent, 'nirà. 
{verrà) 'I temp che no te pagherast gnent. 

Cr. Pasqualigo 8 



114 DEBITI, PRESTITI, MALLEYADOBIB 

Chi no g'ha debito, no g'ha credito. 

r^el dialetto Adriese: Chi a ne g* ha debiti, a ne g'ha crediti. 

I piegli mangia la pel, ma i debicc encie '1 cervel. L. 

Piegli, pidocchi; encie^ anche. 

Chi impianta un palo per cavarghene un altro, xe 
sempre su quela. 

Conti spessi, bona memoria 

Barca rota, conti fati. 

Conto strazza {stracciato), debito salda. 

Chi ordina, paga. 

Quel che no se poi aver, se dona. 

Ghel che no se poi a?è, se *ncogne dona. * 

No se poi cavar sangue dal muro. 

Cui che no pae il poc, pae manco il trop (molto). ** 

Da cativo pagador, tor quel che se poi (o se tol ogni 
moneda). 

Dove no ghe n' è, no ghe ne tol gnanca la piona 
{pialla). 

(Nella Raccolta Toscana questo è dato così: Dove non n* è^ non ne 
toglie neanche la piena). 

In Cadore: Agno {dove) no ghe n*è, nessun, gnanche'l diau, ghe 
n' può tuoi {torre). 

Dei creditori insolvibili; i quali dicono pure: 
Quando no ghe n' è, quare conturbas me ? 

Bisogna tor el sangue secondo le vene. 

Da cativo debitor, pia pàgia, per laòr. {X. Tav.) 

Chi li ha d'aver, li vole. 

A Belluno: 

Chi che ha da aver, trova la strada. 

Trova la strada per riavere i suoi danari. 

I crediti bisogna ca minarli. 

Andando e tornando più volte dai debitori; i quali ripetono sem- 
. pre : presto pago, laonde nacque il seguente: 

Chi che ha da darme, presto i me paga. 

Devant mezanot, pensa cai {quel) che ha da pajè; e 
davo mezanot cai che ha da score {riscuotere). L. 

Perchè il pensiero del riscuotere è più tormentoso. 



DEBITI, PRESTITI, MALLEVADORIE 1 15 

Dà del tuo a chi ha del suo. 

Chi impresta [o crede) senza pegno, no ga inzegno. 

Chi mete pegno e no sa co', par da mato e perde '1 
so. (X Tav.) 

Xe mogio diventar rossi, che verdi. 

Rossi, negando ; verdi, dalla rabbia di non poter riavere il suo. 

Chi impresta, ghe ne perde 'na gesta [o perde '1 colo 
e anca la testa). 

Cui che impreste, pierd la ^este (0 la creste). ** 

Bezzi e bòte {pusse)j no torna più ìndrìo. 

0: Soldi e bastona no toma mai a ca. 

«► Xe megio donar, che imprestar. 
Prima imprestai e pò donai. 
Chi impresta, perdei dòpio [o perde Tamigo). 

Sui cartoni d'un codice della Marciana trovai questi quattro versetti: 
Si prestabis^ non habebis ; Si hubebiSf non tam cito; Si tam cito, non 
tam bonus; Si tam bonus^ perdei amUnm. 

\ Chi impresta bezzi, se fa dei nemici. 

Chi impresta bezzi, ai amis, se piard V amicizie. ** 

^ Se te seca el to vigin, imprèsteghe un zechin. 

Fra buoni vicini che si amano, i prestiti sono frequenti, e si dice: 

Pan impresta, fugazza renduda. 

A chi impresta un pan, se i [gli) rende an pan e 'na 
peta. 

Di S. Vito Cad. Peta, pinza. — a Livinallongo : 
Pinza 'mprestada, pan retù {fenduto). 

Libri, dona e cavai, no se impresta mai. 

E questo maccaronico : Quod libi bisognata noli prestare compagno. 

Orologio, can, femene e cavai, no se impresta mai. 

Ciaval, cian, sclope e femine, no s' imprestin mai. •* 

Chi impresta libri mugièr, resta de Ca-Donà o de 
Ca-Corner. 

Chi pieza, paga. — o Chi fa la piezeria, la paga. 

Pesarle, la robe mene vie. *• 

Chi fa piezerie, magna '1 soo. 

Chi che voi savei chel che l'è suo, no fesc pesaria. L. 



116 DKBITI, PRESTITI, MALLEVADOBIB 

Chi entra malevador, entra pagador. 

No tMmpazzà, no tMntrigà, pezarie no stant a fa, se no ti toce 
di pajà. ♦• 

£1 piegio no V è bon, se noi se paga. 

No far mai piegio par gnissun, che par ti stes. * 

Aillg^eiixa, Tli^ilaiftxa 

Chi ben cominzia è a la metà de V opera. 

Chi Qerca, trova; e chi dorme, s'insonia {si sogna). 

A Vicenza: Chi Qerca, cata e chi dorme, s* insania; e andar a V osto 
ghe TOl pecunia. 

Chi gerca, cata; e chi geme sMnzavata. 

Di chi non si contenta tosto, e ya troppo per le minute; che fini- 
sce per imbrogliarsi. Dicesi anche di chi vagheggia la terza e la quarta, 
e poi sceglie malamente. 

Bisugne fa la roste prima eh' a vegni V aghe. ** 
Chi ben liga, ben desliga. 

Fast bind, fast find^ a proverò neper stale in thrifty mind. (Merch. of 
Venice. II. 5). 

Ohi ben Ioga, ben trova. — e 
Chi ben sera, ben avérze. 

È un bratto aprire la porta quando si trova che, per la negligenza 
nostra. Ti furono i ladri. In questo senso si usa V altro, già notato : 

La clave xe la paso de le case. 

Co se conta le biesce, '1 louf se guzza i denz e le 
omble. L* 

Biesce^ pecore; omble, unghie. — Più si custodisce una cosa e più. 
si stuzzica il ladro. 

Perciò in Friuli dicono: Il Ioy al mange piòris contadis. 

I omeni verze e i paroni sera {serrano). 

Omeni, garzoni. Sia il padrone che chiude, alla sera, la sua 
bottega. 

Co no gh'è'l gato, i sorzi bagola. 

L' impunità fa baldanza. Un capo ci yuole. — In Cadore, a Domegge i 
Quand che la giata mancia, la soriza baia. — Neil' A. Trev. : 
Via M gat, baia '1 rat. 

Co no gh' è '1 paron, le af {api) scampa. 



DILIGENZA, TiaiLANZA 117 

Al paron e a la parona un ogle sol; e ai autri de 
fin che i n'vol. L. 

Ohi no sera *\ pan, va a dormir digiun. 

Chi no ga testa, g'ha gambe. 

Chi no strepa buseto, strepa buson. 

Chi tura bttcolin, tura bucone. 

^ Chi no fa '1 gropo a Y azza, perde '1 ponto. 

Non lasciar nulla o di sospeso, o d* incerto nelle tue faccende. 
A%%a^ refe, filo. Si adopera anche per aveia (nel Ticent. e yeron. at^th- 
nàra) gugliata. — A Belluno: Chi no faM grop al fil, perd el pont. 

Chi fa quel eh' el poi, fa '1 bisogno (o fa co' fa un 
bravo). 

^ Co se fa quel che se poi, se xe fora de obligo. 

♦ De là del poder, no se ghe va. 

E si soggiunge, scherzando: Ghe xe andà'l gato e'I g'ha lassa le 
zate {zampe), 

• Co se voi, se poi; co no se voi, no se poi. 
Chi scampa da un punto, scampa de gente. 

In Adria : Chi la scàpula un* ora, ne scàpula Qento. 
A Vicenza : Chi la scàpola *na Yolta, la scàpola ^nto. 
Perciò, avvertendo alle conseguenze che può avere anche un solo, 
anche menomo, fallo od accidente, si dice spesso: 
Per un punto, Martin perse la capa. 

Un falò ghe ne dise gente. 
Chi fala de dièse, fala de mile. 

Tolto dal conteggiare. 

Sul più bel, voi la verda. L. 

Sul più hello d' un lavoro, ci vuol guardia. Allora si usa dire 
proverbialmente: Sul più bel de Toselar, xe morta la Qiveta. 

Una faliva {favilla) basta a brusar 'na casa. 

A Belluno: Basta *na fulisca per brusar *na casa. 
A Verona: Una sdinza brasa un paiaro. 
In Friuli: Da' une Insigne, nas un gran fùc. 

^ Per un ciodo se perde un fero, e per un fero un cavalo. 

Par un claut, si pierd il fi6r. ** 

"^ Chi camina coi ocì serài se rompe la testa. 

E in Adria pure, avvisando di guardar bene addentro agli affari : 

^ Chi no ghe vede, magna mosche. 



118 DILIGENZA, VIGILANZA 

Date ha da vardà davanti'! so garmal (grembiale).* 

Chi no varda, no vede. — e No se poi dormir e far 
la guardia. 

Dove manco se crede, Taqua rompe. 

Onde che mai se crede, sta*I giuro (lepre). * 

Quando le cose va sul so pie, no gode farsòra né 
gnanca tripiè. 

Raccolto a Vittorio, e vaol dire: quando gli affari si conducono con 
diligenza ed attenzione, non ne godono poi altri, p. e. avvocati, media- 
tori, creditori, ecc. In questo caso, nel Friuli si dice: Quand che ognun 
r ha il sd, il diaul no V ha nuje. — A Rovereto di Trento corre questo : 

Ohi zuga, no dorme. 

E la spiegazione è : i* uomo d* affari, chi ha facende di gran mo- 
mento, è sempre ali* erta, e dorme poco. — Camillo di Cavour dormiva 
quattro sole ore al giorno quando lavorava a far V Italia. 

Aonna, matrlntonlo 1) 

-i Le dono xe de tre sorte : done, donete, donolete. 

11 vecchio che me lo ripeteva sui Colli Borici lo spiegava con queste 
parole: adone^ brave de casa; donete^ bone da gneute: donolete, quele 
mate; che xe la rovina de le famegie. » 

Le done xe sante in ciesa, anzoli in strada, diavoli 
in casa, givete a la finestra e gaze a la porta. 

La dona bisogna praticarla un zorno, un mese e 
un'istà, per saver de che odor la sa. 

Dona e legno no sta mai a segno. 

0: Dona e legno fa perder V inzegno. 

11 legno, finché non sia bene stagionato, non istà mai in so mutau> 
do dimensione e forma. 

Cavre, femene e musso, tira sempre al so pezo. 

Le capre a brucar Torba salgono sui greppi e sui dirupi, e le 
ciuche camminano sul ciglio della strada. 
Un altro dice: 

La dona e' la vaca al pezo (peggio) le se taca. 

1) Questo Capitolo, interamente rifatto, è ordinato così : 
Donne, varietà e indole loro. — Mali, lagrime. -^ Castighi. — Falla- 
cia. — Scelta. — Custodia. — Pulcellone. — Matrimonio, suo bene e male, 
—- Mogli malaticce. — Requisiti dei conjugi. — Prima e dopo. — Giovani 
e vecchi. — Dote. — Vedovama. 



DONNA, MATRIMONIO 1 19 

La don£|» g' ha più tìqì {ricci) che Qervelo. 

Lis feminis han putros {molti) ciavei e poc ciav {capo). ** 

La dona g' ha più caprigi, che rigi. 
La dona xe volubile per natura. 

Così tutti quelli in cui la fantasia è più forte che la ragione. Un 
^ altro: Le done le va e le vien come'l vin de C'pro. 

El gervel de la femena V è fat de fior de lat de simia, 
e de formai de volp. [A. Ven.) 

Le done no g* ha altra arma che la lengua. 

La lengua de le done xe come la fòrbese, o la tàgia 
la ponzo. 

Vedi Parlare, tacere. 

Ustu'vè pas [vuoi aver pace) in famee? cus la len- 
ghe a la femine. * 

Le done xe come i carboni, o le intenze, o le brusa, 
le scota* 

Val più'na bareta, che gente scufie. 

Le done g' ha sete [sette) spiriti in corpo, [o sete 
anime e un animin.) 

La dona xe come la castagna: bela de fora e dentro 
la magagna. 

Le done ghe ne sa 'na carta [o un punto) più del 
diavolo. 

Euripide faceva dire, 23 secoli fa, a Greusa nella lonei 

In mala ognor condizion le donne 

Appo gli uomini stanno: in un confuse 

Siam buone e triste e V odio abbiam di tutti. 

Tale è il misero fato a cui nascemmo. 
Dal quali versi si vede come, in tutti i tempi e paesi, le donne 
furono giudicate sempre a un modo. 

Le done xe come i gati : quando che le se carezza, 
le sgrafa. 

El bisso g'ha'l velen solo quando el se irita, ma la 
dona lo g' ha tuta la so vita. 

Co le femene se fìssa, le è pedo de 'na bissa. 

Feltrino. Se fissa, si puntigliano ; pedo (d, th Ingl.), peggio. 

Se no ghe fusse vento, né femena mata; 
No ghe saria mal tempo, né mala giornata. (X Tav.) 



120 DONNA, MATRIMONIO 

Megio 'na cagna e star soto un camin, che ^ona tri- 
sta soto un baldachin. 

L' è mej reste senza gabana, che avèi la femena .... L. 

Miei vivi 'i' al bosc, che cu la femine stizose. " 

Le done fa come le oche: co le se voi piar, le scampa; 
po' co se parte, le pia per la vesta. (X. Tav.) 

El cor de le done xe fato a melon. 

A spicchi, da dividersi per più persone. 

>#Ghi dìse dona^ dise dano. 
^Dona, dano, malano, tuto '1 tempo de 1' ano. 
Fumo e dona cativa, fa scapar 1' omo da casa. 

• Dona se lagna^ dona se dol, dona se amala, quando 

la voi. 

# La dona va sogeta a quatro malatie a V ano [anno) 

e ognuna dura tre mesi. 

Relògi, done e caretele, g' ha sempre le so schinèle. 

In Agordo, scherzando: Co le femene sta proprio ben, ghe dol la 
panza che no le poi pi. 

In Cadore: Le femene co le sta ben, le ha mal de testa. 

Da 'na femena a un mulin no gh' è gran diferenza. 

^ NeirA. Trev.: Arelogio, cavai e sposa, ghe manca sempre {sic) 
qualche cosa. 

Le done xe come i gati: no le mor fin che no le 
ghe bate '1 naso. — e 

Dona, gata e bisata no mor mai. 

Si dicono appunto per le frequenti malattie che accusano, come se 
avessero da morire. 

* Le done tien le lagreme in scarsela. 

Sul pianto delle donne, vedi Astuzia, pag. 63. 
Ovidio diceva nel lib. 2 de Remed. amoris : 

Neve puellarum locrymis moveare caveto: 
Ut fierent oculos erudiére suos. 
E nel lib. 3. de Arte amandi: 

Quoque volunt ploranl tempore, quoque modo, 
E Giovenale, sat. VI. 273: 

Vheribus semper lacrymis, semperque paratis. 

A lagrime de femena e a sudor de cavai, no cade 
badarghe. 



L 



DONNA, MATAIMONIO 121 

^ Per la dona in convulsion, ghe voi baston. 

Bon cavai e rio cavai voi spiron, bona dona e ria 
dona voi baston. (X. Tav.) 

Ovvero: A cavalo speron, a la dona baston. 

^ Le done, i cani e '1 bacala, perchè i sia boni i ghe 
voi ben pesta. 

A bastone la fémene, V è bel luviers che bate '1 ba- 
cala. L. 

E il bel rovescio, perchè diventano più dure e cattive. 
Ecco come la pensava in proposito, cinque secoli fa, un savio uomo: 
« E comechè uno proverbio dica: Buona femmina e mala femmina 
vuol bastone ; io sono colui che credo che la mala femmina vuol ba- 
stone, ma alla buona non è di bisogno; perocché, se le battiture si 
danno per far mutare i cattivi costumi in buoni, alla mala femmina si 
vogliono dare perch'olla muti li rei costumi; ma non alla buona, per- 
chè, s* ella mutasse li buoni, potrebbe pigliare li rei, come spesso in- 
terviene quando li buoni cavalli sono battuti ed aspreggiati diventano 
restii. » (Sacchetti, hov. 86). 

^ Cui che bastone la femine, bastone la borse. ** 

Forse perchè, per placarla, bisogna farle qualche regalo. 

Per done, cani e aqua, i omeni se mazza. 

Da dona dei altri e da cavai scampai, libera nos, 
domine. 

Femene ghe n' è sete par un, e le zete da spartir. 

Ohi con dona va e aseni mena, crede de andar a 
disnar e no va gnanca a ora de gena. 

« Le donne son figliuole deir Indugio. » Dutn molliuntw^ ium comun- 
/ttf, annus est. (Terenzio). 

* A le done no xe da credere che tre cose; co no le 
magna, le ha magna; co le partorisse, le gora 
{erano) gràvie; co le mor le g'ha avudo mal. 

Anche le donne si lagnano deir aver creduto agli uomini : 

El crèdare e'I pèvare (pepe) minciona le done e i 
cani. 

E in un canto delle contadine del Vicentino: 
Tuti me disc; tólo. Tè un bon fiolo; 

Dopo che Io g' ho tolto, el me g' ha in culo. 
Tuti me disc: tdlo, el g*ha la roba; 

Dopo che lo g' ho tolto, el g' ha la goba. 
Tuti me disc: tdlo, el g'ha dei soldi; 

Dopo che lo g'ho tolto, el g'ha i so corni. 



122 DONNA, MATRIMONIO 

Le èie le è un lacc, a le pratighè se lassa 'uà giama 
(gamba) o 'n brace. L. 

Lacc e brace, si pronunciano come se finissero con e muta. 

Dona de mondo, uè l'ha mai fondo. 

Tutte le donne Tane e triste, anche se non sono del mondo, sono 
dllapidatrici delle sostanze. 

Né dona, uè tela, a lusor {o ciaro) de candela. 

0: A lustro de candela, no se stima né dona né tela. 
A Trento premettono: Né forment. 

Chi sa crompar meloni, tol bona mogèr. 

Ci vuole buon naso. Vedi il primo della pag. 81. 

* Cavai e dono, bisogna vardar la razza. 

L* Ariosto, nella Sat. III.: 

Tu che Yuoi donna, con gran studio intendi 

Qual sia stata e qual sia la madre, e quali 

Sien le sorelle, se air onore attendi. 
Se in cavalli, se in buoi, s* in bestie tali 

Guardiam la razza, che faremo in questi. 

Che son fallaci più eh* altri animali ? 
Di vacca nascer cerva non vedesti 

Né mai colomba d' aquila ; né figlia 

Di madre infame, di costumi onesti, ecc. 

Megio'na biasimada da vigin, che na lodada da lontan. 

L* è miecc en èia damprò desprexiada, che una da Ione laudada. L, 

Xe mogio un del paese biasima, che un foresto loda. 

Né de erba febrariòla, né de dona festariòla, no ve 
sto a ìnamorar. 

A Treviso: Né erba fevrarola, né puta festariòla, né mercanzia da 
ai (aglio), no crederghe mai. 

Tre calighi fa'na piova, tre piove 'na brentana, tre 
festini una 

Caligo, caligine, nebbia; dr^n^ana, alluvione. A Vicenza: 

Chi conduse la dona soa a ogni festa, e lassa bèvare 
el so cavalo a ogni fontana, in poco tempo fa 'na 
rozza e 'na 

Pasqua marzuola e femena torzuola, no bucia mai ben.* 

Non riescano bene. Marzuola che viene di marzo ; torzuola, girello- 
na. — A S. Vito di Cadore: 

Né serves de prees, né fìes de muliner bisogna sposales. 

Vedi Compagnia, pag. 89. 

Galine e putele, a girar massa, le se perde. 



DONNA, MATRIMONIO 123 

Putela tropo in strada, perde la strada. 

La pites che cianta in gialesco e la toses che subìa^ 
no è per cìasa mìa. 

Le galline che cantan da gallo, e le ragazze che zaffolan o non sono 
per casa mia. 

* Dona scompagnada, xe sempre mal vardada. 
« Beata quela dona che passa inosservada. 

Era d' una buona vecchia trevisana. È il caso del Bene qui latuit, 
bene vixit. 

Dove ghe xe ragazze inamorae, xe inutile tegnir 
porte seràe. 

Tre cose no se poi tegnir sconte: la dona in casa, i 
fusi int' un saco, e la pàgia iute le scarpe. 

Xe più dificile a far la guardia a 'na femena, che a 
un saco de pulesi (jpulci). 

Cui che r ha in ciase donzelis, che al ciale li stelis .** 

Guardi le stelle, sorvegli auche di notte. 

No gh' è dona più stizzosa, de quella che resta tosa.. 
Donzelona, brontolona. 
Donzela vocia, fortuna aspeta. 

Ecco due filastroccole proverbiali con le quali pare che si consolino 
le donne senza amanti e senza marito : 

Ohi g' ha dei morosi, g' ha dei fiori ; chi g* ha dei 
santoli, g'ha dei buzzolà; e chi g'ha dei marii, 
g' ha de le bastona. 

Così nel Vicentino. A Venezia : • 

Co se g' ha morosi, se g' ha fiori ; co se g' ha fiori, sa 
g' ha dolori ; e co se xe maridàe, se xe bastonàe. 

E questa, che esse cantano: 

Chi g* ha la rogna, grata ; 
Chi g' ha *1 martelo, bata ; 
Chi g'ha la roca, fila; 
Chi g'haU mari, sospira; 
E mi che no lo g' ho. 
Tuta la note dormirò. 

Le èie, maridèle co podei; che chèle che no se ma- 
rida veng più exie de 1' asiei. L. 

Le ragazze maritatele appena potete, se no diventan più acri del- 
r aceto. 

A puta maùra {matura) no manca ventura. 



124 DONNA, MATRIMONIO 

No gh' è carne in becarìa, che gaio o can no la 
strassina via. 

0: Per yecia che la sia, carne no gbe ne resta in becarìa. 

A Belluno : Carne in becarìa, presto o tardi la va via. 

rfo è mai vanzade ciàr in beciarie, che lire o prionte no si de vie. 

Se la femena fusse d'oro, no la vaiarla un scheo. 

Scheo, centesimo; dalle parole Scheide munze che si leggevano sulle 
monete austriache di rame. 

No gh' è pignata che coèrcio no caia. 
Le belo per dileto, le brute per dispeto. 

Vedi, a pag. 69, il prov. di Cortina d* Ampezzo. 

* Ogni vi {vite) voi el so palo. 

La vigna, senza àlbaro, no sta su. 

£ quindi : Tagiii V albaro, in tera la visèla {vite). 

Ai omeni daghe mugèr, ai puti daghe del pan. 

È nelle X. Tavole, Si dice pure: 

L' omo senza 'na strazza de femena, somaro senza cavezza. 
Ma fui di parer sempre, e così detto 

L' ho più volte, che senza moglie a lato 

Non puote uomo in boutade esser perfetto. (Amos. Sat. III). 

I colombi, prima de coàr, i se fa '1 nido. 

In Friuli : Prin si fas il nid, e dopo i ùs {le ova), 

El primo ano eh' el povar' omo se marida, o '1 se 
amala, o '1 s' indébita. 

Gnente co gnente, fa male stente. 

* Xe megio dir: poareto mi, che: poareti nualtri. 

* Chi se tol per amor, per rabia se lassa. 

Ovvero: Chi se tol d'amor, de rabia mor. 

Chi de amor se tole, de rabia se rode. 
Si dicono dei matrimoni fatti per mero trasporto di fantasia, o 
air impazzata. 

* Chi se marida in pressa, stenta adàsio 
Magari in camisa, ma che '1 piasa. 

Magari povero, ma che piaccia, dicono le ragazze. 

Chi non piglia, non somiglia. 

In questa precisa forma lo udii dalle contadine nella valle di S. 
Germano de'Berici. 

Chi no me voi, no me merita. 



i 



DONNA, MATRIMONIO 125 

S'ha maridà ball, l'ha tolto zapa, 
Come xe l' omo, la dona '1 se cata. 

Le femene e le vacie bone, no le va mai fora de paese.* 

^ Femene e boi, dai paesi soi. {Beli,) 

. In Cadore: Vacie e femene dal suo luò. 
Ovvero: Tose, yacie e fuo% pi da visin che se può. 
A S. Vito : Vacies e femenes, i/Ae 'I so paes. 

Marìdanza in vìsìnanza, e comparanza in lontananza.!/. 
Vache drio 1' acqua e femene contro aqua. 

DeirA. Trev., dove si preferiscono le mucche della pianura e le 
donne della montagna, che sono più forti e faticone. È confermato dal 
' cadorino: 

La femena, no menala contro aga. 

E anche per le mogli, a S. Vito : La femena no V ha da marldasse 
contro aga. 

El bon vin se vende sui so bàsari {o su la so sògia). 

Vicentino ; e d' ordinario si usa parlando delle ragazze. Bàsari 
(come tempori, corpora, campora) da base: e sono le travi sulle quali 
posan le botti; se sono di pietra, si dicono sògie. soglie. 

La fiola che va a 1' aitar co la so ìnogenza, fin i 
alberi ghe fa la riverenza. 

Del Polesine. 

El matrimonio xe bon per i boni. 
La bona muger fa'l bon marie. 

A Belluno: El bon mar), fa la bona femena. 

L'omo fa la dona, e la dona fa l'omo. 

♦Xa muger xe un loto : se la xe bona, te ve drito ; 
se la xe cativa, te ve zoto. 

Ve, vai; a Venezia: ti va dreto. — Esiodo, nel poema / lavori e i 
giorni, p. II. (trad. del prof. Santr Brntini di Faenza) diceva : 
Se nozze vuoi che ti convengan, prendi 
Consorte allor che circa agli anni trenta 
Tu giunga deiretà. Quattro ne conti 
Di pubertà, la donna, e sol nel quinto 
Vada a marito. Vergine la scegli 
Per informarla a bei costumi, e tua 
Vicina sia ; ma ben poni il pensiero 
Che non isposi del vicin lo scherno. 
Sorte miglior non dassi air uom che avere 
Onesta moglie; nò peggior che trista. 
La qual si piaccia sol di pranzi e cene. 
Ella il marito ancor che forte, senza 
Face arde, e presto a ria vecchiezza adduce. 



•• 



126 DONNA, MATRIMONIO 

Chi se marida, zoga un terno al loto. 

El maridarse no xe per tuti, 
Chi vien bei e chi vien bruti. 

Chi se marida e no sa V uso, 
Fa le gambe flape {mencie) e longo'l muso. 

Ovvero: Chi al matrimonio no xe uso, 
Slonga '1 naso e scurta *1 muso. 

Il mistir dal matrimòni, plui si fas e plui si lu dispare. 

La vògia de e. . . e de maridarse, la vien tuta int'un 
momento. 

La sera, tuti se marida; ma la matina, chi sì e chi no. 

«» Orologio, femene e cavai, sempre guai. 

^ Chi voi imbrògio, toga muger o relogio. 

Una fantesca, nel 1880, me lo disse così: 

Chi Tol torse un imbrògio, prenda molge e relogio. 

"^ Chi tol muger, tol pensier. 
^ Muger e guai, no manca mai. 

Le donne rispondono: Mario e malan, no manca mai. 

% Quando Dio voi castigar un omo, el ghe mete in 
mente de maridarse. 

Anche : Vustu castigarlo ? marìdllo. 

Omo marida, osel in gabia. 

Chi g' ha marie, g' ha paron (padrone). 

La muger fa far giudizio. 

^ L' omo marida g' ha quatro p : pene, pensiero, penti- 
mento e penaci (pennacchi). 

9 AI maridai una de ste tre: o prigionia, o malatia, o becaria. 

Dona maridada, mussa (duca) deventada. 

Le donne dei contadini son quelle che sostengono le maggiori fati- 
che, in casa e pei campi. Fra le montagne del Bellunese e del Cadore 
gli stenti e la attivit^ loro sono yeramente incredibili. Anche nella Carnia: 

Le femine ha d' ave : braz d' azal, panze di furmie, 
e lenghe scampo vie. 

Lavorar molto, mangiar poco, tacer sempre. 

La dona che se marida, bisogna che la gh' abia : boca 
da porselo e schena d' asenelo. 

Quindi i proverbi nei quali si esprime quanto sia il danno della 
malsanla delle mogli: 



DONNA, MATRIMONIO 127 

^ Chel on che se marida co' na femena raalada, è meo 
che '1 se cope co 'na spada. * 

L' è mei ave 'nte cui 'na vespa e 'nte scrign 'na sori- 
cia, che la fémena co la pelicia. L. 

Cioè malata. E di una affetta da ernia, che le impedisse il portar 
pesi i lunghi viaggi sui monti: 

L' è mei ave la stala vuota, che la fémena derota. 

Sono sei proTerbi che ritraggono bene la vita delle popolazioni 
rurali e montanare. 

• Co nasse 'na femena, nasse 'na serva; co nasse un 
omo, nasse un paron. 

La bona dona fa la casa, e la mata la desfa. 

Per r una vedi Frode, rapina ; per V altra, Economa. 

La dona de bon uso, tende a la roca e al fuso. 

La dona che sta iute la so ca, 
Se anca la xe da poco la par d' assà. 

A galina che ghe piase el gaio, ghe pìase anca el so 
ponaro. 

PonarOy pollajo, Vicentino. NeirA. Trevisano: 

Co piase el gal, piase anca el puner. 

Q uando piase lo sposo, piace ogni cosa sua, la casa, la famiglia. 
A Glaut: Quand eh' a pias el frari, a pias ance'l convent. 

La dona savia no g' ha né oci né rece. 

Tace, non borbotta, non rimprovera, né rimbecca. 

Per far un bon matrimonio ghe voi l' omo sordo, e 
la dona orba. 

L' omo eh' el sia bon, eh' el sia san, eh' el gh' abia 
del pan ; la dona, che la tasa, che la piasa, che la 
sia dona de casa. 

A una bona mugier ghe voi quatro b: bona, brava, 
bela, bezzi. 

In una mirabile Novella troiana « Le tre maruzze, » stampata a 
Troja (Napoli?) nel 1875 in 28 esemplari, è questo distico: 
Quam 8Ì8 ducturus teneat P Quinque puella: 
Sit pia, 8it prudens, pulcra, pudica, potens. 

La dona deve aver quatro m: matrona in strada, 
modesta in ciesa {chiesa), massera in casa, e ma- 
tona in lete. 

Anche gli antichi inglesi desideravano quattro cose nelle donne: 
Abili in cucina, sante in chiesa, angeli a tavola e scimie in Ietto. La 
differenza è curiosa. 



128 DONNA, MATRIMONIO 

La campana de note xe quela che sona più forte. 

Le persuasioni della moglie sono più efficaci che le altrui. 

Quando la dona se marìda, presto s' intriga, eresse 
la briga e cala '1 morbin. 

Allude alla grayidanza e alle cure della maternità. In Cadore : 
Ci si marida, presto s* intriga, data la briga del fantolin : ci gu6 
{vuoi) la papa, ci guò la nana, ci guò fa* caca e ci pissin. 

La sposa xe felige fin che 'ì tajer sa da torta. 

Puta valente, co la xe maridà no la vai gnente. 

«% Le tose da maridè, j ha le ale da angelo; e co j è 
maridade, j ha da nètola {nottola), L. 

^ Co le xe da maridar le scoa le strade, 

Co le xe maridàe, gnanca le case. {Venez). 

Prima de maridàsi, siet braz e une lenghe; e dopo 
maridadis, siet lenghis e un bras. " 

Una femena da maridar T ha cento gambe e una lengua sola ; una 
maridada, cento lengue e una gamba. (Trev.) 

Le dono, co le xe pute le g' ha sete man e una lengua sola ; e co 
le xe maridae, le g' ha sete lengue e una man sola. 

Co le è da maridar, le mena la mussa (duca) e M car ; co le è ma- 
ridade, musse deventade. (Feltre)^ 

La puta da maridar la spazza V ara {oja) ; e co le xe maridà, 
gnanca la casa. {Yicent.) 

La puta da maridar spazza i balconi, 
Co la xe maridà, ganca i cantoni. 

Le femene co le è maridàe le cambia muso e uso. 

Co le se maridà le tose, tute ghe par rose. 

Une nuvizute co va a marit, cu la boce a vai 
{^piange) e cui cur a rid. '• 

El di de la nozza, pan e vin ; 'n doman, nia 'nte scrin. L. 

Dei poveri che si maritano. iSmn, armadio, cassa, scrigno. —Anche: 
'L di della nozza, cianzei {calzari) col taco; 'n doman, piaron via 
col saco. 

El pan del ihario, xe benedeto da Dio. 
Mègio un tristo marìo, che un bon fradelo. 

È delle ragazze bisognose di marito ; le quali dicono perfino : 

Pitosto che gnente, marìo vocio e despossente. 

Della età, per iscegllersi il marito, dicono a Vicenza : 

De vent' ani chi te vo% de trenta chi te po'. 



DONNA, MATKIMONIO 129 

Chi se marida zoveni, stenta in longo : chi se marida 
veci, sona de corno. 

Chi se marida zoveni, no porta le braghesse da veci. 

Xe mogio star soto barba, che soto bava. 

Meglio un uomo maturo, che un giovinetto. Ricorda queir altro : 
Xe megio un cavai fato, che un puliero mato. (pag. 53.) 

Ai marii puti, ben tegna; ai zoveni, ben vegna; ai 
veci, ben vada. 

Così rispondono le donne alle proposte di matrimonio secondo le 
diverse età dei pretendenti. Friulani questi due : 

Dai une femine zovin a un vocio, 1' è come dai une 
cocule a un frut. 

È come dare una noce a un bambino. 

Fra doi zovins. Ve un matrimoni dal Signor; 

Fra doi viei, V è un matrimoni de mierde ; 

Fra un zovin e un vieli, ]' è uh matrimoni dal 
Diaul. 

Vocio a zovene sposa, g' ha '1 caileto prepara. 

Il cataletto preparato. — Vedi Gioventù, Vecchiezza. 

Chi voi veder la cuna arente al loto, sposa 'na zòvena 
con un vocio. 

0: Chi voi impinir un Icto, meta^na zòvena arente un vedo. 

Mario vocio e muger zovene abbondanza de putei. 

Megio un zovene senza camisa, che un bruto vècio 
co la barba grisa. 

Vedi a pag. 51 e 69. — A Claut le ragazze cantano : 
Pitost che un vedo co la barba grisa, 
Voi dorme un zovenin senza ciamisa ; 
Che la ciamisa se fa presto a farla. 
La barba grisa no si poi pelarla. 

Co la xe dentro de la porta, bisogna tegnirla o dreta 
storta. 

Un canto popolare vicentino: 

Quanti gbe n' è che se maridaria. 
Se 'I maridarse fusse per un anno ! 

Roba de dota, la va che la trota. 
Dota, no arìchisse casa. 

Ohi voi giustar le braghe co le còtole de la femena, 
le g'ha sempre rote. 

Or. Pasqualigo 9 



130 DONNA, MATRIMONIO 

Ci che guò faisse la braghesses con la carpètes de 
la feraenes le ara sempre rotes. 

DI S. Vito, Cad. — Quelli che vogliono farsi 1 calzoni con le gonne 
delle femmine, li avranno sempre rotti. Anche questo : 

Ohi se marida per paga debite, magna sardeles per 
stusà la siede. 

Cui che si maride par la dote, si pice par la gole. ** 

La bela dote, marida anca le zote. 

La dota marida la zota (zoppa). 
La roba marida la goba. 

La buine dote la dà il pari, la buine femine il Signor.'* 
La dote d' a femine sta i' ai comedons. '* 

Nei gomiti, nelle braccia. Questo è comune a tutto il Cadore. 
A pag. 101 è r altro : Qua la puta e qua, la dota. 

No gh' è matrimonio, che no gh' entra '1 demonio. 

No nasse un maridazzo, che no ghe sia un gran ba- 
gìazzo. 

Che non se ne discorra, che non si trovi da dire o mormorare.— 
In Friuli: Ogni maridaz il so burlaz. 

L' è meo brusà 'na vila, che desvià un matrimonio. 
(Amp.) 

El matrimonio no xe belo, co no gh' è un putelo. 

È un detto, non un prov. questo: Compare de l'anelo, papà del 
primo putelo. 

Fra carne e ongia, nessun no ponza (punga). 

È nelle X. Tav.: dalle quali il Gotti lo tradusse così: Fra carne e 
ugna non già uom che vi pogna. 

Chi se marida in parentà, o curta vita o longa in- 
fermità. 

In Cadore : o longo stenta. . 

La prima xe'na meschina (o'na fachina), la seconda 
xe 'na regina. 

La prima, 'na spina ; la seconda, 'na colomba. 

: La prima, la fantina ; la seconda, la gioconda. 
Divia erit magno quae dormii terlia ledo. (GiOT. il. 60). 

La prima xe matrimonio; la seconda, compagnia; la 
terza eresia. 

È anche nelle X. Tavole. In Ampezzo : La prima per castigo, la se- 
conda per grazia. 



DONNA, MATRIMONIO 131 

Chi sposa 'na vedoa, no compra gaio in saco. 
Ohi sposa una vedova, magna fava. 

Fava, fava e faceva. La moglie ricorda sempre il marito con para- 
goni odiosi al secondo. Dicesi pure: 

* Co le done se marida per la seconda volta, sta sem- 
pre San Benedeto drio la porta. 

A PadoYa : Co le vedove se torna a maridar, S. Benedeto va sem- 
pre per casa. » Nella Trinuzia del Firenzuola (II. 2) v'è questo dialogo: 

VioLAifTB. E* non si vorre' mai tor vedovi... perchè come no* facciam 
nulla nulla, e* non hanno altro in bocca: quelP altra faceva e quell'al- 
tra diceva; la si contentava d'ogni cosa; i' no» idi mai un ma; la mi 
diceva ben il vero, benedetta sia l' anima sua, e spiccanti un sospiro, che 
par che passino : e così tutto '1 di ti fanno dar V anima al nemico. 

PuBELLA. Oh sta ben; oh ve' dove T aveva. Adunque e* non si 

vorrebbe tor vedove; perchè le debbono anch' elleno rimpiangerli colle 

medesime fllastroccole, e tanto più, quanto le donne sanno meglio 

simulare, e son naturalmente più fastiose, e più cicale, a dircelo qui 

tra noi. ecc. eoe, 

^ I omenì gode le done el zorno che i le tol e quel 
che le crepa. 

Quando 1' omo fa tera, la dona fa carne. 

La moglie ingrassa alla morte del marito. 

Co xe morto '1 marie, V amor va con Dio. 

E le donne rispondono : 

V Amor de mugèr morta^ dura fin a la porta. 
Dolor de gòmio {gomito)^ dolor de marie. 

MeirAlto Veneto : Dolor de on, dolor de comedon {gomito). 
Il Lasca nella prima novella : « Il dolore della morte delle mogli è 
come le percosse del gomito, che, benché elle dolgano forte, passano 
via spacciatamente. » 

I vidui il prin di a vaìn {piangono)^ il secondo s' a 
passln e il tierz s' a ridin. ** 

(Vedi Bellezza; Famiglia; Gioventù), 



Eeonomla, prodli;alità 

A un hezzo e a un soldo, se fa'na lira. 

Un cin a pè d' [apud) un cin, fa un bon cin. 

dn, poco. Fra le varianti, vi sono queste : 

A un soldo a la volta, se fa un zechin. 



132 ECONOMIA, PRODIOALITÌL 

A forza de schèi, se fa M fiorin. {Trento) 
Un poco e un poco, fa un loco. — o 
Da le frégole {bricciole) Tien el toco. 
Tanti pochi, fa un assae. 
Giozza continua, impenisse la tina. (Trieste) 

p Chi no tien conto del poco, no sa tegnir conto de 
r assae. 

Assae è puramente veneziano, nel resto del Veneto dicesi : assà ; e 
nell'Alto Veneto: tropo. E troppo par molto usarono i trecentisti to- 
scani. — Fra le yocI del dialetto teneto usate da Dante T'è: Anquoi^ 
oggi ; sogay fune ; intenta, tinto (v. qui a pag. 107). 

•^ Varda 'ì bezzin e spendi '1 zecchin. 

Yarda, custodisci; ài bisogno, poi, potrai disporre del tuo bravo 
zecchino. Ma 1 vecchi Veneziani dello scorso secolo spesero, per di- 
vertirsi, fin r ultimo bezzino. 

^ Chi no stima un bezzo, no vai un bezzo. 

% No vai un soldo chi no tien conto d*un soldo. 

Il prin capital, l' è il tegni cont. '• 

Chi no trova bezzi ne la so scarsela, manco lì trova 
in quela dei altri. 

I bezzi xe cari. 

Gostan fatica a farli, e nissuno li dà per niente. 

* El sparagno è '1 primo guadagno. (X. Tav.) 

• Val più un soldo risparmia, che do vadagnà. 

Megio un bel sparagno, che un bel guadagno. 
Mogio un magro sparagno, che un grosso guadagno. 
Il popolo è pauroso dei rischi. Ma egli biasima la troppa parsi- 
monia, dicendo: 

Tristo quel soldo che pezòra'l ducato. 

11 quale è cosi anche nelle X. Tav.\ e si usa parlando di chi, per 
' risparmiare un soldo al momento opportuno, è poi costretto a spen- 
dere molto di più. In tal caso si dice: el tien per la spinola, e'I mola 
per cocon {cocchiume). 

Chi vadagna e no custode, tribola e no gode. 
r Salva le monede bianche per le zornae negre. 

H sig. 6. B. Aldegheri me lo mandò nel 1857 da Verona, con la 
nota: «Prov. Israeli ^co. » 

Sempre cavar e mai meter, ogni bel monte va al 
basso. 

A Venezia: No meter e cavar, se secarave U mar. 



ECONOMIA, PRODIGALITÀ. 183 

No bisogna far fogo fora de la pignata. 

11 puro necessario perchè bolla. Economia nei mezzi e nelle spese. 

t Chi no misura, no dura. — Chi la misura, la dura. 

Nel Cadore : Cu no la se misura, puocio {$oco) la dura. 

Co ghe n' è poca (roi&a), ghe ne vanza; sempre. 

Quando ▼* e scarsezza d* una cosa, si risparmia. E perchè oeirab» 
bondanza si dimentica la misura, a Belluno si dice: 

Col poc, se fa trop; col trop, se fa gnent. 
Tropo poco e tropo tanto, rovina tuto quanto, 
Meio che ghe n' amanze, che no che ghie n' manche. 

Deir A. Trev. — In Friuli : 

Cui che r ùl gioldi {puoi godere) di domenie, sparar 
gni la sàbide. 

L' omo che no se misora, fil %' ha mi£wirà. 

Cioè si può prevedere la sua rovina. Ed anche si dice: Mismite 
se no ti voi esser misura. 

Ohe xe più di ohe luganeghe. -^ Xa più i pasti ch^ 
i zorni. 

Ogni di se magna. — Xe più le vigilie che le feste. 

Xe mogio scopetonì {curingìie) che dcira, che caponi 
che finisse. 

Mior polente eh' a dure, che pan eh* (il fifils, ** 

Chi no tien drito, spande. 

L' imagine è tolta dal portar i liquidi. 

k El guadagnar insegna a spender. — Secondo il gua- 
dagno se spende. 

« Un bel guadagnar fa un bel spender. 

Può spendere allegramente chi molto guadagna. 

Chi ingiote i gambeli [camelli)^ puoi spuda^ pùlesi. 

ProY. detto da Fr. Foscari nel 1499, per provare che i Veneziani 
erano ricchissimi, e che poteano pagare molti ambasciatori. Lo raccolse 
il Sanuto nei JMam, li. 64Se. 

Chi g' ha dei zochi (ceppi) poi far de le stele 
( schegge ). 

Chi ha patrimonio, può far delle spese. 

In casa strenzi, in viaggio spendi, in malatia spandi. 

In Cadore: In vlaMo no sparagna, in malatia buta via. 



134 ECONOMIA, pbodioalitX 

Co se scomenza a crompar el sai, se impara a far 
el paron. 

Quando si comincia ayer famiglia e provvederne a jtutti i bisogni . 
A Liyinal. : Co i ha metù la basta su la schéna al mussai, el no^ 
pensa più a faU mat. 

Chi compra dal luganegher, magna la dote d' ogni 
muger. 

Chi vive al menùo fa le spese a so fioi e a quei dei 
altri. 

E nelle X. Tav,i Chi compra pan insacà, legne ligà, vin a raenù,- 
no fa le spese ai sol, ma le fa ad altrù. -- Pan iruaeà che si portava 
nel sacchi dalla terra-ferma e si rivendeva poi al minuto, come si usa 
anche ora. 

^ Quando '1 paron no g' ha gervelo, la casa va in sfacelo. 

Quand che il pari fas carnevàl, i fis fasin quaresime. *• 

Co 'l pere e '1 fi sta a V ostarla, cala cesa è 'n ago- 
nia. L. 

Cala eesay quella casa. Pure a Livinallongo ; 

La porta voi dir porta, e chi no porta, ente puoc 
temp la cesa se straporta. 

q^ Co manca '1 timon, no gh'è direzion. 

Mal guvièr (governo) al pas il lov. 

Cioè supera, fa più danno del lupo. 

Che colpa ghe 'n ha la gata, se la massera è mata ? 

Gie impò {che ne pud) ra giata, se ra massera è mata? {Amp.) 

Putei, massère {serve) e gati, chi no ghe tende è 
mati. 

La massera che tende a ca, guadagna ginque soldi e 
no lo sa. 

È anche nel Pescetti, quando cinque soldi valevano assai più che 
ora. AI Palladio, quando costruiva il palazzo Chiericati a Vicenza, 
venivan pagati sedici soldi al giorno. — A Trieste si dice: 

L' omo tien su un canton de casa, e la dona tre. 

€ L'omo guadagna e la femena sparagna. 

Co '1 paron più no laora, duta la cesa va 'n malora ; 
ma se la parona voi s' emplantè, la la rua di lo- 
versè, L. 

Ella finisce di rovesciarla, la rovina affatto, se vuol mettersi lei 
a dirigerla. 



ECONOMIA, PRODIGALITÀ 135 

Se r él buta via col badil, e V eia tira cà col caz- 
zuol, i se mantegn. L. 

Se egli, il marito, scialacqua e la donna è economa, la casa non 
va in rovina. Cazxuol, cucchiaio. 

Massara piena, fa presto da gena. 

Vicentino. Piena, provveduta. Ed anche : Co la casa xe piena, se fa 
presto da Qena. 

La dona bona e brava, ìmpenisse la casa. 

Dona lesta, fioi vestii da festa. 

Per far una bona famegia, ghe voi una vaca, un 
porco e un prete. 

Deir A. Trevisano. In Friuli : 

Doi neris fasin sta ben la famee: predit e purzit. 
La coIona de la fameja l' è '1 panem quotidianum. 

Veronese. — Vedi Famiglia, 

El tablè dal fen, el scrin de la farina e la borsa dai 
gres, no voi mai necc. L. 

Non vogliono mai esser netti. Gros, grossi, soldi. 

Né fioi, né tovagioi, né nizioi, no xe mai massa. 

Nel Pescetti, che visse per 20 anni a Verona, e compose e pubblicò 
nel Veneto la sua raccolta, trovo: Mioli figliuoli e lenzuoli, non sono 
mai troppi. — Egli spiega: «MioH, vetri» che allora si chiamavano 
mignoli; e quindi mioli; ed è voce viva tuttora nelle valli tirolesi, nel 
senso appunto di bicchieri, bottiglie, ecc. 

Costa più un vizio che dieso fioi. 

Moti roba int'un canton, che vegnirà la so stagion. 

Roba de canton, torna ben d'ogni stagion. 

No gh' é tristo mozzegoto, che in cao de V ano no 
vegna a V opera. 

Non e' 6 tristo mozzicone che in capo air anno non venga in 
acconcio. 

No gh' è trista gesta che a la vendema no vegna fora. 

Ed anche: No g*hè trista spazzaòra (granata) che 'na volta a Tano 
no vegna fora. — Nella Race. Tose, trovo : « Non è sì trista spazzatura 
che non s' adoperi una volta V anno. » 

No r è imprest che o tirap o tard no vegni impàr.** 
La roba se buta via tre dì dopo che la spuzza. 
Pezze e taconi, mantien conti e baroni. 



136 ECONOMIA, projdigautX 

L' ago e la pezzeta jnantien la poareta. 

Tosto tardi ogni arnese Tiene in aceoacio. 

Neir A. Trev. : £1 filo e la gusela {ago) mantien la poverela. 

Nel Polesine: L'ago e le pezzòla, mantien La famijola. 

A Padova: El ponto e la pezzeta, tien su la povareta. 

A Belluno: L'ago e la strazzeta, mantien la doneta. 

In Friuli : Il fil e la gusele, manten la poTerele. 

In Valsugana: Ago e guseta, mantien la rica e la poreta. 

Chi de vecio no repezza, de novo no se Vieste. 

È di Auronzo, nel Cadore. 

Chi no stropa buseto, stropa buson. 

Si dice de' panni e dei debiti. Anche: Un buso deventa buson, co 
te '1 lassi in abandon. Oyyero : Un sbrego {strappo) comanda un sbregon. 

Megio tacon, che sbregon {o balcon). 

« Dove non si mette 1* ago si mete il capo. » perchè vi si fa presto 
una tana. {Race. 7«^.) 

^ Le scarpe vecie, sparagna le no^e. 

♦ Ogni lavaéa, xe 'na fruada {iofforamento). 

Della biancheria al bucato. Del cambiar casa: 

^ X)gni cambiada, xe'na brusada. 

In Cadore: Una cambiala, una brusada. 

^ Un trasloco fa un aflto, e tre traslochi un in9endio. 
I Salgari [saioi) no fa ogio. 

È delle padrone quando vedono in casa accesi lumi più del bisogno. 

Né becaria, né pescarla, né legno de Brenta, no straz- 
za mai la masserìa. 

Sono le spese nea necessarie, o ài mero lusso, che più man4a,iio 
in rovina. 

Co le done fa lissia e pan, staghe luntan. 

In Toscana: Pane e bucata, fan la donna scovrucciata. Anche a 
Venezia hugada^ e fuori lissia, lisciva, ranno. In Gadoce: 
L\ssia e pan, vardève da le so man. 

Se te voi perderte, fate [fatti) in un saco. 

Per dire che i sacchi si perdono facilmente. 

^ Chi rompe, paga. — Chi rompe de vecio, paga de novo. 

In generale indica la responsabilità di chi falla; ma è pure una 
regola di economia domestica. I servitori però, quando se lo senton 
dire, si difendono dicendo: 

^ €hi no maniza, no rompe. — e Chi manigia, rompigia. 

Manigia e rompigia, per maneggia e rojnpe, non si usano che in 
questo proverbio per amor della rima. 



ECONOMIA, PRODIGALITÀ 137 

La brava parona fa la brava massera (serva), 
* Né manestra rescaldada, né massera ritornaci^. 

Ovvero : Verze riscalda e serva ritorna no xe' noai bona. 

Magna tanto 'na rozza, cbe un boa cavajp, 
^ Scoa nova, scoa ben {o scoa ben tre di). 

I primi servigi sono i meglio prestati. In Friuli : 

Scove gnove, scove benj j è 1^ viére cb.'a iwant^n, 
» Servitori, nemici pagai. 

Specialweote pep chy U ajKpr^ggia o ma4fr|L^A. 

Né serves de prees, né ^uvthìeì de muliner, nò tose 
de ostes,. no è p€^ .^ìasa mia. 

Di S. Vito di Cadore. In Frinii : 

Pnrzit di malinar, clan di beciar e fantate d' ostarle no convegnin 
in ogni massarie. 

No tQld 1^ •4#r«;o 4e preve^ i^ fie 4e («te» fi^ p«w^ 4^ iiLoliQer. 
(A. Yen.) 

Chi edifica, la borsa purifica. 

A chi fa casa» la borsa resta rasa. 

Co la casa xe fata, ,el paron più no se cata. 

Chi tol in préstio per fabricar, fabrica per vender. 

El mal dela pria, xe '1 pezo i^^al che ghe sl-a. 

Pria, pAet^a ; voce rustica 4i ^an pacete ieA V^Qf tQ. 

No te meter in calgina, co no ti g' ha la borsa 
pina. 

A far casa e pici {poggiuoli), gbi n'vol. 

Chi fa sbìanchizar la casa de fora via, g'ha dei bezzi 
da butar via. 

« Chi ha denari assai, fabbrica; chi ne ha d* avanzo, dipinge. » 

Xe i fondamenti che tien su la casa. 
La cusina picola fa la casa granda. 
A frajar, no se fa la casa de tre solar. 

Bellunese. Frajar^ sguazzare. 

I bong ifioni) bocons tirin in malore. 
# Gusina grassa, testamento magro. 
Ohi magna tuto, caga tuto. 



«• 



138 ECONOMIA, PRODIGALITÀ 

Chel del col l'è un pico buss, ma va xù la cesa co 
r uss. X. 

Qaello del collo è un piccolo buco, ma va giù la casa con V uscio. 

^ Ohi buia via V oro co le man, lo gerca coi pie. 

Andando poi air elemosina. 

Chi Sguazza de festa, stenta i di che resta. 

Frae di domenie, stenta di lunis. ** 

A magnar gaudeamus^ a pagar sospiramus. 

Vedi Debiti, pag. 112. 

Per andar in malora, no ghe voi risparmio. 

OvTero: A nar in malora, no ghe voi miseria, {avarizia). 

Co i mati buta via, chi ha giudizio tol suso. 
I cojoni fa le nozze e i furbi se la magna. 

Ovvero : I mati fa i pasti e i savi li gode. — ■ In Friuli : 

Un sold butat vie da un mat, V è racolto da un savi. 

El pan dei mincioni V è '1 primo magna. 

Chi fa la festa, no la gode. 

• A chi spende i soldi dei altri, no ghe dol la testa. 

Cui che al compre senze podèi, al vend senze volèi. *• 

Ohi dà via '1 fato soo prima eh' el mora, el merita 
la mort co la mazzola. 

Trentino. Contro i vitalizii. Anche in Toscana: Chi dk il suo avanti 
di morire, apparecchiasi a ben soffrire. 

Chi ingruma (accumula), e chi consuma. — e 
Chi la fa, chi la desfa e chi la trova fata. 

È questo maccaronico : Tempore paucorum, tagia minutum. 
(Vedi Economia rurale; Famiglia.) 

Krrore, fallaeta dei propositi e del ^ludlzli 

« 

Chi magna, fala. — Chi g' ha testa, fala. — Tuti xe 
abili a falar. 

Chi se prova, qualche volta fala; chi no prova, fala 
sempre. 

Fala anca '1 prete a dir messa. 

In Friuli: Al fale anche il predi su r aitar. 



ERRORE, FALLÀCIA DEI GIUDIZI 13^ 

' No bisogna mai darse maravegia de nissun. 
•^ I fali pi grei [grandi) i è da un studia. 

Di Cortina. Son fatti da chi ha studiato, by a learned man. 

% Teste grandi, fali grandi. 
Chi conta {conteggia), desconta. 
Chi fala de testa, paga de borsa. 

Ovvero: Chi fala de boca, paga de scarsela. 

Palando, se va imparando. 
^ Chi fa i conti avanti Y osto, li fa do volte. 

0: Chi fa'l conto senza l'osto el lo fa do volte. 

No si vendin dutis lis piòris eh' a vadin al merciad. ** 

I pastor che va in montagna, conta le fede e '1 lof 
le magna. 

Prov. del Bellunese e dei paesi alpini. Anche in Friuli: 
Il lov al mange pioris contadis. — Me ir alto Trevisano : 

No se discore mai de le fede, co no gh' è el lof a pede. 

A pede, appresso {apud?); fede, pecore. 

Sul più bel de l' oselar, mor la giveta. 
Pièrao prima l'oca, e pò ghe faremo el savor. {X. Tav,) 
k Per vender la pelo bisogna aver copà 1' orso. 

Prin de contratà d* a piel da 1* ors, bisugne mazalu. ** 

» Prima se fa le ale e pò se svola. 

(Prima si studia, e poi si fa magari 1 critici, i professori d' Uni- 
versità, ecc.) 

ft No bisogna meter el caro avanti i bo. 

No se fa pan senza leva. 
f Senza barca, no se navega. 

Col Un marzo no se fa tela. 

Co le ortighe no se fa salsa. 

L' omo propone e Dio dispone. 
^ L' omo pensa e Dio dispensa. {X. Tav.) 

Campano bonora, trista sagra. 

Dicesi del divisamenti fatti assai prima che abbiano la loro effet- 
tuazione : se ne presagisce male perchè di solito svaniscono . Vale 
anche: non doversi cantar vittoria prima della battaglia, come suol 
dirsi. — E tolto dal costume di sonare a festa, far campana, alcun; 
tempo innanzi il dì della sagra. 



140 ERRORE, FALLACIA BEI aiUDIZI 

No se poi dir: de sto pan no ghe ne vogio magnar. 

Ovvero: No se poi dir; per qjaela strada no ghe voi andar. 

Su le scuèle {scodelle) che se ghe spua, se g^ ha de 
grazia a bever. 

Dove no se voi andar, teca còrer. 

Par che strade eh* a no si ùl là, al toce a cori. ** 

No te fidar del temp, che la morte vien. 

DeirA. Trevisano, come questo; 

Al temp e la mort rojtnp i ditsiegni, 

Nel Cadore: desconza i disegni^ 

Tute no le va drete. — Tute le bote lao le va gualive. 

Tirare i colpi a filo ognor non lice (Bcaiin). 
La Race. Tose, ha: Tutte le botte non van giulive, — Vedi a pag. 
84 di questo voi. 

Tute le baie (palle) no vien tonde.. 

Tuti i seci {secohi) no tira suso aqua. 

La mussa ha 'n pensier, e quelo che la para via ghe 
n' ha 'n antro. 

Dell' A. Trevis. MM^^a, i^a. WeJleX 7;0t;.;^tQc«s«p€^^a Tasenp 
e oto Tasenèr. 

€hi roba fa un pecà, e chi ghe manca ghe ne fa 
Qento. 

Giudica e sospetta falsamente di molti. 

Il puar al mur pàssùt, il sior di fan, e il predi di 
fred. •• 

Il povero perchè mangia quanto egli ha; il ricco avaro perchè ha 
paura di impoverire, e il prete perchè è solo. 

Dove no se crede V aqua rompe. 

El diaul sta dove no se cret. (A. Trev.) 

El lièoro sta dove manco se crede. 

Il jeur {lepre) al sta là che manco si crod. ** 

Fame {fammi) indovin, e te farò rico {o beato). 
Chi fusse indovin, no sarìa meschin. 
Putei e mati indovina {o profetiza). 

Nel Cad. : Mati e famèa {fanciulli) profetidea. 

<jO s' ha ragionào, s' ha falào. 

Di Chioggia. Dei ragionamenti campali in aria. 



ERRORE, FALLACIA DEI GIUDIZI 141 

Ohi xe in mar, naviga; chi sta in tera, ràdega. 

Radega, erra nel giudicare del fatto altrui, trovandoTisi fuori. ~ 
Nella Raccolta Toscana fu tradotto cosi: Chi è in mare navica, chi è in 
terra radica, — Radica?. . .E che vuol dire? Vuol dire che non bisogna 
tradurre i proverbi degli altri, ignorando i loro linguaggi e non avendo 
né buon senso, né coscienza. 

Carne de Cristian {uomo) Tè un tristo stimar. 

In Yalsugana: No se poi stimar a odo la óarne de Cristian. 

Quanti che va alla forca, che no g' ha né mal né 
colpa ! 

Quel che se desidera, no se stenta creder. 

Ben faremo, hen diremo ; mal va la barca senza remo. 

El se e '1 ma, xe do mincioni da Adamo in qua. 

Ovvero: El se e*l ma xe Tintrada dei mincioni. — Ed anche: SCy 
ma, forse, poi esser, chi sa, xe cinque cojoni da Adamo in qua. 

Gol se, se faria dele gran cose. 

E a chi parla ipoteticamente, si dice: Se la vecia no moriva, la 
sarave ancora viva. Ovvero: Se cascaci mondo, se copa tutte lequàgie. 

Ma e mo ^era {erano) fradei, uno fava copi e l'al- 
tro quarei {mattoni). 

0: Ma e mo gera fradei e magari gera so pare. 

Credea i l' ha pica — {StuHum est dicere: putabam). 



Esperienza 

El far insegna far. — A forza de far, se fa pratica. 
* Val più la pratica, che la gramatica. 
^ Sa pi 'n aseno vivo, che 'n dotor morto. 

Il popolo crede più air esperienza sua che alla dottrina del libri. 

Chi no fa, no fala; e chi no fala, no impara. 
^ Chi no sa far, no sa comandar. 

Per imparar bisogna pagar el maestro. 

Che è la stessa nostra esperienza dopo pagato il fio deir errore. 
Il Giusti scrivendo al Mayer: «Sebbene sia stato alle mani di parecchi, 
non ho mai trovato maestri óapacl di farmi ravvedere, quanto i miei 
errori medesimi. » 

< Vivendo, s' impara. —4 Più se vive e più s' impara. 



142 ESPERIENZA 

L' esperienza mossa {deve) avèi doi cosse : le braje 
rote e'I eie pelè. L. 

Le brache rotte e il capo pelato, calvo. Mossa, ted. mussen. ^ 

Ohi no mor in cuna, ghe ne impara sempre qual- 
cheduna. 

Ed anche: Ogni mese se fa la luna, ogni dì se ghe ne impara una. 

^ £1 tempo xe un gran maestro. 

E: Chi no g^ha nessun maestro, g* avara '1 tempo. 

é Chi no sa ubidir, no sa comandar. 

No sa comandare agli altri e meno a sé stesso. 

^ Xe mogio imparar a spese dei altri, che a spese proprie. 
Bisogna scoltar sempre i più veci. 

utile doctrinis praebere seniliìnu aures (Ovid.) Nel. Cadore: 

Loda i doven {giovani) e ciente ai veci, 

<? V al più un vocio int' un canto, che gente zoveni 
int' un campo. 

e? Val pUr ombra d'un vocio, che la presenza d'un 
zovene. 

>q El diavolo la sa lunga, perchè Tè vocio. 

Rode nova no ciapa osel vocio. 

Giudizio vocio, strada vocia, — Bo vocio, solco drito. 
V Can vocio no bàgìa de bando {invano). 

I vecchi sanno quel che si dicono. 

€hi xe del mestier stima l'opera. 

Per parlar de zogo, bisogna saver tegnir le carte 
in man. 

Chi xe sta a la fossa, sa pianzer el morto. 

E: Chi vien dal morto sa come se pianze. 

^ Chi fa '1 trenta, poi far anca el trent' un. 
Chi sa far la pignata, sa far anca el mànego. 
Chi 'na volta xe sta scota, sùpia sul sorà. 

Soffia su ciò che è già intiepidito. Altrimenti: Chi xe sta scota da 
la manestra calda, sùpia su la freda. 

Oui eh' a r è scotàt t 'a meste, al sofie t' a batude. 

Batude, residuo del latte dopo estratto il burro. 

Oagn scota fa bona sentùa. {Treni.) 



•• 



ESPERIENZA 143 

^ El can scota da V acqua calda, g' ha paura de la freda. 
« Chi co l'ocio vede, col cuor crede. 

Un bel veder fa un bel creder. 

Chi no crede al santo, crede al miracolo. 

OvYero : Chi no yoI creder al santo, varde *I miracolo. — Si dice a 
chi non crede alle nostre parole. 

La prova del testo è la torta. 

Testo dicia mo a quel coperchio, per Io più di terra cotta, che serve 
a cuocere le torte, ponendovi sopra brace che lo infuochino. 

False apparenze 

L' aparenza ingana. 
Q L' abito non fa'l monaco, né la barba fa '1 filosofo. 

In Friuli: L'abit noi fas il fr&ri. 

Molta aparenza, poca sostanza. 

Molti pàmpani, poca uà. 

I pomi rossi xe quei che g'ha'l verme. 

Dicesi di quelli, specialmente giovani, che han le guance rosse; 
segno di salute debole. 

Trocc botons e puocc bocons. L. 

Troppi bottoni sul vestito, pochi bocconi. I due e finali hanno il 
fondo schiacciato, come in feccia. 

» Man frede, cuor caldo; man calde, cuor fredo. 
Chi spua sempre miei, g' ha sconto '1 fiel. 
El miracolo no fa '1 santo. 

Perchè: De le volte el santo xe grando, e'I miracolo xe picolo. 

De le volte bruta simia fa un bel salto. 

De quei che se vede, poco se crede; de quel che se 
sente no creder gnente. 

Quel che no se vede, no xe de fede. 
^ £1 diavolo no xe cussi bruto come se se lo figura. 
% No xe tuto oro quelo che luse. 

Da la fazzada, no se compra la casa. 
^ Tuti i fiori no sa da bon. 



144 

Vesti 'na fassina, la par 'na regina. 

(Vedi Vesti, Addobbi) 

Le done da Castel Qerin, bele da lundi e brute da vigili* 

Proy. del Veronese. Lundi, lungi. Castel Cerino è nella provincia, 
di Verona. 

Fama buona e itattivB, 

f* El bon nome xe mègio che tute le richezze de sto 
mondo. 

^ El bon nome erompa tuto. 

erompa per compra, dice il volgo. Il buon nome vale più di tutto. 

Col bon nome se va dapertuto. 

Ci raccomanda, ci assicura il buon nome; e per dire ch'esso ci 
mantièn vivi anche dopo morte: 

L' onor xe '1 sai de la vita. 

Chi g' ha perso la riputazion xe morto al mondo. 

L' onor va sera tuto. — e Onor, e po' pi. 

Niente è più dell' onore. 

L' onor xe de chi se lo fa. 

Ci avverte a non insuperbire dell' onore che si fa uno che .ci sia 
congiunto od amico. Così è del disonore, che, alla fine, è anche esso ' 
di chi sei fa. 

Mogio onor che bocon. 

La buine fame, ingrassa i ues [le ossa). ** 

L' onor xe come '1 vento, el va fora per tuti i busi • 

Dev'essere custodito gelosamente. 

L' onor xe 'na mercanzia tanto dilicata, che chi lo 
maniza lo isporca. 

Erba che no g' ha raise, no taca. 

Dura poco la buona fama non radicata nei meriti veri. Tacito di- 
ceva: Nil tam instabile oc ftuxum est quam fama potentiae non sua vi 
nixae. 

Chi g' ha congeto, poi pissar in leto. 

Chi gode buon concetto. Di lui si dice: 

El poi pissar in leto e dir che V ha sua. 

E dire che ha sudato. 



FAMA BUONA B CATTIVA 145 

^ Quando uno xe in bona opinion, quelo che '1 fa xe 
tuto ben fato. 

Co tu ti te dis : t' è cioè, bisogna crèdar. j 

Quando tuti te dise imbrlago, va a dormir. 

C> El mondo no dise vaca, co no ghe ti' è qualche taca. 

E' non si dice mai pubblicamente una cosa d'uno ch'ella non sia 
vera o presso che vera. 

^ No se dise mai vaca mora, co no ghe n' è qualche 
pelo. 

I Friulani: II mond cres {ingrandisce)^ ma no Y invente. 

Xe mogio aver i corni in scarsela che in testa. 

Meglio celato che palese il disonore. 

(Vedi Maldicenta) 

Famlgrlla 

Madre e matrigna* 

Mama, mama: chi la g' ha, la ciama; chi no la g'ha, 
la brama. 

Mama mia, casa mia, rica o povera che la sia. 

Tuto quel che s' ha perso, se poi ritrovar ; la mare, 
mai. 

Chi dise più de mama, se ingana. 

Amor de mare, amor de mato. 

È un amor senza limite quel della madre. 

Mare voi dir màrtire. 

Mare sicura e pare de veaiuraé 

Mare xe miei, maregna xe fiel. 

Le mame xe mame, e le maregne cagne. 

Pan de mama, pan de Spagna ; pan de marigna, pan 
de faligna. * 

Pane di Spagna è una offella dolce e delicata; faligna, per falìa^ 
è farina mista alla polvere della macina o dei muri. 

Ohi no ubidisse la bona mare, ubidirà la mala maregna. 

RimproTero ai figli disobbedienti e cattivi verso la madre. 
Gr. Pasqualigo ^^ 



146 FAMIGLIA 

Ohi g'ha la maregna, de drio se segna. 

No fate petenar da la maregna, perchè la te peta 
la tegna. 

De le maregne i ghe n' ha fato una de zucaro e anca 
questa butava amaro. 

La maregna, la mare za anca se i la fa de zùcaro. 

Di Adria. Marexa, sa di amaro, riesce amara. 

Pitosto che dar maregna ai to floi, fate frate. 

Governo della famiglia 
Marna morta, papà orbo. 

Per governo della casa, e più per r educazione delle figlie. 

Povere quele case, che la galina canta e '1 gaio tase. 

A Belluno : In quella casa no V è pase, dove la galina canta e '1 
gaio tase. — Gli Slavi, con imaglne tolta dalla loro vita, dicono: Mi- 
naccia rovina quella casa dove comanda V arcolajo e la spada obbedisce. 

Guai a quella casa, dove la dona porta le braghesse. 

È sempre in guerra col marito la donna che comanda. In Toscana 
si dice: Dove donna domina, tutto si contamina. Anche noi diciamo: 

Dove ara vache, paga preti e comanda dona, i afari 
va a la buzzarona. 

Le vacche si adoperano nei terreni deboli. 

Puareta chela ciasa che la doventù la rege. 

Gadorino. Poveretta quella casa che è retta dai giovani. 

Un solo re, un solo papa e un solo paron de casa. 
Tagiada la pianta, la vigna casca per tera. 

Dicesi alla morte del padre, capo della famiglia. Nello stesso senso: 

Morto Cristo, stuà le candele. 

Finiscono le allegrie e le feste, morto chi manteneva co' suoi gua- 
dagni la famiglia. — In Friuli: 

Fin che dura '1 zoc, dura anca '1 foc. 

Il zoc vocio r è chel che a ten donge {vivo) il fùc. " 

(Vedi Economia). 

Figli 
El primo flol, nasse quando che'l voi. 

PrimaruI, al pues nasci quand eh' a V ùl {vuole). 






FAMIGLIA 147 

Le primariole le fa quando le vole. 

lu Adiia: Le priniarole anticipa. 

Fortunada quela sposa, se la prima xe una tosa. 

Detto forse per consolare le madri che vorrebbero aver primo un 
maschio. 

La putela fa la marna bela. 

Co nasse 'na tosa, nasse tre ladri. * 

I tre ladri sono : la ^glia, la madre, e il futuro sposo. Specie d* in- 
dovinello. 

A ogni sim?a ghe par bei 1 so simioti. 

€o i nasse i xe tuti bei; co i se marida, tuti boni; 
co i mor, tuti santi. 

No mete al mondo Dio 'na formigheta. 

Se noi ghe manda la so fregoleta (briccioletta). 

Dio mandff la piegorina, e po' anca V erbesina. 

Dio manda V agnelo, e pò U so praesèlo. 

Dio manda V agneleto e '1 pascoleto. 

Se il Signor al mande il frut, al mando ance 11 pagnut. ** 

Così si confortano nel loro amore i poveri al pensiero dei figli che 
verranno ; il che li rende spesso incauti e spensierati. — Vedi Conforti 
nei malif pag. 93. 

I floi vien dal cuor, e '1 marie da la porta. 
Puteleto e porzeleto, de tre di ciapa'l vizieto. 

II vizietto del poppare. 

De mezz' ano, el cui fa scagno. 

Putin che no g' ha denti, g' ha fredo de tuti i tempi. 

Chi presto indenta, presto se imparenta. 

11 bambino, appena mette 1 denti, lo si spoppa: e la madre pu6 
allora, senza danno, restare incinta di nuovo. Ma il bambino ne soffre, 
come dicono questi tre: 

Chi presto inossa, presto infossa. {Valsug.) — e 
Chi presto indenta, presto sparenta. 
Chi tardi fa su i denti, vede morir tuti i so parenti. 
El bambin che fa i spuèti, clama dei altri fradeleti. 
Co no ghe ne mor in cuna, presto se ghe ne suna. 
Se ti voi un toso ben nutrie, daghe spesso pan bugio. 

To se: Chi vuol vedere il bambin fiorito, non lo levi dal pan bollito. 



148 FAMIGLIA 

Pan de semolèi fa crescer i putei. 

lì pane di tembolello^ che ba con la farina un po' di crasca, è p iù 
nutriente del bianco, baffetto. — A Feltre: El lat fa el tosat. 

Late e via, tossego fin {o mozzai el bambìn). 
Putei e punzini no xe mai pini. 

Pini, pieni. Vicentino. 

I putei xe sempre col beco in mpja come le galine. 

Per dire che mangian sempre. In maja^ in molle. 

I putei no dise : pare bel, i dis : pare, fam. 

Di Claut. Voglioap esser cibati spesso; e in Friuli : 
I fraz no disin; i^a^à Heì e marne bùie; 

Ma a cialin {guardano) s*an d'è int'a scagele {scodella). 
Sono delle madri che raccomandano l' economia e il guadagno per 
mantenere la crescente famiglia. 

Carne che eresse no. poi star ferma- 
Ouando i putei sta quieti, cativo segno.' 

son ammalati o han fatto qualche malestro. 

Ogni zocul ha di, £à il so sgrip {scUto). 

ZoctUy capretto da latte. A Udine : 

Ogni cavret, il so {suo) saltet. 

Puteìy massere e gatì,. chi no ghe tende è niatì. 

A impazzài^i cun fruz, si fas lis mans di mierde. '* 

Ave, Maria, gratta piena, chi se li ha fati se li 
tegna. 

Ohi se li ha fati se li loca {o se li pètena). 

Pericoloso il custodire i figliuoli altrui. Anche in Toscana: Trullr 
trulli, chi se gli è fatti, se U culli. Leca^ pe^ena, lecchi e pettini. 

Ohi ghe n' ha in cuna, no staga a dir de nissuna. 

Non dica male de' figli altrui chi vuole non sentire dir male de*' 
propri. 

La piegora varda sempre se ghe va drio l'agnolo. 

Chi ha un fio spesso se l'arecorda, chi ha un sol 
ocio spesso sei forbe. 

Ohi ghe n'ha do, ghe n' ha un; chi ghe n'ha un,, 
no ghe n'ha nìssun. 

Per dire che ci possono morire da un momento air altro . Ed anche- 
per le cure che esigono. — In Cadore : 

Chi ha doi, ha un ; chi ha un, no ha nissun . 



FAMIGLIA 149 

Un xe zogo {gioco), do xe un fogo, tre 'ha flaina, e 
quatro brasa '1 papà e la marna. 

Un, xe nessun, do, xe un; e tre xe tre. 

Un, è nissun; doi, è un; trei, si scomeiizè a impa- 
rèi, e quatrì, se scemenze combaiti. '* 

Uno, nissuno; do, uno; tri, cossi cossi; quatro fa 
s-ciapo. 

Il miglior numero è dunque di tre. Nelle X Tavole: 

Do tre xe un piaser, sete e oto xe un foco. 
^ Chi no ghe n' ha, g' ha un dispiacer solo. 
La pianta che ha itìassa frati, no li maùra tuti. 

QualcheduDo ne muore, o riesce malamente. 

No se poi dir, caro '1 me fìol, co no V ha bù {avuto) 
la scarlatina e'I varol {vQjuolo}. 

11 Pescetti notò questo, udito a Verona: 

La mare no poi dir che è soo il fiolo, finché noi ha avuo la fersa 
*1 storòlo {vaiolo). 

Fioi piceli, fastidi piceli; floi grandi, fastidi grandi. 

E: Fioi pfcoli, alegrezza granda; fioi grandi, alegrezza picela. 

I fioi CO i xe piceli izapa sui pie, e co i xe grandi 
i zapa su la testa. 

Zapar sui piè^ pestare, calcare i piedi. -^ E parlando dei sacrifici 
che costano: 

Chi g' ha fioi, tuti i boconi no xe sei. 

Un pare mantien sete fioi, e sete fioi no xe boni da 
mantegnir un pare. 

Fioi e ròba fa cresser la goba. 

Fioi da arlevar {allevare), fero da rosegar. 

Fie da maridar, ossi duri da rosegar. 

Chi g' ha fie da maridar, per un ago s' ha da sbassar. 

Roba che magna, no se perde. 

Detto quando si smarriscono i fanciulli o gli animali domestici. 

Colombi e putei sporca le case. 

A Vicenza : I tosi e i colombi schita la casa. 
In Friuli : Fruz e colombs squittiin lis ciasis. 

.Done, putei e gaze, sporca le case. 

Propalano I secreti di casa i fanciulli. Nelle X Tavole: I puti e i 
poli sconchiga la ca. — A Venas, nel Cadore: Pites e riedes sporcia 
ceso. — Schifar e sconekigar^ lordare squaccherando. 



150 FAMIGLIA 

Chi voi saver come l' è sta, domanda al più picola 
de la ca. 

Co cai pico {qt^l piccolo) uciel cianta, cai grand ha 
xà ciantè. L. 

No parla el picolo quando no ha parla '1 grando. 

In Friuli: 

Qaand che il gial zoTin al ciante, il vedo V ha ciantat. 

E nel ms. del sec. XVI, eollez. loppi di Udine : 
Quand che lis ciampanis pizulis a sunin, lis grandis han sunat. 

Riuscita, educazione 

I putei matriza e le putele patriza. 

Se ti voi un bel vedelo, dise la manza, dame ud 
toro belo. 

El bon àlbero fa i boni fruti. 

Neil* A. Ven.: Da un bon zoc {ceppo), bon albero. 

Da r albero se conosse i fruti. 

Ovrero: Da la stèla {séheggia) se conosse V albero. 
E: Fora de un tristo zoco no vien 'na bela stèla. 

No po' vegnì 'n bel formai, fora de 'n burt carte. L. 

Fuori da un brutto stampo. Similmente a Feltre: 

Tuti i spres (forme), someja '1 so scatol. 

I pit de la brosa, no fa mai bela pena {penna). 

Feltrino. I figli nati ultimi, quando il padre è già. coi capelli bri- 
nati {brota, brina), non riescono robusti come gli altri. 

I pùlzini va drio a la cieca {chioccia). 

In Ampezzo : Tal pa*, tal ma\ tal bùzara, tal buzarada. 

1 genitori malvagi non curano uè sanno educare al sentimento del 
dovere e deir onore i figli, e specialmente le figlie, che, rimanendo in^ 
balla dei bassi istinti, trascorrono poi ad ogni eccesso di libidine. 
Perciò i seguenti proverbi : 

Chi de gata nasse sorzi pia : p ... la mare, e pezo la fia. 

Matre turpi fUia turpior. Nelle X Tav. : Chi de gata nasse, sorzi pia,, 
e se no la pia, no la è so fia. 

In Cad. : Chi de giata nasse, clapa sorize : e se no i ciapa, noi è- 
fioi de gata. 

Chi da galina nasse, da galina raspa. 

E neir A. Trev. : Chi de pita nasse, fraza in tera {o sor/fte pilgia)». 
A S. Vito Cad. : Chi nasse de Jates, ciapa suri/Aes. 
In Friuli: Cui che di giat nas, ciape suris a scur. 



FAMIGLIA 151 

I pecai dei pari sparenta i denti a so fioi. 

I peccati dei padri allegano i denti ai figliuoli. Nel Vicentino spa- 
tentare i denti vuol dire appunto allegare i denti. 

£1 pare che xe bon, el dopara '1 baston. 

Per guastare davvero i figliuoli bisogna: non castigarli mai, e dar 
torto in loro presenza a chi, avendoli in custodia, li castigò giustamente. 

Pachis di mari, no fasin bote. *' 

Le percosse date dalla madre non fan lividure ; anzi i figli poi le 
ricordano con grato animo. 

Senza baston no se riduse garzon. 

Gli Indiani dicon bene: I fanciulli hanno le orecchie nella schiena. 
Però un altro, che è pei maestri, dice : 

El baston xe un cativo maestro. 

Xe mogio che pianza i floi che '1 pare. 

I fioi usarli tropo ben, i se usa tropo mal. 

Fiol massa contenta, no xe mai ben arlevà. 

Cui cu ùl {vuol) masse ben ai flz, j u tradis. ** 

Gal pére che i dà la clè [chiave) a ogniun de suoi 
fioi, '1 fesc tan di ladri, no demè da vàcie, ma enee 
da buoi. L. 

No demèf non solamente. 

Chi ha un porco solo, lo fa grasso; ehi ha un fio 
solo, lo fa mato. 

A Feltre: Chi ha un porcel, lo fa bel ; chi ha un tosat, Io fa mat. 

Chi ha un campo solo, ha un orto; chi ha un fio 
solo, ha un porco. 

L* Ostermann ha questo : Fii unic, baron futut. 

La mare da fati, fa la fiola misera. 

La mare valente, fa la fia bona da gnente. 

Quando la madre vuol far tutto lei, la figlia si usa pigra ed inutile. 
Ed anche si dice: La mare pietosa fa la fiola piociosa {o tegnosa). 

Chi amor de fioi no sente, xe fio d' una carogna 
spuzzolente. 

Fratelli, Cognate, Nuore, Suocere 

Fradei, cortei; cugnade, spade (o cugnàe, cortelàe) ; 
e madone piturade. 

Madone, suocere e le Imagini della Madonna: delle prime non sa 



152 FAMIGLIA 

ne vorrebbe mal — In Adria: Fradiè, curtlè, {coltelli) \ cugnà, cortlà. 
Eguale corre al di là del Po, nel Ferrarese. — A Feltre: 

Fradei, cortei; sorele, gusèle (o^At); cugnade, spade; e fioi, piròi 
{forchette). 

Amor de fradelo, amor de cortelo. 

Proverbi delle ragazze che, morti i genitori, rimangono coi fratelli ; 
i quali, in Istria, rispondono: 

Fradei, cortei; sorele, ladrongele. 

Accusandole di aver poco amore air utile della casa, e di essere 
avide di quanto possono raggruzzolare per so, da portar via con la 
dote andando a marito. 

Mario, ben mio; fradei, cortei; zermani, <3ani. 
Tre fradei, tre castei. 

Da guereggiarsi fra loro per le solite questioni d' interesse. 
Nelle X Tav.i Fradeli, flageli. («dei cativi. ») 

Do cicche {chiocce) int' un nido no le poi star. 

Di due done in una casa. 

Vustu la paso co le done in famègia ? metighene una 
viva, una morta e una dipìnta su la porta. 

'Na nosa per saoo, 'na femena per ca. 

Perchè : *Na nosa sola int* un saco, no canta. — In Gad. : 

'Na nos per sac, 'na femena per cesa, 'na ciaura 
(capra) per stala. 

In Agordo: Na ciaura per ciana, na cucia per saco, na femena 
per ciasa. 

Precisamente eguale corre a Cortina d' Ampezzo. In Friuli: 

Une giate {gatta), no se sgrafe mai sole. 

Anche : Une femine per. ciase e uit gial par galinar. 

Dentro la nera, fora la madona {suocera). 

Kiora e madona, no le xe mai in bona. 

<jO la nora è su la porta, la madòna fusse morta. 

Madona e niora, le se magna insieme {fra loro). 

1 g' ha fato 'na madona de zucaro, e ancora la in- 
gendeva. 

Incendeva come il pepe. 

Dìo mìo, màndemela bona: un mari senza madona. 

Preghiera delle ragazze veronesi. — A Livinallongo: 

Se la nora mangia en gocc de bruò, la vegla dis : ti 
no te mange del tuo. 



FAMIGLIA 1^3 

Se la dona ( suocera ) pela 'n os, la nora i spuda 
ados. 

E: Se la nora bei {beve) en goco de tìq, la vegla i mei itCn solfrin 
{zolfanello). — Le suocere dicono: 

00 la nora la ha scossa [vinta], la dona a la fossa. 
La madona fa la niora. 

Fra i contadini del Trevisano e' è questo uso : 

Entrando la nuora nella casa dello sposo, il dì delle notze, la suocera 
la accoglie sulla porta con questa esortazione: Vien qua, niora ben^ 
deta; no esser né fura, né leca (sfAto/Za) ; né schivazapa*, né scurta-bafa 
{lardo), né cura-nit: intènderne niora, quel che t'ho dit. — Cura-nit, 
rubatrice della uova dal nido. — Da questo st vede che le discordie 
fra le donne in casa nascono sopratuUo per cause d' Interesse e per 
gelosia di comando; al quale non volendo le suocere rinunciare, si 
tirano addosso T odio e i proverbi delle nuore. 

€o ghe xe do sorele in t' una ca, se no ghe xe '1 
diavolo, el ghe va. 

Le madone no le sta ben che tacàe sora'l leto. 

1 ledamer vicin de le stale, e le fle manidade lontan 
da le mare. 

Di Agordo. 

Parenti 
Parenti, dolor de denti. 

E : Tanti parenti, tanti tormenti. — In Cadore: 
Se se ha mal, se ha mal dai suol. 
No se ha pedo {peggio) che dai suoi. {S. Vito). 

Parente con parente, guai a chi no g' ha gnente. 
Chi voi viver e star san, dai parenti staga luntan. 
Parenti, pareteli da rente. -— Parentà, fate in là. 

Fate in là, fatti in là, stammi lontano. 

Tra parenti plui si sburte, e piai va dentri. ** 

Più le ire Inciprigniscono. 

No intrigarte ne le liti dei parenti. 

Chi parla mal dei so parenti, 
Se taja '1 nas e s' insanguina i denti. 

Deir A. Veneto. — Vedi Maldicenza. 

Chi xe del parentà, monta sul caro. 

Gli alto locati traggono seco agli stipendi e agli onori i congiunti. 



154 FAMIGLIA 

Tati tien dai soi. — La rasa tien dal len. 

La raggia tiene dal legno d*onde nasce. Cadortno. 

torto rason, tien dai toi, che ti par bon. 
> Prima per el so sangue e pò per i altri. 

Prima agiata i to', e pò i altri se ti po'. 

Nelle X Tay.: Fa ben ai to, e po' ai to' e po' ai altri, se ti po'. 

El sangue no xe aqua. 

Chi no g' ha p . . . , povero o mato in parentà, xe 
nato de lampo e de ton. 

È nelle X Tavole^ come questo : 

1 parenti se vede menar a la forca, ma fra loro no 
i se pica. 

Co la m ... se fa in casa, tuti la snasa. 

Delle male azioni di uno si risente tntta la famiglia. 

No sta andar co to zénere, se no ti g' ha soldi da 
spendere. 

Pan de dendre (generò) ^ pan de gendre {cenere). — e 

Pan de fla, pan de falla, 

Falia è quel pulviscolo, che dalla macina va ad attaccarsi alle 
pareti. I poveri nel Cadore lo raccolgono e ne fanno un pane, pessimo 
per la calce che vi è mischiata. I due proverbi vogllon dire che il pane 
che 1 poveri genitori si attendono dalle figlie o dai generi è poco e 
cattivo. 

Un significato aflTatto opposto hanno questi due di Livinallongo ; 

Ai xender el pan sa da gender. — e 

A xì {gire) xender, el corf ha fat le pène nei gre. 

Secondo la favola il corvo prima era bianco; poi, fatto genero, di- 
ventò negro dalle fatiche e dai dispiaceri. 

De 'na floia, no se poi far più d' un zendro. 

Ti'entino. Dicesi parlando di quelle madri che dan retta agli a- 
manti d' una figlia maritata, facendo le mezzane. E lo dicono le madri 
oneste cacciando via i mosconi che ronzano attorno alle figlie, le 
quali devono contentarsi del loro marito ed essergli fedeli. 

* 

Cui che nudris gnezze e nevot, nudris lu so dolor.** 

Gnezte (veneto, nexxa) la nipote ; nevot^ nevodo, il nipote. 

A le nozze e a la morte se cognosse i amigi e i pa-^ 
renti. 

È anche nelle X Tav. — A S. Vito di Cadore : 
A la {le) nothes e a Tesequies cognossi i parentes. 



FAMIGLIA 155 

Pace, unione, disunione 
Dove che ghe xe page, gh' è Dio. 

Dio, cioè la felicità, ogni bene. 

Val plui une fete de polente quiete, che une panzade 
maledete. 



•• 



Cadena tira, fa la page in ca. 

Tirata dal peso della pentola al fuoco. 

La page sta inte la cardenza ( o 'nte la burata- 
dora ). 

Quando manca '1 gran, le galine se beca. 

Co no gh'è più scòlo (siero), i porzèi se morde. 

Can che non è farina inze ciadin (catino), V è guera 
sul larin. 

Sul focolare, tra marito e moglie. Di Cortina d^ Ampezzo. 

Dove no gh' è farina, gh' è rovina. 
Dove no gh' è pan, gh' è strepito. 

Un calabrese mi diceva: Nella casa che non e* è pane c'è lo trìolo 
continuo (il tribolo continao). E in Piemonte udii.: Quand ca j* è nen il 
bsogn 'nt 'le cà, continua le ruze. — Esiodo dice che « la terra feconda e 
bene arata acqueta le querimonie della famiglia e il pianto de* fan- 
ciulli. » 

Beata quela scuòla (scodella) che in sete man se ghe 
restela. # 

Proverbio delle antiche famiglie patriarcali, come il seguente : 

La piègora mata xe quela che va fora dal s-ciapo. 

Ora invece è più comune il dire che fanno gli egoisti: 

Trista quela scudela che in tanti la tampela. 

Tampela^ tempella, fa risaonare. 

Fora la pinza el pan se slarga. 

PinMù^ stiacciata che si mette nel forno col pane. 

Co la torta xe spartìa, in un lampo l' ò finia . 
£1 pezo augurio, l' ò na lite in casa. (Amp.) 

(Vedi Economia), 



156 



Fatti e pttft^Vfe 



^Dal dito [detto] al fato, passa tin gran tratb. 
% Altro è '1 parlar de morte, altro è '1 morir. * 

) E i mòdi proyerbiali: Altro ^e dir, aìtro x'e ttt, -tA dir se fa 
presto. 

I progeti spaca '1 mondo e i fati fa tremar le culate. 
Da ciàcole [chiàcchere] tuti xe l)onl. 
4 Le cìàcere no fa farina. — Giàcole no fa fati. 
Aqua e ciàcole, no fa fritole [fritelle). 
Co le ciacole no se impina la panza (o no se magna). 

In Carnia: Cu li ciacaris no si empie i bugei {budeila). 
Diciamo pure: El fumo del roste no impettissè là pànza. 

El bel del gioco, è di chi fa dei fati e parla poco. 

È nelle X Tavole^ come questo allusivo alla politica: 

Poche parole e bon rezimento. 

Ohi le fa, no le dise; e chi le disè no le fa. ' 

Delle minacce. E: Le parole no itiaca (ammaccano)^ 
nel ms. udinese, sec. XVI: Minazie non è lanze. 

Peraulis e blestemis, no fasin pòre {paura}. '* 

E questi: Le ciacole no le copa nissun. 
El dir, no sta col far. 
J)mo che sussura, no fa paura. 

Oaa che bàgia, no morsega. 

Quindi, anche: Gan che morsega, no bagia. 

Ohi manegia, no bravegia. 

L' uomo da fatti, non fa il milantatore. 

Dove ghe voi fati, le parole no basta. 
Ohi promete massa, no mantien gnente. 
El verbo promoter, no sta per mantegnìr. 

E : Chi molto promete, no merita fede. 

No si è mai tant puars, di no podei prometi. ** 

La miei e la pies {peggio) robe è la peraule. '* 

Dove ghe xe femene e gati {o ocati) ghe xe più cia« 
cole che fati. 

A Venezia: 



■\ 



FATTI E PAROLE 157 

Chi voi sentire el tibidoi [chiasso) vaga dqve che ghe 
xe done e barcarioi. 

La piegora che sbeca {àelà), perdq '1 bocon. 

NeirAl. Trev.: La fe^a che sbareghèa la perd al bocon. 
In Asolo : Piegora che sberega, ecc. 

Dal canto se conosse la galina. 
Dal son se conosse le campane. 

Sermo indicai hqftinem. -^ Sermo arami est imago, qualis vir, talis et 
or alio est. (Seneca). 

Da l'opera se conosse '1 maestro. 

Le parole xe flà [fiato] ^ ma i soldi xe sangue. 

Per ottenere un favore, le parole non bastano, bisogna unger le mani» 

Una parola tira l' altra. 

Le parole toca de le zarièse : le se tira drio una ca 
r altra. 

Toca de le zarièse, somigliano alle ciriege. 

Le parole xe femene e i fati xe mas-ci [maschi). 
Dopo ch'el xe batizà, tuti voi esser compari. 

Compari, a parole. 

Un baso no fa un buso, e ciacole no fùrega [frugano) . 

I fati no g' ha bisogno de prove. 

Bele parole e bruti fati, ingana savi e mati. 

Bona paroles e fals&trate, ingana i «avte e anca i mate. (S. Vito Cad.> 
Sofocle nel Filottete, f^^ dire ad Ulisse : 

Or fatto esperto, in fra' mortali tatto 

Veggo la lingua goyfijftar, noft l'opre. 

Felieltà, inrelleltà; piaeere, dolore; 

bene, mule 

^ A sto mondo gh' è iu tuto el so ben e '1 so mal. 
> Ogni drito [o df eto) g' ha '1 so roversQ. 
Tutte le medàgie g'ha'l so roverso. 

Questo veramente significa che dppo che s' è detto il bene d' una 
cosa persona, se ne dice il male. 

No se snasa [annusa) 'na rosa se no se strenze 'I spin» 
^ Da rose nasse spini, da spini nasse rose. 



158 PKLICITÀ, INFELICITÀ, ECC. 

# Ogni rosa gh' a '1 so spin. — No gh' è rosa senza 
spine. 

No se poi aver el miei senza le ave {api). 

No se poi *Tè la mil senze U nios-cis. ** 

Ohi voi el vovo, bisogna che '1 senta '1 strepito de le 
galine. 

Chi g' ha magna la polpa, ròsega l'osso. 

Cui che r ha mangiai la polpe, mangi ance i uès. ** 
Non è giusto che uno abbia ad essere privilegiato, godendo egli il 
bene e lasciando agli altri il male. 

Ogni auzèl Tha'l so durèl {ventriglio). * 
Ogni pan g'ha la so crosta. 

Ogni gran g' ha la so sémola. 
Ogni len il so carùl (tarlo). ** 
No gh*è pesse senza schgia. 
No gh' è carne senza osso. 
No gh' è Yin senza tartaro. 
No gh' è fosso senza fango. 
No gh' è miei senza mosche. 

Ogni festa g' ha la so vìzilia. 
^ Drio al rider, vien el pianzer. 

E per dire quanto sia vicino al riso il pianto: Chi ride de vènere 
{venerdì) pianze de domenega. — In Cadore: 
Dopo al ride, vien al fride (t7 piangere). 

No vien 'na grazia, co no vien 'na disgrazia. 
Né '1 ben né '1 mal, no dura sempre. 
Ora se gaudia, ora se tribola. * 
Co rè gaudio, gaudio; co Té tribule, tribule. '* 
9 £1 ben gercarlo, e '1 mal aspetarìo. 

Sperai infestis, metuit secundiSt Alter am sortem bene praeparatum 
Pectus, Graz. Od. 11. 10. 

£1 miei se lica (o loca), e '1 fiel se spua. 

A tuti piase '1 bon. — Ogni cojon conosce '1 bon. 

Non tutti però distinguono il loro vero bene: 

Tuti i osei no conosce '1 gran. 

Se conosse '1 ben quando '1 male vien. 

Ovvero : No se conosce el ben, che co '1 s' ha perso. 

I temperai più grossi vien a l'improviso. 



FELICITA, INFELICITÀ, ECC. 159 

Le cative nove xe le prime che riva. 

Anche: Le cative nove g' ha le ale. 

Lis tristls gnovis vaa simprl in denant. ** 

Le nove triste xe sempre vere. 

Vedi Conforti ne' mali, pag. 94. 

No sa cessa sia mal chi no lo prova. 

Xe più faglie far le piaghe che sanarle. 

El ben no xe mai massa. 

El bel tempo no stufa mai. 

Co sbaia la tempesta, se desmentega '1 temperai. 

* Xe megio esser invidia che compianto {o compatio). 

Ovvero: Megio invidia {o rabia) che compassion. — Meglio che gli 
altri ci Invidino, o provino rabbia del nostro bene, che ci compassio- 
nino del nostro male. 

El tropo bon tempo fa scavezzar el colo. 

Secundae res acrioribus stimulis animos explorant: quia miseriae folle- 
rantur, felicitate corrumpimur. (Tacito). 

Chi sta ben, no se descomoda. 

È proprio talvolta degli egoisti. 

* Chi xe al coverto quando piove, V è ben mate s' el 

se move. 

El sol de la matina no dura tute '1 zorno. 

Ogni giozza, bagna. — Ogni peada {calcio) para avanti. 

Un bene per quanto piccolo, un beneficio per quanto incompleto 
giovano sempre e non si devono respingere. — Così dei primi dolori 
come dei primi beni e piaceri, si dice: 

La prima aqua xe quela che bagna. 

La freve continua xe quela che mazza V omo. 

La continuazione dei dolori, dei guai» delle molestie, frange qual- 
siasi forte animo. Perciò si dice : 

A lungo andar la pàgia pesa. 

El dolor fa parlar. — Nessun dise ahi, co no ghe dol. 

* Chi dise ma el cuor contento no g' ha. 

* Chi ciama Dio, no xe contenti; chi dise ahimè, xe 

ìnamorai ; chi ciama '1 diavolo xe disperai. 

^ Spetar e no vegnir, star in leto e no dormir, servir 
e no gradir, le xe dogie {doglie) da morir. {X Tav.) 



160 feIìICitX» infelicità ecc. 

* Le ore xe ani per chi aspeta. 

Nessun sa dove che strenze la scarpa^ se no chi la 
porta. 

Ohi se sente scotar, tira indrio i pie 

Dute cen {tengono) la moleta par no scotasse. * 

Chi grata la rogna ai altri, rinfresca la sua. 

Consolando uno sventurato, rammentiamo le uguali o simili di- 
sgrazie tocate a noi^ e rinnoviamo così il nostro dolore eh' era sopito. 

^ I 'pensieri fa diventar veci avanti '1 tempo.. 

Ed anche: 1 pensieri scurta {accorciano) la vita. 
Le 'disgrazie fa inveciar presto. 
» I afanl fa cresser i ani. 

Go scomenza. le disgrazie, bisogna vèrzerghe porte e 
balconi. 

Co jen'na disgrazia, bisogna yérde la portes e i harcoi. * 

Quando ghexe le disgrazie in famegia, vèrzerghe le 
porte che le vegua. 

Ogni mal vien da la testa. — L' omo '1 se tira drio 
lu le disgrazie. 

Gramo quel oselo che nasse in tristo gnaro (nido). 

Il trovarsi a Tivere fra gente trista o dove 1* uomo virtuoso non 
può spiegare la virtù sua, è una grande sciagura. Quanti si trovano 
nella condizione in cui era Giacomo Leopardi in Recanati I 

No se va in paradiso in carezza. 

La felicità si conquista con la fatica, con la perseveranza nel bene. 

La strada del paradi^^o xe piena de spini. 
Beato quel corpo che per T anima lavora. 

Questo è anche nella X T$vaké 

^ La vita de Tomo dipende da. tre ben; intender ben, 
voler ben e far ben. 

Ohi voi aver un bon zorno, se lava la testa, chi voi 
aver ben 'na settimana, mazza '1 porco, chi voi 
aver ben un mesa, se fazza'na vesta; chi voi aver 
ben un ano, se marida; chi voi aver ben sempre^ 
se Cazza prete. 

Nelle X. Tatf. conq^letatoiieiredi^. 1703. I Friulani: 

Cui eh* a *1 vul gioldi m d), eh' al mangi ben; un mes, eh' a si 

maridi; un an, eh* al mazzi porzit: dute la vite, eh* al vadi predi . 
In Garnia; Laharhe, il bea d*ttn dlt la f^nina, il ben d* un mes; 

il pureit, .11 bea d* un an. 



161 



Fiduela, Dlflldeiiza 

^ Fidarse xe ben, ma no fidarse xe megio. 

E: A pensar mal se fa mal, ma se la indovina. 

« Fidarse de tuti e de nissun. 

Un altro: Grèderghe a tuti e no fidarse de nissun. ^ 
Ed anche: Tuti galantomeni, ma no fidarse. » 
E perfino : No bisogna fidarse gnanca de so pare. «. 
Esiodo, nei Lavori e giorni (trad. Sante Bentini), dice : 

E quando giuochi, 

Sia pure col fratel, fa d' aver teco 

Un testimone: che U fidarsi troppo 

E il non fidarsi punto, apporta danno. 

No vien inganà se no chi se fida. * 

0: No se vien tradii se no da chi se se fida. ^ 

Tra i dodese apostoli ghe xe sta un Giuda. 

•^ Da chi me fido, guardeme. Dio; 
* Da chi no me fido, me, guarderò ben io. 

Cosi è nelle Dieci Tavole^ ristampate nel 1535; e sotto: «EI beato 
I Bernardino da Feltro». Silvio Pellico, che avea letti questi due versi 
\ scritti sur una parete dei Pozzi di Venezia, li credeva fatti da qualche 
( carcerato de' tempi ultimi della Repubblica. 

Chi xe in sospeto, xe in difeto. 

De chi no se fida, no xe da fidarse. 

Pati ciari, amigi cari. — ^Pati ciari, amigizia longa. 

I difident i è come S. Tomas: noi crede se noi i fica 
• '1 nas. 

È di Belluno. A Feltro: S. Tomas no U cret co no '1 ghe met al nas. 

Per saver de che odor uno '1 sa, bisogna starghe in- 
sieme un inverno e un' istà. 

No se crede al santo, fin che no s' ha visto 'I miracolo. 

Co se va col lovo, bisogna portar el can soto '1 
mantelo. 

È pure nelle X. Tav. Coi tristi bisogna star sempre air erta. 

A se fida d' un rufian, se resta mincionade duto V an. 

Di Cortina d'Ampezzo. A Liviuallongo: 

Non è da se fide de cai {quel) che fora de strada 
voi mene. 

Cr. Pasqualigo 11 



162 FIDUCIA, DIFFIDENZA 

A cui che al giure, erodi poc ; a cui eh' al spergiura 
no erodi nuje. " 

De sbiri, putane e can, no te fidar se no te g' ha 1 
baston in man. 

De note, parla pian; o de zorno, vardite atorno. 

Vivo sotto la Serenissima, come qaesti: 

I muri parla. —Al' osteria o bever, o magnar, a 
far la spia. 

No te méte con chi eh' sa man-gè la péna. 

Di Val Badia. Non metterti con chi sa maneggiare la penna. 

^ No creder a femena alcuna, che la se volta come la 
luna. (X Tav.) 

^ Vàrdete da ehi tien i oci bassi, e da chi camina a 
curti passi. 

Vàrdete da 1' on che varda bas, e da la femena che 
slongia el pas. 

Di Auronzo. 

Vàrdite da chi te parla e varda ^in là. 

Dio me salva da chi ride e* varda in là, da chi in- 
giote la spuazza e da chi magna senza parlarve. 

Sono tre gravi indizi di malo animo. 

Vàrdete da la peste, da la fame e dalla guera e dai 
musi che varda per tera. 

Vardite da chi mai no ride. — e Vardite da chi ride 
sempre. 

a Rasi ha i supercigli e non ride mai, se non alcuni freddi e si* 
malati ghigni, onde appena credo che Chi può ogni cosa, potesse Aure 
che costui fosse buono ; ... ha dentro il serpe nascosto. » (BoifFiDio. 
leu, 14 Monsign. Camesecchù) 

• 

Vortuwkm 

La fortuna vien tre volte. 

La fortuna sta int' un corno, beati chi '1 ghe toca. 

Là fortuna sta atacada a un fil de azze {refe.) 

No te fidar de la fortuna, ancuò la te carezza, do^ 
man la te importuna. 



FORTUNA 163 

La fortuna la va drio ai orbi 

La fortuna no ghe vede. 

El diavolo aiuta i soi. — Più briconi, più fortuna. 

Anche : La fortuna core drio al macaco. 
Res humanas ordine nullo 
Fortuna regit^ spargitque manu 
Munera caeca^ peiora fovens, (Seneca. Hippol.) 

El diavolo caga sul monte (o mùcio) più grando, 

II diaul al eie slmpri sul plui gran grum. ** 
'L malan chiega sul majou monton. L, 

Chi xe destina per la forca, no se nega. 

La fortuna fa dei sbalzi. 

La fortuna xe'na roda che va. 

« Le sue permutazion non hanno tregue. » Dantb. 

La fortuna voi dir tuto. — Fortuna, e dormi. 
La fortuna xe de quei, che la ciapa per i cavei. 

Che la acchiappano pe' capelli. Laonde si dice: 
La fortuna, ciaparla co la vlen. 

€o la fortuna ghe voi coragio. 

E: I sfazzai xe sempre fortuna!. 

Audaces fortuna juvat. E Seneca nella Medea: Furtuna fortes metuit, 
ignavos premit. 

La fortune judi [aiuta) cui che la tonte. 

Pare il prov. dei giocatori del lotto. 

No conta saver, co no se g' ha fortuna. 

Volgarmente pure: No vai sayer a chi ha fortuna contro. 

t Val più 'n' onza de fortuna che 'na lira de sapienza. 
Assai ben baia a chi fortuna sona. (X. Tav.) 
Quando vien i macaroni in boca, tuti li sa magnar. 
Quando la barca va, ogni cojon la para. 
Col bon vento tuti sa navegar. 
Tuti xe bravi co la va ben. 

E: Co gh*è bezzi, tuti xe bravi. 

Co se g' ha la fortuna seconda, tuti par bon. 

Xe megio nasser senza naso, che senza fortuna. 
* Chi nasse sfortuna!, ghe piove sul culo a star senta!. 

Chi xe disgrazia, ghe tempesta sul toni anca senta. 



164 FORTUNA 

Ci sfortunado nasse, more col culo rovegià in le 
strasse. 

Veronese. Rovegià, aggrovigliato negli stracci. 

Di chi è fortunato, nato co la camiseta, Le donne dicono t 

Chi nasse co la scufia, more col capelin. 
Chi no g'ha sorte, no se meta a pescar. 
Chi xe sfortuna, no vada al marca. 

Frode, rapina 

X Chi di gato nasse, sorzo pilgia: non è pecato, è di 
familgia. * 

Chi roba 'l poco, roba anca 1' assae. 

A gato che lica '1 speo {spiedo), no ghe fidar el rosto.- 

A can che leca genere, no ghe fidar farina. 

Nelle X. Tav.: A gata che leca, ecc. 

Sete omeni no mena drente tanto col caro, quanto 
'na femena porta fora co la traversa [grembiale)^ 

Di quelle che trafugano la roba di bottega, di casa, e del granaio. 
NeirA. Trevisano: 

Lavora pi *na galina a frazar fora, che sete a raspar su. 
Uelin siet uoiin a fa un ciase e baste une femine a struci&le. ** 
Fa pi 6ra {lavoro) la femena co la scarsela, che V on col ciar {carro). 

Se t*has'na bona massarìa, no stè a te la de via;, 
ma se t' has la femena 'n può da giata, dàla ma- 
gari su 'na grata. L. 

Un poMadra che sia, dalla via magari per una grattuggia. 
MassariOy ordigno, arnese. — Giovenale, VI, 362: 
Prodiga non sentii pereuntem foemina censura. 

La roba de sto mondo g' ha da far le spese a tuti. 
La volpe che dorme no magna galine. 

Proverbi dei ladri che devono vegliare per cogliere li momento- 
giusto. — Nelle confusioni, nei trambusti sono facili i furti, e si dice: 

Aqua tùrbia {torbida), vadagno de pescaori. — e 
I intrighi xe boni per i desperai. 

I rati {topi) va dove che gh' è '1 formagio. 

Chi no roba, no fa roba. — Roba fa roba. 



FRODE, RAPINA 165 

La roba g' ha '1 nome con eia. 

La povertà e V in^Mia fan dire questi proverbi, che non sempre 
sono falsi. 

Da un momento a V altro, co gnente no se se fa sieri. 

Abila per gerta e tientila per cara, che '1 fiume no 
s'ingrossa d'acqua ciara. 

Chi ha paura del diavolo no fa bezzi. 

Ovvero : Chi ha paura del diavolo no magna risi caldi. — Risi è 
un plurale tutto veneto, e serve per dire la minestra. A Trieste: 

Chi fallissi {fallisce), va in carezza. 

El mondo xe un pagiaro, chi no lo pela è so dano. 

Quanti, che non pajono del volgo ed odiano il volgo, agiscono con- 
forme al proverbio ! 

El mondo xe de chi se Io ciapa. 

Nelle Lelfres d'Italie del belga E. Lavèleye, (ediz. di Milano, 1880) 
a pag. 68, dopo avere ammirate le immense ricchezze accumulate dagli 
Israeliti in Venezia, r autore dice: Si ce mouvement ascensionnel des 
Israèlitea continue^ ils seront^ dans un siede, les mattres de l'Europe. — 
Che cotesto sia il sogno degli Ebrei, e eh' eglino, per acchiapparsi il 
mondo, abbian molte attitudini e che i mezzi se li vadano procac- 
«landò rapidamente, Io vede ognuno. Ma che l'Europa sia disposta 
ad accettare la nuova signoria, mi pare assai difficile. Si contentino del- 
l' eguaglianza accordata loro; vivano e lascino vivere; e rammentino 
queste parole: « Del dominio, se volete viver sicuri, toglietene quanto 
ve n' è dalle leggi e dagli uomini conceduto, il che non vi recherà mai 
né invidia né pericolo, perchè quello che l'uomo si usurpa non quello 
che onestamente si guadagna, ci fa odiare.» (Macch. > storie fì&rent. Il, 
34; IV, 16; Vili, 10.) 

€ome se fa a far roba? L'eco risponde: roba. 
Per far roba bisogna far come i organisti. 

E se si chiede come, rispondono: «Laorar co le man e coi pie e 
voltar el de drio al Signor. » 

Prima se fa la roba, e dopo la coscienza. 

El primo fator l' è un mate se no '1 se fa un sior. 

Vedi Mestieri e professioni. — A Feltre : 

'Asseme far el fator un an, e se morirò de fan, sarà me dan. 

Chi roba a un bon ladron, g' ha cent' ani de perdon. 

E s ' ode pur dire Furare furatum^ non este pecatum. 

Roba robada no fa mai prò {o bon prò). 

Robe robade, no ha ne pàs (pace) né durade. ** 



166 FRODE, BAPINA 

Roba roba, come la vien la va. 
Roba robada, magna la guadagnada. 
La farina del diavolo va tuta in semola. 

Ma vi ha chi sof^^iunge: A chi no sa tamisarla {stacciarla). Nel' 
Cadore si dice: Roba de cromarta {di mah acquisto) el diaolo la porta Tia. 

Quel che vien de tinche tanche, se ne va de ninche- 
nanche. 

Nel ms. friul.Sec. XVI: Ghel che yen di buf in baf, ya di ruf in raf. 

La gata va tanto al lardo fin che la ghe lassa la 
zampa. 

Chi la torta mal guadagna, vien la gata e ghe la 
magna. 

Chi fa contrabando, vadagna no so quando. 

Chi veste co la roba dei altri, presto se despogia. 

n mistir più stlet è cai di Ieri. L. 

11 mestiere più cattivo (ted. tchlect) 6 quello dei ladri. 

Xe mogio andar in paradiso strazza, che no a V in*^ 
forno in abito ricama. 

Le braghesse dei altri, rompe '1 cui a chi le porta. 

Ladro picelo, no robar, che '1 ladro grande te fa picar- 

Lari plzul, no sta a roba, che il lari grand ti fas picià. ** 
Ladro pizo, no sta a roba, chè'^l ladro gran te fesc pica. {Amp.) 

La mugier del ladro no ride sempre. 

Lis feminis dai laris a voltis a ridin e a voltis a 
vain {piangono). 

In questa precisa forma, senza la menoma differenza, corre questo 
proT. nel Friuli e a piedi dell'Antelao, a S. Vito di Cadore; con di 
mezzo un cento chilometri, lungo i quali si parla il Cadorino che è- 
poco diverso dal Bellunese e quindi dal Veneto propriamente detto. 
Quando i vernacoli nostri saranno meglio studiati, si potrà, credo, spie- 
gare questo fatto linguistico, che è molto notevole. A S. Vito pure : 

Al ladro fas i pas curte, per pode fa i so furte. 

Fa i passi corti, cioè comincia dal rubare il poco. 

Cosa trovada, no xe robada. 
I bezzi no g'ha nome. 

Non portano il nome del derubato o di chi li perdette. 

Roba trovada e no consegnada xe meza robada. 



i 



FRODE, RAPINA 167 

Dise'l Signor: raga, raga: chi caia, daga. 
Dise '1 Diavolo : ro, ro, chi cata, sia so {suo), 

A un lari in ciase no si siero (serra) mai. *" 

Se man no prende, canton de casa rende. 

In paese de ladri, tuti xe galantomenì. 

Dicesi quando non si riesce a trovar il ladro fra quelli, de' quali 
uno deve bene aver commesso il furto. Anche in Friuli : 
'Tal pais dal Jaris dug son galanzumin. 

Co assasin e ladron, no gh' è rima, né ragion. 

No gh^ è rima^ per dire che non e' è' modo da intendersi. 

I pastori per robar le piegore i se mete nome : lovo^ 
orso, sasso, traversi. [X Tav.) 

El ladro no se pente mai. 

Roba de comun, roba de nessun. 

Per dire che è esposta alle frodi e alla rapina. In Auronto: 

Ore de comun, gento per un. 

Ore, opere, braccianti, che al servizio del comune fanno poco la- 
. voro: in cento lavorano come un solo. 

Magna, marigo; paga Comun, 

DairA. Ven. Marigo, sindaco, capo-comune. 



Gioco 

Bezzi de zogo, ancuo te li dago, e doman te li togo. 

A Primiero : Bezzi de zogo, i va come *1 fogo. 

I bezzi de zogo, no i g' ha logo. 

Or vanno da un uno, or da V altro. 

Chi dal loto speta socorso, fa el pelo longo come un 
orso. 

Chi fida nel loto, no magna de coto. 

£d anche: El loto fa perder el goto. — e 

Chi zoga al loto, xe un gran merloto e in rovina el va de troto. 

Roba de loto, la va de troto. 

Hai semper zugià, hai sempre venzù, senz' aèr mai 
perdù, son desperà. 

Prov. della Val di Non, nel Tirolo. 



168 GIOCO 

Al loto xe mato chi mete e chi no mete. 

È dei devoti della Fortuna. Gli altri dicono: 

L' ambo magna '1 terno. 

Chi vince un ambo, gioca poi finché va in rovin)Et. 

Cui CU al ciape al lot, ciape disgrazie. ** 

Ambo lavorare; terno seguitare; quarderna e Qinqui- 
na, lavorar da la sera a la matina. 

El zogo risega la vita e ròsega la roba. 

Se ris-cia per bisogno, e se perde per negessità. 

Chi seguita a zogar, perde la borsa. 

Al zogo se va co do bissache. 

EI zogo vien da V ira, uno paga e V altro tira. 

Chi vinse prima, perde '1 sacco e la farina. 

Chi vinQC la prima, perde la Qima. 

Chi viuQc '1 prim, (o chi fa '1 prin) perde el vin. 

La prima xe dei putei. 

Chi sa '1 zogo no l' insegna. 

Chi mal tira {la carta), ben paga. 

La cartes les è fates de carpetes de femenes. 

Così a S. Vito Gad. Le carte da gioco son fatte di gonnelle di fem- 
mine, e favoriscono chi voglion loro. 

La parola fa'l zogo. -^ La lingua xe quela che fa 
'1 zogo 

Chi perde, no cogiona. 

Gli passa la voglia di scherzare. 

Sul zogo se conosse le persone. 

Vede più chi sta sora lego che no chi zoga. * 

No tocar can che ròsega, né zogador che perde. 

Detti proverbiali che si usano al gioco: 
Disgrazia in zogo, fortuna in amor. 
Partìa rimessa, partìa persa. 
Chi va a V osteria perde la partìa. 
Chi va a Tosto, perde '1 posto. 
Chi va a Possagno, perde 'I guadagno. 
Chi va a la fontana, perde la scarana (Adria). 



169 



Giorno, notte 



L* aurora g' ha la boca d' oro. 

I fati de la matina, impina la manina. 

In Agordo: L*è la matìna, che sporze la manina. 
A Livinal. : La doman sporge la man. 

La matina xe la mare dei mestieri, e la note dei 
pensieri. 

^Na bona levada de matina, la conta pi che la fa- 
rina. 

Da la matina se conosce'! zorno {o se vede '1 bon di). 

In generale, ogni cosa da' suoi principi! ; dalla gioventù il resto 
della vita, ecc. 

Terza, chi no g' ha marendà, 1' ha persa. 

Nelle X. Tav. : Terza, chi no l' ha beù, r ha persa. 

Quando '1 sole passa 1' ostro, no V è pi nostro. 

Di Pellestrina. Ostro, mezzodì. 

No te lassar scampar el sol de mezodi, se no xe pre- 
sto note. 

Miesdi di ville, o eh' al passe o eh' a noi rive. •* 

Nelle ville mancando V orologio, il mezzodì vlen sonato fuor d* ora. 

Mezogiorno, chi no ha disnà sone de corno. 

È di Primiero, provincia di Trento. A Venezia: 

Mezodì, chi no ha magna, staga cussi. 

Co xe la sera, la trista [o la mata) se despera. 

Si dispera di non aver lavorato per la sua famiglia. Neil* A. Trev. 
si soggiunge: e co Tè al dì, la sta così. 

Biava a la sera, gambe a la matina. 
Sul tardi se insaca i tordi. 

Per dire ai ragazzi che non bisogna star tanto fuori di sera. 

Le galine che vai vinti soldi, co '1 sol va a mont, le 
va a mason. 

Feltrino. Mason, pollajo, o casa; parlandosi delle donne dabbene. 

L' avemàrie sunade, la fantate sierade. 
La note xe per i alochi [o per le zoète). 
Chi va de note, g'ha de le bote [busse). 



•• 



170 GIORNO, NOTTE 

Chi sta fuore de nuote perde la strada buona. 

Così a Yenas, nel Cadore. 

Viagiar a la luna e dormir al sol, no fa né prò nè^ 
onor. {X Tav). 

Vardite da chi galantome che drome de di. [Amp.) 

Ài ciaro de la luse, ogni stronzo traluse. 

De note le vache xe tute more. 

A Udine: Di gnot dutis lis pioris parin neris. 
A Belluno: De note tute le gate è more. — NelPA. Trev. per dire* 
che uno è sempre a tempo di porsi al lavoro: 

Di e not dura sempre. 

Le ore e '1 sol camina a regata. {X Tav. ) 

Chi ghe bada a V insogno, xe mato più del bisogno. 

A Venezia: I sogni xe sogni. -^ e 
1 insogni i xe fantasme, ma no 1 xe ayisi. 

Stavan meglio, questi tre ultimi, sotto Errore^ eco; ma post factum,, 
nullum consiìium. 

Dal vedel se conosce '1 bo {bue). 

Nelle X Tav.: Dal redel par el bo che de yegnir. 
Fieli' A. Yen.: Se yet da yedel che bo che gen {piene.) 

El legno verde voi esser impizzà (acceso). 

Da sé, posto al fuoco, stenta accendersi. I giovani abbisognano di 
eccitamenti a fare il loro dovere. 

La pianta, drizzarla fìn che la xe tenera. 

L* albero s* ha da piegar fin che V è tènaro. 
Bisugne pleà {piegare) l'arbul co l'è zovin. *• 
Bisugne stuargi {torcere) la tuartie sin eh' a 1' è fres-ce. •• 
Bisogna storzer el ramo fin che l' è verde. 
Torcerlo alla forma che gli si vuol dare. Molti educatori lavorona 
davvero a storcere i rami che sono naturalmente diritti. 

Quando T albero no se drizza da picol, manco da 
vecio. 

Nel dial. veneziano: drezza. 

Quel che si impara in zoventù, no se desmentega più.- 
Ogni puliero [puledro) voi romper la so cavezza, 
I disdot' ani no xe mai stai bruti. 



GIOVENTÙ, VECCHIEZZA. 171 

Zoventut, aur [oro) batùt. " 
^ I ani che se mostra no xe quei che se g' ha. 

0: Se g'lia.i ani che se mostra. 

^ I omeni i g' ha i ani che i sente e le done quei eh e^ 
le mostra. 

De venti, putela ; de trenta, dona bela ; de quaranta,, 
dona fata; de cinquanta, vecia mata. 

11 sig. G. D. Bernoni raccolse questo : De Qinque, bambina ; de 
diese, fantolina; de quindese, putela; de vinti, dona bela; de trenta, 
dona fata; de quaranta, vecia mata; de cinquanta torso duro; de ses- 
santa va a tersela 

De trenta, l'omo è belo; de quaranta, el fa gervelo; 
de ginquanta, el fa la roba ; de sessanta, el fa la 
goba. 

Più completo nel Polesine: De vinti ani Tè un putelo; de trenta, al 
fa Qervelo; de quaranta el fa la roba; de cinquanta, el fa la goba; de 
sessanta, el fa'l balon; de setanta, el n'è pi bon. 

Do volte se xe boni da gnente e una volta da 
qualcossa. 

Lo udii a Cortina d'Ampezzo, visitando una vecchissima povera 
donna moribonda. Due volte, da bambini e da vecchi. 

Per le done trenta e un, fa sessantun. 

Altrimenti: Le done le zuga a picheto. — A picchetto si conta : 29 
e un 60. 

Per i omeni sessanta e un, fa trentun. 

Chi de vinti no ghe n'ha, de trenta no ghe ne fa. 

Del senno; come pure: Chi no ghe n'ha da zoveni, manco da veci. 

Il mus {ciijtco) co no l' ha, fat la code a trent' ang, 
no la fas plui. '• 

Chi de vinti no x^ e de trenta no sa, de quaranta, 
s' ha persa la speranza. 

Co no rè da vedel, gnanca da bo. L. 

Da zòvene ozioso, da vecio bisognoso. 

Chi a trenta no fa, e a quaranta no ha, la man a, 
sessanta sporzerà. 

Porgerà la mano chiedendo r elemosina. 

Cui che stente da zovin, gioldi da vecio. " 

Chi no suna {raccoglie) da zovene, dizuna da vecio. 



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•• 



]72 OIOTENTÙ, TEGCHIEZZA 

•Cui che va a ciaval da zovin, va a pid da vecio. 
Chi sguazza in zoventù, stenta in veciaia. 

Ovvero : Chi ride da zovene, pianze da vedo. — e 
Chi no pensa da zovene, pensa da vecio. 

Chi no le fa da zovene, le fa da vecio. 

Chi che no fesc le sue da xoen, le fesc da vegli. L. 

da la testa o da la, eoa, tuti quanti fa la soa. 

È anche nelle X Tav. — In Friuli: Mat di zovin, oni di grand. 

Chi no le fa de carneval, le fa de quaresema. 
Bravure da zoveni, dògie [doglie) da veci. 

: Pecai, da zoveni, penitenza da veci. — Si dicono delle dissolu- 
tezze nella gioventù. 

Lauda i doen e tiente ai vecce. * 

Vedi Esperienza^ pag. 148, ov' è in forma poco diversa. 

Consègio da vecio e ajuto da zovene. 

Al pel canù, rispet. [Bellun.) 

Mal beata quela ca che da vecio no sa. 

In Friuli: Beate che ciase che ha un vieli dentri. 

' I ani passa per tuti. -^ Ogni dì passa un di. 

1 ani vien co i so malani. 

Dopo la quarantìa, tuti i ossi g' ha la so delia. 
Co s' ha passa i 50 ani, se va incontro ai malani. 

A Feltro: Dopo al Qinquantin vien la brosa {la brina, sui capelli). 

Co '1 cavelo [o la barba) tra al bianchin, lassa la 
dona e tiente al vin. 

Nella valle di Primiero ove si usa molto del latte: Co te deventi 
Qinquantin, lassa el late e tiente al vin. — ^ A Feltre: (Cinquanta Qin- 
quantin, lassa la femena e tiente al vin. 

Quando i xe quaranta io se teca i anta) tien el zugo 
per la pianta. 

Per reta credo più esatto questo: 

Co ti xe sui cinquanta, salva la meòla [midolla) per 
la pianta. 

Lai, lai; quando s'è veci, s' è busarai. 

Veronese. Buswrai (ven. buzarai), bubbolati, gabbati, rovinati. 



GIOVENTÙ, VECCHIEZZA 173^ 

De set' ani ì xe puteì, de setanta ancora quei. 

Neil' A. Trev.: Bisogna tosatar (fanciulleggiare) do yolte. 
In Friuli: I Yecios tornin fruz {fanciulti). 

Co'l diavolo vien Yecìo, el tol su la corona. 

Dei dissoluti/ cattivi, fin che ne ebbero le forze. Ed anche: 

La carne al diaol e ì ossi al Signor. 

Il diaul quand eh' al de vento violi, si fas romit. '* 

Co la carne xe frusta, V anema se giusta. 

Più brevemente: Carne frusta, anima giusta. 

Lis pomis ai fruz e la corone ai vecios. 

Suir amore nei vecchi, vedi pag. 51 . 

Le tose le s'enflza'l mezzalana, le vegle s' el desflza 
e le s'enflia'l mus. L. 

Mentre le giovani si cuciscono il meziolana (veste di stoffa grossa, . 
tutta a filze), le vecchie diventano rugose. 

L' omo co, r è vocio, el perde la virtù, 
El crede d' andar in loto e'I va co le gambe in su*. 

0: Quando se vien veci, se perde la virtù. 

Le pùpole vien fiape, le calze no sta più su. 
Le pUpole vien fiape, le polpe, della gamba, ammenciscono. 
A Claut: El vuom co l'è vedo el per//i la vertù, 
Le giambo se socia, le cialfAe va xu (ptò). 

Co se xe veci, se deventa mati. 

Lardo vocio, conza la pignata. — Carne vocia fa boa^ 
brodo. 

Le giovani rispondono per la rima: 

Carne zòvene dà ristoro. 

Se '1 vocio podesse e '1 zovene savesse, no ghe saria, 
cosa che no se facesse. 

Co il lovo devanta vocio, i cani ghe pissa a dosso. 

Ovvero: Al can veccio, la volpe ghe pissa adesso.— A Feltro. 

Quant che se perz i dent, se perde 1* ardiment. 

Cani veci no impara zogàtoli. 

I veci se ne ricorda d'esser stai zoveni. 

Si dice quando i vecchi sono troppo severi nel giudicare dei giovan i... 

Quando '1 vocio lassa '1 beve, iute l' altro mondo vaia 
a vede. 

DI Agordo* Beve e vede per bèvere e vedere. — NeU*A. Trev.; 



174 GIOVENTÙ, VECCHIEZZA. 

Tre e fatali ai veci: caduta, colpo, cagacela. 
Omo vecion, baston, goba e balon. 

Dal BernoBi ebbi questi due: 
Ultime cose de Tomo: Ociai, balon, braghier e baston. 
Ultime cose de la dona : Oci cagolosi, naso cola glozza, panza ra- 
pada, testa pelada. 

I quatro novissimi de Tomo: prima la scàtola, se- 
condo '1 baston, terzo i ociali, quarto '1 balon. 

Sul quarto anta '\ prete canta. 

A 70 anni bisogna prepararsi a morire. — In Friuli : 

Vivi [vivere) trop, V è pati trop. 

Petrarca : « 11 peggio è viver troppo. » 

Vecio è chi mor [o chi xe morto). 

Più che veci no se poi vegnir. 

Xe megio testa pela, che testa in sagra. 

Una crepa {pentola crepata) dura pi de una nova. 

Glusttasla^ liti 

La giustizia V è una parola. 

La giustizia V è un porgel per chi l' ingrassa. 

San Magno ha magna san Giusto. 

Bezzi e amicizia, sòfega {sofToca) la giustizia.- 

Neir A. Trev. : Con soldi e amicizia, se orbis {si acceca) la giustizia. 
Vero non solo nei tribunali, ma dappertutto. 

El mèi ven giudichè a cai che dà manco da tetè. L. 

11 male, il torto, a chi dà meno da poppare ai giudici. 

Un saco de ducati, uno de carta e uno de pazienza, 
per aver bona sentenza. 

Per vincer 'na causa bisogna averghe tre cose : aver 
rason, saverla dir e che i la daga. 

E che la diano, perchè la giustizia è fatta a maglia: 

lia giustizia de sto mondo xe fata a magia. 
Le cause, le vinge chi no le fa. 
Xe queation no fa per nessun* 



GIUSTIZIA, LITI 175 

^egio un magro acordo, che 'na grassa sentenza. 

Ohi voi el suo solo, presto se giusta. 

Grame queste cause che tuti do g'ha rason. 

Se ti g' ha torto fa causa ; se ti g' ha rason, giustete. 

Conforme al detto: Chi ha ragione teme, che ha torto spera. 

< Chi g' ha torto, giga [grida] più forte. 
Litiga, che 1' acordo no te manca mai. 

In Toscana: Muovi lite, acconcio non ti falla. 
Ed il Giusti notava: «Detto di chi muove lite, per istrapparne, in 
via d' accordo, qualcosa. » 

Chi perde g' ha sempre torto, chi vinge, rason. 

Ironico. — La colpa seguirà la parte olfensa, 

In grido, come suol. (Dante Par. 17). 

El litigar e'I fabricar, strazza la borsa. 

A Belluno: Chi in malora voi andar, 
far lite o fabricar. 

Ho sempre litiga, ho sempre vinto: vardeme come 
son dipinto. 

Così era scritto sotto V imagine d* un uomo in camicia. 

No far lite perchè chi vinze resta in camisa, e chi 
perde resta nudo. 

Fra i do litiganti, el terzo gode. 

Il terzo è l'avvocato; che da secoli fece quest* altro prov. che è 
pure nelle X Tav.i 

Fin che la pende, la rende. 

Fin che i litiganti tira la vaca, un per i corni e 
r altro per la eoa, 1' avocato monze [munge), 

I avocati vive de carne ostinada, i mediai de carne 
malada e i preti de carne morta. 

Chi va in man de V avocato, spende Y ultimo ducato. 

E anche nelle X Tav, 

Se 'vessin di eressi i ding, cressaressin ai avocaz. 

Ed è comunissimo il detto: I avocati g' ha boni denti. 

Per i dent de V avocat ghe voi : darei e garsala de 
fator. 

Di Agordo. harel, danari e gortala, gola, voracità dei fattori che 
litigano volentieri non rischiando nulla del loro. 



176 GIUSTIZIA, LITI 

Lari {ladro) e avocat, 1' è un nom solo. " 

Ai avocati no manca mai liti» 
A bele done no manca mariti. 

Ogni causa g' ha '1 so avocato. 

Dicesi, per disprezzo, di uno clie sostiene una ingiustizia. Quantd^ 
birbe trovano chi dà loro ragione: 

£1 lovo no magna mai termini. 

I termini giuridici, o quelli delle cambiali, il lupo non li mangia. 

Pato rompe leze. {X Tav.) 

Primo istromento e ultimo testamento. 

Son validi. 

L'è miei j'essi in disgrazie di Dio, che d'a giu- 
stizie. •• 

Né per torto * né per rason, no te lassar meter in 
preson. 

Così pensava anche M. de Montaigne, {EisaiSy III. 13). Una volta 
era pericoloso, anco per gli innocenti, il cadere nelle mani della Giu- 
stizia. — In Cadore: rason, o no rason no lassate bete in preson. 

Xe megio esser martire, che confessore. [X Tav.) 

II Serdonati; «Meglio, per coloro che sono, inforza della giustizia, 
patire i tormenti che confessare i delitti commessi. » Si narra di alcun! 
malfattori condotti in prigione, che fecero accordo di lasciar fuori, 
cantando le litanie, il Regina confessorum. 

Chi confessa, i li pica. — Chi la caga, la magna. 
A roba e a nega, no se perde mai. {A. Ven.) 
Omo condanà, mezo degolà {decollato). 

Così è nelle X Tavole. Una volta, fatta la sentenza conforme alle 
leggi, la si eseguiva; laonde le leggi erano rispettate e temute. Ed 
ora? . . . Basta; nelle X Tavole è anche il seguente: 

Quanti che va a la forca, che no g' ha né mal nò 
colpa ! 

Combien ay te veu de eondamnatiotts, plus criminelles que le erime I 
(Montaigne, III. 13.) — E per dire che a tutti va dato 11 suo, si dice; 
Quel che xe de Cesare xe de Cesare, e quel che xe de Dio xe de Dio. 



k 



177 
GrOTerno, le^^l, rag^lon dt lutato 

Ogni mal vien da la testa. — Dal cao spuzza '1 pesse. 

E: Da la testa vien la tegna (tigna). 
Sofocle nel Filotletei 

E non incolpo lui 

Quanto quei eh' hanno impero. Il popol tutto 

E V esercito tutto è di chi '1 regge ; 

E se r uomo è malvagio, ei da' maestri 

Suoi reggitori ad esser tale apprende. 

Tal il pastor, tal il maior. '* 

Maior^ fedar^ guardiano delle pecore. In Toscana: 
Tale abate, tali monaci. 

Co la m ... . monta in scagno, 
che la spuzza, o che la fa dano. 

In Friuli: Mierde montade in scagn, o eh' a puzze, o eh* a fas dan. 

Comanda chi poi e obedissa chi deve. 

Novo paron, nova lege. — Governo novo, conio novo. 

El podestà novo manda via '1 vecio. 

I santi veci no fa più miracoli. 

Miracoli, favori, grazie, protezioni, stipendi, gratificazioni, ufflcj;ed 
è perciò che tanti passano da un partito ali* altro, stando sempre con 
quello che è al governo dello Stato. 

Guelfo son io e Ghibellin m'appello: 

Chi più mi dà, io volterò 11 mantello. 

Morto un papa, i ghe ne fa un altro. 
S' un scagno no ghe poi star più de un. 

Do pie no sta ben int' una scarpa. 
Do gali int' un ponaro i se beca. 

Né de tempo, né de signoria, no te tor malinconia. 

Due cose alle quali bisognava rassegnarsi. 

Sinistra e Destra, tuta'na menestra. 

Udito a Vittorio il 13 agosto 1978. (La Sinistra Parlamentare andò 
al governo del Regno il 18 marzo 1876). Da quel giorno non m' accadde 
di riudirlo mai più. 

L' altìssimo de sora ne manda la tempesta, 
L'altissimo de soto ne magna quel che resta, 
E, in mezzo a sti do altissimi, restemo poverissimi» 

«Questo prov. nacque con Napoleone I. ma non morì il 5 maggio.» 
(Nota della prima edizione di questa Raccolta). 

Cr. Pasqualigo 1S 



178 GOVERNO, LEGGI, ECC. 

Chi xe paron del mar, xe paron de la tera. 

Prov. de' nostri vecchi, che udii ripetere nella primavera di questo 
anno 1881, quando la Francia s' impadronì della Tunisia. 

Pantalon, paga per tuti. — Scarpa grossa, paga ogni 
cossa. 

Voglion dire che, alla fine, chi paga i danari, male spesi dai cattivi 
amministratori, è il popolo che lavora. — 11 primo però aveva un altro 
significato, come si vedrei sotto Nazioni^ Città. 

O Pranza o Spagna, basta che se magna. 

Questo è il concetto che il volgo ha dello Stato; e di esso si val- 
gono i nostri tribuni della plebe per tirar questa alla rivoluzione di- 
cendo che « il miglior governo è quello che dà la pagnotta più grossa 
ed a miglior mercato. » (Ritornello obbligato di tutti i giornali socialisti). 

Il conte Giov. Arrivabene, nelle sue Memorie (ediz. 1879) dice che, 
nel principio del secolo, il popolo diceva: 

Viva la Pranza, viva la Spagna, basta che se magna. 

Parte [legge) veneziana, no dura'na setimana. 
Solo i Diese, la tortura; soto i Tre, la sepoltura. 

Tale era la terribile riputazione che aveano, massime nel sec. XVII, 
gli Inquisitori di Stato della Serenissima. 

Co Venezia comandava, se disnava, se penava; 
Coi Francesi, bona zente, se disnava solamente; 
Co la casa de Lorena, né se disna né se gena. 

L' aggiunta che fa il volgo, in varli modi, non merita d' essere ri- 
prodotta. — Una Variante : 

Co san Marco comandava, se disnava, se penava; 

Co la cara libertèi, s' ha disnà, no s' ha qenò.\ ecc. 

Ovvero: Soto Marco se disnava; soto'l gaio sé penava; ecc. — Nel 
1849, al tempo dell'assedio, redestatesi le memorie della vecchia Repa- 
blica, il popolo diceva: 

Soto i Veneziani, vin da diese ani ; soto Manin e 
Tomaséo, aqua e aseo. 

A'tila fragelum Bei, i Francesi so fradei, i Todeschi 
pezo de quei. 

E del governo Spagnuolo rimangono tuttora vivi in Italia parechi 
proverbi ; nel Veneto vi è questo detto : 

Poareti noi se vien i Spagnoi, i ne portare via le 
done e anca noi. 

Nelle Kime Rustiche di Magagnò, Menon e Begoto vi sono parecchie 
imprecazioni al soldati Tedeschi e Spagnuoli. Il Magagnò nel sonagito 
' .al Signor Domenego Veniero: 

£1 cancaro al Toischi e Sparagnuoli 
Imbriaghi, slutrani e m&riuoli. 



GOVERNO, LEGGI, ECC. 179 

I popoli se mazza e i re se abrazza. 

Ora Tengono uccisi o feriti gli imperatori, i re, gli arcivescovi e ì 
presidenti delie Republiche. 

Chi no g' ha visazzo, no vada a palazzo. 

È nelle X Tavole, come il seguente: 

De ofizio del comun, tristo o bon se ne voria aver un. 
La barca senza timon, xe barca rota. 

Ovvero: Nave senza timon va presto al fondo. 

Dal disordine vien la lege. 

Chi fa la lege, d^v' esser il primo a rispetarla. 

Fata la lege, trova la cabala (o la malizia). 

Fate la lez, pensat T ingian. ** 

Ohe xe più casi che lege. 

Per dire che non tutti i possibili casi ponno esser previsti dalle 
leggi. 

Le novità le piase a chi no g'ha gnente da perder. 

E : 1 intrighi xe boni per i desparaì {jUsperaii^. 

Chi serve al comnn, no serve nissun. 

Laonde spesso i servigi sono male prestati; e male gratificati. 

£1 pezo basto lo g'ha Taseno del comun. 
Senza spie no se ciapa ladri. 

Nelle Dieci Tavole sono questi due: 
Onza di stato, libra d' oro. 
Retor, savio e conslglier, è oflcio da disvia. 
Questo secondo trovasi anche nella raccolta del Pescetti (pag. 159, 
ediz. 1603) con la stessa nota: «Dicono gli scolari Padovani.» 

Gratitudine, fnsratltadlne 

Frègheghe la schena al gat, el te rizzerà la coda. 

Bellunese. Unico proverbio che esprima, ed anche debolmente, la 

gratitudine. 11 che mi conferma la verità di quelle parole di Tacito : 

Tanto proclivius est injuriae quom beneficio vieem exsolverOi quia grafia 

oneri, ultio in quaestu habetur. •— 11 prov. si usa anche per dire che 

con r adulazione si seopre r ambizioso e il superbo. 

Chi servisi fa, servisi aspéta. 

A far ben, se se fa dei nemigi. — Chi più fa, manco fa. 

In questo senso si usa dire, dando qualche cosa in prò' di taluno: 
Co g' ho dà. g* ho falà. 



180 GRATITUDINE, INGRATITUDINE 

Despica el pica, che '1 te picara po' ti. {X Tav.) 
Un amigo benefica, xe un nemigo dichiara. 

Talvolta è par troppo vero: maggiore il beneficio e maggiore ò^ 
rodio Terso il benefattore. Di nuoTo Tacito: Quod beneficia eousque 
léeta nuttt dum videntur exsolvi posse : ubi multum anlevenere^ odium pra 
gratta redditur. 

Un tristo pagador ne guasta gento. 

E: A fei piagere a T amigo Tè spedazades al vento. 
SpedaxadeSf calci. Di Cortina d' Amp. — In Gamia: 

Un sol ingraty fas mal a tros pitocs. 

La ingratitudine dissecca la fonte della misericordia. 

Co r albero xe in tera, tuti ghe core adesso co la 
manèra. 

Co r arbore xe seco: tagia, tagia. — e Finìa la sagra, tuti ghe ne 
dise mal. 

Quando non si sperano più benefici, tutti dicono male del benefat- 
tore caduto in rovina. Più chiaramente : 

Svodà la squela {scodella), tuti ghe spua drente. 
Cui che done a l' ingrat, al pierd dos voltis. [Carnia] . 
Chi lava la testa a V asenb, buta via lissia e saòn. 

Ovvero: perde r acqua e '1 savon. In Friuli: 

A fa ben al mus si vanze pes e scalz. 

Chi serve a V aseno, g' ha nome calzi e péti {mète). 

Nome^ se non. È pur nelle X Tavole. A Feltre: 

Chi fa del ben a dent {gente) vilane e strambe, 
I se tira na roa {rovo) su per Je gambe. 

Ami, vicen. russa^ da russus-, come rovo da rubeus. 

A far servizio a un vilan, se fa dispeto a Domenedio. 

Deghe {dategli) da magnar a un vilan, e pò '1 ve magnar à i dèi 
{le dita). — Villano^ malcreato, ingrato, zotico. Parimenti: Dà da ma- 
gnar a un corvo, e pò *1 te cavarli i oci. 

A fa ben a V om ingrat, si reste bech e bastonat. ** 
Laorar per el comun^ laorar per nissun. 

Nessuno te ne ò grato. 

No s'ha da spuar ne la squela {o gamela) che se magna. 

La voce gamela era dei marinai Veneziani e rimase in questo 
proverbio. 

Opera fata, maestro in pozzo. 

La gente non yì cerca che i difetti: ingratitudine anche questa. 

(Vedi Beneficenza), 



Per gnente 1' orbo do canta. 

OTiero: I soldi ta cantar i orbi. 

Pet Kaenie, no se g'ha pente. 
SeDza SDD, no se baia 
Par nla, nisann db nia. ' 
Par nnje, nissun db naje. " 

•Ogni fadìga (o strùssia) merita premio. 
Secundutn opera, merthede sua. ' 
Anca 'I can, squassando la eoa se guadt^na 'I pa 

Gnanca'l can no mena la eoa de bando. 

Ance il clan cqI menb la code sì uadagne le spese. ** 

Col grazie, do se magna. 
Pochi, ma che i se toca. 
Poco pan, poco sant' Antonio. 
Senza aqua, el molin no màsena. 

Ogni mollo mi (nipJe) la s6 agbe. " 

Chi voi che '1 caro vada, bisogna onzer le rode. 

Onero: Co la aonia se fa corer ci caro. 
Cbl no onie la roda, no la tb. 
La cariota no Ta, se ne l'è onla. 
Coi organi, se canta messa. 

Dove l'oro parla, la lingua tase. 

Il cIAt s' a no si odi, at clule Xei/olt). " 
Percliè '1 caro no ciga bisogna unier le rode. 
UIlL che r or deacor. la lenga teac. L, 
Conrorml all'amico adagio: PtainiBe etediml obhòm. 

Boca onta do poi dir de no. 
Per la gola, se ciapa '1 pesse. 
Ogni spenta (o peada) para avanti. * 

In Friuli: Ogni pid l'ai cui pnarle in denanl. 

Ogni giozza bagna. 

De" guadagni, per qaan'- -■---" ■ "---— '■ ■ — - 
Ogni bbcia, (»» 

Poco xe megio che gì 
Pocheto e spesseto, in 



182 GUADAGNO, MERCEDI 

La piova continua xe quela che bagna. 

La gozza continua V è quela che bagna. {Valsug.) 

Col poco se vive e co gnente se mor. 
* I vovi xe boni anca dopo Pasqua. 

I doni, le mancie, son buone anche fuor di tempo. 

Corae xe grossa la candela, i preti alza la ose. 
A ti le ose, a mi le nose. 

A te le lodi, a me il guadagno. 

Chi paga avanti trato, paga da mato {o g' ha '1 ser- 
vizio mal fato). 

In Friuli: A pajà denant trat, o tard o mal fai. 

Chi sa perder, sa guadagnar. 

Neir avviare una industria, un commercio, bisogna saper sacrificare , 
per acquistarsi avventori. 

Chi paga la mercede. Dio ghe provede. 
El scolaro no paga mai '1 maestro. 

L* utilità della istruzione è assai maggiore di quanto essa costa . 
(Vedi Cupidità ed Economia.) 

Guerra, mfllzfa 

^ A un bon soldà ogni arma ghe fa. 

Generalmente per dire che chi è destro nel suo lavoro ogni stro- 
mento gli serve. Ed anche: A un bravo guarier, ogni arma serve. 

t L' abito no fa '1 monaco, ne V elmo '1 capitan. 

Prov. vivo a Feltre. Ora V elmo è tornato di moda. 

Bandiera vecia {o rota), onor de capitano. 

Le donne Io dicono delie mobiglie ed altri oggetti di casa. 

Chi fa bona guera, fa bona pase. 
Soljjai, aqua e fogo, presto se fa logo. 
Chi deserta, mor. 
Un soldà veteran no ricusa batagia. 

II coraggioso, r esperto, non fugge le difficoltà, i rischi ; così que - 
sti due: 

Chi g' ha paura, no vada a la guera. — e Bonora a 
la fiera, e tardi a la guera. 



GUERRA, MILIZIA 183 

Baia che fls-cia {fischia) no ciapa. 

Chi comanda da generale, paga da tamburin. 

Paga il fio de' suoi errori, od è esposto agli stessi pericoli. 

In tempo de guera, mai una de vera. 

0: gh'è più busie {o bùzare) che tera. 

La guera fa i ladri e la pase li pica. 

In guera lanze e spade, in paxe gomieri e zape. 

É nei Diarii del Sanato, li, 183; e nel III, 82 è notato questo greco : 
« Meglio è aver da far con un esercito de leoni, che ha per capitano 
un cervo ; che con un esercito de cervi, che ha per capitano un leone. •> 

Pagnoca de soldà, xe tropo guadagna. 

Ohi va a la guera, magna mal e dorme in tera. 

Quando parte '1 re, la cita sta male. 

Ora non si usa che giocando a Tresette. 

Un bel morir tuta la vita onora. 

E, in via di scherzo, si soggiunge : E un bel fugir salva la vita 
ancora. — I seguenti sono nelle X Tavole^ quali correvano nel sec. XV 
e XVI al tempo delle Compagnie di ventura. 

Al soldà, pan seco e vin guasta. 

Ai soldai un bon pasto e cento guai. 

I soldai g' ha quatro F : fame, fumo, fastidio e fredo. 

Tre bestie fé Domenediè: asini, porci e fanti a pie. 

Campo roto, paga nova. 

La guera xe fata per i poltroni. 

Gli sfaccendati si assoldavano nelle Compagnie. Di una delle quali 
dovea esser condottiero un Tenca (forse Lombardo) perchè un pro- 
verbio dice: 

Dei soldà del Tencha ghe ne andava 
Trentasiè a cavar una rava. 

É curioso che con la stessa imagine del cavare una rapa, era fatto 
r altro, vivo fino ai nostri giorni : 

Dei soldai del Papa, ghe ne voi sete a cavar una rapa ; 
E co no vien el sargente, no i xe boni da cavar 
gnente. 

Furia frangese e ritirata spagnola. 



184 



luirlurle^ offese 



Chi gerca rogna, rogna trova. — Chi la voi, la caia. 

Gii insolenti, gli accattabrighe trovano chi li fa stare a segno. 

Chi semena spini, no vada descalzo. 
Chi no voi neve, no ghe ne traga. 

E: Chi no voi nose {noci), no tira sgiaventi. — Sgiaventi^ oggetti 
che si scaraventano, per es. 1 sassi che si scagliano contro le noci per 
farle cadere. Chi non vuol cosa che noccla, non naoca. 

La manèra no farave dano, se '1 bosco no ghe dasse 
'1 manègo. 

Quando '1 tempo ruza, voi piover. — Co tonìza, voi 
piover. — Drio al ton, vien la piova. — No toniza 
co no piove. 

Per dire che dalle parole si viene ai fatti. — E neir A. Ven. : 

Quand che la nèola busna, gen tempesta. 
Quando la nuvola buccina, romoreggia vlen la grandine. 

Chi no se risente, no xe fio de bona zente. 
L' aqua che no me scalda, no me scota. 

Ovvero: A chi no la scota, no la brusa. 

Di quelli che non fanno alcun calcolo di offese che gli sien fatte. 

Chi la fa, se la scorda; chi la riceve, se la ricorda. 
Perdonar 1' è da cristiani, desmentegar l' è da cojoni. 

E : Perdonar sì, dcsmentegarse mai. 

Desmentegarse la xe da vilan, e vendicarse no la xe 
da Cristian. 

A chi te la fa, fàghela, o tientila a mente. 

L' insulto xe de chi lo fa, no di chi lo rigeve. 

Xe più faglie far le piaghe che sanarle. 

Co se se voi ben, no se se ofende. 

Fra carne e ongia no gh' è gnente che ponza. 

Delle piccole offese fra marito e moglie, od amici intimi. In questo 
senso diciamo pure: 

Peàda de manza no mazza cavalo. 

Le bote no piase gnanca ai cani. 

El baston V è per i cani, le parole per i cristiani. 



INGIURIE, OFFESE 185 

Le bote no se misura col brazzoler. 
Quando se dà, bisogna andar con do sachi. 

E: In barufa, dar e ciapar. 

Ohi voi bona vendeta, in Dio la rimeta. 

È meglio lasciar che faccia madre Natura, che, coi rimorsi, con 
l'infamia, con T infelicità, punisse i nostri offensori. — Mista qui per- 
messo di far r elogio della buona indole del popolo Veneto col citare 
un proverbio siciliano, che sarebbe impossibile venisse concepito fra 
noi da alcuna mente, per quanto pervertita, che è il seguente : 
A cui ti leva lu pani, lèvacci la vita. 

Anche nel Veneto avvengono, benché rari gli omicidi; ma a mente 
fìredda nessuno consiglierebbe un omicidio. Tanto meno si formule- 
rebbe in un proverbio il feroce consiglio. 



Ira, collera 

-Quando le femene se barufa el diavolo se pètena 
la eoa. 

n diavolo si fa bello sentendo il male che si dicono e fanno quelle 
altre. E ne^la Val d' Astice : 

Le done co le se bega, le g' ha 'na lengua sporca 
come le rècie d'un vocio prete confessore. 

Dona in còlerà, e mar in burasca. 

No è rabie, parsero, de che das feminis. " 

La colera tra marìo e mugier, dura da la tela al 
fogher. 

Le colere dei morosi xe come le tele dei ragni. 

Il ragno ragiusta, ricompone tosto la sua tela. Noi pure: Sdegno 
d* amante, poco tempo* dura. 

Rabiezzo, fa matezzo. 

V arrabbiato ha dei tiri da pazzo. Ira, brevis furor. 

Chi no poi bater el cavalo, bate la sola. 
Vàrdete da aseo de vin dolgo. 

È nelle X Tav. con questa nota : « Dalla collera de un piazevole 
per natura. » 

A pignata che boge, la gata no va vicin. 
Lassa star el can che morsega [o che dorme). 

Non avvicinare r adirato, ne provocare il collerico. 



186 IRA, COLLERA 

Brontola anca le buèle in panza. 

Gos\ A Verona; e si dice a chi si lagna del brontolare che una 
faccia essendo adirato. — A Venezia : 

El sangue che no bùlega, xe un sangue traditor. 

La colera no g' ha rason. 

A omo in colera, aqua in boca. 

La colera de la sera, tienla per la matina. 

In Adria: 

Meti nel scatolin la colera de la sera pel matin. 
Co spesso se scalda '1 forno, poca legna basta. 

Di chi si trova spesso nell' occasione d' adirarsi. 

Rosso de fogo presto va a so logo. 

Chi tosto s* adira, tosto si placa. Di lui si dice: Presto la ghe 
salta, presto la ghe passa. 

Vento in furia, sbaia presto. — Sangue, e po' pas. 
Aqua che core xe sempre neta. 

Chi facilmente si sfoga in parole, non cova odio. 

Drio la saeta, vien el ton. 

Tirar saete, bestemmiare. 

Val mègio un bon perdio, che un falso gesù mio. 

Val plui un corpo ben metut, che cinquante pater- 
nosters. *• 

Un perdìo a tempo e a logo, no se sa cessa che'l 
vai. 

Val più 'na rabiada, che 'na bastonada. 

Per incutere timore e rispetto. •— E per dire che in tutte le (ami- 
glie non sempre dura una pace perfetta : 

Dove se magna, se ruza {si brontola). 

Se le rane avesse i denti, le magnarave tutti i so 
parenti. 

Anche i piccoli, se potessero, sfogherebbero la loro ira. NeirAlto 
Trevigisano: Se le rane^vesse {avessero) ì dent, por e grami i so pa- 
rent. — E, beffandosi dell'ira dei piccoli ed impotenti: Se le rane 
avesse i denti, cosa faria i so parenti ? Ovvero : Gossa farla la rana se 
la g' avesse i denti ? — Vana est sive viribus ira. (Viro.) 



187 



lilbertà, serirltù 



La libertà no gh'è oro che la paga. 

E: Meglio un oaza de libertà che ^ento de oro. 

Libertà e sanità, P omo è rico e no '1 lo sa. 
La tropa libertà scavezzai colo. 

Della libertà lasciata ai giovani, alle donne. 

A far a modo soo, se scampa dies'ani de più. 

Vicentino. A Venezia: Chi vive a so modo, vive un ano de più. 

Val più na magra parona, che'na serva grassa. . 

Xe mogio esser paroni de 'na sèssola che servitori 
de'na barca. 

Sessola^ pala di legno da buttar fuori V acqua delle gondole ebar> 
chette. Ecco altre yarianti. 

Nel Cadore. Melo paroi de 'n pan, che s-ciavi de 'n forno. 

In Istria: Megio paron de calcio, che mozzo de vassel. 

A Vicenza: Megio paron d'un campo, che fltuale de'na campagna. 

In Adria: È megio el paron de'na sessa, che'l more de'na barca. 

A Venezia: Xe megio esser testa de anguela, che eoa de sturion. 

E tutti vogliono dire che è meglio esser indipendente in stato pic- 
colo, che dipendente in stato grande: meglio esser capo di una piccola 
amministrazione, che soggetto ad altri in amministrazione grande. — 
Morèy servo ; anguèla, pesce infimo, specie di aterina . 

En vegle uciel de bosch sarè 'nte gabia, '1 muor prést 
da fam o da rabia. L. 

Xe megio esser osel de bosco, che osel de gabia. 

Gianta pi l' osel de bosco, che chel de capia. * 

Osel de gabia, se no '1 canta d' amor, canta de 
rabia. 

Ucel p* a r ajar (aria), dante di legrie ; ucel in sgiapie, dante di 
passion. *• 

Megio polenta a casa soa, che resto a casa dei altri. 

In casa mia' mi sa meglio una rapa, ecc, (Ariosto, Sat. IV). 

El pan dei altri xe sempre sala {o sa da saòr). 

El vin dei altri no cava la sé {sete), 

Puar cui sierv, ma puar ance cui che al scuen {gli 
bisogna) fassi servi. 



188 LIBERTÀ, SEBVITÙ 

El pan del vervi V è 'na misera insegna, 
Se '1 dura al disnà, no '1 dura più a gena. 

Del Cadore, ove dicesi anche: 

Pompa de seryitù, misera insegna, 
Se se l' ha a dìsnà, no se V ha a ^ena. 

£1 pan del servì g'ha sete croste. 

£1 pan di servi l'ha siet crostis e bisugne rompi i 
ding par mangialu. ** 

Chi prende, se vende. 

Do paroni no se poi servir. 

Su do banche no se sta sentadi. 

Meli* A. Trev.: A sentarse su do careghe, el cui se sbrega. 
I seguenti sono dei servitori domestici: 

O servi come servo o fugi come gervo. {X Tav.) 
Quando comanda signoria, o ubidir o andar via. 
Liga P aseno dove voi el paron, e se '1 se pica, so dano. 

Ovvero : El cavai dove comanda *1 paron, r è sempre ben ligà. 

El servo se '1 voi servir, tre T ghe toca tegnir : ti- 
mor, toleranza e taco. 

Per paroi {padroni) no se strussia. 

A trovar padroni non si fa fatica. Di Belluno. 

Quando cantaci franguel, bon o cativo tiente a quel. 

D* autunno. In primavera al contrario: 

Quando canta '1 ghirlingò, chi ha cativo paron mu- 
tar el pò. 

Sono nelle X Tavole. Vedi Anitnali pag. 61 : e Economia, pag. 137. 

Maldicenza, mallffnltà, Insidia 

La piuma slargada no torna mai tuta iute '1 saco. 

« Calunniate ; qualche cosa resterà sempre » èra la massima dei 
buoni Padri della compagnia di Gesù. -> Anche i Friulani : A semenà 
un sac di piume, no si racquei mai plui. 

• Pit^t che di mal de'na tosa, Tè meo dà fogo a 
sete vile. 

Di Ampezzo. La maldicenza in tal caso può essere funestissima, 
oltreché eir è quasi sempre calunniosa. 



MALDICENZA, MALIGNITÀ, ECC. 189 

El dir mal dei altri xe '1 quinto elemento. {X Tav.) 
Omo loda, morto o scampa. 

A Bellano: Prete loda, o morto o scampa. — Orazio, Od. II, 24 : 
Virtutem intolumen odimus, Sublatamex oeulis quaerimus invidi. È un fatto 
cotesto proprio della umana natura e non « nefando stile di schiatta 
ignava e finta » come diceva il Leopardi. 

«^ La lengua l' è la pezo carne del mondo. 

La miou e la pezo ciern V è la lenga. L. 

La lenghe j' è plui spizade di un ciavel. ** 

* La lengua no g' ha osso, ma la tàgia adosso (o la 
dà zo per el dosso]. 

In Auronzo: la lengua non ha os e la se fa rompe el dos. 
In Cadore: La lenga no ha os, e se fa rompe i os. 
In Friuli: La lenghe no ha ues, ma tant a cus e a ponz. 
Ovvero: La lenghe no ha ues, ma j u fas rompi. 

Chi scalda e grata, rogna cata. 

Figuratamente di chi riscalda uno contro altri. 

Chi se tagia '1 naso se insanguena la boca. 

Chi sparla dei congiunti, olTende sé stesso. Vedi Famiglia • Parenti , 
In Gad.: Chi taja el nas, sporca la bocia. 

Chi fa la casa in piazza, o là fa massa alta o massa bassa» 

El can rosega 1' osso perchè no '1 lo poi ingiotir. 

Chi ingiote amaro, [o ha 1' amaro in boca), no poi 
spuar dolge. 

Chi me dise de drio, lo dise al mio .... 

Cui che fevele par daùr, fevele al cui. ** 

Le campane no sona se qualchedun no le toca. 
Vàrdete prima ti, e pò' parla. 
Dì de ti e pò te dire de mi. 

Questo è r altro : Chi semena spini no vada descalzo, erano scoI> 
piti sopra un bassorilievo nella Calle dei Proverbi ai SS. Apostoli quV 
a Venezia. 

Quand che se parla de qualchedun, al diau bette- 
[mette) fora i come. * 

« No dir mal de nissun, perchè 1' aria parla. 

Chi che dis chél che i voi, i mossa sentì chél che^ 
no i voi. L. 



190 MALDICENZA, MALIGNITÀ, ECC. 

La graèla dise male de la farsòra. 

El pignat dis mal del slaviez, e'I slaviez dis mal 
del pignat. 

Deir A. Yen. Slaviez, pentola di ghisa. A Riva di Trento: La pignata 
cria {grida) al laTez. 

Chi dise mal dei altri, se fa dir drio. 

Chi ride del mal dei altri, g' ha *1 suo de drio la porta. 

€hi che voi vive 'n pàs {pace) en cesa sua, no lasce 
ite né ànera né grua. 

Non lasci (entrar) dentro né chi chiacchiera né chi sparla. 

* Chi mal te voi, mal te sogna. — Chi mal fa, mal pensa. 
Quand eh' a son fatis, si pò contalis. ** 
Ogni mal voi zonta. — Chi zonzo no g' ha perdon. 
Erba che no g'ha raise, mor presto. — e 
Senza raìse, V erba no taca. 
Se crede pi facile al mal che al ben. 
La parte dei altri par sempre più granda. 

Fertiliar segen alienis semper in agri» 

Vicinumque pecus grandius uBer habet (Oyid. A. am. L) 

» Se r invidia fusse freve, tutto '1 mondo l' averebe. 

A Trieste e a Verona, per la rima : frebe. 

Se r invidia fusse rogna, quanti se grataria ! 
L' invidioso se rode e l' invidia se gode. 
•Tuto finisse, via che {fuor che) l'invidia. 

Mestieri, arti, professioni ^) 

Arte tua, nemigo tuo. 

£: Yusta esser V amigo mio? no far el mestier che fazzo io. 

Chi g' ha arte, g* ha parte. 

Imparate qualche arte onde la vita 

Tragga il pan quotidiano, e poi cantate 

Quanto vi par la Bella Margherita. {Salv. Rosa sat. II.) 

1) Artigiani, arnesi. — Filare, cucire. — Barcaioli, tnarinai. — Barbieri. 
— Caccia, pesca. — Calzolai. — Cuochi, mugnai. — Castaldi, fattori. — Fab- 
bri, muratori, ecc. *— Tipografi, — Speziali. — Diversi. — Pittori, ecc. 



MESTIERI, ARTI, ECC. lÒl 

Impara l' arte, e metela da parte. 

» Tale fu sin da giovine la mia massima Quando uscii dal 

ministero, per circostanze speciali, mi trovai a secco affatto della mia 
piccola entrata, e per tre o quattro anni campai unicamente col mio 
lavoro; e mi valse davvero V aver imparato un'arte. I » 

M. D*Az. Ricordi, cap XXII. 

Un mestier solo lo fa'l culo. 

Ma, di chi ne fa troppi: Cento mesierl, nessun de bon. 

Xe megio 'na magra artesola, che 'na grassa cam- 
pagnola. 

Chi g' ha un mestier in man, da per tutto trova pan. 

Il mestier noi domande pan. •' 

Chi ha mestier, se no la va a fil, gote, la gota. 

Se non guadagna molto, per gocciolare, la gocciola, cioè continua 
sempre a produrre qualche cosa il mestiere. 

La pignata de V artesan, se no la boge ancuò, la boge 
doman. 

De' mestieri inferiori, specialmente nei villaggi, si dice invece: 

Trivelin, ora ghe manca '1 pan, ora el vin. 

Trist r è chel mistir, eh' a noi manten il mostri. *' 

Bisogna lassar al strologo a far lunari. 

: Bisogna lassar dire fra a chi xe de V arte. 

A un de l'arte, no se ghe dixe: varte {guardati). 
Chi xe de V arte fazza la stima {o stima V òpara). 

E: Pastizier, fa'l to mestier. — Bisogna^- lassar el violin a chi lo 
sa sonar. 

Tutti i mistri loda la so bolza. 

Mistro réicconciatore girovago di vasi di rame o di terra cotta. 
Bolza sacca di cuoio dove ripone i suoi ferri. — In Friuli: 
Dug fevelin ben dal lor mistir. 

Ogni mestier voi la so arte. 

La sua destrezza, abilità, metodo. 

Chi Tarte no sa far, botega sera {o sere)* 

E: Chi va fora del so mestier fa la sopa {zuppa) inte'l panler. — 
Ovvero: Ghi'l mestier, che noi sa, de far se intesta, 
No sa far che na sopa iute 'na gesta. 

Chi imprende un mestier, eh' a no cognosse, i soldi 
ghe diventa mosche. 

DI Adria. A Llvinallongo: 



192 MESTIERI, ARTI, ECC. 

Cuogo SU 'n autè [altare) preve su 'n fegolè, xì can 
che volei, che '1 ciaparei 'nfrosinè. 

Fegolè^ focolare; infrosinè^ infuliginato. 

Senza i feri del mestier, buta mal ogni laorièr. 

Laoriefj lavoro che si sta facendo. Venez. 

L' è un irist ucel chel eh' a noi puarte cun sé la 
piume. •* 

L' omo fa le impreste, e le impreste fa V omo. 

Impreste, arnesi, stromenti. Dell' Alto Veneto. 

Scarpa grossa, giusta ogni cessa. 

I mestieri li fanno i poveri. I quali dicono che i mestieri più gros- 
solani danno maggior guadagno.- 

Chi lavora de grosso, magna de grosso, chi lavora 
de sutil, magna de sutil. 

Ed anche: Chi lavora de fin, magna de fin. 
In Friuli : Lavdr fin, si mange fin. 

Chi fila grosso se marida tosto, chi fila sutil se ma- 
nda d' aprii. 

Chi fila sotile, stenta ordire ; chi fila grosso, lo porta 
in dosso. 

Chi voi ver bona tela de lin, ordissa de grosso e 
trama de fin. 

Povera quela boca, che vive de calza e de roca. 

E: grama quella boca, che vive de ròca (ò stretto). 

Chi vive de fusèlo, no s' impenisse '1 buèlo {le bu- 
della). 

Ovver: Misero quel baelo chi vive de fusèlo. — Delle filatrici. 

A cui che al file ben, rompi lis giambis. 

Perchè resti assiduo al lavoro. Quindi anche: A cui che al file mal, 
rompi i braz. 

Ces, ces : che plui tu cessaràs [tesserai), e manco tu 
varas. *" 

Ben imbastìo^ ben cusio [cucito). 

Chi ben tàgia, ben cuse. 

Chi tagìa, tàgia; e chi cuse, savagia. 

Savagia, ragguaglia, corregge il taglio mal fatto. 



i 



MESTIERI, ARTI, ECO. 193 

Azza longa^ mistra mata. 

Con la gagliata lunga si fa meno layoro. Anche i toscani : Lunga 
gugliata, maestra sguaiata. 

Chi no fa '1 gropo a V azza, perde '1 ponto. 

Roba fruada, no tien ponto. 

Ponto longo e ben metù, becofotù chi ghe varda su. 

Ponto longo e ben messo, dura più che no spesso. 

El fero {ferro) xe'ì rufian de le sartore. 

Barca rota no guadagna. — Galèa rota, mariner 
scàpolo. 

Ed anche: Barca ligada, no fa strada. — Si usano in generale per 
tutti i mestieri. 

Chi no nàvega, no sa cosa sia timor de Dio. 
Chi no va per mar, Dio no sa pregar. 

Primus in orbe Deos fecit timor (Lucr.) — Laonde si dice: 

Loda '1 mar e tiente a la tera. 

L' arte del mariner, morir in mar; 1* arte del mer- 
cante r è '1 falìr. 

El bon mariner se conosce in burasca. 

Un bravo trabacolante, xe un bravo vasselante. 

Di Pellestrina. — Nelle X Tavole; 

El navegar xe '1 più sotile e 'J più grosso raestier 
che se fazza. 

Chi teme aqua e vento, no se meta in mar. 

Paradina no fa boger pignatina. 

Far parada, è dei gondolieri di traghetto, e Tale : passare una per- 
sona da r una air altra riva del Canalazzo. La parada ò pagata un 
soldo. 1 barcaroli contano sul nolo. 

Barbier zòvene e medego vecio. 

Barba insaonada, meza tagiada. 

Né p né barbier, no ha mai avudo calamier 

[tariffa). 

Man de barbier, zonocio de scardassin e batocio de 
campana, xe sempre frodi. 

Xe rari quei barbieri, che no fazza do mestieri. 

Cr. PàSQUALIGO 13 




194 MESTIERI, ARTI, ECC. 

Testa digiuna e barba passu^. 

Igienico. I capelli non farseli tagliare mai appena mangiato. 

'L sorogle suia più pel de ciacciadou, che de valtou. £. 

11 sole asciuga più pelli di cacciatore che di avoltoio. Allude agli 
strapazzi che fanno i cacciatori in montagna. 

Chi vive de pena, pena. 

La cazza, impazza {fa impazzire). 

Càrega (carica) vecia, lièvoro in tècia. * 

Oazzador senza can, xe come L'omo senza pan. 

E : Chi ya a la cazza senza can, torna a casa senza lièori in man. 

El mestier de 1' useleto, fa l' omo povereto. 

Cui che va daur {dietro) piume, nuje no l' ingrume. *• 

El s-ciopo tira in là, e '1 restel tira in cà. {Amp.) 

Pesseto e oseleto fa V omo povareto. 

Scagie de pesseto e pene de oseleto fa V omo povereto. 

A Trento: Ala de oselim, eoa de passatim fa Tomo poTerim. 
In Cadore: Pesca e oselin, fa Tomo meschin. 
In Valsug: Resca de posse e pena de uselin, se r omo è rico 
diventa poverin. 

Fessi e osiè, ciaparli co i gh' è. 

Né oselador né pescador porta tabaro. 

Pescar a bacheta, oselar a giveta e caminar sul sa- 
bion, xe tre gusti da cogion. 

Chi pesca co la cana, perde più che noi guadagna; 
Chi pesca co la togna, perde più che no bisogna. 

Togtia, matassa di filo, con tanti ami attaccati, che si distende 
neir acqua. 

Chi no g'ha fortuna no vada a pescar. 

Rede sbusada, picela pescada. 

Chi tende a la pesca, poco tresca. 

* Sonadore, pescadore, cazzadore e pastore, V è quattro 
mestieri che no se fes mai siore. {Amp.) 

"• Pescador e sonador da violin, a la fin de 1' an no ì 
ghe n' ha più un quatrin. 

Bellunese, coma 1 due seguenti. 



MESTIERI, ABTI, ECC. 195 

Afar de malghesì, o tardi o bonora, tuti in malora. 

Ualghesi^ pastori; malga è la loro capanna In montagna. 

Fin che dura la menada, dura la polenta. 

Menada^ la fluitazione del legname, cbe dura dal Maggio al Settembre. 

In casa de sonadori l'è un cativo sonar. 

E: In cà de sonaòri no se fa matinà. 

Si usano in senso generale parlando di tutti i mestieri nei quali 
ognuno è geloso deir abilità propria. Benyenuto Celini in pochi giorni, 
che era in una bottega, superava il maestro, e perchè egli se ne Tan- 
ta va, lo cacciavano via con grande ira ed Invidia. 

I soldi che vien de trombeta, va via a tamburo. 

II marangon V è senze scur, il cialiàr in zavatis, e 
il sartor pezotos. •* 

El calegher {o scarper) g' ha sempre la scarpe rote. 

Ognun patisce del suo mestiere. 

Ohi fa scarpe» porta zavate {ciabatte). 

I sartori coi gombi fora de le maneghe, e i zavatìni 
coi pie fora de le scarpe. 

Sùbia grossa e spago sutìl, V è un bel cusir. 

De* calzolai che cosi fan più presto il lavoro. 

Cui che no onz {unge) li scarpis, onz il cialiàr. ** 

Vedi gli altri due sotto Cote Finche, pag. 108. 

D ute {tuiii) fa ciar e rode, ma grami chi li mena. * 

Chi voi saver cosa xe inferno, fazza'l cogo de istà 
e'I caretier d'inverno. 

In Friuli : Cui che V ÙI prova lis penis de r infler, fasi d' Istftt il 
f Ari {fabbro) e il ciarador d* invier. 

Q uando che '1 gaio canta, el caretier se alza. 
£1 cogo no mor mai da fan {fame). 

Bellunese. 

Pi stori e munari xe i ultimi a morir da fame. 
L' ultimo che more da fame xe '1 molinaro. 

ì\ quale dice argutamente: 

Go'l molin xe senz'aqua, me toca bever aqua; 
Co r aqua fa andar '1 molin, bevo del bon vin. 

Quand che se dis muliner, s'intende ladro. * 

Se cambia molin, ma no moliner. 

Anche i Friul. : Si barate mulin, ma no mulinar. 



196 MESTIERI, ARTI, ECC. 

Ohi cambia muliner, cambia ladro. 

A cambiar forno, no se cambia forner. 

EI muliner da la bianca farina, co i oci el la varda 
e co le man el la rampina. 

In Ampezzo: El morlii dis: ciòtene, ciòtene, clòtene, ciòtene. -^ E 
il magnalo non può resìstere a tanti inYiti. 

Fa '1 gastaldo un ano, se non ti te fa sior, to dano. 
Fame fator un ano, e se moro da fame xe mio dano. 

Altrimenti: Fatore, fato re, — 0: Paron cogion, fator panzon. 

Se un che no ha vogia da magnar, i lo mete fabri- 
zier, la vogia ghe sta presto a vegner. 

Lo ebbi da Belluno. Da Adria poi mi fu confermato con quanto 
mi scriveva il Prof. F. Bocchi: « Mi sovviene li seguente aneddoto con 
detto proverbiale. Una montanara, nutrice In casa d' un mio amico, 
circa 80 anni fa, adendo che il padrone era fabbriciero del Duomo, si 
mise a ridere sgangheratamente, e richiesta del perchè, soggiunse : 
Si0r, tfir i nostri monti^ quando un animai perde U ritmego^ i ghe mete 
nome Fabriziero, e alora el magna subito. — Perdere el ritmego, cessare 
dalla ruminazione; indizio di sconcertata digestione; ma da noi si usa 
semplicemente per cessar dal mangiare. » 

Dal favro [fabbro) no teca, dal spezier no meti boca. 

Ovvero: Dal fravo no tocar, dal spizier no Qercar, e dai tagliapiera 
no vardar. 

Tic, tiCy il fari noi diventerà mai rich. *' 

Tuti i mestieri xe intenti, for che quel del magnan. 

Ironico. Intento^ tinto, lordo di nero ; V. pag. 107, 132. 

Chi poi adoparar square e piombo, poi caminar tuta 
'1 mondo. 

Signori judait {aiutate) il murador [o il tentor) e 
no stait a judà il fari, eh* a l' è un lari. *' 

Né murer né tentor, no se farà mai sior. 

Così a Venezia. Nel Bellunese: Né tentor né murador no vegnirà 
mai sior. — E dei tagliapietre: 

Pie, pie, el tagiapiere no sarà mai rie. 

Aqua e sabion, fa grasso '1 paron {il mastro mu- 
ratore) . 

Bore e ciarbon, si tu vadagnis, tenti in boa. " 

Bore^ schegge di faggio per far fuoco. 

O tardi o bonora. Posto va in malora. 



MBST1EBT, ARTI, ECO. 197 

Roba de ostarla, el dìaolo la porta vìa. 

El servo no fa T ostarla. 

Co r osto è su la porta, no gh' è nlssun dentro. 

No bisogna domandar a Tosto s'el g'ha bon vin. 

La carta ben bagnada, xe meza lavorada. 

Dei tipografi, che dicono pure: 

La carta xe la morosa de la stampa. 
La sopressa xe la rufiana de la stampa. 

Co '1 scrivan s' ha tempre la péna, '1 s' ha xa dava- 
gnè la maréna. i. 

Si ha già guadagnato il desinare; sene servono 1 montanari anal- 
fabeti facendo i loro contratti. 

L' arte del zogador, V è '1 bestemiar; V arte del ladro 
su la forca morir. 

Spezier, cafetier e luganegher, magna la dote d'ogni 
muger. 

Se '1 spezier scodesse e 'l librer vendesse. 
No ghe sarìa mestier che ghe podesse. 

ProY. nato nel secolo quando Venezia cominciava impoverire. — 
A Vicenza : 

Se *1 speziale scodesse e V orèse vendesse 
I saria i megio mestieri che se desse. 

Un pozzo e un prà (prato) fa rico un speziai. 

A Feltre : Un pozzo e *n prà, la spezieria ecola là. 
Neil' A. Trev.: Go'n ort e un poz se fa*na spezieria. 

Pozzo e orto xe la vigna del spezier. 

Proverbi che furono veri fino a trent' anni fa. 

Vinti munèri, vinti sartori, e vinti osti, fa sesanta 
ladri. 

Trenta bechèri, trenta munèri, trenta sartori e trenta 
fatori, fa Qento e vinti ladri. 

L'omo senza muger, el can del becher, el gate del 
cogo, le galine del muliner e la mare de le bala- 
rine, xe bestie che no ghe manca mar gnente. 

Mercantes, porziei e avocate, se 1 mesura a conte fate. 

Di S. Vito Cad. — Vedi Contraftaiioni, pag. 102. I 



198 MBSTISBI, ARTI, ECC. 

Ramiòla de boar, cazzola de murar, e pena de nodar^ 
fa che'l difeto no par. 

È sempre yìyo nel Veronese. 11 primo a raccoglierlo fa, trecen^ 
t* anni fa, il Pescetti. — Ramiòla, paletta per ripulire il Yomere, con 
la quale si coprono i difetti del solco o il danno fatto alle piante. — 
Nel Vicentino; Strigia {striglia) de boaro, ecc. — Ovvero: 

Asse de versore {aratro), cazzola de murare, e tra- 
versa dona, coverze ogni vergogna. 

Loda'l scarpelo, tiente al penelo, el costa manco e- 
'1 par più belo. 

È anche nelle X Tavole. Proprio dei pittori il seguente: 

Abozzar, fa cantar; finir, fa morir. 

ComìQi, poeti e balerini, el so final xe a V ospeal. 

De preti gbe n'è de tre sorte: de Piero, de sior 
Piero e de san Piero. 

Ogni paroco ha '1 so benefizio. 

Chi serve l' aitar, vive d' aitar. 

L'ombra del campani! ingrassa. 

I predi al mango la credenze. •* 

E r Ostermann nota: Cradeuze, cotenna del lardo suino. Si usa per 
dire che i migliori bocconi sono pei preti. 

I preti xe come le oche: ancuo i lì pela e doman i 
fa suso i scatoni. 

Scaloni^ penne nascenti, bordoni . 

Pai pretis s' a noi pluv, al gote [gocciola). 

Guadagnano sempre qualche cosa. — In Friuli : 

II predi in miez'ore, uadagne la zornade. 

Co '1 prete ha dito : orate frate, le xe tre lire inte 
le zate. 

Tre lire venete (una e mezza di ora) nelle granfie. 

I preti fa boger la pignata co le fiame del Purgatorio. 
Secondo è grossa la candela, i preti alza la loquela.. 
I preves no va inze xexa {chiesa) de ban. 

Di Ampezzo, dove soggiungono : L' è xu 'na vota sola el piovan de 
Taisten, can eh' un toro i coreva davos {dietro). — Taisten è nella. 
Pusteria. De ban, de bando, per niente. — A S. Vito di Cadore: 



n 



MESTIERI, XaTI, ECC. 199^ 

I pree e i frates i è nassude s' una bela ora ; i ma- 
gna, i bee e mai no i laòra, con chela che i pro- 
fessa la lege Cristo, i i magna '1 bon e noi autre 
'1 tristo. 

I bes dai predis a vegnin ciantand e van via siviland. 

A Li vinai. : Gèl ctie yen ciantan, sen ya sgoland {volando). 

Roba de stola la va, che la svola {o xola). 

Anche: Roba de spina, pena e stola, ecc. : cioè degli osti, avvocati 
e preti. 

La mare dei prete no xe mai morta. 

Ohi fa un prete, fa un lovo; chi fa un frate, fa un 
cogion. 

A Feltro: Chi ha fat un prete, ha fat un logo {lupo). 

Odio de preti, vendeta de frati, e rogna de ebrei, 
miserere mei. 

Preti, frati e suore, dàrghene e no ghe n' tore. 

Nelle X Tavole; Né da frate, né da suor, no sperar de tuor. 

Preti e frati de carità i è privi, i sepelis i morti e 
i bùzera i vivi. [A7np.) 

Frati osservanti, sparagna '1 so e magna quel dei 
altri. 

A la più desparada, ai frati no ghe manca mai panada. 

Fra capuzzo e cota, la xe stada sempre rota. 

Tra frati e preti. « Cappuccio e cotta, sempre borbotta, » 

Frate sfrata, diavolo descadenà. 

Se ti voi far un remo de galla, manda un fiolo in 
sagrestia. 

Ogni ciase ha il so diaul e t' ai convenz son set 
diaui par cop. '• 

Semenza de convent, o angelo o sarpent. 

Megio un sbiro bon, che un prete bricon. 

Game de sbiro, tre schei a la lira. 

Erano sempre in pericolo di esser ammazzati. In Friuli : 
Giar di sbiro no vai tre bez la lire. 

(Vedi Compagnia .- — Contrattazioni ; — 0*iOy ecc.) 



200 

Meteeroto^ia, teaipi e s'emi dell' anià* 

Stagioni 

Né caldo né gelo, no resta mai in gielo. 
O dal cao o da la eoa, el tempo voi far la soa. 
Né '1 fredo né '1 caldo, no sta ne le siese [siepi). 
Love no magna stagion. 

Keir A. Yen.: El fret e'I calt, al lof no lo magna. 
?(el Friuli: 7¥è il fred né il cìald, il lof no j ha mangiaz. 
Ovvero: La nev, i ucei no Tban mangìade. 
S. Vito Cad.: AI nieve, la sorifikes noi magna. 

Lungo suto {asciuttore)^ lungo mògio {molle). 

Verde Nadale, bianca Pasqua. 

Da Nadal al zogo, da Pasqua al fogo, {e vicev.) 

A Feltre: Nadal al sol. Pasqua al fog. 

A. Tre?. : iVadal al Ice (podere), Pasqaa al foc. 

S. Vito Cad.: Co se dugia da Nadal, se se scanda da Pasca. 

Se dugiùf si gioca alle bocce. 

In Amp. : Nadà Aedo, Pasca cfanda. 

In Friuli: Nadal in ciase e Pasche in plaze. 

De Xenè {gennc(jó) a sorogle, da Pasca su 'n fornel. L. 
L' ano el fa con quel eh' el g'ha. 
Primavera tardia, no fala mai. 
Stagion tarda, stagion sicura. 

ProY. agricoli. Più tarda il caldo a farsi sentire in primavera, più 
1 prodotti sono sicuri. Dannosa, invece, la stagione precoce: 

Primavera bonoria, la brosa porta via. * 

De istà, per tuto è ca; de inverno, per tuto inferno. 

Ed anche : De iste, ogni carogna va. Cioè tira innanzi, ci vive. 
Cosi pure : Chi disc mal de V istà, dise mal de la Vergine Maria. 

De istà, ogni béco fa late; de inverno, gnanca le 
bone vache. 

L' ombria de V istà fa mal a la panza de inverno. 

Oltre 11 senso morale (redi 0»io ecc.), ha anche r agricolo: Testate 
poco calda fa meno abbondanti 1 prodotti. Cosi questo di S. Vito di 
Cadore : 



HBTKOBOLOailk 



La canicule, se ciate bagnai, lasse bagnat; se ciate 
sut, lasse sut. 

PiOToss Ib prima m«U di Glagno, suol esMr tale Is prima d[ 
Sellembre. 

De auton, le arte [arnesi) a mason. ' 

El pi brut fior che nasce l' è quel de la brosa {brina). 

Perchè nnnuniia l' Inverno. Bell' aUo Vendo. 

A l'inverno, pan; a l' istà gaban. 

Nel Friuli: Pan e gaban, slan ben dut l'an. 

L* inverno s-ciarisse [dirada] ì veci. 
Inverno in fior, vecio in amor. 

Durano poco. 

Inverno suto, de istà 'l froto. 

A Feltra! iDTerno aec, vllan rie. 

Cativo inverno fa estivo istà. 

Ohi voi veder un bel racolto, bisogna che l' inverno 
sipia morto. 

Sipia utorlo, sia morlo, cruciato dal treddo. Vicentino. 

El frodo mazza '1 verme soto tera. 

EI fredo de genaro, el mal tempo de febraro, ì gran 
venti de marzo, le piovisìne d'aprii, el sguazzo de 
magio, el bon mieder de zugno, el bon bater de 
lugio, co le tre aque Togna, Piera e Oiacoma, e 
in agosto la bona stagion, vai pi del caro e i bo 
d' oro de Salomon. 

TofM, di Sant'Antonio, 13 giugno; P(>r«, di S. Piero, IS; Giùca- 
ma, di S. Gitcomo, al SS luglio. 

Oenaro e febraro, metete'l tabaro; de marzo, ogni 
mato va descalzo; de aprii, no te scovrir; de ma- 
gio, va adagio; de giugno, càvete '1 codegugno; e 
se no te par, tòrnetolo a impirar [ovv. : ma no 
lo star a impegnar, che '1 te poi bisognar); de 
lug luel 

che 

Bragl più 



202 MSTSOBOLOGIA 

De setembre e de marz, el di e la not se comparti 

Bellunese. I giorni e le notti sono di pari numero di ore. 

In Carnla: D* atom e de marz, la gnot e M d\ si spart. 

A LiTlnal.: De merz e setember, el dì e la not ya ensember. 

In Friuli: Gidivoc, tant il dì, che la gnot. 

Ciiitoc. Colcblcum autamnale, che fiorisce ai due equinozi. 

Ano bisesto, ano senza sesto. 

Cioè Senza regola nelle stagioni. A Venezia: Ano bisestin, o che 
more la marna o U fantolin. — Superstizione di tutti i Yolghl anche fuori 
del Veneto. — Nò meglio valgono questi: 

Quando V ano Incominzia de festa, r 6 V anno de le disgrazie. 

E: Quando V ano incominzia de marti, to* '1 to pan e parti; 
Quando r ano incominzia de zioba, to* '1 to pan e zoga. 

Gennaio 
Ohi travagia el primo de l' ano, travagia tuto 1' ano. 

È di giorno di festa per tutti, meno per la gente di servizio, che 
deye lavorare ogni giorno. 

San Bovo (3 gennaio) la torta al fogo. 
Pasche Tafànie, sì mango la lujanie. ** 
Pasqua Tofània, torta con luganega. 

È nelle X Tav. come il seguente. Tofània o Tafania {Ta Epifania)^ 
V Epifania. 

Pasqua Tofània, le rave perde 1' anima. 

11 Boerio: Pasqua Pefania, le rave perde Tanema. A Belluno: 

Santa Tafània [o Epifania), el fredo va de smània. 

Anche nel Friuli: Pasque Tafànie, el fred el va in smànie. — Nel 
resto del veneto: L'Epifanìa, el più gran fredo che sia. 

Sulla direzione del vento la vigilia dell* Epifania vedi Venti, 

L'Epifania, tute le feste la scoa [scopa) via. 

E a Venezia soggiungono: E *1 mato de Carneval tutte le torna portar. 

Da r Epifania, un passo de stria. — ovo. : Da Pa- 
squeta, un' oreta; da san Diasi (3 feb.) do ore quasi. 

Deir allungarsi del giorno. (1) Stria, strega. — A Belluno: 

Da s. Tizian (16) '1 fret ghe cava i dent al can. 
Da s. Tizian, mezo flen e un terz de pan. 

Per poter arrivare al nuovo raccolto. In Cadore: 

1) Suir allungarsi dei giorni secondo T opinione volgare, vedi la nota al 
proverbio del 13 Decembre. 



• METEOBOLOGIA 203 

Sant' Antonio (17) de Dener, mezo pan e mezo fener ^ 

* Denefy gennaio; fener, fienile. Anche a S. Vito: 

Da s. Antonio de zenei, metho pan e me^^o formei. 

Sant' Antoni, V oce dal bon paron scomenze a pogni 
{far ova)] e a s. Valentin che {quella) del puarin/* 

Da s. Antonio de denei {genn.) al sol passa al ponte 
de Peei. 

II sole ya al di là del ponte di Peajo, villa del Gom. di Vodo in 
Cadore, che, nascosta fra le montagne, per alcuni giorni non yede 
il sole. 

Sant'Antonio, i dì se slonga un passo de demonio. 

Anche: Sant'Antonio, el fredo va in demonio. A Trento : 

Sant'Antoni el fa de tristi e anca de boni. 

S. Antonio, se no gh' è '1 giazzo, el lo fa; se '1 gh' è^ 
el lo desfa. 

A Belluno : Sant' Antoni, o '1 deslegua {liquefa), o V inglazza. 

Sant' Antonio fa '1 ponte e s. Paolo (25) lo rompe. 

Il ponte di ghiaccio sul fiumi. 

San Piero Gariega (18) le bisso salta la siesa. 

11 18 la Cattedra di S. Pietro. Bellunese. 

San Bastian (20), co la viola in man. 

E 8i soggiunge: viola o no viola, de r inverno semo fora. 

Da s. Bastian i zorni se slonga un' ora e un passa 
de can. 

Dal barbuto al frezzà, l' inverno xe passa. 

Barbuto, sant' Antonio abate che vien dipinto con lunga barba ; 
Frena, frecciato, san Sebastiano. 

S. Fabian (20) e s. Bastian co sant' Agnese i se dà 
la man. 

Il volgo li chiama: / tre marcanti de neve. 

Sant'Agnese (21) le Inserte va per le siese. 

Le lucertole vanno per le siepi. Neir A. Trev. : Sant' Agnese el fret 
va per le siese. A Verona: le usèrtole par le sese. 

Sant'Agnese, el fredo passa le sfese {o xe per le siese). 

11 freddo è per andarsene. Sfese, fessure. 

Da sant' Agnese, mezo fen e meze spese. 

Il contadino deve avere almeno mezzo il fieno per gli animali, e 
mezzo il grano e tutto il cibo necessario per vivere fino al nuovo 
raccolto. Anche nel Friuli : Sant* Agnis, oris die ; interie la baffe, miete- 



204 MBTBOBOliOOIA * 

te mie e mex il pan di famee. (Il &\ è di 10 ore; il lardo der* essere 
intero, mezzo il fieno e mezzo il pane per la famiglia). Anche Esiodo, 
vissuto più che duemila anni fa, diceva che nel verno il colono deve 
« compartire il vitto, fin che, V alma terra, Madre comune, d* ogni sorta 
frutti Di nuovo ne conceda. » 

San Vigenzo (22), gran fredura; San Lorenzo {10 
Agosto) gran caldura; l'uno e l'altro poco dura. 

NelPÀlto Veneto: San Lorenz de la gran caldura, san Bastian da 
la gran fredura, V un e V altro poco dura. 

Se piove '1 di de san Vigenze, che xe sora la uà {uva) 
voi dir stagion crua. 

Crua^ cruda, assai fredda, ovvero che del freddo ce n' è ancora 
deir altro. 

San Paolo, el giazzo va al diaolo. 

De san Polo (25) el giazzo se rompe '1 colo. 

Si liquefa. A Vittorio: Da san Polo la giazza se rompe '1 colo e se 
no la lo ha, la lo fa. — Neir Alto Veneto : 

San Paolo lusent {lucente, sereno), paja e furment. 

San Paolo ciaro impenisse'l granare. 

San Paolo ciaro {chiaro) e la Qeriola {2 feì).) scura, 

de r inverno na se ha più paura. 

De le calende no mene curo, purché s. Paolo no 
fazza scuro. 

Ovvero: Purché S. Paolo ne guarda scuro, mi de le ep&te no me 
ne curo. 

Devo la spiegazione di questo prov. alla gentilezza del Prof. Fran- 
cesco Bocchi di Adria, che mi scrisse cosi: 

« Per Calende la plebe rustica intende la seguente operazione, che 
non è affatto disusata. Prendono dodici mezzi gusci di noci; vi pon- 
gono dentro un pò di sale e gli espongono air aria la notte di S. Paolo, 
numerandoli dall'uno al dodici. Vuno è gennaio, il due febbraio evia 
di seguito fino al dodici^ che è dicembre. Al mattino successivo osser- 
vano se ed in quale de* gusci 11 sale siasi sciolto. Al guscio del sale 
sciolto corrisponde un mese aBciuito\9\ guscio del sale rimasto concreto, 
un mese piovoso. È forse da ciò che il s. Paolo di Gennajo si chiamava, 
e da taluno si chiama ancora, S. Paolo dai segni, » 

1^0 me curo de V endegaro, se '1 di de san Paolo no 
xe né scuro né ciaro. 

11 Dottor Ferdinando Coletti nel Raccoglitore spiegava cosi: 
« Zorni endegari, giorni Indicatori, chiamano i villici i primi 25 di 
gennaio, ne* quali sogliono fare le loro osservazioni metereologicbe, 
per pronosticare r andamento di tutta r annata. Ed ecco il loro meto- 



METBOBOLOGIA 205 

do: cominciano a contare dal primo di gennaio e lo dicono xenaro\ \X 
due fehraro, il tre marzo ^ e così Tia via fino al giorno 12 che è il 
decembre: il 13, invertendo, è, di nuovo, decembre\ il 14, novembre \ il 
15 ottobre: e così di mano in mano fino al 84, che rappresenta di nuovo 
zenaro. Se il 3 ed il 22 di gennaio, che rappresentano il marzo, sono 
ambedue piovosi e burrascosi argomentano che marzo sarà piovoso o 
burascoso; se invece quei giorni fossero sereni, marzo sarebbe asciutto^ 
e sereno, ecc. Cosi dicasi degli altri mesi. Ma se il 25 gennaio (eh' è il 
primo dopo gli endegari) è mezzo sereno e mezzo nuvoloso o piovoso, 
perdono la bussola, smettono i loro logaritmi e dicono : 
No me ne curo de V endegaro 
Se '/ dì de San Paolo no xe né scuro né ciaro. 

Se s. Paul no è scur, dòure [adopera] '1 calender a. 
forbì '1 cui. L, 

Del calent e del cressent no me n' incuro, tant che^ 
s. Paolo no me fae scuro. 

Bellunese. Nel Friuli: Di nessun albe no mi curi, baste che quola 
de s.. Pauli no si oscuri, e San Pauli scur, da V inver no sin fur 
{siamo fuori). 

Nei Diarii di M. Sanuto (11. 367) « A dì 25 zener 1499 fo san Polo ; 
fo nìolo e caligo; et questo ho voluto scriver perchè in lai zorno si 
vede quello dia esser in tutto Tanno, come apar in 4 versi: 
Clara dies Pauli larga» fruges indicai anni; 
Si nix vel pluvia^ designai tempora cara^ 
Si fuerunt venti, designai proelia genti ; 
Si fuerunt nebulae, perenni animalia quaeque, » 
E al 25 gennaio 1500 egli nota: «Fo san Polo, et fo chiaro: signi- 
fica habundantia; et fo etiam vento, che significa guera. » — £ così 
via via, ogni anno. Il Sanuto in detto giorno fa i suoi pronostici, come 
si legge ne* suoi Diarii per 50 anni. 

Co Zenaro mena Po, ogni mese mena'! so [suo). 

Del Polesine; e vuol dire che quando è gonfio il Po in Gennaio, 
ogni altro mese avrà la sua parte di acqua; non si avranno, quindi, 
nò grandi magre, né grandi piene. 

Piova de genaro, erba de febraro. 

Co '1 piof de Zegner, mete le bros-ce su 'n aucer. 

Di Àlleghe. A Livinalongo: La gote {piova) de Zenè, le brosse sa 
'n autciè. — Brosse, bros-ce, il fiorume del fieno che rimane nella grep- 
pia e si ripone suir alto del fenile, prevedendo una cattiva annata. 

Dio ne guardi da un bon genaro. 

Bon, cioè mite, dolce, dominalo dallo scirocco. Invece : 

Genaro ventoso, ano granoso [Valsug.) 
Genar fret e sut, fa vegner de tut. [Bellun.) 

11 gran freddo in gennaio fa morire gli insetti, nocivi alle erbe e 
alle piante. 



206 METEOROLOGIA 

<}ran fredo de genaro, colma '1 granaro. — Genaro 
seco, vilan rico. 

A Udine: Sat di genar, empie il granar. 

:Zenaro spolverare, fate de rovere el granaro. 

Ecco le varianti di qaesto proverbio : 
Polvere de genaro fa cargar {caricare) '1 granaro. 
Genaro in polvere, fate {fatti) '1 granaro de rovere : 
Quando zenar fa polvere, el granar se fa de rovere. (X Tavole). 
La suta {asciutta) de zenar Ia*mpienis el granar. {Trento). 
Co zenar fa la polvere, inàsia i granari de rovere. {Adria), 
Inasiar^ o asiar, apparecchiare ; è voce anche del contado di Padova. 

Oenaro g'ha i denti lunghi. 

Oenaro forte, tuti i veci se augura la morte. 

E : Genaro para i veci a ponaro {pollaio). 

De zenaro, tuti i gati va in gataro. 

Fanno air amore e fan chiasso, rissando fra loro. 

■ 

Chi copa un pulese de genaro, ghe ne copa un §en- 
tenaro. 

Così a Belluno : Chi mazza 'n pulz de degner, ghe n* mazza 'n 
centener. — e: A mazzar un pulz marzol {di marzo) se ghe n' mazza 
un quartarol. — Il Dottor Pietro Pagello notava: « Questi due proverbi 
sono benissimo applicabili air estirpazione e distruzione, fatta a tempo, 
degli insetti nocivi air agricoltura. » 

Quando '1 moscon camina de genaro, ciapa'l rose- 
goto e metile in granaro. 

È un pronostico di lungo Inverno. 11 colono deve tener conto per- 
fino dei rifiuti del fieno e delle canne per alimentare gli animali nella 
primavera che si prevede tarda, hosegoto, torso dei frutti od altro, già 
rosicato. — In Gamia : Quand eh' a businin lis mos-cis di zenar, slarge 
il'braz, plorar (pecoraio). 

•Co se sente '1 pigozzo de Zenar, tien a man el pagiar 
e '1 legnar {la legnaia). 

Oenaro fa i ponte e febraro li rompe. 
Oenaro ingenera e febraro intènera. 

S* intende della vegetazione degli alberi. 

Oenaro e febraro xe do mesi che va a paro. 

'Genaro favaro {molta fava), febraro faveto {poca), 
marzo fauleto. 

Cioè il solo gambo. 

iSe zenar noi zenere e febrar noi febrere, marz mal 
al fas e mal al penso. *• 



METEOROLOGIA 207 

Piova de genaro, erba de febraro, pasqua marzuola 
e femena torzuola [girellona) no buta ben. 



Febbraio 

Co la Qeriola (2) fa serenela, sete volte la neve se 
repela. 

Se repela, per la rima, si ripete. Ed in Yalsugana: 
S. Maria serenela, nove volte la neve se zopela. 

Se nevega a la Redola, la neve sete volte svola. 

Da la Qeriola, se piovesola, de l'inverno semo fora; 
se xe seren, quaranta zorni ghe ne aven [abbiamo). 

Ovvero : Se xe sole o vento, de V inverno semo drento. 
Ed anche: Se xe soleselo, de l'inverno semo a mezo; se xe pio- 
vesola de r inverno semo fora. 

(Seriola nevegarola, de T inverno semo fora; 

Cedola solarola, ne V inverno semo ancora. 
In Adria: Da la Madona de la Ceriola, de 1* inverno semo fora; 

Se xe solesèio, ghe n' è un altro mesarelo. 
A Belluno : Candelòra nuvolora, de V inverno semo fora ; 

Candelora solariòla, semo tanto drento che fora. 
In Cadore : Candelora serenora, de 1* inverno som pi ize che fora. 
In Ampezzo: Se la Madona è nevai ora, de T inverno semo fora: 

Se r è serenente, semo in mezo ai tempo. 
In Friuli: A Madone das candelis: se a 1' è nùl, o sin fur: se a 
r è dar, a miez inviar {inverno). 

A. Trieste: La Madona candolora, de P inverno semo fora; 

Se la vien con piova e vento, de V inverno semo drento. 

Ma, con nuvolo o seren, un meseto ghe ne vien. 
Proverbi comuni a tutta Italia, con poca differenza di parole. 
Gabriele Rosa notò che sono generali anche presso i Tedeschi e 
gli Slavi. 

Da la Candelora, i venti zoga fora. [Pellestrina) 

Giocano fuori in mare, cioè prevalgono i venti di Levante; prima 
dominano quelli di tramontana. 

Da la Madona della Seriola da la tana Torso vien fora. 
S. Biasio (3), la tera va al so asio. 

Si sgela ed è facile a lavorarla. — Nei Sette Comuni: 

S. Biasio^ Ogni raisa va al so asio. 

Da S. Biasi, el giaz rompe i gasi. [Beli.) 

Comincia sciogliersi. I gan sono i punti del cucito. 
In Friuli : San Blas, il fred al fa la pas {pace). 



208 IffETEOROLOGIA 

A Trento : San Biasl fa net. — Netta, cioè, il terreno dalla neve, e 
perciò in Cadore si dice : San Biase, dai laghe. 

Sant'Agà (5) para le feste a ca. ,{X Tav.) 

Da san Valentin (14) el giazzo tien su un gardelin. 

Tanto erottile e leggero. Qualche anno però sono yeri questi due 
Bellunesi : 

Da san Valentin, se giazza la pala al molin. 

E: San Valentin ingiazza la roda con tutto '1 molin. 

Si al svinte a s. Valentin, quaranta dis a no la fin. '* 

Da san Valentin, mezo pan, mezo vin e mezo fien 
per el pussin. 

OTvero: Mezo *1 pan, mezo *1 fien e tutto '1 vin. 
A Trento: A San Valentin gbe voi mezo U pan, mezo'l vin e mezo 
el fenil. 

Da san Valentin, primavera xe vigin. 

S. Valentin, fiorisse '1 spin. 

Da S. Valentin, s' inerba 1' agnelin. 

Da san Valentin, governa l'ortesin. 

A s. Valentin, il vacar distude il lumin. '* 

Non ha più bisogno del lume, per V allungarsi del giorno. 

San Valentin girlanda, cinquanta di '1 comanda. 

Se fa un bel di de s. Ulgiana,. al temp el va 'na cana. 

Santa Giuliana, 16 febbr.; se fa bello, il tempo seguita bello e 
propizio. 

El vento de san Matìa (24) dura 'na quarantia. 

L' aria de s. Matìa dura fin a s. Dorz {Giorgio), e 
l'aria de s. Dorz dura fin a s. Urban. [A. Ven.) 

S. Matìa, s' el trova giazzo el lo porta via; se noi 
lo trova, el giazzo se rinova. 

A Belluno: Se noi Io trova, el lo rinova. 

In Friuli: S. Matie cu la manarute, se al ciate glaze, la fruze. 

Febraro curto, pezo de tuto. — Febraro, curto e 
amaro. 

Nel Ms. Udln. sec. XVI: Febrarut, piòr di dut. 

Febrarot dal slambrot, tant è longo '1 dì come la not. 

Così a Trento, ed anche: El febrarot, fa su '1 slambrot. — A Riva 
di Trento: Febraroto dal slambroto. — Slambroto, intruglio, mescolanza 
di bello e brutto, di sole e di fango. — A Belluno : Febraro sbrodegher 
{insudiciatore), A Feltre: Febrarot, sbrodegot. 



MSTEOBOLOC^IA 209 

Febraro suto {asciutto), erba per tuto. 

Allora fa bene ana piova abbondante: 

'Na bona piova de febraro, giova più d' un loa- 
maro. 

Anche a Belluno : 'Na bona piova de fevrer, conta p\ de *n lodamer. 
Diciamo pare: Piova de febraro, impenisse M granaro. 

Febrareto, ogni erba buta fora '1 so bectieto. 
Febrar, il soreli [sole) va par ogni agar [solco) *^ 
De febraro, qualche mato va senza tabaro. 

De febraro, xe lizier {leggero) ogni tabaro. 

Se fevrer no fevreza, marzo no campeza. (X. Tav ) 
Se febraro no febriza, marzo mal pensa. 

A Trento: Se febrar no sfebreza, il marzo tira la coreza. — C è 
anche questa filastrocca: 

Se de^embre no degembriza, se genaro no genariza, 
se febraro no febrariza; marzo degembriza, gena- 
riza e febrariza. 

11 quale risponde poi agli altri che sono a pag. 800. 

Marzo 

Quando venta ai tre de marzo, venta per quaranta di. 

Se piove '1 di dei quaranta Martiri (11) piove qua- 
ranta dì. 

Quaranta brilanti, quaranta somiglianti. 

Co venta el di de san Gregorio (12), venta quaranta dì. 

A Treviso: San Gregol. 

Da san Gregorio papa, le sisile passa V aqua. 

E si soggiunge: Se no le xe passàe, le xe negàe. 

A Belluno : San Gregorio papa, le zilighe passa r aqua. 

Sisile, iiìighe, rondini ; voci di alcuni paesi soltanto. 

Da sant' Isepo (19) le sisile passa '1 teto ; passa o no 
passa, el frodo ne lassa. 

Da sant' Isepo, no se scalda più '1 lete. 

Da sant' Isep, la furia dei bet. 

Trevisano, I,bely i pettirossi che tornano in montagna a nidificare. 

Da san Beneto (21) xe la rondine sul teto. 

Gr. Pasqualigo 1^ 



208 METEOROLOGIA 

A Trento : San Biasl fa net, — Netta, cioè, il terreno dalla neve, e 
perciò in Cadore si dice : San Biase, dai laghe. 

Sant'Agà (5) para le feste a ca. .(X Tav.) 

Da san Valentin (14) el giazzo tien su un gardelin. 

Tanto è^sottile e leggero. Qualche anno però sono yeri questi due 
Bellunesi : 

Da san Valentin, se giazza la pala al molin. 

E: San Valentin ingiazza la roda con tutto U molin. 

Si al svinte a s. Valentin, quaranta dis a no la fin. *• 

Da san Valentin, mezo pan, mezo vin e mezo &en 
per el pussin. 

Ovvero: Mezo '1 pan, mezo '1 flen e tutto '1 vin. 
A Trento: A San Valentin gbe voi mezo '1 pan, mezo'l vin e mezo 
el fenil. 

Da san Valentin, primavera xe viQin. 

S. Valentin, fiorisse '1 spin. 

Da S. Valentin, s' inerba V agnelin. 

Da san Valentin, governa l'ortesin. 

A s. Valentin, il vacar distude il lumin. ** 

r^on ha più bisogno del lume, per T allungarsi del giorno. 

San Valentin girlanda, cinquanta dì '1 comanda. 

Se fa un bel di de s. Ulgiana,. al temp el va 'na cana. 

Santa Giuliana, 16 febbr.; se fa bello, il tempo seguita bello e 
propizio. 

El vento de san Matia (24) dura'na quarantia. 

L* aria de s. Matìa dura fin a s. Dorz {Giorgio), e 
l'aria de s. Dorz dura fin a s. Urban. [A. Ven.) 

S. Matìa, s' el trova giazzo el lo porta via; se noi 
lo trova, el giazzo se rinova. 

A Belluno: Se noi Io trova, el Io rinova. 

In Friuli: S. Matie cu la manarute, se al ciato glaze, la fruze. 

Febraro curto, pezo de tuto. -— Febraro, curto e 
amaro. 

Nel Ms. Udln. sec. XVI: Febrarut, piòr di dut. 

Febrarot dal slambrot, tant è longo '1 dì come la not. 

Così a Trento, ed anche: El febrarot, fa suU slambrot. — A Riva 
di Trento: Febraroto dal slambroto. — Slambroto, intruglio, mescolanza 
di bello e brutto, di sole e di fango. ~ A Belluno : Febraro sbrodegher 
{insudiciatore). A Feltre: Febrarot, sbrodegot. 



MSTBOROLOaiA 209 

Febraro suto [asciuttò), erba per tuto. 

Allora fa bene una piova abbondante: 

'Na bona piova de febraro, giova più d' un loa- 
maro. 

Ancbe a Belluno : *Na bona piova de fevrer, conta pi de ^n lodamer. 
Diciamo pure : Piova de febraro, impenlsse *I granaro. 

Febrareto, ogni erba buia fora '1 so bectieto. 
Febrar, il soreli [sole] va par ogni agar [solco)** 
De febraro, qualche mato va senza tabaro. 

De febraro, xe Ilzier {leggero) ogni tabaro. 

Se fevrer no fevreza, marzo no campeza. [X. Tav ) 
Se febraro no febriza, marzo mal pensa, 

A Trento: Se febrar no sfebreza, il marzo tira la coreza. — C è 
anche questa filastrocca : 

Se degembre no degembriza, se genaro no genariza, 
se febraro no febrariza; marzo degembriza, gena- 
riza e febrariza. 

11 quale risponde poi agli altri che sono a pag. 200. 

Marzo 

Quando venta ai tre de marzo, venta per quaranta dì. 

Se piove '1 di dei quaranta Martiri (11) piove qua- 
ranta dì. 

Quaranta brilanti, quaranta somiglianti. 

Co venta el di de san Gregorio (12), venta quaranta dì. 

A Treviso: San Gregol. 

Da san Gregorio papa, le sisìle passa 1* aqua. 

E si soggiunge: Se no le xe passàe, le xe negàe. 

A Belluno: San Gregorio papa, le ziligbe passa V aqua. 

Sisìle, *iiighey rondini ; voci di alcuni paesi soltanto. 

Da sant' Isepo (19) le sisìle passa '1 teto ; passa o no 
passa, el frodo ne lassa. 

Da sant' Isepo, no se scalda più '1 leto. 

Da sant' Isep, la furia dei bet. 

Trevisano, I.bel^ i pettirossi che tornano In montagna a nidificare^ 

Da san Beneto (21) xe la rondine sul teto. 

Gr. Pasqualigo H 



208 METEOBOLOOIA 

A Trento : San Biasl fa net. — Netta, cioè, il terreno dalla neve, e 
perciò in Cadore si dice : San Biase, dai laghe. 

Sant'Agà (5) para le feste a ca. .(X Tav,) 

Da san Valentin (14) el giazzo tien su un gardelin. 

Tanto erottile e leggero. Qualche anno però sono Teri questi due 
Bellunesi : 

Da san Valentin, se giazza la pala al molin. 

E: San Valentin ingiazza la roda con tutto '1 molin. 

Si al svinte a s. Valentin, quaranta dìs a no la fin. ** 

Da san Valentin, mezo pan, mezo vin e mezo fien 
per el pussin. 

Ofvero: Mezo 'I pan, mezo M fien e tutto M vin. 
A Trento: A San Valentin gbe voi mezo U pan, mezoU vin e mezo 
el fenil. 

Da san Valentin, primavera xe vigin. 

S. Valentin, fiorisse '1 spin. 

Da S. Valentin, s' inerba 1' agnelin. 

Da san Valentin, governa l'ortesin. 

A s. Valentin, il vacar distude il lumin. "* 

Non ha più bisogno del lume, per V allungarsi del giorno. 

San Valentin girlanda, cinquanta di '1 comanda. 

Se fa un bel di de s. Ulgiana,. al temp el va 'na cana. 

Santa Giuliana, 16 febbr.; se fa bello, il tempo seguita bello e 
propizio. 

El vento de san Matìa (24) dura 'na quarantia. 

L' aria de s. Matia dura fin a s. Dorz [Giorgio)^ e 
l'aria de s. Dorz dura fin a s. Urban. [A. Ven.) 

S. Matia, s' el trova giazzo el lo porta via; se noi 
lo trova, el giazzo se rinova. 

A Belluno : Se noi lo trova, el Io rinova. 

In Friuli: S. Matie cu la manarute, se al ciate glaze, la fruze. 

Febraro curto, pezo de tuto. — Febraro, curto e 
amaro. 

Nel Ms. Udin. sec. XVI: Febrarut, piòr di dut. 

Febrarot dal slambrot, tant è longo '1 di come la net. 

Così a Trento, ed anche : El febrarot, fa su '1 slambrot. — A Riva 
di Trento: Febraroto dal slambroto. — Slambroto, intruglio, mescolanza 
di bello e brutto, di sole e di fango. — A Belluno : Febraro sbrodegher 
{insudiciatoré). A Feltro: Febrarot, sbrodegot. 



MSTBOBOLOGIA 209 

Febraro suto [asciutto), erba per tuto. 

Allora fa bene una piova abbondarne: 

'Na bona piova de febraro, giova più d' un loa- 
maro. 

Anche a Belluno : *Na bona piova de fevrer, conta p\ de ^n lodamer. 
Diciamo pure: Piova de febraro, impenisse M granaro. 

Febrareto, ogni erba buia fora '1 so becheto. 
Febrar, il soreli [sole) va par ogni agar [solco).** 
De febraro, qualche mato va senza tabaro. 

De febraro, xe Ilzier {leggero) ogni tabaro. 

Se fevrer no fevreza, marzo no campeza. [X, Tav ) 
Se febraro no febriza, marzo mal pensa. 

A Trento: Se febrar no sfebreza, il marzo tira la coreza. — G* è 
anche questa filastrocca: 

Se degembre no de^embriza, se genaro no genariza, 
se febraro no febrariza; marzo degembriza, gena- 
riza e febrariza. 

II quale risponde poi agli altri che sono a pag. 800. 

Marzo 

Quando venta ai tre de marzo, venta per quaranta di. 

Se piove '1 di dei quaranta Martiri (11) piove qua- 
ranta di* 

Quaranta brilanti, quaranta somiglianti. 

Co venta el di de san Gregorio (12), venta quaranta di. 

A Treviso: San Gregol. 

Da san Gregorio papa, le sisile passa 1' aqua. 

E si soggiunge: Se no le xe passàe, le xe negke. 

A Belluno: San Gregorio papa, le zilighe passa V aqua. 

Sisìle, *ilighe, rondini ; voci di alcuni paesi soltanto. 

Da sant' Isepo (19) le sisile passa '1 teto ; passa o no 
passa, el fredo ne lassa. 

Da sant' Isepo, no se scalda più '1 lete. 

Da sant' Isep, la furia dei bet. 

Trevisano, I,betj i pettirossi che tornano in montagna a nidificare. 

Da san Beneto (21) xe la rondine sul teto. 

Gr. Pasquàligo H 



210 METBOROLOaiA 

A sant'Anunziata (25) se buta via la pignata [scaldino). 

Se la note del 25 marzo xe fredo, de bel racolto xe 
bon segno. 

Se neveghea ( nevica ) a S. Giusepe, neveghea ogni 
luna. 

Di Ampezzo, ove sui monti nevica anche d* Agosto. 

S. losef piante la zuce, S. Michel la giave dute. " 

S. Michele, 29 Sett.; giave, cava. 

Se r è bon temp 'n san Gherguol, le zirgbe (ronrfme) 
passa '1 mer; e se no le passa in chèl di, le sta i 
antri caranta di. L, 

Da S. Giusepe la neve passa la Brenta. 

Da sant'Isepe, se buta via le crepe [i caldanini). 

Cava palo, impianta palo, giorno e note tuto paro. 

II Raccoglitore notava: «Le viti si sospendono ai pali all'equinozio 
di primavera (21 marzo) e si sciolgono air equinozio d* autunno (SI set- 
tembre) » Approssimativamente però. 

Co marzo vien da lovo, el va via da piegora ; co '1 
vien da piegora, el va via da lovo. 

Cioè se comincia cattivo e invernale, finisce mite e primaverile, 

Can che '1 merlo cianta ra metà de marzo, daspò el 
se giazza'l beco. 

Amp ezzano. A Livinallongo: 

Co tona de merz, de zugn la giace. 

Marzo suto, pan per tuto. 

A Verona: 

Marzo spolverento, poca paja e gran fermento. 
Co la bela fa la lissìa, el sol s' invia. 

Liisìa, per la rima, invece di /mia, lisciva. Le donne prevedono i 
giorni sereni per il bucato. 11 quale si suol fare due volte all' anno, in 
primavera ed autunno, ed è, perciò, naturale che avvenga allora un 
cambiamento del tempo: Co le donc fa la lissia, el tempo se smissia 
(BHntorbida). 

Co marzo resenta, fermento e polenta. 

(ìuando cioè, sia sereno che si possa fare il bucato. Resentare, ri> 
sciacquare i pannilini, purgandoli dal ranno e dal sapone. — A Belluno : 
Co marzo se senta eco. cioè quando finisce sereno. Ed anche: 

De marz no ghe 'orae (ci vorrebbe) gnanca che un 
sorz pissas. [A. Trev). 



L 



METEOKOLOOIA 21 1 

Se no piove de '1 mes de marz, V istà V è sec e. ars. 

Marzo voi far le soe. — Marzo dai nove colori. — 
Marzo no g' ha un dì come V altro. 

Al sol de marzo e a 1' amor de le ragazze no se ghe 
crede. [Valsug.) 

Marzo g' ha compra la polizza a so mare, e tre dì 
dopo el l'ha vendùa. 

Marzo, da le calze sbregà, averzi la porta che vói entra. 

Fa freddo anche in Marzo. 11 prov. doT* esser nato da qualche 
fiaba doye un poverello dovea chieder riparo nella casa di Marzo. 
Molti proverbi hanno origine dai fatti raccontati nelle fiabe. 

Marzo marzon, te ne fé [fai) morir le piegore e anca 
'1 molton. 

Tantis rosadis di marz, tantis plois d'avril. " 

Marz, un fus a sfuarz [a sforzo , appena). ** 

Le notti s' accorciano e le donne smettono il filare. 

De marzo, chi no g' ha scarpe va descalzo. 

De marzo s' ha da veder 'na capelùa in fondo a un 
campo. 

Cioè il frumento non dev' essere troppo sfronzato, così che non 
impedisca di vedere un' allodola cappelluta {alauda cristata) da un capo 
air altro del campo. 

Marzo per quanto tristo che '1 sia, el ho a Y erba e 
'1 cavai r ombria. 

Il Cayallo può solTrire mangiando V erba novella air aria fresca. 
E nelle X Tav. : Marzo o bon o rio, el bo a Terba e *1 can T ombria; e 
se M fa ritorno, el bo in stala e '1 can in forno. — 11 cane in marzo se 
accalda facilmente; e se torna il freddo, si accuccia al focolare. 

Marz, mene la code pai bearz. ** 

Bearz, brolo, prato. Si conducono le armente al pascolo. 

Se marzo buta erba, aprii buta merda. 

E a Belluno: 

1/ erba che vien de marz, aprii la magna. 
Quando marzo no incòdega, mazo {maggio) no sega. 

No incòdega, non mette cotica, non mette erba. Incodegar, piotare. 

Se marzo xe suto, aprii lo xe tuto. 

Marzo intenze, aprii dipenze, maggio fa le bele done 
e giugno le brute carogne. 



212 MRSOROLOQIA 

Marzo intenze e aprii depenze; e chi è de bela forma» 
de magio ritorna. 

n sole ad Bario aaacrisee la peDe, aeir a|»rìle la colorisce, di 
maggio le donae faaao aa beO* aspetto, ari giagao soao ifiiccenda- 



Marzo saio, aprii bagna, beato '1 ccmtadin che ha 
semenà. 

Marzo venta, aprii tempera, magio suto : formento 
per tute. 

nel ms. Udinese del see. XVI: Man sol, avrU bagnat e mai temperai . 

Marzo per le galine, aprii per le piegore, magio per 
per i boi e giugno per noi. 

Bi giagao si Cuumi I primi raccolti del fratti, del boxaoli ecc. IKa 
altro diee: El aiese de giagao impina *I pagno. — Riempie il pagno di 
danaro. 

Pasqua marzega, o fame o mortega. (X. Tav.) 

Antico pregiadizio che la Pasqua nel mano proaostìcasso SToatiire. 
In FrioU: Pasche qurzole, o fanole o moriole. 
in Cadore: Pasca marzosa, anata morlosa. — e 
Pasca marzera, o mortalità o guera. 
Valsngma: Pasqua marzàsega, o mortalità o fiunàsega. 

Aprile 
Tre primi aprilanti, quaranta somegianti. 

0: Primo, secondo e terzo aprilante, quaranta di durante. 
Primo, secondo e terzo, quaranta per quel Terso. 

Ai oto de aprii el cuoo ha da vignir; e se noi vien 
ai oto, di' che V è preso o che V è morto ; e se noi 
vien ai dieso, Tè preso per le siese; e se noi vien 
al Tìnti, rè preso int'i forminti; e se noi vien ai 
trenta, el pastor V ha magna co la polenta. 

Tedi altri proTcrbi, sotto Animali, pag. 61. — Del roslgnolo : 

Se no ti me vedi ai sete o ai oto, di' che son ciapà 
o che son morto. 

S* a no '1 dante ai siet o ai Tot, o eh' a T è muart o eh* a T è cuot. ^^^ 

Se piovevi di de san Zorzi (24, s. Giorgio) ^ carestia 
de fighi. 

S. Zorz, si bute la cialze, fùr p' a còrt. ** 

1 Tillanl Tanno scalzi. Pure in Friuli: la ÀTril, si bute la cialze 
pai corti]. 



MITKOSOLOOIA 



Sì at tone il di di s. Oiorg, dutis tis coculìs {noci] 
Tan f a c6rt. " 



Aell'A. Yen. In Cadore: Da isn Zone, ti spigo spane. — e 

Se al pluv il dì di s. Zorz, il cavalir al va 't' a cort. 

Da san Marco (25) le vache passa '1 varco. 

San Vidal (28) mercante da piova. 

Da santa Caterina, te vache va in cassina. 

Ssala Caterina da Sl«na, ai 30 aprile. Quella del Novembre e mtitt 
Calerina lerg. e mailire. 

Aprii dal àoìge dormir. — Aprii cava la vecia dal covi!. 

De aprile, xe tornae le sjsile. 

De aprii tute le rozze {od ogni mussa) alza '1 coil. 

Ogni oayallo torre, perthè riposato e meglio Dudtilo. 

Aprii ghe n'iia trenta, se piove trentaun, noi fa mal 

a nissun. 
Aprii piovoso, ano frutuoso. 

Aprile, aprileto, ogni giorno ub sguazzeto (oungozzato). 
Sete volte al dì piove d'aprii, e ancora se suga'l 

maatil. 

E: De aprile, ogni ionio un barile. — Bon aprii, se '1 porta '1 barll. 

Tempo d' auri, un' ora da vive e r' aotra da morì. 

Ampezzano. A Belluno: Aprile 'n' ora 'I pranrte e 'n' ora'! ride. 

La piova d' aprii, impianta '1 fenìl. 

La prime ploe d' avril, il cai salte far dal so covil.** 

Aprii g' ha 'I fior e magio g' ha l' odor. 

Vin d' avril, poc e sutìl; vin di mai, bon e assai. " 

Della florilur* delle «Iti. li (olio 11 Venelo: Da d'aprii, na genlll. 

Aprii temperi e ma 
Aprii e magio xe li 
De marzo, cbe do 

aprile, lasseme ui 

vedare cossa che 
Cos) parla II frumen 



214 MBTBOROLOGIA 

D' auri, tuto el so jesti; de mej, no se che l' è de fei^ 

D* aprile, tatto il sao vestito; di maggio, qjq so che cosa ho da fare. 

Pasqua, vegna alta, vegna bassa, la Tien co fogia e* 
frasca ; 
Vegna Pasqua quando se vogia, la vien co frasca 
e fogia. 

Con la foglia del gelso. Oppure : Vogia o no vogia, Pasqaa vien. 
con fogia. E questo è pur nelle X Tavole. 

Se no piove su V olivo, piove sui ovi {o vovi) . 

A Verona: Se no pioe su V oliòla, pioe su la brassadela. 

Ovvero: Se piove su T oliveta, fa belo su la brassadela, 
Braasadèla. ciambella fatta con uova e zucchero. 
Più breve: Olivo suto, ovi bagna {e viceversa). A Feltre : 
In Friuli : Uliv bagnàt e ùs sus, uliv sut e us bagnas. 
in Cadore: SeM no pioe su 1' aul\o, sui guoe al pioe. 

Se de Pasqua vien piova, V autuno fa voja. 

Se pioe el di de Pasqua, le brogne le va in tasca. 

Veronese. Brogne^ brugne: dicesi anche: i pèrseghi ecc.. 

Se piove '1 vener santo, piove magio tuto quanto. 

No gh'è sabo santo al mondo, che la luna no sia 
al tondo. 

Domenie d' uliv, ogni ucel fas il nid. *• 
Pasche d' uliv, si jes fur dal nid. '* 

Fra i memorativi delle feste v*è questo sulle domeniche di quare- 
sima, notato anche dal Pescettl: 

Uta, Muta, Cananea, pan e pesce, Lazzarea, Oliva e- 
Pasqua fiorita. 

Vivo sotto la republica di Venezia era questo : 

Co te vedi d'aprii e magio le fogie de nose crodar^ 
de dècime no te impazzar. 

Le decime erano Imposte sui prodotti, tutte a rischio e pericolo^ 
degli appaltatori. 

Co Pasqua xe alta, se passa per soto ; co la xe bassa, 
se passa per sora. 

Dei Sette Comuni. Ver soto, per le scorciatoie sul Ietto dei torrentt 
asciutti; per torà, per la strada e pei ponti. 

Co san Marco pasquezava, tuto '1 mondo in guerft 
stava. 

Similmente in Lombardia: «Quando san Giorg (24) el ven in Pasqua^ 
per el mond gh* è gran borasca. • — San Marco pasquexa si dice quando- 



MBTEOBOLO0 1 A 2 1 5 

la Pasqua Tiene yicina al 25 aprile. Io Io udii e notai nel gennaio 1859^ 
anno che aveva la Pasqua al 24 aprile, con queste parole: Avremo la 
guerra quesV anno P — Ed avemmo la nostra bella guerra d* indipendenza. 
— Il detto nacque, forse, al principio del secolo deir osservare come negli 
anni: 1791 (Pasqua al 24 apr.), 1802 (18), 1808 (17), 1810 (22) e 1813 (18 
apr.)f le feste pasquali erano vicine a s. Marco: e in tutti quegli anni 
si potea dir veramente che tutto il mondo slava in guerra. È notevole 
che il proverbio saltò fuori nel 1859 dopo parecchi anni eh* era stato 
rincantucciato nella memoria degli uomini. — Nel 1848 la Pasqua fu 
ai 23 apr. \ nel 1878 ai 21 ; nel 1886 sarà ai 25. Ma per queir anno La 
Lega della Pace universale sempiterna avrà abolita la guerra; e chi 
vivrà, vedrà. 

Maggio 
El primo dì girlanda, quaranta di '1 comanda. 

Girlanda^ perchè è il mese dei fiori. •— Memorativo dei primi di 
maggio è il seguente: 

Prin di mai, Ss. Jacu e Filip datai {unitij; tierz dì, sante Gros fui: 
un poc plui tard, s. Gotard; e Vii doman, s. Florean. 

Se r è bon temp da san Giacom e Filip (1), el puor' on 
incaga '1 rich. 

Puor on, pò ver* uomo, che s* infischia del ricco. Deir A. Trev. 
Nel Friuli: San Jacu e Filip, il puar cojone il rich. 

Se piove da santa Crose (3), va sbuse le uose. 

Sbuse^ bugie, vane, vuote. A Belluno pure: Se tona da s. Grose ecc. 

San Florian (4), co la spiga in man. 

Ploe {pioggia) '1 dì de l'Assension, gen siala s'un peron. 

La segala nasse anche sulle pietre. 

Se piove '1 dì de la Sensa, el boaro perde la semenza 
{o molta pàgia e poca semenza). 

Ovvero: per quaranta dì no se xe senza. E a Belluno: piove quaranta 
d\ che no se pensa. — A S. Vito di Cadore: 

Se pioe al dì de V Assension, piove quaranta dì de 
reson, e vien la biava s' un peron, ma de cento 
spighe no ne è una da bon. 

In Ampezzo : Se '1 piove el di de r* Assension, r è quaranta dis de 
agagion {acquazzone). 

Al dì de la Sensa, le brise scemenza. 

Brise^ specie di funghi. (A. Trev.) 

Quando' semo al dì de V Assension, la spiga ipete el 
garbajon. 

È di Adria. Garbajon, flore o pennacchio del frumento. Nel Trer. e 
Bellunese: 



•• 



216 BfSTlOBOLOeiA 

Da la Sensa, el forment va in semenza. 

A l'Assense, cui che Tha da fa, s'impense. 

Viri Galilei, butè tho i gabanei. {A. Vicent.) 

Fin al giorno dei Galilei, no te spogiar di pani {panni) 
miei. 

Così dice il verno. Tolto dalle parole degli Atti degli Apostoli: 
Viri Galilei^ quid statis aspìcientes in coelum ? che si cantano nella festa 
deir Assensione. — Sa la quale vi è il detto proverbiale : 

Più se vive e più se pensa, ma de zioba vien la Sensa. 

Co '1 piov al di de santa Lena (s. Elena; 21), al 
piov 'na quarantena. 

È deirA. Trevisano. -* A Belluno: 

Se piove '1 di de sant' Urban (25) quaranta di piovan. 

Ed anche: Se piove *1 di de sant' Urban, ogni spiga perde uh gran. 
11 tempo allora e variabile assai; perciò si dice: 

Sant* Urban, pastor de le nuvole. 

A la fiera de s. Urban, o che i se nega o che i se 
brusa. 

La fiera di S. Urioao si fa presso Ptanzano, mandam. di Cone- 
gliano. Una volta era grande e famosa. 

Da sant' Urban, gramo quel contadin che ha l'agnelo 
in man. 

De sant' Urban, oerese de pien man. {A. Ven.) 

Da sant' Urban, la segala {o la biava) compisse '1 gran. 

A Belluno: Par sant* Urban, al forment Tha fat al gran. 

Da s. Urban, varda '1 monte e lassa '1 pian ; 
Da s. Giustina (7 ott.) lassa '1 monte e varda la 
marina. 

Per pronosticare il tempo. 

Co piove da s. Filipo (26), el pòvaro no g' ha bisogno 
del rico. 

Ovvero; el pòvaro cogiona el rico. Anche a Belluno: Se piove el 
di de san Filip el poar' on incaga el rich. 

Se piove '1 di de le Pentecoste, tute le intrade no 
xe nostre. 

De magio sul marca ghe xe: vache, che no g'ha più 
late, bo che no tira, e omeni che no g'ha vogia 
de laorar. 



i 



METSOUOLOaTA 217 

Magio ortolan, molta pagia e poco gran. 

Nelle X Tavole: Mazo ortolan, purassè paja e poco gran^ 

Magio fresco e ventoso fa l'ano frutuoso. 

Magio fresco, pagia e formento. 

Pongo de magio, spighe d'agosto. 

Se magio fa fresco, va ben la fava e anca '1 formento. 

Magio resent, bona pagia e mejo al forment. 

Feltrino. Resent, temperato. Nel Bellun. : Magio resent, bela biava, 
e mei {meglio) forment. In Liguria: Mazo bello e vintilòu, bon-na annà 
sempre ha portòu. 

El magio è quel che dà o che tol. {Valsug.) 
Magio furo, mese longo. 

Lungo per la penuria a cui è ridotta la povera gente. 

Magio, fornissite de legno e de fòrmagio. 

Ohi g'ha un bon zoco {ceppo) lo tegna per magio. 

Spesso è burrascoso e freddo e allora i contadini Io chiamano : 
r inverno dei cavalieri {bachi). 

Magio, magion, a ti la to rosa, a mi '1 ma pelizzon. 

Si aggiungano anche questi: 

De maio, i mus {ciuchi) se dà coragio {A, Trev.) 
3* ma' se marida i mùs. {Val Badki) 
De magio canta i aseni. 

Giugno 

Da s. Barnabè (11) a la segala se ghe tagia '1 pie. 
{X Tav.) 

A s. Barnaba, il falcet fai prà. ** 

Per s. Barnaba, V uà vien e '1 fior va» 

Per s. Barnaba el dì più lungo de Tistà. 

Era esatto nel secolo XIII. Vedi a S. Lucia, nel Decembre. 

Se piove '1 zomo de s, Vio (15) el prodotto de l' uà 
xe mezo fallo. 

E: Se piove 'I dì de 8. Vito e Modesto, la uà va a torla in Qesto. — 
Cioè r uva va a male. E in Asolo: 

Se piove '1 di de san Vi, la uà cala ogni di. 

In Valsugana; la uà va via tuti i dì. 

San Vio, la mugier bate '1 marie. {X Tav.) 



218 MBTBOBOLOOIA 

San Vio, le sarièse g' ha '1 mario {il verme). 
La vigilia de san Giovani (23) piove tuti i ani. 
La note de san Zuàn (24) se fa '1 mosto nel gran. 

Nel grano dell'uva. In Adria: Da S. Zuane, el sago va *n te la vua. 
Nel Friuli: A s. Giuàn, V entre il must t' a V uè. 

Da san Zuan el sorgo va in gran. 

Se piove '1 di de s. Zuane, carestia de sorgo e anca 
de cane. 

A. Trev.: Se piove al d\ de s. Duane, le cuche {noci) sbuse e 1& 
nosèle vane. — Nei Sette Comuni vicentini: Se piove M d\ de san Duane, 
se suga le fontane. 

Se pioe al di de s. Duane, fen e paia fas lodarne. 

Di S. Vito di Gad. In Ampezzo: Se piove '1 dì de s. Zuane, se fa 'f 
fien da ledame. 

Così a Livinallongo : Se M pluof 'n s. Xan, se fes 4 fen da ledam. 

Da s. Zuan, a la panza del can; da s. Piero, a la 
panza del pallerò. 

Trevisano; del granturgo, che cresce rapidamente fino a toccare» 
a s. Pietro, la pancia del puledro. — Neil' A. Ven. : 

Da s. Piero (29) al sorc ture cuerz al puliero. 

Nel Friuli: S. Pieri, la bleve piate il pujeri. 

Piova de s. Piero, piova col {o nel) caldiero. 

De s. Piero le sarèse gha el pulièro [il baco). 

La Rigala no canta, co s. Piero no la tanta {tenta). 

El mese de giugno, s' irapina '1 pugno. 

Giugno e lugio del gran caldo, bevi ben e bati saldo. 

Di quelli che battono il frumento. Ora si usano, in generale, le 
macchine. Ma vuol dir pure: bevi, e così resisterai al gran caldo. 

Giugno CO la falze {o co la sèsola) in pugno. 

Sèsola (il secondo s dolce), falcetto: da caedere, tagliare. 
11 mes di jugn, la sèsule t' al pugn. ** 

Giugno e lugio in paltanela, ìmpina la scarsela. 

In ptUtanelùy quando sono piovosi. 

Luglio 
San Fortunaz (s. Fortunato, 12) rua i bravaz. 

I contadini più bravi terminano di zappare. Bellunese. 



METEOROLOGIA 219 

Da Santa Maria Madalena (22) se tagìa la vena. 

A Treviso: Da s. M. Madalena impianta la stanga e tagia la vena.. 
La stanga per la quagliara — A Verona : 

Da s. Maria Madalena la nosa è piena ; compia o da 
compire, i putei la voi aprire. 

E: Da s. M. Madalena la nosela è piena. 

San Giacomo e sani' Ana, (25, 26) ultima festa ca- 
stelana. 

Ultima festa del sestiere di Castello a Venezia. Anche: 
Sant* Ana scoa via ogni festa castelana. 

Sulla seminagione del grano saraceno, che deve essere fatta al S^ 
Giacomo, vedi due prov. Gadorini a pag. 40. 

Da sant'Ana le nose va in tana. 

Se piove '1 di de sant'Ana, piove un mese e 'na se- 
timana. 

Santa Marta (29) se taca la luse soto la napa. 

Napa, capanna del camino ; s' incomincia a lavorare di sera. RI 
sponde air altro: 

Quando che '1 sorgo-rosso [saggina) mostra '1 muso ^ 
xe ora da tor su la reca e '1 fuso. 

De luglio, de le volte pianzo, de le volte sùbio. 

Subiar^ zuffolare; si zuffola se non viene la grandine che fa piangere. 

Quando '1 sol va in lion, come che '1 trova el lassa. 

Chi nasse de lugio, no paga comare. 

L'agosto non fa suta {siccità) se *1 lugio no l'aiuta. 
{Valsug.) 

Agosto 
Al primo de agosto le ànare {ànatre) se mete a roste. 

0: Se magna Tanara per resto. 

Dal Pardon (2) se tra la zapa in un canton. 

Dai sepolcri e dal Pardon, tute le done va de scotolon. 

San Lorenzo (10) le nose va col sgiavento. 

Sgiavento, pertica da abbacchiare le noci. — S. Lorenzo, gran 
caldura, eee. Vedi Gennaio. 

Se al pluf a san Lurinz, la campagne la vìnz. 

Si salva dair asciuttore. Friulani pure questi tre : 



•• 



220 MBTBOBOLOOrA 

A s. Lnrinz la cocule {noce) scree il dint ; o screi 
o no screà a j' è ore de sgiarugià. 

É ora di cavarne i gherigli, eioè mangiarla. 

S. Lurinz, pulz da puartà via cui cuìrz {bigoncio) . 

Sante Radegonde (11) la zape sot la gronde. 

Da san Roco (16) le nose va in sgaboto {si smallano). 

A Belluno: Da san Roc, la nosela va al broc. 

S. Roc dà la clav a ogni pitoc ; e s. Simon dà la 
clav al so paron. 

Perchè a S. Simeone, 10 Ottobre, il grano è in granaio. 

Da s. Lorenzo la xe a tempo ; da la Madona (14) la 
xe ancora bona ; da s. Roco, la g' ha spetà tropo ; 
da s. Bortolamio (24), petarsela sul dadrio. 

Della pioggia. A Verona: Da la Madona V è ancora bona; da s. 
Roco rè ancora un toco. — A Feltre: Da sant'Ana (25 luglio) la xe 
*na mana {manna) ^ ecc. 

A la Madona d' agosto, rinfresca '1 bosco. {Bell.) 
Da s. Bortolamio, le sisile {rondini) va con Dio. 
Da s. Bartolomio, montagne stè con Dio. 
S. Bartolomio, ciò su la to arzeliva e va con Dio. 

Àr»elipa, fieno della seconda falciatura che. In montagna, si fa agli 
ultimi d' agosto. I pastori scendono dalle montagne. 

Da s. Bierto dal cortei, ai praì da mont voi tout 
{tolto) la pel ; e chi no i V ha tonta, i lasco a V an 
davo e i la tele 'n l'onta. L. 

Da S. Bartolomeo ai prati di montagna va tolta la pelle, V erba ; 
la si terrà r anno dopo {dava). 

Co r è s. Bierto, V è dagnara {sempre) stada che le 
ciòure la coda le l'ha menada. L, 

È finito il buon tempo delle capre; e si fanno 1 lavori più urgenti 
perchè in montagna vien tosto la neve. 

Se a s. Bartolomio al jeve {leva) il soreli dar, vin 
zilugne {brina) prin dai Sans. 

Pure in Friuli: Si a s. Bart. Tè bon timp. Tè bon timp dute la venderne. 

Co sola {fia sole) '1 dì de s. BortolomiOj tute le grin- 
gole vien a quio (o fa crio). 

Cioè si maturano anche quelle pannoechlette d! grafi turco, tardive 
e quasi vuote, che i e ontadini lasciano di raccogliere. Si dicono fftin- 
goìe^ gringoi. A quìa, a maturazione. Fa crìa, scricchiolano quando le 
foglie del cartoccio son secche. Le vanno a raccogliere i poveri. 



METEOROLOGIA 221 

De s. Bartolamio, le nosele le va de nìo. {Valsug). 

Co floriss i fasòi [fagiuoli) per s. Bortolamio, ghe ne 
vien par quel an e per V an drio. 

Prov. tra 11 Piave e il Llvenza. A Cortina d* Amp. : 

Da s. Bortolomio, la stazon torna ìndrio. 
Da s. Bortolomio, le piègore xe in cortìo. 

Cortìo, cortivoy corte, cioè a casa dair essere state in montagna al 
pascolo. 

Se piove '1 di de s. Bortolomio tuta fardima ghe va 
drio. 

Di Alpago. Fardima^ aatunno; fardimar, raccogliere i prodotti 
autunnali. 

In Cadore: Se pioe da s. Bortolamio, duto r auton va drio. 

Sant'Agustin (28), taca tacon. 

Si allestiscono le vesti per la fredda stagione. 

Le zuche nate fra le do Madone (15 ag. ed 8 seti.) 
le xe sempre bone. 

La prima piova d' agosto rinfresca '1 bosco. 

A Belluno: rinfresca i osèi nel bosco. E a Trento: De agosto no 
fermarle in bosco. — Sono veri per la montagna, non per la pianura 
dove il caldo dura forte, tanto che un* altro dice che si seccano perfino 
i ceppi dei salci: De agosto se secca i piantoni. — Ed uno di Pelle- 
strina: La luna d'agosto spache {spacca) i meloni. 

A S. Vito Cad. : La prin pioa d' agosto, sfarda {rinfresca) il bosco. 

A la prima acqua d' agosto pover' omo te cognosco. 

È nelle X Tav. e poteva esser vero prima della distruzione dei 
boschi. 

A la prim' acqua d'agosto casca le mosche; quele che 
rimane, morde come cane. {Bell.) 

La prim' acqua de agosto, porta via un saco de pù- 
lesi e un saco de mosche. 

Dio nus nardi [ci guardi) dal sut tra lis dos Madonis. '* 

Co piove in agosto, piove miei o mosto. 

E : De Agosto V uà fa M mosto. 

La prima piova d'agosto cazza M mosto. (X Tav.) 

El sol d' agosto, ingana la massera ne l' orto. {X Tav,) 

Perchè brucia le erbe e i legumi. 

Ohi se amala d' agosto, se amala a so costo. 

È allora che 11 contadino ha più bisogno di essere sano ; e le ma- 
lattie In agosto sono pei villici più pericolose. A Belluno e' è questo : 



222 M8TE0R0L0GIA 

Chi va a la cazza d' agosto, no va in settembre né ottobre. Perchè in 
questo mese la caccia è perniciosa alla salute. 

De agosto e setembre, tuti i osei xe becafighi. 
Agosto maùra {matura) e setembre vendema. 

Deir uva ; di tutte le frutta il seguente dell* A. Trevisano : 

Agosto compisce, setembre madurisse. 

Settembre 

*Se piove da san Gorgon (9) sete brentane e un bren- 
tanon {o V autuno va de rebalton). 

Brentane, piene dei fiumi. NeirAlto Veneto le acque derivate dal 
Piave si chiamano Brentele. A Belluno invece: sete montane e un 
montanon. A Verona: 

Se piove 'I giorno de s. Gorgonio, piove tuto l' au- 
tonio [o V è un autuno de demonio). 

(Come si storpiano, si alterano le parole e se ne fanno di nuove e 
si conservano le vecchie, per amor della rima 1 ) 

Se piove 'I di de san Gorgon, la sèmena va de re- 
balton. 

Se a r è bon timp a s. Gorgon, siet bon timps e un 
bontimpon. " 

Da san Gorgon, se cava '1 semenzon {canapé). 

El di de s. Gorgon, passa la lodola e '1 lodolon. 

Lodala, alauda arvensis ; lodolon, alauda calandra. Lirnbo. 

A santa Groxe (14), pan e nose. 

Così in Friuli : A sante Crous, pan e cocolis. 

Da san Matio (21), ogni fruto xe compio. 

A san Mate, l'oselador salta in pie. 

S an Matie, la ulte {pispola) s' invio. "* 

Da san Matio, el bón tempo xe fìnio. 

La montana de s. Matio, se no la vien davanti, la 
vien da drio. 

Da San Matio, tuto è mio. 

Prov.dei pastori nei Sette Comuni dove esercitavano il loro diritto 
di pascolo dal 81 Sett. al 24 Aprile. Vedi a pag. 224. 

Da san Michiel {o Micel), varda '1 Qiel se l'è seren. 

Perchè: 



METEOROLOGIA 223 

Quando l' ànzolo (29) se bagna le ale, piove fin a 
Nadale. 

A san Michel, la cistine t' al fossel. 

È finita la raccolta delle castagne. {Ostermann.) 

A s. Michel il marangon impie il paver, e a s. Josef 
lu distude. •• 

Il falegname, per lavorare di più, accende il lucignolo, e alla metà 
di marzo lo stata. 

Da s. Michiel, i gnoc dà miei. L. 

Perchè, pel maggior lavoro, i lavoranti ricevono un pasto migliore. 

San Michiel (29) la marenda va in giel. 

Quattro spiegazioni diverse. A Padova: Da questo giorno le mo- 
nache sospendono alle educande la solita merenda del dopo pranzo, 
per r abbreviarsi delle giornate. — A Venezia: Finiscon le merende al 
Lido, antico costume del popolo. — A Belluno: in luogo di tre pasti 
se ne fanno due soli. — In Cadore: per T offerta che si fa al parroco 
affinchè preghi pei defunti. 

Co canta la Rigala de setembre, no crompar gran 
da vendre. 

Non si potrà speculare sul prezzo dei grani. — In Friuli dicono : 
Quand che la ciale dante in setembri, cui che compre biave, sta mal 
a tornale a vendi. 

Setembre, fostu sempre I 

Del Trentino. E perchè esso dà da vivere: 

Novembre e dicembre benedisse setembre. 

Sulla luna settembrina, vedi Luna. 

Ottobre 
San Francesco (4) la furia dei tordi. 

Bellunese. DI Padova è 11 seguente : 

Santa Giustina (7), santa travagina. 

Nella provincia di Padova le pigioni e 1 fitti scadono al giorno di 
santa Giustina, che ivi divide con S. Antonio gli onori del patronato. 

Da Se Giustina, tuta V uà xe marzemina. 

Marzemina è un' ottima qualità d' uva nera nei colli Berlcl ed Eu- 
ganei. — A Belluno: 

Da 8. Giostina r na rabosa deventa marzemtna. 

Santa Giustina, masenina. 

Dei Sette Comuni Vicentini, dove estendo ornai tardi II seminar 
il framento, Io si porta al molino. 



224 MBTEOROLOOIA 

Santa Giustina da la soussetina. 

È a qaest* epoca che passan le pispole {Alauda pralensis, Likn). 
Nei dialetti di Verona e Brescia si dicono seuasète, e nel resto der 
Teneto: fisle. 1). 

Santa Teresa (15), punto de stela. 

Così a Venezia; ed intendono dire che il tempo sarà bello o brutta 
secondo che sarà in questo giorno. 

Val più un san Gaio, che gento Madone. 

Dei pastori, che nel Vicentino aveano diritto di pascolare le greggi 
dal 16 ottobre al 24 marzo. 

Da san Gaio (16), para via e no fa falò. 

Para vt«, va ad arare. Dubito perù che anche questo non sia dei 
pastori. 

Da san Gal, ara 'ì monte e sarà la vai. 
Se fa belo a san Gal, fa belo fin Nadal. 

E: se pioTC a S. Gal, piove fin a Nadal. 

Da S. Luca (18), cava la rava e meti la zuca. 

A Trento : Da S. Luca, la rava ha fat la zuca ; fa o da far, la 
rava bisogna cavar. 

Da san Luca, para via o mogia o suta. 

molle asciutta che sia la terra, va ad arare. 

Da san Luca, chi no ha semenà, se speluca. 

Se speiucttj si pente, mettendosi le mani nei capelli. 

San Luche porta via la merindute. *• 
Da san Luca, el ton va in zuca. 

Gessano i temporali. 

Da san Luca, le lodole {o le nespole) se speluca [si 
pelano). 

Da s. Simion (28), se buta via '1 geston. 

È finita la seminagione del frumento. In Alpago: 

Da s. Simon, la femena veste 1' om. 

1) Il Prof. B. Samarani pensando che 1 proverbi del Veneto potessero 
essere anche della Lombardia «espose» in dialetto cremasco, milanese, 
bergamasco quanti più potè dei proverbi « esponibili » eh* io avevo stam- 
pati vent* anni fa. Così una raccolta di parecchie migliaja di proverbi la 
si fa in un batter d* occhi, e senza r aiuto di nessuno e sparagnando an- 
che le spese postali. E perchè non erano «esponibili» i proverbi sulle Città 
e paesi, così quel capitolo manca nella sua raccolta ; che meriterrebbe , 
come qualche altra, r epigrafe: VmTUR ix rapto. 



METEOROLOGIA 225 

A s. Simon, si tire su la cialze e il scufon.* ** 

E: S. Simon, manie e scufon. 
ScufoUy calzerotto di lana, scuìponeum. 

Sbrega-vele san Simon, dura ^1 vento la stagion. 

De* marinai, che credono duri lungamente il vento del giorno di 
S. Simone. 

A s. Simon, si giave {cava) il rav e il ravizon. '* 

E: S. Simon e Jude, la rave, vien madure; madure o no madure, 
la si met sot sieredure. — Nel Cadore : Gramo quel ravolon che se 
ciate fuora dopo san Simon. — e 

S. Simon dal ravolon, chi no V ha fato, non l'è pi bon. 
Oramela [gramo) quel ravolon, che speta s. Simon. L. 
S. Simon, va la lodule t' a res {rete) a tombolon. 
De otobre el vin ne le doghe. 

Novembre 

Fin ai Santi (1) la semenza se porta sui campi ; dai 
Santi in là, la se porta a ca; a san Martin, (11) 
la se porta al molin. 

Ed anche : In fin a S. Martin xe megio M gran al campo che al molin. 
In Friuli: S. Martin, Tul il furment t*al camp o t*al molin. 

Dai Santi, o la neve o i so fanti. 

Quando che V è dai Mort, se trova '1 dret e '1 stort. 

Si fanno i conti e si saldano le partite. Dell' A. Ven. 

Dai morti (2) se veste i porchi {i freddolosi) ; da s. 
Martin, se calza '1 grande e '1 pichinin ; da la Sa- 
lute (21), le bele pute; da santa Catarina (25), ogni 
parigina. 

A Trento: Ai Santi se veste i fanti; a s. Martin, el grande e*l pi- 
cenin; a sant'Andrea (30), tuta la femèa {famiglia). 
A Belluno: San Martin, vest '1 grant e '1 picinin. 
A Venezia: Da la Salute, mete«la manizza le bele pute. 

Se i Santi '1 tempo disgiusta, i Morti (2) lo giusta. 

E: Co i santi trovaci tempo roto, i lo giusta; se i lo trova bnn, 
i lo disgiusta. —A Belluno: Se i santi, rompe '1 temp, i morti Io giusta. 

San Prosdocimo e s. Daniele (7) marcanti da neve. 
El di de tuti i Santi, un pie 'nte '1 cui a tutti i oselanti. 

Del Veronese. Finiscono gli uccullatoi, oselande e oselade. 
Cn. Pasqualigo 15 



226 METEOROLOGIA. 

Da s. Martin, ogni mosto xe bon vin. 

Da san Martin, se spina {spilla) la boto del bon vin. 

Ed anche: Da San Martin, se tastaci vin. — San Martin ghe fa 
segno al vin. — Da san Martin ciapa la baia {s9brnia) el grando e *1 
pi^inin. — A Pordenone e neir A. Veneto : 

San Martin me tenta, che fazzi la polenta, che copa 
'na razzata, che beva 'na bozzuta. 

Razzuta, anatra; bozzuta, boccia di vino. — In Agordo: 

De San Martin, V istadèla de le vedove. 

Da San Martin, g' ha ca '1 grando e '1 picinin. 

Di quelli che cambiano casa. Allora si pagano 1 fitti, e i debiti; e 
perciò si dice: S. Martin da le debite. — Nel bellunese: 

San Martin el vien 'na volta a l'an; se '1 vegnesse 
ogni mese, al saràe {sarebbe) la rovina del paese. 

Da san Martin, V inverno xe in camin. 

Allora s* ha bisogno del calzolaio : S. Martin, zavatin. 

San Martin V è el più bravo pelarin. 

Perchè fa cadere tutte le foglie agli alberi. A Verona, pelarin èchi 
va a pelare le foglie dei gelsi pe' bachi da seta. 

L' istadèla de san Martin dura tre zorni e un po- 
chetin. 

Se '1 zorno de s. Martin el sol va zo in bissaca, vendi 
'1 pan e tien la vaca ; se '1 sol va zo seren, vendi 
la vaca e tiente el fien. 

Se xe vento '1 di de s. Martin, tuto '1 mese xe vento 
^ Harbin. 

^ nta Catarina (25), el fredo se rafina (o giazzo 
la marina). 

In Friuli: Sante Gatarine, la nev a la coline. 

santa Catarina, xe in stala la berlina. 

Gli animali bovini non istanno più fuori al pascolo. Manza borlina 
,dicesi ad una specie di vacche della Svizzera a corna corte, piuttosto 
piccole, che danno molto latte. 

Da santa Catarina se tol su la scaldina {il caldano). 

Scaldina è propriamente lo scaliapiè\ scaldin è il caldanino che si 
iiene in mano. 

Santa Catarina porta '1 saco de la farina. 
Da Santa Catarina le zuche va in farina. 



METEOROLOGIA. 227 

Chi voi un' oca fina, a ingrassar la meta da s. Ca- 
tarina. 

E: Da santa GatariDa le oche va in Una. — I contadini un pò* 
agiati mettono ad ingrassare le oche, e le ammazzano a S. Lucia. 
Fattele a pezzi, si conservano nello strutto per la primayera e la 
state. 

Sante Catarine, cent giambars par tanine. '* 

Da s. Catarina a Nadal, un mese per egual. {X Tav.) 

S. André, il pes {o la trute) al va in sfree. 

Della Gamia. — In Cadore: 

Da sant'Andrea tute le sguatre gramolea. 
Da sant' Andrea (30) '1 fredo becolèa {punge). 

Becolèùy invece di bècola, per la rima. Della neve in Cadore: 

Dai Morte, el gnee su le porte ; da s. Martin '1 gnee 
da vesin ; da sant' Andrea no l' è da feise maravea. 

Da sant' Andrea, pia '1 porco per la sea {sétola) ; e se 
noi tei pò piar, fin a Nadal lassalo andar. 

È anche nelle X Tavole. 1) Ovvero : Da sant* Andrea, chi ha un 
bel porco lo pelèa. — Da s. Andrea, el porco su la brea {tavola) A. 
Trev. — Da S. Andrìa, chi che ha un bon porccl se *1 tol via ; e chi 
ha *na via massera, la para via. L. 

Da sant'Andrea coda, le spose va a la Ioga. 

Bellunese. Coda^ perchè è ai 30 del mese. Le spose si maritano Ara 
pochi giorni. A Feltre: Santi caf {capo), S. Andrea coda. 

Da sant' Andrea, sera la fea. 

Di Primiero. La fea ^ feda, la pecora non trova più erba da brucare. 
Aggiungo il seguente, che trovo nelle X Tavole i 
Da san Luca a Nadal, tuti studia egual ; 

Da carneval a Pasqua, chi studia e chi lassa. 

Dicembre 

Se piove '1 di de santa Bibìana (2), piove quaranta 

dì e 'na setimana. 
S. Nicolò da Bari (6), festa dei scolari : festa o no 

festa, a scola no se resta. 

Ora è andato in disuso. 

1) Dalle quali fu tolto e mandato a Gino Capponi, che lo tradutie e 
pose fra i toscani, come tantissimi altri. 



228 METEOROLOGIA 

A s. Nicolò il fred al dis: soi cà cumò {adesso). •* 
Da santa Lùgia (13), '1 fredo crucia. 

NeirA. Trev. : Da santa Lùss!a« el fret crùssla. Nel Veneto volgar- 
mente si usa Lùssitty LUzia, non Lucia che net prov. seguenti è per 
la rima. — A Trento : Da s. Lùzia, le Tecie se mete la scafla. 

Da s. Lucìa, le ^^zornate {giorni) no V è pi nia. * 
Santa Lucìa, la note pi lunga che ghe sia. 

Questo ed altri proverbi sono anteriori alla correzione del calen- 
dario fatta nel 15S2 da Gregorio XIII, che fissò al 81 il solstizio. 11 
quale in quell'anno doveva essere al 10 decembre, ed ora sarebbe al 
7. Il solstizio fu al 13 nel secondo quarto del sec. XIV, epoca precisa 
in cui fu fatto il proverbio. Così questo: S. Lucìa el zorno p\ curtu 
che ghe sia. 

Da santa Lucìa, el fret se mete in via. 

Comincia a farsi sentire forte. Bellunese, come questo : Santa Lucia ^ 
el fr<}d pi grando che ghe sia. 

Da san Tornio (21) le zornàe torna in drio. 

San T^miOt s. Tommaso apost I giorni tornano ad allungarsi. A 
Feltre: San Tomio, al (il) di pi curi Tè M mio. 

San Tornio, Qinque zorni avanti Dio, metendo '1 to 
col mio. 

Cioè, compreso il giorno di san Tornio. 

A san Tornio, el regal se dà in drìo. 

È di Verona, ove le amorose ricambiano gli amanti del regalo fatto 
loro ii giorno di s. Lucia. 

Da san Tornio a Nadal, i di se slonga un pie de gal. 

Da santa LÙQia a Nadal, le se slonga un pie de gal ; 
Da Nadal a Pasqueta, le se slonga un' oreta. 

Le giornate. Ed anche: Da Santa Lùgia, 'n penta d' ùcia {di ago). 
A Feltre: Da Nadal al bare (<7 passo) de un gal. — A Verona: A s. 
Lucia, una penta d^ucia; a Nadal, un passo de gal: a T Epifania un 
passo d3 strìa ; a s. Antonio, un passo de demonio. 

Da Nadal, un fredo coral; da la vecia, un fredo che 
se crepa. 

La vecia, T Epifania. A Belluno: Nadal, fredo cordial (o mortai). 

Fin a Nadal, scalzi se poi andar ; da Nadal indrio, 
el fredo va con Dio. 

Sembra fatto per confortare i freddolosi, come il seguente: Avan- 
ti Nadale fredo no fa; fato Nadale, '1 fredo sca va. 

A Pellestrina: Da Nadal in là, dcscalzi se va. — Nelle X Tav. : 
« Grosse '1 di, eresse *I fredo, disc el pescador. » 



METEOROLOGIA 229 

Se prima de Nadal no se pela, dopo Nadal se pena. 

È dei cacciatori delle valli dei Polesine. No se pela^ non si pelano 
gli uccelli per mangiarli. 

Fin a Nadal, poco fredo poi far, e da Nadal indrio, 
fredo e fame te vien drio. [dietro). 

Vigilia de Nadal la note scura, el fermento no g' ha 
più paura. 

Da s. Lucìa, el fret s' invia ; da Nadal, noi fa fai ; 
da sant'Antoni, trema la barba ai orni. [BelL) 

Se te vedi '1 fermento de Nadal, mazza '1 can ; 
Se '1 fermento no te vedi, daghe del pan. 

Se il frumento è rigoglioso nel Natale, come avviene nei giorni che 
domina lungamente il scirocco, e* è da temere uno scarso raccolto. 
Vedi Bittie e granii a pag. 27. 

Quando Nadale vien de domenega, vendi '1 porco e 
compra la melega ; e tienla presso de ti, fin che 
Nadale vien de martedì. 

Al ravo de Nadal, Tha pers al figal. 

La rapa di Maiale perde il sapore. Al, il. Bellunese. 
A Longarone : Da Naidal, la zuca perde M figal. 

Degembre davanti te scalda e da drio t'ingende (o 
te ofende). 

Bruma molena, la bete vien piena. 

Bruma, a Belluno e neir A. Trev. è il Decembre, che quando ò 
molle, tepido, la vite produce colassù maggior copia di uva. 

Co '1 mes de bruma giozza, cresce la biossa [brina), * 

Bruma '1 nef se ingruma. — e Bruma, tute le pezze 
ingruma. 

Nef, maschile, neve. Se ingruma, si ammucchia. II freddo fa che i 
poveri portino indosso quanta roba hanno. 

A Trento: DeQembrin, la neve se taca comeM razin. 

Begembre e zenaro, la vien su a onze e la va zo a 
megiaro. 

Così i barcaroli veneziani del flusso e riflusso della marea in 
Laguna. 



230 METEOROLOGIA 

■ 

Levare e tramontare del Sole 

Alba rossa, o vento o giozza {goccia). — Rosso de 
mattina, la piova xe vicina. 

A Belluno: Nuvole al matin rosse, vento o jozze. 
Nuvole rosse la mattina, la sera piovisina. 
Rosso de matlna, ìmbrata la marina. 

Rosso de sera, bon tempo se spera ; rosso de ma- 
tina, o vento o piovesina. 

A Bell.: Nuvole rosse la sera, la matina bela stela {stella). 

Bianco de matina, bon tempo se incamina. 

Quando all'oriente vi sono leggere nuvole bianche. Così questo: 
El ciel pecorin, promete un bel matin. — In Ampezzo: 
Rosso da de sera, la doman 1* è bona Qiera ; 

Rosso de diman, da sera Tè pantan. — Ovvero: 
Neole rosse la sera, ecc. e Neole rosse da diman, ecc. 

Quand che il nùl [nuvolo) al va a sorelijevàt, mole 
il bo e va pai prat ; quand che il nùl al va a soreli 
a mont, ciape il bo e va a disconz. •• 

Oo '1 nuvolo va a sol leva, ciapa la vaca e va al 
marca. 

Trev. A sol leva, incontro al sole che sorge, o verso V oriente. 

Tramonto de naranza, de bon tempo gh' è speranza. 
Co '1 sol se volta indrìo, xe belo el zorno adrìo. 

Invece: Se piove quando '1 sol se volta indrè, aqua fin ai pie. 
— Si dice che il sole si volta indietro quando, appena tramontato, le 
nuvole illuminate continuano a rischiarare Tarla come se il giorno 
tornasse. 

Quando '1 sol va zo rabioso, el zorno drìo no V è 
piovoso. 

Rabioso, rubicondo. 

Se '1 sol va a monte a §iel seren, el bon tempo se 
mantien. 

Quando '1 sol va in saco de zioba, avanti la domene- 
ga vento o piova. 

Ovvero: Quando '1 sol insaca Giove, no è domenega che piove. — 
Cioè quando nel Giovedì tramonta coperto di nubi ; e vuol dire che 
non passan tre giorni che non piova. — E dell'aspetto velato del sole, 
un po' languido, pei vapori diffusi neli* arja, si dice a Pellestrina : 

Sole bianco, siroco in campo. 



• 



METEOROLOGIA 231 

Quando '1 sol la nebia el lassa, la nebia lassa ^1 soK 

Se la nebbia viene al tramontare del sole, si dilegua il mattino dopo. 

No gh' è sabo de Maria, che sol no ghe ne sia. 

Luna 

Luna nova, tre dì a la prova [o tre di de prova). 
A la luna setembrina, sete lune se ghe inchina. 

Cioè la luna del settembre ha somiglianti a sé le seguenti. A Bel- 
luno: sete lune ghe indoyina {predice). 

Lune di brume [decemì).), mieze bagnade e mieze 
sute. *• 

Luna in pie {pie), marinar senta, luna sentada, ma- 
rinar in pie. 

Quando la luna g' ha '1 culo in mògia, piove vògia 
no vògia. 

Al far, ih mar ; al tondo, in porto, agio che la quin- 
tadecima no te fazza torto. 

Così nelle X Tavole. Sono tutti proverbi della gente di mare ; la 
quale teme che al plenilunio, al 15™° giorno, non faccia burrasca. 

La luna scoa via le nuvole. 

Anche i Francesi : La lune mange les tiuoges. 

Qercio viQin, piova lontana ; gercio lontan, piova 
vigina. 

Deir alone che fauuo i vapori intorno alla luna. Più decisamente : 
Quando la luna g* ha '1 perciò, voi piover. 

Lune pelose, zornade plojose. {Udin.) 

Ooba a ponente, luna crescente ; goba a levante, luna 
calante. 

Co la vien prima dei dieso, no la xe de quel mese. 

Sete, oto e nove, 1' aqua no se move ; venti, vintiun 
e vintidò, V aqua no va né in su né in zo (giù). 

Prov. eh' ebbe origine dair osservazione fatta da' nostri antichi 
marinai, che i flussi e riflussi sono massimi ne' plenilunii, e novilunii, 
e minimi nelle quadrature, cioè nella maggior distanza della luna dal 
sole, come appunto avviene nei detti sei giorni lunari. — Questo prov. 
fu notato anche dal Galileo. Vedi lettera del 30 gennaio 1627, a Fra 
Fulgenzio Micanzio. Ediz. fiorent. 1845, tomo 7. pag. 145. 



232 METEOROLOGIA 

La eclissi, sia del sol, sia de la luna, fredo le porta 
e mai bona fortuna. 

Quel che te semeni a luna piena, no te dà gnanca 
da gena. 

Pregiudizio beir e buono, come il seguente di Belluno : 

Sul calar de la luna, no se ha da semenar cosa 
gnessuna. 

A Feltre invece: 

Chi varda la luna, no ghe n'fa gnanca una. 

E: Chi varda la luna, la luna no varda lori (loro). 

Ovvero : Chi varda la luna, gnente suna {raccoglie). 

Vedi Agricoltura: Erbaggi^ prali\ e il secondo prov. pag. 38. 

La luna fa lustro [lume] ai ladri. 

Nebbia y nubi, nembi, iride 

Tre calighi, fa 'na piova ; tre piove, 'na brentana 
[o montana) ; e tre festini 'na p 

Caligo, caligine, nebbia. A Trieste: Tre calighi fa una piova, do fa 
una bora. — Bora, borea, vento di tramontana. 
A Udine : Tre furoatis fasin une ploe. 

Tre nuvoli fa bon tempo e tre brose {brine) rompe 
'1 tempo. 

Nebia bassa [o Tre di de nuvola bassa), bon tempo lassa. 

Ed anche: El caligo purgai tempo. 

In Friuli: Fumate la sere, bon timp si spere; fumate la doman, la 
sere rò pantan. 

Nebia ciara {rada, non fitta), tira '1 caro via da Tara. 

In zorno de nebia, vàrdete da sol. 

Nuvole verdoline e negrete, tempesta e saete. 

^ielo rosso, o vento o giozzo. — Aria rossa, o la 
pissa la supia. — Nuvole rosse, o vent o giozze. 

Fissa, piscia, piove; supia, soffia, fa vento. 

Co le nuvole xe fate a lana, se no piove anco piove 
sta setimana. 

L' imaglne della lana è antichissima. Virg. : Tenuia nec lanae Per 
coelum veliera ferri, 

A Belluno: Quando M Qiel Tè tira a lana, ecc. Tira, quasi dipinto, 
4> messo a lana. 

2Scir A. Ven. : Co '1 (jlelo fa lana, se no piove, ingana. 



METEOROLOGIA 233 

Oo le nuvole fa scafete, piova le te impromete. 

Ed anche : Neole {nuvole) a scaleta, pioya te imprometa. 
Del Trevisano, e corrispondono a questo : Quando M ciel xe a falde 
de lana, Taqua xe poco lontana. Scafela a Venezia è una nicchia da 
riporti qualcosa, ed è consimile il significato di scafete (che Tale anche : 
smorfie, boccacce) nel proverbio. — A Pellestrina: 
Quando M cielo fa grespin, o bora o borin. 
In Friuli: Nùl a s-cialins, ploe a slavinz; 
Mùl a balcons, ploe a bleons. 

Cielo pecorelo, o piova o venteselo. 

Quando vi sono quei nuYOIetti bianchi che danno figura d* un 
branco di pecore. 

S-ciaranzane de siroco, no rinfresca e dura poco. 

Prov. estivo. S-eiaranzane, quei vani fra* nuvoli nei giorni sciroccali. 

De islà varda '1 fonte, de inverno '1 monte. 

onestate giudica del tempo guardando il mare, la gran fontana del 
mondo; dMnverno la montagna, che, se è netta, senza nubi, ti assicura 
il bel tempo. 

Quando '1 tempo xe in stela, ogni nuvolo porta seren. 

Da Santa Caterina, varda la marina. 

Nuvole de montagna [nord), no bagna la campagna. 

Questi e i seguenti proverbi sono delle Provincie di Venezia, Padova, 
Rovigo e Vicenza. 

Nuvole da ponente, no se leva per gnente. 

E : Co lampa {lampeggia) in ponente, no lampa per gnente. 

Co lampa in tramontana, xe segno de caldana. 

Co lampa in levante, alegri tartanante. 
Tartanante, marinaio di tartana, barca peschereccia. 

El mantovan (Sud-Ovest) bagna *1 gaban. 

L'aqua mantoana, la bagna ogni campagna. 

V acqua, il temporale che oscuri V aria con la pioggia dalla parte 
di Mantova. Questo è pur veronese. 

Quando '1 tempo vien de sora {dal Nord), to' la zapa 
e va a laora ; quando '1 tempo vien de soto {da 
Sud), to' la secia e meti soto. 

Metti la secchia sotto la grondaia perchè piove. — Con altre parole : 
Co *1 vien dal mar a la tera, ciapa la porta e sera ; 
Co *1 vien da la tera al mar, lassilo pur andar. — Ovvero : 

Quando '1 tempo xe a le basse {Sud-Est), tol su le strazze: 
Quando 1' è a la montagna, tol su la zapa e va in 
campagna. 

Quando il temporale ò a Sud-Est^ togli il tuo gabbano, ovvero I 
panni messi ad asciugare. 



234 UETEOROLOOIA > 

Co le nuvole va al mare [Est), to' su i bo e va arrare; 
Co le nuvole va al monte {Nord), to' su i bo e va 
a la corte. 

Quando si veggono le nuvole andar verso il mare, si dice volgar- 
mente che vanno per acqua. ~ Vedi i prov. sulla Pioggia e sui Yentiy. 
coi quali questi concordano appieno. 

Siroco ride e la montagna è scura, no te fidar che 
no la xe sicura. 

Se è sereno a Sud-Est e scuro al I^ord, non fidarti che non. piova. 

Co s-ciara la montagna, magna bevi e va in montagna; 
Co s-ciara la marina, magna e bevi e va in cusina. 

0: Montagna ciara e marina scura, mètete in viagio e no aver 
paura. — A Venezia: 

Levante {o Siroco) ciaro e tramontana scura, bùtite 
in mare e non aver paura. 

I contadini quando battono 11 frumento : Meti in ara {su V aja) e no 
aver paura. — A Pellestrina: 

Quando le nuvole passa in mare, bon tempo voi fare. 

Quando le nuvole, va in montagna, co le torna in- 
drio le ne bagna. 

Quando '1 tempo vien dal ferarese, el bagna ogni 
paese. 

Se tra '1 primo ton in l' ostro [Sud) slarga 1' ara e 
stronzi r orto ; quando '1 ton tra da garbin (S. 0.) 
ghe xe pan e gbe xe vin. 

Quando M primo ton vien da Ferara (sud), strenzi Torto e slarga Tara; 
Quando '1 ton vien da Bassan {nord)^ to* su '1 Qcsto e va per pan ; 
Quando M ton vien da siroco {sud-est) to M baston e va toco, 
Va air elemosina perchè V annata sarà cattiva. •— A Belluno : 
El primo ton contro sera, meti su la calgiera {caldaia) ; 
El primo ton contro matina ; ciò su *1 cargner e va a farina. 
Cargner, sacchetto. A Treviso: 
Quando M primo ton vien da furlan to* '1 sacheto e va a pan. 
Quando tona verso sera, meti sora la caldlera ; 

Se tona verso matina, va in Qerca de farina. {Trep.) 
Se la nèola busna a matina, ciò su M sac e va a farina; 
Se la busna a sera, polenta pien caliera. {A. Trev.) 
Nèola^ nuvola, temporale; busna, romoreggia, buccina. — In VaN 
sugana : 
" Se toneza verso sera, to' zo '1 parolo e meti su la caldiera; 
Se toneza verso matina, to' zo U parolo e meti su la ramina. 



insTVOttoLoeiiA ^ 

El temperai de matina, xe per laoampttpft ^mì HiìH^ 

Perchè U sole, waldundo poi lA terra bftgttal«i ìé tt*fe}^w^ W i^fiHt^ 
ealdo che nuoce forte air erbe e alle piante* 

Se toneza senza piover, ti dal campo tìo te ^^^^^^j 
Se '1 piove e pò toneza, scampa via da la vane/.». 

DI Trento e della Valsugana, ote si dice pure I 
Sen toneia verso sera, clapa'l naeo e va a Bemetta^ 
Se 'l toneia verso matltia, clapa M saco e va a farina. 

Co da sera ven el nlvol Ite de Padon, 
Il dì davo [dopo) se po' stè 'nte cason. 

Pgtfoa, montagna della Val di Fassa, a 8. 0. di LlvlttttUottRO, 

Co ven el nivol ite per Col de Lana, la ploja no è 
lontana. ^ ^ 

Il famoso Col di Una, a N, N, E. di Uvlnallongo, dalla cut cima 
si gode il miglior panorama del monti dolomllld. È tnlto coperlo di 
erba, e da Livinallongo, o da Andrai, lo si sate in dtté ore. 

Oan che l' è ì giaco [gatti) su *n Boè, no fesc bon temp- 

Quando sul Boè vi sono d«W« nuvotóUe, CUtxx « f^tc, si prott. come 
se finissero con e muta. 

Se le nuvole le va a Trent, to 'n panet e tàchelo a 

'n dent : , . . .\ 

Se le va a Verona, to la zopa e va a zapona. [Ala] 

Se al nùol passa '1 graòn e va In Forada, la ploa è 

^^^dLsI a S Vito guardando la forcella rorada In fianco al Pélmo, 
pericolosa pel'ventl e le valanghe, tanto che si dlcei rorada, rorada, 
chi no ha d^andar, no vada. - Grfld», ghlalalo, frana di ghiaia. 

Co '1 monte Venda fa pan, se no piove anco, piove 

venda II più allo del colli Euganei. C»'i fa P»n, (\ììmAo fe eopeH« 
nella cima da nubi che sembrano uscir fuori come da un forno. 

Quando '1 Suman g' ha '1 capelo, se piove anco (lo- 
man fa belo. . 

Il Summano, monte a Word di Vlcen/.a, stì «|tìel/dl Schio; famoso 
per l suol fiori e per le erbe ch« lo «fnman lano tatto. 

Quando '1 Tomàdego g' ha'l capelo, tempo belo; co *! 
cr' ha la ^ntura, piova sicura- ^ , ^ ,, 

pfov. dcir A, Trevisano, nmdggo al Nord; e a S-0 di Peltre. - 

^ JteTptova gii«n dal Tomàdego, V è sicar a nèntn rU^go (faih). 
t: Con Tomàdego se mete 'I capei e la FeUrlna la o^ntira, piova 

iieiini* 



236 MBTEOROLOQIA 

€o la Zuita {Civetta) ha '1 capei, mete zo la falze e 
ioli su '1 restel. [Alleghe) 

Lo stesso si dice di tutte le montagne, ed è inutile il ripetere tanti 
proTerbi. 

Quando la Serva ha '1 capei, piova a revel [o piova 
ìu Campedel, o va a casa a ciorte '1 mantel). 

Serva, monte al Nord di Belluno. A revel, a V improTTifo. Campedei, 
piazza maggiore di Belluno. 

San Boldo scur, piove segur. 

S. Balio, valle al sud di Belluno : ove si dice pure : Quando la 
Brenta {Ovest) V 6 scura, piova sicura. E : Nuvole a la vai, piova senza 
fai. ^ Co *1 Piave busna iìrìiccina), al temp se rompe. 

Co Garda ha'l capei, la piova è sicura a Mei. 

Garda, monte della catena delle prealpi neir A. Trev. a Sud di 
Belluno. 

Co tona 'nte la vai de Ganzoi, tempesta a noi. 

AgordlQO, di Sosplrolo. Ove è questo: 
La piova de Belun, no bagna nessun. 

Se brontola santa Romina, la tempesta xe vesina. 

Santa Romina, antico santuario al Nord di Primiero, che fu distrutto 
da un fulmine. 

Quando '1 tempo ruèla, la xe tempesta. 

Veronese, huela o ruza, quando fa rumore a guisa di ruote sulla 
via. — A. Trev. : Quand che la nèola busna, gen tempesta. — A Feltro : 

Se la brentana int' un s-ciant la cala, tegnìve a ment 
che al temp catif no sbaia. 

Megio piova o vento, che no cativo tempo {burrasca). 

Per el seco {siccità) xe bona anca la tempesta. 

Tempesta {grandine) no fa carestia. 

La tempeste no puarte miserie. {Viin.) 

Se no se s-ciara a terza, zornada persa. 

A terza, o '1 tempo se drezza, o '1 se roversa. 

Co se s-ciara da mezzogiorno, xe belo tuto '1 zorno. 

Il timp eh' a si fas di gnot, noi dure trop ; 
E che eh' a si fas di misdi, al dure dut il di. 

Seren fato de note, dura da trasto a pope. 

Travio, asse a traverso le gondole per sedervi sopra. È un sereno 
che non dura, come affermano 1 seguenti: 

Seren fato de note e bela dona, no dura. 



METEOROLOGIA 237 

Seren de note vai quanto un aseno che trote. 
Seren fato de note, aseno che trote, vecia che cora no dura 
un* ora. — Ovvero : Bon tempo de note, *na vecia che trote, 
*na mussa che core, no dura doi ore. 
Seren de note, nuvolon de istà e amor de dona, le xe tre cose 

che cogiona. 
Seren di gnot, consci {consiglio) di feminis. ** 
KeirA.Ven.: Seren che vien de not, 
Cavai che va de trot, 
E vecio inamorà, 
Tre cose che no sta. 

^Arco balen conduse '1 seren. 

Can che bonora l'è l'arco boan, pioe ancuoi e doman.* 

♦ Arco geleste de matina, el mal tempo se avigina ; 
V Arco geleste de sera, el bon tempo se spera. 

A Vicenza pure: 

Areus Domini la sera, a la matina bela Qiera ; 
Arem Domini la matina, a la sera paciarina {piaccichiccio). 
V are di S. Marc la sere, bon timp si spere ; V are di S. Marc 
ia doman, no vien sere eh* a noi sie pantan. ** 

Co te vedi l' arco da mare {al sud-est) to' i bo e va 
arare. 

Arco in mare, bon tempo ha da fare; 
Arco in tera, piova e nevera. 

Quando l'arco Qeleste tra al rossin, poco fermento 
e molto vin; 
Se '1 tra al verde e al zalin, assà ogio e poco vin. 

Neve 

Tris zilugnis (jbrine) e pò la nev. " 
Molte nosèle {nocciuole), molta neve. 

Trope fae {foglie di faggio), tropo nev. ** 

Quando la canavèra fa '1 penàcio, molta neve e mol- 
to giazzo. 

Canavèra, canna {Arundo donax. Linif.) Il Davanzali, nella Coltiv. 
Tose: Quando tu vedi molte canne di ottobre con la pannocchia corta, 
aspetta vernata lunga e freddissima. 

Quando nèvega su la fogia, l'è un inverno che fa vògia. 

Se nevica per tempo, ai primi di Novembre (come nel 1876), quando 
gli alberi hanno ancora le loro foglie, V inverno è mite. Un altro : la 
se cava {o para) la vògia. Cioè si cava la voglia di venire ancora. 



238 METEOROLOGIA. 

Quand che la prime nev ven al pian, pocie nev ia 
chel an. " 

Dai Santi, la se fa avanti; dai Morti, la va sui forti; 
da s. Martin, la monta sul cavalin. 

A S. Vito di Gad. : Dai Sante, la se fas in avante ; da s. Martin, 
la se fas da vi^in; da s. Andrea, no se se fas meravèa; da Nadal, no 
la fa fai. ^ In Friuli : La nev prime di Nadal, a j* è date di regal. 

La nev denant Nadal, a dure come l' azal [acciaiò).** 

Da san Nicolò [6 dee), vegnerò se podarò; da santa 
Luzìa (13), me meto in via; da Nadal, no fazzo fai. 

Così parla a Belluno la nov. Ed anche: Da s. Tornio, te zuro par- 
bio, che da Nadal no farò fai. 

La neve degembrina, disisète volte la se rafina. 

Veronese. La si rifa, o torna, molte altre volte. A Padova e Venezia.- 
La neve dcQembrlna, per tre mesi la confina. 

La neve febrarola, la dura'na cagarola* 

La neve marzolina, dura da la sera a la matina. 

E corre anche cosi: Tanto durasse la mala vicina, quanto dura la 
neve marzolina. — A Cortina d'Ampezzo: 

Par ra campagna el gneve d' aprile 1' è come la 
grassa de fèda. 

Go la neve vien de mai [maggio), ogni mes la cai 
[cade). 

Di Feltre e Belluno. Vedi il terzo prov. a pag. 210. 

Quando che'l bosco cien [tiene) la neve, aspeteve 
ancora neve. 

Di Primiero. Quando nel bosco la neve perdura è indizio di gran 
freddo e di altra neve. 

La nef l'è'na vaca che no va a manderà. • 

Di Agordo. La non manca di venire ogni anno. Manderà è quella 
vacca che udranno non dà parto. 

Co '1 nef rè in tera, '1 fret Tè pera. 

DeirA. Trev. Nef^ masch. neve. Peray insieme; cioè v^ene con essa 
il freddo. Nelle Provincie di Udine e di Treviso, una che dica di essere 
stata con un'altra, dice: peralina^ in compagnia sua; far la pera ad 
uno, vuol dire : seguirlo, spiandolo. — Peraroto è il nome di molti paesi 
posti dove confluiscono due fiumi, o torrenti. 

Nel Cadore: Gan eh' al nieve Tè per tern, al friedo Tèa pede [apud, 
vicino). 

Per 'na settimana, la neve xe mare; per de più, la 
xe maregna; e dopo la de venta tègna [tigna). 



METEOROLOGIA 239 

Quando '1 sol la neve indora, neve, neve e neve ancora. 

11 sereno dopo la neve è segno di freddo persistente. I^ir A. Trev. : 
Co M sol la toca, gben vien un' altra zopa {mucchio). 

Gran novera, gran granerà. 

Soto la neve, sta la farina. 
La neve ingrassa la campagna. 
Neve in terra, fa bel fromento. 
Ano de neve, ano de fède (pecore). * 
Sot ploe, fan (fame) \ sot nef, pan. •* 

La neve no lassa mai giazzo drìo. 

Vin e pan e legna, e lassa che lavegna; 
Vin e pan e zoca {ceppo) e lassa che la fioca. 

Bisogna provvedersi del necessario per T inverno. 

Neve cascante, scola vacante. 

Pioggia 

Ploia da T inviern, la porta l'infìern; nei {neve) da, 
V iste, la rua de rovine. L. 

Rua, finisce. Sulle montagne nevica anche d' estate, danneggian- 
do con r abbassamento della temperatura i prodotti delle valli sot- 
tostanti. 

Piova de rosada {mattutina) ha curta durada. 

Così nel Cadore. E a Feltre : Piova duna {digiuna)^ poco dura. 
Nel Padovano e Vicentino invece : 

Co piove su la rosa {rugiada), tuto '1 zorno se ghe n' ha. 

Ploe di misdi, ploe dut il dì. ** 

Piova de istà, bagna solo 'na centra {contrada). 

È parziale e passeggiera. 

Piova de istà^ beati chi ghe n'ha. 

Val plui une ploe t' a so stagion, che un tesaur 
busaron. " 

Brentana de cavin presto se suga. 

Cttvin^ solco, sentieruolo pei campi. Trevisano. 

Co una brentana sola no se impenisse 'na fossa. 

La piovisina ingana '1 vilan, par che no piova e la 
passaci gaban. 

La ploe quiete, tra vane {trapana) la ciere {terra). 



240 METEOROLOGIA 

Sol e piova no dura un' ora. 

Piova e sol, durar no poi {o'ì diavolo fa a l'amor)» 

E: Piova e vento, el diavolo va in convento. 
Quand eh* al pluv e T è soreli, si pètinin lis striis. 
Piova e sol, tempo mato. — E nelle X Tav.: Le strighe va amarlo. 
« Dir si sole quando el piove e fa sol. » 

Co '1 pluof zenza nìol, el malan tira un sciol. L. 

II diavolo fischia, perchè gode del male altrui. E: 
Qo M pluof de ciaut {ealdo)y *1 malan tira 'n saut. 

La piova de setentrion, no bagna '1 giacheton. 

Bisogna che venga dal mare (Esl-Sud) perchè sia di quella buona. 

Così a S. Vito di Cadore si dice : 

La pioa d* Ampezzo sta int' un lagiezze {lavexxo), 

E in Ampezzo, a Cortina: 

Ra piova de Larieto (ai Nord) ra no vai un peto; chera de Ambri- 
zora (SE) fes scampa ra femenes da r' ora {dal lavoro). 

A Vittorio, nel riparto di Geneda: 

La piova de Cansei {Cansiglie) no bagna 1 zei. 

Il bosco Cansiglio è a IH. E. di Ceneda. I zei, i cigli erbosi delle strade. 

E nel riparto di Serravalle : 

La piova de Canal riva fin a Saraval. 
La piova de Forcai no ariva a Saraval. 

Si esaurisce dentro la vallata che sta dietro Serravalle, al Nord. 
— Tutti questi proverbi confermano quelli riguardanti la direzione dei 
nembi e delle nuvole, e tutti sono confermati dalla esperienza e dalla 
osservazione quotidiana, massime di questi giorni (Agosto 1881), durante 
il luogo e funestissimo asciuttore che bruciò ogni cosa. 

Presagi degli animali 

Co '1 gaio canta in cortivo, se '1 tempo è bon, '1 se 
fa cativo ; 
Co '1 gaio canta a mason, se l' è cativo el se fa bon. 

Veronese. Cortivo, corte ; mason, in casa o nel pollaio. 

Se '1 gial cocodèa, bete {metti) '1 s-ciop su 'na spala 
e vàtin a ciasa. * 

Quando el gaio canta zo de ora, doman no xe più '1 
tempo de sta ora. 

Di Adria. A Belluno ; Co '1 gal canta fora de ora, gnen {vieti) 
piova. Proverbi comuni a tutta T Italia. 

Anche : Co M gaio canta fora de ora el tempo va in malora. 

Co canta i gali novei, me lavo i pani miei. 

In magi^io si fa il bucato, che in campagna suol farsi ogni tre o 
quattro mesi. 



METEOROLOGIA 241 

Quando i galeti se beca, el tempo se cambia. 

Can che le pite cianta gialèc, ven presto la ploja. L. 

Quando le galline cantan da gallo. 

Quando la pite se spulina {spollinano) la piova se 
avÌQina. 

Quand eh' ha dante la dòrdule {tordo magg.) vint 
sigur. •• 

Can che '1 riscluc cianta prò le cese, pa prest '1 
tempieja. L, 

Quando lo scricchiolo canta vicino alle case, presto fa cattivo 
tempo. 

Can che ven i codaross, '1 fesc la brisa {orina). L. 

Co '1 merle cianta fora de saxon, no è bon segn. 

{A. Ven.) 

Quando la ràcola canta, piova tanta. 

E : Co canta la rana, piova e brentana. 

Quando le rane canta, *1 tempo se cambia. 
Co canta '1 rospo, el tempo se fa fosco. 
Quand che la rane ciante, ploe sigùre. ** 

Quando nel fosso salta la scàrdola, piova. 

Scardova (ciprinus scardula, Nardo): 1 pesci, dicono i pescatori, 
guizzando a fior d' acqua indicano vicina la pioggia. 

Quando se vede passar i delfini, voi piòvar. 
Molton in barufa e gai {galli) in zufa, tempo cativo. 
Co '1 gate passa la recia, segno de piova. 

In Agordo •, Quando el gat passa le rècie, la piova vien a sècie. 
In Cadore : Can che '1 gal se lava la reie, da.l' indoman piova a seie. 

Co le formigole va in progission, de piova xe segno bon. 

11 gran desiderio di pioggia neir estate fa immaginare siffatti pro- 
nostici. L' uomo ha bisogno di credere a qualche cosa, magari alia 
zampa del gatto che sorpassa V orecchio ; ai ragni, alle mosche, ecc. 

Se '1 cuce canta a frasca nuda, stagion cruda ; 
Se '1 canta a frasca vestia, stagion compia. 

Così nei Sette Comuni. A Trento: Se cantaci cuco a selva nuda, 
primavera molto cruda. — Vedi Animali, pag. 61. 

Quando i ragni, distende la lissia, bon tempo. 

Quando tendono le loro ragnatele, come se distendessero il bucato. 

Co ìnsolenta le mosche, le zornade se fa fosche. 

Gr. Pasqualigo 1& 



242 METEOBOLOOIA 

Co i verm ross vien sora tera, piove per quel di 
tanto che tera. 

Di Agordo. 

Co le grue passa, o vento o aqua. 

Co le zoète {civette) canta al matin, piova da vigin. 

Co '1 pigozzo per aria '1 cria, la borasca ne vien via. 

Ovvero : Quando '1 pigozzo spigozza, o vento o giozza. 

Co'l cuch se abassa dai monti, piova vicina. 

Dell* alto Trevisano, come, questi due : 

Quando se vede '1 mazoran, se la piova no vien anco, 
la vien doman. 

Mazoran, uccello acquatico. 

Co r aloch canta, el tempo se romp. 

Quando el tempo se muda, le bestie stranuda. (X Tav.) 

Co i aseni stranùa, el tempo se mua; 
Co i aseni ascolta, el tempo se volta. 

Stranti. starnutano ; se mua, si muta ; ascolta, tendon le orecchie. 
— A Feltre : 

Co i bo se buta a tramontana, presto vien la montana. 
Co la vaca tien su '1 muso, tempo bruto salta suso. 

La vaccherella a quella falda piana 
Gode di respirar de V aria nova. 
Le nari allarga in alto, e sì le giova 
Aspettar V acqua che non par lontana. (Menzini) 
A Feltre : Co le vacche alza el cau, el temp se rompe. 

Venti 

Aria de matina, el tempo se inverina {incrudisce). 
No gh'è fred, se '1 vento no ghe n'met. {Trento). 
Co xe vento, xe frodo d'ogni tempo. 

E: Predo no fa, se vento tra. • Il quale vuole anche dire che se 
non fa vento dalla montagna, specialmente al finire d* autunno, con- 
tinua prevalere lo scirocco. Cosi si dice : 

i Montagna nota, siroco a peta. 

5. Domina lo scirocco finché non si vede la montegna coperta di neve. 

\ È di Pellestrina, come i due seguenti: 

\ Siroco de matina, sporca la marina. 



METEOROLOGIA 243 

Maistrale duro, siroco in culo. 

El vento de levantera, al pi el dura tre di e '1 lassa 
'1 tempo che l'era. 

Bora, tre di dura; se la va de trote, la dura più de oto. 

Così nelle X. Tavole. Bora, borea, vento di tramontana; che dura 
variamente. 

Quando bora se move, o uno, o tre, o Qinque, o nove. 

La bora, come la trova la lassa. 

Gran vento, gran piova o gran bon tempo. 

Drio el vento, tre di no dura'l tempo. 

Garbin, garbin bardassa, quel che '\ trova el lassa. 

Siroc e tramontana, a men vin e pan ; buere e gar- 
bin a ciolin [tolgono) pan e vin. ** 

il fnen, menano, portano. 

Se ti voi veder el tempo fin, a la sera siroco e la 
matìna garbin. 

Vento potente, fote la corente. 

Gol vento gagliardo le barche a vela vincono la corrente contraria. 

Yent de san Martin, nuvole al confln. 

Di Primiero. San Martin, giogo alpino : il vento che spira da quella 
parte spazza via le nuvole. Del vento dalla Garnia: 

Vento Carniel, legno iute '1 fornel. 
La scotanela fa bagnar la gonela. 

Scotanela, dicono allo scirocco afoso. È Feltrino, come questo : 

Le scotanele de ìstà, brusa anca i prà. 
Co la Piave busna, al tempo se rompe. 

Di Feltre pure : quando il vento porta colà il remore deir acqua 
di quel fiume. 

Co '1 fun {fumo) va a Cividal {Est)j piova senza fai. 

Deir Alto Trevisano, come questo : 

Qua ndo '1 fumo va a sol leva, to' su '1 manzo e va 
al marca ; 
Quando '1 fumo va a marina, to' su '1 saco e va a 
farina. 

I contadini la sera che precede T Epifania accendono dei fuochi, 
che nel Vicentino si dicono bngèi, e neir Alto Veneto casére, sulle cime 
dei colli, ed osservano da qual parte spira il vento, pronosticando di 
tutta r annata seguente. A Feltre e Belluno : 



244 MBTEOBOLOGIA 

Se le falìsche [faville) va a matina, ciò' su 'I sac e 
va a farina ; se le falìsche va a sera, meti su la 
calgiera {o polenta pien caldìera). 

El fun va a revel, ei tira al pi bel ; 
El fun va galivo, el tira al pi cativo. * 

A revel, ia balìa del vento forte ; galivo, gualiro, quieto. 

Aria de sera, bon tempo se spera. 

Co cazza da tramontana el tempo fa bel. 

Se sluse ben e flàraega le stele, vento farà, ma se- 
renade bele. 

Stele fisse, cìama [chiainanó) piova. 

Quando Tarla è senza moto e non appare il tremolio delle stelle. 
Avviene nelle notti afose d* estate. 

Vento da garbin, [sud-ovest) to' su '1 saco e va al raolin ; 
Vento da furlan [nord) to' su '1 saco e va a pan. 

El vento no è bon se no da menar nave e galie. 
[X Tav.) 

E qu), per conclusione di tutti i mille proverbi di questo capitolo; 

El tempo e i sieri [signori) fa sempre quel che i 
voi lori. 

Il tempo fa a modo suo, senza badare neppure ai proverbi, che 
non devono esser presi per norme assolute. Nella Val Badia : 

El temp, le èie e i siore, 1 fesc ci che i voi lore. — E in tutto il 
Veneto : 

Al tempo e a le femene dei altri no se poi comandar. — E a S. 
Vito di Cadore : AI tempo e la femenes dei autre, fan chel che i vuol . 

Miserie della Yita, condizioni dell' amanita 

A sto mondo xe più '1 mal, che '1 ben. 

« E: A sto mondo, o adatarse, o Irabiarse o desperarse. 

Per un di de alegria, qenio de malinconia. 
Le alegrie de sto mondo le dura poco. 

E : A un bel goder, un bel patir. 

Ancuo in canto, doman in pianto. 
^ Le rose casca e i spini resta. 

Dapertuto ghe xe i so spini. 
L' omo xe nato per penar. 



MISERIE DELLA VITA, CONDIZIONI ECC. 245 

^ Chi xe contenti, mor presto. 

•• E : Co se sta ben, se more. — In Friuli : 

La ciase dai contens j' è lade ju p' a V aghe, {o no è 
stade mai cuvierte). 

Fata la càpia, morto V auzel. 

Di s. Vito Cad. — In Valsug. : Fata la cabla, V oselo more. 
Anche in Toscana : Nido fatto, gazzera morta. 

^Dio no voi nissun de contento. 

De contento al Signor non ne guò. (S. Vito Cad.) 

Cavei e guaì, no manca mai. 

Gatei e travai no mancia mai. * 
9 E una Tolla: Disgrazie, spie e guai, no manca mai. 
Sofocle nel Filotteie: 

Misero umano gregge, 
A cui troppo è sortita 
Trista di guai la vita I 

A chi no g' ha da far, Dio ghe ne manda. 
Fei, fei; ogni an vien col so da fei. * 

OTYero : Pan e malan, ghe gen ogni an. * — e 
Ogni bon an, P ha '1 so da fei {da fare). 

Ancuo a mi, doman a ti. 

Chi no xe in forno, xe su la pala. 

Chi g' ha '1 gesso (gozzo) e chi g' ha la goba. 

A Trento soggiungono: e chi no g' ha né goba né gos, g*ha el 
diaol ados. 

A barca sfondada [o rota) no ghe voi sèssola. 

1 mezzi, gli aiuti ordinarli non giovano ad un affare o ad un uomo 
già rovinato. 

Omo in rovina, la puìna [ricotta) ghe scavezza i denti. 

Le coso facilissime gli diventan difficili. 

Co se xe in malora, ogni carta fa bàzzega [bazzica). 

La fortuna arride quando non e' è più tempo. 

Fin che un g' ha denti in boca, no se sa quel che 
ghe toca. 

Fin a la morte, no se sa la sorte. 

Sofocle comincia così le Trachinie : 

Sentenza antica in fra le genti è quella, 

Che non sai d' alcun uomo, anzi eh* ei muoia, 

Qual sia la vita, o venturosa o trista. 



246 mSBBlB DELLA YITA, CONDIZIONI ECC. 

Ed Otidio: . . . Scilicet ultima semper 

Expeetanda die* lumini est; dieique beatus 
Ante oHtum nemo^ supremaque funera debet. 

No se sa mai per chi se laòra. 
Se sa do' che se nasse, e no se sa do' che se mor. 
Le disgrazie g'ha le ale, la fortuna i pie de piombo. 
Le disgrazie le xe sempre parecià come le tele dei osti . 
Una disgrazia no vien mai sola. 

Ed anche: Le disgrazie xe come le sarièse {ciriege), drio una ghe 
ne Tien diese. 

Ovvero : Le disgrazie le xe infllà come le avemarie. 
In Friuli : Lis disgraziis yan come i fraris . 

Co le scemenza, no le lassa più star. 

Le disgrazie le se core drio. — Una le clama tute. 

Lis disgraziis son un trist companadi. ** 

E : Lis disgraziis no fasin bon bevi. — V. pag. 160. 

Miseria fa giudizio, giudizio fa roba, roba fa soldi, 
soldi fa borezzo [galloria) y borezzo fa miseria. 

È un proverbio che spiega 1* altro: Sto mondo xe una roda. — 
Neir Alto Trevisano : Poertà fa *nustria {industria)^ *nustria fa roba, 
roba fa superbia, superbia la magna. 

In Valsugana: Richezze fa vizi, vizi fa malora, malora fa giudizi , 
giudizi fa richezze. 

MACcmAVBLLi {Si. Fior. V. 1.): «La virtù partorisce quiete, la quiete 
ozio, Tozio disordine, il disordine rovina : e similmente dalla rovina 
nasce 1* ordine, dall'ordine virtù, da questa gloria e buona fortuna. — 
E G. B. Vico (Dignità 86): «Gli uomini prima sentono il necessario ; 
dipoi badano ali* «tcVtf ; appresso avvertiscono \\ comodo; più innanzi 
si dilettano del piacere ; quindi si dissolvono nel Insso ; e finalménte 
impazzano in istrapazzar le sostanze. » 

Chi g' ha piegore, g' ha pele; chi g' ha bò, g' ha corni. 
Tute le medàgie g' ha '1 so roverso. 

Anche : Ogni dritto g* ha *1 so roverso. 

In tute le cose'l diavolo ghe mete la eoa. 

E : Dove *1 diavolo no poi entrar, el ghe mete la eoa. 

Da la testa o da la eoa, tuti quanti g' ha la soa. 
Tuti g' ha le so erose. — Tuti gh' avemo le nostre. 

E : Tutti g* ha i so ciodi {chiodi). — Tute le buratine g' ha la so 
sémola. 

Ogni balanza g' ha *1 so peso. — Ogni nave fa aqua. 



MISERIE DELLA VITA, CONDIZIONI EOC. 247 

Chi no g'ha erose, g'ha un croson. 

Di Adria. 

A gran casa gran porta ; a gran porta, gran bativelo. 

Vicentino. Bativelo^ o batihelo, martello. In Cadore: 

Ogni porta ha i so battièi ogni casa 1 so dafèi. 

Il suo da fare. A Venezia : Ogni porta g' ha '1 so bataòr. 
A Belluno: Ogni casa g'ha '1 so batarel. — Nelle X Tavole; 

Ogni nave fa aqua, qual a mezo, qual a prua e qual 
in sentina. 

El sol no bate sempre su te so verze. 

0: L'aqaa no vien sempre al so molin. 

Tuti i mesi no tira trentaun. — Ogni dì no xe sol. 
A chi no mor in cuna ghe toca sempre qualcheduna. 
Dal destin no se poi scampar. 

Petraca : Così nel mondo 

Sua ventura ha ciascun dal dì che nasce. 

Come se vien se va. — Tutti i ossi torna a so lego. 
Ogni bel fior deventa fien. 

Dutis lis rosis van in fen. ** 

Da qua a gent' ani tanto valerà *1 lin, quanto la stopa. 

E : Al dì del Giudizio tanto vale il marchete che '1 ducato. 

De securo no ghe xe che la morte. 

(Vedi Felicità; Conforti ne' mali; Pazienza). 
Morte 

Vegna guai, ma la morte mai. — Tuto, for che la 
morte. 

Tacai {attacati) a un ciodo, ma vivi. 

E si dice : Tuti se lamenta, ma nessun voi crepar. ^ 
Nel Friuli : Picias su *nt* un claut, ma tÌvÌ. 

A morir gh' è sempre tempo. — Mogio viver che 
morir. 

Contro i suicidi ; che sono ora più frequenti che nel passato. 

Preson xe casa^ galera xe barca, berlina xe pèrgole : 
forca xe rovina de omo. 

Così i delinquenti, beffandosi d^ogni pena, fuorché della capitale. 
Ora posson bene impiparsi anche di questa, che è ridotta a lettera 



248 • MORTE 

morta nelle leggi Italiane. Certi criminalisti sostengono che, abolita la 
pena di morte, finiranno gli omicidi e i parricidi. Intanto, di questi 
1* Italia ne ha ora dieci volte più che r Inghilterra : ove, dopo 50 anni 
che qaalche deputato propone annualmente invano al Parlamento T abo- 
lizione, nel Marzo del 1878 quella proposta fu respinta con voti 263 
contro 64. — Le leggi, se sono cattive, si riformino ; ma non sieno 
ludibrio di coloro che farebbero dell* Italia il paese degli assassini e 
dei briganti. 

A tuto se trova rimedio, for che a la morte. 

I delinquenti politici sperano nella rivoluzione, che apra loro le 
porte del carcere, o deir ergastolo. 

Chi mor, el mondo lassa;' e chi vive, se la passa. 

E: Chi more, ne la fossa; e chi vive, se conforta. 

Chi vive, magna del pan; e chi mor, xe so dan. 

El morir xe V ultima buzera, che se fa. 

El pezo [peggio) xe per chi mor. 

Se mor per dar logo ai altri. 

Al gato morto, i sorzi ghe salta atorno. 

Usasi a dir anche degli eredi. 

I morti no camina. — I morti no parla. 

E : Fa del mal i vivi, no i morti. — Si usano anche contro i pau- 
rosi dei morti. 

In Adria pure: Chi va inte chel (quel) buso, no vien pi suso. 

I morti verze {aprono) i oci ai vivi. 

Come se vive, se more. — Chi ben vive ben more. 

E : Qualis vita, finis ita. — Chi fa bona vita, fa bona morte. 
Celebri sono quei versi di un poeta Arabo, tradotti in tutte le lin- 
gue, che un amico mi tradusse così : 

Piangevi, o figlio, nel natal tuo giorno, 
E tutti facean festa a te d' intorno ; 
Tal vivi, che al morir tu sia ridente, 
Piangendo intorno a te tutta la gente. 

Tuti va al molin col so saco. 

Gol suo sacco di buone o ree azioni. 

* 

El tempo passa e la morte vien, e grami quei che 
no g' ha fato del ben. 

A Verona : beati quei che g' ha fato del ben. 

La morte guarisse da ogni mal. — La morte giusta 
tuto. 

Ovvero: La morte giusta tutte le partie (partite del dare e avere). 
Ed anche: Co se xe morti, xe finìo tuto. 



MORTE 249 

Da nozza e da fossa, desmentìa ogni cossa. 

Da fosta, dopo morte. • 

Siè pie de tera ne gnaliva tuti. — Quatro iole co- 
verze tuti. 

A Venezia : «^ e pie, Gualiva, agguagliano. 

Da san Silvestro semo tuti compagni. 

Del Cadore. Alla fine deir anno e della vita. — Anche : 
San Silvestro gen per dute. 

A sto mondo rio ghe xe giustizia altro che ne la morte. 

Michele de Montaigne, che ha sulla morte alcuni capitoli degni 
della virtù sua, dice in un luogo : « È incerto dove ci aspetti la morte : 
aspettiamola dapertutto. La premeditazione della morte è premedita- 
zione di libertà: chi imparò a morire, disimparò a servire. Non ha 
mali la vita per chi ben comprese come non sia un male la privazion 
della vita: da ogni soggezione, da ogni angustia ci aflfranca il saper 
morire» (I. 19.) 

La morte no varda in fazza (o in boca) a nissun. 

Non guarda né a condizione né ad età. No varda in boca, tolto dal 
guardare i denti degli animali per saperne V età. Dicesi anche: La 
morte no la sparagna a nissun. 

La morte no g'ha lunario. 

Viene a tutte le ore. 

Si fas e si dis, e la muart tire pai pis (piedi). ** 

Campane e ore, qualchedun che more. 

Ohi no mor dal càncaro, more da la giandussa. 

Giandussa, ghianduccia, gavocciolo pestilenziale. Giandussa fu detta 
la peste che afflisse Venezia nel 1348 e 1360. Qui indica un male qua- 
lunque. 

Se scemenza morir quando se nasse. 

Se mor un poco a la volta. 

Ancuo in figura doman in sepoltura. 

De zoveni ghe ne mor qualchedun, de veci no ghe 
ne scampa un. 

El morir xe '1 pan dei veci. 

E : I zoveni i poi morir, i veci bisogna che i mora. 

In becaria va più vedèi {vitelli) che manzi. 

Ovvero: Al maQelo va più vcdei che bo* {bovi) — Ma i giovani ri- 
spondono: Ma i manzi va tuti. 

A S. Vito Gad: In becarìa Tè pi peles de agnel che de feda. 



250 MOBTE 

I veci porta la morte davanti e i zoveni dadrìo. 

• I giovani non pensano ad essa, come se non avessero a morir maL 

Quando xe la so ora, bisogna andar. 

La morte, uno a la volta, ne scoa via tuti. 

E: nessuno resta a -sto- mondo a far semenza. 

Un davos V antro si n' xon dute, e negun no torna 
pi 'n cà a me racontà. L. 

Davos, dietro; si n'' xon, se ne gimo, andiamo. 
Anche : Vien la so ora per tutt. 

Una volta par-omo toca a tuti. 

Va pur dove ti voi; ma da la morte scapar no ti poi.. 

Perciò è Inutile r uccidere per vendetta un offensore : 

Xe inutili do cose, mazzar i omeni e batter le nose- 

Bater, abbacchiare. In Cadore, a S. Vito : 

Mazza omen, bate cucies {itoci) e buciàMa niee, è tempo perso. — 
In guerra però : 

Omo morto guera flnìa. 

Ovvero : Omo morto no fa più guera. 

L' anima a Dio, el corpo a la tera e là roba a chi 
la va. 

E nelle X Tavole, con la nota: «dice il ribaldo,» è questo: EI' 
corpo a le grole e r anima a chi la vole. 

Beati quei che more a casa soa. 

Lo udii ripetere da una vecchierella che compiangeva uno che- 
8* era annegato. 

More i boni e resta i briconi. 

La perdita delie persone care fa che le ci p alano migliori di quelle- 
che restano. In questo senso il Petrarca diceva che la morte « fura 
prima i miglior e lascia star i rei. » 

Ogni morte voi la so scusa. 
} L' ultimo abito che i ne fa, 1' è senza scarsele. 

A Udine: L' ultim tabar Tè fat senze sachetis. 

Co se xe morti, san Michel pesa le anime, e i preti 
i candeloti. 

I funerai, i se fa per i preti, no per i morti. 

A le nozze e a la morte se conosse i amigi e i pa- 
renti. 

È anche nelle X Tavole. 



MOBTE 251 

Val più un mocolo davanti che un torzo da drio. 

Nato dair usanza che le torce dietro la bara sono portate dai do- 
mestici: dinanzi vanno gli amici del defunto che onorano il suo fune- 
rale. Il proY. Yuol anche dire che è meglio un bene presente, che un 
futuro, ecc. ; ovvero : le opere buone è meglio farle in vita che lasciarle 
fare agli eredi. In questo senso, nella Yalsugana : 
Bisogna farse lume davanti, no da drìo. 

Lo cruos co la va doi otes {volte), la va anche tre. 

Cadorino. Morti due, in breve tempo, in una famiglia, muore an- 
che un terzo. A Vicenza : Dove va 'na croxe, ghe ne va tre. 

Ecco tre delle solite suprestizioni del volgo : 

Beato quel corpo de vènere {venerdì) vivo, desabo morto, e de do- 
menega sepolto. 

Benedeto quel corpo, che de sabo xe morto. 

Beato quel morto, che ghe piove sul corpo. 

Quando el manzo va al magelo, suda de fora e trema '1 
buelo. 

Gli tremano le viscere come se presentisse la morte. Pietoso prò - 
vcrbio. 

(Vedi Sanità, malattie, medici). 

Mutar paese, Yla^^lare 

Ogni paese g' ha la so usanza. — Molti paesi, molte 
usanze. 

Bisogna adatarse ai usi dei paesi. 

Ohi cambia paese, cambia fortuna. — Oambiando giel, 
se cambia sorte. 

E con forma italiana ; Chi muta lato, muta fato. 

Ohi sta sotto la napa del camin, no spuzza che da 
fumo. 

Il non raffrontarsi con la gente d' altri paesi, produce albagia, su - 
perbia e intolleranza. 

Ohi sta a ca, gnente sa. 

Ohi camina '1 mondo, tato vede ; e chi sta soto la 
napa, no lo crede. 

Home-Keeping youtk have ever'homely wits. 

(The two genti, of Verona, I. 1). 

^ Lunga via, lunga busia. 

Del racconti di chi veniva da lontani paesi. Dicevasi cho t viaggia - 
tori aveano il privilegio delle bugìe. 



252 MUTAR PAESE, VIAGGIARE 

Se 'n viade un l' è ruè a Palermo, '1 par che V abe 
encie vedù cai [quel) sartù che i ha fat la gonela 
al Padre eterno. L. 

Tuto '1 mondo xe paese. 

Dapertuto ghe xe '1 so ben e 'l so mal. 

Ma è sempre meglio il proprio paese: 

Do' che [o Andove) se nasse, ogni erba passe. 

A urinai. : (Jlà che se nass, ogni erba pass. 
In Cadore: Agno che se nasse, ecc. 

A r ombra del so campanil no se mor da fame. 

A là {andare) pai mond no se ciatin lis lujaniis piciadis. 

Non si trovano le lucaniche appese. 

Sasso che rùgola {rotola) no fa mus-cio. 

E : Sasso che rugola, no fa formighe {o mosche). 
Ovvero : Sasso tondo no fa muoio (mucchio). 
Rotolando, il sasso s' arrotondisce, e nulla vi si attacca perchè 
fatto liscio. Chi giovaga, o non ha stabile dimora, non fa roba. 
Héì Trentino: Sasso che se svoltola, no fa mai bon mus-cio. 

Albero che no g'ha raise {radici) mor presto. 

Franklin disse : « Non ho mai visto un albero spesso trappiantato, 
fare gran rami, né arricchirsi una famiglia che spesso muta focolare.» 
Dicesi anche delle dicerie che non han fondamento. 

Quando le femene va via, le ha le scarpe de vedel, 
e le torna a casa co le scarpe de vacheta. 

Dicesl neir Alto Veneto delle donne che vanno a servire fuori del 
loro paese. 

Ohi va e torna fa bon viazo {X Tavole), 

Fa sentire quanto fossero, un tempo, pericolosi i viaggi. 

Chi varda le nuvole no fa viagio. 

La piova no xe spada, chi g' ha d' andar, vada. 

Domandando se va a Roma. — Tute le strade con- 
duse a Roma. 

Biava a la sera e gamba a la matina. 

Gaban, baston e ombrela e soldi in scarsela. 

No mèterte in camin, se la to boca no sa da vin. 

Par el bon va ogni cogion. — Col bon vento tutti sa 
navegar. 

S* adoperano spesso in traslato. 



MUTAR PAESE, TIA6GIARE 253 

Ohi s' imbarca adasio, s' imbarca a bel asio. 

Senza dimenticar nulla. 

Chi va pian, va lontan. 

Buono per chi sale pei monti. Diciamo pure : 

Chi va forte, va a la morte. * 

Chi va in pressa, se roessa {rapescia). 
Chi va in pressa, ciapa la nessa. 

Co te vedi un ponte, faghe più onor che a un conte. 

Una volta i ponti sui fiumi e torrenti, ed anche a Venezia, eran di 
legno e pericolosi, massime in tempo di pioggia. 

De istà davanti, e de inverno da drio. 

È pure nello X Tavole, con la nota : « del cavalcar. » Ognun sa 
quali erano, anticamente, le strade. D' inverno tenendosi dietro agli 
altri s'era avvisati dei pericoli della strada; d'estate, stando dinanz i, 
non s'avea polvere. 

Chi core col cavai de riva in zo, el cavai no è so. 
Da sora in dù {giù), ogni roda rota va. * 

A Livinall.: A \\ in zu, ogni ria roda va. 

Ne r andar in zo (o a seconda), ogni santo ajuta ; ne 
r andar su i ghe voi tuti. 

Nelle X Tavole; Al vegnir zo ogni santo aida. — Nel Cadore: De 
riva in do, tuti i santi ajuta: de riva in su, tuti se rifiuta. 
In Friuli: De rive in jù, dug i sans judin. 

Chi voi andar luntan, sparagna '1 cavai. 

Neil' Alto Veneto y' è il superstizioso seguente, che può giovare a 
chi studia la natura dei sogni : 

Se te te insogna de 'n cavai, cambia posto, scampa '1 mal. 

Mature diverse 

* El mondo V è belo perchè 1' è vario. 

• Tante teste, tanti gervei. 

- Tuti i dei {le dita) de le man, no i è compagni. 

Tuti i nasi i se somègia, e no ghe u'è nissun' de 
compagno. 

Tuti i pie no sta ben inte 'na scarpa. 

0: Tute le scarpe no va ben a un pie (o pie). 

No se poi saver cessa bògia ne la pignata dei altri.. 

Invece: Tuti sa cossa che boge ne la so pignata. 



254 MATUBE DITBBSE 

Tuti tasta '1 so polso. — Tuti sa '1 fatto soo. 

E: Tuti fa gnocbl co la so pasta. 

Ognun sa in quanti pie de aqua '1 se trova. 

Tuti sa 4ezer sul so libro (o sul so messal). 

Tuti la intende a la so maniera [o pensa a so modo). 

r Chi la intende, chi no la intende e chi no la voi in- 
tender. 

Tuti i osei fa '1 so verso. — Tuti i osei no canta. 

E : Tuti i alberi dà M so frato. 

L* osei dal beco grosso no poi cantar fin. 
Ogni campanìel sona le so campane. 

Ognuno parla o ragiona come sa, o secondo eh* egli è. 

Tuti i mati, no rompe i piati. 

Ghe xe dei savi, mati ; e dei mati, savi. 

Tuti i gesti g' ha '1 so mànego [manico). 

Gli uomini prenderli secondo il loro carattere o la lor natura. 

* 

Bisogna adatar la basta [il basto) a l'aseno. 

L' aseno no va, se no col baston. 

Meti un spin ìnt'un giardin, el sarà sempre un spin. 

La bote dà del vin che la g' ha. 

Ogni saco dà la farina che '1 g' ha dentro. 

Da un figher, no nasse uà [uva). 

Le tarme sta ne la sémola [crusca). 

Ognuno nel proprio elemento e con chi più gli confà. 

Galina negra, fa l' ovo bianco. 

Si dice quando da catti?! parenti Tiene un figlio buono. V. pag. 105. 

A le volte da un cativo zoco, vien fora 'na bela stèla. 

Stèla^ scheggia. Con V e largo. Con V e stretto, stéla, tuoI dir : 
stel la. Cosi : mègio meglio, mégio miglio ; béco rostro, béco capro ; péto 
petto, péto meta ; véro vero, véTO vetro ; fènto cento, céwlo cinto. 

Dove manca natura, arte procura. 

Tre cose xe mal manizae : i osèi in man dei putei, 
le zòvene in man dei veci, e '1 vin in man dei Te- 
deschi. [X Tav.) 



NATURE DIVERSE 255 

I siori more de fame, i poveri de indigestion, i frati 
de caldo, e i preti de fredo. 

Vicentino : ed è più completo del friulano posto a pag. 140. I frati 
muoion di caldo per le vesti di lana : e 1 preti di freddo, perchè i pa- 
renti si affrettano a spogliarli di tutto. 

I soli Ebrei no sente siroco. 

La passione del guadagno li rende infaticabili. Lo ebbi da un 
egregio Notajo di Venezia. 

(Vedi A/fetli, passioni, gusti ecc.) 

Maztonl, elttà, paesi ^) 

Venezia bela, Padoa so sorela, Treviso forte, Seraval 
campana, Qeneda vilana, Conegian cazzador, Belun 
traditor, Prata desfata, Brugnera per tera, Sagil 
erudii, Pordenon salizà e Porzia inamorà. 

11 castello di Prata fu distrutto dai Veneziani nel principio del sec. 
XV, e a Treviso venne fortificata al principio del XV. 11 proverbio corre 
con questa variante: 

Conegian campana, Ceneda romana, Seraval cazzador, 
Belun traditor, Cador "fedel e Ampezzo ribel [o 
rubel). 

Veneziani, gran signori ; Padovani, gran dotori ; Vi- f 
sentini, magna gati ; Veronesi, tuti mati ; Udinesi 
castelani, col cognome de Furlani ; Trevisani, pan 
e tripe; Rovigoti, baco e pipe; i Oremaschi, fa 
cogioni ; i Bressan, tagiacantoni ; ghe n' è anca de 
più tristi : Bergamaschi brusa-cristi. 

Un bergamasco nel 1448 bruciò a Crema un crocefisso dicendo che 
Cristo era guelfo. 

Nella Miscellanea composta da Fr. Zorzi Muazzo, che si conserva 
nella Biblioteca del R. Archivio dei Frari, codice j^, questa ultima 
parte del proverbio si legge così: 

Bressani, tagiacantoni ; Bergamaschi, fa cogioni ; ghe n' è ancora 
de più tristi: Gremaschi, brusacristi; e ghe n* è de più furfanti: Lo- 
desani, scòrtegasanti. 

Pan padoan, vin Visentin, tripe trevisane, done ve-* 
neziane. 

A Belluno aggiungono : Carne furlana. — Nel Pescetti è questo : 

1) Ordine: Veneto e Venezia, — Verona — Padopa — Vicenza — Treviso 
— hovigo — Belluno e Cadore — Vdine — Trento — Paesi italiani e Stranieri, 



256 NAZIONI, CITTÀt PAESI 

* Bressa poi e no voi, Verona voi ma no poi, Vicenza 

poi e voi, Padoa né poi né voi. 

Pantalon paga per tutti. 

Oltre al significato moderno (v. pag. 178), ne ha uno storico. Nacque 
alla fine del sec. XV, al tempo delle guerre di Ferrara, Napoli, Pisa e 
contro i Francesi et Turchi che cominciarono a rovinare la Repubblica 
di Venezia; la quale, ricchissima, pagava davvero per tutti in Italia. 

* Prima Veneziani e po' cristiani. 

Nato al tempo deir Interdetto e di Fra Paolo Sarpi. 

Venezia, chi no la vede, no la prozia. 

E in un canto popolare: 
^ Venezia bela, frabricà sul mare ; 

Chi no la vede, no la poi stimare. 
Il prov. è pure nelle X Tavole, — Shakespeare nella comedia Love 
L '8 lost ; Venetia^ Venetia^ chi non ti vede non ti pretta (IV. 2). 

Chi voi vento, vada ai Frari ; chi voi ladri vada ai 
Bari. 

Sono due luoghi di Venezia. Anticamente dicevasi : chi voi fango, 
vada ai Bari. — Ora dicesi pure : Biri, Bari e Bragola, libera nos domine. 

I veneziani, a la matina 'na messeta, al dopodisnar 
'na basseta, a la sera 'na doneta. 

Ovvero : El venezian, messeta, basseta, doneta. 

Venezia xe '1 paradiso dei frati e de le 

Venezia era piena di conventi assai ricchi, che furono una delle 
cause di sua rovina. Lo ha il Baretti nel suo libro : Gli Italiani. 
— Nelle X. Tavole: 

A Venezia chi ghe nasse, mal se passe ; chi ghe vien, 
per ben ghe vien. 

Gran papa Lambertini, gran doge Foscarini, Rezzo- 
nico papessa, Mogenigo dogaressa. 

Dicevasi sul finire del secolo scorso. 

■* Né Balbi ricchi, né Mogenighi poveri, né Erizzi pie- 
tosi, né Barbari dosi {o né Contarini misericordiosi). 

Nelle X Tavole: Testa Loredana, voluntk Pesarina, lengua Landina. 

E il Sanuto (Dtam, III, 581, nell'Agosto 1500, dopo aver ricordati i 
discorsi fatti nel Gran Consiglio da Filippo ed Antonio Trun, nota que- 
sto detto: Lengue Laudine, teste Loredane, opinion Trune. 

* A Venezia assai Oorneri, molti Barbari e pochi Giusti. 

^ Lege veneziana, dura 'na setimana ; lego visintina, 
dura da la sera a la matina; lege de Verona, dura 
da terza a nona. 



NAZIONI, cittX, paesi 257 

No gh' è in le vale {valli) tanti marsiongini, quanti 
a Venezia zàzare e camini. 

Così nelle X Tav. ediz. del 1703. In quella del 1525 vi sono questi due: 

Da Malamoco a Pavia, gente mia {miglia). 

Luni, luniol ; marti, a san Griguol ; mèrcore, a san 
Polo ; zobia, a Castelo ; vènere, a santa Croge ; sa- 
bado, in piazza san Marco; domenica, festa. 

Indica i giorni dei mercati nella città di Venezia. 

Il Sanuto {Diarii, I, 1001 ) dice che nel 149S per timore della peste 
fu ordinato, «che non si dovesse far più mercadi, né di sabado a san 
Marco, né di mercore a san Polo, fino la terra non sia sanata. » 

In fine alle X Tavole vi è la seguente «Considerazione et detto d' un 
Re di Sicilia vecchio, sovra la Illustrissima Republica Venetiana : 

« Nove cose onorano la Republica Venetiana. Tre ne la patria, tre 
nel foro, tre fuori della patria. Ne la patria: Gli ediflcii preclari. Li 
Senatori et Thabito. La Mercanzia. — Nel foro: Degli Ufficii, la Giu- 
stizia, la Fortezza, la Temperanza, le appellazioni minori et de le Qua- 
renliele maggiori. — Fuori della patria: Gli ambasciatori ben vestiti, 
liberali e di bon aspetto. Le lettere piombate, di buona forma, quel 
che non ha altra Republica, et ben dettate. La moneta, che per tutto, infino 
nello inhabitabile, vale più di quello vale qui. » 

Pelestrina da le bone campane, i omeni . . . ecc, 
Fusina, Conca e Lova, grami chi se ghe trova. 

Tre paesetti sul lembo della Laguna, verso Padova. 

Trieste, pien de peste; Citanova, chi no gh' in porta, 
no ghe ne trova ; Rovigno pien d' inzegno, spacca 
i sassi come '1 legno ; Caodistria, peociosa ; Isola, 
famosa; a Piran, bon pan; Umago, tre preti e un 
zago e una femena da ben e '1 piovan che la man- 
tien. 

Rivista satirica d' alcuni paesi dell' Istria. Zago^ ragazzo che serve 
messe. Gapodistria è ora una città molto pulita; ma dalla quale chi 
aspetta proverbi, ha da aspettare un bel pezzo. 

A Verona, ogni mato se stagiona (o se sasona). 
In piazza de Verona, ora i vende, ora i dona. 

Per la gran variabilità dei prezzi. 

Veronese, bela man. 

A Verona bisogna andar in loto quando le galine va 
a ponaro. 

Era lamento dei Veneziani usi a fare di notte giorno. 
Gr. Pasqualigo 17 



/ 



258 NAZIONI, CITTA, PAESI 

I padoani pica l' aseno e i veronesi lo despica per un 
toco de salgizza. 

il Pescetll, al prov. Padova impica l' aseno, nota: — «Perchè pen- 
sando una volta d^ aver impiccato Pier d^ Abano, famoso negromante, 
trovarono che avevano impiccato un asino. » 

A Ponte de Brenta, i xe in Qento e trenta, fra olari, 
Qestari e ladri da ponari {pollai). 

La Brenta non saria Brenta, se '1 Cismon non ghe 
desse la spenta. 

la penta, come dicono a Feltro. 11 fiume Gismon ha un volume 
d* acqua uguale a quello del Brenta. 

Este, da le care menestre. {X Tav.) 

I jBghi di Teòlo, se magna col picòlo {picciuolo). 

Nel terreno vulcanico dei Colli Euganei le frutta sono saporitissime. 

Chi passa Strà e no v' inzampa, va san fin in Franza. 

Lo stesso dicesi di Mei nel Bellunese. 

Da Vicenza a Verona, de le mia {miglia) trentadoa ; 
da Verona a Vicenza, de le mìa trenta. {X Tav.) 

La differenza, più che per causa della rima, credo fosse per la 
salita dei colli di Caldiero che dovean fare 1 viandanti diretti a Verona. 

Vicenza pomposa, Marostega tegnosa, Padoa studiante, 
Treviso tripante, Bassan mercante, Asolo furfante 
e Feltre polenter. 

A Bassan ghe xe le porte perchè suso i ghe scriva ; 
Gheto. 

I buzzolài forti de Bassan, le polentine de Qitadela e 
le fugazzete de Asolo. 

Vin de Fieta, femene de Possagno, pani de Cavaso e 
flen de Monfum, no i è boni per nessun. 

Quattro ridenti paesi dietro Asolo. 

El Retron ogni ano '1 fa un bocon. 

Nel Retron, che passa per Vicenza, vi si annega ogni anno qualche 
nuotatore. 

Thiene, tienteli ; Schio, schìvete ; e Malo, sed libera 
nos a malo. 

Tre oche e un gaio, fa 'I marca de Malo. 

Chi g' ha da far a Fara, vada ; chi no g' ha da far, 
staga a casa. 

Fara, paesetto del Vicentino, un tempo infestato dai ladri. 



NAZIONI, CITTÀ, PAESI 259 

A Montècio [Moniecchio maggiore) i semena fasòi e 
i nasse ladri. 

Sandrigo, sessi^ sassi e assassìni. 

SesH^ perchè ?i signoreggiaYa la famiglia Sesso di Vicenza. 

A Crèsole, no gh' è né pan né frégole [hricciole). 

La uà de Salzèo [Salcedó] xe bona da far aséo [aceto). 

Brendola sbrendola, 'na casa qua, 'na casa là. 

Marochi de Enego, ladri de Foza, <;iaceri de Gallio, 
màstega-pagia de Lusiana, pomposi d'Asiago, fu- 
maroi de Camporovere, slapa-scoro de Canove, 
struca-polenta de Roana, gentilomeni de Rozzo, 
stentadori de Casteleto, buli de Sanpiero, nudi da 
Forni, martarei de Ped escala, beca-sassi d'Arsiero, 
zendraroi da Velo, balarini da le Seghe, brusa-riz- 
zoli da Mea, mazzucchi da Cogolo, carboneri de 
Caltran, pescafango da Ciupan, salta-fossi da Carré, 
scortega-vache da Zane, merli de la Conca, arleva- 
scroe da Fresche, porta-stanghe da Cesuna, che va 
a robarle de note co la luna. 

Sono tutti paesi dei Sette Comuni Vicentini e del territorio limitrofo. 

Sera vai longo e stret, ogni porta ghe xe un bec. 

A Serra Yalle dicono che un Cadorino, udendo questo proTerhlo* 
e sclamasse : Beneieto su da noi ! ogni porta ghe »' è dai. 

Seraval senza conforto, o che piove, o che sventa, 
che sona da morto. 

E, con gioco di parole, alludendo al vento che, mattina e sera, suol 
esservi : 

Perda chi voi, che Seraval l'ha vent. 

Ivi era no, fino al secolo XVI, le fabbriche d' armi assai rinomate, e 
si diceva: 

Feltro e Belun, dk peri e pom; Seravale, spade. 

Fumarci de Conegian, notoi da Ceneda, tegnos da 
Seraval. 

Fumaroij vanitosi ; notoi, pipistrelli, che fan tardi di notte. 

F olina e Cison tuti in fazzoleton. 
I sona a Gai e ì baia a Tòvena* 

Son due paesi vicinissimi. 

Mota, muta, mata, da due fiumi circondata, dal Li- 
venza e '1 Montegan : quei de Mota è floi de can. 

: da la Livenza e U Montegan, i è 'na mtinega d( 




1 



260 NAZIONI, cittX, paesi 

È curioso come nel Veneto alcuni fiumi sieno di ambidue i generi : 
la e il Brenta ; il e la Piave ; il e la Guà ; ecc. ecc. 

Sernagia, sera canagia. 

Porto Bufolè, polenta e no cafè. 

Lago de Garda e boca de Celina, porta spesso la ro-» 
vina. 

Nel Trevisano sono temuti i temporali provenienti dalla parte del 
Garda, e gii straripamenti improvvisi del torrente Gellina. 

Rovigo infame e tristo, giudei de Gesù Cristo e dei 
so santi. 

Ed anche: Rovigo, gheto d' abrei. 

Conti de Lendinara, e nobili de Rovigo, dieso per 
un figo. 

Adria gita antica, de quatro cose ben fornita : de rane, 
de cane, de b . . . ecc. 

A Pontecio, ghe ne vorave sete a cavar un radecio. 

▲ Pontecchio di Adria il terreno è tenace. 

Roma caput mundi, Venezia secundi e Loreo una... 

E: Se no ghe fusse Venezia, Loreo sarla una Veniziola. 

Santa Maria da baiare, Arian da sbarare, Còrbola 
da scurtlinare. 

Tre paesi dell* Adriese. A Santamaria in punta, gran passione pel 
ballo, ad Ariano pei mortaretti, ed a Gorbola per andar forniti della 
coUellina ed usarla. 

Chi no vive in vai Belluna, no vive in vai nessuna. 

Pel buon mercato dei viveri nella pittoresca valle di Belluno. — 
Nel Cadore si diceva : 

Mussi, cani, sorzì e gati, fa le spese ai belunati. 
Feltro : fun, fan, fret, fava, formenton, fasolet. 

Fuuy fumo ; fan^ fame. Questo n* ha sette ; fra gli Erotici ve ne 
wt\ uno di nove effe. 

Terza sona. Feltro trema, tute le méscole se remena. 

Per far la polenta. Ovvero: 

Feltre a le nove trema da le mescole che se remena. 

Chi voi provar le pene de l' inferno. 
Vada a Trento V istà e a Feltre l' inverno. 

Chi voi provar un cavai, vada da Feltre a Cividal. 

Per le cattive strade che c^ erano. 



NAZIONI, cittì, paesi 261 

Mei, piccola vila e gran bordel. 

11 seguente riguarda tutti i paesetti lungo il Piave da Yaldobbiadene 
a Mei: 

Para-mus da Segusin, carter da Vas, cotaloi da sca- 
lon, brauros da Cavrera, carbonier da Marziai, 
bravaz da Stabio, scufiole da Canai, pustern da 
Ronchena, chilos da Villapiana, scola-borse da Ce- 
sana, calonegher da Lentiai, citadin da Bardies ; 
Corte, da le storte, Sterc. ... ; Sancandi, magna; 
Nove, sparagna; Colderù, raspa su; curios da Villa, 
tegnos da Tiago. 

La Piav no saria Piav, se '1 Cordevol no ghe metesse 
'1 cav. 

Se non vi mettesse capo il Gordevole, che viene dairAgordino. 

Con un pet e un fassin, se fa un zentilomo agordin. 

Laris, pézz e pin, fa le spese ai Cadorin. 

Al vai pi un cursor Ciadurin, che un avocai Ciar- 
gnel {della Carnia). 

Contro i Cadorlni, v' è questo dialogo notturno : 

— Se sente che i bate {picchiano). 

— No 86 sa chi che sia. 

— Se r è un Cadorin ? 

— Jesu Maria I 

Il Cadorino, che ode, risponde: Se Tè un Venezian, mòlegheU 
can; e se noi va via, diseghe 8pia\ e se*l resta ancora, roàndelo in 
malora. ^ 

Chi passa Lozzo, Domegge e Vodo, passa par ogni 
logo. 

Lozzo lozzato, se no fosse quel sassate, sarave un 
Treviso fato. 

Lozzo, dopo un incendio, fu rifabbricato accanto ad una roccia 
nuda. 

Lorenzago, Venezia anta {alia). 

Ladri da Perarol, gnochi da Auronzo, gosèr da Do- 
megge, méscole da Vallesella, s-ciaùz da Grea, sal- 
varghe da Rizzios, signori da Calalzo, talerai da 
Venas, baloner da Pozzale, love [o magnacarta) da 
Pieve, mus da Sottocastello, pestariei da Tai, snitos 
da Nebbiù, peri sechi da Val, musat de Vallesina, 
€iaurèi da Vodo, porzelin da San Vido, gosèr da 
Comelico, giates da Vinego, pica ciaures da Borea. 



262 NAZIONI, cittX, paesi 

Se te guòs (vuoi) proà l'inferno, va in Pescai d'in- 
verno. 

Di S. Vito Cad. Pescuty paese sotto il Pelmo, notissimo agii alpini- 
sti, come la Forada, di cui si dice: 

Forada, Porada, chi non ha d' andar, no vada. 

Udine, giardin senza fiori, Castel senza canoni, fon- 
tane senza aqua, e nobili senza creanza. 

Persati de San Daniel, mumie de Venzon e parùs- 
sole de Pordenon. 

San Daniele è famoso pe^saoi prosciutti. Venzone per la meravi- 
gliosa conservazione de cadaveri per effetto del terreno ov'è il sagrato. 
•^ Pariissole, vorrebbe dir cingallegre. 

Sbroderi de Pordenon; raneri de Portogruaro, uzza- 
cani de San Vito, lasagne de Latisana. 

sfoderi (o shrodegoniS intrugliatori. Raneri, apprensivi, fantastici. 
Uzza-cani provocatori, litigiosi. Lasagne, bighelloni. 

Roma, caput mundio Venezia secundi, Udin codazzul 
{la coda), Cividal bus de ... . 

In Friuli dicono: Udin tierzarul, e Glvid&t buse ecc. 

Dal furlan {friulano)^ né bon vento, né bon Cristian. 

Proverbiale è il verso: Quid sit furlanus gyilaba prima docet. 

Dime Indro, dime can; ma no me dir furlan. 
Né fasici, né furlani no i xe grazia de Dio. 
Meifestra de Cargnela, sete orze per scudela. 

Sette grani d* orzo. Hordonsi i padroni tirchi e tiranni. 

El Cargnel, copares il pedòli par vendi la piel. 

Cargna fidelis, spelunca latronum. 

Are, dare ; Coloret, plen de fret ; San Vit, florit ; 
Pocalins plen de pantianins ; San Denel, plen de 
pel ; San Tomas, dut implajat ; Tarcint, biele vile 
e triste int ; Dovadas, cui che no puarte, no pas ; 
D' Invilin, dug il zampognin [il gozzo) ; Cercuvint 
sere e Cercuvint di sot, di sore batin coculis, di 
sot si sint il sclop. 

Grao {Grado) de fora bel e dentro ismerdao. 

Trento belo, Bolzano ricco, Roveredo falito e Bres- 
sanone antico. 



NAZIONI, CITTÀ, PAESI 263 

Nònesi e Solandri, libera nos domine. 

Quei delle Valli di Non e di Sol : ban nome di furbi. 

Se r è un Nònes, dai ; se T è un Solandro, còpel. 

Ala, bel' Ala : se '1 formenton fala, scampa da Ala. 

Ossenigo, da quei olivi intorno, 
Se vago via da qua, mai più ghe torno. 

Nos da Nogarè, castagne da Castagne, capuzzi da Pine 
e vin da Pinzol, i è mati chi non voi. 

Fascine da le Olle, fen da Castelnovo, femene da 
Telve, libera nos domine. 

Panizzari (o spagheti) da Galdonazzo, orchi (o ma- 
rocheti) da Levico, brusacristi da Pergine, magna- 
vache da Borgo, fasolari da Roveredo, bechi da 
Telve, gosi da Scurele, paitoti da Strigno, bagheli 
da Lamon, magnacrauti da Roncegno. 

Città e paesi della Valsugana. I seguenti mi vennero da Cortina 
d' Ampezzo e da Livinallongo : 

Ra sagra d' Ampezzo V è bon che ra en {viene) 'na 
vota a r an ; se ra vegnisse ogni mes, sarave ra 
rovina del paes. 

Doi ampezzane fes un cadorin, e doi cadoris fes un 
diaol. 

Fra Gadorlni e Ampezzani e' è della ruggine vecchia, che va via 
scomparendo a dispetto del diavolo. Il quale insegnava la sua dottrina, 
a Cortina, così : — Quali sono i vostri nemici ? — Sono quattro : il 
mondo, la carne, il demonio e i Cadoris. 

A tegnì cesa {casa), voi èie Tassane e omin ampezzan. 

Fassancy della Val di Fassa. 

Le Tassane iute ciamp, le fodome 'nte prè, le ampez- 
zane 'nte cesa e le badiote 'nte let. 

Fodome^ di Livinallongo; baiiote, di Val Badìa. 

Lombardia, giardin del mondo {X Tav.) 

I bergamaschi g'ha'l parlar grosso e l'inzegno sutiK 

Bologna la grassa, Padoa la passa. 

El primo ano che '1 va a Bologna, o T ha frieve o 
l'ha rogna. 

Pure nelle X Tavole^ con la nota «prò scbolastico: » della qual& 
non si curò chi lo ripetè nella hacc. Toscana. 



264 NAZIONI, CITTÀ., PAESI 

A far un genovese, ghe voi sete ebrei e un florentin. 

Ayeano fama dì avari. In Piemonte si dice, che a fare un genovese 
ci vuole un ebreo e due avvocati. 

Giuda ha vendù Cristo per trenta soldi, e i genovesi 
vende trenta Cristi per un soldo. 

Arbissòa, tera nòa, lìgie bele no se ne tròa ; quele 
poche che ghe son, son ciù neigre che ò carbon. 

Lo notai a Savona nel 1861. 

Chi va a Roma e porta un bon borsoto. 
Deventa abate e vescovo de boto. 

È nelle X Tav, stampate in principio del sec. XVI. Il Sanuto, nel 
Novembre 1497, scriveva : o Sicché la Chiesa di Dio al presente si com- 
pra con danari a chi più oiTerisce. » {Diatii, I. 826). E alla col. 903 : 
« Nel Gonseio di X era sta provisto che niun di questa terra, zentilomo 
nostro né citadino, dovesse dar danari a Roma al Pontefice per esser 
fatto cardinal, sichome la fama era che, chi più spenderla, più il pon- 
tefice lo faria.» 

Quando Fermo voi fermar, tutta la Marca el fa tremar. 
(X Tav.) 

Napolitan, largo de boca e streto de man. 

Chi voi veder la terra di Matera, 
Convien la note faci la lumiera. 

È nei Diarii del Sanuto (I. 221) Giugno 1496. « Questa Matera è un 
monte grando et optimo, tutto fatto a grotte dove habita li citadini, et 
una volta el re Alfonxo vechio, volendola veder, gli fu dito non si potea 
veder se non di note, e feceno che tutte le grotte facessero la sua lumiera, 
over luminaria. A questo modo la vide, unde naque un motto in rea- 
me : Chi voi veder, ecc. » — (É qui registrato in servizio di chi farà, 
la raccolta dei proverbi Napoletani). 

I tedeschi g' ha V inzegno ne le man. (X Tav.) 

Sono abili nei lavori manuali. 

Tedesco italianizà, xe un diavolo incarna. 

Pan e Prof, no se confà. 

Tedeschi a la stala, francesi a la cusina, spagnoli a 
la camera, italiani a ogni cosa. (X Tav.) 

Furia francese e ritirata spagnola. 

Grego, né bon omo né bon vento. 

Chi crede al grego, no g'ha gervelo intrego. 

Nei Diarii (111. 547), nel Luglio 1S00, il Sanuto scrive : « Fu leto 
uno capitolo di letere venute di Polonia, e intisi : 
No te fidar de hòngaro, se tu non ha' tre ochi. » 



265 



Orgrolio^ Tanltà^ prcsunxionc 



Superbia no dura, proverbio no fala, misura no cala. 

La superbia va a cavalo e la torna a pie. 

La superbia xe fila de l'ignoranza. 

Chi xe alto, no sta sempre in alto. 

Chi se loda, se sbroda. — Chi se vanta, se spianta. 

E nelle X Ta». : Chi se lauda da so posta, se incorona de m . . . . 

Chi se esalta, se sbassa. — Chi se umilia, se esalta. 

In Cadore : Chi no se stima, vai dei bezzi. 

El bon vin no g' ha bisogno de frasca. 

Tutti Io conoscono ; ma in politica le frasche illudono V infinito 
numero degli stolti e danno il potere in mano dei tristi ed audaci. 
Perciò si dice: 

Fra Modesto no xe mai sta priore. 

Quando si tratta del bene di tutti, i buoni devono lasciare la loro 
naturale modestia, e impedire il trionfo dei malvagi, combattendoli 
senza posa, a testa alta. Sume superbiam quaesitam meriti». 

Le bele azion xe come le vivande, che no le vai 
gnente co le spuzza da fumo. 

Fumo, fumo cava i oci. 

« Soleva dir quel gran senator venezian. » X Tavole. 

L'agnelo umile el lata da do mame, e '1 superbo da 
una sola. 

Ovvero: Agnel mansueto teta da do mame. — Vedi a pag. 8IS. 

I superbi no xe amai da nissun. 
Xe mogio piegarse, che scavezzarse. 
Duro con duro, fa cativo muro. 

Di due orgogliosi ostinati. 

Più se sa e più se spuzza. — Tuti i stronzi fuma. 

Dei vanagloriosi e presuntuosi del loro sapere. Ed anche : 

Per voler saver de tuto, se sa anca da mona. 

Cioè da sciocco. 

Co bela la puta voi parer, la pele de la testa no g'ha 
da doler. 

A la festa, le dono senza testa. 



266 ORGOIilO, VANITÀ, PRESUNZIONE 

Ohi voi esser ben vardà, vada a messa comincia. 
Tuti voi aver rason, anca quelo che xe in preson. 
Tuti crede de saverghene. 

El primo capitolo de la pazzia, xe de tegnerse savi. 
Tuti voi pissar al muro. 

Nelle X Tav. con questa nota: «De un puto che voi far Thomo. » 

Bela bota, no mazza oselo. 

È anche questo nelle X Tav. In proprio è dei cacciatori. 

Trote d' aseno dura poco. 

A ne bisogna fare el stronzo pi grosso del buso. 

Così in Adria. Neil' A. Trev. : A trar '1 pet pi grant del cui, el cui 
se sbraga (o sbrega). — strega, si lacera. 

A Vicenza : Chi toI far el stronzo massa grosso, ghe vien le 
làgreme ai oci {o se rompe le fizzete). 

In Friuli: A volei trai il ves plui gran d'a buse, o che il ves no) 
passe, che la buse se spreze. 

Ozio, industria, laToro 

L' ozio xe '1 pare de tuti i vizi. 

E : L* ozio xe *1 cusin {cugino) del diavolo. 

A star de bando, vien la freve. 

star de bando, senza far nulla, inoperosi. La febbre è quella dei 
cattivi pensieri, della noia che ci assale, accompagnata dal mal con> 
tento verso noi stessi e dair invidia verso gli altri. 

Pitost che sta de ban, l'è meo laura de ban. 

Meglio lavorare per niente, senza prò. — In Ampezzo : 
L* è meo mena *na porta, che a sta de ban. 
L' è mieg desfè velch, che no fé nia. L. 

Velch, qualcosa. In Val Bad)a dicono vai, — Magari « voltolare un 
sasso » diceva il Macchiavelli quand' era in villa, esule da Firenze. 

A star fermi se fa la mufa. — La rùzene magna '1 fero. 

L* ozio è una ruggine che consuma, come il moto e il lavoro con- 
servano. « L* attività è il sangue della vita morale, e tolta quella o 
scemata, il cuore cessa di battere o non batte più generosamente. » 
Balbo, Pens, e Esempi, 

A la puta oziosa el diavolo ghe baia in traversa 
[gremòmle). 

La tentazione è figlia deir ozio. Giustamente le leggi contemplano^ 
prevenendo, gli oziosi ed i vagabondi. 



OZIO, INDUSTRIA, LAVORO 267 

Ohi sta al specio {specchio), no laora. 

£1 porco no magna mai bon bocon. 

Chi che ten el let ciaut, ciapa '1 gost freit. L. 

Ha la colazione fredda. 

El caldo dei ninzioi (lenzuoli) no fa boger pignata 
{o fa r omo povareto). 

Ovvero: Gol caldo del leto no boge pignata. 

Chi se cava '1 sono, no se cava la fame. 

A Feltro: Chi se cava la son {il sonno), no se sfama. 

Megio fruar {consumare) scarpe, che nizioi. 
L' ombria de V istà fa mal la panza d' inverno. 

E: Chi riposa de fstà dizana d'inverno. 

Chi sta a V ombria a V istà, se grata la panza V inverno. * 

Chi varda, poco guadagna, e manco suna. {raccoglie)^ 

Di chi sta a guardare, lasciando che lavorino gli altri. 

Val pi un muss che tira, che Qento che va drio. * 

Val più un lavorante di buona volontà, che cento fanulloni. 

Barca neta, no guadagna. 

Di chi non vuole sporcarsi lavorando. E perciò si dice: 

Gaia coi guanti {o inguantada) no ciapa sorzi. 
Chi dorme no pia {o pigia) pesce. 

Il pesce lo pigliano i popoli desti, attivi, industriosi. Quando T Ita- 
lia s' addormentò, i suoi veggenti poeti tentarono di svegliarla : 
Italia, che suoi guai non par che senta. 
Vecchia, oziosa e lenta. 
Dormirà sempre e non fta ehi la svegli *f ^ e 

d*ogni vizio fetida sentina. 

Dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa, 

Ch* ora di questa gente, ora di quella. 

Che già serva ti fu, sei fatta ancella? 
Dio voglia ch'ella non s'addormenti mai più, e non dia più retta 
a coloro che vorrebbero farla dormire di nuovo per dominarla, invi- 
lirla e disonorarla come fecero pel passato. 

Chi no se inzegna, ciapa {o fa) la tegna. 

Poi, pentendosi, si gratterà il capo. Un altro dice : Chi laòra, na 
se grata. 

Chi no fa, no fila. 

£1 massa dormir, porta '1 mal vestir. 



268 OZIO, INDUSTRIA, LAVORO 

Ohi più dorme, manco vive. — Chi dorme assà, zucon 
se fa. 

X Chi no va avanti, resta indrio. 

fr Chi studia molto, impara poco ; chi studia poco, im- 
para gnente. 

Chi fa bela gamba, no fa bela testa. 

i Omi da signoria [oziosi), orni da ostaria. (V. B.) 

Chél che sta a 1' ostaria, no pensa a la caria (ara- 
tro). L. 

Chi sta co le man in man, l'ha poc anco e manco 
doman. 

Chi no g'ha entrada né mestier e va spasso, va a 
r ospeai passo passo. 

La pigrizia la va tanto pian, che la miseria la ciapa. 

A Venezia pure: Co le ciacole e coi bibiezzi, 

No se porta a casa i bezzi. 

Chi no g' ha vogia de laorar, perde l' ago e anca 'I 
dizial. 

DiMialj ditale : nel Ylcentino ; deal. — A Belluno : 

Chi no ha voja de laorar no trova mai; 
Ma chi laòra, trova polenta e formai [formaggio). 

A poca vogia, no manca scusa. 

% £1 tempo perso, no se acquista più. 

Quando '1 sol tramofita, ogni aseno se penta. 

Quando è ornai passato il tempo, ogni indolento raddoppia gli sfor^ 
a compiere il lavoro non fatto. ./ 

Co la zioba xe per ca, la setimana xe passa. 

E : Zioba entrada, setimana andada. — E si soggiunge : Ma cbi no 
ga da magnar, i xe tre zorni cbe g' ha da passar. — A S. Vito di Ca- 
dore: 

Duoiba contada, stemana passada. e Duoiba genuda, stemana duda 
{andata). — E a Trento: 

Vendri {vernerdì) sia, la setimana è via. 



1 



•• 



Fieste p' a setemane, a fas la panze sclagne. 

É de poyeri contadini che restano a pancia vuota quando è tolto 
loro un giorno di lavoro. Sclagne^ mencia. 

Ohi voi viver senza pensieri, ghe n' ha più dei altri. 



OZIO, INDUSTRIA, LAVORO 269 

Carne che se destira, no vai tre schei la lira. 

Dei gioyani accidiosi, fiacchi e stanchi del loro ozio stesso. 

Man incrosàe, poltron assae. 

No gh'è pezo menestra, che quela dei frati. 

Per i poltroni xe sempre festa. 

E i poltroni hanno anch* essi i loro proverbi ; e son questi : 

Chi non fa el luni come la domenega, no xe fio de 
'na bona femena. 

Gai che il lunis noi fas come la domenie, no V è nassut de buine 
femine. ** 

Se dormo, dormo a mi ; se lavoro, no so a chi. 

IH Manco fadiga e più sanità. — A laorar poco, se sta 
sani. 

Nelle X Tav. : Puoca fadiga xe gran sanità. % 

Se no ghe fusse el va con Dio, bel mestier sarave 
'1 mio I 

Soliloquio d'un accatone. A Padova: Che bel mestier sarìa U mio, 
se no ghe fusse : andè con Dio 1 

• Vogia de laorar, sàlteme adesso e fame laorar manco- 
che posso. 

È pure degli oziosi : ma si usa ironicamente contro di loro. 

^ Quando se voi, tuto se poi. — Chi voi, se descomoda. 
« A bona volontà, no manca facoltà. 

Chi g' ha bona volontà, trova da far da pertuto. 
Cui che r ha buine volontàt, date da fa par dut. ** 

No basta poder, bisogna voler. — A bon cavalo no 
manca sela. 

A bona lavandèra, no manca mai pièra {pietra). 

Chi ha pers la banca se n' trova 'n' antra {un' altra) \ 
e chi ha fià, terne là. 

Deir A. Trevisano, e si dice di chi perdette un impiego. Fià, fiato, 
animo. E, per dire che ognuno può trovarsene uno, se ha voglia di 
lavorare : 

Chi g' ha culo, g' ha scagno, e chi no ghi n'ha, so dano. 

Ovvero : Chi ha cui, cata banca . 

Chi voi, va; e chi no voi manda. 

: Chi volv jaga ; chi no voi, staga (<fia). 

Chi voi un bon* messo, manda {o vada) so stesso. 



270 OZIO, INDUSTRIA, LAVORO 

Ohi g' ha fredo, stizza '1 fogo. 

Si attizzi il faoco da sé. 

4 Agiutìte, che te agiuterò, dise '1 Signor. 

semplicemente: Giùtete ti, che te giutarò anca mi. — Nelle X 
Tavole: Aidate ti, che te aidarò anca mi, dise Domenedio. 

Chi no se agiuta, se nega [s* annega). 

♦ Per viver, bisogna suar. — Per durar, bisogna laorar. 
Chi lavora, Dio ghe dona; chi no laora, piòci e rogna. 
Un bel laura, fas un bel guadagna. * 

Cbi no teme el saponar, no ha paura de questuar. 

È dei contadini bellunesi. Saponar ^ zappare, lavorare col zappone. 

Chi lavora no xe mai povero. 

Chi laora, guadagna; e chi no laora, no magna. 

E: Chi no sgussa, no magna la castagna. 

Chi tropo fa, gninte no ha. 

Bellunese . Tropo, molto. Chi molto lavora non resta povero, senza 
niente. 

Ra roba sta inz' i brace, chi che 'n voi sin face. 

Se ne faccia. Ampezzano. 

La dote d' a femine sta 'V ai comedons (gomiti). ** 

Chi no fa la goba, no fa roba. 

Chi lavora dal bon, strussia da burla. 

Chi è avvezzo a lavorar di bono, non teme le fatiche straordinarie. 

^ Xe mogio dolor de brazzi, che dolor de testa. 

Meglio guadagnarsi il pane col lavoro, anzi che con azioni che 
diano rimorsi. 

Mogio diventar mori, che rossi. 

Meglio mori dal sole, lavorando, che rossi dalla vergogna. 

* Val più do soldi guadagnai, che milioni robai. 
» Chi de tuto no fa, galantomo no xe. 

Chi fa i fati soi, no se imbrata le man. 

; De chel mestier che se laora, no se se spòrcia. (A Trev.) 
La dona che fa i so mestieri, no se sporca le man. 

Chi bon (o bela) voi parer, la testa non g'ha da joler 
(doler). 

Del contado neir A. Trevisano. Chi vuole vestirsi bene e far bela 
figura {parer hon) non gli deve doler la testa lavorando. Là pure si dice : 



OZIO, INDUSTRIA, LAVORO 271 

La brava filièra de degner [gennaio] para la coca 
sul puner. 

La brava filatrice in gennaio veglia fino al tramonto dell'Orsa mi- 
nore {coca, vicent. cioca, chioccia), cioè fino alla mezzanotte. — Simil- 
mente nel Bellunese : 

Le brave filaresse, de bruma e de degner, le manda 
le sete a puner. 

Ovvero : De bruma e de degner, le brave filaresse manda a puaer 
le sete. 

Cioè: Di decembre e gennaio le brave filatrici mandano al pollaio 
le sette stelle, che formano la costellazione detta la Chioma di Berenice. 
Filano fino a tardissima notte. 

Li mazis di zenar, la buine filandère ha da paralis a penar. ** 

Chi g' ha mestier, g' ha laorier e trova pan da per 
tuto. 

Co i lavori xe fati, se trova da venderli. 

Roba fata, bezzi aspeta. 

El lavoro paga i debiti. 

Chi fa per sé, fa per tre. — L' agìuto magna tuto. 

A Vicenza: El molin dei consorti no màsena mai. — Se puoi, fa 
tutto da te, che, a ricompensare che ti presta V opera sua, perdi spes- 
so anche rutile ricavato dalle tue proprie fatiche. 

Chi no fa da so posta, poi sperar poco dai altri. 
Drio la strada se conza la soma. 

Risolversi a cominciare, o bene o male, un lavoro; poi, via facen- 
do, Io si acconcia. Un altro dice : Tuto sta nel cominciar. 

Chi va, se leca ; chi sta se seca. 
A domar la pasta, el pan se fissa. 

Neir A. Trev. : A menar la pasta, el pan se fina. 

Far e disfar, xe tuto un laorar. 

(Vedi Contrattazioni, ecc. e Mestieri, orti, ecc.) 

Parlare^ taeere 



Val più 'na lengua che sa parlar, che un molin che 
sa masenar. 

Una testa co la lengua vale '1 dopio. 

È anche nelle X Tavole. — A Venezia : 



272 PARLARE, TACERE 

'Na testa senza lengua, no vai una s-cienza. 

Non Tal nulla. S-cienxa^ scbeggettina di legno. 
Una testa senza lenga, no yal nia. * 

Un ciàT {capo) senze lenghe vai Tlng sols, e chel cu la lenghe Tal 
ire lóres {lire). •• 

Co la lengua in boca, se va da per tuto. 

Parlando, se se intende. 

Chi no parla [o no domanda) gnente g' ha^ 

Parlando, spiegandosi, si tolgono i malintesi. 

Parole in sacheto, no vai un bezzeto. 
Co se tase no vìen mai sera. 

È dei lavoranti : parlando o cantando, non pensano alla fatica e il 
tempo fugge più presto ; e se son soli, si fanno compagnia col suono 
della lor voce. 

Lis ciàciaris lungis, fasin la gnot curte, " 

Le eia cole longhe fa le nuote {notti) curte. * 
Nei paesi di montagna le famiglie son condannate a stare rinchiuse 
per sei o sette mesi, e le notti sono lunghissime. 

La boca se liga (o se cuse) ai sachi. — La lengua 
no se frua. 

La zente no tase e '1 mondo sericola [scricchiola). 

Dicesi a chi vorrebbe che una cosa non si risapesse o non se no 
parlasse. 

Le parole [o le monade) no paga dazio. 

E : Se tute le bùzare che se dise le facesse farina, el pan sarta 
a bon marca. 

: Se le parole pagasse dazio, quante de manco se ghe ne dirìa I 

Quel che sbrissa no va in conto. 

Delle parole che sfuggono a carico di qualcuno nella foga del dire. 
Ma è anche modo proverb. proprio degli scialacquatori. 

Xe spesso più la zonta, che la carne. 

Chi conta, zonta [aggiunge). 

Tre femene e un pignato, e '1 marca xe fato. 

A Belluno : Sete femene e' n pignat, M marca è fat, 

Neir A. Trev : Co 'na pita, do femene e 'n pignat, '1 marca V è fat. 

Nel Friuli : Feminis e passaris, un gran s-cialar de ciàcaris. 

Né femene né oche, no fa parole poche. 

E : Le done se le tase le fa *1 gosso e pò le crepa. 

Do done e un' oca, fa un marca. — Tre done fa' na fiera. 



PARLARE, TACSRB 273 

El segreto delle femene no lo sa nessun^ altro che 
mi e vu e tuto '1 comun. 

Di Agordo. E: *Na femena no tas altro che quel che no la sa. — 
Perciò si dice: No contar i to segreti a le done. a« 

Le femene, le la sa sempre longa. 

Le femene no è segrete che te 'n pont sol : (che no! 
dighe, parche ho paura che le me cride). 

Bellunese. Son segrete in un punto solo (retèi forse?); che io noi 
dica, perchè ho paura che mi sgridino. 

A S. Vito Cad. : La femenes les ha segrete 1 anes e la hùdares. 

^La lengua xe la spada de le femene. 

La lenghe j* è V arme das feminis. ** 

Chi parla, semena; e chi ascolta, racolge. 

"^Chi de tuto parla, gnente sa. 

Le plgnate vede, xe quele che sona. 

La hóta piena no fa romor. — Bota che canta, xe 
voda. 

Bota (o stretto), bótte. — In Cadore : 

Ciasa guòita [vuota) risponde. 

Ma più spesso si usa in senso proprio. 

Gassa voda, sempre averta ; scrigno pien, sempre sera» 
Le hraghe dei putei xe averte davanti e dadrìo. 

Della loquacità del fanciulli, v. pag. 149, 150. 

Quando i piceli parla, i veci ha parla. 

Bisogna esser cauti nel parlare in loro presenza : 

Vàrdete dai oci pici nini. 

I mati e i putei, i poi dir quel che i voi. 

Maz e fruz puedin dì ce eh' a uelin. ** 

Lingua de donzela, deve star in caramela. 

Tuti Ciaccia, ma pochi ragiona. 

Chi più sa, manco parla. — A parlar, se fa presto. 

A Vittorio : Chi poc parla, pensa tant. — E : Chi ha sai {mle^ sen- 
no) poi parlar. — E a chi parla a sproposito si dice : 
Ogni can mena la eoa, ogni mincion voi dir la soa. 

Ci che parla poco, se fas intende. {S, Vito Cad.) 

E : Chi parla assae dise poco. 
Chi massa parla, spesso fala. 

Gr. Pasquàligo 1S 



274 PARLARS, TACSBS 

La galina che canta ha fato V ovo [o 'l voto). 

Nel senso deir altro : Chi se scusa, se acasa. 
Ra pita che ctanta, r' ha pondù *1 toyo. {Amp,) 
La galina che ha canta, la xe quela che ha feda. (AdrU) 

Se la galina tasesse, nissun savaria che la g' ha fato 
r ovo. 

La pezo rua (ruoto) del caro xe quela che giga. 

A Venezia: La pezo roda del caro xe quela che ruza. 

E: Roda rota, sempre Qiga. 

La mede plui triste j' è che che plui si fas senti. — E in Agordo : 

La rode che giga, V è quele che doverle taser. 

Ohi no g' ha giudìzio, no gh' abia lengua. 

Co no se sa parlar, sé tase (5» taccia). 
La lengua sta ben drento del denti. 

Chi parla trop, se fa dar adoss. (Bell.) 

Se t' has '1 bugat zarè, la farina te teca a tamesè. L. 

Se hai il barattello rotto <ted. xerreitsen) la farina ti tocca stac- 
ciarla. 

De chi tase, nessun sparla. 

Boca e lengua castigae^ molte angustie sparagnae. 
Xe megio sbrissar {scivolare) coi pie, che co la lengua. 
'Na parola mal dita, la va tan fa' na sita. 

Dell* A. Trev. Tan faina sita, Itanto come una saetta. 

Sasso trato e parola dita, no torna più indrio. 
Una parola no xe mal dita, co no la xe mal intesa. 
Chi intende mal, pezo risponde. 
Chi ascolta, varda e tase, sa viver in pase. 

E : Oci vedi, boca tasi, se ti yoI viver in pase. 
Cui che viod, sint e tas, r ul vivi in pas. ** 
Veiga, sconta e tese, se te vos vive*n pese. £. 

Prima de parlar, movi la linga dieso volte. 
Ciàciarà senze pensa, l'è come trai senze mira. 
El gaio, prima de cantar el bate le ale tre volte. 

Al gial bate le ale tre ote, prima de clatttà. * 

Mai mostrar quel che se g' ha, né dir quel che se i 

In Auronzo: È mejo magna ditto {tutto) chel che se ha, che dì 
dttto chel che se sa. 



•• 



PARLABX, TACXRB 275 

No dir quanto ti sa, né quanto ti poi {(upuoi). 
Se te sé (sai) qualcosa, mètelo in gajofa {tasca). 

IM Adria. 

Ohi taso a temp, schiva un torment. 
Un bel tàser, no xe mai sta scrito. 

A Trento : Un bel zito, non fu mai scrito. 

'^ Chi no sa tàser, no sa goder. 
^ A ben intenditor poche parole basta. 
Chi g' ha torto, giga {grida) più forte. 

E : Chi sbragia, no g' ba parole. 
Giii ha tort, osa pù fort. {Trento) 

Chi tase, conferma {o confessa). 

Talvolta però : Chi tase, no dise gnente. 

Miei mangia (^n t'un uarb, che feveli cun t' un 
siord. •• 

Tute le letere no va a la posta, tute le parole no 
voi risposta. 

V ardete dai papatasi. 

Placidoi et silentes homines vitm. — Cave Uhi ah aquis silentibus. 

(Vedi Maidicetua, ecc.) 

Paara, cora^g^lo, ardire 

Tute le arme de Bressa, no armarave la paura. 

Nelto X Tà9. Armarave, armerebbero. A Triste: Contro la paura 
no gh* è rimedio in speziarla. 

La paura fa suar {sudare) de genaro. 

Contro la paura no gh' é rason. — o La paura no 
g'ha rason. 

Chi se fa piegora, el levo la magna. 

E neir A. Trey. : Chi se fa agnel, el lof lo ingiote. 
Nel see. XVI, quando si faceva ancora la caccia coi falconi, era 
?lTo questo: 

Chi colomba se fa, el faleon la magna. 

Chi g' ha paura de dir, xe indegno de far. 

Così a Venezia ; e in senso eguale a Uflnallongo : 
Chi che no sa dì de no, velch de bon fé i no pò. 
Non possono fare alcuna cosa di buono. 



276 PAURA, OOBAGOIO, ARDIBS 

Chi no la risega {risica), no la rosega. 

Nie no se rlsie, nie no si ròsie. ** — Chi rtsega, rosega. 

Chi g'ha paura, no magna. — Chi no ris-cia, na 
aquista. 

E: Oli no se mete a pericolo, no guadagna. 

Chi no ris-cia el soo, no ciapa quel del altri. 

Vale anche pel commercio: ove sono maggiori i rischi, maggiori 
sono i guadagni. Perciò si dice: Gran pericolo, gran guadagno. 

Chi no orsa, no fa orsati. — Chi no elsa, la boca 
polsa. 

Or»M e o/m, osa. Nel Vicentino; no me onso^ Tale non oso^ non ardi- 
teo. I contadini di Thiene ; no me orso. — Neir A. Trev. olsa ha lo stesso 
significato ; la ùoca poha^ la bocca riposa, non mangia. 

Chi teme i pericoli, no se meta a imprese. 

In Cadore: 1 brae {bravi) resta in guera. 

Chi teme i ose! no semena mègìo {mtglio). 

Par pdre das passaris no si lassa di semenà. ** 

Chi voi ciapar pesce, bisogna che '1 se bagna ^1 culo. 

E nel ms. Udinese (loppi) del sec. XVt : Cui cu tuI pijà lu gut, al 
bisogne eh* al si bagni M cui. — Gut, gobio ; yeneziano : go. 

Chi varda le nuvola, no fa viagio. 

Neir Ecclesiaste : « Chi pon mente al Tento non seminerà ; e chi 
riguarda le nuvole non mieterà. » — Chi bada alle chiacchere altrui, 
non farà mai nulla. Gli ostacoli bisogna affrontarli. 

Val pi '1 coragio, che la forza. 

El ben, fato per paura, no vai gnente e poco dura. 

Dicesi del bene fatto per gli altri e di quello per noi stessi. 

Chi no ha fato mal, no g' ha paura de' nessun. 

Chi mal no fa, paura no g* ha. — Mal no far e paura 
no aver. 

li brigant e il viandant, stan simpri con pòro. ** 

La paura del morir xe pezo de la morte. 

I paurosi dicono: Xe mògio aver la paura che 1* angossa. 

Ohi core, core ; e chi scapa, xola {o svola). 
Campa più un pio-pio, che un cori-cori. 

Aver pio-pio, aver paura. Campa più uno che si abbia riguardo^ 
che uno che faccia il bravo, il rischioso. 

Chi no g' ha cuor, g' abia gambe. 



PAURA, CORAGGIO, ARDIRI 277 

*No bisogna aver paura che dei so pecai {peccati). 

Proverbialm.: Fin che la dura, mai paura. 

La paura fa coragio. 

Si dice anche : La paura xe fia de la prudenza. 
Ma, in tal caso, non è paura^ è timore, È V unica inesattezza di lin- 
gua eh* io abbia trovata in tante migliaia di proverbi ; ed è personabile 
al popolo che non va tanto alla scuola. 

iOo se xe per negarse, se se cìapa anca a un branco 
de spini. 

^Fora del pericolo, tuti xe bravi. 

Omo assalta, mezo perso. (X Tav.) 

Estremo mal, estremo rimedio. 

Un s-ciopo descargo fa paura a do. 

A due, a chi lo adopera ed a quello che lo crede carico. 
In bone man, anca 'I s-ciopo vedo fa paura. 

Val più un bon muso, che un bon s^iopo. 
Un bon muso more int' un palazzo. 

Fifra juvat audentes^ prisci senientia vati», Claudiakus, ad Prob. 

I musi roti fa fortuna. 

Tirada la spada, se buta via '1 fodro. 

Oo la pazienza, el gobo va in montagna. 

E : Co la pazienza se vin^e ogni cosa {o se fa tute). 

Ohi no pazienta, se tormenta. 

Euripide neir Ippolito : 

11 mal più lieve 

Ti si farà se il porterai con pace 

E con animo forte. 

Aver pene e travagli è umana sorte. 

Oui che sa pati, sa ance vivi. ** 
* La pazienza xe un' erba che no nasse in tutti i orti. 
Ohi g' ha pazienza vede le so vendete. 

Vedi Ingiurie, offese. 

La pazienza xe dei frati e de le done che g' ha i 
omeni mati. 



278 PAZISNZA, RASSBaNAZIONS 

A quel che Dio manda, no gh' è rimedio. 
Quel che Dio manda, no l' è mai massa. 

E: Quel che fa *1 Signor, xe tuto ben fata. 

Xe mogio quel che Dio manda che qnel che 1' omo 
domanda. 

Chi è senza lame, vada in loto a V orba. 

De qnel che no ghe xe, se fa senza. 

E : Co no ghe n* è, se fa erosele. • 

Bisogna far de necessità virtù. 

Quel che sta scrito in gielo, no se desfa in tera. 

Dal destina no se poi scampar. 

La piegora che die (deve) esser del levo, bisogna 
che la sia. (X Tav.) 

A la piègora, tanto ghe fk che '1 lovo la magna, 
quanto che la scana '1 becher {beccaio). 

A campo tempesta no ghe voi benedizion. 

0: Sul tempesta no g* he rimedio. — Al fato no g'hè rimedio. 

A barca sfonda no ghe voi sèssola. 
Co se xe in baio, bisogna baiar. 

(Vedi Conforti nei mali.) 
Povertà, rleeliexza 

Pan e aqua, vita da mata ; aqua e pan, vita da can. 

È nelle X Tavole come questo : 

El pan suto {asciuttò) fa deventar muto. 

Panze afamade, vite disperade. ** 

La furmìa per la plus se dura fam, per potei viv 
dut l'an. L. 

La formica, cioè il poverello, per lo più patisce la fame per poter 
Tivere tutto V anno. — Quante miserie, e quanti patimenti vede la 
mente nostra in questi proverbi nati fra le lagrime. — In Friuli : 

L'ore di gusta pai siors è quand che han fan, e pai pitocs quand 
che a *nd* han {che ne kanno^ da mangiare) 

Panza veda, recia sorda. 

L* uomo allora ascolta invece 1 consigli del bisogno « 
di mali. » 



potshtI, kigchezza 279 

Fredo e fame, fa bruto pelame. 

E a Feltre : Pan, fun, e fret, Ik V on poaret. 

Gnente co gnente, fa male stente. 

Dieesi 41 due spiantati che si maritano. 

Co la fame vien dentro da la porta, 1* amor va fora 
pCT i balconi. 

Bezzi clama bezzi, e miseria clama miseria. 

: Soldi fa soldi e peòci fa peòci. 
In Agordo : 1 pedoci i ghe ya ai pórit. 

Puar chel eh' a si lasse vegni un pedoli ! 

« La miseria vien poi a precipizio. » Ostermann. 

Dove ghe xe peòci, tuti ghe n' ciapa. 
Chi no gha be^zi, bate la luna. 

Bater la luna, esser lunatico, paturnloso. — A Verona: 

Scarsela uda {vuota), è meza malatia. 

L' omo senza bezzi, xe un morto che camina. 

Comunemente pure: Homo siue pecunia, imago mortis. — A. Pellestrina: 
L' omo senza pecogna, 1* è simile a la gregna {rogna). 
ProTerbiali questi due versi : 

L*omo vàrdelo ben, yàrdelo tuto. 
Quando V è senza bezzi, è molto bruto. 

El pan del pòvaro, xe sempre duro. 

E: Ai cani afamadi, ossi duri. 

Ohi sta a man isporta, tira la boca storta. 

Le mosche va sempre drio ai cavai magri. 

Al povar' omo le disgrazie vien sempre a tiro do. 

La rason del poareto, no vai un peto. 

In Cadore: La rason dei puareti, l'è carga de difeti. 

I pori poareti, i nasse senza corni e i more bechi. 

Bl povar' omo no fa mai ben : se mor la vaca, ghe 
vanza '1 fen ; se la vaca scampa, el fen ghe manca. 

Saco sfeuso (o roto) no tien mégio ; povar' uomo no 
va a Consegio; se'l parla ben, no^l vien inteso; 
se '1 parla mal, el vien ripreso. 

Saviezza da pover' omo, belezza de p .... . e forza 
de fachin, no vai un bagatin. 

Invece : Poco fervei basta a chi fortuna sona. (X Tav.) 



280 poysbtX, bicghezza. 

Povertà, fa viltà. 

Il povero diventa abbietto agli occhi altrui. Dante diceva eh' era 
stato sbattuto dal « vento che vapora la dolorosa povertà e sono vile 
apparito agli occhi di molti. » E II Macchiavelli temeva di divenire 
« per povertà contennendo ». Nil habet puapertas dmius in se quam quoi 
ridiculos homines facit. — No è vertù che povertà non guasta. (X Tav,) 

Carne de povar' omo, carne de musso [somaro). 
El desparà xe sempre castra [sacrificato). 

Ed a Pieve d* Al pago : El sior magna '1 poret. 

'L rich r ha ben bel : '1 se fesc le balote col sane de 
l'agnel. L. 

Balate^ sono i Knòdl, cibo dei Tirolesi, che usasi anche nelle bir- 
rerie di Venezia. Nei paesi vicini al Trentino : Canèdeli. 

A chi no ghe n'ha, le calze xe carte. 

A chi no ghe n' ha, nessun ghe n' dà. 

Gramo chi g' ha bisogno dei altri. 

Seme tuti fradei, ma chi ghe n' ha, ghe n' ha. 

Giusta protesta contro la non vigente legge della Fratellanza umana. 

Bove no ghe n' è, no se ghe ne tol. 

Così i creditori dei poveri. Vedi Debiti, pag. 114. 
A Venezia : Dove no ghe xe ocio, no ghe xe làgreme. 

Oan mozzo, leva presto la eoa. 

Dei poveri quando cambian di casa : avendo poche masserizie, fan 
presto a tramutare ; o quando desinano, presto sparecchiano. 

Per deventar sieri ghe voi tre cose: un poco, un 
molto e un gnente. 

Cioè : un pò* di quattrini, molta fortuna e niente coscienza. 

Co r aqua ciara no s' ha visto mai brentana. 

Delle grandi ricchezze fatte rapidamente : danno sospetto che slen 
fatte con male arti. 

Beati quei che g' ha so pare a V inferno. 

È antico molto, perchè il Sacchetti (nov. 41) narra che Messer Ri> 
dolfo da Camerino soleva dire : « Tristo a quel figlio che V anima di 
suo padre ne va in paradiso. » 

11 popolo dice che tre cose ci vogliono per arricchire: gato, o 
cato, lasso. — Cioè o rubare, o trovare, o ereditare. Nelle X Tav. : 
Due itera fa V omo beato : item te dago, ifem te lasso. — In Friuli : 

Beàs chei f !s che han lor puar pari a eia dal diaul. 

Pie suti e borsa piena, fa V omo de bona lena. 
Ohi g' ha soldi in scarsela fa sempre festa. 



. 



POVERTÀ., BXCCHEZZA 281 

Ohi g' ha bezzi e prà {jpraii), no xe mai impicà. 

I bezzi g' ha sempre rason. — Coi soldi se g' ha sem- 
pre rason. 

In Friuli : Cui che 1* ba bez, r ha resòn. 

Un soldo fa cantar 1' orbo ; do rompe la giustìzia ; 
tre traditor fa un re. 

Bellunese. -- In Yalsugana : Co la borsa, se fa baiar V orso e V orsa. 

Chi più g' ha, pianze manco. 
I soldi i è la ciave del paradiso. 

Ed anche : I si ori i g' ha '1 paradiso de qua, e quel de là i se Io 
erompa. 

11 popolo però vede che anche i ricchi son bersaglio della Fortuna, 
che dopo ayerli più fayoriti pare che goda di vieppiù tormentarli: 

La làgrema più grossa xe quela che va in carezza. 
Chiave d' oro verze le porte de fero. 

E : Giave d* oro ayerze ogni porta. 

A sto mondo xe rispetai, chi g' ha bezzi ingrumai. 

E : L* oro no fa anticamera. 

£1 diavolo caga sempre sul muoio più grosso. 
Danari, chi li g' ha spessi e chi li g' ha cìari. 

1 bezzi ya drio ai bezzi — e Roba fa roba. 

I bezzi xe '1 secondo sangue. — Coi bezzi se fa tutto. 
Chi g'ha bezzi g'ha giudizio. 

« La modèration des personnes heureuses Tient du calme qae la 
bonne fortune donne k leur humeur.» La Rochefoucould. 

I siori casca in pie, i poveri co la testa. 

La roba, scende [o indrezza; o conza) la goba. 

E : El slor col danaro, giusta le magagne del somaro. 

£1 mogio pesce xe '1 go. 

Gioco sulla Voce go che vale ho e Gobio, specie di pesce. Anche in 
Adria : È megio el go che le orae. Cioè è meglio poter dire ho che non : 
vorrei. Orae, sono le orate, ed è anche sincope del vorave, Torrel. 

Meo {meglio) che vanze, no che mancie {manchi). • 
Chi g' ha cavai in stala, poi andar a pie. 

Uno pub fare a meno deir uso di certi comodi quando è noto che 
li ha. — E inoltre non couTlene mostrar sempre e a tutti quello che si ha: 

I cian (cani) mostra 1 cojoi, e i cojoi mostra i soldi. 



282 POTESTÀ, BICCfIBZZ4. 

Chi g' ha dei zochi poi far de le stèle (schegge). 

Chi g' ha pfegore g* ha lana. 

Chi g' ha spago, g' ha gemi (gomitoli). 

Le frégole le gen fora dai toche gros. * 

Go no gh' è legno, no se fa Qenise {cenigia). 

Senza leva {lievito) no se fa pan. 
Per far pan, ghe voi pasta. 

Ohi g' ha più richezze, g' ha più pensieri. 

Porta granda, bataòr grando. 

Gran nave voi gran aqua. — Gran nave, gran pensier. 

Nelle X Tav. ; ma caddero in disuso da quando i Veneziani non an- 
darono più in mare, altro che per fare i bagni. 

Poca roba, Dio galde. (X Tav.) 

Dio gode, perchè i poveri, tatto sommato, sono assai più Tirtuosi 
e migliori dei ricchi sfondati. — Galde, vedi a pag. 43. 

li più gran poeta popolare della Francia, il Bèrenger, ha quattro^ 
versi memorabili. 

Respeetex mon indipendenee, 
Sselavea de la vanite ; 
C'est à V ombre de Vindigenee 
Que i' ai troupe la liberti. 

Povertà, mare de sanità. 

Chi g'ha tera, g'ha guera. Chi g'ha case, no 

g' ha pase. 

El poco basta, e '1 tropo guasta. 

E: Col poco se gode, e co Tassa se tribola. — A S. Vito Cad. ; 

Tanto fas mal al [il) massa, che al massa puoco. 
Chi ghe n' ha pi del bisogno, ghe n' ha tropo. 
Chi ghe n' ha, ghe ne perde [o spande). 
Fin che i bezzi dura, amigi no manca. 

E: Chi perde la roba, perde i amìQi. 

Dove gh' è pastigi, gh' è amigi. 

E: Dal rico tati xe ami^i. 

A chi ghe *n h&, tutti ghe ne voi dar . 

Chi g*ha de la roba, g' ha dei parenti. 

Enea Silvio Piccolomlnl, fatto papa, diceva de' suoi nipoti: Quan- 
di ero Enea, nessun mi conoscea; orcheson Pio, tutti mi chiaman zio. 
— n ricco, anche se avarissìmo, ha sempre amici; e i parenti cercano,, 
di stare in bona con lui (V. pag. 65.), per quante offese ne ricevano . 
Oh, «sacra fame dell'oro, che non puoi tu .nel petto dei mortali ? » 



povebtX, ricchezza 283 

I danari sta sempre co la bareta in man. 

« Per prender comiato » X Twole. A Primiero : 
1 Bezzi i è tondi e va che i par onti. 
1 bezzi i Ta Tia perchè i è tondi. 
I bezzi no i ga gambe, ma i core. 

I soldi fati a la presta, i rompe la borsa. 

Yan fuori subito. Perciò si dice : Roba de p (o de dota) la va 

ohe la trota, e Roba de m .... la va che la sona. 

In miez' ore s' impara a fa i siors. '* 

ì soldi fa boria. — Bondanza fa baldanza. 

'Res secitndae insolentiam poriunt. (Sallustio). 

La boleta, la gazza {acuisce) 'ì talen. 

Di Feltro. Boleta^ mancanza di quattrini. 

Chi no g' ha soldi, scartabela. 

Scartabella fra le carte vecchie di famiglia per trovar titoli da far 
danari. 

Povertà co bona testa, no finisse mal; richezza sen- 
za testa finisse a V ospeal. 

È di Venezia, dove gli ospitali furono e sono assai frequentati da t 
nobilominl caduti in miseria. 

'Ntravèdete dal rich eh' è vegmù puoro, e dal puoro 
<5h' è vegnù rich. L. 

La pezo genia xe quela dei refai {H fatti). 

Se poi questa tristissima genia ha il potere negli Ufficj, nel Comune 
nello Stato, vedi, ripetutamente, a pag. 45 e 177: e altrove un altro dirà : 
Chi voi provar de V inferno *1 suplizio 
Vada soto al vilan messo In ufizlo. 

Dews, in adiutorio meo intende, co no se ghe n' ha , 
no se ghe n' spende. 

Vita d' entrada, vita stentada. 

Vero nel secolo scorso. Goldoni nella Cwa mna (il. 9) : « Nobiltà 
no ghe ne xe da trar via : so pare gora salumler, so barba el ven- 
deva el botiro. 1 ghe dà del lustrlsslml, perchè i vive d' entrada, ma 
dlse el proverbio: Vita d* entrada, vita stentada. » 

Anche nel m. s. della Gollez. Joppi, sec. XVI : Vite d' entrade, vite 
stentade. 

È mejo laorà pitoc fin a la morte, che vederse i zaf 
per le porte. 

Gadorlno. ZaU zaffi, cursori, agenti fiscali. — Neir Alto Veneto : 

Polenta pizzola, ma fora de le man de fa giustizia. 

(Vedi ConitMioni Usuguali; Economia; Fortuna ; Miserie delia vita.) 



284 



Probità, onoratezza^ Tlrtù 

Riga [o ara) drito e lassa dir chi voi. 

In Adria : Ara drito e fa un bel solco. 
Nel Bellanese : Se te toI respet, ara dret. 

Biàvela cai che pò porte '1 ciapel su 'n ogni part 
del ciòl 

Biàvela cai, beato quello ; eie, capo. Di LlTinalIongo, come questo ; 

L' è mie xi cui scufon zarè, che ester da ogni ogle 
osservò. 

Scufon, calzerotto (y. pag. 225) ; zarè, rotto (pag. 274). 

Chi va per la strada drita, no sbaglia. 

E : Chi ?a sempre drito no fala mai. 
: Chi va drito, no fala strada. 

Dove ghe xe inerenza, che xe previdenza. 

In altro senso, Tedi a pag. 93. — L* omp giusto, Dio lo ajuta. 

Val più un pugno de bona vita, che un saco de sa- 
pienza. 

Megio onor, che bocon. — L' onor, e pò* pi {più). 

Mei Bellunese : Megio V onor, che esser sior. 

Ramo scavezzo no V è più bon. 

DI chi manca una Tolta al proprio onore. 

1 L' innocenza xe come un specie : co T è macia, noi 
se neta più. 

Chi no ha né onor né vergogna, 1' é 'na carogna. 

Chi g' ha perso la riputazìon, no g' ha più gnente 
da perder. 

i bo se liga per i corni, e ì omeni par la parola. 

Nel Cadore: I bos par i come, i omen par la parola. 
A Vicenza : I omeni se ciapa per la parola, i aseni per la caTezza. 
Berba ligant homitus, taurorum eornua funes. 

La parola fa V omo. 

Parola da re, no torna più indrè. 

Parola da re, promessa sacra che non si può tradire ; parola che 
non si muta né si disdice. Nelle X Tavole .* 

Ohi promete e no atende, su la piera de V inferne 
se distende. 



PROBITÀ, ONORATEZZA, VIRTÌI 28&' 

El prometer ze la vizilìa del dar. 

Ha: El recba prometer. no sts per maaleguer. 

Chi le beile a promeler, xe tardo a maiilegair. 

Chi molto promete, no merita Tede. 

Promell e oial-alendl gora rradei. 
In Adrta: Promesse è tulle Tesse {tcicie), chi le crede, le nasa. 

Ogni promessa xe debito. — La parola liga. 

Nelle pratnesse di matrimonio: Parola date, paiealela entrata.. 

Quel che xe de pato, no xe de ìngano. 
El ben via, no fa la mufa. — e 
El boD tìd no g' ha bisogno de ft'asca. 
L' oro no ciapa {o no teme) macia (macchia). 
,» La roba sporca, la va lavada in famegia. 

À Verona: Le m&ele, è meglio larsraele In casa. 

No bisogna mostra a nissun la ciamese sporce. " 
No te meter in testa quel che ti g' ha soto pie. 

Procura che non el Teggano le lue magagne. 

Un baso e 'na forbìa, el baso xe andà via. 

Kb si risponde: Un baso no fa un buso. 

Coi birbi el galantom, el fa la figura del cogion. 

Bellunese, — E : Xe megglo spuzzar da macaco cbe da ludro. 

Doi solde de cojon, fa I' omo bon. * 

Chi ha falà la strada, torna [torni] indrio. 
* Megio pentirsa na volta, che mai. 
" £1 falar xe da omeni, e '1 continuar xe da bestie. 

Ogni femena è casta, se no l' ha chi la cazza. {X Tav.) 

L' onor, tuti lo mete dove che i voi. 

(Vedi Falli, ecc.; Diligeaiii, ecc.) 

► Mondo, fato tondo, che no sa navegar, presto va al- 

fO'"'" 

"A ci 



286 PBimXMZA, ACGOBTSZZA, 8XNK0 

Ohi sa far la pignata, sa far anca '1 mànego. 

Chi sa fare le cose, sa trovare anche il modo di serrirsene. 

Ohi no g' ha giudizio, perde la ciesa e anca '1 be- 
nefizio. 

In Istria: 

No te ciapa la malora, se ti g* ha giudizio e roba. 

Val più 'na drama de giudizio, che gent' onze de 
talento. 

E : Val pi e] legno, che la scorza, e r Ingegno, die la fona. 
Val più nn' onza de criterio, che cento lire de talento. 

Tal più do soldi de mincion, che do de massa bravo. 

Do soldi de cogion in scarsela, sta sempre ben. 

Xe megio saver da mlacion, che da hulo. 

Val pi un' onza de cojon che *na lira de oro. (Aoronzo) 

Megio un quart d' ora de m . . . , che un' ora de drito. (A.. Trev.) 

Val pi *B soldo de cojon, che Qento da sTOjade. * 

Bisogna esser più furbi che santi. 

• Omo senza prudenza tanto vai, quanto la menestra 
sensa sai. 

k La prudenza no ghe xe oro che la paga. 

De note, parla pian; e de zorno, vardete atorno. 

Ohi no bada ai fati soi, co la lanterna va cercando 
i guai. 

Chi ha più giudizio, el doperà {lo adoperi}. 

£1 giudizio vien dopo la morte. 

E : Pxima la morte, secondo *1 giudizio. 

Chi de gnente se cura, vive a la ventura. 

A viver co la testa nel saco, xe bon ogni macaco. 

La parte del mincion, xe la prima magnada. 

A Verona : V ultima rendita l' è quela del miacionl. 

Ohi nasse tondo, no mor quadro. 
Ohi xe mincion, so dan. 
Ohi xe mincion, staga a casa. 
Per i orbi no xe mai di. 
Ohi no prevede, no provede. 



PRUDENZA, ACCORTEZZA, SENNO 287 

Chi teme, no perisse. 
^Omo avisà, xe mezo salva. 
Xe mègio cascar da la finestra, che dai copi. 

E : Hegie ferio che morto. — De* due mali il minore. 

Xe mògio star al palo, che negarse. 

In proprio, ò dei nuotatori. 

Chi spenze in mar la barca, sta con un pie a la riva. 
No bisogna andar contro la corente. 
Un bon nocièr navega secondo '1 vento. 

In politica è di chi non ha bandiera: va dietro a tutte. 

Chi solo se consegia, solo se pente. 

Prima de far la pignata, bisogna far el coerclo. 

Mettendosi a una impresa, provvedere ai sinistri possibili. Ma il 
prov. è fatto dai facinorosi, che studiano, accingendosi ad un misfatto, 
il modo di non essere scoperti. 

Pericolo in mar, pericolo in tera e pericolo arente 
la massera. 

Dai s-ciope da drio, dai cavai davante e dai mate 
da luntan. [Amp.) 

Tien un ocio al pesse, e un altro al gato. 

0: Un ocio a la gata, e P altro a la farsora. NeirA. Trev.: 

Tuti cerca che le scarpe le ghe vae {vadano) ben. 

Chi va a V aqua se bagna. — Mal che se voi, no dol. 

Chi pusa {posa) 'ì cui su l' ortiga, el sente che '1 ghe 
formiga. 

Liga r aseno dove voi el paron, se '1 se pica, so dan. 

Senno di chi è soggetto altrui. 

Chi è al coverto quando piove. 
L'è ben mato se'l se move; 
Se '1 se move e che '1 se bagna, 
L' è ben mato se '1 se lagna. {X Tav.) 

Cui cu ha la fortune, eh' a s' a tegni* ** 

A savèle {saperle) dute, no se morirae mai puarete. 

Non si morirebbe mai poveretti. 

(Vedi JHHgenMài Pfhre e toMre; Rifiestion^, 



288 



Rei;ole del i;ladicare 

No se poi stimar a ocio la carne de Cristian. 

OTYero : Carne de Cristian, V è un tristo stimar. 
Crittùm^ per uomo. Nolite juUcare tectmdum faeiem* 

Conforme che se pensa, se giudica. 

Dal segno se conosse la bota {percossa). 

Da la stòla {scheggia) se conosse el legn. {A. Veti.) 

Dal segno se conosse le baie. 

Da la mostra si conosse la pezza (di panno). 

Da le pene se conosse l' oselo. 

Così altri: i aseni dal basto; dal pissar le cavale, da T insegna 
l' ostarla; e dai moti se conosse i segni. —Cioè dai cenni che uno fa, si 
capisce che tuoI dirci. 

Nelle X Tavole vi è il seguente, usato sotto la Republica, e che 
serve a conoscere i patrizi veneti secondo il titolo che veniva loro dato» 
o di dottar di cavoUer: 

El dolorato è grado di saver, la cavaleria de aver. 

Da r opera se conosse chi V ha fata. 
L' albore se conosse dai fruti. 

E : Ogni erba se conosse da la semenza. — La causa degli effetti ,. 
in generale. 

Se le xe rose, le fiorirà ; se le xe spine le ponzare* 

Nelle X Tavole .* Se le sarà ruose, le fiorirà. 

Da la soramansion se conosse la lètara. 

Soramansion^ soprascritta. L' uomo dalla fisonomia o dalle sue pri- 
me parole. 

La borasca se conosse sul viso del mariner. 
Dove ghe xe V insegna, ghe xe V ostarla. 
Dove che ghe xe fumo, xe fogo. 
No se dise ben del dì, se no xe note. 

No se poi dir bel zorno, se no xe sera. 
E: La xe la sera che fa bello '1 dì. 

« La vita il fin, e il dì loda la sera. » Petrarca. 

Finìo '1 salmo, se canta '1 gloria. 

Una rondina {o un fior) no fa primavera. 



REGOLE DEL GIUDICARE 289 

♦ No se dise quatro co no V è in saco. 

Come origine del prov. si racconta volgarmente il fatto di un frate 
mendicante che, mentre stava sulla via ad aspettare la carità, venuta 
una donna alla fenestra con dei pani, egli aperse 11 suo sacco per 
riceverli, numerandoli ad uno ad uno, come vi cadevan dentro. Al 
quarto, eh' era per aria, il frate disse : e quattro. Ma il pane, intece 
che andare nel sacco, gli battè sulla testa. — Neir Alto Veneto il prov. 
è cosi : No se disè tac, se no V è nel sac. 

El mercante se conosse a la fiera. 
A la prova se scortega V aseno. 

«Dime chi son, ma no me dir chi gera. 

DI quelli che seppero correggersi del loro difetti. 

Denari, seno e fede, no se vede. {X Tav.) 
• Bezzi, fede e carità, metà de la metà. 

Ovvero : Bezzi e fede, manco che se crede ; e santità un passo più 
in là. — Cioè meno ancora. Famoso ò il monologo di Lucramo nella 
Cassaria deir Ariosto : 

Quando si sente lodar troppo e mettere, 

Come si dice, in ciel beltà di femmina, 

liberalitade d'alcun principe, 

santità di frate, o gran pecunia 

Di mercatante, o bello o buono vivere 

Che sia in una cittade, o cose simili. 

Non si potrebbe mai fallir a credere 

Poco ; e talvolta credere il contrario 

Di quel che apporta la fama è stato utile. 
E Lucramo seguita a dire che tutto V opposto si dee giudicare 
quando si parla di vizi che sono sempre maggiori di qael che la fama 
divulga, illustrando il seguente proverbio : 

^ Debiti e pecà, più de quel che se sa. 

Non si potrebbe anco fallire a credere 
Piti di quel che si sente, se dar biasimo 
Odi ad alcuno che di latrocinio 
d' avarizia sia imputato, o dicasi 
Che giuntator, che barro, che falsario, 
che traditor sia: perchè li vizi! 
Sempremal, praticando, si ritrovano 
Maggiori ; e le virtudl e le lodevoli 
Cose buone minor di quel che il pabblico 
Grido ne porta. Non saprei già rendere 
Di ciò la causa; ma 1* esperienze 
Fatte deir uno e deir altro mi moveno 
A dir cosi. 

Ga. PA8QUALI60 19 



200 BSaOLE DSL OIUDICARB 

A pensar mal, se fa mal, ma la se indovina. 

De quel che se vede, poco se crede; de quel che se 

sente, no se crede gnente. 
Un bel vedere, fa un bel credere. 

L' ocio voi la 80 parte. 

Tre cose xe facile da creder; dona graveda, nave 
rota e omo morto. {X Tav.) 

Una campana sola, no fa concerto. 

Bisogna sentir tute do le campane. 

Neil' A. Trev. : A sentir 'na campana e no sentir queir altra, no se 
sa quala sona mègio. — Nelle X Tavole : Aldir una campana e no aldir 
r altra, no se poi ben giudicar. 

Anche : Per decider de un concerto, bisogna sentir tutti i stromenti. 

Prima de dir de un o ben o mal, bisogna averghe 
magna insieme tre quarte de sai. 

La dona bisogna praticarla un zorno, un mese e un 
istà per saver de che odor la sa. 

No se dis d' ave visto un lovo, se no se ha visto 
al manco una tanta. 

Di Auronzo. Non si dice d' aver visto un lupo, se non si ha veduto 
almeno una ceppala. Qualche cosa di vero ci dev* essere. — E : No se 
disc mai vaca mora, co no ghe n' è qualche pelo. 

El mondo aumenta, ma no V inventa. 

(Vedi Fama, pag. 145). 

Vose de un, vose de nessun. 

Uno no fa numero. 

Su le tre, qualcossa xe. 

Tarda risposta, cativa risposta. 

Ogni regola patisse la so ecezion. — L' ecezion fa la 
regola. 

Redole del trattare e del eoiiTersare 

A la dona no se ghe dise né bruta nò vecia. 

No contar {o no ♦^domandar) i ani a le done. 

In casa de galantomeni, prima le done e i pò omeni. 



k 



REOOLB DEL TBÀTTABB B DSL GONTEBSABS 291 

La bona maniera, la piase a tutì. 

£1 farse voler ben, no costa bezzi. 

Chi nasse ben, irata ben; chi nasse mal, irata mal. 

L' orso in dàsa no regna. 

Deir A. Veneto. Chi è di modi rozzi, un orso, non è bene accetto. 
E : Val p\ 'na bona (icra, che un ciar {carro) de complimenti. 

Magio un piato de bona Qiera, che cento pastici. 

La bona Qiera V è un piato de p\. (A. TroT.) 

No xe vìlan chi de vila sia, ma xe vilan chi dise 
vilania. 

Chi no rispeta, no vien rispetà. 

Chi rispeio voi, rispeio porta. 

La creanza sta ben anca a casa del diavolo. 

Val plui un no con creanze, che un sì vilan. ** 

Davani al preve, se va col ciapel in man; davant 
al puore {povero) ^ con en pan ; davant al vegle 
{vecchio)^ se piega 'n xenogle; e a le bele tose, se 
i siera 'n ogie. L. 

La tropa confidenza, strazza T amicizia. 

£ fra persone di diyerso grado : 

Tropa confidenza, fa perder la riverenza. 

Al pel canù, rispei. {A. Ven.) 

I veci, va sempre rispetai. 

Veder e no tocar, la xe cosa da imparar. — Man a 
casa e muso a V àlbio (truogolo). 

Li dicono le ragazze a chi « no tien le man a casa. » Così si suol 
dire : Le paté g' ha V ogio santo. 

Zogo {o scherzo) de man, zogo de vilan. 
Ogni scherzo curto è belo, a lungo andar el poi stufar. 
La burla no la xe bela se no la xe fata a tempo. 
Scherza coi /anti e lassa star i santi. 

/ tanti, i potenti, chi ti può far del bene *e del male. Nelle X Tm.: 
Tresca coi fanti, ecc. 

De carneval, ogni scherzo vai. 
Chi scherza, a le volte fa da ben. 



392 MBSOLB DV. TSATTABI I DSL COKfSBSABK 

Burlando, se dise la rerità. 
Co le disgrazie no se scherza. 
A tela DO se parla de morti. 

Ttla, uioU. — Ed aache: I iìtì eoi Tiii, e I m^ti eoi noni . 

iDTìdàs a magna, no si fasisi preà. (Caraia) 
Chi Ta e no le inridà, le mal visto o descazzà. 
Chi canta a iola o in leto, xe mato perreto. 
Né a tola né in leto, no gbe voi rispeto. 

uè i» Uule tit ìb jel. no si piurle rispci. 

Beati i nltimi, se i primi g'ha creanza. 

Pnncrbto della tiiola. 

Chi g'ha creanza vive ben; chi no ghe n'ha, vìve 
m^io. 

TStW A. TfCT. : PiTibon è mori da fam, e sbrod^on Tire» bcDOD. 
Coi chi l'ha creaaie, il eunpe un aa; eoi ebc doq d' ha al dm- 
^ dal. ~ 

El magnar xe da vilan, e 'I bever xe da zentilomo. 

In campagna ti osa D&rire nn bichier del mlgOore, a ehi Tiene a 
iTOTard. — E per induire ano a rimaaere con b<n più a lungo cbe 
B»a sia n brere lempo di una. lisita. • pranisr «an noi, si dice nel 



«e dtsDì, se teoi; doTe se ^na, se donne. 

Dove nn galantnomo l' è sta, el poi tornar. 

A far visita xe civiltà, el renderla obligo. 

L' nltima arivada, prima visitada. 

Le ore xe ani per chi aspeta. 

Lis visitis rarjs, son li pini ciaris. " 

Garozza entrada, visita Dita. 

Secondo le persone se ghe d^ «i hnn/iì 

Un salado no se nega a nesi 

Dd saludo co bona grazia, f 

Xe megio '1 capei in man, e 



BBOOLE DEL TBATTASB B DSL COKTIlsaiSC 'lUS 

mìei in bocia, o soldi jd borsa. 

Proverbio del debitori. 

Né can, uè vilan, no sera mai porta. 

1 conudinL sogglangona: nèzentlloma venezlan. — nell'Alto TroT.: 
Né can, né tIUd, né zeuliloiDo TCaeilan, se lira mal la porla In man. 

Kè can, uè vilan, né musso, no sera mai usso {uscio]. 

E i TlIlBUl di rimando : He bechi, ne alùri (tiineri) no sera gnin lurt. 

Ambascìator no porta pena. 
A ogni proposta, ghe voi risposta. 
Co no se xe clamai, no se risponde. 
Domandar xe lécito e risponder xe cortesia. 
Chi mal intende, pezo risponde. 
Domandar no xe da bona zente, ma chi no domanda 
no ga gnente. 

OiTero: Domandar le da Tllao.ma cbl no domwida no g' ba gnenle 
In man. 

A sfazzado domandar, un sfazzado negar. 
Un, ben racomandat, l' è ben acetàt. ** 

Eccellente rcEola per le commcndatlztt. 

Né aqua né fc^o, no se poi ruzar. . 

J)ii»r, negar brontolando, o dare di mala voglia- 41 M Vittorio 
Emanuele diceva che non $1 pob nepre né uno zigaro cùomr, né il 
molo di eaialiere. 
Fiori e fruti, se poi tor da tuti. 
Uno, no xe da dare; do, no xe da tore; tre, d'a- 
more; quatro da mato; e Qinque da ìnamorato. 

Dicesl nell'alto di oirTlr«frutta,aorl, dolci o slmili, a persona amica, 
perche ne accetti parecchi. 

Co 'na presa de tabaco, se ciapa la parola. ~ 

SI altaca discorso, si comincia la conTeraazlone tra due elle non 



'Na presa de tabaco no se nega; ma i scroconi se 
manda a la botega. 

A cui noi puarie scàtole, no si dal tabac. 



294 BIOOUI DU. TBATTAM K DKL COMTKSB&KB 

Baso devoto no voi esser visto. 

DtiaU, di paro amon. 

Nò oci in carta, nà man in arca. 

N«I1« X r».; ni od in lewra, ai man la usta d'alirl. 

I paragoni (o i confronti) i ze sempre odiosi. 
Le finezze no se misura col brazzoler. 

Di chi augcrs aelle dolci parola : El troppo dolce, stomega (slomice) . 

Chi sta a le scolte, sente le so colpe. 

0; di Ita ia ueoltarta, tenta quel cbe noi Torta. 

Bisogna far el muso secondo la luna. 
Come se sona, se baia. — Se trata come se vien 
tratadi. 

Se paga de la moneta che se vien pagadi. 

lo Cadore: Co ia cazia che aa miaeslra, ae tÌso miaestradl. 
Mal Vteentioo ohm è qaeirnUosile di rame eoa cui al prende 
l'acqua dalie seccble nell'acquaio. 

Bellglttnet pratiche oterlori 

Chi ama Dio, ama i so santi. 

la traaiaio, chi ama II padrone, ama i auol dipeudentl ed amici. 

> Chi serre Dio, g'ha nn bon paron. 
Chi no g' ha timor di Dio, sa 'I ze andà, che 'I tor- 
na in drio. 

È del marinai dell' latria. 
' Se Dio no voi, gnanca ì santi no poi. 

SI osa per dire die a nnlia approdano ie latercessioni, quando 
ebl comanda non Tuoi esaudire. 

Chi g' ha religioD, no va in preson. 
In un'ora. Dìo lavora. {X Tav.) 



Dio sa (o vede) tuto. — Contro Dio nessun ghe va. 
Ra tera dute la zapa, e *1 ^ielo negun el toc'a V"^». ) 
Chi crede de fai^hela al Signor, se la fa i. 



BELiaiONE, PRATICHE ESTERIORI 295 

♦ No se move fogia, che Dio no vogia. 

No toma {casca) *na foia, che Dio no Yoia. 

** Le bestemie va su la testa a chi le dise. 
Chi laora de festa, laora par el diaolo. 
A quel che vien de sera, no gh' è riparo. 
La strada del paradiso xe streta. 

* Facendo male e sperando ben, el tempo passa e la 

morte vien. 

Cita, cita, chi voi del ben, se V fazza in vita {X Tav.) 

E : Val più *na candela davanti, che *na gran torza dadrio. — In 
Toscana: Val più nna messa in vita che cento in morte. 

El saòn (sapone) lava le man a chi lo adopera. 

Le orazioni giovano a chi le fa. 

Orazion de cavezal, no fa né ben né mal. 

I devoti dicono che bisogna dirle in ginocchio, non quando si è 
a ietto. 

Chi no da a Cristo, dà al fìsco. 

Tanto xe mio, quanto godo e do per Dio. 

Preà {pregare) e altro ben no fa, in paradiso no si va.** 

Chi dizuna e altro ben no fa, sparagna '1 pan e a ca 
del diavolo va. 

Nelle X Tavole: Chi zuna e altro ben ecc. Zunar {z dolce), per 
digiunar, si dice anche ora. Vedi la nota a pie della paf?. 66. 

Zunà e altri ben no fa, a eia dal diaul no si lasse di là {andare) ** 

Quando te senti nominar Maria, no domandar che 
vizilia sia. 

A la madona d' Agosto, zuna anca i osèi nel bosco. 

La vea {vigilia) de la Madona d* aosto, lAuna anche V auzel del 
bosco. ** 

A la vigilia de Nadal, dizuna anca i osei senza béco. 

<^E1 Vener Santo dizuna anca i oseleti. 

A Loreto, tanto va el zoto che '1 dreto. 

Passato '1 giorno (o '1 punto), gabato '1 santo. 

Co i sona cìampanoto, ra femenes va de trote. {Amp.) 

I tos va a santa Corona, perché la ghe trove 'na bona 
cotolona; le tose va a san Liberal, perchè al ghe 



296 HKLiaiONB, PEATICBS S8TBBI0BI 

mande un boa coiai; i tosi e le tose a san Fran- 
cesco^ perchè al ghe lo mande presto. 

Sono tre chiese di Bellano, ove è volgare il proverbio. — Nel Po- 
lesine le fantesche fanno questa preghiera : 

Donème, Signore, la vita e T onore ; roba da vender, 
danari da spender ; un bel omo a sto mondo, e '1 
paradiso in quel V altro : Signore, no ve demando 
altro. 

Santa Barbara benedeta, guardème dal ton e da la 
saèta. 

Preghiera in caso di temporale. A Pellestrina: 

San Simon, liberemo da sto siòn (^t^r&fne) ; lìberème 
da sta saeta, santa Barbara benedeta. 

Preti e capitei, cavève '1 capelo e rispetei. 

Capirei, tabernacoli, ov* è IMmagine d* un santo, posti sulle vie. 
Vedi Regole del trattare, pag. 291. 

Chi baia in quaresima, ghe vien le gambe de lesena. 

: Chi baia in quaresima, se ghe pela M culo de Pasgua. 

La quaresema xe '1 carneval de le ragazze. 

Vanno in chiesa per vedere ed essere viste. 

L' è miec a cesa [casa) o a T osteria, cbe a méssa 
in sacrestia. L. 

Co i g' ha volta '1 messal, la messa più no vai. 

Ke messa ne biava, no slunga la strada. 

11 tempo per assistere alla messa e per dar r avena al cavallo, 
non è perduto. 

La messa no scurta viagio. 

È di Pellestrina. NeirA. Trev. i contadini che devono stare al la- 
voro e ai quali un dì festivo entro la settimana toglie parte del neces- 
sario per vivere : 

Né vespri, né gambri (gamberi), no impeniss la panza. 

Perciò in Friuli : Fieste pa setemane, a fas la panze sclagne {mencia). 

La benedizion passa sete muri. 

Co '1 diavolo vien vocio, el tol su la corona. 

La carne al diaol e i ossi al Signor. 

Vedi Gitnfentii, vecchiezza, pag. 173. 

El Consilio de Trento g' ha ligà '1 diavolo co un ca- 
vegìo [capello) de la Madona. 



1 



RKLIGIONB, PRATICHE ESTBEIORt ^297 

Se ì sante magnasse pan, no s' i vorave gnanca de ban. 

Del Cadore e dell' Ampezzano. 

Ohi che va 'nte confessional senza dolour, el cojona 
nost Signour. L. 

Xe megio ubidir, che santificar. 

(Vedi Pazienza; Conforti ne^mali). 

Riflessione^ ponderatezza, tempo 

€hi che dis A, besèn che '1 dighe B. {Amp.) 
Ohi pensa, no precipita (o no pericola). 

E : Prima de far, bisogna pensar. 

bhi no pensa prima, in ultima sospira. 

E: Pensarghe prima per non pentirse dopo. — In Aiuronzo: Chi 
no pensa degnanze, piando daspò. 

£1 gaio, prima de cantar, bate le ale tre volte. 
Misura le to forze, prima de alzar el peso. 
Chi varda la luna, casca in fosso. 
Senza spia, no se inforna pan« 

Spia, quel pane che si suole dai contadini mettere nel forno, prima 
di porvi V intera infornata, per accertarsi del grado di calore neces- 
sario alla cottura del pane. 

Misura diesò e tagia una. — Oento misure e un tagio. 

Un tagio, un solo taglio ; dopo ben riflettuto, essere risoluti. — E : 
Chi ben tagia, ben cuse. 

Ohi no misura'! pas, se scavezza la gamba. 

Di Feltro. A Belluno: Chi core massa, se rompe le gambe. 

Ohi fa in pressa, sta più un pezzo (o fa do volte). 

Presto e ben, no se convien. — Tute voi el so tempo. 

Xe fato presto, quel che se fa ben. 

Ohi va pian, va san. 

Ohi ha gran premura, va pian. 

E: Adasio, che me preme, diseva quel altro. 

Ohi s'imbarca adasio, s'imbarca a bel agio. 

Del mettersi ad una impresa qualsiasi. 



298 * RIFLESSIONE , PONDERATEZZA , TEMPO 

A chi te domanda in pressa, rispondi adasio. 

« Chi g* ha pressa, tira {tiri) drito a de longo, » e dicesi rispondendo* 
ali* importuno che ci sollecita a far subito una cosa, che sia da pen- 
sarci sopra. 

Fora del caso tuti sa dir. — Tuti xe dotori dopo- 
'1 fato. 

Del senno di poi ne son piene le fosse. 

La gata fretolosa, fa i gatèi orbi. 

Vicent. Ovvero : I gati, nati in pressa, i nasse orbi. 
La geta furiosa fa i getlins orbi. * 

Tuto a so tempo. — De stagion, tuto è bon. 

Ovvero: Tuto xe bon a la so stagion. 

Bisogna dar tempo al tempo. 
El tempo no g' ha mai pressa. 
El tempo no fa torto a nissun, 

E : No gh' è cosa più fedel del tempo. 

Presto tardi, ogni segreto vien fora. 
Tempo e pagia, se maùra i nespoli. 

Cui timp e cu la pae si madressin 1 gnespui. * 
E per dire che « il tempo passa e V uom non se ne accorge » ìw 
Cadore si dice: 

Mede i ani passa de nuoto. 
A uno a la volta se fa i fusi. 

*Na pena a la volta se pela V oca. — E nelle X Tavole : A poco &. 
poco se pela V oco. 

A morir, andar in preson e pagar debiti, gh' è sem- 
pre tempo. 

La sera, tuti se marida; ma a la matina, chi sì e^ 
chi no. 

Riflolatesza, solleeltadine ^ 
coglier e le oecaslont 

Chi ben pringipia è a la metà de 1' opera. 

Tuto sta nel cominciar. — Chi no scomenza, no finisse^ 

Per far la fritàgia, bisogna romper i ovi. 

A Venezia: Fortàgia e vovi. 



RISOLUTEZZA, SOLLECITUDINE) ECC. 299 

Chi no voi r ostaria, tire tho {giù) V insegna [o bute 
zo la frasca). (A. Ven.) 

O un bel sì che me consola; o un bel no, che me 
proveda. 

OTTero: Uà si intriga, un no destriga. — Delle ragazze, di solito 
per troncare gli indugi. 



•• 



Val plui un ucel in man, che cent per aiar. 

Xe megio un osel in cheba, che quatro in siesa. (X Tav.) 

Xe megio un franguel in scarsela, che un tordo ne la yalesela. 

Megio zayatol {fringuello) in man, che tordo in aria. (A Trev.) 

Xe megio un vovo ancuo, che 'na galina doman. 

Val pi el Tovo anquoi, che la pila e M vovo doman. (Auronzo). 
L* è meo un vuovo incuoi, che la pita de doman. * 
Mior V ùo uè, che la gialine doman. ** 

^ No lassar mai '1 gerto per 1' incerto. 
A voler tegnir el cui su do scagni, se casca in tera. 
Quel che no se fa de bota^ se fa de rugolon. 

Cioè, quello che non si fa di botto e per volontà risoluta, lo si fa 
poi per forza e male. De rugolon, a rotoloni. Chi non può alzar di peso 
un corpo, q lo fa rotolare o lo abbambina, come si dice a Firenze. 

Quel che xe fato, no xe più da far. 

^ £1 pavimento de l' inferno xe fato de bone intenzion. 

Fora '1 dente, fora '1 dolor. 

Un diavolo scazza 1' altro. 

Ghe voi coragio a butar via le crozzole {grucce). 

A provar no xe mal {o no se fa pecà). — Tentare 
non nocet. 

^ Quando se xe in baio, bisogna baiar. 

In Valsug. : Quando se è in batuda, bisogna starghe. 

^ Chi no voi baiar, no vaga a la festa. 
Chi no voi la scarpìa, copa '1 ragno. 

Copa, accoppi, uccida. «Percosso il pastore, fieno disperse le pe- 
core, » dicevano i nemici di Giano della Bella a Firenze. 

T'al bosc tajat no stan i làris {ladri). * 
Per un fior, no se desfa un mazzo. 

Par une vace, no si lassa di ciamà la mont. — Cioè non si lascia 
di condurre r armento al pascolo. 



300 

Farai! — Farai Tè firadi di no fa mai. 

# Val più 'na cosa fata, che gento da far. 

Buogna bater el fero fin che T è caldo. 

E : El fero caldo fc destCBde, co r è frado no 1 se 
Bisogna in««fnir in che piove. 

Chi ha tempo, no aspeta (as|#e^i) tempo. 

Tieir AHo Tea. con fonna più Tidaa alla granm : ■• «spefr. 
!lon differir da una dimane ali* altra. 
Cbi indofia e fune la fatica i suoi 
Granai non empie. Diligenza cresce 
All' opre pregio. L* infingardo sempre 
È con r inopia a contrastare astretto. 

(Esiodo, Lav. e giorni. U) 

A chi Tol, no manca mai tempo. (X Tar.) 

Chi tardi ariva, male alogìa. 

Chi va primo al molin, primo masena. 

E : Chi va primi, no ta senza. 
Head I primi. 

Chi è Tidn a la pignala, magna la meaestra calda. 
Chel che è prin, no è nltimo. * 

Chi è primo, porta via la bandiera. 

E : Chi sta da drio, no va daTanti. 

Chi è daToi, m eoi {raccoglie). 

£1 bonorìo no va mai d' impresto dal tardio. * 
£1 mondo xe de chi se lo ciapa. 
La solegitudìne fa la moltitudine. 

ProTcrfolo de* bottegai. 

Le ore no g' ha comare. — £1 tempo no torna più 
ìndrio. 

Le ore non si fermano come le femminette quando troTan le comari 
per Tia. Il cicaleccio di femmine dicesi comarègo. 

Fin che V erba cresce, el cavai more de fame. 

E : A ora de si* ano che vien, crepa la vaca e anca chi la tien. 

Se, ma, forse, poi esser, chi sa ? Xe ginque cojoni 
da Adamo in qua. 

Fin eh' el medego pensa, V amala mor. 

Chi sogna tropo, magna poco. 



f 

j 



BI80LUTBZZA, S0LLBGITUDIN1S, ECC. 301 

Chi pensa massa [tr(yppó) no fa po' gnente. 

È appunto il caso di Amleto, atto al pensiero, inetto all'azione. 
Deliberando saepe perit occasio, — E Tacito : Nec cunctatione opus^ 
ubi pernieiosior sit quies quam temeritas. 

Chi la sutila la scavezza. — Chi tropo la tira la rompe. 

Ben faremo, ben diremo; mal va la barca senza re- 
mo. {X Tav.) 

Sui termini lunghi, ghe pissa i can. 

E: Le robe longie, deventa bisse. (Auronzo) 
I brodi lunghi, no i xe moi boni. 

Un porco pegro, no magna mai bon bocon. 

A la piègora pegra, no ghe toca mai bon bocon. (Feltre) 
Al {il) bo pegro, magna V erba catìa. * 

Co la vaca Tè andada fora de stala, no se ghe met 
pi su la man. {A. Trev.) 

Tardi la man da drio, co'l pet è fora. {A. Ven.) 

No aspetar de sarar la stala, co i bo xe scampai. 
Xe un cativo sonar le campane, co la tempesta è sta. 

I contadini credono, cocciutamente, di preservarsi dalla grandine 
e dalle saette, quando v' è uà temporale, col far sonare a distesa tutte 
ìe campane. — Itfa perchè non fa capir loro, dissi io ad un parroco, 
che con quel violento moto dell' aria, il pericolo è assai maggiore ? — 
Non la vogliono intendere, mi rispose; e guai se non facessi sonare!.... 
Xe megio brusar un paese che lassar un uso. — 

* Fin che s' ha '1 vento in popa, bisogna saver navegar. 
"^ Co no se fa quando se poi, no se fa quando se voi. 

Cu no se fas can che se può, no se fas pi can che se guò (S. Vito Gad.) 

Letera scrita, trova incontro. 

Incontro da mandarla al suo destino. 

El nif r è di chi lo trova, e i osèi de chi li ciò*. 

DeirA. Trev. nif, nido; ci(f\ tòglie, prende. 

Chi g' ha '1 mànego in man, lo dopere {adoperi). 

Bellunese. Nel senso deir altro: La fortuna, claparla co la vien. 

Chi g' ha '1 can per la eoa, se lo tegoa. 
Àqua passada, no masena più. 

Aqua passa, nralin ne masna. {Rovigo) 

Del pesse scampa, no se ghe n' ha mai magna. 



302 BTSOLUTSZZA, SOLLSCITUDINS BCO. 

Una bela bota, no se perde mai. — Ogni lassada è 
persa. 

Fin che '1 can pìssa, el lieore scapa. 

Ovrero: Fin che *I can caga, el Ioto scapa. 

Nelle X Ta9. : In fin cbe *I lo¥0 caga, le piegore scampa. 

Riva la festa, corso '1 palio. 

Veronese. Riva, finita. Erano famose le corse al Palio di Verona, 
ricordate anche da Dante. 

Al tempo delle guerre napoleoniche, nel veronese si diceva, e si 
usa tuttora : 

Per salvarse ghe voi tre cose: ocio, gamba e buso 
da scònderse. 



iSanltà, malattie, medlei 

Igiene 
La salute no gh' è oro che la paga. 

E: La salute no se paga con yalute. 

Chi g' ha sanità, xe rico e no '1 lo sa. 

Chi xe san, xe più del Saltan. 

* Quando se sta ben, no s' è mai veci. 

Di Verona ; ov^ dicesi scherzando : No è vecia gnanca V Arena, 
parche la sta in pie. 

Bezzi e sanità i se gode d' ogni età. 
Quel che doven (giovine) se guerna, vocio more. 
Chi governa la so pel, governa un bel castel. 
Pèle, numero una. 

Per star ben ghe voi : zocoli, brocoli, capelo e poco 
Qervelo. 

Il quale risponde al seguente: Gnente in testa, molto in testa, 
zocoli, brocoli e menestra. — Gnente in testo, nessun pensiero pel capo. 
Molto in testa, la testa molto coperta. 

Neir A. Tre?. : Zdcui, bròcui bon capei e poco cervel. 

A Venezia : Brocoli, zocoli e cao coverto. 

-Pilole de galina, sciropo de cantina, bareta in testa, 
e manda '1 medico a far la festa. 

Nel Cadore: Pitele de galina, sirop de cantina, brodo de capon, 
un ciodo sul patelon {brachetta), capei in banda in testa, e n dolor 
fazza festa. 



SANITÀ, MALATTIB, MEDICI 303 

Do dèi {dita} de vin, xe una peada al medego. 

Dicesi nella convalescenza. 

• Testa fresca, panza libera, pie caldi e burlarse del 
medego. 

Suto '1 pie, caldo '1 co', magnar da aseno e bever da bo. 

0: Suti i pie, calda la testa, zocoli, brocoli e menestra. 

Vesti caldo, magna poco, bevi assai e virerai. 

Magna da san, o bevi da amala. 

>«> Ohi voi morir, se lava la testa e vada a dormir. 

«• In leto a bonora, suso a bonora, e manda '1 medego 
in malora. 

De matina 1' aria fresca, tien la vita sana e lesta. 

Una bona levada de matina, conta più che la farina. 

Post prandium stabis, post coenam ambulaMs. 

Anche gli Inglesi: After dinner, sleep a while; after supper, walk 
a mile. 

V omo xe san, quando '1 pissa spesso come un can. 

A Belluno : Chi 'ol star san, pisse spes co' fa *n can. 

Fissar ciaro e cagar duro, l'omo è forte come un muro. 

In Asolo : Chi caga duro e pissa ciaro, g' ha in calo '1 medego e 
anca '1 speziaro. 

A Padova : Pissa ciaro, e meti el medego In scarsela. 

Fin eh' I cii dar e i pissl dar, m' infoti dal miedi e dal speziar, ** 

Se no te caghi, te cagherà, se no te pissi, te morirà. 

Ma si dice anche: far o crepar. — E: Tiberio, per no poder cagar, 
perse V imperio. — E perchè la stitichezza porta disappetenza si dice : 
La boca e U cui xe fradei. — Il quale è anche nelle X Tav. In Adria : 
Chi n'in caga, nMn biassa (non mangia). -~ Che e' è da scandalezzarsi ? 
No gh' è né re nò papa, che quel mestier no fazza. 

Sanità e cui che caga, no gh' è oro che li paga. 

E: Tromba de culo, sanità de corpo; giutime, cui, se no son morto. 

C hi no fa come 1' oca, la so vita è breve e puoca. 
C agar de matina, V è co' fa *na medesina. 

Co* fa, come, come fa. 

Baco, tabaco e Venere, riduse V omo in genere. 
Done e afanì, scurta {accorda) ì ani. 



304 SANITÀ, MALATTIE, MEDICI 

'Na volta al di, penseghe ti {pensaci ^«);'na volta 
a la setimana, la xe una cosa sana ; e una volta 
al mese, anca '1 curato del paese. 

Risponde a capello air aforismo : /» die, pernieiosum ; tii hebdomada, 
utile ; in mense, necessorium. 

Giugno, luglio e agosto, dona mia, no te conosso. 

E: Al tempo de la spiga, la mugèr dà tropa briga. 

Megio pagar conto longo al scarper, che curto al 
spizier. 

È appunto 1* altro: Meglio consumar scarpe, che lenzuoli. 

Aria de fenestra, colpo de balestra. 

A Verona: Aria de sfissidura, la porta in sepoltura. — L* aria che 
passa per una fessura si dice aria colada. 

^ Sole de vero {vetro) e aria de fìssura, manda 1' omo 
in sepoltura. 

A Pellestrina; Soie de vero, Tento de buso (buco), guai a quel Cri- 
stian che no ghe xe uso. 

^Aria de drio la schena, in lete mena. 
<*Xe megio suàr che tremar {o tesser). 
Nei mesi che g' ha l'ere (r), no senteve su lepiere. 

Mensibus erratis, iapidibus ne sideatis. 
Nei dialetti veneti non han V erre : Maggio, giuguo, luglio, agosto. 
A Feltre invece: Nei mesi che no ha ere. Tè megio portar i sas^ 
che sentarse su. 

I Toscani, con molto spirito : 

Chi siede sulla pietra fa tre danni: 
Infredda, agghiaccia il culo e rompe i panni. 

Dormir al sol de primavera, o a r ombra de negherà 
{noce), fa vegnir la freve nera. 

Erba crua {cruda), .... e dormir in tera, manda 
r omo soto tera. 

Più chiaro è così: erba crua, .... e camera terena, al sepolcro 
Tomo mena. 

Erba crua, no fa per testa canùa {canuta). 

Ovvero : Barba canùa, no magna erba crua. » É difficile a dige- 
rirsi. Pei vecchi è anche questo : Lana su la pele, erba in orto e brodo 
in corpo. 

Dove no bate '1 sol, va '1 mèdego e '1 spezier. 

I contadini del bellunese : Agno {dove) eh' entra *1 sol, no entra *l 
medego. — A Venezia, de* piani di una easa, riguardo an* igiene : 



sanitX, malattie, msdici 305 

El primo a gnissun, el secondo al nemigo, el terzo 
a r amigo, e '1 quarto per ti. 

I signori Veneziani aTevano le camere da Ietto al terzo e anche al 
quarto piano dei loro palazzi, dove 1* aria è pìii viva ed asciutta. 

El sangue sta ben ne le vene. 

Chi tol la medegina senza mal, intaca '1 capital. 

Né per ogni mal al medico, né per ogni lite a T a- 
vocato, né per ogni sé {sete) al bocal. 

Chi voi star san, dai medigi staga luntan. 

Nel Gad. : Chi se dà al medego, se ciol a sé stesso. 

El cuor se guasta in sacristia, el stomego in spezie- 
ria e i oci in libreria^ 

Malattie 

Sempre ben no so poi star. 

El mal no domanda permesso. 

Xe megio curar el poco che 1' assae. 

E: Mal fresco guarisse presto. — Principiis ohsta^ sero medicina 
paratur^ Cum mala per longas invaluere moras. Così Ovidio nel Remed, 
amoris; ove disse anche: Opprime dum nova sunt subiti mala semina 
morbi. — In Ampezzo i poveri dicono : 

Ci che no cura el pizo {piccolo) mal, i tocia fini su 
r ospedal. 

El mal vien a cari {carri), e '1 va via a onze. 

P¥el Bellunese : El mal vien a calvee e U torna via a prese. {Calvea^ 
misura di grano, vedi a pag. 39.) — Anche: 

Le malatie vion a cavalo e le va via a pie. 
El mal vien a lire, e *1 va via a carati. 

Valgono anche nel morale. Tacito, nella vita d' Agricola : matura 
tamen infirmi fatis humanae, tariiora sunt remedia quam mala ; el ut cor- 
pora lente augescunt, cito extinguuntur, sic ingenia studiaque oppresseris 
faciliusy quam revocaveris. Si vede che al tempo di Tacito avveniva 
quello che, con dolore inestimabile e noia di tutti i buoni, avviene 
quando gli studi sono in balla di chi, più che il trionfo del Vero e la 
grandezza della Patria, cerca una popolarità volgare, e obbedisce al 
bieca e cieco odio di parte. 

I amalai no i magna gnente, ma i magna tute 

Le malattie costano un occhio. 
Cr. Pasqualigo 



306 sanitX, malattzb, mbdioi 

Chi no crede al me dolor, che i varda el me color. 

I mali acuti ci fanno impallidire. 

Malatia de pele, sana le buèle {pudelle)* 

Ovvero: Mal de pele, salute de buele. — Ma si risponde: 
Mal né fora né drento, alora son contento. 

Chi g' ha tegna {o tosse) e rogna, altro mal no ghe 
bisogna. 

La tegna no vìen mai in una testa sola. 

Chi presto voi morir, se lava {si lavi) la testa e pò 
vada a dormir. 

Del lavarsi la testa prima d' andare a letto la sera. 

Chi scalda e grata, rogna cata. — Spizza e grata, 
la rogna 1' è bela e fata. 

Spizza, prudore: che, grattandosi, cresce come se si avesse la 
rogna. — Dello sbadigliare : 

Sossedà no vul minti : o fan, o set, o sen di là a 
dormi, qualche chiosse, eh' a '1 no olse dì. " 

Anche a Trento: 

El sbadlgiar vien o de fam, o de sonn, o de poc de bon. 

Quando la testa dolo, ogni membro se condole. 

Più comunemente: Co la testa dol, tuto U corpo doi. 

Tosseta seca, clama casseta. 

La tosse d' Agosto, clama la morte. 

Se la tosse no se cava, la fossa i cava. 

A Feltre: cava la tosse, o cava la fossa. 

Tosse de inverno, clama governo ; tosse de istà, eia- 
ma sagra. 

E, per dire che la tosse viene a tutti: Anca al pùlesi ghe vien la tosse. 

Né amor, né tosse, né panza, né rogna, no se poi scender. 

Punta e mal de peto, destriga el lete. 

Toss, cataro e cagarela, tuti dentro per la graèla. 

Cioè, al cimitelo. Neir Alto Veneto, dinanzi alla porta delle chiese 
e dei sagrati di campagna, il lastrico è interrotto da una grata di ferro 
a larghi fori per impedire che vi entrino le pecore od altri animali. 
Ora i cimiteri nuovi sono chiusi da mura e fuori deir abitato. 

Dogia de fianco, la piera in campo {camposanio). 
Omo emoroidario, omo otuagenario. 

E: Chi patisse maroèle, campa a longo la so pele. 



i 



sanitX, malattie, medici 307 

Per i dolori artritici, aqua de Magio. 

Per dire che il miglior rimedio sta nei t^ori di primavera. {Roc- 
coglitore). — Pei geloni e pedignoni diciamo, scherzando : 
Per le buganze, polvere de lùgio. 

I por (porri) parche i vae via, basta contarli. 

Feltrino. I^on han bisogno di medicina. 

Di area, i zoveni risana, e ai veci glie sona la cam- 
pana. 

U na feria de spada, guarisse più presto de 'na pon- 
zada. 

El sangue se stagna, ma el lassa la magagna. 

La freve continua xe quela che mazza l' omo. 

Si usa, di solito, pei mali morali ; perciò fu posto alla pag. 159. 

Xe megio freve che debolezza. 

Il Dott. Ferd. Coletti nel Raccoglitore notava: La febbre può esser 
morbo del tutto effimero, mentre la debolezza insistente accenna a 
qualche cosa di più grave. 

Per la quartana, no sona la campana. 

Anche : Freve terzana no fa mai sonar campana. 

La frìBve terzana, i zoveni risana; e ai veci la ghe 
sona la campana. 

Freve autunal, o longa, o mortai. 

E : La freve de Agosto, dura un ano. — Anche: Chi se amala de Ago- 
sto, se amala a so costo. — Ippocrate ne' suoi aforismi: Autumno morti 
acutissimi atque exitiales maxima ex farle. 

Freve nervina, la morte se aviQina. 

È difiBcile ad essere ben curata; perciò si dice: Per la nervina, no 
vai dotrina. Ovvero: no vai né medico, né medesina. 

Quando la freve caga sui lavri, bon segno. 

In seguito a certe febbri sogliono erompere sulle labbra alcune 
vescichette o papule, dette iàroa^ che sogliono indicare la guarigione. 

St' ano bognosa, st' ano che vien, sposa. 

: St' ano bruscada e st' ano che vien maridada. 
Bognosa che ha fìgnoll, foruncoli, bruschi, A Feltre: 
St' an bruschi!, e 'n altr' an noviz. 

A dona gravia {gravida) sepoltura averta. 
Femena grossa, ha '1 pè 'nte la fossa. * 
Ogni gravianza, g' ha la so usanza. 



908 SANITÀ, MALATTIB, MBDICI 

Panza ìmpontia, 'na bela fila; panza a pomèlo, uà 
bel putelo. 

Così a Venezia. A Verona : Quando la pazza 1* è guzza, cussin e 
noia {ago) ; quando 1* è larga al flancheto, nasse un mas-cieto. 

Panza in do, i fioi xe do. 

Se dole la cossata {coscia) ^ la tosa è bela e fata. 

Il dolore ai lombi accenna a prossimo parto. ProT. Feltrino. 

I dolori de parto, ghe voi assae prima che i parta. 

La dona de parto, g' ha la fossa averta per quaranta 
zorni. 

Chi governa un bon mese ^e parto, governa un 
bon ano. 

Fora un putel, dentro un vedel. 

Le puerpere, per rifare il sangue perduto e rimettersi in forze^ 
devono mangiar molto e cibi sostanziosi. 

Dicesi anche: Fora un corpo, dentro un porco. 

Co la boca no sbate, le tete no fa late. 

Ohi partorisse de lùgìo {luglio), no paga comare. 

Ossia la paga meno, percbò il parto è allora più facile e sollecito. 

Peto pichinin, late pegorin. 

Dona che lata, no se sa se la sia savia o mata. 

Dolor ciapà de part, pi no se depart. 

Cosi neirA. Veneto. — E si dice pure: Dolor de parto, no parte. 

El mal del partorir, Tè un mal desmentegon. 

Si dimentica presto. Anche: Dogia passa, cornar desmentegà. 
I Friulani : Passade la doe, tornae la toc {voglia). 

Una desperdaùra, xe 'na ingraviadura. 

In Toscana: Donna sconcia, presto si racconcia. 

Chi. no fa fior, no fa fruto. 

E : Campo pesta, no produse erba. 
Chi matiza, no batiza. 

Ogni mal, voi la so scusa. 

Malatìa lunga, morte sicura. 

Mal compra, te porta a V eternità. 

Una Tolta era assai più vero che adesso. Delle malattie per sifilide 
si dice: Se guarisse de tute, fora che dela prima. 

Xe pezo la ricadia, che la malatia. 



SANITÀ, MALATTIE, MEDICI 309 

£1 mai xe 'na trista compagnia. 
Tute le malatie xe cative. — El mal xe sempre mal. 
^ Dura più 'na pignata rota che una sana. 

E : Dura più 'na crepa veda, che 'na pignata nova. 
Le cariòle rote dura pi che le bone. 
Vive più 'na carogna che un san. 

Al mal mortai, né mièdego né raedisina no vai. 

Così nelle X Tavole. In Cadore: A mal mortai, nia no vai. 

Co mucia le coverte V amala, tegnighe pur la cassa 
prepara. 

Allude a quel moto automatico, con cui V ammalato raccoglie e 
tira a se le lenzuola e le coperte {carfologta), ed è sintomo infaustissimo. 
{Raccoglitore). 

Co r amala zavària (vaneggia) iute la polmonìa, cori 
a clamar el prete, che l'è bela flnia. 

Co r amala voi andar via, el lassa la pele. 

L' ultima malatìa, xe la pezo de tute. 

Ghe xe un gran guai quando '1 prete va per ònzare 
{ungere) ì stivai. 

Cioè m a dar V olio santo. 11 proT. mi fti dato da un parroco della 
Diocesi di Padova. 

El core xe '1 primo che vive e V ultimo che more. 

Cor primum nascentibus formari in utero tradunt, dein eerehrum, sieul 
tardissime oculos, sed hos primum mori, cor novissimum. (Plirio). 

Medicine 
No gh' é malatìa senza ripeta. 

Vale anche figuratamente. Ovidio disse nel Remedium amoris: 
JVam, quoniam variant animi , variamus et artes: 

Mille mali speeies^ mille ealutii erunt, 
Corpora vix ferro quaedam sanantur acuto .- 

Auxilium multis suecus et erba fuit. 

^ Aqua, dieta e servizial, guarisse d' ogni mal. 

E : Servizial e aqua fresca, guarisse molto a la presta. 
Anche: Aqua de canal, guarisse da ogni mal. 

^ Aqua calda e panadela, para fora '1 frate da la ^ela. 

E lo fa andare al refettorio. Rimedio pei mali leggeri. 

% La dieta xe la prima medegìna. 

E: La dieta, ogni cosa quieta. 
La dieta mazza *I medego. 



1 



310 SANITI, MALÀTTIS, MEDICI 

|\ No gh' è erba che varda in su, che no gh' abia la 
so Tirtù. 

L'erba aralda, ogni male salda; l'erba bruna, ogni 
mal consuma. 

Aralda, digitale. 

Piantai, guarisse d' ogni mal. 

Piantaly piantaggine, plantago maior. II succo fresco di qaest' erba 
e il decotto delle sue foglie, giovano in parecchie malattie. (Raccogl.) 

Salvia, salva. — Malva, mal va. 

II Tolgo superstizioso dice: Quando ne Torto more la salvia, mor 
el paron de casa. — È volgare anche Taforismo della Scuola Salerni- 
tana : Cur mariatur homo cui salvia crescit in horto ? 

Aqua de gelsomini, bona per i bambini. 

Perchè ammazza 1 vermini. 

^ La valeriana, d' ogni mal risana. 

^ Se se conoscesse la virtù de la valeriana, el spezier 
perderla la gabana.- 

Chi sa la virtù de la betonega, ghe leva la tònega 
al speziai e anca al medego provin^ial. 

Chi magna aloè, vive i ani de Noè. 

Roba calda, el corpo no salda. 

Chi magna zuche in abondanza, no avara dolor de 
panza. 

Magna renghe e sardeloni, che te conserverè i polmoni. 

Mal de testa voi magnar, mal de panza voi e ... . 

Né a r ocio, né a V ongia, no ghe voi gnente che 
ponza (punga). 

' El mal de oci se guarisse col gòmio (gomitò) 

Non bisogna toccarli. — È perchè gli antichi usavano un preparato 
di zinco, che chiamavano Nihil album, perchè leggero e bianco, si fece 
il proverbio: Gnente xe bon per i oci. 

Ocio benda, bon umor amala. 

Brazzo al colo (o al péto), gamba al lete. 

I denti, cavarli; i cali, tagiarli. 

Fora '1 dente, fora '1 dolor. 

Sola grossa e scarpa larga, che dai cali se se varda. 



SANITÀ, MALATTIE, MEDICI 3] I 

Scarpa streta fa un bel pie ; ma presto o tardi, el 
calo gh' è. 

Ottimo rimedio e preservativo contro i calli, è il cambiare ogni 
giorno di calzatura. — Della gotta : 

Scarpa larga e goto pien, e gigar quando la vien. 
Per la gota, ghe voi el son de la campana rota. 
Vissigante al peto, destriga el leto. 

Dei vecchi, quando per catarro si fa loro difficile la respirazione. 

Impiastro grosso, unguento sotil. {X Tav.) 
Se t' ha becà 1' anza, tò '1 paleto e vanga. 

Ovvero : Co beca V anza, to U baile e vanga. — Anza (da anguis), 
pìccola serpe, il cui morso intorpidisce il sangue, che si rianima eoi 
moto, con frizioni e bevande alcool iche. 

Un diavolo scazza V altro. 

Poco tòssego {tossico), no tòssega. 

Bisogna tor el sangue secondo le vene. 

S Sangue 'na volta 1' ano, bagno 'na volta al mese e 
:'; magnar una volta al giorno. 

Una volta era di moda il salasso in primavera, e di uno avveniva 
che poi se ne avesse bisogno di più, perciò si diceva : El sangue ciama 
sangue. — Ora prevale universalmente V opinione che : El sangue sta 
ben ne le vene\ e non si vuol più saperne dei medici sanguinari, come 
li chiamano. 

El cavar sangue no xe bon, quando '1 sole xe in lion. 

E : Fin che M sol xe in lion, chi se fa cavar sangue xe un cogion. 
A questo proposito è curioso il vedere come la pensavano i nostri 
vecchi di quattro secoli fa. Nel luglio 1497 il Sanuto scriveva : « Dubi- 
tavano (i mercatanti di Damasco) di morbo: tamen^ per esser il tempo 
propinquo a V Intrar dil sol in lion, che è a dì 15 di lujo, nel qual 
tempo in la Soria stalim cessa il morbo, et non solum no se muor più, 
ma eliam li amalati variseno ecc. » (I, 692). — E alla 729: «Questi no- 
stri al Cairo sta con timor della peste ; ma pur se confortano che non 
la possi a questi tempi far processo, per esser proximi al sol in lion, 
come voi la raxon, » Ivi pure alla 801, dice : « A Damasco, over a Ba- 
ruto, si moriva assai di peste, et Beneto Sanudo, consolo nostro, pur 
si stava che il sol intrar dovesse in lion, che propinquo era, nel qual 
tempo ogni gran morbo che fosse, suol stalim cessar. » Io credo che il 
proverbio sia un rimasuglio dell* antico pregiudizio, uno dei tantis- 
simi che ingombravano la mente de' nostri vecchi; e che ora, con gran 
dolore di coloro che ne farebbero volentieri lor prò per libidine di 
guadagno e di dominio, scomparvero quasi del tutto. 



UHirl, MAl^TTia, MBMCI 



' Un medico zovene, prima de guarii^hene uno, l'ini- 
pinisse un ^imiterò. 

Veronese. Fallo, probabllm., da un medico lemlilo. — A Trento; 
• El medico do l'è indotorà, fio che no 1' faa Impìeoì 
un campo e un prà, 
El medico zovene fa la goba al sagra. 
El bon medego, no g' ha paura de scortegar. 
Medego pietoso fa la plaga vermenosa. 

Nelle X Tub'c .- Tenenou. 

Al {Hi nwdego dalfe fas )■ piega grande. (S. VHa CaJ.) 

Il slTOldi dallailw fai la plae lermlnose. (IMiie). 

El medico dei puteì g' ha ancora da nasser. 
La presenza del medico no fa mal. 

Nolll noD si credoDo ammaliU diTTero, M Don qnudo leggono 11 
medico, ed A a loro coafono rbe el dice II proterbto. 

Chi tagia su qnel di altri, no sente dolor. 
Mediai e spezieri, impenìsse i cimiteri. 
I mediai e i ospeaì, fa cresser ì amalai. 
Ohe d' copa pi al medego, che la malatia. * 
I mediai e la guera, spopola la tera. 
I mèdeghi e le patate faa i frati soto tera. 
I fali d' i mediai li sconde la tera. 
Luntan da {ita, Inntan da sanità. {X Tav). 

Ora che ti sono i medici condoni anche nei villaggi, Il proTerbio è 

Falò de medico, volontà de Dio. 
Tuti voi far da medigi. — e 
Ohe xe più mediai, che amalai. 

Ma si usano flguraUmente [ 
che iTrebbera saputo iroiare il 
impresa non rloscila. 



313 
ISapere, ignoranza 

«^'In tera de orbi, beato chi g' ha un ocio solo. 

7(elle X Tav'sm^ln tera de orbi, cbi ha un ocio solo vien ciamà 
signor. — A S. Vito di Cadore : 

In ciasa dei orbe, beate chi ha an (un) guoio. 

Chi la sa far {o chi sa missiarla) la magna cota. 
De le 'olte sa pi an caverer [capraio) che an dotor. 

Dell* Alto Trevisano: — In Cadore: Sa p\ la massera e '1 pioan 
che U pioan sol. (Vedi Consiglio, pag. 96). 

*^Un omo vai genio, e cento no vai un, [X Tav.) — e 

• Sa più '1 mato el fato soo, che '1 savio quel d' i altri. 
La gamba fa quel che voi el zenocio. 

Chi sa, è padrone degli altri. 

Yal più na. bota, {colpo) de mìstro, che dleae de manoal. 

Yal pi un gran de pever, che un stronzo de aseno. 

Ohi fa la pignata, sa far anca '1 mànego. 

Bisogna lassa pia lis suris ai giaz {i sorci ai gatti).** 

Ohe pensa ì slroleghi a far lunari. 

Ohi sa far ben, sa desfar ben. 

Ohi g' ha la clave, sa anca '1 segreto. 

Nato qoaado eran di moda (specialmente nel secolo scorso) quei 
mobili eon tanti segreti dentro. 

Ohi sa, sa; e chi no sa, stae a casa. 

OeirAlto Trev. Stae, staghe, stia. — I cogioni staga a casa soa. 

Va ben saverghene un poco de tuto. 
No s'ha mai impara bastanza. 
La passionfa l'inzegno, 

# Ohi più capisse, più patisse. 

Pratica senza dotrina, xe come semola senza farina. 

Chi no sa scortegar, rompe la pele. 

Cui eh' a noi sa, eh' a no si meti a baia. ** 

* Ohi no ha savudo far i so afari, no savarà far gnanca 

quei d' i altri. 



314 bàpbrk, ionokamu 

•« Chi più sa, manco se vanta. 

L' aseno ze sempre aseno anca co 'na bela gual- 
drapa. 
é Chi aseno nasse, aseno more. 

E: 1 uenl, resu sempre aaaat. 
L' aseno se fa sempre conosser. 
L' aseno voi dar sempre la so scalzada [calato). 

E Dell' A. rr«T. : El mas Adìsm sempre eo la seiliada. — e 

tf\ nome dei zucon, l'è scrit par tati ì canton. 
Etl più un gran de pèvare, che un stronzo de aseno. 

Bell'Alto. Tr«T.; Valpl 'n garnel de peTer, che'n slroni ile'n' Meo. 
overo no dà marasche, né salgher [salcio) peri. 
OTtero: Da uà salgher Qo nasse nespoli. 

Uà talpon pò ta eerèse (drieiit). 

1 salgherl no fa peri garzignol. 

Dal rùer (riaere) no se poi sperar naranze. (A. TreT.) 

La zaca no sa da fedro. 

se de aseno no arìva in ^ielo. 

A S. Vito Cad.: Guos de mas no >s in itelo. 
A Llilnall.: La ause de l'esen no rua'a ;let. 

n sioco trova sempre un più sioco che lo amira. 

E, iradncendo l'aforlsmo Aiinm aiinim frical : Uu aseno graia l'altro. 

bi no intende la so scritura, xe un aseno per natura. 
egio povero e sapiente, che rico e cogion. 

È nella piccola raccolta dell' Alteri, cbe si conserva Inedita nella 
BerlallBoa di Vicenza. 

egio un aseno vivo, che un dotor morto. 

DI cbl non Tuole ammazzarsi con lo sludio, e di cbl non Tuole 
roTlnare eoi troppo studio la salute del fanciulli. 

ai copi in su, nissun sa gnente. 
hi tropo studia, mato diventa; chi gnente studia, 
porta la brenta [o magna polenta). 

Brtnia. reclpienle di legno per portar liquidi, cbe dicesl anebe 
maslilh. 

Diciamo In altra forma ; Cbl studia mollo. Impara poco ; chi studia 
poco, Impara gnente. — Dello studiare che ai faceia nelle scuole del 
secolo X? Tsdl II prov. trailo dalle X Tttole, a pag. W. 



315 



ISaTleaEza^ mattia 



Sto mondo xe una gabia {o cheba) de mati. 

Cheba, per gabbia, è soltanto del dialetto di Venezia; ove sog- 
giunge : « E i più sani sta de casa a S. Servolo. » — S. Servolo è 1* iso - 
letta di S. Servilio occupata dair ospitale dei pazzi. 

Chi nasse mati, no guarisse mai ; e se '1 guarisse, el 
fa matezzi assai. 

Nelle X Tav. è così (e ricordo d' averlo udito da un vecchio prete) : 
Ocus boeus quìnquere que, chi nasse mato no guarisse me {mai). Ivi pure 
sono i cinque seguenti ; 

Se i mati no matiza, i perde so sason. 

Perdono il loro carattere, e quindi il loro sapore. 

Meti '1 mato in banca, o el mena i pie o '1 canta. 
Alza el mato e fai salir, dai la penta e fai cair. 

Ovvero : Se no V è mato, fai vegnir. — Caìr, cadere. 

A un mato, ghe ne voi un e mezzo. 

El primo capitolo de mati, è tegnerse savio. 

Coi mati no gh'è pati {o no se fa pati). 

A Livinallongo : Gervel soura '1 ciapel, pratighelo de fin che volei , 
che no n* avare! mei vel de novel {non ne avrete mai alcun che di nuovo) . 

Ogni ciaval mato, rompe la so brena {briglia). * 
Né de mati né de puor omi, no se va mai fora de razza. 

Deir A. Tre?. La pazzìa e la povertà sarebbero due mali gentilizi. 

* Un mato ghe ne fa <jento. 

Fa impazzire quanti hanno a fare con lui. Si dice anche della folla 
che va dietro a un matto per le strade. 

Dai ati, se conosse i mati. 

Tuti i mati, fa i so ati. — I mati parla da mati. 

Ogni mato g' ha la so stagion. 

Tuti ride del mato a casa dei altri, ma gnissun lo 
voi a casa soa. 

Ogni casa gh' ha '1 so tamào. 

Veronese. Tamao, scimunito, pazzerello. 

Tuti g' ha '1 so eme. — Tuti ghe n' ha un ramo. 

Nel Polesine: Tuti g* ha del quel d* Adamo, chi g* ha M tronco e 
chi g* ha *1 ramo. L* Ariosto nella Sat. I : 



.JÌL 



I 



316 



SAVIEZZA, MATTÌA 



1 



Ma chi fa mai sì saggio, o mai si santo, 
Che d' esser senza macchia di pazzia, 
poca molta, dar si possa vanto ? 

E Giambattista Celli nel Vde^ suoi aurei ragionamenti: / capricci del 
Bottaio, nei quali parlano Giusto e /' anima sua^ fa dire a questa : 

An. Sappi, Giusto, che ogni uomo n' ha un ramo; ben sai, che eT ha 
maggiore uno che un altro. Ma ecci questa differenza da i savi e i 
matti : che i savi lo portan coperto, ed i pazzi in mano, di sorte 
che lo yede ognuno. 

Gtu. Eh, tu vuoi la baia. 

il». Sta fermo, io te Io vo provare in te stesso ; quante volte se' tu 
andato a spasso per casa, ponendo i piedi nel mezzo de* mattoni, 
e cercando con ogni diligenza di non toccare i conventi ? 

Giù. Oh le mille volte, e sommi posto a contare i correnti del palco, 
ed a fare assai altre cose da bambini. 

An. Oh dimmi un poco, se tu avessi fatto cotestecose fuori, i fanciulli 
non ti sarebbero corsi dietro, come fanno a i pazzi ? 

Giù, Per mia fé, che tu dì il vero; e non vo*più negare di non avere 
il mio capriccio anch' io ; anzi, tengo ora per verissimo quel pro- 
verbio, che io ho più volte sentito dire, che se lo pazzia fusse un 
dolore, in ogni casa si sentirebbe stridere. 

9* Nessun xe sempre savio. — El più savio xe '1 manco 
mato. 

« Nessun maggior segno di essere poco filosofo e poco savio, che 
volere savia e filosofica tutta la vita. » (Leopardi). 

% Xe maio chi se crede savio. 

Mato per natura, savio per scritura. 

Di quei letterati o scienziati, che in società paiono tanti balordi. 
— Nelle X Tav, : Savio per letera, e mato per vulgar. 

Muro bianco, carta da mati. 

Un mato sa più a domandar, che sete savi a ri- 
sponder. 

Sa più un savio e un mato, che un savio solo. 

Bisogna che '1 savio porta {porti) 'ì mato in spala. 

Chi g' ha più giudizio, el meta in opera. 

I mati morde, e i savi se n'acorze. 

Erba mata eresse presto. — Coi mati ghe voi baston. 

I mati e i putei, gerca '1 mal come i medigi. 

I mati e i putei i g' ha V angelo custode. 

Ai mati se ghe dà sempre rason. 



SAVIEZZA, MATTÌA 317 

In un s-ciap gh' è sempre '1 so mat. 

È di Feltre, e per matto s'intende uno allegro, che pizzichi di poeta. 

Co i mati xe in voga, che tuti se ne toga. 

Che tutti se ne tolgano ; il che avviene sempre, p. e. quando e' è 
qualche Ministro che spende e spande allegramente i danari dello Stato. 



(Selilettcsza^ Terità, baiala 

Dai Giochi, dai mat e dai tosat, se sa tafat. 

Così a Feltro. Neir Alto Trev. : un mat, un inoQente e un cioch dis 
sempro la verità. — Cioch^ ubbriaco ; tosai, fanciulli ; tafat, come sta il 
fatto, tutto il fatto. Sempro, è dei contadini. 

Vedi il primo prov. pag. 150, e nel cap. Vino. 

I mati e i putei profetiza. 

In Cadore: 1 mati e la famèa i profetìzea. 

I mati e i putei dise la verità. 

Al medego, al confessor e a T avocato, hisogna dirghe 
ogni pecato. 

Le femene, co le se confessa, le dise sempre quel 
che no le ha fato. (X Tav.) 

1^ Pecato confessa, V è mezo perdona. 

w h' aqua ciara no fa deposito [sedimento). 

Chi pissa ciaro, s'imbuzzerà del medico. 

Chi dice la verità schietta non deve aver paura d* alcuno. 

Chi poi nar per strada, no vaga per sentóri. 

Trentino. Nar, per andar, è di tutto il contado veneto. 

L' aqua ciara, la core. — h' aqua che core no fa 
lea (limo). 

La verità no merita la corda. 

Di quando usavasi la tortura. 

«» La verità no gh' è oro che la paga. 
A di la veret&t si laude Idio. ** 

E: Chi dlsen vero, loda Dio. — Gli Inglesi: Dì la rarità e fa ver- 
gogna al diavolo. 

A dir la verità, no ghe voi vergogna {o no xe fadiga). 
La verità no piase sempre* 



318 scnrxTTBzzA, tbkitJ>, bdgU 

A dir la verità, se se procura aemÌQi. 

Vfrilai Ddi'ma parti. E a. Littnalloago: 

A di a 'na burta [bruita] che l'è burta, mei più se 
la urta. 

non la perdoriB più. ~ In Ampeno: 

L' ora sen^ier, r è un p6r caretier. 
La boca dise (o voi dir) la verità. 

Difesi qugndD ad uno, parlando «badalamenle, sfuggono parole 
cb« s Telano II Tero. 

Xe megio un bon perdio che un falso Gesù mio. 
La verità va a so logo. — La verità vien sempre 
fora. 

Oppure: La Tertlà ali ite sora come l'oglo. 

La Terllh col lempa s« fa conoKser, {rtritaa fllie limpaTin). 

El tempo xe bon testimonio. 
La verità xe una sola (o xe sempre quela). 
La bausie ha curte vie. " 

L e busie g' ha le gambe curte. — La busia no poi 
star sconta. 

La bausie, ao goaie idtiina), no cene. L. 

La {le) bausles les ha la janibei eurtes. (S. Yilf Cai.) 

La bausle ba Ila gi ambia cuttis. " 

La busia core su per el viso (o per el naso). 

SI vede in faccia di cbi ta dice. 

Xe facile dir de le busie, ma xe difi^ile ricordarsele. 
Più la se smissia e più la spuzza. 

Neil' A. Trev.: PI cbe se fraza e p) se se Imbrata. 

No i dà carne senza zouta. — Chi conta, mete zonta. 
la qua a là, no se sa 'na verità, 
.a busia xe per ogni buso, e la verità ze fora de uso. 
l1 busiaro no se ghe crede gnanca co *1 dise la verità. 
!ui cbe giuri simpri, 1' è bausar. ** 
;hi xe busiaro, xe ladro. 

A Tremo; Cbl è bosladro, è anca ladro. 

'er saver la verità bisogna sentir do busiari. 

Perchè, come dice queslo : Una busia scovre r altra. 



SCHIETTEZZA, YEBITA, BUaÌA 319 

A forza de dir una busia, se finisse col crederla una 
verità. 

È precisamente quello che Io Shakespeare fece dire a Prospero nella 
Tempesta (I, 2) « Come uno che a forza di dire il falso, fa della sua 
memoria una tal peccatrice, che la finisce per credere alle sue pro- 
prie menzogne. » Quanti in politica, e più in religione, hanno una co- 
scienza artificiale 1 E quanti si adoprano a formarla tale anche nel 
pubblico ! 

Simnlazlonie, Ipocrisia 

Chi davanti te lica, da drio te sgrafa. 
Parole de anzoleto e onge {unghie) de diavoleto. 
El corvo pianze la piegora e pò '1 la magna. {X Tav.) 
A le lagreme de un erede, xe mato chi ghe crede. 
Le bronze coòrte, xe quele che scota. 

E: La bronza coerta, brusa la traversa {grembiale). 

A Verona: Le brase coverte, xe quele che scota de più. 

No g' he pezo aqua de 1' aqua morta. 

Diciamo pure : L' aqua morta fa i vermi. 

Vardete da le pepe frede. — Vardete da un papatasi. 

Papatasi, da noi è il quietone, V uomo silenzioso. 

La colpa xe ancora puta, perchè nessun la voi. 

Tute le mascare no porta el volto. 

Basa-banchi, sgrinfa santi. — Magna santi, caga 
diavoli. 

Cere sante e aghe sante, fasin pantan. *• 

Paternostri de beato, e onge de gato. 

In Auronzo: Chi magna paternostre, caga saete.— Con quél magna, 
si esprime, quel dimenar di labbra che fanno, in pubblica chiesa, certi 
devoti. 

Anche: Santi in ciesa, diavoli in casa. 
Sant in glesie e diaul in ciase. ** 
Diau ithe ciasa, santo in giesa. (S. V. Gad.). 

La dona cietina, el diavolo se la beve per medegina. 

Ovvero : De le cietine el diavolo ghe ne tol tredese ogni matina 
per mede^ina. 

No gh' è gran birbon, che no g' abia la so divozion. 

In Adria : No gh' è bricon che M ne abia el so santo in devozion. 
A Venezia : No gh' è buzarona, che no g' abia la so Madona. 



320 SIUVLAZIOMB, IPOCRISIA 

Yàrdete da ci che pissa aga senta. [Ampez,) 

Yàrdete da le gambe d' un mulo, da la boca d' un 
can, e da chi tien la corona in man. 

^«llleTly riposi, «ollasBl 

El lavoro continuo mazza 1' omo. 

L' arco sempre tira, '1 se rompe. 
• Chi laòra e no riposa, no fa ben nissuna cosa. 
k Dopo siè giorni s' ha riposa anca '1 Signor. 

Val pi 'na bona pausada, che 'na bona magnada. * 

Erba con erba, le done se conserva; — e 
Per conservar le done, ghe voi quatro coione. 

Due proyerbi che formano un Indovinèllo facile a capirsi. 

El leto ze una consa, se no se dorme, se sponsa. 

Veronese. Cùnsa^ cosa dolce. Se sponta, si riposa. — A Venezia: El 
^ leto xe 'na bona cosa, se no se dorme, almanco se riposa. 

Qinque ai viandanti ; siè ai oselanti ; sete ai studianti ; 
oto ogni corpo; nove ogni porco. 

Delle ore del sonno. — Anche; Tre i stroncanti, quatro i studianti, 
cinque i marcanti, siè 1 laoranti, 8eteÌ>Tiandanti, oto tati quanti, nove 
i padroni, e*l resto i poltroni. 

Cinque un studente, sie un sapiente, sete ogni corpo, oto ogni porco. 

Quatro un boaro, Qinque un operare, ecc. 

Co '1 sol va in lion, a dormir se ciapa un freveson. 

De* contadini trevisani che dopo il mezzogiorno si mettono a dor- 
mire neir ora di riposo. 

In cao al megiaro, se no pissa i bo, pissa '1 boaro. 
Quando V omo xe straco, el tol 'na presa de tabaco. 
Ogni pissada xe 'na riposada {X Tav.) 
Chi va, se leca; chi sta, se seca. 

Di chi Ya ad una festa, ad un sollazzo, e di chi sta dair andarvi. 

Baiar senza son, baiar da mincion. 

Per baia ben, guò {vuol) esse : vin, garmal e violin.' 

Baiar co la so femena, xe come magnar polenta e 
fortagia. 

Baia cu la so femine, sopis {*uppa) V a V aghe. ** 



t 



321 
ISperanza 

La speranza xe come '1 late ; dopo un pezzo, la de* 
venta agra, 

El piato de la speranza, xe un piato magro. 

La speranza xe '1 sogno dei disdissiè [sfortunati). 

È nelle Hime rustiche del Magagnò. Vedi a pag. 43. 

La speranze j' è il pan dai pitocs. ** 

Chi vive sperando, more cantando. 

Cui che vive sperand, al murirà di fan. ** 

Chi sogna tropo, magna poco. 

La speranza xe sempre verde. 

La fortuna comincia da la speranza. 

Fin che gh' è fià, gh' è speranza. 

La robe plui lunge, j' è la speranze. * 

L' ultima che mor (o che se perde) è la speranza. 

Tutti gli Dei, disse Teognide, salendo air Olimpo abbandonano i 
miseri mortali ; sola rimane la Speranza, buona Dea. 

La speranza xe la prima e 1' ultima cosa de Y omo. 

Tavola, eaeina 

A tola no se vien veci [o no se invècia). 

Chi g' ha bon apetito, no g' ha bisogno de salsa. 

Più breve: Apetito no voi salsa. — La fame conza tato. 
E : La fame xe U megio cogo che ghe sia. 

Tuto xe bon co la salsa de san Bernardo. 

Co se g' ha fame, el pan sa da carne [o tutto sa 
da bon). 

Ovvero : Co la fame; piase anca M pan salo. — e 
V aseno che g' ha fame el magna d' ogni strame. 

Xe megio una mangiata, che gento mangiatele. 

Mangiata, per magnada, soltanto in questo proverbio. 

Bisogna menar el dente, conforme se se sente. 
Chi no g' ha fame, o T è mala o V ha magna. 

Ga. PisQUALiao 



322 TAVOLA, CUCINA 

La galina che va per ca, se no la magna, la g' ha 
magna. 

Gallneta che va per ca, o la beca o r ha bec&. 
Quando la vaca no magna col bo, o V ha magna Wanti, o la magna 
daspò. (A Trer.) 

Magnar, gratar e mormorar, basta pringipiar. 
La fame vìen magnando. 

Anche parlando di chi comincia a godere della roba altrui. 

De aria no se vive. — Saco vodo no sta in pie. 

A Verona : I sachi *udi {vuoti) no i sta in pie. 
In Cadore: Saco guoto, no sta in pè. — o 
A S. Vito: Saco buoito, se roèssa. 
A Livinal. : *N fol Yuot, no sta 'n pè. 
Fol, sacco di pelle da riporvi farina. 

Trista quela boca, che siè sachi no la costa. 

Così 1 contadini computando il consumo del grano per ogni indi* 
Tiduo. 

La boca porta le gambe. 

Per la boca se scalda '1 forno. 

Ohi ha un bon pè, ha 'na bona bocia. * 

1 gran camminatori, sono gran mangiatori. 

Oorpo pien, anema consola. {X Tavole). 

Cuarp passut, anime consolade. ** 

Dove se mangiuca, el qìe\ conduca. 

Un pasto magro e un bon, mantien V omo in ton. 

Nel Cadore: Un pasto grass o un medan, mantien Tomo san. 
A Feltro: Un disnar bon e un malan, fa U corpo san. 

O de strame o de fen, el stòmego g' ha da esser pien. 

di pae o di fen, bisugne eh' a si empii il magazen. ** 

Mont e paz, fa un gran culaz. 

Mangiando di tutto {mont) e con appetito, si diventa grassi. È del- 
r Alto Veneto. A Feltro : Net o paz {sporco), tut fa culaz. 

Nel ms. della collez. Joppi: Spore e mont, faas lu cui taron {rotondo). 

Quel che piase a la boca, fa ben al stòmego. 

Talvolta è giusto anche questo : No fa mal quel che piase. 
A Verona: Boca mia, che vu* tu: panza mia, che tu to*. 

Quel che no ingessa (o no strangola), ingrassa. 

Da una poveretta a Venezia udii questo: La boca xe mata, quel 
che la tol, la lapa. 



r 

L 



TAVOLA, CUCINA 383 

Dio varda [guardi] da un magnador che no beve. 

Chi beve acqua, mangia, naturalmente, di più. 

Ohi magna in pie, magna per siè {sei). 

E si risponde: Chi magna sema, magna da dispera. 
^el Bellunese così : Chi magna presto, magna poc. — E perciò si 
dice : Chi magna presto, mor tardi. 

Chi xe pigro a magnar, xe pigro a laorar. 

E : Chi magna adasio, laora adasio. 

Tanto magna ginque, che siè. 

Né re né disnar, no se fa mai aspetar. 

Beati i ultimi, se i primi g'ha creanza. 

Aforismo della tavolu, come questo : Chi passa, perde. 

Chi va in leto senza gena, tuta la note se remena. 

E si soggiunge: E quando che xe dì, no s' ha magna nò dormi. 

Chi ben gena, ben dorme. (X Tav.) 

Chi no merenda, a gena V emenda. 

^ena longa, vita curia ; gena curta, vita longa. 

Ogni trista gena, in leto mena. 

Un piato de manco, ma do {due) lumi. 

Bisogna levarse da tola co fame. 

Igienico. Luigi Cornaro, ne' Discorsi sulla vita sobria, dice: «Io mi 
era avvezzato a fare che lo appetito mio non restasse mai sazio di man- 
giare e di here, ma tale si partisse da tavola che potesse ancora man- 
giare e bere: seguendo in ciò quel detto che dice: il non saziarti de' 
cibi é uno studio di sanità. 

Tardi in pescaria e bonora in becaria. 

II pesce comperarlo lardi perchè i pescivendoli sogliono vender 
prima quello che rimase invenduto il giorno innanzi, o fu il primo 
preso, tenendo ultimo il più fresco ; e perchè Io danno a minor prezzo. 

Ohi va tardi in erbaria, poche cosse porta via. 

Erharta, a Venezia è quella che nelle città di Terraferma si dice 
Piazza delle Erbe. 

Le lasagne ben doiuae, le xe meze tirae. 
La menestra xe la biava de l' omo. 
I pestariei conza i budiei. * 

Pestar iei o patugni, t un cibo, usato In Cadore, di latte e farina di 
gran turco; una polenta liquida. — Là corre anche questo: 
Quando le vacie va de mossa, 
La menestra gen duta rossa. 



3^ TATOLA, CUCINA 

Menestra de ola, no la xe sicura fin che no la xe su 
la tola (o in gola). 

El riso nasse ne V aqua e ha da morir nel vin. 

Menestra rescaldada no xe mai bona. 

E: Menestra rescaldà, gnanea bona per ramala. 
Higoestre ris-cialdade a fas dolor di panie. ** 
Si «sano spesso in traslato. 

Chi festiza, camiza. 

È anche nelle X Tnóle^ ed è dei poTerì e del contadini che di rado 
mangiano carne. — Di essi è par questo : 

Al zioba grasso tute le boche lica (leccano). 
Del pao {tacchino) el passo, del polo '1 volo. 

P*o (spaga, pmo) è del contado Ticent.e Teron. Nella città: dindio^ 
pollo d* india. 

El capon, V è bon d* ogni stagion. 

Colombo zovene e galina fata. 

L' ànara l' andare e '1 capon '1 svolare. 

Deir anatra la coscia, del cappone V ala. 

Manzo de cosson {coscia)^ colo de castron, ala de 
capon. 

Anche: Ala de capon, colo de castron, testa de barbon, no perde 
mai stagion. 

Se svolasse '1 castron, el saria mogio del capon. 

Carne de gaio, carne de cavalo. - 

Se voi magnar un bon ocat, magnalo col pel mat. 

De Teca màgneghene {mangiane) poca. 

Carne che se destìra, no vai tre schei la lira. 

SekHt dalia Sckeide munze^ eh' era scritto sulle monete di rame del- 
l' Austria. 

Oiàr {carne) fumade, no va di mal. " 

A r istà, o tirar o nasar. — Xe mogio tirar, che nasar. 

Anche: Carne tirante, fa bon fante. — E: Figa (fegato) manzo e... 
se no la fa sangue, no la xe bona. 

Naso odorisse, boca patisse. 

La mogio carne xe quela arente V osso. 

El fin de le bresòle {bragiuole) xe la graèla. 



TAVOLA, CUCINA 325 

"Carne vecia fa bon brodo. 
Senza carne no se fa brodo. 

In senso proprio e in traslato. 

Da carne biscota, da medico indoto e da male femene, 
libera nos Domine. 

Manzo al sol, vedelo a V ombria. 

I.a parte più fina del manzo è quella su cui batte il sole ; del vi- 
tello quella che è air ombra. — Un altro : Game al sol, e pesse a 
r ombra. — E dicendo came^ sMntende quella di bue. 

Né go {coMo)y né capon, no perde mai sason. {X Tav.) 

Gerviel fas cervici. '* 

Carne fa carne, vin fa sangue e pesse fa vesse. 

Ovvero : Pan fa sangue, vin fa forza, ecc. 
Giàr fas ciftr e erbe fas mierde. 

Lièvoro bacala, no i xe boni co no i se fa. 
Chi magna lievro, ride sete zorni. {X Tav.) 
No vien mai carnevalot, co no vien lievrot. {A. Ven). 
Pesse coto e carne crua. — Carne zovene e pesse vocio. 
Pesse in mar, carne in tera. 

Nei paesi di mare, pesce ; entro terra, carnami. — • Nelle X Tav.: 

£1 pesse guasta l' aqua, la carne la conza. 
Chi no sa cusinar el pesse, lo rostissa. 
Co r erba no ponzo, la pàssera no onze. 

In Adria : Co la poreta ponze, la pàssara onze. — PoreU, primo 
getto della canna. A Venezia: 

Rosa spinosa, la pàssera è gustosa. 

Co la spiga ponze, la rana onze {unge). 

Quando la segala fiorisse, i gambari olisse. 

De' gamberi novelli, cbe danno un eccellente frittura. 

Quando la rosa buta spin, magna go e passarin. 

I gamberi xe boni nei mesi de Vere. 

Magna i gamberi, se ciucia le zate. 

Primo porco, ultimo ton, xe ì magio che ghe son. 

Lujanie trevisane, e persùt di san Danèl. ** 



Se '1 bisato fosse raro e 'I porco svolesse, a ne ghe 
sarave oro che a lo paghesse. 

DI Adria, coma II tegnente : 

Se *1 bisato avesse 1' ale, '1 costaria pi de zengìale. 

(V«dl MtU àaimtti. plg. ST.) 

Fra i pessi un boa rombato, fra i quadrupedi *1 por- 
cheto. 

>uii4Li: ItUr fiuti rumtnt, ti fiù ns jadict cerlel : 
Mir ^uMinfeiti fiori* ftimt Itfu . 

El scombro de palùo, do sarà mai boa né coto né crac. 

Barbi e rane, mai de magio. 

Sfogio e barboa, no perde mai stagion. 

Del foarbon, la testa xe '1 megio bocon. 

E: Gh) no gbe pluc li lesla del barbon. le un oiincion. 
No 11 C0I3 tla boD, cbi na zupa la Mala del barbon. 

Chi magoa carpion, no xe babion. {X Tav.) 
El megio del gièvolo le 'I boton. 
Tenca in camita, luzzo ia pelizza. 

La Ubo d' estile. d' laTerno II lacdo. 

Tenca, tenca de pantao, cbi la ms^na no xe san. 

Coi) dic« Il Lnecio; la Tinca rispoadc; 

Luz, luz, Tal pi la me testa cbe 't to bust. 

El bacala, no l'è bon co no l'è conzà (condito). 

Chi magna schile, ghe vien le gambe sutile. 

Co '1 posse fa bianco l'ocio, xe segno che l'è coto. 

Per el passe ghe voi tre f: fresco, frito e fredo. 

I spini per i gati, i ossi per i cani (e i fasioi per i 

furlani). 
Magnar polenta e bèverghe drio aqua, alza la laca e 

la polenta scapa. 

t perelb ebe i eontadlDl. noa aTCndo tIdo. fanao la poleala dura 
per meglio resbtere allBioro. Dicono pure; Poleala dura, no mesban- 
donare, che quela tendra la me fa cagare. — Ptr sapere quando t 
colta la polenta, 1 cuochi hanno questo: Taca al. cola no; tata no , 
cola si. Cloe e cotta quando non s' aiuca plfi alla mhcola, ecc. 

A polenta de pajào, se la cusina magnàn. * 

La polenta di grano saraceno cuoce prestissimo, mangiando. 



TAVOLA, CUCINA 327 

Fin che la polenta resta in pè, magna ancora in tre.* 
Polente e lat bulit, quatri sals, V è digerit. ** 

Sais, salti. E: Polente e lat, il past dal giat (gatto). 

Polenta, contenta ; minestrina assassina. * 

Polenta e puina {ricotta)^ pi che se core, manco se 
camina. 

E : Chi magaa puìna, poco camina. 

Puina seca e polenta dura, se camina fin a la se- 
poi tura. 

Polenta me stenta, capon me sa da bon. 

Del pan no se se stufa mai. 

Pan coi oci, formagio senza oci, vin che salta ai oci» 

E gli osti aggiungono : e serTi che sa sarar a tempo i oci, fa andar 
ben i afari de le locande. — A Rovereto di Trento: 

Pan col bus, formai senza bus e vin che salta eut' el mus. 

Pan che canta, vin che salta e formagio che pianza. 

Pan d* un di, uv d' un' ore, lat d' un minut e vin 
d'un an. " 

Pan d' un giorno, vin d' un ano e giudizio d' un secolo. 

Nelle X Tavole: Ovo d'un* ora, pan d'un dì, carne d'un ano e 
pesse de diese. — Ivi è pur questo : 

El vin, al saòr, el pan al color. 

Pan e vin, per far morbin {o chi no magna g' ha 
morbin). 

Del fare la zuppa. Morbin^ zurro, allegria. — Neil' Alto Trev. : Et 
bon pan e '1 bon Yin, mantten el bon fantin. 

Pan, fin che '1 dura e vin a mesura. 

Pan fresco, fen moveste e vin de barila, presto se riva. 

Presto si finiscono. 

Aqua e pan, vita da can; pan e aqua, vita da gata. 

Vedi a pag. 278, com' è nelle X Tavole : 

Tre cose xe bone in mezo : el vin, el formagio e 'I 
pesse. 

Cinque G voi el formagio: grande, grosso, grasso, 
greve e gratis dato. 

Nelle X Tav. : El bon formagio ha da esser Argo, largo, Matusa 
e Madalena. e 

El bisogna un maio e un saTio, a tagiar II formagio. 



328 TATOLA, cnoiNA 

El formagio xe san, co '1 vien da avara man. 

È Tolgire cosi, sssendD la tnidazione dell' (Jartemo : Cumi iV/v 
bouui, qttm i»t diara noiiiu. 

El formagio a marenda 1' è oro, a disaar arzente e 

a <^na piombo. 
Sponge di vace, formadl di pìore e squete di cìàre." 

Barra trCBCo di vsccs, rormaggio di pecora e ricotta di capra. 

Formagio, pan bianco e vin puro, fa el polso doro. 
Formagio, notin'dago; puina, te si (sei) la me rovina. 

Cosi al dice alla bocca. Nei sede Comuni ileentlDl : 
Scolo, fio al colo; late, fla a le culate; formagio, no ghe n' taglo; 
e pulna. pocbetlna. 

Pu'ma in ponta e formagio in crosta. 

Chi magna formagio e pesse, la vita ghe rincresse, 

Formagio, pero e pan, pasto da villan. 

E si rispuDde : Foniagio, pau e pero, peslo da caialiero. 
Cosi questi : noae e pan, magnar da vilan. — Pan e uose, magnar 
da Dose la da spose). 

A Belluno: Pan e nos magnar da golos. 

A Vicenza : El lilan lendarla '1 guban, per formagio, peri e pan. 

El figo bon g' ha d'aver; abito strazza, colo da pica 
e cui da pescaòr, 

A Venezia : £1 figo g' ha d' aver tre p : pica, piloco e pescabr. 
Nelle X Tav.: El ago ydI aier do cose: colo da pic& e camisa da 

A 1' amigo pèleghe (o cùreghe) '1 figo, al nemigo '1 

persego. 
Sul figo aqua, sul pero vin. — El persego voi vin, 

e '1 figo aqua. {X Tav.) 
Uà, fighi, perseghi e meloni, i xe i quatro megio boconi. 

Comune anche quealo; Perniai, pira, poma, refuiranJ vina bma. 
In Friuli: Plrui, miluz e coculis e cavozulls plznlia. 

i g* ha bon naso, conosse i meloni. 
andò r albero fiorisse, el fruto patisse. 

In primavera, I frulli dell' anno Innanzi vanno a male. 

acoli, zocoli e predicatori, dopo Pasqua no ì xe più 

)Oni. 

nel Polesine invece di prtdicalori dicono: sardcloni. 
A Felire: Dopo Pasqna, prediche e pomi, no è pi boni. 



TATOLA, CUCINA 329 

Ohi a la sera magna fasoli^ fa bruti sogni. 

Zuca santa, che la canta ; e baruca, che la sia muta. 

Così a Venezia, scegliendo zucche di quelle due specie. Ma : La 
zuca xe sempre zuca. 

Chi magna rae {rape), pissa in lieto. 

Cosi a S. Vito di Gad. E in Friuli, delle rape lessate: 
Cui cu mange ufiei, pisse t' al jet. * e 

Cui ufiei, a si lustrin i bugei {le budella). 
Più erbe se magna, più bestie se diventa. 

Beniamino Franklin racconta nella sua vita che una volta si pro- 
pose di cibarsi di soli vegetali ; ma fu un proponimento di breve du- 
rata, per la debolezza che ne risentiva il suo cervello. 

El sale conza e desconza. 

Senza sai, nia no vai. 

El pèvare (pepe) l'è bon par el mal de panza. 

Salata, ben salata, poco aceto e ben oliata, e quatro 
boconi a la disperata. 

La salata voi el sai da un sapiente, V asèo da un 
avaro, 1' ogio da un prodigo, missiada da un mato 
e magnada da un afamà. 

E: Per conzar la salata, ghe voi un mato e un savio. 
In Friuli : A cuinzà la salate V ul : un mat a meti il ueli e un savi 
a meti V asèt. 

Ovo d' un ora, pan d' un di, vin d' un ano, dona de 
quindese, amigo de trenta. 

Un ovo apeua fato, el vai un ducato. 

A Belluno : Ov fat e bevut, el vai un scud. 

Bevo, perchè pelo V ovo, bevo perchè magno V ovo, 
bevo perchè ho magna 1' ovo. 

El mandolato 'na volta a l' ano, chi no lo magna, 
so dano. 

11 mandorlato si mangia alle feste di Natale, e le migliori fabbriche 
sono quelle di Cremona, e di Cologna Veneta. 

Chi serve a p . . . , perde tempo ; chi magna scalete, 
caga vento. 

Così nelle X Tavole. Scalete, olTelle; e quindi, scaleter, offelliere. 
Se il Boerio avesse conosciuto il prov., non avrebbe dubitato tanto 
nello spiegare la voce scaìeta. 



i 



330 TAVOLA, cnciHA 

Uelì in cime, vin t' al raiez e mil [miele) sul fons."* 

Gafè de colo e ciocolata de culo. 

Del vin el primo, del cafè '1 secondo, de la cieco- 
lata '1 fondo. 

Cafè e minestra, fa onor a la paroua de casa. 

Par far boa el cafè ghe voi tre cose: cafè, cafè e cafè. 

El cafè r è bon con tre S ; sedendo, scoiando e scro- 
cando. 

Quando s' ha ben magna e impinìa la panza, 
'Na presa de tabaco dà sostanza. 

Dopo cene, une prese di tabac a fas la piene. " 

Dopo mangiai e bevut, une prese ten passut. " 

El fogo aspeta, '1 cogo. — El fogo fa bravo 'I cogo. 

Legno aqua e fogo agiuta '1 cogo. 

La spiuma [schiuma] vien de sera e 'I bon sta in fondo. 

Chi voi gonosser un cogo, ghe daga da suar un ovo. 

Odo luilà. è I' uovo da snrbtre, dn quel sudore che manda ponen- 
dolo sulla cenere calda, nelle X Tavole: 

Cose difflciii : coser dq oto, far el lete u un can. Insegnar a un 
flore oli a e servir un venali an. 

El megìo bocoQ xe i^uelo del cogo. 
I tropi coghi guasta la cucina. 

Usasi anche parlando di lante altre faccende. 

Quando '1 gato xe sul fogo, la fa magra anca '1 cogo. 
I boni boconi costa. — Bon p' a boce, trist p' a borse." 
La cusina xe una lima sordina. 

Sulle Intemperanze del ira ultimi giorni di carnevale, nel ms. Udi- 
te del aec. XVI tI è questo : 

Lu prln cA d' Inserì è san Pas. lu seconl san Crepasi, lu lUrz san 
op. 

Temperanza, nioderaxlone 

ne mazza più la gola che la spada. 

E : A trincar sema misura, molto lempo no se dura. 



TEMPERANZA, MODERAZIONE 331 

Ohi più gode, manco gode. 

Chi tante ghe n' fa, presto ghe riva. 

Finisce di farne per impotenza. — Nelle X Tavole. 

Dona, gola e dao {dado) e '1 to afar se spazzao {spac- 
ciato). 

Baco, tabaco e Venere, riduse V omo in genere. 

Ogni tropo, rompe '1 gropo. — Ohi tropo la tira, la 
rompe. 

E : Per tirar tropo, r arco se rompe. 
Chi no se misura, no la dura. 

Chi tropo la sutila, la scavezza. 
A osel ingordo, ghe crepa '1 gesso. 

E di chi Tuoi troppo d'una cosa: I bocont massa grossi, soflfega. 

El mar de l'ingordìsia, ne se impenisse mai. 

Gli ingordi pure hanno i loro proverbi; che si adoperano ironica- 
mente contro di loro: 

Xe megio morir d' indigestion, che de fame. 

Crepa panza, pitosto che roba'vanza. 

Corpo nudo e panza {o buele) de veludo. 

Pensa e ripensa, in fondo, V alegrezza sta nel brondo (pentola). 

Quel che no ingossa, ingrassa. 

Per la gola la gata se scola. — Per la gola se ciapa 
'1 posse. 

Passat il glutidor, noi sa di nessun savor. *' 

♦ Bisogna magnar per viver, e no vivere per magnar. 
Bisogna viver e lassar viver {o goder e lassar goder) .^ 
Slonga la gamba come xe la coverta. 

Bisogna far el passo secondo la gamba. 

* El poco se gode e 1' assae se strapazza. 

« E : Poco gusta, e massa disgusta. 

El poco basta, e'I tropo guasta. 

11 poch noi fas mai mal. ** — II masse. Tè malsan. 

t Tropo poco e tropo tanto, rovina tuto quanto. 

Gnente xe mal, e tropo xe mal. — I estremi se toca. 

^ Chi tuto abrazza {0 tropo brama) nula strenze. (X Tav.) 

Ed anche : Chi tuto voi, tuto lassa. ^ 

^ Chi tuto voi, de ràbia mor. {X Tav.) 
Chi tropo carga V aseno, casca in fosso. 



332 TEMPERANZA, MODERAZIONE 

La corda tropo tirada, se rompe. 

L' ultimo goto xe quelo che ìmbrìaga, 

la Adria : L' ultimo goto te fa ciapar la baia {s^nia). 

A Vicenza : L' ultimo oto xe quelo cbe ha scoragik U musso. 

Chi va a tutte le feste, povero se veste. 

(Vedi Economia; Povertà; Igiene.) 

Testi, addobbi 

Lis feminis han siet vitis e un vitin. 

Han sette Tite neir abito per nascondere i difetti della vitina. 

A una puta neta, ogni scufìa ghe serve de bareta. 

Perchè : Iute la dona la netezza» Tè meza belezza. 

Trista quela piegora, che tole lana a nolo. 

Gràmela chela biessa, che non è bona de se porte la lana. L. 

Chi voi veder un bel visin, lo varda iute '1 verde o 
iute '1 turchin. 

Chi de verde se veste, tropo de la so belezza se in- 
veste. 

Ed a Trieste : Verde, ogni bel viso perde. 

Chi voi veder el diavolo in giardin, vesta la mora 
de latesin. 

A Venezia : Chi voi veder el diavolo in giardin, se vesta de bianco, 
de rosso e de latesin. 

Se ti voi veder el diavolo dipinto, vesti 'na dona 
mora de giacinto. 

Sora Dio no gh' è signor, sera '1 negro no gh' è color. 

È anche nelle X Tavole. 

Scarpa e capei, fa 1' omo bel. 

Nel Cadore : Gom' è *I ciapel, cossi '1 tzervel. 

Chi che voi cognòsse 'n' èia, je ciale a le darmene. L. 

Le guardi agli zoccoli. 

Xe mogio aver el capelo a busi, che le scarpe a tochi. 

Chi g' ha le scarpe rote, crede che tuti ghe le varda. 

Se te vos avei i ciauzèi {calzari}, ben governei, no 
i daurè da can che mei. L. 

Non li adoperate da quando che mai, cioè in ogni giorno di lavoro. 



I 

i 



VESTI, ADDOBBI 333 

L' omo mal vestio g' ha poche ciàcole. 

Né guanto, né bareta, né scarpeta (pedule) no xe 
mai streta. 

Sulla calzatura stretta, vedi pag. 311. — In Cadore : Le scarpe 
strente fa i cali. 

De giorno, quanto ti voi; de note, quanto ti poi. 

Nelle X Tav. con la nota : « Del portar in testa. » — Neir Alto 
Trevisano : 

Veste de lana, tien la pele sana. 

Né par curt, né par gros, no se resta da meter in dos. 

Così a Vicenza: Né per curto né per grosso, no stralassa de me- 
tarte indosso. 

Né de inverno né de istà, no lassar mai '1 tabaro a ca. 

Véstete, talpon ; despògete, poltron. — Despegete, 
talpon; vestete, poltron. 

Talpon, pioppo ; che è 1' ultimo a vestirsi di foglie, e il primo a 
spogliarsene. Risponde al Toscano : Quando il giuggiolo si copre, e tu 
ti spoglia ; quando si spoglia e tu ti vesti. — Anche noi : 

No te star a despogiar, se no se veste '1 zizzolàr [giug- 
giolo). 

Sul vestirsi nei varii tempi e stagioni dell* anno vedi sotto Meteore- 
logia, a pag. 201, 209, 211,214, 225. 

Chi g' ha del bon in cassa, porta ogni strazza. 

A Venezia: Chi ghe n' ha in cassa, per baldanza porta ogni strassa. 

Le veste strazze sparagna quele bone. 

In Cadore: Al vestì vedo rencura al nuoo. 

Dopo '1 macia {macchiato) vien el sbregà. 

Xe megio un tacon, che un sbregon [o un balco n). 

A Belluno: Megio an tacon de *n bus. — e 

Pitost che 'n buson, mejo *n castron. 
Castron, frinzello, rammendo mal fatto. 

El tacon xe andà a messa, e '1 sbregon xe resta tacà 
a la porta. 

Questi sono proverbi dei contadini e dei poveri : gli altri invece 
dicono : Pezo el tacon che M buso. Cosi gli Inglesi : A rent is better tkan 
a darti. — Vedi a pag. 136. 

Costa pi le àsole- de la vesta. — La fodra magna '1 drito. 

Le spese accessorie negli abiti costano quanto la stoffa. 
Àsola, maglietta di ferro e d* ottone per abbottonar le vesti femmi- 
nili. In Toscana è r orlo dell* occhiello. 



■ 

i 




334 VESTI, ADDOBBI 

Quando V abito de festa se mete ogni di, 
O che se xe mati, o che no ghe n' è pi. 

A vestir ben, se marida la tosa. 

Vesti una fassina, la par 'na regina. 

Vesti *na coIona, la par *na bela dona. 

Vesti un pai, el par un cardinal. 

Vesti un antan {albero) el par un Cristian. 

Se se Teste un zocatelo, el par un cristianelo. 

Chi Teste un zocarelo, el par un santarelo. (X Tav.) 

Vesti un zuco, el par un duco. 

Anca 'na scoa {granata), vestia, la par bon. 

La scorza fa bela la castagna. — El drapo coreze 
'1 dorso. 

La bréna {briglia) d' or, no fesc en bon ciaval. L. 

E : L' aseno, xe sempre aseno, anca co 'na bela gualdrapa. 

I osei su le frasche, e i tosat ne le strazze. 

Beir A. TrcT. 1 Toscani: Chi tuoI Tedere il bel figliuolo, sia rin- 
Tolto nel cenciuolo. 

Magnar a modo suo e vestir a modo dei altri. 

Villani 

Al vilan no ghe dar la bacbeta in man. 

La bacchetta del comando, per la ragione detta neir altro pror, 
ripetuto già due Tolte, e che si sente ripetere ogni giorno da coloro 
e he deplorano le iniquità e i soprusi di tanti plebei messi in alto. 

Al vilan daghe la zapa in man. 

Pitosto che un vilan meta le gambe int'un stivai, 
xe mogio eh' el mora. 

Del Tlllano arricchito, che si dia a fare il signore. E di quello che 
Ta a stare in città, dicono bene a Belluno : 

Quando '1 vilan se ingitadina, el rigerca fin el late 
de galina. 

E niente gli garba, tutto parendogli indegno di Sua Grandezza. 

Oo '1 vilan vien in gita, ghe par d' esser el Podestà. 

: El par el Dose o *1 Podestà. 

V ardete dal vilan rifato. — Vilan resta vilan. 

« Non è superbia alla superbia uguale 

D* uom basso e tìI che in alto stato sale. » 
In Friuli: Cui che nass contadin, crepe Tilan. 



I 



VILLANI 335 

Chi voi provar de V inferno el suplizio 
Vada soto vilan messo in ufìzio. 

^ El vilan co 1' è senta in carega 

O ch'el la rompe, o che la sbrega. 

E nella Val di Non : Un vilan su d* una ciaregia, o eh' el romp o 
eh* el la sbregia. 

El JFilan monta in scagno, o eh' el spuzza o che '1 
fa dano. 

Chi xe sta batizà co 1' aqua de fosso, spuzza sempre 
da freschin. 

Pute, sa sempre di mucido.. Il eonte Vittorio Alfieri da Asti, in una 
lettera scriveva, da quello eh' egli era : « Ho potuto a chiara prova 
comprendere come, quanti sforzi che la plebe faccia, non riesce mai 
a conseguire r altezza dei sentimenti, retaggio esclusivo di noi generati 
da sangue nobile.» (Un tantino troppo, signor Conte!) 

El vilan se conosse sempre. 

Sempre : anche quando fa lo scrittore, lo si conosce dall' atteggiarsi 
azzimato, artificiato, aristocratico del suo stile; e dall' abborrimento 
eh' egli ha della naturalezza, eh' egli, plebeo, dispetta come cosa 
plebea. 

El vilan onze chi lo ponzo, e ponzo chi lo onze. 

E nelle X Tavole : Fa ben al vilan, el te voi mal: faghe mal, el te 
voi ben. •— Ungentem pungil, pungeniem rusticus ungit. 

Beghe [dategli^ da magnar a un vilan, e po' el ve 
magnarà i dei [le dita). 

A far servizio a 'n vilan' se fa dispeto a Domenedio. 

: Farghe un servizio a 'n vilan, xe l' istesso che spuarse in man. 

Chi ghe fa 'n piacer a 'n vilan, se e . . . in man. 
Chi ama '1 vilan, xe pezo del can. 

El contadin no g' ha che un pensier : imbrogiar el 
paron. 

1 villani furono dapertutto e sempre così ; perchè cinque secoli fa 
il Pandolfinl scriveva : « È cosa da non poter credere, quanto ne' vil- 
lani sia cresciuta la malvagità I Ogni loro pensamento mettono per 
ingannarci. Mai errano a loro danno. Sempre cercano che rimanga loro 
del tuo. ecc, ecc. {fiùverno iella Famiglia). 

Al vilan che mai se sazia, no farghe né torto né 
grazia. 

E : El vilan se taca sempre al toco pi grosso. 

El vilan clapa sempre 'nte '1 toc p\ gros. {Feltre). 



336 TILLiKI il^ 

Tre aseoi e un vilan, fa quatro bestie. 

EI più bon Tilan, picarlo. 

El vilan g'ha scritosula panza: vilan. senza creanza. 

Ne! Polesine: vllso, cbe Dio le flè Ifici), 'DB zapa « 'db vanga ìd 
man te diii. e te scrisse su 1u panza: tilan, smt crearta. 

noiablle questo proi. per quella forma del passalo pcrFetto. i^e 
non è del JluleUo veneto. — Nel Pescettl è questo toscano: 
Quando 11 Tlllano è solo sopra lì flco, 
Nou ha pareule alcun, uè buon amico. 
A Savona, nel 1S6Ì, notai ([uesto ; Amlèe (mirale) un po' die strt- 
vsganza: un vitlan che Insegna la creanza, dus rlirali ebs se bàsan 
(taciana), e due donne Insemnie t&san. 

Chi se ìngravia de vilani, partorisse ogni mese (o 
tuto I' ano gbe dol la panza). 

Di chi ha che fare coi tlHani. A Feltra dicono: 

Co '1 vilan trata ben, la piova seca '1 fien. 

Ovvero; Quando la ploia secare 'I Ileo, anca "i vilan tralari ben. 

Per el vilan no xe bona che la ripeta del medico 

zarlatan. 
A la sagra del vilan, se la xe anco, vaghe doman. 
No gbe xe sagra senza barufa. 
Da barufe de vilani e da amori de cani, starghe lontani. 



Le contadine fanno cos) la salirà de' villani: 

Sabo, petenon ; domenega tiente in bon ; lunl i storze 
'1 naso, e i lo tien fin a sabo. 

DI aabalo vanno dal barbiere per far bella vista la domenica. 

I bezzi del vilan, xe in mostra come io... del can. 

E: I e. . . del can e 1 soldi del vlllan < è sempre In vista. 

(1 cani mostra I cogioni, e I coglonl mostra i soldi). 
)ba del vilan dura trent' ani e un mese, e pò 
torna al so paese. 

Neil' A, Trev, : La roba dei vliaa dura Irentaa an. 

Forse perchè 1 lillanl sono credati ladrL E sj dice ancbe: 

Razza de cani, amor de corteglanl e roba de vilan], no darà tren- 

li del contadin, dura come l' aqua nel caìn 
Uno). 



TILLÀNI 337 

Scarpa grossa, paga ogni cossa. 

In Friuli : La saèle gruesse manten il mond. E neir Alto Veneto : 
La scarpa granda fa andar ben la picola. (v. pag. 20). — La piccola è 
quella dei signori ; i quali un giorno, quando il fiore della popolazione 
rurale, per uscir d' Inopia e di servitù, e salvarsi dalla orribile pel- 
lagra, sarà andata in America, si pentiranno della loro avarizia e 
della poca carità con cui trattano i villani, che lavorano tutto il giorno 
e tutta la vita per loro. 

Tino 



El via a la matina V è piombo, al mezodi arzente, e 
a la sera oro. 

El vin rè bon per chi lo sa bever. 

I Tedeschi avean fama di non lo saper bere. Nelle X Tavole: 
Tre cose xe mal manizae: i osci in man dei putei, le zovene in man 
dei veci, e '1 vin in man dei todeschi. — Ui è pur questo : 

El vin de fiasco, a la sera bon, e a la matina guasto. 

Apena trato, '1 vai un ducato. — Trato e buvudo, '1 
vai un scudo. 

El vin amaro, te sia caro. — Vin usa, pan cambia. 
Dona zòvene e vin vecio. 

Vin, femine e marons {castagne), van gioldiis t' as 
lor stagions. 

Van goduti nelle loro stagioni. 

Ogni vin fa alegria, se '1 se beve in compagnia. 

Do dèi {due dita) de vin xe 'na peada {o un s-ciafo) 
al mèdego. 

Usasi per indurre juno a berne mezzo bicchiere ; ma suolsi anche 
dire ai convalescenti. 

El vin xe '1 late dei veci. 

II vin arò il I&t dai puars vecios. ** 

I vecchi dicono : Bota {botte) mia, vita mia. 

El vin bon fa bon sangue. — El vin fa gambe. 
El vin mazza '1 vermo. — Late e vin, tossego fin. 
No meterte in camin, se la to boca no la sa da vin. 
Fato ben o mal, dopo '1 contrato se beve 'ì bocai. 

È costume dei contadini, nel mercati ove vanno, di bere assieme 
sopra il contratto. 

Cr. Pasqualigo )^ 



336 VILLANI 

Tre aseni e un vilan, fa quatro bestie. 

El più ben vilan, picarlo. /j ^ 

El vilan g* ha scrito su la panza : X)ilan ^ei^^ r - 



Nel Polesine: vilan, che Dio te fiè (fe(?<?), ^^ ^%^ 






man te die, e te scrisse su la panza; «'«'««^^^'g ^ 

Notabile questo prov. per quella formj '^ f- 2" 5 f S - 

non è del dialetto veneto. — Nel Pescettl ''^ | ^^ 3 * -* F 

Quando il villano è solo so|^ #.^ fi' ^ S S 5 



^ * 5 g ? i 



Non ha parente alcun, né ' -- ^%,^ 2 ^ '^ 
A Savona, nel 1862, notai questf | 5 ,^ f -^ S * 






vaganza: un villan che insegna / 

(baciano), e due donne insemma ^ f ^' •" ? .^ 

Chi se ingravia de vij I T '! J *" ^^ 

tuto r ano ghe dol y 5 '" ^'" * / ^ 



Di chi ha che fare r | ,, 

Corda, fero e cuw ^ :.?■'' f *< 

/^, « . • ^ .1 

..... 
** • ■ 
uvvero: VEuar f: 

Per el vilan / ^ 
zarlatan. . 

A la sagr 
No ghp 

Da b' _ ■ -"oueme a casa. 

Cb' ^--uo'xe imbriago, tuti ghe voi dar dabèver. 
r^ Ì)ona imbriagadura, nove zorni dura. 
.^i beve col periòlo {iinìmto)^ beve fin al colo. 

Nelle X Tav. : Chi beve a r orzuol, beve quanto che i vuol. 

Ij' ultimo goto, xe quelo che imbriaga. 

/ L' ultime tazze J' è che eh' a Incioche. ** 

Bevi '1 vin e no '1 giudizio. 

A bever in credenza, se ciapa più baie. 

Baie, sbornie. Usasi spesso in traslato. Così questo: 

Chi g' ha bon vin a casa no va a V osteria. 

El vin de casa no imbriaga. 

El bon vin se vende sui so basar! . 

Figuratamente delle ragazze da maritare. Bàsari, da base, sono 
quelle travi su cui posano le botti ; se sono di pietra si dicono tÒQie, 
soglie. In Friuli : Un bon va^sel di vin e une brave fantate, si vendin 
a ciase. 



VINO 339 

'^A t>on vin no g' ha bisogno de frasca. 

Columella : Vino vendibili suspensà hederà non opus est, 

^ te resti, mi vago ; se te ve [vai)y mi resto. 

Così dicesi alla schiuma del Tino. 



ip 






è ^5, 70 fiore xe quele del vin. — Vin co le fiore, 

lori. 



%\^' "^ Cadore: El dis Giopin: ci pedo fior Tè che! del tin. 

> ts ^ <X "^ X Tavole : Ogni fior piase, da quei del vin in fora. 

■-.V*' ^y. *■* 

^ ^: \ '(* bon vin. — La bota fa '1 vin. 



^ ^a gruppo, e '1 cativo mufa. 



'■.j r- -T^ 1- >pola, tartaro. 

"t ^/v^ * ^ asèo [aceto). 



Vf:: intenta, che aqua de Brenta. 

\., ^..^ ^y •/* ■• È megio r egua intenta, che V egua de la Brenta. 

, / " A "ìllungato che sia, è meglio che T acqua pura. 

, - ' vin fa cantar. 

* ' 1 nota : « Un vilan da Visentina. » E questo :- 

^1 molin. 

\li, la fa vegnir i omeni zali 
'■f* la pele, e la fa le done bcle. 

.u xjiiirambo: 
JL. acqua, come savè, marcisse i pali. 
La porta mile dani a la salute; 
La fa che chi la beve vegna zali. 
Che meta suso panza anca le pute. 

El bon yin, i bezzi e la bravura poco dura. 

Ovvero : Omo bravo, dona bela e vin bon, dura poco. 
(Vedi Tavola ; Sanità, Malattie), 

ll<^i;ole Tarfe per la condotto pratica 

della Tifa 

£1 contegno de la dona, xe la so difesa. 
Coi fiori no se va al molin. 

Chi preferisce le cose di mero diletto alte utili, ne pagherà poi il 
fio più tardi. Chi va dietro alle frasche, creda a questo: 

Ohi cusina con frasche, minestra fumo. 

È nelle X Tuv, come questo : 

Chi de pàgia fuogo fa, pia forno e altro no ba. 




340 REGOLE VARIE PER LA. CONDOTTA. ECC. 

Chi salva la cioca [chioccia), salva anca i polesini. 

È cosi nei Diarii del Sanato (II, 735), e fu detto in Collegio il 30 
maggio 1499 dal Doge Agostino Barbarigo, approvando le fortificazioni 
di Bergamo. 

Chi voi contentar tuti, no contenta nessun. 
Chi do lievri cazza, uno perde e 1' altro lassa. 

È nelle X Tav. ; e il Sanato {Diarii, li, 1318) scrive che Giangiacomo 
Triulzi nel 1499 della Signoria, che attendeva a troppe imprese ad an 
tempo, diceva .- « Chi cazza tutti lepri, niun prende. • 

L'aqua che no hagna, la se lassa andar drio al so ghebo. 

Ghebo, canale, fosso nel quale scorre r acqua. Ed anche: 
Bisogna lassar che V aqua cura per i so ghebi . 

Chi Qerca i interessi d' i altri, perde i soi. 

E : A vardar 1 fati d* i altri, se descapita i soi. 
In Istria: Ai fati soi, chi no voi guai. 
A Livinall. : Chi che sa dut dei autri, i no sa nia de lori. 

Né del tempo, né de le femene d' i altri no torte afano. 

Megio un aseno che porta, che un cavalo che buta 
per tera. 

In politica: quanti «linistri che paion da poco, e portano ; e quanti 
che, si spaccian per uomini grandi, e poi, giunti al governo, guastano 
ogni cosa 1 

Ci dòpara el vis-cio, se impetola le mane. 

Veronese. A Venezia: 

Chi maniza fango, s' infanga. 

Con tre T se fa tuto : tempo, testa e talari. 

Talari, talleri, moneta germanica. 

Tre cose ghe voi per far una bona torta : saver, 
voler e poder. 

No bisogna meter massa feri {o pignate) al fogo. 

Pluribus inteutus fit mitktr ad iingula sensus. — Nelle X Tav, : 

Dio me varda de toma in tre mas : in man de giusti* 
zia, in man de medeghe e in man de preves. L. 

Dio te guardi da Ostro e da Garbin, e da vestì de 
beretln, da bastona da orbo, da becaure de corbe, 
da vento de Quarner e da spese de boèr. (X Tav.) 

Femene de osti, cavai de preti e s-ciopi de cazzadori» 
no tòrghene. 

Di Feltra. Vedi Economia^ pag. 137. 



REGOLB TARIB PER LA CONDOTTA ECC. 341 

Vardete da sentenze de preti, da sagre de vilani e 
da morsegon de cani. 

Do recie per scoltar, do oci per vardar e una boca 
per parlar. 

A dona che scampa, no còrerghe drio. 

No lodar né '1 to can da cazza, né '1 to cavalo, né 
to muger. 

Né soto monti, né soto ponti, né soto conti. 

Chi mete pégola ne la barca de altri, perde pégola 
e barca. 

Chi g' ha un ocio solo, se lo forba. 

Chi poi 'nar per tera, no vaga per aqua. 

Xe megio piegarse, che scavezzarse. 

Il motto : Frangar^ non flectar, è per ben pochi al mondo. 

Bisogna tor el pano per el so drito. 
El mondo xe de chi lo sa tor. 

Il mond r è come eh' a si sa ciapala. ** 

Se volé viagiar a stento, mete la prova (prora) al 
vento. 

La rana, per no dimandar, g' ha persa la eoa. 
Chi voi vedere '1 papa, vada a Roma. 
A casi novi, omenì novi. 

Sentenze ^enemlt 

Contro natura, poco la dura. 

II Vico, nella Dignità Vili {Scienza Nuova, I) : Le cose fuori del loro 
stato naturale nò Ti si adagiano, nò vi durano. 

Co '1 per [la pera) é madur, al cai da so posta. 

Deir Alto Trevisano. Al, el, esso ; cai, cade. 

Xe i fondamenti che tien su le case. 

Ogni erba g' ha le so raise. 

Albero che no g' ha raise, mor presto. 



342 BBNTXNZE G 

Dove sta san Piero, no poi star san Paulo. 
Chi pesca al fondo, trova '1 tórbido. 
L'aqua ohe core no fa lea (limo). 

SI dice di tante co»e; de' mail passeggeri ; dell' atti vii tk cbe ci 
lalia dal tedia, ecc. 

La farrala, a forza de andar atorno al lume, la se 
brusa le ale. 

A sto mondo metà de le cose va da so posta, e metà 

le ghe core drio. 
> A sto mondo nessuno xe negessarlo. 
I omeni xe sempre i stessi (o tuti filai per 'na ròca). 
Semo tuti de l'istessa pasta. — Tuti semo de carne. 
No gh' è mal, senza ben. — Un disordine porta un 

ordine. 
No se poi bever e subiar (o sìgolar). 

SigelnT, zalolare. dal lat. sMIare, è del dlal. vicentino. 

Quel che dev' esser bisogna che sia (o no poi mancar]. 
No se poi andar in paradiso a dispeto dei santi. 

Non al puA essere appagati d'un desiderio, se cbi pub appagarlo. 

Le lètere xe dei studiosi, le richezze dei solegiti el 
mondo dei presuntuosi, e '1 paradiso dei devoti. 

fletlc X Ttttolt. nel Cadace: 

Tanto rè da Tega al ponte, che dal ponte a Tega. 

Can de do {due) paroni, more de fame. 

Chi sa far, sa desfar. — L' omo fa e Dio desfa. 

Tuto xe bon da qualcossa. 

Ogni spin fa siesa (s^epfi). 

Senza cao, no ghe xe eoa [coda). 

>o ba. 

principio, g' ha fin. 
fin. 



343 



di proverbi raccolti durante la stampa 



Pag. 

18. Tute le medàgie g' ha '1 so roverso. 

Dopo le Iodi, le censure. 

» A Dio impizza una candela, al diavolo do. 
22. Tuti xe orbi per i so difeti, 

» Tuti no vede, che i so afari e le so schinèle. 

» ^Tuti crede che'l mondo sia fato per lori. 
32. Case casca, campi campa e livei manca. 

» El cuco {cuculo) porta la merenda. 

Del Sette Comuni vicentini. In primavera i contadini, dando 
principio ai lavori campestri, mangiano, dopo il pasto del mezzo 
giorno, una merenda ; il che non fanno air inverno, quando so- 
gliono cibarsi due volte il dì, alle 9 antim. ed alle 4 pom. 

36m El fien, el primo ano xe flen ; el secondo xe biava ^ 
el terzo xe pàgia. 

» Ohi vende pàgia e fen, compra la fame. 

» Quando se strùssia a far el fen, se fa anca arziva. 

Se 8irus8iay si fa fatica, quando la primavera è tarda e cat- 
tiva; ma, in compenso, si è sicuri di fare ìa seconda falciatura, 
cbe nei Sette Comuni dicono arxiva e nel bellunese : aneliva. 

40. La fava ite {nel) '1 bagnè, avrà pien el fave. 

Fùvèy ordigno sul quale si pone a disseccare, neir Ampezzano,. 
la fava. 

45. L'oro se prova col fogo e Y amicizia co le disgrazie. 

» • Chi Qerca un amigo senza difeti, resta senza amigo. 

» Chi giudica fra do ami^i, ghe ne perde uno. 

» Da putèi se fa amigizie, da veci conoscenze. 
47. L' amor vocio no fa mai la mufa. 

» Maridoz de veje {vecchi), foc de stèlo. 

È come il foco di schegge. Udito a Cencenighe neir Agordino. 

56. Bona stala, fa bon graner. 



/OOIFNTA 



I pBOVKBBI 



BV primo dì eie se montèga, no se fa formagio. 

tteHteaor i;Dn''i>''ra la Diandra alla montagna : e tmmtesar 
dello scendere al pfsao. 

Se te voi un bon vedèlo, dise la manza, da me 

un toro belo. 

Usai) aolianla pel bovini. 

I. Chi fa i soldi no li gode. 



68. Viso belo, poco cervelo. 

Dello ad una ragazza, quesla rispose subito : 
Viso bruto xe boa da luto. 
» A cliele bele, un cordon d' ardent ; 

A chele brute un sasso *nte ì dent. — 
» A chele bele, un cordon d' oro ; 
A chele brute, un lazzo al colo. 
Uditi a Ccnceniglie. Ardenl, argento. 

76. El donar no xe mai caro, se chi '1 riceve no xe 

un somaro. 
80. L' aqua tùrbia, no serva da specio. 

I buoni non deTono, per glustiflcarsi, citar 1' esempio del 

» Chi xe bon a casa, xe bon in piazza. 

85. La dona cativa, el fum e le gozzo, scazza l' omo 

da casa. 

Udito II St luglio '81 a Pian di Lagnssei, aopr* Caprile. 

86. Le società comincia col nome de Dio, e le finisse 

co quelo del diavolo. 
» Frati, prete, soldè, lovi, volpe, buzè, con lor no 

ve impazzè. {X Tav.) 
90. No se sente le picole campane, quando sona le 

grande. 
» Chi più xe in alto, più g' ha nemici. 
99. Perdere xe pianzere. 

» Chi compra al ciaro e vende a scuro, fa boni 
afari de sicuro, 

PIÙ di frequente, è in bocca degil oreBci. 



AGGIUNTA BI PBOTERBI 345 

Pag. 

99. I boni conti fa i boni amìgi. 

» Se no te voli restar futùo, compra a l'ingrosso 
e vendi al menùo. 

» Quelo che compra e vende al menùo, se no l' im- 
brògia, el resta futùo. 

107. Con un stiz, no se fa foc ; con doi, se gbe n' fa 

poc ; con trei, un fogatel ; con quater, un pi bel. 

Udito a GenceQighe. 

108. Cui che no onz li scarpis, onz il cialiar. 

Cialiar (caligarius), calzolaio. 

» Più el rio xe streto e più '1 fa spuzza. 

Dei rii di Venezia, che putiscono quando la marea è bassa. 

114. Faglie xe impiantar ciodi, ma difigile xe cavarli. 

» Chi più g' ha debiti, più conosce le strade. 
117, Chi fa quel che '1 poi, fa 'bastanza. 

» Bona guardia, schiva pericolo. 
128. L'omo comanda de zorno e la femena de note. 
130.1 gros marida i os. 

I danari maritano anche le secche. 

132. Sparagna el fregolin e spendi '1 zechin. 

137. Servitut tornade, mignestre ris-cialdade. " 

» Un dolce fabricar, fa l' omo impoverir. 

» Chi dei so soldi no sa cosa far, se meta a far 
lite o a fabricar. 

138. Dove ghe xe omeni, ghe xe fall. 
» Chi pi sa, pi fala. * 

y> Dei passi falsi, se se pente presto. 

» Tuti i stropoli {turaccioli) no se cava intieri. 

144. Co le statue e coi ritrati, se fa gelebri anca i mati. 

Udito nel Settembre *81, in campo S. Stefano, doye si stava 
erigendo il monumento a Nicolò Tommaseo. 

145. Nessuno ama come )a mama. 

146. Gramo quel omo, che se lassa meter le còtole. 



346 AGGIUNTA DI PBOYBRBI 

Pag. 

147. De fède {pecore) e tosat, se se mete in razza 
presto. {Agordino) 

155. Quando no gh'è più fen, le vache se scorna. 
158. Mal diviso, mezo gaudio. 

160. Far male e sperar ben, no se convien. 

161. Chi in tuti se fida, 'na volta o V altra '1 peta in 

una trista guida. 

164. Fa pi la femena col gormal, che Tom col ciaval 

Udito a Caprile, nell' Agordino. Ciaval, cayaHo. 

166. La mare d' i ladri no more mai. 

167. Roba de loto no fa fagoto. 

» El loto xe r ultima speranza dei poareti. 
177. Pan in piazza e giustizia in palazzo. 

Vivo al tempo della Serenissima. 

» Per i impiegati ghe voi tre P: pochi, pagai,, 
picai. 

Impiccati se non fanno il loro dovere. 

181. Senza V esca V amo no ciapa. 

185. Chi va in colera, ghe rimete sempre. 

J88. El servitor no g' ha mai reson davanti so Qelenza 
'1 paron. 

» Ai paroni e ai mati, no ghe se comanda. 

» Al paron nessun ghe cria {sgrida). 

• » Veder, tàser, portar el candelier; e se vien Poca- 
Sion, portar anca '1 lampion. 

To Servo de do paroni, servo d' i me cogioni. 

189. Chi xe in pecà, no trova inogenti. 

» I nemigi xe i .soli maestri, che no se paga. 

Dai nemici siamo stimolati vieppiù a fare il bene, e resi più 
vigilanti ne' nostri doveri. Dante e Galileo informano. La liberta 
politica e la civiltà si mantengono mediante la lotta. 

191.Calegher {o Pastigier), fa '1 to mestier. 

199. Cantante, fis-cià; sbiro, mazza; teatro, brusà. 



AGGIUNTA DI PBOTBRBI 347 

Pag. 

202. El mes de marz, el di e la not se combat; 

£1 mes de setembre, el di e la not se intende. 

Bellunese. 

211.Màrz des avèi'l eie da serpent e la code d'argent. 

Di Val Badìa. Deve avere cattivo il principio e serena la fine. 

214. Co san Marco pasquezava, tuto '1 mondo in guera 
stava. 

Il prov. è più antico di quanto io congetturava nella nota 
storica che vi apposi. In Germania, ad Oberemmel, v' è una la- 
pide del sec. XVI con questi quattro versi: 

Quando Marcus Pascha dabit. 

Et Antonius Pentecostem celehràbit. 

Et Joannes Christum adorabit, 

Totus mundus vae 1 clamabit. 
Cioè quando la Pasqua cadrà il 25 Aprile (s. Marco) e la Pen- 
tecoste nel 13 giugno (s. Antonio) e il Gorpusdominl nel giorno 
(U s. Giovanni, il 24 Giugno, tutto il mondo chiamerà ajuto. — 
La Pasqua fu ai 23 apr. nel 1546, 1666, 1774, e sarà nel 1886. 

217. La suta dang sang Vi, brucc fora la miseria. 

La sicità prima di s. Vito brucia fuori, porta via la miseria, 
giovando alle messi. È di Val Badia. 

223. Sole a sbianzi, aqua a sguazzi. 

Del Vicentino, A sbianzi, a tratti, fra le nuvole. 

237. V ergobando da domang, da sera un bel pantang. 

L'arcobaleno di mattina, alla séra un bel pantano. Val Badia. 

245. A tuti ghe manca qualche cosa. 
263. Brusacristi da Porgine. 

Nel 1748, la domenica delle Palme, il popolo, che non voleva 
che le famiglie più agiate avessero in chiesa banchi loro propri, li 
portò tutti in piazza e li bruciò insieme ad un crocefisso apparte- 
nente alla compagnia del SS. Sacramento. Questa notizia storica 
ebbi dair egregio Notajo G. A. Gramatica di Levico. 

288. Oci in alto, stramberia ; 
Oci abasso» sacristia. 

» Pele mola, carne frola. 



moYERm 

DEI sini mm Ticonxi sellì paruti nma 

raooolti e tpadotti dLall'A.wo<2ato 

GIULIO 0/ VESCOVI 



■••«« 



'Z maùle ist a cloaz lóchle, aber an grozer slunt. 

La bocca è un piccolo buco, ma una grande Yoragine. 

'Z ganerrach geht in 'z gakerrach. 

Lo scherzo corre alla rissa. 

Der drek bill saldo kòden vomme bodaile. 

Lo sterco vuole sempre rimproverare la vanga. 

Af an morgont roat, oder bini, oder koat. 

Rosso alla mattina, o vento o fango. 

S. Valentin, der strief dahin; acht tage au, acht 
tage abe, 'z bazzer auz pa loche. 

S. Valentino, via lo striscio (dei legnami) otto giorni più o mono^ 
r acqua s' apre il buco. 

Viel toallen, magere oarlen. 

Molte parti, orecchie sparute. 

A poser arbetar .vìnnet nia guta herda . 

11 cattivo operajo non trova mal buona t«rr&. 

Bear prechtet bdrtan, precbtet iibel* 

Chi sempre parla, parla male* 

Bear viel pillet, vùUet 'in korp mit blnt* 

Chi molto abbaja, empie 11 corpo di renio. 

Mùzsich balten berm 'z ai«en« 

Convfen mantenere etldo il ferro. 

Macben a locb in^'z bazzer. 

Fare nn Imeo neir aeqon. 

An iicbarz oart deif sain betag# 

Il pfopilo 



^0 PROTBRBI DEI 8Vm GOUUHI TIOBNTlin 

Pezzor speete, ben nia. 

Heglla tardi che mal. 

'Z leben Tomme manne (meonosd) ist gamacht mit 
eckdlan un tàllelen. 

La Tlla dell' nomo t ratta a monllcelll e TBillcelle. 

Et lofet der hunt, et der baso. 



Bear sìtzet bamme hearte, riis stesich mit belbescben. 

Chi slede al focolaio, ai Teste di (aTillc 

Bear trittelt bearte schnebar, lìlstet proat un baìn. 

Chi calca dure ned, agogna pane e Tina. 

De schrata ba de vludert umme 'z licht, amme lestea 
bopriinuesich de vettecbea. 

La farfalla che vola Intorno al lume per ulllnio si abbracci* ie ali. 



Nou prender donna forestiera, perchè devi Inchiodar la saWletta. 

Dear ba git bohenne, gìt zboa vàrte. 

Cbi presto dà, dà due Tolte. 

Gennar, holzprennar, uìcbtùhnar, proat vrezzer. 

Oeanajo, brucclalcgna. neghltoso, divora pane. 

Kemmen bohenne a bia an backastok. 

Venir presto come un ceppo. 

'Z ist an armer backastok. 

£ un povero ceppo (slupldoj. 

in Hornig gebnt de katzen zornick. 

In febbraio,,! gatti s' aizulTano. 
Bear stebt memme (pamme) bolfe, liamet liibn. 

Chi ala col lupo, itnpara urlare. 

Dear starbet bo htmgere in an oben proat. 

Colui mnote di fame in un forno 41 pane. 

de katza, in sack. 

omprar la galla nel aaceo. 

!u kofen ka 'n katzen 'z stn«ar. 

ndar a comprar dal gatti la loogla. 

f de kettengen. * 

sser salle catene. 



PBOTXBBI DEI BITTE COMUNI VICENTINI 351 

Nemmen un lazzen a bìa de klagen. 

Prendere e lasciare come le fate. 

Yorgiz net zbeen sàcken benne de gehst zu krigen. 

Non dimenticar due sacchi, quando vai alia guerra. 

Bear geht mit lugen, hat kurze schinken. 

Ciii va con bugie ha le gambe corte. 

Bear kùt de barot, machetsich hòrtan lieben. 

Chi dice il vero, si fa sempre amare. 

Bear kùt luge, machesìch nia kloben. 

Chi dice bugia, non si fa più credere. 

Schòn de zunga ìst ane poandar^ meckese'z berze a 
bia der tondar. 

Sebben la lingua sia senza ossa, ferisce il cuore come li tuono. 

Der tràge esel itzet net mule piarn. 

11 pigro asino non mangia pere vizze. 

An ilcbar ork, viunet sain schork. 

Ciascun orco, trova il suo cespuglio (si dice d*uomo'o donna, 
grami, che vano a marito o sposa con suo pari o peggio). 

Neramen au zu paiten, thùt 'z net bea 'ma rucken. 

Prender a credito non fa male alla schiena. 

Hòrten krank, un nia at de pank. 

Ognora malaticcio, e mai sulla bara. 

Ist paz haute 'z oa, bedar morgen de henna. 

Meglio oggi r uoTo che domani la gallina. 

De amazen machent sain nest mit aìtel pecblen. 

Le formiche formano il loro nido con tutti briccioll. 

Der pletzo galaichet 'me loden. 

La pezza somiglia air intiera tela. 

Bildo hoarn 'in esel rackeln ? lazen gehn auz von 
lacken. 

Vuol sentir 1* asino ragliare ? fallo uscir dalla pozzanghera. 

Eppeda ba geh 'z auz^ kùt der ha de sochelt in de 
raiterta. 

In qualche luogo uscirli, dica colui che pisela nel taglio. 

Ba ista rocliy ista voar. 

Dove Y* è fumo, ▼' è fUoco. 

Der alte speck, ist dar ba soffet. 

11 lardo vecchio, è quelo che condisce. 



352 PROVERBI DEI SBTTS COMUNI YICBNTIMI 

Benne 'z triflfet, gehin ba 'z itzet ; benne 'z paizet 
gahin ba 'z schaizet. 

Se tira calci, va dove mangia; se morsica va dove caca. (Si dice 
del caTalIo). 

Benne der stecko hat au 'in hut, an ilchar ding ist gut. 

Quando il palo ha il cappello, ogni cosa è buona (si dice del tempa 
stagione inyernale copiosa di neve.) 

Palle gavunt, palle garrunt. 

Presto guadagnato, presto consumato. 

Der recho nimmet baz der vinnet. 

Il rastrello prende ciò che trova. 

Pauch ba de hungart, izzet aller ding. 

Pancia affamata, mangia qualunque cosa. 

An voller pauch, klobet net 'me hungere. 

Pancia sazia non crede alla fame. 

Bildu laben in de gasante, sochel ofte a bia de hunte. 

Vuoi vivere sano, piscia spesso come i cani. 

Ist pezzort a vraiint in de noat, bedar 'z gold in 
de band. 

Val meglio un amico nel bisogno (avversità) che V oro in mano. 

Ist pezzor lazzen de bolla, bedar de òba. 

Meglio lasciar la lana, che la pecora. 

Itz baz du hast, kùt net baz du boast. 

Mangia quel che hai, non dir quel che sai. 

Ist pezzor haben, bedar jagen. 

È meglio avere, che andar a caccia. 

Hearter esel, starchen priìgel. 

Asino restio, forte bastone. 

Bohiingertar hunt, machet ilcharn sprunk. 

Cane affamato, fa qualunque salto. 

Gavissong ist net gut, az se net kimmet goltet. 

Non è buona la garanzia, se non vien pagata. 

Der pomo vallet net am ersten stroche. 

L' albero non cade al primo colpo. 

Kinder un taupen boschaizent de haiiser. 

Fanciulli e colombi insudiciano le case. 

A schbàlbelle machet net 'in langoz. 

Una rondine non fa primavera. 



PROTBBBI DEI SETTE COMC%l TfCEVTfyf 25? 

A vaulz oa dorstinket an ganzes hans. 

Un uovo fracido appazza tin* intera casa. 

Benne de henna bil legen hin 'z oa, halter nur au 
oge, se borporge 'z. 

Se la gallina vuole metter via V uovo tienla pur d' occhio, te lo 
nasconde. 

Bear sehnt rocken, semmelt rocken, bear sehnt gear 
sten, semmelt gearsten. 

Chi semena segala, raccoglie segala; chi semena orzo, raccoglie 
orzo. 

An gapruntenez kint, vòrtetsich vumme vòare. 

Bambino scottato, ha paura del fuoco. 

Bear vòrtetsich von spazen, lazzet net 'z koarn af 
an stadel. 

Chi ha paura delle passere, non ablMmdona suir aja il grano. 

Baz da net plùmet, pringet net obez. 

Ciò che non fiorisce, non porta frutto: 

Bear hat goaze, hat horner. 

Chi ha capre, ha corna. 

Bìldu bitzen bear ist dear oder der ander? luk met 
berne ear geht. 

Vuoi saper chi sia r uno o r altro ? guarda con chi va. 

Sobel ist der ba de haltet, a bla der ba de schintet. 

Tanto vai colui che tiene, come colui che scortica. 

Mansich inhalten'z bazzer ba de rinnet? 

Si può trattenere r acqua che scorre ? 

Bear staiget zu der hdge, ist nagen zu vallea. 

Chi s' arrampica in alto, sta Ticino a cadere. 

A toatar hund pillet net mear. 

Cane morto, non abbaja piCi. 

Der morgen stunt, hat *z golt in munt. 

L*ora mattutina, ha loro in bocca. 

De dima zu boraten ist a klugezmànnes, der pube 
a narrer kof; boratet, de dima dornarret, un der 
man dorsinnet. 

La ragazza nubile è saggia; 11 ragazzo celibe è un pazzerello; ma- 
ritata la ragazza immatisce, e r.nomo dlTien saggio. 

Bear lùsent hinten in Bànten, hdart saia schftnte. 

Chi origlia dietro le pareti, ascolta le proprie rergogne. 

Cr. PA8QUU.IG0 ^ 



354 PROVERBI DEI SETTE COMUNI TICENTINI 

Bear hat baip, hat 'z kraùze. 

Chi ha moglie, ha la croce. 

Kloane kòche, groze haùser; groze kòche, kloane 
haùser. 

Piccole cucine, grandi case; grandi cucine, piccole case. 

'In grozen kòchen, ist nagen de armakot. 

Gran cucina, poyertà vicina. 

Laz de spindla 'in vaibarn. 

Lascia il fuso alle donne. 

Bear slafet mit' en hunten, vùllet sich mit vlògen. 

Chi dorme coi cani, si riempie di pulci. 

Leùchten 'me plinten, un pridegen 'me surdeten, 
ist a zeit gaiuckena hin. 

Far luce al cieco, e predicare al sordo, è tempo gettato. 

Der leste zu pette, der erste au; der ist der gute 
biart. 

L* ultimo a letto, il primo alzato, è il buon padrone. 

Ba' me gasingach, kennetsich 'z vogelle. 

Dal canto si conosce r uccello. 

Yon hoarn kennetsich 'in esel. 

Dalle orecchie si conosce l'asino. 

Bear geht laise, geht bait, an ilcbar dink bìl sain zait. 

Chi ya piano, va lontano ; ogni cosa vuol il suo tempo. 

An gutez ros, un an sekel gelt, vennent 'in beg dort 
alla Belt. 

Un buon cavallo, ed una borsa di danaro trovano la strada per 
tutto il mondo. 

Ist paz sitzen, bedar stehnen af da viize. 

Meglio sedere, che star in piedi. 

Zoag net 'in latisen zu gehnan 'in pelz, se gehnt de 
. selbor. 

Non indicar al pedocchi d* entrar nello straccio, ci vanno da sé. 

Von dròben sterbesich net. 

Per le minacele non si muore. 

Bilde dich borraten ? luck 'az du hast eppaz z' ezzen 
umme mittertag ; un 'az baip habe bor de schaine. 

Vuoi accasarti ? vedi se hai qualche cosa per il pranzo, e che la 
donna abbia per la cena. 



PBOTBBBI DSI SKTTE COMUNI TIGKNTIMI 355 

Dorbeck net in bolf ba de slafet. 

Non sTegliare il lapo che dorme. 

Bear acketsidi de nasa, boplùtetsich 'z mauL 

Chi si taglia il naso, s' insanguina la bocca. 

Ba 'z net prùnnet, plasetsich net. 

Dove non braccia, non si solfia. 

Leschen 'z voar mit ole. 

Spegnere il fuoco coir olio. 

Der tauvel schaìzet saldo af an grozen aufen. 

Il diavolo caca sempre sul mucchio pii!i grande. 

Der hunger traìbet 'in bolf auz 'me balle. 

La fame scaccia il lupo dal bosco. 

'Z ìst nicht raìtan saldo af ana kua. 

È nulla cavalcar sempre una vacca. 

Armez dez maùsle ba de liat a lóchle alloan. 

Povero quel topolino, che ha un solo buco. 

Main heart ìst meror bedar gold beart. 

11 mio focolajo, vai più deir oro. 

Straiche dìch nach der decke. 

stirati secondo la coperta. 

Mit aneme Auge maclie zbeen bòrfe. 

Con un aratro far due solchi. 

'Z ist zu spebte slozzen de tiiar benne de kua ìst 
auz *me stalle. 

È troppo tardi chiuder la porta quando la vacca è fuori della stalla. 

Zu tische saldo in mìtten, vom ploaden verno bait. 

A tavola sempre nel mezzo, dalle liti ben lontano. 

Bear steht au pame mahn^ dear ìst hortan an bra- 
ber man. 

Chi si alza colla luna, è sempre un brav* uomo. 

Schot, Schot, ZU mìsse. Here, ìch man net gebn. 
Schot, Schot, ZU tische. Here ich pin hia. 

Zoppo, Zoppo, a messa. Signor non posso andarvi. Zoppo, Zoppo, 
a tavola, Signor son qui. 

Bear sùchet, vinnet. 

Chi cerea, trova. 

Ubel gavunt, a so garunt. 

Mal guadagnato, cosi consumato. 



356 PBOTKBBI DEI aiTTB COHCHt TICSHTINI 

Unter d' escha saìnt ofte borpoi^et glùae glùte. 

SoTCDle sotto la ceoere atanao nascosia braga Infuocate. 

Unter de dben steht ofte borporget der bolf. 
SoTcnte fra le peccare sia naaeosia fi lupo. 

Unter a scharfa schintela, ist actia vorporget der 
onek. 

Sono railda corteccia sta talora nascosto li miele. 

Dortrìnkensich in a lóÉfel bazzer. 

ADnegarsl In an cucclilajo d' aqua. 

Boroazen un 'z boart halten, steht bool 'in jungen 

un dea alten. 

Promettere e manleaer la parola, sta bene al giovani ed ai vecchi. 

Vìel gaschbizzag, un miusche berk. 

KoUi> Badare, e paca opera. 

Àrmez vogelle ba ist gabùrbet in au pdsen balt. 

POTero uccello che è nato la cattivo bosco. 

Mit bazzere Ton Terne, leschetsich net koan Toar. 

Con acqua lontana, non si spegne II fuoco. 

Baip ba da net gearn spinnet traget, gròbe fote. 

Donna che non Bla volentieri, porta camicia ruvida. 

Der trage arbeber, hai laichteu gavina. 

Il tardo operaio, ha cattiva mercede. 

Bear bil trinken, miitz singen; bear bil ezzen, mùtz 
arbeten. 

citi vuol bere, deve cantare; ehi vuol mangiare, deve lavorare. 

Der buffel vallet net bait vomme stamme. 

La cima non cade lungi molta dalla ceppala. 

Bla schraiget der balt, a so schallet 'z thal. 

Come II bosco grida, cosi rfnsuona la valle. 

Da der zaun ist nìder gaut, belt' en iiber staìgen alle 

t. 

Come la siepe cadde, lutti vartebbero sorpassarla. 

saia an garechtar nn gavisser man? gèhìn 
lo mit den ba de bizent meror oder du. 

Vuol essere aomo reno e saggia? va sempre con quelli che sana» 
di te. 

3sto hotterz bazzer, gahia af an prunne. 

Desideri acqua limpida, va alla tonte. 



PROVERBI DBI SBTTI COMWf YimWf «Uff ^/7 

Bear zu viel bohenne staiget au, bohonncj uMfir vniM, 

Chi troppo presto s* Innalza, ben pronto cade. 

Paug net mìt anema esele un ana kua. 

Non arare con un asino ed una vacca. 

Mittartag gavunt, de poga auz ganumt. 

Trovato il mezzodì, tolto V arco. 

Bohùngerdar hunt, achtet net at do «irr^cho. 

Cane affamato, non bada a battiture. 

In a gasperrez maul, gehnt' a net vlatìgon. 

In bocca chiusa non entrano mosche. 

De zichela geht af an prunne, pisz se lazet' a' in ring. 

La secchia va al pozzo, finché vi lascia 11 cerchio. 

An guter anapoz, vòrtet net' in hammer. 

La buona incudine non teme martello. 

An ìlchar olego bìl sain lìcht. 

Ogni santo, vuol il suo lume. 

Pa lichte nimm net baip, net tuch. 

Non prender donna, né panno al chiaro di lumct 

Gotterhere bohùte dich von katzen ba da vrahn 
leckent, un hinten kratzent. 

Dio ti guardi da gatte che davanti accarezzano, e di dietro graffiano. 

Yomme samen kennesich an ilchar gras. 

Dal seme si conosce ogni erba. 

'Az net vehlten de gavissen laute, de narren hengen- 
tensicli. 

Se non fallassero le persone sagge, i pazzi sMmpIccherebbero. 

Ane luder vàngensich net vogele. 

Senza ludrl non si prendono uccelli. 

Bear net tùht benne ear man net tùhn benne ear bil. 

Chi non fa quando può, non può fare quando vuole. 

Bear ba de net mak tùhnen biar ear bil, tuba bia 
ear mak. 

Chi non può fare come vuole, faccia come può. 

Oadenk zu gehn net zoviel oach, an brumme de van- 
gest an grozen stroach. 

Ricordati di non salire troppo alto, perchè prenderai un gran col))o. 

Bear geht az mùhl, borstopesìch mit mele. 

Chi va al mulino, t' impolvera di farina. 



358 PnOTSBBI DBI SSTT9 COMUNI VICENTINI 

De nei^en pesamen kearnt schon un gearn. 

Le scope naoTe spazzano palilo e bene. 

Minsche gallen tùht za dorzornegen 'in honeg. 

Poco fiele basta per amareggiare il miele. 

Bear hat kinder, miitz yorgezzen antia a mlinfelle. 

Chi ha figli dOTe dimelicare qualche boconcino. 

In trubez bazzer, vischesich bool. 

In acqua torbida si pesca bene. 

Mach an gùUena pruka demme ba da hinkent. 

Fa un ponte d* oro a chi fugge. 

Bear za biel ziget, boprìchet 'z soal. 

Chi troppo tira, rompe la fune. 

'Z vògelle hat liber 'z raissle, bedar an gùUena kebbia. 

L* uccellino ama meglio il ramieello che la gabbia d' oro. 

'Z ro8 och mit viar vùzen, mak vallen. 

Anche il cavallo con quattro gambe può cadere. 

luk 'me hunte, juk me bolfe, juk net' in kindarn un 
'me altea manne. 

Batti il cane, batti il lupo, non bater perù i bimbi e r uomo Tecchio. 

Bear lusteg ìst in vraitag, boant in sastag. 

Chi è allegro II yenerdl, piange il sabbato. 

Sùzar spili amme lesten saùert. 

Dolce giuoco, in fine inasprisce. 

Gold borkeart de belt. 

L* oro cambia il mondo. 

An gastochenar esel, mùtz lofen. 

Asino ponzecchiato convien che corra. 

Bohùtedich voname trunken baibe, un voname rosse 
ane pridel. 

Guardati da donna ubbriaca e da cavallo senza briglia. 

Ez bia de bil, rùstedich bìa de andern. 

Mangia come vuoi, vesti come gli altri. 

Bear hat an glàsern kof geha net zu krigen mit den 
knotten. 

Chi ha testa di vetro non vada alla guerra di sassi. 

Alle de vorme kriimpensich. 

Tutti 1 vermi si storcono. 



PROTSRBI DKt SETTS COMUNI VtCSMTlMI 350 

Bildu bizen bear ist der sun un de tochter, luk *in 
Tater un de muter. 

Vaoi sapere chi sia (1 figlio e la figlia, guarda U padre e la madri». 

Yalenten de troffa, hoalt 'in stoan. 

La goccia cadendo» cava la pietra. 

Der gute scbafer kennet alle de sain Oben. 

U buon pastore conosce tutte le sue peooore. 

'Z pose gras bakset un ter de ogen. 

L* erba cattiva cresce sotto gli occhi. 

Der bilie mann benne 'z unbittert lachet. 

L* uomo selvatico, quando fa cattivo tempo, ride. 

Bear gii 'z baize 'me sain hause bil 'z borkofen. 

Chi imbianca la sua casa, vuol venderla. 

Bear bartet 'in munfel von den andern» sohaint spete 
un ùbei. 

Chi aspetta il boccone da altri, cena tardi e male. 

Spaisensich mit anema lehren Idffel. 

cibarsi con cucchiaio vuoto. 

Bear geht umme 'z pech, bosùdeltsich. 

Chi avvicina la pece, s* imbratta. 

Der hunt naget 'z poan, an brumme ear man 'z net 
slinten. 

Il cane rosica r osso, perchè non il può inghiottire. 

Bear allez bil bizzen, boaz nicht. 

Chi tutto vuol sapere, nulla sa. 

'Z baip vomme dibe lachet net saldo. 

La moglie del ladro, sempre non ride. 

An guter hunt pillet net umme nicht. 

Un buon cane per nulla non abbaja. 

A laichta bescheren vinnet nia gut de sechta. 

Cattiva lavandaia trova mai buono il ranno. 

A hand beschet d' ander, alle pede 'z enne. 

Una mano lava T altra, ambedue il viso. 

Bear giltet voar, hat denne a laichta arbot. 

Chi anticipa il prezzo, ha poscia cattivo lavoro. 

Bear jaget zbehn (zboa) hasen, snappet net oan, net 
den andern. 

Chi segue due lepri, non prende nò V uno, né r altro. 



360 PROTBEBI DEI UTTI COMUNI VICENTINI 

A cloaz Tóarle machet koana lichte, 'z man macheD 
au grozen prant. 

Piccato lacco dob fa luce, potrebbe produrre grande iDcendic. 

Pulten un kàse ist 'z lebèn vomme schafer, bind un 
regen maker net gasegen. 

Polenls e formaggio, è 11 vile del paslore. venia e pioggia non 
pah ledere. 

Bear dor den rediten bek geht, stozet net in de stone. 

Cbi va per la retta via, non incespica aei cioioll. 
'Z mùtz sain a kalter binter, 'az der bolf vretze an 
andern. 

Caavien che sia un assai freddo InTenio. perchè un lupo mangi 

Bear ubel borratesich, bat io allez sain leben ganag 
zu nagen. 

Chi male si ammoglia, ba abbsttania da rasiccbiare per Inlla la 

Haute roat, un morgen toat. 

Oggi rosso e domani morto. 

*In narren, un' in kindern ist net zu boroazen. 

Non si promette al pazzi ed al bambini. 

An ilchar boaz baz da sidet in saia haven. 

ClaEcheduoo sa quel che boiie nella sua pignatta. 

Schneider ba de boi^izzet zu machen 'in knof, bor- 
liart 'in stich. 

Sane che dimentica a Fare 11 nodo perde li punto. 

De pucha macket un traget net piarn. 

li faggio non produce, ni porta pere. 

Der pomo lazetsich pogen Jarpai ear ist noch junk. 

L' albero ai lascia piegare finché è ancora giovane. 
Gajukandar stoan, un gaprechtan boart, kearnt net 
mer ersenk. 

Sasso gettalo, e parala delta non rilornana Indietro. 

Anema haven ba de sidet, de katza nàgersii ' 

A pentola che bolle, Il gatto non si avvicina. 
De gavissekot vonarae armen manne, de & 
vonander hurren, un de stàrchekot vonao 
char saint nicht gaschezt. 

La saggezza del povero, la bellezza d' una prostituta, < 
dell' operajo, non vengono apprezzate. 



Bear allez iiil. -stwws .(t /lorneKiit. 

Bollirle ■vinans- "J**»2Pntc^ .uintA. m --.j^j 
ne Itti un n^irdui iiiieE, 

■tuirnsl 31 KBB [mi.. no .■ j.iir .nmo ■ ij "u.nvf ; 



'2 fxsTtìi^aatia. ^■>r 



Iu^£3i l'LTa. iiip- .irtit* rHinut-iicii 



Bai tàoMciL .iff ipflri 



Beat hniaihiir :!i ijui** 
saia iaoiftr.,-.-ic.i- hì 



A mail aae iw::;> .r 3 ;-■.. 
Bear hat su w?j-iii-.-i_ 1. r t,- 

Ctu tu U Li-i^ a ^., b,i I . 

Triibez bazzer maoLm ì.oìli. 

Acqui torbida noti (a sj^st..!..'. 

Bear bil tretten af de àA>ìik 

Cbl tuoi calpestar le spiuc. m ' 
RO 






362 PROVERBI DBI SETTE COMUNI VICENTIN£ 

Ist da net a hunt a so pòse, ba da net schùttelt' in 
schbapz. 

Non 7* è caae tanto cattivo, che non scuota la coda. 

Bìldu bizen bear ist der vater un de muter, gehin 
in hìr haus, hoar de boart, un luk de dìnoste. 

Vuol sapere chi sia il padre e la madre, entra in casa, ascolta lor 
parole, e guarda le loro opere. 

Tuba net allez baz de mak; kùt net allez baz de boast ; 
glob net allez baz de hoarst; gib net allez baz de hast. 

Non far tutto (piel che puoi; non dir tutto quel che sai: non creder 
tutto quel che senti: non dar tutto quel che hai. 

Zegen jahr akint, zboanzk an billez dink, draizk a 
a man, viarzk a stam, yiihzk man stehn, sezk abe 
gebn, sìbenzk alt, azk pame stàbelen, naùnzk a 
spoat, hundart da ganademe Got. 

Dieci anni un bambino, venti cosa selvatica, trenta un uomo, qua- 
ranta un ceppo, cinquanta può stare, sessanta discende, settanta vec- 
chio, ottanta col bastone, novanta una burla, cento vi faccia grazia Iddio. 

Alle bolten liarnen, az kostet nìcht. 

Tutti imparerebbero, se nulla costasse. 

De henna ist 'me armen manne, un der reiche ìzetse. 

La gallina è del povero, ed il ricco se la mangia. 

In ulle de manade ab de habent koan R; laz 'z baip 
gehn un nimm 'z glas. 

Nei mesi senza R, lascia andar la donna e prendi il bichiere. 

Ba 'z bazzer ist mavor hoter, da ist gròzer de tiefe. 

Ove r acqua è più chiara, ivi è maggior profondità. 

Net alle bòra machet regen. 

Non ogni nube apporta pioggia. 

An ilchar tag ist jag-tag )> aber net an ilchar tag 
ist snop-tag. 

Ogni giorno è giorno di caccia; ma non ogni giorno è giorno di 
preda. 

An ilchar mak vehlen, vehlt del Faf af an alter. 

Chiunque può errare, erra il Prete suir altare. 

De armakot ist a bia der doat, von viel galobet, voa 
koame galiebt. 

La povertà è come la morte, da molti lodata, da nessuno amata. 

De armakot hat net vreùnte net freuente. 

La povertà non ha parenti-, né amici. 



1 aa iiw^- rm: n» yam atu^ i 



Alleo raansKÌi »« ^rt^-^n.. 

A talS sua & jaa junan. 

Der hot ist a^ ^ss&v^. V:>r u. n^«i; ì.).ial. 

a eq^eC^v auc * imi i«r un». »u« V'i««>' 

lougar boskìar. aJuiT earat?. 

Bear da meror maJL, l^ei òe aiis^ni in lai:. 

'Z generradi lofei io 'z gaJi^*rach. 

6B tAcfzì unnlniiKi is di»fmtti. 

'Z plezie galaichet me lodeo. 

L> p«zun> lOBiglla air imUvs. 

Der drek bit saldo spottea 'me bodaile. 

Li merda tuoI Mopre itlercu* colto ttagà. 

Dei* boir bat nia gezt koao binter. 

Il lupo non ba maagiito alcun inTcrao. 

Von Tìel tóaleo, kemment magare Òarlea. 

Per la diTlslone In molle parti le DreccMe dioeotaiui m^i 

Az du btìstest ba de kra hat 'z Dest ? 

Se tu sapessi ove la cornaectila ha. Il nido? 

AUez dez ba de laùchtet ist net golt. 

Tutto quella che luce non £ oro. 

Bear da geht met me bolfe, liarnet liinen, 

Cbl Ta col lupo, Impara urlare. 

Der buks hat net gataelt kerseo. 

La Tolpe non ba voluto clrlege. 

Schaizea 'j 

Fu lo 

'Z mani ist 

La boa 




364 PEOTSBBI DKI SVTTK COMUNI YlOENTINl 

Bellan sain der buks, un tragen net de haut. 

Voler essere la volpe e non portar la pelle. 

In pannema oare auz pandem andern. 

Dentro per un orecchiò fuori per r altro. 

De zickela ba da geht ofte af an prunnen, lazeta de 
henga. 

Il secchio che ya spesso al pozzo vi lascia il manico. 

Gigen auz a bia de kloken. 

Dar fuori come le campane. 

'Z leste ist dez peste. 

L* ultimo è il migliore. 

An gibn un an goan bil eppazen maon. 

Uno sbadiglio ed un lamento significa qualche cosa. 

Gott der Here scliiket 'in vrost, bia ist der rok. 

Il signore manda il freddo secondo i panni. 

Az sich prechtet vomme bolfe, isar in de òben. 

Se si parla del lupo^ è già fra le pecore. 

Der gute ksel liarnetich net ; ar bòlfetar. 

Il buon amico non ti suggerisce; ti ajuta. 

Dear ba da liarnetich, un bòlfetar net, ist net guter 
ksel. 

Chi ti suggerisce e non ti ajuta, non è buon amico. 

Bildo bizen bear du pist, ku' mar mit berne du gehst. 

Vuoi che sappia chi tu sia, dimmi con chi vai. 

Bellen baben an oge alloan, az di gandern haben koaz. 

Voler avere un occhio solo, afBnchè gli altri sieno senza. 

Bomme sichen àrtzar, laztich net liarnen. 

Da medico malato non lasciarti curare. 

Laztar net haken 'in paort voname reschar ba de bat 
de hant ba de zitter. 

Non lasciarti tagliar la barba da barbiere cui tremi la mano. 

'Z gaboroazach ist 'z auz gagebacb. 

11 promettere è V eseguire. 

Ist pezzor halite 'z oa bedar morgen de henna. 

Meglio oggi r uovo che domani la gallina. 

Baz da stìnket orren, kimmet zu smecken bool. 

Ciò che puzza assai, manderà grato odore. 



w^ 



i 



Bear de loant ìst albar toat. 

dal è mesto, è qmxsii morte. 

Bear mcfat bil hoam, az sperre d* oun. 

Olì non mol sentire cìiiiiAa k oreediK. 

Niidit ist gnt bor de ogen. 

Kieste, è Imozio per già occhi. 

Alle habent *z mani in nmme. 

Tutti banno la bocca a trsrcr&D. 

Der taùTel ìst net a so groaz., a bla san sadbent. 

n diaTolo HDD è con granAe come lo iaimo. 

Lazen gehn 'z bazs^r naeh sime bege. 

Lasciar andar Y acgaa per la sua strada. 

Gehn bor 'z birste a bla de goaze. 

Andar per la peggio, come le cafone. 

Mógensich net gas^en a bia der hont nn de kazza. 

5oB potersi Todere eome II cane ed il gatto. 

Bear geht nach 'me alien bege, Tehlz nia. 

Chi Ta per la strada Tocchia non falla mai 

Mùsichsich lazen halten. 

ConTien lasciarsi parlare. 

Der hunt ba de hat viel biarte, sterbet bo hungere. 

11 cane che ha più padroni muore di fame. 

Bear zo Yìel sùchet, juket drin mit der nasen. 

Chi troppo cerca, Ti cade col naso (resta imbrogliato). 

De diarn stehnt bool 'z hause a bia de henne In hU- 
narstal. 

Le ragazze stanno bene a casa» come le gallino nel poUnjo. 

PROVERBI 

raccolti da Rev. Arciprete di Rotaso 
Zegghinati Don Franobsoo 

Kindar un gut is mlmmer ganuk. 

Flgllaoll e beni non sono mal di troppo. 

Bear gizet, vehlt. 

Chi mangia, falla. 

Valenten, liarnesich. 

Fallando iMmpara. 



366 PBOYBBBI DEI SETTE COMUNI TIOENTINI 

Dar hut ist net gamacht bor an regen alloan. 

11 cappello non è fatto per una sola pioggia. 

Arbeten, liarnesich zu machen de mestiarn. 

Lavorando sMmparano le arti. 

De kindar benne se stehnt vesten, ist an orrendar zoag. 

I bambini quando stanno fermi, danno cattivo segno. 

'Z pluut rufet 'z sain plunt. 

Ilsangue chiama il suo sangue. 

Metten boarten tnsìch nicht. 

Colle ciarle si fa nulla. 

Beune 'z hòbet an zu gehnan ùbel in a haus, i 'z 
nimmar garibet. 

Quando incomincia in una casa andar male, non è mai finito. 

Bear steht bool, bìlda net stehnan. 

Chi sta bene, non vuol starci. 

Kaltar moio, voUer kloster. 

Maggio freddo, pieno il cassone (dove si ripone il grano). 

Lichtega nacht, (von vainachtagen) tunkeldar stadel ; 
tunkela nacht, lichtegar stadel. 

Notte serena (di Natale), oscuro fenile ; notte oscura, fenile chiaro 
(vuoto). 

Viel snea, viel òbe. 

Molta neve, moUo fieno. 

Der toat luget an koame. 

La morte non risparmia alcuno. 

Bear tùht bool, vinnet bool. 

Chi fa bene, trova bene. 

PROVERBI 

raccolti dal Rev. Parroco di Roana 
Sartori Don Gio. Batta 

Benne sogelt der mano, de henna schbaìget, un der 
hano krehn. 

Quando piove, la gallina tace ed il gallo canta. 

'Z maul bat a cloan lòchle, un ìzzet 'z gertle un 'z hofle. 

La bocca ha un piccolo foro, ma divora r orticello e la corte. 



psoTzacBi USI ssns: oaMiaci tkxktzki 367 

Benne der knko kukd^ p3ulmt de stamme, un bear 

lébet lange borliart de jcame. 

Quando il cnecoìk) castL, fiarjsoono l£ ciypi^ e cii3 rive a tei^ 
perde j éoatL 

Benne der knko knket, plnhnt der bali, un bear 
lebet lange kimmet alt. 

Qnuido il CBfscole eanta, fiorìsoe il boseo, e di! tìtc a laBgo, dirì^ 
Teedùo. 

Lnk bitt ana zait ! Hia notez maehen de scherfìi a bia 
de camicie, zu net ezzen net mit speke, net mit ole. 

Ve'* <te tempo 1 eDnrerrebbe far la cappa come ie lamadie per non 
mangiar sé col lardo, sé coli- olio. 

Baz d' hast za tùbnen haute zikez net af morgen. 

(tnello die dei far oggi, non portario a domani. 

Bear hat bozze, nn bear hat geli, nn bear hat ladenge 
at disa belt. 

Chi ha danari, e dii ha oro ; e chi ha sofferenze a questo mondo. 

Lazzet net 'in alien bek zn gehn nach me naùen. 

!^on lasdare la strada Tecchia, per andar per la nuoTa. 

Laìchte de kua ba da net scherget an botta azjahr. 

Trista quella vacca che non issa almeno nna Tolta all^ anno. 

Der man da ba geht af de tabeam zn richten saine dink^ 
am lesten krazesich 'in kof un lage' an de steam. 

L* uomo che per accomodare i suol affari^ ricorre air osteria, per 
ultimo si grata la nuca, e guarda le stelle. 

A plintar hat gavunt an aisan. 

Un cieco ha trovato un ferro. 

Gaz ist koaz {prechteten von kindern) zbehn ist oaz, 
drai hòbet an 'z kùtle, viera ist de skira. vùnva 
ist dar arme man, un seksa ist dar bograbene. 

Uno è nessuno {parlando di figli)^ due è uno, tre incomincia la mol- 
titudine, quattro è una schiera, cinque è un povero uomo, e sei è 
r uomo sepolto. 

'Z notet legen 'z schbarze af 'z balze. 

Gonvien mettere il nero sul bianco. 

Bear goant bil eppaz moan. 

Chi si lamenta, vuol dir qualche cosa. 

Gehin net nach dar katzen a smeare. 

Non andar dalla gatta per songia. 



368 . PBOYXRBI DSI SETTE COMUNI VICENTINI « 

Di bomme Roan, baz se kòdent belnsa net moan. Di 
bonKoban baz se net habent hìnten, habensa vrahan. 

Qaei di Ganoye quel che dicono, non vogliono dire. Quel di Roana 
ciò che non hanno di dietro, V hanno daranU. {Creio s^ alluda alla gobba 
ed all'ernia, prodotte dalle gravi fatiche^ G. V.) 

Bear laiget auz, kimmet auz. 

Chi impresta, resta senza. 

Bear teket, .borderket. 

Chi accarezza, insudicia. 

Kummar bia de prechtest, un ich kùdedar von berne 
lante du pist. 

Dimmi come parli, e ti dirò di qual paese sei. 

A tàllele un an ekele machent an ebenle. 

Una valiicella ed un poggio fanno una pianura. 

De kùgelan yen hunten, un de dink von armen man-» 
nen, saint gozoget alien. 

1 testicoli dei cani, e gli affari dei poveretti, sono noti a tutti. 

A kloaz un an grozez, machent an galaichez. 

Un piccolo ed un grande formano un eguale. 

Benne lofet der haso, benne lofet der hund. 

Ora corre il lepre, ora corre il cane. 

Der snea holegher Valentin strigt da ber, strigi da hin, 
act taghe au, act taghe habe, svazer auz pa Loch. 

La neve di S. Valentino scompare or qua or là, e otto giorni su, 
otto giorni giù, V acqua corre pel Buso. {Buso, Buco, è un romitaggio 
nel fondo di una valle angustissima, nel comune di Foza). — Questi due 
ultimi proverbi mi furono mandati da Don N. A. Munari, curato di 
Stoccareddo, presso Gallio, altro dei Sette-Comuni, ove 1 contadini 
vecchi parlano ancora il dialetto tedesco. Nel quale, trent* anni or sono, 
si faceano le prediche, le istruzioni, e la dottrina cristiana in tutte le 
chiese di Asiago, Foza, Gallio, Roana, Rotzo e Canove. Ora non si 
fanno più che le confessioni; forse perchè paia che sien fatte più se- 
cretamente in una lingua che non è più pubblica. Essa andò corrom- 
pendosi via via per 1* intrusione delle parole italiane, che poi prevalsero 
totalmente. 11 terzo e quinto proverbio della pag. 366, a Rotzo si di- 
cono pur così: 

De kindar benne de tteent vesten, it an ondar signaal. 

Meten ^iacoler tuzigh nigt. 

Nei due altri Comuni di Lusiana e di Enego, che sono più in contat- 
to coi Vicentini, nessuno ricorda che vi sia stato parlato il tedesco. Sui 
quale, chi vuol avere ulteriori notizie, vegga il Ristretto di notiofU sto- 
riche sui Sette-Comuni (Asiago, 1880), del benemerito Ingegnere Giuseppe 
Nalli, e lo studio che fra poco ne pubblicherà V avv. Cav. Giulio 
Vescovi. a. P. 



INDICE 



Al Lettore psg. V 

AYTertenza premessa alla seconda ediz. 1879 » 1 

Prefazione alla 1." ediz. del 1857-58 . . . • 7 

1 proYorbi » 15 

Abitudini, Usanze e Vizi » 16 

Adulazioni, Lodi, Lusinghe «18 

Affetti, Passioni, Gusti, Voglie . . • 20 

Agricultura » 23 

• Alberi, frutti «ivi 

• Biadeji grani «27 

• Concime . . » 30 

« Economia rurale « 31 

» Erbaggi^ prati 36 

• Preparazione del terreno e Seminagione » 37 

• Terreni^ loro natura » 41 

Allegria, darsi bel tempo « 42 

Ambizione, Signoria *• 43 

Amicizia "45 

Amore «47 

Animali . . ' » 52 

Astuzia, Inganno «> 62 

Avarizia » 65 

Bellezza e suo contrario, Fattezze del corpo . . » 67 

Beneficenza, Dono *• 74 

Benignità, Perdono «» 77 

Bisogno, Necessità «79 

Cr. Pasqualigo * 



370 



Buoni e Malvagi 

Casa 

Compagnia, Società, Vicinanza 

Condizioni e Sorti disagaali . 

Conforti ne' mali 

Consiglio, Riprensione, Esempio 

Contentarsi della propria sorte 

Contrattazioni, Mercatura 

Coscienza, Gastigo dei falli . 

Cose fìsiche .... 

Costanza, Fermezza, Perseveranza 

Cupidità, Egoismo . 

Debiti, Prestiti, Mallevadorie . 

Diligenza, Vigilanza 

Donna, Matrimonio. 

Economi^, Prodigalità 

Errore, Fallacia dei propesiti e dei 

Esperienza .... 

False apparenze 

Fama buona e eattiva 

Famiglia 

• Madre e matrigna . 

n Governo della famiglia 

» Figli 

>* Riuscita f Educazione 

n Fratelli, Cognate, Nuore 

n Parenti . 

» Pace^ Unione^ Disunione 
Fatti e Parole 
Felicità, Piacere, Bene, e loro contrari 
Fiducia, Diffidenza . 
Fortuna . 
Frode, Rapina 
Gioco 

Giorno, Notte . 
Gioventù, Vecchiezza 
Giustizia, Liti 

Governo, Leggi, Ragion di Stato 
Gratitudine, Ingratitudine 



giudizi 



, Suocere 



pag, 80 

» 83 

» 85 

» b9 

» 93 

» 95 

- 97 

n 98 

• ^ 103 
.' 106 
» 109 

n 110 

• 112 
» 116 

n ,118 

- i31 
» 138 

• 141 
» 143 

n 144 

» 145 

• ivi 

• 146 
•» ivi 

n 150 

- 151 
. .153 
> 1^ 

• 156 

• 157 

n 161 

. 162 

n 164 

.. 167 

n 169 

. 170 

- 175 

« 177 

» 179 



atl 



Guadagno, Mercedi . . . « . 


. p«g« l^l 


Gaerra, Milizia 


* lad 


Ingìurìe, Offese 


* 184 


Ira, Collera • » • • • 


'^ 1^ 


Libala, Servitù ...«.« 


• m 


Maldicenza, Malignità, Invidia 


« 1^ 


Meatien^ Arti, Professioni ... « 


• UH) 


Meteorologia, tempi e giorni deir anno . 


• dlH) 


• Stagioni 


• ivi 


» Gennaio 


• m^ 


» Febbraio 


«. S07 


» Marzo 


• 909 


» Aprile 


« 21d 


• Maggio 


« 215 


• Giugno 


• 217 


• Luglio 


9 218 


» Agosto 


» 21Q 


• Settembre 


• 223 


Ottobre 


• 223 


«• Noroembre 


n 225 


• Decembre 


• 227 


• Levare e tramutare del sole 


• 230 


• Luna 


» 231 


• Nebbia f nubi, nembi, iride 


» 232 


• Neve ...... 


- 237 


• Pioggia 


• 239 


• Presagi degli animali . . . . 


» 240 


Venti 


• 242 


Miserie della vita, Condizioni dell' umanità . 


» 244 


Morte . . . • 


• 247 


Mutar paese, Viaggiare 


• 251 


Nature diverse 


•* 253 


Nazioni, Città, Paesi 


» 255 


Orgoglio, Vanità, Presunzione . . . . 


- 266 


Parlare, Tacere 


» 271 


Paura, Coraggio, Ardire 


• 275 


Pazienza, Rassegnazione 


- 277 


Povertà, Ricchezza 


• 278 


Probità, Onoratezza, Virtù 


<• 284 



.«' 



372 



Prudenza, Accortezza, Senno 


• • • « 


. pag. 285 


Regole del giudicare 




288 


Regole del trattare e del conversare 




290 


Religione, Pratiche esteriori .... 




294 


Riflessione, Ponderatezza, Tempo . 




297 


Risolutezza, Sollecitudine, Cogliere le occasioni 




298 


Sanità, Malattie, Medici 




302 


• Igiene 


• • • • 




• • 

IVI 


• Malattie . 


• • • • < 




305 


« Medicine . 


• • • • I 




309 


• Medici 


• • • • « 




312 


Sapere, Ignoranza . 


• • • • 1 




313 


Saviezza, Mattia 


• • » • 4 




315 


Schiettezza, Verità, Bugia 


» • • • ■ 




317 


Simulazione, Ipocrisia 


• • • • ■ 




319 


Sollievi, Riposi^ Sollazzi 


• • • « 




320 


Speranza 


r • • • • 




321 


Tavola, Cucina 


• • • • 




• ■ 

IVI 


Temperanza, Moderazione 


• • • f 




330 


Vesti, Addobbi 


• • » m 




332 


Villani 


■ • • • 




334 


Vino 


• • • • 




337 


Regole varie per la condotta ] 


pratica della vita 




339 


Sentenze generali 


.... 




341 


Aggiunta ai Proverbi 


. • » • 




343 


Proverbi nella parlata tedesca dei Sette Comuni 






Vicentini . > . . 


• • • * 


« 


349 



ISrrort di «lantpA 



Pag. 16. 


X6 scoàda de vecìe. 


leggi 


; xe scoada da vecie. 


» 


17. 


mangiò imprima 


m 


mangiò imprama 


y> 


33. 


fes plui de 


y> 


fesc più de 


» 


40. 


paltan... carlesiè 


» 


pantan . . . carlescè 


» 


44. 


e sior no. L. 


» 


e sior no. (Ampez.) 


• 


81. 


fut f&che 


» 


fut fàché 


» 


100. 


Botega no vai 


^ 


Botega no voi 


» 


168. 


Chi vinse prima 


» 


Chi vinze prima 


» 


185. 


punisse i nostri 


• 


punisce i nostri 


» 


186. 


Sangue e po' pas. 


» 


Sangue e pò* pase. 


» 


188. 


El pan del vervi 


» 


El pan del servì 


» 


215. 


secolo dell' osservare 


» 


secolo dair osservare 


a 


a». 


gli ttccollatoi, 


m 


gli uecellatoi, 


» 


297. 


ha 'na via massera. 


» 


ha *na ria massera, 


» 


259. 


da Fresche, 


» 


da Tresche, 


« 


S89. 


No se disè tac, 


» 


No se dis tac, 


» 


335. 


eh* el romp 


» 


eh* el la romp