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HARVARD UNIVERSITY.
LIBRARY
MUSEUM OF COMPARATIVE ZOOLOGY.
5tA
n.wtv
REALE ISTITUTO LOMBAaDO
DI SCIENZE E LETTERE,
RENDICONTI.
SERIE II.
VOLUME XI.
ULRICO HOEPLi,
librajo del R. Istituto Lombardo di scienze 9 lettere.
MILANO, NAPOLI,
Galloria De-Cristoforis, J Via Roma, già Toledo,
59-62. 224.
PISA,
Lung'Arno Regio, 9.
^'187 8.
REALE ISTITUTO LOMBARDO
DI SCIENZE E LETTERE.
RENDICONTI.
SERIE II.
VOLUME XI
ULRICO HOEPLT,
librajo del B. Istituto Lombardo di scienze e lettere.
Milano, ( Napoli,
Galleria de Cristoforis, ) Via Roma, già Toledo,
N. 59 e 62. ì N- 224
Pisa
Lung'Amo Regio, 9.
1878.
R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LEnERE.
ADUNANZE PER L'ANNO 1878.
Gennajo
10
e
24
Giugno
6 e
27
Febbrajo
7
e
21
Luglio
4,18 e
25
Marzo
14
e
28
Agosto
1
Aprile
11
e
25
Novembre
7 e
21
Maggio
9
e
23
Dicembre
5 e
19
Adunanza solenne, 7 agosto.
ta presento tabella terrà luogo, pel signori SS. CC. lontani, delle lettere
d'invito osate prima. Le lettore da farsi in ciascnna adunanza, saranno annon-
liate alcnni giorni ayanti nei giornali.
Art. 88 del Regolamento interno: « Ciascun autore è unico garante delle
proprie produzioni e opinioni, e conserva la proprietà letteraria. »
MILANO, TIP. BERNAEDOiri.
MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO
DI SCIENZE E LETTERE. (*)
MDCCCLXXVIII.
PRESIDENZA.
Belgiojoso, presidente.
CORNALIA, vicepresidente.
Hajech, segretario della Classe di scienze matematiche e naturali.
Caecano, segretario della Classe di lettere e scienze morali e politiche.
Consiglio amministrativo.
È oompoeto del Presidente, del Vicepresidente, dei due Segretarj, e
dei Membri efiFettivi:
CuRiONi, per la Classe di scienze matematiche e naturali.
Sacchi, per la Classe di lettere e scienze morali e politiche.
Conservatori della Biblioteca dell'Istituto.
Frisiani, per la Classe di scienze matematiche e naturali.
Cantù, per la Classe di lettere e scienze morali e politiche.
CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI.
Membri onorarj.
Cavalli Giovanni, gr. uff. ^, comm. ^ e dell'ordine militare di Sa-
voja, cav. «Ji, luogotenente generale di artiglieria, comandante generale
della R. Accademia militare di Torino, senatore del Regno, ecc. — Firenze.
Mainardi Gaspare, cav. ^, socio corrispondente della R. Accademia
dei Lincei di Roma, della Reale di Upsal, uno dei XL della Società Ita-
liana delle scienze, professore emerito di calcolo differenziale e integrale
nell'Università di Pavia. — Lecco.
(*) « Art. 4 del Regolamento interno- — I membri effettivi del R. Istituto Veneto di scienze,
lettere ed arti, sono di diritto aggregati all' Istituto Lombardo, e nelle adunanze sono pareg-
giali ai membri effettivi di questo, escluso solo il diritto di voto. »
Il'segno «tP indica l'Ordine del Merito civile di Savoja ; il segno ^ l'Ordine dei SS. Mau-
rizio e Laazaro ; il segno ^, l'Ordine della Corona d'Italia.
II MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE.
Menabrea S. e. conte Luigi Federico, cav. dell'Ordine supremo del-
l'Annunziata, gr. uff. H, gr. cord. ^, gr. cr. dell'Ordine militare di Sa-
voja, consigliere e cav. «§>, socio naz. della R. Accademia dei Lincei di
Roma, luogotenente generale del Genio, senatore del Regno. — Firenze.
RrCASOLi S. E. nobile Bettino, cav. dell'Ordine supremo dell'Annun'
ziata, gr. cord. # e ^, deputato al Parlamento. — Firenze.
Tatti ingegnere Luiar, cav. ^. — Milano, via Durini, 14,
Membri effettivi.
Frisiani nob. Paolo, prof, emerito del R. Osservatorio astronomico di
Brera, uno dei XL della Società italiana delle scienze. — Milano, via
Pontaccio, 12. {Nom. M. E. 26 settembre 1840. — Pens. 31 maggio 1850.)
Lombardini ing. Elia, gr. uff. H, cav. ^, senatore del Regno, membro
della Società filosofica americana in Filadelfia, uno dei XL della Società
Italiana delle scienze, membro corrispondente di varie società scientificbe
italiane e straniere, direttore emerito delle pubbliche costruzioni della
Lombardia. — Milano, via Unione, 13. {Nom. M. E. 13 luglio 1844. —
Pens. 31 maggio 1850.)
CuRiONi nob. Giulio, comm. %, membto del Consiglio delle miniere,
socio d'onore dell'Ateneo di Brescia, socio corrispondente della R. Ac-
cademia di Torino e di molte altre, conservatore del Museo Civico di
Milano. — Milano, via Borgo Spesso, 23. [Nom. M. E. 13 luglio 1844. -~
Pe7is. 31 maggio 1850.)
Verga dott. Andrea, comm. ^, cav. :^ e della Legion d'Onore, se-
natore del Regno, socio di varie accademie scientifiche, emerito direttore
dell'Ospedale Maggiore di Milano, professore di psichiatria nello stesso
stabilimento, ecc. — Milano, via S. Damiano, 44. {Nom. S. G. 19 dicem-
bre 1844. — ili. E. 18 aprile 1848. — Pens. 11 febbraio 1856.)
Garovaglio Santo, uff. ^, cav. ^ e dell'Ordine di Leopoldo del Belgio,
dottore in medicina e in chimica, professore ordinario di botanica e diret-
tore del Laboratorio crittogamico e dell'Orto Botanico nell' Università di
Pavia, già professore di scienze preparatorie pei chirurghi e di fisica pei
farmacisti-, consigliere provinciale di sanità; membro di molte accademie
e società scientifiche nazionali e straniere. — Pavia. {Nom. M. E. 12 ot-
tobre 1854. — Pens. 23 dicembre 1865.)
Polli dott. Giovanni, uff. ^^ comm. dell'Ordine di Nisciam-Eftihkar,
professore di chimica nel Reale Istituto Tecnico secondario, membro di
varie accademie italiane e straniere, ecc. — Milano, portici settentrionali
della piazza del Duomo, 21. {Noni. S. C. 19 dicembre 1844. — 31. E. 12
ottobre 1854. — Petis. li febbraio 1856.)
CORNALiA dott. Emilio, comm. ^, uff. ^, cav. t§j, comm, dell'Ordine
di S. Anna di Russia, membro corrispondente dell'Istituto di Francia, uno
dei XL della Società italiana delle scienze, socio corrispondente delle Ac-
cademie di Torino, di Napoli, della Leopoldina dei Cuiiosi della Natura,
e nazionale della R. Accademia dei Lincei di Roma, ecc., presidente della
Società Italiana di scienze naturali, direttore del Museo Civico, professore
MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. m
ordinario del Regio Istituto Tecnico superiore e della R. Scuola superiore
d'agricoltura in Milano. — Milano, via Monte Napoleone, 36. (Nom. S. C,
25 agosto 1853, — M. E. 11 febbraio 1856. — Pensionato 30 novem-
bre 1862.)
Buioscnr dott. Francesco, gr. uff. # e 5|c, cav. 4», comra. dell'Ordine
del Cristo di Portogallo, senatore del Regno, uno dei XL della Società
Italiana delle scienze, membro dell'Accademia di Torino, della Società
Reale di Napoli, delle RR. Società delle scienze di Gottinga e di Praga,
dell'Accademia dei Lincei di Roma, socio corrispondente dell'Accademia
delle scienze di Bologna, ecc., direttore del R. Istituto Tecnico superiore
in Milano. — Milano, via Spiga, 21. (Nom. S, C. 26 luglio 1855. — M.
E. 23 hirjlio 1857. — Pens. 5 gennaio 1868.)
Hajech dott. Camillo, cav. ^ e >Jc, professore ordinario di fisica nel
E. Liceo Beccaria in Milano, ecc. — Milano, via Dimetto, 1. {Nom. S. C.
17 agosto 1854. — 31. E. 29 settembre 1860. — Pens. 13 dicembre 1868.)
Stoppani ab. Antonio, cav. ^ e %, uno dei XL della Società Italiana
delle scienze, socio naz. della R. Accademia dei Lincei di Roma, ecc.,
prof, ordinario di gcognosia e mineralogia applicate al R. Istituto di studj
superiori pratici e di perfezionamento in Firenze. {Nom. S. G. 24 gennaio
1861. — M. E. 16 marzo 1862. — Pens. 10 marzo 1873.)
SCHIAPARELH ìng. GIOVANNI, comm. ^, ^ e dell'Ordine di S. Stani-
slao di Russia, cav. c§i, uno dei XL della Società Italiana delle scienze,
socio naz. della R. Accademia dei Lincei di Roma, accademico nazionale
non residente della R. Accademia delle scienze di Torino, socio della R.
Accad. delle scienze di Napoli, socio corrispondente delle Accademie di
Monaco, di Vienna e di Pietroburgo, primo astronomo e direttore del E.
Osservatorio di Brera. — Milano, via Brera, 28. {Nom. M. E. 16 marzo
1862. — Pens. 9 dicembre 1875).
Mantegazza dott. Paolo, cav. ^, senatore del Regno, professore di
antropologia nel Museo di fisica e storia naturale di Firenze. — Firenze,
{Nom. S. C. 24 gemiaio 1861. — M. E. 2 gennaio 1863.)
Cantoni dott. Giovanni, comm. ^, 5^, socio naz. della R. Accademia
dei Lincei di Roma, prof. ord. di fisica sperimentale nella R. Università di
Pavia. {Nom. S. C. 8 maggio 1862. ~ M. E. 2 gennaio 1863.)
Cremona Luiai, comm. ^, uff. % cav. <^, uno dei XL della Società
Italiana delle scienze, membro dell' Accademia delle scienze dell'Istituto
di Bologna, della Società matematica di Londra, della R. Società Boema,
delle scienze in Praga e dell'Ateneo Veneto, della R. accademia danese
(a Copenhagen), e della Società filosofica di Cambridge, socio effettivo
della R. Accademia dei Lincei di Roma, socio corrispondente della Società
Reale di Napoli, della Società Reale di Gottinga, della Reale Accademia
di Lisbona, della Società filomatica di Parigi, delle Reali Accademie di
scienze, lettere ed arti di Modena e di Palermo, ecc., professore di mate-
matiche sup. nella R. Università di Roma, e direttore della R. Scuola di
applicazione per gl'ingegneri iu Roma. {Nom. S, C. 25 agosto 1864. — M,
E. d febbraio IQQQ.)
IV MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE.
Sangalli dott. Giacomo, cav. -)(■, prof, ordinario di anatomia e pato-
logia nell'Università di Pavia, socio di varie accademie. {Nom. S. C. 23
febbraio 1865. — M. E. 15 marzo 1868.)
Casorati dott. Felice, uff. -^ e ^, uno dei XL della Società Italiana
delle scienze, socio nazionale della R. Accademia dei Lincei di Roma, cor-
rispondente della Società Reale di Gottinga, prof, di analisi infinitesimale
e superiore nell'Università di Pavia. — {Nom. S. G. 23 febbraio 1885 —
M. E. 21 giugno 1868.)
Colombo ing. Giuseppe, cav. # e 5^, professore di meccanica indu-
striale nel R. Istituto Tecnico superiore in Milano. — Milano, via Ande-
gari, 12. {Nom. S. C 8 maggio 1862. — M. E. 18 aprile 1872.)
Ferrini ing. Rinaldo, cav. -^k, professore di fisica tecnologica presso
il R. Istituto Tecnico superiore, in Milano. — Milano, via Dimetto, 17,
{Nom. S. C. 25 gennaio 1866. — M. E. 19 febbraio 1873.)
Corradi Alfonso, comm ^ cav. ^, rettore e prof, di materia medica,
di terapia generale e farmacologia sperimentale nella R. Università di
Pavia. {Nom. S. C. 23 febbraio 1865. — M. E. 29 aprile 1874).
Cantoni prof. Gaetano, comm, ^, cav. -)(■ e della Legion d' onore di
Francia, membro onorario della R. Accademia di Agricoltura di Torino,
direttore della R. Scuola superiore d'agricoltura in Milano. — ■ l\Iilano via
Marsala, 10. {Nom. S. C. 23 gennaio 1873. — M. E. 24 gennaio 1875.)
Cbloria ing. GiovANNr, cav. -^, secondo astronomo del R. Osservatorio
di Brera. — Milano, via Brera, 28. {Nom. S- C. 23 gennaio 1873. — M.
E. 23 dicembre 1875.)
Beltrami dott. Eugenio, cav. ^, e ^, uno dei XL della Società Ita-
liana delle scienze, socio effettivo della R. Accademia dei Lincei di Roma,
socio effettivo pensionato dell'Accademia delle scienze di Bologna, socio
corrispondente del R. Istituto Veneto, delia Società R. di Napoli, dell'Ac-
cademia Reale di Modena, della società Reale di Gottinga, professore or-
dinario di fisica matematica nella R. Università di Pavia. {Nom. S. C. 20
febbraio 1868. — M. E. 13 dicembre 1877.
Soci corrispondenti italiani.
Agudio ing. cav. Tommaso. — Torino.
Albini Giuseppe, cav. ^, prof, di fisiologia nell'Università di Napoli.
Anzi prof. Martino, cav. ^. — Como.
Axerio Giulio, uff. -)(•, cav. ^, ingegnere ed ispettore nel Corpo Reale
delle miniere. — Milano, corso s. Celso, 9.
Balardini dott. Lodovico, cav. %. — Brescia.
Banfi Camillo, dott. aggregato della scuola di Farmacia della R. Uni-
versità di Pavia, professore di chimica presso il R. Istituto Tecnico secon-
dario. — Milano, via Cappuccio, 19,
Bardelli dott. Giuseppe, cav. ^ ^, preside del R. Istituto Tecnico
secondario, professore di meccanica razionale nel R. Istituto tecnico su-
periore in Milano. — Milano, via Monte Napoleone, 29.
MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. V
Betti Enrico^ comm. ^ e -)(- uno dei XL della Società Italiana delle
scienze, membro straniero della Società matematica di Londra e della
Reale Società delle scienze di Gottinga, socio naz. della R. Accademia dei
Lincei di Roma, membro ordinario del Consiglio superiore. — Roma.
BizzozERo dott. Giulio, professore ordinario di patologia generale
nella R. Università di Torino. — Laboratorio di Patologia, vii Po, 18.
Bosi prof. Luigi, cav. 0, socio dell'Accademia medico-chirurgica di
Ferrara. — Ferrara.
Calori prof. Luigi, comm. ^, cav. ^, membro dell'Accademia delle
scienze dell'Istituto di Bologna, e preside della facoltà di medicina e chi-
rurgia di quella R. Università. — Bologna.
Cannizzaro Stanislao, comm. ^, uflf. ^, cav. "^, senatore del Regno,
uno dei XL della Società italiana delle scienze, socio naz. della R. Ac-
cademia dei Lincei di Roma, preside della facoltà di scienze fisiche, ma-
tematiche e naturali nell'Università di Roma.
Cattaneo dott. Achille, vice-direttore del Laboratorio crittogamico
di Pavia,
Cenedella dott. Attilio, cav. ^, professore titolare di chimica, nel
R. Istituto Tecnico di Brescia.
Cesati, barone Vincenzo, cav. ^, uno dei XL della Società Italiana
delle scienze, professore di botanica, direttore dell'Orto botanico nella
R. Università di Napoli, membro di varie accademie. — Napoli.
Chiozza Luigi, professore emerito di chimica tecnica presso la Società
d'incoraggiamento d'arti e mestieri in Milano. — Udine.
CiNiSELLi dott. Luigi, cav. della Legion d'Onore, direttore dell'Ospe-
dale Maggiore di Cremona.
Clericetti ing. Celeste, cav. -)(-, professore ordinario di scienza delle
costruzioni presso il R. Istituto Tecnico superiore, socio onorario della R.
Accademia di Belle Arti in Milano. — Milano, via Monte Napoleone, 2L
Cortese prof. Francesco, comm. ^, uff. ^, ispettore e membro del
Consiglio superiore di sanità militare. — Firenze.
Corvini Lorenzo, cav. # e -)(-, dottor fisico, direttore della R. Scuola
superiore 4i medicina veterinaria in Milano, e prof, di farmacologia, tos-
BÌcologia'p botanica nella Scuola stessa*, membro del Consiglio sanitario
provinciale. — Milano, via Palestre, 12.
CusANi nobile Luigi, cav. -)(■, dottore in matematica. — Milano, via
Manin, 13.
De Bosis, ing. Francesco, professore di storia naturale nell' Istituto
tecnico di Ancona.
De Giovanni dott. Achille, professore di patologia generale nella R.
Università di Pavia.
Dell'Acqua Felice, cav. dell'ordine tunisino dell'Eftihkar, dottore in
medicina, chirurgia e zoojatria, socio corrispondente di varie accademie,
membro del Comitato milanese di vaccinazione animale, ecc.,7primo ag-
giunto medico municipale. — Milano, via Cernaja, 7.
VI MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE.
De Luca Sebastiano, uff. ^, prof, di chimica nell'Università di Napoli.
Dr San Robert conte Paolo, uno dei XL della Società Italiana delle
scienze, membi'o dell'Accademia delle scienze di Torino.
DoRNA Alessandro, cav. ^, corrisp. naz, della R. Accademia dei Lin-
cei di Roma, prof, di meccanica celeste nell'Università di Torino, diret-
tore di quell'Osservatorio astronomico. — Torino.
DuBiNr dott. Angelo, cav. ^, corrispondente di varie accademie scien-
tifiche, medico primario emerito dell'Ospedale Maggiore di Milano, ecc. —
Milano, via Borromei, 1.
Eroolani conte G. B., comm. |^, e -)(-, cav. »§», direttore della scuola di
veterinaria nella R. Università di Bologna.
Fburario Ercole, dott. fisico, direttore della Scuola tecnica di Galla-
rate, prof, di scienze naturali, vicepresidente del Consiglio sanitario cir-
condariale di Gallarate, ecc. — Gallarate.
Frapolli dott. Agostino, cav. |§, prof, di chimica presso la Società
di incoraggiamento d'arti e mestieri in Milano, ecc. — Milano, via Case
Rotte, 2.
Gabba dott. LuiGr, professore di chimica generale e industriale nell'I-
Btituto Tecnico superiore di Milano. — Milano, via Borgo Nuovo 9.
Gallo prof. Vincenzo, dott. in matematica ed ingegnere idrografo, pro-
fessore anziano di astronomia nautica nelle scuole nautiche dei litorali
austriaci, ecc. — Trieste.
Genocchi avv. Angelo, uff. ^, uno dei XL della Società Italiana delle
scienze, socio naz. della R. Accademia dei Lincei di Roma, prof, di ma-
tematica nell'Università di Torino.
GiBELLi dott. Giuseppe, prof, di botanica nell'Università di Modena.
Govi Gilberto, comm. ^, socio naz. ordinario della R. Accademia dei
Lincei di Roma, già professore di fisica nell'Uni-versità di Torino. Roma.
Grippini dott. Romolo, cav. ^ e della Legion d'onore di Francia, me-
dico primario emerito dell'Ospedale Maggiore, membro del Consiglio degli
Orfanotrofj e Luoghi pii annessi, direttore dell'Ospizio degli esposti e delle
partorienti, socio di varie accademie nazionali e straniere, ecc. — Milano,
via Francesco Sforza, 33.
Korner dott. Guglielmo, prof, ordinario di chimica organica alla scuola
superiore di agricoltura in Milano. — Milano, sobborgo di Porta Gari-
baldi, lOe.
Lemoignb dott. Alessio, prof, di anatomia e fisiologia veterinaria nella
Università di Parma, e prof, straordinario di zoologia e zootecnia degli
animali superiori nella R. Scuola superiore di agricoltura in Milano, —
Milano, corso P, Romana, 5.
Lombroso dott. Cesare, cav. ^, socio di varie accademie italiane e
straniere, già direttore del Manicomio di Pesaro, professore di clinica per
le malattie mentali nell'Università di Torino,
LussANA dott, Filippo, cav. #, professore di fisiologia uell'Università
di Padova.
MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. VII
Machiavelli doti. comm. Paolo, colonnello medico nell' esercito ita-
liano. — Roma.
Maggi dott. Leopoldo, professore di anatomia e fisiologia comparata
nella R. Università di Pavia,
Malaquti prof. Faustino , uno dei XL della Società Italiana delle
scienze. — Rennes.
Meneghini Giuseppe, cav. ^ e gr. uff. -)(■, uno dei XL della Società
Italiana delle scienze, socio naz. della R. Accademia dei Lincei di Roma,
professore di mineralogia nella R, Università di Pisa.
MoLESCHOTT GIACOMO, comm. ^, senatore del Regno, corrispondente
della R. Accademia dei Lincei di Roma, professore di fisiologia nella R.
Università di Torino.
Oehl Eusebio, cav. ^ e della Leglon d' onore, professore di fisiologia
nella R. Università di Pavia.
Omboni dott. Giovanni, professore di mineralogia e geologia nella R.
Università di Padova.
Padulli conte Pietro, istruttore nellaboratorio chimico, e conservatore
delle collezioni sociali presso la Società d' incoraggiamento d' arti e mestieri
in Milano. — Milano, via Monforte, 16.
Pasi dott. Carlo, cav. #, già professore di agronomia presso ilR. Isti-
tuto Tecnico superiore in Milano e professore emerito nella R. Università
di Pavia. — Pavia.
Pavesi dott. Angelo, uff. ^, cav. ^ prof, di chimica nella R. Scuola
superiore di agricoltura in Milano, ecc. — Milano, via Solferino, 20.
Pavesi dott. Pietro, prof, di zoologia nella R. Università di Pavia.
Peloso dott. Francesco, cav. # e -)(-, deputato al Parlamento nazio-
nale. — Gomate (Tradate).
Poggiale prof. M. — Parigi.
PoLLACCi cav. Egidio, professore ordinario di chimica farmaceutica e
tossicologia nella R. Università di Pavia.
Ponzi comm. Giuseppe, senatore del Regno, uno dei XL della Società
Italiana delle scienze, socio nazionale della R. Accademia dei Lincei di
Roma, professore ordinario di geologia nell' Università di Roma,
Quaglino Antonio, uff. .)(-, cav. ^ preside della facoltà di medicina
e chirurgia nell' Università di Pavia, e professore d' oculistica in detta
Università, — Milano, via S. Andrea, 13.
Rizzoli comm. Francesco, prof, emerito della R. Università di Bologna,
Robolotti dott. Francesco, cav. ^. — Cremona.
Scacchi Arcangelo, comm. ^, gr, uff. ^, cav. «§«, senatore del Regno,
uno dei XL della Società Italiana delle scienze, e presidente di detta So-
cietà, socio nazionale della R. Accademia dei Lincei di Roma, professore
di mineralogia nell' Università di Napoli.
Scarenzio dott. Angelo, professore di clinica delle malattie della pelle
e delle eifilitiche nella R, Università di Pavia.
vili MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE.
ScHiFF Maurizio, uff. # e -)(-, professore di fisiologia comparata nel-
l'Istituto di studj superiori di Firenze.
ScHiVARDi dott. Plinio. — Milano, via Pantano, 6.
Sella. Quintino, gr. cord. ^, consigliere e cav. »§•, già ministro delle
finanze, presidente della R. Accademia dei Lincei di Roma, uno dei XL
della Società Italiana delle scienze, deputato al Parlamento, ecc. — Roma.
Selmi Gio. Francesco, uff, ^, cav. -)(■> corrisp. naz. della R. Accade-
mia dei Lincei di Roma, professore ordinario di chimica farmaceutica nella
R. Università di Bologna.
Semmola prof. Mariano, uff. ^, cav. ■)(-, comm. del R. Ord. di S. Lo-
dovico e di quello del Nisciam Eftihkar, socio corrispondente di varie ac-
cademie, professore ordinario di materia medica e tossicologia, e direttore
del gabinetto di materia medica nella R. Università di Napoli.
Serpieri p. Alessandro delle scuole pie, professore di fisica e diret-
tore del gabinetto di fisica nell' Università d' Urbino, e preside del Liceo
Raffaello. — Urbino.
SiSMONDA Angelo, gr. uff. ^, comm. ^, cav. i^, senatore del Regno,
professore di mineralogia e direttore del Museo mineralogico dell' Univer-
sità di Torino, uno dei XL della Società Italiana delle scienze. — Torino.
SoRDELLi Ferdinando, aggiunto al Museo Civico di Milano. — Milano,
via Monforte, 7.
Taramelli Torquato, cav. -)(■, già socio corrispondente del R. Istituto
veneto di scienze, lettere ed arti, professore di mineralogia e geologia uel-
r Università di Pavia.
Tardy Placido, comm. ^, uff. ^, uno dei XL della Società Italiana
delle scienze, professore di calSolo differenziale e integrale nell'Università
di Genova.
Tessari ing. Domenico, cav. -)(-, prof, di geometria descrittiva nel R.
Museo industriale di Torino.
ToMMASi Salvatore, comm, ^, uff. ^, senatore del Regno, prof, di
patologia medica speciale e di clinica medica nella R. Università di Napoli.
Trevisan de Saint-Leon conte comm. Vittore, uff. e cav. di più or-
dini, dottore in scienze naturali, socio corrispondente di varie accademie
scientifiche italiane e straniere. — Monza, terraggio P. Milano, 100 A.
Valsuani dott. Emilio, cav. -)(-. — Milano, via Unione, 20.
Villa Antonio, cav. -)(■, naturalista, corrispondente nazionale della R.
Accademia dei Lincei di Roma. — Milano, via Sala, 6.
ViLLARi Emilio, prof, di fisica nella R. Università di Bologna.
Visconti dott. Achille, cav. ^, medico primario e prosettore nell'O-
spedale Maggiore di Milano, consigliere sanitario provinciale. — Milano,
via Boschetti, 6.
VoLPiCBLU prof. Paolo, cav. ■^, segretario perpetuo della R. Acca-
demia dei Lincei di Roma.
ZoJA dott. Giovanni, cav. ^, professore ordinario di anatomia umana
noir Università di Pavia.
MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. IX
ZucCHi dott. Carlo, cav. %, medico capo dell'Ospedale Maggiore. —
Milano, via Conservatorio, 26.
Soci corrispondenti stranieri.
Berqhaus prof. Enrico. — Gotha.
Bertulus dott. EVARISTO, cav. della Legion d'onore, prof, di clinica
medica. — Marsiglia.
Brandt J. F., membro dell' Accademia Imp. delle scienze a Pietro-
burgo.
BuNSBN Roberto Guglielmo, chimico. — Heidelberg.
Calmeil, direttore del manicomio di Charenton.
Cantor dottor Maurizio, professore all' Università di Heidelberg.
Cayley Arturo, prof, di matematica nell'Università di Cambridge,
membro della Società Reale di Londra.
Chasles Michele, membro dell'Istituto di Francia. — Parigi.
ChristofEll e. B., professore di matematica nell'Università di Stras-
burgo.
Darboux Gastone, prof, di matematica nella scuola normale superiore
a Parigi.
Daubrée Gabriele Augusto, membro dell'Istituto di Francia, ecc. —
Parigi.
Delesse Achille, prof, di geologìa nella Scuola normale a Parigi.
Desor Edoardo, professore di geologia a Neufchàtel.
DoMEYKO Ignazio, professore di mineralogia all' Università di Santiago
nel Chili.
Drouyn db Lhuys Edoardo, già ministro, membro dell'Istituto di
Francia, presidente della Società d' acclimazione di Parigi.
Dumas G. B., chimico, segretario perpetuo dell'Istituto di Francia per
le scienze fisiche. — Parigi.
FucHS Emanuele Lazzaro, professore all' Università di Heidelberg.
GÒPPERT Enrico Roberto, prof, di botanica nella R. Università di
Breslavia.
Hblmholtz Ermanno Luigi Federico, professore di fisica nell' Uni-
versità di Berlino.
Henry Giuseppe, segretario dell'Istituzione Smithsoniana a Washin^
gton.
Hermite Carlo, membro dell' Istituto di Francia, prof, di matematica
nella Scuola politecnica di Parigi.
Humpiireys a. a., generale, capo del Genio Militare degli Stati Uniti, ecc.
— Washington.
Hyrtl Giuseppe, prof, d'anatomia nell'Università di Vienna, membro
di quell' Accademia imperiale delle scienze, — Vienna.
Jacobi cav. M. H. — Pietroburgo.
X MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE.
Janssexs dott. EoGENiO, membro della Società Reale delle scienze me-
diche e naturali di Bruxelles.
JoLY AuausTO, prof, di geologia alla facoltà di Tolosa.
Jordan Camillo, ingegnere delle miniere. — Parigi.
Klrin dott. Felice, professore al Politecnico di Monaco.
KoLLiKER A., prof, d'anatomia e fisiologia a Wiirzburg.
Kronecker Leopoldo, prof, di matematica, — Berlino,
KuMMBR Ernesto Edoardo, segretario dell' Accademia di Berlino, pro-
fessore di matematica in quell' Università. — Berlino.
Larrey bar. H., membro dell'Accademia di medicina di Parigi.
Lebert prof. Ermanno, — Vevey (Svizzera).
Leport Leone, professore aggregato alla facoltà di medicina di Parigi,
chirurgo all' Ospedale Cochin. — Parigi,
Mendez Alvaro dott. Francesco. — Madrid.
Nedmann Carlo, prof, di matematica all' Università di Lipsia.
Owen Riccardo, direttore delle collezioni di storia naturale al BritisTi
Museum. — Londra.
Pasteur prof. Luigi, membro dell' Istituto di Francia, — Parigi.
Quatrepages prof. Armando, membro dell' Istituto di Francia, — Pa-
rigi.
Reuleaux F., direttore della Gewerbe Akademie di Berlino.
Robin dott, Carlo, professore d'istologia alla facoltà medica di Parigi.
RuPPEL dottor Edoardo, segretario della Società Senckenbergiana di
scienze naturali a Francoforte sul Meno.
ScHL^PLi Luigi, prof, di matematica nell' Università di Berna.
Schmidt dott, E. R., naturalista, — Jena.
SCHWARZ H. A,, professore di matematica nell'Università di Gottinga.
Studer Bernardo, prof, di geologia noli' Università di Berna,
Troltsch dottor Antonio, professore all' Università di Wiirzburg.
Ullerspergbr prof, cav, G-, B. — Monaco,
Valentin Gabriele Gustavo, prof, di fisiologia nell' Università di
Berna.
Weiersttrass Carlo, membro della R, Accademia delle scienze di
Berlino, e professore di matematica in quell' Università, — Berlino,
Weyr dott. Emilio, professore di matematica all' Università di Vienna,
Zeuner prof. Gustavo, cav. ^ e dell' ordine del Merito di Sassonia,
direttore del R. Politecnico di Dresda.
MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. XI
CLASSE DI LETTERE E SCIENZE MORALI E POLITICHE.
Membri onorar] .
Mamiani della Rovere conte Terenzio, gr. cord. ^, gr. cr. .)(- e del-
l' Ordine di S. Salvatore di Grecia, cav. ej», vicepresidente del Consiglio
superiore di pubblica istruzione, consigliere di Stato, senatore del Re-
gno, ecc. — Roma,
PoGGH Enrico, comm. ^, senatore del Regno, presidente dì sezione alla
Corte di cassazione. — Firenze.
Restelli avv. Francesco, comm. ^, uff. -)(■, deputato al Parlamento
nazionale, ecc. — Milano, via Spiga, 17,
MiNOHETTi comm. Marco, deputato al Parlamento nazionale in Roma,
cav. dell'Ordine della SS. Annunziata, dell'Ordine Civile di Savoja, ecc.
— Roma.
Membri effettivi.
Poli prof. Baldassake, cav. -)(■, socio di varie accademie. — Milano,
corso Venezia, 49. (Nom. M. E. dell' Istlt. Ven. 16 gennajo 1844. — Pen-
sionato 10 giugno 1851. — Aggregato all' Istit. Lomb. 16 dicembre 1857.)
Biondélli dott. Bernardino, cav. |^, professore d'archeologìa e nu-
mismatica, direttore del R. Gabinetto numismatico, consultore del Museo
patrio d'archeologia, membro della R. Commissione per la pubblicazione
dei testi di lingua, socio di varie accademie nazionali e straniere. — Mi-
lano, via Brera, 28. {Nom. S. G. 19 dicembre 1841. — 31. E. 11 ottobre
1854. — Pens. 1 giugno 1862.)
Cantò Cesare, comm. |^ e -)(-, consigliere e cav. r^, cav. della Legion
d'Onore di Francia, comm. dell'Ordine del Cristo di Portogallo, grande
uflSciale dell' Ordine della Guadalupa, accademico della Crusca e membro
delle Accademie delle scienze di Torino, d' archeologia di Roma, di An-
versa, di Normandia, ecc., corrispondente degli Istituti dì Francia, del
Belgio, di Ungheria, di Coimbra, di Nuova-York, di Fernambuco, dì Egitto,
e dei principali d'Italia-, deputato sopra gli studj dì storia patria, soprin-
tendente generale dei RR. Archivj dì Lombardia, direttore dei RR, Ar-
chìvj dì Stato in Milano, ecc. — Milano, via Morìgi, 5. [Nom. S. C. 17
agosto 1854. — M. E. 11 febbrajo 1856. — Pens. 31 gennajo 1864.)
Jacini Stefano, gr. cord. ^^ gr. uff. .)(-, senatore del Regno, già mi-
nistro dei lavori pubblici, socio corrispondente dei Georgofili, membro di
varie accademie italiane e straniere. — Milano, via Lauro, 3, {Nom. M.
E. 23 marzo 1857.)
Sacchi dott. Giuseppe, comm. ^, uff. %, già prefetto della Biblioteca
di Brera, prof, dì pedagogia, ecc. — Milano, via S. Agnese, 4. {Nom. S. C.
17 agosto 1851. — M. E. 19 gennajo 1858. — Pens. 18 maggio 1867.)
Caucano nob, Giulio, comm. .^ e uff. ^, senatore del Regno, consi-
gliere della R. Accademia di belle arti in Milano, consultore del Museo
XII MEMBRI DEL R, ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE.
patrio d' archeologia, sodo della R. Accademia di scienze e lettere di Pa-
lermo, dell'Ateneo di Brescia, consigliere comunale, ecc. — Milano, corso
Venezia, 81. {Nom. S. C. 8 settembre 1857. — M. E. 29 settembre 1860.
— Pens. 21 giugno 1868.)
Ceriani ab. dott. Antonio, cav. ^, prefetto della Biblioteca .Ambro-
siana, prof, di lingue orientali, consultore del Museo patrio d'archeologia.
— Milano, piazza Rosa, 2. (Nom. S. C, 24 gennajo 1861. — M. E. 16
marzo 1862. — Pens. 6 aprile 1872.)
Ascoli Graziadio, eav. >§• e ^, comm. -)(-, socio ordinario dell'Acca-
demia de' Lincei di Roma, corrispondente dell'Istituto di Francia, delle
Accademie delle scienze di Pietroburgo e di Vienna, e membro onorario o
corrispondente di altre accademie italiane e straniere. — Milano, Via S. Da-
miano, 26. {Nom. S. G. 8 maggio 1862. —M. E. 18 gennajo 1864. — Pens.
10 agosto 1873.)
Biffi dottor Serafino, cav. # e .^, vicepresidente del Consiglio pro-
vinciale sanitario di Milano, direttore del privato manicomio Villa Anto-
nini, membro di varie accademie, ecc. >— Milano, corso S, Celso, 51. (Nom.
S. C. 26 luglio 1855. — M. E. \% gennajo 1864. — Pews. 6 dicembre 1874.)
Strambi© dottor Gaetano , cav. ^ e della Legion d' Onore, medico
ordinario dell' Orfanotrofio femminile, socio delle Accademie mediche di
Napoli, di Bologna, di Genova, di Costantinopoli, di Rovigo, dell'Acca-
demia Olimpica di Vicenza, prof, di anatomia nella R. Accademia di belle
arti in Milano, compilatore della Gazzetta medica italiana (Lombardia'), ecc.
— Milano, via Bigli, 15. (Nom. S. C. 13 gennajo 1856. — M. E. 13 luglio
1864. — Pensiotiato 13 dicembre 1877.)
Belgiojoso conte Carlo, comm. |^ e .)(-, senatore del Regno, presi-
dente emerito della R. Accademia di belle arti in Milano, consultore del
Museo patrio d' archeologia, socio corrispondente della R. Accademia delle
scienze di Palermo e dell'Ateneo di Brescia, socio onorario di parecchi
Istituti di belle arti italiani e stranieri, ecc. — Milano, via Morigi, 9. (Nom.
S. C. 10 marzo 1864. — M. E. 13 marzo 1868.)
Buccellati ab. dott. Antonio, cav. ^, ^, prof, ordinario di diritto e
procedura penale nella R. Università di Pavia, docente privato di diritto
canonico e membro di varie accademie. — Pavia. {Nom. S. C. 20 febbrajo
1868. — M. E. 13 dicembre 1868.)
Tenga Carlo, comm. ^ e uff. |^, deputato al Parlamento nazionale,
membro ordinario del Consiglio siiperiore della pubblica istruzione, consi-
gliere comunale, ecc. — Milano, via Andegari, 12. (Nom. M. E. 14 marzo
1869.)
Lattes dott. Elia, cav. ^, prof, di antichità civili, greche e romane
tiella R. Accademia scientifico-letteraria di Milano. — Milano, via Senato,
22 (Nom. S. C. 1 febbraio 1867. — M. E. 11 a~grile 1872.)
Ceruti sac. Antonio, cav. ^, dott. della Biblioteca Ambrosiana, mem-
bro della R. Deputazione di storia patria in Torino, e della Commissione
pei testi di lingua nell' Emilia, socio corrispondente della Società Ligure
di storia patria, della R, Accademia Raffaello di Urbino, della Società Co-
MEMBRI DEL R, ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. XllI
lombaria di Firenze, ecc. — Milano, via Moneta, 1 A. (Nom. S. C. 27 gen-
najo 1870. — 31. E. 18 maggio 1873.)
PiOLA nob. Giuseppe, comm. -)^, e cav. ^, senatore del Regno, ecc. —
Milano, C. Venezia 32. (i\^07?ì. S. C. 8 maggio 18G2. — M. E. 18 maggio 1873.)
Longoni prof. Luigi, cav. ^, socio d'onore dell'Accademia Palermi-
tana, prof, di lettere italiane, latine e filosofia, già bibliotecario della Bi-
blioteca di Brera. — Milano, via Brera, 28 (Nom. S. C. 10 marzo 1864. —
il/. E. 14 dicembre 1873.)
CosiA nob. dott. Luigi, cav. # e -X-, socio corrispondente della R. Ac-
cademia de' Georgofili di Firenze, membro estero delle Società di scienze
e lettere di Leida e Utrecbt, professore di economia politica nella R. Uni-
versità di Pavia (Nom. S. C. 22 gennajo 1874. — M. E. 24 agosto 1876 .)
Soci corrispondenti italiani.
Aleardi Aleardo, comm. ^, cav. cga, senatore del Regno, professore
di estetica nell' Accademia delle arti del disegno in Firenze, membro or-
dinario del Consiglio superiore di pubblica istruzione. — Firenze.
Allievi dott. Antonio, comm. -)(•, direttore della Banca romana di cre-
dito. — Roma.
Amati prof. Amato, cav. %, preside liceale. — Stradella.
Baravalle Carlo, cav. -)(■, professore di lettere italiane nell' Accade-
mia scientifico-letteraria di Milano. — Milano, via Vigna, 1.
Bertolini dott. Francesco, cav. ^, professore di storia moderna nella
R. Università di Napoli.
BissoLATi prof. Stefano, cav. ^, bibliotecario della R. Biblioteca di
Cremona.
BocCARDO avv. Gerolamo, comm. ^, utF. -)(-, cav. !§•, preside del R,
Istituto Tecnico di Genova.
BoDio prof. Luigi, comm. ^^ direttore della Statistica al Ministero del-
l'Interno. — Roma.
Bonghi prof. Ruggero, gr. cord. ^, già ministro della pubblica istrn-
zione, deputato al Parlamento nazionale. — Roma.
Broglio dott. Emilio, gr. uff. % e gr. cr. ^, già ministro dell' istru-
zione pubblica. — Roma.
Caiitoni dottor Carlo, cav. -)(■, professore di filosofia teoretica nella
R. Accademia scientifico-letteraria. — Milano, via Solferino 7.
Carducci Giosuè, uff. ^, prof, di lettere italiane nella R. Università
di Bologna, deputato al Parlamento nazionale.
Carrara Francesco, cav. ^, comm. -)(-, senatore del Regno, membro
della Società di legislazione comparata di Parigi, professore di diritto e
procedura penale nella R. Università di Pisa.
Cbrutti dott. Giacomo, uff. # e -K-, ex-consigliere della R. Corte d' Ap-
pello. — Milano.
Comparetti Domenico, cav. %, prof, di lettere greche nella R. Uni-
vcrsità di Pisa.
XIV MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LE;TTERE.
CoRiiEO comm. Simone, professore di filosofia nell' Università di Palermo.
Correnti Cesare, cav. gr, croce decorato del gr. cord. ^ e dell'or-
dine della Rosa del Brasile, comm. dell' Ordine di Leopoldo del Belgio e
della Legion d'Onore di Francia, già ministro dell'istruzione pubblica,
consigliere di Stato, deputato al Parlamento, presidente della Società geo-
grafica italiana. — Roma.
CossA nob. Giuseppe, dottore in matematica, socio dell'Accademia dei
Quiriti di Roma, e dell'Ateneo di Brescia. — Milano, via Brera, 21.
D' Adda marchese Gerolamo, cav. ^. — Milano, via Gesù, 12.
D'Ancona Alessandro, cav. H, prof, di lettere italiane nella R. Uni-
versità di Pisa.
De Rossi Gio. Battista, comm. della Legion d'Onore, membro del-
l'Istituto di Francia. — Roma.
Di Giovanni Vincenzo, cav. -)(-, professore di filosofia nel R. Liceo Vit-
torio Emanuele di Palermo.
DiNi Francesco, membro della Società asiatica di Parigi e di quella
R. di Londra, socio dell' Ateneo di Brescia e della R. Commissione per la
pubblicazione dei testi di lingua, e di altre accademie. — Firenze.
Fabretti Ariodantb, uff. H, cav. ^, prof, ordinario di archeologia
greco-latina nell'Università di Torino, e membro della R. Accademia delle
scienze di Torino. — Torino.
Fano dott. Enrico, cav. ^, consigliere comunale, deputato al Parla-
mento nazionale, ecc. — Milano, via Solferino, 11.
Fava comm. Angelo, gr. uff. -)(-,*già referendario al Consiglio di Stato.
— Milano, corso Venezia, 26.
Ferrari Paolo, comm. -)(-, cav. H, professore ordinario di letteratura
italiana nell'Accademia scientifico-letteraria di Milano. — Milano, via
Silvo Pellico, 8.
FoRNARi ab. Vito, uff. H, cav. ^. prefetto della Biblioteca nazionale
di Napoli.
Frizzi dottor Lazzaro. — Milano, via S. Maria Segreta, 12.
Gabba Carlo Francesco, professore di filosofia del diritto all' Univer-
sità di Pisa.
Gallavkesi avv. Luiar. — Milano, via Borgo Nuovo, 18.
Gallia prof. Giuseppe, cav. H, segretario dell'Ateneo di Bresc^.
GiORGiNi Gio. Battista, uff. é]|, comm. -)(■, senatore del regno, profes-
sore emerito delle Università di Pisa e Siena. — Pisa.
Guerzoni Giuseppe, professore di letteratura italiana nell'Università
di Padova.
Lancia di Brolo Federico, uff, H, cav. ^, comm. dell'Ordine gero-
solimitano, presidente dell' Assemblea di storia patria, vicepresidente della
Società di acclimazione e di agricoltura, professore, segretario della R. Ac-
cademia di scienze di Palei mo.
Lasinio Fausto, cav. ■)(■, prof, ordinario di letteratura semitica nel R,
Istituto superiore in Firenze.
MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE. XV
Maffei Andrea, comm. ^, gr. uff. -)^, ecc. — Riva di Trento.
Malfatti Bartolomeo, cav. ^, già prof, di geografia nella R. Acca-
demia scientifico letteraria di Milano. — Roma.
Mancini Luiai, professore di letteratura italiana al Liceo di Fano.
Marescotti Angelo, cav. ^, prof, di economia politica nella R. Uni-
versità dì Bologna.
Massarani dott, TuLLO, cav. ^ e comm. ^, senatore del Regno, con-
sigliere provinciale, membro della R. Accademia di belle arti in Milano.
— Milano via Nerino, 4.
Mauri prof. Achille, gr. uff. ^, comm. -)(-, e della Legion d'Onore,
consigliere di Stato, senatore del Regno. — Roma.
MiNERViNi dott. Giulio, cav. ■)(•. archeologo. — Napoli.
Mongeri prof. Giuseppe, cav. ^, membro della Consulta archeologica.
— Milano, via Borgo Nuovo, 15.
Nannarelli Fabio, prof, di lettere italiane nella R. Università di
Roma.
Nazzani prof. Emilio, preside dell'Istituto Tecnico a Forlì.
Negri Cristoforo, gr. uff. H, uff. ^, console generale di prima classe,
consultore legale del Ministero degli affari esteri. — ■ Torino.
Nigra Costantino, gr. cord. -)(- e ^, inviato straordinario e ministro
plenipotenziario del re d'Italia a Pietroburgo.
NoRSA avv. Cesare, cav. ^, socio corrispondente dell'Ateneo Veneto,
dell'Accademia di legislazione di Madrid, della Società di legislazione
comparata di Parigi, e dell'Istituto di diritto internazionale di Gaud, ecc.
— Milano, via S. Paolo, 14.
Palma Luigi, cav. j^, professore straordinario di diritto costituzionale
nella R. Università di Roma.
Panizzi dott. Antonio, comm. ^, senatore del Regno, bibliotecario
emerito del Britisch Museum, ecc. — Firenze.
Pescatore Matteo, comm. ^, uff. -)(-, deputato al Parlamento nazio-
nale, consigliere alla Corte di cassazione a Torino.
Porro Lambertengui conte cav. Giulio. — Milano, via Borgo Nuo-
vo, 12.
Phina dott Benedetto, cav. ^, professore di storia e geografia nel
R. Liceo Beccaria in Milano. — Milano, via Dimetto, 7.
Rizzi dott. Giovanni, cav. -)(■, prof, di lingua e letteratura italiana
nella Scuola superiore femminile e nel Collegio militare di Milano. — Mi-
lano, via Broletto, 37.
Rosa dott. Gabriele, cav. ^. — Brescia.
Rota avv. Giuseppe, prof, di letteratura latina nella R. Università di
Pavia.
Staffa avv. Scipione, cav. #. — Napoli.
Teza dott. Emilio, prof, di lingua e letteratura sanscrita nella R. Uai-
yersità di Pisa,
XVI MEMBRI DEL R. ISTITUTO LOMBARDO DI SCIENZE E LETTERE.
ToDESCHiNi dott. Cesare, cav. 0, consigliere provinciale, ecc. — Mi-
lano, via Bigli, 19.
Vanndcci prof. Atto, comm. ^, senatore del Regno, membro del Con-
s'glio direttivo dell'Istituto di studi superiori in Firenze. — Firenze.
ViDARi avv. Ercole, cav. -)(-, prof, ordinario di diritto commerciale
nella K. Università di Pavia.
ViGNOLi dott. Tito, cav. ^. — Milano, via Monte Napoleone, 45.
Villa Francesco, uff. ^, prof, emerito di contabilità nell'Accademia
scientifico-letteraria di Milano. — Milano, via della Vigna, 6.
Visconti Venosta, nob. Emilio, gr. cord. ^, comm. ^, ecc., deputato
al Parlamento nazionale, già ministro degli affari esteri. — Roma.
ZoNCADA Antonio, cav. ^, socio corrispondente della R. Accademia
La Scuola italica di Napoli, socio d'onore dell'Ateneo di scienze, lettere
ed arti belle di Bassano, socio corrispondente dell'Accademia artìstica
Raffaello in Urbino, prof, ordinario di letteratura italiana nella R. Uni-
versità di Pavia.
Soci corrispondenti stranieri.
BoETHLiNGK dott. OTTONE, consigliere imperiale effettivo di Stato, mem-
bro dell'Accademia delle scienze di Pietroburgo. — Jena.
Chevalier prof. Michele, membro dell'Istituto di Francia. — Parigi.
CzoRNiG (di) barone dott. Carlo, statistico, ecc. — Vienna.
De Middendorfp dott. A., segretario perpetuo dell'Accademia delle
scienze di Pietroburgo.
Di Holtzendorf barone cav. dott. Francesco, professore di diritto
nell'Università di Berlino.
Gregorovius Ferdinando, membro corrispondente della R. Accademia
delle scienze di Monaco.
Laboulaye prof. Edoardo membro dell'Istituto di Francia. — Parigi.
Mignet M., segretario perpetuo dell'Istituto di Francia per le scienze
morali. — Parigi.
Mommsen prof. Teodoro. — Lipsia.
MussAFiA dott. Adolfo, professore di filologia neo-latina nell'imp. Uni-
versità di Vienna.
Rey M. B., sotto-bibliotecario della città di Montauban.
Robert Carlo, archeologo. — Parigi.
RoscHER Guglielmo, professore nell'Università di Lipsia.
Simon Giulio, membro dell'Istituto di Francia. — Parigi.
WiTTE Carlo, prof, ordinario di giurisprudenza e di diritto nell'Uni-
versità di Halle.
Wright Guglielmo, prof, di arabo nell'Università di Cambridge.
VITTORIO EMANUELE
Signori,
Nel prendere il seggio a cai la fiducia vostra si de-
gnò di richiamarmi, io mi trovo di fronte a un alto e do-
loroso dovere da compiere. Deh, vi piaccia darmi una
novella prova della vostra indulgenza, assolvendomi dal
troppo arduo ufficio di tradurre in parole quella vicenda
di trepide esitanze, d'ineffabili angoscio, e di profondissimo
cordoglio che ruppe, per non breve corso di giorni, la calma
de' nostri studi, e che ancora non ci consente di ridonare
ad essi tutto l'animo nostro. — Cerchi ognuno nel suo
cuore la storia di questi giorni infausti e memorandi. Io
mi chino davanti alla sublime eloquenza delle lagrime; e,
umile cronista, pongo tra le pagine dei nostri annali una
brevissima nota.
Dall'ultima adunanza, da quando, alla vigilia del nuovo
anno ci siamo separati con una stretta di mano d'ottimo
augurio, una sventura non sospettata, gravissima, ha tra-
volto la nazione nel più profondo lutto. — La prima delle
nostre riunioni era indetta pel domani del tristissimo av-
venimento; otto giorni dopo, tutta Italia era in Roma ai
parentali del suo gran Re; e altrettanti giorni più tardi,
il Comune ci raccoglieva sotto le vòlte del Duomo per
augurar requie all'anima di Vittorio Emanuele. — Ma
noi non ci sentimmo giammai cosi vicini come in questi
di; noi che, impreparati alla dura prova, l'abbiamo accolta
con quell'unanime scoppio di pianto, a cui la storia ha
4 e. BELGIOJOSO, COMMEMORAZIONE DI VITTORIO EMANUELE H.
già decretato l'indimenticabile nome di plebiscito del
dolore.
La vostra Presidenza, in questo mezzo, non ebbe tempo
d'indirizzarsi a yoì, e di pigliar legge dal vostro consiglio.
Ma in nessun caso, più che in questo, era lecito indovi-
narlo. Affrettandosi a porgere, in nome vostro, una parola di
vivissima condoglianza e di riverente ossequio all'Augusto
Erede della Corona, e provvedendo che il nostro Istituto
fosse da due de' suoi membri rappresentato nelle onoranze
funebri che la Nazione celebrò in Roma, essa non dubita
d' essere stata fedele interprete del vostro voto.
Ora, noi entriamo in quella fase di severo e muto ac-
coramento, nel quale, per reazione di vita, l'animo com-
mosso cerca di adeguare alla gravità del male la misura
del rimedio.
Chi rimpiange ricorda. La pietà delle memorie, ora più
che mai, c'invita a ritentare col pensiero il cammino delle
nostre fortune. Forse ai lontani nepoti la grande epopea
nazionale parrà l'eroica fatica di un giorno: non a noi,
che ne ricordiamo al vivo gli 'apparecchi, le soste, i pe-
ricoli, i sagrifizi. Nello specchio sintetico della storia, prima
e fortunata operatrice del grande portento, apparirà la
nostra concordia; ma al di sopra di questa virtù che cen-
tuplica le forze, dovette esistere una potenza ancor più
valida che unificò le speranze. Noi non duriamo fatica a
scoprirla. La concordia, inutilmente invocata nelle mise-
rande sventure di molti secoli, potè essere in questo una
virtù spontanea, efficace, costante, perchè era sorto in
mezzo a noi l'eroe provvidenziale, che accentrò in se
stesso la fede di tutti. Il poeta salutò in quel Grande la
Stella d'Italia; il popolo, più filosofo che poeta, acclamò
in Lui il suo Re Galantuomo: modesto nome, che all'au-
rora della libertà fu il compendio delle nostre speranze;
ed ora è, e sarà pei venturi, il ritratto storico di Colui che
promise agli Italiani una patria libera, grande, riverita
da tutti; e tenne parola.
e BELGIOJOSO, COMMEMORAZIONE DI VITTORIO EMANUELE II. JJ
Ora, a temprare il nostro dolore, valga il pensiero che
il gran Re, tolto si prematuramente alle cure dello Stato
e all'amore del suo popolo, pure ha potuto dire d'aver
compiuta l'opera sua. Ci conforti il vedere che il nostro
rimpianto, santificato dal sentimento della gratitudine, fu
nella sua manifestazione una nuova e solenne testimo-
nianza di quell'altezza ed omogeneità d'affetti, in cui,
meglio che nei facili entusiasmi della gioia, si rivela la
grande personalità della Nazione. — Gli è per questo che
allo spettacolo del nostro lutto rimane attonita l'intera
Europa. Popoli e prìncipi sinceramente si condolgono col-
r Italia; perchè l'Italia, chinata davanti alla tomba del
suo Re, nella piena del dolore, si chiama orfana. La storia,
sempre cauta ne'suoi giudizi, può ormai aflfrettare l'ardua
sentenza dei posteri; perocché nessun artifizio della critica,
nessun giuoco della fortuna potranno attenuare giammai
il valore di questo grande atto della sovranità popolare.
Ma, più di tutto, ci rianima quella fida amica degli ad-
dolorati, che è la speranza. Il gran Re vive nei nobilis-
simi esempli ch'egli ci ha dati, e che l'Augusto suo
Successore giura di fedelmente seguire. Noi già vedemmo
il giovine Principe, emulo del Genitore, sui campi di bat-
taglia: noi abbiamo raccolto dalla franca sua parola af-
fermazione solenne del suo vivo amore all'Italia, e del-
l'incrollabile suo proposito di serbarne inviolate, e di farne
sempre più prospere le libere istituzioni. Egli ambisce di
essere degno figlio di Vittorio Emanuele. Egli lo è: noi
riponiamo piena fiducia in Lui.
Ed è per noi altra ragione di conforto, e ad un tempo
d'orgoglio, il salutare prima nostra Regina quella donna di
angelica virtù, che tutta Italia già da tempo ama ed am-
mira. La novella generazione nata dai forti, cui il primo
soldato italiano ammaestrò a combattere e a morir per
la patria, crescerà più esperta nella non facile sapienza
della vita civile, quando le madri e le spose, specchian-
dosi in quell'incomparabile esemplare di sposa e di madre.
6 e. BELGIOJOSO, COMMEMORAZIONE DI VITTORIO EMANUELE II.
faranno ancora più prospera, tra le pareti della casa, la
scuola delle virtù domestiche. — Se la patria è una ma-
dre, se la nazione vuol essere una famiglia, è necessario
che il cittadino apprenda bene anzitutto ad amar come
un figlio, ad operare come un fratello.
Signori,
Nei grandi avvenimenti, nelle gioie e nei dolori comuni,
ogni consorzio devoto agli studi, e il nostro Istituto tra
questi, ebbe, e fu superbo di avere, una parte sua propria.
Nessuna fibra del corpo sociale è così sensibile alle vi-
cende della fortuna, come quella che presiede alla vita
dell'intelletto. — La scienza ama sinceramente la pace:
non ogni pace. Essa fu la prima a benedire l'aurora di
quel giorno in cui il Gran Capitano, appiè del Campido-
glio, ringuainò il ferro; ma convinta che ivi solo vi ha
pace dove è libertà, non erasi mostrata a niuno seconda
neir affrettare coi voti e coli' opera l'istante benedetto in
cui lo brandi, per la difesa del nostro diritto. Che la spada
del Re liberatore, sacra come l'antichissimo Ancile di
Roma, riposi ora, e a lungo, nell'aula della bella città
che fu la culla di Vittorio Emanuele, la prima confi-
dente de' suoi alti disegni, l'alleata più antica della sua
magnanima impresa. Ma, se è scritto che l'Italia deva
rinnovare la prova, che essa lampeggi nuovamente sul
campo nella mano generosa d' Umberto, e rechi a Lui la
fortuna e la gloria di Palestro e di San Martino.
REALE ISTITUTO LOMBARDO
DI SCIENZE E LETTERE.
ADUNANZA DEL 31 GENNAJO 1878.
PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELGIOJOSO
PRESIDENTE.
Presenti i Membri effettivi: Poli Baldassare, Buccellati,
Cantoni Gaetano, VERaA, Gargano, Cossa Luigi, Belgiojoso,
Cornalia, Hajech, Ferrini, Curioni, Longoni, Biffi, Caso-
rati, Cantù, Schiaparelli, Polli Giovanni, Sangalli, Ascoli,
Colombo; e ì Soci corrispondenti: Lemoigne, Taramelli, Del-
l'Acqua, Villa Antonio, Bardelli, Scarenzio, Zucciii, Prina.
L'adunanza è aperta al tocco.
Il Presidente sorge, e con lui sorgono tutti i membri presenti :
egli apre la tornata con un commovente annunzio della sven-
tura che colpì la Nazione, al cominciar dell'anno, la morte del
Re Vittorio Emanuele IL
Seguono le letture nell'ordine seguente:
Il dottor Giovanni Musso, ammesso a termini dell'art. XV
del Regolamento organico, legge: I." Sulle determinazioni
dell'azoto nel latte e ne' suoi prodotti. — 2.° Sulla composi-
zione degli stracchini e sulla emanazione di grasso da' loro
corpi albuminoidi , durante la maturanza. Questa seconda let-
tura è fatta anche in nome del dottor A. Menozzi.
Il S. C. professore Taramelli comunica una sua Memoria:
Del granito nella formazione serpentinosa dell' Apennino.
Il M. E. professore Ferrini espone di poi le sue osservazioni:
Sulla resistenza delle eliche degli elettromagneti telegrafici.
8 ADUNANZA DEL 31 GENNAIO 1878.
Non essendo presente, per ragione d' ufficio, il M. E. pro-
fessore Giovanni Cantoni, l'annunziata sua lettura: Sulla ete-
rogenesi, è rinviata ad una prossima tornata.
Legge di poi il M. E- professore Antonio Buccellati una sua
Relazione intorno agli studj della Commissione istituica presso
il Ministero di Grazia e Giustiiza per l'esame del Progetto di
Codice Penale italiano: libro 2° dei Progetto.
Il Presidente ricorda che, durante la chiusura delle tornate
accademiche, appena qui pervenne l'annunzio della morte del
Re Vittorio Emanuele, fu spedito a cura della Presidenza ,
a S. M. il Re Umberto un indirizzo di condoglianza e d'omag-
gio; indirizzo del quale venne già trasmessa copia ai Membri
e socj corrispondenti dell' Istituto.
Il segretario Carcano ha poi la parola. — Egli annunzia, con
rammarico, essere stata comunicata alla Presidenza, con una
nota del 28 gennajo corrente, la notizia della morte del Com-
mendatore nob. Jacopo Cabianca, membro effettivo del R. Isti-
tuto Veneto di scienze, lettere e arti; dicendo come questa per-
dita sarà vivamente sentita così dalla patria italiana, come
dalla nostra letteratura.
I segretarj delie due Classi accennano poi i doni e omaggi
di libri e opuscoli pervenuti all'Istituto nel mese corrente; fra
i quali si fa ricordo de' seguenti:
Translatio Syra Pescitto Veteris Testamenti ex Cod. Am-
brosiano. Tomus I, pars II, presentata dal M. E. dottore An-
tonio Ceriani.
Daniele Manin e Giorgio Pallavicino, Epistolario politico
(1855-1857), per cura di B. E. Maineri; inviato dal marchese
Giorgio Pallavicino, senatore del Regno.
Vittorio Emanuele IL Commemorazione funebre, del profes-
sore Giuseppe Guerzoni S. C, inviata dallo stesso.
Guida delVEconomia politica, del dott. Luigi Cessa, M. E.,
presentata dallo stesso.
Ginde de la Carte Géologique da Grand Duché de Luxem-
bourg, par N. Wies, inviata dall'Istituto di Scienze dì quel
Granducato.
XV volumi della Biblioteca Scientifica internazionale, edita
dai fratelli Dumolard, in Milano, e mandati in dono dagli stessi
editori.
ADUNANZA DEL 31 GENNAIO 1878. 9
L'Istituto, in adunanza privata, passa a trattare delle cose
interne d'ufficio.
Il segretario Hajecli annunzia al Corpo Accademico essere
stata comunicata dal Ministero della pubblica istruzione l'ap-
provazione Reale alla nomina del membro effettivo della Classe
di scienze matematiche e naturali, professore dottore Eugenio
Boltrarai; e cosi pure alle rielezioni, fatte dal Corpo Accade-
mico nel passato novembre, del M. E. prof. Emilio Cornalia
a Vicepresidente dell'Istituto, e del prof. Camillo Hajech a se-
gretario della Classe di scienze matematiche e naturali, per il
quadriennio 1878 al 1881. — Così pure partecipa l'approva-
zione regia del conferimento di una pensione accademica al
M. E. della Classe di lettere, scienze morali e politiche dottor
Gaetano Strambio.
Dal segretario Carcano vien fatta relazione del Bilancio
consuntivo dell'Istituto, per il passato anno 1877, e presentato
il Bilancio Preventivo del 1878 ; i quali sono approvati.
Si raccolgono dai segretarj delle due Classi le proposte
per la elezione di Membri Onorarj e Soc-j corrispondenti italiani
e stranieri e se ne fa lettura, com'è prescritto dal Regolamento.
La seduta è chiusa alle ore 3 e mezzo.
IL Segretario
G. Carcano.
A SUA MAESTÀ UMBERTO I RE D'ITALIA
« Sire,
« Dalle aule del Comune o della Provincia, dalle Scuole, dai
Comizij noi già abbiamo inviato al Figlio del primo Re d'Italia
il nostro compianto, il nostro omaggio di fede e di devozione.
Ma, anche riuniti in questo consesso studioso e fraterno, sen-
tiamo il dovere di rinnovarli oggi, affinchè nella severa solen-
nità di questo giorno non sia muta la voce dell'Istituto Lom-
bardo.
« La grande sventura che è discesa sopra di Voi, o Sire, è
anche la nostra; e noi, compatendo al vostro cordoglio, ne di-
vidiamo tutta l'amarezza. Il dolore della nazione per la morte
del primo suo Re, ciascuno di noi lo sente, anche come dolore
cittadino e domestico. Ma, quasi a conforto, parlano in noi alta-
mente la virtù del dovere, e del l'amore alle libere nostre isti-
tuzioni, la riverenza al Vostro nome, la fidanza nella Vostra
promessa.
" Sire,
« La scienza e l'arte non solamente sono la voce del pas-
salo, ma quella ancora dell'avvenire: nell'una vigila la mente,
nell'altra batte il cuore di un popolo.
« E gl'Italiani, concordi nel lutto come nel forte volere,
memori di quasi vent'anni di libertà e grandezza, riposano sul-
l'augusta parola del primo erede di quel Re, che restituì a loro
la patria.
tf Milano j 11 gennaio 1878.
« Dal R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere.
« Il Presidente Carlo Belgiojoso.
- Il Vice- Presidente Emilio Cornalia.
, ^ . ( Giulio Carcano
• / Segretari : \ ^
( Camillo Hajech. »
ADUNANZA DEL 7 FEBBRAJO 1878.
PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELGIOJOSO,
PRESIDENTE.
Presenti i Membri effettivi. Poh Baldassare, Cantoni Gae-
tano, Sacchi, Cossa Luigi, Belgiojoso, Verga, Buccellati,
CoRNALiA, Carcano, Hajech, Jacini, Curioni, Ceruti, Ascoli,
Longoni, Casorati, Piola, Biffi, Ceriani, Corradi, Sangalli,
Brioschi, Polli Giovanni, Cantu'; e i Soci corrispondenti: Vil-
la Antonio, Vidari, Anzi, Banfi, Zoja, Mongeri, Scarenzio,
Db Giovanni, Cantoni Carlo.
La tornata d'oggi è aperta ni tocco.
Legge il M. E. professore Gaetano Cantoni sui Conci chimici,
V industria agraria e la proprietà fondiaria, e il S. C. profes-
sore Vidari espone in appresso, le sue considerazioni: Sulla
fusione di Società.
Il segretario Hajech, non potendo il S. C. professore Pollacci,
trovarsi per ragione di ufficio alla tornata, ìe^^Q per lui una
nota: Sopra un reattivo delle sostanze riducenti in generale, e
in particolare del glucoso. E il S. C. Mongeri imprende a trat-
tare, con una sua lettura, della Quistione de' ristauri nell'arte.
L'Istituto in seduta privata passa a trattare di affari interni
d'ufficio.
Il M. E. Segretario Carcano presenta, in nome dell'offerente,
quattro autografi, cioò quelli di Napoleone I, di Giacomo Leo-
pardi, di Giuseppe Mazzini e di Vittore Hugo, inviati in dono
all'Istituto dal dottore A. Badaloni.
Si procede alla votazione par la nomina de' nuovi Membri
onorarj e Soci corrispondenti, mediante scrutinio segreto.
A Membro Onorario della Classe di lettere e scienze mo-
rali e politiche è eletto il Comm. Marco Minghetti, deputato al
Parlamento Nazionale,
12 ADUNANZA DEL 7 FEBBRAIO 1878.
A Socj corrispondenti italiani, nella stessa Classe, sono eletti :
Il Comm. Luigi Bodio, direttore della Statistica al Mini-
stero dell? interno.
Il Comm. Antonio Ceruti, già consigliere della R. Corte di
Appello in Milano.
L'avvocato Luigi Gallavresi.
Il professore Emilio Nazzani, preside dell'Istituto tecnico
di Forlì.
A Soci corrispondenti stranieri della Classe di scienze mate-
matiche e naturali, sono eletti:
Il professore Ermanno Lebert, di Zurigo.
Il professore Gabriele Valentin, di Berna.
Il professore Gastone Darboux, di Parigi.
Ed a socj corrispondenti italiani della Classe stessa sono
eletti :
Il professore Ferdinando Sordelli, aggiunto al Museo Ci-
vico di Milano.
Il professore Giovanni Battista Ercolani, della Università
di Bologna.
Il professore Guglielmo Korner della R. Scuola superiore
d'Agricoltura di Milano.
È rinviata a un'altra adunanza la nomina della Commissione
esaminatrice del Concorso di fondazione Brambilla; e quella
dei Membri del Consiglio amministrativo dell'Istituto per l'anno
in corso.
Approvato il processo verbale dell'ultima adunanza, la tor-
nata è chiusa alle ore 3 e tre quarti.
Jl Segretario,
G. Carcano.
LETTURE
CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI,
FISICA MATEMATICA. — Intorno ad alcune proposizioni di Clau-
sius nella Teoria del potenziale. Nota del S. C. prof. Eugenio
Beltrami. #:
La ripubblicazione della nota Monografìa di Clausius sulla Teorìa
del potenziale, testò uscita alla luce in terza edizione (*), con impor-
tanti aggiunte (§§ 37-51) che la rendono sempre più atta a costituire
un'eccellente introduzione allo studio delle opere consacrate di pre-
ferenza alle applicazioni di detta teoria (per esempio di quella del
nostro Betti), ha riportato la mia attenzione su alcuni procedimenti
analitici tenuti dall'illustre Autore e su quelli dei quali, in circo-
stanze analoghe, mi sono servito nelle mie lezioni ed in alcune mie
ricerche.
Tutti questi procedimenti possono essere compendiati in due for-
mule, la prima delle quali è
dove, per conservare le segnature di Clausius, cZt è un elemento dello
spazio T al quale si estende il primo integrale; dw è un elemento della
superficie co che limita questo spazio ed alla quale si estende il secondo
integrale; n ò la normale esterna all'elemento do)', u è una qualunque
delle tre coordinate rettangolari ce, y, z d'un punto dell'elemento di
(*) Die Potentlalfibnctlon und das Potentlal. Ehi Beitrag sur mathe-
matischen Physik von R. Clausius. Dritte vermehrte Auflagc. Leipzig,
1877, Barth, Le citazioni di pagine e di paragrafi si riferiscono tutte a
questa edizione.
14 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC.
spazio cZt dell'elemento di superficie cZw; e finalmente F è una fun-
zione monodroma, continua e finita delle x, y, z (in x), derivabile rispetto
ad u. Questa formula non perde la sua validità se la funzione F perde
i caratteri suddetti in punti isolati dello spazio t non appartenenti
alla superficie co (*), purché per ciascuno di questi punti esista un
valore positivo e finito di [jl per il quale la funzione
[dove z' è la distanza del punto (a:, y^ i), cui si riferisce il valore di
JF, dal punto singolare considerato] sia monodroma, continua e finita
in prossimità del punto singolare e nel punto singolare stesso.
La formola (I) serve, il più delle volte, a trasformare un integrale
di volume in uno di superficie : ma può anche servire utilmente alla
trasformazione inversa, o, più precisamente, a convertire un'espres-
sione della forma di quella del secondo membro in un'altra della
forma di quella del primo. In questo caso è da avvertire che, entrando
nel second» membro soltanto i valori che F prende nei punti della
superficie w, se della F del secondo membro son dati soltanto questi
valori rimane un grande arbitrio nella scelta della F del primo mem-
bro, poiché questa può essere una qualunque delle infinite funzioni
dei punti di t che, possedendo i caratteri generici sufficienti alla va-
lidità della formula, prendono nei punti di w gli stessi valori della
data. Che se invece la F del secondo membro è, per la sua natura
analitica o per il suo significato geometrico, definibile in ogni punto
dello spazio t, e se, come tale, possiede i suddetti caratteri, essa è
atta senz'altro a realizzare la trasformazione inversa, senza natural-
mente che cessi quel parziale arbitrio che nasce dalla suaccennata
circostanza.
Dalla formula (I) si deduce facilmente quest' altra più generale
dove il segno di somma si riferisce ai tre valori w = a;, t/, s e dove
supporremo, per ora, F q G funzioni tali che Fy—- risulti della stessa
specie della F di poc'anzi. Da questa seconda formula si conclude che,
(*) Escludo qui i punti singolari alla euperficie, perchè la loro consi-
derazione non è di grande importanza per 1' argomento di questa Nota-,
non perchè siano assolatamente incompatibili colla validità della formula.
E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 15
se un integrale della forma
(dove Fj, (tj, F,, (?j,... sono funzioni della specie di F, O) è nullo
qualunque sia la superficie chiusa t» cui esso è esteso, l'espressione
dev'essere identicamente nulla; e viceversa, se quest'ultima espres-
sione è identicamente nulla, il precedente integrale dev'essere nullo
per qualunque superficie chiusa.
Ciò premesso, poniamo
r = ^J(cc — x'f -i-iy — ?/')*+ {z — z')*
e consideriamo l'espressione integrale
=a/±:,
che rappresenta la funzione potenziale sul punto (ce, y, z) d'un corpo
ouiogeneo di densità A, occupante lo spazio t' del quale cZ-r' è l'ele-
mento generico circostante al punto {x', y\ z') (*). Poniamo, come
d' uso.
^i^^Ild^)'' ^T-^^,.
V!
e designiamo, quando occorra, con A'^, A'^ le espressioni analoghe
formate rispetto alle variabili oc'
Osservando che si ha identicamente
2
si può porre V sotto la forma
Questo integrale di spazio si può convertire in uno di superfìcie, fa-
cendo nella formola (U, F="l, G — r, e si ottiene così
È questa la forma che Clausius assegna alla funzione potenziale d'un
corpo omogeneo, nella prima Appendice alla fine del suo libro (p. 167),
e che venne anche ritrovata fra i manoscritti di Gauss {Werke,
{*) Trovo opportuno di distinguere con un apice tutti gli elementi re-
lativi al punto («', y', z).
16 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC.
Bd. V, p. 28G). Se ne deduce
^^--"^m^^
perchè le derivazioni rispetto alle oc, y, z ed alla n' sono permuta-
2
bili (*). Ma avendosi, come s'è già notato, t^^r — — si può scrivere
\^V=zzk[
z\
dn'
e quindi, in forza d'un notissimo teorema di Gauss (il Theorema quar-
tum della Theoria attractionis, etc. inserita nelle Memorie di Got-
tinga pel 1813) sul quale avremo occasione di ritornare più innanzi
si ha
secondo che il punto {oc, y, z) è esterno od interno ad oj, come Clau-
sius deduce col calcolo diretto (p. 167-169).
Consideriamo ora le derivate di V. Prescindiamo per il momento
dall'espressione (1) e risaliamo alla funzione potenziale primitiva. Uà
essa si trae
du j dii j dii
e quindi, in virtìi della formula (S),
(2)
Le componenti dell'attrazione d'un corpo omogeneo vennero poste
sotto questa forma per la prima volta e collo stesso processo da
Gauss {Theorema tertium della citata Theoria attractionis). Per con-
frontare questa forma colle altre due considerate da Clausius osser-
viamo che dall'equazione
a>'
(3)
(*) È inutile avvertire che si parla, per semplicità, di derivate rispetto
ad n, mentre non si tratta, iu generale , che di rapporti di variazioni
corrispondenti. Cosi in altri casi analoghi.
'1
— = l*'
u
— u
si
deduce
la rei
azione
1
r
dn'
■ +
d^dn'
1
r
dn'
E. BELTRAMI, INTORNO AU ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 17
talché l'espressione (2) si può scrivere noi modi seguenti
o più semplicemente cosi
Il primo termine del secondo membro è la derivata rispetto ad u del
valore (1) di V; quindi il secondo termine deve risultare per sé stesso
nullo.
Si ha dunque questo teorema, che l'integrale
j d'i' \ d^l -'■" '
(4)
esteso ad una superfìcie chiusa qualunque, è sempre nullo; teorema
analogo, ma non identico, a quello dimostrato da Clausius nella sua
prima Appendice (p. 174).
Verifichiamo direttamente questa proprietà.
Scrivendo x al posto di m e rimettendo l'integrale sotto la forma
o meglio sotto quest'altra
a!r_ filili],.,.
(dove le derivazioni rispetto ad x' e ad u' non sono permutabili), si
scorge ch'esso rientra precisamente nel tipo (Ij,), dal quale risulta
cambiando le variabili x, y, z nelle x\ y\ z' e ponendo
L'espressione corrispondente alla (L-) ò in questo caso
^d<-Ad'«'d>^' ~ a»' 3"'
Ora si ha
dx ^ d^ ' " r a^
•^ 1
Rendiconti. — 5«ri« li, Voi. XI.
18 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI GLAUSIUS, ECC.
quiDdi l'espressioue in discorso è identicamente nulla, e la proprietà
dell'integrale di superficie (4) è così direttamente verificata.
Per l'annullarsi di quest' integrale si ha
j a «a"'" J d^i d'i' r '
e siccome dalla relazione (3) risulta
fa-' d
en' r ^
(o)
J d^d'i'^ ) a" d'i' »'
così ha luogo la duplice eguaglianza
J d'i' ^ -J di^'d'i' ' J d^dn' r '
per qualunque superficie chiusa. I prodotti di queste tre espressioni
dV
eguali per — zk sono tre espressioni equivalenti della derivata ^.
La prima e la terza corrispondono a quelle date dalle formule (29) e
(18) della prima Appendice di Clausius ; la seconda, in virtù della re-
lazione (3) [che coincide colle equazioni (9) dell'Appendice stessa], cor-
risponde all'equazione (17) del medesimo Autore. In virtù della citata
relazione (3) basta dimostrare una delle eguaglianze (5) perchè resti
dimostrata anche l'altra. Noi abbiamo dimostrato direttamente la
eguaglianza dei due ultimi membri. Il procedimento di Clausius lo
conduce invece a dimostrare l' eguaglianza del terzo membro col
primo [veggasi l'equazione (30) della sua prima Appendice]. Se, final-
mente, si fosse ammessa a priori l'eguaglianza dei due valori di
^ dati dalle equazioni (1) e (2), si sarebbe con ciò posta a priori la
a w
eguaglianza dei due primi membri. Queste due ultime eguaglianze si
potrebbero verificare col processo che abbiamo applicato alla prima,
cioè colla formazione di due espressioni del tipo (|<.ì, che si trovereb-
bero identicamente nulle. La seconda eguaglianza, cioè quella di Clau-
sius, è la più elegante, perchè le tre derivate
d^i' a>- d>'
a 't' ' a « ' a >^' '
che in essa entrano, hanno significati geometrici molto semplici.
Il terzo dei precedenti valori della derivata di F, cioè
du ' ) di^d'^' ^
(6)
è quello stesso che costituisce il Theorema sextum della Theoria at-
tractionis, ed è ottenuto direttamente da Clausius (§§ 19, 20) con un
i
E. BELTUAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI GLAUSIUS, KCC 19
processo essenzialmente identico a quello di Gauss. Noi invece non
abbiamo ottenuto che indirettamente questo valore (6), come alla sua
volta Clausius non lui ottenuto clie-indij;'ettamente il valore (2). La
ragione di questo fatto sta in ciò, che i due valori (2) e (6) sca-
turiscono rispettivamente da due diverse maniere di decomporre un
volume, che dirò cilindrica l'una e conica l'altra. Alla prima maniera,
cui si riferiscono i teoremi primo, secondo e terzo della più volte
citata Memoria di Gauss, corrisponde la formula generale (I); alla
seconda, cui si riferiscono i teoremi quarto, quinto e sesto della stessa
Memoria, corrisponde invece la formula generale seguente
nella quale r rappresenta il raggio vettore condotto da un polo fisso
ad un punto dell'elemento clr o dw; Fé considerata come funzione
di questo raggio vettore e di due altre variabili atte a definire la
direzione di esso; F^ è il valore di F nel polo ; a è ciò che può chia-
marsi l'angolo visuale della superficie oj rispetto ài polo, ammettendo
che a ciascun elemento cZw corrisponda un angolo visuale positivo o
negativo secondo che l'elemento rivolga al polo la faccia interna o
la faccia esterna. La funzione F è della stessa specie di quella della
formula (I), con questo, però, che il polo non può essere per essa
punto singolare (se interno ad w). Il caso piti semplice possibile, quello
di F= costante, fornisce il teorema
y
P
j 0'^
0'
che è appunto la notissima proposizione di Gauss cui abbiamo già fatto
allusione. Si può, da un certo punto di vista, considerare la for-
mola (I) come un caso particolare della (II): perchè, introducendo
sotto i due integrali di questa un fattore costante i^^ dove E è il
raggio vettore d'un punto fisso dello spazio t, e facendo poscia allon-
tanare indefinitamente il polo nella direzione opposta a quella delle
coordinate u (con che esso finisce certamente col diventare esterno
allo spazio t, che si suppone sempre finito), si ha
R
lim — = 1, lim^r^^u,
r
e si ricade appunto sulla formula (I). Reciprocamente, nel caso del
polo esterno (<j = 0), la formula (II) si può considerare come procedente
dalla (I), perchè la si ottiene facendo nella (l„) G — — ed osservando
r
20 E. BELTRAMr, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC.
essere
talchò
Finalmente, si possono anche considerare le formule (I), (L), (II) come
casi particolari del teorema di Green; ma, dal punto di vista didattico,
ciò non mi parrebbe opportuno, perchè quelle formule non sono che l'im-
mediata traduzione analitica di due semplicissimi processi d'integra-
zione geometrica, e per ciò solo meritano d'essere considerate come
fondamentali; inoltre essa accennano all'esistenza d' una serie inde-
finita di formule analoghe, corrispondenti alle infinite maniere di de-
comporre un volume in elementi di second' ordine (*).
Dalla formula (II) si ottiene la trasformazione di F e di ^ in in-
tegrali di superficie ponendo rispettivamente
1 7)r
ed osservando che ^-— non è funzione di r. Essendo in ambidue i
casi Fq = 0, si ottiene
vale a dire si trovano le espressioni (1) e (6). E poiché Clausius si
(*) Si possono trovare le formule generali cui alludo nel § 4 della mia Me
moria Sulla teorica generale dei ^parametri differenziali (Bologna, 1869),
Rispetto alle due maniere qui considerate, osserverò ancora che se un
volume viene decomposto in elementi di second' ordine, prima cilindrici
paralleli ad una retta L, poi conici col vertice comune iu un punto 0,
soli elementi di prim' ordine, suscettibili d'essere formati tanto cogli eie
menti cilindrici quanto coi conici, souo i diedri infinitesimi in cui il vo
lume è decomposto dai piani condotti pel punto parallelamente alla
retta L. Il passaggio geometrico da un' integrazione cilindrica ad una
conica non può farsi che mediante la considerazione di questi diedri. La
dimostrazione che Clausius dà dell'equivalenza delle espressioni (2) e (6)
posa (implicitamente) sovr'eesa.
E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 21
vale dell'integrazione conica, così è naturalo ch'egli pervenga diret-
tamente a queste espressioni ed indirettamente alla {2)*, mentre, es-
sendoci noi serviti dapprima dell'integrazione cilindrica, siamo per-
venuti direttamente alle espressioni (1), (2) ed indirettamente alla (6).
Scrivendo l'ultima espressione trovata sotto la forma equivalente
-^ = _ e /{ -— .^— - dco',
e supponendo che il punto {x, y, z) non sia nella superficie co', si ha
donde
Ma
quindi
cioò
A,Iogr = -r' A.r = l,
eA
q' essendo l'angolo visuale di io' rispetto al polo {x, y, 2), angolo =0
od z= A-K secondo che questo punto è esterno od interno ad to'. È
questa la deduzione fatta più distesamente da Clausius nel suo § 20.
La dimostrazione dell'equazione S^Vz=. — &k^', quale è data pei
corpi eterogenei da Gauss, nell'altra celehre Memoria del 1840 sulle
forze che agiscono in ragione inversa del quadrato della distanza,
è pur essa riassunta dalle due formule (I) e (lì). Infitti da
V
Ck'd^'
si trae
V e ^~ i
la j ^w j
•a^
= t -|-7 e -5-7- rff'
eppcrò, applicando la formula il),
22 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLaUSIUS, ECC.
Di qui
du^ J d^' d^ J, d^ dn'
e quindi-
i\
e finalmente, applicando la formula (II) ove si faccia F = k', F^ —k
Tale è la dimostrazione di Gauss.
Ma questa dimostrazione suppone che la funzione k', esprimente
la densità, sia dotata delle proprietà che permettono la diretta appli-
cazione delle formule (I) e (II), ed in particolare ch'essa ammetta la
derivazione. Il gran pregio della dimostrazione data da Clausius nei
§§ 18, 19, 21 (e da lui fatta conoscere fino dal 1858) consiste appunto
in ciò, che non vi si esige la derivazione diretta della funzione k',
entrando in vece di questa nel calcolo l'integrale
H=jn.
esteso lungo la retta che congiunge i punti {od, y, z) ed (^', y' , s'),
talché, per essere sempre r la distanza assoluta dei due punti, quando
si tien fìsso il primo punto si ha
o rr
■^ — =r^' (valore della densità nel secondo)
e, quando si tien fisso il secondo punto, si ha
-^ — :=ik (valore della densità nel primo).
Considerando dunque come fisso il punto [oc, ?/, z), si può scrivere
du j ^r ^li
ossia
gii J gr >»
perchè— non dipende da r. Dalla fòrmula (II) si ottiene quindi
E. DELIRAMI, INTORlSrO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 23
dove l'integrale H è esteso fra il punto (a;, y, z), che si suppone a
distanza finita dalla superficie to', e un punto (■«', y', z') dell'elemento
d(f)' di questa. Facendo ora variare il punto {ce, y, z), si ha
5"' J( la"' a'*' ^* a" a^a^'J
donde
a'
ai
ì I rkdu)' =
Questa è, in compendio, la dimostrazione di Clausius.
Poiché sono entrato nel confronto di alcuni processi dimostrativi
di questa equazione fondamentale, non voglio ommettere di ricordare
quello usato da Riemann *.*}, che si può ridurre a quanto segue. Es-
sendo noto che le derivate prime della funzione potenziale di un corpo
finito sono continue e finite in tutto lo spazio, se si ammette l'esistenza
delle derivate seconde della stessa funzione, si ha dalla formula (l„).
h^^-i^
dove T è una porzione qualunque dello spazio ed w la superficie limite
di essa. Ma
a'
quindi
line delle integrazioni nel secon
^a-
ed invertendo l'ordine delle integrazioni nel secondo merahro,
,-a'
(*) Schwere^ Elcktricitdt ztnd Magnetismus. Nach dea Vorlesunrjen voti
B. Riemann bear7)eltet von K. Hattendorff. llaunovcr, 1876, Rumplcr.
B§ 12, 13.
24 E. BELTRAMI, INTORNO AU ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC.
dove o' è l'angolo visuale della superficie oj ris[)etto al T^vmio [x' , y' , z') .
Ora ogni punto {oo\ y\ z') del corpo che sia esterno ad oo, o che sia
situato nella stessa superficie w, non contribuisce punto all'integrale
del secondo membro, perchè nel primo caso si ha o^^O, e nel secondo
caso, in cui a' ha un valor finito, i punti non formano uno spazio a tre
dimensioni. Rimangono dunque i soli punti (x', y', z') interni ad o),
pei quali si ha ff'=47:, ed i corrispondenti elementi dT' si possono
designare con dx, perchè comuni allo spazio t, talché si può scrivere
0,
dove h è i\ valore di k' in dz, ed è quindi zero se l'elemento d'z non
appartiene allo spazio occupato dal corpo. Dovendo quest'equazione sus-
sistere qualunque sia la porzione dello spazio a cui s'estende l' inte-
grale, dev'essere necessariamente nullo il suo elemento, cioè deve
essere AgF= — A-Tzsk.
Veniamo alla funzione potenziale d' un'area piana omogenea, cui
Clatjsius dedica i §§ 28-31.
Alle due formule (I) e (II) corrispondono nel piano le formule se-
guenti :
J d-^ J d>^ J dy } d^^
dove: u è il raggio vettore condotto da un polo fisso; dio è un ele-
mento dell'area co che si considera ; ds è un elemento del contorno 5
di quest'area; n è la direzione della normale esterna all'elemento ds ;
è l'angolo visuale del contorno rispetto al polo , inteso in senso
analogo al <y delle superficie; e finalmente F è una funzione mono-
droma , continua, finita e dotata di derivate primo in tutti i punti
dell'area, funzione che può perdere queste proprietà in punti isolati,
a distanza finita dal contorno s (e dal polo quando questo è interno
all'area), purché per ciascun punto singolare esista un numero posi-
tivo e finito \t., tale che la funzione
ic^-t'F
sia monodroma, continua e finita in prossimità al punto e nel punto
stesso (u essendo in questo caso la distanza dal punto singolare al
punto cui si riferisce il valore di F) (*).
(*) Quando il primo membro della formula (IV), e dell'analoga for-
mula (II), si mantiene continuo nel passaggio del polo dall'una all'altra
parte della linea s, o della Buperficie w, la discontinuità risultante dall'ul-
(III)
■ ■ ■ (7)
j dA 0»' I
E. BELTnAMI, INTORNO AD ALCUNR PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 25
Ciò premosso, consideriamo hi funzione potoir/.ialo sul punto (x,y, z)
dell'area omogenea i>ì' situata nel piano xy, cioò la funzione
r (] to'
^^— * ^' I ~7~ ' *' = \^^^ - ^^'^^ + ^y — y')' + s*
dove h è la densità costante ed x', y' sono le coordinate d'un punto
dell'elemento dui'. Se per F &\ prende la funzione
F=thr= ths/u^-b z*, u = ^/( f — x'f + (t/ — y']*
si trova, applicando la formula (IV), col polo nel punto {x', j/'),
Di qui, supponendo che il piede (ce, y) della perpendicolare condotta
dal punto (x, t/, z) al piano dell'area sia a distanza finita dal contorno,
si trae
J dA d'^' I I
dy
Gli integrali contenuti nei secondi membri sono riducibili a forma
molto semplice. Clausius effettua questa riduzione nel § 29, per
mezzo d'un' equazione ch'egli stabilisce molto ingegnosamente, con
considerazioni geometriche, nella seconda Appendice del suo libro
(pag. 175-178). Noi mostreremo come la stessa riduzione possa ot-
tenersi analiticamente. Ciò può farsi in diversi modi : sceglieremo il
seguente, fondato sulla teoria delle variabili complesse.
Posto
oc -\-iy -\, X —iy =7),
x'-\~iy'=V, x' — iy'-r/,
dove }■ .— v/— 1 , si ha
dx dy )\ r Qn' ^n' v] — r, /
e^osu _ 1 / aii\_ 1 1 ,d_
($-;') (Vi -•/)')?''' '
timo termine del secondo membro si riporta tutta sull' integrale di contorno,
di superficie Ciò si connette colla teoria dei potenziali di doppio strato,
dei quali s' è occupato a fondo C. NbUMANS nelle sue recenti ed impor-
tanlissime Untersuchuncjen ueber das Logaritmische und Newton'ache Po»
tential. Leipzig, 1877, Teubner.
26 E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC.
si può scrivere più brevemente così :
d^ oy j dn'\f\ —7)7
Ora, supponendo che V arco s' cresca nella direzione che ha con
quella di n' la stessa relazione dell'asse positivo delle y coll'asse po-
sitivo delle a?, si ha
(8)
quindi
dn' ds" • dn' ds"
od anche
dn' \ d^'d^' ds'd-^'ì
ds' ^ d^'dl"
d .d ,^di' d
dn'- ds' dn' di"
epperò
di r \ ^dV ^,d ( r
dn'\-ri--ri'} r dn' 5 ^' A''! - 'V ,
Si ha dunque
dv
. dV , 'di' ds' . f d ( ^
[9)
e poiché il secondo integrale è nullo, per essere preso lungo un con-
torno chiuso, rimane un'equazione complessa donde si ricavano le
due equazioni reali
dx J dn' r ' dV ) d"^ ^
che danno le espressioni, equivalenti alle (7), cui volevamo pervenire.
Eguagliando queste espressioni (10) alle corrispondenti (7), da cui
vennero dedotte, si ottengono due equazioni, valide per ogni contorno
chiuso, la prima delle quali è la seguente
ni|f:+fp.^)U-=o, ,11,
Hr- d"- dA a« /)
ed è appunto quella che Clausius dimostra direttamente riducendo il
suo primo membro a coincidere colla parte reale dell'ultimo termine
(identicamente nullo) dell'equazione (9).
All'equazione (9) si potrebbe, in viriti della prima equazione (8),
surrogare lu seguente
— dy'-\- irla?'
r
dV -d^' , Cdl'ds' ^ I
d^ dy- j ds' »' j
E. BELTRAMI, INTORNO AD ALCUNE PROPOSIZIONI DI CLAUSIUS, ECC. 27
dalla quale si ricaverebbe
dove i differenziali dx', cly' devono essere presi col segno che risulta
dal percorrere il contorno s' nel senso definito più sopra.
L'equazione (11) ha la forma di quelle che vennero precedente-
mente considerate rispetto alle superficie chiuse ; ma non sarebbe
rigoroso dimostrarla con una riduzione dalla formula il^,) alla (1^)
perchè il teorema (III) non è sempre applicabile alle funzioni che
attualmente terrebbero il posto delle F, G. S'incontrerebbero ecce-
zioni della stessa natura di quelle notate da Clausius nel § 30, a
proposito delle componenti parallele al piano dell'area ottenute colla
derivazione sotto il segno integrale.
CHIMICA AGRICOLA. — Sulla composizione degli stracchini e sulla
emanazione di grasso dai loro corpi albuminoidi durante la ina-
turanza. Nota dei dottori G. Musso e A. Mbnozzi.
Degli stracchini di Gorgonzola, o ad uso Gorgonzola, od a lunga
conservazione, quali vengono preparati nell'Italia settentrionale, nei
mesi di settembre e ottobre specialmente, si hanno finora due sole
analisi: una (a) fu eseguita dalla Stazione agraria di Vienna (1), e
figurava all'Esposizione universale del 1873 nel padiglione del Mi-
nistero d'Agricoltura austriaco; dell' altra {b) non ci è noto l'autore (2}.
Secondo queste analisi, la composizione dello stracchino del tipo suc-
citato sarebbe rappresentata dallo schema seguente :
a.
•b.
Acqua
43,6
36,72
Caseina
24,2
25,67
Grasso
28,0
33,69
Ceneri
4,2
3,71
Queste due analisi non sono sufficienti per caratterizzare la compo-
sizione degli stracchini, tanto più che non è indicata l'età dei caci
analizzati. I numeri posti nella rubrica caseina sono verosimilmente
stabiliti indirettamente, cioè: determinando l'azoto dei caci, mediante
(1) Besana, Chimica applicata al caseificio, 1876, p. 338.
(2) GoHREN, Le leggi naturali dell' alimentazione degli animali dome-
stici. 1876, p. 770.
28 G. MUSSO E A. MKNOZZI, SULLA COMPOSIZIONE DEGLI STRACCHINI, ECC.
il metodo di Will e Varrentrapp, e moliiplicando l'azoto ottenuto per
un dato fattore (verosimilmente 6,5). Ora, volendo anche tacere del
deficit, talora enorme (1), di azoto, cui sì ottiene colla combustione
degli straccliini nella calce sodata, non puossi impugnare, che la ru-
brica caseina, cosi stabilita, diventa una pura finzione pei caci appena
divenuti commestibili. La decomposizione delle sostanze albuminoidi
è infatti tanto più generale e profonda, quanto piU invecchiano gli
stracchini, siccome inducono a crederlo l'odore e il sapore degli strac-
chini vecchi, come si desume da quanto è noto sulla maturanza dei
caci, e come sarà dimostrato in seguito.
Nei caci maturi, la rubrica caseina, ottenuta per diretta dosatura,
non può quindi comprendere tutte le sostanze azotate del cacio, come
si finge di far credere colla suddetta rappresentazione dii risultati;
ottenuta invece come conseguenza di una restitutio ad integruntf ò
egualmente fallace, perchè le molecole albuminoidi, nello scindersi, si
accoppiano con un dato numero di molecole d'acqua, e quindi il
peso dei prodotti di scomposizione è maggiore di quello della sostanza
madre, come vedrassi in seguito.
Nell'intento di meglio precisare la composizione degli stracchini ad
uso Gorgonzola, abbiamo eseguito sette analisi di caci di questo tipo,
determinando: l'acqua, l'estratto del solfuro di carbonio, l'estratto
dell'alcool bollente, il residuo insolubile nell'alcool, le ceneri, l'azoto,
l'ammoniaca e l'acidità. Sulle amidi ed amine degli stracchini e dei
caci di grana, sono in corso speciali ricerche.
Nell'analisi degli stracchini si segui il metodo già descritto nel la-
voro sulla composizione dei caci di grana (2), arrecandovi però alcnne
modificazioni, rese indisiiensabili dalla natura particolare del cacio.
Invano si tenterebbe di determinare l'acqua degli stracchini dalla per-
dita di peso subita da un campione ridotto in minuti pezzi e conser-
vato nella stufa a 110° C. Un saggio di 10 gr., posto su un vetro
d'orologio e collocato nella stufa all'indicata temperatura, non aveva
ancora raggiunto la costanza del peso dopo 15 giorni. Le differenze
nelle ultime pesate, eseguite a distanza di 12 ore, oscillavano fra 1
e 2 centigrammi. L'acqua venne quindi dosata per differenza nel se-
guente modo: si pose in una capsula di porcellana un campione di
10 gr. di cacio ; si ridusse in poltiglia, versandovi sopra alcool asso-
luto e dimenando con un pestello; si introdusse il tutto in un pallone
tarato; si fece bollire per 2 ore; si versò l'alcool su un filtro a ma-
(1) Menozzi, Sulla determinazione dell'azoto ?iel latte e nei suoi prO"
dotti. Rendiconti dell'Istituto Lombardo, 1878.
(2) Manetti e Musso, Le Stazioni sperim, agrarie italiane, 1876.
G. MUSSO E A. MENOZZI, SULLA COMPOSIZIONE DKGLI STR\CCH1IVI, ECC. 29
nicotto si filtrò bollente; si ripetè per altre 2 volte quest'operazione.
Il residuo insolubile rimasto nel pallone, unito a quello caduto sul
filtro, venne seccato e pesato; si pesò d'altra parte l'estratto del-
l'alcool bollente; dal peso del cacio adoperato, togliendo il peso del-
l'estratto alcoolico quello del residuo insolubile, si ha per differenza
l'acqua.
Il grasso fu determinato riprendendo con solfuro di carbonio l'a-
stratto alcoolico.
L'azoto venne dosato col metodo di Dumas.
I risultati ottenuti sono consegnati nel Prospetto che vedesi nella
pagina seguente.
Paragonando la composizione degli stracchini appena maturi con
quella degli stracchini d'un anno d'età, si può acquistare un concetto
delle metamorfosi subite dai medesimi durante la maturanza. Queste
metamorfosi, considerate a grandi viste, riposano: 1.° nella perdita
cospicua di acqua; 2.° nell'aumento enorme dell'estratto alcoolico, e
nell'incremento notevole dell'ammoniaca. L'aumento dell'estratto al-
coolico e dell'ammoniaca è assai maggiore di quello che corrisponde
alla sera[>lice perdita dell'acqua.
Gli stracchini maturi non contengono acido lattico libero, sebbene
ogni traccia di lattina sia da essi scomparsa; l'acido lattico emerso
dalla scomposizione dello zucchero, si è forse trasformato in lattato
a spese del metallo dei fosfati del cacio, i quali passarono allo stato
di fosfati biacidi, e in parte può aver subito ulteriori modificazioni.
L'estratto etereo del cacio, ripreso col solfuro di carbonio, non lascia
infatti che un residuo appena ponderabile al trattamento coli' ultimo
solvente; anzi pei caci appena maturi non resta traccia di residuo. La
rubrica acidità, della succitata tabella, vuoisi quindi accogliere colla
dovuta critica. L'estratto acquoso del cacio ha reazione amficroraa-
tica, e, saturato con acqua di calce, manifesta una forte reazione
alcalina.
L'entità delle metamorfosi avvenute nel cacio, durante la sua sta-
gionatura, puossi apprezzare col seguente ragionamento: — È chiaro,
che se nel cacio appena fatto si somma l'acqua, il grasso, la sostanza
albuminoide, le ceneri e la lattina, si deve avere una somma sensi-
bilmente eguale a 100, se questo numero è il peso della sostanza ana-
lizzata. Ora, col maturare del cacio i gliceridi si scompongono con
assorbimento di acqua; la lattina si trasforma (parzialmente almeno)
in lattato; l'acqua diminuisce; gli alburainoidi si scindono, ma nella
scomposizione delle sostanze alburainoidi viene assorbita dell'acqua,
per cui il peso dei ruderi di quelle essendo maggiore del peso della
sostanza madre, in un dato peso di cacio vecchio analizzato, si deve
30 G. MUSSO E A. MKNOZZI, SULLA COMPOSIZIONE DEGLI STRACCHINI, ECC.
^
&3
3 E:
J 8
g
II
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s. ^
1 1
00 MI
G. MUSSO E A. MEXOZZI, SULLV COMPOSIZIONE DEGLI STRACCHINI, ECC. 31
trovare, a parità di altre coadizioiii, meno azoto, e quindi meno ca-
seina, da sommare cogli altri elementi. Se quindi si ripete la somma
degli indicati principii nel cacio maturo, dovrebbesi ottenere un nu-
mero minore di 100, di una quota corrispondente all' acido lattico
generatosi (e che come lattato non figura poi né nell'estratto etereo,
né nelle ceneri, poiché l'acido lattico viene combusto), ed all'acqua
assorbita nella scomposizione dei corpi albuminoidi del cacio adope-
rato. Se ora, determinato l'azoto dei caci col metodo di Dumas, si
procede ad una reintegrazione della caseina, moltiplicando l'azoto
per 6, l, e si effettua la somma di cui si tenne parola, scorgesi che
il totale, lungi dall'essere minore di 100, riesce invece maggiore. Ciò
non puossi altrimenti spiegare che ammettendo una scomposizione co-
spicua delle sostanze albuminoidi, con emanazione da queste di pro-
dotti non azotati (grasso), i quali vengono così calcolati due volte,
cioè, nell'estratto etereo e nella reintegrazione della caseina, in base
all'azoto analiticamente trovato.
Così V emanazione del grasso dagli albuminoidi dello stracchino ri-
mane indirettamente dimostrata.
Questa produzione di grasso è maggiore negli stracchini vecchi,
come rilevasi dall'eccesso su 100, delle indicate somme in questi ul-
timi, rispetto agli stracchini freschi.
Paragonando la composizione dei due stracchini, posta al principio
della presente nota, con quella degli stracchini da noi analizzati, scor-
gasi che quello analizzato dalla Stazione agraria di Vienna doveva
essere uno stracchino di pochi mesi d'età.
CHIMICA AGRICOLA. — Sulla determinazione dell'azoto nel latte
e ne' suoi prodotti. Nota del dottor A. Menozzi.
Il signor C. Makris (1) pubblicò, l'anno scorso, un lavoro inteso a
stabilire le cause del deficit di azoto, ottenuto da vari sperimentatori
colla combustione comparata delle sostanze nella calce sodata e nel-
l'ossido di rame. Dalle esperienze del Makris risulta confermato il
sospetto emesso da Augusto Volcker (2) ed altri, che si abbia cioè un
deficit di azoto allorché si scalda il tubo al rosso bianco, durante la
combustione colla calce sodata, in causa della dissociazione che può
subire l'ammoniaca; in tal caso, come risulta dalle esperienze dello
stesso Makris, lo sviluppo dell'azoto allo stato elementare può rag-
(1) Annalen der Chemie und Pharmaoìe, t. CLXXXIV, pag 371.
(2) Chemical news, t. XXXII, pag. 227.
32 A. MRNOZZI, SULLA DETERMINAZIONE DELL'OZOTO NEL LATTE, ECC.
giungere il 7,5 7o ^^^ quello contenuto noli' ammoniaca prodotta, nel
caso della combustione di pure sostanze azotate. Makris avverto
inoltre, che se al termine della combustione, specialmente delle so-
stanze che lasciano svolgere solo gradatamente il loro azoto, si aspira
l'aria esteriore per {spazzare il tubo, l'ammoniaca in esso contenuta
viene in parto combusta, tanto piìi facilmente quanto maggiore è la
quantità dei gaz combustibili prodotti, durante la combustione, nella
calce sodata. Makris comunica infine i risultati di alcune ricerche, da
cui risalta che, operando con certe cautele e modificando leggiermente
il metodo usuale, si possono ottenere risultati sufBcientemente esatti
anche per sostanze che, bruciate nel modo ordinario, darebbero risul-
tati inattendibili.
In occasione delle analisi sugli stracchini, eseguite nel laboratorio
della Stazione di Caseificio, volli studiare se anche seguendo i sug-
gerimenti di Makris, si potessero ottenere, nell'analisi del latte e dei
suoi prodotti, risultati soddisfacenti dall' azotometria col metodo di
Will e Varreutrapp.
Uniformandomi alle prescrizioni del signor Makris, collocai al capo
chiuso del tubo a combustione una miscela di gr. 0,3 di zucchero
con 20 volte tanto di calce sodica in polvere, indi una colonna di 12 e. m.
di calce sodata in granuli, poi uno strato di 3 e. m. di calce sodata
fina, indi la miscela della sostanza (1) colla calce sodata, un po' di
calce sodata fina, da ultimo una colonna di calce sodata granulosa,
fermata da un tappo d'amianto. Scaldai e mantenni al rosso-scuro lo
strato anteriore di calce sodata granulosa, poi lo strato posto fra la
miscela dello zucchero e della calce sodata e la sostanza, poi il tratto
del tubo contenente la sostanza, in guisa da mantenere una corrente
lenta e continua di gaz. Cessato lo sviluppo delle bolle, lavai il tubo,
scaldandone l'estremità contenente lo zucchero. L'ammoniaca raccolta
nell'acido cloridrico fu precipitata allo stato di cloruro platinico-am-
monico; si evaporò a secco, si riprese e si lavò colla solita miscela
alcoolica eterea. Si dedusse il peso di azoto dal peso del platino ot-
tenuto, calcinando il cloruro platinico ammonico. I risultati ottenuti
operando nell' indicata guisa, vennero riferiti a 100 parti di sostanza
in istato normale, e paragonati a quelli ottenuti coli' impiego del me-
todo di Dumas. Prima di eseguire la combustione nell'ossido di rame
(1) 11 signor Makris suggerisce di mescolare alla sostanza da analizzare
dello zucchero od altra sostanza inazotata, allo scopo di diluire l'NHg
coi prodotti della combustione di queste ultime sostanze, e rendere quindi
meno facile la dissociazione dell' NH3 stessa. Io non mi sono attenuto
a questo suggerimento, per la ragione che nello stracchino havvi già una
quantità cospicua di sostanze inazotate rappresentate dal grasso, e nel
latte, dal grasso e dalla lattina.
A. MENOZZI, SULLA DETERMINAZIONE DELL'AZOTO NEL LATTE, ECC 33
ebbi cura di estrarre completamente l'aria dal tubo, giovandomi di
una pompa aspirante e della corrente di COg generata dallo scalda-
mento del bicarbonato sodico, collocato al capo chiuso del tubo,
I risultati ottenuti sono raccolti nel seguente specchietto.
100 p. di sostanza
lii
Indicazione delle sostanze
in istato
diedero
co
combi
neir
ossido
normale
di azoto
Ila
istione
nella
calce
il
i 1
i ^
Q
ndo eguali a 100 i risul
uti col met Dumas, qi
uti col met. Will e Vj
entrapp sono eguali a
di rame
sodata
o « «
Latte
0,691
0,516
0,175
74,674
25,326
n
0,5295
0,4454
0,0841
84,117
15,883
0,5639
0,5200
0,0439
92,215
7,785
»
0,6841
0,5779
0,1062
84,476
15,524
"Stracchino di 2 mesi ....
3,969
2,733
1,236(!)
68,859
31,141
» » n
3,729
3,133
0,596
84,017
15,983
» n »
3,252
3,036
0,216
93,358
6,642
» d'un anno ....
4,314
4,098
0,216
94,993
5,007
n n
4,562
2,758
1,804(!)
60,456
39,544
( V- determin.®
4,353
3,916
0,437
89,961
10,039
2''determÌD.°
4,302
3,808
0,494
88,517
11,483
Da questi risultati emerge che, se non si può stabilire una costante
differenza fra i risultati comparati dei due metodi, i risultati ottenuti
col metodo di Will e Varrentrapp sono però sempre inferiori a quelli
ottenuti col metodo Dumas, il che dimostra come il deficit sia di re-
gola e non casuale; e ne viene di conseguenza che la determinazione
dell'azoto nel latte e negli stracchini, col metodo di Will e Varren-
trapp, non conduce a risultati soddisfacenti, neppure seguendo le
istruzioni del signor Makris. In alcuni casi la differenza dei risultati
ottenuti coi due metodi può essere enorme. — Questi risultati ana-
litici armonizzano con quelli ottenuti da G. Musso (1) operando sul
latte e sui prodotti del medesimo, nell'analisi dei quali devesi ban-
dire il metodo di Will e Varrentrapp, ove si vogliano ottenere risul-
tati esatti.
(1) Gatz, chìm. (tal., 1876 ; Zeitschrift f. analyt. Chemie, 1877.
Rendiconti. — Serie II. Voi. XI.
34
FISICA. TECNOLOGICA. — SMa resistenza delle eliche degli elet-
tro-magneti telegrafici. Nota del M. E. prof. R, Ferrini.
È noto che dalla legge Lenz-Jacobi, cioè dalla proposizione: che il
momento magnetico indotto in un nucleo di ferro da una spirale elet-
tro-dinamica che lo circondi, è direttamente proporzionale al nu-
mero delle spire di questa ed alla intensità della corrente che la
percorre, si deduce l'altra proposizione: che il detto momento è mas-
simo, a parità delle altre condizioni, quando la resistenza dell'elica
pareggi quella della rimanente parte del circuito, o, piuttosto, come
dimostrò Maxwell (*), quando la prima di queste resistenze stia alla
seconda, come il diametro del filo metallico che costituisce V elica sta
allo spessore del medesimo filo rivestito della sua copertura isolante.
Le eccezioni alla legge Lenz-Jacobi, risultanti dagli sperimenti di
Miiller, di Cazin e di altri, riguardano i casi in cui la corrente sia
piuttosto forte o troppo esile il nucleo di ferro e non ne invalidano
perciò punto l'applicabilità agli elettro-magneti dei ricevitori o dei
soccorritori (relais) adoperati sulle lunghe linee telegrafiche, dove la
corrente è sempre assai debole a motivo della grandissima resistenza,
e lo ò ancor piti, per l'estracorrente eccitata nell'elica di quegli elet-
(*) Vedi Maxwell. A treatlse on Electricity and Magneiism. Oxford, 1873.
Eiportiamo, parchi la bramasse, la dimostrazione di questa proposizione.
Siano B la resistenza del circuito esterna alla spirale da avvolgersi sul
nucleo dell'elettromagnete; y la lunghezza di quest'ultima; x lo spessore
esterno ed x-a quello del filo metallico che dovrà costituirla ; k la resi-
stenza specifica del metallo adoperato e X la resistenza della spirale ; sarà :
^-7.{x-ar ^^)
Siano inoltre / l' intensità della corrente , E la forza elettromotrice
della pila, n il numero delle spire dell'elica, ilf il momento magnetico in-
dotto nel nucleo ed a una costante. Per la legge Lenz-Jacobi, avremo:
« = »Z„ = |^. - ,2)
Denominando ora V il volume occupato dalla spirale e C la lunghezza
media d' una spira, si hanno :
y = nC V = yx'.
Perciò , posto -7r= [^ > Io spessore di x [dovrà essere tale da rendere
R. FEnniNI, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC- 35
troraagneti, quando il tempo impiegato nella, trasmissione d'un se-
gnale non esaurisca il periodo di carica.
Parrebbe dunque ragionevole che la resistenza delle eliche degli elet-
tromagneti telegrafici si avesse a calcolare i a base alla proposizione testò
rammentata. Ora l'esperienza ha insegnato che, pei- il migliore effetto,
la resistenza in discorso dev'essere molto minore di quella espressa
dalla lunghezza della liìiea; sia, per esempio, secomlo Hugues, di soli
120 chilometri di Alo telegrafico so[5ra una linea lunga 500 chilometri;
valga, secondo altri autori, — della lunghezza della linea. Codeste
conclusioni della pratica sono generalmente considerate come contrad-
dittorie ai dettami della teoria, e costituenti perciò una difficoltà che
Du Moncel ed altri autori cercarono di risolvere con ipotesi par-
ticolari.
Lo scopo della presente Nota ò di mostrare come il disaccordo in-
dicato sia di mera apparenza e non dipenda che da una erronea ap-
plicazione della teoria; poiché, interpretandola rettamente, come si
vedrà, essa conduce a dei risultati numerici che quasi si confondono
con quelli suggeriti come piti opportuni dall'esperienza.
massima la funzione
il
M=B -
n+-MJL^
e costante la F=?/.t', ammettendo che l'elica debba riempiere la gola
del rocchetto che comprende il nucleo. In altri termini, x dovrà rendere
minima la funzione :
E 47C
e costante il prodotto
Dovrà dunque x soddisfare simultaneamente alle due equazioni
„d?/ , 4:K 2dx ^ ,,.«,„
R-4-^ , : = x^cly-\-2yxdx = 0.
y- ~ (x — af if \ i/
Se tra questa si elimina il rapporto y^ si ottiene :
R(x — ay = -—xy
ossia, avuto riguardo alla (1):
l _x — a
R~~~x~
C. S. D. D.
36 R. FERRINI, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC.
Oltre l'importanza pratica dell'argomento considerato in sé stesso,
parmi sia sempre giovevole alla scienza, non meno che alle applica-
zioni, il dissipare i contrasti che non di rado insorgono nei rapporti
di quella con queste.
Nella quistione presente il nodo della difficoltà sta nel definire che
cosa debba intendersi per resistenza della linea. Adottando, come pili
comoda, per resistenza unitaria quella di un chilometro del filo di
linea, si suole esprimere la resistenza d'una linea telegrafica col nu-
mero medesimo che ne rappresenta la lunghezza, il che è assoluta-
mente inesatto; poiché è ben certo che qualunque calcolo relativo
all'esercizio della linea non può fondarsi sulla resistenza ipotetica
che questa avrebbe se fosse perfettamente isolata, bensi invece sulla
resistenza attuale ed effettiva del filo steso nell'aria e soggetto ad
una serie di derivazioni nel suolo nei singoli punti d'attacco alle
campanelle isolatrici, oltre di che bisogna tener conto della resistenza
propria dell'elettromotore e delle resistenze alla trasmissione nel ter-
reno ai due capi della linea, le quali insieme formano una parte pic-
cola, se vuoisi, ma non trascurabile della complessiva resistenza del
circuito. Da questa erronea maniera di stimare la resistenza della
linea, appunto, nasce il contrasto di cui ci stiamo occupando.
È per altro singolare che, mentre esprimono nel modo indicato la
resistenza della linea, i pratici e gli scrittori di cose telegrafiche non
mancano di riconoscere la continua variabilità della sua resistenza
effettiva e di segnalarne l'influenza sull'esercizio delle trasmissioni,
additando come debbansi regolare, in relazione alla sua grandezza
attuale, le tensioni delle molle antagoniste ed i congegni di compen-
sazione nei sistemi di doppia trasmissione simultanea. Se quella fosse
la vera resistenza della linea non saprebbe intendersi la sua variabilità.
In una Nota letta in questo Istituto nel 1871, e riprodotta negli
Annali del Museo industriale italiano, io aveva ottenuta, basandomi
sui teoremi di Kirchhoff", una espressione della resistenza d'una linea
aerea, dove erano considerate tutte le circostanze che vi hanno in-
fluenza. La formola data in quella Nota era la seguente:
_ . . Ir — nh^
R-a + b + A.- -, (1)
4.{jr->rnb)-\-nl
dove significano: R la resistenza complessiva del circuito, l la lun-
ghezza della linea aerea, r la resistenza media di un isolatore, n il
numero degli isolatori, a la resistenza della pila e h quella dell'elica
del soccorritore o del ricevitore, comprendendo in queste ultime due
resistenze, quelle delle contigue trasmissioni alla terra.
La formola (1) porge la resistenza attuale del circuito, quella cioè
R. FERRINI, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC. 37
che è in relaziono collo stato attualo della pila o colle presenti con-
dizioni atmosferiche, e rappresenta perciò, in accordo coi fatti, una
quantità variabile al variare di questi elementi. Siccome, per altro,
per calcolare la resistenza da assegnarsi all'elica del soccorritore o
del ricevitore, è pur duopo attribuire un valore numerico determinato
alla complessiva resistenza R, così, ritengo di non errare supponen-
dola tale da corrispondere alle peggiori condizioni prevedibili, poiché,
sarà specialmente quaud'esse si verificheranno che importerà di assi-
curare il maggior effetto magnetizzante alle correnti trasmesse; in
condizioni migliori, supplirà la maggiore intensità delle correnti ri-
cevute. Adotteremo in conseguenza per a la maggiore resistenza della
pila in esercizio, e per r la minima resistenza che presentano gli iso-
latori dopo alcuni giorni di pioggia continua e dirotta. Stando alle
norme comunemente seguite per commisurare le pile alle linee, si può
ritenere con molta approssimazione a = — l od a 0, 161, secondo che
o
la linea è più o meno lunga, ed r nelle peggiori circostanze atmosfe-
riche accennate si può valutare a 6 megaohm (*). Quest'ultimo nu-
mero si traduce facilmente in chilometri del filo di linea, ricordando
che un chilometro di filo di ferro isolato dello spessore di 4 millimetri
ha press' a poco la resistenza di 10 Ohm e che perciò un chilometro
di filo isolato del diametro di 5 millimetri, quale è usato sulle linee
dirette, rappresenta una resistenza di 6, 4 Ohm.
Ponendo ora os invece di b per esprimere la resistenza ignota della
spirale dell'elettromagnete telegrafico, e denominando p il rapporto
tra il diametro del filo nudo che la costituisce e quello del medesimo
filo vestito, avremo, per la condizione di massima eflScacia ricordata
in principio della presente Nota:
x = ^{R—x). (2)
Ma dalla (1), postovi x in luogo di & e p^ Mn luogo di a, risulta :
R — xz=ò l-{-4 — ; -..
' 4(r+na;)-t-n t
Si avrà dunque ar, risolvendo la quadratica:
4>2(l+p)a;2 + [4r+nZ(l + 4ppi)].r-4pZr — ppiZ(4r + ni) = 0.
Dunque:
(*) Vedi The Tdegraphic Journal. 1875, pag. 247,
38 R. PERRINF, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC.
Da questa espressione di x, si avrà la lunghezza del filo che dovrà
comporre l'elica in discorso, dividendola per la resistenza, riferita
alla stessa unità, di un' unità lineare di quel filo.
Poniamo ora n = n^l, vale a dire, indichiamo con n^ il numero
medio degli isolatori per chilometro di linea ed — = r,, talché la r,
potrà chiamarsi resistenza d' isolaìnento per chilometro di linea, ed
avremo :
x =
-[^-.(1-PP.).]|
dove la x sarà espressa in funzione della sola l, almeno per linee
d'una stessa categoria, per le quali r^, p e p^ hanno sensibilmente gli
stessi valori.
Così, nel caso d'una linea diretta, e perciò col filo dello spessore
di 5 millimetri, ritenendo che vi siano in media 16 isolatori per chi-
lometro, potremo porre:
6000000 ^„^^^^^ ,.,
r. = — : =58593,75 chilometri.
* 16x6,4
Terremo inoltre p = 0, 7 (*) e p^ = 0, 15.
Sarà dunque allora:
1 ( /fs
58593.75 _^gg^ a ^o,0735i' +298132,8 125 -
_ (5^ + 0.115 ,)j. ,5,
Invece, per una linea semidiretta, armata di filo di 4 millimetri,
ammesso lo stesso numero di isolatori per chilometro sarà:
6000000 _^.- ...
r, — -—3/500 chilometri.
* 16x10
Ritenuti in questo caso p^ - 0, 2 e p ancora eguale a 0, 7, si ottiene :
^J_y(^J^^o;39i)\o,oosi^^m20o^
j (6)
(*) Dalle misure prese sopra alcuni campioni di fili esibitimi dal Tec-
nomasio, si rileva che per i fili più fini (da 0'"°",2 a 0'^'^,3 di diametro)
il rivestimento di seta ne accresce lo spessore di un decimo di miliimetio;
per quelli del diametro compreso tra 0™™, 3 a 0""™, 7, l' incremento di
spessore dovuto alla copertura isolaute è di 0™"", 15. — Mi sono perciò
tenuto autorizzato a supporre in media p = 0,l.
R. FERRINI, RESISTENZA DELLE ELICHE DEGLI ELETTRO-MAGNETI, ECC. 39
Colle forraole (5) o (6) si è calcolata la seguente Tabella:
Lunghezza
Inesistenza dell'elica d
ell'elettrom
ignete
in chilometri del filo di linea
il
Ohm
della linea
per le linee col filo
per le 1
inee col filo
di 4""»
di 5"""
di 4>"">
Chilometri
100
64,3
66,5
643
425,6
200
90,5
98,5
905
1 630, 4
300
103,7
114,3
1036, 6
731,5
400
112,7
123,4
1126,6
789,8
500
120,3
130,5
1203
! 835, 2
Come si era premesso, i numeri esprimenti la resistenza dell'elica
sono assai vicini a quelli consigliati dall'esperienza. Un fatto che
risulta dalle forraole e dalla tabella, è che il rapporto ti-a la resistenza
dell'elica (espressa in chilometri del filo di linea) e la lunghezza della
linea non è costante, ma decresce, tendendo ad un limite, all'aumen-
tare della lunghezza. Dalla precedente tabella si de luce difatti il se-
guente prospetto:
Per le linee di
100 chilometri
201
300
400
500
Rapporto tra la resistenza dell'elici
e la lunghezza della linea
essendo il diametro del filo
0,64
0,45
0,35
0,28
0,24
0,66
0,47
0,38
0,31
0,26
Donde emerge che il rapporto adottato da Hugues risponde bene al
caso delle linee di 500 chilometri; l'altro —, che si è indicato in
principio, si adatta meglio a quello di 400 chilometri. — Si può anche
avvertire che le differ.nze tra i rapporti consecutivi scritti nelle ul-
time due fiuche sono per ordine eguali tra di loro.
40
BIOLOGIA.. — Ricerche sperimentali su V eterogenesi. — Sul limite
di produttività delle soluzioni orgcmiche. 3^ comunicazione dei pro-
fessori L. MA.GGI e Cantoni Giovanni.
1. Le risultanze ottenute colle otto serie di esperienze, descritte
nelle due precedenti nostre comunicazioni, posero fuori d'ogni dub-
bio che parecchie soluzioni organiche, mantenute anche per più di
un'ora a 100 gradi entro palloncini suggellali a fusione di vetro,
possono tuttavia produrre in copia vibrioni e bacterii, in brevi gior-
nate, purché le si tengano in un ambiente a temperature comprese
fra 30" e 35".
Fummo da ciò incoraggiati a proseguire codeste prove, sottopo-
nendo le soluzioni stesse a temperature superiori ai 100."
Però, proponendoci di adofierare palloncini piuttosto capaci (di al-
meno 200 centim. cubi) e di usarne parecchi in ciascheduna prova,
non potevamo più valerci della pentola papiniana, che adoperammo
nelle sperienze da noi fatte dal 1866 al 1868, quando si usavano pal-
loncini meno capaci.
Ci giovammo invece di un grande vaso metallico, contenente cir-
ca 5 litri di olio d'ulive, il quale veniva scaldato con larga fiamma
ad alcole, suscettiva d'essere regolata e ridotta a varie distanze dal
fondo del vaso. Il liquido, durante lo scaldamento, veniva sommosso
tratto tratto, col far gorgogliare una serie di bolle d' aria attraverso
il liquido mercè due canne di vetro, che sbuccavano presso il fondo
del vaso in direzione obliqua ad esso ed in versi tra loro opposti.
Due termometri comparati indicavano la temperatura del liquido
presso il fondo e verso il mezzo della sua altezza.
2. Resi però avvertiti dalle anteriori prove, ci proponemmo di
usare altresì le seguenti cautele: 1° aumentare gradatamente la tem-
peratura nel bagno ad olio, curando la distribuzione del calore in ogni
sua parte; 2° evitare ogni rapido salto di temperatura nell'atto di
estrarre i palloni del bagno; 3° tenere poco alta e poco variabile la
temperatura della cameretta calda.
Perocché talune delle precedenti serie di prove ci avevano mostrato
il danno prodotto dalle variazioni troppo repentine nella tempera-
tura. Pare che il lavoro d'organizzazione delle materie organiche di-
sciolte in queste soluzioni richieda una graduale e lenta mutazione
nella temperatura, affinchè non intervenga una variazione nella ve-
locità termica delle molecole organiche disciolte, differente di molto
da quella che occorre in pari tempo nel liquido solvente. Però nelle
L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 41
seguenti due serie di esperienze procurammo di evitare queste nocive
influenze.
3. Nella serie nona, iniziata il 22 giugno p. p., si prepararono tre
soluzioni: una di sugo di zucca, spremuta a caldo, che fu divisa in
due palloncini a e b; un'altra di sugo di carne, spremuta questa dopo
macerazione per ben due ore in un volume d'acqua eguale a quella
del muscolo digrassato e finalmente tagliuzzato, e questa pure fu
divisa in due palloncini e e d; la terza soluzione venne fatta con un
tuorlo d'uovo stemperato in 160 grammi d'acqua, e ripartita anche
essa in due palloncini e ed f.
Tutti questi palloncini furono, al solito, ermeticamente suggellati,
col fonderne al cannello l'estremità del becco; li si collocarono di
poi nel bagno ad olio, che si ebbe cura di coprire con ap[)osita lamina
metallica, ben serrata, sicché tutti i palloncini stessero ben sommersi
entro l'olio; e si governò la temperatura così da scaldare tutto il
bagno gradatamente sino a 105°, e da mantenerlo poi a questa tem-
peratura per ben 15'. Ma, durante questo scaldamento, i tre pallon-
cini a, 6 ed e esplosero, per insufficiente resistenza delle loro pareti
all'eccesso della pressione interna su la esteriore. I tre altri pallon-
cini rimasti integri vennero tolti dal bagno, dopo che esso era sceso
molto al di sotto dei 100", e vennero collocati nella cameretta che si
procurò di mantenere fra 35 e 40 gradi.
, Nel primo giorno di luglio si aprirono i due palloncini con sugo di
carne, che accennava d'essersi reso fecondo per forte intorbidamento:
ed in vero, sotto al microscopio, le goccie di questi liquidi, oltre a
diversi vibrio-bacilli abbastanza vivaci, offrivano molti cadaveri di
altri vibrio e parecchie forme del Leptothricc, le quali, essendo una
derivazione dei vibrioni, provano che da questi fosse già stato e da
più giorni popolato quel liquido. Aprendo invece il palloncino prepa-
rato colla soluzione di tuorlo d' uovo, ed esaminandone il contenuto,
vi si rinvennero diverse forme mieliniche e granulazioni vitelline a
moto brauniano vivacissimo; talché codesta soluzione dev'essere
passata a questo stato che noi chiamiamo di dissociazione, e che è
improprio alla produzione del vibrio bacillo.
4. Nel giorno 3 luglio si preparò la serie decima colle anzi-
dette tre soluzioni, ripartite in distinti palloncini che, suggellati e
posti nel bagno ad olio, vennero scaldati gradatamente a 105°, e man-
tenuti a questa temperatura per 35'. Tolta poi la fiamma, si lasciò
procedere con lentezza il raffreddamento, cosicché il bagno si tenne
oltre i 100° per altri 6'; trascorse mezz'ora per iscendere a 80°, ed
un'ora intera per ridursi a 65°. Allora soltanto si estrassero i pal-
loncini, per collocarli nella cameretta, mantenuta fra i 35" e 40°. Già
nel di successivo tutte queste soluzioni apparivano fortemente torbidCf
42 L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC.
Infatti, avendo aperto i palloncini, trascorse appena 36 ore dalla
loro preparazione, si rinvennero: nel sugo di carne moltissimi vi-
brio-bacilli, assai vivaci, ma piti corti o sottili di quelli osservati
nelle precedenti serie, quand'eran trascorsi piti giorni dalla prepara-
zione ; nel decotto di zucca molti bacterium termo, vivacissimi, ed un
gran numero di granulazioni con particolari movimenti bacteroidi ; e
nella soluzione di tuorlo molte forme mieliniche, e moltissime minute
granulazioni col moto brauniano proprio della dissociazione.
Ecco dunque che le predette soluzioni di sugo di carne e di decotto
di zucca, sebbene sieno state assoggettate per 50' a temperature su-
periori ai 100", anzi per ben 35' a 105% si mostrarono tuttavia fe-
conde in singoiar modo di vibrio-bacilli e di bacterii, nel breve de-
corso di un giorno e mezzo. E si noti che il volume del liquido con-
tenuto in ciascun palloncino non eccedendo mai i 40cc e distendendo-
visi con larga superficie, atteso il notevole diametro de' palloni, non
poteva non aver esso risentita in ogni sua parte, al pari della intera
parete vitrea e dell'aria rinchiusa, la stessa, temperatura del bagno,
entro il quale stavano completamente affondati, e dove i termometri
erano pronti ad accennare le temperature proprie di tutto quanto era
sommerso nell'olio.
5. Pertanto, queste due serie di esperimenti, mentre concordano
coi molti risultati affermativi da noi avuti dal 1863 al 1868, li esten-
dono anche in tal senso che mostrano potersi ottenere le predette
forme organizzate ancorché si mantenga lo scaldamento a 105" per
piti di mezz'ora in una piccola massa di una soluzione organica e dj
aria, d'ogni parte investita da un bagno avente codesta temperatura.
E d'altra parte le precedenti nostre esperienze estendono a piti alta
temperatura il limite di produttività per cosiffatte soluzioni.
Infatti, riassumendo le esperienze da noi continuate nei predetti
anni ed eseguite però nei mesi piti caldi, dal giugno all'agosto, tro-
viamo un complessivo di 65 palloni scaldati, entro pentola papiniana
e per almeno 15' a temperature comprese tra 105° e 117°, dei quali
47 furono produttivi e 18 infecondi. Anzi, suddividendo codesti saggi
in due gruppi, troviamo:
Produttive I feconde
Soluzioni organiche scaldate fra 105° e 112'^ ... 36 8
» 113 » 117 . . . 11 10
Ritornano ... 47 18
Laonde sino a 112", coleste soluzioni serbarono, in grande mag-
gioranza, cioè nel rapporto di 4, 5 ad 1, la facoltà di produrre il
vibrio bacillus od il bacterium termo: a condizione però che la tem-
L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 43
peratura ileirambionte noi quale si mantenevano di poi i palloni chela
raccliiudevano con suggello ctnuetico, si serbasse superiore a 25^.
Se poi l'insieme dei predetti saggi si suddivide invece con riguardo
alla varia natura delle soluzioni organiche sottoposte alla prova, si
ottengono i seguenti 5 gruppi, nei quali sono ordinati i singoli saggi,
con riguardo alle temperature crescenti di scaldamento:
Solui
:ione
Sugo
Decotto
Soluzione
Produttive ) ^'
Infeconde \ §.
di carne
di ;
zucca
diali
)um.
Latte
3
IO
•43
3
1
5
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1
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117 .
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2
—
7
1
4 4
118 .
. . _
2(6)
—
—
7
7
~~
— —
119 .
2{&)
19
4
Da questi raffronti è facile rilevare che la temperatura limite per
la produttività de' minori organismi varia tal poco colla natura delle
soluzioni, con quest'ordine: soluzione di tuorlo 117", latte 114°, so-
luzione d'albume 113°, sugo di carne e decotto di zucca 112°. Per-
ciò le soluzioni contenenti vescicole grasse oltre alle granulazioni
proteiche (tuorlo e latte) sarebbero quelle che accennano maggior re-
sistenza al perdere rattitudino a produrre i detti organismi.
Insomma le soluzioni piti ricche di sostanze organiche e piti elevate
di costituzione sono le piU opportune per codeste produzioni, e le piti
tolleranti di alte temperature.
(a) Questa soluzione di tuorlo che rimase infeconda era stat i già riccamente produttiva
di vibrio e di bacteri innanzi di riachiuderla nel palloucino ed innanzi scaldarla a 111". Ora,
se questi esseri richiedessero germi spei^iali, e se questi resistessero ad alte temperature,
codesta soluzione sarebbesi trovata anzi in più favorevoli condizioni di fecondità dell' altre
rinchiuse di subito, cioè appena preparate. An-5Ì il predetto fatto ci si presentò più volte, e
ci sembra deporre altamente a favore della eterogenia.
{b) Diedero solo forme mieliniche e gran numero di granuli dotati di vivacissimo moto
brauniano. Lo stesso risultato ebbimo colla medesima soluzione scaldala a 120" ed a 130°.
(e) La soluzione infeconda stava in un palloncino assai pi^^colo, dov' era scarso il volume
dell'aria, rispetto a quello del li-juiilo medesimo che fu iirodutlivo.
^d) Qui la soluzione apparve infeconda in quanto uuo de' palloncini fu aperto precocemente,
mentre l'altro preparato similmente, ma aperto qualche giorno dopo, risultò produttivo.
44 L. MAGGI, E G. CANTONI, RICERCHb: SPERIMENTALI SU l'eTEROGENESI, ECC.
svelare piti facilmente la cagione, od almeno una delle cagioni, per le
quali le soluzioni organiche possono perdere, colla successiva eleva-
zione di temperatura, l'attitudine ad ingenerare i primi organismi.
Abbiamo già notato più volte che il latte scaldato oltre 114° e la so-
luzione di tuorlo oltre i 117° offrono distintissimi ed assai vivi il
moto brauniano nelle vescicole grasse e nelle granulazioni albuminoidi,
le quali, appunto perchè collo scaldamento successivo si rendono ol-
tremodo piccole, acquistano le condizioni fisiche necessarie al moto
brauniano. Secondo che uno di noi ha altrove dimostrato (1), questo
moto richiede non solo una grande tenuità nelle parti solide nuotanti
in un dato liquido, ma ben anco una notevole differenza nella calo-
rità specifica tra liquido e solido ad una data temperatura; poiché, in
correlazione con questa differenza, sorgerà una differenza nel ritmo
vibratorio dei due corpi che mutuamente si toccano da ogni banda,
e quindi un reciproco disturbo nelle rispettive vibrazioni termiche
delle loro molecole. Ora è facile avvedersi che, nel caso nostro delle
soluzioni organiche scaldate al di là dei 100°, oltre alle dette per-
turbazioni molecolari invisibili, potranno facilmente manifestarsi dell©
perturbazioni reciproche anche fra le particelle di mole appena sen-
sibile con forti microscopii. Perocché nell'acqua, appunto verso i 100°
si determina un'incremento molto rilevante nella tensione del vapore
da essa prodotto, in relazione alla sua forza evaporante, la quale
procede come segue.
secondo Regnault:
Temper.
Tensione
Incremento
Temper.
Tensione
Incremento
80°
miU. 355
100°
min. 760
85
» 433
min. 78
105
» 906
mi!!, 146
90
» 523
X. 92
110
» 1075
» 169
95
» 634
» 109
115
> 1209
> 194
100
X. 760
» 126
120
y> 1491
» 232
Pertanto l'incremento nella tensione del vapore acqueo da 115° a
120° è più che triplo di quello che si verifica fra 80" e 85°, e quasi
doppio dell'incremento che occorre fra 95° e 100°.
Ora noi crediamo che debba crescere similmente la forza evapo-
rante nelle parti interne del liquido, cioè in tutti gli spazii intermo=
lecolari di questo, dove i vapori si diffonderanno e si condenseranno
a vicenda, in modo continuo, e simile a quanto accade per un liquido
contenuto in uno spazio dove il vapore di esso abbia raggiunta la
densità massima, rispondente alla tensione massima per una data
temperatura (2). Epperò con un si rapido crescere delle forze tensive
(1) Su alcune condizioni fisiche dell'aj^inità e sul moto t>rauniano, Nota
del prof. Gr. Cantoni, Bend. del R. Ist. Lomh., gennajo 1868.
(2) Efficacia dei vapori neW interno dei liquidi, nota del prof. G. CAN-
TONI, Bend, del B, Ist. Lomh., marzo 1876.
L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 45
per un solo grado, le particelle delle sostanze grasse e dulie protei-
che, nuotanti nell'acqua, si ridurranno più facilmente in particelle
minori e giungeranno a quella tenuità di mole, per la successiva di-
sgregazione, ed a quella sentita differenza di ritmo vibratorio, per cui
può sorgere il moto brauniano piìi spiccato, ed aversi pur quello stato
di estremo disgregamento delle sostanze organiche, che noi chiamam-
mo dissociazione, e che segna il limite di produttività di nuovi or-
ganismi per ciascuna soluzione.
Poicliò, giova ripeterlo, non fu mai nostra pretesa di mostrare che
da elementi inorganici possano sorgere d'un tratto veri organismi,
bensì abbiam detto che, per ottenere anco le piti semplici forme or-
ganizzate necessitino: la preesistenza di talune sostanze organiche
(materie proteiche, materie grasse, ecc.), ed insieme la concorrenza di
altre materie inorganiche (sali e basi animali, acqua, aria, ecc.), e
di talune condizioni fisiche (calore, umidità, ecc.), le quali però an-
cora ignoriamo nei loro particolari qualitativi e quantitativi (1). Un
organismo non può sorgere che col concorso di date materie organi-
che e di date condizioni , al modo istesso che ogni prodotto della
chimica organica, ovvero della chimica del carbonio, non può otte-
nersi, per via sintetica, se non si segue un dato procedimento, cioè
per date successive sostituzioni, aggregazioni e trasformazioni. E
così ancora la natura non passa da una ad altra specie di esseri or-
ganizzati, tuttoché affini tra loro, se non per una data serie di lente
e graduali trasformazioni, ed in opera di date influenze degli ambienti.
Ad esempio, nei nostri palloncini il leptothrix non si manifestò mai
se non quale una derivazione del viàrio bacillus. La natura, come
ben disse Galileo, in ogni cosa procede per gradi e per vie assegnate,
benché spesso, in apparenza, diverse. Or, come sarebbe ridicola la
pretesa da parte nostra di creare, ossia formare organismi quali si
vogliano senza previi materiali organici, così è assurda e malevola
l'accusa che da taluni si muove all'eterogenia (intesa come noi
facciamo), di voler pretendere appunto quanto noi rifiutiamo.
7. Innanzi chiudere queste riflessioni, ci sia permesso aggiungere
alle prove testé ricordate con iscaldamenti superiori ai 100°, i molti
altri saggi da noi fatti a 100** soltanto. Però, in ogni caso, le diverse
(1) Veggonsi : Su le distinzioni introdotte nella generazione spontanea,
Nota del prof. L. Maggi, Bend. del R. Ist. Lomh., giugno \%lA\Nìiova
serie di sperimenti su l'eterogenia di L. Maggi e Gr. Cantoni, Kcnd, del
R. Ist. Lomb., febbrajo 1875; Ricerche sperimentali su l'eterogenesi, pri-
ma comunicazione di L. Maggi e G. Cantoni, Rend, del R. Ist. Lomb,,
maggio 1877.
46 L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC.
soluzioni organiche venivano chiuse in palloncini, suggellati ermeti-
camente, scaldati dapprima gradatamente sino a 100', e mantenuti
poi a questa temperatura per 15' a 20'. Ma ci limitiamo a racco-
gliere qui sotto quei casi ne' quali la temperatura dell' ambiente si
tenne poi superiore ai 25'^ per 3 o 4 giorni, dopo un sì fatto scal-
damento. Poiché, se la temperatura del mezzo discende a 20°, o piti
sotto, si hanno soltanto de' risultati negativi. Noi crediamo anzi di
essere stati tra i primi a segnalare questa cagione delle tante spe-
rienze negative avute da osservatori, anche molto valorosi.
Palloncini scaldati a 100'^ per 15' almeno Produtt. Infeconde
Nel 18G6 soluzioni diverse 27 —
" 1867 » di tuorlo .... 9 3
" 1868 sugo di carne 3 1
» 1876 soluzioni diverse 8 2
n 1877 « « 13 5
In tutto . . 60 11
Ora, per questi 71 palloncini troviamo che i casi produttivi stanno
ai casi negativi nel rapporto di 5,5 ad uno. E sebbene qui lo scalda-
mento siasi limitato ai 100°, l' averlo continuato per almanco un
quarto d'ora e spesso per 20, per 30 e per 45 minuti, e talvolta
anche per un'ora intera, e sempre poi con palloncini contenenti poco
volume di liquido e completamente involti dall'acqua bollente entro
vaso a doppia parete, ci fanno sicuri che i molti casi produttivi così
avuti non possono attribuirsi ai germi atmosferici, come vorrebbe il
Pasteur,
Imperocché le più volte abbiamo provato che i vibrioni ed i bac-
terii si riducono allo stato di meri cadaveri non appena che le so-
luzioni vengano mantenute per 10' a 70, oppure per 5' ad 80°. E
ripetiamo poi che non possiam credere che i germi di questi esseri,
i quali sarebbero tanto piccoli, da non essere mai stati direttamente
veduti e determinati nelle loro forme anche coi piti forti microscopi,
possano, per ragione di picciolezza, sfuggire all' azione disgregante
o disorganizzante del liquido caldo che li involge; laddove essi, a
maggior ragione, dovrebbero risentire l'efficacia di questo calore, of-
frendo una superficie di contatto col liquido, piti estesa, relativa-
mente al volume loro.
Né vale contro di ciò il citare quei casi, nei quali questi esseri
sono stati veduti entro acque termali a temperature poco inferiori
ai 100°, perciocché abbiamo più volte notata la influenza, potremmo
dire, della abitudine anche in questi piccoli esseri, per cui, se essi
si formarono entro liquidi mantenuti a lungo a temperature superio-
L. MAGGI E G. CANTONI, RICERCHE SPERIMENTALI SU L'ETEROGENESI, ECC. 47
ri a 40", si estinguono o si intorpidiscono, raffreddando prontamente
la soluzione a 20"; e reciprocamente quelli formatisi in soluzioni
non iscaldate ed in vasi aperti a temperature inferiori a 20", muojono
o perdono quasi ogni movimento, scaldando la soluzione rapidamente
anche appena poc' oltre i 40°.
Certamente poi questi germi dovrebbero struggersi quando le so-
luzioni vengono scaldate per oltre una mezz'ora a 105" ed a 110".
Ma pur in questi limiti noi abbiamo avuto 30 casi produttivi contro
2 infecondi, ed anche a temperature comprese fra 110 e 117 gradi
abbiamo avuti altri 17 casi positivi contro 16 negativi.
Pare a noi che se la nostra opinione può essere chiamata un'ipo-
tesi arrischiata, questa qualifica possa pure applicarsi alla opinione
del Pasteur , il quale suppone la conservazione dei germi a tempe-
rature superiori a 100° ed a 110°, ammettendo però che ad una
cert' altra temperatura, per esempio a 115° od a 120°, questi germi
più non resistano alla azione dissolvente dell'acqua.
Per noi, che diciamo poter sorgere un vibrio ed un bacterio senza
bisogno di un vero germe, non occorre di mostrare che i germi ci
siano, e manco che essi debbano estinguersi a questa ed a quella
temperatura. Laddove, chi suppone i germi, è tenuto anzitutto a tro-
vare modo di renderne sensibile l'esistenza, e di poi a mostrare
come resistano essi incolumi sino a 100", a 110°, a 115°, e si strug-
gano invece a temperature di pochi gradi superiori.
Ipotesi per ipotesi, ci sia permesso a dar la preferenza alla nostra,
la quale non ha bisogno di ricorrere ad alcun atto creativo so-
vranaturale per immaginare la produzione degli organismi piti sem-
plici. Noi diciamo che oggi questi si possono costituire per atto di
trasformazione progrediente, colla consociazione di date sostanze or-
ganiche disciolte in dati liquidi ed entro certi limiti di temperature,
e soggiungiamo però che a tali alte temperature superiori, codesta
consociazione nor. può avvenire, essendo dissociate, cioè passate ad
uno stadio di trasformazione regrediente, le stesse sostanze organiche.
Così possiamo pur concepire che, in antichissimi tempi, quando la
temperatura dell'acqua e dell'aria erano molto elevate sul pianeta
nostro, gli elementi dello sostanze organiche stavano tutti dissociati ;
poi, col progressivo raffreddamento, si poterono consociare gli ele-
menti stessi a costituirne le sostanze organiche, e finalmente queste
ultime, consociandosi fra loro, in opportune condizioni di ambiente,
poterono ingenerare gli organismi primitivi.
48
ECONOMIA. RURA.LE. — I conci chimici, V industria agraria e la
pro}-)rietà fondiaria. Nota del M. E. prof. Cantoni Gaetano.
Dovendo parlare di conci chimici, dichiariamo avanti tutto che non
perderemo tempo a dimostrarne quella utilità grandissima che troppi
fatti già comprovarono. Noi ci limiteremo a considerare quei conci
nelle conseguenze della loro azione sulla proprietà fondiaria e sulla
industria agraria.
Fra i conci chimici alcuni ve ne sono più specialmente destinati
a dare od a rendere i materiali richiesti od esportati dal prodotto
delle coltivazioni, quali sarebbero i fosfati e molti sali potassici ; e
questi potrebbersi qualificare fertili zzatovi, o conservatori della fer-
tilità. Altri invece esercitano sui materiali terrosi già proprj del ter-
reno una azione, non ancora ben conosciuta, per la quale questi
passano più prestamente dallo stato inerte allo stato assimilabile,
promuovendone l'esportazione senza una corrispondente consegna o
restituzione. Tali sarebbero i sali ammoniacali, il nitrato di soda, e
quasi anche il nitrato di potassa. Questi, pel molto azoto che con-
tengono, vennero dal Liebig con appropriatissima espressione quali-
ficati siccome conci liquidatori della fertilità, od estenuanti.
I conci conservatori, esercitando sul terreno una azione ben di-
versa da quella dei conci liquidatori, devono anche avere scopi di-
versi. Pel proprietario, i conci liquidatori possono venire adoperati
pei primi, allorché trattisi di ridurre coltivabile un terreno incolto.
Pel coltivatore affittuario saranno all' incontro adoperati da ultimo,
quando, negli ultimi anni di locazione, voglia sfruttare un terreno
che poi debba abbandonare. Interessa al proprietario 1' equilibrare
l'azione dei conci liquidatori con quella dei conci conservatori, affin-
chè l'utile del momento non vada disgiunto da quello dell'avvenire.
Ma, nell'affittuario, è cosa ben naturale che predomini il desiderio
del vantaggio del momento, e che, per conseguenza, dia, a tempo op-
portuno, la preferenza ai conci liquidatori.
Anche prima che i conci chimici fossero conosciuti, nei capitoli
d'affitto dichiaravasi che il podere era dato affinchè fosse migliorato
e non deteriorato. Talune operazioni le quali, nella durata della lo-
cazione, non potevano ricompensare le spese necessarie per eseguirle,
venivano prescritte siccome obbligatorie, quali i piantamenti in ge-
nere, ed alcuni movimenti di terra. E, perchè fosse conservata la
fertilità del podere sino al temine del contratto, veniva determinato
Il numero e la qualità dei capi di bestiame da aversi costantemente;
G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L'INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 49
si proibiva la rottura dei prati stabili ; il vendere foraggi, paglie e
concimi; il variare la estensione speciale e prescritta per ciascuna
delle coltivazioni che entrano nella rotazione agraria; e persino il
coltivare certe piante le quali, a torto od a ragione, erano ritenute
siccome estenuanti. E multe piU o meno rilevanti erano stabilite
pei casi di contravvenzione.
Queste norme sono tuttora in vigore; e se molte volte sono uno
ostacolo al ben fare, sono non di rado uno ostacolo anche al mal
fare. Cionondimeno, oggidì, quelle norme non le crediamo sufficienti
a tutelare la proprietà contro il possibile abuso dì alcuni conci chi-
mici aventi una azione liquidatrice.
Ville, quando nei primi suoi scritti portò lo scredito o la sfiducia
sullo stallatico, per far strada ai conci chimici, disse che il cercare
concime dal prato e dal bestiame era cosa troppo lunga, troppo co-
stosa, e sempre piena di pericoli. Disse che prato e bestiame immo-
bilizzavano di troppo coltivatore e capitale; che rendevano troppo
lunga l'industria; che vincolavano a rotazioni includenti coltivazioni
che si bilanciavano in perdita; che obbligavano il coltivatore a prov-
vedere ed a dirigere un'industria in più, distogliendolo quasi dal-
l'attendere ai campi, pisse che il prato supponeva spese per la irri-
gazione e per la conservazione dei foraggi, e che il bestiame ed i
prodotti di questo richiedevano pure delle costruzioni speciali; che
infine, questo complicato e costoso congegno non rendeva al terreno
.tutto quanto esso aveva ceduto ai prodotti, avviando questo lenta-
mente alla sterilità, ed il coltivatore alla miseria.
I conci chimici, all'incontro, diceva il Ville, non solo sono desti-
nati a togliere tutto quel complicato, costoso e pericoloso metodo
di fabbricare concime, ma benanco a liberare l'industria agraria dai
vincoli della rotazione, a far sentire più prestamente gli utili, e forse
a rendere annuale anche l'industria agraria.
Ma gli è appunto questo modo rapido, diretto, e quasi annuale,
col quale agiscono i conci chimici, che deve metterci in guardia con-
tro gli abusi che di loro può farsi in certi casi.
Non vorremmo però che questa nostra maniera di esprimerci po-
tesse farci credere avversarj dei conci chimici. Tutt' altro. Noi siamo
troppo convinti della loro utilità, e noi pure li diciamo i conci del-
l' avvenire. Che anzi, li reputiamo siffifttamente efficaci da conside-
rarli siccome i rimedj eroici o gli strumenti di precisione; e vor-
remmo che fossero assai meglio conosciuti, acciò il coltivatore sa-
pesse trarne tutto il profitto possibile senza danno o della industria
o della proprietà.
Noi, è vero, non spingeremo mai la predilezione pei conci chimici
Rendiconti. — Serie II, Voi. XI. 4
50 G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L'INDUSTRIA AGRARIA, ECC.
sino a sostituirli per intiero allo stallatico; ma siamo convinti che
essi sono destinati ad affrettare utilmente il cammino della industria
agraria, a favorire direttamente le diverse coltivazioni, ad aumentare
quasi a nostra volontà la loro annuale produzione, a ripeterle
quando convenga, infine a far camminare l'agricoltura colla intelli-
genza e col capitale piuttosto che col tempo.
Noi pure diciamo che se lo stallatico è il migliore concime pel
prato, poiché quel concime non è altro che foraggio trasformato che
ritorna al terreno che lo produsse, quel concio non concima mai di-
rettamente né completamente alcuna altra coltivazione. I poderi danno
prodotti i quali in parte sono consumati dall'uomo ed in parte dagli
animali; e così alcuni sono di preferenza consumati nelle città ed altri
nelle campagne, e di solito sul luogo di produzione, dove lasciano i loro
residui, mentre i residui della alimentazione umana o vanno dispersi od
il piti delle volte non ritornano al terreno d' onde provennero. Po-
trebbesi quindi dire che la silice, la calce e la potassa rimangano
per la massima parte sul podere, mentre l'azoto e piti ancora l'acido
fosforico siano per la maggior parte esportati. E se altra causa non
vi fosse di sottrazione della fertilità, avremo sempre i fitti, o gli in-
teressi, e le imposte, cose tutte le quali alla fin fine sono pagate con
denaro, frutto della vendita di una certa quantità di materiali ter-
rosi trasformati in prodotto.
Pertanto, osservando le cose in grande, un perfetto equilibrio colle
sole forze del podere, dovrebbe essere impossibile. Niente deve quindi ,
sembrare piti logico che il dire = Facciasi pure quanto di meglio si
crede, ma il prato ed il bestiame non arriveranno mai a colmare la
sottrazione fatta dall'interesse del capitale fondiario od industriale,
dalle imposte e da tutti i bisogni di esistenza del coltivatore. Non
basta adunque trasformare il terreno in stallatico, è necessario por-
tare sul podere materiali che lo risarciscano delle perdite =.
Eppure, vorremmo sapere cosa risponderebbe un proprietario, al
quale presentandosi chi voglia prendere in affìtto le sue terre, gli
dicesse: Mi sollevi dall' obbligo di mantenere costantemente sul po-
dere quel dato numero di capi di grosso bestiame, e mi.lasci rom-
pere i prati. Io so fare senza dello stallatico, anzi so far meglio e
senza tanti disturbi, perchè conosco l'efficacia dei conci chimici. Io
mi obbligo a fare largo uso di questi.
La risposta del proprietario ci pare di sentirla: Apprezzo in lei,
dirà, un coltivatore che segue i progressi della scienza agraria; ma le
domando con quali scorte ella mi può garantire il pagamento del
canone d'affitto, quando, per cause anche estranee alla di lei capacità,
non potesse far buoni affari? Io non desidero esercitare una conti-
0. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L' INDUSTRIA AGRARIA, ECC SI
nua, odiosa, od anche impossibile sorveglianza sui di lei averi e sulle
di lei azioni. Attualmente, io so che quando vi sia una data esten-
sione di prato ed una data quantità di bestiame, affittuario e podere
si trovano in buone condizioni, e vivo tranquillo. Ma coi conci chi-
mici, come fare? Come stabilirne la quantità e la qualità, e la somma
occorrente? E sopratutto, come essere certi della loro efficacia, e della
loro razionale applicazione?
Infine, se noi fossimo proprietarj non daremmo mai in affitto le
nostre terre ad un coltivatore il quale si proponesse di usare sol-
tanto conci chimici ; e non le daremmo per prudenza e non già per
ignoranza, poiché, se fossimo coltivatori vorremmo anche noi con-
cedere una larga parte ai conci chimici.
Ma, senza occuparci dell'uso esclusivo dei conci chimici, ci sem-
bra già importante il provvedere agli abusi che di quelli può fare
il coltivatore negli ultimi anni di locazione, acciò proprietario e
coltivatore non abbiano a sentirne danno al momento del bilancio.
Gli studj fatti recentemente da Lawes e Gilbert, se si possono con-
siderare siccome un tentativo per stabilire dei reciproci compensi fra
proprietario e coltivatore, ci provano però sempre più la necessità,
ed in pari tempo la difficoltà, di stabilire norme per l'uso dei conci
chimici negli ultimi anni di locazione, e specialmente nel caso di non
rinnovazione o di rescissione dell'affitto in corso. Poiché sarebbe neces-
sario conoscere, almeno approssimativamente, non solo quanto di
ciascun concime venne esportato dal podere coi prodotti venduti e
quanto ne rimase, ma in certi casi sarebbe utile il conoscere ezian-
dio quanto di materiali già proprj dal terreno sia stato esportato.
I risultati di quelli studj si possono, sommariamente, ridurre ai se-
guenti:
Fieno.
Per ogni quintale di fieno comperato nell'ultimo anno e consumato sopra
luogo, compenso di L. 3. 75
Per ogni quintale di fieno comperato, ma dopo un raccolto di radici
consumate sopra luogo, compenso del 80 ^!^
Per ogni qnintale di fieno comperato, dopo un [raccolto di radici
consumate come sopra, ed un raccolto di cereali, lasciata la pa-
glia, compenso del 35 »
Nel caso anzidetto, ma dopo due raccolti di cereali, lasciata la
paglia, compenso del 5 »
Se a vece di un secondo raccolto di cereali, si fossero coltivati
dei foraggi consumati in posto, compenso del 10 »
Per ogni quintale di fieno venduto nell'ultimo anno, multa di L. 3. 75
52 G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L' INDUSTRIA AGRARIA, ECC.
Stallatico.
Se il coltivatore lascia il podere dopo un primo anno a radici, ha
diritto ad un compenso del . , 80 •*„
n n n dopo un primo anno a radici ed
il secondo a cereali, ha diritto ad
un compenso del 45 »
» X n dopo un primo anno a radici e il
secondo e terzo a cereali ha diritto
ad un compenso del 15 »
» » » dopo un primo anno a radici, il
secondo a cereali e il terzo a fo-
raggi ha diritto ad un compenso del 25 «
Se il foraggio è pascolato nel quarto anno, ha diritto ad un com-
penso del 10 n
Se Io stallatico fu applicato direttamente ad un cereale, ha diritto
ad un compenso del 60 »>
Come sopra, ma dopo due anni a cereali, ha diritto ad un com-
penso del 30 »
Se il primo anno fu a cereali ed il secondo a foraggio, ha diritto ad
un compenso del 40 »
Se lo stallatico fu applicato direttamente ai foraggi pascolati, ha
diritto ad un compenso del 90 t
» n » dopo due anni di pascolo,
ha diritto ad un compen-
so del 70 »
» ff » dopo tre anni, ha diritto
ad un compenso del . . 40 »
n j) » dopo quattro anni, ha di-
ritto ad un compenso del 10 »
Se il foraggio fu consumato nella stalla dopo un anno, ha diritto
ad un compenso del . . 80 n
I» n » dopo due, ha diritto ad un
compenso del .... 60 »
» » » dopo tre, ha diritto ad un
compenso del .... 30 »
Fanelli di semi oleiferi.
Dopo un raccolto di radici consumate sul posto, compenso del . . 80 °/o
Dopo il primo anno a radici e il secondo a cereali, lasciata la
paglia, compenso del 35 »
Dopo un anno a radici e due a cereali, compenso del .... 5 »»
Dopo il primo anno a radici, il secondo a cereali e il terzo a fo-
raggi, compenso del 15 »
G. CANTONI, I CONCI CHIMICI, L' INDUSTRIA AGRARIA, ECC. 53
Se applicati direttamente ad un cereale, compenso del . . . . 35 "/<,
" » dopo due anni a cereali, compenso del . 5 »
Dopo il primo anno a cereali e il secondo a foraggi, compenso del 15 »
I panelli, nelle terre sciolte, sono consunti dopo il primo anno.
L'azoto dei panelli agisce quattro volte più presto che non quello dello
stallatico, ma si consuma anche quattro volte più presto.
Dopo un primo anno a radici compenso del 80 "/q
» n » e il secondo a cereali, lasciata la pa-
glia, compenso del 40 >»
" » >» e due anni a cereali, compeuBO del 10 »
" » " il secondo a cereali e il terzo a
foraggi, compenso del 20 »
» » n il secondo a cereali e il terzo e quarto
a foraggi, compenso del .... 5 n
Dopo un anno, applicando direttamente sul pascolo, compenso del 90 »
» due anni, n » n « 65 n
» tre anni » » » « 30 )»
» quattro anni, ;> « » n 5 "
Consumando il fieno nella stalla dopo il 1.** anno, compenso del . 80 n
n „ n 2° -y » . 50 »
« r, n S.*" n « . 15 «
Vendendo il fieno, dopo un 1." anno, compenso del .50 "
» " 2.0 r, n 20 «
1) I) 3 ° )i » ... — n
Le ossa, nei terreni argillosi, hanno una azione lentissima.
Nitrato di soda e sali d'ammoniaca.
Dopo un anno a cereali, compenso del .... 30 "/g
•j due anni n » 0»
n un anno a cereali e il secondo a foraggi compenso del . . 5 «
Applicato direttamente ad un pascolo, dopo 1.° anno, compenso del 80 »
» » n 2." n » 50 r,
r, „ » 3.« n » 10 "
Consumando il fieno nella stalla, dopo un anno, compenso del . 70 «
n n n due anni, » , 40 n
n » n tre » " . 4 «
Vendendo ira essere modi-
ficate a norma delle condizioni nelle quali si opera. Per una mezza
goccia circa, ad esempio, di percloruro di ferro, tre o quattro gocce
di soda bastano; ma se la sostanza da analizzare non fosse neutra
e contenesse invece degli acidi liberi, o dei sali acidi, in questo caso
la detta quantità di soda potrebbe non esser più sufficiente. Così
pure in alcuni casi è più utile aggiungere l'acido solforico al liquido
dopo, anziché prima di averlo raffreddato.
S'intende altresì che la formazione dell'ossido ferroso,, se attesta
della presenza di sostanze riducenti, non può valere da sola a deter-
minarne la specie. Sotto questo rapporto, il mio è un reattivo come
quelli del Barreswil, del Fchling, e come gli altri della chimica, che
non hanno un valore assoluto, e che non rendono i servigi di cui
sono capaci, se non quando siano opportunamente e con la debita
abilità applicati. La sua sensibilità è del resto veramente grande,
tanto che 1 parte di glucosio, sciolta in 25,000 d'acqua, dà ancora
una ben marcata reazione.
Per mezzo del sesquiossido idrato di ferro si può distinguere in
iscuola, con fenomeni netti ed eleganti, il saccaroso dal glucosio, e
E. POLLACCI, REATTIVO DELLE SOSTANZE RIDUCENTI IN GENERALE, ECC. 61
Sostanze riducenti |
Num.
d'ordine
Nome
della sostanza
Come riduce
Osservazioni
1
Acido arsonioso
poco
2
n butirrico
pochissimo
3
n citrico
pochissimo
4
« fenico
molto
5
n gallico
moltissimo
1 6
» malico
poco
7
" pirogallico
moltissimo
8
n tannico
moltissimo
9
1 tartarico
poco
10
» urico
molto
11
Aldeide valerica
pochissimo
12
Alizzarina
molto
13
Amigdalina
poco
14
Apomorfiua
moltissimo
Il color rosso, che assume il
liquido, non maschera del tutto
la presenza del precipitato bleu.
15
Brucina
pochissimo
16
Carbonio
molto
17
Colla di pesce
pochissimo
18
Delfinina
moltissimo
19
Esculina
moltissimo
20
Essenza di senape
molto
Per l'aggiunta dell'acido solf.
il liquido diviene lattescente.
21
Floridzina
mediocrem.
22
Fosforo amorfo
moltissimo
La difi'erenza tra l'uno e l'al-
23
n ordinario
mediocrem.
tro fosforo è attribuibile al di-
verso grado di divisione.
24
Glicerina
poco
moltissimo
25
Glucosio
26
Idrossilamina
moltissimo
27
Inulina
moltissimo
28
Ipofosfito di sodio
moltissimo
29
Isatina
molto
30
Lattoso
moltissimo
31
Morfina
molto
32
Narceina
raediocreniw
33
Nicotina
mediocrem.
34
Orina umana
moltissimo
35
Pepsina
mediocrem.
36
Picrotossina
poco
37
Saliva
mediocrem.
38
Solfito di sodio
molto
39
Solfo
mediocrem.
Non è certo che lo solfo agi-
sca direttamente, quantunque
la riduzione avvenga anche sen-
za la presenza della soda.
40
Tebaìna
mediocrem.
41
Timolo
moltissimo
42
Tribromofcnolo
mediocrem.
43
Vino bianco asciut.
mediocrem.
44
Vino rosso asciutto
molto
45
Zucch. biondo gras.
moltissimo
46
Zucch, avana secco
(meno bianco del preced.)
molto
47
Zucch. mascavato
(meno biancodei preced.)
moltissimo
62 E. POLLAGCl, REATTIVO DELLE SOSTANZE RIDUCENTI IN GENERALE, ECC.
Sostanze
NON RIDUCENTI
Num.
Nome della sostanza
Osservasioni
d'ordine
1
Acido acetico
2
» benzoico
3
» formico
4
n ippurico
5
» lattico
6
» ossalico
7
» pìcrico
8
» succinico
9
n valerianico
10
Alcool etilico
11
Amido
È necessario aggiungere l'acido sol-
forico al liquido freddo.
12
Argento
13
Asparagina
14
Atropina
15
Benzoato di ammonio
16
Caffeina
17
Cantaridina
18
Celluiosi
19
Chinidina
20
Chinina
21
Cinconina
22
Cloralio
23
Cloroformio
24
Codeina
25
Daturina
26
Essenza d'anici
L'acido solforico vuol essere aggiun-
to dopo il raffreddamento del liquido.
27
Formiato di potassio
28
Gomma arabica
È utile aggiungere l'acido solforico
al liquido freddo.
29
Joduro di potassio
L'acido solforico si aggiunge dopo
il raff"reddamento del liquido per im-
pedire la subitanea riduzione deri-
vante dall'acido iodidrico.
30
Litargirio
31
Magnesio
32
Maunite purificata
33
Narcotina
34
Ossalato di calcio
35
n potassio
36
Papaverina
37
Rame
38
Saccaroso
39
Salicina
40
Santonina
41
Solanina
42
Sottossido di rame
Non si ecceda in prussiato rosso
per non avere un precipitato dovuto
a ferricianuro di rame.
43
Stricnina
44
Succinato d'ammonio
45
Urea
46
Veratrina
47
Zinco
E. POLLACCI, REATTIVO DELLE SOSTANZE RIDUCENTI IN GENERALE, ECC. 63
vedere se il primo contiene del secondo; come si possono operare
delle lente ossidazioni anche senza bisogno di aggiungere all'ossido
verun'altra sostanza, dacché, se la presenza d' un alcali caustico fa-
vorisce il passaggio dell'ossigeno dall'ossido alla materia riducente,
pure in moltissimi casi la ossidazione ha luogo eziandio senza l'in'
tervento di sostanze alcaline.
I due precedenti prospetti contengono, come si vede, buon numero
di sostanze sperimentate col mio reattivo, divise, in riducenti e non
riducenti il sesquiossido idrato di ferro. Tali ricerche sono state ese-
guite sotto ai miei occhi dal signor Eugenio Pezzi , studente del
4° anno di farmacia.
GEOLOGIA. — Del granito nella formazione serpentinosa delV Appen-
nino pavese. Nota del S. C. Taramelli Torquato.
Recenti osservazioni sullo sviluppo dei ghiacciai nel versante me-
ridionale delle Alpi hanno fatto intravedere un limite di loro espan-
sione molto più ampio di quanto si era usi a credere pochi anni or
sono, in base agli anfiteatri morenici posti allo sbocco delle principali
vallate. E facile pertanto che ad altri succeda quanto a me accadde
appena mi accinsi, or sono due anni, allo studio di una porzione poco
esplorata dell'Apennino. È facile, cioè, che venendo in cognizione della
piuttosto frequente presenza, nelle regioni mediane dell'Apennino, di
massi, talora assai grossi, di rocce granitiche, gneissiche, micaceo-
granatifere, a fisonomia alpina, fatto accennato prima dallo Spallan-
zani (1), quindi confermato per numerose località dell'Apennino e delle
Alpi, dallo Studer, dal Pareto, dal Gastaldi, dal Sismonda, dal Man-
tovani e dal De Stefani; è facile, dico, che la mente immagini che
tali massi rappresentino le piti lontane vestigia degli scomparsi ghiac-
ciai, oppure i residui dei materiali abbandonati dai ghiacci galleg-
gianti sulle spiagge meridionali di un golfo padano pliostocenico, che
in proporzioni piìi o meno ampie alcuni- geologi tuttora sostengono
avere continuato ad esistere anche dopo il pliocene. Fuvvi già chi
volle intravedere piuttosto nella presenza di questo granito, reputato
sempre erratico, l'indizio di un periodo glaciale miocenico. Altri infine,
(1) Nel capo XXV dell'ultimo volume dei suoi Viaggi alle due Sicilie^
lo Spallanzani afferma di aver rinvenuto un grosso masso di granito nella
valle del torrente Stafferà, presso Voghera. Dice poi di averne osservati
diversi frammenti, in collezioni particolari a Piacenza, che erano stati rac-
colti in quelle colline.
64 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC.
e precisamente quelli cli^ coq maggior profitto sì occuparono del-
TApennino settentrionale, considerano questi massi granitici come
intieramente legati colle formazioni ofiolitiche, variamento interpre-
tate, ma che niuno può ora disconoscere che quivi sieno regolarmente
alternate coi sedimenti marini deìV Eoiiene superiore o Liguriano,
pur serbando indubbi caratteri della loro origine eruttiva.
Come ben si vede, il dilemma tra queste interpretazioni, che ricor-
rono a due cagioni così discoste, come lo sono i ghiacciai dai vulcani,
è abbastanza interessante per abbisognare di una risposta, e se questo
breve scritto non potrà darla completa, spero almeno che mi valga la
soddisfazione di aver richiamato in campo una ricerca, a proposito
della quale il mio egregio e ben amato predecessore e maestro, il
prof. Balsamo Crivelli intratteneva, or sono molti anni, questo spet-
tabile consesso. Egli, infatti, nella seduta del giorno 10 maggio del
1845, molto opportunamente presentava una traduzione dì una Me-
moria di Bernardo Studer sui Massi erratici secondari, e certamente
in cuor suo sì proponeva, in seguito, dì continuarne lo studio; poiché
nella raccolta di rocce dell'Apennino, da lui iniziata, esistono alcuni
esemplari dì granito, raccolti in parecchie località; e precisamente: ai
Gerbìdì dì Bobbio, a Santa Margherita di Varzi e presso Castel'Ar-
quato nel Piacentino.
Occorrerà appena che avverta come l'epiteto di secondari, dallo
Studer attribuito a questi massi, fosse una conseguenza dell'idea in-
valsa prima delle pubblicazioni del Pilla e del Murchison, e quindi
per parecchi anni tenacemente da parecchi ritenuta che appartenesse
alla Creta quella serie potentissima di terreni arenaceo-marnosi, nello
sfacelo dei quali trovansi appunto i massi in discorso; terreni che il
marchese Pareto, troppo coscienzioso scienziato per non seguire i
progressi degli studi prediletti e così preciso nello stabilire ì rapporti
delle formazioni apenniniche, ebbe il merito dì dimostrare pel primo
sicuramente eocenici. Indipendentemente però dalla determinazione
cronologica del terreno, che comprende ì massi granitici, le osserva-
zioni del signor Studer sono, quanto si può dire, precise ed impor-
tanti. Ricorda come già il Pareto avesse indicata una giacitura ab-
bondantissima dì tali massi al monte Penna, tra Bobbio e Chiavari, e
dice di averne) sservatì egli stesso nell'Apennino degli altri molti
presso Vianino a sud di Castel'Arquato; aggiungendo di averli veduti
associati a conglomerati serpentinosì ed a rocce amfibolicbe, che io
penso fossero quelle iperitì, oppure le eufotidi, così frequenti e spesso
prevalenti alle vere serpentine nelle formazioni ofiolitiche dell'Apen-
nino eocenico. Osserva d'altronde che quei massi granitici, oltre alla
mica, contenevano dell' arafibolo, e che ricordavano assai il granito di
T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 65
vai Coderà e del passo dol Muretto, tra la vai Bregaglia e le valli
laterali della Valtellina. L'autore però, ad onta della coincidenza del
fatto, che anche in quella porzione delle Alpi il granito è a breve
distanza dai serpentini e dalle arafiboliti, esita ad affermare una per-
fetta analogia tra le sue rocce. Dichiara invece che esiste identità
completa tra le rocce di questi massi apenninici e quelli, già alla sua
epoca famosi, dei contorni di Vevay e del cantone di Lucerna, e spe-
cialmente della valle di Abkeren, che si apre, verso oriente, dietro ad
Unterseen. Le dimensioni di alcuni di questi massi sarebbero indub-
biamente straordinarie in qualunque caso di trasporto morenico,
tanto piti trattandosi di roccia non affiorante nello vicinanze. Poiché
il maggiore di essi, appoggiato sopra un terrazzo di sfasciume are-
naceo e granitico di fronte ad Abkeren, misura oltre 100 piedi in
larghezza e lunghezza con oltre 50 piedi di altezza. Ed i minori massi
sono compresi, egli dice, in un cemento arenaceo, identico al macigno
micaco, quivi alternato colle marno a fucoidi in una zona di Flysch^
fortemente ed assai variamente inclinata. È evidente che qui trattasi
di una formazione granitica infranta e dirupata, originariamente com-
presa nelle rocce dell'eocene superiore. Ad aumentare poi l'analogia
coi giacimenti apenninici, il signor Studer afferma che affiora quivi
presso, ove è rimosso il terreno vegetale, una roccia, che, senza es-
sere una vera serpentina, molto vi si accosta pel colorito e per certe
smaltature verdi; potendosi paragonare a quelle dioriti, che alla ser-
pentina quasi sempre si associano e si sostituiscono. Aggiunge altresì
che questa roccia si insinua con venule e nidi nel granito stesso;
onde l'origine endogena di questi massi pare all'autore la piti proba-
bile, anzi l'unica che si possa ragionevolmente sostenere e chiarire.
Altra località interessantissima, dall'autore descritta, è la valle
d'Ormond, a mattina di Aigle; pur essa scolpita nel terreno del Ma-
cigno. Quivi il cemento del conglomerato granitico è così scarso che
la roccia si prenderebbe per massiccia, ove non si presentassero alcuni
massi di gneiss e non si osservassero nella roccia felspatica quelle
venule e rilegature verdastre. Rilevandola grande estensione di questo
ammasso, non dubita egli di riconoscerlo come uscito dalle viscere
della terra per commossioni accompagnanti un metamorfismo delle
sepolte formazioni granitiche. *> Queste commossioni, » egli dice,
« ponno aver infranta la massa dei terreni cristallini, sopra i quali,
quivi come altrove, devono riposare le montagne secondarie, e l'au-
mento di volume, che dovette essere necessaria conseguenza della
trasformazione di una massa solida in un ammasso di frammenti e di
sabbia, avrà forzato questi massi ad uscire ed a sboccare alla su-
perfìcie del suolo. » Alcuno non vorrà negare grande merito di vero-
Benàiconti. Hetic 11. \o\ XI. 5
66 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC.
simiglianza a questo abbozzo di spiegazione, scritto trentaquattro
anni or sono dall'illustre attuale presidente del Comitato geologico
svizzero, quando lo stato della scienza non permetteva di formarsi
una più precisa idea del metamorfismo che poteva subire il granito,
e delle condizioni in cui potevano espandersi, sul fondo del mare, i
prodotti di tale metamorfismo.
Né meno importante è l'altro giacimento di massi erratici granitici
in terreno eocenico, che l'autore stesso descrive a sud di Sonlhofen,
a Bolgen, in Baviera; ove il granito, assai micaceo ed a struttura
gneissica, forma dei cumuli di 15 a 20 piedi di altezza, spesso costi-
tuiti da un solo masso, circondato da altri minori, più o meno ton-
deggianti. I signori Sedwich e Murchison avevano considerato questa
giacitura come un affioramento di roccia primitiva; ma il sig. Studer
ed il signor Escher, associandosi all'opinione parecchi anni addietro
emessa da A. Bouó, considerarono la montagna di Bolgen come fa-
cente parte della circostante formazione del Macigno a fucoidi, e
molto ragionevolmente sostennero tale opinione col fatto decisivo che
inferiormente all'affioramento di essi massi, osservansi dei banchi di
una breccia con massi dello stesso gneiss sino di 2 piedi di diametro,
in un cemento identico alle arenarie, colle quali essa breccia si alterna.
Chi non conosca con quanta difficoltà viene afferrato il vero, anche
quando sembra balenare nelle più felici intuizioni, o non pensi a quelle
transazioni colle nuove idee, che spesso fanno gli studiosi nella loro
fiducia nel progresso della scienza, certamente sì meraviglierebbe nel
vedere come il signor Studer, all'atto di chiudere la breve ma inte-
ressantissima Memoria a proposito delle giaciture di Sepey e di Bol-
gen, non escluda la possibilità di un'origine glaciale o diluviale in
epoca secondaria, cioè eocenica; convenendo però sulla necessità, in
tale ipotesi, di supporre dei grandi cangiamenti orografici nelle ca-
tene che attualmente separano quelle giaciture dalle regioni da cui
potevano provenire le rocce erratiche. Evidentemente era quella l'e-
poca in cui l'apprezzamento delle forze endogene era esagerato dalle
prime rivelazioni e dalle spiegazioni di quei fatti, che gradatamente
condussero alla scoperta dell'episodio geologico, che ora conosciamo
con maggior sicurezza, cioè dell'espansione dei ghiacciai alpini e po-
lari in epoca quaternaria; e, dopo tutto, non possiamo ancora affer-
mare l'impossibilità di un anteriore periodo di dispersione erratica
per opera di ghiacci galleggianti. Farmi però di non poter dubitare
che tutti i fatti descritti dallo Studer siano spiegabili al modo stesso,
ed escludano ogni trasporto erratico. Tanto i massi di Abkeren, che
quelli deU'Ormond e di Bolgen, sono provenienti dallo sfacelo di un
conglomerato eruttivo, alternato colle rocce sedimentari à-nìV eocene
T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 67
superiore, e come tali sono, come vedremo, perfettamente compara-
bili, sebbene in condizioni alquanto diverse, a quelli delI'Apennino.
Non sembrami possibile formarsi una idea diversa dell'accennato
fenomeno dei massi di Abkeren, leggendo la descrizione che ne dà,
alla sua volta, il Murchison in quell'aureo libro, che rappresenta uno
dei più validi aiuti apportati dalla letteratara straniera alla nostra
geologia, e che fu tradotto ed aumentato di così importanti notizie
dai due benemeriti professori pisani. Alle indicazioni poco diverse da
quelle somministrate dal signor Studer, l'autore inglese aggiunge
l'osservazione che, nelle località distinte dai colossali massi granitici,
e precisamente alternate colla roccia del Flisch, esiste una roccia gra-
nitoide, ora in strati ed ora in amigdale allineate, potenti fino a 2
metri e superficialmente di struttura scistosa, quale viene di solito
presentata dalle rocce felspatiche e micacee, allorché sono alterate.
Conchiude poi coli' opinione che questa roccia granitoide, non meno
che il granito dei massi, si sieno formati contemporaneamente al depo-
sito eocenico u per cementazione di particelle di formazione ignea al
fondo di un torbido mare, ovvero per la susseguente alterazione par-
ziale degli strati, causata dall'azione del calore.» Non si capisce facil-
mente poi come, dopo questa duplice ipotesi, che però sempre si man-
tiene nel campo della geologia endogena, l'illustre autore non escluda
la possibilità del trasporto glaciale del masso piti grosso, che pur ri-
conosce non corrispondere litologicamente ai graniti affioranti nelle
piìi vicine montagne, e come non accordi tutta la importanza che si
merita il fatto aflfermato dal geologo svizzero, dell'esistenza, in pros-
simità dei massi di Abkeren, di una roccia analoga alle serpentine.
Mentrecchè, stando all' analogia coi fatti descritti dallo Studer, io
crederei di poter indurre eziandio che anche il masso maggiore, di
quasi 12,000 metri cubi, non debba esser tutto di granito massiccio;
sibbene, al pari del conglomerato di Sepej e di Bolgen, risulti di un
conglomerato a cemento assai scarso, e presenti esso pure quelle rile-
gature cloritiche od oflolitiche, che si osservano nei massi della Sviz-
zera, come in quelli del nostro Apennino. Comunque sia, dal complesso
di queste descrizioni, tanto almeno sembrami risultare che possa es-
sere esclusa l'origine puramente esogena di questi conglomerati e
venga posta fuor di dubbio la loro spettanza alla serie eocenica e
quindi il loro approssimativo sincronismo a quelli, di cui sono per
dire, delle montagne bobbiesi.
Oltre alle notizie sopra ricordate, non passerò sotto silenzio come
il Paolo Sari, nella sua classica monografia delle rocce ofiolitiche
della Toscana (1), quantunque non faccia cenno di rocce granitiche
(1) Nuovo giornale dei Letterali. Pisa, 1838-39.
68 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC.
comprese allo stato di amigdale o di massi nelle serpentine, parli in-
vece esplicitamente di graniti in filoni, che all'Isola d'Elba attraver-
sano le ofioliti; fatto questo importantissimo e che è confermato dalle
posteriori osservazioni dello stesso Studer, del Rath e del Cocchi, il
quale ultimo, a proposito di essi filoni nel Monte Campana, così si
esprime: « Si può paragonare questa montagna ad un monto serpen-
tinoso, per esempio al Monte Nero di Livorno, che fosse squarciato
e rovesciato sui suoi fianchi da una grossa massa eruttiva, che vi ap-
parisse nel mezzo (1). » Senza essere disposto ad accettare l'idea del-
l'influenza meccanica della roccia eruttiva, ognuno vorrà riconoscere
tuttavia in questa bella similitudine, convalidata da moltissimi esempi
e dettagli, che l'autore desume dall'isola stessa, la prova che vi fu-
rono injezioni di rocce granitiche negli strati eocenici, ed è soltanto a
deplorare che la mancanza quivi di strati miocenici non permetta di
stabilire, con sufficiente approssimazione, il limite cronologico poste-
riore a questa eruzione relativamente recentissima di rocce granitiche.
E neppure sul continente, le recenti osservazioni del signor Lotti sul
granito tormalinifero di Gavorrano, in provincia di Grosseto (2), se
non lasciano dubbio sulla posteriorità di esso granito, rispetto ad al-
cuni calcari marnosi e gallastri eocenici, non dimostrano però che
esso sia anteriore alla chiusura dell'epoca eocenica, rispettandone gli
ultimi sedimenti. Per l'Apennino pavese invece, ed anche, io credo,
per tutta la Liguria, pel Piacentino e per l'Emilia, l' eocenici tà del
granito, associato alle serpentine, è dimostrata dalla presenza di
grossi massi di essa roccia nei conglomerati del miocene inferiore,
che costituiscono ovunque uno dei più preziosi orizzonti nella strati-
grafia di queste formazioni terziarie. Epperò, almeno per l'area
esaminata, possiamo ritenere che la presenza del granito nelle rocce
ofiolitiche, comunque voglia interpretarsi, devesi riportare a fenomeni
avvenuti e già compiutisi durante l'epoca eocenica.
Il Sismonda nelle sue preziose Osservazioni geologiche sui terreni
terziari e cretacei del Piemonte (3), osserva pur egli la presenza di
granito nel conglomerato ofiolitico del Monte Barberino, a nord di
Bobbio, ed anzi aggiunge la osservazione assai vera e significativa,
che gli elementi di questo granito sono come disciolti nella brecciola;
senza però dare a questo fatto, che in più località io pure ho verificato,
quell'importanza che visibilmente esso merita. Più innanzi, ove di-
(1) I. Cocchi, Descrizione geologica dell'Isola d'Elba. Firenze, 1871.
(2) U. Lotti, Sulla geologia del gruppo di Gavorrano. Boll, com, geol.
italiano, 1877, p. 112.
(3) Mem. R. Accad. delle scienze di Torino, Serie 2.* Voi. IV. 184L
T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 69
scorre della presenza dei massi di granito nei conglomerati miocenici,
specialmente della collina di Superga, si limita a riscontrare in essa
la riprova di quei cataclismi e rovesci di acque, che, secondo le idee
di quel tempo, avevano segnato il passaggio da un'epoca all'altra.
All'oculato osservatore non sfuggono però le indubbie prove dei mo-
vimenti subiti dalle masse serpentinose e delle loro rotture, e dell'es-
sere state rilegate da altre rocce magnesiache; per quegli stessi fatti
che pochi anni prima furono rilevati ed interpretati con tanta sagacia
dal Savi, per le regioni ofìolitiche della Toscana.
Il marchese Pareto aveva già accennata la presenza del granito er-
ratico in molti punti della Liguria, e nella sua descrizione geologica
della provincia di Genova (1) come effetto di un trasporto la spiega
senza ambagi {emballage) fatto dalle serpentine all'atto della eruzione
dalle masse granitiche formanti il sottosuolo dell'Apennino. Opinione
che l'autore ripete ad un dipresso colla forma stessa nelle posteriori
pubblicazioni; aggiungendovi in una di queste (2) la indicazione delle
più importanti giaciture a lui note di tali massi granitici, anzi di uà
dirupo intero da essi composto, a Pregola, presso Santa Margherita
di Varzi, nel Bobbiese; località tra le piti interessanti che, pel pre-
sente argomento, abbia io pure esaminate. L'autore stesso, d'altronde,
nel primo suo scritto in proposito, notava un altro fatto interessan-
tissimo, che io ho verificato e riscontrato in località poco lontana da
quella da lui indicata; dice, cioè, che presso Borgoratto, nella valle
del Coppa, a sud di Montebello, ed in molti punti delle valli della
Trebbia e della Nure, egli osservò un banco di granito frammentario,
il quale coincideva alla zona della massima frequenza dei massi erra-
tici osservati dallo Studer. Con questa asserzione afferma evidente-
mente che l'esistenza di graniti frammentari non è esclusiva alle for-
mazioni serpentinose, sibbeneè comune alla zona delle ar^27/e scagliose,
che a Borgoratto appunto si sviluppano ad un livello stratigrafico
piìi recente ed a ragguardevole lontananza da ogni afUoramcnto ofìo-
litico. Quantunque però superiore al piano delle rocce ofioliiiche, il
livello di queste argille scagliose anche nella serie in seguito proposta
dal Pareto stesso (3), spetta all'eocene superiore; anzi debbo a questo
proposito aggiungere che, conforme a quanto ebbi l'onore di asserire
(1) Descrizione dì Genova e del Genovesato. Genova, 1846. Tipi Ferrando.
(2) Pareto. Sulla posizione delle rocce pirogene od eruttive dei periodi
terziario, quaternario ed attuale. Genova, tip. Sordo- Muti, 1852.
(3J Pareto L. Sur lea subdivisions que l'on pourrait étahlir dans les
terrains tertiaires de l'Apennin septentrional. Bull. Soc. géol. de France,
2 Sér. T. XXII. 1865.
70 T. TARAMELU, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPÉNTINOSA, ECC.
lo scorso anno, ed ho potuto con ulteriori osservazioni verificare,
queste argille scagliose, nel tratto almeno da Chiavari e da Genova
a Stradella ed a Tortona, è inferiore anche a moltissima parte delle
rocce calcareo-marnose ed arenacee, riferite dal signor Pareto al
piano Uguriano e formanti i piti elevati colossi di quel tratto di
Apennino, quali il Carmo, l'Antola, il Caraporaghena, l'Alfe ed il Le-
sima, a circa 1700 metri sul livello marino. Epperò io sono d'avviso
che il piano di queste argille scagliose, e per conseguenza il sotto-
stante terreno ofiolitico, non debbano essere molto discosti dal piano
nizzardo, così ben definito in tutta l'Alta Italia per estrema abbon-
danza di fossili; laonde argille scagliose e serpentini si porrebbero in
esatto parallelismo colle piti recenti eruzioni doleritiche del Veneto e
del Tirolo meridionale.
In altro scritto poi l'egregio geologo parla espressamente, non di
massi isolati, ma di un vero conglomerato granitico, rinvenuto presso
Fornovo, tra il torrente Baganza ed il Taro, sotto ai calcari a fucoidi,
e ne afferma l'origine endogena; e piti avanti asserisce che tutto at-
torno ad uno dei piti importanti affioramenti ofiolitici dell'Apennino
settentrionale, quello del Groppo Rosso (1641 metri) alle origini del
Taro, del Ceno e della Nura, sono abbondantissimi i blocchi di gra-
rato rosso, e che questi abbondano altresì presso il vasto affioramento
serpentinoso delle Ferriere, nel Piacentino (1).
Dopo queste osservazioni ed asserzioni del signor Pareto, per pa-
recchi anni il fatto del granito nelle formazioni serpentinose apenni-
niche fu dimenticato, e soltanto trovai in una Memoria del signor Ga-
staldi (2) una breve e non molto chiara digressione a proposito di un
certo conglomerato con elementi granitici e con massi di calcare, os-
servato dall'autore in non so qual punto della Valle della Trebbia e
che egli riconosce come un talus di roccia rigenerata; restando poi
incerto il lettore sul significato che si intende dare a questo epiteto
ed alla presenza del crisotilo o serpentino fibroso nelle fratture del
conglomerato io questione. Io ritengo che il riserbo del chiarissimo
signor professore sia stato in parte motivato dalla difficoltà da lui
incontrata nel combinare questo fatto colla sua ipotesi, che le ser-
pentine apenniniche, e precisamente quelle di Santa Margherita, rap-
presentano le vette delle montagne delle zone delle pietre verdi, se-
(1) B, Gastaldi. Sùudii geologici sulle Alpi occidentali. Parte II. Fi-
renze, 1874.
(2) Pareto L. Coup^, à travers l'Apennìn, des òoì-ds de la Mediter-
ranée à la vallèe da Po, depuis Livourne jusfiu'à Nice. Ibidem. 2 Sér.
T. XIX. 1861.
T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 71
polle nei terreni eocenici. Ipotesi, della quale non devesi certamente
fare maggior calcolo di quanto che ne faccia l'autore, quantunque essa
gli nascesse spontanea per quella tendenza di assimilazione che pre-
sentano sempre gli studi monografici, quando sono fatti con molto
amore e da nuovo punto di vista. Mi limito di far tesoro della osser-
vazione, elle può esser parsa imbarazzante al signor Gastaldi, sulle
rilegature di crisotilo osservate da lui medesimo nel conglomerato in
discorso, il quale anche per questo carattere deve essere identico a
quello assai comune in tutte le giaciture serpentinose della regione
esaminata. I massi poi di granito, di cui lo stesso autore discorre in
una sua interessantissima descrizione dei terreni terziari del Piemonte,
appartengono al conglomerato esogeno del miocene inferiore e sono
anche nell'Apennino pavese frequentissimi. Ma non è di essi che qui
intendo parlare, sibbene di quelli compresi nelle formazioni ofiolitiche
e nelle argille scagliose a queste sopraincombenti. E siccome di questo
fatto intendo discorrere senza entrare, per ora, molto profondamente
nella questione della genesi di queste due serie di rocce endogene,
così non citerò le opinioni, in proposito di queste genesi enunciate
dall'illustre mio collega della R. Università di Bologna; non essendo
io nemmeno sicuro se tra le rocce, del cui metamorfismo le serpen-
tine apenniniche rappresentano 1' ultimo grado, egli comprenda anche
i graniti o se questi ponga come altro estremo della serie meta-
morfica.
Così non mi dilungo nel riassumere le osservazioni del signor
U. Botti (1), che a proposito di una località, certamente assai inte-
ressante, presso Pontremoli, a Canal Sant'Angiolo, pubblicò alcune
sue osservazioni; accennando ad una molto complicata alternanza di
emersioni granitiche colle serpentine, ma rimanendo incerto egli stesso
se queste debbano o meno esser considerate come eruttive.
Piuttosto ricorderò come sia a questo proposito molto piti esplicito
e pili ricco di importanti dettagli, il signor Carlo De Stefani (2),
quando parla delle rocce serpentinose della Garfagnana, in un inte-
ressantissimo lavoro, dal quale si rivela un ingegno che lascierà traccia
nella geologia italiana. Le sue osservazioni ed idee sono chiaramente
espresse dai seguenti due brani, che io cito con molta soddisfazione,
poiché vi scorgo accennati, con assai piccola diversità, fatti analoghi
a quelli che io rilevava contemporaneamente, senza averne alcun sen-
(1) U. Botti. Delle rocce impastate nel serpentino. Doli. Cora, geologico
italiano. Voi. VII. 1876.
(2) C. De Stefani. Sulle rocce serpentinose della Garfagnana,. Ibidem,
pag. 16-31.
72 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC.
tore (1), in un'altra porzione della formazione stessa dell'eocene su-
periore; ed espressi degli apprezzamenti, dai quali assai poco mi scosto.
Per entrambi rimane posta fuori di questione l'origine endogena delle
serpentine, da considerarsi come lave sottomarine, piti o meno alte-
rate, spostate ed infrante, ma perfettamente alternate colle rocce se-
dimentari dell'accennata formazione; per entrambi intravedonsi le
relazioni, che ponno presentare queste serpentine con le rocce gra-
nitiche, ad esse associate in forma di speciali espandimenti oppure
come elementi di conglomerati eruttivi a pasta ofìolitica. A pagina 21
egli dice: « molto importante è il granito, che spesso accompagna le
rocce serpentinose, qui, come nella Lunigiana, nell'Emilia ed in qual-
che luogo della Liguria. In Garfagnana ne ho incontrati parecchi
lembi presso Camporgiano nel canale di Cornaiana ed altrove, nel
bosco di Villa al Camino e presso il Pontaccio della Mozzanella.
Forma delle masse e forse dei banchi assai ampli ed estesi parecchi
metri cubi, regolarmente circondati da ofiti, da serpentine e da eufo-
tidi ; è costituito da quarzo, feldisdato ortose e clorite, e nei suoi
limiti esteriori il quarzo qualche volta sembra mancare del tutto,
rimanendo il feldspato e la clorite; questa poi all'esterno predomina
in guisa da formare delle masserelle a sé; qualche volta la clorite si
forma per entro delle vene; non è raro che il quarzo ed il feldispato
rimangano soli, ed allora si ha una vera pietroselce, nella quale il
feldspato rimane appena in ispruzzi d'apparenza compatta, o vi sta
in grossi e ben distinti cristalli, si che ne deriva alla roccia un'ap-
parenza di granito grafico. »
E piti oltre, a proposito sempre di esso granito, dopo aver attri-
buito le eufotidi ad una secrezione, una specie di adunaraento cri-
stallogenico dei minerali prima dispersi nelle masse delle serpentine,
soggiunge: « Sull'origine dei graniti si potrebbe avere qualche dubbio
maggiore, e si potrebbe quistionare, come taluno altrove ha fatto, che
le serpentine li abbiano trasportati tali e quali, in frammenti, dalle
profondità e li abbiano condotti dove ora li vediamo; ma a me sembra
che, se non dirò posteriori, sieno almeno contemporanei ad esse; in-
fatti, se furono portati da grandi profondità, perchè non hanno appa-
renza angolosa ed irregolare e perchè formano dei banchi assai grandi,
paralleli alla superficie dell'orizzonte d'allora? Perchè di questo grande
avvenimento risiedente nella manifestazione di una forza cosi grande
(1) Le osservazioni da me esposte in una breve nota sulla stratigrafia
dell' Apennino vogherese e bobbiese nello scorso anno, furono stabilite
nella primavera e nell' autunno dell' anno precedente, ed allora io non
conosceva il lavoro del signor De Stefani,
T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 73
e così replicate volte palesata, noa ò rimasta alcun' altra testimo-
nianza né altra roccia vi è tra le tante che avrebbero dovuto essere
state incontrato al di sopra del granito, la quale, insieme col gra-
nito, sia stata strappata dalle serpentine? Perdio, se frammenti così
grandi furono strappati, ne mancano altri che sieno via via minori?
Forse la forma lavica granitica, come manifestazione secondaria, ka.
accompagnato la lava serpentinosa, e questa spiegazione è ragione-
vole, se non perchè sia in accordo coi fatti della natura, che sino ad
ora non ci danno autorità di affermare nulla di simile, certo perchè
si accorda colle teorie più o meno verosimili, che tengono ora il
campo della geologia. »
In quanto a me, troverei molto più in accordo colle osservazioni
fatte dai geologi sulle transizioni per metamorfismo dalle varie rocce
alle ser[ientine, e specialmente a quelle preziosissime raccolte dal Bi-
scof e dal Rath, ed alle molte stabilite sulle formazioni ofiolitiche dei
Pirenei, l'idea che tali massi od aggregati di massi sieno stati real-
mente dilacerati, come era pensiero del signor Pareto, da un sotto-
suolo granitico, della cui elaborazione endogena sotto il mare eoce-
nico, avvenne appunto, per azioni chimiche ancora da studiarsi, la
preparazione dei magma magnesiaci, iperitici e feldspatici, che for-
mano il complesso delle rocce ofiolitiche (I). Nella quale ipotesi si spie-
gherebbe la mancanza di altre rocce, se non delle gneissiche e delle
scistose, che pur si osservano più scarse; essendoché nella massa ap-
punto di una formazione granitica, forse appena ricoperta da scarso
mantello gneissico, si sarebbe compiuta la preparazione delle lave
(l) Richiamo a questo proposito il fatto assai importante della presenza
del granito in massi di vario volume nei dintorni di Fresinone, nella regione
vulcanica degli Ernici, che trovo indicata in una Memoria del signor W.
Branco (Atti R. Accademia dei Lincei, voi. 76-77). Vi si parla non solo di
un conglomerato probabilmente miocenico, composto di ciottoli di granito,
di gneiss, di porfido quarzifico e di micascisto, cementati d'arena silicea,
presso l'Abbadia a sud di Ceccano; ma si osservano anche tra gli interclusi
vulcanici altre a due varietà di trachite , anche due varietà di granitoj
l'uno a granati bruni con poca tormalina, l'altro con mica nera, piccoli
granati gialli e titiinite, entrambe a feldispato ortose. Questi massi di gra-
nito si trovano insieme coi lapilli e crede che l'autore a ragione propenda
a ritenerli veramente arrestati dalla bocca vulcanica, che probabilmente si
aperse presso di Amara, nella quale località tali massi sono assai frequenti.
Conviene però notare che se questi erratici vulcanici sono prova dell'esi-
stenza del granito nel sottosuolo, non escludono per la loro natura litogica
che questo possa essere un granito terziario, coevo a quello dell' Elba e di
Gavorrano.
74 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SÉRPENTINOSA, ECC.
magnesiache, delle quali il signor De-Stefani, al pari di me, riconosce
l'eruzione sottomarina. A questa idea procurerò, in altra occasione, di
dare maggior appoggio di verosimiglianza, se altri fatti, oltre quelli
che ho raccolti e che sono per esporre, non ne modificheranno o di-
struggeranno gli argomenti che al momento me ne hanno persuaso,
la questo studio, un geologo ha duopo del piti ampio corredo di dati
chimici, che egli, generalmente, non può direttamente procurarsi, e
di difficili analisi mineralogiche, e nelle deduzioni occorre certamente
la massima prudenza. Epperò mi si condonerà, io spero, se getto
quest'idea nel campo scientifico col massimo riserbo, come il punto
di vista di ulteriori studi miei e di altri. E siccome questa ipotesi
non mi porta molto lontano dalle idee del signor Carlo De-Stefani,
così sono lieto che entrambi, in fondo, abbiamo sancito un fatto per-
fettamenta in accordo coi princi[»j di geologia endogena, contenuti
in quel libro non mai abbastanza meditato, col quale un membro di
questo onorevole Istituto ha segnato un' epoca incancellabile nella
storia della geologia. Entrambi, io spero, siamo sulla via di portare
un valore piti preciso a molte denominazioni, che comparvero nelle
opere che trattano delle rocce ofiolitiche, quali sono, a cagion d'esem-
pio, la serpentinizzazione, la gabbrificazione, la diasprizzazione e così
via. Ma ciò basta, se non è di troppo, per i confronti col fatto della
esistenza del granito nelle serpentine dell' Apennino pavese: prima
però di darne qualche dettaglio, occorre che spenda due parole per
la giacitura, in altre regioni apenniniche del granito stesso in seno
alle argille scagliose, della quale appunto ho raccolto eziandio alcune
prove nella regione da me esplorata.
L'autore che ne parla con maggior dettaglio è il Mantovani, in due
Memorie, di cui l'obbiettivo è, io temo molto meno importante dei
molti e preziosi dettagli somministrati dall'autore. Nella prima Me-
moria (1), accenna egli ripetutamente alla esistenza di massi di gra-
nito, di gneiss, di clorite, e di scisto granatifero nelle argilU scagliose
del Reggiano; fatto che io pure ebbi il piacere di verificare con
molti altri contenuti in quello scritto in una mia recente escursione
in quella provincia. L'origine endogena delle argille parmi non sia
punto dubitata dall'autore; ma la loro emissione si riporta a parecchi
periodi geologici e si fa seguire da troppo complicate vicende; mentre
a me sembra che esse argille sono quivi, come nell'Apennino ligure e
pavese, limitate alla base delle arenarie e dei calcari a fucoidi, lungo
gli affioramenti numerosi ma poco estesi delle serpentine, indicate
(1) Delle argille scagliose dell' Emilia e dì alcune ammoniti in esse com-
prese. Atti Soc. di scienze nattor. in Milano. Voi. XVIII, fase, I. 1876.
T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 75
con molto dettaglio ancho nella carta del signor Doderlein. Il signor
Mantovani sembrami propenso a giudicare questa presenza siccome il
residuo di una alterazione avvenuta posteriormente alla emissione di
rocce vulcaniche aggregate, in cui esso granito sarebbe stato piti fre-
quente e forse la parte principale; la quale idea è esclusa dalle con-
dizioni di massima omogeneità, che spesso le argille presentano; in-
quantochè, nella maggior parte dei casi, l'apparenza frammentizia che
le rende cosi distinte, proviene, non già da materiali da essa traspor-
tati ed importati, sibbene dalla frattura e dallo sfacelo superficiale,
spingentesi sulle chine dei monti o nelle valli a ragguardevole pro-
fondità, delle rocce già regolarmente alternate coli' argille scagliose.
Le quali condizioni di regolare alternanza colle rocce sedimentari
isocrone fu certamente la ragione clie mosse il già citato signor De
Stefani, in una menzione delia Memoria del Mantovani (1), a ritenere
meno probabile la loro origine per vulcani di fango. Io però, nella
convinzione che questa sia la sola sostenibile, non veggo difficoltà ad
ammettere una dispersione degli elementi interpolatamente eruttati
sul fondo marino e la loro alternanza con depositi, che accusavano a
sopita vulcanicità soltanto per l'assoluta mancanza di animali fissi a
questo fondo. Né a ritenere questa origine delle argille scagliose, sic-
come esposi nella Nota presentata lo scorso anno, mi trattiene punto
quanto pare obiezione fortissima al signor Mantovani in una seconda
sua Memoria pubblicata su questo argomento: cioè la presenza in esse
di dioche e filoni di rocce eruttive, o di minerali metalliferi. Questa,
infatti, se constatata dipendente da vera intrusione oppure da meta-
morfismo, o da concentrazione, è però sempre un fatto conseguente
ed in armonia perfetta coli' attività vulcanica perimetrica, della quale
esse argille scagliose sono un raaltiforme rappresentante. Queste rocce,
che benissimo conosce chiunque si sia occupato della geologia apen-
nina per tutte le cattive qualità, descritte con molto spirito dal si-
gnor Gastaldi e che già dal 1840 aveva distinte il Bianconi, hanno
tutti i caratteri ch^ assumer devono dai prodotti fango-vulcanici sot-
tomarini e quindi non ponno esser ritenute d'origine diversa; rima-
nendo amplissimo campo allo stratigrafo ed al geologo nel determi-
nare poi le modalità e la varia epoca della loro emissione e del loro
rimaneggiamento al fondo del mare. A definire le quali questioni,
importantissime per la geologia dell'intera penisola, non sarà inutile
che vengano continuate e completate le osservazioni del signor Do-
derlein, che però io ritengo esatte, sull'epoca della zona a madre-
pore che si innesta al calcare assai impropriamente detto semi-
(1) Rivista semestrale di scienze fisico-naturali. Firenze, 1876.
76 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC.
cristallino della pietra di Bismantova, al quale sembrami manchino
i caratteri dei calcari numuUtici alternati od inferiori alla formazione
del Flisch alpino. Ammettendo una generale discordanza tra le serie
eocenica, miocenica e messiniana, la stratigrafia delle provincie di
Parma e di Reggio, parrai si semplifichi in modo assai naturale e
molto in accordo colle condizioni delle formazioni stesse nel versante
padano dell'Apennino. Senza punto voler prevenire il risultato di
questi studi e senza voler quindi negare recisamente che colà, nel-
l'Emilia, come nel Bolognese e nella Toscana, possano esistere argille
scagliose e galestri di piti epoche, come esistono, a cagion d'esempio,
parecchi livelli di marne iridate nella potentissima formazione del
Trias alpino, per le osservazioni pubblicate dal Mantovani e per le mie
proprie nelle vicinanze di Rossena, Canossa e Castelnuovo ne' Monti,
non mi perito di asserire che la zona di argille scagliose dal Tresi-
naro al Crostolo e quella di Visignolo, che ne rappresenta la conti-
nuazione e che contiene ancora piìi abbondanti i massi di granito, si
pongono a livello delle nostre eoceniche, superiori alla zona ofiolitica,
dell'Apennino pavese. Epperò il fatto della presenza in esse del gra-
nito è analogo e coevo a quello di cui intendo piti sotto discorrere,
completando le osservazioni fatte dal signor Pareto presso Borgo-
ratto, nel Vogherese. E questo fatto della presenza del granito nelle
argille scagliose, per i noti legami che esse hanno colle rocce ofìoli-
tiche, (delle quali però sono molto piti estese ed in generale piti re-
centi), torna pur esso a confermai, comunque venga interpretato, della
esistenza di quel sottostrato granitico, già imaginato di sopra siccome
la sede della elaborazione delle rocce vulcaniche sottomarine, durante
la sedimentazione dell'eocene apenninico.
Mi si perdoni se, trattandosi di un fatto che può tornare impor-
tantissimo, prima di esporre le mie osservazioni, volli esaminare iu
quanto esse potessero accordarsi coi fatti omologhi da altri, apposita-
mente od incidentalmente asseriti e far cenno anche delle mie idee
in proposito, che però dichiaro furono in me aflfatto posteriori all'esame
delle località ed allo studio di queste formazioni apennine, che erano
per me nuove, appena or sono due anni.
Veniamo ora alla descrizione degli osservati giacimenti del conglo-
merato granitico; prima nelle serpentine, quindi nelle argille scagliose.
Non uno degli affioramenti serpentinosi, che in gran numero si al-
lineano nell'Apennino pavese, da Montebruno alle origini della Treb-
bia, sino a Zebedassi di Volpedo, non molto lungi da Tortona, sulla
distanza di oltre ottanta chilometri, non uno, dico, manca dal presen-
tare, in proporzioni maggiori o minori, il conglomerato granitico in
discorso. Ma la località ove tale roccia è in proporzioni piti colossali
T. TARAMELLl, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 77
ed in piti evidenti, o, dirò meglio, meno confusi rapporti colle rocce
ofloliLiclie, sono le seguenti, che esaminerò successivamente da set-
tentrione a mezzodì. Sono: il Dosso del Groppo, presso Pregola, alle
origini del torrente Staffora, che per una valle quasi interamente
sculta in rocce eoceniche scende a Rivanazzano ed a Voghera; il
monte Pamperdìi, quasi allo stesso parallelo e posto alla sella tra la
valle del Tidone, sopra Romagnese e la valle della Trebbia, a nord
di Bobbio; dal paese di Gariseto sino a Selva, a sud-est di Cerignale
nel Bobbiese, molto in alto nel versante sinistro della valle dell'A-
veto; finalmente presso il villaggio di Pietranegra, a sud di Ottone
e nord-est di Rovegno.
Nella prima località sono allineati da levante a ponente tre grossi
cumuli di serpentine, ad amigdale alternate da rocce dialligiche e
da rocco amorfe, brecciute, a rilegature serpentinose e steatiche o di
roccia asbestoide. Tra il più orientale di questi grugni, per chiamarli
col nome molto espressivo dato loro dal d'Acchiardi, quello che se-
gue, perfettamente compresa nelle ofloliti, avvi una massa di poco
piti di una cinquantina di metri di diametro di conglomerato gra-
nitico. Vi si può distinguere benissimo un cemento porfiroide, con
frammenti di cristalli feldspatici, disseminati in un fondo verdastro,
cloritico, lamellare, talora arrossato come lo furono generalmente
per alterazione tutte le rocce di questo gruppo. Gli elementi sono
massi più o meno voluminosi, mai però colossali, di granito e feldi-
spato rosso, con clorite e mica verso la periferia dei massi alte-
rata, con qualche lamella di talco e con non rari noduli di stea-
tico. Il feldispato è in grossi nodi o frammenti di cristalli tanto nella
parte, piti cloritica, che nel granito micaceo pili saldamente rilegato
dal quarzo. Questo però non manca giammai nella pasta, in essa
come nei massi presentando quell'aspetto resinoso che caratterizza la
silice e non assume giammai forme cristalline. Mentrechè nelle frat-
ture delle rocce circostanti e specialmente di certe iperiti granulose
e degli scisti argille-micacei alternati alle circostanti arenarie, il
quarzo è piuttosto abbondante in belle geodi. Frequentemente sulla
pasta porfiroide come sui massi del conglomerato si osservano chiazze
di ossido di ferro o di manganese; ma di minerali di rame non ne
vidi traccia, quantunque non sia discosto il giacimento di una eufo-
tide con calcopirite, presso il Ponte Organasco. Precisamente come
aveva notato il signor Sismonda al M. Barberino di Bobbio, gli ele-
menti del granito sembransi sciolti, anziché frantumati, nella pasta
ed i massi granitici non presentano mai degli spigoli acuti né grande
differenza litologica colla roccia che li comprende. Attorno a questo,
aflaoramento, a contatto esatto col medesimo, non sono vere serper^-?.
78 T. TARAMELLT, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC.
tine, sibbene dello diabasi od iperiti a cristallizzazione imperfetta, e
tra questi ed 1 serpentini qualche banco di arenaria micacea, punto
alterata. Movendo verso sera, giunto alla base il dosso accuminato
di serpentina diallagica, che torreggia elevato quasi di 100 metri
sul paese di Pregola, si raggiunge in un quarto d' ora il così detto
Groppo, che ha un dosso interamente costituito dal conglomerato gra-
nitico; località che il signor prof. Balsamo aveva osservato, rac-
cogliendovi dei bei saggi alle base occidentale del dosso, presso il
molino. Quivi si conservano tutti i caratteri accennati per l'altro
affioramento; si mantiene, anzi si aumenta la pasta porfiroide, ori-
ginariamente verdastra, granulare, silicea e cloritica; sono sempre
presenti il talco amorfo a lucentezza resinosa. Mancano tuttora ana-
lisi chimiche per poter appoggiare la ipotesi, che sorge assai spon-
tanea dall'osservazione di questa roccia, di una dissoluzione idro-
termica del granito e del suo passaggio a roccia ofiolitica. Ma ho
forniti i materiali per stabilire queste analisi e l'esame microscopico
al chiarissimo signor coram. A. Cessa, che aggiungerà il loro studio
chimico e microscopico ai molti e pregevoli lavori fatti in prò della geo-
logia italiana e già a quest'ora ha potuto favorirmi alcune preziose
indicazioni sulla composizione e sulla struttura del granito raccolto
nella seconda delle accennate località.
Il conglomerato di Pregola si vede affiorare a tratti, tra le rocce
del Flysch, sino a S. Margherita e più oltre sin presso Bosmezzo;
quivi però in massi isolati, sempre accompagnando le serpentine che
vi formano numerosi affioramenti. Le argille scagliose ai. osservano
pur esse nella interessante località e precisamente ricoprono il con-
glomerato e la serpentina fino alla sella di Brallo, dovuta appunto
alla prevalente erodibilità di esse rocce. Tra il conglomerato grani-
tico e le argille si svolge, piti o meno larga, una zona arenaceo-mar-
nosa coi caratteri i pih normali; mentrechè tra le serpentine e sotto
di esse, quivi come in tutta l'area da me esaminata, prevalgano i cal-
cari marnosi, cinerei o giallognoli, compatti, giammai alterati, sib-
bene infranti e rilegati da argilla serpentinosa, e conservanti tal-
volta le loro fucoidi. Dal Groppo di Pregola alla base del colle di
S. Margherita, la zona d'affioramento del conglomerato in discorso è
di circa 4 chilometri; sulla quale distanza però la roccia si perde
più volte sotto lo sfacelo e tra le contorsioni e le fratture delle rocce
che la comprendono. Al R. della Prella, sotto S. Margherita, il si-
gnor prof. Balsamo raccolse un campione di questo conglomerato con
incluso un ciottolo calcare, che non accusa la menoma alterazione;
il qual fatto io posso confermare avendone raccolti alla mia volta
altri campioni, quivi e nell'ultima delle accennate località, a Pietra-
T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 79
negra. E questo rinvenimento ed il co;n['le3so dello osservazioni fatte
del mio b.3n amato predecessore furono ragioni perchè egli pure com-
prendesse la roccia in discorso nei conglomerati a pasta serpentinosa,
quando scrisse delle rocce pavesi nelle notizie naturali di questa pro-
vincia (1).
AI monte Pamperdti, a nord di Bobbio, i rapporti della roccia in
discorso non sono meno evidenti. Quivi le serpentine sono allineato
come a Pregola in due zone dirette al nord e sud, dalla valle del
Tidone al letto della Trebbia, cui la piti orientale di essa attraversa
al monte Barberino, per salire al monte dei Gavi in territorio piacen-
tino, mentre la zona occidentale si arresta a Cà de' Brugnoni, a mez-
z'ora di cammino a ponente di Bobbio. La Pietra Corva ed i Sassi
neri rappresentano i punti culminanti di questi due affioramenti, ad
un'altitudine di circa 1100 metri. Tra queste eminenze, caratterizzato
dalla nota fisionomia dei cumuli ofiolitici, si innalza un dosso arro-
tondato, quasi tutto ricoperto di abbondante vegetazione e separato
dalle eminenze stesse per due selle scolpite in arenarie ed in calcari
marnosi a fucoidi. Quel dosso, elevato circa una settantina di metri,
è quasi interamente costituito dal conglomerato granitico e da una
iperite arenacea, che passa gradatamente a serpentina brecciata verso
la Pietra Corva. 1 caratteri della roccia sono identici che a Pregola;
ma in complesso la pasta cloritica sembra essere quivi ancora piti
abbondante e fare passaggio più graduato alla iperite. Quivi pure lo
sfacelo del conglomerato è commisto a quello di arenarie e marne;
onde pare evidente che con esse fosse in origine alternato, quantun-
que la vegetazione e la conformazione del suolo non permettano di
verificare quivi i reali rapporti di queste rocce. Sicuramente però
posso affermare che giammai, né quivi né altrove, trovai i massi
granitici direttamente compresi nella serpentina amorfa o diallagica
e che i cumuli serpentinosi massici non presentano traccia di granito;
il quale fatto parrai che dimostri come il conglomerato granitico,
costituisse una speciale roccia eruttiva, che veniva emessa alternata-
mente alle colate serpentinose. Nell'idea, che si può avvanzare che
queste da quello provengano per una serie di alterazioni precedenti
alla eruzione, questa, per così esprimermi, non sempre avveniva a
completa digestione; ma a volta i magma cristallini lasciavano posto
ai magma fangosi e questi agli aggregati vulcanici, con quella vicenda
che sotto altre forme litologiche ci presentano la più parte delle for-
mazioni vulcaniche. Ma continuiamo la esposizione dei fatti.
(1) Notizie naturali e chimico-agrarie sulla Provincia di Pavia. Pavia,
X864.
80 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC.
La terza località da Cariseto a Selva, a nord-est di Ottone, destò
piti delle altre la mia ammirazione. Le rovine del colossale castello
dominano coi piti pittoreschi dettagli un dirupo assai scosceso, ai cui
piedi sembra rannicchiato il paesello, composto di miseri abituri. Il
dirupo del castello ed una cresta mirabilmente scheggiata, che da esso
si diparte ricordando i piti bizzarri trafori delle aguglie alpine, sono
appunto costituiti interamente dal conglomerato granitico, il quale
in questa località, è si può dire tutto d'un pezzo, con scarsissimo ce-
mento. Moltissime fratture verticali ed orizzontali infrangono il diru-
po, facilitandone evidentemente la rovina; ma prescindendo da queste
fratture abbiamo in esso non già un aggregato di pochi massi, non
già un banco di pochi metri di potenza, ma un vero monticolo di gra-
nito lungo un mezzo chilometro ed emergente di circa 40 metri dal
circostante ondeggiamento di terreno marno-arenaceo. I serpentini
sboccano pur essi a nemmeno 200 metri di distanza, a ponente ed a
mezzogiorno del monticolo granitico; ma sono in proporzioni ristrette,
mentrechè, a breve distanza, sopra e sotto, si sviluppano enorme-
mente, formando uno dei piti interessanti affioramenti dell'Apennino,
da Cerignale sino al vertice dei monti Belloccio e dello Zucchero, che
stanno appena a ponente di Cariseto, a circa 1500 metri sul livello
marino.
Da Cariseto poi il conglomerato granitico si accompagna quasi
continuo fino al paesello di Selva per oltre 3 chilometri e se ne ve-
dono frammenti anche nel versante destro della Trebbia, nella valli-
cola che sbocca a tramontana di Ottone. E presso Selva la roccia in
discorso presenta un cangiamento rimarchevole di struttura; facen-
dosi tutta a grana minutissima, omogenea, di colore roseo bellissimo,
con filoncelli ed amigdale selciose, sicché la si piglierebbe per una di
quelle lepiiniti che si descrivono comuni all'Elba coi graniti tonuali-
niferi.
In questo interessantissimo giacimento osservansi le stesse varietà
di granito che altrove. Avvene cioè di rosso, con grossi cristalli feldis-
patici; di grigio, con feldispati lucenti, a prismi assai allungati ed a
sfaldatura facilissima; di verdognoli, in cui tutti gli elementi e spe-
cialmente il quarzo sono colorati dalla tinta della parte colorita od
iperitica e questi son quelli che hanno piti abbondanti le rilegature
ed i noduli di steatite.
Nella quarta località di Pietra-negra, a nord-est di Rovegno, la
importanza della presenza del conglomerato granitico è resa ancora
maggiore dall'essere quasi in esatta sua contin'-^u^ne un'ampia amig-
dala di gabbro rosso, metallifero, la quale a...HWrsa ad un tempo
stesso e la Trebbia e l'Aveto. Il filone cuprifero piti importante è sotto
T. TARAMELLT, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 81
il paese di Rovegno ed è irregolare, presso il contatto di una delle
numerose ma molto limitate masse ofiolitiche, che mi sembrano piut-
tosto investite dal gabbro stesso anziché injettate in esso; parecchi
escavi però furono fatti in direzione di levante, sempre presso al
contatto di queste due rocce quivi pure associate. Rispetto a questa
potente formazione di gabbro-rosso (la quale presenta tutti i caratteri
per cui essa roccia si distingue nella Liguria e nella Toscana, quivi
pure alternandosi coi piti svariati diaspri, regolarmente stratificati
e con non rare interposizioni di banchi calcareo-marnosi ed anco are-
nacei) il nostro conglomerato granitico mantiene una posizione infe-
riore, e tra l'uno e l'altro si notano delle iperiti arenacee, con belle
venule e geodi di quarzo jalino od ametistino e qualche banco di cal-
care marnoso. Il monte Castellazzo (1049™), a tramontana di Pietra-
negra, è appunto tutto formato di queste iperiti; mentrechè il conglo-
merato affiora precisamente al paese e per piccolo tratto verso Ro-
vegno, ad immediato contatto con un dosso serpentinoso costituito di
una bellissima varietà di roccia diallagica, la quale affiora poi di
bel nuovo e con maggior sviluppo appena a levante della miniera e
del paese di Rovegno. Siccome la roccia iperitica di monte Castel-
lazzo presenta graduato passaggio col gabbro-rosso , anzi non è che
la pasta di questo non alterata da più avvanzata ossidazione e priva
degli interclusi calcari e diasprigni, cosi quivi a Pietra-negra, la po-
sizione del conglomerato granitico si può considerare precisamente
tra il serpentino che sta sotto ed il gabbro-rosso, che lo ricopre.
Le roccie che sopportono questa serie, irregolarmente ma indub-
biamente stratiforme, sono gli stessi scisti argillosi passanti ad ag-
glomerati marnosi di frammenti ofiolitici ed attraversati da masse
ofiolitiche, generalmente a struttura brecciata e molto abbondanti di
noduli steatitici. Tale relazione di rocce vedesi distintamente scendendo
dal monte Castellazzo ad Ottone per Retaglià; mentrechè movendo
di Pietra-negra e Rovegno in direzione di mezzogiorno, si attraversa
in tutto il suo spessore e si può esaminare in tutta la sua varietà
litologica la curiosa formazione del gabbro-rosso ^ nella quale, con
tanto unanime accordo sebbene con non troppo saldi argomenti la
maggior parte dei geologi riconobbero una roccia sedimentare meta-
morfosata. Non per contraddire al presente a questa idea, che per es-
sere molto diffusa deve avere almeno un certo grado di verosimiglianza
sì da esigere in chi la obbietta copia grandissima di cognizioni di
fatto e la più accurata distinzione dei molti gruppi litologici che pas-
sano sotto questo nome di gabbro-rosso, ma soltanto per dire le cose
come stanno nella i^^^xoriQ da me esaminata, affermo che tanto sul
gabbro-rosso, come nel conglomerato granitico, come nelle breccie
Bendiconti. — Serie II. Voi. XI. 6
82 T. TAR4MELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC.
serpentinose sottostanti, trovansi abbondantissimi gli interclusi calcari
e che questi interclusi non presentano altra alterazione tranne un co-
lorito verdastro al contorno ed in alcuni casi soltanto, la presenza di
alcuni cristallini romboedrici di calcite disseminati nella massa, tutta
attraversata da venule dello stesso minerale; cristallini e venule che
certamente non si può affermare mancassero indubbiamente alla roc-
cia originaria, prima d'essere frantumata e compresa comechesia nella
pasta argillosa od ofiolitica del gabbro-rosso e delle serpentine, op-
pure nella pasta feldspatico-quarzoso-cloriti'ca del conglomerato gra-
nitico. Osserverò d'altronde che questi interclusi presentano la mas-
sima analogia coi calcari litografici di Menconico, di S. Maria di
Bobbio e di S. Margherita, i quali appunto si alternano colle forma-
zioni ofiolitiche ed al contatto colle argille cloritiche presentano quelle
smaltature verdastre, che i citati interclusi calcari offrono al loro con-
torno.
Nei dintorni di Pietra-negra e Rovogno non mancano le argille
scagliose, osservandosene una stretta zona presso il Gorreto, a Fon-
tanarossa ed a Truscì di Ottone, alla base dell'enorme pila di calcari
marnosi e di arenarie che forma il monte Broglio soprincombente;
ma in queste località sono a sprazzi isolati. Soltanto verso tramon-
tana, al Ponte Organasco, pigliano il sopravento per continuare con
sempre maggiore sviluppo, attraverso alla sella di Brallo, nella valle
della Stafferà e nelle contigue del Vogherese.
Dalle accennate relazioni stratigrafiche appare che la zona di mas-
simo sviluppo del conglomerato granitico è normalmente compresa tra
quella di massimo sviluppo delle serpentine e quella dei gabbri, delle
iperiti e delle argille scagliose che ricoprono la formazione serpenti-
nosa. Ove si osserva esso conglomerato tra le serpentine, come a
mattina di Pregola ed ai Gerbidi di Bobbio; quivi è facile sia in dic-
chi, infranti e svisati dai movimenti subiti dalle formazioni eoceni-
che; nella maggior parte dei casi però tra il conglomerato e le ser-
pentine stanno zone piti o meno potenti di rocce prettamente sedimen-
tari, come arenarie micacee e calcari marnosi.
Riguardo alla struttura mineralogica ed alla composizione chimica
del granito compreso nel conglomerato in discorso, lascio la parola
all'egregio chimico, il signor comra. prof. A. Cessa, il quale colla
nota abilità stabilì su di esso le seguenti osservazioni, che egli si
compiacque trasmettermi e permettermi che le rendessi di pubblica
ragione.
« Il campione di rocce di Romagnese che ho esaminato per inca-
rico dell'amico e collega prof. T. Taramelli è essenzialmente com-
posto: a) di feldspato ortosio, di color roseo in grossi cristalli, di
T. TARAMELLI, DEL GHANITO NELLA FORMAZIONE SEKPENTINOSA, ECC. 83
cui alcuni sono geminati secondo la legge di Carlsbald; b) di un
feldspato triclino, di color bianco, molto alterato; e) di granuli di
quarzo di color bianco cinereo; d) di lamine di clorito di color ver-
de; e) di clorite terrosa; /*) di poca calcite, aderente specialmente
alla clorite terrosa ed al feldispato plagioclasio.
«.Coi saggi chimici ho trovato nella roccia dell'acido fosforico, il
quale, come risulta dalla osservazione microscopica, si trova nella
roccia combinato alla calce sotto forma di apatite.
«Il feldispato monoclino diede all'analisi sicuro indizio della pre-
senza della litina. Il feldspato bianco si decompone piuttosto facilmente
l'azione dell'acido cloridrico concentrato e lascia svolgere bollicine di
gas anidride-carbonica.
« Ciò che rende veramente interessante questa roccia è la struttura
del feldspato roseo, che ne forma il componente principale. Questo
feldspato presenta tutti i caratteri cristallografici del feldspato mo-
noclino; è pochissimo alterato. Esaminando con un microscopio po-
larizzante una sottile laminetta di sfaldatura corrispondente alla
faccia (001) si osserva, anche con un piccolo ingrandimento, che essa
presenta due sistemi di finissime striature parallele alle facce del
cline e dell'orto-pinacoide e che perciò si intersecano ad angolo retto.
« Ho ripetuto sopra dieci cristalli questa osservazione ed ebbi sempre
lo stesso risultato. Il modo con cui queste striature si comportano
alla luce polarizzata, la loro posizione rispettiva e per di più i risul-
tati dell' analisi chimica, che svelò nel feldspato la presenza di quan-
tità relativamente grande di soda, conducono ad ammettere che que-
ste striature dipendono dalla interposizione regolare di lamine di al-
bitey come venne già osservato in feldspati di altre località. L'esame
adunque di questa roccia conferma sempre piti la nota teoria di
Tschermak sulla costituzione dei feldspati.
« Osservando tre sezioni molto sottili di questa roccia ho notato
che il feldspato roseo, oltre alla particolare strattura già rilevata in
lamine isolate, contiene molte interposizioni, tra le quali piccoli cri-
stallini di apatite^ lamine esilissime di ferro micaceo e cristalli di
plagioclasio quasi completamente alterati. Il feldspato triclino, bian-
co, è così alterato che in molti casi è quasi completamente opaco.
Però indubbiamente potei osservare in tutti i tagli qualche punto in
cui era evidente la struttura caratteristica di questo minerale.
Il quarzo è molto piU ricco di interposizioni di quello del granito
di Baveno. Contiene moltissime cavità con liquidi e libello mobili e
molti microliti.
La clorite presenta nulla di interessante. La mica è molto rara in
questa roccia, »
84 T. TARAMELLl, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTLVOSA, ECC.
La importanza di queste osservazioni, specialoaente in riguardo
alla struttura del feldspato, alle varie ortose disposizioni dei feld-
spati ed allo stato bolloso del quarzo, nonché alla esistenza dei cri-
stallini di fosfato e di oligisto, non sfuggirà certamente al lettore.
Circa ai nessi genetici, che ci ponno in base a tali osservazioni in-
durre e quindi studiare colle rocce ofiolitiche, faccio rimarco alla
estrema scarsità di mica, che caratterizza granito normale ed all'ab-
bondanza in suo luogo di un minerale idrato e molto raagnesifero
quale è la dorile; lo stesso minerale che abbonda, anzi costituisce
quasi essenzialmente, ancora cristallino, ma per lo più terroso, la
pasta del conglomerato granitico.
Evidentemente questa identità del minerale prevalente nella pasta
del conglomerato con uno dei componenti del granito compreso non
può essere fortuita. Essa può interpretarsi come conseguenza di uno
o dell'altro di questi fatti. che il granito, precedentemente esistente
ed infranto, ha subito una alterazione chimica simile a quella che
molti autori, e specialmente il Bischof ed il Garigou, descrivono av-
venute dei graniti, delle granuliti e delle eglogiti della Baviera, del
Nassau e dei Pirenei, per la quale alterazione alle basi alcaline ed
alla allumina si è sostituita quasi completamente la magnesia; op-
pure, se vuoisi considerare questo conglomerato come una accidenta-
lità di struttura di una roccia feldspatica, che andava sotterranea-
mente isolandosi dalle preesìstenti rocce ofiolitiche, sarebbe avvenuto
il fatto molto naturale che gli elementi feldispatici, agglutinandosi
con un cemento quarzoso, comprendessero la clorito che abbondava
nella pasta della roccia in formazione. Per quanto però questa se-
conda spiegazione possa parere naturale ed in accordo ad induzioni
che ponno stabilirsi circa l'origine dei graniti eocenici e delle tra-
chiti ad apparenza granitica e porfiroide, di poco piti recenti, della
Toscana e dell' Elba, si oppone alla sua accettazione la differenza
profonda tra questo granito e le rocce felspatiche, diallagiche o
meno, che sono intimamente commiste al serpentino e specialmente
all'ofìolite. D'altronde mal si potrebbe con essa spiegare lo stato
frammentizio in così vasta scala presentato dagli elementi granitici,
non solo nell'Apennìno italiano ma nella Svizzera e nella Baviera,
anche in località scarse o mancanti di affioramenti serpentinosi. Pei'
la qual cosa sembrami molto prudente per ora limitarsi alla con-
statazione dei caratteri mineralogici della roccia e della sua giaci-
tura frammezzo alle rocce offiolitiche ; al quale proposito, per la re-
gione da me esplorata, sono condotto alle seguenti conclusioni:
1.° Il conglomerato granitico formava delle amigdale alternate
cogli strati dell' eocene superiora e cogli espandimenti stratiformi
T. TARAMELLT, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 83
delle rocce ofioliticlie, specialmente tra le piti recenti di queste
rocce ;
2." che tra esso conglomerato e le rocce ofìoliticbe od il gab-
bro-rosso nella maggior parte dei casi esistono rocce sedimentari, re-
golarmente interstratificate e punto raetemorfosate;
3.° che le amigdale di questa roccia furono rotte, sportate e
sconvolte; non meno di quanto lo furono le serpentine e le rocce af-
fini, le quali sono al pari del conglomerato granitico alternate colle
sedimentari marine;
4." la struttura degli elementi di esso conglomerato in confronto
con quelli della pasta è tale da accennare piuttosto ad una disgre-
gazione per soluzione idro-termica degli elementi granitici, anziché
ad una meccanica fratturazione di una roccia granitica. Questo fatto
potendosi per sé stesso interpretare, sia come effetto di una alterazione
di una preesistente roccia granitica, sia come indizii di nna incipiente
formazione sotterranea di roccia feldspatico-cloritica in seno od in
prossimità di rocce ofìoliticbe.
Poco ora mi rimane di aggiungere per venire a conclusioni poco
dissimili, a proposito del conglomerato stesso, alternato colle argille
scagliose a molta distanza dagli affioramenti di rocce otìolitiche, sic-
come ebbe a notare per la prima volta nell'Apennino il Pareto nella
breve ma assai importante descrizione geologica della Provincia di
Genova (1). La località dell' egregio geologo esaminata è indubbia-
mente alla base della salita di Borgoratto, nella vai di Coppa; a
circa tre ore di cammino a sud di Montebello, alle falde occidentali
del dosso chiamato Costa Pelada. Come può indursi dal nome, que-
sto dosso è costituito da argille scagliose, alternate, quindi ricoperte
con arenarie e marne del Flyscl. Esse argille affiorano distintissime
lungo la china del monte che è in continuo sfacelo, e nei burroni
assai profondi e numerosi. Sono distintissime ove la erosione è con-
tinua e la superfìcie quindi continuamente rinnovata; mentrechè ove
il terreno è pili stabile, pur mantenendosi la caratteristica sterilità,
dovuta in parte all'abbondanza di gesso disseminato sulle argille, la
loro colorazione è meno intensa e più uniforme. Anche sul versante
orientale della Costa Pelada, di fronte al paesello di Canavera, si
ripete la presenza del conglomerato granitico notata dal sig. Pareto
nell'opposto versante ed anzi quivi il banco è piìi continuo ed in piti
evidenti rapporti di interstratiflcazione colle altre rocce. Alla base
di una ripida salita, che conduce a Fortunago, si attraversano per
pochi metri due grossi banchi di argille scagliose, rossovinate ed az-
(1) Descrizione dì Genova e del Geiovesato. Genova, 183G, pag. 133,
86 T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC.
zurrognole, smettiche, con rari noduli diasprigni. Quindi si trova il
banco di conglomerato, potente in media 0.60, seguito da altre argille
e da un secondo banco più irregolare e piti sottile. Sopra questo avvi
una brecciola ad elementi ofiolitici, misti agli elementi feldispatici
del granito assai sminuzzati e questa brecciola ha un cemento abbon-
dantissimo di silice a lucentezza resinosa. Seguono per pochi metri
le argille, piti arenacee e meno colorate, che passano tosto a delle
marne giallognole, zeppe di septarie a geodi radiate di calcite e di
quanso.
Finalmente la serie è chiusa con discordanza di una melassa bian-
castra ed azzurrognola, che va gradatamente sviluppandosi verso
Fortunago e Stefanago e che spetta al piano del calcare arenaceo del
monte Vallassa e della Rocca di Tortona. Né quivi, né in vicinanza
le arenarie alternate colle argille e quelle identiche che per grande
potenza le ricoprono, presentano altro avanzo organico tranne qual-
che rara fucoide e quel frammento di vegetali carbonizzati, indeter-
minabili, che sono così comuni sulla superficie delle arenarie di tutte
le epoche.
Non vorrò certamente escludere la possibilità che al disotto di
questo affioramento di argille scagliose, contenenti i banchi di con-
glomerato granitico, possano esistere delle rocce ofiolitiche ; anzi
questa esistenza mi pare quasi certa. Ciò però non toglie che quivi
il conglomerato granitico ne sia affatto indipendente, essendo strati-
ficato colle argille scagliose e potendo esistere tra queste e le se-
polte serpentine una zona anche potente di rocce prettamente sedi-
mentari. Ed a ritenere che ciò sia in fatto mi induce il considerare
che i meno lontani affioramenti ofiolitici, che per quanto io sappia
sono a Romagnese ed a Zebedassi di Volpedo, a 15 e 17 chilometri
in linea retta della Costa Pelada, sono sicuramente compresi tra i
calcari marnosi a fucoidi al disotto e le arenarie micacee alternate
con marne compatte al di sopra; e che le argille scagliose si svilup-
pano soltanto a qualche distanza di questi affioramenti, nei dintorni
del Carmine e di Moncalvo e presso Godiasco.
Le particolarità litologiche di questo conglomerato non sono gran
fatto diverse da quelle della roccia compresa nelle serpentine; poten-
dosi notare soltanto un maggiore sminuzzamento dei frammenti gra-
nitici, una minore abbondanza di clorite nella pasta ed una più pro-
nunciata alterazione del feldispato, senza sfaldatura distinta ed opaco.
Importante è piuttosto la presenza di frammenti ofiolitici associati
al granito, la quale assai bene si combina coU'associazione dei banchi
di questo conglomerato granitico alle accennate brecciole ofiolitiche,
feldìspatiche, a cemento siliceo. Epperò la composizione litologica, al
T. TARAMELLI, DEL GRANITO NELLA FORMAZIONE SERPENTINOSA, ECC. 87
pari della giacitura di questo più recente rimpasto granitico, annesso
alle argille scagliose, costituiscono un fatto dello stesso ordine forse,
ma distinto dall'altro dell'esistenza di un conglomerato granitico tra
gli espandimenti delle serpentine.
Evidentemente il nesso genetico, che si può intravedere tra questo
secondo conglomerato e le argille scagliose, stante la composizione
chimica di queste, è più verosimile di quello che si può ammettere
tra il più antico conglomerato, ad elementi più integri e le serpen-
tine. Il banco di brecciola serpentinosa a frammenti feldspatici, as-
sociati al conglomerato, stabilisce per questo più recente giacimento
un'importante transizione e nel tempo stesso dimostra che qui trat-
tasi di una vera elaborazione di materiali preesistenti, granitici ed
ofiolitici. E nel caso si ammetta, come io faccio senza esitare, l'ori-
gine eruttiva delle argille scagliose, abbiamo in questo giacimento
di conglomerato granitico ad esse associato una prova che questa
elaborazione si limitava negli ultimi periodi del vulcanismo sottoma-
rino dell'Apennino settentrionale a produrre dei magma fangosi, ca-
richi di ossidi e dei minerali accessori, che noi conosciamo accompa-
gnare spesso le argille scagliose.
Qual'èil nesso che collega queste argille colle roccie ofiolitiche?
È forse questo nesso una conseguenza di quell'altro ancora da ricer-
carsi tra le serpentine ed il conglomerato granitico, od i graniti, o
le rocce altrimenti feldispatiche, che li accompagnano? Ed anche limi-
tandosi a più speciali questioni, tutte le rocce che nelle precedenti
pagine dissi eruttive, per quali meati eruppero ed in quali condizioni si
espansero e quali ne sono precisamente i limiti cronologici? Ecco al-
trettante dimando, alle quali sono impari certamente le poche notizie
ed i riflessi che con questo scritto aggiungo a quanto si conosce nella
intralciata questione dei rapporti tra le roccie serpentinose, essenzial-
mente magnesifere e le rocce feldispatiche, dalle quali sotto varie
forme sono esse accompagnate. Né dubito che i fatti accennati sieno
per trovare numerosi raffronti, non solo sulla formazione ofìolitica
eocenica, ma eziandio nelle altre formazioni serpentinose, di epoca
molto più remota, clie abbondano cotanto nelle Alpi occidentali e non
mancano nella continuazione di esse, che affiora nella parte centrale
e meridionale della nostra penisola.
LETTURE
GLASSE DI LETTERE E SCIENZE MIGRALI E POLITICHE.
DIRITTO PENALE. — Relazione intorno agli studj della Commissione
istituita presso il Ministero di Grazia e Giustizia pel riesame del
Progetto di Codice Penale Italiano. — Stato attuale della que^
stione. Memoria presentata dal M. E. A. Buccellati.
Libro IL
Il nostro Istituto nel decennio 1866-76, gentilmente invitato dai
Ministri di grazia e giustizia De Falco, Vigliami e Mancini, pre-
stava volenteroso la sua opera tanto in ordine strettamente giuri-
dico, che nei rapporti psichici e fisiologici alla redazione del Pro-
getto di Codice Penale.
È bene dunque che agli studj speciali dell' Istituto siano ravvici-
nati altri studj intorno lo stesso argomento, affinchè completa appaja
la storia intima e letteraria della nostra legislazione penale; e sia
posto, per quanto è possibile, in armonia il nostro pensiero con quello
d'altri, i quali concorsero alla stessa impresa. Così fra l'immensa
mole di materiali racccolti , specialmente mercè la cura dell'attuale
Guardasigilli (1), troverà la sua sede conveniente anche l'opera del
nostro Istituto.
A tale scopo noi abbiamo seguito e seguiamo tuttora il progres-
sivo sviluppo della legislazione penale in progetto, con particolare
intento alla storia dei lavori della Commissione istituita presso il
(1) Quanto ai lavori italiani vedi nel giornale delle leggi 9 luglio 1877,
la bibliografia data dal senatore Paoli. Fra gli stranieri poi che gen-
tilmente risposero all'invito del Mancini e mandarono al Ministero os-
servazioni e proposte sul libro 1° del Progetto, meritano speciale menziono
A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 89
Ministero di Grazia e Giustizia (1), a cui deve far capo ogni altro
lavoro.
Nella seduta 22 giugno 1876 esarainavasi il /" Libro del Codice
compilato dalla Commissione stessa e testò votato dalla Camera dei
Deputati.
Che cosa si fece d'allora in poi, quale l'indirizzo attuale di questi
sludj, quali i voti e le aspirazioni per V avvenire? ì ì .. . Ecco le qui-
stioni, che ci rimangono a risolvere per la completa nozione deWul-
timo stadio del Progetto del Codice Penale. È inutile avvertire che
tali questioni sono di carattere strettamente storico.
Compiuti gli studj intorno al /" Libro la Commissione, con circo-
lare 15 hcglio 1876, era suddistinta in nove Sottocommissioni di due
membri ciascuna (2), alle quali venivano distribuite le materie conte-
nute nel Libro II del Progetto di Codice Penale.
I lavori delle Sottocommissioni furono pubblicati in un bel vo-
lume sotto il titolo: Osservazioni e proposte di emendamenti delle
Sottocommissioni nelle quali fu divisa la Commissioue governativa
istituita dal Ministro di Grazia e Giustizia (Mancini) sul II Libro
del Progetto. Roma. Stamperia Reale, 1877.
A questo volume serve come complemento un foglio a stampa
pubblicato in Roma nel p. p. novembre intorno al titolo II: Dei reati,
intorno al libero esercizio dei culti, e titolo III: Dei reati contro Ve-
sercizio dei diritti politici della Sottocommissione Pessina e Zuppetta.
Cosi potrebbero pure valere a complemento di questo lavoro le os-
servazioni di La Francesca intorno al Titolo V: Dei reati contro la
pubblica amministrazione commessi dai privati, esposte nell' adu-
nanza generale, e raccolte nei verbali di questa, che verranno
quanto prima pubblicati.
Non conviene a me certamente pronunciare sentenza intorno a
questi lavori. Altri più competenti furono invitati a questo ufficio;
e il loro giudizio sarà reso di pubblica ragione.
Qui giovi soltanto accennare all'uso, che ne fece la Commissione
generale.
Mentre essa con ponderazione misurava i motivi degli emenda-
GrEYER, professore a Monaco, Holltzendoufp, professore a Monaco,
Keller, I. E, Cons. della suprema corte a Vienna, Kornung, Consi-
gliere alla Corte di Cassazione iu Ginevra, Mayer professore a Vienna,
D'Orelli, professore a Zurigo, Thonissen, professore a Louvain, Teich-
MANN, professore a Basilea, Vahlberg, professore a Vienna,
(1) Decreto Ministeriale 18 maggio 186G.
(2) Circolare del Ministro di Grazia e Giustizia 23 luglio 1870.
90 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC.
menti proposti dai colleghi, non si mostrava certo preocupata a fa-
vore di questi; che anzi, a togliere ogni sospetto di mutua difesa, dava
di buon animo la preferenza allo schema senatorio ed ai voti della
magistratura. — Poche, importa avvertire a questo fatto, furono le
2Jroposte delle Sottocommissioni confermate dalV assemblea generale;
e queste poche proposte si riferivano a lievi mutamenti, che altera-
vano punto lo schema senatorio.
Né della viva opposizione incontrata sentivansi offesi i proponenti;
imperocché essi seguendo l'esempio del loro presidente eransi imposti
come prima legge: il sacrificio d'ogni individuale ambizione.
Nella nobilissima lotta poi, offrivasi facile occasione per spiegare
liberamente tutte le attività dell' animo; e ciò serviva a viemmeglio
manifestare sé stesso, e stabilire un'onda aggradevole di idee e di
affetti, che confondeva tutti in una sola persona.
Noi eravamo costituiti in famiglia, e quando fu sciolta la Com-
missione, bene abbiamo sentito quanto era stretto questo vincolo
fraterno !
All'antica famiglia istituita il 18 maggio 1876 si aggiunsero in
quest'anno altri membri, Arabia, sostituto generale di Cassazione,
Oliva procuratore generale Pisanelli avv. in Napoli, Piroli consi-
gliere di Stato, e Trombetta, il prode propugnatore dell'abolizione
della pena di morte in Senato (1).
L'assemblea generale apriva le sue conferenze il 5 novembre nelle
sale del Ministero di Grazia e Giustizia.
Tutti gli occhi dei Commissarj appena riuniti erano naturalmente
vòlti al Presidente della Commissione, il Ministro Mancini.
La gioja di rivederlo fu istantaneamente turbata dalle traccio di
lunga e gravissima malattia. Il passo lento ed affaticato, pallido il
viso, affranta e dogliosa tutta la persona, era tal vista da sollevare
giusto timore che dell' antico presidente altro rimanesse se non una
smunta immagine; ma ben tosto, all'amichevole abbraccio, l'occhio
sfavillante, il seducente sorriso, la fronte serena ci rivelarono la
piena attività dello spirito. Ci confortammo allora nel pensiero che
ancor giovane e indomita fosse in lui la vigoria della mente e del
cuore.
Né ci siamo ingannati. La concettosa parola, con cui egli inaugu-
rava i lavori della Commissione, piena di nobiltà e di affetto, aggiunse
lena al nostro animo, ci commosse, ci diede un sicuro indirizzo nelle
discussioni, che si avevano a tenere.
Ringraziati i membri della Commissione per quanto erasi fatto, e
(1) Decreto Ministeriale 23 ottobre 1877.
A. nUCCF.LLATT, INTORXO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 91
per ciò che si aveva ad attendere, richiamava egli il principio diret-
tivo già stabilito nella discussione del 1" Libro, cioè l'ossequio e la
riverenza dovuta allo schema senatorio, in modo di mantenere possi-
burnente lo schema stesso nella sua essenziale integrità.
Così la Commissione era invitata non a mover censura, ma a con-
fortare col proprio voto V opera stessa del Senato.
Ciò, o signori, importa ripetere; avvegnaché lo spirito di parte
travisasse la mente del ministro.
Questi aveva già dichiarato alla Camera dei Deputati (1) «di
attenersi al Progetto Senatorio per dare un' a^^es^a^o pubblico e so-
lenne della sua alta riverenza verso il Senato, il quale aveva consa-
crate dotte e mature discussioni all'esame del Codice Penale. »
Nessuno poteva negare al Ministro il diritto di introdurre modi-
ficazioni nel testo presentato alla Commissione parlamentare; chi
dunque di buona fede potrebbe ora muovergli accusa se egli ha cer-
cate « di confortare i suoi convincimenti coi consigli e colla dottrina
di criminalisti italiani generalmente tenuti iu grande estimazione
in Europa?» (2).
Si badi al mandato della Commissione.
Essa doveva limitare la propria azione entro i confini del disegno
Senatorio «di quell'eminente consesso, che ha già approvato il Pro-
getto, consacrando all'esame di esso lunghe e sapienti cure, mediante
una dotta e profonda discussione, che rimarrà fra i migliori esempi
dell'operosità delle assemblee legislative»- (3).
Le parole del Ministro ottennero una solenne conferma dal fatto;
onde fin dal primo incontro, mentre tutta la Commissione (credo un
sol voto contrario) seguendo l'antica scuola italiana voleva classificati
i reati in due sole- categorie delitti e contravvenzioni, spingendo i
suoi voti fino alla separazione di questi in due leggi speciali, ad
esempio della legislazione toscana, e del Progetto 1868, il Ministro
invece in ossequio allo schema senatorio proponeva e la Commissione
accoglieva la tripartizione dei reati in crimini, delitti e contravven-
zioni, ingegnosamente evocando un sistema misto, che salvasse i
principi della scienza, e attenuasse le conseguenze della irrazionale
tripartizione francese.
Si potranno contro questo sistema conciliativo addurre gravi argo-
(1) Atti della Camera. Tornata 7 giugno 1876.
(2) Idem eodem.
(3) Lettera di Mancini agli onorevoli componenti della Commissione in-
caricata dello studio delle modificazioni da introdursi nel Progetto di Co-
dice Penale. Roma, 18 maggio 1876,
92 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE, ITALIANO, ECC.
menti (1); ma nessuno uomo onesto potrà giudicare ostile al Senato
lo sforzo magnanimo del Ministro per aderire al Progetto Senatorio.
Tale indirizzo fu pure gelosamente seguito dalla Commissione
nella discussione del Libro II, sotto la scorta del Ministro e del se-
natore Conforti.
Così nei reati contro la sicurezza dello Stato dopo lunghe e gra-
vissime discussioni col prode SottocommisSario, rappresentante an-
che del suo collega assente, si mantenne sostanzialmente il testo se-
natorio, specificandovi soltanto V attacco alla sacra persona del re
nella vita e nella libertà; distinguendosi ààW attentato (nomen juris)
il semplice tentativo diminuito di un grado; rettificandosi il concetto
di cospirazione, in modo che la proposta di cospirare non accettata
non costituisse fatto punibile; sopprimendosi l'impunità dei rivela-
tori, salvo il giusto calcolo del pentimento; escludendo i reati di
scampa per ragione di sistema, volendo, sull'esempio del progetto 1868,
serbare inalterata « una legge che per il suo carattere è ritenuta
altra delle leggi fondamentali del regno » , accogliendo infine la mas-
sima oggi vigente nel Codice Toscano di non procedersi contro V ol-
traggio al re senza V autorizzazione del Ministro di Grazia e Giu-
stizia.
Né valse ad altra Sottocommissione il provare eloquentemente che
non vi ha offesa al sentimento religioso passibile di pena, se non vi
sia aggiunta la circostanza di luogo consacrato al culto. La Commis-
sione in contrario confermava lo schema senatorio, che tutela il culto
contro qualunque contumelia ovunque fatta; e solo, per togliere ogni
equivoco, sostituiva alla vaga locuzione, offesa al sentimento religioso,
altra piìi concreta, oltraggio ai culti esistenti nello Stato, ed esplici-
tamente richiedeva V animo deliberato nell'agente di oltraggiare.
Altre innovazioni in questo capo come nei successivi reati contro
V esercizio dei diritti politici, reato di procurato aborto, ecc. si ri-
feriscono solo alla classificazione commessa allo studio della Sotto-
commissione (2).
Né mancò certo chi trattando degli abusi dei ministri del culto
(1) Ad opera compiuta, quando cioè il Progetto sarà convertito in legge,
come giova sperare, riserviamo la critica di questo sistema fatalmente
necessario per 1' approvazione di un Codice nei governi rappresentativi.
(2) Facevano parte della Sottocommissione i Commissari Pessina, Nulli,
Oliva, Buccellati ed il Segretario Casorati coi suoi aggiunti Brusa
e Lucchini.
La Sottocommissione raccoglievasi al Ministero le nove del mattino
ed asgociavasi più tardi alle adunanze della Commissione Generale,
A. DUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 93
(a questa seduta per ragione facile a comprendersi non interveniva
Mancini) ne proponesse V abolizione di tutti questi articoli com.e pri-
vilegio odioso ad una classe di cittadini; mentre altri volevano li-
mitato il concetto al turbamento della coscienza pubblica, escludendo
la pace domestica; ma, dopo vivissima discussione, sì mantenne ap-
pieno il testo senatorio, a condizione che nella formola apparisse in
modo evidente V elemento intenzionale criminoso nelV agente ; e ciò
per dimostrare, che si ò voluto con sanzione penale tutelare la so-
cietà contro le intemperanze del clero e non già offendere la libertà
di questo r\Q\V esercizio legittimo delle sue funzioni. La Commissione
però non potè accordarsi sulla formola stessa; ed accolte in massima
due proposte (Conforti-Buccellati T una, Casorati l'altra) le ras-
segnava al Ministro per la scelta definitiva.
Trattandosi della simulazione di reato si sollevò gravissima op-
posizione (come a fatto razionalmente inconcepibile) al § 2° del-
l' art. 223 del Progetto Senatorio, che dichiara reato il fatto di colui
il quale davanti alV autorità giudiziaria si confessa autore o com-
plice di un reato a cui è estraneo; ma non fu deliberata per ciò la
soppressione e solo venne incaricata la Sottocommissione a riflettere
e decidere: se mai lo stesso fatto trovasse miglior sede sotto il titolo
di favoreggiamento.
Nella calunnia fu tolto il talione per la ripugnanza alla retribu-
zione materiale (1); ma vi si mantenne la sostanziale misura della
pena stabilita dal Senato in relazione agli effetti della calunnia stessa,
se cioè abbia essa prodotto procedimento o condanna.
E qui non nego: che V aborrimento alla pena di morte si spingesse
fino al punto di sopprimere la figura della calunnia, che attribuisce
all'innocente un fatto punibile colla pena di morte, quantunque
questo fatto sia possibile tanto per il Codice militare, in cui ri-
marrebbe la pena capitale (2), quanto per lo strascico del Codice
Sardo (3).
perdurando nello studio del Progetto fino alle G pom. del 5 novembre al
7 dicembre.
A questa Sottocommissione era deferito il mandato di formulare gli
articoli di legge, e coordinare la classificazione dei reati secondo l'indi-
rizzo dato dalla Commissione Generale.
(1) Non possiamo dissimulare però che sull'opportunità dell'emenda-
mento proposto sorgesse qualche dubbio in seno della stessa Sottocom-
missione.
Per le Note (2) e (3) vedi le tre pagine seguenti.
94 A BUGGIiLLATl, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC.
Sembrava pure a taluno che si potesse risparmiare il reato di
prevaricazione, subordinandosi i fatti contemplati in questo Capo
sotto altri titoli colla circostanza aggravante della persona; ma fu
salvo nella sostanza il dettato del Progetto Senatorio, introducendosi
solo la variante rispetto al patto quotalizio : che si applicasse cioè,
(2) Siccome siamo stati aecnsati di contraddizione anche recentemente
nella Camera del Deputati, perchè si voglia l' abolizione soltanto nel Co-
dice penale comune e non nel militare; così a dissipare questa accusa ci
crediamo obbligati ripetere qui i motivi per cui crediamo: doversi razio-
nalmente ed eccezionalmente respingere talvolta la violenza colla morte
del colpevole.
Alcuni atti delittuosi, specialmente in tempo di guerra: rivolta, ammuti-
namento, devastazioni, incendi e stragi, esigono una straordinaria repres-
sione. In tali casi però, non è dominante il diritto di punire, bensì altro
più fatale, donde ha origine la guerra, cioè il diritto di difesa, che na-
turalmente spetta air individuo ed alla società contro l'aggressore, diritto
che viene misurato soltanto dalla gravezza del pericolo imminente. A que-
sto diritto necessariamente aderente a ciascuna persona, col fatto dell'as-
sociazione, non è data rinuncia, come pensano erroneamente i seguaci del
patto sociale, e si rende collettivo mediante la guerra.
Ben distinta però è la reintegrazione o tutela dell'ordine giuridico, fon-
damento del diritto penale, dalla difesa istantanea dell'ordine sociale;
reintegrare (e questo fatto si riferisce pure alla coscienza del reo) non è
mai distruggere; difendere (poiché la difesa ha per oggetto soltanto la
società e non il reo) pviò essere e sarà distruzione, quando in altro modo
non sia possibile rimuovere l' offesa.
Nella reintegrazione, il reo è ancor fine a se medesimo: a lui rimane
la personalità limitata nei suoi diritti, ma non annullata*, nella difesa al
contrario il reo è mezzo alla società, e la Sius, personalità può essere sacri-
ficata allo Stato.
Siccome però un confine matematicamente prescritto fra i duo principi,
reintegrazione e difesa, come fra i due istituti diritto penale e diritto di
guerra, riesce difficile*, così vi saranno atti di incerto carattere, a quella
guisa che fra due nazioni vi hanno sempre di mezzo alcune famìglie di
incerta razza; or bene contro questi atti, in quanto sembrano subordinati
al principio di difesa, sarà legittima la violenza fino alla morte del ne-
mico cum moderamine inculpatae tutelae.
A conferma di ciò, oltre al Codice comune, noi vediamo sorgere in ogni
tempo, presso tutti i popoli alcune leggi straordinarie, le quali provveg-
gono meglio alla difesa istantanea della società, che alla giustizia puni-
tiva; tali sono le leggi marziali in generale (il nome stesso offre il carat-
tere della legge), i cui relativi processi sono detti statari, appunto per
indicare l'istantaneità della difesa, contro l'offesa dei belligeranti.
È una specie di guerra civile. Di queste leggi ne abbiamo esempì presBO
A. DUCCELL\TI, INTORNO AL PRCG. DI CODICIi PENALE ITALIANO, ECC. 95
la pena per l'eccessiva mercede chiesta non prima, ma durante il
corso della causa, quando già i documenti ed i segreti fossero in pos-
sesso dell' avvocato e del procuratore.
Piti viva la lotta sollevossi riguardo alle armi, e, quando mi sia
lecito il dirlo, si aveva argomento a sperare che, in conseguenza
tutti i popoli antichi e moderni, monarchie e repubbliche; e la ragione
non si è mai ribellata a questa dura necessità, che si fonda sul principio
naturale, vim vi repellere licet.
Così presso noi ottenne il suffragio universale la legge PiCCA per la
repressione del brigantaggio, e le varie leggi sòrte in Inghilterra secondo
le esigenze istantanee della difesa (I).
Se ciò regge per la comune dei cittadini, se vi sono circostanze di
tempo, accordo di malfattori, carattere dell' azione delittuosa, che pon-
gono la società in istato di guerra e quindi nella necessità di difesa, vita
-pro vita, non vi ha ragione, perchè si escluda questa possibilità nell' e-
sercito, a cui le armi rendono più facile l' attacco. Non fosse altro il
tempo di guerra dà indubbiamente ad alcuni delitti il carattere di ne-
mica aggressione.
Piaccia in proposito richiamare le parole rivolte dal generale Vinoy a
JuLES Simon, il quale, come il più eloquente propugnatore dell' aboli-
zione della pena di morte in Francia (2), vivamente protestava contro la
proposta di far fucilare senza alcun riguardo le spie, i traditori, i vi-
gliacchi: «Signor Simon, io sono quasi del vostro avviso. Ma noi siamo
in una situazione eccezionale. Dopo la guerra decretate pure l'abolizione
della pena di morte, eh' io vi batterò le mani di gran cuore- Ma oggi ci
entra di mezzo la salute della patria. Ebbene, noi stabiliremo delle Corti
marziali, noi giudicheremo, condanneremo, fucileremo, e ve lo diremo
dopo. Cosi i vostri principi non ne sapranno nulla. .. » Jules Simon, così
ci narrano i giornali, non potè fare a meno di sorridere e strinse la mano
al Generale (3).
Concludiamo. I codici destinati alla perpetuità e per i casi ordinari, in
una società ordinata a giustizia, debbono limitare il concetto di pena alla
restrizione di libertà; mentre altre leggi straordinarie temporanee giusti-
ficate dalla condizione eccezionale di uua società gravemente minacciata
(1) Cosi la legge di Giorgio II per prevedere e punire sollevazioni tumultuose di persone
entro il regno.
Quella della regina Vittoria d'Inghilterra per l'Irlanda (1848) per la migliore j}revemione
del delitto e della violenza in certe piarti dell' Irlanda; a cui altra ne seguiva per la pre-
servazione deliri pace in Irlanda^ proposta dal ministro Gladstone e facilmente votata in
parlamento nel 1S70.
(2) Vedi il discorso pronunciato all'Assemblea legislativa francese da Jules Simon nella
seduta 21 marzo 1870 sull'abolizione della pena di morte.
(3) Questo fatto, tolto dai giornali francesi, veniva riprodotto nei nostri giornali nei primi
mesi del 1870.
96 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC.
della discussione fermamente sostenuta dalla scuola toscana, si do-
vesse rinviare questo Capo al Libro II delle contravvenzioni di poli-
zìa secondo la ragione ontologica del fatto politicamente delittuoso,
il risultato della votazione sortì contrario all'emendamento pro-
posto.
Né fu certo piìi fortunata ne' suoi radicali emendamenti la Sot-
TOCOMMissioNE dei titoli Vili e IX ed io in particolare ebbi a subire
una piena disfatta riguardo alle proposte intorno al reato di ban-
carotta.
La Commissione, respinto il concetto di bancarotta nei non com-
mercianti (esclusivo oggetto del Codice Penale comune secondo la pro-
posta Buccellati), agitava le questioni : se convenisse per intero in-
cludere le norme punitive sulla bancarotta nel Codice Penale, o
non anzi per intero nel Codice di Commercio; oppure se convenisse
seguire un sistema intermedio secondo l' attuale legislazione.
Prevalse il primo sistema e la Sottocommissione trasportava nel
Codice Penale le disposizioni del Progetto di Codice Commerciale.
Né miglior accoglienza otteneva la proposta di separare assoluta-
mente ì reati contro il buon costume dai reati contro la famiglia.
Solo, in considerazione al sistema stesso seguito nel progetto, si rin-
viava il reato di procurato aborto ai reati contro le persone.
In questo Capo si sono introdotti varj emendamenti, tali però da
rendere piti chiara ed ordinata la distinzione stessa stabilita dallo
schema senatorio fra le due figure di reato prostituzione a servizio
dell'altrui libìdine, e corruzione a servizio della propria libidine. —
Nella prostituzione quindi si distinsero per la congrua penalità: a)
y eccitamento, che presuppone precedente onestà nella persona passi-
va; b) dal favoreggiamento, che presuppone corruttela nella persona
passiva; e) e si tenne giusto calcolo del fatto singolare in confronto
SiW abitudine di chi prostituisse per mestiere o per interesse.
Interessantissima, di lunga durata e con svariata sentenza sortiva
la quìstìone delV omicidio premeditato, ma in ciò, come per quanto
oiella sua esistenza, potranno coatro certi atti, che meglio rappresentano
il carattere di offesa i?i guerra, che non quello dì delitto ordinario minac-
ciare la morte, quale effetto possibile del diritto naturale di difesa. Ciò
regge indistintamente per tutti i cittadini, e con maggiore ragione per
colui, che volge ad offesa della società quelle armi, che gli furono date
per la difesa sociale: cioè per il soldato nel caso di rivolta, ammutina-
mento, cospirazione col nemico contro la patria comune.
(2) La Commissione del resto deliberava che si sarebbe compiuta que-
sta lacuna nelle disposizioni transitorie.
A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 97
riguarda V omicidio tn geniere, si ritenne sostanzialmente il concetto
Senatorio, aggiungendosi solo fra gli omicidi! scusabili quello com-
messo per giusto dolore, secondo la dottrina e giurisprudenza toscana.
Intorno alle lesioni personali si svolsero e si confermarono pure
numerosi emendamenti rispetto alle penalità; ma tali da non alterare
questi la misura prestabilita nel Progetto, rendendosi anzi piti or-
dinata la gradazione colla distinzione cólta dal Codice Toscano di
lesioni gravissime, gravi e leggere con relativa tripartizione di pena.
Era pure naturale che sorgessero serii oppositori al reato di duello,
sia intorno alla sua entità, sia, ciò che più importa, sulla smisurata
specificazione dei casi, ma non venne perciò ivi introdotta alcuna es-
senziale modificazione, meno Vimpuriità concessa ai padrini non solo
nel caso in cui avessero impedito il combattimento, ma anche allora
quando avessero contribuito ad attenuarne le conseguenze.
Quanto alla diffamazione nulla si è innovato e solo fu subordinato
alla querela privata anche la difFtimazione contro pubblici ufficiali,
sembrando conforme ai principj stessi seguiti dal Progetto il conce-
dere anche ai pubblici ufficiali la facoltà di disprezzare V ingiuria
col silenzio e di impedire un processo, che per avventura potrebbe dare
occasione a scandalo.
Si discusse pur molto sulla prescrizione di questi reati; e se lieve
mutamento fu introdotto, sì deve questo alla legge sulla stampa, ri-
tenuta inviolabile quasi appendice allo Statuto.
Nei reati contro la proprietà la scuola Napoletana sostenne elo-
quentemente il principio: che il reato non è consumato se non quando
il ladro sia riuscito a porre in sicuro la cosa rubata ; ma prevalse il
concetto accolto dal Senato: che \ì furto sia consumato dall'istante
in cui la cosa è stata tolta, per fine di lucro, dal luogo in cui si trova.
Si lamentarono pure le infinite qualifiche, che tolgono le possibilità
del furto semplice; ma non vi fu introdotta alcuna modificazione,
eccetto che nella definizione della notte.
Della estorsione se ne diede piii ampio concetto sulle traccie del
dettato senatorio includendovi eziandio il caso di chi, minacciando
scandalose pubblicazioni, estorce denaro o roba (il chantags dei Fran-
cesi).
Ciò basti, signori, per dimostrarvi il grande rispetto che si ebbe
allo schema Senatorio. E, badate bene, che nella discussione del II
Libro in confronto del primo vi era una gravissima difficoltà a su-
perare; cioè l'opinione degli amici e colleghi, la quale, col fatto della
pubblicazione, maggiormente interessava 1' amor proprio dei propo-
nenti, gelosi del nome meritamente acquistato nella repubblica della
scienza.
Eendiconti. — Serie II. Voi XI. 7
98 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC.
Per noi, postergato ogai riguardo personale, la parola più auto-
revole fu sempre quella del Senato; e il degno successore di Ambro-
soLi, il Membro della Commissione e Segretario Casorati (1), ri-
chiamava di frequente la discussione Senatoria, e questa decideva la
questione.
Posti dunque fra due forze gli emendamenti stessi proposti dai
membri della Commissione e il voto del Senato, non abbiamo dubi-
tato dì dare a questo la preferenza.
Dove poi si introdusse qualche mutamento fu questo di forma
anziché di sostanza.
Valga in proposito qualche esempio di questi mutamenti di for-
ma, i quali coi succitati emendamenti sostanziali proposti, e presso-
ché tutti respinti in omaggio al Progetto Senatorio, potranno offrire
un rendiconto sufficiente del nostro lavoro.
1." Sì resero più esatte alcune rubriche e si posero in congrua
sede quelle disposizioni, che apparivano estravaganti, scambiandosi tal-
volta il titolo dei reati.
Così meglio (per tacere delle varianti di classificazione, di cui re-
tro si é fatto cenno), aderendo alle tradizioni italiane, all' abuso di
confidenza si sostituiva il titolo di truffa per indicare il fatto di chi
si appropria, convertendola in profitto dì sé o di un. terzo, una cosa
altrui, che gli è stata affidata colV obbligo di consegnarla; surroga-
vasi poi il titolo di frode a quello di truffa per significare il reato
di coloro, che con inganni, artifizj e maneggi si procurano un in-
giusto guadagno in danno altrui.
2.° Si fece più rigorosa applicazione dei principj generali sia di
equità che di giustiùa, i quali derivano naturalmenle dallo spirito,
che informa il Progetto Senatorio.
Così rispetto alla non imputabilità di chi viola la legge per obbe-
dienza alV ordine del suo superiore gerarchico oltre le circostanze, a)
(1) La Commissione nel prender congedo manifestava la sua viva ri-
conoscenza a Casorati, per la sua intelligente e straordinaria operosità.
Mentre esso partecipava in larga misura alle discussioni quale Commis-
SAniO e SOTTOCOMMissARio giungeva ancora in tempo, coadjuvato dai
suoi aggiunti Brusa e Lucchini, al pronto ed esatto disbrigo degli af-
fari di segreteria, al pieno soddisfacimento degli svariati desiderj dei
Membri della Commissione ed in particolave all' ordinamento fedele del-
l' arruffata matassa di verbali, costrutti durante discussioni talvolta sbri-
gliate sotto la concitazione degli animi istantaneamente offesi all'agres-
sione di quei principi scientifici, che, per tradizione regionale o per singo-
lare convincimento, costituiscono parte integrante della propria personalità
in uomini consacrati alla scienza.
A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 99
che l'ordine dato fosse entro i confini della competenza del superoire,
e che b) l'inferiore per quell'atto dovesse obbedienza, e) un terzo re-
quisito si aggiunse che: l'atto non fosse di tal natura da escludere^
per la sua manifesta turpitudine od ingiustizia, ogni legittimità.
In omaggio poi allo Statuto, che garantisce la libertà personale, si
ritennero come elementi del reato: resistenza alla pubblica autorità^
non solo la circostanza personale di pubblico ufficiale, ma ancora il
legittimo potere e le forme legali deW ordine, aggravandosi però la
penalità in modo che venisse questa desunta dalla categoria di pene
riservate ai reati di prava natura (prigionia e reclusione). Così colla
più esatta determinazione del reato e 1' aggravamento delle pene, si
procurò di conciliare viemeglio la tutela della libertà individuale
colla tutela della libertà collettiva o l'ordine pubblico (1).
E in appresso, ammettendo pure la Commissione Y imputabilità
del pubblico ufficiale, che dopo la dimissione dall' ufficio diffonde per
stampa documenti non destinati alla pubblicità, ne rese di questo
reato piìi equo e castigato il concetto limitando l'oggetto a que' do-
cumenti che sono segreti per la loro natura nell'interesse dello Stato
ed escludendo nel soggetto agente ogni imputabilità penale quando
fosse egli nella dura necessità di provvedere colla pubblicazione dei
documenti stessi alla propria difesa.
Nella gravissima questione : se, considerate le disposizioni della legge
civile, possa nel codice penale dichiararsi e punirsi come reato la fal-
sità del giuramento decisorio, la Commissione, aderendo in massima al
concetto Senatorio, stabiliva che per esercitare in materia di sper-
giuro nei giudizi! civili l'azione penale non bastasse un documento,
che costituisse almeno un principio di prove per scritto, ma si esi-
gesse un documento decisivo scoperto dopo la prestazione del giura-
mento. Lo che era un giusto omaggio della legge civile, corrispondendo
alle condizioni volute per la revocazione di una sentenza.
(1) La tutela della pubblica sicurezza e la difesa quindi de' galantuo-
mini contro i birbanti
« Onde convenne legge per fren porre »»
Purg., C. XVL
era il ritornello di favore del nostro ministro, il quale da taluno Buolsi
presentare, come affetto da morboso sentimentalismo.
Fu per iniziativa specialmente di Mancini, che si accrebbe talvolta la
misura della pena, e dietro sua proposta, per tacer d' altro, earebbesi
creata quasi una nuova figura di reato precedente il tentativo di omi-
cidio, se la riflessione dello scienziato non avesse poi vinto l'eccessivo zelo
del Ministro per la tutela sociale.
100 A. BUCCÈLLATT, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC.
Ed in omaggio alla legge morale fu abolito il premio ai delatori;
ed il costringimento di farsi denunziatori i medici, i chirurghi e le
levatrici, quale vi ha sotto il titolo : ommesso referto dei reati, fu rin-
viato alle contravvenzioni, come oggetto di giustizia preventiva, non
repressiva (1).
3." Si armonizzarono meglio le disposizioni speeiali col titolo, a
cui erano subordinate.
Così fu stabilito che nella concussione, a differenza di ciò che è
stabilito nel peculato, non giovasse ad attenuare la pena la restitu-
zione delV indebito percetto, poiché la somma percetta indebitamente
è fatto secondario e l'essenza del reato consiste nelV abuso di auto-
rità (2).
Si applicò poi, oltre la multa e la sospensione dei pubblici uffici,
anche la restrizione di libertà nel caso di retribuzione percetta da
un impiegato, sìa, pure per un'atto giusto; essendovi sempre corru-
zione, la cui intrinseca immoralità esige una pena disonorante... Ed
in accordo al concetto generale si tenne pur calcolo del tentativo di
corruzione non seguita da effetto per onestà del pubblico ufficiale.
In ordine ai concetti individuali dei reati, da cui derivano logi-
camente le singole norme, sorgeva vivissima discussione intorno sii-
V esercizio arbitrario delle proprie ragioni: se cioè sia essenziale co-
stitutivo la violenza, o solo la ragione illecitamente fattasi; e rite-
nuto il primo concetto, a questo si coordinarono le singolari dispo-
sizioni.
4." Finalmente, sulle traccie del Senato stesso ed in relazione
alle attuali esigenze, si procurò con ogni studio di prevenire recenti
figure di reati, quali sarebbero la maffla, la camorra, ed il ricatto
morale; e là dove l'esperienza provava insufficienti le pene, non du-
bitavasi di infliggere più grave repressione, come nei reati commessi
dai pubblici ufficiali, reati contro la famiglia e il buon costume, e i
reati di sangue. La Commissione (inspirata anche dalle parole del
Ministro) dimostrava così di non essere certo preoccupata da vano
sentimentalismo.
Che cosa dunque si è fatto, se tanta fu la riverenza all'opera del
Senato?
Rispondiamo che se la Commissione avesse soltanto confermato il
Progetto Senatorio non era vano il suo lavoro ad agevolarne l' im-
presa dell'unificazione legislativa...; ma voi, o signori, ben sapete
(1) Ripugnava sopra tutto il riconoscere delitto la fede serbata per
eventuale necessità al segreto del proprio ufiScio.
(2) Questo emendamento incontrava viva opposizione.
A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 101
le cure infinite nella redazione di una legge; e quando pure si abbia
Vitìtento di rispettarne la parte essenziale, quanti studi si esigano
per il perfezionanaento del testo sia nell'ordine che nella forma! —
E come appare dalla rivista data dei nostri lavori, qualche cosa si
è pur tentato oltre la forma e V ordine.
Del resto non meniamo vanto di inventori. Il nostro ufficio fu mo-
desto assai; non per questo meno degno di considerazione. L'edificio
era già eretto: l'architetto era stato altri; a noi non rimaneva che
abbellire l'opera con ardito innesto, ma pur tremando e diffidando.
Se abbiamo raggiunto l'intento lo giudicheranno altri. Il certo si
è che ben lungi dalla pretesa di correggere altri, noi, col sacrificio
delle indivi! uali opinioni, ci siamo eretti in nostri correttori e giu-
dici.
KW edifìcio senatorio, giova ripeterlo, non si è arrecato alcuna
grave alterazione. Solo una pietra è levata, perchè la ci sembrava
inutile, perchè, ci sia lecito il dirlo, anche questa sottrazione ci sem-
brava naturale conseguenza del voto senatorio.
Ad unanimità abbiamo proposta V abolizione della pena di morte ;
ma dopo la celebre votazione del 1874 del Senato, questa abolizione
era una necessità logica secondo il naturale svolgimento dei prin-
cipj.
Non vo' richiamare qui la gravissima differenza fra il 1865, in
cui si ebbero soltanto 16 voti, e il 1874, in cui sì ebbero voti 41 a
favore dell* abolizione, in modo che seguendo la stessa proporzione
nel processo del pensiero abolizionista, il Senato sarebbe obbligato
dall' abolizione graduale procedere all' abolizione assoluta ; né vo'
pure accennare al valore intrinseco al valore, come osserva Holtzen-
dorff acutamente, non quantitativo ma qualitativo (1) dei voti stessi,
dati nel 1874 dai più illustri giureconsulti del Senato, 14 membri
delValta magistratura, e Q ex ministri di grazia e giustizia (2) ; e
neppure mi valgo dello stato attuale della questione creata dai nume-
rosi opportunisti (3); non della splendida votazione alla Camera dei
Deputati e àaVC imperiosa necessità di provvedere aW unificazione
legislativa vincolata al voto sulla pena di morte, alla cui abolizione la
gentilissima Toscana subordinava quasi la propria annessione all'Ita-
lia; né vo' richiamare alla memoria il risultato del plebiscito di altis-
(1) Der neuesfe italianische strafgesetzentwurf un die Tode atra/e.
(2) Boroatti, Conporti, De Falco, Db Filippi, Pironti, Tbcchio.
(3) Vedi Pena di morte e il Senato Italiano. Rivista Penale 1876, fa-
scicolo VI.
102 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC.
Simo interesse provocato da Mancini (1) : Vunanimilà delle più impor-
tanti facoltà giuridiche, la maggioranza delle Corti d'Appello, ed in
particolare dei Procuraturi Generali, indomiti e prodi rappresentanti
della sicurezza sociale, e l'adesione oltre la metà (35j3ro,84 contro) degli
ordini forensi a favore dell'abolizione. . . Si taccia pure di ciò, ma non
senza colpa possiamo noi trascurare una considerazione di altissimo
momento, che ci perviene da dottissimo straniero (2), la dichiara-
zione indiretta di Vittorio Emanuele a favore dell'abolizione, avve-
gnacchè egli nella ricomposizione del Ministero, avvenuta dopo il voto
della Camera, non imponesse alcun grave mutamento all'indirizzo
della cosa pubblica, ed in particolare amasse avere nei consigli della
Corona un Mancini, che tutto il peso della sua influenza personale
strenuamente oppone alla oonservazione del patibolo (3). Sono pur
questi gravissimi argomenti; ma al disopra domina l'autorità sena-
toria.
Sono le modificazioni stesse imposte dal Senato al Progetto Vi-
gliani, quelle che obbligano oggi all'abolizione.
La decapitazione, così deliberava il Senato (art. 12) « sia eseguita
nell'interno di una delle carceri situata nel Comune, dove fu pronun-
ciata la sentenza. »
Questo emendamento se riguarda la forma, riflette il suo valore
sull'essenza della pena stessa; imperocché la pubblicità è carattere
essenziale, affinchè la pena produca una salutare intimidazione (unico
fine della pena capitale).
Se esercitando voi un diritto, anzi il massimo diritto sociale, quello
di punire, vi nascondete nel segreto, e temete che si demoralizzi il
popolo, è argomento a credere che almeno dubitate della giustizia
intrinseca dell'atto, che siete per eseguire?
E che questo dubbio sia nella coscienza degli antiabolizionisti lo
prova anche la parola di questi ostinatamente trincerati entro i con-
fini dell'opportunità.
La modificazione ancor più grave introdotta dal Senato, si riferi-
sce alla nuova condizione per l'applicazione della pena estrema, la
quasi unanimità cioè dei voti nei giurati.
Dietro invito del senatore Picca, la Commissione, d'accordo col Mi-
nistro, proponeva ed il Senato confermava la seguente aggiunta al-
l'art. 70, dove si tratta delle circostazne mitiganti.
(1) Vedi la Relazione Ministeriale e le Savie osservazioni di Holt-
ZENDORFF nella citata monografia e di Geyer AlUjemeiae Zeitung, dicem-
bre 1867,
(2) Geyer, Ice. cit.
(3) HOLTZENDORFF, loc. cit.
A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. lO'J
« La diminuziono ha luogo a favore degli imputati dichiarati col-
pevoli di crimini puniti colla morte, seraprechò le circostanze atte-
nuanti sieno emesse almeno da tre giurati. »
Ai tempi del terrorismo, in quaranC anni di pratica giudiziaria,
testimonio il senatore Trombetta, non si ebbe una sola sentenza di
morte ad unanimità (erano ordinariamente tre i magistrati giudi-
canti); or bene, applicate ora che il terrorismo, come principio del di-
ritto di punire, ò respinto dalla scienza e dalla coscienza, applicate
questa misura coi giudici di fatto, e ditemi se realmente non siasi
ottenuta l'abolizione in Senato?
Non dubito asserire che anche i recentissimi giudizi popolari (di
cui non a torto sì menò gran rumore per la contemporanea vota-
zione della Camera), secondo la norma statuita dal Senato, ci avreb-
bero risparmiato il carnefice o lo spreco della grazia sovrana (1).
Il punto dunque della questione si riferisce non aW essenza, ma
alla forma; se cioè debba V abolizione della pena di morte mantenersi
soltanto in fatto o non anzi confermarsi colla legge.
Io non dubito che la legale conferma sia una necessità, quando si
avvisi che una minaccia di impossibile attuazione, versa il ridicolo
e il disprezzo sulla legge, e sconvolge tutta la scala penale, in quanto
si presuppone a capo di questa un gradino che realmente non sus-
siste (2).
Sia dunque questa pena già abolita nei trattati, e nella pratica abo-
lita anche nel codice.
Lo stesso illustre ministro ViGLiANi abolizionista ^rac^waZe (3), dopo
(1) Mi sia lecito usare la parola spreco, avvegnaché un ministro aboli-
zionista (e nessuno potrà escludere 1' abolizionista dal ministero) si creda
obbligato disconoscere la legge e provocare in qualunque caso di pena
capitale la grazia sovrana.
(2) Questa è la difficoltà più grave che opponevasi in Senato nel 1865,
quando chiedevasi di introdurre 1' abolizione della pena capitale nel Co-
dice Subalpino. Ma allora almeno, se non riformavasi tutta la scala pe-
nale, offiivasi pure una sostituzione alla pena estrema giusta il Progetto
Mancini; nel caso invece di una abolizione di fatto e non di diritto non
vi sarebbe questa sostituzione, e quindi i più gravi delitti colpiti dalla
pena di morte, realmenfe non distinti nella misura della penalità sareb
bero per sé stessi impuniti.
(3) Importa qui ricordare le parole stesse del iMinistro Vi gli ani in
risposta al Senatore Trombetta « abolizionista sì, ma abolizionista gra-
duale {Senato. Tornata 18 fehbrajo 18 ). >>
Lo stesso YiGLTANi nella sua lielazione preposta al Progetto avviaa :
che la base principale del sistema penale accolta dai più civili e conforme
104 A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC.
l'accettazione dell' emendamento Picca, avanzandosi d' un sol passo,
deve dichiararsi abolizionista assoluto.
Chi non si avanza, di necessità retrocede, poiché non progredì re-
gredi est. Retro poi vi ha una china che mena all' abisso.
Ecco perchè questo passo progressivo è pure necessario al Senato.
Egli è regolatore della forza motrice^ e come tale governa, ma non
avversa il moto progressivo della Camera. Prudentemente si, ma sem-
pre avanti.
La Camera dei Deputati non discuteva, ma aboliva per acclama-
zione la pena di morte nel 1877.
A taluno poteva sembrar strano questo fatto, ma a chi crede nel
moto progressivo dell' Idea questa maniera solenne di votazione dal
1865 in poi appariva Veffetto naturale del concetto abolizionista, che
si svolge e si matura col progresso delV umanità (l).
Questo moto con equa proporzione lo subiva pure il Senato dal 1865
al 1874; perchè dunque arrestarsi? o meglio dacché l'arrestarsi non
è possibile, perchè retrocedere d' un passo?? . . .
Il deviamento dal corso provvidenziale non è mai senza grave tur"
bamento morale e civile dei popoli.
Noi non ci turbiamo molto per il rovescio di un ministero qua-
lunque. Alieni dai partiti politici desideriamo il meglio del paese, di
cui estimatori e giudici legali sono la rappresentanza della nazione
ed il sovrano.
Ciò che ci turba invece gravemente è l'offesa oXV integrità della
nazione, tenacemente aderente alle nostre civili istituzioni; e questa
offesa non la temiamo tanto da nemici esterni, quanto dal cieco spi-
rito di parte, che tutto miseramente demolisce.
11 Senato avventuratamente si eleva sopra serena regione, dove non
imperano le fazioni; ma solo la giustizia ed il ben essere dello Stato.
Se fosse altrimenti, se anche il Senato rappresentasse un partito
qualunque o destra o sinistra, sarebbe egli misero parassita, che suc-
chia gli umori da un ramo della Camera dei Deputati, opperò mo-
ralmente cesserebbe di essere.
Voi sapete, o signori, le gravi obbiezioni che sì muovono tuttodì
contro la Camera vitalizia, sia sulla sua intrinseca necessità, sia
sul 7nodo attuale di elezione, afSdata solo al potere esecutivo, sia
sulla sua sfera di azione confusa con quella della Camera.
alV umana natura è quella della restrizione della libertà personale dei de'
linquenti {Relazione, pag. 23).
(1) Questo è il grave argomento contro la scuola egheliana (Vedi Abo-
lizione della pena di morte, Milano, Vallardi, 1871).
A. BUCCELLATI, INTORNO AL PROG. DI CODICE PENALE ITALIANO, ECC. 103
A quaste obbiezioni più che la ragione rispose finora vittoriosa-
mente il fatto... Voglia il cielo che questo fatto sia duraturo; e
sempre sia sentita la necessità di questo Venerando Consesso, il
quale savio moderatore^ ed insieme rappresentante del progresso ci-
vile Italiano darà, tale un voto anche sulla pena di morte (unico sco-
glio contro cui minaccia infrangersi l'attuale progetto di Codice pe-
nale (1), che corrisponda alla scienza, al plebiscito provocato da Man-
cini, alla splendida manifestazione della Camera dei Deputati ed alle
gloriose tradizioni della nostra Patria (2).
Pavia, dicembre 1877.
ARCHEOLOGIA. — La qaistione dei restauri neWarle. Considera-
zioni del S. C. prof. Giuseppk Mongeri.
I.
Sul finire del passato novembre, davanti a quel venerando Con-
sesso che è il Senato del Regno, si vide cadere una legge, lungamente
elaborata nel seno dei Ministeri precedenti» e ancor più a lungo desi-
derata e attesa dagli amanti del paese e dell'arte. A tanto è bastato
un inciampo finanziario. Eppure, se havvi legge che in questa nobile
sfera dell'umana operosità, per l'onore e il lustro d'Italia, meritava
un posto nei nostri codici, quella era che nell'occasione anzidetta era
stata messa innanzi sotto il titolo di legge per la Conservazione dei
monumenti e degli oggetti d'arte e d'archeologia.
Per vero, quella legge, col voler tutto abbracciare quanto poteva
convergere all'idea generica della conservazione, erasi messa entro
uno spineto così inestricabile, come lo sono tutte le quistioni che
hanno tratto pili o meno intimo colle arti , che permetteva di prono-
sticare, senza molta esitanza, che almeno in parte, nell'applicazione
sarebbe rimasta lettera morta.
Quello che importa per regolare la materia è, forse, diciamolo,
meno una legge che un officio proprio, specialissimo di una natura
tutta sua. Ma non è di questo che io voglio qui intrattenermi, vorrei,
invece, mostrare soltanto mettendo in luce un punto e uno di quelli
su cui la legge scivola appena, quale sia l' indole della sostanza che
sotto vi si asconde e i dubbi, le controversie, i pregiudizi onde essa
va assiepata. Questo punto è quello del restauro delle opere ; del quale,
infatti, nonostante la sua importanza, in una proposta di legge che si
intitola della Conservazione, non evvi fatto se non un cenno transitorio
air art. 6 , colle parole di riparazioni necessarie alle opere d' arte , e,
(1) Gbyer, Ice. cìt., in principio.
(2) HoLTZENDORPF, loc. cit., in fiue.
106 G. MONGERI, LA QUISTIONE DEI RESTAURI NELL' ARTE.
ancor meno direttamente, all'art, successivo, dove sono minacciate
pene a chi le guasta o le deturpa.
Lungi da noi il pensiero di farne argomento di censure, ma piut-
tosto valga il fatto del silenzio della legge per farci facoltà di pren-
derne più liberamente la parola.
Nelle opere d'arte le rovine del tempo sono lente e impercettibili,
e come che, di giorno in giorno, premono continue e insidiose, nono-
stante la piìi attenta custodia, mal si riesce a scongiurarle quando,
talvolta, d'un tratto si manifestano. 1 casi che le accompagnano sono
infiniti e spesso invincibili, onde, più o meno tardamente, e sia pur
dopo secoli, il fato loro è indeprecabile. Con tutto ciò, vi è qualche
cosa dippiìi d' una vigilanza passiva, con cui ai conservatori è possi-
bile venir loro in soccorso, e sono modi e accorgimenti pratici tali da
ritardare cotesti momenti fatali, anzi, se opportunamente misurati, da
assicurar loro fin anco un nuovo e lungo periodo di esistenza.
Questi accorgimenti, che si qualificarono col nome di restauro,
ebbero cultura in ogni tempo, tanto risiedono nel senso dell'uomo
conservatore del passato, sebbene, d'altronde, in ogni tempo non siano
stati intesi del pari. Ne'secoli addietro erano per lo piti restauri d'indole
grossolana per nascondere talvolta un piccolo danno con un danno
maggiore. Se non che, appena il guasto fosse grave ed esteso un rifaci-
mento era quello che ne seguiva, sicché il pregio dell'opera originale
andava, non che svisato, perduto affatto. Si guardavano le opere del
genio nei loro lineamenti principali: estasiavasi davanti alle loro com-
posizioni, in quanto erano piti complicate e vertiginose. Ciò accadeva
specialmente verso il declino del secolo XVI. Il restauro sistematico,
formale, era cominciato, ma solo per le statue dell'antichità che veni-
vano esumandosi dal suolo sacro della Roma cesarea. Si elaboravano
insieme le contraffazioni: il giovane Michelangelo ce ne ha offerto uno
dei più antichi e piU famosi esempi. 11 restauro dell'architettura rima-
neva ancora opera di manovali per lo piU ignoranti, sebbene ancor
meno dei loro committenti, onde le offese traevano la loro speciale
impronta dalla capacità del loro autore. Soltanto la pittura era ancor
troppo viv^a, benché presso a dissolversi nella putredine del decadi-
mento, per accappararsi il pensiero della conservazione mediante il
restauro, tanto piU di una pittura com'era quella del trecento e del
quattrocento, sulla quale per bocca del stesso Buonarroti pesava la
condanna di sciocca.
Nel secolo successivo, fino oltre il mezzo del XVIII, le cose volsero
in peggio. Vi sono dei periodi sociali malaugurati, in cui la malsania
prende i cervelli e non li lascia aver posa nel giudizio del vero. In
questo, tempo, il restauro piU che incurato, tene vasi a giuoco. Era
prodezza, era sagacità, trasformare una tavola del quattrocento, dalle
G. MONGERI, L\ QUISTIOIVE DEI RESTAURI NELL'ARTE. 107
figure di tono carapeggianti sopra sfondi luminosi, dalla loro colo-
razione tenue e modesta, in una pittura seiceiitistica dagli sfondi om-
brosi su cui le teste spiccavano quasi illuminate dalla luce livida del
lampo; metamorfosi che sapevano del miracolo pel volgo e andavano
applaudite dai dotti. Era l'epoca in cui l'opera intorno al Giudizio
di Michelangelo avendo conquistato a Daniel da Volterra il titolo di
braghettone per averne velate le nudità, e nella quale, mentre il fasto
gesuitico comandava le grandi e stravaganti moli architettoniche, la
ipocrisia loro seguiva scrupolosamente le traccie segnate da Paolo IV,
facevansi coprire o togliere dalle opere d'arte ogni impronta di nudo
oltre i confini della vita quotidiana, non meno nei dipinti religiosi che
nei profani, manomettendo così opere d'alto merito artistico, e trasfi-
gurandone l'aspetto con panni, con nimbi, con corone, fossero dipinti
o rilievi. Era l'epoca istessa in cui, tacendo di tante deturpazioni, un
Belletti (1726) toglieva a dipingere da capo a fondo la Ceìia del Vinci,
nel refettorio delle Grazie, per cui ne va ancor tuttodì pietosamente
bistrattata.
Questo avveniva principalmente nella pittura; nell'arte architetto-
nica era addirittura una fest^, un vanto per un architetto il mutar
faccia ad un monumento ecclesiastico, con un prestigio da teatro,
sotto il preteso titolo di restauro. Lo stesso Scamozzi prese parte a
queste trasformazioni: la grande basilica Vaticana, come oggi la
vediamo, è il risultamento di cotesti rovesci dissennati. Il Duomo nostro
offre un esempio come già a mezzo del secolo XVI se ne intendesse la
continuazione e per conseguenza, il restauro di un edificio. Si arrivò
all'estremo delirio nei primordi del passato secolo; le maschere archi-
tettoniche erano complete ; l'arte del restauratore un'orgia.
Da quanto accadeva pei monumenti religiosi, pei quali provavasi an-
cora un certo rispetto, si può argomentare come dai pretesi restaura-
tori erano trattati gli edifici privati.
Non siamo troppo crudeli: il senso mancava allora dell'importanza
delle cose d'arte antica: il giusto criterio del loro restauro che ne è
il più diretto corollario non poteva neppur balenare alle menti dei
nostri buoni avi. Si sostò piU atterriti degli effetti di queste deturpa-
zioni sul cadere del passato secolo, di quello che si fosse persuasi
degli oltraggi recati e della nuova via da percorrere; tant'è che si
hanno chiese e pubblici edifici di cui il restauro non risale piU in
là d'un quarant'anni addietro, che sono tuttavia un ludibrio per la
scienza dell'arte. Se ne hanno prove in tutte le parti d' Italia, nelle
stesse sue città principali; ed è quella condizione istessa che per-
dura tuttavia nelle città minori, nei centri rurali lontani dal movi-
mento di quelle idee mature e incontrovertibili che hanno ormai rice-
vuto la consacrazione dell'intera Europa colta e civile.
108 G. MONGERI, LA QUISTIONE DEI RESTAURI NÉLL'ARTE.
Nel dire che perdurano ancora nei minori centri intellettivi, sento
di dir cosa che non è piena nella mia coscienza. A darle ascolto do-
vrei dire che anche nei grandi centri italiani, nelle stesse regioni dei
poteri dello Stato, germogliano, fioriscono le idee meno accettabili, di-
ciamolo pure, le piti false e le piìi funeste, riguardo al criterio secondo
il quale i restauri devono essere condotti. Meno pochi privilegiati
che vi hanno posto l'intero studio della vita, tutti corrono per la
maggiore, come si correva quaranta o cinquant'anni fa nella stessa
schiera dei conoscitori sinceri. Si credeva allora, come si crede adesso
dai più, che il restauro sia una cosa ben semplice, che non basta altro
che imitare pel momento pedissequamente, quello già fatto, e comunque
sia, quasi che qualunque artista, o men che artista ne possa esser
capace, e che quanto piU un'opera, uscendo dalla mano del restaura-
tore, par pulita, detersa, quasi nuova, tanto piti ne va commendato il
costui lavoro, e felicitato il risultamento, E questo pensano e dicono
persone insigni per coltura, per posizione sociale: questo pensano ed
ammettono tutti indistintamente gli artisti, meno eccezioni rarissime;
dei quali i piti distinti, che pur potrebbero, penetrati delle ragioni del
restauro, farsene i veri campioni, lo tengono a vile, e lasciano così
sfruttare il campo ai mediocri: e nell'arte, dai mediocri agl'infimi non
c'è che un passo. Onde non è meraviglia che da costoro, non sappiamo
ora, ma, certo , ancor pochi anni sono, era riguardato il pane loro
quotidiano; e non hanno mancato dal farne baldoria, che quanto pili
l'ignoranza s'affonda, la temerità solleva la testa.
Il giusto concetto del restauro è frutto della nostra età; è nato da
un amore dell'antichità piti intelligente, più raffinato di quanto sia stato
mai per lo addietro: è nato, sopratutto, accogliendo nel seno dei suoi
studi tutte le forme dell'arte, e l'arte di tutti i tempi, e senza di-
stinzioni di sorta. E questo amore, elevandosi all'altezza del pensiero
filosofico, non vide nell'opera che l'uomo soggettivo, eguale in tutte
le età e dovunque; cosicché mira in essa riflessa, quasi in uno spec-
chio, la ragione del suo essere, gli influssi dell'eredità, dei contatti,
del tempo, dell'ambiente morale in cui si moveva. La poesia, come
sempre accade nel grande processo intellettuale, diede lo scatto alla
molla. L'amor dell'arte, prima d'essere archeologia, fu lirica: ripo-
satosi nella calma della letteratura, descrittiva, si levò, in fine, pen-
soso e arguio a grado di scienza. Noi siamo a questo stadio, e in esso
sostiamo.
La scienza, parca di entusiasmi ma non per questo meno viva e
ardente, non ebbe difficoltà ad avvedersi che l'importanza d'un'opera
del passato, al pari d' un fatto qualunque, risiedeva nell' apprezza-
mento suo nella condizione originaria; in altra parole, nella sua pu-
rezza e integrità. Le era però forza, mortificata bensì, davanti alle
G. MONGÈRI, LA QUISTIONE DEI RESTAURI NELL' ARTE. 109
ingiurie del tempo d'inchinarsi rassegnata; ma davanti all'incuria de-
gli uomini, alle alterazioni, e diciam pure alle rovine, inflitte dalla
loro incapacità e dalla loro insipienza e peggio, essa divenne quasi
furiosa. Non è da meravigliarne: per essa sono perdite irreparabili.
Non occorreva dippiìi per fare della conservazione un precetto: am-
mise, però due modi, la custodia oculata, ma pura e semplice, e la
conservazione riparatrice, con che un largo spazio di mezzo.
Il restauro, quindi, non viene che come un'opera di necessità su-
prema, quando siano rese vane le premure della custodia. E qui il caso
move ad esercitare quei criteri che ne sono la base: criteri di
misura, e criteri di modi. Fare il manco possibile è un'assioma cui
tutti pronti s'inchinano; ma è un'assioma facilmente violato, allorché
non s'intenda a ciò onde defluiscono le ragioni, e diciamolo pure,
la scienza e l'arte del restauratore, le quali hanno il loro punto di
partenza nelle alte esigenze dell'archeologo.
Ora, che cosa domanda costui all'ottimo restauratore? domanda an-
zitutto, la conservazione assoluta integrale in un oggetto d'arte di
quanto gli uomini o il caso hanno rispettato; domanda che il lavoro sia
ristretto unicamente alle parti guaste e mancanti; domanda che altro
aspetto non si sostituisca all'originale, o riesca tale di natura quale sa-
rebbe stato l'aspetto dell'opera se ci fosse giunta incolume attraverso
agli anni e ai secoli; domanda per questi rimedi la solidità e una in-
alterabilità pari a quella dell'opera che si vuol salva; è in una pa-
rola, una trasfusione di sangue che si domanda^ non un membro artifi-
ciale e nemmanco una fasciatura o una faldella che ne deformi
r aspetto. Non parrebbe credibile, ma pur è vero, ciò che la scienza
domanda sopratutto al restauratore è l'onestà dell'animo fino allo
scrupolo massimo, quale si esige per un grande atto fiduciario, che
tale è l'atto con cui un'opera viene abbandonata alla sua perizia. Con
tutto ciò quel che si ha di mira egl' è di rendere l'opera ricomposta,
fin dove è possibile, nei suoi elementi originali, di poter credere nel
suo aspetto e nelle sue manifestazioni particolari, di goderne, infine,
nello spirito della scienza. È un miracolo, se così piace chiamarlo,
quello che si vuole, ma tale pur sia; nulla s'interpone per crederlo
impossibile all'ottimo restauratore, siccome, d'altronde, piìi d'un fatto
lo ha dimostrato.
Epperò, qui, come in ben altre cose molte, tutto è l'uomo. Larga
coltura delle vicende dell'arte cui sono rivolti i suoi lavori, conoscenza
sicura dei caratteri generali, dei modi del tempo e dei particolari
contrassegni dei singoli artisti, compreso fino le personali tendenze e
i loro difetti; occhio e senso per comprendere la natura dei danni e
l'indole dei rimedi; tecnica raffinata e ingegnosità speciale per appli-
carli e inventarli; longanimità e pazienza nei procedimenti; modera-
110 G. MONGERI, LA QUISTIONE DEI RESTAURI NELL'ARTE.
zione nel condurli, e occorre pure dover mettervi a suggello, l'amore,
fino all'adorazione, dello scienziato per l'arte antica; lo scrupolo, come
dicemmo, e l'abnegazione, come diciamo ora, dell'artista che sa e può,
affine di non vulnerare, in punto alcuno, l'opera confidatagli; impe-
rocché, fra i pericoli più gravi e terribili cui si corre incontro col
restauro, vi ha quello che, per effetto di esso, l'operatore moderno
sostituisca, anche inconsciamente, il sentimento della personalità pro-
pria a quello onde l'oggetto, in origine, fu improntato.
Da ciò un viluppo eccessivo di difficoltà al buon operare; da ciò
giudizi diversi, opposti, spesso infondati, per lo meno senza riprova
nei fatti, perchè tutti si stimano competenti nell' esprimerli, e auto-
revoli, prima di tutti gli altri, chi esercita l'arte, dove, senza gli
studi speciali indicati, vanno pari a quelli di tutti gli altri. Da ciò
avversioni pertinaci e fiducie cieche, per lo piU personali e pregiudi-
ziali; onde una battaglia ancor viva e ognor viva di opinioni, le quali
possono facilmente trascinare a fatti funesti per quelle stesse opere
d'arte, che pur tutti concordi vorrebbero integrate, perciocché tra i
due estremi che impongonsi, o del per far nulla, o del per far tutto,
non si riesce spesso a stabilire quel punto bilicato intermedio, quel
né più né meno, in cui appunto sta tutto il compito del restauro.
Se noi ci facciamo a guardare di fronte, arditamente a questo sordo
tumulto di pensamenti che si agitano intorno a questa grand'opera di
redenzione, non è per conchiudere con un atto di sfiducia, sibbene, al
contrario, per opporre a chi nega, come a chi concede fuor di misura
e di ragione, un'affermazione egualmente distante dagli uni e dagli
altri, giustificandola di spiegazioni che mettano la luce nei fatti, e
arrivino, per quanto è possibile sperare, a raddrizzare le idee pre-
concette o male assestate, nell'intento non di fare la causa degli uo-
mini, ma quella della cosa.
Per avviso nostro, ciò non è impossibile. Ad arrivarvi non occorre
spingerelo scandaglio fino alla parte puramente tecnica del restauro, per
quanto questo possa essere di somma rilevanza, come sono l'uso delle so-
stanze e il maneggio degli strumenti, ma basterà concretarne, in diverse
massime, i principii generali, come quelli i quali, cardine come sono di
ogni operare non cessano d'essere oggetto di controversia, forse per
mancanza di chi li abbia costituiti in forma razionale e quasi dogmatica.
Se ci è consentito, noi ci faremo a riguardar dal punto di vista
critico, cotesto ingombro di quistioni; ma, come diverse ne sono le
soluzioni, secondo le ramificazioni diverse dell'arte, cosici vorrà essere
permesso di procedere partitaraente per l'architettura, per la scoltura
e per la pittura: lo che faremo di seguito.
ADUNANZA DEL 21 FEBBRAJO 1878.
PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELGIOJOSO,
PRESIDENTE,
Presenti i Membri effettivi : Poli Baldassare, VnRaA, BBLaiOJOSO,
CossA Luigi, Cantoni Giovanni, Cornalia, Gargano, Hajech, Sacchi,
Beltrami, Celoria , Longoni, Curioni, Schiaparelli, Garovaglio ,
Ascoli, Sangalli, Casorati, Biondelli, Tenga, Polli Giovanni; e i
Soci corrispondenti: Dell'Acqua, Vidari, Villa Antonio, Sordelli,
Visconti, Gabba, Tabamelli, Scarbnzio, Clericetti, De Giovanni.
La tornata è aperta al tocco.
Sono annunciati dai Segretarj delle due classi i libri presentati in
dono all'Istituto dai loro autori, tra i quali si notano particolar-
mente un volume inviato in dono dal M. 0. comm/ Federico Sclopis:
Considerazioni intorno alle antiche assemblee rappresentative del Pie*
monte e della Savoja; una memoria del M. E. Verga: Prime Ibiee
di una statistica delle frenopatie in Italia; e varie pubblicazioni del
S. C. Pavesi Pietro e dei nuovi soci corrispondenti professori G. B.
Ercolani e G. Darboux.
Secondo l'ordine prestabilito, il dottor Donato Tommasi è ammesso
a leggere: Sulla azione della così detta forza catalitica spiegata se-
condo la teoria termodinamica; gli succede il M. E. Poli Baldassare
colla lettura della sua memoria dal titolo: La parità della maggio^
ranza e della minoranza nelle elezioni politiche.
In seguito il M. E. Garovaglio apre la esposizione di studj fatti da
lui in unione al S. C. Cattaneo sulle dpminanti malattie della vite,
trattando questa volta della rogna o scabbia e mostrando i relativi
pezzi di tralci ammalati.
Il capitano Verri è indi invitato a leggere: Sulla cronologia dei
vulcani tirreni e sulla idrografìa della Val di Chiana anteriormente
al periodò pliocenico.
Il segretario Hajech, avuta la parola dal Presidente , presenta all'Isti-
tuto uno scritto mandato dal prof. Paolo Cantoni di Parma, che contiene
Rendiconti, — Serie II. Voi. XI. 8
114 ADUNANZA DEL 21 FEBBRAJO 1878.
risultati di ulteriori esperienze sul raffreddamento dei solidi metallici
pulverulenti, in continuazione di altre comunicate anteriormente dal
detto professore.
Parimenti il M. E. Cantoni Giovanni, chiesta la parola, espone un'
breve sunto di una memoria del dott. Giuseppe Poloni prof, nel R. Isti-
tuto tecnico di Milano: Studi sperimentali sul magnetismo perma-
ìiente delVacciajo. Egli presenta anche una nota dello studente Cat-
taneo Giacomo: Sulla produzione plasmogonica del leptothrix e del
lepto mitus.
L'Istituto passa indi a trattare gli affari interni. Sono rieletti i
M. E. Curioni e Sacchi a membri del Consiglio Amministrativo per
l'anno corrente.
Data lettura dei nomi e dei titoli dei concorrenti al premio di fonda-
zione Brambilla, viene eletta la Commissione per l'esame dei meriti
di questi concorrenti nelle persone del M. 0. Tatti, dei MM. EE. Cu-
rioni, Polli, Ferrini, Colombo e dei SS. CC. Clericetti e Gabba.
Da ultimo la Commissione incaricata di esaminare il libro intito-
lato: I primi passi, destinato alle classi elementari, proposto da
quattro maestri addetti alle scuole civiche di Milano, presenta, per
mezzo del suo relatore, la relazione sul merito del libro stesso, e l'Isti-
tuto ne approva le conclusioni.
TI segretario Carcano chiede il voto dell' Istituto sulla divisata
stampa di una memoria del bibliotecario signor Ghiron, e si delibera
di attendere nuova informazione in proposito.
Sono presentati i ringraziamenti dei nuovi soci corrispondenti no-
minati dall'Istituto signor Sordelli Ferdinando, avv.'* Luigi Galla-
vresi e professori Nazzani Emilio, Korner Guglielmo, Ercolani G. B.,
G. Darboux.
Approvato il processo verbale della precedente adunanza, la seduta
è levata alle ore quattro pomeridiane.
Jl Segretario^
C. Hajech.
LETTURE
DELLA
CLASSE DI LETTERE E SCIENZE MORALI E POLITICHE,
DIRITTO PUBBLICO. — La parità della maggioranza e della mi-
ìioranza nelle elezioni generali o politiche. Memoria del M. E. prò*
fessore Baldassare Poli.
Il porre come tesi l'assoluta e perfetta parità o il pareggiamento
della maggioranza e della minoranza nelle elezioni generali o politiche,
può sembrare a prima giunta un paradosso, un equivoco, una contrad-
dizione in termini. Avvezzi come siamo da secoli e per generale con-
suetudine a valutare la legalità di queste elezioni dal solo maggior
numero e non dall'intrinseca indole e natura del loro diritto, non è
meraviglia che si corra al falso vedere ed a precipitati giudizj. Inoltre,
se non meglio, è almeno più commodo, il seguir l'uso antichissimo
dei nostri padri, anziché avventurarci in pericolose novità o nelle
aride e arruffate dottrine della scienza e della speculazione, massime
quando si esige un che di pratico o di veramente popolare per agire,
e non per disputare o contendere. Infine non è raro il mal abito nelle
quistioni di coglierle quasi sempre di volo o sotto il primo aspetto,
senza indagare se ve n'abbia un qualche altro piti veridico, più
riposto e profondo. Laonde se con più efficacia di logica, e con un
po' più di pazienza, di riflessione, ci addentreremo nell'astruso pro-
blema di questa parità tra la maggioranza e la minoranza, si vedrà
scomparirne ogni ombra di fallacia e di paradosso, per farla rifulgere
di tutta la sua luce, come una verità inconcussa in mezzo all'attrito
delle contrarie opinioni.
Dell'assoluta parità della maggioranza e della minoranza tanto nelle
elezioni generali o politiche, quanto nelle amministrative, io porsi una
specie di teoria nella Memoria letta all'Istituto nell'adunanza 1.° mag-
gio 1873. Ma ora, fermandomi a ragionare solo di quelle prime, farò
116 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC.
di rassodare e di illustrare con nuove ragioni e con altri argomenti
questa parte di teorica, pigliando occasione delle discussioni che
rinascono intorno al metodo o sistema di riforma nelle generali ele-
zioni. La legge elettorale è l'anima e la vita del governo a regi-
me rappresentativo. Per essa tutti i cittadini aventi le qualità
richieste, sono indistintamente chiamati a nominare a pluralità di
voti i propri deputati, onde partecipino anch'essi alla vita pubblica
e mediante il mandato al supremo potere legislativo. Se non che il
metodo o sistema generalmente adoperato in queste nomine, pecca e
difetta piti o meno essenzialmente, quando per il troppo o scarso nu-
mero degli elettori, quando per le condizioni indispensabili all'eleggi-
bilità, quando per le moltiplicità dei piccoli collegi locali, che possono
impedire la formazione di un Parlamento veramente nazionale. Fra
questi difetti, però, quello che sovrasta e primeggia, è il principio o
l'uso dell'assoluta prevalenza e superiorità della maggioranza sulla
minoranza per il predominio del suo voto; quasi che la minoranza
schiacciata e distrutta, non avesse mai esistito, oppure mancasse ad
un tratto del diritto già conferitole ad una propria rappresentanza.
Egli è questo il metodo o sistema contro cui si scrive ne' libri , e sì
grida dalla pubblica opinione; appunto perchè contrario ai principj
di ragione e di diritto, al tenore espresso dalla legge, e fonte e causa
inesauribile di guai e disordini che sfigurano e screditano bene spesso
le elezioni; guai e disordini che, né il rigore della legge, né gli ammae-
stramenti di lunga esperienza, seppero sinora rimediare o antivenire.
Se la legge elettorale è uguale per tutti gli elettori, perchè deve
valere per la parte maggiore e non per la parte minore che forma
l'intero? Se il collegio o corpo elettorale non è altro giuridicamente
che una persona morale unica e indivisibile, come lo è il soggetto di
qualsiasi altro diritto individuale o collettivo, perchè si vuole scinderla
e disgregarla in parti o frazioni, per farla concorrere per metà, per due
terzi, o per tre quarti all'esplicazione della propria attività, e al suo
effettivo esercizio, alterando e travisando così quella semplicità ed
unicità ciie costituisce tutta la sua essenza e la sua vera caratteristica?
Ed è giusto e ragionevole che la legge, intanto che concede a tutti
con una mano il diritto dell'elezione, deva spogliarne coli' altra una
porzione minore contro il principio della comune eguaglianza, e con
una specie di privilegio arbitrario per gli uni, dannoso e odiosissimo
per gli altri? Inoltre urta e contraddice alla ragione il qualificare e
ritenere il diritto elettorale qual semplice relazione di quantità, che
è sempre maggiore o minore, e non per un attributo di persona, che il
rende unico e indivisibile, e per ciò sempre identico ed eguale a sé
stesso. Ma posto per ipotesi che cotesto diritto fosse anche una sem-
B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 117
plice relazione di quantità, perchè, in questo caso, contro le regole
del calcolo, non si tiene conto clie del numero dei voti, e non del loro
intrinseco pregio e valore?
Perchè coi voti favorevoli non si contrappesano gli sfavorevoli ;
mentre tutti uniti insieme, come termini opposti e negativi, mutua-
mente si elidono e si distruggono. Egli è per questo calcolo che si
vedrebbe valere talora di più la minoranza della maggioranza, e di-
sparire quello sconcio d'una maggioranza infinitesima, ridotta, cioè,
al più uno, prevalente e superiore ad una minoranza presso che eguale,
o di ben poco distante ed inferiore. Un giornale di Francia annunziò,
ed è fatto, che nel 1876 si affermò la repubblica per un solo voto di
piti nella maggioranza. La maggioranza poi, coli' intervenire sempre
quale forza preponderante ed irresistibile, non si trasforma in una
specie di violenza che preme sulla votazione ed offende il diritto elet-
tivo nel suo libero esercizio, nella sua piti intima ragione, nella sua
medesima esistenza? Né perciò io intesi mai di negare o di escludere
l'uso o il principio della maggioranza, siccome una vera necessità nelle
funzioni deliberative, nelle quali non dovendosi pronunziare che un
sì od un no, non rimane altra scelta o alternativa fuorché dell' uno
o dell'altro, e senza della quale rendesi impossibile qualsivoglia sen-
tenza o deliberazione. Ma siccome una cosiffatta necessità non esiste
nò si fa sentire nelle funzioni elettive, essenzialmente diverse dalle
deliberazioni, così egli è in quelle e non in queste che si deve impu-
gnare l'assoluta prevalenza della maggioranza, a motivo che nel-
r eleggere avvi sempre la libera facoltà di scegliere o di preferire fra
una moltitudine di persone parimenti degne e meritevoli dell'elezione.
Se non che oltre a questi argomenti teorici e dottrinali contro l'as-
soluta superiorità e prevalenza della maggioranza dirimpetto alla mi-
noranza, ve ne ha ben altri di piti rimarchevoli e di piU pratici per
combatterla ed oppugnarla, quali sono: l'enorme disparità o differenza
dei voti fra gli eletti ; la mancanza od il sospetto di libertà e di sin-
cerità nella votazione. Basta dare un'occhiata alla statistica delle ele-
zioni generali di città e di campagna, per persuadersi con quale e quanta
diversità e distanza di voti si riesca alla Deputazione si nell'una che
nell'altra. In città, d'ordinario, trecento, seicento, ottocento ed anche
mille voti non bastano ad essere deputati, mentre nei collegi rurali
vi si riesce bene spesso con novanta, cento o cencinquanta, ciò che
è veramente assurdo e ripugnante, perchè in tanta disuguaglianza di
voti e di volontà, abbiasi a conseguire l'identico potere ed una dignità
eguale. Come non si dovrà poi accogliere con sospetto e con timore i
voti o concertati od emessi fra l'urto di tanti interessi e di tante pas-
sioni cozzanti fra i varj partiti, onde quasi tutti, qual più, qual
118 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC.
meno, s'arrabbattano e s'impongono ne' coraizj o per acciecare gli
ambiziosi, gli incauti, gli incerti ed i volubili, o per intimidire i de-
boli ed i soggetti, affinchè concorrano in maggior numero a favore
dei propri e piti accetti parteggiatori. E quali e quanti di dignitoso
e retto sentire, oppure freddi, paurosi e poco curanti del proprio di-
ritto, non rifuggono dall'urne, o per non essere inscientemente i
complici delle altrui arti, oppure le vittime dell'altrui violenza e
pressione. E questo è il gran malanno dell'astensione.
Né in tutto questo v'ha esagerazione od influenza di false apparenze
o di mendaci insinuazioni. Le inchieste parlamentari, le procedure cri-
minali, l'intervento della forza pubblica, sia per sedare i tumulti od
i soprusi, sia per mantenere la legalità e l'ordine, sono fatti che pro-
vano ed attestano le quante volte fu necessario di sciogliere i collegi,
di annullare e rettificare le già fatte elezioni, ovvero di venire a delle
nuove. Se pertanto non è infrequente né dubbio il caso di votazioni
men che sincere, e non assolutamente libere, per il grande affare di
ricostituire e far prevalere la maggioranza; non viene di conseguenza
però che il resto si tenga per legale e corretto. Quindi è duopo pen-
sare ad un altro metodo o sistema , che mentre affida e appaga il
diritto comune per tutti, allontani e prevenga quelle cause che pos-
sono influire sinistramente sul suo regolare esercizio, che è lo scopo
supremo dell'elezione. Si credette da ciò tra i varii metodi e sistemi
sin qui conosciuti ed annunziati, quello dell'unico quoziente dell'in-
glese Hare^ per cui anche la minoranza, al pari della maggioranza
è sicura d'una propria rappresentanza al Parlamento, e verrebbe
tolto ogni pretesto a sospettare o favorire l' una a discapito o ad
esclusione dell'altra. Nella Memoria già ricordata del 1873 io non
mancai con tutta attenzione ed imparzialità di esporre fedelmente
il metodo Hareniano , così nella sua teoria, come nella sua pratica,
lodando ed accettando qua e là alcuno de' suoi principj e de' suoi
ingegnosi ritrovamenti; ma alla fine, non potei a meno di osser-
varvi ed appuntarvi la soverchia complicazione di congegni e di
meccanismi; onde rendesi assai difficile il mandare ad esecuzione un
metodo o sistema come quello, fondato sul triplice principio d'un solo
collegio, d'un solo voto e d'un quoziente unico ed universale.
Quindi dovetti conchiudere che un tal metodo o sistema, come non
ebbe fortuna in patria, né alla Danimarca, donde trasse le prime
origini, così non poteva aspettarsi di trovarla altrove. E invero ò
tanta la contrarietà, con che anche adesso lo si osteggia in Inghil-
terra, che alla sua nuova proposta in Parlamento, il ministro Israeli,
nella seduta 1° maggio 1875, ebbe a rispondere che sono troppo com-
plicati e artificiosi i sistemi sin qui inventati per la rappresentanza
B. POLI, LA PARITX DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 119
delle minoranze; che questa rappresentanza si oppone alla legge del
paese; che in modo diverso entrerebbero nella Camera non già gli
interessi generali o nazionali, ma quelli particolari di un partito;
che in ogni caso la minoranza alla sua volta diviene maggioranza (1).
Ora però che si vocifera d'un altro metodo o sistema per le ele-
zioni generali diverso nelle forme da quello di Hare, ma in sostanza
appoggiato al medesimo principio della proporzionalità, non può es-
sere inutile per la scienza l'esame anche di questo già offerto alla
pubblica discussione. Questo metodo o sistema consiste nel limitare
la nomina dei candidati a due terzi o a tre quarti, lasciando il re-
sto, cioè un terzo od un quarto, a favore della minoranza, e da eleg-
gersi con altra votazione o tra quelli che, dopo gli eletti, s'ebbero
nella prima i maggiori voti. Questo metodo o sistema non è nuovo,
ma conosciuto sotto il nome del voto incompleto o limitato, il quale
s'introdusse in America sino dall'anno 1777 nello Stato di Nuova
York, e che formulato presso a poco suU' identico principio di dare
una rappresentanza anche alle minoranze, venne applicato di recente
in qualche altro luogo degli Stati Uniti, ottenendosi per esso di as-
sicurare per sempre alla minoranza un terzo dei voti, e i due terzi
per la maggioranza. Ma prescindendo da questa lontana rassomi-
glianza, ò desso dal piccolo al grande il sistema dei collegi tree
cornered o triangolari degli inglesi, nel quale viene ristretta la no-
mina a soli tre deputati; talché un'elezione contestata in una Contea
in un Borgo, che abbia diritto alla nomina di questi tre, a nessun
elettore si permette di votarne piti di due. Checche sia di questi me-
todi o sistemi e di altri simili, che alla fine s' imperniano tutti sul
principio della maggiore o minore proporzione di voti a prò della
minoranza, è d'uopo di fermare la nostra attenzione in particolare su
questo, che fìssa o circoscrive cotesta proporzione a un terzo o ad
un quarto, per riconoscere quanto v'abbia di buono nelle sua teoria
e di quanto profitto può risultare la sua pratica.
Quanto alla teoria si deve convenire ch'esso è piti largo e pih libe-
rale di quello della maggioranza esclusiva ed assoluta, che uccide
e annienta di posta la minoranza, rinnegando, per così dire, la legit-
timità del suo diritto di rappresentanza; e se non vi si procede al
punto massimo colla integrità e pienezza di tale rappresentanza, vi
si avvia e vi si accosta per raggiungerla col tempo. Inoltre questo
metodo, mentre raffrena e tempera il soverchio potere della maggio-
ranza, allarga ed estende la azione dei collegi elettorali, che troppo
piccoli e ristretti danno adito a quelle cause, che possono piti facil-
(1) Il giornale della Perseveranza del giorno 15 maggio 1875.
120 B. POLI, LA PARITX DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC.
mente alterare od impedire la regolarità e la indipendenza della ele-
zione. Se non che a questi suoi vantaggi bisogna contrapporre anche
i suoi inconvenienti.
La nomina limitata a due terzi o a tre quarti dei candidati riam-
mette e ricousacra il principio della maggioranza dispotica ed asso-
luta, e divide in parti poco eque e giuste la nazionale rappresentanza;
onde so non è ad un tratto schiacciata ed estinta la minoranza, è
però sempre soggetta e vinta dalla maggioranza. I due terzi o i tre
quarti per la elezione parziale dei candidati sono quantità che in
concreto s'allargano o si restringono, divengono maggiori o minori e
sempre variabili in ragione del numero variabilissimo degli elettori.
Anche in questo metodo a due terzi o a tre quarti si tende sempre
a formare e ad assicurare una maggioranza preventiva e prevalente
alla minoranza, mentre questa maggioranza nell'istesso atto dell'e-
lezione è apparente e fittizia, e più tardi si cambia, o diviene in-
certa e fugace in seno del Parlamento. I piti opposti partiti escono
dall'urna frammisti colla stessa ed unica maggioranza, e ciascuno di
loro non teme di simulare e di affaccendarsi, affinchè vi entrino e vi
si confondano quelli che appartengono a tutt' altro consorzio e a
tutt' altra fede. Fatta la elezione, e aperta la Camera, quella me-
desima maggioranza si scinde, e va a sedere, parte a destra, parte
a sinistra, parte al centro, che non è piti né dell'una, né dell'altra,
e così si crea e ripullula una maggioranza affatto nuova e per nulla
identica o somiglievole all'originaria e primitiva. Sono queste le os-
servazioni più ovvie, che accadono intorno alla teoria dell'elezione
a due terzi o a tre quarti dei candidati, vediamo ora l'esito più
probabile della sua pratica applicazione (1).
(1) È singolare che nella votazione 14 ottobre 1877 della Francia per le
elezioni politiche a suffragio universale, si sono verificati due fatti che
provano la volubilità e l' incertezza della maggioranza già fissata espres-
samente all'atto dell'elezione. Il primo di questi fatti è forse la riduzione
definitiva dei 363 repubblicani che uscirono dalla Camera nel giorno 16
maggio al numero di soli 325, e 1' aumento dei deputati conservatori che
da 179 divennero 208; sicché è evidente che molti repubblicani passarono
nelle file della destra, rimanendo però superiore la sinistra di 100 sulla de-
stra. II secondo è non solo l'anticipato annunzio, ma la certa caduta o di-
missione del presente Ministero a fronte di una maggioranza repubblicana
così aperta e decisa, onde la necessità della nomina di Ministri estra-par-
lamentari. E queste evoluzioni saranno un bene o un male per l'ammini-
strazione pubblica e per la politica? Simili evoluzioni sono impossibili nel
metodo o sistema elettivo della parità della maggioranza e della mino-
ranza combinato col sorteggio.
B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 121
I due terzi o i tre quarti di elezione concreta si allargano e
si restringono, secondo che sono più o mano arapj o ristretti i col-
legi elettorali, secondo che è maggiore o minore il numero o l'affluenza
dogli elettori. Perciò anche nella pratica di questo sistema elettivo,
cosi limitato, si rende piti che mai manifesto il difetto già accen-
nato della somma disparità e sproporzione dei voti fra gli eletti.
I due terzi o i tre quarti sono parti aliquote dell'intero. Posto
che in ogni collegio grande o piccolo abbiasi a procedere collo stesso
sistema e colla stessa misura di frazioni, questa misura o è assurda
e mancante o non può agire da sola, e deve usarsi promiscuamente.
Nei collegi di uno o di due candidati o individui è impossibile od
assurda la nomina a frazione di due terzi o di tre quarti. Nei col-
legi di tre, questa nomina potrà seguire a due terzi, ma non a tre
quarti. Nei collegi di quattro bisognerà sostituire i tre quarti ai
due terzi, se non si vogliono frazioni. Nei collegi di cinque o di
sette ossia di numeri dispari non può valere la misura né dei due
terzi, né dei tre quarti, senza avanzo di voti. Nei collegi di otto,
di dieci, di dodici ed anche più, si potrà nominare ora a tre quarti,
e non a due terzi ; ora a quinti e non a quarti, ed ora a quarti e a
due terzi, giusta la qualità dell'intero a cui cotesti voti si riferi-
scono. Ma lasciate in disparte queste incongruenze e queste ano-
malie essenzialmente pratiche, che s'incontrano nell'applicazione del
sistema o metodo elettivo a frazioni di due terzi o di tre quarti, o
con voto limitato, quand'è che si saprà, se le parziali elezioni già
avvenute nei singoli collegi, con queste misure, corrispondono esatta-
mente al numero totale degli eleggibili? Non si potrà saperlo se
non dopo seguite tutte le elezioni nei singoli collegi o nei singoli
circondarj o distretti fra cui venne ripartito il territorio elettorale.
E chi farà allora e dove il confronto o riscontro finale tra la somma
degli eletti, e quella dei prescritti dalla legge? Non la Giunta per le
elezioni nella Camera, la quale si occupa principalmente del numero
degli eletti per le singole categorie, e delle qualità richieste all'ele-
zione; non una qualunque altra autorità che sia estranea al procedi-
mento elettorale. Ci vorrà dunque un altro collegio supremo o cen-
trale, incaricato della revisione di tutte le elezioni parziali o di
luogo, acciochè siano riconosciute e dichiarate regolari, valide ed
operative, prima d'arrivare al Parlamento. Eccoci, senza volerlo,
ricondotti all'istituzione di quel terzo e grande collegio, o comparti-
mento centrale in Londra, che l'inglese Hare pose alla cima nel suo
sistema proporzionale o del quoziente, sistema troppo complesso ed
ineseguibile, sebbene diretto al grande scopo di ottenere un' elezione
realmente generale o nazionale pel Regno Unito. Del rimanente, se
122 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC.
coir elezione parziale e limitata ai due terzi o ai tre quarti, si fa
ragione in parte al diritto di rappresentanza dovuto anche alle mi-
noranze, si manca nel tutto, sia col non accordarla intera, sia col
lasciar sussistere tutti i difetti, ond'è viziato qualsivoglia metodo o
sistema elettivo a maggioranza prevalente ed assoluta, od anche limi-
tata e relativa. Quindi preme di uscire dalla via omai trita e troppo
battuta, per rinvenirne \in' altra con un metodo o sistema che se
ne discosti, e raggiunga meglio la verità e la giustizia nelle ele-
zioni. Questo metodo o sistema diverso io lo esposi come un tenta-
tivo in quella prima Memoria, ed è quello dell' assoluta parità della
maggioranza e della minoranza congiunto col sorteggio; e lungi dal
ricredermi o dal disdirmi, trovo nuovi argomenti per confermarmi
vieppiù ne' suoi principj , e per chiarir tutta la possibilità di sua
applicazione. Questo metodo o sistema si fonda in teoria sul grande
principio dell'eguaglianza nel diritto elettivo, esteso e conservato
per tutti i cittadini chiamati ad esercitarlo; e in pratica sopra una
doppia operazione messa in fine alle sorti od a partito.
La prima, preliminare o preparatoria, colla votazione di semplice
candidatura. La seconda di nomina definitiva mediante il sorteggio.
Nella votazione preparatoria ogni elettore del collegio depone nel-
l'urna la propria scheda con un solo nome, se il deputato da nomi-
narsi è uno solo, ovvero con più nomi, quanti sono i deputati richie-
sti. Durante l'estrazione si registrano e si pubblicano i nomi che di
mano in mano vengono fuori dall'urna, ponendovi accanto il numero
delle schede o dei voti che toccarono a ciascheduno. I nomi che
ebbero i voti nel limite prefisso dalla legge per ottenere la maggio-
ranza, si ripongono nel bossolo o nella borsa destinata alla maggio-
ranza; e questi sono ì suoi candidati. Gli altri nomi che rimasero al
dissotto del limite legale, si registrano e si pubblicano egualmente,
e vengono riposti in altro bossolo, come candidati della minoranza.
Compiuta la votazione per la candidatura, si passa alla seconda
operazione, a quella cioè della nomina mediante l'estrazione a sorte
od il sorteggio. Se si abbia a nominare un solo deputato, si tira a
sorte un nome di maggioranza ed un altro di minoranza , e poscia
ballottati ambedue insieme; quello che esce per il primo, è il deputato
del collegio; se invece si abbia a nominare due, quattro, sei, nove o
dieci od anche più deputati, si estrae un primo nome, incominciando
sempre dalla maggioranza, e dopo un secondo dalla minoranza, e indi
un terzo dalla maggioranza e un quarto dalla minoranza, o così via
via si prosegue sempre collo stesso ordine, e con altrettanti successivi
ed alternati sorteggi, quanti sono i deputati da eleggersi in ogni col-
legio. Che se per il numero dispari dei deputati da nominarsi ne
B, POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA É DELLA MINORANZA, ECC. 123
rimanga ancora uno non appajato, non si ha clie da ripetere il me-
desimo metodo qui indicato per la nomina di un solo deputato. Con
tale metodo o sistema di elezione si ottiene il pareggiamento di tutti
1 collegi sia di borgata, sia di campagna, con quelli delle grandi città,
evitando così il gra^ inconveniente di dover fissare definitivamente
la maggioranza o la minoranza con diverso peso e con diversa mi-
sura in un collegio centrale urbano, diviso per mandamenti o per di-
stretti, onde avviene che in cambio del candidato, il quale ebbe mag-
giori voti nel proprio mandamento o distretto, vi sia prescelto quello
che vi rimase in minoranza.
Se mai apparisse lavoro troppo gravoso e difficile a compiersi nello
stesso giorno e da ogni collegio, quello delle due operazioni elettorali,
si potrebbe dividerle, mantenendo quella della votazione di candida-
tura nel rispettivo collegio locale, ed affidando l'altra della nomina per
sorteggio al Consiglio provinciale, come autorità superiore già costi-
tuita. In tal caso il Consiglio provinciale avrebbe il doppio ufficio:
l'uno di verificazione dell'integrità ed autenticità delle urne o dei bos-
soli di prima votazione, e del riscontro dei loro nomi sui registri;
l'altro della loro estrazione a sorte col metodo e coll'ordine dei sor-
teggi successivi già stabiliti per i collegi locali.
Non ignoro che anche contro questo metodo o sistema di elezione, •
potranno insorgere parecchie obbiezioni, a molte delle quali già da me
prevedute, credo aver data sufficiente risposta. Ma altre ne restano
che meritano ulteriori considerazioni e più lunghe parole. La prima
è quella della soppressione o mancanza della maggioranza prevalente
e d'ordinario assicurata all'atto della elezione, senza della quale si
dice impossibile il governare. La seconda della nomina dei deputati
rimessa alla sorte o al sorteggio. La terza ed ultima della possibilità
e del pericolo d'una Camera inetta, od ostile o indifferente e passiva
atteso l'equilibrio e la parità della maggioranza e della minoranza nei
loro voti.
Non è un male, ma anzi un bene che colla parità della maggioranza
e della minoranza, sparisca e si sopprima la prevalente maggioranza
preventiva, per comporre ed ottenere la quale si mettono in moto,
si guerreggiano e si inimicano fra loro tutti i partiti con tutte
quelle armi e quelle ire che screditano e degradano l'atto solenne
d'elezione, che dovrebbe mantenersi eguale, libera e sincera per tutti
quanti gli elettori, a qualunque fazione o bandiera siano ascritti.
Tolta questa anticipata superiorità della maggioranza sulla mino-
ranza, ognuna di loro è certa della propria ed eguale rappresentanza
e quindi deve cessare ogni spinta ed ogni artifìcio si d'intrigo, che
di corruzione o d'intimidazione, perchè appunto cessano, nò hanno
124 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC.
più ragione di esistere e di agire quegli interessi e quelle passioni
che ne sono le molle o forze motrici. D'altro canto la maggioranza
che si forma all'atto dell'elezione, non è di gran conto, né punto
giova, sia dessa favorevole o sfavorevole. Se è favorevole ben presto
si discioglie o va in fumo colla destra e colla smistra nella Camera.
Se è sfavorevole, anch'essa, può cangiare e trasmutarsi, ed è tutto
al più un avviso precoce dell'imminente mutamento dell'attuale
amministrazione. Se pertanto il metodo o sistema della parità della
maggioranza e della minoranza nel diritto elettivo, non avesse che
il merito di porre in salvo la maggior libertà e la sincerità dei voti
col tener in freno e a segno tutti i partiti, basterebbe questo solo a
raccomandarne l'applicazione.
L'elezione a sorte dei deputati non è in tutto rimessa alla for-
tuna, né il sorteggio viene all'impensata o all'azzardo. Questa ele-
zione è imposta dai principj della piti rigorosa giustizia, giacché dove
c'è parità di titoli o di diritto, non v'ha che la sorte a toglierne il
contrasto, e a stabilirne la differenza. Questa elezione viene prepa-
rata e discussa nei comizj elettorali e dalla stampa; maturata col
confronto delle qualità personali di individui già noti e preconizzati
nella votazione preliminare di candidatura, ed è compiuta col sor-
.teggio, che non può riuscire, né cieco né ingiusto, in quanto che
non può mai uscire dalla schiera di quelli che designarono per il
Parlamento la libera volontà degli elettori e la pubblica opinione.
Infine a che trascurare o respingere il sorteggio elettorale, che è una
tradizione ed un'eredità dei nostri maggiori o dei Romani, primi
inventori del verbo sortiri e della sua pratica nella materia del
diritto? Perchè rifuggire da una sapiente istituzione al tutto italiana,
che sotto il nome di imborsazione s'usò in Firenze ai tempi della
Repubblica nella elezione delle sue piti alte magistrature? E che mai
vieta di introdurre ed estendere il sorteggio nelle nostre elezioni ge-
nerali, dacché la legge lo adopera, e lo acconsente nell' elezione degli
uffici presso la Camera, nella scadenza a sorte e per un quinto dei
consiglieri comunali e provinciali dopo quattro anni dall'elezione ge-
nerale; nella scelta dei giurati alle assise; nell'estrazione del nu-
mero dei coscritti per la leva militare, ed in altri casi ne' quali non
si può decidere altrimenti che per mezzo del sorteggiamento?
Non è possibile né immaginabile una Camera del tutto inetta fra
la quantità dei collegi e la moltitudine degli elettori e degli eleg-
gibili, ed in un paese che abbia per poco progredito nella coltura
e nella esperienza della vita civile. Una Camera assolutamente inetta,
se mai fosse possibile o probabile, può venir fuori tanto dal sorteg-
gio e dalla parità, quanto dagli altri sistemi della maggioranza pre-
B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC. 125
valente ed assoluta, della maggiore o minore proporzionalità del
quoziente, e del voto limitato od incompleto. Che poi abbiasi a te-
mere una Camera decisamente ostile per giuoco od effetto della sorte
nella nomina dei deputati, è questa una supposizione inverisiraile e
gratuita nella tanta varietà e moltiplicità dei partiti e delle opinioni
politiche, nel ballottaggio di migliaia di nomi di diversa fede e di
diversi principj e sempre tra loro dissenzienti od avversi, e per i
quali riesce im[)0ssibile la omogeneità e la uniformità nel pensare e
neir identità di tutti i voti. Finalmente una Camera indifferente o pas-
siva a motivo dell'eguaglianza o dell'equilibrio tra la maggioranza e
la minoranza, non è cosa che corra e che possa sussistere, poiché le
leggi devono essere votate a maggioranza di voti, ed ogni partito di
deputati ha interesse che sieno deliberate o rejette. Non bisogna con-
fondere il numero delle persone dei deputati coli' eguaglianza dei loro
voti. 11 numero può rimanere lo stesso ed uguale, ed esser tuttavia
disuguali e diversi i voti. I deputati della destra possono passare alla
sinistra e viceversa, o restando sempre al posto dell'una o dell'altra,
quelli di destra votare colla sinistra, e quelli della sinistra votare
colla destra. Egli è in virtU delle tante e ben note evoluzioni par-
lamentari, che verrà rotto e scomposto qualsiasi equilibrio di voti fra
la maggioranza o la minoranza anche quando meno vi si pensa. Sic-
ché invece di una Camera indifferente, apatista o passiva, comunque
eletta alla pari o col sorteggio, se ne avrà un'altra alacre ed attiva
per formare quella maggioranza parlamentare senza della quale
tutti sanno che non si governa.
All' ultimo, se non è soverchio il presumere, io credo che il metodo
o sistema della parità combinata col sorteggio per le elezioni generali,
comprenda e corrisponda a tutto quello che si ricerca per la riforma
elettorale. La riforma in questo metodo é radicale, sia perchè integra
e pareggia nel diritto elettivo tanto la maggioranza, quanto la mino-
ranza, sia perché colla nomina definitiva dei deputati mediante il sor-
teggio chiude la via a tutte le cause e a tutte le mene che ne alte-
rano e travisano la legalità, la libertà e la sincerità, che sono le
condizioni essenziali alla elezione, e quel che è piti, previene o rimedia
il gran male dell'astensione, la quale non sempre procede da in-
fingardaggine e da noncuranza, ma piti ancora da timorata coscienza
e dalla persuasione che é inutile correre alle urne, allorché vi ha una
strapotente maggioranza che spadroneggia e prevale nelle elezioni.
Questo metodo o sistema s'adatta così al suffragio universale, ove fosse
possibile, e non pericoloso, come alla votazione a doppio grado della
della quale si fa imitatrice colla doppia e distinta funzione di nomina
e di candidatura. Questo metodo o sistema esige la pluralità o molti-
126 B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA, ECC.
plicità dei collegi locali per i loro molti vantaggi, ma s'adatta be-
nanco allo scrutinio di lista o alla votazione per circondario o per
provincia. Questo metodo o sistema non esclude né il proporzionato
allargamento nel numero degli elettori, né la loro classificazione per
categorie, né l'età appena maggiorenne, né la cifra minore del censo,
né l'eleggibilità anche piti moderata e ristretta, ma esclude e re-
spinge soltanto per elettori e per eleggibili tutti quelli che abbiano
qualità o posizioni incompatibili e ripugnanti coi doveri e colle attri-
buzioni della deputazione. Questo metodo altresì impedirà la troppo
frequenza dei ballottaggi inevitabili per insufficienza o per parità dei
voti, riservandoli alla sorte nei soli casi di vacanza dei seggi.
Però il suo felice successo non può avverarsi che a queste due
condizioni: la prima d'una legge elettorale che fissi e determini piìi
specificatamente le qualità o prerogative indispensabili all' elettorato
e tutte le formalità e tutte le previdenze necessarie alla sua legalità
e regolarità, e in particolare al processo di sorveglianza e di verifica-
zione delle urne e del sorteggio ; la seconda che gli elettori siano
animati dai sentimenti del verace patriottismo, dalla coscienza del
dovere e dallo zelo per il bene pubblico, come bene superiore a tutti
gli interessi privati, onde non proporre che candidati degni di sedere
in Parlamento, preferendo sempre i più atti e meritevoli, quand'anche
di partito contrario o diverso. Io mi sono addentrato piti che ho
potuto, nell'intricatissimo e spinoso problema della riforma eletto-
rale, sì per rinvenire la parte di rappresentanza dovuta alla mino-
ranza, come per assicurare viemmeglio la tanto importante libertà e
sincerità dei voti, ma non ne ho mai trovata l'uscita, al di fuori di
quella del metodo o sistema della parità e del sorteggio, e rimasi
sempre più persuaso che con questo metodo o sistema si renderà,
se non inutile, meno faticosa e meno incerta l'opera, così della veri-
ficazione dei poteri per il Parlamento, come del giudice inglese in-
caricato di procedere contro la parzialità e la corruzione nelle
elezioni per la Camera dei Comuni. Che se altri di mente più acuta
e di più eletto sapere, ne additerà uno diverso e migliore, io sarò il
primo a divulgarlo ed applaudirlo; giacché la verità, donde venga,
e dovunque risplenda, è sempre luce che nutre e vivifica, è sempre
un progresso per la scienza che si predilige. Dopo tutto ciò anche
qui novellamente dichiaro, che la proposta parità della maggioranza
e della minoranza nelle elezioni generali, non è che una mia opinione,
un tentativo di più contro la troppo prevalenza della maggioranza.
Ma chi sa che coli' andare del tempo non divenga una realtà ed un
fatto compiuto. La scienza rompe tutte le tradizioni. È tradizione
del popolo ed anco di scienziati , che le fasi lunari siano cagione
B. POLI, LA PARITÀ DELLA MAGGIORANZA É DELLA MINORANZA, ECC. 127
dei mutamenti del tempo, e quindi delle pioggie, delle tempeste e
degli uragani, appunto perchè questi coincidono con quelle, appunto
perdio la luna muove le acque dell'Oceano ed opera sulle maree.
Ma dacché la scienza meteorologica scoprì le leggi cosmiche e fìsse
di tali fenomeni, e dacché la termodinamica dimostra la trasforma-
zione del calorico in forze e le forze in calorico, come tra loro
equivalenti, l'influsso delle lunazioni non verrà forse più considerato,
se non per un pregiudizio o per un errore (1). Nelle mie Letture all'I-
stituto dall'anno 1865 al 1869 e 1870, io mi feci a propugnare da
semplice accademico il diritto dello Stato all'istruzione elementare
obbligatoria, e il metodo didattico delle cose del tutto nuovo per le
sue scuole, la legge di sorveglianza sul lavoro delle donne e dei
fanciulli nelle grandi industrie, e il patronato misto e governativo,
per la riabilitazione sociale degli scarcerati, l'introduzione dei pri-
vati docenti nell'Università, la riforma del Consiglio superiore
dell'istruzione pubblica, la legittima rivendicazione delle scuole
tecniche al suo naturale ministero; ed ormai scorgo corrispondere
a tutte queste idee la realtà od il fatto. Egli è questo l'effetto neces-
sario della scienza che precorre all'arte; della pratica che si affra-
tela alla teoria; della esperienza che sale alla ragione, e della ra-
gione che discende all'esperienza per integrare il metodo unico e
proprio in qualunque ramo dell'umano sapere,
(1) G. Grablovitz, Dell' attrazione lunisolare in relazione coi fenomeni
mareo-sismici. Studj dimostrativi. Milano, 1877: La lettura del Fave al-
l'Istituto di Francia nella generale seduta 25 ottobre 1877: Dell' influenza
della Luna sul tempo.
LETTURE
CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI.
CHIMICA. TEORICA. — SuW azione della così detta forza catali-
tica spiegata secondo la teoria termodinamica. Nota del dottor Do-
nato ToMMASi, presentata dal M. E. prof. R. Ferrini.
Nel Bollettino della Società chimica di Parigi del 5 settembre 1877
leggesi il seguente riassunto d'una Memoria dell'E. von Meyer inti-
tolata: Fatti per servire alla storia deW azione detta catalitica del
platino.
« Sono note le differenti teorie che si sono proposte per spiegare l'a-
zione singolare del platino su delle miscele d'ossigeno e di diversi
gaz combustibili. Fra queste teorie havvi quella immaginata dal De
la Rive, il quale ammette ricoprirsi il platino superficialmente d'uno
strato d'ossido che vien ridotto dal gaz combustibile in una seconda
fase della reazione, rigenerando così del platino il quale è suscettibile
d'ossidarsi di nuovo.
« Da questo ciclo d'azioni successive, si arriva in certo modo a spie-
gare l'azione illimitata esercitata da piccole quantità di platino. Seb-
bene questa teoria sia a priori poco probabile, per la debole tendenza
del platino a fissare l'ossigeno, il von Meyer ha tuttavia tentato di
confermarla od annullarla con novelli esperimenti. Egli studiò l'a-
zione degli ossidi di platino: ossido platinoso, ossido platinico, ed
idrato platinico sopra le miscele d'idrogeno, ed ossido di carbonio
(impedendo tuttavia una reazione troppo energica) ed ha trovato che
questi due gaz si ossidano simultaneamente a spesa dell'ossigeno de-
gli ossidi platinici. Il rapporto dei volumi dei due gaz che sono ab-
bruciati varia secondo la composizione della miscela iniziale, ma in
tutii i casi la proporzione volumetrica dell'idrogeno bruciato è uguale
o sorpassa spesso di molto quella dell'ossido di carbonio. »
D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 129
Ricordiamo che, secondo gli esperimenti dell' autore, il platino quando
reagisce cataliticamente sulle miscele ternario d'idrogeno, d'ossido di
carbonio e d'ossigeno produce un effetto opposto, giacché l'ossido di
carbonio è ossidato di preferenza. L'autore conclude che la teoria
proposta dal De la Rive sarebbe impossibile ammetterla.
Quantunque io sia completamente del parere del von Meyer, ciono-
nostante resta sempre un fatto da spiegare, un punto a chiarire, un
problema a sciogliere.
Come può avvenire che due gaz, i quali alla temperatura ordinaria
non hanno alcuna azione tra di loro, possano combinarsi sotto l'in-
fluenza della spugna o del nero di platino?
La forza catalitica non esiste, l'espressione è impropria (*), ma sic-
come l'effetto richiede la causa, così bisogna cercare per quali ra-
gioni il platino agisca, e quale sia questa misteriosa forza che deter-
mina una reazione tra quei medesimi corpi che nelle stesse condizioni
di pressione e di temperatura non hanno alcuna azione gli uni sugli
altri.
Il von Meyer nella sua interessante Memoria combatte la teoria del
De la Rive, e la distrugge; ma, d'altra parte, non propone alcuna
nuova teoria da sostituirsi all'antica.
Pur troppo conosco quanto sia rischioso il volere emettere qual-
siasi teoria, e mi spiego il silenzio del von Meyer su questo soggetto.
Ancor io esitai molto, prima di pubblicare questa mia Nota, e se oggi
mi sono determinato a farlo, è solamente allo scopo di richiamare il
von Meyer su questa importante quistione, sottoporgli le mie idee
sull'azione così detta catalitica del platino, e conoscere se i suoi
esperimenti, in parte già pubblicati, in parte forse ancora inediti, ven-
gano o non all' appoggio della teoria termodinamica che sto per
esporre.
Senz' altro, ecco per quali ragioni credo che reagisca il platino su
una miscela di due o piti gaz. Si sa che i corpi porosi condensano alla
loro superfìcie una certa quantità di gaz variabile secondo la natura
del gaz, la pressione, la temperatura, la grandezza ed il numero dei
pori ed ancora la composizione medesima dei corpi.
Questa condensazione è sempre accompagnata da uno sviluppo di
calorie, le quali possono produrre due ordini d'effetti ben diversi tra
loro:
A. Se la quantità di calorie sviluppate è debole i gaz assorbiti pas-
sano dallo stato aeriforme ad wio stato più condensato.
(*) D. ToMMASi, Rend. del R. ht. Lomb., Serie II, voi. X, fase. XV,
pag 4.
Rendiconti. Serie II. Voi. XI. 9
130 D, TOMMASr, sull'azione della cosi DETTA FORZA CATALITICA, ECC.
La condensazione di questi gaz è proporzionale allo sviluppo di ca-
lore che si produce, allorquando essi vengono assorbiti dai corpi po-
rosi (*). Così è del carbone di legna. I gaz condensati nel carbone si
comportano come se fossero sciolti in un liquido, e sono soggetti
alla medesima legge che re^^ge la soluzione dei gaz nei liquidi. — In-
fatti i gaz assorbiti dal carbone possono venire espulsi dal calore, ecc.
Abbiamo detto che i gaz, allorché vengano assorbiti dal carbone,
sviluppano calore.
Secondo il Favre (**) la quantità di calorie sviluppate da certi gaz
nel momento che vengono assorbiti, supera di molto il numero di ca-
lorie svolte, quando sono liquefatti.
Ecco i risultati ottenuti da questo sapiente:
Calore di liquefazione dell'acido solforoso (S Oj) . . . 88,3 calorie
dell'ossido d'azoto {N^ 0) . . . 100,6
Calore d'assorbimento dell'acido solforoso 150,1 »
» » dell'ossido d'azoto 148,3
Donde appare che questi gaz, condensati nel carbone, si trovereb-
bero allo stato liquido.
Per l'acido carbonico poi il calore sviluppato dall'assorbimento del
carbone supera quello che svilupperebbe l'acido carbonico solidifican-
dosi. Infatti, il calore svolto da 1 gr. d'acido carbonico assorbito dal
carbone è uguale a 148,8 calorie
mentre il calore di solidificazione è uguale a . . 188,7
Gli interessanti esperimenti del Favre inducono quasi a supporre
che la maggior parte dei gaz condensati nel carbone si trovano allo
stato liquido. — Da ciò è facile dedurre, che quando si comprime
una miscela di due o pili gaz che non hanno alcuna azione chimica
alla pressione ed alla temperatura ordinaria, questi gaz, liquefatti,
si potranno mescolare senza che avvenga tra di loro alcuna reazione.
Inoltre, diminuendo la pressione, questi gaz si sprigioneranno in ra-
gione inversa del loro punto di liquefazione e senza reagire tra di loro.
E facile è il verificare questo, ora che possediamo i nuovi appa-
recchi per la liquefazione dei gaz dovuti al Pictet ed al Cailletet.
Due soli gaz reagiscono quando, dopo esser stati assorbiti dal car-
bone, vengono sprigionati la mercè del calore. Questi sono l'idrogeno
solforato e l'ossigeno.
Due ipotesi, secondo noi, potrebbero spiegare questa reazione.
(*) Sarebbe più esatto il dire che il calore sviluppato è proporzionale
alla condensazione del gaz.
(**) Compi, rend. Ac. dea sciences, Paris. Tomo XXXIX, pag. 731.
D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 131
La prima sarebbe quella di ammettere che la quantità di calorie
che si svolgono nell'atto della condensazione dell'acido solfidrico nel
carbone, sia sufficiente a scinderlo nei suoi elementi. In altri termini
il numero di calorie svolte nella condensazione dell'acido solfidrico
nel carbone dovrebbe essere uguale a circa 4,51 calorie (*).
Osservando ancora l'azione dell'ossigeno sul gaz ammoniaco, ap-
pare che, volendo anzitutto separare l' idrogeno dall'azoto, questa de-
composizione richiede circa 26,71 calorie. Dunque, se la condensazione
dell'ammoniaca nel carbone produrrà queste 26,71 calorie, la reazione
avrà luogo; altrimenti, questi corpi non reagiranno. Ma se sosti-
tuiamo al carbone un altro corpo capace d'assorbire tanti volumi
d'ammoniaca da sviluppare le 26,71 calorie, la reazione si farà.
La seconda ipotesi sarebbe quella d'ammettere che la quantità di
calorie necessaria a due corpi per reagire è in ragione diretta della
quantità di calorie che si svolgono, quando questi due corpi si combi-
nano. È evidente che la quantità di calorie che bisogna comunicare
a due corpi per farli reagire, deve essere minore del numero di ca-
lorie che si svolgono nell'atto della combinazione di questi medesimi
corpi; altrimenti, il calore di combinazione essendo uguale a quello
di decomposizione, i corpi terrebbero uno stato d'equilibrio.
Esiste egli una relazione tra le calorie che principiano una reazione
e quelle che si sviluppano?
E se esiste, quale n'è il rapporto?
Speriamo poterne in seguito parlare.
Intanto facciamo osservare che fra tutte le reazioni che la teorìa
permette di prevedere fra due gaz, i quali dopo esser stati assorbiti
dal carbone o da qualsiasi corpo poroso sono sprigionati mediante il
calore, è precisamente l'idrogeno solforato e l'ossigeno che richiedono
(*) Fra i gaz composti avendo un coefficiente di condensazione abbastanza
elevato, è appunto l' idrogeno solforato che richiede il minor numero di
alorie per scindersi in idrogeno e zolfo, come lo provano i risultati termici
seguenti :
CO, = C+0^—9G,d6F.S
SO^ = S-\-0,— 11,07 F.S
-26,71 r.
^ ^ 1-22, OOT
CO =C+O = -30,150F.S
" -4,82ir.
132 D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DKTTA FORZA CATALITICA, ECC.
la minor quantità di calorie per reagire, come lo dimostra il seguente
quadro:
/ 2iVi73 + 3 = 2 iV +3i?2 = 153, 43 cai.
• (iVir,U + Oyj 2iVir3 + 4 0=iV^2 0+3 772 = 134,58 cai.
( 2iV^3-v-50=2iV0 + 3ifj = 191,42 cai.
H^+0.... = H^O =58,1 cal.C)
CO+0 ...=^C0^ = 66,81 cai.
SH^ + 0..=S^H^O... =53,43 cai.
Ne risulterebbe probabilmente che una miscela d'ossigeno liquido ed
acido solfidrico liquido non agirebbero tra di loro, ma tostocliè la pres-
sione diminuisse e la temperatura aumentasse, questi gaz reagireb-
bero producendo acqua e zolfo.
Questi calcoli, del resto, sono approssimativi, giacché per essere
esatti bisognerebbe tener conto del coefficiente d' assorbimento pel
corpo poroso dei diversi gaz.
B. Se il numero di calorìe è sufficiente, la reazione avrà luogo.
Ce lo provano il platino ed il palladio. Questi metalli agiscono come
il carbone, differenziandone in ciò che, potendo condensare una mag-
giore quantità di gaz nei loro pori, producono maggior quantità di
calorie.
Le reazioni provocate dal platino possono essere divise in tre ca-
tegorie:
a) Quelle che hanno luogo alla temperatura ordinaria, come la tra-
sformazione dell'alcool in aldeide e acido acetico;
h) Quelle che si producono sotto l'influenza d'un leggiero aumento
dì temperatura, quale la combinazione dell'idrogeno coU'ossigeno ;
e) Infine quelle che non avvengono che sotto l'influenza d' un'alta
temperatura. E di tal modo ci offre esempio il gaz ammoniaco, se me-
scolato coir aria e passando ad una temperatura di circa 300° sulla
spugna di platino, vien decomposto lasciando il suo azoto trasformare
in acido nitrico a spese dell'ossigeno dell'aria (**).
Del resto le combinazioni provocate dal platino dipendono anche
dallo stato fisico di questo metallo. Il nero di platino determina istan-
taneamente alla temperatura ordinaria la combinazione tra l'idrogeno
e l'ossigeno; mentre la spugna di platino non reagisce se non è stata
prima leggermente riscaldata. Il filo di platino poi non determina la
(*) Vapor d'acqua saturo a 0." Thomsen.
(**)KuLHMANN. Com^t. rtnd. Ag. des soìences de Paris. Tomo VII, p. 107.
D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 133
combinazione tra l'idrogeno e l'ossigeno se non che ad una tempera-
tura non inferiore ai 200°.
Da ciò si può vedere esistere costante un rapporto tra la quantità
di calorie sviluppate nell'atto della condensazione dei gaz sul metallo
e la temperatura alla quale ha luogo la reazione.
In altri termini, se per determinare una reazione tra due corpi p e
q fa d'uopo x calorie, e se la quantità di calorie svoltesi nell'atto
della condensazione di questi gaz nel corpo poroso è y, la quantità di
calorie necessaria a determinare una reazione tra questi due gas p e
q sarà x — y.
Se poi al contrario vi fossero dei gaz che assorbissero calore, allor-
quando si condensano nei corpi porosi (fatto non ancora osservato),
allora la quantità di calorie che bisognerebbe comunicare a questi
corpi per farli reagire, sarebbe: x -\- y.
Esponiamo ora quello che a nostro avviso avrebbe luogo allorché
il nero di platino venisse messo, per esempio, in contatto di due gaz.
Una piccola quantità della miscela gazosa verrebbe assorbita dal
platino, e l'assorbimento svolgerebbe, come è noto, un certo numero
di calorie, le quali permetterebbero ad una piccolissima quantità di
gaz di reagire. La combinazione di questi gaz produrrebbe una nuova
quantità di calorie, che determinerebbero a loro volta la reazione
d'una nuova porzione di gaz, e così di seguito.
In altri termini, la combinazione fra due corpi si farebbe in un
modo opposto alla dissociazione.
Questo è del resto il procedere di tutte le reazioni chimiche, laddove
è necessario impiegare il calore.
Facciamo, ad esempio, reagire l'idrogeno sull'ossigeno. Questi gaz,
quando si combinano per formare dell' acqua mediante il platino, il
palladio, una fiamma, ecc., la loro reazione non avviene mai istanta-
neamente; ma essa ha luogo con una serie di fasi che si succedono
in uno spazio di tempo molto rapido, come lo dimostra l'equazione
seguente:
^2 H-O +6 =
h^o -f(6 + <) (*)
V -fo' +(0 + O =
(7^2 0)' ^-(0^-< + ^■)
V +o" 4-(04-< + n -=
ih^o)" +(e-i-«+i'+<")
V" + o'"-i-(0 + <+<'+<")
=--(/i'2O)'" + (0+« + t'-t-i"+«'")
Per le Note (*) e (**) vedasi a pagina seguente.
134 D. TOMMAST, SULL'AZIONE DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC.
6 rappresenta la quantità di calorie necessaria a principiare la rea-
zione tra l'idrogeno e l'ossigeno, e t le loro calorie di combinazione.
Dunque una volta la reazione principiata non c'è ragione perchè fi-
nisca, a meno che il valore t fosse negativo. Ed in questo caso la
reazione s'arresterebbe quando:
(^^t-t'-t"-i"' . . . i«)-e = 0.
Vediamo allora che avverrebbe mettendo a contatto quattro corpi
qualsiansi, tp, x., ^i w, e supponendo che per determinare una reazione
tra d^ lia^ à.' uopo calorie, e A cai. per fare reagire 'j/ e co.
Comunichiamo dunque cai. a cp e y, questi reagiranno nel seguente
modo:
^ +X +0 = cfx +(0 + «) (***)
9' +X' +(9 + = (cpx)' +(0 + « + O
?" + x" + (9+^ + ^') = (?7j" + (9 + *+^' + ^") (1)
^CC^yX^^^^^t + t' + t" ...t^) = {^X^O'+{^ + t + t'-\-t" . .,t<^+t).
(*) Come l'equazione H^-{-0 = H^O avrebbe potuto far credere che t,
sarebbe stato il numero di calorie sviluppate per ogni 18 gr. d'acqua, ab-
biamo preferito impiegare questa formola h^-{-o=:h^o per indicare sola-
mente il rapporto nel quale questi gaz si combinano per formare dell'acqua.
(**) Queste formolo possono essere semplificate nel modo seguente :
Molecole successive
di combinazione Calorie prodotte
^,+ 9 h^o Q+t
2h^o 9 + 2é
3h^o + Bt
nJi^o 0-\-nt
Se ^ è negativo si avrebbe analogamente : 6 — ?j ^ . La reazione s'arreste-
rebbe quando fosse 9 — n^t = o.
{***) Molecole
successive
di Caloria
combinazione prodotte
f+X 6 ?X ' ■ ' s+«
n?% ; . . Q-\-nt i corpi i|» e w entreranno in
azione quando ^ = 9-}-n^t.
^-\-M A ^w . . . A + ^
7i 1^ M . . n à-\-7lS ,
D. tommasi, sull'azione della così detta forza catalitica, ecc. 13j
I corpi '1 e co rimarranno senza azione sino a quando il valore
{(ì-^t + t' + t"-bt"' ...i'^) = ^
allora i corpi ^j^ e w entreranno in azione come sopra, cioè:
^ +to 4-A = <|;to +(A + 8)
vf' 4-to' +(A + 8) = (^(o)' +(A + 8 + o')
y' +io" +(A + 8h-S')= (4;w)" +(A + 8 + 8' + S")
f" + a)"'(A + 8 + S' + 8") = (^w)'" + (A + 8 + 8' + 8" + 8'") (2)
^«4-ioa;+(A + 8 + 8' + 8" ... S^)=(ij;w)«'+(A + 84-8' + S" .. .8«^ + '^).
Questa reazione potrà non esercitare niuna influenza sulla rea-
zione (1) se il prodotto 8 = ^, potrà rendere questa reazione piti rapida
se 8>^, ed infine rallentarla ed arrestarla completamente se 8<f.
È facile il vedere che mediante questa nuova formola, le conclu-
sioni possibili a dedursi sono numerosissime. Potremmo citare a que-
sto proposito un gran numero di esempj, quando non credessimo al-
lontanarci troppo dallo scopo che ci siamo prefìssi scrivendo questa
Memoria; del resto ritorneremo fra breve su questo soggetto quando
parleremo del meccanismo delle reazioni chimiche.
Ci sia però concesso citare almeno un esempio. Melsens (*) stu-
diando le condizioni migliori per ottenere il composto SO^ Cl^ osservò
i fatti seguenti :
1.° Allorché dell'acido solforoso e del cloro ambedue secchi si fanno
arrivare nell'acido acetico glaciale, l'intervento di quest'ultimo corpo
provoca la formazione dell'acido clorosolforico, e si producono in ol-
tre degli acidi cloracetici. L'operazione riesce in camera oscura e ri-
schiarata solo da una lanterna monocromatica.
2." L'acido clorosolforico si ottiene senza l'intervento della luce di-
retta, facendo assorbire successivamente il cloro e l'acido solforoso
secchi mediante la brace purificata da molteplici lavaggi, e da ripe-
tute calcinazioni.
3.° Se sopra dei carboni clorati perfettamente secchi si fa arrivare
dell'idrogeno puro e secco, si constata prodursi a freddo, nell'oscurità
assoluta, delle quantità notevoli d'acido cloridrico.
Questi fatti si spiegano, o per meglio dire credonsi spiegare, di-
cendo che, quando il cloro si combina all'idrogeno o all'acido solfo-
roso nell'oscurità mediante il carbone, queste reazioni sono dovute slI-
V affinità capillare che esercita il carbone sull'idrogeno ed il cloro, e
(*) Compi, rend. Ac. des scUnces de Paris. Tomo LXXVII, pag. 78L
136 D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC.
l'acido solforoso sul cloro. Quando poi l'idrogeno ed il clorosi com-
binano nell'oscurità arrivando simultaneamente nell'acido acetico, si
dice che questa reazione è dovuta aìV azione di presema dell'acido
acetico.
Dico schiettamente che cotesta maniera di spiegare le reazioni chi-
miche non mi dice assolutamente nulla; ed equivale precisamente alla
versione del papavero, il quale dicono spinga al sonno perchè possiede
virtìi sonnifere.
Che cosa vuol dire forza catalitica, idrogeno nascente, acuità ca^
pillare, azione di presenza, azione di contatto, ecc.?
Nulla, a parer mio, ed è per questo appunto che sono state da tutti
accettate.
Cosa strana, ma vera, che un concetto quanto più è semplice tanto
più troverà difficoltà ad essere compreso ed accettato ; al contrario
più sarà oscuro e strano, maggiormente incontrerà ammiratori.
Sovente in chimica si ripete l'errore di scambiare l'effetto per la
causa e viceversa, e talvolta confondere le cause principali colle se-
condarie. In qualche trattato di chimica più moderno si crede spie-
gare, per esempio, la formazione dell'acido cloridrico nell'oscurità, fa-
cendo reagire il cloro e l'idrogeno sul carbone, dicendo che le mole-
cole di questi gaz essendo più condensate e quindi più avvicinate tra
di loro possono reagire più facilmente.
Qui, come si può vedere, si scambiò l'effetto per la causa. La com-
binazione infatti tra il cloro e l'idrogeno non avviene perchè que-
sti gaz si trovino ad uno stato più condensato, bensì per la quan-
tità di calorie svoltesi nell'atto della condensazione del cloro e del-
l'idrogeno nel carbone.
Dunque, secondo la definizione surriferita, una miscela di idrogeno
liquido e di cloro liquido si dovrebbe combinare nell' oscurità. La
qual cosa, se è possibile, non è però probabile per considerazioni che
per brevità tralasciamo di esporre.
Ammettendo la formola di successione (1), per la formazione del-
l' acido cloridrico nell'oscurità mediante l'idrogeno ed il cloro sul
carbone (*), si arriva necessariamente a concludere che la quantità
di calorie sviluppate nell'atto della condensazione del cloro e del-
l'idrogeno nel carbone deve essere uguale o superiore a 6.
La formola (2) è atta a spiegare, in certo modo, non solo la for-
mazione del composto SO^ Cl^ mediante l'acido acetico, ma ancora
(*) L'assorbimento del cloro per il carbone di legna può arrivare sino a
rappresentare un peso di cloro eguale a quello del carbone. Melsens,
Comp. li. LXVII.
D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC. 137
la produzione degli acidi cloracetici nell'oscurità, ammettendo che:
^ + t-ht' + l"...t-^i^i>T (*).
Queste formole sono basate sulle tre leggi fondamentali seguenti:
1.° Per determinare una reazione tra duo corpi, fa d'uopo una
raec^esiraa ed invariabile quantità di calorie.
2." Questa quantità di calorie dovrà essere inferiore a quella che
si riproduce nell'atto della combinazione di questi stessi corpi.
3." Queste calorie possono essere fornite sotto qualsiasi forma
(raggi chimici, corrente elettrica, azioni meccaniche, ecc.), purché la
somma totale sia la stessa, serbando, cioè, un rapporto costante fra
questi diversi modi di essere del calorico.
Il modo con cui l'idrogeno si combina all'ossigeno, deve essere
probabilmente l' inverso di quello che avviene nella dissociazione del-
l' acqua.
La formola (1) permetterebbe di rendersi conto di tutti i fenomeni
osservati nella decomposizione dell'acqua. Svolgerò questo argomento
in un'altra occasione.
Non ci resta che spiegare il fatto seguente, osservato dal von
Meyer e del quale abbiamo fatto cenno al principio di questa Me-
moria.
Quando il platino reagisce cataliticamente (termicamente) sulle mi-
scele ternarie d'idrogeno, d'ossido di carbonio e d'ossigeno, produce
un effetto opposto, giacché l'ossido di carbone è ossidato di prefe-
renza.
Per diverse considerazioni impossibili ad esporre per mancanza di
spazio ci limiteremo a dire che:
Data una miscela di pili gaz a, p, y... quelli che avranno il coef-
ficiente d'assorbimento piìi elevato, ossia quelli che nell' atto della
loro condensazione sui corpi porosi svolgeranno maggior numero di
calorie, saranno precisamente quelli che reagiranno di preferenza.
Stando questo, l'ossidazione dell'ossido di carbonio piti facile di
quella dell'idrogeno si spiega perii suo coefficiente d'assorbimento il
quale è più elevato di quello dell'idrogeno.
Infatti, ecco i coeflìccienti d'assorbimento dì questi tre gaz per il
carbone :
Idrogeno 1,75
Ossigeno ...... 9,35
Ossido di carbone . . . 9,42
Se, come opiniamo, la condensazione dei gaz sul nero dì platino è
(*) r, rappresenta le calorie di formazione degli acidi cloracetici.
138 D. TOMMASI, sull'azione DELLA COSÌ DETTA FORZA CATALITICA, ECC.
nello stesso rapporto che la loro condensazione nel carbone, si potrà
prevedere teoricamente quale reazione avrà luogo in una miscela di
diversi gaz sotto l'influenza della spugna o il nero di platino.
Per esempio:
Una miscela di gaz ammoniaco, d'ossigeno e d'idrogeno (*) posta
in contatto col nero di platino, determinando una reazione, ossiderà
di preferenza l'ammoniaca, all'idrogeno.
Come pure in una miscela d' acido solforoso (**), d'ossigeno e d' i-
drogeno, sarà l'acido solforoso che verrà ossidato (***).
In una prossima Memoria: Sul meccanismo delle reazioni chimiche,
svolgeremo molti punti che in questa Memoria siamo stati obbligati
sorvolare.
{Laboratorio di chimica
della R. Scuola d* agricoltura in Milano).
PATOLOGIA VEGETALE. — Studj sulle dominanti malattie dei
vitigni. — Memoria del M. E. Prof. Santo Garovaglio e del
S. C. dott. A. Cattaneo.
I terribili guasti recati in questi ultimi tempi dalla Phylloccera ai
vitigni in molti paesi d' Europa, massime nella vicina Francia, ed il
fondato timore, che il fatale insetto, valicati i confini, potesse presto
o tardi giungere fino a noi, fu stimolo potentissimo pei nostri viti-
coltori a tener dietro con maggior diligenza, che non avessero fatto
in passato, a quanto di anormale venisse loro veduto nelle varie
parti del prezioso vegetale (radice, tronco, foglie, frutto).
Questa piti attenta e minuta osservazione dei fenomeni biologici
della vite, portò ben presto agronomi e fltopatologi a riconoscere e
distinguere in essa un non piccolo numero di nemici, che ne insi-
diano la prosperità ed il regolare sviluppo; parecchi dei quali seb-
bene d'antica origine erano rimasti per addietro o del tutto inavver-
titi o poco curati. La scoperta di tante e sì svariate contingenze
morbose, che afiìiggono l'utile albero e sotto l'impero di certe circo-
stanze climatologiche possono danneggiarne e mandarne a male il
(*) Coefficiente d'assorbimento di questi gaz per il carbone :
Gaz ammoniaco .... 90
Idrogeno 1,75
Ossigeno 9,35
(**) Acido solforoso .... 65,00
(***) Operando nelle medesime condizioni che il von Meyer, cioè evi-
ando che la reazione sia troppo energica.
S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DEI VITIGNI. 139
prodotto od anche trarre la pianta a prematura morte, doveva destare
una generale apprensione fra i possessori di vigneti, i quali minac-
ciati nei loro piti vitali interessi si rivolsero, oserei dire, con ansia
affannosa agli uomini della scienza per averne consiglio lumi a scon-
giurare i temuti disastri.
Laonde non ò a far meraviglia, se anche al Laboratorio crittoga-
mico giungessero da più parti vive e stringenti sollecitudini di oc-
cuparsi del gravissimo tema, inquantochè di taluna delle malattie,
onde infermano i vitigni potevasi a ragione sospettare avesse per
causa l'azione morbiflca di parassiti vegetali.
E le sollecitazioni ci venivano dapprima da privati viticoltori della
Lombardia, della Liguria e del Piemonte, alle quali ben presto si
aggiungevano quelle altresì del Ministero d'Agricoltura, che per l'al-
largarsi del male a più provincie della penisola, impensierito sui danni
che sovrastavano ad uno dei più importanti prodotti della nostra
ricchezza territoriale, sapientemente deliberava, che le stazioni Agra-
rie, massime la Entomologica di Firenze e la Crittogamica di Pavia,
dovessero farne argomento specialissimo delle loro ricerche. E come
esigeva l'indole di questi istituti, il compito venne così ripartito, che
alla stazione di Firenze furono assegnate le indagini sulle malattie
prodotte da lesione d'insetti; al nostro laboratorio quelle originate
da crittogame.
Di tal maniera il materiale di studio si andava a mano a mano
accumulando, sia per invìi diretti di privati , di Comizii e Società
agrarie, sia per cura dello stesso R. Ministero.
Già da un primo esame comparativo dei molti saggi, venutici da
ogni parte d' Italia, ci fu agevole rilevare, che i guasti, onde sof-
frono presentemente i nostri vigneti, devonsi ripetere da malattie
per origine e per natura fra loro notevolmente diverse, quali piti o
meno accuratamente descritte nelle opere ampelografiche e fitopa-
tologiche, quali per converso poco o punto conosciute o fors' anche
del tutto nuove. Annoveriamo tra le prime la rogna, il mal nero e
la, picchiola ; tra le seconde, quelle che non hanno ancora ricevuti
nomi particolari, e sebbene abbiano manifesta attinenza collo svi-
luppo nella pianta di essenze fungose varie e molteplici, non si sa-
prebbe ciò nullameno con sicurezza affermare, se queste ne siano la
causa generatrice ovveramente il prodotto morboso. Delle une e delle
altre noi tratteremo distesamente, raccogliendo e vagliando al lume
di una sana critica le cose dette prima di noi, e queste, ove occor-
ra, portando a compimento e correggendo coi postulati delle parti-
colari nostre indagini ed esperienze.
140 s. garovaGlio e a. cattanilo, sullr dominanti malattie dei vitigni.
I.
Della, rogna dei vitigni. (1)
Dei molti saggi di vitigni ammalati pervenuti al nostro Labora-
torio dalla sua istituzione in poi (1871-1877), quelli soltanto spedi-
tici dal R. Ministero d'Agricoltura fino dal 11 giugno 1872 e pro-
venienti dalla Sicilia, ed altri dal sig. Giovanni Batt. Monzini di
Milano (aprile 1875) furono trovati affetti da questo malore. Laonde
possiamo a ragione supporre, che la rogna si manifesti raramente
nelle viti e loro non rechi gran danno.
Questa è probabilmente la ragione per la quale, mentre della ro-
gna degli ulivi, degli agrumi e d' altre specie d' alberi trattano piti
o meno distesamente pressoché tutti i fìtopatologi, a questa mede-
sima affezione nella vite appena accennano alcuni moderni, trai quali
il prof. Adolfo Targioni-Tozzetti nella lodata relazione sulla malat-
tia della vite, che cita altresì un lavoro di Apelle Dei (21 agosto
1875), ed il prof. Caruso in un breve articolo a carte 546 del Vo-
lume 1° del periodico L'agricoltura Italiana, in cui discorre di due
nuove malattie della vite, la prima delle quali è appunto la rogna-
Descrizione della malattia o Ipotiposi.
Noi descriveremo qui la malattia, siccome ci venne veduta nei
saggi messi a nostra disposizione. — AH' occhio nudo i rami affetti
offrono un contorno irregolare in grazia di certe escrescenze varie
di grandezza e di figura, quali coperte di corteccia, quali prive di
essa, che rilevano da luogo a luogo a modo di tubercoletti o di fun-
gosità, ora liscie senza crepature o fessure, ora scabre e sfesse, for-
nite d'una o pìU screpolature alla sommità ed ai lati. Di cotali escre-
scenze le più piccole constano di un solo tubercoletto ed hanno fi-
gura quasi rotonda o conica, le maggiori per lo più di un numero
(1) Noi avremmo potuto tenerci dispensati dallo scrivere su questa malat-
tia e perchè, non essendo la medesima prodotta da parassiti vegetali, esce
dal compito fissato alle ricerche del Laboratorio Crittogamico, e perchè di
essa ha trattato molto largamente il chiarissimo sig. prof. comm. Adolfo
Targioni-Tozzetti nella sua dotta relazione sulla malattia delle viti pubbli-
cata dal R. Ministero d'Agricoltura con sua Circolare 21 agosto 1875.
Tuttavia, come le nostre osservazioni ponno servire ad avvalorare ed in
qualche parte a completare quelle dell' illustre professore di Firenze, non
esitiamo farle di pubblica ragione colla presente scrittura.
S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLIi DOMINANTI MALATTIE DEI VITIGNI. 141
vario di tubercoletti raccolti insieme in masse irregolari con siffatta
differenza, che talvolta i singoli tubercoletti, onde si compongono le
masse, sono tra di loro distinti, tal'altra contraggono aderenza e si
saldano parecchi insieme. Per lo più le masse hanno larga base e
sporgono soltanto a modo di segmenti sferoidali, di piramidi, di coni
sul ramo o sul tronco da cui derivano; meno spesso hanno baso più
stretta e vengono su dalle parti profonde con un collicino o pedun-
colo, che si allarga all'estremità in figura di rigonfiamento tuberoso
o fungoso. L' esame anatomico di siffiitte escrescenze le mostra for-
mate dagli stessi elementi del corpo legnoso, col quale sono continue:
constano cioè di ammassi di fascetti fibro-vascolari contornati da
cellule legnose e tramezzati da raggi midollari piti frequenti di nu-
mero, quanto più la parte esaminata sta presso la periferia.
11 colore e la consistenza dei tubercoli, ancora coperti dalla cor-
teccia, è la normale del legno; ma dove la scorza sia caduta, pi-
gliano a poco a poco color più scuro, che dal giallo brano volge
gradatamente al nero: in questi ultimi in progresso di tempo la
parte legnosa perde di consistenza e durezza, si sfibra e sbricciola,
finché i tessuti disfacendosi e risolvendosi piìi o meno prestamente,
alla fine non ti danno che una sorta di materia sciolta granellosa,
similmente nera che sembra rosura, o rosicatura di tarli, di odore
disgustoso.
Consumato di tal maniera il tumore, se il procasso morbifico si
allarga e si approfonda nel corpo del legno, questo pure va incontro
alle medesime alterazioni e la pianta intristisce e può essere anche
tratta a immatura morte. Per converso, nei casi di tumori pedunco-
lati, dopo la consumazione di questi, il male per lo piU s' arresta e
l'ulcera cicatrizza senza che all'albero ne venga gran danno.
Dalle cose dette appare manifesto, che la formazione dei tumori
vuoisi derivare da un'esuberante anormale produzione degli elementi
fibro-cellulari del legno intorno ad altrettanti centri irradianti dal-
l'interno all'esterno ed in connessione cogli elementi preformati del
cilindro legnoso, accompagnati in talun caso, non però sempre, da
una consimile alterazione negli strati della scorza. A questa esube-
ranza di potenza plastica formativa il piti delle volte tien dietro un
processo di distruzione o di necrosi, che mortifica e strugge in bre-
vissimo tempo le parti novellamente formate.
Veramente a noi non fu dato di poter seguire nei suoi particolari
tale processo di mortificazione e di disfacimento, avvegnacchè a far
questo ci sarebbe occorso e maggior copia di materiale e tal cop-
redo di sussidj chimici, che non sono a disposizione del Laboratorio.
Crediamo non pertanto poter affermare, che il processo consiste in
142 S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DEI VITIGNI.
una successiva tramutazione degli elementi organici, onde si com-
pongono i tessuti di nuova formazione, i quali per viziata alimenta-
zione arrestati nel regolare sviluppo e accrescimento, perdono lenta-
mente il vigore vitale e si disgregano.
Enologia.
Quanto alle cause occasionali della comparsa e diffusione della ro-
gna, ben poco sapremmo aggiungere a quello, che così dottamente
scrisse il Targioni nella già lodata Memoria (p. 8, 9), tanto piti che a
noi non fu possibile studiare la malattia all'aperto e seguirla nei va-
ri! periodi del suo svolgimento. Avvisiamo però non possano essere
che quelle medesime, che producono la rogna negli ulivi e negli a-
grumi, le quali sogliono gli agronomi o fitopatologi ridurre a queste
quattro :
1." Lesioni d'insetti (Bernard, Rozier, Giovanni Targioni, Fine-
schi e F. Re).
2° Sovrabbondanza d'umori nutrienti (Giovene, Ponzini , Mo-
schettini. Presta, Carradori, Giampaolo).
3." Difetto d'alimentazione e conseguente languore nelle piante
(Tanciani).
4." Moto accelerato e trabocco degli umori in luoghi speciali
per offese fatte alla scorza da agenti meteorici : subito disgelo, urto
di grandine, ecc. (Tavanti, Gera).
Lasciando stare le obbiezioni che corrono alla mente di chicches-
sia, quando si voglia considerare ciascuna delle anzidette cause di
per sé sola qual ragione del fenomeno morboso, noi possiamo però
ammettere, che or l'una or l'altra, or parecchie insieme, secondo le
speciali condizioni di luogo e di tempo, concorrono a produrlo.
Imperocché tutte sono abili a richiamare sui punti, ove esse im-
mediatamente agiscono, uno strabocchevole concorso di umori pla-
stici, d'onde per anormale accrescimento nel processo vegetativo, si
formano nuovi tessuti, che, pigliando la figura di escrescenze e tu-
berosità, danno alla parte quell'aspetto, che noi riscontriamo in que-
sta malattia.
Che se gli umori conservano normali le loro proprietà fisico-chi-
miche, non deriveranno alla pianta effetti dannosi ; ove per converso
alterata sia la natura di quei sughi, le nuove parti facilmente si
corrompono, ingenerandosi dapprima in esse un'affezione morbosa
che successivamente può estendersi alle vicine.
S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMINANTI MALATTIE DEI VITIGNI. 143
Cura.
Riconosciuta nei casi speciali la cagione vera della rogna, la cura
profilattica vorrà essere rivolta a questo, di scemare, per quanto ò
possibile, la copia sovrabbondante degli umori nutritivi e il loro tra-
bocco in luoghi determinati con tutti quei mezzi, che sono a dispo-
sizione dell'agricoltore; vogliamo dire concimando l'albero men lar-
gamente od anche ciò smettendo al tutto per un tempo più o meno
lungo, moderando le potagioni, e con quel governo nella coltivazione
delle piante, che intenda a ritornare a condizioni normali il processo
formativo. Quando poi non si riesca a prevenire lo svolgimento della
malattia e i tubercoli rognosi siansi formati, il colono dovrà essere
sollecito di distruggerli recidendoli, con che si otterrà il doppio scopo
di impedire l'allargarsi del male al corpo legnoso sano, preservando
la vite dalle tristi conseguenze che questo vi induce, e di togliere
all'albero quell'aspetto lurido e deforme che sgradevolmente lo de-
turpa e sconcia.
Bibliografia.
Fuori dei tre lavori sulla rogna delle viti mentovati al principio
di questo capitolo, noi non ne conosciamo altri. Laonde stimiamo
non inopportuno dar qui un elenco possibilmente completo degli au-
tori principali che hanno trattato di questa medesima malattia negli
ulivi e negli agrumi, sulle quali piante essa appare assai frequente.
Tuttociò che i fitopatologi hanno scritto e divisato rispetto alle nomi-
nate piante sulla natura del morbo, sulle cause e la cura del mede-
simo potrà, non ne dubitiamo, in tanto difetto di opere speciali, for-
nire indizii ed ammaestramenti preziosissimi anche al viticoltore che
vuol preservare i suoi vitigni dai guasti della rogna.
Giov. Targioni-Tozzetti — Eelazioni di alcuni viaggi per la Toscana.
— Voi. I. pag. 211 — 1751.
De-Nobili — Dissertazione sulla rogna degli Ulivi, letta all' Accademia
dei Georgofili nell'agosto del 1777.
FlNESCHi — Sulla Rogna degli Ulivi — Siena 1787.
MOSCHETTINI — Dissertazione sulla Rogna degli Ulivi. — Napoli 1790.
Presta — ■ Degli Ulivi, delle olive e della maniera di cavar l'olio, etc. —
Napoli, 1794.
MOSCHETTINI — Della coltivazione degli Ulivi e delle manifatture dell' o-
lio — Napoli, 1797.
RÈ — Saggio di Nosologia Vegetale, pag. 103 — 1805.
Carradori — Memoria sulla Rogna degli Ulivi (Giornale Pisano: n° 30.
1810).
144 S. GAROVAGLIO E A. CATTANEO, SULLE DOMl.VWTI MALATTIK DEI VITIGNI.
Tavanti — Trattato sull'Ulivo. Tomo I. pag. 228 — 1819.
POLi^iNi — Catechismo Agrario, pag. 281 — 1833.
Gera — Dizionario d'Agricoltura, Voi. V. p. 227 — 1837.
Moretti — Compendio di Nosologia Vegetale, p. 103 — 1839.
Balsamo di Lecce — Osservazioìii sulla Bogna degli Ulivi e sulla Mo-
sca Olearia — Vedi Ragazzoni, Repertorio d' Agricoltura. Nuo-
va Serie. T. II. p. 247 — 1845.
Berti-Pichat — Istituzioni d' Agricoltura — Voi. II. part. II. p. 1128 e
Voi. V. part. II. p. 1194 — 1855.
GEOLOGIA. — Sulla cronologia dei vulcani tirreni, e sulla idro-
grafìa della Val di Chiana anteriormente [al periodo pliocenico.
Nota di A. Verri capitano nel Genio militare.
Nel sunto premesso allo svolgimento della Memoria: Sui movimenti
sismici nella Val di Chiana, e loro influenza sull'assetto idrografico
del Bacino del Tevere, che ebbi l'onore di vedere inserito nei Resoconti
di cotesto dotto Istituto, accennai a due fatti, cioè alla apertura dei
vulcani tirreni durante il sollevamento del pliocene antico, ed alla
preesistenza nella Val di Chiana ed adiacenze di un sistema terrestre
alla idrografia marina del prenominato piano pliocenico. Può darsi
che a taluno dei maestri della scienza geologica sia sembrato che
gettassi là leggermente quelle asserzioni, conciossiachè su tale argo-
mento mi trovi in apparente opposizione coi giudizi di provetti scien-
ziati, quasi che ignorassi i loro scritti, o peggio pretendessi senza ri-
flessione sostituire alle loro vedute la fallacia d'inesperte osservazioni.
È perciò che ho giudicato opportuno far seguire quel sunto da alcune
parole che valgano a chiarire i due punti nominati, nei quali sola-
mente credo possa esistere qualche controversia; ossia, pel mio me-
stiere si passi il paragone, ho stimato conveniente regolarmi colle
norme della moderna tattica, la quale alla azione decisiva delle masse
premette il fuoco sparso delle catene di cacciatori.
I.
Sulla cronologia dei vulcani tirreni.
Il professore Ponzi, il quale tanta luce ha sparsa sui grandiosi fe-
nomeni del vulcanismo che agitò le terre tirrene, fino dal 1848 scri-
veva: «Io porto opinione che le eruzioni ignee comparvero in questa
nostra regione allorquando le acque terziarie eransi ritirate, e lascia-
rono in secco il terreno, come avviene dei vulcani del Lazio, coi quali
sembrano contemporanei, cioè diluviali (Osservazioni geologiche fatte
A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 145
lun(}0 la Valle Latina), » Ed ia tempi più recenti : « Dal posto che oc-
cupano le più vecchie materie eruttate, cioè i tufi della campagna ro-
mana e viterbese, tenendo il posto del terreno erratico subalpino, si
argomenta che i vulcani da cui derivarono si devono riferire all'epo-
ca glaciale {Croìiaca subappennina 1875). — Anche l'Italia ebbe i suoi
crateri, spiegati specialmi.'nte lungo i pioventi del mare Tirreno, a
quei tempi ancora sommerso, e costituenti la zona vulcanica italiana.
Da essa fu vomitata quella immensa copia di materie arsiccie che le
onde marine diffusero e impastarono per comporre i tufi delle cam-
pagne romane e viterbesi. Questi figurano come le ultime assise della
scala stratigrafica subappennina, sovrastanti alle breccie diluviali, e
perciò corrispondenti e rappresentanti le morene alpine {Dei monti Ma-
rio e Vaticano, 1875), — La quantità degli apparecchi vulcanici lungo
questa zona, e il loro svolgimento accusano il periodo vulcanico-
glaciale essere stato lunghissimo {Storia dei vulcani Laziali, 1875).—
Epoca glaciale. Freddo intenso con agghiacciamento delle acque sulle
sommità dei monti. Si appalesa la più grande vulcanicità terrestre,
la quale è causa di tanti fenomeni sovversivi, che cangiano l'aspetto
geografico della terra, e con essi 1' emersione di una gran parte dei
subappennini, riducendosi il mare ad un ampio golfo, sotto il quale
ardono le bocche vulcaniche Vulsinia, Cimina e Sabatina {Storia na-
turale del Tevere, 1875)» e pressoché le stesse parole nella Memoria:
Jl Tevere ed il suo delta, 1876(1). A precisare queste idee, il Ponzi
(1) Forzato dallo svolgimeuto del tema propostomi in questi studi, devo
accennare ad un' inesattezza nella carta idrografica annessa alle Memorie
sul Tevere, ed è il disegno di una catena montuosa la quale divide il
displuvio della Chiana toscana da quello della romana, mentre le due
valli formano una sola pianura; svista dovuta all'aver tratta la pianta del
bacino da un rilievo tedesco dell' Italia posseduto dal Museo geologico di
Roma. Egualmente devo avvertire che nella località di Val di Chiana ho
riconosciute leggermente inesatte anche le carte idrografiche del bacino
del Tevere, sia quella compilata dalla Commissione del 1872, nella quale
è ommesso il Trasimeno; sia quella annessa agli studi idrografici e me-
tereologi sul predetto fiume, uella quale è compresa la valle della Ti'e-
Ba. Sono inesattezze in cui si cade facilmente allorché si è costretti dalle
circostanze a supplire colle informazioni alla osservazione diretta del ter-
reno. Un accidente simile mi capitò nel disegnare la carta annessa al-
l'opuscolo Alcune lince sulla Val di Chiana, ecc., nella quale lasciai di
notare uno dei più importanti centri d' attività del sistema Vulsinio, cioè
quello di Torre Alfina, fidandomi delle formazioni vedute sulla ripa de-
stra del Paglia, e delle risposte dei paesani. Correggerò 1' errore nella
carta del bacino del Tevere; intanto, per togliere l'equivoco, ne avverto
coloro, i quali abbiano per le mani quello scritto.
Rendiconti. - Serie II, Voi. XI. 10
146 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC.
unisce alle due ultime Memorie precitate una carta, nella quale dise-
gna un mare glaciale sul territorio tra Monte Circeo e la valle della
Paglia. Né diverse opinioni rivela nella Memoria: I fossili del monte
Vaticano, 1876; infine in quella: La Tuscia romana e la Tolfa, 1877,
ripete: «Le indagini e i confronti pertanto fatti sulle assise della no-
stra scala stratigrafica ci portano a stabilire con piena sicurezza, che
i conglomerati vulcanici o i tufi soprastanti alle ghiaje diluviali
rappresentano netta l'epoca glaciale, e sul piovente Tirreno dell'Ita-
lia centrale tengono il posto del terreno morenico delle regioni su-
balpine, mancanti dei sedimenti vulcanici. » Però, mentre crede dover
estendere tale conclusione a tutta la regione vulcanica, trovo le seguenti
notevoli parole nella descrizione della scala stratigrafica: «4. Marne
subappennine inferiori di color bigio-turchino.. , Sebbene non si co-
noscano sin qui i loro fossili nella Tuscia romana, nondimeno per la
loro giacitura ci sembra doversi riportare alle marne vaticane.. . 7. Sab-
bie gialle di Brocchi, tanto cognite come rappresentanti il pliocene su-
periore, succedono nella serie ascendente. Fin qui poche ricerche sono
state fatte dei loro fossili nella Tuscia romana... 8. Ghiaje e breccie
risultanti dal detrito delle roccie dei monti maggiori... Nella Tuscia
romana questi strati (alluvionali) sono in genere mollo leggieri e so-
vente mancano. »
Il marchese Pareto, dopo avere indicato che i tufi si formavano sot-
t'acqua, dice di esitare a pronunciarsi se realmente nel mare o in un
lago si deponevano; pei fatti della mancanza di animali marini, e del-
l'interpolamento dei travertini accenna a sospettare che l'agglome-
rato siasi depositato in una massa d'acqua dolce all'epoca delle for-
mazioni lacustri dtìl Val d'Arno, nonché di quelle della Val di Chia-
na, colle quali anche gli agglomerati vulcanici del viterberse pare
che abbiano comuni gli ossami che vi si rinvengono (Osservazioni
geologiche da monte Amiata a Roma).
Il Rath, nella carta annessa alla Memoria Sa, Radicofani e monte
Amiata, pone i tufi vulcanici del distretto di Bolsena nel pliocene.
Ignoro le osservazioni, le quali lo indussero a somigliante conclusio-
ne, né in quella Memoria sono accennate; sembra però che si trat-
tasse di fossili terrestri, perchè nel Corso di Geologia del professore
Stoppani, al paragrafo 658 del volume III, si legge su questo sogget-
to: ali signor Rath conferma assai bene questo fatto, assegnando i
primi mammiferi fossili agli altri strati superiori del pliocene, i quali
sarebbero appunto per me gli equivalenti del terreno glaciale. »
In riguardo alla quistione, nella precitata opera, il professore Stop-
pani scrive: «Non sono lontano dal pensare che una parte di quel golfo
subappennino non fosse interamente prosciugato, e si trovasse nelle
A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 147
condizioni di una maremma, di una regione di lagune e di bassi fon-
di; che questo sia il fondo che trovarono originariamente i vulcani
romani, su cui distesero il loro detrito, il quale dovette eguagliarsi
in forma di un piano, e presentare il carattere di una piattaforma...
La giacitura del tufo ci ha detto che quei vulcani cominciarono ad
erompere od al chiudersi del periodo pliocenico, o forse anche piU
tardi. Nei dintorni di Roma, per esempio, le argille azzurre plioce-
niche sono co[)erte da un deposito enorme di sabbie e ghiaje d'indole
littorale, rappresentanti indubbiamente l'epoca glaciale. Questi strati
detritici sono puri di ogni materia vulcanica. I tufi vulcanici invece
li ricoprono, ed è soltanto nelle ghiaje e nelle sabbie tiberine a Ponte
Molle e altrove, posteriori al tufo, che il materiale vulcanico abbon-
da. In questi ultimi detriti, aventi ancora ben distinto il carattere
littorale, rinvengonsi i primi monumenti dell'epoca archeolitica. I vul-
cani romani avrebbero avuto per conseguenza il loro massimo periodo
di attività tra l'epoca glaciale e l'epoca archeolitica, cioè durante il
periodo dei terrazzi; ed è perciò dimostrata l'opinione del Rusconi,
che sia corso un certo lasso di tempo tra il pliocene e l'erompere dei
vulcani. Ciò vale almeno pei gruppi piti prossimi a Roma, poiché ri-
marrebbe ancora a vedersi quando abbia cominciato per ogni singolo
vulcano il primo periodo di attività.»
Riassunte le opinioni degli Scienziati, i quali si sono occupati dello
studio dei fenomeni vulcanici lungo il piovente tirreno, con non pic-
cola esitanza entro nel difficile arringo di manifestare le mie induzio-
ni, soddisfatto, quando anche si trovassero difettose, di poter portare
alla scienza il materiale di fedeli osservazioni. Per raggiungere la
possibile chiarezza nella esposizione, cercherò di descrivere 1' aspetto
che doveva presentare quel territorio che si distende tra i Cimini e la
valle della Paglia, compiuto il sollevamento della Val di Chiana; poi
indicherò le roccie le quali sostengono i tufi vulcanici provenienti dai
crateri Vulsinii ; in base delle conseguenze che derivano dalle accen-
nate premesse, e dalle altre osservazioni compiute sul sollevamento
dei terreni pliocenici, porrò i quesiti sulla cronologia e per intimo
legame sulla genesi eziandio dei nominati tufi.
Sembra che, nonostante le obbiezioni dell'abate Rusconi, in-
tese a dimostrare l'origine atmosferica dei tufi della campagna ro-
mana, la opinione pili comunemente accettata ponga quelle roccie
come risultanti da materiali vomitati da vulcani subacquei, o almeno
da dejezioni vulcaniche le quali andavano a cadere in bacini acquosi.
Il punto piti discusso è piuttosto se questi bacini fossero lacustri o
148 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC.
marittimi; l'assenza dei fossili marini, all'opposto di quanto si osserva
nelle formazioni vulcanico-marittime del Vicentino, farebbe propen-
dere piuttosto per la prima ipotesi, emessa dal Pareto e non rifiutata
dallo Stoppani. Vediamo pertanto in quali condizioni poteva trovarsi
il distretto di Bolsena dopo la emersione della Val di Chiana.
Durante la deposizione del pliocene antico, a sud del lungo golfo il
quale dal territorio romano si estendeva a quello senese, lo spazio
interposto tra la valle della Paglia a levante e settentrione, dal corso
della Fiora ad occidente, formava un bacino marino della larghezza me-
dia di 45 chilometri, limitato ad est dal littorale dei monti Orvietani
e Todini, ad ovest dalle isole dei monti di Capalbio e Canino, sepa-
rato a sud dalla porzione più meridionale del golfo per via del si-
stema Cimino, il quale doveva costituirvi come un'isola posta pres-
soché sulla metà della larghezza del golfo medesimo. Pertanto, l'area
centrale di quello spazio doveva trovarsi nelle condizioni di mare
profondo, mentre e lungo il littorale della terra ferma, e presso le
coste delle isole si saranno formati dei depositi piti elevati di spiag-
gia. Ciò posto, in quale aspetto doveva presentarsi quel bacino dopo
il sollevamento della Val di Chiana? Evidentemente, o il mare avrebbe
dovuto perdurarvi nella porzione più depressa, e formarvi dei depo-
siti colla fauna caratteristica del pliocene medio e superiore; ovvero,
precluso l'adito nell'interno alle acque salse per le dighe opposte dalle
formazioni costiere, ristagnarono nella conca rimasta le acque dolci
e salmastre, come accadde nella Val di Chiana Toscana; o infine,
mercè un sollevamento inclinato verso sud, o verso ovest, o verso una
mediana direzione, il bacino si vuotò completamente e rimase all' a-
sciutto. Però, sa in quest'ultima ipotesi vi devono necessariamente
mancare i depositi nettuniani, la vicinanza dei monti dell'antico lit-
torale, e la loro ripidità doveva fortemente manifestarvi i suoi eff"et-
ti, sia colla incisione delle vallate di erosione, sia coi depositi allu-
vionali abbandonati dai torrenti man mano che la loro strada dalla
montane sorgive si faceva più lontana, e diminuiva per conseguenza
la rapidità delle loro acque. La variabile altimetria nelle altezze dei
tufi e delle masse argillose sottoposte, non mi permette di escludere
questo caso, quantunque forse poco si possa concluderne di deciso
in un luogo, dove la diretta azione del vulcanismo poteva da per sé
stessa avere forte influenza nella parziale dislocazione delle masse;
non pertanto, tra gli altri, noto il fatto della potenza dei tufi presso
Castellottieri, Sorano, ecc., la quale ivi raggiunge fino a 147 metri,
e la coincidenza che in quel terrirorio poteva esistere una vallata di
erosione, scavata sulle marne plioceniche dai torrenti, i quali vi scen-
devano dalle alture di Radicofani e monte Amiata. Certamente sa-
A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 149
rebbe più concludente il rintracciamento degli alvei in ragione dei
depositi alluvionali, e per ora nei luoghi visitati non ho potuto no-
tarne alcuna traccia. Con tutto ciò né per la mancata osservazione,
né per l'asserzione del Ponzi, che nella Tuscia romana gli strati al-
luvionali, interposti tra la formazione marina e la vulcanica, sono
in genere molto leggeri e sovente mancano, posso escludere in modo
assoluto che il territorio di Bolsena si trovasse prosciugato contem-
poraneamente al fondo marino della Val di Chiana.
Sicché, delle tre l'una : o il bacino vulsinio a quel sollevamento
restò sottomarino, o diventò lacustre, o infine rimase allo asciutto.
Accettata, come era naturale, l'opinione piti diffusa sulla genesi dei
tufi, e quindi esclusa dal precedente ragionamento la terza ipotesi,
dalla raccolta posseduta della fauna Orvietana era venuto alla con-
clusione che quei tufi vulcanici, rappresentandomi una formazione sub-
acquea immediatamente sovrapposta al pliocene antico, si ponevano
allo stesso livello delle marne a Congeria del lago della Chiana, al-
lorché nello scorso gennajo, dalla cortesia del professore Ponzi, rice-
vei il prezioso dono della sua Memoria: La Tuscia romana e la
Tolfa. La lettura di quelle pagine mi fece ripiegare il pensiero, più
seriamente che pel passato, su una quistione di così grave interesse
nelle evoluzioni del bacino tiberino; sicché poste in non cale tutte
le annotazioni anteriori, siccome la precitata collezione non era stata
fatta da me in persona, decisi di fare una nuova gita ad Orvieto, o
in altri luoghi dove meglio potessi studiare il soggetto. Visitati i
dintorni di quella città, raccolsi dei fossili sulle marne direttamente
sottoposte ai tufi vulcanici, precisamente nella valle tra Orvieto e
Rocca Ripescena, e di piti segnai i seguenti appunti: su quel luogo
le marne si presentano con aspetto diverso da quelle e della Val di
Chiana, e delle pendici del monte Paglia al di là del fiume, sia per-
ché relativamente assai scarse di fossili, sia perchè vi si nota una
specie di schistosità, negli altri luoghi sopra indicati poco o punto
visibile; sotto Orvieto le marne raggiungono la quota altimetrica di
270 metri, e sopra loro sta uno strato di lapilli, sul quale è imbasato
un masso di tufo alto circa QQ metri.
Ritornato a Pavia inviai la raccolta al dottor Foresti, scrivendo-
gli che gli taceva la località perché potesse con più libertà giudicar-
la; che, nel pronunciare il giudizio sui quesiti che gli proponeva, fa-
cesse astrazione assolutamente dalla raccolta di Val di Chiana, per-
chè fatta in luogo del tutto diverso; infine che mi facesse il favore
di indicarmi le specie, il piano della fauna ed i costumi della mede-
sima. Trascrivo quanto mi rispose: « I molluschi appartenenti alla for-
180 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC.
mazione segnata colla lettera A, per la massima parte m'indicano un
deposito di mare profondo; l'assieme della fauna è proprio del plio-
cene antico e particolarmente della porzione inferiore, e corrisponde
a quelle argille piti profonde del pliocene antico del Bolognese, le
quali si trovano immediatamente sovrapposte ai gessi : eccotene la
nota:
Cancellarla Bonelii Be\\.\ Cancellarla mi trae formis Br.; Chenopus
pespelecani L.; Natica helicina Broc; Pleurotoma rotata Br,, var. ;
Pleurotoma brevis Bell.; Drillia Sigmoidea Bron.; Cassidaria echi-
nophora (?) L.; Nassa costulata Br. ; Dentalium tetragonum Br.;
Arca aspera Ph.; Ostrea coclear Poli; Vola Jacobea L.; Pecten
Brumeli Nyst; Balanus sp. ; Cerathocyatus sp. ; Diversi otoliti; Ana~
tifa Parlatorii Law.
La vicinanza della spiaggia spiega la presenza di qualche specie
piti propria della zona costiera.
Con questo, a meno che non sì voglia ricorrere al supposto d'un
alternarsi di oscillazioni ascendenti e discendenti, le quali mi sem-
brano punto in armonia coi fenomeni che caratterizzano il solleva-
mento generale del subappennino, potrei ritenere il tema esaurito sotto
il mio anteriore punto di vista. Difatti, si vogliano sottomarini, si
preferiscano sottolacustri, siccome tra il materiale vulcanico ed i
depositi del pliocene antico non esiste assisa alcuna intermediaria,
i tufi di Orvieto si vengono sempre a porre allo stesso livello delle
marne lacustri della Val di Chiana, e come quelle rappresenterebbero
il pliocene superiore.
Però, per quanto lusinghiera mi si offra somigliante conclusione,
per togliermi dall'imbarazzo della asserzione premessa, per le im-
pressioni riportate dalla vista dei luoghi, non sento la mente appa-
gata, ed anzi in me stesso, alle antiche sento aggiungersi nuove ob-
biezioni contro la deposizione dei tufi in bacini subacquei. Ammesso
anche che colle acque lacustri, e colle emanazioni nocive alla vita si
spieghi la mancanza di molluschi nei sedimenti tufacei, resta perciò
spiegato il fatto che con quei sedimenti non alternano depositi sab-
biosi ed argillosi e che, se vi si vede intercalata una qualche altra
formazione, questa è di travertini, pur essi dovuti ad azione delle
forze endogene? Per potersi capacitare d'un tal fatto bisognerebbe
ricorrere alla ipotesi, in verità un poco stiracchiata, che i crateri si
aprissero appena incominciata la fase subacquea e che la profondità
dell'acqua fosse appena quanta ne abbisognava perchè riescisse col-
mata in una sola eruzione; oppure bisognerebbe immaginare che il
bacino di Bolsena, man mano che gli mancava l'appoggio della forza
A. YERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 151
interna indebolita per la emissione delle materie vulcaniche, si de-
primesse in guisa da formare un bacino vulcanico-lacustre, nel quale
quanto più si profondavano le formazioni sottoposte, tanto maggior-
mente per le dejezioni rimaneva rialzata la roccia superiore, in modo
tale da non permettere sopra i tufi, un'altezza d'acqua, la quale fa-
vorisse l'alternanza di deposizioni nettuniane sabbiose e argillose con
quella delle scorie vulcaniclie.
È vero che 1' argomento il quale sto per addurre ha semplice va-
lore relativo, conciossiacchè forse si potrà concepire una massa cao-
tica di materie differenti caduta in bacino acquoso e rimasta là tale e
quale: siccome però è stato espresso il parere che le dejezioni vulca-
niche, le quali costrussero i tufi, siano state rimaneggiate dalle acque,
distese in banchi sul fondo marino, e trasportate a grandi distanze,
farò notare che, perchè risultasse vero questo fatto, bisognerebbe che
i tufi fossero composti da materiali distesi in strati dipendentemente
dal loro peso specifico, e non si vedessero cristalli, scorie, frammenti
calcarei, ecc., impastati confusamente, come in realtà si osserva.
Sicché, se dovessi concludere dalle impressioni ricevute, riterrei
che il territorio di Bolsena era prosciugato allorquando si spalanca-
rono le bocche dei suoi crateri, e che ivi, dopo una prima manifesta-
zione vulcanica per via di pioggia di ceneri e lapilli, avvenne una se-
conda eruzione di materie allo stato fangoso, le quali crearono i tufi
gialli, teneri, coerenti, ossia i veri tufi della Campagna romana e dei
dintorni di Bolsena. In questo giudizio tanto meglio mi convinco,
perchè notai negli strati di lapilli soggetti ai tufi, una certa regola-
rità di stratificazione, ma non la livellazione di sedimenti che avrebbe
prodotta una dejezione su bacino subacqueo; invece mi sembrò ve-
dere quei strati piegati in modo da accompagnare delle precedenti
irregolarità del terreno.
Nonostante, non sentendomi in grado di poter decidere se la genesi dei
tufi fu subaerea o subacquea, posto che debbasi ritenerla subacquea,
come propende la maggior parte dei versati nelle geologiche dottrine,
bisogna almeno ammettere che si composero mediante una eruzione, la
quale colmò il bacino di Bolsena prima che si compiesse una defini-
tiva demarcazione tra la fauna del pliocene antico e quella dei piani
superiori; sicché, le osservazioni dei geologi romani non lasciando
duhbio alcuno sul posto che occupano nella scala stratigrafica i tufi
della Campagna romana, si verificherebbe il fatto che alla estremità
settentrionale della regione vulcanica le eruzioni incominciarono du-
rante il pliocene superiore, nella meridionale durante le epoche qua-
ternarie.
152 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC.
Per stringere la quistione, sarà meglio che accenni il concetto ge-
nerale che ho dovuto formarmi sul movimento ascensionale del su-
bappennino mediterraneo. Una volta per sempre, a scanso di equi-
voci, premetto che le condizioni dei luoghi esplorati mi hanno
permesso di partire da un orizzonte marino perfettamente disegnato,
il quale, colla concordante stratificazione dei depositi, m' accusava
un sistema idrografico continuatosi senza interruzione attraverso
lunga serie di secoli. Questo orizzonte dalla fauna e dalla flora è
stato riconosciuto concordemente dal Foresti e dal Sordelli apparte-
nente al pliocene inferiore: a me punto interessava che appartenesse
preferibilmente all' una o all' altra epoca, all' uno o all' altro piano,
imperocché la mia mira non poteva essere di fare uno studio spe-
ciale delle singole epoche o piani delle nostre formazioni; sibbene,
sia ascendendo che discendendo da quel piano fisso di livello, di rin-
tracciare le rivoluzioni antecedenti o posteriori a quella idrografia
marina, unico obbiettivo nel quale, a furia di ostinazione, poteva
lusingarmi di raggiungere qualche risultato, colle mie circostanze di
posizione sociale, e colle mie cognizioni tecniche.
Pertanto, coordinando le osservazioni da me- compiute in una lo-
calità centrale, con quelle fatte al perimetro dai dotti geologi della
Toscana e di Roma, mi risulta evidente che il punto culminante del
sollevamento posteriore ai depositi di quel mare, si trova nelle adia-
cenze della Val di Chiana, e precisamente è rappresentato dal cono
vulcanico di Radicofani. Se anche non si voglia tener buono che le
argille marine dovevano colà giungere sino alla vetta del cono, cioè
alla quota di 900 metri, oggi la loro elevazione resta sempre misu-
rata dalla imponente cifra di 825 metri. Ivi presso si trova la massa
trachitica di monte Amiata: certamente che invano i geologi hanno
tentato di scuoprire sulla vetta di quel monte 1' apparato vulcani-
co, però mi sembra che troppo in fretta hanno creduto stabili-
re che fosse scomparso quell'apparato, oppure, che quel monte non
fosse di natura prettamente vulcanica. Contro quest'ultima suppo-
sizione, ossia, che la massa cristallina amiatina si formasse nelle
viscere della terra, e poi in quello stato fosse portata alla superfi-
cie dalla interna forza sollevante, sta la mancanza di coperchio su-
periore, il quale non risulta che siasi rovesciato sui fianchi; stanno
le due qualità di trachiti eruttate e l'interclusione nell'una dei ciot-
toli rotolati dell'altra. Già, nella Memoria sulla Val di Chiana, scrissi
che sotto il riguardo dell'apparato vulcanico meritava di essere stu-
diato il Piano delle macinaje, dove aveva trovata una trachite di
color bruno e rosso bruciato, somigliante alle scorie vulcaniche;
giorni fa ho letto che anche il Rath nomina una trachite scoriacea
A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 1S3
verso le sorgenti della Fiora, e queste località si trovano ambedue
sul versante occidentale della montagna. Oggi, dietro vedute piti estese,
insisto anche meglio su quella prima osservazione, risultandomi che,
appunto per causa di quello sforzo massimo di sollevamento, è avve-
nuto un mezzo rovesciamento dell'isola amiatina, nella quale la for-
mazione pliocenica ad occidente andava a seppellirsi sotto le acque
del Mediterraneo, mentre si sollevava l'estremità orientale in modo
da alzare da quella parte le colate sino a formare il vertice del mon-
te, e deprimere sull'opposto fianco i crateri.
Sul culmine del cono di Radicofani, da qualunque parte guardo,
vedo come uno sfasciamento del primitivo livello dei depositi del
mare pliocenico. Ho già detto altrove che le misure prese verso la
deltazione tiberina m'accusano la pendenza del 17 per mille, e que-
sta credo si prolunghi sino alla pendice dell' Apennino che chiude
la valle Umbra, perocché ivi esista una linea di rottura, la quale vi
viene dalla Val di Chiana passando pel Trasimeno, e per la quale
s'incontrerà una differenza qualora si voglia calcolare la pendenza
precitata tra Radicofani e la costa Adriatica. Se mi volgo verso le
terre Pisane e Lucchesi, vedo anche là declinare la elevazione dei de-
positi pliocenici, finché a San Romano sono misurati da 20 metri ap-
pena sul livello del mare, per poi scomparire sotto le formazioni
posteriori. Le medesime roccie vedo elevate a poca altezza, per quindi
seppellirsi sotto il Mediterraneo, ad occidente tra Livorno e Corneto;
infine le vedo declinare andando verso Roma, dove trovo in com-
plesso la formazione marina sempre con stratificazione concordante
a poco più di 120 metri, computandovi anche la massa delle ghiaje,
la quale al mio modo di vedere non altro rappresenta se non il pro-
tendimento della foce dell' Aniene. Qualche disturbo si nota in tale
complessivo riassunto, però credo che a quei disturbi non convenga
dare altra importanza in fuori di quella che realmente si meritano;
imperciocché, e bisogna tenere a calcolo le diverse altezze che quel
fondo marino doveva avere secondo i luoghi, per causa delle ine-
guaglianze naturali tra le formazioni costiere e quelle di mare pro-
fondo; come non bisogna perdere di vista che, in mezzo ad un'at-
tività vulcanica così potente, nel movimento generale un lembo di
quelle intrecciate snodature della corteccia terrestre poteva riescire
ora piti depresso, ora piti elevato. Tra Bolsena ed il Lazio, da un
calcolo approssimativo, mi risultano circa 200 mila milioni di ton-
nellate solo nei prodotti solidi vomitati dai vulcani; aggiungasi a
questi l'incalcolabile forza delle sostanze gassiformi sprigionatesi
dalle viscere della terra, e si potrà immaginare quale influenza dovè
avere tanto colossale fattore nel movimento di queste contrade.
154 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC.
Due deduzioni si possono trarre dall'esposto stato di cose: o l'in-
nalzamento fu più potente al centro rappresentato dal punto di Ra-
dicofani, ovvero, l'innalzamento prima fu uniforme, e poi avvenne
una generale depressione dal perimetro al centro. Non saprei come
collegare colla seconda ipotesi l'esistenza delle formazioni del plio-
cene superiore del Romano e forse di altri luoghi del perimetro. In-
fatti, se il Romano si fosse sollevato al pari del territorio della Chia-
na, come avrebbero potuto là ammassarsi con stratificazione concor-
dante sopra i depositi inferiori quelli del pliocene medio e superiore?
Per cui, tenuto anche conto che anteriormente al periodo pliocenico
la regione tirrena era stata scossa da un'altra fase vulcanica accu-
sata dalle masse trachitiche, e che quindi dovevano già trovarvisi delle
linee di rottura, mi sembra piti naturale attenermi alla prima -dedu-
zione, ed ammettere che un progressivo sollevamento, piti pronun-
ciato nella Val di Chiana, man mano sottrasse al mare il territorio
subappennino, fino a darci l'orografia attuale.
Da tuie conclusione, e dalle osservazioni che la costa tirrena è in
oscillazione ascendente, risulterebbe che, nel subappennino mediter-
raneo r ultimo strato del pliocene antico attorno a monte Cetona
(cito di preferenza quel luogo, perchè ivi a motivo della qualità la
roccia è meno asportata che altrove) segna la fine d'un periodo di
sommersione, ed il principio di un altro distinto periodo di emer-
sione, meglio che non lo segnino gli strati del pliocene superiore :
questi infatti non ci darebbero altro che il legame di continuità tra
quel punto singolare, il quale nettamente divide le curve delle dae
rivoluzioni oro-idrografiche, e l'epoca presente (1).
(1) In Val di Chiana il calcare ad amphisf.egina chiude la serie delle
formazioni del pliocene antico. Sul poggio dei Cavalieri, essendo a con-
tatto colle sabbie delle punte deltoidi tiberine, si pone allo stesso livello
dei banchi corallini di Cladocora caespitosa D'Orb. del littorale Pievese.
Sotto lo strato ad amphistegina su quel poggio stanno circa 120 metri di
marne, nelle quali ho raccolti i fossili:
Typhis fistuhìsus Broc. ; Triton appennÌ7iicum Sass.; Nassa clathrata L. •,
Nassa semistriata Broc. ; Bingicula buccinea Broc. -, Surcula dimidiaf.a Broc.
Drillia Allionì Bell.: Eaphitoma vulpecula Broc; Baphitoma Payrau-
deauti Desh.; Eaphitoma harpida Broc.-, Natica helicina Broc; Neverita
losephinia Serr. ; Turritella suhangulata Broc; Turbo rugosus L.; Fissu-
rella gibha (?) Phil. ; Capulus hungaricus L.; Dentalium elephantinum L. ;
Terebratula Regnolii Menegh. ; Pleuronectia cristata Brou. ; Ceratotrochus
duodecim costatus Edw.
Aveva già scritte queste Note, allorché tre giorni fa (18 febbrajo 1878)
ricevei una lettera dal dottor De Stefani, dalla quale traggo le segue nt
A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 1S5
Ed ora ripresento la domanda: il vulcanismo tirreno fu contem-
poraneo da Bolsena al Lazio, oppure anche qui su piccola scala si
verificò il gran fatto riconosciuto dai geologi, del successivo traspor-
tarsi delle manifestazioni dell'attività vulcanica da settentrione verso
mezzogiorno? Le eruzioni più recenti dei vulcani laziali appoggiereb-
bero per analogia questa ipotesi, qualora però si potesse in realtà
escludere i tufi vulcanici di Palestrina, Valmontone e degli adiacenti
luoghi dal sistema Laziale, per attribuirli ai sistemi Cimino e Sabati-
no, e stabilire che fino nella valle Latina furono trasportati dalle ac-
que. Per questa supposizione, a dire il vero, in seguito alle note
prese su quei luoghi, non sento una forte convinzione; oltre a quanto
ho obbiettato sul trasporto dei materiali vulcanici i quali costruirono
linee assai interessanti : « Trovai assai sviluppati nei dintorni di Perugia
e di Spoleto terreni formati in acque dolci, evidentemente pliocenici ; ma
insieme, per esempio, presso la stazione di Perugia, sì trovano degli
strati marini che pur essi mi sembrarono pliocenici. Forse perciò andreb-
bero modi6cate alquanto le importanti conclusioni sue relative alla idro-
grafia dell'Umbria e della Toscana durante il pliocene; tanto più se si
ponga mente che strati pliocenici marini furono trovati nell'alta valle del
Tevere fino a Città di Castello, e che nei colli presso Arezzo fu dissep-
pellita una balena pure pliocenica. » Sapeva già di un osso di cetaceo ri-
trovato presso il torrente Castro nel 1633, da un Pagliani prete aretino,
secondo alcuni ricordi di casa Baeci; ma pel modo come era narrato cre-
dei mettere questo dato in quarantena, né agli schiarimenti richiesti po-
tei avere riscontro. Cix'ca ai tufi di Perugia, ecc., il non avervi trovati
fossili m'aveva ritenuto dal considerarli marini, né miglior esito del pre-
cedente aveva sortito nelle informazioni dimandate. Un solo punto inter-
rogativo mi rimaneva nello studio della deltazione di Città delia Pieve,
cioè la mancanza della conoide finale di alluvione terrestre, la quale co-
prisse la formazione marina, poiché molluschi marini si raccolgono nelle
contrade più elevate di Ripavecchia, Selve, ecc.: finora era costretto a
supporre asportata quella conoide dalla erosione posteriore; oggi le sco-
perte annunziatemi dal signor De Stefani mi renderebbero più semplice
la ragione di quella mancanza, imperocché si verrebbe a stabilire che, al
momento culminante della oscillazione discendente, il Tevere aveva ces-
sato il suo corso, e per la valle del Nestore le acque marine penetrate
nel bacino Umbro, lo avevano trasformato in laguna; dando cosi princi-
pio alla costituzione di quel lago Umbro dovuto alla inclinazione della
oscillazione ascendente. La pendenza del sollevamento ad oriente risulte-
rebbe allora di circa 1' 11 per mille.
Egualmente in quel tempo, pel canale oggi sepolto dell' Arno, il mare
poteva essere penetrato nel contado di Arezzo. Pochi metri di più nella
oscillazione discendente bastavano a produrre questi effetti.
156 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC.
i tufi, mi sembra eziandio che siano abbastanza marcate le divisioni
tra gli espandimenti dei centri d'attività dei vulcani tirreni, e che
le dejezioni dei crateri Sabatini tutto al piti abbiano da oltrepassare
di poco la linea del corso del Tevere.
Nemmeno dalla serie dei vulcani, dei quali tratta questa Nota,
giudicherei doversi escludere il grandioso distretto di Rocca Monfina.
Come il distretto Laziale, quello di Rocca Monfina è contornato dai
tufi di Teano, ecc., come gli altri vulcani tirreni ha le bellissime lave
leucitiche. Comprendo bene che arrischiate sembreranno le idee che
esprimo, però è certo che partono da convinzione di fatti osservati
sul posto. Nello stesso anno (1875) dal Vesuvio a Radicofani visitai
i territori vulcanici, e luogo per luogo raccolsi di tutti i principali
prodotti: quale la scrivo è la precisa impressione restatami.
Sicché per tutti i descritti motivi sono obbligato a ritornare al di-
lemma già posto, o i tufi possono essere considerati come prodotti
di vulcani subaerei, e vomitati su superficie di terra non coperta
dalle acque, ed allora, supponendo allo asciutto ed in erosione il ba-
cino di Bolsena, non provo alcuna difficoltà nel concepire le mani-
festazioni vulcaniche dopo l'epoca terziaria; oppure i tufi devono es-
sere inevitabilmente considerati come dejezioni in un bacino acquoso,
ed allora m'è forza convenire che la manifestazione dell'attività vul-
canica incominciò a settentrione col sollevarsi del pliocene antico, e
si spostò man mano verso mezzogiorno. Se pel passato mi sono atte-
nuto alla seconda conclusione, perchè incompetente a giudicare sulla
genesi litologica dei tufi, eliminata questa difficoltà, più volentieri
accetto la prima, perchè piti consona alle osservazioni personali fat-
te: la stessa uniformità della formazione tufacea, quando non sia ne-
cessario attribuirla ad un mezzo acquoso, potrebbe provare coll'unità
dei prodotti il sincronismo di quelle eruzioni fangose (1). Qualora
pertanto si riscontrasse la prima conclusione conforme al vero, potrei
collocare tra i fenomeni, i quali accompagnarono quella colossale eru-
(1) II riguardare i tufi come correnti fangose solidificate anche sempli-
fica il comprendimento di un altro fatto. Eaccontava nella Memoria po-
polare sulla Val di Chiana, che presso Castellottieri i paesani estraggono
delle ocre raggrumate dentro condotti cilindrici, dai quali colà si vedono
perforati i tufi : non so se sia possibile rendersi ragione di simile fenomeno
colla costruzione dei tufi per via di dejezioni cadute in bacino acquoso e
poi rimaneggiate dalle acque; invece la tensione dei vapori imprigionati
dentro la massa fangosa mi sembra che spieghi bene e la formazione del
condotto, e la sublimazione nelle sue pareti di quelle terre minerali.
PROFILO ir.MONTE AMIATAei> DELTAZIflHE^.i TEVERE ANTICO
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5u»c-cA^ >>w>o«^xiJU/ ^ i«f*viL.c^ f*V*VtVI "^•uxf-Cute poVJi 'coóoL^; . glxx>vLloni< .icoVkxcìix ( i i i m^ c < . ic ) F==== CD
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A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 1S7
zione vulcanica, la violenta rottura della Val di Chiana romana, av-
venuta dopo r epoca terziaria, come me lo prova la presenza del-
l' Elephas primigenius Blum, le cui reliquie ho trovate nello sabbie
superiori alle marne a Congeria del lago della Chiana Toscana, il
vuotamento del quale lago fu appunto uno degli effetti immediati di
quella rottura.
IL
Sulla idrografia della Val di Chiana anteriormente
al periodo pliocenico.
Esauriti gli argomenti per i quesiti sulla cronologia del vulcani-
smo tirreno, passo al secondo fatto asserito nel sunto della Memoria,
cioè a dimostrare che nella Val di Chiana ed adiacenze una fase ter-
restre precedette a quella del pliocene marino. Per brevità, in prova
di questa asserzione, non aveva accennato altro documento, se non
r esistenza delle ligniti, le quali dai geologi sono state riferite al
miocene superiore. Ommettendo 1' enumerazione delle diverse forma-
zioni lignitiche, non mi sembra privo d'importanza il ricordare che il
Campani cita presso Radicofani una lignite nera, compatta, opaca,
con venature di materia resinosa, stratificata in terreno argilloso ; e
che nella sezione del pozzo S. Giacomo alla cava lignitica della Ve-
lona, presso la stazione di monte Amiata, con 173 metri di profon-
dità, ed un'altimetria di terreno assai depressa, sono indicati molluschi
di acqua dolce, ma nessun fossile marino, per dire che : quei saltuari
giacimenti lignitici non soltanto mi si rilegano ad un sistema conti-
nentale, ma, lasciate da parte le divisioni geologiche, mi rappresen-
tano bassure del periodo maremmano precursore del definitivo
ingresso del mare nei nostri luoghi; periodo nel quale la sedimen-
tazione, per la ristrettezza dei bacini, conservava ancora potenza suffi-
ciente da lottare con vantaggio contro la invasione marina dovuta
al movimento sismico. Qualora tali documenti sembrino insufficienti
a dimostrare completamente la proposizione, m'accingo ad esporre
le altre osservazioni fatte in proposito. Con metodo simile a quello
tenuto perla Nota precedente, indicherò i terreni i quali compongono
il sottosuolo sul quale sono imbasati direttamente i depositi marini;
poi darò una idea della figura orografica di quei luoghi; infine esa-
minerò le roccie, le quali in taluni hanno creato dei dubbi su un
precedente mare miocenico.
Dal profilo tra la deltazione tiberina di Città della Pieve e monte
158 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC.
Amiata, procedendo da oriente verso occidente, mi risulterebbe che
lungo il littorale Pievese il torrente dei molini ha divisa la formazione
pliocenica delle roccie psammitiche e calcaree del littorale, e sul letto
di quel torrente trovo delle formazioni calcaree, probabilmente cre-
tacee, affiorare alla quota di 312 metri. Un secondo affioramento di
calcare marnoso, probabilmente pur esso cretaceoj^ trovo di poi nella
valle della Chiana sotto il iJoggio dei Cavalieri, oggi pel franamento
della valle alla quota di 250 metri : ivi la formazione pliocenica so-
vrapposta ha la potenza di 120 metri, e contiene le [ìunte deltoidi del
sistema tiberino, il che indica che alla fine della costruzione del delta
non poteva essere più profonda sotto il livello delie acque di una
decina di metri. Appena a tre chilometri piti avanti incominciano le
numerose sporgenze di calcare mesozoico, le quali formavano degli
scogli attorno al monte Cetona. Questi affioramenti di scogliere sono
più visibili ad occidente del monte predetto, perchè là i terreni non
hanno sofferto rotture come ad oriente, e ci accompagnano nel viag-
gio sino a metà strada tra monte Cetona e Radicot'ani colle quote
646, 750, 689, 704 metri. Oltrepassato il poggio Lupone, si cammina
sulle marne marine fino alle pendici di monte Amiata, dove ritro-
viamo i galestri ed altre roccie preesistenti. Monte Amiata è diviso
da Radicofani per l'alveo del Paglia, scavato tra il littorale amiatino
e le marne di Radicofani, asportando la formazione costiera: la pro-
fondità dell'alveo è ivi segnata dalla quota 466, ossia ci misura
dalla parte di Radicofani uno spessore di 359 metri nel deposito
marnoso, il quale anzi sarebbe di 434 metri se si computasse il piano
delle marne, come doveva essere, sino al vertice del cono vulcanico.
Da Città della Pieve andando a Sarteano, ho trovato sui colli a de-
stra del fosso Oriate un altro affioramento di calcare, identico a quello
del poggio dei Cavalieri e di altri luoghi, emergente dalle marne
plioceniche alla quota di 340 metri. Infine, nella ricognizione fatta
tra Orvieto e Rocca Ripescena accennata nella prima Nota, ho se-
gnato un altro lungo affioramento dell'ideniico calcare, sbucante dalle
marne alla quota di 246 metri, ossia a 24 metri sotto il piano del
predetto terreno.
L' ampiezza che si può assegnare trasversalmente al golfo della
Chiana tra il littorale Pievese ed il terrazzo inciso dalle maree ai
piedi del monte Cetona è dai 13 ai 14 chilometri; su quest'ampiezza
nello spazio della deltazione, dove probabilmente la preesistente ero-
sione del fiume aveva dovuto incidere una valle, abbiamo già visibili
270 metri di depositi fluvio-marini: appena a 7 od 8 chilometri dalle
coste Pievesi, gli affioramenti precitati dicono che il fondo si rial-
A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 159
zava, poiché malgrado il ragguardevole interrimento, additato dalle
punte deltoidi spinte sino al poggio dei Cavalieri, ivi la formazione
marina non ha potuto guadagnare potenza maggiore di 120 metri,
cioè un 150 metri di meno che non nella valle sulla quale si sovrap-
pose la deltazione.
È vero che non posso citare alcun affioramento di roccie costi-
tuenti l'antico fondo marino nella regione centrale della Val di Chiana
toscana, mentre l'attuale orografia là porterebbe a supporre un'am-
piezza di golfo pressoché doppia di quella dinnanzi Città della Pie-
ve; però tale maggiore larghezza non è che apparente, conciossiacchè
anzi in quei luoghi le osservazioni ultime, compiute nello scorso gen-
najo, mi costringono a riavvicinare di tanto la costa, da rendere as-
sai probabile che il golfo si ristringesse di molto progredendo verso
settentrione (1).
Seguitando l'esame di profilo, da monte Cotona a monte Amiata
(1) Dalle mie annotazioni risulterebbe che quel lido doveva distaccarsi
dalla punta di Sinaliinga, passare, presso a poco, lungo 1' attuale pianura
della Chiana, per venire a congiungersi ai monti sopprastanti alla delta-
zione, nei dintorni di Paciano. La lunga linea di rottura, avvenuta nella
catena apenninica durante il sollevamento di quei terreni, la quale dalla
Val di Chiana toscana passa alla valle Umbra, fece deprimere la forma-
zione costiera pliocenica, e porzione del littorale : all'incontro di quella
linea di rottura coU'altra più interna della Val di Chiana romana, ripie-
gatasi per la Val di Tresa, si trova il lago Trasimeno. Appunto alla
oscillazione inclinata di quelle masse snodate, prolungatasi dopo l'aper-
tura degli emissari degli antichi laghi delia Chiana ed Umbro (accaduta
nell'epoca quaternaria, perocché anche nel lago Umbro ho trovato VE.pri-
migeniua), sono dovuti ed il lago più recente di Arezzo, vuotatosi in se-
guito all'abbassamento di soglia delle cateratte dell' Arno-, ed il lago Cor-
tonose, il cui residuo è rappresentato dal Trasimeno-, e le valli della Ma-
gione, ed infine le paludi Spoletine nonché il lago di Assisi, sulla cui area,
dopo il taglio artificiale di Torgiano, si costituirono le fertili pianure della
valle Umbra. Meglio della causa, altrove accennata, dello sbarramento
del golfo per la massa della deltazione, la predetta rottura ci spiega l' in-
terclusione d' un lago nella Val di Chiana toscana, e l'ampliamento di quel
lago fino a fargli guadagnare 600 chilometri quadrati di superficie, e ci
spiega pure la soppressione della barriera, la quale divise almeno sin presso
alla fine il mare pliocenico della Chiana dai laghi contemporanei della
Val d'Arno superiore, e dal bacino Perugino. È oggi cessato il movimento
parziale di quelle masse, separate dall'Appennino perla soluzione di con-
tinuità sopra indicata? Ad ogni modo, se pure é cessato il loro movi-
mento parziale, le osservazioni testificano che continua ancora la rotazione
generale, per la quale si sollevano le coste tirrene.
160 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC.
l'ampiezza del golfo Senese può essere valutata al piU a 12 chilome-
tri: sino 'a 4 chilometri dal lido cetonese ci accompagnano le punte
delle scogliere mesozoiche; restano altri 8 chilometri di spazio, sul
quale abbiamo veduto già un riempimento di piU che 400 metri di
materiali pliocenici.
Sicché in tutto nei due golfi abbiamo otto chilometri per parte, nei
quali da sotto i depositi pliocenici non traspaiono più antiche for-
mazioni, mentre gli affioramenti laterali accusano chiaramente un'an-
tica orografia composta di due vallate parallele, divise dalla catena
centrale dei monti Cetonesi. È possibile che dentro quegli spazi pree-
sistessero le acque marine immediatamente prima che incominciasse
la deposizione del pliocene inferiore? Allorché il caso mi sbalzò in
questo genere di studi, per diminuire le facili cause di errore, mi pre-
fissi di conoscere il meglio possibile il terreno sul posto, e di chie-
dere la ragione dei fenomeni osservati alle leggi generali della na-
tura: quando mi si è presentata qualche apparente anomalia, ho ri-
tratti risultati piti convincenti coll'estendere l'orizzonte delle osserva-
zioni, di quello che coli' improvvisare spiegazioni fondate appena su
qualche appunto parziale. Se la deltazione pliocenica tiberina, e le
marne di Radicofani non rappresentassero che una formazione ma-
rina sovrapposta ad un'altra di epoca immediatamente anteriore, sic-
come la deltazione tiberina ci parla di un periodo di oscillazione
continuamente discendente, bisognerebbe concludere che questa oscil-
lazione rappresenterebbe il seguitarsi di un più antico movimento
discensionale, pel quale il mare già da prima fosse penetrato nella
Val di Chiana e nei territori adiacenti. Invece le masse marine, le
quali riempiono le due vallate, oggimai dallo studio della fauna e
della flora di piano precisato, sono sufficienti a dimostrare il naturale
declivio delle pendici montane, le quali fiancheggiavano quelle valli.
Difatti, anche tenendo la misura delle marne presa sull' alveo della
Paglia, la quale non sarà certamente la maggiore perocché siamo ad
un estremo del bacino, la inclinazione media del fondo preesistente al
mare pliocenico presso Radicofani ci risulta di Yjq, ed egualmente
di Vio si ha la pendenza media dal vertice di monte Cetona all'ultima
scogliera di occidente, presso il giù nominato poggio Lupone; come
generalmente tanta è la pendenza ordinaria nei nostri sistemi mon-
tuosi. Senza ripetere il calcolo dalla parte della deltazione, perchè
ivi a causa dei franamenti ò assai più difficile concepire la vera po-
tenza della formazione pliocenica, escluso dal golfo occidentale un
mare immediatamente anteriore al pliocenico, resta dimostrato per
sé stesso l'aspetto continentale della Val di Chiana.
La supposizione della preesistenza d'un mare miocenico a quello
A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC. 161
del pliocene, nella Val di Ciiiana ed adiacenze, deriva generalmente
da osservazioni limitate a ristretti orizzonti sulla qualità dei fossili,
i quali, come naturalmente deve verificarsi nel piano rappresentato
dalla nostra formazione marina, sono ricchi di specie mioceniche;
nonché dall' immensa variabilità che si osserva nelle roccie plioceni-
che di quell'arcipelago: variabilità dovuta, mi sembra, a cause del
tutto locali. Già nella carta geologica, pubblicata per cura della pro-
vincia Senese, aveva veduto segnato un lembo miocenico presso Ra-
polano : non è difficile che mi sia sbagliato, però, quattro anni fa gi-
rando quei luoghi con detta carta alla mano, senza alcun preconcetto
avviso, imperciocché allora non aveva formulata sintesi alcuna, ed
a null'altro attendeva, fuorché ad acquistare sul posto conoscenza
pratica dei differenti terreni, non mi riuscì scoprire nulla del lembo
accennato, nò che valesse a destarmi qualche dubbio sulla uniformità
di quelle formazioni colle altre del bacino.
Nello scorso dicembre, recatomi a Bologna per completare colle
indicazioni delle località l'assestamento della collezione donata a
quel Museo, il professore Capellini mi suggeriva di rivedere più ac-
curatamente sotto questo punto di vista le roccie, le quali sopra
Sarteano cingono la valletta di Spineta. Deferente, come di dovere,
al suggerimento ricevuto, lasciate da parte le note anteriori, come
mi era regolato circa la quistione dei tufi vulcanici, lo scorso gen-
naio intrapresi eziandio questa seconda escursione. Sempre colle so-
lite riserve, ecco quanto viddi nelle precise località indicatemi. Tro-
vai i poggi addirittura dominanti la fattoria di Spineta, tra la spac-
catura dei quali passano le sorgenti dell' Orcia, formati dì calcare
mesozoico grigio-scuro identico a quello dell' opposto monte Cetona,
e procedendo verso la cappellina di Ajole, viddi degli affioramenti
di quel medesimo calcare e di altro di color carnicino, pur esso in
posto sul nucleo principale del monte, interclusi tra una formazione
di calcare organico. La stratificazione di questo ultimo calcare con-
serva per tutto quella apparente orizzontalità comunissima ai no-
stri depositi pliocenici, dove non sia stata disturbata da rottura lo-
cale. Fatta la raccolta piti ricca possibile, inviai anche questa a
Foresti colle stesse clausole che per quella di Orvieto ; siccome poi
negli altri versanti del monte m'era sembrato vedere lo stesso cal-
care (riconosciuto costrutto particolarmente da lithothamnie) fon-
dersi con quello ad amphistegina, gli inviai anche due saggi di quei
luoghi per i confronti. Ecco la risposta avutane: «Quanto alla seconda
collezione, eccotene la nota:
u Conus AldrovandiBv.', Natica sp.; Bulla sp.; Terehratula am-
pulla Br. ; Fistularia sp.; Cardium sp. ; Lucina sp.; Pinna Utra-
Rendiconti. - Serie II. Voi. XI. Il
162 A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DEI VULCANI TIRRENI, ECC.
gona Br.; Spondylus crassicosta Lk.; Ostrea Boblay Desìi.; Ostrea
lamellosa Br. ; Ostrea plicafula Grnl.; Pecten latissimus Bv, \ Pecten
dubius Br. ; Lithothamnie.
» Secondo il mio modo di vedere e secondo i confronti fatti, questa
formazione sarebbe analoga a quella da me riscontrata a Castroca-
ro, e cioè, al calcare a briozoi, al calcare ad amphistegina, appar-
tenente al pliocene antico. »
Con questa risposta mi si dilegua anche qualunque dubbio d'i-
nesatta osservazione sulla precisione del contorno da me dato del-
l'isola Cetonese, e del canale il quale la divideva dalla adiacente di
Castiglioncello del Trinoro, contorno che aveva rilevato passo passo
nelle escursioni fatte gli anni precedenti (1).
Nella occasione della licenza dello scorso gennajo ebbi il piacere
d'incontrare in Città della Pieve il dottor De Stefani, venuto a vi-
sitare i nostri terreni, mosso, come cortesemente mi dichiarava, dalle
prime righe da me gettate là, tanto per indicare la loro importanza
ai cultori delle scienze naturali. Ragionando con esso lui sull'argo-
mento in quistione, mi accennò di avere notato presso Castelluccio,
antico castello sito alla sorgente del torrente Astrone, un lembo che
dalla fauna crede sia da riferirsi al miocene marino, però al piano
medio, se non al superiore. Pressato dalla brevità del tempo dispo-
nibile, e dalla necessità di fare una terza escursione per completare
le note sulle marne lacustri della Val di Chiana toscana, non po-
tei fare una gita a Castelluccio, come avrei desiderato. Quella os-
servazione, che gentilmente mi permetteva di citare, non si oppone
punto alla tesi speciale propostami in questa Nota, cioè, di dimo-
strare che la Val di Chiana ed adiacenze presentavano aspetto ter-
restre nel periodo immediatamente anteriore a quello, nel quale vi
penetrarono le acque del mare pliocenico; tutto al piìi tra i due
mari si avrebbe l'interpolamento di una oscillazione ascendente. Non-
dimeno, quantunque non senta nella mente un concetto tanto defi-
nito sugli avvenimenti, dei quali fu teatro il subappennino mediter-
raneo anteriormente al pliocene antico, pure, per qualche dato che
posseggo, non mi ritrovo troppo con un mare miocenico a qualsiasi
piano appartenga, bagnante la pendice occidentale della catena Ce-
tonese.
La sola cosa che mi risulta ognora più evidente su quegli avve-
(1) Alla fine della oscillazione discendente, l' isola Cetonese dominava
ancora colla più alta vetta per 400 metri il mare pliocenico , come ce Io
mostra, attraverso i secoli, lo stupendo terrazzo inciso dalle maree e tutto
perforato dai litofagi.
A. VERRI, SULLA CRONOLOGIA DKI VULCANI TIRRENI, -ECC. 163
nimenti è che, all'op[)osto della oscillazione ascendente, la quale fu
inclinata verso oriente, la oscillazione discendente dovè essere in-
clinata verso occidente. Infatti ho già altrove alluso a questa sup-
posizione dalle note prese sulla deltazione tiberina; a quell'argo-
mento ne aggiungo un secondo desunto dalla potenza delle marne
di Ra licofani. In quella località abbiamo notata visibile un' altezza
di depositi marini circa 180 metri superiore alla formazione Pieve-
se, mentre a Radicofani abbiamo mare profondo, senza grossi corsi
d'acqua, i quali vi portino le spoglie rapite ad un esteso continen-
te; a Città della Pieve invece abbiamo lo sbocco d'un fiume con
bacino scolante di circa 6000 chilometri quadrali. Una delle spie-
gazioni possibili di questa anomalia sarebbe il supporre l'ingresso
del mare nel golfo Senese molti secoli innanzi, che non in quello
della Chiana, in virtìi di una inclinazione discendente inclinata in
modo che, mentre si deprimevano i continenti del subappennino tir-
reno, si alzavano i fondi marini del subappennino adriatico.
Avrei qualche altro argomento di probabilità per quella supposi-
zione, però mi limito solo ad accennarla, sia perchè non sento an-
cora in me assoluta persuasione sul maggiore o minore valore di
quegli argomenti, sia per non eccedere di troppo i limiti tracciati
dalla intestazione della Nota.
Con questo mi sembra e d'avere schiariti i punti i quali potevano
presentare qualche controversia, e di avere manifestati per gian parte
i miei pensieri sulle vicende del subappennino mediterraneo dall'ul-
timo periodo terziario ad oggi. La lettura degli scritti dei geologi
ed ingegneri i quali parlarono di quelle contrade, le ripetute osser-
vazioni, le raccolte ivi fatte personalmente senza risparmio di fati-
che e di spese, la classificazione delle medesime compiuta da valenti
naturalisti, la premura di additare le inesattezze nelle quali son ca-
duto, spero abbiano dimostrato che nello studio intrapreso non
amo correre appresso a fantasie poetiche, ma aspiro unicamente di
conoscere la verità. Se con tutto ciò ra' avvenisse di incorrere in
altri errori, e l'esame dei fatti suggerisse altrui spiegazioni piti con-
formi al vero, ripeto quanto diceva altrove, sarò ben lieto di accet-
tarle; imperciocché mi confortali detto di Pietro Verri: Gli errori
medesimi^ purché siano un tentativo, sono un bene: servono essi di
occasione perchè altri pensi sul medesimo soggetto^ e combattendo
l* errore lo rischiari.
164
FISICA SPERIMENTALE. — Sul magnetismo permanente delV ac-
ciajo a diverse temperature ; studj di Giuseppe Poloni, sunto pre-
sentato dal M. E. prof. Giovanni Cantoni.
Era noto fino dai tempi di Gilbert che la forza magnetica d' una
calamita va diminuendo coll'aumentare della temperatura, e Coulomb
fu il primo che misurò numericamente le variazioni prodotte dal ca-
lore sul magnetismo. Cantoni poi avea mostrato chiaramente che co-
deste variazioni sono in parte permanenti ed in parte transitorie, cioè
che col raffreddamento la calamita riacquista una parte soltanto della
forza da essa posseduta avanti di essere scaldata. In seguito Kupffer,
che studiò le variazioni medesime fino a 100°, vide che una calamita
stata portata a questa temperatura, non riacquista più l'intensità ma-
gnetica primitiva anche ritornando a temperatura ordinaria; che dopo
un nuovo scaldamento perde dell'altra forza, sebbene alquanto meno
di prima; perde ancor meno dopo un terzo scaldamento; e così via,
finché raggiunge uno stato che noi chiameremo stato normale, nel
quale essa riacquista ad ogni ritorno alla temperatura ordinaria la
forza che aveva prima dello scaldamento.
Parecchi altri fisici, segnatamente in riguardo alle correzioni da
farsi alle osservazioni del magnetismo terrestre, studiarono il feno-
meno fino a 100°, valendosi, per la misura del momento magnetico,
del metodo delle oscillazioni; e trovarono che la diminuzione sofferta
dal magnetismo può ritenersi proporzionale all'aumento della tempe-
ratura.
Dufour però spinse il riscaldamento fino a 250°, ma non portò le
calamite fino allo stato normale, né determinò la legge del decre-
mento, limitandosi soltanto a dare i valori numerici del momento
magnetico alle diverse temperature.
Io studiai di nuovo il fenomeno fino a 300^ valendomi del metodo
delle correnti indotte. La calamita si scalda ad una determinata tem-
peratura entro un tubo circondato da un bagno ad olio ; indi le si fa
attraversare rapidamente una spirale indotta, comunicante con un
galvanometro, fino a portare la linea neutra al centro della spiralo
medesima: la corrente indotta, indicata dal galvanometro, si assume
per misura relativa del momento magnetico della calamita a quella
temperatura. Ecco i principali risultati ottenuti.
Ad ogni temperatura massima, a cui venga portata una calamita,
corrisponde un particolare stato normale della calamita stessa. Vaio
a dire affinchè le variazioni sofferte dal magnetismo per effetto del
G. POLONI, SUL MAGNETISMO PERMANENTE DELL* ACCIAJO, ECC 165
calore presentino sempre lo stesso andamento, conviene che la cala-
mita sia stata dapprima ripetutamente scaldata e raffreddata entro
gli stessi limiti di tem[;eratura. Ma come venga, anche per poco,
alzato il limite superiore, la calamita perde il suo stato normale ed
ha bisogno di una nuova serie di riscaldamenti e raffreddamenti
entro i nuovi limiti per raggiungere un nuovo stato normale, diffe'
rente dal primo, nel quale cioà le variazioni del magnetismo colla
temperatura seguono una legge tutt' affatto diversa. È questo un
fenomeno affatto analogo a quello osservato dal professor G. Pisati
ne' suoi studi recenti sulla elasticità dei metalli.
Le leggi con cui il momento magnetico m scema coli' aumentare
della temperatura t ponno rappresentarsi colle seguenti formole, in
cui le rimanenti lettere denotano costanti speciali:
per lo stato normale corrispondente alla temperatura 100°:
m=M{l-hf-kt^)',
per lo stato normale corrispondente a 150°:
m= M — t {a-\-bc*)\
per lo stato normale 300° infine vale dalla temperatura ordinaria
fino a 200°:
e da 200° a 300°:
m=Mi-t {«, + PiTr')-
Queste leggi empiriche valgono per tutte le calamite da me cimen-
tate, le quali per altro erano in condizioni molto diverse. Vero è che
si trova diverso dall'una all'altra il coefficiente magnetico di tem-
peratura, ossia il decremento subito dall'unità di momento magne-
tico per l'aumento di 1° nella temperatura. Ma questo coefficiente
dipenderà naturalmente da molteplici fattori, come sono la qualità
dell' acciajo, il grado di tempera, le dimensioni della sbarra, ecc. E
appunto perciò io credo che uno studio esteso di , questi fenomeni
potrà forse portare un po' di luce anche su altre importanti questioni
di fisica molecolare.
BIOLOGIA — Sulla produzione plasmogonica del leptothrix e del
leptoiì'iitu<^. Esperienze di Giacomo Cattaneo, studente di Scienze
Naturali.
Già da parecchi anni è stata dimostrata e si va dimostrando da-
vanti a questo Istituto, la derivazione del vibrio bacillus e del bac-
ierium termo dai granuli vitellini e dai granuli grassi del tuorlo di
166 G. CATTANEO, SULLA PRODUZIONE PLASMJGONIGA DEL LEPTOTHRIX, ECC.
ovo di gallina, e la derivazione del leptothrix e del leptomitus dal
vibrio e dal bacterium. Molti casi di rinvenimento, in ova integre, di
Uptothrix e leptomitus avrebbero quindi potuto, dopo la constata-
zione di tali fatti, essere spiegati come derivazione morfologica da-
gli elementi del tuorlo. L' ovo di gallina (e degli uccelli in gene-
rale) racchiude infatti dentro di sé condizioni simili a quelle che
trovansi nei soliti palloncini usati per le esperienze d'eterogenia, cioè
un contenuto albuminoide, una camera d'aria avente composizione
quasi identica all'aria esterna, o solo, secondo Bécharap, alquanto
più ossigenata, e un contenente di solito non facilmente permeabile
a crittogame esteriori. Tuttavia si preferì sempre o quasi sempre cer-
care a qualunque costo la penetrazione delle spore o dei micelj dal-
l'esterno. In taluni casi questa penetrazione è certa ed evidente; spe-
cialmente quando trattasi di ova già deposte da qualche tempo, e già
esteriormente coperte da crittogame d'organizzazione alquanto com-
plessa, rispetto alle quali non si potrebbe sapporre mai un'origine
eterogenetica. Le spore del penicillium, deWaspergillus, ecc., si depo-
sitano sul guscio dell' ovo esposto alla libera aria, si svolgono e
fruttificano a spese della sostanza organica distesa sai guscio e dei
gas uscenti dall'ovo attraverso ai poricanali, e spesse^ in questi po-
ricanali si immettono gli sviluppantisi micelj, i quali, in generale,
non arrivano però a traforare la membrana anista, a meno che non
vi siano forzati da compressione esteriore di tela cerata, come usò il
Panceri. Ciò però vale per ova deposte da tempo; ma per ova ;i[)-
pena deposte o tolte dagli ovidotti di animali vivi o da poco mo;ti,
eppure contenenti alcune tra le più semplici crittogame al di dentro
della membrana testacea, nell'albume e nel tuorlo, la spiegazione sud-
detta più non vale. Bisogna supporre o che le spore sian penetrate
nell'ovidotto e nell'ovario (cosa non impossibile, ma tutt' altro che
facile, come ho dimostrato altrove) (1), o ammettere una produzione
plasmogonica. Parendomi quindi che questo argomento non fosse ab-
bastanza chiaramente risolto, ben volentieri seguii il consiglio dato-
mi dall' egregio prof. Leopoldo Maggi, di studiarlo in modo speri-
mentale.
Le mie sperienze furono cominciate fin dal maggio 1876 e conti-
nuate per più di un anno, nel Laboratorio d'Anatomia Comparata del-
l'Università di Pavia. A varj intervalli di tempo, sospesi alcune ova
di gallina appena deposte, o talora previamente indurite con più o
meno lunga permanenza in acqua bollente, sopra larghi vasi d'acqua
(1) Sulla produzione di microfiti neW interno delle ova. Atti Soc. Ital.
Scienze Naturali. Seduta del 27 gennajo 1878.
G. CATTENEO, SULLA PRODUZIONE PLASMOGO.NICA DEL LEPTOTHRIX, ECC. 167
continuamente evaporante, o coprii il tutto con campane di vetro. —
La temperatura si mantenne artificialmente o naturalmente, secondo
le stagioni, piuttosto elevata; dimodoché le ova si trovarono, entro
tali apparecchi umidanti, in un ambiente caldo-umido, attissimo
alla produzione di crittogame. — Dopo due o tre mesi dalla sua col-
locazione nella camera umidante, ciascun ovo veniva con diligenza
osservato macro-microscopicamente. Compendierò, qui sotto, i risul-
tati di tali esperienze, giù da me esposti distesamente nel lavoro so-
pracitato.
1.° Le ova, sia senza alcuna preparazione, sia tenute alla tempe-
ratura di 100°, per vario tempo, da 5 a 60 minuti, dopo bimensile o
triraensile dimora in ambiente caldo-umido, si trovan ricoperte al-
l'esterno da fitti penicillium, aspergillus e verliciUum, derivati evi-
dentemente da spore esterne, che talora, ma raramente {un caso so-
pra sei) immettono i loro micelj eatro i poricanali e le maglie del
guscio, senza però oltrepassare la membrana testacea.
2.° Le ova suddette, il cui contenuto (tuorlo e albume) sia, durante
la dimora nell' apparecchio umidante, passato a piti o meno estesa
putrefazione, presentano bensì le crittogame esterne, ma non presen-
tano alcuna traccia di crittogame interne, nò sulla testacea, né nel
tuorlo, né nell'albume.
3." Le ova, o senza previa preparazione, o previamente tenute alla
temperatura di 100 gradi, le quali, durante la dimora nell'apparec-
chio umidante, non subirono putrefazione, oltre alle solite crittogame
esterne, sono internamente piene di leptothrix e leptomitus, i quali
aderiscono alla parete interna della membrana testacea, formando
degli ammassi di fili, che ad occhio nudo si presentano come piccole
chiazze bruniccie sparse qua e là. Questi fili traforano la testacea,
la comprimono verso il guscio, si insinuano nei poricanali e nelle ma-
glie del guscio stesso, e spesso fan capolino all' esterno, dando alla
superficie dell' ovo un aspetto finamente punteggiato. La direzione
di questi leptothrix e leptomitus dall'interno all'esterno è innegabile^
essendo dimostrata dal trovarsi essi in grandi ammassi solo all'interno
della testacea, dalla compressione verso il guscio che imprimono a
questa, e dalla diminuzione in grandezza delle chiazze bruniccie, di
mano in mano che si passa dalla parete interna all'esterna della
testacea, dalla parete interna all' esterna del guscio. Nessuna traccia,
in qualsiasi parte dell' ovo, di penetrazione in senso opposto; non
spore nelle maglie del guscio, microscopicamente esaminato; non
sospingimento, verso l' interno, della testacea nei punti ove sono le
chiazze bruniccie.
Dato tale fatto, della produzione nell'interno, e del cammino dal-
168 G. CATTANEO, SULLA PRODUZIONE PLASMOGONICA DEL LEPTOTHRIS, ECC.
l'interno all'esterno, del lepthothrix e del leptomltus, nessuna spiega-
zione migliore se ne potrebbe dare, che quella a cui accennavo in
principio di questa Nota, cioè il fatto accertato della derivazione del
leptothrix e del leptomltus dai vibrioni e dai bacterj, e di questi
dagli elenaenti proteici (granuli grassi e vitellini) del tuorlo. Sarebbe
avvenuto nell'interno delle ova esperiraentate né piti uè meno di quel
che succede nei palloncini con infusioni organiche, chiusi a fusione
di vetro; e i frequenti casi di rinvenimento in ova integre di lep-
tothrix e leptomitus non sarebbero quindi che casi naturali di plasmo-
gonia, simili affatto a quelli che ci procuriamo nelle esperienze, rac-
cogliendo artificialmente le condizioni necessarie alla aggregazione
di particelle organiche in semplicissimi esseri organizzati.
FISICA SPERIMENTALE. — Ancora sul raffreddamento de' solidi
metallici polverulenti. Esperienze del prof. Paolo Cantoni, presen-
tate dal M. E. prof. C. Hajech.
1." Mettendo a riscontro tra loro le mie esperienze del 1877 (1)
sul tempo impiegato dai solidi metallici polverulenti per raffreddarsi
da 40" a 25° quando la temperatura dell'ambiente era 15"., con quelle
or ora eseguite sugli stessi corpi per raffreddarsi da 33" a IS'*, es-
sendo la temperie dell'inviluppo 8°, ho potuto raccogliere che :
Per uno stesso corpo e con un medesimo eccesso termometrico
(10°) fra esso e l'aria circostante, quanto pih elevata è la tempera-
tura di questa, tanto meno veloce risultali tempo impiegato dal corpo
a raffreddarsi di un egnal numero di gradi (15°). — L' ordine con
cui le diverse sostanze si susseguono cominciando dalla meno pronta
alla pih pronta, per raffreddarsi nelle dette due condizioni, è il me-
desimo. — Fra i valori di raffreddamento a 15.° e quelli a 8.o i
rapporti sono ben poco discordi per le varie nature de' corpi, tanto
che l'aria sia o non sia agitata. — Le differenze nell'aria tranquilla
risultano diverse da sostanza a sostanza, e piìi sentite ne' metalli
dov'è massima la conduttività e la coerenza che nei meno condut-
tivi e meno coerenti: invece nel fluido lambente agitato dette diffe-
renze riescono tanto piti piccole quanto pih rapidamente il fluido ae-
riforme è rimutato. Ciò, parmi, vorrebbe significare che quando l'aria
è rimutata celeramente, l'azione sua raffreddatrice è uguale su tutti
i corpi.
(1) Veggasi nei Rendiconti del R. Istituto Lombardo, Serie II, Voi. X,
Fascicolo XIX, Milano 1877.
P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFREDDAMENTO DEI SOLIDI, ECC. 169
Ecco pertanto i dati dedotti dalle esperienze attualmente eseguite
posti di contro a quelli in precedenza esposti (1). La pressione atrao-
A
B
A-B
Mercurio liquido
Ferro . . . .
Rame . . . .
Ottone ....
Zinco . . . .
Antimonio . .
Stagno . . . .
Piombo . . ,
Bismuto . . .
Mercurio liquido
Ferro . . . .
Rame . . . .
Ottone . . . .
Zinco . . . .
Antimonio . . .
Stagno . . . .
Piombo
Bismuto . . .
Mercurio liquido
Ferro . . . .
Rame . . . .
Ottone . . . .
Zinco . . . .
Antimonio . . .
Stagno . . . .
Piombo . . . .
Bismuto . . ,
Senza Ventilazione
327"
246"
81"
278
215
63
266
212
54
231
179
52
218
170
48
208
158
50
206
158
48
204
157
47
193
150
43
Ventilazione Lenta
100"
87"
13"
101
88
13
95
82
13
83
70
13
81
68
13
76
63
13
73
60
13
72
59
13
70
57
13
Ventilazione Rapida
49"
40"
9"
57
48
9
55
46
9
43
39
9
46
37
9
45
36
9
43
34
9
41
32
9
42
33
9
1.33
1.29
L25
1.29
1.30
1.25
L30
1.30
1.29
1.18
1.15
1.16
L19
1.19
L21
1.22
1.22
1.23
1.22
1.19
1.20
1.23
1.24
1.25
1.26
1.28
1.27
{V) Vedi la precitata Memoria.
l'fl P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFREDD \MENTO DEI SOLIDI, ECC
sferica si mantenne anche durante le attuali prove a mill. 762, es-
sendo adesso, come allora, la umidità relativa espressa da 70. Sotto
A si espongono i minuti secondi de' tempi impiegati da ciascuna pol-
vere per ridursi, nell'ambiente a 15°, da 40° a 25" j sotto B i valori
de' tempi per passare da 33" a 18'^, ma nell'inviluppo aereo a 8.°
Nelle altre due colonne dello specchio stanno le differenze ed i rap-
porti fra vi e B.
2°. Dal riscontro invece de' tempi impiegati dalle ridette sostanze
metalliche per raffreddarsi da 43° a 28" {A') con quelli da 33" a 18"
(B') essendo la temperatura dell'ambiente in ambedue i casi intorno
a 8°, si rileva che :
Ancor qui la legge di Newston sul raffreddamento si è verificata
con qualche approssimazione. Poiché per la serie A' l'eccesso medio
della temperatura del corpo su quella dell'ambiente risulta di 27", 5,
mentre per la serie B^ riesce di 17°, 5, e quindi il rapporto di que-
27,5
sti due eccessi ■ — ^-^ corrisponde a 1, 57, prossimo al valor medio
17, o
if
dei rapporti — ^quando l'aria è tranquilla; laddove, coll'aria agitata,
i rapporti trovati risultano, per medio, sensibilmente minori del pre^
detto (1,57) voluto dalla legge succitata. Questa- differenza proviene
da ciò, che quando l'aria era agitata la temperatura dello strato di
aria lambente i corpi risultava un po' meno di 8.° Epperò su codesto
argomento, della legge di Newton, mi riservo a dire in altra volta.
— Le differenze tra i tempi di raffreddamento nell'aria tranquilla ol-
tre all'essere molto grandi, sono anche notevolmente svariate da corpo
a corpo, mentre nell'aria agitata esse sono piccole e pressoché del
medesimo valore. — Tanto nel mezzo aereo in istato di quiete quanto
in quello di moto i rapporti sono rappresentati da quozienti presso-
ché identici per tutte le sostanze adoperate.
Veggasi a pagina seguente anche i valori di queste esperienze:
P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFRI:DDAMR\T0 DEI SCUDI, ECC. 171
Mercurio liquido
Ferro ....
Rame ....
Ottone . . . .
Zinco . . . .
Antimonio . .
Stagno ....
Piombo ....
Bismuto . . .
Mercurio liquido
Ferro . . . .
Rame . . . .
Ottone . . . .
Zinco . . . .
Antimonio . . .
Stagno . . . .
Piombo . . .
Bismuto . .
Mercurio 1
Ferro .
Rame
Ottone .
Zinco
Antimonio
Stagno .
Piombo
Bismuto
Iquido
B'-A
Senza Ventilazione
1.50"
246"
96"
142
215
73
133
212
74
118
179
61
110
170
60
103
158
55
100
158
58
100
157
57
96
150
54
Ventilazione Lenta
58"
87"
29"
59
88
29
56
82
26
49
70
21
47
68
21
42
63
21
41
60
19
40
59
19
39
57
18
1.64
1.51
1.56
1.52
1. 52
1.48
1.58
1.57
1.56
1.50
1.49
1.46
1.43
1.45
1.50
1.46
1.47
1.46
Ventilazione Rapida.
26"
35
32
28
24
24
23
23
24
40"
14"
1.54
48
13
1.37
46
14
1.43
39
11
1.39
37
13
1.54
36
12
1.50
34
11
1.48
32
10
1.56
33
9
1.37
3.° Ebbi inoltre a notare come colla limatura tratta da una data
lega metallica risulti di ben poco più rapido il raffreddamento in con-
fronto di quello che si osserva nella limatura costituita da una sem-
plice mescolanza di polveri metalliche ancorché prese in parti pro-
porzionali a costituire la lega stessa.
172 P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFREDDAMi.NTO Di:i SOLlDr, FXC.
Eccone i cinti ottenuti nell'ambiente a 8'.
TEMPI DI RAFFREDDAMENTO DA 43° a 28"
118"
Ottone (lega)
Rame e Zinco (miscela in parti propor-
zionali a costituire lega)
Rame e Zinco (miscela in parti eguali) .
Carattere da stampa (lega)
Piombo e Antimonio (miscela in parti
proporzionali a costituire lega) . . .
Piombo e Antimonio (miscela in parti
eguali) t 101
126
121
96
102
28"
29
27
22
26
25
4.22
4.34
4.48
4.36
3.92
4.04
4." Ho ancora verificato che nella polvere di rame, ottenuta in pre-
cipitato chimico, il raffreddamento riesce meno rapido che nella pol-
vere molto sottile di pari natura tolta colla lima da un pezzo metal-
lico; però nell'aria tranquilla, a causa della diversa facoltà emittente
avvi maggior divario che nella agitata, ove il raffreddamento è dovuto
al solo contatto di essa aria. Valgano all'uopo i seguenti tempi di raf-
freddamento da 43° a 28" nell'ambiente a 9° e colla pressione atmo-
sferica di mill. 770.
RAFFREDDAMENTO DELLA POLVERE DI RAME
Senza ventilazione
Con ventilazione
Con ventilazione rapida
Limatura
139"
56
33
Precipitato
145"
58
34
Differenza
P. CANTONI, ANCORA SUL RAFPREDDAMENTO DEI SOLIDI, ECC.
173
5." Ho voluto anche provare a lasciar raffrotldare alcune sostanze
metalliche composte pur ridotte in fina polvere e pur prese ad uguale
volume (3 cent, cub.) e trovai che :
I composti metallici, in generale, impiegano, per raffreddarsi d'uno
stesso numero di gradi (15") un tempo assai piti lungo de' rispettivi
metalli, e tra tutti i composti da me adoperati, i cromati risultano
i più pigri nel mentre i carbonati e gli ossidi sono i meglio pronti. È
poi notevole che, nell'aria tranquilla, l'ordine con cui i composti me-
tallici si susseguono in rispetto al valor decrescente della facoltà di
raffreddamento risulta molto diverso da quello che si ha nel fluido
areiforme fortemente rimosso.
Valgano pertanto i seguenti valori de' tempi trascorsi per far pas-
•
Eame
il
^ 1
>
A
e
Tempi relativi
di raffreddamento
senza ventilazione
Tempi relativi
di raffreddamento
con
ventilazione rapida
o "
II
141
85
1.000
1.000
4.03
Cromato di rame . .
159
56
1.128
1.600
2.84
Acetato di rame . . ,
158
46
1.121
1.314
3.43
Solfato di rame non de-
acquificato ....
155
40
1.100
1. 143
3.88
Ossido di rame . . .
148
57
1.050
1.629
2.60
Solfato di rame deacqui-
ficato
145
40
1.028
1.143
3.62
Carbonato di rame . .
133
45
0.943
1.285
2.95
Ferro
153
37
1.000
1.000
4.14
Solfuro di ferro . . .
170
46
1.111
1.243
3.69
Solfato di ferro . . .
166
44
1.035
1.189
3.77
Ossido di ferro . . .
165
44
1.079
1.189
3.75
Carbonato di ferro . .
152
47
0.994
1.270
3.23
Piombo
110
27
1.000
1.000
4.07
Cromato di piombo neu-
tro
130
48
1.182
1.777
2.71
Minio
119
35
1.082
1.296
3.40
Litargirio
117
35
1.084
1.296
3.34
174 P. CANTONI, ANCORA SUL RAFFREDDAMENTO DEI SOLIDI, ECC.
sare da 43° a 28*^ uguali volumi di diversi composti metallici (1) ri-
dotti in fina polvere, nell'aria involgente a 9'.
6." Ho poi voluto estendere queste indagini anche a talune so-
stanze non metalliche, prese ad uguali volumi {3°°). E moltissime
esperienze ho su di esse eseguite con diverse parti di molte piante
(semi, foglie, fiori, radici, corteccie) ridotte egualmente in polvere
secca, oppure ridotte in carboni od in ceneri, ed anche su varie terre
e diversi sali polverizzati.
Fra tutte le sostanze cimentate, le più pigre a raffreddarsi furono
l'aloe e l'ossido di magnesio, nel mentre le meglio pronte risultarono
il cloruro sodico, la cenere di legno dolce ed il coke. Lo zuccaro, il
solfato di magnesio anidro, il cremortartaro, il marmo di Carrara
ed il vetro ordinario si raffreddano colla medesima velocità. Le pol-
veri vegetali tratte dalle foglie e dai fiori si raffreddano in piti breve
tempo di quell'altre tratte dalla corteccia e dalle radici. Le ceneri
riescono piti pronte de' carboni e questi piU delle terre. E[iperò non
riconobbi relazione alcuna tra la attitudine de' corpi a raffreddarsi
e altre loro proprietà fisiche.
Anche qui, l'ordine con cui i corpi si susseguono dal più tardivo
al più veloce nel raffreddamento, risulta assai diverso a seconda che
l'aria involgente rimane tranquilla oppur riesce agitata. E le notevoli
differenze tra i valori de' tempi di raffreddamento che si verificano
nell'aria tranquilla, scompajono in gran parte quand'essa è molto
agitata.
L'acqua d'idratazione o di combinazione posseduta dal corpo ne
rende tardivo il raffreddamento. È rimarchevole a tal proposito la
grande diversità nell'attitudine a raffreddarsi del solfato di magnesio.
Quand'osso è idrato abbisogna d'un tempo più che doppio di quando
è anidro. Il solfato di magnesio idrato, essendo restìo a raffreddarsi,
potrebbe venir con vantaggio adoperato a conservare lungamente la
temperatura delle sostanze da esso involte.
La polvere torrefattasi raffredda più presto che quando non lo sia.
Così il caffè tostato richiede minor tempo del non torrefatto.
È cosa notevole poi che i rapporti fra i tempi di raffreddamento
senza ventilazione e quelli a ventilazione rapida, differiscono ben
poco tra loro.
Ecco ora in minuti secondi i valori de' tempi richiesti dalle diverso
nature di corpi per raffreddarsi da 38° a 22° nell'aria a 9» e a 760
mill. di pressione.
(1) Le sostanze metalliche composte furonmì somministrate in parte dal
chiarissimo prof. Galleazzo Truffi ed in parte dall'egregio sig. dott. Primo
Grotti, ad entrambi i quali piacemi render qui sentite grazie.
P. CANTONI, ANGORA SUL RAFFRKDDAMENTO DEI SOLIDI IXC.
173
a
ri
>
a
o
a"5 i«
a '"'
Con II
ventilazione
rapida
.2
a
o
Amido
A
B
c
>
206"
225
or
96
62"
65
120-
129
8.32
3.46
Gomma arabica
Zuccaro
190
155
175
70
67
81
47
48
59
102
90
105
4.04
3.23
2.97
Solfo
Licopodio
Aloe
235
152
101
53
64
30
133
78
3.67
5.07
Cloruro sodico
Creniortartaro
184
70
45
100
4 09
Solfato di magnesio idrato ....
431
130
66
209
6.53
n n anidro ....
174
70
47
97
3.70
Marmo di Carrara
184
70
45
100
4.09
Cristallo di monte
165
66
44
92
3.67
Ossido di magnesio
150
88
70
103
2.15
Pomice
152
158
G6
68
42
42
87
89
3.62
3.76
Tripolo
Coke
142
56
33
77
4.30
Carbon fossile (Cannel-coal). . . .
175
79
49
101
3.57
Grafite
150
59
37
80
4.05
Antracite (Washing.)
154
74
54
94
2.86
Lignite di Borgotaro
152
73
53
93
2.87
Terre (5 varietà) media
187
78
48
104
3.90
Radici di 6 piante diverse, media. ,
188
84
59
114
3.19
Corteccie di 2 piante diverse, media.
190
85
56
HO
3.39
Foglie di 12 piante diverse, media .
179
81
59
106
2.83
Fiori di 4 piante diverse, media . .
179
80
57
105
3.14
Farina castagne
189
81
55
108
3.44
» fave
198
83
58
113
3.41
» frumento
209
88
58
118
3.60
» melgone
198
83
55
112
3.60
» riso
215
94
60
123
3.58
176
OSSERVAZIONI METEOROLOGICHE DELLA SPECOLA DI BRERA
a
Gennajo 1878
Gennajo 1878
Temperature
estreme
•73
5
Altezza del barom. ridotto a 0° C
Altezza del termometro C. esterno al Nord
21^
l'.32
3^
9'
21^
1^32
3^
9^
media
mass.*^
minima
1
mm
mm
mm
mm
1
755.2
755.8
756.0
756.6
+ 0.6
+ 2.4
+ 3.9
+ 3.6
+ 2.2
+ 4.6
+ 0.2
2
56.6
55.6
55.6
56.5
+ 1.4
+ 5.0
+ 5.9
+ 2.0
+ 2.9
+ 7.2
+ 1.2
3
56.3
55.6
55.0
55.5
+ 0.2
+ 3.1
+ 3.8
+ 3.4
+ 2.1
+ 4.9
— 0.1
4
55.7
54.3
54.2
54.3
— 1.4
— 0.4
- 0.3
— 1.8
-1.3
+ 0.3
- 2.2
5
53.3
52.7
52.8
53.5
-8.2
0.0
+ 0.6
— 1.0
-1.8
+ 0.8
-4.1
6
753.4
751. 6
751.2
751.6
-4.3
+ 2.4
+ 4.6
+ 0.8
— 0.8
+ 4.7
- 4.3
7
50.7
49.9
48.9
47.7
+ 0.8
+ 2.2
+ 2.8
+ 1.4
+ 1.6
+ 4.9
— 0.6
8
43.7
40.1
39.6
38.7
+ 1.2
+ 1.0
+ 0.7
+ 0.8
+ 1.1
+ 2.0
+ 0.4
9
36.1
35.8
36.7
38.9
+ 0.8
+ 1.8
+ 1.7
0.0
+ 0.8
+ 2.2
-0.2
10
44.7
45.6
46.1
48.9
— 0.6
0.0
+ 0.4
— 1.2
— 1.0
+ 0.6
— 2.4
11
754.0
755.1
755.6
758.9
-0.7
+ 1.8
— 0.1
— 1.8
-0.8
+ 1.9
-2.5
12
61.5
59.8
59.4
59.6
-4.0
— 1.6
— 1.5
-4.6
— 35
-0.6
— 5.0
13
59.7
59.6
59.7
61.0
— 7.5
— 1.8
-2.5
— 4.4
— 5.0
0.0
- 7.9
14
62.5
61.5
61.5
59.6
— 6.8
— 1.0
— 1.5
— 3.0
— 4.4
0.0
— 8.0
15
52.6
50.4
50.2
51.0
-2.4
+ 5.6
+ 6.4
+ 3.4
+ 0.5
+ 5.7
— 4.8
16
750.6
749.7
749.6
750.
+ 1.6
+ 8.6
+ 8.8
+ 3.8
+ 3.8
+ 10.
— 0.3
17
48.0
47.7
47.8
49.0
+ 1.4
+ 9.6
+12.8
+ 9.2
+ 6.3
+14.0
+ 0.5
18
52.8
53.6
54.3
58.1
+ 4.5
+ 8.8
+ 8.4
+ 3.4
+ 5.2
+10.2
+ 2.8
19
61.2
61.2
60.7
61.6
+ 0.9
+ 3.2
+ 3.8
+ 1.8
+ 2.0
+ 4.6
+ 0.8
20
61.8
61.4
61.6
62.6
+ 0.2
0.0
+ 0.2
-0.6
— 0.1
+ 0.8
— 1.0
21
763.2
762.3
761.9
761.9
— 1.6
— 1.0
— 1.1
— 1.6
— 1.0
+ 0.9
— 1.7
22
56.9
55.7
55.1
55.7
— 1.4
+ 3.6
+ 5.2
— 0.6
+ 0.4
+ 5.7
— 2.1
22
54.3
51.9
51.2
48.2
+ 0.5
+ 2.2
+ 2.6
+ 1.6
+ 1.7
+ 5.9
— 1.0
24
42.9
41.7
40.3
36.6
+ 1.2
+ 7.8
+ 7.1
+ 3.4
+ 3.2
+ 9.5
- 1.1
25
31.8
30.0
30.1
29.4
+ 1.0
+ 1.8
+ 1.6
-0.8
+ 0.3
+ 1.9
— 0.8
26
734.0
734.8
735.8
739.2
+ 3.2
+ 6.6
+ 6.4
+ 2.2
+ 2.8
+ 7.4
— 1.6
27
44.0
43.3
43.7
45.3
+ 1.7
+ 8.0
+ 8.2
+ 4.0
+ 3.7
+ 8.9
+ 0.3
28
47.6
48.2
48.4
49.5
+ 2.6
+ 5.2
+ 5.6
+ 1.0
+ 2.7
+ 6.3
+ 1.0
29
48.8
48.2
48.2
48.9
— 0.6
+ 2.2
+ 2.1
— 0.1
+ 0.1
+ 3.0
— 1.9
30
48.6
47.8
47.9
47.8
+ 1.2
+ 3.8
+ 3.3
+ 1.0
+ 1.6
+ 4.5
-0.2
31
49.1
49.2
49.1
51.2
+ 0.7
+ 4. 6 + 4. 4 1
+ 1.6
+ 1.8
+ 5.9
-1.0
mm
Media + 0.°88
Mas3.at.=^+14.0
Media . . . 750. 93
Quantità della pioggia del
mese mill = 16. 24
Miuima — 8,0
ESEGUITE DA PAOLO FRISIA NI (iUNIORE).
177
a
Gennajo 1878
Gennajo 1878
Quantità
della
pioggia
e neve
sciolta
Umidità relativa
Tensione del vapore in millimetri
'a
.2
O
21'^
l'\32
3^
9^
21^
l\32
3^^
9^
1
98
98
93
93
4.7
5.4
5.6
5.5
2
93
75
68
89
4.7
4.9
4.8
4.7
3
96
88
87
100
4.4
5.0
5.2
5.8
4
88
96
98
96
3.6
4.3
4.4
4.0
5
08
100
92
96
3.5
4.6
4.4
4.2
6
83
68
71
100
2.8
3.7
4.5
4.9
7
98
89
97
100
4.8
4.8
5.4
5.1
3.22
8
96
96
98
100
4.8
4.9
4.7
4.9
10.52
9
90
85
98
100
4.4
4.5
5.1
4.6
10
96
98
92
96
4.2
4.5
4.4
4.2
11
96
67
92
100
4.2
3.5
4.2
4.0
2.50
12
95
96
94
95
3.2
3.9
3.9
3.1
13
91
72
71
90
2.3
2.9
2.6
3.0
14
84
43
51
100
2.3
1.8
2.6
3.7
15
94
100
97
83
3.6
6.8
7.0
4.9
16
82
69
82
90
4.2
5.8
7.0
5.4
17
93
74
48
46
4.7
6.6
5.2
4.0
18
80
67
75
91
5.5
5.3
6.2
5.3
19
98
83
80
93
4.8
4.8
4.8
4.8
20
94
93
93
100
4.4
4.2
4.3
4.4
21
96
100
98
89
3.9
4.3
4.1
39
22
96
80
81
96
4.0
4.7
5.4
4.3
23
96
89
88
100
4.6
4.8
4,9
5.2
24
92
67
88
83
4.6
5.3
6.7
4.9
25
98
96
98
100
4.8
5.0
5.1
4.3
26
93
30
29
45
5.4
2.2
2.1
2.4
27
87
24
32
38
4.5
1.9
2.6
2.3
28
50
43
41
72
2.8
2.8
2.8
3.6
29
89
60
64
91
3.9
3.2
3.4
4.1
30
94
61
68
85
4.7
3.6
3.9
4.2
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178 OSSER. MKTEOR. DELLA SPECOLA DI BRKRA, ESEGUITE DV P. FRISlANl (JUN.)-
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Gennaio 1878
Gennaio 1878
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ADUNANZA DEL 21 MARZO 1878.
PRESIDENZA DEL CONTE CAKLO BELGIOJOSO,
PRESIDENTE.
Presenti i Membri effettivi: Poli Baldassare, Cantoni Giovanni,
BELaiojoso, Verga, Sangalli, Carcano, Hajech, Cornalia, Bel-
tk™oss'a LniGi,' FKisiANi, FERRINI, Canton: ^--- ^C-;-;'
LONGONI, CEauxr, B.ondelli, Colombo, Buccellati, ^««^^^ ' ^J^|'
Polli G ovanni , Strambio, Celoria-, e i Soci corrispondenti: Galla-
VREs" Vi-A A.;oNio, ZO.A, visconti, Clericexti, Scaren.10, gabba,
DELL'ACQUA, DE GIOVANNI, ZUCCHI, FERRARIO, CANTONI CARLO.
La seduta è aperta al tocco. ^ _ , • j-
I se-retarj delle due Classi annunziano diversi omaggi e doni di
libri e opuscoli di recente pervenuti, dei quali si ricordano: Cataloga
of tu Ethiopic Manuscripts, in the British Museum.joL uno vve-
sentato dal S. C. professore Guglielmo Wright, dell' Università di
Cambridge; un altro voi. Revue de la Jurisprudence itahenne en
Ztiérededroit intérnational, inviato dal S. C. avv Cesare Norsa,
e un opuscolo: Elogio funebre del re Vittorio Emanuele II, trasme so
dal S C. prof. Simone Corico dell'Università di Palermo. -Inoltre
eli Atti della Commissione per la sistemazione del Tevere, inviati dai
Ministero de' lavori pubblici; un voi. Elettricità e Magnetismo, pre-
sentato dal M. E. prof. Ferrini; e un altro: Nuova Teoria intorno
la Flogosi, del dott. Achille Casanova. . . , •
Il M. E. prof. Baldassare Poli, presentando un libro inviato in
omaggio dal professore Teodoro Pertusati : Elementi scientifici di mo-
rale sociale (Etica civile) lo accompagna con parole di lode .per
l'ordine, la chiarezza e la copia di dottrina che vi mostra 1 autore, e
sopra tutto per l'opportunità del libro nell'istruzione secondaria».
E il M. E. dottor Ceruti, fa omaggio di un volumetto, ^^^ appar-
tiene alla Scelta di curiosità letterarie inedite o rare del secolo XIII al
XVII: Cronica degl'Imperatori romani, testo inedito di lingua, che
e-li ha tratto da un Codice della Biblioteca Ambrosiana.
"il presidente Belgiojoso annunzia le recenti e dolorose perdite che
Rendiconti. — Serie II. Voi. XI.
180 ADUNANZA DEL 21 MARZO 1878.
ha fatto il nostro Istituto di egregi colleghi, cioè quelle del Membro
onorario della Classe di lettere e scienze morali e politiche, conte
Federigo Sclopis; e de' socj corrispondenti della Classe di scienze
matematiche e naturali, il padre Angelo Secchi, e il dottor Carlo
Ambrosoli.
A nome del dottor Corrado Parona e Giambattista Grassi, il M. E.
professore Giovanni Cantoni legge: Di un caso di eterogenesi, osser-
vata in natura. - E vi aggiunge la notizia di un processo tenuto
dal professore Brugnatelli affine di dimostrare l'influenza del raffred-
damento che accompagna la espansione dei gas nel produrre la lique-
fazione.
Il M. E. prof. Sangalli espone le sue osservazioni sopra un caso
di Ipertrofia deformante delle ungine.
È presentata manoscritta la memoria del M. E. professore Santo
Garovaglio e dottor A. Cattaneo: Studj sulle dominanti malattie
della vite, e sul morbo nero; non potendo lo stesso professore Garo-
vaglio, ammalato, intervenire all'adunanza.
Legge il M. E. prof. A. Verga una sua nota: La Claustrofobia.
Il S. C. prof. Zoja comunica un suo studio: La testa di Scarpa.
— Il M. E. prof. Ferrini, per incarico del S. C. prof. Serpieri comu-
nica una Nota dello stesso: Intorno ad esperienze col telefono di Bell:
a cui il AI. E. segretario Hajech, fa succedere alcune sue particolari
osservazioni sullo stesso argomento. Dal M. E. prof. Beltrami viene
presentata, infine, una nota: Intorno ad un caso di moto a due coor-
dinate.
L'Istituto passa, in seduta privata, alla trattazione degli affari
d'ordine interno.
Si procede alla nomina delle Commissioni di esame delle Memorie
presentate a' Concorsi scientifici di quest'anno. E sono eletti:
Per il concorso al premio ordinario 1878, nella Classe di lettere e
scienze morali e politiche : Problema delV unità italo-greca, ecc.,
i MM. EE.: Ascoli, Ceriani, Cantù.
Per il concorso al premio della fondazione Gagnola : Studj sul ra-
diometro, i MM. EE. Hajech, Beltrami e il S. C. Frapolli.
Per il concorso al premio della fondazione Secco-Comneno: Un me-
todo di cremazione de' cadaveri, ì MM. EE. Cantoni Giovanni, Cor-
radi, Verga, Polli, e il S. C. Pavesi Angelo.
Per il concorso all'altro premio della stessa fondazione Secco-
Comneno sul tema: Del suicidio in Italia, i MM. EE. Verga, Buc-
cellati, Piola e Strambio.
Per il concorso al premio Castiglioni sul tema; Della vaccina-
ADUNANZA DEL 21 MARZO 1878. 181
zinne, ecc., i MAI. EE. Biffi, Corradi e i SS. CC. Dell'Acqua, Corvini
e Griffini Romolo.
È poi conformata la Commissione dei MM. EE. Polli Giovanni,
Curioni, Stoppani e Lombardini per esaminare il compimento degli
studj suWIpsometria e analisi delle, acque di Milano^ tema già pub-
blicato a concorso nel 1875.
Data lettura della lettera d'invito del Rettore deli' Università di
Pavia, per l'inaugurazione di una statua di Alessandro Volta, in
quell'Ateneo, il 28 aprile venturo, sono incaricati a rappresentare
l'Istituto in quella solennità il M. E. segretario Hajech, e il M. E.
Ferrini, oltre ai MM. EE. residenti in Pavia, Cantoni Giovanni,
Corradi e Buccellati.
È approvato il processo verbale dell'ultima tornata.
La seduta è chiusa alle ore tre e un quarto.
Il segretario
Q. Caro ANO.
ADUNANZA DEL 28 MARZO 1878.
PRESIDENZA DEL CONTE CARLO BELOIOJOSO
PRESIDENTE.
Presenti i Membri effettivi: Sacchi, Gargano, Hajech, Verga, Bel-
Giojoso, Cantoni Gaetano, Cossa LÙigi, Cantoni Giovanni, Ascoli,
Mantegazza, Polli Giovanni, Longoni, Cqrioni, Ferrini; e i Soci
corrispondenti : Villa Antonio, Lemoignb, Mongeri , Bardelli, Db
Giovanni, Zucchi, Anzi, Frizzi, Massarani, Bakfi, Gabba, Koerner.
La seduta è aperta al tocco.
È data dai Segretarj notizia degli omaggi pervenuti , tra cui il
primo volume dell'opera del professore P. Willems dell'Università di
Lovanìo: Le Senat de la Republique romame.* e l'opuscolo del Cav.
V. Poggi: Delle antichità di Vado.
Il S. C. Mongeri legge la seconda parte del suo lavoro : La que-
stione de' restauri nelVarte e il S. C. Bardelli espone il sunto d'una
sua Nota Sulla cinematica di un corpo solido. Di poi il M. E. Ascoli
legge una comunicazione dell'architetto Colla Angelo Litorno alla
chiesa di S. Giovanni in Conca.
Il M. E. Mantegazza dà in seguito ragguaglio di sue sperienze
sull'eredità naturale, e il M. E. Verga ne prende occasione per ci-
tare un fatto da lui osservato in appoggio alla ereditarietà, almeno
limitata, di difetti fisici.
Da ultimo il Segretario Hajech legge a nome dell'ingegnere Pa-
parozzi una risposta a una nota del prof. Macaluso Sulla tensione
della elettricità indotta. Intorno alla quale questione, che da qual-
che tempo si agita, il M. E. Cantoni Giovanni dichiara la sua opi-
nione già altre volte manifestata e la corrobora coli' esposizione di
un facile esperimento.
Passando l'Istituto alle cose d'ordine interno, il M. E. Segretario
Carcano fa lettura dei programmi di premj di S. M. il Re Umberto
per gli anni dal 1878 al 1883 per le scienze fìsiche, matematiche e
naturali e per le morali, storiche filologiche, secondo i programmi
ADUNANZA DEL 28 MARZO 1878. 183
e le condizioni del concorso puLblicato dalla R. Accademia dei Lin-
cei; come pure dei premj assegnati dal Ministero della Pubblica Istru-
zione pel 1878-79 a favore di professori delle scuole secondarie, e dei
premj di fondazione Carpi per il 1879 ad un lavoro di fìsica mate-
matica e di fondazione Cessa per il 1880 ad una memoria di econo-
mia pubblica. Annunzia che questi programmi saranno inseriti negli
atti dell'Istituto.
Viene data dal Segretario Carcano al Corpo Accademico la notizia
che il M. E. Poli Baldassare ha chiesto di essere esonerato dall'inca-
rico avuto di membro della Commissione per il concorso al premio
di fondazione Cagnola sul tema: Del suicidio in Italia. L'Istituto
delibera che gli venga surrogato il M. E. Mantegazza. Il Segreta-
rio Hajech comunica parimenti le rinuncio dei Soci corrispondenti
Dell'Adua e Grillini stati eletti a Membri della Commissione pel
premio Castiglioni sul tema Della vaccinazione: ai quali vengono so-
stituiti il M. E. Sangalli e il S. C. Zucchi.
Letto ed approvato il verbale dell'adunanza del 21, la seduta è
levata alle ore quattro circa.
Il Segretario,
C. Hajech.
PROGRAMMI DE' PREMI
DELLA REALE ACCADEMIA DEI LINCEI.
I. Premi di S. M. il Ee Umberto, per gli anni 1878-83.
I." I due premi di S. M. il Re Umberto di L. 10,000 ciasciiuo sa-
ranno conferiti alle due migliori Memorie o Scoperte , delle quali 1' una
riguardi le Scienze fisiche, matematiche e naturali, l'altra le Scienze mo-
rali, storiche e filologiche.
II. ° L'Autore dovrà essere italiano e trasmettere alla R. Accademia
lo scritto o far conoscere la scoperta prima dei termini seguenti :
Per le Scienze fisiche, matematiche e naturali
Astronomia 31 dicembre 1879
Scienze biologiche " » 1879
Mineralogia e Geologia » » 1880
Chimica " " 1881
Fisica " " 1882
Matematica » " 1883
184 PROGRAMMI de' PREMI DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI.
Per le Scienze morali, storiche e filologiche
Filologia e Linguistica 31 dicembre 1879
Archeologia » » 1879
Scienze giuridiche e politiche ...» » 1880
Scienze filosofiche e morali .,..»> „ 1881
Storia e G-eografia « » 1882
Scienze sociali ed economiche ...» » 1883
Per gli anni successivi la R. Accademia determinerà a suo tempo i
programmi e le condizioni del concorso.
111° Le Memorie (o Scoperte) dovranno essere originali ed inedite, o
non pubblicate prima del 1879; scritte in italiano o in latino, e potranno
anche venire presentate per parti e successivamente dal 1878 in poi, però
entro ai termini sovraindicati.
IV.° Prima del relativo termine stabilito dall'articolo II, gli Autori deb-
bono dichiarare con quale, o con quali delle Memorie o Scoperte presen-
tate intendono concorrere; e cosi pure di non avere presentato e di non
presentare, prima del conferimento del premio, la stessa Memoria o Sco-
perta ad altro concorso di premi.
Y.° Le Memorie debbono essere spedite alla B. Accademia dei Lincei
in Roma, franche di spe^a.
VI.° L'Accademia ha facoltà di pubblicare nei suoi Atti, anche prima
del giudizio del concorso, le Memorie inedite che fossero intanto giudi-
cate meritevoli di inserzione negli Atti stessi, salvo che l'Autore abbia
espressamente dichiarato di riserbarsene la pubblicazione.
L'Accademia per altro si riserba il diritto di pubblicare nei suoi Atti
le Memorie inedite che fossero premiate, dando all' Autore il numero di
copie che è nelle consuetudini dell' Accademia. Non saranno restituiti i
manoscritti presentati.
VII." Sarà prorogato di un biennio il tempo utile per la presentazione
delle Memorie o Scoperte relative ad un gruppo di scienze, qualora allo
scadere del termine stabilito, nessuna delle Memorie o Scoperte presen-
tate abbia conseguito il premio.
Vili." I Soci ordinari dell'Accademia sono esclusi dal concorso.
//. Premi del Ministero della Pubblica Istruzione per il 1878-79.
B. Decreto che istituisce sei premi a favore dei professori
■ delle scuole secondarie.
UMBERTO I.
per grazia di dio e per volontà della nazione
RE D'ITALIA.
Sulla proposta del Nostro Ministro della Pubblica Istruzione abbiamo
decretato e decretiamo
PROGRAMMI DE' PREMt DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI. 185
Articolo 1."
E aperto concorso a sei premi ciascuno di L. 3,000 da conferirsi ad in-
segnanti delle Scuole e degli Istituti classici e tecnici.
Due dei detti premi sono assegnati ai migliori lavori sopra argomento
di Scienze matematiche, fisiche e naturali; due sopra argomento di Scienze
morali, giuridiche o economiche; e due a lavori di Filologia classica.
Articolo 2.'*
Gli scritti dovranno essere originali, contenere dimostrazioni o risulta-
menti nuovi, od avere fondamento sopra metodi, ricerche ed osservazioni
nuove.
Dovranno essere inediti o stampati nella cronaca liceale dell' anno ac-
cademico 1877-78.
Articolo 3."
Sul merito degli scritti giudicherà, la Reale Accademia dei Lincei alla
quale dovranno esser mandati, per mezzo del Ministero della Pubblica Istru-
zione, non più tardi del giorno 14 marzo 1879.
Nel caso in cui nessuno dei lavori presentati fosse giudicato degno di
premio, il relativo concorso sarà prorogato di un anno.
Articolo 4.°
L'Autore può firmare lo scritto o consegnare il proprio nome in una
scheda suggellata, cui farà richiamo un'epigrafe apposta allo scritto.
In quest'ultimo caso la scheda verrà aperta solo quando il lavoro sia
stato giudicato meritevole di premio o di inserzione negli Atti della Re-
gia Accademia de' Lincei.
Articolo 5."
La somma necessaria al pagamento dei sei premi sarà prelevata dal
Bilancio di questo Ministero del corrente anno, per una metà dal Capi-
tolo delle spese varie per l'Istruzione tecnica, e per l'altra metà dal Ca-
pitolo delle spese varie per l'Istruzione classica.
Ordiniamo che il presente decreto munito del sigillo dello Stato sia in-
serto nella Raccolta ufiSciale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia,
mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a Roma addì 24 febbraio 1878.
(firmato) UMBERTO
»
(contros.) M. Coppino.
III. Premi Carpi per gli anni 1878-79.
1. Per l'anno 1878 il premio di L. 500 fondato dal dott. Pietro Carpi
sarà conferito all'Autore del miglior lavoro di Fisica matematica che sarà
presentato all'Accademia prima del 31 dicembre 1879.
2. Le Memorie dovranno essere inedite e scritte in italiano o in latino;
186 PROGRAMMI de' PREMI DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI.
e non potranno pubblicarsi a parte, o inserirsi in altri periodici scienti-
fici se non dopo che saranno state pubblicate negli Atti dell'Accademia.
3. Le Memorie dovranno pervenire alla R. Accademia de Lincei resi-
dente in Campidoglio, franche delle spese di porto.
4. Ciascun Autore potrà, a sua scelta, o sottoscrivere col proprio nome
la sua Memoria, o apporvi un'epigrafe ripetuta in una scheda suggellata
entro cui sarà scritto il nome col domicilio.
5. L'Accademia ha facoltà di pubblicare ne' suoi Atti anche prima del
giudizio sul premio, le Memorie sottoscritte dagli Autori, che fossero in-
tanto giudicate meritevoli di inserzione negli Atti stessi.
6. Il premio sarà conferito dietro relazione di una Commissione appro-
vata dall'Accademia. L'Autore della Memoria presentata ne avrà cento copie
7. Se la Memoria premiata sarà una di quelle non sottoscritte, si aprirà
la scheda suggellata, e si pubblicherà la Memoria col nome dell'Autore.
8. Le altre schede suggellate saranno bruciate.
9. I Soci ordinari dell'Accademia sono esclusi dal concorso.
Per l'anno 1879 il premio di L. 500 sarà conferito all'Autore della mi-
gliore ]\Iemoria di matematica, che sarà presentata all' Accademia prima
del 31 dicembre 1879. Le altre condizioni del Programma sono le stesse
che per il 1878.
IV. Premio Cossa per il 1880.
1. Il prof. Luigi Cossa ha messo a disposizione della R. Accademia dei
Lincei la somma di L. 1,000 per essere data in premio alla migliore Me-
moria sopra il tema seguente:
Storia critica delle teorie finanziarie in Italia nei secoli XVI; XVII,
XVIII, e nella prima metct del secolo XIX. L'Autore dovrà considerare le
dottrine degli scrittori in relazione alla loro influenza sulla legislazione, e
dovrà paragonarle collo svolgimento della scioiza fina7iziaria all'estero.
2. Gli scritti inviati al concorso debbono essere mandati, franchi di porto,
prima del 31 marzo 1880, al Presidente della R. Accademia dei Lincei, Roma.
3. Debbono essere inediti, manoscritti, anonimi e contrassegnati da un
motto. Saranno accompagnati da una scheda o lettera sigillata, portante
al di fuori il motto medesimo, e dentro il nome, cognome e domicilio del-
l'Autore.
4. La scheda della Memoria che riporterà il premio, e le schede delle
Memorie che ottenessero una menzione onorevole, saranno aperte 5 le al-
tre saranno abbruciate.
5. Non saranno restituiti i manoscritti presentati.
6. La Memoria premiata sarà stampata negli Atti della R, Accademia,
e all'Autore ne saranno dati cento esemplari.
7. Il giudizio del concorso sarà pronunziato nel corso dell'anno 1880.
Il Presidente, Q. SELLA.
I Segretari., D. Carutti; P. Blaserna,
187
PROGRAMMA
PEL CONCORSO AL PREMIO MAVIZZA
per l'anno 1879.
Per concorso al premio Ravizza si rinnova il tema seguente: Esaminare
le leggi del Regno intorno alla stampa; e vedere come conciliare la piena
libertà di essa colla protezione che una società ben costituita deve alla
moralità, alla verità, all'onore.
Vi può concorrere ogni Italiano, eccettuati i membri della Commissione.
I manoscritti saranno mandati alla Presidenza del R. Liceo Cesare Bec-
caria in Milano^ non più tardi del dicembre 1879.
I lavori devono essere scritti chiaramente, in lingua italiana, inediti,
contrassegnati da un motto, che si ripeterà sopra una scheda suggellata,
contenente nome, cognome ed abitazione del concorrente. I nomi dei non
premiati restano ignoti.
L'autore premiato conserva la proprietà del suo scritto, coli' obbligo di
pubblicarlo entro un anno, preceduto dal rapporto della Commissione. Alla
presentazione dello stampato riceverà il premio di lire duemila.
La Commissione :
PiKTRO Rotondi — Cesare Cantò — Francesco Restelli
Felice Manfredi — Pietro Bionda.
LETTURE
CLASSE DI SCIENZE MATEMATICHE E NATURALI.
ANATOMIA PATOLOGICA. — Ipertrofia deformante delle un-
ghie. Nota del M. E. prof. Giacomo Sangalli. (Sunto communicato
dall'autore).
Se un Malpigli! ha stinaato il soggetto meritevole della sua os-
servazione, che nelle opere postume troviamo ricordata ed illustrata
con una figura (flg. 3.^ della tav. 19); se un Virchow ne formò tema
d'una disquisizione davanti alla società medico-fisica di Wlirzburgo;
voi pure crederete, che l'argomento possa essere di qualche interesse;
ed in questa lusinga io mi permetto d'esporre sul medesimo il risul-
tato delle mie osservazioni.
L'allungamento smodato delle unghie dimostra a chiare note esservi
una non lieve differenza tra un modo e l'altro di crescere d'un tes-
suto al di là della norma, l'unghia cresce smisuratamente, ove non
se ne abbia cura; una simile eccedenza non suppone, né esige l'iper-
trofìa della matrice e del letto dell'unghia; ed essa crescendo oltre-
modo, solo perchè non recisa, mantiene la propria struttura, pur mo-
dificandosi alquanto nella forma per circostanze estrinseche, come dimo-
stro con l'esempio d'un dito fornito di lunghissima unghia posto tra altri,
che presentano l'unghia lunga e deformata. Questo modo d'ipertrofia
compiesi in condizioni normali, e procede fisiologicamente tanto ai
piedi come alle mani. Ma talvolta havvi eccesso di sviluppo dell'un-
ghia del piede, accoppiato a notevole irregolarità della sua compage
e forma; e questo maggiore sviluppo proviene dall'ipertrofia delle
papille del letto e della matrice dell'unghia. Sifl'atto irregolare eccesso
di formazione delle unghie è quello, che, secondo me, vuoisi appellare
ipertrofia deformante^ venendo per essa in vari modi deformata l'un-
ghia. Fuchs la chiamò onyoliauxis che vuol dire aumento dell' un-
G. SANGALLI, IPERiaOFIA DEFORMANTE DELLE UNGHIE. 189
ghia; e Yìvchow onyi'.hogryphosis. Questo termine esprime soltanto una
delle varie forme esteriori dell'unghia ipertrofica, cioè il suo stato
adunco, e forse non rendo il pieno concetto dell'alterazione come si
verri\ a conoscere. Crescendo le unghie smodatamente e non conforme
al proprio tipo, presentano varie deformità:
I. Strie trasversali, ricurve in due sensi sulla superfìcie libera
dell'unghia allungata straordinariamente;
li. Allungamento e incurvamento dell'unghia, che diviene della
forma d'artigli ;
III. Ripiegamento dell'unghia alla sua base, in modo che va ad
appoggiare sulle unghie attigue ;
IV. Ripiegamento dell'unghia sopra so stessa, dall'alto al basso,
senza sorpassare i limiti del dito stesso;
V. Le unghie allungate possono divenire cilindriche o coniche
con estremità acuminata.
(L'autore dimostrò queste varie forme con la presentazione di
figure desunte da preparati, che depose nel museo anatomo-patolo-
gico).
Queste unghie così allungate sono costituite di cellule epidermoi-
dali più o meno alterate per secchezza, o per infiltramento adiposo.
In conseguenza di queste intime alterazioni, le unghie perdono i
loro caratteri fisici. Finché esse sono semplicemente allungate, senza
un'alterazione della matrice e del letto, veggonsi soltanto accartoc-
ciate nel senso traversale, la loro struttura rimanendo inalterata;
quando però la formazione delle unghie è eccessiva non solo, ma
anche irregolare, allora esse perdono la loro naturale levigatezza,
trasparenza, lucentezza, bianchezza, consistenza, elasticità: diventano
quindi giallognole, opache, rugose, scagliose, ispide, striate in due
sensi opposti, informi, dissodate, fragili.
Ciro nella descritta alterazione siavi alcun che di più grave che
una semplice ipertrofia, posso affermare per due fatti: il primo, d'or-
dine patologico, 6, che la trovai in persone raarasmatiche, vecchie,
morte all'ospedale dopo lunghe malattie, cagionanti aftievolimento ge-
nerale, quasi sempre ad ambedue i piedi. Il secondo fatto anatomico
è, che qualche volta, insieme con unghie lunghe , alterate come si
disse, sonvi monconi informi, in cui quasi è smarrita la forma pri-
mitiva dell'unghia; inoltre, spesse volte, anche sulla superficie libera
la nuova formazione di unghie si fa per strati di cellule posti nel
senso trasversale, e non nel senso longitudinale, come dovrebbe essere
di norma. L'ipertrofia delle papille può ben spiegare gli strati di
tessuto corneo disposti sulla superficie inferiore dell'unghia, in senso
trasversale alla medesima: ma unicamente per quella non si chiarisce
190 G. SANGALL, IPERTROFIA DEFORMANTE DELLE UNGHIE.
la stpatificaziona trasversale della superfìcie superiore. Tanto piti
valgono questi riflessi, ove si badi che gli strati perpendicolari od
obliqui compajono talvolta sulla faccia inferiore dell'unghia, quando
questa già si è staccata dal letto. Che la costituzione delle unghie
possa risentire l'influenza delle condizioni generali dell'individuo,
parmi facile a comprovare per altri fatti ben chiariti. Non cito in
argomento che l'influenza della sifilide sull'alterazione delle unghie,
o per meglio dire sulla loro matrice.
PSICHIATRIA. — La claustrofobia. Considerazioni del M. E. prof.
Andrea Verga.
Il dott. Raggi Antigono già ajuto della clinica psichiatrica di Bo-
logna e medico assistente di quel manicomio provinciale, ora profes-
sore di psichiatria nell'Università ticinese e medico-direttore del ma-
nicomio di Voghera, inseri, non è molto, nel giornale medico che si
stampa in Bologna sotto il titolo di Rivista clinica e che ebbe altri suoi
pregevoli lavori, una Nota che io non posso lasciar passare senza
qualche considerazione. È una Nota breve e modesta, ma importante,
perchè tende ad aggiungere 2l\V album già ricco delle umane infer-
mità una nuova forma frenopatologica.
Si tratta di una di quelle infinite bizzarrie della vita istintiva,
chiamate un tempo con vocabolo troppo vago idiosincrasie, le quali in
grado leggiero non fanno che rendere più variata e piacevole 1' umana
società, in grado forte assumono l'aspetto disgustoso d'una vera
malattia e possono, come i parossismi della monomania impulsiva,
avere le più serie conseguenze.
La bizzarria della vita istintiva segnalata dal dott. Raggi all' at-
tenzione dei medici alienisti, è V\VìVqv$o àoiV agorafobia à\ Westphal,
e men ripugnante di questa all'umana dignità, perchè consiste in un
orrore ai luoghi chiusi, dove V agorafobia consiste in un orrore ai
luoghi aperti e spaziosi.
L'Autore ne cita tre casi, che io voglio qui riportare quasi inte-
gralmente, sembrandomi molto significanti.
Il primo è di un melancolico, il quale asseriva che per fargli finire
violentemente i suoi giorni sarebbe bastato chiuderlo in una camera
in modo da perdere affatto la speranza di uscirne. Infatti un giorno
che per inavvertenza era stato chiuso da un suo nipotino in una la-
trina, fu còlto da tale smania che si diede furiosamente ad urtar
l'uscio coi pugni e coi calci nell'intenzione di abbatterlo a qualunque
costo. Per fortuna una persona abbastanza destra accorse e lo liberò
A. VERGA, LA CLAUSTROFOBIA. 191
subito dall'angoscia che lo martoriava. Un'altra volta provò la stessa
smania. Il suo padrone di casa, in seguito ad un furto, avea collo-
cato un cancello appiè delle scale; ed egli dominato dall'idea che per
qualunque urgente bisogno che gli fosse sopraggiunto, non avrebbe
potuto uscir di casa, balzò una notte dal letto, discese le scale e si
mise a scuotere il cancello. Stava per gridare ajuto, quando si ac-
corse che il cancello poteva agevolmente aprirsi per di dentro. Al-
lora, spalancato il cancello, cessò per incanto la smania che lo tra-
vagliava. Egli tornò a letto e vi si addormentò placidamente.
Il secondo caso è d' una signora che non poteva reggere al pen-
siero che di notte la porta della sua casa fosse chiusa. Ogni notte si
alzava, spalancava le finestre, usciva dalla sua stanza, disturbando
la famiglia, e dava in pianti e in smanie da far temere che il cervello
le desse volta del tutto. A renderla tranquilla il padrone di casa do-
vette permetterle di provedersi d'una chiave della porta per quando
sentisse desiderio di uscire all'aria libera o venisse in timore di qual-
che pericolo. D'allora in poi essa dormì in pace, tenendo la preziosa
chiave presso il suo letto, anzi sotto il guanciale.
Il terzo caso è d'un tale che abbandonò da fanciullo il mestiere di
calzolajo, che era quello di suo padre, per studiare il disegno, e in
breve ne diede saggi lodatissimi. Un giorno che in una sala dell'Ac-
cademia di belle arti in Bologna, posta all'ultimo piano, attendeva ad
un concorso che ivi si teneva a porte chiuse, vien preso da smania
grandissima di uscirne, si dà a camminar per la sala, tenta di aprir
l'uscio, e non cedendo questo a' suoi sforzi, apre la finestra, discende
sur un tetto e di casa in casa si porta al recinto del giardino dello
Stabilimento, dove per avventura trova modo facile di mettersi in
piena libertà. Dopo tal fatto il bisogno di stare colle finestre aperte
e di giorno e di notte in ogni stagione e le peregrinazioni diurne e
notturne per le campagne divennero piU frequenti. Non andò molto
che in seguito a forte dispiacere fu, per delirio di persecuzione con
allucinazioni visive ed acustiche, accolto nel Manicomio di Bologna,
ed essendo allora questo in costruzione, la piti accurata sorveglianza
non impedì che il nostro pittore fugisse pei tetti nella vicina cam-
pagna. La famiglia lo riprese presso di sé, ma dopo un anno circa
per un altro dispiacere egli tornò a farsi agitatissimo e a percorrere
di notte la campagna, invaso nuovamente dal delirio di persecuzione.
Rientrato nel Manicomio, restava più che gli era possibile nei cor-
tili aperti, dove si faceva realmente piti tranquillo ed era di continuo
in guardia agli usci ed alle finestre nella speranza di trovare una
volta o l'altra il varco alla fuga. Quando fu un poco ricomposto, il
dott. Raggi gli commise il suo ritratto; ed egli venne per qualche
192 A. VERGA, LA CLAUSTROFOBIA.
seduta ne] di lui studio, ma non potè compierlo per la smania che
spesso lo assaliva di uscire all'aperto. La sua agitazione finalmente
si calmò, ma soltanto per dar luogo alla demenza.
Ora ecco le poche considerazioni che io feci sull'interessante Nota
dell'ottimo mio collega.
Una parola prima di tutto sulla denominazione della malattia. Il
dott. Raggi la chiama clitrofobia, da xXsiOpov, egli dice, clausum e
epopea) timeo. Ignoro se il nome sia esattamente dedotto; ma avendosi
già le parole claumm e claiistrum derivate dalla stessa fonte, io credo
che la denominazione di claustrofobia o clausofobia possa sembrare
più chiara e piti legittima. Claustrum infatti significa luogo chiuso,
ed io aveva appunto suggerito di chiamar claustri i manicomj crimi-
nali, essendo la clausura l'unico castigo che è lecito infliggere ad
uomini che peccarono non per malvagità ma per ineluttabile neces-
sità organica. Io mi permisi perciò di scrivere claustrofobia anziché
clitrofobia in fronte a queste pagine.
Appunto ieri mi si presentò, forse per la prima volta, un caso abba-
stanza spiccato di claustrofobia^ che mi pare non indegno di far coda
a quelli narrati dal dott. Raggi. Una signora, madre di molti figli,
venne ad esprimermi il suo rammarico per una imperfezione cui va
soggetta da circa 15 anni. — Io mangio e bevo bene, diceva essa,
dormo e lavoro come quando ero giovane ; ma ogni tanto, se mi
trovo in luogo d'onde non possa uscire quando voglia, mi prende
un ardore alla bocca dello stomaco, un ronzìo alle orecchie, una pal-
pitazione al cuore e mi sciolgo tutta in sudore, sentendomi mancare
i sensi e la vita. Perciò io non viaggio mai sulle ferrovie, ove dal-
l'una all'altra stazione si è imprigionati; non vado mai nelle chiese
ove si celebrino funzioni ; e se qualche rara volta mi arrischio di
andare in teatro ne esco sempre prima che finisca lo spettacolo: io
scantono prontamente dalle vie ove incontri folla; e non posso dormire
se non coli' uscio aperto e i fiammiferi pronti. La signora del resto,
benché assai magra e per certe macchie del volto sospetta d'erpeti-
smo, non off're segni di crotopatia veruna, ed ella stessa si qualifica
malata d'imaginazione.
Giustamente osserva il dott. Raggi che di rado questa smania è
così isolata e in grado così elevato da costituire per sé una mono-
mania. Più sovente essa si accompagna ad altri disturbi della mente
e del sistema nervoso. Ogni direttore infatti di manicomio conta fra
suoi alienati di quelli che non si possono mantenere vestiti che con grande
difilcoltà, perchè essi non tollerano nessun legame, nessuna pressione;
gettano la cravatta e le scarpe, sbottonano ostinatamente li abiti, la-
cerano la camicia e si denudano sconciamente in faccia a tutti. Que-
A. VERGA, LA CLAUSTROFOBIA. 193
Rsta strictofohia ò una varietà della claustrofobia del dott. Raggi. In
,. altri alienati s'incontra un ticchio opposto, una laxofohia, che si po-
K.^^trebbe riguardare come una varietà àoìV agorafobia del dott. Westphal,
5 e consiste nella tendenza a coprirsi e ricoprirsi d' abiti, ad applicarsi
legacci ai carpi, alle gambe, fascio alla vita, a nascondere anche il
capo sotto le coltri, quando sono in letto, e a cercare, quando ne
stanno fuori, li angoli piU stretti ed oscuri ed ivi aggomitolarsi come
il porcospino, quasi abbiano in orrore lo spazio e la luce.
Simili ticchi meritano di essere studiati dal frenologo, perchè in
alcuni casi, se non sono proprio la pazzia, ne sono la frangia o le
spalline, e contribuiscono poi sempre a dare un indirizzo alla vita e
risalto al carattere di certi individui. Così un po' di claustrofobia àe-
vono aver patito coloro che con pericolosissime evasioni dalle car-
ceri, dai manicomj, dai monasteri, fecero lungamente parlare di sé;
e la claustrofobia deve aver la sua parte anche nei suicidii che si
compiono annualmente negli stessi luoghi di reclusione, Fra quelli
che noi italiani con vocabolo cortese e quasi simpatico chiamiamo
originali, vi è taluno che sebbene fornito di larghi mezzi, passa tutto
il suo tempo in campagna, cacciando o pescando o girando di qua o
di là senza altro scopo che di cambiare aria, che considera come il
non plus ultra della sapienza igienica il precetto di dormire a fine-
stre aperte, che vede della poesia e delle attrattive persino nella vita
dei militari e dei briganti, perchè dì giorno e dì notte hanno per pa-
diglione il cielo, che attribuisce tutte le infermità dei cittadini a quel
vivere continuamente in luoghi rinchiusi senza prendere mai un ba-
gno di luce e d'aria pura, ecc. Tra le donnette isteriche vi sono molte
che abborrono dalle chiese, dai teatri e da tutti i luoghi ove pos-
sano trovarsi impigliate nella folla, ed altre che anche seriamente
ammalate rifiutano di ■■farsi curare in un ospitale, per ciò solo che
non se ne può uscire a proprio grado. Ebbene, per me tutta questa
gente è affetta da un principio di claustrofobia.
La malattia istintiva del dott. Raggi ricorre ad accessi ; è di pro-
nostico riservato e difllcilmente si può curare, massime nei manicomj,
ove nella privazione della libertà essa trova anzi una causa contìnua
d'inasprimento. Ciò s'intende da so: tutte le anomalie dell'istinto
tengono alla originaria costituzione dell' individuo e non possono cor-
reggersi che a lungo andare per il concorso di favorevoli circostanze
che valgano a modificare la costituzione stessa.
Il dott. Raggi colloca la sede della claustrofobia nella sostanza
bianca o fibrosa del cervello. Ma questa sostanza non essendo che
conduttrice d'impulsi, spiega bensì l'inquietudine dell'ammalato e i
di lui sforzi per lanciarsi all'aperto, ma non già quel senso di paura
194 A. VERGA, LA CLAUSTROFOBIA.
e di malessere da cui T inquietudine e li sforzi derivano. Tale senso,
per confessione dell'Autore, che lo chiamò penosa angoscia, nasce
dall'idea di non poter uscire in qualsiasi caso da un dato luogo, e,
come tutte le sensazioni, parmi non possa aver luogo altrove che
nella sostanza grigia del cervello.
È probabile poi che non sempre la claustrofobia dipenda diretta-
mente da una particolare condizione della sostanza grigia del cer-
vello, ma che in molti casi sia un fenomeno riflesso di stato morboso
dell'apparato respiratorio o di quello della circolazione. Per persua-
dersi di ciò, basta riflettere alla smania con cui alcuni individui ner-
vosi, sotto lievi insulti dispnoici, respingono le coltri, balzano dal letto,
e corrono a spalancare le finestre della propria stanza, non che al-
l'orgasmo con cui certe isteriche gettano ad ogni tratto la cuffia,
slacciano il corpetto ed abbandonano ogni lavoro per uscire all'aperto.
Conobbi delle persone, gracili per tempra o per le malattie sofi'erte,
che al solo vedere un luogo basso e stretto in cui dovessero entrare,
al vedere qualcosa di alto e di grosso che loro si avvicinasse, si sen-
tivano soffocare. Cotali accessi, mentre si possono riferire a claustro-
fobia^ fanno sospettare una mala disposizione nei polmoni e nel cuore
dei pazienti.
Ma quello che piìi importa e di che dobbiamo ringraziare il dottor
Raggi, è che siasi con luminosi esempj stabilito che l'istinto della
libertà, così comune a tutta la famiglia umana, come può indebolirsi,
così può in alcuni individui esagerarsi al punto che la limitazione
dello spazio, anche per breve tempo, diventi ad essi un intollerabile
martirio.
FISICA SPERIMENTALE. — Alcune esperiènze sul telefono. Let-
tera del S. C. P. A. Serpieri al prof. R. Ferrini.
Urbino, 11 marzo 1878.
Gradisca che le descriva alcune esperienze da me fatte sul tele-
fono di Graham Bell, che oggi richiama l'attenzione del pubblico
pe' suoi maravigliosi effetti e molto piti richiama l'attenzione dei cul-
tori della scienza per l'inatteso complesso di operazioni e di leggi,
che sembrano regolare il suo curioso magistero.
Gli apparecchi con cui ho sperimentato sono quelli più comuni, che
si vendono dal Loescher a Torino, e credo siano costruiti in Ger-
mania.
1.° In prima ho sperimentato sopra tre linee telegrafiche, cogli
A. SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO. 195
estremi in comunicazione con la terra; la linea Urbino e S. Angelo
in Vado di 29 chilometri; la linea Urbino e Macerata Feltria, che
passa per il detto S. Angelo in Vado, lunga 56 ciùloraetri; la linea
Pesaro e Macerata Feltria di 118 chilometri: questa passa por Ur-
bino, e mentre la comunicazione con la terra avea luogo agli estremi
Pesaro o Macerata Feltria, io di qui parlava con Macerata Feltria.
In tutte tre le serie di esperimenti trovai che i telefoni (due per
stazione, uno costantemente all'orecchio e l'altro alla bocca) servi-
vano perfettamente bene, quando si aveva all'intorno il più profondo
silenzio. Potemmo inviare svariate dimande e ricevere pronte risposte,
dire delle file di numeri, facendoceli subito ripetere, cantare delle
canzoni, eseguire delle suonate con vari strumenti, flauto, cornetta,
clarino, fagotto, bombardone, trombone, ecc., ora separati, ora uniti;
e in ogni caso s'indovinava il pezzo cantato o suonato e si distin-
guevano bene i vari strumenti. Solo per il clarino si cadde nell'er-
rore di prenderlo ora per un violino, ora per una tromba.
Altre prove ho fatte in casa alla distanza di 100 metri, nell'in-
tento di vedere un poco più chiaro nelle ragioni teoriche del mara-
viglioso apparecchio.
2.° Accostando colla pressione del dito il diaframma di ferro alla
calamita, non ebbi al galvanometro, che pure è delicatissimo, una cor-
rente sensibile. Per avere 3 o 4 gradi ho dovuto togliere quel dia-
framma e sperimentare con un grosso pezzo di ferro. Or non è egli
da maravigliare che le correnti tanto piìi deboli, che sorgono per le
vibrazioni sonore del diaframma, possano restare abbastanza intense
su circuiti di 100 e piti chilometri? La corrente di questa pila del-
l' ufficio telegrafico (70 elementi) s'indebolisce di 4° o 6° per 20 o 30
chilometri di allungamento della linea; e la corrente indotta dei te-
lefoni, che alla bussola dell' ufficio telegrafico non dà una frazione
sensìbile di grado, resta sensibilmente identica col raddoppiarsi e
triplicarsi della lunghezza della linea. — Io ripeto volentieri col pro-
fes:>ore Blaserna che questo gioco sorprendente dei telefoni non si
sarebbe potuto a priori immaginare.
Si sa che in un rocchetto d'induzione la resistenza totale si com-
pone, come nella pila, della resistenza del rocchetto stesso, la quale
corrisponde alla resistenza interna della pila, e della resistenza del
circuito esterno, analoga a quella dei circuiti interpolar! della pila:
e perciò nel nostro caso, essendo finissimo e lunghissimo il filo del
rocchetto, è naturale che si possa superare al di fuori una grandis-
sima resistenza. Ma se noi includiamo nella linea due o tre telefoni
di più, ognun vede che la resistenza del circuito esteriore si rad-
doppia, si triplica, ecc., e diventa molto maggiore della resistenza
Rendiconti. — Serie II. Voi. XI. 13
196 A. SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO,
interna, ossia della resistenza del primo rocchetto, che opera come
elettromotore. Parrebbe dunque che le intensità delle correnti doves-
sero nella stessa proporzione diminuire e con esse abbassarsi, illan-
guidirsi i suoni. Ciò non avviene affatto. Ho provato a far suonare
una soneria alla stazione lontana e tenendo io ora uno, ora due, ora
tre telefoni nella linea trovai l'intensità dei suoni sempre sensibil-
mente identica, meno piccole differenze provenienti dalla diversa qua-
lità dell'apparecchio che mettevo all'orecchio. Così quando speri-
mentavo sulla linea telegrafica, e all'improvviso fu in Urbino aperta
(come dicono) la linea, chiudendosi a Pesaro, dove sempre il filo co-
munica con la terra, con che il circuito crebbe d'un tratto di circa
60 chilometri, non sentii affatto indebolirsi le voci, ma quasi mi par-
vero farsi più chiare.
Questi fatti sono tali da indurci a sospettare che qualche azione
molecolare non ben conosciuta si accompagni con le correnti indotte
nel filo di comunicazione. Sarebbe forse da pensare che quello stato
elettro-tonico immaginato una volta dal Faraday avesse una realtà
ed importanza maggiore di quella che si pensa?
3.° Il prof. Tait annunciò alla Società Reale di Londra che il
signor Blyth ottenne gli effetti fonici dell'apparecchio sostituendo al
diaframma di ferro una lamina di rame, di legno, di carta o di
gomma elastica, ora nel telefono mittente, ora nel ricevente: ma non
ebbe mai il suono in un telefono spogliato della sua ordinaria ar-
matura e privo di qualunque altra del genere delle sopradette.
Io ho provato in prima a togliere il diaframma di ferro dal tele-
fono mittente e a porre in sua vece una lastra di vetro. I forti suoni
emessi contro il vetro si sono benissimo intesi all'altra stazione. In
questo caso non è davvero la lastra vibrante che co' suoi accosta-
menti e allontanamenti modifica il magnetismo della calamita per-
manente. Il fenomeno deve dipendere da altre leggi. Ho messo due
vetri colla lastrina di ferro chiusa e stretta fra di loro; e i forti
suoni si sono sentiti un poco piti intensi che prima.
Ho ripetuto gli stessi esperimenti facendo gridar forte contro un
telefono ordinario, ossia armato del suo diaframma di ferro; e stando
io a sentire da lontano con un telefono a semplice armatura di ve-
tro, ho inteso bene tutti gli urli fatti e li ho intesi con le loro qua-
lità di altezza e di timbro, cioè sentivo bene che erano di voce
umana molto chiara e distinguevo il tuono dell'urlo e la vocale
urlata.
Gli esperimenti del Blyth sono dunque confermati: e si apprende
che per far nascere delle correnti indotte capaci di destare nella ca-
lamita ricevente dei moti vibratorii corrispondenti alle voci della sta-
A, SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO. 197
zione mittente basta eccitare quei moti nella prima calamita. Le due
calamite lontane vibrano e cantano all'unisono. Quindi io penso che
in questi casi tutto l'interno lavorio meccanico e magnetico si com-
pia press' a poco così: urlando contro il vetro comunichiamo per suo
Lzo all'astuccio di legno e alla calamita la vibrazione^ che rappre-
senta la voce: il moto vibratorio acquistato dalla calamita favorisce
il migliore ordinamento magnetico de' suoi atomi, che scossi e oscil-
lanti più facilmente ubbidiscono alle loro azioni polari E un atto
d'influenza magnetica esercitata dai moti molecolari conforme a tanti
altri studiati dal Wiedemann, dal De Haldat e da altri. Perciò alla
vibrazione sonora seguiranno aumenti subitanei nella potenza magne-
tica e per conseguenza, altrettante correnti nel filo della linea, le
quali desteranno variazioni magnetiche uguali nella calamita rice-
vente. Ora si sa per l'esperienze di Wertheim, Grove, De la Rive
ed altri che le particelle dei corpi magnetici tendono a ravvicinarsi
nel senso trasversale e ad estendersi nel senso longitudinale quando
son soggette alla influenza di una calamitazione esteriore. Quest ef-
fetto avrà dunque luogo nella calamita ricevente. E se ammettiamo
che l'istesso avvenga nella calamita mittente per effetto dello scuo-
timento eccitato dalla voce, in quanto, come diceva, le particelle
mosse e oscillanti meglio si orientano e si polarizzano, facilmente
comprendiamo comel'istessa nota deve risuonare sulle calamite uguali
delle due stazioni.
4 <• Il Blyth notava che n iun suono veniva trasmesso, quando il
telefono non aveva alcun diaframma; il che a prima giunta potrebbe
far pensare che quei diaframmi di legno o di vetro compissero 1 uf-
ficio della laminetta di ferro. Ciò mi parve ben strano, perche è vi-
sibile che quei diaframmi non magnetici non possono essere che sem-
plici trasmissori della vibrazione sonora dall'aria alla calamita. Per-
ciò provai attentamente a trasmettere dei suoni senza alcun diaframma,
facendo urlare degli o ben prolungati contro il polo affatto scoper o
della calamita. E quando chi urlava avea la voce ben chiara, aperta
e sonora, sempre ho sentito sull'altro telefono, armato dell ordinaria
lastrina, le voci emesse contro la calamita del primo. Solo ho no-
tato che spesso l'o si convertiva in un i, ovvero neW oeu france e.
Del pari io sentiva sul telefono totalmente disarmato gli urli fatti
sull'altro munito della sua solita lastrina.
Si conferma dunque che la vibrazione sonora , eccitata diretta-
mente colla voce in una sbarra calamitata, altera il suo magnetismo
in maniera che possono aversene delle correnti indotte nel suo roc-
chetto; e alterando in ugual modo il magnetismo di un'altra sbarra
uguale, si hanno da questa le stesse vibrazioni sonore fatte dalla
198 A. SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO.
prima. I due fenomeni e i due generi di azione sono perfettamente
reciproci. Questa a me pare la più curiosa relazione che dal lato teo-
rico ci offre il semplicissimo apparecchio del Bell; imperciocché ben
si sapeva che le variazioni magnetiche generano il suono; ma non si
era ancora incontrato, che io sappia, il fenomeno contrario nelle
forme cosi ben definite che oggi sappiamo, non si era cioè visto che
riproducendo sulla calamita quei medesimi suoni che essa ha dati, vi
si riproducono le stesse variazioni magnetiche.
5.0 A meglio convalidare queste spiegazioni, ho voluto provare
se le azioni meccaniche esercitate con un martello sulla calamita mit-
tente generano del pari delle correnti indotte, capaci di tradursi in
suoni nel telefono ricevente. Spogliato adunque un telefono del suo
diaframma, ho fatto percuotere la sua calamita con un martello di
legno, lo dall'altra parte, alla distanza di 100 metri, ho sentito be-
nissimo sul mio telefono completo altrettanti colpi secchi, privi di
ogni risonanza secondaria, come se la mia lastrina battesse nel polo
vicino. Vi ha dunque la solita corrispondenza ed armonia di lavoro
meccanico, magnetico, elettrico, acustico.
Forse pochi galvanometri avranno così squisita sensibilità da mo-
strare le correnti, che accompagnano siffatti movimenti molecolari.
I miei, benché squisitissimi, tacciono affatto. È dunque una vera for-
tuna che dove tace il galvanometro parli l'aria, ossia i telefoni an-
nuncino col suono l'esistenza di movimenti magnetici ed elettrici.
6.° Coir ammettere l'azione sonora delle calamite, io non escludo
le vibrazioni dovute all'elasticità della laminetta di ferro, vero e
principale organo vocale del telefono. Soltanto concludo che la lami-
netta ricevente deve concepire i suoi moti per tre vie diverse: 1.° per il
suo contatto coli' astuccio di legno, come lo concepisce la lastra dì
vetro; 2.° per le variazioni intime magnetiche, che nella lastrina
debbono operare come nella calamita permanente; 3." per le varie
intermittenti attrazioni, che attesa l'elasticità della lastrina, la smuo-
vono realmente avanti e indietro con moto oscillatorio di brevissima
insensibile estensione, in corrispondenza degli aumenti fittissimi e
fuggitivi del magnetismo della sbarra. La lastrina mittente compirà
ugualmente diversi ufficj, ben facili a immaginarsi. E poiché la fe-
deltà e bravura di cotesto timpano metallico apparisce così perfetta
da superare ogni aspettativa, facilmente riconosciamo che le sue
azioni e quelle della calamita sono perfettamente concordi e simul-
tanee.
Ho provato a diminuire l'elasticità del diaframma ricevente. Fino
a un certo punto le voci, le parole e i suoni tutti venivano ben espressi.
Per esempio dei dischi fatti con la latta comune, anche grossi, ser-
A. SERPIERI, ALCUNE ESPERIENZE SUL TELEFONO. 199
vono bene. Ho messo invece del solito diaframma delle grosse la-
stre di ferro, arrivando persino a pesantissime sbarre dello spessore
di centimetri 3 Vs» e posando l'orecchio su questi alti piastroni ho
sentito distintamente gli urli che si facevano sul telefono dell'altra
stazione.
Di nuovo adunque si fa chiaro che l'azione intima molecolare ha
gran parte nell'azione del telefono, né tutto il suo segreto può dirsi
riposto nel moto oscillatorio del diaframma intero.
7.° Infine voglio qui ripetere che ho fatto qualche studio per co-
noscere a qual grado di perfezione arrivi 1' apparecchio nel riprodurre
tutti i minimi elementi della parola.
A questo fine mi son fatto trasmettere un gran numero di parole
prive di senso, come, per esempio, parole italiane lette a rovescio,
ed io stesso ho trasmesso ad altri molte parole e frasi di lingue stra-
niere non conosciute da chi le riceveva. In tutti questi casi la tra-
smissione riusciva imperfettissima, ed era veramente impossibile de-
cifrare molti suoni e scrivere quello che si sentiva. Anche i nomi
propri spesso non s'indovinavano. È dunque ben chiaro che il tele-
fono non ò per so un istrumento perfetto; e se sembra tanto esatto
nelle sue trasmissioni, egli è percliè vi concorre in grandissima parte
l'attività mentale della persona che ascolta, la quale completa e in-
terpreta i suoni dati dall'apparecchio. Laonde per questo riguardo
deve dirsi: l.°che il telefono, com'era è composto, non potrebbe con-
vertirsi in apparecchio scrivente perfetto; 2.° che l'impiegato telefo-
nico può facilmente cadere in errore nel ricevere dei nomi propri;
3." che non potrebbe l'impiegato ricevere un dispaccio espresso in
una lingua da lui non conosciuta.
IDRODINAMICA. — Intorno ad un caso di moto a due coordinate.
Nota del prof. Eugenio Beltrami,
È noto che Diriculet iniziò, nel 1852, la trattazione d'un ramo
importantissimo dell'idrodinamica razionale, cioè la teoria rigorosa
del moto d'un solido in un fluido incompressibile indefinito, deter-
minando, come primo saggio di tale teoria, tutte le circostanze del
movimento d'una sfera solida in un tal fluido. Tralasciando d'ac-
cennare le indagini istituite successivamente dai geometri intorno a
questo soggetto, per le quali si possono consultare i §§ 24-30 delle
mie Ricerche sulla cinematica dei fluidi (Memorie dell'Accademia di
Bologna, t. I, II, III e V della serie III), aggiungerò soltanto che il
problema trattato da Dirichlet ha il suo riscontro, nel moto a due
200 E. BELTRAMI, INTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE.
coordinate, in un problema del quale nel § 31 delle citate Ricerche
è considerato il caso relativo ad un velo fluido piano, in cui si muova
un disco ellittico o circolare. Credo utile di qui esporre brevemente
un altro esempio consimile di moto a due coordinate, quello cioè d'un
velo fluido ricoprente la superfìcie d'una sfera, obbligato al moto da
una calotta sferica e rigida, scorrente sulla sfera stessa. Questo caso
di moto presenta alcune discrepanze in confronto di quello relativo
al velo piano ed al disco circolare, discrepanze che risultano prin-
cipalmente dall'essere finita l'area occupata dal fluido e dall'essere
impossibile ogni moto di semplice traslazione della calotta.
Per semplicità, giova supporre = 1 il raggio della sfera, conside-
rando invece del moto vero la projezione centrale del moto stesso
sopra una superficie sferica di raggio = 1 concentrica alla data. As-
sunto in questa superfìcie un punto fisso P (per ora arbitrario) come
polo, chiamiamo p la distanza sferica di un punto qualunque della
superfìcie da questo polo e la longitudine del punto stesso contata
da un meridiano fìsso. Ammessa l'esistenza d'un potenziale di moto
U, l'equazione di continuità è data, rispetto alla superfìcie sferica
ed alle coordinate in essa scelte, da
Se in quest'equazione si pone
U=RQ,
dove R sia funzione della sola p e della sola G, si ottiene
seno d IclR \ 1 d}Q
equazione che, designando con n^ una costante arbitraria, si spezza
nelle due equazioni seguenti:
dldR \ ,„ d^Q
Queste sono immediatamente integrabili, e danno:
per n =
Ì2 = ^logtg| + 5,
per n diverso da
= aO + ò;
iJ=^(tg|)'+B(cotl)"
= rtcosnO + ^'SennO,
E. BELTRAMI, I-NTORNO AD UN CASO DI MOTO A DUE COORDINATE. 201
dove A,B,a,b sono costanti arbitrarie. Escludendo dunque, per
noto ragioni, i valori non interi di n , si può porre
C/=Lllogtg^ + /A:aO + &) (1)
+ V [.4,itg|-y + 5»(cot|-yj(a,.cosn6 + &„sennO).
Biso-na ora determinare le costanti arbitrarie contenute in que-
st'espressione (costanti rispetto a p, 0, ma generalmente funzioni del
tempo) in modo da soddisfare alle condizioni peculiari del problema
proposto. j 1 V • •
Incominciamo col determinare le componenti, secondo le direzioni
del meridiano e del par