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HARVARD UNIVERSITY. 




LIBRARY 



MUSEUM OF COMPARATIVE ZOOLOGY. 



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REALE ISTITUTO LOMBAaDO 



DI SCIENZE E LETTERE, 



RENDICONTI. 




SERIE II. 

VOLUME XI. 



ULRICO HOEPLi, 

librajo del R. Istituto Lombardo di scienze 9 lettere. 

MILANO, NAPOLI, 

Galloria De-Cristoforis, J Via Roma, già Toledo, 

59-62. 224. 

PISA, 

Lung'Arno Regio, 9. 

^'187 8. 



REALE ISTITUTO LOMBARDO 

DI SCIENZE E LETTERE. 



RENDICONTI. 




SERIE II. 
VOLUME XI 



ULRICO HOEPLT, 

librajo del B. Istituto Lombardo di scienze e lettere. 
Milano, ( Napoli, 

Galleria de Cristoforis, ) Via Roma, già Toledo, 

N. 59 e 62. ì N- 224 

Pisa 
Lung'Amo Regio, 9. 

1878. 



R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LEnERE. 

ADUNANZE PER L'ANNO 1878. 



Gennajo 


10 


e 


24 


Giugno 


6 e 


27 


Febbrajo 


7 


e 


21 


Luglio 


4,18 e 


25 


Marzo 


14 


e 


28 


Agosto 


1 




Aprile 


11 


e 


25 


Novembre 


7 e 


21 


Maggio 


9 


e 


23 


Dicembre 


5 e 


19 



Adunanza solenne, 7 agosto. 

ta presento tabella terrà luogo, pel signori SS. CC. lontani, delle lettere 
d'invito osate prima. Le lettore da farsi in ciascnna adunanza, saranno annon- 
liate alcnni giorni ayanti nei giornali. 

Art. 88 del Regolamento interno: « Ciascun autore è unico garante delle 
proprie produzioni e opinioni, e conserva la proprietà letteraria. » 



MILANO, TIP. BERNAEDOiri. 



MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO 

DI SCIENZE E LETTERE. (*) 



MDCCCLXXVIII. 



PRESIDENZA. 

Belgiojoso, presidente. 

CORNALIA, vicepresidente. 

Hajech, segretario della Classe di scienze matematiche e naturali. 

Caecano, segretario della Classe di lettere e scienze morali e politiche. 

Consiglio amministrativo. 

È oompoeto del Presidente, del Vicepresidente, dei due Segretarj, e 
dei Membri efiFettivi: 
CuRiONi, per la Classe di scienze matematiche e naturali. 
Sacchi, per la Classe di lettere e scienze morali e politiche. 

Conservatori della Biblioteca dell'Istituto. 

Frisiani, per la Classe di scienze matematiche e naturali. 
Cantù, per la Classe di lettere e scienze morali e politiche. 

CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI. 
Membri onorarj. 

Cavalli Giovanni, gr. uff. ^, comm. ^ e dell'ordine militare di Sa- 
voja, cav. «Ji, luogotenente generale di artiglieria, comandante generale 
della R. Accademia militare di Torino, senatore del Regno, ecc. — Firenze. 

Mainardi Gaspare, cav. ^, socio corrispondente della R. Accademia 
dei Lincei di Roma, della Reale di Upsal, uno dei XL della Società Ita- 
liana delle scienze, professore emerito di calcolo differenziale e integrale 
nell'Università di Pavia. — Lecco. 

(*) « Art. 4 del Regolamento interno- — I membri effettivi del R. Istituto Veneto di scienze, 
lettere ed arti, sono di diritto aggregati all' Istituto Lombardo, e nelle adunanze sono pareg- 
giali ai membri effettivi di questo, escluso solo il diritto di voto. » 



Il'segno «tP indica l'Ordine del Merito civile di Savoja ; il segno ^ l'Ordine dei SS. Mau- 
rizio e Laazaro ; il segno ^, l'Ordine della Corona d'Italia. 



II MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. 

Menabrea S. e. conte Luigi Federico, cav. dell'Ordine supremo del- 
l'Annunziata, gr. uff. H, gr. cord. ^, gr. cr. dell'Ordine militare di Sa- 
voja, consigliere e cav. «§>, socio naz. della R. Accademia dei Lincei di 
Roma, luogotenente generale del Genio, senatore del Regno. — Firenze. 

RrCASOLi S. E. nobile Bettino, cav. dell'Ordine supremo dell'Annun' 
ziata, gr. cord. # e ^, deputato al Parlamento. — Firenze. 

Tatti ingegnere Luiar, cav. ^. — Milano, via Durini, 14, 

Membri effettivi. 

Frisiani nob. Paolo, prof, emerito del R. Osservatorio astronomico di 
Brera, uno dei XL della Società italiana delle scienze. — Milano, via 
Pontaccio, 12. {Nom. M. E. 26 settembre 1840. — Pens. 31 maggio 1850.) 

Lombardini ing. Elia, gr. uff. H, cav. ^, senatore del Regno, membro 
della Società filosofica americana in Filadelfia, uno dei XL della Società 
Italiana delle scienze, membro corrispondente di varie società scientificbe 
italiane e straniere, direttore emerito delle pubbliche costruzioni della 
Lombardia. — Milano, via Unione, 13. {Nom. M. E. 13 luglio 1844. — 
Pens. 31 maggio 1850.) 

CuRiONi nob. Giulio, comm. %, membto del Consiglio delle miniere, 
socio d'onore dell'Ateneo di Brescia, socio corrispondente della R. Ac- 
cademia di Torino e di molte altre, conservatore del Museo Civico di 
Milano. — Milano, via Borgo Spesso, 23. [Nom. M. E. 13 luglio 1844. -~ 
Pe7is. 31 maggio 1850.) 

Verga dott. Andrea, comm. ^, cav. :^ e della Legion d'Onore, se- 
natore del Regno, socio di varie accademie scientifiche, emerito direttore 
dell'Ospedale Maggiore di Milano, professore di psichiatria nello stesso 
stabilimento, ecc. — Milano, via S. Damiano, 44. {Nom. S. G. 19 dicem- 
bre 1844. — ili. E. 18 aprile 1848. — Pens. 11 febbraio 1856.) 

Garovaglio Santo, uff. ^, cav. ^ e dell'Ordine di Leopoldo del Belgio, 
dottore in medicina e in chimica, professore ordinario di botanica e diret- 
tore del Laboratorio crittogamico e dell'Orto Botanico nell' Università di 
Pavia, già professore di scienze preparatorie pei chirurghi e di fisica pei 
farmacisti-, consigliere provinciale di sanità; membro di molte accademie 
e società scientifiche nazionali e straniere. — Pavia. {Nom. M. E. 12 ot- 
tobre 1854. — Pens. 23 dicembre 1865.) 

Polli dott. Giovanni, uff. ^^ comm. dell'Ordine di Nisciam-Eftihkar, 
professore di chimica nel Reale Istituto Tecnico secondario, membro di 
varie accademie italiane e straniere, ecc. — Milano, portici settentrionali 
della piazza del Duomo, 21. {Noni. S. C. 19 dicembre 1844. — 31. E. 12 
ottobre 1854. — Petis. li febbraio 1856.) 

CORNALiA dott. Emilio, comm. ^, uff. ^, cav. t§j, comm, dell'Ordine 
di S. Anna di Russia, membro corrispondente dell'Istituto di Francia, uno 
dei XL della Società italiana delle scienze, socio corrispondente delle Ac- 
cademie di Torino, di Napoli, della Leopoldina dei Cuiiosi della Natura, 
e nazionale della R. Accademia dei Lincei di Roma, ecc., presidente della 
Società Italiana di scienze naturali, direttore del Museo Civico, professore 



MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. m 

ordinario del Regio Istituto Tecnico superiore e della R. Scuola superiore 
d'agricoltura in Milano. — Milano, via Monte Napoleone, 36. (Nom. S. C, 
25 agosto 1853, — M. E. 11 febbraio 1856. — Pensionato 30 novem- 
bre 1862.) 

Buioscnr dott. Francesco, gr. uff. # e 5|c, cav. 4», comra. dell'Ordine 
del Cristo di Portogallo, senatore del Regno, uno dei XL della Società 
Italiana delle scienze, membro dell'Accademia di Torino, della Società 
Reale di Napoli, delle RR. Società delle scienze di Gottinga e di Praga, 
dell'Accademia dei Lincei di Roma, socio corrispondente dell'Accademia 
delle scienze di Bologna, ecc., direttore del R. Istituto Tecnico superiore 
in Milano. — Milano, via Spiga, 21. (Nom. S, C. 26 luglio 1855. — M. 
E. 23 hirjlio 1857. — Pens. 5 gennaio 1868.) 

Hajech dott. Camillo, cav. ^ e >Jc, professore ordinario di fisica nel 
E. Liceo Beccaria in Milano, ecc. — Milano, via Dimetto, 1. {Nom. S. C. 
17 agosto 1854. — 31. E. 29 settembre 1860. — Pens. 13 dicembre 1868.) 

Stoppani ab. Antonio, cav. ^ e %, uno dei XL della Società Italiana 
delle scienze, socio naz. della R. Accademia dei Lincei di Roma, ecc., 
prof, ordinario di gcognosia e mineralogia applicate al R. Istituto di studj 
superiori pratici e di perfezionamento in Firenze. {Nom. S. G. 24 gennaio 

1861. — M. E. 16 marzo 1862. — Pens. 10 marzo 1873.) 
SCHIAPARELH ìng. GIOVANNI, comm. ^, ^ e dell'Ordine di S. Stani- 
slao di Russia, cav. c§i, uno dei XL della Società Italiana delle scienze, 
socio naz. della R. Accademia dei Lincei di Roma, accademico nazionale 
non residente della R. Accademia delle scienze di Torino, socio della R. 
Accad. delle scienze di Napoli, socio corrispondente delle Accademie di 
Monaco, di Vienna e di Pietroburgo, primo astronomo e direttore del E. 
Osservatorio di Brera. — Milano, via Brera, 28. {Nom. M. E. 16 marzo 

1862. — Pens. 9 dicembre 1875). 

Mantegazza dott. Paolo, cav. ^, senatore del Regno, professore di 
antropologia nel Museo di fisica e storia naturale di Firenze. — Firenze, 
{Nom. S. C. 24 gemiaio 1861. — M. E. 2 gennaio 1863.) 

Cantoni dott. Giovanni, comm. ^, 5^, socio naz. della R. Accademia 
dei Lincei di Roma, prof. ord. di fisica sperimentale nella R. Università di 
Pavia. {Nom. S. C. 8 maggio 1862. ~ M. E. 2 gennaio 1863.) 

Cremona Luiai, comm. ^, uff. % cav. <^, uno dei XL della Società 
Italiana delle scienze, membro dell' Accademia delle scienze dell'Istituto 
di Bologna, della Società matematica di Londra, della R. Società Boema, 
delle scienze in Praga e dell'Ateneo Veneto, della R. accademia danese 
(a Copenhagen), e della Società filosofica di Cambridge, socio effettivo 
della R. Accademia dei Lincei di Roma, socio corrispondente della Società 
Reale di Napoli, della Società Reale di Gottinga, della Reale Accademia 
di Lisbona, della Società filomatica di Parigi, delle Reali Accademie di 
scienze, lettere ed arti di Modena e di Palermo, ecc., professore di mate- 
matiche sup. nella R. Università di Roma, e direttore della R. Scuola di 
applicazione per gl'ingegneri iu Roma. {Nom. S, C. 25 agosto 1864. — M, 
E. d febbraio IQQQ.) 



IV MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. 

Sangalli dott. Giacomo, cav. -)(â– , prof, ordinario di anatomia e pato- 
logia nell'Università di Pavia, socio di varie accademie. {Nom. S. C. 23 
febbraio 1865. — M. E. 15 marzo 1868.) 

Casorati dott. Felice, uff. -^ e ^, uno dei XL della Società Italiana 
delle scienze, socio nazionale della R. Accademia dei Lincei di Roma, cor- 
rispondente della Società Reale di Gottinga, prof, di analisi infinitesimale 
e superiore nell'Università di Pavia. — {Nom. S. G. 23 febbraio 1885 — 
M. E. 21 giugno 1868.) 

Colombo ing. Giuseppe, cav. # e 5^, professore di meccanica indu- 
striale nel R. Istituto Tecnico superiore in Milano. — Milano, via Ande- 
gari, 12. {Nom. S. C 8 maggio 1862. — M. E. 18 aprile 1872.) 

Ferrini ing. Rinaldo, cav. -^k, professore di fisica tecnologica presso 
il R. Istituto Tecnico superiore, in Milano. — Milano, via Dimetto, 17, 
{Nom. S. C. 25 gennaio 1866. — M. E. 19 febbraio 1873.) 

Corradi Alfonso, comm ^ cav. ^, rettore e prof, di materia medica, 
di terapia generale e farmacologia sperimentale nella R. Università di 
Pavia. {Nom. S. C. 23 febbraio 1865. — M. E. 29 aprile 1874). 

Cantoni prof. Gaetano, comm, ^, cav. -)(â–  e della Legion d' onore di 
Francia, membro onorario della R. Accademia di Agricoltura di Torino, 
direttore della R. Scuola superiore d'agricoltura in Milano. — ■ l\Iilano via 
Marsala, 10. {Nom. S. C. 23 gennaio 1873. — M. E. 24 gennaio 1875.) 

Cbloria ing. GiovANNr, cav. -^, secondo astronomo del R. Osservatorio 
di Brera. — Milano, via Brera, 28. {Nom. S- C. 23 gennaio 1873. — M. 
E. 23 dicembre 1875.) 

Beltrami dott. Eugenio, cav. ^, e ^, uno dei XL della Società Ita- 
liana delle scienze, socio effettivo della R. Accademia dei Lincei di Roma, 
socio effettivo pensionato dell'Accademia delle scienze di Bologna, socio 
corrispondente del R. Istituto Veneto, delia Società R. di Napoli, dell'Ac- 
cademia Reale di Modena, della società Reale di Gottinga, professore or- 
dinario di fisica matematica nella R. Università di Pavia. {Nom. S. C. 20 
febbraio 1868. — M. E. 13 dicembre 1877. 

Soci corrispondenti italiani. 

Agudio ing. cav. Tommaso. — Torino. 

Albini Giuseppe, cav. ^, prof, di fisiologia nell'Università di Napoli. 

Anzi prof. Martino, cav. ^. — Como. 

Axerio Giulio, uff. -)(•, cav. ^, ingegnere ed ispettore nel Corpo Reale 
delle miniere. — Milano, corso s. Celso, 9. 

Balardini dott. Lodovico, cav. %. — Brescia. 

Banfi Camillo, dott. aggregato della scuola di Farmacia della R. Uni- 
versità di Pavia, professore di chimica presso il R. Istituto Tecnico secon- 
dario. — Milano, via Cappuccio, 19, 

Bardelli dott. Giuseppe, cav. ^ ^, preside del R. Istituto Tecnico 
secondario, professore di meccanica razionale nel R. Istituto tecnico su- 
periore in Milano. — Milano, via Monte Napoleone, 29. 



MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. V 

Betti Enrico^ comm. ^ e -)(- uno dei XL della Società Italiana delle 
scienze, membro straniero della Società matematica di Londra e della 
Reale Società delle scienze di Gottinga, socio naz. della R. Accademia dei 
Lincei di Roma, membro ordinario del Consiglio superiore. — Roma. 

BizzozERo dott. Giulio, professore ordinario di patologia generale 
nella R. Università di Torino. — Laboratorio di Patologia, vii Po, 18. 

Bosi prof. Luigi, cav. 0, socio dell'Accademia medico-chirurgica di 
Ferrara. — Ferrara. 

Calori prof. Luigi, comm. ^, cav. ^, membro dell'Accademia delle 
scienze dell'Istituto di Bologna, e preside della facoltà di medicina e chi- 
rurgia di quella R. Università. — Bologna. 

Cannizzaro Stanislao, comm. ^, uflf. ^, cav. "^, senatore del Regno, 
uno dei XL della Società italiana delle scienze, socio naz. della R. Ac- 
cademia dei Lincei di Roma, preside della facoltà di scienze fisiche, ma- 
tematiche e naturali nell'Università di Roma. 

Cattaneo dott. Achille, vice-direttore del Laboratorio crittogamico 
di Pavia, 

Cenedella dott. Attilio, cav. ^, professore titolare di chimica, nel 
R. Istituto Tecnico di Brescia. 

Cesati, barone Vincenzo, cav. ^, uno dei XL della Società Italiana 
delle scienze, professore di botanica, direttore dell'Orto botanico nella 
R. Università di Napoli, membro di varie accademie. — Napoli. 

Chiozza Luigi, professore emerito di chimica tecnica presso la Società 
d'incoraggiamento d'arti e mestieri in Milano. — Udine. 

CiNiSELLi dott. Luigi, cav. della Legion d'Onore, direttore dell'Ospe- 
dale Maggiore di Cremona. 

Clericetti ing. Celeste, cav. -)(-, professore ordinario di scienza delle 
costruzioni presso il R. Istituto Tecnico superiore, socio onorario della R. 
Accademia di Belle Arti in Milano. — Milano, via Monte Napoleone, 2L 

Cortese prof. Francesco, comm. ^, uff. ^, ispettore e membro del 
Consiglio superiore di sanità militare. — Firenze. 

Corvini Lorenzo, cav. # e -)(-, dottor fisico, direttore della R. Scuola 
superiore 4i medicina veterinaria in Milano, e prof, di farmacologia, tos- 
BÃŒcologia'p botanica nella Scuola stessa*, membro del Consiglio sanitario 
provinciale. — Milano, via Palestre, 12. 

CusANi nobile Luigi, cav. -)(■, dottore in matematica. — Milano, via 
Manin, 13. 

De Bosis, ing. Francesco, professore di storia naturale nell' Istituto 
tecnico di Ancona. 

De Giovanni dott. Achille, professore di patologia generale nella R. 
Università di Pavia. 

Dell'Acqua Felice, cav. dell'ordine tunisino dell'Eftihkar, dottore in 
medicina, chirurgia e zoojatria, socio corrispondente di varie accademie, 
membro del Comitato milanese di vaccinazione animale, ecc.,7primo ag- 
giunto medico municipale. — Milano, via Cernaja, 7. 



VI MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. 

De Luca Sebastiano, uff. ^, prof, di chimica nell'Università di Napoli. 

Dr San Robert conte Paolo, uno dei XL della Società Italiana delle 
scienze, membi'o dell'Accademia delle scienze di Torino. 

DoRNA Alessandro, cav. ^, corrisp. naz, della R. Accademia dei Lin- 
cei di Roma, prof, di meccanica celeste nell'Università di Torino, diret- 
tore di quell'Osservatorio astronomico. — Torino. 

DuBiNr dott. Angelo, cav. ^, corrispondente di varie accademie scien- 
tifiche, medico primario emerito dell'Ospedale Maggiore di Milano, ecc. — 
Milano, via Borromei, 1. 

Eroolani conte G. B., comm. |^, e -)(-, cav. »§», direttore della scuola di 
veterinaria nella R. Università di Bologna. 

Fburario Ercole, dott. fisico, direttore della Scuola tecnica di Galla- 
rate, prof, di scienze naturali, vicepresidente del Consiglio sanitario cir- 
condariale di Gallarate, ecc. — Gallarate. 

Frapolli dott. Agostino, cav. |§, prof, di chimica presso la Società 
di incoraggiamento d'arti e mestieri in Milano, ecc. — Milano, via Case 
Rotte, 2. 

Gabba dott. LuiGr, professore di chimica generale e industriale nell'I- 
Btituto Tecnico superiore di Milano. — Milano, via Borgo Nuovo 9. 

Gallo prof. Vincenzo, dott. in matematica ed ingegnere idrografo, pro- 
fessore anziano di astronomia nautica nelle scuole nautiche dei litorali 
austriaci, ecc. — Trieste. 

Genocchi avv. Angelo, uff. ^, uno dei XL della Società Italiana delle 
scienze, socio naz. della R. Accademia dei Lincei di Roma, prof, di ma- 
tematica nell'Università di Torino. 

GiBELLi dott. Giuseppe, prof, di botanica nell'Università di Modena. 

Govi Gilberto, comm. ^, socio naz. ordinario della R. Accademia dei 
Lincei di Roma, già professore di fisica nell'Uni-versità di Torino. Roma. 

Grippini dott. Romolo, cav. ^ e della Legion d'onore di Francia, me- 
dico primario emerito dell'Ospedale Maggiore, membro del Consiglio degli 
Orfanotrofj e Luoghi pii annessi, direttore dell'Ospizio degli esposti e delle 
partorienti, socio di varie accademie nazionali e straniere, ecc. — Milano, 
via Francesco Sforza, 33. 

Korner dott. Guglielmo, prof, ordinario di chimica organica alla scuola 
superiore di agricoltura in Milano. — Milano, sobborgo di Porta Gari- 
baldi, lOe. 

Lemoignb dott. Alessio, prof, di anatomia e fisiologia veterinaria nella 
Università di Parma, e prof, straordinario di zoologia e zootecnia degli 
animali superiori nella R. Scuola superiore di agricoltura in Milano, — 
Milano, corso P, Romana, 5. 

Lombroso dott. Cesare, cav. ^, socio di varie accademie italiane e 
straniere, già direttore del Manicomio di Pesaro, professore di clinica per 
le malattie mentali nell'Università di Torino, 

LussANA dott, Filippo, cav. #, professore di fisiologia uell'Università 
di Padova. 



MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. VII 

Machiavelli doti. comm. Paolo, colonnello medico nell' esercito ita- 
liano. — Roma. 

Maggi dott. Leopoldo, professore di anatomia e fisiologia comparata 
nella R. Università di Pavia, 

Malaquti prof. Faustino , uno dei XL della Società Italiana delle 
scienze. — Rennes. 

Meneghini Giuseppe, cav. ^ e gr. uff. -)(■, uno dei XL della Società 
Italiana delle scienze, socio naz. della R. Accademia dei Lincei di Roma, 
professore di mineralogia nella R, Università di Pisa. 

MoLESCHOTT GIACOMO, comm. ^, senatore del Regno, corrispondente 
della R. Accademia dei Lincei di Roma, professore di fisiologia nella R. 
Università di Torino. 

Oehl Eusebio, cav. ^ e della Leglon d' onore, professore di fisiologia 
nella R. Università di Pavia. 

Omboni dott. Giovanni, professore di mineralogia e geologia nella R. 
Università di Padova. 

Padulli conte Pietro, istruttore nellaboratorio chimico, e conservatore 
delle collezioni sociali presso la Società d' incoraggiamento d' arti e mestieri 
in Milano. — Milano, via Monforte, 16. 

Pasi dott. Carlo, cav. #, già professore di agronomia presso ilR. Isti- 
tuto Tecnico superiore in Milano e professore emerito nella R. Università 
di Pavia. — Pavia. 

Pavesi dott. Angelo, uff. ^, cav. ^ prof, di chimica nella R. Scuola 
superiore di agricoltura in Milano, ecc. — Milano, via Solferino, 20. 

Pavesi dott. Pietro, prof, di zoologia nella R. Università di Pavia. 

Peloso dott. Francesco, cav. # e -)(-, deputato al Parlamento nazio- 
nale. — Gomate (Tradate). 

Poggiale prof. M. — Parigi. 

PoLLACCi cav. Egidio, professore ordinario di chimica farmaceutica e 
tossicologia nella R. Università di Pavia. 

Ponzi comm. Giuseppe, senatore del Regno, uno dei XL della Società 
Italiana delle scienze, socio nazionale della R. Accademia dei Lincei di 
Roma, professore ordinario di geologia nell' Università di Roma, 

Quaglino Antonio, uff. .)(-, cav. ^ preside della facoltà di medicina 
e chirurgia nell' Università di Pavia, e professore d' oculistica in detta 
Università, — Milano, via S. Andrea, 13. 

Rizzoli comm. Francesco, prof, emerito della R. Università di Bologna, 

Robolotti dott. Francesco, cav. ^. — Cremona. 
Scacchi Arcangelo, comm. ^, gr, uff. ^, cav. «§«, senatore del Regno, 
uno dei XL della Società Italiana delle scienze, e presidente di detta So- 
cietà, socio nazionale della R. Accademia dei Lincei di Roma, professore 
di mineralogia nell' Università di Napoli. 

Scarenzio dott. Angelo, professore di clinica delle malattie della pelle 
e delle eifilitiche nella R, Università di Pavia. 



vili MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. 

ScHiFF Maurizio, uff. # e -)(-, professore di fisiologia comparata nel- 
l'Istituto di studj superiori di Firenze. 

ScHiVARDi dott. Plinio. — Milano, via Pantano, 6. 

Sella. Quintino, gr. cord. ^, consigliere e cav. »§•, già ministro delle 
finanze, presidente della R. Accademia dei Lincei di Roma, uno dei XL 
della Società Italiana delle scienze, deputato al Parlamento, ecc. — Roma. 

Selmi Gio. Francesco, uff, ^, cav. -)(â– > corrisp. naz. della R. Accade- 
mia dei Lincei di Roma, professore ordinario di chimica farmaceutica nella 
R. Università di Bologna. 

Semmola prof. Mariano, uff. ^, cav. â– )(-, comm. del R. Ord. di S. Lo- 
dovico e di quello del Nisciam Eftihkar, socio corrispondente di varie ac- 
cademie, professore ordinario di materia medica e tossicologia, e direttore 
del gabinetto di materia medica nella R. Università di Napoli. 

Serpieri p. Alessandro delle scuole pie, professore di fisica e diret- 
tore del gabinetto di fisica nell' Università d' Urbino, e preside del Liceo 
Raffaello. — Urbino. 

SiSMONDA Angelo, gr. uff. ^, comm. ^, cav. i^, senatore del Regno, 
professore di mineralogia e direttore del Museo mineralogico dell' Univer- 
sità di Torino, uno dei XL della Società Italiana delle scienze. — Torino. 

SoRDELLi Ferdinando, aggiunto al Museo Civico di Milano. — Milano, 
via Monforte, 7. 

Taramelli Torquato, cav. -)(■, già socio corrispondente del R. Istituto 
veneto di scienze, lettere ed arti, professore di mineralogia e geologia uel- 
r Università di Pavia. 

Tardy Placido, comm. ^, uff. ^, uno dei XL della Società Italiana 
delle scienze, professore di calSolo differenziale e integrale nell'Università 
di Genova. 

Tessari ing. Domenico, cav. -)(-, prof, di geometria descrittiva nel R. 
Museo industriale di Torino. 

ToMMASi Salvatore, comm, ^, uff. ^, senatore del Regno, prof, di 
patologia medica speciale e di clinica medica nella R. Università di Napoli. 

Trevisan de Saint-Leon conte comm. Vittore, uff. e cav. di più or- 
dini, dottore in scienze naturali, socio corrispondente di varie accademie 
scientifiche italiane e straniere. — Monza, terraggio P. Milano, 100 A. 

Valsuani dott. Emilio, cav. -)(-. — Milano, via Unione, 20. 

Villa Antonio, cav. -)(â– , naturalista, corrispondente nazionale della R. 
Accademia dei Lincei di Roma. — Milano, via Sala, 6. 

ViLLARi Emilio, prof, di fisica nella R. Università di Bologna. 

Visconti dott. Achille, cav. ^, medico primario e prosettore nell'O- 
spedale Maggiore di Milano, consigliere sanitario provinciale. — Milano, 
via Boschetti, 6. 

VoLPiCBLU prof. Paolo, cav. â– ^, segretario perpetuo della R. Acca- 
demia dei Lincei di Roma. 

ZoJA dott. Giovanni, cav. ^, professore ordinario di anatomia umana 
noir Università di Pavia. 



MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. IX 

ZucCHi dott. Carlo, cav. %, medico capo dell'Ospedale Maggiore. — 
Milano, via Conservatorio, 26. 

Soci corrispondenti stranieri. 

Berqhaus prof. Enrico. — Gotha. 

Bertulus dott. EVARISTO, cav. della Legion d'onore, prof, di clinica 
medica. — Marsiglia. 

Brandt J. F., membro dell' Accademia Imp. delle scienze a Pietro- 
burgo. 

BuNSBN Roberto Guglielmo, chimico. — Heidelberg. 

Calmeil, direttore del manicomio di Charenton. 

Cantor dottor Maurizio, professore all' Università di Heidelberg. 

Cayley Arturo, prof, di matematica nell'Università di Cambridge, 
membro della Società Reale di Londra. 

Chasles Michele, membro dell'Istituto di Francia. — Parigi. 

ChristofEll e. B., professore di matematica nell'Università di Stras- 
burgo. 

Darboux Gastone, prof, di matematica nella scuola normale superiore 
a Parigi. 

Daubrée Gabriele Augusto, membro dell'Istituto di Francia, ecc. — 
Parigi. 

Delesse Achille, prof, di geologìa nella Scuola normale a Parigi. 

Desor Edoardo, professore di geologia a Neufchàtel. 

DoMEYKO Ignazio, professore di mineralogia all' Università di Santiago 
nel Chili. 

Drouyn db Lhuys Edoardo, già ministro, membro dell'Istituto di 
Francia, presidente della Società d' acclimazione di Parigi. 

Dumas G. B., chimico, segretario perpetuo dell'Istituto di Francia per 
le scienze fisiche. — Parigi. 

FucHS Emanuele Lazzaro, professore all' Università di Heidelberg. 

GÒPPERT Enrico Roberto, prof, di botanica nella R. Università di 
Breslavia. 

Hblmholtz Ermanno Luigi Federico, professore di fisica nell' Uni- 
versità di Berlino. 

Henry Giuseppe, segretario dell'Istituzione Smithsoniana a Washin^ 
gton. 

Hermite Carlo, membro dell' Istituto di Francia, prof, di matematica 
nella Scuola politecnica di Parigi. 

Humpiireys a. a., generale, capo del Genio Militare degli Stati Uniti, ecc. 
— Washington. 

Hyrtl Giuseppe, prof, d'anatomia nell'Università di Vienna, membro 
di quell' Accademia imperiale delle scienze, — Vienna. 

Jacobi cav. M. H. — Pietroburgo. 



X MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. 

Janssexs dott. EoGENiO, membro della Società Reale delle scienze me- 
diche e naturali di Bruxelles. 

JoLY AuausTO, prof, di geologia alla facoltà di Tolosa. 

Jordan Camillo, ingegnere delle miniere. — Parigi. 

Klrin dott. Felice, professore al Politecnico di Monaco. 

KoLLiKER A., prof, d'anatomia e fisiologia a Wiirzburg. 

Kronecker Leopoldo, prof, di matematica, — Berlino, 

KuMMBR Ernesto Edoardo, segretario dell' Accademia di Berlino, pro- 
fessore di matematica in quell' Università. — Berlino. 

Larrey bar. H., membro dell'Accademia di medicina di Parigi. 

Lebert prof. Ermanno, — Vevey (Svizzera). 

Leport Leone, professore aggregato alla facoltà di medicina di Parigi, 
chirurgo all' Ospedale Cochin. — Parigi, 

Mendez Alvaro dott. Francesco. — Madrid. 

Nedmann Carlo, prof, di matematica all' Università di Lipsia. 

Owen Riccardo, direttore delle collezioni di storia naturale al BritisTi 
Museum. — Londra. 

Pasteur prof. Luigi, membro dell' Istituto di Francia, — Parigi. 

Quatrepages prof. Armando, membro dell' Istituto di Francia, — Pa- 
rigi. 

Reuleaux F., direttore della Gewerbe Akademie di Berlino. 

Robin dott, Carlo, professore d'istologia alla facoltà medica di Parigi. 

RuPPEL dottor Edoardo, segretario della Società Senckenbergiana di 
scienze naturali a Francoforte sul Meno. 

ScHL^PLi Luigi, prof, di matematica nell' Università di Berna. 

Schmidt dott, E. R., naturalista, — Jena. 

SCHWARZ H. A,, professore di matematica nell'Università di Gottinga. 

Studer Bernardo, prof, di geologia noli' Università di Berna, 

Troltsch dottor Antonio, professore all' Università di Wiirzburg. 

Ullerspergbr prof, cav, G-, B. — Monaco, 

Valentin Gabriele Gustavo, prof, di fisiologia nell' Università di 
Berna. 

Weiersttrass Carlo, membro della R, Accademia delle scienze di 
Berlino, e professore di matematica in quell' Università, — Berlino, 

Weyr dott. Emilio, professore di matematica all' Università di Vienna, 

Zeuner prof. Gustavo, cav. ^ e dell' ordine del Merito di Sassonia, 
direttore del R. Politecnico di Dresda. 



MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. XI 

CLASSE DI LETTERE E SCIENZE MORALI E POLITICHE. 
Membri onorar] . 

Mamiani della Rovere conte Terenzio, gr. cord. ^, gr. cr. .)(- e del- 
l' Ordine di S. Salvatore di Grecia, cav. ej», vicepresidente del Consiglio 
superiore di pubblica istruzione, consigliere di Stato, senatore del Re- 
gno, ecc. — Roma, 

PoGGH Enrico, comm. ^, senatore del Regno, presidente dì sezione alla 
Corte di cassazione. — Firenze. 

Restelli avv. Francesco, comm. ^, uff. -)(â– , deputato al Parlamento 
nazionale, ecc. — Milano, via Spiga, 17, 

MiNOHETTi comm. Marco, deputato al Parlamento nazionale in Roma, 
cav. dell'Ordine della SS. Annunziata, dell'Ordine Civile di Savoja, ecc. 
— Roma. 

Membri effettivi. 

Poli prof. Baldassake, cav. -)(■, socio di varie accademie. — Milano, 
corso Venezia, 49. (Nom. M. E. dell' Istlt. Ven. 16 gennajo 1844. — Pen- 
sionato 10 giugno 1851. — Aggregato all' Istit. Lomb. 16 dicembre 1857.) 

Biondélli dott. Bernardino, cav. |^, professore d'archeologìa e nu- 
mismatica, direttore del R. Gabinetto numismatico, consultore del Museo 
patrio d'archeologia, membro della R. Commissione per la pubblicazione 
dei testi di lingua, socio di varie accademie nazionali e straniere. — Mi- 
lano, via Brera, 28. {Nom. S. G. 19 dicembre 1841. — 31. E. 11 ottobre 
1854. — Pens. 1 giugno 1862.) 

Cantò Cesare, comm. |^ e -)(-, consigliere e cav. r^, cav. della Legion 
d'Onore di Francia, comm. dell'Ordine del Cristo di Portogallo, grande 
uflSciale dell' Ordine della Guadalupa, accademico della Crusca e membro 
delle Accademie delle scienze di Torino, d' archeologia di Roma, di An- 
versa, di Normandia, ecc., corrispondente degli Istituti dì Francia, del 
Belgio, di Ungheria, di Coimbra, di Nuova-York, di Fernambuco, dì Egitto, 
e dei principali d'Italia-, deputato sopra gli studj dì storia patria, soprin- 
tendente generale dei RR. Archivj dì Lombardia, direttore dei RR, Ar- 
chìvj dì Stato in Milano, ecc. — Milano, via Morìgi, 5. [Nom. S. C. 17 
agosto 1854. — M. E. 11 febbrajo 1856. — Pens. 31 gennajo 1864.) 

Jacini Stefano, gr. cord. ^^ gr. uff. .)(-, senatore del Regno, già mi- 
nistro dei lavori pubblici, socio corrispondente dei Georgofili, membro di 
varie accademie italiane e straniere. — Milano, via Lauro, 3, {Nom. M. 
E. 23 marzo 1857.) 

Sacchi dott. Giuseppe, comm. ^, uff. %, già prefetto della Biblioteca 
di Brera, prof, dì pedagogia, ecc. — Milano, via S. Agnese, 4. {Nom. S. C. 
17 agosto 1851. — M. E. 19 gennajo 1858. — Pens. 18 maggio 1867.) 

Caucano nob, Giulio, comm. .^ e uff. ^, senatore del Regno, consi- 
gliere della R. Accademia di belle arti in Milano, consultore del Museo 



XII MEMBRI DEL R, ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. 

patrio d' archeologia, sodo della R. Accademia di scienze e lettere di Pa- 
lermo, dell'Ateneo di Brescia, consigliere comunale, ecc. — Milano, corso 
Venezia, 81. {Nom. S. C. 8 settembre 1857. — M. E. 29 settembre 1860. 

— Pens. 21 giugno 1868.) 

Ceriani ab. dott. Antonio, cav. ^, prefetto della Biblioteca .Ambro- 
siana, prof, di lingue orientali, consultore del Museo patrio d'archeologia. 

— Milano, piazza Rosa, 2. (Nom. S. C, 24 gennajo 1861. — M. E. 16 
marzo 1862. — Pens. 6 aprile 1872.) 

Ascoli Graziadio, eav. >§• e ^, comm. -)(-, socio ordinario dell'Acca- 
demia de' Lincei di Roma, corrispondente dell'Istituto di Francia, delle 
Accademie delle scienze di Pietroburgo e di Vienna, e membro onorario o 
corrispondente di altre accademie italiane e straniere. — Milano, Via S. Da- 
miano, 26. {Nom. S. G. 8 maggio 1862. —M. E. 18 gennajo 1864. — Pens. 
10 agosto 1873.) 

Biffi dottor Serafino, cav. # e .^, vicepresidente del Consiglio pro- 
vinciale sanitario di Milano, direttore del privato manicomio Villa Anto- 
nini, membro di varie accademie, ecc. >— Milano, corso S, Celso, 51. (Nom. 
S. C. 26 luglio 1855. — M. E. \% gennajo 1864. — Pews. 6 dicembre 1874.) 

Strambi© dottor Gaetano , cav. ^ e della Legion d' Onore, medico 
ordinario dell' Orfanotrofio femminile, socio delle Accademie mediche di 
Napoli, di Bologna, di Genova, di Costantinopoli, di Rovigo, dell'Acca- 
demia Olimpica di Vicenza, prof, di anatomia nella R. Accademia di belle 
arti in Milano, compilatore della Gazzetta medica italiana (Lombardia'), ecc. 

— Milano, via Bigli, 15. (Nom. S. C. 13 gennajo 1856. — M. E. 13 luglio 
1864. — Pensiotiato 13 dicembre 1877.) 

Belgiojoso conte Carlo, comm. |^ e .)(-, senatore del Regno, presi- 
dente emerito della R. Accademia di belle arti in Milano, consultore del 
Museo patrio d' archeologia, socio corrispondente della R. Accademia delle 
scienze di Palermo e dell'Ateneo di Brescia, socio onorario di parecchi 
Istituti di belle arti italiani e stranieri, ecc. — Milano, via Morigi, 9. (Nom. 
S. C. 10 marzo 1864. — M. E. 13 marzo 1868.) 

Buccellati ab. dott. Antonio, cav. ^, ^, prof, ordinario di diritto e 
procedura penale nella R. Università di Pavia, docente privato di diritto 
canonico e membro di varie accademie. — Pavia. {Nom. S. C. 20 febbrajo 
1868. — M. E. 13 dicembre 1868.) 

Tenga Carlo, comm. ^ e uff. |^, deputato al Parlamento nazionale, 
membro ordinario del Consiglio siiperiore della pubblica istruzione, consi- 
gliere comunale, ecc. — Milano, via Andegari, 12. (Nom. M. E. 14 marzo 
1869.) 

Lattes dott. Elia, cav. ^, prof, di antichità civili, greche e romane 
tiella R. Accademia scientifico-letteraria di Milano. — Milano, via Senato, 
22 (Nom. S. C. 1 febbraio 1867. — M. E. 11 a~grile 1872.) 

Ceruti sac. Antonio, cav. ^, dott. della Biblioteca Ambrosiana, mem- 
bro della R. Deputazione di storia patria in Torino, e della Commissione 
pei testi di lingua nell' Emilia, socio corrispondente della Società Ligure 
di storia patria, della R, Accademia Raffaello di Urbino, della Società Co- 



MEMBRI DEL R, ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. XllI 

lombaria di Firenze, ecc. — Milano, via Moneta, 1 A. (Nom. S. C. 27 gen- 
najo 1870. — 31. E. 18 maggio 1873.) 

PiOLA nob. Giuseppe, comm. -)^, e cav. ^, senatore del Regno, ecc. — 
Milano, C. Venezia 32. (i\^07?ì. S. C. 8 maggio 18G2. — M. E. 18 maggio 1873.) 

Longoni prof. Luigi, cav. ^, socio d'onore dell'Accademia Palermi- 
tana, prof, di lettere italiane, latine e filosofia, già bibliotecario della Bi- 
blioteca di Brera. — Milano, via Brera, 28 (Nom. S. C. 10 marzo 1864. — 
il/. E. 14 dicembre 1873.) 

CosiA nob. dott. Luigi, cav. # e -X-, socio corrispondente della R. Ac- 
cademia de' Georgofili di Firenze, membro estero delle Società di scienze 
e lettere di Leida e Utrecbt, professore di economia politica nella R. Uni- 
versità di Pavia (Nom. S. C. 22 gennajo 1874. — M. E. 24 agosto 1876 .) 

Soci corrispondenti italiani. 

Aleardi Aleardo, comm. ^, cav. cga, senatore del Regno, professore 
di estetica nell' Accademia delle arti del disegno in Firenze, membro or- 
dinario del Consiglio superiore di pubblica istruzione. — Firenze. 

Allievi dott. Antonio, comm. -)(•, direttore della Banca romana di cre- 
dito. — Roma. 

Amati prof. Amato, cav. %, preside liceale. — Stradella. 

Baravalle Carlo, cav. -)(â– , professore di lettere italiane nell' Accade- 
mia scientifico-letteraria di Milano. — Milano, via Vigna, 1. 

Bertolini dott. Francesco, cav. ^, professore di storia moderna nella 
R. Università di Napoli. 

BissoLATi prof. Stefano, cav. ^, bibliotecario della R. Biblioteca di 
Cremona. 

BocCARDO avv. Gerolamo, comm. ^, utF. -)(-, cav. !§•, preside del R, 
Istituto Tecnico di Genova. 

BoDio prof. Luigi, comm. ^^ direttore della Statistica al Ministero del- 
l'Interno. — Roma. 

Bonghi prof. Ruggero, gr. cord. ^, già ministro della pubblica istrn- 
zione, deputato al Parlamento nazionale. — Roma. 

Broglio dott. Emilio, gr. uff. % e gr. cr. ^, già ministro dell' istru- 
zione pubblica. — Roma. 

Caiitoni dottor Carlo, cav. -)(â– , professore di filosofia teoretica nella 
R. Accademia scientifico-letteraria. — Milano, via Solferino 7. 

Carducci Giosuè, uff. ^, prof, di lettere italiane nella R. Università 
di Bologna, deputato al Parlamento nazionale. 

Carrara Francesco, cav. ^, comm. -)(-, senatore del Regno, membro 
della Società di legislazione comparata di Parigi, professore di diritto e 
procedura penale nella R. Università di Pisa. 

Cbrutti dott. Giacomo, uff. # e -K-, ex-consigliere della R. Corte d' Ap- 
pello. — Milano. 

Comparetti Domenico, cav. %, prof, di lettere greche nella R. Uni- 
vcrsità di Pisa. 



XIV MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LE;TTERE. 

CoRiiEO comm. Simone, professore di filosofia nell' Università di Palermo. 

Correnti Cesare, cav. gr, croce decorato del gr. cord. ^ e dell'or- 
dine della Rosa del Brasile, comm. dell' Ordine di Leopoldo del Belgio e 
della Legion d'Onore di Francia, già ministro dell'istruzione pubblica, 
consigliere di Stato, deputato al Parlamento, presidente della Società geo- 
grafica italiana. — Roma. 

CossA nob. Giuseppe, dottore in matematica, socio dell'Accademia dei 
Quiriti di Roma, e dell'Ateneo di Brescia. — Milano, via Brera, 21. 

D' Adda marchese Gerolamo, cav. ^. — Milano, via Gesù, 12. 

D'Ancona Alessandro, cav. H, prof, di lettere italiane nella R. Uni- 
versità di Pisa. 

De Rossi Gio. Battista, comm. della Legion d'Onore, membro del- 
l'Istituto di Francia. — Roma. 

Di Giovanni Vincenzo, cav. -)(-, professore di filosofia nel R. Liceo Vit- 
torio Emanuele di Palermo. 

DiNi Francesco, membro della Società asiatica di Parigi e di quella 
R. di Londra, socio dell' Ateneo di Brescia e della R. Commissione per la 
pubblicazione dei testi di lingua, e di altre accademie. — Firenze. 

Fabretti Ariodantb, uff. H, cav. ^, prof, ordinario di archeologia 
greco-latina nell'Università di Torino, e membro della R. Accademia delle 
scienze di Torino. — Torino. 

Fano dott. Enrico, cav. ^, consigliere comunale, deputato al Parla- 
mento nazionale, ecc. — Milano, via Solferino, 11. 

Fava comm. Angelo, gr. uff. -)(-,*già referendario al Consiglio di Stato. 
— Milano, corso Venezia, 26. 

Ferrari Paolo, comm. -)(-, cav. H, professore ordinario di letteratura 
italiana nell'Accademia scientifico-letteraria di Milano. — Milano, via 
Silvo Pellico, 8. 

FoRNARi ab. Vito, uff. H, cav. ^. prefetto della Biblioteca nazionale 
di Napoli. 

Frizzi dottor Lazzaro. — Milano, via S. Maria Segreta, 12. 

Gabba Carlo Francesco, professore di filosofia del diritto all' Univer- 
sità di Pisa. 

Gallavkesi avv. Luiar. — Milano, via Borgo Nuovo, 18. 

Gallia prof. Giuseppe, cav. H, segretario dell'Ateneo di Bresc^. 

GiORGiNi Gio. Battista, uff. é]|, comm. -)(■, senatore del regno, profes- 
sore emerito delle Università di Pisa e Siena. — Pisa. 

Guerzoni Giuseppe, professore di letteratura italiana nell'Università 
di Padova. 

Lancia di Brolo Federico, uff, H, cav. ^, comm. dell'Ordine gero- 
solimitano, presidente dell' Assemblea di storia patria, vicepresidente della 
Società di acclimazione e di agricoltura, professore, segretario della R. Ac- 
cademia di scienze di Palei mo. 

Lasinio Fausto, cav. â– )(â– , prof, ordinario di letteratura semitica nel R, 
Istituto superiore in Firenze. 



MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. XV 

Maffei Andrea, comm. ^, gr. uff. -)^, ecc. — Riva di Trento. 

Malfatti Bartolomeo, cav. ^, già prof, di geografia nella R. Acca- 
demia scientifico letteraria di Milano. — Roma. 

Mancini Luiai, professore di letteratura italiana al Liceo di Fano. 

Marescotti Angelo, cav. ^, prof, di economia politica nella R. Uni- 
versità dì Bologna. 

Massarani dott, TuLLO, cav. ^ e comm. ^, senatore del Regno, con- 
sigliere provinciale, membro della R. Accademia di belle arti in Milano. 

— Milano via Nerino, 4. 

Mauri prof. Achille, gr. uff. ^, comm. -)(-, e della Legion d'Onore, 
consigliere di Stato, senatore del Regno. — Roma. 
MiNERViNi dott. Giulio, cav. ■)(•. archeologo. — Napoli. 
Mongeri prof. Giuseppe, cav. ^, membro della Consulta archeologica. 

— Milano, via Borgo Nuovo, 15. 

Nannarelli Fabio, prof, di lettere italiane nella R. Università di 
Roma. 

Nazzani prof. Emilio, preside dell'Istituto Tecnico a Forlì. 

Negri Cristoforo, gr. uff. H, uff. ^, console generale di prima classe, 
consultore legale del Ministero degli affari esteri. — ■ Torino. 

Nigra Costantino, gr. cord. -)(- e ^, inviato straordinario e ministro 
plenipotenziario del re d'Italia a Pietroburgo. 

NoRSA avv. Cesare, cav. ^, socio corrispondente dell'Ateneo Veneto, 
dell'Accademia di legislazione di Madrid, della Società di legislazione 
comparata di Parigi, e dell'Istituto di diritto internazionale di Gaud, ecc. 

— Milano, via S. Paolo, 14. 

Palma Luigi, cav. j^, professore straordinario di diritto costituzionale 
nella R. Università di Roma. 

Panizzi dott. Antonio, comm. ^, senatore del Regno, bibliotecario 
emerito del Britisch Museum, ecc. — Firenze. 

Pescatore Matteo, comm. ^, uff. -)(-, deputato al Parlamento nazio- 
nale, consigliere alla Corte di cassazione a Torino. 

Porro Lambertengui conte cav. Giulio. — Milano, via Borgo Nuo- 
vo, 12. 

Phina dott Benedetto, cav. ^, professore di storia e geografia nel 
R. Liceo Beccaria in Milano. — Milano, via Dimetto, 7. 

Rizzi dott. Giovanni, cav. -)(â– , prof, di lingua e letteratura italiana 
nella Scuola superiore femminile e nel Collegio militare di Milano. — Mi- 
lano, via Broletto, 37. 

Rosa dott. Gabriele, cav. ^. — Brescia. 

Rota avv. Giuseppe, prof, di letteratura latina nella R. Università di 
Pavia. 

Staffa avv. Scipione, cav. #. — Napoli. 

Teza dott. Emilio, prof, di lingua e letteratura sanscrita nella R. Uai- 
yersità di Pisa, 



XVI MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. 

ToDESCHiNi dott. Cesare, cav. 0, consigliere provinciale, ecc. — Mi- 
lano, via Bigli, 19. 

Vanndcci prof. Atto, comm. ^, senatore del Regno, membro del Con- 
s'glio direttivo dell'Istituto di studi superiori in Firenze. — Firenze. 

ViDARi avv. Ercole, cav. -)(-, prof, ordinario di diritto commerciale 
nella K. Università di Pavia. 

ViGNOLi dott. Tito, cav. ^. — Milano, via Monte Napoleone, 45. 

Villa Francesco, uff. ^, prof, emerito di contabilità nell'Accademia 
scientifico-letteraria di Milano. — Milano, via della Vigna, 6. 

Visconti Venosta, nob. Emilio, gr. cord. ^, comm. ^, ecc., deputato 
al Parlamento nazionale, già ministro degli affari esteri. — Roma. 

ZoNCADA Antonio, cav. ^, socio corrispondente della R. Accademia 
La Scuola italica di Napoli, socio d'onore dell'Ateneo di scienze, lettere 
ed arti belle di Bassano, socio corrispondente dell'Accademia artìstica 
Raffaello in Urbino, prof, ordinario di letteratura italiana nella R. Uni- 
versità di Pavia. 

Soci corrispondenti stranieri. 

BoETHLiNGK dott. OTTONE, consigliere imperiale effettivo di Stato, mem- 
bro dell'Accademia delle scienze di Pietroburgo. — Jena. 

Chevalier prof. Michele, membro dell'Istituto di Francia. — Parigi. 

CzoRNiG (di) barone dott. Carlo, statistico, ecc. — Vienna. 

De Middendorfp dott. A., segretario perpetuo dell'Accademia delle 
scienze di Pietroburgo. 

Di Holtzendorf barone cav. dott. Francesco, professore di diritto 
nell'Università di Berlino. 

Gregorovius Ferdinando, membro corrispondente della R. Accademia 
delle scienze di Monaco. 

Laboulaye prof. Edoardo membro dell'Istituto di Francia. — Parigi. 

Mignet M., segretario perpetuo dell'Istituto di Francia per le scienze 
morali. — Parigi. 

Mommsen prof. Teodoro. — Lipsia. 

MussAFiA dott. Adolfo, professore di filologia neo-latina nell'imp. Uni- 
versità di Vienna. 

Rey M. B., sotto-bibliotecario della città di Montauban. 

Robert Carlo, archeologo. — Parigi. 

RoscHER Guglielmo, professore nell'Università di Lipsia. 

Simon Giulio, membro dell'Istituto di Francia. — Parigi. 

WiTTE Carlo, prof, ordinario di giurisprudenza e di diritto nell'Uni- 
versità di Halle. 

Wright Guglielmo, prof, di arabo nell'Università di Cambridge. 



VITTORIO EMANUELE 



Signori, 

Nel prendere il seggio a cai la fiducia vostra si de- 
gnò di richiamarmi, io mi trovo di fronte a un alto e do- 
loroso dovere da compiere. Deh, vi piaccia darmi una 
novella prova della vostra indulgenza, assolvendomi dal 
troppo arduo ufficio di tradurre in parole quella vicenda 
di trepide esitanze, d'ineffabili angoscio, e di profondissimo 
cordoglio che ruppe, per non breve corso di giorni, la calma 
de' nostri studi, e che ancora non ci consente di ridonare 
ad essi tutto l'animo nostro. — Cerchi ognuno nel suo 
cuore la storia di questi giorni infausti e memorandi. Io 
mi chino davanti alla sublime eloquenza delle lagrime; e, 
umile cronista, pongo tra le pagine dei nostri annali una 
brevissima nota. 

Dall'ultima adunanza, da quando, alla vigilia del nuovo 
anno ci siamo separati con una stretta di mano d'ottimo 
augurio, una sventura non sospettata, gravissima, ha tra- 
volto la nazione nel più profondo lutto. — La prima delle 
nostre riunioni era indetta pel domani del tristissimo av- 
venimento; otto giorni dopo, tutta Italia era in Roma ai 
parentali del suo gran Re; e altrettanti giorni più tardi, 
il Comune ci raccoglieva sotto le vòlte del Duomo per 
augurar requie all'anima di Vittorio Emanuele. — Ma 
noi non ci sentimmo giammai cosi vicini come in questi 
di; noi che, impreparati alla dura prova, l'abbiamo accolta 
con quell'unanime scoppio di pianto, a cui la storia ha 



4 e. BELGIOJOSO, COMMEMORAZIONE DI VITTORIO EMANUELE H. 

già decretato l'indimenticabile nome di plebiscito del 

dolore. 

La vostra Presidenza, in questo mezzo, non ebbe tempo 
d'indirizzarsi a yoì, e di pigliar legge dal vostro consiglio. 
Ma in nessun caso, più che in questo, era lecito indovi- 
narlo. Affrettandosi a porgere, in nome vostro, una parola di 
vivissima condoglianza e di riverente ossequio all'Augusto 
Erede della Corona, e provvedendo che il nostro Istituto 
fosse da due de' suoi membri rappresentato nelle onoranze 
funebri che la Nazione celebrò in Roma, essa non dubita 
d' essere stata fedele interprete del vostro voto. 

Ora, noi entriamo in quella fase di severo e muto ac- 
coramento, nel quale, per reazione di vita, l'animo com- 
mosso cerca di adeguare alla gravità del male la misura 

del rimedio. 

Chi rimpiange ricorda. La pietà delle memorie, ora più 
che mai, c'invita a ritentare col pensiero il cammino delle 
nostre fortune. Forse ai lontani nepoti la grande epopea 
nazionale parrà l'eroica fatica di un giorno: non a noi, 
che ne ricordiamo al vivo gli 'apparecchi, le soste, i pe- 
ricoli, i sagrifizi. Nello specchio sintetico della storia, prima 
e fortunata operatrice del grande portento, apparirà la 
nostra concordia; ma al di sopra di questa virtù che cen- 
tuplica le forze, dovette esistere una potenza ancor più 
valida che unificò le speranze. Noi non duriamo fatica a 
scoprirla. La concordia, inutilmente invocata nelle mise- 
rande sventure di molti secoli, potè essere in questo una 
virtù spontanea, efficace, costante, perchè era sorto in 
mezzo a noi l'eroe provvidenziale, che accentrò in se 
stesso la fede di tutti. Il poeta salutò in quel Grande la 
Stella d'Italia; il popolo, più filosofo che poeta, acclamò 
in Lui il suo Re Galantuomo: modesto nome, che all'au- 
rora della libertà fu il compendio delle nostre speranze; 
ed ora è, e sarà pei venturi, il ritratto storico di Colui che 
promise agli Italiani una patria libera, grande, riverita 
da tutti; e tenne parola. 



e BELGIOJOSO, COMMEMORAZIONE DI VITTORIO EMANUELE II. JJ 

Ora, a temprare il nostro dolore, valga il pensiero che 
il gran Re, tolto si prematuramente alle cure dello Stato 
e all'amore del suo popolo, pure ha potuto dire d'aver 
compiuta l'opera sua. Ci conforti il vedere che il nostro 
rimpianto, santificato dal sentimento della gratitudine, fu 
nella sua manifestazione una nuova e solenne testimo- 
nianza di quell'altezza ed omogeneità d'affetti, in cui, 
meglio che nei facili entusiasmi della gioia, si rivela la 
grande personalità della Nazione. — Gli è per questo che 
allo spettacolo del nostro lutto rimane attonita l'intera 
Europa. Popoli e prìncipi sinceramente si condolgono col- 
r Italia; perchè l'Italia, chinata davanti alla tomba del 
suo Re, nella piena del dolore, si chiama orfana. La storia, 
sempre cauta ne'suoi giudizi, può ormai aflfrettare l'ardua 
sentenza dei posteri; perocché nessun artifizio della critica, 
nessun giuoco della fortuna potranno attenuare giammai 
il valore di questo grande atto della sovranità popolare. 

Ma, più di tutto, ci rianima quella fida amica degli ad- 
dolorati, che è la speranza. Il gran Re vive nei nobilis- 
simi esempli ch'egli ci ha dati, e che l'Augusto suo 
Successore giura di fedelmente seguire. Noi già vedemmo 
il giovine Principe, emulo del Genitore, sui campi di bat- 
taglia: noi abbiamo raccolto dalla franca sua parola af- 
fermazione solenne del suo vivo amore all'Italia, e del- 
l'incrollabile suo proposito di serbarne inviolate, e di farne 
sempre più prospere le libere istituzioni. Egli ambisce di 
essere degno figlio di Vittorio Emanuele. Egli lo è: noi 
riponiamo piena fiducia in Lui. 

Ed è per noi altra ragione di conforto, e ad un tempo 
d'orgoglio, il salutare prima nostra Regina quella donna di 
angelica virtù, che tutta Italia già da tempo ama ed am- 
mira. La novella generazione nata dai forti, cui il primo 
soldato italiano ammaestrò a combattere e a morir per 
la patria, crescerà più esperta nella non facile sapienza 
della vita civile, quando le madri e le spose, specchian- 
dosi in quell'incomparabile esemplare di sposa e di madre. 



6 e. BELGIOJOSO, COMMEMORAZIONE DI VITTORIO EMANUELE II. 

faranno ancora più prospera, tra le pareti della casa, la 
scuola delle virtù domestiche. — Se la patria è una ma- 
dre, se la nazione vuol essere una famiglia, è necessario 
che il cittadino apprenda bene anzitutto ad amar come 
un figlio, ad operare come un fratello. 



Signori, 

Nei grandi avvenimenti, nelle gioie e nei dolori comuni, 
ogni consorzio devoto agli studi, e il nostro Istituto tra 
questi, ebbe, e fu superbo di avere, una parte sua propria. 
Nessuna fibra del corpo sociale è così sensibile alle vi- 
cende della fortuna, come quella che presiede alla vita 
dell'intelletto. — La scienza ama sinceramente la pace: 
non ogni pace. Essa fu la prima a benedire l'aurora di 
quel giorno in cui il Gran Capitano, appiè del Campido- 
glio, ringuainò il ferro; ma convinta che ivi solo vi ha 
pace dove è libertà, non erasi mostrata a niuno seconda 
neir affrettare coi voti e coli' opera l'istante benedetto in 
cui lo brandi, per la difesa del nostro diritto. Che la spada 
del Re liberatore, sacra come l'antichissimo Ancile di 
Roma, riposi ora, e a lungo, nell'aula della bella città 
che fu la culla di Vittorio Emanuele, la prima confi- 
dente de' suoi alti disegni, l'alleata più antica della sua 
magnanima impresa. Ma, se è scritto che l'Italia deva 
rinnovare la prova, che essa lampeggi nuovamente sul 
campo nella mano generosa d' Umberto, e rechi a Lui la 
fortuna e la gloria di Palestro e di San Martino. 



REALE ISTITUTO LOMBARDO 

DI SCIENZE E LETTERE. 



ADUNANZA DEL 31 GENNAJO 1878. 



PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELGIOJOSO 

PRESIDENTE. 



Presenti i Membri effettivi: Poli Baldassare, Buccellati, 
Cantoni Gaetano, VERaA, Gargano, Cossa Luigi, Belgiojoso, 
Cornalia, Hajech, Ferrini, Curioni, Longoni, Biffi, Caso- 
rati, Cantù, Schiaparelli, Polli Giovanni, Sangalli, Ascoli, 
Colombo; e ì Soci corrispondenti: Lemoigne, Taramelli, Del- 
l'Acqua, Villa Antonio, Bardelli, Scarenzio, Zucciii, Prina. 

L'adunanza è aperta al tocco. 

Il Presidente sorge, e con lui sorgono tutti i membri presenti : 
egli apre la tornata con un commovente annunzio della sven- 
tura che colpì la Nazione, al cominciar dell'anno, la morte del 
Re Vittorio Emanuele IL 

Seguono le letture nell'ordine seguente: 

Il dottor Giovanni Musso, ammesso a termini dell'art. XV 
del Regolamento organico, legge: I." Sulle determinazioni 
dell'azoto nel latte e ne' suoi prodotti. — 2.° Sulla composi- 
zione degli stracchini e sulla emanazione di grasso da' loro 
corpi albuminoidi , durante la maturanza. Questa seconda let- 
tura è fatta anche in nome del dottor A. Menozzi. 

Il S. C. professore Taramelli comunica una sua Memoria: 
Del granito nella formazione serpentinosa dell' Apennino. 

Il M. E. professore Ferrini espone di poi le sue osservazioni: 
Sulla resistenza delle eliche degli elettromagneti telegrafici. 



8 ADUNANZA DEL 31 GENNAIO 1878. 

Non essendo presente, per ragione d' ufficio, il M. E. pro- 
fessore Giovanni Cantoni, l'annunziata sua lettura: Sulla ete- 
rogenesi, è rinviata ad una prossima tornata. 

Legge di poi il M. E- professore Antonio Buccellati una sua 
Relazione intorno agli studj della Commissione istituica presso 
il Ministero di Grazia e Giustiiza per l'esame del Progetto di 
Codice Penale italiano: libro 2° dei Progetto. 

Il Presidente ricorda che, durante la chiusura delle tornate 
accademiche, appena qui pervenne l'annunzio della morte del 
Re Vittorio Emanuele, fu spedito a cura della Presidenza , 
a S. M. il Re Umberto un indirizzo di condoglianza e d'omag- 
gio; indirizzo del quale venne già trasmessa copia ai Membri 
e socj corrispondenti dell' Istituto. 

Il segretario Carcano ha poi la parola. — Egli annunzia, con 
rammarico, essere stata comunicata alla Presidenza, con una 
nota del 28 gennajo corrente, la notizia della morte del Com- 
mendatore nob. Jacopo Cabianca, membro effettivo del R. Isti- 
tuto Veneto di scienze, lettere e arti; dicendo come questa per- 
dita sarà vivamente sentita così dalla patria italiana, come 
dalla nostra letteratura. 

I segretarj delie due Classi accennano poi i doni e omaggi 
di libri e opuscoli pervenuti all'Istituto nel mese corrente; fra 
i quali si fa ricordo de' seguenti: 

Translatio Syra Pescitto Veteris Testamenti ex Cod. Am- 
brosiano. Tomus I, pars II, presentata dal M. E. dottore An- 
tonio Ceriani. 

Daniele Manin e Giorgio Pallavicino, Epistolario politico 
(1855-1857), per cura di B. E. Maineri; inviato dal marchese 
Giorgio Pallavicino, senatore del Regno. 

Vittorio Emanuele IL Commemorazione funebre, del profes- 
sore Giuseppe Guerzoni S. C, inviata dallo stesso. 

Guida delVEconomia politica, del dott. Luigi Cessa, M. E., 
presentata dallo stesso. 

Ginde de la Carte Géologique da Grand Duché de Luxem- 
bourg, par N. Wies, inviata dall'Istituto di Scienze dì quel 
Granducato. 

XV volumi della Biblioteca Scientifica internazionale, edita 
dai fratelli Dumolard, in Milano, e mandati in dono dagli stessi 
editori. 



ADUNANZA DEL 31 GENNAIO 1878. 9 

L'Istituto, in adunanza privata, passa a trattare delle cose 
interne d'ufficio. 

Il segretario Hajecli annunzia al Corpo Accademico essere 
stata comunicata dal Ministero della pubblica istruzione l'ap- 
provazione Reale alla nomina del membro effettivo della Classe 
di scienze matematiche e naturali, professore dottore Eugenio 
Boltrarai; e cosi pure alle rielezioni, fatte dal Corpo Accade- 
mico nel passato novembre, del M. E. prof. Emilio Cornalia 
a Vicepresidente dell'Istituto, e del prof. Camillo Hajech a se- 
gretario della Classe di scienze matematiche e naturali, per il 
quadriennio 1878 al 1881. — Così pure partecipa l'approva- 
zione regia del conferimento di una pensione accademica al 
M. E. della Classe di lettere, scienze morali e politiche dottor 
Gaetano Strambio. 

Dal segretario Carcano vien fatta relazione del Bilancio 
consuntivo dell'Istituto, per il passato anno 1877, e presentato 
il Bilancio Preventivo del 1878 ; i quali sono approvati. 

Si raccolgono dai segretarj delle due Classi le proposte 
per la elezione di Membri Onorarj e Soc-j corrispondenti italiani 
e stranieri e se ne fa lettura, com'è prescritto dal Regolamento. 

La seduta è chiusa alle ore 3 e mezzo. 

IL Segretario 
G. Carcano. 



A SUA MAESTÀ UMBERTO I RE D'ITALIA 



« Sire, 

« Dalle aule del Comune o della Provincia, dalle Scuole, dai 
Comizij noi già abbiamo inviato al Figlio del primo Re d'Italia 
il nostro compianto, il nostro omaggio di fede e di devozione. 
Ma, anche riuniti in questo consesso studioso e fraterno, sen- 
tiamo il dovere di rinnovarli oggi, affinchè nella severa solen- 
nità di questo giorno non sia muta la voce dell'Istituto Lom- 
bardo. 

« La grande sventura che è discesa sopra di Voi, o Sire, è 
anche la nostra; e noi, compatendo al vostro cordoglio, ne di- 
vidiamo tutta l'amarezza. Il dolore della nazione per la morte 
del primo suo Re, ciascuno di noi lo sente, anche come dolore 
cittadino e domestico. Ma, quasi a conforto, parlano in noi alta- 
mente la virtù del dovere, e del l'amore alle libere nostre isti- 
tuzioni, la riverenza al Vostro nome, la fidanza nella Vostra 
promessa. 

" Sire, 

« La scienza e l'arte non solamente sono la voce del pas- 
salo, ma quella ancora dell'avvenire: nell'una vigila la mente, 
nell'altra batte il cuore di un popolo. 

« E gl'Italiani, concordi nel lutto come nel forte volere, 
memori di quasi vent'anni di libertà e grandezza, riposano sul- 
l'augusta parola del primo erede di quel Re, che restituì a loro 
la patria. 

tf Milano j 11 gennaio 1878. 

« Dal R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. 

« Il Presidente Carlo Belgiojoso. 
- Il Vice- Presidente Emilio Cornalia. 

, ^ . ( Giulio Carcano 

• / Segretari : \ ^ 

( Camillo Hajech. » 



ADUNANZA DEL 7 FEBBRAJO 1878. 



PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELGIOJOSO, 

PRESIDENTE. 



Presenti i Membri effettivi. Poh Baldassare, Cantoni Gae- 
tano, Sacchi, Cossa Luigi, Belgiojoso, Verga, Buccellati, 
CoRNALiA, Carcano, Hajech, Jacini, Curioni, Ceruti, Ascoli, 
Longoni, Casorati, Piola, Biffi, Ceriani, Corradi, Sangalli, 
Brioschi, Polli Giovanni, Cantu'; e i Soci corrispondenti: Vil- 
la Antonio, Vidari, Anzi, Banfi, Zoja, Mongeri, Scarenzio, 
Db Giovanni, Cantoni Carlo. 

La tornata d'oggi è aperta ni tocco. 

Legge il M. E. professore Gaetano Cantoni sui Conci chimici, 
V industria agraria e la proprietà fondiaria, e il S. C. profes- 
sore Vidari espone in appresso, le sue considerazioni: Sulla 
fusione di Società. 

Il segretario Hajech, non potendo il S. C. professore Pollacci, 
trovarsi per ragione di ufficio alla tornata, ìe^^Q per lui una 
nota: Sopra un reattivo delle sostanze riducenti in generale, e 
in particolare del glucoso. E il S. C. Mongeri imprende a trat- 
tare, con una sua lettura, della Quistione de' ristauri nell'arte. 

L'Istituto in seduta privata passa a trattare di affari interni 
d'ufficio. 

Il M. E. Segretario Carcano presenta, in nome dell'offerente, 
quattro autografi, cioò quelli di Napoleone I, di Giacomo Leo- 
pardi, di Giuseppe Mazzini e di Vittore Hugo, inviati in dono 
all'Istituto dal dottore A. Badaloni. 

Si procede alla votazione par la nomina de' nuovi Membri 
onorarj e Soci corrispondenti, mediante scrutinio segreto. 

A Membro Onorario della Classe di lettere e scienze mo- 
rali e politiche è eletto il Comm. Marco Minghetti, deputato al 
Parlamento Nazionale, 



12 ADUNANZA DEL 7 FEBBRAIO 1878. 

A Socj corrispondenti italiani, nella stessa Classe, sono eletti : 

Il Comm. Luigi Bodio, direttore della Statistica al Mini- 
stero dell? interno. 

Il Comm. Antonio Ceruti, già consigliere della R. Corte di 
Appello in Milano. 

L'avvocato Luigi Gallavresi. 

Il professore Emilio Nazzani, preside dell'Istituto tecnico 
di Forlì. 

A Soci corrispondenti stranieri della Classe di scienze mate- 
matiche e naturali, sono eletti: 

Il professore Ermanno Lebert, di Zurigo. 

Il professore Gabriele Valentin, di Berna. 

Il professore Gastone Darboux, di Parigi. 
Ed a socj corrispondenti italiani della Classe stessa sono 
eletti : 

Il professore Ferdinando Sordelli, aggiunto al Museo Ci- 
vico di Milano. 

Il professore Giovanni Battista Ercolani, della Università 
di Bologna. 

Il professore Guglielmo Korner della R. Scuola superiore 
d'Agricoltura di Milano. 

È rinviata a un'altra adunanza la nomina della Commissione 
esaminatrice del Concorso di fondazione Brambilla; e quella 
dei Membri del Consiglio amministrativo dell'Istituto per l'anno 
in corso. 

Approvato il processo verbale dell'ultima adunanza, la tor- 
nata è chiusa alle ore 3 e tre quarti. 

Jl Segretario, 
G. Carcano. 



LETTURE 



CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI, 



FISICA MATEMATICA. — Intorno ad alcune proposizioni di Clau- 
sius nella Teoria del potenziale. Nota del S. C. prof. Eugenio 
Beltrami. #: 

La ripubblicazione della nota Monografìa di Clausius sulla Teorìa 
del potenziale, testò uscita alla luce in terza edizione (*), con impor- 
tanti aggiunte (§§ 37-51) che la rendono sempre più atta a costituire 
un'eccellente introduzione allo studio delle opere consacrate di pre- 
ferenza alle applicazioni di detta teoria (per esempio di quella del 
nostro Betti), ha riportato la mia attenzione su alcuni procedimenti 
analitici tenuti dall'illustre Autore e su quelli dei quali, in circo- 
stanze analoghe, mi sono servito nelle mie lezioni ed in alcune mie 
ricerche. 

Tutti questi procedimenti possono essere compendiati in due for- 
mule, la prima delle quali è 

dove, per conservare le segnature di Clausius, cZt è un elemento dello 
spazio T al quale si estende il primo integrale; dw è un elemento della 
superficie co che limita questo spazio ed alla quale si estende il secondo 
integrale; n ò la normale esterna all'elemento do)', u è una qualunque 
delle tre coordinate rettangolari ce, y, z d'un punto dell'elemento di 

(*) Die Potentlalfibnctlon und das Potentlal. Ehi Beitrag sur mathe- 
matischen Physik von R. Clausius. Dritte vermehrte Auflagc. Leipzig, 
1877, Barth, Le citazioni di pagine e di paragrafi si riferiscono tutte a 
questa edizione. 



14 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 

spazio cZt dell'elemento di superficie cZw; e finalmente F è una fun- 
zione monodroma, continua e finita delle x, y, z (in x), derivabile rispetto 
ad u. Questa formula non perde la sua validità se la funzione F perde 
i caratteri suddetti in punti isolati dello spazio t non appartenenti 
alla superficie co (*), purché per ciascuno di questi punti esista un 
valore positivo e finito di [jl per il quale la funzione 

[dove z' è la distanza del punto (a:, y^ i), cui si riferisce il valore di 
JF, dal punto singolare considerato] sia monodroma, continua e finita 
in prossimità del punto singolare e nel punto singolare stesso. 

La formola (I) serve, il più delle volte, a trasformare un integrale 
di volume in uno di superficie : ma può anche servire utilmente alla 
trasformazione inversa, o, più precisamente, a convertire un'espres- 
sione della forma di quella del secondo membro in un'altra della 
forma di quella del primo. In questo caso è da avvertire che, entrando 
nel second» membro soltanto i valori che F prende nei punti della 
superficie w, se della F del secondo membro son dati soltanto questi 
valori rimane un grande arbitrio nella scelta della F del primo mem- 
bro, poiché questa può essere una qualunque delle infinite funzioni 
dei punti di t che, possedendo i caratteri generici sufficienti alla va- 
lidità della formula, prendono nei punti di w gli stessi valori della 
data. Che se invece la F del secondo membro è, per la sua natura 
analitica o per il suo significato geometrico, definibile in ogni punto 
dello spazio t, e se, come tale, possiede i suddetti caratteri, essa è 
atta senz'altro a realizzare la trasformazione inversa, senza natural- 
mente che cessi quel parziale arbitrio che nasce dalla suaccennata 
circostanza. 

Dalla formula (I) si deduce facilmente quest' altra più generale 

dove il segno di somma si riferisce ai tre valori w = a;, t/, s e dove 
supporremo, per ora, F q G funzioni tali che Fy—- risulti della stessa 
specie della F di poc'anzi. Da questa seconda formula si conclude che, 



(*) Escludo qui i punti singolari alla euperficie, perchè la loro consi- 
derazione non è di grande importanza per 1' argomento di questa Nota-, 
non perchè siano assolatamente incompatibili colla validità della formula. 



E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 15 

se un integrale della forma 

(dove Fj, (tj, F,, (?j,... sono funzioni della specie di F, O) è nullo 
qualunque sia la superficie chiusa t» cui esso è esteso, l'espressione 

dev'essere identicamente nulla; e viceversa, se quest'ultima espres- 
sione è identicamente nulla, il precedente integrale dev'essere nullo 
per qualunque superficie chiusa. 
Ciò premesso, poniamo 

r = ^J(cc — x'f -i-iy — ?/')*+ {z — z')* 

e consideriamo l'espressione integrale 



=a/±:, 



che rappresenta la funzione potenziale sul punto (ce, y, z) d'un corpo 
ouiogeneo di densità A, occupante lo spazio t' del quale cZ-r' è l'ele- 
mento generico circostante al punto {x', y\ z') (*). Poniamo, come 
d' uso. 



^i^^Ild^)'' ^T-^^,. 



V! 



e designiamo, quando occorra, con A'^, A'^ le espressioni analoghe 
formate rispetto alle variabili oc' 
Osservando che si ha identicamente 

2 



si può porre V sotto la forma 

Questo integrale di spazio si può convertire in uno di superfìcie, fa- 
cendo nella formola (U, F="l, G — r, e si ottiene così 

È questa la forma che Clausius assegna alla funzione potenziale d'un 
corpo omogeneo, nella prima Appendice alla fine del suo libro (p. 167), 
e che venne anche ritrovata fra i manoscritti di Gauss {Werke, 

{*) Trovo opportuno di distinguere con un apice tutti gli elementi re- 
lativi al punto («', y', z). 



16 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 
Bd. V, p. 28G). Se ne deduce 



^^--"^m^^ 



perchè le derivazioni rispetto alle oc, y, z ed alla n' sono permuta- 

2 

bili (*). Ma avendosi, come s'è già notato, t^^r — — si può scrivere 



\^V=zzk[ 



z\ 



dn' 

e quindi, in forza d'un notissimo teorema di Gauss (il Theorema quar- 
tum della Theoria attractionis, etc. inserita nelle Memorie di Got- 
tinga pel 1813) sul quale avremo occasione di ritornare più innanzi 
si ha 

secondo che il punto {oc, y, z) è esterno od interno ad oj, come Clau- 
sius deduce col calcolo diretto (p. 167-169). 

Consideriamo ora le derivate di V. Prescindiamo per il momento 
dall'espressione (1) e risaliamo alla funzione potenziale primitiva. Uà 
essa si trae 

du j dii j dii 

e quindi, in virtìi della formula (S), 






(2) 



Le componenti dell'attrazione d'un corpo omogeneo vennero poste 
sotto questa forma per la prima volta e collo stesso processo da 
Gauss {Theorema tertium della citata Theoria attractionis). Per con- 
frontare questa forma colle altre due considerate da Clausius osser- 
viamo che dall'equazione 

a>' 



(3) 



(*) È inutile avvertire che si parla, per semplicità, di derivate rispetto 
ad n, mentre non si tratta, iu generale , che di rapporti di variazioni 
corrispondenti. Cosi in altri casi analoghi. 













'1 


— = l*' 
u 


— u 






si 


deduce 


la rei 


azione 


















1 

r 


dn' 


â–  + 


d^dn' 


1 
r 




dn' 



E. BELTRAMI, INTORNO AU ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 17 

talché l'espressione (2) si può scrivere noi modi seguenti 

o più semplicemente cosi 

Il primo termine del secondo membro è la derivata rispetto ad u del 
valore (1) di V; quindi il secondo termine deve risultare per sé stesso 
nullo. 

Si ha dunque questo teorema, che l'integrale 



j d'i' \ d^l -'â– " ' 



(4) 



esteso ad una superfìcie chiusa qualunque, è sempre nullo; teorema 
analogo, ma non identico, a quello dimostrato da Clausius nella sua 
prima Appendice (p. 174). 

Verifichiamo direttamente questa proprietà. 

Scrivendo x al posto di m e rimettendo l'integrale sotto la forma 



o meglio sotto quest'altra 



a!r_ filili],.,. 






(dove le derivazioni rispetto ad x' e ad u' non sono permutabili), si 
scorge ch'esso rientra precisamente nel tipo (Ij,), dal quale risulta 
cambiando le variabili x, y, z nelle x\ y\ z' e ponendo 

L'espressione corrispondente alla (L-) ò in questo caso 
^d<-Ad'«'d>^' ~ a»' 3"' 



Ora si ha 



dx ^ d^ ' " r a^ 



•^ 1 



Rendiconti. — 5«ri« li, Voi. XI. 



18 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI GLAUSIUS, ECC. 

quiDdi l'espressioue in discorso è identicamente nulla, e la proprietà 
dell'integrale di superficie (4) è così direttamente verificata. 
Per l'annullarsi di quest' integrale si ha 



j a «a"'" J d^i d'i' r ' 



e siccome dalla relazione (3) risulta 

fa-' d 



en' r ^ 



(o) 



J d^d'i'^ ) a" d'i' »' 
così ha luogo la duplice eguaglianza 

J d'i' ^ -J di^'d'i' ' J d^dn' r ' 

per qualunque superficie chiusa. I prodotti di queste tre espressioni 

dV 
eguali per — zk sono tre espressioni equivalenti della derivata ^. 

La prima e la terza corrispondono a quelle date dalle formule (29) e 
(18) della prima Appendice di Clausius ; la seconda, in virtù della re- 
lazione (3) [che coincide colle equazioni (9) dell'Appendice stessa], cor- 
risponde all'equazione (17) del medesimo Autore. In virtù della citata 
relazione (3) basta dimostrare una delle eguaglianze (5) perchè resti 
dimostrata anche l'altra. Noi abbiamo dimostrato direttamente la 
eguaglianza dei due ultimi membri. Il procedimento di Clausius lo 
conduce invece a dimostrare l' eguaglianza del terzo membro col 
primo [veggasi l'equazione (30) della sua prima Appendice]. Se, final- 
mente, si fosse ammessa a priori l'eguaglianza dei due valori di 

^ dati dalle equazioni (1) e (2), si sarebbe con ciò posta a priori la 

a w 

eguaglianza dei due primi membri. Queste due ultime eguaglianze si 
potrebbero verificare col processo che abbiamo applicato alla prima, 
cioè colla formazione di due espressioni del tipo (|<.ì, che si trovereb- 
bero identicamente nulle. La seconda eguaglianza, cioè quella di Clau- 
sius, è la più elegante, perchè le tre derivate 

d^i' a>- d>' 

a 't' ' a « ' a >^' ' 

che in essa entrano, hanno significati geometrici molto semplici. 
Il terzo dei precedenti valori della derivata di F, cioè 



du ' ) di^d'^' ^ 



(6) 



è quello stesso che costituisce il Theorema sextum della Theoria at- 
tractionis, ed è ottenuto direttamente da Clausius (§§ 19, 20) con un 



i 



E. BELTUAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI GLAUSIUS, KCC 19 

processo essenzialmente identico a quello di Gauss. Noi invece non 
abbiamo ottenuto che indirettamente questo valore (6), come alla sua 
volta Clausius non lui ottenuto clie-indij;'ettamente il valore (2). La 
ragione di questo fatto sta in ciò, che i due valori (2) e (6) sca- 
turiscono rispettivamente da due diverse maniere di decomporre un 
volume, che dirò cilindrica l'una e conica l'altra. Alla prima maniera, 
cui si riferiscono i teoremi primo, secondo e terzo della più volte 
citata Memoria di Gauss, corrisponde la formula generale (I); alla 
seconda, cui si riferiscono i teoremi quarto, quinto e sesto della stessa 
Memoria, corrisponde invece la formula generale seguente 

nella quale r rappresenta il raggio vettore condotto da un polo fisso 
ad un punto dell'elemento clr o dw; Fé considerata come funzione 
di questo raggio vettore e di due altre variabili atte a definire la 
direzione di esso; F^ è il valore di F nel polo ; a è ciò che può chia- 
marsi l'angolo visuale della superficie oj rispetto ài polo, ammettendo 
che a ciascun elemento cZw corrisponda un angolo visuale positivo o 
negativo secondo che l'elemento rivolga al polo la faccia interna o 
la faccia esterna. La funzione F è della stessa specie di quella della 
formula (I), con questo, però, che il polo non può essere per essa 
punto singolare (se interno ad w). Il caso piti semplice possibile, quello 
di F= costante, fornisce il teorema 

y 



P 



j 0'^ 



0' 

che è appunto la notissima proposizione di Gauss cui abbiamo già fatto 
allusione. Si può, da un certo punto di vista, considerare la for- 
mola (I) come un caso particolare della (II): perchè, introducendo 
sotto i due integrali di questa un fattore costante i^^ dove E è il 
raggio vettore d'un punto fisso dello spazio t, e facendo poscia allon- 
tanare indefinitamente il polo nella direzione opposta a quella delle 
coordinate u (con che esso finisce certamente col diventare esterno 
allo spazio t, che si suppone sempre finito), si ha 

R 

lim — = 1, lim^r^^u, 

r 

e si ricade appunto sulla formula (I). Reciprocamente, nel caso del 
polo esterno (<j = 0), la formula (II) si può considerare come procedente 

dalla (I), perchè la si ottiene facendo nella (l„) G — — ed osservando 

r 



20 E. BELTRAMr, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 

essere 

talchò 

Finalmente, si possono anche considerare le formule (I), (L), (II) come 
casi particolari del teorema di Green; ma, dal punto di vista didattico, 
ciò non mi parrebbe opportuno, perchè quelle formule non sono che l'im- 
mediata traduzione analitica di due semplicissimi processi d'integra- 
zione geometrica, e per ciò solo meritano d'essere considerate come 
fondamentali; inoltre essa accennano all'esistenza d' una serie inde- 
finita di formule analoghe, corrispondenti alle infinite maniere di de- 
comporre un volume in elementi di second' ordine (*). 

Dalla formula (II) si ottiene la trasformazione di F e di ^ in in- 

tegrali di superficie ponendo rispettivamente 

1 7)r 

ed osservando che ^-— non è funzione di r. Essendo in ambidue i 
casi Fq = 0, si ottiene 

vale a dire si trovano le espressioni (1) e (6). E poiché Clausius si 



(*) Si possono trovare le formule generali cui alludo nel § 4 della mia Me 
moria Sulla teorica generale dei ^parametri differenziali (Bologna, 1869), 

Rispetto alle due maniere qui considerate, osserverò ancora che se un 
volume viene decomposto in elementi di second' ordine, prima cilindrici 
paralleli ad una retta L, poi conici col vertice comune iu un punto 0, 
soli elementi di prim' ordine, suscettibili d'essere formati tanto cogli eie 
menti cilindrici quanto coi conici, souo i diedri infinitesimi in cui il vo 
lume è decomposto dai piani condotti pel punto parallelamente alla 
retta L. Il passaggio geometrico da un' integrazione cilindrica ad una 
conica non può farsi che mediante la considerazione di questi diedri. La 
dimostrazione che Clausius dà dell'equivalenza delle espressioni (2) e (6) 
posa (implicitamente) sovr'eesa. 



E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 21 

vale dell'integrazione conica, così è naturalo ch'egli pervenga diret- 
tamente a queste espressioni ed indirettamente alla {2)*, mentre, es- 
sendoci noi serviti dapprima dell'integrazione cilindrica, siamo per- 
venuti direttamente alle espressioni (1), (2) ed indirettamente alla (6). 
Scrivendo l'ultima espressione trovata sotto la forma equivalente 

-^ = _ e /{ -— .^— - dco', 

e supponendo che il punto {x, y, z) non sia nella superficie co', si ha 



donde 



Ma 



quindi 



cioò 






A,Iogr = -r' A.r = l, 



eA 






q' essendo l'angolo visuale di io' rispetto al polo {x, y, 2), angolo =0 
od z= A-K secondo che questo punto è esterno od interno ad to'. È 
questa la deduzione fatta più distesamente da Clausius nel suo § 20. 
La dimostrazione dell'equazione S^Vz=. — &k^', quale è data pei 
corpi eterogenei da Gauss, nell'altra celehre Memoria del 1840 sulle 
forze che agiscono in ragione inversa del quadrato della distanza, 
è pur essa riassunta dalle due formule (I) e (lì). Infitti da 



V 



Ck'd^' 



si trae 






V e ^~ i 

la j ^w j 



•a^ 



= t -|-7 e -5-7- rff' 

eppcrò, applicando la formula il), 



22 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLaUSIUS, ECC. 
Di qui 

du^ J d^' d^ J, d^ dn' 



e quindi- 



i\ 



e finalmente, applicando la formula (II) ove si faccia F = k', F^ —k 

Tale è la dimostrazione di Gauss. 

Ma questa dimostrazione suppone che la funzione k', esprimente 
la densità, sia dotata delle proprietà che permettono la diretta appli- 
cazione delle formule (I) e (II), ed in particolare ch'essa ammetta la 
derivazione. Il gran pregio della dimostrazione data da Clausius nei 
§§ 18, 19, 21 (e da lui fatta conoscere fino dal 1858) consiste appunto 
in ciò, che non vi si esige la derivazione diretta della funzione k', 
entrando in vece di questa nel calcolo l'integrale 



H=jn. 



esteso lungo la retta che congiunge i punti {od, y, z) ed (^', y' , s'), 
talché, per essere sempre r la distanza assoluta dei due punti, quando 
si tien fìsso il primo punto si ha 

o rr 

■^ — =r^' (valore della densità nel secondo) 
e, quando si tien fisso il secondo punto, si ha 

-^ — :=ik (valore della densità nel primo). 
Considerando dunque come fisso il punto [oc, ?/, z), si può scrivere 

du j ^r ^li 



ossia 



gii J gr >» 



perchè— non dipende da r. Dalla fòrmula (II) si ottiene quindi 



E. DELIRAMI, INTORlSrO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 23 

dove l'integrale H è esteso fra il punto (a;, y, z), che si suppone a 
distanza finita dalla superficie to', e un punto (■«', y', z') dell'elemento 
d(f)' di questa. Facendo ora variare il punto {ce, y, z), si ha 



5"' J( la"' a'*' ^* a" a^a^'J 



donde 






a' 






ai 



ì I rkdu)' = 



Questa è, in compendio, la dimostrazione di Clausius. 

Poiché sono entrato nel confronto di alcuni processi dimostrativi 
di questa equazione fondamentale, non voglio ommettere di ricordare 
quello usato da Riemann *.*}, che si può ridurre a quanto segue. Es- 
sendo noto che le derivate prime della funzione potenziale di un corpo 
finito sono continue e finite in tutto lo spazio, se si ammette l'esistenza 
delle derivate seconde della stessa funzione, si ha dalla formula (l„). 



h^^-i^ 



dove T è una porzione qualunque dello spazio ed w la superficie limite 
di essa. Ma 

a' 



quindi 



line delle integrazioni nel secon 

^a- 



ed invertendo l'ordine delle integrazioni nel secondo merahro, 

,-a' 



(*) Schwere^ Elcktricitdt ztnd Magnetismus. Nach dea Vorlesunrjen voti 
B. Riemann bear7)eltet von K. Hattendorff. llaunovcr, 1876, Rumplcr. 
B§ 12, 13. 



24 E. BELTRAMI, INTORNO AU ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 

dove o' è l'angolo visuale della superficie oj ris[)etto al T^vmio [x' , y' , z') . 
Ora ogni punto {oo\ y\ z') del corpo che sia esterno ad oo, o che sia 
situato nella stessa superficie w, non contribuisce punto all'integrale 
del secondo membro, perchè nel primo caso si ha o^^O, e nel secondo 
caso, in cui a' ha un valor finito, i punti non formano uno spazio a tre 
dimensioni. Rimangono dunque i soli punti (x', y', z') interni ad o), 
pei quali si ha ff'=47:, ed i corrispondenti elementi dT' si possono 
designare con dx, perchè comuni allo spazio t, talché si può scrivere 

0, 

dove h è i\ valore di k' in dz, ed è quindi zero se l'elemento d'z non 
appartiene allo spazio occupato dal corpo. Dovendo quest'equazione sus- 
sistere qualunque sia la porzione dello spazio a cui s'estende l' inte- 
grale, dev'essere necessariamente nullo il suo elemento, cioè deve 
essere AgF= — A-Tzsk. 

Veniamo alla funzione potenziale d' un'area piana omogenea, cui 
Clatjsius dedica i §§ 28-31. 

Alle due formule (I) e (II) corrispondono nel piano le formule se- 
guenti : 

J d-^ J d>^ J dy } d^^ 

dove: u è il raggio vettore condotto da un polo fisso; dio è un ele- 
mento dell'area co che si considera ; ds è un elemento del contorno 5 
di quest'area; n è la direzione della normale esterna all'elemento ds ; 
è l'angolo visuale del contorno rispetto al polo , inteso in senso 
analogo al <y delle superficie; e finalmente F è una funzione mono- 
droma , continua, finita e dotata di derivate primo in tutti i punti 
dell'area, funzione che può perdere queste proprietà in punti isolati, 
a distanza finita dal contorno s (e dal polo quando questo è interno 
all'area), purché per ciascun punto singolare esista un numero posi- 
tivo e finito \t., tale che la funzione 

ic^-t'F 
sia monodroma, continua e finita in prossimità al punto e nel punto 
stesso (u essendo in questo caso la distanza dal punto singolare al 
punto cui si riferisce il valore di F) (*). 

(*) Quando il primo membro della formula (IV), e dell'analoga for- 
mula (II), si mantiene continuo nel passaggio del polo dall'una all'altra 
parte della linea s, o della Buperficie w, la discontinuità risultante dall'ul- 



(III) 



â–  â–  â–  (7) 



j dA 0»' I 



E. BELTnAMI, INTORNO AD ALCUNR PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 25 

Ciò premosso, consideriamo hi funzione potoir/.ialo sul punto (x,y, z) 
dell'area omogenea i>ì' situata nel piano xy, cioò la funzione 

r (] to' 

^^— * ^' I ~7~ ' *' = \^^^ - ^^'^^ + ^y — y')' + s* 

dove h è la densità costante ed x', y' sono le coordinate d'un punto 
dell'elemento dui'. Se per F &\ prende la funzione 

F=thr= ths/u^-b z*, u = ^/( f — x'f + (t/ — y']* 
si trova, applicando la formula (IV), col polo nel punto {x', j/'), 

Di qui, supponendo che il piede (ce, y) della perpendicolare condotta 
dal punto (x, t/, z) al piano dell'area sia a distanza finita dal contorno, 
si trae 

J dA d'^' I I 

dy 

Gli integrali contenuti nei secondi membri sono riducibili a forma 
molto semplice. Clausius effettua questa riduzione nel § 29, per 
mezzo d'un' equazione ch'egli stabilisce molto ingegnosamente, con 
considerazioni geometriche, nella seconda Appendice del suo libro 
(pag. 175-178). Noi mostreremo come la stessa riduzione possa ot- 
tenersi analiticamente. Ciò può farsi in diversi modi : sceglieremo il 
seguente, fondato sulla teoria delle variabili complesse. 
Posto 

oc -\-iy -\, X —iy =7), 
x'-\~iy'=V, x' — iy'-r/, 
dove }■ .— v/— 1 , si ha 

dx dy )\ r Qn' ^n' v] — r, / 



e^osu _ 1 / aii\_ 1 1 ,d_ 

($-;') (Vi -•/)')?''' ' 

timo termine del secondo membro si riporta tutta sull' integrale di contorno, 
di superficie Ciò si connette colla teoria dei potenziali di doppio strato, 
dei quali s' è occupato a fondo C. NbUMANS nelle sue recenti ed impor- 
tanlissime Untersuchuncjen ueber das Logaritmische und Newton'ache Po» 
tential. Leipzig, 1877, Teubner. 



26 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 

si può scrivere più brevemente così : 

d^ oy j dn'\f\ —7)7 
Ora, supponendo che V arco s' cresca nella direzione che ha con 
quella di n' la stessa relazione dell'asse positivo delle y coll'asse po- 
sitivo delle a?, si ha 

(8) 



quindi 


dn' ds" • dn' ds" 


od anche 


dn' \ d^'d^' ds'd-^'ì 
ds' ^ d^'dl" 

d .d ,^di' d 

dn'- ds' dn' di" 


epperò 


di r \ ^dV ^,d ( r 

dn'\-ri--ri'} r dn' 5 ^' A''! - 'V , 


Si ha dunque 

dv 


. dV , 'di' ds' . f d ( ^ 



[9) 

e poiché il secondo integrale è nullo, per essere preso lungo un con- 
torno chiuso, rimane un'equazione complessa donde si ricavano le 
due equazioni reali 

dx J dn' r ' dV ) d"^ ^ 

che danno le espressioni, equivalenti alle (7), cui volevamo pervenire. 
Eguagliando queste espressioni (10) alle corrispondenti (7), da cui 
vennero dedotte, si ottengono due equazioni, valide per ogni contorno 
chiuso, la prima delle quali è la seguente 

ni|f:+fp.^)U-=o, ,11, 

Hr- d"- dA a« /) 

ed è appunto quella che Clausius dimostra direttamente riducendo il 
suo primo membro a coincidere colla parte reale dell'ultimo termine 
(identicamente nullo) dell'equazione (9). 

All'equazione (9) si potrebbe, in viriti della prima equazione (8), 
surrogare lu seguente 

— dy'-\- irla?' 
r 



dV -d^' , Cdl'ds' ^ I 
d^ dy- j ds' »' j 



E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 27 
dalla quale si ricaverebbe 

dove i differenziali dx', cly' devono essere presi col segno che risulta 
dal percorrere il contorno s' nel senso definito più sopra. 

L'equazione (11) ha la forma di quelle che vennero precedente- 
mente considerate rispetto alle superficie chiuse ; ma non sarebbe 
rigoroso dimostrarla con una riduzione dalla formula il^,) alla (1^) 
perchè il teorema (III) non è sempre applicabile alle funzioni che 
attualmente terrebbero il posto delle F, G. S'incontrerebbero ecce- 
zioni della stessa natura di quelle notate da Clausius nel § 30, a 
proposito delle componenti parallele al piano dell'area ottenute colla 
derivazione sotto il segno integrale. 



CHIMICA AGRICOLA. — Sulla composizione degli stracchini e sulla 
emanazione di grasso dai loro corpi albuminoidi durante la ina- 
turanza. Nota dei dottori G. Musso e A. Mbnozzi. 

Degli stracchini di Gorgonzola, o ad uso Gorgonzola, od a lunga 
conservazione, quali vengono preparati nell'Italia settentrionale, nei 
mesi di settembre e ottobre specialmente, si hanno finora due sole 
analisi: una (a) fu eseguita dalla Stazione agraria di Vienna (1), e 
figurava all'Esposizione universale del 1873 nel padiglione del Mi- 
nistero d'Agricoltura austriaco; dell' altra {b) non ci è noto l'autore (2}. 
Secondo queste analisi, la composizione dello stracchino del tipo suc- 
citato sarebbe rappresentata dallo schema seguente : 





a. 


•b. 


Acqua 


43,6 


36,72 


Caseina 


24,2 


25,67 


Grasso 


28,0 


33,69 


Ceneri 


4,2 


3,71 



Queste due analisi non sono sufficienti per caratterizzare la compo- 
sizione degli stracchini, tanto più che non è indicata l'età dei caci 
analizzati. I numeri posti nella rubrica caseina sono verosimilmente 
stabiliti indirettamente, cioè: determinando l'azoto dei caci, mediante 

(1) Besana, Chimica applicata al caseificio, 1876, p. 338. 

(2) GoHREN, Le leggi naturali dell' alimentazione degli animali dome- 
stici. 1876, p. 770. 



28 G. MUSSO E A. MKNOZZI, SULLA COMPOSIZIONE DEGLI STRACCHINI, ECC. 

il metodo di Will e Varrentrapp, e moliiplicando l'azoto ottenuto per 
un dato fattore (verosimilmente 6,5). Ora, volendo anche tacere del 
deficit, talora enorme (1), di azoto, cui sì ottiene colla combustione 
degli straccliini nella calce sodata, non puossi impugnare, che la ru- 
brica caseina, cosi stabilita, diventa una pura finzione pei caci appena 
divenuti commestibili. La decomposizione delle sostanze albuminoidi 
è infatti tanto più generale e profonda, quanto piU invecchiano gli 
stracchini, siccome inducono a crederlo l'odore e il sapore degli strac- 
chini vecchi, come si desume da quanto è noto sulla maturanza dei 
caci, e come sarà dimostrato in seguito. 

Nei caci maturi, la rubrica caseina, ottenuta per diretta dosatura, 
non può quindi comprendere tutte le sostanze azotate del cacio, come 
si finge di far credere colla suddetta rappresentazione dii risultati; 
ottenuta invece come conseguenza di una restitutio ad integruntf ò 
egualmente fallace, perchè le molecole albuminoidi, nello scindersi, si 
accoppiano con un dato numero di molecole d'acqua, e quindi il 
peso dei prodotti di scomposizione è maggiore di quello della sostanza 
madre, come vedrassi in seguito. 

Nell'intento di meglio precisare la composizione degli stracchini ad 
uso Gorgonzola, abbiamo eseguito sette analisi di caci di questo tipo, 
determinando: l'acqua, l'estratto del solfuro di carbonio, l'estratto 
dell'alcool bollente, il residuo insolubile nell'alcool, le ceneri, l'azoto, 
l'ammoniaca e l'acidità. Sulle amidi ed amine degli stracchini e dei 
caci di grana, sono in corso speciali ricerche. 

Nell'analisi degli stracchini si segui il metodo già descritto nel la- 
voro sulla composizione dei caci di grana (2), arrecandovi però alcnne 
modificazioni, rese indisiiensabili dalla natura particolare del cacio. 
Invano si tenterebbe di determinare l'acqua degli stracchini dalla per- 
dita di peso subita da un campione ridotto in minuti pezzi e conser- 
vato nella stufa a 110° C. Un saggio di 10 gr., posto su un vetro 
d'orologio e collocato nella stufa all'indicata temperatura, non aveva 
ancora raggiunto la costanza del peso dopo 15 giorni. Le differenze 
nelle ultime pesate, eseguite a distanza di 12 ore, oscillavano fra 1 
e 2 centigrammi. L'acqua venne quindi dosata per differenza nel se- 
guente modo: si pose in una capsula di porcellana un campione di 
10 gr. di cacio ; si ridusse in poltiglia, versandovi sopra alcool asso- 
luto e dimenando con un pestello; si introdusse il tutto in un pallone 
tarato; si fece bollire per 2 ore; si versò l'alcool su un filtro a ma- 

(1) Menozzi, Sulla determinazione dell'azoto ?iel latte e nei suoi prO" 
dotti. Rendiconti dell'Istituto Lombardo, 1878. 

(2) Manetti e Musso, Le Stazioni sperim, agrarie italiane, 1876. 



G. MUSSO E A. MENOZZI, SULLA COMPOSIZIONE DKGLI STR\CCH1IVI, ECC. 29 

nicotto si filtrò bollente; si ripetè per altre 2 volte quest'operazione. 
Il residuo insolubile rimasto nel pallone, unito a quello caduto sul 
filtro, venne seccato e pesato; si pesò d'altra parte l'estratto del- 
l'alcool bollente; dal peso del cacio adoperato, togliendo il peso del- 
l'estratto alcoolico quello del residuo insolubile, si ha per differenza 
l'acqua. 

Il grasso fu determinato riprendendo con solfuro di carbonio l'a- 
stratto alcoolico. 

L'azoto venne dosato col metodo di Dumas. 

I risultati ottenuti sono consegnati nel Prospetto che vedesi nella 
pagina seguente. 

Paragonando la composizione degli stracchini appena maturi con 
quella degli stracchini d'un anno d'età, si può acquistare un concetto 
delle metamorfosi subite dai medesimi durante la maturanza. Queste 
metamorfosi, considerate a grandi viste, riposano: 1.° nella perdita 
cospicua di acqua; 2.° nell'aumento enorme dell'estratto alcoolico, e 
nell'incremento notevole dell'ammoniaca. L'aumento dell'estratto al- 
coolico e dell'ammoniaca è assai maggiore di quello che corrisponde 
alla sera[>lice perdita dell'acqua. 

Gli stracchini maturi non contengono acido lattico libero, sebbene 
ogni traccia di lattina sia da essi scomparsa; l'acido lattico emerso 
dalla scomposizione dello zucchero, si è forse trasformato in lattato 
a spese del metallo dei fosfati del cacio, i quali passarono allo stato 
di fosfati biacidi, e in parte può aver subito ulteriori modificazioni. 
L'estratto etereo del cacio, ripreso col solfuro di carbonio, non lascia 
infatti che un residuo appena ponderabile al trattamento coli' ultimo 
solvente; anzi pei caci appena maturi non resta traccia di residuo. La 
rubrica acidità, della succitata tabella, vuoisi quindi accogliere colla 
dovuta critica. L'estratto acquoso del cacio ha reazione amficroraa- 
tica, e, saturato con acqua di calce, manifesta una forte reazione 
alcalina. 

L'entità delle metamorfosi avvenute nel cacio, durante la sua sta- 
gionatura, puossi apprezzare col seguente ragionamento: — È chiaro, 
che se nel cacio appena fatto si somma l'acqua, il grasso, la sostanza 
albuminoide, le ceneri e la lattina, si deve avere una somma sensi- 
bilmente eguale a 100, se questo numero è il peso della sostanza ana- 
lizzata. Ora, col maturare del cacio i gliceridi si scompongono con 
assorbimento di acqua; la lattina si trasforma (parzialmente almeno) 
in lattato; l'acqua diminuisce; gli alburainoidi si scindono, ma nella 
scomposizione delle sostanze alburainoidi viene assorbita dell'acqua, 
per cui il peso dei ruderi di quelle essendo maggiore del peso della 
sostanza madre, in un dato peso di cacio vecchio analizzato, si deve 



30 G. MUSSO E A. MKNOZZI, SULLA COMPOSIZIONE DEGLI STRACCHINI, ECC. 



^ 



&3 



3 E: 



J 8 
g 



II 

i I 
s. ^ 



1 1 



00 MI 



G. MUSSO E A. MEXOZZI, SULLV COMPOSIZIONE DEGLI STRACCHINI, ECC. 31 
trovare, a parità di altre coadizioiii, meno azoto, e quindi meno ca- 
seina, da sommare cogli altri elementi. Se quindi si ripete la somma 
degli indicati principii nel cacio maturo, dovrebbesi ottenere un nu- 
mero minore di 100, di una quota corrispondente all' acido lattico 
generatosi (e che come lattato non figura poi né nell'estratto etereo, 
né nelle ceneri, poiché l'acido lattico viene combusto), ed all'acqua 
assorbita nella scomposizione dei corpi albuminoidi del cacio adope- 
rato. Se ora, determinato l'azoto dei caci col metodo di Dumas, si 
procede ad una reintegrazione della caseina, moltiplicando l'azoto 
per 6, l, e si effettua la somma di cui si tenne parola, scorgesi che 
il totale, lungi dall'essere minore di 100, riesce invece maggiore. Ciò 
non puossi altrimenti spiegare che ammettendo una scomposizione co- 
spicua delle sostanze albuminoidi, con emanazione da queste di pro- 
dotti non azotati (grasso), i quali vengono così calcolati due volte, 
cioè, nell'estratto etereo e nella reintegrazione della caseina, in base 
all'azoto analiticamente trovato. 

Così V emanazione del grasso dagli albuminoidi dello stracchino ri- 
mane indirettamente dimostrata. 

Questa produzione di grasso è maggiore negli stracchini vecchi, 
come rilevasi dall'eccesso su 100, delle indicate somme in questi ul- 
timi, rispetto agli stracchini freschi. 

Paragonando la composizione dei due stracchini, posta al principio 
della presente nota, con quella degli stracchini da noi analizzati, scor- 
gasi che quello analizzato dalla Stazione agraria di Vienna doveva 
essere uno stracchino di pochi mesi d'età. 



CHIMICA AGRICOLA. — Sulla determinazione dell'azoto nel latte 
e ne' suoi prodotti. Nota del dottor A. Menozzi. 

Il signor C. Makris (1) pubblicò, l'anno scorso, un lavoro inteso a 
stabilire le cause del deficit di azoto, ottenuto da vari sperimentatori 
colla combustione comparata delle sostanze nella calce sodata e nel- 
l'ossido di rame. Dalle esperienze del Makris risulta confermato il 
sospetto emesso da Augusto Volcker (2) ed altri, che si abbia cioè un 
deficit di azoto allorché si scalda il tubo al rosso bianco, durante la 
combustione colla calce sodata, in causa della dissociazione che può 
subire l'ammoniaca; in tal caso, come risulta dalle esperienze dello 
stesso Makris, lo sviluppo dell'azoto allo stato elementare può rag- 

(1) Annalen der Chemie und Pharmaoìe, t. CLXXXIV, pag 371. 

(2) Chemical news, t. XXXII, pag. 227. 



32 A. MRNOZZI, SULLA DETERMINAZIONE DELL'OZOTO NEL LATTE, ECC. 

giungere il 7,5 7o ^^^ quello contenuto noli' ammoniaca prodotta, nel 
caso della combustione di pure sostanze azotate. Makris avverto 
inoltre, che se al termine della combustione, specialmente delle so- 
stanze che lasciano svolgere solo gradatamente il loro azoto, si aspira 
l'aria esteriore per {spazzare il tubo, l'ammoniaca in esso contenuta 
viene in parto combusta, tanto piìi facilmente quanto maggiore è la 
quantità dei gaz combustibili prodotti, durante la combustione, nella 
calce sodata. Makris comunica infine i risultati di alcune ricerche, da 
cui risalta che, operando con certe cautele e modificando leggiermente 
il metodo usuale, si possono ottenere risultati sufBcientemente esatti 
anche per sostanze che, bruciate nel modo ordinario, darebbero risul- 
tati inattendibili. 

In occasione delle analisi sugli stracchini, eseguite nel laboratorio 
della Stazione di Caseificio, volli studiare se anche seguendo i sug- 
gerimenti di Makris, si potessero ottenere, nell'analisi del latte e dei 
suoi prodotti, risultati soddisfacenti dall' azotometria col metodo di 
Will e Varreutrapp. 

Uniformandomi alle prescrizioni del signor Makris, collocai al capo 
chiuso del tubo a combustione una miscela di gr. 0,3 di zucchero 
con 20 volte tanto di calce sodica in polvere, indi una colonna di 12 e. m. 
di calce sodata in granuli, poi uno strato di 3 e. m. di calce sodata 
fina, indi la miscela della sostanza (1) colla calce sodata, un po' di 
calce sodata fina, da ultimo una colonna di calce sodata granulosa, 
fermata da un tappo d'amianto. Scaldai e mantenni al rosso-scuro lo 
strato anteriore di calce sodata granulosa, poi lo strato posto fra la 
miscela dello zucchero e della calce sodata e la sostanza, poi il tratto 
del tubo contenente la sostanza, in guisa da mantenere una corrente 
lenta e continua di gaz. Cessato lo sviluppo delle bolle, lavai il tubo, 
scaldandone l'estremità contenente lo zucchero. L'ammoniaca raccolta 
nell'acido cloridrico fu precipitata allo stato di cloruro platinico-am- 
monico; si evaporò a secco, si riprese e si lavò colla solita miscela 
alcoolica eterea. Si dedusse il peso di azoto dal peso del platino ot- 
tenuto, calcinando il cloruro platinico ammonico. I risultati ottenuti 
operando nell' indicata guisa, vennero riferiti a 100 parti di sostanza 
in istato normale, e paragonati a quelli ottenuti coli' impiego del me- 
todo di Dumas. Prima di eseguire la combustione nell'ossido di rame 

(1) 11 signor Makris suggerisce di mescolare alla sostanza da analizzare 
dello zucchero od altra sostanza inazotata, allo scopo di diluire l'NHg 
coi prodotti della combustione di queste ultime sostanze, e rendere quindi 
meno facile la dissociazione dell' NH3 stessa. Io non mi sono attenuto 
a questo suggerimento, per la ragione che nello stracchino havvi già una 
quantità cospicua di sostanze inazotate rappresentate dal grasso, e nel 
latte, dal grasso e dalla lattina. 



A. MENOZZI, SULLA DETERMINAZIONE DELL'AZOTO NEL LATTE, ECC 33 
ebbi cura di estrarre completamente l'aria dal tubo, giovandomi di 
una pompa aspirante e della corrente di COg generata dallo scalda- 
mento del bicarbonato sodico, collocato al capo chiuso del tubo, 
I risultati ottenuti sono raccolti nel seguente specchietto. 





100 p. di sostanza 




lii 




Indicazione delle sostanze 


in istato 

diedero 

co 

combi 

neir 
ossido 


normale 
di azoto 
Ila 
istione 

nella 
calce 


il 

i 1 

i ^ 

Q 


ndo eguali a 100 i risul 
uti col met Dumas, qi 
uti col met. Will e Vj 
entrapp sono eguali a 






di rame 


sodata 




o « « 




Latte 


0,691 


0,516 


0,175 


74,674 


25,326 


n 


0,5295 


0,4454 


0,0841 


84,117 


15,883 





0,5639 


0,5200 


0,0439 


92,215 


7,785 


» 


0,6841 


0,5779 


0,1062 


84,476 


15,524 


"Stracchino di 2 mesi .... 


3,969 


2,733 


1,236(!) 


68,859 


31,141 


» » n 


3,729 


3,133 


0,596 


84,017 


15,983 


» n » 


3,252 


3,036 


0,216 


93,358 


6,642 


» d'un anno .... 


4,314 


4,098 


0,216 


94,993 


5,007 


n n 


4,562 


2,758 


1,804(!) 


60,456 


39,544 


( V- determin.® 


4,353 


3,916 


0,437 


89,961 


10,039 


2''determÌD.° 


4,302 


3,808 


0,494 


88,517 


11,483 



Da questi risultati emerge che, se non si può stabilire una costante 
differenza fra i risultati comparati dei due metodi, i risultati ottenuti 
col metodo di Will e Varrentrapp sono però sempre inferiori a quelli 
ottenuti col metodo Dumas, il che dimostra come il deficit sia di re- 
gola e non casuale; e ne viene di conseguenza che la determinazione 
dell'azoto nel latte e negli stracchini, col metodo di Will e Varren- 
trapp, non conduce a risultati soddisfacenti, neppure seguendo le 
istruzioni del signor Makris. In alcuni casi la differenza dei risultati 
ottenuti coi due metodi può essere enorme. — Questi risultati ana- 
litici armonizzano con quelli ottenuti da G. Musso (1) operando sul 
latte e sui prodotti del medesimo, nell'analisi dei quali devesi ban- 
dire il metodo di Will e Varrentrapp, ove si vogliano ottenere risul- 
tati esatti. 



(1) Gatz, chìm. (tal., 1876 ; Zeitschrift f. analyt. Chemie, 1877. 
Rendiconti. — Serie II. Voi. XI. 



34 



FISICA. TECNOLOGICA. — SMa resistenza delle eliche degli elet- 
tro-magneti telegrafici. Nota del M. E. prof. R, Ferrini. 

È noto che dalla legge Lenz-Jacobi, cioè dalla proposizione: che il 
momento magnetico indotto in un nucleo di ferro da una spirale elet- 
tro-dinamica che lo circondi, è direttamente proporzionale al nu- 
mero delle spire di questa ed alla intensità della corrente che la 
percorre, si deduce l'altra proposizione: che il detto momento è mas- 
simo, a parità delle altre condizioni, quando la resistenza dell'elica 
pareggi quella della rimanente parte del circuito, o, piuttosto, come 
dimostrò Maxwell (*), quando la prima di queste resistenze stia alla 
seconda, come il diametro del filo metallico che costituisce V elica sta 
allo spessore del medesimo filo rivestito della sua copertura isolante. 

Le eccezioni alla legge Lenz-Jacobi, risultanti dagli sperimenti di 
Miiller, di Cazin e di altri, riguardano i casi in cui la corrente sia 
piuttosto forte o troppo esile il nucleo di ferro e non ne invalidano 
perciò punto l'applicabilità agli elettro-magneti dei ricevitori o dei 
soccorritori (relais) adoperati sulle lunghe linee telegrafiche, dove la 
corrente è sempre assai debole a motivo della grandissima resistenza, 
e lo ò ancor piti, per l'estracorrente eccitata nell'elica di quegli elet- 

(*) Vedi Maxwell. A treatlse on Electricity and Magneiism. Oxford, 1873. 

Eiportiamo, parchi la bramasse, la dimostrazione di questa proposizione. 

Siano B la resistenza del circuito esterna alla spirale da avvolgersi sul 
nucleo dell'elettromagnete; y la lunghezza di quest'ultima; x lo spessore 
esterno ed x-a quello del filo metallico che dovrà costituirla ; k la resi- 
stenza specifica del metallo adoperato e X la resistenza della spirale ; sarà : 

^-7.{x-ar ^^) 

Siano inoltre / l' intensità della corrente , E la forza elettromotrice 
della pila, n il numero delle spire dell'elica, ilf il momento magnetico in- 
dotto nel nucleo ed a una costante. Per la legge Lenz-Jacobi, avremo: 

« = »Z„ = |^. - ,2) 

Denominando ora V il volume occupato dalla spirale e C la lunghezza 
media d' una spira, si hanno : 

y = nC V = yx'. 

Perciò , posto -7r= [^ > Io spessore di x [dovrà essere tale da rendere 



R. FEnniNI, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC- 35 

troraagneti, quando il tempo impiegato nella, trasmissione d'un se- 
gnale non esaurisca il periodo di carica. 

Parrebbe dunque ragionevole che la resistenza delle eliche degli elet- 
tromagneti telegrafici si avesse a calcolare i a base alla proposizione testò 
rammentata. Ora l'esperienza ha insegnato che, pei- il migliore effetto, 
la resistenza in discorso dev'essere molto minore di quella espressa 
dalla lunghezza della liìiea; sia, per esempio, secomlo Hugues, di soli 
120 chilometri di Alo telegrafico so[5ra una linea lunga 500 chilometri; 

valga, secondo altri autori, — della lunghezza della linea. Codeste 

conclusioni della pratica sono generalmente considerate come contrad- 
dittorie ai dettami della teoria, e costituenti perciò una difficoltà che 
Du Moncel ed altri autori cercarono di risolvere con ipotesi par- 
ticolari. 

Lo scopo della presente Nota ò di mostrare come il disaccordo in- 
dicato sia di mera apparenza e non dipenda che da una erronea ap- 
plicazione della teoria; poiché, interpretandola rettamente, come si 
vedrà, essa conduce a dei risultati numerici che quasi si confondono 
con quelli suggeriti come piti opportuni dall'esperienza. 

massima la funzione 

il 

M=B - 



n+-MJL^ 



e costante la F=?/.t', ammettendo che l'elica debba riempiere la gola 
del rocchetto che comprende il nucleo. In altri termini, x dovrà rendere 
minima la funzione : 

E 47C 



e costante il prodotto 

Dovrà dunque x soddisfare simultaneamente alle due equazioni 

„d?/ , 4:K 2dx ^ ,,.«,„ 

R-4-^ , : = x^cly-\-2yxdx = 0. 

y- ~ (x — af if \ i/ 

Se tra questa si elimina il rapporto y^ si ottiene : 

R(x — ay = -—xy 

ossia, avuto riguardo alla (1): 

l _x — a 

R~~~x~ 
C. S. D. D. 



36 R. FERRINI, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC. 

Oltre l'importanza pratica dell'argomento considerato in sé stesso, 
parmi sia sempre giovevole alla scienza, non meno che alle applica- 
zioni, il dissipare i contrasti che non di rado insorgono nei rapporti 
di quella con queste. 

Nella quistione presente il nodo della difficoltà sta nel definire che 
cosa debba intendersi per resistenza della linea. Adottando, come pili 
comoda, per resistenza unitaria quella di un chilometro del filo di 
linea, si suole esprimere la resistenza d'una linea telegrafica col nu- 
mero medesimo che ne rappresenta la lunghezza, il che è assoluta- 
mente inesatto; poiché è ben certo che qualunque calcolo relativo 
all'esercizio della linea non può fondarsi sulla resistenza ipotetica 
che questa avrebbe se fosse perfettamente isolata, bensi invece sulla 
resistenza attuale ed effettiva del filo steso nell'aria e soggetto ad 
una serie di derivazioni nel suolo nei singoli punti d'attacco alle 
campanelle isolatrici, oltre di che bisogna tener conto della resistenza 
propria dell'elettromotore e delle resistenze alla trasmissione nel ter- 
reno ai due capi della linea, le quali insieme formano una parte pic- 
cola, se vuoisi, ma non trascurabile della complessiva resistenza del 
circuito. Da questa erronea maniera di stimare la resistenza della 
linea, appunto, nasce il contrasto di cui ci stiamo occupando. 

È per altro singolare che, mentre esprimono nel modo indicato la 
resistenza della linea, i pratici e gli scrittori di cose telegrafiche non 
mancano di riconoscere la continua variabilità della sua resistenza 
effettiva e di segnalarne l'influenza sull'esercizio delle trasmissioni, 
additando come debbansi regolare, in relazione alla sua grandezza 
attuale, le tensioni delle molle antagoniste ed i congegni di compen- 
sazione nei sistemi di doppia trasmissione simultanea. Se quella fosse 
la vera resistenza della linea non saprebbe intendersi la sua variabilità. 

In una Nota letta in questo Istituto nel 1871, e riprodotta negli 
Annali del Museo industriale italiano, io aveva ottenuta, basandomi 
sui teoremi di Kirchhoff", una espressione della resistenza d'una linea 
aerea, dove erano considerate tutte le circostanze che vi hanno in- 
fluenza. La formola data in quella Nota era la seguente: 

_ . . Ir — nh^ 

R-a + b + A.- -, (1) 

4.{jr->rnb)-\-nl 

dove significano: R la resistenza complessiva del circuito, l la lun- 
ghezza della linea aerea, r la resistenza media di un isolatore, n il 
numero degli isolatori, a la resistenza della pila e h quella dell'elica 
del soccorritore o del ricevitore, comprendendo in queste ultime due 
resistenze, quelle delle contigue trasmissioni alla terra. 

La formola (1) porge la resistenza attuale del circuito, quella cioè 



R. FERRINI, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC. 37 

che è in relaziono collo stato attualo della pila o colle presenti con- 
dizioni atmosferiche, e rappresenta perciò, in accordo coi fatti, una 
quantità variabile al variare di questi elementi. Siccome, per altro, 
per calcolare la resistenza da assegnarsi all'elica del soccorritore o 
del ricevitore, è pur duopo attribuire un valore numerico determinato 
alla complessiva resistenza R, così, ritengo di non errare supponen- 
dola tale da corrispondere alle peggiori condizioni prevedibili, poiché, 
sarà specialmente quaud'esse si verificheranno che importerà di assi- 
curare il maggior effetto magnetizzante alle correnti trasmesse; in 
condizioni migliori, supplirà la maggiore intensità delle correnti ri- 
cevute. Adotteremo in conseguenza per a la maggiore resistenza della 
pila in esercizio, e per r la minima resistenza che presentano gli iso- 
latori dopo alcuni giorni di pioggia continua e dirotta. Stando alle 
norme comunemente seguite per commisurare le pile alle linee, si può 

ritenere con molta approssimazione a = — l od a 0, 161, secondo che 

o 

la linea è più o meno lunga, ed r nelle peggiori circostanze atmosfe- 
riche accennate si può valutare a 6 megaohm (*). Quest'ultimo nu- 
mero si traduce facilmente in chilometri del filo di linea, ricordando 
che un chilometro di filo di ferro isolato dello spessore di 4 millimetri 
ha press' a poco la resistenza di 10 Ohm e che perciò un chilometro 
di filo isolato del diametro di 5 millimetri, quale è usato sulle linee 
dirette, rappresenta una resistenza di 6, 4 Ohm. 

Ponendo ora os invece di b per esprimere la resistenza ignota della 
spirale dell'elettromagnete telegrafico, e denominando p il rapporto 
tra il diametro del filo nudo che la costituisce e quello del medesimo 
filo vestito, avremo, per la condizione di massima eflScacia ricordata 
in principio della presente Nota: 

x = ^{R—x). (2) 

Ma dalla (1), postovi x in luogo di & e p^ Mn luogo di a, risulta : 

R — xz=ò l-{-4 — ; -.. 

' 4(r+na;)-t-n t 

Si avrà dunque ar, risolvendo la quadratica: 

4>2(l+p)a;2 + [4r+nZ(l + 4ppi)].r-4pZr — ppiZ(4r + ni) = 0. 
Dunque: 

(*) Vedi The Tdegraphic Journal. 1875, pag. 247, 



38 R. PERRINF, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC. 

Da questa espressione di x, si avrà la lunghezza del filo che dovrà 
comporre l'elica in discorso, dividendola per la resistenza, riferita 
alla stessa unità, di un' unità lineare di quel filo. 

Poniamo ora n = n^l, vale a dire, indichiamo con n^ il numero 

medio degli isolatori per chilometro di linea ed — = r,, talché la r, 
potrà chiamarsi resistenza d' isolaìnento per chilometro di linea, ed 



avremo : 
x = 



-[^-.(1-PP.).]| 

dove la x sarà espressa in funzione della sola l, almeno per linee 
d'una stessa categoria, per le quali r^, p e p^ hanno sensibilmente gli 
stessi valori. 

Così, nel caso d'una linea diretta, e perciò col filo dello spessore 
di 5 millimetri, ritenendo che vi siano in media 16 isolatori per chi- 
lometro, potremo porre: 

6000000 ^„^^^^^ ,., 

r. = — : =58593,75 chilometri. 

* 16x6,4 

Terremo inoltre p = 0, 7 (*) e p^ = 0, 15. 

Sarà dunque allora: 



1 ( /fs 



58593.75 _^gg^ a ^o,0735i' +298132,8 125 - 



_ (5^ + 0.115 ,)j. ,5, 

Invece, per una linea semidiretta, armata di filo di 4 millimetri, 

ammesso lo stesso numero di isolatori per chilometro sarà: 

6000000 _^.- ... 

r, — -—3/500 chilometri. 

* 16x10 

Ritenuti in questo caso p^ - 0, 2 e p ancora eguale a 0, 7, si ottiene : 



^J_y(^J^^o;39i)\o,oosi^^m20o^ 



j (6) 



(*) Dalle misure prese sopra alcuni campioni di fili esibitimi dal Tec- 
nomasio, si rileva che per i fili più fini (da 0'"°",2 a 0'^'^,3 di diametro) 
il rivestimento di seta ne accresce lo spessore di un decimo di miliimetio; 
per quelli del diametro compreso tra 0™™, 3 a 0""™, 7, l' incremento di 
spessore dovuto alla copertura isolaute è di 0™"", 15. — Mi sono perciò 
tenuto autorizzato a supporre in media p = 0,l. 



R. FERRINI, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC. 39 
Colle forraole (5) o (6) si è calcolata la seguente Tabella: 



Lunghezza 


Inesistenza dell'elica d 


ell'elettrom 


ignete 


in chilometri del filo di linea 


il 


Ohm 


della linea 


per le linee col filo 


per le 1 


inee col filo 


di 4""» 


di 5""" 


di 4>""> 


Chilometri 










100 


64,3 


66,5 


643 


425,6 


200 


90,5 


98,5 


905 


1 630, 4 


300 


103,7 


114,3 


1036, 6 


731,5 


400 


112,7 


123,4 


1126,6 


789,8 


500 


120,3 


130,5 


1203 


! 835, 2 



Come si era premesso, i numeri esprimenti la resistenza dell'elica 
sono assai vicini a quelli consigliati dall'esperienza. Un fatto che 
risulta dalle forraole e dalla tabella, è che il rapporto ti-a la resistenza 
dell'elica (espressa in chilometri del filo di linea) e la lunghezza della 
linea non è costante, ma decresce, tendendo ad un limite, all'aumen- 
tare della lunghezza. Dalla precedente tabella si de luce difatti il se- 
guente prospetto: 



Per le linee di 



100 chilometri 

201 

300 

400 

500 



Rapporto tra la resistenza dell'elici 

e la lunghezza della linea 

essendo il diametro del filo 



0,64 
0,45 
0,35 
0,28 
0,24 



0,66 
0,47 
0,38 
0,31 
0,26 



Donde emerge che il rapporto adottato da Hugues risponde bene al 

caso delle linee di 500 chilometri; l'altro —, che si è indicato in 

principio, si adatta meglio a quello di 400 chilometri. — Si può anche 
avvertire che le differ.nze tra i rapporti consecutivi scritti nelle ul- 
time due fiuche sono per ordine eguali tra di loro. 



40 



BIOLOGIA.. — Ricerche sperimentali su V eterogenesi. — Sul limite 
di produttività delle soluzioni orgcmiche. 3^ comunicazione dei pro- 
fessori L. MA.GGI e Cantoni Giovanni. 

1. Le risultanze ottenute colle otto serie di esperienze, descritte 
nelle due precedenti nostre comunicazioni, posero fuori d'ogni dub- 
bio che parecchie soluzioni organiche, mantenute anche per più di 
un'ora a 100 gradi entro palloncini suggellali a fusione di vetro, 
possono tuttavia produrre in copia vibrioni e bacterii, in brevi gior- 
nate, purché le si tengano in un ambiente a temperature comprese 
fra 30" e 35". 

Fummo da ciò incoraggiati a proseguire codeste prove, sottopo- 
nendo le soluzioni stesse a temperature superiori ai 100." 

Però, proponendoci di adofierare palloncini piuttosto capaci (di al- 
meno 200 centim. cubi) e di usarne parecchi in ciascheduna prova, 
non potevamo più valerci della pentola papiniana, che adoperammo 
nelle sperienze da noi fatte dal 1866 al 1868, quando si usavano pal- 
loncini meno capaci. 

Ci giovammo invece di un grande vaso metallico, contenente cir- 
ca 5 litri di olio d'ulive, il quale veniva scaldato con larga fiamma 
ad alcole, suscettiva d'essere regolata e ridotta a varie distanze dal 
fondo del vaso. Il liquido, durante lo scaldamento, veniva sommosso 
tratto tratto, col far gorgogliare una serie di bolle d' aria attraverso 
il liquido mercè due canne di vetro, che sbuccavano presso il fondo 
del vaso in direzione obliqua ad esso ed in versi tra loro opposti. 
Due termometri comparati indicavano la temperatura del liquido 
presso il fondo e verso il mezzo della sua altezza. 

2. Resi però avvertiti dalle anteriori prove, ci proponemmo di 
usare altresì le seguenti cautele: 1° aumentare gradatamente la tem- 
peratura nel bagno ad olio, curando la distribuzione del calore in ogni 
sua parte; 2° evitare ogni rapido salto di temperatura nell'atto di 
estrarre i palloni del bagno; 3° tenere poco alta e poco variabile la 
temperatura della cameretta calda. 

Perocché talune delle precedenti serie di prove ci avevano mostrato 
il danno prodotto dalle variazioni troppo repentine nella tempera- 
tura. Pare che il lavoro d'organizzazione delle materie organiche di- 
sciolte in queste soluzioni richieda una graduale e lenta mutazione 
nella temperatura, affinchè non intervenga una variazione nella ve- 
locità termica delle molecole organiche disciolte, differente di molto 
da quella che occorre in pari tempo nel liquido solvente. Però nelle 



L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 41 

seguenti due serie di esperienze procurammo di evitare queste nocive 
influenze. 

3. Nella serie nona, iniziata il 22 giugno p. p., si prepararono tre 
soluzioni: una di sugo di zucca, spremuta a caldo, che fu divisa in 
due palloncini a e b; un'altra di sugo di carne, spremuta questa dopo 
macerazione per ben due ore in un volume d'acqua eguale a quella 
del muscolo digrassato e finalmente tagliuzzato, e questa pure fu 
divisa in due palloncini e e d; la terza soluzione venne fatta con un 
tuorlo d'uovo stemperato in 160 grammi d'acqua, e ripartita anche 
essa in due palloncini e ed f. 

Tutti questi palloncini furono, al solito, ermeticamente suggellati, 
col fonderne al cannello l'estremità del becco; li si collocarono di 
poi nel bagno ad olio, che si ebbe cura di coprire con ap[)osita lamina 
metallica, ben serrata, sicché tutti i palloncini stessero ben sommersi 
entro l'olio; e si governò la temperatura così da scaldare tutto il 
bagno gradatamente sino a 105°, e da mantenerlo poi a questa tem- 
peratura per ben 15'. Ma, durante questo scaldamento, i tre pallon- 
cini a, 6 ed e esplosero, per insufficiente resistenza delle loro pareti 
all'eccesso della pressione interna su la esteriore. I tre altri pallon- 
cini rimasti integri vennero tolti dal bagno, dopo che esso era sceso 
molto al di sotto dei 100", e vennero collocati nella cameretta che si 
procurò di mantenere fra 35 e 40 gradi. 

, Nel primo giorno di luglio si aprirono i due palloncini con sugo di 
carne, che accennava d'essersi reso fecondo per forte intorbidamento: 
ed in vero, sotto al microscopio, le goccie di questi liquidi, oltre a 
diversi vibrio-bacilli abbastanza vivaci, offrivano molti cadaveri di 
altri vibrio e parecchie forme del Leptothricc, le quali, essendo una 
derivazione dei vibrioni, provano che da questi fosse già stato e da 
più giorni popolato quel liquido. Aprendo invece il palloncino prepa- 
rato colla soluzione di tuorlo d' uovo, ed esaminandone il contenuto, 
vi si rinvennero diverse forme mieliniche e granulazioni vitelline a 
moto brauniano vivacissimo; talché codesta soluzione dev'essere 
passata a questo stato che noi chiamiamo di dissociazione, e che è 
improprio alla produzione del vibrio bacillo. 

4. Nel giorno 3 luglio si preparò la serie decima colle anzi- 
dette tre soluzioni, ripartite in distinti palloncini che, suggellati e 
posti nel bagno ad olio, vennero scaldati gradatamente a 105°, e man- 
tenuti a questa temperatura per 35'. Tolta poi la fiamma, si lasciò 
procedere con lentezza il raffreddamento, cosicché il bagno si tenne 
oltre i 100° per altri 6'; trascorse mezz'ora per iscendere a 80°, ed 
un'ora intera per ridursi a 65°. Allora soltanto si estrassero i pal- 
loncini, per collocarli nella cameretta, mantenuta fra i 35" e 40°. Già 
nel di successivo tutte queste soluzioni apparivano fortemente torbidCf 



42 L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 

Infatti, avendo aperto i palloncini, trascorse appena 36 ore dalla 
loro preparazione, si rinvennero: nel sugo di carne moltissimi vi- 
brio-bacilli, assai vivaci, ma piti corti o sottili di quelli osservati 
nelle precedenti serie, quand'eran trascorsi piti giorni dalla prepara- 
zione ; nel decotto di zucca molti bacterium termo, vivacissimi, ed un 
gran numero di granulazioni con particolari movimenti bacteroidi ; e 
nella soluzione di tuorlo molte forme mieliniche, e moltissime minute 
granulazioni col moto brauniano proprio della dissociazione. 

Ecco dunque che le predette soluzioni di sugo di carne e di decotto 
di zucca, sebbene sieno state assoggettate per 50' a temperature su- 
periori ai 100", anzi per ben 35' a 105% si mostrarono tuttavia fe- 
conde in singoiar modo di vibrio-bacilli e di bacterii, nel breve de- 
corso di un giorno e mezzo. E si noti che il volume del liquido con- 
tenuto in ciascun palloncino non eccedendo mai i 40cc e distendendo- 
visi con larga superficie, atteso il notevole diametro de' palloni, non 
poteva non aver esso risentita in ogni sua parte, al pari della intera 
parete vitrea e dell'aria rinchiusa, la stessa, temperatura del bagno, 
entro il quale stavano completamente affondati, e dove i termometri 
erano pronti ad accennare le temperature proprie di tutto quanto era 
sommerso nell'olio. 

5. Pertanto, queste due serie di esperimenti, mentre concordano 
coi molti risultati affermativi da noi avuti dal 1863 al 1868, li esten- 
dono anche in tal senso che mostrano potersi ottenere le predette 
forme organizzate ancorché si mantenga lo scaldamento a 105" per 
piti di mezz'ora in una piccola massa di una soluzione organica e dj 
aria, d'ogni parte investita da un bagno avente codesta temperatura. 
E d'altra parte le precedenti nostre esperienze estendono a piti alta 
temperatura il limite di produttività per cosiffatte soluzioni. 

Infatti, riassumendo le esperienze da noi continuate nei predetti 
anni ed eseguite però nei mesi piti caldi, dal giugno all'agosto, tro- 
viamo un complessivo di 65 palloni scaldati, entro pentola papiniana 
e per almeno 15' a temperature comprese tra 105° e 117°, dei quali 
47 furono produttivi e 18 infecondi. Anzi, suddividendo codesti saggi 
in due gruppi, troviamo: 

Produttive I feconde 

Soluzioni organiche scaldate fra 105° e 112'^ ... 36 8 

» 113 » 117 . . . 11 10 

Ritornano ... 47 18 

Laonde sino a 112", coleste soluzioni serbarono, in grande mag- 
gioranza, cioè nel rapporto di 4, 5 ad 1, la facoltà di produrre il 
vibrio bacillus od il bacterium termo: a condizione però che la tem- 



L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 43 

peratura ileirambionte noi quale si mantenevano di poi i palloni chela 
raccliiudevano con suggello ctnuetico, si serbasse superiore a 25^. 

Se poi l'insieme dei predetti saggi si suddivide invece con riguardo 
alla varia natura delle soluzioni organiche sottoposte alla prova, si 
ottengono i seguenti 5 gruppi, nei quali sono ordinati i singoli saggi, 
con riguardo alle temperature crescenti di scaldamento: 





Solui 


:ione 




Sugo 




Decotto 




Soluzione 








Produttive ) ^' 
Infeconde \ §. 




di carne 




di ; 


zucca 




diali 


)um. 




Latte 




3 


IO 


•43 
3 


1 

5 


> 
3 

3 

1 

di 


"a 


Ti 

e a 


109°. 


.. 2 


— 


105". 


.. 9 


— 


lOSo . . 


. 4 


ì{d) 


110" 


... 2 


_ 


112".. 


. 2 - 


110 . 


.. 2 


— 


107 ., 


,. 1 


l(c) 


110 .. 


. 2 




112 . 


... 2 


_ 


113,5 . 


. 2 — 


Ili . 


. . — 


2 {a) 


lOS .. 


,. 4 


— 


112 .. 


. 1 


3 


113 


... 2 


_ 


114.5 . 


. - 2 


115 . 


.. 2 


— 


110 .. 


. 4 


— 


113.5- 


- — 


2 


113 


... 1 


l{d) 


115 .. 


. — 2 


116 . 


.. 2 


— 


112 ., 


,. 1 


l(d) 


114 .. 


_ 


1 




— 









117 . 


.. 2 


_ 


113 . 


. . — 


2 




— 






7 


1 




4 4 


118 . 


. . _ 


2(6) 




— 


— 




7 


7 




~~ 






— — 


119 . 





2{&) 




19 


4 



















Da questi raffronti è facile rilevare che la temperatura limite per 
la produttività de' minori organismi varia tal poco colla natura delle 
soluzioni, con quest'ordine: soluzione di tuorlo 117", latte 114°, so- 
luzione d'albume 113°, sugo di carne e decotto di zucca 112°. Per- 
ciò le soluzioni contenenti vescicole grasse oltre alle granulazioni 
proteiche (tuorlo e latte) sarebbero quelle che accennano maggior re- 
sistenza al perdere rattitudino a produrre i detti organismi. 

Insomma le soluzioni piti ricche di sostanze organiche e piti elevate 
di costituzione sono le piU opportune per codeste produzioni, e le piti 
tolleranti di alte temperature. 



(a) Questa soluzione di tuorlo che rimase infeconda era stat i già riccamente produttiva 
di vibrio e di bacteri innanzi di riachiuderla nel palloucino ed innanzi scaldarla a 111". Ora, 
se questi esseri richiedessero germi spei^iali, e se questi resistessero ad alte temperature, 
codesta soluzione sarebbesi trovata anzi in più favorevoli condizioni di fecondità dell' altre 
rinchiuse di subito, cioè appena preparate. An-5Ì il predetto fatto ci si presentò più volte, e 
ci sembra deporre altamente a favore della eterogenia. 

{b) Diedero solo forme mieliniche e gran numero di granuli dotati di vivacissimo moto 
brauniano. Lo stesso risultato ebbimo colla medesima soluzione scaldala a 120" ed a 130°. 

(e) La soluzione infeconda stava in un palloncino assai pi^^colo, dov' era scarso il volume 
dell'aria, rispetto a quello del li-juiilo medesimo che fu iirodutlivo. 

^d) Qui la soluzione apparve infeconda in quanto uuo de' palloncini fu aperto precocemente, 
mentre l'altro preparato similmente, ma aperto qualche giorno dopo, risultò produttivo. 



44 L. MAGGI, E G. CANTONI, RICERCHb: SPERIMENTALI SU l'eTEROGENESI, ECC. 

svelare piti facilmente la cagione, od almeno una delle cagioni, per le 
quali le soluzioni organiche possono perdere, colla successiva eleva- 
zione di temperatura, l'attitudine ad ingenerare i primi organismi. 
Abbiamo già notato più volte che il latte scaldato oltre 114° e la so- 
luzione di tuorlo oltre i 117° offrono distintissimi ed assai vivi il 
moto brauniano nelle vescicole grasse e nelle granulazioni albuminoidi, 
le quali, appunto perchè collo scaldamento successivo si rendono ol- 
tremodo piccole, acquistano le condizioni fisiche necessarie al moto 
brauniano. Secondo che uno di noi ha altrove dimostrato (1), questo 
moto richiede non solo una grande tenuità nelle parti solide nuotanti 
in un dato liquido, ma ben anco una notevole differenza nella calo- 
rità specifica tra liquido e solido ad una data temperatura; poiché, in 
correlazione con questa differenza, sorgerà una differenza nel ritmo 
vibratorio dei due corpi che mutuamente si toccano da ogni banda, 
e quindi un reciproco disturbo nelle rispettive vibrazioni termiche 
delle loro molecole. Ora è facile avvedersi che, nel caso nostro delle 
soluzioni organiche scaldate al di là dei 100°, oltre alle dette per- 
turbazioni molecolari invisibili, potranno facilmente manifestarsi dell© 
perturbazioni reciproche anche fra le particelle di mole appena sen- 
sibile con forti microscopii. Perocché nell'acqua, appunto verso i 100° 
si determina un'incremento molto rilevante nella tensione del vapore 
da essa prodotto, in relazione alla sua forza evaporante, la quale 



procede come segue. 


secondo Regnault: 






Temper. 


Tensione 


Incremento 


Temper. 


Tensione 


Incremento 


80° 


miU. 355 




100° 


min. 760 




85 


» 433 


min. 78 


105 


» 906 


mi!!, 146 


90 


» 523 


X. 92 


110 


» 1075 


» 169 


95 


» 634 


» 109 


115 


> 1209 


> 194 


100 


X. 760 


» 126 


120 


y> 1491 


» 232 



Pertanto l'incremento nella tensione del vapore acqueo da 115° a 
120° è più che triplo di quello che si verifica fra 80" e 85°, e quasi 
doppio dell'incremento che occorre fra 95° e 100°. 

Ora noi crediamo che debba crescere similmente la forza evapo- 
rante nelle parti interne del liquido, cioè in tutti gli spazii intermo= 
lecolari di questo, dove i vapori si diffonderanno e si condenseranno 
a vicenda, in modo continuo, e simile a quanto accade per un liquido 
contenuto in uno spazio dove il vapore di esso abbia raggiunta la 
densità massima, rispondente alla tensione massima per una data 
temperatura (2). Epperò con un si rapido crescere delle forze tensive 

(1) Su alcune condizioni fisiche dell'aj^inità e sul moto t>rauniano, Nota 
del prof. Gr. Cantoni, Bend. del R. Ist. Lomh., gennajo 1868. 

(2) Efficacia dei vapori neW interno dei liquidi, nota del prof. G. CAN- 
TONI, Bend, del B, Ist. Lomh., marzo 1876. 



L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 45 

per un solo grado, le particelle delle sostanze grasse e dulie protei- 
che, nuotanti nell'acqua, si ridurranno più facilmente in particelle 
minori e giungeranno a quella tenuità di mole, per la successiva di- 
sgregazione, ed a quella sentita differenza di ritmo vibratorio, per cui 
può sorgere il moto brauniano piìi spiccato, ed aversi pur quello stato 
di estremo disgregamento delle sostanze organiche, che noi chiamam- 
mo dissociazione, e che segna il limite di produttività di nuovi or- 
ganismi per ciascuna soluzione. 

Poicliò, giova ripeterlo, non fu mai nostra pretesa di mostrare che 
da elementi inorganici possano sorgere d'un tratto veri organismi, 
bensì abbiam detto che, per ottenere anco le piti semplici forme or- 
ganizzate necessitino: la preesistenza di talune sostanze organiche 
(materie proteiche, materie grasse, ecc.), ed insieme la concorrenza di 
altre materie inorganiche (sali e basi animali, acqua, aria, ecc.), e 
di talune condizioni fisiche (calore, umidità, ecc.), le quali però an- 
cora ignoriamo nei loro particolari qualitativi e quantitativi (1). Un 
organismo non può sorgere che col concorso di date materie organi- 
che e di date condizioni , al modo istesso che ogni prodotto della 
chimica organica, ovvero della chimica del carbonio, non può otte- 
nersi, per via sintetica, se non si segue un dato procedimento, cioè 
per date successive sostituzioni, aggregazioni e trasformazioni. E 
così ancora la natura non passa da una ad altra specie di esseri or- 
ganizzati, tuttoché affini tra loro, se non per una data serie di lente 
e graduali trasformazioni, ed in opera di date influenze degli ambienti. 
Ad esempio, nei nostri palloncini il leptothrix non si manifestò mai 
se non quale una derivazione del viàrio bacillus. La natura, come 
ben disse Galileo, in ogni cosa procede per gradi e per vie assegnate, 
benché spesso, in apparenza, diverse. Or, come sarebbe ridicola la 
pretesa da parte nostra di creare, ossia formare organismi quali si 
vogliano senza previi materiali organici, così è assurda e malevola 
l'accusa che da taluni si muove all'eterogenia (intesa come noi 
facciamo), di voler pretendere appunto quanto noi rifiutiamo. 

7. Innanzi chiudere queste riflessioni, ci sia permesso aggiungere 
alle prove testé ricordate con iscaldamenti superiori ai 100°, i molti 
altri saggi da noi fatti a 100** soltanto. Però, in ogni caso, le diverse 



(1) Veggonsi : Su le distinzioni introdotte nella generazione spontanea, 
Nota del prof. L. Maggi, Bend. del R. Ist. Lomh., giugno \%lA\Nìiova 
serie di sperimenti su l'eterogenia di L. Maggi e Gr. Cantoni, Kcnd, del 
R. Ist. Lomb., febbrajo 1875; Ricerche sperimentali su l'eterogenesi, pri- 
ma comunicazione di L. Maggi e G. Cantoni, Rend, del R. Ist. Lomb,, 
maggio 1877. 



46 L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 
soluzioni organiche venivano chiuse in palloncini, suggellati ermeti- 
camente, scaldati dapprima gradatamente sino a 100', e mantenuti 
poi a questa temperatura per 15' a 20'. Ma ci limitiamo a racco- 
gliere qui sotto quei casi ne' quali la temperatura dell' ambiente si 
tenne poi superiore ai 25'^ per 3 o 4 giorni, dopo un sì fatto scal- 
damento. Poiché, se la temperatura del mezzo discende a 20°, o piti 
sotto, si hanno soltanto de' risultati negativi. Noi crediamo anzi di 
essere stati tra i primi a segnalare questa cagione delle tante spe- 
rienze negative avute da osservatori, anche molto valorosi. 

Palloncini scaldati a 100'^ per 15' almeno Produtt. Infeconde 

Nel 18G6 soluzioni diverse 27 — 

" 1867 » di tuorlo .... 9 3 

" 1868 sugo di carne 3 1 

» 1876 soluzioni diverse 8 2 

n 1877 « « 13 5 

In tutto . . 60 11 

Ora, per questi 71 palloncini troviamo che i casi produttivi stanno 
ai casi negativi nel rapporto di 5,5 ad uno. E sebbene qui lo scalda- 
mento siasi limitato ai 100°, l' averlo continuato per almanco un 
quarto d'ora e spesso per 20, per 30 e per 45 minuti, e talvolta 
anche per un'ora intera, e sempre poi con palloncini contenenti poco 
volume di liquido e completamente involti dall'acqua bollente entro 
vaso a doppia parete, ci fanno sicuri che i molti casi produttivi così 
avuti non possono attribuirsi ai germi atmosferici, come vorrebbe il 
Pasteur, 

Imperocché le più volte abbiamo provato che i vibrioni ed i bac- 
terii si riducono allo stato di meri cadaveri non appena che le so- 
luzioni vengano mantenute per 10' a 70, oppure per 5' ad 80°. E 
ripetiamo poi che non possiam credere che i germi di questi esseri, 
i quali sarebbero tanto piccoli, da non essere mai stati direttamente 
veduti e determinati nelle loro forme anche coi piti forti microscopi, 
possano, per ragione di picciolezza, sfuggire all' azione disgregante 
o disorganizzante del liquido caldo che li involge; laddove essi, a 
maggior ragione, dovrebbero risentire l'efficacia di questo calore, of- 
frendo una superficie di contatto col liquido, piti estesa, relativa- 
mente al volume loro. 

Né vale contro di ciò il citare quei casi, nei quali questi esseri 
sono stati veduti entro acque termali a temperature poco inferiori 
ai 100°, perciocché abbiamo più volte notata la influenza, potremmo 
dire, della abitudine anche in questi piccoli esseri, per cui, se essi 
si formarono entro liquidi mantenuti a lungo a temperature superio- 



L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 47 

ri a 40", si estinguono o si intorpidiscono, raffreddando prontamente 
la soluzione a 20"; e reciprocamente quelli formatisi in soluzioni 
non iscaldate ed in vasi aperti a temperature inferiori a 20", muojono 
o perdono quasi ogni movimento, scaldando la soluzione rapidamente 
anche appena poc' oltre i 40°. 

Certamente poi questi germi dovrebbero struggersi quando le so- 
luzioni vengono scaldate per oltre una mezz'ora a 105" ed a 110". 
Ma pur in questi limiti noi abbiamo avuto 30 casi produttivi contro 
2 infecondi, ed anche a temperature comprese fra 110 e 117 gradi 
abbiamo avuti altri 17 casi positivi contro 16 negativi. 

Pare a noi che se la nostra opinione può essere chiamata un'ipo- 
tesi arrischiata, questa qualifica possa pure applicarsi alla opinione 
del Pasteur , il quale suppone la conservazione dei germi a tempe- 
rature superiori a 100° ed a 110°, ammettendo però che ad una 
cert' altra temperatura, per esempio a 115° od a 120°, questi germi 
più non resistano alla azione dissolvente dell'acqua. 

Per noi, che diciamo poter sorgere un vibrio ed un bacterio senza 
bisogno di un vero germe, non occorre di mostrare che i germi ci 
siano, e manco che essi debbano estinguersi a questa ed a quella 
temperatura. Laddove, chi suppone i germi, è tenuto anzitutto a tro- 
vare modo di renderne sensibile l'esistenza, e di poi a mostrare 
come resistano essi incolumi sino a 100", a 110°, a 115°, e si strug- 
gano invece a temperature di pochi gradi superiori. 

Ipotesi per ipotesi, ci sia permesso a dar la preferenza alla nostra, 
la quale non ha bisogno di ricorrere ad alcun atto creativo so- 
vranaturale per immaginare la produzione degli organismi piti sem- 
plici. Noi diciamo che oggi questi si possono costituire per atto di 
trasformazione progrediente, colla consociazione di date sostanze or- 
ganiche disciolte in dati liquidi ed entro certi limiti di temperature, 
e soggiungiamo però che a tali alte temperature superiori, codesta 
consociazione nor. può avvenire, essendo dissociate, cioè passate ad 
uno stadio di trasformazione regrediente, le stesse sostanze organiche. 
Così possiamo pur concepire che, in antichissimi tempi, quando la 
temperatura dell'acqua e dell'aria erano molto elevate sul pianeta 
nostro, gli elementi dello sostanze organiche stavano tutti dissociati ; 
poi, col progressivo raffreddamento, si poterono consociare gli ele- 
menti stessi a costituirne le sostanze organiche, e finalmente queste 
ultime, consociandosi fra loro, in opportune condizioni di ambiente, 
poterono ingenerare gli organismi primitivi. 



48 



ECONOMIA. RURA.LE. — I conci chimici, V industria agraria e la 
pro}-)rietà fondiaria. Nota del M. E. prof. Cantoni Gaetano. 

Dovendo parlare di conci chimici, dichiariamo avanti tutto che non 
perderemo tempo a dimostrarne quella utilità grandissima che troppi 
fatti già comprovarono. Noi ci limiteremo a considerare quei conci 
nelle conseguenze della loro azione sulla proprietà fondiaria e sulla 
industria agraria. 

Fra i conci chimici alcuni ve ne sono più specialmente destinati 
a dare od a rendere i materiali richiesti od esportati dal prodotto 
delle coltivazioni, quali sarebbero i fosfati e molti sali potassici ; e 
questi potrebbersi qualificare fertili zzatovi, o conservatori della fer- 
tilità. Altri invece esercitano sui materiali terrosi già proprj del ter- 
reno una azione, non ancora ben conosciuta, per la quale questi 
passano più prestamente dallo stato inerte allo stato assimilabile, 
promuovendone l'esportazione senza una corrispondente consegna o 
restituzione. Tali sarebbero i sali ammoniacali, il nitrato di soda, e 
quasi anche il nitrato di potassa. Questi, pel molto azoto che con- 
tengono, vennero dal Liebig con appropriatissima espressione quali- 
ficati siccome conci liquidatori della fertilità, od estenuanti. 

I conci conservatori, esercitando sul terreno una azione ben di- 
versa da quella dei conci liquidatori, devono anche avere scopi di- 
versi. Pel proprietario, i conci liquidatori possono venire adoperati 
pei primi, allorché trattisi di ridurre coltivabile un terreno incolto. 
Pel coltivatore affittuario saranno all' incontro adoperati da ultimo, 
quando, negli ultimi anni di locazione, voglia sfruttare un terreno 
che poi debba abbandonare. Interessa al proprietario 1' equilibrare 
l'azione dei conci liquidatori con quella dei conci conservatori, affin- 
chè l'utile del momento non vada disgiunto da quello dell'avvenire. 
Ma, nell'affittuario, è cosa ben naturale che predomini il desiderio 
del vantaggio del momento, e che, per conseguenza, dia, a tempo op- 
portuno, la preferenza ai conci liquidatori. 

Anche prima che i conci chimici fossero conosciuti, nei capitoli 
d'affitto dichiaravasi che il podere era dato affinchè fosse migliorato 
e non deteriorato. Talune operazioni le quali, nella durata della lo- 
cazione, non potevano ricompensare le spese necessarie per eseguirle, 
venivano prescritte siccome obbligatorie, quali i piantamenti in ge- 
nere, ed alcuni movimenti di terra. E, perchè fosse conservata la 
fertilità del podere sino al temine del contratto, veniva determinato 
Il numero e la qualità dei capi di bestiame da aversi costantemente; 



G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L'INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 49 

si proibiva la rottura dei prati stabili ; il vendere foraggi, paglie e 
concimi; il variare la estensione speciale e prescritta per ciascuna 
delle coltivazioni che entrano nella rotazione agraria; e persino il 
coltivare certe piante le quali, a torto od a ragione, erano ritenute 
siccome estenuanti. E multe piU o meno rilevanti erano stabilite 
pei casi di contravvenzione. 

Queste norme sono tuttora in vigore; e se molte volte sono uno 
ostacolo al ben fare, sono non di rado uno ostacolo anche al mal 
fare. Cionondimeno, oggidì, quelle norme non le crediamo sufficienti 
a tutelare la proprietà contro il possibile abuso dì alcuni conci chi- 
mici aventi una azione liquidatrice. 

Ville, quando nei primi suoi scritti portò lo scredito o la sfiducia 
sullo stallatico, per far strada ai conci chimici, disse che il cercare 
concime dal prato e dal bestiame era cosa troppo lunga, troppo co- 
stosa, e sempre piena di pericoli. Disse che prato e bestiame immo- 
bilizzavano di troppo coltivatore e capitale; che rendevano troppo 
lunga l'industria; che vincolavano a rotazioni includenti coltivazioni 
che si bilanciavano in perdita; che obbligavano il coltivatore a prov- 
vedere ed a dirigere un'industria in più, distogliendolo quasi dal- 
l'attendere ai campi, pisse che il prato supponeva spese per la irri- 
gazione e per la conservazione dei foraggi, e che il bestiame ed i 
prodotti di questo richiedevano pure delle costruzioni speciali; che 
infine, questo complicato e costoso congegno non rendeva al terreno 
.tutto quanto esso aveva ceduto ai prodotti, avviando questo lenta- 
mente alla sterilità, ed il coltivatore alla miseria. 

I conci chimici, all'incontro, diceva il Ville, non solo sono desti- 
nati a togliere tutto quel complicato, costoso e pericoloso metodo 
di fabbricare concime, ma benanco a liberare l'industria agraria dai 
vincoli della rotazione, a far sentire più prestamente gli utili, e forse 
a rendere annuale anche l'industria agraria. 

Ma gli è appunto questo modo rapido, diretto, e quasi annuale, 
col quale agiscono i conci chimici, che deve metterci in guardia con- 
tro gli abusi che di loro può farsi in certi casi. 

Non vorremmo però che questa nostra maniera di esprimerci po- 
tesse farci credere avversarj dei conci chimici. Tutt' altro. Noi siamo 
troppo convinti della loro utilità, e noi pure li diciamo i conci del- 
l' avvenire. Che anzi, li reputiamo siffifttamente efficaci da conside- 
rarli siccome i rimedj eroici o gli strumenti di precisione; e vor- 
remmo che fossero assai meglio conosciuti, acciò il coltivatore sa- 
pesse trarne tutto il profitto possibile senza danno o della industria 
o della proprietà. 

Noi, è vero, non spingeremo mai la predilezione pei conci chimici 
Rendiconti. — Serie II, Voi. XI. 4 



50 G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L'INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 

sino a sostituirli per intiero allo stallatico; ma siamo convinti che 
essi sono destinati ad affrettare utilmente il cammino della industria 
agraria, a favorire direttamente le diverse coltivazioni, ad aumentare 
quasi a nostra volontà la loro annuale produzione, a ripeterle 
quando convenga, infine a far camminare l'agricoltura colla intelli- 
genza e col capitale piuttosto che col tempo. 

Noi pure diciamo che se lo stallatico è il migliore concime pel 
prato, poiché quel concime non è altro che foraggio trasformato che 
ritorna al terreno che lo produsse, quel concio non concima mai di- 
rettamente né completamente alcuna altra coltivazione. I poderi danno 
prodotti i quali in parte sono consumati dall'uomo ed in parte dagli 
animali; e così alcuni sono di preferenza consumati nelle città ed altri 
nelle campagne, e di solito sul luogo di produzione, dove lasciano i loro 
residui, mentre i residui della alimentazione umana o vanno dispersi od 
il piti delle volte non ritornano al terreno d' onde provennero. Po- 
trebbesi quindi dire che la silice, la calce e la potassa rimangano 
per la massima parte sul podere, mentre l'azoto e piti ancora l'acido 
fosforico siano per la maggior parte esportati. E se altra causa non 
vi fosse di sottrazione della fertilità, avremo sempre i fitti, o gli in- 
teressi, e le imposte, cose tutte le quali alla fin fine sono pagate con 
denaro, frutto della vendita di una certa quantità di materiali ter- 
rosi trasformati in prodotto. 

Pertanto, osservando le cose in grande, un perfetto equilibrio colle 
sole forze del podere, dovrebbe essere impossibile. Niente deve quindi , 
sembrare piti logico che il dire = Facciasi pure quanto di meglio si 
crede, ma il prato ed il bestiame non arriveranno mai a colmare la 
sottrazione fatta dall'interesse del capitale fondiario od industriale, 
dalle imposte e da tutti i bisogni di esistenza del coltivatore. Non 
basta adunque trasformare il terreno in stallatico, è necessario por- 
tare sul podere materiali che lo risarciscano delle perdite =. 

Eppure, vorremmo sapere cosa risponderebbe un proprietario, al 
quale presentandosi chi voglia prendere in affìtto le sue terre, gli 
dicesse: Mi sollevi dall' obbligo di mantenere costantemente sul po- 
dere quel dato numero di capi di grosso bestiame, e mi.lasci rom- 
pere i prati. Io so fare senza dello stallatico, anzi so far meglio e 
senza tanti disturbi, perchè conosco l'efficacia dei conci chimici. Io 
mi obbligo a fare largo uso di questi. 

La risposta del proprietario ci pare di sentirla: Apprezzo in lei, 
dirà, un coltivatore che segue i progressi della scienza agraria; ma le 
domando con quali scorte ella mi può garantire il pagamento del 
canone d'affitto, quando, per cause anche estranee alla di lei capacità, 
non potesse far buoni affari? Io non desidero esercitare una conti- 



0. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L' INDUSTRIA AGRARIA, ECC SI 

nua, odiosa, od anche impossibile sorveglianza sui di lei averi e sulle 
di lei azioni. Attualmente, io so che quando vi sia una data esten- 
sione di prato ed una data quantità di bestiame, affittuario e podere 
si trovano in buone condizioni, e vivo tranquillo. Ma coi conci chi- 
mici, come fare? Come stabilirne la quantità e la qualità, e la somma 
occorrente? E sopratutto, come essere certi della loro efficacia, e della 
loro razionale applicazione? 

Infine, se noi fossimo proprietarj non daremmo mai in affitto le 
nostre terre ad un coltivatore il quale si proponesse di usare sol- 
tanto conci chimici ; e non le daremmo per prudenza e non già per 
ignoranza, poiché, se fossimo coltivatori vorremmo anche noi con- 
cedere una larga parte ai conci chimici. 

Ma, senza occuparci dell'uso esclusivo dei conci chimici, ci sem- 
bra già importante il provvedere agli abusi che di quelli può fare 
il coltivatore negli ultimi anni di locazione, acciò proprietario e 
coltivatore non abbiano a sentirne danno al momento del bilancio. 

Gli studj fatti recentemente da Lawes e Gilbert, se si possono con- 
siderare siccome un tentativo per stabilire dei reciproci compensi fra 
proprietario e coltivatore, ci provano però sempre più la necessità, 
ed in pari tempo la difficoltà, di stabilire norme per l'uso dei conci 
chimici negli ultimi anni di locazione, e specialmente nel caso di non 
rinnovazione o di rescissione dell'affitto in corso. Poiché sarebbe neces- 
sario conoscere, almeno approssimativamente, non solo quanto di 
ciascun concime venne esportato dal podere coi prodotti venduti e 
quanto ne rimase, ma in certi casi sarebbe utile il conoscere ezian- 
dio quanto di materiali già proprj dal terreno sia stato esportato. 

I risultati di quelli studj si possono, sommariamente, ridurre ai se- 
guenti: 

Fieno. 

Per ogni quintale di fieno comperato nell'ultimo anno e consumato sopra 
luogo, compenso di L. 3. 75 

Per ogni quintale di fieno comperato, ma dopo un raccolto di radici 

consumate sopra luogo, compenso del 80 ^!^ 

Per ogni qnintale di fieno comperato, dopo un [raccolto di radici 
consumate come sopra, ed un raccolto di cereali, lasciata la pa- 
glia, compenso del 35 » 

Nel caso anzidetto, ma dopo due raccolti di cereali, lasciata la 

paglia, compenso del 5 » 

Se a vece di un secondo raccolto di cereali, si fossero coltivati 
dei foraggi consumati in posto, compenso del 10 » 

Per ogni quintale di fieno venduto nell'ultimo anno, multa di L. 3. 75 



52 G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L' INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 

Stallatico. 

Se il coltivatore lascia il podere dopo un primo anno a radici, ha 

diritto ad un compenso del . , 80 •*„ 
n n n dopo un primo anno a radici ed 

il secondo a cereali, ha diritto ad 

un compenso del 45 » 

» X n dopo un primo anno a radici e il 

secondo e terzo a cereali ha diritto 

ad un compenso del 15 » 

» » » dopo un primo anno a radici, il 
secondo a cereali e il terzo a fo- 
raggi ha diritto ad un compenso del 25 « 
Se il foraggio è pascolato nel quarto anno, ha diritto ad un com- 
penso del 10 n 

Se Io stallatico fu applicato direttamente ad un cereale, ha diritto 

ad un compenso del 60 »> 

Come sopra, ma dopo due anni a cereali, ha diritto ad un com- 
penso del 30 » 

Se il primo anno fu a cereali ed il secondo a foraggio, ha diritto ad 

un compenso del 40 » 

Se lo stallatico fu applicato direttamente ai foraggi pascolati, ha 

diritto ad un compenso del 90 t 
» n » dopo due anni di pascolo, 
ha diritto ad un compen- 
so del 70 » 

» ff » dopo tre anni, ha diritto 

ad un compenso del . . 40 » 
n j) » dopo quattro anni, ha di- 

ritto ad un compenso del 10 » 
Se il foraggio fu consumato nella stalla dopo un anno, ha diritto 

ad un compenso del . . 80 n 
I» n » dopo due, ha diritto ad un 

compenso del .... 60 » 
» » » dopo tre, ha diritto ad un 

compenso del .... 30 » 

Fanelli di semi oleiferi. 

Dopo un raccolto di radici consumate sul posto, compenso del . . 80 °/o 
Dopo il primo anno a radici e il secondo a cereali, lasciata la 

paglia, compenso del 35 » 

Dopo un anno a radici e due a cereali, compenso del .... 5 »» 
Dopo il primo anno a radici, il secondo a cereali e il terzo a fo- 
raggi, compenso del 15 » 



G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L' INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 53 

Se applicati direttamente ad un cereale, compenso del . . . . 35 "/<, 

" » dopo due anni a cereali, compenso del . 5 » 

Dopo il primo anno a cereali e il secondo a foraggi, compenso del 15 » 
I panelli, nelle terre sciolte, sono consunti dopo il primo anno. 
L'azoto dei panelli agisce quattro volte più presto che non quello dello 
stallatico, ma si consuma anche quattro volte più presto. 



Dopo un primo anno a radici compenso del 80 "/q 

» n » e il secondo a cereali, lasciata la pa- 
glia, compenso del 40 >» 

" » >» e due anni a cereali, compeuBO del 10 » 

" » " il secondo a cereali e il terzo a 

foraggi, compenso del 20 » 

» » n il secondo a cereali e il terzo e quarto 

a foraggi, compenso del .... 5 n 

Dopo un anno, applicando direttamente sul pascolo, compenso del 90 » 

» due anni, n » n « 65 n 

» tre anni » » » « 30 )» 

» quattro anni, ;> « » n 5 " 

Consumando il fieno nella stalla dopo il 1.** anno, compenso del . 80 n 

n „ n 2° -y » . 50 » 

« r, n S.*" n « . 15 « 

Vendendo il fieno, dopo un 1." anno, compenso del .50 " 

» " 2.0 r, n 20 « 

1) I) 3 ° )i » ... — n 

Le ossa, nei terreni argillosi, hanno una azione lentissima. 

Nitrato di soda e sali d'ammoniaca. 

Dopo un anno a cereali, compenso del .... 30 "/g 

•j due anni n » 0» 

n un anno a cereali e il secondo a foraggi compenso del . . 5 « 

Applicato direttamente ad un pascolo, dopo 1.° anno, compenso del 80 » 

» » n 2." n » 50 r, 

r, „ » 3.« n » 10 " 

Consumando il fieno nella stalla, dopo un anno, compenso del . 70 « 

n n n due anni, » , 40 n 

n » n tre » " . 4 « 

Vendendo il fieno, dopo il primo anno, compenso del .... 10 « 
11 solfato d' ammoniaca resiste di più al dilavamento che non il nitrato 

di soda. 

Perfosfato di calce e potassa. 

Dopo uu raccolto di radici, compenso del 40 ^jg 

n j» ed altro di cereali, compenso del . . 10 n 

Se applicato direttamente ad un cereale, dopo un anno, compenso del 25 n 



54 G CANTONI, I CONCI CHIMICI, L'INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 

Onano. 

Dopo un anno a radici consumate in posto, compenso del . . . 75 ^/^ 
n n r> nel cortilc, " ... 70 » 
» >» ed altro a cereali " ... 20 » 
t) 1 e due a cereali n . . . 5 " 
» n uno a cereali ed un terzo a foraggi, com- 
penso del 10 » 

Applicato direttamente ad un cereale, compenso del 30 » 

» Il seguito da foraggi, compen- 
so del 5 n 

n n pascolo, dopo il 1.° anno compenso del 80» 

Il n n 2." n » 50 f» 

n n » 3.0 » » 10 n 

Consumando il foraggio nella stalla, dopo il 1.° anno, compenso del 70 » 
n » n 2.** » » 40 »» 

n » » 3." i» n f> n 

Vendendo il fieno, dopo il primo anno, compenso del 10 » 

Dal dati qui esposti evidentemente risulta, che lo stallatico, le ossa, 
il perfosfato di calce, ed i sali potassici non azotati hanno una 
azione lenta ma durevole. Che i panelli di semi oleiferi, e più ancora 
i sali azotati, nitrato dì soda e solfato d'ammoniaca hanno una azione 
di brevissima durata. Che i fosfati uniti a sostanze azotate, riescono 
più prontamente efficaci. Che la coltivazione dei foraggi, quantun- 
que sottragga al terreno più che una coltivazione di cereali, lo la- 
scia però in condizioni migliori in confronto di questi ultimi. La 
qual cosa, apparentemente, giustifica la qualifica che loro si diede 
di coltivazione estenuante. Lawes e Gibert trovarono eziandio che 
se l'azione dei concimi solubili è più durevole nei terreni argillosi, lo 
è poi meno nei terreni sciolti- sabbiosi, perchè in questi ultimi le ac- 
que portano facilmente in basso quanto la pianta coltivata non ab- 
bia immediatamente assimilato. 

Crediamo inoltre che, nel caso di conci azotati, quali specialmente 
il nitrato di soda, ed il solfato d'ammonniaca, non solo non debbasi 
compensare un tanto per cento della somma impiegata nel loro ac- 
quisto, ma piuttosto, e per quanto strano possa sembrare, crederemmo 
più razionale il non fare alcun compenso, quando non fosse anche 
il caso d'infliggere una multa proporzionale alla quantità di quei 
conci che si fossero usati esclusivamente negli ultimi due anni di 
locazione. Noi non sapremmo fare una distinzione fra chi esporta i 
concimi, i quali prodotti dal podere devono rimanere sul podere, ed 
una esportazione o sottrazione forzata di materiali proprj del podere. 



G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L'INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 55 

E infatti, quali sono i materiali direttamente utili che il nitrato di 
soda od il solfato di ammoniaca diedero o restituirono al terreno? 
Pressoché nessuno. Eppure l'esportazione di materiali terrosi riesce 
di molto maggiore per effetto del maggiore prodotto che provocaro- 
no. Quei concimi sarebbero adunque veri vampiri della fertilità. E 
compensare all'affittuario una quota qualunque delle spese pel loro 
acquisto, sarebbe come premiare chi ci sottrae parte del nostro 
avere. 

I conci chimici, appunto perchè possono rendere, se non annuale, 
almeno più rapido l'esercizio della industria agraria, sono destinati 
a indurre profonde modificazioni nei capitoli delle affittanze, affine 
di armonizzarli colle nuove esigenze della agricoltura, e per asso- 
ciare razionalmente quei conci allo stallatico, mescolandoli od alter- 
nandoli con esso e cosi evitare che il vantaggio dell'oggi torni a 
scapito di quello dell'indomani. 

Ma qui dobbiamo far cenno di altri conci chimici, i quali sembrano 
non avere efficacia, ed anche diminuire quella dei materiali assimi- 
labili già proprj del terreno, od aggiunti con altre sostanze conci- 
manti, causando in tal guisa una spesa non compensata dal prodot- 
to. Tali sarebbero i solfati alcalini, ma piìi specialmente quello di 
potassa, nonché il carbonato della stessa base. 

A questo proposito possiamo citare osservazioni fatte da noi stessi. 
Queste si riferiscono ad una coltivazione di barba1)ictole fatta nel 
1872, seguita da altra di frumento nel 1873. I diversi lotti furono 
concimati cogli stessi conci in ambedue gli anni, allo scopo di evi- 
tare gli effetti che potevansi verificare in seguito a mescolanze. Ogni 
lotto, sia di barbabietole che di frumento, misurava m. q. 62,50. 
Ecco i risultati: 







1872 

BARBABIETOLE 


1873 

FRUMENTO 


Radici 


Foglie 


Paglia 


Grano 


cg. 


Cg. 


Cg. 


Cg. 






330. 69 
399. 33 


24.38 
32.27 


18.90 
24.80 


12.93 
15.54 


Solfato di potassa 




Perfosfato di calce 
di potassa . . . 


e solfato 


552. 42 


44.56 


26.50 


15.94 


Cloruro di potassio 




485. 62 


41.79 


28.30 


17.73 


Perfosfato di calce 




534. 8G 


48.98 


38.- 


19.94 


Nitrato di potassa e 
di calce .... 


perfosfato 


625. 76 


59.22 


52.80 


23. 25 1 



56 G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, l' INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 

L'azione del carbonato di potassa l'abbiamo dedotta da quella che 
ci presentò l'uso delle ceneri non lisciviate nella coltivazione del lino 
ed in quella del tabacco. 





1874 


1877 




LINO 

prodotto verde 

media di 5 varietà 


TABACCO 

prodotto verde 

peso di 8 foglie 

media di 10 varietà 


Chilogrammi 


Grammi 


Nessun concime 


32.10 


304 


Ceneri non lisciviate. . 






31.70 


245 


Perfosfato di calce . . 






34.83 


— 


Cloruro di potassio . . 








316 


» n sodio . . . 






37.48 


510 


Nitrato di potassa . . , 






41.74 


614 


n n soda .... 






— 


675 


Solfato d'ammoniaca . . 






43.- 


— 



Nei risultati di queste prove troviamo concimi che favoriscono 
grandemente la produzione senza che nulla aggiungano al terreno di 
direttamente utile, quali i nitrati di potassa e di soda, il solfato 
d'ammoniaca, da ultimo i cloruri, e troviamo che il solfato ed il car- 
bonato di potassa, o non riuscirono attivi od anche diminuirono gli 
effetti di altre sostanze, come vodesi dalle miscele con perfosfato di 
calce. 

Le esperienze di Lawes e Gilbert sui cereali, quelle del Risler sul 
pomi di terra e sul frumento, e quelle di Schroeder ed Erdmann 
pure sul frumento, diedero risultati identici a quelli da noi riferiti. 
Se non che Lawes e Gilbert vorrebbero spiegare il fatto dicendo che 
i solfati alcalini provocano una sottrazione dei materiali utili, come 
lo provano le analisi delle acque di fognatura dei terreni concimati 
con quelle sostanze. Schroeder ed Erdmann vorrebbero invece che i 
solfati, e in genere i sali potassici, siano contrarj alla formazione 
dell'amido nei grani di clorofilla. 

Noi non vogliamo, nò sapremmo adequatamentc indagare quanto 
ci sia di vero nell'una e nell' altra di queste opinioni. Solo diremo 
che quei medesimi sali di potassa furono trovati favorevoli alle fave, 
al trifoglio ed alle leguminose in genere da quelli stessi sperimen- 
tatori che li dichiararono inefficaci o peggio pei cereali, pei tuberi, e 
per le radici carnose. 



G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L'INDUSTRIA AGRÀRIA, ECC. S7 

A noi basta il constatare clie coi conci chimici si possono anche 
fare delle spese che poi non sono compensate dai prodotti; che in- 
fine vi sono dei conci i quali, il più delle volte non darebbero di- 
ritto a compensi. Ed aggiungeremo che fatti consimili non si verifi- 
cano mai collo stallatico. 

Noi abbiam sempre difeso il prato ed il bestiame, ed abbiamo di- 
chiarato il primo una superficie non perdente, perchè il buon bestiame 
paga assai bene il foraggio. E se conveniamo che lo stallatico non 
è il concime più diretto, nò il più pronto, perchè non contiene i re- 
sidui di tutto quanto fu prodotto dal podere, e perchè molti de'suoi 
materiali si trovano in uno stato di non pronta assimilabilità, dob- 
biamo però aggiungere che lo stallatico è il concime di meno incerta 
azione ed anche il meno costoso. Prato, bestiame e stallatico non si 
possono né si devono considerare isolatamente, ma bensì nel com- 
plesso dell'azienda rurale, colla quale sono solidali, non solo come 
prodotti, ma benanco quali mezzi di produzione. E il fatto ogni di ci 
rivela che collo estendersi del buon prato e del buon bestiame, mi- 
gliorano anche le condizioni del proprietario e del coltivatore. 

Inoltre, lo stallatico ed il prato in rotazione migliorano di molto 
le condizioni del terreno, introducendovi buona quantità di materia 
organica ; la quale, mentre col lento suo scomporsi prepara nuovi 
materiali assimilabili alla vegetazione, provvede in pari tempo a 
quella sofficità ed a quella freschezza del suolo che rendono possibili 
e profittevoli certe coltivazioni, e che tutte poi favoriscono. Il prato, 
infine, è quello che ci dà il prodotto meno incerto, e suscettibile delle 
pili svariate ed utili trasformazioni, perchè tutte ricercate dalla con- 
sumazione, o dal commercio. E il bestiame, non lo dobbiamo dimen- 
ticare, è un fondo di cassa ed una scorta pel coltivatore, una ga- 
ranzia pel proprietario. 

E vorremmo che tutto ciò fosse meglio considerato in un momento 
nel quale, viti, ulivi, agrumi, pomi di terra, bachi da seta, e non 
pochi cereali sono guasti o minacciati di guasto da parassiti vege- 
tali od animali, o da inclemenze meteoriche. 

Finalmente, il buon prato ed il buon bestiame sono ì soli mezzi 
per avere i materiali concimati sul posto, al minor costo possibile e 
senza tema di frodi ; e sono destinati eziandio a mantenere entro li- 
miti convenienti il prezzo dei conci chimici. 

Nello stallatico, sebbene vi sia una minor proporzione di acido fo- 
sforico in confronto di quanto si estrasse dal terreno coi foraggi, ab- 
biamo però in proporzioni migliori i materiali liquidatori coi ripara- 
tori, né mai come già abbiam detto l'abuso dello stallatico sarà utile 
al coltivatore e di danno pel proprietario. 



58 G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L' INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 

Infatti, volendo accontentarci della composizione meno ricca di 
materiali utili, quale è quella data dal Wolff per lo stallatico fresco, 
e tenuto conto soltanto dei componenti piìi importanti e senza calco- 
lare la materia organica -non azotata, per meglio stabilire un con- 
fronto coi conci chimici, in una tonnellata si avranno: 

Chilog. 4,5 di azoto a L. 2, 40 . . . . L. 10. 80 

2,1 di acido fosforico a L. 1 . . . » 2. 10 

5,7 di calce a Cent. 3 « 0, 15 

6,0 di potassa a Cent. 85 ... "5. 10 



L. 18. 15 



Seguendo questa norma per calcolare il valore dello stallatico, secondo 

Wolff, una tonnellata di stallatico fresco contiene un valore di L. 18. 15 

Secondo Borei » 23. 60 

Woelcker » 21. 24 

Stoeckardt » 20. 70 

» Boussingault » 14. 18 

Ora per terminare il calcolo è necessario sapere quanto costa al 
coltivatore la produzione di una tonnellata di stallatico. Ville, esclu- 
dendo lo stallatico di pecora, e supposta una stalla per 7^ di bovini 
ed un V< di cavalli o majali, ad ogni tonnellata di letame fresco dà 

un valore di L. 11. 68 

Dombasle » 6. 70 

Gasparin e Ridolfl » 6. 66 

Girardin - 6. 25 

Boussingault » 6. — 

Ed io trovai in media a Corte del Palasio - 6. — 

In ogni modo adunque lo stallatico contiene un valore molto mag- 
giore di quanto ci costa, ossia con L. 6 la tonnellata, abbiamo quanto, 
volendosi comperare sul mercato, dovremmo pagare in media L. 18 
circa, e ciò senza tener conto delle altre sostanze minerali non cal- 
colate, e delle organiche, dedotto l'azoto. 

Come mai si potè adunque asserire che cercare i concimi al prato 
ed al bestiame era, come disse Ville, un metodo troppo costoso per 
avere le sostanze concimanti, e come mai un egregio agronomo ita- 
liano potè asserire che l'esaurimento del terreno era proporzionato 
allo stallatico prodotto nei poderi? 

Quelli esclusivismi, frutto certamente del non aver visto a funzio- 
nare il buon prato ed il buon bestiame, ora non esistono più, per- 



G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L'INDUSTRIA AGRARIA, ECC. ^9 

che i fatti resistono ai falsi ragionamenti. Così pure i coltivatori 
del prato e del bestiame, si convinsero esservi nei conci chimici un 
potente mezzo per risparmiare stallatico, o per completarlo; ed il 
consumo di quei conci va ogni giorno aumentando, del che dobbiamo 
congratularci. 

Concludendo, noi vorremmo che si avessero a riformare in modo 
più razionale molti dei capitoli delle investiture d' affitto che riguar- 
dano la conservazione e l'aumento della fertilità dei poderi. Vorremmo 
che quei capitoli, a vece di seguire un quasi identico formola- 
rio, meglio armonizzassero colle attuali esigenze, e con quei nuovi 
mezzi di azione e meccanici e chimici, ormai indispensabili per ren- 
dere più sollecito e più profittevole il complicato e moltiforme eserci- 
zio della industria agraria. 



CHIMICA. — Sopra un reattivo delle sostanze riducenti in generale 
e in particolare del glucosio. Nota del S. C. prof. E. Pollacci. 

Abbenchè si conoscano divèrsi reattivi per la ricerca delle sostanze 
riducenti, e molti se ne abbiano poi per quella in particolare del 
glucosio, pure io non so astenermi dal raccomandarne anche un' al- 
tro, perocché in molte circostanze sarebb'esso, per l'esperienza da me 
fattane, più stabile, più sensibile e meno fallace di quelli, che sino 
a qui vennero applicati. 

La base di questo reattivo non è altro che il sesquiossido idrato 
di ferro, preparato ed applicato però nelle seguenti condizioni. 

Introducesi in una provetta di vetro da due a tre centimetri cubici 
d' acqua stillata, nella quale si fa pervenire, mediante la estremità 
di una bacchettina di vetro, circa una mezza goccia di soluto acquoso 
di puro sesquicloruro di ferro, poi tre o quattro gocce di soda cau- 
stica sciolta in acqua stillata, ed in ultimo aggiungesi la materia da 
analizzare. Ciò fatto, sbattesi il miscuglio, lo si scalda sino a farlo 
bollire uno a due minuti, e quindi, dopo averlo ritirato dal fuoco, 
affondesi in esso una goccia di acido solforico concentrato. Aggiunto 
l'acido, si raffredda il tubo facendovi cader sopra dell'acqua, e nel 
liquido siffattamente raffreddato, introducesi finalmente l'estremità di 
una bacchettina di vetro tenente in sospensione una mezza goccia 
circa di soluto acquoso e recente di puro ferricianuro, o prussiato 
rosso di potassio. Se 1' aggiunta del ferricianuro non darà subito 
luogo a produzione di blu di Prussia, ciò vuol dire che la materia 
sottoposta al saggio non è riducente, una colorazione azzurra più o 
meno carica, od un precipitato di questo stesso colore, dimostrano 



60 E. POLLACCi, REATTIVO DELLE SOSTANZE RIDUCENTI IN GENERALE, ECC. 

invece che la materia è riducente, piti o meno secondo il grado di 
colorazione od il volume del precipitato, cui il prussiato rosso dà 
luogo. 

La ragione delle operazioni qui sopra descritte, che non richiedono 
più di quattro a sei minuti di tempo per essere tutte eseguite, com- 
prendesi facilmente, senza bisogno di entrare in dettagli per darne 
la spiegazione. Per il contatto della soda caustica col percloruro di 
ferro si producono del cloruro di sodio e del sesquiossido idrato di 
ferro, il quale, sotto l'influenza del calore e della soda adoperata in 
leggiero eccesso, cede ossigeno alla materia riducente convertendosi 
parzialmente in ossido ferroso; in conseguenza di ciò si hanno gli 
ossidi ferroso e ferrico, che con acido solforico producono istantanea- 
mente i rispettivi solfati, e questi, per aggiunta del ferricianuro, 
danno luogo, com' è noto, a hlù di Prussia. Sicché, come la produ- 
zione del blu dimostra con certezza la presenza di ossido di ferro al 
minimo, così l'ossido al minimo pone fuor di dubbio l'azione ridu- 
cente esercitata dalla materia sottoposta al saggio. 

L'ammoniaca, 1' acido cloridrico ed il cianuro bianco di potassio 
offrono risultati meno netti e meno sicuri di quelli che si ottengono 
con r uso della soda caustica, dell' acido solforico e del cianuro 
rosso. 

La ricerca, generalmente parlando, si conduce secondo le indica- 
zioni superiormente esposte, tuttavolta il chimico pratico non ignora 
come certe date precauzioni o modalità debbano talora essere modi- 
ficate a norma delle condizioni nelle quali si opera. Per una mezza 
goccia circa, ad esempio, di percloruro di ferro, tre o quattro gocce 
di soda bastano; ma se la sostanza da analizzare non fosse neutra 
e contenesse invece degli acidi liberi, o dei sali acidi, in questo caso 
la detta quantità di soda potrebbe non esser più sufficiente. Così 
pure in alcuni casi è più utile aggiungere l'acido solforico al liquido 
dopo, anziché prima di averlo raffreddato. 

S'intende altresì che la formazione dell'ossido ferroso,, se attesta 
della presenza di sostanze riducenti, non può valere da sola a deter- 
minarne la specie. Sotto questo rapporto, il mio è un reattivo come 
quelli del Barreswil, del Fchling, e come gli altri della chimica, che 
non hanno un valore assoluto, e che non rendono i servigi di cui 
sono capaci, se non quando siano opportunamente e con la debita 
abilità applicati. La sua sensibilità è del resto veramente grande, 
tanto che 1 parte di glucosio, sciolta in 25,000 d'acqua, dà ancora 
una ben marcata reazione. 

Per mezzo del sesquiossido idrato di ferro si può distinguere in 
iscuola, con fenomeni netti ed eleganti, il saccaroso dal glucosio, e 



E. POLLACCI, REATTIVO DELLE SOSTANZE RIDUCENTI IN GENERALE, ECC. 61 



Sostanze riducenti | 


Num. 
d'ordine 


Nome 
della sostanza 


Come riduce 


Osservazioni 


1 


Acido arsonioso 


poco 




2 


n butirrico 


pochissimo 




3 


n citrico 


pochissimo 




4 


« fenico 


molto 




5 


n gallico 


moltissimo 




1 6 


» malico 


poco 




7 


" pirogallico 


moltissimo 




8 


n tannico 


moltissimo 




9 


1 tartarico 


poco 




10 


» urico 


molto 




11 


Aldeide valerica 


pochissimo 




12 


Alizzarina 


molto 




13 


Amigdalina 


poco 




14 


Apomorfiua 


moltissimo 


Il color rosso, che assume il 
liquido, non maschera del tutto 
la presenza del precipitato bleu. 


15 


Brucina 


pochissimo 




16 


Carbonio 


molto 




17 


Colla di pesce 


pochissimo 




18 


Delfinina 


moltissimo 




19 


Esculina 


moltissimo 




20 


Essenza di senape 


molto 


Per l'aggiunta dell'acido solf. 
il liquido diviene lattescente. 


21 


Floridzina 


mediocrem. 




22 


Fosforo amorfo 


moltissimo 


La difi'erenza tra l'uno e l'al- 


23 


n ordinario 


mediocrem. 


tro fosforo è attribuibile al di- 
verso grado di divisione. 


24 


Glicerina 


poco 
moltissimo 




25 


Glucosio 




26 


Idrossilamina 


moltissimo 




27 


Inulina 


moltissimo 




28 


Ipofosfito di sodio 


moltissimo 




29 


Isatina 


molto 




30 


Lattoso 


moltissimo 




31 


Morfina 


molto 




32 


Narceina 


raediocreniw 




33 


Nicotina 


mediocrem. 




34 


Orina umana 


moltissimo 




35 


Pepsina 


mediocrem. 




36 


Picrotossina 


poco 




37 


Saliva 


mediocrem. 




38 


Solfito di sodio 


molto 




39 


Solfo 


mediocrem. 


Non è certo che lo solfo agi- 
sca direttamente, quantunque 
la riduzione avvenga anche sen- 
za la presenza della soda. 


40 


Tebaìna 


mediocrem. 




41 


Timolo 


moltissimo 




42 


Tribromofcnolo 


mediocrem. 




43 


Vino bianco asciut. 


mediocrem. 




44 


Vino rosso asciutto 


molto 




45 


Zucch. biondo gras. 


moltissimo 




46 


Zucch, avana secco 
(meno bianco del preced.) 


molto 




47 


Zucch. mascavato 
(meno biancodei preced.) 


moltissimo 





62 E. POLLAGCl, REATTIVO DELLE SOSTANZE RIDUCENTI IN GENERALE, ECC. 





Sostanze 


NON RIDUCENTI 


Num. 


Nome della sostanza 


Osservasioni 


d'ordine 






1 


Acido acetico 




2 


» benzoico 




3 


» formico 




4 


n ippurico 




5 


» lattico 




6 


» ossalico 




7 


» pìcrico 




8 


» succinico 




9 


n valerianico 




10 


Alcool etilico 




11 


Amido 


È necessario aggiungere l'acido sol- 
forico al liquido freddo. 


12 


Argento 




13 


Asparagina 




14 


Atropina 




15 


Benzoato di ammonio 




16 


Caffeina 




17 


Cantaridina 




18 


Celluiosi 




19 


Chinidina 




20 


Chinina 




21 


Cinconina 




22 


Cloralio 




23 


Cloroformio 




24 


Codeina 




25 


Daturina 




26 


Essenza d'anici 


L'acido solforico vuol essere aggiun- 
to dopo il raffreddamento del liquido. 


27 


Formiato di potassio 




28 


Gomma arabica 


È utile aggiungere l'acido solforico 
al liquido freddo. 


29 


Joduro di potassio 


L'acido solforico si aggiunge dopo 
il raff"reddamento del liquido per im- 
pedire la subitanea riduzione deri- 
vante dall'acido iodidrico. 


30 


Litargirio 




31 


Magnesio 




32 


Maunite purificata 




33 


Narcotina 




34 


Ossalato di calcio 




35 


n potassio 




36 


Papaverina 




37 


Rame 




38 


Saccaroso 




39 


Salicina 




40 


Santonina 




41 


Solanina 




42 


Sottossido di rame 


Non si ecceda in prussiato rosso 
per non avere un precipitato dovuto 
a ferricianuro di rame. 


43 


Stricnina 




44 


Succinato d'ammonio 




45 


Urea 




46 


Veratrina 




47 


Zinco 





E. POLLACCI, REATTIVO DELLE SOSTANZE RIDUCENTI IN GENERALE, ECC. 63 

vedere se il primo contiene del secondo; come si possono operare 
delle lente ossidazioni anche senza bisogno di aggiungere all'ossido 
verun'altra sostanza, dacché, se la presenza d' un alcali caustico fa- 
vorisce il passaggio dell'ossigeno dall'ossido alla materia riducente, 
pure in moltissimi casi la ossidazione ha luogo eziandio senza l'in' 
tervento di sostanze alcaline. 

I due precedenti prospetti contengono, come si vede, buon numero 
di sostanze sperimentate col mio reattivo, divise, in riducenti e non 
riducenti il sesquiossido idrato di ferro. Tali ricerche sono state ese- 
guite sotto ai miei occhi dal signor Eugenio Pezzi , studente del 
4° anno di farmacia. 



GEOLOGIA. — Del granito nella formazione serpentinosa delV Appen- 
nino pavese. Nota del S. C. Taramelli Torquato. 

Recenti osservazioni sullo sviluppo dei ghiacciai nel versante me- 
ridionale delle Alpi hanno fatto intravedere un limite di loro espan- 
sione molto più ampio di quanto si era usi a credere pochi anni or 
sono, in base agli anfiteatri morenici posti allo sbocco delle principali 
vallate. E facile pertanto che ad altri succeda quanto a me accadde 
appena mi accinsi, or sono due anni, allo studio di una porzione poco 
esplorata dell'Apennino. È facile, cioè, che venendo in cognizione della 
piuttosto frequente presenza, nelle regioni mediane dell'Apennino, di 
massi, talora assai grossi, di rocce granitiche, gneissiche, micaceo- 
granatifere, a fisonomia alpina, fatto accennato prima dallo Spallan- 
zani (1), quindi confermato per numerose località dell'Apennino e delle 
Alpi, dallo Studer, dal Pareto, dal Gastaldi, dal Sismonda, dal Man- 
tovani e dal De Stefani; è facile, dico, che la mente immagini che 
tali massi rappresentino le piti lontane vestigia degli scomparsi ghiac- 
ciai, oppure i residui dei materiali abbandonati dai ghiacci galleg- 
gianti sulle spiagge meridionali di un golfo padano pliostocenico, che 
in proporzioni piìi o meno ampie alcuni- geologi tuttora sostengono 
avere continuato ad esistere anche dopo il pliocene. Fuvvi già chi 
volle intravedere piuttosto nella presenza di questo granito, reputato 
sempre erratico, l'indizio di un periodo glaciale miocenico. Altri infine, 

(1) Nel capo XXV dell'ultimo volume dei suoi Viaggi alle due Sicilie^ 
lo Spallanzani afferma di aver rinvenuto un grosso masso di granito nella 
valle del torrente Stafferà, presso Voghera. Dice poi di averne osservati 
diversi frammenti, in collezioni particolari a Piacenza, che erano stati rac- 
colti in quelle colline. 



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e precisamente quelli cli^ coq maggior profitto sì occuparono del- 
TApennino settentrionale, considerano questi massi granitici come 
intieramente legati colle formazioni ofiolitiche, variamento interpre- 
tate, ma che niuno può ora disconoscere che quivi sieno regolarmente 
alternate coi sedimenti marini deìV Eoiiene superiore o Liguriano, 
pur serbando indubbi caratteri della loro origine eruttiva. 

Come ben si vede, il dilemma tra queste interpretazioni, che ricor- 
rono a due cagioni così discoste, come lo sono i ghiacciai dai vulcani, 
è abbastanza interessante per abbisognare di una risposta, e se questo 
breve scritto non potrà darla completa, spero almeno che mi valga la 
soddisfazione di aver richiamato in campo una ricerca, a proposito 
della quale il mio egregio e ben amato predecessore e maestro, il 
prof. Balsamo Crivelli intratteneva, or sono molti anni, questo spet- 
tabile consesso. Egli, infatti, nella seduta del giorno 10 maggio del 
1845, molto opportunamente presentava una traduzione dì una Me- 
moria di Bernardo Studer sui Massi erratici secondari, e certamente 
in cuor suo sì proponeva, in seguito, dì continuarne lo studio; poiché 
nella raccolta di rocce dell'Apennino, da lui iniziata, esistono alcuni 
esemplari dì granito, raccolti in parecchie località; e precisamente: ai 
Gerbìdì dì Bobbio, a Santa Margherita di Varzi e presso Castel'Ar- 
quato nel Piacentino. 

Occorrerà appena che avverta come l'epiteto di secondari, dallo 
Studer attribuito a questi massi, fosse una conseguenza dell'idea in- 
valsa prima delle pubblicazioni del Pilla e del Murchison, e quindi 
per parecchi anni tenacemente da parecchi ritenuta che appartenesse 
alla Creta quella serie potentissima di terreni arenaceo-marnosi, nello 
sfacelo dei quali trovansi appunto i massi in discorso; terreni che il 
marchese Pareto, troppo coscienzioso scienziato per non seguire i 
progressi degli studi prediletti e così preciso nello stabilire ì rapporti 
delle formazioni apenniniche, ebbe il merito dì dimostrare pel primo 
sicuramente eocenici. Indipendentemente però dalla determinazione 
cronologica del terreno, che comprende ì massi granitici, le osserva- 
zioni del signor Studer sono, quanto si può dire, precise ed impor- 
tanti. Ricorda come già il Pareto avesse indicata una giacitura ab- 
bondantissima dì tali massi al monte Penna, tra Bobbio e Chiavari, e 
dice di averne) sservatì egli stesso nell'Apennino degli altri molti 
presso Vianino a sud di Castel'Arquato; aggiungendo di averli veduti 
associati a conglomerati serpentinosì ed a rocce amfibolicbe, che io 
penso fossero quelle iperitì, oppure le eufotidi, così frequenti e spesso 
prevalenti alle vere serpentine nelle formazioni ofiolitiche dell'Apen- 
nino eocenico. Osserva d'altronde che quei massi granitici, oltre alla 
mica, contenevano dell' arafibolo, e che ricordavano assai il granito di 



T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 65 

vai Coderà e del passo dol Muretto, tra la vai Bregaglia e le valli 
laterali della Valtellina. L'autore però, ad onta della coincidenza del 
fatto, che anche in quella porzione delle Alpi il granito è a breve 
distanza dai serpentini e dalle arafiboliti, esita ad affermare una per- 
fetta analogia tra le sue rocce. Dichiara invece che esiste identità 
completa tra le rocce di questi massi apenninici e quelli, già alla sua 
epoca famosi, dei contorni di Vevay e del cantone di Lucerna, e spe- 
cialmente della valle di Abkeren, che si apre, verso oriente, dietro ad 
Unterseen. Le dimensioni di alcuni di questi massi sarebbero indub- 
biamente straordinarie in qualunque caso di trasporto morenico, 
tanto piti trattandosi di roccia non affiorante nello vicinanze. Poiché 
il maggiore di essi, appoggiato sopra un terrazzo di sfasciume are- 
naceo e granitico di fronte ad Abkeren, misura oltre 100 piedi in 
larghezza e lunghezza con oltre 50 piedi di altezza. Ed i minori massi 
sono compresi, egli dice, in un cemento arenaceo, identico al macigno 
micaco, quivi alternato colle marno a fucoidi in una zona di Flysch^ 
fortemente ed assai variamente inclinata. È evidente che qui trattasi 
di una formazione granitica infranta e dirupata, originariamente com- 
presa nelle rocce dell'eocene superiore. Ad aumentare poi l'analogia 
coi giacimenti apenninici, il signor Studer afferma che affiora quivi 
presso, ove è rimosso il terreno vegetale, una roccia, che, senza es- 
sere una vera serpentina, molto vi si accosta pel colorito e per certe 
smaltature verdi; potendosi paragonare a quelle dioriti, che alla ser- 
pentina quasi sempre si associano e si sostituiscono. Aggiunge altresì 
che questa roccia si insinua con venule e nidi nel granito stesso; 
onde l'origine endogena di questi massi pare all'autore la piti proba- 
bile, anzi l'unica che si possa ragionevolmente sostenere e chiarire. 

Altra località interessantissima, dall'autore descritta, è la valle 
d'Ormond, a mattina di Aigle; pur essa scolpita nel terreno del Ma- 
cigno. Quivi il cemento del conglomerato granitico è così scarso che 
la roccia si prenderebbe per massiccia, ove non si presentassero alcuni 
massi di gneiss e non si osservassero nella roccia felspatica quelle 
venule e rilegature verdastre. Rilevandola grande estensione di questo 
ammasso, non dubita egli di riconoscerlo come uscito dalle viscere 
della terra per commossioni accompagnanti un metamorfismo delle 
sepolte formazioni granitiche. *> Queste commossioni, » egli dice, 
« ponno aver infranta la massa dei terreni cristallini, sopra i quali, 
quivi come altrove, devono riposare le montagne secondarie, e l'au- 
mento di volume, che dovette essere necessaria conseguenza della 
trasformazione di una massa solida in un ammasso di frammenti e di 
sabbia, avrà forzato questi massi ad uscire ed a sboccare alla su- 
perfìcie del suolo. » Alcuno non vorrà negare grande merito di vero- 
Benàiconti. Hetic 11. \o\ XI. 5 



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simiglianza a questo abbozzo di spiegazione, scritto trentaquattro 
anni or sono dall'illustre attuale presidente del Comitato geologico 
svizzero, quando lo stato della scienza non permetteva di formarsi 
una più precisa idea del metamorfismo che poteva subire il granito, 
e delle condizioni in cui potevano espandersi, sul fondo del mare, i 
prodotti di tale metamorfismo. 

Né meno importante è l'altro giacimento di massi erratici granitici 
in terreno eocenico, che l'autore stesso descrive a sud di Sonlhofen, 
a Bolgen, in Baviera; ove il granito, assai micaceo ed a struttura 
gneissica, forma dei cumuli di 15 a 20 piedi di altezza, spesso costi- 
tuiti da un solo masso, circondato da altri minori, più o meno ton- 
deggianti. I signori Sedwich e Murchison avevano considerato questa 
giacitura come un affioramento di roccia primitiva; ma il sig. Studer 
ed il signor Escher, associandosi all'opinione parecchi anni addietro 
emessa da A. Bouó, considerarono la montagna di Bolgen come fa- 
cente parte della circostante formazione del Macigno a fucoidi, e 
molto ragionevolmente sostennero tale opinione col fatto decisivo che 
inferiormente all'affioramento di essi massi, osservansi dei banchi di 
una breccia con massi dello stesso gneiss sino di 2 piedi di diametro, 
in un cemento identico alle arenarie, colle quali essa breccia si alterna. 

Chi non conosca con quanta difficoltà viene afferrato il vero, anche 
quando sembra balenare nelle più felici intuizioni, o non pensi a quelle 
transazioni colle nuove idee, che spesso fanno gli studiosi nella loro 
fiducia nel progresso della scienza, certamente sì meraviglierebbe nel 
vedere come il signor Studer, all'atto di chiudere la breve ma inte- 
ressantissima Memoria a proposito delle giaciture di Sepey e di Bol- 
gen, non escluda la possibilità di un'origine glaciale o diluviale in 
epoca secondaria, cioè eocenica; convenendo però sulla necessità, in 
tale ipotesi, di supporre dei grandi cangiamenti orografici nelle ca- 
tene che attualmente separano quelle giaciture dalle regioni da cui 
potevano provenire le rocce erratiche. Evidentemente era quella l'e- 
poca in cui l'apprezzamento delle forze endogene era esagerato dalle 
prime rivelazioni e dalle spiegazioni di quei fatti, che gradatamente 
condussero alla scoperta dell'episodio geologico, che ora conosciamo 
con maggior sicurezza, cioè dell'espansione dei ghiacciai alpini e po- 
lari in epoca quaternaria; e, dopo tutto, non possiamo ancora affer- 
mare l'impossibilità di un anteriore periodo di dispersione erratica 
per opera di ghiacci galleggianti. Farmi però di non poter dubitare 
che tutti i fatti descritti dallo Studer siano spiegabili al modo stesso, 
ed escludano ogni trasporto erratico. Tanto i massi di Abkeren, che 
quelli deU'Ormond e di Bolgen, sono provenienti dallo sfacelo di un 
conglomerato eruttivo, alternato colle rocce sedimentari à-nìV eocene 



T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 67 

superiore, e come tali sono, come vedremo, perfettamente compara- 
bili, sebbene in condizioni alquanto diverse, a quelli delI'Apennino. 

Non sembrami possibile formarsi una idea diversa dell'accennato 
fenomeno dei massi di Abkeren, leggendo la descrizione che ne dà, 
alla sua volta, il Murchison in quell'aureo libro, che rappresenta uno 
dei più validi aiuti apportati dalla letteratara straniera alla nostra 
geologia, e che fu tradotto ed aumentato di così importanti notizie 
dai due benemeriti professori pisani. Alle indicazioni poco diverse da 
quelle somministrate dal signor Studer, l'autore inglese aggiunge 
l'osservazione che, nelle località distinte dai colossali massi granitici, 
e precisamente alternate colla roccia del Flisch, esiste una roccia gra- 
nitoide, ora in strati ed ora in amigdale allineate, potenti fino a 2 
metri e superficialmente di struttura scistosa, quale viene di solito 
presentata dalle rocce felspatiche e micacee, allorché sono alterate. 
Conchiude poi coli' opinione che questa roccia granitoide, non meno 
che il granito dei massi, si sieno formati contemporaneamente al depo- 
sito eocenico u per cementazione di particelle di formazione ignea al 
fondo di un torbido mare, ovvero per la susseguente alterazione par- 
ziale degli strati, causata dall'azione del calore.» Non si capisce facil- 
mente poi come, dopo questa duplice ipotesi, che però sempre si man- 
tiene nel campo della geologia endogena, l'illustre autore non escluda 
la possibilità del trasporto glaciale del masso piti grosso, che pur ri- 
conosce non corrispondere litologicamente ai graniti affioranti nelle 
piìi vicine montagne, e come non accordi tutta la importanza che si 
merita il fatto aflfermato dal geologo svizzero, dell'esistenza, in pros- 
simità dei massi di Abkeren, di una roccia analoga alle serpentine. 
Mentrecchè, stando all' analogia coi fatti descritti dallo Studer, io 
crederei di poter indurre eziandio che anche il masso maggiore, di 
quasi 12,000 metri cubi, non debba esser tutto di granito massiccio; 
sibbene, al pari del conglomerato di Sepej e di Bolgen, risulti di un 
conglomerato a cemento assai scarso, e presenti esso pure quelle rile- 
gature cloritiche od oflolitiche, che si osservano nei massi della Sviz- 
zera, come in quelli del nostro Apennino. Comunque sia, dal complesso 
di queste descrizioni, tanto almeno sembrami risultare che possa es- 
sere esclusa l'origine puramente esogena di questi conglomerati e 
venga posta fuor di dubbio la loro spettanza alla serie eocenica e 
quindi il loro approssimativo sincronismo a quelli, di cui sono per 
dire, delle montagne bobbiesi. 

Oltre alle notizie sopra ricordate, non passerò sotto silenzio come 
il Paolo Sari, nella sua classica monografia delle rocce ofiolitiche 
della Toscana (1), quantunque non faccia cenno di rocce granitiche 

(1) Nuovo giornale dei Letterali. Pisa, 1838-39. 



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comprese allo stato di amigdale o di massi nelle serpentine, parli in- 
vece esplicitamente di graniti in filoni, che all'Isola d'Elba attraver- 
sano le ofioliti; fatto questo importantissimo e che è confermato dalle 
posteriori osservazioni dello stesso Studer, del Rath e del Cocchi, il 
quale ultimo, a proposito di essi filoni nel Monte Campana, così si 
esprime: « Si può paragonare questa montagna ad un monto serpen- 
tinoso, per esempio al Monte Nero di Livorno, che fosse squarciato 
e rovesciato sui suoi fianchi da una grossa massa eruttiva, che vi ap- 
parisse nel mezzo (1). » Senza essere disposto ad accettare l'idea del- 
l'influenza meccanica della roccia eruttiva, ognuno vorrà riconoscere 
tuttavia in questa bella similitudine, convalidata da moltissimi esempi 
e dettagli, che l'autore desume dall'isola stessa, la prova che vi fu- 
rono injezioni di rocce granitiche negli strati eocenici, ed è soltanto a 
deplorare che la mancanza quivi di strati miocenici non permetta di 
stabilire, con sufficiente approssimazione, il limite cronologico poste- 
riore a questa eruzione relativamente recentissima di rocce granitiche. 
E neppure sul continente, le recenti osservazioni del signor Lotti sul 
granito tormalinifero di Gavorrano, in provincia di Grosseto (2), se 
non lasciano dubbio sulla posteriorità di esso granito, rispetto ad al- 
cuni calcari marnosi e gallastri eocenici, non dimostrano però che 
esso sia anteriore alla chiusura dell'epoca eocenica, rispettandone gli 
ultimi sedimenti. Per l'Apennino pavese invece, ed anche, io credo, 
per tutta la Liguria, pel Piacentino e per l'Emilia, l' eocenici tà del 
granito, associato alle serpentine, è dimostrata dalla presenza di 
grossi massi di essa roccia nei conglomerati del miocene inferiore, 
che costituiscono ovunque uno dei più preziosi orizzonti nella strati- 
grafia di queste formazioni terziarie. Epperò, almeno per l'area 
esaminata, possiamo ritenere che la presenza del granito nelle rocce 
ofiolitiche, comunque voglia interpretarsi, devesi riportare a fenomeni 
avvenuti e già compiutisi durante l'epoca eocenica. 

Il Sismonda nelle sue preziose Osservazioni geologiche sui terreni 
terziari e cretacei del Piemonte (3), osserva pur egli la presenza di 
granito nel conglomerato ofiolitico del Monte Barberino, a nord di 
Bobbio, ed anzi aggiunge la osservazione assai vera e significativa, 
che gli elementi di questo granito sono come disciolti nella brecciola; 
senza però dare a questo fatto, che in più località io pure ho verificato, 
quell'importanza che visibilmente esso merita. Più innanzi, ove di- 

(1) I. Cocchi, Descrizione geologica dell'Isola d'Elba. Firenze, 1871. 

(2) U. Lotti, Sulla geologia del gruppo di Gavorrano. Boll, com, geol. 
italiano, 1877, p. 112. 

(3) Mem. R. Accad. delle scienze di Torino, Serie 2.* Voi. IV. 184L 



T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 69 

scorre della presenza dei massi di granito nei conglomerati miocenici, 
specialmente della collina di Superga, si limita a riscontrare in essa 
la riprova di quei cataclismi e rovesci di acque, che, secondo le idee 
di quel tempo, avevano segnato il passaggio da un'epoca all'altra. 
All'oculato osservatore non sfuggono però le indubbie prove dei mo- 
vimenti subiti dalle masse serpentinose e delle loro rotture, e dell'es- 
sere state rilegate da altre rocce magnesiache; per quegli stessi fatti 
che pochi anni prima furono rilevati ed interpretati con tanta sagacia 
dal Savi, per le regioni ofìolitiche della Toscana. 

Il marchese Pareto aveva già accennata la presenza del granito er- 
ratico in molti punti della Liguria, e nella sua descrizione geologica 
della provincia di Genova (1) come effetto di un trasporto la spiega 
senza ambagi {emballage) fatto dalle serpentine all'atto della eruzione 
dalle masse granitiche formanti il sottosuolo dell'Apennino. Opinione 
che l'autore ripete ad un dipresso colla forma stessa nelle posteriori 
pubblicazioni; aggiungendovi in una di queste (2) la indicazione delle 
più importanti giaciture a lui note di tali massi granitici, anzi di uà 
dirupo intero da essi composto, a Pregola, presso Santa Margherita 
di Varzi, nel Bobbiese; località tra le piti interessanti che, pel pre- 
sente argomento, abbia io pure esaminate. L'autore stesso, d'altronde, 
nel primo suo scritto in proposito, notava un altro fatto interessan- 
tissimo, che io ho verificato e riscontrato in località poco lontana da 
quella da lui indicata; dice, cioè, che presso Borgoratto, nella valle 
del Coppa, a sud di Montebello, ed in molti punti delle valli della 
Trebbia e della Nure, egli osservò un banco di granito frammentario, 
il quale coincideva alla zona della massima frequenza dei massi erra- 
tici osservati dallo Studer. Con questa asserzione afferma evidente- 
mente che l'esistenza di graniti frammentari non è esclusiva alle for- 
mazioni serpentinose, sibbeneè comune alla zona delle ar^27/e scagliose, 
che a Borgoratto appunto si sviluppano ad un livello stratigrafico 
piìi recente ed a ragguardevole lontananza da ogni afUoramcnto ofìo- 
litico. Quantunque però superiore al piano delle rocce ofioliiiche, il 
livello di queste argille scagliose anche nella serie in seguito proposta 
dal Pareto stesso (3), spetta all'eocene superiore; anzi debbo a questo 
proposito aggiungere che, conforme a quanto ebbi l'onore di asserire 

(1) Descrizione dì Genova e del Genovesato. Genova, 1846. Tipi Ferrando. 

(2) Pareto. Sulla posizione delle rocce pirogene od eruttive dei periodi 
terziario, quaternario ed attuale. Genova, tip. Sordo- Muti, 1852. 

(3J Pareto L. Sur lea subdivisions que l'on pourrait étahlir dans les 
terrains tertiaires de l'Apennin septentrional. Bull. Soc. géol. de France, 
2 Sér. T. XXII. 1865. 



70 T. TARAMELU, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPÉNTINOSA, ECC. 
lo scorso anno, ed ho potuto con ulteriori osservazioni verificare, 
queste argille scagliose, nel tratto almeno da Chiavari e da Genova 
a Stradella ed a Tortona, è inferiore anche a moltissima parte delle 
rocce calcareo-marnose ed arenacee, riferite dal signor Pareto al 
piano Uguriano e formanti i piti elevati colossi di quel tratto di 
Apennino, quali il Carmo, l'Antola, il Caraporaghena, l'Alfe ed il Le- 
sima, a circa 1700 metri sul livello marino. Epperò io sono d'avviso 
che il piano di queste argille scagliose, e per conseguenza il sotto- 
stante terreno ofiolitico, non debbano essere molto discosti dal piano 
nizzardo, così ben definito in tutta l'Alta Italia per estrema abbon- 
danza di fossili; laonde argille scagliose e serpentini si porrebbero in 
esatto parallelismo colle piti recenti eruzioni doleritiche del Veneto e 
del Tirolo meridionale. 

In altro scritto poi l'egregio geologo parla espressamente, non di 
massi isolati, ma di un vero conglomerato granitico, rinvenuto presso 
Fornovo, tra il torrente Baganza ed il Taro, sotto ai calcari a fucoidi, 
e ne afferma l'origine endogena; e piti avanti asserisce che tutto at- 
torno ad uno dei piti importanti affioramenti ofiolitici dell'Apennino 
settentrionale, quello del Groppo Rosso (1641 metri) alle origini del 
Taro, del Ceno e della Nura, sono abbondantissimi i blocchi di gra- 
rato rosso, e che questi abbondano altresì presso il vasto affioramento 
serpentinoso delle Ferriere, nel Piacentino (1). 

Dopo queste osservazioni ed asserzioni del signor Pareto, per pa- 
recchi anni il fatto del granito nelle formazioni serpentinose apenni- 
niche fu dimenticato, e soltanto trovai in una Memoria del signor Ga- 
staldi (2) una breve e non molto chiara digressione a proposito di un 
certo conglomerato con elementi granitici e con massi di calcare, os- 
servato dall'autore in non so qual punto della Valle della Trebbia e 
che egli riconosce come un talus di roccia rigenerata; restando poi 
incerto il lettore sul significato che si intende dare a questo epiteto 
ed alla presenza del crisotilo o serpentino fibroso nelle fratture del 
conglomerato io questione. Io ritengo che il riserbo del chiarissimo 
signor professore sia stato in parte motivato dalla difficoltà da lui 
incontrata nel combinare questo fatto colla sua ipotesi, che le ser- 
pentine apenniniche, e precisamente quelle di Santa Margherita, rap- 
presentano le vette delle montagne delle zone delle pietre verdi, se- 

(1) B, Gastaldi. Sùudii geologici sulle Alpi occidentali. Parte II. Fi- 
renze, 1874. 

(2) Pareto L. Coup^, à travers l'Apennìn, des òoì-ds de la Mediter- 
ranée à la vallèe da Po, depuis Livourne jusfiu'à Nice. Ibidem. 2 Sér. 
T. XIX. 1861. 



T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 71 
polle nei terreni eocenici. Ipotesi, della quale non devesi certamente 
fare maggior calcolo di quanto che ne faccia l'autore, quantunque essa 
gli nascesse spontanea per quella tendenza di assimilazione che pre- 
sentano sempre gli studi monografici, quando sono fatti con molto 
amore e da nuovo punto di vista. Mi limito di far tesoro della osser- 
vazione, elle può esser parsa imbarazzante al signor Gastaldi, sulle 
rilegature di crisotilo osservate da lui medesimo nel conglomerato in 
discorso, il quale anche per questo carattere deve essere identico a 
quello assai comune in tutte le giaciture serpentinose della regione 
esaminata. I massi poi di granito, di cui lo stesso autore discorre in 
una sua interessantissima descrizione dei terreni terziari del Piemonte, 
appartengono al conglomerato esogeno del miocene inferiore e sono 
anche nell'Apennino pavese frequentissimi. Ma non è di essi che qui 
intendo parlare, sibbene di quelli compresi nelle formazioni ofiolitiche 
e nelle argille scagliose a queste sopraincombenti. E siccome di questo 
fatto intendo discorrere senza entrare, per ora, molto profondamente 
nella questione della genesi di queste due serie di rocce endogene, 
così non citerò le opinioni, in proposito di queste genesi enunciate 
dall'illustre mio collega della R. Università di Bologna; non essendo 
io nemmeno sicuro se tra le rocce, del cui metamorfismo le serpen- 
tine apenniniche rappresentano 1' ultimo grado, egli comprenda anche 
i graniti o se questi ponga come altro estremo della serie meta- 
morfica. 

Così non mi dilungo nel riassumere le osservazioni del signor 
U. Botti (1), che a proposito di una località, certamente assai inte- 
ressante, presso Pontremoli, a Canal Sant'Angiolo, pubblicò alcune 
sue osservazioni; accennando ad una molto complicata alternanza di 
emersioni granitiche colle serpentine, ma rimanendo incerto egli stesso 
se queste debbano o meno esser considerate come eruttive. 

Piuttosto ricorderò come sia a questo proposito molto piti esplicito 
e pili ricco di importanti dettagli, il signor Carlo De Stefani (2), 
quando parla delle rocce serpentinose della Garfagnana, in un inte- 
ressantissimo lavoro, dal quale si rivela un ingegno che lascierà traccia 
nella geologia italiana. Le sue osservazioni ed idee sono chiaramente 
espresse dai seguenti due brani, che io cito con molta soddisfazione, 
poiché vi scorgo accennati, con assai piccola diversità, fatti analoghi 
a quelli che io rilevava contemporaneamente, senza averne alcun sen- 

(1) U. Botti. Delle rocce impastate nel serpentino. Doli. Cora, geologico 
italiano. Voi. VII. 1876. 

(2) C. De Stefani. Sulle rocce serpentinose della Garfagnana,. Ibidem, 
pag. 16-31. 



72 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 

tore (1), in un'altra porzione della formazione stessa dell'eocene su- 
periore; ed espressi degli apprezzamenti, dai quali assai poco mi scosto. 
Per entrambi rimane posta fuori di questione l'origine endogena delle 
serpentine, da considerarsi come lave sottomarine, piti o meno alte- 
rate, spostate ed infrante, ma perfettamente alternate colle rocce se- 
dimentari dell'accennata formazione; per entrambi intravedonsi le 
relazioni, che ponno presentare queste serpentine con le rocce gra- 
nitiche, ad esse associate in forma di speciali espandimenti oppure 
come elementi di conglomerati eruttivi a pasta ofìolitica. A pagina 21 
egli dice: « molto importante è il granito, che spesso accompagna le 
rocce serpentinose, qui, come nella Lunigiana, nell'Emilia ed in qual- 
che luogo della Liguria. In Garfagnana ne ho incontrati parecchi 
lembi presso Camporgiano nel canale di Cornaiana ed altrove, nel 
bosco di Villa al Camino e presso il Pontaccio della Mozzanella. 
Forma delle masse e forse dei banchi assai ampli ed estesi parecchi 
metri cubi, regolarmente circondati da ofiti, da serpentine e da eufo- 
tidi ; è costituito da quarzo, feldisdato ortose e clorite, e nei suoi 
limiti esteriori il quarzo qualche volta sembra mancare del tutto, 
rimanendo il feldspato e la clorite; questa poi all'esterno predomina 
in guisa da formare delle masserelle a sé; qualche volta la clorite si 
forma per entro delle vene; non è raro che il quarzo ed il feldispato 
rimangano soli, ed allora si ha una vera pietroselce, nella quale il 
feldspato rimane appena in ispruzzi d'apparenza compatta, o vi sta 
in grossi e ben distinti cristalli, si che ne deriva alla roccia un'ap- 
parenza di granito grafico. » 

E piti oltre, a proposito sempre di esso granito, dopo aver attri- 
buito le eufotidi ad una secrezione, una specie di adunaraento cri- 
stallogenico dei minerali prima dispersi nelle masse delle serpentine, 
soggiunge: « Sull'origine dei graniti si potrebbe avere qualche dubbio 
maggiore, e si potrebbe quistionare, come taluno altrove ha fatto, che 
le serpentine li abbiano trasportati tali e quali, in frammenti, dalle 
profondità e li abbiano condotti dove ora li vediamo; ma a me sembra 
che, se non dirò posteriori, sieno almeno contemporanei ad esse; in- 
fatti, se furono portati da grandi profondità, perchè non hanno appa- 
renza angolosa ed irregolare e perchè formano dei banchi assai grandi, 
paralleli alla superficie dell'orizzonte d'allora? Perchè di questo grande 
avvenimento risiedente nella manifestazione di una forza cosi grande 

(1) Le osservazioni da me esposte in una breve nota sulla stratigrafia 
dell' Apennino vogherese e bobbiese nello scorso anno, furono stabilite 
nella primavera e nell' autunno dell' anno precedente, ed allora io non 
conosceva il lavoro del signor De Stefani, 



T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 73 

e così replicate volte palesata, noa ò rimasta alcun' altra testimo- 
nianza né altra roccia vi è tra le tante che avrebbero dovuto essere 
state incontrato al di sopra del granito, la quale, insieme col gra- 
nito, sia stata strappata dalle serpentine? Perdio, se frammenti così 
grandi furono strappati, ne mancano altri che sieno via via minori? 
Forse la forma lavica granitica, come manifestazione secondaria, ka. 
accompagnato la lava serpentinosa, e questa spiegazione è ragione- 
vole, se non perchè sia in accordo coi fatti della natura, che sino ad 
ora non ci danno autorità di affermare nulla di simile, certo perchè 
si accorda colle teorie più o meno verosimili, che tengono ora il 
campo della geologia. » 

In quanto a me, troverei molto più in accordo colle osservazioni 
fatte dai geologi sulle transizioni per metamorfismo dalle varie rocce 
alle ser[ientine, e specialmente a quelle preziosissime raccolte dal Bi- 
scof e dal Rath, ed alle molte stabilite sulle formazioni ofiolitiche dei 
Pirenei, l'idea che tali massi od aggregati di massi sieno stati real- 
mente dilacerati, come era pensiero del signor Pareto, da un sotto- 
suolo granitico, della cui elaborazione endogena sotto il mare eoce- 
nico, avvenne appunto, per azioni chimiche ancora da studiarsi, la 
preparazione dei magma magnesiaci, iperitici e feldspatici, che for- 
mano il complesso delle rocce ofiolitiche (I). Nella quale ipotesi si spie- 
gherebbe la mancanza di altre rocce, se non delle gneissiche e delle 
scistose, che pur si osservano più scarse; essendoché nella massa ap- 
punto di una formazione granitica, forse appena ricoperta da scarso 
mantello gneissico, si sarebbe compiuta la preparazione delle lave 

(l) Richiamo a questo proposito il fatto assai importante della presenza 
del granito in massi di vario volume nei dintorni di Fresinone, nella regione 
vulcanica degli Ernici, che trovo indicata in una Memoria del signor W. 
Branco (Atti R. Accademia dei Lincei, voi. 76-77). Vi si parla non solo di 
un conglomerato probabilmente miocenico, composto di ciottoli di granito, 
di gneiss, di porfido quarzifico e di micascisto, cementati d'arena silicea, 
presso l'Abbadia a sud di Ceccano; ma si osservano anche tra gli interclusi 
vulcanici altre a due varietà di trachite , anche due varietà di granitoj 
l'uno a granati bruni con poca tormalina, l'altro con mica nera, piccoli 
granati gialli e titiinite, entrambe a feldispato ortose. Questi massi di gra- 
nito si trovano insieme coi lapilli e crede che l'autore a ragione propenda 
a ritenerli veramente arrestati dalla bocca vulcanica, che probabilmente si 
aperse presso di Amara, nella quale località tali massi sono assai frequenti. 
Conviene però notare che se questi erratici vulcanici sono prova dell'esi- 
stenza del granito nel sottosuolo, non escludono per la loro natura litogica 
che questo possa essere un granito terziario, coevo a quello dell' Elba e di 
Gavorrano. 



74 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SÉRPENTINOSA, ECC. 

magnesiache, delle quali il signor De-Stefani, al pari di me, riconosce 
l'eruzione sottomarina. A questa idea procurerò, in altra occasione, di 
dare maggior appoggio di verosimiglianza, se altri fatti, oltre quelli 
che ho raccolti e che sono per esporre, non ne modificheranno o di- 
struggeranno gli argomenti che al momento me ne hanno persuaso, 
la questo studio, un geologo ha duopo del piti ampio corredo di dati 
chimici, che egli, generalmente, non può direttamente procurarsi, e 
di difficili analisi mineralogiche, e nelle deduzioni occorre certamente 
la massima prudenza. Epperò mi si condonerà, io spero, se getto 
quest'idea nel campo scientifico col massimo riserbo, come il punto 
di vista di ulteriori studi miei e di altri. E siccome questa ipotesi 
non mi porta molto lontano dalle idee del signor Carlo De-Stefani, 
così sono lieto che entrambi, in fondo, abbiamo sancito un fatto per- 
fettamenta in accordo coi princi[»j di geologia endogena, contenuti 
in quel libro non mai abbastanza meditato, col quale un membro di 
questo onorevole Istituto ha segnato un' epoca incancellabile nella 
storia della geologia. Entrambi, io spero, siamo sulla via di portare 
un valore piti preciso a molte denominazioni, che comparvero nelle 
opere che trattano delle rocce ofiolitiche, quali sono, a cagion d'esem- 
pio, la serpentinizzazione, la gabbrificazione, la diasprizzazione e così 
via. Ma ciò basta, se non è di troppo, per i confronti col fatto della 
esistenza del granito nelle serpentine dell' Apennino pavese: prima 
però di darne qualche dettaglio, occorre che spenda due parole per 
la giacitura, in altre regioni apenniniche del granito stesso in seno 
alle argille scagliose, della quale appunto ho raccolto eziandio alcune 
prove nella regione da me esplorata. 

L'autore che ne parla con maggior dettaglio è il Mantovani, in due 
Memorie, di cui l'obbiettivo è, io temo molto meno importante dei 
molti e preziosi dettagli somministrati dall'autore. Nella prima Me- 
moria (1), accenna egli ripetutamente alla esistenza di massi di gra- 
nito, di gneiss, di clorite, e di scisto granatifero nelle argilU scagliose 
del Reggiano; fatto che io pure ebbi il piacere di verificare con 
molti altri contenuti in quello scritto in una mia recente escursione 
in quella provincia. L'origine endogena delle argille parmi non sia 
punto dubitata dall'autore; ma la loro emissione si riporta a parecchi 
periodi geologici e si fa seguire da troppo complicate vicende; mentre 
a me sembra che esse argille sono quivi, come nell'Apennino ligure e 
pavese, limitate alla base delle arenarie e dei calcari a fucoidi, lungo 
gli affioramenti numerosi ma poco estesi delle serpentine, indicate 

(1) Delle argille scagliose dell' Emilia e dì alcune ammoniti in esse com- 
prese. Atti Soc. di scienze nattor. in Milano. Voi. XVIII, fase, I. 1876. 



T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 75 

con molto dettaglio ancho nella carta del signor Doderlein. Il signor 
Mantovani sembrami propenso a giudicare questa presenza siccome il 
residuo di una alterazione avvenuta posteriormente alla emissione di 
rocce vulcaniche aggregate, in cui esso granito sarebbe stato piti fre- 
quente e forse la parte principale; la quale idea è esclusa dalle con- 
dizioni di massima omogeneità, che spesso le argille presentano; in- 
quantochè, nella maggior parte dei casi, l'apparenza frammentizia che 
le rende cosi distinte, proviene, non già da materiali da essa traspor- 
tati ed importati, sibbene dalla frattura e dallo sfacelo superficiale, 
spingentesi sulle chine dei monti o nelle valli a ragguardevole pro- 
fondità, delle rocce già regolarmente alternate coli' argille scagliose. 
Le quali condizioni di regolare alternanza colle rocce sedimentari 
isocrone fu certamente la ragione clie mosse il già citato signor De 
Stefani, in una menzione delia Memoria del Mantovani (1), a ritenere 
meno probabile la loro origine per vulcani di fango. Io però, nella 
convinzione che questa sia la sola sostenibile, non veggo difficoltà ad 
ammettere una dispersione degli elementi interpolatamente eruttati 
sul fondo marino e la loro alternanza con depositi, che accusavano a 
sopita vulcanicità soltanto per l'assoluta mancanza di animali fissi a 
questo fondo. Né a ritenere questa origine delle argille scagliose, sic- 
come esposi nella Nota presentata lo scorso anno, mi trattiene punto 
quanto pare obiezione fortissima al signor Mantovani in una seconda 
sua Memoria pubblicata su questo argomento: cioè la presenza in esse 
di dioche e filoni di rocce eruttive, o di minerali metalliferi. Questa, 
infatti, se constatata dipendente da vera intrusione oppure da meta- 
morfismo, o da concentrazione, è però sempre un fatto conseguente 
ed in armonia perfetta coli' attività vulcanica perimetrica, della quale 
esse argille scagliose sono un raaltiforme rappresentante. Queste rocce, 
che benissimo conosce chiunque si sia occupato della geologia apen- 
nina per tutte le cattive qualità, descritte con molto spirito dal si- 
gnor Gastaldi e che già dal 1840 aveva distinte il Bianconi, hanno 
tutti i caratteri ch^ assumer devono dai prodotti fango-vulcanici sot- 
tomarini e quindi non ponno esser ritenute d'origine diversa; rima- 
nendo amplissimo campo allo stratigrafo ed al geologo nel determi- 
nare poi le modalità e la varia epoca della loro emissione e del loro 
rimaneggiamento al fondo del mare. A definire le quali questioni, 
importantissime per la geologia dell'intera penisola, non sarà inutile 
che vengano continuate e completate le osservazioni del signor Do- 
derlein, che però io ritengo esatte, sull'epoca della zona a madre- 
pore che si innesta al calcare assai impropriamente detto semi- 

(1) Rivista semestrale di scienze fisico-naturali. Firenze, 1876. 



76 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 

cristallino della pietra di Bismantova, al quale sembrami manchino 
i caratteri dei calcari numuUtici alternati od inferiori alla formazione 
del Flisch alpino. Ammettendo una generale discordanza tra le serie 
eocenica, miocenica e messiniana, la stratigrafia delle provincie di 
Parma e di Reggio, parrai si semplifichi in modo assai naturale e 
molto in accordo colle condizioni delle formazioni stesse nel versante 
padano dell'Apennino. Senza punto voler prevenire il risultato di 
questi studi e senza voler quindi negare recisamente che colà, nel- 
l'Emilia, come nel Bolognese e nella Toscana, possano esistere argille 
scagliose e galestri di piti epoche, come esistono, a cagion d'esempio, 
parecchi livelli di marne iridate nella potentissima formazione del 
Trias alpino, per le osservazioni pubblicate dal Mantovani e per le mie 
proprie nelle vicinanze di Rossena, Canossa e Castelnuovo ne' Monti, 
non mi perito di asserire che la zona di argille scagliose dal Tresi- 
naro al Crostolo e quella di Visignolo, che ne rappresenta la conti- 
nuazione e che contiene ancora piìi abbondanti i massi di granito, si 
pongono a livello delle nostre eoceniche, superiori alla zona ofiolitica, 
dell'Apennino pavese. Epperò il fatto della presenza in esse del gra- 
nito è analogo e coevo a quello di cui intendo piti sotto discorrere, 
completando le osservazioni fatte dal signor Pareto presso Borgo- 
ratto, nel Vogherese. E questo fatto della presenza del granito nelle 
argille scagliose, per i noti legami che esse hanno colle rocce ofìoli- 
tiche, (delle quali però sono molto piti estese ed in generale piti re- 
centi), torna pur esso a confermai, comunque venga interpretato, della 
esistenza di quel sottostrato granitico, già imaginato di sopra siccome 
la sede della elaborazione delle rocce vulcaniche sottomarine, durante 
la sedimentazione dell'eocene apenninico. 

Mi si perdoni se, trattandosi di un fatto che può tornare impor- 
tantissimo, prima di esporre le mie osservazioni, volli esaminare iu 
quanto esse potessero accordarsi coi fatti omologhi da altri, apposita- 
mente od incidentalmente asseriti e far cenno anche delle mie idee 
in proposito, che però dichiaro furono in me aflfatto posteriori all'esame 
delle località ed allo studio di queste formazioni apennine, che erano 
per me nuove, appena or sono due anni. 

Veniamo ora alla descrizione degli osservati giacimenti del conglo- 
merato granitico; prima nelle serpentine, quindi nelle argille scagliose. 

Non uno degli affioramenti serpentinosi, che in gran numero si al- 
lineano nell'Apennino pavese, da Montebruno alle origini della Treb- 
bia, sino a Zebedassi di Volpedo, non molto lungi da Tortona, sulla 
distanza di oltre ottanta chilometri, non uno, dico, manca dal presen- 
tare, in proporzioni maggiori o minori, il conglomerato granitico in 
discorso. Ma la località ove tale roccia è in proporzioni piti colossali 



T. TARAMELLl, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 77 

ed in piti evidenti, o, dirò meglio, meno confusi rapporti colle rocce 
ofloliLiclie, sono le seguenti, che esaminerò successivamente da set- 
tentrione a mezzodì. Sono: il Dosso del Groppo, presso Pregola, alle 
origini del torrente Staffora, che per una valle quasi interamente 
sculta in rocce eoceniche scende a Rivanazzano ed a Voghera; il 
monte Pamperdìi, quasi allo stesso parallelo e posto alla sella tra la 
valle del Tidone, sopra Romagnese e la valle della Trebbia, a nord 
di Bobbio; dal paese di Gariseto sino a Selva, a sud-est di Cerignale 
nel Bobbiese, molto in alto nel versante sinistro della valle dell'A- 
veto; finalmente presso il villaggio di Pietranegra, a sud di Ottone 
e nord-est di Rovegno. 

Nella prima località sono allineati da levante a ponente tre grossi 
cumuli di serpentine, ad amigdale alternate da rocce dialligiche e 
da rocco amorfe, brecciute, a rilegature serpentinose e steatiche o di 
roccia asbestoide. Tra il più orientale di questi grugni, per chiamarli 
col nome molto espressivo dato loro dal d'Acchiardi, quello che se- 
gue, perfettamente compresa nelle ofloliti, avvi una massa di poco 
piti di una cinquantina di metri di diametro di conglomerato gra- 
nitico. Vi si può distinguere benissimo un cemento porfiroide, con 
frammenti di cristalli feldspatici, disseminati in un fondo verdastro, 
cloritico, lamellare, talora arrossato come lo furono generalmente 
per alterazione tutte le rocce di questo gruppo. Gli elementi sono 
massi più o meno voluminosi, mai però colossali, di granito e feldi- 
spato rosso, con clorite e mica verso la periferia dei massi alte- 
rata, con qualche lamella di talco e con non rari noduli di stea- 
tico. Il feldispato è in grossi nodi o frammenti di cristalli tanto nella 
parte, piti cloritica, che nel granito micaceo pili saldamente rilegato 
dal quarzo. Questo però non manca giammai nella pasta, in essa 
come nei massi presentando quell'aspetto resinoso che caratterizza la 
silice e non assume giammai forme cristalline. Mentrechè nelle frat- 
ture delle rocce circostanti e specialmente di certe iperiti granulose 
e degli scisti argille-micacei alternati alle circostanti arenarie, il 
quarzo è piuttosto abbondante in belle geodi. Frequentemente sulla 
pasta porfiroide come sui massi del conglomerato si osservano chiazze 
di ossido di ferro o di manganese; ma di minerali di rame non ne 
vidi traccia, quantunque non sia discosto il giacimento di una eufo- 
tide con calcopirite, presso il Ponte Organasco. Precisamente come 
aveva notato il signor Sismonda al M. Barberino di Bobbio, gli ele- 
menti del granito sembransi sciolti, anziché frantumati, nella pasta 
ed i massi granitici non presentano mai degli spigoli acuti né grande 
differenza litologica colla roccia che li comprende. Attorno a questo, 
aflaoramento, a contatto esatto col medesimo, non sono vere serper^-?. 



78 T. TARAMELLT, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 

tine, sibbene dello diabasi od iperiti a cristallizzazione imperfetta, e 
tra questi ed 1 serpentini qualche banco di arenaria micacea, punto 
alterata. Movendo verso sera, giunto alla base il dosso accuminato 
di serpentina diallagica, che torreggia elevato quasi di 100 metri 
sul paese di Pregola, si raggiunge in un quarto d' ora il così detto 
Groppo, che ha un dosso interamente costituito dal conglomerato gra- 
nitico; località che il signor prof. Balsamo aveva osservato, rac- 
cogliendovi dei bei saggi alle base occidentale del dosso, presso il 
molino. Quivi si conservano tutti i caratteri accennati per l'altro 
affioramento; si mantiene, anzi si aumenta la pasta porfiroide, ori- 
ginariamente verdastra, granulare, silicea e cloritica; sono sempre 
presenti il talco amorfo a lucentezza resinosa. Mancano tuttora ana- 
lisi chimiche per poter appoggiare la ipotesi, che sorge assai spon- 
tanea dall'osservazione di questa roccia, di una dissoluzione idro- 
termica del granito e del suo passaggio a roccia ofiolitica. Ma ho 
forniti i materiali per stabilire queste analisi e l'esame microscopico 
al chiarissimo signor coram. A. Cessa, che aggiungerà il loro studio 
chimico e microscopico ai molti e pregevoli lavori fatti in prò della geo- 
logia italiana e già a quest'ora ha potuto favorirmi alcune preziose 
indicazioni sulla composizione e sulla struttura del granito raccolto 
nella seconda delle accennate località. 

Il conglomerato di Pregola si vede affiorare a tratti, tra le rocce 
del Flysch, sino a S. Margherita e più oltre sin presso Bosmezzo; 
quivi però in massi isolati, sempre accompagnando le serpentine che 
vi formano numerosi affioramenti. Le argille scagliose ai. osservano 
pur esse nella interessante località e precisamente ricoprono il con- 
glomerato e la serpentina fino alla sella di Brallo, dovuta appunto 
alla prevalente erodibilità di esse rocce. Tra il conglomerato grani- 
tico e le argille si svolge, piti o meno larga, una zona arenaceo-mar- 
nosa coi caratteri i pih normali; mentrechè tra le serpentine e sotto 
di esse, quivi come in tutta l'area da me esaminata, prevalgano i cal- 
cari marnosi, cinerei o giallognoli, compatti, giammai alterati, sib- 
bene infranti e rilegati da argilla serpentinosa, e conservanti tal- 
volta le loro fucoidi. Dal Groppo di Pregola alla base del colle di 
S. Margherita, la zona d'affioramento del conglomerato in discorso è 
di circa 4 chilometri; sulla quale distanza però la roccia si perde 
più volte sotto lo sfacelo e tra le contorsioni e le fratture delle rocce 
che la comprendono. Al R. della Prella, sotto S. Margherita, il si- 
gnor prof. Balsamo raccolse un campione di questo conglomerato con 
incluso un ciottolo calcare, che non accusa la menoma alterazione; 
il qual fatto io posso confermare avendone raccolti alla mia volta 
altri campioni, quivi e nell'ultima delle accennate località, a Pietra- 



T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 79 

negra. E questo rinvenimento ed il co;n['le3so dello osservazioni fatte 
del mio b.3n amato predecessore furono ragioni perchè egli pure com- 
prendesse la roccia in discorso nei conglomerati a pasta serpentinosa, 
quando scrisse delle rocce pavesi nelle notizie naturali di questa pro- 
vincia (1). 

AI monte Pamperdti, a nord di Bobbio, i rapporti della roccia in 
discorso non sono meno evidenti. Quivi le serpentine sono allineato 
come a Pregola in due zone dirette al nord e sud, dalla valle del 
Tidone al letto della Trebbia, cui la piti orientale di essa attraversa 
al monte Barberino, per salire al monte dei Gavi in territorio piacen- 
tino, mentre la zona occidentale si arresta a Cà de' Brugnoni, a mez- 
z'ora di cammino a ponente di Bobbio. La Pietra Corva ed i Sassi 
neri rappresentano i punti culminanti di questi due affioramenti, ad 
un'altitudine di circa 1100 metri. Tra queste eminenze, caratterizzato 
dalla nota fisionomia dei cumuli ofiolitici, si innalza un dosso arro- 
tondato, quasi tutto ricoperto di abbondante vegetazione e separato 
dalle eminenze stesse per due selle scolpite in arenarie ed in calcari 
marnosi a fucoidi. Quel dosso, elevato circa una settantina di metri, 
è quasi interamente costituito dal conglomerato granitico e da una 
iperite arenacea, che passa gradatamente a serpentina brecciata verso 
la Pietra Corva. 1 caratteri della roccia sono identici che a Pregola; 
ma in complesso la pasta cloritica sembra essere quivi ancora piti 
abbondante e fare passaggio più graduato alla iperite. Quivi pure lo 
sfacelo del conglomerato è commisto a quello di arenarie e marne; 
onde pare evidente che con esse fosse in origine alternato, quantun- 
que la vegetazione e la conformazione del suolo non permettano di 
verificare quivi i reali rapporti di queste rocce. Sicuramente però 
posso affermare che giammai, né quivi né altrove, trovai i massi 
granitici direttamente compresi nella serpentina amorfa o diallagica 
e che i cumuli serpentinosi massici non presentano traccia di granito; 
il quale fatto parrai che dimostri come il conglomerato granitico, 
costituisse una speciale roccia eruttiva, che veniva emessa alternata- 
mente alle colate serpentinose. Nell'idea, che si può avvanzare che 
queste da quello provengano per una serie di alterazioni precedenti 
alla eruzione, questa, per così esprimermi, non sempre avveniva a 
completa digestione; ma a volta i magma cristallini lasciavano posto 
ai magma fangosi e questi agli aggregati vulcanici, con quella vicenda 
che sotto altre forme litologiche ci presentano la più parte delle for- 
mazioni vulcaniche. Ma continuiamo la esposizione dei fatti. 

(1) Notizie naturali e chimico-agrarie sulla Provincia di Pavia. Pavia, 
X864. 



80 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 

La terza località da Cariseto a Selva, a nord-est di Ottone, destò 
piti delle altre la mia ammirazione. Le rovine del colossale castello 
dominano coi piti pittoreschi dettagli un dirupo assai scosceso, ai cui 
piedi sembra rannicchiato il paesello, composto di miseri abituri. Il 
dirupo del castello ed una cresta mirabilmente scheggiata, che da esso 
si diparte ricordando i piti bizzarri trafori delle aguglie alpine, sono 
appunto costituiti interamente dal conglomerato granitico, il quale 
in questa località, è si può dire tutto d'un pezzo, con scarsissimo ce- 
mento. Moltissime fratture verticali ed orizzontali infrangono il diru- 
po, facilitandone evidentemente la rovina; ma prescindendo da queste 
fratture abbiamo in esso non già un aggregato di pochi massi, non 
già un banco di pochi metri di potenza, ma un vero monticolo di gra- 
nito lungo un mezzo chilometro ed emergente di circa 40 metri dal 
circostante ondeggiamento di terreno marno-arenaceo. I serpentini 
sboccano pur essi a nemmeno 200 metri di distanza, a ponente ed a 
mezzogiorno del monticolo granitico; ma sono in proporzioni ristrette, 
mentrechè, a breve distanza, sopra e sotto, si sviluppano enorme- 
mente, formando uno dei piti interessanti affioramenti dell'Apennino, 
da Cerignale sino al vertice dei monti Belloccio e dello Zucchero, che 
stanno appena a ponente di Cariseto, a circa 1500 metri sul livello 
marino. 

Da Cariseto poi il conglomerato granitico si accompagna quasi 
continuo fino al paesello di Selva per oltre 3 chilometri e se ne ve- 
dono frammenti anche nel versante destro della Trebbia, nella valli- 
cola che sbocca a tramontana di Ottone. E presso Selva la roccia in 
discorso presenta un cangiamento rimarchevole di struttura; facen- 
dosi tutta a grana minutissima, omogenea, di colore roseo bellissimo, 
con filoncelli ed amigdale selciose, sicché la si piglierebbe per una di 
quelle lepiiniti che si descrivono comuni all'Elba coi graniti tonuali- 
niferi. 

In questo interessantissimo giacimento osservansi le stesse varietà 
di granito che altrove. Avvene cioè di rosso, con grossi cristalli feldis- 
patici; di grigio, con feldispati lucenti, a prismi assai allungati ed a 
sfaldatura facilissima; di verdognoli, in cui tutti gli elementi e spe- 
cialmente il quarzo sono colorati dalla tinta della parte colorita od 
iperitica e questi son quelli che hanno piti abbondanti le rilegature 
ed i noduli di steatite. 

Nella quarta località di Pietra-negra, a nord-est di Rovegno, la 
importanza della presenza del conglomerato granitico è resa ancora 
maggiore dall'essere quasi in esatta sua contin'-^u^ne un'ampia amig- 
dala di gabbro rosso, metallifero, la quale a...HWrsa ad un tempo 
stesso e la Trebbia e l'Aveto. Il filone cuprifero piti importante è sotto 



T. TARAMELLT, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 81 

il paese di Rovegno ed è irregolare, presso il contatto di una delle 
numerose ma molto limitate masse ofiolitiche, che mi sembrano piut- 
tosto investite dal gabbro stesso anziché injettate in esso; parecchi 
escavi però furono fatti in direzione di levante, sempre presso al 
contatto di queste due rocce quivi pure associate. Rispetto a questa 
potente formazione di gabbro-rosso (la quale presenta tutti i caratteri 
per cui essa roccia si distingue nella Liguria e nella Toscana, quivi 
pure alternandosi coi piti svariati diaspri, regolarmente stratificati 
e con non rare interposizioni di banchi calcareo-marnosi ed anco are- 
nacei) il nostro conglomerato granitico mantiene una posizione infe- 
riore, e tra l'uno e l'altro si notano delle iperiti arenacee, con belle 
venule e geodi di quarzo jalino od ametistino e qualche banco di cal- 
care marnoso. Il monte Castellazzo (1049â„¢), a tramontana di Pietra- 
negra, è appunto tutto formato di queste iperiti; mentrechè il conglo- 
merato affiora precisamente al paese e per piccolo tratto verso Ro- 
vegno, ad immediato contatto con un dosso serpentinoso costituito di 
una bellissima varietà di roccia diallagica, la quale affiora poi di 
bel nuovo e con maggior sviluppo appena a levante della miniera e 
del paese di Rovegno. Siccome la roccia iperitica di monte Castel- 
lazzo presenta graduato passaggio col gabbro-rosso , anzi non è che 
la pasta di questo non alterata da più avvanzata ossidazione e priva 
degli interclusi calcari e diasprigni, cosi quivi a Pietra-negra, la po- 
sizione del conglomerato granitico si può considerare precisamente 
tra il serpentino che sta sotto ed il gabbro-rosso, che lo ricopre. 

Le roccie che sopportono questa serie, irregolarmente ma indub- 
biamente stratiforme, sono gli stessi scisti argillosi passanti ad ag- 
glomerati marnosi di frammenti ofiolitici ed attraversati da masse 
ofiolitiche, generalmente a struttura brecciata e molto abbondanti di 
noduli steatitici. Tale relazione di rocce vedesi distintamente scendendo 
dal monte Castellazzo ad Ottone per Retaglià; mentrechè movendo 
di Pietra-negra e Rovegno in direzione di mezzogiorno, si attraversa 
in tutto il suo spessore e si può esaminare in tutta la sua varietà 
litologica la curiosa formazione del gabbro-rosso ^ nella quale, con 
tanto unanime accordo sebbene con non troppo saldi argomenti la 
maggior parte dei geologi riconobbero una roccia sedimentare meta- 
morfosata. Non per contraddire al presente a questa idea, che per es- 
sere molto diffusa deve avere almeno un certo grado di verosimiglianza 
sì da esigere in chi la obbietta copia grandissima di cognizioni di 
fatto e la più accurata distinzione dei molti gruppi litologici che pas- 
sano sotto questo nome di gabbro-rosso, ma soltanto per dire le cose 
come stanno nella i^^^xoriQ da me esaminata, affermo che tanto sul 
gabbro-rosso, come nel conglomerato granitico, come nelle breccie 
Bendiconti. — Serie II. Voi. XI. 6 



82 T. TAR4MELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 

serpentinose sottostanti, trovansi abbondantissimi gli interclusi calcari 
e che questi interclusi non presentano altra alterazione tranne un co- 
lorito verdastro al contorno ed in alcuni casi soltanto, la presenza di 
alcuni cristallini romboedrici di calcite disseminati nella massa, tutta 
attraversata da venule dello stesso minerale; cristallini e venule che 
certamente non si può affermare mancassero indubbiamente alla roc- 
cia originaria, prima d'essere frantumata e compresa comechesia nella 
pasta argillosa od ofiolitica del gabbro-rosso e delle serpentine, op- 
pure nella pasta feldspatico-quarzoso-cloriti'ca del conglomerato gra- 
nitico. Osserverò d'altronde che questi interclusi presentano la mas- 
sima analogia coi calcari litografici di Menconico, di S. Maria di 
Bobbio e di S. Margherita, i quali appunto si alternano colle forma- 
zioni ofiolitiche ed al contatto colle argille cloritiche presentano quelle 
smaltature verdastre, che i citati interclusi calcari offrono al loro con- 
torno. 

Nei dintorni di Pietra-negra e Rovogno non mancano le argille 
scagliose, osservandosene una stretta zona presso il Gorreto, a Fon- 
tanarossa ed a Truscì di Ottone, alla base dell'enorme pila di calcari 
marnosi e di arenarie che forma il monte Broglio soprincombente; 
ma in queste località sono a sprazzi isolati. Soltanto verso tramon- 
tana, al Ponte Organasco, pigliano il sopravento per continuare con 
sempre maggiore sviluppo, attraverso alla sella di Brallo, nella valle 
della Stafferà e nelle contigue del Vogherese. 

Dalle accennate relazioni stratigrafiche appare che la zona di mas- 
simo sviluppo del conglomerato granitico è normalmente compresa tra 
quella di massimo sviluppo delle serpentine e quella dei gabbri, delle 
iperiti e delle argille scagliose che ricoprono la formazione serpenti- 
nosa. Ove si osserva esso conglomerato tra le serpentine, come a 
mattina di Pregola ed ai Gerbidi di Bobbio; quivi è facile sia in dic- 
chi, infranti e svisati dai movimenti subiti dalle formazioni eoceni- 
che; nella maggior parte dei casi però tra il conglomerato e le ser- 
pentine stanno zone piti o meno potenti di rocce prettamente sedimen- 
tari, come arenarie micacee e calcari marnosi. 

Riguardo alla struttura mineralogica ed alla composizione chimica 
del granito compreso nel conglomerato in discorso, lascio la parola 
all'egregio chimico, il signor comra. prof. A. Cessa, il quale colla 
nota abilità stabilì su di esso le seguenti osservazioni, che egli si 
compiacque trasmettermi e permettermi che le rendessi di pubblica 
ragione. 

« Il campione di rocce di Romagnese che ho esaminato per inca- 
rico dell'amico e collega prof. T. Taramelli è essenzialmente com- 
posto: a) di feldspato ortosio, di color roseo in grossi cristalli, di 



T. TARAMELLI, DEL GHANITO NELLA FORMAZIONE SEKPENTINOSA, ECC. 83 

cui alcuni sono geminati secondo la legge di Carlsbald; b) di un 
feldspato triclino, di color bianco, molto alterato; e) di granuli di 
quarzo di color bianco cinereo; d) di lamine di clorito di color ver- 
de; e) di clorite terrosa; /*) di poca calcite, aderente specialmente 
alla clorite terrosa ed al feldispato plagioclasio. 

«.Coi saggi chimici ho trovato nella roccia dell'acido fosforico, il 
quale, come risulta dalla osservazione microscopica, si trova nella 
roccia combinato alla calce sotto forma di apatite. 

«Il feldispato monoclino diede all'analisi sicuro indizio della pre- 
senza della litina. Il feldspato bianco si decompone piuttosto facilmente 
l'azione dell'acido cloridrico concentrato e lascia svolgere bollicine di 
gas anidride-carbonica. 

« Ciò che rende veramente interessante questa roccia è la struttura 
del feldspato roseo, che ne forma il componente principale. Questo 
feldspato presenta tutti i caratteri cristallografici del feldspato mo- 
noclino; è pochissimo alterato. Esaminando con un microscopio po- 
larizzante una sottile laminetta di sfaldatura corrispondente alla 
faccia (001) si osserva, anche con un piccolo ingrandimento, che essa 
presenta due sistemi di finissime striature parallele alle facce del 
cline e dell'orto-pinacoide e che perciò si intersecano ad angolo retto. 

« Ho ripetuto sopra dieci cristalli questa osservazione ed ebbi sempre 
lo stesso risultato. Il modo con cui queste striature si comportano 
alla luce polarizzata, la loro posizione rispettiva e per di più i risul- 
tati dell' analisi chimica, che svelò nel feldspato la presenza di quan- 
tità relativamente grande di soda, conducono ad ammettere che que- 
ste striature dipendono dalla interposizione regolare di lamine di al- 
bitey come venne già osservato in feldspati di altre località. L'esame 
adunque di questa roccia conferma sempre piti la nota teoria di 
Tschermak sulla costituzione dei feldspati. 

« Osservando tre sezioni molto sottili di questa roccia ho notato 
che il feldspato roseo, oltre alla particolare strattura già rilevata in 
lamine isolate, contiene molte interposizioni, tra le quali piccoli cri- 
stallini di apatite^ lamine esilissime di ferro micaceo e cristalli di 
plagioclasio quasi completamente alterati. Il feldspato triclino, bian- 
co, è così alterato che in molti casi è quasi completamente opaco. 
Però indubbiamente potei osservare in tutti i tagli qualche punto in 
cui era evidente la struttura caratteristica di questo minerale. 

Il quarzo è molto piU ricco di interposizioni di quello del granito 
di Baveno. Contiene moltissime cavità con liquidi e libello mobili e 
molti microliti. 

La clorite presenta nulla di interessante. La mica è molto rara in 
questa roccia, » 



84 T. TARAMELLl, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTLVOSA, ECC. 

La importanza di queste osservazioni, specialoaente in riguardo 
alla struttura del feldspato, alle varie ortose disposizioni dei feld- 
spati ed allo stato bolloso del quarzo, nonché alla esistenza dei cri- 
stallini di fosfato e di oligisto, non sfuggirà certamente al lettore. 
Circa ai nessi genetici, che ci ponno in base a tali osservazioni in- 
durre e quindi studiare colle rocce ofiolitiche, faccio rimarco alla 
estrema scarsità di mica, che caratterizza granito normale ed all'ab- 
bondanza in suo luogo di un minerale idrato e molto raagnesifero 
quale è la dorile; lo stesso minerale che abbonda, anzi costituisce 
quasi essenzialmente, ancora cristallino, ma per lo più terroso, la 
pasta del conglomerato granitico. 

Evidentemente questa identità del minerale prevalente nella pasta 
del conglomerato con uno dei componenti del granito compreso non 
può essere fortuita. Essa può interpretarsi come conseguenza di uno 
o dell'altro di questi fatti. che il granito, precedentemente esistente 
ed infranto, ha subito una alterazione chimica simile a quella che 
molti autori, e specialmente il Bischof ed il Garigou, descrivono av- 
venute dei graniti, delle granuliti e delle eglogiti della Baviera, del 
Nassau e dei Pirenei, per la quale alterazione alle basi alcaline ed 
alla allumina si è sostituita quasi completamente la magnesia; op- 
pure, se vuoisi considerare questo conglomerato come una accidenta- 
lità di struttura di una roccia feldspatica, che andava sotterranea- 
mente isolandosi dalle preesìstenti rocce ofiolitiche, sarebbe avvenuto 
il fatto molto naturale che gli elementi feldispatici, agglutinandosi 
con un cemento quarzoso, comprendessero la clorito che abbondava 
nella pasta della roccia in formazione. Per quanto però questa se- 
conda spiegazione possa parere naturale ed in accordo ad induzioni 
che ponno stabilirsi circa l'origine dei graniti eocenici e delle tra- 
chiti ad apparenza granitica e porfiroide, di poco piti recenti, della 
Toscana e dell' Elba, si oppone alla sua accettazione la differenza 
profonda tra questo granito e le rocce felspatiche, diallagiche o 
meno, che sono intimamente commiste al serpentino e specialmente 
all'ofìolite. D'altronde mal si potrebbe con essa spiegare lo stato 
frammentizio in così vasta scala presentato dagli elementi granitici, 
non solo nell'Apennìno italiano ma nella Svizzera e nella Baviera, 
anche in località scarse o mancanti di affioramenti serpentinosi. Pei' 
la qual cosa sembrami molto prudente per ora limitarsi alla con- 
statazione dei caratteri mineralogici della roccia e della sua giaci- 
tura frammezzo alle rocce offiolitiche ; al quale proposito, per la re- 
gione da me esplorata, sono condotto alle seguenti conclusioni: 

1.° Il conglomerato granitico formava delle amigdale alternate 
cogli strati dell' eocene superiora e cogli espandimenti stratiformi 



T. TARAMELLT, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 83 

delle rocce ofioliticlie, specialmente tra le piti recenti di queste 
rocce ; 

2." che tra esso conglomerato e le rocce ofìoliticbe od il gab- 
bro-rosso nella maggior parte dei casi esistono rocce sedimentari, re- 
golarmente interstratificate e punto raetemorfosate; 

3.° che le amigdale di questa roccia furono rotte, sportate e 
sconvolte; non meno di quanto lo furono le serpentine e le rocce af- 
fini, le quali sono al pari del conglomerato granitico alternate colle 
sedimentari marine; 

4." la struttura degli elementi di esso conglomerato in confronto 
con quelli della pasta è tale da accennare piuttosto ad una disgre- 
gazione per soluzione idro-termica degli elementi granitici, anziché 
ad una meccanica fratturazione di una roccia granitica. Questo fatto 
potendosi per sé stesso interpretare, sia come effetto di una alterazione 
di una preesistente roccia granitica, sia come indizii di nna incipiente 
formazione sotterranea di roccia feldspatico-cloritica in seno od in 
prossimità di rocce ofìoliticbe. 

Poco ora mi rimane di aggiungere per venire a conclusioni poco 
dissimili, a proposito del conglomerato stesso, alternato colle argille 
scagliose a molta distanza dagli affioramenti di rocce otìolitiche, sic- 
come ebbe a notare per la prima volta nell'Apennino il Pareto nella 
breve ma assai importante descrizione geologica della Provincia di 
Genova (1). La località dell' egregio geologo esaminata è indubbia- 
mente alla base della salita di Borgoratto, nella vai di Coppa; a 
circa tre ore di cammino a sud di Montebello, alle falde occidentali 
del dosso chiamato Costa Pelada. Come può indursi dal nome, que- 
sto dosso è costituito da argille scagliose, alternate, quindi ricoperte 
con arenarie e marne del Flyscl. Esse argille affiorano distintissime 
lungo la china del monte che è in continuo sfacelo, e nei burroni 
assai profondi e numerosi. Sono distintissime ove la erosione è con- 
tinua e la superfìcie quindi continuamente rinnovata; mentrechè ove 
il terreno è pili stabile, pur mantenendosi la caratteristica sterilità, 
dovuta in parte all'abbondanza di gesso disseminato sulle argille, la 
loro colorazione è meno intensa e più uniforme. Anche sul versante 
orientale della Costa Pelada, di fronte al paesello di Canavera, si 
ripete la presenza del conglomerato granitico notata dal sig. Pareto 
nell'opposto versante ed anzi quivi il banco è piìi continuo ed in piti 
evidenti rapporti di interstratiflcazione colle altre rocce. Alla base 
di una ripida salita, che conduce a Fortunago, si attraversano per 
pochi metri due grossi banchi di argille scagliose, rossovinate ed az- 

(1) Descrizione dì Genova e del Geiovesato. Genova, 183G, pag. 133, 



86 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 

zurrognole, smettiche, con rari noduli diasprigni. Quindi si trova il 
banco di conglomerato, potente in media 0.60, seguito da altre argille 
e da un secondo banco più irregolare e piti sottile. Sopra questo avvi 
una brecciola ad elementi ofiolitici, misti agli elementi feldispatici 
del granito assai sminuzzati e questa brecciola ha un cemento abbon- 
dantissimo di silice a lucentezza resinosa. Seguono per pochi metri 
le argille, piti arenacee e meno colorate, che passano tosto a delle 
marne giallognole, zeppe di septarie a geodi radiate di calcite e di 
quanso. 

Finalmente la serie è chiusa con discordanza di una melassa bian- 
castra ed azzurrognola, che va gradatamente sviluppandosi verso 
Fortunago e Stefanago e che spetta al piano del calcare arenaceo del 
monte Vallassa e della Rocca di Tortona. Né quivi, né in vicinanza 
le arenarie alternate colle argille e quelle identiche che per grande 
potenza le ricoprono, presentano altro avanzo organico tranne qual- 
che rara fucoide e quel frammento di vegetali carbonizzati, indeter- 
minabili, che sono così comuni sulla superficie delle arenarie di tutte 
le epoche. 

Non vorrò certamente escludere la possibilità che al disotto di 
questo affioramento di argille scagliose, contenenti i banchi di con- 
glomerato granitico, possano esistere delle rocce ofiolitiche ; anzi 
questa esistenza mi pare quasi certa. Ciò però non toglie che quivi 
il conglomerato granitico ne sia affatto indipendente, essendo strati- 
ficato colle argille scagliose e potendo esistere tra queste e le se- 
polte serpentine una zona anche potente di rocce prettamente sedi- 
mentari. Ed a ritenere che ciò sia in fatto mi induce il considerare 
che i meno lontani affioramenti ofiolitici, che per quanto io sappia 
sono a Romagnese ed a Zebedassi di Volpedo, a 15 e 17 chilometri 
in linea retta della Costa Pelada, sono sicuramente compresi tra i 
calcari marnosi a fucoidi al disotto e le arenarie micacee alternate 
con marne compatte al di sopra; e che le argille scagliose si svilup- 
pano soltanto a qualche distanza di questi affioramenti, nei dintorni 
del Carmine e di Moncalvo e presso Godiasco. 

Le particolarità litologiche di questo conglomerato non sono gran 
fatto diverse da quelle della roccia compresa nelle serpentine; poten- 
dosi notare soltanto un maggiore sminuzzamento dei frammenti gra- 
nitici, una minore abbondanza di clorite nella pasta ed una più pro- 
nunciata alterazione del feldispato, senza sfaldatura distinta ed opaco. 
Importante è piuttosto la presenza di frammenti ofiolitici associati 
al granito, la quale assai bene si combina coU'associazione dei banchi 
di questo conglomerato granitico alle accennate brecciole ofiolitiche, 
feldìspatiche, a cemento siliceo. Epperò la composizione litologica, al 



T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 87 

pari della giacitura di questo più recente rimpasto granitico, annesso 
alle argille scagliose, costituiscono un fatto dello stesso ordine forse, 
ma distinto dall'altro dell'esistenza di un conglomerato granitico tra 
gli espandimenti delle serpentine. 

Evidentemente il nesso genetico, che si può intravedere tra questo 
secondo conglomerato e le argille scagliose, stante la composizione 
chimica di queste, è più verosimile di quello che si può ammettere 
tra il più antico conglomerato, ad elementi più integri e le serpen- 
tine. Il banco di brecciola serpentinosa a frammenti feldspatici, as- 
sociati al conglomerato, stabilisce per questo più recente giacimento 
un'importante transizione e nel tempo stesso dimostra che qui trat- 
tasi di una vera elaborazione di materiali preesistenti, granitici ed 
ofiolitici. E nel caso si ammetta, come io faccio senza esitare, l'ori- 
gine eruttiva delle argille scagliose, abbiamo in questo giacimento 
di conglomerato granitico ad esse associato una prova che questa 
elaborazione si limitava negli ultimi periodi del vulcanismo sottoma- 
rino dell'Apennino settentrionale a produrre dei magma fangosi, ca- 
richi di ossidi e dei minerali accessori, che noi conosciamo accompa- 
gnare spesso le argille scagliose. 

Qual'èil nesso che collega queste argille colle roccie ofiolitiche? 
È forse questo nesso una conseguenza di quell'altro ancora da ricer- 
carsi tra le serpentine ed il conglomerato granitico, od i graniti, o 
le rocce altrimenti feldispatiche, che li accompagnano? Ed anche limi- 
tandosi a più speciali questioni, tutte le rocce che nelle precedenti 
pagine dissi eruttive, per quali meati eruppero ed in quali condizioni si 
espansero e quali ne sono precisamente i limiti cronologici? Ecco al- 
trettante dimando, alle quali sono impari certamente le poche notizie 
ed i riflessi che con questo scritto aggiungo a quanto si conosce nella 
intralciata questione dei rapporti tra le roccie serpentinose, essenzial- 
mente magnesifere e le rocce feldispatiche, dalle quali sotto varie 
forme sono esse accompagnate. Né dubito che i fatti accennati sieno 
per trovare numerosi raffronti, non solo sulla formazione ofìolitica 
eocenica, ma eziandio nelle altre formazioni serpentinose, di epoca 
molto più remota, clie abbondano cotanto nelle Alpi occidentali e non 
mancano nella continuazione di esse, che affiora nella parte centrale 
e meridionale della nostra penisola. 



LETTURE 



GLASSE DI LETTERE E SCIENZE MIGRALI E POLITICHE. 



DIRITTO PENALE. — Relazione intorno agli studj della Commissione 
istituita presso il Ministero di Grazia e Giustizia pel riesame del 
Progetto di Codice Penale Italiano. — Stato attuale della que^ 
stione. Memoria presentata dal M. E. A. Buccellati. 

Libro IL 

Il nostro Istituto nel decennio 1866-76, gentilmente invitato dai 
Ministri di grazia e giustizia De Falco, Vigliami e Mancini, pre- 
stava volenteroso la sua opera tanto in ordine strettamente giuri- 
dico, che nei rapporti psichici e fisiologici alla redazione del Pro- 
getto di Codice Penale. 

È bene dunque che agli studj speciali dell' Istituto siano ravvici- 
nati altri studj intorno lo stesso argomento, affinchè completa appaja 
la storia intima e letteraria della nostra legislazione penale; e sia 
posto, per quanto è possibile, in armonia il nostro pensiero con quello 
d'altri, i quali concorsero alla stessa impresa. Così fra l'immensa 
mole di materiali racccolti , specialmente mercè la cura dell'attuale 
Guardasigilli (1), troverà la sua sede conveniente anche l'opera del 
nostro Istituto. 

A tale scopo noi abbiamo seguito e seguiamo tuttora il progres- 
sivo sviluppo della legislazione penale in progetto, con particolare 
intento alla storia dei lavori della Commissione istituita presso il 

(1) Quanto ai lavori italiani vedi nel giornale delle leggi 9 luglio 1877, 
la bibliografia data dal senatore Paoli. Fra gli stranieri poi che gen- 
tilmente risposero all'invito del Mancini e mandarono al Ministero os- 
servazioni e proposte sul libro 1° del Progetto, meritano speciale menziono 



A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 89 
Ministero di Grazia e Giustizia (1), a cui deve far capo ogni altro 
lavoro. 

Nella seduta 22 giugno 1876 esarainavasi il /" Libro del Codice 
compilato dalla Commissione stessa e testò votato dalla Camera dei 
Deputati. 

Che cosa si fece d'allora in poi, quale l'indirizzo attuale di questi 
sludj, quali i voti e le aspirazioni per V avvenire? ì ì .. . Ecco le qui- 
stioni, che ci rimangono a risolvere per la completa nozione deWul- 
timo stadio del Progetto del Codice Penale. È inutile avvertire che 
tali questioni sono di carattere strettamente storico. 

Compiuti gli studj intorno al /" Libro la Commissione, con circo- 
lare 15 hcglio 1876, era suddistinta in nove Sottocommissioni di due 
membri ciascuna (2), alle quali venivano distribuite le materie conte- 
nute nel Libro II del Progetto di Codice Penale. 

I lavori delle Sottocommissioni furono pubblicati in un bel vo- 
lume sotto il titolo: Osservazioni e proposte di emendamenti delle 
Sottocommissioni nelle quali fu divisa la Commissioue governativa 
istituita dal Ministro di Grazia e Giustizia (Mancini) sul II Libro 
del Progetto. Roma. Stamperia Reale, 1877. 

A questo volume serve come complemento un foglio a stampa 
pubblicato in Roma nel p. p. novembre intorno al titolo II: Dei reati, 
intorno al libero esercizio dei culti, e titolo III: Dei reati contro Ve- 
sercizio dei diritti politici della Sottocommissione Pessina e Zuppetta. 

Cosi potrebbero pure valere a complemento di questo lavoro le os- 
servazioni di La Francesca intorno al Titolo V: Dei reati contro la 
pubblica amministrazione commessi dai privati, esposte nell' adu- 
nanza generale, e raccolte nei verbali di questa, che verranno 
quanto prima pubblicati. 

Non conviene a me certamente pronunciare sentenza intorno a 
questi lavori. Altri più competenti furono invitati a questo ufficio; 
e il loro giudizio sarà reso di pubblica ragione. 

Qui giovi soltanto accennare all'uso, che ne fece la Commissione 
generale. 

Mentre essa con ponderazione misurava i motivi degli emenda- 

GrEYER, professore a Monaco, Holltzendoufp, professore a Monaco, 
Keller, I. E, Cons. della suprema corte a Vienna, Kornung, Consi- 
gliere alla Corte di Cassazione iu Ginevra, Mayer professore a Vienna, 
D'Orelli, professore a Zurigo, Thonissen, professore a Louvain, Teich- 
MANN, professore a Basilea, Vahlberg, professore a Vienna, 

(1) Decreto Ministeriale 18 maggio 186G. 

(2) Circolare del Ministro di Grazia e Giustizia 23 luglio 1870. 



90 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 

menti proposti dai colleghi, non si mostrava certo preocupata a fa- 
vore di questi; che anzi, a togliere ogni sospetto di mutua difesa, dava 
di buon animo la preferenza allo schema senatorio ed ai voti della 
magistratura. — Poche, importa avvertire a questo fatto, furono le 
2Jroposte delle Sottocommissioni confermate dalV assemblea generale; 
e queste poche proposte si riferivano a lievi mutamenti, che altera- 
vano punto lo schema senatorio. 

Né della viva opposizione incontrata sentivansi offesi i proponenti; 
imperocché essi seguendo l'esempio del loro presidente eransi imposti 
come prima legge: il sacrificio d'ogni individuale ambizione. 

Nella nobilissima lotta poi, offrivasi facile occasione per spiegare 
liberamente tutte le attività dell' animo; e ciò serviva a viemmeglio 
manifestare sé stesso, e stabilire un'onda aggradevole di idee e di 
affetti, che confondeva tutti in una sola persona. 

Noi eravamo costituiti in famiglia, e quando fu sciolta la Com- 
missione, bene abbiamo sentito quanto era stretto questo vincolo 
fraterno ! 

All'antica famiglia istituita il 18 maggio 1876 si aggiunsero in 
quest'anno altri membri, Arabia, sostituto generale di Cassazione, 
Oliva procuratore generale Pisanelli avv. in Napoli, Piroli consi- 
gliere di Stato, e Trombetta, il prode propugnatore dell'abolizione 
della pena di morte in Senato (1). 

L'assemblea generale apriva le sue conferenze il 5 novembre nelle 
sale del Ministero di Grazia e Giustizia. 

Tutti gli occhi dei Commissarj appena riuniti erano naturalmente 
vòlti al Presidente della Commissione, il Ministro Mancini. 

La gioja di rivederlo fu istantaneamente turbata dalle traccio di 
lunga e gravissima malattia. Il passo lento ed affaticato, pallido il 
viso, affranta e dogliosa tutta la persona, era tal vista da sollevare 
giusto timore che dell' antico presidente altro rimanesse se non una 
smunta immagine; ma ben tosto, all'amichevole abbraccio, l'occhio 
sfavillante, il seducente sorriso, la fronte serena ci rivelarono la 
piena attività dello spirito. Ci confortammo allora nel pensiero che 
ancor giovane e indomita fosse in lui la vigoria della mente e del 
cuore. 

Né ci siamo ingannati. La concettosa parola, con cui egli inaugu- 
rava i lavori della Commissione, piena di nobiltà e di affetto, aggiunse 
lena al nostro animo, ci commosse, ci diede un sicuro indirizzo nelle 
discussioni, che si avevano a tenere. 

Ringraziati i membri della Commissione per quanto erasi fatto, e 

(1) Decreto Ministeriale 23 ottobre 1877. 



A. nUCCF.LLATT, INTORXO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 91 

per ciò che si aveva ad attendere, richiamava egli il principio diret- 
tivo già stabilito nella discussione del 1" Libro, cioè l'ossequio e la 
riverenza dovuta allo schema senatorio, in modo di mantenere possi- 
burnente lo schema stesso nella sua essenziale integrità. 

Così la Commissione era invitata non a mover censura, ma a con- 
fortare col proprio voto V opera stessa del Senato. 

Ciò, o signori, importa ripetere; avvegnaché lo spirito di parte 
travisasse la mente del ministro. 

Questi aveva già dichiarato alla Camera dei Deputati (1) «di 
attenersi al Progetto Senatorio per dare un' a^^es^a^o pubblico e so- 
lenne della sua alta riverenza verso il Senato, il quale aveva consa- 
crate dotte e mature discussioni all'esame del Codice Penale. » 

Nessuno poteva negare al Ministro il diritto di introdurre modi- 
ficazioni nel testo presentato alla Commissione parlamentare; chi 
dunque di buona fede potrebbe ora muovergli accusa se egli ha cer- 
cate « di confortare i suoi convincimenti coi consigli e colla dottrina 
di criminalisti italiani generalmente tenuti iu grande estimazione 
in Europa?» (2). 

Si badi al mandato della Commissione. 

Essa doveva limitare la propria azione entro i confini del disegno 
Senatorio «di quell'eminente consesso, che ha già approvato il Pro- 
getto, consacrando all'esame di esso lunghe e sapienti cure, mediante 
una dotta e profonda discussione, che rimarrà fra i migliori esempi 
dell'operosità delle assemblee legislative»- (3). 

Le parole del Ministro ottennero una solenne conferma dal fatto; 
onde fin dal primo incontro, mentre tutta la Commissione (credo un 
sol voto contrario) seguendo l'antica scuola italiana voleva classificati 
i reati in due sole- categorie delitti e contravvenzioni, spingendo i 
suoi voti fino alla separazione di questi in due leggi speciali, ad 
esempio della legislazione toscana, e del Progetto 1868, il Ministro 
invece in ossequio allo schema senatorio proponeva e la Commissione 
accoglieva la tripartizione dei reati in crimini, delitti e contravven- 
zioni, ingegnosamente evocando un sistema misto, che salvasse i 
principi della scienza, e attenuasse le conseguenze della irrazionale 
tripartizione francese. 

Si potranno contro questo sistema conciliativo addurre gravi argo- 

(1) Atti della Camera. Tornata 7 giugno 1876. 

(2) Idem eodem. 

(3) Lettera di Mancini agli onorevoli componenti della Commissione in- 
caricata dello studio delle modificazioni da introdursi nel Progetto di Co- 
dice Penale. Roma, 18 maggio 1876, 



92 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE, ITALIANO, ECC. 

menti (1); ma nessuno uomo onesto potrà giudicare ostile al Senato 
lo sforzo magnanimo del Ministro per aderire al Progetto Senatorio. 
Tale indirizzo fu pure gelosamente seguito dalla Commissione 
nella discussione del Libro II, sotto la scorta del Ministro e del se- 
natore Conforti. 

Così nei reati contro la sicurezza dello Stato dopo lunghe e gra- 
vissime discussioni col prode SottocommisSario, rappresentante an- 
che del suo collega assente, si mantenne sostanzialmente il testo se- 
natorio, specificandovi soltanto V attacco alla sacra persona del re 
nella vita e nella libertà; distinguendosi ààW attentato (nomen juris) 
il semplice tentativo diminuito di un grado; rettificandosi il concetto 
di cospirazione, in modo che la proposta di cospirare non accettata 
non costituisse fatto punibile; sopprimendosi l'impunità dei rivela- 
tori, salvo il giusto calcolo del pentimento; escludendo i reati di 
scampa per ragione di sistema, volendo, sull'esempio del progetto 1868, 
serbare inalterata « una legge che per il suo carattere è ritenuta 
altra delle leggi fondamentali del regno » , accogliendo infine la mas- 
sima oggi vigente nel Codice Toscano di non procedersi contro V ol- 
traggio al re senza V autorizzazione del Ministro di Grazia e Giu- 
stizia. 

Né valse ad altra Sottocommissione il provare eloquentemente che 
non vi ha offesa al sentimento religioso passibile di pena, se non vi 
sia aggiunta la circostanza di luogo consacrato al culto. La Commis- 
sione in contrario confermava lo schema senatorio, che tutela il culto 
contro qualunque contumelia ovunque fatta; e solo, per togliere ogni 
equivoco, sostituiva alla vaga locuzione, offesa al sentimento religioso, 
altra piìi concreta, oltraggio ai culti esistenti nello Stato, ed esplici- 
tamente richiedeva V animo deliberato nell'agente di oltraggiare. 

Altre innovazioni in questo capo come nei successivi reati contro 
V esercizio dei diritti politici, reato di procurato aborto, ecc. si ri- 
feriscono solo alla classificazione commessa allo studio della Sotto- 
commissione (2). 

Né mancò certo chi trattando degli abusi dei ministri del culto 



(1) Ad opera compiuta, quando cioè il Progetto sarà convertito in legge, 
come giova sperare, riserviamo la critica di questo sistema fatalmente 
necessario per 1' approvazione di un Codice nei governi rappresentativi. 

(2) Facevano parte della Sottocommissione i Commissari Pessina, Nulli, 
Oliva, Buccellati ed il Segretario Casorati coi suoi aggiunti Brusa 
e Lucchini. 

La Sottocommissione raccoglievasi al Ministero le nove del mattino 
ed asgociavasi più tardi alle adunanze della Commissione Generale, 



A. DUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 93 

(a questa seduta per ragione facile a comprendersi non interveniva 
Mancini) ne proponesse V abolizione di tutti questi articoli com.e pri- 
vilegio odioso ad una classe di cittadini; mentre altri volevano li- 
mitato il concetto al turbamento della coscienza pubblica, escludendo 
la pace domestica; ma, dopo vivissima discussione, sì mantenne ap- 
pieno il testo senatorio, a condizione che nella formola apparisse in 
modo evidente V elemento intenzionale criminoso nelV agente ; e ciò 
per dimostrare, che si ò voluto con sanzione penale tutelare la so- 
cietà contro le intemperanze del clero e non già offendere la libertà 
di questo r\Q\V esercizio legittimo delle sue funzioni. La Commissione 
però non potè accordarsi sulla formola stessa; ed accolte in massima 
due proposte (Conforti-Buccellati T una, Casorati l'altra) le ras- 
segnava al Ministro per la scelta definitiva. 

Trattandosi della simulazione di reato si sollevò gravissima op- 
posizione (come a fatto razionalmente inconcepibile) al § 2° del- 
l' art. 223 del Progetto Senatorio, che dichiara reato il fatto di colui 
il quale davanti alV autorità giudiziaria si confessa autore o com- 
plice di un reato a cui è estraneo; ma non fu deliberata per ciò la 
soppressione e solo venne incaricata la Sottocommissione a riflettere 
e decidere: se mai lo stesso fatto trovasse miglior sede sotto il titolo 
di favoreggiamento. 

Nella calunnia fu tolto il talione per la ripugnanza alla retribu- 
zione materiale (1); ma vi si mantenne la sostanziale misura della 
pena stabilita dal Senato in relazione agli effetti della calunnia stessa, 
se cioè abbia essa prodotto procedimento o condanna. 

E qui non nego: che V aborrimento alla pena di morte si spingesse 
fino al punto di sopprimere la figura della calunnia, che attribuisce 
all'innocente un fatto punibile colla pena di morte, quantunque 
questo fatto sia possibile tanto per il Codice militare, in cui ri- 
marrebbe la pena capitale (2), quanto per lo strascico del Codice 
Sardo (3). 



perdurando nello studio del Progetto fino alle G pom. del 5 novembre al 
7 dicembre. 

A questa Sottocommissione era deferito il mandato di formulare gli 
articoli di legge, e coordinare la classificazione dei reati secondo l'indi- 
rizzo dato dalla Commissione Generale. 

(1) Non possiamo dissimulare però che sull'opportunità dell'emenda- 
mento proposto sorgesse qualche dubbio in seno della stessa Sottocom- 
missione. 

Per le Note (2) e (3) vedi le tre pagine seguenti. 



94 A BUGGIiLLATl, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 

Sembrava pure a taluno che si potesse risparmiare il reato di 
prevaricazione, subordinandosi i fatti contemplati in questo Capo 
sotto altri titoli colla circostanza aggravante della persona; ma fu 
salvo nella sostanza il dettato del Progetto Senatorio, introducendosi 
solo la variante rispetto al patto quotalizio : che si applicasse cioè, 

(2) Siccome siamo stati aecnsati di contraddizione anche recentemente 
nella Camera del Deputati, perchè si voglia l' abolizione soltanto nel Co- 
dice penale comune e non nel militare; così a dissipare questa accusa ci 
crediamo obbligati ripetere qui i motivi per cui crediamo: doversi razio- 
nalmente ed eccezionalmente respingere talvolta la violenza colla morte 
del colpevole. 

Alcuni atti delittuosi, specialmente in tempo di guerra: rivolta, ammuti- 
namento, devastazioni, incendi e stragi, esigono una straordinaria repres- 
sione. In tali casi però, non è dominante il diritto di punire, bensì altro 
più fatale, donde ha origine la guerra, cioè il diritto di difesa, che na- 
turalmente spetta air individuo ed alla società contro l'aggressore, diritto 
che viene misurato soltanto dalla gravezza del pericolo imminente. A que- 
sto diritto necessariamente aderente a ciascuna persona, col fatto dell'as- 
sociazione, non è data rinuncia, come pensano erroneamente i seguaci del 
patto sociale, e si rende collettivo mediante la guerra. 

Ben distinta però è la reintegrazione o tutela dell'ordine giuridico, fon- 
damento del diritto penale, dalla difesa istantanea dell'ordine sociale; 
reintegrare (e questo fatto si riferisce pure alla coscienza del reo) non è 
mai distruggere; difendere (poiché la difesa ha per oggetto soltanto la 
società e non il reo) pviò essere e sarà distruzione, quando in altro modo 
non sia possibile rimuovere l' offesa. 

Nella reintegrazione, il reo è ancor fine a se medesimo: a lui rimane 
la personalità limitata nei suoi diritti, ma non annullata*, nella difesa al 
contrario il reo è mezzo alla società, e la Sius, personalità può essere sacri- 
ficata allo Stato. 

Siccome però un confine matematicamente prescritto fra i duo principi, 
reintegrazione e difesa, come fra i due istituti diritto penale e diritto di 
guerra, riesce difficile*, così vi saranno atti di incerto carattere, a quella 
guisa che fra due nazioni vi hanno sempre di mezzo alcune famìglie di 
incerta razza; or bene contro questi atti, in quanto sembrano subordinati 
al principio di difesa, sarà legittima la violenza fino alla morte del ne- 
mico cum moderamine inculpatae tutelae. 

A conferma di ciò, oltre al Codice comune, noi vediamo sorgere in ogni 
tempo, presso tutti i popoli alcune leggi straordinarie, le quali provveg- 
gono meglio alla difesa istantanea della società, che alla giustizia puni- 
tiva; tali sono le leggi marziali in generale (il nome stesso offre il carat- 
tere della legge), i cui relativi processi sono detti statari, appunto per 
indicare l'istantaneità della difesa, contro l'offesa dei belligeranti. 

È una specie di guerra civile. Di queste leggi ne abbiamo esempì presBO 



A. DUCCELL\TI, INTORNO AL PRCG. DI CODICIi PENALE ITALIANO, ECC. 95 

la pena per l'eccessiva mercede chiesta non prima, ma durante il 
corso della causa, quando già i documenti ed i segreti fossero in pos- 
sesso dell' avvocato e del procuratore. 

Piti viva la lotta sollevossi riguardo alle armi, e, quando mi sia 
lecito il dirlo, si aveva argomento a sperare che, in conseguenza 



tutti i popoli antichi e moderni, monarchie e repubbliche; e la ragione 
non si è mai ribellata a questa dura necessità, che si fonda sul principio 
naturale, vim vi repellere licet. 

Così presso noi ottenne il suffragio universale la legge PiCCA per la 
repressione del brigantaggio, e le varie leggi sòrte in Inghilterra secondo 
le esigenze istantanee della difesa (I). 

Se ciò regge per la comune dei cittadini, se vi sono circostanze di 
tempo, accordo di malfattori, carattere dell' azione delittuosa, che pon- 
gono la società in istato di guerra e quindi nella necessità di difesa, vita 
-pro vita, non vi ha ragione, perchè si escluda questa possibilità nell' e- 
sercito, a cui le armi rendono più facile l' attacco. Non fosse altro il 
tempo di guerra dà indubbiamente ad alcuni delitti il carattere di ne- 
mica aggressione. 

Piaccia in proposito richiamare le parole rivolte dal generale Vinoy a 
JuLES Simon, il quale, come il più eloquente propugnatore dell' aboli- 
zione della pena di morte in Francia (2), vivamente protestava contro la 
proposta di far fucilare senza alcun riguardo le spie, i traditori, i vi- 
gliacchi: «Signor Simon, io sono quasi del vostro avviso. Ma noi siamo 
in una situazione eccezionale. Dopo la guerra decretate pure l'abolizione 
della pena di morte, eh' io vi batterò le mani di gran cuore- Ma oggi ci 
entra di mezzo la salute della patria. Ebbene, noi stabiliremo delle Corti 
marziali, noi giudicheremo, condanneremo, fucileremo, e ve lo diremo 
dopo. Cosi i vostri principi non ne sapranno nulla. .. » Jules Simon, così 
ci narrano i giornali, non potè fare a meno di sorridere e strinse la mano 
al Generale (3). 

Concludiamo. I codici destinati alla perpetuità e per i casi ordinari, in 
una società ordinata a giustizia, debbono limitare il concetto di pena alla 
restrizione di libertà; mentre altre leggi straordinarie temporanee giusti- 
ficate dalla condizione eccezionale di uua società gravemente minacciata 



(1) Cosi la legge di Giorgio II per prevedere e punire sollevazioni tumultuose di persone 
entro il regno. 

Quella della regina Vittoria d'Inghilterra per l'Irlanda (1848) per la migliore j}revemione 
del delitto e della violenza in certe piarti dell' Irlanda; a cui altra ne seguiva per la pre- 
servazione deliri pace in Irlanda^ proposta dal ministro Gladstone e facilmente votata in 
parlamento nel 1S70. 

(2) Vedi il discorso pronunciato all'Assemblea legislativa francese da Jules Simon nella 
seduta 21 marzo 1870 sull'abolizione della pena di morte. 

(3) Questo fatto, tolto dai giornali francesi, veniva riprodotto nei nostri giornali nei primi 
mesi del 1870. 



96 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 

della discussione fermamente sostenuta dalla scuola toscana, si do- 
vesse rinviare questo Capo al Libro II delle contravvenzioni di poli- 
zìa secondo la ragione ontologica del fatto politicamente delittuoso, 
il risultato della votazione sortì contrario all'emendamento pro- 
posto. 

Né fu certo piìi fortunata ne' suoi radicali emendamenti la Sot- 
TOCOMMissioNE dei titoli Vili e IX ed io in particolare ebbi a subire 
una piena disfatta riguardo alle proposte intorno al reato di ban- 
carotta. 

La Commissione, respinto il concetto di bancarotta nei non com- 
mercianti (esclusivo oggetto del Codice Penale comune secondo la pro- 
posta Buccellati), agitava le questioni : se convenisse per intero in- 
cludere le norme punitive sulla bancarotta nel Codice Penale, o 
non anzi per intero nel Codice di Commercio; oppure se convenisse 
seguire un sistema intermedio secondo l' attuale legislazione. 

Prevalse il primo sistema e la Sottocommissione trasportava nel 
Codice Penale le disposizioni del Progetto di Codice Commerciale. 

Né miglior accoglienza otteneva la proposta di separare assoluta- 
mente ì reati contro il buon costume dai reati contro la famiglia. 
Solo, in considerazione al sistema stesso seguito nel progetto, si rin- 
viava il reato di procurato aborto ai reati contro le persone. 

In questo Capo si sono introdotti varj emendamenti, tali però da 
rendere piti chiara ed ordinata la distinzione stessa stabilita dallo 
schema senatorio fra le due figure di reato prostituzione a servizio 
dell'altrui libìdine, e corruzione a servizio della propria libidine. — 
Nella prostituzione quindi si distinsero per la congrua penalità: a) 
y eccitamento, che presuppone precedente onestà nella persona passi- 
va; b) dal favoreggiamento, che presuppone corruttela nella persona 
passiva; e) e si tenne giusto calcolo del fatto singolare in confronto 
SiW abitudine di chi prostituisse per mestiere o per interesse. 

Interessantissima, di lunga durata e con svariata sentenza sortiva 
la quìstìone delV omicidio premeditato, ma in ciò, come per quanto 

oiella sua esistenza, potranno coatro certi atti, che meglio rappresentano 
il carattere di offesa i?i guerra, che non quello dì delitto ordinario minac- 
ciare la morte, quale effetto possibile del diritto naturale di difesa. Ciò 
regge indistintamente per tutti i cittadini, e con maggiore ragione per 
colui, che volge ad offesa della società quelle armi, che gli furono date 
per la difesa sociale: cioè per il soldato nel caso di rivolta, ammutina- 
mento, cospirazione col nemico contro la patria comune. 

(2) La Commissione del resto deliberava che si sarebbe compiuta que- 
sta lacuna nelle disposizioni transitorie. 



A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 97 

riguarda V omicidio tn geniere, si ritenne sostanzialmente il concetto 
Senatorio, aggiungendosi solo fra gli omicidi! scusabili quello com- 
messo per giusto dolore, secondo la dottrina e giurisprudenza toscana. 

Intorno alle lesioni personali si svolsero e si confermarono pure 
numerosi emendamenti rispetto alle penalità; ma tali da non alterare 
questi la misura prestabilita nel Progetto, rendendosi anzi piti or- 
dinata la gradazione colla distinzione cólta dal Codice Toscano di 
lesioni gravissime, gravi e leggere con relativa tripartizione di pena. 

Era pure naturale che sorgessero serii oppositori al reato di duello, 
sia intorno alla sua entità, sia, ciò che più importa, sulla smisurata 
specificazione dei casi, ma non venne perciò ivi introdotta alcuna es- 
senziale modificazione, meno Vimpuriità concessa ai padrini non solo 
nel caso in cui avessero impedito il combattimento, ma anche allora 
quando avessero contribuito ad attenuarne le conseguenze. 

Quanto alla diffamazione nulla si è innovato e solo fu subordinato 
alla querela privata anche la difFtimazione contro pubblici ufficiali, 
sembrando conforme ai principj stessi seguiti dal Progetto il conce- 
dere anche ai pubblici ufficiali la facoltà di disprezzare V ingiuria 
col silenzio e di impedire un processo, che per avventura potrebbe dare 
occasione a scandalo. 

Si discusse pur molto sulla prescrizione di questi reati; e se lieve 
mutamento fu introdotto, sì deve questo alla legge sulla stampa, ri- 
tenuta inviolabile quasi appendice allo Statuto. 

Nei reati contro la proprietà la scuola Napoletana sostenne elo- 
quentemente il principio: che il reato non è consumato se non quando 
il ladro sia riuscito a porre in sicuro la cosa rubata ; ma prevalse il 
concetto accolto dal Senato: che \ì furto sia consumato dall'istante 
in cui la cosa è stata tolta, per fine di lucro, dal luogo in cui si trova. 

Si lamentarono pure le infinite qualifiche, che tolgono le possibilità 
del furto semplice; ma non vi fu introdotta alcuna modificazione, 
eccetto che nella definizione della notte. 

Della estorsione se ne diede piii ampio concetto sulle traccie del 
dettato senatorio includendovi eziandio il caso di chi, minacciando 
scandalose pubblicazioni, estorce denaro o roba (il chantags dei Fran- 
cesi). 

Ciò basti, signori, per dimostrarvi il grande rispetto che si ebbe 
allo schema Senatorio. E, badate bene, che nella discussione del II 
Libro in confronto del primo vi era una gravissima difficoltà a su- 
perare; cioè l'opinione degli amici e colleghi, la quale, col fatto della 
pubblicazione, maggiormente interessava 1' amor proprio dei propo- 
nenti, gelosi del nome meritamente acquistato nella repubblica della 
scienza. 

Eendiconti. — Serie II. Voi XI. 7 



98 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 

Per noi, postergato ogai riguardo personale, la parola più auto- 
revole fu sempre quella del Senato; e il degno successore di Ambro- 
soLi, il Membro della Commissione e Segretario Casorati (1), ri- 
chiamava di frequente la discussione Senatoria, e questa decideva la 
questione. 

Posti dunque fra due forze gli emendamenti stessi proposti dai 
membri della Commissione e il voto del Senato, non abbiamo dubi- 
tato dì dare a questo la preferenza. 

Dove poi si introdusse qualche mutamento fu questo di forma 
anziché di sostanza. 

Valga in proposito qualche esempio di questi mutamenti di for- 
ma, i quali coi succitati emendamenti sostanziali proposti, e presso- 
ché tutti respinti in omaggio al Progetto Senatorio, potranno offrire 
un rendiconto sufficiente del nostro lavoro. 

1." Sì resero più esatte alcune rubriche e si posero in congrua 
sede quelle disposizioni, che apparivano estravaganti, scambiandosi tal- 
volta il titolo dei reati. 

Così meglio (per tacere delle varianti di classificazione, di cui re- 
tro si é fatto cenno), aderendo alle tradizioni italiane, all' abuso di 
confidenza si sostituiva il titolo di truffa per indicare il fatto di chi 
si appropria, convertendola in profitto dì sé o di un. terzo, una cosa 
altrui, che gli è stata affidata colV obbligo di consegnarla; surroga- 
vasi poi il titolo di frode a quello di truffa per significare il reato 
di coloro, che con inganni, artifizj e maneggi si procurano un in- 
giusto guadagno in danno altrui. 

2.° Si fece più rigorosa applicazione dei principj generali sia di 
equità che di giustiùa, i quali derivano naturalmenle dallo spirito, 
che informa il Progetto Senatorio. 

Così rispetto alla non imputabilità di chi viola la legge per obbe- 
dienza alV ordine del suo superiore gerarchico oltre le circostanze, a) 

(1) La Commissione nel prender congedo manifestava la sua viva ri- 
conoscenza a Casorati, per la sua intelligente e straordinaria operosità. 
Mentre esso partecipava in larga misura alle discussioni quale Commis- 
SAniO e SOTTOCOMMissARio giungeva ancora in tempo, coadjuvato dai 
suoi aggiunti Brusa e Lucchini, al pronto ed esatto disbrigo degli af- 
fari di segreteria, al pieno soddisfacimento degli svariati desiderj dei 
Membri della Commissione ed in particolave all' ordinamento fedele del- 
l' arruffata matassa di verbali, costrutti durante discussioni talvolta sbri- 
gliate sotto la concitazione degli animi istantaneamente offesi all'agres- 
sione di quei principi scientifici, che, per tradizione regionale o per singo- 
lare convincimento, costituiscono parte integrante della propria personalità 
in uomini consacrati alla scienza. 



A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 99 
che l'ordine dato fosse entro i confini della competenza del superoire, 
e che b) l'inferiore per quell'atto dovesse obbedienza, e) un terzo re- 
quisito si aggiunse che: l'atto non fosse di tal natura da escludere^ 
per la sua manifesta turpitudine od ingiustizia, ogni legittimità. 

In omaggio poi allo Statuto, che garantisce la libertà personale, si 
ritennero come elementi del reato: resistenza alla pubblica autorità^ 
non solo la circostanza personale di pubblico ufficiale, ma ancora il 
legittimo potere e le forme legali deW ordine, aggravandosi però la 
penalità in modo che venisse questa desunta dalla categoria di pene 
riservate ai reati di prava natura (prigionia e reclusione). Così colla 
più esatta determinazione del reato e 1' aggravamento delle pene, si 
procurò di conciliare viemeglio la tutela della libertà individuale 
colla tutela della libertà collettiva o l'ordine pubblico (1). 

E in appresso, ammettendo pure la Commissione Y imputabilità 
del pubblico ufficiale, che dopo la dimissione dall' ufficio diffonde per 
stampa documenti non destinati alla pubblicità, ne rese di questo 
reato piìi equo e castigato il concetto limitando l'oggetto a que' do- 
cumenti che sono segreti per la loro natura nell'interesse dello Stato 
ed escludendo nel soggetto agente ogni imputabilità penale quando 
fosse egli nella dura necessità di provvedere colla pubblicazione dei 
documenti stessi alla propria difesa. 

Nella gravissima questione : se, considerate le disposizioni della legge 
civile, possa nel codice penale dichiararsi e punirsi come reato la fal- 
sità del giuramento decisorio, la Commissione, aderendo in massima al 
concetto Senatorio, stabiliva che per esercitare in materia di sper- 
giuro nei giudizi! civili l'azione penale non bastasse un documento, 
che costituisse almeno un principio di prove per scritto, ma si esi- 
gesse un documento decisivo scoperto dopo la prestazione del giura- 
mento. Lo che era un giusto omaggio della legge civile, corrispondendo 
alle condizioni volute per la revocazione di una sentenza. 

(1) La tutela della pubblica sicurezza e la difesa quindi de' galantuo- 
mini contro i birbanti 

« Onde convenne legge per fren porre »» 

Purg., C. XVL 

era il ritornello di favore del nostro ministro, il quale da taluno Buolsi 
presentare, come affetto da morboso sentimentalismo. 

Fu per iniziativa specialmente di Mancini, che si accrebbe talvolta la 
misura della pena, e dietro sua proposta, per tacer d' altro, earebbesi 
creata quasi una nuova figura di reato precedente il tentativo di omi- 
cidio, se la riflessione dello scienziato non avesse poi vinto l'eccessivo zelo 
del Ministro per la tutela sociale. 



100 A. BUCCÈLLATT, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 

Ed in omaggio alla legge morale fu abolito il premio ai delatori; 
ed il costringimento di farsi denunziatori i medici, i chirurghi e le 
levatrici, quale vi ha sotto il titolo : ommesso referto dei reati, fu rin- 
viato alle contravvenzioni, come oggetto di giustizia preventiva, non 
repressiva (1). 

3." Si armonizzarono meglio le disposizioni speeiali col titolo, a 
cui erano subordinate. 

Così fu stabilito che nella concussione, a differenza di ciò che è 
stabilito nel peculato, non giovasse ad attenuare la pena la restitu- 
zione delV indebito percetto, poiché la somma percetta indebitamente 
è fatto secondario e l'essenza del reato consiste nelV abuso di auto- 
rità (2). 

Si applicò poi, oltre la multa e la sospensione dei pubblici uffici, 
anche la restrizione di libertà nel caso di retribuzione percetta da 
un impiegato, sìa, pure per un'atto giusto; essendovi sempre corru- 
zione, la cui intrinseca immoralità esige una pena disonorante... Ed 
in accordo al concetto generale si tenne pur calcolo del tentativo di 
corruzione non seguita da effetto per onestà del pubblico ufficiale. 

In ordine ai concetti individuali dei reati, da cui derivano logi- 
camente le singole norme, sorgeva vivissima discussione intorno sii- 
V esercizio arbitrario delle proprie ragioni: se cioè sia essenziale co- 
stitutivo la violenza, o solo la ragione illecitamente fattasi; e rite- 
nuto il primo concetto, a questo si coordinarono le singolari dispo- 
sizioni. 

4." Finalmente, sulle traccie del Senato stesso ed in relazione 
alle attuali esigenze, si procurò con ogni studio di prevenire recenti 
figure di reati, quali sarebbero la maffla, la camorra, ed il ricatto 
morale; e là dove l'esperienza provava insufficienti le pene, non du- 
bitavasi di infliggere più grave repressione, come nei reati commessi 
dai pubblici ufficiali, reati contro la famiglia e il buon costume, e i 
reati di sangue. La Commissione (inspirata anche dalle parole del 
Ministro) dimostrava così di non essere certo preoccupata da vano 
sentimentalismo. 

Che cosa dunque si è fatto, se tanta fu la riverenza all'opera del 
Senato? 

Rispondiamo che se la Commissione avesse soltanto confermato il 
Progetto Senatorio non era vano il suo lavoro ad agevolarne l' im- 
presa dell'unificazione legislativa...; ma voi, o signori, ben sapete 

(1) Ripugnava sopra tutto il riconoscere delitto la fede serbata per 
eventuale necessità al segreto del proprio ufiScio. 

(2) Questo emendamento incontrava viva opposizione. 



A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 101 

le cure infinite nella redazione di una legge; e quando pure si abbia 
Vitìtento di rispettarne la parte essenziale, quanti studi si esigano 
per il perfezionanaento del testo sia nell'ordine che nella forma! — 
E come appare dalla rivista data dei nostri lavori, qualche cosa si 
è pur tentato oltre la forma e V ordine. 

Del resto non meniamo vanto di inventori. Il nostro ufficio fu mo- 
desto assai; non per questo meno degno di considerazione. L'edificio 
era già eretto: l'architetto era stato altri; a noi non rimaneva che 
abbellire l'opera con ardito innesto, ma pur tremando e diffidando. 

Se abbiamo raggiunto l'intento lo giudicheranno altri. Il certo si 
è che ben lungi dalla pretesa di correggere altri, noi, col sacrificio 
delle indivi! uali opinioni, ci siamo eretti in nostri correttori e giu- 
dici. 

KW edifìcio senatorio, giova ripeterlo, non si è arrecato alcuna 
grave alterazione. Solo una pietra è levata, perchè la ci sembrava 
inutile, perchè, ci sia lecito il dirlo, anche questa sottrazione ci sem- 
brava naturale conseguenza del voto senatorio. 

Ad unanimità abbiamo proposta V abolizione della pena di morte ; 
ma dopo la celebre votazione del 1874 del Senato, questa abolizione 
era una necessità logica secondo il naturale svolgimento dei prin- 
cipj. 

Non vo' richiamare qui la gravissima differenza fra il 1865, in 
cui si ebbero soltanto 16 voti, e il 1874, in cui sì ebbero voti 41 a 
favore dell* abolizione, in modo che seguendo la stessa proporzione 
nel processo del pensiero abolizionista, il Senato sarebbe obbligato 
dall' abolizione graduale procedere all' abolizione assoluta ; né vo' 
pure accennare al valore intrinseco al valore, come osserva Holtzen- 
dorff acutamente, non quantitativo ma qualitativo (1) dei voti stessi, 
dati nel 1874 dai più illustri giureconsulti del Senato, 14 membri 
delValta magistratura, e Q ex ministri di grazia e giustizia (2) ; e 
neppure mi valgo dello stato attuale della questione creata dai nume- 
rosi opportunisti (3); non della splendida votazione alla Camera dei 
Deputati e àaVC imperiosa necessità di provvedere aW unificazione 
legislativa vincolata al voto sulla pena di morte, alla cui abolizione la 
gentilissima Toscana subordinava quasi la propria annessione all'Ita- 
lia; né vo' richiamare alla memoria il risultato del plebiscito di altis- 



(1) Der neuesfe italianische strafgesetzentwurf un die Tode atra/e. 

(2) Boroatti, Conporti, De Falco, Db Filippi, Pironti, Tbcchio. 

(3) Vedi Pena di morte e il Senato Italiano. Rivista Penale 1876, fa- 
scicolo VI. 



102 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 

Simo interesse provocato da Mancini (1) : Vunanimilà delle più impor- 
tanti facoltà giuridiche, la maggioranza delle Corti d'Appello, ed in 
particolare dei Procuraturi Generali, indomiti e prodi rappresentanti 
della sicurezza sociale, e l'adesione oltre la metà (35j3ro,84 contro) degli 
ordini forensi a favore dell'abolizione. . . Si taccia pure di ciò, ma non 
senza colpa possiamo noi trascurare una considerazione di altissimo 
momento, che ci perviene da dottissimo straniero (2), la dichiara- 
zione indiretta di Vittorio Emanuele a favore dell'abolizione, avve- 
gnacchè egli nella ricomposizione del Ministero, avvenuta dopo il voto 
della Camera, non imponesse alcun grave mutamento all'indirizzo 
della cosa pubblica, ed in particolare amasse avere nei consigli della 
Corona un Mancini, che tutto il peso della sua influenza personale 
strenuamente oppone alla oonservazione del patibolo (3). Sono pur 
questi gravissimi argomenti; ma al disopra domina l'autorità sena- 
toria. 

Sono le modificazioni stesse imposte dal Senato al Progetto Vi- 
gliani, quelle che obbligano oggi all'abolizione. 

La decapitazione, così deliberava il Senato (art. 12) « sia eseguita 
nell'interno di una delle carceri situata nel Comune, dove fu pronun- 
ciata la sentenza. » 

Questo emendamento se riguarda la forma, riflette il suo valore 
sull'essenza della pena stessa; imperocché la pubblicità è carattere 
essenziale, affinchè la pena produca una salutare intimidazione (unico 
fine della pena capitale). 

Se esercitando voi un diritto, anzi il massimo diritto sociale, quello 
di punire, vi nascondete nel segreto, e temete che si demoralizzi il 
popolo, è argomento a credere che almeno dubitate della giustizia 
intrinseca dell'atto, che siete per eseguire? 

E che questo dubbio sia nella coscienza degli antiabolizionisti lo 
prova anche la parola di questi ostinatamente trincerati entro i con- 
fini dell'opportunità. 

La modificazione ancor più grave introdotta dal Senato, si riferi- 
sce alla nuova condizione per l'applicazione della pena estrema, la 
quasi unanimità cioè dei voti nei giurati. 

Dietro invito del senatore Picca, la Commissione, d'accordo col Mi- 
nistro, proponeva ed il Senato confermava la seguente aggiunta al- 
l'art. 70, dove si tratta delle circostazne mitiganti. 

(1) Vedi la Relazione Ministeriale e le Savie osservazioni di Holt- 
ZENDORFF nella citata monografia e di Geyer AlUjemeiae Zeitung, dicem- 
bre 1867, 

(2) Geyer, Ice. cit. 

(3) HOLTZENDORFF, loc. cit. 



A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. lO'J 

« La diminuziono ha luogo a favore degli imputati dichiarati col- 
pevoli di crimini puniti colla morte, seraprechò le circostanze atte- 
nuanti sieno emesse almeno da tre giurati. » 

Ai tempi del terrorismo, in quaranC anni di pratica giudiziaria, 
testimonio il senatore Trombetta, non si ebbe una sola sentenza di 
morte ad unanimità (erano ordinariamente tre i magistrati giudi- 
canti); or bene, applicate ora che il terrorismo, come principio del di- 
ritto di punire, ò respinto dalla scienza e dalla coscienza, applicate 
questa misura coi giudici di fatto, e ditemi se realmente non siasi 
ottenuta l'abolizione in Senato? 

Non dubito asserire che anche i recentissimi giudizi popolari (di 
cui non a torto sì menò gran rumore per la contemporanea vota- 
zione della Camera), secondo la norma statuita dal Senato, ci avreb- 
bero risparmiato il carnefice o lo spreco della grazia sovrana (1). 

Il punto dunque della questione si riferisce non aW essenza, ma 
alla forma; se cioè debba V abolizione della pena di morte mantenersi 
soltanto in fatto o non anzi confermarsi colla legge. 

Io non dubito che la legale conferma sia una necessità, quando si 
avvisi che una minaccia di impossibile attuazione, versa il ridicolo 
e il disprezzo sulla legge, e sconvolge tutta la scala penale, in quanto 
si presuppone a capo di questa un gradino che realmente non sus- 
siste (2). 

Sia dunque questa pena già abolita nei trattati, e nella pratica abo- 
lita anche nel codice. 

Lo stesso illustre ministro ViGLiANi abolizionista ^rac^waZe (3), dopo 

(1) Mi sia lecito usare la parola spreco, avvegnaché un ministro aboli- 
zionista (e nessuno potrà escludere 1' abolizionista dal ministero) si creda 
obbligato disconoscere la legge e provocare in qualunque caso di pena 
capitale la grazia sovrana. 

(2) Questa è la difficoltà più grave che opponevasi in Senato nel 1865, 
quando chiedevasi di introdurre 1' abolizione della pena capitale nel Co- 
dice Subalpino. Ma allora almeno, se non riformavasi tutta la scala pe- 
nale, offiivasi pure una sostituzione alla pena estrema giusta il Progetto 
Mancini; nel caso invece di una abolizione di fatto e non di diritto non 
vi sarebbe questa sostituzione, e quindi i più gravi delitti colpiti dalla 
pena di morte, realmenfe non distinti nella misura della penalità sareb 
bero per sé stessi impuniti. 

(3) Importa qui ricordare le parole stesse del iMinistro Vi gli ani in 
risposta al Senatore Trombetta « abolizionista sì, ma abolizionista gra- 
duale {Senato. Tornata 18 fehbrajo 18 ). >> 

Lo stesso YiGLTANi nella sua lielazione preposta al Progetto avviaa : 
che la base principale del sistema penale accolta dai più civili e conforme 



104 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 

l'accettazione dell' emendamento Picca, avanzandosi d' un sol passo, 
deve dichiararsi abolizionista assoluto. 

Chi non si avanza, di necessità retrocede, poiché non progredì re- 
gredi est. Retro poi vi ha una china che mena all' abisso. 

Ecco perchè questo passo progressivo è pure necessario al Senato. 
Egli è regolatore della forza motrice^ e come tale governa, ma non 
avversa il moto progressivo della Camera. Prudentemente si, ma sem- 
pre avanti. 

La Camera dei Deputati non discuteva, ma aboliva per acclama- 
zione la pena di morte nel 1877. 

A taluno poteva sembrar strano questo fatto, ma a chi crede nel 
moto progressivo dell' Idea questa maniera solenne di votazione dal 
1865 in poi appariva Veffetto naturale del concetto abolizionista, che 
si svolge e si matura col progresso delV umanità (l). 

Questo moto con equa proporzione lo subiva pure il Senato dal 1865 
al 1874; perchè dunque arrestarsi? o meglio dacché l'arrestarsi non 
è possibile, perchè retrocedere d' un passo?? . . . 

Il deviamento dal corso provvidenziale non è mai senza grave tur" 
bamento morale e civile dei popoli. 

Noi non ci turbiamo molto per il rovescio di un ministero qua- 
lunque. Alieni dai partiti politici desideriamo il meglio del paese, di 
cui estimatori e giudici legali sono la rappresentanza della nazione 
ed il sovrano. 

Ciò che ci turba invece gravemente è l'offesa oXV integrità della 
nazione, tenacemente aderente alle nostre civili istituzioni; e questa 
offesa non la temiamo tanto da nemici esterni, quanto dal cieco spi- 
rito di parte, che tutto miseramente demolisce. 

11 Senato avventuratamente si eleva sopra serena regione, dove non 
imperano le fazioni; ma solo la giustizia ed il ben essere dello Stato. 

Se fosse altrimenti, se anche il Senato rappresentasse un partito 
qualunque o destra o sinistra, sarebbe egli misero parassita, che suc- 
chia gli umori da un ramo della Camera dei Deputati, opperò mo- 
ralmente cesserebbe di essere. 

Voi sapete, o signori, le gravi obbiezioni che sì muovono tuttodì 
contro la Camera vitalizia, sia sulla sua intrinseca necessità, sia 
sul 7nodo attuale di elezione, afSdata solo al potere esecutivo, sia 
sulla sua sfera di azione confusa con quella della Camera. 

alV umana natura è quella della restrizione della libertà personale dei de' 
linquenti {Relazione, pag. 23). 

(1) Questo è il grave argomento contro la scuola egheliana (Vedi Abo- 
lizione della pena di morte, Milano, Vallardi, 1871). 



A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 103 

A quaste obbiezioni più che la ragione rispose finora vittoriosa- 
mente il fatto... Voglia il cielo che questo fatto sia duraturo; e 
sempre sia sentita la necessità di questo Venerando Consesso, il 
quale savio moderatore^ ed insieme rappresentante del progresso ci- 
vile Italiano darà, tale un voto anche sulla pena di morte (unico sco- 
glio contro cui minaccia infrangersi l'attuale progetto di Codice pe- 
nale (1), che corrisponda alla scienza, al plebiscito provocato da Man- 
cini, alla splendida manifestazione della Camera dei Deputati ed alle 
gloriose tradizioni della nostra Patria (2). 
Pavia, dicembre 1877. 

ARCHEOLOGIA. — La qaistione dei restauri neWarle. Considera- 
zioni del S. C. prof. Giuseppk Mongeri. 

I. 

Sul finire del passato novembre, davanti a quel venerando Con- 
sesso che è il Senato del Regno, si vide cadere una legge, lungamente 
elaborata nel seno dei Ministeri precedenti» e ancor più a lungo desi- 
derata e attesa dagli amanti del paese e dell'arte. A tanto è bastato 
un inciampo finanziario. Eppure, se havvi legge che in questa nobile 
sfera dell'umana operosità, per l'onore e il lustro d'Italia, meritava 
un posto nei nostri codici, quella era che nell'occasione anzidetta era 
stata messa innanzi sotto il titolo di legge per la Conservazione dei 
monumenti e degli oggetti d'arte e d'archeologia. 

Per vero, quella legge, col voler tutto abbracciare quanto poteva 
convergere all'idea generica della conservazione, erasi messa entro 
uno spineto così inestricabile, come lo sono tutte le quistioni che 
hanno tratto pili o meno intimo colle arti , che permetteva di prono- 
sticare, senza molta esitanza, che almeno in parte, nell'applicazione 
sarebbe rimasta lettera morta. 

Quello che importa per regolare la materia è, forse, diciamolo, 
meno una legge che un officio proprio, specialissimo di una natura 
tutta sua. Ma non è di questo che io voglio qui intrattenermi, vorrei, 
invece, mostrare soltanto mettendo in luce un punto e uno di quelli 
su cui la legge scivola appena, quale sia l' indole della sostanza che 
sotto vi si asconde e i dubbi, le controversie, i pregiudizi onde essa 
va assiepata. Questo punto è quello del restauro delle opere ; del quale, 
infatti, nonostante la sua importanza, in una proposta di legge che si 
intitola della Conservazione, non evvi fatto se non un cenno transitorio 
air art. 6 , colle parole di riparazioni necessarie alle opere d' arte , e, 

(1) Gbyer, Ice. cìt., in principio. 

(2) HoLTZENDORPF, loc. cit., in fiue. 



106 G. MONGERI, LA QUISTIONE DEI RESTAURI NELL' ARTE. 

ancor meno direttamente, all'art, successivo, dove sono minacciate 
pene a chi le guasta o le deturpa. 

Lungi da noi il pensiero di farne argomento di censure, ma piut- 
tosto valga il fatto del silenzio della legge per farci facoltà di pren- 
derne più liberamente la parola. 

Nelle opere d'arte le rovine del tempo sono lente e impercettibili, 
e come che, di giorno in giorno, premono continue e insidiose, nono- 
stante la piìi attenta custodia, mal si riesce a scongiurarle quando, 
talvolta, d'un tratto si manifestano. 1 casi che le accompagnano sono 
infiniti e spesso invincibili, onde, più o meno tardamente, e sia pur 
dopo secoli, il fato loro è indeprecabile. Con tutto ciò, vi è qualche 
cosa dippiìi d' una vigilanza passiva, con cui ai conservatori è possi- 
bile venir loro in soccorso, e sono modi e accorgimenti pratici tali da 
ritardare cotesti momenti fatali, anzi, se opportunamente misurati, da 
assicurar loro fin anco un nuovo e lungo periodo di esistenza. 

Questi accorgimenti, che si qualificarono col nome di restauro, 
ebbero cultura in ogni tempo, tanto risiedono nel senso dell'uomo 
conservatore del passato, sebbene, d'altronde, in ogni tempo non siano 
stati intesi del pari. Ne'secoli addietro erano per lo piti restauri d'indole 
grossolana per nascondere talvolta un piccolo danno con un danno 
maggiore. Se non che, appena il guasto fosse grave ed esteso un rifaci- 
mento era quello che ne seguiva, sicché il pregio dell'opera originale 
andava, non che svisato, perduto affatto. Si guardavano le opere del 
genio nei loro lineamenti principali: estasiavasi davanti alle loro com- 
posizioni, in quanto erano piti complicate e vertiginose. Ciò accadeva 
specialmente verso il declino del secolo XVI. Il restauro sistematico, 
formale, era cominciato, ma solo per le statue dell'antichità che veni- 
vano esumandosi dal suolo sacro della Roma cesarea. Si elaboravano 
insieme le contraffazioni: il giovane Michelangelo ce ne ha offerto uno 
dei più antichi e piU famosi esempi. 11 restauro dell'architettura rima- 
neva ancora opera di manovali per lo piU ignoranti, sebbene ancor 
meno dei loro committenti, onde le offese traevano la loro speciale 
impronta dalla capacità del loro autore. Soltanto la pittura era ancor 
troppo viv^a, benché presso a dissolversi nella putredine del decadi- 
mento, per accappararsi il pensiero della conservazione mediante il 
restauro, tanto piU di una pittura com'era quella del trecento e del 
quattrocento, sulla quale per bocca del stesso Buonarroti pesava la 
condanna di sciocca. 

Nel secolo successivo, fino oltre il mezzo del XVIII, le cose volsero 
in peggio. Vi sono dei periodi sociali malaugurati, in cui la malsania 
prende i cervelli e non li lascia aver posa nel giudizio del vero. In 
questo, tempo, il restauro piU che incurato, tene vasi a giuoco. Era 
prodezza, era sagacità, trasformare una tavola del quattrocento, dalle 



G. MONGERI, L\ QUISTIOIVE DEI RESTAURI NELL'ARTE. 107 

figure di tono carapeggianti sopra sfondi luminosi, dalla loro colo- 
razione tenue e modesta, in una pittura seiceiitistica dagli sfondi om- 
brosi su cui le teste spiccavano quasi illuminate dalla luce livida del 
lampo; metamorfosi che sapevano del miracolo pel volgo e andavano 
applaudite dai dotti. Era l'epoca in cui l'opera intorno al Giudizio 
di Michelangelo avendo conquistato a Daniel da Volterra il titolo di 
braghettone per averne velate le nudità, e nella quale, mentre il fasto 
gesuitico comandava le grandi e stravaganti moli architettoniche, la 
ipocrisia loro seguiva scrupolosamente le traccie segnate da Paolo IV, 
facevansi coprire o togliere dalle opere d'arte ogni impronta di nudo 
oltre i confini della vita quotidiana, non meno nei dipinti religiosi che 
nei profani, manomettendo così opere d'alto merito artistico, e trasfi- 
gurandone l'aspetto con panni, con nimbi, con corone, fossero dipinti 
o rilievi. Era l'epoca istessa in cui, tacendo di tante deturpazioni, un 
Belletti (1726) toglieva a dipingere da capo a fondo la Ceìia del Vinci, 
nel refettorio delle Grazie, per cui ne va ancor tuttodì pietosamente 
bistrattata. 

Questo avveniva principalmente nella pittura; nell'arte architetto- 
nica era addirittura una fest^, un vanto per un architetto il mutar 
faccia ad un monumento ecclesiastico, con un prestigio da teatro, 
sotto il preteso titolo di restauro. Lo stesso Scamozzi prese parte a 
queste trasformazioni: la grande basilica Vaticana, come oggi la 
vediamo, è il risultamento di cotesti rovesci dissennati. Il Duomo nostro 
offre un esempio come già a mezzo del secolo XVI se ne intendesse la 
continuazione e per conseguenza, il restauro di un edificio. Si arrivò 
all'estremo delirio nei primordi del passato secolo; le maschere archi- 
tettoniche erano complete ; l'arte del restauratore un'orgia. 

Da quanto accadeva pei monumenti religiosi, pei quali provavasi an- 
cora un certo rispetto, si può argomentare come dai pretesi restaura- 
tori erano trattati gli edifici privati. 

Non siamo troppo crudeli: il senso mancava allora dell'importanza 
delle cose d'arte antica: il giusto criterio del loro restauro che ne è 
il più diretto corollario non poteva neppur balenare alle menti dei 
nostri buoni avi. Si sostò piU atterriti degli effetti di queste deturpa- 
zioni sul cadere del passato secolo, di quello che si fosse persuasi 
degli oltraggi recati e della nuova via da percorrere; tant'è che si 
hanno chiese e pubblici edifici di cui il restauro non risale piU in 
là d'un quarant'anni addietro, che sono tuttavia un ludibrio per la 
scienza dell'arte. Se ne hanno prove in tutte le parti d' Italia, nelle 
stesse sue città principali; ed è quella condizione istessa che per- 
dura tuttavia nelle città minori, nei centri rurali lontani dal movi- 
mento di quelle idee mature e incontrovertibili che hanno ormai rice- 
vuto la consacrazione dell'intera Europa colta e civile. 



108 G. MONGERI, LA QUISTIONE DEI RESTAURI NÉLL'ARTE. 

Nel dire che perdurano ancora nei minori centri intellettivi, sento 
di dir cosa che non è piena nella mia coscienza. A darle ascolto do- 
vrei dire che anche nei grandi centri italiani, nelle stesse regioni dei 
poteri dello Stato, germogliano, fioriscono le idee meno accettabili, di- 
ciamolo pure, le piti false e le piìi funeste, riguardo al criterio secondo 
il quale i restauri devono essere condotti. Meno pochi privilegiati 
che vi hanno posto l'intero studio della vita, tutti corrono per la 
maggiore, come si correva quaranta o cinquant'anni fa nella stessa 
schiera dei conoscitori sinceri. Si credeva allora, come si crede adesso 
dai più, che il restauro sia una cosa ben semplice, che non basta altro 
che imitare pel momento pedissequamente, quello già fatto, e comunque 
sia, quasi che qualunque artista, o men che artista ne possa esser 
capace, e che quanto piU un'opera, uscendo dalla mano del restaura- 
tore, par pulita, detersa, quasi nuova, tanto piti ne va commendato il 
costui lavoro, e felicitato il risultamento, E questo pensano e dicono 
persone insigni per coltura, per posizione sociale: questo pensano ed 
ammettono tutti indistintamente gli artisti, meno eccezioni rarissime; 
dei quali i piti distinti, che pur potrebbero, penetrati delle ragioni del 
restauro, farsene i veri campioni, lo tengono a vile, e lasciano così 
sfruttare il campo ai mediocri: e nell'arte, dai mediocri agl'infimi non 
c'è che un passo. Onde non è meraviglia che da costoro, non sappiamo 
ora, ma, certo , ancor pochi anni sono, era riguardato il pane loro 
quotidiano; e non hanno mancato dal farne baldoria, che quanto pili 
l'ignoranza s'affonda, la temerità solleva la testa. 

Il giusto concetto del restauro è frutto della nostra età; è nato da 
un amore dell'antichità piti intelligente, più raffinato di quanto sia stato 
mai per lo addietro: è nato, sopratutto, accogliendo nel seno dei suoi 
studi tutte le forme dell'arte, e l'arte di tutti i tempi, e senza di- 
stinzioni di sorta. E questo amore, elevandosi all'altezza del pensiero 
filosofico, non vide nell'opera che l'uomo soggettivo, eguale in tutte 
le età e dovunque; cosicché mira in essa riflessa, quasi in uno spec- 
chio, la ragione del suo essere, gli influssi dell'eredità, dei contatti, 
del tempo, dell'ambiente morale in cui si moveva. La poesia, come 
sempre accade nel grande processo intellettuale, diede lo scatto alla 
molla. L'amor dell'arte, prima d'essere archeologia, fu lirica: ripo- 
satosi nella calma della letteratura, descrittiva, si levò, in fine, pen- 
soso e arguio a grado di scienza. Noi siamo a questo stadio, e in esso 
sostiamo. 

La scienza, parca di entusiasmi ma non per questo meno viva e 
ardente, non ebbe difficoltà ad avvedersi che l'importanza d'un'opera 
del passato, al pari d' un fatto qualunque, risiedeva nell' apprezza- 
mento suo nella condizione originaria; in altra parole, nella sua pu- 
rezza e integrità. Le era però forza, mortificata bensì, davanti alle 



G. MONGÈRI, LA QUISTIONE DEI RESTAURI NELL' ARTE. 109 

ingiurie del tempo d'inchinarsi rassegnata; ma davanti all'incuria de- 
gli uomini, alle alterazioni, e diciam pure alle rovine, inflitte dalla 
loro incapacità e dalla loro insipienza e peggio, essa divenne quasi 
furiosa. Non è da meravigliarne: per essa sono perdite irreparabili. 
Non occorreva dippiìi per fare della conservazione un precetto: am- 
mise, però due modi, la custodia oculata, ma pura e semplice, e la 
conservazione riparatrice, con che un largo spazio di mezzo. 

Il restauro, quindi, non viene che come un'opera di necessità su- 
prema, quando siano rese vane le premure della custodia. E qui il caso 
move ad esercitare quei criteri che ne sono la base: criteri di 
misura, e criteri di modi. Fare il manco possibile è un'assioma cui 
tutti pronti s'inchinano; ma è un'assioma facilmente violato, allorché 
non s'intenda a ciò onde defluiscono le ragioni, e diciamolo pure, 
la scienza e l'arte del restauratore, le quali hanno il loro punto di 
partenza nelle alte esigenze dell'archeologo. 

Ora, che cosa domanda costui all'ottimo restauratore? domanda an- 
zitutto, la conservazione assoluta integrale in un oggetto d'arte di 
quanto gli uomini o il caso hanno rispettato; domanda che il lavoro sia 
ristretto unicamente alle parti guaste e mancanti; domanda che altro 
aspetto non si sostituisca all'originale, o riesca tale di natura quale sa- 
rebbe stato l'aspetto dell'opera se ci fosse giunta incolume attraverso 
agli anni e ai secoli; domanda per questi rimedi la solidità e una in- 
alterabilità pari a quella dell'opera che si vuol salva; è in una pa- 
rola, una trasfusione di sangue che si domanda^ non un membro artifi- 
ciale e nemmanco una fasciatura o una faldella che ne deformi 
r aspetto. Non parrebbe credibile, ma pur è vero, ciò che la scienza 
domanda sopratutto al restauratore è l'onestà dell'animo fino allo 
scrupolo massimo, quale si esige per un grande atto fiduciario, che 
tale è l'atto con cui un'opera viene abbandonata alla sua perizia. Con 
tutto ciò quel che si ha di mira egl' è di rendere l'opera ricomposta, 
fin dove è possibile, nei suoi elementi originali, di poter credere nel 
suo aspetto e nelle sue manifestazioni particolari, di goderne, infine, 
nello spirito della scienza. È un miracolo, se così piace chiamarlo, 
quello che si vuole, ma tale pur sia; nulla s'interpone per crederlo 
impossibile all'ottimo restauratore, siccome, d'altronde, piìi d'un fatto 
lo ha dimostrato. 

Epperò, qui, come in ben altre cose molte, tutto è l'uomo. Larga 
coltura delle vicende dell'arte cui sono rivolti i suoi lavori, conoscenza 
sicura dei caratteri generali, dei modi del tempo e dei particolari 
contrassegni dei singoli artisti, compreso fino le personali tendenze e 
i loro difetti; occhio e senso per comprendere la natura dei danni e 
l'indole dei rimedi; tecnica raffinata e ingegnosità speciale per appli- 
carli e inventarli; longanimità e pazienza nei procedimenti; modera- 



110 G. MONGERI, LA QUISTIONE DEI RESTAURI NELL'ARTE. 

zione nel condurli, e occorre pure dover mettervi a suggello, l'amore, 
fino all'adorazione, dello scienziato per l'arte antica; lo scrupolo, come 
dicemmo, e l'abnegazione, come diciamo ora, dell'artista che sa e può, 
affine di non vulnerare, in punto alcuno, l'opera confidatagli; impe- 
rocché, fra i pericoli più gravi e terribili cui si corre incontro col 
restauro, vi ha quello che, per effetto di esso, l'operatore moderno 
sostituisca, anche inconsciamente, il sentimento della personalità pro- 
pria a quello onde l'oggetto, in origine, fu improntato. 

Da ciò un viluppo eccessivo di difficoltà al buon operare; da ciò 
giudizi diversi, opposti, spesso infondati, per lo meno senza riprova 
nei fatti, perchè tutti si stimano competenti nell' esprimerli, e auto- 
revoli, prima di tutti gli altri, chi esercita l'arte, dove, senza gli 
studi speciali indicati, vanno pari a quelli di tutti gli altri. Da ciò 
avversioni pertinaci e fiducie cieche, per lo piU personali e pregiudi- 
ziali; onde una battaglia ancor viva e ognor viva di opinioni, le quali 
possono facilmente trascinare a fatti funesti per quelle stesse opere 
d'arte, che pur tutti concordi vorrebbero integrate, perciocché tra i 
due estremi che impongonsi, o del per far nulla, o del per far tutto, 
non si riesce spesso a stabilire quel punto bilicato intermedio, quel 
né più né meno, in cui appunto sta tutto il compito del restauro. 

Se noi ci facciamo a guardare di fronte, arditamente a questo sordo 
tumulto di pensamenti che si agitano intorno a questa grand'opera di 
redenzione, non è per conchiudere con un atto di sfiducia, sibbene, al 
contrario, per opporre a chi nega, come a chi concede fuor di misura 
e di ragione, un'affermazione egualmente distante dagli uni e dagli 
altri, giustificandola di spiegazioni che mettano la luce nei fatti, e 
arrivino, per quanto è possibile sperare, a raddrizzare le idee pre- 
concette o male assestate, nell'intento non di fare la causa degli uo- 
mini, ma quella della cosa. 

Per avviso nostro, ciò non è impossibile. Ad arrivarvi non occorre 
spingerelo scandaglio fino alla parte puramente tecnica del restauro, per 
quanto questo possa essere di somma rilevanza, come sono l'uso delle so- 
stanze e il maneggio degli strumenti, ma basterà concretarne, in diverse 
massime, i principii generali, come quelli i quali, cardine come sono di 
ogni operare non cessano d'essere oggetto di controversia, forse per 
mancanza di chi li abbia costituiti in forma razionale e quasi dogmatica. 

Se ci è consentito, noi ci faremo a riguardar dal punto di vista 
critico, cotesto ingombro di quistioni; ma, come diverse ne sono le 
soluzioni, secondo le ramificazioni diverse dell'arte, cosici vorrà essere 
permesso di procedere partitaraente per l'architettura, per la scoltura 
e per la pittura: lo che faremo di seguito. 



ADUNANZA DEL 21 FEBBRAJO 1878. 



PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELGIOJOSO, 

PRESIDENTE, 



Presenti i Membri effettivi : Poli Baldassare, VnRaA, BBLaiOJOSO, 
CossA Luigi, Cantoni Giovanni, Cornalia, Gargano, Hajech, Sacchi, 
Beltrami, Celoria , Longoni, Curioni, Schiaparelli, Garovaglio , 
Ascoli, Sangalli, Casorati, Biondelli, Tenga, Polli Giovanni; e i 
Soci corrispondenti: Dell'Acqua, Vidari, Villa Antonio, Sordelli, 
Visconti, Gabba, Tabamelli, Scarbnzio, Clericetti, De Giovanni. 

La tornata è aperta al tocco. 

Sono annunciati dai Segretarj delle due classi i libri presentati in 
dono all'Istituto dai loro autori, tra i quali si notano particolar- 
mente un volume inviato in dono dal M. 0. comm/ Federico Sclopis: 
Considerazioni intorno alle antiche assemblee rappresentative del Pie* 
monte e della Savoja; una memoria del M. E. Verga: Prime Ibiee 
di una statistica delle frenopatie in Italia; e varie pubblicazioni del 
S. C. Pavesi Pietro e dei nuovi soci corrispondenti professori G. B. 
Ercolani e G. Darboux. 

Secondo l'ordine prestabilito, il dottor Donato Tommasi è ammesso 
a leggere: Sulla azione della così detta forza catalitica spiegata se- 
condo la teoria termodinamica; gli succede il M. E. Poli Baldassare 
colla lettura della sua memoria dal titolo: La parità della maggio^ 
ranza e della minoranza nelle elezioni politiche. 

In seguito il M. E. Garovaglio apre la esposizione di studj fatti da 
lui in unione al S. C. Cattaneo sulle dpminanti malattie della vite, 
trattando questa volta della rogna o scabbia e mostrando i relativi 
pezzi di tralci ammalati. 

Il capitano Verri è indi invitato a leggere: Sulla cronologia dei 
vulcani tirreni e sulla idrografìa della Val di Chiana anteriormente 
al periodò pliocenico. 

Il segretario Hajech, avuta la parola dal Presidente , presenta all'Isti- 
tuto uno scritto mandato dal prof. Paolo Cantoni di Parma, che contiene 
Rendiconti, — Serie II. Voi. XI. 8 



114 ADUNANZA DEL 21 FEBBRAJO 1878. 

risultati di ulteriori esperienze sul raffreddamento dei solidi metallici 
pulverulenti, in continuazione di altre comunicate anteriormente dal 
detto professore. 

Parimenti il M. E. Cantoni Giovanni, chiesta la parola, espone un' 
breve sunto di una memoria del dott. Giuseppe Poloni prof, nel R. Isti- 
tuto tecnico di Milano: Studi sperimentali sul magnetismo perma- 
ìiente delVacciajo. Egli presenta anche una nota dello studente Cat- 
taneo Giacomo: Sulla produzione plasmogonica del leptothrix e del 
lepto mitus. 

L'Istituto passa indi a trattare gli affari interni. Sono rieletti i 
M. E. Curioni e Sacchi a membri del Consiglio Amministrativo per 
l'anno corrente. 

Data lettura dei nomi e dei titoli dei concorrenti al premio di fonda- 
zione Brambilla, viene eletta la Commissione per l'esame dei meriti 
di questi concorrenti nelle persone del M. 0. Tatti, dei MM. EE. Cu- 
rioni, Polli, Ferrini, Colombo e dei SS. CC. Clericetti e Gabba. 

Da ultimo la Commissione incaricata di esaminare il libro intito- 
lato: I primi passi, destinato alle classi elementari, proposto da 
quattro maestri addetti alle scuole civiche di Milano, presenta, per 
mezzo del suo relatore, la relazione sul merito del libro stesso, e l'Isti- 
tuto ne approva le conclusioni. 

TI segretario Carcano chiede il voto dell' Istituto sulla divisata 
stampa di una memoria del bibliotecario signor Ghiron, e si delibera 
di attendere nuova informazione in proposito. 

Sono presentati i ringraziamenti dei nuovi soci corrispondenti no- 
minati dall'Istituto signor Sordelli Ferdinando, avv.'* Luigi Galla- 
vresi e professori Nazzani Emilio, Korner Guglielmo, Ercolani G. B., 
G. Darboux. 

Approvato il processo verbale della precedente adunanza, la seduta 
è levata alle ore quattro pomeridiane. 

Jl Segretario^ 
C. Hajech. 



LETTURE 



DELLA 



CLASSE DI LETTERE E SCIENZE MORALI E POLITICHE, 



DIRITTO PUBBLICO. — La parità della maggioranza e della mi- 
ìioranza nelle elezioni generali o politiche. Memoria del M. E. prò* 
fessore Baldassare Poli. 

Il porre come tesi l'assoluta e perfetta parità o il pareggiamento 
della maggioranza e della minoranza nelle elezioni generali o politiche, 
può sembrare a prima giunta un paradosso, un equivoco, una contrad- 
dizione in termini. Avvezzi come siamo da secoli e per generale con- 
suetudine a valutare la legalità di queste elezioni dal solo maggior 
numero e non dall'intrinseca indole e natura del loro diritto, non è 
meraviglia che si corra al falso vedere ed a precipitati giudizj. Inoltre, 
se non meglio, è almeno più commodo, il seguir l'uso antichissimo 
dei nostri padri, anziché avventurarci in pericolose novità o nelle 
aride e arruffate dottrine della scienza e della speculazione, massime 
quando si esige un che di pratico o di veramente popolare per agire, 
e non per disputare o contendere. Infine non è raro il mal abito nelle 
quistioni di coglierle quasi sempre di volo o sotto il primo aspetto, 
senza indagare se ve n'abbia un qualche altro piti veridico, più 
riposto e profondo. Laonde se con più efficacia di logica, e con un 
po' più di pazienza, di riflessione, ci addentreremo nell'astruso pro- 
blema di questa parità tra la maggioranza e la minoranza, si vedrà 
scomparirne ogni ombra di fallacia e di paradosso, per farla rifulgere 
di tutta la sua luce, come una verità inconcussa in mezzo all'attrito 
delle contrarie opinioni. 

Dell'assoluta parità della maggioranza e della minoranza tanto nelle 
elezioni generali o politiche, quanto nelle amministrative, io porsi una 
specie di teoria nella Memoria letta all'Istituto nell'adunanza 1.° mag- 
gio 1873. Ma ora, fermandomi a ragionare solo di quelle prime, farò 



116 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 

di rassodare e di illustrare con nuove ragioni e con altri argomenti 
questa parte di teorica, pigliando occasione delle discussioni che 
rinascono intorno al metodo o sistema di riforma nelle generali ele- 
zioni. La legge elettorale è l'anima e la vita del governo a regi- 
me rappresentativo. Per essa tutti i cittadini aventi le qualità 
richieste, sono indistintamente chiamati a nominare a pluralità di 
voti i propri deputati, onde partecipino anch'essi alla vita pubblica 
e mediante il mandato al supremo potere legislativo. Se non che il 
metodo o sistema generalmente adoperato in queste nomine, pecca e 
difetta piti o meno essenzialmente, quando per il troppo o scarso nu- 
mero degli elettori, quando per le condizioni indispensabili all'eleggi- 
bilità, quando per le moltiplicità dei piccoli collegi locali, che possono 
impedire la formazione di un Parlamento veramente nazionale. Fra 
questi difetti, però, quello che sovrasta e primeggia, è il principio o 
l'uso dell'assoluta prevalenza e superiorità della maggioranza sulla 
minoranza per il predominio del suo voto; quasi che la minoranza 
schiacciata e distrutta, non avesse mai esistito, oppure mancasse ad 
un tratto del diritto già conferitole ad una propria rappresentanza. 
Egli è questo il metodo o sistema contro cui si scrive ne' libri , e sì 
grida dalla pubblica opinione; appunto perchè contrario ai principj 
di ragione e di diritto, al tenore espresso dalla legge, e fonte e causa 
inesauribile di guai e disordini che sfigurano e screditano bene spesso 
le elezioni; guai e disordini che, né il rigore della legge, né gli ammae- 
stramenti di lunga esperienza, seppero sinora rimediare o antivenire. 
Se la legge elettorale è uguale per tutti gli elettori, perchè deve 
valere per la parte maggiore e non per la parte minore che forma 
l'intero? Se il collegio o corpo elettorale non è altro giuridicamente 
che una persona morale unica e indivisibile, come lo è il soggetto di 
qualsiasi altro diritto individuale o collettivo, perchè si vuole scinderla 
e disgregarla in parti o frazioni, per farla concorrere per metà, per due 
terzi, o per tre quarti all'esplicazione della propria attività, e al suo 
effettivo esercizio, alterando e travisando così quella semplicità ed 
unicità ciie costituisce tutta la sua essenza e la sua vera caratteristica? 
Ed è giusto e ragionevole che la legge, intanto che concede a tutti 
con una mano il diritto dell'elezione, deva spogliarne coli' altra una 
porzione minore contro il principio della comune eguaglianza, e con 
una specie di privilegio arbitrario per gli uni, dannoso e odiosissimo 
per gli altri? Inoltre urta e contraddice alla ragione il qualificare e 
ritenere il diritto elettorale qual semplice relazione di quantità, che 
è sempre maggiore o minore, e non per un attributo di persona, che il 
rende unico e indivisibile, e per ciò sempre identico ed eguale a sé 
stesso. Ma posto per ipotesi che cotesto diritto fosse anche una sem- 



B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 117 
plice relazione di quantità, perchè, in questo caso, contro le regole 
del calcolo, non si tiene conto clie del numero dei voti, e non del loro 
intrinseco pregio e valore? 

Perchè coi voti favorevoli non si contrappesano gli sfavorevoli ; 
mentre tutti uniti insieme, come termini opposti e negativi, mutua- 
mente si elidono e si distruggono. Egli è per questo calcolo che si 
vedrebbe valere talora di più la minoranza della maggioranza, e di- 
sparire quello sconcio d'una maggioranza infinitesima, ridotta, cioè, 
al più uno, prevalente e superiore ad una minoranza presso che eguale, 
o di ben poco distante ed inferiore. Un giornale di Francia annunziò, 
ed è fatto, che nel 1876 si affermò la repubblica per un solo voto di 
piti nella maggioranza. La maggioranza poi, coli' intervenire sempre 
quale forza preponderante ed irresistibile, non si trasforma in una 
specie di violenza che preme sulla votazione ed offende il diritto elet- 
tivo nel suo libero esercizio, nella sua piti intima ragione, nella sua 
medesima esistenza? Né perciò io intesi mai di negare o di escludere 
l'uso o il principio della maggioranza, siccome una vera necessità nelle 
funzioni deliberative, nelle quali non dovendosi pronunziare che un 
sì od un no, non rimane altra scelta o alternativa fuorché dell' uno 
o dell'altro, e senza della quale rendesi impossibile qualsivoglia sen- 
tenza o deliberazione. Ma siccome una cosiffatta necessità non esiste 
nò si fa sentire nelle funzioni elettive, essenzialmente diverse dalle 
deliberazioni, così egli è in quelle e non in queste che si deve impu- 
gnare l'assoluta prevalenza della maggioranza, a motivo che nel- 
r eleggere avvi sempre la libera facoltà di scegliere o di preferire fra 
una moltitudine di persone parimenti degne e meritevoli dell'elezione. 

Se non che oltre a questi argomenti teorici e dottrinali contro l'as- 
soluta superiorità e prevalenza della maggioranza dirimpetto alla mi- 
noranza, ve ne ha ben altri di piti rimarchevoli e di piU pratici per 
combatterla ed oppugnarla, quali sono: l'enorme disparità o differenza 
dei voti fra gli eletti ; la mancanza od il sospetto di libertà e di sin- 
cerità nella votazione. Basta dare un'occhiata alla statistica delle ele- 
zioni generali di città e di campagna, per persuadersi con quale e quanta 
diversità e distanza di voti si riesca alla Deputazione si nell'una che 
nell'altra. In città, d'ordinario, trecento, seicento, ottocento ed anche 
mille voti non bastano ad essere deputati, mentre nei collegi rurali 
vi si riesce bene spesso con novanta, cento o cencinquanta, ciò che 
è veramente assurdo e ripugnante, perchè in tanta disuguaglianza di 
voti e di volontà, abbiasi a conseguire l'identico potere ed una dignità 
eguale. Come non si dovrà poi accogliere con sospetto e con timore i 
voti o concertati od emessi fra l'urto di tanti interessi e di tante pas- 
sioni cozzanti fra i varj partiti, onde quasi tutti, qual più, qual 



118 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 

meno, s'arrabbattano e s'impongono ne' coraizj o per acciecare gli 
ambiziosi, gli incauti, gli incerti ed i volubili, o per intimidire i de- 
boli ed i soggetti, affinchè concorrano in maggior numero a favore 
dei propri e piti accetti parteggiatori. E quali e quanti di dignitoso 
e retto sentire, oppure freddi, paurosi e poco curanti del proprio di- 
ritto, non rifuggono dall'urne, o per non essere inscientemente i 
complici delle altrui arti, oppure le vittime dell'altrui violenza e 
pressione. E questo è il gran malanno dell'astensione. 

Né in tutto questo v'ha esagerazione od influenza di false apparenze 
o di mendaci insinuazioni. Le inchieste parlamentari, le procedure cri- 
minali, l'intervento della forza pubblica, sia per sedare i tumulti od 
i soprusi, sia per mantenere la legalità e l'ordine, sono fatti che pro- 
vano ed attestano le quante volte fu necessario di sciogliere i collegi, 
di annullare e rettificare le già fatte elezioni, ovvero di venire a delle 
nuove. Se pertanto non è infrequente né dubbio il caso di votazioni 
men che sincere, e non assolutamente libere, per il grande affare di 
ricostituire e far prevalere la maggioranza; non viene di conseguenza 
però che il resto si tenga per legale e corretto. Quindi è duopo pen- 
sare ad un altro metodo o sistema , che mentre affida e appaga il 
diritto comune per tutti, allontani e prevenga quelle cause che pos- 
sono influire sinistramente sul suo regolare esercizio, che è lo scopo 
supremo dell'elezione. Si credette da ciò tra i varii metodi e sistemi 
sin qui conosciuti ed annunziati, quello dell'unico quoziente dell'in- 
glese Hare^ per cui anche la minoranza, al pari della maggioranza 
è sicura d'una propria rappresentanza al Parlamento, e verrebbe 
tolto ogni pretesto a sospettare o favorire l' una a discapito o ad 
esclusione dell'altra. Nella Memoria già ricordata del 1873 io non 
mancai con tutta attenzione ed imparzialità di esporre fedelmente 
il metodo Hareniano , così nella sua teoria, come nella sua pratica, 
lodando ed accettando qua e là alcuno de' suoi principj e de' suoi 
ingegnosi ritrovamenti; ma alla fine, non potei a meno di osser- 
varvi ed appuntarvi la soverchia complicazione di congegni e di 
meccanismi; onde rendesi assai difficile il mandare ad esecuzione un 
metodo o sistema come quello, fondato sul triplice principio d'un solo 
collegio, d'un solo voto e d'un quoziente unico ed universale. 

Quindi dovetti conchiudere che un tal metodo o sistema, come non 
ebbe fortuna in patria, né alla Danimarca, donde trasse le prime 
origini, così non poteva aspettarsi di trovarla altrove. E invero ò 
tanta la contrarietà, con che anche adesso lo si osteggia in Inghil- 
terra, che alla sua nuova proposta in Parlamento, il ministro Israeli, 
nella seduta 1° maggio 1875, ebbe a rispondere che sono troppo com- 
plicati e artificiosi i sistemi sin qui inventati per la rappresentanza 



B. POLI, LA PARITX DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 119 

delle minoranze; che questa rappresentanza si oppone alla legge del 
paese; che in modo diverso entrerebbero nella Camera non già gli 
interessi generali o nazionali, ma quelli particolari di un partito; 
che in ogni caso la minoranza alla sua volta diviene maggioranza (1). 

Ora però che si vocifera d'un altro metodo o sistema per le ele- 
zioni generali diverso nelle forme da quello di Hare, ma in sostanza 
appoggiato al medesimo principio della proporzionalità, non può es- 
sere inutile per la scienza l'esame anche di questo già offerto alla 
pubblica discussione. Questo metodo o sistema consiste nel limitare 
la nomina dei candidati a due terzi o a tre quarti, lasciando il re- 
sto, cioè un terzo od un quarto, a favore della minoranza, e da eleg- 
gersi con altra votazione o tra quelli che, dopo gli eletti, s'ebbero 
nella prima i maggiori voti. Questo metodo o sistema non è nuovo, 
ma conosciuto sotto il nome del voto incompleto o limitato, il quale 
s'introdusse in America sino dall'anno 1777 nello Stato di Nuova 
York, e che formulato presso a poco suU' identico principio di dare 
una rappresentanza anche alle minoranze, venne applicato di recente 
in qualche altro luogo degli Stati Uniti, ottenendosi per esso di as- 
sicurare per sempre alla minoranza un terzo dei voti, e i due terzi 
per la maggioranza. Ma prescindendo da questa lontana rassomi- 
glianza, ò desso dal piccolo al grande il sistema dei collegi tree 
cornered o triangolari degli inglesi, nel quale viene ristretta la no- 
mina a soli tre deputati; talché un'elezione contestata in una Contea 
in un Borgo, che abbia diritto alla nomina di questi tre, a nessun 
elettore si permette di votarne piti di due. Checche sia di questi me- 
todi o sistemi e di altri simili, che alla fine s' imperniano tutti sul 
principio della maggiore o minore proporzione di voti a prò della 
minoranza, è d'uopo di fermare la nostra attenzione in particolare su 
questo, che fìssa o circoscrive cotesta proporzione a un terzo o ad 
un quarto, per riconoscere quanto v'abbia di buono nelle sua teoria 
e di quanto profitto può risultare la sua pratica. 

Quanto alla teoria si deve convenire ch'esso è piti largo e pih libe- 
rale di quello della maggioranza esclusiva ed assoluta, che uccide 
e annienta di posta la minoranza, rinnegando, per così dire, la legit- 
timità del suo diritto di rappresentanza; e se non vi si procede al 
punto massimo colla integrità e pienezza di tale rappresentanza, vi 
si avvia e vi si accosta per raggiungerla col tempo. Inoltre questo 
metodo, mentre raffrena e tempera il soverchio potere della maggio- 
ranza, allarga ed estende la azione dei collegi elettorali, che troppo 
piccoli e ristretti danno adito a quelle cause, che possono piti facil- 

(1) Il giornale della Perseveranza del giorno 15 maggio 1875. 



120 B. POLI, LA PARITX DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 
mente alterare od impedire la regolarità e la indipendenza della ele- 
zione. Se non che a questi suoi vantaggi bisogna contrapporre anche 
i suoi inconvenienti. 

La nomina limitata a due terzi o a tre quarti dei candidati riam- 
mette e ricousacra il principio della maggioranza dispotica ed asso- 
luta, e divide in parti poco eque e giuste la nazionale rappresentanza; 
onde so non è ad un tratto schiacciata ed estinta la minoranza, è 
però sempre soggetta e vinta dalla maggioranza. I due terzi o i tre 
quarti per la elezione parziale dei candidati sono quantità che in 
concreto s'allargano o si restringono, divengono maggiori o minori e 
sempre variabili in ragione del numero variabilissimo degli elettori. 
Anche in questo metodo a due terzi o a tre quarti si tende sempre 
a formare e ad assicurare una maggioranza preventiva e prevalente 
alla minoranza, mentre questa maggioranza nell'istesso atto dell'e- 
lezione è apparente e fittizia, e più tardi si cambia, o diviene in- 
certa e fugace in seno del Parlamento. I piti opposti partiti escono 
dall'urna frammisti colla stessa ed unica maggioranza, e ciascuno di 
loro non teme di simulare e di affaccendarsi, affinchè vi entrino e vi 
si confondano quelli che appartengono a tutt' altro consorzio e a 
tutt' altra fede. Fatta la elezione, e aperta la Camera, quella me- 
desima maggioranza si scinde, e va a sedere, parte a destra, parte 
a sinistra, parte al centro, che non è piti né dell'una, né dell'altra, 
e così si crea e ripullula una maggioranza affatto nuova e per nulla 
identica o somiglievole all'originaria e primitiva. Sono queste le os- 
servazioni più ovvie, che accadono intorno alla teoria dell'elezione 
a due terzi o a tre quarti dei candidati, vediamo ora l'esito più 
probabile della sua pratica applicazione (1). 

(1) È singolare che nella votazione 14 ottobre 1877 della Francia per le 
elezioni politiche a suffragio universale, si sono verificati due fatti che 
provano la volubilità e l' incertezza della maggioranza già fissata espres- 
samente all'atto dell'elezione. Il primo di questi fatti è forse la riduzione 
definitiva dei 363 repubblicani che uscirono dalla Camera nel giorno 16 
maggio al numero di soli 325, e 1' aumento dei deputati conservatori che 
da 179 divennero 208; sicché è evidente che molti repubblicani passarono 
nelle file della destra, rimanendo però superiore la sinistra di 100 sulla de- 
stra. II secondo è non solo l'anticipato annunzio, ma la certa caduta o di- 
missione del presente Ministero a fronte di una maggioranza repubblicana 
così aperta e decisa, onde la necessità della nomina di Ministri estra-par- 
lamentari. E queste evoluzioni saranno un bene o un male per l'ammini- 
strazione pubblica e per la politica? Simili evoluzioni sono impossibili nel 
metodo o sistema elettivo della parità della maggioranza e della mino- 
ranza combinato col sorteggio. 



B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 121 

I due terzi o i tre quarti di elezione concreta si allargano e 
si restringono, secondo che sono più o mano arapj o ristretti i col- 
legi elettorali, secondo che è maggiore o minore il numero o l'affluenza 
dogli elettori. Perciò anche nella pratica di questo sistema elettivo, 
cosi limitato, si rende piti che mai manifesto il difetto già accen- 
nato della somma disparità e sproporzione dei voti fra gli eletti. 

I due terzi o i tre quarti sono parti aliquote dell'intero. Posto 
che in ogni collegio grande o piccolo abbiasi a procedere collo stesso 
sistema e colla stessa misura di frazioni, questa misura o è assurda 
e mancante o non può agire da sola, e deve usarsi promiscuamente. 
Nei collegi di uno o di due candidati o individui è impossibile od 
assurda la nomina a frazione di due terzi o di tre quarti. Nei col- 
legi di tre, questa nomina potrà seguire a due terzi, ma non a tre 
quarti. Nei collegi di quattro bisognerà sostituire i tre quarti ai 
due terzi, se non si vogliono frazioni. Nei collegi di cinque o di 
sette ossia di numeri dispari non può valere la misura né dei due 
terzi, né dei tre quarti, senza avanzo di voti. Nei collegi di otto, 
di dieci, di dodici ed anche più, si potrà nominare ora a tre quarti, 
e non a due terzi ; ora a quinti e non a quarti, ed ora a quarti e a 
due terzi, giusta la qualità dell'intero a cui cotesti voti si riferi- 
scono. Ma lasciate in disparte queste incongruenze e queste ano- 
malie essenzialmente pratiche, che s'incontrano nell'applicazione del 
sistema o metodo elettivo a frazioni di due terzi o di tre quarti, o 
con voto limitato, quand'è che si saprà, se le parziali elezioni già 
avvenute nei singoli collegi, con queste misure, corrispondono esatta- 
mente al numero totale degli eleggibili? Non si potrà saperlo se 
non dopo seguite tutte le elezioni nei singoli collegi o nei singoli 
circondarj o distretti fra cui venne ripartito il territorio elettorale. 
E chi farà allora e dove il confronto o riscontro finale tra la somma 
degli eletti, e quella dei prescritti dalla legge? Non la Giunta per le 
elezioni nella Camera, la quale si occupa principalmente del numero 
degli eletti per le singole categorie, e delle qualità richieste all'ele- 
zione; non una qualunque altra autorità che sia estranea al procedi- 
mento elettorale. Ci vorrà dunque un altro collegio supremo o cen- 
trale, incaricato della revisione di tutte le elezioni parziali o di 
luogo, acciochè siano riconosciute e dichiarate regolari, valide ed 
operative, prima d'arrivare al Parlamento. Eccoci, senza volerlo, 
ricondotti all'istituzione di quel terzo e grande collegio, o comparti- 
mento centrale in Londra, che l'inglese Hare pose alla cima nel suo 
sistema proporzionale o del quoziente, sistema troppo complesso ed 
ineseguibile, sebbene diretto al grande scopo di ottenere un' elezione 
realmente generale o nazionale pel Regno Unito. Del rimanente, se 



122 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 
coir elezione parziale e limitata ai due terzi o ai tre quarti, si fa 
ragione in parte al diritto di rappresentanza dovuto anche alle mi- 
noranze, si manca nel tutto, sia col non accordarla intera, sia col 
lasciar sussistere tutti i difetti, ond'è viziato qualsivoglia metodo o 
sistema elettivo a maggioranza prevalente ed assoluta, od anche limi- 
tata e relativa. Quindi preme di uscire dalla via omai trita e troppo 
battuta, per rinvenirne \in' altra con un metodo o sistema che se 
ne discosti, e raggiunga meglio la verità e la giustizia nelle ele- 
zioni. Questo metodo o sistema diverso io lo esposi come un tenta- 
tivo in quella prima Memoria, ed è quello dell' assoluta parità della 
maggioranza e della minoranza congiunto col sorteggio; e lungi dal 
ricredermi o dal disdirmi, trovo nuovi argomenti per confermarmi 
vieppiù ne' suoi principj , e per chiarir tutta la possibilità di sua 
applicazione. Questo metodo o sistema si fonda in teoria sul grande 
principio dell'eguaglianza nel diritto elettivo, esteso e conservato 
per tutti i cittadini chiamati ad esercitarlo; e in pratica sopra una 
doppia operazione messa in fine alle sorti od a partito. 

La prima, preliminare o preparatoria, colla votazione di semplice 
candidatura. La seconda di nomina definitiva mediante il sorteggio. 
Nella votazione preparatoria ogni elettore del collegio depone nel- 
l'urna la propria scheda con un solo nome, se il deputato da nomi- 
narsi è uno solo, ovvero con più nomi, quanti sono i deputati richie- 
sti. Durante l'estrazione si registrano e si pubblicano i nomi che di 
mano in mano vengono fuori dall'urna, ponendovi accanto il numero 
delle schede o dei voti che toccarono a ciascheduno. I nomi che 
ebbero i voti nel limite prefisso dalla legge per ottenere la maggio- 
ranza, si ripongono nel bossolo o nella borsa destinata alla maggio- 
ranza; e questi sono ì suoi candidati. Gli altri nomi che rimasero al 
dissotto del limite legale, si registrano e si pubblicano egualmente, 
e vengono riposti in altro bossolo, come candidati della minoranza. 
Compiuta la votazione per la candidatura, si passa alla seconda 
operazione, a quella cioè della nomina mediante l'estrazione a sorte 
od il sorteggio. Se si abbia a nominare un solo deputato, si tira a 
sorte un nome di maggioranza ed un altro di minoranza , e poscia 
ballottati ambedue insieme; quello che esce per il primo, è il deputato 
del collegio; se invece si abbia a nominare due, quattro, sei, nove o 
dieci od anche più deputati, si estrae un primo nome, incominciando 
sempre dalla maggioranza, e dopo un secondo dalla minoranza, e indi 
un terzo dalla maggioranza e un quarto dalla minoranza, o così via 
via si prosegue sempre collo stesso ordine, e con altrettanti successivi 
ed alternati sorteggi, quanti sono i deputati da eleggersi in ogni col- 
legio. Che se per il numero dispari dei deputati da nominarsi ne 



B, POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA É DELLA MINORANZA, ECC. 123 

rimanga ancora uno non appajato, non si ha clie da ripetere il me- 
desimo metodo qui indicato per la nomina di un solo deputato. Con 
tale metodo o sistema di elezione si ottiene il pareggiamento di tutti 
1 collegi sia di borgata, sia di campagna, con quelli delle grandi città, 
evitando così il gra^ inconveniente di dover fissare definitivamente 
la maggioranza o la minoranza con diverso peso e con diversa mi- 
sura in un collegio centrale urbano, diviso per mandamenti o per di- 
stretti, onde avviene che in cambio del candidato, il quale ebbe mag- 
giori voti nel proprio mandamento o distretto, vi sia prescelto quello 
che vi rimase in minoranza. 

Se mai apparisse lavoro troppo gravoso e difficile a compiersi nello 
stesso giorno e da ogni collegio, quello delle due operazioni elettorali, 
si potrebbe dividerle, mantenendo quella della votazione di candida- 
tura nel rispettivo collegio locale, ed affidando l'altra della nomina per 
sorteggio al Consiglio provinciale, come autorità superiore già costi- 
tuita. In tal caso il Consiglio provinciale avrebbe il doppio ufficio: 
l'uno di verificazione dell'integrità ed autenticità delle urne o dei bos- 
soli di prima votazione, e del riscontro dei loro nomi sui registri; 
l'altro della loro estrazione a sorte col metodo e coll'ordine dei sor- 
teggi successivi già stabiliti per i collegi locali. 

Non ignoro che anche contro questo metodo o sistema di elezione, • 
potranno insorgere parecchie obbiezioni, a molte delle quali già da me 
prevedute, credo aver data sufficiente risposta. Ma altre ne restano 
che meritano ulteriori considerazioni e più lunghe parole. La prima 
è quella della soppressione o mancanza della maggioranza prevalente 
e d'ordinario assicurata all'atto della elezione, senza della quale si 
dice impossibile il governare. La seconda della nomina dei deputati 
rimessa alla sorte o al sorteggio. La terza ed ultima della possibilità 
e del pericolo d'una Camera inetta, od ostile o indifferente e passiva 
atteso l'equilibrio e la parità della maggioranza e della minoranza nei 
loro voti. 

Non è un male, ma anzi un bene che colla parità della maggioranza 
e della minoranza, sparisca e si sopprima la prevalente maggioranza 
preventiva, per comporre ed ottenere la quale si mettono in moto, 
si guerreggiano e si inimicano fra loro tutti i partiti con tutte 
quelle armi e quelle ire che screditano e degradano l'atto solenne 
d'elezione, che dovrebbe mantenersi eguale, libera e sincera per tutti 
quanti gli elettori, a qualunque fazione o bandiera siano ascritti. 
Tolta questa anticipata superiorità della maggioranza sulla mino- 
ranza, ognuna di loro è certa della propria ed eguale rappresentanza 
e quindi deve cessare ogni spinta ed ogni artifìcio si d'intrigo, che 
di corruzione o d'intimidazione, perchè appunto cessano, nò hanno 



124 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 
più ragione di esistere e di agire quegli interessi e quelle passioni 
che ne sono le molle o forze motrici. D'altro canto la maggioranza 
che si forma all'atto dell'elezione, non è di gran conto, né punto 
giova, sia dessa favorevole o sfavorevole. Se è favorevole ben presto 
si discioglie o va in fumo colla destra e colla smistra nella Camera. 
Se è sfavorevole, anch'essa, può cangiare e trasmutarsi, ed è tutto 
al più un avviso precoce dell'imminente mutamento dell'attuale 
amministrazione. Se pertanto il metodo o sistema della parità della 
maggioranza e della minoranza nel diritto elettivo, non avesse che 
il merito di porre in salvo la maggior libertà e la sincerità dei voti 
col tener in freno e a segno tutti i partiti, basterebbe questo solo a 
raccomandarne l'applicazione. 

L'elezione a sorte dei deputati non è in tutto rimessa alla for- 
tuna, né il sorteggio viene all'impensata o all'azzardo. Questa ele- 
zione è imposta dai principj della piti rigorosa giustizia, giacché dove 
c'è parità di titoli o di diritto, non v'ha che la sorte a toglierne il 
contrasto, e a stabilirne la differenza. Questa elezione viene prepa- 
rata e discussa nei comizj elettorali e dalla stampa; maturata col 
confronto delle qualità personali di individui già noti e preconizzati 
nella votazione preliminare di candidatura, ed è compiuta col sor- 
.teggio, che non può riuscire, né cieco né ingiusto, in quanto che 
non può mai uscire dalla schiera di quelli che designarono per il 
Parlamento la libera volontà degli elettori e la pubblica opinione. 
Infine a che trascurare o respingere il sorteggio elettorale, che è una 
tradizione ed un'eredità dei nostri maggiori o dei Romani, primi 
inventori del verbo sortiri e della sua pratica nella materia del 
diritto? Perchè rifuggire da una sapiente istituzione al tutto italiana, 
che sotto il nome di imborsazione s'usò in Firenze ai tempi della 
Repubblica nella elezione delle sue piti alte magistrature? E che mai 
vieta di introdurre ed estendere il sorteggio nelle nostre elezioni ge- 
nerali, dacché la legge lo adopera, e lo acconsente nell' elezione degli 
uffici presso la Camera, nella scadenza a sorte e per un quinto dei 
consiglieri comunali e provinciali dopo quattro anni dall'elezione ge- 
nerale; nella scelta dei giurati alle assise; nell'estrazione del nu- 
mero dei coscritti per la leva militare, ed in altri casi ne' quali non 
si può decidere altrimenti che per mezzo del sorteggiamento? 

Non è possibile né immaginabile una Camera del tutto inetta fra 
la quantità dei collegi e la moltitudine degli elettori e degli eleg- 
gibili, ed in un paese che abbia per poco progredito nella coltura 
e nella esperienza della vita civile. Una Camera assolutamente inetta, 
se mai fosse possibile o probabile, può venir fuori tanto dal sorteg- 
gio e dalla parità, quanto dagli altri sistemi della maggioranza pre- 



B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 125 

valente ed assoluta, della maggiore o minore proporzionalità del 
quoziente, e del voto limitato od incompleto. Che poi abbiasi a te- 
mere una Camera decisamente ostile per giuoco od effetto della sorte 
nella nomina dei deputati, è questa una supposizione inverisiraile e 
gratuita nella tanta varietà e moltiplicità dei partiti e delle opinioni 
politiche, nel ballottaggio di migliaia di nomi di diversa fede e di 
diversi principj e sempre tra loro dissenzienti od avversi, e per i 
quali riesce im[)0ssibile la omogeneità e la uniformità nel pensare e 
neir identità di tutti i voti. Finalmente una Camera indifferente o pas- 
siva a motivo dell'eguaglianza o dell'equilibrio tra la maggioranza e 
la minoranza, non è cosa che corra e che possa sussistere, poiché le 
leggi devono essere votate a maggioranza di voti, ed ogni partito di 
deputati ha interesse che sieno deliberate o rejette. Non bisogna con- 
fondere il numero delle persone dei deputati coli' eguaglianza dei loro 
voti. 11 numero può rimanere lo stesso ed uguale, ed esser tuttavia 
disuguali e diversi i voti. I deputati della destra possono passare alla 
sinistra e viceversa, o restando sempre al posto dell'una o dell'altra, 
quelli di destra votare colla sinistra, e quelli della sinistra votare 
colla destra. Egli è in virtU delle tante e ben note evoluzioni par- 
lamentari, che verrà rotto e scomposto qualsiasi equilibrio di voti fra 
la maggioranza o la minoranza anche quando meno vi si pensa. Sic- 
ché invece di una Camera indifferente, apatista o passiva, comunque 
eletta alla pari o col sorteggio, se ne avrà un'altra alacre ed attiva 
per formare quella maggioranza parlamentare senza della quale 
tutti sanno che non si governa. 

All' ultimo, se non è soverchio il presumere, io credo che il metodo 
o sistema della parità combinata col sorteggio per le elezioni generali, 
comprenda e corrisponda a tutto quello che si ricerca per la riforma 
elettorale. La riforma in questo metodo é radicale, sia perchè integra 
e pareggia nel diritto elettivo tanto la maggioranza, quanto la mino- 
ranza, sia perché colla nomina definitiva dei deputati mediante il sor- 
teggio chiude la via a tutte le cause e a tutte le mene che ne alte- 
rano e travisano la legalità, la libertà e la sincerità, che sono le 
condizioni essenziali alla elezione, e quel che è piti, previene o rimedia 
il gran male dell'astensione, la quale non sempre procede da in- 
fingardaggine e da noncuranza, ma piti ancora da timorata coscienza 
e dalla persuasione che é inutile correre alle urne, allorché vi ha una 
strapotente maggioranza che spadroneggia e prevale nelle elezioni. 
Questo metodo o sistema s'adatta così al suffragio universale, ove fosse 
possibile, e non pericoloso, come alla votazione a doppio grado della 
della quale si fa imitatrice colla doppia e distinta funzione di nomina 
e di candidatura. Questo metodo o sistema esige la pluralità o molti- 



126 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 
plicità dei collegi locali per i loro molti vantaggi, ma s'adatta be- 
nanco allo scrutinio di lista o alla votazione per circondario o per 
provincia. Questo metodo o sistema non esclude né il proporzionato 
allargamento nel numero degli elettori, né la loro classificazione per 
categorie, né l'età appena maggiorenne, né la cifra minore del censo, 
né l'eleggibilità anche piti moderata e ristretta, ma esclude e re- 
spinge soltanto per elettori e per eleggibili tutti quelli che abbiano 
qualità o posizioni incompatibili e ripugnanti coi doveri e colle attri- 
buzioni della deputazione. Questo metodo altresì impedirà la troppo 
frequenza dei ballottaggi inevitabili per insufficienza o per parità dei 
voti, riservandoli alla sorte nei soli casi di vacanza dei seggi. 

Però il suo felice successo non può avverarsi che a queste due 
condizioni: la prima d'una legge elettorale che fissi e determini piìi 
specificatamente le qualità o prerogative indispensabili all' elettorato 
e tutte le formalità e tutte le previdenze necessarie alla sua legalità 
e regolarità, e in particolare al processo di sorveglianza e di verifica- 
zione delle urne e del sorteggio ; la seconda che gli elettori siano 
animati dai sentimenti del verace patriottismo, dalla coscienza del 
dovere e dallo zelo per il bene pubblico, come bene superiore a tutti 
gli interessi privati, onde non proporre che candidati degni di sedere 
in Parlamento, preferendo sempre i più atti e meritevoli, quand'anche 
di partito contrario o diverso. Io mi sono addentrato piti che ho 
potuto, nell'intricatissimo e spinoso problema della riforma eletto- 
rale, sì per rinvenire la parte di rappresentanza dovuta alla mino- 
ranza, come per assicurare viemmeglio la tanto importante libertà e 
sincerità dei voti, ma non ne ho mai trovata l'uscita, al di fuori di 
quella del metodo o sistema della parità e del sorteggio, e rimasi 
sempre più persuaso che con questo metodo o sistema si renderà, 
se non inutile, meno faticosa e meno incerta l'opera, così della veri- 
ficazione dei poteri per il Parlamento, come del giudice inglese in- 
caricato di procedere contro la parzialità e la corruzione nelle 
elezioni per la Camera dei Comuni. Che se altri di mente più acuta 
e di più eletto sapere, ne additerà uno diverso e migliore, io sarò il 
primo a divulgarlo ed applaudirlo; giacché la verità, donde venga, 
e dovunque risplenda, è sempre luce che nutre e vivifica, è sempre 
un progresso per la scienza che si predilige. Dopo tutto ciò anche 
qui novellamente dichiaro, che la proposta parità della maggioranza 
e della minoranza nelle elezioni generali, non è che una mia opinione, 
un tentativo di più contro la troppo prevalenza della maggioranza. 
Ma chi sa che coli' andare del tempo non divenga una realtà ed un 
fatto compiuto. La scienza rompe tutte le tradizioni. È tradizione 
del popolo ed anco di scienziati , che le fasi lunari siano cagione 



B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA É DELLA MINORANZA, ECC. 127 

dei mutamenti del tempo, e quindi delle pioggie, delle tempeste e 
degli uragani, appunto perchè questi coincidono con quelle, appunto 
perdio la luna muove le acque dell'Oceano ed opera sulle maree. 
Ma dacché la scienza meteorologica scoprì le leggi cosmiche e fìsse 
di tali fenomeni, e dacché la termodinamica dimostra la trasforma- 
zione del calorico in forze e le forze in calorico, come tra loro 
equivalenti, l'influsso delle lunazioni non verrà forse più considerato, 
se non per un pregiudizio o per un errore (1). Nelle mie Letture all'I- 
stituto dall'anno 1865 al 1869 e 1870, io mi feci a propugnare da 
semplice accademico il diritto dello Stato all'istruzione elementare 
obbligatoria, e il metodo didattico delle cose del tutto nuovo per le 
sue scuole, la legge di sorveglianza sul lavoro delle donne e dei 
fanciulli nelle grandi industrie, e il patronato misto e governativo, 
per la riabilitazione sociale degli scarcerati, l'introduzione dei pri- 
vati docenti nell'Università, la riforma del Consiglio superiore 
dell'istruzione pubblica, la legittima rivendicazione delle scuole 
tecniche al suo naturale ministero; ed ormai scorgo corrispondere 
a tutte queste idee la realtà od il fatto. Egli è questo l'effetto neces- 
sario della scienza che precorre all'arte; della pratica che si affra- 
tela alla teoria; della esperienza che sale alla ragione, e della ra- 
gione che discende all'esperienza per integrare il metodo unico e 
proprio in qualunque ramo dell'umano sapere, 

(1) G. Grablovitz, Dell' attrazione lunisolare in relazione coi fenomeni 
mareo-sismici. Studj dimostrativi. Milano, 1877: La lettura del Fave al- 
l'Istituto di Francia nella generale seduta 25 ottobre 1877: Dell' influenza 
della Luna sul tempo. 



LETTURE 



CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI. 



CHIMICA. TEORICA. — SuW azione della così detta forza catali- 
tica spiegata secondo la teoria termodinamica. Nota del dottor Do- 
nato ToMMASi, presentata dal M. E. prof. R. Ferrini. 

Nel Bollettino della Società chimica di Parigi del 5 settembre 1877 
leggesi il seguente riassunto d'una Memoria dell'E. von Meyer inti- 
tolata: Fatti per servire alla storia deW azione detta catalitica del 
platino. 

« Sono note le differenti teorie che si sono proposte per spiegare l'a- 
zione singolare del platino su delle miscele d'ossigeno e di diversi 
gaz combustibili. Fra queste teorie havvi quella immaginata dal De 
la Rive, il quale ammette ricoprirsi il platino superficialmente d'uno 
strato d'ossido che vien ridotto dal gaz combustibile in una seconda 
fase della reazione, rigenerando così del platino il quale è suscettibile 
d'ossidarsi di nuovo. 

« Da questo ciclo d'azioni successive, si arriva in certo modo a spie- 
gare l'azione illimitata esercitata da piccole quantità di platino. Seb- 
bene questa teoria sia a priori poco probabile, per la debole tendenza 
del platino a fissare l'ossigeno, il von Meyer ha tuttavia tentato di 
confermarla od annullarla con novelli esperimenti. Egli studiò l'a- 
zione degli ossidi di platino: ossido platinoso, ossido platinico, ed 
idrato platinico sopra le miscele d'idrogeno, ed ossido di carbonio 
(impedendo tuttavia una reazione troppo energica) ed ha trovato che 
questi due gaz si ossidano simultaneamente a spesa dell'ossigeno de- 
gli ossidi platinici. Il rapporto dei volumi dei due gaz che sono ab- 
bruciati varia secondo la composizione della miscela iniziale, ma in 
tutii i casi la proporzione volumetrica dell'idrogeno bruciato è uguale 
o sorpassa spesso di molto quella dell'ossido di carbonio. » 



D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 129 

Ricordiamo che, secondo gli esperimenti dell' autore, il platino quando 
reagisce cataliticamente sulle miscele ternario d'idrogeno, d'ossido di 
carbonio e d'ossigeno produce un effetto opposto, giacché l'ossido di 
carbonio è ossidato di preferenza. L'autore conclude che la teoria 
proposta dal De la Rive sarebbe impossibile ammetterla. 

Quantunque io sia completamente del parere del von Meyer, ciono- 
nostante resta sempre un fatto da spiegare, un punto a chiarire, un 
problema a sciogliere. 

Come può avvenire che due gaz, i quali alla temperatura ordinaria 
non hanno alcuna azione tra di loro, possano combinarsi sotto l'in- 
fluenza della spugna o del nero di platino? 

La forza catalitica non esiste, l'espressione è impropria (*), ma sic- 
come l'effetto richiede la causa, così bisogna cercare per quali ra- 
gioni il platino agisca, e quale sia questa misteriosa forza che deter- 
mina una reazione tra quei medesimi corpi che nelle stesse condizioni 
di pressione e di temperatura non hanno alcuna azione gli uni sugli 
altri. 

Il von Meyer nella sua interessante Memoria combatte la teoria del 
De la Rive, e la distrugge; ma, d'altra parte, non propone alcuna 
nuova teoria da sostituirsi all'antica. 

Pur troppo conosco quanto sia rischioso il volere emettere qual- 
siasi teoria, e mi spiego il silenzio del von Meyer su questo soggetto. 
Ancor io esitai molto, prima di pubblicare questa mia Nota, e se oggi 
mi sono determinato a farlo, è solamente allo scopo di richiamare il 
von Meyer su questa importante quistione, sottoporgli le mie idee 
sull'azione così detta catalitica del platino, e conoscere se i suoi 
esperimenti, in parte già pubblicati, in parte forse ancora inediti, ven- 
gano o non all' appoggio della teoria termodinamica che sto per 
esporre. 

Senz' altro, ecco per quali ragioni credo che reagisca il platino su 
una miscela di due o piti gaz. Si sa che i corpi porosi condensano alla 
loro superfìcie una certa quantità di gaz variabile secondo la natura 
del gaz, la pressione, la temperatura, la grandezza ed il numero dei 
pori ed ancora la composizione medesima dei corpi. 

Questa condensazione è sempre accompagnata da uno sviluppo di 
calorie, le quali possono produrre due ordini d'effetti ben diversi tra 
loro: 

A. Se la quantità di calorie sviluppate è debole i gaz assorbiti pas- 
sano dallo stato aeriforme ad wio stato più condensato. 

(*) D. ToMMASi, Rend. del R. ht. Lomb., Serie II, voi. X, fase. XV, 
pag 4. 

Rendiconti. Serie II. Voi. XI. 9 



130 D, TOMMASr, sull'azione della cosi DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 

La condensazione di questi gaz è proporzionale allo sviluppo di ca- 
lore che si produce, allorquando essi vengono assorbiti dai corpi po- 
rosi (*). Così è del carbone di legna. I gaz condensati nel carbone si 
comportano come se fossero sciolti in un liquido, e sono soggetti 
alla medesima legge che re^^ge la soluzione dei gaz nei liquidi. — In- 
fatti i gaz assorbiti dal carbone possono venire espulsi dal calore, ecc. 

Abbiamo detto che i gaz, allorché vengano assorbiti dal carbone, 
sviluppano calore. 

Secondo il Favre (**) la quantità di calorie sviluppate da certi gaz 
nel momento che vengono assorbiti, supera di molto il numero di ca- 
lorie svolte, quando sono liquefatti. 

Ecco i risultati ottenuti da questo sapiente: 

Calore di liquefazione dell'acido solforoso (S Oj) . . . 88,3 calorie 
dell'ossido d'azoto {N^ 0) . . . 100,6 

Calore d'assorbimento dell'acido solforoso 150,1 » 

» » dell'ossido d'azoto 148,3 

Donde appare che questi gaz, condensati nel carbone, si trovereb- 
bero allo stato liquido. 

Per l'acido carbonico poi il calore sviluppato dall'assorbimento del 
carbone supera quello che svilupperebbe l'acido carbonico solidifican- 
dosi. Infatti, il calore svolto da 1 gr. d'acido carbonico assorbito dal 

carbone è uguale a 148,8 calorie 

mentre il calore di solidificazione è uguale a . . 188,7 

Gli interessanti esperimenti del Favre inducono quasi a supporre 
che la maggior parte dei gaz condensati nel carbone si trovano allo 
stato liquido. — Da ciò è facile dedurre, che quando si comprime 
una miscela di due o pili gaz che non hanno alcuna azione chimica 
alla pressione ed alla temperatura ordinaria, questi gaz, liquefatti, 
si potranno mescolare senza che avvenga tra di loro alcuna reazione. 
Inoltre, diminuendo la pressione, questi gaz si sprigioneranno in ra- 
gione inversa del loro punto di liquefazione e senza reagire tra di loro. 

E facile è il verificare questo, ora che possediamo i nuovi appa- 
recchi per la liquefazione dei gaz dovuti al Pictet ed al Cailletet. 

Due soli gaz reagiscono quando, dopo esser stati assorbiti dal car- 
bone, vengono sprigionati la mercè del calore. Questi sono l'idrogeno 
solforato e l'ossigeno. 

Due ipotesi, secondo noi, potrebbero spiegare questa reazione. 



(*) Sarebbe più esatto il dire che il calore sviluppato è proporzionale 
alla condensazione del gaz. 
(**) Compi, rend. Ac. dea sciences, Paris. Tomo XXXIX, pag. 731. 



D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 131 

La prima sarebbe quella di ammettere che la quantità di calorie 
che si svolgono nell'atto della condensazione dell'acido solfidrico nel 
carbone, sia sufficiente a scinderlo nei suoi elementi. In altri termini 
il numero di calorie svolte nella condensazione dell'acido solfidrico 
nel carbone dovrebbe essere uguale a circa 4,51 calorie (*). 

Osservando ancora l'azione dell'ossigeno sul gaz ammoniaco, ap- 
pare che, volendo anzitutto separare l' idrogeno dall'azoto, questa de- 
composizione richiede circa 26,71 calorie. Dunque, se la condensazione 
dell'ammoniaca nel carbone produrrà queste 26,71 calorie, la reazione 
avrà luogo; altrimenti, questi corpi non reagiranno. Ma se sosti- 
tuiamo al carbone un altro corpo capace d'assorbire tanti volumi 
d'ammoniaca da sviluppare le 26,71 calorie, la reazione si farà. 

La seconda ipotesi sarebbe quella d'ammettere che la quantità di 
calorie necessaria a due corpi per reagire è in ragione diretta della 
quantità di calorie che si svolgono, quando questi due corpi si combi- 
nano. È evidente che la quantità di calorie che bisogna comunicare 
a due corpi per farli reagire, deve essere minore del numero di ca- 
lorie che si svolgono nell'atto della combinazione di questi medesimi 
corpi; altrimenti, il calore di combinazione essendo uguale a quello 
di decomposizione, i corpi terrebbero uno stato d'equilibrio. 

Esiste egli una relazione tra le calorie che principiano una reazione 
e quelle che si sviluppano? 

E se esiste, quale n'è il rapporto? 

Speriamo poterne in seguito parlare. 

Intanto facciamo osservare che fra tutte le reazioni che la teorìa 
permette di prevedere fra due gaz, i quali dopo esser stati assorbiti 
dal carbone o da qualsiasi corpo poroso sono sprigionati mediante il 
calore, è precisamente l'idrogeno solforato e l'ossigeno che richiedono 

(*) Fra i gaz composti avendo un coefficiente di condensazione abbastanza 
elevato, è appunto l' idrogeno solforato che richiede il minor numero di 
alorie per scindersi in idrogeno e zolfo, come lo provano i risultati termici 
seguenti : 

CO, = C+0^—9G,d6F.S 
SO^ = S-\-0,— 11,07 F.S 



-26,71 r. 

^ ^ 1-22, OOT 
CO =C+O = -30,150F.S 

" -4,82ir. 



132 D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DKTTA FORZA CATALITICA, ECC. 

la minor quantità di calorie per reagire, come lo dimostra il seguente 
quadro: 

/ 2iVi73 + 3 = 2 iV +3i?2 = 153, 43 cai. 

• (iVir,U + Oyj 2iVir3 + 4 0=iV^2 0+3 772 = 134,58 cai. 

( 2iV^3-v-50=2iV0 + 3ifj = 191,42 cai. 

H^+0.... = H^O =58,1 cal.C) 

CO+0 ...=^C0^ = 66,81 cai. 

SH^ + 0..=S^H^O... =53,43 cai. 

Ne risulterebbe probabilmente che una miscela d'ossigeno liquido ed 
acido solfidrico liquido non agirebbero tra di loro, ma tostocliè la pres- 
sione diminuisse e la temperatura aumentasse, questi gaz reagireb- 
bero producendo acqua e zolfo. 

Questi calcoli, del resto, sono approssimativi, giacché per essere 
esatti bisognerebbe tener conto del coefficiente d' assorbimento pel 
corpo poroso dei diversi gaz. 

B. Se il numero di calorìe è sufficiente, la reazione avrà luogo. 

Ce lo provano il platino ed il palladio. Questi metalli agiscono come 
il carbone, differenziandone in ciò che, potendo condensare una mag- 
giore quantità di gaz nei loro pori, producono maggior quantità di 
calorie. 

Le reazioni provocate dal platino possono essere divise in tre ca- 
tegorie: 

a) Quelle che hanno luogo alla temperatura ordinaria, come la tra- 
sformazione dell'alcool in aldeide e acido acetico; 

h) Quelle che si producono sotto l'influenza d'un leggiero aumento 
dì temperatura, quale la combinazione dell'idrogeno coU'ossigeno ; 

e) Infine quelle che non avvengono che sotto l'influenza d' un'alta 
temperatura. E di tal modo ci offre esempio il gaz ammoniaco, se me- 
scolato coir aria e passando ad una temperatura di circa 300° sulla 
spugna di platino, vien decomposto lasciando il suo azoto trasformare 
in acido nitrico a spese dell'ossigeno dell'aria (**). 

Del resto le combinazioni provocate dal platino dipendono anche 
dallo stato fisico di questo metallo. Il nero di platino determina istan- 
taneamente alla temperatura ordinaria la combinazione tra l'idrogeno 
e l'ossigeno; mentre la spugna di platino non reagisce se non è stata 
prima leggermente riscaldata. Il filo di platino poi non determina la 

(*) Vapor d'acqua saturo a 0." Thomsen. 

(**)KuLHMANN. Com^t. rtnd. Ag. des soìences de Paris. Tomo VII, p. 107. 



D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 133 

combinazione tra l'idrogeno e l'ossigeno se non che ad una tempera- 
tura non inferiore ai 200°. 

Da ciò si può vedere esistere costante un rapporto tra la quantità 
di calorie sviluppate nell'atto della condensazione dei gaz sul metallo 
e la temperatura alla quale ha luogo la reazione. 

In altri termini, se per determinare una reazione tra due corpi p e 
q fa d'uopo x calorie, e se la quantità di calorie svoltesi nell'atto 
della condensazione di questi gaz nel corpo poroso è y, la quantità di 
calorie necessaria a determinare una reazione tra questi due gas p e 
q sarà x — y. 

Se poi al contrario vi fossero dei gaz che assorbissero calore, allor- 
quando si condensano nei corpi porosi (fatto non ancora osservato), 
allora la quantità di calorie che bisognerebbe comunicare a questi 
corpi per farli reagire, sarebbe: x -\- y. 

Esponiamo ora quello che a nostro avviso avrebbe luogo allorché 
il nero di platino venisse messo, per esempio, in contatto di due gaz. 

Una piccola quantità della miscela gazosa verrebbe assorbita dal 
platino, e l'assorbimento svolgerebbe, come è noto, un certo numero 
di calorie, le quali permetterebbero ad una piccolissima quantità di 
gaz di reagire. La combinazione di questi gaz produrrebbe una nuova 
quantità di calorie, che determinerebbero a loro volta la reazione 
d'una nuova porzione di gaz, e così di seguito. 

In altri termini, la combinazione fra due corpi si farebbe in un 
modo opposto alla dissociazione. 

Questo è del resto il procedere di tutte le reazioni chimiche, laddove 
è necessario impiegare il calore. 

Facciamo, ad esempio, reagire l'idrogeno sull'ossigeno. Questi gaz, 
quando si combinano per formare dell' acqua mediante il platino, il 
palladio, una fiamma, ecc., la loro reazione non avviene mai istanta- 
neamente; ma essa ha luogo con una serie di fasi che si succedono 
in uno spazio di tempo molto rapido, come lo dimostra l'equazione 
seguente: 



^2 H-O +6 = 


h^o -f(6 + <) (*) 


V -fo' +(0 + O = 


(7^2 0)' ^-(0^-< + ^â– ) 


V +o" 4-(04-< + n -= 


ih^o)" +(e-i-«+i'+<") 


V" + o'"-i-(0 + <+<'+<") 


=--(/i'2O)'" + (0+« + t'-t-i"+«'") 



Per le Note (*) e (**) vedasi a pagina seguente. 



134 D. TOMMAST, SULL'AZIONE DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 

6 rappresenta la quantità di calorie necessaria a principiare la rea- 
zione tra l'idrogeno e l'ossigeno, e t le loro calorie di combinazione. 

Dunque una volta la reazione principiata non c'è ragione perchè fi- 
nisca, a meno che il valore t fosse negativo. Ed in questo caso la 
reazione s'arresterebbe quando: 

(^^t-t'-t"-i"' . . . i«)-e = 0. 

Vediamo allora che avverrebbe mettendo a contatto quattro corpi 
qualsiansi, tp, x., ^i w, e supponendo che per determinare una reazione 
tra d^ lia^ à.' uopo calorie, e A cai. per fare reagire 'j/ e co. 

Comunichiamo dunque cai. a cp e y, questi reagiranno nel seguente 
modo: 

^ +X +0 = cfx +(0 + «) (***) 

9' +X' +(9 + = (cpx)' +(0 + « + O 

?" + x" + (9+^ + ^') = (?7j" + (9 + *+^' + ^") (1) 

^CC^yX^^^^^t + t' + t" ...t^) = {^X^O'+{^ + t + t'-\-t" . .,t<^+t). 



(*) Come l'equazione H^-{-0 = H^O avrebbe potuto far credere che t, 
sarebbe stato il numero di calorie sviluppate per ogni 18 gr. d'acqua, ab- 
biamo preferito impiegare questa formola h^-{-o=:h^o per indicare sola- 
mente il rapporto nel quale questi gaz si combinano per formare dell'acqua. 

(**) Queste formolo possono essere semplificate nel modo seguente : 

Molecole successive 

di combinazione Calorie prodotte 

^,+ 9 h^o Q+t 

2h^o 9 + 2é 

3h^o + Bt 

nJi^o 0-\-nt 

Se ^ è negativo si avrebbe analogamente : 6 — ?j ^ . La reazione s'arreste- 
rebbe quando fosse 9 — n^t = o. 

{***) Molecole 

successive 

di Caloria 

combinazione prodotte 

f+X 6 ?X ' ■ ' s+« 

n?% ; . . Q-\-nt i corpi i|» e w entreranno in 

azione quando ^ = 9-}-n^t. 
^-\-M A ^w . . . A + ^ 

7i 1^ M . . n à-\-7lS , 



D. tommasi, sull'azione della così detta forza catalitica, ecc. 13j 

I corpi '1 e co rimarranno senza azione sino a quando il valore 
{(ì-^t + t' + t"-bt"' ...i'^) = ^ 
allora i corpi ^j^ e w entreranno in azione come sopra, cioè: 
^ +to 4-A = <|;to +(A + 8) 

vf' 4-to' +(A + 8) = (^(o)' +(A + 8 + o') 
y' +io" +(A + 8h-S')= (4;w)" +(A + 8 + 8' + S") 
f" + a)"'(A + 8 + S' + 8") = (^w)'" + (A + 8 + 8' + 8" + 8'") (2) 

^«4-ioa;+(A + 8 + 8' + 8" ... S^)=(ij;w)«'+(A + 84-8' + S" .. .8«^ + '^). 

Questa reazione potrà non esercitare niuna influenza sulla rea- 
zione (1) se il prodotto 8 = ^, potrà rendere questa reazione piti rapida 
se 8>^, ed infine rallentarla ed arrestarla completamente se 8<f. 

È facile il vedere che mediante questa nuova formola, le conclu- 
sioni possibili a dedursi sono numerosissime. Potremmo citare a que- 
sto proposito un gran numero di esempj, quando non credessimo al- 
lontanarci troppo dallo scopo che ci siamo prefìssi scrivendo questa 
Memoria; del resto ritorneremo fra breve su questo soggetto quando 
parleremo del meccanismo delle reazioni chimiche. 

Ci sia però concesso citare almeno un esempio. Melsens (*) stu- 
diando le condizioni migliori per ottenere il composto SO^ Cl^ osservò 
i fatti seguenti : 

1.° Allorché dell'acido solforoso e del cloro ambedue secchi si fanno 
arrivare nell'acido acetico glaciale, l'intervento di quest'ultimo corpo 
provoca la formazione dell'acido clorosolforico, e si producono in ol- 
tre degli acidi cloracetici. L'operazione riesce in camera oscura e ri- 
schiarata solo da una lanterna monocromatica. 

2." L'acido clorosolforico si ottiene senza l'intervento della luce di- 
retta, facendo assorbire successivamente il cloro e l'acido solforoso 
secchi mediante la brace purificata da molteplici lavaggi, e da ripe- 
tute calcinazioni. 

3.° Se sopra dei carboni clorati perfettamente secchi si fa arrivare 
dell'idrogeno puro e secco, si constata prodursi a freddo, nell'oscurità 
assoluta, delle quantità notevoli d'acido cloridrico. 

Questi fatti si spiegano, o per meglio dire credonsi spiegare, di- 
cendo che, quando il cloro si combina all'idrogeno o all'acido solfo- 
roso nell'oscurità mediante il carbone, queste reazioni sono dovute slI- 
V affinità capillare che esercita il carbone sull'idrogeno ed il cloro, e 

(*) Compi, rend. Ac. des scUnces de Paris. Tomo LXXVII, pag. 78L 



136 D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 

l'acido solforoso sul cloro. Quando poi l'idrogeno ed il clorosi com- 
binano nell'oscurità arrivando simultaneamente nell'acido acetico, si 
dice che questa reazione è dovuta aìV azione di presema dell'acido 
acetico. 

Dico schiettamente che cotesta maniera di spiegare le reazioni chi- 
miche non mi dice assolutamente nulla; ed equivale precisamente alla 
versione del papavero, il quale dicono spinga al sonno perchè possiede 
virtìi sonnifere. 

Che cosa vuol dire forza catalitica, idrogeno nascente, acuità ca^ 
pillare, azione di presenza, azione di contatto, ecc.? 

Nulla, a parer mio, ed è per questo appunto che sono state da tutti 
accettate. 

Cosa strana, ma vera, che un concetto quanto più è semplice tanto 
più troverà difficoltà ad essere compreso ed accettato ; al contrario 
più sarà oscuro e strano, maggiormente incontrerà ammiratori. 

Sovente in chimica si ripete l'errore di scambiare l'effetto per la 
causa e viceversa, e talvolta confondere le cause principali colle se- 
condarie. In qualche trattato di chimica più moderno si crede spie- 
gare, per esempio, la formazione dell'acido cloridrico nell'oscurità, fa- 
cendo reagire il cloro e l'idrogeno sul carbone, dicendo che le mole- 
cole di questi gaz essendo più condensate e quindi più avvicinate tra 
di loro possono reagire più facilmente. 

Qui, come si può vedere, si scambiò l'effetto per la causa. La com- 
binazione infatti tra il cloro e l'idrogeno non avviene perchè que- 
sti gaz si trovino ad uno stato più condensato, bensì per la quan- 
tità di calorie svoltesi nell'atto della condensazione del cloro e del- 
l'idrogeno nel carbone. 

Dunque, secondo la definizione surriferita, una miscela di idrogeno 
liquido e di cloro liquido si dovrebbe combinare nell' oscurità. La 
qual cosa, se è possibile, non è però probabile per considerazioni che 
per brevità tralasciamo di esporre. 

Ammettendo la formola di successione (1), per la formazione del- 
l' acido cloridrico nell'oscurità mediante l'idrogeno ed il cloro sul 
carbone (*), si arriva necessariamente a concludere che la quantità 
di calorie sviluppate nell'atto della condensazione del cloro e del- 
l'idrogeno nel carbone deve essere uguale o superiore a 6. 

La formola (2) è atta a spiegare, in certo modo, non solo la for- 
mazione del composto SO^ Cl^ mediante l'acido acetico, ma ancora 

(*) L'assorbimento del cloro per il carbone di legna può arrivare sino a 
rappresentare un peso di cloro eguale a quello del carbone. Melsens, 
Comp. li. LXVII. 



D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 137 

la produzione degli acidi cloracetici nell'oscurità, ammettendo che: 
^ + t-ht' + l"...t-^i^i>T (*). 

Queste formole sono basate sulle tre leggi fondamentali seguenti: 
1.° Per determinare una reazione tra duo corpi, fa d'uopo una 
raec^esiraa ed invariabile quantità di calorie. 

2." Questa quantità di calorie dovrà essere inferiore a quella che 
si riproduce nell'atto della combinazione di questi stessi corpi. 

3." Queste calorie possono essere fornite sotto qualsiasi forma 
(raggi chimici, corrente elettrica, azioni meccaniche, ecc.), purché la 
somma totale sia la stessa, serbando, cioè, un rapporto costante fra 
questi diversi modi di essere del calorico. 

Il modo con cui l'idrogeno si combina all'ossigeno, deve essere 
probabilmente l' inverso di quello che avviene nella dissociazione del- 
l' acqua. 

La formola (1) permetterebbe di rendersi conto di tutti i fenomeni 
osservati nella decomposizione dell'acqua. Svolgerò questo argomento 
in un'altra occasione. 

Non ci resta che spiegare il fatto seguente, osservato dal von 
Meyer e del quale abbiamo fatto cenno al principio di questa Me- 
moria. 

Quando il platino reagisce cataliticamente (termicamente) sulle mi- 
scele ternarie d'idrogeno, d'ossido di carbonio e d'ossigeno, produce 
un effetto opposto, giacché l'ossido di carbone è ossidato di prefe- 
renza. 

Per diverse considerazioni impossibili ad esporre per mancanza di 
spazio ci limiteremo a dire che: 

Data una miscela di pili gaz a, p, y... quelli che avranno il coef- 
ficiente d'assorbimento piìi elevato, ossia quelli che nell' atto della 
loro condensazione sui corpi porosi svolgeranno maggior numero di 
calorie, saranno precisamente quelli che reagiranno di preferenza. 

Stando questo, l'ossidazione dell'ossido di carbonio piti facile di 
quella dell'idrogeno si spiega perii suo coefficiente d'assorbimento il 
quale è più elevato di quello dell'idrogeno. 

Infatti, ecco i coeflìccienti d'assorbimento dì questi tre gaz per il 
carbone : 

Idrogeno 1,75 

Ossigeno ...... 9,35 

Ossido di carbone . . . 9,42 

Se, come opiniamo, la condensazione dei gaz sul nero dì platino è 
(*) r, rappresenta le calorie di formazione degli acidi cloracetici. 



138 D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 

nello stesso rapporto che la loro condensazione nel carbone, si potrà 
prevedere teoricamente quale reazione avrà luogo in una miscela di 
diversi gaz sotto l'influenza della spugna o il nero di platino. 

Per esempio: 

Una miscela di gaz ammoniaco, d'ossigeno e d'idrogeno (*) posta 
in contatto col nero di platino, determinando una reazione, ossiderà 
di preferenza l'ammoniaca, all'idrogeno. 

Come pure in una miscela d' acido solforoso (**), d'ossigeno e d' i- 
drogeno, sarà l'acido solforoso che verrà ossidato (***). 

In una prossima Memoria: Sul meccanismo delle reazioni chimiche, 
svolgeremo molti punti che in questa Memoria siamo stati obbligati 
sorvolare. 

{Laboratorio di chimica 
della R. Scuola d* agricoltura in Milano). 



PATOLOGIA VEGETALE. — Studj sulle dominanti malattie dei 
vitigni. — Memoria del M. E. Prof. Santo Garovaglio e del 
S. C. dott. A. Cattaneo. 

I terribili guasti recati in questi ultimi tempi dalla Phylloccera ai 
vitigni in molti paesi d' Europa, massime nella vicina Francia, ed il 
fondato timore, che il fatale insetto, valicati i confini, potesse presto 
o tardi giungere fino a noi, fu stimolo potentissimo pei nostri viti- 
coltori a tener dietro con maggior diligenza, che non avessero fatto 
in passato, a quanto di anormale venisse loro veduto nelle varie 
parti del prezioso vegetale (radice, tronco, foglie, frutto). 

Questa piti attenta e minuta osservazione dei fenomeni biologici 
della vite, portò ben presto agronomi e fltopatologi a riconoscere e 
distinguere in essa un non piccolo numero di nemici, che ne insi- 
diano la prosperità ed il regolare sviluppo; parecchi dei quali seb- 
bene d'antica origine erano rimasti per addietro o del tutto inavver- 
titi o poco curati. La scoperta di tante e sì svariate contingenze 
morbose, che afiìiggono l'utile albero e sotto l'impero di certe circo- 
stanze climatologiche possono danneggiarne e mandarne a male il 

(*) Coefficiente d'assorbimento di questi gaz per il carbone : 

Gaz ammoniaco .... 90 

Idrogeno 1,75 

Ossigeno 9,35 

(**) Acido solforoso .... 65,00 

(***) Operando nelle medesime condizioni che il von Meyer, cioè evi- 
ando che la reazione sia troppo energica. 



S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DEI VITIGNI. 139 

prodotto od anche trarre la pianta a prematura morte, doveva destare 
una generale apprensione fra i possessori di vigneti, i quali minac- 
ciati nei loro piti vitali interessi si rivolsero, oserei dire, con ansia 
affannosa agli uomini della scienza per averne consiglio lumi a scon- 
giurare i temuti disastri. 

Laonde non ò a far meraviglia, se anche al Laboratorio crittoga- 
mico giungessero da più parti vive e stringenti sollecitudini di oc- 
cuparsi del gravissimo tema, inquantochè di taluna delle malattie, 
onde infermano i vitigni potevasi a ragione sospettare avesse per 
causa l'azione morbiflca di parassiti vegetali. 

E le sollecitazioni ci venivano dapprima da privati viticoltori della 
Lombardia, della Liguria e del Piemonte, alle quali ben presto si 
aggiungevano quelle altresì del Ministero d'Agricoltura, che per l'al- 
largarsi del male a più provincie della penisola, impensierito sui danni 
che sovrastavano ad uno dei più importanti prodotti della nostra 
ricchezza territoriale, sapientemente deliberava, che le stazioni Agra- 
rie, massime la Entomologica di Firenze e la Crittogamica di Pavia, 
dovessero farne argomento specialissimo delle loro ricerche. E come 
esigeva l'indole di questi istituti, il compito venne così ripartito, che 
alla stazione di Firenze furono assegnate le indagini sulle malattie 
prodotte da lesione d'insetti; al nostro laboratorio quelle originate 
da crittogame. 

Di tal maniera il materiale di studio si andava a mano a mano 
accumulando, sia per invìi diretti di privati , di Comizii e Società 
agrarie, sia per cura dello stesso R. Ministero. 

Già da un primo esame comparativo dei molti saggi, venutici da 
ogni parte d' Italia, ci fu agevole rilevare, che i guasti, onde sof- 
frono presentemente i nostri vigneti, devonsi ripetere da malattie 
per origine e per natura fra loro notevolmente diverse, quali piti o 
meno accuratamente descritte nelle opere ampelografiche e fitopa- 
tologiche, quali per converso poco o punto conosciute o fors' anche 
del tutto nuove. Annoveriamo tra le prime la rogna, il mal nero e 
la, picchiola ; tra le seconde, quelle che non hanno ancora ricevuti 
nomi particolari, e sebbene abbiano manifesta attinenza collo svi- 
luppo nella pianta di essenze fungose varie e molteplici, non si sa- 
prebbe ciò nullameno con sicurezza affermare, se queste ne siano la 
causa generatrice ovveramente il prodotto morboso. Delle une e delle 
altre noi tratteremo distesamente, raccogliendo e vagliando al lume 
di una sana critica le cose dette prima di noi, e queste, ove occor- 
ra, portando a compimento e correggendo coi postulati delle parti- 
colari nostre indagini ed esperienze. 



140 s. garovaGlio e a. cattanilo, sullr dominanti malattie dei vitigni. 

I. 

Della, rogna dei vitigni. (1) 

Dei molti saggi di vitigni ammalati pervenuti al nostro Labora- 
torio dalla sua istituzione in poi (1871-1877), quelli soltanto spedi- 
tici dal R. Ministero d'Agricoltura fino dal 11 giugno 1872 e pro- 
venienti dalla Sicilia, ed altri dal sig. Giovanni Batt. Monzini di 
Milano (aprile 1875) furono trovati affetti da questo malore. Laonde 
possiamo a ragione supporre, che la rogna si manifesti raramente 
nelle viti e loro non rechi gran danno. 

Questa è probabilmente la ragione per la quale, mentre della ro- 
gna degli ulivi, degli agrumi e d' altre specie d' alberi trattano piti 
o meno distesamente pressoché tutti i fìtopatologi, a questa mede- 
sima affezione nella vite appena accennano alcuni moderni, trai quali 
il prof. Adolfo Targioni-Tozzetti nella lodata relazione sulla malat- 
tia della vite, che cita altresì un lavoro di Apelle Dei (21 agosto 
1875), ed il prof. Caruso in un breve articolo a carte 546 del Vo- 
lume 1° del periodico L'agricoltura Italiana, in cui discorre di due 
nuove malattie della vite, la prima delle quali è appunto la rogna- 

Descrizione della malattia o Ipotiposi. 

Noi descriveremo qui la malattia, siccome ci venne veduta nei 
saggi messi a nostra disposizione. — AH' occhio nudo i rami affetti 
offrono un contorno irregolare in grazia di certe escrescenze varie 
di grandezza e di figura, quali coperte di corteccia, quali prive di 
essa, che rilevano da luogo a luogo a modo di tubercoletti o di fun- 
gosità, ora liscie senza crepature o fessure, ora scabre e sfesse, for- 
nite d'una o pìU screpolature alla sommità ed ai lati. Di cotali escre- 
scenze le più piccole constano di un solo tubercoletto ed hanno fi- 
gura quasi rotonda o conica, le maggiori per lo più di un numero 

(1) Noi avremmo potuto tenerci dispensati dallo scrivere su questa malat- 
tia e perchè, non essendo la medesima prodotta da parassiti vegetali, esce 
dal compito fissato alle ricerche del Laboratorio Crittogamico, e perchè di 
essa ha trattato molto largamente il chiarissimo sig. prof. comm. Adolfo 
Targioni-Tozzetti nella sua dotta relazione sulla malattia delle viti pubbli- 
cata dal R. Ministero d'Agricoltura con sua Circolare 21 agosto 1875. 
Tuttavia, come le nostre osservazioni ponno servire ad avvalorare ed in 
qualche parte a completare quelle dell' illustre professore di Firenze, non 
esitiamo farle di pubblica ragione colla presente scrittura. 



S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLIi DOMINANTI MALATTIE DEI VITIGNI. 141 

vario di tubercoletti raccolti insieme in masse irregolari con siffatta 
differenza, che talvolta i singoli tubercoletti, onde si compongono le 
masse, sono tra di loro distinti, tal'altra contraggono aderenza e si 
saldano parecchi insieme. Per lo più le masse hanno larga base e 
sporgono soltanto a modo di segmenti sferoidali, di piramidi, di coni 
sul ramo o sul tronco da cui derivano; meno spesso hanno baso più 
stretta e vengono su dalle parti profonde con un collicino o pedun- 
colo, che si allarga all'estremità in figura di rigonfiamento tuberoso 
o fungoso. L' esame anatomico di siffiitte escrescenze le mostra for- 
mate dagli stessi elementi del corpo legnoso, col quale sono continue: 
constano cioè di ammassi di fascetti fibro-vascolari contornati da 
cellule legnose e tramezzati da raggi midollari piti frequenti di nu- 
mero, quanto più la parte esaminata sta presso la periferia. 

11 colore e la consistenza dei tubercoli, ancora coperti dalla cor- 
teccia, è la normale del legno; ma dove la scorza sia caduta, pi- 
gliano a poco a poco color più scuro, che dal giallo brano volge 
gradatamente al nero: in questi ultimi in progresso di tempo la 
parte legnosa perde di consistenza e durezza, si sfibra e sbricciola, 
finché i tessuti disfacendosi e risolvendosi piìi o meno prestamente, 
alla fine non ti danno che una sorta di materia sciolta granellosa, 
similmente nera che sembra rosura, o rosicatura di tarli, di odore 
disgustoso. 

Consumato di tal maniera il tumore, se il procasso morbifico si 
allarga e si approfonda nel corpo del legno, questo pure va incontro 
alle medesime alterazioni e la pianta intristisce e può essere anche 
tratta a immatura morte. Per converso, nei casi di tumori pedunco- 
lati, dopo la consumazione di questi, il male per lo piU s' arresta e 
l'ulcera cicatrizza senza che all'albero ne venga gran danno. 

Dalle cose dette appare manifesto, che la formazione dei tumori 
vuoisi derivare da un'esuberante anormale produzione degli elementi 
fibro-cellulari del legno intorno ad altrettanti centri irradianti dal- 
l'interno all'esterno ed in connessione cogli elementi preformati del 
cilindro legnoso, accompagnati in talun caso, non però sempre, da 
una consimile alterazione negli strati della scorza. A questa esube- 
ranza di potenza plastica formativa il piti delle volte tien dietro un 
processo di distruzione o di necrosi, che mortifica e strugge in bre- 
vissimo tempo le parti novellamente formate. 

Veramente a noi non fu dato di poter seguire nei suoi particolari 
tale processo di mortificazione e di disfacimento, avvegnacchè a far 
questo ci sarebbe occorso e maggior copia di materiale e tal cop- 
redo di sussidj chimici, che non sono a disposizione del Laboratorio. 
Crediamo non pertanto poter affermare, che il processo consiste in 



142 S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DEI VITIGNI. 

una successiva tramutazione degli elementi organici, onde si com- 
pongono i tessuti di nuova formazione, i quali per viziata alimenta- 
zione arrestati nel regolare sviluppo e accrescimento, perdono lenta- 
mente il vigore vitale e si disgregano. 

Enologia. 

Quanto alle cause occasionali della comparsa e diffusione della ro- 
gna, ben poco sapremmo aggiungere a quello, che così dottamente 
scrisse il Targioni nella già lodata Memoria (p. 8, 9), tanto piti che a 
noi non fu possibile studiare la malattia all'aperto e seguirla nei va- 
ri! periodi del suo svolgimento. Avvisiamo però non possano essere 
che quelle medesime, che producono la rogna negli ulivi e negli a- 
grumi, le quali sogliono gli agronomi o fitopatologi ridurre a queste 
quattro : 

1." Lesioni d'insetti (Bernard, Rozier, Giovanni Targioni, Fine- 
schi e F. Re). 

2° Sovrabbondanza d'umori nutrienti (Giovene, Ponzini , Mo- 
schettini. Presta, Carradori, Giampaolo). 

3." Difetto d'alimentazione e conseguente languore nelle piante 
(Tanciani). 

4." Moto accelerato e trabocco degli umori in luoghi speciali 
per offese fatte alla scorza da agenti meteorici : subito disgelo, urto 
di grandine, ecc. (Tavanti, Gera). 

Lasciando stare le obbiezioni che corrono alla mente di chicches- 
sia, quando si voglia considerare ciascuna delle anzidette cause di 
per sé sola qual ragione del fenomeno morboso, noi possiamo però 
ammettere, che or l'una or l'altra, or parecchie insieme, secondo le 
speciali condizioni di luogo e di tempo, concorrono a produrlo. 

Imperocché tutte sono abili a richiamare sui punti, ove esse im- 
mediatamente agiscono, uno strabocchevole concorso di umori pla- 
stici, d'onde per anormale accrescimento nel processo vegetativo, si 
formano nuovi tessuti, che, pigliando la figura di escrescenze e tu- 
berosità, danno alla parte quell'aspetto, che noi riscontriamo in que- 
sta malattia. 

Che se gli umori conservano normali le loro proprietà fisico-chi- 
miche, non deriveranno alla pianta effetti dannosi ; ove per converso 
alterata sia la natura di quei sughi, le nuove parti facilmente si 
corrompono, ingenerandosi dapprima in esse un'affezione morbosa 
che successivamente può estendersi alle vicine. 



S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DEI VITIGNI. 143 

Cura. 

Riconosciuta nei casi speciali la cagione vera della rogna, la cura 
profilattica vorrà essere rivolta a questo, di scemare, per quanto ò 
possibile, la copia sovrabbondante degli umori nutritivi e il loro tra- 
bocco in luoghi determinati con tutti quei mezzi, che sono a dispo- 
sizione dell'agricoltore; vogliamo dire concimando l'albero men lar- 
gamente od anche ciò smettendo al tutto per un tempo più o meno 
lungo, moderando le potagioni, e con quel governo nella coltivazione 
delle piante, che intenda a ritornare a condizioni normali il processo 
formativo. Quando poi non si riesca a prevenire lo svolgimento della 
malattia e i tubercoli rognosi siansi formati, il colono dovrà essere 
sollecito di distruggerli recidendoli, con che si otterrà il doppio scopo 
di impedire l'allargarsi del male al corpo legnoso sano, preservando 
la vite dalle tristi conseguenze che questo vi induce, e di togliere 
all'albero quell'aspetto lurido e deforme che sgradevolmente lo de- 
turpa e sconcia. 

Bibliografia. 

Fuori dei tre lavori sulla rogna delle viti mentovati al principio 
di questo capitolo, noi non ne conosciamo altri. Laonde stimiamo 
non inopportuno dar qui un elenco possibilmente completo degli au- 
tori principali che hanno trattato di questa medesima malattia negli 
ulivi e negli agrumi, sulle quali piante essa appare assai frequente. 
Tuttociò che i fitopatologi hanno scritto e divisato rispetto alle nomi- 
nate piante sulla natura del morbo, sulle cause e la cura del mede- 
simo potrà, non ne dubitiamo, in tanto difetto di opere speciali, for- 
nire indizii ed ammaestramenti preziosissimi anche al viticoltore che 
vuol preservare i suoi vitigni dai guasti della rogna. 

Giov. Targioni-Tozzetti — Eelazioni di alcuni viaggi per la Toscana. 

— Voi. I. pag. 211 — 1751. 
De-Nobili — Dissertazione sulla rogna degli Ulivi, letta all' Accademia 

dei Georgofili nell'agosto del 1777. 
FlNESCHi — Sulla Rogna degli Ulivi — Siena 1787. 
MOSCHETTINI — Dissertazione sulla Rogna degli Ulivi. — Napoli 1790. 
Presta — ■ Degli Ulivi, delle olive e della maniera di cavar l'olio, etc. — 

Napoli, 1794. 
MOSCHETTINI — Della coltivazione degli Ulivi e delle manifatture dell' o- 

lio — Napoli, 1797. 
RÈ — Saggio di Nosologia Vegetale, pag. 103 — 1805. 
Carradori — Memoria sulla Rogna degli Ulivi (Giornale Pisano: n° 30. 

1810). 



144 S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMl.VWTI MALATTIK DEI VITIGNI. 

Tavanti — Trattato sull'Ulivo. Tomo I. pag. 228 — 1819. 

POLi^iNi — Catechismo Agrario, pag. 281 — 1833. 

Gera — Dizionario d'Agricoltura, Voi. V. p. 227 — 1837. 

Moretti — Compendio di Nosologia Vegetale, p. 103 — 1839. 

Balsamo di Lecce — Osservazioìii sulla Bogna degli Ulivi e sulla Mo- 
sca Olearia — Vedi Ragazzoni, Repertorio d' Agricoltura. Nuo- 
va Serie. T. II. p. 247 — 1845. 

Berti-Pichat — Istituzioni d' Agricoltura — Voi. II. part. II. p. 1128 e 
Voi. V. part. II. p. 1194 — 1855. 



GEOLOGIA. — Sulla cronologia dei vulcani tirreni, e sulla idro- 
grafìa della Val di Chiana anteriormente [al periodo pliocenico. 
Nota di A. Verri capitano nel Genio militare. 

Nel sunto premesso allo svolgimento della Memoria: Sui movimenti 
sismici nella Val di Chiana, e loro influenza sull'assetto idrografico 
del Bacino del Tevere, che ebbi l'onore di vedere inserito nei Resoconti 
di cotesto dotto Istituto, accennai a due fatti, cioè alla apertura dei 
vulcani tirreni durante il sollevamento del pliocene antico, ed alla 
preesistenza nella Val di Chiana ed adiacenze di un sistema terrestre 
alla idrografia marina del prenominato piano pliocenico. Può darsi 
che a taluno dei maestri della scienza geologica sia sembrato che 
gettassi là leggermente quelle asserzioni, conciossiachè su tale argo- 
mento mi trovi in apparente opposizione coi giudizi di provetti scien- 
ziati, quasi che ignorassi i loro scritti, o peggio pretendessi senza ri- 
flessione sostituire alle loro vedute la fallacia d'inesperte osservazioni. 
È perciò che ho giudicato opportuno far seguire quel sunto da alcune 
parole che valgano a chiarire i due punti nominati, nei quali sola- 
mente credo possa esistere qualche controversia; ossia, pel mio me- 
stiere si passi il paragone, ho stimato conveniente regolarmi colle 
norme della moderna tattica, la quale alla azione decisiva delle masse 
premette il fuoco sparso delle catene di cacciatori. 

I. 

Sulla cronologia dei vulcani tirreni. 

Il professore Ponzi, il quale tanta luce ha sparsa sui grandiosi fe- 
nomeni del vulcanismo che agitò le terre tirrene, fino dal 1848 scri- 
veva: «Io porto opinione che le eruzioni ignee comparvero in questa 
nostra regione allorquando le acque terziarie eransi ritirate, e lascia- 
rono in secco il terreno, come avviene dei vulcani del Lazio, coi quali 
sembrano contemporanei, cioè diluviali (Osservazioni geologiche fatte 



A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 145 

lun(}0 la Valle Latina), » Ed ia tempi più recenti : « Dal posto che oc- 
cupano le più vecchie materie eruttate, cioè i tufi della campagna ro- 
mana e viterbese, tenendo il posto del terreno erratico subalpino, si 
argomenta che i vulcani da cui derivarono si devono riferire all'epo- 
ca glaciale {Croìiaca subappennina 1875). — Anche l'Italia ebbe i suoi 
crateri, spiegati specialmi.'nte lungo i pioventi del mare Tirreno, a 
quei tempi ancora sommerso, e costituenti la zona vulcanica italiana. 
Da essa fu vomitata quella immensa copia di materie arsiccie che le 
onde marine diffusero e impastarono per comporre i tufi delle cam- 
pagne romane e viterbesi. Questi figurano come le ultime assise della 
scala stratigrafica subappennina, sovrastanti alle breccie diluviali, e 
perciò corrispondenti e rappresentanti le morene alpine {Dei monti Ma- 
rio e Vaticano, 1875), — La quantità degli apparecchi vulcanici lungo 
questa zona, e il loro svolgimento accusano il periodo vulcanico- 
glaciale essere stato lunghissimo {Storia dei vulcani Laziali, 1875).— 
Epoca glaciale. Freddo intenso con agghiacciamento delle acque sulle 
sommità dei monti. Si appalesa la più grande vulcanicità terrestre, 
la quale è causa di tanti fenomeni sovversivi, che cangiano l'aspetto 
geografico della terra, e con essi 1' emersione di una gran parte dei 
subappennini, riducendosi il mare ad un ampio golfo, sotto il quale 
ardono le bocche vulcaniche Vulsinia, Cimina e Sabatina {Storia na- 
turale del Tevere, 1875)» e pressoché le stesse parole nella Memoria: 
Jl Tevere ed il suo delta, 1876(1). A precisare queste idee, il Ponzi 

(1) Forzato dallo svolgimeuto del tema propostomi in questi studi, devo 
accennare ad un' inesattezza nella carta idrografica annessa alle Memorie 
sul Tevere, ed è il disegno di una catena montuosa la quale divide il 
displuvio della Chiana toscana da quello della romana, mentre le due 
valli formano una sola pianura; svista dovuta all'aver tratta la pianta del 
bacino da un rilievo tedesco dell' Italia posseduto dal Museo geologico di 
Roma. Egualmente devo avvertire che nella località di Val di Chiana ho 
riconosciute leggermente inesatte anche le carte idrografiche del bacino 
del Tevere, sia quella compilata dalla Commissione del 1872, nella quale 
è ommesso il Trasimeno; sia quella annessa agli studi idrografici e me- 
tereologi sul predetto fiume, uella quale è compresa la valle della Ti'e- 
Ba. Sono inesattezze in cui si cade facilmente allorché si è costretti dalle 
circostanze a supplire colle informazioni alla osservazione diretta del ter- 
reno. Un accidente simile mi capitò nel disegnare la carta annessa al- 
l'opuscolo Alcune lince sulla Val di Chiana, ecc., nella quale lasciai di 
notare uno dei più importanti centri d' attività del sistema Vulsinio, cioè 
quello di Torre Alfina, fidandomi delle formazioni vedute sulla ripa de- 
stra del Paglia, e delle risposte dei paesani. Correggerò 1' errore nella 
carta del bacino del Tevere; intanto, per togliere l'equivoco, ne avverto 
coloro, i quali abbiano per le mani quello scritto. 

Rendiconti. - Serie II, Voi. XI. 10 



146 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 

unisce alle due ultime Memorie precitate una carta, nella quale dise- 
gna un mare glaciale sul territorio tra Monte Circeo e la valle della 
Paglia. Né diverse opinioni rivela nella Memoria: I fossili del monte 
Vaticano, 1876; infine in quella: La Tuscia romana e la Tolfa, 1877, 
ripete: «Le indagini e i confronti pertanto fatti sulle assise della no- 
stra scala stratigrafica ci portano a stabilire con piena sicurezza, che 
i conglomerati vulcanici o i tufi soprastanti alle ghiaje diluviali 
rappresentano netta l'epoca glaciale, e sul piovente Tirreno dell'Ita- 
lia centrale tengono il posto del terreno morenico delle regioni su- 
balpine, mancanti dei sedimenti vulcanici. » Però, mentre crede dover 
estendere tale conclusione a tutta la regione vulcanica, trovo le seguenti 
notevoli parole nella descrizione della scala stratigrafica: «4. Marne 
subappennine inferiori di color bigio-turchino.. , Sebbene non si co- 
noscano sin qui i loro fossili nella Tuscia romana, nondimeno per la 
loro giacitura ci sembra doversi riportare alle marne vaticane.. . 7. Sab- 
bie gialle di Brocchi, tanto cognite come rappresentanti il pliocene su- 
periore, succedono nella serie ascendente. Fin qui poche ricerche sono 
state fatte dei loro fossili nella Tuscia romana... 8. Ghiaje e breccie 
risultanti dal detrito delle roccie dei monti maggiori... Nella Tuscia 
romana questi strati (alluvionali) sono in genere mollo leggieri e so- 
vente mancano. » 

Il marchese Pareto, dopo avere indicato che i tufi si formavano sot- 
t'acqua, dice di esitare a pronunciarsi se realmente nel mare o in un 
lago si deponevano; pei fatti della mancanza di animali marini, e del- 
l'interpolamento dei travertini accenna a sospettare che l'agglome- 
rato siasi depositato in una massa d'acqua dolce all'epoca delle for- 
mazioni lacustri dtìl Val d'Arno, nonché di quelle della Val di Chia- 
na, colle quali anche gli agglomerati vulcanici del viterberse pare 
che abbiano comuni gli ossami che vi si rinvengono (Osservazioni 
geologiche da monte Amiata a Roma). 

Il Rath, nella carta annessa alla Memoria Sa, Radicofani e monte 
Amiata, pone i tufi vulcanici del distretto di Bolsena nel pliocene. 
Ignoro le osservazioni, le quali lo indussero a somigliante conclusio- 
ne, né in quella Memoria sono accennate; sembra però che si trat- 
tasse di fossili terrestri, perchè nel Corso di Geologia del professore 
Stoppani, al paragrafo 658 del volume III, si legge su questo sogget- 
to: ali signor Rath conferma assai bene questo fatto, assegnando i 
primi mammiferi fossili agli altri strati superiori del pliocene, i quali 
sarebbero appunto per me gli equivalenti del terreno glaciale. » 

In riguardo alla quistione, nella precitata opera, il professore Stop- 
pani scrive: «Non sono lontano dal pensare che una parte di quel golfo 
subappennino non fosse interamente prosciugato, e si trovasse nelle 



A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 147 

condizioni di una maremma, di una regione di lagune e di bassi fon- 
di; che questo sia il fondo che trovarono originariamente i vulcani 
romani, su cui distesero il loro detrito, il quale dovette eguagliarsi 
in forma di un piano, e presentare il carattere di una piattaforma... 
La giacitura del tufo ci ha detto che quei vulcani cominciarono ad 
erompere od al chiudersi del periodo pliocenico, o forse anche piU 
tardi. Nei dintorni di Roma, per esempio, le argille azzurre plioce- 
niche sono co[)erte da un deposito enorme di sabbie e ghiaje d'indole 
littorale, rappresentanti indubbiamente l'epoca glaciale. Questi strati 
detritici sono puri di ogni materia vulcanica. I tufi vulcanici invece 
li ricoprono, ed è soltanto nelle ghiaje e nelle sabbie tiberine a Ponte 
Molle e altrove, posteriori al tufo, che il materiale vulcanico abbon- 
da. In questi ultimi detriti, aventi ancora ben distinto il carattere 
littorale, rinvengonsi i primi monumenti dell'epoca archeolitica. I vul- 
cani romani avrebbero avuto per conseguenza il loro massimo periodo 
di attività tra l'epoca glaciale e l'epoca archeolitica, cioè durante il 
periodo dei terrazzi; ed è perciò dimostrata l'opinione del Rusconi, 
che sia corso un certo lasso di tempo tra il pliocene e l'erompere dei 
vulcani. Ciò vale almeno pei gruppi piti prossimi a Roma, poiché ri- 
marrebbe ancora a vedersi quando abbia cominciato per ogni singolo 
vulcano il primo periodo di attività.» 

Riassunte le opinioni degli Scienziati, i quali si sono occupati dello 
studio dei fenomeni vulcanici lungo il piovente tirreno, con non pic- 
cola esitanza entro nel difficile arringo di manifestare le mie induzio- 
ni, soddisfatto, quando anche si trovassero difettose, di poter portare 
alla scienza il materiale di fedeli osservazioni. Per raggiungere la 
possibile chiarezza nella esposizione, cercherò di descrivere 1' aspetto 
che doveva presentare quel territorio che si distende tra i Cimini e la 
valle della Paglia, compiuto il sollevamento della Val di Chiana; poi 
indicherò le roccie le quali sostengono i tufi vulcanici provenienti dai 
crateri Vulsinii ; in base delle conseguenze che derivano dalle accen- 
nate premesse, e dalle altre osservazioni compiute sul sollevamento 
dei terreni pliocenici, porrò i quesiti sulla cronologia e per intimo 
legame sulla genesi eziandio dei nominati tufi. 

Sembra che, nonostante le obbiezioni dell'abate Rusconi, in- 
tese a dimostrare l'origine atmosferica dei tufi della campagna ro- 
mana, la opinione pili comunemente accettata ponga quelle roccie 
come risultanti da materiali vomitati da vulcani subacquei, o almeno 
da dejezioni vulcaniche le quali andavano a cadere in bacini acquosi. 
Il punto piti discusso è piuttosto se questi bacini fossero lacustri o 



148 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 

marittimi; l'assenza dei fossili marini, all'opposto di quanto si osserva 
nelle formazioni vulcanico-marittime del Vicentino, farebbe propen- 
dere piuttosto per la prima ipotesi, emessa dal Pareto e non rifiutata 
dallo Stoppani. Vediamo pertanto in quali condizioni poteva trovarsi 
il distretto di Bolsena dopo la emersione della Val di Chiana. 

Durante la deposizione del pliocene antico, a sud del lungo golfo il 
quale dal territorio romano si estendeva a quello senese, lo spazio 
interposto tra la valle della Paglia a levante e settentrione, dal corso 
della Fiora ad occidente, formava un bacino marino della larghezza me- 
dia di 45 chilometri, limitato ad est dal littorale dei monti Orvietani 
e Todini, ad ovest dalle isole dei monti di Capalbio e Canino, sepa- 
rato a sud dalla porzione più meridionale del golfo per via del si- 
stema Cimino, il quale doveva costituirvi come un'isola posta pres- 
soché sulla metà della larghezza del golfo medesimo. Pertanto, l'area 
centrale di quello spazio doveva trovarsi nelle condizioni di mare 
profondo, mentre e lungo il littorale della terra ferma, e presso le 
coste delle isole si saranno formati dei depositi piti elevati di spiag- 
gia. Ciò posto, in quale aspetto doveva presentarsi quel bacino dopo 
il sollevamento della Val di Chiana? Evidentemente, o il mare avrebbe 
dovuto perdurarvi nella porzione più depressa, e formarvi dei depo- 
siti colla fauna caratteristica del pliocene medio e superiore; ovvero, 
precluso l'adito nell'interno alle acque salse per le dighe opposte dalle 
formazioni costiere, ristagnarono nella conca rimasta le acque dolci 
e salmastre, come accadde nella Val di Chiana Toscana; o infine, 
mercè un sollevamento inclinato verso sud, o verso ovest, o verso una 
mediana direzione, il bacino si vuotò completamente e rimase all' a- 
sciutto. Però, sa in quest'ultima ipotesi vi devono necessariamente 
mancare i depositi nettuniani, la vicinanza dei monti dell'antico lit- 
torale, e la loro ripidità doveva fortemente manifestarvi i suoi eff"et- 
ti, sia colla incisione delle vallate di erosione, sia coi depositi allu- 
vionali abbandonati dai torrenti man mano che la loro strada dalla 
montane sorgive si faceva più lontana, e diminuiva per conseguenza 
la rapidità delle loro acque. La variabile altimetria nelle altezze dei 
tufi e delle masse argillose sottoposte, non mi permette di escludere 
questo caso, quantunque forse poco si possa concluderne di deciso 
in un luogo, dove la diretta azione del vulcanismo poteva da per sé 
stessa avere forte influenza nella parziale dislocazione delle masse; 
non pertanto, tra gli altri, noto il fatto della potenza dei tufi presso 
Castellottieri, Sorano, ecc., la quale ivi raggiunge fino a 147 metri, 
e la coincidenza che in quel terrirorio poteva esistere una vallata di 
erosione, scavata sulle marne plioceniche dai torrenti, i quali vi scen- 
devano dalle alture di Radicofani e monte Amiata. Certamente sa- 



A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 149 

rebbe più concludente il rintracciamento degli alvei in ragione dei 
depositi alluvionali, e per ora nei luoghi visitati non ho potuto no- 
tarne alcuna traccia. Con tutto ciò né per la mancata osservazione, 
né per l'asserzione del Ponzi, che nella Tuscia romana gli strati al- 
luvionali, interposti tra la formazione marina e la vulcanica, sono 
in genere molto leggeri e sovente mancano, posso escludere in modo 
assoluto che il territorio di Bolsena si trovasse prosciugato contem- 
poraneamente al fondo marino della Val di Chiana. 

Sicché, delle tre l'una : o il bacino vulsinio a quel sollevamento 
restò sottomarino, o diventò lacustre, o infine rimase allo asciutto. 

Accettata, come era naturale, l'opinione piti diffusa sulla genesi dei 
tufi, e quindi esclusa dal precedente ragionamento la terza ipotesi, 
dalla raccolta posseduta della fauna Orvietana era venuto alla con- 
clusione che quei tufi vulcanici, rappresentandomi una formazione sub- 
acquea immediatamente sovrapposta al pliocene antico, si ponevano 
allo stesso livello delle marne a Congeria del lago della Chiana, al- 
lorché nello scorso gennajo, dalla cortesia del professore Ponzi, rice- 
vei il prezioso dono della sua Memoria: La Tuscia romana e la 
Tolfa. La lettura di quelle pagine mi fece ripiegare il pensiero, più 
seriamente che pel passato, su una quistione di così grave interesse 
nelle evoluzioni del bacino tiberino; sicché poste in non cale tutte 
le annotazioni anteriori, siccome la precitata collezione non era stata 
fatta da me in persona, decisi di fare una nuova gita ad Orvieto, o 
in altri luoghi dove meglio potessi studiare il soggetto. Visitati i 
dintorni di quella città, raccolsi dei fossili sulle marne direttamente 
sottoposte ai tufi vulcanici, precisamente nella valle tra Orvieto e 
Rocca Ripescena, e di piti segnai i seguenti appunti: su quel luogo 
le marne si presentano con aspetto diverso da quelle e della Val di 
Chiana, e delle pendici del monte Paglia al di là del fiume, sia per- 
ché relativamente assai scarse di fossili, sia perchè vi si nota una 
specie di schistosità, negli altri luoghi sopra indicati poco o punto 
visibile; sotto Orvieto le marne raggiungono la quota altimetrica di 
270 metri, e sopra loro sta uno strato di lapilli, sul quale è imbasato 
un masso di tufo alto circa QQ metri. 

Ritornato a Pavia inviai la raccolta al dottor Foresti, scrivendo- 
gli che gli taceva la località perché potesse con più libertà giudicar- 
la; che, nel pronunciare il giudizio sui quesiti che gli proponeva, fa- 
cesse astrazione assolutamente dalla raccolta di Val di Chiana, per- 
chè fatta in luogo del tutto diverso; infine che mi facesse il favore 
di indicarmi le specie, il piano della fauna ed i costumi della mede- 
sima. Trascrivo quanto mi rispose: « I molluschi appartenenti alla for- 



180 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 

mazione segnata colla lettera A, per la massima parte m'indicano un 
deposito di mare profondo; l'assieme della fauna è proprio del plio- 
cene antico e particolarmente della porzione inferiore, e corrisponde 
a quelle argille piti profonde del pliocene antico del Bolognese, le 
quali si trovano immediatamente sovrapposte ai gessi : eccotene la 
nota: 

Cancellarla Bonelii Be\\.\ Cancellarla mi trae formis Br.; Chenopus 
pespelecani L.; Natica helicina Broc; Pleurotoma rotata Br,, var. ; 
Pleurotoma brevis Bell.; Drillia Sigmoidea Bron.; Cassidaria echi- 
nophora (?) L.; Nassa costulata Br. ; Dentalium tetragonum Br.; 
Arca aspera Ph.; Ostrea coclear Poli; Vola Jacobea L.; Pecten 
Brumeli Nyst; Balanus sp. ; Cerathocyatus sp. ; Diversi otoliti; Ana~ 
tifa Parlatorii Law. 

La vicinanza della spiaggia spiega la presenza di qualche specie 
piti propria della zona costiera. 

Con questo, a meno che non sì voglia ricorrere al supposto d'un 
alternarsi di oscillazioni ascendenti e discendenti, le quali mi sem- 
brano punto in armonia coi fenomeni che caratterizzano il solleva- 
mento generale del subappennino, potrei ritenere il tema esaurito sotto 
il mio anteriore punto di vista. Difatti, si vogliano sottomarini, si 
preferiscano sottolacustri, siccome tra il materiale vulcanico ed i 
depositi del pliocene antico non esiste assisa alcuna intermediaria, 
i tufi di Orvieto si vengono sempre a porre allo stesso livello delle 
marne lacustri della Val di Chiana, e come quelle rappresenterebbero 
il pliocene superiore. 

Però, per quanto lusinghiera mi si offra somigliante conclusione, 
per togliermi dall'imbarazzo della asserzione premessa, per le im- 
pressioni riportate dalla vista dei luoghi, non sento la mente appa- 
gata, ed anzi in me stesso, alle antiche sento aggiungersi nuove ob- 
biezioni contro la deposizione dei tufi in bacini subacquei. Ammesso 
anche che colle acque lacustri, e colle emanazioni nocive alla vita si 
spieghi la mancanza di molluschi nei sedimenti tufacei, resta perciò 
spiegato il fatto che con quei sedimenti non alternano depositi sab- 
biosi ed argillosi e che, se vi si vede intercalata una qualche altra 
formazione, questa è di travertini, pur essi dovuti ad azione delle 
forze endogene? Per potersi capacitare d'un tal fatto bisognerebbe 
ricorrere alla ipotesi, in verità un poco stiracchiata, che i crateri si 
aprissero appena incominciata la fase subacquea e che la profondità 
dell'acqua fosse appena quanta ne abbisognava perchè riescisse col- 
mata in una sola eruzione; oppure bisognerebbe immaginare che il 
bacino di Bolsena, man mano che gli mancava l'appoggio della forza 



A. YERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 151 

interna indebolita per la emissione delle materie vulcaniche, si de- 
primesse in guisa da formare un bacino vulcanico-lacustre, nel quale 
quanto più si profondavano le formazioni sottoposte, tanto maggior- 
mente per le dejezioni rimaneva rialzata la roccia superiore, in modo 
tale da non permettere sopra i tufi, un'altezza d'acqua, la quale fa- 
vorisse l'alternanza di deposizioni nettuniane sabbiose e argillose con 
quella delle scorie vulcaniclie. 

È vero che 1' argomento il quale sto per addurre ha semplice va- 
lore relativo, conciossiacchè forse si potrà concepire una massa cao- 
tica di materie differenti caduta in bacino acquoso e rimasta là tale e 
quale: siccome però è stato espresso il parere che le dejezioni vulca- 
niche, le quali costrussero i tufi, siano state rimaneggiate dalle acque, 
distese in banchi sul fondo marino, e trasportate a grandi distanze, 
farò notare che, perchè risultasse vero questo fatto, bisognerebbe che 
i tufi fossero composti da materiali distesi in strati dipendentemente 
dal loro peso specifico, e non si vedessero cristalli, scorie, frammenti 
calcarei, ecc., impastati confusamente, come in realtà si osserva. 

Sicché, se dovessi concludere dalle impressioni ricevute, riterrei 
che il territorio di Bolsena era prosciugato allorquando si spalanca- 
rono le bocche dei suoi crateri, e che ivi, dopo una prima manifesta- 
zione vulcanica per via di pioggia di ceneri e lapilli, avvenne una se- 
conda eruzione di materie allo stato fangoso, le quali crearono i tufi 
gialli, teneri, coerenti, ossia i veri tufi della Campagna romana e dei 
dintorni di Bolsena. In questo giudizio tanto meglio mi convinco, 
perchè notai negli strati di lapilli soggetti ai tufi, una certa regola- 
rità di stratificazione, ma non la livellazione di sedimenti che avrebbe 
prodotta una dejezione su bacino subacqueo; invece mi sembrò ve- 
dere quei strati piegati in modo da accompagnare delle precedenti 
irregolarità del terreno. 

Nonostante, non sentendomi in grado di poter decidere se la genesi dei 
tufi fu subaerea o subacquea, posto che debbasi ritenerla subacquea, 
come propende la maggior parte dei versati nelle geologiche dottrine, 
bisogna almeno ammettere che si composero mediante una eruzione, la 
quale colmò il bacino di Bolsena prima che si compiesse una defini- 
tiva demarcazione tra la fauna del pliocene antico e quella dei piani 
superiori; sicché, le osservazioni dei geologi romani non lasciando 
duhbio alcuno sul posto che occupano nella scala stratigrafica i tufi 
della Campagna romana, si verificherebbe il fatto che alla estremità 
settentrionale della regione vulcanica le eruzioni incominciarono du- 
rante il pliocene superiore, nella meridionale durante le epoche qua- 
ternarie. 



152 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 

Per stringere la quistione, sarà meglio che accenni il concetto ge- 
nerale che ho dovuto formarmi sul movimento ascensionale del su- 
bappennino mediterraneo. Una volta per sempre, a scanso di equi- 
voci, premetto che le condizioni dei luoghi esplorati mi hanno 
permesso di partire da un orizzonte marino perfettamente disegnato, 
il quale, colla concordante stratificazione dei depositi, m' accusava 
un sistema idrografico continuatosi senza interruzione attraverso 
lunga serie di secoli. Questo orizzonte dalla fauna e dalla flora è 
stato riconosciuto concordemente dal Foresti e dal Sordelli apparte- 
nente al pliocene inferiore: a me punto interessava che appartenesse 
preferibilmente all' una o all' altra epoca, all' uno o all' altro piano, 
imperocché la mia mira non poteva essere di fare uno studio spe- 
ciale delle singole epoche o piani delle nostre formazioni; sibbene, 
sia ascendendo che discendendo da quel piano fisso di livello, di rin- 
tracciare le rivoluzioni antecedenti o posteriori a quella idrografia 
marina, unico obbiettivo nel quale, a furia di ostinazione, poteva 
lusingarmi di raggiungere qualche risultato, colle mie circostanze di 
posizione sociale, e colle mie cognizioni tecniche. 

Pertanto, coordinando le osservazioni da me- compiute in una lo- 
calità centrale, con quelle fatte al perimetro dai dotti geologi della 
Toscana e di Roma, mi risulta evidente che il punto culminante del 
sollevamento posteriore ai depositi di quel mare, si trova nelle adia- 
cenze della Val di Chiana, e precisamente è rappresentato dal cono 
vulcanico di Radicofani. Se anche non si voglia tener buono che le 
argille marine dovevano colà giungere sino alla vetta del cono, cioè 
alla quota di 900 metri, oggi la loro elevazione resta sempre misu- 
rata dalla imponente cifra di 825 metri. Ivi presso si trova la massa 
trachitica di monte Amiata: certamente che invano i geologi hanno 
tentato di scuoprire sulla vetta di quel monte 1' apparato vulcani- 
co, però mi sembra che troppo in fretta hanno creduto stabili- 
re che fosse scomparso quell'apparato, oppure, che quel monte non 
fosse di natura prettamente vulcanica. Contro quest'ultima suppo- 
sizione, ossia, che la massa cristallina amiatina si formasse nelle 
viscere della terra, e poi in quello stato fosse portata alla superfi- 
cie dalla interna forza sollevante, sta la mancanza di coperchio su- 
periore, il quale non risulta che siasi rovesciato sui fianchi; stanno 
le due qualità di trachiti eruttate e l'interclusione nell'una dei ciot- 
toli rotolati dell'altra. Già, nella Memoria sulla Val di Chiana, scrissi 
che sotto il riguardo dell'apparato vulcanico meritava di essere stu- 
diato il Piano delle macinaje, dove aveva trovata una trachite di 
color bruno e rosso bruciato, somigliante alle scorie vulcaniche; 
giorni fa ho letto che anche il Rath nomina una trachite scoriacea 



A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 1S3 

verso le sorgenti della Fiora, e queste località si trovano ambedue 
sul versante occidentale della montagna. Oggi, dietro vedute piti estese, 
insisto anche meglio su quella prima osservazione, risultandomi che, 
appunto per causa di quello sforzo massimo di sollevamento, è avve- 
nuto un mezzo rovesciamento dell'isola amiatina, nella quale la for- 
mazione pliocenica ad occidente andava a seppellirsi sotto le acque 
del Mediterraneo, mentre si sollevava l'estremità orientale in modo 
da alzare da quella parte le colate sino a formare il vertice del mon- 
te, e deprimere sull'opposto fianco i crateri. 

Sul culmine del cono di Radicofani, da qualunque parte guardo, 
vedo come uno sfasciamento del primitivo livello dei depositi del 
mare pliocenico. Ho già detto altrove che le misure prese verso la 
deltazione tiberina m'accusano la pendenza del 17 per mille, e que- 
sta credo si prolunghi sino alla pendice dell' Apennino che chiude 
la valle Umbra, perocché ivi esista una linea di rottura, la quale vi 
viene dalla Val di Chiana passando pel Trasimeno, e per la quale 
s'incontrerà una differenza qualora si voglia calcolare la pendenza 
precitata tra Radicofani e la costa Adriatica. Se mi volgo verso le 
terre Pisane e Lucchesi, vedo anche là declinare la elevazione dei de- 
positi pliocenici, finché a San Romano sono misurati da 20 metri ap- 
pena sul livello del mare, per poi scomparire sotto le formazioni 
posteriori. Le medesime roccie vedo elevate a poca altezza, per quindi 
seppellirsi sotto il Mediterraneo, ad occidente tra Livorno e Corneto; 
infine le vedo declinare andando verso Roma, dove trovo in com- 
plesso la formazione marina sempre con stratificazione concordante 
a poco più di 120 metri, computandovi anche la massa delle ghiaje, 
la quale al mio modo di vedere non altro rappresenta se non il pro- 
tendimento della foce dell' Aniene. Qualche disturbo si nota in tale 
complessivo riassunto, però credo che a quei disturbi non convenga 
dare altra importanza in fuori di quella che realmente si meritano; 
imperciocché, e bisogna tenere a calcolo le diverse altezze che quel 
fondo marino doveva avere secondo i luoghi, per causa delle ine- 
guaglianze naturali tra le formazioni costiere e quelle di mare pro- 
fondo; come non bisogna perdere di vista che, in mezzo ad un'at- 
tività vulcanica così potente, nel movimento generale un lembo di 
quelle intrecciate snodature della corteccia terrestre poteva riescire 
ora piti depresso, ora piti elevato. Tra Bolsena ed il Lazio, da un 
calcolo approssimativo, mi risultano circa 200 mila milioni di ton- 
nellate solo nei prodotti solidi vomitati dai vulcani; aggiungasi a 
questi l'incalcolabile forza delle sostanze gassiformi sprigionatesi 
dalle viscere della terra, e si potrà immaginare quale influenza dovè 
avere tanto colossale fattore nel movimento di queste contrade. 



154 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 

Due deduzioni si possono trarre dall'esposto stato di cose: o l'in- 
nalzamento fu più potente al centro rappresentato dal punto di Ra- 
dicofani, ovvero, l'innalzamento prima fu uniforme, e poi avvenne 
una generale depressione dal perimetro al centro. Non saprei come 
collegare colla seconda ipotesi l'esistenza delle formazioni del plio- 
cene superiore del Romano e forse di altri luoghi del perimetro. In- 
fatti, se il Romano si fosse sollevato al pari del territorio della Chia- 
na, come avrebbero potuto là ammassarsi con stratificazione concor- 
dante sopra i depositi inferiori quelli del pliocene medio e superiore? 
Per cui, tenuto anche conto che anteriormente al periodo pliocenico 
la regione tirrena era stata scossa da un'altra fase vulcanica accu- 
sata dalle masse trachitiche, e che quindi dovevano già trovarvisi delle 
linee di rottura, mi sembra piti naturale attenermi alla prima -dedu- 
zione, ed ammettere che un progressivo sollevamento, piti pronun- 
ciato nella Val di Chiana, man mano sottrasse al mare il territorio 
subappennino, fino a darci l'orografia attuale. 

Da tuie conclusione, e dalle osservazioni che la costa tirrena è in 
oscillazione ascendente, risulterebbe che, nel subappennino mediter- 
raneo r ultimo strato del pliocene antico attorno a monte Cetona 
(cito di preferenza quel luogo, perchè ivi a motivo della qualità la 
roccia è meno asportata che altrove) segna la fine d'un periodo di 
sommersione, ed il principio di un altro distinto periodo di emer- 
sione, meglio che non lo segnino gli strati del pliocene superiore : 
questi infatti non ci darebbero altro che il legame di continuità tra 
quel punto singolare, il quale nettamente divide le curve delle dae 
rivoluzioni oro-idrografiche, e l'epoca presente (1). 

(1) In Val di Chiana il calcare ad amphisf.egina chiude la serie delle 
formazioni del pliocene antico. Sul poggio dei Cavalieri, essendo a con- 
tatto colle sabbie delle punte deltoidi tiberine, si pone allo stesso livello 
dei banchi corallini di Cladocora caespitosa D'Orb. del littorale Pievese. 
Sotto lo strato ad amphistegina su quel poggio stanno circa 120 metri di 
marne, nelle quali ho raccolti i fossili: 

Typhis fistuhìsus Broc. ; Triton appennÌ7iicum Sass.; Nassa clathrata L. •, 
Nassa semistriata Broc. ; Bingicula buccinea Broc. -, Surcula dimidiaf.a Broc. 
Drillia Allionì Bell.: Eaphitoma vulpecula Broc; Baphitoma Payrau- 
deauti Desh.; Eaphitoma harpida Broc.-, Natica helicina Broc; Neverita 
losephinia Serr. ; Turritella suhangulata Broc; Turbo rugosus L.; Fissu- 
rella gibha (?) Phil. ; Capulus hungaricus L.; Dentalium elephantinum L. ; 
Terebratula Regnolii Menegh. ; Pleuronectia cristata Brou. ; Ceratotrochus 
duodecim costatus Edw. 

Aveva già scritte queste Note, allorché tre giorni fa (18 febbrajo 1878) 
ricevei una lettera dal dottor De Stefani, dalla quale traggo le segue nt 



A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 1S5 

Ed ora ripresento la domanda: il vulcanismo tirreno fu contem- 
poraneo da Bolsena al Lazio, oppure anche qui su piccola scala si 
verificò il gran fatto riconosciuto dai geologi, del successivo traspor- 
tarsi delle manifestazioni dell'attività vulcanica da settentrione verso 
mezzogiorno? Le eruzioni più recenti dei vulcani laziali appoggiereb- 
bero per analogia questa ipotesi, qualora però si potesse in realtà 
escludere i tufi vulcanici di Palestrina, Valmontone e degli adiacenti 
luoghi dal sistema Laziale, per attribuirli ai sistemi Cimino e Sabati- 
no, e stabilire che fino nella valle Latina furono trasportati dalle ac- 
que. Per questa supposizione, a dire il vero, in seguito alle note 
prese su quei luoghi, non sento una forte convinzione; oltre a quanto 
ho obbiettato sul trasporto dei materiali vulcanici i quali costruirono 

linee assai interessanti : « Trovai assai sviluppati nei dintorni di Perugia 
e di Spoleto terreni formati in acque dolci, evidentemente pliocenici ; ma 
insieme, per esempio, presso la stazione di Perugia, sì trovano degli 
strati marini che pur essi mi sembrarono pliocenici. Forse perciò andreb- 
bero modi6cate alquanto le importanti conclusioni sue relative alla idro- 
grafia dell'Umbria e della Toscana durante il pliocene; tanto più se si 
ponga mente che strati pliocenici marini furono trovati nell'alta valle del 
Tevere fino a Città di Castello, e che nei colli presso Arezzo fu dissep- 
pellita una balena pure pliocenica. » Sapeva già di un osso di cetaceo ri- 
trovato presso il torrente Castro nel 1633, da un Pagliani prete aretino, 
secondo alcuni ricordi di casa Baeci; ma pel modo come era narrato cre- 
dei mettere questo dato in quarantena, né agli schiarimenti richiesti po- 
tei avere riscontro. Cix'ca ai tufi di Perugia, ecc., il non avervi trovati 
fossili m'aveva ritenuto dal considerarli marini, né miglior esito del pre- 
cedente aveva sortito nelle informazioni dimandate. Un solo punto inter- 
rogativo mi rimaneva nello studio della deltazione di Città delia Pieve, 
cioè la mancanza della conoide finale di alluvione terrestre, la quale co- 
prisse la formazione marina, poiché molluschi marini si raccolgono nelle 
contrade più elevate di Ripavecchia, Selve, ecc.: finora era costretto a 
supporre asportata quella conoide dalla erosione posteriore; oggi le sco- 
perte annunziatemi dal signor De Stefani mi renderebbero più semplice 
la ragione di quella mancanza, imperocché si verrebbe a stabilire che, al 
momento culminante della oscillazione discendente, il Tevere aveva ces- 
sato il suo corso, e per la valle del Nestore le acque marine penetrate 
nel bacino Umbro, lo avevano trasformato in laguna; dando cosi princi- 
pio alla costituzione di quel lago Umbro dovuto alla inclinazione della 
oscillazione ascendente. La pendenza del sollevamento ad oriente risulte- 
rebbe allora di circa 1' 11 per mille. 

Egualmente in quel tempo, pel canale oggi sepolto dell' Arno, il mare 
poteva essere penetrato nel contado di Arezzo. Pochi metri di più nella 
oscillazione discendente bastavano a produrre questi effetti. 



156 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 

i tufi, mi sembra eziandio che siano abbastanza marcate le divisioni 
tra gli espandimenti dei centri d'attività dei vulcani tirreni, e che 
le dejezioni dei crateri Sabatini tutto al piti abbiano da oltrepassare 
di poco la linea del corso del Tevere. 

Nemmeno dalla serie dei vulcani, dei quali tratta questa Nota, 
giudicherei doversi escludere il grandioso distretto di Rocca Monfina. 
Come il distretto Laziale, quello di Rocca Monfina è contornato dai 
tufi di Teano, ecc., come gli altri vulcani tirreni ha le bellissime lave 
leucitiche. Comprendo bene che arrischiate sembreranno le idee che 
esprimo, però è certo che partono da convinzione di fatti osservati 
sul posto. Nello stesso anno (1875) dal Vesuvio a Radicofani visitai 
i territori vulcanici, e luogo per luogo raccolsi di tutti i principali 
prodotti: quale la scrivo è la precisa impressione restatami. 

Sicché per tutti i descritti motivi sono obbligato a ritornare al di- 
lemma già posto, o i tufi possono essere considerati come prodotti 
di vulcani subaerei, e vomitati su superficie di terra non coperta 
dalle acque, ed allora, supponendo allo asciutto ed in erosione il ba- 
cino di Bolsena, non provo alcuna difficoltà nel concepire le mani- 
festazioni vulcaniche dopo l'epoca terziaria; oppure i tufi devono es- 
sere inevitabilmente considerati come dejezioni in un bacino acquoso, 
ed allora m'è forza convenire che la manifestazione dell'attività vul- 
canica incominciò a settentrione col sollevarsi del pliocene antico, e 
si spostò man mano verso mezzogiorno. Se pel passato mi sono atte- 
nuto alla seconda conclusione, perchè incompetente a giudicare sulla 
genesi litologica dei tufi, eliminata questa difficoltà, più volentieri 
accetto la prima, perchè piti consona alle osservazioni personali fat- 
te: la stessa uniformità della formazione tufacea, quando non sia ne- 
cessario attribuirla ad un mezzo acquoso, potrebbe provare coll'unità 
dei prodotti il sincronismo di quelle eruzioni fangose (1). Qualora 
pertanto si riscontrasse la prima conclusione conforme al vero, potrei 
collocare tra i fenomeni, i quali accompagnarono quella colossale eru- 

(1) II riguardare i tufi come correnti fangose solidificate anche sempli- 
fica il comprendimento di un altro fatto. Eaccontava nella Memoria po- 
polare sulla Val di Chiana, che presso Castellottieri i paesani estraggono 
delle ocre raggrumate dentro condotti cilindrici, dai quali colà si vedono 
perforati i tufi : non so se sia possibile rendersi ragione di simile fenomeno 
colla costruzione dei tufi per via di dejezioni cadute in bacino acquoso e 
poi rimaneggiate dalle acque; invece la tensione dei vapori imprigionati 
dentro la massa fangosa mi sembra che spieghi bene e la formazione del 
condotto, e la sublimazione nelle sue pareti di quelle terre minerali. 



PROFILO ir.MONTE AMIATAei> DELTAZIflHE^.i TEVERE ANTICO 



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A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 1S7 

zione vulcanica, la violenta rottura della Val di Chiana romana, av- 
venuta dopo r epoca terziaria, come me lo prova la presenza del- 
l' Elephas primigenius Blum, le cui reliquie ho trovate nello sabbie 
superiori alle marne a Congeria del lago della Chiana Toscana, il 
vuotamento del quale lago fu appunto uno degli effetti immediati di 
quella rottura. 

IL 

Sulla idrografia della Val di Chiana anteriormente 
al periodo pliocenico. 

Esauriti gli argomenti per i quesiti sulla cronologia del vulcani- 
smo tirreno, passo al secondo fatto asserito nel sunto della Memoria, 
cioè a dimostrare che nella Val di Chiana ed adiacenze una fase ter- 
restre precedette a quella del pliocene marino. Per brevità, in prova 
di questa asserzione, non aveva accennato altro documento, se non 
r esistenza delle ligniti, le quali dai geologi sono state riferite al 
miocene superiore. Ommettendo 1' enumerazione delle diverse forma- 
zioni lignitiche, non mi sembra privo d'importanza il ricordare che il 
Campani cita presso Radicofani una lignite nera, compatta, opaca, 
con venature di materia resinosa, stratificata in terreno argilloso ; e 
che nella sezione del pozzo S. Giacomo alla cava lignitica della Ve- 
lona, presso la stazione di monte Amiata, con 173 metri di profon- 
dità, ed un'altimetria di terreno assai depressa, sono indicati molluschi 
di acqua dolce, ma nessun fossile marino, per dire che : quei saltuari 
giacimenti lignitici non soltanto mi si rilegano ad un sistema conti- 
nentale, ma, lasciate da parte le divisioni geologiche, mi rappresen- 
tano bassure del periodo maremmano precursore del definitivo 
ingresso del mare nei nostri luoghi; periodo nel quale la sedimen- 
tazione, per la ristrettezza dei bacini, conservava ancora potenza suffi- 
ciente da lottare con vantaggio contro la invasione marina dovuta 
al movimento sismico. Qualora tali documenti sembrino insufficienti 
a dimostrare completamente la proposizione, m'accingo ad esporre 
le altre osservazioni fatte in proposito. Con metodo simile a quello 
tenuto perla Nota precedente, indicherò i terreni i quali compongono 
il sottosuolo sul quale sono imbasati direttamente i depositi marini; 
poi darò una idea della figura orografica di quei luoghi; infine esa- 
minerò le roccie, le quali in taluni hanno creato dei dubbi su un 
precedente mare miocenico. 

Dal profilo tra la deltazione tiberina di Città della Pieve e monte 



158 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 

Amiata, procedendo da oriente verso occidente, mi risulterebbe che 
lungo il littorale Pievese il torrente dei molini ha divisa la formazione 
pliocenica delle roccie psammitiche e calcaree del littorale, e sul letto 
di quel torrente trovo delle formazioni calcaree, probabilmente cre- 
tacee, affiorare alla quota di 312 metri. Un secondo affioramento di 
calcare marnoso, probabilmente pur esso cretaceoj^ trovo di poi nella 
valle della Chiana sotto il iJoggio dei Cavalieri, oggi pel franamento 
della valle alla quota di 250 metri : ivi la formazione pliocenica so- 
vrapposta ha la potenza di 120 metri, e contiene le [ìunte deltoidi del 
sistema tiberino, il che indica che alla fine della costruzione del delta 
non poteva essere più profonda sotto il livello delie acque di una 
decina di metri. Appena a tre chilometri piti avanti incominciano le 
numerose sporgenze di calcare mesozoico, le quali formavano degli 
scogli attorno al monte Cetona. Questi affioramenti di scogliere sono 
più visibili ad occidente del monte predetto, perchè là i terreni non 
hanno sofferto rotture come ad oriente, e ci accompagnano nel viag- 
gio sino a metà strada tra monte Cetona e Radicot'ani colle quote 
646, 750, 689, 704 metri. Oltrepassato il poggio Lupone, si cammina 
sulle marne marine fino alle pendici di monte Amiata, dove ritro- 
viamo i galestri ed altre roccie preesistenti. Monte Amiata è diviso 
da Radicofani per l'alveo del Paglia, scavato tra il littorale amiatino 
e le marne di Radicofani, asportando la formazione costiera: la pro- 
fondità dell'alveo è ivi segnata dalla quota 466, ossia ci misura 
dalla parte di Radicofani uno spessore di 359 metri nel deposito 
marnoso, il quale anzi sarebbe di 434 metri se si computasse il piano 
delle marne, come doveva essere, sino al vertice del cono vulcanico. 
Da Città della Pieve andando a Sarteano, ho trovato sui colli a de- 
stra del fosso Oriate un altro affioramento di calcare, identico a quello 
del poggio dei Cavalieri e di altri luoghi, emergente dalle marne 
plioceniche alla quota di 340 metri. Infine, nella ricognizione fatta 
tra Orvieto e Rocca Ripescena accennata nella prima Nota, ho se- 
gnato un altro lungo affioramento dell'ideniico calcare, sbucante dalle 
marne alla quota di 246 metri, ossia a 24 metri sotto il piano del 
predetto terreno. 

L' ampiezza che si può assegnare trasversalmente al golfo della 
Chiana tra il littorale Pievese ed il terrazzo inciso dalle maree ai 
piedi del monte Cetona è dai 13 ai 14 chilometri; su quest'ampiezza 
nello spazio della deltazione, dove probabilmente la preesistente ero- 
sione del fiume aveva dovuto incidere una valle, abbiamo già visibili 
270 metri di depositi fluvio-marini: appena a 7 od 8 chilometri dalle 
coste Pievesi, gli affioramenti precitati dicono che il fondo si rial- 



A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 159 

zava, poiché malgrado il ragguardevole interrimento, additato dalle 
punte deltoidi spinte sino al poggio dei Cavalieri, ivi la formazione 
marina non ha potuto guadagnare potenza maggiore di 120 metri, 
cioè un 150 metri di meno che non nella valle sulla quale si sovrap- 
pose la deltazione. 

È vero che non posso citare alcun affioramento di roccie costi- 
tuenti l'antico fondo marino nella regione centrale della Val di Chiana 
toscana, mentre l'attuale orografia là porterebbe a supporre un'am- 
piezza di golfo pressoché doppia di quella dinnanzi Città della Pie- 
ve; però tale maggiore larghezza non è che apparente, conciossiacchè 
anzi in quei luoghi le osservazioni ultime, compiute nello scorso gen- 
najo, mi costringono a riavvicinare di tanto la costa, da rendere as- 
sai probabile che il golfo si ristringesse di molto progredendo verso 
settentrione (1). 

Seguitando l'esame di profilo, da monte Cotona a monte Amiata 

(1) Dalle mie annotazioni risulterebbe che quel lido doveva distaccarsi 
dalla punta di Sinaliinga, passare, presso a poco, lungo 1' attuale pianura 
della Chiana, per venire a congiungersi ai monti sopprastanti alla delta- 
zione, nei dintorni di Paciano. La lunga linea di rottura, avvenuta nella 
catena apenninica durante il sollevamento di quei terreni, la quale dalla 
Val di Chiana toscana passa alla valle Umbra, fece deprimere la forma- 
zione costiera pliocenica, e porzione del littorale : all'incontro di quella 
linea di rottura coU'altra più interna della Val di Chiana romana, ripie- 
gatasi per la Val di Tresa, si trova il lago Trasimeno. Appunto alla 
oscillazione inclinata di quelle masse snodate, prolungatasi dopo l'aper- 
tura degli emissari degli antichi laghi delia Chiana ed Umbro (accaduta 
nell'epoca quaternaria, perocché anche nel lago Umbro ho trovato VE.pri- 
migeniua), sono dovuti ed il lago più recente di Arezzo, vuotatosi in se- 
guito all'abbassamento di soglia delle cateratte dell' Arno-, ed il lago Cor- 
tonose, il cui residuo è rappresentato dal Trasimeno-, e le valli della Ma- 
gione, ed infine le paludi Spoletine nonché il lago di Assisi, sulla cui area, 
dopo il taglio artificiale di Torgiano, si costituirono le fertili pianure della 
valle Umbra. Meglio della causa, altrove accennata, dello sbarramento 
del golfo per la massa della deltazione, la predetta rottura ci spiega l' in- 
terclusione d' un lago nella Val di Chiana toscana, e l'ampliamento di quel 
lago fino a fargli guadagnare 600 chilometri quadrati di superficie, e ci 
spiega pure la soppressione della barriera, la quale divise almeno sin presso 
alla fine il mare pliocenico della Chiana dai laghi contemporanei della 
Val d'Arno superiore, e dal bacino Perugino. È oggi cessato il movimento 
parziale di quelle masse, separate dall'Appennino perla soluzione di con- 
tinuità sopra indicata? Ad ogni modo, se pure é cessato il loro movi- 
mento parziale, le osservazioni testificano che continua ancora la rotazione 
generale, per la quale si sollevano le coste tirrene. 



160 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 

l'ampiezza del golfo Senese può essere valutata al piU a 12 chilome- 
tri: sino 'a 4 chilometri dal lido cetonese ci accompagnano le punte 
delle scogliere mesozoiche; restano altri 8 chilometri di spazio, sul 
quale abbiamo veduto già un riempimento di piU che 400 metri di 
materiali pliocenici. 

Sicché in tutto nei due golfi abbiamo otto chilometri per parte, nei 
quali da sotto i depositi pliocenici non traspaiono più antiche for- 
mazioni, mentre gli affioramenti laterali accusano chiaramente un'an- 
tica orografia composta di due vallate parallele, divise dalla catena 
centrale dei monti Cetonesi. È possibile che dentro quegli spazi pree- 
sistessero le acque marine immediatamente prima che incominciasse 
la deposizione del pliocene inferiore? Allorché il caso mi sbalzò in 
questo genere di studi, per diminuire le facili cause di errore, mi pre- 
fissi di conoscere il meglio possibile il terreno sul posto, e di chie- 
dere la ragione dei fenomeni osservati alle leggi generali della na- 
tura: quando mi si è presentata qualche apparente anomalia, ho ri- 
tratti risultati piti convincenti coll'estendere l'orizzonte delle osserva- 
zioni, di quello che coli' improvvisare spiegazioni fondate appena su 
qualche appunto parziale. Se la deltazione pliocenica tiberina, e le 
marne di Radicofani non rappresentassero che una formazione ma- 
rina sovrapposta ad un'altra di epoca immediatamente anteriore, sic- 
come la deltazione tiberina ci parla di un periodo di oscillazione 
continuamente discendente, bisognerebbe concludere che questa oscil- 
lazione rappresenterebbe il seguitarsi di un più antico movimento 
discensionale, pel quale il mare già da prima fosse penetrato nella 
Val di Chiana e nei territori adiacenti. Invece le masse marine, le 
quali riempiono le due vallate, oggimai dallo studio della fauna e 
della flora di piano precisato, sono sufficienti a dimostrare il naturale 
declivio delle pendici montane, le quali fiancheggiavano quelle valli. 
Difatti, anche tenendo la misura delle marne presa sull' alveo della 
Paglia, la quale non sarà certamente la maggiore perocché siamo ad 
un estremo del bacino, la inclinazione media del fondo preesistente al 
mare pliocenico presso Radicofani ci risulta di Yjq, ed egualmente 
di Vio si ha la pendenza media dal vertice di monte Cetona all'ultima 
scogliera di occidente, presso il giù nominato poggio Lupone; come 
generalmente tanta è la pendenza ordinaria nei nostri sistemi mon- 
tuosi. Senza ripetere il calcolo dalla parte della deltazione, perchè 
ivi a causa dei franamenti ò assai più difficile concepire la vera po- 
tenza della formazione pliocenica, escluso dal golfo occidentale un 
mare immediatamente anteriore al pliocenico, resta dimostrato per 
sé stesso l'aspetto continentale della Val di Chiana. 

La supposizione della preesistenza d'un mare miocenico a quello 



A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 161 

del pliocene, nella Val di Ciiiana ed adiacenze, deriva generalmente 
da osservazioni limitate a ristretti orizzonti sulla qualità dei fossili, 
i quali, come naturalmente deve verificarsi nel piano rappresentato 
dalla nostra formazione marina, sono ricchi di specie mioceniche; 
nonché dall' immensa variabilità che si osserva nelle roccie plioceni- 
che di quell'arcipelago: variabilità dovuta, mi sembra, a cause del 
tutto locali. Già nella carta geologica, pubblicata per cura della pro- 
vincia Senese, aveva veduto segnato un lembo miocenico presso Ra- 
polano : non è difficile che mi sia sbagliato, però, quattro anni fa gi- 
rando quei luoghi con detta carta alla mano, senza alcun preconcetto 
avviso, imperciocché allora non aveva formulata sintesi alcuna, ed 
a null'altro attendeva, fuorché ad acquistare sul posto conoscenza 
pratica dei differenti terreni, non mi riuscì scoprire nulla del lembo 
accennato, nò che valesse a destarmi qualche dubbio sulla uniformità 
di quelle formazioni colle altre del bacino. 

Nello scorso dicembre, recatomi a Bologna per completare colle 
indicazioni delle località l'assestamento della collezione donata a 
quel Museo, il professore Capellini mi suggeriva di rivedere più ac- 
curatamente sotto questo punto di vista le roccie, le quali sopra 
Sarteano cingono la valletta di Spineta. Deferente, come di dovere, 
al suggerimento ricevuto, lasciate da parte le note anteriori, come 
mi era regolato circa la quistione dei tufi vulcanici, lo scorso gen- 
naio intrapresi eziandio questa seconda escursione. Sempre colle so- 
lite riserve, ecco quanto viddi nelle precise località indicatemi. Tro- 
vai i poggi addirittura dominanti la fattoria di Spineta, tra la spac- 
catura dei quali passano le sorgenti dell' Orcia, formati dì calcare 
mesozoico grigio-scuro identico a quello dell' opposto monte Cetona, 
e procedendo verso la cappellina di Ajole, viddi degli affioramenti 
di quel medesimo calcare e di altro di color carnicino, pur esso in 
posto sul nucleo principale del monte, interclusi tra una formazione 
di calcare organico. La stratificazione di questo ultimo calcare con- 
serva per tutto quella apparente orizzontalità comunissima ai no- 
stri depositi pliocenici, dove non sia stata disturbata da rottura lo- 
cale. Fatta la raccolta piti ricca possibile, inviai anche questa a 
Foresti colle stesse clausole che per quella di Orvieto ; siccome poi 
negli altri versanti del monte m'era sembrato vedere lo stesso cal- 
care (riconosciuto costrutto particolarmente da lithothamnie) fon- 
dersi con quello ad amphistegina, gli inviai anche due saggi di quei 
luoghi per i confronti. Ecco la risposta avutane: «Quanto alla seconda 
collezione, eccotene la nota: 

u Conus AldrovandiBv.', Natica sp.; Bulla sp.; Terehratula am- 
pulla Br. ; Fistularia sp.; Cardium sp. ; Lucina sp.; Pinna Utra- 
Rendiconti. - Serie II. Voi. XI. Il 



162 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 

gona Br.; Spondylus crassicosta Lk.; Ostrea Boblay Desìi.; Ostrea 
lamellosa Br. ; Ostrea plicafula Grnl.; Pecten latissimus Bv, \ Pecten 
dubius Br. ; Lithothamnie. 

» Secondo il mio modo di vedere e secondo i confronti fatti, questa 
formazione sarebbe analoga a quella da me riscontrata a Castroca- 
ro, e cioè, al calcare a briozoi, al calcare ad amphistegina, appar- 
tenente al pliocene antico. » 

Con questa risposta mi si dilegua anche qualunque dubbio d'i- 
nesatta osservazione sulla precisione del contorno da me dato del- 
l'isola Cetonese, e del canale il quale la divideva dalla adiacente di 
Castiglioncello del Trinoro, contorno che aveva rilevato passo passo 
nelle escursioni fatte gli anni precedenti (1). 

Nella occasione della licenza dello scorso gennajo ebbi il piacere 
d'incontrare in Città della Pieve il dottor De Stefani, venuto a vi- 
sitare i nostri terreni, mosso, come cortesemente mi dichiarava, dalle 
prime righe da me gettate là, tanto per indicare la loro importanza 
ai cultori delle scienze naturali. Ragionando con esso lui sull'argo- 
mento in quistione, mi accennò di avere notato presso Castelluccio, 
antico castello sito alla sorgente del torrente Astrone, un lembo che 
dalla fauna crede sia da riferirsi al miocene marino, però al piano 
medio, se non al superiore. Pressato dalla brevità del tempo dispo- 
nibile, e dalla necessità di fare una terza escursione per completare 
le note sulle marne lacustri della Val di Chiana toscana, non po- 
tei fare una gita a Castelluccio, come avrei desiderato. Quella os- 
servazione, che gentilmente mi permetteva di citare, non si oppone 
punto alla tesi speciale propostami in questa Nota, cioè, di dimo- 
strare che la Val di Chiana ed adiacenze presentavano aspetto ter- 
restre nel periodo immediatamente anteriore a quello, nel quale vi 
penetrarono le acque del mare pliocenico; tutto al piìi tra i due 
mari si avrebbe l'interpolamento di una oscillazione ascendente. Non- 
dimeno, quantunque non senta nella mente un concetto tanto defi- 
nito sugli avvenimenti, dei quali fu teatro il subappennino mediter- 
raneo anteriormente al pliocene antico, pure, per qualche dato che 
posseggo, non mi ritrovo troppo con un mare miocenico a qualsiasi 
piano appartenga, bagnante la pendice occidentale della catena Ce- 
tonese. 

La sola cosa che mi risulta ognora più evidente su quegli avve- 

(1) Alla fine della oscillazione discendente, l' isola Cetonese dominava 
ancora colla più alta vetta per 400 metri il mare pliocenico , come ce Io 
mostra, attraverso i secoli, lo stupendo terrazzo inciso dalle maree e tutto 
perforato dai litofagi. 



A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DKI VULCANI TIRRENI, -ECC. 163 

nimenti è che, all'op[)osto della oscillazione ascendente, la quale fu 
inclinata verso oriente, la oscillazione discendente dovè essere in- 
clinata verso occidente. Infatti ho già altrove alluso a questa sup- 
posizione dalle note prese sulla deltazione tiberina; a quell'argo- 
mento ne aggiungo un secondo desunto dalla potenza delle marne 
di Ra licofani. In quella località abbiamo notata visibile un' altezza 
di depositi marini circa 180 metri superiore alla formazione Pieve- 
se, mentre a Radicofani abbiamo mare profondo, senza grossi corsi 
d'acqua, i quali vi portino le spoglie rapite ad un esteso continen- 
te; a Città della Pieve invece abbiamo lo sbocco d'un fiume con 
bacino scolante di circa 6000 chilometri quadrali. Una delle spie- 
gazioni possibili di questa anomalia sarebbe il supporre l'ingresso 
del mare nel golfo Senese molti secoli innanzi, che non in quello 
della Chiana, in virtìi di una inclinazione discendente inclinata in 
modo che, mentre si deprimevano i continenti del subappennino tir- 
reno, si alzavano i fondi marini del subappennino adriatico. 

Avrei qualche altro argomento di probabilità per quella supposi- 
zione, però mi limito solo ad accennarla, sia perchè non sento an- 
cora in me assoluta persuasione sul maggiore o minore valore di 
quegli argomenti, sia per non eccedere di troppo i limiti tracciati 
dalla intestazione della Nota. 

Con questo mi sembra e d'avere schiariti i punti i quali potevano 
presentare qualche controversia, e di avere manifestati per gian parte 
i miei pensieri sulle vicende del subappennino mediterraneo dall'ul- 
timo periodo terziario ad oggi. La lettura degli scritti dei geologi 
ed ingegneri i quali parlarono di quelle contrade, le ripetute osser- 
vazioni, le raccolte ivi fatte personalmente senza risparmio di fati- 
che e di spese, la classificazione delle medesime compiuta da valenti 
naturalisti, la premura di additare le inesattezze nelle quali son ca- 
duto, spero abbiano dimostrato che nello studio intrapreso non 
amo correre appresso a fantasie poetiche, ma aspiro unicamente di 
conoscere la verità. Se con tutto ciò ra' avvenisse di incorrere in 
altri errori, e l'esame dei fatti suggerisse altrui spiegazioni piti con- 
formi al vero, ripeto quanto diceva altrove, sarò ben lieto di accet- 
tarle; imperciocché mi confortali detto di Pietro Verri: Gli errori 
medesimi^ purché siano un tentativo, sono un bene: servono essi di 
occasione perchè altri pensi sul medesimo soggetto^ e combattendo 
l* errore lo rischiari. 



164 



FISICA SPERIMENTALE. — Sul magnetismo permanente delV ac- 
ciajo a diverse temperature ; studj di Giuseppe Poloni, sunto pre- 
sentato dal M. E. prof. Giovanni Cantoni. 

Era noto fino dai tempi di Gilbert che la forza magnetica d' una 
calamita va diminuendo coll'aumentare della temperatura, e Coulomb 
fu il primo che misurò numericamente le variazioni prodotte dal ca- 
lore sul magnetismo. Cantoni poi avea mostrato chiaramente che co- 
deste variazioni sono in parte permanenti ed in parte transitorie, cioè 
che col raffreddamento la calamita riacquista una parte soltanto della 
forza da essa posseduta avanti di essere scaldata. In seguito Kupffer, 
che studiò le variazioni medesime fino a 100°, vide che una calamita 
stata portata a questa temperatura, non riacquista più l'intensità ma- 
gnetica primitiva anche ritornando a temperatura ordinaria; che dopo 
un nuovo scaldamento perde dell'altra forza, sebbene alquanto meno 
di prima; perde ancor meno dopo un terzo scaldamento; e così via, 
finché raggiunge uno stato che noi chiameremo stato normale, nel 
quale essa riacquista ad ogni ritorno alla temperatura ordinaria la 
forza che aveva prima dello scaldamento. 

Parecchi altri fisici, segnatamente in riguardo alle correzioni da 
farsi alle osservazioni del magnetismo terrestre, studiarono il feno- 
meno fino a 100°, valendosi, per la misura del momento magnetico, 
del metodo delle oscillazioni; e trovarono che la diminuzione sofferta 
dal magnetismo può ritenersi proporzionale all'aumento della tempe- 
ratura. 

Dufour però spinse il riscaldamento fino a 250°, ma non portò le 
calamite fino allo stato normale, né determinò la legge del decre- 
mento, limitandosi soltanto a dare i valori numerici del momento 
magnetico alle diverse temperature. 

Io studiai di nuovo il fenomeno fino a 300^ valendomi del metodo 
delle correnti indotte. La calamita si scalda ad una determinata tem- 
peratura entro un tubo circondato da un bagno ad olio ; indi le si fa 
attraversare rapidamente una spirale indotta, comunicante con un 
galvanometro, fino a portare la linea neutra al centro della spiralo 
medesima: la corrente indotta, indicata dal galvanometro, si assume 
per misura relativa del momento magnetico della calamita a quella 
temperatura. Ecco i principali risultati ottenuti. 

Ad ogni temperatura massima, a cui venga portata una calamita, 
corrisponde un particolare stato normale della calamita stessa. Vaio 
a dire affinchè le variazioni sofferte dal magnetismo per effetto del 



G. POLONI, SUL MAGNETISMO PERMANENTE DELL* ACCIAJO, ECC 165 

calore presentino sempre lo stesso andamento, conviene che la cala- 
mita sia stata dapprima ripetutamente scaldata e raffreddata entro 
gli stessi limiti di tem[;eratura. Ma come venga, anche per poco, 
alzato il limite superiore, la calamita perde il suo stato normale ed 
ha bisogno di una nuova serie di riscaldamenti e raffreddamenti 
entro i nuovi limiti per raggiungere un nuovo stato normale, diffe' 
rente dal primo, nel quale cioà le variazioni del magnetismo colla 
temperatura seguono una legge tutt' affatto diversa. È questo un 
fenomeno affatto analogo a quello osservato dal professor G. Pisati 
ne' suoi studi recenti sulla elasticità dei metalli. 

Le leggi con cui il momento magnetico m scema coli' aumentare 
della temperatura t ponno rappresentarsi colle seguenti formole, in 
cui le rimanenti lettere denotano costanti speciali: 
per lo stato normale corrispondente alla temperatura 100°: 

m=M{l-hf-kt^)', 

per lo stato normale corrispondente a 150°: 

m= M — t {a-\-bc*)\ 

per lo stato normale 300° infine vale dalla temperatura ordinaria 
fino a 200°: 

e da 200° a 300°: 

m=Mi-t {«, + PiTr')- 
Queste leggi empiriche valgono per tutte le calamite da me cimen- 
tate, le quali per altro erano in condizioni molto diverse. Vero è che 
si trova diverso dall'una all'altra il coefficiente magnetico di tem- 
peratura, ossia il decremento subito dall'unità di momento magne- 
tico per l'aumento di 1° nella temperatura. Ma questo coefficiente 
dipenderà naturalmente da molteplici fattori, come sono la qualità 
dell' acciajo, il grado di tempera, le dimensioni della sbarra, ecc. E 
appunto perciò io credo che uno studio esteso di , questi fenomeni 
potrà forse portare un po' di luce anche su altre importanti questioni 
di fisica molecolare. 



BIOLOGIA — Sulla produzione plasmogonica del leptothrix e del 
leptoiì'iitu<^. Esperienze di Giacomo Cattaneo, studente di Scienze 
Naturali. 

Già da parecchi anni è stata dimostrata e si va dimostrando da- 
vanti a questo Istituto, la derivazione del vibrio bacillus e del bac- 
ierium termo dai granuli vitellini e dai granuli grassi del tuorlo di 



166 G. CATTANEO, SULLA PRODUZIONE PLASMJGONIGA DEL LEPTOTHRIX, ECC. 

ovo di gallina, e la derivazione del leptothrix e del leptomitus dal 
vibrio e dal bacterium. Molti casi di rinvenimento, in ova integre, di 
Uptothrix e leptomitus avrebbero quindi potuto, dopo la constata- 
zione di tali fatti, essere spiegati come derivazione morfologica da- 
gli elementi del tuorlo. L' ovo di gallina (e degli uccelli in gene- 
rale) racchiude infatti dentro di sé condizioni simili a quelle che 
trovansi nei soliti palloncini usati per le esperienze d'eterogenia, cioè 
un contenuto albuminoide, una camera d'aria avente composizione 
quasi identica all'aria esterna, o solo, secondo Bécharap, alquanto 
più ossigenata, e un contenente di solito non facilmente permeabile 
a crittogame esteriori. Tuttavia si preferì sempre o quasi sempre cer- 
care a qualunque costo la penetrazione delle spore o dei micelj dal- 
l'esterno. In taluni casi questa penetrazione è certa ed evidente; spe- 
cialmente quando trattasi di ova già deposte da qualche tempo, e già 
esteriormente coperte da crittogame d'organizzazione alquanto com- 
plessa, rispetto alle quali non si potrebbe sapporre mai un'origine 
eterogenetica. Le spore del penicillium, deWaspergillus, ecc., si depo- 
sitano sul guscio dell' ovo esposto alla libera aria, si svolgono e 
fruttificano a spese della sostanza organica distesa sai guscio e dei 
gas uscenti dall'ovo attraverso ai poricanali, e spesse^ in questi po- 
ricanali si immettono gli sviluppantisi micelj, i quali, in generale, 
non arrivano però a traforare la membrana anista, a meno che non 
vi siano forzati da compressione esteriore di tela cerata, come usò il 
Panceri. Ciò però vale per ova deposte da tempo; ma per ova ;i[)- 
pena deposte o tolte dagli ovidotti di animali vivi o da poco mo;ti, 
eppure contenenti alcune tra le più semplici crittogame al di dentro 
della membrana testacea, nell'albume e nel tuorlo, la spiegazione sud- 
detta più non vale. Bisogna supporre o che le spore sian penetrate 
nell'ovidotto e nell'ovario (cosa non impossibile, ma tutt' altro che 
facile, come ho dimostrato altrove) (1), o ammettere una produzione 
plasmogonica. Parendomi quindi che questo argomento non fosse ab- 
bastanza chiaramente risolto, ben volentieri seguii il consiglio dato- 
mi dall' egregio prof. Leopoldo Maggi, di studiarlo in modo speri- 
mentale. 

Le mie sperienze furono cominciate fin dal maggio 1876 e conti- 
nuate per più di un anno, nel Laboratorio d'Anatomia Comparata del- 
l'Università di Pavia. A varj intervalli di tempo, sospesi alcune ova 
di gallina appena deposte, o talora previamente indurite con più o 
meno lunga permanenza in acqua bollente, sopra larghi vasi d'acqua 

(1) Sulla produzione di microfiti neW interno delle ova. Atti Soc. Ital. 
Scienze Naturali. Seduta del 27 gennajo 1878. 



G. CATTENEO, SULLA PRODUZIONE PLASMOGO.NICA DEL LEPTOTHRIX, ECC. 167 

continuamente evaporante, o coprii il tutto con campane di vetro. — 
La temperatura si mantenne artificialmente o naturalmente, secondo 
le stagioni, piuttosto elevata; dimodoché le ova si trovarono, entro 
tali apparecchi umidanti, in un ambiente caldo-umido, attissimo 
alla produzione di crittogame. — Dopo due o tre mesi dalla sua col- 
locazione nella camera umidante, ciascun ovo veniva con diligenza 
osservato macro-microscopicamente. Compendierò, qui sotto, i risul- 
tati di tali esperienze, giù da me esposti distesamente nel lavoro so- 
pracitato. 

1.° Le ova, sia senza alcuna preparazione, sia tenute alla tempe- 
ratura di 100°, per vario tempo, da 5 a 60 minuti, dopo bimensile o 
triraensile dimora in ambiente caldo-umido, si trovan ricoperte al- 
l'esterno da fitti penicillium, aspergillus e verliciUum, derivati evi- 
dentemente da spore esterne, che talora, ma raramente {un caso so- 
pra sei) immettono i loro micelj eatro i poricanali e le maglie del 
guscio, senza però oltrepassare la membrana testacea. 

2.° Le ova suddette, il cui contenuto (tuorlo e albume) sia, durante 
la dimora nell' apparecchio umidante, passato a piti o meno estesa 
putrefazione, presentano bensì le crittogame esterne, ma non presen- 
tano alcuna traccia di crittogame interne, nò sulla testacea, né nel 
tuorlo, né nell'albume. 

3." Le ova, o senza previa preparazione, o previamente tenute alla 
temperatura di 100 gradi, le quali, durante la dimora nell'apparec- 
chio umidante, non subirono putrefazione, oltre alle solite crittogame 
esterne, sono internamente piene di leptothrix e leptomitus, i quali 
aderiscono alla parete interna della membrana testacea, formando 
degli ammassi di fili, che ad occhio nudo si presentano come piccole 
chiazze bruniccie sparse qua e là. Questi fili traforano la testacea, 
la comprimono verso il guscio, si insinuano nei poricanali e nelle ma- 
glie del guscio stesso, e spesso fan capolino all' esterno, dando alla 
superficie dell' ovo un aspetto finamente punteggiato. La direzione 
di questi leptothrix e leptomitus dall'interno all'esterno è innegabile^ 
essendo dimostrata dal trovarsi essi in grandi ammassi solo all'interno 
della testacea, dalla compressione verso il guscio che imprimono a 
questa, e dalla diminuzione in grandezza delle chiazze bruniccie, di 
mano in mano che si passa dalla parete interna all'esterna della 
testacea, dalla parete interna all' esterna del guscio. Nessuna traccia, 
in qualsiasi parte dell' ovo, di penetrazione in senso opposto; non 
spore nelle maglie del guscio, microscopicamente esaminato; non 
sospingimento, verso l' interno, della testacea nei punti ove sono le 
chiazze bruniccie. 

Dato tale fatto, della produzione nell'interno, e del cammino dal- 



168 G. CATTANEO, SULLA PRODUZIONE PLASMOGONICA DEL LEPTOTHRIS, ECC. 

l'interno all'esterno, del lepthothrix e del leptomltus, nessuna spiega- 
zione migliore se ne potrebbe dare, che quella a cui accennavo in 
principio di questa Nota, cioè il fatto accertato della derivazione del 
leptothrix e del leptomltus dai vibrioni e dai bacterj, e di questi 
dagli elenaenti proteici (granuli grassi e vitellini) del tuorlo. Sarebbe 
avvenuto nell'interno delle ova esperiraentate né piti uè meno di quel 
che succede nei palloncini con infusioni organiche, chiusi a fusione 
di vetro; e i frequenti casi di rinvenimento in ova integre di lep- 
tothrix e leptomitus non sarebbero quindi che casi naturali di plasmo- 
gonia, simili affatto a quelli che ci procuriamo nelle esperienze, rac- 
cogliendo artificialmente le condizioni necessarie alla aggregazione 
di particelle organiche in semplicissimi esseri organizzati. 



FISICA SPERIMENTALE. — Ancora sul raffreddamento de' solidi 
metallici polverulenti. Esperienze del prof. Paolo Cantoni, presen- 
tate dal M. E. prof. C. Hajech. 

1." Mettendo a riscontro tra loro le mie esperienze del 1877 (1) 
sul tempo impiegato dai solidi metallici polverulenti per raffreddarsi 
da 40" a 25° quando la temperatura dell'ambiente era 15"., con quelle 
or ora eseguite sugli stessi corpi per raffreddarsi da 33" a IS'*, es- 
sendo la temperie dell'inviluppo 8°, ho potuto raccogliere che : 

Per uno stesso corpo e con un medesimo eccesso termometrico 
(10°) fra esso e l'aria circostante, quanto pih elevata è la tempera- 
tura di questa, tanto meno veloce risultali tempo impiegato dal corpo 
a raffreddarsi di un egnal numero di gradi (15°). — L' ordine con 
cui le diverse sostanze si susseguono cominciando dalla meno pronta 
alla pih pronta, per raffreddarsi nelle dette due condizioni, è il me- 
desimo. — Fra i valori di raffreddamento a 15.° e quelli a 8.o i 
rapporti sono ben poco discordi per le varie nature de' corpi, tanto 
che l'aria sia o non sia agitata. — Le differenze nell'aria tranquilla 
risultano diverse da sostanza a sostanza, e piìi sentite ne' metalli 
dov'è massima la conduttività e la coerenza che nei meno condut- 
tivi e meno coerenti: invece nel fluido lambente agitato dette diffe- 
renze riescono tanto piti piccole quanto pih rapidamente il fluido ae- 
riforme è rimutato. Ciò, parmi, vorrebbe significare che quando l'aria 
è rimutata celeramente, l'azione sua raffreddatrice è uguale su tutti 
i corpi. 

(1) Veggasi nei Rendiconti del R. Istituto Lombardo, Serie II, Voi. X, 
Fascicolo XIX, Milano 1877. 



P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFREDDAMENTO DEI SOLIDI, ECC. 169 

Ecco pertanto i dati dedotti dalle esperienze attualmente eseguite 
posti di contro a quelli in precedenza esposti (1). La pressione atrao- 



A 


B 


A-B 



Mercurio liquido 

Ferro . . . . 

Rame . . . . 
Ottone .... 

Zinco . . . . 

Antimonio . . 

Stagno . . . . 

Piombo . . , 

Bismuto . . . 

Mercurio liquido 

Ferro . . . . 

Rame . . . . 

Ottone . . . . 

Zinco . . . . 

Antimonio . . . 

Stagno . . . . 
Piombo 

Bismuto . . . 

Mercurio liquido 

Ferro . . . . 

Rame . . . . 

Ottone . . . . 

Zinco . . . . 

Antimonio . . . 

Stagno . . . . 

Piombo . . . . 

Bismuto . . , 



Senza Ventilazione 



327" 


246" 


81" 


278 


215 


63 


266 


212 


54 


231 


179 


52 


218 


170 


48 


208 


158 


50 


206 


158 


48 


204 


157 


47 


193 


150 


43 



Ventilazione Lenta 



100" 


87" 


13" 


101 


88 


13 


95 


82 


13 


83 


70 


13 


81 


68 


13 


76 


63 


13 


73 


60 


13 


72 


59 


13 


70 


57 


13 



Ventilazione Rapida 



49" 


40" 


9" 


57 


48 


9 


55 


46 


9 


43 


39 


9 


46 


37 


9 


45 


36 


9 


43 


34 


9 


41 


32 


9 


42 


33 


9 



1.33 
1.29 
L25 
1.29 
1.30 
1.25 
L30 
1.30 
1.29 

1.18 
1.15 
1.16 
L19 
1.19 
L21 
1.22 
1.22 
1.23 

1.22 
1.19 
1.20 
1.23 
1.24 
1.25 
1.26 
1.28 
1.27 



{V) Vedi la precitata Memoria. 



l'fl P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFREDD \MENTO DEI SOLIDI, ECC 

sferica si mantenne anche durante le attuali prove a mill. 762, es- 
sendo adesso, come allora, la umidità relativa espressa da 70. Sotto 
A si espongono i minuti secondi de' tempi impiegati da ciascuna pol- 
vere per ridursi, nell'ambiente a 15°, da 40° a 25" j sotto B i valori 
de' tempi per passare da 33" a 18'^, ma nell'inviluppo aereo a 8.° 
Nelle altre due colonne dello specchio stanno le differenze ed i rap- 
porti fra vi e B. 

2°. Dal riscontro invece de' tempi impiegati dalle ridette sostanze 
metalliche per raffreddarsi da 43° a 28" {A') con quelli da 33" a 18" 
(B') essendo la temperatura dell'ambiente in ambedue i casi intorno 
a 8°, si rileva che : 

Ancor qui la legge di Newston sul raffreddamento si è verificata 

con qualche approssimazione. Poiché per la serie A' l'eccesso medio 

della temperatura del corpo su quella dell'ambiente risulta di 27", 5, 

mentre per la serie B^ riesce di 17°, 5, e quindi il rapporto di que- 

27,5 
sti due eccessi ■ — ^-^ corrisponde a 1, 57, prossimo al valor medio 
17, o 

if 

dei rapporti — ^quando l'aria è tranquilla; laddove, coll'aria agitata, 

i rapporti trovati risultano, per medio, sensibilmente minori del pre^ 
detto (1,57) voluto dalla legge succitata. Questa- differenza proviene 
da ciò, che quando l'aria era agitata la temperatura dello strato di 
aria lambente i corpi risultava un po' meno di 8.° Epperò su codesto 
argomento, della legge di Newton, mi riservo a dire in altra volta. 
— Le differenze tra i tempi di raffreddamento nell'aria tranquilla ol- 
tre all'essere molto grandi, sono anche notevolmente svariate da corpo 
a corpo, mentre nell'aria agitata esse sono piccole e pressoché del 
medesimo valore. — Tanto nel mezzo aereo in istato di quiete quanto 
in quello di moto i rapporti sono rappresentati da quozienti presso- 
ché identici per tutte le sostanze adoperate. 

Veggasi a pagina seguente anche i valori di queste esperienze: 



P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFRI:DDAMR\T0 DEI SCUDI, ECC. 171 



Mercurio liquido 
Ferro .... 
Rame .... 
Ottone . . . . 
Zinco . . . . 
Antimonio . . 
Stagno .... 
Piombo .... 
Bismuto . . . 



Mercurio liquido 

Ferro . . . . 

Rame . . . . 

Ottone . . . . 

Zinco . . . . 

Antimonio . . . 

Stagno . . . . 

Piombo . . . 

Bismuto . . 



Mercurio 1 
Ferro . 
Rame 
Ottone . 
Zinco 
Antimonio 
Stagno . 
Piombo 
Bismuto 



Iquido 



B'-A 



Senza Ventilazione 



1.50" 


246" 


96" 


142 


215 


73 


133 


212 


74 


118 


179 


61 


110 


170 


60 


103 


158 


55 


100 


158 


58 


100 


157 


57 


96 


150 


54 



Ventilazione Lenta 



58" 


87" 


29" 


59 


88 


29 


56 


82 


26 


49 


70 


21 


47 


68 


21 


42 


63 


21 


41 


60 


19 


40 


59 


19 


39 


57 


18 



1.64 
1.51 
1.56 
1.52 

1. 52 
1.48 
1.58 
1.57 
1.56 

1.50 

1.49 
1.46 
1.43 
1.45 
1.50 
1.46 
1.47 
1.46 



Ventilazione Rapida. 



26" 

35 

32 

28 

24 

24 

23 

23 

24 



40" 


14" 


1.54 


48 


13 


1.37 


46 


14 


1.43 


39 


11 


1.39 


37 


13 


1.54 


36 


12 


1.50 


34 


11 


1.48 


32 


10 


1.56 


33 


9 


1.37 



3.° Ebbi inoltre a notare come colla limatura tratta da una data 
lega metallica risulti di ben poco più rapido il raffreddamento in con- 
fronto di quello che si osserva nella limatura costituita da una sem- 
plice mescolanza di polveri metalliche ancorché prese in parti pro- 
porzionali a costituire la lega stessa. 



172 P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFREDDAMi.NTO Di:i SOLlDr, FXC. 

Eccone i cinti ottenuti nell'ambiente a 8'. 



TEMPI DI RAFFREDDAMENTO DA 43° a 28" 



118" 



Ottone (lega) 

Rame e Zinco (miscela in parti propor- 
zionali a costituire lega) 

Rame e Zinco (miscela in parti eguali) . 

Carattere da stampa (lega) 

Piombo e Antimonio (miscela in parti 
proporzionali a costituire lega) . . . 

Piombo e Antimonio (miscela in parti 

eguali) t 101 



126 

121 

96 

102 



28" 

29 
27 
22 

26 

25 



4.22 

4.34 
4.48 
4.36 

3.92 

4.04 



4." Ho ancora verificato che nella polvere di rame, ottenuta in pre- 
cipitato chimico, il raffreddamento riesce meno rapido che nella pol- 
vere molto sottile di pari natura tolta colla lima da un pezzo metal- 
lico; però nell'aria tranquilla, a causa della diversa facoltà emittente 
avvi maggior divario che nella agitata, ove il raffreddamento è dovuto 
al solo contatto di essa aria. Valgano all'uopo i seguenti tempi di raf- 
freddamento da 43° a 28" nell'ambiente a 9° e colla pressione atmo- 
sferica di mill. 770. 



RAFFREDDAMENTO DELLA POLVERE DI RAME 



Senza ventilazione 

Con ventilazione 

Con ventilazione rapida 



Limatura 



139" 
56 
33 



Precipitato 



145" 

58 
34 



Differenza 



P. CANTONI, ANCORA SUL RAFPREDDAMENTO DEI SOLIDI, ECC. 



173 



5." Ho voluto anche provare a lasciar raffrotldare alcune sostanze 
metalliche composte pur ridotte in fina polvere e pur prese ad uguale 
volume (3 cent, cub.) e trovai che : 

I composti metallici, in generale, impiegano, per raffreddarsi d'uno 
stesso numero di gradi (15") un tempo assai piti lungo de' rispettivi 
metalli, e tra tutti i composti da me adoperati, i cromati risultano 
i più pigri nel mentre i carbonati e gli ossidi sono i meglio pronti. È 
poi notevole che, nell'aria tranquilla, l'ordine con cui i composti me- 
tallici si susseguono in rispetto al valor decrescente della facoltà di 
raffreddamento risulta molto diverso da quello che si ha nel fluido 
areiforme fortemente rimosso. 

Valgano pertanto i seguenti valori de' tempi trascorsi per far pas- 



• 
Eame 


il 

^ 1 
> 

A 


e 


Tempi relativi 
di raffreddamento 
senza ventilazione 


Tempi relativi 
di raffreddamento 

con 
ventilazione rapida 


o " 

II 


141 


85 


1.000 


1.000 


4.03 


Cromato di rame . . 


159 


56 


1.128 


1.600 


2.84 


Acetato di rame . . , 


158 


46 


1.121 


1.314 


3.43 


Solfato di rame non de- 












acquificato .... 


155 


40 


1.100 


1. 143 


3.88 


Ossido di rame . . . 


148 


57 


1.050 


1.629 


2.60 


Solfato di rame deacqui- 












ficato 


145 


40 


1.028 


1.143 


3.62 


Carbonato di rame . . 


133 


45 


0.943 


1.285 


2.95 


Ferro 


153 


37 


1.000 


1.000 


4.14 


Solfuro di ferro . . . 


170 


46 


1.111 


1.243 


3.69 


Solfato di ferro . . . 


166 


44 


1.035 


1.189 


3.77 


Ossido di ferro . . . 


165 


44 


1.079 


1.189 


3.75 


Carbonato di ferro . . 


152 


47 


0.994 


1.270 


3.23 


Piombo 


110 


27 


1.000 


1.000 


4.07 


Cromato di piombo neu- 












tro 


130 


48 


1.182 


1.777 


2.71 


Minio 


119 


35 


1.082 


1.296 


3.40 


Litargirio 


117 


35 


1.084 


1.296 


3.34 



174 P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFREDDAMENTO DEI SOLIDI, ECC. 

sare da 43° a 28*^ uguali volumi di diversi composti metallici (1) ri- 
dotti in fina polvere, nell'aria involgente a 9'. 

6." Ho poi voluto estendere queste indagini anche a talune so- 
stanze non metalliche, prese ad uguali volumi {3°°). E moltissime 
esperienze ho su di esse eseguite con diverse parti di molte piante 
(semi, foglie, fiori, radici, corteccie) ridotte egualmente in polvere 
secca, oppure ridotte in carboni od in ceneri, ed anche su varie terre 
e diversi sali polverizzati. 

Fra tutte le sostanze cimentate, le più pigre a raffreddarsi furono 
l'aloe e l'ossido di magnesio, nel mentre le meglio pronte risultarono 
il cloruro sodico, la cenere di legno dolce ed il coke. Lo zuccaro, il 
solfato di magnesio anidro, il cremortartaro, il marmo di Carrara 
ed il vetro ordinario si raffreddano colla medesima velocità. Le pol- 
veri vegetali tratte dalle foglie e dai fiori si raffreddano in piti breve 
tempo di quell'altre tratte dalla corteccia e dalle radici. Le ceneri 
riescono piti pronte de' carboni e questi piU delle terre. E[iperò non 
riconobbi relazione alcuna tra la attitudine de' corpi a raffreddarsi 
e altre loro proprietà fisiche. 

Anche qui, l'ordine con cui i corpi si susseguono dal più tardivo 
al più veloce nel raffreddamento, risulta assai diverso a seconda che 
l'aria involgente rimane tranquilla oppur riesce agitata. E le notevoli 
differenze tra i valori de' tempi di raffreddamento che si verificano 
nell'aria tranquilla, scompajono in gran parte quand'essa è molto 
agitata. 

L'acqua d'idratazione o di combinazione posseduta dal corpo ne 
rende tardivo il raffreddamento. È rimarchevole a tal proposito la 
grande diversità nell'attitudine a raffreddarsi del solfato di magnesio. 
Quand'osso è idrato abbisogna d'un tempo più che doppio di quando 
è anidro. Il solfato di magnesio idrato, essendo restìo a raffreddarsi, 
potrebbe venir con vantaggio adoperato a conservare lungamente la 
temperatura delle sostanze da esso involte. 

La polvere torrefattasi raffredda più presto che quando non lo sia. 
Così il caffè tostato richiede minor tempo del non torrefatto. 

È cosa notevole poi che i rapporti fra i tempi di raffreddamento 
senza ventilazione e quelli a ventilazione rapida, differiscono ben 
poco tra loro. 

Ecco ora in minuti secondi i valori de' tempi richiesti dalle diverso 
nature di corpi per raffreddarsi da 38° a 22° nell'aria a 9» e a 760 
mill. di pressione. 

(1) Le sostanze metalliche composte furonmì somministrate in parte dal 
chiarissimo prof. Galleazzo Truffi ed in parte dall'egregio sig. dott. Primo 
Grotti, ad entrambi i quali piacemi render qui sentite grazie. 



P. CANTONI, ANGORA SUL RAFFRKDDAMENTO DEI SOLIDI IXC. 



173 





a 
ri 

> 


a 

o 

a"5 i« 

a '"' 


Con II 
ventilazione 
rapida 


.2 

a 

o 




Amido 


A 


B 


c 


> 




206" 
225 


or 

96 


62" 
65 


120- 
129 


8.32 
3.46 


Gomma arabica 


Zuccaro 


190 
155 
175 


70 
67 
81 


47 
48 
59 


102 

90 

105 


4.04 
3.23 
2.97 


Solfo 


Licopodio 


Aloe 


235 
152 


101 
53 


64 
30 


133 

78 


3.67 

5.07 


Cloruro sodico 


Creniortartaro 


184 


70 


45 


100 


4 09 


Solfato di magnesio idrato .... 


431 


130 


66 


209 


6.53 


n n anidro .... 


174 


70 


47 


97 


3.70 


Marmo di Carrara 


184 


70 


45 


100 


4.09 


Cristallo di monte 


165 


66 


44 


92 


3.67 


Ossido di magnesio 


150 


88 


70 


103 


2.15 


Pomice 


152 

158 


G6 
68 


42 
42 


87 
89 


3.62 
3.76 


Tripolo 


Coke 


142 


56 


33 


77 


4.30 


Carbon fossile (Cannel-coal). . . . 


175 


79 


49 


101 


3.57 


Grafite 


150 


59 


37 


80 


4.05 


Antracite (Washing.) 


154 


74 


54 


94 


2.86 


Lignite di Borgotaro 


152 


73 


53 


93 


2.87 


Terre (5 varietà) media 


187 


78 


48 


104 


3.90 


Radici di 6 piante diverse, media. , 


188 


84 


59 


114 


3.19 


Corteccie di 2 piante diverse, media. 


190 


85 


56 


HO 


3.39 


Foglie di 12 piante diverse, media . 


179 


81 


59 


106 


2.83 


Fiori di 4 piante diverse, media . . 


179 


80 


57 


105 


3.14 


Farina castagne 


189 


81 


55 


108 


3.44 


» fave 


198 


83 


58 


113 


3.41 


» frumento 


209 


88 


58 


118 


3.60 


» melgone 


198 


83 


55 


112 


3.60 


» riso 


215 


94 


60 


123 


3.58 



176 



OSSERVAZIONI METEOROLOGICHE DELLA SPECOLA DI BRERA 



a 


Gennajo 1878 


Gennajo 1878 


Temperature 
estreme 


•73 

5 


Altezza del barom. ridotto a 0° C 


Altezza del termometro C. esterno al Nord 




21^ 


l'.32 


3^ 


9' 


21^ 


1^32 


3^ 


9^ 


media 


mass.*^ 


minima 


1 


mm 


mm 


mm 


mm 























1 


755.2 


755.8 


756.0 


756.6 


+ 0.6 


+ 2.4 


+ 3.9 


+ 3.6 


+ 2.2 


+ 4.6 


+ 0.2 


2 


56.6 


55.6 


55.6 


56.5 


+ 1.4 


+ 5.0 


+ 5.9 


+ 2.0 


+ 2.9 


+ 7.2 


+ 1.2 


3 


56.3 


55.6 


55.0 


55.5 


+ 0.2 


+ 3.1 


+ 3.8 


+ 3.4 


+ 2.1 


+ 4.9 


— 0.1 


4 


55.7 


54.3 


54.2 


54.3 


— 1.4 


— 0.4 


- 0.3 


— 1.8 


-1.3 


+ 0.3 


- 2.2 


5 


53.3 


52.7 


52.8 


53.5 


-8.2 


0.0 


+ 0.6 


— 1.0 


-1.8 


+ 0.8 


-4.1 


6 


753.4 


751. 6 


751.2 


751.6 


-4.3 


+ 2.4 


+ 4.6 


+ 0.8 


— 0.8 


+ 4.7 


- 4.3 


7 


50.7 


49.9 


48.9 


47.7 


+ 0.8 


+ 2.2 


+ 2.8 


+ 1.4 


+ 1.6 


+ 4.9 


— 0.6 


8 


43.7 


40.1 


39.6 


38.7 


+ 1.2 


+ 1.0 


+ 0.7 


+ 0.8 


+ 1.1 


+ 2.0 


+ 0.4 


9 


36.1 


35.8 


36.7 


38.9 


+ 0.8 


+ 1.8 


+ 1.7 


0.0 


+ 0.8 


+ 2.2 


-0.2 


10 


44.7 


45.6 


46.1 


48.9 


— 0.6 


0.0 


+ 0.4 


— 1.2 


— 1.0 


+ 0.6 


— 2.4 


11 


754.0 


755.1 


755.6 


758.9 


-0.7 


+ 1.8 


— 0.1 


— 1.8 


-0.8 


+ 1.9 


-2.5 


12 


61.5 


59.8 


59.4 


59.6 


-4.0 


— 1.6 


— 1.5 


-4.6 


— 35 


-0.6 


— 5.0 


13 


59.7 


59.6 


59.7 


61.0 


— 7.5 


— 1.8 


-2.5 


— 4.4 


— 5.0 


0.0 


- 7.9 


14 


62.5 


61.5 


61.5 


59.6 


— 6.8 


— 1.0 


— 1.5 


— 3.0 


— 4.4 


0.0 


— 8.0 


15 


52.6 


50.4 


50.2 


51.0 


-2.4 


+ 5.6 


+ 6.4 


+ 3.4 


+ 0.5 


+ 5.7 


— 4.8 


16 


750.6 


749.7 


749.6 


750. 


+ 1.6 


+ 8.6 


+ 8.8 


+ 3.8 


+ 3.8 


+ 10. 


— 0.3 


17 


48.0 


47.7 


47.8 


49.0 


+ 1.4 


+ 9.6 


+12.8 


+ 9.2 


+ 6.3 


+14.0 


+ 0.5 


18 


52.8 


53.6 


54.3 


58.1 


+ 4.5 


+ 8.8 


+ 8.4 


+ 3.4 


+ 5.2 


+10.2 


+ 2.8 


19 


61.2 


61.2 


60.7 


61.6 


+ 0.9 


+ 3.2 


+ 3.8 


+ 1.8 


+ 2.0 


+ 4.6 


+ 0.8 


20 


61.8 


61.4 


61.6 


62.6 


+ 0.2 


0.0 


+ 0.2 


-0.6 


— 0.1 


+ 0.8 


— 1.0 


21 


763.2 


762.3 


761.9 


761.9 


— 1.6 


— 1.0 


— 1.1 


— 1.6 


— 1.0 


+ 0.9 


— 1.7 


22 


56.9 


55.7 


55.1 


55.7 


— 1.4 


+ 3.6 


+ 5.2 


— 0.6 


+ 0.4 


+ 5.7 


— 2.1 


22 


54.3 


51.9 


51.2 


48.2 


+ 0.5 


+ 2.2 


+ 2.6 


+ 1.6 


+ 1.7 


+ 5.9 


— 1.0 


24 


42.9 


41.7 


40.3 


36.6 


+ 1.2 


+ 7.8 


+ 7.1 


+ 3.4 


+ 3.2 


+ 9.5 


- 1.1 


25 


31.8 


30.0 


30.1 


29.4 


+ 1.0 


+ 1.8 


+ 1.6 


-0.8 


+ 0.3 


+ 1.9 


— 0.8 


26 


734.0 


734.8 


735.8 


739.2 


+ 3.2 


+ 6.6 


+ 6.4 


+ 2.2 


+ 2.8 


+ 7.4 


— 1.6 


27 


44.0 


43.3 


43.7 


45.3 


+ 1.7 


+ 8.0 


+ 8.2 


+ 4.0 


+ 3.7 


+ 8.9 


+ 0.3 


28 


47.6 


48.2 


48.4 


49.5 


+ 2.6 


+ 5.2 


+ 5.6 


+ 1.0 


+ 2.7 


+ 6.3 


+ 1.0 


29 


48.8 


48.2 


48.2 


48.9 


— 0.6 


+ 2.2 


+ 2.1 


— 0.1 


+ 0.1 


+ 3.0 


— 1.9 


30 


48.6 


47.8 


47.9 


47.8 


+ 1.2 


+ 3.8 


+ 3.3 


+ 1.0 


+ 1.6 


+ 4.5 


-0.2 


31 


49.1 


49.2 


49.1 


51.2 


+ 0.7 


+ 4. 6 + 4. 4 1 


+ 1.6 


+ 1.8 


+ 5.9 


-1.0 


mm 


Media + 0.°88 


Mas3.at.=^+14.0 


Media . . . 750. 93 


Quantità della pioggia del 

mese mill = 16. 24 


Miuima — 8,0 



ESEGUITE DA PAOLO FRISIA NI (iUNIORE). 



177 



a 


Gennajo 1878 


Gennajo 1878 


Quantità 

della 
pioggia 
e neve 
sciolta 


Umidità relativa 


Tensione del vapore in millimetri 


'a 

.2 
O 


21'^ 


l'\32 


3^ 


9^ 


21^ 


l\32 


3^^ 


9^ 


1 


98 


98 


93 


93 


4.7 


5.4 


5.6 


5.5 




2 


93 


75 


68 


89 


4.7 


4.9 


4.8 


4.7 




3 


96 


88 


87 


100 


4.4 


5.0 


5.2 


5.8 




4 


88 


96 


98 


96 


3.6 


4.3 


4.4 


4.0 




5 


08 


100 


92 


96 


3.5 


4.6 


4.4 


4.2 




6 


83 


68 


71 


100 


2.8 


3.7 


4.5 


4.9 




7 


98 


89 


97 


100 


4.8 


4.8 


5.4 


5.1 


3.22 


8 


96 


96 


98 


100 


4.8 


4.9 


4.7 


4.9 


10.52 


9 


90 


85 


98 


100 


4.4 


4.5 


5.1 


4.6 




10 


96 


98 


92 


96 


4.2 


4.5 


4.4 


4.2 




11 


96 


67 


92 


100 


4.2 


3.5 


4.2 


4.0 


2.50 


12 


95 


96 


94 


95 


3.2 


3.9 


3.9 


3.1 




13 


91 


72 


71 


90 


2.3 


2.9 


2.6 


3.0 




14 


84 


43 


51 


100 


2.3 


1.8 


2.6 


3.7 




15 


94 


100 


97 


83 


3.6 


6.8 


7.0 


4.9 




16 


82 


69 


82 


90 


4.2 


5.8 


7.0 


5.4 




17 


93 


74 


48 


46 


4.7 


6.6 


5.2 


4.0 




18 


80 


67 


75 


91 


5.5 


5.3 


6.2 


5.3 




19 


98 


83 


80 


93 


4.8 


4.8 


4.8 


4.8 




20 


94 


93 


93 


100 


4.4 


4.2 


4.3 


4.4 




21 


96 


100 


98 


89 


3.9 


4.3 


4.1 


39 




22 


96 


80 


81 


96 


4.0 


4.7 


5.4 


4.3 




23 


96 


89 


88 


100 


4.6 


4.8 


4,9 


5.2 




24 


92 


67 


88 


83 


4.6 


5.3 


6.7 


4.9 




25 


98 


96 


98 


100 


4.8 


5.0 


5.1 


4.3 




26 


93 


30 


29 


45 


5.4 


2.2 


2.1 


2.4 




27 


87 


24 


32 


38 


4.5 


1.9 


2.6 


2.3 




28 


50 


43 


41 


72 


2.8 


2.8 


2.8 


3.6 




29 


89 


60 


64 


91 


3.9 


3.2 


3.4 


4.1 




30 


94 


61 


68 


85 


4.7 


3.6 


3.9 


4.2 




11 


90 


56 


72 


82 


4.4 


3.6 1 4.6 


4.2 






■»«■« j'- 


85.9 







Me 


dia 


mm 
4.3' 


2 


Me 


aia 







178 OSSER. MKTEOR. DELLA SPECOLA DI BRKRA, ESEGUITE DV P. FRISlANl (JUN.)- 



a 

'e 

5 

1 


Gennaio 1878 


Gennaio 1878 


Direzione del vento 


Stato del cielo 


21"^ 

N 


l\32 


3- 


9^^ 


21" 


l^32 


3" 


9- 


N 


N 


N 


Nuv. Neb. ! Q.nuv.neb. 


Q.nuv.neb. 


Nuvolo 


2 


N E 


N (2) 





NNE 


Q.nuv.neb. S. nuv. neb. 


Ser. nebb. 


Q. ser. neb. 


3 


NNO 


OSO 


OSO 


NNE 


Neb. fitta 


S. nuv. neb. 


Q. ser. neb. 


Q.nuv.neb. 


4 





OSO (2) 


SO 


N 


Q. ser. neb. 


Nuv. neb. 


Nuv. neb. 


Neb. fitta 


5 


NNO 


E 


ON 


NNO 


Nuv.neb.fit 


Neb. fitta 


Q.nuv.neb. 


Neb. fitta 


6 


N 


N 


N 


NNO 


Q.nuv.neb. 


S. nuv. neb. 


Q. ser. neb. 


Q. ser. neb. 


7 


ENE 


SSE 


E 


N E 


Nuv. neb. 


Q.nuv.neb. 


Quasi nuv. 


Nuvolo 


8 


NE 


ENE 


N O 


N (2) 


Nuv. neve 


Nv.nev.nb 


Nuv. neve 


Nuv. neb. 


9 


NNO 


NNO 


N E 


NNO 


Nuvolo 


Nuv. neb. 


Nuvolo 


Nuv. neb. 


10 


N E 


ES E 


ENE 


ESE(l) 


Nuv. neb. 


Neb. fitta 


Neb. fitta 


Nuv. neb. 


11 


N E 


E(l) 


ENE 


ENE 


Nuvolo 


Quasi nuv. 


Nuvolo 


Quasi nuv. 


12 


NE 


NNO(l) 


N 


NE 


Q. ser. neb. 


Quasi ser. 


Q. ser, neb. 


Q. ser. neb. 


13 


N 





N 


NE 


Q. ser. neb. 


Q. ser. neb. 


Q. ser. neb. 


Ser. nebb. 


14 


N 


sso 


N 


ONO(l) 


Q. ser. neb. 


Ser. nuv. 


Q. ser. neb. 


Quasi ser. 


15 


N0(1) 


0(2) 


N (2) 


OS 0(1) 


Quasi ser. 


Q. ser. nuv 


Quasi ser. 


Ser. nebb. 


16 


0(1) 


0(2) 


N0(1) 


E S E 


Q. ser. neb. 


Quasi ser. 


Nuv. neb. 


Q. ser. neb. 


17 


N O 


s (2) 


NNE 


N(3) 


Q. ser. neb. 


Sereno 


Nuv. ser. 


Sereno 


18 


NE(1) 


OSO 


O 


ENE 


Ser. uebb. 


Ser. nebb. 


Ser, nebb. 


Q.nuv.neb. 


19 


NO 


N 


NO 


ENE 


Q.nuv.neb. 


Quasi nuv. 


Nuv. ser. 


Q.nuv.neb. 


20 


NO 


NNO 


NO 


NNO 


Nuvolo 


Nuv. neb. 


Nuv. neb. 


Nuvolo 


21 


N E 





N O 


N O 


Nuv. neb. 


Nuv. neb. 


Nuv. neb. 


Nuv. neb. 


22 


NO 


NNO 


NNO 


ENE 


Q.nuv.neb. 


Q.nuv.neb 


Nuv. ser. 


Neb. fitta 


23 


ENE 


ENE 


ENE 


ENE 


Nuv. neb. 


Nuvolo 


Nuv. neb. 


Nuv. piog. 


24 


NO 


NNO 


S E 


ENE 


Nuv. neb. 


Nuv. ser. 


S. nuv. neb. 


Ser. nuv. 


25 


E 


ON 


OSO 


O N 


Nuv. neb. 


Nuv. neb. 


Nuv. neb. 


Neb. fitta 


26 


N 


N(3) 


N(3) 


N(l) 


Ser. nuv. 


Ser. nuv. 


Quasi ser. 


Quasi ser. 


27 


NNO 


NO (2) 


N 


N(3) 


Quasi ser. 


Sereno 


Sereno 


Sereno 


28 


ENE 


OSO 


S E 


NNE 


Sereno 


Sereno 


Sereno 


Sereno 


29 


S 


ENE 


ENE 


N 


Ser. nuv. 


Nuv. ser. 


Q.nuv.neb. 


Nuvolo 


30 


NE 


NNO 


N 


N 


Q, ser. neb. 


Nuv. ser. 


Q.nuv.neb 


Ser. nuv. 


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Numero dei giorni 

di Pioggia . — di Grandine — di Neve . . 1 
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ADUNANZA DEL 21 MARZO 1878. 



PRESIDENZA DEL CONTE CAKLO BELGIOJOSO, 
PRESIDENTE. 

Presenti i Membri effettivi: Poli Baldassare, Cantoni Giovanni, 
BELaiojoso, Verga, Sangalli, Carcano, Hajech, Cornalia, Bel- 
tkâ„¢oss'a LniGi,' FKisiANi, FERRINI, Canton: ^--- ^C-;-;' 
LONGONI, CEauxr, B.ondelli, Colombo, Buccellati, ^««^^^ ' ^J^|' 
Polli G ovanni , Strambio, Celoria-, e i Soci corrispondenti: Galla- 
VREs" Vi-A A.;oNio, ZO.A, visconti, Clericexti, Scaren.10, gabba, 

DELL'ACQUA, DE GIOVANNI, ZUCCHI, FERRARIO, CANTONI CARLO. 

La seduta è aperta al tocco. ^ _ , • j- 

I se-retarj delle due Classi annunziano diversi omaggi e doni di 
libri e opuscoli di recente pervenuti, dei quali si ricordano: Cataloga 
of tu Ethiopic Manuscripts, in the British Museum.joL uno vve- 
sentato dal S. C. professore Guglielmo Wright, dell' Università di 
Cambridge; un altro voi. Revue de la Jurisprudence itahenne en 
Ztiérededroit intérnational, inviato dal S. C. avv Cesare Norsa, 
e un opuscolo: Elogio funebre del re Vittorio Emanuele II, trasme so 
dal S C. prof. Simone Corico dell'Università di Palermo. -Inoltre 
eli Atti della Commissione per la sistemazione del Tevere, inviati dai 
Ministero de' lavori pubblici; un voi. Elettricità e Magnetismo, pre- 
sentato dal M. E. prof. Ferrini; e un altro: Nuova Teoria intorno 
la Flogosi, del dott. Achille Casanova. . . , • 

Il M. E. prof. Baldassare Poli, presentando un libro inviato in 
omaggio dal professore Teodoro Pertusati : Elementi scientifici di mo- 
rale sociale (Etica civile) lo accompagna con parole di lode .per 
l'ordine, la chiarezza e la copia di dottrina che vi mostra 1 autore, e 
sopra tutto per l'opportunità del libro nell'istruzione secondaria». 
E il M. E. dottor Ceruti, fa omaggio di un volumetto, ^^^ appar- 
tiene alla Scelta di curiosità letterarie inedite o rare del secolo XIII al 
XVII: Cronica degl'Imperatori romani, testo inedito di lingua, che 
e-li ha tratto da un Codice della Biblioteca Ambrosiana. 
"il presidente Belgiojoso annunzia le recenti e dolorose perdite che 
Rendiconti. — Serie II. Voi. XI. 



180 ADUNANZA DEL 21 MARZO 1878. 

ha fatto il nostro Istituto di egregi colleghi, cioè quelle del Membro 
onorario della Classe di lettere e scienze morali e politiche, conte 
Federigo Sclopis; e de' socj corrispondenti della Classe di scienze 
matematiche e naturali, il padre Angelo Secchi, e il dottor Carlo 
Ambrosoli. 

A nome del dottor Corrado Parona e Giambattista Grassi, il M. E. 
professore Giovanni Cantoni legge: Di un caso di eterogenesi, osser- 
vata in natura. - E vi aggiunge la notizia di un processo tenuto 
dal professore Brugnatelli affine di dimostrare l'influenza del raffred- 
damento che accompagna la espansione dei gas nel produrre la lique- 
fazione. 

Il M. E. prof. Sangalli espone le sue osservazioni sopra un caso 
di Ipertrofia deformante delle ungine. 

È presentata manoscritta la memoria del M. E. professore Santo 
Garovaglio e dottor A. Cattaneo: Studj sulle dominanti malattie 
della vite, e sul morbo nero; non potendo lo stesso professore Garo- 
vaglio, ammalato, intervenire all'adunanza. 

Legge il M. E. prof. A. Verga una sua nota: La Claustrofobia. 

Il S. C. prof. Zoja comunica un suo studio: La testa di Scarpa. 
— Il M. E. prof. Ferrini, per incarico del S. C. prof. Serpieri comu- 
nica una Nota dello stesso: Intorno ad esperienze col telefono di Bell: 
a cui il AI. E. segretario Hajech, fa succedere alcune sue particolari 
osservazioni sullo stesso argomento. Dal M. E. prof. Beltrami viene 
presentata, infine, una nota: Intorno ad un caso di moto a due coor- 
dinate. 

L'Istituto passa, in seduta privata, alla trattazione degli affari 
d'ordine interno. 

Si procede alla nomina delle Commissioni di esame delle Memorie 
presentate a' Concorsi scientifici di quest'anno. E sono eletti: 

Per il concorso al premio ordinario 1878, nella Classe di lettere e 
scienze morali e politiche : Problema delV unità italo-greca, ecc., 
i MM. EE.: Ascoli, Ceriani, Cantù. 

Per il concorso al premio della fondazione Gagnola : Studj sul ra- 
diometro, i MM. EE. Hajech, Beltrami e il S. C. Frapolli. 

Per il concorso al premio della fondazione Secco-Comneno: Un me- 
todo di cremazione de' cadaveri, ì MM. EE. Cantoni Giovanni, Cor- 
radi, Verga, Polli, e il S. C. Pavesi Angelo. 

Per il concorso all'altro premio della stessa fondazione Secco- 
Comneno sul tema: Del suicidio in Italia, i MM. EE. Verga, Buc- 
cellati, Piola e Strambio. 

Per il concorso al premio Castiglioni sul tema; Della vaccina- 



ADUNANZA DEL 21 MARZO 1878. 181 

zinne, ecc., i MAI. EE. Biffi, Corradi e i SS. CC. Dell'Acqua, Corvini 
e Griffini Romolo. 

È poi conformata la Commissione dei MM. EE. Polli Giovanni, 
Curioni, Stoppani e Lombardini per esaminare il compimento degli 
studj suWIpsometria e analisi delle, acque di Milano^ tema già pub- 
blicato a concorso nel 1875. 

Data lettura della lettera d'invito del Rettore deli' Università di 
Pavia, per l'inaugurazione di una statua di Alessandro Volta, in 
quell'Ateneo, il 28 aprile venturo, sono incaricati a rappresentare 
l'Istituto in quella solennità il M. E. segretario Hajech, e il M. E. 
Ferrini, oltre ai MM. EE. residenti in Pavia, Cantoni Giovanni, 
Corradi e Buccellati. 

È approvato il processo verbale dell'ultima tornata. 

La seduta è chiusa alle ore tre e un quarto. 

Il segretario 
Q. Caro ANO. 



ADUNANZA DEL 28 MARZO 1878. 



PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELOIOJOSO 

PRESIDENTE. 



Presenti i Membri effettivi: Sacchi, Gargano, Hajech, Verga, Bel- 
Giojoso, Cantoni Gaetano, Cossa LÙigi, Cantoni Giovanni, Ascoli, 
Mantegazza, Polli Giovanni, Longoni, Cqrioni, Ferrini; e i Soci 
corrispondenti : Villa Antonio, Lemoignb, Mongeri , Bardelli, Db 
Giovanni, Zucchi, Anzi, Frizzi, Massarani, Bakfi, Gabba, Koerner. 

La seduta è aperta al tocco. 

È data dai Segretarj notizia degli omaggi pervenuti , tra cui il 
primo volume dell'opera del professore P. Willems dell'Università di 
Lovanìo: Le Senat de la Republique romame.* e l'opuscolo del Cav. 
V. Poggi: Delle antichità di Vado. 

Il S. C. Mongeri legge la seconda parte del suo lavoro : La que- 
stione de' restauri nelVarte e il S. C. Bardelli espone il sunto d'una 
sua Nota Sulla cinematica di un corpo solido. Di poi il M. E. Ascoli 
legge una comunicazione dell'architetto Colla Angelo Litorno alla 
chiesa di S. Giovanni in Conca. 

Il M. E. Mantegazza dà in seguito ragguaglio di sue sperienze 
sull'eredità naturale, e il M. E. Verga ne prende occasione per ci- 
tare un fatto da lui osservato in appoggio alla ereditarietà, almeno 
limitata, di difetti fisici. 

Da ultimo il Segretario Hajech legge a nome dell'ingegnere Pa- 
parozzi una risposta a una nota del prof. Macaluso Sulla tensione 
della elettricità indotta. Intorno alla quale questione, che da qual- 
che tempo si agita, il M. E. Cantoni Giovanni dichiara la sua opi- 
nione già altre volte manifestata e la corrobora coli' esposizione di 
un facile esperimento. 

Passando l'Istituto alle cose d'ordine interno, il M. E. Segretario 
Carcano fa lettura dei programmi di premj di S. M. il Re Umberto 
per gli anni dal 1878 al 1883 per le scienze fìsiche, matematiche e 
naturali e per le morali, storiche filologiche, secondo i programmi 



ADUNANZA DEL 28 MARZO 1878. 183 

e le condizioni del concorso puLblicato dalla R. Accademia dei Lin- 
cei; come pure dei premj assegnati dal Ministero della Pubblica Istru- 
zione pel 1878-79 a favore di professori delle scuole secondarie, e dei 
premj di fondazione Carpi per il 1879 ad un lavoro di fìsica mate- 
matica e di fondazione Cessa per il 1880 ad una memoria di econo- 
mia pubblica. Annunzia che questi programmi saranno inseriti negli 
atti dell'Istituto. 

Viene data dal Segretario Carcano al Corpo Accademico la notizia 
che il M. E. Poli Baldassare ha chiesto di essere esonerato dall'inca- 
rico avuto di membro della Commissione per il concorso al premio 
di fondazione Cagnola sul tema: Del suicidio in Italia. L'Istituto 
delibera che gli venga surrogato il M. E. Mantegazza. Il Segreta- 
rio Hajech comunica parimenti le rinuncio dei Soci corrispondenti 
Dell'Adua e Grillini stati eletti a Membri della Commissione pel 
premio Castiglioni sul tema Della vaccinazione: ai quali vengono so- 
stituiti il M. E. Sangalli e il S. C. Zucchi. 

Letto ed approvato il verbale dell'adunanza del 21, la seduta è 
levata alle ore quattro circa. 

Il Segretario, 
C. Hajech. 



PROGRAMMI DE' PREMI 
DELLA REALE ACCADEMIA DEI LINCEI. 

I. Premi di S. M. il Ee Umberto, per gli anni 1878-83. 

I." I due premi di S. M. il Re Umberto di L. 10,000 ciasciiuo sa- 
ranno conferiti alle due migliori Memorie o Scoperte , delle quali 1' una 
riguardi le Scienze fisiche, matematiche e naturali, l'altra le Scienze mo- 
rali, storiche e filologiche. 

II. ° L'Autore dovrà essere italiano e trasmettere alla R. Accademia 
lo scritto o far conoscere la scoperta prima dei termini seguenti : 

Per le Scienze fisiche, matematiche e naturali 

Astronomia 31 dicembre 1879 

Scienze biologiche " » 1879 

Mineralogia e Geologia » » 1880 

Chimica " " 1881 

Fisica " " 1882 

Matematica » " 1883 



184 PROGRAMMI de' PREMI DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI. 

Per le Scienze morali, storiche e filologiche 

Filologia e Linguistica 31 dicembre 1879 

Archeologia » » 1879 

Scienze giuridiche e politiche ...» » 1880 

Scienze filosofiche e morali .,..»> „ 1881 

Storia e G-eografia « » 1882 

Scienze sociali ed economiche ...» » 1883 

Per gli anni successivi la R. Accademia determinerà a suo tempo i 
programmi e le condizioni del concorso. 

111° Le Memorie (o Scoperte) dovranno essere originali ed inedite, o 
non pubblicate prima del 1879; scritte in italiano o in latino, e potranno 
anche venire presentate per parti e successivamente dal 1878 in poi, però 
entro ai termini sovraindicati. 

IV.° Prima del relativo termine stabilito dall'articolo II, gli Autori deb- 
bono dichiarare con quale, o con quali delle Memorie o Scoperte presen- 
tate intendono concorrere; e cosi pure di non avere presentato e di non 
presentare, prima del conferimento del premio, la stessa Memoria o Sco- 
perta ad altro concorso di premi. 

Y.° Le Memorie debbono essere spedite alla B. Accademia dei Lincei 
in Roma, franche di spe^a. 

VI.° L'Accademia ha facoltà di pubblicare nei suoi Atti, anche prima 
del giudizio del concorso, le Memorie inedite che fossero intanto giudi- 
cate meritevoli di inserzione negli Atti stessi, salvo che l'Autore abbia 
espressamente dichiarato di riserbarsene la pubblicazione. 

L'Accademia per altro si riserba il diritto di pubblicare nei suoi Atti 
le Memorie inedite che fossero premiate, dando all' Autore il numero di 
copie che è nelle consuetudini dell' Accademia. Non saranno restituiti i 
manoscritti presentati. 

VII." Sarà prorogato di un biennio il tempo utile per la presentazione 
delle Memorie o Scoperte relative ad un gruppo di scienze, qualora allo 
scadere del termine stabilito, nessuna delle Memorie o Scoperte presen- 
tate abbia conseguito il premio. 

Vili." I Soci ordinari dell'Accademia sono esclusi dal concorso. 



//. Premi del Ministero della Pubblica Istruzione per il 1878-79. 

B. Decreto che istituisce sei premi a favore dei professori 
â–  delle scuole secondarie. 

UMBERTO I. 

per grazia di dio e per volontà della nazione 
RE D'ITALIA. 

Sulla proposta del Nostro Ministro della Pubblica Istruzione abbiamo 
decretato e decretiamo 



PROGRAMMI DE' PREMt DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI. 185 

Articolo 1." 

E aperto concorso a sei premi ciascuno di L. 3,000 da conferirsi ad in- 
segnanti delle Scuole e degli Istituti classici e tecnici. 

Due dei detti premi sono assegnati ai migliori lavori sopra argomento 
di Scienze matematiche, fisiche e naturali; due sopra argomento di Scienze 
morali, giuridiche o economiche; e due a lavori di Filologia classica. 

Articolo 2.'* 

Gli scritti dovranno essere originali, contenere dimostrazioni o risulta- 
menti nuovi, od avere fondamento sopra metodi, ricerche ed osservazioni 
nuove. 

Dovranno essere inediti o stampati nella cronaca liceale dell' anno ac- 
cademico 1877-78. 

Articolo 3." 

Sul merito degli scritti giudicherà, la Reale Accademia dei Lincei alla 
quale dovranno esser mandati, per mezzo del Ministero della Pubblica Istru- 
zione, non più tardi del giorno 14 marzo 1879. 

Nel caso in cui nessuno dei lavori presentati fosse giudicato degno di 
premio, il relativo concorso sarà prorogato di un anno. 

Articolo 4.° 

L'Autore può firmare lo scritto o consegnare il proprio nome in una 
scheda suggellata, cui farà richiamo un'epigrafe apposta allo scritto. 

In quest'ultimo caso la scheda verrà aperta solo quando il lavoro sia 
stato giudicato meritevole di premio o di inserzione negli Atti della Re- 
gia Accademia de' Lincei. 

Articolo 5." 
La somma necessaria al pagamento dei sei premi sarà prelevata dal 
Bilancio di questo Ministero del corrente anno, per una metà dal Capi- 
tolo delle spese varie per l'Istruzione tecnica, e per l'altra metà dal Ca- 
pitolo delle spese varie per l'Istruzione classica. 

Ordiniamo che il presente decreto munito del sigillo dello Stato sia in- 
serto nella Raccolta ufiSciale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, 
mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. 
Dato a Roma addì 24 febbraio 1878. 

(firmato) UMBERTO 
» 
(contros.) M. Coppino. 

III. Premi Carpi per gli anni 1878-79. 

1. Per l'anno 1878 il premio di L. 500 fondato dal dott. Pietro Carpi 
sarà conferito all'Autore del miglior lavoro di Fisica matematica che sarà 
presentato all'Accademia prima del 31 dicembre 1879. 

2. Le Memorie dovranno essere inedite e scritte in italiano o in latino; 



186 PROGRAMMI de' PREMI DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI. 

e non potranno pubblicarsi a parte, o inserirsi in altri periodici scienti- 
fici se non dopo che saranno state pubblicate negli Atti dell'Accademia. 

3. Le Memorie dovranno pervenire alla R. Accademia de Lincei resi- 
dente in Campidoglio, franche delle spese di porto. 

4. Ciascun Autore potrà, a sua scelta, o sottoscrivere col proprio nome 
la sua Memoria, o apporvi un'epigrafe ripetuta in una scheda suggellata 
entro cui sarà scritto il nome col domicilio. 

5. L'Accademia ha facoltà di pubblicare ne' suoi Atti anche prima del 
giudizio sul premio, le Memorie sottoscritte dagli Autori, che fossero in- 
tanto giudicate meritevoli di inserzione negli Atti stessi. 

6. Il premio sarà conferito dietro relazione di una Commissione appro- 
vata dall'Accademia. L'Autore della Memoria presentata ne avrà cento copie 

7. Se la Memoria premiata sarà una di quelle non sottoscritte, si aprirà 
la scheda suggellata, e si pubblicherà la Memoria col nome dell'Autore. 

8. Le altre schede suggellate saranno bruciate. 

9. I Soci ordinari dell'Accademia sono esclusi dal concorso. 

Per l'anno 1879 il premio di L. 500 sarà conferito all'Autore della mi- 
gliore ]\Iemoria di matematica, che sarà presentata all' Accademia prima 
del 31 dicembre 1879. Le altre condizioni del Programma sono le stesse 
che per il 1878. 



IV. Premio Cossa per il 1880. 

1. Il prof. Luigi Cossa ha messo a disposizione della R. Accademia dei 
Lincei la somma di L. 1,000 per essere data in premio alla migliore Me- 
moria sopra il tema seguente: 

Storia critica delle teorie finanziarie in Italia nei secoli XVI; XVII, 
XVIII, e nella prima metct del secolo XIX. L'Autore dovrà considerare le 
dottrine degli scrittori in relazione alla loro influenza sulla legislazione, e 
dovrà paragonarle collo svolgimento della scioiza fina7iziaria all'estero. 

2. Gli scritti inviati al concorso debbono essere mandati, franchi di porto, 
prima del 31 marzo 1880, al Presidente della R. Accademia dei Lincei, Roma. 

3. Debbono essere inediti, manoscritti, anonimi e contrassegnati da un 
motto. Saranno accompagnati da una scheda o lettera sigillata, portante 
al di fuori il motto medesimo, e dentro il nome, cognome e domicilio del- 
l'Autore. 

4. La scheda della Memoria che riporterà il premio, e le schede delle 
Memorie che ottenessero una menzione onorevole, saranno aperte 5 le al- 
tre saranno abbruciate. 

5. Non saranno restituiti i manoscritti presentati. 

6. La Memoria premiata sarà stampata negli Atti della R, Accademia, 
e all'Autore ne saranno dati cento esemplari. 

7. Il giudizio del concorso sarà pronunziato nel corso dell'anno 1880. 



Il Presidente, Q. SELLA. 

I Segretari., D. Carutti; P. Blaserna, 



187 



PROGRAMMA 
PEL CONCORSO AL PREMIO MAVIZZA 

per l'anno 1879. 

Per concorso al premio Ravizza si rinnova il tema seguente: Esaminare 
le leggi del Regno intorno alla stampa; e vedere come conciliare la piena 
libertà di essa colla protezione che una società ben costituita deve alla 
moralità, alla verità, all'onore. 

Vi può concorrere ogni Italiano, eccettuati i membri della Commissione. 

I manoscritti saranno mandati alla Presidenza del R. Liceo Cesare Bec- 
caria in Milano^ non più tardi del dicembre 1879. 

I lavori devono essere scritti chiaramente, in lingua italiana, inediti, 
contrassegnati da un motto, che si ripeterà sopra una scheda suggellata, 
contenente nome, cognome ed abitazione del concorrente. I nomi dei non 
premiati restano ignoti. 

L'autore premiato conserva la proprietà del suo scritto, coli' obbligo di 
pubblicarlo entro un anno, preceduto dal rapporto della Commissione. Alla 
presentazione dello stampato riceverà il premio di lire duemila. 

La Commissione : 

PiKTRO Rotondi — Cesare Cantò — Francesco Restelli 

Felice Manfredi — Pietro Bionda. 



LETTURE 



CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI. 



ANATOMIA PATOLOGICA. — Ipertrofia deformante delle un- 
ghie. Nota del M. E. prof. Giacomo Sangalli. (Sunto communicato 
dall'autore). 

Se un Malpigli! ha stinaato il soggetto meritevole della sua os- 
servazione, che nelle opere postume troviamo ricordata ed illustrata 
con una figura (flg. 3.^ della tav. 19); se un Virchow ne formò tema 
d'una disquisizione davanti alla società medico-fisica di Wlirzburgo; 
voi pure crederete, che l'argomento possa essere di qualche interesse; 
ed in questa lusinga io mi permetto d'esporre sul medesimo il risul- 
tato delle mie osservazioni. 

L'allungamento smodato delle unghie dimostra a chiare note esservi 
una non lieve differenza tra un modo e l'altro di crescere d'un tes- 
suto al di là della norma, l'unghia cresce smisuratamente, ove non 
se ne abbia cura; una simile eccedenza non suppone, né esige l'iper- 
trofìa della matrice e del letto dell'unghia; ed essa crescendo oltre- 
modo, solo perchè non recisa, mantiene la propria struttura, pur mo- 
dificandosi alquanto nella forma per circostanze estrinseche, come dimo- 
stro con l'esempio d'un dito fornito di lunghissima unghia posto tra altri, 
che presentano l'unghia lunga e deformata. Questo modo d'ipertrofia 
compiesi in condizioni normali, e procede fisiologicamente tanto ai 
piedi come alle mani. Ma talvolta havvi eccesso di sviluppo dell'un- 
ghia del piede, accoppiato a notevole irregolarità della sua compage 
e forma; e questo maggiore sviluppo proviene dall'ipertrofia delle 
papille del letto e della matrice dell'unghia. Sifl'atto irregolare eccesso 
di formazione delle unghie è quello, che, secondo me, vuoisi appellare 
ipertrofia deformante^ venendo per essa in vari modi deformata l'un- 
ghia. Fuchs la chiamò onyoliauxis che vuol dire aumento dell' un- 



G. SANGALLI, IPERiaOFIA DEFORMANTE DELLE UNGHIE. 189 

ghia; e Yìvchow onyi'.hogryphosis. Questo termine esprime soltanto una 
delle varie forme esteriori dell'unghia ipertrofica, cioè il suo stato 
adunco, e forse non rendo il pieno concetto dell'alterazione come si 
verri\ a conoscere. Crescendo le unghie smodatamente e non conforme 
al proprio tipo, presentano varie deformità: 

I. Strie trasversali, ricurve in due sensi sulla superfìcie libera 
dell'unghia allungata straordinariamente; 

li. Allungamento e incurvamento dell'unghia, che diviene della 
forma d'artigli ; 

III. Ripiegamento dell'unghia alla sua base, in modo che va ad 
appoggiare sulle unghie attigue ; 

IV. Ripiegamento dell'unghia sopra so stessa, dall'alto al basso, 
senza sorpassare i limiti del dito stesso; 

V. Le unghie allungate possono divenire cilindriche o coniche 
con estremità acuminata. 

(L'autore dimostrò queste varie forme con la presentazione di 
figure desunte da preparati, che depose nel museo anatomo-patolo- 
gico). 

Queste unghie così allungate sono costituite di cellule epidermoi- 
dali più o meno alterate per secchezza, o per infiltramento adiposo. 

In conseguenza di queste intime alterazioni, le unghie perdono i 
loro caratteri fisici. Finché esse sono semplicemente allungate, senza 
un'alterazione della matrice e del letto, veggonsi soltanto accartoc- 
ciate nel senso traversale, la loro struttura rimanendo inalterata; 
quando però la formazione delle unghie è eccessiva non solo, ma 
anche irregolare, allora esse perdono la loro naturale levigatezza, 
trasparenza, lucentezza, bianchezza, consistenza, elasticità: diventano 
quindi giallognole, opache, rugose, scagliose, ispide, striate in due 
sensi opposti, informi, dissodate, fragili. 

Ciro nella descritta alterazione siavi alcun che di più grave che 
una semplice ipertrofia, posso affermare per due fatti: il primo, d'or- 
dine patologico, 6, che la trovai in persone raarasmatiche, vecchie, 
morte all'ospedale dopo lunghe malattie, cagionanti aftievolimento ge- 
nerale, quasi sempre ad ambedue i piedi. Il secondo fatto anatomico 
è, che qualche volta, insieme con unghie lunghe , alterate come si 
disse, sonvi monconi informi, in cui quasi è smarrita la forma pri- 
mitiva dell'unghia; inoltre, spesse volte, anche sulla superficie libera 
la nuova formazione di unghie si fa per strati di cellule posti nel 
senso trasversale, e non nel senso longitudinale, come dovrebbe essere 
di norma. L'ipertrofia delle papille può ben spiegare gli strati di 
tessuto corneo disposti sulla superficie inferiore dell'unghia, in senso 
trasversale alla medesima: ma unicamente per quella non si chiarisce 



190 G. SANGALL, IPERTROFIA DEFORMANTE DELLE UNGHIE. 

la stpatificaziona trasversale della superfìcie superiore. Tanto piti 
valgono questi riflessi, ove si badi che gli strati perpendicolari od 
obliqui compajono talvolta sulla faccia inferiore dell'unghia, quando 
questa già si è staccata dal letto. Che la costituzione delle unghie 
possa risentire l'influenza delle condizioni generali dell'individuo, 
parmi facile a comprovare per altri fatti ben chiariti. Non cito in 
argomento che l'influenza della sifilide sull'alterazione delle unghie, 
o per meglio dire sulla loro matrice. 



PSICHIATRIA. — La claustrofobia. Considerazioni del M. E. prof. 
Andrea Verga. 

Il dott. Raggi Antigono già ajuto della clinica psichiatrica di Bo- 
logna e medico assistente di quel manicomio provinciale, ora profes- 
sore di psichiatria nell'Università ticinese e medico-direttore del ma- 
nicomio di Voghera, inseri, non è molto, nel giornale medico che si 
stampa in Bologna sotto il titolo di Rivista clinica e che ebbe altri suoi 
pregevoli lavori, una Nota che io non posso lasciar passare senza 
qualche considerazione. È una Nota breve e modesta, ma importante, 
perchè tende ad aggiungere 2l\V album già ricco delle umane infer- 
mità una nuova forma frenopatologica. 

Si tratta di una di quelle infinite bizzarrie della vita istintiva, 
chiamate un tempo con vocabolo troppo vago idiosincrasie, le quali in 
grado leggiero non fanno che rendere più variata e piacevole 1' umana 
società, in grado forte assumono l'aspetto disgustoso d'una vera 
malattia e possono, come i parossismi della monomania impulsiva, 
avere le più serie conseguenze. 

La bizzarria della vita istintiva segnalata dal dott. Raggi all' at- 
tenzione dei medici alienisti, è V\VìVqv$o àoiV agorafobia à\ Westphal, 
e men ripugnante di questa all'umana dignità, perchè consiste in un 
orrore ai luoghi chiusi, dove V agorafobia consiste in un orrore ai 
luoghi aperti e spaziosi. 

L'Autore ne cita tre casi, che io voglio qui riportare quasi inte- 
gralmente, sembrandomi molto significanti. 

Il primo è di un melancolico, il quale asseriva che per fargli finire 
violentemente i suoi giorni sarebbe bastato chiuderlo in una camera 
in modo da perdere affatto la speranza di uscirne. Infatti un giorno 
che per inavvertenza era stato chiuso da un suo nipotino in una la- 
trina, fu còlto da tale smania che si diede furiosamente ad urtar 
l'uscio coi pugni e coi calci nell'intenzione di abbatterlo a qualunque 
costo. Per fortuna una persona abbastanza destra accorse e lo liberò 



A. VERGA, LA CLAUSTROFOBIA. 191 

subito dall'angoscia che lo martoriava. Un'altra volta provò la stessa 
smania. Il suo padrone di casa, in seguito ad un furto, avea collo- 
cato un cancello appiè delle scale; ed egli dominato dall'idea che per 
qualunque urgente bisogno che gli fosse sopraggiunto, non avrebbe 
potuto uscir di casa, balzò una notte dal letto, discese le scale e si 
mise a scuotere il cancello. Stava per gridare ajuto, quando si ac- 
corse che il cancello poteva agevolmente aprirsi per di dentro. Al- 
lora, spalancato il cancello, cessò per incanto la smania che lo tra- 
vagliava. Egli tornò a letto e vi si addormentò placidamente. 

Il secondo caso è d' una signora che non poteva reggere al pen- 
siero che di notte la porta della sua casa fosse chiusa. Ogni notte si 
alzava, spalancava le finestre, usciva dalla sua stanza, disturbando 
la famiglia, e dava in pianti e in smanie da far temere che il cervello 
le desse volta del tutto. A renderla tranquilla il padrone di casa do- 
vette permetterle di provedersi d'una chiave della porta per quando 
sentisse desiderio di uscire all'aria libera o venisse in timore di qual- 
che pericolo. D'allora in poi essa dormì in pace, tenendo la preziosa 
chiave presso il suo letto, anzi sotto il guanciale. 

Il terzo caso è d'un tale che abbandonò da fanciullo il mestiere di 
calzolajo, che era quello di suo padre, per studiare il disegno, e in 
breve ne diede saggi lodatissimi. Un giorno che in una sala dell'Ac- 
cademia di belle arti in Bologna, posta all'ultimo piano, attendeva ad 
un concorso che ivi si teneva a porte chiuse, vien preso da smania 
grandissima di uscirne, si dà a camminar per la sala, tenta di aprir 
l'uscio, e non cedendo questo a' suoi sforzi, apre la finestra, discende 
sur un tetto e di casa in casa si porta al recinto del giardino dello 
Stabilimento, dove per avventura trova modo facile di mettersi in 
piena libertà. Dopo tal fatto il bisogno di stare colle finestre aperte 
e di giorno e di notte in ogni stagione e le peregrinazioni diurne e 
notturne per le campagne divennero piU frequenti. Non andò molto 
che in seguito a forte dispiacere fu, per delirio di persecuzione con 
allucinazioni visive ed acustiche, accolto nel Manicomio di Bologna, 
ed essendo allora questo in costruzione, la piti accurata sorveglianza 
non impedì che il nostro pittore fugisse pei tetti nella vicina cam- 
pagna. La famiglia lo riprese presso di sé, ma dopo un anno circa 
per un altro dispiacere egli tornò a farsi agitatissimo e a percorrere 
di notte la campagna, invaso nuovamente dal delirio di persecuzione. 
Rientrato nel Manicomio, restava più che gli era possibile nei cor- 
tili aperti, dove si faceva realmente piti tranquillo ed era di continuo 
in guardia agli usci ed alle finestre nella speranza di trovare una 
volta o l'altra il varco alla fuga. Quando fu un poco ricomposto, il 
dott. Raggi gli commise il suo ritratto; ed egli venne per qualche 



192 A. VERGA, LA CLAUSTROFOBIA. 

seduta ne] di lui studio, ma non potè compierlo per la smania che 
spesso lo assaliva di uscire all'aperto. La sua agitazione finalmente 
si calmò, ma soltanto per dar luogo alla demenza. 

Ora ecco le poche considerazioni che io feci sull'interessante Nota 
dell'ottimo mio collega. 

Una parola prima di tutto sulla denominazione della malattia. Il 
dott. Raggi la chiama clitrofobia, da xXsiOpov, egli dice, clausum e 
epopea) timeo. Ignoro se il nome sia esattamente dedotto; ma avendosi 
già le parole claumm e claiistrum derivate dalla stessa fonte, io credo 
che la denominazione di claustrofobia o clausofobia possa sembrare 
più chiara e piti legittima. Claustrum infatti significa luogo chiuso, 
ed io aveva appunto suggerito di chiamar claustri i manicomj crimi- 
nali, essendo la clausura l'unico castigo che è lecito infliggere ad 
uomini che peccarono non per malvagità ma per ineluttabile neces- 
sità organica. Io mi permisi perciò di scrivere claustrofobia anziché 
clitrofobia in fronte a queste pagine. 

Appunto ieri mi si presentò, forse per la prima volta, un caso abba- 
stanza spiccato di claustrofobia^ che mi pare non indegno di far coda 
a quelli narrati dal dott. Raggi. Una signora, madre di molti figli, 
venne ad esprimermi il suo rammarico per una imperfezione cui va 
soggetta da circa 15 anni. — Io mangio e bevo bene, diceva essa, 
dormo e lavoro come quando ero giovane ; ma ogni tanto, se mi 
trovo in luogo d'onde non possa uscire quando voglia, mi prende 
un ardore alla bocca dello stomaco, un ronzìo alle orecchie, una pal- 
pitazione al cuore e mi sciolgo tutta in sudore, sentendomi mancare 
i sensi e la vita. Perciò io non viaggio mai sulle ferrovie, ove dal- 
l'una all'altra stazione si è imprigionati; non vado mai nelle chiese 
ove si celebrino funzioni ; e se qualche rara volta mi arrischio di 
andare in teatro ne esco sempre prima che finisca lo spettacolo: io 
scantono prontamente dalle vie ove incontri folla; e non posso dormire 
se non coli' uscio aperto e i fiammiferi pronti. La signora del resto, 
benché assai magra e per certe macchie del volto sospetta d'erpeti- 
smo, non off're segni di crotopatia veruna, ed ella stessa si qualifica 
malata d'imaginazione. 

Giustamente osserva il dott. Raggi che di rado questa smania è 
così isolata e in grado così elevato da costituire per sé una mono- 
mania. Più sovente essa si accompagna ad altri disturbi della mente 
e del sistema nervoso. Ogni direttore infatti di manicomio conta fra 
suoi alienati di quelli che non si possono mantenere vestiti che con grande 
difilcoltà, perchè essi non tollerano nessun legame, nessuna pressione; 
gettano la cravatta e le scarpe, sbottonano ostinatamente li abiti, la- 
cerano la camicia e si denudano sconciamente in faccia a tutti. Que- 



A. VERGA, LA CLAUSTROFOBIA. 193 

Rsta strictofohia ò una varietà della claustrofobia del dott. Raggi. In 
,. altri alienati s'incontra un ticchio opposto, una laxofohia, che si po- 
K.^^trebbe riguardare come una varietà àoìV agorafobia del dott. Westphal, 
5 e consiste nella tendenza a coprirsi e ricoprirsi d' abiti, ad applicarsi 
legacci ai carpi, alle gambe, fascio alla vita, a nascondere anche il 
capo sotto le coltri, quando sono in letto, e a cercare, quando ne 
stanno fuori, li angoli piU stretti ed oscuri ed ivi aggomitolarsi come 
il porcospino, quasi abbiano in orrore lo spazio e la luce. 

Simili ticchi meritano di essere studiati dal frenologo, perchè in 
alcuni casi, se non sono proprio la pazzia, ne sono la frangia o le 
spalline, e contribuiscono poi sempre a dare un indirizzo alla vita e 
risalto al carattere di certi individui. Così un po' di claustrofobia àe- 
vono aver patito coloro che con pericolosissime evasioni dalle car- 
ceri, dai manicomj, dai monasteri, fecero lungamente parlare di sé; 
e la claustrofobia deve aver la sua parte anche nei suicidii che si 
compiono annualmente negli stessi luoghi di reclusione, Fra quelli 
che noi italiani con vocabolo cortese e quasi simpatico chiamiamo 
originali, vi è taluno che sebbene fornito di larghi mezzi, passa tutto 
il suo tempo in campagna, cacciando o pescando o girando di qua o 
di là senza altro scopo che di cambiare aria, che considera come il 
non plus ultra della sapienza igienica il precetto di dormire a fine- 
stre aperte, che vede della poesia e delle attrattive persino nella vita 
dei militari e dei briganti, perchè dì giorno e dì notte hanno per pa- 
diglione il cielo, che attribuisce tutte le infermità dei cittadini a quel 
vivere continuamente in luoghi rinchiusi senza prendere mai un ba- 
gno di luce e d'aria pura, ecc. Tra le donnette isteriche vi sono molte 
che abborrono dalle chiese, dai teatri e da tutti i luoghi ove pos- 
sano trovarsi impigliate nella folla, ed altre che anche seriamente 
ammalate rifiutano di ■■farsi curare in un ospitale, per ciò solo che 
non se ne può uscire a proprio grado. Ebbene, per me tutta questa 
gente è affetta da un principio di claustrofobia. 

La malattia istintiva del dott. Raggi ricorre ad accessi ; è di pro- 
nostico riservato e difllcilmente si può curare, massime nei manicomj, 
ove nella privazione della libertà essa trova anzi una causa contìnua 
d'inasprimento. Ciò s'intende da so: tutte le anomalie dell'istinto 
tengono alla originaria costituzione dell' individuo e non possono cor- 
reggersi che a lungo andare per il concorso di favorevoli circostanze 
che valgano a modificare la costituzione stessa. 

Il dott. Raggi colloca la sede della claustrofobia nella sostanza 
bianca o fibrosa del cervello. Ma questa sostanza non essendo che 
conduttrice d'impulsi, spiega bensì l'inquietudine dell'ammalato e i 
di lui sforzi per lanciarsi all'aperto, ma non già quel senso di paura 



194 A. VERGA, LA CLAUSTROFOBIA. 

e di malessere da cui T inquietudine e li sforzi derivano. Tale senso, 
per confessione dell'Autore, che lo chiamò penosa angoscia, nasce 
dall'idea di non poter uscire in qualsiasi caso da un dato luogo, e, 
come tutte le sensazioni, parmi non possa aver luogo altrove che 
nella sostanza grigia del cervello. 

È probabile poi che non sempre la claustrofobia dipenda diretta- 
mente da una particolare condizione della sostanza grigia del cer- 
vello, ma che in molti casi sia un fenomeno riflesso di stato morboso 
dell'apparato respiratorio o di quello della circolazione. Per persua- 
dersi di ciò, basta riflettere alla smania con cui alcuni individui ner- 
vosi, sotto lievi insulti dispnoici, respingono le coltri, balzano dal letto, 
e corrono a spalancare le finestre della propria stanza, non che al- 
l'orgasmo con cui certe isteriche gettano ad ogni tratto la cuffia, 
slacciano il corpetto ed abbandonano ogni lavoro per uscire all'aperto. 
Conobbi delle persone, gracili per tempra o per le malattie sofi'erte, 
che al solo vedere un luogo basso e stretto in cui dovessero entrare, 
al vedere qualcosa di alto e di grosso che loro si avvicinasse, si sen- 
tivano soffocare. Cotali accessi, mentre si possono riferire a claustro- 
fobia^ fanno sospettare una mala disposizione nei polmoni e nel cuore 
dei pazienti. 

Ma quello che piìi importa e di che dobbiamo ringraziare il dottor 
Raggi, è che siasi con luminosi esempj stabilito che l'istinto della 
libertà, così comune a tutta la famiglia umana, come può indebolirsi, 
così può in alcuni individui esagerarsi al punto che la limitazione 
dello spazio, anche per breve tempo, diventi ad essi un intollerabile 
martirio. 



FISICA SPERIMENTALE. — Alcune esperiènze sul telefono. Let- 
tera del S. C. P. A. Serpieri al prof. R. Ferrini. 

Urbino, 11 marzo 1878. 

Gradisca che le descriva alcune esperienze da me fatte sul tele- 
fono di Graham Bell, che oggi richiama l'attenzione del pubblico 
pe' suoi maravigliosi effetti e molto piti richiama l'attenzione dei cul- 
tori della scienza per l'inatteso complesso di operazioni e di leggi, 
che sembrano regolare il suo curioso magistero. 

Gli apparecchi con cui ho sperimentato sono quelli più comuni, che 
si vendono dal Loescher a Torino, e credo siano costruiti in Ger- 
mania. 

1.° In prima ho sperimentato sopra tre linee telegrafiche, cogli 



A. SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO. 195 

estremi in comunicazione con la terra; la linea Urbino e S. Angelo 
in Vado di 29 chilometri; la linea Urbino e Macerata Feltria, che 
passa per il detto S. Angelo in Vado, lunga 56 ciùloraetri; la linea 
Pesaro e Macerata Feltria di 118 chilometri: questa passa por Ur- 
bino, e mentre la comunicazione con la terra avea luogo agli estremi 
Pesaro o Macerata Feltria, io di qui parlava con Macerata Feltria. 

In tutte tre le serie di esperimenti trovai che i telefoni (due per 
stazione, uno costantemente all'orecchio e l'altro alla bocca) servi- 
vano perfettamente bene, quando si aveva all'intorno il più profondo 
silenzio. Potemmo inviare svariate dimande e ricevere pronte risposte, 
dire delle file di numeri, facendoceli subito ripetere, cantare delle 
canzoni, eseguire delle suonate con vari strumenti, flauto, cornetta, 
clarino, fagotto, bombardone, trombone, ecc., ora separati, ora uniti; 
e in ogni caso s'indovinava il pezzo cantato o suonato e si distin- 
guevano bene i vari strumenti. Solo per il clarino si cadde nell'er- 
rore di prenderlo ora per un violino, ora per una tromba. 

Altre prove ho fatte in casa alla distanza di 100 metri, nell'in- 
tento di vedere un poco più chiaro nelle ragioni teoriche del mara- 
viglioso apparecchio. 

2.° Accostando colla pressione del dito il diaframma di ferro alla 
calamita, non ebbi al galvanometro, che pure è delicatissimo, una cor- 
rente sensibile. Per avere 3 o 4 gradi ho dovuto togliere quel dia- 
framma e sperimentare con un grosso pezzo di ferro. Or non è egli 
da maravigliare che le correnti tanto piìi deboli, che sorgono per le 
vibrazioni sonore del diaframma, possano restare abbastanza intense 
su circuiti di 100 e piti chilometri? La corrente di questa pila del- 
l' ufficio telegrafico (70 elementi) s'indebolisce di 4° o 6° per 20 o 30 
chilometri di allungamento della linea; e la corrente indotta dei te- 
lefoni, che alla bussola dell' ufficio telegrafico non dà una frazione 
sensìbile di grado, resta sensibilmente identica col raddoppiarsi e 
triplicarsi della lunghezza della linea. — Io ripeto volentieri col pro- 
fes:>ore Blaserna che questo gioco sorprendente dei telefoni non si 
sarebbe potuto a priori immaginare. 

Si sa che in un rocchetto d'induzione la resistenza totale si com- 
pone, come nella pila, della resistenza del rocchetto stesso, la quale 
corrisponde alla resistenza interna della pila, e della resistenza del 
circuito esterno, analoga a quella dei circuiti interpolar! della pila: 
e perciò nel nostro caso, essendo finissimo e lunghissimo il filo del 
rocchetto, è naturale che si possa superare al di fuori una grandis- 
sima resistenza. Ma se noi includiamo nella linea due o tre telefoni 
di più, ognun vede che la resistenza del circuito esteriore si rad- 
doppia, si triplica, ecc., e diventa molto maggiore della resistenza 
Rendiconti. — Serie II. Voi. XI. 13 



196 A. SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO, 

interna, ossia della resistenza del primo rocchetto, che opera come 
elettromotore. Parrebbe dunque che le intensità delle correnti doves- 
sero nella stessa proporzione diminuire e con esse abbassarsi, illan- 
guidirsi i suoni. Ciò non avviene affatto. Ho provato a far suonare 
una soneria alla stazione lontana e tenendo io ora uno, ora due, ora 
tre telefoni nella linea trovai l'intensità dei suoni sempre sensibil- 
mente identica, meno piccole differenze provenienti dalla diversa qua- 
lità dell'apparecchio che mettevo all'orecchio. Così quando speri- 
mentavo sulla linea telegrafica, e all'improvviso fu in Urbino aperta 
(come dicono) la linea, chiudendosi a Pesaro, dove sempre il filo co- 
munica con la terra, con che il circuito crebbe d'un tratto di circa 
60 chilometri, non sentii affatto indebolirsi le voci, ma quasi mi par- 
vero farsi più chiare. 

Questi fatti sono tali da indurci a sospettare che qualche azione 
molecolare non ben conosciuta si accompagni con le correnti indotte 
nel filo di comunicazione. Sarebbe forse da pensare che quello stato 
elettro-tonico immaginato una volta dal Faraday avesse una realtà 
ed importanza maggiore di quella che si pensa? 

3.° Il prof. Tait annunciò alla Società Reale di Londra che il 
signor Blyth ottenne gli effetti fonici dell'apparecchio sostituendo al 
diaframma di ferro una lamina di rame, di legno, di carta o di 
gomma elastica, ora nel telefono mittente, ora nel ricevente: ma non 
ebbe mai il suono in un telefono spogliato della sua ordinaria ar- 
matura e privo di qualunque altra del genere delle sopradette. 

Io ho provato in prima a togliere il diaframma di ferro dal tele- 
fono mittente e a porre in sua vece una lastra di vetro. I forti suoni 
emessi contro il vetro si sono benissimo intesi all'altra stazione. In 
questo caso non è davvero la lastra vibrante che co' suoi accosta- 
menti e allontanamenti modifica il magnetismo della calamita per- 
manente. Il fenomeno deve dipendere da altre leggi. Ho messo due 
vetri colla lastrina di ferro chiusa e stretta fra di loro; e i forti 
suoni si sono sentiti un poco piti intensi che prima. 

Ho ripetuto gli stessi esperimenti facendo gridar forte contro un 
telefono ordinario, ossia armato del suo diaframma di ferro; e stando 
io a sentire da lontano con un telefono a semplice armatura di ve- 
tro, ho inteso bene tutti gli urli fatti e li ho intesi con le loro qua- 
lità di altezza e di timbro, cioè sentivo bene che erano di voce 
umana molto chiara e distinguevo il tuono dell'urlo e la vocale 
urlata. 

Gli esperimenti del Blyth sono dunque confermati: e si apprende 
che per far nascere delle correnti indotte capaci di destare nella ca- 
lamita ricevente dei moti vibratorii corrispondenti alle voci della sta- 



A, SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO. 197 

zione mittente basta eccitare quei moti nella prima calamita. Le due 
calamite lontane vibrano e cantano all'unisono. Quindi io penso che 
in questi casi tutto l'interno lavorio meccanico e magnetico si com- 
pia press' a poco così: urlando contro il vetro comunichiamo per suo 
Lzo all'astuccio di legno e alla calamita la vibrazione^ che rappre- 
senta la voce: il moto vibratorio acquistato dalla calamita favorisce 
il migliore ordinamento magnetico de' suoi atomi, che scossi e oscil- 
lanti più facilmente ubbidiscono alle loro azioni polari E un atto 
d'influenza magnetica esercitata dai moti molecolari conforme a tanti 
altri studiati dal Wiedemann, dal De Haldat e da altri. Perciò alla 
vibrazione sonora seguiranno aumenti subitanei nella potenza magne- 
tica e per conseguenza, altrettante correnti nel filo della linea, le 
quali desteranno variazioni magnetiche uguali nella calamita rice- 
vente. Ora si sa per l'esperienze di Wertheim, Grove, De la Rive 
ed altri che le particelle dei corpi magnetici tendono a ravvicinarsi 
nel senso trasversale e ad estendersi nel senso longitudinale quando 
son soggette alla influenza di una calamitazione esteriore. Quest ef- 
fetto avrà dunque luogo nella calamita ricevente. E se ammettiamo 
che l'istesso avvenga nella calamita mittente per effetto dello scuo- 
timento eccitato dalla voce, in quanto, come diceva, le particelle 
mosse e oscillanti meglio si orientano e si polarizzano, facilmente 
comprendiamo comel'istessa nota deve risuonare sulle calamite uguali 

delle due stazioni. 

4 <• Il Blyth notava che n iun suono veniva trasmesso, quando il 
telefono non aveva alcun diaframma; il che a prima giunta potrebbe 
far pensare che quei diaframmi di legno o di vetro compissero 1 uf- 
ficio della laminetta di ferro. Ciò mi parve ben strano, perche è vi- 
sibile che quei diaframmi non magnetici non possono essere che sem- 
plici trasmissori della vibrazione sonora dall'aria alla calamita. Per- 
ciò provai attentamente a trasmettere dei suoni senza alcun diaframma, 
facendo urlare degli o ben prolungati contro il polo affatto scoper o 
della calamita. E quando chi urlava avea la voce ben chiara, aperta 
e sonora, sempre ho sentito sull'altro telefono, armato dell ordinaria 
lastrina, le voci emesse contro la calamita del primo. Solo ho no- 
tato che spesso l'o si convertiva in un i, ovvero neW oeu france e. 
Del pari io sentiva sul telefono totalmente disarmato gli urli fatti 
sull'altro munito della sua solita lastrina. 

Si conferma dunque che la vibrazione sonora , eccitata diretta- 
mente colla voce in una sbarra calamitata, altera il suo magnetismo 
in maniera che possono aversene delle correnti indotte nel suo roc- 
chetto; e alterando in ugual modo il magnetismo di un'altra sbarra 
uguale, si hanno da questa le stesse vibrazioni sonore fatte dalla 



198 A. SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO. 

prima. I due fenomeni e i due generi di azione sono perfettamente 
reciproci. Questa a me pare la più curiosa relazione che dal lato teo- 
rico ci offre il semplicissimo apparecchio del Bell; imperciocché ben 
si sapeva che le variazioni magnetiche generano il suono; ma non si 
era ancora incontrato, che io sappia, il fenomeno contrario nelle 
forme cosi ben definite che oggi sappiamo, non si era cioè visto che 
riproducendo sulla calamita quei medesimi suoni che essa ha dati, vi 
si riproducono le stesse variazioni magnetiche. 

5.0 A meglio convalidare queste spiegazioni, ho voluto provare 
se le azioni meccaniche esercitate con un martello sulla calamita mit- 
tente generano del pari delle correnti indotte, capaci di tradursi in 
suoni nel telefono ricevente. Spogliato adunque un telefono del suo 
diaframma, ho fatto percuotere la sua calamita con un martello di 
legno, lo dall'altra parte, alla distanza di 100 metri, ho sentito be- 
nissimo sul mio telefono completo altrettanti colpi secchi, privi di 
ogni risonanza secondaria, come se la mia lastrina battesse nel polo 
vicino. Vi ha dunque la solita corrispondenza ed armonia di lavoro 
meccanico, magnetico, elettrico, acustico. 

Forse pochi galvanometri avranno così squisita sensibilità da mo- 
strare le correnti, che accompagnano siffatti movimenti molecolari. 
I miei, benché squisitissimi, tacciono affatto. È dunque una vera for- 
tuna che dove tace il galvanometro parli l'aria, ossia i telefoni an- 
nuncino col suono l'esistenza di movimenti magnetici ed elettrici. 

6.° Coir ammettere l'azione sonora delle calamite, io non escludo 
le vibrazioni dovute all'elasticità della laminetta di ferro, vero e 
principale organo vocale del telefono. Soltanto concludo che la lami- 
netta ricevente deve concepire i suoi moti per tre vie diverse: 1.° per il 
suo contatto coli' astuccio di legno, come lo concepisce la lastra dì 
vetro; 2.° per le variazioni intime magnetiche, che nella lastrina 
debbono operare come nella calamita permanente; 3." per le varie 
intermittenti attrazioni, che attesa l'elasticità della lastrina, la smuo- 
vono realmente avanti e indietro con moto oscillatorio di brevissima 
insensibile estensione, in corrispondenza degli aumenti fittissimi e 
fuggitivi del magnetismo della sbarra. La lastrina mittente compirà 
ugualmente diversi ufficj, ben facili a immaginarsi. E poiché la fe- 
deltà e bravura di cotesto timpano metallico apparisce così perfetta 
da superare ogni aspettativa, facilmente riconosciamo che le sue 
azioni e quelle della calamita sono perfettamente concordi e simul- 
tanee. 

Ho provato a diminuire l'elasticità del diaframma ricevente. Fino 
a un certo punto le voci, le parole e i suoni tutti venivano ben espressi. 
Per esempio dei dischi fatti con la latta comune, anche grossi, ser- 



A. SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO. 199 

vono bene. Ho messo invece del solito diaframma delle grosse la- 
stre di ferro, arrivando persino a pesantissime sbarre dello spessore 
di centimetri 3 Vs» e posando l'orecchio su questi alti piastroni ho 
sentito distintamente gli urli che si facevano sul telefono dell'altra 
stazione. 

Di nuovo adunque si fa chiaro che l'azione intima molecolare ha 
gran parte nell'azione del telefono, né tutto il suo segreto può dirsi 
riposto nel moto oscillatorio del diaframma intero. 

7.° Infine voglio qui ripetere che ho fatto qualche studio per co- 
noscere a qual grado di perfezione arrivi 1' apparecchio nel riprodurre 
tutti i minimi elementi della parola. 

A questo fine mi son fatto trasmettere un gran numero di parole 
prive di senso, come, per esempio, parole italiane lette a rovescio, 
ed io stesso ho trasmesso ad altri molte parole e frasi di lingue stra- 
niere non conosciute da chi le riceveva. In tutti questi casi la tra- 
smissione riusciva imperfettissima, ed era veramente impossibile de- 
cifrare molti suoni e scrivere quello che si sentiva. Anche i nomi 
propri spesso non s'indovinavano. È dunque ben chiaro che il tele- 
fono non ò per so un istrumento perfetto; e se sembra tanto esatto 
nelle sue trasmissioni, egli è percliè vi concorre in grandissima parte 
l'attività mentale della persona che ascolta, la quale completa e in- 
terpreta i suoni dati dall'apparecchio. Laonde per questo riguardo 
deve dirsi: l.°che il telefono, com'era è composto, non potrebbe con- 
vertirsi in apparecchio scrivente perfetto; 2.° che l'impiegato telefo- 
nico può facilmente cadere in errore nel ricevere dei nomi propri; 
3." che non potrebbe l'impiegato ricevere un dispaccio espresso in 
una lingua da lui non conosciuta. 



IDRODINAMICA. — Intorno ad un caso di moto a due coordinate. 
Nota del prof. Eugenio Beltrami, 

È noto che Diriculet iniziò, nel 1852, la trattazione d'un ramo 
importantissimo dell'idrodinamica razionale, cioè la teoria rigorosa 
del moto d'un solido in un fluido incompressibile indefinito, deter- 
minando, come primo saggio di tale teoria, tutte le circostanze del 
movimento d'una sfera solida in un tal fluido. Tralasciando d'ac- 
cennare le indagini istituite successivamente dai geometri intorno a 
questo soggetto, per le quali si possono consultare i §§ 24-30 delle 
mie Ricerche sulla cinematica dei fluidi (Memorie dell'Accademia di 
Bologna, t. I, II, III e V della serie III), aggiungerò soltanto che il 
problema trattato da Dirichlet ha il suo riscontro, nel moto a due 



200 E. BELTRAMI, INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE. 

coordinate, in un problema del quale nel § 31 delle citate Ricerche 
è considerato il caso relativo ad un velo fluido piano, in cui si muova 
un disco ellittico o circolare. Credo utile di qui esporre brevemente 
un altro esempio consimile di moto a due coordinate, quello cioè d'un 
velo fluido ricoprente la superfìcie d'una sfera, obbligato al moto da 
una calotta sferica e rigida, scorrente sulla sfera stessa. Questo caso 
di moto presenta alcune discrepanze in confronto di quello relativo 
al velo piano ed al disco circolare, discrepanze che risultano prin- 
cipalmente dall'essere finita l'area occupata dal fluido e dall'essere 
impossibile ogni moto di semplice traslazione della calotta. 

Per semplicità, giova supporre = 1 il raggio della sfera, conside- 
rando invece del moto vero la projezione centrale del moto stesso 
sopra una superficie sferica di raggio = 1 concentrica alla data. As- 
sunto in questa superfìcie un punto fisso P (per ora arbitrario) come 
polo, chiamiamo p la distanza sferica di un punto qualunque della 
superfìcie da questo polo e la longitudine del punto stesso contata 
da un meridiano fìsso. Ammessa l'esistenza d'un potenziale di moto 
U, l'equazione di continuità è data, rispetto alla superfìcie sferica 
ed alle coordinate in essa scelte, da 

Se in quest'equazione si pone 

U=RQ, 
dove R sia funzione della sola p e della sola G, si ottiene 
seno d IclR \ 1 d}Q 

equazione che, designando con n^ una costante arbitraria, si spezza 
nelle due equazioni seguenti: 

dldR \ ,„ d^Q 

Queste sono immediatamente integrabili, e danno: 
per n = 

Ì2 = ^logtg| + 5, 



per n diverso da 



= aO + ò; 

iJ=^(tg|)'+B(cotl)" 

= rtcosnO + ^'SennO, 



E. BELTRAMI, I-NTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE. 201 

dove A,B,a,b sono costanti arbitrarie. Escludendo dunque, per 
noto ragioni, i valori non interi di n , si può porre 

C/=Lllogtg^ + /A:aO + &) (1) 

+ V [.4,itg|-y + 5»(cot|-yj(a,.cosn6 + &„sennO). 

Biso-na ora determinare le costanti arbitrarie contenute in que- 
st'espressione (costanti rispetto a p, 0, ma generalmente funzioni del 
tempo) in modo da soddisfare alle condizioni peculiari del problema 

proposto. j 1 V • • 

Incominciamo col determinare le componenti, secondo le direzioni 
del meridiano e del parallelo, della velocità che un punto qualunque 
M(p,0) della superficie sferica possiede, allorché lo si consideri come 
appartenente ad una figura sferica invariabile ruotante, senza abbando- 
nare la superfìcie sferica di cui fa parte, intorno ad un punto C della 
superficie stessa, con velocità angolare co. Siccome vi sono sempre due 
centri sferici di rotazione, sceglieremo per C quello che è piU vi- 
cino al polo P, e designeremo con Po,6o le coordinate sferiche di 
questo punto (po ^^)- Supponiamo inoltre che ad un valore posi- 
tivo di 0) corrisponda una rotazione intorno a C procedente nello 
stesso verso in cui un meridiano mobile ruota intorno al polo P 
quando la sua longitudine cresce. Premesso ciò, e posto per un mo- 
mento 

Arco CM=ff, AngoloCMP=T, 

è facile vedere che la velocità assoluta u del punto M è 

u = (à sens, 
e che le componenti w^, Mq di questa velocità secondo le direzioni in 
cui crescono le coordinate p e 6 del punto M, sono 

u =— o^seno-senr, wg^wsenacoST. 

Ma dal triangolo sferico CPM si trae 

sen ff sen T = sen Po sen (0 — 0^) , 
sen C7 cos T = cos Po sen p - sea po cos p cos (0 - 6^) ; 

si ha dunque 

Mp = ojsenpoSen(Oo — 0), 

Uq = 0) [cos Po sen p - sen Po co? p cos (0^ - 6) ] . 

Se, per maggiore semplicità, si assume come direzione del primo me- 



202 E. DELIRAMI, INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE, 
ridiano quella della velocità che prende il polo P per effetto d'una 
rotazione positiva intorno a C, cioè se si pone 0^-=-^, si ha final- 
mente 

w^=wsenpQCosO , \ 

f- (2) 

W0 = oj(cospoSenp— senpgCospsenO) i 

Supponiamo ora che la calotta solida, scorrente sulla superficie 
sferica, abbia il raggio sferico «, e, considerandola nella posizione 
che occupa in un istante determinato, assumiamo come polo P il 
centro interno di essa, e come direzione del primo meridiano quella 
della velocità del centro stesso nell'ipotesi che il moto istantaneo 
della calotta, che è necessariamente una rotazione intorno a due punti 
opposti C e C della superfìcie sferica, sia una rotazione positiva in- 
torno a quello, C, che è meno lontano dal suo centro interno. Conti- 
nuando a chiamare w la velocità angolare di questa rotazione istan- 
tanea (velocità che può essere positiva o negativa, stante la scelta 
fatta del punto C), l'espressione 

ojsenp(,cosO 
rappresenta, dietro quanto si è testé premesso, la componente della 
velocità d'un punto (6) del contorno della calotta secondo il meri- 
diano di questo punto, cioè secondo la normale esterna al contorno 
stesso. Ora la componente, nella medesima direzione, della velocità 
di quella particella fluida che si trova a contatto col lembo della ca- 
lotta in quel punto è 

dunque affinchè il moto istantaneo del fluido sia conciliabile con quello 
del solido, bisogna, come è noto, che sia soddisfatta la condizione 

per ogni punto del contorno, cioè per ogni valore di G. 

Ma vi è ancora un'altra condizione cui bisogna soddisfare. Nello 
spazio occupato dal fluido, p varia da a a tu, da a 27r Per o°-ni 
sistema di valori delle variabili p e e, presi entro questi limiti, biso- 
gna che le componenti della velocità del fluido, cioè le quantità 

dp' senp 3 

si mantengano costantemente finite. Ora questa condizione esclude 



E. BELTRAMI, INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE. 203 

necessariamente tutti i termini che contengono 
tg|-, logtg^, 0, 
talché U non può essere che della forma 

£/■ = 24 <^ot^ I («" cos n 0+ hn sen n 6) , 



donde 

ai 

La condizione (3) relativa al contorno è dunque 



^- L_21>?fcot-^r(cf„cosnO + &HSenn0), 

^p senp 1 \ iJ; 



2»^(cot— j (a^cosn 



4- ^„ sen w 0) = — co sen Po sen a cos 



identità dalla quale risulta che tutte le quantità a, b sono nulle ad 
eccezioae di a^, e che questa è determinata dall'equazione 

Oi cot-= — oj sen poSen a , 

donde 

a^rr: — 2ojsenpo(sen-J . 

La funzione ?7 che soddisfa a tutte le condizioni del problema è dun- 
que la seguente 

£/ = -2cosenpo[3en^j cot|-cosO, (4) 

epperò questa funzione coincide necessariamente col cercato poten- 
ziale di moto. Si vede che questo dipende unicamente, oltre che dal- 
l'ampiezza della calotta, dalla velocità del centro di questa (=- 
oiSenpo). 

Dalla trovata espressione di U, chiamando u la velocità assoluta 
d'un punto (p,0) del fluido e u^, Ug le sue componenti nelle solite di- 
rezioni, si deduce 



sen 



u =tosen Po I 

\ sen^ 



coso, U0=:wsenpo I senO, (5) 




u = ±fosen Po I 



_l_t<- 



sen^ 



P I "p 



204 E. BELTRAMI; INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DU& COORDINATE. 

dove nell'espressione di u vale il segno + o - secondo che la ve- 
locità angolare oj è positiva o negativa. La velocità del fluido varia 
dunque da punto a punto colle due leggi seguenti: 

1.° Lungo uno stesso parallelo è costante il valore assoluto della 
velocità; esso è massimo ed = ± co sen p^ (velocità del centro della 
calotta) lungo il lembo della calotta solida, ed è minimo ed = 

d= co sen Po sen |- nel centro della calotta fluida. In generale questa 



velocità assoluta varia in ragione inversa del quadrato della distanza 
dal centro della calotta solida. 

2° Lungo uno stesso meridiano la direzione della velocità fa un 
angolo costante col meridiano stesso, e propriamente un angolo che 
è eguale alla longitudine del meridiano considerato. 
L'integrale 

esteso a tutta la superfìcie 5 della calotta liquida, che ora suppo- 
niamo ridotta al suo vero raggio, a, è 

(6) 



h 



2 

L'equazione difl*erenziale delle linee di moto 
cZp senpt^O 

è immediatamente integrabile e dà 

cbt^sen 9 = Costante. 

Queste linee di moto non sono altro che circonferenze minori, tan- 
genti nel polo al meridiano iniziale. La disposizione, facilissima ad 
immaginarsi, di queste linee, dà un'idea chiarissima delle velocità 
istantanee che nascono in seno al fluido per effetto d' uno spostamento 
infinitesimo della calotta solida. 

Ma queste linee di moto non sono vere trajettorie delle molecole 
fluide, perchè il moto non è permanente. Per ottenere le formolo 
relative alle vere trajettorie bisognerebbe, con una trasformazione di 
coordinate sferiche, rendere indipendente l'espressione di U dalla po- 
sizione istantanea della calotta, e introdurre quelle funzioni del tempo 
che definiscono la posizione variabile della calotta stessa. 

Invece di ciò fare, consideriamo il moto relativo del fluido rispetto 
alla calotta, riguardata come immobile. Si ottiene questo moto re- 



E. DELIRAMI INFORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE. 205 

lativo attribuendo al sistema costituito dal fluido e dalla calotta una 
rotazione comune — w intorno al centro istantaneo C, cioò compo- 
nendo colla velocità propria di ciascun punto (o.O) di tal sistema la 
velocità di componenti — u , — Uq, Con ciò la calotta solida è ri- 
dotta all'immobilità, e le componenti u' u'g della velocità relativa 
del fluido diventano, in virtù delle equazioni (2) e (5), 

9* O P \ 

seu*— — sen^— ^ 



2 cosa — cosp 
= w sen Pj cos 6 = — to sen p„ cos , 

sen^I 2sen2|- 



sen^ — + cospsen2 



(T) 



2 

— senO- wcospoSenp 



sen* p+ cosp — cosa 
= 0) sen Pq ■ sen 9 — w cos p^ sen p . 

2sen2^ 

Queste equazioni definiscono un moto permanente se to e p^ sono co- 
stanti rispetto al tempo, cioè se la rotazione della calotta rigida è 
invariabile quanto a velocità e quanto ad asse (condizioni di cui tut- 
tavia è sufficiente la seconda per rendere le linee di moto relativo 
identiche colle trajettorie relative). Ma, ammesse queste condizioni, 
il moto relativo, mentre diventa permanente, cessa (in ogni caso) di 
essere dotato di potenziale, perchè il moto che si è composto col vero 
è sempre e necessariamente rotatorio. D'altronde l'area a contorno 
fisso occupata dal fluido nel moto relativo è semplicemente connessa, 
e si sa da un teorema generale che, per questo solo fatto, non vi si 
potrebbe verificare moto alcuno che non fosse rotatorio. 
L'equazione difierenziale delle trajettorie relative 

cZp _senpcZO 

può scriversi così 

, p ^ ,^ sen^p + cos p — cosa ^ , 
(cosa — cosp) cot^ coso (:Z0+ sen6rfp 

2sen2|. 

— cotpgSenpcZp^O; 
ed integrata dà 

(cos a — C03 p) cot 1" sen 6 + cot Po cos p = Costante. (S) 



206 E. BELTRAMI, INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE. 

Per meglio riconoscere la natura di queste curve introduciamo un 
sistema d'assi rettangolari delle x, y, z diretti dal centro della sfera 

verso i punti di coordinate sferiche |p=— ,0=Oj, (p = r-, 9 = —) 

(p = 0), talché, chiamando a il raggio della sfera che si è projettata 
su quella di raggio 1, si abbia 

a? = a sen p cos 
y=a sen p sen 6 
z = a cos p. 
Da queste relazioni si trae 

cosp = — , sen6cotrr=-: — =—^ — , 

a Z 1— cosp a— z 

epperò l'equazione (8), ponendovi la costante del secondo memb 



ro 



sotto la forma —, diventa 
a 

(acosa — 2)2/ = (a — 5) (e — ^cot Po) (8)' 

Quest'equazione rappresenta una superficie cilindrica di second' or- 
dine a generatrici parallele all'asse delle x, cioè all'intersezione del- 
l'equatore col primo meridiano, parallele quindi alla direzione della 
velocità del centro della calotta solida. Questa superficie cilindrica 
è iperbolica, ed ha i piani assintotici l'uno parallelo all'equatore, 
l'altro normale all'asse di rotazione della calotta. Il primo piano as- 
sintotico è fìsso e coincide col piano del cerchio-base della calotta. 

Le trajettorie relative sono dunque linee sferiche di quart' ordine. 
Per 

e = a cos oc cot Po 
l'equazione (8)' diventa 

(acosoc— ^) (t/tgpo-i-^ — a) = 
e si decompone nelle due 

;s: = acos«, 
2/tgpo+^ = a, 

che rappresentano rispettivamente il piano del cerchio-base della ca- 
lotta, ed il piano condotto pel polo normalmente all'asse di rota- 
zione. 
Quando 

a 



E. BELTRÀMI, INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE. 207 
quest'ultimo piano non interseca punto la calotta fluida, ed in que- 
sto caso il contorno della calotta solida costituisce da sé solo una 
trajettoria relativa, lungo la quale la velocità relativa varia secondo 
la formola 



2 sen Po cos^— sen — cos p^ sen a 

= 2wcospoCos2|.ltgpoSenO-tg-J , 

talché essa resta sempre diversa da zero. 
Quando invece 

a 

il suddetto piano interseca il contorno della calotta in due punti, che 
diremo g e 6', il primo dei quali ha una longitudine compresa fra 

6 e r» i^ secondo fra ^ e tt. Chiamiamo y il punto in cui questo 

stesso piano sega il meridiano = ^, e 8, S' quei punti del contorno 

della calotta che corrispondono alle longitudini - e — ^ . In questo 
caso si hanno due trajettorie composte d'archi circolari; l'una è 

8g'Y6S 

e l'altra 

S'S'ygS', 

ove le lettere si succedono nell'ordine in cui una molecola fluida per- 
corre queste trajettorie, supposta positiva la velocità angolare w. 
Queste due trajettorie hanno in comune l'arco S'y 6, che va contato 
come una trajettoria doppia. Nei punti S, 6', dati da 

sen6=:cotpotg ^ , 

il fluido è in quiete relativa. 

Le porzioni di fluido contenute, in questo secondo caso, nelle tra- 
jettorie bicircolari rientranti che abbiamo determinate, si muovono 
indipendentemente l'una dall'altra (nel moto relativo di cui ci occu- 
piamo). Anche le altre trajettorie sono linee rientranti inviluppantisi 
le une sulle altre, e tutte interno all'una od all'altra delle due tra- 
jettorie bicircolari. 

Nel primo caso invece, cioè quando Po< ò") ' ^'^ ^°^ ^°^^ ^^^'^^ ^^ 
trajettorie. 



208 E. DELIRAMI, INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE. 

In ambedue i casi vi è, la ogni serie di trajettorie interne le une 
alle altre, una trajettoria infinitamente piccola, che si riduce ad un* 
punto il quale è in quiete relativa. Un tal punto corrisponde ad un 
contatto fra la sfera ed uno dei cilindri della famiglia rappresentata 
dall'equazione (8)': ma lo si determina più prontamente cercando il 

punto di velocità relativa nulla sui meridiani = ±-^. E siccome in 

di 

ogni punto di tali meridiani si ha u' =0, così basta porre 6 = ±-k 

nell'equazione u'g--0. In tal modo si ottiene, per determinare la 
coordinata p di un punto limite, l'equazione 

sen^ p + cos p — cos ocT cot po (1 — cos p) sen p = . 

Facendo nel primo membro di quest'equazione p = a, p = 7r si trova 
rispettivamente 

T^' -^""^V- 

sen Po COS - 

Il primo risultato è positivo qualunque sia il segno di— , nel caso 

in cui Po> — ; ed è positivo solamente se si prende il segno inferiore, 

nel caso in cui Po<j. Dunque quando ha luogo la separazione del 
fluido in due parti bicircolari, vi sono due trajettorie infinitamente 
piccole, l'una sul meridiano = + ^, l'altra sul meridiano = — — ; 

quando invece la detta separazione non ha luogo, ve n' è una sola. 



sul meridiano 6 = — —. Nel moto vero queste trajettorie infinitamente 

piccole, o punti limiti, corrispondono a molecole fluide che, al pari 
di quelle situate in é e 6', si muovono come se fossero invariabilmente 
collegate colla calotta solida. Di tali punti ve ne sono dunque quat- 

tro, oppure uno solo, secondo che Po è > oppure < — . 

Per mostrare come si determini il tempo impiegato dalle molecole 
fluide a percorrere le loro trajettorie, considereremo il caso più sem- 

plico in cui sia Po = p-, cioè quello in cui il centro della calotta solida 

percorra una geodetica della superficie sferica (con velocità che sup- 



E, BELTRAMI, INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE 209 

porremo costante). Il procedimento ò lo stesso anche nel caso che il 
detto punto percorra una circonferenza minore, salvo la maggiore 
complicazione del risultato. Se dall'equazione 

sen^^; — sen^ — 
dp 2 2^ 



2 
si elimina 6 mediante l'ecLuazione delle trajettorie relative 



si trova 



(sen*-i — sen'-J cot^sen6=~, 
\ <> 21 2 2 a 



senpsen^dp 

^ 2 ^ oidt 



^ 



■ — ±' 



4a2cos'|-|sen2|— sen^^r-c^sen^l- ^ 



Il primo membro è riducibile in molti modi ad un differenziale ellit- 
tico. Per esempio, ponendo 





sen^i. = i, 
2 to' 


sei» 2. = ! 

2 w. 


si ottiene 








dto 


udt 




IO \jb^ {la^ — wf {lo — l) 


'^'ic^~ 2a 


dove b = a{l- 


-cosa). Si ha dunque 






,-^'-''( 


dio 



dove restano a determinarsi, per ciascun caso particolare, il segno 
ed i limiti dell'integrale. 

Se invece di considerare come solida la calotta compresa fra p=0 
e p = a e come fluida la rimanente, si facesse la supposizione inversa, 
si troverebbe, come potenziale di moto del fluido occupante la prima 
calotta, 

r= 2 (0 sen p cos^ -^ *© 1" cos ; 
2 2 

e l'integrale di — u*, esteso a tutta la calotta medesima, sarebbe an- 
cora lo stesso di prima. I due moti del fluido potrebbero coesistere, 
qualora la superfìcie sferica fosse tutta ricoperta d'un fluido, ob- 
bligato a spostarsi da un anello circolare rigido, di raggio sferico oc, 
Scorrente sulla superficie stessa. 



210 E. BELTRAMI, INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE. 

Del resto è noto come, conoscendo l'espressione 'del detto integrale 

di — u^ esteso a tutta la massa fluida, il problema del moto d'un 

solido sottoposto (oltreché a forze date) alla pressione del fluido in 
moto che lo circonda, sia riducibile agli ordinarj procedimenti della 
dinamica dei corpi rigidi. 



PATOLOGIA VEGETALE. — Studj sulle dominanti malattie . della 
vite. — Memoria presentata del M. E. prof. Santo Garovaglio e 
dal S. C. dott. A. Cattaneo. 

IL 

Del Mal Nero. 

Con questo nome sogliono i viticoltori dell'Italia meridionale de- 
signare una malattia tuttora oscura nella sua essenza, ma a quanto 
pare molto dififusa oggidì in Italia e fuori, e non meno perniciosa 
del Vajuolo o Picchiola. 

Diagnosi della malattia. 

Riserbandoci a riportare piti sotto le particolareggiate descrizioni, 
che ne hanno dato coloro, che ebbero l'opportunità di studiare la 
malattia sul luogo, noi ci limitiamo qui a notare, che essa si dà 
a conoscere a certe strisele nerastre longitudinali, che si manife- 
stano sotto la corteccia sul corpo legnoso dei ceppi e dei rami e 
talvolta per fino lunghesso i fasci fibro-vascolari dei picciuoli, con 
successivo disseccamento delle parti annerite e di quelle che loro 
stanno più vicine. 

Il male non è nuovo: suoi caratteri. 

Sebbene non possa esservi dubbio, che il mal nero abbia infierito 
in varie provincie d'Europa anche in tempi da noi remoti, è però 
a credere, che per un periodo di molti anni sospendesse i suoi tristi 
effetti od anche cessasse totalmente, avvegnaché nessuno degli scrit- 
tori ampelografici, che nella prima metà del corrente secolo si oc- 
cuparono dello studio delle malattie dei vitigni, ne faccia partico- 
lare menzione. 

Solo da due lustri il morbo ricomparve improvvisamente in varie 
Provincie della Francia meridionale, nella Sicilia e nel Napoletano, 
menandovi gravissime stragi, e traendo a morte gran numero di 
piante. 



S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMLNANTI MALATTIE DELLA VITE. 211 

Colpiti dalla gravità del disastro, i nostri vignajuoli alzarono un 
tal grido di sgomento, che fermò l'attenzione del R. Ministero d'Agri- 
coltura, il quale, vigile custode degli interessi delle popolazioni 
agricole, si faceva sollecito d'invitare le stazioni agrarie da esso di- 
pendenti ad occuparsi con amoroso zelo dello studio di questa ma- 
lattia per definirne, se possibile, la vera natura, metterne in sodo 
le cause e trovar mezzi acconci a prevenirla e debellarla. 

A tal fine faceva avere anche al nostro Laboratorio alcuni saggi 
(frammenti di ceppi e rami) di viti infette, provenienti dalle zone 
vinicole dei dintorni di Castellamare presso Napoli, di Vittoria 
presso Siracusa, e delle vicinanze di Catania. 

Soddisfacendo di buon grado al pressante invito, noi ci mettemmo 
ben tosto all'opera, non senza speranza di poter coi nostri studii riu- 
scire a qualche felice risultamento, se non nel campo della tera- 
peutica, troppo mal sicuro a percorrere per chi non ha modo d' in- 
stituire esperienze nei siti travagliati dal male, in quello almeno per 
noi più agevole di rintracciarne le condizioni genetiche e patologiche. 

Come prima noi ci facemmo ad esaminare i caratteri patognomo- 
nici che manifestavano i saggi posti a nostra disposizione, compien- 
doli con quelle delle particolareggiate descrizioni che ne ofi'rivano 
le dotte relazioni, ond' erano accompagnati quelli di Castellamare e 
di Catania, subito entrò in noi la convinzione, che il morbo nero non 
differisca essenzialmente da quella malattia, che nella seconda metà 
del secolo passato infierì nell'Austria superiore, nella Moravia, in 
una parte dell'Ungheria, nell'Alsazia e nella Franca Contea, così 
bene descritta dal R. padre Prudente di Faucogney in una Memoria 
premiata nel 1777 dall'Accademia di Besanzone sul tema: 

« Quali siano i caratteri e le cagioni di una malattia, che comincia 
ad attaccare molti vigneti nella Franca Contea, e quali i me.szi di 
prevenirla o di guarirla? » 

In conferma della nostra congettura stimiamo dovere qui riportare 
le parole con cui il R. padre descrive l'aspetto esteriore delle piante 
ammalate, cui faremo seguire quelle contenute nelle mentovate re- 
lazioni. 

« I ceppi ammalati (scrive il padre Faucogney) germogliano piti 
tardi che gli altri, il liquore acquoso che ne distilla in primavera 
è in minore quantità e trovasi un poco colorato e biancastro ; la 
pellicola, che inviluppa il legno, apparisce pallida verso la sommità, 
e talvolta annerisce insensibilmente da una parte, dal collare sino 
al disopra. I germogli sono meno nutriti, si sviluppano lentamente, 
terminano in punta e danno poche foglie. T nodi s'indurano e la- 
sciano poco luogo alla circolazione del succhio. Le foglie picciolei 
Rendiconti. — Serie II, Voi. XI. 14 



212 S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE. 

sottili, indurite, increspate presentano un color giallo sporco, livido 
e sovente striato di rosso, i pampini non si elevano che lentamente, 
e fin dal loro nascere formano una spirale allungata. Finalmente 
comparisce l'uva; ma questa non è che un aborto, i grani sono ra- 
rissimi, piccioli, neri da una parte e sovente d'un color porporino. » 

Contrapporremo ora quello che leggesi nella relazione della Com- 
missione incaricata di verificare sui siti i danni recati dal morbo 
nero nei vigneti dei dintorni di Catania. 

« La Commissione (così scrive il Relatore) ha potuto constatare 
da sé, come quasi tutte le viti affette avessero delle ramificazioni 
morte, alla guisa di quando han da poco sofi'erto il gelo e la brinata, 
mentre nei rami, ove esiste ancora il nuovo germoglio, non è que- 
sto talora di primo getto, ma quando pure lo è, trovasi sempre in- 
tristito e debole con fogliame arricciato e di color sbiadito, mac- 
chiato, bruciaticcio e secco per alquanti millimetri al margine e nella 
dentatura di alcune foglie o di tutte. I grappoli hanno color sbia- 
dito, sono allungati oltre l'ordinario sui proprii picciuoli, siccome 
appaiono dopo la fioritura, quando abbiano sofferto nella allegazione, 
e portano acini sparsi, radi, piccolissimi. 

« Tagliata la pianta afi-etta in qualunque delle sue parti aeree o 
radicali, presenta quasi sempre delle chiazze fosco-brune a puntine 
nere, che sembrano estendersi dal centro alla periferia, come se ne 
osservano talora delle simili sotto la decorticazione. 

« I viticoltori del sito (prosegue il Relatore) afl"ermano, che tali 
manifestazioni si mostrano piti sensibili nel progredire della vegeta- 
zione, come asseverano d'aver osservato, che il male afl-etta prima 
la parte aerea nella sua estremità superiore e va poi scendendo, ar- 
recando per gradi la morte, verso la parte sottostante, non arri- 
vando tal fiata alle radici, che dopo 3 o 5 anni. » 

Il signor Marcello Pepe alla sua volta così traduce a parole l'im- 
pressione fatta su di lui dalla vista dei vigneti di Castellamare fla-- 
gellati dal medesimo morbo. 

" Recatomi sopra luogo, vidi tosto che nel vigneto erano sparse 
non poche viti, la cui vegetazione era in parte spenta ed in parte 
in notevole deperimento. Desse avevano rigogliosamente vegetato 
ed avevano prodotti tralci, fogliame e grappoli, e poi da giugno in 
qua erano venute man mano disseccandosi. Il disseccamento procede 
invadendo longitudinalmente in un lato tralci e tronco, indi si dilata 
ed estende abbracciando i contigui fasci fibrosi ed infine abbraccia 
l'intiera pianta. Con questo procedere del morbo avviene, che nelle 
viti si vedono foglie e grappoli verdeggianti, mentre il tralcio che li 
porta è già disseccato nel lato opposto. Tagliando longitudinalmente 
il tralcio, si trova nei nodi una tinta bruna o nericcia. 



S. CAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE. 213 

« La sezione trasversale presenta un segmento piti o meno ampio, 
disseccato ed un segmento tuttora verde, sicché si potrebbe da cima 
a fondo separare i fasci fibrosi secchi dai verdi. Il disseccamento 
comincia dall'esterno all'interno lunghesso tutta la sagoma indivi- 
duale ed apparentemente si manifesta dall'alto in basso, perchè si 
pronuncia prima dove l'evaporazione è maggiore. 

u Scalzate quelle viti si trova che le radici sono anch'esse in tutto 
o in parte appassite, ma presentano alla loro superfìcie ulcerazioni 
profonde sino all'alburno, le cui cellule veggonsi diflformate in una 
c^ranulazione callosa, cosparsa di efflorescenze bianchiccie o trasu- 
damenti di soluzioni saline evaporate, non senza la presenza di qual- 
che muffa. " .... 

La concordanza nei momenti principali di tutte queste descrizioni 
rispetto ai fenomeni che presentano le viti affette dal mal nero, men- 
tre prova che tutte accennano ad una medesima condizione patolo- 
gica, ci dispensa dal darne noi una propria, la quale, fatta su pochi 
frammenti di piante già tratte in fil di morte, non potrebbe non riu- 
scire che molto incompleta e forse anche in qualche parte inesatta. 

In quella vece noi c'ingegneremo di chiarire le alterazioni cui 
so-iaciono i tessuti interni della pianta per l'azione distruggitrice 
di Vesto morbo, quali ci vennero discoperte dal microscopio. A no- 
stro giudizio esse ci danno un chiaro lume sull'essenza patologica 
del male e sulle cause probabili che l'hanno prodotto. 

L'organizzazione del cilindro legnoso rispetto alla natura degli ele- 
menti istologici, ond'esso si compone, è, come tutti sanno, nella 
vite su per giù quella medesima degli altri alberi dicotiledoni no- 
strali a legno duro. Nel centro sta il midollo di forma cilindrica co- 
stituito da cellule poliedriche a pareti grosse, segnate da Imee che 
corrono irregolarmente e pigliano l'aspetto d'occhielli. La zona che 
contorna il midollo consta, là dove s'addossa al medesimo dì uno o 
due strati di cellule allungate , che contengono granelli d amido. A 
questi si sovrappongono fibre legnose assai sottili accompagnate da 
vasi spirali cui piU all' infuori seguono altre fibre con vasi rigati e 

punteggiati. . , 

Questa cerchia di fasci fibro-vascolari è attraversata per ogni dove 
da sottilissime laminette verticali di tessuto cellulare, a cellule ret- 
tangolari schiacciate. Or bene, nelle piante affette dal mal nero, buon 
numero di vasi, massime 1 rigati che sono i piti grossi, si trovano 
infarciti da una sostanza che a modo di tappo ne ottura per spazii 
più o meno lunghi l'interna cavità. Esaminata al microscopio questa, 
sostanza dassi a conoscere formata di vescichette del diametro di 
30 micromillimetri, zeppe al di dentro ed attorniate al di fuori da 



214 S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE. 

migliaia e migliaia di bacterii riconoscibili pel loro movimento istan- 
taneo e vivace, quando siano immersi nell'acqua. La tintura di iodio 
dà alla massa color giallo bruno, l'azotato di mercurio la tin-e in 
rosso mattone. ° 

Noi crediamo che appunto in questa alterazione dei sughi conte- 
nuti negli elementi organici del legHo, abbiasi a cercare l'essenza di 
questa malattia prodotta indubbiamente da una viziata assimilazione 
come già non era sfuggito all'occhio sagace del P. Faucognej, il quale 
vi accenna molto chiaramente, quantunque per le imperfette cogni- 
zioni, che a' suoi tempi si avevano dell'intima tessitura delle piante 
con un linguaggio che certamente non è quello della scienza del 
giorno. 

Riportiamo le sue parole : 

« Scomponendo ì ceppi ed esaminandoli col microscopio, vedesi in 
distanza di tre o quattro pollici dal tronco una macchia nericcia, 
la quale si estende fino al midollo, la penetra e ne disgiunge la tes- 
situra cellulare ; questa macchia si propaga fino alle radici, le quali 
ben tosto marciscono. Il midollo così alterato non fa più nessuna 
inserzione entro le fibre legnose dei vasi linfatici : i piccoli otri dei 
corpi spugnosi sono flosci e rilassati e cominciano a divenirvi bianchi : 
i vasi tubulari lentamente si disseccano e finalmente perdono l'uso 
delle loro funzioni a cagione dell'alterazione e mancanza del succhio. 
I vasellini microscopici non hanno piti il loro moto peristaltico; il 
soggiorno di questi fluidi stagnati accresce la carie e corrompe ben 
tosto la tessitura cellulare; la sostanza capillare aderente alle radici 
è quasi sempre marcita; siff^atta alterazione si estende per tre o quat- 
tro pollici in tutti i ceppi attaccati dalla malattia; alcune di queste 
fibre hanno già perduto almeno i due terzi della loro lunghezza na- 
turale. » 

Etiologia. 

Se^ la causa essenziale o prossima del mal nero non può essere 
dubbia da quanto abbiamo detto, non è egualmente agevole stabilire 
una probabile congettura sulla causa occasionale o remota. 

Anzitutto noi dobbiamo escludere l'opinione messa innanzi da re- 
centi scrittori, che essa abbia a cercarsi nell'azione nociva di paras- 
siti vegetali. 

I pochi fili micelici osservati per entro ai guasti tessuti in pros- 
simità delle radici, come ancora le varie forme di miceti piti per- 
fetti, che si riscontrano qua e colà sulla scorza dei ceppi e dei rami 
delle piante ammalate (tra i quali una nuova specie di Pleospom, 
di cui diamo la descrizione e la figura in appendice alla presente re- 



S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE. 215 

lazione), non ponno a buon diritto accagionarsene. E di vero la pre- 
senza di que'fangilli non ò costante; essi non trovansi in prossimità 
delle chiazze nere, e sono in quantità troppo piccola per poter dar 
ragione dei fenomeni gravissimi che si succedono nel decorso di 
questa malattia, di cui essi son piuttosto l'effetto che la causa. 

Neanche vorremmo in tesi generale accettare l'opinione del Fau- 
cogney, il quale all'appoggio di certe sue esperienze ripone l'origine 
del male nella condizione di una terra fredda, vischiosa e sover- 
chiamente umida per acque stagnanti, onde vengono rammollite le 
fibre delle radici, che indebolite e infracidite riescono inette a ri- 
cevere ed elaborare convenientemente i sughi nutritizia 

A questo modo di vedere del rev. Padre sta contro l'osservazione, 
che il male si manifesta solo da uno dei lati, lasciando incolume il 
corrispondente, e che esso procede dall'alto al basso e come a sbalzi, 
occorrendo per lo piti di trovar prossimo ad una porzione malata 
un lungo tratto di tessuto perfettamente sano. Arrogi che nelle Pro- 
vincie meridionali della nostra penisola i vigneti piU offesi erano 
quelli piantati in terreni vulcanici, aridissimi e quindi sotto condi- 
zioni di vegetazione al tutto dissimili da quelle avvertite dal Fauco- 
gney, come appare dalla citata relazione del signor Marcello Pepe, il 
quale, parlando della postura di uno dei vigneti più malmenati dal 
morbo nero, così si esprime: 

« Il vigneto è sito alle falde del Vesuvio, il suolo coltivato è di 
lave vulcaniche, ossia detrito di sabbie vulcaniche, noobilissimo, sof- 
fice, aridissimo. Gli strati radicali delle viti stanno molto profondi. 
11 sotto suolo consta di strati alternati di scorie di lave vulcaniche 
e di pure ceneri ; è perciò anch'esso aridissimo. » 

Nò molto più probabile è l'opinione di coloro, che derivano la ma- 
lattia da un particolare fomite morboso che assalga le viti a modo 
di contagio, né di quegli altri che vanno a cercarne l'origine nelle 
perturbate condizioni atmosferiche, stantechè e l'una e l'altra sup- 
posizione non bastino a dare una spiegazione soddisfacente del 
modo con cui la malattia si manifesta, cresce ed imperversa, e come 
avvenga che in prossimità d'una zona vinicola quasi interamente di- 
strutta dal fatai morbo, non sia raro riscontrarne delle perfetta- 
mente sane. 

È dunque questo un problema che noi per ora lasciamo insoluto, 
raccomandandolo all'attenzione di quei pratici ed intelligenti vigna- 
juoli, che hanno modo di seguire passo passo il corso e l'andamento 
della malattia da' suoi primordi! fino agli ultimi termini, e sono nella 
condizione di poter tener conto di tutte le circostanze di terreno, di 
clima, di avvicendarsi di temperie, di governo della piante, per rico- 



216 S. GAROVAGLIO, E A. CATTANEO, SULLE DOMINA.VTI MALATTIE DELLA VITE, 
noscere quali influenze or benigne, ora avverse, ciascuna di queste 
può avere nel favorire o circoscrivere la diffusione del flagello. 

Cura. 
Del resto comunque possano la scienza e la pratica rispondere al- 
l'arduo quesito, dacché abbiamo mostrato che l'essenza del male vuoisi 
cercare in una corruttela dei sughi per alterata facoltà di assimila- 
zione della pianta, per noi non può essere dubbio, che la cura deve 
tendere a rinvenire i mezzi confacenti a ritornare il viziato processo 
di nutrizione alle sue ordinarie, regolari condizioni. E questo cre- 
diamo si possa fare anche senza discutere previamente e risolvere 
l'ardua intricata quistione, se cioè le masse di bacterii che infarci- 
scono i vasi e le fibre si svolgano dentro ai medesimi per una me- 
tamorfosi anormale dei sughi che scorrono in essi, ovveramente siano 
penetrati dal di fuori, come è il caso delle anguillole nel rachitismo 
del grano. 
Cotali mezzi si ponno compendiare nell'unico precetto : 
« Usare tal governo nella coltivazione dei vitigni, che restituisca 
alle radici l'infiacchita energia e le rinforzi nell'opera di elaborare 
in modo normale le materie che loro vengono date in alimento. « 

A tal uopo potrà tornar opportuno di recidere i rami guasti; mon- 
dare la pianta dai seccumi; promuovere lo scolo delle acque stagnanti; 
moderare ed anche al tutto intralasciare l'uso dei concimi di sostanze 
animali troppo facili a fermentare, dando la preferenza a quelli di 
materie vegetali o minerali, quali a mo' d'esempio la fuliggine, la 
feccia dei semi di lino, di canape, di ravizzone, la segatura di legno, 
la calce, il gesso, le ceneri. Lavorare profondamente il terreno, pur- 
gandolo dagli insetti, che per avventura s'annidassero presso le ra- 
dici, non intralasciando tutte quelle altre cure e diligenze, che una 
saggia ed oculata pratica ha riconosciute le più confacenti a man- 
tenere vegeta e rigogliosa la vite. Maggiori particolari nel rispetto 
terapeutico noi non siamo in grado di dare, né si potrebbero ragio- 
nevolmente pretendere da un istituto, qual' è il Laboratorio Critto- 
gamico, che non tiene a sua disposizione terreni per ricerche ed espe- 
rienze pratiche. 

Da quanto siamo venuti fin qui divisando, noi crediamo di poter 
trarre le seguenti conclusioni, che a modo di corollari sottoponiamo 
al giudizio degli uomini della scienza e dei valenti vignajuoli, che 
ebbero ed avranno l'opportunità di studiare la malattia nei luoghi 
stessi, ove maggiormente infierisce, afiinchè essi sentenziino, se ab- 
biamo colto nel segno o preso abbaglio nelle nostre congetture. 

1.° Il mal del Nero è malattia autonoma non nuova, ma d'ori- 



S. GAROYAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE. 217 

gine antica, quantunc[ue non abbia ricevuto nome particolare e i fìto- 
patologi del corrente secolo non ne facciano parola, forse perchè 
l'ebbero a confonderò con altre piti volgari affezioni dei vitigni. 

2.° Essa consiste in un turbato processo di nutrizione, onde vien 
favorita la formazione di organismi stranieri alle piante, massime 
di bacterii, che raccolti in grande numero infarciscono i meati in- 
tracellulari e le cavità dei fascetti fibro-vascolari d'una parte del 
cilindro legnoso, arrestando e deviando il corso regolare dei sughi 
nutritivi. 

3." Tuttora ignota ne è la causa occasionale, essendo improba- 
bile che essa abbia a riconoscersi, come vogliono alcuni moderni, nella 
presenza dei pochi parassiti vegetali ed animali che talvolta si ri- 
scontrano sulle piante infette, in un fomite contagioso particolare 
od in alterate condizioni atmosferiche. 

4.° La cura dovrà essere diretta a correggere e migliorare il vi- 
ziato processo vegetativo con un conveniente governo dell'alimenta- 
zione dell'albero. 

Non possiamo chiudere questi brevi ed imperfetti cenni senza espri- 
mere un voto ed una preghiera. Voglia il Governo dar opera a rac- 
cogliere tutte quelle notizie, che valgano a fissare con certezza l'epoca 
prima della comparsa del male, l'estensione che esso ha preso tra noi, 
i sintomi che lo fanno riconoscere fino da suoi primordii, le cause 
che ne favoriscono lo sviluppo e l'esito favorevole o contrario dei 
tentativi fatti finora dai vignajuoli per debellarlo e prevenirlo. 

Solo colla scorta di siff'atte indicazioni potrà il fitopatologo for- 
marsi un esatto concetto della vera natura di questo male, per trarne 
quindi non equivoci criterii che lo guidino nella scelta dei mezzi piU 
acconci ad arrestare e rimuovere i desolanti effetti di un flagello, 
che minaccia di annichilire in capo a non molti anni uno dei piti im- 
portanti ed utili prodotti della nostra territoriale ricchezza. 

Bibliografìa. 
Fuori della più volte lodata Memoria del P. Faucogney, nella quale 
non può essere dubbio trattarsi di questa malattia, noi non conosciamo 
altro lavoro a stampa nò antico, né moderno sulla medesima. Impe- 
rocché non siamo certi, se ad essa possa riferirsi il breve articolo di 
Antonio Mori inserito nel fas. 35° (agosto 1877) del periodico « L'Agri- 
coltura Italiana " del Caruso, che reca per titolo « Sopra una ma- 
lattia delle viti mayiifestatasi nei monti e nelle colline Pisane »» e se 
col Mal Nero sia una stessa cosa la « Necrosi speciale sospettata dal 
Dunal a Montpellier nel 1861 » di cui fa parola il Berti Pichat a 
carte 1290, cap. 948, Voi. V. 2° delle sue *i Istituzioni d'Agricoltura^ 



218 S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMLVANTI MALATTIE DELLA VITE. 

Del resto le descrizioni che molti dei moderni, massime francesi, 
fanno dell'Antracnosi accennano indubbiamente al Mal Nero e alla 
Picchiola ad un tempo, tanto che ne è dato supporre che essi appli- 
chino senza distinzione quel nome all'una e all'altra malattia, quasi 
fosse una sola. (1) 

DESCRIZIONE 

di una nuova specie di Pleospora scoperta sui frammenti di viti 
affette dal Mal Nero provenienti da Castellamare presso Napoli. 

Non poche sono le essenze fungose che si riscontrano sui rami e 
sui tralci e talora anche sui ceppi delle viti attaccate dal Mal Nero; 
tra queste ci venne dato di riconoscere V Hendersonia sarmentorum del 
Westendorp, la Pestalozzia pezizoides del De Notaris e la Sphaerella 
vitis (Lasch) del Fuckel. Speciali notizie intorno a questi e ad altri 
miceti che infestano le viti languenti, potrà il lettore trovare nella 
Memoria del dott. Pirotta Sui funghi parassiti dei vitigni, pubblicata 
nello scorso anno, la quale Memoria, come è noto, fa parte di questo 
stesso nostro lavoro. Meritevole di speciale attenzione, perchè al tutto 
nuova, è una specie di Pleospora scoperta da uno di noi (dott. Cat- 
taneo) sulle viti di Castellamare per la quale proponiamo il nome di 
Pleospora vitis, porgendone qui la descrizione. 

Essa si presenta sotto forma di corpicciuoli (periteci) neri, lucenti, 
lisci alla superficie, della grossezza di 200 a 300 micromillimetri, di 
figura sferica, lievemente schiacciati alla base e terminati nel ver- 
tice da una piccola prominenza (papilla), quando solitarii, quando 
aggruppati due o tre insieme, innicchiati da prima nei tessuti sotto- 
epidermici della corteccia, d'onde più tardi si fanno strada all'infuori. 

Constano questi concettaceli di due o tre ordini di cellule poliedri- 
che strettamente tra loro connesse, sì da dar luogo ad un tessuto 
duro e compatto. La loro cavità contiene un nucleo biancastro, com- 
posto di aschi claviformi, pedicellati, trasparenti, della lunghezza di 
150 micromillimetri, che racchiudono 8 spore ovatooblunghe, plurilo- 
culari (sarciniformi), di colore giallognolo, lunghe 30 mk. e larghe 
15, distribuite irregolarmente in due serie. 

Gli aschi sono contornati all' infuori da buon numero di parafisi 
semplici, esilissime, trasparenti, che si prolungano alquanto al di so- 

(1) Avevamo già redatta la presente scrittura, quando ci venne a notizia 
che un lavoro col titolo di u Morbo Nero della Vite « sia stato pubblicato 
dal signor Vagliasindi nel N.^S e 10 T. IIP degli Atti della Società d' Ac- 
climatazione e d'Agricoltura in Sicilia. Ne duole che a noi non sia riuscito 
di potere aver la Memoria dei dotto siciliano. 



S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SUi.LE DOMINAMI MALATTIE DELLA VITE. 219 

pra dei medesimi. Aschi e parafisi sono tra loro conglutinati da una 
sorta di sostanza mucilaginosa solubile nell'acqua. La Pleospora da 
noi descritta non vuol essere confusa nò colla Pleospora herbarum 
del Rabenhorst, nò colla PI. phaeocomes (Ces. et De-Notaris). Dalla 
prima la distinguono le parafisi semplici, continue, non mai articolate 
e ramose come in quella, dall'altra l'avere lisci i periteci, che nella 
pianta del Cesati sono fornite di setolo all'apice e di barbe alla base. 



MECCANICA. — Sulla Cinematica di un corpo solido. Nota del 
S. C. prof. Giuseppe Bardelli. 

È già stato avvertito in altre occasioni come le relazioni che si 
danno iu opere anche reputate di Cinematica pura e di Meccanica 
razionale, e che riguardano il movimento libero di un corpo solido, 
non si accordano bene presso i diversi autori. Ciò credo possa essere 
in parte derivato dalla non completa generalità nei metodi di Geome- 
tria analitica con cui vennero trattate le quistioni, massime quelle 
concernenti l'accelerazione di primo ordine di un punto qualunque 
del sistema; perocché d'ordinario gli assi coordinati a cui il corpo 
venne riferito non si scelsero afiiitto indipen.Ienti dalla posizione attuale 
dell'asse di moto, il che fu causa che non si avvertissero sempre bene 
le proprietà meccaniche dei punti situati sull'asse stesso. Per altro 
lato le convenzioni sul segno da darsi alle rotazioni intorno agli assi 
coordinati lasciano bene spesso desiderare in chiarezza ed in precisione, 
onde m'è parso che il riprenderti di nuovo il problema, come mi pro- 
pongo di fare in questa Nota, non dovesse tornare inopportuno. In 
essa, oltre al dare qualche nuova relazione, io ebbi lo scopo principale 
di dimostrare con metodi piti generali risultati conosciuti, di esami- 
narli e raffrontarli presso i diversi autori. 

1. Si riferisca il corpo solido a due terne di assi ortogonali, una 
delle a;, y, z fissa nello spazio, l'altra delle x^, ?/,, z^ connessa invaria- 
bilmente al corpo, e quindi mobile con esso. Alla fine di un tempo 
qualunque t la posizione relativa delle due terne sia determinata, 
dalle coordinate 0:^0^/0^0 della origine degli assi mobili rispetto agli 
assi fissi e dai nove coseni di direzione degli assi delle due terne 
quali risultano dal seguente quadro: 





ce 


y 


s 


^1 


('i 


^'i 


Ci 


2/1 


^'2 


^^e 


^'t 


^1 


^'8 


^ 


C's- 



220 G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO. 

Avremo le formole di trasformazione : 

« = ^0 + Cj a?i + Cg t/i + C3 «4 . j 

x^z={x — Xq) tti + {.y — yo) b^-h(z — Zq) c^ \ 

y^ = {x — XQ)az~b(.y —yo)h^-^{z — zq)C2 j (2) 

z^^ — {x — XQ)a^-\-{y — yQ)b^-\-{z — ZQ)c^. ) 

Indicando lo derivate rispetto al tempo cogli apici, si pongano le 
denominazioni: 

5iC/ -^b^e^ + b^c^' = p 

^l ^i + <^2 ^2 + ^3 ^S— '*' 

e per le note relazioni che legano i nove coseni di direzione delle due 
terne di assi coordinati, avremo pure: 

Cib^' + c^b^' + Csb^' ^-p 

bia/ -+• b^a^' + b^a^' — — r. 

Derivando rispetto al tempo le equazioni (1) ed usando delle (2), 
nonché dei valori di^, q, r, troveremo: 

x' = Xq' -\-{z — Zo)q — {y — y^) r \ 

y' -yo +koo—XQ)r — {z-ZQ)p > (3) 

z' =z Zq' -^{y—yQ)p — {x — Xo)q. ] 

Queste moltiplicate ordinatamente per x — Xq^ y ^ yo> '^ -■ !^o ^ som- 
mate danno : 

ics - ^0) (^' - ^0') + (y-yo) (y' - y'o) + (^ - -^o) («' - -^o') = o 

cioè: 

{X — Xq)^ + {y — yoT' 4- (2 — ^o^- = costante , 

relazione la quale prova come le equazioni (3) convengano appunto 
ad un sistema i cui punti sieno uniti tra loro invariabilmente. 
Se nei secondi membri delle (3) poniamo: 

X = y = z — 0, 

troveremo le componenti delle velocità del punto del sistema, il quale 
alla fine del tempo t coincide coli' origine degli assi coordinati; indi- 



G. B.VRDELLT, SULLA CINEMATICV DI UN CORPO SOLIDO. 221 

cando le medesime con {cc')q, iy')o, (3')o > ^^ (3) assumeranno la seguente 
forma : 

y' =(y')(i + rx—pz j (4) 

3'= ^z')Q+py — qx, ) 

posto: 

w*=p2 + (2« + r2, (5) 

si moltiplichino le precedenti in ordine per p,q,r, e sommando 
avremo : 

px' + gy' + rz' z=p {x')o + q (i/')o + r {z')q, 

equazione la quale esprime essere costante, alla fine del tempo t, la 

componente della velocità dei diversi punti del corpo secondo la retta 

n Q T 
avente per coseni di direzione i rapporti —, —, — . Designando con 

w to co 

T, tale componente sarà : 

px' + qy' -hrz' =^ Tuì. (6) 

Sia V la velocità del punto {x,y,z) e cp l'angolo che la sua dire- 
zione comprende colla retta ora considerata, sarà anche: 

T'to=Fcoscp, 

da cui deducesi che F e cp sono costanti o variabili insieme. — Propo- 
niamoci la ricerca de' punti del corpo i quali, alla fine del tempo f, 
hanno una eguale velocita. L'equazione: 

x''' + y'^ -\- z'^ = V^ 

può porsi sotto la forma: 

(a?'2 + y'^ + z'^) (p2 + 52 + ,,2, _ (p a;' + qy' +rz')'^ = ( F^ - T^) co^ 

ed anche: 

(y' r - z' q)^ + {z' p - x' r)"' + i^x' q - y' p)"^ ^ (F^- ^2)102, (7) 

dalla quale deducesi, ciò che d'altra parte è evidente pel significato 
di T, che questa quantità è il minimo valore che può ricevere F. Poste 
le denominazioni: 

^'fiaQ-(y')(yr -{z')Qq 

o>^bo^ {z')op-{x')or _ 

(o) 

o^-''CQ-{x')oq-(ij')^ 

px + qy-i- r : = oì'^h 



222 G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO. 

e riferendoci alle (4), potremo scrivere la (7) nel seguente modo: 

(ce - Oo — ph)^ + (y - ^0 - g 7i)2 + {z~Co-rh)^= '~ • (9) 

Quest'equazione dimostra che i punti cercati esistono su una super- 
fìcie cilindrica ordinaria le cui generatrici sono parallele alla direzione 

—, —, — ; e che i punti del sistema i quali hanno la minima ve- 

\ to co Oi / 

lecita T, sono situati sull'asse della superficie stessa, del quale le 
equazioni sono: 

p q r 

Questa retta, (asse di moto, od asse di rotazione o scorrimento del 
sistema), è parallela alla direzione della velocità T, e passa pel punto 
di coordinate Oq, Ã’q, Cq, intersezione di essa col piano condotto per la 
origine degli assi e che le è perpendicolare. 

Se 8 è la distanza che il punto di velocità F ha dall'asso di moto, 
la (9) può anche cosi scriversi: 

lo- 
da cui: 

relazione la quale esprime essere la velocità di un punto qualunque 
del sistema la risultante di due velocità ortogonali, l'una T, costante 
per ogni punto, parallela all'asse di moto (velocità di traslazione del 
sistema); l'altra oo>, proporzionale alla distanza del punto dall'asse 
di moto (velocità di rotazione). E però il moto elementare del sistema 
(moto elicoidale) sarà una traslazione semplice secondo l'asse di moto 
colla velocità T, accompagnata da una rotazione intorno all'asse 
stesso colla velocità angolare w. Se sull'asse di moto prendiamo una 
lunghezza eguale ad w, le sue projezioni sugli assi coordinati saranno: 

p n V 

— . (0, — .w, — . oj cioè p,q,r; onde queste tre quantità sono le 

IO 0) 0) 

componenti secondo i tre assi della velocità angolare del sistema 
intorno all'asse di moto. Considerando poi le equazioni (3), si prova 
facilmente che esse si accordano colla convenzione di assumere posi- 
tive le rotazioni intorno agli assi delle x, delle y, e delle z, quando, 
per un osservatore disposto secondo le parti positive degli assi stessi, 
avvengono rispettivamente nei versi: y z , z se, ce y. 

Il metodo seguito nella dimostrazione dei precedenti teoremi parmi 
assai opportuno a mettere in evidenza le analogie tra le proprietà del 



G. BARDELLI, SULLA CmEMATIGA DI UN CORPO SOLIDO- 223 

movimento di un corpo libero, in quanto riferisconsi alle velocità 
de' suoi punti, e quelle sulla composizione di un sistema di forze. A 
questo proposito trovo di ricordare alcune relazioni statiche già da 
me stabilite in altra occasione (*). 

2. Derivando rispetto al tempo lo equazioni (4), abbiamo : 

x" — (ic')O' + qz' —ry' -Jr q' z —r'y 

y" — {ij')^' ^rx' —jpz' -\-r'x —p'z 

z" = (s%' 4-p?/' -qx' + p'y-q'x, 

ed eliminando le ce' ,y' , z' mediante le stesse equazioni (4), troveremo : 

x" = {Xq'Y -f q {Zq') - r (t/o') - X (p^ + q^) + y {p q -r') + z [pr + q') 

y'' ~ iyo'y + ^ (V) - P («o') +x{pq +r') -y(,p^-^ r2) + z{qr -p') 

z" = {Zq')' + p (I/o') - q (V) '^x(pr-q') + y(qr +p') - 2 (p2 4. ^2^ _ 

Se nei secondi membri di queste equazioni poniamo: 

x = q~ z = Q), 

lo espressioni risultanti saranno i valori delle componenti dell'acce- 
lerazione del punto del sistema che alla fine del tempo t coincide col- 
r origine degli assi coordinati; tali componenti, che indicheremo nel 
seguente modo: {x")q, iy")o, (2")o> sono date dalle equazioni: 

(.x'\ = {XQ')' + q{ZQ')-r{yQ') 

(t/")o = (t/o'/+r(aro')-p(V) 

per le quali le superiori divengono: 

x" = (x")o — X [q"^ -\-r'^) + y {p q — r') -{- z{.pr -\- q') \ 
y"~(y")o + x{pq + r')-~y{p^+r^) + z{qr+p') | (11) 
z" = {z'')o + x{pr — q')-hy{qr + p')-z{p^ + q^) . ) 
Applichiamo queste formole alla determinazione delle componenti 
dell'accelerazione di un punto di coordinate ?,•/), C situato sull'asse 
di moto e che ha la distanza A dal punto di coordinate Gq Ã’q Cq. Ri- 
cordando le (10) avremo: 

l = a, + -.p 
A 

!; = Co + -r 
(*) Annali di Matematica pura ed applicata. 1871, 



224 G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO. 

e quindi sostituendo nelle (11), troveremo: 

l" -{x")o - o)2tro+j)A-l iq'r-r'q) 

>l" = (y")o - w2 èo + g A + — {r'p - p' r) 

K" = U")o - w2co + r A + ~- {p'q-q'p) 

dove: 

k=zpaQ + qbQ + rCo. * 

Le parti indipendenti da A nei secondi membri di queste equazioni 
sono evidentemente le componenti della accelerazione del punto Gq Ã’q Cq, 
e però potremo scrivere le equazioni stesse come segue: 

^"=:0o" + —{q'r~q: 

n" = bo"+-^{r'p-rp') } (12) 

Mediante queste equazioni le componenti dell'accelerazione di un 
punto qualunque dell'asse di moto vengono date in funzione delle 
componenti dell'accelerazione di un altro punto dell'asse, e delle di- 
stanze che l'un punto ha dall'altro. 
3. Poniamo: 

«,^ii, 8, = -^, Yi=-, (13) 

ed indichiamo con cc^.f^^^ Ya ^ coseni di direzione della minima distanza 
tra le due posizioni contigue dell'asse di moto, e con ag, Pg, ygi coseni 
di direzione della retta perpendicolare a tale minima distanza ed 
all'asse di moto. Sia inoltre d^ la deviazione dell'asse di moto nella 
sua posizione alla fine del tempo t, da quella corrispondente al tempo 
successivo t + dt, ed ai parametri p-\-dp, q+dq, r-i-dr. Noi 
avremo : 

«■adp + ^^dq + y^dr = 



G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO- 225 

ed Tinche: 

'2 / « \'9 



Dalle prime due di queste caviamo: 

«2 _ Ps _ Y» 



qr'—q'r rp' — r'p pq'—p'^ 
dove: 

±1 



/i- 



cioè pel valore di co; 

ma si ha pure dall'ultima delle (14): 

(j)* y 3 = (p' (0 — p C0')2 + (gr' w — g co')2 + (r' CO — r w')2 = 
= 0)2 (p'2 + 2'2 + r'2) _ w2 io'9 , 

e quindi: 

(o2y2_pr2 + ^/2+^'2_to'2 (15) 

onde sarà: 

"=^- . <!«' 

Supponiamo y ,e quindi /i, positivo, e sostituendo nelle (15) avremo: 
_gr' — q' r 

"^2- io2^' 



P8 — ;;^2;j7 

I valori di ag [Sg Y3 sono dati dalle equazioni: 
«3 = =t (Pi Y2 - Pz y^) 

Y3 = ±(oci|3j-«8Pi); 
ma per le (13) e (17) abbiamo : 



(17) 



226 G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO. 

e cosi potremo scrivere: 



'" y 


u 


-.-1 


(0 


,."i 


coj 



(18) 



Noi riterremo nei secondi membri di queste ultime ecLuazioni il 
segno superiore (negativo), con che risulterà: 

i Pi Ti 

8 P2 T2 = + 1; 

3 P3 T3 

e pertanto, se dall'origine degli assi coordinati fissi si condurranno 
le rette rispettivamente parallele alle direzioni a^ p^ Yì> "^2 P2 T2' S PsYs» 
la terna ortogonale risultante sarà del medesimo verso della terna 
degli assi coordinati Ox, ùy, Oz, e quindi sovraponibile a questa. 
4. Pei valori trovati di a^ pg y.^, le equazioni (12) divengono: 






(19) 



le quali moltiplicate ordinariamente per a^ p^ Yi> Poi P^'^ ^2 h Ta 
infine per ag P3 Y3, e sommate ciascuna volta, ci forniscono le seguenti 

i"oc, + -/)"Pi + C"Yi = «o"«i + V'Pi + Co"Ti \ 



r'a2 + V'p2 + !:"Y2 = ^'o"«2 + V'P2 

Ì"a3 + V'p3 + ^"Y3 = «0"«3+V'p3 



Aw'}' 



(20) 



V'T3- 



La prima e la terza di queste equazioni esprimono che le compo- 
nenti dell'accelerazione di un punto qualunque dell'asse di moto se- 
condo questo stesso asse e secondo la direzione «3 P3 Y3 sono costanti; 
dalla seconda deducesi che, passando da un punto all'altro dell'asse 
di moto, la componente della accelerazione secondo la direzione a^ pj T2 
varia della quantità Aw}' proporzionale alla distanza dei due punti. 

Esiste sull'asse di moto un punto, ed un punto unico, la cui acce- 
lerazione, è diretta in un piano perpendicolare alla direzione «j ^^ y^, 
ed è in valore la minima tra le accelerazioni degli altri punti del- 
l'asse. In fatti alla condizione : 



^"2, 



+ K' 



G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO. 227 

cioè alla: 

(Oq" — ^o}'Y y.^)^ + [Òq" — ^oyy %]^ + {Cq" ~ ^oyyy^)^ = minimo, 
si soddisfa ponendo : 

per la quale la seconda delle (20) diviene: 

Il punto «0 ^0 Co ha una posizione ancora arbitraria sull'asse di 
moto; si supponga ora che esso sia quello di accelerazione minima, 
e chiamando P, Q le componenti dell'accelerazione del punto qua- 
lunque ?, 7], ^ secondo le direzioni «.^p^^^, «g ^3 Y3 , potremo alle (20) 
sostituire le seguenti: 

;'''^i + -/]"Pi + C"yi-:P \ 

^"«a + -'/'p2-f-C"T2 = -Aa).|i | (21) 

Siano ora iiX, Qjlj, le due posizioni contigue dell'asse di moto, 
QQn=id(j la loro minima distanza, ed fì[x, i2v le rette cui competono 
ordinatamente i coseni di direzione v.^ pg Y2» S Pa Ya* ^^^ ^^ conven- 
zioni fatte, le rotazioni intorno alle tre rette condotte per Q saranno 
positive quando avverranno nei versi [/.v, vX, X;x, e però la devia- 
zione positiva cl'^ dell'asse di moto si sarà ottenuto ruotando l'asse t2X ; 
intorno ad iia nel senso vX. Scelto sutlX un punto qualunque M, la 
sua rotazione intorno ad Q.^ X^ può sostituirsi da una rotazione intorno 
ad Ì2X^, parallele ad iì^Xj accompagnata ad una traslazione secondo 
Qix. La velocità di rotazione è evidentemente parallela ed opposta 
ad Qij. ed eguale a —il/ti (to + cZw) sent^tj; ossia a —3IiÌMd']i, e 
quindi l'accelerazione del detto punto secondo 12 ^u, è —AlUoyy, onde: 
i\/i2=:A, cioè il punto dell'asse di moto avente la minima accelera- 
zione è quello in cui questo è intersecato dalla minima distanza dal- 
l'asse contiguo. Per avere le componenti P, Q, le quali appartengono 
ad ogni punto dell'asse di moto, consideriamo il punto Q, il quale 
ruota intorno al punto 12^ colla velocità — (w + dw) do-, e quindi col- 
l'accelerazione — ojff'; esso ha inoltre secondo Ì2X l'accelerazione T', 
e nella direzione e senso di — wa' la velocità —(,T+d T) sen d^ cioè 
— Td'ì^ e quindi l'accelerazione —T'^'. Avremo pertanto: 

Rendiconti. ~ Serie II. Voi. XI. 15 



§28 G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI U.\ CORPO SOLIDO, 

per le quali le (21) divengono: 

Da questo deduciamo tosto per espressioni delle componenti paral- 
lele ai tre assi ortogonali dell'accelerazione di un punto qualunque 
dell asse di moto: ^ 

\'' = a, r - ag \ w •}' - ag (co a' + T'Y) \ 
V':-Pjr-p2Acoy-P3(<oa' + r'/) ( (23) 

'(," = Ti r - Yg Aovy - y3 (o;a' + T^) , ) 
alle quali, ricordando i valori delle a, 8, y, , «„ 8 y oc 8 -' rìoti 
dalle {13), (17), (18), possiamo anche dare la seguente form 



e;' / r V A 



(24) 



^"^(-^)+>(^)+-^^^'^-^5'). 



Ponendo nella (11) in luogo di ix'%, iy'X. iz'\ i valori ora trovati 
di ? â– /]' C" otterremo le componenti dell'accelerazione di un punto 
qualsiasi del sistema parallelo a tre assi ortogonali fissi aventi 
origine in un punto qualunque dell'asse di moto; e se vogliamo che 
l'ongme stessa sia il punto dell'asse di moto la cui accelerazione è 
minima, basterà fare A = 0; in tal ca^o avremo: 

y" = hT'-hi'^y^'+TY) + xipq + r')-yip^^+r^~^+,,-^r-p') (25) 

^"^y,T'-y^{<o^'+Ty)+x{pr-q')+yiqr + p^)-Z{p-- + q"~) ) 

od anche ponendo per a, 8, y,, ^^^^y^ i loro valori o,l usando delle 
(^4) nelle quali si faccia s = 0: 



-j -xiq'^ +r') + y{pg-r')+zipr+q') 
''W^j '^"'yd) +'^^P^+^')-yiV^' + r^') + z{qr-p') ) (26) 
z"=.\—T\ +o)^(i-j +x[jpr-q')+y:qr+p')-z{p^ + q^). 



G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO. 229 

Suppongasi ora che le rette Ql, Qy-, ftv, le quali hanno già il loro 
punto comune Q. coincidente coU'origine degli assi coordinati, vengano 
a sovraporsi rispettivamente agli assi 0^, Ox, Oy, il che è possibile 
per la convenzione fatta circa il verso di quelle due terne. Avremo 
pertanto: 

«j - 1 P3 = T, = 
«8 = P3-I Y3 = 
e per le (13), (17), (18): 

p =0y q =0, r =w, 

jy=0, 5' = — w^, r' = w'; 

sostituendo nelle (25) nelle (26) troveremo: 

X" =:^ — Xofi — yO>' — ZOÌ'Y \ 

y'' = xo)' — yoì^ — tóG' — T'ii' > (27) 

e pel caso di una figura piana che si mova nel piano alle x y, basterà 



porre: 

con che avremo: 



X" = — X(Jù- — t/io' ] 



y ofi — oj a' 



(28) 



nelle quali* q' rappresenterà la velocità di traslazione del centro 
istantaneo. 

5. Veniamo ora al confronto tra le formule da noi stabilite e 
quelle date da diversi autori. E cominciando dal Resal, fatte le 
debite sostituzioni nelle lettere, troviamo invece delle (27) le seguenti (*): 
x" = — X oj- — y io' + z oj <]>' \ 

y" = X oì' — y i<ì' + (a a' + T 'i^' ^ (29) 

z" = ~-yoy'Y+T' I 

ed in luogo delle (28) (**): 

x" = -xofi + yo>' I ^^^^ 

y" ^ — X to' — y c.j2 _->- oj a' . ) 

(*) Traiti de Cinématique pure. Pag. 206. 
(**) Idem, pag. 175. 



230 G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO. 

Le (29) sono identiche a quelle date dal Resal stesso nella sua 
Memoria: Sur le mouvement le plus general d'un corps solide (*); 
nella terza delle quali è però incorso un errore di stampa, ed invece 
di z deve leggersi x. Si scorge tosto che dalle (29) non si possono 
dedurre come caso particolare le (30), sebbene le convenzioni adottate 
dall'autore circa il verso positivo delle rotazioni siano le medesime 
in ambedue i casi. Le (28) differiscono dalle (30) solamente pei segno 
di oì, e ciò doveva essere perchè nel Resal la rotazione nel piano x y 
è presa positiva quando avviene dall'asse positivo della t/ verso l'asse 
positivo della x, cioè da sinistra a destra, secondo la figura a cui esso 
si riferisce. Le (29) non ponno rientrare nelle (27) collo scambio di w 
in —co, e neppure coli' attribuire alla deviazione d!>]; il senso diretto 
(yz) o l'indiretto {zy)\ in proposito a che non ho trovato che l'au- 
tore abbia fatta alcuna convenzione. 

Lo Schell (**) dà le identiche equazioni del Resal pel caso di un 
corpo solido, e nella ricerca delie medesime ripete pressoché letteral- 
mente il metodo seguito da quest'ultimo. Per opposto le equazioni 
sul moto nel piano xy (***) coincidono esattamente colle (28) da me 
date. Sì l'uno che l'altro autore studiarono il moto nel piano prece- 
dentemente al moto in generale, e le equazioni da loro fornite pel 
caso particolare sono esatte e rispondono alle convenzioni adottate, 
diverse però nell'uno e nell'altro; non cosi può dirsi delle equazioni 
pel movimento nello spazio del corpo solido. 

Il prof. Padelletti (****) riconosce che nelle formolo del Resal, e 
quindi anche dello Schell, per le precedenti osservazioni, vi ha qual- 
che confusione di segni, e senza dire precisamente qual via egli abbia 
tenuta nel modificarle, le presenta nella seguente forma: 

x'' — — X oj- -i- y 0)' — z w y \ 

tj" = -X0)' ~yoì^- + oi^' + T'Y (31) 

z'' =xfyl' -^ T' . i 

Queste, quando si faccia: s = 0,r=iO, '|':^0 ci forniscono le (30) 
del Resal, già riconosciute esatte; e si possono dedurre dalle (27) 
scambiando in esse il segno tanto ad w che a <]/'; e però, sebbene 
l'autore non lo dichiari, alla deviazione d'} attribuì per positivo il 
senso zy. Le formule di Padelletti differiscono da quelle da me tro- 

(*) Journal de l'École polytechnique, 1858. Cahier XXXVII, pag. 239. 
(**) Theorie der Bewegung und der Krìifte. Leipzig, 1870, pag. 416. 
(***) Idem, pag. 388. 
{****) Giornale di Matematiche, diretto dal prof. Battaglini, Aprile, 1875, 



G. BARDÈLLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO. 231 

vate solamente pel verso della terna degli assi coordinati, che è zyx 
anziché xyz. 

Il signor prof. Chelini, nella sua Memoria: Dei moti geometrici e 
loro leggi (*), a parte la diversità delle lettere usate, dà le seguenti 
formule: 

T 

x" = — arto- — r'y + q' z-\ p' 

co 

T 

y" =■ r' X — yM- — p' z —m<t' -\ q' 

z", = — q' X -\- p' y -i- T' 

e dai segni dei termini in p' q' r' si comprende tosto come la con- 
venzione da lui assunta sul segno delle rotazioni sia la medesima di 
quella inclusa nelle (11) e seguenti. Però non venne dall'autore notato 
che, per la scelta fatta degli assi coordinati, si hanno le relazioni: 

p' = r' = Ci', 

e che introducendo la deviazione di^, è da ritenersi: 

per le quali, sostituendo, le equazioni precedenti vengono a coinci- 
dere colle (27). Le equazioni (25) sono pure date dal signor Chelini, 
ma non in modo completo, perchè i valori di «g Pg yg non vennero 
da lui determinati in funzione degli elementi dell'assedi moto: 

Il signor A. De Saint-Germain in un recente libro (**) dà le seguenti 
relazioni: 

x'' = — Xw- —yoì' — zq' 

y" = xo/ — yi'ì- + v' 

Z" = -xq' -\- r \ 

nelle quali lascia indeterminante la quantità q' e u', a cui debbono 
sostituirsi, per le cose dette, rispettivamente : 

-o)'/, -(coa'+r^'), 

ed allora esse ricadono nelle (27); però nessun cenno è fatto dall'au- 
tore circa la scelta dei segni delle rotazioni. 

Noteremo per ultimo che dalle (27) si deducono le formule pel mo- 
vimento di un corpo solido intorno ad un punto fisso, facendo in esse 

(*) Bologna, 18G2, pag. 69-70. 

(**) Recueil d'exercices sur la Mécanique rationnelle, Paris, 1877, p, 187, 



232 G. BARDELLI, SULLA CIIVEMATIGA DI UN CORPO SOLIDO. 

T =0 , T' = , a' = 0; si hanno così le equazioni : 

x'' = — xi'fi — y 0)' — sitó'Y 

y" — a;oj' — ?/w2 

z" = xoy^ 
le quali mediante lo scambio fra di loro degli assi x eà y, e tenuto 
conto della convenzione ammessa al n.° 3, si trasformano in quelle 
date dal Collignon (*j. Questo autore non ha stabilite le formule pel 
movimento in generale, ma pel caso particolare precedentemente ac- 
cennato venne da lui completamente trattato, e nulla lascio a desi- 
derare in chiarezza ed in rigore. 

6. Chiuderò questo scritto mostrando come la condizione affinchè 
il corpo in movimento ammetta un centro unico di accelerazione , che 
tutti gli autori desumono dalle equazioni particolari (27), si può fa- 
cilmente ottenere, usando delle relazioni stabilite, mediante le equa- 
zioni generali (11). Chiamando R il denominatora comune dei valori 
delle X 2/ js per le quali si hanno: 



x" = 0, y' 



0. 



R = 



- (52 + r2) 
pq + r' 
pr — q' 

V 
- {q^ + t"-) 
pg + r' 
pr — q' 



e con facili trasformazioni 



R = 



pq —r' 

- [p^ + r2) 
qr+p' 

pq — r' 

_ (p2 + ^2^ 

qr -\-p' 
p q 



pr -{- q' 

qr —p' 

â–  (p2 + g2 



pr + q' 
qr ~ p' 

'ip^ + q^ 



~q' 



q' 
-p' 



Se ora ricordiamo la legge di sviluppo di un determinante secondo 
isuoi minori aventi nulli gli elementi principali (**], e se osserviamo 
che tali minori, pel modo con cui è formato R, sono determinanti 
simmetrici, avremo: 



i? = co2 (co'2 _ p' 



r'2, 



(*) Traiti de Méoanìque. Première partie. pag. 314. 
(**) Briosohi, TeoHo, dei determinanti, pag. 55. 



G. BARDELLI, SULLA CINEMATICA DI UN CORPO SOLIDO. 233 

e per la (16): 

i? = _ Oi< . 4.'2^ 

e però non vi sarìi un centro unico di accelerazioni se: 

co = 
oppure se: 

'^ = 0, 

cioè nel moto di semplice traslazione, e nel moto di rotazione cilin*- 
drica; in questo secondo caso esisterà un'asse di accelerazione. — 
Alle stesse conseguenze si arriva se consideriamo le derivate seconde 
rispetto al tempo delle equazioni (1), e facciamo poi in esse: 

Il denominatore, che diremo R^, dei valori delle coordinate del 
centro di accelerazione relativa alla terna di assi mobili è: 





a- 


a,- 


< 


i?, = 


\" 


h^' 


^" 




e," 


0^' 


c^' 



ma per una proprietà già da me notata dei coefficienti di una so- 
stituzione ortogonale considerati funzioni di una variabile indipen- 
dente (*), si ha: 

R = R^ 
e quindi ancora: 

i?^ = _. to* f 2 . 

Allorché, lasciando q' indeterminato, si desumono le coordinate 
del centro delle accelerazioni dalle (27), le condizioni perchè non 
esista un centro unico sono date dall'equazione: 

- io2 ^'2 = 
la quale viene dagli autori decomposta nelle due: 
to = q' =0 

e non sempre avvertono, o lo fanno in modo non chiaro (**), che 
esse non sono distinte, perchè soddisfatta la prima, lo è pure la se- 
conda. Ricordato il valore di g', le vere condizioni indipendenti risul- 
tano, invece delle precedenti, quello da noi già trovate usando delle 
equazioni generali (11), cioè: 

(*) Rendiconti dell' Istituto Lombardo, 1876, fase. 5.° 
(**) Eesal, Traile de Cinématique joure, pag. 203. 



231 



CRANIOLOGIA. - Il S. C. prof. G. Zoja, descrive la testa dell'il- 
lustre prof. Antonio Scarpa, che si conserva colle parti molli nel 
Gabinetto di Anatomia normale della R. Università di Pavia. 

Alla descrizione unisce la fotografia, la quale rappresenta la testa 
suddetta come si trova attualmente, cioè oltre quarant'anni dopo 
l'avvenuta morte. 



FISICA SPERIMENTALE. - Un'esperienza per {scuola. Nota del 
prof. T. Brugnatelli, presentata dal M. E. prof, Giovanni Cantoni. 

Nella mia ultima lezione intorno all'azoto ho cercato dì mostrare 
sperimentalmente quanto evvi di nuovo ne' mezzi adoperati da Cail- 
letet e da Pictet nella liquefazione di quei corpi gassosi, i quali finora 
eransi mostrati ribelli ad ogni cangiamento di stato. Que' due scien- 
ziati non approfittarono soltanto, come sempre si fece, della pressione 
e dell'esterno raffreddamento, ma utilizzarono altresì quell'abbassa- 
mento di temperatura, che accompagna la espansione dei gas com- 
pressi. 

Io ottenni la desiderata dimostrazione sperimentale, modificando con- 
venientemente un noto fenomeno, che si osserva pressoché sempre, 
quando coll'etere si estrae qualche sostanza disciolta nell'acqua. Fac- 
cio conoscere una tale esperienza, perchè, in confronto d'altre molte 
ugualmente convenienti, è semplicissima, e può quindi servire nelle 
più povere scuole di dimostrazione d'uno dei più fecondi principj di 
fisica, voglio dire il mutamento d'una energia in un'altra ne' corpi: 
in questo caso è l'energia termica del gas o del vapore che mutasi 
nel lavoro d'espansione compiuto dalle molecole gassose contro la 
pressione esterna. 

Si prende una bottiglia di due litri ed a metà piena d'acqua fredda: 
in questa si fa gorgogliare una corrente di anidride carbonica, sinché 
ne sia satura alla pressione ordinaria. Allora si versa dell'etere nella 
bottiglia, sinché sull'acqua siavene uno strato alto un centimetro 
all'incirca. Si chiude con un tappo di gomma e si agitano violente- 
mente i liquidi. Dopo qualche istante la parte vuota della bottiglia 
è perfettamente limpida, ma appena si tolga il tappo, una folta neb- 
bia vi si manifesta, ed uno strato di liquido, formatosi all'istante, 
ne tappezza le pareti. 

L'esperienza riesce visibile a tutti anche in un'ampia scuola; quando 
però, dopo aver agitato il contenuto nella bottiglia, si collochi questa 



T. BRUGNATELLI, UN'ESPERIENZA PER ISCUOLA. 235 

nell'acqua tiepida, e cioè fra 20° e 25 C, cosicché il tutto raggiunga 
questa temperatura, e si apra il tappo, allora la quantità di vapore 
che si liquefa è veramente notevole. 

Si può subito ripetere il fenomeno, turando la bottiglia ed agitando 
di nuovo i liquidi: la nebbia e la liquefazione sulle pareti rinnovansi, 
togliendo il tappo, sebbene più debolmente. 



FISICA. — Un'esperienza su Vinduzione elettrostatica. Nota del pro- 
fessor Giovanni Cantoni. 

Le interpretazioni piìi o meno forzate che si ponno dare dei risul- 
t'ati di alcune sperienze su l'induzione elettro-statica, mediante la 
duttile dottrina dei due fluidi elettrici, lasciarono luogo al Melloni di 
formulare su di essa una teoria, cli« oggi in Italia è sostenuta da 
qualche fisico con tali frequenti scritti polemici, che troppo lungo 
sarebbe il confutare passo passo. Val meglio limitarsi a recare innanzi 
qualche semplice e concludente sperienza. Eccone una, ch'io ripetei 
più volte, mutandone alcun po' le circostanze, e sempre collo stesso 
risultamento. 

In una cameretta dove l'aria è mantenuta artificialmente calda e 
secca (1), su di un tavolo isolato, sono disposte, coi loro centri alli- 
neati orizzontalmente: una sfera metallica cava (4) del diametro d'un 
decimetro i altra sfera simile (B) di due decimetri di diametro; una 
pallina leggerissima di midollo di sambuco (C) rivestita da foglietta 
d'oro, grossa appena 2 millim. e sorretta da un filo semplice del baco 
da seta, ed una terza sfera (D) di diametro eguale alla A. Le sfere 
A, B e D sono sostenute da altrettante vergbette, lunghe e sottili, 
di ebanite. Per mezzo d'un filo metallico, la sfera A è fatta comuni- 
care coll'armatura interna di una boccia di Leida {E) di grande ca- 
pacità, la cui armatura esterna comunica col suolo. Le distanze mi- 
surate su la retta dei centri, fvà A o B e iva. B e D sono rispetti- 
vamente di 5 e di 3 centimetri; la pallina C dista due centimetri da 
B ed un centimetro da D. Si comunica alla armatura interna di E 
una carica tale che la tensione nella sua palla esterna non ecceda i 
4° di un sensibile elettrometro a quadrante, e tosto dopo si fa co- 
municare E con A. In breve si nota che la pallina C, con moto dap- 
prima lentit^simo e poi accelerato, si riduce a contatto della D che 

(1) Nella camera si tiene accesa la stufa, e vi ha una cassa con calce 
viva: tanto che l'umidità relativa data dallo psicrometro è sempre minore 
di 0, 50. 



236 G. CANTONI, un'esperienza su l'induzione elettrostatica. 

la prospetta, e subito dopo è respinta da questa ed attratta da B: 
dopo di che va lungamente oscillando tra B e D. 

Non occorre dire come questa sperienza corrisponda pienamente 
alla comune teoria dell'induzione. 

Invece, colla teoria di Melloni, nella sfera D la faccia toccata pri- 
mamente dalla pallina C non può cedere a questa che l'elettricità omo- 
nima all'inducente (A), la quale solo è libera, mentre la eteronima è 
supposta priva di tensione. Epperò con questa teoria si potrà ben 
vedere come C sia attratta prima da D, e poi respinta (per comuni- 
cazione di elettricità omonima alla inducente); ma non si potrà dire 
come sia C attratta poi da B, su la quale (dalla banda della pallina) 
dev'essere libera ed addensata la stessa elettricità omonima. 

Dunque la pallina C deve aver presa una parte della carica di elet- 
tricità eteronima, toccando la faccia indotta di D; epperò anche questa 
elettricità manifesta la sua tensione col respingere la pallina stessa. 

Si noti che la pallina, la quale fa da esploratore (1), la posi di 
proposito fra la sfera indotta B ed il cilindro pure indotto D, perchè 
non si dicesse che la tensione nel campo esplorato della induzione 
sia soverchia, come forse potrebbesi dire, se la si ponesse fra A e B. 
Inoltre la sfera B, avendo un volume ottuplo della A, avrà verso D 
una densità assai minore, e la sua sezione essendo quadrupla di 
quella di A, la sfera induttrice rimane completamente occultata nel 
breve campo fra B e D, dove sta la pallina stessa; talché non può 
neanco invocarsi la supposta induzione curvilinea. 

Lo stesso risultato si ottiene anche se la sfera A è sostituita da 
altra di un minore diametro, la sfera B sostituita da un largo disco 
metallico isolato, coll'orlo ingrossato. E così ancora accade se invece 
di comunicare ad A una carica elettrica per mezzo della boccia E, si 
presenta a piti di cinque centimetri di distanza dalla sfera stessa un 
dischetto od un bastone di ebanite strofinati. Nel qual caso questi 
induttori esercitando una prima induzione sulla sfera A, una seconda 
su la B, una terza su la pallina C ed una quarta sulla sfera D, non 
si può credere che C si muova primamente per elettricità trasmessa. 



(1) Parmi inutile aggiungere che, adoperando la pallina stessa a modo 
di sferetta d'assaggio, ebbi sempre su di essa chiarissimi segni di elettri? 
cita eteronima all'inducente, presentandola ad uno squisito elettroscopio 
Bohnenberger, ogni qualvolta toccavo l'indotto, a forma di lungo cilindro, 
anche nelle parti laterali alcun po' discoste dall'estremo volto all'induttore. 
Gli esploratori devono aver forma di pallino e non di dischetto, perchè su 
di questo la densità elettrica è sempre grande al perimetro e minima al 
centro, e quindi facile è la dispersione. 



G. CANTONI, UN ESPERIENZA SU L' INDUZIONE ELETTROSTATICA. 237 

E, per togliere poi ogni dubbio di comunicazione elettrica per im- 
perfetta secchezza d'aria, ripetei l'esperienza disponendo il tutto (cioè 
le sfere A, B e D e la. pallina C) entro una cassa a vetriate, ben 
chiusa e col fondo coperto di pezzi di cloruro di calcio, sicché l'aria 
interna era perfettamente secca. Presentando all'esterno della cassa e 
dalla banda della sfera A un'altra sfera elettrizzata a debole tensione, 
oppure un dischetto di ebanite strofinato, la pallina Cera quasi subito 
attratta da D, respinta da essa ed attratta poi da B. Dopo di che 
oscillava fra esse, allo stesso modo che accade colla notissima spe- 
rienza della pallina isolata pendente frammezzo ai bottoni delle arma- 
ture d'una boccia di Leida pure isolata. E ciò a prova che, anco nel 
caso mio, la pallina prende cariche opposte secondo che tocca D oppur 
B, e che perciò queste cariche sono egualmente libere e con tensione 
nell'una e nell'altra faccia dei due corpi indotti. 



ZOOLOGIA. — Sovra un caso di Eterogenesi osservata in natura 
di Grassi Battista, laureando in medicina e Parona dott. Cor- 
rado. Nota presentata dal M. E. prof. Giovanni Cantoni. 

Intanto che molti propugnavano l'Eterogenesi cogli sperimenti, 
alcuni ne trovavano in uova di gallina riprove porte innanzi dall' i- 
stessa natura. Il valore di queste era però appena relativo, inquanto- 
chè i fatti erano suscettibili di ben altra spiegazione, ove appena ve- 
nissero sostituiti argomenti un po' complessi a facili interpretazioni. 

Noi ora riferiamo un altro fatto il quale, mentr'è in intimo nesso 
colle prove accennate, non può venir ragionevolmente interpretato 
che coir Eterogenesi. 

In Pavia il 4 gennajo 1878, rompendo un uovo gallinaceo, di pro- 
venienza ignota, abbiamo trovato l'abnormità che qui descriviamo con 
brevissimi cenni. 

L'uovo racchiudeva un ovicìno più piccolo di quel di colombo; 
questo aderiva, per un polo, al tuorlo di quello ed era ravvolto dal 
di lui albume. 

L'uovo contenente era del resto normale macroscopicamente e mi- 
croscopicamente; aveva la cicatricola feconda, ampia la camera d'aria. 

L'ovicino aveva un involucro di spessore che variava in diversi 
punti, oscillando fra 1 e 2 millim. All'interno stava una testacea di 
spessore maggiore e meno trasparente di quel che in uovo normale. 
Questa membrana corrispondentemente al polo più puntuto, sdop- 
piandosi, fbrmava una camera d' aria, che alla base misurava Vg 
centim. di diametro ed era alta 3 millim.; il contenuto era gasoso; 



238 B. GRASSI E C. PARONA, SOVRA UN CASO DI ETEROGENESI, ECC. 

non abbiamo potuto farne l'esame chimico. L'involucro che grossolana- 
mente si sarebbe detto un guscio d'uovo senza sali calcarei (hardé), 
al microscopio risultava di molte lamelle irregolarmente sovrapposte 
e mal limitate 1' una dall'altra; aderiva alla testacea non colle emi- 
nenze coniche (mamillae) normali, ma con una superfìcie liscia. Le 
lamelle piti esterne erano formate da una trama a maglie assai 
irregolari, riempiute con sostanza qua e là granulosa, qua e là 
omogenea; i filamenti che formavano le maglie erano sottilissimi e 
poco fìtti. A queste lamelle sottostavano altre, in cui i fìlamenti 
erano più. fortemente segnati, le maglie più strette, la sostanza tra 
le maglie dapertutto omogenea; ossia la loro struttura era analoga a 
quella della testacea in uovo normale, come anche a quella della 
testacea del nostro ©vicino. Per quanto cercassimo , non trovammo 
traccie né di canalicoli aerei, né di spazi d'aria {luftrailmen) (1). 

Dentro la detta teca compariva l'albume, bianchiccio, trasparente, 
viscido, senza dubbio più denso di quel dell'uovo contenente; l'al- 
bume però della zona contigua alla teca era meno denso di quel degli 
strati più interni. Al microscopio, appariva formato da una quantità 
sterminata di elementi morfologici; qua e là si interpolavano mucchi 
di granulazioni, qua e là goccie adipose. 

Gli elementi morfologici, di primo acchito, si sarebbero giudicati 
spore. Taluni erano tondeggianti e taluni ovali; incolori, quasi tra- 
sparenti, rifrangevano abbastanza fortemente la luce. Il diametro nei 
tondeggianti variava da millimetri 0,01 a 0,02 e 0,03; gli ovali ave- 
vano in media un massimo diametro di millim. 0,02, un minimo di 
0,015. Resistevano all'acido acetico, alla potassa, all'etere ed all'al- 
cool caldo. 

Ricerche opportune, che qui taciamo per ragione di brevità, esclu- 
sero che fossero spermatozoi, globuli sanguigni rossi o bianchi. La 
coltivazione, per ultimo, diede luogo a sviluppo di copiosissimi Lep- 
tomìtus. 

Epperò quegli elementi erano senza alcun dubbio spore. 

Dentro l'albume stava un piccolo tuorlo; ai suoi poli eranvi evi- 
denti traccie di calaze; era di color giallo sbiadito; sì notava però 
una macchia che aveva i colori della cicatricola dell'uovo contenente, 
quantunque fosse di forma un po' irregolare e piccola; con difficoltà 
si staccava una membrana vitellina di struttura finamente fibrosa; 
all'esame del tuorlo non si poteva chiaramente distinguere il tuorlo 
giallo dal bianco, ne la struttura della cicatricola; ma s'incontravano 

(1) Nathusius, Ueòer die Hiillen, loelche doi Dotter des Vogeleies unge- 
Un. — Zeitsch. f. wissensch. Zool. Bd. 18, H. 2, 1868. 



B. GRASSI E C. PARONA, SOVRA UN CASO DI ETEROGENESI, ECC. 239 
appena rari corpuscoli vitelliai normali, moltissimi globuli adiposi, 
moltissime goccio adipose di vario volume; qua e là cristalli di mar- 
garina, qualche globulo vitellino rotto (artificialmente?). Nell'interno 
del tuorlo non si rinveniva spora alcuna. 

Convien soggiungere che non si poteva giudicare fracido, che non 
dava esso odore di acido solfidrico, non era verde intenso ed infine 
non era verdiccio il suo albume, come succede nelle uova fracide. 

In epilogo, noi avevamo un caso di ovum in ovo, complicato dalla 
presenza di innumeri spore nell'albume dell'uovo contenuto. 

Ragioniamo ora intorno a queste spore. 

Necessariamente derivarono dall'esterno, o si formarono nell'in- 
terno per generazione spontanea, o, come meglio si dovrebbe dire, 
^ev Plasmo gonia. Tertium non datur! È inutile accennare che in forza 
delle cognizioni botaniche non si può ammettere che appena poche 
spore siano penetrate nell'ovicino e siansi in esso moltiplicate. 

Se l'origine si deve ripetere dall'esterno, ciò è avvenuto o nell'ovi- 
dotto, o quando l'uovo era già nato. 

E qui ci sembra necessario ricordare fatti intimamente collegati 
col nostro in discorso. Si conoscono pochi esempi di crittogame ri- 
scontrate nelle uova. Lasciando da parte i casi dubbi, citiamo anzi- 
tutto lo Sporothricum alluminis, che era per Burdach la prova irre- 
fragabile dell'Eterogenesi; lo Sporothricum brunneum lo sarebbe 
stato per Schenk se avesse potuto constatare l'integrità del guscio 
il Dactylium oogeniim scoperto da Rayer fu osservato una sola volta 
Spring notò una volta un micelio non fruttificato; il micelio riscon- 
trato in un unico caso da Wittich non è determinato; Harless trovò 
raicelii dell'aspetto di quelli di Wittich nella camera d'aria. Robin (1) 
cita tutti questi casi e dice di non aver osservato che un micelio in 
un uovo di natrix. Più oltre ricorda che è facile trovare YAchlya 
prolifera (un'alga) nelle ova di pesci e di tritoni. 

Hofi'mann (2) descrisse un Hoetophora nell' uovo di gallina. Altri 
esempi si leggono in Hessling (3), in Kolaczek (4) ed in Rabenhorst (5). 
Panceri (6) ebbe a rilevare il fenomeno di mucedinee nelle uova di 
gallina, specialmente nelle puntate. Tentò scoprire come si producono. 



(1) Hist. nat. des végétaux parasites, ecc., Paris, 1853. 

(2) Verhand. der pliysik. medie. Gesell. in Wilrtzbarg, 1850. I. § 73, 75. 

(3) IlL med. zeit. V. Rubner. 1, 1852, pag. 45. 

(4) Verhand. des Vereins f. naturkande, z. Presburg, 1857. II, 2, p. 40. 

(5) Ein Notizhlattf. Kryptog. Studien. N. 11, 1863. 

(6) Sai coloramento dell' albume. Atti della Soc. ital. di se. nat. Voi, II, 
1861, pag. 271. 



240 B, GRASSI, E C. PARONA, SOVRA UN CASO DI ETEROGENESI, ECC. 

o meglio come si introducono; ed a tal uopo istituì interessanti espe- 
rienze, le quali lo persuasero che ha luogo veramente nn passaggio 
dall'esterno all'interno di micelii e di spore attraverso il guscio. 

Mosler (1) provò di nuovo, sperimentalmente, la possibilità di pe- 
netrazione delle spore di molti funghi attraverso il guscio d'uovo di 
gallina e conchiuse che nella maggior parte dei casi, se non in tutti, 
la putrefazione viene incoata da spore migrate nell'uovo. 

Fin qui abbiamo una serie di fatti, che dimostrano, sempre in uova 
già deposte da una parte la presenza di funghi, dall'altra il loro 
probabilissimo sviluppo per penetrazione dall'esterno. 

Donne (2) sostenne che nella putrefazione spontanea delle uova di 
gallina non si sviluppano esseri viventi. Aggiunse che se si rompono 
queste uova putrefatte e si espongono all'aria, dopo il breve lasso di 
ventiquattro ore, si trovano già popolatissime. 

Appoggiati a questi fatti, supponiamo la penetrazione delle spore 
nell'uovo già nato ed esaminiamo se e quanta luce piova sulla nostra 
questione. 

L'esperienze negative di Donno provano poco, inquantochè mille 
fatti negativi non potranno mai abbattere un solo fatto positivo; molto 
più che Panceri ebbe a rilevare talvolta il contrario, cioè la presenza 
di mucedinee in attività di vegetazione nelle uova fracide. 

Le osservazioni di Panceri e di Mosler non trovano preciso ri- 
scontro nel nostro caso. L'uovo contenente non presentava, tra il 
guscio e la testacea, cellette racchiudenti micelii, né la camera d'aria 
era tapezzata di microfìti, come nei casi di Panceri e di Mosler. 

In questi le spore ed i micelii percorrevano una via relativamente 
breve; nel nostro caso invece doveva essere stata ben altra! Là un 
guscio; qui divideva dall'esterno un guscio, una testacea, un grosso 
strato d'albume, un altro guscio, che quasi si direbbe formato di 
varie testacee addossate e finalmente una grossa testacea. 

Nei casi sovraccennati erano presenti, non appena spore, ma anche 
funghi in fruttificazione; era perciò facile spiegare come quelle fos- 
sero numerose. Nel nostro, siccome mancavano i micelii, una miriade 
di spore avrebbe dovuto venire dall'esterno; locchè è certamente 
inammissibile. 

Per ultimo, riesce molto arduo fermar per vero che tutte, proprio 
tutte, siano state quasi attirate, non sappiamo per qual forza, dal- 
l'albume dell' ovicino; sembra che qualcuna avrebbe dovuto fermarsi 
lungo la via, almeno o nella testacea dell'uovo contenente, o negli 
involucri dell' uovo rinchiuso ; se è vero quel che dice Pasteur, che 

(1) ArcUv. V. Virchow, 1864, t. 29, pag. 523. 

(2) Compt. rend., 18G3, 1864 (in vari luoghi). 



B. GRASSI, E C. PARONA, SOVRA UN CASO DI ETEROGENESI, ECC. 241 
cioè: « on peut dépouiller l'air de tous les corps le plus ténus qu'il 
titìiit en suspension en la tamisant h travers des tampons de coton 
carde. " Molteplici strati, quasi feltro, a filamenti ben più fìtti che 
nel cotone cardato, stavano a difesa dell'albume dalle spore! 

Per tutte queste ragioni eliminiamo l'ipotesi che siano penetrato 
dall'esterno, dopo che l'uovo venne deposto. 

Passiamo all'altra; che cioò siano arrivate nell'albume per l'in- 
termedio dell'ovidotto. 

Ammettendo la teoria comunemente accettata sull'origine dell'uovo 
a doppio tuorlo e sulla sede di formazione dell'albume, quell'ipotesi 
dà luogo a due altre secondarie. Si può pensare che siansi internate 
direttamente nell'ovicino, prima che si formassero i suoi involucri e 
venisse trascinato nell'orbita dell'uovo contenente e ravvolto dal 
di lui albume; oppure convien supporre che le spore abbiano dovuto 
percorrere o tutta od una gran parte della lunghissima strada attra- 
verso gli involucri già sovraccennati. Questa seconda supposizione 
non merita di essere considerata, dacché già le ragioni sovradette la 
confutano. Resta la prima e di questa ora appunto entriamo a parlare. 

Saranno le spore per avventura giunte nell'ovidotto pel tramite 
della circolazione? In questo caso avrebbero dovuto passare attraverso 
agli epitelii delle vie aeree o digerenti, alle pareti dei vasi relativi, 
entrare in circolo col sangue ed infine uscire dai vasi dell'ovidotto, 
trapassare l'epitelio e commescersi all'albume. Ma, come ognuno ca- 
pisce, a credere a tutti questi giri e rigiri non ci autorizzano né teo- 
riche, ne fatti. 

Se le spore sono penetrate, la via deve essere stata l'intestino, o 
per la comunicazione normale nella cloaca, ovvero per anomala co- 
municazione di prima formazione o morbosa. Anomale comunicazioni 
di prima formazione fra intestino ed ovidotto non vennero forse de- 
scritte (1); sono bensì noti casi di fistole, nei quali però passavano 
dall'intestino all'ovidotto non appena spore, ma sostanze d'ogni 
sorta, locchè non avveniva nel nostro caso. D'altra parte una tale 
interpretazione non spiegherebbe lo stato fisiologico dell' uovo con- 
tenente. 

Non avanza che di presup[iorre la penetrazione attraverso la nor- 
male comunicazione dell'ovidotto colla cloaca. 

Premettiamo i fatti che per avventura potrebbero avvalorarla. 

Panceri (2) sostenne appunto questa ipotesi in un caso di mucedinee 

(1) 0. Larcher, Mém. s. l. affect. des partles génitales femelles chea les 
oiseaux. Mélanges de Pathol. comp., ecc. Fase. II, Paris, 1874- 

(2) Intorno ad alcune crittogame osservate nell'uovo di struzzo. Voi. VI 
degli Atti della R. Accad. delle se. fis. e matem. di Napoli, 1873. 



242 B. GRASSI E G. PARONA, SOVRA UN CASO DI ETEROGENESI, ECC. 

trovate in uovo di struzzo; formavano esse delle macchie in grembo 
all'albume e nello spessore della testacea. Attentamente osservando, 
ebbe però trovato che alcune delle macchie non erano fatte dalle 
mucedinee, ma da granelli di sabbia silicea gialla, siccome quella dei 
deserti africani. Pensò allora che, come avevano potuto penetrare i 
granelli di sabbia nell'ovidotto, portativi insieme collo sperma dal 
pene sempre a contatto, per ragione del suo posto nella cloaca, con 
sostanze provenienti dall'esterno; così avrebbero potuto pervenire 
anche le mucedinee in forma di micelio, ma più probabilmente allo 
stato di spore, che vennero avviluppate dall'albume che stava depo- 
nendosi e tallirono. 

Corpi estranei di diversa maniera si trovarono nelle uova; bisogna 
però confessare che questi casi sono piuttosto rari. Davaine (1) ri- 
porta la presenza di uno spillo; De Murs (2) ricorda uova di uccelli 
nello spessore del cui guscio si trovarono frammenti d'insetti (un 
caso di Rozier ed uno di Moquin-Tandon); ma piuttosto che crederli 
passati dalla cloaca nell'ovidotto, pensa che quegli insetti si trovas- 
sero al luogo dove, durante l'ovifìcazione, posava l'ano dell'uccello, 
e, sorpresi nella materia calcarea ancora molle, dibattendosi, vi sa- 
ranno rimasti incrostati in parte od in totalità ed il raffreddamento, 
quasi istantaneo, di quella materia, ve li avrà quasi inchiodati den- 
tro (?). Pouchet (3) rinvenne nelle uova di gallina zampe di insetti 
ascese dalla cloaca nell'ovidotto, per mezzo delle loro spine rivolte 
tutte per un senso. Il Distoma ovatum, che abita la borsa del Fa- 
bricium, può passare nell'ovidotto (e vi fu riscontrato da Otto) e può 
trovarsi nell'uovo (Hanon, Parkinje, Eschholz, Schilling, Gurlt). 

Raccogliamo fatti d'ordine un po' diverso. Gayon (4) sostenne che 
le uova si putrefanno per la presenza di vibrioni. Quando la gallina 
si sgrava, l'ovidotto penetra nella cloaca e vi si invagina; se in essa 
vi sono vibrioni (e ve ne sono spesso in gran quantità), possono pas- 
sare sulla mucosa dell'ovidotto e trovarsi, in questo modo, mescolati 
all'albume, nel momento in cui è secreto e va a rivestire il tuorlo. 

Fin qui i fatti patologici; non dobbiamo però passare sotto silenzio 
i fisiologici. 

È naturale di rivolgere l'attenzione al come gli spermatozoi si re- 
chino nei recessi genitali a fecondare l'uovo e dove avvenga il loro 

(1) Mém. s. l. anomalies d. Voeuf. Soc. d. biologie, ser. 3, tom. 2, 1860, 

(2) Traité d'oologie. Paris, 1861. 

(3) Citato da Panceri (noi non abbiamo potuto attingere alla fonte ori- 
ginale). 

(4) Eech. s. l. alterai, spontan. d. oeufs. Paris, 1875. 



D. GRASSI E C. PARONA, SOVRA UN CASO DI ETEROGENESI, ECC. 243 

contatto. Tutti consentono che il luogo ordinario dell'incontro siano 
lu trombo. Per lo sperma si deve tener conto del moto di traslazione, 
proprio dei filamenti spermatici; in secondo luogo Bischoff ed altri 
hanno spesse volte notato, dopo il coito, il vivo movimento dell'ovi- 
dotto in forma di antiperistaltica, cioè diretto dal basso in alto. E 
Pouchet calcola molto una specie di succhiamento che l' ovidotto 
esercita sullo sperma ejaculato; perciocché si dice che nell'atto del 
coito quest'organo, fatto convulsivo, si contragga in modo da cacciar 
fuori il muco che erasi in esso raccolto e da diminuire il rispettivo 
diametro; indi si dilata ed ognuno capisce come succede l'indicato 
succhiamento (1). 

Dobbiamo, per ultimo, richiamare altre considerazioni, le quali ci 
autorizzano ad ammettere soventi fiate, nell'ovidotto, movimenti an- 
tiperistaltici, onde sarebbe assai facilitata l'ascesa dei corpi stranieri. 
La disposizione istologica delle fibre muscolari dell'ovidotto è favo- 
revole ai movimenti antiperistaltici ; i quali devonsi supporre per 
ispiegare i fatti di uovo in uovo (e perciò anche nel nostro caso), 
quei di uova fornite all'esterno di una testacea eguale all'interna, ecc. 
Furono descritti anche casi di vero invaginamento. 

In base a tutta questa coorte di fatti (e crediamo di avere scru- 
polosamente riportati almeno i principali che riguardano la nostra 
questione), può par§r razionale la presenza di spore nel nostro ovicino 
per la penetrazione dalla cloaca? 

Checché si immagini, fanno sempre contro le seguenti gravissime 
difficoltà: 

Uno sfintere là dove l'ovidotto sbocca nella cloaca; subito al di là 
dello sfintere una cavità relativamente ampia, in cui i corpi stranieri 
dovrebbero arrestarsi; uno stringimento dappoi (istmo); queste vie 
tortuose e relativamente lunghe dovevano venir percorse dalle spore 
prima di arrivare dove vien secreto l'albume, cioè dove si ammette- 
rebbe siano penetrate nell'ovicino. Su tutta la via una mucosa spal- 
mata di muco, pieghettata, pronta così ad arrestare quei corpi che 
per avventura sorpassassero lo sfintere. Arrogo che l'epitelio vibra- 
tile di questa mucosa ò discendente e quindi tende ad estrinsecare 
ogni corpo straniero (2). Ned offre buon giuoco al passaggio delle 

(1) S. ToMMASi, lUituzioni di fisiologia. Torino, 1862. 

(2) In base all'osservazione di Pdrkinje e Valentin, che nelle branchie 
del Mytilus la direzione delle ciglia si inverte a dati intervalli, venne sup- 
posta una inversione di corrente anche per gli ovidotti. Questa opinione 
non venne accettata, e recentemente Krause, nel suo pregevole trattato 
d' istologia, scrive : Sie sohwingen stets in derselben liichtung auf und nie- 
der (pag. 31). 

Rendiconti. ~ Serie 11. Voi, XI. 16 



244 B. GRASSI E G. PARONA, SOVRA UN GASO DI ETEROGENESI, ECG. 
spore il lume dell'ovidotto che è appena virtuale), cioè esiste solo 
quando l'ovidotto è attraversato da corpi stranieri, ovvero dall'uovo, 
o contiene muco. 

E se questi passaggi avessero facilmente luogo, come mai non ven- 
nero descritte nell'ovidotto degli uccelli crittogame parassite, men- 
tre invece furono trovate frequenti volte nei loro polmoni e nei loro 
sacchi aerei? (1). 

Un numero tanto grande di spore senza un solo micelio è un altro 
argomento contrario; e già Panceri, discutendo sovra un suo caso, 
aveva ammesso che il sospetto di ascesa era tolto dalla copia delle 
spore. 

E ascendere nell'ovidotto e mettersi nell'albume mano mano che 
si secerne e tutte racchiudersi esclusivamente in questo albume del- 
l'ovicino, sono tali cose che per sembrar buone richiedono piuttosto 
fede che ragionamento. 

Il pene dello struzzo che entra nella cloaca della femmina, la 
presenza di sabbia potevano confortare l'ipotesi nel caso di Panceri; 
mancano però a suffragare per il nostro. 

Quanto ai fatti di Gayon, osserveremo che, dato pure che i vibrioni 
raccolti nella cloaca si appiccichino alla mucosa dell'ovidotto, perchè 
arrivino fino lassù dove viene secreto l'albume, debbono inerpicarsi 
per una via, che Gajon, come sembra, non ha percorso. 

Dopo tanti dibattiti, confessiamo che le ipotesi fin qui addotte non 
esplicano il nostro caso. 

Ve ne ha invece un'altra, ammessa la quale, la quistione diventa 
semplicissima e scintilla viva la luce. Ed essa trova la sua base 
nella Plasmogonia. 

Ed è quella che noi sosteniamo fortemente. 

Non abbisogna di esplicazioni; la composizione chimica dell'albume 
dell' ovicino era capace di dar luogo alla formazione di spore. 

Come ciò succedesse, appariva quasi evidente sotto gli occhi di chi 
osservava l'albume al microscopio. Si potevano cioè fissare graduali 
passaggi dal protoplasma granuloso alle spore. 

Ad appoggiare vieppiù questo nostro pensamento, ricordiamo in 
generale i molteplici fatti oggidì conosciuti in favore dell'Eteroge- 
nesi (Mantegazza, Cantoni, Balsamo Crivelli, Maggi, ecc.), ed in par- 
ticolare la presenza di Leptomitus (non bene spiegabile che per una 
successiva trasformazione della mielina dell'albume), riscontrata in un 



(1) Robin, Ice. cit. — Haussmann, Die parasHen der iveiblìchen Gè- 
schlectsorganen. Berlin, 1870, pag. 24 e seg. 



B. GRASSI E C. PARONA, SOVRA DN CASO DI ETEROGENESI, ECC. 245 

UOVO di gallina da Fumagalli (1); ed anche altri fatti recentemente 
osservati da Cattaneo sotto la direzione del prof. L, Maggi. 

Prima di finire, dichiariamo che i fatti da noi riferiti vennero ve- 
rificati, con molta cura, dallo stesso prof. Maggi, al quale perciò ren- 
diamo grazie. 

Dal Laboratorio di Anat. e Fis. compa- 
rata della R. Università di Pavia. 



FISICA. — Risposta ad una Nota del prof, D. Macaluso, dell* ingegnere 
F. Paparozzi, presentata dal M. E. prof. Hajech. 

Nei Rendiconti del R. Istituto Lombardo di scienze e lettere, Se- 
rie II, Voi. X, fase. XI, adunanza ordinaria del 17 maggio 1877, 
trovasi a pag. 328 una Nota del prof. D. Macaluso col titolo « Sulla 
tensione della elettricità indotta. « 

Comincia questa Nota il chiar." professore dicendo: « Il prof. Vol- 
picelli, nel sostenere calorosamente la tesi, che la indotta di prima 
specie non tende, si appoggia moltissimo, e soprattutto, ai risultati 
del suo piano di prova, il quale, in vero, a prima giunta può trarre 
facilmente in inganno. » 

Dichiaro innanzi tutto essere pur troppo vero, che i risultamenti 
dati dal piano di prova condensatore, ideato dal prof. Volpicelli, ap- 
poggiano moltissimo la certezza, che cioè la indotta di prima specie 
non tende, dirò di più, che solo essi bastano a dimostrare la verità 
della tesi sostenuta dal medesimo professore; ma non essere per altro 
questo piano di prova unico mezzo per dimostrare verità sifi'atta. 

Moltissimi altri ve ne hanno altrettanto semplici quanto conclu- 
denti, e che assolutamente riesce impossibile spiegare, ammettendo 
la tensione nella indotta di prima specie. 

Che il piano di prova dal prof, Volpicelli adoperato , non possa 
trarre in inganno, risulterà da quanto svolgeremo in seguito. 

La presente Nota del prof. Macaluso comprende due ben distinte 
obbiezioni alla teorica sostenuta dal prof. Volpicelli, ed appunto 
quelle clìe nel 1875 il prof. Pisati pubblicava nella Gazzetta Clinica 
Italiana (Voi. V, pag. 293) sotto il titolo: Difesa dell'antica teoria 
della induzione elettro-statica, e nel 1876 confermava con altra pub- 
blicazione inserita nelle Memorie degli Spett. Italiani (vedi Appendice 



(1) Sopra un microfito trovato in un uovo integro di gallina. Rendic. del 
E. Ist., Lomb. ser. II, voi. Ili, 1870. 



246 P- PAPAROZZI, RISPOSTA AD UNA NOTA DEL PROF. D. MAGALUSO. 

al voi. V di queste Memorie) col titolo: Ricerche sperimentali sul- 
Vinduzione elettro-statica. Ad ambedue queste pubblicazioQi del pro- 
fessore Pisati, venne risposto dal prof. Volpicelli, e principalmente fu 
da questi messa in chiaro la falsità della conclusione che così enun- 
ciava il prof. Pisati nelle citate sue pubblicazioni. « Un conduttore 
comunicante col suolo ed interposto tra un corpo inducente ed un 
indotto, produce l'inversione nella polarità elettrica di quest'ultimo. » 

A convincere ora il prof. Macaluso della falsità di codesta propo- 
sizione, a me piti non resta che riprodurre con qualche sviluppo una 
sperienza, che già dal mio dotto maestro, a tal proposito, veniva op- 
posta alla proposizione medesima. 

Questa sperienza semplicissima ed insieme scevra da ogni altera- 
zione, riesce mirabilmente a tal uopo. 

Sia C un inducente qualunque, AB ED sia un cilindro vuoto, me- 
tallico e comunicante col suolo, avente aperta una delle due basi e 
chiusa l'altra; de sia un disco pure metallico, che abbia un diametro 
alquanto minore di quello del cilindro e sia portato da un manubrio 
fg coibente, che può essere di vetro spalmato di vernice di gomma 
lacca. S'introduca il disco d e nel cilindro fino ad una distanza arbi- 
traria dalla base chiusa, avvertendo che quando il disco viene intro- 
dotto nel cilindro, si trovi ad una distanza tale dall' induttore , che 
la influenza di questo non vi giunga. Così disposta la sperienza, si 
porti la base chiusa A E del cilindro a ricevere la induzione diret- 
tamente dall'inducente C; si può per mezzo di un filo metallico porre 
in momentanea comunicazione col suolo il disco de, ovvero aspettare 
qualche tempo, mantenendolo sempre nell'isolamento. Di poi si sca- 
richi preventivamente l'induttore, e quindi si estragga dal cilindro il 
disco de il quale verrà esplorato ad un elettroscopio. Potrà per tal 
modo il chiar.° prof. Macaluso verificare, che a qualunque distanza 
dalla base A E nell'interno dell'indicato cilindro, venga posto il di- 
sco cZe, purché siano scrupolosamente adempiute le circostanze ac- 
cennate, sempre il disco medesimo si troverà allo stato neutrale. 

Questo stesso risultamento si ottiene, in luogo di porre il disco de 
entro un cilindro, ponendolo dietro un altro disco, che comunichi 
col suolo ed abbia un diametro molto maggiore di quello de. È su- 
perfluo aggiungere, che se il cilindro od il disco fossero coibenti, 
si avrebbe sul disco di prova de l'effetto della induzione. Da ultimo, 
in qualunque modo si sperimenti, si vedrà sempre che il disco de por- 
tato ad un elettroscopio, o sarà allo stato neutrale, se l'ostacolo co- 
municante col suolo sia sufficientemente grande da impedire anche la 
induzione laterale dell'ambiente, ovvero accuserà una carica di natura 
contraria a quella che si è adoperata per inducentC; se questa indù- 



P. PAPAROZZI, RISPOSTA AD UNA NOTA DEL PROF. D. MAGaLUSO. 247 

zione non venga impedita dal medesimo ostacolo. Ma non si verificherà 
giammai di trovare sul disco de una carica indotta dì prima specie, 
che sia dello stesso nome di quella inducente. Per conseguenza risulta 
impossibile a verificarsi quello che venne dal prof. Pisati asserito, ed 
ora sostenuto dal prof. Macaluso. 

Questa impossibilità è dimostrata evidentemente dalla spericnza la 
quale insegna, che a qualunque distanza dalla base chiusa del cilindro, 
venga situato il disco de, sempre questo si trova, avvicinandolo ad 
un elettroscopio, allo stato neutrale. Il qual fatto ci conduce a con- 
cludere, che la induzione a traverso un conduttore comunicante col 
suolo, ò nulla. Tale conclusione a cui siamo giunti mercè questa sem- 
plicissima sperienza, coincide a puntino con quella, che la maggior 
parte dei fisici, fino dagli Accademici del Cimento, ha stabilito sul- 
l'argomento medesimo (1). 

Ma, senza più, passo ad analizzare il primo degli argomenti portati 
a favore della proposizione del Pisati dal prof. Macaluso. 

È certo che, dimostrata la falsità di una proposizione, non può es- 
servi argomento alcuno che valga a sostenerla, per un antico afori- 
smo, che cioè: veritas feritati opponi non potest. È appunto nel caso 
nostro che si verifica di dover confutare un argomento citato in fa- 
vore di una proposizione già dimostrata falsa, lo che poita dover 
l'argomento stesso avere la falsità per base. 

In fatti, dice il prof. Macaluso aver fatto egli un piano di prova 
condensatore, simile a quello adoperato dal prof. Volpicelli'e che 
egli descrive nel seguente modo (2). 

Ora egli soggiunge « Questo risultato può spiegarsi tanto colla teo- 
ria che il Volpicelli chiama l'antica, quanto con quella che egli so- 
stiene e che chiama del Melloni. » 

A questo lispondo negando che questo risultamento ottenuto per 
mezzo del piano di prova condensante, possa spiegarsi tanto coll'an- 
tica, quanto colla teoria del Melloni. Ed in fatti, perchè questo risul- 
tamento potesse spiegarsi coli' antica teoria, bisognerebbe che si ve- 
rificasse quello che viene asserito dal prof. Pisati ; ma essendo stato 



(1) Vedi Sdgfji di naturali sperieuze fatte dall'Accademia del Cimento, 
1667, pag. 232. — Traiti d'électrioité théorique et appliquéé di De La Rive. 
Paris, ]854, pag. 129, 130 e 131. — Philosoph. Magaz. Tom. XI, pag. 1, 
gennaio 1856. — Matteucci, Lezioni di fisica^ 4.^ cdiz.^, ISfiO, pag. 191, 
linea 8. — Cantoni, Elementi di fisica, pag. 595. — Becquerel, Traité 
d'électricité et de magnetisme, pag. 40. — Gavaiìuet, Traité d'électricilé, 
Tom. I. Paris, 1857, pag. 56, linea 9. 

(2) V. Rendiconti Ist. Lomb. Serie II. Voi. X, pag. 328. 



248 P. PAPAROZZr, RISPOSTA AD UNA NOTA DEL PROF. D. MACALUSO. 

dimostrato tanto colla sperienza quanto coll'autorità di molti illustri 
fisici ciò essere del tutto falso, ne segue non potersi dare di questo ri- 
sultamento spiegazione alcuna coll'antica teoria, ma invece il risul- 
tamento stesso essere una manifesta dimostrazione della verità della 
tesi di Melloni. 

Il prof. Macaluso ragiona sull'esperienza citata per decidere diret- 
tamente quale delle due teoriche sulla elettrostatica induzione sia la 
vera, se quella del Melloni, o l'altra comunemente adottata. 

Ma il modo di prova immaginato dal prof. Macaluso, nulla vale a 
decidere, come vedremo ora, poiché dimostrerò che tanto secondo quello 
che presume il prof. Pisati, quanto secondo la teoria del Melloni, 
r insieme del piano di prova condensante, ossia la risultante delle 
cariche che trovansi sui dischetti a e h deve necessariamente essere 
eteronima dell' inducente. Infatti, secondo la teoria di Melloni, il di- 
schetto a, come nel caso che considera il Pisati, non cessa di rice- 
vere sopra di sé l'azione diretta dell' inducente, e perciò, dopo avere 
esso comunicato col suolo, conserverà una carica eteronima della in- 
duttrice, ossia indotta di prima specie, la quale finché rimane sotto 
l'azione dell'induttore, sarà vincolata e priva di tutte le proprietà 
di tensione. 

Il disco è, essendo ben difeso dal disco a, giacché abbiamo dimo- 
strato, che l'induzione non traversa i conduttori, si troverà, prima 
del contatto con l'estremo A dell'indotto, perfettamente allo stato 
neutro. 

Determinando quindi il contatto fra il dischetto b e l'estremo del- 
l'indotto, il pili vicino all'induttore, siccome sull'estremo mede- 
simo, come vuole il Melloni, si trova la omonima dell' inducente, la 
quale sola ò allo stato di tensione, si caricherà il dischetto b per co- 
municazione di questa. Tale carica si accumulerà su quella faccia 
di b che riguarda l'altro dischetto a, producendo su questo per in- 
duzione due cariche, delle quali, una eteronima dell' inducente ma 
vincolata, ed un'altra omonima e libera. La prima di queste due in- 
dotte, cioè la contraria, a motivo dell' attrazione che esercita sulla 
carica di b farà crescere in questo la capacità e quindi potrà lo stesso 
disco b ricevere, dall'estremo A dell'indotto, un'altra quantità della 
indotta di seconda specie, che trovasi sull'estremo medesimo, non al- 
trimenti di ciò che avviene negli ordinarj condensatori. 

Se ora porto fuori del campo della induzione l'insieme del piano 
di prova, coi suoi dischetti isolati, troverò sul disco b una certa ca- 
rica omonima della inducente ottenuta per comunicazione dall'estre- 
mo A dell' indotto, e sul disco a rinverrò una carica eteronima pro- 
dottavi direttamente dall'induttore, e che ora è divenuta libera. Di 



P. PAPAROZZI, RISPOSTA AD UNA NOTA DEL PROF. D. MACALUSO. 249 

più vi sarà sullo stesso a un'altra carica eteronima dell' inducente 
gonoratavi dal dischetto è, che però non avrà azione, perchè tuttora 
vincolata dalla carica di h. È perciò evidente che, portando l'insieme 
di questo piano di prova in prossimità di un elettroscopio, si mo- 
strerà in questo un' azione risultante delle due cariche dei dischetti, 
che deve necessariamente essere eteronima dell'induttore, poiché la 
carica di a è di necessità maggiore di quella omonima di &, secondo 
la teorica del Melloni. Anziché di portare l'insieme del piano di prova 
ad una certa distanza da un elettroscopio, meglio sarebbe determi- 
nare la neutralizzazione delle due cariche di a e di 6 fra loro, per 
mezzo di un piccolo arco metallico ben isolato, ed esplorare poi 
questo ad un elettroscopio. 

In tal modo si trova anche maggiore la differenza fra le due cari- 
che di a e di b^ poiché si svolgerebbe così quella indotta di prima 
specie sul disco a generatavi dalla carica 6, la quale indotta rimane 
vincolata ed inattiva finché perdura sopra di a l'azione inducente di b. 

Che la stessa natura elettrica risultante debba ottenersi dall'in- 
sieme del piano di prova, seguendo le idee del Pisati, non ha bisogno 
di dimostrazione, giacché viene dichiarato dall' oppositore medesimo. 

Pertanto, essendo questo risultamento consono tanto alla teorica 
di Melloni quanto a quella del Pisati, emerge che il mezzo di prova 
proposto dal prof. Macaluso come bastante da solo a decidere sulla 
verità delle due teoriche, nulla vale a concludere. 

Dice inoltre il prof. Macaluso « in moltissime esperienze che io ho 
fatto con diversi piani di prova, caricando l' induttore or di positivo 
ed or di negativo, ... ho trovato che l' insieme di ciascun piano di 
prova si presentava sempre caricato di elettricità eteronima. » 

Dalla semplice analisi testé fatta sul piano di prova, si vede che 
questi risultaraenti riscontrati dal prof. Macaluso non decidono a fa- 
vore né dell'una, né dell'altra teorica. Però essendo stato già da me 
precedentemente dimostrato non potersi in modo alcuno verificare la 
nuova proposizione del prof. Pisati; così questi risultamenti che il 
prof. Macaluso, col suo piano di prova ha ottenuto, sono convertiti 
invece a convalidare la teorica del Melloni. 

Soggiunge il professore medesimo: « Se io però anziché allontanare il 
filo metallico dal disco a del piano di prova prima di staccare questo 
dal corpo indotto, lo portavo via dopo, ovvero lo lasciavo sempre in 
contatto, allora il piano di prova si mostrava con una carica mag- 
giore di omonima, come del resto era ben facile a prevedersi.» 

Quanto ci viene qui riferito dal prof. Macaluso è confermato pie- 
namente dalla sperienza, ed era veramente ben facile a prevedersi, 
giacché nel caso in cui il disco a si tenga sempre in comunicazione 



250 P. PAPAROZZr, RISPOSTA AD UNA NOTA DEL PROF. D. MAGALUSO. 

col suolo, appena questo esce dalla influenza dell' induttore, la indotta 
contraria generatavi da questo, si libera, riacquistando la sua ten- 
sione e perciò immediatamente si disperde nel suolo, la qual cosa 
però non avveniva quando essa era vincolata dall' inducente. Quindi 
è chiaro che sul disco b non resterà che la carica ricevuta per co- 
municazione dall'estremo dell'indotto con cui si è posto in contatto; 
sul disco a vi sarà una certa quantità d' indotta di prima specie vin- 
colata, e priva di tensione, generatavi dalla carica di b. 

Per conseguenza, portando l'insieme del piano di prova ad un 
elettroscopio, deve manifestarsi una carica omonima della inducente. 

Il prof. Macaluso dice: «Ora nell'ultima maniera sono state ap- 
punto fatte le esperienze del Volpicelli, e si capisce quindi il perchè 
dei risultati ottenuti, e che sono il cardine delle sue deduzioni. » 

Dall'aver messo in evidenza che il disco 5, nell'atto di toccare l'e- 
stremo dell'indotto prossimo all'induttore, non può ricevere sopra di 
sé né la influenza dell'induttore, né quella del disco a, poiclié am- 
bedue queste cariche, per influire sopra di esso, dovrebbero traver- 
sare la ventola metallica a, il che vedemmo non verificarsi mai; e di 
piti dall'essere la carica di quest'ultimo indotta di prima specie, e per- 
ciò, come la sperienza insegna, priva della facoltà d'indurre; da tutto 
ciò si rileva la spiegazione, dei risultamenti ottenuti. Che questi poi 
siano il cardine delle deduzioni dedotte dal prof. Volpicelli, é vero; 
ma, come già dissi in principio, e come meglio apparirà in seguito, 
non è solo questo il cardine, che sostiene la tesi del Melloni. 

In seguito a tutto ciò, non voglio mancare di presentare al pro- 
fessore Macaluso un mezzo di prova che a me sembra il più conclu- 
dente a decidere quale delle due spiegazioni, che possono, secondo 
il professore medesimo, darsi ai risultamenti ofi^erti dal piano di prova 
condensatore, sia la esatta. 

Si esponga il piano di prova alla influenza dell'induttore, presen- 
tando a questo il dischetto a, il quale sia tenuto in comunicazione 
col suolo, e il dischetto h sia isolato, ma senza che questo tocchi al- 
cun indotto. È certo che se si verificasse quello che vuole il Pisati, 
portando il piano di prova ad un elettroscopio, mantenendo il disco 
a in continua comunicazione col suolo, dovrebbe trovarsi sopra il b, 
senza averlo toccato con alcun corpo, una carica omonima a quella 
dell'induttore adoperato. Laddove se si verifica la teorica di Melloni, 
deve trovarsi il disco b allo stato neutro. Ora eseguisca questa prova 
il prof. Macaluso in condizioni adatte, cioè che il disco a sia al- 
quanto pili grande di quello 6, e troverà sempre che veramente il di- 
schetto b rimane allo stato neutrale. Questo mi sembra il mezzo de- 
cisivo della quistione, e non l'altro di toccare contemporaneamente 
col dischetto b l'estremo dell'indotto. 



P. PAPAROZZI, RISPOSTA AD UNA NOTA DIÃŒL PROF. D. MACALUSO. 251 

Verificato un tal fatto, crelo non debba rimanere piti dubbio al- 
cuno clie quella elettricità oraoiiima dell'induttore, che il dischetto b 
manifesta quando è stato in contatto con l' estremo dell'indotto il 
più vicino all'inducente, l'abbia veramente ricevuta per comunica- 
zione da quell'estremo con cui è stato in contatto. Ed infatti a con- 
vincersi fino alla evidenza di questa verità, si ripeta per piti e più 
volte il contatto del piano di prova con l'estremo A dell'indotto, e 
si vedrà che il piano di prova medesimo darà cariche sempre decre- 
scenti di elettricità omonima fino al punto di non manifestarne più, 
perchè tutta sarà esaurita. Laddove se fosse vera la ipotesi del pro- 
fessore Pisati dovrebbe manifestarla sempre, poiché non mancherebbe 
mai il dischetto a comunicante col suolo di produrre la sua influenza 
su quello h. 

Inoltre, accrescoado gradatamente il raggio del disco a, si dovrebbe 
manifestare su quello b una carica corrispondente e crescente di elet- 
tricità omonima dell'induttore, giacché questo agirebbe in tal caso 
con maggiore intensità sopra a per l'accresciuta superficie del medesi- 
mo, e quindi quello b riceverebbe da questo una più energica influenza. 
Laddove la sperienza insegna che avviene invece puramente il con- 
trario; quindi anche per questo modo di prova si conclude essere del 
tutto immaginaria la pretesa scoperta del prof. Pisati, sulla inver- 
sione di polarità nell'indotto, per l'interposizione di una massa me- 
tallica fra questo e l'induttore. Aggiungerò per ultimo una bella 
conferma di questa conclusione fornita dal prof. Volpicelli. 

Ha egli recentemente comunicato alla R. Accademia dei Lincei 
(ve li Memorie della classe di scienze finche, matematiche e naturali, 
Serie 3, voi. I, seduta del 4 marzo 1877) una Nota col titolo: Sul 
piano di prova piccolissimo e non condensatore. 

Questo piano di prova consiste di un dischetto piccolissimo metal- 
lico, portato da un filo sottilissimo di v.?tro tirato alla lampada e 
verniciato, al quale filo, mediante una piccola goccia di gomma lacca, 
il dischetto medesimo viene connesso. 

Questo piccolissimo piano di prova evidentemente non condensatore, 
non può in veran mo lo andar soggetto nò alle obbiezioni del pro- 
fessor Pisati, nò a verun' altra. Esso tuttaviq, fornisce gli stessi ri- 
sultamenti che si ottengono da quelli condensatori, perciò se ne con- 
clude dover essere anche questi piani esenti da qualunque obbie- 
zione. 

Potrà il prof. Macaluso da questa Nota che ora ho citato, rilevare 
la spiegazione dell'apparente paradosso, che cioè, un piano di prova 
non condensatore fornisca la omonima dell' inducente dall'estremo 
dell'indotto il più vicino all'induttore. Poro ogni meraviglia cessa, 



252 R. PAPAROZZl, RISPOSTA AD UNA NOTA DKL PROF. D. MAGALUSO. 

quando si consideri che la elettricità libera ha il potere, in virtù 
della sua tensione, d' introdursi nella massa dei coibenti, ed è in gra- 
zia di questo potere, che nel nostro piano di prova la carica da esso 
acquistata per comunicazione dall'estremo indicato dall'indotto su- 
pera quella contraria che il piano stesso acquista per la influenza so- 
pra di sé. 

Sarebbe al certo ridicolo che un fisico asserisse, doversi sperimen- 
tare sulla esistenza della indotta di seconda specie in quell'estremo 
dell'indotto più vicino all'induttore, per mezzo di un elemento sem- 
plice àeW ìndoiio medesimo. Chi sperimentasse in tal guisa non giun- 
gerebbe che a. iroxave la. risultante delle due indotte che Melloni vuole 
so[)rapposte sotto V induzione, in quell'estremo dell'indotto più vicino 
all' inducente. Però, dallo scorgere che questa risultante è eteronima 
dell'induttore, non avrebbe già diritto alcuno a negare la esistenza 
della componente omonima, la quale naturalmente su quell'elemento 
sottratto alla induzione si è neutralizzata, con una parte della indotta 
di prima specie liberatasi, che su questo estremo supera gran fatto 
la sua contraria. È necessario quindi un artificio perchè la elettricità 
che trovasi libera sull'estremo stesso, accumulandosi nel piano di 
prova o pel mezzo di un condensatore, o per la introduzione sua nel 
coibente, possa prevalere su l'altra contraria, la quale non gode del 
vantaggio d'accumularsi perchè priva di tensione. 

Dirò infine che quei risultamenti riscontrati dal prof. Pisati, non 
sono che l'effetto di una profonda alterazione cagionata dal mezzo 
elettroscopico da esso adoperato, cioè il miscuglio di zolfo e minio. 
Non istò ora ad enumerare partitamente le alterazioni cui va sog- 
getto questo mezzo, ma solo mi limito ad accennare che stante la sua 
grande complicazione, conduce molto facilmente in inganno. 

Prima di chiudere questo paragrafo credo cosa utile dichiarare so- 
lennemente che i raziocini e le relative sperienze del prof. Macaluso, 
non altramente che del prof. Pisati, per dimostrare che un corpo 
metallico a, interposto fra un inducente C ed un indotto 5, inverte 
in questo la polarità rispetto quella che si sarebbe ottenuta sul me- 
desimo, senza la indicata interposizione, falso supposito laborant. Per 
mettere in chiaro questra nostra conclusione, non occorre svolgere 
l'argomento con tanta diffusione, come abbiamo fatto in precedenza, 
ma è necessario e sufficiente riflettere sulle considerazioni esposte e 
sulle dimostrazioni da noi riportate di tanti fisici valenti. 

11 supposto del Pisati e del Macaluso consiste nel mettere per base 
delle conclusioni loro, che la induzione traversi un qualunque corpo 
conduttore comunicante col suolo, così che inverta, come sopra è 
detto, la polarità neir indotto. E siccome questo traversamento è falso 



P. PAPAROZZT, RISPOSTA AD UNA NOTA DEL PROF. D. MvGALUSO, 21)3 

evidentemente, perciò è pure falsa la conclasione che i professori 
Pisati e Macaluso hanno dedotto contro la teorica di Melloni. 

La seconda obiezione addotta dal prof. Macaluso, alla teorica del 
Melloni, viene dal raedosimo enunciata noi termini seguenti : « Pre- 
sentando un corpo carico di elettricità, ad un corpo armato di punta 
e messo in comunicazione col suolo, l'indotta accumulata sulla punta 
non effl lisce, dice il Volpicelli, perchè priva di tensione. Levando però 
la comunicazione col suolo, si osserva con qualunque elettrometro, 
che nell'estremo più lontano del corpo indotto, che era allo stato 
neutro quando esisteva la comunicazione, si va accumulando della 
elettricità omonima all'induttrice. Il Volpicelli attribuisce ciò ad un 
trasporto di elettricità dall'induttore sull'indotto attraverso l'a- 
ria. Adoperando quindi come induttore un corpo che trattiene forte- 
mente la sua carica, lo sviluppo di omonima sulla estremità lontana 
del corpo indotto isolato, e prima comunicante col suolo, deve ces- 
sare. Io però ho potuto nettamente osservare il contrario. » 

Rispondo al prof. Macaluso che 1' aver egli osservato il contrario 
di quanto venne asserito dal prof. Volpicelli, è una prova che non 
ha esperimentato in quelle condizioni che si richiedono alla buona 
riuscita di una sperienza così delicata. Lnperocchè un indotto con- 
giunto ad un elettrometro dopo aver comunicato col suolo, che non 
dia pure il minimo indizio della indotta omonima o di seconda specie, 
è una verità incontestabile, e che non manca mai, quando non vi sia 
alterazione nelle condizioni della sperienza. L'errore in cui è caduto 
il prof. Macaluso sta appunto in questo, che mentre ha egli fidato che 
il suo inducente fosse costante, esso in fatto non lo era, e di questo 
ne abbiamo una prova nelle sue stesse parole, ove dice di aver fatto 
uso di un cilindro di ebanite. Ora, l'ebanite, per quanto buon coibente 
egli sia, non mancherà nello stato igrometrico ordinario dell'atmo- 
sfera di cedere all'aria una parte della sua elettricità, la quale dal 
potere assorbente della punta sarà portata sull'indotto. Inoltre la 
tensione stessa della elettricità inducente spinge contro 1' aria, vin- 
cendone il piti dello volte la resistenza, e tanto più, perchè attratta 
dal corpo indotto, non che dalla punta che trovasi sul medesimo. Per 
queste stesse ragioni è anche molto meno adattabile a servir da in- 
ducente, un corpo metallico isolato e carico di elettricità libera. 

Se il prof. Macaluso voleva servirsi di un induttore, il quale so 
non fosse perfettamente costante, almeno lo fosse sensibilmente per 
un qualche tempo, poteva servirsi di una bottiglia di Leida debolis- 
simamente caricata, mantenendone l'armatura esterna in buona comu- 
nicazione col suolo. Questo coibente armato, stante 1' impegno reci- 
proco tra le cariche delle sue armature, esterna ed interna, perde più 
lentamente la carica di questa, mantenendosi così per qualche tempo 



254 P. PAPAROZZI, hlSPUSTA AD UNA NOTA DEL PROF- D. MAGALUSO. 

la induzione sensibilmente costante. Per essere però curti di questa 
costanza fa duopo di un controllo continuo, il quale si fa appli- 
cando al bottone della bottiglia stessa un elettrometrino a quadrante, 
il piti leggiero possibile, affinchè accenni le più piccole variazioni 
della carica inducente. Questo elettrometro deve essere osservato con- 
tinuamente da lungi con un cannocchiale, acciò la vicinanza dello 
sperimentatore non faccia variare 1' angolo della divergenza nell' e- 
lettroraetro stesso. 

Se il prof. Macaluso avesse adoperato questo mezzo di verifica, 
avrebbe senza dubbio riconosciuto in che consisteva l'errore delle sue 
sperienze. Avrebbe egli veduto che al crescere dell'angolo nell'elet- 
trometro di Thomson col quale egli teneva congiunto l'indotto, dopo 
la comunicazione col suolo, diminuiva in pari tempo l'angolo dell'e- 
lettrometro a quadrante nell'induttore. Questo fatto rende perfetta- 
mente ragione di quello che venne osservato dal prof. Macaluso, e 
conferma l'asserto del prof. Volpicelli. 

Reca veramente meraviglia il vedere che i fisici, i quali obbiettano 
alla teorica del Melloni, non vogliano adoperare quei mezzi che sono 
riconosciuti più acconci, e nettamente decidere la questione. Infatti, 
fra le diverse specie d'inducenti che possono adoperarsi, sono da 
essi scelti i peggiori, come la macchina elettrica, ovvero una sfera 
libera elettrizzata e simili; così pure fra tanti elettroscopj squisiti 
che si hanno, il Pisati ha prescelto il miscuglio di polveri di minio 
e zolfo che è il pessimo ed il pili incomodo degli elettroscopj. A che 
giovano alla scienza le scoperte utili, se di queste non ce ne ser- 
viamo? Pubblicò il prof. Volpicelli nella seduta del 2 gennajo 1876 
della R. Accademia dei Lincei (vedi tomo III, serie 2^ degli Atti, pa- 
gina 179) un elettrostatico inducente costante, il quale toglie dalle 
sperienze qualunque anomalia, e conferma a puntino la tesi del Mel- 
loni. 

Nella seduta del 7 gennajo 1877 dell'Accademia stessa (vedi le 
Memorie della classe di scienze fìsiche, matematiche e naturali, Se- 
rie 3% voi. I) il professore medesimo presentò una grande pila secca 
da esso pel primo adoperata come induttore nelle sperienze elettro- 
statiche, per mezzo della quale, anche nelle giornate più umide, si 
hanno sempre i risultamenti favorevoli alla teorica proposta dal Mel- 
loni. Il prof. Volpicelli mise in evidenza i grandi vantaggi dì questo 
inducente che può riguardarsi perfettamente costante, e ne raccomandò 
caldamente l'uso ai fisici che sì occupano dell'argomento. Si pro- 
cuti il prof. Macaluso una pila secca, la quale non è necessario che 
abbia dimensioni tanto grandi, ma solo quanto basta per fornire una 
sensibile induzione; ripeta la sperienza da esso riferita, e sia sicuro, 
che quando avrà comunicato col suolo l'indotto, non vedrà all'elettro- 



P. PAPAROZZI, RISPOSTA AD UNA NOTA DKL PROF. D. MAC/^LUSO. 2o3 

metro, a cui questo ò congiunto, neanche la rainima quanlità di omo- 
ninaa cieli' induttore. 

Il prof. Macaluso dà spiegazione del risultaraento da lui osservato, 
dicendo: «Il che si spiega facilmente colla così detta antica teoria, 
secondo la quale la indotta eteronima, identica per lo sue proprietà 
all'omouima, effluisce dalla punta e si disperde; mentre dall'altro 
canto, la presenza dell'induttore con una data carica, produce una 
nuova decomposizione elettrica. » 

Che la elettricità indotta di prima specie, non effluisca dalle punte 
e non si disperda, è una verità la quale è chiaramente manifestata 
servendosi dell'induttore costante nella sperienza che segue. In- 
fatti, si sottoponga alla indazione di un polo di una pila secca, un 
cilindro metallico isolato ;su fili sottilissimi di seta verniciati, e ar- 
mato di punta in quell'estremo suo, che più avvicinasi all' indu- 
cente, sottraendolo dopo un certo tempo all'azione dell'induttore: si 
trova esso indotto carico di un' elettricità risultante che è eteronima 
'dell' inducente, laddove se fosse vero che la indotta di prima specie 
effluisse perle punte, dovrebbe verificarsi il contrario. Inoltre lo stesso 
cilindro metallico venga di nuovo sottoposto all' azione dello stesso 
polo, e venga posto momentaneamente in comunicazione col suolo; e 
quindi, rimosso l'induttore, si misuri ad un elettrometro di Thomson o 
di Palmieri, la quantità della indotta di prima specie. Di poi riportato 
lo indotto allo stato neutro, si sottoponga alla medesima induzione di 
prima, quindi si privi della indotta di seconda specie, e si lasci sotto 
l'influenza per un tempo lungo quanto si vuole, trascorso il quale, 
si misuri di nuovo, fuori della induzione, la indotta di prima specie. 
Questa seconda misura coinciderà esattamente colla prima. È evi- 
dente che queste prove non possono ottenersi che mediante un indut- 
tore il quale sia perfettamente costante. Per tutto questo mi sembra 
doversi ritenere che la indotta di prima specie, quando sia costante 
la induzione, veramente non effluisce dalle punte e non si diperde me- 
nomamente, e che perciò è priva di tutte le proprietà che possiede la 
indotta omonima, contro quello che asserisce il prof. Macaluso. L'idea 
quindi del professore medesimo, che la presenza dell' induttore produca 
una con^mwa decomposizione sull'indotto, oltreché è contraddetta dalla 
sperienza bene istituita, conduce di piìi ad un lavoro infinito, senza 
un proporzionale dispendio, la qual cosa non si riscontra mai nei 
fenomeni della natura. 

Voglio sperare che il prof. Macaluso ripeta tutte queste sperienze 
adoperando un induttore veramente costante, e non segua l'esempio 
di taluni fisici i quali riproducono le medesime obbiezioni, senza vo- 
lersi dar carico dei mezzi che le distruggono. 



LETTURE 



CLASSE DI LETTERE E SCIENZE MORALI E POLITICHE. 



Il padre Angelo Secchi, il conte Federico Sclopis e il dottor 
Carlo Ambrosoli. Commemorazione del M. E. e Presidente Carlo 
Belgiojoso. 

Prima di ripigliare le consuete nostre letture, onoriamo la me- 
moria dei colleghi che, nel corso di pochi giorni, la morte ci ha 
rapito: il padre Angelo Secchi, il conte Federico Sclopis e il dot- 
tor Carlo Ambrosoli. Una gramaglia può ben coprire parecchi 
lutti; ma ogni dolore vuole avere una sede distinta nel cuore e 
nella coscienza dei superstiti. 

Angelo Secchi nacque in Reggio d'Emilia, nel 1818. Inscritto, non 
appena adolescente, nella Compagnia di Gesù, si consacrò interamente 
a quella tra le costituzioni dell' Ordine che avvia i propri adepti al 
culto degli studi severi; e si mostrò fido a questo primo suo voto. 
Né l'irrompere di gravissimi avvenimenti, né la pubblica e non be- 
nevola animavversione, che circonda di legittimi sospetti il formida- 
bile sodalizio, lo sviarono un solo istante dal suo cammino. 

Compi gli studi in Roma; professò le matematiche nel Collegio Ro- 
mano, e la fisica sperimentale nel Convitto di Loreto. Esule nel 1847, 
visitò l'Inghilterra e l'America del Nord, volgendo ad onore ed a 
prò della scienza il bando inflitto alla sua assisa. 

Nel 1849, in quell'anno che non esiteremo a chiamare il piU in- 
fausto del nostro secolo, rimpatriò; e, morto il padre De Vico, ne as- 
sunse gli ufSzii nell'Osservatorio Astronomico del Collegio Romano. 
Quivi egli passò, meditando e scrivendo, il meglio della sua vita; 
quivi fu sorpreso, mentre era assorto come Archimede nelle sue ri- 
cerche, dall'alba avventurata del 20 settembre. Ma, con miglior for- 
tuna del filosofo di Siracusa, egli vide rispettata nella sua persona 
la neutralità della scienza. La quiete della sua cella fu turbata una 
volta sola: il dì che il Groverno del Re offri vagli un seggio più 



COMMEMORAZIONE LETTA DA C. BELGIOJOSO. 257 

adatto all'ampiezza de' suoi studi, nell'Osservatorio d'Arcetri. Il Sec- 
chi non volle, o non potè, accogliere l'invito; ma non si tenne dispen- 
sato dal mostrare la sua gratitudine al Governo; e la mostrò nel 
miglior modo, accettando di far parte della Commissione italiana in- 
viata ad Augusta di Sicilia, per istudiarvi i fenomeni del recente ec* 
disse totale di sole, e pigliando posto nel Consiglio centrale di me- 
tereologia, presso il Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. 

Il nome del Secchi ò splendidamente raccomandato all' alta fama 
de' suoi scritti: i quali furono molti, e quasi tutti diretti al pro- 
gresso della fìsica celeste, e tutti rimunerati, qui fra noi e allo stra- 
niero, di vivissimo plauso. Non è questo il momento di discorrere 
delle suo opere; né la lode in bocca di chi ora vi parla avrebbe la 
piti piccola autorità. Mi sia però lecito dire, che se l'ammirazione 
d'un profano fa buona prova dell'efficace chiarezza di un libro, pur 
non fatto per lui, questa sincera testimonianza riesce sul labbro di 
tutti il piti grande elogio dell'opera U unità ddU forze fisiche. La 
arditissima tesi, nettamente preannunziata nel titolo, è sorretta da 
una tale serie di fatti, è svolta con una dialettica così limpida e 
serena, che anche una mente impreparata va lieta di comprendere 
la provvidenza di questa legge fondamentale dell'Universo. Altre sue 
opere di merito altissimo sono la Monografia le Soleil , e il Saggio 
d'astronomia siderale, le Stelle, ultimo de' suoi lavori. 

Una felice applicazione de' suoi studi fu pure quel prezioso stru- 
mento, che egli intitolò il Meteorografo, e che gli valse un premio 
alla Esposizione universale di Parigi. Piti tardi, la fama del suo nome 
e delle sue opere gli meritò insigni onorificenze dai sovrani della 
Francia e del Brasile, e diplomi delle più illustri Accademie scienti- 
fiche d'Europa. 

Un lento e crudele malore lo trasse, non ancora sessantenne, alla 
tomba, il giorno 26 dello scorso febbrajo. Quanto egli diede alla 
scienza farebbe onore all'indefessa operosità di una vita assai piìi 
longeva della sua. Ma egli portò nel sepolcro, prematuramente di- 
schiuso, molte promesse; e la scienza ha il diritto di piangerlo pre- 
morto al loro adempimento. Una grande verità, nondimeno, esce lu- 
minosamente confermata dalla sua non lunga vita, ad esempio e con- 
forto di tutti; el è che in ogni condizione sociale, e sotto ogni veste, 
si può rendere onore alla patria, meritarsi la stima di tutti, e assi- 
curare al proprio nome quello schietto e durevole rimpianto, che vale 
quanto e più che la gloria sollecitata dalle rumorose ambizioni. 

Il conte Federico Sclopis cessava di vivere in Torino il giorno 8 
di marzo. Un'altra preziosa esistenza è scomparsa: una di quelle 



258 COMMEMORAZIONE LETTA DA C. BELGIOJOSO. 

anime elette, nello quali le eminenti dovìzie dell'ingegno e della dot- 
trina, i doni della fortuna e Io splendore degli onori fanno degna 
corona al merito sapremo di una probità austera, inconcussa, insu- 
perata. Amato paternamente da Prospero Balbo, amico di Cavour, 
amicissimo di Massimo d'Azeglio, lo Sclopis appartiene alla nobile 
schiera di quei patrioti del Piemonte, i quali spesero mezza la vita 
nelle virtù che prepararono la libertà; il resto, nelle opere che 
l'hanno cresciuta e consolidata. 

Nato nel 1798 in Torino, e a vent' anni dottore in legge, iniziò la 
sua carriera civile nella magistratura. L'acume della sua mente e 
la specchiata integrità del suo animo lo fecero degno ben prèsto di 
occupare uno dei seggi eminenti nella Corte Suprema di Giustizia, 
dove collaborò alla riforma della legislazione civile e penale. Era capo 
del Ministero Pubblico, quando Re Carlo Alberto lo chiamò a sedere 
nel Consiglio della Corona. Mutate nel 1848 le sorti del Piemonte, egli 
non uscì di carica, e fu il primo ministro Guardasigilli del nuovo 
Regno costituzionale. 

Da quest'epoca, e per non breve corso d'anni, la vita del conte Sclo- 
pis è intimamente legata alle fortune di quella piccola Italia subal- 
pina, la cui esistenza può dirsi la gloriosa prefazione della storia 
del risorgimento nazionale. Deputato del quarto Collegio di Torino nel 
1848, eletto nel luglio dell' anno successivo Senatore, egli portò nelle 
due Assemblee il tesoro di una parola sagace, temperata, conciliante. 
E fu appunto la singolare sua equanimità che gli valse l'onore del 
seggio presidenziale nel Senato; come fu la fama del suo nome e 
della sua saggezza che lo designò, molti anni dopo, a reggere in Gi- 
nevra la Commissione d'arbitrato sulla vertenza dell'Alabama. Un 
eminente servizio egli rose, e non all'Italia soltanto, ma alla umanità; 
poiché dopo il buon esito di quell'atto di procedura internazionale, se 
ancor non è lecito aver fede nella pace perpetua, non è utopia lo spe- 
rare che si faccia piti rara e meno disastrosa la guerra. 

Il conte Sclopis, e come uflSziale della Corona, e nei Consigli pri- 
vati della reggia, potè in molte e solenni occasioni far valere l'au- 
torità della sua esperienza, e l'illimitata sua devozione alla patria 
ed al principe. La parola saggia e disinteressata dell'onestissimo cit- 
tadino suonò sempre gradita all'orecchio e nell'animo del Re Galan- 
tuomo. E doveva essere; poiché scopo comune era il bene della pa- 
tria, e la via prescelta da entrambi quella tracciata dalla più severa 
probità. 

Le insegne del supremo ordine dell'Annunziata, di cui Vittorio 
Emanuele fregiò lo Sclopis, e che al cospetto del pubblico furono l'o- 
norificenza dovuta al magistrato, allo statista, al ministro, vollero 



COMMEMORAZIONE LETTA DA C. BELGIOJOSO. 259 

essere ia privato qualcosa di piti : un segno della personale affezione 
che l'ottimo Re porgeva ad uno de' più antichi e devoti suoi amici. 

Da tempo egli viveva lontano dalla politica. Già veccliio d'anni, 
ma invidiabilmente giovane d'intelletto, attese fino alla vigilia della 
sua morte alla direzione dell'Accademia delle scienze in Torino, e agli 
affari della Provincia e del Comune, senza mai dimenticare i predi- 
letti studi della storia e della giurisprudenza. 

Nei molti e pregevoli suoi scritti, la vasta dottrina e l'arguto cri- 
terio non soverchiano la logica mite, e direi quasi ingenua, dell' o- 
nest'uomo. La sua parola appare limpida, come la sua coscienza; lo 
stile perspicuo, efficacissimo, emula qualche volta la incomparabile 
semplicità che si ammira nelle scritture di Alessandro Manzoni. 

Lodatissime opere sono la Storia della Legislazione, italiana; la Sto- 
ria della dominazione francese in Italia dal 1800 al 1814; le Prefa- 
zioni ai volumi Historiae patriae monumenta; e le Considerazioni 
sloriche intorno alle Assemblee rappresentative del Piemonte e della 
Savoja, testò pubblicate, con isplendidi tipi, in Torino. Su quest'ultimo 
argomento, già altre volte da lui illustrato, non aveva ancor detta 
l'ultima parola. La morte, rompendo le trame di nuove e forse piti 
fortunate indagini, tradì la speranza di vedere interamente compiuto 
da lui un importante capitolo della storia italiana. 

Innamorato degli studi diplomatici e statutarii, egli si scagiona di 
quel vivo amore al passato, che a taluno potè sembrar fonte di un 
vano orgoglio archeologico, dicendo: «che il ricavare dall'esame di 
vecchi istituti notizie di schietta storia civile e di tutela, ancorché 
imperfetta, degli interessi popolari è, non che nobile, utile esercizio 
di studi continuati e severi (1); perocché — soggiunge egli più innanzi 
— il progresso è 1' avviamento al bene, anche quando ciò implica il 
ritorno ad idee dismesse (2). » Nella rassegna ordinata e conscien- 
ziosa di quei documenti l'autore mira a provare che molte istituzioni, 
vanto dei tempi moderni, altro non sono che vecchie costumanze dis- 
seppellite dal secolare loro obblio; e si spinge piti oltre fino ad affer- 
mare che nel rispetto alle antiche consuetudini rappresentative sta la 
ragione di un fenomeno morale e politico non comune a tutte le na- 
zioni: l'accordo, cioè, che da secoli ha regnato fra il trono ed il po- 
polo nelle provincie sabaude e subalpine. 

Nell'imperfetto ma pur costante proposito della nazione di far co- 
noscere la propria volontà al principe, e, da parte del principe, nel 

(1) Considerazioni storiche intorno alle antiche Assemblee rappresenta- 
tive del Piemonte e della Savoja. Pag. 12. 

(2) Idem, pag. 40. 

Rendiconti. — Serie II. Voi. XI. 17 



260 COMMEMORAZIONE LETTA DA C BELGIOJOSO. 

non meno saldo proposito di vederla soddisfatta, è riposto il segreto 
dì quella forte e mirabile concordia che, fin dal secolo XII, fece dire 
a Tomaso conte di Savoja: « Consegao la città d'Aosta alla liber- 
tà (1). — «» Il popolo, conchiude l'egregio autore, apprezzò ed amò le 
virtù del sovrano: il sovrano ebbe fiducia nel popolo. Amendue fu- 
rono insieme allevati nella scuola dell'avversità e dei pericoli: gli uni 
e gli altri poveri e minacciati, vigorosi e perseveranti (2). » 

Ma intanto che lo storico illustre spingeva lamento a investigare le 
ragioni del passato, il suo cuore non cessava dal palpitare perle sorti 
presenti della sua cara patria. Un'ansia affettuosa gli fece correre sulle 
labbra queste parole, degne d'essere profondamente meditate: « Ora 
che l'Italia è una grande nazione, uopo è che al favore della fortuna 
risponda la nostra saviezza. . . . ora che siamo fatti liberi, e abbiamo 
da divenir potenti, saremmo irremissibilmente condannati, se non sa- 
pessimo usare della libertà a saldi propositi e a retti fini (3). » Sante 
e sapientissime parole, il cui valore diviene inestimabile, quando si 
pensi che il loro concetto fu il voto, l'intento, la legge dell'intera 
vita per colui che le ha pronunziate. E se anche fosse vero che in uo- 
mini miti e modesti, come lo Sclopis, sarebbe stato meno pronta ed 
ardente la nobile passione che affretta le grandi fortune, non è meno 
vero che cittadini probi ed innamorati del bene, come lui, meglio che 
conquistare col braccio la libertà, hanno saputo meritarla colla virtù. 

Chiudo questa dolorosa rassegna, ricordando il nome del nostro 
Socio corrispondente, dottor Carlo Ambrosoli, morto egli pure or fa 
pochi giorni. La sua perdita dev' essere oggetto di speciale ramma- 
rico per noi, che ce lo vediam tolto nel pieno vigore degli anni, non 
appena varcata l'età delle promesse. Versatissimo nell'anatomia uma- 
na, profondo nella fisiologia, egli aveva offerto, in pareccchie dotte 
scritture, un'arra generosa di quanto avrebbe potuto dare alla scienza, 
se non gli fossero mancate sì presto la lena e la vita. 

ARCHEOLOGIA. — La quistione dei restauri nelV arte. Considera- 
zioni del S. C. prof. Giuseppe Mongeri. 

IL 

Architettura. 

Il quesito che ci s'impone davanti ad un edificio per cui si richieda 
l'opera del restauratore non è certo dei più semplici. A quale età ap- 

(1) Considerazioni storiche intorno alle antiche Assemblee rappresen- 
tative del Piemonte e della Savoja. Pag. 341. 

(2) Idem, pag, 165. (3) Idem, pag. 40. 



G, MONGERT, LA QUESTIONE DEI RESTUARI NELL'aRTE. 261 

partieno il monumento? — all'evo antico o al moderno, a quello 
cioè del mondo cristiano? — gli rimane ancora un uso o una desti- 
nazione, nella vita presente? — egli è desso guasto soltanto, ovvero 
rimase anche incompleto? — e 1 guasti suoi toccano parti essenziali 
o secondarie ? — e questi guasti furono il portato del tempo o quello 
degli uomini ? — e dipendono da mutilazioni o da aggiunte e so- 
vrappostazioni? — e infine, ha esso già subito restauri anteriori e 
ne ebbe a sofferire? — Vi ha per tutti questi casi un modo, se non 
diverso, vario di procedere, e tanto da venirne per ciascun di essi 
il bisogno d'uno studio speciale; sopratutto poi, pei restauri di co- 
testo ramo d'arte si richiede piti che quelli delle altre, l'alto artista, 
e generalmente, l'artista esperto in quella specie d'architettura cui 
il monumento spetta. 

Non sembri scrupoleggiare eccessivo codesto circa l'artista restau- 
ratore: risiede nell'indole della materia, l'opera architettonica essendo 
un composto di elementi svariatissimi di scienza e d'arte, sicché l'ope- 
ratore deve essere tale da portarvi non meno una mente dotta che un 
senso estetico che risponda al caso. Diffatti, i progetti di ristauro 
sono stati sempre fino dal rinnovamento degli attuali insegnamenti 
artistici, come lo sono tuttora, uno degli studi piti sodi da cui si to- 
glie prova della capacità e del profitto dei giovani architetti. Un 
grande e generale restauro d'un edificio, sia civile, sia religioso, è, 
spesse volte il tema d'un concorso d'architettura, come è quello di 
volontarie e lunghe escogitazioni per artisti provetti, i quali ne 
fanno anche soggetto di pubblicazioni che occupano l'attenzione degli 
studiosi, onde si può conchiudere essere questa una delle imprese 
piti alte e ardue dell'architetto; onde se a tutti è libero pensarvi e 
provarvicisi, nel campo dei fatti dovrebbero essere tenuti lontani 
coloro che non ebbero studi fondamentali, o non diedero prove ap- 
plaudite della capacità loro, Non dimentichiamo che le ofi"ese recate in 
queste occasioni diventano carne e sangue dell'edificio, e se vergogne 
sono, le sono monumentali com'essi. 

Di qui, se udiamo lamentarsi assaissimo che, pel restauro dei mo- 
numenti edilizi di ragione dello Stato, si vada necessariamente a por 
fede, per ragione d'ufficio, in chi tiene l'incarico generale delle co- 
struzioni di esso, qualunque queste siano. L'opera del restauro è 
siffatta che presumere di trovare in tutti gli uffici del Genio civile 
la competenza addatta, sarebbe come domandare per eventi straor- 
dinari o transitori, capacità astanti e permanenti. Eppure, troppi 
esempi iufelici si affacciano per non domandare delle eccezioni in 
questi incontri, e per non sentire il debito di ricercare gli artisti, 
se occorro anche, fuori della regione e del paese. E come avviene 



262 G. MONGERI, LA QUESTIONE DEI RESTUARI NELL'ARTE. 

che più da noi s'intendano lo ragioni dei monumenti lombardi, così 
nella Toscana quella dei monumenti del rinascimento fiorentino, e 
nella Germania o nella Francia quella dei monumenti d'architettura 
acuta, diversa presso le due nazioni. 

Con ciò non intendiamo per assoluta la ricerca dell'artista oltro i 
confini ordinari della sede del monumento, che, per eccezione, può 
avvenire di incontrarlo anche fuori dell' ambiente suo naturale, quando 
lo studio gli abbia dato diritto di interpretazione del monumento. 

Lo stesso criterio vale per gli stili diversi, nella cronologia delle 
arti locali. E, invero, l'artista nel cui intimo senso trova un eco il ri- 
gore dell'edificio del XIII secolo, conviene che rinneghi sé stesso se 
deve accingersi al restauro d'un opera dello scorcio del XVII, nel 
momento dell'infuriare del barocchismo. E chi volesse richiederlo da 
tanto lo condurrebbe a compromettere sé stesso con danno delle opere 
cui applicare l'ingegno, mentre poi, per sé stesse, tutte hanno eguali 
diritti di riparazione e di prolungazione di vita ma per mano di 
coloro cho ne sentono il culto singolare. 

Di fronte al quesito dell' artista che opera, sorgono e si diramano 
molteplici quelli circa l'oggetto su cui le operazioni devono cadere. 

E, prima d' ogni altra domanda, sorge quella dell'evo antico e del- 
l'evo moderno; in altre parole, del monumento riservato alla scienza 
pura, diverso, com'è, da quello che ci appartiene per ragioni d'uso, 
o che respira il fiato della vita viva. Una basilica, sia pure del V o 
del VI secolo, appartiene a questa seconda specie di monumenti, men- 
tre gli avanzi d'un arco o di una terma, quand'anche del III o del IV 
si congiungono alla serie dei primi e risalgono, pertanto, a quella 
interminabile di tutti i loro antenati. 

I monumenti destinati alla scienza non vogliono essere conservati 
che per la scienza. Nessun innestamento estraneo, nessun' applica- 
zione parassita: essi non chiedono che d'essere rinsaldati accorta- 
mente, in guisa che non se ne rilevi, possibilmente, il sussidio; e se 
soccorso alcuno è forza che vi sia , il corpo estraneo muti natura 
prenda forma eterogenea, inorganica, quasi a dire, alla costituzione 
del monumento: né cotesto soccorso venga poi se non imposto da 
necessità assolute. Fra il restauro, coll'effetto di una larva d' anti- 
chità, e una ricomposizione ipotetica di fronte alla dissoluzione del 
tempo, preferiamo quest'ultima. 

Per questi monumenti c'è campo, invece, alla scienza d'invocare 
l'aiuto della scienza. La chimica moderna, ben può venire in soc- 
corso dell'archeologia, ridonando a pietre e marmi una più lunga e 
maggiore azione di resistenza contro gli elementi che li sfaldano, li 
sgranano, li dissolvono fino allo stato di arena. 



G. MONGERl, LA QUESTIONE DEI RESTAURI NELI/ARTE. 263 

La bisogna corre diversa quando il monumento scende ad un tempo 
che può già dirsi iniziale del mondo moderno, e tanto piti, quando 
reca in sé carattere edilizio di vita effettiva e odierna. Tali sono se- 
gnatamente tutti gli edifici religiosi serbati al culto, ed è su questi 
che occorre troppo spesso d' esercitare 1' opera del ristauro per non 
rivolgersi, principalmente, a loro col pensiero. 

Quando l'opera riparatrice dell'uomo si pone assidua di contro al- 
l'instancabile azione struggitrice degli elementi, si può essere sicuri 
che il piccolo restauro basta a sostenerne la lotta. Sostituire al mat- 
tone il mattone, la pietra alla pietra, rinsaldare un pezzo con una 
caviglia non è, né sarebbe più che un lavoro da manuale, se non fosse 
che per tale maniera, un edificio può venir rifatto da capo a fondo, 
con fine disastroso, quando l'opera, pur cosi minuta, non fosse posta 
sotto lo sguardo dell'architetto restauratore. Come ognun comprende; 
in tal modo, la minima delle deviazioni dal principio informatore 
dell'edificio potendo condurlo ad una metamorfosi, l'indirizzo almeno 
gli vuol essere riservato e mantenuto. 

Tra il piccolo restauro e quello che può chiamarsene l'opera sua 
maggiore, non havvi linea che ne determini il confine. Basta appena 
che occorra andar oltre la cura dell'identità della materia e della 
convenienza della posa; basta che l'arte o la scienza lascino deside- 
rare la loro vigilanza. Infatti, non è, certo, il minore degli sconci 
quello cui si va incontro coi piccoli restauri della miriade dei punti 
di colore o di toni diversi onde si inzacchera un edificio affidato che 
sia a mani imperite, o a senso men che delicato. Non occorre molto 
criterio d'arte per comprendere che l'apparente coesione e la solidità 
di un corpo edilizio riposano nell'aspetto di omogeneità della materia 
e del pieno congiungimento dei pezzi che lo compongono, e che per 
conseguenza, i salti sregolati e accidentali di colorazione danno luogo 
ad illusioni di rilievi, o di ammanchi, o di forme diverse non esistenti. 
La scienza potrebbe accontentarsene; non cosi l'arte, specialmente in 
un monumento su cui essa sente prevalervi il suo dominio. Il senso 
estetico è qui prepotènte, e quel che più, non è per nulla inconcilia- 
bile colle esigenze dell'archeologo. Si pensi: un edificio, sia di late- 
rizio, sia di pietra viva, restaurato senza queste considerazioni, lo si 
pone al ridicolo di vederlo vestito della guarnacca dello zanni; e quel 
che è peggio, con ciò se ne vanno a cattafascio linee, profili, soste- 
gni, riscontri, onde le cornici si spezzano, gli archi zoppiccano, le 
pareti si traforano, colonne e pieretti rimangono sospesi, le simme- 
trie fuggono, l'euritmia si vela il capo mortificata: è, in una parola 
il caos architettonico. Eppure, quante non sono le costruzioni monu- 
mentali, e fra queste specialmente le ecclesiastiche, di cui i restauri 



264 G. MONGERI, LA QUESTIONE DEI RESTAURI NELL'aRTE. 

si continuano da anni invariabilmente con questo andazzo, sotto lo 
sguardo delle Amministrazioni, senza che se ne diano per accorte. L'I- 
talia ne è cosparsa: a riprova del nostro dire, ci sarebbe facile citare 
più d'un monumento elettissimo, e per dirne uno, quel miracolo d'ar- 
chitettura che è Santa Maria del Fiore, a Firenze. 

I restauratori che procedono per siffatta guisa sogliono opporre 
due loro ragioni. La prima scientifica, ed è che col nuovo pezzo non 
si vuole ingannar alcuno, e quindi importa che appaia l'esser suo. 
La seconda affatto pratica, la quale dice che vuol essere affidata uni- 
camente all'azione del tempo quell'aspetto, diciamo piìi comunemente 
quella velatura che è il segreto di lui. Per avviso nostro, se il rigo- 
rismo della prima ragione può rifiutarsi come colpito da cecità, le il- 
lusioni della seconda sono^di una luminosa evidenza. Si rifletta soltanto 
che l'innesto del nuovo nel vecchio si mantiene costante per lunghi 
anni, e quando il primo sarà giunto a tale maturità di aspetto da pa- 
reggiare il suo collega maggiore d'età, troverà questo decrepito e 
cadente a segno da richiedere un'altro ricambio di pezzo, e così un 
succedersi continuo senza posa e coi medesimi effetti. 

In queste strette, l'arte ha il debito, facile ad essere conseguito, o 
di far tesori di pezzi che si accostino possibilmente ai loro anteces- 
sori, o di rivolgersi alla chimica per domandarle il suo aiuto: e la 
chimica odierna non può rifiutarvisi, quando, fin troppo! la vediamo 
prestarsi compiacente alle simulazioni del mercimonio delle minuta- 
glie artistiche, e quando, ancor peggio, porge ascosamente la mano 
ad alterazioni artificiose per scopi tutt' altro che lodevoli, come sono 
quelli di tendere lacci agli archeomani assai più avidi che esperti. 

I monumenti annosi devono serbar 1' aspetto della età loro, ed il 
restauro ha l'obbligo di inchinarvisi come a legge di lavoro. Per 
ristesso principio, il maggior rispetto vuol essere serbato alle parti 
antiche quale i secoli ce le hanno consegnate colle impronte proprie, 
quando la solidità loro non sia in alcun modo compromessa. Grattare, 
scalpellinare pietre, marmi, mattoni; ancor peggio poi, lavarli con 
abluzioni chimiche per denudarli dal velo dell'antichità, per appaiarli 
ai nnovi restauri, è codesto un atto non meno vandalico del rinno- 
varli senza ragione di sorta; che vale, grado grado, qualora l'azione 
venga estesa, quanto la distruzione archeologica del monumento. 

La regola non va senza eccezioni; il ristabilire un monumento ca- 
dente, quasi perduto, ovvero qualora le parti da aggiungere o so- 
stituire vincano quelle antiche, sono problemi che esigono criteri di- 
versi dal restauro propriamente detto: allora è inevitabile scendere a 
temperamenti cui non si può concedere la qualificazione anzidetta, se 
non nel senso d'una ricomposizione ; la quale, per quanto accurata o 



G. MONGERI, LA QUESTIONE DEI RESTAURI NELL'ARTE. £CS 

scrupolosa, lascia l'archeologo freddo, esitante. Esempio ò di ciò il fon- 
daco de' Turchi a Venezia. Chi vi attraversa davanti sul Canal grande, 
per quanto sappia con qual cura esso fu restituito, salvo alcune di- 
vergenze ancor sospese, non può più riconoscere nella candida sua 
mole il vetusto edilicio del veneto patrizio al XI secolo, invece vi rav- 
visa la costruzione del XIX che ne ha fatto rivivere le dimensioni e 
le forme; e se non fossero le differenze di luogo, sarebbe di esso, co- 
me di certi monumenti italiani, la Loggia dei Lanzi, per esempio, 
che si vedono ricomposti nella capitale della Baviera. 

Egli è onesto il convenire che, allorquando un edificio trovasi nella 
condizione in cui era l'edificio mentovato, la quistione del restauro si 
affaccia molto ardua. Ma se la conclusione dev'essere una ricostitu- 
zione a forma di nuovo, il passo ci pare troppo arrischiato per non 
doverlo accogliere senza molte circospczioni, o almeno molte riserve, 
perciocché vi può essere fra i consigli più opportuni anche quello di 
conservare comunque sia, una rovina che menare sopra di essa un 
tratto di penna; lo che verrebbe ad essere tale o poco meno una soprav- 
veste nuova per cui il prestigio suo principale, quello della sua vetustà 
e della consistenza antica della costruzione fosse svanito. In casi sif- 
fatti la rovina, opportunamente sorretta, vai meglio d' una seconda 
vita, poiché una metempsicosi torna impossibile. 

Le difficoltà non sono ancor qui: sono quando il monumento in qui- 
stione si presenta imperfetto, e necessità o decoro richiede che sia 
restaurato o per meglio dire, reintegrato. La minore delle sventure è 
ancor quella che la porzione mancante prenda un estensione da co- 
stituire un tutto per sé stesso: è un tempio cui fa difetto la fronte 
o l'abside, è un palazzo di cui si desidera un'ala, una corte, una porta 
d'onore. In questi casi, appena l'edificio risalga oltre qualche secolo, 
la condizione più comune all'architetto restauratore è quella di man- 
cargli una guida certa alla continuazione di esso. Fu probabilmente 
una costruzione lasciata in tronco per morte dell'artista: nessun dise- 
gno, nessuna memoria, nessuna tradizione ne rimane. Il restauratore, 
qui, ha un compito di studio e d'abnegazione: penetrarsi dei criteri 
dell'architetto antico nei monumenti congeneri, per lo meno di quelli 
della scuola del tempo di lui, rifarsi alla prima mente creatrice con 
un'ispirazione viva ma contenuta, questa dev'essere l'impresa di chi vi 
si consacra. Una deviazione, di questo principio, la più lieve conces- 
sione fatta alla propria individualità artistica non può che esser fu- 
nesta. Contuttociò, non gli è menomamente permesso di dissimulare 
r opera nova daccanto all' antica. Lavoro di compimento deve ser- 
barne l'impronta, e abbandonare al tempo soltanto la cura di can- 
cellarla; anzi, a non lasciare nell'incertezza l'archeologo dell'avvenire, 



266 G. MONGERT, LA QUESTIONE DEI RESTAURI NELL'ARTE, 

non saranno punto superflue lapidi scritte che ne facciano memoria, 
in alcuna volta ancora, lapidi graffite in cui la disposizione antica 
sia posta di fronte alla integrazione moderna, siccome molto accon- 
ciamente fu fatto a Firenze per le case degli Alberti, al ponto delle 
Grazie. 

All'edificio che si vuol vedere condotto a compimento mancherebbe 
quello che può essere ancora una fortuna pel restauro, vale a dire di 
non avere che una parte da costituire d'un tutto omogeneo. In questo 
caso lo studio è penoso per assicurarsi con fondamento del fine cui si 
aspira, né saranno mai sufficienti gli assaggi, i scandagli, gli spogli, 
onde il risultamento almeno sia la composizione d'un tutto coordi- 
nato e sottratto alla sventura dei confronti. Altra cosa è, adunque, 
meno impegnativa da un lato, ma piU grave negli effetti, quella dello 
lacune parziali. È la cuspide d'una facciata di chiesa, è la corona 
d'un piano, è la cornice d'un tetto, è un ingresso cui difetta metà 
del suo telaio. Qui, le stonature di forma sono piìi difficili; la gloria 
del restauratore è, quindi, piti limitata, ma rimane l'offesa este- 
tica del colore. Giova ben credere che egli avrà raggiunto l'intento 
suo, riguardo alle forme, con prove e modelli di rilievo, ma come gli 
converrà contenersi davanti al turbato equilibrio dell'intonazione? 

Ancora una volta si ricade nel quesito dei restauri a rappezzo: e se 
per quelli le opinioni sono divise, non lo sono meno per questi in cui 
la ricostituzione delle parti mancanti ne veste quasi il carattere. Ma 
come pei primi il sentimento dell'artista ci sembra debba prevalere 
su quello dell'archeologo e le ragioni delle parti cedere a quelle del 
tutto, per modo da affratellarsi a queste in ogni punto, così non du- 
bitiamo che il provvedere non sia piU che una quistione di misura. 

Fin qui, l'architetto restauratore non si è trovato sottomano che 
edificj genuini da accarezzare o da compiere. Le difficoltà sono ve- 
nute tuttavia crescendo. Gl'inciampi sono ancor maggiori, e d'una 
natura diversa, allorché l'edificio confidato alle sue cure ha subito non 
solo amputazioni, che si possono piìi o meno ricostituire, ma deforma- 
zioni organiche o superfetazioni compromettenti, irrevocabili. Nessun 
architetto, ad esempio, può pensare a restituire il soppalco a trava- 
ture scoperte nelle chiese lombarde, dove esse vennero sostituite dalle 
vòlte a crociera; nessuno può risolversi a chiudere le cappelle late- 
rali nei tempii di forma basilicale, richieste dal culto e comandate 
dalle consuetudini, e se ciò fu tentato con qualche fortuna, come nella 
nostra Basilica ambrosiana, lo crediamo un esempio d'imitazione diffi- 
cile. Così, a nessuno verrà in pensiero di togliere i monumenti mortuari 
onde certi tempii riboccano, e ne sono, anzi, una caratteristica, com'è 
di S. Croce, a Firenze, di S. Maria dai Frari e di S. Giovanni e Paolo, 



G. MONGERI, LA QUESTIONE DEI RESTAURI NELL'ARTE. 2€7 

a Venezia. Contuttociò, vi hanno casi ancor più gravi, quali sono gli 
innesti di porte e finestre che deturpano lo stile, di altari senza ra- 
gione della loro collocazione e che sonosi pure incarnati nell'edificio. 
Citiamo per tutti quello che è avvenuto nella nostra Metropolitana. 
Sono innesti e alterazioni organiche siffatte quelle che si notano ai 
capi del traverso di croce: alle due porte, richieste dal carattere 
del tempio furono sostituite due absidi poligonali in cui s'insena un 
grande altare per lato. Ma se l'indulgenza d'un restauratore, quan- 
d'anche libero negli atti, può rassegnarsene; come si rassegnerà egual- 
mente davanti ai suoi portali ed alle finestre loro superiori, nel che v'ha 
tutto quello di stile e di gusto che può dilaniare il senso onde s'in- 
forma l'intero edificio? è possibile un connubio tra lo stile archiacuto 
germanico di esso con quell' arte molle, pomposa, gonfia, uscita dalle 
menti del Tibaldi e del Cerano, sotto il pontificato del primo Bor- 
romeo? Eppure questo è tal quesito, che, come molti altri congeneri, 
dovrà esser sottoposto ai futuri restauratori o ricomponitori di que- 
sta fronte del Duomo, oggidì resa cotanto insopportabile a sé stessa. 

Egli è questo uno degli incontri piti frequenti ai moderni restaura- 
tori ; è uno degli ostacoli intorno a cui il discutere corre vario e spesso 
senza uscita, ed è perchè qui si fa piti che mai viva la lotta tra la 
scienza e l'arte, alle quali egualmente spetta una parola nell' opera 
del restauro. Questa vi dirà: ben venga il restauro edilizio, ma non 
venga a macchiar di se il monumento, né permetta che le antiche 
manomissioni vi sussistano ad offesa, come sono queste porte del 
Duomo; si serbi e si rispetti, bensi, tutto quanto è degno di rispetto 
siccome opera originale o almeno consentanea, ma se gli atti nQvi de- 
vono sospingersi piti oltre del restituire minuto e intelligente delia 
prisca integrità, non siano tali giammai da lasciarne ferito il senso 
estetico con indulgenze eccessive verso quello che fu già atto di van- 
dalismo, con ritegni scrupolosi dove si tratta di risollevare il credito 
dell'edificio, e conferirgli l'aura dei secoli che vi si sono posati sopra; 
l'arte, infine, conchiuderà con un applauso al restauro che non per- 
metterà al naturale buon senso di esclamare di un monumento re- 
staurato: era ancor meglio prima! 

Il linguaggio della scienza, se non opposto, è alquanto diverso: que- 
sta vuole tutto conservato, rimosso appena, quanto havvi di super- 
ficiale ed incondito. I portali del Duomo come le altre parti menzio- 
nale, sono per essa pagine storiche: il restauratore deve acconciarvisi, 
a quel modo che ha il debito di conservare tutti i segni dell' edifizio 
antico che valgano a dimostrare, sia gì* intendimenti non effettuati, 
sìa le variazioni introdotte, sia le impronte del modo di fabbricare. 
La scienza oppone all'ardore dell'arte pei completi restauri, pei re- 

* 



268 G. MONGERT, LA QUESTIONE DEI RESTAURI NELL'ARTE. 

stauri estetici, il di lei principio istesso, quello della piena armonia 
delle parti col tutto, perocché, colla rimozione delle intrusioni ano- 
male, le sarebbe lieto e facile il cominciare ma non saprebbe nò 
come né quando finire; oltre di che, per molti degli edifici da restau- 
rare, si andrebbe cosi incontro ad un' intera e radicale riforma. 

Essa, la scienza, addurrà, fra gli altri esempi, a riprova del suo 
concetto di rispetto nella condotta del restauro, il S. Ambrogio di Mi- 
lano, il S.Abbondio di Como, mentre riguarda dubitante il S.Andrea 
di Vercelli e il Bargello di Firenze, e lo stesso S. Eustorgio di Mi- 
lano, i quali tutti sono invece accettati dai restauratori artistici. 

Ciò che havvi di piti sicuro in mezzo di queste divergenze, è che 
l'accordo assoluto tra la scienza e l'arte non esiste ancora, come forse 
non esisterà mai, avvegnaché, mentr'esse s'uniscono in un solo affetto, 
partono dà punti opposti; ed è per questo che le norme d'un restauro 
non potranno giammai venir determinate a priori. 

Nonostante tuttocciò, v' ha un'elemento fondamentale da cui scienza 
ed arte non potranno giammai dipartirsi, si tratti di un semplice 
e puro restauro, o di una ricomposizione, o di un' opera di com- 
pimento di parti mancanti o di un ricuperamento di parti deformate : 
esso è che il suo jìunto assoluto di partenza sia un progetto com- 
pleto e assodato in ogni sua parte, in guisa da poter aver seguito 
incontrastabile per opera di chicchessia, anche pel tempo avvenire. 

Del resto, dato il restauratore illuminato e scrupoloso, la sua ca- 
pacità, il suo ingegno, l'acume de'suoi avvedimenti, in una parola, il 
suo valore, sarà sempre messo a dura prova il giorno in cui vorrà 
propiziarsi del pari la scienza e l'arte, poiché entrambe, sirene eterne, 
hanno di che attrarlo sopra un sentiero tutto proprio, il quale non è 
senza pericoli, quando lo si percorre senza guardarsene dagli eccessi. 
Egli potrà andar persuaso d'aver raggiunto il punto, soltanto, quando 
potrà passare senza gravi accuse dall' una o dall' altra parte delle 
potenze con cui deve accontarsi. 

Oggi, in cui, ad esempio di quanto accade presso le nazioni piìi 
colte, il restauro edilizio ha assunto presso di noi un'alta importanza, 
e varrebbe forse a riscattarci dalla condizione poco fortunata in cui 
le arti tutte pare si giacciano, non crederemmo inopportuno che 
queste idee si discutessero; e, per quella parte che può avervi il senso 
comune, avessero diffusione e rimanessero capo saldo e indefettibile 
all'operare. L'Italia va porgendo sempre crescenti esempi di restauri: 
le occasioni, anzi, crescono, e sembra che, via via, rampollino mag- 
giori; e come esse possono tornare ad onore del paese, possono, del 
pari, condurre ad effetti opposti. Se non ci mancano degli esempi con- 
fortanti, come sono quelli ricordati, pur troppo non ci vengono meno 



G. irfONGERt, LA QUEStlOiVE DEI RESTAURI NELL'ARTE. 269 

prove, in cui né le considerazioni, nò lo studio degli stili, nò gl'im- 
pegni per raggiungere la perfezione possibile si direbbero intervenuti. 
Lasciamo gli esempli, vano lamento, deve, però, essere lecito di no- 
tare che ciascuna regione se sa raggiungere una perfezione relativa 
nei monumenti edilizi che le sono proprio famigliari, si trova come 
espatriata appena ponga mano a monumenti che sappiano dell' im- 
portazione straniera. Tali sono per le parti meridionali d'Italia, i 
monumenti angioini ed aragonesi. 

Ormai, ognun vede quanto l'opera del restauro edilizio sia complessa 
e come vi abbiano gradi diversi in essa, determinati sia dalla natura 
dell'edificio e dalle condizioni nelle quali esso si trova, sia dalla pre- 
ponderanza diversa dei due fattori che le stanno intorno, la scienza 
e r arte. Il solo punto in cui concorrono unanimi, è quello della 
possibile restituzione scrupolosa dell'edificio, nell'aspetto dell'an- 
tichità originaria, quale se ci fosse giunto rispettato dal tempo, ma 
con dippiù, la consistenza nova che gli ha conferito il restauratore. 
Le parti poi aggiunte dal corso del tempo, e che non vi si possono 
togliere, e quelle di fresco portatevi dall'architetto, importa che vi 
appariscano distinte, quand'anche omogenee. 

Dopo di ciò, sembra che debbano parer assodate due cose: non es- 
sere l'opera del restauro edilizio tale cui possa metter mano qualun- 
que costruttore che non sia sorretto da sufficienti studi preparatori, 
e quindi, correre una responsabilità grave chi ha per debito l'affida- 
mento di essa. Il restauratore vuol essere un architetto-artista di 
carattere speciale, onde evitare il pericolo che il soccorso si muti 
in rovina ultima e irreparabile. 

Istituti d'arte e di scienza, Commissioni custodi dei monumenti, 
Società storiche e artistiche, in tuttocciò tengono una parte non lieve 
di responsabilità, qualora non facciano prevalere questi concetti, in 
un momento, particolarmente come questo, in cui il paese, condotto 
dal sentimento intimo del passato, si mostra cosi pronto e sveglio per 
unirsi in quest'impresa di salvamento di monumenti che tengono viva 
la nostra fama, e intorno a cui lo studio e l'ammirazione degli stra- 
nieri sono incessanti. 



MONUMENTI PATRII. — Intorno alla Chiesa di S. Giovanni in 
Conca, relazione dell'architetto Angelo Colla, Membro della Com- 
missione conservatrice dei monumenti e oggetti d'arte e antichità 
della provincia di Milano. Presentata dal M. E. prof. G. I. Ascoli. 

Giusta l'incarico del quale m'onorarono i colleghi della Commis- 
sione conservatrice, procedetti a diligenti studi intorno all'antico adi- 



270 A. COLLA, INTORNO ALLA CHIESA DI S. GIOVANNI IN CONCA. 

tìzio che fa un tempo chiesa sotto l'invocazione di S.Giovanni, detto 
tradizionalmente ad Concham, e che, manomesso nelle epoche peg- 
giori dell'arte, e piti tardi interamente negletto, non resta però di 
meritare, sotto il duplice aspetto storico ed artistico, molta consi- 
derazione. 

Il detto edifizio è tuttora ingombro da un grosso deposito di ferri 
lavorati, che ne rendono malagevole la visita, non che l'esame; non- 
dimeno, grazie al benevolo assenso della magistratura cittadina, alla 
cortesia dei signori A. Migliavacca e comp. che tengono l'edifizio in 
locazione dal Municipio, e alla zelante e intelligente cooperazione del 
l'egregio capomastro signor Roberto Savoia, mi fu dato, compatibil- 
mente colla brevità del tempo, di condurre i lavori d' assaggio e A{ 
scoprimento abbastanza innanzi, da poterne fin d'ora fornire alcuni 
ragguagli. 

Della remota antichità di questa chiesa non è lecito dubitare. Il 
primo indizio di sua esistenza si ha da una pergamena monastico- 
ambrosiana dell'anno 879 (1), contenente la seconda delle due dispo- 
sizioni testamentarie dell'arcivescovo Ansperto; e giova notare che 
detta chiesa vi apparisce qualificata come Basilica, cosi indicandosi 
alcune case prossime alla medesima: ^ mira hàc civitatem Mediolani, 
prope Basilica Sancii Joannis, qui dicitur Ad Conca » (2). In un 
Evangeliario poi del IX secolo, che si conserva alla Biblioteca Amr 
brosiana, e che l'illustre Ab. Geriani ha avuto la cortesia di comu- 
nicarci, detta chiesa è menzionata fra quelle che si visitavano nelle 
Litanie triduane. E in una sentenza dell' Arcivescovo Giordano del- 
l'anno 1119, è messa nel novero delle 21 chiese fra cui erano di- 
stribuiti i cento Decomani, anzi precisamente nel novero delle 10 
Cappelle, le altre 11 chiamandosi matrici (3). Essa aveva per altro 
un capitolo di Canonici, poiché già in un diploma dell'anno 1090 tro- 
viamo sottoscritto un Albino, prete e canonico di S. Giovanni De 
Concila (4). E doveva essere fra le chiese piti considerevoli, poiché 
vi fu tenuto parlamento nell'anno 1113 dai seguaci di Grossolano, 
emulo, come è noto, di Giordano nel pretendere alla dignità arcive- 
scovile (5). 

Era dunque prezzo dell' opera il ricercare le traccie dell' antica 
struttura lombarda dell'edifizio, attraverso le manomissioni e le su- 
perfetazioni ad esso inflitte, allorché nel 1665 ne fu fatto misero 

(1) Fumagalli, Vicende di Milano, pag. 225. 

(2) GiULiNi, t. 1, pag. 396. 

(3) GiULiNi, t. 1, pag. 297. 

(4) Giui.iNi, t. 4, pag. 397, 

(5) Landulph. Jun. Gap. XXVII, presso Giulini, t. 5, pag. 57. 



A. COLLA, INTORNO ALLA CHIESA DI S. GIOVANNI IN CONCA. 271 

scempio. E per quanto siffatte alterazioni siano state così enormi da 
potersi dire che la basilica intiera fu travolta in un vero sfacelo, 
non ho pretermesso cure per ristabilire possibilmente il tipo e il ca- 
rattere della medesima, così per via di materiale assaggio, come per 
via d' induzione. Qualunque sia per essere la sentenza finale intorno 
alla sorte di cotesto edifizio, mi sia lecito raccomandare sin d'ora, 
che, sulle traccie degli eseguiti studii, ne siano diligentemente rile- 
vate la pianta e le sezioni. E intanto mi sia concesso di riassumere 
i risultati delle indagini fin qui praticate, nelle conclusioni seguenti: 

I. È da avere per indubitato che l'edifizio non ebbe originariamente 
vòlte di sorta, e che tanto la nave mediana quanto le minori erano 
unicamente coperte di tetti secondo l'antica consuetudine basilicale. 
Ciò risulta anche dall'esame delle travature tuttora esistenti, ove i 
legnami piU vecchi si vedono regolarmente lavorati a quattro fili, 
e sostenuti, all'impostatura dei cavalietti, da mensole sagomate. 

II. È altrettanto evidente che sotto le odierne infelicissime forme 
poligonali correvano belle arcate di tutto sesto (una delle quali ab- 
biamo liberata dagli stucchi in cui era involta, q ci lasciò scorgere 
più su un altro arco a ogiva molto ottusa), le quali arcate assai 
probabilmente s'impostavano sopra singoli pili, o colonne, l'abbina- 
mento degli odierni pilastri ottagoni di mischio brecciato {cèpp gentil) 
risultando postumo anche dal fatto che, in corrispondenza appunto 
colla fittizia impostatura di detti pilastri abbinati, il pieno sesto del- 
l'arco si trova mozzato dall'inserzione di cunei dell'istesso recente 
materiale. 

III. Affatto postuma è parimenti da ritenere la struttura odierna 
del presbitero, dove non apparisce d'antico se non un grande arco, 
il cui estradosso, messo a nudo, accenna ad una curva scendente, co' 
suoi piedritti fino sotto il suolo dell'edifizio; e similmente spurio è 
l'aggetto eccessivo dato ai quattro piloni che sostengono l'odierna 
pseudo-cupola. 

IV. La sottostante cripta, quantunque neppur essa illesa, rivela 
però una struttura affatto analoga a quella che può considerarsi ti- 
pica e normale; i capitelli delle colonnine sono di buona forma, ma 
spogli di ornamenti, non presentano notevoli particolarità. Tanto la 
cripta poi quanto le navate e il presbitero sono vuoti di monumenti, 
essendo stati già trasportati al Museo quelli che vi esistevano. Non 
rimane ora se non qualche lapide di mediocre interesse. 

V. Nessun merito d'arte posseggono le cappelle barocche che s'in- 
serirono alla minor nave del destro lato; se non che superiormente 
ad esse rimangono traccie delle originarie finestre a tutto sesto, co- 
strutte di bel materiale, con buone modanature. 



272 A. COLLA, INTORNO ALLA CHIESA DI S. GIOVANNI IN CONCA. 

VI. Due non trascurabili appendici dell'edificio si riscontrano sul 
lato sinistro, e cioè, una cappella rettangolare, le cui eleganti pro- 
porzioni sembrano dovute a un concetto cinquecentista, sebbene le 
pareti e la vòlta siano rivestite di scorretti ornamenti d'epoca poste- 
riore; ed altra cappella di forma ottagona, attualmente destinata al 
rito anglicano, la quale nell'aspetto suo odierno nulla ha di notevole, 
ma che, accennando per la forma a battistero, potrebbe forse rivelare 
traccio d'antico, qualora fosse in seguito concesso di effettuarvi que- 
gli scandagli, che l'attuale sua destinazione non ci ha permessi. 

Dalle cose fin qui dette risulta che sarebbe eccessivo il lusingarsi 
di poter restituire in pristino, senza efl'ettive ricostruzioni, l'originario 
e genuino carattere di tutto l'edifizio; se non che, quella reintegra- 
zione che sembra rispetto all'interno cosa troppo malagevole, può 
dirsi invece, oltreché importantissima, tutt'altro che ardua ed anzi già 
prossima ad ottenersi, riguardo alla elegante facciata, che diligente- 
mente si va liberando dall'intonaco, e apparisce, sempre più, un pre- 
zioso documento dell' architettura nostrale nella prima metà del se- 
colo xiir. 

Senza dire del portale, della grande rosa mediana e della sovrap- 
posta ancona coU'effigie del Santo, parti delle quali è ben noto il 
grandissimo pregio, mi limiterò a toccare di quelle novellamente 
messe in luce. Due finestre laterali, aperte superiormente alle navi 
minori, riproducono in bel materiale laterizio, espressamente for- 
mato a cunei, sagome simili a quelle della ancona mediana. E sotto 
alle dette finestre, ma fuori dal loro asse, si vengono scoprendo due 
eleganti rose fregiate nel perimetro di graziosissimo ornamento, e al- 
ternanti nella fascia un ottimo materiale laterizio con cunei, altri 
di pietra lavorata ed altri di terra cotta a gentile rilievo. Lateral- 
mente poi agli aggetti che corrono verticali dal suolo al fastigio, e 
dividono la parte mediana della facciata rivestita di marmi dalle 
minori campate in cotto, emergono, la mercè degli scandagli recenti, 
le caratteristiche croci, segnate, secondo la consuetudine del tempo, 
con tondi di quelle verdi maioliche che erano parse cosa mirabile 
per l'ignoto magistero delle vernici. E tutto il complesso apparisce 
così caratteristico e prezioso, da essere impossibile a chiunque abbia 
sentimento d'arte il non raccomandarne caldamente la conservazione. 

Io penso ch'essa non sia punto inconciliabile colle esigenze della 
viabilità, su di che mi riservo ulteriori studii ; e penso altresì che non 
sia tampoco inconciliabile, con le dette esigenze, anche la conserva- 
zione della torre, la quale potrebbe, la mercè di qualche intelligente 
restauro, riuscire non ingrata alla vista, anzi opportuna forse a rom- 
pere la troppo universalmente imposta monotonia dei rettifili. Ma co- 



A. COLLA, INTORNO ALLA CIIIi:SA DI S GIOVANNI IN CONCA. 273 

munque se ne debba sentenziare, io spero che in nessun caso sarà 
sofferto che un sì nobile esemplare della pili raggentilita arte lom- 
barda, quale si ò questa facciata di S. Giovanni in Conca, vada per- 
duta per la storia e per l'arte. Laonde, qualora non si piegassero le 
autorità edili alla sua conservazione nell'antico posto, sarebbe credo 
da provvedere, perchè diligentemente numerate e conservate le sue 
parti, essa venisse altrove riprodotta, a decorazione di qualche sa- 
cro edifizio, affine per istile e per età a quello di cui ragioniamo; 
non senza far pervenire ai posteri esatta notizia della traslazione, me- 
diante apposite lapidi da collocarsi nella antica e nella nuova sede. 

E prima di chiudere, siami lecito di esprimere un altro voto: che, 
cioè, anche quando si avesse a procedere alla demolizione, e fosse 
pure anche soltanto delle parti più guaste e manomesse, voglio dire 
delle navi e del presbitero, nulla si faccia tumultuariamente, ma sì 
proceda per modo da essere certi che nessun reperibile cimelio sia 
mai per andare perduto. Al quale mio voto tanto piti sicuramente 
spero che sì consenta, in quanto che una testimonianza irrecusabile 
e dì molta autorità, perchè ci viene da un artista dei migliori tempi, 
ne dà affidamento che sulle pareti interne della Basilica esistevano, 
e forse esistono ancora, antiche e notevoli pitture. Trovo infatti nella 
Vita di Cesare Cesariano^ scritta da Venanzio de Pagavo e recente- 
mente messa in luce dal chiaro sig. dott. Casati, che quel valente 
architetto contemporaneo del Luini e dello Zenale, nel suo Comen- 
tario a Vitruvio menzionando fra altri edifiziì della nostra città la 
chiesa di S. Giovanni in Conca, dice avervi vedute « vecchie pitture 
sopra calce, assai risplendenti e nitide (1). » 

Qui pongo fine per ora, riserbandomi di completare le informazioni 
a indagine piìi inoltrata, e invocando su queste affrettate parole 
r indulgenza degli studiosi. 

(1) Casati, Vita di Cesare Cesariano, pag. 85. 





274 





SSERVA 


mm METEOROLOGICHE 


DELLA SPECOLA 


DI BRERA 




a 


Febbrajo 1878 


Febbraio 1878 


Temperature 


5 


Altezza del barom. ridotto a 0^ C. 


Altezza del termometro C. esterno al Nord 


estreme 


21^ 


l\32 


3- 


9" 


21^ 


1^32 


3" 


9' 


media 


mass.''' 


minima 




mm 


min 


min 


mm 























1 


754.1 


753.2 


753. 


752.5 


— 0.2 


+ 4.9 


+ 3.8 


+ 2.0 


+ 1.7 


+ 6 1 


— 1.2 


2 


50.1 


47.5 


46.5 


47.8 


— 0.8 


+ 3.8 


+ 5.0 


+ 1.2 


+ 1.1 


+ 5.6 


— 1.7 


3 


51.8 


51.4 


50.7 


51.1 


+ 0.7 


+ 4.6 


+ 5.0 


+ 1.2 


+ 1.9 


+ 5.4 


+ 0.2 


4 


55.1 


55.1 


56.2 


58.6 


— 0.4 


+ 4.8 


+ 5.1 


+ 1.6 


+ 1.4 


+ 6.1 


- 1.7 


5 


61.1 


60.7 


60.0 


60.1 


0.0 


+ 5.0 


+ 6.0 


+ 3.0 


+ 2.2 


+ 6.8 


— 1.1 


6 


758.2 


756.9 


756.3 


757.6 


- 0.3 


+ 6.8 


+ 8.3 


+ 4.5 


+ 2.6 


+ 7.1 


— 1.0 


7 


60.9 


59.9 


59.9 


60.2 


-h 1.9 


+ 7.6 


+ 8.4 


+ 4.4 


+ 3.5 


+ 8.5 


— 0.9 


8 


59.4 


58.0 


57.3 


57.4 


+ 0.7 


+ 8.9 


+10.3 


+ 5.6 


+ 4.0 


+10.7 


- 0.8 


9 


55.4 


54.1 


53.5 


54.1 


1.8 


+10.1 


+11.9 


+ 7.0 


+ 5.2 


+12.0 


0.0 


10 


52.2 


50.5 


49.3 


49.4 


4-3.8 


+10.0 


+11.2 


+ 7.6 


+ 6.5 


+11.3 


+ 3.4 


II 


747. 3 


746.1 


745.9 


745.9 


+ 4.9 


+ 9,0 


4 10. 4 


+ 5.8 


+ 6.6 


+10.9 


+ 4.8 


12 


45.6 


46.0 


46.3 


51.0 


+ 1.9 


+11.9 


+13.4 


+ 7.6 


+ 6.2 


+14.1 


+ 1.2 


13 


58.6 


59.6 


59.1 


59.8 


+ 4.2 


+ 7.2 


+ 7.6 


+ 3.6 


+ 4.6 


+ 7.8 


+ 3.0 


14 


58.7 


57.4 


56.5 


56.7 


+ 3.7 


4- 6.1 


+ 6.1 


+ 4.5 


+ 4.1 


+ 6.4 


+ 2.0 


15 


57.5 


57.9 


57.5 


59.2 


+ 3.2 


+ 8.2 


+ 8.9 


+ 5.8 


+ 5.1 


+ 9.4 


+ 2.4 


IG 


761.7 


761.6 


761.7 


762.8 


+ 3.1 


+10.0 


+10.0 


-1- 6. 1 


+ 5.4 


+10.7 


+ 1.6 


17 


63.2 


62.2 


61.3 


61.3 


+ 5.0 


+12. 1 


+ 13.3 


+ 8.6 


+ 7.2 


+13.5 


+ 1.8 


18 


59.1 


57.7 


57.0 


57.7 


+ 6.2 


+13.3 


+14.2 


+ 9.3 


+ 8.5 


+15.0 


+ 3.6 


19 


55.9 


55.1 


54.8 


57.2 


+ 7.1 


4-10. 8 


+12.0 


+ 8.4 


+ 8.6 


+12.7 


+ 6.4 


20 


59.5 


58.6 


58.0 


59.8 


+ 7.4 


+13.0 


+13.6 


+ 8.6 


+ 8.9 


+14.1 


+ 5.7 


21 


766.5 


760. 5 


760.2 


761.7 


+ 5.8 


+12.0 


+13.8 


+ 9.0 


+ 8.2 


+14.3 


+ 3.8 


22 


62.2 


61.0 


60. 5 


61.4 


+ 6.4 


+12.9 


+13.3 


+ 8.8 


+ 8.2 


+13.9 


+ 3.9 


23 


60.1 


58.4 


57.8 


57. 2 


+ 7.8 


+13.9 


+14.9 


+10.8 


+10.3 


+ 15.7 


+ 6.8 


24 


55.6 


53.8 


53.0 


53.6 


+ 8.8 


+13.9 


+14.8 


+10.8 


+10. 5 


+14.9 


+ 7.5 


25 


50.8 


49.6 


48.9 


50.4 


+ 8.8 


+ 12.2 


+13.3 


+ 9.0 


+10. 1 


+14. 


+ 8.5 


26 


752.8 


751.7 


751. 3 


753.2 


+ 6.0 


+13.9 


+17.2 


+11.3 


+ 9.9 


+17.8 


+ 4.6 


27 


55.2 


54.3 


54.0 


55.4 


+ 7.9 


+14.8 


+15.0 


+10.4 


+ 9.7 


+15.1 


+ 5.3 


28 


54.9 


53.5 


53.0 


54.2 


+ 9.4 


+14.6 


+15.6 


411.3 


+11.2 


+15.7 


+ 8.6 


mra 





Mas3.^t.^+17.8 


Media . . . 755.83 


Media + 6. 19 


Minima — 1.7 



ESEGUITE DA PAOLO FRISIANl (.IUNIOR E). 



m 



a 
5 


Febbraj 


1878 






Febbra; 


1878 




Quantità 
della 

pioggia 
e ueve 
sciolta 


Umidità relativa 


Tensione del vapore in millimetri 


21'^ 


l^ 32 


3^ 


9^ 


21»^ 


l'.32 


3^ 


9^ 


1 


74 


56 


80 


79 


3.3 


3.7 


4.8 


4.2 




2 


92 


71 


72 


81 


4.0 


4.2 


4.7 


4.1 




3 


92 


60 


60 


80 


4.5 


3.8 


3.9 


4.0 




4 


89 


65 


73 


83 


3.9 


4.2 


4.8 


4.3 




5 


85 


72 


76 


72 


3.9 


4.7 


5.0 


4.1 




6 


89 


77 


63 


76 


4.0 


5.3 


5.2 


4.8 




7 


85 


69 


70 


79 


4.5 


5.4 


5.8 


4.9 




8 


81 


54 


61 


75 


4.0 


4.6 


5.7 


5.1 




9 


91 


62 


55 


77 


4.7 


5.7 


5.7 


5.7 




10 


88 


67 


64 


80 


5.8 


6.1 


6.3 


6.3 




11 


67 


73 


63 


85 


4.3 


6.3 


5.9 


5.8 




12 


87 


53 


52 


68 


4.6 


5.6 


6.0 


5.3 




13 


76 


54 


53 


67 


4.7 


4.1 


4.1 


4.0 




14 


71 


63 


74 


69 


4.3 


4.4 


5.3 


4.4 




15 


83 


65 


62 


78 


5.1 


5.3 


5.3 


5.4 




IG 


88 


64 


66 


82 


5.0 


5.9 


6.0 


5.8 




17 


86 


52 


52 


77 


5.6 


5.5 


6.0 


6.4 




18 


74 


62 


56 


75 


5.3 


7.0 


6.7 


6.7 




19 


82 


70 


72 


75 


6.2 


6.8 


7.5 


6.2 




20 


80 


55 


41 


66 


6.2 


6.2 


4.8 


5.5 




21 


76 


52 


48 


71 


5.2 


5.5 


5.7 


6.1 




22 


91 


56 


52 


76 


6.5 


6.2 


4.0 


6.0 




23 


61 


47 


59 


56 


4.9 


5.6 


7.4 


5.5 




21 


73 


47 


45 


63 


6.2 


5.6 


5.7 


6.1 




25 


72 


56 


55 


73 


6.2 


5.9 


6.2 


6.3 




2G 


79 


58 


16 


42 


5.5 


6.8 


2.4 


4.3 




27 


60 


54 


51 


72 


4.8 


6.7 


6.9 


6.8 




28 


81 


55 


66 


70 


7.2 


6.7 


8.7 


7.0 






Media 


.... 70.8 


5 




Medi 


a 


mm 
.. 5.32 















276 OSSER MKTEOR. DELLA SPECOLA DI BRERA, ESEGUITE DA P. FRTSIANI (JUN.)- 



a 


Febbraio 1878 


Febbraio 1878 


Direzione del vento 


stato del cielo 


21- 1 


l'.32 


3' 


9" 


21" 


l'. 32 


.3^ 1 9^ 


1 


NO 


0(1) 


NE 


NNB 


Ser. uebb. 


Ser. nebb. 


Ser. nebb. 


Q. ser. neb. 


2 


NO 


0(1) 


N 


ENE 


Ser. nebb. 


Quasi ser. 


Q. ser. neb. 


Quasi ser. 


3 


N 


ONO(l) 


NO 


NO 


Q.ser. neb. 


Quasi ser. 


Ser. nebb. 


Q.ser. neb. 


4 


NE 


E(l) 


ESE 


ENE 


Ser. neb. 


Ser. nebb. 


Ser. nebb. 


Quasi ser. 


5 


N 


OSO 


SO 


ONO 


Q.ser, neb. 


Ser, nebb. 


Ser. nebb. 


Ser. neb. 


6 


N 


ONO(l) 


NNO(l) 


ONO 


Ser. nebb. 


Q.ser. neb. 


Q. ser, neb. 


Q. ser. neb. 


7 


N 


ONO 


NO 


N 


Q. ser, neb. 


Q.ser. neb. 


Q.ser. neb. 


Ser. nebb. 


8 


N 


NNO(l) 


N 


N 


Q.ser, neb. 


Q.ser. neb. 


Ser. nebb. 


Q. ser. neb. 


9 


N 


ONO (1) 


NO 


NO 


Q. ser. neb. 


Q. ser. neb. 


Ser. nebb. 


Quasi ser. 


10 


NO 


ONO 


ONO 


ONO 


Nv.ser.nb. 


Ser.nv.nb. 


Q.ser. neb. 


Nv.ser.nb. 


11 


NO 


NO 


SO 


NNO 


Q. ser. neb. 


Q.ser. neb. 


Q. ser. neb. 


Nuv. ser. 


12 


NO 


ONO 





E (2) 


Q.ser. neb. Ser. nebb 


Sereno 


Sereno 


13 


NE 


ENE 


NE 


NE 


Nv.ser. nb. 


Quasi nuv. 


Quasi nuv. 


Q.ser. neb. 


14 


NE 


S(l) 


NNO(l) 


NNO 


Nuvolo 


Quasi nuv. 


Quasi nuv. 


Nuvolo 


15 


N E 


ESE 


N 


s 


Q, ser. neb. 


Quasi ser. 


Q. ser. neb. 


Ser. nv. nb. 


16 


NO 


ONO 


NO 


NNO 


Q.ser. neb. 


Nuv. ser. 


Nv.ser. nb. 


Q.ser. neb. 


17 


NO 


OSO (2) 


NO 





Q.ser, neb. 


Quasi ser. 


Q. ser. neb. 


Sereno 


18 


NNO 


S 





NO 


Ser. nebb. 


Ser. nebb. 


Ser. nebb. 


Sereno 


19 


N 


NE 


s 


ene(1) 


Quasi uuv. 


Q.nuv.nb. 


Q.ser. neb. 


Quasi nuv. 


20 


E 


ESE(2) 


ENE 


N 


Quasi nuv. 


Ser. nuv. 


Sereno 


Sereno 


21 


NO 


NN0(2) 





ENE 


Sereno 


Ser. nebb. 


Ser. neb. 


Ser. neb. 


22 


NE 


SE(1) 


ENE 


ENE 


Ser, nebb. 


Q.ser. neb. 


Quasi ser. 


Quasi ser. 


23 





0(1) 


SO 


ESE 


Quasi nuv. 


Quasi nuv. 


Quasi nuv. 


Ser. nv.nb. 


24 


SO 


NNO(l) 


N 


SSO 


Quasi nuv. 


Nuv. ser. 


Nuv. ser. 


Ser. nuv. 


25 


ONO 


N(l) 


NO 


ENE 


Quasi nuv. 


Nuv. ser. 


Nuv. ser. 


Ser. nuv. 


26 


N 


sso(l) 


N(l) 


NO 


Quasi ser. 


Quasi ser. 


Quasi ser. 


Quasi ser. 


27 


NE 


oso (1) 


0(2) 


NNO(l) 


Quasi ser. 


Ser.nv.nb. 


Nuv. ser. 


Quasi nuv. 


28 


N 


oso (2) 


N0(1) 


OSO 


Quasi nuv. 


Ser. nuv. 


Ser. nuv. 


Ser. nuv. 




Venti ( 


iominant 


1 Nord-0^ 


rest. 


G. Sereni N.-iG. Nuv, N. 1 | G. Misti N. 27 














Numero dei giorni 












di Pioggia . — di Grandine — | di Neve , . — 












» Nebbia , 14 « Tempor.. — 1 " Gelo . . 7 



ADUNANZA DELL' 11 APRILE 1878. 



PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELGIOJOSO, 

PRESIDENTE. 

Presenti i Membri effettivi: Belgiojoso, Vota Baldassare, Gargano, 

CORNALIA, HaJECH, BeLTRAMI, FrISIANI , CoSSA LuiGI, BUCCELLATI, 

Colombo, Biffi, Verga, Scuiaparelli, Ceriani, Ferrini, Polli Gio- 
vanni, Strambio; e ì Soci corrispondenti: Villa Antonio, Norsa, Sca- 

RENZIO, BaRDELLI, TaRAMELLI, CANTONI CaRLO , FeRRARIO, ZUCCHI, 

Banfi, Sordelli, Baravalle, Gallavresi. 

L'adunanza è aperta al tocco. 

I Seg-retarj delle due Classi annunziano alcuni omaggi di libri o 
opuscoli, di recente inviati all'Istituto; fra questi un volume: Dio- 
cleziano Imperatore i saggio storico-critico per Vincenzo Casagrandi ; 
gli opuscoli: Statuto, Governo^ e i^artiti 'politici in Italia ^ per 
Matteo Thunn; e: Descrizione geologica del bacino idrografico del 
fiume Recca, in vicinanza di Trieste presentata dal S. C. dott. Ta- 
ramelli. 

Seguono le letture annunziate nell'ordine del giorno, del dottor 
Donato Tommasi; che, ammesso a termini dell'art. XV del Regola- 
mento organico, espone alcune Ricerche fisico-chimiche sui diversi 
stati allotropici delV idrogeno, considerando particolarmente la ridu- 
zione del cloruro d'argento e del cloruro ferrico : 

Del dottor Tarameli!, S. C. che legge le sue : Osservazioni strati- 
grafiche sul Carso di Trieste e sulla valle del fiume Recca, stabilite 
per un progetto di derivazione di questo fiume in città; 

Del prof. Carlo Cantoni S. C. che dà comunicazione d'una parte 
del suo studio filosofico sul Kant, ancora inedito; cioè: Lo spazio, il 
tempo e la matematica, secondo il Kant. 

Esaurite le letture, l'Istituto passa in privata seduta a trattare 
degli affari interni. 

Il M. E. segretario Carcano comunica la lettera con la quale l'ono- 
revole deputato Marco Minghetti rende grazie della sua nomina a 
Membro Onorario della Classe di lettere e scienze morali e politiche. 
Rendiconti. — Serie II. Voi. XI. 18 



278 ADUNANZA DELL' U APRILE 1878. 

Annunzia puro che il consigliere comra. Ceruti, ringraziando il 
Corpo Accademico per essere stato eletto Socio Corrispondente della 
stessa Classe, dichiara non potere, per ragioni di salute, accettare questa 
nomina, impedito, com'egli è, dal prender parte ai lavori del Corpo 
Accademico. — E sulla proposta della Presidenza, si delibera di non 
accettare queste dimissioni, incaricando la Presidenza stessa di scri- 
vere al consigliere Ceruti che 1' Istituto sarà lieto di potersi giovare 
della sua dottrina, quando a lui lo consentirà la migliorata salute. 

Fatta lettura dell'invito del Comitato promotore di una sottoscri- 
zione per un monumento in Torino all'illustre Federigo Sclopis, si 
delibera di tenere aperto apposito registro nella Segreteria, per coloro 
che intendessero prendervi parte; inserendo a un tempo l'invito anzi- 
detto ne' Rendiconti, e facendone cenno nella lettera di convocazione 
per la ventura adunanza. 

Il Corpo Accademico rende grazie alla rappresentanza della Fon- 
dazione Cagnola e al prof. Schiaparelli che fecero largizioni a favore 
della Società geografica italiana per la spedizione nell'Africa equa- 
toriale, come parte del contributo promesso dall'Istituto Lombardo. 

Approvasi di poi la proposta della Presidenza dì delegare all'esame 
delle Memorie presentate per il concorso al premio Fossati la Com- 
missione stessa ch'ebbe già l'incarico di dare il tema per questo 
Concorso, composta dei MM. EE. Verga, Cornalia, Polli Giovanni, 
Biffi e Strambio. 

È letto e approvato il precedente processo verbale, e l'adunanza 
si scioglie alle ore 3 pomeridiane. 

Il segretario 
G. Carcano. 



INVITO DEL COMITATO PROMOTORE 

TER 

UN MONUMENTO A FEDJKRIGO SCLOPIS. 

la Federigo Sclopis vivente, i Magistrati ricordavano un Capo cmiucute ; 
i Giureconsulti rispettavano im esempio illustre; i Collegi seieutifici, let- 
terari, i Cousigli politici, amministrativi riverivano un insigne preside e 
collega; 1' Università un celebrato suo figlio; gli Italiani un concittadino 
che li onorava; gli Stranieri lo acclamato Presidente del più solenne Ar- 
bitrato internazionale giuridico. 

A Federigo Sclopis, scomparso dal mondo in mezzo a tante onoranze, 



INVITO DEL COMITATO PROM. PER UN NONUM. A FEDERIGO SCLOPIS. 279 
tutti, colpiti da una perdita la quale non poteva essere così ritardata, che 
non riuscisse sempre troppo presto, sentirono dovere un omaggio che ne 
ritragga ai posteri la memoria 

Un Comitato, a comporre il quale si sono naturalmeute chiamati quei 
Collegi che Egli illustrava coll'opera sua, fa appello a tutti, perchè sorga 
al più presto uu Monumento degno di Lui. 

1"^ L'invito a raccogliere sottoscrizioni ed offerte verrà diramato ai 
Collegi giudiziari, letterari e scientifici, politici ed amministrativi, non che 
agli Ordini del foro. 

2° Le offerte dovranno essere versate nella cassa del Tesoriere della 
Città di Torino-, a cura del Sindaco ne verrà, a suo tempo, fatto deposito 
fruttifero presso un Istituto di credito. 

3° Trascorsi tre mesi, il Comitato, a seconda delle somme versate, con- 
vocati col mezzo di lettera i cinquanta maggiori soscrittori, sentiti quelli 
fra i convocati, che saranno per intervenire ad una adunanza, determinerà 
il Programma del concorso al progetto del Monumento e provvederà alla 
sua esecuzione. 

4° La stampa periodica è pregata, e non si dubita vorrà accogliere la 
preghiera, di diffondere il presente. 

Torino, dal Palazzo municipale, addi 21 marzo 1878. 



Pel Comitato Promotore 



Il Sindaco 
L. Ferraris. 



LETTURE 



DELLA 



GLASSE DI LETTERE E SCIENZE MORALI E POLITICHE. 



FILOSOFIA. — Lo spazio, il tempo e la matematica^ secondo Kant. 
Sunto. 

Il S. C. prof. Carlo Cantoni fa una lettura della dottrina di Kant 
riguardante il tempo, lo spazio e la matematica e contenuta princi- 
palmente in quella parte della Critica della Ragion pura, che Kant 
intitolò Estetica trascendentale. Il Cantoni riduce a sei le tesi prin- 
cipali, che questo voleva e doveva provare per soddisfare al suo 
compito essenziale, che racchiudeva due fini: 1° mostrare la deriva- 
zione della matematica da' suoi principii supremi dello spazio e del 
tempo; 2" spiegare la ragione e il modo, per cui la matematica ha 
un valore objettivo. Il Cantoni riferisce dapprima le prove di Kant 
intorno alle sei tesi accennate ; poscia entra a discutere la questione 
variamente risoluta, come sia propriamente da intendersi la dottrina 
di Kant, che lo spazio e il tempo sono forme della sensibilità e sono 
insieme intuizioni pure. Il Cantoni dopo aver esposta una sua nuova 
interpretazione, viene per ultimo ad esaminare il valore delle prove 
di Kant e a far la critica della sua dottrina, accettandone una parte 
e un'altra respingendone ; e per meglio chiarire le idee sue termina 
la sua Memoria con un supposto dialogo tra lui ed un kantiano, espri- 
mendovi un suo giudizio intorno alla geometria nuova o generale. 

La Memoria non vien pubblicata, perchè fa parte di un lavoro più 
esteso, che Vautore si propone di stampare per intero. 



LETTURE 

DELLA 

CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI. 



CHIMICA. — Rìduzioìie del cloruro di argento e del cloruro ferrico. 
Nota del dottor Donato Tommasi, presentata dal M. E. professore 
G. Cantoni. 

Si ammette generalmente che quando si mette del cloruro di argento 
in contatto collo zinco ed acqua acidulata d'acido solforico o cloridrico, 
il cloruro di argento è ridotto allo stato metallico dall'azione del così 
detto idrogeno nascente. In questa riduzione l'idrogeno non ha al- 
cuna azione, e la decomposizione del cloruro di argento è operata 
in parte dallo zinco ed in parte dalla quantità di calore sviluppato 
nell'azione dell'acido solforico o cloridrico sullo zinco. 

È noto a tutti che quando lo zinco vien messo in contatto col clo- 
ruro di argento umido, questo è ridotto immediatamente in cloruro 
di zinco ed argento metallico. 

Possiamo adunque concludere da ciò che il cloruro subisce da parte 
dell'idrogeno alcuna riduzione? 

Certamente no, giacché potrebbe darsi che la riduzione fosse simul- 
taneamente operata e dallo zinco e dall'idrogeno in uno stato parti- 
colare, od anche solamente dall'idrogeno. 

Dunque per conoscere la vera causa della decomposizione del clo- 
ruro di argento, fa d'uopo esaminare, se la riduzione di questo cloruro 
è dovuta all'idrogeno termico od al metallo che serve a produrre l'i- 
drogeno. 

L'idrogeno ordinario non ha alcun'azione sul cloruro di argento, 
ma comunicandogli un certo numero di calorie, sia sotto forma di 
calore, sia sotto forma di corrente elettrica, può ridurre il cloruro. 

Il cloruro di argento infatti riscaldato in una corrente d'idrogeno 
si trasforma in argento metallico ed acido cloridrico, secondo l'equa- 
zione termica seguente 

ClAg + H=iHCl + Ag 
34, 800 23, 000 



282 D. TOMMASl, RIDUZIONE DEL CLORURO DI ARGENTO, ECC. 

Questa reazione assorte 11,800 cai. ed è precisamente la ragione 
per la quale l'idrogeno non agisce a freddo sul cloruro di argento. 

Supponendo che, per un artificio qualunque si potesse principiare 
la reazione tra l'idrogeno ed il cloruro di argento, la reazione s'arre- 
sterebbe immediatamente. 

A meglio intendere questo faceiamo uso della formola di succes- 
sione da noi precedentemente impiegata (1) ed avremo: 

ClAg + H+0 = HCl + Ag + {(ì-t) 

{CI AgY + H' + {(i -t) = {H Ciy + Ag' + [^ - t - t') 

{CI Ag)" 4- //" + yO-t-t') = {H CD" + Ag" + {(i-t-t' - t") (2) 

La reazione s'arresterebbe quando 

!^{)-t — t'—t"... t^) -0 = 0, 

ma t in questo caso essendo piìi grande di 0, la reazione s'arresta 
appena principiata. 

Per la medesima ragione il bromuro e l'ioduro di argento non sono 
ridotti alla temperatura ordinaria dall'idrogeno, ed infatti la trasfor- 
mazione del bromuro di argento in acido bromidrico assorbe 17,238 cai., 
come la riduzione dell'ioduro in acido iodidrico richiede 24,650 cai. 

Da ciò si può osservare che fra i composti alogeni dell'argento il 
clorui'o è quello che richiede il minor numero di calorie per trasfor- 
marsi in acido cloridrico, sebbene per scinderlo nei suoi elementi 
bisogna fornirgli una quantità di calore superiore a quello che occor- 
rerebbe alla decomposizione del bromuro e dell'ioduro di argento. 

Ora vediamo se l'idrogeno, così detto nascente, può ridurre il 
cloruro di argento. 

l.°ln un bicchiere a fondo piatto s'introdusse una piccola quantità 
di cloruro di argento recentemente precipitato e ben lavato, e lo si 
mise contro una delle pareti del bicchiere, poi si riempi questo con 
acqua acidulata d'acido solforico. Un cilindro di zinco fu immerso 
nell'acqua acidulata, facendo in modo che questo non toccasse il clo- 
ruro di argento; in questo caso il cloruro resta inalterato anche se 
l'esperimento durasse parecchie ore; invece la riduzione è istantanea 
se con un filo di platino si tocca simultaneamente Io zinco ed il cloruro. 
2." In un vaso di vetro si mettono dei pezzetti -di zinco e lo si 
riempisce a metà con acqua acidulata, poi si chiude questo vaso con 

(1) Rendiconli del R. Istituto Lombardo, Serie II, voi. XI, fase. III. 

(2) rappresenta la quantità di calorie necessaria a principiare la rea- 
zione tra r idrogeno ed il cloruro di argento, e Me loro calorie di com- 
binazione. 



D. TOMMASI, RIDUZIONE DKL CLORURO DI ARGENTO, ECC. 283 

uno sughero traforato in cui passa un cilindro di vetro, di cui la parte 
inferiore è chiusa da un pezzo di seta. In questo cilindro si mette 
del cloruro di argento. L'idrogeno che si sviluppa attraversa il clo- 
ruro e non lo decompone, anche se il cilindro si trova ad 1â„¢"^ di 
distanza dallo zinco. La riduzione è invece immediata se il cilindro 
appoggia sullo zinco, cioè se il cloruro di argento ò in contatto con 
questo metallo. 

3.° In un vaso poroso si mise del cloruro di argento umido in 
sospensione nell'acqua, si pose questo vaso poroso su d'un pezzo di 
zinco contenuto in un vaso di vetro con acqua acidulata. L'esperi- 
mento durò 5 ore ed il cloruro restò inalterato. La riduzione ha 
luogo se con un filo metallico si mette in comunicazione lo zinco col 
cloruro. 

Dall'esperimento 2." si può concludere che la riduzione del cloruro, 
non avendo luogo che quando il cloruro tocca il metallo, questa ridu- 
zione non deve essere attribuita che all'azione dello zinco e non a 
quella dell'idrogeno. 

L'esperimento 1.** e 3.° provano che l'idrogeno elettrolitico o la 
corrente elettrica possono decomporre il cloruro di argento. Vedremo 
più tardi a quale di queste due cause dovrà essere attribuita la ri- 
duzione di questo cloruro. 

Per dimostrare che la riduzione del cloruro di argento non è dovuta 
all'idrogeno nascente, abbiamo fatto un novello esperimento, che cre- 
diamo essere decisivo. 

Del cloruro di argento messo in sospensione nell'acqua acidulata 
d'acido solforico fu trattato con amalgama di sodio. L'esperimento 
durò 40 minuti, ed ebbe luogo nell'oscurità. La quantità di amalgama 
impiegata fu circa 50 gr. Il cloruro di argento rimase bianchissimo 
e quindi non subì la benché minima riduzione. In oltre il liquido 
separato dal cloruro di argento non conteneva traccia di cloruro 
sodico. Lo stesso avviene, se invece d'impiegare l'acido solforico, si 
fa uso d'acido acetico o cloridrico. 

L'ioduro ed il bromuro di argento non vengono ridotti dall'amal- 
gama di sodio nò in presenza dell'acido solforico, né del cloridrico o 
dell'acido acetico. 

Dunque la riduzione del cloruro, bromuro e ioduro di argento non 
sono dovute al preteso idrogeno nascente, ma bensì al metallo che 
serve a produrre l'idrogeno. 

Se l'amalgama di sodio non riduce il cloruro, il bromuro e l'ioduro 
di argento, dipende dall'avere il mercurio (almeno nelle condizioni nelle 
quali abbiamo operato) nessuna azione su questi composti argentici. 

Parecchi metalli decompongono, alla temperatura ordinaria, il ciò- 



284 D. TOMMASr, RIDUZIONE DEL CLORURO DI ARGENTO, ECC. 

ruro di argento umido; in questo caso troviamo lo stagno, lo zinco, 
il cadmio, ecc. Secondo le teorie attuali la decomposizione del cloruro 
di argento mediante un metallo si spiega, dicendo che cotesti metalli 
hanno piti afBnità pel cloro che l'argento. Secondo noi, questi metalli 
decomporrebbero il cloruro di argento, perchè la formazione dei loro 
cloruri svolgerebbe una maggiore quantità di calorie che il cloruro 
di argento, e fondiamo tale ipotesi su questa legge emessa dal Berthe- 
lot, cioè: che i corpi i quali si producono col più gran sviluppo di 
calore tendono a formarsi di preferenza. (1) 

Pel caso dello zinco sul cloruro di argento umido, avremo da una 
parte il calore che dobbiamo fornire al cloruro di argento per scin- 
derlo nei suoi elementi, il quale è 34,800 cai., e dall'altra la quantità 
di calorie svolte nell'atto della combinazione dello zinco col cloro, 
più le calorie di soluzione del cloruro di zinco nell'acqua. 

2 ClAg + Zn + Aq = A[/.^ + {Ch^n + Aq) 

69, 600 cai. 192, 792 cai. 

Da ciò si può vedere che lo zinco alla temperatura ordinaria può 
ridurre il cloruro di argento allo stato metallico con una eccedenza 
dì 123, 192 cai. 

Calcoliamo adesso colla medesima formola quali sono i metalli che 
possono ridurre il cloruro di argento umido. 
Il ramo per esempio: 

2 ClAg+Cu = Cl^Cic-hAg 
69, 600 cai. 59, 48 cai. 

Come si osserva, il rame non potrebbe decomporre il cloruro di 
argento, ma la riduzione viene effettuata mediante il calore svolto 
nell'atto della soluzione del cloruro ramico nell' acqua. Ed infatti se 
aggiungiamo alle 59,480 cai. le 73,700 cai., dovute alla soluzione 
del cloruro, avremo 132, 118 > 69, 66, quindi la riduzione si farà con 
uno sviluppo di 62,518 cai. 

Prendiamo ancora un esempio: l'azione del ferro sul cloruro di 
argento. 

Fe + 2Cl Ag= CI^ Fé + Ag^ 
69, 600 99, 302. 

Teoricamente il ferro potrebbe ridurre il cloruro di argento senza 
bisogno dell'acqua. In presenza dell'acqua v'è un eccedenza di calorie 
dovute alla soluzione del cloruro ferroso. Il cloruro ferroso svolge, 



(1) Ann. de chimie et de phys. (5) tomo VI, pag. 52. 



D. TOMMASl, RIDUZIONE DEL CLORURO DI ARGENTO, ECC. 285 

sciogliendosi nell'acqua, 58,3 cai. le quali aggiunto alle 75,970 cai. 
formano un totale di 131,270 cai. Per conseguenza il ferro riduco 
il cloruro di argento con una produzione di 47, 880 cai. 

Potremmo moltiplicare questi esempi, ma però diremo solamente 
in una maniera generale die, perchè un metallo possa ridurre il clo- 
ruro di argento, fa duopo che le calorie di combinazione e di so- 
luzione del suo cloruro siano insieme maggiori del calore di com- 
binazione del cloruro di argento. Benché non conosciamo il calore di 
combinazione e quello di soluzione dei cloruri di platino, d'oro e di 
palladio, pure possiamo dire a priori che probabilmente se il platino, 
l'oro od il palladio non riducono il cloruro di argento, non è, come 
si pensa generalmente, che questi metalli abbiano meno affinità pel 
cloro che l'argento, ma bensì perchè il calore di combinazione e di 
soluzione nell'acqua dei loro rispettivi cloruri siano inferiori a quello 
del cloruro di argento. 

Il Beketoff (1) osservò che una soluzione di cloruro di argento nel- 
l'ammoniaca, sottoposta all'azione dell'idrogeno compresso, annerisce 
alla superfìcie del contatto del liquido e del gaz; poi l'azione si pro- 
paga in tutta la massa, ed alla fine di qualche giorno si depone sulle 
pareti ed al fondo del tubo una polvere grigia, la quale, esaminata 
dopo l'apertura del tubo, presenta tutti i caratteri dell'argento. 
L'autore non ha potuto notare un'azione riduttrice dell'idrogeno sulla 
stessa soluzione alla pressione ordinaria. 

Questa è una prova di pili in favore della nostra teoria termica, 
cioè che l'idrogeno allo stato nascente deve le sue proprietà riduttive 
alla quantità di calore che si sviluppa, allorquando vicn messo in 
libertà. 

Che queste calorie poi provengano da un'azione chimica o mec- 
canica poco importa. Nel caso sovraccennato, la riduzione del cloruro 
di argento sotto l'influenza dell' idrogeno compresso è dovuta unica- 
mente al calore sviluppato nell'atto della compressione dell'idrogeno. 
Il Beketoif non ci fa conoscere a qual numero di atmosfere era com- 
presso il suo idrogeno. Ebbene, noi non esitiamo a dire; purché la 
riduzione del cloruro di argento avvenga, è mestieri somministrare 
al cloruro il numero di calorie espresso da questa equazione : 

ClA<j + H:=HCl + Ag 
34, 800 22, 89 

cioè, bisogna che l' idrogeno sia compresso tanto da poter svilup- 
pare le 11, QIO cai.; e siccome questa reazione assorbe calore, così la 

(1) Ann. der Chem. und Phys. CX, pag. 312. — Jahr. 1859, pagina 66 
e 1865, pag. 13. 



286 D. TOMMASI, RIDUZIONE DEL CLORURO DI ARGENTO, ECC. 

riduzione del cloruro di argento secco, dovrà cessare nel tempo stesso 
che la pressione diminuisce anche solamente di qualche centimetro di 
atmosfera. In presenza dell'acqua la riduzione del cloruro di argento 
sviluppa una quantità di calore uguale a 5,410 cai. 

ClAg + H + Aq = {HCl+CAq) + Ag 
34, 800 17, 32 + 22, 89. 

Dunque l' idrogeno ridurrà molto più facilmente il cloruro di ar- 
gento umido, che il cloruro secco ; inoltre una volta principiata la 
reazione, la pressione alla quale è sottoposto l'idrogeno può essere 
diminuita senza che la reazione s'arresti. 

Ma facciamo osservare che nell'esperimento del Beketoff il cloruro 
di argento è sciolto nell'ammoniaca, ed inoltre non si produce acido 
cloridrico, ma bensì cloruro di ammonio. 

Dunque ci è impossibile di fare un calcolo anche approssimativo 
del numero di atmosfere con cui bisognerebbe comprimere l'idrogeno 
per ridurre il cloruro di argento ammoniacale, giacché ci mancano 
due dati importanti, cioè il calore di soluzione e di combinazione del 
cloruro di argento nell'ammoniaca, ed il calore di soluzione del clo- 
ruro ammonico nell'acqua. Secondo il Beketoff, la riduzione dei sali 
di argento mediante il gaz idrogeno, è molto agevolata dalla pres- 
sione. 

Le soluzioni diluite di nitrato di rame e di sali di piombo non su- 
biscono alcuna precipitazione metallica dalla parte dell'idrogeno an- 
che sotto una pressione di 40 atmosfere, ma la riduzione ha luogo 
in presenza del platino. 

La conclusione degli interessanti esperimenti del Beketoff è, se- 
condo noi, la seguente: La quantità di calore svolto mediante la pres- 
sione delle 40 atmosfere sull'idrogeno non è sufficiente a determinare 
una reazione tra l'idrogeno ed il nitrato di rame od i sali di piombo, 
ma facendo intervenire il calore sviluppato nella condensazione del- 
l'idrogeno sul platino, le reazioni si faranno. 

Riduzione del cloruro di argento sotto Vinfluenza dei raggi solari. 

Tutti ammettono che, sottoposto all'azione dei raggi solari, il clo- 
ruro di argento subisce una decomposizione, e lascia svolgere una 
gran parte del cloro che esso contiene; ma la quistione è molto 
più complessa dì quello ohe sembri apparentemente. Schede, nel 1777, 
arrivò alla conclusione, che il cloruro di argento sotto l' influenza 
della luce si decompone, in cloro ed argento metallico. Piti tardi 
Vetzler e Wittstein pensarono che, il cloruro di argento perdesse la 



D. TOMMASI, RIDUZIONE DEL CLORURO DI ARGENTO, ECC. 287 

metà del suo cloro, trasformandosi in cloruro violetto. Il Vogel è 
anche lui di questa opinione: (1) 

«Il cloruro di argento, dice egli, appare completamente bianco in 
una camera oscura alla luce di una fiamma a gas, ma se è esposto 
alla luce solare si colora prontamente in violetto. Spesso si ode dire 
che il cloruro di argento si annerisce, ma è un errore. Questa colo- 
razione violetta è la conseguenza di una decomposizione chimica. Il 
cloro cioè diventa libero, e si svolge in parte allo stato di gas di 
color verdognolo, il quale si può facilmente riconoscere al suo odora 
quando il cloruro è in grande quantità. La polvere violetta che ri- 
mane per residuo, fu ritenuta un tempo per argento metallico. 

L'argento metallico può certamente presentarsi talvolta allo stato 
di polvere grigia o violetta, ma il corpo di color violetto che si ot- 
tiene esponendo alla luce il cloruro d'argento, non è già argento me- 
tallico ma una combinazione di argento e cloro, la quale contiene solo 
metà del cloro contenuto nel cloruro di argento bianco. Il 'cloro e 
l'argento formano due combinazioni: una bianca che è la piìi ricca di 
cloro ed una violetta che ne contiene meno. » 

Il dizionario di chimica del Wurtz, l'enciclopedia chimica del Selmi, 
il dizionario chimico del Watts, e tutti i trattati di chimica che sono 
a nostra conoscenza, attribuiscono, come il Vogel, la trasformazione 
del cloruro di argento bianco in violetto a una decomposizione chi- 
mica, ed assegnano al cloruro violetto questa formola chimica : 

Aff, CI. 

Avendo avuto l'occasione di studiare l'azione della luce sul cloruro 
di argento in sospensione nell'acqua, fui sorpreso di non trovare in 
questo liquido che delle traccio d'acido cloridrico, mentre secondo la 
quantità di cloruro d'argento impiegata (circa 9 grammi), avrei do- 
vuto ottenere un precipitato abbondante col nitrato di argento. 

Il fatto era strano, e meritava d'essere studiato con accuratezza, 
tanto piti che finora non era stato ancora osservato. Ecco una serie 
d'esperimenti fatta a questo scopo. 

In una bottiglia di vetro chiusa a smeriglio furono introdotti 5 
grammi di nitrato d'argento cristallizzato, e 100 gr, d' acqua distil- 
lata. Si precipitò il cloruro di argento mediante un leggier eccesso 
d'acido cloridrico. Il precipitato lavato molte volte con acqua distil- 
lata per decantazione, fu messo in sospensione in 200" d'acqua, espo- 
sto ai raggi solari, ed agitato continuamente. Dopo 6 ore si lasciò de- 
porre il precipitato, si decantò il liquido e nella boccia contenente il 

(1) Gli effetti chimici della luce, ecc. pag. 114. 



288 D. TOMMASI, RIDUZIONE DEL CLORURO DI ARGENTO, ECC. 

cloruro si versarono 50"° d'acqua distillata. Il cloruro di argento fu di 
nuovo esposto al sole per 3 ore, poi si operò come sopra. Si ripeto 
questa operazione 8 volte. 

Il liquido separato dal cloruro di argento non aveva odore apprez- 
zevole di cloro; aveva invece una reazione leggermente acida. Questo 
liquido dopo essere stato filtrato, fu trattato con un po' di zinco e di 
acido solforico, affine di trasformare, se in caso ve ne fossero, gli 
acidi ossigenati del cloro in acido cloridrico. Dopo 12 ore il liquido 
filtrato ed addizionato di nitrato di argento, fornì... Ogr, 025 di cloro 
mentre se tutto il Ag CI si fosse trasformato in Ag^ CI per 4gr, 210 di 
cloruro di argento, si avrebbero dovuto ottenere Ogr, 530 di cloro. 

D'altra parte il cloruro di argento violetto completamente secco, 
trattato con zinco in presenza dell'acqua, si è decomposto ed ha for- 
nito le seguenti quantità di cloruro: 

Cloruro Quantità Calcolato Calcolato 

di argento violetto di cloro trovato per Ag CI per Ag^ CI 

I. 0^'- , 525 ... . 0^'- ,130 0, 129 0, 741 

II. 0, 501 .... 0, 124 0, 123 0, 707 

III. 0, 530 .... 0, 131 0, 131 0, 747 

Riduzione del cloruro ferrico. 

Il cloruro ferrico è trasformato allo stato di cloruro ferroso dalla 
maggior parte degli agenti riduttori: l'idrogeno così detto nascente, il 
ferro, lo zinco ed il platino. Quest'ultimo metallo sarebbe facilmente 
attaccato da una soluzione di cloruro ferrico. Secondo il Bechamp o 
Saint-Pierre il platino agisce in questo caso come riduttore; secondo 
il Personne, al contrario, non sarebbe attaccato che dal cloro che si 
sviluppa continuamente quando si sottomette all'ebollizione una solu- 
zione di cloruro ferrico di una data concentrazione. Una soluzione di 
percloruro nell'alcool o nell'etere, esposta all'azione dei raggi solari, 
è ridotta allo stato di protocloruro. 

Il percloruro sciolto nell'acqua ed esposto al sole si trasforma in 
protocloruro; questa reazione è agevolata dalla presenza di materie 
organiche come l'acido ossalico, l'acido citrico ecc. Secondo il Brun- 
ner (I), una soluzione di cloruro ferrico attraversata da una corrente 
di idrogeno durante 48 ore, conteneva delle piccolissime quantità di 
cloruro ferroso. 

Questo esperimento prova che non è necessario che l'idrogeno sia 
nascente per ridurre il cloruro ferrico, e se questo corpo è ridotto 

(1) Pogg. Ann. CXXII, pag. 153. 



D. TOMMASI, RIDUZIONE DEL CLORURO DI ARGENTO, ECC. 289 

completamente e con maggior prontezza dallo zinco e dall'acido solfo- 
rico, ciò è dovuto non solo all'idrogeno + co cai. communicatogli nel- 
l'atto della formazione del solfato di zinco, ma ancora dallo stato di 
divisione in cui si trova l'idrogeno. 

I metalli che riducono il cloruro ferrico possono essere divisi in 
due classi: quelli che lo riducono senza sviluppo d'idrogeno, e quelli, 
al contrario, che lo riducono con produzione d' idrogeno. Se in una 
boccia di vetro, riempita di cloruro ferrico diluito, s'introduce un 
filo di argento, mettendo poi la bottiglia nell'oscurità, si può consta- 
tare, dopo alcune ore, che l'argento ha perduto il suo aspetto bril- 
lante e che il percloruro contiene delle quantità apprezzevoli di pro- 
tocloruro che possono essere constatate sia dalla formazione del bleu 
di Prussia mediante il prussiato giallo di potassa, sia dalla decolora- 
zione subita dal permanganato di potassa. Il platino messo in con- 
tatto col cloruro ferrico lo trasforma in protocloruro secondo l'equa- 
zione seguente: 

2 Fe^Cle+2Pt = 2FeCh^-h2Pt C^^. 

Facendo reagire l'amalgama di sodio sopra il cloruro ferrico, si 
precipita idrato ferrico e non idrato ferroso, come si dovrebbe otte- 
nere se l'idrogeno, proveniente dall'amalgama, riducesse il cloruro fer- 
rico. Una soluzione anche diluita di cloruro ferrico acidulata da qual- 
che goccia d'acido solforico ed agitata col mercurio, vien ridotta. 

(Laboratorio di chimica della R. Scuola 
d^ Agricoltura in Milano.) 



GEOLOGIA. — Alcune osservazioni geologiche sul Carso di Trieste 
e sulla valle del fiume Recca, stabilite in occasione di un progetto di 
derivazione di questo fiume in città, mediante una galleria di 14 
chilometri. Nota del S. C. Taramelli. 

A provvedere al più imperioso bisogno che possa sentire una po- 
polosa città marittima, la quale va ogni giorno aumentando i suoi 
commerci e la sua importanza, sono rivolte da parecchi anni le più 
solerti cure dello spettabile uflScio municipale triestino. È il bisogno 
di abbondante provvista di acqua, che possa essere potabile e servire 
altresì allo sciacquamento sotterraneo della città ; il quale bisogno è 
tanto più fortemente sentito in quanto che nei sciroccali elevandosi 
le maree e chiudendosi lo sbocco delle cloache, in queste formaronsi 
dei depositi di sostanze immonde le quali non essendo discioUe n^ 



290 T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 

completamente esportate da forti masse d'acqua, infettarono talmente 
il sottosuolo, che le cisterne ed i serbatoi delle acque potabili al 
presente posseduti hanno acquistato una deplorevole quantità di so- 
stanze ammoniacali. Le condizioni sanitarie della città, nei tempi estivi 
ed in occasione di contagi, non è a dire quanto dannosamente si ri- 
sentano di questo lamentato inconveniente. 

A somministrare la occorrente quantità d'acqua per l'accennato op- 
portunissimo sciacquaraento sono ben lungi dall' essere sufficienti i 
due acquedotti, che attualmente si possiedono: cioè, quello di Aure- 
sina e l'altro di S. Giovanni. Il primo attinge l'acqua da una proba- 
bile derivazione delsotterraneo decorso del fiume Tiraavo, a pochi metri 
sul livello marino, mediante una pompa della forza di 45 cavalli, de- 
corre per parecchi chilometri tra i ragli della ferrovia di Nabresina 
e porta in città 1400 metri cubi ogni ventiquattro ore, di acqua as- 
sai buona, chimicamente, ma che nell' estate si riscalda fin presso 
ai 20.O 

La conduttura di S. Giovanni ha propria caduta; origina per in- 
filtrazioni delle acque del Carso, rinascenti al contatto delle marne 
eoceniche del tassello; conduce in città un quantitativo assai varia- 
bile d'acqua da 80 a 600 metri cubi, ogni ventiquattro ore. 

Si è calcolato che per attivare l'ideato sciacquamento della città 
occorrono almeno 16000 metri cubi ogni ventiquattro ore, i quali ba- 
sterebbero anche per fornir abbondante provvista d'acque potabili e 
per usi domestici, e per spegnimento d'incendi, per fabbriche ed in- 
dustrie e per ornamento della città ed inaffìamento di strade. 

Potendosi poi disporre di maggior forza d' acqua si intenderebbe 
destinarla a scopi industriali, ai quali potete credere come si preste- 
rebbe la città di mare, posta in bello anfiteatro coUinesco, con un 
circondario popoloso ma in condizioni di suolo assai poco felici. In 
complesso il quantitativo d'acqua, cui il progetto che ora sto per ac- 
cennare sarebbe per introdurre in città, ammonterebbe a non meno 
di 23000 metri cubi in ventiquattr' ore e con tale quantitativo si 
raggiungerebbero abbondantemente tutti gli scopi suaccennati. 

Veniamo al progetto. A poco più di quattordici chilometri in linea 
retta della città di Trieste ed a 339°^ sul livello marino, il fiume 
Recca, che si raccoglie in un bacino idrografico di 38,000 ettari, dopo 
un decorso di 35 chilometri in suolo marno-arenaceo e di quasi 7 
chilometri in una gola a pareti calcari profonda quasi cento metri, 
si innabissa nella famosa voragine di S. Canziano. Riappare per po- 
chi metri e piti basso, al fondo di un'attigua voragine puteiforme; 
quindi scompare per ignoto sotterraneo viaggio. Non del tutto ignoto 
però; poichò esso deve portare il massimo contingente alla sotterra- 



T. T.vnAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 291 

nea corrente, che rugge tra spume non viste al fondo della meravi- 
gliosa grotta di Trebic; e tutti ritengono con molta probabilità che 
sia il Recca stesso che ricompaia alle non meno famose fonti del Ti- 
mavo, a S. Giovanni di Monfalcone, ove voi sapete che si getta con 
breve decorso un fiume navigabile nel mare. Bella è questa pagina 
di geologia continentale, che la erosione ha sculto in quella massa 
di calcari, da così lungo volgere di secoli in preda alle forze eso- 
gene; essa è una delle molte pagine e non ancora del tutto decifrate, 
che il naturalista trova aperte in quella stranissima regione, in cui 
ti imbatti di un passo nella orografia orientale, quando appena hai 
lasciato nell'Italia la culla della civiltà europea. 

Ebbene, è quel fiume che al principio del secolo, certo Instenberg 
ideava pel primo di condurre mediante galleria in città; il qual pro- 
getto, ripreso nel 1872 e studiato dall'Ufiìcio tecnico municipale, ri- 
ceveva lo scorso anno mercè tali studi accuratissimi e la collabora- 
zione dell'illustre idraulico prussiano, il signor Wiebe, tale comple- 
mento di calcoli da poter venire con tutti i necessari documenti su- 
bordinato alle decisioni del Consiglio della città. 

È un grandioso progetto, la cui attuazione implicherà la spesa di 
oltre 12 milioni. Epperò comprenderete come ad adottarlo proceda 
cauto quello spettabile Consiglio. Sulle sue decisioni io sono ben lon- 
tano di influire oltre i limiti del mandato, del quale mi tenni alta- 
mente onorato ed al quale ho secondo le mie forze corrisposto, al- 
lorché l'illustre podestà di Trieste m' incaricò, alla fine dello scorso 
autunno, di studiare le condizioni geologiche dell'altipiano del Carso, 
sotto al quale, per tutto il suo decorso, dovrebbe mantenersi la gal- 
leria progettata. 

Delle stabilite osservazioni, stimai che taluna meritasse qualche 
cenno nel campo puramente geologico; e qui le presento in succinto, 
avendole sviluppate in parte nella relazione, che venne pubblicata, 
colla annessa carta geologica ed in parte ampiamente svolte nella 
descrizione geologica della penisola istriana e delle vicinanze di Trie- 
ste, che ora sta per uscire alla luce, pur essa accompagnata da una 
carta, da panorama e da profili geologici. L'argomento non è nuovo 
per questo Istituto, essendoché l'attuale suo illustre vice-Presidente 
presentava anni sono una assai importante Memoria geologica su quei 
paesi, stesa in compagnia del signor dott. Chiozza; (1) e mi piace di 
dichiarare che le posteriori accuratissime ricerche del signor G. Sta- 
che e le mie osservazioni, hanno pienamente confermato i principali 

(1) E. CORNALIA e L. CutozzA. Cenni geologici suW Istria. Giornale 
di'l li. Istituto Lombardo, tomo III, nuova serie, 1852, 



292 T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 

risultati di quello studio, in cui veniva determinata la reale posizione 
dei vari orizzonti geologici, assai svisati dai lavori antecedenti del si- 
gnor Morlot. 

Della struttura geologica dell'altipiano calcare detto del Carso trie- 
iiino, vedremo in appresso. Prima conviene gettare uno sguardo alla 
valle del fiume Recca per trovarvi le ragioni delle forti differenze, 
che si rimarcano nella sua portata, la quale stando alle misure nu- 
merosissime stabilite in questi due ultimi anni, varia da 25,583 m. e. 
a 6,306,336 ra. e, ogni 24 ore. Rimarco però che la minima osservata 
si dovette in parte a dispersioni di acque alla sosta del mulino di 
S. Canziano, ove si fecero le misure. Epperò gli ingegneri di Trieste 
contano sicuramente sopra una media, dopo pih o meno prolungata 
siccità, di circa 60,000 m. e. ogni 24 ore. Queste quantità certamente 
sembreranno raeschinissime a noi, ai piedi delle Alpi, in una regione 
dove in media piove quasi il doppio di quanto avvenga sopra quegli 
altipiani, elevati in media a 600 metri, lontani dalle vette nevose 
delle Alpi Giulie settentrionali, che fanno seguito alle Gamiche e che 
presentano i punti più piovosi di Europa a Malborghetto ed a Tar- 
vis. Quindi non potrò tacere qualche considerazione sulle ragioni geo- 
logiche di quella così singolare orografia ed idrografia, che pur co- 
stituisce il carattere fondamentale di tutta quella regione, e si ripete 
sotto mille forme e nelle più svariate proporzioni ; poiché qui siamo 
di fronte ad un fenomeno dei più interessanti in quel ramo così poco 
coltivato della scienza geologica, che l'illustre Stoppani ha definito 
col nome di geologia continentale. 

La valle del Recca costituisce la porzione principale di una comba 
arenaceo-marnosa, circondata tutta all' ingiro di altipiani di roccia 
calcare, la quale decorre da nord-ovest a sud-est, per la lunghezza dì 
45 chilometri. Ha una forma pressoché triangolare, colla base a set- 
tentrione di 18 chilometri. La media altitudine assoluta delle col- 
line, che comprendono la valle principale ed ì numerosi e ramificati 
suoi confluenti, è presso ai 600 metri. Alcuni dossi però, prossimi al- 
l'asse della comba ed allineati secondo l'accennata direzione, toccano 
gli 800 metri. Questa ruga mediana forma per quasi tutto il suo de- 
corso lo spartiacque tra i confluenti di ponente del flume Recca o 
parecchi ruscelli, che scendono ad incontrare la parete calcare, la in- 
cidono per un tratto proporzionale alla rispettiva portata, e scom- 
paiono per altrettante foibe, nei sotterranei meandri, che fanno tutto 
cancrenoso l'altipiano del Carso. Esse ricordano la famosa voragine 
di Pisino, ove si getta il fiume che porta appunto da essa il nome di 
Foiba. Queste cavità puteiformi, evidentemente ripresentano il fatto 
di quella di S. Canziano, ove si getta la corrente principale, che in 
quella comba si raccoglie. 



T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 293 

Se si tiene conto dello sviluppo del bacino idrografico, i principali 
confluenti del Recca, sono sulla sua sinistra, ove steiulesi pili ampia 
zona di terreno collinesco, e di essi il maggiore ò il Klivnig, che trae 
le sue origini dal margine occidentale della comba o sbocca a po- 
nente di Feistriz, dopo 15 chilometri di decorso. Presso S. Canziano 
sbocca poi nel Recca la Suschitza, che scorre per massimo tratto in 
regione calcare e che ancor piìi dcgii altri confluenti è esausta di 
acque per la maggior parte dell'anno. In complesso, tatti questi con- 
fluenti, se portano nelle piene un abbondantissimo tributo di acque 
fangose e di detriti, sono normalmente percorsi da un filo d' acqua, 
che basta appena a smuovere le ruote di qualche molino nell'interno 
delle rispettive vallicele e spesso non giunge nemmeno al recipiente. 

Invece il massimo tributo d'acque vien somministrato dalla Distriza 
{.sorgente fresca). Perenne, limpida, abbondantissima, mantiene la forza 
motrice ai numerosi opifici di seghe, collocati al suo sbocco e lungo 
tutta la valle, rallegrata nei suoi pianori da prati ubertosi, irrigati 
con acque del Recca. Questa sorgente raccoglie evidentemente le ac- 
que dell'altipiano del M. Nevoso, che sorge a nord-est, e zampilla al 
contatto delle marne impermeabili, che turano gli sbocchi delle solu- 
zioni di continuità nella massa dell'altipiano medesimo. Comunque av- 
venga questa justaposizione della marna al calcare, lungo tutto il 
litorale e nei dintorni di Gorizia e nelle vallate del Vippacco, osser- 
vansi abbastanza frequenti di tali sorgive, e sono rinomate nell'Istria 
quelle del Risano della Fiumera, del monte Maggiore a Vela Utzka 
e diFlanona. Lungo il margine orientale della comba del fiume Recca 
ve ne sono parecchie, specialmente a sud di Feistriz; ma sono meno 
perenni. Alcune, come quella a poca distanza della Bistriza, sem- 
brano gli emuntori di sotterranei bacini o canali, non insensibili agli 
squilibri della pressione atmosferica; poiché dìcesi da quei del sito 
che esse sorgenti, non tanto per le pioggia si arricchiscano, quanto 
per le piti forti depressioni barometriche. 

Piti a monte di queste sorgenti, il Recca non òche un filo d'acqua 
limacciosa. Poco più abbondanti e poco piti puri, sono i tributi degli 
accennati confluenti di sinistra, numerosi ma di brevissimo tragitto. 
Epperò si deplora che le maggiori e migliori fonti del fiume sieno 
cosi lontane dal punto di presa dell'acqua, che si vuole introdurre in 
città, e che tanto sviluppo superficiale del bacino idrografico, per 
quanto sia costituito da rocce poco permeabili, porti piìi nocumento 
che vantaggio al quantitativo ed alla qualità dell'acqua, che giunge 
alla grotta di S. Canziano. Si aggiunge altresì che lungo i sei chi- 
lometri di decorso del fiume in suolo calcare, sicuramente infranto e 
pertugiato come il soprastante altipiano e male ricoperto da sottile 
Rendiconti. — Serie II. Voi. XI. 19 



294 T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 

ammanto di detrito calcareo-marnoso (essendo quivi pure le alluvioni 
terrazzate), la quantità di acqua diminuisce oltre che di un terzo. Al 
quale inconveniente, constatato da ripetute misure idrometriche, si 
potrà certamente procacciare qualche utile riparo con un incanala- 
mento del fiume. 

In quanto alla piti saliente sproporzione tra la superfìcie del ba- 
cino idrico del fiume e la sua media portata ed anche riguardo alla 
grandissima oscillazione tra le magre e le piene, conviene confessare 
che le condizioni sono poco propizie, prese sul loro stato naturale, 
non dirò alla riuscita ma alla favorevole impressione, che può fare in 
taluni il progetto della derivazione del fiume Recca in città. La valle 
di questo fiume ricorda perfettamente le valli dell' Apennino, sculte 
per la massima parte nei terreni eocenici; ma queste condizioni sono 
rese colà ancora piti deplorevoli dalle accennate condizioni climatolo- 
giche. Per quei profondi ed amplissimi solchi, preparati dalla ero- 
sione nella potente pila degli strati marno-arenacei, o serpeggia un 
filo d'acqua tra lo sfacelo giallognolo delle sponde, di roccia erodibi- 
lissima, od irrompe devastando il torrente di fango, che scorre per 
qualche giorno e poi rientra nella sua magra abituale. Non lo spec- 
chio placido di qualche laghetto, che ne sospenda le ire e ne nasconda 
nel suo seno le torbide piti grossolane, servendo in pari tempo a pro- 
lungare ed a regolare il deflusso della corrente ; non quei vasti pia- 
nori alluvionali lungo le valli, pei quali, nelle nostre regioni alpine 
e prealpine avviene di solito una prima scomparsa delle acque di 
pioggia o di disgelo e la loro ricomparsa come sorgenti perenni, che 
tengono luogo dei piti elevati depositi di ghiaccio e di neve. Pel Recca 
come la natura lo ridusse, e se l'arte non troverà modo di portare 
qualche profonda modificazione al suo regime idraulico, sovrastano, 
dal pnnto di vista dell'opera progettata, due pericoli del pari allar- 
manti ; che certamente io non vorrò esagerare, ma che devo porre 
in giusto rilievo: la piena cioè, che nella voragine di S, Canziano 
talora sommerse i molini quivi costrutti e rinnovandosi, anche solo 
una volta al secolo, potrebbe minacciare seriamente i manufatti da 
costruirsi all'imbocco ed allo sbocco della galleria, e la possibilità 
che il fiume in una magra eccezionale si riduca ad una serie di sta- 
gni, attraverso ai quali si contamini la purissima acqua della Bistiza 
regalata all'ampia convalle dall'assetato altipiano del monte Nevoso. 
Che se noi volessimo, entro i limiti delle nostre forze, modificare 
questo stato di cose, ne converrà anzitutto indagare la causa, per cui 
in questa e nelle analoghe regioni manchino laghi e vasti depositi 
alluvionali lungo le vallicele confluenti. Quindi converrà procurare, 
in certa guisa, di supplire a quanto la natura ha ommesso, imitan- 



T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 295 

dola nei suoi semplicissimi ma così efficaci artifici. Lasciando ai tec- 
nici quest'ultimo quesito, mi limito a rilevare, certamente senza molto 
sforzo di geologica investigazione, che la causa si trova nel fatto 
che a questa regione e nelle analoghe apenniniche mancarono quei 
fenomeni, direttamente od indirettamente collegati collo sviluppo dei 
ghiacciaj alpini, che in entrambi i versanti delle Alpi hanno deter- 
minato degli accumulamenti di sfacelo erratico, o di frane, o di allu- 
vioni, i quali causarono le varie maniere di laghi, tuttora conservati 
oppure interrati dalle posteriori alluvioni e convertiti negli accennati 
pianori. 

In queste regioni arenaceo-marnose dell'Istria e della Carniola, sic- 
come per l'Apennino propriamente detto, l'epoca quaternaria si svolse 
attraverso una serie di piene, per le quali si perfezionava il model- 
lamento degli erodibilissimi versanti, ed il prodotto dì tanta erosione 
lo vediamo disseminato nelle ampie conoidi, spesso terrazzate, che si 
stendono allo sbocco di cadauna valle apenninica, e nella valle del 
Recca esso si raccolse in parte nella pianura, in alcuni siti ampia oltre 3 
chilometri e leggermente terrazzata, che ne occupa le bassure a monte 
del breve tratto di decorso in dirupi calcari. Né è a dirsi poi quanta 
parte di questo sfacelo, sotto forma di fanghiglia, venne travolto e 
sepolto nelle viscere del Carso triestino, nelle cui latebre il Recca si 
sprofonda da S. Canziano a Trebic ed alle foci del Timavo. Basti a 
questo proposito considerare l'abbondantissimo deposito argilloso che 
ostruì quasi completamente una grotta, che si apre nella seconda delle 
accennate foibe di S. Canziano e che rappresenta un emuntortorio delle 
acque che in essa si raccoglievano; e notisi che tale grotta si apre a 
non meno di 40 metri sul fondo percorso per piccol tratto dal fiume, 
impaziente di subissarsi per la seconda volta nelle viscere della massa 
calcare. 

Colù, durante tutta l'epoca glaciale, prevalsero i fenomeni di ero- 
sione, che tendono a sbarazzare la via alla corrente. Questi fenomeni 
quivi si rendono paragonabili, se pur mi concedete il meschino con- 
fronto, agli effetti della pioggia sopra una strada selciata di fresco. 
Passato il temporale, smaltita la pioggia dai rigagnoli laterali, la 
strada è tersa come una sala, i rigagnoli mirabilmente variegati dalle 
mille gradazioni di depositi e dalle materie galleggianti dilavate dalla 
strada. E quel che si dice per il complesso di questi fenomeni nel 
lungo volgere dell'epoca quaternaria, valga per ogni singola piena, 
su quel terreno così erodibile ed al tempo medesimo così impermea- 
bile. Ond'è che ove fosse il menomo dubbio, che nelle massime ma- 
gre le acque del Recca, quantunque raccolte in cosi ampio bacino 
idrico, o per quantità non bastassero ai vari scopi che si propone di 



296 T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 

raggiungere la grandiosa opera progettata, o per qualità fossero tali 
da richiedere soverchio sviluppo dei manufatti per il deposito e per 
la filtrazione delle acque, io penso che oltre al prevenire 1' accennata 
dispersione delle acque medesime nel breve tratto di circa sei chilo- 
metri in letto calcare, debbasi pure sottoporre ad esame il quesito, 
che ho di sopra proposto, sul modo di ritardare e di regolarizzare il 
corso montano del Recca o di qualcuno dei suoi principali confluenti. 
Né gli studi ed i provvedimenti, saranno soverchi per un opera, che 
deve sfidare i secoli, ed essere tramandata come monumento ammi- 
rabile alla gratitudine dei nepoti. 

Veniamo ora alla secondi di nanda, che possiamo proporci, nel 
campo deWa geologia continentale; del perchè, voglio dire, quella cor- 
rente, come tante altre della Carniola e dell'Istria, presenti tale stra- 
nezza di decorso e come sia avvenuto che dopo così lungo e regolare 
sviluppo in regione arenaceo-marnosa, attraversi a stento qualche 
chilometro di calcare in profondissima gola poi scompaia in una di 
quelle tante depressioni, puteiformi o crateriche, che costituiscono uno 
dei cararatteri piti manifesti di quegli altipiani come di tutte le re- 
gioni montane, di rocce poco erodibili e poco inclinate. 

Per intendere le ragioni di questo fatto, gioviamoci di un altro 
analogo e non meno saliente, ma che più si accosta all' andamento 
normale della orografia negativa. Tale fatto del pari ci si presenta in 
quella regione sotto questo punto di vista meravigliosa delle Alpi 
Giulie meridionali. Portiamoci nel cuore della penisola istriana e con- 
sideriamo quale è, e come si ridusse tale, il decorso del già ricor- 
dato fiume Foiba di Pisino. 

Idrograficamente questo fiume nasce a breve distanza dal maggior 
colosso istriano, del M. Maggiore (1495*") nei pressi di Pals e con un 
decorso di quasi venti chilometri, arricchito di numerosi confluenti, 
attraversa nella sua larghezza la comba arenaceo-marnosa, eocenica, 
dell'Istria mediana, perfettamente comparabile alla valle del fiume 
Recca; e giunto sotto Pisino, si perde in una meravigliosa spelonca, 
a 130 metri di profondità sotto l'orlo più alto della medesima. Ma 
orograficamente la valle del Fiume Foiba si continua non interrotta 
fino alla spiaggia attuale colla valle di Pisinvecchio a Vermo, quindi 
colle Draghe (valli) di Antignana, di Corridico, di Confanara e collo 
stretto e profondo fyord del Lemme, lungo oltre dieci chilometri. E 
questo decorso è tutto in suolo calcare, attraverso la formazione stessa 
della creta, dei membri della quale vedremo più sotto a proposito del 
Carso triestino. Prescindendo da questo fyord del Lemme, che è pro- 
dotto dalla invasione del mare nella valle, dalla erosione scolpita in 
suolo calcare, per l'abbassamento postpliocenico subito da tutta quella 



T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 297 
contrada ; chi non vede in questo solco così continuo da Pisino a 
Verrao e quindi al mare, la continuazione della valle del F. Foiba? 

Per poco che si sia pensato alla genesi dell'attuale orografia, ognuno 
vorrà riferire questo decorso a quell'epoca, nella quale sappiamo che 
si stava modellando appunto tale orografìa, cioè all'epoca delle al- 
luvioni sarmatiche, le quali da qualche anno destarono con tanta ra- 
gione il più vivo interesse tra i geologi. Ognuno sarà disposto a scor- 
gere in questa profonda spelonca di Pisino la misura della differenza 
causata nell'eifetto della erosione fluviatile della prevalente erodibilità 
della formazione arenaceo-marnosa, in confronto delle formazioni 
calcari, che formano l'altipiano dell'Istria occidentale. Appena a tra- 
montana della valle del Foiba, abbiamo in Istria la piti ampia valle 
del Quieto e questa corrente, già inanelatasi in suolo calcare coi suoi 
due maggiori confluenti, la Brazzana e la Fiumera di Pinguente e 
perchè più potente del fiume Foiba, non risenti così forte l'effetto del- 
l'accennata differenza. Ma pur essa muove al mare con velocità, che 
è espressa dal suo nome e che è veramente anormale per una cor- 
rente di spiaggia. 

Appena a sud della valle del fiume Foiba, abbiamo poi la depressione 
lago di Cepic, in cui stagnano le acque della Bugliunzizza ed al quale 
forma emissario la gola del fiume Arza. E questa erosione, pur pra- 
ticata in terreno arenaceo-marnoso, a monte di una formazione cal- 
care a stento solcata da una stretta rofla, è una diversa modalità del- 
l'effetto orogenico della medesima differenza tra l'enordibilità delle 
due contigue formazioni delle marne arenacee e del calcare. 

Tornando ora alla Foiba di S. Canziano, ove il fiume Recca si spro- 
fonda, avvertiamo quivi pure a tramontana della spelonca una mar- 
catissima depressione, alquanto accidentata da posteriori erosioni , la 
quale si scontinuava verso Lesesche e Gradishe e si svasa in direzione 
della non lontana depressione arenaceo-marnosa di S. Peter. Ora, se 
noi partiamo dall'idea che parmi la piti ragionevole, della origine 
per erosione delle foibe del Carso , (qualunque ne sia la dimensione 
e la forma) è facile scorgere come fino a tanto che non erasi aperta 
sufficientemente e non erasi sprofondata la voragine di S. Canziano 
per esser meno erosa la comba del Recca, questo fiume in parte avrà 
consumato le sue acque nell'allargare ed approfondare quella voragine; 
poi avrà continuato la sua via per l'accennata depressione. E questo stato 
di cose rimonta sicuramente ai più antichi periodi dell'attualeepoca con- 
tinentale, incominciata per quelle regioni durante il miocene. Ma nello 
svolgersi dei successivi periodi del pliocene antico e recente, quando la 
superficie di quelle regioni assumeva gradatamente i meravigliosi det- 
tagli che attualmente ne presenta, per l'accennata prevalente erodibilità 



298 T. TaRAMELLI, OSSERV. geologiche sul carso di TRIESTE, ECC. 

della comba arenaceo-marnosa del Recca continuandosi l'aLbaìSsa- 
mento del letto di questo fiume, sia nella comba che nei pochi chilo- 
metri di decorso in suolo calcare le acque presero nella indicata 
depressione, convergente alla foiba di S. Canziano, un decorso verso 
questa cavità e gradatamente venne a stabilirsi l'attuale stato oro- 
grafico. Né dovremo noi meravigliarci di tanto lavorio di erosione, 
praticato nel lunghissimo volgere dell'attuale epoca continentale, se 
non a patto di rinunciare all' evidenza quando il nostro sguardo si 
ferma senza alcuna meraviglia su quei bizzarissimi solchi, relativa- 
mente assai profondi, che vediamo scolpiti sulle pietre le piti dure, 
esposte per qualche decina di anni alle meteore. In una serie di se- 
coli che mi limiterò a chiamar secolare, un fiume raccolto in un ba- 
cino idrografico di oltre quaranta chilometri di lunghezza con diciotto 
di larghezza, può bene essersi aperta una rofla di sei chilometri in 
suolo calcare ed essersi sbarazzato il cammino in una delle tante ca- 
vernosità, che rendono quella massa di calcari eocenici e cretacei; 
che costituisce il Carso, paragonabile ad un legno corroso di minu- 
tissimo tarlo. 

Il ricercare poi la storia geologica di queste soluzioni di continuità 
in questa massa calcare, oltreché portarmi oltre i confini che debbo 
serbare in questa nota, mi obbligherel)be a trascrivere quanto su que- 
sto argomento fa parte della accennata pubblicazione sulla geologia 
di quella interessantissima contrada. Epperò ripiglio la interrotta de- 
scrizione delle formazioni, che si sviluppano alla superficie e che sa- 
ranno incontrate alla media profondità di un centinaio di metri della 
galleria progettata. 

Il Golfo di Trieste coi suoi lidi ridenti di oliveti e di vigne e la 
del pari verdeggiante ma piU selvaggia vallata del Recca, sono en- 
trambi scolpiti sulla formazione arenaceo-marnosa dell'eocene medio. 
Questi lembi rappresentano i residui di un vastissimo mantello della 
formazione stessa, che tutto ricopriva l'altipiano del Carso; come è 
evidentemente dimostrato dai limitatissimi tratti di questo terreno, 
che isolati in suolo calcare si osservano a sud di Corgnale e presso 
Grozana, a circa 750"" sul livello marino. Anche presso allo sbocco 
delle vallette del fiume Rosandra, poco lungi daMuggia, si osservano 
tra i calcari due lembi marno-arenacei, da Borst e Prebenegg, sotto 
S. Servolo e sotto Fiinfenberg; attraverso la detta vali icola, ove essa 
si ripiega secondo 1' andamento generale di quei tratti orografici e 
stratigrafici, da nord-ovest a sud-est. Ed appena piti a levante-mez- 
zogiorno, si stende la meno ampia, ma interessantissima comba di 
Clanitz. Alla base di questi lembi isolati e sull'orlo delle piti ampie 
estensioni del terreno arenaceo-marno'o, osservasi distinta la preva- 



T. TARAMIlLLI, OSSERV. GEOLOGICIIb: SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 299 

janza di quelle marne scistose, che colà dicv)nsi tassello, poco dissi- 
mili di struttura ma meno ricche di ossidi idrati e di minerali acces- 
sori, quali il gesso, le piriti, la barite ei cloruri, alcalini e metallici, 
di quanto lo sieno le note argille scagliose dell'Apennino. 

Le arenarie, chiamate mesegno (identiche al macigno dell'Apennino) 
sono invece prevalenti verso l'alto della formazione àeW Eocene me- 
dio ed hanno l'aspetto del notissimo Flych alpino, riferito general- 
mente allo scorcio di questo periodo. Tra le marne poi del Tassello 
in tutta queUa regione dell'Istria, fino all'isola Veglia e nel Triestino 
e nel Goriziano, si alternano con varia potenza dei banchi di calcari 
e di conglomerati nummolitici, dei qnali i più profondi apparten- 
gono alla zona del Conoclypus conoideus e del Prenaster Alpinus 
(Parigino inferiore — Strati di Biarritz) ed i più recenti si accostano 
per carattere di fossili alla zona di S. Illarione, nel Vicentino; senza 
pero presentare quell'abbondanza di corallari, per cui tale zona si di- 
stingue nei pressi di Cormons e di Rosazzo, nel non lontano Friuli. 
Epperò io penso che in complesso questa fascia di banchi di conglo- 
merati nummolitici istriani appartenga ad un solo periodo, alla di- 
visione inferiore del Parigino. È la zona stessa, alla quale apparten- 
gono le famose località fossilifere di Pinguente, Pedena, Gallignana, 
Lindaro ed Albona, fatte conoscere dal signor comm. Corualia nel 
lavoro di sopra menzionato. Qualche anno fa, vi ho determinato una 
trentina di specie di echinodermi, tra le quali raccolsi al dosso mar- 
noso sotto Corgnale il Prenaster Alpinus, YEchinolampas subsimilis 
ed i radioli della Cidaris interlineata. 

Sotto alle marne del Tassello, con quasi perfetta concordanza, si 
stendono i calcari nummolitici ad Alveolina (Boreliskalk dello Sta- 
che) (1) ed ancora piti sotto, la formazione liburnica, ben distinta da 
calcari bituminosi, lignitiferi, con fauna a volta o d' acqua marina 
salmastra, a volta d'acqua dolce. Questa formazione interessantissima, 
perchè sicuro ed immancabile livello tra la Creta e l'Eocene in quelle 
regioni, piglia altresì il nome di piano di Cosina, da una località vi- 
cina agli accennati lembi arenaceo-marnosi di Corgnale e di Gro- 
zana. Quivi come a Bassovizza, a piìi riprese ed ancora nell' anno 
scorso si ricercava con irregolari escavi un filone assai povero di li- 
gnite, ed ovunque tale combustibile compare a questo livello, la spe- 
ranza di utile esplorazione è confortata dalla ricchezza delle cave del 

(1) G. Stache, Die eocen- Gehiete in der Innrer-Krein und Istrien. 
Jahrb. KK. geolog. Reichsanstalt. V. X XIII e XIV (1859-65). — Geolo- 
gisches Landschefisbild des istrischen Kustenlandes, mit einer Uebersichts- 
karte, — Oeatcrr. Revue 2. Bd. 1864. 



300 T. TARAMELLT, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 

Carpano di Albona, tuttora coltivate In grande scala e delle quali 
già fece menzione e diede interessanti ragguagli il signor Cornalia. 
Entrambe queste formazioni calcari vanno ascritte all' Eocene infe- 
riore {Londoniano) e presentano una associazione marcatissiraa nello 
loro mosse stratigrafiche, assai regolari sulla superficie dell'altipiano 
ma assai accidentate e tormentate da replicate curve, coricate lungo 
il ciglio del medesimo, dall'alta valle del Risano fino a tramontana 
delle cave di Sistiana, presso Duino. I dossi calcari, spettanti a que- 
ste suddivisioni dell'eocene inferiore, hanno un aspetto distintissimo 
pel colorito scialbo della loro superfìcie, per il regolare arrotonda- 
mento, con cui vennero dalle erosioni modellati e per essere in essi 
piti che nei dossi di calcari cretacei frequenti le doline crateri far mi. 
Questa però non è regola generale; perchè la foiba di Metaun, presso 
S. Canziuno, ha l'orlo orientale a picco, precisamente inciso nei cal- 
cari bituminosi della zona liburnica. Quivi, nei pressi di Caccic, di 
Gropada, di Corgnale e dì Bassovizza, sono frequentissime le distintive 
forme di Melania, Stamatopis e Cerithium, della cui determinazione 
sta occupandosi l'egregio geologo austriaco. I calcari nummolitici 
compajono anche allo scoglio di Sistiana, il cui nome ne risveglia la 
memoria di due sventurati. Questo scoglio può ritenersi la sporgenza 
di una ruga della formazione eocenica, accusata nei dintorni di Ca- 
podistria dallo sprone del Carso, che muore nel terreno marnoso presso 
le fonti del Risano. Questi calcari dell' eocene inferiore formano 
l'orlo dell'altipiano calcare ed i piti elevati dossi, che lo coronano. 
Costituiscono altresì una larga zona dalla comba di Trieste a quella 
del fiume Recca, e questa sopporta appunto gli accennati lembi di Pre- 
Iosa, di Corgnale (monte Houze 739"^) e di Grozana. La galleria pro- 
gettata attraverserebbe questi calcari soltanto in prossimità di Trie- 
ste, per una lunghezza approssimativa dì mezzo chilometro. 

Per tutto il rimanente del suo decorso, la galleria si manterrà in 
calcari cretacei e questi afBorano sull'altipiano triestino colla se- 
guente disposizione, che però indico con qualche riserbo stante le 
difficoltà di sceverare in una regione poco accidentata delle forme 
litologi che poco costanti e poco diverse, con fossili abbondantissimi 
ma di assai difficile raccolta e di non facile determinazione. Tuttavia 
non credo sieno giunti a migliori risultati le ricerehe dei geologi au- 
striaci, in altri punti di quella regione e brevemente espongo tali sud- 
divisioni della formazione calcare cretacea, afiinchò sieno di stimolo 
ad aliri che desiderassero dì ampliarle e di correggerle. 

Il contorno dell'altipiano, internamente all'accennata corona di dossi 
calcareo-eocenici, è segnato da una piti o meno ampia zona di affio- 
ramento del Calcare a Radiolites, che sì mostra coi medesimi carat- 



T. TARAMELLT, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 301 

teri tanto nel Friuli orientale, che nell'Istria e nelle isole del Quar- 
nero. I dintorni di Opcina, Banne, Trebic, Padric, Gropada, Corgnale 
e S. Canziano, e quasi sino al fondo della foiba le pareti di questa, 
offrono i più mirabili intrecci delle bizzarrissime bivalvi. Aven- 
dovi un po' di pratica per aver collaborato allo studio sulla fauna 
di Medea presso Cormons del mio amico pregiatissimo, il signor pro- 
fessore G. A. Pirona, (1) ho potuto distinguere tra esse le Radiolites 
lumbricalìs, Zignoana^ Gastaldiana,' Taramellii, fenicularis e le 
Sphaerulif.es ponderosa, Ponsiana, Guìscardiana, nonchò il Catopy- 
gus nucula e Catop. Medcae, (2) così abbondanti nella importante lo- 
calità del Friuli. Osservai anche qualche piccola sezione di Nerinea, 
e delle bivalvi regolari, che non potei determinare nemmeno generi- 
camente. 

Nel Carso triestino, come nel Friuli, a questo livello non riscon- 
trai alcuna traccia di Ippurites, le quali sembra appartenessero 
ad una massa generalmente abrasa in questa regione Giulia; essen- 
doché i massi di calcare ippuritico ed i frammenti di queste grosse e 
singolarissime bivalvi, sono frequentissimi nei conglomerati eocenici 
del Friuli orientale. Abbondano invece in un piano sicuramente infe- 
riore al calcare a Radiolites. 

Circa la natura litologica questi calcari, quivi come nel Friuli 
sino al Tagliamento, sono di solito assai compatti, cinerei o bruni e 
di grana omogenea. Hanno frattura scagliosa e sono assai tenaci. 
Misurano una potenza approssimativa di 150 metri; ma stante la loro 
poca inclinata ed ondulata disposizione stratigrafica, saranno percorsi 
pel massimo tratto dalla galleria ed in una sezione a scaladi 1:20,000, 
che accompagnava la accennata relazione, ha indicati appunto secondo 
le maggiori probabilità, la posizione e l'estenzione di questi tratti. 
Quantunque non ultimi della serie cretacea, pure quivi la chiudono, 
stante la abrasione avvenuta sul principio dell'eocene; né sul Carso 
illirico non vi ha traccia della scaglia ad Inocerami, cosi abbondante 
nel Veneto e che non manca nella vallata dell'Isonzo, riferita ai più 
recenti periodi cretacei del Damano e del Senoniano. 

Riguardo poi alla loro posizione stratigrafica, i calcari a Radioli- 
tes sono leggermente discordanti dai calcari liburnici; infatti man- 
cano presso l'affioramento di questi, nel tratto che congiunge la re- 
gione del fiume Recca con quella della Polka. Formano una vòlta, 
che si decompone in curve secondarie poco pronunciate, sulle più an- 

(1) G. A. Pirona. Le ippuriticU dì Medea. Memorie del li. Istituto Ve- 
neto, di S. L. ed Arti. Voi. XIII 1869. 

(2) T. Tauamelli. Di alcuni Echinidi terziari e cretacei del Friuli. — 
Atti R. Istit. Veneto di S. L. ed Arti. Anno 1869. 



302 T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 

tiche formazioni cretacee. Per quanto si può scorgere dall'esame della 
stratigrafia superficiale, non devono presentare nella loro massa delle 
Faglie molto rilevanti e ne vidi le testate degli strati corrispondersi 
sempre perfettamente sia lungo la rolla di S. Canziano, ove essi cal- 
cari hanno un considerevole sviluppo, sia lungo il ciglio delle foibe. 
Talune di queste raggruppate presso Divazza, hanno 1' ampiezza di 
tre a quattrocento metri e la profondità da quaranta a settanta. 

Sotto ai calcari a Radiolites, si stende per una potenza poco mi- 
nore ed affiora con molto piti ampia estensione superficiale un'altra 
formazione calcare, assai povera di petrefatti, a banchi potenti, com- 
patti, spesso anzi senza traccia di stratificazione; sicché i suoi dirupi 
torreggiano tutti d'un pezzo sul ciglio delle profonde foibe, in essa 
pure dalla erosione praticate. Questa zona potrà presentare qualche 
maggiore difficoltà di traforo, stante la mancanza degli interstizi di 
stratificazione, i quali aiutano il distacco dei materiali infranti dalle 
mine. Sarà incontrata per breve tratto dalla galleria sotto i dintorni 
di Corgnale, a sud di Lippizza e presso Bassovizza. 

In fine accennerò ad una terza e piti profonda formazione calcare 
della creta, la quale probabilmente, e dirò anche fortunatamente non 
verrà attraversata dallo scavo. Essa affiora con piti decisa pendenza 
nei dossi a nord-ovest e sud-est di Sessana, fin quasi alle vicinanze 
di Corgnale. La meravigliosa grotta ad un paio di chilometri del 
paese, scende obliquamente attraverso questa formazione, e fu esplo- 
rata per 80 di profondità. Questa grotta e degna di essere visitata 
non tanto per le dimensioni quanto per la grandiosità e la bizzaria 
delle colonne, dei festoni e dei cippi stalactitici, scintillanti e candidi 
più ancora che nella grotta di Adelsberg. 

Quest'ultima zona calcare risulta di un' alternanza assai ripetuta 
di calcari bruni o cinerei, a struttura grossolana, con altri bitumi- 
nosi e con calcari bianchi, omogenei oppure brecciati, per frammenti 
di bivalvi. Vi si osservano delle ostree pieghettate simili a quelle, che 
a questo livello della formazione cretacea si raccolgono nei dintorni 
di Toppo e di Meduno, nel Friuli, a Doberdò per Devitaki, nel Carso 
monfalconese e nei dintorni di Gimino e di Valle, nell' Istria meridio- 
nale. Le radioliti vi sono scarse, ma vi compaiono le Caprotine, le 
Jppurites cornuvaccinum, bioculaia e silicata e talune piccole Neri- 
nee. Non ho potuto determinare queste ultime ma che sono visibilmente 
diff'erenti da quelle, che si raccolgono in tanta abbondanza negli strati 
superiori della formazione cretacea dei monti di Aviano e sul ciglio 
occidentale dell'altipiano del monte Cavallo, verso il lago di Santa 
Croce (1). Questa zona comprende le cave rinomatissime di Nabre- 

(1) Questa zona a Nerinea bauga ed a Pecten quìnque-sulcatus Gat. non 



T. TARAMELLT, OSSEUV. GEOLOGICHE SUL CXRSO DI TRIESTE, ECC. 303 

Sina, d'onde in gran parte proveniva il materiale decorativo di Aqui- 
leja ed anche attualmente si estraggono lastre e massi d'ogni di- 
mensioni delle piti vaghe lumachelle. Ad onta della presenza dei pi- 
roscisti, essa zona non va confusa con quella degli Scisti di Comen, 
alcuni fossili dei quali furono descritti dal signor Cornalia ed in se- 
guito illustrati da un geologo austriaco, che li riferì al Neocomiano. 

A questa piU profonda formazione cretacea, appartengono altresì i 
banchi irregolarissimi e generalmente poco estesi della cosidetta do- 
lomia, che venne segnata dai signori geologi austriaci, in questa ed 
in altre molte regioni del litorale e delle isole del Quarnero. È un 
calcare tra il farinoso ed saccaroide, fetente, coi caratteri fisici delle 
nostre dolomie alpine; ma ai saggi chimici si mostra quasi assolu- 
tamente privo di magnesia. Ove desso affiora, la regione è ancor piti 
del solito squallida e biancheggiante per quello scarso e quasi vetri- 
gno sfacelo, che gli alpinisti come i geologi conoscono così bene. Que- 
sti banchi mi sembrano prodotti da un particolar modo di disposi- 
zione molecolare, avvenuta in seno alla formazione calcare e la loro 
presenza non è sempre in relazione colle tracce di una attività gaise- 
riana, attestata nel Friuli e nell'Istria dai depositi irregolarmente tu- 
bulari di Quarzo cristallino pulverulento o saldarne. 

Non trovai alcuna traccia delle formazioai mesozoiche piti antiche 
della creta. Queste, con una costante prevalenza delle rocce cal- 
care, si sviluppano non molto lungi dal Carso triestino, negli alti- 
piani di Ternora e di Piro e nel basamento pianeggiante del colosso 
dolomitico del monte Tricorno, {Triglace) verso la valle di Wochein. 
Ritengo assai poco probabile che nemmeno si scoprano in alcuni punti 
del divisato traforo. 

Tale, o signori, mi si è presentata la struttura geologica di quelle 
regioni, che per tanta superficie, e con così forte risalto colle atti- 
gue spiagge ridenti di oliveti, riverberano nell'estate i cocentissirai 
raggi del sole e nell'inverno cadono sotto l'impero della terribile bora, 
un vento che voi sapete, esser capace di rovesciare nientemeno che i 
treni ferroviari a grande velocità, come avvenne due anni or sono 
sulla linea di S. Peters a Fiume; di una regione idrograficamente ed 
orograficamente singolarissima, ove tutte le acque scompaiono quasi 
per incanto per entro alla cancrenosa compage di quei calcari, scheg- 

dcve confondersi con un' altra zona, del pari abbondante di questo genere 
e degli affini, la quale affiora nei pressi di Aviano e di Polccnigo, e venne 
reoenteraente illustrata dal chiarissimo prof. Cav. G. A. Pirona; questa ap- 
partiene al titonico inferiore (Gr. A. PirONA, Fauna fossile di Foleenigo 
in Friuli. Mem. B. Istit. Veneto di So. leti, ed arti. Serie 1877. 



304 T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGICHE SUL CARSO DI TRIESTE, ECC 

giati, dilacerati e sforacchiati alla superfìcie, e la percorrono nell'in- 
terno a fiumi ed a ruscelli. 

Porrò fine col precisare un'idea, alla quale assai probabilmente io 
stesso avrò data una troppo fantastica apparenza e che può influire 
sull'apprezzamento dei probabili ostacoli, che saranno incontrati da 
quell'opera grandiosa. Vi parlai di una massa calcare, traforata da 
sotterranei fiumi, bucherellata alla superficie da migliaia di depres- 
sioni puteiformi o crateriformi; vi discorsi di una enorme pila di strati, 
che voi sapete attraversata tutta quanta dalla grotta di Trebic, una 
delle mille fratture che pih o meno ampie saranno avvenute prima o 
dopo il sollevamento miocenico in quella meravigliosa contrada. Non 
vi pare poca prudenza avventurarsi colla dinamite in quel mondo 
del Proteics anguineus, abitatore delle sotterranee fiumane? 

Io dichiaro che non divido punto una tale apprensione; e ciò per 
le seguenti ragioni. La frequenza delle depressioni imbutiformi o pu- 
teiformi, comunque vogliasi spiegare, non è punto indizio di sotter- 
ranee più o meno ampie e tuttora mantenute soluzioni di continuità 
nelle masse dei calcari del Carso. Non si osserva quasi mai che esse 
depressioni si continuino con spechi di qualche rilievo ed hanno di 
solito il fondo compatto e soltanto sforacchiato da fratture. Le caverne 
di Trebic e di Corgnale si aprono sul labro di piccolissime depressioni, 
le quali non mostrano di aver con esse grotte nulla di comune; come 
un'incisionfatta in un pezzo di legno cariato, non avrebbe nulla a che 
fare colle gallerie dell'insetto che lo rese tale. La grotta di Adelsberg 
poi si apre per una piccolissima fessura quadrangolare, posta sulla 
faccia di un dosso arrotondato. 

Ciò non toglie che in alcune di tali depressioni, ove si localizzò la 
incisione di correnti ancora visibili oppure facilmente iraaginabili, ta- 
luni sotterranei, lunghissimi spechi possano metter capo alla sotter- 
ranea rete idrografica, che non è precisamente quella che ha scolpito 
le accennate caverne e ne ha altre allargate, con erosione piuttosto 
chimica che meccanica. Ma in complesso non dobbiamo confondere 
r idrografia sotterranea attuale con quella che esisteva in condizioni 
assai diverse durante il periodo miocenico ed alla quale noi dobbiamo 
l'erosione dello grotte. È un fatto che questa attuale idrografia sot- 
terranea è così definita che vediamo per essa raccogliersi e conser- 
varsi correnti come quella che scorre al fondo della grotta di Trebic 
e come la Polka nella grotta di Adelsberg, e queste correnti allar- 
garsi in laghi sotterranei come quella della grotta di Planina, e ve- 
diamo persino i fenomeni d'intermittenza, come quelli meravigliosi del 
lago diCzirnick; i quali ultimi fenomeni richieggono una certa re- 
golarità ed unità costante, ed una indipendenza relativa dei vari si- 



T. TARAMELLI, OSSERV. GEOLOGlCIIli: SUL CARSO DI TRIESTE, ECC. 305 

stemi idrografici sotterranei. Per questo fatto stesso noi siamo piut- 
tosto portati a pensare che di tali cavernosità, praticate in epoca così 
antica, il numero non sia grande e che la più parte sieno state riem- 
piute col posteriore lavorio di stalagmitizzazione, della cui grandio- 
sità difficilmente si può formare una conveniente idea chi non abbia 
contemplate quelle meraviglie sotterranee. Esaminai parecchie trincee 
e cave su tutta la estenzione da Fiume a Gorizia e da Adelsberg a 
Pola, attraverso la roccia calcare, cretacea od eocenica, ricoperta o 
meno di terreno siderolitico, e sempre notai una compattezza ed una 
continuità di massa assai singolari. Ciò appunto perchè le minori 
fratture e le cavernosità erano riempiute in parte da calcare sta- 
lactitico ed in parte dalla nota terrarossa, che io ritengo una fan- 
ghiglia endogena, sottomarina, come il bohnererz del Giura e della 
Baviera, e le fosforiti quasi contemporanee della valle della Saonna, 
la cui fauna mammalogica eocenica venne recentemente illustrata 
dal sig. Filhol. Anche la relativa scarsità delle sorgenti, al contatto 
del calcare col tassello e l'abbondanza e la costanza di talune di esse, 
mostrano che l'idea della sforacchiatura di quella massa calcare, va 
presa ciim grano salis e ritengo che sarà gran ventura se il traforo 
della galleria e dei pozzi per servizio della medesima, troverà delle 
cavità abbastanza ampie per collocarvi una piccola porzione del ma- 
teriale escavato. 



306 



OSSERVAZIONI METEOROLOGICHE DELLA SPEGOLA DI BRERA 



i 

a 


Marzo 1878 


Marzo 1878 


Temperature 


'S 
.2 

C3 






estreme 


Altezza del barom. ridotto a 0" C 


Altezza del termometro C. esterno al Nord 


21- 


1^32 


3'^ 


9'' 


21^ 


l^32 


3" 


9" 


media 


mass.* 


minima 




mm 


nim 


mm 


mm 























1 


754.7 


753.4 


752.6 


753.7 


+ 8.6 


+14.2 


+15.9 


+11.8 


+10.9 


+16.2 


+ 7.0 


2 


53.4 


52.4 


51.9 


52.7 


+ 9.3 


+15.2 


+14.8 


+12.9 


+11. 3 


+ 15.8 


+ 7.3 


3 


55.2 


55.3 


54.7 


56.6 


+ 11.6 


+16.2 


+17.7 


+13.6 


+13. 6 


+18.2 


+ 11.2 


4 


58.9 


59.0 


58.5 


60.0 


+10.4 


+18.0 


+19.2 


+13.6 


+12.7 


+19.3 


+ 7.4 


5 


60.3 


58.4 


57.0 


57.1 


+10. 7 


+16.4 


+ 17.7 


+12.3 


+12.4 


+18.0 


+ 8.6 


6 


755.6 


752.8 


750.8 


747.7 


+10.1 


+15.8 


+17.0 


+12.3 


+11.8 


+17.0 


+ 7.9 


7 


42.9 


43.7 


43.9 


45.0 


+11.8 


+ 18.0 


+17. 9 


+13.1 


+12.8 


+18.3 


+ 7.9 


8 


40.4 


38.5 


38.4 


41.3 


+11.8 


+21.0 


+20.6 


+12.6 


+13.2 


+21.1 


+ 7.3 


9 


43.8 


44.5 


44.8 


48.1 


+12.1 


+ 15.2 


+ 15.7 


+10. 8 


+11.5 


+16.0 


+ 7.2 


10 


53.8 


53.1 


52.3 


52.7 


+ 6.4 


+ 9.3 


+12.3 


+ 8.4 


+ 7.9 


+ 12.8 


+ 4.0 


11 


754.1 


753.9 


753.3 


754.5 


+ 7.8 


+10,6 


+13.3 


+ 9.1 


+ 8.8 


+14.4 


+ 3.9 


12 


49.3 


45.9 


44.8 


46.9 


+ 6.4 


+15.2 


+17.4 


+11.9 


+10.0 


+18.0 


+ 3.7 


13 


46.0 


43.4 


43.5 


45.8 


+10.7 


+12.7 


+12.0 


+ 5.9 


+ 9.3 


+13.9 


+ 6.6 


14 


49.1 


48.4 


48.8 


51.3 


+ 7.6 


+11.8 


-h 9. 7 


+ 4.4 


+ 6.2 


+10.1 


+ 2.8 


15 


51.0 


49.2 


48.9 


52.6 


+ 4.2 


+ 8.8 


+ 9.4 


+ 5.2 


+ 5.4 


+10.6 


+ 1.9 


16 


753.2 


753.4 


753.1 


754.9 


+ 6.1 


+ 8.0 


+ 7.2 


+ 4.4 


+ 4.5 


+• 8.8 


— 1.2 


17 


56.1 


54.1 


53.3 


52.7 


+ 2.4 


+ 7.0 


+ 7.0 


+ 3.6 


+ 3.5 


+ 8.6 


- 0. 7 


18 


51.4 


49.6 


48.1 


49.5 


+ 2.0 


+ 9.9 


+13.0 


+ 7.6 


+ 4.2 


+ 8.9 


- 1.5 


19 


46.2 


43.5 


42.9 


44.7 


+ 6.8 


+ 14.2 


+15.8 


+12.4 


+ 9.4 


+16.9 


+ 1.4 


20 


48.2 


47.9 


47.1 


49,1 


+ 5.8 


+12.3 


+18.8 


+14.0 


+10.4 


+19.0 


+ 3.0 


21 


752.9 


752.6 


752.1 


751.8 


+ 9.3 


+13.3 


+14.4 


+ 9.4 


+ 9.1 


+15. 1 


+ 2.8 


22 


49.5 


47.7 


46.7 


45.8 


+ 8.2 


+14.1 


+13. 7 


+11.2 


+ 9.3 


+14.8 


+ 2.9 


22 


39.7 


36.7 


35.0 


32.0 


+ 8.4 


+10.8 


+10. 2 


+ 6.0 


+ 7.2 


+11.4 


+ 2.9 


24 


32.7 


33.7 


33.9 


.36.7 


+ 6.8 


+ 8.6 


+ 8.5 


+ 3.6 


+ 5.5 


+ 9.0 


+ 2.8 


25 


37.4 


37.5 


37.5 


38.8 


+ 4.4 


+ 9.0 


+ 8.8 


+ 4.2 


+ 4.7 


+ 9.7 


+ 0.6 


26 


742.5 


744.2 


744.6 


749.3 


+ 6.4 


+10.2 


+10.2 


+ 3.4 


+ 5.1 


+10.7 


;":i 


27 


51.4 


49.3 


48.9 


48.6 


+ 4.6 


+ 10.9 


+ 11.4 


+ 6.8 


+ 6.1 


+11.7 


28 


47.4 


46.8 


46.6 


44.9 


+ 5.6 


+ 5.7 


+ 5.8 


+ 2.8 


+ 4.3 


+ 7.5 


+ 1.4 


29 


39.4 


38.0 


36.0 


32.5 


+ 2.8 


+ 2.1 


+ 2.9 


+ 2.7 


+ 3.1 


+ 5.9 


+ 1-1 


30 


32. 8 


29.6 


29.7 


31.0 


+ 6.0 


+ 8.7 


+ 8.7 


+ 7.9 


+ 6.3 


+10. 9 


+ 0.6 


31 


34.0 


34.3 


34.2 


3(5.6 


+ 8.3 


+ 9.6 


+10.0 


+ 5.8 


+ 6.7 


+12.0,' 


+ 0.9| 


,, , '"'^ 


Media + 8.°29 


Mass.at.''^+21.1 


Media . . . 747. 11 


Quantità della pioggia nel 

mese mill = 70. 47 


Minima — 1.5 



OSSERVAZIOlvfl METEOROLOGICHE DELLA SPEGOLA DI BRERA; 



307 



g 




Marzo 


1878 






]\Iarzo 


1878 




Quantità 


'3 

5 


















della 
pioggia 
e neve 
sciolta 




Umidità 


relativa 




Tensione del vapore in millimetri 


21^ 


A 32 


3^ 


9^ 


21^ 


1^32 


3^ 


9'' 


1 


86 


65 


60 


74 


7.2 


7.9 


8.1 


7.6 




o 


83 


60 


70 


74 


7.2 


7.7 


8.8 


8.1 




3 


82 


.60 


53 


69 


8.3 


8.2 


8.0 


8.0 




4 


63 


34 


37 


52 


5.9 


5.3 


6.2 


6.0 




5 


82 


44 


45 


57 


7.9 


6.1 


6.7 


6.1 




6 


64 


42 


44 


62 


6.0 


5.7 


6.4 


6.6 




7 


71 


21 


29 


32 


7.4 


3.3 


4.4 


3.6 




8 


38 


10 


9 


27 


4.0 


1.9 


1.9 


3.1 




9 


11 


3 


10 


18 


1.2 


0.4 


1.4 


1.8 




10 


37 


34 


27 


39 


2.7 


2.9 


2.9 


3.3 




11 


63 


47 


43 


55 


5.0 


4.5 


4.9 


4.7 




12 


79 


38 


27 


30 


5.7 


5.0 


4 


3.2 




13 


42 


8 


5 


26 


4.1 


0.9 


0.6 


1.8 




14 


26 


20 


7 


31 


2.1 


2.0 


0.6 


1.9 




15 


34 


31 


11 


55 


2.1 


2.6 


1.0 


3.7 




16 


30 


38 


30 


41 


2.1 


3.0 


2.3 


2.5 




17 


60 


32 


21 


42 


3.3 


2.4 


1.6 


2.5 




18 


42 


51 


21 


33 


2.3 


4.7 


2.3 


2.5 




19 


46 


18 


28 


44 


3.4 


2.2 


3.8 


4.7 




20 


68 


40 


14 


26 


4.7 


4.2 


2.2 


3.1 




21 


22 


49 


36 


52 


1.9 


5.5 


4.4 


4 5 




22 


61 


45 


46 


61 


4.9 


5.4 


5.4 


6.1 


3.95 


23 


78 


92 


80 


88 


6.4 


8.9 


7.4 


6.1 


6.82 


24 


34 


22 


22 


40 


2.5 


1.9 


1.8 


2.4 




25 


59 


43 


40 


66 


3.7 


4.1 


3.4 


4.1 




2G 


22 


18 


15 


47 


1.6 


1.8 


1.4 


2.8 




27 


63 


12 


19 


33 


8.4 


1.2 


1.9 


2.4 




28 


61 


74 


78 


86 


4.1 


5.1 


5 4 


4.8 


14.20 


29 


72 


91 


91 


95 


4.1 


4.9 


5.2 


5.3 


31.30 


30 


100 


75 


80 


71 


6.9 


6.4 


6.7 


5.6 


14.20 


31 


59 


6^ 


60 


83 


4.9 


5.5 


5.5 


5.7 




















mm 






Med 


ia 


... 48.54 






Med 


la 


4.34 









308 



OSSERVAZIONI METEOROLOGICHE DELLVSPEGOLV DI BRERA 



a 

o 

1 


Marzo 1878 


Marzo 1878 


Direzione del vento 


stato del cielo 


2,- 


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G. Sereni N. 4 j G. Nuv. N. 3 , G. 


Misti N.24 




dominanti Nord-E 


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Altezza 


della neve non fi 
Qiillimetri 22, 5 


isa, 


Numero dei giorni 

di Pioggia . 4 di Grandine — di 
» Nebbia . 3 » Tempor. . 1 ,. G 


Neve . , 1 
relo. . , 4 



ADUNANZA DEL 25 APRILE 1878. 



PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELGIOJOSO, 
PRESIDENTE. 



Presenti i Membri effettivi: Buccellati, Belgiojoso, Poli Baldas- 
SAUE, Sacchi, Celoria, Gauovaglio, Tenga, Cornalia, Hajech, Lon- 
goni, SCHIAPARELLI, COSSA LuiGI, StRAMBIO, FrISIANI, VeRGA, CUUIONI, 

Mantegazza, Ceruti, Piola, Polli Giovanni, Casorati, Lombardini, 
Ascoli, Biffi-, e i Soci corrispoudenti; Zuccni, Villa Antonio, De Gio- 
vanni, Dell'Acqua, Mongeri, Scarenzio, Gabba, Clericetti, Koer- 
NER, Scuivardi, Gibelli, Sordelli, Lemoigne. 

L'adunanza è aperta al tocco. 

Dai Segretarj è data notizia degli onoaggi pervenuti all'Istituto, 
tra i quali si notano: Un volume: Kritische Studien zur Sprachwis- 
senschaft von G. I. Ascoli, traduzione di Reichold Merzdorf, condotta 
a termine da Bernhard Mongold , presentato dallo stesso autore 
Ascoli: un volume Liber poteris communis civitatis Brixice, pubblicato 
per cura di Andrea Valentini, e presentato con parole di lode dal 
M. E. Curioni: un discorso del S. C. A. Serpieri Sul terremoto di 
Rimini nel marzo 1875. 

Cominciano le letture, secondo l'ordine prestabilito con quella del 
S. C. Zucchi, il quale prende in esame gli appunti fatti alla Commis- 
sione dell'Istituto pel conferimento del premio ordinario per un pro- 
gramma di ospedale per le malattie contagiose adatto alla città di 
Milano. 

Il S. C. Mongeri legge poi della sua Memoria: Quistionedi restauri 
nell'arte, la parte terza che concerne la scultura. — Il M. E. Mante- 
gazza presenta, per la inserzione nei Rendiconti, un contributo di 
E. Regalia allo studio dei chirotteri italiani avente per titolo: Alcune 
osservazioni e particolarità notate nel .Vesperugo Savii, Bonap. sp. 
(Major). Indi lo stesso professore espone un suo studio: Sulla espres- 
sione del dolore secondo il sesso, Vetà a la razza. 

Dal M. E. Garovaglio è presentata la parte terza degli studj da lui 
Bendiconti. — Serie II. Voi. XI. 20 



310 ADUNANZA DEL 25 APRILE 1878. 

intrapresi insieme col S. C. Cattaneo, intorno, alle dominanti malattie 
della vite, in ispecie del vajolo o picchiola. 

Il M. E. Verga legge un suo lavoro intitolato: La pazzia gelosa, 
e il segretario Hajech, a nome del S. C. Lombroso, uno studio: Sul 
cranio di Volta, fatto da quel professore in occasione del trasferi- 
mento delle ossa del sommo fisico al nuovo sarcofago. Il M. E. Verga 
aggiunge la notizia di altri particolari da lui notati in quel cranio; 
e il M. E. Mantegazza accenna ad altri casi consimili a quelli accen- 
nati dal Verga osservati in altri cranj. 

Approvato il verbale della tornata precedente, l'adunanza è sciolta 
alle ore quattro. 

Jl segretario 
C. Hajech. 



LETTURE 

DELLA 

GLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI, 



PSICHIATRIA. — La pazzia gelosa. Nota del M. E. prof. A. Verga. 

Secondo una statistica morale della Francia, dice Reveillé-Parise (1), 
una trentesima parte degli attentati contro la vita succede nelle casa 
di piacere, una quattordicesima parte dei duelli, tutti li infanticidi, la 
maggior parte dei casi di pazzia e quasi tutti i suicidii delle gio- 
vani, provengono dall'amore. Io, riflettendo all'indole gaja, buona, 
espansiva dell'amore, ho sempre sospettato che la maggior parte dei 
mali che si attribuiscono all'amore, si debbano invece alla gelosia, 
che è qualcosa di ben distinto dall'amore. Laonde io salutai con vero 
trasporto una recente Memoria del sig. dott. Paolo Moreau (di Tours), 
la quale appunto illustra egregiamente questa brutta passione (2). 

Il giovane alienista francese, insistendo sulle fide orme paterne, 
tratta questo argomento con un ingegng'e una dottrina che gli pro- 
mettono una brillante carriera. Nel suo lavoro Dò la foliejalouse, se 
non m'inganno, egli si è prefìsso di dimostrare quanto sia potente la 
gelosia a turbare l'intelligenza, a trascinare la volontà e a rendere 
irresponsabili d'ogni eccesso le sue vittime; ed ha raggiunto meravi- 
gliosamente lo scopo. Si può dire che della gelosia il sig. Paolo Mo- 
reau ci ha regalata una monografìa quasi completa, poiché no ha stu- 
diata la definizione, ne ha esposte le cause disponenti e determinanti, 
ne ha classificate le forme o gli effetti, appoggiandosi sempre a casi 
pratici, tolti da buone fonti, ottimamente descritti e sobriamente 
ma finamente commentati. 

Io non intendo seguire passo passo l'A. nello svolgimento del suo 
lavoro di oltre 100 pagine e mi limito a poche considerazioni sul- 
r ultimo capitolo, che è il piti importante^ poiché racchiude la con- 
clusione e la morale di tutta la Memoria. 

(1) Traile de la vieillesse. Paris, 1853, p. 131. 

(2) De la folte jalouse. Paris, 1877. 



312 A. VERGA, LA PAZZIA GELOSA. 

L'Autore tliscute in questo ca[àtolo come debbano considei'arsi dalla 
legge e dall'umana giustizia i delitti commessi sotto l'infiuenza della 
gelosia, e dichiara di non voler dimandare per questi infelici una in- 
tera irresponsabilità, come se fossero veri pazzi, ma di credersi mo- 
ralmente obbligato ad invocare per essi dell'indulgenza. Tanta mode- 
razione piacerà senza dubbio ai giudici e ai procuratori del re, cho 
son cosi proclivi a vedere in ogni azione contraria agli interessi so- 
ciali una colpa: ma io dubito che piti d'un medico alienista troverà 
questa conclusione poco consentanea alle premesse medesime del- 
l'Autore. 

La Memoria infatti del sig. Paolo Moreau s'intitola De la folis ja- 
louse, e assimila perfettamente il geloso per 1 caratteri e per le causo 
al monomaniaco. — La maggior parte degli esempi che essa adduce, 
furono raccolti nei manicomi. Tre osservazioni furono prese in prestito 
da Trelut, per il quale si sa che la gelosia è una vera alienazione 
mentale. — Alcuni de' suoi gelosi, dopo essere stati condannati per i 
loro eccessi, finirono decisamente pazzi. Uno che era accusato di omi- 
cidio andò salvo per giudizio medico. — Vi si dipinge la gelosia come 
una delle piti violenti passioni che affliggano l'umanità, e si osserva che 
ogni passione ne' suoi parosissmi sospende momentaneamente l'eser- 
cizio della libertà morale. S'aggiunge che tra la sospensione e la per- 
dita della ragione non vi è differenza essenziale, essendo egualmente 
pazzo chi si abbandona per pochi istanti alla disperazione e chi de- 
lira da lunghi anni. — Ad ogni pagina si parla della cupa tristezza 
e dell'inquietudine del geloso, delle sue allucinazioni, delle sue ideo 
fisse, de' suoi impulsi irresistibili; lo si proclama ripetutamente am- 
malato, delirante, pazzo. 

Per tante buone e belle ragioni accumulate dal sig. Paolo Moreau 
nella sua interessante Memoria, è piti che probabile che i medici pe- 
riti si sentiranno da qui innanzi autorizzati a riferire a delirio, sia 
pur momentaneo, li eccessi dei gelosi (quando sieno veramente il pro- 
dotto della gelosia), e ne giudicheranno perciò irresponsabili i disgra- 
ziati autori, mandandoli nel peggior dei casi in un manicomio cri- 
minale. 

11 sig. Paolo Moreau non è uomo da lasciarsi cogliere in contraddi- 
zioni e fece per tem[.o la dichiarazione che egli non intende in que- 
sta Memoria di occuparsi dei casi in cui la gelosia è spinta all'e- 
stremo, ma dei casi dubbii in cui l'intelligenza ondeggia incerta tra 
la ragione e il delirio. Questo è verissimo. Ma a chi spetta l'esame 
di questi casi dubbi se non al medico? E per il medico dov'è il con- 
tatorc dei gradi di gelosia? Quanti gradi ci vogliono di questa pas- 
sione ['cr fare l'irresponsabilità? 



A. VKRGA, LA PAZZIA GF.LOSA. 313 

A pensarvi bene, mentre Io altre passioni, finchò non sono arrivate 
a un certo punto, non hanno nulla di anormale e di cattivo, la ge- 
losia mi pare che fin dal suo nascere manifesti qualche cosa di strano 
e di morboso. La direi una passione viziosa e patologica nella sua 
essenza. 

La gelosia non ò una passione semplice, ma un brutto amalgama 
di più passioni. L'orgoglio, la diffidenza di sé stesso e l'invidia sono 
il mostruoso tripode a cui si appoggia: essa si nutre d'amore ad un 
tempo e d'odio; cresce tristamente in mezzo ai sospetti, alle inquie- 
tudini e alle paure, ed è cosi mal destra e cieca da provocare e affret- 
tare i mali stessi che teme e che vorrebbe ad ogni costo evitare ; 
dorme poco e male e pensa sempre alla vendetta. 

È una passione non estranea ai teneri giovinetti, comune a molte 
bestie; i suoi lugubri fasti sono registrati particolarmente nelle cro- 
nache delle nazioni primitive e selvaggie. Le persone delicate ne 
arrossiscono e rifuggono dal confessarla. Gli uomini di robusta intel- 
ligenza la nascondono ostinatamente con fiera dignità, quando non li 
tradisca una tinta di melancolia e qualche convulsioncella passeg- 
giera, come narra l'Autore essere avvenuto dell'illustre Molière. 

Gli atti della gelosia muovono spesso a riso o a compassione per 
la loro disennatezza, ma non di rado fanno fremere di orrore per le 
scene di sangue che ne sono la conseguenza. In alcuni paesi questa 
prepotente passione fece persino violenza ai costumi e alla legisla- 
zione; rimangono sempre ad attestarlo le donne chinesi coi loro pie- 
dini storpiati e gli Harem ottomani coi loro eunuchi. È proprio la 
passione che non fa alcun bene e che non lascia che del male die- 
tro di sé. Essa è uno dei piìi volgari ingredienti della pazzia clas- 
sica e può da sola costituirla. 

Qui giova avvertirò che i casi compresi dal sig. Paolo Moreau nella 
sua prima categoria e da lui chiamati di gelosia leggiera con disor- 
dine intellettuale poco pronunciato , lasciano abbastanza scorgere 
l'inquietudine morbosa e l'idea fissa. Le piccole stravaganze e le 
piccole ingiustizie che si commettono in quello stato indicano l'ob- 
nubilazione mentale. Tanto è vero che quasi tutti quei casi appar- 
tengono ai manicomi. Ora, se gli individui nei quali la passione della 
gelosia fa appena capolino, sembrano già degni la maggior parte di 
trovar posto fra gli alienati, quale giudizio noi dovremo portare degli 
individui che da violenta gelosia furono tratti ad attentare alla pro- 
pria e all'altrui vita? Non si mantengono sempre gli effetti in Tap- 
po, lo colle loro cause? 

Per me chi sente le prime punture della gelosia e avendo una bella 
moglie si compiace di metterla ia vista e nel tempo stesso si irrita 



314 A. VERGA, LA PAZZIA GELOSA- 

d'ogni sguardo che vede fissarsi in lei, oppure sognando sempre in- 
fedeltà e tradimenti, perseguita e maltratta e rende infelice l'oggetto 
della sua adorazione, non mostra maggior ragionevolezza di chi non 
potendo piti tollerare una vita avvelenata da continui sospetti finisce 
l'amante e so stesso con un colpo di revolver. Ma non direi per que- 
sto che il secondo sia meno alienato o piti colpevole del primo. Il pro- 
cesso morboso che costituisce la gelosia è nel primo forse piti leg- 
giero, ma più di/fuso, nel secondo piti circoscritto ma piti intenso, 
come se anche qui valesse la legge che si perde in estensione ciò che 
si guadagna in intensità. Nel primo è piti evidentemente lesa l'intel- 
ligenza, nel secondo è piti profondamente leso il sentimento. Nel pri- 
mo l'affezione arieggia la mania, nel secondo la monomania. Per con- 
seguenza le esplosioni del primo sono frequenti e svariate, ma di 
poco conto; quelle del secondo sono rade, ma tremende, e mentre le 
esplosioni del primo hanno per carattere l'inconsideratezza el'incon- 
soienza, quelle del secondo indicano piuttosto l'irresistibilità e l'istan- 
taneità. Ma nell'uno e nell'altro la libertà morale è offesa. Ora, se 
voi condannate l'uno tutt'al più a qualche mese di ricovero in un ma- 
nicomio , non vedo perchè abbiate a mandar l'altro al patibolo o ai 
lavori forzati. 

Certamente fa senso la calma feroce che precede talvolta le più 
terribili esplosioni della gelosia. Ma chi è mai sceso negli abissi del 
cuore umano! Chi può dire quanto sia costato all'infelice l'apparente 
tranquillità con cui si è accostato ad un delitto dal quale e per ca- 
rattere e per educazione aborriva, e che lunga e dura lotta abbia 
sostenuto prima di cedere le redini al brutale istinto? D'altra parte 
quando un uomo, come dice l'Autore, uccide una donna perchè non 
sia d'un altro e poi uccide sé stesso, quando un uomo sul semplice 
sospetto che sua moglie amoreggi il vicino, non solo uccide questo 
ultimo, ma anche il di lui bambino e poi si scaglia su delle bestie; 
quando un marito taglia la gola alla sua moglie dormiente col neo- 
nato alla mammella, non si è invincibilmente tratti a dubitare della 
sanità di mente di costoro? 

Il dubbio pietoso comincia a farsi strada anche nella mente dei 
profani, e in questi ultimi anni più d'un imputato di crimine per ge- 
losia andò assolto dal verdetto dei giurati rappresentante una co- 
scienza pubblica ingentilita e non del tutto chiusa ai progressi della 
psichiatria. Anche quando la medicina mentale era bambina vi fu 
qualche assoluzione di simil genere. Felice Fiaterò, medico del seco- 
lo XVI, narra più casi di pazzia gelosa ed uno fra li altri di tale 
che uocorem aduUeram cum adultero oceidìt, e che magistratus sen- 



A. VERGA, LA PAZZIA GELOSA. 315 

tenda fuit ahsohitus {l). Ma san casi eccezionali. La giustizia umana 
obbe sempre el lia ancora il torto di preoccuparsi troppo della natura 
liei delitti e delle loro conseguenze, e troppo poco dello stato di chi 
li commise. Se un atto è illogico, sciocco, ridicolo, se ne acclama 
matto l'autore senza esitazione e senza risparmio ; se l'atto torna di 
danno ad alcuno, colla stessa facilità ed abbondanza si accusa di 
malvagità e di sceleratezza chi vi trascorse. 

Mi si opporrà che nessun scelerato non andrebbe impunito se gì, 
bastasse il dire: io non sapeva quel che mi facessi, o una forza irre- 
sistibile mi trascinava. Convengo che i giudici non possono e non 
devono credere alle parole d'un assassino, come crederebbero a chi 
dicesse loro di non aver potuto trattenere uno starnuto o soffocare 
un colpo di tosse. Ma appunto per questo, essendo molto fondata 
l'opinione del dott. Trelat e del signor Paolo Moreau che il geloso (il 
vero geloso, non chi ne assume per secondi fini la maschera) sia un 
uomo il cui libero arbitrio va soggetto per lo meno a sospensioni 
momentanee, un malato di cervello, un alienato intermittente, se vo- 
lete, ma un alienato, io credo che esso dovrebbe in ogni caso essere 
sottoposto all'esame di medici periti; e sono persuaso che questi tro- 
verebbero negli antecedenti etiologici dell'individuo e nella sintoma- 
tologia fisica e morale del medesimo quanto basta per dimostrare che 
li atti incriminati furono da lui commessi in una di quelle sospensioni. 

Il sig. Paolo Moreau, odorando forse il vento infido che spira nel 
suo paese, si contentò, come abbiam visto, di domandare a favore 
degli infelici colpiti da pazzia gelosa una diminuzione di pena. Io 
ammiro tanta moderazione, mia vi confesso che avrei desiderato che 
avendo egli cominciata la sua Memoria nel nome del padre, l'avesse, 
terminata con quel coraggio con cui l'illustre autore de la psycholo- 
gie morbide ha sempre combattuto per le leggi, pur troppo inelutta- 
bili, dell'orgii.nizzazione e per gli interessi della scienza, che non pos- 
sono non esser quelli dell'umanità. 



ANTROPOLOGIA.. — Espressione del dolore secondo il sesso, Vela, 
la costituzione individuale e la razza. Nota deLM. E. dott. Paolo 
Mantegazza. 

L'uomo e la donna esprimono diversamente i loro dolori, anche 
quando sono dello stes.^o grado, e le differenze sono tanto maggiori 
quuuto piti ci eleviamo nella gerarchia individuale od etnica. 



(1) Oòservatiomim^ libri tres, Basileae, 1514. , 



316 P. MANTEGAZZA, ESPRESSIONE DEL DOLORE, SECONDO IL SESSO, ECC. 

In generale nella donna predominano le forme paralitiche o a grande 
reazione e assai piti comune è il pianto. Pare che uno dei caratteri 
più salienti delle cellule nervose femminili sia quello di scaricarsi ra- 
pidamente della tensione che le invade e ciò si vede anche per la 
espressione dolorosa. In essa poi, in generale, gli emisferi cerebrali sono 
più deboli ed hanno quindi una minore virtU moderatrice delle azioni 
riflesse, per cui la mimica riesce quasi sempre più espressiva, più 
ricca di forme. Nei proverbj e nei motti popolari di molte lingue voi 
trovate consacrata questa verità: « tu piangi, non sembri un uomo . . . 
questa son lagrime da donnicciuola — sei un uomo e non senti dignità 
nel tuo dolore, ecc., ecc. In molti casi però l'orgoglio maschile attri- 
buisce alla debolezza ciò che è in gran parte una prova di maggior 
sensibilità, e molti uomini si vantano di saper dominare il dolore, e 
invece non lo esprimono solo perchè non lo sentono. Se vi è ipocrisia 
del dolore, vi è anche un'ipocrisia della fierezza e della forza di 
volontà. 

Un'altra circostanza, che contribuisce a render maggiore l'espan- 
sione espressiva del dolore sulla donna è l'educazione. In essa non si 
esige il coraggio, ma si domanda la grazia e più tardi essa impara 
da sola quanta onnipotenza si nasconda nelle sue lagrime, per cui 
impara a pianger bene, a pianger molto e pianger a proposito. È 
davvero meravigliosa la facoltà di piangere a loro capriccio, che 
hanno talune donne, e ogni uomo, che ha passato i trent'anni. può 
ricordare alcune scene, nelle quali era assai difficile il dare con giusta 
misura la parte che aveva la volontà e quella che spettava al dolore 
vero. Per conto mio, fra i cento casi da me osservati ricorderò una 
giovine parigina, che dal riso più smodato poteva in pochi minuti 
passare al pianto; ma ad un pianto vero, accorato, di cui soffriva 
ella stessa e con cui faceva soffrir gli altri, piegandoli al suo ca- 
priccio e trasformando ogni lagrima in uno scudo o in un pezzo da 
venti franchi, secondo i casi. 

Nell'uomo invece avviene precisamente il contrario, dacché l'edu- 
cazione ci insegna fin dalla prima fanciullezza a frenare il dolore. 
L'arte ha espresso queste differenze sessuali nella mimica del dolore 
neWEcce homo e nella Madonna addolorata^ nei Martiri e nella Mad- 
dalena. 

La natura più coraggiosa e più energica dell'uomo dà alla sua 
espressione dolorosa un carattere più battagliero. L'uomo che soffre 
protesta contro il dolore, minaccia, impreca alla natura e a Dio. Il 
pugno chiuso e alzato all'orizzonte è una delle forme più virili di 
alcuni intensi dolori. Nulla donna invece è la forma della compas- 
sione che prevale, e il lamento è una delle sue espressioni più fa- 
migliari. 



P. MANTEGAZZX, ESPRESSIONE DEL DOLORE, SECONDO IL SESSO, ECC. 317 

Il predominio dei sentimenti benevoli e religiosi nella donna dà alla 
mimica dolorosa più frequente il carattere della pietà e della carità. 
Nell'uomo invece l'egoismo predomina anche nel campo espressivo. 
La donna che soffre prega e benefica, l'uomo più spesso bestemmia 
minaccia. Quando però nell'uomo l'amor proprio fa naufragio 
completo e l'espressione dolorosa non trova più alcun impedimento ad 
espandersi, allora essa è ancor più bestiale, più brutale, che nella 
donna; perchè questa ha quasi sempre fino all'ultimo momento un gran 
freno nel sentimento estetico e nella vanità. L'uomo si frena per non 
parer debole, la donna si modera per non parer brutta; ed ò anche per 
questo, che essa piange volentieri, perchò sa che le lagrime o non la 
fanno brutta o la fanno più bella. 

La donna sente ancor più di noi, ma avendo anche molto più ga- 
gliarda di noi l'energia affittiva, riesce assai meglio ad occultare il 
proprio dolore, quando questo può far male ad altri. L'uomo invece 
sente il bisogno di dividere le proprie sofferenze per diminuirle e si 
mostra anche nella mimica dolorosa quel famoso egoista ch'egli è. 

Quante volte al letto di un morente adorato, la donna riesce ad 
impietrire nei suoi occhi lo strazio più crudele e giunge anche a sor- 
ridere per non spegnere la speranza in chi essa ama, giungendo ad 
eroismi incredibili. Ho veduto per mesi e mesi una santa creatura, 
che occultava i propri dolori al marito, che si andava spegnendo per 
lenta tisi; e lo sforzo di occultare le lagrime in faccia al malato le 
aveva dato una gonfiezza agli occhi da simulare un' oftalmia. 

L'età è un elemento, che forse ancor più del sesso modifica l'espres- 
sione dolorosa. Il bambino non ha che dolori fisici e tutti li esprime 
nello ste>!So modo, cioè col pianto e col grido. Darwin ha studiato 
meglio d'ogni altro l'espressione dolorosa nei bambini, dando alcune 
belle eliotipie prese dal vero colla fotografia istantanea (1). Nel loro 
pianto essi chiudono gli occhi ed aprono ampiamente la bocca: la 
chiusura delle palpebre serve specialmente a proteggere gli occhi 
dall'eccessiva congestione di sangue. Mentre si contraggono Vorbico- 
lare delle palpebre e il corrugatore del sopracciglio entrano in contra- 
zione simpatica anche V elevatore del labbro superiore e delibala del 
naso; Velevatore propria del labbro, il malare e il piccolo zigotnatico. 
Anche nell'adulto, quando siano trascinati al pianto e tentiamo di 
impedirlo, sentiamo però che questi muscoli sono presi da un tre- 
mito e da un principio di contrazione; ricordo lontano della direzione 
seguita dalle correnti mimiche dolorose nella nostra prima infanzia. 

(1) Charles Darwin, The expression of the emotlons in man and ani- 
mais. London, 1872, pag. 148. 



318 P. MANT£GAZZA, ESPRESSIONE DEL DOLORE, SECONDO IL SESSO, ECC. 

Nei primissimi tempi della vita il guaito del bambino non è accom- 
pagnato da lagrime, e la comparsa di queste, secondo il grande na- 
turalista inglese, arrivano ad epoclie diverse nei diversi individui. In 
un caso trovò che gli occhi si mostravano leggermente soffusi di la- 
grime a 20 giorni, in un altro a 62. In altri tre bambini le lagrime 
non bagnavano le guancie che a 84, a 104, a 110 giorni. In un caso 
eccezionale le lagrime scorrevano a 42 giorni. 

Appena il bambino sente l'amor proprio, la gelosia, l'amore della 
proprietà, diventa capace di dolori morali, ma li esprime tutti col 
guaito e col pianto, che assumono però forme diverse; quali il pianto 
(disteso, interrotto, il piagnucolare, il singhiozzo, il far broncino, ecc. 

Nel fanciullo incomincia ad arricchirsi l'espressione dolorosa di 
molti quadri ignoti al bambino, e gran parte del terreno lasciato 
vuoto dal pianto è occupato dai sospiri, dal singhiozzo, dai lamenti, 
dai gridi. Nei molto intelligenti compare anche qualche crepuscolo 
di espressioni altissime; come il riso sardonico o beffardo e la me- 
stizia melanconica. Queste forme molto estetiche si affinano nella 
adolescenza e nella prima giovinezza, raggiungendo in questo periodo 
della vita la massima bellezza. 

Il giovine non piange più o ben di raro: l'uomo molte volte ha 
completamente disimparato il pianto. Invece appena si manifesta la 
decadenza dei centri nervosi, si vede un bamboleggiar degli occhi, 
che segna forse i primi passi della discesa nella grande parabola della 
vita. Questo fatto è molto importante ed io sono tentato ad attribuir- 
gli una maggiore importanza che alle rughe, alla canizie, alla cal- 
vizie, all'anello senile e ad altri segni che indicano l'approssimarsi 
G il cominciar della vecchiezza. Quando poi la vecchiaia è manifesta 
del tutto, il pianto è facilissimo. Ho notato, che quando per ipocon- 
dria, per somma prostrazione di forza, o per qualche malattia grave 
e lenta dei centri nervosi, si ha una precoce o passaggera decadenza, 
il facile pianto è uno dei primi sintomi di queste condizioni patolo- 
giche e sparisce appena la salute generale migliora e il sistema ner- 
voso ritorna alle sue condizioni normali. 

In generale le espressioni concentriche, mute, di piccola reazione 
sono proprie dell'età adulta, sia perchè la lunga esperienza del dolore 
ci ha resi meno sensibili, sia perchè l'amor proprio e il sentimento 
della propria dignità fanno da moderatori all'espressione. Le lagrime 
senza il singhiozzo e senza alcun turbamento respiratorio visibile 
formano uno dei quadri più strazianti del dolore intenso nell'età 
adulta e lo si può vedere nel bel quadro di Abramo che scaccia Agar, 
del Quercino (Galleria di Brera, Milano). Spesso anche l'espressione 
del sapore amaro basta in quell' epoca della vita a significare tutti 
quanti i dolori. 



P. MANTEGAZZA, ESPRESSIONE DEL DOLORE, SECONDO IL SESSO, ECC. 319 

Nella vecchiaia il facile pianto, il lamento querulo e fioco, la viltà 
dell'abbattimento sono espressioni comuni del dolore, benché il cre- 
sciuto egoismo e la diminuita sensibilità tendano a far equilibrio alla 
maggior debolezza. 

S'io dovessi ridurre a pochi i quadri, che rappresentano le espres- 
sioni piti caratteristische del dolore attraverso i periodi della vita, 
ne farei cinque tipi principali: 

I.° Infanzia e Fanciullezza. — Guaito senza lagrime (primissima 

infanzia) guaito con lagrime (infanzia) pianto disteso. — (Vedi 

fotografie di Darwin.) 

II." Adolescenza. — Mestizia calma e malinconia. (Vedi Album 

del Dolore L'elegia di bandelle, 

III." Gioventù. — Reazione minacciosa. (Vedi Album / Girondini di 

Delaroche. 
IV.° Età adulta. — Sapore amaro. (Vedi Album. Colombo, Napo- 
leone a Fontainebleau. 
Y.° Età senile. — Lamento querulo e pianto. (Vedi Album. Cristo 
di Bellini, Ecce homo di Murillo. 

Anche in uomini dello stesso sesso, della stessa età, della stessa 
razza, la costituzione individuale segna un marchio profondo nella 
espressione del dolore, così come in ogni altra manifestazione della 
vita psichica. Si può anzi dire che non si possono trovare due persone, 
che dimostrino nello stesso modo uno stesso dolore; benché sia im- 
possibile dimostrare che il dolore è lo stesso anche in quelli, che lo 
esprimono a un dipresso nello stesso modo. 

Si può dire che ad altre circostanze pari gli individui di costitu- 
zione nervosa hanno una mimica più ricca, avvicinandosi in ciò alle 
donne; mentre i flemmatici esprimono il dolore con minore vivacità. 
Aggiungete poi l'amor proprio e la paura, la squisitezza estetica e 
l'egoismo e vedrete quante influenze diverse possono variare l'espres- 
sione d'uno stesso dolore. 

Eccovi alcuni quadri tolti dalla ricca gallerìa della natura umana: 



Goethe è a pranzo in ottima compagnia: si mormora sommessa- 
mente una tremenda notizia: Schiller è morto! — Queste parole, 
per quanto si tenti di soffocarle, giungono all'orecchio dell'olimpico 
Volfango, ma egli fa il sordo e consiglia di cambiar discorso, proba- 
bilmente per non turbare la gioia di un ottimo desinare. 



320 P. MANTEGAZZA, ESPRESSIONE DEL DOLORE, SECONDO IL SESSO, ECC. 



Anche l'imperatore Galieno, udendo la triste fine di Valeriane, 
esclama: Sapevo bene che mio padre era mortale! 



Ma eccovi dei quadri piìi belli; 



Gibbon, parlando della morte dell'amico Doy Verdun dice: «Non vi 
era camera né passeggio, che non portassero l' impronta delle nostre 
traccio comuni, ed io avrei ad arrossire della mia filosofia, se la morte 
del mio amico non fosse stata preceduta e seguita da una lunga 
interruzione dei miei studii. » 



Il dolore di Cicerone per la perdita di Tullia sua figlia fu im- 
menso. Schivando ogni compagnia, trasferissi in casa di Attico, stu- 
diando di alleggerire le cure dell'animo, con rivolgere e leggere nella 
di lui libreria ogni libro, che veniagli alla mano, sull'argomento del 
moderare il cordoglio. Ma vedendo che troppi erano gli amici che 
ivi concorrevano, ritirossi in Astura, sua villa vicino ad Anzio, pic- 
cola isoletta sulla costa del Lazio, alla bocca d'un fiume dello stesso 
nome, coperta di selve e di boschetti, ove dava un libero sfogo al suo 
dolore. 

Attico lo confortava a lasciare quel ritiro, e anche gli altri amici 
gli scrivevano lettere di consolazione, fra le quali una di Sulpizio passa 
per un capo d'opera nel genere consolatore. Egli però non ebbe con- 
forto che dal leggere e dallo scrivere, e compose un trattato di con- 
solazione per sé stesso, da cui protesta d'avere preso il suo maggior 
conforto. Imitò in quest' opera Crantore l'accademico, il primo com- 
mentatore di Platone che aveva lasciato un'opera celebre sullo stesso 
argomento. Di questo libro ci rimangono preziosi frammenti in Lat- 
tanzio; mentre il libro De Consolatione, che trovasi nelle sue opere, 
è spurio. Lo scopo di questo trattato non era solamente di alleviare 
l'animo suo, ma di consacrare eziandio ai posteri le virtU e la me- 
moria di Tullia; né il suo amore per lei qui si fermò, ma gli mise 
nel cuore un progetto di edificarle un tempio e far di lei una specie 
di divinità. Nelle lettere ad Attico esprime questa sua risoluzione 
colla maggior forza di sentimento. Aveva già stabilito coll'architetto 
la pianta d'una gran fabbrica, e pattuito per aver colonne di marmo 
di Scio ed uno scultore di quell'isola. Il tempio però non fu fatto. 



P. MANTEGAZZA, ESPUliSSIONE DEL DOLORE, SECONDO IL SESSO, ECC. 321 

. . . OgQÌ compagnia riuscivagli molesta noa solo de' suoi amici, 
ma anche di sua moglie Publia, che avendogli per lettera chiesto li- 
cenza di venirlo a visitare colla madre e col fratello , a' ebbe una 
chiara negativa e ciò per mali portamenti da lei usati verso la figlia 
e l'allegrezza mostrata nella di lei morte, il qual delitto nella delica- 
tezza del suo dolore parevagli si odioso, che sebbene gli fosse inco- 
modo lasciare in quel tempo la di lei fortuna, nuUadimeno intimoUe 
il divorzio (1). 

Ecco due opposte scene del dolore della morte. 



Cuastro, valoroso tehuelche, che morì quasi sotto gli occhi di Musters 
crivellato in una guerra civile, dalle palle e dalle Lmcie, si rizzò 
prima di morire, dicendo: Muoio, 'come ho vissuto, nessuno mi co- 
manda. Sua moglie si gettò su di lui, gridando e singhiozzando ; ma 
Cuastro, senza un lamento e muto cadde morto. 



Mahmood, il piti gran principe dei suoi tempi, il conquistatore 
dell' India e della Persia, due giorni innanzi di morire, si fece por- 
tare dinanzi tutto l'oro, l'argento e le gemme, di cui aveva spogliato 
l'India per rallegrare i suoi occhi a quella vista, e scoppiò in lagrime. 
Il dì seguente fece passare in rivista tutte le sue armate, i suoi ca- 
valli, gli elefanti e pianse di nuovo all'idea di separarsene (2). 



Non sempre il forte ingegno e il fermo carattere riescono a domi- 
nare o temperare l'espressione del dolore. Perline il calmo Augusto 
non potè ricevere colla solita moderazione la notizia della strage dì 
Varo e delle sue tre legioni e diede in escandescenze, che gli istorici 
ci hanno conservate (3). Anche Colombo, quando ritornò incatenato 
in Spagna, dopo aver sopportato con calma le ingiurie e gli insulti 
dei miserabili suoi nemici, vedendosi accolto aflfettuosamente dal ro 
di Spagna e sopratutto volendo luccicare le lagrime negli occhi di 

(1) MiDDLETON, Vita di Cicerone. 

(2) John Clark Mausuman. Tiie history of India. London, 1867. Voi. 1, 
pag. 35. 

(3) Vedi i Primi libri derjli Annali di Tacito — SvetONIO, Vita di Au- 
gusto. Gap. 23 e Vblleio Pateiìcolo. Lib. 2" C. 117. 



322 P. MANTEGAZZA, ESPRESSIONE DEL DOLORE SECONDO IL SESSO, ECC. 

Isabella, noa potè conteaere la sua emozione, e lasciandosi cadere in 
ginocchio, soifocato dai singhiozzi e dalle lagrime , rimase qualche 
tempo senza poter pronunziare parola. 

La psicologia comparata delle razze umane è ancora appena abboz- 
zata, per cui essa ci porge pochissimi elementi per fare uno studio 
comparativo dell'espressione etnica del dolore. Forse lo studio com- 
parato degli usi funebri potrebbe porgerci indinittamente molto ma- 
teriale per queste ricerche, ma intorno all' uomo morto si raggrup- 
pano oltre il dolore troppo altri elementi psichici , per cui si arri- 
schierebbe di interpretare come mimica espressiva del dolore ciò che 
è invece un mito del culto o un'espressione simbolica di diversi sen- 
timenti. 

La sensibilità è di certo minore nelle razze inferiori e perchè la 
loro organizzazione è piti semplic'e, e perchè la sensazione si diffonde 
in un campo piti ristretto di simpatie. Chi, come me, ha esercitato la 
chirurgia in America e )ia portato il coltello nelle carni di indiani, di 
negri e di europei, ha potuto vedere come i primi e i secondi siano 
molto meno sensibili di noi al dolore e lo esprimono quindi con una 
mimica piti povera. Aggiungete poi l'abitudine a soffrire, l'uso in al- 
cune razze dei narcotici e l'uso minore o il nessun uso degli eccitanti 
della sensibilità (caffeici) e avrete quanto basta per spiegarvi le dif- 
ferenze etniche della sensibilità. Essendo poi il coraggio e le fierezza 
doti fra le piti pregiate dai selvaggi, e bastando esse molte volte a 
dare il primato del potere, nasce il bisogno di domare e di occultare 
il dolore; e così la sensibilità più inerte ci si manifesta ancor piti 
debole che non sia realmente. A questo proposito potrei citare molti 
esempii, ma valgano fra tutti i seguenti; 



In Abissinia i giovani fanno un giuoco curioso. Le ragazze sfidano 
un giovine a sopportare il dolore e gli mettono sul braccio disteso un 
grosso fusto di una gramigna accesa o una pallottola ardente di cenci, 
e il paziente deve lasciar ardere il crudele combustibile fino all'ultimo 
senza dire una parola, senza mostrare con uno sguardo o con un gesto 
che sente dolore : egli deve continuare a discorrere, come se nulla fosse. 
Di quando in quando la fanciulla soffia sul fuoco, per ravvivarlo, e 
finito il feroce sperimento, stropiccia colle sue mani la pelle bruciata. 



Fra i Bechuanas, quando un fanciullo vuol esser dichiarato uomo, 



P. MANTEGAZZA, ESPRESSIONI!: DEL DOLORE SECONDO IL SESSO, ECC. 323 

deve essere sottoposto ad uaa cerimonia d' iaiziazioae, nella quale la 
parte piU itnportaate ò una bastonatura tremenda, fatta con verghe 
elastiche, che gli si tirano alla testa dai piti vecchi della tribù, ma 
che i giovinetti eludono, lasciando però cadere il colpo sulle spalle, 
dove lascia solchi insanguinati e piti tardi cicatrici incancellabili per 
tutta la vita. Prima d'ogni colpo il vecchio educatore domanda: 
Avrai cura del bestiaìmì — Dimostrerai rispHto al tuo re? ecc. E 
sotto i colpi, questi infelici devono sorridere, ballare, mostrarsi felici. 
Anche le ragazze bechuane devono subire un'iniziazione dolorosa, 
che è però tenuta molto segreta; ma è noto che fra quelle pratiche 
vi è anche quella di mettere alla prova la loro resistenza al dolore, 
applicando alle loro braccia carboni accesi. 



Anche i Mundurucus subiscono un'iniziazione dolorosa col mezzo di 
crudeli formiche, prima di esser dichiarati uomini. 



I Koloches sì flagellano crudelmente per abituarsi al dolore. 

Nei viaggiatori africani trovate molti esempii della grande resi- 
stenza che presentano molte razze negre e ottentotte per il dolore, e 
fra i compilatori citerò il Wood. Basterebbe leggere ciò che dice 
dei Damaras e dei Boschimaui. Un boschimano aveva messo in pericolo 
la vita di un viaggiatore, lasciandolo rotolare da un rapido pendio. 
Fu battuto in modo orrendo e crudele, e appena sull'ultimo diede qual- 
che segno oscuro di sofferenza. Farebbero però eccezione i Krumen 
della costa occidentale dell'Africa, i quali dimostrano una squisita 
sensibilità per il dolore. Essi hanno paura dello scudiscio quasi come 
della morte, e una percossa, che sarebbe appena sentita da un boschi- 
mano, fa strillare all' infinito un krumen. 

Renauldin racconta, che alcuni selvaggi della costa occidentale 
dell'America settentrionale si impiantano nei piedi lunghi pezzi di 
bottiglie rotte senza mostrarne dolore, e aggiunge che i Russi e i Po- 
lacchi non differiscono dagli altri popoli per il modo di sentire il do- 
lore; mentre gli orientali, e specialmente gli egiziani, mostrano una 
grande impassibilità. 

Latham, racconta di un suo peoti, che addormentatosi presso alcuni 
carri che guidava in carovana, ricevette ad un tratto coltellate nelle 
coscie e nel braccio. Saltò in piedi e feri l'assalitore. Questo si accorse 
di aver pigliato abbaglio e di aver ferito l'uno per l'altro. Condotti 



324 P. MANTEGAZZA, ESPRESSIONE DEL DOLORIC SECONDO IL SESSO, ECC. 

alla polizia, poi all'ospedale, guarirono della loro ferita. Quando il jaeon 
ritornò da Latham, egli gli domandò che fosse avvenuto: Oh nulla, 
poveretto, non ebbe colpa; aveva dei dispiaceri con mio fratello Juan; 
mi accadde di dormire avvolto nel suo poncho e mi scambiò con lui. 
Non fu nulla, mio padrone, un equivoco, null'altro che un equivoco (1). 

I Persiani invece hanno una grandissima facilità di piangere : il 
De-Filippi li ha messi in ridicolo nel suo viaggio in Persia (2). 

Livingstone, fermando la sua attenzione sui pianti e sulle grida dei 
bambini Manganjas (Africa australe) notava con commozione, che ave- 
vano lo stesso timbro dei bambini di tutto il mondo, e risvegliavano 
i ricordi della sua infanzia. 

Takelang (del Zambese), avendo perduto la moglie uccisa come stre- 
ga; di sera, nel più profondo silenzio, scaricava il fucile gridando: Io 
piango la mia sposa, la mia corte è deserta, io non ho piti casa. Poi 
gettava gride lamentevoli. 

Presso i Manganjas i lamenti dei funerali durano 48 ore. Sedute 
per terra le donne cantano alcuni versi lamentevoli e terminano 
ognuna di esse col suono prolungato a-a od o-o\ oppure ia-ia-a. Ro- 
vesciano al suolo tutta la birra e le farine che si trovan nella casa del 
morto e rompon tutti i vasi, tazze, ecc. 

L'abito di lutto portato dai parenti è fatto di falde di foglie di 
palma, che si portano al capo, al collo, al petto, alle braccia e alle 
gambe, e che si portano finche cadono a brani. 

I Niam-niam nel dolore gridano fortemente: ow , ow; e se la soffe- 
renza continua a lungo, gridano: ahoun, akoun. 

I Bongo si lamentano con aoh, aoh; e i Dyor con awai, aicai. Queste 
osservazioni furono fatte da S chweinfurth, il quale ha descritto accu- 
ratamente il dolore di una negra malata di dissenteria, la quale 
gridava e grugniva in un modo, non udita prima da alcun labbro 
umano. Confronta quel grido con quello di una iena: era una specie 
di sospiro prolungato, che terminava poi in un acutissimo grido. 
Eppure questa mimica non commosse punto i marinai negri, che la 
gettarono nel fiume. 

Darwin, nella sua opera sull'espressione ha raccolto alcuni fatti di 
etnologia espansiva del dolore. Egli ci narra come un capo maori 
gridasse come un bambino, perchè alcuni marinai avevan spolverato 
di farina un suo abito prediletto. Lo stesso Darwin vide alla Terra 
del Fuoco un indigeno, che aveva perdufo il suo fratello, e che alter- 
nativamente gridava con violenza isterica e rideva di tutto cuore per 

(1) Latham, The states of the Ricer Piate. Ediz. 1868, pag. 25L 

(2) Politecnico. Maggio, 1865, pag. 188. 



P. MANTEGAZZA, ESPRESSIONE DEL DOLORE, SECONDO IL SESSO, ECC. 325 

tutto ciò che lo divertiva. Egli cita anche il reverendo Taylor, che 
soggiornò molto tempo nella Nuova Zelanda, e vide le donne raaori 
piangere copiosamente a loro piacere, della quale abilità approfittano 
e si vantano grandemente nei loro funerali. 

Secondo Siebold, i chinesi piangerebbero per il naso; dacché in 
essi il lacus lacrymalis , trovandosi quasi chiuso per ogni parte da 
un'arginatura, fa in modo che quando il chinese piange, le lagrime si 
versano molte volte nel naso e non cadono sulle guancie come negli 
altri uomini. Siebold avrebbe fatto quest'osservazione anche nei Gia- 
vanesi, in quei di Macassar e nei Botocudos del Brasile. Io ho citato 
quest'asserzione singolare nei miei studj di fisiognonomia comparata, 
ma non ho udito né letto altro viaggiatore che la confermasse (1). In 
quello stesso luogo io ho parlato del moto tumultuoso, con cui i negri 
esprimono le loro emozioni, ma in questi ultimi anni ho studiato più 
davvicino la espressione dolorosa in un negro, sorprendendolo colla 
fotografia istantanea e riproducendolo nel mio Atlante (Vedi tav, 2, 
fig. 1, 2, 3, 4). In questo negro io ho prodotto artificialmente dolori 
specifici della vista, dell'udito, del gusto, dell'olfato e della sensibilità 
generale, e mi ha sorpreso grandemente la povertà mimica di quel- 
l'uomo. In lui, qualunque fosse la forma del dolore, l'espressione era 
quasi sempre la stessa; e meno quella prodotta da un odore cattivo, 
tutte le altre erano a un dipresso rappresentate dalle stesse contra- 
zioni muscolari del volto. Anche nei dolori generali prodotti dalle 
torture dei nervi della mano mancavano affatto quelle espressioni 
estetiche, che sono tanto facili nell'uomo bianco, come chiaramente si 
può vedere, confrontando nel mio Atlante le imagini raccolte colla 
fotografia. Nel negro l'espressione del dolore è disordinata, forte, 
tumultuosa, molto bestiale; ma i muscoli della faccia non sanno con- 
trarsi uno per uno o in piccoli gruppi ; ma tutti quanti si contraggono 
e si rilasciano insieme, non segnando che i tratti più grossolani e piU 
caratteristici dell'emozione. Queste mie osservazioni si accordano del 
resto perfettamente con quanto fu osservato dagli anatomici nella mio- 
logia del negro e delle scimmie. 



(I) Mantegazza, Rio de la Piata e Tenerife. Milano 1870, ediz. 2. 
pag. 476 e 477. 



Rendiconti. - Serie 11. Voi. XI. 21 



MAMMALOGIA. — Contributo allo studio dei Chirotteri Italiani. Al- 
cune osservazioni e particolarità notate nel Vesperugo Savii, 
Bonap. sp. (Major). Nota di E. Regalia, presentata dal M. E. Paolo 
Mantegazza. 

Fra gli altri importanti risultati ai quali l'egregio paleontologo e 
zoologo, dott. Forsyth Major, arrivava nella sua Memoria Vertebrati 
italiani nuovi o poco noti (Atti della Soc. Tose, di Scienze Naturali, 
Voi. Ili, fase. 1, Pisa 1877) vi ha pur quello di avere dimostrato 
doversi considerare come una sola forma, e chiamare Vesperugo Sa- 
vii, Bonap., le tre specie Vespertilio Savii, Bonap., Vespertilio Bo- 
napartii, Savi, Vesperugo Maurus, Blasius. 

Non perchè io creda necessario il confermare colle mie osservazioni 
quelle del mio egregio amico, ma perchè posso farne conoscere alcune 
che non so essere state fatte da altri finora, e perchè la cognizione 
di un maggior numero di fatti è sempre utile; ho pensato di pubbli- 
care, delle non poche note che da qualche tempo vo raccogliendo sul- 
l'anatomia e fisiologia dei nostri Chirotteri, una parte di quelle ri- 
guardanti il Vesperugo Savii, che io ho potuto osservare anche vi- 
vente, addomesticandone parecchi individui e riuscendo a mantenerli 
vìvi fino a 50 giorni. 

Io avevo osservati, più o meno, una trentina circa d'individui dei 
dintorni di Macerata nelle Marche, e li avevo trovati molto, ma non 
del tutto, conformi alla descrizione che il Fatio dà del V. Maurus, 
Blas., e perciò li avevo indicati con questo nome seguito da un (?}. 
Il dott. Major, al quale mostrai quelli che avevo conservati nell'al- 
cool, li riconobbe immediatamente per il suo Vesperugo Savii. 

Pelame. — In un o^ adulto è descritto: «Sì alla faccia dorsale che 
alla ventrale del corpo, nerastro alla base, diritto (non serpeggiante), 
mediocremente lungo e non folto; apici fulvi o castagno assai chiaro 
al dorso, giallognolo-biancastri al ventre (lucidi negl'individui puliti 
— e vecchi ? — ). Peli al pene, con un anello dì più lunghi presso la 
estremità; perineo nudo, meno un cerchio che gira l'ano. 

Alari, faccia dorsale: pochissimi e sparsi peli al Propatagio; al 
Plagiopatagio scende il pelo del dorso gradatamente, così pure sco- 
mando successivamente quello sparso sulle fibre oblique; al dì là 
della linea dal gomito al ginocchio non esistono che alcuni peli, assai 
rari, sotto l'avambraccio; — faccia ventrale: dal petto e dall'addome 
il pelo passa alla membrana, la massa principale restando qualche 
millimetro in addietro del gomito. Alcuni peli sulle fibre oblique dal 



E. REGALIA, CONTRIBUTO ALtO STUDIO DEI CHIROTTERI ITALIANI, ECC. 327 

femore al gomito, e sul principio di quelle scendenti dall'avambraccio; 
larissirai, e solo alla base dei Metacarpali, nel Dattilopatagio. 

Interfemorale, faccia dorsale: il pelo vi scende gradatamente, e ne 
esiste sempre lungo le fibre sì trasverse che oblique, ma va scemando 
di numero e lunghezza: vi sono alcuni rari peli fin sull'orlo, ma quasi 
invisibili alla lente; — faccia ventrale: peli, man mano decrescenti 
di numero, lungo le fibre, fino a metà della penultima vertebra ossea, 
ma quivi rarissimi. 

Il colore del pelo superficiale, io l'ho trovato variare, al dorso, 
dal castagno abbastanza scuro (in più individui), e passando per 
una serie di gradazioni — bruno-rosso, bruno-verdognolo, fulvo pal- 
lido, — fino al color d'oro lucente, quasi unito (in un solo individuo); 
alla faccia ventrale variare in proporzione, dal cenerognolo pili o meno 
giallastro, al bianco con una lavatura di rosso sfumato alla gola, e 
di giallo nel resto. In 4 $, da me prese sotto altrettanti tegoli d'una 
fontana (nel sito di Helvia Recina, Macerata), sullo scorcio d'agosto 
1877, si verificavano appunto i due estremi ora descritti e due gradi 
intermedia Queste difl'erenze si riscontrano in individui di età e sesso 
eguali, e quelli da me osservati erano adulti o molto grossimi al com- 
pleto sviluppo. 

Pelle. — Il colore nel muso, nelle orecchie, nelle membrane, è il 
nero piti o meno intenso e lucido. 

Dimensioni. — h'apertura (envergure) l'ho misurata su molti vivi, 
oltre che sui cadaveri, stendendo tanto la mano quanto l'ho veduta 
stendere dagli animali medesimi quando, svegliatisi, si stirano, pre- 
parandosi a volare, e cioè facendo oltrepassare di alcuni gradi al 
dito V la direzione parallela al piano mediano del corpo : nei vivi ha 
variato da 230, e forse 228, a 240 mm. 

Le misure che si vedono a pagina seguente le do perchè, sebbene 
non siano numerose, hanno il pregio di essere state prese parte sul 
vivo e il resto su cadaveri piU o meno freschi. 

Orecchio. — Padiglione. Sovente, ma forse non sempre, ho trovato 
sei (e non 5 sole, quante gli autori ne assegnano al Genere) pieghe 
(e non raies). Osservando gli animali vivi, si vede che nei Vesperugo 
le raies sono, o corrispondono a pieghe che ingrossano a misura che 
la parte superiore del padiglione viene fatta inclinare all' indietro. Si 
capisce che per la natura loro non hanno grande costanza né nelle 
proporzioni, né nella situazione, e forse neppure nel numero. Un in- 
dividuo ne presentava 5 d'ambo i lati, e a destra anche una sesta bre- 
vissima, nel vertice dell'angolo diedro posteriore del padiglione; un 
altro (caso il più comune) ne presentava 6 d'ambo i lati, e trovo 
scritto: «A ordine discendente la 5* è contro, col suo estremo esterno, 



328 E. REGALIA, CONTRIBUTO ALLO STUDIO DEI GRIROTTERI ITALIANI, ECC. 

al punto in cui l'orlo esterno del padiglione, dopo disceso d'avanti in 
dietro, gira in fuori per venir poi in avanti. A destra la piti lunga 
è la 5% a sinistra la 3*. Più profondamente ve n'è un'altra breve..,. 
Bisogna vedere quanto sono complicate quelle sulla faccia posteriore 
del padiglione e che dipendono dalle anteriori! Nel cadavere riman- 
gono bensì, ma pochissimo rilevate, e non suggeriscono quel clie sono 
e da che dipendano durante la vita. » Trago. La sua caratteristica 
è l'essere veramente reniforme. Quanto al denticelo, al quale il Bla- 
sius ha dato molta importanza, 1' ho trovato anch' io come il dottor 
Major (1. e, p. 95) spesso mancante e variabile, anche da un trago 
all'altro dello stesso individuo. Per lo piti ò ottuso e piccolo, e poco 
si distingue da altre piccole convessità esistenti fra il denticelo alla 
base e la porzione convessa dell'orlo esterno, la quale consta di pa- 
recchie curve convesse che si seguono. In un individuo di Pisa è ben 
disegnato in ambi i traghi, meglio che in tutti, forse, gli esemplari di 
Macerata. 



Apertura 

Lunghezza del capo .... 
» massima del padi- 
glione deirorecchio , . . 
Lunghezza massima del trago 
« del corpo .... 
« della coda . . . 
n dell'avambraccio . 
del dito III . . . 
. „ IV. . . 
« » V . . . 
n della gamba (con 
piede posato e ginocchio) . 
Lunghezza del piede (con le 
unghie e il calcar addossato 

alla gamba) 

Lunghezza del calcar . . . 
Larghezza del lobo del calcar 


o" 


0^ 

228 

46,5 
38,5 
32,9 


232 

52 

37 

33,2 

56,8 

47,5 

41 

12,7 
8,4 


234 

44 
34,3 

57,5 

49,6 
42,3 

13 

7,8 


$ 


240 

45 

39,5 

35 

57 

49 

41 

i3,n 

8,2 


240 

[ 

48 

39 

36,3 

57,3 

50,6 

42 

14 

8 


226? 
16,2 

13,7 
5,2 
46 
36 
32,1 

12,6 

8,8 

14? 

1,7 


236 

49,5 

39,8 

33,8 

54,5 

46 

41,8 

14,1 
8,1 



Pieghe palatine. — Nelle mie note perii N. 1: «Sono 7, contando 
come 1* quella tra i canini, che è convessa (all' innanzi) nel mezzo, 



E. REGALIA, CONTRIBUTO ALLO STUIÃŒIO DRI CIIIROTTERI ITALIANI, ECC. 329 

concava ai lati; le altre tutte formate di due curve convesse (all'in- 
nanzi), congiunte nella 2*, disgiunte nelle altre, di convessità decre- 
scente dalla 3a piega all'ultima. In questa i due rilievi che la costi- 
tuiscono, e situati quasi affatto dietro l'ultimo molare, non raggiun- 
gono questo dente raa terminano a V^ ^i millimetri prima. 

I caratteri seguenti sono osservati in 14 individui di Macerata e in 
uno di Pisa conservati nell'alcool. 

Dentizione. — Indico gl'Incisivi con I, II, III e le cuspidi o i lobi 
con 1, 2, 3, 4, contando dall'interno all'esterno e ciò che è posteriore 
dopo ciò che è anteriore. Le altezze sono considerate a arcata alveo- 
lare orizzontale e, per la mascella superiore, rovesciata. Mascella, 
Incisivi. Ho delle osservazioni nuove sul numero delle cuspidi. Io ho 
trovato che il I è sovente tri e non 5z-cuspidato, e il II spesso bi e 
non wn2-cuspidato. Ciò ho potuto vedere alla luce diretta del sole. La 
3 I r ho vista in più individui, ma può, sembra, mancare affatto: ha 
forma d'angolo retto od ottuso ed è piccolissima. Le 3 cuspidi for- 
mano una retta ad angolo acuto, all'innanzi, col piano di simmetria. 
La 2 II è postero-interna alla maggiore (la 1), ben distinta in 3 in- 
dividui e visibile in tutti, forse, benché in diversi poco distinta. Nel 
I l'altezza della 1 è sempre maggiore di quella della 2, anche con 
molta usura; nel II l'altezza della 1 sempre molto maggiore di quella 
della 2. Circa all'altezza, di cui finora è stato tenuto il maggior conto, 
della 2 I rispetto alla 1 II, ho trovato: > assai in 1 caso, assai poco 
in 7 casi; = in 1 caso; = da un lato e < dall'altro in 1 caso;= da 
un lato e > dall'altro in 1 caso; < in 3 casi, e in 1 caso assai <. 
Premolare: esiste d'ambo i lati in 10 ind. ; soltanto a destra in 3; 
forse, ma sotto la gengiva d'arabo i lati, in 1 ; manca di certo d'arabo 
i lati in 1. Ho osservato esponendomi ai raggi diretti del sole. Man- 
dibola, Incisivi: la direzione è giudicata dalla retta che congiunge 
le porzioni più illuminate del 1 e 3 lobo: credo che sia tutto quello 
che si può fare. Questa retta fa col piano di simmetria un angolo 
retto acuto e col vertice all'innanzi. Il I è perpendicolare in Scasi, 
quasi perpendicolare in 4, obliquo sensibilmente negli altri; il II è 
perp. in 2 casi, quasi perp. in 2, obliquo negli altri 11, cioè una volta 
meno del I, due volte egualmente, e più le altre volte; il III è sem- 
pre obliquo e sempre (eccetto nell'individuo di Pisa) più obliquo del I 
e del II. Non vi ha perciò parallelismo se non in 3 ind. fra I e II, e 
in 1 fra tutti tre. Nessun incisivo ha mai l'asse maggiore nel senso 
della minima distanza fra i contorni esterno e interno della Mandi- 
bola, e nemmeno ciò accade in altre specie: quindi non sono mai tras" 
versali, ma al più sono obliqui, alle branche della Mandibola. 

Non so che gli autori abbiano mai, finora, tenuto conto del 4 lobo 



330 E. REGALIA, CONTRIBUTO ALLO STUDIO DEI CHIROTTERI ITALIANI, ECC. 
esistente spesso nel H e nel IH, e situato ora dietro il 2, ora tra (ma 
dietro) 1 e 2 o 2 e 3: talora è poco distinto nel III e quasi non si 
Vede affatto nel II. Fra i miei 15 individui tre lo presentano grande 
in anabi i denti, tre piccolissimo al II, uno piccolissimo al III, uno 
assai piccolo al II e ancora più piccino al ITI, egli altri di mezzana 
grandezza in ambì i denti. In 4 incisivi, appartenenti a 3 ind., il 4 
una volta è fra 1 e 2 e due volte fra 2 e 3 nel II, e fra 2 e 3 nel III. 
I tre incisivi si ricoprono parzialmente (sono embricati) in questa come 
in altre specie. Ne' miei 15 ind. ho trovato: il 3 I è, rispetto al 1 II, 
tutto egualmente distante dal piano di simmetria in 9 casi, in parte 
più vicino in 5, m gran parte in 1 caso; il 3 II rispetto al 1 III, quasi 
sempre egualmente distante, ma talora meno, e talora più perchè il 
suo centro va anche fra 1 e 2 III. 

Lascio non poche altre note sulla dentizione, e passo ad alcuni ca- 
ratteri della Mano, che hanno speciale importanza, e dei quali nes- 
sun autore, ch'io sappia, ha tenuto conto. Indico con 1, 2, 3, 4, 5, i 
Metacarpali e le Falangi. 

Metacarpali. Accostandoli fra loro e all' avambraccio, e facendo 
passare una verticale fra il 3 e il 4, il Vesperugo Savii divide con 
tutti i Giranorinidi italiani a me noti, il carattere di avere (costante- 
mente) il 3 > (più alto) 2, e col maggior numero, forse, di essi quello 
di avere quasi sempre il 3>di tutti. Nei soliti 15 ind. si ha: 3>4 
in 11 ind., = 4 in 2, < 4 in 1 ind. (considerando una sola mano), e 
nell'individuo di Pisa è<4 d'ambo i lati: uno lo presenta < in una, 
= nell'altra mano. 

Falangi. La 1 li è ossificata, come nel più dei Gimnorinidi italiani. 
Considero, almeno provvisoriamente, come terze falangi, i tratti car- 
tilaginosi terminanti i diti III, IV, V, sebbene anche di recente il 
Flower (An Introduction to the Osteology of the Mammalia, 2* ed., 
London, Macmillan, 1876, p. 264) non attribuisca generalmente tre 
falangi che al solo III dei Chirotteri entomofaga Lunghezza (in mm.) 
delle Falangi dei 4 diti ulnari in un individuo medio: li, 1 =2. 5; III, 

1 = 11.7,2 = 10.5, 3 = 6.2; IV, 1 = 10.5,2 = 7,3=2.5; V,l=7.5 

2 = 3.5,3 = 1.7. 

Il V. Savii ha comune con tutti i Gimnorinidi italiani a me noti, 
l'avere nel V 1 >2, e con tutte le specie dei Gen. Vesperugo e Vesper- 
tìlio (alcune però a me note per un solo individuo) l'avere tutte le 1>2. 

Ha comune con tutti i Gimnorinidi 1' avere la 3 IV non concava 
dal lato post-assile del dito, e col maggior numero di essi 1' averla 
anzi concava dal lato prg-assile, a forma di F obliqua. 

Presenta, come tutti i Vespertìlionina, una Verghetta cartilaginea 
presso e post-assilmente alla 3 V. Questa Verghetta forse esiste sem- 



E. REGALIA, CONTRinUTO ALLO STUDIO DEI CHIFIOTTERI ITALIANI, ECC. 331 

pre nel V. Savii, ma non di rado è assai breve, irregolare e quasi 
confusa colla 3: non è altrettanto costante che in altre specie; è la 
continuazione ora della 3*, ora della 4* fibra dall'orlo del Plagiopa- 
tagio, compresa quella dell'orlo. 

Il V. Savii offre anche nel Pollice due caratteri quasi generali ne- 
gli altri Gimnorinidi, e sono: che l'orlo del Propatagio attraversali 
Metacarpale circa alla metà di sua lunghezza, e che il Metacarpale 
è più breve della 1; di modo che la parte libera del Pollice è mag- 
giore della larghezza formata dal carpo e dal Propatagio insieme. 



CRANIOLOGIA. — Sul cranio di Volta, relazione del prof. Lom- 
broso, con osservazioni dei MM. EE. Cornalia e Verga, presen- 
sentata dal M. E. prof. C. Hujech. 

Essendo venuto a mia cognizione come lo scheletro di Volta si con- 
servasse perfettamente integro nel mausoleo della famiglia, in Cam'- 
nago Volta, porgeva alia medesima, fino dal 1873, replicate istanze, 
rese piti efficaci ed autorevoli dalla parola dell'egregio Rettore del- 
l'Università di Pavia, prof. Brugnatelli, per poterlo esaminare. 

Queste istanze vennero esaudite nell'occasione in cui un egregio 
nipote del grande fisico metteva mano ad una accuratissima biogra- 
fia del medesimo, e insieme a lui la famiglia stabiliva di trasportare 
gli avanzi in apposito avello. 

La famiglia, anzi, con nobile pensiero, volle trasformare quell'esame 
in una vera solennità scientifica. E dopo che con una visita preven- 
tiva eseguita nel 9 ottobre 1874 dal dottor Tassani, medico provin- 
ciale, e dal signor Prefetto della Provincia, si constatò l'identità e 
lo stato dello scheletro, invitò per il giorno 30 marzo 1875 all'esu- 
mazione il Prefetto della Provincia, il Rettore della R. Università di 
Pavia ed alcuni rappresentanti degli Istituti ed Atenei d'Italia. 

Passiamo all'esame fatto in quella occasione insieme agli onorevoli 
comm. Cornaglia e comm. Verga. 

Non occorrerà s^ìcndere parola per constatare l'identità dello sche- 
letro di Volta e specialmente del cranio. 

La nuora dell'illustre fisico, e il dott. Tassani medesimo, trovarono 
esatta coincidenza tra l'ossa della faccia e la fisionomia che essi ben 
ricordavano, né d'altronde era possibile un errore, inquantochè nella 
cella del Volta non era stato seppellito altri che la moglie, la quale 
era d'una piccolezza [lili che femminea. 

Un dubbio potrebbe sorgere per la mascella inferiore, inquantochò 
questa non corrispondeva completamente alle fosse glenoidee, essendo 



332 e. LOMBROSO, SUL CRANIO DI VOLTA, 

piti divaricate di qualche millimetro le branche ascendenti delle ma- 
scelle. Ma anche questo dubbio cessava con un esame ulteriore, per- 
chò l'erosione completa degli alveoli dentali e l'usura del corpo della 
medesima, parlavano per l'età inoltrata in cui era morto il Volta, e 
il suo volume, molto piti che ordinario, rispondeva alla statura ed 
alla notevole capacità del cranio stesso. 

Per analoghe ragioni, all'inverso, alcune delle vertebre che si vole- 
vano del Volta, evidentemente appartenevano ad altri, cioè alla moglie, 
essendo piti piccole e leggere, non però certo le 5 lombari e 3 sacrali, 
e le ossa pelviche e degli arti, le quali mostravano evidentemente gli 
stessi caratteri di una senilità avanzata, ma robusta, e di una sta- 
tura molto alta, e presentavano la stessa verniciatura giallo-scura, 
e la stessa compattezza e notevole peso, e si corrispondevano perfet- 
tamente. Mentre le ossa della moglie, le sole che si potessero con 
quelle confondere, erano di una notevole piccolezza, fragilità e legge- 
rezza, e anche nel colorito, piuttosto giallo-chiaro, presentavano una 
non lieve differenza. 

Esame dello scheletro. 

Riunito insieme, affrettatamente, lo scheletro presentava l'altezza 
di metri 1,82, che, presso a poco, a quanto asseriscono i vecchi com- 
pagni del Volta, corrispondeva a quella del Volta vivente. 

Siccome però non tutte le vertebre si potevano assicurare appar- 
tenere a lui medesimo, siccome coloro che preparavano lo scheletro 
non gli diedero quelle curvature che naturalmente descrive la spina, 
giova ricordare che il femore misurava metri 0,49, lunghezza cui do- 
vrebbe, per tutto lo scheletro, secondo le norme antropometriche, 
corrispondere l'altezza di 1,775, e ora aggiungendo 0,040 per le parti 
molli, si ha la cifra di metri 1,815. 

L'omero destro piti voluminoso del sinistro, portava ben scolpite 
le solcature nella parte superiore. 

In tutto il resto dello scheletro non si notava altro di importante 
che una piccola esostosi nell'osso iliaco, e due assai voluminose nelle 
5 vertebre lombari e 3 sacrali, che estendendosi, bernoccolute nella 
faccia anteriore del corpo delle medesime, le saldavano tenacemente 
fra di loro. 

Cranio. 

All'esame esterno del cranio, fatto dopo una ripulitura superfi- 
ciale, saltava subito all'occhio la grande sua capacità, la levigatezza, 
in ispecie della fronte e dei parietali, tanto piti notevole perchè in 



e. LOMBROSO, SUL CRANIO DI VOLTA. 33 ;i 

un intlividuo vecchio, e in cui la molta salienza delle linee d'attacco 
dei muscoli e della tuberosità occipitale esterna, indicava un non co- 
mune esercizio delle forze muscolari; faceva contrasto a questa levi- 
gatezza dell'ossa craniche, il grande sviluppo degli archi sopracigliari 
e una asperosità notevole in corrispondenza della porzione posteriore 
della sagittale e del tubercolo occipitale destro, sul quale osservavasi 
un piccolo tumore osseo, circolare, del diametro di 7 mill.; un altro 
tumoretto notavasi all'inferno del foro occipitale. 

Il cranio mostrava un rigonfiamento in corrispondenza del centro 
della lamina squamosa del temporale. La sutura coronaria era la sola 
ancora persistente, il che era tanto piti notevole perchè minimo n'era 
lo spessore (di 2 mill.); spiccatissimo era il tubercolo occipitale ed 
ivi massimo lo spessore cranico. 

Nella porzione mediana, per circa 6 centimetri, notavasi la sempli- 
cità della sutura medesima, carattere questo che si vuole proprio delle 
razze inferiori. Nelle laterali, invece, essa era frastagliata come nel 
normale. Erano completamente saldate la sagittale e la lambdoidea e 
presentavano, specialmente la prima, nella sua porzione posteriore, 
in luogo delle suture, una maggiore asperosità o rigonfiamento del- 
l' osso, che si rendeva massimo nel punto d'incontro fra loro (14 
millim.). 

Nessuna traccia notavasi, nemmeno ai parietali, di quei bruschi 
avvallamenti prodotti da atrofia del tessuto, che si credono caratteri 
di senilità avanzata e che pure trovaronsi nel Foscolo. 

Nel temporale è sensibile la depressione sopramastoidea, la cresto- 
lina che segna il contorno superiore del meato uditorio esterno, e 
l'arrovesciaraento e la grossezza del suo contorno inferiore (1). 

L'apofisi stiloide era molto sviluppata, molto dilatato il foro lacero- 
posteriore destro, e molto ampia la fossa giugulare. 

Dall'apofisi stiloide al foro spinoso corre una linea aspra molto 
rialzata. Assai espansi sono i due processi pterigoidei esterni (2). Dei 
due fori condiloidei posteriori, uno è chiuso. Invece di semplici figure 
sopraorbitali vi sono due fori completi. 

Le ossa nasali sono molto sviluppate, l'orlo esterno dell'orbite molto 
salienti, e queste quadrangolari, molto distanti fra di loro. Conside- 
revole pure l'altezza della cavità nasale (55 rara.) in confronto della 
profondità (44) come in tutti i piti belli e grandi uomini. Notevole 
la lunghezza dell' apertura per forma (29 mm.) e più ancora la sua 



(1) Osservazioni del dott. Comm, Vergai 

(2) Idem. 



334 



e. LOMBROSO, SUL CRANIO DI VOLTA- 



altezza (51). L'altezza delle coane o narici posteriori è di 30 mm. e 
la larghezza di 29 (1). 

Dal foro incisivo al foro grande palatino corrono rana. 41, e dal- 
l'uno all'altro foro palatino 30. Il doppio foro incisivo forma un trian- 
golo con un terzo forellino che gli sta innanzi (2). 

Gli zigomi, abbastanza salienti, presentavano una leggiera asperità 
in corrispondenza alla sutura malare. Molto spiccati e dilatati erano 
i fori sottorbitali ed il foro incisivo. 

Nella mascella superiore, sporgente alquanto, non si notava che 
un solo dente premolare ; nell' apofisi ascendente visibile era ancora 
la sutura incompleta del Weber. 

La mascella inferiore, ridotta ad un osso cilindrico pel completo 
riassorbimento dell'orlo alveolare, presentava l'apofisi coronoide con 
una larghezza presso a poco eguale alla lunghezza ; appena accennata 
l'apofisi, ed assai ottuso l'angolo della porzione verticale coll'oriz- 
zontale. 

I capi articolari, come sopra accennammo, maggiormente dilatati, 
non combaciavano sufficientemente colla cavità glenoidea sorpassan- 
dola alquanto. 

La mascella stessa, benché imbevuta dall'umidità, pesava gram. 57. 5 
mentre la mandibola della moglie era di soli 27. Il palato presenta un 
rigonfiamento nel mezzo od esostosi, bernoccoluta, irregolare, della 
lunghezza di 12 mm. e della larghezza di 4. 

Ma per più minute informazioni, si consulti la seguente tabella I. 

Tabella I delle misure prese sulle ossa del Volta. 



Circonferenza cranica . 


mill. 


570 


Capacità del cranio in . ce. 


1865 


Curva 


[ongitud. . . . 


. » 


389 


n dell'orbite. . . n 


55 


„ 


trasversa . . . 


. n 


332 






Lungh 


ezza del frontale . 


. n 


139 


Area del foro occip. . mm. q. 


818 


Largh 


3zza » 


. » 


120 


Angolo facciale n 


730 


Diame 


tre longitud. . . 


. '. 


194 






n 


trasverso . . 


. » 


150 


Lunghezza del frontale . mill. 


139 


» 


verticale . . 


. " 


140 


Larghezza n . . » 


120 


« 


bimastoideo . 


. » 


132 


Altezza dell'orbita ...» 


35 


» 


bitemporale . 


!t 


150 


Larghezza » ...» 


36 


)) 


biauricolare . 


. n 


118 


Palato lungo » 


43 


« 


frontale . . . 


» 


131 


» largo „ 


34 


n 


occipitale . . 


. n 


142 


Altezza della cavità nasale . « 


55 


n 


bizigomatico . 


n 


116 


Profondità » . » 


44 



(1) Osservazioni del dott. Comm. Verga. 

(2) Idem. 



e LOMBROSO, SUL 

Altezza dell'apertura nasale ai 
lati (Verga) .... mill. 41 

Larghezza dell'apertura nasale 
ai lati (Verga) . . . . n 24 

Lunghezza dell'osso nasale. « 2G 
« dell' apertura piri- 
forme (Verga) , 29 

Altezza dell'apertura piriforme 
(Verga) 51 

Distanza dal foro occipitale al 
palato, parte interna . . n 102 

Distanza dal foro occipitale al 
palato, parte esterna, mill. 107 

Distanza dall'occip. al mento. » 240 

Distanza dalle radici nasali al 
mento «240 

Distanza dalle radici del naso 
al foro auricolare .... 165 

Distanza fra le due orbite . . 32 

Peso del cranio (senza mandi- 
bola) grm. 695.5 

Peso mandibola inferiore . » 57.5 
Peso totale " 753.0 



CRANIO DI VOLTA. 

Spessore massimo, tubercolo oc- 
cipitale mill. 

Spessore massimo, osso tempo- 
rale n 

Spessore massimo, gobba fron- 
tale » 

Spessore massimo, al punto d'in- 
crociamento della sagittale 
colla lambdoidea ...» 



Indice cefalico . . . 
» cefalo-verticale . 
n cefalo-orbitale . 
» cefalo-spinale 

Scheletro. 



met. 



Totale altezza . 

Omero lunghezza . . . » 

Femore » 

Fibula » 

Da una cresta dell'ileo all'al- 
tra » 

Diametro ant. post, dal pro- 
mont. sacrale al pube . n 



15 

2 

11 

14 

77.5 
72.6 
33.0 

22.8 



1.820 
0. 34 
0. 49 
0. 39 

0.265 

0.125 



Gioverà ora fermarsi alquanto su queste cifre, facendone spiccare 
la significazione con raffronti su altri uomini grandi e sull'uomo nor- 
male. 

Lo spessore cranico che arriva fino a 15 mra. e solo in un puntò 
scemava (in vicinanza alle ossa temporali) e sopratutto il peso note- 
vole di grara. 753, ci accusano un notevole grado di sclerosi. È 
noto infatti che il cranio normale non pesa piti di 650; secondo il 
Livi di 502. Né questo peso (che si crede, forse non giustamente, scemi 
sempre nella età senile) viene ordinariamente superato, salvo nei 
cranii dei delinquenti e di qualche alienato, come ben spiccherà da 
questa tabella II, in cui sono messi a confronto 41 alienati, 21 de- 
linquenti del mio museo, 121 cranii normali del Gabinetto Anatomico 
di Pavia (vedi il Gabinetto di anatomia normale nella R. Università 
di Pavia, descritto dal prof. Zoja), e 19 oranii senili dello stesso. 



Tabella II 

dimostrante il peno dei cranii di alienati, delinquenti, 

di adulti e di vecchi. 



41 Alienati. 

Del peso 900 1 

n 800 4 



21 Delinquenti 

. . 4 . 
. . 2 . 



121 Adulti da 16 a 59. 

... 5 . . 
. . . 10 . . 



19 Vecchi dai 69 ai 104. 



336 








c 


LOMBROSO, SUL CRANIO DI VOLTA. 






41 


Alienati. 






21 Delinquenti. 121 Adulti da 16 a 59. 


19Vecch 


da 69 ai 104. 


Del peso 


700 


fi 




. . 5 . . . 23 




. . 2 






600 


17 




. . 5 34 . . 




. . 5 


» 




500 


8 




. . 4 25 . . 




. . 8 


„ 




400 


5 




. . 1 20 . . 




. . 1 


n 




300 


1 




. . — 4 . . 




•. . 2 


„ 




200 












. . 1 



Questa sclerosi contrastava colla leggerezza ed assottigliamento del 
cranio della moglie che gli stava lì appresso e pesava gr. 391 senza 
la mandibola; fatti questi che insieme al 10 per 100 di cranii senili 
pure assai pesanti della tabella li, giova a escludere che il peso au- 
mentato si debba all'umidità, ci testimonia che non sempre hanno ra- 
gione coloro che fanno dell'atrofia ossea un carattere assoluto della 
senilità, è sicuro indizio che il Volta, prima della completa saldatura 
della sutura, doveva avere un cranio di una capacità maggiore di 
assai dell'attuale. 

La circonferenza cranica del Volta, confrontata con quella dei 
grandi uomini in Italia, non è superata che da uno solo, Donizetti, 
e di 20 e più mill. supera quella di S. Ambrogio e di Brunacci, e 
di 30 quelle di Fusinieri e di Dante, anche confrontata con quella di 
crani ricoperti di calcari (3 cent, sempre in piti) riesce superiore a 
Hérold (550), La Place (560), Fovrier (562) e superata solo da Gallo 
(605), Talleyrand (690), Goethe (615). 

Su 100 cranii di adulti maschi bolognesi misurati dal Calori, soli 2 
le venivano dappresso misurando 555. Su 140 cranii di Pavesi (Zoja) da 
due soltanto era superata, come ben si rileverà da questa tabella III. 

Tabella IH. 

della circonferenza cranica di alcuni sommi italiani 

e di 240 adulti pavesi e bolognesi 







Su 140 cranii 
di adulti di Pavia. 


Su 100 cranii maschi 

di Bologna. 

(Calori . 


Della 
circonferenza di 




Donizetti 


570 














S. Ambrogio 


553 






. 1 


.... 685 







Nicolini 


558 








_ 


. . . . — 













Brunacci 


550 








1 


.... 560 













Fusinieri 


544 








— 


. . . . — 













Petrarca 


540 








7 


.... 555 










2 


Foscolo 


520 








6 


.... 540 










4 


Dante 


520 








19 
20 


.... 530 
.... 520 










5 
25 



Misurando la lunghezza dell'osso frontale (139,) che superava di 



e. LOMBROSO, SUL CRANIO DI VOLTA. 337 

molto quella del Petrarca che era di 115, di Fusiuieri che era di 
110, e ancor piti la media di 100 cranii italiani data dal Calori di 
113; né era superata in 100 di essi che solo 6 volte (5 di 140 e 1 
di 150). La larghezza 120 se superiore alla media 119 era inferiore 
a quella di Fusinieri 126 e Petrarca 124 e piti di Dante 180. 

Il diametro frontale di 131 superava quello di Dante, di S. Am- 
brogio e di Petrarca e 108 Fusinieri, 108 (Canestrini). 

La semi-circonferenza anteriore di 295 era superiore dunque alla 
semi-circonferenza posteriore 275. 

Ma il maggior interesse di queste misure viene offerto dalla capa- 
cità cranica. Essa risultava di circa 1865 ce, e dissi circa e di piti 
dovrei dire, poiché si praticarono le pesature, essendo il cranio non 
perfettamente essiccato, sicché il giorno dopo parecchi grammi di 
sabbia in più si ebbero a riscontrare. 

Essa supera certamente la capacità di quanti illustri uomini d'Ita- 
lia vennero finora esaminati (1), anche incompleta come è supera di 
più di 500 grammi la capacità media degli Italiani 1551 [Calori] (2), non- 
ché dei Tedeschi 1534 e secondo Megs degli Inglesi 1572; confron- 
tato con quella di 100 cranii adulti bolognesi maschi, è superata solo, 
da 2 (1930 e 2106); confrontata con quella di 140 cranii pavesi noi 
fu nemmeno una volta (Zoja). Eppure ([uella capacità dovette essere 
molto maggiore nell'età del maggior sviluppo calcolato tra i 30 e 40 
anni, e quando non erasi ancora iniziata quella che mostrammo vera 
sclerosi senile. 

Tuttavolta la meraviglia per la grande capacità cranica del Volta 
va temperata dal conoscersi che esso era di una statura elevatissima, 
sicché dovrebbe potersi paragonare, per un giusto confronto, solo ad 
altri uomini di statura elevata come il Foscolo ed il Petrarca (1. 84), 
ma non certo al Fusinieri ed al Dante (1. 55) e a S. Ambrogio, alto 
1.53; tuttavia anche rapportito alla sua statura, il cranio di Dante 
dovrebbe essere solo di 1588. 

Anche nella capacità orbitale superava il Volta di alquanto la co- 
mune media di 53 (Mantegazza) ce; molto piti lo superava nell'in- 
dice cefalo-orbitale che è in media di 27, ed in Foscolo dava 24, e 
nel nostro 33, avvicinandosi ad una delle cifre massime che si ri- 
scontrassero sull'uomo. Anche l'area del foro occipitale, di 818 m. q., 
era alquanto superiore alla media maschile, che é di 733.9; inferiore 
però era a quella di Fusinieri 851. 

(1) Capacità cranica degli illustri italiani in ce. : 

Brunacci 1700 Dante 1452 

Petrarca 1602 Foscolo 142(3 

Fusinieri 1502 S. Ambrogio 1792 

(2) Calori, Sul tipo brachicefalo in Italia. Bologna, 1871. 



338 e. LOMBROSO, SUL CRANIO DI VOLTA. 

Ma più ancora rilevante era la differenza dell' indice cefalo-spinale, 
che in Volta era di 22 mentre nel ms^chio è di 19, 1, in Fusinieri 
era di 17. 

È singolare la grande analogia, cifra per cifra, del cranio di Volta 
col tipico romano antico. 

L'indice cefalico medio di 44 cranii virili moderni di Roma, secondo 
il Nicolucci, è di 75. 2, quello di altrettanti antichi 78. 1 secondo il 
Calori, anzi di 77. 7 (op. citata). L'indice cefalico di Volta è di 77. 3; 
esso s'avvicina adunque al romano antico più dei romani moderni. La 
capacità cranica dei romani antichi era superiore a quello di molte 
altre provincie italiane, in media però era di 1525, dunque inferiore 
al Volta, come era inferiore all'area del foro e la capacità orbitale, 
tuttavia giova ricordare che sopra 8 romani antichi, Maggiorani ne 
trovò uno di 1725, e su 41, Nicolucci, uno di 1852. 

L'altezza cranica media romana antica è di 136, nel nostro è di 140. 

L'indice verticale dei romani antichi è di 732, e quello del Volta 
721, onde è come il romano platicefalo. 

Il diametro frontale dei romani è di 129, quello di Volta è di 131. 

Il diametro longitudinale dei romani antichi è di 1 87, il traverso 
di 145, da 7 a 5 mill. meno del Volta. 

La curva occipite-frontale dei crani romani antichi era di 381, 
moderni .376, nel Volta 389. 

La biauriculare è di 332 negli antichi, 334 nei moderni, e 332 nel 
Volta. 

In tutte queste misure il Volta non differisce dal tipo antico che 
per il maggior volume. La semi-circonferenza anteriore supera di 
molto la posteriore, e questo è uno dei caratteri che si voleva pro- 
prio del cranio romano ove per 270 di semi-curva anteriore si nota 
263 posteriormente. Nicolucci e Calori ne trovarono 2 su 4 con pre- 
valenza inversa. 

Ma meglio ancora rispondono nelle analogie le descrizioni che danno 
Nicolucci, Maggiorani e Davis del cranio romano. «-In esso, come in 
quello del Volta, le regioni temporali sono sviluppate e rigonfie; vi 
ha sporgenza delle ossa del naso; il piano d'inserzione di queste col- 
l'osso frontale corrisponde a quello della faccia, n 

La fronte spaziosa {frons eleganter explanata) predomina sopra le 
ossa della faccia. 

Alla norma verticale spicca la forma ovulare della calvarie, il cui 
contorno curvandosi dolcemente sull'abside frontale ed occipitale, si 
rigonfia alla tuberosità parietale e come insensibilmente si degrada 
verso la fronte e verso l'occipite e non fa risaltare ai lati della fronte 
che i processi orbitali dell'osso frontale (Nicolucci). L'ampiezza del- 



e. LOMBROSO, SUL CRANIO DI VOLTA. 339 

l'abside anteriore nasconde le arcate zigomatiche che appena si mo- 
strano col loro margine esterno. 

Se si osserva di profilo si vede sporgere per due terzi della sua 
altezza quasi retta la fronte; marcata nell'alto per accompagnarsi 
alla curva tondeggiante del vertice che dolcemente declina all'occi- 
pite (Nicolucci). 

Anche nel cranio romano il palato ò molto alto, robuste le apo- 
fisì stiloidi, forti e ricurvi gli hamuli pterigodee, le orbito grandi 
e quadre, differendo solo per maggiore distanza nei romani 26. 33, 
nei nostri 32. 

Questa analogia col cranio romano, che spicca anche alla prima 
occhiata, non è difficile a spiegarsi perchè è noto come Como fosse 
una colonia romana ed è curioso il notare che precisamente il nome 
proprio di Volta si trova neiro[)era di Plinio, come applicato dai 
Volsinii ad un mostro che ne infestava la campagna e che (curiosa 
coincidenza) venne da loro distrutto evocando l'arte di far discendere 
i fulmini, arte che il Volta doveva 3000 anni dopo perfezionare co- 
tanto (I). 

E qui sorge naturale una domanda: se il tipo cranico di Volta cor- 
rispondesse o no al Comasco. Uno studio su 54 comaschi vivi, mi 
diede un indice di 82 che accenna a recisa brachicefalia. 

Un simile indice 83 con un massimo di 88, per minimo di 73, ho 
trovato in 28 cranii esistenti nei cimiteri dei paeselli del lago di 
Como, uno solo dei quali riprodusse completamente le. misure del 
Volta, quasi tutti, meno 6 essendo brachicefali, come si vedrà dalla 







Tabella IV. 








180 . 


D. J 


. 148 . Ind. 80 . . Capacità ce. 1745 


165 . 


„ 


148 . r 88 




. . . r, 


175 . 


„ 


140 . « 80 






. r, 1585 


172 . 


n 


145 . » 83 






. . » 1550 


170 . 


n 


146 . - 85 






. n — 


160 . 


» 


141 . r, 84 






. « 1385 


185 . 


» 


140 . « 79 






. n 1630 


185 . 


n 


140 . n 79 






. « 1600 


180 . 


r, 


155 . n 83 






. « 1390 


175 . 
170 . 


" 


144 . - 82 

141 . r> 79 






187 . 


., 


135 . ^ 76 









(1) V. PuN'ir, II. LIV. I. — Volti Veltri è pronome maschile Tu- 
lisco (Fabreth. Ghss. Italiae, Torino, pag. 2000). — E anche nome gen- 
tilizio romano. Id. e Mommsen, 5219, Voltinia è tribù rustica romana. 



340 



G. LOMBROSO, SUL CBANIO DI VOLTA. 



187 . 


D. J 


144 . 


Ind 


86 


172 . 


,, 


147 . 


„ 


82 


167 . 


» 


142 . 


» 


86 


172 . 


» 


145 . 


n 


82 


174 . 


» 


141 . 


» 


80 


168 . 


„ 


150 . 


» 


82 


182 . 


» 


152 . 


» 


84 


171 . 


n 


147 . 


n 


82 


170 . 


n 


139 . 


n 


81 


162 . 


„ 


137 . 


„ 


87 


176 . . 


„ 


146 . 


„ 


82 


172 . 


» 


137 . 


n 


79 


174 . 


„ 


145 . 


„ 


73 


186 . 


., 


153 . 


n 


81 


179 . 


1» 


150 . 


n 


75 



r .i^i^„r.Pr.Tr. „„„ ..„i „„ r. i- ^ A' \ H Vol ìr pi'eseiita VE duDq uB analocria 
La aoloscetalia era nel rapporto eli 1 . . • • • i ■ j i- e ,■ 

21"/ colli indici 77 ( ^°^ pochissimi maschi doligocefali, 

Labrachicefalia 79 " . « 83 j l'a 'capacltà!^''''^' ^^' ''''^^'''''^^^ ^'' 

Su 136 cranii che potei esaminare nei cimiteri di Esine, Varenna, 
Campo e Dongo, trovai solo nel rapporto del 22, 23 */„ frequente la 
distanza fra le due orbite che si notava nel Volta e che è frequen- 
tissima nel craaio latino, e più frequente era (del 30"/^) la salienza 
delle ossa nasali; come del 22 "/o ^o sviluppo dei seni frontali che erano 
fra i caratteri speciali del Volta. 

Il Volta si avvicina dunque al tipo comasco, ma più assai al ro- 
mano, il che non è di lieve importanza conoscendosi che l'indole della 
sua intelligenza, essenzialmente analitica, era assai più lombarda che 
latina. Abbiamo qui il preciso fenomeno di un degno suo successore, 
il Fusinieri, che presentava il cranio ultra doligocefalo 73 (1) mentre 
i suoi compaesani sono normalmente ultra brachicefali (84), eppure ne 
divideva, anzi ne portava al massimo dell'eccellenza la tendenza alle 
vedute sintetiche. 

Le deformazioni ossee delle vertebre del sacro e del cranio, fareb- 
bero sospettare d'un' antica malattia costituzionale di cui però non 
accusò sintomi in vita sua, ma forse sono come la sclerosi uno dei 
fenomeni più rari e meno avvertiti della senilità avanzala. 

Abbiamo nel cranio del Volta notato molti di quei caratteri cui 
gli antropoioghi annettono indizio di inferiorità, come lo sviluppo 
delle apofisi stiloidi, la salienza degli archi sopraccigliari e delle linee 
crotafitiche, la semplicità della sutura coronaria, la traccia della me- 
diofrontale e l'ottuso angolo facciale, la sclerosi ossea, senza compu- 
tare la saldatura di alcune suture che certo deve porsi, e forse in- 
sieme, alla sclerosi e ai tumori vertebrati, a conto della età avanzata. 



e LOMBROSO, SUL CRANIO DI VOLTA. 341 

E qui giova ricordare quanto di fre|ucnte occorrono anomalie in 
([uei pochi cranii dei grandi uomini che si poterono studiare. 

E noto come avessero la fronte sfuggente Manzoni, Petrarca e Fu- 
sinicri, come esistesse la saldatura delle suturo in Byron, Foscolo, 
Ximenes e Donizzetti, la submicrocefalia in Rasori, Descartes, Tissot, 
Tieman (1250-51), Hausraann (122G), Guido Reni, Schuhmann, la scle- 
rosi in Donizzetti che presentava di più fra lo sfenoide e l'apofisi ba- 
silare una cresta ossea. 

E devo aggiungere la frattura cranica di La Place, di Fusinieri, 
(al parietale), l'assiraetria di Romagnosi, di Bichat, di Dante che pre- 
senta sviluppo anomale della gobba parietale sinistra e per giunta 
due tumori nell'osso frontale, la plagiocefalia di Brunacci (Zoja), 
l'esagerato prognatismo (68) di Foscolo, lo scarsissimo indice cefalo- 
spinale e cefalo orbitario, l'ultra doligo cefalia di Fusinieri, il cranio 
neaudertaloide di R. Bruco, di Kai Ly e di San Mansuy, con indice 
di 09. 2 e l'ultra doligo cefalia di 0. Connor 73, mentre nell'Irlanda 
la media ù di 77 (1). 

Dopo tutti questi fatti non si troverà ardito il sospetto che il genio, 
come è spesso espiato da inferiorità in alcune funzioni psichiche, sia 
anche accompagnato da anomalie nell'organo stesso che ò fonte della 
sua gloria, tanto piti se si ricordano la idropisia dei ventricoli cere- 
brali di Rousseau, l'ipertrofia cerebrale di Cuvier [BuUettin Soc. Nat., 
1861), la sclerosi cerebrale di Pascal, la meningite di Grossi, Doniz- 
zetti e Schuhmann. 

Sarebbe ridicolo oggidì il fermarsi nelle ubbie frenologiche, ma per 
chi ancora vi badasse, gioverà sapere come nessun punto del cranio 
di Volta sporgesse notevolmente, tranne quella porzione del tempo- 
rale dove quegli alchimisti della fisiologia cerebrale collocherebbero 
l'acquisibilità e altri l'istinto del furto e delle risse, eppure il Volta 
era modello di modestia e di generosità. 



IGIENE PUBBLICA. — Esame di appunti fatti alla Commissione 
delV Istituto pel conferimento del premio sul tema : « Programma 
di un Ospedale per le malattie contagiose, adatto alla città di 
Milano;» del S. C. dottore Carlo Zucchi. (Sunto dell'autore). 

I signori dott. L. Pagliani ed ing. C. Abbati pubblicarono la Me- 
moria da essi presentata pel concorso al premio ordinario del R. Isti- 

(1) Vedi Canestrini, Il cranio di Petrarca. Padova 187L — Il cranio 
di Fusinieri. 1875, Venezia, Montegazza. — Il cranio del Foscolo, 1870. 
Bendicond. — Serie II, Voi. XI. 22 



342 e. ZUCCHI, ESAME DI APPUNTI FATTI ALLA COMMISS . DELL'ISTITUTO, ECC. 

tuto pel 1877 sul tema: uno Spedale dei contagiosi adatto alla città 
di Milano, facendola seguire da una breve Annotazione, colla quale 
tentarono di dioiostrare l'insussistenza dei motivi pei quali la Com- 
missione non credette di poter loro aggiudicare il premio. Il relatore 
della Commissione si è assunto il non difBcile compito di rilevare la 
manchevolezza dei prodotti argomenti. — Si andrà esponendo punto 
per punto quanto si contiene nell' indicata Annotazione, contrappo- 
nendovisi le osservazioni dello scrivente. 

I. La Commissione per Vesame delle Memorie presentate venne alla 
deliberazione di dividere il premio fra tre di esse. Noi rispettiamo 
le ragioni per cxd con tale deliberazione fu aggiudicato parte del 
premio a due progetti, che la Commissione dichiarò non potervi ap- 
plicare all'uso richiesto dal concorso 

Nessuna delle Memorie presentate fu giudicata meritevole del con- 
ferimento del premio; solo fu proposta una distinzione per tre delle 
Memorie pervenute all'Istituto, tra le quali quella dei nominati au- 
tori « quale sarebbe la suddivisione del premio in tre parti eguali a 
titolo d'incoraggiamento» il che venne approvato dal Corpo acca- 
demico. 

Le ommissioni poi in tutte le Memorie di concorso, nessuna eccet- 
tuata, di condizioni sanitarie, essenziali per uno spedale di malattie 
contagiose, cause precipue del non concesso conferimento d.el premio, 
rendevano inapplicabile all' uso richiesto ogni progetto di Ospitale 
presentato. Se ciò non venne esplicitamente espresso dalla Commis- 
sione rispetto alla Memoria che aveva per motto: Igiene ed Arte, lo 
si poteva arguire da varii passi della Relazione {Rapporto della Com- 
missione pag. 17, 23, 27, 28). 

II. La storia delle epidemie più antiche, e le statistiche di quelle 
più vicine a noi e presenti, le quali chicchessia può facilmente con- 
sultare, e lo studio anche superficiale delle condizioni odierne della 
città di Milano, ci possono abbastanza far giustizia, presso chiunque 
giudichi con animo imparziale, se fummo troppo severi, o se abbiamo 
per dippiù esposti fatti che non esistono, a proposito delle gravi ra- 
gioni che accennammo rendere doverosa per questa illustre città la 
erezione di un lazzaretto, come la relazione in primo luogo ne ad- 
debita ; e se le eccellenti disposizioni regolamentari, che Milano pos- 
siede, le abbiano sempre valso e le valgano tuttora come una valida 
DIFESA ANTicoNTAGiosA, come la medesima relazione con troppa insi- 
stenza afferma, 

— NiCOLUCCi, Il cranio di Dante. 1863. — Alborghetti, Vita di Doniz- 
zetti, Bergamo, — Tourner Quarterly. Journ. of. mens, Scim. 1860. — 
QUATREFAGES. Cranio. Ethnic 1876, I.o p. 3. 



e ZUCCin, ESAME DI APPUNTI FATTI ALLA COMMISS. DELL'ISTITUTO, ECC. 343 
Malgrado la teoria dello spore e dei detriti organici, prima non ara- 
messa poi accettata dagli autori come causa potentemente coacijuvanto 
se non unica della produzione e della diffusione dei contagi; malgrado 
le sfavorevoli condizioni igieniche le quali, a parere degli stessi au- 
tori, aggravano la città di Milano, per il che un'epidemia importa- 
tavi si sviluppa e vi prende carattere endemico, come essi credono di 
avere osservato anche al presente, noi neghiamo di nuovo recisamente 
il fatto. 

Pochi casi sporadici di morbillo, di scarlattina, di vajuolo si ripe- 
tono con qualche frequenza, forse anche da potersi chiamare impro- 
priamente malattie endemiche. Ma il ripullulare di casi isolati di 
contagi indigeni si verifica pure in altre città, borghi o villaggi po- 
sti in saluberrime posizioni. 

Che vi siano poi epidemie importate, ossia contagiose, che in date 
circostanze assumano carattere endemico, ne dubitiamo forte; richie- 
dendosi un lungo spazio di tempo, prima che un contagio possa ri- 
prendere nuove forze in una popolazione già stata diffusamente dal 
medesimo visitata. 

Qual' è dunque l'epidemia endemica che gli autori hanno osservato 
nel decorso anno e che non vogliono ancora nominare? È forse la 
difteria ? 

L'epidemia difterica riapparve in Italia nel 1869 a Lecce, e nel 
periodo di due anni si estese a tutto il Regno. Sul finire del 1871 e 
nel 1872, ne furono colpiti ed infestati vari comuni di questa Provincia; 
nei mesi di gennaio e febbraio del 1873 il morbo penetrò nella città e 
nel circondario esterno. Nel triennio 1873-75, furono colpite un due mi- 
gliaia di persone, ed altri 800 individui vennero tradotti dai comuni 
foresi ad una delle Case succursali dell'Ospitale Maggiore. Negli anni 
1S76-77Ì casi si diradarono d'assai, e vi furono delle tregue, ma l'epi- 
demia non è ancora estinta. La sua lunga durata, poi, non ci auto- 
rizza menomamente a chiamarla endemica, poiché è noto che la sua 
escursione nelle città assai popolose si estende a 4, 5 anni e più (dot- 
tor F. Dell'Aciiua. La difterìa in Milano nel triennio 1873-74-75. Mi- 
lano, 187G.) Nessun'altra epidemia contagiosa si mantiene continua in 
Milano o ricompare a ricorrenze così frequenti da classificarsi fra le 
malattie endemiche. 

Le misure sanitarie impiegate dal Municipio di Milano sono fon- 
date sul sistema degli isolamenti parziali e delle disinfezioni, ed è di 
grande eflScacia l'energica, intelligente e pronta loro applicazione. Non 
è poi da pretendersi che una grande città, già assalita da una ma- 
lattia contagiosa e sotto continue importazioni, possa spingere la sua 
valida difesa fino al punto da rimanere incolume, come parrebbe vo- 



344 G. ZUCCHI, ESAME DI APPUNTI FATTI ALLA COMMISS . DELL'ISTITUTO, EGC 

lessero a ciò alludere i nostri oppositori. Si ha però la certezza con 
questo sistema di disputare il terreno al contagio a palmo a palmo, 
di diminuirne i danni, di risparmiare delle vittime, di evitare i ter- 
rori e lo scoraggiamento che invadono le popolazioni nelle grandi 
morìe. 

A prova dei benefici effetti di questa valida difesa anticontagiosa 
di Milano, citerò per brevità un solo fatto, potendosene per altro rac- 
cogliere varii altri consimili. 

Nella epidemia colerosa del 1855, la quale ha infierito in tutta l'Alta 
Italia, e fu per Milano la piti grave, dopo quella del 1836, si ebbe 
in questa città un coleroso sopra 134 abitanti, ossia il 7 45 per 1000, 
nella provincia di Milano, esclusa la città, un coleroso sopra 57 abi- 
tanti, il 17 40 per 1000 ; nella Lombardia un coleroso sopra 43 abi- 
tanti, ossia il 23 21 per 1000 {Relazione della Commissione sanita- 
ria di Milano sul cholera-morbus nell'anno 1855. Milano 1856, pa- 
gina 45). 

III. In secondo luogo al fattoci appunto che la capacità di 300 
letti, a cui da noi sì vorrebbe limitare V Ospedale, sarebbe inferiore 
ai presenti bisogni, noi rispondiamo che restiamo fermi nella nostra 
opinione espressa a p. 104 (23?), perchè stimiamo in ciò avere la mi- 
gliore ragione. Ma quando poi si volesse passare sopra alle nostre 
considerazioni, sarebbe molto agevole nel nostro progetto, colla ag- 
giunta di quattro baracche il compiere la cifra di 400 letti, che pare 
sia la desiderata dalla Commissione. 

La Commissione stabilì nei preliminari del suo rapporto il numero 
di 400 letti che superava solo di 23 la cifra piti elevata giornaliera 
verificatasi nelle ultime epidemie e precisamente in quella di vajuolo 
del 1870-72, avuto riguardo al graduale aumento della popolazione, 
alla possibilità preveduta nel tema di concorso della presenza simul- 
tanea di due contagi. 

Il numero di 300 letti indicato nella Memoria di concorso, poteva 
a mente degli autori essere, in caso di estrema necessità, aumentato, 
non però senza inconvenienti, coll'aggiungere delle tende provvisorie 
lungo il muro di cinta o meglio era a preferirsi l'erezione in un altro 
punto dei dintorni della città di baracche provvisorie per evitare un 
dannoso agglomeramento. 

Non è saggio proposito, a nostro avviso, d'impegnarsi nella co- 
struzione di un vasto edificio del valore dichiarato di un milione e 
mezzo colla prevista possibilità d' innalzarvi a disagio delle tende 
provvisorie lungo il muro di cinta, oppure di costruire al bisogno un 
altro spedalo provvisorio. I danni di un soverchio agglomeramento 
col fissare la capacità del lazzaretto di 400 letti, non sono a temersi 



e. ZUCCHI, ESAME DI APPUNTI FATTI ALLA COMMISS, DELL'ISTITUTO, ECC. 345 

pel tipo di costruzione adottato, dove ogni baracca di 20 o 24 letti 
forma uno spedale a sé {Rapporto cit. pag. 8). 

Accedendo poi gli autori al desiderio della Commissione, trovano 
agevole di aggiungere nel loro progetto altre quattro baracche, ed 
ottenere così una capacità di 400 letti. Vogliamo però credere che le 
nuove baracche non saranno collocate entro lo stesso perimetro del 
piano presentato, avendo la Commissione già fatto il rimarco che 
l'area di 147 metri quadrati per letto sarebbe alquanto limitata in 
un lazzaretto, e coU'aggiunta di altri 100 letti l'area proporzionale 
per ogni letto si ridurrebbe a m. q. 1 10 {Rapporto cit. pag. 27). 

IV. « Se si tolgono, osservava la Commissione, dalle dodici barac- 
« che due per ì contagiosi sospetti, e quattro per 1 convalescenti, poi- 
« che sì gli uni che gli altri sono a tenersi segregati dagli ammalati 
« di contagio, rimarrebbero per questi ultimi sei padiglioni insufficienti 
« al bisogno » {Rapporto cit. pag. 27). 

Gli oppositori avrebbero potuto rispondere colla facile estensibilità 
del loro progetto, ma a bello studio se ne astengono trovando que- 
sto appunto della Commissione contrario al concetto che si deve avere 
di un Ospedale per le malattie contagiose, richiesto dal programma. 

Quei medici che hanno fatto servizio nei lazzaretti potranno ripe- 
tere ai nostri avversari, in quali imbarazzi ed angustie versavano 
quando, mancando le sale di osservazione per gli ammalati sospetti, 
o come si dice per i casi dubbj, e presentandosi individui che non of- 
frivano tutti i sintomi caratteristici del contagio dominante, erano 
costretti a collocarli a lato dei veri contagiosi. Le difficoltà del dia- 
gnostico non permettono sempre di pronunciare giudizii sicari, e ri- 
spetto alle misure sanitarie si deve procedere verso un ammalato so- 
spetto come in un caso vero e confermato di contagio. In ogni epi- 
demia contagiosa non mancano casi che tengono perplessi i medici 
piìi esperti, specialmente al principiare dell'epidemia. 

Il provvedimento che praticamente soddisfa al bisogno e toglie il 
lamentato inconveniente di un immediato contatto degli ammalati non 
perfettamente dichiarati infetti dagli altri nei quali è riconosciuta la 
presenza del morbo, consiste nel fissare due sale dì osservazione ur;^ 
per sesso, o meglio due infermerie a camere separate, come opinava 
la Commissione. {Rapporto cit. pag. 9). Il tenere infermerie isolate 
fuori del recinto del lazzaretto per questa categoria di ammalati so- 
spetti, come vorrebbero i citati autori, non servirebbe di alcuna tu- 
tela per gli ammalati sospetti nei quali si dichiarasse il contagio, di 
non maggiore difesa per quelli ammalati nei quali non si verificasse 
lo sviluppo del morbo. — Inoltre si avrebbe pericolo di maggiore 
diff'usione della malattia, creando un nuovo centro d'infetti; un piU 
complicato servizio e maggiori spese. 



346 e ZUCCHI, ESAME DÌ APPUNTI FATTI ALLA COMMISS. DELL'ISTITUTO, ECC. 

Paro però che gli autori non intendano di designare per sospetti 
gli ammalati dubbii di contagio, ma bensì le persone sane che eb- 
bero contatto con individui colpiti dal morbo. Il che si deduce da un 
successivo brano ieìV Annotasione, ove è detto, che il ricovero dei 
sospetti e quello dei convalescenti devono trovarsi isolati dall' Ospe- 
dale che ne cura gli ammalati, e che il loro progetto e disposizioni 
di servizio medico che vi si riferiscono formano un tema da sé, al- 
trettanto ampio e difficile, quanto importante, e da non confondersi 
con quello messo a concorso. 

Riconosciuto in tal modo l'equivoco di avere scambiato gli amma- 
lati di dubbia diagnosi di contagio colle persone sane, sospette o 
compromesse per avere avuto contatto con persone infette, osserviamo 
che queste persone non vengono mai dirette ai lazzaretti, ma quando 
non possono essere per qualche tempo segregate nelle loro abitazioni 
vanno a passare la loro contumacia in apposite Case, dette perciò di 
contumacia o di osservazione, le quali comunemente accolgono com- 
plessivamente un numero di persone superiore a quello degli amma- 
lati accolti nei lazzaretti. 

Nel sistema degli isolamenti e delle disinfezioni, come mezzo di di- 
fesa control morbi contagiosi, è necessario che ogni individuo il quale 
abbia avuto contatto con persone infette, venga posto sotto osser- 
vazione e disinfettato prima di essere messo in comunicazione cogli 
altri. Lo stesso ed a maggior ragione si osserva nei lazzaretti ri- 
spetto a quelli che devono abbandonare lo stabilimento. Gli amma- 
lati ricoverati negli spedali di malattie contagiose, quando vengono 
dal medico dichiarati In Istato di convalescenza, passano immediata- 
mente al comparto detto perciò dei convalescenti, per compirvi i 
giorni di contumacia prima di essere licenziati. 

In un lazzaretto regolarmente costrutto e bene ordinato non è a 
temersi che i convalescenti ti'attenuti per alcuni giorni In contuma- 
cia in luogo separato, abbiano a soffrire danno alla loro salute, come 
ritengono gli autori della pubblicata Memoria. La questione econo- 
mica poi, di qualche giorno in piti di mantenimento, è subordinata 
alle esigenze sanitarie, per le quali si sostengono ingenti spese. 

Agli stessi autori parve inoltre di rilevare nella nostra relazione 
l'idea di una concentrazione in speciali baracche del pih gravemente 
affetti, esportandone man mano gli entrati nella via della guarigione, 
misura che aggraverebbe il male di quelli che restano. 

Secondo l princlpj generali da noi propugnati in argomento, non 
ha luogo alcuna concentrazione degli Infermi plh gravi. Gli amma- 
lati di contagio sono da collocarsi nel terzo edificio del lazzaretto in 
un numero sufficiente di padiglioni staccati. I convalescenti passano 



e. ZUCCHr, ESAME DI APPUNTI FATTI ALLA C0MMIS3. DELL'ISTITUTO, ECC. 347 
al quarto edifìcio per compiervi la contumacia. Con questa pratica 
sanitaria indispensabile, si vengono a conseguire due vantaggi igie- 
nici: il primo riguarda il convalescente che abbandona una sala in- 
fetta per recarsi in un ambiente salubre, privo di pericolose emana- 
zioni; dell'altro fruiscono gl'infermi in corso di malattia col conse- 
guire una maggiore cubicità d'aria nel caso che non entrino nuovi 
ammalati, come avviene sul declinare dell'epidemia. 

È a considerarsi inoltre che un progetto di Ospitale pei contagi, 
dove non fosse provveduto al separato collocamento delle tre indi- 
cate categorie di ammalati, non potrebbe dirsi adatto alla città di 
Milano, come è indicato nel programma di concorso, poiché i rego- 
lamenti sanitari municipali esigono siffatta assoluta separazione, (i?aj)- 
porto cit. pag. 7). 

V. Nel progetto di spedale presentato dai nominati concorrenti 
sorgono due edifizj, uno sul lato di levante del recinto detto edifizio 
sanitario, l'altro sul lato opposto di ponente, detto edifizio econo- 
mico-amministrativo. Questi due edifìcj distano 200 metri uno dal- 
l'altro e sono tenuti in comunicazione fra loro col portico mediano, 
nel quale si aprono dieci baracche, cinque per lato, e per mezzo di 
una galleria superiore. 

L'edifizro sanitario a due piani serve alla visita degli ammalati, 
alle sale dei medici e loro abitazioni, alla sala di lettura, alla far- 
macia, al laboratorio pei medici. L'edifizio amministrativo, pure a due 
piani e con sotterraneo, di un'area quasi doppia di quella del prece- 
dente, con avancorpi e meglio ornato, comprende al piano terreno le 
sale dell'economo, la cucina, i magazzini, gli uffizi, la sala del Con- 
siglio, le dispense; al piano superiore gli appartamenti separati per 
il personale d'ufficio e di servizio. 

Un'occhiata che si dia alla pianta di questi due edifìcj basta per 
convincersi che l'organismo dello Spedale doveva essere composto di 
una Amministrazione superiore o Consiglio che tiene la sua sede nel- 
l'edificio amministrativo ed un medico dirigente co' suoi assistenti che 
attende alla cura degli ammalati. 

Oltre il grave inconveniente morale di togliere al medico primario 
del lazzaretto la sopraintendenza e con essa l'indirizzo tecnico e di- 
sciplinare, la responsabilità, l'unità e prontezza dell'azione, vi ha 
quello materiale di una pericolosa ed incomoda comunicazione del 
personale per servizii che stanno in istretti rapporti fra loro e che 
si trovano divisi nei due lontani edifizj sanitario ed amministrativo. 
Gli autori non riconoscono siffatta grave inopportunità ed ammet- 
tono che la direzione, del lazzaretto debba essere affidata al medico- 
capo. Ed allora, perchè erigere un edifizio colla sala del Consiglio, con 



348 G. ZUCGHI, ESAME DI APPUNTI FATTI ALLA COMMISS. DELL'ISTITUTO, ECC. 

tutti gli uffici, le officine economiche, e disporre le cose in modo, come 
essi stessi affermano, che tutti i molteplici rapporti dei ricoverati 
colla città si mantengano per mezzo delle persone estranee che ac- 
cedono alle sale dell'edifizio amministrativo, situato dal lato opposto 
dove funziona ed alloggia il direttore dello stabilimento? 

Essi non trovano opportuno che s'abbiano a far entrare gli am- 
malati dalla medesima parte dove devono avere comunicazione indi- 
vidui sani. Ciò sta bene, ma anche sopra una larga fronte dell'intiero 
fabbricato si possono, anzi si devono designare ingressi separati per 
gli ammalati. 

I signori Pagliani ed Abbati sperano di avere convinta la Com- 
missione che i libri ed i regolamenti da essa presi a base del suo 
giudizio non hanno detto l'ultima parola sulle condizioni igieniche 
essenziali per uno spedale di malattie contagiose, come pure non pre- 
tendono d'averla detta essi stessi. 

Quale effetto abbiano prodotto le loro parole sull'animo dei compo- 
nenti l'illustre Commissione non spetta a me l'apprezzarlo. In quanto 
alla mia personale opinione, avrei desiderato che i sunnominati con- 
correnti si fossero meglio informati delle discipline sanitarie in ma- 
teria di contagi, il che avrebbe loro assicurato il conseguimento del 
premio. 



PATOLOGIA VEGETALE. — Studj sulle dominanti malattie della 
vite. — III. Del Vajuolo o Picchiola. Memovìa. presentata dal M. E. 
prof. Santo Garovaglio e dal S. C. Carlo Cattaneo. 

Sinonimia. 

Morbiglione; Schwindpockenkrankheit (Fintelmann e Meyen); Esan- 
tema prosenchimatico (Berenger); Nebbia degli agricoltori (Passerini); 
Crambo (?) (Brignoli); Antracnosi (?) Fabre e Dunal) ; Rot degli Ame- 
ricani (?) (Planchon); Bolla, giallume, stacchetta (volgarmente). 

Avvertensa. 

Nella scelta di un nome per questa malattia abbiamo stimato dover 
dare la preferenza a quelli volgari di Vajuolo o di Picchiola, e per- 
chè ì medesimi sono noti da un pezzo ai nostri viticoltori, e perchè 
ne contrassegnano uno dei caratteri esteriori pih evidenti. 

Brevi cernii storici intorno alla malattia. 

Lasciamo pensatamente da parte l'ardua questione messa in campo 
da alcuni moderni scrittori, se la malattia di cui qui è discorso fosse 



S. GAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 349 

nota ai geoponici e allo stesso Teofrasto; inquantochè ne parrebbe 
impossibile poterla risolverò con qualche probabilità di cogliere nel 
vero in tanta lontananza di tempi ed oscurità di notizie. 

Però non crediamo metter fuori una proposizione troppo ardita, 
supponendo, che essa sia d'antica origine ed abbiada remotissima età 
serpeggiato in tutti i paesi vinicoli, quantunque non ne sia fatta chiara 
e precisa menzione né dagli scrittori di cose ampelograflche, nò dai 
fitopatologi. 

Certamente in sull'entrare del presente secolo, essa doveva essere 
già conosciuta e distinta dai vignaiuoli dell' Italia Superiore, tra i 
quali correva sotto i nomi più o men bene appropriati di Bolla, PiCr 
chiola, Nebbia^ Vajolo. Sembra però che essi non ne facessero gran 
caso, sia perchè il male fosse circoscritto a pochi luoghi e a poche 
qualità di viti, sia che ne derivassero i perniciosi effetti dall'influenza 
di agenti cosmici, che il coltivatore ò tanto più proclive a sopportare 
pazientemente, inquantochò sa di non poterli nò arrestare, ne preve- 
nire. 

Le prime esatte notìzie intorno alla Picchiola ci vennero fornite dal 
Fintelmann, che l'ebbe ad osservare nei giardini della Germania Set- 
tentrionale e ne diede una buona descrizione nella Gazzetta Univer- 
sale di Orticoltura di Berlino (1839, pag. 273) distinguendola col nome 
di Moì'biglione (Sehwindpockenkrankheit). 

Esso così la descrive: 

« La malattia si appalesa alla prima con piccole pustole o fìgnoli 
sulla faccia solatia degli internodi e dei nodi stessi dei tralci, sui vi- 
ticci, sui picciuoli, sulle foglie ed anche sugli acini dell'uva. Queste 
pustole contengono un umore acquoso, colorato ed enfiandosi lace- 
rano l'epidermide, assumono un color nerastro e danno origine a mac- 
chie dapprima isolate, rotonde o elittiche, quindi piti numerose, ag- 
gregate e confluenti, piti o meno sinuose nel contorno, con ai;goli 
acuti e rientranti. 

" Ogni macchia, che meglio direbbesì piaguccia od ulcera, presenta 
un orliccio tumido e colorato. Il suo disco è scavato nel parenchima 
e la sostanza cellulare ammorbata lascia scorgere le fìstole librose 
denudate e sbiadite dal morbo. Le macchie che invadono i pampini e 
le foglie, sono concave in ambo le pagine per effetto della discrasia 
dissolvente cui soggiace il diachìma per la stessa azione del morbo; 
conservano una forma piti rotonda ed hanno sempre il rispettivo cen- 
tro sopra qualche parte del nervo fogliare ovverosia su alcuna delle 
sue diramazioni. » 

Poco dopo il Fintelmann, la malattia venne studiata dal Meyen, il 
quale ne trattò molto largamente nella sua Fitopatologia, pubblicata 



350 S. GAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 

a Berlino nel ISll, e pel primo sospettò che essa potesse essere pro- 
dotta da un piccolo parassita vegetale della famiglia dei funghi. 

Il Meyen così si esprime: 

« La malattia si manifesta con macchie di un color sbiadito sul- 
l'epidermide del legno novello dei rami. Queste macchie dapprima 
gialle, poi brune, dinotano un processo interno di mummificazione e 
consunzione della sostanza parenchimatosa, le quali, compiuto il loro 
corso, lasciano specialmente dei vuoti nelle foglie che ne rimangono 
come crivellate, 

» Esaminando a tempo, prosegue egli, queste macchie colla scorta 
di un buon microscopio, si può vedere che la mortificazione è l'eiFetto 
dell'esistenza di piccolissimi miceti già visibili nei primordi della ma- 
lattia. Essi coprono ogni parte ammorbata e l'azione deleteria, che 
esercitano sulla parte stessa, estendesi anche agli strati del tessuto 
sottoposto. Il micromicete cagione di tanto malore si compone di una 
quantità più o meno grande di vescichette pellucide, elissoidee, quasi 
scolorate, ora isolate e disperse sul disco delle macchie, ora erigen- 
tesi da queste e concatenate a guisa di tenui filuzzi articolati o mo- 
niliformi, i cui membri terminali disarticolandosi diventano le spore. 
L'aspetto di codeste macchie è quello propriamente di ulceri dilatan- 
tesi a spese della sostanza organica in cui hanno origine. Non ap- 
pena mostrasi una macchia sulle foglie o sui tralci, altre ne compa- 
riscono tosto, che allargandosi sembrano avvicinarsi le une alle al- 
tre, e tutte quasi confluire verso certi comuni centri. Le estremità 
dei tralci soffrono piti che le altre parti, poiché piU gracili; si cor- 
rugano, acquistano un colore quasi nero e snodandosi si distaccano 
dal legno vecchio. I rami piti adulti, la cui sostanza è già lignificata, 
prima che lo parassite giungano ad invaderla, oppongono una resi- 
stenza più lunga agli effetti della malattia, ma alla fine soccombono 
anch'essi. Alcuni sarmenti erano talmente mummificati e bucherati, 
che si potevano sbriciolare colle mani. Le viti contrafi'atte in questa 
maniera periscono quasi onninamente: pochissime possono conservare 
illesa la radice ed una porzione del pedale. » (Vedi Coltivatore N. 14, 
pagina 106, Oss. 7"). 

Ma la comparsa a quei dì del terribile flagello, 1' oidio della vite 
(più comunemente conosciuto sotto il nome di crittogama) verso cui 
si rivolsero gli studj di tutti i fitopatologi, fa cagione che i lavori 
sulla Picchiola dei due dotti Tedeschi passassero inosservati. 

La maggior parte di coloro che s'ebbero ad occupare del bianco 
dei grappoli, ogni qual volta avvenne loro di riscontrarlo su viti 
affette contemporaneamente dal vajuolo, credettero dover considerare 
quest' ultimo come causa predisponente o sintomo concomitante di 
quello. 



S. CAROV. E A. CATT., SULLE DOMII^ANTI MALATTIE DELLA VITE, ECG 351 

Caddero in tale errore tra gli altri il Gera. « La dominante ma- 
lattia della vite detta bianco deWuva, ruggine e criptogama delle uve « 
il Guerin Méneville nella sua memoria ^ Observations sur la Maladie 
de la vigne faits en Piemont en Italie, et dans la France meridionale 
(Paris, 7 septembre 1852) » il Brignoli « Del Crambo » e pressoché 
tutte le Commissioni incaricate da Governi e da Accademie di studiare 
la nuova epifitia. (Vedasi il rapporto dell'Istituto Lombardo steso da 
C. Cantti). Solo il Berenger, che conosceva i lavori del Fintelmann e del 
Meyen, in un articolo inserito nel N. 12 del Coltivatore tenne fermo nel 
difTerenziare i due morbi fissando alla Picchiola nel suo sistema No- 
sologico un posto distinto col nome di esantema prosenchimatico. A 
questa opinione del Berenger aderirono, ma meno esplicitamente il 
Trevisan (Vedi il Coltivatore N. 28) e l'Amici nella memoria Sulla 
malattia delVuva, Firenze, 1852. 

I piti tra gli agronomi e fitopatologi di quel!' epoca preoccupan- 
dosi esclusivamente degl'immensi danni recati alle uve dall'oidio ed 
intenti a debellare il fatai morbo, parve che non s' avvedessero dei 
guasti, che meno palesemente la picchiola continuava a recare ai vi- 
gneti. 

Non è quindi meraviglia, se dal 1855 al 1875 di essa non ?i faccia 
parola pressoché in nessuna delle tante scritture pubblicate in quel 
lungo periodo di tempo sulle malattie della vite, o vi si accenni solo 
per incidenza. Ma dal 1875 in poi il panico della Filossera avendo 
fatto gli agricoltori pili attenti nell'osservazione dei fenomeni patolo- 
gici della vite, essi ben presto s'avvidero, che la picchiola non solo 
sussisteva tuttora nei loro vigneti, ma che la medesima con una mag- 
giore diffusione aveva altresì pigliato un carattere più violento ed 
esiziale al prezioso albero. 

Sollecitati dai viticoltori e dai governi, molti distinti ingegni, mas- 
simamente tra i giovani crittogamisti d'Italia e di Francia, si fecero 
di questi ultimi tempi con lodevole gara ad uno studio approfondito 
di questo malore. 

Ne piace ricordare tra i nostri il Passerini, l'Arcangeli, il Sac- 
cardo ed il Macagno, e tra i francesi il Garcin, M. Cornu, Planchon 
per tacer d'altri non pochi. 

Noi pure, per invito del Ministero d'Agricoltura, e compresi del- 
l'importanza dell'argomento ci accingemmo nello scorso anno a stu- 
diare con ogni maggiore diligenza insieme ad altre anche questa ma- 
lattia delle viti, non già che ci lusingassimo di trovar fatti nuovi, 
ma piuttosto col modesto proposito di raccogliere ed ordinare in un 
solo schema le cose già detto dagli altri. 

Sobbarcandoci al non facile assunto ne arrideva la speranza, che 



352 S. CAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE. ECC. 

raffrontate tra loro e vagliate colla scorta delle nostre particolari 
osservazioni le varie opinioni messe fuori dagli scrittori intorno la 
causa, la natura ed i nr-zzi di curare la malattia, avremmo potuto 
raggiungere quest'utilissimo intento: di sceverare il vero dal falso, 
l'accertato dal controverso. Toke così di mezzo non poche incer- 
tezze e dubbi sarebbesi, a nostro credere, agevolata ed appianata di 
molto la via a chi fosse per entrarvi quindi innanzi, e accresciuta 
la probabilità di un pronto e felice successo alle loro ricerche. 

Premesse queste poche notizie storiche scendiamo ora a discorrere 
parte a parte dei sintomi o fenomeni che accompagnano, e vengono 
a mano a mano più chiaramente specificando la malattia da' suoi 
primordi fino al completo svolgimento (Ipotiposi); delle cause che 
la producono e ne favoriscono la diffusione (Etiologia); e finalmente 
di quelle pratiche, che in mancanza di sicuri e ben accertati rimedii 
si possono consigliare per attenuarne in qualche modo i tristissimi 
effetti (Terapia). 

Descrizione della malattia. 

La malattia assale successivamente e senza distinzione giovani rami 
tralci, foglie (picciuolo e lamina) e frutto, ora limitandosi all' una o 
l'altra di queste parti, ora infestandole tutte insieme. 

Lorchè attacca le parti legnose, essa si manifesta assai per tempo 
e già nei primordi! della vegetazione primaverile. Al suo apparire si 
presenta sotto forma di tumoretti o piccole pustole o picchiettature 
minutissime, tondeggianti od oblunghe, più o meno rilevate sulla su- 
perficie dell' epidermide, dalla quale sono per ogni dove coperte. Co- 
tali pustolette ora crescono solitarie e sparse, ora parecchie raggrup- 
pate insieme, occupando in fitte masse i nodi dei giovani tralci, d'onde 
si propagano agi' internodi decrescendo sensibilmente di numero e 
lasciando di luogo in luogo su questi degli spazi perfettamente sani. 

Quando i mucchietti delle pustole cingono tutto all'ingiro i nodi di 
un ramo, questo ne rimane notevolmente contorto e sformato. Piene 
di un umore rosso-bruno o nerastro le pustole gonfiano ognor più, 
finché crepano in qualche punto producendo una sorta di piaguzza 
o ulcera a contorno irregolare, sinuoso, più oscuro la quale si allarga 
e si approfonda a spese dei circostanti tessuti, attacca e corrode le 
fibre del libro e invade per fino il legno spegnendovi la vita; lo che 
ove avvenga, le estremità dei tralci disarticolandosi ai nodi, si stac- 
cano dalle parti sane e cadono. 

Dai tralci per lo più la malattia si propaga ai picciuoli e alle la- 
mine delle foglie, a mano a mano che queste si dispiegano e si per- 
fezionano. Nei picciuoli le pustole seguono l'andamento dei fascetti 



S. GAROV. E A. GATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 353 

fibrosi; nella lamina per converso occupano di preferenza lo nerva- 
ture che ne costituiscono l'ordito ed anche quando si allargano al 
ripieno (parenchima) hanno sempre però il centro in un punto delle 
diramazioni dei nervi. 

Il parenchima, attaccato dall' ulcera in alcuni luoghi, rapidamente 
si consuma da parte a parte e la foglia appare ben presto in piti 
punti bucherata a modo di crivello. Non per tutta però la sua su- 
perficie il processo di consumazione procede così alacremente e rag- 
giunge un sì alto grado: i tessuti mortificati rimangono spesso in 
sito formando delle macchie incavate in entrambe le pagine, arsiccie, 
di figura irregolare, di colore bianco sporco, giallognolo o rosso-bruno 
senza manifesta soluzione di continuità. Anche i lobi disseccati nel 
contorno raggrinzano e ripiegano all'indentro, tanto che la foglia ne 
rimane al tutto contraffatta. Ultimi ad essere investiti dalla malat- 
tia sono i peduncoletti e gli acini del grappolo. Essi vi soggiacciono 
in tutti i periodi del loro svolgimento dal primo comparire fino al 
grado di perfetta raaturanza; con questo però che se gli acini ven- 
gono colpiti dal morbo sin dalla loro prima età, d' ordinario atrofiz- 
zano e cadono prematuramente; dove ciò avvenga più tardi, possono 
arrivare a maturanza, quantunque la loro polpa riesca meno sugosa 
e sapida. Anche sugli acini precede la comparsa delle pustole, le quali 
da minutissime possono crescere a notevole volume ed hanno color 
bruno rossastro. Alle pustole tengono dietro ben presto le macchie o 
piaguzze molto variabili di grandezza, del diametro di alcuni milli- 
metri fino a un centimetro, quando poche e isolate, quando parecchie 
che allargandosi si fondono spesso insieme per modo da formare una 
macchia sola, che involgo tutto l'acino sì da non lasciarne un punto 
solo sano e scoperto. In corrispondenza delle macchie la buccia del 
frutto appare alquanto piti appianata e d'una tessitura più consistente 
e compatta che nelle condizioni normali. 

Le macchie d'ordinario hanno color giallo-bruno contornatoda una 
zona piti scura. Parecchie di esse nel loro disco appaiono di color 
biancastro per una sorta di forfora o di lanugine, che no ricopre la 
superfìcie; quella forfora veduta alla lente si presenta come tante 
minute sporgenze, talvolta libere, e talvolta ammassate in mucchietti. 

Da questi caratteri esteriori procediamo ora all' esame delle alte- 
razioni, che ci offrono le parti affette dalla malattia osservate col sus- 
sidio di un conveniente aggrandimento al microscopio. Quando si con- 
duca un taglio verticale abbastanza profondo attraverso una delle 
pustolette o di una delle piaguzze, che a queste succedono, ne è dato 
osservare, che le cellule epidermiche, massime quelle dello strato che 
sta immediatamente al disotto della pellicola o cuticola, là dove que- 
sta sussiste tuttora, hanno aspetto ben diverso dal normale. 



354 S. GAROV. E A. GATT. SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 

Di esse alcune, pur conservando regolare figura, le si mostrano 
gonfie oltre l'usato; hanno membrana distesa, assottigliata, abbru- 
nita e contengono un umore rosso-scuro o giallastro, con gran copia 
di granelli di una materia particolare pur essa colorata in bruno: 
altre per converso si presentano notevolmente schiacciate e sformate, 
con parete alquanto ingrossata e indurita, con poco o punto di li- 
quido. Le cellule così alterate sollevano sul piano normale della parte 
(tralcio, peduncolo, acini) la pellicola che le riveste e danno origine 
alla pustola caratteristica del vajuolo. 

Una più minuta ed attenta osservazione ci dà a vedere sparse entro 
al liquido di codeste cellule ammorbate,- nei meati intracellulari e 
per fino nel piano di contatto delle pareti di due cellule vicine, certi 
filuzzi confervoidei, esilissimi, trasparenti, che serpeggiando si di- 
stendono all'ingiro e spesso si approfondano fin entro ai sottoposti 
tessuti. Scarsi di numero a tutta prima si moltiplicano cotali filuzzi con 
incredibile rapidità, e si vanno ramificando ed intrecciando tra loro 
di guisa che in poco d'ora formano tra lo strato superiore delle cel- 
lule epidermiche alterate e la sovrastante pellicola, una sorta di cu- 
scinetto feltroso o pseudostroraa. Separando con le dovute diligenze 
e cautele qualche filuzzo da quell'intreccio lo si vede costituito da un 
sottilissimo tubetto membranoso, diafano, interrotto di luogo in luogo 
da traversi cotanto esili e trasparenti, che sfuggono anche ai piti forti 
aggrandimenti di un potente microscopio, e solo si possono riconoscere 
sotto certe inflessioni di luce o col sussidio della tintura di Jodio. 

Da più punti di quel cuscinetto si alzano verticalmente e fitti fitti 
a modo di rami altri filolini o ifi, i quali, squarciata o consumata 
comechessia la cuticola, vengono all'aperto e formano quella sorta di 
lanugine o forfora, che già all'occhio nudo si dà a vedere sulla super- 
ficie libera delle macchie o piaguzze. La parte superiore di ciascun 
ramo o ifo consta di una serie di minutissimi otricelli in numero di 5 
e piti concatenati tra loro a modo di coroncina, i quali giunti a matu- 
ranza, disarticolandosi nei loro restringimenti o strozzature, cadono 
l'un dopo l'altro sul disco della macchia ove raccolti in gran numero, 
giacciono liberi piti o meno a lungo. 

Codesti otricelli di figura rotonda o elittica misurano in lunghezza 
3 mik. in larghezza 2 mik. Hanno membrana trasparente ed incolora 
con protoplasma di un giallo sbiadito, e diconsi dai botanici, che li 
considerano come organi riproduttori, poiché sono capaci di germi- 
nare, sporoline o conidii. 

Il descritto funghetto appartiene manifestamente al gruppo delle 
Mucedinee (ifomiceti Nees) e vuol essere ascritto al genere Ramularia 
Unger, dal quale differisce soltanto per la mancanza nelle sporoline 



S. CAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 355 

di un nucleo distinto o umbilico; il qual carattere a nostro modo di 
vedere, non ci autorizza a costituirne un genere nuovo. 

Per intanto, e fino a che ci sia noto l'intero ciclo di evoluzione di 
questo fungo, proponiamo per la sua forma conidifera il nome di 
Ramularia Meyini'm oxiova.\\7.A del suo scopritore. Eccone la diagnosi: 

Mycdii fìlamentis in parenchymate sub epidermico reptantibus, te- 
nuissimis, fistulosis, hyalinis, obsolete septatis, ramosis, primum ra- 
riusculis, dissitiSf mox in pseudostroma albido-cinereum dense im- 
pleccis ; ramulis fructigenis brevibus, coìifertissimis, erectis , dirupta 
epidermide in apertum prodeuntibus maculasque discoideas v. ambitu 
vagas, centro furfuracco-griseas efformantibus ; sporis (•'lonidiis) acro- 
genis, 5-6, in monilis speciem concatenatis, unilocularibus, ovato-el" 
lypticis, 1 Yj mk. longi.<:, 1 mk. latìs, diophanis, enucleatisi levibua, 
tandem ab invicem singillatim secedentibus supraque matricem in acer- 
vulos coUectis sparsisve, din persistentibus. 

Sulle parti verdi (tralci e foglie) e sugli acini delle viti. 

Sinonimia: Tonila Meyeni Ber. (?) ot Trev. 

Ramularia ampelophaga Pass. Sulla Nebbia del Moscatello etc. 

Asteì'oma viniperda Thiimen, in Herb. mycol. oecon. 

? Sphaceloma ampelinum De Bary (teste Thiimen), 

Enologia. 

Grande è il dissenso che regna tra gli scrittori rispetto alla causa 
prossima o efficiente di questa malattia. Il Fintelmann credette do- 
verne accagionare una speciale discrasia della linfa, considerandone 
la manifestazione come effetto non dissimile da quello, che il vajolo 
produce sugli animali. 

Il Mejen che primo scoprì nei tessuti colpiti da picchiola un'es- 
senza fungosa (Torula Meyeni? la quale non dubitiamo essere il 
fungo più sopra da noi descritto, tanta è la concordanza dei carat- 
teri essenziali d'entrambi), non esitò ad attribuire a questa l'origine 
del male. Pare che coll'opinione del Meyen si accordasse anche il 
Berenger (Vedi Colt. N. 14), quantunque questi con altri parecchi ca- 
desse alla prima nell'errore di confondere l'endofita del Meyen (To- 
rula Meyeni) colla epifita o bianco dei grappoli (Oidium Tiickeri) ve- 
nuto di que' di in fatai rinomanza per le stragi che menava nei vi- 
gneti d'Europa. Trevisan (Vedi Art. citato nel N. 28 del Colt.) Amici 
e Cesati (nel Vessillo Vercellese N. 37), accostandosi in cotal modo 
alla sentenza del Fintelmann, vorrebbero ripetere la picchiola danna 
discrasia della linfa. 

Il Fasoli in un opuscolo Sul morbo della vite, pubblicato a Vicenza 



336 S. CAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 

nel 1850, deriva l'affezione dall'alterata secrezione delle ghiandole pro- 
prie dell'epidermide. Robineau Desvoids la crede prodotta da punture 
di insetti (Acarus), per le quali ne verrebbe un ristagno d' umori, che 
corrompendosi inducono in breve tempo lo sfacelo dei tessuti e quindi 
il loro essiccamento. 

Ultimamente poi il Garcin in una sua nota presentata all'Accade- 
mia di Francia {Su di una nuova malattia comparsa nel Narbonese, 
Comptes. Rendus des séances de VAcadémie des Sciences, tom. 85, 1877, 
N. 3, pag. 120, la quale non è veramente altra cosa che la nostra 
picchiola) rimise in campo un' antica opinione degli agricoltori, che 
derivano questa, come altre affezioni consimili delle piante, da una 
rugiada abbondante e prolungata. « Sull'acino nuovo « dice il signor 
Garcin « il quale ha l'epidermide tenera e non ancora ricoperta dallo 
strato ceroso che la protegge contro 1' umidità, la goccia di acqua 
che la rugiada vi ha deposta ha dovuto bagnarne la superfìcie. In tal 
caso per un fenomeno di endosmosi quest'acqua penetrò nelle cellule 
epidermiche e le gonfiò fino a farle scoppiare. 

" Quest'azione distruttiva prodotta sull'epidermide ha lasciato dopo 
l'evaporazione, una cicatrice, come quella che sarebbe prodotta dal- 
l'azione contundente simile a quella dell'urto della grandino. I bassi- 
fondi ne sarebbero stati specialmente colpiti, perchè la rugiada ha 
dovuto soggiornarvi piti a lungo che non sui fondi posti in alto, e i 
luoghi difesi dal vento egualmente, perchè la rugiada non vi potè sec- 
care tanto presto, come nei luoghi largamente aerati. » 

M. Cornu, incaricato dalla sullodata Accademia dello studio della 
malattia osservata dal sig. Garcin, in una sua comunicazione a quel- 
l'illustre Corpo {Compi. Rind. des séances de VAcad. des Sciences, 
tom. 85, N. 4, pag. 208, 1877), mostra con irrefragabili argomenti 
l'erroneità dell'opinione di questi, e dando conto delle proprie ricerche 
coi grappoli affetti dal creduto nuovo malore, descrive due endofìti 
trovati nei tessuti degli acini guasti, che egli seguace della teoria di 
una successiva evoluzione di questi enti, crede essere l'uno la forma 
conidifera, l'altro la picnidifera di un'unica essenza fungosa, di cui 
sarebbe tuttora ignoto lo stato perfetto. 

E qui ne giovi avvertire, che la forma conidifera del Cornu ci 
sembra quella medesima trovata dal Meyen e da noi, dove la picni- 
difera potrebbe ben essere al dire dello stesso Cornu il Phoma uvi- 
cola di Planchon, fungo, come è noto, caratteristico di quella malat- 
tia, che devasta così orribilmente i vigneti dell'America e colà cono- 
sciuta col nome di Rot. 

Quasi contemporaneamente al Garcin ed al Cornu, tre distinti crit- 
togamisti italiani, il prof. Passerini {La Nebbia del Moscatello) ;VAr- 



S. GAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 357 

cangeli {Sopra una malattia della vite, nel Nuovo Giornale Botanico 
Italiano, Voi. 9, 1877) ed il Saccardo (// vajolo delle viti, nella Ri- 
vista di Viticoltura ed Enologia, N. IG, 31 agosto 1877, pag. 491), tol- 
sero a studiare la nominata malattia, ma quasi esclusivamente sulle 
foglie e sui grappoli, ed avendo ciascuno di loro riscontrato nel tes- 
suto ammorbato degli endofiti, se non al tutto simili, certo non molto 
diversi da quelli veduti dal Meyen, da noi e dal Cornu, vennero essi 
pure nella sentenza di attribuire a questi misteriosi enti la genesi 
del morbo. 

E tale è pure il nostro avviso, quantunque non vogliamo discono- 
scere le molte e forti obbiezioni, che si possono sollevare contro que- 
sto modo di spiegare il fenomeno morboso, tra le quali principalissime 

1. Che non avviene sempre di riscontrare il parassita nelle varie 
parti (tralcio, foglie) affette dal morbo (Vedi i citati articoli del Be- 
renger e del Trevisan nel Coltivatore). 

2. Che si avvertono troppo notevoli differenze nelle descrizioni de- 
gli autori rispetto all'endofita da ognuno di essi osservato, per po- 
terli riferire tutti ad un unica specie^ per quanto variabile la mede- 
sima possa essere nel suo modo di svolgersi e di perfezionarsi. Val- 
gano in prova le descrizioni del Passerini, dell'Arcangeli e del Sac- 
cardo, che noi stimiamo opportuno riportare in appendice alla presente 
memoria. 

3. Finalmente, che cotesti endofiti non sono mai così copiosi e du- 
revoli da far ragione delle gravi alterazioni, che la picchiola produce 
nell'economia della pianta. 

Sono obbiezioni queste troppo gravi, troppo serie, perchè altri si 
arrischi di sentenziare alla recisa, che la causa unica efficiente della 
picchiola debbasi ascrivere all'azione deleteria dell'anzidetto paras- 
sita sottoepidermico. 

Diffusione del morbo. 

Sebbene, come abbiamo fatto notare nel principio di questo lavoro, 
non possa esservi dubbio che la malattia serpeggi già da anni e anni 
nelle provincie vinicole di pressoché tutta l'Europa, ora circoscritta 
a pochi siti, quasi sporadica e di natura benigna, ora estesa a più 
larghe zone di terreno con carattere maligno e sommamente esiziale, 
egli ò però in questi ultimi cinque anni, che la medesima sembra es- 
sersi propagata da un capo all'altro della penisola, con notevole per- 
dita dell'utile prodotto. 

Nelle viciuanze di Savona, Chiavari, Spezia, Massa ed altre loca- 
lità della Liguria, essa domina già da circa un lustro (Macagno); in 
Lombardia (Conte Litta Modignani 1873, Garovaglio, Ardissone, Scot- 
Rendiconti. - Serie II. Voi. XI. 23 



358 S. CAROV. E. A. GATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 

tini, Formenti) ; il Targioni e l'Arcangeli la dicono diffusa nei vigneti 
della Toscana, massime nel Pisano e presso Firenze; nel Parmigiano 
(Passerini); nel Casalese (Negri); nel territorio di Padova e Treviso 
(Saccardo e Targioni); nel Bolognese (Monti); in Sicilia e nell' Emilia 
(Carega); Massa e Carrara (Comizio Agrario). 

Il Laboratorio Crittogamico ebbe a condurre le sue ricerche su saggi 
provenienti dai sottonotati luoghi : 

1. Tralci da Busto Garolfo, proprietà del Conte Litta Modignani 
(26 agosto 1873). Cotesti saggi furono già in quel medesimo anno 
subbietto dei nostri studii (Vedasi Archivio Triennale, Voi. 1, p. LXIII). 

2. Grappoli raccolti a Chiavari (Comizio Agrario, 21 luglio 1875). 

3. Graspo raccolto nelle vicinanze di Firenze (Trasmesso dal pro- 
fessore Targioni, addi 1 settembre 1875). 

4. Tralci tolti a vigneti di Loveno, lago di Como (Garovaglio, 7 
ottobre 1875). 

5. Tralcio dei dintorni di Milano (prof. Ardissone, 12 luglio 1876). 

6. Tralci e pampini di Massa (Comizio Agrario, 31 maggio 1877). 

7. Grappoli di viti coltivate nel proprio giardino in Pavia, dal 
dottor Scottini (31 giugno 1877). 

8. Tralci provenienti daBrembio (professore Formenti, 28 giugno 
1877). 

9. Foglie raccolte a Patti (prof. Targioni, 6 luglio 1877). 

10. Tralci di Magliano Veneto (prof. Targioni, 20 luglio 1877). 

11. Tralci dell'Italia Inferiore (prof. Targioni, 20 luglio 1877). 

Se la Picchiola attacchi dì preferenza alcune qualità di vitigni. 

Dal complesso delle notizie pubblicate dagli scrittori piti volte ci- 
tati, e da quelle comunicateci da vignajuoli degni di fede si rileva, 
che la malattia non risparmia nessuna qualità di viti, avvegnaché as- 
salga indistintamente le uve rosse e le bianche, le precoci (lugliatica 
e moscatello) e le tardive, le dolci e gentili (Marzemime, gatte, pi- 
gnole) e le comuni. 



LETTURE 



DELLA 



CLASSE DI LETTERE E SCIENZE MORALI E POLITICHE. 



ARCHEOLOGIA. — • La quìstione dei restauri nell'arte. Considera- 
zioui del S. C. prof. Giuseppe Mongeri. 

III. 

SCOLTUBA. 

Con quest'arte, noi entriamo, di fronte al restauro, in un altro 
campo di operosità, anzi in un ordine di idee ben diverso da quello 
che ci fu scorta, parlando dell'architettura. 

Nulla impedisce di credere che, fino dalle età piti oscure delle inva- 
sioni nordiche il restauro edilizio non sia venuto meno: si può, anzi, 
dire che restauri e compimenti di antichi edifici fossero assai comuni 
fino dalle età dell'arte classica. Atene contava parecchi di questi 
monumenti restaurati dalla munificenza romana: e la stessa opera 
di Ictino e Callicrate, il Partenone, fu, più che un restauro, una 
ricomposizione d'un tempo arcaico ad Atene Partenia rovinato dai 
persiani. Il restauro edilizio, nel senso generico della parola, risiede 
nella natura istessa della cosa. 

Ma quello cui noi appuntiamo lo sguardo non è il restauro ma- 
nuale; quello, invece, pel quale la scienza e l'arte si danno la mano, 
e con cui si mira ad infondere un nuovo sangue nel monumento. 
Così inteso, dobbiamo convenire che se l'effetto fu raggiunto in altri 
tempi, non lo fu mai con quello spirito che fu inauguriito poco meno 
di mezzo secolo fa. 

Alla scoltura fu dato in sorte di farne nascere l'occasione. Ci giova 
risalire il corso dei secoli per scoprirla. Il davanzale d' uno antico 
sarcofigo romano bastò per snebbiare la mente di Niccolò da Pisa 
dal letargo in cui giaceva la scoltura del medio evo. Per lui fu uno 
sprazzo di luce: vero è che i tempi erano maturi al riscuotersi. Però, 



360 G. MOWGERl, LA QUISTIONE DEI RISTAURI NELL'ARTE. 

il bassorilievo del Duomo pisano, se per l'artista fu una sveglia, pei 
dotti non era che un soggetto d'ammirazione profonda, imperocché 
il possesso di cotesti capolavori dell'arte antica rimaneva ancora uno 
di quegli alti privilegi da non movere l'invidia nemmeno dei più facol- 
tosi cittadini. Invece, all'epoca di Lorenzo de' Medici, nella pienezza 
del risorgimento italiano, la crescente esumazione dei ruderi marmo- 
rei figurati, generò il delirio del contenderseli a prezzo qualsiasi, 
coir immancabile stormo dei trafficanti sull'avidità del possesso. Ci 
resta una memoria luminosa di questi tortuosi procedimenti, e chi 
ce la porge è la vita del Buonarotti istesso, con quel suo Cupido, 
accortamente raffezzonato e venduto al Cardinal di San Giorgio per 
marmo antico. 

E, invero, a Roma, sul mezzo del secolo XV, di grandi statue an- 
tiche, secondo alcuni, non se ne contavano piti di cinque o sei. La 
schiera numerosissima che riempie le gallerie del Vaticano e le salo 
del Campidoglio, per non dire del resto sparso nel mondo artistico, 
levossi per grandissima parte da ruderi di essa, nel secolo che corso 
da Nicolò V a Paolo IV, che è come dire dal 1450 al 1550. 

Cotesta miriade di marmi ne usciva, per altro, spezzata o mal concia. 
Era naturale che, in mezzo al risveglio degli umanisti, proclivi piìi 
all'ammirazione che all'esame critico, si fosse condotti a far quello 
che non è se non una mezza via di quella intera che si mirava a per- 
correre col tentativo del lavoro di Michelangelo — vogliam dire, sotto 
il titolo di restauro, la restituzione, comunque sia, delle parti man- 
canti. 

Il gruppo di Laocoonte coi figli, scoperto nelle terme di Tito, nel 
1506, fu delle prime grandi sculture ad essere così restaurate. È noto 
che gli fu appiccicato il braccio destro mancante, quello che solleva 
il serpente sopra la testa, da Giovan Agnolo. Si può andar sicuri 
che, in sei pezzi, come fu trovato, più d'un'altra parte, come alcuno 
delle braccia dei figli, ebbero pari aggiunte.il Toro Farnese, dissepel- 
lito dalle terme di Caracalla, trentaquattr'anni dopo, si riconobbe già 
restaurato dall'antichità; tuttavia ebbe poco dopo un nuovo restauro 
coU'aggiunta d'una figura. Non ne andarono immuni le Niobidi, sco- 
perte quasi contemporaneamente e or raccolte a Firenze negli Uffici. 
Sono diciasette figure marmoree; eppure una sola può vantarsi di andar 
vittima se non d'un piccolo restauro. La Venere de' Medici, esumata 
nel 1640, trovossi nelle medesime condizioni: non occorre quasi dirlo, 
tanto sono evidenti le giunte; tutto il destro braccio, metà del sinistro 
sono opera d'un restauratore. Venendo a tempi più recenti, se più d'un 
artista si lasciò trascinare a siffatti ardimenti sul vivo corpo del- 
l'arte antica, abbiamo almanco il conforto in Italia di non aver ve- 



G. MONGERT, LA QUISTIONE DEI RESTAURI NELL'aRTE. 361 

duto il Canova, per quanto no sappiamo, tra il loro numero, mentro 
gli sta vicino un collega ed amico, il Thorwaldsen, il quale, — in- 
credibile a dire! — venne travolto a quell'infelice restauro che an- 
cor deve deplorarsi ai marmi d'Egina, scoperti nel 1812 e conser- 
vati nella Gliptoteca di Monaco. 

Noi crediamo che questo restauro dei due frontoni della Atena 
eginetica chiudono la serie di quelli cominciati, come vedemmo, col 
Laocoonte , imperocché i marmi del Partenone, al medesimo tempo 
esportati da lord Elgin pel Museo Brittanico, quelli del Teseion, pel 
Museo medesimo, e infine il marmo della Venere di Milo, uscita dalle 
sue macerie, nel 1820, e ora al Louvre, vanno tutti immuni, benché man- 
canti di moltissime parti, da qualunque offesa di aggiunte o di ritocchi. 

Fra questi estremi di cui ci offrono lo spettacolo i primi anni del 
secolo, c'è una contraddizione di fatti, ond'ò rivelato un capovolgersi 
di idee che giova ricercare per costituirsi un criterio sicuro sul modo 
di procedere nel restauro riguardo alla scultura. 

Non era per anco tramontato il secolo scorso, che, nel risveglio 
comune, pel primo, il VVinkelmann avea messo sull'avviso gli ammi- 
ratori presi da novo entusiasmo per l'antichità, che essi continuavano a 
cadere in adorazione davanti ai lavori di scultura che non erano pret- 
tamente antichi, imperocché si trovavano essere una compagine di rap- 
pezzature non sempre felici, anzi non di rado copie infelicissime di vec- 
chi e celebri capolavori, onde la critica non poteva piU esercitare i suoi 
diritti d'osservazione. Fu già un gran passo, che doveva essere su- 
perato di molto dappoi, ma che doveva bastare per frenare la mano 
dei nuovi restauratori. E da questo venne quello di andare a rilento 
Dell'aggiungere nuovi pezzi di compimento, benché si limitassero a 
parti minori ed accessorie. 

Ma dalla pubblicazione della storia del Winkelmann, avvenuta nel 
1764, al primo decennio del nostro secolo, erano corsi poco meno di 
cinquant'anni, e quello che fu detto o timidamente divinato dal cri- 
tico alemanno, cominciò a farsi chiaro a tutti, dei diversi caratteri 
che distinguouo le sculture greche dalle romane e di quelli dei diversi 
periodi in cui vanno divise le loro vicende. Oggi, noi siamo andati ben 
oltre: noi riconosciamo perfettamente le molte copie della statuaria 
greca di fronte alle pochissime opere originali; riconosciamo le molto 
aggiunte e le sostituzioni compite durante l'epoca imperiale di Roma, 
per cui ci siamo fatti sommamente accorti nella considerazione 
della statuaria delle antiche età. 

Queste esitazioni dovevano essere sentite, meglio che dai critici 
dagli artisti istessi. Laonde si spiega difficilmente, senza supporre 
un sollecitamento estraneo, il trascorso del grande statuario danese 

23* 



362 G. MONGERI, L\ QUtSTIONE DEI RESTAURI NELL'ARTE. . 

fino ad avere messo mano al restauro delle figure dei due frontoni di 
Egina, lavori certamente originali e dalla istessa loro sede primitiva 
provenienti, lavori che rappresentano il nesso della scoltura greca 
coU'orientale, i prodromi della statuaria fidiaca, e, in certa qual guisa. 
il punto di partenza onde la grand' arte prende lo slancio, come fra 
noi, quella dei maestri Campionesi rispetto all'Omodeo, al Fusina e al 
Busti. Dai due frontoni, le figure toltevi non sono meno di sedici, e vi 
si hanno principalmente costituiti ì gruppi centrali, colla leggenda 
omerica della lotta tra gli Eacidi, intorno al cadavere di Oicle, dal- 
l'uno dei lati, e intorno a quello di Patroclo dall'opposto. Il restauro, 
o per dir più proprio, le aggiunte, qui e là, furono tali che alcuna 
delle piti importanti di queste figure portano, come è di quella di Tela- 
mone, la testa, le due mani, le coscie e le gambe quasi per intero 
rimesse a nuovo. Nulla si può immaginare di più pungente nell'aspetto, 
così per l'archeologo, come per l'artista, dove forme rudi e nervose si 
accoppiano alle levigature d'un' arte liscia e molle, qual'è quella del 
Thorwaldsen, dove la materia d'origine, un'arenaria forte gialliccia, 
contrasta coi rappezzi del freddo marmo di Carrara. Quanto meglio 
non sarebbero stati ispirati il Thorwaldsen e i suoi consiglieri se vi 
avessero rispettate le ingiurie del tempo! Le osservazioni degli uomini 
della scienza avrebbero abbracciato assai meglio quei marmi e assai 
meglio compiti colla lor fantasia e nel compirli cosi idealmente, avreb- 
bero aggiunto e i bronzi ond'erano cosparsi e i colori ond'erano tinti, 
originariamente, al che la mano sentì vergogna di audacia tanta. 

Sia qualunque la cagione che impedì all'Inghilterra di attentare 
con un'opera siffatta alla solenne maestà dei marmi del Partenone poco 
importa ricercare: importa moltissimo alla scienza di averle davanti 
quali la rapacità di lord Elgin le procurò al Museo Brittanico, co- 
munque sconciate dallo scoppio onde furono causa le bombe del Mo- 
rosini, nel 1687, La mancanza assoluta d'ogni restauro le rende ancor 
più venerande: tra la mano del loro artefice e l'osservatore del secolo 
XIX nulla s'interpone. Se fu atto d'ossequio allora, divenne in breve 
dogma: la Venere vittrice, passando a Parigi dal Kastron di Melos, 
vi giunse vergine e pura, e ben più sorprendente per bellezza, 
monca delle due braccia, che se l'arte più consumata del nostro tempo 
ne avesse tentata la restituzione. Anzi, pochi anni sono, benché si 
fosse giunti a ricuperare un frammento del destro braccio e la mano 
sinistra, parve saggio consiglio, e non esitiamo a dire che lo fu, di ri- 
spettare quel tronco, comunque fosse, colla sola magia della prima 
sua apparizione, lasciando ai frammenti il loro posto, siccome tali, 
presso la statua istessa. 

Chi ben considera non può che portare il suo voto a questo alto 



e. MONGERI, LA QUISTIONK DEI RESTAURI NRLL'aRTE- 363 

ritegno, che non offra lato alcuno per cui possa essere scosso. L'ar- 
chitettura, lo abbiamo veduto, ben ci permette, nel suo campo, somi- 
glianti compimenti. Ma essa ha leggi geometriche, ha norme statiche, 
ha esempli plastici e pratici; può far fondamento sullo stile dell'au- 
tore e del temilo; l'architettura è ancor piti opera della mente che 
della mano dell'artista. 11 procedimento della statuaria è ben diverso ; 
se la mento prodomina, solo la mano di chi pensa può, come nella 
pittura, dar opera e forma al pensiero. La statuaria esce dal pollice 
dell'artista: le sue inflessioni, i suoi accenti, le sue ineguaglianze 
sono una traduzione esteriore della ispirazione che lo domina, del 
palpito che lo agita, della passione che lo incalza. L'architettura è 
un prodotto collettivo; per l'opposto quello della plastica è tutto indi- 
viduale. Ogni aggiunta, ogni sostituzione, ogni modificazione, ogni 
tocco che non sia quello dell'autore vale quanto un corpo estraneo 
conficcato in un corpo vivo che lo ferisce e infine, lo incancrena. 

Nò queste sono le sole offese che, per siffatto modo, si recano al mo- 
numento plastico: altre ve ne sono di una specie affatto propria di 
cui l'occhio volgare non può trovarsi colpito, anzi fino ad un certo 
punto parrebbe poter compiacersene. Tali offese di piti grave momento 
sono quelle che vengono da combinazioni che falsano la forma e 
colla forma il concetto d'una grande arte, mandandola cosiffatta 
alla posterità ond'ò poi accettata e consacrata. Ciò accade quando si 
tratta di opere di compimento, come attaccare, non diremo una testa, 
ma soltanto un braccio, una gamba, una mano. In ciò, come può rego- 
larsi il restauratore se non obbedendo ad un sentimento personale, il 
quale vai quanto un atto d'arbitrio? Gli esempi, a farne testimonio, 
non mancano. UApollo di Belvedere, statua romana, copia di un 
bronzo ellenico, cui venne rifatta, assai infelicemente, la destra mano, 
e inconsideratamente acconciata a modo di asta d'arco, il corpo stretto 
nel pugno sinistro, si crede ora, dopo un piccolo bronzo di recente sco- 
perto, che tenesse col braccio sinistro la testa della Gorgone. Un al- 
tro esempio lo porge il gruppo del Laocoonte, al quale, nella figura 
del padre, il restauro del 1506 aveva dato il destro braccio proteso 
in alto per sollevare l'ingombro del serpe, atto che non ha senso 
laddove, per effetto delle recenti osservazioni sul contrarsi dei muscoli, 
si è compreso che l'antibraccio che ne dipende piegavasi a gomito 
dietro la nuca per liberarsi dalle strette dell' ofidio mostruoso. 

Nell'architettura vedemmo i limiti del suo restauro; li vedremo del 
pari nella pittura: fin d'ora possiamo affermare che i piti misurati 
sono quelli di cui può valersi la statuaria. Da qualunque parte ci 
volgiamo in essa ci sentiamo respinti da una negativa. Infatti, fra le 
arti, questa delle forme plastiche è quella che meno soffre dei guasti o 



364 G. MONGERI, LA QUISTIONE DEI RISTAURI NELL ARTE. 

delle rovine ond'è colpita per l'occhio fine, dello studioso. Non mo- 
stra bisogno di restauro, quale necessità assoluta, come la si riscontra 
ncirarchitettura; non ne lascia nemmeno vivissimo il desiderio, 
come nella pittura dove l'efficacia dell'aspetto dipende dalla com- 
binazione di elementi diversi di carattere e di sostanza, dove l'opera 
può chiedere Io sgombro da ricoperture eterogenee. Qui, nella sta- 
tuaria, tutto è così semplice e uno, e il pregio risiede in una astra- 
zione così singolare della natura, com'è la mancanza del colore e di 
scene complessive, che ogni frammento porta in sé qualche cosa di 
definito e di completo, a quel modo che si può ammirare separatamente 
una parte del corpo umano nella sua forma estetica, senza sentir d'uo- 
po di una somma di parti per comprenderla e apprezzarla. Così è che 
si loda e si estima una bella mano, un bel piede, un bel torso, non che 
una bella testa, considerati tutti indipendentemente dal resto del 
corpo umano. 

Il debito del restauro nella scultura non può, quindi, che essere sem- 
plicissimo, riunire i pezzi staccati o pericolanti; assodarli col solo 
ravvicinamento; del resto, inchinarsi davanti alla rovina, se rovina 
havvi, e alle offese del tempo non opporre le carezze, o i soccorsi 
ortopedici dell' uomo, i quali ne sono i peggiori degli oltraggi. Ciò 
vuol essere detto specialmente delle opere delle arti classiche, poiché 
non potrebbero rifiutarsi dei ristauri e delle remmissioni di parti alle 
opere della statuaria odierna, tanto più quando queste hanno carattere 
decorativo e pubblica destinazione. Allora non è piti l'oggetto plastico 
su cui cade la quistione quale documento d'un tempo o d'un artefice, 
mala dignità del luogo e il principio dell'ordine e della conservazione, 
1 quali non possono permettere sconci o lesioni che significherebbero 
la pubblica noncuranza. Qualunque, però, il caso, l'intervento dell'ar- 
tista ne è la condizione prima. 

Alla statuaria rimane, dal punto di vista dell'interpretazione arti- 
stica ed erudita che è la base del restauro, libero un campo poco 
tentato, ma non per questo meno onorevole. Intendiamo parlare dei 
ricomponimenti ideali dei grandi lavori dell'antichità di cui non ci 
rimasero monumenti grafici che per mezzo di opere di glittica o di 
numismatica, mentre ci sono abbondanti le indicazioni monumentiili 
della parola per ricostituirli idealmente. Ella è cosa che trova il suo 
riscontro nelle ricostituzioni architettoniche. Così si fece idealmente 
nei libri alemanni pel Giove Olimpico della capitale dell'Elide, statua 
crisoelefantina, tenuta uno de' colossi più eccelsi e meravigliosi della 
statuaria Fidiaca: così e meglio, nel 1855, un artista francese, il 
Simart, ricompose là Pallade PurUnonia, ancoressa opera crisoelefan- 
tina dello stesso Fidia, informandosi, come nel concetto alemanno, non 



G. MONGERf, LA QUISTIO.NE DEI UISTAUni NELL'aRTE. 36Ì> 

meno alle scolture onde la si vuole ricordata, alle monete che ne por- 
tano l'impronta, che ai testi di Pausania e dei suoi commentatori, 
che la dichiarano. Non intendiamo con ciò consacrare a tali ipoteti- 
che resurrezioni un applauso, ma additare una via pratica per gio- 
vare alla scienza dell'arte. 

Gli scrupoli che accampiamo, le distinzioni che facciamo di stabilire 
nel restauro delle opere dell'arte hanno il loro nesso coi principi che 
vengono vieppiti prevalendo in esso. Noi siamo entrati nel periodo della 
dottrina. Un lavoro parallelo alla mano che tuttodì costruisce, viene 
svolgendosi intorno alle opere compiute. Vogliamo veder chiaro nella 
molla ascosa per cui emersero dalle latebre dell'intelligenza. Ond'ò 
che abbiamo diviso il cammino dell' arte in grandi scompartimenti 
nazionali, e questi in periodi cronologici; le scuole coi loro aggrup- 
pamenti sono venuti a riempirli; artisti capisaldi del movimento, ne 
sono balzati fuori, e intorno ad essi le parentele degli scolari e de- 
gli imitatori: poi, li abbiamo studiati nel loro ambiente etnico e re- 
gionale, nei loro contatti intellettuali e morali; ne abbiamo rilevato 
il carattere e le tendenze; li abbiamo circondati della immensa con- 
gerie dell'opera delle arti minori, che noi oggi chiamiamo arti indu- 
striali, le quali ne riflettono la seconda luce, e ne costituiscono l'ar- 
monia e il fondo, incarnate come sogliono essere coi riti, coi costumi, 
cogli eventi della vita d'un popolo. È così che, nell'arte, dell'ammi- 
razione si passa all'osservazione; è così che sul doppio loro fondo sta 
l'edificio delle grandi creazioni; è così che il restauro trova una norma 
a so stesso, ponendosi a segno che per nulla sia attentato alla consi- 
stenza genuina di ciò che può permettere l'applicazione sicura di questo 
doppio sentimento, il quale risponde agli elomenti attivi dell'arte. 

Ci si condoni questa digressione; essa non poteva trovare miglior 
posto che nell'argomento del restauro scultorio, dove l'opera sua torna 
troppo spesso funesta col farne ostacolo alle deduzioni della dottrina, 
dove l'interezza, per quanto limitata, concessaci dalla fortuna dei 
casi, è il supremo degli interessi. 

Non occorre quasi citare dei fatti di cui siamo testimoni per di- 
mostrare come questo principio abbia raggiunto la potenza di legge 
archeologica presso gli uomini della scienza. Lo stato degli oggetti, 
quali escono dalle escavazioni, è sacro. Cosi avviene a Pompei, così 
nelle escavazioni all' Esquilino, cosi per quelle del territorio bolognese, 
dove le recenti scoperte dell'evo umbro-etrusco, le intere tombe col 
terreno adiacente sono, in un sol corpo, recate nel Museo della sua 
Università. A queste fanno eco più lontane, ma non meno concordi 
le scoperte ad Ilissarlik, sul terreno dell'antico Ilio, dello Schliemann, 
quelle nel cuore dell'Eliade, presso Olimpia, per conto del governo 
Prussiano, e così fu per quelle dell'Isola di Cipro, raccolte dal Cesnola. 



366 G. MONGERI, LA QUISTIONE DEI RISTAURI NELL'aRTE. 

Cotesti fatti ben noti e luminosi sono la tacita condanna di quanti 
osano tuttavia, credendola opera innocua, e fors'anche onesta, grattar 
lapidi, ripulirle e ritingerne le lettere, ricorrere ai ferri per denu- 
dare e richiarire fregi e capitelli, spogliar dalle patine e dagli ossidi 
naturali monete, bronzi, metalli in genere, e mettere a nuovo avori, 
vetri, e via via: oggetti tutti che col fatto dell'inconsiderata politura 
cessano d'appartenere all'antichità, senza nemmeno portare il merito 
dell'opera moderna. L'oggetto plastico, quando è uscito vittorioso dai 
secoli, per lo più di materia solida e incorrutibile, non dimanda altro 
se non che di perdurare più lungo che sia possibile, per virtù delle 
cure dell'uomo, nelle condizioni istesse colle quali riapparve alla luce. 

Dopo tutto ciò, se sull'argomento è lecito ancora una parola non 
può essere che per condannare quell'opera quotidiana di rattoppa- 
menti e di imbratti di cui, sotto nome di restauro, si giova il rigat- 
tiere, o colui che si pone sulle medesime orme, per obbedire ad esi- 
genze meno che corrette, seppure ciò non avvenga per fini ancor 
meno perdonabili. È una lue cotesta che si appicica più particolar- 
mente alla miriade degli oggetti minuti, creati dalla plastica di tutte 
le età, a partire dalla figulina antistorica, giù scendendo fino all'ori- 
fìceria del Rinascimento. Artefici ingegnosi, come sogliono essere co- 
storo per uno scopo di simulazione, dapprima parziale, sono poi con- 
dotti a simulazioni complete. Cosicché l'artificio ha fatto luogo al 
sutterfugio, e dal sutterfugio alla frode non v'ha che un breve tratto. 
Noi non ci siamo, qui, data la missione di colpire in fronte le falsifi- 
cazioni della plastica, ma solo di avvisare come vi si arrivi inconsi- 
deramente abbandonandosi a quell'amore artificiale di ordine e di puli- 
tezza che tornano a menzogna della realtà archeologica e a ludibrio 
di quei principi di originale purezza che la scienza tiene per sacri. 



ADUNANZA DEL 9 MAGGIO 1878. 



PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELGIOJOSO, 
PRESIDENTE. 
Presenti i Membri effettivi: Buccellati, Corradi, Cantoni Giovanni, 

CORNALIA, StRAMBIO, CURIONl, BlCLGIOJOSO, CaRCANO, PoLLI GIOVANNI, 

Verga, Cossa Luigi, Hajech, Biffi, Poli Baldassare, Ascoli. Lom- 

BARBINI, BlONDELLI, FERRINI, CeRIANI , FrISIANI, CaSORATI; e 1 Soci 

corrispoudeuti: ZoJA, Bizzozero, Scarenzio, Villa Antonio, Terrario, 
Cantoni Carlo, Norsa , Zucchi , Taramelli , Gallavresi, Sordelli, 
Puina, Cleuigetti, Pavesi. 

L'adunanza è aperta al tocco. 

I segretarj delle due Classi danno l'annunzio de' libri ed opuscoli 
da ultimo pervenuti in dono; e fra questi, del volume: Memorie e 
documenti per la storia delV Università di Pavia, e degli uomini -pm 
illustri che v'insegnarono (Parte III. Epistolario) offerto dal M. E. 
prof Corradi, rettore di quella Università: e dell'opuscolo: Federigo 
Sclopis, commemorazione, inviato dal professore senatore Ercole 
Ricotti, dell'Università di Torino. _ 

II Presidente dà comunicazione di due note, trasmesse dalla Presi- 
denza del R. Istituto Veneto, con le quali è annunziata la perdita fatta 
da quel Corpo scientifico di due degli egregi suoi Membri; cioè del 
cav. Giovanni Zanardini.M. E. e vicesegretario, morto il 24 dello 
scorso aprile, e del M. E. Roberto De Visiani, che mancò di vita in 
Padova, il 4 del maggio corrente. 

11 M E. prof. Giovanni Polli, in nome del prof. G. Monselise, pre- 
senta con parole di lode il volume da lui inviato in omaggio all' I- 
stituto: La chimica moderna, sue dottrine ed ipotesi. 

E il M. E. prof. Ascoli porge una Memoria del prof. Arturo Issel, 
da esso offerta all'Istituto: Nuove ricerche sulle caverne ossifere della 

Liguria. 
Non essendo intervenuto all'adunanza, per causa di malattia, U 

Eendiconti. — Serie II. Voi. XI. 2* 



368 ADUNANZA DEL 9 MAGGIO 1878. 

M. E. prof. Sangalli, l'annunziata sua lettura: Caso d'elefantiasi degli 
Arabi, è rinviata ad una ventura adunanza. 

Legge poi il S. C. prof. Bizzozero le sue osservazioni: Sullo stroma 
dei sarcomi. 

E il M. E. prof. Buccellati comunica alla sua volta le considera- 
zioni: Sul progetto di Codice penale, riveduto dalla Commissione isti- 
tuita col R. Decreto 18 maggio 1876 (Libro secondo). 

Il M, E. dottor Biffi espone, in appresso, una sua Nota: Sui mi- 
norenni in Italia, reclusi nelle Case di custodia e nei riformatorj. 

Ammesso a termini dell'art. XV del regolamento, legge il dottor 
Musso, anche per il dottor Menozzi, alcuni: Studj sull'albumina del 
latte e sulla genesi della ricotta, e sulla composizione delle cenesi dei 
caci di grana. 

Il M. E. segretario Hajech, per incarico del M. E. prof. Garova- 
glio e del S. C. dott. A. Cattaneo, comunica la seconda parte della 
Memoria da essi inviata sul vajuolo della vite; Memoria che verrà in- 
serta nei Rendiconti. 

E il M. E. prof. Casorati presenta, in fine, un lavoro del professor 
Pincherle: Relazioni fra i coefficienti e le radici di una funzione intera 
trascendente, eà anche questo studio, con approvazione dell'Istituto, 
sarà pubblicato nei Rendiconti accademici. 

L'Istituto, iu seduta privata, passa a trattare di cose interne di 
uflScio. 

Si comunica una lettera del consigliere Ceruti S. C, il quale insiste, 
per motivi di salute, sulla data rinunzia al grado accademico a lui 
conferito. E vien presa la deliberazione che, dove abbia a persistere 
nel suo proposito, venga la rinunzia stessa accettata. 

Avendo rinunziato il M. E. Piola a far parte della Commissione 
per il giudizio del Concorso Secco-Comneno, sul tema: Del suicidio 
in Italia, la Presidenza gli ha sostituito il S, C. prof. Oehl, del quale 
si attende il riscontro. 

Approvato il processo verbale dell'adunanza precedente, la seduta 
è chiusa alle ore tre pomeridiane. 

Il segretario 
G. Gargano. 



LETTURE 



DELLA 



CLASSE m LETTERE E SCIENZE MORALI E POLITICHE. 



DIRITTO PENILE. — Osservazioni sul Progetto di Codice Penale 
riveduto dalla Commissione istituita con decreto 18 maggio 1876. 
Del M. E. prof. Antonio BuccELLA.Tr. 



Libro II. 

Sunto. 

Reati contro la sicurezza dello Stato. — A dissipare alcuni pregiu- 
dizi intorno ai reati così detti politici, l'autore ne svolge ampiamente 
la dottrina, secondo l'attuale processo del pensiero penale rispetto a 
questi delitti; e ciò per rendere ragione dei voti della Sottocommis- 
sione, e gli emendamenti deliberati dalla Commissione generale. 

Commentando l'art. 117 l'A. mentre accoglie in massima l'emen- 
damento, che specifica l'attentato contro la sacra persona del Re, vuole 
però limitata la specificazione stessa soltanto alla vita ; dappoiché l'at- 
tentato contro la libertà è un fatto già prevenuto dall' articolo 118, 

§ r n. r. 

Egli prova che l'aggiunta e contro la libertà (secondo 1' emenda- 
mento della Commissione; attentato contro lavila e contro la libertà 
del R'i) sconvolge tutta l'economia del Progetto intorno ai reati contro 
la sicurezza dello Stato. 

Combatte la formola soggettiva del § 2° art. 117. 

Approvagli emendamenti dell'art. 119; ed, esponendo i principj 
direttivi della Commissione e •Sottocommissione riguardo al reato di 
cospirazione (art. 123, 124, 125) ne giustifica le varianti, proponendo 
lievi modificazioni. 



370 



SCIENZE MORALI. — Sui minorenni in Italia reclusi nelle case di 
custodia e nei riformatorii privati. Cenni del M. E. dott. Serafino 
Biffi. 

In mezzo alle strettezze economiche del paese, si lamenta a ra- 
gione che si debbano sacrificare per dolorose necessità somme cospi- 
cue colle quali si potrebbero promuovere tante cose utili, e fra gli altri 
sacrificii è ingente quello pel mantenimento di una numerosa turba 
di carcerati. Questi, nell'anno 1875, raggiunsero la cifra di 446,586, 
(397,469 uomini e 49,117 donne), con una media giornaliera di 77,550 
detenuti. E cosi, mentre non possiamo aprire ospizii che tuttora si 
desiderano a lenimento della sventura, abbiamo milleottocentotrenta- 
sette edificii carcerarii, e spendiamo tra riparazioni di carceri, tra- 
sporto e sostentamento di detenuti, circa ventidue milioni all'anno ! 

La civiltà odierna, inesausta nella sua attività, per la riabilitazione 
di que' sciagurati, promuove fra i medesimi la scuola, il lavoro, la 
moralità, gli aiuta quando divengono liberi. In realtà però, se chi ha 
commesso un delitto per subitaneo impeto di passione, come Tira, la 
gelosia, può avere un fondo morale buono e condursi bene dopo scon- 
tata la pena, nelle altre categorie dei carcerati provetti, per servirmi 
di una frase medica, in generale la cattiveria è allo stato di diatesi, 
incarnata per così dire nell'individuo. 

A questo proposito ricorderò un fatto che ho osservato nelle mie 
funzioni di antico membro della Commissione visitatrice delle carceri 
di Milano. Fra i detenuti per delitti comuni che, dopo la guerra del 
1859, l'Austria ci aveva restituito, ve ne erano di vecchi e infermi 
che ottennero la grazia reale. Uno di questi apparteneva alle bande 
che per l'addietro infestavano il basso milanese, e perla sua audacia 
aveva sopranome di Fatutto. Egli era stato accolto nella pia casa 
di Abbiategrasso, ove non tardò a organizzare un furto, sicché fu di 
nuovo rinchiuso nelle carceri giudiziarie di Milano. A quel disgra- 
ziato carico di anni e di acciacchi, che dopo una diuturna e dura 
prigionia, avrebbe dovuto ritenersi fortunato di finire i suoi giorni 
in un ospizio di carità, io esprimeva la mia sorpresa per quella re- 
cidiva. Ed egli mi rispondeva con cinica calma: Che vuole? è mio 
destino morire in carcere. Frase che con sconfortevole eloquenza ri- 
vela le difficoltà delle quali è irta la riabilitazione dell'adulto! 

Accompagnando colla nostra ammirazione e coi nostri voti chi si 
consacra a quell'opera filantropica, noi concentriamo le speranze del- 
l'emenda nel giovine che non è per anco interamente ammorbato da 



S. DIFFr, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 371 

un'atmosfera di corruzione che avvelena l'animo fino nelle intime la- 
tebre. Nella stessa guisa che le cure igieniche e terapeutiche possono 
ritemprare gli organismi deboli ma giovani, così l'educazione corre- 
zionale applicata in tempo e a modo, può fare un buon cittadino del 
giovinetto che era avviato a ingrossare la turba delle prigioni. 

Non giova illudersi: sopratutto nelle città vi hanno ragazzi che 
orfani, derelitti, o in mano di pessimi genitori, senza risorse, talora 
con innate tendenze perverse, si trovano sul pendio che gli mena a 
rovina, se una virtude amica non gli arresta e ritrae in tempo dal 
precipizio. 

Questi disgraziati, non potendo sperare negli ordinarli mezzi di 
educazione, che in ogni caso riescirebbero inefficaci, è indispensabile 
ricorrere per essi all' isolamento forzato che gli strappi alle circo- 
stanti influenze deleterie, e gli ricostituisca mediante una educazione 
appropriata. E tutto ciò è largamente ricompensato dal risparmio della 
spesa che occorrerebbe per mantenere in seguito in carcere quel fan- 
ciullo, diventato un ribaldo adulto; è ricompensato dall'evitare i danni 
e gli spaventi che egli non avrebbe mancato di arrecare alla società. 

Chi di noi, o Colleghi, non si commuove a tenerezza incontrandosi 
per via colla vispa brigatella de' bambini che escono dalle scuole in- 
fantili ? Ebbene, da quelle graziose e simpatiche creature trasportia- 
moci col pensiero in mezzo alla dolorosa moltitudine de' fanciulli e 
de' giovinetti precipitati nelle miserie ineffabili del carcere, e ogni 
anima bennata si sentirà mossa a cooperare pel ritorno di quegli in- 
felici nel numero dei giovanetti buoni e contenti. 

A raggiungere quel pietoso intento, il Governo italiano contri- 
buisce colle pubbliche case di custodia, e corrispondendo la retta 
giornaliera di 80 centesimi ai riformatorii privati che accolgono i 
minorenni, il cui ricovero venne ordinato dall' autorità giudiziaria o 
amministrativa. Nei Resoconti della benemerita Direzione generale 
delle carceri del Regno, è fatta una larga parte al ramo della edu- 
cazione correzionale, ed io porgo qui riassunti i dati riferibili a quella 
speciale azienda, che si trovano nel più recente Resoconto che con- 
cerne l'annata 1875(1). Su quelle cifre farò a mano a mano qualche 
confronto e qualche sobrio commento: seguendo l'ordine logico ser- 
bato in quel lavoro, comincierò dal passare in rivista i dati che ri- 
guardano la popolazione in generale dei giovani corrigendi, e verrò 
in seguito a dire partitamente di ciò che in special modo tocca da 
vicino le case di custodia e i riformatorii privati. 

(1) Ministero dell'Interno. Direzione generale delle carceri. Statistica 
delle carceri per l'anno 1875. — Palermo, tipografia del Bagno Penale, 
1877. 



372 S. BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 
Valendomi anche dei Resoconti antecedenti (1) ho compilato un 
prospetto dei minorenni pei quali venne richiesto il ricovero forzato 
nel periodo degli ultimi otto anni. 







masclii 


femmir 


1868 


•— 


745 


- 81 


1869 


__ 


836 


- 106 


1870 


— 


642 


- 103 


1871 


_ 


960 


- 135 


1872 


— 


1133 


- 150 


1873 


_ 


1352 


— 248 


1874 


_ 


1844 


— 287 


1875 


~ 


1485 


- 287 



A malgrado di qualche sbalzo, questo prospetto nel suo complesso 
presenta un progressivo aumento, la quale dolorosa verità è confer- 
mata da un altro fatto: che dal 1862 al 1867, la popolazione media 
de' giovani stati reclusi nei riformatorii privati a carico del Governo 
erasi sestuplicata pei maschi e quintuplicata per le femmine. 

Per quanto riguarda i dati riferibili all' annata 1875, in generale 
i giovani corrigendi appartenenti alla popolazione rurale sarebbero 
il 20 per cento nei maschi e il 25 nelle ragazze. 

Di fronte all'anno precedente, la parte rurale di que' giovani sa- 
rebbe scemata dell'uno per cento nei maschi, e accresciuta del 7 per 
le femmine, il che pare riveli una maggiore disposizione alla vita 
randagia nelle fanciulle campagnuole per l'addietro assai casalinghe. 
Forse su quell'aumento ha parte l'odierna affluenza de' contadini ai 
grandi centri popolosi, dove le fanciulle sono maggiormente esposte al 
pericolo di soccombere, mentre dalle autorità che se ne devono immi- 
schiare, vengono ritenute come appartenenti al Comune rurale del 
loro primo domicilio. 

Il seguente specchietto chiarisce l'età di quella giovine moltitudine 
allorquando venne assoggettata alla reclusione: 

maschi femmine 

Fino a 10 anni se ne ebbe il 21 % 24 "/„ 

14 « » 53 « 45 .. 

18 n „ 24 » 28 » 

Al di sopra dei 18 » » 2 » 3 » 

(1) Statistica pubblicata dal Ministero dell'Interno. Direzione generale 
delle carceri del Regno d'Italia. Anni 1868-69-70. 



S. BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 373 

Le proporzioni or ora accennate mostrano che, sopratutto al primo 
sbucciare di una pubertà assai precoce, si sviluppano le mule ten- 
denze che richiedono il provvedimento della educazione correzionale. 

Tenue è la proporzione degli illegittimi e degli esposti (4 Vo '^^ — 
8% f.), e degli orfani (8 7o ra. — 12% f.); e la mancanza dell'ap- 
poggio domestico si mostrò più fatale nelle fanciulle. Nelle medesime 
si fece sentire di più anche l'influenza deleteria delle famiglie immo- 
rali. Finalmente quasi per intero la giovine turba apparteneva a fa- 
miglie colpite da quel tristissimo complesso di guai fisici e morali che 
si riassumono nella triste parola, la povertà. 

All'epoca della reclusione erano analfabeti de' maschi il 48 per cento» 
delle femmine il 61; ed erano senza professione il 74 per cento dei 
primi, e il 62 delle seconde. Finalmente l'S? per cento ne' maschi e 
1*89 nelle femmine godevano buona costituzione fisica, mediocre il ri- 
manente, che minima è la frazione di coloro che 1' avevano cattiva. 

Una buona metà erano stati reclusi per ozio e vagabondaggio, nella 
quale formola molto elastica si comprende una infinità di piccoli vi- 
zii e di miserie, circa un decimo per furti, e la metà circa per cor- 
rezione paterna; e fra le cause al mal fare spiccano i cattivi com- 
pagni, il brutto esempio e 1' abbandono dei genitori, l' indigenza, le 
male tendenze innate. 

Appena il 9 per cento dei maschi e il 6 delle femmine erano recidivi, 
la maggior parte per furto; che difficile è l'emenda dalla abitudine 
del rubare. Si aggiunga che quasi tutti i recidivi, la prima volta 
erano stati trattenuti nelle carceri giudiziarie, le quali, come sono 
in generale ordinate oggidì, anche a malgrado dei lodevoli sforzi di 
alcuni bravi direttori, non valgono certo a emendare il detenuto. E 
le recidive avevano tenuto dietro ben presto alla dimissione dal car- 
cere; infatti il 26 per cento dei maschi era stato recluso di bel nuovo 
nel primo mese di libertà, una buona metà ne' primi sei mesi, gli al- 
tri entro l'anno. 

A encomio della magistratura possiamo dire che le pratiche rela- 
tive alla reclusione del minorenne nella casa di custodia o nel rifor- 
matorio vengono compiute con sollecitudine: di solito tra l'ordinanza 
e la sentenza, e l'assegnazione non decorre più di un mese. 

La magistratura va lodata anche per la cura sempre maggiore che 
mette in prolungare il tempo della educazione correzionale, la quale 
per ottenere solidi risultati deve disfare abitudini tenaci e imprimerne 
di nuove, che a tutta prima riescono uggiose a chi era avvezzo alla 
vita oziosa e vagabonda. E saviamente viene vieppiù prolungata la 
reclusione delle ragazze, le quali divenendo libere nella prima gio- 
vinezza, si troverebbero cinte di maggiori pericoli. 



374 S. BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 

Tutto ciò è ampiamente confermato dalle seguenti due tabelle : 

maschi femmine 

Vennero condannati a tempo determinato 18 % 16 % 

» fino alla età maggiorenne 37 » 51 » 

» »» a che avevano appreso un mestiere 32 » 26» 

» » a tempo indeterminato 13 » 10 » 

maschi femmine 

Furono rimessi in libertà a 12 anni 10.20 % 1-01 % 

« 14 » 20.82 » -.63 . 

» 18 » 56.48 « 31.60 - 

oltre i 18 » 12.40 « 51.98 » 

Riassumendo in poche parole i dati offerti da questa disgraziata 
moltitudine, si può dire che la maggior parte era vicina ai 14 anni, 
apparteneva a famiglie povere della città, e veniva reclusa digiuna 
d'istruzione scolastica e senza un mestiere. Si può aggiungere che 
colla educazione prolungata que' giovani miglioravano nella condotta 
ed escivano pressoché tutti abbastanza istruiti nelle scuole elementari 
e avviati a un mestiere. Assai tenui sono le proporzioni di coloro 
che vennero dimessi illetterati (m. 3% — f- 10%^ ^ senza un me- 
stiere (m. 8 7o — f- 14 7o^- ^ anche per questi non bisogna dimen- 
ticare che fra giovani sottoposti a reclusione non manca qualche se- 
mi-idiota, che derelitto dalla famiglia va mendicando o finisce come 
strumento passivo in mano dei ribaldi. Per quei sventurati di mente 
ottusa si vorrebbe un asilo speciale, che impartisse loro una istru- 
zione appropriata; e purtroppo di siffatti istituti difettiamo in Italia. 

In ogni modo si deve dire che assai svariati sono i modi di occu- 
pazione introdotti nelle case di custodia e nei riformatore, dalle arti 
belle ai lavori fabbrili e all'agricoltura, lo che porge la opportunità 
di dare agli allievi che trovansi in condizioni intellettuali ordinarie, 
l'indirizzo professionale che meglio conviene alle loro tendenze e at- 
titudini. 

Preposte queste considerazioni, presentiamo a pagina 345 e se- 
guenti r elenco delle case di custodia e dei riformatorii privati sus- 
sidiati dal Governo, e il movimento della loro popolazione durante 
l'anno 1875. Questi prospetti daranno una idea adeguata della im- 
portante azienda della educazione correzionale in Italia. 



S. BIFFI, SUI MIN0RI':NNI in ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 375 

Come ognun vedrà, la parte più preponderante ò rappresentata dai 
riforraatorii privati ed ò una fortuna, poicliè essi corrispondono me- 
glio air intento. Anche il benemerito autore del Resoconto accenna 
che si è dovuto diradare la popolazione delle case di custodia di To- 
rino e di Napoli per rendervi più facile la educazione, e i recenti 
casi della Generala confermano sempre più la necessità di siffatto 
provvedimento. 

Fra i privati riformatorii sussidiati dal Governo, nell' anno 1875 
ne troviamo uno nuovo, quello delle artigianello in Palermo, fondato 
undici anni or sono dal benemerito cav. Giuseppe Albanese, nel mo- 
nastero di santa Teresa a Porta dei Greci. Queir asilo accoglie po- 
vere ragazze orfane o derelitte, per farne buone massaie, istruendole 
fino alla 4^ classe elementare e nei lavori casalinghi, nel tessere, cu- 
cire, ricamare. 

L'asilo venne posto sotto la protezione del Municipio, e il Sindaco 
è il presidente nato del comitato direttivo; la carità cittadina lo fa- 
vorisce, e il Governo ha istituito 50 posti, pei quali corrisponde la 
retta di 80 centesimi al giorno. 



CASE DI CUSTODIA. 





Esistenti 

il 

1° dell'anno 

1875 


Entrati 

durante 

il detto anno 

91 
111 

58 
266 


Usciti 

nel 

detto anno 


Rimasti 

l'ultimo 

{jiorno 

dell'anno 1875 


MASCHI. 

Ambrogiana .... 

Nnpoli 

Roma (S. Balbina) . 
Torino (Generala) . , 

Totale . . 

Femmine. 

Perugia 

Torino (Ergastolo) . . 

Totale . . 


112 
356 
131 

307 


109 

188 

53 

331 


94 
279 
136 
242 


906 


526 

13 

26 

39 


681 


751 


61 

50 


12 

22 

34 


62 
54 


IH 


116 



376 S. BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 



S. BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 377 



RIFORMATO JPI^^^^'^^ 



PER MASCHI 



1. Assisi (Colonia Agricola) 

2. Belluno (Orfan. Sperti) . 

3. Bergamo (Istituto Botta) 

4. Bologna (Patronato) . . 

5. Bosco Marengo 

6. Brescia (Ist. dei Derelitti) 

7. Brindisi (Col. Agricola) 

8. Casalmaggiore (Casa di j 
Rifugio) ! 

9. Catania (Osp. di Benef.) i 

10. Cremona (Istit. Manìni) 

11. Firenze (Patronato) . . 

12. Genova (Casa di Patr.) 

13. Lecce (Osp. Garibaldi) 

14. Milano (Riformatorii del- 
la Provincia) 

15. Moncucco Torinese (Co- 

lonia Agricola) 

16. Monteleoue Calabro (Co- 
lonia Agricola) 

17. Padova (Istituto Came- 
rini pei discoli) 

18. Palermo (Col. Agricola) 

19. Perugia » « 

20. Scanzano » » 
21.Testona presso Monca- 

lieri (Ist. norm. agric.) 

22. Torino (Ist. degli Artig.) 

23. » (Casa di Patron.) 

24. Treviso (Istit. Turazza) 

25. Udine (Ist. Tomadini) . 
26. Venezia (Istit. Coletti). 

Totale . . . 



90 
170 
322 
152 

53 

34 
119 

39 
103 
130 
149 

533 

71 

154 

69 
317 
166 
114 

79 
18 
43 
105 



3371 693 1285 



11 

54 
206 
121 
57 
21 

L2 

40 
18 
45 
40 
17 

201 



13 
12 
51 
113 
115 
53 
15 

5 
18 
11 
54 
41 
17 



182 1211 234 




41 

143 

82 
267 
153 
138 

106 
26 
46 

121 
7 

212 

3445 



PER FEMMINE 



1. Belluno (Orfan. Sperti) 

2. Brescia (Istituto delle 
Derelitte) 

3. Casalmaggiore (Casa di 
Rifugio) 

iChieti (Conservat. del 
SS. Rosario) 

5. Crema (Casa della Prov- 
videnza) 

6. Cremona (Istituto del 
Buon Pastore) 

7. Galluzzo presso Firenze 
(Casa di Rifugio) . . . 

8. Lecce (Orfan. Pr. Umb.) 

9. Milano (Pia Casa di Na- 
zaret) 

10. Modena (Ist. delle Orfa- 
nellc) . . • 

11. Palermo (Artigianelli) . 
12- I) (Casa di edu- 
cazione e di emenda) . 

13. Roma (Ist. del Buon Pa- 
store) 

U.Torino (Istit. del Buon 
Pastore) 

15. Treviso (Istit. Turazza) 

16- Venezia (Casa di Riabi- 
litazione') . 



Totale , . 



Esistenti il 1" 
dell'anno l^TS 


Entrate dorante | 
l'anno 1875 | 


Us<-ite durante | 
l'anno 1875 | 


Ri.i.aste 1 
ruUimo giorno 
dell'anno 175 1 


l^i 


mi 






1.1 

1. « 


fili 
tì'l 


H 


m 


1 


12 


- 


5 


1 


2 


- 


15 


36 


17 


15 


10 


8 


14 


43 


13 


2 


48 


- 


6 


- 


4 


2 


50 


20 


- 


3 


- 


1 


- 


22 


- 


24 


13 


2 


9 


1 


10 


25 


12 


10 


37 


12 


16 


2 


14 


20 


39 


17 


5 


10 


7 


5 


1 


22 


11 


150 


200 


20 


9 


10 


17 


160 


192 


240 


74 


78 


21 


37 


22 


281 


73 


73 


97 


10 


10 


7 


15 


76 


92 


- 


- 


6 


- 


1 


- 


5 


- 


7 


- 


- 




- 


- 


7 


- 


79 


- 


22 




15 


- 


86 


- 


40 


1 


17 


1 


10 





47 


2 


42 


9 


13 


- 


8 


- 


47 


9 


67 


78 


32 


10 


7 


17 


92 


77 


808 


591 


240 


110 


113 


116 


935 


585 1 



378 S. BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTuDIA,ECG 

CASE DI CUSTODIA PEI MINORENNI. 



Esistenti il 1° gennajo 187J 



Entrati 
nell'anno 



per Sentenza od Ordinanza d'Autorità . , 

per correzione paterna 

provenienti da altre case di custodia o 

formatorii 

dalle carceri giudiziarie 

da ospedali esterni 

evasi ricuperati 



Totale degli entrati 



Totale degli esistenti e degli entrati 



Escili 
nell'anno 



per maggiore età o collocamento 

per restituzione ai parenti o por fine di 

pena 

inviati ad altri stabil. per buona condotta . 
inviati ad altri stabilimenti per motivi di ! 

salute 

inviati ad altri stabil. per cattiva condotta 

» alle carceri giudiziarie ..... 

» ad ospedali esterni 

evasi 

i 

\ morti 



Totale degli usciti 
Rimasfi al 31 dicembre 1875 



La popolazione media giornaliera 



Maschi 

247 
145 

102 

16 

14 

2 



52G 



28 

398 
137 

14 
8 

41 

18 
2 

35 



681 



Femmine 

17 
13 

6 

1 
2 



39 



34 



906 



52G 



1432 



681 



751 



834 



S. BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 379 

RIFORMA.TORJ PRIVATI. 



Esistenti il 1" gennajo 



Entrati 
neli'auno 



/ per Sentenza od Ordin. di Autorità 
I n correzione paterna . . , . 
\ provenienti dallo stato di libertà 
\ » da altri istit. o case 

/ di custodia 

ritornati da ospedali esterni . . 
\ evasi ricuperati 



Totale degli entrati . . , 
Tot. degli esistenti e degli entrati 



Esciti 
nell'anno 



per maggiore età 

yj restituzione ai parenti . , . 

n collocamento 

n invio a case di custodia per 

mala condotta 

per passaggio ad altri istituti a 

causa di salute 

a ospedali esterni 

espulsi 

evasi 



i morti 

Totale degli usciti 
Rimasti il 31 dicembre . . . 



Popolazione media giornaliera 



A CARICO 
DEL GOVERNO 







Ma- 
schi 






3371 


Ma- 
schi 


Fem- 
mine 




745 


221 




HI 


11 




218 


4 




104 


2 




107 


^ 




1285 


240 


1285 






4656 


35 


14 




459 


45 




183 


20 




62 


4 




123 


5 




131 


— 




7 


2 




164 


2 




47 


21 




1211 


113 


1211 






3445 
3418 



240 
1048 



113 
935 

880 



A CARICO 
DELLA 

CARITÀ PRIVATA 



169 

9 
1 

3 

182 



14 
151 

34 



234: 



Fem- 
mine 

105 
5 

HO 

13 
50 
31 

6 

4 

1 

li 
116 


Ma- 
schi 

693 

182 
875 

234 
641 



Feii 

591 



110 
701 



116 
585 



380 S. BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 

Fra le notizie degli altri riforraatorii troviamo che l'istituto Ca- 
merini di Padova e quello Coletti di Venezia ereditarono , il primo 
un centinaio di mila lire da monsignor Rossi, e oltre trecento mila 
il secondo dal conte Gerolamo Balbi-Yalier; e così quei due asili po- 
terono ampliarsi e migliorare. 

Alla colonia agricola di Scanzano, prospera l'istruzione degli al- 
lievi, che sono ricercatissimi per affidare loro poderi a mezzadria. 

Nell'istituto di Bosco Marengo presso Alessandria, si rese obbli- 
gatoria la musica vocale e si estesero i lavori. 

Nella casa di patronato di Firenze si concesse la scuola di mu- 
sica istrumentale, come in premio ai più diligenti, e s'impartisce la 
istruzione nelle ore di ricreazione; il contegno della comunità divenne 
migliore. Questo felice risultato si verificò anche nella casa di pa- 
tronato di Milano, de' cui allievi serbarono buona condotta il 90 per 
cento. Come ognun vede, codeste notizie sono troppo scarse, massime 
quando si pensa che 42 sono i riformatorii privati sussidiati dal Go- 
verno. 

A complemento di codesti brevi cenni dirò una parola sui castighi 
e sulla mortalità negli istituti correzionali. 

È insignificante il numero delle punizioni inflitte (21) alle figlie 
accolte nelle case di custodia; e la cosa si spiega coli' indole più 
mite e pieghevole di quel sesso. E valga il vero, mentre le figlie ven- 
nero recluse per vita randagia o per corruzione, pochissime per furti 
semplici, a carico dei maschi, oltre ai reati di minor conto, troviamo 
l'assassinio e l'omicidio (25), le ferite e le percosse (16), la grassa- 
zione, le rapine, i furti qualificati (21), lo stupro violento (2). 

A 8912 salirono le punizioni dei maschi: esse vennero applicate 
1761 volte per insubordinazione, ingiurie e vie di fatto contro i su- 
periori e contro i compagni, 1311 volte per sperpero di efletti e tra- 
scuratezza della pulizia, 277 per rifiuto o negligenza del lavoro; le 
altre furono lievi mancanze. 

Il castigo venne inflitto privandoli della ricreazione o della seconda 
minestra, colla cella a pane e acqua, e talora anche all'oscuro. E su 
questo proposito, pur ammessa la dolorosa necessità d'infrenare quella 
turba irrequieta, ripensando però al bisogno che hanno i giovani di 
moto, di aria libera e di nutrimento per provvedere alla loro cre- 
sciuta, e allo sperpero delle forze, occasionato dal lavoro, non si può 
far buon viso a punizioni che gli privano di elementi tanto necessa- 
rii, e sembra più perfetto il regime che attinge nel campo morale i 
premii e i castighi. 

Il Resoconto difetta di informazioni sulle mancanze e sulle puni- 
zioni degli allievi dei riformatorii privati, sui premii, sul peculio di 



S BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUSI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 381 

riserva messo in disparte, ecc. ecc. Una grave lacuna è pur quella 
dei risultati definitivi della educazione, che si dovrebbero desumera 
dalla riescila dei giovani rimessi in libertà da qualche anno. Eppure 
codesti dati occorrerebbero per formulare un giudizio sull'andamento 
di quegli istituti, e per stabilire un confronto tra i riforniatorii pri' 
vati e le pubbliche case di custodia. 

Nelle case di custodia, la mortalità, che nell'anno 1874 era stata 
di 2.96 percento nei maschi, e di 1.37 nelle femmine, nel 1875 fu di 
4.20 nei primi, di 1.68 nelle seconde. Non troviamo registrate quali 
speciali cause provocarono quell'aumento di mortalità. In ogni modo 
questa prevalse nelle malattie dell'apparato respiratorio (9.8 %) in 
quelle del sistema linfatico ghiandolare (10.5 7o^; ^^ sopratutto del 
sistema nervoso (15.6 7o^> ^ °^^ confermerebbe l'opinione dei medici 
che inclinano ad attribuire la inquietudine e la straordinaria eccita- 
bilità di siffatti ragazzi a malattie latenti dei centri nervosi. 

Le malattie e la mortalità spesseggiarono dopo i 14 anni e sopra- 
tutto dopo i 18, epoca pericolosa della pubertà, piti acerba riescendo 
allora la reclusione, e facendo risalto la perniciosa abitudine della 
venere solitaria. Le malattie e la mortalità prevalsero nei calzolai e 
ancor piti nei sarti, confermandosi coll'eloquenza delle cifre la male- 
fica influenza della vita sedentaria nei ragazzi. 

Ne' riformatorii privati la mortalità fu di 1.36 per cento nei ma- 
schi, di 2.39 nelle femmine, minore quindi nei primi e maggiore nelle 
seconde in paragone di quella verificatasi nelle case di custodia; ma 
difettano i dati sulle malattie e sulle cause della morte, sicché non 
oserei arrischiare giudizii e confronti su questa materia. È però cu- 
rioso, che mentre i giovani corrigendi in libertà, la maggior parte 
menano vita di stenti, al momento della reclusione si presentarono 
dotati di buona costituzione fisica. E questa nella nuova dimora non 
migliorò così come pareva si potesse sperare per le cure della igiene, 
per la savia applicazione del lavoro, per gli opportuni esercizii al- 
l'aria libera, per la buona alimentazione che 1' allievo dovrebbe tro- 
vare nell'istituto correzionale. Tuttociò, parrai, svela la sinistra in- 
fluenza della reclusione sul fisico del ricoverato, ed è già gran cosa 
se quella viene in parte neutralizzata dalle cure di cui sono circon- 
dati i giovani reclusi. 

Ma, ponendo termine a' miei appunti, non posso a meno d'insistere 
su quanto ho già invocato ne' miei antecedenti lavori. Innanzi tutto, 
converrebbe compilare in ogni Comune una statistica di tutti gli asili 
che accolgono minorenni per sentenza o ordinanza delle autorità giu- 
diziarie o amministrative, per correzione paterna, o per pietoso scopo 
di emenda esercitato dalla beneficenza privata. Quelle indagini do- 



382 S. BIFFI, SUI MINORENNI IN ITALIA RECLUsI NELLE CASE DI CUSTODIA, ECC. 

vrebbero mettere in chiaro la storia di ciascun asilo, le sue con- 
dizioni materiali e igieniche, le sue risorse economiche, l' indirizzo 
della istruzione professionale e scolastica, e sopratutto della educa- 
zione. Per tal modo si metterebbe in chiaro un cospicuo numero di 
riformatorii che non figurano nel Resoconto officiale, e che si ten- 
gono gelosamente lontani da ogni ingerenza governativa. 

Mi pare importante che innanzi tutto si faccia, come si direbbe, l'in- 
ventario di ciò che possediamo in casa nostra. Del resto, per quanto 
devasi rispettare l'opera e perfino la suscettibilità ombrosa della pri- 
vata beneficenza, tuttavia, quando si considera che in codesti asili 
è esercitata una vera educazione coatta di giovani minorenni, il Go- 
verno ha il diritto e il dovere di verificare se vengono rispettati i 
principii fondamentali della igiene e della educazione. 

Non ha guari venne ex abrupto soppressa la Direzione generale 
delle carceri, il che destò maraviglia, avendo quell'Ufficio tenuto 
sempre dietro ai progressi consigliati nel regime carcerario dalla 
odierna civiltà, e contando impiegati stimabili per carattere e dot- 
trina, fra i quali basti citare il chiarissimo Beltrani-Scalia che ha 
fondato e dirige la Rivista delle discipline carcerarie. Però tutto il 
male non viene per nuocere, e questo fatto ci conduce a reiterare 
la domanda di un altro utile provvedimento. 

Ora che è cessata l'ingerenza della Direzione delle carceri, sarebbe 
opportuno istituire presso il Ministero dell' Interno, come si è fatto 
in Inghilterra, un ispettorato speciale per la educazione correzionale. 
Il modo con che si compiono colà le visite de' riformatorii pubblici 
e privati e se ne pubblicano gli annuali Resoconti, può servire d'in- 
vidiabile modello, e si noti che in quel paese della piti ampia libertà 
individuale, l'ispettorato of the Reformatory and Industriai Schools 
gode la pubblica fiducia e simpatia. 

Non basta che tra noi il Governo faccia sforzi generosi per la 
educazione correzionale, e che la carità cittadina operi miracoli creando 
e sorreggendo numerosi riformatorii. Tutto ciò è degno di lode, ma 
bisogna anche sorvegliare e indirizzare a bene quella importante 
azienda, si deve insomma curare che tanti sacrificii approdino a buon 
fine. Quando si inizia una istituzione benefica, bisogna avere la te- 
nacità di tenerle dietro fino a che abbia maturato i frutti desiderati. 



LETTURE 

DELLA 

CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI. 



ANATOMIA PATOLOGICA. — Sullo stroma dei sarcomi. Nota del 
S. C. Prof. G. BizzozERo. 

Lo stroma dei sarcomi venne finora relativamente assai poco stu- 
diato. Se si prescinde da alcune varietà di essi (p. es. dal linfoma, da 
alcune forme magnicellulari e da alcune fusocellulari), per le altre lo 
stroma viene descritto confusamente come una sostanza amorfa, gra- 
nulare fibrillare, senza che venga determinata quale ne sia la signi- 
ficazione e qual rapporto genetico abbia cogli elementi propri del tu- 
more. 

Ora, le mie ricerche, di cui darò conto pili particolareggiato in luogo 
a ciò più acconcio, estese su gran numero di esemplari di cosifatta 
neoformazioni, mi hanno dato per risultato: 

l.° che non solo (come già sapevasi) in alcuni, ma in tutti i sar- 
comi a cellule rotonde, sia magni- che parvi-cellulari, lo stroma è un 
vero tessuto interstiziale, rappresentato da un reticolo piU o meno 
regolare e completo, provveduto di proprie cellule connettive afl^atto 
diverse, per forma, dallo cellule proprie del tumore. Questo reticolo è 
fibrillare in alcune specie (sarcoma globocellulare semplice), costituita 
da sostanza amorfa in altre (sarcoma globocellulare mucoso). Le tra- 
becole del reticolo sono in alcuni casi fibrillari, in altri lamellari; in 
alcuni, ogni maglia del reticolo contiene una sola cellula (stroma reti- 
colare propriamente detto), in altri ogni maglia contiene un gruppo 
intero di elementi (forma alveolare). 

2.0 che nei sarcomi fusocellulari lo stroma può variare in due 
modi. Nell'uno, a somiglianza de' sarcomi globocellulari, esso è un 
vero tessuto interstiziale, provveduto di cellule proprie, diverse da 
quelle del tumore, e formante delle trabecole di solito relativamente 
grosse, che circondano interi gruppi di cellule del neoplasma (sarcoma 
Eendiconti. — Serie II. Voi. XI. 25 



384 G. BIZZOZERO, SULLO STROMA DEI SARCOMI. 

fusocellularo alveolare). Nell'altro lo stroma è, invece, una pura so- 
stanza interstiziale, fabbricata direttamente dalle cellule proprie del 
tumore, ravvolgente ogni cellula di quest'ultimo, e rappresentata ora 
da una massa amorfa (sarcoma fuso-cellulare mucoso e gelatinoso) 
ora da una massa fibrillare (forme affini del sarcoma al fibroma). 

Da questi risultati appare chiaramente, che l'attività formatrice della 
cellula del sarcoma essenzialmente non si differenzia da quella delle 
altre cellule connettive formantisi negli altri processi fisiologici e pa- 
tologici. Le cellule connettive rotonde, non ancora sviluppate, non val- 
gono a produrre una propria sostanza intercellulare; epperò i sarcomi 
globo-cellulari posseggono un tessuto interstiziale indipendente, non 
una sostanza interstiziale. Le cellule connettive, invece, più sviluppate, 
fusiformi od appiattite possono produrre questa sostanza, ed è perciò 
che la più parte dei sarcomi fusocellulari possiede una vera sostanza 
non un tessuto interstiziale. 



PATOLOGIA. VEGETALE. — Studi sulle dominanti malattie della 
vite. — IH. Del Vaiolo o Picchiola (Continuazione). Memoria pre- 
sentata dal M. E. prof. Santo Garovaqlio e dal S. C. dott. Achille 
Cattaneo. 

Cura. 

Qualunque sia la causa efficiente del vaiolo della vite, o la si cer- 
chi nella presenza di un fungo ipoderma o in una particolare discra- 
sia dei sughi, l'esperienza ha dimostrato, che le solforazioni tanto 
proficue nel debellare l'oidio, poco o nulla giovano contro la mede- 
sima. Che anzi è appunto dal tempo dacché i guasti dell' oidio ven- 
nero gradatamente scemando per l'uso delle solforazioni, che gli agri- 
coltori furono fatti accorti della presenza di questo nuovo malanno, 
alle uve forse piti pernicioso della tanto temuta crittogama, inquan- 
tochò, se la picchiola coglie la pianta nei primordii di vegetazione, 
non solo distrugge completamente i grappoli e i teneri germogli, 
ma può benanche trarre a prematura morte la pianta. 

Né può riuscir difficile darsi ragione della poca utilità delle solfo- 
razioni, fatto questo non meno naturale, che dolorosissimo: impe- 
rocché egli è evidente, che i rimedii valevoli a distruggere un fungo, 
il quale come l'oidio s'ingenera, si moltiplica e si difi'onde sulla su- 
perficie degli organi che investe, non potranno egualmente esercitare 
la loro benefica efficacia contro quelle altre essenze fungose, che sten- 
dono l'apparecchio vegetativo nei tessuti sottoepidermici, sottratti alla 
loro diretta azione. 



S. GAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 385 

Neanche da coloro, che derivano la picchiola da turbato processo 
nutritivo e da una particolare discrasia dei sughi, furono, per quanto 
ne sappiamo noi, suggeriti mezzi atti, non dirò a debellarla, ma an- 
che solo ad attenuarne i perniciosissimi effetti. Il maggior numero 
di loro confessa ingenuamente di non saperne indicare alcuno. 

Ma se un rimedio specifico, come sogliono dire i nosologi, non fu 
ancora trovato, non è perciò che non si possano raccomandare alcune 
pratiche e cautele nel governo della vite affetta dal vajolo con quaU 
che speranza di buon successo. Epperò noi non esitiamo a riportare 
qui tutti quei provvedimenti, che massime in questi ultimi anni ven- 
nero proposti per la cura del morbo, inquanto i medesimi non con- 
traddicono ai dettati della scienza e a quel concetto che noi ci siamo 
formati della sua vera natura. Li raccogliamo nel seguente schema : 

1. Recisione dei tralci ammalati per dar luogo ad una seconda 
vegetazione: Macagno [Bollettino del Comizio Agrario di Massa, N. 1, 
2, 3, anno 1877); Arcangeli [Sopra una malattia della vite, pag. 80). 
Gera [Coltivatore, N. 11, pag. 82). 

2. Distruzione immediata delle viti molto attaccate dalla malat- 
tia: Mori [Agricoli. Ital. 1877, fase. 35, pag. 457). 

3. Ricca concimazione con sali potassici: Macagno (luogo citato). 
Comizio Agrario di Padova [Italia Agricola, N. 14, pag. 333). 

4. Aspersione delle viti ammalate con acqua di calce e ranno, af- 
fine di distruggere le spore dell' endofita sparse sulla superficie del 
tronco e dei tralci: Mori (luogo citato). 

5. Applicazione del solfuro di calce alle radici sotterrandolo al- 
l'intorno del ceppo per qualche centimetro, nonché di tutta la parte 
aerea della pianta, servendosi a tal uopo del soflaetto che si usa per 
le solforazioni ordinarie: Dott. Mongini [Bollettino Agrario, N, 24, 
pag. 672): Comizio Agrario di Padova (luogo citato); 

6. Migliore lavorazione delle viti per ismuovere il terreno, net- 
tarlo dalle male erbe e dare scolo alle acque stagnanti : Comizio Agra- 
rio di Padova (luogo citato): Gera [Coltiv. N. 11); 

7. Abbonire il terreno con una soluzione di calce e nitro di com- 
provata efficacia nell'attivare la vegetazione. 

Da ultimo non vorremmo neanche sconsigliare al tutto le insolfo- 
rature precoci allo scopo di distruggere i germi dell'endofita, non po- 
tendosi escludere la supposizione, che i medesimi penetrino dal di 
fuori nei tessuti sotto-epidermici per gli orifizii degli stomi o per al- 
tre vie tuttora sconosciute. Tutti questi mezzi curativi, bisogna pur 
confessarlo, sono di una efficacia problematica, ma ciò non vuol dire 
che debba per questo il viticoltore cader dell' animo, e impensierire 
oltre al dovere sui danni ond'è minacciato. E giovi a rinfrancarlo il 



386 S. GAROV. E A. GATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 

riflesso, che la picchiola si mantiene per Io piti sporadica e ristretta 
a pochi ceppi, e di rado assume carattere epidemico e maligno, e che 
molte viti che ne erano state colpite l'anno precedente con perdita di 
pressoché tutto il prodotto, come ne assicurano il Fintelmann, il Me- 
yen,ilGera, ilMacagno, il Berenger ed altri osservatori degnissimi di 
fede, diedero nel successivo abbondante raccolto. Solo raccomanderemo 
a quanti botanici, e agronomi si occupano di questi studii, di raddop- 
piare di cure e di sforzi per giungere alla soluzione dei molti dubbi, 
che tuttora sussistono sulla vera natura e sui momenti etiologici del 
morbo, appuntando le loro cure e diligenze a questo, di chiarire: 

1. Se tutte le qualità di viti senza distinzione e iu pari grado 
vengano attaccate dalla malattia; 

2. Quali siano le condizioni di suolo e di temperie che la pro- 
ducono e ne promuovono la diffusione ; 

3. Se i fungini che allignano nei tessuti ammorbati apparten- 
gano ad un'unica specie variabile nelle sembianze a norma dell'età 
ovveramente costituiscano pei sistematici altrettante specie distinte; 

4. Finalmente se tra questi fungilli e la malattia corrono quei 
rapporti di causa ed effetto che i botanici, e noi pure vi supponiamo. 

Così operando, possiamo metter pegno, che la scienza e la pratica 
reciprocamente sussidiandosi arriveranno, in tempo non molto lon- 
tano, a salvare la vite da questo flagello, come hanno saputo arre- 
stare i guasti dell'oidio, della carie dei grani, del calcino dei bachi 
e di tanti altri malanni, che in passato devastavano i prodotti piti 
utili della nostra agricoltura. 

Recando ora in una le molte parole della presente scrittura cre- 
diamo poterne cavare le seguenti conclusioni: 

1. Il vajolo o picchiola è una malattia propria, distinta da quan- 
t'altre attaccano le viti; 

2. Essa è d'origine antica e pare abbia serpeggiato, ora spora- 
dica, ora epidemica in tutti i paesi vinicoli d'Europa da remotissimi 
tempi; 

3. Non è finora accertato, che essa sia prodotta da un endofita 
vegetale, come non è accertato, che l'Antracnosi del Dunal e il Rot 
degli Americani siano colla picchiola una medesima cosa; 

4. Rimedii sicuri e comprovati per prevenirla o guarirla non si 
conoscono. 

Nota N. 1. 

Avevamo già stesa la presente Memoria, quando ricevemmo dal 
signor Barone Thiimen un suo lavoro pubblicato or ora sui paras- 



S. GAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 387 

siti (lei vitigni, nel quale a pag. 18 si descrive indubbiamente lo 
stesso fungo veduto dal Meyen e da noi facendolo sinonimo dello 
Sphaceloma ampelinum proposto dal De Bary fino dal 1873 (Anna- 
lender Oenologie, iom. 4" pag. 1G5 e Botan.Zeitung, 1874, pag. 451), per 
un essenza fungosa da lui scoperta in un'epifitia che devastò in quell'e- 
poca alcune zone vinicole della Germania occidentale o renana. 

Se e dalla descrizione e dalla figura data dal Thiimen nella men- 
tovata monografia, dobbiamo ritenere che, questo distinto micologo 
abbia avuto sott'occhio lo stesso nostro fungo, non possiamo dire al- 
trettanto quanto al De Bary. I caratteri che esso attribuisce e in un 
modo dubitativo al suo Sphaceloma e l'averlo riferito alla sezione 
dei pirenomiceti, come ci trattenne di tenerne conto in questo nostro 
lavoro, così ci impedisce anche oggidì nullostante l'affermazione del 
sig. Thiimen, di credere lo Sphaceloma ampelinum una cosa stessa 
colla nostra Ramularia Meyeni^ e quindi è lecito dubitare se anche 
al nostro fungo possano convenire le deduzioni, che il De Bary ha 
tratto da' suoi tentativi d' innesto colle spore dello Sphaceloma su 
viti sane, sì da considerarlo come vera causa efficiente della pic- 
chiola. 

Nota N. 2. 

Crediamo far cosa grata ai nostri lettori, riportando qui le descri- 
zioni che il Passerini, l'Arcangeli ed il Saccardo danno delle essenze 
fungose da ognuno di loro vedute per entro ai tessuti affetti da pic- 
chiola, affinchè si possa più agevolmente rilevare, quali rapporti di 
somiglianza e dissomiglianza codesti funghetti abbiano col micete ve- 
duto dal Meyen e da noi. 

Passerini. — « Memoria sulla nebbia del Moscatello ed una nuova 
crittogama delle viti » Pag. 3. 

« . . . . Portando sotto al microscopio composto qualche frustolo 
di essa forfora, si scorgono tra frammenti di epidermide delle picco- 
lissime spore oblunghe, jaline, con un punto lucido o nucleo ad ogni 
estremità, il che ne dimostra senz'altro la presenza di un fungillo, 
ossia di una crittogama parassita. Se poi si osservano le sottili se- 
zioni che si facciano attraverso alle macchie in direzione normale alla 
sua superficie, veggonsi sul profilo esteriore spuntare de' brevissimi 
fili, ognuno dei quali sostiene all'apice una delle spore predette. Dopo 
aver ciò veduto è lecito di argomentare senz'altro che i fili sporiferi 
provengono da un micelio nascosto nel sottostante tessuto e produ- 
cente le macchie degli acini e delle foglie, e la rosura dei rami. An- 
che su questi non ò però raro di trovare le spore, le quali incontran- 



388 S. GAROV. E A. GATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 

dosi pure sulle foglie, e più specialmente in quelle macchie che stanno 
sovraimposte alle nervature ed ai piccioli, rimanendo le altre piti 
spesso sterili. Da quanto precede, risulta pertanto che trattasi di uno 

di quei fungilli detti filiformi o grecamente ifomiceti 

»■• Dipendentemente dalla struttura preaccennata volendo collocare il 
nostro fungillo nel posto che gli compete, e quindi assegnargli un 
nome, non sembra che si possa fare altrimenti, fuorché riferirlo al 
genere Ramularia Unger, nel quale però non trovandosi alcuna delle 
specie conosciute che appieno gli si confaccia, dovrà costituire una 
nuova specie, che parvemi dover contrassegnare col nome di Ampe- 
lophaga, in vista del consumo che fa delle parti principali della vite. » 

Ramularia Ampelophaga Pass. 

« Macidae amphygenae, fusco-rufescentes, subdiscoideae, tandem 
confluenteSf medio furfuraceo-griseae : sporae minutae, ellypticae, hya- 
linae, simplices, ad polos nucleatae, hyphis brevissimis suffultae. •» 

» In Vitis viniferae var. Lugliatica et Moscatello, folla, ramulos et 
racemos deformans et destruens. Parmae, Julio 1876. » 

Arcangeli. — « Osservazioni sopra una nuova raalattia della vite. * 
nel voi 9*^ del Nuovo Giornale Botanico Italiano, 1877, N. 1, p. 74. 

« Dall'esame microscopico sopra sezioni convenientemente preparate, 
si può rilevare che le pustole sono costituite da due strati sufficien- 
temente distinti. Havvi uno strato che corrisponde, a quanto sembra 
fra la cuticola e la faccia superiore delle cellule epidermiche. Questo 
strato pseudo-parenchimatoso spesso è qua e là interrotto da fìluzzi 
micelici densamente tra loro intralciati. 

» Le protuberanze che sporgono sulla superficie della pustola, por- 
tano le spore del nostro funghetto. Tali protuberanze si mostrano 
nelle sezioni perpendicolari alla superficie della pustola, come com- 
poste di cellule elittiche disposte in serie lineari, densamente rac- 
colte in fascio e quasi in palizzata, ed ordinariamente un poco diver- 
genti dal basso all'alto, le quali poi si rendono libere nella parte su- 
periore per costituire le spore. 

» Debbo pure aggiungere che l'esame microscopico delle dette pu- 
stole, eseguito sui frutti dei differenti saggi sopra enumerati, mi por- 
terebbe a distinguere due forme differenti di questo funghetto, a se- 
conda delle varietà cui appartengono i frutti medesimi. Cosi una di 
tali forme apparterrebbe al Trebbiano ed all' uva galletta, e 1' altra 
all'uva Salamanna. 

» La prima si distinguerebbe per aver spore elittiche, leggermente 
colorate in scuro, con un nucleo poco apparente presso ciascuna estre- 



S. GAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 389 

raità, ed avente il maggior diara. di O'"'",0066 ed il minore di millimetri 
0,0033, nonché il tessuto pseudo-paronchimatoso a cellule colorate in 
scuro nella porzione corrispondente alla superficie della protuberanza 
sporifera, la seconda avrebbe le spore più piccole, cioè col maggior 
diametro di 0'""\005 ed il minore di O'"™,002, e le sue parti più gra- 
cili di quelle delle prime. 

» Dalle sezioni ottenute sopra piani perpendicolari alla superficie di 
queste macchie, si rileva che qui pure si verificava la presenza di 
filamenti raicelici serpeggianti nel tessuto sottostante all'epidermide, 
i quali poi confluivano nella parte superficiale della macchia stessala 
un denso strato ricoperto da una gran quantità di sporule elittiche 
del tutto corrispondenti a quelle superiormente descritte. . . . Sem- 
brami però molto probabile che esse provengano da una medesima 
causa. Ed in vero è molto probabile, come opina il medesimo profes- 
sor Targioni, che si tratti d'uno stesso funghetto parassita che svol- 
gendosi dapprima su giovani rampolli della vite ed attaccandoli nelle 
prime fasi del loro sviluppo, si riproduca con forme alternanti negli 
altri organi della pianta, per esempio sul frutto, o che lo stesso fun- 
ghetto possa prendere forme alquanto diverse, secondo 1' organo nel 
quale si svolge . . . » 

Saccardo. — «Il vajolo della vite » nella Tèivista di Viticoltura ed 
enologia Italiana, Conegliano, N. 16, (31 agosto 1877) pag. 491. 

«Il fungo consta di cuscinetti o strati proliferi formati di poche 
assise di cellette poliedriche, j aline o appena fumose, delle quali le 
superficiali si attenuano all'apice in una forma di breve sterimma. 
Gli sterirami portano le spore (o conidii) elittico-oblunghe od ovoidali 
lunghe 5-6 microraillimetri, larghe 2 Vr^ Vg' j^^line, con due piccoli 
nuclei alle estremità che sono rotonde. Le spore quando siano mature 
erompono dalla epidermide e si conglutinano in piccolissimi e irrego- 
lari mucchietti, alla presenza dei quali devesi l'aspetto cenerognolo e 
quasi polveroso del disco delle pustole. » 

Osservazione. — L'Autore, quantunque consideri il suo funghetto 
come identico a quello del Passerini, crede ciò nullaraeno doverlo 
ascrivere al genere Gloeosporium e mantenendogli il nome specifico 
del prof, di Parma, ne dà la seguente diagnosi: 

« Gloeosporium ampelophagum (Pass.) Sacc. Ramularia ampelo- 

phaga Pass. 1. e. — Phoma uvicula Arcang. 1. e. (non B. et C.) pr. p. 

» Maculis seu pustulis (fructicolis) subcircularibus, saepe confluen- 

mtibus, baccarum epidennidem strataque corticalia occupantibus et are- 

scendo induraniibus atque rufo-vel fuligineo-ìiigricantibus, ad cenlrum 



390 S. GAROV. E A. CATT., SULLE DOMINANTI MALATTIE DELLA VITE, ECC. 
{e sporis eccilientibus) griseo-vel roseo-prinosis ; acervulis sub epider- 
mide nidulantibus, minutis, dense gregariis, strato proligero pulvinato 
minute parenchymatico, hyalino v. dilute fumoso, cellulis superficia- 
libus vertice breve apiculato sporigeris ; sporis {conidiis) ex oblongo 
ellypsoideis v. ovoideis, 5-6 micr. long., ^Yg-SVa micr. crass., 2- gut- 
tulatis, hyalinis , mox acervatim erumpentibus pustulaeque super fì- 
ciem conspergentibus. 

•» Hab. in baccis Vitis viniferae, quas maculai, cìeformat, corrum- 
pit. » 

BIBLIOGRAFIA. 

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Gartenzeitung, Berlin, 1839, pag. 233). 
FiNTELMANN. Beitràge zur naheren Kenntniss der Sohwìndpookankrankheii 

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DucHARTRE in Journal des Débats (10 settembre 1850). 
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Cantu' in Gazzetta Piemontese. 
Brignoli e Giorgini. Del Crambo, malattia che corruppe Vuva in molte 

parti d^ Italia (Modena, 1851) — Le conclusioni sono riportate an- 
che nel Repertorio d'Agricoltura di Ragazzoni. (Nuova Serie, tomo 

XIV. p. 899, anno 1851). 
Trevisan. Sulla origine delle alterazioni che osservansi alla superficie delle 

parti verdi nelle viti affette dal bianco dei grappoli. (Padova, 1852). 
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gofili nella seduta del 5 settembre 1852). 
Berenger. Micogenesi. (Coltivatore N. 12-14, anno 1852). 
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Picchiola. [Coltivatore, N. 28, anno 1852), 
Fasoli. Sul morbo della vite (Opuscolo pubblicato a Vicenza, 1853). 
ViSiANl e Zanardini. Rapporto sidla Malattia delV uva. (Venezia, li 12 

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Fabre e DaNAL. Bulletin de la Sooiété centrale d' Agriculture de l'Hérault 

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Berti-Pichat. Istituzioni d'Agricoltura (Volume V, parte IT, pagina 1290, 

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Hallier. Phytopathologie: die Krankheiten der Culturgeiodohse. (pag. 299^ 

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CoRNU. Memoire sur la maladie de la vigne. (Réaueil des savants élrau' 

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De Bary. Ueber den sogenanten Brenner (Pech) der Reben (in Annalen 



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Farlow. On the american grape-vim mildew. (Dalletin of the Bussey In- 
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Monti. Il vajolo delle uve. {Giornale Agrario Italiano, anno XI, N. 14, 
31 luglio 1877, p. 386). 

Garcin. Note sur une maladie du raisin dans Ics vignobles narbonnais. 
(Comp. Rend. des séances de l'Académie des selene. Tom. 85, N. 3, 
p. 120, 1877). 

Magagno. Sur une maladie du raisin observée dansles vignobles narbon- 
nais par M. F. Garcin. (Compi. Rend. des séanc. de V Académ. des 
scienc. Tom. 85, N. 5, 1877). 

Porte. Sur les ravages produits dans les vlgnes du Narbonnais par la ma- 
ladie de V anthracnose ou charbon. (Comp. Rend. des séanc. de VAcad. 
des scienc. Tom. 85, p. 704, 1877). 

Giornale Agrario italiano, p. 672, 31 dicembre 1877. 

Mori. Sopra una malattia delle viti^ manifestatasi nei monti e nelle colline 
pisane. (Agricoli. Ital. Fase. XXXV, p. 455, agosto, 1877). 

Saccardo. Il vajolo delle viti. (Rivista di Viticoltura ed Enologia italiana 
N. 16, p. 491, 31 agosto, 1877). 

Pulltat. L' Anthracnose de la vigne. (Revue horticole Paris. 1878, N. 4, 
Fevrier. 16, p. 71-74). 



ANALISI MATEMATICA. — Relazioni fra i coefficienti e le radici 
di una funzione intera trascendente. Nota di S. Pincherle, presen- 
tata dal M. E. prof. Felice Casorati. 

Una serie ordinata per le potenze intere e positive di una variabile 
complessa e costantemente convergente rappresenta una funzione che 
per tutti i valori finiti della variabile è raonodroma, finita e continua, 
e che si chiama funzione intera trascendente o semplicemente intera 
per la sua grande somiglianza colle funzioni intere razionali: e per 
radici o posti degli zeri di una tale funzione s'intenderanno i valori 
finiti della variabile per i quali la funzione si annulla. 



392 S. PINCHERLE, RELAZIONI FRA I COEFFICIENTI E LE RADICI, ECC. 

Nella sua recente Memoria sulle funzioni monolvomQ (Abhandlungen 
der Akad. M'issenschaften, Berlin, 1877) il signor Weierstrass ha 
dimostrato che qualunque funzione intera avente un numero finito od 
infinito di posti degli zeri si può scomporre in prodotto di funzioni 
della stessa specie avente ciascuna un solo posto-zero tutt'al più ; e 
questa scomposizione essendo analoga a quella ordinaria di una fun- 
zione intera razionale nei suoi fattori lineari, si presenta la domanda 
se, e con quali restrizioni, si conservino per le funzioni intere tra- 
scendenti le relazioni che passano fra i coefiicienti e le radici delle 
razionali: e nella presente Nota si è tentato di rispondere a questa 
domanda, seguendo il metodo tenuto nella Memoria citata. 

1. Sia f{x) una funzione trascendente intera cioè espressa per tutti 
i valori finiti di ce dalla serie sempre convergente 

0^ + OiCc + a^oc^ -h . . . . 

Il coefficiente a^ si può supporre differente da zero; avendosi cioè 
una funzione f{x) rappresentata da una serie in cui fosse 

le considerazioni seguenti si applicherebbero alla funzione 

Indichiamo ora con 

a^ ag a,^ (1) 

le radici della funzione f{v\ e su queste quantità facciamo le seguenti 
ipotesi: 

a) Le quantità a^ siano tutte difibrenti da zero per quanto si 
è detto, e siano in numero infinito (W caso di un numero finito di ra- 
dici non presenterebbe diftìcoltà). 

h) Gli indici siano assegnati in guisa che 

mod a^< mod a,j^j 
e 

lim -L = 0; 

non si esclude che due o piU delle a siano fra loro eguali. 

c) Porremo dapprima per le a un'altra restrizione che verrà tolta 
in seguito: supporremo cioè che esista un numero intero a tale che 
la serie 

1 ^_ 



S PliVCHKRLE, RELAZIONI FRA I COEFTlCIElVTI E LE RADICI, ECC. 393 

sia convergente incondizionutamento; ò chiaro che tutte lo serie 

per k> [A + l saranno parimente convergenti. 

Questa condizione che si trova soddisfatta in un numero grandis- 
simo di casi è, come vedremo, necessaria perchè le relazioni fra i 
coefficienti e le radici della funzione trascendente riescano analoghe 
a quelle delle funzioni razionali. 

Sotto tali ipotesi la funzione f{x) scomposta in fattori avrà neces- 
sariamente la forma 

/•(a;) = <f(a;)e^(^) (2) 

dove F{x) è una funzione intera razionale o no, affatto arbitraria, e 
<p(cc) indica il prodotto (v. Memoria citata). 



n = l\ «n/ 



Indicheremo con 

\ + c^x + c^x^-\- . . . , 

lo sviluppo in serie di cp(x) ed incomincieremo dal cercare le relazioiii 
fra i coefficienti e-,- e le radici a„. 
Se ^'(x) è la derivata di cp(a?), si ha immediatamente 

i^^ ì -lìI+S ^|. (3) 

\ «n 

La serie che comparisce nel secondo membro di questa uguaglianza 
è convergente entro un cerchio descritto dall'origine, come centro, con 
un raggio inferiore di una quantità finita a mod^f.^'^ infatti il termino 
generale di questa serie è in valore assoluto 



mod 



X' 



^('"«^^$^---)l = "°"("»^^''l-;^) 



Ora se x si prende nell'interno di quel cerchio le differenze 1 sa- 

ranno tutte differenti da zero ed avranno un minimo di cui il valore 
assoluto sarà fluito e differente da zero e si potrà denotare con w; si 
avrà allora che la serie dei moduli della (3) sarà 



394 S. PINCHERLE, RELAZIONI FRA I COEFFICIENTI E LE RADICI, ECC. 



o) n=l (mod a^)''"*'^ 

e quest'ultima serie essendo convergente per l'ipotesi c), la serie 
doppia (3) sarà puro convergente nel cerchio indicato. In questo cer- 
chio i termini della serie si potranno aggruppare in qualunque ordine ; 
ordinandoli per le potenze di x viene 



~)-~Cl^+''' 



dove 



. per h <]x 

per 7i > a . 



Otteniamo così l' identità 
- (^i + .^8a:+ . . . .)(1 4-Cia;-f ^2-+ . . . .) — c^ + S^jr + 



(la CUI 



^2^n+l + •••• + -V^ + 'n+ì --'- - (" + l)^n+l 



Queste relazioni lineari fra i coefBcienti della (^(.x) e le somme delle 
potenze simili delle inverse delle radici sono perfettamente analoghe 
alle relazioni corrispondenti nel caso dei polinomj; è da notare solo 
che s^ .^j... 5 essendo nulle, risultano pure nulli Cj e,... e e 

] 



>+l ~ p. -t i 



per CUI 



^-•1 



cp (.T) = 1 - -^ a;>+l + c^+2 a;'^+2 + 



Dalle relazioni (5) si possono dedurre facilmente le .?^ espresse per 
le e^, o le c^ per sj^ in forma di determinanti; e le c^ essendo espresse 
per le sj^ che sono simmetriche nelle radici, si potrà asserire che ogni 
funzione razionale dei coefBcienti c„ sarà simmetrica nelle radici. 



S. PINCHERLE, RELAZIONI FRA I COEFFICIENTI E LE RADICI, ECC. 395 

s.n .T . . .• • 

Applicazione. — Consideriamo hi funzione — ; — i cui posti-zen 

sono 

— Tc, t:, - 271, 2 u, —3:;, 3:1, 

La somma 

1 ' ^ r 5 1 

n=:i mod «^ TT n^l '« 
è divergente, ma 

2 ^. 1 

— i "^ — ? 
Ti' 1 U" 

è convergente, per cui [/.= !. Adunque per la (2) 

!:!l:!ie^(-) fi (i_JL\,^(l + _L),^-S^-c^(-) Il (i-^l 

ma d'altra parte sappiamo che 
talché F(x)=0; essendo poi 



2 .v,4 ^6 



sen .r , or" ar x 



otterremo dalle (5) una serio di relazioni aritmetiche ponendovi 
'^ 1 



'2- = 2;7TT!' ^2-^1 •=^- 

2. Se passiamo ora a studiare una funzione generale f{x) data 
dalla (2;, le relazioni fra coefficienti e radici saranno meno semplici, 
in quanto che esse si complicheranno dei coefficienti dello sviluppo 

dic(^*)- 
Se poniamo 

f(x) = «0 + «1 ^ + ^2^* 4- . . . . 
viene 

Of^-i-o^x+ = (»!g + m, a; + . . . .) (1 + f i« + • • • •) 



396 S. PINCHEBLE, «ELAZIONI FRA l COEFFICIENTI E LE RADICI, ECC 

da cui, uguagliando i coefficienti, 

(6) 



e le Cjj potendosi esprinaere per le s^, queste formole danno le rela- 
zioni fra i coefficienti ^„ e le somme delle potenze simili delle inverse 
delle radici; vale ancora in questo caso la proposizione che i coeffi- 
cienti contengono simmetricamente le radici. 

3. Fin qui le radici non erano qualunque, ma doveva esistere un 
numero tx tale che la somma 

risultasse convergente incondizionatamente; supponiamo ora che questa 
condizione non sia piti verificata. Dimostreremo facilmente che le rela- 
zioni (5) e (6) sussistono ancora, purché si muti convenientemente il 
significato delle quantità ^j^; non sussiste invece la proposizione, che 
i coefficienti sono esprimibili in funzione simmetrica delle radici. 

A quest'effetto osserviamo che qualunque siano le quantità (1), 
purché sia 

lim a^ = oo 
n=» 

esisterà sempre una serie di numeri interi 

[Xj [/j a^ 

corrispondenti ad 

«1 «« «„•••• 

e tali che 

00 ^M„ 

^ raod r 

n=l oc^/»+i 

abbia valore finito per qualunque valore di x (v. Memoria citata). In 
tal caso una funzione avente per posti-zeri le quantità della serie (1) 
sarà data pure dalla (2), dove ora si deve intendere con <p(x) il pro- 
dotto: 

h 



<?(x) 



n fi-^ì/" 

n=l V V 



S. PINCHERLE, RELAZIONI FRA 1 COEFFICIENTI E LE RADICI, ECC. 397 

e la (3) diventa 

1 



La serie del secondo membro è, come nel caso già esaminato, con- 
vergente per tutti i valori di x compresi nel cerchio avente per centro 
l'origine e per raggio una quantità inferiore a mol oc^ di una quantità 
finita; infatti il modulo del termine generale è 

mod / — '-^, . 

e dando ad to il medesimo significato di prima, la serie dei moduli 
nella (7) S 






e questa è convergente per l'ipotesi fatta sui numeri [j-^. La serie 
doppia (7) è dunque 



2 i^!^^—Ìl!- a;^>+^ \ 

1=1 [a^/'n+l «^/^„+2 a^M„+3 j 



e questa essendo convergente entro il cerchio che si è detto, i suoi 
termini si potranno aggruppare come si vuole, e ordinare per esempio 
per le potenze di x; essa serie prenderà allora la forma 

— (^'i + .%x + F^X^ ) 

dove: 

«i = .'j = . . . . s^^ = 

1 1 1 

V.+l-^^;iI77r' Vi+2 - ai/^,+2 • • • • ^2 ai/^, 

e in generale, se k è un intero tale che 

[i.^~\-\<k <a^+j + l 



398 S. PINCHERLE, RELAZIONI FRA I COEFFICIENTI E LE RADICI, ECC. 



sarà 



s*=X--j. (8) 

n=l n 

Sostituendo nelle (5) e (6) per le sj^ questi valori, si avranno le 

relazioni fra i coefBcienti e le radici, nel caso attuale ; si vede cbe 

non si hanno piti somme di potenze simili di tutte le inverse delle 

radici, ma solo di un numero limitato di queste inverse, numero 

però che va crescendo con h. 



CHIMICA AGRICOLA. — Sulla composizione delle ceneri dei caci 
di grana. Nota di G. Musso e A. Menozzi. 

Nell'intento di illustrare vieppiù la composizione dei caci di grana, 
intorno ai quali fu pubblicato due anni fa da Manetti ed uno di noi 
una speciale monografia (1), abbiamo studiato la composizione delle 
ceneri di 6 campioni di caci di grana maturi. I risultati ottenuti 
sono consegnati nel seguènte specchietto: 



INDICAZIONE 
DEI 


I. 


ir. 


III. 


IV. 


V. 


VI. 


COMPONENTI 














Ceneri in 100 gr 














di cacio norm. 
Sodio(comb.alCI) 


4,7062 


6,1453 


6,4623 


6,2389 


5,5431 


6,5571 


6,4346 


9,9356 


6,0387 


5,7741 


^ 6,2186 


10,0412 


Ossido potassico . 


2,6295 


4,0672 


2,1431 


2,5923 


2,1630 


2,8138 


» sodico . . 


6,6804 


1,4190 


6,1091 


5,1228 


3,9793 


4,5573 


n calcico . . 


34,4474 


33,8282 


36,1522 


36;5U6 


36,6377 


30,7641 


1 magnes. . 


1,2390 


1,2098 


0,5061 


1,1635 


1,8790 


1,2841 


» ferrico . . 


0,3772 


0,1889 


0,1970 


0,2192 


0,1137 


0,1906 


Anidride solforica 


0,7257 


0,4468 


1,2500 


1,1331 


1,4662 


0,6161 


» fosforica 


37,7410 


33,7767 


37,1170 


89,1391 


37,6417 


33,2256 


n silicica . 


traccie 


traccia 


traccie 


traccie 


traccie 


traccie 


Cloro 

Somma . . . 
Anidride carboni- 


9,9317 


15,3086 


9,3207 


8,9165 


9,5982 


15,4964 


100,5412 


100,1808 


98,8339 


100,5722 


99,6974 


98,9892 












ca in 100 p. ce- 














nere greggia '. 


0,560t 


0,3470 


0,9000 


0,6120 


0,3255 


- 



(l) Le Stazioìii sperimentali agrarie italiane, 1876; Die ìandwirthsch. 
Vereuclis-Stationen, 1878. Bd. 21. 



39!) 



CHIMICA FISIOLOGICA. — StudJ sulCalbumina del latte e trulla 
genesi della ricotta. Nota dei dottori G. Musso e A. Menozzi. 

Molte questioni rimangono tuttodì insolute intorno all'albumina del 
latte. Un metodo esatto per dosarla non fu ancora proposto; non si 
determinò finora la sua composizione elementare; i fenomeni che pre- 
senta al trattamento cogli acidi e colle vicissitudini della temperatura 
furono appena sbozzati ne' loro tratti piU essenziali; né vennero ben 
precisato le condizioni, in cui il latte, privato di caseina, depone al- 
bumina coagulata (ricotta), e ne depone la maggiore quantità possi- 
bile. La questione sollevata da Kemmerich (1) intorno alla trasforma- 
zione dell'albumina del latte appena munto in caseina, aspetta tuttora 
una ulteriore disamina; e se l'albumina dello siero ematico e dell'uovo 
furono oggetto di vivaci dibattimenti in questi ultimi tre anni, quella 
del latte non porse argomento ad apprezzamenti di natura alcuna. 

Se quindi si parla oggidì dell'albumina del latte, non è nel senso 
che sia in questo racchiusa una sostanza albuminoide, la quale abbia 
realmente la composizione centesimale, la costituzione e le funzioni 
chimiche dell'albumina ematica; ma perchè il siero latteo presenta il 
carattere sommamente empirico di coagulare colla ebollizione. 

L'opinione che esista nel latte albumina ci venne dunque trasmessa 
dai seguaci della dottrina, fondata da Liebig e da Gerhardt, e che 
conta tuttodì valentissimi fautori. Per quasi tutti i seguaci dì questa 
scuola non esiste cheuna sola sostanza albuminoide, che, combinandosi a 
date quantità di alcali o di fosfati, può vestire le varie apparenze ed 
assumere i diversi gradi di solubilità e di facoltà rotatoria sui quali si 
fonda essenzialmente oggidì la sinopsi delle sostanze proteiche. 

Ma questa dottrina non vive oggidì senza contrasti. Dai lavori dì 
Hlasiwetz e Habermann (2), dì Nasse (3), di Ritthausen (4) e spe- 
cialmente da quelli dì Schiitzenberger (5) trasse origine una nuova 
scuola, che ammette, poter le molecole costitutive dei corpi albumi- 
noidi coraporsi in rapporti quantitativi ben diversi, senza che ì carat- 
teri generali di questi corpi vengano essenzialmente mutati, mentre 



(1) Pfl'ùger's Archiv f. die ges. Physiologie, 1869, II, 401. 

(2) Liebig's Annalen, CLIX, 304 ; Ghein. Centralblatt, 1872, 535 ; 1873, 
407. 

(3) Chem. Centralblatt, 1872, 721 ; 1873, 124, 137. 

(4) Die Eiweisskorper der Getreidearten ecc. Bonn, 1872. 

(5) Bulletin de la Sociélé chimique, 1875 e 1876. 

Rendiconti. - Serie II. Voi. XI. 26 



400 G. MUSSO E A. MENOZZl, STUDJ SULL'ALBUMINA DEL LATTE, ECC. 

la composizione centesimale può subire, in conseguenza di questi vari 
atteggiamenti, variazioni più o meno notevoli. Nelle investigazioni 
intorno ai corpi proteici è uopo impiegare il fornello a combustione, 
i vari agenti di decomposizione e quelli di sostituzione, giovarsi della 
bilancia, ove pur si aspiri ad illuminare i loro generali contorni ed a 
venir in chiaro intorno alla loro identità sostanziale o alla loro dif- 
ferenza. Senza queste ricerche analitiche, non puossi affermare, che 
l'albumina dell'uovo sia identica a quella dello siero o a quella dei 
semi vegetali, semplicemente perchè le loro proprietà fìsiche presen- 
tano grandi tratti di rassomiglianza. 

In omaggio a queste nuove vedute, per affermare che nel latte 
esiste albumina, non basta riscontrare in questo secreto una sostanza, 
che coagula col calore: bisogna ancora accertarsi, se questa ha la 
stessa composizione elementare di quella dello siero ematico, possiede 
l'egual numero di atomi della stessa specie ed ha inoltre le stesso 
funzioni chimiche di quest'ultima. 

Se le ricerche da noi eseguite sull'albumina del latte non si este- 
sero a tutte le prediscorse questioni, condussero però a risultati, cui 
crediamo meritevoli di qualche attenzione. 

1. — Preparazione e dosatura delV albumina del latte. 

Si può ottenere l'albumina del latte, coagulando la caseina, sepa- 
randone lo siero e dializzando questo liquido in modo opportuno. Lo 
siero dializzato piti non contiene che una soluzione acquosa di albumina 
con ceneri insolubili. L'albumina così ottenuta presenta proprietà carat- 
teristiche, come uno di noi indicherà in una Nota sulla dialasi del latte 
Ma questo modo di preparazione dell'albumina è lungo ed abbastanza 
laborioso; e nella maggior parte dei casi è quindi preferibile ottenere 
l'albumina coli' ebollizione del siero latteo acidulato. Il metodo più 
generalmente seguito per ottenere e dosare l'albumina colla ebollizione 
dello siero, è quello proposto da Hoppe-Seyler (I). Ma questo metodo, 
impiegato nelle analisi quantitative, non conduce a risultati attendibili. 
Per convincersene, basta concentrare lo siero, da cui si separò l'albu- 
mina per filtrazione, alla quarta parte del volume iniziale: si ottiene 
allora una nuova deposizione di fiocchi di albumina, e il liquido filtrato 
presenta le seguenti proprietà: 

1.° Coir acido nitrico versato nel liquido bollente, precipitazione; 

2.° Coir acido acetico e il prussiato giallo di potassa si ha un 
precipitato fioccoso; 



(1) Handbuch d. physìol.-und pathol.-chemìsohen-Analyse, IV Auflage pa- 
gina 434. 



G. MUSSO E A. MENOZZr, STUDJ SULL'ALBUMINA DEL LATTE, ECC. 401 

3.° Coir acido acetico e una soluzione concentrata di solfato so- 
dico si ottiene un intorbidamento lattiginoso all'ebollizione, il quale 
si risolve poi in numerosi fiocchi; 

4.° Finalmente il tannino, l'acetato basico di piombo, il ] cloruro 
mercurico generano un precipitato, o una opalescenza cospicua, a se- 
conda della natura del precipitante. 

Il liquido da cui sì separò l'albumina col metodo di Hoppe con- 
tiene quindi ancora quantità apprezzabili di questo corpo. 

Che la determinazione dell'albumina nel latte di donna col metodo 
di Hoppe o di Brunner (1) non dia soddisfacenti resultati, fu già di- 
mostrato da L. Liebermann (2) e M. Nencki (3). Il primo, precipi- 
tando con soluzione acetica di tannino il filtrato dell'albumina del 
latte di vacca o di donna, ottenne un corpo, che constava di 52,94 
p. e. di C, 6,7 p. e. di H. e 14,40 p. e. di N. Esso aveva quindi una 
composizione quasi eguale a quella dell'albumina; ed addizionato alla 
quota di albumina, ottenuta col metodo di Hoppe, dava una somma 
di sostanza proteica corrispondente allo azoto trovato col metodo di 
Dumas. Dalle ricerche di Nencki risulta pure confermato il deficit di 
albumina, risultante dalla precipitazione del latte di donna con acido 
acetico e una corrente di acido carbonico o con sai comune e solfato 
sodico. Nencki potè invece precipitare completamente le sostanze al- 
buminoidi del latte vaccino, infondendo sai comune in giusta dose nel 
latte bollente acidulato con acido acetico. La quantità di sostanza al- 
buminoide così ottenuta corrisponde a quella desunta dall'azoto tro- 
vato nel latte colla combustione nell'ossido di rame (5). Liebermann, 
Nencki e Christen (4) inferiscono dalle loro ricerche, che di tutti i 
metodi finora proposti per analizzare il latte, il migliore è quello di 
Haidlen. Manetti e Musso (6) avvertirono sin dal 1875, che concen- 
trando il siero presamico, da cui si separò l'albumina, si ottiene una 
nuova deposizione di flocchi. 

Questi risultati ne avvertono dell'inutilità di ogni tentativo, avente 
per iscopo la completa precipitazione dell'albumina da liquidi acquosi 
molto diluiti col semplice mezzo del riscaldamento; e ne additano la 

(1) Pflìlger's Archiv, VII, 442 e segg. 

(2) Annalen der Chem. und Pharmaoie, 1876, CLXXXI, 90. 

(3) Berichte di Berlino, 1875, p. 1046. 

(4) Tutti i liquidi animali contengono sempre una data quantità di so- 
stanze estrattive azotate ; quindi l' affermazione di Nencki vuoisi acco- 
gliere colla debita critica. 

(5) Vergleichende Untersuoh. ilber d, gegenwdrt. Methode d. Analyse der 
Miloh. Erlangen, 1876. 

(6) Le stazioni sper. agr. italiane, 1875, fase. IV. 



402 G. MUSSO K A MENOZZI, STUDJ SULL ALBUMINA DEL LATTR, ECC. 

via a seguirsi per raggiungere lo scopo nel modo piìi plausibile (1). 
Ecco come noi operiamo: si pesano 25 grammi di latte, e si porta 
il volume del liquido a 100 e. e. circa per aggiunto di acqua stillata. 
Indi si precipita la caseina col metodo di Hoppe, avvertendo di ag- 
giungere al latte una quantità di acido acetico diluito sempre piccola, 
ma tanto minore quanto piti acido è il latte. Si lascia depositare, si 
filtra e da ultimo si gitta il sedimento di caseina sul filtro e si lava, 
raccogliendo l'acqua di lavatura col siero. Al liquido cosi ottenuto si 
ponno far subire vari trattamenti : 

a) Si evapora a secco; si polverizza; si estrae coli' alcole bol- 
lente, coli' etere e infine coli' acqua bollente, finché questa non esporti 
piti lattina. Infine si fa cadere la sostanza in una capsulina, espor- 
tando con un filo d'acqua le particelle che restassero aderenti al fil- 
tro; si evapora, si secca a 115", sì pesa e si incenera. 

b) Si può evaporare lo siero colle acque di lavatura fino ad un 
volume eguale a quello del latte adoperato; acidulare fortemente con 
acido acetico, aggiungere un egual volume di una concentrata solu- 
zione di solfato o cloruro sodico (2), portare all'ebollizione, raccogliere 
su un filtro, lavare con acqua satura del sale adoperato, alcole ed 
etere e procedere poi come in a. 

e) Infine, si può ridurre il volume del siero a 5 cent. e. circa, 

evaporandolo a b. m., raccogliere l'albumina su un filtro, e lavare. 

Ecco i risultati ottenuti coll'impiege di questi metodi: 100 gr. di 

latte contengono le seguenti quantità di albumina, calcolate prive di 

ceneri : 

I. II. 

col metodo di Hoppe ... 0,500 .. . 0,436 

» n a 0,604 . . . 0,5tì8 

1, b 0,572 . . . 0,520 

H » e 0,572 . . . 0,504 

Questi dati si possono ritenere come espressione media di più de- 
terminazioni. Essi insegnano quale sia la via migliore a seguirsi per 
separare completamente l'albumina dal latte. Occorre solo avvertire 
che l'albumina ottenuta così col metodo di Hoppe, come con quelli 
qui suggeriti, contiene quantità notevoli di cenere, cui è necessa- 
rio determinare ne' singoli casi e difi^ilcare dal peso dell'albumina 
greggia. 

(1)11 metodo proposto da Heynsius (Fresienus Zeìtsclirift. 1876, 476; 
Gazzetta chimica italiana, 1877, 319) per dosare l'albumina non è appli- 
cabile nel caso del latte. 

(2) Il solfato magnesiaco e il cloruro di bario, dì calcio ecc., sono pre- 
cipitanti meno adoperati, ma assai più attivi dì quelli sopracitati. 



G. MUSSO E A. M1:N0ZZI, STUDJ SULL'ALBUMINA DKL LATTIi:, ECC. 403 

2. — Composizione centesimale e proprietà dell albumina del latte. 

L'albumina sottoposta all'analisi elementare fu ottenuta coagu- 
lando 10 litri di latte scremato ed allungato coli' acido acetico di- 
luito. Si portò alla ebollizione il siero filtrato (27 litri circa), si 
raccolse l'albumina su un filtro o si lavò con acqua bollente finché 
questa non esportava piti alcuna sostanza. Indi si introdusse la so- 
stanza in un pallone e si fece prima bollire per un'ora coll'alcole 
debole, e si filtrò a caldo, poi si fece bollire con alcole a 92 p. e. per 
tre volte di seguito. Da ultimo si esaurì coli' etere. Giova osservare, 
che l'albumina ottenuta nel modo indicato non presenta alcuna coe- 
renza, e quindi la sua depurazione riesce in modo assoluto. 

La sostanza così ottenuta fu prima serbata nel vuoto sull'acido 
solforico per tre giorni, indi venne completamente disseccata nella 
stufa a 110°. In essa si determinarono: le ceneri, il carbonio, l'idro- 
geno, l'azoto e il solfo. Ecco i dati delle singole operazioni: 

Ceneri: sostanza gr. 10,000 

cenere gr. 0, 0238 = 0, 238 p. e. 

Carbonio e idrogeyio: a) coWq. combustione nel cromato di piombo: 

I. Sostanza gr. 0, 1785. 

HjO gr. 0, 1115 = H.0, 0124. 
cbg gr. 0,3495 = 0.0,0953. 

II. Sostanza gr. 0,491. 

HgO gr. 0, 3124 = H. 0,0349. 
COg gr. 0,9646 = 0.0,2631. 

III. Sostanza gr. 0,323. 

HjO gr. 0, 1962 = H. 0,0218. 
CO, gr. 0,6380 ^0.0,174. 

b) colla combustione mediante l'ossido di rame e l'ossigeno ga- 
zoso, secondo i suggerimenti di Pirla: 

IV. Sostanza gr. 0,3935. 

HjO gr. 0,2450 = H. 0,0272. 
OOj gr. 0,7843 = 0.0,2140. 

V. Sostanza gr. 0.349. 

HgO gr. 0,221 =H. 0,02455. 
COg gr. 0,6966=0.0,190. 



404 G. MUSSO E A. MENOZZI, STUDJ SULL'ALBUMINA DEL LATTE, ECC. 

Azoto: col metodo di Dumas (1). 

VI. Sostanza gr. 0,410. 

N.C.C. 55 a 12° e 758 p.b. = c.c. 51.81 a 0" e 760 p.b. 

VII. Sostanza gr. 0,466. 

N.C.C. 62 a 9» e 765 p.b. = e. e. 59,72 a 0» e 760 p.b. 
Vili. Sostanza gr. 0,501. 

N.C.C. 67,2 a 12» e 753 p. b. = e. e. 62,9 a 0" e 760 p.b. 

Solfo: col metodo di Liebig: 

IX. Sostanza gr. 1,968. 

B„ SO4 gr. 0,212^8.0.029. 

X. Sostanza gr. 2,860. 

B a SO^ gr. 0,3335 = 8.0.0461. 

Riferendo i risultati ottenuti a 100,238 di albumina adoperata 
corrispondenti a 100 di albumina priva di ceneri), si ottiene il se- 
guente prospetto: 

IV. 

6>93 





I. 


IL 


in. 


c . . 


■ . 53„, 


53,,. 


54,00 


H . . 


• 6,,, 


7,„ 


6„, 


^ . 


. . — 


— 


— 


S . . 


. . — 


— 


— 



V. 


VI. VII. Vili. IX. X. 


54,.. 




7,05 




— 


15„, 15,e, 15„, - - 


— 


â– "" ' ^ÃŒIX 'â– fui 



La quantità di carbonio ottenuta colla combustiono nell'ossigeno 
gazoso non concorda in modo soddisfacente con quella ottenuta bru- 
ciando la sostanza nel cromato di piombo. E la ragione della diffe- 
renza è ovvia. Colla combustione nell'ossido di rame (coli' intervento 
dell'ossigeno gazoso allorché tutti i prodotti volatili si sono svolti), 
il solfo è trattenuto dalla soluzione di potassa allo stato di acido sol- 
foroso, e concorre cosi ad accrescere la quantità di biossido di car- 
bonio. Inoltre si è constatato, che l'acqua condensatasi nel tubo a 
cloruro di calcio possedeva costantemente reazione acida abbastanza 
spiegata, e questa acidità non era dovuta agli ossidi superiori del- 
l'azoto, i quali del resto non si formano bruciando sostanze albumi- 
noidi col metodo di Pirla. D'altra parte, anche bruciando le sostanze 
albuminoidi nel cromato di piombo, ed avendo cura di scaldare solo 



(1) Dal volume dell'azoto notato nelle singole determinazioni si sottrasse 
1,5 e. e. prima di calcolare il peso del gaz. Il volume 1,5 venne ottenuto 
nella prova in bianco. 



G. MUSSO E A. MÈNOZZr, STUDI SULL'ALBUMINA DEL LATTE, ECC. 40S 

al rosso nascente lo strato anteriore di cromato puro, si potrebbe 
ottenere, secondo G. S. Johnson, Wright e Volcker (1), un eccesso 
* carbonio, in conseguenza del passaggio di nitrito nel tubo a po- 
tassa e del consecutivo assorbimento di ossigeno. Secondo gli stessi 
autori, anche la determinazione dell'idrogeno può riescire falsata a 
motivo dell'occlusione di idrogeno nel rame metallico ridotto dall'i- 
drogeno e della consecutiva trasformazione in acqua dell'idrogeno 
occluso. 

Così la combustione coli' ossido di rame come quella col cromato 
di piombo non essendo scevre di errori, saranno a prendersi per piU 
attendibili i risultati ottenuti con quel metodo, che, pur non essendo 
affetto da cause d'errore in deficit, somministrerà i minori risultati. 
Nel caso presente, la quantità minore di carbonio fu ottenuta bru- 
ciando la sostanza col cromato di piombo. Se quindi si stabilisce la 
media dei risultati ottenuti colla combustione della sostanza nel cro- 
mato, e per l'azoto e il solfo si desume la media dai dati preposti, si 
ottengono per la composizione della albumina del latte i numeri se- 
guenti, a cui poniamo di fianco quelli esprimenti la composizione 
dell'albumina dello siero ematico, dati da Gorup-Besanez (2). 

COMPOSIZIONE CENTESIMALE 

deiralburaina dell'albumiaa 

dello siero latteo dello siero ematico 



Carbonio 
Idrogeno 
Nitrogeno 
Solfo . . 
Ossigeno 



53,74 53,5 

6,95 7,0 

15,52 . 15,5 

1,55 1,6 

22,24 22,4 

100,00 100,0 



Confrontando queste due serie numeriche, scorgesi una concordanza 
quasi assoluta fra la composizione dell'albumina ematica e quella del 
latte. Se ne può quindi inferire, che l'albumina del latte emana da 
quella dello siero ematico, senza che questa subisca alcuna notevole 
modificazione nella sua composizione elementare. 

Si dovrebbero ora tratteggiare le proprietà dell' albumina del 
latte: ma lo studio delle medesime verrà intrapreso nelle ricerche da 
pubblicarsi da uno di noi sulla dialisi del latte. 

(1) Chemical news, 1875, XXXII, 277-, Chem. Centralhl. 1876, 56. 

(2) Randbuch der physiulog. Chemie. HI. Aufl. 1874, 119 e 120, 



406 G. MUSSO E A. MENOZZI, STUDI SULL'ALBUMINA DEL LATTE, ECC. 

3. — Modo di comportarsi del siero latteo ali 'azione degli acidi e a 
diverse temperature. Origine della ricotta. 

Il siero latteo, ottenuto in debito modo e sottoposto ad opportuni 
trattamenti, presenta fenomeni degni di essere attentamente studiati. 

Se si raffredda il latte a 0" e vi si infonde cautamente dell'acido 
lattico od acetico a 0", agitando continuamente la massa, esso perde 
ad un dato punto la propria omogeneità, e presenta minutissimi fioc- 
chetti di caseina. Nel caso di latte fresco, si raggiunge il punto della 
completa coagulazione allorché si è infuso nel liquido una quantità 
di acido lattico variabile fra 0,50 e 0,75 gr. su 100 di latte. Ope- 
rando con una soluzione titolata di acido lattico contenente 10 mil- 
ligrammi di acido per centimetro cubo, si comincierà ad osservare 
l'aspetto del liquido allorché vi si saranno infusi 50 e. e. di liquido 
titolato. Si riconosce che tutta la sostanza albuminoide precipitabile 
è precipitata pel fatto, che gettando su un filtro il latte a 0° e rac- 
cogliendo il filtrato nel ghiaccio, si ottiene un liquido limpido, ap- 
pena opalescente, che piìi non lascia deporre fiocchi, né si intorbida 
per ulteriore aggiunta di acido. 

Se si conserva questo filtrato nel ghiaccio, esso serbasi limpido 
per un tempo indefinito; ma si intorbida e depone fiocchi se si tenta 
di elevarne la temperatura anche solo a 3 o 4° C. Kemmerich (1) 
aveva già osservato, che il siero latteo, ottenuto nelle condizioni su- 
esposte, diventa fioccoso pel semplice calore della mano: e siccome 
egli credeva che questo fenomeno si presentasse solo nel latte munto 
da poco tempo, cosi ne arguiva, che l'indicata produzione di fiocchi 
dipendesse dalla trasformazione dell'albumina del latte in caseina. 

Si raccolsero in tre casi questi fiocchi su un filtro ; si lavarono 
coU'acqua, coU'alcool e coll'etere e si seccarono completamente. Da 
100 gr. di latte scremato si ottennero le seguenti quantità di sostanza 
albuminoide: 

I. I. III. 

0,230 0,138 0,199. 

vale a dire, che il siero latteo, acidulato con acido lattico od ace- 
tico lascia deporre a temperatura inferiore a 40° un terzo circa della 
sostanza albuminoide contenuta nel siero medesimo. 

La sopraindicata produzione di fiocchi, per lieve scaldaraeato del 
siero latteo ottenuto e filtrato a 0% avviene non solo nel caso di 
latte munto di fresco, ma eziandio con quello di più giorni di età; 

(1) PFLiiaEu's Arcliiv.f. d. ges. Physloll869, IL 401 e seguenti. 



G. MUSSO E A. MENOZZr, STUDI SULL'ALBUMINA DEL LATTE, ECC. 407 

tanto nel latte conservato per piti ore a 40", quanto in quello man- 
tenuto alla ebollizione per parecchi minuti. Si può quindi inferirne, 
che il semplice calore di 100° non basta per precipitare nel latte quel 
corpo, che coagulerà poi in copia scaldando di pochi gradi il siero 
latteo acidulato ottenuto a 0°. 

Se con un carbonato alcalino si spegne l'acidità dello siero latteo 
ottenuto a 0", allora si può scaldare alla temperatura del corpo il 
siero neutralizzato, senza che si manifestino fiocchi. Devesi quindi 
conchiudere, che un acconcio grado di acidità è indispensabile per la 
produzione dei fiocchi nello siero acidulato e leggermente scaldato. 

Questi fatti non permettono di accettare l'opinione di Kemmerich, 
che la rammentata produzione di fiocchi nello siero acidulato e scal- 
dato alla temperatura del corpo, dipenda da trasformazione dell'albu- 
mina in caseina (1). Il fenomeno in discussione è evidentemente pre- 
sentato da un corpo albuminoide, che si separa coagulato sotto la 
azione combinata e simultanea di un dato grado di calore e di aci- 
dità, e che partecipa quindi delle proprietà dell'albumina e della ca- 
seina. Si distingue da questa, perchè non è precipitato a 0° dagli 
acidi lattico o acetico, e da quella perchè in presenza dell'acido lat- 
tico od acetico coagula già a temperat