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Full text of "Rime"

RIME 



DI 



ARGIA SBOLENFI 

CON PREFAZIONE 

DI 

LORENZO STECCHETTI 




BOLOGNA 
NICOLA ZANICHELLI 



RIME 



DI 



ARGIA SBOLENFI 

CON PREFAZIONE 

DI 

LORENZO STECCHETTI 




BOLOGNA 
NICOLA ZANICHELLI 

KDITORE 



PROPRIETÀ LETTERARIA 




PREFAZIONE 



ricco un libro sbagliato. 

E poiché una cortese ma assidua insi- 
stenza, durata ormai tre anni, riuscì pure a 
levarmi di sotto questa prefazione che non 
scrissi volentieri, così, per patto espresso, 
mi riserbai il diritto di dire l'animo mio tutto 
intero e Io dico. 



Ai lettori (se il libro ne avrà, che non 
li merita) riuscirà difficile capire come dia- 
volo possa esser nata una insanità simile 
a questa; ed ecco, per quel ch'io so, come 
avvenne. 

Vegetava in Bologna, e può darsi che vi 
agonizzi ancora, un foglietto di carta stam- 
pata, venduto una volta la settimana ai cit- 
tadini che non sanno come sciupare il tempo. 
S'intitolava « E pevìiiesso?... » e non pò- 



PREFAZIONE 



teva uscire 'dalla breve cerchia delle mura 
poiché mordeva solo gli uomini che dentro 
alle mura hanno fama, uffici o difetti. Perciò 
era scritto o in dialetto o in un italiano così 
fitto di idiotismi da parere un peggiorativo 
del dialetto. Lo dirigeva un certo Cesare 
Dallanoce, al cui cognome botanico s' era 
appiccata V aggiunta di Moscata : giovane 
nottambulo, di qualche spirito, con un fisico 
di cercopiteco peggiorato, sotto al quale sta- 
vano mescolati l' odio e la bontà in un con- 
nubio stravagante. Anzi l' odio era uno e 
le bontà parecchie ; e segno dell' odio cieco, 
furibondo, indomabile era il Presidente di 
questa Deputazione Provinciale, che non gli 
aveva mai fatto niente ; anzi non gli badava 
nemmeno. Ma il Moscata era fatto così e se la 
sua bestia nera avesse fatto più miracoli che 
non S. Antonio di Padova, gli avrebbe tolti 
i meriti ad uno ad uno, mordendolo e la- 
cerandolo tutti i sabati nel suo foglio di carta. 
Tolto questo brutto difetto, che doveva 
esser vizio di natura incurabile, era buon 
diavolo e tutti gli volevano bene. Prestava 
volentieri se stesso e il giornale per opere 
di beneficenza, non diceva troppo male del 



PREFAZIONE IX 

prossimo suo, insomma era simpatico a molti 
ed odiato da nessuno. 

Aveva avuto la fortuna, fin da principio, 
di contare tra i collaboratori u El sgner Pi- 
rein », il signor Pierino, il cui nome ed il cui 
tipo non saranno dimenticati così presto dai 
bolognesi. 

Antonio Fiacchi, bravo e buon giovine 
di brillante ingegno, aveva trovato questo 
esilarantissimo tipo del vecchio petroniano 
col cappello bianco a cilindro l'estate, il ta- 
barrino a pipistrello l'inverno e le scarpe di 
panno tutta l'annata; il vecchietto bronto- 
lone, credenzone, ricordatore inesausto dei 
tempi passati, detrattore dei presenti, ma in 
fondo ingenuo sino alla balordaggine. In un 
altro di questi giornaletti municipali aveva 
fatto le prime armi, in un dialetto italianiz- 
zato che accresceva comicità al contenuto 
di certe lettere che non possono ricordarsi 
tuttora senza ridere. 11 tipo aveva fatto for- 
tuna ed era quasi assurto alla dignità di 
maschera cittadina come il dottor Balanzone; 
così che in certe feste carnevalesche, in un 
villaggio di legno e di cartone che .serviva 
da fiera, il signor Pierino fu fatto sindaco 



PREFAZIONE 



e sciorinò proclami ed allocuzioni da non 
dire. Ma il Fiacchi fu chiamato a Roma e 
il signor Pierino tacque. 

Il Moscata, che aveva buon fiuto, lo cercò 
pel suo giornaletto, ma il Fiacchi rispondeva 
a buona ragione che fuori dell' ambiente 
bolognese, si sentiva disorientato e che 
temeva di non far nulla di buono. Moscata 
insistè e si venne a questo che il .signor 
Pierino Sbolenfi avrebbe scritto come cor- 
rispondente dalla capitale; e così fu. 

Allora il bel tipo ideato dal Fiacchi ri- 
visse in una serie di lettere datate « dalle 
rive del Colosseo » che fecero la fortuna del 
giornale. L' egregio signor Sbolenfi aveva 
ingrandito l'allegro campo dell'arte sua ed 
oltre alle amene confidenze delle sue tribo- 
lazioni famigliari ci dava le impressioni ro- 
mane ricamate sulla tela delle proprie av- 
venture. E lo vedemmo uscire di non so 
qual Ministero, autocandidato al tempo delle 
elezioni Giolitti, perdere l' impiego e cer- 
carne un altro per perderlo di nuovo. Lo 
vedemmo custode dei tempietti municipali 
sacri alla Dea Cloacina abbandonarsi a me- 
ste riflessioni sulle miserie umane ed a giù- 



PREFAZIONE 



dizi comparativi argutissimi sul giornalismo 
contemporaneo in relazione ai riti celebrati 
nel suo tempietto. Ma poiché le autorità 
municipali nel tempo del colera avevano 
segretamente ordinato a lui ed ai colleghi 
una sorveglianza intima sulla condotta dei 
cittadini ed egli aveva propalato la cosa nel 
giornale, eccolo di nuovo senza impiego ed 
in cerca di un altro. Infeomma, tutto un ro- 
manzo comico, pieno di trovate felici, di 
festività arguta e qualche volta di velata 
melanconia. 

E il signor Pietro Sbolenfi aveva per 
moglie la signora Lucrezia e per figlia la 
signorina Argia, attrici principali nella stra- 
vagante commedia della sua vita. La grafo- 
mania è contagiosa e la signorina Argia co- 
minciò a mandare al giornale le sue epistole 
lamentevoli e pretenziose. 

Si voleva, a quel che pare, crear un altro 
tipo; quella della ragazza che ebbe una me- 
diocre istruzione e che, inacetita dal celibato, 
chiama il pubblico a testimonio delle sue 
isteriche sofferenze. Il tipo non era così alle- 
gro come l'altro; di più non era nuovo e le 
manifestazioni dell'isterismo essendo spesso 



XII PREFAZIONK 

erotiche, c'era pericolo di cadere in una tri- 
viale pornografia. 

E la signorina ci cadde malamente, lunga 
e distesa. 

E ben vero, lo ripeto, che il tipo non 
si poteva intendere senza l'erotismo; ma c'è 
modo e modo. E ben vero, che i lettori di 
un giornale quasi in dialetto non avrebbero 
inteso bene una Nuova Eloisa e che per ot- 
tenere r effetto occorreva sai grosso di cu- 
cina, non aromi delicati; ma resta, tuttavia, 
che nulla giustifica il turpiloquio mal velato 
sotto gli equivoci grossolani, la scatologia 
suina che non si vergogna della sua loia. 
Ci fu chi torse il naso, ma pur troppo il pub- 
blico in generale applaudì ! 

Così l'Argia si mise in piazza, prima, 
come ho detto, con certe lettere ridicolose, 
che rifacevano l' ortografia e lo stile paterno, 
poi a poco a poco, con certe poesie non meno 
ridicole di cui son saggio le prime di questo 
sbagliato volume. 

Unico merito, se pure e tale, è un pro- 
gressivo levarsi e correggersi, come di 
chi avvistosi dell'errore, cerca di spacciarsi 
dal brago. Ma ciò non scusa in modo alcuno 



PREFAZIONE 



la bassezza e la sudiceria sciocca degli 
esordi. 

A questo modo la poetessa (come si bat- 
tezzava da sé modestamente) seguitò a met- 
ter fuori le sue fagiolate e il male non 
sarebbe poi stato grande se non si fosse pen- 
sato a raccoglierle in un volume. Ah, vera- 
mente il bisogno di una sporcizia di più a 
questi bei lumi di luna, non era sentito ! 

A me pareva impossibile che si potesse 
giungere a questo; tanto che, pregato anni 
sono di fare la prefazione alla raccolta, dissi 
di sì, nella certezza che non se ne sarebbe 
fatto nulla. 1 versi erano ancora pochi e pen- 
savo che fino ad un volume la poetessa non 
ci sarebbe arrivata: ed ahimè, ci arrivò! 

Ora, innamorata dell'imperatore di Ger- 
mania che credeva venuto a Roma per spo- 
sar lei, ora intabaccata in un canonicaccio di 
manica larga, e degno Vescovo di Seboim, 
la pettegola figliò tanti versi da mettermi al 
punto di mantenere la promessa. Non è a 
dire quante scappatoie cercai per esimer- 
mene, come volli dissuadere, come tempo- 
reggiai ! Ma non ci fu verso. La parola era 
data e, per quanta ripugnanza ci avessi, do- 



PREFAZIONE 



vetti mantenerla. Solo mi riserbai di dire 
schiettamente quel che ne penso, non perchè 
il disapprovare possa valermi di scusa, ma 
perchè lo sfogarsi dopo tutto è un sollievo. 



Se frugo nei più intimi ripostigli della 
mia coscienza, non ci trovo nulla che mi 
chiami all'onore degli altari. In quel quarto 
d'ora di notorietà cui, come tanti altri, sog- 
giacqui, non fui precisamente lodato come 
continuatore delle virtù di San Luigi Gon- 
zaga e come emulo di Giuseppe servo di 
Putifar. Tempi, ahimè, troppo lontani e che 
volentieri rivivrei; parole e versi che, po- 
tendo, ridirei, senza rimorso e senza rossore; 
ma tempi, ahimè, troppo lontani ! 

Dico questo, non per balorda libidine di 
parlare de' fatti miei, ma perchè si creda 
che, disapprovando senza restrizioni queste 
scelleraggini, scrivo per convinzione e non 
per affettazione. Allora ed oggi mi persua- 
deva e mi persuade la teoria della imma- 
colatezza dell'arte, purché sia arte e sia 
bella. Venere Anadiomène e Cristo Croce- 
fisso sono rappresentati ignudi tutti e due 



PKEFAZIONK 



e nessuno dei due nella rappresentazione 
artistica è immorale. Onorato di Balzac, che 
non é poi il primo capitato, weW Avant-pro- 
pos de la Comédie Humaine, diceva : « Le 
reproche d' iminoralité qui n a jamais failli 
à Vc'crivain courageux, est d'ailleiirs le der- 
nier qui reste à faire qnand on n' a plus rien 
à dire à un poète. Si vous ctes vrais dans vos 
peintures, si à force de travaux diurnes et 
nodurnes vous parvenez à écrire la laugue la 
plus difficile du monde, on vous jette alors 
le mot immoral à la face „. — Solo il brutto 
è immorale. 

E perciò che questa studiata ricerca del 
brutto, del triviale, dell'imbecille, mi irrita. 
Questa non è più arte, è laidezza, è turpi- 
loquio spregevole ; ed ho appunto voluto ri- 
cordare il quarto d'ora di notorietà che ebbi 
in passato perchè si vegga che la disappro- 
vazione non viene da bigotta ipocrisia, ma 
da convinzione salda intorno alla ragion d'es- 
sere dell'arte. E che cosa ha da fare l'arte 
con queste cretinerie pediculose che s' inti- 
tolano romanze, favolette, etc. ? Anzi è be- 
stemmia solo il ricordare il nome santo del- 
l'arte a questo proposito, e il criterio non cor- 



PRElfAZIONE 



rotto del pubblico italiano condannerà senza 
dubbio e senz' appello queste stolte scon- 
cezze all'obbrobrio ed all'oblio che meritano. 

Mi duole di dover parlare così acerba- 
mente; ma era, lo sento, mio stretto dovere. 

Più avanti la poetessa (chiamiamola così, 
poiché lo vuole) lascia lo sterquilinio in che 
si compiaceva e si innalza, per quanto glielo 
permettono le deboli penne, ad una forma 
un po' più elevata. C è per esempio un 
« Inno a Venere n che, se nel concetto è 
della più abietta pornografia, nella esecu- 
zione si può dire più conforme ai canoni 
della lirica; ed io, appunto per quel che ho 
detto di sopra, non lo disapprovo affatto. 
Qui si potrà parlare d'arte, ma nella prima 
parte del volumetto no, mai. Tutto al più 
ci potremmo rifugiare nella caricatura, nella 
rimeria giocosa, negli scherzi più o meno 
piacevoli, ma il giudizio, anche il più indul- 
gente, sarà sempre di riprovazione. La stu- 
pidità può muoverci alla compassione, ma 
l'affettazione, la caricatura della stupidità, 
specie, se oscena, potrà muoverci al riso 
per un momento, ma non mai all' applauso 
sincero. 



PREFAZIONE 



Né vale sfoderare illustri esempi. Ma chi 
oserebbe parlare del Berni, del Burchiello od 
anche dei poeti maccheronici o fidenziani a 
questo proposito? Certo, in quei capitoli e 
in quei sonetti c'è il doppio senso, l'allu- 
sione mal velata, la forma volutamente pe- 
destre; ma il punto di partenza è proprio 
diametralmente opposto a quello da cui 
parte la nostra poetessa. 11 Folengo, per e- 
sempio, par che voglia rifare (almeno nella 
Zanitoneìla) il contadino che si sforza di 
parlare come il cittadino , l' idiota che sì 
sforza di parer colto. Qui invece è la per- 
sona colta che si sforza di parere abbietta. 
Là c'è uno che vuole uscire, come il Vallerà 
della Nencia, dal dialetto e dalla rusticità e 
cerca il comico nel tentativo di elevarsi 
alla dignità dell' arte ; qui, al contrarilo, ab- 
biamo la ricerca del comico intervertita, la 
rappresentazione di una persona colta che, 
per far ridere, si abbassa e si infanga in tutti 
i letamai che trova per via. Là c'è una cari- 
catura del tentativo di salire, qui del discen- 
dere. Là c'è il pagliaccio che esce dal circo 
e s'ingegna di far intendere che, uomo an- 
ch' egli, soffre ed ama; qui abbiamo invece 

Sholeiifi - 2. , 



PREFAZIONE 



la persona per bene (almeno lo spero!) che 
s'incanaglia e si fa pagliaccio per far ridere 
colle smorfie e le contorsioni del viso in- 
farinato. È perciò che male si potrebbero 
addurre gli esempi come scusa, perchè gli 
esempi non calzano. 

Si può essere di manica larga, vantarsi 
spregiudicati e sorridere di tutto ; ma in 
fondo al cuore resta pur sempre qualche 
cosa che si rivolta al puzzo ed alla lordura. 
La ripugnanza pel laido è istintiva e si vede 
mal volentieri un' artista, o una che si crede 
tale, far getto, così sconciamente, della pro- 
pria dignità. Avete visto in qualche « caffè 
concerto » di ultima classe matrone appas- 
site e verniciate cantar colle gambe e ge- 
sticolar colle natiche? Ne inorridite ancora? 
Ebbene, questa della signorina Sboleiifi è 
letteratura da « caffè concerto » ! 

Dunque, riprovazione piena, intera ed 
assoluta. 



Ed ora che detto per lungo e per largo 
il parer mio, bisognerà pur cercare in questo 
scellerato libercolo, non dirò qualche cosa 



PREFAZIONE 



degna di lode, che non ce n'è, ma un pre- 
testo per invocare le circostanze attenuanti. 
Una prefazione che fosse una stroncatura da 
capo a fondo sarebbe una mostruosità. Pro- 
viamoci. 

Si potrebbe dire intanto che l'autrice ha 
fatto bene ordinando queste cose sue in 
modo che crescano sempre di serietà (!) e 
di correzione. Parte dalla insanità cercando 
di salire alla lirica, e in questo successivo 
progresso è il filo che lega il volume. Bi- 
sogna ricordare che si tratta di una pette- 
gola semi-letterata che va raffinandosi a poco 
a poco. Questo almeno pare che sia il con- 
cetto generale e, anche nei volumi di liriche, 
credo lodevole un legame che costringa le 
parti diverse. Sia un mazzo di fiori, sia un 
fascio di stecchi, un vincolo ci deve essere, 
se no, invece di un mazzo o di un fascio, 
avremo un mucchio incoerente di spazza- 
tura. M'è sempre piaciuto, anche nelle rac- 
colte di versi, un romanzo che spieghi tutto. 
Il Canzoniere del Petrarca (se non è pec- 
cato mortale ricordarlo qui, ed a questo 
proposito) non è egli dunque un romanzo 
d'amore? Un concetto unico circola per le 



PREFAZIONI': 



diverse parti, come il sangue nelle membra 
e vivifica l'opera nella mente del lettore. 
Un libro deve essere un organismo. 

Ed anche non è da passare senza almeno 
un segno di benevolo consentimento sul ten- 
tativo di poesia patriottica ed un po' socialista 
che fa capolino in fondo al volumetto. In 
questi nostri bellissimi tem.pi pareva che il 
patriottismo consistesse tutto nel prendere 
la roba altrui. Di qui i disastri eritrei, di qui 
l'epizoozia dei commendatori, la quistione 
morale e i sospetti, confortati da troppe pro- 
babilità, sulla corruttela, la venalità, la diso- 
nestà, insomma, di chi doveva essere esempio 
del contrario. Sottrarre gli accusati all'istrut- 
toria ed ai giudici costò poco ad una mag- 
gioranza metà di amici, metà di complici, 
ma è facile capire come questi segni di de- 
cadenza morale fossero dolorosamente sen- 
titi da tutti coloro pei quali il patriottismo 
non fu mai una chiave falsa per aprire gli 
scrigni pubblici o privati. « Avete fatta 
l'Italia per mangiarvela », dissero i cleri- 
cali così pronti a profittare delle calamità 
del loro paese; e gli Italiani, scettici per 
istinto, rilessero dubitando le pagine della 



PREFAZIONE 



storia loro e sentirono rimpicciolire in se 
stessi le sante idee di patria, di indipen- 
denza e di libertà. Quanto male abbiano 
fatto alla coscienza italica gli ultimi scan- 
dali, lo dirà purtroppo l'avvenire; per ora 
intanto la patria non è più di moda. 

Di moda invece vuol diventare il cleri- 
calismo. Chi guadagnò diventa conservatore 
e conservatori si dicono e sono tutti gli ar- 
rivati. Se, per fortuna delle idee liberali, la 
cocciutaggine della decrepitezza non mante- 
nesse così ampia la fossa che separa l'Italia 
dal papato, tutti questi conservatori d'oggi 
sarebbero papalini domani. Già le classi ab- 
bienti fan l'occhio di triglia alla teocrazia, 
si offrono e si danno. Poiché la fiducia nella 
protezione della Benemerita Arma è scemata 
e i timori per la sicurezza della proprietà 
sono cresciuti, gli abbienti pensano che la 
paura dell'inferno può essere utile ed etfi- 
cace. Di qui un ritorno interessato alla re- 
ligione e l'adorazione nuova di un Dio per- 
sonale, terribile e punitore. Se costoro pen- 
sassero di trovare altrove una buona tutela 
dei beni e delle cariche, con la stessa fa- 
cilità sarebbero domani protestanti, ebrei 



XXII PREFAZIONE 

e magari repubblicani. Per conservare una 
buona rendita si può portare anche il ber- 
retto rosso. 

E così si veggono a poco a poco scom- 
parire i partiti intermedi! nella gran massa 
dei cittadini. Si riveggono soltanto in par- 
lamento, poiché per giungere su quegli 
scanni è necessario l'ibridismo. 11 depu- 
tato deve essere come il pipistrello che si 
diceva topo od uccello secondo il bisogno; 
deve essere possibile sempre ed atto per 
indecisione di lineamenti a qualunque tra- 
sformazione. Ma il paese non è così e va 
scindendosi in due grandi partiti: il cle- 
ricale e il socialista. 

E sono le due uniche schiere dove ci sia 
ancora vitalità, abnegazione e passione di 
proselitismo. Tutto il resto è morto od è 
moribondo. Guardatevi intorno e dite se 
questa non è la verità. 

Così a poco a poco ciascuno entra in una 
di queste due parti, secondo le convinzioni 
e gli interessi. Gli odiatori dei nuovo, i ti- 
morosi dell'avvenire, tornano penitenti a 
Canossa; gli altri che hanno ancor fede 
nel progresso dell'umanità, nella perfet 



PREFAZIONE 



tibilita dell'assetto sociale, fanno un passo 
innanzi, e socialistoidi oggi, saranno socia- 
listi domani. 

E dell'esser andata piuttosto con chi va 
avanti che con chi retrocede, volevo tener 
buon conto all'autrice di queste rime; di 
quelle, dico, che chiudono il volume. Tut- 
tavia, siccome questo sarebbe un giudizio di 
opinione e non di letteratura, me ne astengo. 
Ma ho voluto dir tutto questo anche per no- 
tare un'altro difetto del libro; quello cioè 
di essere formato, nella sua parte men pes- 
sima, di rime di occasione, le quali, come 
è naturale, colla occasione sfioriscono. Molti 
fatti e molte allusioni domani non saranno 
più ricordati; alcuni anzi, anche oggi, sono 
quasi fuori della nostra memoria. E per ciò 
che questo libercolo, secondo me, è nato 
morto, e gli sta bene ! Già era meglio che 
non nascesse. 

Ma quel che sopratutto mi piace nella 
poetessa (come si chiama lei), è l'avere sde- 
gnato i novissimi deliri simbolisti e deca- 
denti, nei quali pure poteva cascare, tratta 
com'era dalla smania della stravaganza. Di 
questo, senza restrizione alcuna, la lodo. 



PREFAZIONE 



Oh, i prerafaellisti ! Chi ci Hbererà final- 
mente da questi nuovi monaci in veste di 
artisti, che per Ubidine di novità, per ricerca 
di posa, retrocedono sino alle puerilità del 
Beato Angelico, nell'odio affettato ed ipo- 
crita della vita vera e della forma plastica? 
Perchè, lettori, chinatevi pure, raccogliete i 
torsoli di cavolo, magari le pietre, e scaglia- 
temi tutto sulla testa, ma lasciatemi dire quel 
che sento: il Beato Angelico non lo posso 
soffrire. Ah, come sono antipatiche quelle 
sue Madonne magre allampanate, con gli oc- 
chi inebetiti e le carni verdoline; e quegli 
angeli col parrucchino biondo bene arricciato 
la trombettina alla bocca e il tutto su fondo 
d'oro! Bella roba, per Dio, impiastrava que- 
sto frataccio in pieno Rinascimento! Anche 
un passo indietro e tornava ai bizantini, vi 
vente Donatello! Se c'è qualche cosa da 
ammirare in lui, sono i suoi ammiratori. 

Ed ora, a sentire questi nuovi missionari 
dell'arte ideale, bisognerebbe ritornare forse 
più indietro. La carne è impura per loro come 
per gli asceti della Tebaide, e dipingono certe 
figure anemiche, sofferenti per stento di pu- 
bertà malaticcie che fanno venir sulle labbra 



PREFAZIONE 



il motto imperativo stampato su tutti i muri 
Bevete il Ferro-china Bisleri ! Bevetelo e la- 
sciate in pace queste figurine di uomini senza 
polpe e di donnine che vedon bianco. Non 
ci sono solo angoli al mondo ; ci sono an- 
che le curve. 

E certo che lo studio e la riproduzione 
del mondo esterno come è, costano più fa- 
tica che non l'operare secondo una formula 
od una maniera. Non è così difficile il but- 
tar giù una di queste faccine insipide e di ma- 
dreperla, come il mettere il sangue e la vita 
in un viso di carne sana come fecero il Cor- 
reggio e il Tiziano; e sia. Ma perchè ma- 
scherare l'impotenza colle teorie e tornare 
indietro e non confessare piuttosto che manca 
la forza per andar avanti? Ah no, mangiate 
carne o ricorrete magari a tutti i ricostituenti, 
a tutti gli intrugli farmaceutici più corrobo- 
rativi, ma non dipingete più fantasime e 
burattini ! 

E come sono noiose le sciarade del sim- 
bolismo! Pensare che ci sono dei superuo- 
mini che invidiano gli allori di Oscar Wilde; 
pensare che tutto questo è un regresso, un 
ritorno al Medio Evo, proprio quando sta 



PREFAZIOXE 



per cominciare il secolo ventesimo ! Ma dun- 
que sarà proprio vero che l'intero genere 
umano sia malato di nervi, poiché in tutti 
questi libri non si trovano che squilibrati e 
mattoidi? Non ci sono più donne sane in 
terra che da ogni pagina vaporano le aure 
dell'isterismo? È possibile che non si trovi 
piti un cuore buono, un cervello equilibrato, 
un utero normale? L'epilessia e l'allucina- 
zione sono dunque la regola e la sanità 
r eccezione ? 

Se i disturbi dell'innervazione sono così 
generali, come sembra a questa letteratura 
psicopatica, non sarebbe egli più utile racco- 
mandare ai sofferenti, non la morfina, ma le 
docciature e la bicicletta? Se l'esaurimento 
nervoso è il male che affligge le presenti ge- 
nerazioni, non sarebbe meglio leggere l'Ario- 
sto all' aria aperta, piuttosto che inghiottire 
ribsen nell'afa del teatro? Ma no; l'Ario- 
sto non è più di moda e l'aria aperta sciupa 
il candore della pelle clorotica; e così sia! 

Anche la signorina Sbolenfi è isterica, e 
come ! Ma essa sorride della propria imper- 
fezione e la mette in caricatura, per finire 
il volume, se non perfettamente risanata, al- 



PREFAZIONE 



meno convalescente. E di questo ritorno a 
lodarla, perchè è troppo facile, in tempi di 
contagio, ammalare come il prossimo. 



Ed ora che ho detto il bene e il male, 
depongo volentieri, anzi con gioia, la penna 
che non avrei preso in mano se una pro- 
messa non mi ci avesse costretto. Abbandono 
il libro al disprezzo dei virtuosi ed alle ri- 
sate di quegli altri, lieto, in quanto a me, di 
aver imparato questo: che non bisogna pro- 
mettere mai prefazioni e tanto meno farne. 

L. Stecchetti 



RIME 

DI 

ARGIA SBOLENFI 



A 

PIETRO SBOLENFI 

LA FIGLIA 

ARGIA 

RICONOSCENTE 

OFFRE 

DEDICA 

CONSACRA 



LIBRO PRIMO 



LE CRETINE 



Sììoleiifi - ^, 



SI DESCRIVE UN VAGO DESIO! (*) 



C 



ondannata da 1' empio destino 
a l'iniquo mestier de la cuoca, 
io compongo vicino a la fuoca (t) 
i miei deboli versi d' amor, 

e r imago d' un giovin divino 
m'apparisce a gli sguardi incantati; 
sento r orma de i passi adorati 
echeggiarmi ne '1 vergine cor! 



Quant' è bello il diletto garzone 
cui le grazie fan lungo corteo ! 
Rassomiglia a Giulietta e Romeo 
che la penna de '1 Tasso cantò! 
E robusto sì come Sansone, 
è più forte di Tirsi e d' Orlando, 
e se snuda il durissimo brando 
qual mai donna resister ci può ? 



(*) Questo fu il primo parto della nostra Poetessa e le 
mende storiche e mitologiche ne accusano l' inesperiènza. 



ARGIA SBOLENFI 

Vieni meco, mio energico amico, 

eh' io ti stringa in un morbido amplesso. 
Tu sei bello, sei forte, sei desso, 
il marito che innanzi mi sta ! 

Ma chi rompe l' imene pudico, 
ma chi turba il mio sogno fremente ? 
E mio padre che grida furente : 
« La brasadla la pòssa d' strina! » (2) 

(Pensata nella domestica cucina 
e scritta ivi il giortio dopo) 



(i) Focolare. Dialetto bolognese'-. 

(2) « La costoletta puzza di bruciato ». Dialetto bolognese. 



LA BALLATA DEL MORO 



T 



ra le palme del deserto 
C è un magnifico Castel, 
Ch' è impossibile di certo 
Di trovarne uno più bel. 

Ivi tien la sua dimora 

Di quei popoli il Signor. 
Egli è bello e giovin, fuora 
Che ha il difetto di esser mor. 

Stando assente dal paese 
D' una vergin s'invaghì, 
Era bella e bolognese, 
E difatti, la rapì. 

Ma suo padre, ahi sorte dura! 
Che mandarla giù non può 
Si rivolse alla Questura 
Che due guardie ci mandò ; 



ARGIA SBOLENF: 

E alla patria abbandonata 
La voleva trascinar, 
Ma la bella innamorata 
Non voleva ritornar, 

E rivolta al suo diletto 

Ci diceva : « O bel re mor, 
« Fa il piacere, tienmi stretto, 
« Non lasciarmi con costor ! 

« Deh, non fia che il iato amaro 
« M' allontani dal tuo sen ! 
« Ah, difendimi, mio caro, 
« Che ti vog:lio tanto ben ! ». 

Ma il re moro pensieroso 
Resta muto sul sofà 
E un pensiero mostruoso 
Nello sguardo e in cor gli sta ! 

Poiché il moro non risponde 
Sta la bella in oppression ; 
Straccia via le chiome bionde 
E si butta in ginocchion. 

E poi tante e tante cose 

Disse, pianse e suppli'cò.... 
Ma quel porco non rispose 
Stette zitto e la piantò ! 



SONETTO 

CONTRO UN ANONIMO CHE FECE LA BURLA 
DEL TELEGRAMMA (*) 



O 



scellerato che tirasti su 
Quel genitor che il ciel a me largì, 
Hai ben ragion che sei non si sa chi 
E il telegramma senza nome fu ! 

Empio, domanda pure a chi vuoi tu 
Se son cose da far quelle che lì, 
Che sta sicuro che se fosti qui 
Staresti un pezzo di non farne più. 

Che colla forza la maggior che ho 
Ti vorrei scorticar da capo a pie 
E con la pelle tua farmi un paltò ! 

Nessun ti salverebbe, a meno che 
Fosti bello e robusto anzichenò 
E promettesti di sposarmi me. 



(*) L' ottimo Signor Pietro Sbolerifi si portava candidato alla 
Deputazione in tutti e tre i Collegi di Bologna. 11 vero merito 
non è mai conosciuto e lo Sbolenfi rimase a terra. Un malvagio, 
rimasto avvolto nelle ombre del mistero, telegrafò allo sconfitto 
candidato che invece la sorte gli aveva sorriso. La famiglia quasi 
impazzi di gioia, il Signor Pietro diede le dimissioni dal suo 
impiego di ff. di inserviente di III classe e si trovarono sul 
lastrico. Onta sul cranio indegno che pensò simile orrore; ! 



SI DESCRIVE UN TEMPORALE 
NEL DESERTO 



G 



'he veggo? Che miro ? Rimbomba già il tuono! 
Il tempo mi pare che faccia da buono ! 
Ahi! miser chi a casa scordato ha l' ombrai ! 
La grandine è grossa che pare una noce 
E ornai per vederci nel scuro feroce 
Accender fa d'uopo frequenti candel. 

Che veggo? Che miro? Un giovin garzone 
Che solo soletto traversa il ciclone 
E par che non curi dell'acqua il piombar! 

Ah, certo tra i lampi lo guida l'amore ! 
Mei dice la speme che m'arde nel core-! 
Ah, certo quell' uomo mi viene a sposar ! 

Deh, frena il furore, fa un poco più adagio, 
Che tu noi rovini, mio buon nubifragio ! 
Deh, fa che non giunga bagnato al mio sen ! 

Che veggo ? Che miro ? Ah cruda mia stella ! 
M'illuse la speme, ho fatto padella! (i) 
Egli era il Questore, non era il mio ben ! ! 

(i) Prendere un granchio: Decapoctus èrachiurtis, Linn, 



LA MIA GHIRLANDA POETICA (* 



Ad Enrico Zaneitini 
I. 



Q 



uesta è la mia ghirlanda ! Il lauro eterno 
Intrecciato co' fior m'orna la fronte 
E così salgo il dilettoso monte 
Che il nume de' poeti ha in suo governo. 



Questa è la mia ghirlanda e state, o verno, 
O venti, o geli non le arrecan onte, 
La bagnò 1' onda del Castalio fonte. 
Col raggio la baciò l'astro superno. 

Eccola; a voi poeti, a voi la mostro 
Olezzante " rose e di viole. 
Pura qual neve che sull' alpe fiocca. 

Eccola dei color di croco e d' ostro. 

Leggiadra come un fior che s' apre al sole : 
Dio me l'ha data e guai a chi la tocca! 



(*) Enrico Zanettini, domestico di S. E. Reverendissimo 
Mons. Vescovo di Fano, respinse indignato l' eflFemeride dove 
scriveva la poetessa, perchè infetta di massime eterodosse. La 
signorina Argia gli pose affetto e gli inviò una corona di cardi 
con questi sonetti. 



ARGIA SBOLENFI 



II. 



Ma se tu, Zanettin, toccarla vuoi, 

L' Argia t* adora e non se ne lamenta 
E. se magari ami fiutarla, il puoi. 
Che tu ne sarai lieto ed io contenta. 

Vieni, Enrico, ed ammira i color suoi : 
Prendi e sciupala pur se ti talenta. 
Poi che intatta la porgo agli occhi tuoi 
E sguardo indagator non la sgomenta. 

La conservai qual me la diede Iddio 
Pura nella favella e nei pensieri, 
.Sogno dei vati e de' guerrier desio; 

Ma poiché mi son leggi i tuojAoleri, 
Ad un solo tuo cenno, Enr.ico mio. 
Te la dò tutta quanta e volentieri 



LA BATTAGLIA DI SADOVA 



> ode a destra tirar per la valle 
A sinistra si tira lo stesso; 
D'ambo i lati si vedon le palle 
Da pistole montate scoppiar. 

Lunghi e grossi eh' è un gusto a guardarli 
Sono i pezzi che scarican spesso^ 
E se alcun si provasse a tastarli 
Sentirebbe la mano a scottar. 



Colle gambe per aria da un lato, 
Colle gambe per aria dall' altro, 
Cade a terra il meschino soldato 
Che r amante al paese lasciò. 

Fieramente si drizza 1' ardito. 
Cautamente si china lo scaltro, 
E ciascun ha un enorme prurito 
Di pigliar meno botte che può. 



ARGIA SBOLENFI " 

Da una parte si sente un comando, 
Una bomba dall' altra si sente ; 
Gli ufficiali che impugnano il brando 
In un lampo si vedon venir. 

C'è chi un membro sul campo ha perduto 
E rimane per sempre impotente : 
C'è chi morto in un fosso è caduto, 
Né pili mai gli fia dato d' uscir. 

Finalmente Bismarck grida in fretta : 

« Abbiam vinto!» • ed un'eco risponde! 
Va pur là, Cancelliere polpetta, 
Anche questa la devi pagar ! 

Assassini ! ed intanto arrabbiate 
Ardon mille ragazze infeconde ! 
Assassini ! Se i maschi ammazzate, 
Noi dovremo i somari sposar ! 



SI DUOLE 

DI ESSERE ABBANDONATA DALL' AMANTE 



G 



SONETTO SBOLENFIO 

là con versi diversi offersi a Tirsi 
Un cuor lieto d'offrirsi e gliel' apersi, 
Ma i carmi tersi se n'andar dispersi 
Ed io soffersi quel che non può dirsi. 



Potè fuggirsi dunque e non sentirsi 

Il crudo petto aprirsi al mio dolersi ? 
Potè amato sapersi e compiacersi 
D'indispettirsi meco e di partirsi? 

Tardi lo scorsi e tardi il pie ritorsi 
Dai sentieri percorsi ? Urge fermarsi 
E rassegnarsi dei rimorsi ai morsi. 

Quei dì son scorsi ed or che resta a farsi? 
Il crin velarsi, il bruno intorno porsi, 
E i discorsi trascorsi, ahimè, scordarsi ! 



LA ROMANZA DEL PAGGIO 



Oon circa tre anni, tre mesi e tre giorni 
Che il paggio Fernando montava a cavai 
E adesso galoppa per questi contorni 
Saltando gli abissi, le piante e il canal. 

Per cosa galoppa ? Un turco infernale 
Al povero paggio l'amante rubò 
Ed ora egli cerca quel porco maiale, 
Perchè di sbranarlo Fernando giurò. 

Ma il turco, ben visto dal proprio Sovrano, 
Fu giusto .per Pasqua promosso Pascià; 
Pascià da tre code, che dopo il Sultano 
E r uom più codardo di quella città. 

Fernando che il seppe, fu svelto e ci andiede 
E incognito al turco si fé' presentar, 
Un monte di ciarle d' intender ci diede. 
Di modo che a pranzo si fece invitar. 



ARGIA SBOLENFI I 

Mangiato l'allesso, mangiato l'arrosto, 
Il turco si fece portare i marron. 
Sui quali Fernando buttò di nascosto 
Del torcibudella che avea nei calzon. 

— « O Dio, che dolori! Chiudete la porta... 
« Chiamatemi il prete... più regger non so... 
« Io muoio!... » Ed insomma per farvela corta 
Fu tanta la sciolta che il tufco crepò. 

Allora Fernando andò sull' altana, 

Chiamò la sua bella, la fece scappar. 
Ci diede i quattrini la Banca Romana 
E a casa col treno potette tornar. 

Garzoni e donzelle che attenti ascoltate 
La lieta canzone che pianger vi fa, 
L' amore del prode Fernando imitate, 
Però col permesso del vostro papà. 



RISURREZIONE (* 



S 



uonate, campane, la Pasqua giuliva, 
Prendete, o fanciulli, in mano la piva, 
Fedeli soldati, sparate i cannon ! 

Risorto è il giornale che dianzi moria. 
Risorto è Pierino, risorta è l'Argia, 
La vergin che disse la casta canzon ! 



Pudiche fanciulle, dal pianto cessate. 

La danza del ventre pel gaudio danzate, 
La vostra Sbolenfi tra i vivi è tuttor. 
E -vergine sempre, ritorna tra voi 
Tirando più forte d'un paio di buoi 
11 carro funesto del proprio dolor. 



(* 1 Rinascevi l' effemeride nella quale la Poetessa e Pietro, 
suo genitore, deponevano le loro secrezioni cerebellari. 



ARGIA SBOLENFI 17 

Deh, come, o fanciulle, deh come piangeste 
E tristi nel Ietto solingo diceste 
« La nostra Sbolenfi perchè non è qui ? » 

Ma mentre la bella defunta pareva, 
La morte che in pugno già stretta l'aveva, 
Dischiuse le dita e quella fuggì. 



Ed or che il mio canto più dolce rinacque, 
All'opra interrotta che tanto vi piacque, 
Pudiche fanciulle, tornate con me. 

Destata dal sonno, col plettro rivengo, 
Lo scuoto, lo stringo, nel pugno lo tengo 
E voglio provarvi che morto non è. 



Stole lì fi - 4. 



IL LAMENTO DEL PRIGIONIERO (*) 



C 



adea la notte. Già il cancelliere - 
Avea degli atti chiuso il volume 
E il Presidente disse all'usciere: 
« Portate il lumeJ » 



Non un sussurro s' udia nel Foro, 

Nemmeno un lieve ronzar d'insetto, 
Quando, calzati gli occhiali d'oro, 
Lesse il verdetto, 

E disse: «Vista la legge, udita 

« La parte avversa, pesati i danni, 
« La pena è questa: — Galera in vita 
« Per quarant' anni ». 

Briscola! quando mi sentii .preso 
Così da questa sentenza infame. 
Cascai per terra lungo e disteso 
Come un salame. 



(*) Parla il direttore della effemeride citata, il quale era 
accusato di aver commesso un per finire diffamatorio, mentre 
non era che cretino. Il processo andò a monte. 



ARGIA SBOLENFl I9 

E il giorno dopo due immense palle 
Recar dovetti per ogni dove, 
E mi fu scritto dietro le spalle 
« 69 ». 

Quante ferriate nella finestra ! 

Quanti bigatti nel mio pan nero! 
Quanti fagioli nella minestra 
Del prigioniero! 

Ed il mobilio ? Ecco un saccone 
Dove gl'insetti tengon cappella 
E per... (s'intende) là in quel cantone 
C'è la mastella. 

Sono vestito di panno grosso 
Con un stifelius tagliato male, 
E la catena che porto addosso 
Pesa un quintale. 

Con una lima, frega e rifrega, 

Potrei scappare non osservato... 
Ah, se potessi farmi una sega 
Sarei beato!... 

O giornalisti, da sera a mane 

Vi sia presente questo mio stato, 
Un per finire fatto da cane 

M'ha rovinato! 



PIANTO DELLA CHIESA BOLOGNESE 
SENZA PASTORE 



S 



Non relinguam vos orphanos ; 
veniani ad vos. 

Jo. XIV. i8. 

ovra le piume vigilando sola, 
Colei che già fu di Petronio e Zama 
Leva le palme al ciel, languida e grama, 
Poi che gaudio d'amor non la consola. 



Lungo uno strazio è nella sua parola 

Qual già nel pianto di Rachele in Rama, 
E dal vedovo letto il Padre chiama 
Perchè non scordi la fedel figliola. 

E prega e mostra le gramaglie nere 

In che da si gran tempo il viso asconde, 
E la nave di Dio senza nocchiere; 

Ma il suo pianto non posa e n'ha ben d'onde 
Poi che il barbaro Padre alle preghiere 
Con l'iniqua parola, (i) ahimè, risponde! 



(i) \J iniqua parola è una interiezione dialettale bolognese 
che suona ingiurioso invito a operazioni pneumatiche. 



TEMPESTA IN MARE 



X ra Bordighiera e Nizza 
Dove più azzurro è il mar 
Un giovin marinar 

L'albero drizza. 



Forte, gentile e bello 
Vola suirOcean, 
Col suo timone in man, 

Come un uccello. 



Né morte né ferita 
Gli fa terror, perché 
Assicurato egli è 

Sopra la vita : 



Ma dalle parti basse 
Di Greco e Maestra! 
Si leva un tempora! 

Di prima classe. 



S' odon da lunge i tuoni. 
Si vede a lampeggiar 
E allora il marinar 

Dice: « Coioni ! (i) 



Se dura niente niente 
Tra poco si anderà 
In pasto ai baccalà 
Sicuramente. 



« Le braghe di fustagno 
Umide sono già... 
Cosa dirà mamà : 

Se me le bagno ! 



In mar si sta benone, 
Ma, se credete a me, 
Si gode più al Cafl'è 

Del Pavaglione (2) 



ARGIA SBOLENFI 23 

« E se a toccare il suolo 
Arrivo col seder, 
Piuttosto che il nocchier 

Fo il ruscarolo (3) ». 



Ma per combinazione 
Mentre dicea cosi, 
Il tempo si schiarì 

Là, in quel cantone. 



Dell' onde il mal governo 
In un balen cessò 
E il temporale andò 

Verso Paderno (4). 



L' iniqua alfin parola 
Ode in un porto dir 
E tira un gran sospir 
Che lo consola. 



Gli affari di famiglia 

Scorda' e l'orrendo mar 
E corre a ritrovar 

La Centomiglia (5); 



24 ARGIA SBOLENFI 

Ahi lasso! e i suoi quattrini 
Li spende così mal 
Che va nell" Ospedal 

Da Gamberini (6). 



Vedi da ciò quant' erra 
Il detto popolar 
Che dice: « loda il mar, 
Tienti alla terra ». 



(i) Interiezione marinaresca che denota sorpresa. 

(2) Condotto da Enrico Lamma in piazza Galvani a Bologna. 

(3) Raccoglitore ambulante di detriti organici. Dialetto 
bolognese. 

(4) Qui la geografìa ò bastonata. Paderno non è tra Bordi- 
ghiera e Nizza, ma sui colli a sud di Bologna. 

(5) Etera peripatetica e scalcagnata che disonorava i vicoli 
di Bologna. 

(5) Già direttore della Clinica Dermosifilopatica all' Ospe- 
dale di .S. Orsola. 



PER LA CADUTA DI PALAMIDONE 



SONETTO SBOLENFIO DI PRIMA CLASSE 



Il Ministero e zero in vero contano 

Spesso lo stesso e solo un sesso vantano. 

A un'unità di qua o di là si montano, 

Di un voto ignoto al moto indi si spiantano. 

Sorretti e accetti i Gabinetti affrontano 
Ritti i conflitti ed i sconfìtti schiantano; 
Poi, grati ai Fati se i soldati ammontano 
A tanti quanti son bastanti, cantano. 

Ma se i fiacchi o i vigliacchi i tacchi puntano, 
O se un minuto il muto aiuto allentano, 
Liti e garriti tra i partili spuntano. 

Desti gli onesti e questi si addormentano; 
Rimovi i chiavi e i novi più si appuntano; 
E tasse e sopratasse a masse aumentano! 



ALLA POETESSA 

ARGIA SBOLENFI 



G 



SONETTO (*) 

entil donzella cui Ciprigna dona 

Lieto il color delle Acidalie rose, 

Citi di lauri raccolti in Elicona 

Di Girra il Nume una ghirlanda impose, 



Ben fosti cara al nato di Latoìia 

Se del Parnaso in sulla via ti pose, 
E del sacro Permesso a te sprigiona 
Dolci di mele Ibleo l'onde famose ! 

Ma se fa che tra breve alla palestra 

Rieda, di nuovi onor carica e pregna, 
Non dilettarci sol, ma ci ammaestra : 

E di Quirino alle nepoti insegna 

U arte soave in che tu sei maestra, 
O della Lesbia Saffo emtda degna ! 

Di Edra Coprodite 

Pastore Arcade 
(*) Umile parto dell' umilissimo chiosatore. 



A 

]:dra coprodite 

PASTORE ARCADK 



RISPOSTA 



»Z3aggio Pastor, poiché il tuo nome suona 
Chiaro nelle città dotte e famose, 
Dall'altezza ove stai mite perdona 
Alle mie rime tristi e vergognose. 

Ahi, la ghirlanda che il tuo cuor mi dona 
È pur troppo d'alloro e non di rose, 
E vorrei barattar questa corona 
In carni meno crespe e più polpose! 

Che m'importa il saper come maestra 

L' arte di Saffo quando amor mi sdegna 
Scaricandomi addosso la balestra? 

Vorrei mutar questa vitaccia indegna, 

Vorrei sentir suonare un'altra orchestra... 
Un marito, per Dio, (") chi me lo insegna ? 

(*) Bacco. 



SI COMPIACE DELLE PROSSIME NOZZE (*) 



SONETTO SBOLENFIO 



Opero davvero che il mio fiero isterico 
Male che assale quale un facil carico. 
Cessi gli spessi accessi e il mio rammarico 
Cada per strada e vada nel chimerico. 

Bandito è il rito ed un vestito serico 

Stato è tagliato, come ho dato incarico; 
Del normal verginal segnai mi scarico, 
Che l'ara cara già prepara il chierico. 

Sposo! ed oso un focoso panegirico 
In onor di chi al cor l'amor teorico, 
(Che splende e non accende) or rende empirico. 

Chi è matto affatto, questo fatto storico 
Può far burlar nel suo ghignar satirico. 
Ma intanto io canto e accanto a LUI mi corico! 

(*j Ahi, non fu vero! 



EGLOGA (*) 



MKLIBEO 



T 



itiro, tu che d'un gran faggio all'ombra, 
A gambe aperte, stravaccato (i) stai, 
Mangiando allegramente una cucombra (2), 

Un canonico sembri e chi sa mai, 
Chi potesse vederti le budelle, 
Bollettario, anche te che sghissa (3) avrai ! 

Io stento invece e queste pecorelle 

Sono ormai senza tetto e senza pane 
E campan di polenta e di sardelle. 

Hai forse avuto eredità lontane? 

Hai rubato una pisside o un ciborio? 
O ti fai mantener dalle sottane? 



(*) Per errore di troppo eccitabile imaginazione, la Poetessa 
credette che S. M. l' Imperatore di Germania venisse l' ultima 
volta a Roma per chiedere al Sommo Pontefice il divorzio dalla 
Imperatrice e sposar quindi lei. — Vedi le note in fondo al 
capitolo. 



30 



TITIRO 

Amico Melibeo, questo è notorio 
E lo san fino i sassi di Bologna, 
Che tu sei sempre stato un tabalorio (4); 

Ma non sapevo, e il dico a mia \ergogna, 
Perchè l' imparo adesso solamente, 
Non sapevo che fossi una carogna. 

Qua] reo sospetto t' è venuto in mente, 
Asino porco, sulla mia condotta? 
Sono un pastore onesto ed innocente! 

E se non fossi mio compatriotta 
Ed anzi amico mio di Seminario, 
Tu mi faresti venir su la fotta. 

Basta; veggo però eh' è necessario 
Dirti come domai l'iniqua rana (5), 
Essendo un fatto un po' straordinario. 

Tu saprai che quest'altra settimana 
Una dolce fanciulla, un puro fiore, 
Che delle poetesse è la sovrana, 

Magrolina se vuoi, ma 'un vero amore, 

L'Argia Sbolenfi insomma, e ho detto tutto, 
Sposa... imagina chi? L'Imperatore! 



ARGIA SBOLEN'FI 3I 

La nuova si sapeva dappertutto, 

Ma io la vidi sol neW E permesso, (6) 
L' unico foglio serio e di costrutto. 

Appena letto, allon ! mi sono messo 
Le braghe dalla festa e il gabbanino 
E son corso da lei come un espresso; 

Ma siccome era chiusa in camerino 
A far dei versi al suo futuro sposo, 
Fui ricevuto dal Signor Pierino. (7) 

Che largo, liberale e generoso, 

Mi offerse cordialmente da sedere. 

Ma il caffè no, perchè gli dà il nervoso. 

« Ohi, chi vedo! » - « Tersuà » ■ « Bravo ! ho piacere ! 
« Cosa porti? L'agnello? » - « Nonsignori » - 
« Peccato, che t'avrei dato da bere! » ■ 

Così ciarlando, ecco l'Argia vien fuori, 
La qual, come saprai, ci diedi il latte, 
(Ossia mia moglie) e latte dei. migliori. 

Era in disabigliè, con le ciabatte, 
Una sottana bianca e un zuavino 
Che ci arrivava appena alle culatte. 



32 



« Oh! » - lei dice - « Mo bravo Titirino! 

« Non sai chi sposo ? Ah son tanto felice 
« Che a momenti mi viene uno smalvino! (8) 

« Fra pochi giorni sono Imperatrice! 
« Sei venuto a veder la tua sovrana? 
« Ti farò ricco, e sai chi te lo dice! 

« A tua moglie ci pago una collana, 

«E con l'acqua di Felsina all'armento 
« Fin da quest'oggi laverai la lana. 

« Farò indorar le vacche ed il giumento, 
« Ti selcierò la stalla di brillanti, 
«E l'aldamara (9) tua sarà d'argento. 

« Or vanne, Titirino, e quei birbanti 

« Che tempo addietro mi credevan pazza, 
« Crepino d'accidenti tutti quanti. 

« Vanne a Bologna, sta contento e sguazza, 
« Che in compenso del latte che m' hai dato, 
« Io ti farò più ricco di Cavazza! » (io) 

Io dico grazia. ' vado, e sul mercato 
Da un buon amico mio, sessanta lire 
Al sessanta per cento, ho ritrovato; 



ARGIA SBOLENFI 33 

Ma il primo vaglia che mi fa venire 
L'Imperatrice Argia, pago ogni cosa, 
Faccio il porco e mi voglio divertire. 

Ecco spiegata la ragione ascosa 
Di tutta quanta l'allegrezza mia, 
Viva il Signor Pierin ! Viva la sposa ! 



Viva r imperatori Viva l'Argia!!! 



(1) Coricato. Recuòans stiò iegmine fagi. ViRG. Dum stra- 
vaccatae pegorae marezaiit. Mh.rl. Cocc.ai. Zaniton. 

(2) Cocomero, anguria. Cucurbita ciiriillus. Linn. 
(j) Appetito furibondo. 

(4) Uomo di poco cervello. Capius mentis. 

(5) Non è la rana escnlefita Linn., ma il sinonimo bolo- 
gnese di miseria. Questo simbolico batfacio ricorrerà sovente in 
queste carte. 

(6) L'effemeride in cui videro la luce molte di queste rime. 

(7) L'onorando Signor. Pietro Sbolenfi, degno genitore del- 
l'autrice, cui è dedicato il volume. , 

(8) Che Dio ci liberi e ci scampi tutti! E un accidente. 

(9) Concimaia. 

(io) Il Conte Felice Cavazza, banchiere, riputato per uno 
dei più ricchi bolognesi. 



Sbolenji - 5. 



SI SCUSA 

PKR AVERGLI ^fOSTRATO POCO RISPETTO (*) 



M 



io diletto Signor, poiché vedesti 
Senz' alcun velo il negro mio misfatto, 
Signor, perdona e fa che in te non desti 
Scandalosi pensier 1' orribil fatto. ^ 

Nel momento fatai forse dicesti : 

« Cos'è quello, per zio?! Divento matto? 
« È questo l'occhio dell'Argia? Son questi 
« L'aspetto e i vezzi suoi? Mo niente affatto! 

E ben dicesti ! Anch' io quando mi posi 
Viceversa così, pensai lo stesso 
E tu lo sai che non te lo nascosi ; 

Ma, deh, quell'aftaraccio dell'ingresso 
E il panorama che alla folla esposi, 
Scordali, Cocco, e sposami lo stesso! 



(*) Recatasi incontro a S. M. 1' Imperatore, sali sopra un 
palo e, urtata dalla folla, cadde a capo tìtto, mostrando al suo 
sperato amante, com'ella dice, poco rispetto. 



SFOGO CONTRO COLUI (*) 



V-x era una volta in Roma una ragazza 
Il cui nome gentil non vi dirò, 

Che per l' imperator divenne pazza 
E di dargli la man si lusingò. 

Ei venne a Roma e per la gioia grande 
Ella dinanzi a lui cadde boccon 

E gli mostrò che non avea mutande 
In omaggio all' igiene e alla stagion. 

Bismarck, quando lo seppe, andò in furore, 
Afferrò penna, carta e calamar, 

E poi telegrafò all' Imperatore 

Che per l'amor di Dio non stesse a far, 

E quella donna ci si mise dietro 
Seguitandolo sempre per città, 

Dal re, dal papa, in piazza ed in San Pietro, 
Raccontandogli mille infamità. 



(*) Colui ahimè, è l'alto personaggio di cui alle rime pre- 
cedenti, e guella donna la sua Legittima e Graziosa consorti^. 



36 ARGIA SBOLENFI 

E lui sentendo questa sinfonia, 

Da prima cominciò a tintinagar (i) 

Poi nel più bello piantò lì l'Argia 
E coi Sovrani s'imbarcò per mar. 

L'empio! Intanto la povera tradita 

Nei Cappuccini andò' per la passion : 

Mutò speranze, desideri e vita, 

Ed, ancella di Dio, prese il cordon. 

Caste donzelle, deh, accogliete in seno 
Questo consiglio che mi vien dal cor 

Portate sempre le mutande, o almeno 
Copritevi se vien l'Imperatori 

(i) Tentennare. Dialetto bolognese. 



AVE CRUX! (*) 



All'illustre e venerato prosatore 

e suo diletto genitore 

questo segno d' onore 

pegno d' amore 

col cuore 

Argia 

dà 

Padre diletto, 

Sbolen fi Pietro, 

Al tuo cospetto 

Vinta m'arretro, 

Perchè sei degno 

D' aver un regno. 
Ma poiché il regno ti negò la sorte 
E giaci oppresso dall'immonda rana 
Col tuo bel libro sfiderai la morte. 
Il bel libro cui feci io da mammana, 
Il bel libro che può dirsi un portento. 
Da cui speriamo alfine il nutrimento. 

E poiché il mondo 

Non ti fa onore, 

Vieni, giocondo 

Mio genitore, 

Che ad alta voce 

Ti dò la croce! 



(*) L'ottimo ed erudito Signor Pietro Sboleq6, genitore della 
poetessa, aveva stampato un applaudito volume di ricordi bolo- 
gnesi. La poetessa lo rimeritò della dedica fattale con questo 
segno d'onore. 



L'APPARIZIONE 



ROMANZA 



C 



rudo ed avaro, nel suo castello 
Viveva il Conte del Meloncello fi), 
Quindi nessuno ci volea ben. 

Trattava i figli come serpenti, 
E, dice un libro, che ai suoi serventi 
Il pane e l'acqua ci dava appen. 

Il primogenito di nome Augusto 

Era un bel giovane svelto e robusto, 
Che l'ammiravano per la città. 

Membro dei Reduci dalle Crociate, 
Molte godevasi maccaronate 
Coi Soci, e andavano di qua e di là. 

Lo seppe il padre che, all' olmo andato (2), 
A sé un sicario tosto chiamato, 
Mettere il figlio fece in prigion ; 

Cavar gli fece l'elmo e lo scudo 
E in una torre lo mise nudo 
Ed era, ahi vista! senza i calzoni 



ARGIA .SBOr,ENKI 39 

Ma il padre barbaro che una mattina 
Privo di lampada stava in cantina 
E come al solito, tira\'a il vin, 

(Ah, proteggeteci Angeli e Santi !) 
Fetente e squallida si vide avanti 
L'ombra terribile d'un cappuccin. 

E l'ombra disse: « Non hai vergogna 
Di quel che hai fatto, brutta carogna ? 
Libera il figlio; dà mente a me! » 

Al padre infame, pel terror grande, 
Cambiar colore fin le mutande, 
Tal che ammorbava da capo a pie! 

Indi, recatosi alla prigione, 

Con mano tremola apri il portone 
E disse: «Vattene dai piedi fuor!» 

Augusto, libero, ratto andò via. 
Indi, impiegatosi, sposò l'Argia (3) 
E lunghi vissero giorni d'amor. 



(i) Arco a due chilometri da Bologna. Il castello non esiste 
più, ma invece vi si trovano una stazione di Guardie di P. S. 
e un'osteria. 

(2) Andato in furia. 

(3) Ahi, non fu vero ! 



IN DISPREZZO 
DI UNO SPASIMANTE VECCHIO E STORTO 



SONETTO SBOLENFIO 



R 



dicolo che il vicolo girandoli, 
Sciupi i sassi coi passi e indarno ciondoli, 
Ti parlo schietto, io non ammetto scandoli. 
Né sopporto uno storto che mi sdondoli. 

Gli affetti celo e in denso velo ascondoli 
Ai vegliardi testardi; indi burlandoli, 
Li mando in bando quando, innamorandoli, 
Strazio i lor cor e nel dolor sprofondoli. 

Se i maschi adoro, pur tra loro io scindoli 
In vecchi molli che hanno i colli pendoli 
E in giovinetti eretti e di buone indoli; 

Ma i somari tuoi pari io vilipendoli 

E far puoi quel che vuoi, tu non m' abbindoli, 
Vecchio brutto, distrutto e tutto a sbrendoli ! 



CONFIDA LE SUE PENE 
ALLA BEATA VERGINE 



SONETTO SBOLENFIO 



o 



pia Maria, ve' della mia terribile 
Pena terrena la catena ignobile ! 
Vien manco il fianco stanco ed è impossibile 
Ch'io resti a questi mal molesti immobile! 

Dura sciagura, arsura inestinguibile, 

Ricetto eletto han nel mio petto e, mobile. 

La mente sente un serpente invisibile 

Che ha vinto, estinto, in lei l' istinto nobile ! 

O Bella Stella, o Verginella amabile. 
Ascolta, volta a me stolta e volubile, 
La preghiera sincera e vera e stabile. 

Odo che un nodo sodo e indissolubile 
Fa fiorita ogni vita attrita e labile... 
Mia pia Maria, fa ch'io non sia più nubile! 



IN DISPREGIO DELLA IMMONDA RANA (*) 



SONETTO SBOLEXFIO 



R 



ana, sovrana dell' umana e ignobile 
Razza, che pazza sguazza in brago orribile, 
Sdegno il tuo regno indegno e sfido immobile, 
Mirai Tira tua dira e inestinguibile! 

Tardi e codardi dardi avventi al nobile 

Mio petto, schietto, eletto e irremovibile, 
Sprezzo il tuo lezzo e in mezzo al volgo mobile, 
Vera guerriera e fiera, io sto invincibile. 

11 mondo in fondo è tondo ed è volubile, 
Come una luna la fortuna è instabile, 
E, onesta o lesta, ninna resta nubile ; 

Sol io, mio Dio, co! mio desio ineflabile. 

Giaccio, e non straccio il tuo laccio insolubile. 
Rana ircana, malsana e miserabile ! ! 

(*) Batracio simbolico di cui vedi indietro. 



FAVOLETTE MORALI 



Il coccodrillo 

Chiese al mandrillo ; 

« Perchè sei qui ? » 
Disse il mandrillo 

Al coccodrillo : 

« Perchè di si ! * 

Morale 

Opra tranquillo 

Come il mandi ilio 
La notte e il di. 

IL 

Un pollaio, di gennaio, 
Nel solaio d'un notaio 
Un porcaio diventò; 

Ed un pollo non satollo, 
Il suo collo mezzo frollo 
Col midollo si mangiò! 



44 



Morale 

Imparate, disgraziate ! 
Non pigliate cantonate 
Se bramate dei cocòì 



III. 



La cicala avea cantato 

Tutto higiio a perdifiato. 
Quando il caldo fu sparito, 
Si sentì molto appetito 
Ed andò dalla formica 
Domandandole una spica. 
La formica le richiese: 
« Che facesti l'altro mese? » ' 
■La cicala allor riprese: 
« Ho cantato, o dolce amica! » 
« Brava! » — disse la formica — 
« Tu facesti arcibenone 
«Ed invece d'una spica, 
«Prendi, cara, ecco un zampone! 

Morale 

Imitate in ogni cosa 
La formica generosa. 



ARGIA SBOLENFI 45 



IV. 



Una sciabola un po' sciocca 
Col revolver litigò 
E finì col dirgli : « tocca 
« Questa lama e tacerò ! » 

A costei che lo contrasta 
Con sì stolta vanità, 
Il revolver disse : « tasta 
« Queste palle, e zitto là 

Morale 

Ragazze, non scherzate 
Con l'armi caricate! 



V. 

La pulce milanese 

Che vive di stracchino. 
Fuori dal suo paese 
La credono un pulcino. 

Morale 

Un uomo d'esperienza 
Si fida all'apparenza. 



46 



VI. 

La farfalletta 

Sopra la vetta 
D' una polpetta 
Si riposò. 

Ma una civetta 

Accorse in fretta 
E, poveretta ! 
Se la mangiò. 

Morale 

Lettor, sta attento e vedi 
Dove tu metti i piedi. 



VIL 

La pispola diceva al pispolino: 

« Bada di non sporcarti il gabbanino ! 

Ma il pispolin la madre non paventa 
E in umido finì con la polenta. 

Morale 

Ubbidisci alla madre ed al fratello, 
O nell'umido andrai come l'uccella. 



ARGIA SBOI.F.NFl 4" 



Vili. 



Un tonno innamorato 
Lesse i Promessi Sposi 
E tutto riscaldato 
Da sensi religiosi, 
Andò pianin pianino 
A farsi cappuccino. 

Morale 

Fai bene se t' astieni 

Dal legger libri osceni. 



IX. 

Una loca in vaporino 

Volle andar sino a Razzano, 
Ma le cadde il taccuino 
Dalla tasca del gabbano 
E se volle andarci mai 
Dovè prendere il tramvai. 

Morale 

Toccherà sempre così 

A ehi viaggia in venerdì 



48 



X. 



Un delfino al mare in ripa 
Che fumava nella pipa, 
Prese fuoco e si scottò ; 
Ma uno struzzo di passaggio 
Lo guarì con del formaggio 
Che sul buco ci applicò. 

Morale 

Questa favola mi pare 

Che v'insegni a non fumare. 



XI. 

Fece r ovo un giovin gallo 
Fuor del nido e lo covò. 
Ma uno svizzero a cavallo 
Non volendo lo schiacciò. 

Morale 

Di qui apprendi, o giovinetto, 
A far l'evo nel tuo letto. 



ARGIA SBOLENBI 49 



XII. 



Il soldo ed il baiocco 

Trovandosi in questione 
Portavano lo stocco 
Nascosto nel bastone ; 
Ma tosto i deputati 
Votarono un'inchiesta 
E furon condanijati 
Al taglio della testa. 

Morale 

Chi tra'disce l'amicizia 

Cade in man della giustizia. 



XIII. 

II leon nel fare il bagno 

Punto fu dal pesce ragno, 
Ma un dentista forestiere 
Lo guarì con un clistere. 

Morale 

Chi vuol far l'altrui mestiere 
Molte volte fa piacere. 



Sòolenfi - 6. 



so 



XIV. 

Lo storione - in un cantone 
Profittò dell' occasione, 
Ma il leone - cappellone 
Gl'intimo contravvenzione. 

Morale 

Son molti i guai • che ti risparmierai 
Se a ritirarti a tempo imparerai. 



XV. 

Tra la provvida formica 

E il catarro di vescica 

Fu contratta società. 
Ma si sciolsero ben tosto, 

Perchè ognuno ad ogni costo 

Pretendeva la metà. 

Morale 

Non c'è gusto in un bel gioco 
Quando dura troppo poco. 



ARGIA SBOLENFl 
XVI. 

La pecora inferma 

Tirando di scherma 

In breve guarì. 
Ma perse il tabarro 

E prese un catarro 

Del quale morì. 

Morale 

Questa piccola novella 
Vi consiglia la flanella. 



XVII. 

L'ippopotamo droghiere 
E il merluzzo salumiere 
Ragionavan con piacere 
Ciaschedun del suo mestiere. 

Ma un astuto alligatore, 
Anche lui commendatore, 
Disse: «Ah stupidi! il mighore 
« È il mestiere del signore ». 

Morale 

Se le bestie parlan bene, 
Frequentarle si conviene. 



XVIII. 

Il re Trapella 

Facea la guerra. 
Ma dalla sella 
Cascò per terra 
E nel tracollo 
Si ruppe il collo. 

Morale 

Per detto generale 

Chi casca si fa male. 



XIX. 

La lima ed il limone 
Par causa dei giornali 
Ebbero una questione 
Davanti ai tribunali, 
Ma proprio nel momento 
Di farsi onor coli' arte, 
Tirò si forte il vento 
Che portò via le carte. 

Morale 

Oh che gioia, oh che contento 
Se tirasse solo il vento! 



ARGIA SBOLENFT 53 



XX. 



Stava il corvo alla finestra 
Aspettando la mammana 
E teneva nella destra 
Una forma parmigiana. 
Una volpe ivi passò 
Ed a lui così parlo: 
« Deh, chi mai vide un uccello 
« Più piacevole e più bello ? 
« Se il tuo canto è come il viso, 
« Sei r uccel del Paradiso !... » 
Ascoltando queste cose, 
Tosto il corvo le rispose : 
« Cara volpe, a chi mi loda 
« Dico: baciami la coda! » 

Morale 

Se qualcun vi loda spesso, 
Rispondetegli lo stesso. 



XXI. 

La tinca in una cassa 
Piena di formentone 
Si fece tanto grassa 
Che diventò un tinconc. 



54 



Morale 

A molti il vizio. 
Fa quel servizio. 

XXII. 

La sega ed il ditale 

Sposi a dieci anni soli 
Dal nodo coniugale 
Non ebbero figliuoli, 
Perciò, con atto egregio, 
Fondarono un collegio. 

Morale 

Son sterili soventi 

Le nozze tra parenti. 



XXIII. 

Il bue disse alla vacca: 

« Vuoi tonno o vuoi salacca ? » 
La vacca disse al bue : 
« Dammeli tutti e due! » 

Morale 

Nelle giornate magre di quaresima 

Son simile alla vacca anch' io medesima. 



ARGIA SBOLENFI 55 



XXIV. 



Un somaro in Egitto per scommessa 

Sposò una poetessa 
E in barca la condusse al Cairo e a Menfi. 

Morale 
Sposate Argia sbolenfi ! ! ! 



IL GENTIL CAVALIERO 



V 



a per la selva nera 
Solingo un cavalier 
Ornato d' un cimier 

Colla criniera. , 

Dai piedi fino al mento 
Coperto è di metal; 
Galoppa il suo cavai 

Che pare il vento. 

Quand' ecco che un romito 
Innanzi gli si fa 
E dice: «Vieni qua, 

« Guerriero ardito I 

« C è una fanciulla pia, 
« Leggiadra anzichenò, 
« E il padre la chiamò 

« Sbolenfi Argia. 



ARGIA SBOI.ENFI 

« Ti Sta nel suo palazzo 
« Fremente ad aspettar 
« E tu l'hai da sposar, 

« Bravo ragazzo ! 

« Faresti un buon affare 
« E non puoi dir di no. 
« Io vi mariterò: 

« Valla a pigliare !... » 

A questa esortazione 
Commosso il Cavalier, 
Nel ventre del -destrier 

Piantò lo sprone, 

E si partì al galoppo 
Bramoso di venir. 
Veloce come al tir 

Palla di schioppo... 

Scorsero gli anni e i mesi, 
■ I giorni e la stagion. 
Ed io sul mio balcon 

Sempre l' attesi ! 

Ma invan lo sguardo esplora 
Le strade ed i sentier; 
Il prode cavalier 

Galoppa ancora!! 



POBRE CARLOS! ['] 



H 



abbia : se pueda ser mas desdichada ? 
Quiereba Carlos el toreadores, 
Ma un toro viense in la plaza mayores 
Y per matarlos el sfrodò la espada. 

El toro escapò vias por la contrada 

1 Mo Carlos, dietros, fagando romores! 
Cuando el toro 1 ahi de mi, caros senores! 
Per de dietros ce apogia una cornada. 

Carlos cascò cridando j ahi, porco mundo ! 
V'iense il medico y hablò: ; mo bozaradas, 
El corno ha penetrado ensino al fundo ! 

1 Parece un nido carico de vrespas ; 

Las pobras chiapas miranse sfondadas, 
Todo està roto y buena noche crespas ! 

(*) Lo Spagnuolo non bere... certo l'onda del Man ;inares. 



LA RISPOSTA 
DELLA FIGLIA MALEDETTA 



iTadre, nei giorni, ahimè! vissuti assieme, 
Nei tristi giorni in cui, non pur degli agi 
Ma fin del pane ci fallìa la speme, 

Quando furtivi, squallidi e randagi 

Le poma guaste cercavamo e 1' ossa 
A pie dei monasteri e dei palagi, 

Quando il verno crudel con la sua possa 
Sotto il breve lenzuol ci costringeva 
Come morti a gelar dentro la fossa, 

Padre, la figlia tua non si doleva 
Sotto il duro flagel della fortuna. 
Io mi sentiva forte e non piangeva. 

Ma poi che, fior di gioventìi, la bruna 

Mia pubertà sbocciando, amor m' apprese, 
Obliai le miserie ad una ad una. 



6o 



Il gaudio della vita in cor mi scese 
E nuovo e forte palpitò il desìo 
Nel petto ansante e nelle vene accese. 

Ma tu, sorpreso del delirio mio, 

Mi chiedevi talor — figlia, che hai ? 
Aprimi il core : il padre tuo son io ! — 

T'amo, Pietro Sbolenfi, e ben lo sai, 

Tanto, che al dolce suon dei detti onesti 
Non te lo apersi, ma lo spalancai. 

— Mo tananbn Mingheina ! — allor dicesti — 
Costei già sogna il matrimonio e i figli! 

E tempo di vegliarla e di star desti. — 

Mi sciorinasti allor cento consigli 
Di virtìi, di morale e di prudenza 
Per agguerrirmi il cor contro ai perigli. 

— Cara figlia — dicevi — abbi pazienza, 
Sceglilo ricco e sceglilo maturo. 

Che pigliarlo in bolletta è un'imprudenza. 

Cerca, se puoi, di metterti al sicuro ! 
Guarda tuo padre e resta persuasa 
Come il campar senza quattrini è duro. 



ARGIA SBOLENFl 6l 

Guarda invece il canonico di casa ! 

Quanti fogli da cento ha nel borsello 
E che salute nella faccia rasa ! 

Prendi, mia cara, un uomo come quello, 
Fattene la signora e la padrona 
Ed anche il Re si caverà il cappello! — 

Per ciò, figlia esemplar, docile e buona, 
Eseguendo alla lettera i tuoi detti. 
Me ne andai col canonico in persona ! 

Ed or perchè ti duoli e perchè getti, 
Quasi porco ferito, alti clamori? 
Perchè, dimmi, perchè ci hai maledetti ? 

Perchè vieni a cianciar de' tuoi dolori, 
Mentre tu ci portavi il candelliere 
E fosti Galeotto ai nostri amori? 

Io lo dirò il perchè ! Sperasti avere 
Dal genero sognato agi e monete 
Per menar le ganascie a tuo piacere. 

Ed or che sei rimasto con la sete 
Fai lo scontento e lo scandalizzato 
Perchè tua figlia dorme con un prete! 



ARGIA SBOLENFI 

Ma padre mio, ti sei dimenticato 

Tutto ad un tratto la parola detta 
Ed il consiglio che m' avevi dato ? 

Tu mi dicevi di tenermi stretta 

E ferma del canonico al mantegno... 
Io mi ci tengo e tu m' hai maledetta ! 

Andiamo, smetti questo finto sdegno ! 
Ribenedici la diletta figlia 
Or che porta d'amor nel seno un pegno! 

Presto nonno sarai ! Spiana le ciglia 

Che un bugiardo furor move ed infiamma. 
Sta quieto per ragioni di famiglia. 

Ricevi un bacio e tante cose a mamma. 



SI DESCRIVE UNA RUSTICA CAPPELLA 



B 



en sovente 

T' ho presente 

Nella mente, 

Vezzosissima cappella, 

E il tuo aspetto 

Nel mio petto 

Fa l'effetto 

Della cosa la più bella. 



Parlo a stento 
Dal contento, 
Anzi sento 

Che mi manca la favella, 
E deliro 
Quando in giro 
Io ti miro 
Rosseggiar superba e snella! 



h;} ARGIA SBOLENKl 

Quasi nera 
T' alzi altera 
Nella sera 

Che il candor degli astri abballa; 
T' alzi ed io 
Nel cor mio 
Ti desio, 
Vezzosissima cappella! 



INNO AL SALAME 



O 



progenie divina 
o d'ogni ben cagione, 
figlio di Salamina 
e de'l Re Salomone; 
e de la fame infame 
trionfator, Salame, 
balzi or l'agile strofa innanzi a te; 



a te, forte e gentile 

onor de'l genio umano 

e de'l mondo civile 

consolator sovrano, 

ne le cui forme dorme 

una possanza enórme 

che squarcia i monti e sfonda il trono a i Re. 

Sbolfnfi - 7. 



66 RIME t)l 

Fatto con diligenza, 
o montanaro, o fino, 
con l'ova sode o senza, 
sempre tu sei divino 
e t'amo e ognor ti bramo 
e Nume mio ti chiamo 
e tua mi giuro e ti consacro il cor. 



Oh quante vòlte, oh quante, 
ne' sogni miei ti vedo 
e vinta e palpitante 
stringerti a ' 1 cor mi credo 
e desta, la mia mesta 
sorte m'appar funesta, 
poi che tu manchi a '1 mio focoso amor. 



E pur la rabbia ostile 
disonorarti brama 
e de l'onagro vile 
vile figlio! ti chiama; 
ma tu sorridi e gridi 
— tornate a i vostri lidi 
e cessate d'infrangermi i calzoni 



ARGIA SBOLENFI ' 67 

Deh, se ne i dì sereni 
io mi sperai tua sposa, 
tra le mie braccia vieni, 
sovra al mio sen riposa, 
Orgoglio mio, ti voglio 
• far co' miei baci il soglio, 
lo scettro, la corona e il padiglioni 



LAMENTO f ) 



X iangete al gran galoppo, 
Dolcissimi lettor! 
Il nostro Direttor, 

Moscata, è zoppo ! 

Che se a qualcuno importa 
Saperne la cagion, 
Sappiate che al Veglion 

Prese una storta. 

La storta che ha pigliata 
Passava pel caffè 
Vestita da bebé 

Molto scollata. 

Ed ei che aveva piena 
La tasca di quattrin 
Ai Quattro Pellegrin 

Le die una cena. 



(*) Cesare Dallanoce detto Moscata dirigeva l'effemeride 
in cui la Poetessa faceva le sue armi. 



ARGIA SBOLENFI 69 

Costei che aveva i denti 
Aguzzi anzichenò, 
Gli bevve e gli mangiò 
Tre abbonamenti. 

Indi, per sua sventura, 
Si volle sdebitar. 
Ma non pagò in denar. 
Pagò in natura. 

E il nostro Prim:ipale 
Dopo due giorni o tre. 
Cos'è, cosa non è, ^ 

Si sentì male. 

Basta, per farla corta, 
Il nostro Direttor 
Ricorse al suo dottor 
Per questa storta, 

Che stette un po' dubbioso 
Indi gli suggerì 
Santalo del Midi, 

Malva e riposo. 

Piangete al gran galoppo, 
Dolcissimi lettor, 
Il nostro Direttor, 

Moscata, è zoppo! 



LIBRO SECONDO 



LE DECADENTI 



Jr omografia? Sta bene: 
Ma siete voi sicuri 
Che il fine ognun misuri 
Dalle apparenze oscene? 

E appunto a voi conviene 
D' esser sprezzanti e duri 
Quando lo sanno i muri 
Che fondo vi mantiene? 

Tartufi rugiadosi, 

Quanto prendete al mese 
Per esser virtuosi ? 

O di virtù modello, 
Chi vi rifa le spese 
Del gioco del bordello ? 



ANACREONTICA 



C 



hi pel selvoso monte 
Lascia la nuda valle 
E del roccioso calle 
L' erta salendo va, 

Sente grondar la fronte 
E vacillare il fianco, 
Sente che il piò già stanco 
Forza d'andar non ha. 



Ma giunto in su la vetta, 
Con l'occhio erra lontano 
Sul verdeggiante piano 
Che gli si stende al pie, 

Allor trionfa e getta 
Un grido alto e giocondo ! 
Vede soggetto il mondo 
E se ne sente il re. 



ARGIA SBOLENFI 

Anch'io così, sudando 
Su la ribelle rima, 
Potei toccar la cima 
Lieta del sacro allor. 

E, sotto a me guardando 
Con la pupilla altera, 
Maggiore e assai più vera 
D'altri sentirmi in cor. 



Perciò, sappia chi viene, 
Folle, a contender meco 
Od a negarmi, bieco, 
La seggiola curiil, 

Che tre scodelle piene 
Di tagliatelle asciutte 
Io me le mangio tutte 
E vado... ad Irminsul (i). 



(i) Località ignota, forse dell' altro emisfero. 



L' A L B A 



V, 



egliai! Dice la fiamma omai languente, 
Che il petrolio calò nella lucerna. 
Vegliai piangendo ed ecco lentamente 
Destarsi al novo dì la Città Eterna. 

Le carrette dei broccoli e la gente 
Ripassan sotto alla magion paterna, 
Il padre russa e un campanil si sente 
Laudar da lungi la Bontà Superna. 

Lieto un chicchirichì vien da lontano 
Da' cortil suburbani e da' pollai 
Destati dal chiarore antelucano; 

Ed io, infelice, di dolenti lai 

L'aria, l'acqua, la terra assordo invano, 
Perchè un gallo per me non canta mai! 



IN MARE 



E 



ccoti, o mar solenne ed infinito, 
Del divino poter simbolo e stampa : 
Eccoti, e in faccia a te cade atterrito 
L'occhio che di febea fiamma divampa. 



Sei tremendo nell' ira e al tuo ruggito 

Non regge prora e poppa mai non scampa, 
Ma nella calma tua, liscio e pulito, 
Sembri la ciccia di Minghino Svampa. 

Ecco un' aura d' amor scende dal cielo 
E va dell'onda che pur or posava 
Soavemente accarezzando il pelo. 

E la persona mia che lorda stava, 
Ora la porgo aperta e senza velo 
Al mar' che me la bacia e me la lava. 



LA CAPRETTA 



filoretitem cytisuni sequitur lasciva cappella. 
Viro. Ed. II, 64 



Q 



uando trovo qualcun che me la mena, 
La mia capretta, a pascolar sul monte, 
Tutta la sento di dolcezza piena 
Guizzar pel gusto che le brilla in fronte : 



E se poi qualchedun me la rimena, 
Corro tosto a lavarla ad una fonte. 
Indi l'asciugo, e non è asciutta appena 
Che a trastullarsi anco le voglie ha pronte. 

Sempre sana e piacente, al caldo e al gelo 
Va intorno e con gli scherzi altrui diletta, 
Tanto la tenni e 1' educai con zelo. 

Eccola qui che una carezza aspetta, 
Fresca, pulita e non le pute il pelo... 
Dite, chi vuol baciar la mia capretta ? 



IN BICICLETTA 



G 



iammai, scoccata da una man feroce 
Dall' arco teso non fuggì saetta 
Come sul suo sentier corre veloce 
La bicicletta. 

Volan le rote e mentre sulla via 

Nessun rumor presso di lei si sente, 
Qualche imbecille al corridore invia 
Un accidente. 

A me che importa se della canaglia 

M' insegue il riso o il mormorar d'alcuni, 
Se l'iniqua parola altri mi scaglia 
O il molla Bunil 

Io corro, io volo sulla bicicletta, 
Questo ideal delle cavalcature: 
Chi soffre d' emorroidi o di bolletta 
M' insulti pure, 



80 ARGIA SBOLENFI 

Ch'io son beata e un fremito m'assale, 
Mi avvolge un'onda di piacer sovrano, 
Quando vengo stringendo il trionfale 
Manubrio in mano. 

Io son beata allor che fra le gambe 

Sento il rigido ordigno e in quegli istanti 
Tendo le coscie e l'agitar d'entrambe 
Lo spinge avanti. 



AD UN OROLOGIO GUASTO 



X oi che il pendolo tuo giù penzoloni 

Non ha più moto ed impotente sta 

E gì' inutili pesi ha testimoni 

Della perduta sua vitalità, 

Veccliio strumento, in' affatico invano 
A ridestar l'antica tua virtù; 

Inutilmente con l'industre mano 

Tendo la molla che non tira più. 

Questa tua chiave, che ficcai sì spesso 

Nel suo pertugio, inoperosa è già; 

Rotto è il coperchio e libero l' ingresso 
Ad ogni più riposta cavità. 

Deh, come baldanzoso un dì solevi i 

L' ora dolce del gaudio a me segnar, 

E petulante l'ago tuo movevi 

Non mai spossato dal costante andar! 

Quante volte su lui lo sguardo fiso 

Or tengo e penso al buon tempo che fu ! 
Se almen segnasse mezzodì preciso... 

Ma sei e mezza!... e non si muove più! 



Sbolciiji • 8. 



A LUI 



JT erchè, mio Bene, se vicin mi siedi 
Taci e rivolgi gli occhi ai travicelli, 
Oppur ti osservi attentamente i piedi 
Quasi credendo di trovarli belli? 

Guardami invece gli occhi e leggi e vedi 

Di quante fiamme il nuovo amor li abbclii ! 

Guardali, non temer, fissali e credi 

Che prometton ben piìi eh' io non favelli. 

Parla e fa che il timor non vinca e prema 
Del tuo vergine cor l'immenso aff'etto : 
Chi vuol gli amplessi miei, tenti e non tema. 

Parla, poiché il mio gaudio, il mio diletto. 
La mia felicità sola e suprema, 
Dalla tua lingua, amico mio, l'aspetto. 



E VERO 



Xo dissi : « Ah, come pendo! 
« Mi sembra di cascar ! » 
Ma tosto sorridendo 
Rispose il marinar : 

« Pieno di scene orrende 
« Sarebbe il mondo inticr 
« Se tutto quel che pende 
« Dovesse, oh Dio, cader ! 



AFFETTI DI UNA PELLEGRINA 
ALL' AUGUSTO VEGLL\RDO 



DOPO LA VISITA 



A 



gl'immensi Tuoi pie, Padre, chinata 
Stetti trepida in volto e reverente; 
A Te levai le palme e Tu clemente 
Mi facesti partir racconsolata. 

Ond' io terrò nella memoria grata 
La benedetta imagin Tua presente 
In fin ch'io viva, e spesso con la mente 
A questa tornerò santa giornata. 

Tutto ricordo : i detti Tuoi soa\'i, 

Le Angeliche sembianze, il career tetro 
E l'angolo preciso in cui parlavi. 

Ricordo fin la guglia di San Pietro 

Che, guardando dal luogo ove tu stavi, 
lo l'avevo davanti e Tu di dietro. 



LA BALLATA 
DKI, CAVAI-IKR DISCORTKSE 



X oi che il sol tramontò, poi che lontana 
piange la mesta squilla il d\ che muor, 

da '1 solingo veron la castellana 

canta così alle stelle il suo dolor : 

« Qui presso, fra due monti, è rimpiattato 
« un castello che il sol mai non scaldò. 

« Il vento che vi spira è avvelenato, 
«Buco è il suo nome e se lo meritò. 

« Invece in faccia a "1 sol ride scoperto 
« questo palagio mio cinto di fior. 

« Ride tra i boschi, ospitalmente aperto 
«ad ogni dolce peregrin d'amor. 

«L'altra notte vegliai su '1 mio balcone 
« e vidi nella valle un cavalier. 

«Oh, come bello! e con l'aurato sprone 
« il cavallo spingea lungo il sentier. 



86 



« Il cor mi palpitò quando lo scorsi, 
«l'aspetto suo mi vinse e mi rapì. 

« Tutta tremante da '1 balcon mi sporsi, 
« tesi le braccia e gli parlai così : 

« — Fermati, cavalieri Deh, tante cose 

« vorrei dirti !... Ove vai ? Fermati qui ! — 
« Ma galoppando il cavalier rispose : 

« — Signora, io vado a Buco... ^ e poi sparì 



II. 



Vittima di se stesso e del destino, 
ecco torna da Buco il cavalier. 

Carogna tentennante, a capo chino, 
tra le gambe gli zoppica il destrier. 

L' errore dell' andar, tornando, espia, 
poiché la strada pessima trovò, 

ed il pantan della fetente via 
da capo a piedi lo contaminò. 

Passa così sotto al veron fiorito 
dove la voce dell' amor sentì ; 

passa e si duol d'avergli preferito 
il laido Buco dove imputridì. 



ARGIA SBOT.ENFI 87 

« Deh, colline ridenti, ombroso bosco 

«lieto d'acque perenni e di piacer; 
« e voi, labbra di rosa, ora conosco 

« in che guai mi travolse un reo pensier ! 

« Deh, affacciati al veron, tu che m' hai detto 
« — Cavalier, dove vai ? Fermati qui ! — 

« Ecco torno pentito, ecco nel petto, 
« col rimorso, l'amor mi rifiorì ». 

Uscì la bionda castellana, e china 

del memore balcone al davanzal, 
non vide un cavalier, ma una latrina, 

un lurido fantasma intestinal. 

E disse : — « Alfin la collera celeste, 

« mossa dal mio pregar, ti castigò ! 
« Scortese cavalier, quella è la peste... 

« Lo spedale è più avanti!... » — E se ne andò. 



SONETTI MITOLOGICI 



ATTEONE 
(Diphito nd olio) 



G 



uardate ! Atteone 
Osserva il prospetto 
Ignudo e perfetto 
Che Trivia gli espone. 

La Dea, che suppone 
Gli perda il rispetto, 
Le corna e 1' aspetto 
Di cervo gì' impone. 

Fuggita è lontana 

Dal tempo presente 
La bella Diana, 

Ma sono cresciuti 
In modo indecente 
Le corna e i cornuti. 



ARGIA SBOI.KXFI 89 



II. 



LEDA 



Giove, padre degli Dei. 

Vide Leda, e innamorato 
Ebbe il gusto depravato 
Di volerne gl'imenei: 

E l'aggiunse ai suoi trofei 

Con l'astuzia e con l'agguato, 
Poi che in cigno tramutato 
Si calò nel grembo a lei. 

Donna Leda gli die il covo, 
Ma con questo bel lavoro 
Fu gallata e fece 1' ovo. 

Già r efletto è sempre quello 
Quando ruzzano fra loro 
Una donna ed un uccello. 



90 



III. 



DANAE 



Acceso il Tonante 
Per Danae d'affetto 
Ottenne l'effetto 
Mutando sembiante, 

E, splendido amante, 
Le cadde nel letto 
Prendendo 1' aspetto 
Dell'oro sonante. 

Da noi, siamo schietti, 
Ne andava in possesso 
Cambiato in biglietti ; 

Che in oro o in argento 
Ci avrebbe rimesso 
Il 5 P- %• 



ARGIA SBOI.EXFI 9I 



IV. 



ATALANTA 



Atalanta giovinetta 

Alla corsa ognun sfidava 
E sì forte galoppava 
Che pareva in bicicletta. 

Per passarla, una burletta 
Ippomène imaginava 
E, correndo, le gettava 
D' oro in palle una cassetta. 

Adocchiandole si gialle, 
Per volerle raccattare, 
Ella uscìa dal dritto calle: 

Il che serve per pro\'are 
Che le donne per le palle 
Si farebbero pelare. 



92 



PAN 



Pane, cornuto Iddio 

Benché non abbia moglie, 
Sul margine d'un rio 
S'appiatta in fra le foglie: 

Assalta di scancio 

Le Ninfe e poi le coglie 
Facendone sciupìo 
Secondo le sue voglie. 

Però fissa e solinga 

Ebbe una fiamma in core 
Per la gentil Siringa : 

Dal che dedur con\iene 
Che il povero signore 
Non orinasse bene. 



ARGIA SBOLENFI 93 



VI, 



IO 



Io, diventata vacca 

Per volontà di Giove, 
Fessa dolente e stracca. 
Cosi diceva al bove : 

« Come mi sento fiacca 
E rotta in ogni dove ! 
Non valgo una patacca 
In queste torme nuove ; 

«11 fieno m' è indigesto 
E i visceri m' annoda 
In modo disonesto. 

«L'utile sol ch'io goda 
Nel mutamento ò questo: 
Che guadagnai la coda ». 



LA ROVINA DEL SASSO (*) 

(Per uìi numero unico) 



F 



u la scena soltanto 

Fu il drammaccio cruento, 

Che vi commosse al pianto. 



Se il monte non cascava, 
Morivano di stento 
Ma nessun ci badava. 



(*) Per intendere questo epigramma bisogna sapere che nel 
Comune di Sasso erano alcune grotte nel monte e alcune cata- 
pecchie dove parecchie famiglie disgraziate tenevano coi denti 
la vita. Tutti lo sapevano, lo vedevano e passavano. Rovinò il 
monte e fece quel che non aveva fatto la fame : uccise i disgra- 
ziati. Subito si fecero sottoscrizioni, conferenze e numeri unici 
e in uno di questi la Poetessa, sott' altro nome che il suo, inseri 
i versi qui sopra. 



SONETTO (*) 



U 



sci la « Romanina » 
E il labaro spiegò. 
Ma l'orda libertina 
Lo prese e lo stracciò, 

E tale una rovina 
Di calci si levò 
Che rotto per la china 
Qualche osso sacro andò. 

La barca di San Pietro 
Che a prora fessa è già, 
Si rompe anche di dietro ! 

Non vede, Santità ? 

Gli han detto " vade retro 
E Satana ci va. 



(*) La Società cattolica detta la Romanina volle celebrare 
in Roma non so che festività a Cristoforo Colombo, e andò al 
Pincio con làbari, trombette, oratori e simili strumenti. Alcuni 
giovani liberali presero a pedate i dimostranti che scappano 
ancora. 



AL MIO DESTRIERO 



ODE 



l\l on la criniera lucida, poi che non la possiedi, 
ma il ventre di majolica e i quattro eburnei piedi 

concedimi, o corsier ; 
fammi inforcar la candida tua groppa e su gli arcioni 
starò, superba amazzone, senz'armi e senza sproni 
, o ausilio di scudier, 

che tu, gentil quadrupede, non scalpiti con 1' ugna 
quando la groppa docile porgi a l'usata spugna 

e a '1 salubre sapon, 
ma su le zampe, immobile e mansueto, aspetti 
d'acque lustrali il tepido lavacro e i larghi getti 

de r industre sifon. 

Te cavalcando, visito tutto de' sogni il regno 
ed un poledro rapido, non un cavai di legno, 

allor tu sei per me, 
e ne '1 sognar mio bellico, un capitan mi sento : 
le schiere mie galoppano con le bandiere a '1 vento 

ne '1 conspetto del Re. 



ARGIA SBOLENFT 97 

Savoia ! e i prodi memori de la fortezza antica, 
freno non danno a l'impeto e già l'oste nimica 

le terga a noi voltò. 
Che vai se, a '1 campo reduce, scendo di sella esangue, 
se da uno squarcio orribile veggo fuggirmi il sangue?... 

I.a palma a noi restò! 

Il- schiere avverse fuggono, ma tu fuggir non sai 
e sovra al piò di mogano solennemente stai 

fermo, senza fiatar... 
Ma i sogni, ahimè svaniscono. Cessata è la battaglia. 
L'ora de '1 pranzo è prossima ; datemi la tovaglia 

che mi voglio asciugar. 



S'o/en/i - q. 



ODE FARMACEUTICA 



H 



o sognato un mar di laudano 
Denso, nero e sterminato, 
Come un piano formidabile 
Di sciroppo concentrato. 

Sovra l'onde immote e brune, 
Tra i vapor del zafferano, 
Svolazzavano importune 
Molte mosche di Milano. 



Io, per far con meno incomodo 
Di quel mar la traversata, 
Mi recai sul porto prossimo 
E vi presi una fregata. 
11 suo nome si leggca 
Scritto a lettere d'un metro, 
Vale a dir FARMACOPEA, 
E l'aveva per didietro. 



ARGIA SI'.OI.F.NFl QQ 

Grossi e ritti erano gli alberi 
Con le vele di cerotto, 
Con le sartie e con le gomene 
Verniciate di decotto ; 

E la nave fabbricata 

Di campeggio e legno quassie, 

Kra tutta incatramata 

Di ioduro di potassio, 



Drappeggiati in negre tonache 
Molti giovani assistenti 
Impastavano le pillole 
Lassative od astringenti, 
Le supposte, i vescicanti 
E gli empiastri da enfiagione 
Da servire ai naviganti 
A merenda e colazione. 



Un po' il fuoco che facevano. 
Un po' il caldo naturale, 
In quel tanfo farmaceutico 
Mi sentivo venir male; 

Per cui, visto un recipiente, 

Mi sedei sopra di botto 

E, vedendo un assistente, 

Chiamai forte — Ehi, gio\iiiotto ! — 



Che comauda? — chiese il giovane. 
Vuol di malva una infusione? 
Vuol copaive in mucillaggine? 
Preferisce una iniezione ? — 

Adirata io ribattei : 

— Non son quella che credete! 

Non ho il male che avrà lei ; 

Ho soltanto un po' di sete. — 



Sete? — disse — il male è piccolo 
E guarir con l'acqua suole; 
Ma se l'acqua ella desidera, 
Mi dirà come la vuole. 

Forestiera o del paese ? 

Vuol Tettuccio o Castrocaro ? 

Vuol un po' d'acqua ungherese 

O un bicchiei- di sale amaro? — 



Voglio solo acqvia purissima ! — 

Furibonda allor gli osservo. 

Mi rispose: — Va benissimo. 

Ma in che modo gliela servo? 
Perchè buono è da sapersi 
Che da noi s'usa di bere 
In due modi assai diversi : 
O per bocca o per clistere. — 



ARGIA .SBOI.ENFI 

Detto fatto e dalla tonaca 
Con un gesto pittoresco 
Tirò fuori una gran cannula, 
Un alfare gigantesco, 

K mentr'io gridava: — Ehi, senta. 
Lei m' ha preso per isbaglio ! — 
Quel birbone d' assistente 
Lo puntava nel bersaglio. 



Se non era che voltandomi 

Torsi il fianco un poco a destra, 
Queir infanic di flebotomo 
Scaricava la balestra; 

Ma, insistendo l'animale. 

Ne successe un serra serra 

E, coni' era naturale, 

Tutto il brodo andò per terra. 



Io credevo d'esser libera, 

Ma mi accadde un altro guaio 
Ch'egli prese dietro a corrermi 
Col pestello del mortaio. 

Un orrore, uno spavento, 
Un battaglio da museo, 
Una razza di strumento 
Da sfondare un mausoleo! 



ARGIA SBOLENFI 

Io già stavo per soccombere 
Alla orribile balista, 
Ma gridai: — Galeno sahami, 
Da quest' empio l'armacista ! — 
E ad un tratto, e fu un enigma, 
Spirò un' aria purgativa 
Che pareva un borborigma... 
E sbarcai suU' altra riva. 



ALLA 

SOCIETÀ EMILIANA DELLE LEVATRICI 

COME SEGKO DI OMAGGIO CORDIALE 

QUESTA ODE OSTETRICA 

È DEDICATA 



Multipiicabu aerumnii!, iuaa ci coticepius tuoi 
in dolore paries Jllios. 

GeN. Ili i6. 



N 



eli' interno del bacino 
Semprechè non sia deforme, 
Vedi un corpo piriforme 
Appoggiato all' intestino, 
Appo cui fisso rimane 
Con diversi ligamenti 
E coi rami divergenti 
Delle trombe falloppiane. 

Ivi, quando è cominciata 
L'ordinaria emorragia 
E una certa ipertrofia 
S'è perciò manifestata. 
Dal follicolo maturo 
Esce r ovulo vagante 
Che il processo fecondante 
Mette subito al sicuro ; 



I04 



Che lo impiglia, anzi lo imbuca 
Nella tunica villosa 
Che presenta la mucosa, 
La qual mutasi in caduca 
E nel crescere diventa 
L'amnio e il corion, traversati 
Uà quei vasi complicati 
Che nutriscon la placenta. 



Ivi il germe ha forma e cresce 
In un sacco membranoso 
Pien di liquido sieroso 
Dove nuota come un pesce, 
E la sua vita fetale 
Svolge senza sentimento. 
Ritraendo l'alimento 
Dal cordone ombelicale. 



In quel tempo la gestante 
Non si sente molto bene 
E per solito le viene 
Qualche voglia stravagante. 
Ha lo stomaco disfatto, 
L' energia molto depressa 
E cammina un po' sconnessa 
Causa il ventre tumefatto. 



ARGIA SBOLENFI 

Finalmente la sorprende 
Un disturbo del sensorio, 
E un dolor premonitorio 
Lungo il rachis le discende. 
Il marito al suo lamento 
Corre, interroga e le dice : 
« Vo a chiamar la levatrice 
<■< E ritorno in un momento ! 



A intervalli lunghi e rari 
Incomincian le pressioni 
E le forti contrazioni 
Delle fibre muscolari. 
Sono sistoli speciali 
Cui la diastole consente 
E interessan totalmente 
Le pareti addominali. 



Ecco intanto alla degente 
Si rinnovano i dolori 
Sempre più provocatori 
E di ritmo più frequente, 
Finché sotto alla pressione, 
11 liquor che l'amnio serra 
Rompe il sacco e va per terra, 
Precursor dell' esplusionc. 



io6 



La faccenda allor va lesta 
E non c'è d'aver paura, 
Se però la creatura 
Si presenta con la testa ; 
Ma nel caso che al contrario 
Si presenti con un braccio. 
Può accadere un affaraccio 
E il chirurgo è necessario. 



Non son l'atti sì frequenti, 
Ma se mai caso si desse 
Che r ostetrico dovesse 
Operar rivolgimenti, 
O usar ferri, allor conviene 
Star tranquilla, ilare, ardita. 
Che la scienza è progredita 
E le cose andranno bene. 



Dopo un grido indebolito. 
In un premito finale. 
Nasce un maschio ed ò vitale 
Come annuncia il suo \agito. 
Sente allor di gioia un' onda 
La puerpera nel core 
E con l'ultimo dolore 
Viene espulsa la seconda. 



ARGIA SBOI.EXFf 

Gentilissiina lettrice, 

Ti narrai chiara e sincera 
In che modo e in che maniera 
Nasce al mondo un infelice: 
Non gittar strilli d'orrore 
Da lussarti le ganasce: 
Meglio dir come si nasce 
Che narrar come si muore. 



K A T S 



v3u 'I reo lito che Pàsife 
contaminò con l'esecrando fallo 

forse l'industre Dedalo 
torse in cavo cilindro il tuo metallo, 

ti lavorò ne 1' ebano 
la mobil elsa e, con la man divina, 

su la sudata incudine 
per consiglio d'Igea temprò la spina. 

I suoi possenti farmachi 
Lsculapio di poi t'ascose in seno 

ed ai dolenti podici 
consolator t' offrì turgido e pieno. 

Oh, qual grido di giubilo 
il tuo primo apparir ne '1 mondo accolse 

come le terga subito 
la constipata umanità ti \olse! 



ARGIA SBOT.KNFI T OQ 

E tu, buono e sollecito 
più de l'altrui che de la tua fortuna, 

a le ribelli viscere 
pronto volasti ad esplorar la cruna ; 

né ti commosse il torbido 
occhio che a 1' opra tua natura oppose, 

né d'atre bocche l'alito 
cui tolse il fato d'emular le rose; 

ma la compressa cannula 
un tepido zampillo alto sospinse 

che, su l'esempio d'Ercole, 
Caco ne l'antro suo sospese e vinse. 

Corsero allor le lubriche 
linfe la cieca via che a l'Orco immette 

e strani indi scoppiarono, 
da r opposto emisfer, venti e saette. 

Indi a i redenti visceri 
un po' di pepe e sai non parve ostile 

ed i mal sani fegati 
riser, purgati da la densa l)ile. 

A voi, ventri purissimi, 
die di mal digerirmi avete il vanto, 

a voi consacro e dedico 
r opportuno rimedio e questo canto. 



HUNYADI JANOS 



Al Sisnore 
Andriìa Saxi.enher 

Biida-Pesth 



N 



on più anelanti a i pascoli latini 
le barbare cavalle Attila caccia, 
rivisse il fior degl' itali giardini 

su la sua traccia. 

Tacque indarno il deserto e crebbe l'erba 
dove l'alta Aquilea fumando giacque; 
da le feconde ceneri superba 

Venezia nacque. 

11 Danubio lavò le curve spade 

grondanti di gentil sangue romano, 
ma di quel sangiie mai goccia non cade 
versata invano, 

e con le stille che tingevan 1' onde 
de '1 pescoso Tibisco e de la Orava 
di Roma il fato a fecondar le sponde 
barbare andava, 



ARGIA SnOLENKI 

e di messi la steppa e di vitigni 

rise, ed a '1 sol che civiltà produce 
i biechi de i mongoli occhi sanguigni 
vider la luce ; 

né più l'Europa giudicò minaccia 
ma baluardo de' magiari il petto, 
quando il Corvino alzò la spada in faccia 
a Maometto ; 

né più imprecò il latino in vai di Pado 
a i varchi onde calò di Dio il flagello, 
ma l'unno che mori sotto Belgrado 
disse fratello. 

Oh, benedetto il suol che trepidava 
sotto il galoppo de la santa schiera 
se l'unnìade (liovanni alto levava 

la sua bandiera ! 

Oh, benedetto il suol che de la buona 
ausonia civiltà reca le impronte 
se de l'unnìade in nome a noi sprigiona 
salubre un fonte 

a '1 cui salso licor cedon le avare 
viscere umane il faticoso pondo, 
cantando inni sonanti a 'l salutare 

flusso giocondo. 



ARGIA SBOLKNFI 

E poi che il fatto reo l' opera vieta 
de le viscere tarde invan spremute, 
a l'ungarica possa anch'io, poeta, 
chieggo salute. 

Non il regal Tokay, ma l'acqua umile, 
che Buda ci mandò mi fia sollievo. 
Tendimi il nappo, Igea. Buda civile, 
a te lo bevo! 



NEL BAGNO 



ODE 



X el fiammante de 'l ciel tramite sacro 
gli agitati corsier disfrena il sole 
e d' onde fresche a '1 salutar lavacro 
luglio ci vuole. 

O fortunata se veder potessi 

tremolar la marina a l'orizzonte 
o tra selve d'abeti e di cipressi 

fredda una fonte I 

Ma il fato mi negò, come ha costume, 
il bacio di salubri acque cadenti 
e de '1 sonante mar le bianche spume 
rotte da i venti. 

Pur, qual lo scrigno famigliar concede, 
me ancor d'umili terme allieta l'onda 
che in brevi cerchi accarezzar si vede 
la ferrea sponda. 



Sbolciifi - IO. 



114 



E se zefiro alcun non va temprando 

de '1 sol le vampe con la sua carezza, 
il serico flabel l'aure agitando 

copia la brezza, 

Ivi, gettando allor la tenue vesta, 

pudicamente ignuda io volgo il passo. 
Disciolto il crin da 1' apollinea testa 
fluisce a '1 basso; 

fluisce e lambe il tergo mio che mostra 
callipigie beltà che il sole ignora... 
Onde, apritemi il seno ! ecco la vostra 
dolce signora! 

Io non t'invidio il fior de '1 corpo bianco, 
o de le ciprie spume eterna figlia, 
se a '1 concavo sedil concedo il fianco 
come a conchiglia. 

Onde, apritemi il seno! Ecco, m'assido 
su '1 metallico trono... ecco m'affondo, 
e la parte di me che lascia il lido^ 
cala ne '1 fondo, 

ove, strisciando con 1' esperta mano, 

detergo il lezzo a le inquinate membra. 
Mormora 1' onda ed il suo picciol piano 
il mar mi sembra, 



ARGIA SBOLENFI 

e le tempeste sogno, e veggo e sento 
l'imperversar de l'aquilon crudele, 
e le triremi trionfali a '1 vento 
scioglier le vele 

e una nave puntar, negra su l'onda, 

la bocca d'un camion fetente e cupo... 
Numi, che scoppio!... Ne vibrò la sponda 
de '1 semicupo! 



A UN VASO NUOVO 
DI PORCELLANA GINORI 



ODE 



Andovvi poi lo Vas d'elezione. 
Danxk, Inferno, li. 



T. 



e non Pandora da l'abisso a gli uomini 
recò, nefasto dono 
onde il perenne ancor pianto de' miseri 
sale di Giove a '1 trono, 

ma l'arte ti plasmò tra i colli tloridi 

che a Doccia son ghirlanda 
e r Arno industre che ti vide nascere 
vergine a noi ti manda; 

vergine qual su l'alpe inaccessibile 
candor di nevi intatte, 

qual ne' chiusi presepi in larghe ciotole 
de le giovenche il latte. 

Il labbro immacolato ecco sorridere 
veggio curvato in arco, 

e, ingordo, ne '1 candor concavo, accogliere 
de' lombi miei l' incarco. 



ARGIA SBOLENFI I 1 7 

Ecco il tuo ventre d'un sonoro crepito 

ripete il rauco invito 
e de le fauci spalancate a '1 fornice 

tardar sembra il convito. 

Ahi, ma '1 candor de 1' ermellino perdere 
ornai dovrà '1 tuo smalto! 

Triste a tutti è la vita e cose orribili 
vedrai da '1 basso a l'alto. 

Udrai ne l'ampia oscurità le raffiche 

de l'uragan possente 
e sovra te discatenato d' Eolo 

il soffio pestilente, 

e piover caldo e grandinar meteore 

piecipitate al basso 
e rimbombar di male olenti fulmini 

lo scoppio ed il fracasso. 

Pender biechi vedrai, ne l' aura torbida, 
lo Scorpio ed i Gemelli 

e incomber sovra te, negri e monoculi, 
Polifemi novelli. 

Quanti atroci dolor le umane viscere 

celino, allor saprai 
e sotto bre\e foglio in forme ignobili 

deposti in te li avrai. 



Il8 ARGIA SBOLENFI 

Così tra breve, maculato il lucido 

onor de '1 ventre bianco, 

ti sentirai da crepe immonde infrangere 
l'affaticato fianco, 

ed un vii sterquilinio avrà le briciole 
de le tue membra rotte !... 

Crudo è '1 fato e noi donne a te siam simili, 
o chicchera da notte 



AI COLLEGHI 



T 



anghcri di poeti 
Che, se andate in amore, 
Raccontate i segreti 
Di tutte le signore. 



Siato meno indiscreti 
Negli affari di cuore 
E imparate dai preti 
Che non fanno rumore. 

Chi spiffera in tribuna 

Quello che il cor gli detta, 
Non farà mai fortuna. 

Noi non abbiamo mica 
Scrupoli a darvi retta : 
Temiamo che si dica. 



* NASCITURO » (*) 



E.xultatnt iti f^aitdio ùi/aus in utero meo. 
Lue, I, 44. 



N 



o, che su zolla sterile 
Non fu gittate il seme 
Se, lacerato il solido 
Guscio che invan lo preme, 
Esce il rampollo e germina 
Pei campi o per le aiuole, 
Schiuso al tepor del sole 
Sotto al clemente ciel. 



No, la bollente gocciola, 
Plasma del germe umano, 
Nel sitibondo fornice 
Non fu scagliata invano 
Se nel mio fianco turgido, 
Come in riposta cella, 
Un' anima novella 
Veste il corporeo vel. 



(*) Credeva di avere concepito un Bglio. Invece aveva preso 
freddo e tutto fini con una fuga d' aria compressa. 



ARGIA SBOLENFI 

Oh, alfin potrò conoscerli, 
Amor santo e sereno 
Di madre, e roseo stringermi 
Un pargoletto a! seno... 
Addormentarti, crescerti. 
Potrò sul grembo anch'io. 
Sangue del sangue mio, 
Frutto d'immenso amor! 



T'insegnerò a disciogliere 
I passi e le parole. 
Ti narrerò, baciandoti, 
Gl'incanti delle fole. 
Indi trarremo in giubilo 
Lungo un campestre calle 
Seguendo le farfalle 
E raccogliendo i fior. 



Ti guiderò per l'ardue 
Strade dell' arti prime, 
L'alto volume aprendoti 
Delle materne rime; 
Io sulle illustri pagine 
Ti condurrò la mano, 
Io t' aprirò l'arcano 
Del mondo e del saper. 



E allor che il sangue giovane 
Ti pulserà nel petto 
E sentirai le trepide 
Ansie del primo affetto, 
Sarò al tuo fianco assidua 
E virilmente fida 
Consigliatrice e guida 
Nei dubbi del sentier. 



Al focolar domestico 
Io sarò presso ancora 
Quando velata e timida 
Mi condurrai la nuora 
Che me, benigna pronuba, 
Dirà perversa e cruda 
Se nel tuo letto, ignuda 
Vergin, la spingerò. 



E quando i fior del talamo 
Matureranno i frutti. 
Ava prudente e provvida 
Io veglierò per tatti ; 
Poi con le palme tremule 
Carezzerò i nepoti 
E a Dio la prece e i voti 
Per loro innalzerò. 



ARGIA .SBOI.ENn.1 .123 

E già mi veggio, debile 
Vecchia, tra lor seduta 
Narrar, senza rimpiangerla, 
La gioventiì caduta 
E i versi miei ripetere 
A un coro d'innocenti, 
I versi miei fulgenti 
Di virtuoso zel. 



Ava, così, amorevole 
E santa educatrice. 
In mezzo ai biondi pargoli 
Vivrò lieta e felice, 
E quando giunga al termine 
La vita mia modesta, 
Reclinerò la testa 
Per ridestarmi in cicl. 



Forse ch'io sogno?... Ah, palpita 
Pur nel mio grembo un vivo 
E freme e balza e s'agita 
Or che a lui penso e scrivo... 
Deh, perchè tardi o nobile 
Della mia gloria erede? 
JS^on sai che la mia fede 
E r amor mio sci tu ? 



124 ARGIA SBOLENKI 

Ma intanto ?... Ah, un dubbio orribile 
Mi sta confìtto in core. 
Sento un mister nell'anima 
Pensando al genitore... 
Parla, se puoi rispondermi, 
Tu che doman vivrai ; 
Dimmi, se pur lo sai. 
Il padre tuo chi fu? 



A 

SVA ECCELLENZA REVERENDISSIMA 

MONSIGNOR VESCOVO 

TITOLARE DELLA CHIESA CATTEDRALE 

DI SEBOIM 

NELLE PARTI DEGLI INFEDELI 

QVESTO NVOVO LAVORO 

DI MANO AMICA SE NON ESPERTA 

ACCRESCA IL PIACERE DELLA ESALTAZIONE 



Ut amòitles in via bona. 
PliOV. II, 20. 

wJignor, poi che una Diocesi 

Dall'Augusto Vegliardo hai conseguito 

E r anello di Vescovo 

Come novello sposo hai messo in dito, 

Tra il fumo dei turiboli, 

Tra il plauso della lolla intorno accolta. 

Mite Pastor di Seboim, 

Porgi r orecchio e la mia voce ascolta. 

Deh, quando sul tuo popolo 

Benedicendo stenderai la mano 

E la lieta Pentapoli 

A pie del trono avrai come un Sovrano, 



120 



Serbati buono e i miseri 

Intorno a te raccogli e li consola ; 

Ricorda Cristo e predica 

Più con l'esempio e men con la parola. 

Non insegnare ai chierici 

Che il Pontefice solo aprir può il cielo ; 

Non insegnare il Sillabo, 

Ma lo scordato ormai i-ecchio Vangelo. 

Trafficator non renderti 

Di Giubilei, Congressi e pellegrini, 

Ma proibisci l'Obolo 

E l'altre furberie per far quattrini. 

Neil' ira tua scomunica 

Chi va col collo torto e il viso basso ; 

Lascia che di Quaresima 

I diocesani tuoi mangin di grasso; 

Non annoiare i pargoli 

Col Catechismo, i Salmi e la Scrittura; 

Dà lor le chicche e mandali 

A scuola o a saltar lungo le mura. 

Lascia ballare i giovani, 

Lasciali far l'amor quando han ballalo 

E se poi si confessano 

Ridi e dichiara : « quel che è stato, è stato ! » 



ARGIA SBOLENl*-! 127 

Non ributtar la femina 

Che degli affetti suoi non fu padrona ; 

Pensa a Maria di Magdala: 

I peccati d' amor Dio li perdona. 

Non tormentare i parroci 

Per le chiacchiere intorno alla servetta; 

Di' lor che i Sacri Canoni 

Non vietano d'andare in bicicletta. 

Cosi facendo, i popoli 

Tutti t' obbediran come d'incanto 

E nei venturi secoli 

Avrai solenne culto e sarai santo. 

O benedetta, o nobile 

Alma, sottratta alla terrestre lue, 
Allor vedrai le monache 
Baciar devote le reliquie tue. 

Sotto quel bacio fervido 

Si rizzeranno alla virtù natia. 

Rinnovando i miracoli 

Che, vivo, hai fatto per la dolce Argia. 



« EN REV NANT D' LA REVUE-» 



J 



} 

aitile le doitx payfiiui qui vieni tic la cuisine, 
Le par/uni de la soupe et V encens dit roti, 
Le Champagne nioussetix et la Chartreuse fine, 
Et les petits funrs chauds qu' oii vende clics Maiani. 



J' aiiiie un bas bien tire qn' on voit sur In bottiiie 
Parailrc avcc nialicc coinuie nii secret trahi; 
j' alme guetler an soir le Ut de ina voisine 
Qui ne dante gn'cre du binocle eniienii. 

J' ainie lons les plaisirs doni la terre est Jcconde 
Et le cancan tont coniuie le noble cotillon; 
J' ainte la brune ■ hàlas- mais j' aiiiie ausai la blonde' 

Et pourtaiU il n' y a qn' un seni plaisir de boìt, 

Qui enfonce, croyea nioi, toiis les plaisirs da ìuonde, 
Et e' est rive d'un due qui se prétend lion. 



LE ELEZIONI DI MILANO - li 



L 



ode a te sia, Milano, 
Poiché Papa Leone 
Ti manda di lontano 
La sua benedizione ! 

Vieni a baciar la mano 
Del Viceré padrone 
E torna piano piano 
Ai giorni del bastone. 

Il tempo è già maturo 
Pel giudizio statario 
Ed il carcere duro. 

Intanto, Segretario 
Del Sindaco futuro, 
Sarà Don Albertario. 



Sboltnfi -II. 



130 ARGIA SlìOI-ENFl 



II. 



Per grazia del Signore 
Un regime paterno 
Studiato dal Questore 
Diventerà governo, 

E il vigile censore 

Ricaccerà all'inferno 
I libri e quest' orrore 
Di spirito moderno. 

Chi avesse poi prurito 
Di fare il liberale, 
Sarà preso e punito, 

E il Regno Temporale 
Sarà ristabilito 
Per decreto reale. 



DEO CREPITVI SACRVM 



O 



spinto santo 
De' visceri umani 
Che tutti del canto 
Conosci gli arcani, 
Che onori e letifichi 
D'armonici fiati 
Gli sforzi dei vati, 



Dal buio profondo, 
Dall'antro nativo 
Prorompi nel mondo 
Sonoro e giulivo; 
Di tepidi balsami 
Circonda ed allieta 
Lettori e poeta. 



132 



Tu, soffio eloquente 
Del verbo divino 
Concesso ugualmente 
Al ricco e al tapino, 
Tu sei come l'anima 
Per leggi fatali 
Comune ai mortali. 



Conforti il villano 

Che pasce gli armenti, 
Alberghi sovrano 
Ne' chiusi conventi. 
De' gravi canonici 
Compagno canoro 
Solfeggi nel coro. 



Nel casto segreto 
Dell' intima cella 
Rallegri discreto 
La pia monacella; 
Nel ballo, da timide 
Fanciulle compresso, 
Sospiri sommesso. 



ARGIA SUOI.F.NKI 133 

TiT visiti e curi 

Con equa fortuna 
Palazzi e tuguri, 
Altare e tribuna, 
E avvolto di porpora 
De' plausi tra il suono, 
Favelli sul trono. 



Ma guai se vapori 
Dal patrio forame 
Recandone fuori 
Il glutine infame! 
Purissimo spirito 
Che l'alvo ricrei 
Allor più non sei: 



Ma pregno diventi 
D' essenze funeste 
Che ammorban le genti 
Col tanfo di peste, 
E guasti e contamini 
I lini più ascosi 
Di segni schifosi. 



131 



Così colorito 

Per nostra sciagura, 
Di soffio gradito 
Diventi sozzura ; 
Degnissima imagine, 
Ritratto vivente 
Del tempo presente. 



Lentato ogni freno 
Ti getti sul mondo 
Spargendo il veleno 
Dell' alito immondo, 
E appesti ed infracidi 
Le menti ed i cuori 
Di turpi vapori. 



Maestro nell'arte 
Di nuovi delitti 
Tu lordi le carte 
Del plico Giolitti, 
Tu puzzi nel carcere 
Sul labbro bugiardo 
Del vecchio Bernardo. 



ARGIA SBOLENFI 13:5 

Aiuti i sensali 

Dei voti comprali, 
Avalli cambiali 
Pe' tuoi deplorati, 
Trionfi, pontifichi 
De' ladri nel coro 
Men porco di loro. 



FANTASIA EGIZIANA 



A 



1 Nilo, al Nilo! Nasconderemo 
Laggiù mia bella 1' amor deriso, 
Là sconosciuti noi ci faremo 
Non una casa ma un paradiso, 
Sul chiaro margine dell'acque calme 
Dove si specchiano verdi le palme. 

Il chiosco vedi eh' io l' ho fiorito 
Di cento rose come un giardino ! 
Dentro ai bracieri d'oro brunito 
Fuman le lacrime del benzoino 
E dal marmoreo balcone aperto 
Vampe d'amore manda il deserto. 

Nera, nel cielo color di rosa 

Che nel tramonto caldo rispleade. 
Come una lupa libidinosa 
Accoccolata la sfinge attende, 
E grave un alito di strani amori 
L'acri vivifica nozze dei fiori. 



ARGIA SBOLEXFI I37 

Alle carezze molli del vento 
Data la lunga cesarie d'oro, 
Nell'onda tenue del vel d'argento, 
Nudo del bianco seno il tesoro, 
Sarai mia sempre, mia tutta intera, 
Se non ti viene prima il colera. 



QVANDO 

IL PREFETTO DEL RE 

E H, SINDACO DEL COMVNE 

RENDEVANO OMAGGIO 

A SVA EMINENZA REVERENDISSIMA 

DOMENICO SVAMPA 

PRETE CARDINALE DEL TITOLO DI SANT' ONOFRIO 

ED ARCIVESCOVO DI BOLOGNA 

QVESTO carme BENE AVGVRANTE 

AL SVO FORMOSO PASTORE 

ARGIA SBOLENFI 

DEDICAVA. 



)ignor, poi che- ti sta supplice ai piedi 
Questa Felsina tua che un dì sdegnosa 
Bacio di prete sofferir non volle, 
Costei che, infranto il trono in cui tu siedi, 
Cercando libertà tinse gioiosa 
Del suo sangue miglior l'itale zolle, 
Absolvi or la pentita e le concedi 
L'amplesso del perdono 
Dimenticando dell' error l'audacia. 
Sii generoso e buono 

Con chi, come a Signor, la man ti bacia, 
E poi che piango ravveduta anch'io, 
Misericorde ascolta il canto mio. 



ARGIA SBOLENFI 139 

Un tempo, e ben lo sai, morta di fame, 
Schiava del tuo stranier temprò la plebe 
Ceppi a se stessa su la propria incude: 
Pe' sacerdoti tuoi le turbe grame 
Reser feconde le sudate glebe 
E sul solco natio caddero ignude 
Ai campi della chiesa util letame; 
Ma un Dio consolatore 
Da' sacri templi a lor dicea : « Soffrite, 
Turbe nate al dolore 
E che felici nel dolor morite. 
Poi che v'aspetta in eie! di Dio il sorriso 
E sol de' tribolati è il paradiso ». 



Dolci tempi, o Signor, ma triste il giorno 
In cui la libertà disse il suo nome 
La prima volta nella rea Parigi, 
Poi che le turbe allor volsero intorno 
Torbido l'occhio e scossero le some 
Brandendo l'armi ad operar prodigi 
Di che all'anime pie duro è il ritorno. 
Germogli del mal seme 
Crebbe il tristo terren le idee novelle; 
Compresso indarno, freme 
Tra i nuovi ceppi il popolo ribelle, 
E poi che in cor gli agonizzò la fede 
Non più la libertà, ma il pan ci chiede. 



140 



E grida: « Senza gioia e senza luce, 
Martiri del lavoro e degli stenti. 
Moriamo e il pane ancor ci si rifiuta, 
Aprimmo il solco e non per noi produce, 
Altri ha le lane e noi guardiani gli armenti. 
Altri ha la messe e noi l'abbiam mietuta. 
Nuovo un tiranno i servi suoi riduce 
A maledir la vita 
E come bruti a litiga/ le, ghiande; 
Ci calca inferocita 

La gente nuova che tacemmo grande, 
Ma lieto il dì della riscossa arriva : 
Corriam all'armi e la giustizia viva!». 



Deh! soccorri, o .Signor! Più non ci giova 
Rinnovar le catene ed i tormenti 
O sfrenar birri alle cercate stragi. 
Troncata l'idra i capi suoi rinnova 
E i publicani ed i giudei dolenti 
Tremano su gli scrigni e nei palagi 
Dove il tripudio del goder si prova. 
La turba macilente 
Accorre e di morir non ha paura 
Poi che, soffrendo, sente 
Che a lei la vita e non la morte è dura.. 
Deh, Signor, ci soccorri e se al desio 
Mancan le Guardie, ci difenda Iddio ! 



AKOTA SBOLEXFl I4I 

E se il tuo Dio ci costa, a noi che importa 
Quando i ribelli al timor suo riduce 
E delle turbe ci rida il governo; 
Quando agli eletti suoi l'ausilio porta, 
Quando tra i volghi creduli conduce 
L' util minaccia ed il terror d'inferno 
Ed ha il demonio pauroso a scorta? 
Ben venga Iddio se reca 
Fede agli umili, securtà ai possenti, 
L'obbedienza cieca, 
Il catechismo, i preti, i sacramenti, 
De' frati tuoi la sacrosanta loia. 
Il Sant'Ufficio, la mordacchia e il boia. 



Ben vedi che timor, non cortesia, 
I magistrati nostri a' pie ti caccia 
Inginocchiati a far debita ammenda. 
Ieri nemici, ognun di lor fuggìa 
Fino il pretesto di guardarti in faccia 
Ma la tema del poi gli animi emenda 
Ed eccoli a gridar Gesù e Maria. 
Reca dunque, o Levita, 
Benedetti dal ciel giorni soavi 
Alla città pentita. 
Al Senator che te ne dà le chiavi; 
Stringi la briglia nella man paterna 
E questo popol tuo reggi e governa. 



142 ARGIA SP.OI.ENFI 

Canzon, vanne alla sede 
Del Pastor cui fa porto 
Omaggio di paura e non di lede. 
Egli è saggio ed accorto 
E se ben tu lo guardi 
Gli leggerai nel \'iso : « E troppo tardi ! 



SAMBUCI (*) 



A 



voi, fecondi clivi 
Sabini, a voi vestiti 
Di frondeggianti viti 
E di feraci ulivi, 
Tra cui muggendo viene 
Il turbolento Aniene, 



A voi, nel roseo incanto 
Del moribondo sole, 
Sante d' amor parole 
Disse d'Orazio il canto, 
Ma del tripudio il giorno 
Passò senza ritorno. 

Rade, ai pendii fiorenti 
Dove ridean le vigne, 
Germoglian le gramigne 
Agli sparuti armenti : 
Nega al villan la vita 
La terra insterilita. 

(*) Frammento. Tutti ricordano ancora la fame sofferta dagli 
infelici abitatori di Sanibuci (Roma) nell'inverno del 1805. 



144 ARGIA SBOLF.NFI 

Che se, vincendo l'arsa 
Rabbia del sol rovente, 
Sudata lungamente 
Cresce la messe scarsa. 
Lo scarno agricoltore 
La miete al suo signore ; 

E a lui la terra magra 
Matura il reo frumento 
Che gli distilla il lento 
Velen della pellagra, 
Quando clemente il cielo 
Non r arde in sullo stelo. 



A VENERE GENITRICE 



INNO 



In Uctulo meo per nocies quamvù 
guem diligit anima mea : gncesivt 
Ulum et non inveni. 

Cant. Canticor. Ili, I. 

— « VJLiarda, mortai, le fiamme • 
De' larghi occhi lucenti 
E le chiome fluenti 
Sulle superbe mamme. 
Guarda ! L' estremo lembo 
Gittai che ti copriva 
La pubertà giuliva 
Che mi fiorisce in grembo. 

Vieni e sui fior ti giaci 
E me sui fior ricevi ; 
Tra le mie labbra bevi 
Il dolce miei de' baci. 
I lombi miei circonda 
Con le possenti braccia, 
Stringimi al scn la laccia 
E r amor mio feconda ». — 



Sàoleitfi - 12. 



146 



Così parlò e sorrise 

La Dea porgendo il fianco 
Soavemente bianco 
Al giovinetto Anchise, 
Poi volse le parole 
In gemiti sommessi 
E dei divini amplessi 
Fu testimonio il sole. 



Vittima anch'io d'Amore 
Omai dispero aita 
Poi che la sua ferita 
Mi sanguina nel core, 
Né lacrimar mi vale 
Né maledir, costretta 
A spasimar soletta 
Sul vergine guanciale. 



Che se fugaci istanti 

Di pace al sonno chiedo, 
Mille fantasmi vedo 
Pel glauco eie! vaganti. 
Passa sul campo arato 
Caldo di nozze il vento 
E in sé recar lo sento 
La febbre del peccato. 



Ai<GlA SBOLKNM I47 

Desta cosi all' ebbrezza 
Del germinar, la terra 
Le viscere disserra 
Del sole alla carezza, 
E con le carni e il core 
Arsi da fiamme arcane, 
Urlan le genti umane 
« Amore, amore, amóre ! » 



Tra r ombre e gli spaventi 
Delle materne selve 
Si stringono le belve 
In ciechi accoppiamenti, 
E dalle fulve arene 
Che il mar commosso esclude 
Perfidamente ignude 
Mi chiaman le Sirene, 



Mentre, di Bromio stanche, 
Roche per gli ebbri canti, 
Le lubriche Baccanti 
Gittan le vesti bianche 
E sui compressi fiori 
Curvan le rosee forme 
Sotto l'impulso enorme 
Dei Fauni assalitori. 



14' 



E allor mi desto sola 
Sul letto immacolato 
Coir urlo disperato 
Del mio martirio in gola... 
Deh, morrei pur gioiosa 
Se fossi in quel momento 
Segnata dal cruento 
Stigma di nuova sposa, 



.Se nella gonfia mole 
Dell' utero fecondo 
Balzar sentissi il pondo 
Della concetta prole, 
Se, al fin delle mie pene, 
Lieta chiudessi il ciglio 
Addormentando un figlio 
Tra le mammelle piene! 



O Dea, Madre, Signora 
Dei vivi e della vita, 
Dal mar di Cipro uscita 
Al bacio dell'aurora. 
Che il premio a noi concedi 
Nella tenzon gentile 
Ed al vigor maschile 
Il fior del sangue chiedi, 



ARGIA SBOLKNFT M*^ 

Se di perenni rose 

T'ornino ancor l'altare 
Le verginelle ignare 
E le conscienti spose, 
Se r atra onda Letea 
Il biondo Adon ti renda, 
Pietà di me ti prenda, 
Madre, Signora, Dea! 



IL PRIMO CAPELLO BIANCO 



Oi levan sospinti dal vento 
I bianchi vapori dei monti; 
Nel cielo di piombo le nubi d'argento 
Cacciate, travolte, nascondono il sol. 

Recando la mota dei letti 

Traboccan le torbide fonti; 

La piova scrosciando rovina dai tetti 

E nn largo pantano contamina il suol. 

Languisce la terra sopita 

Nel soffio del freddo aquilone; 

Ai rami gelati non torna la vita. 

Le gemme aspettanti non s'aprono ancor. 

O fosche giornate d'orrore, 
Dov' è la novella stagione ? 
Dov' è primavera fragrante d' amore 
Che scalda e feconda le nozze dei fior? 



ARGIA SBOLENFI I51 

Deh, riedi e coi giorni più miti, 

maggio, conduci il sereno : 

1 canti dji nidi sui peschi fioriti, 
L'odor delle rose risveglia con te. 

Infondi coi baci del sole 

La vita nel freddo terreno, 
Fiorisci le zolle di fresche viole. 
Ravviva i ligustri degli alberi al pie, 

O maggio, e doman tornerai 
Dai fior salutato e dal canto ; 
A tutti domani la gioia darai. 
Io sola piangendo tornar ti vedrò, 

10 sola son morta all'affetto, 

10 sola mi struggo nel pianto; 
Letizia di vita non sento nel petto. 
Germoglio d'amore nel sangue non ho. 

11 verno da me piìi non toglie 

L' orror delle bianche pruine ; 

Al sole di maggio il gel non si scioglie, 

11 gelo di morte che il cor mi coprì. 

Il primo capello canuto 

Quest'oggi mi svelsi dal crine-.. 
Ah, giovane tempo, sì presto caduto, 
Con te la speranza quest'oggi morì! 



SONETTI DECADENTI . 



DIES 



Xl sole brucia implacabile, uguale, 

Le stoppie gialle del pian vaporoso, 
L'azzurra volta del ciel luminoso 
Riflette in terra la fiamma estivale. 

Non move foglia. La vita animale 

Langue in un grave sopor neghittoso. 
Turba la pace al meriggio affannoso 
Solo un molesto frinir di cicale. 

.Sull'erba verde, nel bosco frondoso, 

Fresco t'ho fatto di fiori un guanciale 
E tu vi adagi le membra al riposo. 

Dormi discinta nell'ombra ospitale, 

Ed io contemplo con l'occhio bramoso 
L'onda del petto che scende e che sal^. 



ARGIA SBOI.FXFI 153 



NOX 



Dell'alta notte la negra magìa 

M'empie il cervello, mi filtra nel core. 

Un soffio passa sull'anima mia, 

Un freddo soffio che m'empie d'orrore. 

Sente di fuori, 1' orecchio che spia, 
Strani bisbigli che metton terrore, 
Ma nelle case la vita s' oblia 
Come annegata in un denso stupore. 

Solo nel buio, laggiù, della via, 

Dietro una tenda, l'immobil candore 
Un lume fioco da lungi m'invia. 

Rischiara forse il discreto bagliore 
Lo spasimar d' un' atroce agonia 
Od il gioir d'una notte d'amore? 



154 



APENNINO 



O monti, albergo di pace infinita, 
Ancor nel vivo ricordo rimane 
Il susurrar delle chiare fontane 
Tra la fragranza dell' erba fiorita, 

E il tremolar della luce salita 

Coir alba fresca alle cime lontane 
Nel rado vel delle nebbie montane 
Su i boschi pieni di canti e di vita, 

E nel tepor della rorida mane 

Fioco il belar dell' agnella smarrita 
Od il rintocco di meste campane. 

Oh, nel mister della selva romita 

Fuggir con lei dalle cure mondane 
E tra i capelli sentir le sue dita! 



ARGIA SBOLENFT 



ADRIATICO 



Il mar lambendo instancabile e lento 
La sabbia fina dell' umida sponda, 
Con ritmo uguale mandava un lamento, 
Quasi un singhiozzo, alla notte profonda. 

Occhi benigni, le stelle d'argento 
Guardavan fisse la terra feconda, 
Amor vagava nel ciel sonnolento, 
Ed io sperai la fortuna seconda. 

Il cor t'apersi con timido accento, 

Sfiorai col labbro la chioma tua bionda 
Ed al trionfo credetti un momento... 

Addio, fantasmi d'un' ora gioconda, 
Sogni d'amore dispersi dal vento, 
Care speranze cadute nell'onda! 



156 



MILLK 



Al suo balcone s' aftaccia beala 

La dama, tratta dal maggio fiorenle. 
Il sol carezza la treccia dorata, 
La rosea gota ed il labbro ridente. 

Il giovin paggio da lunga la guata 
E tutto caldo d' amore si sente. 
Né gli par cosa terrena e creata. 
Ma ben di cielo angioletta vivente. 

Correr vorrebbe a battaglie cruente, 
Soffrir pugnando una morte spietata 
Sol per averne uno sguardo clemente; 

E pur la dama dagli occhi di fata, 
E pur la bianca angioletta piacente 
Dal dì che nacque non s'è più lavata! 



ARGIA SBOI.ENFI 



SETTECENTO 



Mormora l'arpa toccata in sordina 
Lento un motivo che par minuetto. 
Lenta la dama danzando s' inchina, 
Tutta eleganza, sussiego e bell'atto. 

Di nei segnata, la pelle argentina 

Manda un profumo sottil di zibetto ; 
Sotto una nebbia di candida trina 
Ansano i bianchi segreti del petto. 

Danza e sul molle tappeto trascina 
La ricca veste ed il pie piccioletto 
Col portamento d'altera regina. 

Tutti scoraggia col rigido aspetto. 

Con r occhio pieno di calma di\ina, 
E lo staffiere l'attende nel letto. 



158 



PAROI-E 



Dolci parole d'amor, susurrate 
Presso i cespugli fioriti di rose, 
Parole dolci, parole gioiose, 
Appena dette che mai diventate? 

Salite al cielo col vento e volate 

Degli angioletti alle labbra amorose, 
O, come accade dell'ottime cose, 
Parole dolci, nel nulla tornate? 

Ahi, che piuttosto all'inferno dannate 
Si come streghe mendaci e schifose, 
Forma e veleno di biscie pigliate 

E, tra i cespugli nativi nascose. 

Mordete al core gli amanti e li fate 
Vittime e strazio di cure gelose! 



ARGIA SBOLENFI I59 



MUSICA 



L' ultime note languenti, velate, 
Muoiono come sospiri sonori 
In un tripudio di mazzi di fiori, 
In un profumo di donne scollate. 

E il sangue tende le arterie gonfiate, 
Passan su gli occhi fugaci bagliori; 
Tutta la vita prorompe di fuori 
Sotto l'impulso di forze ignorate. 

Allor le forme ci sembran mutate 
E ridipinte di strani colori, 
Quasi fantasmi di cose sognate. 

Poi tutto passa; ma resta nei cuoii 
Come un rimpianto di gioie passate. 
Come un presagio di nuovi dolori. 



MORBVS 



C 



hi, quando il giorno muore, 
Ode, seguendo il Gange, 
La tortora che piange 
Sotto i roseti in fiore 
E, lungo l'acque stanche 
Specchio alle palme nere, 
Vede passar le schiere 
Delle pagode bianche. 



Lento discerne ancora 
Fumar dal tardo fiume 
Il denso putridume 
Che in faccia al so! vapora, 
E galleggiar sull' onde 
Carogne ornai disfatte 
Che l'acqua gialla sbatte 
Sulle fangose sponde. 



"argia SnOI-ENFI l6l 

Lungo i giuncheti pigri, 
Nido di serpi immani, 
Piangono i caimani 
E riiggono le tigri, 
Mentre nell' aria bassa 
Del -crepuscolo torvo 
Gracchia sinistro il corvo 
Sazio di carne grassa. 



Allor nel plumbeo cielo 

S' erge "dall' acqua oscura 
D' un angiol la figura 
Chiusa da un fosco velo, 
E sale a poco a poco 
Sul livido orizzonte, 
Gocciando dalla fronte 
Sangue, veleno e fuoco. 



Sale gigante e solo 

Dell' universo in faccia, 
Tende le negre braccia, 
Apre l'immenso volo... 
Ah, invan chiudi le porte. 
Trista progenie d' Eva ; 
Ecco, su te si leva 
L'angelo della morte! 



S6o/en/i • 13. 



i6: 



E passa infaticato 
Sulle città fastose, 
Sovra le ville ascose, 
Sovra il Castel merlato, 
Sul casolar che ride 
Di sue virtù contento... 
Passa solenne e lento 
E dove passa, uccide. 



Sul suo cammin, segnato 
Dai morti e dai morenti, 
Alto le umane genti 
Mandano un ululato. 
L' orror dell' ecatombe 
Fin la speranza scaccia 
E mancano le braccia 
Per iscavar le tombe... 



Del cor premendo i moti. 
Sbarrando gli occhi tardi, 
Inchiodano i vegliardi 
Le bare dei nipoti ; 
Col pianto sulle gote 
Le madri moribonde 
Piegan le teste bionde 
.Sopra le culle vote. 



ARGIA SBOLENFI 163 

dubita r uom che venga 
Il mondo all' ore estreme 
E guata in alto e teme 
Che il sole in ciel si spenga, 
Mentre gli grida il prete: 
« Guai nel gran giorno all'empio! 
« Portate 1' oro al tempio, 
« Poiché doman morrete ! » 



Sul sacro limitare 

Cadono allor gli oranti, 
Lordan gli agonizzanti 
Le pietre dell' altare, 
E pur la turba strolta 
Che ciecamente adora 
Inginocchiata implora 
Iddio, che non l'ascolta. 



Turba, che il vacuo gelo 
Della tua fede or tocchi. 
Muori, volgendo gli occhi 
Inutilmente al ciclo. 
Alle pupille offese 
Il vero or si disserra: 
Non ti mentì la terra 
Quando per lei ti chiese. 



164 AROIA SBOIKNFI 

Non ti giurò promesse 

D' un avvenir mal certo, 
Ma dal suo fianco aperto, 
Ti germogliò la messe, 
(jiovin, dell' odio invece, 
L'amor ti accese in seno, 
E per un giorno almeno 
Miglior di Dio ti fece. 



ELEZIONI 



M 



usa mia dolce, che le alterigie 
Uè' carmi arcigni non hai sul viso, 
Tu che rallegri 1' ore mie grigie 
Di stravaganti scoppi di riso 
E volentieri mostri la pelle 
Dai larghi strappi de le gonnelle, 

Musa mia dolce, vieni, discendi 
A la solinga mia cameretta ; 
Avide ai baci le labbra tendi, 
Libera i lacci de la fascetta. 
Sciogli la chioma bruna e ricciuta 
E chiudi l'uscio. L'ora è venuta. 

L'ora in cui l'odio fermenta e invade, 
Lurida peste, le menti e i cuori; 
In cui la gente giù per le strade 
Rutta bestemmie, reca rancori 
E, masticando laide querele, 
Ingoia o sputa veleno e fiele. 



i66 



Ognuno in queste turpi giornate 

Morde o calunnia, froda o minaccia. 
Lo sterco e il fango colto a manate 
All'avversario si scaglia in faccia. 
Riddano in piazza, lerci e impudichi, 
.Spie, deplorati, ruffiani e plichi : 

E i giornalisti, tinta di loia 

La meretrice penna d'acciaio, 
Pur che sia piena la mangiatoia 
Vendon la feccia del calamaio 
Per imbrattarne l'onore altrui, 
Quasi superbi che paghi Lui. 

Indi, nell'ora concessa al voto, 
Cupi, nervosi, van gli elettori. 
Parlando basso col viso immoto. 
Guatando come cospiratori 
E in ogni canto dice un cartello; 
Votate questo!... Votate quello!... 

Entro la sala buia e fetente. 

Sozza la gromma vernicia i muri, 

E intorno a un desco men che decente 

Seduti in cerchio cinque figuri 

Veglian con 1* occhio cogitabondo 

L' urna di vetro dal doppio fondo. 



ARGIA SBOLENFI 

S' apre la chiama. Nel pigia pigia 
Vota ciascuna pecora sciocca. 
Ardono alcuni di cupidigia, 
Ad altri l'ira torce la bocca, 
Ma quasi tutti, dopo votato, 
Palpano il prezzo del lor mercato ; 

E tutti, uscendo, da un reo contagio 
Attossicato sentono il cuore. 
Chi entrò dabbene n' uscì malvagio 
Chi entrò ribaldo n' uscì peggiore. 
Chi vinse, il turpe bottino aspetta, 
Chi perse, spera nella vendetta. 

Ecco i comizi! Ui quando in quando 
Se non accade qualche sinistro, 
Dall'urna falsa sbuca onorando 
Un frodolento caro al ministro, 
O un imbecille pien di commende; 
E l'un si compra, l'altro si vende. 



O perchè debbo far da mezzano 
All'ingordigia di Calandrino? 
Perchè mi debbo lordar la mano 
Scrivendo il nome d' uno strozzino ? 
Perchè gettarmi nella battaglia 
Sotto gli sputi della canaglia ? 



l68 ARGIA SBOI.ENFl 

Musa mia dolce, sulla tua l'accia 
Ride un giocondo color di rosa. 
Passerò lieto fra le tue braccia 
Il giorno laido, 1' ora schilosa. 
Sciogli la chioma bruna e ricciuta 
E chiudi r uscio. L' ora è venuta. 



DOPO IL PLICO 



M. 



Leglio, Trento, per te se dalle mura 
Sante aspettasti invano 
Il vessillo che i patti e la paura 
Respinsero lontano. 

Meglio, Trieste, indarno a queste sponde 

Tener l'anima fissa 
Meglio indarno aspettar che la\in l'onde 

La vergogna di Lissa. 

Deh, non cercate della madre il petto. 
Figlie aspettanti ancora. 

Poiché il fracido cancro ond' egli è infetto 
O uccide o disonora. 

La madre, del vessillo a tre colori 
5' è fatta un origliere 

Per fornicar co' suoi commendatori 
Scappati alle galere. 



Vende l'onore de' suoi figli morti, 

Gioca le glorie avite 
E fa copia di se negli angiporti 

Delle banche fallite. 

Questa, questa è colei per cui sperate 

Cessar le vostre pene 
Ed essa per paura ha patteggiate 

Fin le vostre catene; 

Ed essa, in Roma, penitente adora 

La fraude vaticana 
Baciando la rea man che gronda ancora 

Del sangue di Mentana... 

Ah, no, questo di vizi ampio carcame 
Che al bacio vii si prostra, 

Ah, no, per Dio, questa bagascia infame 
Non è la madre nostra. 

Menti chi '1 disse ! O voi, dai fortunati 

Sepolcri ove dormite, 
Martiri nostri ormai dimenticati, 

Levatevi e venite ! 

Voi che gridaste Italia e il piombo intanto 

Vi rompea la parola, 
Voi che ne confessaste il nome santo 

Col capestro alla gola. 



AR(iIA .SKOI.KNFI I71 

Smascheratela voi la svergognata 
Che adultera col prete ; 

Dite a questa carogna incoronata 
Che non la conoscete. 

Altra è la sacra Italia, amor dei forti 
Che un di fu vostra cura. 

Oh, destatela voi, poveri morti, 

Se i vivi hanno paura ! 

Fate che torni e nella destra rechi 

Una spada infocata 
Contro questi ladroni obliqui e biechi 

Che r han vituperata, 

Arda col foco suo fin che bisogna 

Questa stalla d' Augìa, 
Tagli col ferro la civil vergogna 

E la giustizia sia ! 



s 



DA CAPO 



Constirj^iie et asccndamus in meridie. 
Jerem. vi, 4, 

e nella mesta sera, 

Cinto di luce stratia, 

Lo scoglio di CaprerE 

All' occidente levasi 

Superbo sulla nera onda lontana, 



11 marinar che passa 
Sull'agile naviglio 
Tien la bandiera bassa 
E Ira le palme ru\ide 
Il duro capo abbassa e china il ciglio. 

Là, nella calma enorme 
Della morente luce. 
Sotto il granito informe, 
Presso le acacie memori 
L' ultimo sonno dorme il nostro duce. 



ARGIA SKOI.F.NFI 173 

Dorme il Messia invocato 
Nel giorno del dolore, 
Dorme il gentil soldato 
Che amò come una vergine, 
E col suo s' è fermato il nostro core. 



Quando il leon scoteva 
L'ampia cesarie d'oro, 
Un popolo sorgeva 
Bello, gagliardo e giovane 
Che la pugna chiedeva e non l'alloro; 



Sorgean gli eroi sublimi 
Che il duce taciturno 
Primo davanti ai primi 
(juidava all'ardua carica 
Contro Calatafimi e sul Volturno ; 



Poi, rotta nel cimento 

La schiera e pur non doma, 

Cadea senza un lamento. 

Mal vendicata vittima 

Sul colle di Nomento in taccia a Roma. 



174 



Né alcun tendea la mano 
A mendicar mercede, 
Né per voler sovrano, 
Né per clamor di popolo 
Mentiva il capitano alla sua fede, 



Che il duce ed il soldato 
Chiudean ne' petti ardenti 
Il cor di Cincinnato 
E ai solchi ritornavano 
Del plauso non cercato assai contenti 



Ed or che resta ? O santo 
Sangue versato invano, 
O fior d' Italia, pianto 
Un dì con tante lacrime, 
Or ti mette all'incanto il piihlicano. 



O gloria unica al sole, 
Pura in tante vicende, 
Alla crescente prole 
Pura dovevi scendere, 
E ti compra chi vuole e ti rivende! 



ARGIA SBOLENFI 175 

Tutto governa 1' oro, 
Tutto è sottil garrito 
Di legulei nel foro, 
E de' comizi il traffico 
Frutta come tesoro al più scaltrito. 



Il suo veleno occulB) 
Ci mesce la menzogna 
E gli ebri, nel tumulto 
Dell' ira, si barattano 
La calunnia, l'insulto e la vergogna. 



Ahi, della prima schiera 

Non resta alcuno in vita ? 

Dunque laggiù a Caprera 

Col bior.do Cristo italico 

L' incolpevol bandiera è seppellita ' 



Ah no ! Sacra coorte, 
Per r ultima battaglia 
Ti risparmiò la morte; 
Inerme e pur terribile 
Di Roma su le porte ancor ti scaglia. 



IJ-G ARGIA SBOI.KN'FI 

Non sangue essa ti chiede, 
Ma invoca i difensori. 
Schieratevi al suo piede, 
Voi forti, e proteggetela 
Con l'incorrotta fede e gU alti cuori. 



Trombe dal sonno saosse 
Sonate alla raccolta ! 
Correte alle riscosse, 
Salvate voi la patria, 
Vecchie camicie rosse, un'altra volta! 



Alto il vessillo alzate 
De' traditori a fronte... 
Ma voi, deh, riposate 
Nelle giberne lacere 
Cartucce non sparate all'Aspromonte. 



PRIMO MAGGIO MDCCCXCV 



X assano lenti. Un lampeggiar febbrile 

arde a ciascuno il ciglio. 
Passan solenni e da le dense file 

non si leva un bisbiglio. 

Toccandosi le mani ognun di loro 

cerca il vicin chi sia. 
Se i calli suoi non vi segnò il lavoro, 

quella e una man di spia. 

Sotto r aspra fatica e il reo destino 

molti son già caduti, 
molti il career ne tiene od il contino, 

e pur sono cresciuti. 

Striscia il gran serpe de la folla oscura 

dei ricchi su le poitc. 
Dentro, nello stupor de la paura, 

si ragiona di morte. 



Sbolenji - 14. 



Intanto il passo de la muta schiera 

allontanar si sente 
e nel silenzio de la fosca sera 

spegnersi lentamente. 

Ecco allora Epulon, vinto il terrore, 

socchiude l'uscio e guata 
e dice: « Lode a Crispi ed al Signore, 

anche questa è passata! » 



E passata, ma invan te ne compiaci 

ne r allegre parole. 
Son gli antichi rancor troppo tenaci 

per tramontar col sole. 

Nel ferreo pugno non hai più la plebe 
che serva un dì schernivi: 

germina 1' odio da le pingui glebe 
che mieti e non coltivi. 

Ne le officine fumiganti e nere 

contro tesi cospira: 
sotto la casa tua, ne le miniere, 

pronta allo scoppio è l'ira; 



ARGIA SRULENFl 179 

e mal ti gioverà crescer guardiani 

a le porte sbarrate; 
l'armi custodi del tuo aver, domani 

da chi saran portate? 

Chi ti difenderà domani, quando 

le turbe mal nudritc 
assedieranno le tue case, urlando: 

« E il primo maggio: aprite! »? 

Oh, ben gli sguardi noi tcndiam levati 

a l'avvenir fecondo, 
e tu chini la fronte! I tuoi peccati 

hanno stancato il mondo. 



NOVEMBRE 



A 



ddio sorrisi dell'albe rosate, 
Addio tramonti che d'oro parete! 
Novembre porta le tristi giornate 
E delle nebbie la bigia quiete! 

Gli uccelli migran in file serrate 

Cercando a volo contrade piii liete, 
Ma noi restiamo, calcando immutate, 
Sul fango vecchio, le vie consuete. 

Restiamo, e sempre le stesse infinite 
Noie e le stesse speranze remote 
C'infliggeranno le stesse ferite, 

Finché abbassando le teste canute, 
Chinando al suolo le pallide gote, 
Qui marcirem come foglie cadute. 



MENTRE PARTONO 



T, 



u che aprendo il mercato alla menzogna 
Alto salir potesti, 
E che senza pietà, senza vergogna, 
Vivo, di noi ridesti. 

Or nella tomba dormirai contento, 

Buon vecchio di Stradella, 

Che accompagnar solevi al tradimento 
L'arte di Pulcinella. 

Dormi, buon vecchio, ormai dimenticato 

Dai servi e dai rivali, 
E sogghigna se '1 puoi. T' han perdonato 

I morti di Dogali. 

A ben più grave e più feroce guerra 

L'Italia è condannata; 
Nuovo sangue latin beve la terra 
Dell'Eritrea bruciata. 



RIME DI 

Nuove vittime ancor di rei consigli 
Cadran siili' arse arene 

E nuove madri cresceranno i figli 
Per ingrassar le iene! 

Lascia, scarno villan, lascia il sudato 
Solco a te non diviso. 

Tu non devi morir dove sei nato, 
Dove amor t'ha sorriso. 

La gentil civiltà de' tuoi signori 

Ti spinge alla battaglia. 

Va, povero villano, uccidi e muori: 
Dopo, avrai la medaglia. 

E mentre i legulei ti lauderanno 

Con sonanti parole, 
Oh, come l'ossa tue biancheggieranno 

Gloriosamente al sole! 

.Su la sabbia deserta e funerale 
Rotoleranno al vento, 

Ma in qualche trivio della Capitale 
Sorgerà un monumento, 

Su cui tra i bronzi falsi e le sculture 
Dell' arte a buon mercato 

Sarà il tuo nome, o buon villan, se pure 
Non r han dimenticato. 



ARGIA SP.OLENFI . 1 83 

Piange intanto colei che la tua culla 

Vegliò amorosa e forte: 
Piange le tristi nozze una fanciulla, 

Le nozze con la morte. 

Ma il padre invece, al elei rivolto il ciglio, 

Giunte le palme grame, 
Dice: — Beato te, povero figlio, 

Che non avrai più fame. — 



ALPINI 



Q 



iiando r ora verrà, 1' ora che deve 
Esser 1' estrema che vedrete al mondo, 
Voi cercherete invan col moribondo 
Occhio l'alpe natia, bianca di neve. 



E indarno de' ghiacciai la brezza lieve 
Ricercherete neh' ansar profondo. 
Oh, quanto lungi al labbro sitibondo 
Saran le fonti ove il camoscio beve! 



Ahimè, madri dolenti e fidanzate 

Dolenti, dite voi se questo è il santo 
Il giocondo avvenir che sognavate! 

Vanno all' inutil sacrificio e intanto 
Noi veneriam le vanità sfacciate 
Cui piacque il sangue loro e il vostro pianto. 



ULTIME NOTIZIE 



L 



e madri, nel tormento 
Crudel d' un dubbio arcano, 
Cercan con l'occhio intento 
Qualche speranza invano. 

Non sale un noto accento 
Dall' aspettante piano, 
Non una vela al vento 
Sul freddo mar lontano! 



Ed ecco il messaggero 
Nunzio della fortuna 
Passa sul lor sentiero, 

E a lui chiede ciascuna. 

Bianca d'angoscia, il vero: 

« Che novità? » — « Nessuna !! » 



PISCICOLTURA 



Oe un pesce grosso sparpagliò cambiali 

E non le ha mai pagate. 
O le pagò col voto, i suoi giornali 

Dicon: « cose private! » 



Se vende un gran cordon, poscia negato, 

E lo vende a un briccone, 
Son cose che riguardan l'avvocato, 

Cose di professione. 



Se il Codice Penai soffre gli sfregi 
De' suoi superbi sprezzi. 

Se fa comprare o vendere i Collegi, 
Sono pettegolezzi. 



ARGIA SBOI.ENFI 187 

Ma se un pesce piccin, stando digiuno, 

Sente un po' d' appetito, 
Peggio poi se lo dice a qualcheduno, 

È subito ammonito. 



Se gli sembra che il secolo egoista 

Viva delle sue spoglie, 
Se incappa in qualche idea da socialista, 

San Stefano lo coglie. 



Se vede Bosco o De Felice in sogno, 

Se soffre e non dispera. 
Se ha visto il Lega fare il suo bisogno 

In galera! In galera ! 



SERMONE DI NATALE 



O 



Messia profetato ai sofferenti, 
Pietoso un dì consolator del mondo, 
Inutilmente ormai torni alle genti. 
Bambino biondo! 



Non è pili il tempo in cui l'amor potea 
Illuminar le menti e incender l'alme. 
In cui per te Gerusalemme avea 
Osanna e palme. 

O dilettose al cor notti stellate 
De' colli galilei sui dolci clivi, 
Tra il canto delle donne innamorate. 
Sotto gli ulivi; 

O susurranti al sol gaie fontane, 
Di solinghi riposi allettatrici. 
Cui sale la canzon delle lontane 
Spigolatrici ; 



ARGIA SBOLENFI 

O vigne d'Israel che i dolci frutti 

Maturaste all' umìl schiera seguace, 
Voi non r udrete più chieder per tutti 
Giustizia e pace! 

E tu, benigno, che a cercar scendevi 

L'agnel che si smarrì nella campagna 
E l'Evangelo dell'amor dicevi 
Sulla montagna, 

Guarda! Un'idolatria cauta e discreta 
Agli Apostoli tuoi cresce 1' entrate. 
Pietro che ti negò batte moneta; 
Tommaso è frate. 

II sangue che grondò dalla tua croce 
Oggi feconda 1' odio e non 1' amore, 
Presso al complice aitar veglia feroce 
L' inquisitore. 

L'astuta ipocrisia dell'egoismo 

Che la ragion all' util suo sommette, 
Distilla -le bugie del catechismo 
Nelle scolette 

E nella Chiesa che chiamar non sdegna 
Santo l'inganno e la menzogna pia, 
Angelico Dottor, Barabba insegna 
Teologia. 



19© ARGIA SBOLENFI 

Perchè tornar se alla novella pena 

Oggi trarresti inutilmente il fianco? 
Più balsami non ha la Maddalena 
Pel rabbi stanco. 

Non si ricorda più d' averti amato, 

Ma, isterica romea, col bacio scende 
Al laido pie che, del tuo nome ornato, 
Caifa le stende: 

E colei che chiamar madre ti piacque 
E nel sepolcro il corpo tuo compose, 
Or vezzeggia i clienti e vende l'acque 
Miracolose. 

Fuggi, fuggi da noi, bambino biondo: 

Torna piangendo dal presèpe al cielo, 
Il Sillabo di Pio cacciò dal mondo 
Il tuo Vangelo. 

Dall'avarizia vinta e dal peccato 

La tua fede mori povera e nuda 
Oggi nel nome tuo regna Pilato, 
Governa Giuda. 



ALLE MADRI 



Dedicato 
ad Anna E. 



M= 



Ladri, lo ricordate il di sereno 
In cui d' amore il pegno 
La prima volta nel fecondo seno 
Vi die di vita un segno? 

Con che orgoglio gentil del grembo incinto 

AUor vi compiaceste! 
Come la culla col materno istinto 

Morbida gli faceste? 

E poi che al suo vagir tacque il dolore 

Del fianco insanguinato, 
Con che speranze, o madri, e con che cuore 

Benediceste il nato, 

E nutrito di voi lo riscaldaste 
Stringendolo sul petto, 
E se morte il ghermia, glielo strappaste 
Col prepotente afl'etto! 



192 



Lo cresceste così, biondo fanciullo, 

Sovra i vostri ginocchi, 
Vegliando il primo passo e il suo trastullo 

Con l'anima negli occhi. 

E speraste veder l'ore supreme 

In braccio a lui più liete... 
Quanto amor, quanti baci e quanta speme, 

O madri che piangete! 

Ed ora? I vostri figli a mille a mille 

Cadder lungi da voi 
Perchè un ladro impazzito e un imbecille 

Si son creduti eroi. 

E vi tentano ancor, gli scellerati. 

Con le astute parole, 
I\Ia i cadaveri nudi e mutilati 

Si putrefanno al sole. 

Ma già dai loro immondi antri, le iene 

Calando irsute e scarne. 
Leccano il sangue de le vostre vene, 

•Straccian la vostra, carne! 

E il delitto cadrà nel grave oblio 

In che ormai tutto iangue? 
No, levatevi voi, donne, perdio. 

Raccogliete quel sangue, 



ARGIA Sr.OLEXFl I 93 

Gettatelo ululanti e scapigliate 

Dei colpevoli in faccia; 
Quando il giorno verrà, non dubitate, 

Ne troverem la traccia ; 

E dite agli altri, o neghittosi o incerti : 

« Pietà di noi vi prenda ! 
« La postra patria è qui, non nei deserti 

« Dell' Abissinia orrenda. 

«Pietà, chiediam pietà, madri dolenti, 

« Figlie, sorelle, spose ; 
«Pietà, per gl'insepolti e pei morenti 

"Su l'Ambe sanguinose! 

« Non tolga vite ai campi, a le officine 

« La conquista rapace. 
« La nostra patria è qui. Datele alfine 

«La giustizia e la pace!» 

Dite così. Ma se domani ancora 

Tripudieranno i ladri 
E moriranno gl'innocenti, allora, 

O dolorose madri, 

Non porgete più latte al mite Abele 

Che s'acconcia al destino. 
Ma raccogliete ne le poppe il fiele 

Per allevar Caino. 



Sbolenji - i' 



AGLI EROISSIMI 



G 



insti della fallila Apocalissi, 
Marci Porci Catoni, in questo errai: 
Che delle birberie forse ne scrissi, 

Ma non ne feci mai. 



Oh, se n' avessi fatte, e io potevo. 

Di che frasche m'avreste incoronata! 
Un'abiura, e tra i grandi anch'io sedevo. 
Illustre deplorata 

Ma l'arte di lustrar le scarpe ai ladri 
Curvando il dorso, mi negò natura; 
Perciò gridate che incitai le madri 

A strillar di paura. 

Chi parla di viltà? Chi con gagliarde 
Frasi, dopo il cafle, facil tribuno. 
Povere donne, vi chiamò codarde 

Perchè vestite a bru;iu' 



. ARGIA SliOI.F.NKI TQj 

Chi fumando in poltrona, empie i giornali 
Di vendette, di stragi e di rovine, 
Da la ciambella moderando l'ali 

Dell'aquile latine? 

Chi dei debiti nuovi alla conquista 

Le apostrofi all'onor guida in falange 
E soggioga lo Scioa dal liquorista. 

Insultando chi piange? 

Ah, siete voi ! Salute, o ben pensanti. 
In cui l'onor s'imbotta e si travasa; 
Ma dite un po', perchè gridate «avanti!» 
E poi restate a casa? 

Perchè, lungi dai colpi e dai conflitti, 
Comodamente d'ingrassar soffrite, 
Baritonando ai poveri coscritti 

«Armiamoci e partite!»? 

Partite voi, se generoso il core 

Sotto al pingue torace il ciel vi diede. 
O Baiardi, è laggiù dove si muore 

Che il coraggio si vede. 

Non qui tra le balorde zitellone, 

Madri spartane di robuste prose, 

Che clìieggon morti per compor corone 

D'alloro, ahi, non di rose! 



196 ARGIA SliOIKNFl 

Ma no, non partirete! A questi tempi, 
Se dovesse mancar « la parte sana ». 
Chi resterebbe a predicar gli esempi 

Della virtù romana? 

Chi resterebbe a consolar coi detti 

Le vedove beltà che il bruno adorna? 
Chi lì farebbe i brindisi ai banchetti 

Per chi parte o chi torna? 

Ah, forti Alaci della guerra a fondo, 
Ussari della morte, ah, non tentate 
D'uscir di qui per conquistare il mondo, 

Perchè, se ve ne andate, 

Forse la vigna che godeste voi' 

Fruttar potrebbe ad operai più scaltri... 
No, restate, restate a far gli eroi 

Con la pelle degli altri ! 



QUANDO 

IL MUNICIPIO DI BOLOGNA 

FESTEGGIÒ LA B. V. DI S. LUCA 

ESPONENDO I CENCI ANTICHI 

PER INVITO DEI CLERICALI 

MASCHI E FEMMINE 



D, 



'iooiio — Gesù mio, qiiatito scliiainaz/.n 
Per due vecchi tappeti! 
Nemmen se ritornassero in Palazzo 
Gli Svizzeri ed i preti ! 



I contadini a non vederli esporre 

Ci credevan birbanti; . 
Sono elettori anch'essi e quando occorre 

Votan pei ben pensanti. 



Che v'importan quei cenci o i Credi fatti 

Recitar nelle scuole? 
Siam liberali. Non badate agli atti, 

Badate alle parole. — 



Rispondono — I tappeti alla ringhiera 
Non son stracci e cimosa; 

Cencio di pochi palmi è una bandiera, 
Ma vuol dir qualche cosa. 



O le liste da chi furono empiute 

E da chi consigliate? 
Voi ci diceste: non le abbiam vedute; 

E pur lo sapevate! 



Confessatelo, via, siate leali, 
Poiché non siete scaltri 

Voi pascete di fumo i liberali 
E d'arrosto... quegli altri. — 



Ma v'è chi dice — Ecco, Bisanzio ancora 

Con le ciarle si regge 
Dei cento legulei della malora 

Che gli falsan la legge. 



Lasciamoli cianciar del più e del meno, 

Lasciamoli garrire; 
Noi guardiamo piìi in alto, ad un sereno, 

Ad un santo avvenire. 



ARGIA SBOLICNFI . lOq 

Noi guardiamo ]iiù in alto e questa bassa 

Miseria non ci tangc, 
Con Ijen altra eloquenza il cor ci passa 

La voce di chi piange! 



Ma quando il pianto cesserà e verranno 

Ben altre feste, allora 
Quelle coltri lassù riscalderanno. 

Il letto a chi lavora. — 



L'IDILLIO DI ORLANDO 



Che non può far d'un cor ch'abbia soggetto 
Questo crudele e traditore Amore, 
Poiché ad Orlando può levar dal petto 
La tanta fé che debbe al suo J^ignore! 

Ariosto, Ori. Fur., C. IX, I. 



A 



pparia tremolando all'orizzonte 
La tenue luce della nuova aurora 
E la vaghezza delle rosee impronte 
Crescea più viva coìl' andar dell'ora, 
Quando, sul fido Brigliadoro, il Conte 
Uscì pensoso di Baldacco fuora 
E d'ignoti sentier sull'erba molle 
Lentamente discese il verde colle. 



Come giovine sposa, allor che il sole 
Fra le cortine del balcon s'affaccia, 
Lascia lenta le coltri e volger suole 
Al conscio letto con desio la faccia, 
' Ma, rivestita poi, non più si duole 
Rimemorando i baci e il sonno scaccia, 
Indi lieta intrecciando il crin disciolto 
Canta allo specchio e amor le ride in volto; 



ARGIA SBOLEMFI 

La natura così malvolentieri 

Dai notturni riposi uscir parea 

Semivelata dai vapor leggeri 

Che lenta l'aura del mattin movea, 

Ma poi ridesta e de' color primieri 

Rifiorendo col dì, tutta frcmea 

In un gaudio fecondo, in una ebbrezza 

Di gioventiì, d'amore e di bellezza. 



Non sgomentati del cavallo ai passi 
L'inno di gioia ripetean gli augelli 
Pareano susurrar tra l'erbe e i sassi 
Giocondi epitalami anche i ruscelli, 
E i caprifogli pendali dai massi, 
Scotendo i rami a guisa di capelli, 
Gocciavan perle di sottil rugiada 
Sulle nozze de' fior lungo la strada. 



Nel tripudio d'amor ringiovanita 

La pianura parca tutta un giardino 
Che vaporasse tepida e squisita 
La fragranza de' fiori al ciel turchino. 
Sì che pien di desìo, gonfio di vita, 
S'apriva il chiuso cor del Paladino 
E conquisa cedea l'anima fiera 
Alle lusinghe della primavera. 



Dimenticò Re Carlo e i suoi baroni 
E il santo gonfalon del fiordaliso, 
I giganti le lati e gli stregoni, 
Gano schernito ed Agramante ucciso. 
Dimenticò gli assalti e le tenzoni 
Tra lo stuol battezzato e il circonciso 
E vide col pensier mille rosate 
Imagini di donne innamorate. 



Rivide Olimpia, olVerta all'esecrando 

Mostro, chieder mercè nuda e tremante 
E passar sorridendo e sospirando 
Fiordispina, Isabella e Bradamante. 
Vide Marfisa non curar pugnando 
Le salde nudità del petto ansante 
E d'Angelica sua gli occhi procaci 
Languir di gaudio di Medoro ai baci. 



Allor si sentì solo e in cor gli scese 
Gelida un'onda di malinconia. 
Tal che a se stesso dubitando chiese 
Se la gloria non fosse una pazzia; 
Ed una voce in fondo al core intese 
Dirgli: «Che vai la tua cavalleria, 
« Che valgon le tue gesta e il tuo valore 
«Senza un bacio di donna e senza amore? 



ARGIA SBOI.EN'M 203 

Discendeva così fantasticando 

Intorno a questa sua doglia novella, 
e sospirava fieramente, quando 
"Vide dal bosco uscire una donzella 
Che raccogliendo fior venia cantando 
Soavemente, e la persona bella 
Di tal vivo desio lo prese e punse 
Che spronò Brigliadoro e la raggiunse. 



Si trasse l'elmo, dall' arcion si sporse 

E con voce tremante amor le chiese. 
Lentamente a mirarlo il viso torse 
La giovinetta ed a sorrider prese. 
L occhio le scintillò, ma quando scorse 
La croce sull'usbergo e sul pavese, 
La scintilla si spense ed il sorriso 
Subitamente le sparì dal viso. 



E disse: « Cavalicr, tu porti in petto 

« Del Dio che adori il segno e la dottrina. 
«Tu segui Gesìi Cristo, io Maometto; 
«Tu sei di stirpe Franca, io Saracina; 
«Io cingo fiori al capo e tu l'elmetto, 
«Tu sci nato possente ed io tapina; 
«Vanne e ti basti sol ch'io ti confessi 
«Che t'amerei se tu a Macon credessi». 



204 ARGIA SBOLENFI 

Oh, come lieti tra le verdi fronde 

Cantavano gli augelli i novi amori, 
Come all'aura d'aprii le rubiconde 
Corolle aprivan tripudiando i fiori. 
Come splendeano al sol le chiome bionde, 
Come ridevan gli occhi incantatori, 
Allor che il Paladin vinto si diede 
E per un bacio rinnegò la fede! 



AI REDUCI DALLO SCIOA 



Q 



uando spuntar vedrete all'orizzonte 
Questo suol benedetto e sospirato 
E la brezza natia su l'arsa fronte 
Il bacio vi darà del ben tornato; 



Quando in folla calar vedrete al lido 
I cari vostri a salutar le prore, 
E il dolce vento de la patria il grido 
Vi porterà de 1' aspettante amore ; 

Quando nel cor di rimembranze pieno 
L'impeto cesserà de la tempesta 
E, consolati, sul materno seno 
Riposerete alfin la stanca testa; 

Se vi parrà d'udir fioco un lamento 

Che seco il pianto e la tristezza porti 
Ascoltatelo pur senza sgomento; 
Quella è la voce dei compagni morti. 



206 ARGIA SEOLKNFI 

Che dice: — «All'avvenire sorridevamo 
«Quando il destino ci portò con lui 
« Ed ecco elle con voi non ritorniamo, 
« Noi mal sepolti ne la terra altrui. 

« Ma, dite, la giustizia alzò il flagello 

«Su gli eroi da poltrona e i paladini? 
« Chi come bestie ci cacciò al macello, 
«Il supplizio subì degli assassini?» — 

Voi rispondete: — «Ahimè, dormite in pace 
«Del triste campo nel silenzio enorme 
« Qui dei delitti la memoria tace, 
« Qui stipendiata la giustizia dorme. 

« Sovra i tumuli vostri erra feroce 

« La iena e ne la notte urla il leone, 

« Ma gli eroi da poltrona hanno la croce 

« E gli assassini vostri han la pensione ». 



NOTTE D'AUTUNNO 



Anfiiria il vento e nella bieca notte 
Fredda la piova incalza. 

L'acqua che stroscia dalle gronde rotte 
Sui ciottoli rimbalza. 

Entro l'oscurità profonda e vuota 

Delle vie taciturne 
Guizzan, specchiate nell'immonda mota, 
Le fiammelle notturne, 

E nel sordido fango e nel pattume 

Putrefatto del suolo, 
Miserabile spettro, agita il lume 

E fruga il ciccaiolo. 

Quand'ecco dal silenzio esce il lontano 

Scalpito d' una rozza 
E tra la pioggia, il vento ed il pantano, 

Appare una carrozza 



208 ARGIA SBOLENFI 

Che in un dirugginìo di chiavistelli 
Trabalza oscenamente, 

Col profilo dei birri agli sportelli 
E le lanterne spente. 

E il ciccaiol che vive razzolando 
Nel brago e nel fetore, 

Sente lo schifo e brontola sputando: 
«Passa un commendatore!» 



IL MIO CUORE 



Li mio cuore è uno scrigno di velluto 
.Che con sette sigilli è sigillato. 
Molti voller saperne il contenuto. 
Ma nessun finor l'ha indovinato. 



Lungamente il segreto ho mantenuto 
E il labbro come il cor tenni serrato, 
Ma più a lungo tacer non ho potuto 
Ed i sette sigilli ho lacerato. 



Sappiate dunque che nel cor segreto 
Chiudo i ricordi del tempo remoto, 
I fiori secchi dell'aprii mio lieto, 



Fra cui quest'oggi, per gentile invito, 
Scesi a frugar con l'animo devoto 
Per cavarne un sonetto impallidito; 



Sboleiijì - i6. 



2IO ARGIA SBOLENFI 

Un povero sonetto impallidito, 

Fior dell'anima mia morto e seccato, 
Che tra le foglie sue reca smarrito 
Come un lontano odor del mio passato, 



Come un ricordo vago e scolorito, 
Un'eco lieve del tempo beato, 
Un rimpianto profondo ed infinito 
Di tutto quel che in giovinezza ho amato. 



Ed ecco che il sonetto esce discreto 
Da .la prigion dove dormiva ignoto 
E rivede tremando il mondo lieto. 



Va dunque, o mesto fior da me cresciuto. 
Porta a chi m'ama del mio core il voto, 
Ed a chi m'odia porta il mio saluto. 



PARLA IL LIBRO 



Oon la lontana che nasce sui monti 
Limpida e gaia tra i sassi sonanti, 
Fresco ristoro di greggi vaganti, 
Vergine ancora di muri e di ponti, 

E che, ingrossata da torbide fonti, 
Bagna e feconda le valli aspettanti, 
Poi, ferma in larghe paludi stagnanti. 
Vapora febbri nei grigi tramonti ; 

Indi travolta a città pestilenti, 

Livida inghiotte le salme dei vinti 
E scalza e scuote le reggie possenti, 

Finché gli spazi del mare raggiunti, 
Tra i flutti eterni dal vento sospinti 
Si perde e gode l'oblio dei defunti. 



COMMIATO 



wJecoletto borghese, 
Ecco il libro finì. Chiudilo in pace. 

Degno di te lo rese 
Quell'arte che ti meriti e ti piace. 



INDICE 



Prefazione Pag. vii 

LIBRO PRIMO - Lk Crktine 

Sz descrive un vago de<iio . . . . Pag. 3 

La ballata del Re Moro * 5 

Sonetto contro un anonimo che ci fece la 

bìirla del telegramma .... ^ 7 

Si descrive tm temporale nel deserto . . » 8 

La mia ghirlanda poetica .... » 9 

La battaglia di Sadova > 1 1 

Si duole di essere abbandonata dall'amante » 13 

La romanza del paggio » 14 

Risiirretione » 16 

// lamento del prigioniero . . . . » 18 



214 INDICK 

Pianto della rhiesn holognesf senza pastore Pag. 20 

Tempesta in mare » 21 

Per la caduta di Palamidone . . . » 25 

Alla poetessa Argia Sbolenfi (Proposta) . » 26 

A Edra Coprndite, pastore arcade \VJ\.\^\iO%\.^\ » 27 

Si compiace delle prossime nozze . . . » 28 

Egloga » 29 

Si set/sa per avergli mostrato poco rispetto » 34 

S/'ogo contro colui * 35 

Ave Crnx! » 37 

L' apparizione » 3^ 

/// disprezzo di uno spasimante ...» 40 

Confida le sue pene alla Beata Vergine . » 41 

Iti dispregio della i/nnro/ida rana . . » 42 

Favolettc inorali » 43 

Il gentil cavaliero » 56 

; Fobie Carlos ! » 5^^ 

La. risposta della figlia maledetta , . » S'' 

Si descrive una rustica cappella ... «03 

Inno al salame » 65 

Lamento » 08 



LIBRO SECONDO - Le Decadenti 

- P^g. 73 

Anacreontica » 74 

L'alba ^ 7(j 

/// fnare 77 

La capretta » 78 

In bicicletta » 79 

Ad un orologio gitnsto » 8 1 

A lìii » 82 

/•,' vero! » 83 

Affetti di lina pellegrina all' Aìigutlo 

Vegliardo » 84 

La ballata del cavali cr discorte^e . . » 85 

Sonetti mitologici » 88 

Zff rovina del Sasso >> g4 

Sonetto » M5 

Al ?nio de <:l riero .... . . » tjO 

Ode farmaceutica » 98 

Ode ostetrica » 103 

kat:::o » roS 

Htinyadi Jànos » lio 

Nel bagno ( Ode ) * 1 1 3 



2l6 INDICE 

A ìin vaso nuovo di porcellana Ginori . Pag. 1 1 6 

Ai colleghi » 119 

« Nascituro * » 1 20 

Al vescovo di Seboim » 125 

« Eìt rev' naiìt d' la revite » . . , » 128 

Le elezioni di Milano (i8gs) . . . » 129 

Dea crepitili sacrum » 131 

Fantasia egiziana » 136 

Le visite al Cardinale » 138 

Satnbuci _. . » 143 

A Venere genitrice » 145 

// primo capello bianco » 1 50 

Sonetti decadenti » 152 

Morbus » 160 

Elezioni . . » 1 65 

Dopo il plico » 169 

Da capo » 172 

Primo Maggio MDCCCXCV . . . » I77 

Novembre » 180 

Mentre partono » 181 

Alpini ' » 184 

Ultime 7totizie » 185 

Piscicoltura » 186 

Sermone di Natale » 188 



INDICE 2 I 7 

Alle madri Pag. 19 1 

Agli croissimi » 194 

Coltrici festive » 197 

L'idillio di Orlando » 200 

Ai reduci dallo Scioa » 205 

Notte d'autunno » 207 

// tnio cuore » 209 

Parla il libro » 2 1 1 

Coni7niato * 212 



Finito di stampare 

il giorno 12 Settembre ig20 

negli Stabilimenti Poligrafici Ritmiti 

in Bologna 



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Lire 3,80