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Full text of "Ragusa : cenni storici"

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http://www.archive.org/details/ragusacennistoriOOsl<ur 



RAGUSA 




CENNI STORICI 



COMPILATI DA 



STEFANO SKURLA 

CANON. ONOR. PROFESS. GINNASIALE. 



ZAGABRIA 1876. 

A SPESE DELL'AUTORE. 

TIPOGRAFIA SOCIALE. 



xVlloraquando nel giugno del test^ decorso anno V Illu- 
strissimo signor Consigliere Imperiale Luigi Maschek 
m' invitava ad estendere una monografia di Ragusa, da in- 
serirla neir Album, che intendeva umiliare a Sua Maestà 
il graziosissimo Nostro Imperatore e Rè il giorno 10 
aprile 1876, anniversario in cui 1' Augusto Monarca 
pose piede sul suolo Dalmata : sì per aderire alle brame 
del prefato signore, il quale giustamente si acquistò tutta 
la simpatia e gratitudine de' dalmati per le sue interessanti 
annuali pubblicazioni istorico-statistiche sulla nostra pro- 
vincia; SI per vedermi lusingato, che un qualunque siasi 
lavoro sulla mia patria possa aver 1' alto onore di esser 
umiliato ai piedi del nostro Augusto Sovrano — senza 
esitanza, abbenchè grave incarico, lo accettai, estendendo 
alla meglio queste poche memorie. 

Se non che a lavoro compiuto m' accorsi, che la mole 
di queste memorie, per quanto assai ristrette in rapporto 
alla Città che presi ad ilhistrare, mal si adattava ai limiti 
d' un Album, in cui dovevano figurare ben altre 80 Co- 
muni. D' altronde poi, quand' anche a ciò si fosse ovviato, 
mi veniva a mancare la possibilità di pubblicarle con tal 
mezzo, per aver dovuto il prelodato Signore, a motivo di 
famigliari dolorose incidenze, desistere dal suo nobile divi- 
samento. 



Mi tlt'cisi (jiiiiidi di darle se])arataiuente alla luce, fermo 
nel desiderio di coiiseerarle a (quella l'eliee ricorrenza, per 
riii lietcìineiite assunsi la compilazione, e che rende ortj^o- 
ij-lioso ot^ni cuore dalmata, ed in particolare ogni patriotta 



raguseo. 



Col pubblicare però questi brevi cenni su una città, 
che per oltre dodeci secoli mantenne una vita politica ma- 
terialmente assai niodestn, ma moralmente assai degna di 
onorevole ricordanza; della cui storia a gara se ne occu- 
parono illustri nazionali e forastieri, sì che altre poche 
potrebbero vantare tanta serie di storie, memorie, ed illu- 
strazioni, stampate ed inedite, come dessa far lo potrebbe: 
non intendo già di presentare un lavoro originale, meno 
poi un lavoro completo. 

La città che surse dalle fumanti ceneri d' una illustre 
colonia romana; che in breve seppe svolgere la propria 
attività SI, da stringere relazioni diplomatiche e commer- 
ciali con tutti i regni finitimi, e colle più discoste nazioni ; 
r amica della mezzaluna ed il baluardo della cristianità ; 
r alleata dell' Ungheria e della Spagna, e la negoziatrice 
coir oriente ; la città senza estesa territoriale, e colle sue 
colonie sparsa per ogni dove, e dominatrice di tutti i mari ; 
la culla delle lettere, e 1' Atene della nazione Slava — 
attende tuttora una storia, quale si addice al suo glorioso 
passato. 

Ma questo non si potrà raggiungere, prima che il pre- 
zioso archivio dell' ex-repubblica Ragusea, ricco di migliaja 
d' importantissime antiche pergamene, e di una serie d' in- 
numerevoli volumi manoscritti, non venga esaminato e 
reso pubblico. L' interesse eh' esso ha per la storia di 
tutte le nazioni slave, indusse distinte persone ad occu- 
parsene della pubblicazione di ])arecchi vohmii ; ma ciò 
non è altro che una pietnr/"a sulla base del vasto edilizio 
da erigersi. 



La sola munificenza Sovrana potrebbe, come 8Ì ha ferma 
fiducia, accorrervi in ajuto, coli' affidare 1' archivio a per- 
sone intelligenti ed attive, perchè poco a poco svegrino 
quel terreno , e scuoprano quelF inesauribile miniei-a, che 
giace lì da secoli sepolta. 

Ed allora, oltre il vantaggio comune che vi ridonde- 
rebbe dalle relative pubblicazioni, anche Ragusa potrebbe 
ricevere una completa illustrazione storica. 

Intanto è duopo prevalersi di quanto altri scrissero. 
E su questa base ho compilato alla sfuggita questi pochi 
cenni, per ridestare nella gioventù ragusea V amore allo 
studio delle patrie memorie, ed offerire al forastiere, che 
visita i sacri avanzi di Ragusa, una guida che gli ricordi 
r augusto di lei passato. 

Ragusa, nel gennajo del 1876. 



p. jb. 



I. 



Primordi, sviluppo e caduta della repubblica 

di Ragusa. 



JJalmazia; una delle rinomate Provincie romane per le illustri 
colonie che vi avean sede, e per V interessante posto che occupava 
nel vasto impero, fìi teatro spesse volte di barbare aggressioni, 
ed in ultimo di sterminio da parte degli Avari (sec. VII.). 

Alla distruzione di Epidauro, una delle più famose colonie ro- 
mane, Ragusa deve la sua origine. E se non si può con certezza 
stabilire la precisa epoca della di lei fondazione, senza tema di 
errare puossi asserire, che i superstiti Epidauritani, dopo di essersi 
per breve tempo stabiliti nella vicina valle di Burno (Breno), 
dove fabbricarono a propria difesa due castella (Spilan-grad, e 
Gradaz), abbiano ben presto abbandonato quel luogo poco sicuro, 
per rifuggiarsi su d' uno scoglio non lontano, in riva al mare, posto 
alle falde del monte, probabilmente abitato da famiglie di pescatori, 
e chiamato Lavve. Quivi i profughi Epidauritani posero stanza, 
appellando la novella patria col nome di già trovato, mutandolo 
poi dopo qualche tempo in Lausa; derivazione dal primitivo nome, 
anziché dal greco Lays, come vorrebbe Porfìrogenito, e dietro di 
lui quanti altri scrissero di Ragusa. 

La primitiva appellazione si mantenne per lungo tempo, e nei 
brevi pontifici all' anno 1000 di Cr. s' incontrano i nomi di Lab usa, 
Labuda, Labusaedum, confusi con quei di Ragusium, e Rha- 
gusa negli archivi, e con Raugia e Rausa in parecchi scrittori 
posteriori. 

Ben presto questo felice nascondiglio dalla natura fortificato, 
inaccessibile dalla parte del mare, e protetto dalle mura tosto 

1 



tubi) rifate, attirò buon numero di emigrati Salonitani, e delle altre 
colonie romane della Dalmazia, di cui parecchi si erano salvati 
sulle circonvicine isole; divenendo Ragusa sin dalla sua origine 
sicuro asilo di (luanti avevano bisogno di rifugio, come lo fu mai 
sempre fino al cessar di sua esistenza. 

Né andò guari che dovette metter a prova le proprie forze, quando 
per ben 15 mesi (8G6) con energia sostenne l'assedio della flotta 
araba, che già aveva espugnato Budua, Cattaro, Risano e Rose; 
liberata poscia dì^la flotta greca, a ciò spedita da Basilio Macedone, 
alla quale si unirono le navi ragusee per trasportare all' opposto 
lido d' Italia il contingente degli slavi. 

La città nascente venne in questo frattempo inaugurata da Pau- 
limiro Belo, principe slavo, che con un numeroso seguito tornava 
da Roma, per riassumere il trono paterno. Di passaggio si fermò 
per qualche tempo a Ragusa, dove già si rassodava uno stato; e 
per gratitudine alla cordiale accoglienza, e per acquistarsi un asilo 
in caso di sinistra fortuna, vi fabbricò un castello, fece erigere una 
chiesa ai ss. Sergio e Bacco, patroni di sua famiglia, 1' arricchì di 
reliquie di santi portate da Roma, ed ingrandì la città da quella 
parte che oggi si chiama Pustierna (anticamente Posterrula, 
Postierla). 

In conseguenza del buon regime a cui eran di già abituati per 
r innanzi gli Epidauritani ed i Salonitani, ed a motivo del com- 
mercio e dell' industria, a cui necessariamente dovevano dedicarsi 
per la ristrettezza del proprio territorio, che tutt' al più si estendeva 
nella lunghezza d' un miglio di Udo (da s. Giacomo a Boninovo, ^ 
detto vista di Gravosa), questa popolazione rapidamente crebbe, ed 
aumentossi per V arrivo di molti emigrati dalla Dalmazia e dai 
finitimi stati slavi ; laonde per ben quattro volte, al dir di Porfiro- 
genito, furono anclie dilatate le mura della città, e costrutti arse- 
nali per le galere, che servivano a difesa del commercio di già 
molto esteso. 

„Gli Epidauritani non sognavano allora quello che era per dive- 
„nire questa loro novella patria; una città su d'un isola e sopra 
„un colle, che doveva dominare come Roma, la città dei sette colli, 
„e come Venezia, la città delle cento isole; una città libera che 

^ Boninovo, probabilmente deriva dal cognome del raguseo Bonino de 
Boninis (Dobroevic da Lagosta) uno dei primissimi tipogratì in Italia 
(1478 — DO), il quale, o vi si fermasse in quel punto nelle sue passeggiate. 
vi avesse dimora, vi lasciò il suo nome. 



.,sarebbe V asilo dei re ; una città commerciale, che, senza un porto, 
„ doveva spedire i suoi bastimenti in tutti i porti del mondo; una 
„piccola città con un istoria superiore a quella de' grandi stati; 
„una città con poche miglia di territorio, e con tutti i mari della 
„terra; una città con un nome non perituro." ^ 

La città difiPatti andava sempre più crescendo a mezzo dei pro- 
fughi dalla Bosnia ed altri finitimi stati slavi, che li abbandonavano 
per le questioni religiose che allora fortemente venivano agitate in 
quei regni. La porzione romana si separò da principio da questo 
nuovo elemento, cangiando la forma del governo democratico, che 
era fino a queir epoca, in aristocratico ; a capo del quale era il 
Priore, che per un anno sosteneva la carica. In breve però i due 
elementi si fusero, sparendo il primo, e rimanendovi V elemento 
slavo. La lingua latina rimase come lingua che si scriveva negli 
offizt, e la slava qual lingua parlata. 

La difesa — questo naturale diritto — fu quasi V unico motivo 
che determinava i ragusei a dar di piglio alle armi. Quanto fìi 
meno possibile, portavano la distruzione sulF altrui territorio. Conscia 
della propria missione, e persvasa che la sola pace e Y operosa 
quiete possano contribuire al benessere ed alla felicità de' popoli, 
Ragusa sin dal principio cercò di allontanare ogni gelosia che il di 
lei rapido sviluppo poteva suscitare nelle finitime popolazioni ; abil- 
mente quindi i di lei abitanti si diedero a, dirigere gF interessi 
della novella patria, da stabilirne intiuìi rapporti coi vicini principi, 
assicurandosi ne' detti paesi la libertà de' fitti, de' pascoli, e del 
commeriio, pel quale pagavano — al dir di Porfirogenito — 36 
monete all' anno ai due Bani di Zachulmia e Tribunia. Stabilirono 
inoltre mutuo rispetto, degli slavi che giungevano a Ragusa, e 
de' ragusei che si recavano nelle finitime provincie. 

In pari temi)0 dilatarono il proprio territorio mediante donazioni 
dei finitimi re slavi, od a mezzo di acquisti. Da Stefano di Croazia 
(1050), di cui la seconda moglie Margarita, rimasta vedova, si ritirò 
e morì a Ragusa, ricevettero la valle di Breno, la parte meridionale 
di Gionchetto, la valle di Gravosa, Ombla, e Malfi, fino alla chiesa 
di s. Tecla, al confine di Yaldinoce. Silvestro, per gratitudine ai 
benefici ricevuti, donò loro (1080) le isole di Daksa, Calamotta, 
Mezzo, Giuppana, Jakljan, Ruda, s. Andrea, e altri vicini scogUetti.'-^ 

^ IdavonDiiringsfeld — Aiis Dalmatien, III. Band, Prag 1857. 
^ Le isole di Calamotta, Mezzo e Giuppana, cogli adjacenti scogli, erano 
note agli antichi sotto il nome di Elaphites, come attesta Plinio. Sem- 



Bollino re di Servia (1100) accrebbe il territorio raguseo coli altra 
porzione della valle di (jionchetto, che diede in dono ai monaci 
benedettini di Lacroma. L' isola di Meleda tutt' intera fu donata nel 
1151 da Dessa, figlio di Uroè e padre di Nemagna, Signore della 
Zachulniia, /enta, e Tribunia, ai monaci benedettini, ai quali cento 
anni prima (1044) Oliudovid, signore di Chelmo, avea regalato la 
chiesa di s. Pancrazio sulF isola stessa, coi terreni che le apparte- 
nevano ; e così queste donazioni fatte ai monaci dello stato raguseo, 
diedero a mano a mano V alto dominio alla signoria di Ragusa. 
Decusio di poi nel 11G4, signore delle due giuppanie di Canali, 
donò a Micaccio (Mihasio) cittadino raguseo, suo genero, il terri- 
torio di Zrnavnica, che comprendeva tutto il tratto di pendio mon- 
tuoso che si estende dalla valle di Breno, fino a s. Giorgio di 
Bielo, presso V antica Epidauro, a cui probabilmente era unito 
r adiacente litorale, dov' è oggidì Ragusavecchia. Contemporanea- 
mente furono acquistate da' ragusei le isole di Mercana, Bobara, e 
s. Pietro. 

La città dapprima si limitava allo scoglio Lavve; e nel secolo 
XII Bodino r aveva stretta d' assedio, ed alle falde del monte per 
sette anni tenne il proprio accampamento, e vi eresse anche un 
castello, per vendicarsi de' ragusei, che si rifiutavano di consegnargli 
alcuni suoi congiunti, rifugiatisi nell' ospitale città. Impossessatisi 
però i ragusei del castello dopo la morte di Bodino (UH), in 
seguito a secreta cointelligenza coi capi del presidio, Gredic e Mla- 
scogna, che per fìnta si danno prigioni, e son poi accolti fra la 
nobiltà, lo demolirono, e sul luogo stesso eressero la chiesa di s. 
Nicolò; estendendo indi la città dalla parte di terraferma, e riem- 
piendo il canale che divideva lo scoglio dal monte (dov' è attual- 
mente lo stradone), facendovi le mura di cinta anche da quella 
parte. Ragusa prese il quel torno di tempo il nome slavo di Du- 
brovnik, dalla foresta che copriva il sovrastante monte. 

Le relazioni coi principi e colle vicine città si andavano conso- 
lidando per mezzo di utilissimi trattati di commercio. È marcato 
il sec. XI negli annali di Ragusa per i privilegi che Guglielmo re 
di Sicilia, e s. Ladislao d' Ungheria, accordarono alla repubblica. Coi 
vicini re slavi di Bosnia, Servia, Bulgaria, conchiusero trattati di 
commercio. Ottenero dai bosnesi la privativa di estrarre da quei 

brerebbe cbe nel porto di Giuppana e nelle sua vicinanze si sieno scontrate 
le flotte di Ottavio e di Vatinio, come racconta Irzio de Bello Alexand. 



ricchi monti l'argento, mescolato coir oro, da cui ricavavano il 250 
per cento. E due fratelli ragusei, che si avevano da Kulino bano 
di Bosnia F appalto delle miniere, circa V anno 1114 fabbricarono 
presso Serraglio un castello, chiamandolo col nome della propria 
patria Dubrovnik. Relazioni commerciali vennero strette colla 
corte d' oriente ; Emmanuele accordò loro la cittadinanza di Costanti- 
nopoli ; e con vantaggiosissime prerogative i negozianti ragusei, sotto 
i Comneni, Lascari, Cantacuzeni ecc., spinsero il traffico per tutta 
r antica Tracia, e perfino nelF Asia minore. Colonie commerciali 
ragusee si trovavano a Serraglio, Novipazar, Belgrado, Vidin, Bu- 
karest, Andrinopoli ecc. La marina era già in fiore. Basilio III. 
avea chiesto ai ragusei 80 piloti, e tre de' più intelligenti fra i 
nobili, onde con questo ajuto umiliare Venezia, la comune nemica. 
Ai Normanni di Napoli somministrarono galere armate ; ed in ognuna 
di quelle celebri e sventurate spedizioni pelF acquisto di Terra santa, 
offrirono qualche legno armato, e parecchi mercantili pel trasporto 
della truppa e degli attrezzi militari. Strinsero trattati commerciali 
(sec. XII.) colle città italiane Malfetta, Pisa, Ancona, Fano; indi 
(sec. XIII.) con Recanati, Fermo, Rimini, Ravenna, Ferrara, Sira- 
cusa, Messina, Barletta ecc. Nel 1240 stipularono un trattato com- 
merciale marittimo cogli Alniissani, da cui si rileva, come era 
allora in fiore la marina ragusea per tutto V oriente ed occidente 
de' nostri mari. 

Tale prosperamento della piccola repubblica di Ragusa non an- 
dava punto a genio di Venezia, forte e potente rivale. A garantirsi 
dalle di lei spiegate insidie, i ragusei eressero un castello su di 
una roccia, protendentesi nel mare, dalla parte occidentale della 
città, che denominarono caste! s. Lorenzo (1038). 

Da un pezzo i veneti avevano annunziate le loro esclusive pre- 
tese sul commercio generale nel golfo. I ragusei avevano saputo, 
talor colle proprie foi'ze, talor unendosi colla repubbUca Narentana, 
di cui dirigevano la politica e le imprese, far fronte alla potente 
rivale, appoggiandosi alla protezione dei greci imperatori, a cui era 
soggetta ancor la Dalmazia, abbenchè di nome. 

Le forze però dell' impero Orientale affievolivano, rinforzandosi 
quelle di Venezia. Ragusa comprese allora, che la greca croce non 
poteva esserle d' ulteriore appoggio ; né però voleva cercar rifugio 
sotto le ali del veneto leone. Tentò allora un' alleanza coi Normanni, 
coi quali al principio delle loro conquiste aveva contratte amichevoli 
relazioni ; alleanza però soltanto all' estero e sui mari. Ma discordie 



interne, fonitiitate dalla scaltra politica veneta, la posero nella dura 
necessitai (V invocare la di lei protezione. Alleanza fra debole e 
potente, da cui per un miracolo sortì salva la di lei indipendenza. 

A ciò diedo occasione V attentato di Dannano (iiuda contro la 
libertà dello stato. Damiano, i)atrizio raguseo, spirato 1' anno del 
suo priorato, non volle scender dal seggio, né permise si racco- 
gliesse il senato per eleggere il priore, che avrebbe dovuto succe- 
dergli. Spiegò apertamente il carattere di tiranno, sia che esso abbia 
voluto concentrare in se e nella propria discendenza tutto il potere ; 
sia che — come è più verosimile — inteso abbia di richiamare in 
vita le franchigie popolari, che andavano deperendo per la prepo- 
tenza del ceto, il quale da poco si era costituito in compatta ari- 
stocrazia, e, profittando delle discoidie de' vicini prihcipi slavi, d' in- 
grandire la jiotenza della patria. 

Ne freme la nobiltà, ed a capo del partito contrario si pone Pietro 
Benessa, suo genero. Entra in secreta cointelligenza coi veneti, i 
quaU con due galere fingono di portarsi a Costantinopoli, ferman- 
dosi per breve tratto presso Ragusa. Damiano con magnificenza 
accoglie e convita a lauta mensa i due sedicenti ambasciatori, e 
niun inganno sospettando, accetta il consiglio del genero, di accom- 
pagnarli alle loro navi. Ma a])pena montatovi, levate V ancore, 
salparono in alto mare. Accortosi tosto Damiano d' esser spogliato 
non solo del dominio, ma della stessa libertà, si spacca il capo contro 
r albero maestro della nave. 

„Onde poter sbalzare dal seggio usurpato l'unico uomo che sopra 
„ quelle rupi abbia agognato all' autocrazia, Ragusa credette neces- 
„sario di ricorrere all' ajuto veneziano. Contro il proprio chiamò 
„lo straniero. Preferì esser debole sotto Venezia, anziché forte sotto 
„ Giuda. E questo tu il suo primo grande errore di stato." ^ 

Da quell'epoca (1204 — 1358) Ragusa sogiacque al regime dei 
conti veneti. Ed abbenchè i ragusei nel 1223 avessero tentato 
di sbarazzarsene, col rimandare in patria il conte Giovanni Dan- 
dolo, il di cui governo per 16 anni era a loro addivenuto oneroso, 
ciò non di meno le domestiche dissensioni, e le minacele di Venezia, 
r indussero a ricercar di nuovo la protezfone veneta, accettando 
nuovamente i di lei conti, a condizioni ben più dure. 

Non trascurano però alcun occasione di fare atti di sovranità, 
sia nel regolare gli articoli di pace e di guerra coi propri vicini, 

' Diiringsfeld 1. e. 



sia nel sostenere 1' indipendenza della loro interna amministrazione. 
Pervengono perfine, ciò che non può passar inosservato; ad eludere 
ed aggiornare molte condizioni le più importanti e le più pesanti 
del patto conchiuso nel 1223; e sopratutto profittano di quest' epoca 
di transazione per migliorare qualche forma amministrativa e gover- 
nativa, secondo la forma appresa da' veneti. Ed a quel tempo rice- 
vono lo Statuto (1272), elaborato, sotto il settimo de' suoi conti 
veneti, Marco Giustiniani, sulla base delle costumanze che fino allora 
facevano le veci di leggi. 

Alla fine di questo secolo (1292) un grande incendio distrusse 
presso che tutta la città; e nella rifabbrica degli ediffizt, la città 
venne interamente riordinata e ridotta in sestieri. E pochi anni 
dopo (1329) fu aggiunta una nuova cinta alle mura della città, e 
ristaurate quelle dalla parte del sobborgo Pille, che avevano sofferto 
dal tempo ; e le pietre dovevano esser estratte dallo spazio destinato 
pel fossato. Contemporaneamente vennero estese le mura dall' an- 
tica porta presso la Dogana, fino al bastione di s. Luca, ed aperte 
nuove porte alla Pescheria e Ptevellino, rimanendo rinchiuso tra le 
mura il convento de' Domenicani, che fino a quell' epoca si trovava 
al di fuori. 

Ragusa però non cessò di iottare contro la tendenza più o meno 
potente di Venezia, divenendole sempre più odiosa e pesante la di 
lei alleanza. Studiò quindi come sbarazzarsene. Notò con gioja il 
progresso delle armi di Lodovico il grande d' Ungheria, ed al suo 
ritorno dalla vittoriosa spedizione di Napoli (1349), fermatosi nelle 
acque di Ptagusa, il senato vi gettò le fondamenta di quelle tratta- 
tive, che egli stesso di poi nel 13.58 consolidò a Buda, accettando 
i Ragusei sotto la clientela dell' Ungheria. Sciolto quindi ogni patto 
oneroso coli' alato leone, strinsero de' nuovi con Lodovico il grande, 
ben diversi da quei che avevan contratti con Venezia. 

I patti furono: 1. che il re li accogliea sotto la sua protezione; 
2. che i soli patrizi dovessero avere la facoltà sì legislativa che 
esecutiva; 3. che i beni, o comperati, od acquistati con enfiteusi, 
con dono, pacificamente potessero possederli; 4. che essendo il 
re in guerra co' veneti, o cogli slavi, fosse permesso ai ragusei di 
trafficare con loro; 5. che le liti fra i sudditi del re ed i ragusei 
dovessero esser trattate nel foro del reo. — E dall' altra parte 
si obbligavano i ragusei : 1 . d' esser attaccati al re con i più stretti 
vincoh di fedeltà; 2. di esborsare annualmente al medesimo perla 



8 

protezione accordatli, zecchini HOO;^ 3. che nelle tre maggiori 
festività dopo il vangelo avrebbero fatto cantare le lodi e prosperi 
augiirt al re ; 4. che venendo il re a Ragusa, V avebbero magni- 
ticainente ricevuto, e splendidamente trattato col suo seguito; 5. 
che in mare ed in terra si sarebbero insigniti dei regi vesilli, e 
quando il re avesse guerra, gli avrebbero somministrate quattro, 
od almeno due galere, od in luogo di queste, un' equivalente con- 
tiibuzione in danaro. 

„l)a quest' epoca la storia di Ragusa diviene sempre più diplo- 
„matica. I tiattati divengono sempre più frequenti; gli ambasciatori 
„ viaggiano senza posa. Essi parlano e scrivono incessantemente. 
„ Parlano e scrivono i suoi dotti ed i suoi poeti. La fama di Ragusa 
^sempre più s' accresce, le sue ricchezze aumentano, e s' estende 
„il suo territorio. Sale Ragusa a sempre maggior altezza." ^ 

Tutta quest' epoca fu floridissima pel commercio raguseo. Appo- 
giati all' amicizia e lega de' principi di Bosnia, Servia, Bulgaria, 
Rascia, Albania, ed a quella de' greci imperatori, il loro commercio 
si estendeva dalle sponde dell' Adriatico, sino a quelle del Mar 
Nero, dove numerose colonie vi avevan sede, e fra le altre Sofia, 
Procupglie, Novipazar, Belgrado, Ruschik, Silistria, Provato, Adria- 
nopoli, le quali assicuravano a Ragusa una durevole prosperità, 
rendendola lo scalo del traffico del Mar Nero. E mercè il trattato 
stipulato nel 1358 con Lodovico il grande, poteano commerciare in 
tutti i di lui estesi domini, ed anche in quei regni, i di cui padroni 
erano in guerra coli' Ungheria. 

Come Venezia, e come tutti gli stati essenzialmente commercianti, 
Ragusa alle sue speculazioni subordinava le relazioni della sua po- 
litica. Così la si troverà simultaneamente alleata de' cavalieri delle 
grandi crociate d'occidente, e de' saraceni; mantenendo rapporti di 
commercio coi principi slavi, e negoziando cogl' imperatori d' oriente. 
Coir avvedutezza della sua politica essa seppe approfittare con 
corraggio e con prudenza delle circostanze e de' tempi, per conso- 
lidare la sua indipendenza a mezzo di potenti alleanze e di van- 
taggiosi trattati; ed il punto principale era, conciliarsi la benevo- 
lenza di Orbane II, che veniva dalla conquista dell' Asia minore. 
Gonfio questi dell' omaggio de' ragusei, accordò loro un trattato 

* L' imperatore Leopoldo I. rilasciò quest' annuo pagamento tinche i ragusei 
avessero al confine il turco; ciò egualmente fa confermato dall' imperatrice 
Maria Teresa. 

' Duringsfeld 1. e. 



9 

di commercio esteso a Brussa nel 1359, verso F anmia contribuzione 
di 500 zecchini, in forza del quale ottennero piena libertà e con- 
siderevoli franchigie per trafficare in tutti gli stati e presenti e futuri 
del conquistatore, garantendo così l' indipendenza nazionale.^ Pri- 
vilegi poco dopo (1372) confermati da Amuratte. 

Sotto il dominio veneto la navigazione ragusea avea già fatto 
giganteschi progressi, mercè i privilegi stati accordati a' bastimenti 
ragusei — caso unico nella storia veneta — eguali a quelli che 
avevano i suoi nazionali. Perduti poi alcuni de' privilegi in terra- 
ferma, nelle vicine Provincie slave, si diedero con maggior vigore al 
commercio marittimo, ottenendo dal re d' Egitto, di Soria, d'Iconio, 
di Bitinia, e da altri principi asiatici, la libertà di commercio con 
molte immunità e prerogative (1365); e per opera di Lodovico, otten- 
nero da Urbano V. la facoltà di negoziare cogl' infedeli, che dopo 
venne confermata dal concilio di Basilea, e da Paolo III. 

Indi strinsero patti commerciali con Martino re di Sicilia, il 
quale li accordò (1387) grandi franchigie ne' suoi stati. Nel #1397 
gli ambasciatori di Carlo VI, re di Francia, di Luigi duca d' Anjou, 
dei duchi di Milano e di Savoja, vennero a Ragusa per sollecitare 
il senato a negoziare il riscatto de' prigionieri stati fatti alla batta- 
glia di Nicopoli ; e per gratitudine al disinteresse de' patrizi, che 
rifiutarono 100 mila ducati, loro offerti a titolo d'indennità peli' in- 
tervento ufficioso, il re di Francia li accordò grandi immunità com- 
merciali. 

Uno spiacevole incidente poi in questo frattempo pose in appren- 
sione il governo della repubblica. Alcuni giovani della nobiltà ave- 
vano cospirato contro la libertà della patria, entrando in secreta 
cointelligenza coi vicini bosnesi. Scoperta però la trama (1400) i 
rei furono puniti di morte, e ripristinata la quiete e la tranquillità. 

^ E' celebre questo patto nella storia Osmana, per aver da<o origine al 
Tughrà, cifra dei sultani, che apponesi in capo ai più solenni diplomi 
e documenti dello stato. Orbane, anziché sottoscrivere la detta convenzione, 
immerse la mano nell'inchiostro, e la impresse sulla pergamena. Questa 
informe impressione della mano e dei cinque diti, fu di poi consecrata 
all'uso, ed anche oggidì conservata come Tughrà, o firma del sultano. 
Soltanto venne col tempo ingentilita dagli scrivani la dimensione e l'aspetto, 
ed inserito anche, per mezzo di lettere intrecciate a quelle aste o linee 
principali, il nome dell' imperatore, quello di suo padre, il qualificativo di 
Kan, e 1' epiteto di sempre vincitore, che Abdul-Megjid salito al trono 
ha creduto bene, per le rotte antecedentemente patite dalle truppe otto- 
mane, di ommetterlo. 



10 

Se la politica dei ra^aisei era più che tollerante, non per questo 
scemava in essi il sentimento religioso. Già nel XI secolo elevarono 
la propria sede vescovile — trasportata da Epidauro — a metro- 
politana; nel 1023, in seguito a voto fatto neir occasione dell'in- 
cendio scoppiato in città, venne eretto nell' attigua isola di Lacroma 
un monastero benedettino. Con gioja ricevettero s. Francesco 
d' Assisi, che tornando da Soria approdò a Ragusa (1220), fon- 
dando indi un convento pel suo ordine. Non molto dopo innalzarono 
pure un' altro all' ordine domenicano. Aprirono quindi monasteri 
anche per le monache. 

Il territorio di Ragusa venne pure sensibilmente accresciuto. Nel 
sec. XIII si fece acquisto dell' isola di Lagosta, che apparteneva 
al principato di Zac'hulmia, venduta alla repubblica (1216) da Ne- 
magna II, gran giuppano della Rassia, il quale, coronato re per 
concessione di Onoiio II, assunse il nome di Stefano II, sovra- 
nominato Grappalo, e conosciuto sotto 1' appellativo di Prvovjen- 
cani (primo incoronato). Neil successivo secolo XIV, per le ces- 
sioni di Uros re di Serbia^ i ragusei estesero il loro dominio (1323) 
sui vicini villaggi di Bossanka, Bergatto, ed Ossoinik; indi nel 
1333 ottennero da Stefano di Serbia, con titolo quasi di feudo, la 
penisola di Stagno, con tutte le isole situate presso la foce del 
tìume Narenta, e quelle adjacenti alla penisola dalla sua parte 
meridionale. Acquistarono indi le terre di Primorje, fra Valdinoce 
ed Imotiza di Stagno, da Ostoja re di Bosnia nel 1399; ed al prin- 
cipio del seguente secolo comprarono la contrada di Canali dai 
vojvode Sandalj Hranic, e Radoslavo Pavlovic; con che chiusero 
la serie degli acquisti territoriali. 

Allora lo stato della repubblica raggiunse l' estensione di 120 
miglia in lunghezza, da oriente ad occidente, e di 12 miglia nella 
massima larghezza ; abbracciando un circuito di 340 miglia tra isole 
e continente. Insigniiicante estesa territoriale, se a questa non fosse 
unita una delle più grandi importanze storiche fra gli stati slavi 
di queir epoca, e dei secoli posteriori. 

Nel prender però possesso dei territori suacennati, la repubblica 
ha dovuto sostenere seri conflitti. I Lagostani, dopo una generale 
sollevazione contro i nuovi padroni, abbandonati dall' appoggio dei 
Rassiani, si assoggettarono. Non così facilmente riesci alla repubblica 
di prender possesso di Primorje;^ poiché scorgendo i gentilotti" di 

' Primorje, ordinariamente nei vecchi documenti è chiamato col nomo di 



11 

quelle contrade, che quel territorio veniva diviso fra la nobiltà e 
la cittadinanza, e che per tal guisa venivano spogliati dei loro 
terreni, fecero vigorosa opposizione, appoggiati alla giusta ragione, 
che la repubblica aveva fatto acquisto dell' alto dominio della con- 
trada, e non già del dominio utile della medesima. „Io scrivo la 
„ storia — dice Resti nella sua cronaca mss. — ma non so difender 
^il senato in una così fatta azione; so bene che in tutte le sue 
«procedure ha mostrato rettitudine e giustizia. Negli archivi pubblici 
„ nulla trovo per cui si de venne ad una così violenta azione, trovo 
„bensì, che per questo motivo fra poco tempo di poi non si potessero 
^conservare le isole di Curzola, Lesina e Brazza sotto il dominio 
„della repubblica di Ragusa, mentre quei isolani, per timore che li 
„ succedesse come a quei di Primorje, operarono tanto che si 
„ sottrassero dal di lei vassallaggio." 

Ed infatti, assoggettati i Primorjani, a mano armata, e coirajuto 
di Sigismondo, ottennero poco dopo i ragusei dal medesimo re 
le isole di Curzola, Lesina, e Brazza; ma dovettero ben presto 
evacuarle, poiché, sollevatisi quegF isolani, mercè 1' assistenza di 
Vladislao Sachez^ cancelliere del regno, nativo da Narenta, e favo- 
rito della regina, venne revocata la cessione fatta, per istigazione 
della regina stessa, sul pretesto, che i ragusei non avrebbero 
rispettato in quelle isole la proprietà di quei possidenti. Furono 
cedute quindi al favorito di Barbara, il quale poco dopo le ven- 
dette ai veneti. 

Ben più serie difficoltà trovò poi la repubblica nel prender 
possesso delle terre di CanaU. Con Sandalj Hranic stipulò il con- 
tratto nel 1420 per la sua porzione di Yitaghna fino al caste! 
Soko. Dietro a ciò si venne alla ripartizione dei terreni, il che 
diede motivo ai Canalesi ad un' aperta ribelhone. Venne sedata 
tosto a mano armata, e puniti i ribeUi col taglio delle mani, de' 
piedi ecc. Ottenuta anche 1' altra parte di Canali da Radoslavo 
Pavlovic nel 1427, anche qui la ripartizione causò generale malu- 
more. Fu mandata la truppa, e proclamata la taglia di 1000 zecchini 
contro tre capi ; e parecchi consanguinei del Pavlovic furono espulsi. 
Radoslavo pretese allora di annullare il contratto, facendovi delle 
irruzioni nel territorio raguseo ; e la repubblica in questa circostanza 
fece fare delle fortificazioni a Ragusavecchia. Appena nel 1432 fìi 
conchiusa la pace col Pavlovic, e sedata la ribellione. 

„Terre nuove", a differenza del territorio da Breno a Valdinoce, che 
per la sua antichità portava il nome di „Terre vecchie" od „Astarea". 



Duile iliscorpie dei principi slavi prevedevano i raj^usei la rovina 
di que' stati, né cessavano di darne opportuni consigli in ogni in- 
contro, [)er mantenere fra di loio la buona armonia e la concordia. 
Ra|)presentavano a loro, quanto erano pericolose in quelle circo- 
stanze la disunioni fra i principi cristiani, per non vedervi frammi- 
schiate le armi turche, col pretesto di ajutare taluno di essi, ma 
in effetto i)er opprimere tutti ; e li offerivano la propria opera per 
agevolare V unione^ da cui, dicevano, dipendere la salute dei regni 
slavi. 

Rinunziano quindi alla proposta del Pavlovié di ricevere le ca- 
stella (li Klobuk e Trebinje, abbencliè fosse in loro innato il desi- 
derio d' ingrandire i propri stati, ritenendo non esser prudente 
in quelle poco felici circostanze d' ingerirsene. Per atto pure di 
prudenza non accettano la proposta di Elisabetta d' Ungheria, di 
prender possesso della città d' Almissa, assediata da Cosaccia, per 
non entrar in aperta guerra col medesimo, e dar motivo d' inter- 
vento all' armata turca nei paesi finitimi. 

Ed abbenchè sotto la protezione ottomana, i ragusei, eredi della 
pietà verso gli oppressi e perseguitati, non trascurano incontro alcuno 
per favorire i principi cristiani contro la forza dei propri protettori, 
esponendosi il più delle volte a gravissimi pericoli. 

Amuratte si sdegna fortemente pella buona accoglienza fatta a 
Giorgio despota di Servia, il quale, vedendosi minacciato da' turchi, 
approda a Ragusa e vi deposita i suoi tesori. Il sultano spedisce 
tosto un suo ministro per chiederne dalla repubblica il tributo. 
Questa gli manda ambasciatori, dando loro la seguente commissione. 
Se li fosse dimandato il tributo, dovessero rispondere: la città di 
Ragusa esser stata sempre libera e franca, ne' mai aver dato veruna 
somma al padre suo, né ad alcun de' suoi antenati, a riserva di 
lui solo, nove anni prima, per ringraziarlo dei buoni trattamenti 
che facea ai mercanti, che allora per sua grazia godevano molti 
privilegi. Che se poi avesse voluto considerare le grandi utilità 
che dalle gabelle pagate dai mercanti ragusei ricavava il suo erario, 
vedrebbe pagarglisi dai ragusei più di qualsiasi altra città del suo 
impero. E perchè i turchi opponevano i tributi pagati all' Ungheria 
ed alla Bosnia, fu disposto di rispondere, non esser tributi, ma 
piccola pensione per affitto di alcuni terreni a loro appartenenti. 
Così pure alcuni pagamenti fatti ai suoi antecessori, da Sultan Orhan 
in poi, averli dati per la protezione de' mercanti ne' paesi turchi, 
e non mai a titolo di tributo. Circa V accoglienza fatta al despota, 



13 

fu accomesso di rispondere, che ciò era conveniente; e se anche 
non l'avessero conosciuto, che avrebbero dovuto farlo, mentre per 
ripatriare avea toccato Ragusa, alla quale importava mostrarsi grata 
ad ognuno, giacché i suoi cittadini praticavano quasi tutta V Europa, 
ed erano da per tutto accettati con benevolenza. Che se poi era 
stato servito con una galeotta, il despota F avesse fatta armare per 
sospetto delle fuste Catalane ed altri corsari, che infestavano quei 
mari. Relativamente ai depositi fatti dal despota, dovesser rispon- 
dere : ognun con sicurtà poter depositare, e ciò esser seguito per 
mano di un monaco basiUano, in sacchi legati e sigillati, che esso 
despota poteva levare quando voleva. 

Caduta indi la Servia sotto il giogo turco, Giorgio si salva a 
Ragusa, e tutto il tesoro raccolto in quel dovizioso regno aggiunse 
a quello di già depositato. Amuratte propone ai ragusei perpetua 
pace e protezione, promette molte castella e città nei finitimi stati 
slavi, di più la Hbertà d' impadronirsene di tutti i tesori del de- 
spota, purché glielo consegnassero nelle mani. In caso contrario 
minaccia totale esterminio. 

Il senato in pieno consiglio fa conoscere queste proposte al' infelice 
principe. Ed abbenché si fosse appena rimesso il pubbhco erario 
dai gravi disastri della peste che devastava (1434) il territorio di 
Ragusa, il despota viene fornito di opportuni mezzi, per poter 
co' suoi tesori salvarsi in Ungheria, e riacquistare indi il perduto 
regno. Le truppe ottomane erano sulle frontiere; ciò non ostante 
il senato risponde all' intimazione con un rifiuto. Irritato Amuratte 
si vendica sui mercanti ragusei che si trovano nel suo impero; ma 
non può a meno di esclamare: „uno stato che rispetta a questo 
segno le leggi dell' ospitalità, non può perire." — E gli amba- 
sciatori speditigli ottengono senza difficoltà la continuazione della 
pace (1441). 

Due eroi cristiani arrestavano allora 1' impetuoso torrente delle 
vittorie ottomane ; lo Skenderbeg, principe d' Epiro, e Giovanni 
Unniade. Ragusa forniva 1' uno e 1' altro, secondo la propria possi- 
bilità, di armi e munizioni; anzi lo Skenderbeg, abbandonato quasi 
da tutti, veniva sostenuto da' soli ragusei nell' eroica sua intrapresa 
contro il turco, ed emmissari spediti in Albania incorraggiavano 
quella nazione contro il comune nemico. Concorsero alla squadra 
pontificio-veneta (1444) con due galere, e con una nave di tra- 
sporto. Disfatta indi l' armata cristiana, vennero spedite navi in Al- 
bania per salvare gli eroi ed i loro commilitoni. 



14 ♦ 

In ([uesto frattempo giavi peripezie sofferse Ragusa nel proprio 
territorio. Cosaccia, che sempre nutriva un animo ostile contro la 
repubblica, invase il territorio di Canali, passando tutto a ferro e 
fuoco. Ritenendo indi la città sfornita di truppe, mosse contr' essa 
con 16 mila armati, e vi piantò sopra s. Orsola la batteria. In tali 
critiche circostanze il senato (11 sett. 1451) proclamò pubblico 
bando a suon di tromba, ponendo la taglia contro Stefano Cosaccia, 
patrizio raguseo — titolo che in antecedenza la republdica gli 
aveva conferito, come lo conferiva pure ai i)iù distinti vojvode e 
duchi vicini — senza nominarlo duca di Chelmo. Ma né così, 
né con altre secrete mene, potè disfarsi del proi)rio nemico, fino 
a che Maometto, occupata Costantinopoli, non gì' impose di rappa- 
cificarsi coi ragusei, di restituir a loro quanto aveva occupato, e di 
risarcirli de' danni arrecatili. Eguali ordini e più risoluti giunsero 
dall' Ungheria. 

La repubblica non aveva nulla ancor stipulato colla Porta otto- 
mana, che i porti e territorio dello stato raguseo sieno considerati 
come neutrali, quando desse asilo a qualche famiglia greca di Co- 
stantinopoli, dopo che questa fu presa da Maometto IL Ciò nondimeno 
accorda generosa ospitalità ai Lascari, ai Conmeni, ai Cantacuzeni, 
che sotto la porpora nascondevano le miserie dell' esilio. Si onora 
egualmente nell' accogUere i dotti dalla Grecia, tra i quali Andrea- 
Giovanni Lascari, Demetrio Calcondilla, Emanuele Marulo, Paolo 
Tarcagnota (padre dello storico Giovanni), senza nominarne tanti 
altri distinti letterati, che sparsero il buon gusto delle lettere greche 
in occidente. 

Otto anni dopo la presa di Costantinopoli (1462) le armi otto- 
mane assoggettarono il regno di Bosnia ; e Maometto si accinse alla 
conquista delle città marittime, avendo in particolar mira Ragusa. 
Venne quindi fortiticata, atterrati tutti gh edilìzi nei sobborghi, 
fatti pili profondi i fossati, guernite le mura di fortificazioni, ed 
eretto il forte Revelliuo alla porta orientale della città. Ricovratosi 
a Ragusa Gismondo Malatesta, il quale, per esser stato scacciato 
dal pontefice, volea passar in oriente per condurre 1' armata turca 
in Italia; venne persvaso a desistere dal concepito progetto, ed 
indotto a fermarvisi in quaUtà di generale di tutto lo stato raguseo. 
Lo stesso Pontefice Pio li. si decise di rinchiudersi fra le mura di 
Ragusa, per attirare i principi cristiani a collegarsi contro gF infe- 
deh ; il che non potè effettuare per la morte sopraggiuntagli. Fortu- 
natamente però il sultano, arrivato a Sutjeska, retrocesse colla 
truppa, desistendo dal concepito progetto. 



15 



Distrutti dalle armi ottomane gli ultimi avanzi del regno slavo, 
lo stato della repubblica rimase circondato da ogni dove dal terri- 
torio turco. Perduta quindi ogni speranza d' ingrandimento, i ra- 
gusei si dedicarono alla navigazione^ appoggiati al fermano impe- 
riale che li favoriva, e che ogni bastimento portava seco^ insieme 
alla patente della propria repubblica. 

Sul finir del secolo XY ed al principio del XVI, Ragusa giunse 
air apice di benestanza e di floridezza. In quest' epoca vennero inal- 
zate magnifiche fabbriche di edifici pubblici e privati, che poi in 
massima parte crollarono nel grande terremoto^ rimanendoci alcuni 
pochi, per darci un' idea della benestanza di que' tempi. Tutta 
questa opulenza proveniva dal commercio, ed a questo Ragusa deve 
la sua principale istorica importanza. 

La repubblica già sotto Urbano V. aveva ottenuta la facoltà di 
negoziare cogl' infedeli, facoltà the poi le venne confermata nel 
concino di Basilea (1433), ed indi da Paolo III (1469). Ottenne 
di poi (1510) da Abunassar Causer Gauro re de' Mamalucchi, il 
traffico ed il passo libero delle mercanzie d' Egitto e di Seria. 
Questo trasporto delle merci dalle Indie, divenne una specie di 
privativa de' Ragusei. E durante la lunga guerra de' veneziani e 
genovesi coi turchi, tutto il ricco commercio di levante era nelle 
loro mani, avendo saputo con un tratto di fina politica destramente 
ottenere dalla Porta, che le potenze in rottura col Gran Signore, 
potessero mettere in sicuro i loro legni e le facoltà ne' porti della 
repubblica. 

Mancato poi il gran commercio della Soria e dell' Egitto, i ra- 
gusei diressero la loro marina verso l' occidente, avendo di già 
Ferdinando V. ed Elisabetta di Spagna accordato loro molti privi- 
legi nel 1494, riconfermati poi negli anni successivi. Nel 1508 
Luigi XII di Francia li accordò gli stessi privilegi, diritti e libertà, 
che godevano i mercanti degli altri suoi regni, provincie e domini; 
ed inoltre volle, fossero riguardati tutti ed ognuno separatamente, 
come suoi fedelissimi, accolti e presi sotto speciale sua protezione, 
difesa e salvaguardia. 

Le colonie nella Turchia erano pure a quest' epoca floridissime. 
Ben mille some cariche di diverse merci comparivano a Ragusa, ed 
altrettante venivano rimandate a diverse piazze dello stato otto- 
mano ; il valsente delle quali, massime dalle carovane, passava 200 
mila talleri per volta. Neil' ItaUa pure, come si disse, vi erano in- 
numerevoli colonie, e si rassodò il commercio nelle città di Romagna, 



Marca, Abbruzzo, Pugliii, Calabria, e Sicilia, apportando immensi 
vantaggi. Le due principali colonie che si avevano in Italia, e da 
cui dipendevano le altre, erano la Fiorentina e la Messinese. La 
prima — che diede nome di strada de' ragusei, ad una contrada 
di Firenze — regolava le colonie delle città dello stato ecclesia- 
stico; e la Messinese, che era fissata in Siracusa, ed in un castello 
fabbricato da' ragusei sulle rovine di Camerana, detto poi per questo 
Ragusa, aveva sotto di se quelle delle città della Calabria, Puglia, 
ed Abbruzzo. I legni ragusei trasportando ordinariamente le merci 
a Ragusa, le trasmettevano poi alle colonie di levante, percependo 
così doppio vantaggio. 

Le arti e V industria mirabilmente contribuivano al benessere 
della repubblica. Pietro Pantella, fiorentino, nel 1490, v'introdusse 
r arte di far i panni. Nel 1530 Nicolò Luccari portò 1' arte di tessere 
i drappi e veluti di seta. La zecca, le tintorie, la pesca de' coralli, 
la fonderia dei cannoni, la fabbrica de' vetri, quella della polvere, 
delie cererie; delle conciapelli, il traffico del sale, i cantieri pella 
costruzione navale, le arti degU orefici, argentieri, fabbri ferrai, cal- 
zolai (che provvedevano tutte le vicine Provincie ottomane di pa- 
puzze) animavano ogni ramo d'industria^ ricchiamandovi moltissime 
famiglie forastiere. Ed allo scorcio del sec. XV Ragusa coi sobborghi, 
come attesta il contemporaneo De Diversis, numerava una popo- 
lazione di 40,000 abitanti; e la cassa pubblica, supplite l'enormi 
spese durante la peste (1400), ascendeva a sette millioni di zecchini; 
e la dogana, dopo le guerre tra Venezia ed il turco, fruttava 80 
mila zecchini all' anno. 

Delle facoltà de' privati non se ne parla. Un Matteo Luccari, 
mercante raguseo in Bosnia, fu in grado di ospitare regalmente 
Sigismondo d' Ungheria e Stefano despota di Servia, dopo la loro 
disfatta presso Semendria, fornendoli di 15.000 zecchini al momento 
della loro partenza. Michele Prazatto^ legò alla patria l' ingente 
somma di 200.000 genuine, collocate in Genova; ed i soli nego- 
zianti della parte della città, denominata Prieko, disponevano 

' Questi fìi quegli, che dopo aver fatto parte con 12 sue caracche della squadra 
di Carlo V. (e la caracca era nave della grandezza delle attuali fregate di 
primo ordine), e co' suoi grandi bastimenti portato ingenti carichi di gra- 
naglie nella Spagna, allora desolata da terribile carestia e fame, chiesto 
da Carlo, se voleva onori, titoli, impieghi, rispose: „Sire, io sono abba- 
stanza ricco, per non accettar l'icchezze; sono re sulle mie caracche, per 
non cercar onori; sono cittadino libero di Ragusa mia patria, per non 



17 

del vistoso capitale di 200,000.000 di ducati. Tali erano le co- 
lossali fortune di Ragusa alla fine del sec. XV., ed al principio 
del XVI.! 

La buon' armonia della repubblica colla Spagna faceva sì, che 
le navi ragusee mercantili e da guerra fossero di spesso al servizio 
di quella corona ; e nella conquista di Portogallo 40 navi ragusee 
erano a sua disposizione. Intiepiditesi però le relazioni coli' Un- 
gheria, collo estendersi della potenza turca, e per un incidente 
occorso ad una nave ragusea che portava un carico a conto della 
Spagna, predato da un corsaro; Carlo V., cintosi anche di quella 
corona, vivamente se ne risentì, sospettando secreti accordi colla 
Turchia. Fece intender il suo malcontento alla repubblica, e le 
proibì (1511) ogni commercio sui mari e ne' porti a lui soggetti. 
A placarlo fu duopo accondiscendere che tutte le navi ragusee da 
guerra e mercantili, lo seguissero nelle malaugurate spedizioni sulle 
coste dell'Africa (1535). 

Oltre 300 capitani, con rispettive navi,^ fecero parte a quelle 
spedizioni, nelle quali miseramente perirono. Neil' impresa di Tunisi 
furono distrutte 18 navi ragusee, con tuttala gente di equipaggio^; 
in quella d' Algeri, dove erano unite alla flotta cesarea 14 navi, li 
toccò eguale sfortuna, perchè gettate a terra da un' orribile tem- 
pesta si sfasciarono e la ciurma ragusea fìi vittima degli algerini, 
salvandosi a Majorca quattro navi soltanto, con pochi legni spa- 
gnuoli. Nella terza spedizione poi contro Tripoli, i ragusei perdettero 
sei navi, equipaggiate di nazionali. Altre gravi perdite sofferse Ra- 
gusa nelle proprie navi e nella propria gente, perite del mar della 
Manica e delle Indie sotto i Filippi IL, III. e IV. 

cercar titoU; qual memoria della Sovrana Vostra grazia cedetemi quest' 
asciugamano." — Carlo iu quel momeuto si facea rader la barba. Stordito 
a tanta grandezza d' animo, glielo porse ; e questo asciugamano si conserva 
tuttora nel tesoro della chiesa matrice dell' isola di Mezzo. 

* Le dette navi erano di grande portata. Nella chiesa parrocchiale di Mezzo 
si conserva tuttora la fiammola della nave di Prazatto, la cui larghezza e 
lunghezza mostra, che queste navi erano smisurate. Nella squadra di Pietro 
Iveglia Ohraucevic, composta di 12 galeoni, si contavano 3200 tra soldati 
e marinai. 

* La perdita di tanti ragusei sulla detta flotta, ha dato origine al detto: 
Trista Vica Udovica; trecento Vincenze rimaste vedove nel medesimo 
giorno, tutte dell' Isola di Mezzo. Per quanto questo numero possa sembrar 
esagerato, è certo però che in quella floridissima epoca Mezzo contava 
oltre 14.000 abitanti, mentre al presente non ha che circa 500. 

2 



18 

La morte di molte mii^^liaja di scelti j'iovani, affogatisi sotto Tu- 
nisi, Algeri, Tripoli e nell' Oceano, mentre secondavano le guerre 
degli spagnuoli contro i francesi, gli olandesi, ed inglesi ; e la 
perdita in 70 anni di 178 navi, e le rimanenti fino alle 800, che 
contava la marina ragusea a queir epoca, susseguentemente distrutte 
nella squadra detta delle Indie; l'è sì, che la marina ragusea si 
trovò quasi spenta. 

Da qui principia la decadenza di Ragusa, susseguita, meno poche 
eccezioni, da un' illiade di disastri. 

La flotta pontificia (1538) comandata da Marco Grimani, patriarca 
d' Aquileja, fa prigioni 150 isolani di Mezzo, fra i quali quattro 
patrizi, e 14 capitani, mettendo a sacco e case e chiese di quel- 
l'isola. Ambasciatori spediti raggiungono a Molonta la flotta, e si 
dolgono col patriarca, il quale là tutto restituire agi' inviati, pro- 
promettendo il rimborso pei danni al suo ritorno. I prigionieri otten- 
gono la libertà, mentre alcuni dell' isola di Mezzo, Giuppana, Cala- 
motta e Ragusavechia, che erano ottimi marinai, vengon trattenuti 
al servizio aell' armata. 

Dopo r infelice esito contro gì' infedeli, la flotta, al di lei ritorno, 
ripreso ai turchi Castelnuovo, minaccia di saccheggiar Ragusa ed 
impadronirsi di Stagno. I turchi poi, insospettitisi del soccorso dato 
ai veneti, minacciano la repubblica di esterminio. L' ammiraglio ve- 
neto Doria però, prende le difese de' ragusei, ed invia il valente 
ingegnere Antonio Ferramolino, che vuoisi fosse nativo da Bergatto 
presso Ragusa, per fortificare la città. 

La corte di Francia stimola Solimano ad invader il regno di 
Napoli, a danno degli Spagnuoh. La flotta turca arriva nelF Adria- 
tico , s' impossessa abusivamente di vari carichi de' bastimenti ra- 
gusei, e, scorrendo per la Dalmazia, fa moltissimi schiavi dell'uno 
e dell' altro sesso, recando de' danni anche all' isole del dominio 
della repubblica (1566). Il senato in quest' occasione dà nobil 
esempio d' umanità e carità cristiana, riscattando le vittime verso 
non indifferente somma, e restituendole alle loro patrie; ammettendo 
poi fra la propria figliuolanza que' fanciulli , de' quali s' ignoravano 
la patria ed i genitori. 

Di bel nuovo, durante la guerra di Sehmo (1570) contro i veneti^ 
la flotta turca commette degli eccessi e fa molti schiavi nel terri- 
torio raguseo, vendicandosi così dell' aderenza della repubblica a 
Filippo II. I ragusei ricomprano, fra gli altri, V abate ed un monaco 
di Giuppana, fatti prigioni; e nella tema di più serie conseguenze 



19 

prendon al servìzio Saporoso Matteucci, nobile dì Fermo, già gene- 
rale e rinomato ingegnere, per costruire il bastione di s. Margarita, 
e fortificare di nuovo la città. 

I corsari, turchi infestano 1' Adriatico ; depredano il monastero di 
Lacroma, e quindi quello *di Meleda , uccidendone vari monaci; ed 
obbligando gli abitanti a rintanarsi nelle caverne. Dietro a ciò 
gli Uscocchi da Fiume e Segna armansi contro Ragusa, per ven- 
dicare la uccisione seguita nelle zuffa di uno de' loro vojvodi. Il 
senato mette in armi la penisola (1577). Vengono però per mo- 
mento placati mercè 1' intervenzione di Gregorio XIII; ma ricom- 
pariscono poi nel 1612 a Ombla. e saccheggiano Trebinje; pei quali 
danni la corte di Costantinopoli minaccia ingiustamente Ragusa. 

Insorta la guerra per la morte di Francesco Gonzaga tra il duca 
di Savoja ed i veneziani da una parte, e tra Filippo HI. e Ferdi- 
nando dall' altra ; la repubblica si dichiara per la Spagna. La flotta 
veneziana costretta da una burasca si ritira a Gravosa, e si vendica 
della parzialità de' ragusei verso la flotta del vice-re di Napoli 
duca d' Ossuna, stata accolta nei loro porti e provveduta del- 
l' occorrente. 

A ciò tutto si aggiunga la ribellione (1602) de' Lagostani, che 
tentarono di passare sotto il dominio veneto. Sollecitamente, sco- 
perta la trama, furono spediti 600 armati per presidiare il castello, 
ed opporsi allo sbarco delle navi veneziane, che a questo fine erano 
giunte in quelle acque. Impossessatisi però poco dopo i veneziani 
a tradimento della detta isola, la restituirono nel 1606, in seguito 
a severe intimazioni della Porta. 

Tutte queste calamità non furono che il presagio di più tremendo 
disastro. 

Era il dì 6 aprile 1667, giorno di mercoledì santo, quando pel 
consueto si raccoglieva il consiglio generale per accordar grazie 
ai delinquenti. Tutto ad un tratto, alle ore 9 antim., senza che si 
abbia potuto minimamente presentire, una breve ma forte scossa 
di terremoto, ridusse due terzi della città in un mucchio di rovine. 
A ciò si aggiunse un generale incendio, che portò il turbamento e 
la disperazione nei pochi superstiti. Per oltre 5000 persone rima- 
sero vittime in quel infausto momento, e fra questi il Rettore della 
repubblica; Simeone Ghetaldi, e gran parte della nobiltà. 

Un' orda di saccheggiatori scese dalle limitrofe Provincie turche 
per molestare con feroce ingordigia gì' infelici superstiti; e Venezia, 
quasi giubilante nel veder atterrata 1' antica sua rivale, pose in 



20 

opra la più scaltra politica, per impedire che mai più risorga. Il 
turco poi accampò la pretesa deir albinag^^io. 

Se fu UH miracolo che Ragusa abbia salvata la propria indi- 
pendenza quattro secoli la dagli artigli dell' alato leone, molto 
maggiore ne t'ù in questa circostanza, quando inerme, povera e 
lagrimante per la perdita de' suoi figli, si trovò derelitta, senza 
ajuto, priva di difesa. 

Sarebbe stato allora finito per la repubblica senza il coraggio 
ed il magnanimo cuore di alcuni cittadini, che non disperando punto 
della patria, osavano ripromettersi di farla risorgere sulle fresche 
ed ancor fumanti rovine, e sovra gli ancor palpitanti cadaveri 
de' loro cari. Si diedero quindi la caritatevole cura di estrarre dalle 
lovine quegl' infelici, che erano ancor in vita, e si opposero al 
saccheggio, difendendo col sangue le dilette rovine; talché sventa- 
rono le trame de' veneti, che tentarono d' impossessarsi della città 
e della fortezza di s. Lorenzo, per finirla una volta con un popolo 
che lor seppe costantemente resistere. 

Per rimuovere la Porta dalle sue pretese e dalla minacciata 
strage e rovina, inviarono due ambasciatori al pascià di Bosnia, 
Nicolo Bona e Marino Gozze, i quali seppero farsi rispettare, e 
sopportarono con animo nobile e forte ogni patimento e pericolo, 
pagando V onorevole incarico colla carcere in Silistria, dove con eroico 
coraggio finì il primo la benemerita vita; coprendosi di tal gloria, 
che lo storico Mtiller propone il quesito a tal proposito, se ancor 
possa qualcosa richiedersi da Nicolò Bona e Marino Gozze , per 
salutarli come Regoli moderni. Due altri campioni di magnanime 
patrie virtù furono spediti a Costantinopoli, Marino Caboga e Vla- 
dislao Succhia, i quali, certi di andar alla morte, non esitarono 
punto di farsi vittime per amor della patria; e rinchiusi per ben 
18 mesi nelle fetide e pestilenziali prigioni, in compagnia a 200 
malfattori, rassegnati alla morte, edificanti consigli mandavano al 
senato, preferendo un' onorevole fine, anziché recar minimo danno 
alla diletta patria. E se d' un Bona e d' un Gozze tanto sono cele- 
brati i nomi nelle patrie memorie ; d' un Caboga e d' un Buccina 
si dovrebbero scolpire con lettere d' oro. 

La morte però di Kara-Mustafa pece fine alle ingiuste pretese 
della Porta, ed i tre magnanimi rividero la patria; e Ragusa re- 
spirò dopo tante disgrazie. 

Il Pontefice Clemente IX, e V imperatore Leopoldo, furono gene- 
rosi di soccorsi per rialzare questo baluardo della croce ; e la stessa 



21 

Porta, mossa di poi a compassione ei disastri di Ragusa, ridusse 
r annuale tributo, al triennale (1703), fino a tanto che sarebbero 
migliorate le di lei condizioni economiche ; su di che però mai più 
fu fatta parola dalla Porta. ^ 

Nuove angustie però sorsero per la rinata repubblica, quando 
alcun tempo dopo, insorta la guerra tra Venezia e la Porta, si trovò 
tra nuovi pericoli per la sua indipendenza. Alla pace di Passarovitz 
(1718) però fu assicurata da ogni mira ambiziosa di Venezia. Un 
raguseo (Bandur), domestico del negoziatore inglese, che assisteva 
a codesta pace, ed era pure V incaricato della repubblica , ebbe il 
patriottico istjpto di gettarsi ai piedi del padrone, supphcandolo di 
far inserire nel trattato una tale confinaria circoscrizione Ira Ve- 
nezia e la Porta, che la sua patria non fosse in contatto coi di lei 
antichi ed implacabili rivali. In conseguenza a ciò venne circondato 
il territòrio raguseo de ogni parte da terra ottomana, colla cessione 
fatta al turco de' due tratti del territorio di Klek e Sutorina. 

Queste crisi avevano fatto sovvenire ai ragusei i loro antichi 
protettori. Laonde ricchiesta la protezione dall' imperatore in qua- 
lità di re d' Ungheria, questa fìi loro solennemente con un trattato 
garantita (1G84). 

Incalcolabili sono state le ingenti perdite e gì' immensi danni 
cagionati dal terremoto. I tesori accumulati con un' onesta ed attiva 
operosità dopo le disgrazie sofferte al principio del sec. XVL. rima- 
sero sepolti sotto le rodine, distrutti dall' incendio, e spoghati da 
ingordi ed inumani saccheggiatori. Né il male si hmitò a ciò sol- 
tanto. Il senato, per impedire che tutto il denaro non andasse fuor 
di Ragusa, aveva decretato, che sopra i capitaU investiti sui monti 
in Italia, ci dovesse esser l' imposta del 20 per cento. Per eludere 
una tal legge, moltissimi collocavano delle ingenti somme sotto 
finti nomi. Periti molti di costoro nel terremoto; non si potè avere 
alcun' idea del loro denaro così collocato. 

Le colonie in Turchia, se anche non così numerose come per 
r innanzi, furono riordinate sul pie di prima. Il traffico coli' Italia 
totalmente cessò, come pure la sua marina, le sue fabbriche di 
panno, di seta, ed altre. 

' Il tributo annuale, che Ragusa passava alla Porta, ascese alla somma di 
12.500 zecchini, oltre i regali ai grandi della Corte, nei quali quasi altret- 
tanto si spendeva. Dal 1703 fino alla caduta della repubblica, tale somma 
veniva esborsata ogni tre anni. 



22 

Dopo il terremoto tutta la marina ra^usea si ridusse a pochi 
trabaccoli, che m)a uscivano dalT Adriatico, e più d'un mezzo secolo 
vi passò in tale stato. Il commercio di terra, avendo rii)resa buona 
piega, rimise i ragusei di nuovo nella possibilità di fabjjricar legni, 
però più i)iccoli degli antichi. Moltiplicatosi indi il numero de' ba- 
stimenti, venne di nuovo tentata la via di levante. 

Rinacque di nuovo V antica prosperità commerciale, ed in parte 
si riacquistarono le perdute ricchezze, specialmente durante la guerra 
tra la Francia ed Inghilterra per V indipend(inza Americana. Munite 
le navi ragusee di firmani del Gran Signore, navigavano in levante 
e particolarmente in Seria, estendendo la navigazione fino alle Indie. 
Le ricchezze causarono il lusso, e mutarono la semplicità de' co- 
stumi; il che fu causa di deplorabili conseguenze. 

Lo stato della repubblica di Ragusa dopo il decadimento dell' an- 
tica sua navigazione, ed il terremoto del 1007, non si -è potuto 
mai più rimettere in quanto alla popolazione. Il numero delle famiglie 
patrizie era pure di troppo diminuito ; convenne quindi aumentarlo, 
col creare nuove famiglie nobili dal ceto dei cittadini. I bisogni 
pecuniari obbligarono il senato ad offrire la nobiltà a' magior offe- 
renti. Da qui l'origine dei due partiti^ dei vecchi e dei nuovi; 
partiti rivali, appellandosi i primi Salam anche si, ed i secondi 
Sorbonesi; per quanto questi nomi de' dotti corpi, nulla avessero 
a che fare colle pretese di questi patrizi. Non perciò era meno 
reale la diffidenza fra loro, che cordialmente si odiavano, riescendo 
scandaloso il disprezzo de' primi verso i secondi, dimentichi della 
propria origine. Frequenti alterchi, e serie difficoltà ne' matrimoni, 
quasi fosse ritornata 1' epoca feudale. Gli stessi clienti, la stessa 
servitù si assocciava alle pretese de' loro padroni; di modo che la 
città tutta era Salamanchese o Sorbonese. 

Fra le altre ingiustizie ed umiliazioni patite da' nobili creati di 
fresco, e chiamati dai patrizi per disprezzo nuovi, era 1' esclusione 
dei medesimi per un secolo dall' ordine de' senatori e cariche corri- 
spondenti. Tutto ciò non poteva che sinistramente influire sul senti- 
mento della popolazione. 

A ciò s' aggiunga un altro nuovo inconveniente. Il senato per 
leggi antiche doveva esser composto di 45 membri, ed il consiglio 
generale procedeva al rimpiazzo de' posti vacanti, che erano molto 
ambiti. Per la preponderanza de' voti nelle pubbliche decisioni della 
famiglia Sorgo, che aveva sette fratelli senatori, nacquero fra la 
nobiltà due fazioni; a capo di una era Savino Luca di Pozza, 



23 

appoggiato dai fratelli Sorgo, e dall' altra era Matteo Francesco di 
Gradi, che volea far stabilire una legge, in forza della quale nel 
senato in appresso non vi potessero esser più di tre fratelli, e nelle 
stretture^ non più di due, col voto deliberativo. Tale proposta non 
essendo stata accettata, il partito Gradi non intervenne più in con- 
siglio (1762). 

Giunto il decembre, si doveva convocare il consiglio generale per 
la creazione de' magistrati ed offizì peli' anno nuovo ; ma non potè 
aver luogo pel non intervento del Gradi co' suoi aderenti. Per due 
mesi il corso di tutte le facendo pubbliche fu sospeso. In due soli 
punti si convenne: che durante il gennajo dovesse a turno, per 
anzianità d' età, risieder nel palazzo rettorale per otto giorni, in 
luogo del rettore, il più anziano fra i patrizi; e che, per la peste, 
la quale era ai confini, dovesse sussistere il magistrato di Sanità. 

Se non segui allora la dissoluzione dello Stato, ciò proveniva dalle 
previdenti leggi, che avevano saputo già prima regolare simili even- 
tualità, e sopratutto dall' invariabile condotta morale della popola- 
zione, allora più saggia che non erano i suoi capi L' ordine non fu 
turbato menomamente ; la pace e 1' abbondanza furono più che mai 
floride; ed il governo riprese regolare corso, dopo una transazione 
fra le parti, stipulata per tema dell'intervento turco; riducendo il 
numero de' fratelli Sorgo a due^ nelle stretture, col voto delibera- 
tivo, accettando il voto degli altri come consultivo: e nelle non 
stretture, nelle quali pure la pluralità de' voti decideva, a tre fratelli, 
col voto consultivo per gli altri. In questa circostanza, allo scopo 
di non dar più adito a partiti, fu rimessa la creazione delle cariche 
al capriccio della pura sorte, che se fu sorgente di molti disordini, 
era necessaria misura per garantirsi da disordini maggiori. 

Non si eran ancor rimessi, per dir così, dalle conseguenze che 
dovevano lasciar dietro a se i succitati partiti, che nuovi disastri si 
presentarono alla repubbhca. La guerra 'che si accese nel 1768 fra 
la Russia e la Turchia scosse la sua esistenza politica. Nel detto 
anno la prima volta si vide la bandiera russa nel Mediteraneo. Orloff, 
ammiraglio russo, che aveva preparato i movimenti insurrezionah 
della Grecia, intimò allo stato di Ragusa perfetta neutralità nel 
corso della guerra, esigendo inoltre venisse permesso ai russi di 
costruire presso la città una chiesa di rito orientale, e fosse accet- 

* Per strettura s' intendeva non solo la pluralità di Toti, ma tre quarti, ed 
anche sette ottavi de' voti, nelle decisioni del Senato. 



24 

tato un console di quella nazione. Una mancanza di riguardo verso 
il conte, per non avergli la rei)ubl)lica dato riscontro alle sue pro- 
poste, e per esser stati alcuni bastimenti commerciali al servizio 
della Turchia, irritò profondamente il favorito di Catterina delle 
Russie, il quale fò predare tutti i bastimenti ragusei in corso di 
navigazione, e minacciò la città di bombardarla nella prossima pri- 
mavera. ^ 

In questi estremi il senato spedì ambasciatori a Vienna, Berlino 
e Pietroburgo , per indurre Catterina a più miti consigli. L' impe- 
ratrice non volle riconoscere l' inviato Francesco Ragnina, e molto 
meno farne calcolo della sua ambasciata. Lo fé rimandare dal di 
lei plenipotenziario Orloff', facendogli tenere il regalo di 500 rubli, 
contro r uso di quella coite, che gli ambasciatori esteri regalava di 
vesti di preziose pelliccie. Ragnina, sebbene non così abbondante- 
mente provvisto di mezzi di fortuna, non ne accetta che un sol 
rublo, facendo dire alla sovrana, che gli bastava uno solo, per avere 
il di lei ritratto.'-^ 

Intanto la repubblica nelF attesa di soccorsi dalla Francia, a cui 
pure aveva spediti ambasciatori, si occupò nelF organizzare, alla 
meglio che poteva, i mezzi di difesa. 

Clemente XIV poi interpose buoni uffici presso Leopoldo di To- 
scana, perchè si cooperasse a favore di Ragusa presso Orloff, il 
quale svernava nella rada di Livorno. Dopo V arrivo del Ragnina 
venne conchiuso un trattato (1775) coi tre seguenti articoli: 1. che 
d' allora in poi in qualunque guerra, che potesse insorgere fra la 
Russia e qualunque altra potenza, la repubbhca dovesse conservare 

^ OrlofF attribuiva ai ragusei la direziono della difesa di Modone, sotto cui 
fu battuto; e per questo dicesi che abbia giurato di bombardare Ragusa. 

^ Lo stesse Ragniua, il quale da Vienna nel recarsi a Pietroburgo si era 
fermato a Berlino, nell'udienza avuta da Federico II, caduto il discorso 
sulP impero ottomano, e richiesto dal Re, quale delle potenze, nel caso 
venisse il turco ricacciato in Asia, preferirebbe la repubblica come limi- 
trofa; con prontezza d'animo gli rispose: „QuelIa, o Sire, che il meglio 
r avrebbe trattata." — Ragnina, comecché saggio e dotto, era però per 
nulla appariscente della persona, come basso, storpio, e gobbo eh' egli era. 
Spedito una volta in ambasciata dal Vezire di Bosnia, questi al vederlo, 
proruppe in imprecazioni, dicendogli: „o non avevano i vostri signori da 
mandarmi altri che voi, mostro che siete ?" — Il Ragnina tranquillo rispose : 
jjEccellenza, ai migliori si mandano i migliori, agi' inferiori gì' inferiori, ed 
a voi buona cosa che sia toccato ancor' io." — Il Vezire nonché adirarsi, 
lo prese anzi in buon volere, accordandogli quanto desiderava. 



25 

sincera e perfetta neutralità; 2. che il console di tutte le Russie 
dovesse godere a Ragusa e nel suo territorio di tutti i diritti, onori, 
privilegi, essenzioni ecc., che godono i consoli delle più distinte po- 
tenze d'Europa, nessuna eccettuata; 3. che al detto console impe- 
riale sia lecito e permesso di avere in casa propria una cappella, 
ove egli colla famiglia e tutti i sudditi della Russia, che si trovas- 
sero a Ragusa, potessero attendere ai servizi divini del loro culto. 

Nulla potè sollevare i ragusei da tante sventure sofferte, quanto 
' la guerra marittima fra V InghilteiTa e la Spagna. Nella guerra 
dell' independenza Americana, e poi durante tutto il corso della 
rivoluzione francese, Ragusa quasi sola aveva in mano tutto il 
commercio, come nazione neutrale. Dal 1762 fino al giugno 1806 
la di lei navigazione fu oltremodo prospera; una popolazione di 
30.000 anime, che contava lo stato della repubblica, vantava 260 
vele quadre, e molti legni più piccoli. La benestanza però che an- 
dava aumentando, faceva dimenticare i consigli di una saggia pre- 
videnza e parsimonia. 

Nel 1798 il commissario francese Comeiras , con una lettera del 
direttorio esecutivo, chiese dal senato un imprestito d'un millione 
di franchi. Non gli sborsarono che 600.000, ricorrendo ad un im- 
posta, misura finanziaria non conosciuta fino a quell' epoca dallo 
stato della repubblica. 

La ricca contrada di Canali si sollevò allora ad un tratto, ecci- 
tata dagli emissari di Cattare, dove a nome dell'Austria comandava 
il maresciallo Brady. La rivolta organizzata con molta maestria, 
incusse serio timore alla repubblica. L' Imperatore Francesco esibì 
alla repubblica della truppa per contenere i rivoltosi. Il senato si 
rivolse a Costantinopoli ; ed intanto cercò colla ragione e colla dol- 
cezza di richiamare gì' insorti all' obbedienza, i quali non tardarono di 
abbracciare 1' antico ordine delle cose. 

Ma questo non fu altro che il preludio d' una tempesta affatto 
distruttiva. 

Nel 1797 le isole Jonie erano cedute alla Francia, in base alla 
stipulazione fatta a Campoformio ; e 1' Austria in compenso de' suoi 
sacrifizi in ItaHa, ottenne Venezia, l' Istria, la Dalmazia e le Bocche 
di Cattare. Ma la pace di Presburgo (1805) le tolse tutti questi 
territori. Il generale Molitor giunse nel gennajo del 1806 a Zara 
per prender possesso della Dalmazia, ed indi delle Bocche di Cattare. 
Il senato mediante propri ambasciatori gli raccomandò l'indipen- 
denza della repubblica. 



20 

Fiapi)Ostosi intanto dai francesi V induf^io di qualclie mese nel- 
r occupar le Bocche, j^ii al)itanti di quel territorio si sollevarono contro 
i nuovi })adroni, eccitati i)articolannente dal generale russo San- 
kovsky, che si trovava a Montenero per ordine dell' imperatore 
Alessandro. Chiesto ([uindi ajuto dal vice-amniira<'lio russo Siniavin, 
che era colla squadra alle isole, Jonie, giunsero tosto alcune navi 
sotto il coniando del capitano Belley, e poco stante vi arrivò lo 
stesso vice-ammiraglio. 

Il marchese (ihislieri, comandante delle Bocche, spedito dalla corte 
Austriaca pella consegna del paese al generale Molitor, venne co- 
stretto a cedere il territorio ai russi, e fuggì nottetempo, rifugian- 
dosi a Ragusa. 

Prevedendo il senato quanto questa nuova prospettiva delle cose 
poteva riescir funesta alla repubblica, si maneggiò col Sankovsky 
e con parecchi altri, per garantirsi dal pericolo, in cui la ponevano 
le armi di due potenti imperi. Ottenne l'assicurazione, che l'eser- 
cito russo-montenegrino non sarebbe entrato nel dominio raguseo, 
fino a che i francesi, loro nemici, non vi avrebbero posto piede. 

Intanto tre legni russi giravano in crociera nelle acque di Ra- 
gusa. Proposero al senato di presidiare la città, per chiudere il 
passo ai francesi; ma non venne accettata la proposta, per poter 
mantenere una disarmata neutralità. In tali critiche circostanze nuo- 
vamente venne interessato Molitor a non esporre lo stato della re- 
pubblica ad un' irruzione delle truppe russo-montenegrine, ed al 
minacciatole saccheggio. 

Ad onta delle promesse di Molitor, la truppa francese, di 800 
soldati circa, comandata dal generale Lauriston, via di terra arrivò 
nel dì 27 maggio dinanzi alle porte della città; ed il generale 
espose al senato il desiderio di poter colla truppa riposare per un 
giorno entro le mura, promettendo di proseguire indi la marcia 
verso Cattaro. 

Il senato fidandosi sulla parola del generale, accolse in città 
i francesi. „ Questo fu il suo secondo grande errore di stato, e 
r ultimo." 

Lauriston, circondato dalla sua truppa, chiese la consegna delle 
chiavi delle fortezze, dispose le guardie alla custodia delle porte 
della città, e de' forti, fé issare la bandiera francese sul castello 
s. Lorenzo, e s' impossessò d' una gran quantità di munizione da 
guerra ; ed il colonello Triquenot spiegò tutta V attività per mettere 
in brevissimo tempo in pieno ordine tutta V artiglieria. 



27 

Lauristoi) intanto emanò il seguente proclama. 

„Le molteplici concessioni fatte ai nemici della Francia, hanno 
„ posto la repubblica di Ragusa in uno stato di ostilità, tanto più 
„pericoloso, quanto era velato dalle apparenze d'amicizia e di neu- 
„tralità. L' ingresso delle truppe francesi in Dalmazia , lungi dal- 
„r impedire una simile condotta, non è stato che un' occasione ai nostri 
^nemici di esercitare sempre più la loro influenza sullo Stato di 
„ Ragusa ; e qualunque siansi stati i motivi della condiscendenza dei 
„magistrati di quello Stato, V Imperatore ha dovuto accorgersene, e 
„gr importava di porre un fine a de' maneggi contrari alle leggi di 
«neutralità. 

„ Conseguentemente in nome e per ordine dell'Imperatore de'Fran- 
„cesi, e re d'Italia, io prendo possesso della città e territorio di 
„ Ragusa. 

«Dichiaro nullameno, che l'intenzione della M. S. è di riconoscere 
^r indipendenza e la neutralità di questo Stato, tosto che i russi 
„ avranno evacuata l' Albania ex-veneta, l' isola di Corfù, e le altre 
„isole ex-venete, e che la squadra russa lascierà libere le coste della 
«Dalmazia. 

,,Io prometto soccorso e protezione a tutti i ragusei; io farò 
«rispettare le leggi, le consuetudini attuali e le proprietà; finalmente 
«d' apresso la condotta che terranno gli abitanti, io farò che non 
^abbiano che a lodarsi del soggiorno dell' armata francese nel loro 
„paese. 

„L' attuale governo è conservato ; egli farà le stesse funzioni, 
«avrà le stesse attribuzioni; le sue relazioni cogli stati amici della 
^Francia o neutrali, resteranno sullo stesso sistema. 

«Il signor Bruere, commissario delle relazioni commerciali, adem- 
«pirà presso il senato le funzioni di Commissario Imperiale. — 

«Il generale di Divisione, ajutante di campo dell' Imperatore de' 
«Francesi e re d' Italia. Comandante delle truppe di S. M. nello 
«Stato di Ragusa — Alessandro Lauriston." 

Per otto giorni di poi continuarono a venire nuove truppe ; e per 
alloggiarle, convenne metter a loro disposizione, oltre le caseniie 
nelle fortezze, i conventi de' regolari di ambi i sessi. Enormi somme 
di denaro dovette la repubblica passare alle loro mani. 

Intanto 500 uomini, tra russi, bocchesi, e montenegrini, irruppero 
a Canah (30 m. s.), senza trovarvii minima resistenza da parte di 
quegli abitanti. I francesi in numero di 200 mossero loro incontro, 
e li costrinsero alla ritirata. Rinforzatosi però il numero de' monte- 



28 

iiogrini, presero di nuovo la via di Canali; contro i quali marcia- 
rono 500 francesi. Non avendo però questi trovato alcun appoggio nei 
Canalesi, due giorni dopo dovettero ritirarsi a Uagusavecchia ; e per 
timore di esser bloccati dalla flotta, protetti dall'oscurità della notte, 
tragittarono il mare, appostandosi nella valle di Breno. 

Intanto la contrada di Canali è saccheggiata ed in parte abbruc- 
ciata. Uagusavecchia pure viene saccheggiata e scelta per quartier 
generale degli alleati. Nella valle di Breno più volte vengono a 
mani le due armate, e gli sbarchi sono piotetti da cinque navi di 
linea, tre fregate, molti brik e barche cannoniere. Il supremo co- 
mando de' russi - montenegrini assume il general maggiore conte 
Wiazemesky, sostituendo il Yladika di Montenero Pietro L, che 
fin' allora dirigeva la truppa. Per la grande disparità di forze, i 
francesi sono costretti di trincerarsi sulle alture di Dubaz e Ber- 
gatto. 

Siamo alla funesta giornata dei 17 giugno. Forte combattimento 
venne attaccato fra le parti. Le forze de' russi consistevano in 200 
soldati di linea, 4000 montenegrini, bocchesi e morlacchi, e di un 
buon numero di marinai russi ; mentre la truppa francese non oltre- 
passava 1200 soldati. Il combattimento continuò per tre ore innanzi 
al mezzogiorno, ed i francesi presi alle spalle, videro il nemico alle 
loro trinciere. Si diedero quindi precipitosamente alla fuga, salvan- 
dosi nella città, dopo d' aver, fra gli altri, perduto nella mischia il 
generale De la Gourgè; la di cui testa recisa venne presentata a 
Siniavin. 

Piagusa venne allora bloccata per mare, ed assediate per terra. 

La notte seguente al giorno dell' assedio, i russi avevano tentato 
collo sbarco di 1000 soldati d' impadronirsi della trinciera di 
Lacroma, al di cui presidio stavano 200 francesi ; ma furono respinti 
con gravi perdite. 

Orde irregolari di montenegrini e morlacchi si sparsero per ogni 
dove, saccheggiando ed abbruciando gli edifizt. 

Intanto tre giorni dopo, le batterie dalle alture del monte s. Sergio 
rinversavano senza posa sulla città una pioggia di palle e bombe. 
Per tredici giorni continui seguì il bombardamento, senza che la 
città ricevesse ajuti di sorta. La notte del primo luglio i francesi 
fecero una sortita, e guadagnarono le cime del monte. Non riesci- 
rono nel progetto, ma misero V allarme nel campo nemico, ove i russi 
in isbaglio si battevano fra loro, avvedendosi dell'inganno, quando 
già i francesi erano molto discosti. Verso il mezzodì un atroce 



29 

spettacolo funestò lo sguardo de' ragusei. Denso fumo solcato da 
altissime fiamme si era esteso in tutta la lunghezza del borgo ; ed 
il giorno dopo due terzi delle case si videro nelle rovine. 

Dopo 17 giorni di assedio, e 13 di bombardamento, il dì 6 luglio 
fortunatamente arrivò in ajuto all' assediata città il generale Molitor 
con 1600 soldati. Usò egli di uno stratagemma; fé in modo che la 
sua truppa, girando una collina più volte, facesse credere al nemico 
di aver vicino un grand' esercito. Questi, presi da timore, se ne 
fuggirono precipitosi Parte ritornò per terra al proprio paese, parte 
calò a Gravosa per imbarcarsi su bastimenti russi; e fra questi il 
Vladika Pietro, il quale poco mancò non fosse stato fatto pri- 
gioniero. 

La città si vide allora salva dall' estremo pericolo in cui versava. 

Da quel giorno in poi le truppe francesi di continuo si aumen- 
tavano, e raggiunsero la cifra di 13.000 soldati in circa, con 14 
generali. Intanto arrivò pure a Ragusa, come supremo Comandante, 
il generale Marmont (2 agosto); ed allora incominciò la funesta 
guerra per prender possesso delle Bocche di Cattaro. 

Incalcolabili furono i danni arrecati durante 1' assedio alla città 
e suo territorio. Fra gli altri, 203 edifizi nei soli borghi e Gravosa, 
senza farne cenno di quei del contado, furono distrutti dal fuoco. 
Lo squero fu pure preda delle fiamme; egualmente la celebre bi- 
blioteca de' benedettini di S. Giacomo, che contava, fra le altre 
opere, tutti i santi padri in pergamena in foglio, colle iniziali mi- 
niate. Orrende crudeltà furono commesse contro gì' infelici abitanti 
delle contrade da Canali fino a Stagno, per obbligarli a scoprire 
i tesori, che quelle orde supponevano avesser nascosti. Diciasette 
vele quadre che si trovavano a Gravosa, furono caricate di rapine, 
e condotte alle Bocche di Cattaro; senza far calcolo di coloro, 
che carichi di bottino, se ne recavano per terra al proprio paese. 
Giusta il calcolo fatto dall' istesso governo francese, il danno 
arrecato al territorio della repubblica, sarebbe asceso ad oltre 20 
millioni; di cui però non vennero mai risarciti i ragusei. 

Intanto passò il 1807. Ai 31 di gennajo 1808 Marmont ordinò 
al senato di raccoghersi; circondò colla guarnigione francese il 
palazzo rettorale ; puntò 1' artiglieria delle fortezze contro la città^ 
e mandò il proprio ajutante con parecchi uffiziah, ed alcuni de' ra- 
gusei del partito francese, perchè vi legga il seguente decreto: 

^Le general en chef de l'armée de Dalmatie, ordonne ce que suit: 

„Art. 1. Le Gouvernement et le Senat de Raguse sont dissous. 



30 

„Art. 1. Les tiibuneaux civils et criinineles actuelmont existens 
„soiit dissous. 

„Art. 3. Monsieur Briière Coiisul de France serA, pour le moment 
„et provvisoirement chargé de radministration du pays. 

„Art. 4. Les admiiiistrations des dilierentes parties de l'Etat de 
„Raguse, resteront provvisoirement qu'clles sont aiijourdhui. 

„Art. 5. La justice civile sera rendile jusq' à nonvel ordre par 
„un tribunal compose de M. Nicolò di Nicolò Pozza, Giacomo Natali, 
«Pietro Stilili, Antonio Cliersa, et au nom de Sa Majesté TEmpe- 
„reur des Frangais Roi d'Italie, mais d'après les lois coùtumes de 
„Raguse. La justice criminelle sera rendue par le méme tribunal 
„qui s'adjoindrà trois membres pris parmi les personnes graduées. 

„Au Quartier General à Raguse le 31 janvier 1808. Le General 
^en chef — A. Marmont." 

Così finì il governo aristrocratico di Ragusa, ed il territorio della 
repubblica venne sottomesso al regno d' Italia. 

„Tar è la conquista di cui la memoria si trova consecrata dal 
„ titolo del Duca di Ragusa, ofterto più tardi al Maresciallo Marmont. 
„Ma ciò non ricorda altro che una grande iniquità." ^ 

Venne quindi creato per Governatore militare il generale di divi- 
sione Clausel, e Domenico Garagnini per amministratore civile di 
Ragusa e Cattare. Le casse pubbliche furono interamente esaurite. 

Intanto la pace di Vienna (1809) riunì alla Francia — sotto il 
nome di Provincie Illiriche — la Carniola, il circolo di Willach, 
Gorizia, il litorale Ungarico, la Croazia provinciale (che conservò il 
nome d' Illiria), i circoli di Cividale, Gradisca, Klagenfurt, e la 
Dalmazia, colla città e territorio di Ragusa. 

Una flotta inglese giunse allora nell' Adriatico per bloccare tutta 
la Dalmazia, impossessandosi poco a poco delle isole. Nel 1813 i 
ragusei vennero eccitati alla rivolta contro i francesi, dandosi loro 
ad intendere che avrebbero ricuperato il primiero governo. 

Sursero tutti quanti sotto il vessillo repubblicano, con a capo 
Biagio Bernardo di Caboga, ed i prodi e distinti patriotti Marchese 
Pietro Bona, e Giovanni de Natali, nonché Michele de Saraca, Natale 
de Ghetaldi, Marchese Marzio de Bona, Matteo Milic, Antonio Dor- 
delli e Pietro Pericevic. 

Il generale francese Montrichard, comandante a Ragusa, spedì 
allora un corpo de' volontari, sotto il comando del conte Michele de 

' Joubert: Illustratiou 4 avril 1857. 



31 

Giorgi, per far rientrare in città tutti i patrizi e le loro famiglie, 
che villeggiavano a Gravosa e Lapad. La città venne quindi cinta 
d' assedio per terra dagl' insorgenti, e per mare dalla flotta inglese. 
AgF insorti venne indi in ajuto con della truppa il generale austriaco 
Milutinovic (3 genn. 1814); il quale dichiarò, esser venuto per 
cacciare i francesi, senz' alcun ordine né di togher la repubblica, 
né di ristabihrla. 

Collegatosi cogl' insorti e cogl' inglesi, vi piantò una batteria, e 
per quattro giorni venne bombardata la città. I francesi vennero a 
parlamento cogli austriaci ed inglesi, senza far calcolo degF insorti ; 
e Milutinovic, conchiusa la capitolazione, dichiarò di non poter rista- 
bilire la repubblica, per non aver avoto alcun ordine in proposito. 
Contemporaneamente nella città si sollevò la popolazione contro i 
francesi, i quali, capitolato, consegnarono la città il di 28 gennajo 
1814 agli Austriaci, e furono indi trasportati sulle coste d'Italia. 
GF inglesi ritennero le isole, lasciando in pieno potere agli Austriaci 
Ragusa col di lei continente; ed ai 15 febb. venne prestato solenne 
giuramento nella mani del generale. 

Il congresso delle potenze europee, raccoltosi a Vienna nel 1815, 
riducendo la Francia ai suoi antichi confini, restituì all' Austria 
tutto il regno Ilhrico, fra cui la Dalmazia, compresa Ragusa col 
suo territorio, e le Bocche di Cattare. Anche le isole vennero allora 
dagl' inglesi consegnate agli Austriaci, e quindi tutto il territorio 
dell' ex-repubblica di Ragusa venne incorporato all' impero Austriaco. 
Nel 1817 al territorio raguseo venne unita F isola di Curzola, e 
formato così un Circolo provinciale; e nel seguente anno Ragusa 
ebbe la fortuna di vedersi onorata da Sua Maestà F Imperatore 
Francesco L, il quale, colF Augusta imperatrice Carolina, si 
compiacque di soffermarsi per dieci giorni, onde più davvicino 
conoscere i di lei bisogni, e rimediare a' tanti danni che ha dovuto 
sopportare. 

Con quest' epoca la storia di Ragusa raggiunge il suo fine. D'allora 
in poi essa condivide le sorti dell' impero a cui è unita. 

^Ragusa ebbe fine. Non fini minando, ma estinguendosi. Sopra- 
vvisse a se stessa e riluce sul proprio mausoleo sopra i purpurei 
^scogli, e sul mare eternamente agitato. Il mare e gli scogli riman 
„gono tuttavia gli stessi; ma Ragusa non é più la stessa. Le sue 
„mura l'abbracciano come per F innanzi, le pietre non si distruggono, 
„ma Ragusa è distrutta. Non ha più bisogno di protezione, perchè 
„non ha più nemici. Riposa F adormentata repubbhca tra il silenzio 



32 

„ delle sue mura, come Ivan Crnoevici è il principe adormentato del 
„Montenero, come Barbarossa è il principe adormentato di KyfF- 
„haiiser. Giovanni e Barbarossa possono risvegliarsi, Ragusa non 
„si risveglierà mai più. Silenziosa, come verun altro luogo, e silen- 
^ziosa per sempre, giace ricoperta, quasi sacra reliquia, sotto la 
„ diafana campana dell' azzurra volta del suo ridente cielo.'* (I. 
Diiringsfeld. 



rv 



II. 

Governo, legislazione ed amministrazione pubblica. 



Alla foggia delle antiche città romane, Ragusa si fondò ed ordinò 
da principio in Comune, e più tardi assunse il titolo di Re- 
pubblica. 

Il governo in origine doveva esser democratico: col tempo, e 
coir aumentar della popolazione, si mutò in aristocratico. Né poteva 
esser altrimenti; poiché al dir del filosofo Giovanni Vico: ^dove 
abbisogna attività per esistere, necessariamente sorge V aristocrazia, 
e si lascia spontaneamente a pochi benestanti di già, il governo 
degli affari, come a Ragusa in Dalmazia." 

Alla venuta de' Conti Veneti fìi adottata la forma del governo 
di quella repubblica, che divideva tutta la popolazione in tre cate- 
gorie: dei nobili, o patrizi; de' cittadini ; e degli artieri. Quest'ultimo 
ceto non aveva alcuna parte nel governo. Quello de' cittadini divi- 
devasi in due confraternite, di s. Antonio e di s. Lazzaro, al quale 
ceto venivano aggregate le famiglie degli artieri, mediante un dato 
fondo in beni stabili, che né potevano ipotecarsi, né alienarsi vita 
durante del cittadino; ed a questi era libero di concorrere a vari 
uffìzi di pubblica amministrazione, come a dire, nella cancelleria, 
notarla, tesoreria, dogana, annona, ai)palto del sale, ecc. ecc. 

Il regime della repubblica apparteneva soltanto al ceto de' nobili. 
La durezza del Governo aristocratico era temperata dalla debolezza 
del governo, dallo spirito generalmente occupato nel commercio, e 
sopratutto dalla bonarietà della razza slava. 

Esso era composto di tre Consigli. 

3 



4 



34 

Al primo, cliiaiiiato Magj^ior Consiglio , appartenevano tutti 
i nobili (lai \S anni in sii/ sotto la liiesidenza del Rettore della 
Repubblica. I loro nomi erano iscritti in un registro, chiamato lo 
Specchio. Questo Consiglio formava la suprema autorità dello 
Stato. Prima del terremoto constava da 200— 800 membri; e negli 
ultimi tempi da 70—80. Quest' assemblea sanzionava le leggi, ed 
aboliva le vecchie, quando era necessario; ordinava le imposte ordi- 
narie ed i dazi; esercitava i diritti di grazia in atiari criminaU, e 
nel richiamo di esuli; esaminava i debiti e crediti dello Stato; ed 
ammetteva nuove famiglie uelF ordine de' nobili. Ai 15 di decembre 
d' ogni anno si raccoglieva per procedere alla nomina de' nuovi 
magistrati peli' anno prossimo. Il numero voluto degli elettori era 
rappresentato da altrettante palle bianche; mentre le altre erano 
, nere. Il nobile che tirava quest' ultima, perdeva per queir anno il 
diritto elettorale. 11 corpo elettorale, cosi costituito, sceglieva le ma- 
gistrature per mezzo dello scrutinio, a maggioranza assoluta di voti. 
Ai 25 poi di ogni mese si raccoglieva il consiglio per creare il nuovo 
Rettore, nominare i Conti o Governatori de' vari distretti della re- 
pubblica, e per altri aft'ari dello stato. Tutti i nobili di questo con- 
siglio, come pure quei del ceto civico, che avevano pubblici impieghi, 
dovevano per legge di mattina andar vestiti in abito di pubblico 
magistrato, cioè in gran perucca sciolta, ed in toga talare nera, a 
cui d'inverno, ed in pubblica comparsa, aggiungevano una specie di 
lungo mantello nero, senza bavaro. In altri momenti vestivano alla 
foggia comune. 

Il secondo Consiglio era quello de'Progati, ossia Senatori. 
Prima e principale autorità dopo il gran consiglio. Aveva 45 membri, 
chiamati Senatori, e scelti dal gran consiglio. A loro erano affi- 
dati i principali impieghi, o magistrati, tanto relativi all' interna, 
quanto all'esterna amministrazione. Le loro deliberazioni non ammet- 
tevano appello, se non nell' unico caso che si opponesse 1' autorità 
de' Provveditori, di cui verrà fatta parola. A questo consiglio 
spettava : trattare tutti gli affari politici dello stato ; emanare norme 
per l'interna amministrazione; stabihre straordinarie ed indirette 
imposte; preliminare le spese in affari pubblici; approvare o meno 
i conti delle amministrazioni ; esaminare il comportamento degl' im- 
piegati, ed emmettere sentenze senza appello ; rivedere il più delle 

' Fino all' epoca del gran terremoto 1' età proscritta per entrar nel Consiglio 
era dai 20 anni in poi. 



35 

volte le cause criminali : ricevere le intromesse capitali e pecuniarie ; 
nominare ambasciatori, ministri, consoli, presso le nazioni estere; 
decidere in ultimo grado in cause civili ; preparare progetti di leggi ; 
in una parola: avea la facoltà di ordinare tutto quello che era 
giusto e vantaggioso pel comune bene, tenendosi sempre attaccato 
alle leggi costituzionali ed alle consuetudini, rispettando tutte le 
passate proprie decisioni, dalle quali poteva soltanto allontanarsi 
con tre quarti, ed in alcuni casi con sette decimi di voti. Da prin- 
cipio si convocava regolarmente quattro volte alla settimana, e negli 
ultimi tempi due volte soltanto, ed ogni qualvolta il bisogno lo 
ricchiedeva. La carica di Senatore continuava vita durante, e 
soltanto in caso di morte di uno di loro, oppure di dimissione, si 
passava alla scelta del nuovo. Ciò non ostante ogni anno il gran 
consiglio confermava i singoli senatori nella rispettiva carica, invi- 
gilando in tal maniera sull' annuale loro comportamento. 

Il terzo Consiglio veniva appellato Minor Consiglio. Era com- 
posto di sette senatori, con a capo il Rettore della repubblica. Questo 
consiglio avea il potere esecutivo di quanto stabiliva il gran con- 
siglio ed il senato,^ e decideva anche le cause civih, politiche, e 
criminali di minor peso. Nelle questioni di appello in affari marittimi, 
era la suprema istanza. Estendeva scritti alle estere potenze ed ai 
governatori dello stato proprio, muiìendoli del sigillo, e segnandoli 
col titolo: Il Rettore e Consiglieri della Repubblica di 
Ragusa. Riceveva in pubblica e privata udienza gii ambasciatori 
ed incaricati esteri, i prelati, ed altre persone straniere riguardevoli ; 
dava il salvacondotto ai debitori civili ; invigilava al buon ordine 
dello Stato ; ed era V organo mediante il quale si potevano man- 
dare suppliche, memorandum, ecc., di competenza del gran consiglio, 
del senato, per la relativa decisione. Era quindi autorizzato di . 
chiamare i detti due consigli alle ordinarie e straordinarie sedute. 
L' esecuzione poi del deciso dell' autorità esecutiva, spettava al 
più giovine senatore, che veniva riguardato come ministro dello 
Stato. Il minor Consiglio in ultimo amministrava la cassa chiamata : 
Detta del Rettore; dalla quale venivano pagate le minute 
-spese interne, nell' annuo importo di circa ducati 30.000. Questa 
magistratura durava un anno; e nelle pubbUche comparse o fun- 
zioni rappresentava col Rettore la sovranità. Veniva preceduta 
dalla musica, e da 24 famigU del palazzo, chiamati zduri, ve- 
stiti in abito talare rosso, e seguita dagF impiegati de' pubblici 
uffizi. 



36 

Il Rettore della repubblica era il capo del governo. In origine 
chianiavasi Priore, e durava la sua carica per un anno; indi 
durante l'epoca veneta, appellavasi Conte; ed in ultimo dal 1358 
Rettore. Lo sceglieva il gran Consiglio tra i senatori, coli' asso- 
luta maggioranza di voti, solo per un mese, durante il qual tempo 
doveva dimorare nel palazzo, da cui non poteva escire, se non per 
presiedere a qualche consiglio, od intervenire a pubbliche solennità 
processioni ; il che scrupolosamente annotava l' almanacco, con 
queste parole: oggi sua serenità si porta al duomo. Nessuno 
de' tre consigli poteva legalmente raccogliersi, senza la presidenza 
del Rettore. Spettava al medesimo convocare il gran Consiglio, e 
quello de' Pregati, proporre le materie che dovevansi trattare, e 
sciogliere il consiglio, terminata la discussione. Il minor consiglio 
era autorizzato di presentare al Rettore gli oggetti da trattarsi, e 
poteva anche costringerlo a dare ad alcune materie la preferenza, 
dopo le quali gli restava libero di fare le proprie proposte. Egli 
però non aveva che un sol voto, come ciascun altro membro. Po- 
teva però nel suo palazzo giudicare su piccole quantità di denaro, 
se dirige vansi a lui i ricorrenti. Era pure sua incombenza di tener 
in custodia le chiavi delle porte della città, che non potevansi aprire, 
passate le due ore di notte, senza che fosse convocata la maggior 
parte de' membri del minor consiglio ; così anche gli erano affidati 
i sigilli dello Stato, e le varie scritture pubbliche le più gelose. 

Nelle solenni circostanze, 1' abito del rettore era una toga di seta 
rossa ^ (paonazza nell'avvento e quaresima) come quella dei consi- 
glieri del collegio di Venezia, con uno stolone nero sulla spalla 
sinistra, in segno della suprema autorità. Quando esciva fuori, 
era seguito dal minor consiglio, e preceduto dalle guardie e dalla 
musica. 

Vladislao re di Polonia e d' Ungheria, e Matteo Corvino, gli accor- 
darono il titolo di Arci-rettore (1455), di cui però i rettori non 
si servirono i)er più riguardi; e lo stesso Mattia lo creò cavaliere 
dello Speron d' oro. E se qualcuno moriva nella carica di Rettore, 
nelle funebri pompe gli venivano appese sulla bara le insegne di 
queir ordine, cioè la spada, lo sperone, ed una catena d' oro. 

I Provveditori, o custodi della giustizia, formavano un 
magistrato superiore a tutti gli altri, se si eccettui il gran Consiglio 
e quello de' Pregati. Li sceglieva ogni anno il gran consiglio dal 

* Un vestilo letterale viene conservato nel Museo del locale Municipio. 



37 

gremio de' senatori ; ed erano tre di numero. Nelle sedute del gran 
consiglio e del senato. la loro autorità, ed anche di un membro 
solo, poteva sospendere 1' esecuzione di qualunque deciso, quando 
veniva dimostrato esser contrario alla legge. Potevano assistere a 
tutte le sedute del min. Consiglio, esaminare ogni decisione, e so- 
spendere r esecuzione per 24 ore, fino a tanto che venisse presentato 
il ricorso al senato, e da questo emmessa la definitiva sentenza. 
Era loro offizio che nulla si faccia contro i buoni ordinamenti della 
repubblica; e la carica durava per un anno. 

In nessuno dei detti consigli potevano entrare altri che i rispet- 
tivi membri. Soltanto ciò era permesso ai Secretar! di stato, 
come a protocollisti. Il più anziano fra loro si chiamava gran se- 
cretarlo, e gii altri vice-secretarl. In tutti i tre consigli 
tenevano protocolli, e custodivano gli archivi; sotto la loro perso- 
nale custodia stavano i testamenti ; tenevano doppia chiave di tutti 
gli uffizi e scrittoi delle pubbliche amministrazioni ; potevano sosti- 
tuire nel servizio qualunque scrittore o notaio dello Stato, ed anche 
più alte cariche ; erano in ultimo, per le costituzioni vigenti a quel 
r epoca, ufficiosi coadjutori presso ogni ambasciata, pubblica rappre- 
sentanza, ecc. ; anzi, eglino stessi venivano talvolta spediti come am- 
basciatori sì in aff'ari politici, che amministrativi. Appartenevano al 
ceto de' cittadini, e spesse volte erano forastieri^ al servizio della 
repubblica. 

Il giudizio criminale era composto di quattro membri del 
senato^ col titolo di giudici, scelti ogni anno a maggioranza di 
voti. A loro apparteneva sentir le querele, assumer i testimoni, e 
condannar i rei anche a morte, a tenore degli statuti della repub- 
blica. Il reo se si trovava aggravato; poteva ricorrere ai tre prò v- 
v e di tori, che esaminata la causa, la portavano al senato. Spesse 
volte gli stessi giudici, se ritenevano 1' affare molto intrigato, lo 
riferivano al senato. Questo giudicio decideva pure nelle difterenze 
civili tra i forastieri, quando si esigeva sollecito disbrigo. Avevano 
a propria disposizione 4 scrittori, 4 guardie (zduri), ed alquanti 
soldati. 

Il tribunale, detto dei Consoli delle cause civili, era 
pure formato da quattro senatori per la durata d' un anno. Trat- 
tava cause civili, ed aveva il 2 per cento sulla somma che giudi- 
cava; la quale legge, chiamata sp or tuia, pare sia stata fatta a 
por freno alle liti ingiuste. Si radunava tre volte alla settimana, e 
sentiti gli avvocati, ed esaminate le allegazioni, date in iscritto, 



38 

emniettevii la relativa sentenza. La parte perdente poteva appellare 
al senato entro 8 giorni, altrimenti la sentenza passava in giudi- 
cato; e se appellava, il senato (esclusi i parenti de' giudici, degli 
avvocati, e delle parti litiganti, se erano nobili) pronunziava V ultima 
definitiva sentenza. 
*^^^ La repubblica aveva due avvocati, chiamati del Comune, e 
scelti dal gremio del gran consiglio. Rappresentavano gV interessi 
dello stato, trattavano le cause de' Provveditori, ricordavano ai giu- 
dici del Criminale T esatta osservanza delle leggi, riscuotevano le pene 
pecuniarie, fissate ai rei, e prendevano possesso dei beni de' fo- 
restieri, che moiivano senza disposizione testamentaria, e senza 
eredi. 

Ogni anno venivan pure scelti quattro avvocati detti de' pri- 
vati, che dovevano assumere la difesa de' poveri, o di quelli che 
non potevano trovare chi gliela assumesse. In ogni lite le parti 
avevano diritto di scegliere de' giudici arbitri, evitando il foro ordi- 
nario; ed ognuno poteva anche da se difender la propria causa, 
senza prendersi un avvocato. L' esercizio dell' avvocatura era esclu- 
sivamente nelle mani de' nobili. Le cause venivano perorate nella 
gran sala, chiamata de' Consoli; ed era libero 1' accesso ad ognuno. 
Le cause di grido, e specialmente d' appello, venivano tiattate con 
maggior pompa, ed il concorso era grandissimo. 

Tutto lo Stato della repubblica poi era diviso in 12 giudizi o 
contee, a capo dei quali erano i nobili, scelti dal maggior con- 
siglio; giudicavano tutti gii affari criminaU e civih nel proprio 
distretto, e le loro decisioni erano soggette al giudizio appellatorio 
di Ragusa. 

I ragusei fino dalla prima epoca della loro libertà, ebbero una 
propria legislazione, per lo più fondata su consuetudini, che poco 
a poco venivano scritte su pergamene, e riguardate come altrettante 
leggi. Buona parte di questi pochi monumenti, dai quali, se esistes- 
sero, si verrebbe a rilevare lo spirito della primaria legislazione, 
andarono perduti a motivo di replicati incendi. Vuoisi poi che i 
superstiti sieno scomparsi per mahzia de' conti veneti, nello scopo 
^ di toglier ogni traccia di libertà antica, e per fissare solide basi al 
dominio Veneto a Ragusa. Il che sembra poco verosimile, poiché 
appunto sulla base di consuetudini, che fin' allora facevano veci di 
leggi, tolto quanto era di supeifluo, aggiunto il mancante. Marco 
Giustiniani, settimo conte veneto a Ragusa, elaborò il codice di 
leggi, che presentò nel 1272 peir approvazione ai tre consigli. Tale 



39 

codice accettato, ebbe per titolo: Liber Statutorum Civi- 

tatis Ragusii. . 

Questo Statuto è diviso in otto libri, ed ogni libro in capitoli. 
Il primo riguarda l'elezione de' magistrati ; nel secondo viene pre- 
scritta la forma de' giuramenti ; il terzo tratta delle materie giuri- 
diche ; il quarto riguarda i beni dotali ; il quinto si occupa intorno 
alla polizia interna, rapporto alle case, strade, e piazze della città; 
il sesto tratta su materie criminali; il settimo verte sul buon rego- 
lamento della marina; e nell'ottavo finalmente vi sono raccolte 
diverse materie, che hanno relazione colle precedenti, ed altre^ di 
cui non si potevano formare libri a parte. 

Le dette leggi estese in quel tempo, in cui ferveva in Europa il 
genio legislativo, e di cui furon frutto i codici di Arrigo per la 
Svezia, di Alfonso X. per la Castigha, e di Lodovico per la Francia, 
onorano altamente la civilizzazione de' ragusei, e l' epoca in cui 
furono scritte. 

Coir andar del tempo lo statuto solo non era sufficiente; non 
tutte le leggi ed ordinazioni erano fatte per tutti i tempi e circo- 
stanze. Perfezionandosi sempre più la legislazione, nasceva il bisogno 
di nuove leggi. E quindi si cominciò a riformarlo in qualche punto 
dal minor Consiglio, senza derogare alla sua sostanza. Da qui il 
libro delle Re formazioni, che ebbe principio nel 1306, appro- 
vato da' diversi consigh, e che riguarda il regime politico e civile. 

Al cessar dei conti veneti ebbe origine un altio codice legisla- 
tivo, che venne chiamato Verde, dalla sua legatura, in cui sono state 
raccolte le leggi dall'anno 1357 al 1460; indi un altro, chiamato 
Croceo, per esser legato in giallo, nel quale si andavano regi- 
strando tutte le leggi approvate dai tre consigh, dal 1460 al 1574. 

Ai succitati codici si devono aggiungere in ultimo le determina- 
zioni del senato, comunemente chiamate parti de' Pregati, accet- 
tate dalla pluralità de' voti. 

Nel foro quindi tanto gli avvocati, che i giudici, si regolavano 
secondo le ordinazioni contenute nei codici succitati. Conveniva 
però, che chi trattava le cause avesse buona memoria e grande 
pratica, e continuamente si consigUasse coi più pratici nelle pro- 
cedure de' giudizi. 

Simeone Benessa nel 1581 aveva esteso un'opera necessaria 
ed assai utile in proposito, col titolo: Praxis Curiae ad for- 
mamlegum, etconsuetudinemReipublicae Ragusinae, 
in qua exacte agitur de modo tam in Curia Consulis, 



40 

qua 111 in ap pollati onibus servandis a principio litis 
usque ed executionem sententiae, quatuor libris di- 
slincta, auctore D. Simeone Matthaei Benessae filio, 
et patritio Rag. an. 1581, cui accessit etiam practica 
diversarum rerum ad dictam Curiam attinentium, 
nec non ad alios magistratus, cum indice materiarum. 

Anche Francesco Gondola, coetaneo di Benessa, si occupò in 
detta materia, col lavoro : D i s e r t a t i o de e i v i 1 i u m M a g i s t r a- 
tuum jure immobilia religiosorum bona judicandi. Esso 
è unito ad uno de' codici delle leg:i;i ragusine. Elaborò inoltre le 
seguenti opere : Scholia, summaria, et indices legum Ra- 
gusinarum; — Index alphabeticus Senatus consulto- 
rum; — anibidue inedite. 

Nicolò Bona in fine scrisse la: Praxis ju di ciarla juxta 
stylum Curiae Ragusinae etc. 1671; che serviva di norma fino 
alla caduta della repubblica, e che venne stampata a Ragusa dal 
tipografo Carlo Occhi. 

Il senato di Ragusa non aveva mai ricevuto né ammesso con alcun 
decreto le leggi di Giustiniano e della Rota Romana. Gli avvocati 
le studiavano, e se ne servivano solamente quando non vi era alcuna 
legge patria loro contraria, pronunziando il giudizio secondo i loro 
principi, senza però mai citarle in causa. Nei casi particolari, dove 
non ci era alcuna legge speciale, si richiamavano a sentenze ante- 
riori, emanate in simiU circostanze sia sulla base delle consuetudini, 
secondo le decisioni del giudizio romano o della rota. 

L' amministrazione pubblica era divisa in diverse sezioni. 

La suprema autorità finanziaria era affidata alle mani di sei se- 
natori, scelti ogni terz' anno, ed appellati: Tesorieri, e Procu- 
ratori di santa Maria Maggiore, nel dialetto chiamati: 
testavljeri. Ad essi incombeva l'incarico di raccogliere tutti 
gì' introiti dello Stato, provvedere la città de' necessari importi per 
le differenti spese, tener esatto conto delF introito ed esito, impie- 
gare, serbare in cassa i capitah, secondo la volontà del senato. 
Era pure di loro spettanza amministrare i beni de' pii istituti, inve- 
stendo i legati m beni stabili o sui monti in Italia; il cui reddito 
veniva impiegato in soccorso de' poveri e degli ospitali, nelle mari- 
tazioni, nel riscatto degli schiavi, ed in altre opere pie. Anche le 
chiavi della capella delle reliquie nella cattediale, e le scritture di 
somma importanza, erano sotto la loro custodia. Avevano per coadiu- 
tori quattro impiegati, scelti dal ceto cittadino. 



41 

La cattedrale, la collegiata, e le altre principali chiese, con ammi- 
nistrazione propria, avevano pure i così detti Procuratori, dal 
ceto de' nobili. 

All'amministrazione finanziaria appartenevano i Cassieri dello 
Stato, uffizio composto di tre senatori. Questi non maneggiavano 
col denaro, erano una specie di controllori, e tenevano soltanto il 
registro dello stato della cassa. Sicché ogni emmissione del denaro 
pubblico, era iscritto presso quattro uffizi: nel senato, che dava il 
relativo ordine ; presso i cassieri che emmettevano i relativi assegni ; 
nel minor consiglio che li approvava; ed in ultimo presso i teso- 
rieri che esborsavano l' importo. 

Dopo i tesorieri il più importante uffizio amministrativo era quello, 
così detto, delle Cinque Ragioni; composto di cinque nobiU del 
maggior consiglio, che amministravano i beni dello stato (Demanio). 
Rivedevano i libri e le partite di tutti quelh che maneggiavano denaro 
pubblico, e tenevano il giornale delle spese sì dello Stato, che delle 
pubbliche ambasciate. 

La Zecca era sotto la sorveglianza di tre senatori, detti of fi- 
zi ali zecchieri, la di cui principale mansione, era di curare 
che le monete coniate abbiano il reale valore che annunciavano. 
Vi appartenevano diversi fonditori, aggiustatori, ed ore- 
fici. Quest'officio si occupava pure del cambio monetario, che recava 
vantaggio allo Stato ed ai negozianti. 

E' ignoto quando s' incominciò a Ragusa coniare la moneta. E' vero- 
simile che abbia avuto principio nelF ottocento. 

Le prime monete erano chiamate Oboli, Folla ri, oBagat- 
tini, volgarmente minze. Erano di rame, e di varie impronte e 
diverso peso. Queste monete si mantennero in corso fino al sec. XVII; 
e li successero i soldi, pure di rame; e sul finir del secolo XVUI 
veniva coniata una terza moneta di rame, chiamata mezzanino, 
mezzo grosso. 

Le prime monete d' argento vengono comunemente riferite alla 
fine del sec. XIII. La lega era composta di un oncia d' argento fino, 
con 36 caratti di rame. La più antica era chiamata grosso o 
denaro, e vi erano 21V2 ^^ un oncia. Indi dal 1370 si cominciò 
a coniare il mezzanino d'argento, e vi erano 36 in un oncia. 
Poi il grosso leggiero, grossetto, che incominciò ad esser 
coniato al principio del sec. XVII, del peso da 07 gr., a 04.^ La 

' Il peso delle diverse monete è portato in termine medio, e secondo la miglior 
meno buona conservazione dei singoli esemplari. 



42 



quarta moneta argentea era il così detto artiluk, di cui la prima 
emissione ebbe luogo nel 1627, del peso di gr. 2'43. Il per pero 
l'ipperpero data dall'anno 1G83, ed è del peso di car. 27- 
Il mezzo per pero fu coniato soltanto nel 1801, e pesava 37 gr. 
Lo scudo, coniato sulla metà del sec. XVIII., aveva 80 car. di 
peso. Il mezzo scudo di queir istessa epoca, 40 car. Il ducato, 
che cominciò a battersi nella seconda metà del secolo passato, 73 car. 
Il vi si ino nel 1725, pesava 114 car. Il mezzo vis lino di car. 
54 dal 1735. Il tallero rettorale dal 1725, pesava car. 137 
Il mezzo rettorale fìi coniato negli anni 1747 e 1748. In ultimo 
la libertina di car. 117, di cui le prime furono battute nel 1791, 
e le ultime nel 1795.^ 

Nel ragguaglio delle succitate monete, il grosso, o denaro 
d'argento, corrispondeva a 30 follari; e più tardi a 5 soldi, e poi 
a 2 mezzanini; un artiluko era eguale a 3 grossi; un per pero 
a 12 grossi; uno scudo a 36 gr.; mezzo scudo a 18 gr.; un 
ducato a 40 gr.; un vi sii no a 60 gr. ; mezzo vis li no a 30 
gr.; il tallero rettorale agr. 60; il mezzo rettorale a gr. 
30; la libertina a 80 gr. Ducati due ed undeci grossi rag. di 
allora corrisponderebbero all' attuale tallero di fiorini due crescenti. 

Oltre le suaccennate specie di monete, vennero pure fatte alcune 
medaglie commemorative e d' occasione. 

Monete d' oro non furono coniate, abbenchè fosse stata decretata 
l'emissione nel 1515. Due unici esemplari di monete d' oro raguseo 
si conservano nel gabinetto numismatico della corte di Vienna ; ma 
probabile però che sieno soltanto modelli, o pezzi di saggio. 

La Dogana era affidata a quattro nobili del maggior consiglio, 
i quali presiedevano al ricevimento del dazio, che secondo il prezzo 
fisso veniva pagato nell' entrata e nell' uscita dei generi. Essi pure 
giudicavano in tutte le contese che potevano nascere durante il 
carico discarico delle merci. L' annuo introito al principio di questo 
secolo era di circa 23.000 due. 

Al consumo del vino in città e ne' borghi erano preposti tre 
nobili, che vi riscuotevano il dazio consumo, e giudicavano in affari 
di contrabando di questo genere. A quest' uffizio spesse volte il 
senato aggiungeva tre altri senatori ; ed allora in tutte le sentenze 
che emettavano nell'argomento del contrabando, non v'era appello. 
L' introito negli ultimi tempi era di due. 41.750 circa. 

' La migliore e più completa collezione delle monete ragusee fu fatta dal 
Cons. antico Paolo Cav. de Reèetar, Capitano distrettnale ili Ragnsa. 



43 



L'offizio del sale era composto di tre senatori, chiamati 
s p r a s a 1 i n a r i , che si cambiavano ogni tre anni. Amministravano 
colle saline di Stagno, e con tutte le vendite del sale in città. Ave- 
vano sotto di se un cassiere, due agenti d' uffizio, ed altri impie- 
gati pel monopolio del sale a Stagno ed a Kagusa. L' annuo introito 
era di circa 30.700 due. 

L'offizio della navigazione era composto di cinque nobili, 
che sorvegliavano al mantenimento del buon ordine nella naviga- 
zione nazionale. Sbrigavano le liti marittime, tenevano il catalogo 
di tutti i comproprietari ne' bastimenti, e stabilivano la relativa con- 
tribuzione che si doveva alla cassa dello Stato. L' introito annuale 
dalle contribuzioni de' bastimenti di lungo eorso, era di due. 54.260; 
e dalle tasse della fabbricazione 12.280. 

L'offizio consolare pel levante aveva tre nobili, ed era 
in corrispondenza immediata coi consoli nazionali in oriente, riti- 
rando da loro le tasse, che riscuotevano sulla roba caricata sui 
bastimenti ragusei, e passando la somma, detratte le spese consolari, 
alla cassa dello stato. Introitava annualmente circa 9.210 due. 

L' offizio della direzione de' viveri era istituito a pre- 
venire e por rimedio alla carestia, perchè non abbia a soffrire la 
popolazione. Fìi eretto quindi un granajo, che veniva riempiuto di 
grano, asportato dall' Ungheria e dalla Puglia, e distribuito indi al 
popolo, a secondo del bisogno. In tempo di fame veniva pure pre- 
parato del pane, e gratuitamente distribuito ai poveri. Tuttora si 
ammira il vasto edifizio una volta ad uso del pubblico granajo, ora 
magazzeno militare, e volgarmente appellato col suo nome antico 
di Ruppe. 

Anche dell' olio venivano fatti depositi pei bisogni della città. 
Ogni proprietario doveva rimettere nei pubblici depositi il duodi- 
cesimo dell' entrata , verso prezzi inferiori a quelli che erano in 
corso. Veniva poi rivenduto alla popolazione a prezzi miti; e per 
compensare i proprietari, era loro permessa l' introduzione e l' estra- 
dazione senza dazio. 

Relativamente al vino. Il senato dopo la vendemmia stabiliva il 
prezzo pel consumo; ed i proprietari dovevano fra loro combinare, 
quanto vino ognuno dal proprio doveva versare nelle pubbliche can- 
tine ; e se ciò non bastava, spettava ai villici di riempierle al colmo. 
Era proibita l' introduzione del vino forastiero, per esser stato il vino 
nazionale il più importante ricolto. E quando lo Stato era sicuro 

4* 



44 

della quiintità lìell'iiiimuile consuino, allora permetteva anche Testra- 
(lazioiie. 

Mentre Marmont «la despota ispezionava tutti questi pubblici 
luoghi di saggia e i)rovvida patria amndnistrazione, non potè a meno 
di esclamare: „(iuesto fu un governo veramente paterno"; ripe- 
tendo molto più tai'di a Vienna, egli pure infelice, al conte Ber- 
nardo de Caboga le stesse parole col dirgli: „le nostre follie di 
allora hanno rovinato la vostra patria, coli' abolire il di lei paterno 
governo." 

A sorvegliare i pesi e le misure, e a stabilire i prezzi de' vi- 
veri, ogni aimo il gran consiglio nominava dal suo gremio tre membri 
chiamati giustizieri della città. 

Vi erano inoltre deputati alle acque, ed ai molini, ed i così 
detti Signori della notte; magistrati, che prevenivano la carestia 
dell' acqua, che invigilavano al buon ordine ed alla pubblica sicu- 
rezza, coir impedire le risse, le uccisioni, i furti, ed altri disordini 
che potevano succedere, ed aprivano le porte della città, e le chiu- 
devano all' ora assegnata. 

Di grand' importanza e vantaggio era poi l'autorità Sanita- 
ria. A motivo della vicinanza dei confini ottomani, ed a causa del 
giornaliero commercio de' ragusei con quelle regioni, erano neces- 
sarie forti misure sanitarie e contumaciali per evitare la peste, che 
di spesso infestava 1' oriente, ed ogni 20 anni s' introduceva nelle 
vicine contrade di Bosnia, Erzegovina, Servia, ed Albania. A tal 
fine venne istituita a Ragusa l'autorità sanitaria, composta da 
cinque senatori, che avevano sotto di se scrittori, nunzt, capitani di 
porto, ispettori di lazzaretti, cursori, soldati, ed una cassa sufficien- 
temente provveduta per sopperire ai relativi bisogni. 

Quando si manifestava la peste in qualche finitima regione, allora 
venivano aggiunti tre altri nobili, e messo il cordone sanitario al 
confine. 

Tutto il territorio della repubblica veniva diviso in 8 circondari ; 
ed in ogni singolo capoluogo risiedeva un nobile, con piena auto- 
rità giudiziaria in oggetti sanitari, per tutti i villaggi dipendenti 
da quel circondario. 

Ogni villaggio poi aveva un capo del ceto de' cittadini, dipen- 
dente dal capo distrettuale. Né potendo romper ogni communica- 
zione colla Turchia, pel vivo commercio che vi era fra gli uni e 
gU altri ; due volte per settimana erano permesse le fiere nei prin- 
cipali villaggi, sotto rigorosa sorveglianza contumaciale. 



45 

Le merci provenienti da luoghi infetti, venivano assoggettate alla 
contumacia da 6 ad 8 giorni nei pubblici lazzaretti 

Se la peste si manifestava nel litorale Dalinato, venivano attivate 
misure sanitarie nella Penisola; e tutti i capi dei villaggi dipende- 
vano da quello di Stagno. 

Lo stesso si faceva sulle isole, e nei porti di Ragusavecchia e 
Vitaglina, dove vi era un personale sanitario. I bastimenti infetti 
venivano trasferiti a Gravosa; ed i marinai, nonché le merci, al 
lazzaretto in città, dove scontavano la contumacia. Il bastimento 
veniva forato, e lasciato sott' acqua pei 20 giorni. I legni infetti di 
febbre gialla erano spediti per scontar la contumacia a Meleda, nel 
porto Palazzo. 

Tutte le spese sosteneva F erario, in fuori di quelle, che s' impie- 
gavano attorno il bastimento, e che stavano a carico del pro- 
prietario. 

In seguito al permesso di Roma 1' Opera Pia e le confraternite 
dovevano dare il 20 per 100 sugi' introiti, per le spese che s' in- 
contravano durante la peste. 

V'erano poi molti istituti pii; 1. l'ospitale Domus Christi, 
per tutti gli ammalati poveri ; che assorbiva 1' annua spesa di 8000 
ducati circa, sopperendo il pubblico erario al mancante dell' introito 
di due. 6000. Tre senatori ne sorvegliavano 1' amministrazione ed 
il buon andamento; 2. Casa di ricovero pei trovatelh, . detto 
della Misericordia, dove vi erano in medio 180 ragazzi ille- 
gittimi, mantenuti dall' erario, e pei quali spendeva annualmente 
circa 15.000 due, non avendo avuto l'istituto alcun proprio reddito; 
3. Casa di ricovero pei poveri, dove ricevevano gratuito alloggio 
e limosino in certi determinati giorni durante l'anno; 4. 1' Istituto 
dell' Opera Pia, che amministrava i legati pii, a capo del quale, 
come si disse, erano i Tesorieri dello stato; il di cui reddito, unito 
a quello di diverse altre pie corporazioni, ascendeva annualmente 
a circa 800.000 ducati, che venivano erogati a poveri vergognosi, 
in celebrazione di messe, nel riscatto degli schiavi, ed in dote nelle 
maritazioni delle donzelle: 5. Monte di Pietà, che accettava 
capitali a mutuo verso il 4 per cento, per somministrare degi' im- 
porti, verso pegni, a que'che abbisognavano, e così schivare l'usura 
de' privati. 

Per particolari ragioni politiche, finanziarie e di stato, e per la 
ristrettezza territoriale, la repubblica non permetteva ai villici di 
possedere beni immobili. Erano quindi coloni de' proprietari torri- 



46 

toriali, ai quali i padroni erano in obl)li«»o di fabbricar la casa; e 
la famiglia del colono, di quahuKiue numero fosse, doveva al pa- 
drone 90 giornate di lavoro all' anno, verso abbondante giornaliero 
mantenimento. Il colono poteva offrire un sostituto, oppure scom- 
prarsi per una parte o per tutto il tempo del lavoro, mediante un 
pagamento, secondo il mutuo accordo. Attorno alla casa, il padrone 
territoriale dava al colono 400 passa quadrate di terreno; e questi 
doveva annualmente al padrone alquante uova e polastri (poklon). 
Né il padrone poteva a capriccio cacciar dalla casa il colono, né 
questi capricciosamente abbandonare il padrone. Nel caso di mutuo 
accordo, il padrone pagava al colono tutti i miglioramenti che si 
trovavano sul terreno; altrimenti, in caso di abbandono, il colono 
perdeva ogni diritto a relativi indenizzi, a meno che non vi fossero 
stati particolari contratti. I prodotti delle terre erano divisi fra il 
proprietario ed il colono, a tenore del contratto stipulato. Ogni 
questione era decisa dal relativo giudizio, con molta equità. 

I prodotti dello stato di Ragusa erano insignificanti. Del terri- 
torio, che abbracciava soltanto 450 miglia quad., comprese le isole, 
solo la quarta parte poteva esser coltivata; il rimanente era sassoso 
ed infruttifero. Di grano non si poteva avere che per tre mesi, e 
quindi lo Stato faceva provvista dall' estero. Il principale prodotto 
era 1' olio ed il vino. Delle 70.000 barila di vino, che in termine 
medio si ricavavano annualmente , la quarta parte si smerciava al- 
l' estero. Dell' olio oltre 3000 barila ed' aquavita 750. Per 3500 barila 
di sardelle salate venivano esportate. Questi tre principali prodotti 
fruttavano a Ragusa 420.000 ducati. 

Da ciò si vede che i prodotti della terra erano ben limitati. Col 
commercio e colla navigazione però Ragusa potè raggiungere l'apice 
della bene stanza, ed al commercio era addetto ognuno^ anche il 
nobile. Per i propri bisogni venivano importati dalla Turchia diversi 
generi di prima necessità, nell' importo annuo di due. 1^800.000. 
In Bosnia ed Albania, veniva importato il sale, caffè, zucchero ed 
altri generi; mentre si esportava pellame, lana, cera, ferro crudo, 
anguille salate, diverse frutta secche, ecc.; e dal solo commercio e 
trasporto che si faceva su' bastimenti ragusei, si ricavava annual- 
mente un utile netto di 590.000 due, abbenchè quasi il terzo del 
guadagno venisse dato alle autorità del confine turco, per la sor- 
veglianza delle strade da ladri ed assassini. 

La navigazione costituiva il più importante nerbo delle risorse. 
Ragusa aveva per 270 bastimenti mercantili (di circa 250 tonnel- 



47 

late uno coli' altro), nei quali era investito il capitale di 13,500.000 
ducati. Questo capitale, dettratto il deperimento de' bastimenti, frut- 
tava per lo meno il 15 per cento, e dava il complessivo importo 
annuale di ducati 2,025.000 

A questo si ha da aggiungere il salario dei 
3000 marinai ragusei, che rimettevano annual- 
mente in patria „ 1,000.000 

La sola navigazione fruttava quindi .... ducati 3,025.000 

Perduta la navigazione, con essa si perdettero tutti i detti capi- 
tan di circa 14 millioni, ed inoltre tutto il guadagno che la marina 
ne ricavava. 

L' ordinario reddito dello stato di Ragusa negli ultimi anni di sua 
amministrazione repubblicana, era il seguente: 

Dai capitali dello stato investiti sui monti di 
Roma, Vienna, Venezia, e Napoli, e dalle tasse 
su capitali de' privati due. 63.752 

Dal consumo del vino, spiriti, carne, nella città 
e borghi: dalle tasse sull' estradazione dell' olio, 
vino; dalla macinatura del grano „ 26.613 

Da affitti di terre e stabili, che appartenevano 
allo Stato „ 2.763 

Dai diritti di dazio, annuo reddito . . . . „ 23.025 

Annua contribuzione dei bastimenti a lungo 
corso ; dalla fabbrica dei bastimenti e dalle tasse 
consolari in oriente „ 75.750 

Dalla vendita del sale 30.700 

Totale dell' ordinario introito due. 252.613 

L' esito annuale era il seguente : 

Per r emolumento al ministro della repubbhca 
a Vienna, ed agli incaricati a Napoli, Parigi, 
Roma; nonché ai consoli a Costantinopoli, Smirne, 
Solunichi, Alessandria due. 24.658 

Per r istruzione pubblica ai Piaristi . . . „ 7.500 

Salario agli impiegati pubbUci, ed ai capitani 
delle contee del distretto „ 46.100 

'Agi' impiegati miUtari. e per l' occorrente delle 
fortezze „ 27.700 



48 

Per r ainniiiiistrazione interna, e polizia citta- 
dina — chiamata „Detta" due. 36.840 

Per r Orfanotrofio „ 15.000 

Sconto sui capitali delle Confraternite . . . „ 3.800 

Tributo triennale alla Porta colle spese annesse 
portava all' anno „ 25.470 

Spese straordinarie presso la Porta . . . „ 15.350 

Pel mantenimento del buon accordo colla Bar- 
barla „ 20.000 

Pegli ordinari e straordinari messi ed inter- 
preti che venivan spediti ai Pascià di Bosnia . „ 4.000 
Totale dell'annuo esito due. 226.818 

Riporto — introito due. 252.613 

„ esito „ 226.818 

annuo civanzo due. 25.795 

La popolazione ragusea era cattolica; aveva un proprio arci- 
vescovo, col suo capitolo. Il vescovo di Stagno, con parecchi altri 
delle finitime regioni nella Turchia, gli erano suffragane!. I beni 
della mensa fornivano all' arcivescovo 1' annuo reddito di circa 400 
zecchini ; e se questo non gli bastava, ad ogni sua ricchiesta il go- 
verno vi accorreva con nobile generosità. Le prebende canonicaH 
in origine erano di 600 oncie d' argento ognuna ; ed i canonici erano 
tutti quanti dal ceto de' nobili. 

Numeroso era il clero secolare. Al medesimo erano affidate le 
parrocchie; e tutti assieme i sacerdoti secolari formavano la con- 
fraternita chiamata „ C o n g r e g a z i o n e dei Preti", presso cui vi 
era una ricca amministrazione di pii legati, per celebrazione di 
messe, e sussidi a sacerdoti poveri. 

Vi erano in città tre conventi di regolari; francescani^ domeni- 
cani e piaristi. A quest' ultimi era affidata l' istruzione pubblica. 
Vi erano pure tre conventi di mon ache ; mentre prima del terre- 
moto ne esistevano cinque. Nello stato raguseo poi, oltre una 
quantità di conventi de' detti ordini, vi erano anche quelli de' be- 
nedettini. La i)opolazione della città, secondo le diverse arti, si 
divideva in altrettante confraternite. Tutto lo stato territoriale 
della repubblica negli ultimi anni numerava per 30.000 anime; — 
meno dunque di quanto conteneva la sola città coi sobborghi nel 
XV secolo! 



49 

La repubblica, cui stava più a cuore la pace che la guerra, non 
prendeva le armi, che nel solo caso di giusta difesa. D' ordinario 
non manteneva corpi armati^ se non un piccolo presidio, per la 
custodia delle porte della città e delle fortezze, e pel mantenimento 
dell' ordine pubblico. Si riduceva quindi ad un centinajo di soldati, 
i quali air epoca della protezione dell' Ungheria, fino al sec. XVII, 
erano ungheresi, misti ad alcuni nazionali; e venivano appellati col 
nome di barabanti. 

A capo di questo piccolo presidio^ vi erano sei nobili (dai 30 ai 
50 anni) scelti dal maggior consiglio, che dovevano fare a vicenda 
la ronda notturna con un drappello di armati, chiudere ed aprire 
la città a suo tempo, ed invigilare che di notte i negozi e le case 
sieno chiuse. Anticamente per tutto il tempo che la nobiltà stava 
raccolta nel maggior consiglio, usavano due di loro ti-attenersi con 
delle guardie armate alla porta del palazzo; uso che cessò nel 
sec. XVI. 

Negli ultimi tempi della repubblica^ vi era una compagnia di 200 
soldati d' infanteria, ed un' altra di 100 cannonieri, con a capo un 
comandante d'artiglieria, che veniva chiamato Capo bombar- 
diere, militare graduato, che dietro dimanda della repubblica 
veniva spedito dal vice-re di Napoli, all' epoca del dominio spa- 
gnuolo in Italia. Una parte di questa mihzia faceva guardia al 
palazzo Kettorale^ alle porte della città, ed alle fortezze; l'altra 
poi stava agli ordini delle differenti autorità civili ed amministra- 
tive, peli' esecuzione dei rispettivi ordini. L' officialità era composta 
del detto capo comandante, nonché d' un capitano e due ufficiali. 

Cinque nobili erano capitani d' onore. Una sezione di tre membri 
del senato aveva l' incarico di osservare che le fortezze sieno in 
pieno ordine, due dei quah, chiamati Castellani, erano addetti 
al forte s. Lorenzo, e si davano reciproco scambio; il terzo poi 
aveva la custodia del baluardo s. Giovanni (forte Molo) e gU erano 
accomesse le chiavi, i soldati, le munizioni, e la custodia delle for- 
tezze della città. 

In casi di bisogno, veniva ingaggiata truppa estera, per lo più 
italiana, con a capo persone graduate nel servizio militare. 

Negli estremi bisogni, in caso di nemiche aggressioni, si armava 
la popolazione. E per tenerla addestrata nel maneggio delle armi, 
ancora nel 1383 fu deciso, che ogni mese si dovessero fare esercizi 
di manovre, oltre quelle dei 3 febbrajo e 5 luglio, giorni sacri a 
s. Biagio, patrono della città. Dal 1418 si dovevano tenere mensil- 

4 



ÓO 

mente due manovre ; e vi erano i rispettivi premi. In questa ma- 
niera i sudditi si avvezzavano al maneggio delle armi, senza disca- 
pito delle loro occupazioni , risparmiando allo stato la spesa del 
mantenimento di uno stabile corpo di trupi)a. 

Alle dette manovre non solo erano obbligati per turno i villici, 
ma sibbene ancora tutti i cittadini, e gli stessi nobili, dai 14 ai 36 
anni; e le assenze, non giustificate, venivano punite con multe e 
castigbi. Gli esercizi si facevano alle Pillo, nel luogo cbiamato 
Bersaglio. 

Ancbe la marina veniva rappresentata. Quando la navigazione era 
in fiore, e quando vi era pericolo de' corsari, la repubblica teneva 
galere armate per la difesa de' propri legni nelF Adriatico, e per 
garantire da attacchi le isole. Aveva pure l'arsenale, dove venivano 
fabbricate, e dove si riparavano le galere. In seguito gli stessi ba- 
stimenti mercantili, equipaggiati da nazionali, ed armati a seconda 
del bisogno , facevano all' occorrenza le veci di navi da guerra. In 
questa guisa la flotta di Carlo V. e suoi successori, contava molti 
navigli della repubblica," equipaggiati da nazionali, e comandati da 
ammiragli ragusei. 

La carica di ammiraglio della repubblica, continuava fino alla 
caduta della medesima; e nelle comparse pubbliche vestiva alla 
spagnuola un abito rosso, ricamato in oro, ed era a capo della ma- 
rineria ragusea. 

Ragusa fu tra le prime potenze che abbia introdotto l' uso della 
polvere ed i cannoni; e vi istituì tosto le rispettive fabbriche. Già 
nel 1417 vi era il maestro per fare le bombarde. E dal 
1455 in poi, si riscontrano parecchi fabbricatori nazionali ed esteri, 
al servizio della repubblica. Da una decisione del detto anno si 
rileva, che un certo maestro Mario, era incaricato di fonder una 
bombarda, appellata s. Biagio, che doveva portare palle di 
pietra del peso di 300 libbre, e da 50 a 60 libbre di polvere: 
un'altra di nome Vittoriosa, del peso di 7500 libbre, per palle 
di 200 libbre, e polvere da 30 — 40 libbre, e doveva esser fatta in 
due pezzi, fermati a vite; una terza. Furiosa, del peso di lib. 
5000, per palle di hb. 130, e polvere da 20 — 25, anche in due 
pezzi; e cosi di seguito di maggior o minor calibro, sotto diversi 
altri fonditori, ed in diverse epoche. 

Le palle da principio erano di pietra, e per fazione, senza 
compenso, ogni maestro greggio doveva settimanalmente fornire una 



51 

da 4 ad 8 libbre; mentre per settimana ogni singolo maestro di 
scarpello doveva fra queste fornire una completa. 

Alla fine del secolo passato la repubblica aveva altre 400 can- 
noni^ alcuni allogati, ed altri negli arsenali; ed erano in massima 
parte di ottima lega. Uno di questi, chiamato Gusterica (lucer- 
tola), e che apparteneva al forte s. Lorenzo, attualmente si trova 
neir arsenale di Vienna, su cui si legge la seguente iscrizione : 

A. S. M.D.XXXVII. 
Jupiter omnipotens iterum si perdere vellet 

Crudelem gentem viribus ipse suis, 

Nempe ego tunc Jove saevirem crudelius ipsa 

Vi, quam Baptista praebuit arte manus. 

Opus Baptistae Arbensis 

In arce s. Laurentii. 

Un altro cannone di S. Lorenzo, che pure si voleva trasportare 
a Vienna, cadde nel mare, e vi restò. 

Riporteremo due altre iscrizioni che si leggevano su due cannoni ; 
e sono le seguenti : 

Mulciber haec cernens quaerit, quis finxerit ? et mox 

Baptista est, inquit, vincor, et erubuit. 

Opus Baptistae Arbensis 

A. S. M.D.XXXV. 

Renovata Foenix. 



Sum bombarda pavor mortalibus, aether et omnis 

Fulmine terra meo vel sine nube tonat. 

M.D.XXVIIL 

La bandiera repubblicana aveva sul fondo bianco V effigie di s. 
Biagio in abito pontificale, mitra in capo, col pastorale e la città 
nella manca, benedicendo colla destra. Lo stemma poi della città 
era quello dell' Ungheria, accordato alla repubblica, quando ottenne 
la di lei protezione. Il fondo era rosso attraversato da tre fascia 
d' argento. Col tempo incorse un grosso errore araldico, essendo 
state mutate le fascie argentee, in color cilestro ; sicché anche adesso 
i colori municipali sono rosso, cilestro. Sul sigillo della repubblica 
v' era V affigie intera di s. Biagio, e dal 1482, per ordine del se- 



52 



nato, sui sigilli degli altri uffizi subalterni vi doveva esser mezza 
figura del Santo. All'intorno vi era l'iscrizione seguente: S. Bla- 
sius protector Civitatis Ragusii. Altri sigilli portano in 
mezzo tre torri, come le antiche monete ragusee, ed all' intorno 
l'iscrizione: S. Blasius Protector Ragusii; oppure: S. Bla- 
sius Protector Reipublicae Ragusiuae; od anche: Si- 
gillum Reipublicae Ragusinae. Nella torre di mezzo, in 
alcuni sigilli, avvi in piccolo 1' effigie di s. Biagio. In alcune pa- 
tenti, sotto lo stesso manto, da un lato è 1' effigie di s. Biagio, e 
d' apresso lo scudo succitato. 



>^^ 



III. 

Cultura e civilizzazione. 



lopolata da coloni romani, che sfuggirono all' esterminio de' barbari, 
Ragusa sin da bel principio conservò nel proprio seno il sacro fuoco 
delle arti, delle lettere, e della morale pubblica. L' estese relazioni 
poi dei ragusei colle nazioni colte europee, sì per ragioni di Stato, 
come per rapporti commerciali, erano un potente mezzo a promuo- 
vere ed accellerare la loro cultura e civilizzazione, che manifestarono 
e colla mitezza de' costumi, e colla pratica delle virtù sociali, e 
particolarmente poi coli' ospitalità che accordavano a tutti, e spe- 
cialmente ai profughi. E già nel 1000 erano ammirati per i loro 
talenti politici e militari, e pella cultura nelle belle lettere. 

Emanuele Comneno nel 1170 aveva fatti i ragusei cittadini di 
Costantinopoli; ed a spese della camera imperiale manteneva vari 
giovani agli studi in Grecia, e nella propria capitale. E prima che 
fosser state introdotte pubbliche scuole a Ragusa^ già nell' undecime 
secolo vi esisteva presso i monaci benedettini a Lacroma un con- 
vitto, dove la gioventù, durante 1' educazione, indossava le divise 
dell' ordine. Nel sec. XIV vennero aperte pubbliche scuole, ed a 
spese dell' erario venivano condotti maestri dall' Italia. Si ritiene 
che qui abbia istruito Giovanni da Ravenna (Tirab. V.) ; mentre 
consta di Nicolò de Vateno, Antonio da Fermo, e di certi Andrea 
e Pietro. Nel 1434 poi venne preso a maestro di Rettori ca Filippo 
de Diversis de Quartigianis da Lucca, e nel seguente anno fu ela- 
borato lo statuto scolastico (29 junii 1435 maj. cons. Or do prò 
magistris scola rum et scolaribus.)- 



54 

Coir avvicinamento del turco, vart dotti della Grecia e da Costan- 
tinopoli passarono per Ragusa, fra i quali fuvvi il rinomato Deme- 
trio Calcondilla. Nel 1490 venne questi invitato ad assumere la cattedra 
a Ragusa, e senza dubbio a di lui merito i ragusei presero di 
buon ora affetto al greco idioma ed alla nazionale letteratura. 

Al Calcondilla successero: Marino Becichemo da Scutari, profes- 
sore indi air Università di Padova ; Daniele Clario di Parma ; Ste- 
fano Flisco; Girolamo Calvo di Vicenza; Nicolò Poterlo; Giovanni 
Musonio; Nascimbeno de Nascimbeni da Ferrara (1560 — 70), che 
dedicò al senato le sue annotazioni sui libri dell' Invenzione di Cice- 
rone; Francesco Serdonato da Firenze, e parecchi altri. 

Nel sec. XVII poi venne eretto il collegio convitto, e T istruzione 
affidata alle cure dei padri della Compagnia di Gesù; i quali, dopo 
la soppressione dell'ordine nel 1773, furono sostituiti dai pp. delle 
Scuole Pie. 

Tale era la severità dell' educazione, e la fama che aquistossi in 
tale riguardo Ragusa, che Stefano Imperatore di Rassia vi collocò 
vart giovani baroni del regno^ perchè sieno educati nel costume e 
nelle lettere, facendo al Senato il dono di moltissimi e preziosi 
codici latini e greci, comperati a caro prezzo per ogni dove (sec. 
XIV.). Ed il celebre Aldo Manuzio voleva mandare agli studi a 
Ragusa il suo figlio Paolo, per insinuazione e consiglio senza 
dubbio dell'Arcivescovo di Ragusa Lodovico Beccatello di Bologna 
(1556 — 64); e Palladio Fosco (de situ ore Illyr. 1. I. p. 454) già 
per questo riguardo aveva lodati i ragusei nei seguenti termini: 
„Longum foret si omnia commemorare vellem; unum tamen non 
„praetermittam, quo intelligatur, quanta sit rachusinorum severitas, 
„et in literis educandis diligentia. Non enim sinunt in sua urbe 
„ludos esse, nisi literarios; si gladiatores, saltatoresve advenerint, 
«subito ejiciuntur, ne Juventus, quam literis dumtaxat aut merca- 
„turae vacare volunt, hujusmodi foeditatibus corrumpatur.'' — Questo 
pubblico provvedimento fé sì, che le prime commedie slave si reci- 
tassero nella riunione di parecchi amici, i quali le componevano e 
le rappresentavano in luogo aperto, nel tempo di carnovale. 

Le persone si riunivano esclusivamente in famiglia, o fra un cer- 
chio ristretto d' intimi amici. Non vi erano né casini, né teatri, né 
caffè, né società pubbliche. Ogni festa di ballo era privata. Negli 
ultimi tempi appena venne eretto un teatro, per cui facevano ve- 
nire dall' Italia delle compagnie di comici e cantanti. I giovani non 
conversavano che co' parenti, e co' famigliari amici della propria 



55 

casa, sempre a fianco del maestro, o del padre ; e le ragazze erano 
educate con sommo rigore dalle proprie madri, né potevan lasciarsi 
vedere, che da parenti strettissimi. 

L' amore e la cultura della lettere rapidamente si propagò presso 
ogni classe , talmente che già nel sec. XV e XVI non y' era fami- 
glia, in cui non vi fosse qualche letterato. 

Nello studio della lingua greca tali progressi. si fecero, che 
Vetrani, Lampridio Cervino, Ragnina, Zlataric:, Palmotta, Luccari, 
Bona, Gradi, e molti altri appassionati cultori dalla greca favella, 
ci lasciarono diverse traduzioni, emulando gli stessi originaH. 

Alla lingua latina in ispecial modo si erano consecrati ; e nel 1470 
venne stabilito, che nelle pubbliche aringhe si dovesse parlar in 
latino. Troviamo quindi un EHo Lampridio Cervino sotto Sisto IV 
incoronato a Roma, quale elegante poeta latino ; un Giacomo Bona, 
distinto poeta alla corte di Leone X ; Stay, Kunic e Zamagna, tutti 
e tre filosofi e poeti che fiorirono a Roma verso la fine del sec. 
XVIII ; ed in fine, ommettendone tanti altri, V abate Gagliuffi, che 
ebbe non ha guari in Italia ed in Francia numerosi ed appassionati 
ammiratori de' suoi dotti e spiritosi versi estemporanei. 

In ispecial modo poi la slava favella era coltivata; e Ragusa 
offrì una letteratura, che dal XV secolo, a tutto il XVIII, ha il 
vanto di portar il di lei nome. 

A Ragusa, città libera, poteva molto bene svolgersi la vita lette- 
raria ; ed a quella guisa che a Bizanzio ed in Itaha, anche a Ragusa 
se ne formarono società letterarie, appellate Accademie, le prime 
ch'ebbero vita fra le nazioni slave; dei Concordi (sloznih) l'una, 
fondata nel 1585; e degh Oziosi {danguhnih) l'altra nel sec. XVII; 
e delle quali lo scopo era di coltivare la nazionale letteratura. 

Appoggiata su quella della Grecia e di Roma, la letteratura ra- 
gusea in breve ebbe uno sviluppo straordinario, facendo riflettere 
nella lingua nazionale le bellezze de' greci , e de' romani ; creando 
forme slave , e rivaleggiando co' geni , che faceva nascer il cielo 
dell' Italia sull' opposta sponda dell' Adriatico. Così nacque il clas- 
sicismo slavo: ed in quella guisa che i greci seppero servirsi di 
ogni dialetto, e classicamente modularlo ; così nelle opere ragusee 
si ammira un' atticismo tradotto da un felice e studiato accoppia- 
mento di ogni dialetto slavo, per cui le loro opere servono e ser- 
viranno di modello e studio ad ogni scrittore nazionale. 

Al classicismo ben presto si unì il romanticismo; principi fra 



5fi 

loro o[)posti, che pur si svolsero nella letteratura ragusea senza 
contrasto di sorta. * 

I primi che si segnalarono nel campo letterario furono Driic, 
e Mini^etic; indi, mutata forma, Vetrame, Cubranovic, Naljcb^kovid, 
e Zlataric, che sono salutati quai padri della letteratura nazionale. 

Nel sec. XVII la letteratura ra<^giunse il suo apice colle immor- 
tali produzioni del Gundulic, Palmotta, e (iiorgi, senza nominarne 
quella miiiade di' letterati slavi, che rendono illustre il nome di 
Ragusa. 

La lirica del sec. XVI fu, a dir il vero, una prova; però pren- 
deva il carattere della lirica nazionale. Nel seguente secolo giunse 
alla sua piena forma; e nel decimottavo il Giorgi la elevò all'apice 
della perfezione, potendosi riguardare la di lui lirica, come un per- 
fetto modello. La drammatica non poteva a meno di non svolgersi 
e progredire rapidamente per le società letterarie a tal fine già 
istituite. Traduzioni di drajtnmi classici, ed un gran numero di 
lavori originali possiede la letteratura ragusea. L' epica si fondava 
su quella dell' Italia. Il più importante poema è 1' Osmanide del 
Gondola, che puossi metter a confronto con qualunque epopea di 
altra nazione. In questo genere si distinsero pure Vetrame, Pai- 
motta, Giorgi, e molti altri. Del Gondola però si deve dire, che 
egli solo ha compreso lo spirito di tutta la nazione, e come aquila 
sorpassò quanti hanno tentato finora in questo ramo. 

Questa piccola terra poi ha fornito maggior numero di uomini 
eminenti in ogni conoscenza umana, che non altri stati, i quali, 
e per estensione e per potenza figurarono nel teatro della storia. 

Un Nicolò Naie venne proposto da Gregorio XIII per la corre- 
zione del calendario ; e Marino Ghetaldi, chiamato dall' acuto Paolo 
Sarpi ,5 angelo di costumi e demonio in matematica", fu il primo 
che abbia applicata 1' algebra alla geometria. La prima opera sulla 
scienza commerciale, pubblicata a Venezia nel 1573, fìi scritta dal 
raguseo Benedetto Cotrugli 110 anni prima. Un Anselmo Banduri, 
bibliotecario del rè d' Orleans, fu il primo che abbia data alla luce 
r opera sulla numismatica latina e greca, tanto dai dotti apprezzata. 
Ed un Ruggero Boskovic sorprese V Europa in un tempo , in cui 
diffusa per ogni dove la luce delle scienze matematiche, rimaneva 
appena la speranza di potersi distinguere e farsi qualche nome; 
né fuvvi pontefice, né potentato, che non lo abbia ricolmo di onori. 

Non v'era Università di grido, presso cui in ogni epoca non vi 
fosse stato a precettore qualche raguseo. A rettori del' Università 



57 

di Padova riscontriamo: Ragnina (1397), Rosa (1492), Zlatarié 
(1579), e Crasso (1609). 

A professori di teologia: a Padova; Giovanni raguseo 
(1415), Serafino Bona (1408), Tralasso (1480), Giorgi (1492), Bas- 
segli (1511). A Sorbona; Stojkovic (1421). A Buda d'Ungheria; 
Bona e Bassegli; a Parigi, Bondemalic (XV. sec.) e Gozze (1564); 
a Roma, Matteo Bona (sec. XVII.) e Zuzzeri Bernardo (1762). A 
Lovanio, il citato Gozze; a Wittemberga, Frankovic Mattia, sovra- 
nominato Flaccus Illyricus (1544). 

Per le belle lettere e filosofia furono a Padova: Giorgio 
raguseo (1622) e Cerva (1631); a Siena, Zuzzeri (1746); a Roma 
e Firenze Kunic (1794); a Bologna, Remedelli (XVIII sec); a 
Roma Stay (1801); a Siena e Milano Bernardo Zamagna (1820). 

Nelle matematiche; a Roma, Bartolomeo Boskovic (1770); e 
Ruggero suo fratello a Roma, Parigi, e Milano (1787). 

Nella medicina: a Bologna, Galeotti (1394 — 1422); a Padova 
Belleo (1601); e Baglivi a Roma (1705). 

Se al pari di questi giganteschi progressi, le belle arti non pro- 
gredivano a Ragusa, non è a stupirsi ; perchè in uno stato, a cosi 
dire microscopico, non ci potevan essere Mecenati, dove F esistenza 
era una lotta continua per conservar l' indipendenza, unita alla se- 
verità de' principi morali, poHtici e religiosi. I ragusei quindi pre- 
ferentemente si occupavano intorno al cosi detto bello ideale, cioè 
alla poesia ed alle lettere — applicazione pratica dello spirito ; an- 
gichè alle arti plastiche, come la pittura, scultura, archittettura — 
la materia cioè spiritualizzata. Ciò non ostante anche le arti belle 
venivano rappresentate ; la pittura nello Stay, e nel Mattei ; 1' ori- 
ficeria nel rinomato Progonovic ; V archittettura in Paolo di Michele ; 
la tipografia in Bonino de Boninis (Dobroevic); la musica in Bru- 
gnoli, Tampariza, Babi(5, Gaudenzio, e Francesco Gozze ; senza farne 
cenno di tanti altri distinti artisti. 

11 commercio, le arti, e le lettere , si ajutavano a vicenda nello 
sviluppare la civiltà ragusea. E senza qui numerare le diverse arti 
ed industrie, che esistevano a Ragusa nel sec. XVI, e di cui altrove 
si fece cenno ; basti avvertire, che nel sec. XV vi esisteva pure una 
fabbrica di strumenti matematici ed astronomici, come ce lo attesta 
Giudo Pannonio in una sua lettera a Gazzoli matematico raguseo ; 
e che Carlo IX di Francia spedì a Ragusa un' apposita commissione, 
per far apprendere ai propri la maniera di tesser i panni ; né potè 
altrove rinvenire più capaci artigiani che a Ragusa, per introdurre 



58 

nel suo re^nio V arte perfezionata della costruzione de' vascelli, 
nella quale occasione quel rti di spontaneo moto accordò a' ragusei 
la cittadinanza francese. 

Pervenuti a così avvanzato grado di cultura intellettuale, ed a 
tanta gentilezza di costumi, fra la barbarie che da ogni lato li 
circondava, venivano considerati come un popolo singolare. Né era 
illusione di patrio affetto, che faceva esclamare al Palmotta: 

Sciat Itala tellus 

Haud ragusinis vicinam serpere terris 

Barbariem, ingenuas sed libera stare per artes 

Moenia 

E gli stranieri stessi ne convenivano. L' inglese Tommaso Watk in s 
così ne parla: — „Io non posso scrivere abbastanza favorevolmente 
„de' ragusei, che, generalmente parlando, hanno tutte quelle buone 
„ qualità, le quali conferir possono un virtuoso esempio ed una raf- 
^finata educazione. Essi hanno più dottrina e meno ostentazione 
„di qualunque popolo che io conosca; più urbanità l'uno verso 
„r altro, e meno invidia. La loro ospitalità verso gli stranieri non 
„può in alcun modo superarsi; in una parola il loro carattere ge- 
^nerale ha in sé così pochi difetti^ eh' io, per quanto la mia espe- 
„rienza sugli altri popoli me lo permetta, non esito di dichiararli, 
„per il più saggio, il migliore, ed il più felice degli Stati." 

Ed in epoca più recente il croato conte Draskovic ne tessè 
r elogio con queste lusinghiere parole : — «Allorché dopo la malaugu- 
„rata giornata di Kossovo (15. giugno 1389) caddero sotto la turca 
„ dominazione la Bulgaria, la Serbia, e la Erzegovina, donde venne 
„a quelle sventurate Provincie sciagura immensa, e per cui le loro 
^fertili pianure furono campo per secoli di atroci battagUe, che di- 
^strussero ogni germe di cultura; la piccola provincia di Ragusa, 
^pari alla greca Atene, conservò illesa la propria libertà, ed indi- 
„pendenza. Coli' avvedutezza della sua politica essa seppe approfit- 
„tare con coraggio e con prudenza delle circostance e dei tempi, 
„consoHdando la sua indipendenza per via di potenti alleanze e di 
^vantaggiosi trattati, particolarmente colla Porta Ottomana. Sotto la 
„ protezione di questa, che premeva con dispotico giogo le altre 
„provincie dell' lllirio inferiore, sviluppò le sue forze fisiche ed in- 
„tellettuali in grado così luminoso, da gareggiare ne' rapporti com- 
^merciali coi primi stati europei di quel tempo, e da superarli 
^presso che tutti nella cultura morale." 
Non v' ha poi molti anni che la Revue de Monde (nel maggio 



59 

1838) tributò a Ragusa la seguente testimonianza : — „A Ragusa i co- 
„stumi erano semplici e dolci; il villano attivo, onesto e religioso 
jjConsumava la sua vita fra la navigazione e 1' agricoltura, ed ac- 
„quistò un grado di politezza e di cultura poco comune fra i villici 
„ nelle altri parti dell' Europa. La città offeriva uno spettacolo poco 
„ comune ; ancora sì scorgeva da ogni parte un' aria di severità che 
„rende Genova sì triste ad onta de' suoi numerosi abitanti. L' origi- 
^nalità di forme e di carattere non aveva nulla di aspro, e ciò per 
„la bellezza del clima. Una terra tutta aperta a mezzogiorno, fa- 
„ceva che il sole versasse i suoi torrenti di luce su tutto questo 
„ paese, ornato senza interruzione da ogni sorta di fiori naturali; 
„e formando uno de' più bei porti del mondo, intramezza fra la ver- 
5, dura lussureggiante un mare calmo e trasparente. Una natura 
„così bella animava ed inspirava intieramente questo popolo, ad onta 
„ dell' austerità de' suoi principi ideali e morali, causati dalla forma 
«religiosa ed amministrativa. L' aria, il sole, la terra verdeg- 
„giante esaltava questo popolo ; tutto, perfine le forme del corpo, su- 
„bivano il felice influsso della natura estei-na, del benessere generale. 
„Si riconoscevano facilmente i ragusei, come nella letteratura, così 
^nelle fatezze, esser un misto delle forme greche, che sono gaje e 
^raggianti, colle slave, che sono robuste e snelle. Dalla bellezza 
^del corpo trasparivano il vigore e le grazie greco-slave dello spi- 
„rito. Tutte queste circostanze davano ai ragusei 1' aria d' un in- 
„teressante alveare di api. Ma gii sciami di api sono deboh, ed i 
^deboli dovevano perire nella distribuzione politica dell' Europa". 

L'illustre conte Francesco Borelli, Zaratino, membro del Con- 
siglio ristretto dell' impero, F anno 1860 taceva risuonare in quelle 
aule questi lusinghieri accenti: — „E che diremo di Ragusa, che in 
„mezzo alla barbarie ottomana e all' invidia veneta, seppe conser- 
„vare la sua indipendenza e civiltà, formandosi una storia politica, 
„letteraria, e commerciale, da far onore a qualunque delle più colte 
^nazioni dell' Europa?" 

E r illustre Tommaseo, parlando di Ragusa, così ebbe ad espri- 
mersi: — «Ragusa è forse 1' unica città, che ad un tempo coltivò tre 
„lingue; 1' italiana, da parlarla meglio che in molte città d' Italia; 
^la slava, da formarsi una propria letteratura; e la latina, da pro- 
„ durre più famósi scrittori che tutta insieme 1' Italia." — Ed al- 
trove : — „I1 raguseo per diventare genio , non ha bisogno di sortir 
„ dalla patria, gli basta imitar i propri." 

Colla loro cultura e civiUzzazione, in tempi quando le finitime 



(io 

nazioni versavano presso che nella barbarie, e mentre molte altre 
ancora non avevano raggiunto quel grado a cui si elevò Ragusa; 
i ragusei seppeio ovun(iue esercitare la propria influenza, e coi 
loro lumi apportare vantaggio anche alle colte nazioni. 

Stefano Imperatore di Rassia spedì inviati alla repubblica per ot- 
tenere 20 giovani, ai quali affidare le prime cariche dell' impero. 
11 senato però, a motivo della mortalità che poco prima ne aveva 
fatto strage, gliene speaì soli tre di grandi talenti e speranze; i 
quali, ammessi ai regi secreti, e ricolmati di doni, titoli, e ricchezze, 
ebbero poi, con vantaggio della loro patria, grande influenza nelle 
cose di governo. 

Non v' era Corte fra i re slavi dove non ci fosse stato qualche 
raguseo, occupato nelle più alte cariche. Domagna di Volzo Bobali 
(1300) fìi primo ministro del bano Stefano Cotromano di Bosnia. 
Vito Bobali^ Matteo Cerva, e Giovanni Pozza (1315) furono alla 
corte di Vladislao ed Urossio, figlio di Uros il santo di Rassia. 
Alla corte di Giorgio, despota di Servia, fu un Sorgo, un Giorgi, 
un Resti; ed un Caboga protovestiario del duca Hervoje. 

La stessa corte pontificia se ne prevalse di un buon numero di 
ragusei. Senza Elio Saraca nella Curia pontificia di Avignone nulla 
di grave si decideva (1340); e fatto indi arcivescovo di Ragusa, 
adempì importantissime missioni pontificie. Un Giovanni Stojko, 
insieme al cardinale Cesarini aprì a nome di Eugenio IV il con- 
cilio di Basilea. Mariano Bondauello, dopo di aver insegnato teolo- 
gia all' università di Parigi, da Sisto IV fu creato suo cappellano 
domestico e consigliere secreto (sec. XV.). Pietro Benessa sostenne 
r incarico di secretano di Stato (1510). Bonifazio de Stefanis, ve- 
scovo di Stagno, fu nunzio di Pio V. a Filippo IL di Spagna (sec. 
XVI). Radulovic Nicolò, secretano della congregazione dei vescovi 
e regolari, fu poscia cardinale, eletto da Innocenzo XII (1699). E 
senza citarne altri, Stefano Gradi, bibliotecario della Vaticana sotto 
Urbano VIII ed Alessandro VII, veniva consultato come oracolo 
dai letterati. 

L' Ungheria se prevalse pure in ogni incontro dei dotti di Ra- 
gusa. Sigismondo dopo la rotta di Golubaz, presso Semendria, es- 
sendo stato splendidamente ricevuto da Matteo Luccari, e fornito 
di mezzi per salvarsi, avendo scoperta in lui una straordinaria abi- 
lità nel maneggio de' grandi atfari, lo impiegò prontamente nelle 
cose del regno, e lo creò Bano della Slavonia, signore di Toljevaz, 
e tesoriere del regno; il di lui fratello Pietro fé conte di Zetigna 



61 

e Bano di Croazia; nominò Francesco in Bano della Croazia rossa; 
ed a Giovanni Cavaliere di Eodi offrì il Priorato di Avrana. Que- 
st' ultimo, essendo comandante di Belgrado (1400); s'immortalò contro 
Amuratte, costringendolo alla ritirata colla perdita di 80,000 uomini. 
Sotto il re Alberto^ Matteo ebbe grande influenza negli aff'ari del 
regno; e dopo la di lui morte (1438) si fé capo di coloro che ade- 
rivano a Vladislao Jagelone di Polonia, ed egli stesso fìi alla testa 
di coloro che lo accompagnarono dalla Polonia in Ungheria. E la 
felice riuscita di Giovanni Unniade, dichiarato poscia Vicario del 
regno, è interamente dovuta all'impegno ed alle cure del Luccari, 
il quale lo educò ancor giovane, e lo produsse innanzi alla Corte 
ed alla Dieta. E lo stesso Unniade dovette ai due ragusei Pasquale 
Sorgo e Damiano Giorgi la propria liberazione dalle mani dell' in- 
grato Giorgio Despota di Serbia , quando , rotto sotto Semendria, 
fu preso, e sulla supposizione di far cosa grata al Turco, per or- 
dine del despota doveva esser affogato nel fiume Resava. Damiano 
Giorgi poi, succeduto a Pasquale Sorgo in qualità di primo ministro 
della Serbia, procurò la libertà ai di lui due figli, Vladislao e Mattia, 
lasciati in ostaggio al despota. Da qui il grande amore che il re 
Mattia Corvino portava ai ragusei, memore che ad essi doveva 
r esaltamento della propria famiglia, e conscio dei grandi servigi da 
loro resi al proprio padre ed a lui stesso. E per corrispondere ai 
ricevuti benefizi, ricchiamò alla sua corte Damiano Giorgi, ed accolse 
in qualità di paggi i di lui cinque figli, Nicolò, Pasquale, Girolamo, 
Giugno e Manno, facendo aggiungere al loro stemma la propria in- 
segna del Corvo, e dandoli ricchi feudi, baronie ed impieghi. Li 
donò due città nella Croazia, ed il relativo diploma è registrato nel 
libro pubbHco di Zagabria del 1483; e nel territorio di Segna la 
baronia di Vinodò e di Ledenice, di cui uno era governatore ed 
un altro capitano , col privilegio d' innalzare la propria arma sul 
palazzo della città, e sulle di lei porte. Giugno poi fìi distinto ge- 
nerale, che riportò tante vittorie contro il turco (1462), e che 
Maometto II, giunto a conoscenza della di lui fama e gran va- 
lore, ricchiese al senato per averlo nelle mani; ma ottenne in ri- 
sposta, non poter di lui disporre, per appartenere desso totalmente 
air Ungheria. Mattia Corvino poi in contrassegno di speciale attac- 
camento ai ragusei, oltre a tanti altri favori, fé loro avere il pro- 
prio stendardo, che religiosamente veniva custodito nella cattedrale, 
ed esposto nelle principali solennità; perito di poi nel terremoto 
del 1667. 



62 

Al servizio dell' Austria si segnalarono, fra molti, nel 1600 il co- 
lonello Draso, e Milli, nonché Francesco a Matteo Gondola, il qua- 
r ultimo raggiunse il grado di maresciallo (f 1700), ed una contrada 
a Vienna, dove vi era il di lui palazzo, si chiamò Gundulstrasse. 
Ed un Gondola tu pure generale ajutante di Eugenio di Savoja 
air assedio di Belgrado, dove, dopo inauditi tratti di valore, poco 
prima della vittoria, mortalmente ferito, vi morì. 

La Russia ebbe anche distinti ragusei al proprio servizio; e fra 
gli altri Florio Beneveni, Girolamo e Pietro Natali (sec. XVIII). 

La Spagna in special modo se ne prevalse. Benedetto Cotrugli 
fu primo ministro a Napoli sotto Alfonso e suo figlio Ferdinando; 
e più volte fu loro ambasciatore a diverse corti. E Matteo Vo- 
dopié, accettissimo a Carlo III., morì nell' impiego di Direttore ge- 
nerale delle regie fabbriche dei regni di Murcia e Valenza, e de' 
presidi di Barberia, nella seconda metà del sec. XVIII. Le sue 
principali opere furono le fortezze ed il porto di Cartagena; e la 
di lui vedova, in segno di onore, aveva alle porte del suo palazzo 
un corpo di guardia. 

La tiotta spagnuola poi, oltre la gran quantità di navi ragusee 
che le venivano somministrate, ebbe ne' ragusei eccellenti condot- 
tieri di legni armati, ed ottimi ammiragli di squadre nelle spedi- 
zioni di Algeri e Tunisi sotto Carlo V., ed in quelle di Gerbi, 
Lisbona, delle isole Terzere ecc., sotto Filippo IL ed i suoi suc- 
cessori, fino alla metà del 1600. Il capitano Marulino Sfrondati 
vedendo la galera, su cui era Filippo IL (nel 1571 presso Li- 
sbona), pel gran flusso del mare in gran pericolo di perdersi, get- 
tatosi in mare salvò a nuoto sulle spalle il re, portandolo sano 
e salvo al lido con indicibile sorpresa degli astanti. Ricolmotolo 
di doni, Filippo gli offrì il comando di una squadra spagnuola, 
che Marulino non volle accettare. I nomi de' Prodanelli e Prazatto 
sono ben conosciuti. Parecchi della famiglia Ohmuòevic furono 
capitani di nave, ed altri generali di squadre. Il capitano Giorgio, 
dopo molte prodezze, mori conducendo ISOO uomini sulla sua nave 
dalla Spagna in Italia. Pietro fu general comandante di una squadra 
di 12 grosse navi a tre alberi (sei erano sue, e sei de' suoi pa- 
renti), equipaggiate di 3200 ragusei, e per ben 26 anni battè sempre 
le acque dell' Oceano, ed acquistò alla sua squadra il nome di S q u a- 
dra delle Indie e dell'Oceano. Egli si distinse in parecchi 
incontri, e segnatamente nel 1596, trionfando di parecchie grosse 
navi ingU'si. Filipi)0 II lo creò Cavaliere di s. Giacomo di Ga- 



63 

lizia, con una commenda di 3200 pezze all' anno. Agli Ohmucevié 
successero nel comando della flotta ispano-ragusea i Dolisti, ed 
i Maèibradié, ad uno dei quali il re di Spagna conferì un ricco 
marchesato; poi i Balacchi, i Palmotta, i Martilossi^ fra i quali 
ultimi si crede che vi fosse stato qualche abile pilota nella sco- 
perta delle Americhe. 

E tanta era la stima e la simpatia che godeva Ragusa presso 
quel regno, che Vincenzo Bune, dell' isola di Mezzo, benemerito 
della religione che sostenne nel Belgio e propagò nelle Indie, illu- 
stre per nobih imprese a prò della Spagna, venne investito del 
carattere di Vice-re del MessicO; e governò quel paese sotto i due 
Filippi, secondo e terzo ; poscia ad latus del vice-re di Napoli 
tenne le redini di quel regno, e in quella città^ in età ancor fresca, 
vi morì nel 1612. Per sua disposizione testamentaria la di lui 
salma venne trasferita in patria e collocata nel sepolcro fattosi 
già prima fabbricare nella sua capella della ssma Trinità. 

Le cause di questa sorprendente prosperità intellettuale, morale, 
e materiale, conviene cercarle nella saviezza del governo repub- 
blicano, e nelle benedizioni che il cielo a larga mano vi versava 
per le grandi opere umanitarie che quel governo ebbe fondate. 

Già nel 1347 la repubblica adottò la legge per la fondazione 
d'un ospitale ad co nsolationem et suffragium paupe- 
rum cunctorum; e nel 1540 vi destinava ad ospitale la casa di 
ricovero delle povere, per raccogliere i poveri infermi di 
medicabili infermità; appellandolo Hospitale Domus 
Christi, ed approvando il relativo Ordo super erectionem 
novi hospitalis et ejus regimine. Oltre alle generose somme 
dal governo elargite, vi contribuirono poscia all' aumento del suo 
patrimonio abbondanti importi di pii lasciti. 

Contemporaneamente vennero erette delle case di ricovero per 
ambi i sessi. Questi ricoveri consistevano in ciò, che i poveri, in 
piena libertà lungo la giornata, trovavano poi alla notte dove ri- 
posare tranquillamente, ricevendo in stabilite giornate sussidi anche 
dal fondo pubblico. 

La pietosa ospitalità poi , creazione del cristianesimo , accordata 
alle creature esposte ed abbandonate dalle proprie genitrici, è ben 
vero, ha trovato sin dal principio eco nella carità di molte private 
persone. Ciò non ostante ospitali pubblici a ricoverar i trovatelli, 
appena troviamo nel sec. XIV, e questi pure eretti da privati. Ci 
si voleva la carità di un s. Vincenzo di Paolo per erigerlo a Pa- 



64 

rigi nel 1541'. Ma la sua esistenza legale in quella stessa città 
ai)pena data dal 1G70. A Ragusa invece si decretava l' erezione 
di un ospizio pe' trovatelli ai di febbrajo del 143:^ „co usi do- 
rando di quanta abboni inazione et in h umanità era il 
gettar delle creature huniane piccole, le quali molte 
fiate non erano raccolte, nò secondo T Immanità et bi- 
sogno sovvenute." Venne appellato Ospitale della Miseri- 
cordia, ed in pari tempo fu esteso il relativo Or do et prov- 
vedimentum hospitalis i)ro creaturis, quae abjiciuntur 
in human iter. 

Ad ogni caritatevole scopo venne poi provveduto colla fonda- 
zione dell'istituto aft'idato alle mani de' così detti Tesorieri di 
s. Maria (che adesso porta il titolo di Opera pia), il quale 
data ancora dal 1300, ed è costituito di capitali lasciati da pii 
testatori, che per cinque secoli andavano aumentando. Investiti 
i capitali sui beni stabili e sui Monti di Roma, Genova e NapoU, 
costituivano un complessivo di sei millioni di ducati ragusei ; il cui 
reddito veniva erogato ai poveri, agli ospitali, in sussidio nelle ma- 
ritazioni di donzelle di qualunque ceto, in riscatto de' schiavi, in 
sussidio alle chiese, in celebrazione di messe, ed in ajuto alle fa- 
miglie decadute, discendenti da' legatari. 

A solUevo de' sacerdoti impotenti, e per celebrazione di messe, 
fìi pure istituita nel 1391 la così detta Congregazione dei 
Preti, di cui gli statuti furono approvati dai pontefici nel 1483, 
e 1595; alla quale apparteneva di diritto ogni sacerdote diocesano, 
e diveniva compartecipe dei frutti della medesima. Ebbe perfino 
un ospizio per i sacerdoti poveri ed ammalati. 

Fu pure posto dalla repubblica un freno alle usure, ed offerto 
un mezzo facile a prestiti di determinate somme di danaro, coli' isti- 
tuzione del Monte di Pietà, uno de' primi eretti in Europa. 
Ebbe origine nel 1671 e fìi amministrato da tre senatori ed un 
computista. In seguito, dallo stesso governo fu dotato con 3000 
zecchini , aumentabili ogni anno secondo i bisogni e le ricerche 
della popolazione. 

Nulla dico dell' amministrazione che dal 1306 era in mano de' 
Procuratori di s. Maria, per provvedei'e a tutti i bisogni della 
cattedrale, coi redditi de' capitali investiti sulle case , campagne, e 
Monti d' Italia; né di quella della chiesa di s. Biagio, che aveva 
pure propri Procuratori. 



65 

Non faccio cenno di quelle tante istituzioni, dalle quali traspira 
un' avvanzata cultura, come a dire delle Confraternite di s. Antonio 
e s. Lazzaro, alle quali apparteneva il ceto de' cittadini, né di 
quelle tante altre confraternite de' popolani delle diverse arti, 
erette per la manutenzione delle chiese, e pel sostegno ed ajuto 
de' poveri e degli ammalati de' rispettivi ceti; istituzioni che fun- 
gevano r offizio delle attuali società di mutuo soccorso, e delle 
così dette casse di risparmio. Non parlo dell' organizzazione delle 
varie arti a Ragusa, che meriterebbe un' apposito studio, e farebbe 
conoscere 1' alto grado di cultura e civihzzazione, di cui ogni ceto 
potea vantarsene. E non ne parlo nemmeno delle leggi sanitarie, 
emanate per evitare i contagi, e che potrebbero servir di modello 
a tutte le istituzioni presenti in questo ramo. 

Quello poi che sovra ogni altro nobilita la repubblica di Ragusa 
in cospetto della civile Europa, è V atto dell' abolizione della 
schiavitìi, che solennemente decretava nel 141G ai 27 gennajo: „ri- 
„ guardando quel mercimonio come turpe, nefario, abbominevole, 
„e contro ogni umanità, e giudicando che ridondava a gravame 
„non piccolo e ad infamia della città, che 1' umana specie, fatta ad 
„imagine ed a similitudine del creatore, si debba convertire in uso 
„mercimoniale, e si venda, come si smerciano gli animali bruti; 
„ stabilì perciò ed ordinò — che in avvenire nessun distrettuale 
„o forese, abitante nella città di Ragusa, o nel suo distretto, 
„o chiunque altro eziandio, che chiamisi raguseo, non possa per 
„nessun modo, pretesto od intendimento, ardire e presumere di 
^comperare né vendere alcun schiavo, né alcuna schiava, né esser 
^mediatore in siffatta mercanzia, come nemmeno tenere società 
„a parte con chicchesia, né cittadino né forese, il quale facesse 
„o mantenesse tale esercizio; decretando per pena al contravventore 
„per ogni volta sei mesi nelle carceri profonde di Ragusa, e per 
% „ogni capo persona, che avesse venduto o comperato, o per cui 
„si fosse fatto mediatore o partecipe, che doveva pagare 25 ipper- 
„peri, e mai cominci il termine di sei mesi di carcere, finché non 
„soddifaccia la pena pecuniaria. Ordinò parimenti che nessun fo- 
„rastiere, di qualsisia condizione, in nessun modo osi o presuma 
„di fare o esercitare siffatto mercato entro il distretto di Ragusa, 
„ sotto le pene comminate di sopra. Parimenti che nessuna barca, 
„nave, o vascello dello Stato di Ragusa in verun modo osi o pre- 
„sunia trasportar tali schiavi e schiave, sotto pena al capitano di 
„ stare sei mesi nelle carceri profonde per ogni singola contravven- 

5 



6t) 



^zione, ed ai inannai di star siuiil mente ciascuno nelle stesse car- 
„ceri profonde tre mesi." 

Ragusa adunque abolì il nefando e turpe mercato della schiavitù 
già nel sec. XV, mentre a ciò nemmeno si pensava dalle altre 
colte nazioni. Appena nel 1807, a mezzo dell' energica protesta 
del primo ministro Fox, presentata alla Camera dei Comuni in 
Inghilterra, dopo gì' inutili sforzi della santa crociata, iniziata dal 
1780 in poi da Tom. Clarkson, Gugl. Wilberforce, e dal gran Pitt, 
fìi sancita la legge che aboliva il traffico degU schiavi sui basti- 
menti inglesi, che annualmente trasferivano a torture morali e fìsiche 
da 60.000 esseri umani, nelle loro colonie! Ciò non ostante il go- 
verno tollerava tuttora la schiavitù nelle proprie colonie, ed appena 
nel 1834 il parlamento la abolì. 

„Ciò che la grande Inghilterra con giubilo della umana fa- 
„miglia deliberava nel 1807, la piccola repubblica di Ragusa 
^ aveva deliberato nella sua cerchia di giurisdizione trecento no- 
„vantaun anno prima! 

„Nè vi sia chi sorrida al paragone dell' influenza che ottenne 
„ nella colta Europa la legge della grande Inghilterra, su 
„ quella dell'umile repubblica slava, la quale, quando vogliasi riguar- 
„dare nei suoi possessi, appena si trova sulle carte geografiche; 
^ma quando si consideri che questa aveva nelle più commerciali 
,j città del mondo le sue colonie, le quali avevano diritto e dovere 
jjdi reggersi a leggi patrie; che specialmente le coste dell'Asia 
^al Mediteraneo , ove la repubblica aveva istituito i più ricchi ed 
„i più fiorenti suoi fondachi, avevano duopo di tale mercato; che 
^i suoi quatrocento vascelli, falchi del mare, come li chiama 
„un poeta, solcavano a quell'epoca i mari in tutte le direzioni, 
„ specialmente le coste della Spagna, dell'Africa, dell'Arcipelago, 
y^e del Mar nero; e finalmente che tutte e colonie e navi soggia- 
„ ce vano alla sua giurisdizione — le proporzioni non sono poi tanto 
„a dismisura inconfrontabili; quanto sembra al primo aspetto. 

„Di quanto nella civihzzazione vera ha precorso la piccola re- 
^pubblica di Ragusa non solo la grande Inghilterra, ma 
„tutte le altre contrade dell'Europa! Ed i molti legati pel riscatto 
^degli schiavi, le rendite dei quali ora si versano nella cassa era- 
„riale, sono testimonianza dell' umanità, che da secoU professano i 
«ragusei." (Manuale della Dalmazia III.) 






IV. 



Stato attuale di Ragusa. 



Uhi si porta a visitare la città del passato, e si sbarca nel 
vicino porto di Gravosa, non può a meno di non restar tosto col- 
pito dalla grata impressione d' un magico panorama. Seminati fra 
il verde allegro d' una lussureggiante vegetazione , ed il cupo de' 
cipressi e degli ulivi, vede dapertutto signorili casinetti, e gentili 
abitazioni, che si specchiano nelle onde d' un placido mare. Ovunque 
passa gli si affacciano ameni giardini, sepolti sotto un lusso quasi 
tropicale di piante; e giunto alla cima del colle, spazia coli' occhio 
a destra la collina che con ripido declivio discende al mare; ed alla 
sinistra un dolce pendio su cui fanno mostra di se e belle case e 
vaghi giardini. Prosegue in mezzo ad una collina, intersecata da 
mille viuzze , dall' una e dall' altra parte abbellita da signorili pa- 
lazzotti, e geniah abitazioni, e vaghi giardini, adorni di olezzanti 
fiori, di aloè, cacti, fichi d' india, palme, cipressi, pini, mirti, ulivi, 
mandorli, fichi — l'esotico in somma ed il nostrano, 1' utile ed 
il dolce, con tutto il pittoresco che magicamente s'impossessa 
de' suoi occhi. 

Egli è alle P i 1 1 e — sobborgo occidentale di Ragusa — dove la 
natura profuse quanto di bello aveva. Innanzi vi scorge la città, 
tutta quanta cinta da grandiose medievali muraglie, circondata da 
parte di terraferma di ampio e profondo fossato; dietro a cui, 
nuove abitazioni , nuovi giardini uniscono il borgo Pille all' altro 
sobborgo ad oriente , chiamato P 1 o e e e , più erto e meno vago del 
primo, ma non perciò meno interessante. Fra una lussureggiante 
verdura, si scorge in fondo il romantico or soppresso monastero 
benedettino di s. Giacomo, eretto nel 1222, fiorente una volta d'illustri 



68 

personaj^f»i , dove giacciono le mortali spoglie del 'rtiberone e del 
Giorgi; quindi la vasta e profonda spelonca di Bete (spila Be- 
tina), ove il celebre matematico Marino Glietaldi scendeva coi suoi 
specchi ustori a rinnovare le esperienze di Archimede e di Proclo. 
Gli danno poi un' aria di grave interesse i" vasti edifizi , eretti nel 
sec. XV. sulla riva del mare ad uso de' lazzaretti e fondaci, a de- 
posito ed espurgo delle \iierci, come pure 1' esteso recinto del baz- 
zarro e carovane turche, dove a memoria della presente generazione, 
si atlollavano ed atfacendavano genti di tante stirpi, di tante lingue, 
di tante foggie di vestito, per cui una spiritosa viaggiatrice tedesca^ 
ebbe ad esprimersi, che il mondo orientale incomincia precisamente 
dal sobborgo P lecce. Infine lo anima il vago aspetto della vicina 
isola di Lacroma , prediletto soggiorno una volta dell' Arciduca 
Massimiliano. 

Sì r uno che 1' altro sobborgo più volte erano presso che distrutti 
per ordine della repubblica stessa ne' pericoli di nemiche aggres- 
sioni; ed al principio di questo secolo non poco ebbero a soffrire 
neir invasione russo-montenegrina. Erano una volta molto più po- 
polati; e tuttora si osservano in alcune locahtà de' ruderi, dove 
altre volte vi erano copiosi edifizi. 

Fra i due sobborghi è la città, posta al pendio del monte e sullo 
scoglio, fra i gradi di latitud. 42 : 39' e di longitud. orientale 
35 : 50', aprendosi con due porte, ad occidente e ad oriente. A di 
lei diffesa sta sulla vetta del monte s. Sergio, alto 1200 piedi, il 
forte Imperiale, eretto da' francesi, all'epoca della loro domi- 
nazione a Ragusa, e dilatato indi dall' attuale governo ; un secondo, 
sulla cima dell' isola di Lacroma , fabbricato pure da' francesi , ed 
ampliato dagli Austriaci; ed un terzo, s. Lorenzo, su una roccia 
protendentesi nel mare, ad occidente della città, nel sobborgo Pille, 
fabbricato dalla repubblica ragusea nel 1038. Alla fabbrica di 
quest'ultimo, dicesi, avesse dato occasione il secreto progetto de' 
veneziani, per impadronirsene della detta rupe, ed erigervi un forte, 
da cui dominare la città. Avvertiti di ciò i ragusei, con prodigiosa 
sollecitudine cinsero di mura la roccia, munendola di stromentt di 
difesa. Al giunger della flotta veneta, il forte s. Lorenzo, surto 
quasi per incanto, eludeva ogni loro progetto di sorpresa; laonde 
istizziti pel fallito colpo, presero la via di levante, e per risarcirsi 
delle spese inutilmente incontrate, scemarono di un quarto la paga 
ai galeotti, i quali, d'allora in poi, chiamavano questa fortezza col 

* Ida V. D ii r i 11 g s f e 1 d. 



69 

nome di Mal paga. Compresane l'importanza strategica, i ragusei 
la ingrandirono com' è al presente. Alla porta vi posero la seguente 
iscrizione: 

Si nova vis Superum urgeret Thiphoea teuentum 
Haec habeant illum moenia, tutus erit. 

E nel 1750 circa, la sostituirono col seguente verso: » 

Non bene prò toto libertas venditur auro. 

Ed intorno al labbro d'un pozzo del castello, si leggeva: 

Quas natura negat^ dat aquas custodibus arcis 
Ars; jam pelle sitim, quisquis amicus ades. 

Tutta r archittettura di Ragusa consiste nelle mura. Queste sono 
grandiose; quindi belle. Furono fabbricate dal sec. XII in poi, e 
munite d' una seconda cinta da parte di borra e d' un profondo 
fossato neir anno 1453, quando il turco invase l' impero orientale. 
E poco dopo (1463) venne eretto da parte di levante il colossale 
forte Re V eli in 0; chiamato pure Fortezza Pia, per aver il pon- 
tefice di questo nome secondo, sussidiata per tale scopo la repub- 
blica, avendo voluto render Ragusa punto centrico delle operazioni 
strategiche centra il turco. E' un baluardo quasi triangolare, isolato 
ed imminente alla porta orientale della città, e che, secondo 1' uso 
delle antiche fortificazioni, ha più piani, sostenuti da pilastri, e 
masiccie volte. Nel 1538 vi vennero fatte nuove aggiunte sotto la 
direzione dell' ingegnere Antonio Ferramolino ; e sulla porta della 
città venne inciso il seguente distico: 

Este procul saevi, nullum haec per saecula Martem 
Castra timent, quae fovet aura Senis. 

Suir angolo delle mura da parte di borra-tramontana ergesi una 
maestosa torre rotonda , chiamata Mincetta (dal cognome della 
nobil famiglia Menze o Mincetic) che in proporzioni relativamente 
minori rassomiglia a quella di s. Angelo a Roma; e fabbricata sul 
luogo dove già anteriormente v' era un piccolo forte- d' istesso 
nome, sul modello presentato dal maestro Mchelozzi, e compiuta, 
con alcune riforme, da Giorgio Matajevic da Sebenico (1464), allora 
al semzio della repubblica pella fabbrica del palazzo Rettorale. Suc- 
cessivamente nel 1538 fìi ampliata dall'ingegnere Ferramolino. 

A difesa dalla parte del porto , dirimpetto al Revellino , avvi il 
forte Molo, detto pure di S. Giovanni, attaccato alle mura della 
città. Esso venne eretto nella forma attuale 1' anno 1485, sotto la 
direzione dell' ingegnere raguseo Pasquale di Michele, che fece 



70 

pure la scogliera a riparo de' navigli nel porto; come lo attesta 
un' analoga iscrizione collocata nella sacristia de' domenicani. 

Molti altri baluardi e bastioni quìi e là si ergono sulle mura. 

Un ponte ad arcate, eretto nel 1403, fiancheggiato da ambi i lati 
da alti pioppi che si elevano dal fossato, in cui s' insinuano le spu- 
manti onde del mare , che talvolta s' inalzano sovra i bastioni, 
conduce dal borgo Pille alla città. Passando il ponte, e discendendo 
per la tortuosa strada lungo le mura, si apre innanzi un lungo, 
regolare e vasto stradone, alla foggia de' corsi in Italia, che taglia 
pel mezzo la città, e si estende dall' una all' altra porta. Alla destra 
si presenta un antico e grande bacino , da cui costantemente zim- 
pilla l'acqua, e dietro allo stesso l'Arsenale d'Artiglieria, vasto 
edifìzio, una volta convento delle Clarisse. A sinistra vi si osserva 
un elegante tempio dedicato all' Ascensione di N. S., indi la chiesa 
coir annesso convento de' francescani. 

Tanto a destra che a sinistra, in tutta la lunghezza dello stradone, 
si vedono semplici ma eleganti edifizt, di pietre quadre, da due a 
tre piani, presso che di uguale altezza e forma, fabbricati in tal 
guisa dopo il terremoto per ordine del Senato , ond' evitare nuovi 
disastri, in caso di nuove scosse di terremuoto. 

Lo stradone fu anticamente un canale di mare, che separava lo 
scoglio Lavve dal pendio del monte, e che nel sec. XIII venne 
livellato a piazza. 

Innanzi all' epoca del terremoto lo stradone era molto più largo, 
e fiancheggiato da ambi i lati da superbi edifizì alti da quattro o 
cinque piani , simili ad alcuni superstiti che ancor si ammirano in 
altri punti della città; ed in tutta la lunghezza a man sinistra vi 
erano, dinanzi agli edifizt, loggie con sottopostivi negozi; ed in 
mezzo allo stradone dal lato stesso, una chiesa dedicata ai ss. Mar- 
tiri Cattarini, Pietro, Lorenzo ed Andrea. 

In fondo allo stradone, a man sinistra, si ammira un massiccio 
ed elegante edifizio, con davanti una superba loggia alla veneziana, 
sostenuta da colonne; edifizio una volta della zecca e dogana, ora 
dell' Intendenza con annessa Dogana e Demanio. 

D' appresso avvi 1' altra porta della città, che conduce lungo la 
chiesa ed il convento de' domenicani , attraverso il forte Revel- 
lino, all' altro sobborgo di Plocce. 

Sopra la porta stessa ergesi un' alta torre coli' orologio , e di 
sotto vi è r antica loggia per la guardia militare. A destra si estende 
un altro piazzale, che fa angolo retto collo stradone; e da una 



71 

parte si ammira l'elegante tempio di s. Biagio, ed a sinistra il 
palazzo Municipale, indi quello del Rettore della repubblica, ora 
del Capo politico del distretto, chiudendo tale braccio di strada la 
chiesa cattedrale. 

La città oltre allo stradone, che la divide in due parti, ha due 
altre calli principali, che lo fiancheggiano paralellamente. Indi oriz- 
zontalmente una quantità di calli secondarie la tagliano con regolarità. 

Palazzo ducale. — Il più importante edifizio è il palazzo una 
volta del Rettore della repubblica, costruito dal 1412 al 1424. 
Guasto dall'incendio appiccatosi al contiguo arsenale nel 1435, venne 
rifabbricato dall' architetto Onofrio Giordano della Cava, napohtano 
il quale ornò la parte inferiore del palazzo con colonne e bellis- 
simi capitelh. Rovinato da nuovo incendio (1463), venne ristaurata 
la parte superiore da Giorgio Matajevic, da Sebenico , 1' architetto 
della magnifica Cattedrale nella sua patria, dopo che per qualche 
tempo innanzi era affidato il disegno a Michelozzi, e l'ispezione 
della fabbrica a Marino da Rugia. Nel grande terremoto ebbe pure 
a soffrire non indifferenti danni , e fìi ristaurato dall' ingegnere 
GiuHo Cerutti, spedito a tal fine pei bisogni della città dal ponte- 
fice Clemente IX. 

E' di stile italiano, dell' epoca di Renaissance; poggia sopra volte 
sostenute da colonne con capitelli superbamente lavorati, ed adorni 
di magnifici rilievi ed imniaginart simboK. Il De Diversis, contem- 
poraneo al lavoro eseguito dopo il 1435, descrivendo le sculture 
di cui sono ornati i capitelli delle colonne che sostengono il portico, 
ci racconta, che il concetto di quel capitello rappresentante Esculapio 
co' suoi emblemi, sia dovuto a Nicolò Lazziri, nobile cremonese, 
cancelliere della repubblica, di cui è pure la seguente iscrizione, 
incastrata nel muro sotto il portico^ sopra la porta dell' antica Te- 
soreria, dappresso al capitello della colonna, in cui fa cenno della 
tradizione che Esculapio fosse nativo da Epidauro: 

Munera diva Patris, qui solus ApoHinis artes 
Invenit mediceas, per saecula quinque sepultas, 
Et docuit gramen quod ad usum, quodque valeret, 
Hic iEsculapius caelatus gloria nostra 
Ragusii genitus, voluit quem grata relatum 
Esse Deos inter veterum Sapientia patrum, 
Humanas laudes superaret rata quod omnes 
Qua melius toti nemo quasi profuìt orbi. 



72 

Sotto il portico inedecimo, a mano sinistra, si lej,^ge pure la se- 
guente iscrizione, incisa in una forando lapide, ed incastrata nel 
muro : 

Civitati — Ragusei nobiles providentissimique — Cives — Blasii 
martyris pontifi.que Praecl. hujus Epidaurae — RagusaeCivitatis 
patroni auspicante Nuniine — Ad prid. iduum sextilium aug. 
faustum feliciss.que diem — Ex S. C. et amplissimi or- 
dinis decreto — Atrium Praetorianum hoc insigne ut pubi. 
Civit. Aulam et — Senatoriam aedem Aed. optumis Curanib. 
V. Vir. optimm. in omnem — oportunumq. praesentem et po- 
steritatis — Usum aere publico — Dicandum exornandumque 
d edere. 

K. A. 

A.D. M.CCC.XXXV. Sigismundo Imp. A II. 

Tutto il palazzo forma un quadrilatero. I lati interni poggiano 
su volte sostenute da semplici ma solide colonne. Nell'atrio inteiiio, 
un piedestallo quadrilatero di pietra sostiene una statua in mezzo 
busto, ricoperta di lastra di rame; monumento eretto dalla repub- 
blica alla memoria del benemerito cittadino Prazatto , come lo 
attesta la relativa iscrizione sulla faccia anteriore della base: 

Micliaeli ~ Prazatto — Benemerito — Givi ex S. C. — 
A. M.DC.XXXVm. 

E sulla faccia laterale a sinistra si legge : 

Conlapsa maximo — Terraemotu — A. M.DC.LXVII — 
Erecta qua — Superstes — A. M.DCC.LXXXIII. — 

Quest' è r unica statua che la repubblica abbia eretta ad un 
proprio suddito. 

Sopra la porta interna poi, che conduce nel palazzo ducale, in 
una nicchia avvi un angelo, e sulla fascia che tiene fra le mani, 
si legge la seguente iscrizione: 

Pio. Justo. Providoq. Rag. Senatui. Vicio. Vacanto. 
Caeteris. Specimen. 

Nella sala di ricevimento si ammirano parecchie pitture ad olio, 
tra le quali un Adone e Venere di Paris Bordone. 

Statua d'Orlando. — In un cantuccio nell'atrio interno del 
detto palazzo si trova steso per terra un colossale pilastro, 12 piedi 
vienn. circa di lunghezza, su una faccia del quale è rappresentato 
in rilievo un guerriero ricoperto di armatura, colla spada sguainata 



73 



nella destra. Questo pilastro, collocato su un apposita base, e mu- 
nito alla parte superiore d'un parapetto di ferro, stava dinanzi la 
chiesa di s. Biagio, la loggia, e l'arsenale ; e serviva di sostegno all'asta, 
su cui sventolava il gonfalone della repubblica. A pie di questo 
pilastro, ne' tempi andati, solevano frustare e bruciare la barba ai 
condannati per conpartecipazione a delitti; e sulla base stessa 
v' era segnata la misura del braccio raguseo (51 centim.) ad uso 
di coloro che vendevano lì i tessuti. 

Questo pilastro era chiamato col nome di Orlando; anzi era 
in proposito coniata una leggenda, ripetuta da molti cronisti. Nar- 
ravano, qualmente il prode nipote di Carlo Magno, il paladino Or- 
lando, avesse sbaragliato su una galera ragusea, presso Lacroma, 
un corsaro, di nome Spucento; e che la repubblica gli abbia inal- 
zato per gratitudine questo monumento. Simili pilastri battezzati 
pure col nome di Orlando, e destinati ad egual uso come questo 
a Ragusa, si trovano a Brema, e nelle altre città libere della 
Germania, come anche a Venezia il piedestallo Lomhardis, eretto 
nel 1505. 

Ai sei di gennajo del 1825 un tremendo uragano atterrò questa 
patria memoria, ed allora fu trovata nelle sue fondamenta una 
lamina di rame, colla seguente iscrizione in carattere semigotico: 

M.CCCC. . . Ili di maggio — Fatto nel tempo di Papa Martino 
quinto — e nel tempo del signor nostro — Sigismondo impe- 
rator Romanorum — et semper augustus et re d' Ongaria — 
e Dalmatia et Croatia etc. fò messa — questa pietra et sten- 
dardo qui — in honor di Dio e di santo Biasio — Nostro 
Gonfalon. Li officiali 

Alcune cifre del millesimo sono consumate; ma congetturando 
dall' epoca in cui regnarono Sigismondo e Martino V., e calcolato 
lo spazio del vacuo, questo potrebbe riempiersi o col XV, e formare 
il 1418, ovvero col XX, e risultare il 1423. Due linee che segui- 
vano all' ultima parola, sono oramai assolutamente indecifrabih. La 
detta lamina è attualmente nel Museo comunale. 

Questo pilastro, da queir epoca in cui fìi atterrato dall' uragano, 
a tutt' oggi, giace nell' atrio del palazzo ducale, ora del Capitanato, 
attendendo una mano che lo sollevi dall' obblio. 

Archivio della repubblica di Ra'jusa. — Presso il Capitanato 
distrettuale sono conservati in apposite due stanze gli atti dell'an- 
tico archivio politico dell' ex-repubblica di Ragusa, e formano un 



74 

complessivo di 1450 volumi circa, di i^.Of) regolari fascicoli, oltre a 
molti involti di documenti turchi. 

Fra i volumi che presentano maggiore interesse, sono quelli delle 
Riformazioni, e del Consiglio de' Pregati, per gli anni dal 
130G tino al 1802; quelli del Maggior Consiglio dal 1415 fino 
al 180G; quelli del Minor Consiglio dal 1415 — 1805; volumi 
138 di Lettere e Commissioni di levante, cioè lettere regi- 
strate, scritte agli agenti, consoli, ed incaricati d' aftari, dal 1339 
al 1802; volumi 135 di Lettere e Commissioni di Ponente 
(come sopra) dal 156G al 1802; volumi 22 di lettere e rela- 
zioni di vari nobili ragusei ed altri soggetti illustri, da Roma, 
Vienna, Madrid, Napoli, Venezia, ecc. ecc., dall'anno 1605 al 1699; 
ed il grosso volume in pergamena, detto Matica, dove sono de- 
scritti i confini e la divisione della maggior parte continentale del 
già territorio di Ragusa, ceduta alla repubblica per vendita ad al- 
tro titolo dai baroni e re della Bosnia. 

I volumi sopraccennati dei tre Consigli della repubblica mancano 
però in parte d' indici, e quei pure che esistono sono stati compi- 
lati in modo, da non otìVire sempre la possibilità di rinvenire fa- 
cilmente le terminazioni, di cui per avventura si va in cerca. 
I volumi poi delle Commissioni di levante e ponente, e cosi pure 
quelli delle lettere e relazioni dirette alla repubblica, non hanno 
indici, e conviene scorrerli per sapere il contenuto ; molto più, che 
in una medesima commissione venivano in regola devoluti agli agenti 
della repubblica, e da quest' ultimi per conseguenza trattati, parec- 
chi e svariati incarichi. Talché è assai difficultato lo studio sulla 
legislazione, sulF amministrazione in generale, sulle relazioni poli- 
tiche, commerciali ecc., di questo piccolo, ma fiorente Stato di una 
volta. ^ 

I rimanenti volumi poi dell' archivio politico della repubblica per 
(juauto sieno di minore interesse, potrebbero ciò non ostante offrire 
utili dati statistici sui redditi e sulle spese del governo, sulle pri- 

' Fra i più distinti cultori della patria istoria, è il nostro esimio Consi- 
gliere Aulico Paolo cav. de Re s e t a r , il quale durante tutto il tempo dacché 
in patria presiede all'amministrazione civile, con particolare premura se 
ne occupò dell' archivio, impegnandone in quello studio tutte le ore libere 
che i molteplici affari del suo ministero gli consentivano. (ìiova sperare 
% che questo intelligente e zelante magistrato vorrà compiere anche V altra 
parte delle sue premurose e patriottiche cure, col publicare quanto prima 
le preziose memorie che ha estratte da una quantità di volumi; per le 
quali la patria, o la nazione gli saranno riconoscentisBirao. 



75 

vative riservatesi, sulle speculazioni per conto pubblico intraprese, 
suir azienda di pubblici istituti e simili. 
Non sarà fuor di proposito far cenno anche di questi. 

I. Libri che trattano sopra diverse materie: 1. Specchio del mag- 
gior Consiglio, in carta pecora^ dell' anno 1440, 1500, 1600, 1783. 

— 2. Un libro in carta pecora sui maritaggi del ceto nobile 
dall'anno 1400 in poi. — 3. Un libro in carta pecora contenente un 
compendio di libri degli statuti, e di quelli del maggior consiglio. 

— 4. Un libro -di privilegi in caratteri serviani. — 5. Copia de' 
privilegi dei re di Spagna e Sicilia. — 6. Un indice de' privilegi 
pontifici, e di diversi principi. — 7. Un libro : Ricordanza di minor 
Consiglio del 1608. — 8. Due volumi legati in pelle riguardanti le 
magistrature e cariche pubbliche della repubblica, nonché una tela 
degli stemmi di nobiltà. — 9. Uno specchio di nobili, di Giacomo 
Miorinis del 1786. — 10. Un libro in carta pecora in cui sono re- 
gistrati gli obblighi, i crediti e debiti della Comune dell' anno 1449, 
1582. — 11. Un libro: Cambi d'uffizi di fuori, del 1545 e 1600. — 
12. Un libro di lamenti politici dell' anno 1417, 1441, 1519, 1537. 

— 13. Processus secreti minoris Consilii, dell' a. 1547. 

II. Libri dell' Uffizio delle cinque ragioni; — di Salinada etc. 
dall' a. 1419, al 1808. 

in. Miscelanea. 1. Istrumenti per i magistrati, per procedere a 
norma degli statuti e provvedimenti. ■ — 2. Un libri ciuolo di vari 
provvedimenti e terminazioni dell' anno 1667, — 3. Parti de' Pre- 
gati concernenti la cassa pubblica dall' anno 1667 — 1785. — 4. Prov- 
vedimenti del senato della repubbhca concernenti 1' uffizio di Sali- 
naria. — 5. Un libro sull' elezione dei capitani di Notte dell' anno 
1619. — 6. Un libro di esami delle famigUe dei Conti di fuori, del 
1619 — 1645. — 7. Un libro d' inventari di robe esistenti nei pa- 
lazzi de' Conti e capitani di fuori, dell' anno 1638. — 8. Delle li- 
cenze de' Conti per l'assenza dal proprio uffizio dell' a. 1640. — 
9. Lamenti di Giusticieria dell' anno 1670. — 10. Licenze e Pre^ 
Getti, ossiano pene di Giusticieri del 1667. — 11. Miscelanea Ec- 
clesiastica dell' a. 1746. — 12. Indice delle rehquie esistenti nel 
reliquiario della Cattedrale di Ragusa. — 13. Libro di Commissioni 
dello Stato del 1668. — 14. Vacchetta del monastero di s. Chiara. 

— 15. Libro titulario per la corrispondenza coi principi. — 16. Ve- 
rificazione delle terre della Comune nello StatO; del 1521. — 17. 
Libro di salari delle guardie e soldati dello stato del 1614, 1617, 
1618. — 18. Varie ordinanze del Consiglio de' Pregati del 1777. 



76 

I!). Norme per V elezione di Magistrati. — 20. Licenze per la 
luoiiaca/iuiie. — li 1. (Jahella della Sicurtà. — 2'J. Capitoli dell' in- 
curpurazione del monastero di s. Maria di Laeroma colla Congre- 
gazione di s. (iinstina di Padova. 

IV. Lìhri cìie trattano sui legati, monti, e censi imposti sopra beni 
stabili. 1. Sugli oblighi di legatari del 1444. — 2. Libro di Teso- 
reria relativo ai legati pii, del 1497. — :i Indice di legati dell'anno 
1549—1606. — 4. Monti di Napoli 1660 ecc. 

V. Libri concernenti i consolati nazionali e forcMieri. 1. Libro di 
creazione di consoli nazionali. — 2. Parti di Pregati concernenti i 
Consolati di Levante del 1752. — ?>. Consolati forastieri in Ra- 
gusa del 1757. - 4. Partite accettate dell'uffizio dei Consolati di 
Levante a. 1762 — 1807. — 5. l'artite ributtate dell' uffizio ecc. del 
1702—1807. — 6. Conti dei Consolati nazionali .del 1780. — 7. Cor- 
rispondenza coi consolati nazionali, del 1794 — 1795. 

VI. Libri, ossia registri delle scritture turche. 1. Due registri in- 
titolati: Dona turcarum^ scritti in italiano, del 1566. — 2. Un in- 
ventario delle scritture turche dell' anno 1724. — 3. Lettere in 
illirico del 1729, 1745, 1755, 1780, colle copie italiane. — 4. Un 
libro di traduzioni, di capitulazioni e fei'mani turchi in italiano, di 
vari sultani. — 5. Registro di commandamenti imperiali, hattiscerifi, 
e capitulazioni, in italiano, del 1784 — 1785. — 6. Un libro ma- 
xenie, coli' indice, del 1785. — 7. Indice delle Burujulti del Passa 
di Rossina. — 8. Indice degli Arzi. — 9. Traduzioni di lettere 
turche. 

VII. Libri delV uffizio della Grascia. 1. Un giornaletto dell'anno 
1622. — 2. Bastardello del 1635—1800. — 3. Scandaglio di grani 
del 1595. — 4. Strapazzo del 1637. — 5. Copia delle lettere del 
1686—1717. — 6. Parti di Pregati relative agli oggetti di Grascia 
del 1687—1774, coi registri dell' anno 1622—1670. 

Vili. Minute di lettere per levante e ponente dall' anno 1656, 
lino al 1788. 

IX. Libri diversi. 1. Dell' amministrazione dei Procuratori di s. 
Maria Maggiore, dall' a. 1599 in poi. — 2. Dell'amministrazione 
degli uffìziali sopra le lane dal 1568 in poi. — 3. Dell' ammini- 
strazione de' Tesorieri. — 4. Repertorio di Privilegi, Bolle e 
Brevi Pontifici. — 5. Copia dei privilegi accordati da S. M. Catto- 
lica nei di lui regni. — 6. Libri dell' Uffizio di Navigazione, coi 
nomi dei commandanti di navi. - - 7. Matricole delle Confraternite : 
a. dell'Immacolata Concezione: b. di s. Anna; e di s. (ìregorio; 



77 

d. di s. Michele In Gravosa ; e. di s. Maria dell' isola di Mezzo ; 
f. di s. Michele di Goinje Mrciiie in Canali; g. di s. Giovanni in 
Valdassi. — 8. Libro della fabbrica della chiesa del duomo di Ra- 
gusa. — 9. Contratti dell'anno 1377. — 10. Testamenti dall' anno 
1363 — 1807. — 11. Lettere dei principi e primi ministri ecc. 

X. Un grosso lihro^ in 'pergamena, su cui sono state trascritte le 
bolle d'oro, i diplomi, e le lettere degli imperatori, re, principi^ 
duchi^ della Servia, Bosnia e Turchia, in lingua slava^ copiato su 
pergamena nel XV. secolo ; e nel quale non si contengono sola- 
mente i diplomi e le lettere pubbHcate nel 1840 sotto il nome di 
„Srpski spo menici" a Belgrado, e di cui gli originali in gran 
parte si trovano nell' Archivio di Corte a Vienna, ma pure molti 
altri documenti dei quali sono periti gii originali , laonde le dette 
copie sono di grandissimo interesse. 

Fra gli atti sciolti e contenuti nei 356 fascicoli, il più antico era 
una Bolla del Pontefice s. Zaccaria^ del 743, colla quale veniva 
confermato il pallio all' Arcivescovo di Ragusa. L' originale però, 
come pure parecchi altri documenti originah, che facevano parte 
dell' archivio della repubblica, oggidì sono conservati nell' L R. 
Archivio di Stato e di Corte in Vienna. Molte Bolle e Brevi di vari 
pontefici; convenzioni stipulate dalla repubblica con comuni dalmate, 
albanesi ed italiane, coi Bani e Re della Bosnia e della Rascia 
ecc. ecc., riferibili ai secoli dal 12 al 1.5; privilegi accordati in 
diverse epoche, più o meno remota, alla repubblica dai principi slavi, 
dai re di Francia, di Spagna, e di Sicilia ecc. ; formano senz' altro 
la parte più importante degli atti contenuti nei suddetti fascicoli. 
La massa però consta di relazioni e corrispondenze di vari agenti 
ed incaricati della repubblica presso le varie corti in Europa, ed in 
oggetti svariati, ed arriva all' anno 1808. 

Tutti questi atti volanti sono riportati in un apposito protocollo 
degli esibiti, redatto nelF anno 1817. in un ai relativi Indici, dal 
già scrittore pretorile Luca Curlica, per ordine dell' L R. Governo. 
GÌ' indici però al par de' protocolli lasciano molto a desiderare ; 
mentre sotto un numero solo sono comprese talvolta molte relazioni 
fatte, da una identica persona, ed in date differenti, alla repubblica. 
Il lavoro peraltro è sempre utile per chi intende di fare degli studi 
in questo archivio. 

Oltre agii atti di sopra menzionati, vi esistono molti autografi in 
turco, concernenti le relazioni della repubblica colla Porta Ottomana, 
e contenenti Capitolazioni, Feimani, Comandamenti imperiali, Hogget, 



78 

Arzi, e Burujiilti dei Pascià della Bosnia; dei più importanti dei 
quali avvi la traduzione nel sopracitato volume sub Nro. X. 

lutine oltre ai summentovati L450 volumi, evvi presso il Capita- 
nato un grosso numero di libri sotto il titolo di y^Lamenti di Me- 
leda"", ossia procedure per fatti punibili di minor entità, trattate 
dai Conti di Meleda ; volumi che furono rimessi in massa, e non 
ordinati dalla cessata Pretura mista di Stagno. 

Gli atti concernenti la parte Giudiziaria sono in custodia presso 
il locale Tribunale Circolare. Sono conservati in una grande sala; 
ed i volumi sono divisi nelle seguenti categorie: 1. Vendita di Can- 
celleria dall' anno 1351 al 1815; — 2. Diversi di Cancelleria dal 
1275—1814; — 3. Diversi di Foris dal 1593—1815; — 4. Sen- 
tenze di Cancelleria dal 1352 — 1815; — 5. Diversi di Notarla dal 
1313—1811; — 6. Testamenti di Notaria dal 1282 al 1814; — 
7. Mobile ordinario dal 1475 — 1815; — 8. Stabile ordinario dal 
1465 — 1814; — 9. Navigazione, oggetti diversi dal 1552 — 1808; — 
10. Intentiones Cancelleriae del 1380 al 1815; — 11. Aptaj dal 
1594—1802; — 12. Lamenti criminali dal 1407—1810; — 13. Di- 
versi possessi del Criminale dal 1513 — 1809; — 14. Distributiones 
testamentorum dal 1349 — 1530; — 15. Dotium Notariae dal 1300 
al 1811. Oltre a ciò vi sono parecchie opere stampate di giurispru- 
denza del sec. XYII e XVIII; come pure il libro Verde, ed il 
Croceo. 

Gli atti relativi alla materia Sanitaria, trovansi presso l'Uf- 
fizio di Porto e Sanità Marittima ; e presso la Dogana gli altri atti i 
risguardanti gì' interessi del Demanio. 

Palazzo Municipale. — In prosecuzione al pallazzo ducale, ora 
del capitanato, vi è quello del Municipio, fabbricato nel 1867. > 

Al suo posto stava anticamente un semplice ma maestoso edifi-- 
zio, per le radunanze del maggior Consiglio legislativo e del senato. 
Sulla porta interna della gran sala, quasi un ricordo ai membri del 
consiglio, vi era quest' iscrizione : 

Obliti privatorum, publica curate. 

Ed all' ingresso della sala del minor Consiglio, sovra la porta vi 
era una scultura, rappresentante la Giustizia, con un involto nella 
mano, su cui si leggeva: 

Jussi summa mei, sua vos cuicuraque tueri. 

Dietro a questo edifizio vi era anticamente l'Arsenale; indi vi 
venne eretto un teatro, ed una parte dell' area venne destinata per 
le pubbliche carceri. Distrutti tutti questi editìzt dal fuoco nel 1816, 



79 

in un lato interno furono fabbricati i forni militari; il rimanente 
fu demolito nel 1867, per dar luogo, nella parte interna, ad un ele- 
gante teatro, e sulle fondamenta del palazzo del maggior Consiglio, 
fu eretto V attuale palazzo Municipale. 

Neil' atrio del nuovo palazzo venne collocata V anno 1870 la la- 
pide, che una volta fregiava la sala del maggior Consiglio, inalzata 
alla memoria dell' ilustre Nicolò Bona, su cui è incisa la seguente 
iscrizione : 

D. 0. M. 
Nicolao de de Bona Joannis filio singularis prudentiae Senatori, 
qui difficilimis reipublicae temporibus gravissima legatione sponte 
suscepta ad vicinum Bossinae Proregem, et ab eo per vim in 
Silistriam transmissus, ibi diuturno in carcere prò patriae 11- 
bertate catenatus obiit morte ipsa, animique constantia immor- 
talitatem nominis in omnem posteritatem promeritus, hoc ex 
Senatus Consulto monumentum honoris et memoriae positum 
anno MDCLXXVIIL 

Sotto la medesima lapide, nelF occasione del suo collocamento 
neir atrio del palazzo, venne posta la seguente iscrizione: 

Qui lapis — Veterem aulam Senatoriam incendio et temporum 
casibus corruptam — Diu ornaverat — In vestibulo Oedium 
Civicarum positus est — Ex Consilii public! sententia — A. 
D. XI Kal. Sext. M.DCCC.LXX. 

Museo patrio. — Nel piano superiore del detto palazzo trovasi 
collocato un ricco ed interessante museo di oggetti naturali; archeo- 
logici, e di molte altre rarità. E' creazione dell' esimio nostro com- 
patriotta Cav. Antonio Drobaz, il quale colla sua rara intelligenza, 
con solerte pazienza, e non tenue dispendio, ha fatto conoscere, 
quanto l' energia ed il patriottismo di un sol uomo, possano 
contribuire all' onore ed al bene della patria. 

Si trattava di promuovere l' istruzione tecnica , e facilitare al 
Ministero la concessione di una scuola Reale Superiore a Ragusa. 
Il signor Drobaz, quale preside della Camera di Commercio, con- 
cepì il vasto disegno della formazione di vari gabinetti (1867); e 
mercè i larghi e generosi doni accordatigli dalla Munificenza sovrana, 
ed il patriottico zelo de' ragusei , che efficacemente lo coadjuvarono 
nella nobile intrapresa, in breve tempo potè vedere ubertosamente 
coronate le sue fatiche, ed eretto un museo di storia naturale, da 
far onore a qualunque città la più distinta. 



80 

Il Municipio mosso cìiil patrio amore, e dall'utile che derivar 
ne poteva alla pubblica istruzione, ott'rì ad uso dello stesso la metà 
del piano superiore del suo nuovo palazzo ; e la Camera di Com- 
mercio ed il signor Drobaz cedettero in corrispettivo tutti i loro 
diritti sulle collezioni esistenti; di comune accordo intitolandolo 
Museo patrio (1872). 

Costituita la direzione nelle persone dei signori Paolo Cav. de 
Resetar, i. r. Consigliere AuHco e Capitano Distrettuale, dell'Av- 
vocato Matteo Dr. de Zamagna, e del Cav. Antonio Drobaz, a 
quest' ultimo venne aftìdata la presidenza a vita , colla facoltà di 
poter nominare un sostituto, e poscia il successore, che funzionasse 
tino alla nomina di un presidente definitivo. E per la manutenzione 
del Museo, tanto la Comune, che la Camera, si obbligarono ognuna 
alla corrisponsione di annui fiorini 50. 

Da obblazioni spontanee poi, e dal ricavato di due accademie, 
e da qualche pubblico trattenimento con lotterie, vennero costruite 
le vetrine, gli scattali, gli armadi ecc., colla spesa di fio. 3500; 
per se stessa vistosissmia , quando si pon mente alle ristrettezze 
economiche del paese. Nell'aprile 1873 seguì la solenne apertura; 
e regolarmente il museo è aperto per il pubblico ogni dì festivo 
dalle ore 10 antira. ad un ora poni., e per i forastieri e per la 
pubblica istruzione in qualunque ora del giorno. 

La grande sala è divisa in quattro sezioni. Nella prima vi è 
un'abbondante raccolta Archeologica. Si osserva un vestito 
completo, col manto di finissimo damasco rosso , del Rettore della 
repubblica , Y uniforme Consolare di panno bleu con ricami in oro, 
ed una piccola bandiera repubblicana. Vi sono inoltre vari sigilli 
di diversi uffizi, nonché coni e ponsoni di monete , ed una delica- 
tissima bilancia , con altri oggetti , che appartenevano alla zecca 
ragusea ; inoltre parecchie patenti di capitani a lungo corso, diplomi 
consolari, lastre tipografiche in rame con incisioni, stemmi gover- 
niah, ed una quasi completa collezione di monete repubblicane. A 
ciò si aggiunga una pinzetta d' argento , a forma di forbice , con 
lunghissime branche , che serviva per somministrare il viatico agli 
appestati. 

In apposita vetrina, sormontata dalla Corona Messicana, si con- 
serva il manto tricolore (Zerape) ed un bastone delF indimenti- 
cabile Imperatore Massimiliano ; oggetti che S. A. I. R. V Arciduca 
Francesco Carlo, padre del defunto, aveva spediti al Cav. Drobii/. 
Nello stesso armadio si conserva un busto d'alabastio. rappresenUmtt* 



81 

r Imperatore, ed alcune opere, in magnifica legatura, dedicate allo 
stesso dai rispettivi autori, e di più due idoletti messicani ; il tutto 
avuto in dono da S. A. I. R. V Arciduca Lodovico Carlo, fratello 
del defunto imperatore. 

Avvi poi una straordinaria quantità di vasi etruschi di varie 
forme, di diverse epoche, di differenti grandezze, teste e vasi greci, 
fenici, e romani, amfore, vetri greci in vasi, candelabri^ coppe ecc. ; 
lampade egiziane, e lucerne di mille stampi ; a profusione poi amu- 
leti e deità pagane in terra cotta e metallo. 

Un separato armadio raccoglie una quantità di oggetti chinesi e 
giapponesi ; dipinti, stampati, ricami singolarissimi, lavori in avorio, 
e porcellana. È di generale ammirazione un pajo di smisurati vasi 
giapponesi sovra appositi piedestalli di legno particolare, ed un 
altro pajo di vasi chinesi, ad esagono, valutati dagl'intelligenti a 
cinque mila franchi per pajo ; come pure un servizio pel thè, esilis- 
simo, con i rispettivi vasoi, ed un altro giapponese per lavamano; 
oggetti di sommo valore , che insieme a molte altre rarità, furono 
generosamente donati dall' illustre nostro compatriotta Cav. Fran- 
cesco Amerling, e che per la loro rarità e per la provenienza atti- 
rarono particolare attenzione di Sua Maestà , quando nell" Aprile 
dell'anno 1875 Ilagusa ebbe T alto onore di esser visitata dall' Au- 
gusto Monarca. 

Chiude in fine la detta raccolta una ricca collezione di scudi» 
lance, e mazze persiane, arabescate in oro, lame della Nubia, vaiì 
elmi, e diverse armi antiche e di epoche più recenti. 

La seconda parte della sala è destinata pella Mineralogia e 
Geologia. Si vedono sopra ben lavorati sostegni, e disposti se- 
condo il sistema di Hauy oltre 5000 minerali, dalle calci carbonate, 
alle sostanze fitogeni. Al completamento del quadro sistematico vi 
contribuì l' Istituto delle miniere della Paissia, con un superbo dono 
di esemplari di topazzo giallo, di smeraldo acqua marina a prisma 
essaedro dell' Ural, di tormalina violetta cilindroide, di grossa pepite 
di platino e grani della stesso, d' Iriodismina , di un grande pezzo 
di malachite in massa mammelonare verde carica, di bellissimi 
esemplari di Soimonite, Kukrinite, Uralortite, ecc.; di alcuni mine- 
rali di Titano e Schelinio, e di un aerolite caduto nel 1864 nel 
villaggio di Seidlitz. Si trovano esemplari molto rari di calce car- 
bonata e solfata, vaghissimi di tiuato cubico levigati, abbondante 
numero di quarzi di tutte le forme e colori; e primeggia un inte- 
ressantissimo cristallo di quarzo jalino pri^maiico aero-idrato, con- 

6 



82 

tenente due goccioline d'acqua, le quali coir inclinazione del cristallo 
stesso scoccano nel suo interno, che il cav. Drobaz ebbe in dono 
dal di lui professore Antonio Catullo, jmco prima che questi fosse 
passato a miglior vita. Si trovano a profusione agate e diaspri va- 
riegati e levigati. La classe degli autopsidi metallici è ricca di 
esemplari rari, e di sommo interesse scientifico; ed è completa la 
collezione de' minerali della Croazia, Slavonia, Slesia, e Moravia. 

Nella parte Geologica avvi un' interessantissima raccolta d' Egitto, 
che fece bella mostra di se alla prima esposizione di Parigi, e che 
il direttore del museo di Cairo, signor Figari Bey^ spedì nel 18G8 
in dono al cav. Drobaz. Le tiene dietro un' abbondantissima rac- 
colta di conchiglie fossili , del bacino di Vienna , ed un' altra del 
pari abbondante di fossili e petrefatti di tutte le epoche, di tutti 
i terreni, avvanzi di mammiferi e rettili, impronte di pesci nei 
terreni di sedimento e de' vegetali del carbon fossile ecc. Rima- 
rebbe soltanto ancora da ordinare e distribuire in epoche e terreni 
a loro propri tutti questi esseri anteriori ad ogni storico ricordo, 
perchè possa lo studioso, ora che vengono visitate le necropoli pa- 
leontologiche della Dalmazia, formarsi un' idea del suo terreno ter- 
ziario pliocenico , e degli avvanzi delle preesistite generazioni. Ed 
a ciò pure, siam certi, provvederà la solerte ed intelligente attività 
del cav. Drobaz, appena glielo permetteranno le molteplici sue 
occupazioni. 

È da osservare in ultimo, che il Consigliere di Stato e Direttore 
del Gabinetto di S. M., Barone Brauu, mentre visitava il detto 
museO; facendo parte del seguito Imperiale, da perfetto conoscitore 
che egli è in questo ramo , ne lodò Y ordine , indicando la precisa 
derivazione di alcuni esemplari, e rettificando alcuni leggeri errori. 

Nella sezione terza e quarta della sala si contengono gli esseri 
animali. Per brevità, seguendo l'ordine sistematico col quale sono 
collocati, accenneremo soltanto quelle raccolte, e quei singoli indi- 
vidui, che attirano generale attenzione. 

La classe numerosa delle sponghe nel primo tipo, è esclusiva- 
mente Adriatica. Oltre i bei esemplari tuttora aderenti alle roccie 
delle quattro o cinque specie usate ne' bisogni della vita , si trova 
la gigantesca Geodia gigas, una grandissima Hesperia calix, unita- 
mente a cinque bellissime sue varietà, molte specie di Axinelle e 
Reniere delle delicate forme, di Ircinie e Sarcotraghi delle ruvide 
ed informi, le Suberiti, le Tetiti ecc. La raccolta, quantunque nume- 
rosa, pure non è completa, mancando a Ragusa ugni mezzo per 



83 

condurla a termine. Le sole due specie esotiche che il museo pos- 
siede , e che fermano F attenzione del dotto e del profano , sono : 
r Euplectella aspergillum , e la Haylonema spectabilis , vaghissimi 
esemplari del mar delle Indie, che a prima vista sembrano tessute 
dalla mano dell' uomo. 

La classe degli Antazoi è interessantissima, e si può con certezza 
asserire, che pochi gabinetti possono vantare un' eguale. La stra- 
vagante grandezza , e le delicate e fragili forme di alcuni di essi, 
suppongono una grande cura, e un nobile patriottismo nei capitani 
ragusei, che seppero custodirU e portarU intatti, per così dire, 
dagli antipodi. Fra le 150 specie circa, che occupano un lato intero 
della stanza, spiccano per rarità e particolare tessitura l'Isis hip- 
puris, la Halomitra pileus, la Coenopsamia nigrescens, le multiformi 
specie di Madrepore, bellissimi e grandi esemplari, cui tengono 
dietro le Echinofore, le Meandrine, le Primoastree, le Podabocchie, 
e simili; ed un immensa quantità di SimfiUie, Cufillie, TrachifìUie, 
Tridocofillie ecc., che forma un assieme di sommo interesse per 
> ogni dotto, che a preferenza si occupa di questi esseri, i cui invo- 
lucri tegumentali variamente disegnati, formano vasti banchi sotto- 
marini, e sono causa di frequenti disastri marittimi, e di forte 
danno al commercio. 

Nel tipo degli Echinodermi vi sono individui nostrani, misti a 
moltissimi esotici. In esso figurano i magnifici e rari Asteracanthion 
solaris, ]' Asteriscus palmipes, la Culcita coriacea, il Goniodiscus 
pentagonalis del Pacifico, ecc. Vi sono molte specie di Ofiodermi, 
Ofiolepi del mar del Sud. A lato del nostro Cidaris histrix dei 
spropositati spini, trovasi il C. diadema. Un pò avanti un gigantesco 
Echinus melo de' nostri mari , che fa contrasto co' minuti Psam- 
mechini ; le vaghe Echinocidari e Toxopneusti, 1' Acrocladia trigo- 
naria con rari e grossi spini; le belle Mellite, gli Echinodischi, il 
Brissus columbaris dell' America, i Clipeastri, ecc. 

La classe delle Holoturioidee ha pochissimi esemplari, tutti però 
dell' Adriatico. 

Quantunque nel tipo Vermi non sieno rappresentate alcune classi, 
pure quella dei Briozoi ha molti generi, fra cui distinguesi quello 
della Hornera, della Retepora, della Lepralia, con strane forme di 
specie. Le microscopiche Malobesie poi, le Discoparse, Idmonee, 
Flustre ed altre, sono disposte sopra cartoncini collocati vertical- 
mente su relativi sostegni. 



84 

Nolla ("lasse docili Annelidi distingiioiisi alcuno specie di Sei'jìule 
ed Afroditi, V Kuiiice gigantea, e molte specie conservate nello spinto. 

Passando al tipo Artropodi, vi si presenta una discreta collezione 
tli crostacei esclusivamente adriatici. La maniera con cui sono pre- 
parati e disposti fermarono l'attenzione del celebre professoi'e O. 
Schmitt, come pure quella di S. M. che li osservò a lungo con 
particolare interesse, lodandone la direzione. 

La classe degli Aracnoidei e dei Miriopodi manca quasi del tutto. 

La classe insetti è custodita in 10 quadri. Essa si compone di 
generi e specie europee,, il tutto ben distribuito nei relativi ordini. 
Oltre a ciò vi sono alcuni quadri originari del Giappone, che con- 
tengono alla rinfusa una grande quantità di questi animali di specie 
singolarissime, e varie altre raccoltine che non vennero ancora clas- 
sificate, né messe al loro posto, per mancanza di tempo e mezzi 
necessari. 

Le molte migliaja di specie appartenenti al tipo Molluschi tro- 
vansi collocate e sistematicamente divise in cinque lunghissime 
vetrine orizzontali. È una raccolta mondiale, in cui hanno contribuito 
ed i marini di Ragusa, ed i suoi intelligenti raccoglitori, i quali in 
questi ultimi tempi si resero utili alla scienza. Il solo inconveniente, 
che la Direzione senza dubbio toglierà quanto prima, è, che i 
tesori malacologici della Dalmazia non si trovino uniti in una sepa- 
rata divisione, ma misti a quella del mondo intero. È questione di 
locali e di moneta per i ripostigli. Lo spazio prefisso per questi 
brevi cenni non ci permette di parlare a lungo di questa numero- 
sissima raccolta, né accennare in poche righe i pregi, e le rarità ivi 
radunate. Vi esiste però un catalogo esatto, dietro il quale si può 
visitare e studiare questa interessantissima parte del regno animale. 

Nel tipo Vertebrati, la classe Pesci non è troppo ricca di generi. 
Sonovi però molti esotici tanto a secco, che nello spirito. Tra le 
specie nostrane si presentano due bellissimi esemi)lari del Ptero- 
myzon marinus, molte specie del gruppo degli Squalidi, fra cui 
la Zygoena malleus, ed un grandissimo Squalus glaucus, e di quello 
Plectognati gli Ostracion, varie specie strane di Balisti, fra cui un 
grande esemplare del B. carpinus, raro fra noi. Vengono poi i 
Diodonti e Tetrodonti di strane forme, F Ortagoniscus mola, un' 
enorme sega del Pristris antiquorum ecc. 

Nella classe Amfibl si trova il nostro Proteus anguis, le molti' 
Hyle; ed in quella dei rettili, un enorme Boa constrictor, che nelle 
sue spire tiene stretto un grosso animale, ed un estniplare minore 



I 



85 

ben preparato in istato di riposo; i vaghi e micidiali Elaps cora- 
liniis et lemniscatus d' America, il nostro Vipera ammodytes, ed il 
terribile V. cerastes, mio preparato a secco, e V altro nello spirito ecc. 

Avvi pure una bella raccolta di Lucertole, due Crocodilli^ molti 
individui della famiglia dei Cheloniadi, ed una quantità d' esemplari 
rari ed interessanti di serpenti e sauri non classificati per man- 
canza di relative opere. 

Nella sezione destinata per gli Uccelli, si trova una raccolta 
mondiale, delle più interessanti specie dell' Asia, come dell' America. 
Si trovano moltissimi europei assai bene preparati. Gli amici del 
sig. Drobaz pare che avessero voluto gareggiare con i capitani 
mercantili, per spedirgli ciò che di bello e d'interessante trovavano 
nei loro viaggi- Buona parte di queste rarità ci fu dato di vedere 
tuttora in semplici pelli custodite con cura ne' cassoni, ove stanno 
attendendo una mano maestra, che li imbottisca, e li collochi nel 
conveniente posto. Fra tanto tesoro scientifico abbiamo ammirato 
un' elegantissima Taumalea pietà, forse la Fenice degli antichi, che 
deve dare il cambio a un' altra un pò patita , vaghi papagalli , un 
magnifico struzzo europeo ecc. Il pensare che tanta ricchezza, da 
figurare in qualunque siasi museo, per la nostra povertà resti occul- 
tata, vi stringe il cuore. Le risorse del museo sono nulle, e mira- 
coli maggiori di quelli finora fatti dalla Direzione, non è sperabile 
che umanamente possano esser fatti. Che pregio non acquisterebbe 
la collezione di questa classe già per se numerosa, se a canto de' 
magnifici Fenicoteri, Cigni, Pelhcani, de' variopinti Fagiani, Pavoni, 
Trogoni, Rampastri ecc., dei minutissimi Collibri, delle belle Strigi, 
Falchi, Aquile, ed altre centinaja di esemplari di ogni classe ed 
ordine, si potesse esporre quanto ora giace nei cassoni a detrimento 
forse del pregio e dello stato perfetto in cui si trovano? Dopo i 
Grifoni e le Aquile, con cui finisce la classe, vi esiste una raccolta 
apprezzabile di uova, a cui viene dietro un'infinità di multiformi nidi. 

Lo stesso dicasi de' mammiferi. Questa classe dilfettosa nella 
maggior parte de' gabinetti, potrebbe divenire ricchissima nel nostro 
museo, colla cooperazione de' patriotti ragusei. È da dolersi, che 
non conti che poco più di 80 individui, mentre una quantità di 
pelli rare e costose , buona parte dai centri dell' Asia , unitamente 
a molte nostrane, stanno rinchiuse attendendo la sorte di quelle 
degh uccelli. Fra queste vi sono alcune della limitrofa Turchia, ed 
appena ogni anno si può imbottire un pajo, e ciò per mancanza 
di preparatore, e de' fondi per sostenere le spese. Quel poco che 



86 

si espone, porta via il tempo prezioso al curatore, che potrebbe 
impiegarlo in materie di map^gior interesse. Fra i pochi esemplari 
preparati, trovasi una stra^a-ande Foca comune, presa nel mare di 
Narenta, il Pelagio monaco, un Canp^uro, una bella (iazzella, un 
Capreolo, una Dasypracta aguti, più specie di Mustelle, due. specie 
di Xasue, una Lince, un Tasso, un grande Orso polare, Pipistrelli 
d'ogni genere, fra cui il i)iù grande fra i mammiferi volitanti, il 
Pteropus edulis; otto specie di scimmie ecc. Oltre a ciò il museo 
possiede molte parti ossee e cornee di animali diffìcili d' aversi, 
come sarebbe di balene , capidolio , pesce spada , rinoceronte , ele- 
fante, delfino, ecc. 

Della Flora dalmata conservasi un erbario di piante fanerogame, 
mancante di alcune specie che non crescono nel distretto di Ragusa. 
Delle A,''ame vi è un grosso volume di alghe secche su carta, di 
cui una parte non è ancora ben classificata, ed una sufficiente 
raccolta di Licheni. 

La bibblioteca- conta appena 40 — 50 volumi , poco addatti però 
per un museo. Sono dizionari, contribuzioni, flore, e faune parziali 
e simili. Opere voluminose e costose mancano del tutto; per cui 
si stenta, con gran perdita di tempo, e quasi sempre con poca cer- 
tezza, di classificare quanto affluisce in dono al neo-istituto. 

Il museo va alacremente prosperando, e mirabilmente aumentan- 
dosi, ed è oggetto di ammirazione non solo de" profani nella scienza, 
ma dei dotti stessi. 

Il chiarissimo accademico di Zagabria, signor Spiridione Bru- 
sina, zaratino, anni fa ancora si era espresso in questi termini: 
„Fra tanto lavorio de' singoli, e nella quasi generale apatia del 
«pubblico, unica la nostra Atene, come primeggiò per cultura nelle 
^tenebri medievali, così presentemente fa eccezione, vantando un 
„museo di storia naturale. Ebbi il piacere di visitarlo nel 1868; 
„mi consta aver fatto poscia grandi progressi, e recentemente du- 
„rante V apertura della nostra Università (di Zagabria) un distinto 
«professore deputato dall' Università di Graz , reduce appena da 
«"Ragusa, mi assicurò, possedere oggetti, i quali si cercherebbero 
^invano anche nei principali gabinetti d' Europa. Egli è perciò che 
^non solo Ragusa, ma Dalmazia tutta deve esser grata alFinizia- 
„tore (cav. Drobaz), perchè riempie una di quelle lacune, le quali 
«sono oggigiorno tanto più sensibili, quanto più le scienze naturali 
^acquistano d'importanza, e resistenza dell'anzidetto museo riesce 
„ad onore di tutto il paese. Prova luminosa a dimostrare quanto 



I 



87 

^potrebbe fare lo spirito cV associazione, se V energia ed il patrio- 
„tismo d'un uomo solo tanto ha potuto'*. — E facendo indi voti 
perchè in Dalmazia fosse istituito un museo provinciale sotto l'egida 
della Dieta Dalmata.^ si espresse così: „Circa la scelta della città 
„si dovrebbe smettere ogni gara di campanile; le scienze non sono 
.,rettaggio delle città, o de' popoli, bensi dell'umanità. Qual dal- 
„mata non va superbo di aver comune la patria, con la già repub- 
^blicana nostra Atene? Dessa prima si destò, dessa possiede un 
,,museo, che se non gi-ande, porta certo un carattere mondiale; lo 
„si faccia patrio". (Manuale della Dalmazia V.) 

Facciamo voti per intanto che l'Eccelsa Dieta Dalmata in uno 
colla Comune e colla Camera di Commercio, procurino almeno al 
già adulto museo un annuo assegno, sufficiente per mettere in 
evidenza il finora raccolto e quanto potrebbe procurarsi da chi ne 
è preposto alla Direzione , e ciò prima che l' energia del signor 
Drobaz venga meno per 1' età. E sarebbe pure desiderabile che suo 
figlio, il quale assolse con distinzione gli studi universitari, e che 
è tanto amante ed intelligente in questo ramo, succeda al padre 
nel curatorio. Possa, e lo auguriamo di cuore, sparire in Dalmazia 
il malaugurato spirito di partito, onde a Ragusa pure inceda rapido 
il sentimento del patrio decoro, e dell' utile comune, e si propaghi 
l'amore di quelle scienze che, a' giorni in cui viviamo, oltr' esser 
questione di cultura, formano il benessere de' popoli. 

Corpo di guardia. — Una parte del vecchio edifizio del palazzo 
del maggior Consiglio, non usufruttuata nella fabbrica del palazzo 
Municipale, ed in sua prosecuzione, serve anche attualmente, come 
per r addietro, al corpo di guardia ; ed il piano superiore ad abi- 
tazione del comandante di piazza. Per quanto questo rimasuglio 
disdica al gusto degli edifizt vicini, ciò non ostante, è ammirato 
un antico, magnifico, e grandioso portone , che mette dentro al detto 
corpo di guardia. 

Torre dell'Orologio. — Sopra il corpo di guardia, e la porta 
della città, che conduce al borgo Plocce, ergesi un' alta torre, fab- 
bricata nel 1480 per uso dell'orologio: il quale, dopo qualche 
tempo, venne rifatto dal francescano Pasquale Balletin. da Canali, 
come lo attesta la seguente iscrizione, incisa in una lapide rotonda, 
sotto il disco delle ore: 

A.D. M.DCC.LXXXI Opus Paschalis Baletin a Canalibus 
0. M. S. Francisci. 



88 

La campana ^ opera del noto fonditore Giambattista d' Arbe, 
sulla (piale si lejjfj::ono i seguenti distici : 

Acta velut Fhoebus distinguit tempora rui-su 
Terrigenis, pera^^ens sijjjna superna poli, 

Sic sonitu nostro numeratur civibus bora; 
Nocte nionens reipiiem, luce laboris opus. 

Baptista Pius Divi l^hisii honori et gloriae 
Hoc opus fudit A. S. M.D.VI. 

Fontana. — Tra il corpo di guardia ed il palazzo municipale 
avvi un'elegantissima fontana, fabbricata dalP architetto Onofrio 
Giordano ; Y istesso che condusse V acqua da Gionclietto , come si 
vedrà in appresso. 

Dogana. — Un fabbricato di grande interesse dopo il palazzo 
rettorale, è F antico edifizio della Dogana e Zecca, attualmente ad 
uso dell' Intendenza , Demanio e Dogana ; di stile di renaissance 
misto al gotico. E' un fabbricato quadrilatero , spazioso , e solidis- 
simo , cui dinanzi v" e una bella loggia alla veneziana. Neir atrio 
le volte de' lati interni sono sostenute da solide colonne, se anche 
non eleganti ; e sotto le medesime sono i magazzeni, che servivano 
per deposito delle merci, sugli architravi dei quali è inciso un nome 
di qualche santo. 

Sullo scarpello che forma V arco del volto di fronte , sotto cui 
era appesa la bilancia, si legge la seguente iscrizione: 

Fallerò nostra vetant et falli pondera; 

Meque pondero, cum merces ponderat, ipse Deus. 

In alto poi, sopra la volta istessa, di fronte , leggesi quest' iscri- 
zione, incisa in una grande lapide: 

I. H. S. 
Numen adorandum. felix et amabile nomen, 

Rhacusam titulo prosperiore juva: 
Imple liostes terrore, fuga formidiue. nostris 

Da pateant terrae civibus et maria; 
Da pateat coelum, tuta omnia sisque saluti 
Namque salutiferum nomen Jesus habet. 
A. S. MD.XX. H. C. P. L. 

Le ultime iniziali indicano 1' autore dell' iscrizione, cioè : 

Haelius Cervinus Poeta Laureatus. 
Chiesa cattedrale. — La i)rima chiesa cattedrale era fabbricata 
nel centro della primitiva città, nel castello Lavve, ed era dedicata 



89 

agli apostoli Pietro e Paolo. Era a tre navate, in forma di croce; 
senza dubbio umile, come era umile nel suo primo impianto anche 
la novella città. Vicina alla chiesa era pure V abitazione del ve- 
scovo, che da Epidauro seguì la sorte del suo popolo. 

Estesasi la città ^ venne fabbricata una nuova più grande catte- 
drale (1150) nel luogo istesso dov'è l'attuale, e fìi dedicata alla 
B. Vergine. Dopo breve tempo però venne demolita, per dar luogo 
alla basilica, fatta erigere da Pticcardo Cuor di Leone re d' Inghil- 
terra, quando reduce dalla Terra Santa (1192)^ trovatosi per insorta 
burrasca in estremo pericolo di vita^ fé voto di erger un tempio 
alla B. V.. ove sano e salvo si fosse sbarcato. Approdato felice- 
mente a Lacroma^ volle ivi inalzare il detto tempio; ma cedendo 
alle istanze del senato, dispose che fosse fabbricato in città. 

Dopo 44 anni di lavoro , venne terminato ed aperto al culto 
pubblico. Era di stile romano, ed elegantissimo nella forma. Avea 
tre navate a volta, sostenute da alte ed eleganti colonne di marmo, 
con belhssimi capitelh, basi e cornici di stile gotico. Internamente 
risplendeva di dorature , e si ammiravano sulle sue pareti pitture 
rappresentanti fatti dell' istoria del vecchio e nuovo testamento. I 
vetri delle finestre erano colorati e dipinti con immagini de' santi. 
Simboliche statue di marmo, altre di bronzo, ed alcune d' argento, 
elegantemente lavorate, abbellivano questo sacro edifizio; mentre 
lavori in mosaico, e varie specie di emblemi in basso rilievo, lo 
adornavano. 

Per quattro gradini si ascendeva al presbitero. L' altare maggiore 
aveva un ricco ciborio, sostenuto da quattro colonne di marmo, ed 
una bella pala d' argento , nella quale , in due scompartimenti , si 
vedevano 18 figure a mezzo rilievo, lavorate con molto gusto. 
Presso l'aitar maggiore era il trono dell'Arcivescovo, di marmo; 
ed attorno alla capella, il coro pei canonici ed altri sacerdoti. In 
alto, suir entrata del coro,, si vedeva un crocifisso d' argento, colla 
Madonna e s. Giovanni Evangelista ai lati, figure di ordinaria 
statura. 

Innanzi al presbitero, sotto la navata principale, sorgeva il trono 
del Rettore, con attorno i sedili pei Senatori. 

Poggiava il pulpito su quattro eleganti colonne, maestrevolmente 
lavorate, ed al di sotto v'era un piccolo altare di marmo, dove 
venivano cantate le epistole ed i vangeli, ed annunziate al popolo le 
giornate di festa e di digiuno. Appresso vi stava il fonte battesimale. 



90 

Cinque altri altari aveva la chiesa ; de' quali uno di argento 
massiccio presso il trono del Rettore, dond' esso col minor Consip;lio 
ascoltava la messa. 

Sopra le volte d' una navata laterale v' era una devota cappella 
con un altare, dove si conservavano le s. reliquie, e vi si celebrava 
la messa. 

Il pavimento era di marmo. Vi erano tre porte, e la maggiore 
era volta ad occidente. 

Intorno alla chiesa v' era un recinto sollevato da terra, ed attor- 
niato da una balaustrata di colonnette di marmo, che poggiavano 
sopra statue pure di marmo, molto ben lavorate. 

Sulla navata di mezzo v' era un' alta cupola , e tanto essa che 
tutto il tetto era coperto di lastre di piombo. 

Giacomo da Evora, nei suoi poemi stampati nel 1596, cosi la 
descrive : 

Aurea tempia nitent, regis monumenta Britanni, 
Quo nullum majus Dalmata vidit opus. 

Vi mancava il campanile. Si diede mano a tale fabbrica nella 
seconda metà del sec. XIV., collocandola dirimpetto alla porta 
maggiore. Terminato il primo ordine, lu sospesa, e fattavi sopra la 
volta, venne ridotta ad uso di capella pel battistero, e consecrata 
a tal fine nel 1395. Era di forma ottangolare, con finestroni arcuati 
assai stretti e lunghi. Sussistette fino all'anno 1830, ed allora, 
questo antichissimo patrio monumento, fu barbaramente atterrato. 

Nel terremoto del 1667 la basilica metropolitana crollò, rima- 
nendovi sepolto tutto il tesoro che in essa racchiudevasi. Una parte 
delle reliquie venne salvata. 

Si diede indi mano alla fabbrica di una nuova cattedrale, al 
quale eifetto con veramente patriottico zelo si prestò 1' ab. Stefano 
Gradi, allora bibbliotecario della Vaticana a Roma. Spedì da colà 
un modello fatto a rilievo di tutta la fabbrica, addattandolo alla 
pianta della vecchia chiesa, di modo che le fondamenta del vecchio 
editìzio dovessero servire per V uso del nuovo ; variando soltanto 
nella larghezza di 14 palmi circa per parte, e ciò per le capelle 
laterali. A tal fine spedì pure l' ingegnere architetto Paolo Andreotti, 
genovese. Dal 1672 al 1713 venne compiuta la fabbrica. 

Questo sacro edifizio è di stile di renaissance, ha in lunghezza 
40 metri, ed in larghezza 24. È scompartito in tre navate, soste- 
jmte da due ordini di pilieri con colonne incastrate quadre. L'in- 



91 

terno è un sol ordine corintio. La parte inferiore della facciata ha 
anche V ordine corintio , terminando con un fìnestrone triangolare, 
sostenuto da quattro colonne attiche; presentando di tal modo al 
di fuori due ordini, ed al di dentro uno solo. È in forma di croce. 
Nel mezzo s'innalza una maestosa cupola elittica, coronata da una 
lanterna.^ Il suo tamburo è vagamente ornato e cinto di colonne. 
Tutto il tetto e la cupola sono coperti di lastre di piombo. 

Nel 1806, all'epoca dell'assedio di Ragusa, ha sofferto dalle 
palle nemiche; venne però ristaurato nel 1827. 

La pala dell' aitar maggiore^ dedicata alla B. V. Assunta, titolare 
della chiesa , è lavoro dell' immortale Tiziano. Esso vi dimorò a 
Ragusa per cinque mesi presso la famiglia Pozza, ed in quel frat- 
tempo vi dipinse la Maddalena, che è nella chiesa de' Domenicani, 
la pala dei ss. mm. Cosma e Damiano, che attrovasi nella chiesa 
parrocchiale di Lagosta, e F Assunta per la chiesa di s. Lazzaro 
alle Plocce, che apparteneva al ceto cittadino. Quando nel 1712 si 
doveva aprire la nuova cattedrale, per mancanza di quadri, fìi 
trasportata la detta pala dalla chiesa di s. Lazzaro, e fatta fare 
una copia per quella chiesa. Contemporaneamente venne trasportato 
un altro quadro, pure di pennello classico, rappresentante la nascita 
di N. S., dalla capella dell' isola di Mezzo, una volta appartenente 
alla famiglia Prazatto ; ed ambedue le dette pitture furono apprez- 
zate in queir epoca del trasporto, per 3000 doppie. Sul quadro di 
Tiziano avvi la firma dell'autore sulla tomba della Vergine: 

A 

Ticianus R.R. F. 

Le colonne che adornano la pala, furono nel 1853 trasportate, 
per ordine del vescovo Jederhnic, dalla soppressa chiesa del Rosario. 
La mensa dell' altare maggiore è alla foggia romana, in mezzo del 
presbitero, ed è tutta di marmo. Il trono vescovile è quello stesso, 
che una volta serviva pel Rettore della repubblica. 

Nella cappella laterale a mano destra, vi è il grandioso altare 
di marmo, con in mezzo la statua di s. Giovanni Nepomuceno, di 
grandezza naturale, eretto a spese dell' arcivescovo Arcangelo Lupi 
(1575 — 66). Dirimpetto al medesimo è l'altare dedicato a S.Ber- 
nardo, di marmo lavorato a mosaico ; e sulla base delle colonne si 

* Nel giorno 20 marzo 1876, alle 11 ore autim., scoppiò un tremendo fulmine, 
scaricandosi sulla cupola della detta chiesa ed arrecandole gravissimi danni. 
Si dovette quindi chiuder la chiesa, fino a che saranno praticate le neces- 
sarie riparazioni. 



92 

osserva lo stemma della nobile fami^'lia de' Giorgi che lo eresse. 
La pala ad olio, è del raguseo Mattei (f 172U). 

Tutti ^Vì altri altari delle cappelle minori sono pure di marmo. 
(ili altari del Crocefisso, e della Madonna ^/r^/ J^orfo, uno dirimpetto 
air altro, sono stati eretti a spese delF arcivescovo Gregorio Lazzari 
(1777 — 92). L'altare dei ss. mm. Cattarini, Pietro, Lorenzo ed 
Andrea, di cui la pala è del pittore Carmelo, napolitano, che di- 
morò a Ragusa, fu eretto dalla repubblica al principio questo 
secolo, col ricavo dalla vendita dei ruderi della chiesa dei detti 
santi, caduta nel terremoto ; e 1' altare a lui opposto , della B. V. 
Annunziata, del pittore raguseo Benedetto Stay, fìi ornato di co- 
lonne di marmo trasportate nel 1853 dalla chiesuola appartenente 
al palazzo vescovile, colla mensa ed antipendio della chiesa del 
Rosario , di cui facevan parte le colonne ora suU' aitar maggiore ; 
mentre per l' innanzi era di legno. In fondo della chiesa poi vi è 
il battistero, tutto di marmo; e sopra la porta maggiore un ele- 
gante corretto coli' organo fabbricato nel secolo scorso dal prete 
raguseo Vincenzo Klisevic. 

La cattedrale è fornita di un buon numero di pitture classiche. 
Oltre il quadro dell' Assunta di Tiziano , e 1' altro rappresentante 
la Natività di N. S., che per quanto d' ignoto, senza dubbio però di 
distinto pennello, ve ne sono parecchi altri Vi sono qnattordici 
quadri ad olio, che una volta appartenevano alla famiglia di Bernardo 
Giorgi, e passarono in proprietà della cattedrale. Nella Tesoreria 
della repubblica vi è la distinta dei detti quadri, coi relativi prezzi 
di stima, fatti alla fine del secolo passato. E sono i seguenti: 

1. San Girolamo in grande di Bonifazio, stimato per 230 ducati veneti. 

2. La B. V. col Bambino e s. Giuseppe che dorme, di Giovanni 
Bressan, due. 100. 

3. Uccellami di Niconisio, due. 70. 

4. La Beata Vei'gine con s. Giuseppe che fugge in Egitto, del 
Padovanino, due. 390. 

5. La strage degli Innocenti, dello stesso, due. 390. 

(3. Nostro Signore che libera le anime dei ss. Padri dal limbo, 
dello stesso, due. 390. 

7. Sansone che colla mascella atterra i filistei, dello stesso, due. 390. 

8. Cristo in croce con la B. V. ed altri santi, di Giovanni Be- 
nedetto Castiglioni, due. 100. 

9. Paletta con vari santi di Carletto Caliari, due. 450. 

10. S. Catterina del Palma il vecchio, due. 100. 



9^ 

11. La B. V. col bambino ed altri santi in tavola, del Parmi- 
gianino, due. 400. 

12. Il Nostro Signore legato alla colonna^ su tavola, di Andrea 
dal Sarto, due. 100. 

13. Il Salvatore, mezza figura in tavola, del Pordenone, due. 200. 

14. La B. Vergine con altri santi, su piccolo tavola, di Giulio 
Romano, due. 150. 

Due altri quadri; che erano pure di proprietà dello stesso B. 
de Giorgi, vennero lasciati nella Tesoreria della repubblica, cioè: 
Adone e Venere di Paris Bordone, apprezzato nella detta memoria 
per due. ven. 370, ed il ritratto della Putta Tedesca di Tiziano, 
stato apprezzato a due. 250. Quest'ultimo nel 1811 venne portato 
via da Domenico Garagnini, in allora governatore civile di Ragusa 
sotto il dominio francese ; e dicesi trovarsi nella galleria di sua 
famiglia a Traìi; mentre il primo è tuttora nel palazzo del Capi- 
tanato distrettuale. 

Dei succitati 14 quadri sgraziatamente alcuni maneanO; ne si sa 
dove sieno. 11 quadro di Pordenone, pochi anni addietro furato, fìi 
apprezzato pel valore di 8000 fiorini dall' Accademia delle Belle 
Arti a Vienna, e di nuovo venne rimesso al suo posto. 

Oltre i succitati quadri avvi un interessantissima pittura ad olio 
della scuola fiamminga , rappresentante V adorazione de" magi ^ che 
ricchiamò V attenzione del prof. Eitelberger, e la descrisse nell'opera 
sul suo viaggio nella provincia. Egli lo dichiara appartenente alla 
scuola di Bruges, del sec. XV. E fra le altre cose scrisse: „la 
,,parte artistica è straordinariamente splendida, ed il quadro, non 
,. ostante che abbia soft'erto per le macchie di cera, si è conservato 
«tuttavia in maniera, che abbisogna soltanto della mano di un buon 
,,ristauratore, perchè faccia un impressione anche su un profano 
„ dell' arte. Nelle gallerie di Vienna, Monaco, e Berlino, si vedono 
„de' quadri dell' istessa scuola, che si ritengono come lavori dell'ar- 
,,tista Heujling. colle di cui opere il quadro di Ragusa ha un 
„ estrema somiglianza." Del modo come venne a Ragusa, non consta. 
Esso serviva di pala dell' altare portatile , quando gli ambasciatori 
ragusei si recavano a Costantinopoli; e si piega in tre parti. 

Un altro quadro di grande interesse possiede la cattedrale; ed 
è mia tavola alta poi. vienn. 33 : 4, e larga 23 : 5, su cui è di- 
pinta la Madonna, che tiene nella sinistra il bambino, con un angelo 
dietro alle spalle, ed alla destra un paesaggio. È dell'immortale 
Raitaelio. Apparteneva alla chiesa di Lacroma, ed abusivamente da 



94 

quei monaci fìi venduto dopo il terremoto por 100 doppie geiio 
vesi; ricuperato però dalla rei)ubblica, e collocato nella Cattedrale.^ 

È da riccordare inoltre un' altro quadro , che attira la generale 
attenzione. È la Madonna della Seggiola ; che, a giudizio del rino- 
mato pittore boemo Jaroslavo Òermak, il quale dimorò vart anni 
a Ragusa, sarebbe copia della Madonna di Ratìaello, fatta però da 
qualche distinto allievo del medesimo, e ritoccata da Katl'aello stesso. 
11 re di Sassonia, Federico, pure giudice competentissimo, osservò, 
mentre visitava Ragusa, che se questo quadro, il che è dubbio, 
non era T originale di Raffaello , ma quello di Firenze , che allora 
questo era di Andrea dal Sarto, il quale imitava così i dipinti di 
Raffaello, da ingannare gli stessi di lui allievi. 

Avvi inoltre un quadro della Madonna di Guadalupa, dedicato 
nel 1861 dal pittore I. Cagide all'infelice Carlotta, e che appar- 
teneva alla cappella imperiale del Messico, dato in dono a questa 
cattedrale dall' arciduca Francesco Carlo, padre dell compianto Mas- 
similiano ; si ammira di più un magnifico Crocifisso d' argento, 
maestrevolmente lavorato, su croce di ebano, che Sua Maestà 
l'augustissimo nostro Sovrano Francesco Giuseppe I recen- 
temente fé tenere in dono a questa chiesa. 

Tre iscrizioni lapidarie si leggono nella cattedrale. All' arcivescovo 
Scotto, sepolto nella chiesa stessa, venne eretto un monumento 
nella sacristia, colla seguente iscrizione: 

D. 0. M. 

Thomas Antonius Scottus — Viglevanensis — Olim Tici- 
nensis ecclesiae vices-gerens — Rachusio Archiepiscopus — 
Sero datus cito ereptus — Bonorum moecenas pauperum tutor 

— Animarum pastor optimus — Imo pater — Sponsae suae 

— Brevis amor magnus dolor — Immortale solatium. 
Obiit IV id. Mart. — Anno Dni — M.DCCVIII. 

La seconda iscrizione lapidaria è all' immortale Ruggero Bosco- 
vich, nella capella laterale di s. Bernardo, dettata da Mr. Bene- 
detto Stay, e suona cosi: 

Rogerio Nicolai F. Boschovichio. 
Summi ingenii viro philosopho et matematico praestantis- 
simo — Scriptori operum egregiarum — Res physicas, geo- 
metricas, astronomicas — Plurimis inventis suis auctos conti - 

' Avvi in proposito una lunga pertrattazione nell'Archivio di Ragusa, nei 
fascicoli VI e XV dell' anno 1U72. 



95 

nentium — Celebrarum Europae academiarum socio — Qui 
in societate Jesu cum esset ac Romae Mathesim profiteretur 
— Benedicto XIV mandante — Multo labore singulari indu- 
stria — Dimensus est gradum terrestris circuii — Boream 
versus per pontificiam ditionem transeuntis — Ejusdemque 
ditionis in nova tabula situs omnes descriptis — Stabilitati 
Vaticano Tholo reddeundae — Portubus Inferi et Superi niaris 
ad justam altitudinem redigendis — Restagnantibus per cam- 
pos aquis emittendis commonstravit viam — Legatus a Lucen- 
sibus ad Frauciscum I. Caes. M. Etruriae Ducem — Ut omnes 
ab eorum agro averterentur obtinuit — Merito ab lis inter 
patritios cooptatus — Mediolanum ad docendum Mathematicas 
disciplinas evocatus — Braidensem extruxit instruxitque ser- 
vandis astris speculam — Deletae tuni Societatis suae super- 
stes — Lutetiae Parisiorum inter Galliae indigenas relatus — 
Conunissum sibi perficiendae in usus matheniaticos — Opticae 
munus adcuravit — Ampia a Ludovico XV rege Xmo attri- 
buta pensione — Inter haec et poesim mira ubertate et faci- 
litate excoluit — Doctas non semel suscepit per Europam pe- 
regrinationes — Multorum amicitiis gratia virorum Principum 
ubique fioruit — Ubique animum christianarum virtutum ve- 
raeque Religionis studiosum praesetulit — Ex Gallia Italiam 
revisens jam senex — Cum ibi in elaborandis edendisque po- 
stremis operibus — Plurimum contendisset et novis inchoandis 
ac veteribus absolvendis — Sese adcingeret — In diutur- 
num incidit morbum eoque obiit Mediolani — Id. Feb. A. 
M.DCCLXXXVII natus annos LXXV menses IX dies II — 
Huic optime merito de Repub. Givi — Quod fìdem atque ope- 
ram suam eidem saepe probaverit — In arduis apud exteras 
nationes — Bene utiliterque expediundis negotiis — Quodque 
sui nominis celebritate novum patriae decus attulerit — Post 
funebrem honorem in hoc tempio cum Sacro et Laudatione — 
Publice delatum — Ejusdemque templi Curatores — Ex Se- 
natus consulto — M. P. P. 
La terza lapide coli' iscrizione è stata recentemente eretta al 
Conte Bernardo Caboga, Generale d' Artiglieria, morto a Vienna 
nel 1855. L' iscrizione incisa, composta dal def. Giovanni Matulic, 
è del seguente tenore: 

Memoriae et honori — Bernardi Comitis de Caboga patritii 
Rhacusini — Joannis olim Rhacusinae Reipublicae Senatoris 



96 

filii — A Cubiculis et Consiliis intimis — Iinporatoris et Regis 
Nostri — Ac Leopoldini Cominendatoris — Qui Vili Idus 
feb. au. M.DCCILXXXV lìbacusae iiatus — Scieiitia militari 
Viiulobonae ab adoleseentia niiiitice comparata — Caesaris 
stipendia per decem ampUus lustra praeclare meruit — Quique 
gravissimis legationibus soleiter susceptis ac feliciter peractis 

— Kjusque tide atque opera domi militiaeque — Augustissimis 
Austriae Inqjeratoribus — - Francisco I, Ferdinando 1, et Fran- 
cisco Josepbo I — Splendide probata — Ballistariorum praefectus 

— Ac summus macbinatorum et bellicorum operum rector — Fuit 
renunciatus — Exteris etiam a Principibus^ Hispano^ Sarma- 
tico, Saxone, Svecico, et Siculo, — Inter equites primorum 
ordinum adlectus — Donisque militaribus ob virtutem dona- 
tus — Demum Vindobonae XIII Kal. Decembris an. M.DCCCL\' 

— Post acerbum morbum Christiana fortitudine perpessum — 
Pie obiit in magistratu — Omnibus — Ingenio eruditione 
suavitate morum atque integritate — Carus et tìebilis — Sed 
nulli quam patriae carior — Cujus gloriam majorum vestigiis 
insisteus — Provexit — Nullique tiebilior — Quam Henrico 
Gomiti de Caboga ex fratre Biasio filio — Qui corpori Patrui 
de se optimo meriti — In gentilitio sacello ad Umblam — 
Ex volimtate defuncti composito — Ejusdem Cor in hac Aede 
principe — Devoti gratique animi caussa deposuit — Titu- 
lumque dicavit. 

Cappella delle Reliquie. Quello poi che in special modo rende 
rinomata la Cattedrale di Ptagusa, è la di lei cappella colle s. Re- 
liquie. Essa può dirsi con ragione un vero tesoro, sia che si abbia 
riguardo alla copia delle reliquie, oppure al merito artistico delle 
teche in cui sono rinchiuse e magnificamente lavorate, sotto diverse 
forme, di teste, di piedi, di mani, di busti, di pissidi, di calici, 
di vasi, di quadri, di croci, urne ecc. ; non cedendo in questo a 
nessun' altra città, tranne Pioma. 

Sin dal sec. X Ragusa potè formare una cappella di sacre reli- 
quie mercè il dono di Paulimiro Belo; il quale reduce da Roma 
per riassumere il regno de' propri avi, vi lasciò le reliquie dei ss. 
Nereo, Achilleo, Pancrazio, Petronilla e Domitilla, seco portate, e 
collocate indi nella chiesa di s. Stefano a Pustierna. ^ Col tem])o 

' Quest' antichissima chiesa, posta dietro la cattedrale, dacché ruiuò nel 
terremoto, non venne più rifabbricata. Tuttora nei di lei ruderi si leaise 
un' iscrizione incisa in una lapide, incastrata nel muro deli' abside, che 



97 

aumentossi la detta cappella colle reliquie dei ss. Zenobio e Zenobia, 
e con due insigui frammenti di s. Croce, portati nel 1050 da Mar- 
garita, vedova di Stefano re di Croazia, che si domiciliò e morì 
a Kagusa. 

Contemporaneamente a questo primo reliquiario, sino dal secolo 
decimoterzo cominciò a formarsi un altro presso la chiesa metro- 
politana; che crebbe ad un rilevante numero di reliquie, partico- 
larmente all' epoca delF invasione turca in Europa, venendo ivi in 
buona parte trasportate le s. reliquie da Costantinopoli e dalle altre 
città del impero greco; al quale effetto, oltre i privati cittadini, 
pose tutta la cura la repubblica stessa, mandando appositamente 
propri legni per ricuperarle, e ricompensando largamente coloro 
che le portavano tali tesori. In tal guisa nel sec. XVI la metro- 
politana potè contare ben trecento teche di oro ed argento, con- 
tenenti particelle di sacre reliquie. 

Caduta nel terremoto del 1667 la chiesa di s. Stefano e la Me- 
tropolitana, le dissotterrate reliquie furono trasportate nel forte 
Revellino; da dove poi furono trasferite nella chiesa de' Domeni- 
cani, e poi nel 1721 nella cappella dell' attuale chiesa Cattedrale. 

In quella luttuosa circostanza molte reliquie colle rispettive teche 
furono frantumate, e le ossa raccolte, vennero depositate in due 
eleganti casse; molte altre reliquie poi rimasero anonime, per non 
esser state contrassegnate col nome del santo, al quale appartene- 
vano. Di tutte le teche che possedeva la chiesa di s. Stefano 
e la Metropolitana, appena si raccolsero 182 ; e si trovano nella 
cappella dell' attuale Cattedrale. 

È elegantissima la detta cappella. Di fronte v' ha come un altare, 
dov'è la Croce col s, Legno. Da tutti i lati vi sono nicchie, la- 
vorate con molto gusto, e splendide di doratura, nelle quali sono 
collocate le s. reliquie. Il frammento di Legno di Croce, portato 
da Margherita di Croazia nel 1050, è alto 24 centini., largo 8, 
e grosso circa cent. 2:5. Da questo frammento il vescovo Jeder- 

ricorda la regina Margarita come fondatrice della medesima, ed eronea- 
meute pretende, che presso quella chiesa sia stato seppellito il di lei ma- 
rito Stefano. L' iscrizione è del tenore seguente : 

Junius Gradius Matthaei lìlius pietate motus ossa ex sepulchris ante 
hanc aedem positis jam pene vetustate dirutis, in quibus etiam Stephani 
regis Bosnae, cujus uxor Margarita hanc aedem divo sui viri cognomini 
posuerat, condita fuisse fama ferebat, coelum et hominum injuriis ob- 
noxia in hoc sepulchrum sua impensa factum, annuente summo pontifice 
Gregorio XIII transferenda curavit anno M.D.LXXXX. 



98 

linic^ aveva staccata una porzione, per refj:alarla al Card. Fransoni ; 
e nel 1853 oftrì in dono una particella del s. Legno all' arciduca 
Massimiliano, il quale poi la depositò nella chiesa del s. Sepolcro 
a Gerusalemme. In varie altre teche vi sono minori frammenti; e 
fra gli altri avvi una particella poi tata da Gerusalemme dal raguseo 
fra Bonifazio de Stephanis , guardiano di terra santa , indi vescovo 
di Stagno, il quale nell'anno 1555 pel primo dopo s. Elena aprili 
sepolcro di Cristo, e trovatovi un frammento del s. Legno, lo di- 
stribuì fra il pontefice ed alcuni cardinali, trattenendo una porzione 
per se, che ora si venera nella detta cappella. 

Si conserva pure in una magnifica cassa d' argento il Pannicello 
in cui fu ricevuto il bambino Gesù nel tempio da s. Simeone pro- 
feta. Lo portò da Gerusalemme un sacerdote albanese nel 1040. 
Nel secolo passato il pannicello aveva in lunghezza circa un metro 
e 53 centim., ed in larghezza centim. 51. Il vescovo Jederlinic nel 
1844 offrì in dono una porzione al felicemente regnante pontefice 
Pio IX. che la ripose nella basilica Liberiana. Il tessuto è d' amianto. 

In una teca si conserva un filo, di due metri circa di lunghezza, 
della veste inconsutile di Cristo: stato regalato dal Patriarca di 
Costantinopoli Gregorio, nel 1455, al raguseo Giunio de Gradi. 

Del sepolcro di Cristo v' è pure un frammento, portato da Bo- 
nifacio de Stephanis, che lo distaccò, quando rinnovava la crollante 
fabbrica che copriva il s. Sepolcro. 

Vi sono parecchie reliquie di s. Biagio; e fra le altre un fram- 
mento del suo cranio , rinchiuso in una magnifica corona d' oro 
alla bizantina, lavorata a filagrana. Prescindendo dall' inestimabile 
valore, come oggetto di culto religioso, è del più grande interesse 
dal lato artistico ; e dobbiamo al prof. Eitelberger Y illustrazione 
che fece della detta teca. La XX delle tavole che adornano il suo 
lavoro archeologico sulla Dalmazia, ce la riproduce in disegno, ed 
alla pag. 147 ampiamente la descrive. Secondo alcune memorie 
manoscritte, questo lavoro fu portato a Ragusa dall' oriente nel 
1026, da un abbate greco. Ha la forma di una corona bizantino- 
orientale ; il reliquiario è diviso in tre porzioni, di cui la superiore 
è ricoperta di ornati, di figure e fogliami. \\ sono l'appresentati i ss. 
Andrea, Biagio, Pietro, e V arcangelo Michele ; s. Biagio è senza 
r insegne della sua dignità episcopale ; lo smalto dell' aureola è di 
color azurro-verde, rosso nelle figure. La parte media è compartita 
in campi ora rotondi, ora quadrati, sui quali si vedono tre santi, 
cui non fu aggiunto il nome; quindi s. Pietro, s. Matteo, s. Già- 



99 

corno, e finalmente una Madonna, pessimamente restaurata. Nella 
terza porzione si vede: Cristo sedente sul trono che benedice colla 
dritta e tiene un rotolo nella sinistra, s. Giovannni barbuto con spalan- 
cate le mani, ed un altro santo coli' iscrizione s. Johes, s. Baresis. 

Vi sono parecchie altre reliquie dello stesso santo; una teca a guisa 
di braccio umano, con un frammento della mano del santo, portata 
dalla Rassia nel 1346 dal raguseo Tommaso de Yitianis ; una pic- 
cola porzione dell' osso gutturale in un magnifico ostensorio alla 
gotica, asportato pure dalla Rassia da Stefano di Marino da Dui- 
cigno, e regalato nel 1428 alla repubblica; un' altra reliquia della 
mano del santo, data in dono nel 1452 da Tommaso Paleologo, 
despota della Morea, al raguseo Radovanovic, per averlo salvato 
sulla propria nave, quando i turchi invasero il suo regno ; ed una 
tibia, portata dall' oriente nel sec. XI . e nel 1667 rubata e portata 
a s. Remo, indi a Genova, ricuperata poi dai ragusei nel 1675. 

In un dorso d' argento avvi poi un osso di s. Agostino Dot- 
tore, di cui tutto il resto del corpo , infuori della detta costola, 
è a Pavia. 

In una teca si conserva un frammento del capo di s. Andrea 
ap., regalato alla repubblica da Tommaso Paleologo, quando si 
fermò a Ragusa, portando tutto il capo a Roma. 

È curioso r acquisto del frammento del braccio di s. Giovanni 
Battista, che si conserva in una cassa d' argento. Nel 1 452 il fran- 
cescano Giorgio Dragesic, bosnese, portando la detta rehquia da 
Gerusalemme, si fermò a Ragusa ed ammalò. Ritenendosi a morte, 
la conseguo a due senatori, con condizione che, qualora si rista- 
bilisse, gliela dovessero restituire, per averla promessa ai Fiorentini. 
Erano inutili le di lui ricerche quando ricuperò la salute; come 
pure inutili i reclami de' Fiorentini per averla. Rivoltisi al pon- 
tefice, questi con due brevi minacciò i ragusei di scomunica, qualora 
non la restituissero; ma inutilmente. In ultimo si rivolsero a Ba- 
jazette con un istanza, che in originale si conserva nell' archivio 
della repubblica. Questi demandò la causa ad un pascià, il quale, 
corrotto probabilmente dai ragusei, troncò la questione, coli' osser- 
vare, che potevano raccogliere a piacimento delle ossa de' cristiani 
quante ne volevano a Rosso vo polje. 

Tutte le 182 teche che racchiudono le diverse reUquie, e di cui 
per brevità ommettiamo i nomi, sono di argento in fuori di alcune 
di s. Biagio, che sono di oro. Oltre il loro interesse come oggetto 
di culto, e la loro importanza dal punto di vista istorico, molte 



100 

di loro hanno filande interesse dal lato artistico, per ^di antichis- 
simi e finitissimi lavori in oro, argento, e smalto in massima parte 
eseguiti a Ragusa dal sec. XII in poi. 

Un lavoro artistico poi, che attira V osservazione non solo degli 
intelligenti, ma di tutti quanti visitano la detta cappella, si è un 
bacino colla brocca, d' argento (undeci libre di peso), in cui si 
ammira a qual grado di finitezza V arte dell' orificeria era giunta 
a Ragusa nel XV secolo. È lavoro del raguseo Giovanni Progo- 
novié, fatto per commissione dell' arcivescovo Timoteo Mafifei, che 
lo voleva portar in regalo a Mattia Corvino, nelF occasione che 
doveva recarsi alla dieta di quel regno, di cui erano membri di 
diritto gli arcivescovi di Ragusa. Morto però poco prima d' intra- 
prendere il viaggio (1471) lo lasciò in testamento al proprio nipote, 
che lo vendette al governo della repubblica, e questi ne fece pro- 
prietaria la chiesa cattedrale. È inaprezzabile il suo lavoro arti- 
stico. Il bacino è tutto ricoperto da elegantissimi animaletti la- 
vorati in argento con isquisitissima finitezza; ed il fondo è rico- 
perto da molle erbetta, che sorprendentemente imita la natura. Il 1 
tutto è passato colla corrispondente vernice, da rappresentare gli ( 
oggetti al naturale. Quando si versava dell' acqua, gii animaletti j 
si muovevano con stupendo artifizio. Sulla brocca pendono frutta j 
e fogliami , rettili e rami di corallo ; all' intorno figure mitolo- ; 
giche, al di sopra un cacciatore col suo corno, cani, cervi, e ca- i 
priuoli , mentre dal vacuo del vaso sorgono alcune spiche di grano ; 
il tutto eseguito con arte anniiiranda. Per quanto il lavoro abbia ] 
sofferto dal tempo, e dalla poca cura con cui fu tenuto, non ha 
perduto però dell' essenziale del suo merito. 

Oltre a molti altri preziosi oggetti vi è un arco col turcasso, 
e con molte freccie; lavoro elegantissimo, e regalo di alcuni gian- 
nizzeri (1510) alla repubblica, quando erano di passaggio per Ra- 
gusa. Si osserva infine, non senza commozione, un cuscino di ve- 
luto, riccamato e lavorato in perlette, che apparteneva alla cappella 
Imperiale del Messico, e dato in memoria a questa Cattedrale 
dall' Arciduca Francesco Carlo. Nella stessa cappella si vedono due 
pitture simboliche del raguseo Pietro Mattei. 

Ragusa dall' origine della sua fondazione ebbe proprio vescovo ; 
ed il primo fìi lo stesso Giovanni di Epidauro, il quale dopo 1' ec- 
cidio di quella città, si trasportò coi superstiti cittadini nel castello 
Lavve. La sede vescovile venne indi elevata a metropolitana nel 
sec. XI, e durò fino all' anno 1828, in cui fu ridotta di nuovo 




*=.; 



101 

a sede vescovile e le furono abbinate le sedi di Stagno e Cur- 
zola. Avvi presentemente un Vescovo, un Capitolo, ed un Clero 
Curato. 

Dimora di S. M. Francesco I. a Ragusa. — Dappresso la Cat- 
tedrale avvi la casa Bassegli-Gozze, dove le Loro Maestà Fran- 
cesco I, e la di lui consorte Carolina, durante la loro dimora 
a Ragusa nelF anno 1818, alloggiarono per 10 giorni. La seguente 
iscrizione, incisa in una lapide di marmo, ed incastrata nel muro 
della casa, ricorda la fausta circostanza: 

Imperatori Francisco L Austriaco — Et Carolinae Augustae 
Conjugi — Optimis et indulgentissimis principibus — Quod 
dies decem bisce in aedibus — Diversati sunt — Tantis hospi- 
tibus nobilitata et aucta — Domus Gozziorum — Ad aeternam 
posterorum memoriam — Anno M.DCCCXVIIL 

Chiesa di s. Biagio. — Dirimpetto alla Dogana, e rispettiva- 
mente al palazzo Municipale, ergesi il maestoso tempio, sacro al 
protettore di Ragusa, s. Biagio. 

Su quest' istesso sito era stata eretta al medesimo santo la prima 
chiesa, allorquando venne scelto per protettore della città e Stato 
della Repubblica (sec. X); e nel 1348 per voto venne inalzato un 
tempio più maestoso sul posto istesso. Per architetto era certo 
Giovanni da Siena. Dappresso la chiesa contemporaneamente fti eretta 
una loggia, destinata per stazione militare , e dimora delle guardie 
della città, entro cui nei primi tempi si tenevano pubbliche con- 
cioni al popolo. 

La chiesa era di stile romano, e simile nella forma alla catte- 
drale, soltanto più piccola in dimensioni. Avea tre navate, soste- 
nute da alte e grosse colonne, su cui poggiavano gli archi ; fornita 
tutto all' intorno di peristili. I vetri delle finestre erano colorati 
con immagini di diversi santi. Nel presbitero ergevasi un superbo 
altare, con una bella pala d' argento, ed il ciborio di egual metallo. 
Avea tre altri altari : del Crocifisso, di argento massiccio ; di s. Am- 
brogio, eretto dalla famiglia Sforza milanese; e di s. Margherita. 

Attorno alla chiesa vi era un recinto, con balaustrata di colon- 
nette, sovraposte a statue di marmo rappresentanti diversi santi. 

Questo tempio sofferse molti guasti nel terremoto, però rimase 
in piedi e venne ristaui'ato. Nel 1706 il fuoco accidentalmente 
appiccatosi, lo distrusse tutto quanto, risparmiando solamente la 
statua del santo protettore. 



Demoliti i iuiUtì^ tu sul luogo istesso eretta V attuale chiesa 
nel 1707 — 15, sotto la direzione dell' architetto Marino Groppelli 
da Venezia, sul disegno d' un altra che conteniporanemente si fab- 
bricava a Roma presso la via Flumentana^ a spese del Cardinale 
Castaldi, e che fu benedetta dal raguseo ab. Ignazio (Jiorgi nel 1715. 

L' attuale chiesa è di stile di renaissance. Si alza dal suolo sopra 
un basamento scarpato, a cui si ascende per una scalea di undici 
gradini, clie termina in un antipendio balaustrato. La facciata è 
d' ordine corintio con quattro colonne rotonde, sormontate da un 
attico, con un tinestrone arcuato sopra la porta, e frontone circo- 
lare. I fianchi sono adorni di colemie attiche incastrate. L' interno 
è a tre navi, nel cui centro quattro colonne corintie con piedestalli 
sostengono una cupola semisferica. Nel presbitero ergesi un sem- 
plice, ma elegante altare alla romana, su cui è collocata la statua, 
che rimase incolume fra le fiamme, ed a cui allude la seguente 
iscrizione, incisa su una lapide marmorea, a destra delF altare: 

D. 0. M. 
Simulacrum hoc argenteum — Divi Blasii mailyris — De- 
flagrato ejus vetere tempio — A. D. M.DCCVI — E rude- 
ribus et cinere erutum — Caeteris omnibus signis — Atque 
ornamentis — Ex auro argento aere — Obtritis colliquefactis 
— Senatus Rhagusinus — Inclyto Patrono — Hanc aedem — 
Prioribus ampliatis vestigiis — Cum augustiorem excitasset — 
Rursus in ara maxima — Tamquam sua in sede — Et pu- 
blicae securitatis arce — Statuendum censuit colendumque — 
A. S. MDCCXV. 

La statua è di sottili lamine d' argento dorato, cesellate a bollino. 
Presenta solamente la prospettiva anteriore d' un vecchio in abito 
vescovile all' orientale. Manca la parte posteriore ed il vuoto in- 
terno è riempiuto di legno, analogamente intagliato. L' altezza 
della statua (senza la mitra, che è lavoro posteriore) è di poli, 
vienn. 21 : 5, ossia 56 : 5 ceutim., e calcolandola fino a tutta l'al- 
tezza della mitra è di poli. 26. È lavoro di gusto romano dell' opera 
posteriore, però sempre innanzi al XIII secolo. L'esecuzione dell'arte 
tecnica dà a divedere che è un lavoro molto antico, e di quell'epoca 
quando il gusto rojiiano seguiva il bizantino Nella mano sinistra 
del santo è posta una lastra d' argento, in cui è incisa la città. 
Tale lavoro è stato eseguito ti-a il 1480 — 85. e mostra il carattere 
tipico nei principali oggetti. La posizione della città coi principali 



103 

edifici è stata lavorata con esatezza; però si osserva un raccorciamento, 
mancandovi tre secondarie transversali calli^ che tagliano la contrada 
principale, e che vi erano anche a queir epoca. Il numero delle 
torri corrisponde perfettamente a quelle che ognora vi sussistono, 
infuori di una presso la porta che conduce alle Pillo, recentemente 
abbattuta. 

La chiesa ha due altari laterali; di più quattro belle statue di 
pietra, del Lazaneo da Brazza. Yi sono pure parecchie pitture ad 
olio, però non di grande merito artistico. 

Dinanzi alla porta principale stava il pilastro, appellato Orlando, 
che non venne mai più rimesso al suo posto, dacché fu atterrato 
dall' uragano. 

Chiesa e convento dei Francescani. — Presso la porta che con- 
duce alle Pillo, si vede una semplice, ma maestosa e vasta chiesa, 
con un alto campanile, ed annesso convento, che appartiene ai minori 
osservanti di s. Francesco, ed è dedicata al fondatore dell' ordine. 

I francescani giunsero a Ragusa venti otto anni dopo la fonda- 
zione del loro ordine (1235); e nel 1250 fu a loro eretto un con- 
vento, coir annessa chiesa dedicata a s. Tommaso ap., nel sob- 
borgo Pillo, e precisamente nella località che si chiamava Jamine, 
indi piazzetta Cimisela ora ridotta a giardino pubblico dall' esimio 
brigadiere generale barone de Jovanovic, il quale anche per questo 
riguardo riscosse la riconoscenza de' Ragusei. Per tema di agres- 
sioni nemiche nel 1315 dalla stessa repubbhca venne abbattuto, 
e fabbricato 1' attuale convento coli' annessa chiesa entro il recinto 
della città. 

Adornano la chiesa bellissimi altari di marmo, e molte pitture, 
delle quali però s' ignorano gli autori. Si ammira la sua spazio- 
sissima sacristia fatta a volta in un sol arco, e 1' elegante chiostro, 
ultimato nel 1433 dal maestro Michele di Antivari, di cui si legge 
r epitafio nel chiostro stesso. Molte iscrizioni lapidarie, dall' epoca 
dell' erezione della chiesa e del chiostro, si leggono in diversi 
punti. Il convento è molto vasto, e tenuto con somma proprietà. 

Tanto il convento che la chiesa nel terremoto del 1667 avevano 
preso fuoco, ed in massima parte vennero distrutti dalle fiamme. 
Furono però tosto fatti gli opportuni ristauri. 

Avvi presso quel convento la cereria, ed un' approvata farmacia. 
Quello poi che particolarmente rende rinomato questo monastero, 
si è la sua copiosa ed importante bibbUoteca, che data dal XVII 
secolo, essendo stata 1' anteriore distrutta dalle fiamme. Conta at- 



104 

tiialiiit'iite oltro 10.000 vulmiii. Al suo iiiL»raii(liineiilo cuiitiibuì in 

Y 

gran parte il def. ]). liinuceiizo Culir, da Spalato, il qual(\ durante 
la sua dimora per un mezzo secolo a Ragusa, ebbe la rara abilità 
di raccogliervi (luasi tutti i manosciitti patrii che esistevano presso 
i i)rivati. nonché un i^ran mimerò di staìiipati e di rare edizioni. 
La bibblioteca è divisa come segue: 1. libri patrt: stami)ati, circa 
800 voi., con opuscoli sciolti e volanti 000 circa; e manoscritti 
legati in volunn circa 500; e volanti, però ordinati e raccolti in 
tanti zibaldoni, più di 700; 2. di teologia dommatica v. 1500; 
3. predicabili 1100 voi.; 4. S. scrittura ed espositori v. 550; 5. s. 
padri V. IGO; 0. ascetici e vite de' santi v. 1000; 7. storia sacra 
e profana voi. 1030; 8. fìlosotìa, matematica ecc. v. 700; 9. lette- 
ratura antica e moderna v. 1000; 10. diritto canonico, e cose 
dell'ordine v. 800; 11. liturgica e miscellanea v. 500; 12. proi- 
biti v. 500. 

Avvi inoltre un' interressante bibblioteca musicale , raccolta ed 
ordinata dal distinto padre Giovanni Evangelista Kuzmic/ il quale 
col concorso di alcuni suoi amici, ha potuto avere quasi tutta 
la musica, che si è conservata presso le famighe, segnatamente 
nobili. Qui si trova buon numero di classici di tutte le epoche, 
dal Palestrina al presente. Chi degli studiosi volesse conoscere 
Scarlatti, Porpora, Jomelli, Pergolati, Sala Nicolla, Piccinni, Zin- 
garelli ed altri, non avrebbe che da levare uno dei cento venti 
grossi cartelloni, ove si trova collocata alfabeticamente tutta la 
musica ; dicasi lo stesso di molti de' principali autori tedeschi e 
francesi. Il tutto è riportato nel rispettivo catalogo. 

A Ragusa fu con trasporto coltivata in ogni tempo la musica, e 
fra gli antichi si cita un Ratfaelle Tampariza, francescano, maestro 
della cappella Imperiale a Vienna, e ne' tempi più recenti si pos- 
sono annoverare fra i distinti cultori della beli' arte, il nobile Luca 
di Sorgo, ed Antonio suo figho, da pochi anni morto a Parigi. Di 
questi si conserva nella bibblioteca un buon numero di sinfonie ad 
orchestra e pianoforte, e molti salmi musicati. Nel 1851 morì 
Giuseppe Zabolio, distinto maestro e compositore. E fra i numerosi 
dilettanti citeremo uno solo, il padre Sebastiano Frankovic^ siccome 
quello la di cui memoria cara si conserva in tutti i ragusei, del 

' Veniamo assicurati, che il summenzionato P. Kuzmic stia ora compilando 
una storia music:! le di tutta la Dalmazia. Con questa sua nuova produ- 
zione, egli si acquisterà un titolo di più alla riconoscenza e stima de'suoi 
compatriotti. 



105 



di cui organo vocale era sì innamorato il celelire Luigi Ricci, 
maestro di cappella a Trieste, che scrisse appositamente e gli dedicò 
un Taìitiim ergo. Dopo di aver fatto eccheggiare le chiese di Ragusa 
colla sua magnifica voce per lo spazio di trenta e più anni, morì 
in qualità di Vescovo in Bosnia nel 1864. 

A fabbricatori di organi abbiamo avuto un Santoro Marino, allievo 
del Conservatorio di Napoli, e suo figlio Antonio tuttora vivente 
in età di 77 anni; ed il prete Khsevic don Vincenzo, che pure si 
istruì a Napoli, e di cui sono tutti gli organi a Ragusa, meno 
quello nella chiesa dei francescani, fatto nel 1680 da artefici di 
Venezia, e che forse è il più grande di quanti vi sono in tutta la 
Dalmazia. Quest' ultimo ebbe due allievi nelle persone di Michele 
Zlosilo, e Gregorio Vicevié. 

I francescani di Ragusa formano dall' anno 1484 una provincia 
propria, a cui sono soggetti tutti i conventi nel territorio una volta 
appartenente alla repubblica ragusea. 

Chiesa di s. Salvatore. — Vicino alla chiesa dei francescani si 
ammira un elegante tempietto , benissimo per la purezza del suo 
stile, ed interessante per la sua antichità, dedicato all'Ascensione 
di N. S., volgarmente chiamato s. Salvatore. Fu eretto per voto 
fatto nell terremoto del 1536, come lo attesta l'iscrizione sovraposta 
alla porta d' ingresso : 

Ad avertendam coelestem — iram in maxime terrae tremore 
— hanc sacram aedem Se. Rha. vovit — anno a Christi na- 
tali die DXX — supra M.XVI. Cai. Jun. Dan. — Rhes. et 
Dam. Min. faciendum — curarunt et Pe. Seor. 

Le abbreviazioni degli ultimi nomi si riferiscono a Daniele Resti, 
Damiano Menze (Mincetic), e Pietro Sorgo. 

Sovra il portone, entro la chiesa, si ammira un quadro ad olio, 
rappresentante l' Ascensione di N. S., d' ignoto , ma di classico 
pennello. 

Vuole la tradizione, che le matrone raguseo abbiano trasportate 
le pietre polla fabbrica di questo tempio. 

La fontana. — Dirimpetto alla detta chiesa si scorge un vasto 
bacino, da cui costantemente zampilla l'acqua, condotta dalla sua 
sorgente di Gionchetto, per un canale scavato in viva roccia, attorno 
il monte s. Sergio, per 8 migha di lunghezza. 

II bacino è fatto a 16 angoli, forniti di colonne, con 16 teste 
che gettavano l' acqua in una vasca che lo circonda. Sulla sommità, 



10(1 



fiittii il volta, vi era unii cuiicii u baciiiu, di 20 palmi in circuito, 
nella quale cadeva V acqua da 8 teste di dragoni , sovraposti alla 
conca, e da un cannellone che si elevava in mezzo a loro, e gettava 
r acqua. La parte supcriore manca dall' epoca del terremoto. LMn- 
gegnere architetto era Onofrio di (ìiordano della Cava, napolitano, 
in onore a cui fu collocata sul bacino una lapide, colla seguente 
iscrizione : 

P. Onophrio I. F. Onosiphoro — Partenopeo Egregio N. 
T. — Architecto Municipes quod opt. — Ingenio et diligentia 
sua Rhacuseor. Nobil. — Providentia et ampi. Ordinis jussu 
— Coacto argento pub. hanc in Epidaur. — Rag. N. N. lUy- 
ridis urbem diu jam — aquarum paenuriis egestantem aquas 
in — ea hodie et A. VI K. Febr. Kyriaceo — Fausto et fe- 
licissimo die cospic. fontib. — exuberantissime defluentes Vili 
ab urbe — mil. scrupeos arduosq. percolles dificillimo — 
ductu perduxit. 

K. A. 

A. D. M.CCCCXXXVIII, VI kal. febr. — Alberto Imp. desig. 
A. J. I. 

A titolo di compenso venne data ad Onofrio la somma di 8.250 
zecchini. 

Lo stesso acquidotto fornisce d' acqua anche altre fontane, quella 
cioè presso il palazzo municipale-, e T altra entro il recinto del pa- 
lazzo ducale, una terza nella fortezza Revellino, e la quarta alle 
Plocce , nel recinto del lazzaretto , oltre tant' altri punti secondar! 
della città e borghi. 

Arsenale d' Artiglieria. — Dappresso alla fontana, ed unito alla 
stessa mediante il muro del suo atrio, vi ha un vasto ed antico 
edifizio, una volta chiesa e convento delle Clarisse, fabbricato nel 
1290, ed in seguito ridotto alla forma attuale. Durante la occu- 
pazione francese, soppresso a Ragusa l'ordine delle monache, il 
convento e la chiesa vennero ridotte ad uso di caserma, e poste- 
riormente per arsenale di Artiglieria. 

Caserma di s. Maria. Un altro convento, di monache benedettine, 
colla chiesa dedicata a s. Maria , uno de' più antichi fabbricati di 
Ragusa rimasti intatti nel terremoto, fu pure ridotto ad uso di 
caserma. Anche il convento delle monache domenicane fìi destinato 
ad uso del Ginnasio, di cui verrà fatta parola. Anteriormente al 
terremoto vi erano, oltre ai succitati conventi, altri monasteri di 



107 

monache, che però crollarono nella detta epoca , e tuttora si osser- 
vano i ruderi di quello di s. Tommaso ap., sovra V ospitale Civile. 

Chiesa e convento dei domenicani. — Nell'anno 1225 vennero 
a Ragusa alcuni padri dell' ordine de' domenicani, i quali fissarono 
la loro sede presso la chiesuola di s. Giacomo sovra Prieko , indi 
presso l'Assunta alle Plocce; fino a che nel 1304 venne loro fab- 
bricato r attuale convento colla chiesa di s. Domenico. 

È uno de' più interessanti fabbricati medievali a Ragusa. Nella 
sacristia, di stile gotico, si legge un' iscrizione che ricorda F archi- 
tetto raguseo, il quale diresse 1' ampliamento di quel sacro edifizio 
e dell' attiguo elegante chiostro , e di cui è pure opera il forte 
Molo ed il cassone fabbricato per la difesa del porto: 

Pasqualis Michaehs Ragusinus — Plura ingenio clara inve- 
niens — Anno quo portum edidit — M.CCCCLXXXV. 

Una quantità d' iscrizioni sepolcrali , dalla fine del sec. XIII in 
poi, si rinvengono nella detta chiesa. 

Su d' un altare di fianco , nella chiesa , si ammira la bella pala 
di Tiziano, rappresentante s. M. Maddalena^ di proprietà della fa- 
miglia Pozza , che ultimamente la fé' ristaurare dal signor Fabris 
di Venezia, e queir accademia la classificò per opera della mighor 
età dell' immortale autore, ed apprezzò pel valore di 60.000 franchi. 
Su un altro altare, in fondo alla chiesa, di pertinenza una volta 
di Vincenzo Zakrilovic-Krivonosic , sovranominato Skocibuha, si 
vede la pala rappresentante la discesa dello Spirito santo, del 
Vasari. Varie altre pitture si ammirano nella detta chiesa, di grande 
valore artistico, però d' ignoti autori. 

Nella cappella delle reliquie, dove si conservava una volta anche 
il braccio di s. Stefano re d'Ungheria, che venne nel 1771 ceduto 
in regalo all' imperatrice Maria Teresa, ^ si trova una croce patri- 
arcale, di argento, in cui v' è riposto del legno di s. Croce, fatta, 
dietro incarico del re Uros di Serbia, figlio dell' Uros il grande, 
e padre dell' imperatore Dusano, dal vescovo di Rassia Gregorio II 
(al principio del sec. XIV.), come lo attesta la relativa iscrizione 

^ In tale occasione furono coniate in oro ed in argento due medaglie colla 
seguente iscrizione: Dextera B. Stephani Regis Et Confessoris Gloriosi 
Quam Ab An. MXC ad MDXXVII In Ungar. Tum Ragusae Ultra II Saec. 
Cultam Jos. II. Et M. Ther. August. MDCCLXXI XXIX Maji Recupera- 
runt Et Post IX Dier. Devotionem Hung. D. D. Budae Quotannis Pubi. 
Veneratioui Proponendam. 



incisa sulhi croce stest^u, in lettere iuiticlie cirillitme. L'iscrizione, 
senza abbrevazioni, suona così: 

Isus Hristos nika. 

Si castni krst stvori (ìospodin kralj Stefan Uro§ i sin veli- 
kago kralja lIro§a, domu svetih Apostol Petra i Pavlu, jako 
da niu je na zdravje i na spasenje i na odpuSéenje grehov. 

I krst stvori episkup Rai^ki Grigorije vtori, jako i ona vdo- 
vica dve cete daduste. Kto vshoètet si krst uzeti, od svetih 
apostol ili ot castnoga dreva da je proklet. 

Krstom ograzdajemi ^ vragu protivljajeni se ne bojeSte se 
kazni ego ni lajana, jako grdi uprazdni se i popran bist siloju 
na drevje raspetago Hrista. 

La quale iscrizione tradotta corrisponderebbe come segue: Gesù 
Cristo vincitore. — Questa venerabile Croce è stata fatta signor e re 
Stefano Orosio, figlio del grande re Orosio, polla chiesa dei santi 
apostoli Pietro e Paolo, perchè gli sia di salute e remissione de' 
peccati. — Ed il vescovo di Rassia Gregoi'io IL la fece, come 
pure quella vedova che diede due monete. Chi volesse asportare 
questa croce sia maledetto dai santi apostoh, e dal venerabile Legno. 
— Son diffeso dalla Croce, mi oppongo al demonio, non temendo 
le pene né le di lui insidie, in quella guisa che il superbo fìi reso 
inetto e conculcato dalla forza di Cristo Crocifisso. — 

S' ignora quando questa croce sia stata portata a Ragusa ; quello 
che è certo, si è, che si trova menzionata nell'inventario del 1521. 
Senza dubbio quindi il di lei acquisto seguì prima di questa epoca, 
e probabilmente quando le armi ottomane occuparono quel regno. 

È interessantissimo il chiostro del convento, colle sue gallerie; 
come pure il portone laterale della chiesa. Il campanile è stato lavorato 
con molta eleganza, ed ebbe per architetto fra Stefano Raguseo 
(1424). Una delle campane colla data del 1359, è lavoro di Barto- 
lomeo da Cremona , che era a queir epoca al servizio della repub- 
blica. Un'altra, fusa nel 1515, porta la seguente iscrizione: 

Canite tubae in Sion, vocate cetum, congregate populum, 
coadunate senes, congregate parvulos et sugentes ubera. 

ed è opera del celebre fonditore Giambattista d' Arbe, di cui è pure 
la campana della torre dell' orologio. 

Il convento possiede un'interessante bibblioteca, di circa 5000 
volumi; una volta però molto più numerosa di opere, avendo sof- 
ferto gravi danni, quando i francesi vi stazionavano in quel con- 



I 

I 



109 

vento. Fra le altre avvi V autografo delle colossali opere di Serafino 
Cerva, che morì alla metà del sec. passato; come pure la tradu- 
zione in slavo del Nuovo Testamento in mss. (Ud Rosa. Vi sono 
inoltre parecchi manoscritti ascetici e teologici molto antichi, scritti 
su pergamena, ed alquanti rari incunabali. 

I domenicani di Ragusa fino a pochi anni fa fognavano una pro- 
vincia propria ; per mancanza però di leligiosi, si fusero cogli altri 
della Dalmazia. 

Chiesa dei gesuiti. — Dal 1560 in poi i gesuiti si recavano in 
missione a Ragusa; e nel 1662 diedero principio all'erezione del 
Collegio, che finirono nel 1684, fabbricandovi indi l'attigua chiesa 
nel 1725. L' istruzione pubblica fu affidata dal Senato alle loro 
mani, e la sostennero fino alla soppressione dell' ordine (1773). A 
loro succedettero i Piaristi, chiamati nel 1777 dalla repubblica a 
sostituirli nell'istruzione. Nel 1806, occupata Ragusa dai francesi, 
il collegio fu ridotto ad ospitale militare; ed in sostituzione venne 
dato ai piaristi il convento di s. Catterina, delle monache domeni- 
cane. Per mancanza d'individui dell'ordine delle scuole Pie, ven- 
nero di nuovo nel 1854 ricchiamati i gesuiti, e loro affidata l'istru- 
zione. Secolarizzato però il ginnasio nel 1868, V istituto passò alle 
mani di professori secolari ; e la chiesa , destinata agli esercizi di 
divozione pella scolaresca del ginnasio , è tuttora ufficiata dai 
Gesuiti, che abitano una casa privata, attigua alla chiesa. 

La detta chiesa è di stile barocco, a tre navate. In essa si osser- 
vano alcune pitture di Pietro Mattei , e si leggono iscrizioni lapi- 
darie a Fr. Rogacci, Luca Paolo Gozze, Pietro Gondola, ed ai 
due vescovi di Ragusa, seppelliti nelle tombe di quella chiesa, 
Antonio Giuriceo, e Tommaso Jederlinic. 

Neil' interno , sopra la porta maggiore , si legge la seguente 
iscrizione : 

D. 0. M. -— Templum hoc — In honorem s. Ignatii Loyolae 
— A fundamentis erexit — Colleg. Ragusinum Soc. Jesu — 
Et aperiendum curavit — An. Jub. M.DCC.XXV. 

Ospitale militare. — Il collegio raguseo, ridotto ora ad ospitale 
mihtare, è una grandiosa fabbrica, che si erge su un'altura, da 
dove prospetta tutta la città, i borghi, ed il mare. Dinanzi ha un 
esteso piazzale , e sul peristilio , presso alla porta d' ingresso , si 
legge la seguente iia-rizione, incisa in una lapide : 



no 

J. 11. 8. t Jesus XPC: tìliiis Mariae Virginis salus mundi et 
Doniiiius sit uobis propitius et elemens. 1481. 

E sullo scalone, che conduce al piazzale, dinanzi alla chiesa ed 
al colle'^io (ora ospitale) si legge: 

( "ollegium Rhagusinuni 
CIOIOCCLXV. 

Chiesa di s. Margarita. — Nel recinto dell' ospitale stesso, avvi 
una chiesuola^ ora cappella mortuaria, dedicata a s. Margarita, 
fabbricata nel 1571, in sostituzione ad un'altra, molto più antica, 
che vuoisi fosse stata eretta da Margarita regina di Croazia e 
Bosnia, demolita poi per dar luogo al bastione, eretto in quel sito, 
e perciò chiamato anche attualmente di s. Margarita. L' iscrizione 
analoga accenna alla causa per cui la chiesa antica dovette dar 
luogo ad un' opera fortiticatoria : 

Regina Bosniae ^largarita traditur 
Dicasse templum Margaritae Virgini, 
Olim beata cum fuere saecula. 
Id nunc sacellum translulere providi 
Patres, fremente Marte circum moenia, 
Dum classe Cypro rex Selinus imminet. 

Istituti d' istruzione. — Oltre le scuole Civiche, frequentate da 
circa 200 scolari , e le Nautiche , recentemente sistematizzate , con 
una ventina d' alunni , avvi a Ragusa un completo Ginnasio slavo 
di otto corsi, aftidato dal 1868 a professori secolari. Il locale, una 
volta convento delle monache domenicane, venne recentemente 
riformato e ridotto in pieno ordine. È fornito di ottimi gabinetti, 
di una bibblioteca che conta 675 volumi di teologia e filosofia; di 
letteratura 858; di diritto 106; di scienze naturali e matematica 
525; di storia 396; di diverse oltre opere 131; in tutto volumi 
2691. Oltre a questa bibblioteca, avvi la nuova, che ogni anno 
va aumentandosi , e che attualmente conta circa due mila volumi. 

Possiede pure un fondo recentemente istituito per ajutare gli 
scolari poveri, e che va continuamente crescendo; al quale, Sua 
Maestà stessa , 1' augustissimo nostro Sovrano , si compiacque di 
contribuire con una ragguardevole somma. 

Il numero approssimativo degli studenti che frequentano T istituto 
ascende all' incirca ad un centinajo all' anno. 

Le scuole fenmiinili pubbliche, sono frequentate da circa 100 



i 



Ili 

allieve. Presso le Ancelle di Carità nel sobborgo Pille, stabilitesi 
a Ragusa nell'anno 1854, avvi l'alunnato, il convitto, ed inoltre 
un determinato numero di orfane, stipendiate in parte dalla pub- 
blica Beneficenza, ed in parte sostenute dalle Ancelle stesse. Presso 
le medesime, oltre gli studi primari, vi è pure il privato istituto 
pedagogico femminile. Complessivamente all' anno possono calcolare 
da 40 — 50 interne, ed altrettante esterniste. 

Nel recinto de' loro edifizi fabbricarono nel 1860 la chiesa de- 
dicata a s. Vincenzo di Paolo. 

Il Governo però recentemente eresse un pubblico istituto magi- 
strale femminile, per provvedere ai bisogni della Provincia. 

Seminario diocesano. — Eretto dal vescovo Jederlinic nel!' anno 
1851, coi legati della Congregazione Preti. Ha una buona biblio- 
teca, raccolta fra il clero diocesano, di circa 5000 volumi, e fra 
le altre opere vi sono in manoscritto le lettere di Francesco Gon- 
dola (padre del nostro poeta Giovanni) dirette alla repubblica sopra 
la sua negoziazione col pontefice Pio IV, in folio I, 180; la vita 
di s. Girolamo in latino „ Marci qm. Petri Antonii de Crivellaris 
civis Vincentiae, Venetiis 1480" sulla pergamena in folio I, 99; il 
pastor fido del Guerini tradotto dal Canavelli; un dramma di Lu- 
crezia Bogasinovic; la traduzione delle commedie di Molière ese- 
guita da Bruere ; e tutte le opere dei ss. Padri dell' edizione di 
Parigi di Migne. 

Ospizi. — Suir origine dell' Ospitale per gli ammalati, e dell' Or- 
fanotrofio, fìi già parlato nel capo precedente. Gli attuali ospizi, 
organizzati dietro regolamento del 1827, sono formati dai seguenti 
istituti : a) r ospitale per gli ammalati ordinari ; b) la casa per le 
ammalate sifilitiche ; e) una casa destinata per maniconcio ; d) un 
locale nel recinto de' lazzaretti al borgo Plocce, che serve per 
manicomio sussidiario; e) finalmente la casa per le partorienti 
coir unito orfanotrofio. 

L' ospitale degli infermi (Domus Chrlsti) ha un proprio patri- 
monio, costituito in massima parte da lasciti antichi di benefattori 
privati, dei quali però moltissimi andarono perduti per vicende 
politiche, e che approssimativamente può calcolarsi in totale del 
valore di fio. 103.739, coli' annuo reddito di fio. 3.321. L'orfano- 
trofio perduto l' intero suo antico patrimonio, possiede soltanto un 
capitale di fiorini 600, lascito recente di un benefattore. 

Il numero degli ammalati accolti nell' ospitale puossi calcolare 



112 

annualmente in medio da 500 a 600 ; degli espurei da 80 a 00 : 
e (jiiello (lej^'li stessi collocati a baliatico, circa 300. 

Monte di piota. — Sospeso dalla regenza francese nel 1813, 
venne riaperto nel 1835. Esso facendo operazioni al pari delle 
casse di risparmio, riceve a mutuo importi da fiorini 25 a fiorini 
2500. I depositi, un anno coir altro, ascendono da 70 ad 80 mila 
fiorini, cftettuati da 130 a 140 parti, cioè in media a 538 fiorini 
per persona. Questi capitali vengono impiegati in sovvenzioni sopra 
pegni d' oro, argento, gioje, ed altri preziosi, che secondo le an- 
nualità, più meno ubertose, ascendono all' incirca da 4 a 5 mila. 
Il censo è di mezzo soldo sopra il fiorino, cioè di fio. 6 per cento 
air anno. 

Istituto dell' Opera pia. — I redditi di questo pio istituto vanno 
divisi: a) per le maritazioni delle ragazze di ogni condizione; 
b) alla beneficenza per i poveri mendicanti vergogniosi, ammalati, 
per i poveri di famiglie decadute, per i poveri appartenenti alle 
confraternite di s. Lazzaro e di s. Antonio; e) per messe vinco- 
late e libere ; d) per il fondo di religione ; e) per V ospitale civile ; 
f) per sussidio per gli studi de' chierici; g) alla fabbriceria della 
cattedrale e collegiata; h) ai conventi di s. Francesco e s. Dome- 
nico per messe; i) per messe destinate a vari parochi ed a varie 
chiese; 1) per riscatto degli schiavi, le cui rendite ora si versano 
alla cassa erariale; m) per i discendenti di varie famiglie, vin- 
colate alla condizione di povertà e di malattie ecc. 

Le rendite dell' Opera Pia, con tutti gli azionari sopra accen- 
nati, ascendono a circa 20.000 fiorini annui. 

Pubblica Beneficenza. — La Beneficenza propriamente detta, 
comprende: a) l'ospitale alle Pille dei mendici; b) un ospizio in 
città per i medesimi, detto di s. Stefano ; e) il conservatorio delle 
orfanelle amministrato dalle Ancelle di Carità ; d) la casa di rico- 
vero, ossia asilo di vecchie donne miserabili ed impotenti. 

Le rendite della beneficenza, con tutti gT istituti sopranominati, 
ammontano a fiorini 3500 circa all' anno. 

Congregazione dei Preti. — Istituto pio eretto nel sec. XIV, 
con un' amministrazione di molti capitali di legati pii, per cele- 
brazione di messe e sussidio a sacerdoti poveri. Attualmente le 
sue rendite sono assai diminuite, avendo anche questo istituto sof- 
ferto per le vicende de' tempi. 

Associazione marittima Ragusea. — Istituita nel 1869 per co- 
struire bastimenti a vela, a lungo corso, di 500 tonnellate di 



113 

registro ausrtiaco per lo meno, coi quali esercitare atti di com- 
mercio col trasporto di merci ed altre operazioni che vi vanno 
congiunte. La società possiede attualmente dodeci legni grossi 
ed uno scooner, di tonnelate 8634; ed il capitale ascende ad 
1.000.000^ diviso in 5000 azioni da fiorini 200 cadauna. 

Un' altra Associazione Marittima esiste a Sabioncello, 
eretta nel 1865 per eguale scopo, con un capitale di 2,300.000 
fior., rai)presentato da 9200 azioni a fiorini 250 cadauna ; e pos- 
siede al presente 30 legni di tonnellate 21,330, ed uno attual- 
mente in costruzione 

La complessiva marina attuale del vecchio continente raguseo, 
consta di 73 navigli di lungo corso di 41.616 tonnellate, e di 151 
di cabotaggio di tonn. 3059, con 1323 persone di equipaggio. 
Quindi anche attualmente Ragusa sola col suo territorio, conta 
più navigli che tutto quanto il resto della Dalmazia unito assieme. 

Vi sono due società degli artieri, T una appellata ^SociefAt 
opevaja del Progresso'-'' , e 1* alti'O ^^Associazione operaja/^ ; ambidue 
l'ondate collo scopo di promuovere l'industria, e sussidiare gli 
artieri bisognosi. 

VI esistono pure società di trattenimento, come la Stio- 
nica (gabinetto di lettura), il Casino, la società Filarmonica, e la 
società di canto serbo-raguoea. 

Ragusa attualmente è sede Vescovile, con un Capitanato distret- 
tuale, un Tribunale di prima istanza, un Intendenza di Finanza 
coi subalterni ufiizi, un Capitanato di Porto, una Camera di Com- 
mercio, ed un Comando di Brigata. Vi risiedono inoltre vari con- 
solati cioè il francese, T inglese, il germanico, il russo, 1" ottomano, 
il belga, r italiano, ed il greco. 

La popolazione nella città attualmente è di 3276 anime, nel 
borgo Pille 1554 an., ed in quello di Plocce 475, complessiva- 
mente quindi 5305 abitanti ; fra i quali 360 di rito greco orientale, 
alcuni singoli di altre confessioni cristiane, e poche famiglie israe- 
litiche, appartenendo il rimanente alla religione cattolica. 

Ragusa a buon diritto è chiamata la città del passato; 
e chi ricorda V attività dei di lei cittadini nei secoli che furono^ 
non può che restar sorpreso nel vederla adesso «addormentata tra 
il silenzio delle sue mura." 

Chi legge le spiritose Kolende, le graziose mascherate e le 
umoristiche satire dei tempi andati, e vi paragona il carattere gajo, 
allegro, ed originale di queir epoca, col serio, cupo ed indifferente 

8 



lU 

deir attuale, non deve punto tarue le meraviglie. Tante vicende 
che soltanto avrebbero potuto svolgersi in un grande stato, ed in 
un lungo periodo di tempo, e che tutte quante in breve tratto si 
rinversarono sul suo capo, non potevano che formare nel raguseo 
un carattere serio ed apatico , senza però fargli nulla perdere del 
dignitoso e del nobile, del sincero e dell' ospitale, ereditato da' 
propri avi. Istrutto da una lunga serie di fatti, ei sorride agli 
sforzi dei pigmei; di nulla si meraviglia; guarda con occhio di 
compassione chi gli si presenta in aria baldanzosa ; e stende gra- 
ziosamente la mano a chi lo ignora. Non va in cerca di lodi; 
abborre da ogni adulazione ; e nella stessa miseria sa mantenere un 
dignitoso comportamento. 

Le vicissitudini de' tempi, è vero, posero argine all' attività 
de' ragusei ; ciò non ostante la navigazione, l' industria ed il com- 
mercio non sono abbandonati. Le scienze, le belle lettere, la po- 
litica, r economia, hanno i loro cultori senza ambizione, senza 
pretese. Un' eletta schiera di nobili ingegni fa bella corona a Ra- 
gusa. Il conte Orsato Pozza, Mr. Luigi Ciurcia arcivescovo in 
Alessandria d' Egitto, Dr. Giorgio Pulic, direttore dell' L R. Gin- 
nasio di Trento, Pietro Doderlein, professore all'Università di Pa- 
lermo, Dr. Baldass. Bogisic, professore all' Università d' Odessa, 
Dr. Michele Klaic, deputato alla Dieta Dalmata e nel Consiglio 
dell' Impero, Nicolò de' Gradi, Consigliere Provinciale, Dr. Giovanni 
Augusto Kaznacic, Cavaliere Antonio Drobaz, Matteo Ban in Ser- 
bia, Cav. Antonio Canonico Copanizza, Cav. Matteo Canonico Vo- 
dopic, Gregorio Raicevic Canonico a Zara, abate Pasquale Antonio 
Kazali, Padre Gio. Evang. Kuzmic, Pietro Mancion, rinominato 
incisore, Presidente della Congregazione Nazionale Illirica a Roma, 
prof. Pietro Budmani, prof. Luca Zore, direttore del Ginnasio di 
Cattare, ab. Giovanni Stojanovic, Carlo Grubièic, celebre ingegnere 
in Italia testé passato a miglior vita, e tant' altri, — ricordano, 
come si mantenga fra i ragusei vivo ognora il sacro fuoco del 
sapere. 

Chiuderò coli' imparziale giudizio d' un gentile viaggiatore te- 
desco: „Chi entra in Ragusa, pieno ancora delle impressioni della 
„vita dalmata, si avvede ben presto, che egli si trova in una città, 
„la quale per se medesima è un mondo ; ad ogni passo che fa 
„impara, come Ragusa, appartata ma rigguardevole, colta e licca 
„dopo Venezia, i)er rapporto storico la più rimarchevole ed inte- 
„ressante città dell'Adriatico, ha conquistato e meritato quest'ini- 



115 



«portanza con indefesso travaglio dello spirito. In nessun altra 
„città della Dalmazia il forastiero si famigliarizza così presto come 
„a Ragusa. Egli si trova qui ad un tratto sopra un campo di 
^remota civilizzazione, e sentesi circondato da una cultura che gli 
^ viene incontro per ogni dove." („ Wiener Zeitung" Dalmatinische 
Reiseskizzen No. 246—247.) 



T. 

Sua Maestà FRANCESCO GroSEPPE I a Ragusa e nel 

suo territorio. 



Uopo 57 anni dacché Ragusa ebbe V alto onore di esser visi- 
tata dalle Loro Maestà FRANCESCO 1. e CAROLINA, il dì 28 
aprile 1875 esultante accoglieva fra le sue mura V Augusto Loro 
Nipote e Suo Sovrano FRANCESCO-GIUSEPPE I, che nel visitare 
per la prima volta la Dalmazia^ avea stabilito nel programma del 
Suo viaggio di favorire la nostra patria colla sosta di tre giorni 
interi, durante i quali essa ed innanzi air Augusto Ospite, ed agli 
stranieri, che accorsero per visitarLo e vederLo , benché piccola, 
apparve veramente grande. 

Nello estendere i brevi cenni sulF accoglienza fatta al Monarca^ 
al Suo arrivo fra noi nel dì 28 aprile, e delle festività che nei 
giorni 29, 30 aprile e })i'imo maggio si succedevano durante la Sua 
dimora, ed ebbeio fine al momento della Sua partenza; da semplice 
cronista mi atterrò alle relazioni pubblicate in quelle circostanze 
dai fogli provinciali, riportando testuali parole dei gentili corri- 
spondenti deir Avvisatore Dalmate e dell' Osservatore Triestino, 
che possono ragionevolmente ritenersi come testimonianze impar- 
ziali, perché date da personaggi stranieri, e addetti allo stesso se- 
guito Imperiale. 

Il dì 10 aprile 1875 sarà giorno di eterna ricordanza per i Dal- 
mati; in quel giorno l'Augusto Loro Monarca FRANCESCO GIU- 
SEPPE I. poneva per prima volta il piede sul suolo dalmate. 

Percorsa la provincia fra continue acclamazioni ed entusiastiche 
accoglienze, Sua Maestà ai 27 aprile, alle i\ ore a. m. partiva da 
Metkovic^ attraversando il territorio turco di Klek, e giungendo al 



117 

confine del territorio raguseo (Novi pnt), dove La attendeva il Capi- 
tano Distrettuale di Ragusa il Consiglier Aulico Cav. de Resetar, 
ed il Podestà di Stagno Jeric, per umiliarLe i propri ossequi; e 
frammezzo ad interminabili acclamazioni del popolo proseguiva 
il viaggio per terra fino a Siano, dove arrivò alle 2 poni. Osse- 
quiato dal Podestà ed acclamato entusiasticamente dalla massa del 
popolo, visitata la Chiesa, e la Scuola, si l'ecò a bordo del „M ira- 
mar", che lo attendeva nel porto, per dedicarsi agli affari di 
Stato. Alle sei fìi il dejeuner imperiale , a cui vennero invitate le 
persone notabili di Siano e Stagno; e la sera vi fìi generale illu- 
minazione della borgata e fuochi sulle cime dei circostanti monti. 

Alle 5 a. m. del dì seguente il yacht imperiale partiva per Sta- 
gno, e dopo un ora circa arrivò nel canale, atteso da immensa 
folla di popolo, che fra interminabili acclamazioni e spari lo accom- 
pagnava per terra sino a Stagno , mentre per mare lo precede- 
vano innumerevoU barchette, pavesate a festa, che gli erano andate 
incontro. 

Alle sette ore V Imperatore si sbarcò alla scala d' approdo, ele- 
gantemetite addobbata, e gremita di popolo, che con bandiere tri- 
colori nazionali, cogli spari, ed incessanti zivio, festevolmente Lo 
accolse. Quivi il podestà, a capo del Consiglio Comunale, pre- 
sentò a Sua Maestà in lingua slava l'omaggio di suddita fedeltà e 
devozione ; a cui l' Augusto Monarca si degnò di rispondere bene- 
voli parole. Quindi fra lo sparo de' mortaretti, in mezzo ad entu- 
siastiche acclamazioni della folla, fra una spalliera di ragazze, 
spargenti fiori, Sua Maestà recossi al Comune, ov' ebbe luogo il 
ricevimento. 

La strada era coperta di fiori e di erbe ; V arco trionfale maesto- 
sissimo; tricolori slave per ogni dove, ed a profusione ritratti del 
r Imperatore, arazzi, festoni e bandiere. Sulla piazza era eretto tra 
fiori ed ajuole un belUssimo albero di ostriche, che poscia vennero 
rimesse a bordo del „]\Iiramar". 

Neir allontanarsi dal Comune S. M. congedavasi colle parole 
slave „Sbogom vani"; e si diresse alla chiesa. Visitò il Giu- 
dizio distrettuale, le carceri, e la scuola; e volle personalmente a 
piedi ispezionare il desiderato taglio deli' istmo, che era marcato 
con bandiere fino a Stagno piccolo, accompagnato da grandissima 
folla di popolo, dai barjak e spari. Strada facendo degnavasi osser- 
vare la coltivazione del crisantema, e si fece spiccare alcune foglie 
e fiori del medesimo. 



UH 

Nel ritorno visitava lo stal)iliiii(Mito salitolo, indi proseguiva verso 
il molo, acclamato entusiasticamente dal popolo coi soliti ?.ivio. 
Espresse V alta Sua soddisfazione pel cordiale ricevimento^ recandosi 
alle 8'/4 sul yacht imperiale^ per proseguire a Gravosa. 

(Jiì\ alle 8 di quella mattina (28 aprile) un' eletta schiera de' 
ragusei jìaitiva da Gravosa col i)iroscafo „Lucifer" incontro a Sua 
Maestà. Sbarcatasi S. M. a Cannosa, ossequiata dal Podestà di Malti, 
visitò il giardino del conte Gozze^ ed i giganteschi platani, che 
lungamente contemplò, assieme alla magnifica e ricchissima vegetazione 
di quel luogo pittoresco. Quindi visitò la chiesa; dinanzi alla quale 
il parroco di quel luogo pel ihjeuner impellale aveva imbandita la 
tavola con bottiglie di squisita vecchissima malvasia, che l' impera- 
tore degnossi assaggiare insieme alla Cotognata stata Gli offerta. 
Ritornò quindi a bordo fra entusiastiche ovazioni della folla. 

Intanto verso mezzogiorno una processione festante, parte a piedi, 
parte in carrozze, si avviò per la bella strada delle Pille verso 
Gravosa, dove per le 2 pom. si attendeva il yacht imperiale. „ Signore 
e signori, bimbi, artigiani, villici dal pittoresco vestito, forosette che 
parevano adesso uscite dalle mani d' una modista, se non alla pa- 
rigina, piene sempre di buono, forse di miglior gusto, andavano sfi- 
lando a drappelletti, a schiere, a masse compatte ; e le mille viuzze 
che fra case e giardini serpeggiano sulla collina delle Pille, versa- 
vano anch' esse il loro numeroso contingente, come tanti ruscelli 
ad un fiume. E su tutto questo brulichio aleggiava uno spirito spe- 
cifico raguseo d' ordine e di posatezza, qualche volta sin troppa." 

„ Intanto le case eran tutte addobbate; arazzi, tappeti, fiammelle, 
bandiere, la slava quasi dovunque, rallegravano la scena; le fine- 
stre e le numerose terrazze de' giardini andavano popolandosi di 
coloro che preferivano esser tranquilli spettatori del passaggio. Il 
porto di Gravosa, veduto un po' dall" alto, presentava la vista fan- 
tastica. La squadra imbandierata, una flottiglia di barchette leg- 
gere guizzava sulle onde dirigendosi all' imboccatura del porto, le 
rive, le alture, le finestre erano gremite di gente, le case messe 
a festa, il tempo magnifico.'*^ 

Alle 2 pom. il yacht imperiale entrò in porto. La ^Radetsky" 
die il primo segnale delle salve, che vennero ripetute da tutti i 
legni della squadra, giunta il giorno innanzi da Zara, sotto il co- 
mando del contrammiraglio de Sterneck, nonché dalla corvetta 
russa ^Bayan", e dai soprastanti fortini. Acclamata entusiastica- 

' Osservatore Triestino. N. 100, nel supp. „Adria." 



119 



mente dalla folla, che gremiva le rive, e salutata con fragorosi 
zivio, Sua Maestà sbarcava su apposita scalinata, presso alla quale 
era costruito un ricco elegantissimo padiglione, ampio quadrilatero, 
lungo 30 piedi e largo 15^ appoggiato ad eleganti colonnette co- 
perte in lacca bianca a fregi d'oro, leggiadramente ricoperto di finis- 
sime drapperie rosse, bianciie ed azzurre, leggermente cadenti dai 
quattro lati in eleganti festoni.^ Quivi Sua Maestà ricevette il primo 
omaggio dal Podestà di Ragusa, conte Raffaele Pozza; ed al 
suono dell' inno dell' impero S. M. passò in rivista la compagnia 
d' onore^ e quindi in carezza si recò verso la città, sempre accom- 
pagnata da entusiastici zivio. 

La strada era tutta addobbata magnificamente con antenne^ ban- 
diere^ e fiori. Presso al campo di Gravosa erano eretti ai lati della 
strada, due superbi obelischi, lavoi'ati in muschio con esattezza e 
pazienza ammirabile, e per la loro sveltezza ed eleganza da ognuno 
ammirati, ornati con stemmi e bandiere; fra i quali Sua Maestà 
passò in carezza^ attraversando la strada, decorata con ben dis- 
poste antenne e bandiere fino al Borgo Pillo. Quivi presso il giar- 
dino pubblico sorgeva un magnifico arco trionfale a tre arcate,^ gra- 
zio sissimo lavoro in muschio ed aloè^ concorrendovi largamente 
anche il pino, l'alloro, l'agave, l'edera, decorato con una massa di 
trofei^ stemmi, orifiamme^ stendardi e bandiere^ e portante la seguente 
iscrizione : 

SLAVA 

CESARU I NASEMU KRALJU 

FRANU JOSIPU I. 

Presso r arco trionfale attendeva il Podestà col Consiglio Comu- 
nale ; e facevano spaUiera i mihti e 24 brenessi in ricchisimi e pitto- 
reschi costumi, come pure i membri delle due società operaje, con 
bandiere e musica. Una folla da ogni parte si accalcava; le fine- 
stre delle case, le terrazze, i muri del giardino pubblico, tutto era 
zeppo di gente, che ansiosa attendeva 1' arrivo del Monarca. 

Air allocuzione slava del podestà, Sua Maestà si degnò di ri- 
spondere in tedesco nei seguenti termini: 

' Il disegno del padiglione e degli obelischi, come pure della decorazione 
della città, e del padiglione eretto dall' Associazione Marittima nello squero 
a Gravosa, era del prof. Bald. Kosic. 

' Il disegno dell' arco trionfale è dovuto all' ingegnere del Governo marittimo 
di Trieste sig. Hàniscli. 



e 11 speciale compiacenza accolgo le espressioni di 
fedeltà e di attaccamento della rappresentanza Comu- 
nale di Ragusa. — Mi ò assai grato di poter destinare 
una visita di più giorni a questa cospicua città, che 
sa unire ad un glorioso passato, un degno presente. — 
Io sono convinto della sincerità dei loro leali senti- 
menti verso la Mia Casa e l'Impero. — Accolgano loro 
tutti, miei signori, ed i loro committenti, rassicura- 
zione della Mia speciale benevolenza. 

La decorazione del Borgo Pillo era veramente stupenda. Ogni 
casa era riccamente e con eleganza decorata ed imbandierata. Dal 
l'arco lungo tutta la strada, fino all' ingresso in città, e poi da qui 
lungo lo stradone e la città, fino alla Sovrana residenza, correvano 
doppi filari di smisuiate antenne, rivestite di spirali di verdura 
alla base, adorne con trofei di stemmi e bandiere verso il centro, 
e sormontate da enormi orifiamme. Dall' arco fino alla residenza 
era collocata una spalliera militare. 5,Per quello riguarda la parte 
„decorativa, Ragusa meritò di occupare tra tutte le altre città uno 
„de' primissimi posti, poiché né meglio, né con maggior gusto pote- 
„vansi certamente condurre a termine gli addobbi." ^ 

L' Imperatore ricevuto 1' omaggio dal Podestà, ed accolto gra- 
ziosamente un mazzo di fiori, offertogli dalla figlia del general 
comandante di Piazza barone de Jovanovic, frammezzo ad entu- 
siastica commoventissima ovazione, fra gì' interminabili zivio, fra 
una vera pioggia di fiori, coi quali le dame cospergevano a S. M. 
il cammino, fra le salve di artiglieria e scampanio di tutte le chiese, 
preceduto dal Podestà e dalla guardia d' onore dei brenesi, solen- 
nemente entrava in città, seguito da un' acclamante folla. 

„ Senza dubbio è stato questo 1' ingresso più trionfale che Egli 
„abbia fatto in Dalmazia. — Lo stradone lunghissimo e perfettamente 
^alineato, tutta attraversa la città fino all'altra parte; ai due lati 
..le case tutte eguali, tutte a due piani, ogni due case una via late- 
„rale ad angolo retto; regolarità torinese. Ad intervalli regolari, 
„giacchè qui tutto lo è, lo stradone fu fregiato di aste a bianco, 
„rosso e cilestro, colori slavi, con stemmi e bandiere delle diverse 
^Provincie, anche bavaresi, ma la massima parte slave." 

„Le finestre addobbate, molte con uno sfarzo singolare, non dis- 
„giunto dal più perfetto buon gusto, e tutte stipate di teste fenuni- 
„nili. Quanti sono i fori delle case, tante sono le fontane di fiori 

' Avvisatore Oalmato. 



121 

„clie si versano sui passi dell'Imperatore. Delle acclamazioni nulla 
„dico. Passato lo stradone, l' Imperatore volge alla destra verso il 
„ Capitanato distrettuale, che fìi già il palazzo del Rettore della Re- 
„pubblica; passa in rassegna una compagnia anche lì schierata, ed 
„ entra nella Sua residenza. La piazza sottostante si era intanto 
„ gremita di gente, e tante, e sì ripetute, quasi direi imperiose furono 
„le acclamazioni, che V Imperatore visibilmente commosso , si pre- 
„sentò più volte alla finestra, a ringraziare; e si dice, che tanta sia 
„ stata la Sua commozione, da mancarGli la parola per qualche mi- 
«nuto.'^" 

La guardia d' onore si schierò dinanzi al palazzo, e cominciò il 
ricevimento dei dignitari di Corte, del corpo Consolare, del Clero, 
dell' I. R. Autorità, e delle Corporazioni. Alle cinque ore venne 
accolto in ricevimento speciale il commandante Boylè e 1' Ufficia- 
lità della corvetta russa, ed alle SVo Drvis-pasa governatore della 
Bosnia col suo seguito, spediti espressamente dai rispettivi governi 
per ossequiare Sua Maestà. 

La Sovrana risposta a Mons. Vescovo, fu la seguente: — Ag- 
gradisco con particolare compiacenza le solenni as- 
sicurazioni di fedeltà e devozione che Ella mi porge 
a nome del clero commesso alle pastorali sue cure. — 
Io apprezzo altamente lo zelo col quale questo clero 
adempie, spesso sotto difficili condizioni ai doveri del 
suo sacro ministero. — Perseverando ne 11' inculcare 
alle popolazioni i principi di quella pace ed amore 
fratterno, otterrà il più bel guiderdone al suo operare. 
— A loro tutti l'assicurazione della Mia Imperiale 
benevolenza. 

41' omaggio della Camera di Commercio Sua Maestà si degnò 
di rispondere: — Accolgo con particolare compiacenza 
le leali espressioni di questa Camera di Commercio, 
la di cui proficua operosità apprezzo pienamente. — 
Col venir i n e o n t r o a 1 1 e p r e m u r e d el M i o g o v e r n o, Loro 
Signori raggiungeranno certamente quella meta cui 
sono rivolti i loro lodevoli sforzi. — Sieno sicuri del- 
la Mia Sovrana benevolenza. — 

Alle 6 ore ebbe luogo il diner^ al quale, oltre le notabilità del 
paese, furono invitati S. E. Drvis-pasa col brillante suo seguito, 
nonché il comandante Boyle e 1' officialità della corvetta russa 

* Osservatore Triestino Nro. 100 Supp. Adria. 



122 

jjBayaii", poc' anzi stati ricevuti in paiticolari udienze. La banda 
militare, nel piazzale sottoposto alla residenza, rallegrava di sue 
melodie il banchetto, mentre un inimeroso ed eletto pubblico si 
aggirava giulivo nelle vicinanze. 

„La sera ebbe luogo una generale illuminazione, del grandioso 
„ed insuperabile eft'etto della quale i)uò formarsi un' idea soltanto 
„chi conosce Ragusa, le ampie sue strade, e specialmente il ma- 
„gnifico stradone coi suoi bellissimi ed uniformi editizi. Un' abba- 
„gliante atmosfera di luce investe tutte le vie; ad ogni finestra 
„brillano numerose candele, il cui vivissimo splendore è, però, su- 
^perato dalla sontuosa illuminazione a disegno che adorna la parte 
„inferiore. fino al primo piano di tutte indistintamente le case nelle 
„ principali vie, e segna, a linee di fuoco, le maestose moli dei 
«monumenti architettonici della città. È nota la uniformità degli 
^edifìzi di Ragusa, specialmente allo stradone, le case quasi tutte 
„d' eguale altezza, con un piano ed un mezzanino, hanno al pian- 
„ terreno i negozi, le cui porte e finestre costituiscono una sola 
„ apertura sormontata da un arco. Immaginatevi ora la curva di 
„tutta questa sterminata serie di archi segnata a lumicini di vari 
«colori, de' quali un'altra linea unisce, alla base, arco ad arco, 
^mentre fra l'uno e l'altro, poco più in sii, brilla, disegnata a 
„ lumicini colorati, una magnifica, enorme stella. E questo ricchis- 
„simo disegno insuperabile per armonia ed effetto, corre d' am- 
„bidue i lati dal palazzo Vescovile lungo la piazza del duomo, per 
„ tutta la sterminata lunghezza dello stradone, gira presso la fon- 
„tana addossata all' Arsenale , per la via paralella allo stradone, 
«continua per la via larga, e va a finire alla piazza dell' erbe. La 
«regolarità di questa stupenda tapezzaria di fiamme viene qua e 
„là interotta dalle maestose linee della cattedrale, architettonica- 
„mente segnate con profusione di lumicini, dalle magnifiche illumi- 
«nazioni, pure a ricco disegno architettonico, della chiesa di s. 
«Biagio, del corpo di guardia, della Intendenza (la quale in ispecie 
«offre un aspetto incantevole), della chiesa dei francescani, della 
^fontana colla sua cupola di fuoco, della bellissima chiesa greca, 
,, della enorme scalinata che dalla piazza dell' erbe conduce all'espi- 
atale militare, e così avanti di tutti quei numerosi edifizt pubblici, 
«notevoli per artistica bellezza, che vanta Ragusa. Fra tutti uno 
,,de' primi posti, per ricchezza e buon gusto d' illuminazione, occupa 
^il magnifico palazzo Conumale. Un migliajo circa di palle di vetro 
^smerigliato bianco con una luce languida, vaghissima, ne ornano 



123 

„la facciata , tutta la linea del tetto , e delle superbe finestre , e 
„ disposte in magnifici candelabri a salice, inondano di luce il piaz- 
„zale dinanzi V ingresso. Effetto più magico era certamente impos- 
„sibile di cogliere. Una consimile illuminazione brilla pure, con 
disquisito buon gusto, nel piano della casa occupata dalla Società 
^Operaia del Progresso, mentre per altri beUissimi giuochi di luce, 
^trasparenti ecc., spiccano inoltre gli edifizt del Vescovato; del 

V 

^,Comando militare, del Dubrovacko radnicko drustvo, della Cita- 
„onica, della Chiesa greca, e di altri edifizì privati e negozi, che 
„tutti mi è impossibile ricordare". 

„Dopo aver tentato di darci un' idea di qualcuno dei particolari 
„di questa veramente insuperabile luminaria; sono costretto a ri- 
„nunziare di dipingervi F impareggiabile eifetto del complesso, per- 
„chè spettacoli, come quelli che ieri sera offrivano specialmente lo 
«sterminato spazio dello stradone e le piazze del duomo e dell'erbe, 
^sfidano ogni descrizione. 

„ Altro, diverso sì, ma non meno magico ed incantevole colpo 
„d' occhio presentava la brillantissima illuminazione del borgo Pille, 
„ove non v' era casa, non v' era giardino, che non fossero illumi- 
„nati a disegni di palloncini, a fiamelle, a lumicini, a trasparenti 
„di tutte le forme e di tutti i colori. Bisogna conoscere la pitto- 
„resca posizione di quel borgo, le deliziose sue case, i graziosi 
„suoi giardini, per formarsi un' idea dell' effetto che un' illumina- 
„zione sì ricca e varia produceva tra il verde dei boschetti; tra 
„i fiori, e la magnifica decorazione delle case." ^ 

E qui riporteremo le iscrizioni che si leggevano sui diversi 
edifizt. 

Sul portone del Palazzo Comunale v' era la seguente iscrizione : 

FRANU JOSIPU PRVOMU 

SLAVNOMU CESTITOMU VISOKOMU 

CESARU I KRALJU 
DUBROVNIK 

MALI ALI NEKADA NE BESLAVXI GKAD 

FRI POHODU NJEGOVU 

KAO STO SE JE NEGDA DJEDU MU RADOVAO 

SAD U BOLJIM OKOLNOSTIMA 

MEGJU NARODIMA 

KOJI SE VESELE DOBROTVORNIM ZAKONIMA I SLOBODI 

* Avvisatore Dalmate No, 36. 



124 



OD MUDRE PAMKTI PLEMKNITOO SECA 

BLAGODARNE RUKE 

UDTJELJENIJEM 

UZDIÌK I ON SVOJ OLAS 

KLIÓUCI 

:?:ivi(). 

In un altro punto dello stradone, si leggeva quanto segue: 

Za Tebe smo Care, kad je zgoda, 
Svi pripravni smrti podniet breme; 

Tako i Ti, svietloga Ti Roda, 
Za Slavensko pobrini se pleme. 

Sulla chiesa dei Francescani erano appese le seguenti iscrizioni: 

FRANU-JOSIPU PRVOMU 

SLAVNOMU AUSTRIJANSKOMU CESARU 

DUBROVNIK POHODECEMU 

OVDASNJA DEZAVA 

REDA SVETOG FRANA AKSISKOGA 

SVOJEGA BOGOLJUBNOGA CARA 

RADOSTIVA POZDRAVLJA 
MOLECI SVEM0GUCN06A BOGA 

DA MU DOBRU SRECU 
SVEDJER BLAGOSTIVO UDIJELI. 



LA PREGHIERA 

AI PIGLI DEL POVERELLO d' ASSISI 

UNICA RICCHEZZA 

PER TE AUGUSTO CESARE 

AL TRONO dell' ALTISSIMO 

FERVOROSA s' INNALZA 

E SULLA PITSSIMA AUSTRIACA CASA 

LE CELESTI BENEDIZIONI 

DIVOTAMENTE IMPLORA. 



Neu aus Trtimmern erstand dieser Tempel durch Òsterreiclis Fiirsten, 
Deiner Ahnen Geschenk zeigt er, o Kaiser, dir an. 

Sulla chiesa dei domenicani vi era la seguente iscrizione: 

DOMINIO AN A F AMILI A EXULTANS. 



125 

Sulla neoretta chiesa dei greci-orientali vi era un elegante tras- 
parente, su cui in lettere cirilliane si leggeva la seguente iscrizione : 

OPCINA PRAVOSLAVNIJEH SRBA 

KOJA POD ZAéTITOM 

UZOEXIJEH TVOJIJEH ZAKONA 

VJEROSLOBODE 

UZIVA U SLAVXOME DUBEOVXIKU 

MIRXO UTOCISTE 

UZRADOVAXA TVOJIJEM DOLASKOM 

JEDNOGLASXO KLICE 

MXOGA LJETA ZIVIO 

CESTIT SRECAX NEPREDOBITAX 

SLAVNA KRUNO MILI GOSPODARE. 

La Società Operaja „Radnicko Dubrovacko Drustvo" avea due 
trasparenti, che portavano le seguenti iscrizioni: 

SVIJETLI KRALJU 

FKANO JOSIPE I. 

U SRECXO PROLJECE OVO 

LJETO PRIPRAVI PLODNO 

RADNICIMA DUBROVCANIMA 

ILI PO RODU ILI PO IZBORU 

KOJI S MORA IL S KRSNIH PLANINA 

POD TVOJE KRILO AMO DOGJOSE 

BLAG POGLEDAJ NA NJIH 

DA SVOJOJ XAVIJESTE BRACI 

TVOJU BRIGU ZA NARODNA PRAVA 

I NAPREDAK RADNIKA 

DA TAKO DUBROVNIK STARI 

BUDE SREDISTE NOVO 
UMJETNOSTI I RUKOTVORINA. 



DUBROVACKI RADNICI 

NAKON CETVRT VIJEKA 

ZELJNOG ISCEKIVANJA 

SRECAX STE DAN DOZIVLJELI 

IZMEGJU VAS VIDJETI 

VASEG PREVISOKOG GOSPODARA 

KOJI VAM DAROVA 

SLOBODU UDRUZIVANJA 



126 



TE 8K OCEVOM LJ UBAVI 

ZA VAS NAPREDAK BRINE 

DA OBRT I NA MORU 1 NA 8UHU 

ZA OPCE BLAGOSTANJE PROCVATI 

ISKAZITE MU SVOJU RADOBT 

SLOZNIJEM BILAMI KLIÒUCI MU 

ZIVIO. 

Sulle finestre della „ Società del Progresso" si leggeva come segue 

LA SOCIETÀ OPERAIA 

DEL PROGRESSO 

INNALZA ARDENTI VOTI 

A DIO 0. M. 

CHE PROTEGGA E CONSERVI 

PER LUNGA SERIE d' ANNI 

FRANCESCO GIUSEPPE I. 

PADRE de' suoi POPOLI. 

SOTTO GLI AUSPICI 

DI CESARE 

UNIAMO CONCORDI LE FORZE 

NEL COSTANTE LAVORO 

NELLA FRATELLANZA 

E SLA NOSTRO VANTO 

all' AUGUSTO SIRE 

INCROLLABILE FEDELTÀ. 



aveva stampate le sii riferite due iscrizioni, fregiando colle i 
sime le principali contrade della città; e la „Società Operaja 1 
'regresso^ a nome proprio aveva diramata colle stampe, ed j 



Nella circostanza stessa la Società ^Eadnicko Dubrovacko Drus- 
tvo" aveva stampate le sii riferite due iscrizioni, fregiando colle 
medesime 
del Pi 
affissa per la città, la seguente 

Ode Saffica. 

Vieni Cesare vien — folla festante 
Ti fa corona — son i tigli Tuoi 
I lor voti sdegnar qual Padre amante 

Nò, non lo puoi. 

La splendida città da Te si obblia 
Città Regale, e a noi rivolgi il piede, 
A Epidauro d' Apollo e di Sotia 

x\ntica sede. — 



127 

Poveri siam — de' doni suoi natura 
Almen larga ci fu. — Qui di zaffiro 
È pinto il cielo, e qui d' un aura pura 

Geme il sospiro. 

Memorie illustri questa Terra serba, 
Ma il lauro impalidì eh' un dì la chioma 
Cingea dei grandi — sol la sorte acerba 

Non r alma ha doma. 

Ecco Sire quai siam — la Tua potente 
Destra sorregga quest' antica Donna 
Ch' arder nel petto il sacro fuoco sente. 

Né mai assonna. 

Cesare o Tu cui fia ognun s' inchine 
Riconduci, che il puoi, 1' età dell' oro, 
Fa rinverdir di questa Donna al crine 

L' antico alloro. 

La scuola Fondazionale Serba era poi fregiata colla seguente 
iscrizione in caratteri cirilliani: 

PODANICKA VIJERNA PRIKLONOST 

CAESKOMU TVOJEMU PEESTOLU 

PEVO JE OSJECANJE 

KOJEGA 

MATEEINSKIM JEZIKOM 

U SECU SEPSKE 
DUBROVACKE DJECICE 

NAUKA RAZVIJA 

UPEAVLJAJUÓI MOLBE 

PREVISXJEMU 

DA TE DUGO LJUBAVI NAEODA NASEG 

CESTITA, SLAVNA, NEPEEDOBITNA 

UZDEZI. 



Alle ore 8 Sua Maestà percorse le vie principali della città e 
del Borgo Pille, preceduto dalla guardia d' onore di 24 Brenesi in 
superbi costumi e dal Podestà, ed ovunque seguito ed accolto da 
innumerevole folla, sempre entusiasticamente acclamante. L' Impe- 
ratore si compiacque di esaminare attentamente tutti i dettagli 
della splendida luniinaiia e di esprimere ripetutamente al Podestà 



1L>8 

il pieno Suo aj^gradiiiiento per la bellezza della città, pella eom- 
movente accoglienza, e pella stupenda illuminazione. 

„Le feste di questa giornata — riporta V Avvisatore I) al- 
eniate ^ — resteranno iniperitui'e nella memoria di quanti vi assi- 
„stettero. Nulla di meglio avreì)be potuto ofìVire qualsiasi altra 
„città della monarchia, ed i ragusei possono a buon diritto andar 
^superbi del modo con cui hanno accolto il Sovrano." 

Il giorno seguente — 29 aprile — Sua Maestà di buon' ora 
assistette alla parata militare al campo di Gravosa, accompagnato 
dal popolo festante; ed alle 10 ebbero luogo le udienze ; durante 
le quali Sua Maestà si espresse con compiacenza di compren- 
dere la lingua nazionale croata, e salutava indi colle parole 
„S Bogom". In questa giornata ebbe pure a presentarsi al Sovrano 
il corpo de' Patrizi ragusei. 

Nel pomeriggio l'Imperatore, sem])re entusiasticamente acclamato, 
fece una gita in carrozza a Bergatto, recandosi al forte Zarkovica, 
e proseguendo quindi a cavallo fino al forte Imperiale, donde 
venne salutato con salve d' artiglieria. Ritornò quindi a piedi fra 
le solite entusiastiche acclamazioni della folla, che, parte qua, 
parte là, ne stava attendendo il ritorno. Gli studenti del ginnasio 
seguendo un loro bandierone tricolore , si diressero al così detto 
campo degli Ebrei , ed attendevano 1' arrivo , e ne salutarono il 
passaggio con fragorosi „^ivio". 

Poco dopo il ritorno in città; alle 6 ore, fu il diner imperiale, 
al quale, oltre molti altri, ricorrendo in quella giornata T onoma- 
stico di S. M. r Imperatore delle Russie, venne nuovamente invitata 
r ufficialità della Corvetta russa ^Bayan" con a capo il comandante 
Boylè , che occupava il posto d' onore a destra dell' Imperatore. 
Dopo la quarta portata F Imperatore si levò in piedi , e portò il 
seguente toast: „A la sante de Mon Frère et Ami Sa Ma- 
jesté l'Empereur de Russie, dont Nous célébrons au- 
jourd'bui la fé te". (Alla salute del Mio Fratello ed Amico, Sua 
Maestà Y Imperatore delle Russie , di cui Noi oggi celebriamo la 
festa.) Avendo la banda militare, che suonava sulla piazza, a questo 
momento intuonato F inno russo, Sua Maestà ed i convitati si le- 
varono in piedi, ed in piedi lo ascoltarono. 

Il Console Jonine ed il comandante della corvetta russa be- 
vettero alla salute dell' Imperatore d' Austria, e della Sua famiglia. 
Entrambi questi signori portavano le insegna delF Ordine della 

' Nro. 36. 



129 

Corona Ferrea di II classe, che il giorno stesso Sua Maestà aveva 
loro conferito, ed il secretarlo del Consolato Russo Bakounine 
la Croce di Cavaliere di Francesco Giuseppe I. 

In questa giornata, essendo giunta la notizia del felice parto 
della principessa Gisella, la rappresentanza Comunale umiliò a Sua 
Maestà un indirizzo di felicitazione. 

Alla sera venne ripetuta l' illuminazione, la quale causa il tempo 
non tanto propizio , riusci meno brillante di quella della sera in- 
nanzi. Ciò non tolse però che la serata fosse allegra, e le vie 
animatissime. L'Imperatore però quella sera non uscì dal palazzo. 

Alle sei ore di mattina del dì seguente 30 aprile, l' Imperatore 
andò a visitare l'isola di Lacroma. ^La mattina era superba; cen- 
„tinaja di barchette imbandierate si cullavano sulle onde. L' Impe- 
„ratore si fermò lungo tempo sull' isola. — Il fondo per dir così 
„deir isola è un bosco fìtto di mirti dell'altezza di un uomo, ta- 
„gliato qua e là da viuzze campestri, ed animato da una popola- 
„zione infinita di uccelli, che cinguettano allegramente. Nel mezzo 
„il palazzo, che fìi già un convento, di cui serba ancor manifeste 
„le traccie. V'entrai e mi sentiva stringer il cuore, al trovare 
„tutt' ancora coni* era stato lasciato dalla coppia sventurata. Di- 
nnanzi il palazzo tappeti di fiori, di dietro giardini a scaglioni, con 
„ piante di ogni specie e statue, tra le quali un adoratore del sole 
«piantato nel centro e volto a mezzogiorno sembra invocare il be- 
^nefico astro. Qua e là parchi di piante esotiche, e specialmente 
„ dell' Australia con foglie sottili sottili come tanti aghi , qua e là 
„ resti di una coltivazione di camelie all' aperto." ^ 

Tornata dall' isola di Lacroma, quella mattina Sua Maestà visitò 
il forte Revellino. le Scuole civiche, la Nautica, la chiesa dei Do- 
menicani, quella di s. Biagio, indi il Cenarne col Museo. Di poi il 
forte Molo, la caserma di s. Maria, la chiesa di s. Salvatore, quella 
dei Francescani, indi T Arsenale d' Artiglieria, V Ospitale civile, la 
chiesa del Domino, di s. Giuseppe, e poi il Ginnasio. 

Nella scuola civica la scolaresca attese 1" Imperatore e lo salutò 
coir intonare V inno imperiale in islavo, e Sua Maestà in ogni classe 
fece esaminare due tre allievi, manifestando la propria soddisfazione. 

Pregata Sua Maestà di fregiare colla propria tìrma un Album, 
che Gli venne presentato, non solo gradì la preghiera, ma scrisse 
la Sua firma in islavo, colle precise parole : — FRANO JOZIP. 

' Osservatore Triestino Nro. 101. 



130 

li' istituto era ele^'anteiiieiite iido])bato, e le seguenti iscrizioni lo 
adornavano : 

U SRECNI ÒAS 

KAD SE JE UD08T0JAL0 

SVOJIM LICEM OBASJATI 

OVU UÒIONICU 

CESARSKO KRALJEVSKO APOSTOLSKO VELIÓANSTVO 

FRANE JOSIP I. 

RAVNATELJ UÒITELJI UÓENICI 

NAJZIVLJA CUVSTVA 

SRCANE PODANOSTI 

NEPRELOMNE VIJERNOSTI 

IZJAVLJUJU. 



ZIVIO 

CESTITI CARE ZIVIO 

VELIKODUSNOST TVOJA 

NEK MILOSTIVO PRIMI 

IZRAZE PRIKLONSTVA 

RAVNATELJA UCITELJA UCENIKA 

OVOG PUGKOG ZAVODA 

UTEMELJENA 

POD ZASTITOM TVOJIH SLAVNIH PRADJEDOVA 

U DANASNJOJ SRECNOJ PRIGODI 

NEKA DOPEU DO TEBE GLASOVI NASI 

USKLIKOM DOBRODOSASCA 

KOJEGA RADOSTIVI UZDIZEMO 

IZ DUBINA 

HARNOGA SRCA. 



SALVE O CESARE 

PADRE DEL POPOLO 

GIOIA E DELIZIA DELl' IMPERO 

ANGELO DI BONTÀ 

SALVE. 

LA SCUOLA CIVICA E POPOLARE 

DI RAGUSA 

ESULTA NEL RICEVERTI VISITATORE 

DI TANTA DEGNAZIONE 



131 



MAESTRI E ALLIEVI 

AFFETTUOSI KICONOSCENTI DEVOTI 

NE SERBERANNO PERENNE 

LA RICORDANZA. 

Alle ore 9'/. Sua Maestà col Suo seguito era nel Ginnasio 
Appena pose piede nell' istituto la scolaresca raccolta tutt' assieme 
nella sala presso la Dilezione, intonò l'inno Imperiale in islavo 
terminato il quale in presenza dell" Augusto Monarca, gli alunni sì 
distribuirono nei corsi coi rispettivi docenti. 

Dopo di aver chieste minute informazioni dalla direzione sull'Isti- 
uto, Sua Maestà visitò i singoli corsi, facendo esaminare due tre 
scolari nelle differenti materie, secondo l'orario della giornata 
mostrando in ogni singolo corso la Sua piena soddisfazLie si 

lwH'""f ';■"'''%'' '""'"■'"" -i«»««^be, le bibblioteche, il 
gabinetto d, Fisica. In questo frattempo di bel nuovo gli scolari 

S di" ff "?"""" ""'" ""''^™"^' '^ Sua Maestà s 

degno di soBerniarsi fino a tanto che fu terminato, graziosissima- 
mente largendoli delle lodi. Neil' escile dall' istitut; si coppaie 
d. manifestare al Direttore la Sua piena soddisfazione. La sia 
dell Imperatore nell' istituto durò per un ora circa 

nnll'vf""'" 'r«'^"''*" """""■" '^'■'^ addobbato, quanto meglio si 
poteva con difterent. verdure, fiori, ghirlande di alloro, bamliere 
ecc., e fregiato d iscrizioni, e poesie nelle difterenti lingue che 
vengono insegnate nel Ginnasio. 

leggeva la seguente iscrizione: 

AUSPICATISSLMO ADVENTU 
FRANCISCI JOSEPHI PRIMI CAESARIS 

CUM UNIVERSA CIVITATE 

RAGUSINUM GYMNASIUM 

MAXIME LAETATUK 

PALLADIS HOC TEMPLUM INGRESSUS DIGNARE VOCARI 
EX JUVENUM VOTIS REXQUE PATERQUE SIMUL. 

Nella sala ove la gioventù cantava l' Inno imperiale, sopra 1' effi- 
?orat ! ' "''''' "' ''"' ^' '^^"'"^^ ^^^^'^^^^"^ ^" I^t^^^e 

ALMUS CAESAR ADEST AGEDUM LAETARE JUVENTA 
GYMNASII FESTUMQUE CORO POENA CANAMUS. 



ÌH'2 

Sotto le volte delF atrio, ed alle port(; dell' istituto vi erano ap- 
pese le seguenti iscrizioni e poesie: 

To'j Kaicapo; ^pav/ctTxo'j 'l(oc7r,'pouA' 

Et; AaXaaTLav 

Mixoàv Te ^Vùctt^ Tt Xtóoav 

\ IpWTOV 'Ep*)(OJjÌvO'J 

Tò 'PayoiKitxóv TuavàcLov 
AuToO Baèt).£uovTOc Kaì 'E7:l'7.£Xoul/Ìvou 

SXa^ixo) "EO-vei AttoSeSojjÌvov 

TotoOtóv Te Toio'jTÓv Te EùspYSTViv 

'EV/i>.u9-ÓTa XaipEL 

EÙT'J')<75'7a.!. E'jysTat. 

Kal "/V AUxta Soi'Tsiv Kal AO^vi'ìstv 

lTpo;atT£lTai. 

La quale iscrizione tradotta suonerebbe: 

SOTTO FAUSTI AUSPICI 
IN OCCASIONE DELLA PRIMA VENUTA 

dell'imperatore FRANCESCO GIUSEPPE I. 

IN DALMAZIA 

PICCOLA MA A LUI CARA PROVINCIA 

IL GINNASIO RAGUSINO 

SOTTO IL SUO REGNO 

E 

PER LE SUE PROVIDE CURE 

RESTITUITO ALLE LETTERE SLAVE 

GIOISCE ALLA VENUTA 

DI TANTO E TALE BENEFATTORE 

GLI AUGURA FELICITA PROSPERITÀ 

CHE I DRITTI DI LUI 

SI CONSERVINO SI ACCRESCANO 

FERVIDAMENTE PREGA- 



SALVE AUGUSTO CESARE 

PER TE 

NOVELLA ERA DI LIBERE ISTITUZIONI 

SURSE E BEh I TUOI POPOLI 

IN TE 



133 



LE ARTI LE LETTERE LE SCIENZE 

RICONOSCONO FAUTORE E MECENATE 

PER TE 

AI COMMERCI SI SCHIUSERO INVENTATE VIE 

SOTTO LA GRANDE OMBRA DELLE TUE ALI 

IL GINNASIO SUPERIORE DI RAGUSA 

GUARDA FIDENTE IN UN FELICE AVVENIRE. 



Mit dem Daiìk fiir ali die Freude 

Welche Dein Besuch uiis bringt, 
Lass uns, Edler Furst, verbinden 

Eiiien Wunsch^ der uns durchdringt : 
Moge wie bisher Dein Walten 

Strahlen stets in Glanz und Ehren 
Und Dein Leben, das Geweihte, 

Lange, ja reclit lange wàliren! 



OVAJ ZAVOD 

POSVECEN 

KNJIZEVNOSTI I ZNANOSTIMA 

KOJE DAVNOM DUBROVNIKU 

SLAVNO IME 

U POVJESTNICI LJUDSKE PROSVJETE 

ZADOBISE 

POTKRIJEPLJEN SADA 

BLAGODARNOSCU AUSTRINSKE KRUNE 

DOLAZAK CESARA SVOGA 

RADOSNO POZDRAVLJA 



Sint grates Superis. post tot dicrimina rerum, 

Divino afflatus Numine, lihacusium 
Ingreditur Caesar; Cives gaudete; labores 

Passis longaevos dulce levamen erit. 
Conspice: ab antiquis Epidauri exorta ruinis 

Haec urbs musarum jam domus et Sophiae 
Testis, Dalmatiae et tellus, quae jure Huperbit 

Jactans se eximiis quos tulit alma viris. 



134 



Dii tandem Illyricas mittiint Te Caesar ad oras 
Gens antiqua Tuis surgat ut auspiciis, 

Ergo age. sopitos Tua dextera suscitet ignes, 
Vinique aniniosque novos insere pectoribus. 



Questa che calchi di memorie terra ] 

Sparsa, o Prence, (T allori intorno mira, I 

Solo fra tombe, u il cenere si serra I 

Dei nostri (ìrandi. il piede tuo si aggira. i 

E 01' che un secol men rio più non fa guerra ; 

A Pallade. e fiaccata al tempo è V ira, J 

Qui viene riverente e qui si atterra j 

Dei nipoti hi turba, e qui si ispira. ! 

Spenta dei padri la viitude antica ; 

Non è fra noi, e splenderemo chiari . 

Noi pure un di, or che la sorte è amica. . 

Sian pur ad altri di lor fama trombe i 

Templi, bronzi, palagi — e noi gli altari I 

Di nostro glorie Ti mostriam — le tombe. j 



Pjesan. ' 

Kog' pohodis, Care slavni, 

Prosvjete je zavod sveti; I 

Sto Dubrovnik bjese davni I 
Najbolje Ti mo^e on rieti, 
I pokazat urna sile 

V 1 

Sto su biede predobile. j 

Tiesnu zemlju svud opkoli j 

Krs neplodni, sinje more, \ 

A dusmani krsta oboli j 

Svegj vrebaju da ga obore; i 
Cuju svagdan bracu milu 
Gdje u ropstvu jadno cvilu. 

Nad slobodom svojom bdije; j 

Predobiva biesne vale, j 

Svetog Vlaha stieg se vije ' 

Do najkrajne svieta obale; 1 
Blagostanje i prosvjeta 

U sretnome gradu cvieta. j 



135 



Uèenjaka skup izbrani 
Goji u njemu znanstva blago; 
Svog jezika ovdje sbrani 
Materinstvo milo, drago, 
Koje s brac'om on podieli 
Netom daii mu svane bieli. 

Dubrovnika proslost to je, 
Dicna, slaviia i cestita; 
Od milosti ceka Tvoje, 
Da sad mladeè plemenita 
Slavu iizdrèi, èto je bio 
Znanjem svojim zadobio. 

Lovor-vienac pristojan Ti sviti 

Pozuda je naseg srca bila: 
Al nam krati, Care precestiti, 

Tak' visoko uzdignuti krila 
Mladost òedna i pamet nezrela 

Tvojom sjajnom slavom zabliestena 
Tako da usta ne bi izreó smjela 

U duèi nam custva zadubljena: 
Moderno Ti samo obecati 

Da napredak naraìstaja nilada 
U kruni ée Tvojoj slavnoj sjati 

Kano sunce kada tniine svlada. 



D a I m a c i j a. 

Alem-kamen da sam svak mi veli 
Svietloj kruni svog Kralja i Cara 
S kog se meni Ijepsi danak bieli 
I sretnija buducnost se stvara. 

Sto providnost jal priroda udieli 
Nesto vrieme, nesto dusman bara: 
Sve nadvlada i biede iscieli 
Vrla krepost dusevnoga darà. 

Mojoj slavi, to znam, nije znamen 
Niti biser ni vienci koralja 
Sto mi more na podnozju valja; 

Vjera kralju zarka kako plamen, 
Ljubav, hrabrost mojih stanovnikà 
To je ponos i slatka mi dika. 



136 



Canzone. 

Sei pur bella Epidauro — A Te di stelle 
Sul capo si distende 
Trapunto il padiglion. e come ancelle 
Ti tergon Y onde il piede. — 
Sul tuo bel cielo un mite sol risplende, 
E i liti un' aura tiede, 
'Ve' un di redian dei venti in sulle penne j 

Onuste di tesor le patrie antenne. ! 

Cinta di fiori, e in veste ornata e eletta i 

Qual sposa, che all' altare j 

Beata incede, il Tuo Signor aspetta : ; 

Dei tìgli ti circonda, ! 

In cui r antica lealtà si pare; 

Mostra la nobil fronda, , 

Ver cui del Tempo nulla può 1' oscura < 

Ala — Palladio nella tua sventura. | 

Mostra de' figli tuoi la balda schiera, i 

DiGli che braccio e cuore i 

Son sacri a Lui — diGli, che la bandiera | 

D* Asburgo e di Lorena • 

Fia Labaro per noi, e dell" onore 

Sui campi ardire e lena i 

Ispirerà — di' che incrollabil sede ; 

Locò nel nostra sen l' avita fede. I 

Spiega i vanni, Epidauro, e inneggia a Lui — J 

„ Scendete giù, scendete, i 

Mostri marini nei profondi e bui 1 

Antri dell' Oceano, 

Torni il sorriso al ciel, e la quiete | 

Ai flutti. — È pur insano | 

Contro i fati lottar! la nostra spene , 

Dio clemente compì — Cesare viene. | 

Avventurosa nave! a te seconda i 

Sia r aura, il sole indori | 

Le tue vele, e ti baci amica V onda; i 

Nereì'di festose 

Scherzin intorno a te con danze e amorì. 
Scherzili intorno, e mezzo ascose 



137 



Facendo al bianco sen dell' alghe un velo 

Di dolcissimi canti empiano il cielo. 
Vieni Cesare, vieni — oh quanto affetto 

T' aspetta qui ! grandeggia 

Nobile cuor de' figli miei nel petto, 

Ove all' amato Sire 

Ersero riverenti Altare e Reggia: 

Vieni, e ogni lor desire, 

Fia pieno — a Te che degli Dei se' dono 

Dei popoli r amor consacra il trono. 
Immemore di sé, diseredato 

Giaceva — e Tu dicesti: 

Sorgi, popolo mio — ed il passato 

Del nulla nell' abisso 

Qual lampo disparì — dritti gli desti, 

Ed ei che già fìi visso 

Nei tempi muti di luce, possente 

L' alito che spirasti in Lui or sente. 
E se tua destra un dì la spada avita 

Del Gran Rodolfo impugna. 

De' miei figli vedrai la schiera ardita, 

Di questa terra figli, 

Come leon lanciarsi nella pugna; 

Fra i marzìal perigli 

Squarciato il fianco li vedrai morire 

A piedi Tuoi benedicendo al Sire. — 
I tuoi Cesari un dì vedevi, o Roma, 

Correr il domo mondo 

D' insanguinati allór cinti la chioma 

E la destra fatale 

Curvar la fronte ai Re, e sotto il pondo 

Del carro trionfale 

Le corone spezzar, e folgorando 

E popoli e città strugger col brando. 
Eccelso Sire! o Tu che tanti pegni 

Ci desti del Tuo amore, 

E qual Prence suoi cuor e Padre regni, 

Quel lauro ognor Ti cinga 

Ch' è simbolo di pace, e mai non muore, 

E sempre più si stringa 



138 



Alla sua ombra — tanto dir son oso — 
Fra il Padre e i tìgli il nodo avventuroso. 
Della tua sorte altera 

Ben puoi dirti o Canzon^ sol che d' un guardo 
Ti degni il Grande che suir Istro impera. 

ZNAMEN OVDJE 

U SRCIMA SPOMEN 

ÒESTITOGA DNEVA 

09TACE NAM DO VIEKA. 



Termniata la visita del Ginnasio Sua Maestà si recò nella chiesa di 
S. Ignazio ; indi nell'Ospitale Militare, una volta Collegio raguseo, poi 
alle scuole popolari fennninili, e quindi alle carceri civili. Visitò di poi 
il Duomo esaminando con molto interesse il ricchissimo reliquiario. 

A mezzo giorno era il dejeuner imperiale; ed alle 2 pom. visitò 
il Preparandio femminile e X Orfanotrofio presso le ancelle di Ca- 
rità nel sobborgo Pillo. Ed in questa circostanza Sua Maestà usò 
un particolare tratto di Sovrana degnazione verso la Superiora di 
quel convento, ]\Iadre Celeste Maria Brilli, cui volle personalmente 
visitare nella cella, per esse)* stata gravemente ammalata; anzi, 
passata a miglior vita alcuni giorni dopo, si degnò da Vienna far 
pervenire a mezzo del Consigliere, Capitano Distrettuale, Cavaliere 
Reèetar, le proprie condoglianze alle religiose di quel convento, 
permettendo che la defunta venga tumulata nella loro chiesa. 

Alle tre ore si recò a Gravosa per assistere al varamento del 
„Dvanaesti Dubrovaòki", nave dell' Associazione marittima ragusea, 
la più grande fino a queir epoca fra i bastimenti costrutti sui can- 
tieri austriaci, nonché fra quelli dell' intera Marina austriaca. Il 
legno era veramente bello, misurava 195 piedi di lunghezza, e 36 
in larghezza, della portata di 27,000 staja, e di tonnellate di regi- 
stro 1300, provvedutto di una grua a vapore, e costruito secondo 
i più recenti modelh americani. 

Al bastimento in quel!' occasione era appesa la seguente iscrizione : 
Svud ce me sreca sretati, 
Morskieh me cuvat vaia, 
Jer sani pred Careni cestiti m 
S nasih se rinuo èalà. 

Che tradotta corrisponderebbe: 

Ovunque compagna 
La sorte mi guidi 



139 



Mi salvi dair ire 
De' flutti malfidi; 
Che innanzi all' Augusto 
Monarca adorato 
Da queste mie sponde 
Io venni varato. 

Le rive di Gravosa e di Lapad, le case, i bastimenti, che si 
trovavano nel porto, erano stipati di gente, specialmente di dame. 
Il tempo era bellissimo, sebbene soffiasse vento fresco. 

L' arrivo dell' Imperatore venne salutato da entusiastiche accla- 
mazioni della folla. Le dame agitavano i fazzoletti e spargevano i 
fiori, mentre a bordo della Cannoniera Mowe la banda militare 
suonava V inno dell' Impero. 

Sua Maestà prese posto nel magnifico padiglione appositamente 
eretto sullo squero per cura dell' Associazione Marittima, ornato in 
rosso e cilestro a festoni d' oro , intrattenendosi affabilmente col 
signor De-GiuUi, presidente della Società. 

Al momento solenne subentrò il silenzio dell' aspettazione ; ma 
quando il colosso cominciò a scivolare e scender nel mare, gli 
urrah, gli èivio, i fazzoletti, i cappelli; le musiche, tutto si mise 
in moto. 

L' Imperatore soddisfatto lodò il proto Natale Bradicic, e permise 
che il cantiere portasse in seguito il nome di „C autiere Fran- 
cesco Giuseppe." 

Dopo il varamento il programma segnava una gita alla valle 
d' Ombla. 

„È uno de' quadri più pittoreschi che io abbia mai veduto , e 
„nello stesso tempo de' più singolari — scrive il gentile corris- 
^pondante dell' Osservatore Triestino. — Quando entrate nel fiume 
„d' Ombla, abbastanza largo alla foce, v'immaginate che a rimon- 
„tarlo ci vorranno dei giorni ; invece dopo una mezz' ora il gran 
„ fiume è finito. Vi si presenta di fronte un enorme masso che 
^chiude la via a noi, l'apre invece all'acqua, che ne sgorga con 
„un capitale di forza motrice, della quale l'industria ragusea ha 
«approfittato, stabilendovi dei molini da grano ed olio. In mezzo 
„al fiume un isolotto sepolto fra canneti e vinchi , alle sponde V aloè, 
„la palma , il mirto , il rosmarino , V alloro , il cipresso , il fico, 
„r olivo; qua e là qualche casa abitata, qua e là de' palazzotti, dei 
„ quali non esistono più che i muri di cinta; tutto il resto distrutto 



Ito 

„ed incendiato da una invasione russo- niontenegrina contro i fran- 
„cesi, clic al cominciar del secolo tenevano occupata Ragusa." 

„Anc]ie qui attendevano V Imperatore un arco trionfale in ver- 
„dura ed una folla ili gente acclamante. L' Imperatore visitò atten- 
„taniente gli stabilimenti industriali, e rinunziando, per brevità di 
„tenipo, allo spettacolo ili una pesca, fìi verso le ore b^j^ di ritorno 
„a Ragusa." * 

L'Imperatole indi si portò al forte Annunziata, quindi tornò via 
di Gravosa in città, entusiasticamente acclamato. 

Alle G ore vi fìi il dhier imperiale, a cui vennero invitati DrviS- 
pasa, colla dei)utazioue turca, e diverse persone notabili del paese. 
Drvis-pasa sedeva alla destra dell' Imperatore e comi)arve decorato 
del cordone della Gran-croce delF Ordine di Leopoldo, che l'Impe- 
ratore gli avea conferito jer V altro (29 aprile). Tutto il seguito 
venne pure decorato, fra cui il colonello maestro di cerimonie e 
primo ajutante del pasa Aziz-Bey ottenne la Corona Ferrea di II classe. 

Alla sera il teatro splendidamente illuminato a giorno e con 
squisito gusto decorato, accoglieva quanto di distinto noverava 
Ragusa. L' Imperatore dalla residenza al teatro, era accompagnato 
con torcie dai membri della società Operaja e di quella del Pro- 
gresso, ed entrava nel teatro alle 8 ore. Si scatenò allora una 
vera tempesta di ìì\ìo, e l' inno dell' impero dovette esser ripetuto. 
Nel palco imperiale era pure Drvi.s-pasa. La serata fìi veramente 
splendidissima. Il teatro abbencliè jxirè era gremito di scelto pub- 
blico , fra cui le dame in brillanti toilettes , molta ufficialità turca 
e russa in smaglianti uniformi, presentavano un magnifico aspetto. 

La bravissima compagnia drammatica croata del teatro nazionale 
di Zagabria, composta di 2G persone, che espressamente si era 
portata a Ragusa per queir occasione, dietro iniziativa del Comune, 
e per gentile accondiscendenza dell'illustre Bano Mazuranic, rap- 
presentava la commedia „Million". Dopo un ora circa Sua Maestà, 
salutata ancor più fragorosamente che all' arrivo , si restituì alla 
sua residenza, anche questa volta accompagnato dalle fiaccole. 

Oltre alla generale illuminazione della città, ripetuta anche quella 
sera fu pure illuminato il borgo Pille e Gravosa. Tutti i basti- 
menti, la squadra, la corvetta russa, erano vagamente illuminati. 
Bellissimo fra tutti il „Dvanaesti Dubrovacki^ con palloncini, tutto 
all' intorno tre ordini di bicchierini, che segnavano le linee principali. 

' Osservatore Triestino Nr. 102. 



141 

Il gioiiio seguente, primo maggio. Sua Maestà si occupò di 
affari di Stato. Alle 57-2 pom. l'ambasciata turca venne accolta in 
udienza di congedo , e quindi fé di nuovo parte alla tavola impe- 
riale, a cui intervenne questa volta anche il benemerito e distinto 
Capitano distrettuale Cav. de Resetar, cui una lieve indisposizione, 
suir andamento della quale i" Imperatore spesso s' informava, aveva 
impedito fin' allora di unirsi al seguito imperiale. 

Alla sera ebbe luogo una grandiosa illuminazione generale a 
disegno tricolore della città e borghi, e del sovrastante forte Im- 
periale. Quattro grandi fuochi di cataste ardevano sul monte. Intanto 
sotto le finestre della residenza imperiale si raccoglievano ad un 
ballo nazionale i megliostanti villici di Breno, formando un ampio 
cerchio , tutto all' intorno illuminato da una fiaccolata della società 
„Dubrovacko Radnicko drustvo". Una folla imponente acclamava 
di continuo con entusiasmo il monarca, che dal verrone della resi- 
denza, per quasi mezz'ora osservò con visibile interesse il ballo. 
Al suo ritirarsi scoppiarono cosi entusiastiche le acclamazioni, che 
Egli si presentò nuovamente alla finestra per ringraziare. 

Venne chiusa la giornata con una serenata con banda militare, 
a cui tutta Ragusa prese parte. 

Ai due dì maggio tutt' era già pronto per dare ancor una volta 
una solenne testimonianza di aiì'etlo all'augusto ed amato Monarca, 
che dopo udita una s. messa, celebrata dal Mons. Vescovo in 
Duomo, dovea partir per Cattaro. 

Il congedo non fu meno entusiastico e connuovente del ricevi- 
mento. Sua Maestà prese commiato alle 7 ore a. m. dalle Autorità 
che r ossequiarono, e rese grazie di nuovo al podestà per il cordiale 
accetto, e si degnò rivolgere le seguenti parole al Consiglio Comu- 
nale: — Ringrazio infinitamente tutti questi Signori 
della cordiale accoglienza fattami, e mi ricorderò sem- 
pre de' pochi giorni passati nella loro bella patria. — 

Accompagnato quindi dal Podestà, e dal Capitano distrettuale, 
attraversò la città fra indescrivibile entusiasmo e continui zivio, e 
recossi in carozza a Gravosa, fra le salve d' artiglieria, le musiche, 
gli èivio , r agitar de' fazzoletti senza fine , accompagnato sempre 
dall' acclamante folla. 

Il cantiere della società Marittima avea già collocata una gran 
tabella portante il nome deirimperatore. di cui gli era stato per- 
messo fregiarsi. 

Sua Maestà sotto il padiglione prendendo commiato, si espresse 



in ([uesti teiniini al Podestà Conte Pozza: — Io sono grato 
(leir eccellent(3 accoglimento ricevuto in questa città, 
ed ai sentimenti di fedeltà ed attaccamento manifesta- 
tiMi. Io procurerò di venire incontro a tutti i vostri 
bisogni, e Mi sovverrò dei giorni passati in questa indi- 
menticabile città. — 

Imbaicossi (quindi sul „Miramar" il quale issò la bandiera im- 
periale ed uscì dal porto di (iravosa; e dietro ai legni che sfilavano, 
r aura matutina i)ortava ancora le acclamazioni della folla rimasta 
nel porto 

Doppiata la punta di Lapad^ il yacht passò dinanzi a Ragusa, 
che con nuove salve salutava il passaggio imperiale; e rasentando 
l'incantevole isola di Lacroma, entrava in alto mare, dirigendosi 
alla volta di Cattaro. 

Visitato quel distretto, l' impeiatore il di 9 maggio (domenica) 
partiva a cavallo da Castelnuovo attraversando il tratto di Sutorina, 
dove le truppe turche Gli prestarono gli onori militari, per recarsi 
a Canali, contrada orientale di Ragusa. 

Al confine di Canali — Debeli Brieg — giunse alle ore 5V2 
accompagnato da circa 400 bocchesi in ricchissimo costume, con 
alla testa il Podestà di Castelnuovo. Quivi fu ricevuto dal Podestà 
di Ragusavecchia ed acclamato da un' imponente moltitudine di 
Canalesi, accorsi con bandiere da tutte le parti, e che servirono 
di guardia d' onore sino a Ragusavecchia. 

Arrivato a Grudda, si recò in chiesa, ed indi in quella canonica 
per fare il dejeimer. Partito di poi, accompagnato da circa 800 
canalesi armati, sotto il villaggio di Obod venne salutato il di Lui 
passaggio; ed alle ore Ila. m. arrivò presso Ragusavecchia. 

Dinanzi 1' arco trionfale preparato dal Comune, su cui era appesa 
un' iscrizione itaUana, il podestà lesse V omaggio ; dopo di che gli 
astanti canalesi proruppero in fragorose acclamazioni. Le case e 
barche di Ragusavecchia erano quasi tutte pavesate a festa con 
drappi e svariate bandiere, fra le quali la tricolore in massimo 
numero. Dall'arco fino alla chiesa 12 fanciulle vestite in bianco 
con ornati nazionali-slavi, disposte in doppia fila, spargevano de'fiori 
avanti la Maestà Sua. Dalle porte di Ragusavecchia fino alla chiesa 
gli abitanti di Ragusavecchia salutavano Sua Maestà con fragorosi 
zivio, e così seguì per tutta la borgata. In chiesa venne cantato 
r inno imperiale in slavo , accompagnato dall' organo. Dalla chiesa 
Sua Maestà si recò a visitare la scuola popolare. esprimiMido la 



U3 

Sua soddisfazione. Andò indi al Giudizio, ove ricevette il Clero, le 
Autorità, ed il Consiglio Comunale. Dal Giudizio si recò alla chiesa 
dei Francescani, e quindi col lancione imperiale si recò a bordo 
del „Miramar". 

Il Vapore „ Adria" del Lloyd, che in quella circostanza fìi a dis- 
posizione del Comune di Ragusa^ venne quel giorno a Ragusa- 
vecchia con circa 400 passeggieri tra signori e signore, fra i quali 
le prime notabilità di Ragusa, onde ossequiare di nuovo Sua Maestà 
col èivio, ed accompagnarLa fino ad un certo tratto verso Meleda. 

I ragusavecchiani poi imbarcatisi sopra due barche grandi di 
traghetto, accompagnarono il Monai'ca fino al Yacht, salutandolo ed 
accomiatandosi col „zivio nas kralj Frane Josef!" Sua Maestà 
rispose ovunque benignamente al saluto. 

II passaggio del yacht imperiale dinanzi a Ragusa fu da tutti i 
forti salutato con salve di artiglierie. 

La mattina dei 10 maggio alle ore 7 Sua Maestà fu nel Porto 
Palazzo di Meleda ossequiata da quella rappresentanza Comunale, 
dal Clero, e dagli impiegati forestali; quindi si portò a visitare il 
convento una volta benedettino, e ritornò poscia a bordo, ove si 
degnò permettere che fosse recato il prodotto di una pesca allora 
fatta, e poco stante partiva per Orebici. 

Alle 10 ore il „Miramar" dava fondo sotto Orebic. Ad incontrarlo, 
pochi momenti prima si posero in moto due lunghe file di barche 
montate da robusti rematori e pavesate con bandiere e segnali. 
Fra esse primeggiavano le barche di Kuciste, adobbate con finis- 
simo gusto e disposte con buon ordine ed armonia. 

Fra entusiastiche acclamazioni ed interminabili zivio, e tra le 
salve dei cannoni del bark della Società „ Adamo", ancorato espres- 
samente a questo fine, venne ricevuta Sua Maestà da un' immensa 
folla di popolo. 

Sul nuovo molo ergevasi un' elegante scalinata, coperta di finis- 
simo tappeto di panno verde, con passamano di veluto di seta 
rossa. Lungo tutto il molo, che misura 100 Klafter in ostro tra- 
montana, erano piantate a piccole distanze delle grandi aste con 
bandiere, ed una colossale dirimpetto alla scalinata. Alla radice 
del molo era stato eretto un elegante e sontuoso padiglione di 
forma ottagona in velluto di seta rosso-bianca, con frangie d' oro, 
sormontato dall' aquila imperiale, ed air ingiro decorato con scudi, 
armi, bandiere, ecc., con pavimento ricoperto di finissimo panno 
verde. Il tratto della scalinata al padighone 12 fanciulle riccamente 



J 



144 



jihbigliate. metà in costumo n«izioiuile, raltrii metà alla civile, con 
eleganti Canestrini, attendevano Sua Maestà per cospargergli di fiori 
il passaggio. 

Air allocuzione del Podestà Cav. Dr. (liovanni Ivanisevié, Sua 
Maestà si degnò di ris})ondere in questi termini: — „Ag gra- 
disco pienamente l'omaggio eh' Ella Mi offre a nome 
di questa popolazione. — Con piacere visito questo 
Comune, dal quale è sortito un potente impulso allo 
sviluppo della marina mercantile nazionale. — Per- 
severino nel loro intento, e sieno sicuri della Mia 
Sovrana grazia e benevolenza." 

Poco discosto dal padiglione ergevasi un bellissimo e grande arco 
trionfale, e lungo Orebici altri sei, tutti con opportune ed addattate 
decorazioni, iscrizioni, ecc., nel mentre da un capo alF altro del 
paese, lungo la paite destra della strada principale di Orebici, 
erano stati costruiti altissimi festoni di mirto con archi, decorati 
ognuno con orifìamme, bandieri, scudi, emblemi, fiori, che stende- 
vansi per circa V4 di miglio 

Fra il primo ed il secondo arco trionfale alla destra della strada 
che dovea percorrere Sua Maestà, era stato improvvisato un giar- 
dino pubblico, riccamente fornito di ogni varietà di piante, il quale 
faceva leggiadro complemento alla orgogliosa vegetazione che pre- 
senta Orebic per molte miglia di distanza senza interruzione. 

Non vi era stabilimento, casa, contrada, che non fossero sfarzo- 
samente addobbati con strati, arazzi, bandiere, orifìamme, fiori ed 
iscrizioni, che dava alla borgata — nota per la ^-egolarità delle 
sue contrade . V eleganza, il buon gusto e la comodità delle sue 
case e de' suoi giardini — un insolito aspetto di festa e di esul- 
tanza. Alle bandiere imperiali era unito gran numero di nazio- 
nali slave. 

Dopo il primo arco trionfale faceva spalUera un' eletta schiera 
di 60 fra capitani e tenenti, i quali costituivano la guardia d' onore. 

Sua Maestà quindi dopo V omaggio ricevuto dal podestà, fra 
entusiastiche acclamazioni del popolo si avviava alla Sovrana Re- 
sidenza, nel beir edificio dell' ^Associazione Marittima" che grazio- 
samente aveva aggradito, e che fu convenientemente addobbato. 

Davanti alla Residenza attendevano 40 belle ed eleganti ragazze 
delle primarie famiglie di Sabioncello, tutte vestite in costume na- 
zionale, le quali ebbero V alto onore di salutare S. M. nel Suo 
ingresso alla residenza. Quivi ebbe luogo il ricevimento del Clero 



145 

regolare e secolare, delle autorità e corporazioni. In quell' occa- 
sione la Direzione dell' «Associazione Marittima di Sabioncello'* 
umiliò preghiera a S. M. perchè permettesse che il nuovo cantiere 
sociale, posto a èuplji-Kamen di Orebici, portasse il nome di Sua 
Altezza Imp. il Serenissimo „A rei duca Rudolfo"; lo che fu 
anche graziosamente accordato. 

Finite le presentazioni il Monarca conducevasi attraverso una 
folla festante ed acclamante, a visitare V i. r. Giudizio e le carceri, 
indi la Scuola maschile, dove degnossi di esprimere la Sua piena 
soddisfazione, nonché parole di encomio ed incoraggiamento. Dalla 
Scuola si portò alla Chiesa Parrochiale, che esternamente portava 
le insegne nazionali, colla bandiera imperiale sormontante tutto 
r addobbo, ricco di magnifici quadri con iscrizioni d' occasione ; e 
neir interno, elegantemente addobbata, aveva il trono in seta bianco- 
gialla, sormontato dal baldacchino in velluto rosso con frangie 
d' oro, ed al di sopra dell' aitar maggiore sotto una corona, spica- 
vano le parole: „Bog mi Te pozivio." Quivi l'attendeva il clero, 
ed al Suo venire intuonò il Te Deum. 

Si recò indi alla Scuola femminile, ove una fanciulla gh presentò 
un elegante bouquet di camelie, accompagnato da breve omag- 
gio. Fatte esaminare alcune ragazze, S. M. esternò il suo aggra- 
dimento. 

Si recò di poi al nuovo Cantiere della Società coli' imperiale 
lancione, dove venne accolto con acclamazione dalla maestranza 
del cantiere; ed assistette all' impianto della aste del 31. naviglio 
sociale ,^Ruben". 

Ritornato a bordo del „Miramar" salutato entusiasticamente dalle 
rive, da navigli, e dal cantiere, verso 1 ora pom. partiva per 
Curzola, seguito dal vaporetto «Concordia", a bordo del quale 
attrovavasi il consiglio comunale, nonché da numerosissime bar- 
chette. 

Alla sera tutta la riviera di Sabbioncello era splendidamente 
illuminata, e dava al canale, per una lunghissima estesa, un aspetto 
veramente incantevole. 

Poco stante Sua Maestà arrivò a Curzola, ove ebbe pure entu- 
siastica accoglienza. Alle tre ore di mattina del dì seguente da 
Curzola partì per Trappano, ove giunse alle 5. Il paese formico- 
lava di gente, oltre 6000 persone alla riva ed in mille barchette, 
disseminate nel porto, unanimi acclamavano il re e la reale fa- 
miglia con interminabili zivio. 

10 



14G 

Air ingresso del poito stavano sfilate più di cento barche con 
fuochi e bandiere, facendo continue salve. Tutti i moli imbandie- 
rati, adorni di svariati festoni ed iscrizioni. Sul bacino Alber 
sventolava una fiammola lun^ia da oltre 80 piedi. Tutti gli sco- 
glietti pitturati ed imbandierati, e la scogliera delle „Due so- 
relle" trasformata letteralmente in una finta nave corazzata, con 
366 bandiere di poppa, con 101 colpo di cannone, e con fragorosi 
n^ivio" e „dobro dosao" di 50 mannai schierati sulle arborate. 
La lancia di Sua Maestà passava indi fra due file di barche pa- 
vesate con bandiere ed adorne di mirto, con fuochi pescherecci 
accesi alle prove. Erano pescatori che volevano così festeggiare 
r augusto Ospite. 

Sua Maestà sbarcava al molo della Società sopra apposita gra- 
dinata, coperta di tappeti al pan di tutto il molo, chiuso da filari 
di festoni imbandierati con insegne tricolori slave ed austriache. 
Alla parte destra eravi un magnifico padiglione coperto di velluto 
e scarlatto con colori slavi, sormontati dall' Aquila imperiale. Qui 
Sua Maestà accolse gli omaggi del podestà Stefano Dr. Ferri pre- 
sentatiGh in lingua slava. Nello scender dal padiglione la vispa 
fanciulla Teresa di G. Nessanovic, circondata da 24 ragazze vestite 
tutte alla nazionale, con canestri di fiori al braccio per cospergervi le 
vie, presentava a Sua Maestà un elegante bouquet, con appropriate 
parole in lingua slava. Lieto il Monarca, gradito il dono, le ri- 
spose anche in islavo le precise parole: „Hvala mnogo na Iju- 
bavi i cvijeéu." 

Dal monte Gradina venivano fatti poi 101 colpo di cannone. 
Tutte le campane suonavano a festa e Sua Maestà faceva V in- 
gresso trionfale a Trappano, sempre acclamato da interminabih èivio. 

Oltre 2500 bandiere slave ed austriache sventolavano nel solo 
porto, ed altrettante nelle principah vie della borgata. Tutti i 56 
magazzeni disposti in fila, che servono a deposito di merci, erano 
ornati sforzosamente con damaschi, bandiere e fiori ecc. Fra ac- 
clamazioni entusiastiche V Imperatore si recava alla chiesa a passo 
lento, mentre erano stipate tutte le vie di popolo, che volea bearsi 
della reale presenza. Da qui si recò al Comune, ove Gli si pre- 
sentò il Clero, il Deputato Sanitario, il Ricevitore Doganale, il con- 
siglio Comunale, e le rappresentanze Comunali di Cunna, e Ja- 
gnina, e da ultimo il ceto connnerciale della borgata. Sua Maestà 
espresse benevoh parole. 



147 

Sua Maestà quindi si portava per la borgata, tutta adorna sfar- 
zosamente/ e ne rimase molto soddisfatto. Dopo un'ora e 28 
minuti di sosta s' imbarcò sul yacht, accompagnato da continue 
ovazioni, rendendo grazie al Podestà per la festosa e cordiale ac- 
coglienza. 

Oltre a tante grate memorie, e copiose largizioni per diversi 
istituti e scopi pii, Sua Maestà graziosissimamente degnavasi in 
quella fausta circostanza di mostrarsi liberale con onorifiche di- 
stinzioni verso parecchie persone le più cospicue di Ragusa e suo 
circondario. 

Conferì la dignità di Consigliere intimo al membro del Con- 
siglio dell' Impero, Savino conte de Giorgi, la Croce di Cavaliere 
dell'Ordine di Leopoldo al Podestà di Ragusa Raffaele conte 
Pozza; e l'Ordine della corona di Ferro di III. classe a 
Francesco Barone Ghetaldi de Gondola; la croce di Cavaliere 
di Francesco Giuseppe poi a Nicolò Amerling, commerciante 
in Alessandria d' Egitto, a Biagio De-GiuUi preside dell' Associazione 
marittima ragusea, a Dr. Stefano Ferri Podestà di Trappano, ai 
canonici Antonio Copanizza e Matteo Vodopié, ed a Giuseppe Pe- 
ricle direttore del Ginnasio di Ragusa. Venne conferita la Croce 
del merito a Vincenzo Adamo vie direttore delle Scuole Civiche, 
a Natale Bradicid proto costruttore presso la Società marittima di 
Ragusa, a Francesco Martecchini tipografo, ed a Pietro Mancion 
Presidente della Congregazione Nazionale Illirica a Roma. Sua 
Maestà poi ebbe ad ordinare che fosse espressa la Sovrana sod- 
disfazione ai Podestà Giovanni Grgurevió di Ombla, Biagio 
Gluncié di Siano, e Marino Rogje di Malfi 

Chi ebbe 1' onore di avvicinare FRANCESCO GIUSEPPE, restò 
entusiastato dalle Sue doti di mente e di cuore, e particolarmente 
dal Suo nobilissimo tratto che Gli meritò giustamente il titolo di 
Imperatore Cavaleresco. Fu buono, fu cortese, fu paziente 
con tutti. 

Accolse con affetto gli omaggi dei grandi, e beneficò con muni- 
ficenza veramente Sovrana i poveri ed i bisognosi. 

* Fra le altre memorie che ricorderanno sempre a Trappano il soggiorno 
reale in quella borgata, si è la strada in linea retta, lunga 220 Klafter che 
a spese della medesima venne condotta a termine con tutte le regole 
dell' arte, in pieno ordine, in 26 giornate, e dove per primo pose piede S. 
M. Con gentile pensiero questo magnifico tronco di strada fìi chiamato 
„Kraljski put". 



148 



La chiesa ravvisò in Lui il suo protettore, il degno rampollo 
(Iella cattolica Casa d' Asburgo. 

Onorò la virtù ed il meiito, e con belle e lusinghevoli espressioni, 
che si vedevano venire da un cuore veramente da Cesare, ravvivò 
in noi la sjìeranza d' un avvenire più felice per la cara nostra 
patria. 

Imperitura perciò resterà la memoria della Sua venuta e del 
Suo soggiorno fra noi! 



I IT D I e E. 



Pagina 

Dedica Ili 

Prefazione V 

I. Primordi, sviluppo e caduta della repubblica di Ragusa 1 

IL Governo, legislazione ed amministrazione pubblica 33 

III. Cultura e civilizzazione 53 

IV. Stato attuale di Ragusa 67 

V. Sua Maestà FRANCESCO GIUSEPPE I a Ragusa e nel suo territorio 116 



Errata. Corrige. 

Pagina Linea 

2 5 di sua esistenza. ... di sua politica esistenza. 

7 21 iettare lottare 

8 3 avebbero avrebbero 

12 1 discorpie discordie 

18 14 — 15 pro-promettendo .... promettendo ' 

21 1 ei dei 

81 12 avoto avuto 

46 18 450 miglia quad 75 '/i miglia quad. 

61 3 altre oltre 

57 24 — 25 angichè anziché 

72 14 M.CCC XXXV M.CCCC.XXXV. 

74 15 ad altro od altro 

94 37 auctos auctas 

95 16 perficiendae perficiundae 



5651)2^ 



/ 



DR 1545 .D8 S58 IMS 
Skurla. Stjepan. 
Ragusa 



PONTI Fi e AL. INSTITUTE 
OK MEDIAEVAL STUDIES 

59 QUEEN'S PARK 
"ÌO^OrsiTO ^ì C-ANADA'