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Full text of "Rime. Secondo le due stampe originali, con introd. e note di Erasmo Pèrcopo"

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BIBLIOTECA NAPOLETANA 

DI 

STORIA E LETTERATURA 

EDITA DA Benedetto Croce 



LE RIME DEL CHARITEO 



PARTE PRIMA. 
jntroduzione, 



Tipogr. dell'Aocad. delle Scienze. Napoli 



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LE RIME 



DI 



^ 



BENEDETTO GARETH 

DETTO *IL CHARITEO 

SECONDO LE DUE STAMPE ORIGINALI 

CON INTRODUZIONE E NOTE 
DI 

ERASMO PÈRCOPO 



PARTE PRIMA. 
Introduzione. 



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3 



NAPOLI 

MDCCCXCII 



Do 









AVVERTENZA, 



La collezione, che s'inizia con questo vohcme, ha un 
limite, che diremo regionale. Le opere, che vi saranno 
accolte, saranno opere di scrittori napoletani, ovvero opere 
riguardanti cose napoletane. Ciò e reso necessario da 
ragioni pratiche facili ad intendersi e delle quali gli stu- 
diosi, se vogliono far cosa meno imp)erfetta, debbono tener 
conto. 

Quanto al genere, le opere di questa collezione saranno 
di due generi; cioè: od opere letterarie, come poemi, 
drammi, novelle, ecc.; od opere storielle: e queste ultime 
riguarderanno non tanto la storia politica, quanto la 
storia della vita sociale e dei costumi delle provincie me- 
ridionali d'Italia. 

Siamo venuti a questo concetto, considerando che la 
letteratura e la vita sociale e i costimi sono la parte più 
trascurata dei nostri studii. Alla storia politica provvede 
ottimamente la Società Storica colla serie che va pubbli- 
cando dei Monumenti storici. 



Quanto al modo della j^uàhlicazione, i testi delle opere 
saranno jyuhhlicati in edizioni critiche, e saranno accom- 
pagnati largamente da introduzioni e da note, dirette ad 
illustrare le materie che trattano, o le forme letterarie 
che rappresentano. E, a questo modo, i volumi della col- 
lezione non solo conterranno stampe o ristampe corrette 
di opere letterarie o storiche, ma porteranno un contri- 
buto di notizie ed osservazioni alla storia civile o alla 
storia letteraria. 

Con questo programma ci accingiamo al lavoro; e sa- 
remo lieti se, fra alcuni anni, p}otremo dire di avere ac- 
cresciuto le collezioni storiche della nostra regione di un 
certo numero di non inutili volumi. 

'Napoli, 1 Gennaio 1890. 

Benedetto Croce. 



Uii 



quand'io metteva insieme queste pagine, 
CHI m'avrebbe mai detto, 

caro papà, 

ch'avrei dovuto dedicarle: 

ALLA TUA BENEDETTA MEMORIA! 



u. 



INTRODUZIONE 



i 

DELLA VITA E DELLE RIME 



BENEDETTO GARETH DETTO IL CHARITEO 



At te 

bearunt Charites deae ministra*, 
e quia, o Charitee, nomen hauris. 

Fontano, Baiar. \. 



I. 



Fra i poeti che dal 1450 al i$oi cantarono l'amore 
nella corte degli Aragonesi napoletani , il Chariteo è 
senza dubbio il migliore: migliore anche di quell'unico 
che potrebbe competergli quel posto: il Sannazaro; il 
quale, data tutta la sua giovinezza alla composizione 
^^\V Arcadia, pare che ben poco si curasse delle sue rime 
amorose '; nelle quali ei segue troppo da vicino il mo- 
dello petrarchesco, e riesce alquanto freddo e stentato. 

E neanche come poeta politico il Chariteo ha rivali 
fra i suoi contemporanei napoletani : che pochi d' essi 
s'interessarono, e questi pochissimo, alle lotte interne 
ed esterne di quella dinastia, che per loro era sempre 
straniera ': solo il Chariteo, connazionale degli Arago- 



* Infatti quelle « vane e giovenili fatiche », composte in gran parte 
tra il 1480 e il 1304,61 non le pubblicò che nel 1330 (Napoli, Suitzbach): 
neir istess' anno che uscirono le rinne del Bembo. 

' Poche poesie politiche nel Canzoniere (Napoli, Morano, 1S83) 
di P. J. DE Jennaro (son. xiii , canzz. 11, iv , v, son. xlvii ecc.); po- 
chissime in quello del Sannazaro {Rime, Padova, Cornino, 1723; canz 
XIV, sonn. lvi-vii); qualcuna in quelli di G. F. Caracciolo e degli altri 
rimatori minori. 



XII INTRODUZIONE 

nesi, dei loro disegni, delle loro ambizioni, delle loro 
speranze e dei loro timori si fece adatto interprete e 
banditore caldo e appassionato a tutta Italia : egli fa 
il poeta politico ufficiale di quella corte. 

Poeta d'amore, non seguì servilmente le situazioni 
amorose del Canzoniere-, ma cercò contemperare il pla- 
tonicismo di quello con la poesia eretico-elegiaca, più 
umana, più adatta a quell'epoca che rievocava con 
tanto entusiasmo la vita pagana, di Properzio e di 0- 
vidio; poeta politico della più potente e florida mo- 
narchia italiana del quattrocento; ha tutti i diritti, e 
dal lato artistico e dallo storico, alla considerazione 
degli studiosi della storia della letteratura nazionale. 

Ai quali il Chariteo come personaggio storico, — e fu 
una delle più belle ligure del suo tempo, — è poco noto ; 
e del poeta son fin troppo conosciuti, più che alcune sue 
belle qualità, certi suoi in qualche modo esagerati di- 
fetti. —/Della sua vita accertarono alcuni fatti, prima 
di tutti , il Mazzuchelli S poi Raimondo Diosdado Ca- 
ballero -, e, in più gran numero, Bartolommeo Capas- 



1 Nelle schede inedite degli Scrittori d'Italia, ai ff. 563 r-566 v del 
Codici! vaticano , n° 9265: 2° scompartirnento « Manuscritto del \ 
Conte Giovanni \ Maria Mazzuchelli » 5° scompartimento Scrittori 
Italiani \ C. \ 9 \ che è la 6* busta, contenente gli articoli Canardo- 
Carli. Ivi son , per la prima volta, tutte le notizie e le testimonianze dei 
contemporanei sul Ch. , sulle edizz. delle rime ecc. ; ma rimase scono- 
sciuto a tutti quelli che parlarono del n. — Su queste schede inedite, 
che io ebbi agio di studiare a Roma, anni fa; v. E. Narducci, Intorno 
alla vita del e. G. M. ed alla collezione de'' suoi mss. ora posseduta 
dalla bibl. Vatir. (estr. dal Giorn. arcadico, t. CXCVII; LII della 
N. S.,p. 78). 

' Ricerche critiche appartenenti all'accademia del Fontano scritte 
da Ramondo Diosdado Caballero ; s. a. né 1. ; ma certamente Ro- 
ma, nel 1797. Oltre che di molti accademici pontaniani, di Alfonso I 
e di altri mecenati napoletani, del sec. XV (pp. 29-145); parla delle 
due edizz. originali delle rime del Ch., della patria, del nome, della 
sua venuta a Napoli, della professione e degli uffici], della famiglia, 



INTKODUZIONE XUI 



SO '. — Di una gran parte delle rime, primo e solo, il 
D'Ancona parlò competentemente"-; ma egli, incalzato 
dalla tesi che s'era messa dinanzi, dato solo uno sguardo 



dell'amore per la Luna, del suo viaggio a Roma, degli amici e ne- 
mici ecc. (pp. 3-2S). Di quest'opera rara ho potuto studiare V esem- 
plare posseduto dal comm. F. A. Casella; un altro, postillato da A. 
Gervasio nel 1807, nella bibl. dei Gerolamini , in Napoli. Fu scritto 
specialmente per correggere e completare il poco e male detto sul n. dal 
TiRABOscHi {Stor. della lett. ital. , t. VI, P. Ili, cap. Ili, xvi, ediz. 
Class. Ital.); il quale aveva parlato del Cli. , senza averne letto, nep- 
pur frettolosamente, le rime ; come fece anche P. Napoli Sionorei.i.i, 
Vice.ììde. della cole, nelle due Sicilie'^, Napoli, 1810, III, pp. 461-62 Dal 
Caballero derivò « una biografìa piuttosto lunghetta », vista in Ispagna 
dal mio amico B. Croce, a p. 163 delle Memorias para ayvdar à for- 
mar un dìccionario critico de los escritores calai anes y dar alguna 
idea de la anf.igxta y moderna literatiira de Catalvàa. Escriblólax 
el limo Sr. D. Felix Torres Amat ecc. ecc. (Barcelona, Imprem- 
pta de I. Verdaguer, 1836). 

* Sul vero cognome del Cariteo antico pontaniano , a pp. 37-52 
del Rendiconto delle tornate dell' accad. poni. , &. V (Napoli, pp. 37- 
52, 1857). Segui il Capasso e il Caballero, per la parte lùogratìca, 
Camillo Minieri Riccio, a pp. 318-337 delle Biografìe degli accad. 
alfonsini detti poi pontan. dal 1442 al 1543, s. a. né 1., ma Na- 
poli (estr. ààW Italia Reale, 1880-82). E dal Capasso trascrisse prin- 
cipalmente il Ciavarelli , Cariteo e le sue opere volgari (estr. dal 
Propugnatore , voi, XX): sul quale v. la mia recensione nel Giorn. 
xtor. d. lett. it , XI, pp. 218-230; e La letteratura di Torino, III, 15. 

'^ Del secentismo nella poesia cortigiana del secolo KV , a pp. 
131-237 degli Studj sulla letter. ital. de' primi secoli, Ancona, Mo- 
relli, 1884; e Milano, Treves, 1891, differente dall'altra solo nella co- 
pertina. U Gaspary (Geschichte d. ital. Lit., Berlino. Oppenheim, 1888, 
11, p[). 329-30; e nella trad. ital. di V. Rossi, Torino, 1891, voi. II, 
P. I, pp. 305-6); segui internmente il D'Ancona.— Oltre a tutti quelli 
ricordati nelle nn. preced. , studiarono e citarono le rime del u.: 
L. NicoDRMo , .Addizione copiose . . . alla bibl. nap. del dr. A". Toppi 
(Napoli, Castaldo, 1683, pp. 58-59); Gian Vincenzo Mkola , in alcuni 
appunti mss. (bibl. Nazionale di Napoli, xml d. 27), pubblicati, fuori 
ili una nota finale, da cui si sa che li scriveva intorno al 1788, dal 
Ciavarelli , pp. io5-ii7(cito dalla stampa); Michele Tafuri, Epi- 
tal. di G. Altilio ecc. (Napoli, Stamp. Simoniana, 1803I, pp. xiii-xvni, 
XXI. xxvii-viii, 64-67 e n»?.; Michele Arditi, Esame de' tit. in forza 
de' quali ha la d. casa di Monteleone ecc. (Napoli, 1803), pp, 7, 13, 



XIV INTRODUZIONE 

fugace a qualcuno dei brani più belli, volle in qualche 
altro trovare alcune delie cagioni di quella maniera 
tronfia, strana e svenevole, di quel preseceutismo che 
caratterizza tanto le rime dell' improvvisator aquilano 
e dei suoi confratelli; i quali, a vero dire, pare che 
derivino più direttamente dalle esagerate e gonfie poe- 
sie giovanili di Antonio Tebaldeo. 

Kestava, dunque, quanto alla vita, a licfrcarno tutti 
i fatti nelle pubbliche carte che ci rimangono ancora 
di quel tempo ; a ordinarli ; a riunirli alle testimo- 
nianze dei contemporanei, ricavandone tutte le dedu- 
zioni possibili '; e, quanto alle rime, a studiarle una 
per una, notandone i plagi e le imitazioni, specialmente 
dai poeti latini - e dal Petrarca ; i pregi e i difetti ; e 
la fortuna loro nelle ristampe e negli imitatori; e ten- 
tar, finalmente, per quanto era possibile, di tratteggiar 
la fisonomia dell'uomo, del letterato, del poeta ; e questo, 
tolto di fra i mediocri, fra i quali malamente si trova 
oggi collocato ^, riporre nel posto che egli occupava al 



13 sgg., 51, 175 ecc.; G. Roscoe , Vita e poni, di Leone X, trad. 
Bossi (Milano, Sonzogno, 1816-17), t. I, pp. 103-3, 109, 114-13, 209; 
11, 129, 288 sgg., 311; III, 258; U. A. Canello, St. della lett.ital.nel 
sec. XF/ (Milano, Vallardi, 1881), pp. 183, 199: Tallarigo-Imbria- 
Ni, Nuova crest. ital. (Napoli, Morano, 1883), voi. II, 345-33; eJ altri 
«he ricorderemo in seguito. 

1 I docura. di cui mi servo, inedili finora, eccetto i nu. II-III, V, 
XI-XII dei pubblicati dopo V Introd , ed il IX pubbl. in parte, furon 
tutti ritrovati da me nei registri aragonesi dt^l R. Arcliivio di Napoli. 

- Solo il Meola., Op. cit., pp. 114, 116, 117, ricopiato in gran parte 
dal CiAVARELLi, pp. 70-74, accennò a due o tre delle più facili tra le 
infinite imitazioni o traduzioni da' poeti latini. 

3 Si veda, p. es., R. Fornaciart, La leti. ital. ìiel primi qnat. ser. 
(Firenze, Sansoni, 1883), p. 163; e nei loro Man. della lett. ital. il 
Torraca, I, 468-470, ed il Casini, IH, 346, 363. È nominato appena 
dal GiNGUENÉ {Hlst. litt. d'Italie. Parigi, 181 1 ; voi. Ili, p. 348); 
da G. Maffei, St. d. lett. ital. (Firenze, Le Monnier , 1833), voi. I, 
p. 196: dal Settembrini. S^t. d. lete ital., I, 280: dal Fornaciari , 



INTRODUZIONE XV 

SUO tempo , fra i migliori artisti che nel quattrocento 
poetarono in volgare. 

Se nella corte fiorentina, per le rime d'amore, eb- 
bero il primato il Poliziano e Lorenzo de' Medici; e, 
nella ferrarese, il Bojardo e il Tebaldeo; nella napo- 
letana, più spesso e con più entusiasmo, si ripetettero 
le canzoni amorose del Sannazaro e del Chariteo. 



II. 



Si chiamava Benedetto Gareth. 1 nostri vecchi avevan 
tanto fantasticato su quel misterioso Chariteo ! ' 11 buon 



Bis. stor. d. leu. ital. , 56 ; dal FiNzi , Lez. di st. d. lett. ital. , II, 25 ; 
ina in quasi tutte l'altre storie della nostra lett. neppure il nome. 

1 Men di tutti il gesuita A- Ruggiero (Xeapol. literat. TJieatrum, 
Oratio hah. in Neap. in repet. stud., 1617, p. 21); assicurando che 
Chariteo era [iseudonimo del card. Jacobo Seripando, « qui Chariteus 
olim est dictus ; fortasse quia in sinu Charitum enutritus sexcentas 
versibus Charites appingebat »; e in nota: «poeta cultissimus, cuius 
panca sui)ersuat manuscripta, sed praeclarissima»'.!: clV. Napoli Signo- 
RELLi, Vicende, III. 464. — Il Toppi {Bibliot. «apotoana, Napoli, 1678, 
p. 314), non sa se «Carideo... sia nome o cognome»; il Quadrio, St. e rag. 
d'ogni Poes., II, 213, afferma che il cognome era «de'Caridei». Il Meola, 
Op. eie, p. 112, crede Canteo nome poetico, ma ricorda «che Monsignor 
Sabatini, vescovo d'Aquila, in quella vita che scrisse del medesimo, in- 
sieme con l'altra di Elio Marchese, intende dimostrare, che fosse suo 
naturai nome, quello di Cariteo; siccome afferma Francesco Daniele, 
che ebbe aggio di veder queste vite, rimaste nei mssti del Sabatini , che 
non mi è riuscito di trovare». — E vi furon veramente delle famiglie 
napoletane e di Pietradifusi chiamate Carideo, nel secolo scorso (Mi- 
NiERi Riccio, Op. rie, pp. 322-323). Il Mazzuchelli {Op. cit., p. 566 v) 
ricorda raons. Caritei , vescovo di Sebenico; un Adelfo ed un Filandro 
Cariteo, e quell'Andrea Cariteri, chiamato da alcuni Charitevs (v, an- 
che Negri, 7s^ de' fior, scritt., p. 33). Io poi ho trovato nel Repert. 
Com. della Somm., f. 16 v,un «Cariteo Mormile» (147S); e nel Rep. de' 
div. off. e henef. regii, f 247 r, un «Gio. Ger. Cariteo, regio capit. 
in Sulmona» (1522-26). 



XVI INTRODUZIONE 

Crescimbeni , leggendo male un brano della Vita del 
facondo Poeta Vulgare Seraphino Aquilano per Vin- 
centio Calmeta composta * , e confondendo tre accade- 
mici in uno , lo aveva chiamato Attilio Musefilo Cari- 
teo^; il Caballero proponeva come «vero cognome... 
Caradeu, vero casato catalano, che significa faccia di, 
D*o», «Grazia, ovvero Grazioso, mascherato alla 
greca in Chariteo » ^ Il Capasso , che aveva pensato an- 
che lui ad un Graziano, mostrò invece con due docu- 
menti alla mano, « che il proprio cognome del Canteo 
era Garrecta o Garetto , e che al medesimo egli solca a 
quanto pare preporre il nome accademico col quale era 
generalmente conosciuto » ^. Ma anche quest'ultima for- 



' Innanzi alle CoUettanee Grece- Latine-e \ Vulgari per diversi 
Alidori I Moderni-nella Morte de lar- | dente Seraphino Aquila- 
no... (Bologna, jjer Caligola Bazalìero , 1504): v. la descrizione ia 
Renier, G. Visconti, p. 6 n. Anni fa studiai, in Roma, l'esemplare 
dell'Alessandrina: m , f . 51 , f."^ 2''. — Ivi si legge: « Fioriva in Na- 
poli anchora un'altra Academia de litterati la qual sotto l'auctorità 
e reverentia dil Fontano nel portico Antoniano a lochi e tempi se 
congregava, Jacobo Sanazaro, Attilio, Miisephilo Chariteo & altri as- 
sai eruditi, e di perspicace ingegno». Correggendo V Attilio \q Alti- 
lio, e mettendo una virgola dopo Musephilo , ai sarebbe inteso bene: 
V. Tafuri, p. xvm, n. io. L'errore del Crescimbeni fu ripetuto dal 
Quadrio, Op. cit., II, p. 213; nel Catal. Bihl. Caxanat. , Roma, 1761, 
II, p. 106; e dal Mazzuchelli, f. 563; ma cfr. Tafuri, pp. xin-xiv , 
n. i; e Capasso, p. 43. 

- Istoria della volg. poesia, III, p. 301. 

3 Op. cit., p. II.— Egli aggiunge che se Caradeu è il cognome vero 
del Chariteo, il nipote di costui potrebb'esser quell'Oritheo, di cui alcuni 
versi latini nel voi. VÌI, p. 27 dei Carmina i/I. Poetar. Ital. (Firenze, 
1719-24); perché questo « nome. ■ . formato dalla voce latina os , e 
dalla greca Theos, corrisponde a maraviglia al significato di Caradeu », 

'^ Op. cit., pp. 48 e 50. Il Capasso conobbe solo il II dei Docum. 
pubblicati da me, e quello in n. 2 a p. su. Il primo l'ebbe da A. Ger- 
vasio, che l'aveva già comunicato al Melzi, Dision. di opere anonime e 
pseudonime, I, p. 176; ma il Melzi ed il Gervasio credevano che il 
Garectus di quel docum., piuttosto che cognome, fosse «nome di uffi- 
cio presso la real persona». Il Capasso fu il primo a dimostrare che 



INTRODUZIONE XVII 

ma era leggermente latinizzata. I documenti ce la pre- 
sentano, invece, un po' modificata, trascritta anche in 
diverse maniere, ma, sempre, un po' più alia spagnuola, 
e congiunta, fortunatamente, al nome Benedetto. Or, 
tra le forme Garrett, GarretJi, Garret, Garet, Garetho, 
Gareth ', ho preferita l'ultima, più vicina al Garetus 
•di una ricevuta scritta, manti propria, dal Chariteo ^, 
e avente 1'// di due altre di quelle trascrizioni. 



era invece tin vero cognome; anche contro il Tafuri (Op. cit- , p- 

XIV, n.); il quale, trovando sotto i diplomi aragonesi la firma Chari- 
teus , ritenne che questo era «il suo casato», perché «se diverso, o 
finto fosse stato cotal suo cognome » , non si sarebbe trovato « in 
carte di pubblica autorità ». — Col Capasso, Minieri Riccio, p, 321, n. 
j ; Tallarigo, G- Fontano (Napoli, 1874), P. I, p. 134; D'Ancona, 
Seceut., p. 176; CiAVARELLi, pp. 13-14; Gaspary, Die ital. Lit. , II, 
pp. 301, 330, — ma nella trad. ital. voi. II, P. I, p. 280, 306, ha già Be- 
nedetto Garret (?), senz'altro ; certamente dal Giorn. stor. d. leu. ital., 

XV, p. 328; — ed altri. 

1 Nei docum. trovo: Caritei Garreth catalani {Esecut. della Somm. 
voi. 9 , f . 11); Domino Cariteo Garet secretarlo.. . Domino Ca- 
riteo Garret {Curiae della Somm., voi. 25, ff. 35 v e 57 r); Bene- 
decto Garret , dito Cariteo {Ced. di tesor., voi. 134; f. 100 v); Be- 
nedicto Garect noìninato Cariteo. . . Benedicto Cariteo . . . Caritey 
Garetj... lìfnedicto Garret dieta Cariteo... Caritey Gareth... Bene- 
dicto Garetho diclo Caritheo; Charitlieo Garrett {Sigili. deWa. Som- 
mar., voli. 33, f. Ili v; 37 ; 40, f. 70; 45, f. 137); Tutti i brani ri- 
guardanti il nome e coguome vedili raccolti nel I dei Docum. Il march. 
L. Geremia {Il figlio del Poìitano, il nome del Cariteo ecc., in Lega 
del bene, a. IH , n." 43 ), fin dal 1888, pubblicando solo i nn. iv e 
vili di quel docum., aveva fatto conoscere il nome del n., e accetta- 
to, |)el cognome, anche la forma Gareth. — Questo cognome non era 
raro in Barcellona: una Margherita Garret, scrittrice religiosa, vi- 
veva nel convento di Santa Isabella di quella città, sulla fine del cin- 
quecento (ToRRKs Amat, p. 274). É noto poi il poeta portoghese Giov. 
Batt. de A Imeida Garrett ( v. Th. Braga, Curso de hist. da litt.por- 
tugueza , Lisbona , p. 378 sgg. ). 

• In un foglio volante, nel voi. 37 Sigili.: « Ego Chariteus Gare- 
tu.s . . . Chariteus manie propria » ; pubblicato per intero dal Gere- 
mia, l. e., e nel n. iv del I dei Docum. 



XVIII INTRODUZIONE 

Barcellona — lo dice Ini stesso, — fu il « dolce luogo 
dove nacque > '; pare, verso il 1450: perché, dopo il 
i^oi '^, scrivendo la Metltamorphosi , si diceva « non 
ancor vecchio », e « ne la grave età», dopo il 1503 e 
qualche anno prima del 1509, quando componeva la 
Pascila^: vale a dire che, nel primo decennio del se- 
colo XVI, egli doveva essere tra i cinquanta ed i ses- 
sant'anni. 

In patria dovette restare ed aversi completa l'educa- 
zione classica, sino a tutta l'adolescenza. Perché, quan- 
d'egli, quasi vecchio , ritorna col pensiero al fiume, al 
monte dell' «alta, avita, prima patria sua» *; ei li ri- 



* Son. IV, 4 — Dice chiaramente Barcellona (o Barcino) sua patria , 
nei sonn. V, 14., CCXIV, 9; vi accenna, ricordando il LIobregat ed 
il Monjuich ( V. la n. i a p. xix ) , nei sonn. IV , 7-9 , CGVII , 2-3 , 
nella canz. XX, 6, io, nella Pascha I , 46-47. E quindi inutile citar 
qui il « Chariteo bifolco, venuto da la fructifera Hispania » e il pastore 
(i Barcinio » del Sannazaro {Arcadia, ediz. Sclierilio, Torino, 1888, 
pp. 22, 290). — Il dubbio del Tiraboschi (Op. cit. , t. VI, p. 1261 ), e del 
GiNGUENE (0/3. cit.. Ili, 548), l'asserzione del De Sarno [Fontani 
vita, Napoli, 17Ó1, p. 20), che lo fa napoletano; l'incertezza del Na- 
poli SiONORELLi {Vicende, III, p. 462), e di altri, mostrano solo ch'essi 
non conoscevano le rime del n. 

' I, 113-114: 

... in summa in vecchio, 
non vecchio ancor, del tutto mi conversi. 

E allora si trovò {Ib., 106 e 108) anche mutato 

da biondo in bianco il pelo... 
e 

da giovenii pensier libero e sciolto. 

3 I, 1-4: 

lo son colui che, nel fiorente aprile 
de mia fugace e vaga primavera, 
cantai d'Amor, con dolce lira umile; 
or, ne la grave età... 

* Sonn. IV, 5; CLXXII, 13; CXCII , i; canz. XX , 9 ; Pascha, I, 

38 ecc. 



INTRODUZIONE XIX 

corda coH'affetto e col desiderio di chi v'abbia tra- 
scorsi, non gli anni inconscii dell'infanzia, ma quelli, 
pieni di sogni, della prima giovinezza. — Egli rivedeva 
allora il suo Llobregat scorrere tortuosamente fra rosse 
collinette, coperte d'ulivi, eoo le sue acque giallastre 
sino al mare; e il roccioso Monjuich cadere quasi a 
picco, dalla parte del mare, e scendere dolcemente a 
pojigi e valloncelli, verso la città '. Presso quel fiume fu 
nutrito — egli dice in un sonetto, — dal « latteo petto 
delle Muse » '\ studiando i poeti greci e latini: né que- 
sto era studio da potersi compiere molto prima dei 
vent'anni: cioè verso il 1470, Ora, poiché ia quest'i- 
stesso sonetto, scritto durante la sua dimora in Koma, — 
che, fu, come vedremo, tra l'agosto 1501 ed il maggio 
1503, — egli dice di esser stato in Napoli treutacinque 
anui^; si può quasi dar per certo ch'egli lasciasse Bar- 
cellona, e, attraversato l'azzurro Tirreno *, ponesse il 
piede sul lido napoletano, tra il 1467 e il G8. 



* Il Llobregat ed il Monjuich son chiamati dal n., dai lor nomi la- 
tini, Rubricatiis e Mons Jovis: il « purpureo fiume » (son. IV, 9), il 
« roseo Rubricato » (canz. XX, 6, e son. CCVII, 3) e « vermiglio fiu- 
me » {Pascha, I, 46-47); e il « sacro, santo monte di Giove » (son. 
IV, 7, canz. XX, io, Pascha, I, 46). —r Ciò che ne dico, è tolto da 
una descrizione che me ne fece Tamico B. Croce, visitando, nel 1889, 
quei luoghi. 
» Son. CCVII, 2-4: 

... quand' io fui nato 
presso il sonante roseo Rubricato, 
mi nutrio de le Muse il latteo petto. 

3 Son. cit., 5-6: 

Napol mi tenne poi nel bel ricetto 
sette lustri. 

* Nella canz. X, 71-72: 

il lito 
del bel Tirreno mar, tranquillo e cheto. 



XX INTRODUZIONE 

Il giovinetto, biondo', gentile, cólto, e, per giunta, 
catalano , cioè compatriotta degli Aragonesi , non do- 
vette aspettar molto per esser ben accolto nella corte 
reale e nel circolo dei letterati dei Fontano. E nell' una 
e nell'altro lo troviamo di già fin dal 1482; quando, di- 
rigendo il suo son. XCI ad Alfonso d'Avalos, marchese 
dì Pescara, che era col duca di Calabria, allora capitan 
generale della lega contro i Veneziani, molto lontano 
da Napoli; chiama « comune signore » del D'Avalos e 
suo, Ferrandiuo , principe di Capua; e chiede notizie 
di Andrea Matteo Acquaviva, di Gabriele Altilio e dei 
Sannazaro: tutti, com'è noto, accademici pontaniani '-. 

Ma solo dopo la rovina di Antonello de Petruciis e 
dei figliuoli, incomincia, per dir così, la vita pubblica 
del nostro^. Il 18 agosto i486, cioè cinque giorni dopo 
l'arresto dei congiurati *, lo troviamo di già «conser- 
vatore del regio sigillo grande», 0, per dirla nei la- 
tino della ca^ncelìevia,, perceplor jurium regii sigilli ma- 
gni \ Questo ufficio era stato tenuto, pare fin quasi al 



^ Nella Metliam. I, 105 (cfr. w. 2 , p. xviii) , per la ricordata sua 
trasformazione in vecchio , 1 suoi peli di biondi divengon bianchi. 

2 V. le nn. a quel son. 

3 II n. non accennò mai , fuorché nel son. CU , copertamente , alla 
seconda congiura dei baroni , né mai ricordò nelle rime , finché re- 
gnaron gli Aragonesi , alcuno dei congiurati ; e nemmeno il povero 
Giovanni Antonio de Petruciis , che , dal « forno della torre di San 
Vincenzo », in un pietoso son. (riferito in seguito), lo chiamava « Cha- 
riteo mio». Molti di essi celebrò, invece, nella Pascila, scritta, dopo il 
1503, quando dei principi aragonesi viveva solo il primogenito di don 
Federigo, prigione in Ispagna. 

* Il 13 agosto: V. Passaro, Giornali, Napoli, 1785, p. 46; Notar 
Giacomo, Cronica, Napoli, 1845, p. 159. 

5 Ed anche « Chariteo perceptore dele intrate del Sigillo » : 
« Magnifìcus Cariteus regius perceptor sigilli magni pendentis apud 
Regiam Cancellariam ecc. » (Sigili., voi. 37, f. 151 ecc.). Nel Repert. 
Sigili., p. 433: « Libro d'Introito et Esito del Sigillo della regia Can- 
cellarla dalTiS d'agosto i486 e fin ad ultimo di Decembre detto », e 



INTRODUZIONE XXI 

gioruo della sua caduta, da Antonello, e qualche volta 
dal suo primogenito Francesco, conte di Carinola*. E 
come al De Petruciis, nella carica di segretario di stato 
era succeduto il Fontano, sin' allora segretario del duca 
di Calabria e della cancelleria del re-; così in quella 
di percettore dei dritti del regio sigillo, il Gareth; il 
quale, fino allora era stato « familiare » del re e « re- 
gio scrivano »: ossia uno dei segretarii minori della can- 
celleria « scrivania » regia , come allora solevasi an- 
che chiamare la segreteria di stato ^ Tanta stima del 
nostro dovevan fare Ferrante I ed il duca di Calabria! 
K quella carica doveva esser di non poca importanza e 
di non poca fiducia, se il De Petruciis l'aveva riserbata 



sotto, a p. 43S : « Chariteo Percettore ». Nel voi. 35 Sigili. : « Restancia 
dubia in computum Caritei annorum i486, 1487... » ; ed, ivi stesso, 
tre polizze, dell' 8 novembre i486, di Vito e Giovanni Pisanelli e di 
Giovanni Longo a « messer Chariteo conservatore del regio sigillo 
grande », per danaro ricevuto nella loro « andata in Puglia, appresso 
lo signor Fontano secretarlo della Maestà del Signor Re ». — La no- 
mina originale del Ch. a percettore manca: ma v. il I e II dei Docum. 

1 Nel Repert. Sigili, (p. 39), Antonello de Petruciis è ricordato 
come « Perceptore delli Introyti del magno siggillo » , dal 1438 al 
1482 (dall' 86 all' 87 mancano i registri). Intanto, con la data di 
maggio 1480 (Sigili., voli. 33; 34, f. 163): «Per lo signore France- 
sco de Petruciis so' state consignate le chiave del sigillo ad Anto- 
nello de Aversa » : e : « Per lo signore Messer Francesco de Petru- 
ciis per commandamento del signore secretano suo patre me foro 
consignate le chiave. del sigillo del consiglio ». 

2 Secondo il Tallariqo (P. I, p. 243) ed altri (Arch. stor. camp. 
I , f." 2 , p. 82), il Pontano non prima del 15 febbrajo 87 successe al De 
Petruciis, decaduto l'ii agosto 86. Ora, perché nel Libro d'introito 
( 18 agosto 86), cit. nella m. 5 a p. xx, si trova a p. 438, in primo 
luogo : « Al Signor Joanni Pontano Secretarlo del Re »; mentre non 
compariscon affatto l'abate Rugio e Giovanni de Cunto che firmano 
gli atti dall'agosto 86 al febbraio 87? Il Pontano non era a Napoli 
negli ultimi mesi deir86 (v. la n. cit.); e quindi quei due segretarii 
regii, non di stato, ne dovean far le veci. 

3 Nel III dei Docum. (1494) : « Nobilis et egregius vir Cariteus Gare- 
ctus Scriba et familiaris noster dilectus ». 



XXIl INTRODUZIONE 

sempre per sé. Per questo ufficio egli aveva una « pro- 
visione de onze dudece lo anno » , ossia ya ducati ; che fu 
sempre solito di prendere in tre rate, di 24 due. ognuna'. 
Il percettore del regio sigillo doveva risiedere, na- 
turalmente, presso il segretario di stato, che allora 
era il Fontano. Ora tutti i primi ministri degli Arago- 
nesi ebbero quasi sempre la segreteria in casa loro, per 
disbrigar più sollecitamente e comodamente i loro af- 
fari. Di modo che il Gareth dovette passar tutti que- 
sti anni, prima e dopo il i486, «in la nova Cancelleria 
fabricata in casa del Fontano secretarlo del Signore 
Re»'; e perciò, forse, l'abitazione del nostro era, co- 
me vedremo, molto vicina a quella di Gioviano^. Ivi il 
Gareth stava, giornalmente, in compagnia di quel Gio- 
vanni Fardo, tante volte ricordato dal nostro nelle ri- 
me: anch'esso spagnuolo e poutaniano, e che, come 
« doctus licteris grecis et latinis», doveva occuparsi a 
comporre le lettere regie ''; e di Gerolamo e Fabio Lo- 



* Ecco la nota del primo pagamento rimastoci : « Chariteo per- 
CEPTORi. — Ultimo aprilis 1487 : Per una terza de la provisione ad 
ragione de onze dudece lo anno: ducati vintiquactro. — Ultimo au- 
gusti: Per una terza; ducati vintiquactro. — Ultimo decembris: Per 
l'ultima terza: ducati vintiquactro » (Sigili., voi. 33, f. 116 r; e cosi 
nei voli. 37, f. i2q; 38, f. 91; 39, f. 97 ; 40, f. 83). — EuellI dei Docum. : 
« et dudici onze che ipso Chariteo se ha retenute per l'oltìtio de la 
Preceptoria del nostro grande regio Sigillo, che ipso exercita » (1491). 

2 Cosi nella nota delle « Despese facte » per quella fabbrica « co- 
minciata ali XV de novembre 1487 » (Sigili, voli. 35, f. 151 ; 37, 1". 
130 v). L'istesso fecero il Gareth (v. la n. 3 a p. xxx ) , e il Pisa- 
nelli {Sigili., voi. 44, f. 168 v), quando furon creati segretarii dista- 
to. — Nel marzo 1493, per «la moria in Napoli» la «Caucellaria... le' 
residentia in Aversa » (Sigili. , voi. 40, f. 106 : cfr. Passaro , p. 56).— 
Ecco ora un bigliettino del segretario al percettore , di quelT anno 
(1493): «Domine Charitee, exequate la voluntk del Signor Re. Ioauni 
Fontano » {Sigili., voi. 40, f. 70). 

3 La casa del Fontano era nella strada tuttora detta Purgatorio 
ad Arco , e quella del n. nel vicolo ora detto della Pietrasanta : v. 
a p. LI. 

* « Messer Joan Pardo el quale serve in Cancellaria & è homo do- 



INTRODUZIONE XXMI 

pis, padre e figlio, che ebbero , 1' un dopo l'altro, 1' uf- 
ficio di « tassatori » * : per la morte di quest'ultimo, 
molto stimato dal Fontano e forse accademico anche 
lui, il nostro, in un sonetto al figliuolo di lui, Camillo, 
confesserà poi di aver pianto « lagrime di sangue » '^ 

Il Gareth mantenne quest'ufficio per dieci anni: cioè 
sino al principio del regno di don Federigo (1496) ', Fer- 
rante I veramente, nell'agosto i486, gli aveva concessa 
quella carica «ad eius vite decursum»^ Alfonso II, dopo 
pochi mesi dalla morte del padre, con un privilegio del 
20 settembre 94 , avendo « respectum ad grata pluri- 
mum fructuosa, accepta et fidelia servitia per ipsum 
Chariteum predicto serenissimo Kegi , genitori nostro 



cto in greco et ia latino : previsione de cento cinquanta ducali » {Si- 
gili-, voi. 33 ; 23 marzo 1487). 

* « Hyeronimo Lopiz , taxatore » dall'Si al luglio 91; quando, « ob 
mortem quondam Hyeronimi Lopis, patri», fu conceduto a « Fabio 
fìlio, ad eius vitae decursum officium tasatoris omnium licterarum et 
privilegiorum emanantium a Regia Curia, cum provisione »; nel 94 ri- 
confermatogli da Alfonso II {Privil. della Cane, voi. 5, f. 135). Nel 
98 occupava ancora il suo ufficio (Repert. Sigili., p. 438; Sigili , voli. 
44, f. 158; 47). 

» V. le mi. al son. CXCVII. 

3 Ci rimangono solo 7 registri d' introiti ed esiti del gran sigillo , 
durante il tempo che il n. fu percettore II primo (Sigili., voi. 35) , 
ha questo titolo : « Computum Caritei Regii detentoris juriura Sigilli 
Magni a primo januario 1487 per totum mensem decembris dicti an- 
ni ». E poi i voli. 37 (1490), 38 (149!), 39 (1492), 40 (1493). 41 e 42 
(1495-96). — Nelle Ced. di tesar., voi. 134, f 100 v. quest'unico ricordo, 
con la data del 3 novembre 1489: « Da Benedecto Garret, dito Ca- 
nteo, perceptore deli denari se exigeno del Sigillo grande dela can- 
cellaria : ducati tricento vintitrè , tari due et grana cinque: per lo- 
banco de Francesco Palmeri. Disse sonno per cuncto de li denari 
sonno pervenuti in sue mano del dicto Sigillo : d. ccc.xxx.in ; t. ii ; 
gr. V». Anche del tempo ch'egli era percettore (1489-1492) ci restano 
quattro ricevute del Ch., firmate manu propria, per notar Benvenuto de 
Luca di Andria, percettore del piccolo sigillo presso il viceré del Prin- 
cipato Citra; e tre, poi di Pascasio Diaz Garlon, di G. Antonio Candi- 
da e di un Marchisino , per il poeta (v. i nn. i e v del I dei Docum.). 

* Dal III dei DocuM. ; ma cfr. anche il II, dei 15 ott. 91. 



XXIV INTKODUZIONE 

et domino colendissimo memorie recolende , nobisque 
prestila et impensa, queve prestai ad presens et pre- 
stiturum de celerò speramns de bono semper in melius 
continuatione laudabili»; gli riconfermava r« offici iim 
perceptorie iurium et introytum magni . . . pendentis si- 
gilli ac etiam parvi ', cum annua provisione unciarum 
duodecim, consequendarum et retineudarum per eum 
ex pecuniis et iuribus dicti magni sigilli, ac cum lucris, 
emolumentis et obventionibus solitis et consuetis ad 
dictum perceptorie officium spectantibus et pertinenti- 
bus» ^ Gliela mantenne, insieme all'altra di suo segre- 
tario di stato, Perrandino, durante il breve esilio ed il 
breve regno ^; e pure don Federigo, nei primi mesi del 
suo, come si rileva da questa noterella del percettore 
che successe al nostro: «Dice haverse retenuto messer 
Caritheo per la sua provisione de mesate tre , videlicet 
dal primo de novembre 1496 fino a l'ultimo de Jennaro 



1 Nei docum. fiao a quest'epoca (1494) il Chariteo è detto sempre 
« perceptor sigilli magni ». Ma neil'Sy: « Angelo Cypha perceptore del 
Sigillo piccolo residente in lo Sacro Consiglio » ( Sigili. , voi. 35 , f. 
96); nel 91 e nel 93 si ricorda un «Ippolito Fontano percettore del 
sigillo piccolo residente in Cancelleria», e, sotto Y Introytus Sigilli 
Parvi: «Ippolito Fontano _pe*ieò' Secretariuni)) : allor Gioviano (Sigili., 
voli, 38, f, 81 ; 40, f. 52; Reperì. Sigili., p. 487). Su questo Ippoli- 
to, V. Ardi. stor. nap., XIV, 784-785; e Arch. stor. camp. ,\ , f.» 2, 
pp. 101-102. 

2 Dal III dei Docu.vi. 

3 Di questo tempo sono anche queste due nolerelle (Sigili., voi. 41, ff. 
48 67 V ; ripetute nel voi. 42, f. 53): «Spese facte per lo perceptore 
durante la ahsencia del Signor Re Ferrante secundo dal Regno : in 
Isola et Sicilia. — Dice el dicto perceptoi-e bavere despiso per lo bi- 
sogno dela Cancellaria durante la predicta absencia in Iscla et Sici- 
lia ; tanto per carte pecorine et de papiro, per cera et calende, corno 
per altro bisogno dela dieta Cancellaria: in tucto docate xixxvi, tari 
mi ». « Perceptori. Havese retenuto messer Chariteo, conio perceptore 
del Sigillo ducati cento trenta dui , che so' per la sua provisione de 
XXII mesate, ad rasone de ducati sei el mese: videlicet dal mese de 
Jennaro 1495 fin a l'ultimo d'octobre 1496». 



INTKODUZIONK XXV 

1497: ducati deceocto » '. Il uuovo « perceptore dele in- 
trate del sigillo grande pendente del Signor Ee, da li 
XYlili. de (lecombro . . . 1496», fu Giovanni Pisanelli , 
«commendatario dell'abazia della canonica d'Amalfi » ", 
e fratello di quel Vito, che era allora segretario di stato 
di don Federigo. 

Quando Ferrante II, il 21 febbraio 1495, vedendosi 
tradito da tutti, distrutto l'arsenale, le stalle e le case 
suo, affidato al marchese di Pescara il Castel Nuovo, 
partiva cou la sua flotta da Napoli, abbandonando la 
città ai Francesi, vincitori, e ripetendo le parole di Da- 
vid: « Nisi Dominus cu'^todierit civitatem, frustra vigi- 
lai qui custodit eam » ^; egli aveva al fianco, come suo 
primo ministro. Benedetto Gareth. Il Fontano, che Fer- 
randino, salendo al trono poche settimane prima (4 feb- 
braio) aveva trovato e mantenuto segretario di stato; 
forse « per timor di perdere i suoi poderi » di Napoli , 
non aveva voluto seguir nell'esilio il povero re. 

Questa nomina del Gareth a primo ministro, Ferran- 
dino l'aveva dovuta fare l'istesso giorno della partenza, 
« quando la sera fecero vela e andaro a Procida » *. 

^ Sigiti., voi- 42, f. 129 V. 

' Sigili., voi. 44, f. 162. — Il voi. 43 ha questo titolo :« Inlroitus Sc 
Exitus Regii Magni Pendentis Sigilli anni Prime Inditiouis H97 & 
1498 per perceptorem Ioaniiem Pisaneliiun ». Ed al 1'. 156 v, con la data 
del 14 agosto 98: ccDominum Caritheum precessorein percei)lorem di- 
cti sigilli»; e al f 157 r: «messer Caritheo olim perceptore del regio 
sigillo». E cosi anche nel V dei Docum. (v. anche a p. xxxiv), del 
13 dee. 98; quando don Federigo ordinava di «fare spedire li canti dati 
per Cariteo in questa Regia Camera, continenti lo introito ed esito dello 
nostro sigillo pendente» — Per G. Pisanelli v. Com. della Cane, voi. 
IO, f. 154 (i497)- 

3 Dblaborde, L'expédition de Charles Vili en Italie, Paris, Di- 
dot, 1888, p. 559. — y.Psalmi (in Vetus 7Vst. , Parigi , Didot, 1878, 
voi. II ), cxxvt , 1. 

* Passaro, p. 68: e cfr. Notar Gtacomo, p. 1S7. 



XXVI INTRODUZIONE 

Da quell'isola appunto, otto giorni dopo, il 28 febbraio 
partiva una credenziale di Ferrandiuo a Lodovico Sforza 
per Loisio Kipol, con questa sottoscrizione: Ex nostra 
felicissima classe prope Frocidani ultimo februarii 1495 : 
Chariteus ^ D'allora in poi tutte le lettere e le carte 
di Ferrandiuo; e nell'esilio, in Precida, in Ischia, in 
Sicilia, in Calabria, e durante i venti mesi del suo re- 
gno, in Napoli; hanno a piedi, in latino, il nome ac- 



* A. GERVASio.sur un esemplare del De Sarno, Pont, vita (bibl. 
dei Gerolamini, di Napoli), alle parole (p. 56): «quod [Regnum] cura 
iterum recuperasset Ferdinaiidus junior, studio in Joviauum ad invi- 
diam converso , a quovis munere dejecit , in cujus locum Chariteum 
suffectus est » ; annotò : « Il char. fsicj signor Mazzucchelli con sua 
lettera da Milano 14. Decembre 1812, rispetto al Cariteo, mi fa av- 
vertire, tra l'altro, quanto segue: « Io vidi una sua soscrizione origi- 
nale in calce ad una Lettera di Ferrante Juniore , in cui sta espresso 
il solo nome Chariteus. Essa è diretta al nostro duca LuJovico Sforza 
da quel Re fuggitivo , che vi segnò la data : Ex nostra felicissima 
classe prope padam (probabilmente Patta") vAtimo februarii 1495. 
Da tal lettera eh' è di nessun conto, essendo una semplice credenziale 
per certo M. Loisio Ripol , impariamo che il Cariteo aveva seguito 
Feri'ante , mentre il Fontano forse, più che per altro, per timor di 
perdere i suoi poderi, era rimasto in Napoli. Quindi altresì è da cor- 
reggersi quanto asserisce il Sarno alla p. 36, che il Cariteo successe 
nella carica occupata prima dal Fontano solamente dopo il ritorno del 
suo patrone in Napoli , poiché il veggiamo di già segretario finanche 
nella partenza. 11 Muratori, Ann. 3 Ital., ne insegna che tal partenza 
segui a' 21 Febbraio 1495, e la lettera, da me veduta colla firma del 
Cariteo, è, come dissi, de' 28 dello stesso mese ed anno ». Questa no- 
tizia manca nella biografia che del n. scrisse Giovau Maria Mazzuchelli 
(v. n. 1 a p. xn); morto nel 1768. Il corrispondente del (ìervasio, co- 
me si rileva da'mss. di quest' ultimo, è l'abate Pietro Mazzucchelli, 
che pubblicò le Lettere ed altre prose di T. Tasso, Milano, 1822. 
Egli lesse certamente padani l'abbreviatura padam: che, dai 21 ai 28 
febbraio 1495, Ferrandino era appunto a Precida: v. Notar Giaco.mo, 
p. 187, e Passaro, p. 68; il quale aggiunge (p. 69): u In questo giorno 
38 di febraro 1495 -quando fu spedita la «credenziale » pel Ripol.; sul 
quale v. Sanudo, Sped., di Carlo Vili, Venezia, 1883, pp. 331 , 333, 
573 1 639; -lo signore re Ferrante II s'è partuto da Precida, et è an- 
dato ad Ischa ». 



INTRODUZIONE XXVII 

cademico del poeta, o solo o con la solita forinola Do- 
minus Brx mandavit milii Ciiakiteo *. 

Intanto, com'era pur troppo naturale, una tale dimo- 
strazione di fedeltà da parte del nostro verso i suoi Ara- 
gonesi, non poteva passare inosservata ai ministri fran- 
cesi di Carlo VITI; tanto più quando si venne a sapere 
che una si bella azione era stata premiata con la ca- 
rica (li primo segretario di stato. E mentre il Fontano 
ed il Sannazaro, rimasti a Napoli, non ebbero a sof- 
frir nessun danno materiale dalla conquista francese; 
il nostro s'ebbe, e subito, confiscati tutti i beni*. Il 



1 Molti diplomi e lettere con la firma ilei n. già a stampa. Con : 
Rex Ferdinandus Dominus {Rex) mandavit rnihi Chariteo: del 17 
luglio 95, al monastero di Moutecassino (Gattola, Ad Hist.ah. cassin. 
acces., p. 570); del 20 nov. 95, al capitolo di Brindisi (Caballero, p. 13). 
Con : Rex Ferdinandus Charitexts {Secretariv.s) : del 19 febb. 96 (Tu- 
TiNi, Orig. e fond. de' Seggi, Napoli, 1644, p. 264); del 22, 27, 31 lu- 
glio, del 20 e 21 settembre, del 18 e 29 ottobre da Sarno, sempre del 95 
(Sanudo, Sped., pp. 531, 533, 572, 587, 588, 637, 639hdeir8 e 16 
aprile 96, da Foggia (SAXUDO,Z)/arn, I, coli. 109-10, 11 2- 13); e quelli 
posseduti da Ant. Chiarito (De Sarno, Pont, vita, p. 36, n. 6). Di 
altri « tre o quattro » con la sigla A. , interpretata Attilio (v. la n. 1, 
p. xvi), assicurò l'esistenza «in una casa antica uapolitana » il Meola 
{Op. cit., ms. , f. 13). Dei moltissimi che saranno nell'Archivio, mi son 
capitati sott' occhio solo i seguenti, nei registri Privileg. della Somm. : 
8 genn. 96, in Sarno (II, 136); 28 mag. , 8 agosto, i sett. ed 8 apr. 
95, in Tropea (X, 33, 66, 88, 208); 22 giugno 96, 23 agosto 95 (Vili, 
63 V, 214) ; 6 e 17 agosto 93 ( XII , 30-31 ; XVIII , 37 ) ; 24 nov. 95 
(LVIII, 158) : tutti col Doìninus Rex mandavit mihi Chariteo Tre let- 
tere di Ferrante II {Licter. reg., voi. 8, nn. 842, 846), del decembre 03 
e del genn. 96, da Sarno; e tutte le concessioni citate nei voli. 41 e 42 e 
qualcuna del 44 Sigili, son firmate Chariteus o Chariteus secretarius. 

* Nel fuggir da Napoli , il Gareth ebbe appena il tempo di met- 
tere in salvo i suoi libri ed i suoi manoscritti in casa del Summonte; 
come si rileva da una lettera di quest'ultimo ad A. Colocci, ripubbli- 
cata da noi, per intero, nell'XI dei Doccm. : «Tuct'i libri suoi, fin ad 
una minima chartuccia foro per me servati in casa mia, et prima no- 
tati , quando lo bon gentilhomo seguio la fuga del suo Re Ferrando 
secundo. in la prima invasione di Francesi, .^«6 Carolo Regen. 



XXVIII INTRODUZIONE 

7 marzo del 95, — appena due settimane dall'entrata 
dei Francesi in Napoli ', — Carlo VI II ordinava dal 
« castello Capuane civitatis nostre Neapolis » che « om- 
nia et qaecumque bona Caritei Garreth catalani, ob no- 
toriam rebellionem per ipsum centra nos et statum no- 
strum commissam et patratam, seguendo partes Ferdi- 
nand! de Aragonia, ostis nostri, olim ubicumque per Ca- 
riteum ipsum possessa » , fossero concessi in perpetuo ai 
« nobilibus viris Goffredo de la Hala, scutifero, et 
Joanni de May, secretario nostro, fidelibus nostris di- 
lectis » ; ed ai loro eredi e successori «utriusque sexus, 
natis iam et in antea nascituris»: qualunque si fossero 
quei beni: «mobilia, stabilia, jocalia, aurum, argen- 
tum, nomina debitorum et debita ipsa et quacumque 
alia jura et bona ad Cariteum ipsum quomodocumque 
spectancia et pertiuencia et que spoetare poterunt, tam 
in regno quam in quacumque civitate, castro, loco et 
terra, olim per ipsum Cariteum possessa et tenta, tam- 
quam res proprias nostras et ad nos legitime et pieno 
jure devolutas » ^ 

Ma, giusto quattro mesi dopo, il 7 luglio. Benedetto 
Gareth rientrava trionfalmente in Napoli , al fianco di 
Ferrandino, così come 1' abbiam visto nella partenza: 
sempre vicino al suo re, a Procida, ad Ischia, in Sicilia ^ 
in Calabria. 1 Napoletani, stanchi oramai dei Francesi, 
partito Carlo Vili già fin dal 20 maggio* con una parte 
del suo esercito, rivolevano il loro eroico re giovinetto; 
e, il giorno precedente, veduta apparire la sua flotta, di 



* A « li 21 di febraro 1493 d' domenica alle 22 liore è intrato in 
Napoli lo re Carlo de Pranza » (Passaro, p. 68). 
5 V. il IV dei DocuM., finora inedito, nel voi. 9. Esecutor. della Somm.> 

fif. I ! - 1 2 V. 

^ Era a Messina , negli ultimi d' aprile ed il principio di maggio 
(Sipill., voli. 41, f. 1 v; 44, f. 102). 
■♦ Notar Giacomo, p. 192; ma il Passaro, p. 72, ha 24. 



INTEODUZIONK XXIX 

« circa 69 vele», nel golfo di Napoli, inalberaroDo sui 
campanile del Carmine la bandiera aragonese, e sona- 
rono « ad araie ». Intanto una barca s'allontana dal li- 
do : il « Monaco , pescatore de la piazza de lo Merca- 
to», va a portar al re la nuova che «la terra era de 
Sua Maestà»: e, poco dopo, Ferrandino approda «alla 
Magdalena de lo ponte fora Napole ». Ivi una gran 
folla di gentiluomini e di popolo si gettavano a terra 
per baciargli il piede: il re li abbracciava e li bacia- 
va. Montato poi « sopra uno gruosso cavallo nigro .... 
cavalcai verso la terra, armato con una corazzina cher- 
misina inchiovata d'oro, in mezzo allo marchese de Pe- 
scara , da mano destra ; et , da mano sinistra , il Chari- 
teo, poeta di quello tempo; et isso con lo stocco nudo 
in mano; che molti Napolitani, per andare ad basare la 
mano, se feréro, perché lo afferravano lo stocco. E Iti- 
era aspettato con gran desiderio; dove entrai per la 
porta de lo Mercato, dove stevauo li Pranzisi, lo pren- 
cipe de Salierno et altri signuri italiani de la parte 
angioina, con grande guardia. Ma li Napulitani, che 
accompagnavano lo signore re ne fecero poca stima, et, 
come liuni, andavano con le arme in mano ammaz- 
zando tutti quelli che contradicevano a lo signore re 
Ferrante II. E, vedendo questo, li Franzise .... subito 
incomenzaro a fuggire dentro lo Castiello Nuovo et alle 
castelle. Dove tutto lo puopolo, e tutte le gente anda- 
vano gridando per Napoli: — Ecco, cha Dio ci ha man- 
dato lo vero Messia ! — Et incomenzaro a lo andare 
incontra a quilli Franzisi , che erano de fora la caval- 
laricia, dove stavano tutti armati et a cavallo . . . per 
causa, che havevano sentito la terra gridare: Fierro! 
Fietro!. Ke Ferrante, voltato a lo Chariteo, sentendo 
dire : Fierro! , Fierro! , dicono che le disse: — Ferrum est 
qicod amant! — : versi de Jo venale, nella satira » ^ 



' Dal Passaro, pp, 76-77; corretto su i mss. — Nella frase di Giove- 



XXX INTRODUZIONE 

E COSÌ tutto il resto del 95 , o a lato di Ferrandino, 
nelle scaramucce contro i Francesi , per le vie di Na- 
poli; 0, col Sannazaro, presso al suo marchese di Pe- 
scara \ nell'assedio del castel della Croce, presso Pizzo - 
falcone; sulle cui mura Alfonso d'Avalos, il più fedele 
amico e protettore del nostro, cadde, ucciso a tradi- 
mento -;o, in fine, a casa sua, dove, sin dal 4 agosto, 
era stata fabbricata « la Kegia Cancelleria » ^; e dove 
il suo duplice ufficio, di primo ministro e di percettore 
del sigillo, dovevan allora continuamente tenerlo occu- 
pato. — E restò a Napoli anche l'anno seguente, durante 
tutto il tempo che Ferrandino « caminava per il Regno 
con il suo esercito cacciando li Francesi » : il re si fa- 
ceva accompagnare da « messer Tomaso Regulano » ; 
il quale, come il Gareth, l'aveva già seguito in Sicilia, 
e si morì poi arcivescovo di Amalfi *. 



NALE (Satirae, eJiz. Hermann, Lipsia, 1S62; VI, 112), la stampa ed i 
rass. del Passare, eccetto uno (bibl.Naz. di Nap.: s, b, 1), hanno, in luogo 
di amant, damnant, che non farebbe dir più a Ferrandino: «essi gridano 
/ferro /, perché amano me, nel cui nome c'è la parola ferro ^ì-.'v. il 
Vecchioni, nella Dissert. che precede i Giom. del Passare, pp. 104-105 : 
ed il Faraglia , Ardi. stor. nap. II, p. 636, n. i ; che ricorda l'epigr. 
del Sannazaro, Ad Ferrandum regem (Epigramm., II, ix, in Ope- 
ra latine scTÌpta, ex secundis curia J. Brouklmsii ., accedunt . ■ . no- 
tae P. Ulamingii, Amsterdam, 1728): « Ex ferro nomen libi... ». 

^ Per il n., v. la Metham. II, 118 sgg. ; ed ivi, in n. ai vv. 121-123, 
quelli del Sannazaro {Visione nella morte del D'Avalos, vv. 52- 
54, 79-81; in Opere volgari, Padova, Cornino, 1723, pp. 407 sgg.). 

2 V. la n. ai vv. 1 12-1 18 della Metham. II. 

3 « Dinari despisi in la fabrica de la regia Cancellaria in casa de 
messer Caritheo : in cuncto del sigillo » {Sigili., voi. 42, f. 56 sgg.). 
La nota, che va dal « 4 augusti 1493 » al 1° novembre 96, contiene l;i 
spesa della «calze», dei «trabi»; dei « chiovi », delle « petre » , dello 
«tabule di castagna e d'abete», di «tre intagli de porta e tre de fi- 
nestra»; del (I fabricatore , mastrodascia e intagliatore de le prete»; 
d' «uno ingegno per saglire lo rapillo»; per «impiombare la pecto- 
rata de le scale»; per «la cancella della Cancelleria», per «reconciare 
lo focularo e lo camino de la Cane, quando se ce posse foco »; per una 
gran quantità di «tabule veneciane» ecc. ecc. 

^ MiNiERi-Riccio, p, 328, n. IO : « Al fol. 257 del processo ilella U- 



INTRODUZIONE XXXI 

Ed il 24 luglio di quell'anno lo troviamo nel duomo 
di Napoli, a « pubblicare », in luogo del re,— che era al- 
lora ancor lontano da Napoli, all'assedio di Atella '; — 
la lega couchiusasi tra il re d' [nghilterra, T imperator 
Massimiliano e Ferrante II. «A dì xxi de luglio 1496, 
de iovedì, a le xx bore fo notificato per la cita de Na- 
poli , per hanno reale , corno lo Serenissimo re de In- 
ghilterra era intrato in lega contro de re de Franza, 
et come lo serenissimo Re de' Romani, nomine Maxi- 
miano, era facto frate iurato con la Maestà del signore 
re Ferrando. Dove, la domenica sequente, decto la 
messa in la mayore ecclesia de Napoli, presente mes- 
sere Caritheo, secretano della predicta Maestà, per 
quillo fo publicata dieta lega. Et la sera foro fatte le 
luminarie » \ 

Quando, in quest' istess'anno, il marchese di Manto- 
va, Giovau Francesco Gonzaga, verso i primi d'aprile, 
venne a Napoli, «mandato dalla signoria di Venetia in 
favore» di Ferrandino, con 400 uomini d' arme altret- 
tanti stradioti, e 300 fanti ^; il Gareth stette, come se- 
gretario del re, « apresso il marchese » ; e, quando que- 



niversità di Apice con Gio. Angelo e Claudio Pisanelli nel S. R. C, 
in banca di Vincenzo Borrelli , nel 1552, il reverendo Berardino de 
Franco, di Napoli, cancelliere di Ferrante II,... testimone, depose che 
« conobbe molto bene messer Tomaso Regulano, quale serviva detto 
Re per Secretarlo, perchè Carideo, secretarlo ordinario, restò in Na- 
poli, et detto Re caminava per il Regno con il suo esercito, cacciando 
li francesi ; e detto messer Tomaso Regulano era huomo onorato et 
andò in Sicilia ... e ritornò con detto Re, et era di gran credito ap- 
presso il Re predetto; e detto messer Tomaso morse in Roma in mano 
di eSso testimonio; e era arcivescovo d'Amalfi, quando morse ». Sotto 
una lettera di Ferrandino ( Sanudo , Diarii , I, coli. 128-29): «. R'x 
Ferdinandus : Tho. Regulanus , pr.° secrP •». Il Regulano è ricor- 
dato nei Sigili, voli. 41, f. 68; 44, f. 102: v. anche Arditi, Op. cit., 
p. 198. 

1 Sanudo, Diarii, I, col. 245 ecc. 

"^ Notar Giacomo, pp. 206-207. 

3 Passaro, p. 95. 



XXXII INTKODUZIONE 

sti si recò in Puglia a riunire le sue alle forze di Fer- 
rante II, il nostro, forse, v'andò anche lui per «tener 
bene accompagnato il prefato illustrissimo signor mar- 
chese» '. 



* Tutto ciò si rileva da due lettere di Ferrandiuo - (Foggia, 16 a- 
prile) : la seconda diretta al n. - presso il Sanudo {Diarii, I, coli. 105- 
109): I. « Copia di un'altra lettera dire Ferratido al prefato mar- 
chese di Mantoa. — Illustrissime Marchio , cugnate et frater carissi- 
me. — Per lettere dii magnifico Chariteo nostro secretarlo, haverao in- 
teso con quanta soiicitudine et presteza la signoria vostra vience ad 
trovare, et come a li 14 dil presente era già arivata a la Grota Me- 
narda , che ne haverao havuto grandissimo piacer , et ne pare omui 
hora mille anni di vederla et abrazarla. Et perchè rispondemo al 
prefato nostro secretarlo distesamente dil parer nostro circa lo ve- 
nire di vostra signoria, non diremo altro ad questa parte, remeten- 
done ad la relatione sua... — II. Copia di la lettera di re Ferando, 
scripta a Chariteo suo secretarlo era apresso il ìnarchexe... Secre- 
tano nostro dilectissimo. Havemo havuto la vostra lettera de 14 , et 
con grandissimo piacer inteso che lo illustrissimo signor marchexe 
sia arivato in la Grota, et se advicina con tanta presteza ad noi. Ren- 
gratiarete la signoria sua da nostra parte quanto più porete, et lo 
confortarete ad venirsene con tute le gente ad Asculi et li fermarse, 
ateso che li inimici sono allogiati qui vicino ad tre miglia, et credimo 
seguirano lo camino Ihoro di andar ad readunare et ricoperare la 
dohana. Et porla essere iacessero pensiero voltar la via de là per So- 
tocandela, et però seria molto ad proposito che sua signoria si trove 
ad Asculi , in dove haveriamo da fare testa grossa per rompere dieta 
doana a li inimici, quando faceseno tal disegno, Tuta volta, teneremo 
advisata la sua signoria di passo in passo de tuti i motivi Tarano di- 
cti inimici, secondo loro anderano. Cussi ne porimo governar, et que- 
sto è lo parere nostro fin qua, lìenchè el desiderio è grandissimo che 
havemo di vedere lo prefato signor marchete, et ne pare omni hora 
mille anni fin che lo abraciamo. Gran piacere havirao havuto de la 
demostratione che '1 prefato signor marchese ha fatto in Apice , né 
se posseva aspectar altro de la sua signoria, excepto cose magnanime 
et generose , -maxime per lo benefìcio et stato nostro , et honore de 
la illustrissima Signoria de Venetia. Rengratiaretene la illustre si- 
gnoria sua da nostra parte per mile volte , et ne tonerete avisati de 
passo in passo de tutti li progressi de sua signoria. Del venire vo- 
stro qua , maxime in com^pagnia del prefato illustrissimo signor 
marchexe, havemo havuto gran piacere, et cussi ve con foriamo ad 



INTKODUZIONK XXXllI 

Ma prima che fluisse quell'anno, un gran dolore, il 
più grande l'orse della sua vita, l'attendeva. Quasi un 
anno dopo ch'era morto il marchese di Pescara, il 7 ot- 
tobre, quando la fortuna cominciava tìnalraeute ad ar- 
ridergli, moriva Ferrandino, a ventisett'anni ! E se vo- 
gliam credere a uno storico spaglinolo, il Chariteo , an- 
che negli ultimi momenti, era al fianco al suo re; e fu 
proprio lui che avvertì della disgrazia il principe don 
Federigo, a cui, per dritto, spettava il trono '.—Con la 
data dell' 1 1 di quel mese, c'è, sur un registro dell'Ar- 
chivio di Napoli, questa malinconica nota: «.... libe- 
rato per tre gramaglie: zo è per \o perceptore , creden- 
zero et taxatore del sigillo, cumo officiali de Corte, in 
la morte del signor re, Ferrante secundo » '. 

11 Gareth, dopo la morte del suo re, non perdette im- 



perseverar in tenerlo bene acconipagniato et visitato da nostra parte 
che ne sera carissimo "d. Ai 23, il Gonzaga s'incontrò con Ferrante 
II, (I cou tanto triumpho et piacere, quanto mai fosse visto iu questo 
niundo, et strettamente si abbracciaro... » (Passaro, p. 97). 

' Sigili., voi. 41, f. 67. — Come segretario è ricordato pure in due 
note d'uHiciali della Camera della Sommaria che ricevevano « certani 
Euchari quantitatem », ai 22 decembre 93 e ai 19 decembre 96: Do- 
mino Cariteo Garet secretarlo: pan. 11 »; « Domino Cariteo Garret, 
p. II » (Cuì'iae della Somm. , voi. 25 , ff. 33 , 37). — Ed anche come segre- 
tario lo ricorda il contemporaneo Matteo degli Afflitti, nella cccii 
delle sue Deciòiones (Napoli , Antonio de Caneto, 1309); «nella qua- 
le , trattandosi di un privilegio di Ferdinando II, e varie cose dispu- 
tandosi intorno a quello; il Sagro Consiglio reputò monca la pruo- 
va di uno de' litiganti , quia non examinari fecit Chariteum secre- 
tar ium dicti Regis, per cuiiis manus litterae Regis scribehaìitur n 
(Arditi, Op. cit., p. 78). 

■^ CuRiTA, Hist. del rey don Hernando el Cathol. , Saragozza, 
1610; voi. V, p. idi: «El mismo dia que fallecio [Ferrante II], el 
Infante don Fadrique Principe de Altamura su tio , siendo avisado dal 
de Chariteo Secretarlo del Rey, se fue al castillo del Ovo, acom[)a- 

liado del general della Setioria de Veneeia, y fue nombrado , 

y eligiJo por Rey ». 



XXXIV INTRODUZIONE 

mediatamente la sua caiica di segretario: la manten- 
ue, di fatto, pare, o sino all'ultimo dell'ottobre, come 
si rileva dalle ultime note rimasteci dei suoi paga- 
menti'; sino all'ultimo del novembre 96: perché il 
primo pagamento fatto al suo successore, Vito Pisanelli, 
ha la data del primo decembre di (quell'anno "^ Di no- 
me, poi , egli restò segretario ancora per un altro po' 
di tempo: perché, al primo maggio 97, troviamo tut- 
tora registrato: Messer Charitheo secretano del signor 
Ee^; e molti diplomi di don Federigo, tra il decembre 
96 e l'agosto 97, seguitano ad avere la firma: Cha- 
riieus *. E dell'istesso re, con la data -del 13 decembre 
1498, abbiamo tuttora una lettera agli «Illustrissimi et 
Magnifici Viri » della Camera della Sommaria, in cui si 
ordina di « fare expedire li cunti dati dal Chariteo », e 
che « li siano . . . admissi tutti li dinari bavera pagati , 
non solamente per le cose pertinente al serviti© del si- 
gnor Re don Ferrando nostro nepote de gloriosa memo- 
ria; ma etiam tucti quilli che sono stati pagati de poi 
la nostra felice successione, tanto per despese et pro- 



' Sigili., voi. 41, f. 69 V (e voi. 42, f. 82) : u Domino Cariteo Re- 
gio Secretario. Dice el dicto messer Cariteo haverese reieiiuto ia cun- 
cto de sua provisioue, corno secretario del Signor Re, per uno anno 
ad docate trecento » ; e « per octo mesate: zo è dal primo de marzo 
del presente anno 1493 per tucto lo mese de octobro d"i dicto pre- 
sente anno, ad rasone de docate trecento lo anno, docate duecento cor- 
rente »; e « per uno anno integro: zo è dal primo de novembre de lo 
presente anno 1495 P^"^ tucto lo mese de octofro de lo anno 1496, ha- 
verse retenuto ad quella rasone docate trecento ». 

- Sigili, voi. 44, f. 163 : « Al magnifico messer Vito Pisanello, se- 
cretario del Signor Re , incomensando dal primo de dicembre pro- 
xime passato 1496 d, 

3 V. la n. 2. p. XX.X.V; e Repert. Sigili., p. 533. 

* Sigili., voli. 41 (al f. 70: Post obitum Regis Ferdinandi : lo 
od. 1496), fl'. 71 r-v, 76 v-77 ; 44 (1496-97), ff'. 47 v, 74, sempre Cha- 
riteiis; mentre gli altri diplomi Vitus [Pisanellus]; ed anche Pon- 
tanus (voli. 43, f. 62 e 44 , f. i). Il nostro, immediatamente dopo il 
Pisanelli, anche nel Repert. Sigili., ff. 533, 599 (1497). 



INTRODUZIONE XXXV 

visione ordinarie, quanto per provisione pertinente al 
ditto Cbariteo, come al secretario della predetta Mae- 
stà ... et corno perceptore olini de dicto sigillo » '. 

Con le due cariche di segretario e di percettore, te- 
nute contemporaneamente sotto Ferrante II, il nostro 
metteva insieme una « provisione annua » di 372 duca- 
ti ^ Ora don Federigo, con un privilegio del 7 novem- 
bre (jC>, firmato in Gaeta, — non si sa so di sua propria 
volontà per domanda del poeta: che ai poeti egli vole- 
va molto bene: — accresceva quella « provisione annua» 
da 372 a 400 ducati ; concedendogliela « sua vita duran- 
te ... . per substentatione rei famiiiaris eiusdem » ; e 
facendogliela pagare dalle entrate del regio sigillo •*. 



* Nel V dei Docum. , piiblilicato per la prima volta dal Vecchioni 
nella Dissert. ai Giornali del Passare, p. io6. 

2 La « provisione » del percettore era di 6 ducati mensili , quindi 
72 annui (v. p. xxii, e la n. i); quella dei segretarii regi, di 300 an- 
nui (v. la n. 3, p. xsxiii). E tanto avevano anche avuto il Porcello, il 
Panormita, il Pontano. 

3 Sigili. , voli. 42, f. 103 v; 44, f. 159: « Charitei Secretarli concessio 
ad vitam ducatorura quadrigentorum singulis annis, super introitibus 
regii magni Sigilli: taxata nihil quia secretarius (anche nel voi. 41, 
f. 87) »; « Chariteo : priìno may 1497. A Messer Charitheo secreta- 
rlo del Signor P^e per la sua provisione de una mesata ad ragione de 
quactrocento ducati per anno secundo la forma del suo privilegio ». 
E sotto a quest'ultimo (e cfr. anche voi. 45, f. 157) « ... In Piegistro 
Esequutoriarum Camere Summarie numero primo a f. 224 usque ad 
f. 223 registraturn est regiura privilegiura datum in civitate Cayete 
70 novembris 1496. Sub anno forma expeJite fuerunt exequutorie diete 
regie primo May 1497 Camere in forma: quo quidem privilegio con- 
ceditur eidem Charitheo per regiam maestatera annua provisio du- 
cat. 400 sua vita durante... ex juribus regii magni Sigilli per substen- 
tatione rei famiiiaris eiusdem.. . ». Il privilegio , cui qui si accenna , 
non esiste più nell'Archivio. — In quel!' istess' anno, al 5 giugno , al i 
luglio, al 24 agosto: «Al dicto ms. Charitheo per la sua pro- 
visione de una mesata per dieta ragione secundo lo dicto suo pri- 
vilegio » (/6. , f. 159)- — E nei due anni seguenti {Sigili., voli. 
45, f. 157 ; 46 e 47) : « Domino Charitheo ultimo augusti 1498. Ad 
ms. Charitheo Garrett tricento et sedece ducati , uno tari et dudece 



XXXVI INTRODUZIONE 

Ferrante II era morto quando non aveva potuto an- 
cora ricompensar bene chi l'aveva amato tanto, chi gli 
era stato tanto fedele, chi gli aveva resi tanti servigi! 
Il Gareth, percettore del sigillo per dieci anni, e, per 
due, segretario di stato, evidentemente, non s'era ar- 
ricchito, come Antonello de Petruciis '. I poeti eran 
dunque poco fortunati: lo stesso era avvenuto al Fon- 
tano con Ferrante I e con Alfonso II ; ed il Sannazaro, 
posposto da don Federigo ^ quando divenne re, ad al- 
tri cortigiani , fu lui poi che aiutò col suo il povero so- 
vrano spodestato ^ 

Anche durante il 96 , il Gareth aveva occupato altri 
due ufficii; ma di essi non posso dar altro che la sem- 
plice notizia, quale me la danno i documenti. Al 27 mar- 
zo è notato: « Charitel secretarli nofariatus sine ^oie- 
state: taxata nihil quia secretarius »; e, altrove: « Cho- 
ritei confìrmatio offitii magistratus penes Commissa- 
rium asseciirationis vassallormn : taccata nihil quia se- 
cretarius » ^ 



grane, ad complimento de tricento vinte octo ducati, quadro tari et 
sedece grani, lo resto per lo alagio; et so' in cuncto de la sua pro- 
visione de quattro cento ducati se li paga supra li denari del sigillo 
omne anno per ordene del Signor R,e secundo la forma del suo pri- 
vilegio : li quali li so' stati pagati in più jornate et partite » : « Do- 
mino CMritheo: ultimo Aiigvsti 1499. Liberato al dicto ms. Cari- 
teo docate tricento octanta quactro ad complimento de docate quat- 
trocento : lo resto per lo alagio » ; e « in alia mano. . . docate sidece 
et grana xviii et so' in cuncto de quello ipso dice devere bavere per 
la sua provisione de li anni passati » ; ed anche come resto di questa 
« eodem die in alia mano, docate cinquanta coi-rente , . .. quale el S. 
Re vole li siano pagate secundo Io ordine de Sua Maestà ». 

* Cfr. Capasso, p. 39 n. 3, 

'^ Giorn. star. d. lett. ital., X, 206. 

^ G. B. Caispo, Vita di G. Sannazaro, Roma, Zannetti, 1593, p. 20. 

* Sigili., voli. 41, f, 27 (e 42, 1". 31 v): 44, f. 16 (cfr. Repert. Si- 
gili, f. 5,15). 



IN'TKODUZIONE XXXVIf 

Dovett'esser nel 1501, dopo la caduta degli Arago- 
uesi e dopo la partenza di dou Federigo per la Francia 
(6 settembre), che il Gareth lasciò Napoli e s'andò a 
stabilire a Roma '. Tristissimo, nell'abbandonare la «se- 
conda patria sua» % in cui era vissuto tanti anni, 

invaghito, innamorato 
del suo ilolcior divino ^ ; 

e Posillipo, e Mergellina, e il Chiatamone, e il Sebeto, 
e le colline verdeggianti di cedri e di lauri *; dava un 
malinconico addio a quelle belle rive, ai suoi amici na- 
poletani, in uno dei suoi più belli sonetti; ad imita- 



* Alla sua partenza da Napoli, alia sua dimora in Roma, accenna 
egli stesso nelle rime (sonn.CLXXII,CLXXV-VII, CLXXIX, CLXXXVI, 
CCVII) : ed il Summonte, nella cit. lett. al Colocci : «... ad tempo che 
ipso [Chariteo] fó in Roma». — Quanto all'epoca del viaggio, il Ca- 
BALLERO (p. 19), fra !e molte date che gli si presentavan probabili) 
non si seppe decidere a sceglierne una: assodo solo- tenendo presente 
il son. CLXIII - eh' esso era dovuto avvenire dopo che Lodovico d'A- 
ragona fu fatto cardinale (1496 97). 

2 Son. CLXXU, j-2, 5-7: 

Seconda patria mia , dolce Sirena . 

Partenope gentil 

con tal dolor ti lascio e con tal pena, 
qual, lasso!, io mai soffersi in nulla etade: 
a dio, amici! , a dio, dolci contrade! .. . 

Le imitazioni dal Sannazaro (Epigr. , III, ix, e son. l.xvu) neWe nn. 
a quel son. — Il Meola, al solito, spropositando, dice che questo son. 
fu scritto dal Ch. fp. io6, ». i) « forse partendo per seguire in Fran- 
cia (come fece) il suo Re Ferdinando II d'Aragona»!! E cosi anche 
il ClAVAREM.I, p. 22. 

5 Son. CCVII, 6-7. 

* Son. CCVI, 12-14: 

Pausilipo t'invita e '1 tuo Sebeto, 
la Platamonia fresca e Mergellina, 
sotto odorati cifri e '1 bel laureto. 



XXXVin INTRODPZIONE 

zione del celebre epigramma e di un sonetto del San- 
nazaro ; che , in quegli stessi giorni , lasciava anche 
lui, la sua Mergellina, per seguire il suo re, nell'e- 
silio. — Il Gareth , temendo dai nuovi conquistatori 
francesi i danni sofferti dai primi, nel 95, quando da 
Carlo Vili gli furon confiscati tutti i beni, dovette al- 
lontanarsi dalla città, prima che v'entrassero il D'Au- 
bigny e le milizie di Luigi XII (4 agosto 1501)'. 

A Roma trovò subito nuovi mecenati, nuovi amici, 
nuovi accademici , che non gli fecero risentir molto la 
perdita dei suoi Aragonesi e dei suoi D' Avalos, la lon- 
tananza del Fontano, del Sannazaro e degli altri amici 
napoletani. Ivi conobbe il celebre banchiere senese, A- 
gostino Chigi, il magnifico protettore di artisti e di let- 
terati; a cui egli, poi, diresse un altro dei suoi sonetti : 
bello, ancorché parafrasi del Non omnis moriar e di 
altri luoghi oraziani , predicenti la propria immortali- 
tà; e non poco importante per la biografia del nostro -. 
Più intima amicizia strinse con Angelo Colocci, cui poi 
diresse pure un sonetto pieno di lodi ^ Il letterato je- 
sino, ch'allora s'accingeva a pubblicare le opere di Se- 
rafino Aquilano ^, doveva stimar non poco chi dell'A- 
quilano era stato e guida e modello; ma come dovette 
accrescersi la sua stima, quando il nostro, in una delle 
sue visite, parlò a lui, così accanito raccoglitore di ma- 



1 Passaro, p. 127; Notar Giacomo, pp. 242-243. 

' SoD. CCVII, I, 12: « Augitstin mio... di GvUi Etruschi eterno 
onore ».— Sul Chigi v. le nn. a questo son. ; ed, ora, A. Venturi, 
La Farnesina, Roma, 1890 (CoUez. Edelweiss). 

3 Son. CLXXIX, I, 9: « Colotìo . . . Quand'io te vidi in Roma ».— 
Il Colocci era stato a Napoli nel i486 e nel 91 (v. Lancellotti, nelle 
Poesie ital. e lat. di m. A. C, Iesi, 1772, p. 11, 12 sgg.); ma pare 
che in nessuna delle due volte avesse avvicinato e il Gareth e gli altri 
pontaniani (v. Tafuri, Op. cit. , p. Lxxvi, n.). 

* Fu pubblicata in Roma, il 5 ottobre 1503,235/- maestro Ioanni 
de Besichen. 



INTRODUZIONE XX XIX 

Descritti proveuzali, di un «libro di Poeti Limosini », 
posseduto da lui; e quando gli mostrò «la traduzione 
de le rime di Folchetto di Marsiglia, in un poco di qua- 
derno in quarto di loglio »! '. E, per mezzo del Colocci, 
dovette conoscere quel Piero de' Pazzi, tiorentino, fra- 
tello di Cosimo, arcivescovo di Firenze; e Marco Ca- 
vallo, il poeta anconitano celebrato anche dall'Ario- 
sto % e cortigiano dei cardinali Alessandro Farnese e 
Giuliano Cesariui, giuniore: tutti amici e accademici, 
che il Colocci, dopo la morte di Pomponio Leto, ac- 
coglieva nella sua casa al Quirinale e nei suoi celebri 
orti ; e che il nostro ricordò, poi, con tanto affetto nelle 
sue rime ^. — Naturalmente, non ritornò a Napoli pri- 
ma che i Francesi non ne fossero partiti : il che av- 
venne nel maggio del 1503. Kestò, dunque, in Koma 
due anni circa: dalla seconda metà del 1501 alla pri- 
ma del 1 303. Ed era certamente in Napoli nel settem- 
bre di quest'anno, quando moriva Inico d'Avalos, mar- 
chese del Vasto *. 

Napoli, allora, dopo la lotta tra Francesi e Spagnuo- 
li, era rimasta a Ferdinando il Cattolico; il quale la 
lasciava governare dal suo viceré e luogotenente ge- 
nerale Consalvo di Cordova, il gran Capitano, il famoso 
vincitore dei Mori di Crranata, uno dei più perfetti cor- 
tigiani e guerrieri del tempo. 11 Gareth, spagnuolo, 
non aveva nulla da temere da un governo di Spagnuo- 
li; anzi, per tante importanti cariche occupate sotto 
quattro re aragonesi , — che per quanto poco ben visti, 



' Dalla cit. lett. dei Summonte. — Del coti, delle rime provenzali 
posseduto dal n. e della traduzione di Folchetto, parlo più appresso. 
* Ori. Fiir. xi.ii, gì. 
3 Nei sonn. CLXXXVI, CLXXV. 
■* Nel cant. che scrisse per la morte di questo D'Avalos (vs. 4) : 

Io, vicino a Vesevo, or piango e ploro. 



XL INTRODUZIONE 

eran sempre aragonesi e congiunti di sangue agli Ara- 
gonesi spagnuoli , — poteva aspettarsi di non esser del 
tutto trascurato. Infatti, poco dopo giunto a Napoli, do- 
vett' essere nominato da Consalvo governature del con- 
tado di Nola; se, già ai 27 di marzo 1304, il gran Ca- 
pitano ordinava all'esattore « de le intrate » di quel con- 
tado di «pagare per lo tempo che» il Chariteo «vacò 
in dicto governo, così comò se soleva pagare a li altri 
governatori soi precessori » \ 

Ai 5 luglio di queir istess' anno , Cousalvo, trovandosi 
in regiis et reyinalibus felicibus castris cantra Caye- 
tam, ordina al «mastro portulano de Puglia et Terra 
de Bare » di dare « al magnitico et nostro carissimo 
Chariteo.... trecento ducati lo anno, ad beneplacito, 
sopra le intrate che perveneno in sue mane ; . . . in 
excambio de li quactrocento ducati che havea de pro- 
visione del Serenissimo Re Federico, ad vita soa, so- 
pra lo derictu del segillo grande, et de septanta dui 
altri ducati, corno conservatore de dicto sigillo» -. Dun- 
que, in luogo dei 472 ducati, concessigli da don Fe- 
derigo, per tutta la vita; 300, a beneplacito del gran 
Capitano: meglio di niente; ma il povero poeta, alla 
line di quell'anno, non aveva ancora ottenuto nulla; e 
chi sa , se , in appresso , li ebbe mai ! Ci resta , in latti , 



' V. il VI dei DocuM. finora inedito, nei Privil. della Somm. voi. 14, 
f. 68. — La nomina del Ch. a governatore di Nola non l'ho trovata; ma, 
di essa e del docum. cit. nella n. seg. , v'è un ricordo nel Bor- 
RELLi , A-pparatus ad antiquos cronologos illustrandos (mss. del- 
la bibl. Nazion. di Napoli), II, pp. 231-32: « Notamentorum Provi- 
sionum Magni Capitanei, lib. prhnus, 1504 : Chariteus h. ind. du- 
catos 300 annuos ad beneplacitum, in excambium d. 400, quos habe- 
bat a Rege Federico in vitam super dirittibus magni Sigilli et d. 27 
prò conservatione d. Sigilli — Idem fit Gubernator Comitatus Noie «. 

2 V. il VII dei Docum., finora inedito, nei Privil. della Somm., voi. 
14, f. 74. 



INTRODUZIONE XLI 

un'altra lettera di Consalvo, del i6 ottobre di quell'an- 
no, agli ufficiali della Camera della Sommaria, in cui 
si diceva che, poiché il « magnifico Caritheo » non aveva 
potuto avere i suoi 300 ducati né dalle « intrate del 
mastro portulauo de Puglia et de Terra de Bari » . né 
dalle «tratte de Calabria et de Puglia», com'egli a- 
veva posteriormente ordinato: gli fosser pagati dalle 
«intrate de la dohana de lo sale di Napoli per uno 
anno tantum ». E gli ufficiali della Sommaria scrisse- 
ro, non prima del 23 decembre, agli arrendatori del 
fondaco del sale, della città di Napoli, perché l'ordine 
del Gran Capitano fos^e eseguito '. 

II 20 aprile del i5r2 è l'ultima volta che il nostro è 
ricordato negh atti pubblici. In quel giorno egli si pre- 
sentava innanzi al notar Teseo Grasso, per dichiarare 
che l'Estaurita di San Pietro ad Arco, che stava «a 
lato del cortile di Santa Maria Maggiore », aveva il 
permesso di «capere aquam e puteo in domibus ipsius 
Charitei»; pagando 20 ducati de carlenis'. 

Quasi tre anni dopo, il 28 luglio «515, era già morto. 
Il Summonte, scrivendo, in quel giorno, una lettera 



* V. il vili dei DocuM. , anch'esso inedito, finora, in Parùum della 
Somm. , voi. 61, f. 33 r-v. 

'■2 Da un docum. trovato e riassunto dal Capasso pp. 48-49 , nel 
protocollo di notar Teseo Grasso degli anni r5ii-i2 (Arch. notarile 
di Napoli), f. 37Ó r-v: e pubblicato per intero da me nel IX dei Docuxi. 
Qui solo i brani più importanti: « Eodem die eiusdem, ibidem [die vice- 
simo mensis aprilis... 1512, Neapoli] in nostri presentia constitutis 
magnifico Cariteo Garrecta de Neapoli agente ad infrascripta omnia 
prò se eiusqne heredibus. et successoribus es una parte: et venerabili 
dompno Auibale de Lacu de Neapoli, sindico et procuratori venerabilis 
extaurite Sancii Petri de Platea Arcus, constructe et hedificate intus 
ecclesiam Sancte Marie Mayoris de Neapoli . . . Cariteus sponte as- 
seruit corjun nobis dictam extauritam egisse capere aquam a puteo 
ipsius Caritei, sito in domibus dicci Caritei , sitis in platea de lo Da- 



XLII INTRODUZIONE 

al Colocci, diceva: «lo bon messer Chariteo di felice 
memoria ».— Ma, veramente l'epoca della sua morte si 
potrebbe anche far risalire a più mesi addietro. In fatti, 
nella sua lettera, il Siimmonte ci fa sapere che «la mar- 
chesana di Mantua, essendo qua [ a Napoli ] solicitata 
non so per qual via » cercasse di vedere il libro de' poeti 
provenzali, posseduto dal Chariteo; ma quel manoscritto 
aveva, già preso il volo fuori di Napoli: era a Roma: 
per mezzo del Summonte, l'aveva comprato Angelo Co- 
locci dalla vedova del Chariteo ^ E poiché la marche- 
sana di Mantova, Isabella Gonzaga, era stata a Na- 
poli dal 2 al 17 decembre del 1514^; vuol dire che in 
quel tempo il poeta era già morto. 



lil. 



Gran parte della sua vita ei l'aveva, dunque, passata 
in corte di quattro re aragonesi e del primo dei viceré 
spagnuoli : per quasi vent' anni , nei suoi piìi begli anni , 
egli s'era aggirato, familiare del re e scrivano della 
regia cancelleria, percettore del grande sigillo e pri- 



ctulo regionis sedilis Nidi, civitatis Neapolis.juxta dictam ecclesiam 
Sancte Marie Mayoris, viam piiblicani et alios confines; et diclam 
aquara a dicto puteo axportasse per aqueductum usque ad puteum cur- 
tis (cortile) diete extaurile: prò qua captione aqne dicium procura- 
torein solvisse ipsi Cari tee ducatos viginti de carlenis... videiicet due. 
duodecim per niauus dicti dompni Anibalis et alios ducatos octo ad com- 
piementum diclorum due. viginti per manus doiupni Antouii de Bal- 
dantia de Neapoli... » Cfr. anciie gli Ada visit. Cappell. di monsignor 
Annibale de Capua, voi. del 1580, f. 892 v; cit. dal Capasso, p. 48. 

* Summonte, nella lett. cit. 

^ Passaro, p. 313 : « Al li 2 di decembre 15 14 de sabato circa un'hora 
di notte intrò iu Napoli la Marchesana di Mantua con molte gente, 
... e stette in Napoli quindici giorni ». — Per la Gonzaga il Ch. scrisse 
nel 1306, un son., come diremo più appresso. 



INTRODUZIONE XLIIl 

mo segretario di stato, per le sale di Castelnuovo e di 
Castelcapuano , al fiauco di Ferdinando I d'Aragona e 
dei suoi figliuoli e nipoti, e di Consalvo Hernandes di 
Cordova, duca di Terranova. 

Ma più stretta, più intima familiarità ebbe solo con 
Alfonso e Ferrandiuo. La sera del 20 agosto 1489 , il 
duca di Calabria, convalescente di una febbre terzana 
che l'aveva tenuto a letto sin da' primi di quel mese, 
fece venire, per suo sollievo, « certe farse, fra le quali 
fu Jacobo Sannazaro et Chariteo ; et de ciò l' illustre 
signore prese grande recreatione et piacere * ». Alfonso 
amava moltissimo i buffoni e u'avea dintorno non po- 
chi "; e forse dovev' avere in conto di tali anche i poeti, 
se li chiamava, quando aveva bisogno di ridere. — E 
vogliamo sperare non per l'istessa cagione, il Sannazaro 
ed il Chariteo si sarebber dovuto trovare a Lecce, an- 
che insieme, tra il decembre dell'SS ed il gennaio di quel- 
ristesso anno 89, nel seguito del duca di Calabria, a 
passarvi le feste del Natale e capo d'anno; ma probabil- 



* J. Leostello , Effemeridi delle cose fatte per il duca di Cala- 
bria {1484-1491), Napoli, De Rubertis, 1S83, p. 251. Nel ms. pa- 
riteo (p. Il), corretto giustamente in Cariteo dal Miola; benché fra 
i rimatori napoletani del tempo vi sia un cavalier Periteo ( Rimai- 
napol. del quattr., Caserta. 1885, p. 141 : cfr. Giorn. star, della 
lett ital., Vili, 322). — In un ms., appartenente a B. Capasse ed inti- 
tolato: « Perché fu composta, e da chi la canzona solita cantarsi il 
capo dell'anno, che comincia « Io te canto in discanto », si dice che 
alle nozze di Ferrante II (1496) «il Fontano et Sanazzaro , che ivi 
erano, ferno recitare non so quanti di quelli loro glioramari uapolita- 
neschi, et Carideo, che Barcinio é chiamato dal San7iazzaro nel- 
l'Arcadia , essendo costui secretarlo del Re, fé cantare mille sue 
Frottole fatte da lui in lode della sua Luna, di cui egli sotto no- 
me d'Endimione era mirabilmente invaghito ». Se questo ms. non 
fosse una falsificazione, com'a me pare, si potrebbe asserire che an- 
che il 21 agosto 89, il Sannazaro ed il Chariteo dinanzi ad Alfonso, 
dicessero delle frottole, dei monologhi, non rappresentassero delle 
farse, Cfr. B. Croce, Teatri di Nap., Napoli, 1891, p. 18 e 769. 

' Croce, Op. cit., p. 23. 



XLIV INTRODUZIONE 

mente il Galateo , che li aspettava per far loro gli onori 
di casa, li aspettò invano'. 

Ben altra stima faceva dei poeti Ferrandino : altra 
natura, altro carattere: vero principe del rinascimen- 
to, venuto sii in tanta fioritura di classicismo: prode, 
cólto, gentile. La sua adolescenza era trascorsa lieta, 
— quando il Regno, per l'accorta politica dell'avo, 
riposava, almeno apparentemente, — fra libri, armi e 
divertimenti. Per poco gli aveva insegnato la poetica 
quel Giovan Paolo Parisio, che fu poi il celebre Aulo 
Giano Parrasio; ma, in seguito, fin dal 1483, gli fu sem- 
pre a lato, come maetro, precettore e segretario, Ga- 
briele Altilio, il catulliano poeta e vescovo di Policastro ^. 



* In fine d'una epistola del Galateo ali'Altilio (Tafuri, pp. Lxiv- 
XLv): « Ego, Diis et Alphonso volentibns, hic in Japygia ohe saturnalia 
peragam cum Actio et Chariteo. Bene vale. E Lupiis V. nonas Octo- 
bris [3 ott., 1488] »: v. anche La Giapigia e varii opuscoli di Antonio 
DE Ferrariis detto il Galateo, Lecce, 1868, nella Coli, di scritt. di. 
Terra d'Otranto, I-III), voi. Ili, p. 143. — Per saturnalia ho inteso 
le vacanze dei Natale e del capo d'anno; ma quei giorni il duca di Ca- 
labria li passò in Napoli e solo nell'aprile 89 lo troviamo a Taranto 
(Leostello, Op. cit., pp. 187 sgg., 209). 

' Per testimonianza dell'istesso Ch., nei vv. 103-107 della canz. VII, 
tutta in lode del principe di Capua: 

Le Muse t' han nudrito et educato 
ne le braccia lV Altilio, tuoChirone; 
e 'n mezzo al sacro fonte d'Elicone 
Febo ti die' la dotta lira in dono, 
per man del gran Barrhasio ; 

che è certamente il Parrasio, il quale occupò ufRcii importanti nella corte 
aragonese (1492-97): v. le mi. a' vv. cit. E, citando questi vv., il Ta- 
furi , p. XXX : a Ignoro all'atto chi sia il Barrasio : ... vi è stato un Gio. 
Marrasio », siciliano che stette a Napoli a tempo di Alfonso I : v. su 
di lui il VoiGT, Il risorg. dell'ani, clas., trad. ital., 1888, voi. I, pp. 
494-493. — V'era una famiglia Barrasio a Napoli (v. Borrelli, Op. cit, 
I, p. 940); e verso la fiue del sec. XV un «Francisco Barrassio regio 
consigliere et presidente di Camera» {Repert. Comune; Esecutor. 
della Semm. voi. 9, f. 47; Curiae della Soram.; voi. 25); ma non sarà 
certamente questi il maestro di poetica di Ferrandino. 



INTKODUZIONE XLV 

Etliicato da tali maestri, s'intende perché egli amasse 
circoudarsi di poeti, egli stesso scrittore di strambotti : 
nei momenti piili gravi della sua vita di re, lo sentiamo 
ripetere versi di Davide, di Giovenale e del Petrarca '. 
•Amava la musica ; e si sa eh' egli détte il suono ad 
alcuni versi di Virgilio, che furon poi cantati dalla dol- 
ce voce del suo Chariteo^. E amava le giostre, i balli 
e le maschere, il giuoco ^: fu, insomma, una delle figure 
più beile e simpatiche del suo tempo: i contemporanei, 
vivo, lo amarono, lo adorarono; lo piansero e lo rim- 
piansero , morto ■*. 

Né il nostro doveva esser caro a Ferrandino solo per- 
ché poeta: egli possedeva in grado eminente tutte le 
doti di un ottimo cortigiano del quattrocento: gli Spa- 
gnuoli , com'è noto , eran « maestri della Cortegiania » ^. 

Il Summonte lo dice « bon gentilhomo », e « gentile 
e raro spirito »; che « si dilectava parlare poeticamen- 
te, o vero da Oortesano; in le quali doe l'acuità ipso 
era (come ciascun sa) così eminente e singulare » ''. — 
E, come ogni buon cortegiano, era anche motteggia- 
tore faceto ed arguto. Dei suoi motti e delle sue fa- 



' Nella sua corte, oltre l'Altilio ed il Ch. , fu per tre anni (1492- 
9.1. ) Seratino Aquilano (v. più appresso). Fu anche in molta intimità 
con Bernardo Dovizi da Bibbiena, l'autore della Calandra: cfr. Una 
awent. atnor. di Ferdinando d^ Aragona ecc., Bologna, 1862. — 
Strambotti di Ferrandino nel cod. riccardiano 2752 (Torraca , Bi- 
scus. e ricerche lett. , Livorno, 1888, pp. 122, 124; e a p. 133 uno 
stramb. di lui) — Pei versi di Davide e Giovenale , v. p. xxv e xxix; per 
q'ielli del Petrarca {Tr. della morte, I, S9-91): v. Passaro, p. 107. 

2 P. Cortese, De cardinalatii . 11 : riferito a p. xlix. 

•* V. Leostello, pp. 1S6, 266; il voi. 130 delle Ced. di tesov. (1490); 
la canz. VII del n., vv. 77-79. 

* V., per es., Castiglione, Il cortegiano, ediz. B. di Vesme, Firenze, 
1854: pp. 35. n6, 138. 

» Castiglione, p. 95. 

6 Nella lett. cit. al Colocci. 



XLVI INTRODUZIONE 

cezie ce ne ha conservati un buon numero il Fontano» 
in quella gran raccolta d'aneddoti che è il suo trattato 
De Sermone \ Ed eccoli tutti: « Est eiusdem generis nec 



* Napoli, per Sigismundum Mayr , «509: "bb. IV, V, ff. e v t'-e 
VI r, f VI r-v. — Lodovico Domenichi li volgarizzò e lì inserì nella sua 
Historia di detti et fatti notabili di diversi principi et huomini pri- 
vati moderni, Venezia, Giolito , 1537, pp. 607-608, 612-613, e Firenze, 
1362, p. 47; ma cito da quest'ultima : u In Napoli al tempo della guerra 
correva una moneta contrafatta, et falsificata: però dolendosi un gen- 
til' huomo, & dicendo ; che egli non sapeva hoggimai più ciò che s'ha- 
vesse; il Caritheo persona faceta, con viso molto accomodato alla burla, 
disse: sia ringratiato Dio ; che io ho da rallegrarmi assai con la no- 
stra amicitia , poiché finalmente ho ritrovato un' huomo , amicissimo 
mio, il quale veramente si può chiamar ricco: perchè ricco è colui , 
che non sa ciò che s'habbia » ; e a p. 37 : « Era uno, che lodava molto 
i Francesi, i quali havendo con gran prestezza passato l'Alpi & l'A- 
pennino , in pochissimi giorni erano entrati in Terra di Lavoro con 
grosso esercito a piedi , e a cavallo. Era quivi uno altro , il quale 
forse haveva ciò molto per male, ma però lo dissimulava, che disse : 
— Assai maggior maraviglia è , che il Re Federigo in cosi pochi dì 
di Re si sia fatto marinaro. Perciochè essendo spogliato del Regno, 
s'era messo sopra alcune poche galee, & con esse ito in Francia a 
trovare il Re Lodovico. In queste genti vi fu una banda assai grossa, 
& valorosa di soldati, la qual portava una chiocciola per insegna. Di 
questa banda essendoci nuova , come in una quistioue, che s'era fatta 
in Roma, n'erano stati tagliali molti a pezzi, & col lor sangue have- 
vano insanguinato Campo di Fiore ; disse il Chariteo : che diranno 
bora questi Enniani: 

Cochleas herbigenas, domiportas, sanguine cassas? ». 

Il terzo motto del Ch. riferito dal Fontano, è tradotto solo nella pri- 
ma delle due raccolte cit. , a p. 613: « Ragionavasi sotto k loggia del 
Fontano dell'uso della fecce del vino, et eh' ella era per ciò con gran 
diligenza cerca da mercatanti. V erano di coloro che dicevano , che 
di questa cosa u'havea poco in terra di Lavoro, perciochè ella fa vini 
debolissimi et molto acerbi. Perchè, disse allhora il Chariteo con quella 
sua solita galanteria, et singoiar destrezza d'ingegno; se i mercatanti 
cercassero bene ne corpi morti de Francesi, non troverebbono paese 
veruno, dove ne fosse maggior doviiia, che quivi ». — Per il motteggio 
nel sec. XV, v. anche il Burckhardt, Civil. del .ter. del rinctsc., trad. 
ital., Firenze, 1876, I, pp. 216-217. 



INTRODUZIONK tLVII 

minore quidem gratia, Charitei dictum non incelebre. 
Cum enim Neapoli iactaretur numus belli tempore ad- 
ulteiata materia, querereturque e notis eius quispiam, 
quod nesciret iara quid haberet; tura ilie vultu quam 
maxime ad jocum accomraodato: — Est - iwinit - diis im- 
ìnortalibiis , quod yratias agam , gratulerque amicitiae 
ìwsfrae; tandem cnim Iwminem inveni, et amicum qui' 
dem hominem et vere divitem. quando divitis est hóminis, 
nescire quid habeat. — .... Ab commemoratione etiam 
versus cuiuspiam Celebris , Poetaeque maxime noti ma- 
nant tacetiae et argutae et gratae. Consederant mecum 
meis prò fori bus idem hic Marinus [Tomacellus] et Pe- 
trus Compater , homo iucundissimus , magna senectute 
tres, cano capite omnes, uullis deutibus, multis tamen, 
ac prope tercentenis aunis. Praeteriens igitur adolescen- 
tulus demiratus cum esset tris aunosos vetulos, albentibus 
capillis, maxime hilari vultu, et iocari cum praetereun- 
tibus et arridere salutantibus, hic Marinus in ipsa illa 
adolescentis admiratione tanto cum lepore Vergiliauum 
effudit illud: 

tercentum alvei tondeut dumeta iuvenci • ; 

ut risum non tenuerint, senem qui audierunt, eo in con- 
sessu, tam opportune, adeo praeter expectactionem , ac 
perque concinne modulantem. Isque confestim risus in- 
gemiuatus est, nam derisni cum haberetur a nobis, qui 
praeteribat iuvenis, obeso corpore , obesiori ingeiiio , 
maxime obesis moribus, tum a f'estivissimo et perque 
concinno iuvene Petro Summoutio et festive admodum 
et pervenuste est Vergilianum aliud, quauquam dimi- 
diatum e Georgicis: 

• . . longatnque trahens inglorius alvum'; 



* Georgicon (in Opera, ediz. Ribbeck , Lipsia, li 
- Georgicon, iv, 94; ove; latamque. 



XLVIH INTRODUZIONE 

ut protractus risus fuerit in Charitei adventiim, qui a- 
iiimadvertens senum trium tam aequalem canitiem : — 
Quid, - inquit, - hic ad fores? : an inalgesce.re cupitis?; 
ciim Alpes videamus nivihus oppletas undequaque con- 
canescere. — — Prosequebatur quidam mirificis Galles 
laudibus, summa celeritate Alpes, Apeniiinumque tran- 
sgressos paucissimis diebus in Campa iiiam contendisse, 
magnis pedestribus, atque equestribus copiis; ibi homo, 
qui aegrius fortasse id ferret, dissimularet tameu: At,- 
inquit,- multo id admirabilius, Federicum tam brevi e 
Rege remigem factum esse; siquidera spoliatus regno 
pauculas in triremes sese receperat; quibus post ad 
Ludovicam Regem in Galliam est delatus. lis in copiis 
raauus quaedam fuit nec exigua, uec male strenua, 
cuius insigne esset cochlea. Hac e manu cum fama es- 
set, non paucos Komae, tumultu exorto, caesos, suoque 
sanguine Florae campum cruentasse; hic Chariteus: 
— Quid nunc,-iu(i\ih,-d/,ceìit Enniani isti: 

Chocleas herbu/enas, domiportas, saiigvuie cassas? ' 

Erat sermo porticu sub nostra de usu resinae vina- 
ceae, quodque ea summo studio couquireretur a mer- 
catoribus. Erant qui dicerent Campaniam inopem eius 
esse, quod vina haberet et teuuiora, et permultum aci- 
da. Idem tum Chariteus, quo solet tum suo ilio lepore, 
tum summa iugenii dexteritate: — Si busta, -mqvi\i,- 



' Questo verso, dal Charileo per ischerzo piobabilmente attribuito 
ad Ennio, fra i cui frammenti non fu mai ( v. Q. Enni Carminum rcli- 
quiae , ediz. L. Muller, Pietroburgo, 1884), è foggiato su quello ricor- 
dato da Cicerone nel De divi»auo>ie (in Scripta, ediz. Klotz, P. IV, 
voi. IL), ii,cap. 133: «Ut si quis medicus aegroto imperet, ut sumat 

Terrigenam , herbigradam, domi portam, sanguine cassam 

potius quara hominum more cochleam dicere ». 



INTlvODUZlONK XLIX 

Gallica per scrutari curae sit mercatorihus , nullam eius 
generis resinae rcf/ioìiem fcraciorem hac invenerint. — » 

E quest'altro suo motto ce l'ha conservato, woWApo- 
hfjoticum ad Nicolaum Leoniceum, Antonio de Ferra- 
riis: « Non infacete Chariteus noster dixit: — Duos Ar- 
jdnates , Mar inni armis, Ciceronem vcrins, et servasse 
Bf'ììipiihlfcam, et perdidisse ^ — . »,»*^^^ 

Conosceva anche l'arte del crfmo; l'abhiam già det- 
to; ma ce lo conferma lui stesso nelle rime, e l'Altilio'-' 
ili una lettera al nostro ^:/< Tu interim lyram intende, 
ut cum plusculum ocii fuerit, te canente illa audiamus ; 
nara si accentus tuus accesserit, ne Miisis quidem ipsis 
(pace quidem illarum dixerim), invidebis». E che co- 
deste non siau delle pure frasi poetiche, ce lo assicura 
1)0Ì un contemporaneo; «Simplex ( caneudi ratio) au- 
lem est ea, quae laiiguidius modificata cadit; ut eos 
P. Maronis versus iufiexos fuisse videmus , qui , Ferdi- 
nando II auctore, soliti sunt a Chariteo poeta cani ^ ». 

Dopo la morte di Ferrandino, egli si ritirò, come già 
aveva fatto il Fontano, qualche anno prima, dalla vita 
pubblica. Durante i sei anni del regno di dou Federi- 
go, e dopo il suo ritorno da Roma — accettata solo, e per 
breve tempo, la carica di governatore di Nola — sino 

1 Op. cit. , voi. II, p. 53. 

- Per esempio, nello stramb. XXIII, 1-2: 

... mentre ch'io canto il mio desio 
fra gli amici con voce dolorosa. 

•'' Ripubblicata nel XI dei Docum. 

^ Paolo Cortese, De cardinaìatu, n, cit. dal Caballero, p. 23. Ed 
il Sannazaro negli endecasillabi In nialedicuni ( Spicilegium roma- 
num , Roma, 1842, t. Vili, p. 511): 

Fontano quoque vel iubente seras 
dernntat Chariteus ad lucerna?. 

VII 



L INTRODUZIONE 

alla morte, visse sempre, — costrettovi fors' anche dalla 
podagra e dai dolori artitrici, che, più d'ogni altro male, 
lo tormentaron per quasi tutta la vita ', e pe' quali forse 
moiì, — nella quiete domestica, circondato dall'affetto e 
dalle cure della moglie, «morigera» ed «esempio raro 
di fede e d'onestà - », e delle sue non poche figliuole ^; 



* Si rileva dal Fontano , ^Egidms (Napoli, ex officina S. Mayr, 
1507), f. hiii r. Il Charileo, che discute da più tempo di teologia, viene 
interrotto cosi dal Fontano e dal Pardo : « Font. : Tibi quidem, Charitee , 
videndum est, qua nam via progrediare, cum 2Jodager ipse sis, medico- 
runique maxime indigeas opera, quorum olficium est, ad materiam potis- 
simum studia, curationesque suas referre. Char. : Ista quidem periiide di- 
cuntur a te, Fontane, ac si ignores, uaturam ipsam ea ratione podagria 
consuluisse, quo doiorem minus sentiant, lingua ut uterentnr loquaciore . . 
Fard.: Equidem ego te vel inter loquendum risissem , Charitee, nisi 
de religione, deque re publica Christiana sermo esset habitus; dum phy- 
sicos tam imprudenter , ne parum pudenter dicam, ipse in te provo- 
cas. Concedatur tamen hoc podagrae , articularibusque doloribus , 
de quibits tam saepe quidem iaces... Haec ego tecum habui, Chari- 
tee, quo pacem tibi cum physicis procurarem, quorum opera et sto- 
macus et pedes isti tui tam saepe indigeant ». — Ed anche Giano 
Anisio (Satyrae ,\,ix, i sgg. : riferito più appresso), ricorda Va. stil- 
lam capitis e la podagram del Ch. — Nei vv. 79-81 della canz. XIV : 

Canzon, nata d' infermo, inferma e manca, 
tu vedi iJ tuo difetto: 
rimanti in questo letto. 
E nella canz. XV, i, 4-11 : 

Crudele autunno , 

a me tanto avversario 

sei, che d'acerbi lutti 

fai parte, e d'aere freddo, ombroso e negro; 

tanto, che l'animo egro, 

per la contagìone 

del duol, ch'ognor rimembra, 

a le meschine membra 

d' incurabili morti è già cagione. 

2 Son. CCIX, .-2 : 

Raro esempio di fede e d' honestade, 
morigera moglier, più ch'altra alcuna. 

3 V. qui appresso , a p. liv. 



INTRODUZIONE LI 

nella sua biblioteca, tra i suoi poeti, e nella conver- 
sazione dei suoi più cari amici, e specialmente di Pie- 
tro Siimmonte, e di un suo nipote, Bartolommeo Ca- 
sassagia, catalano *. 

La sua casa era posta nel vico « de li Dactoli », oggi 
(Mia Fictrasanta , e precisamente « prope et retro » 
la chiesa di Santa Maria Maggiore , « juxta domum 
Dominici de Giptiis et piateam publicarn - »: a pochi 
passi dai portici e dalla cappella del Pontauo, e d;il 
palazzo ilei D'Avalos, marchesi del Vasto; e poco lon- 
tana da quello del duca d'Atri, Andrea Matteo Acqua- 
viva, e dall'altro di Antonio Guevara, conte di Poten- 
za; tutt'e due amicissimi suoi, che ricordò non poche 
volte nelle rime '. Su questa casa vi fu, almeno sino al 
secolo XVI , una lapide con questa iscrizione *: 

Ferdinandi Alfonsi secundi filii, Ferdinandi nkpotis , 
Alfonsi pronepotis, pPvIScipìs optimi liberalitate ; 



* Per la sua biblioteca v. la lett. del Sbmmonte ; pel Casassagla, i>iii 
appresso , a p. lvii. 

2 V. la n. 2 a p. xu — Il vico del Dattilo da tempi antichi sino al 
principio del sec. XV si chiamò anche del sole e della htna; nel sec. 
XVI anche Mormorato: v. Capasso, p. 51 e n. t. 

3 Capasso, p. 52. — Dal quale si rileva che le case del Fontano, dei 
D'Avalos- Vasto, delTAcquaviva e dei Guevara erano: la prima, ove 
ora il palazzo dei principi di Teora, di fronte all' « elegante tempiet- 
to » del poeta; la seconda, dirimpetto a Santa Maria Maggiore, « ove 
reggevasi il Tribunale della Sommaria»; la terza a Porta Donnorso, 
poi « aggregata al Monastero della Sapienza »; l'ultima nel largo Re- 
gina Coeli. 

^ Da alcuni Notarti, estr. dal Bolvito (bibl. Brancacciana di Napoli : 
II. A. io, p. 4) : « Quelle case passate {sic) la porta piccola di S. Maria 
maggiore da la piazza de la Sapientia si leggea sopra la porta il seguente 
epitaffio: Ferdinandi — liberalitate; fureno del Cariteo poeta in tempo 
di re Ferrante primo {sic), et per quanto si dice fu di natione catala- 
no». Ed in margine, di carattere del Tutini: «Non si vede più que- 
sto epitafio in quel luogo, ma fu trasferito dentro il cortile di France- 
sco Festinese alla Pignasecca sopra Io Spirito Santo, dove si Tède». 
Questa notizia mi fu comunicata dal comm. Capasso, 



LI! INTRODUZIONE 

ma veramente egli l'aveva acquistata sin dal 1491 dalla 
società AeWsi Secreti a di Santa Maria Maggiore ^ e « con 
sentenza de'Compromissarii Apostolici data a 25 Dicem- 
bre 1499 », confermata a Cariteo Regio Scribac « sub an- 
nuo censu ducatorum 7, ex eo quia dieta Ecclesia minat 
ruinam, et ipse Chariteus promisit illam instaurare, con- 
cessa prius sibi dieta domo ut super ea exaedificare 
possi t '^ ». 

Il Gareth era mediocremente agiato; ma la sua abita- 
zione quantunque « non vi fulgesse né auro né avorio ^ »? 
era splendida, elegante., nitida; e il padron di casa, ele- 
gantissimo anch' egli e pieno di buon gusto. « Ac tametsi 
familiaris res tua domesticaque supelex sit etiam medio- 
crior, - gli diceva il Fontano, dedicando a lui, «splen- 
dentem hominem», il suo trattato De Splendore *- in 
hac tamen ipsa mediocritate, spiendidum te quacumque 
in parte domesticae supelectilis, ornatusque familiaris, 
ita prestas ac geris, ut admirari non minus nitorem, 
quam laudare modum ac mensuram in illis tuam , et 
velimus et debeamus; presertim cum hunc ipsum nito- 
rem tatiquam natura tibi iusitum etiam in iis quae so- 
lius sunt ingeuii ubique ac semper praeteferas '* ». 



' « Quella che ora è la congregazione del SS. Salvatore, posta ac- 
canto all'accennata Parrocchia» (Capasso, p. 51). 

^ Negli Acta visit. Cappell. cit. , p. 238. — La casa del Ch., « allorché 
la Chiesa di S. Maria Maggiore nel 1589 fu conceduta ai PP. Chierici 
regolari Minori , dovette incorporarsi nella fabbrica del Monastero , 
ora Quartiere dei Pompieri» (Capasso, pp. 51-52). 

3 Son. CCX, 1-2, 5-6: 

Non fulge nel mio albergo auro né avorio, 
la vana ambizione in odio tegno... 
Felice quel, che... 

... stato iimil non have a sdegno! ; 

^ Pubbicato per la prima volta, insieme ad altri trattati, a Napoli, 
per Joannem Tresser de Iloestet et Martinuni de Am&terdam Alma- 
nos, nel 1498. 

5 I. I. PoNTANi ad Chariteitm , de Splendore : prologus, — Ad 



FiN'TltODUZlONE LUI 

Alla povera moglie, — che aveva un nome non bello, 
Petronilla, e che gli amici pontaiiiani tradussero nel piìi 
poetico Nisea \ — dirigeva un sonetto, poco prima del 
1509, in cui la confortava a sopportar con coraggio quei 
a maggiori affanni » che la sorto aveva riserbato alla 
loro età avanzata : il Gareth aveva allora sessant'anni 
suonati: 

non t'attristar, se la sorte importuna 
ne dà maggiori affanni in questa etade! 

Iddio avrebbe certamente rimunerate le loro buone a- 
zioni e la loro « pietà », là ove avrebbero sentito 



splendeutera hominem de splendore disserere, Charitee dulcissime, etiam 
si nulla intercedat henivoientiae ac familiaritatis gralia, ipsa tamen ratio 
praestari hoc a me debere, it hortatur & inbet, quippe cum materia 
ipsa consentiat cum artifice. . . Iure igitur lihrum tibi hunc de splen- 
dore vendicasti , imo & fecisti tuum. In quo quidem ( cultum enim 
atque elegantiam novi tuam) satis scio multa desiderar! a te posse , 
quae a me suni , aut negligenter omissa aut per inscientiam ignorata. 
Tu vero. Charitee, quae tua est laenitas, quodque in carminibus etiam 
nostrìs facis ut siquid inertiae in iilis deprehenderis, facilitate id tua 
induigenter condones, in hac item disputatione siquid aut praetermissum 
a nobis fuerit, aut forsitan ignoratum, vel sponte id tua, vel rogatus 
etiam atque etiam condonabis ». Dall'ediz. cit. nella n. prec, f. miii r-v. 
' Fontano, ^gidius, f. hii r : « Pont.: Ego te, Charitee, quod diu- 
tius mussitantem intueor, quo nara mussitatio ista evadat tua, vel a- 
venter videre expecto , ni res Portasse uxoria negocium tibi afferat , 
in re praeserlim familiari ac molestiarum piena. Char.: An fortasse ar- 
bitraris Petronillae uxori inditum nomen a petrone ac vervece se- 
ctario? (sic enim quidam e priscis illis eum vocavere): quod videlicet 
gregem mihi filiarum uxor comparaverit... ». — Furono il Sannazaro 
ed il Fontano che le dettero il nome di Nisaea ( v. a p. lv ) ; tra- 
sformato poi in Nifaea dal Tallarigo-Imeriani (iV. Crest. ital., II, 
346, n. 5), che v'annotarono anche: « Forse, la signora Cariteo era nata 
Nifo?»!! — «Potrebbe essere che ancor le mogli dei Font^niani go- 
dessero la galanteria di prendersi ancor nomi Accademici » (Caballe- 
Ro, p. 14). Nel ms. cit. del Meola si trovano due capitoli del Compatre 
Generale, cioè Pietro Golino. e di Manilio Rallo, intitolati tutt' e due 
In nvptiif! Charitei: che riproduco nei X dei DocuM. , quantunque io 
li creda falsificazione del Meola. 



LlV INTRODUZIONE 



felicità maggiore, 
ciie non s'intende da i corporei sensi , 
né scende nel mortale umano core! ^ 



Gli ultimi anni della sua vita dovette passarli in 
lina certa ristrettezza. La morte immatura di Ferran- 
diuo, la caduta della dinastia aragonese, e forse la 
poca simpatia del gran capitano e dei viceré suoi suc- 
cessori per i letterati e per i poeti: quindi i quattro- 
cento ducati , concessi al poeta da don Federigo « per 
substentatione rei familiaris » , ridotti a trecento , ed 
anche così mal pagati ; avevan dovuto gettarlo quasi 
nel bisogno! E, come se tutto questo non bastasse, la 
signora Petronilla gli aveva regalato un bel numero di 
figliuole : « gregem filiarum . . , quae — è il povero ma- 
rito che parla, — illam sequantur et ad rem divinam 
atque in tempia, et ad invisendas per urbem puerpera^, 
ad celebrandas item uuptias ac festos dies ^ ». 

Non aveva dunque tutt'i torti d'attristarsi la signo- 
ra Gareth! Ma su questa fecondità della povera donna 
in partorir sempre femmine, scherzavan gli amici del- 
l'Accademia: il Sannazaro ne faceva uno dei suoi belli 
epigrammi ^ 



1 Son. CClX, 3-4, 12-14. 

' Fontano, ^lEgidhis, 1. cit. ; continuazione del brano ivi riferito. 
Cfr. anche E. Gothein, Die Renais. in Snditalien (in Citltvrentwi- 
chbmg niid-ltaUetis, Bresiavia, 1886), pp 420-421. 

3 Epigramm., I, xi, p. 186. — Riferendo « cette belle Epigramme » 
il Menagio {Menagiana, Amsterdam, 1713, voi. Il, 295), scrisse che il 
Sannazaro l'aveva scritto «pour consoler un Princesse qui étant grosse 
souhaitoit avec passion d'avoir un fils, & qui cependant n'accoucha que 
d'une fille ». L'errore fu corretto con molta erudizione dal La Mon nove 
{Ibid., voi. IV, pp. 303-304), che ricordò quanto del Chariteo e della mo- 
glie avevan detto il Fontano ed il Sannazaro. 



INTRODUZIONE LV 

De partu Nis.«.e Charitei conjugis. 

Dum parit, et lonpas iterai Nisaea querelas, 

sciiiditur incerta sedidoiie polus. 
Pierides puerum, Charites opiaie puelianr. 

bis Veuiis, ast illis docla Minerva favet. 
Astat amaiis Veneri Mavors. Fhoebusque Mluervae: 

magiiaiiitiinsque aequa Juppiter aure sedet: 
cum subito aurato surgit p'ier improbus arcu, 

et coeiuui notis terrilat omne miiiis. 
Assensere metu superi. Pater ipse Deorum 

risit, et Aonias jussit abire Deas. 
Exsultat palma Veiuis, et nascente puella 

augentur Cliaritos, Cypria turba , Deae. 

Né, in tante angustie, pare che l'affetto fra i due 
couiugi si raffreddasse mai: cosi almeno da un epi- 
gramma del poeta dell'amor coniugale'. 

ht. NlSEA ET CilARlTEO 

Ora Terentiolae myrrham flant, pectora nardum 

dulcidiae, stacten labra liquori tua. 
Colligit haec Nisea simul , conspergit et aura 
• ambrosiae, quam fiat crinibus ipsa suis. 
Pyxide mox parva viridi circundala myrto 

dedicai, et ponit, Cypria diva, libi: 
optai et ut pariter cum coniuge trausigat anuos: 

quod Nisea cupit, quod Chariteus avet. 

Dopo la morte del « povero marito » la povera donna 
fu costretta a vendere, come dicemmo g'à, al Colocci, e 
per mezzo del Summonte, uno dei più preziosi mano- 
scritti posseduti dal poeta: il «Libro di Poeti Limosi- 
ni»; e lo stesso Summonte ci dice che, in quel tempo, 
« havea fatte alcune commodità '^ » , alla vedova. Ma , 



1 J. J. Fontani, Eridavus, I , f. riiii r; stampato a Napoli insieme ad 
altre poesie, per S. Mayr, nel 1505. 
' Summonte, nella leti. cit. al Colocci. 



LVI INTliODUZlONE 

dopo il luglio 1515 , non si sa più nulla né di lei né di 
alcuna delle molte sue iigliuole '. 

Essa era forse amalfitana "^ ; e forse della famiglia 
di quel Massimo Corvino, vescovo d'Isernia, che il Ga- 
reth aveva nominato nella Resiìosta contro i malluoli 
come congiunto a sé « di sangue e d'amore ^ », E ti- 



• Non apparteneva certamente alla sua famiglia quel « Garreclo de 
lo Conestabele cozone del re», e quel «Garrecta de lo canto», ricordali 
spesso nelle Ced. di tesor., voli. 83, f. 203 v; 119, f. 196 v, f. 134 v, 
f. 2)6 v; 137, f. 15 V, ecc. 

2 Caballero, p. 15 : « Non disprezzerò la opinione di chi (?] inter- 
pretando il Fontano (lib. 2 de Hortis Hesper. cap. de limonibus, et 
earum cultu) volesse che il Chariteo prendesse moglie in Amalfi, o 
piuttosto ella [la signora GarethJ fosse Amalfitana». Ivi, infatti , il 
Fontano chiama Chariteia la regione amalfitana; e l'amico Sum- 
MONTE {Loca quaedatn in Urania, Hesperid. hortis etc. propter ter. 
novit. alieni fonasse obscuriora, in fine ilei De Fortuna del Fontano, 
Napoli, S. Mayr, 1512, f giiii r), postilla : « ut Chariteum amicum ce- 
lebret ». 

■^ Resp. cantra li mal., 223-24 : 

E tu, Corvino mio, poi eh' io ti mostro, 
che di sangue e d' amor son teca giunto. 

Questa parentela tra il n. ed il Corvino è confermata anche dall'AL- 
TiLio nella lett. al Ch. , che gli aveva inviata l'elegia ( I , xi ) del 
Sannazaro In maledicos detractores , in difesa dei pontauiani. a E 
degno di osservazione , come l' Altilio avesse quivi con ammira- 
zione osservato quei versi, ne' quali vien lodato Massimo Corvi- 
no, senza ricordar poi niun altro di quei letterati, che dal Sanna- 
zaro vengono con più l'agione esaltati ; ma sapendosi esser quello un 
[)arenle del Cariteo, a cui la lettera è diretta, appar chiaro, che volle 
rendersi grato all'amico » (TAFURi,pp. xxxvn-vni). Anche nel Poeta 
Personatus (Fontano, Antonius , cit. più appresso) il Chariteo 
vien ricordato insieme al Corvino. — Che la signora Gareth fosse 
poi una Corvino, lo pensarono il Caballero, p. 13 ed il Capasso , 
pp. 40-41 ,1.5; ma il primo soggiunge che « simil congiunzione di 
sangue potrebbe ancor provenire dal matrimonio di qualche figlia del 
Ch. con qualche parente del Corvino ». — Il Meola, p. no, pur crede 
che il Ch. avesse sposata una sorella del Corvino, la quale «Corvina 
fosse ditta, tale ricordandoci il di lei nome (?) il Sannazaro in quell'epi- 



IXTKODUZIONE I-VU 

glio forse di qualche sorella del poeta e di un Bil- 
dassai're Casasages, catalano ', era quel «joveue », rietto 
semplicemeute dal Sumuionte « lo uepote del Cliariteo^!>, 
e che si chiamò Bartolouimeo , nato anche in Catalo- 
gna, e « versato — cioè vissuto — in Franza » : «per- 
sona certo oltra lo ingegno modestissima, et diguo ne- 
I)ote di tal zio »; e, in mezzo « a molte e molte occu- 
pazioni » e «oppresso in uegocii », « exercitato pure 
assai sì in legere, come in scrivere cose thoscane».e, 
come vedremo, con « non poca dextrezza in interpretare 
lo idioma e la poesia limosina * ». 



IV. 

Nella tranquillità della vita domestica dovette subito 
darsi alla correzione, all'ordinamento, alla pubblica- 
zione delle sue rime. La prima edizione, infatti, pre- 
parata durante il 1505, si pubblicò il 15 gennaio 1506. 
Questa stampa è irreperibile, ora ^; ma non dovea es- 
ser molto rara nel secolo XVII e sulla fine del XVIII, 



gramma dove loda il suo parto, che poi dovè a*<jenitori premoiiie, se 
ci attesta il Summonzio che non lasciasse di sé figliuoli (1)». 

1 V. le nti. al sou. CCXII, diretto ad un « Baltasar », che potreb- 
b'esser questo « Baldaxarro Casasages catalano », che, nel 1497, P^'^" 
sto « circo cento ducati contanti al Signor Re , graciosamente » ; ed 
a cui, in queir istesso anno son dati dalla regia tesoreria « mille du- 
cati; et sonno per altri tanti ne li so" stati cesi per Paulo Tholosa dela 
Summaiia de xxvl con contracto con la Regia Corte a di primo de de- 
cembro proxime paxato » (Ced. di tes-. voli. 139, f. 102 v; i6o, f. 671)- 

- SUMMONTE, lett. cit. 

•* Una copia doveva essere « nella libreria segreta del Collegio Ro- 
mano », sulla line del secolo sc<)rs0 ; quando la studiò il Caballero, 
p. 5; ma non si trova più nella bjbl. Vittorio Emanuele di Roma , che 
ereditò gran parte di quel fondo. 

vili 



hXlil INTRODUZIONE 

quando la videro e la ricordarono il Chioccarelli \ il 
Nicodemo -, il Crescimbeui ^ il Caballero * e Lorenzo 
Gitistiniaui ^. 

E, mettendo insieme tutte le poche notizie forniteci 
da costoro, possiamo anche darne una des.crizioue. È 
un volumetto iu -4", sulla cui prima carta si legge so- 
lamente: Opere del Charitro, e su l'ultima: F/ne della 
Operetta di Chariteo impressa in Napoli per Joamie 
Antonio de Caneto Paviensem, anno Domini lòOG a 
dì 15 Januario **. È in « caratteri rotondi "^ » ; e « la 
puntatura . . . non consiste in altro, che nell'uso del 
punto fermo, de i due punti, e del sopraccennato se- 
gno [/ = , J "* ». A tergo della prima carta: Al virtuo- 
sissimo Cavaliere Cola Balagno prologo di Chariteo 
in lo libro inscripto: endimion à la luna: e, dopo que- 
sto Endimion , una Canzone di Chariteo de Lode del 
Serenissimo Signor Principe de Capua , dedicata A 
r Illustrissimo Segnor Don Alfonso Davalos Marchese 
di Pescara, Gran Camerlengo del Pregno Ncapolitano; 
ed un'altra Canzone di Chariteo intitulata Ar agonia. 

' In uno zibaldone di noLizie (nella Na/.ion. di Napoli: xiv. o. 19). 
che servirono per il Be ili. script, neapolit., al f. 28 v. si cita l'ediz. 
del 1506, poi la citazione fu cancellata: evidentemente perchè il Chioc- 
carelli, considerando che il Chariteo era spagnuolo. pen.'^o hene di non 
parlarne, come di fatti non ne parlò, in quell'opera sua. 

* Op. eie, p. 58. 

•* Istor. della volg. poes. , I, 412-413. E da lui il Ma/,zochelli , 
Op. rie, p. 564 V, ed il Quadrio, Op. ciC, II, 213. 

* Op. cil., p|). 5-6. 

5 Saggio storico-o-it. i-ulla tipng. del ì-egno di Nap., Na|ioli, 1793, 
|i. 125. V. anche Brijnet, Manuel, I,coll. 1082-3; Graesse, Tremar, 
ll.p. .22. 

6 Giustiniani, p. 123: Nicodemo, p. 58 ; Caballero, pp. 5-6. 
" Giustiniani, p. 125. 

^ Crescimbeni, Op. cit. , 412-413: «Ed in questo proposito molto 
può valere un' impressione delle Rime del Cariteo intitolate Endimion 
a la Luna, fatta in Napoli per Gio. Antonio di Caneto l'anno 1506, 
vivente l'Autore, e per avventura anche presente, perciocché si vede 
correttissima; la puntatura... ». 



INTRODUZIONE LIX 

La perdita di essa ci sarebbe assai mea dolorosa, se 
noi ne possedessimo qualche ristampa. Or, fortunata- 
mente, una ristampa c'è; e non una sola: tutte le edi- 
zioni venete delle rime del nostro ' non sono cheripro- 
duzione fedelissima della napoletana del 1506/In es-^e 
le rime son pubblicate nell' istesso ordine-^i questa: 
cioè prima V Endiniion, con la dedica ed il prologo al 
D'Alaj^no; poi la canzone per il principe di Capua, cou 
l'islesso titolo e l'istessa dedica al marchese di Pesca- 
ra; tiualinente la canzone « intituluta Aragonia». 

Una sola differenza c'è: nelle venete, haVEncUmion 
e le due canzoni , si trovano gli Sirammotii di Chari- 
teo, che nella napoletana pare, almeno, che non ci fos- 
sero. Se non che, coloro che parlarono di quella prima' 
stampa, potettero ben credere che gli Strammotti fa- 
cesser anche parte àeW Eadimlon: di fatti son tutti 
amorosi , son tutti diretti a queir istessa donna , per la 
quale era stato scritto V Endimion. 

Se è così, e par certo che cosi sia, possiam dire che 
anche la stampa napoletana del 1506, come le ristampe 
venete, si divideva in tre parti: V Endimion , che com- 
prendeva sessantaciuque componimenti: cioè quaranta- 
cinque sonetti, cinque canzoni, tre sestine, cou altret- 
tanti madrigali e ballate; e sei poesie in settenari! ed 
endecasillabi incatenati; i trentadue Strammotti:, le due 
canzoni politiche. 

Circa quattr'anni dopo, nel novembre del 1509, il 
Garcth pubblicava , faceva pubblicare , una seconda 
edizione deile sue rime; ma l'edizione riuscì quasi del 
tutto nuova: e per il grau numero dei componimenti 
aggiuntivi, e perché i già pubblicati eran stati intera- 
mente rifatti, e i giudicati giovanili e scadenti del tutto 
soppressi. Questa bella, completa e definitiva edizione 



^ Di queste ristampe |)arlerenio in seguito. 



LX INTUODUZONE 

delle rime del nostro, fatta certamente sotto gli occhi 
del poeta , ebbe anche la fortuna d'esser tipograficamen- 
te curata da Pietro Summonte: il fedele editore delle 
opere del Fontano e dell'Arcadia del Sannazaro '. 

È un in-S", in bei caratteri rotondetti, e, segni d'in- 
terpunzione, il punto, anche in luogo del punto e virgo- 
la, l'interrogativo e la parentesi curva; con i fogli non 
numerati, e col registro a-v iiii , « excetto M eh' è quin- 
terno ». Sulla prima carta: tutte le opere 1 volgari | 
DI CHARITEO; e qui un elenco di tutte le parti in cui si 
divide la raccolta''; e all'ultima carta, dopo gli Errori 
de la stampa, si legge: Impressa. In Napoli lìer Maestro 
Sigisnmndo Mayr Alamanno con somma diligentia di 
F. Summontio ne l'anno M. DVIIII. del mese di JSfo- 
vembre, con privilegio del Illustrissimo Viceré S gene- 
ral locotenente de la Catholica Maiesta, che per .X. an- 
ni in questo Regno tal opera non si possa stampare, ni 
stampata portarsi da altre parti sotto la pena in esso 
contenuta ^. 

Oltre i moltissimi componimenti nuovi , inseriti tutti , 
insieme alle due canzoni politiche dell'edizione del 1506, 
neW Endimione , eran quivi pubblicati per la prima vol- 
ta due poemetti: la Mefhamorphosi , in quattro canti, e 
la Pascila in sei; una liisposta contra li malivoli; due 



1 L' ediz. dfW A7'cadia nel 1504; le opere pontaniane dal 1505 al 
1512. — Nel registro n." 4 (lei Notamefìtnriitn prorisionnin III Do7r>ìn) 
magni Capitanei ann. 1504, ora perduto, al f. 77, v'era un ordine 
di Consalvo al Summonte di pubblicar le opere dei pontaniani ; del 
quale ci resta solo un sunto nel Reperì, dei Privi!, della Canr.ell. , 
f. 74: « Pietro Snmmovte 7wpnlitann: ordine che il detto Pietro 
babbi pensiero di fare stampare le opere del Fontano , del Salazaro 
(aie) et altre». V. anche Minieri Puccio, 7? /o^r.,pp. 419-20. 

'■ Abbiam riprodotta questa prima carta in principio della nostra edi- 
zione, a p. 5. 

3 La Nazionale e la Universitaria di Napoli posseggono ciascuna un 
esemplare di questa edizione: di esse mi son servito per la stampa del 
testo; un'altra copia è nella Riccardiana di Firenze. 



INTROnUZIONK LXl 

cautici : uuo per la morte del marchese del Vasto, l'al- 
tro sul Dispregio del mondo; sette canzoni religiose ed 
una morale. Ìj Endimione poi aveva subite queste mo- 
dificazioni: i quarantacinque sonetti eran divenuti due- 
ceutoquattordici; le cinque canzoni, venti (compresele 
due canzoni politiche già pubblicate nel 1506); alle tre 
sestine n'era stata aggiunta un'altra; alle tre ballate 
due nuove. 

Eran però stati del tutto esclusi dalla nuova edizione 
i due prologhi iu prosa, i sei componimenti in endeca- 
sillabi incatenati ed i treutadue Stramniotti: evidente- 
mente com'opei'a giovanile. 

II Proloyìio di Cliariieo in lo libro inscritto Endimion, 
col quale il poeta aveva « donate » al « virtuosissimo ca- 
valier misser Cola D' Alagno» « li suoi amorosi versi, a 
le sorde orechie de la sua candida Luna in vano sparsi»: 
quelle «swe mal composte Eime, tanto da lui desiderate»; 
e l'altro, premesso alla ('amone de lode del sprenissimo 
]rrincipe de Capita, e diretto « a l'illustrissimo signor don 
Alfonso d'Avalos, marchese de Paschara , gran Caraar- 
lengo del Regno Napoletano» sono gli unici esempii di 
prosa letteraria scritta dal nostro: prosa, s'intende, quale 
poteva scriversi da un dotto, anche poeta, del quattro- 
cento: tutta luoghi comuni di Virgilio, di Orazio e di 
Properzio, mal cuciti insieme, in una forma latineggian- 
te, dura e stentata '. 

Gli endecasillabi e gli Strammotfi a,p^SLVÌene\a,no ad 
una maniera che il poeta aveva del tutto abbandonata 
iu seguito: maniera popolareggiante che poteva piacere 
al volgo, non alle persone cólte ed ai letterati: essa ac- 
cusava una certa improvvisazione e una certa trascu- 
raggine artistica; e il Chariteo voleva esser tenuto dai 

' I due «prologhi» son pubblicati neW Appendice alle rime, a pp. 
459-462 della nostra ediz. 



LXII INTRODUZIONE 

suoi contemporanei , come da' posteri , un poeta d' arte 
e non un improvvisatore : e di ciò , se non i posteri , 
s'accorsero bene, come vedremo, i contemporanei. 

Il contenuto di que' sei componimenti di strofe più 
o meno lunghe di endecasillabi con rima al mezzo , e 
spesso con un settenario iniziale , è su per giù quello 
istesso della poesia amorosa popolare: lodi sulla bel- 
lezza dell'amante; lamenti dinanzi alla sua finestra; 
lettere, benedizioni, imprecazioni e maledizioni a lei; 
ma ia forma, il frasario è servilmente petrarchesco'. 
Pur tuttavia, qua e là trovi qualche ricordo della lirica 
erotica romana; e il non trovarlo in una poesia del se- 
colo del rinascimento sarebbe molto strano. 

Ecco, per esempio, una delle più felici trovate ovi- 
diane '^ , che poi non disdegnò far sua anche Federigo 
Schiller '' : 

. . . Excute poste serani! 
Falliimir, an verso sonuerunt cardine postes, 

raucaque coacussae signa dedere fores ? 
Falliniiir. Ininilsa est aiiiaioso ianua vento. 

Kì milii , quHni longe s[)em tiilit aura nieani ! 

in questi endecasillabi ": 



' Vedi le nn. a quelle rime, pp. 427-439 della nostra ediz. 

■- Amorum I, vi, 48-52 (ediz. Merkel, Lipsia, 1877). 

s Die ErivarW.ììg in Sdmintliche Gedichte, Stuttgart, 1831, p. 157: 

Ilòr' ich das Plòrtchen nicht gehen'^ 
Hat nicht der Riegei geklirrt'^ 

Nein, és war des Windes Welien, 

der durch diese Pnppeln achwirrr,. 

Fu notato dal Gaspary, Ital. Liter. II, j). 331, a proposito di uno 
strambotto di Serafino Aquilano, imitalo come vedrenw, dalla poesia 
del n. 

■i Vv. 35-41 della IP delle canz. escluse dalla stampa del 1509: e che 
inseguito chiameremo, per lirevità, «giovanili». 



INTRODUZIONE LXIII 

Deh , dolce uscio beato , — deh , apre ornai ! 
Remedia a tanti guai. . — Lasso !• che sento?... 
Misero me!... fu il vento; — et io credeva 
che la porta s' apreva ! — L* alma afflitta , 
per 1 eiiché veda fitta — la speranza , 
prende d' amor baldanza — e tanta fede , 
ch'ancora, oimé !, se crede — esser beata... 

E rispecchiano il bel (juadretto lucreziano ' : 

At lacrimans exclusus amator limina saepe 
florìbus et sertis operit postisque superbos 
unguit amaracino et foribus miser oscula figit; 

questi altri ': 

Quante volte da sera , — o belle porte , 
m'avete visto, a morte — già vicino, 
piagner fin al matino , — inanzi al sole, 
oi'iiando di viole — e di ghirlande 
ambe due queste bande — e tutto il loco... 

Nello scrivere i suoi trentadue Strammotti ', il Chari- 
teo, più che le ottave vive allora sulle bocche del popolo 
napoletano, dovette aver certamente presenti le imita- 
zioni letterarie che del rispetto toscano avevan tatto i 
cortigiani di Lorenzo il Magnitico *. 

1 De rerum natura, iv, 1169-71 (edi-:. Bernays, Lipsia, Teubner, 
1879). 

- Oanz. giov. cit. , 22-26. 

^ Cosi sempre nelle ediz. venete che li coiitengoiiu: v. anche il D'An- 
cona, Secent. , p. 163, n. 3. 

•* Il D'Ancona nella Poesia pnpol. ical., p. 132 era d'opinione che il 
Chariteo nello scrivere i suoi Strammotti, non avesse fatto altro che 
voltare « in lingua letteraria le torme vernacole», e che i due tentativi 
d'imitazione popolale sorti contemporaneamente a Firenze e a Napoli, 
fossero indipendenti l'uno <lairaltro; ma nel Secent., p. igo, aggiunse che 
al Chariteo forse «era noto che il Poliziano in Toscana dal cantar villa- 
nesco aveva dedotto i Rispettici-, e che «foi-s'anco» quella degli Stram- 
motti «era una forma ch'ei prendeva direttamente dal popolo pugliese 



lAlV INTRODUZIONE 

Negli Strammotti del barcellonese cercheresti invano 
la spontaneità, la semplicità, la grazia e l'arguzia dei 
canti schiettamente popolari; il t'ondo è costituito in 
gran parte dal frasario petrarchesco e da qualche i- 
mitazione dei lirici latini *: ma, qua e là, senti pure 
un eco degli Strambotti di Luigi Pulci e dei Rispetti 
di Angelo Poliziano. Furon forse la prima opera del no- 
stro; e furon forse scritti verso il 1480, quando, dopo 
la venuta di Lorenzo de' Medici a Napoli (1479), la corte 
napoletana entrò in più intime relazioni con la fioren- 
tina ; ed i cortigiani aragonesi non disdegnarono di sci- 
miotteggiare i loro confratelli medìcei. Il Poliziano era 
fin troppo noto agli accademici pontauiani -, perché le 
cose sue non fosser subito lette e con una certa avidità 
ed anche con un po' d'in vidi uzza. Che poi gli Strambotti 
del Pulci fosser conosciuti da' poeti napoletani, oltre che 
da qualche verso di quelli, trasportato di pianta negli 
Strammotti del nostro ', mi par di poterlo arguire da 



e siculo, per bisogno o va{?hezza di novità. DelTa quale orirrine diretta 
potrebbe anche dare indizio il tatto, che alcuni di cotesti Strumhotti 
sono interamente identici ai siciliani, alla cosi detta aitava siciliana di 
due rime quattro volte alternata, anziché formare un'ottava toscana e 
jjerfetta ». Se non che de' trentadue componimenti del n. solo sei man- 
tengono la forma metrica meridionale; gli altri venlis^i serbano quella 
del rispetto toscano, come diremo più appresso. 

' V. le nostre nn. agli Stratnniutti , pp. 442-53 della nostra ediz. 

- V. G. RoscoE, Vita e pont. di Leone X, I, pp. 100-103; ^ ^'■^ Schiì- 
RiLLO, ueW Introd. aìVArcadia del Sannazaro, pp. clxix-clxsvi. 

3 II Poliziano nel xxiv° dei Rispetti spicciai, (ne Le Stanze, l'Or- 
feo e le rime, ediz. Carducci, Firenze, 1863): 

Pietà, per dio, pietà, pietà: eh" io moro 
ed il nostro {Str. V, i): 

Pietà, pietà, per dio, ch'io moro a torto; 

e cosi il primo, nei Risp. cont., in, òij, 72: 

E tu, donna crudel, cagiou sarai... 
.... ch'io mora disperato 



INTKOUITZrONE LXV 

ciò: die i versi 7-8 del xxxii" strambotto del Horentino: 

però olii pone il suo aiiuir in teniiii;i. 
zappa in nell'acqua À in arena semina; 



e il Chakitko (67/-. XIII, 1-2): 

Donna crndel, per culpa vostra e mia, 
si perderà quest'alma desperata. 

Il Poliziano, /. e. . vi, 56: 

clie tu sia nien bella u pili pietosa: 
e il Chaiutico {Str. XXVI,. 3): 

Or fussi tu men bella e più pietosa. 

E cosi questo verso di L. Pulci {Strambotti, ediz. A. Zenatii, Firenze, 
libr. Dante, 1887), xv, 5: 

Con teco intendo vivere e morire, 

e proprio quello del Chariteo (Str. Xll, 1) : 

Teco vorrei pur vivere e morire; 

benché l'uno e l'altro possan pur derivare, indipendentemente, dall'o- 
raziano (Od. Ili, IX, 24) : 

'l'ecum vivere amem, tecum obeara libens. 

E questi altri del Chariteo (Str. XXIX, 1-4): 

alma, o spirto mio , o nutrimento 
ile la mia vita stanca et atTannata, 
o fermo del mio cor sostenimento, 
ri|)0S0 de la mente tormentata, 
o del mio grave ardor suave vento; 

ricordano subito quelli quasi simili del Pulci (Str. i, 1-2, 6): 

guida di mia alma e di mia vita, 
mantenimento de' mia sensi afflitti , . . . 
sostegno di mia nv^rabri S'^ontilti 



LXVI INTUODUZIONE 

si ritrovino, COSÌ leggermente modificati, neW Arcadia 
del Sannazaro ^: 

ne l'onde solca et ne l'arene semena, 
e '1 vago vento spera in rete accogliere 
chi sue speranze fonda in cor de femina. 

Dai quali il Pulci non potè certo ricavare i suoi , per- 
ché egli morì nel i484^;,quando il romanzo pastorale 
del napoletano era ancora da venire ^ 

Tutte le poesie contenute nel Libro di sonetti et caii- 
2oni di Chariteo intitulato Endimione, — e d'ora in 
poi, nominando V JEndiniione , intendiamo solo della se- 
conda sua redazione, — quanto all'argomento, sono amo- 
rose, politiche e storiche. 

Quelle d'amore comprendono un centocinquanta so- 
netti, una dozzina di canzoni * e tutte le b. diate ed i 
madrigali. 

^E^ì ama d' amore ,« pudico e onesto'' » una donna 
che chiama Luna, perché, come la luna, è unica « nel 
mondo » , è bianca , è fredda , è pudica ^. È naturale 

e questi altri del Poliziano (Risp. sptcc. xxw , 1-3): 

conforto di me che ti mirai 

e del mio tristo cor pace e riposo, 

o rimedio solenne de' mie' guai. 
1 Ediz. cit. , p. 135. 
- Gaspar,y, Ital. Lit., II, p. 267. 
•^ ScHERiLLO, Introd. àW Arcadia , p. xl. 

' Son quasi tutti amorosi i sonetii àeW Endimione dal T al CLXX.\'II", 
eccettuati più d'una ventina, d'argomento storico; ed, in gran parte, 
le canzoni I-V, IX-XV. 
5 Son. 1,7: 

Il tanto onesto e si pudico ardore. 

*^ Son. XXIII, 4, 5, 7, 9-10: 

è con iusta cagion chiamata Luna, 

non so! perché nel mondo è sola et una... 

ma perché basta ad agghiacciar Vulcano... 
Fu preso il suo candor da l'alto cielo, 

ov'è la lattea via del paradiso. 



INTRODUZIONE LXVII 

quindi che dal mitologico pastorello della Caria, amante 
della mitologica luna ' , prendano il nome di Endimiono: 
il Chariteo, innamorato di questa novella Luna, ed il 
canzoniere, composto, in gran parte, di rime scritte per 
lei. Il suo amore è, a confessione sua, ideale, spiritua- 
le, platonico; ma qua e là trapela, come vedremo, pur 
qualche accenno all'amor sensuale ed umano. 

La sua donna ha, oltre quella sua naturai freddezza, 
quel senso pratico e un certo scetticismo, — così proprio 
e comune a tutte le donne! — • il quale le fa prendere in 
gioco tutte le smanie dell'adoratore platonico: una vol- 
ta, anzi, essa gli dice chiaro e tondo di non credergli af- 
fatto. Ella non può, non sa immaginare un amore così 
disinteressato: chi dice d'amar tanto una donna, ha 
qualche fine, qualche scopo da raggiungere '^ Inutil- 
mente il poeta canta e ricanta le sue lodi: descrive le 
sue bellezze, uniche al mondo, e superlative tanto che 
egli non riuscirà mai a darne che una pallidissima idea: 
certo nessuna delle piìi belle donne antiche e moderne 
è degna d'esser lodata: 



* Cicerone, TuscuL, I, xxxvui: « EiiJymion vero, si fabulas auJire 
volumus, ut nescio quamlo in Latino obdormivit, qui est moiis Cariae, 
nondurn, opinor, est experrectus. Nuin igitur eum curare censes, quum 
Luna laboret, a qua consopitus putatur, ut eum dormientem osculare- 
tur?» Ma, secondo Teocrito {Idyl. xx, 37-39), Fausania {Descr. Grae- 
ciae , V, i,§§ 3-5), Properzio (IlL vii, 15-16) ed altri, gii amori della 
Luna e di Endimione non f'uron punto pudiclii; come — soggiunge il Ca- 
BALLERO, p. 15 — «a voler credere al Fontano {Baiar, lib. i, nei vv. 
riferiti a pp. ccvi-vii) », sarebber stali « piuttosto sporchi » quelli del 
Chariteo e della Luna; ma ivi il Fontano umanizza scherzosamente 
l'amor troppo platonico dell'amico. — Il n. ricordò Endimione nei son. 
XXXV, 0; LXXVIII, 3; nelle sest. Ili, 31; IV, 34; nelle canz. VII, 
22: XI, 4, nella Metham., IV, 45. 

' Son. XII; e specialmente i vv. 10-12: 

Chi more amando e premio non desia, 
e pascesi di star sempre digiuno, 
non voi ragion , che fé data gli sia. 



LXVIII INTRODUZIONE 

quanto un capillo sol de la sua Luna'. * 

Inutilmente egli s'affanna a narrare i prodigi di questa 
bellezza: un cavallo infuriato, che nessuno aveva po- 
tuto prendere, venne a fermarsi , docilmente, dinanzi a 
lei , ammaliato da quegli « occhi chiari e immortali '^ » ; 
inutilmente: essa rimane, durante tutt' i dodici anni 
della passione del poeta, sempre indifferente, sempre 
fredda, sempre glaciale. 

Ma, verso la fine del dodicesimo anno, essa è costret- 
ta a partire da Napoli ^: una mano spietata — quel- 
la carezzevole di un giovine sposo o la ruvida di un 
noiosissimo marito? * — la trascina in Ispagna. La pas- 



1 6on. VI, 14. 

'Son. XX[; forse — credono il Tallarioo-Imbriani, N. Crest, II, 
p. 348, n. 2 — diretto « al Sannazaro, perchè prende le mosse da un 
pensiero di un suo distico, allusivo al bue ed all'asinelio del Presepe: 

Bruta Deura agnoscunt. rerum occulta potestas! 
Qui sacro egreditur Virginis ex utero. » 

I quali si leggon solo sulla porta della chiesetta del Sannazaro a 
Mergellina (v. Colanoelo, Vita del Satin., Napoli, 1819, p. 193), 
edificata dopo il 1527; quindi il n. non poteva conoscerli. Piuttosto si 
potevan ricordar quegli altri molto simili del De par t. Virg. 11, 380-81. 

rerum occulta potestas! 

Protinus agnoscens dominum 

3Son. CXLV, 1-2: 

Un anno è, Luna mia, che sei partita, 
e tredici che me di me togliesti. 

4Son. CXXXIV, 1-4: 

Ben fu senza pietà quell'alma ria, 
quell'alma iniqua, a Napol si dannosa, 
che la tv negra, oscura e tenebrosa, 
furando la sua luce, anzi la mia. 



INTRODUZIONE LXIX 

sione del poeta, intiepiditasi alquanto, risorge più for- 
te: egli, che si lagnava della sua indifferenza, ora non 
potrà pili nemmeno vederla! S'avvicina il giorno della 
partenza; e a lui sembra di dover morire di dolore '. 
In sogno vede 

un mostro marino , orrendo e fero. . . 
che coi denti gli trae il cor di fuora, 
e portai, oltre il mar, ratto e leggiero! - 

Era la nave che doveva portar in Ispagna la sua don- 
na. Il giorno fatale ò giunto: e, quasi a farlo a posta, 
il vento è favorevole alla partenza: ed il poeta che a- 
veva sperato, invece, in una provvidenziale burrasca, 
che avesse trattenuto ancora , qualche altro giorno al- 
meno, il suo bene! Tutti piangono. Essa sembra l'O- 
ritìa della favola, rapita da Borea. S'allontana in fret- 
ta: e lui, che non può neanche darle l'ultimo saluto, 
le corre appresso , gridando : 

ahi, Luna, ahi, Luna, ove ne vai? 

Ma ha appena il tempo di vederla sulla nave: sempre 
fredda, sempre impassibile! Poiché non morì in quel 
momento, il poeta non crede più che si possa morir di 
dolore. Mai una bellezza come quella aveva attraversato 
il mare: Nettuno stesso, che pur n' aveva vedute tante, 
se ne maraviglia; le dee oceanine, cantando, le augura- 
no il buon viaggio ; mentre il poeta, dalla riva, guarda 
estatico la vela : 



» Son. CXX, 1-3: 



Quando veggio volare i giorni e l'ore, 
et appressarsi il di, che la mia vita 
deve finir 



* Son. CXVI, 5, 7-S. 



LXX INTRODUZIONE 

fin che la vista tenebrosa, oscura 

altro che '1 largo mar più non comprese *. 

Partita, egli non fa che piangere; e con luì par che 
piangano anche tutti i luoghi, dov'ella era solita di 
stare: il Vesuvio, il Sebeto, Baja, e quei Bagnoli , ove 
ella soleva bagnare le « divine membra " ». Ma se essa 
è partita da Napoli, non è partita dal suo cuore ^ : il suo 
pensiero, gli occhi suoi son sempre rivolti all'occidente, 



1 Canz. Xr, 16-17, 22-23, 3' "33' 46-47) 49*53. ^5' ^Q"?' 

A' naviganti era opportuno il vento, 
tanto importuno a cui langueva ardendo. . . 
Vidi un'altra Oritia 
da Borea ratta in fretta. . . 

Si veloce al partir ella si mosse, . . . 
ch'io non lì diedi le saluti estreme. . . 

Ella pur col bel volto, irato e grave, 
né si rivolse mai, né mi rispuose . . . 
Io possetti mirarla in l' alta nave 
con queste luci oscure e tenebrose 
senza morire; e'I ricordar m'accora. 
Che di dolor si mora, 
no' 'I creda mai vivente . . . 
. . . Nettuno intento la admirava . . . 
Tetide e tutte l'altre dee marine, 
uscendo de lor case cristalline, 
disser : — Felice e glorioso legno . . . 

2 Canz. XII, 33-42 : 

Pianse Vesevo e '1 bel fiume vicino ; 
pianse '1 lito Baiano e l'acque amene, 
e le sulfuree vene, 

E quel dolce Bagniuol, che si rimembra 
de le divine membra .... 

3 Son. CXXXV, 1-2: 

Poi che partio la mia dolce nemica, 
— non dal mio cor — ... 



INTRODUZIONE LXXI 

1 . 



dove la Luna, partendo, parve che tramontasse '; e se 
un venticello vien da quelle parti, egli immagina che 
sia l'alito (li lei; e io prega di riportare alla sua donna, 
quando, mutata direzione, ripasserà sulle terre di Spa- 
gna, i suoi cocenti sospiri -. 

Era d'autunno; ed il poeta era mesto, pensando alla 
sua lontana; quando, tutto ad un tratto, il sole s' ce- 
di ssa. Quel giorno , che era il 

decimo di del mese, 
che la notte vittrice 
fa, poi dt» l'equinozio, anzi l'inverno': 

— vedi combinazione! — era i)roprio 1' anniversario del- 
la pa^-tenza di lei. In queir istesso giorno, dunque, in 
quell'istessa ora, in quell' istesso momento , in cui, un 
anno innanzi, era partita da Napoli la Luna; un anno 
dopo s'ecclissava il sole! Il cielo, dunque , si commoveva 
al suo dolore? * 

Ma altri, ben più forti, ben più profondi dolori sraor- 



1 Ne! son. CLXIII, --. la Spagna p il paese, 
. . . ove la luna occidua scende. 

^ Son. CXLll, riferito per intero pili appresso. 
3ranz. XV, 27-29. 
* Canz. cit., 40-52: 

Amor, tu vuoi ch'io creda, 

che '1 ciel fa movimento 

per memoria del pianto e morte mia. 

Io '1 credo, e par che '1 veda: 

ch»'n quella ora e momento, 

che parte il sol, la Luna si partia. 

Sorte maligna e ria, 

che due volte in occaso 

hai voluto eclissare 

le due luci più chiare; 

end' io de l'nna son cieco riraaso: 

cosa inaudita e nova, 

che per dolore umano il ciel si mova! 



]>XX1I INTRODUZIONE 

zarono, col tempo, anche questa passione; e solamente, 
molti anni dopo, quando il poeta, rifuggiatosi a Roma , 
venne ad appurare il prossimo ritorno della Luna a Na- 
poli, parve riaccendersi '; ma, egli allora, era carico 
d'anni e di sventure; e quest'amore s'era trasformato 
nell'animo suo in un ricordo dolce e malinconico, come 
quello della giovanezza. 

Or, poiché questo amore fu reale, e permesso di doman- 
darci chi era questa Luna?— Il Caballero scrisse": « Non 
so, se veramente Luna fosse il proprio cognome di que- 
sta dama, essendovi in Napoli la nobilissima famiglia 
Sanchez de Luna: anzi, appartenendo la famiglia Luna 
al seggio di Nido, come scrive il Tutini ^ potrebbe aver 
fatto il Chariteo allusione a questa nobiltà di Seggio in 
quel sonetto che comincia: 

Ahi, Napol bella, ahi, seggio, in cui fé' nido*; 



' Nel son. CLXXVII, finge che stando egli in Roma, Amore gli dica : 

Perchè non parti or, misero, dolente, 
che Spagna rende a Napol la sua Luna? 

Ancor Roma ti tien ? Forse fortuna 
di me trionfa, o son le fiamme spente? 



Ed il poeta: 



Amor soave, immantinente 
mi partirò. 



Egli temeva ancora lo sdegno, la crudeltà della sua donna: ed Amore: 

Chi dubitò del giovenile ardore, 
or darà fede a la matura etade. 
- Op. cH., p. 15. ♦ 

■3 Op. cit. , pag. 103: ove tra le « Famiglie del Seggio di Nido » , 
è ricordata quella «Di Luna»; che dal Capasso, p. 41 , è invece, 
certamente per svista, collocata fra quelle del seggio di Montagna; 
errore ripetuto dal Minieri Riccio p. 329 dal Ciavarelli , p. 75. — 
Pe' Sances de Luna v. De Lellis, Disc, delle fam. nob.nap., Napo- 
li, 1671 , III, p. 3s6 segg. 

* Son. CXXIII, I. Anche il Salvini (pel quale v. più appresso) a que- 
sto vs. postillò: «Seggio di Nido: nobile di Nidovi; v. len>?. aquesto son. 



INTKOOUZIUNK L\XIII 

parlando della sua amata ». Ed, infatti, una « dama » di 
questa nobilissima famiglia spaguuola, — che, venuta a 
Napoli, era già stata ammessa al seggio di Nido, — donna 
Margherita de Luna, figlia di don Lope e di Francesca 
Gattola, nel 1492 — proprio nell'anno che la Luna del 
Chariteo lasciava Napoli, — sposò Scipione Capece Boz- 
zuto '. Se non che, dal canzoniere appare piuttosto che 
il nome dato dal poeta alla sua donna, più che un vero 
cognome, fosse un nome poetico '. D'altronde, questa 
ipotesi del Caballero, non essendo fondata su nessun 
fatto, può non può esser vera. 

Quella poi che è del tutto infondata, e che, sfortuna- 
tamente, fu seguita anche dal D'Ancona^ ed accettata 
dal Gaspary ^ è l'ipotesi del Minieri Kiccio: che la Luna, 
cantata dal Chariteo, fosse né più né meno che Giovanna 
d'Aragona, sorella di Ferdinando il Cattolico, e secon- 
da moglie di Ferrante I ^ L'ipotesi era attraente; e fin 



' V. e. DE Lellis, Faìniglie nob, del Seggio di Nido (ms. della 
Nazion. di Nap.: x. a. 6, p. 79 v); e Sigili-, voi. 39 (1492), f. 20: 
« Margarite de Luna assensus super bonis pheudalibus obligatis a Sci- 
pione Bussuto ex causa matrimonii ». — A titolo di curiosità ricordo 
che fra le poesie di Giano Pelusio {Lusuum, Napoli, 1367, p. 81 ), 
se ne trova una: Ad Franciscam Limam in Hispaniatn navigantem; 
ma questa signora, naturalmente, dovette viver mollo più tardi. 

2SoD. XXUI,4: 

È con insta cagion chiamata Luna. 

^ Op. cit., p. 183: «Fu creduto che cosi egli adombrasse una donna 
della famiglia spagnuola de Luna: ma il sig. Minieri-Riccio ha posto in 
chiaro trattarsi di Giovanna d'Aragona, seconda moglie di Ferrante 
primo . ..». 

* Dieital. Ltt., II, 329; e trad. ital., II,P. I,p. 305; se non che nell'^ljj- 
pendice egli dichiara di non aver potuto leggere tutte le poesie del n. 

5 Ojj. cit., p. 329; «Fu pazzamente (!) innamorato di Giovanna di A- 
ragona, seconda moglie di Ferrante I»: e nella n. 12: «Erroneamente 
il Caballero . . . crede che la donna amata dal Canteo . . . fosse stata 
della famiglia De Luna ovvero . . . Sanchez de Luna del Seggio di Mon- 
tagna. Basta leggere quel Canzoniere per convincersi fermamente che 

X 



LXXIV IM'KODUZIONE 

qualche circostanza della vita di questa regina, per me- 
ro caso, si riscontrava nella vita della donna amata dal 
nostro '. Nessuna maraviglia, dunque, se il Minieri Ric- 
cio, — in verità mai troppo cauto nelle sue affermazio- 
ni, — s'afferrasse subito a quella unica circostanza comu- 
ne , e si « convincesse fermamente » della certezza della 
ipotesi sua. Ma bastava leggere attentamente una delle 
canzoni poco fa esaminate, per convincersi fermamente 
chp quella ipotesi non era che una bella illusione. 

E noto che Giovanna d' Aragona partì da Napoli per 
la Spagna il primo settembre 1499^; 6 poiché anche la 
Luna lasciò Napoli verso quell'istesso tempo, vuol di- 
re — dovette pensare il Minieri Eiccio — che la donna 



la donna amata dal Canteo fu Giovanna d'Aragona». E qui tutto il son. 
XXVII; nel quale il poeta dice dì aver veduto «nel celeste balcone» la 
Luna e «con lei giunto il sole»; e questo offuscato dallo splendore di 
lei: luogo comune del Petrarca (P. I, s. xvm, 6: per Laura ufia la vista 
del sole scolorita») e dei petrarchisti ; ma il Minieri Riccio in quel «sole» 
volle vedere Ferrante I; ed allora, naturalmente, la Luna era la mo- 
glie Giovanna. Di tal genere son le prove che egli arreca in sostegno 
della sua tesi. Quindi il D'Ancona , p. 183: «Luna forse egli la disse per 
contrapposto al Re Sole»: ed il Gaspary (a p. 305 della trad. ital.) : «Il 
Cariteo cantò la seconda moglie di Ferdinando!,... come l'astro ri- 
splendente accanto al sole , al re ... » 

1 L'esser tutt'e due partite da Napoli per la Spagna, e dalla Spagna 
ritornate a Napoli, com'ora diremo. — Secondo il Minikiu Riccio, 
p. 331, n. 12, vi sarebbe anch' un'altra circostanza comune nella vita 
delle due donne: che tutt'e due furono ai bagni di Baia. Se non che Gio- 
vanna, con la corte aragonese, vi fu nel 1487 {Partium della Somm., 
voi. 2, ff. 14 v, 16); e la Luna, come dalle parole che il poeta rivolge 
a' quei luoghi, nel son. LXXII, 9-1 1 : 

Rimembrevi. ch'or volge il settim' anno , 
che, seguend'io de la mia Luna il sole, 
con voi mi lamentava del mio danno; 

neir8o: giacché, quando essa parti da Napoli , nel 92,1! Ch. l'amava 
già da dodici anni. 

2 Passaro, p. 120; ma Notar Giacomo, p. 228, ai 2 dello stesso mese. 



INTRODUZIONE LXXV 

amata dal Cliariteo ò la regina aragonese. Se non che , 
l'anno in cui partì la Luna non è ignoto, e si può facil- 
mente ricavare da quella canzone XV, ricordata poco fa. 
Ivi il poeta dice che l'anniversario della partenza della 
sua donna capitò d'autunno, e propriamente nel deci- 
mo giorno del mese, che, venendo dopo l'equinozio pre- 
cedente l'inverno, fa le notti più lunghe dei giorni; e 
che, in quel giorno istesso, vi fu un ecclisse solare. E poi- 
ché ivi si accenna sicuramente all'equinozio autunnale, 
che cade ai 21 settembre; quel decimo giorno deve ap- 
partenere all'ottobre al novembre. Or proprio nel io 
ottobre del 1493 , per tutta Europa, vi fu un ecclisse so- 
lare ^ ; dunque: la partenza della Luna, avvenuta giusto 
un anno prima, fu ai io ottobre 1492 -; e non al primo 
settembre 1499, quando partì la regina Giovanna. E, se 
ne valesse proprio la pena, si potrebbe anche aggiungere 
che la moglie di Ferrante I non può esser la Luna, an- 
che perchè quella partì da Napoli, vedova, e questa ma- 
ritata ^ 



' Ecco, per altro, nuovi argomenti in conferma di questa data (1492). 
Nel son. CXLVl , il p. dice che Ferrante I, morendo, lasciò Napoli 
senza la Luna; e nei sonn. CXXVI, CXXVllI, diretti ad Alfonso d'A- 
valos, parla della partenza come già avvenuta. Or Ferrante I mori nel 
genn. 94, il D'Avalos (v. p. xxx) nel seti. 95: dunque nel 94-95 la 
Luna era già partila. Ed alla stessa conclusione verremmo con l'e- 
same dei sonn. CXXVII, CXXIX , CXLI , CLXIII-IV , e della canz. 
XIII; ma sarebbe lungo ed inutile: v. però le nn. a queste poesie. 

- L'art de véri/ier les dates . Parigi, 1779; p. 79- 

■' Son. CXXXIII, 9- II. — Ed aggiunger poi che la regina aragonese 
fu anche celebrata dal Ch. nei vv. 226 sgg. della canz. VI, non ricordati 
dal Minieri Riccio, ma quanto diversamente dalla Luna! Giovanna era 
(?6., 235-236): 

. . . dolce, benegua, 
morigera, fide! , non importuna; 

insomma, come si direbbe ora, una buona massaia. E tale ci appare 
anche in questa sua letterina {Reperì. Comune della Somm., p. 187): 



LXXVI INTRODUZIONE 

Ma, allora, chi potrebb' esser questa donna?— Io non 
son giunto ad appurarlo. Pur tuttavia mi pare che il 
poeta alluda al suo cognome, nel primo di questi versi ': 

d'un monte chiaro e pien di bianca neve 
esce la fiamma ardente che mi strugge; 

specialmente se essi si confrontino al loro modello pe- 
trarchesco^: 

d'un bel, chiaro, polito e vivo ghiaccio 

move la fiamma che m'incende e strugge. , 

In questi ultimi, quel monte, messo tanto in evidenza 
nel verso del Chariteo, non c'è affatto. A me, insom- 
ma, parrebbe di poter leggere nella voce monte ed in quel 
chiaro, che gli vien immediatamente dopo, il cognome 
Chiaromonte; appartenente così a quella nobilissima fa- 
miglia francese, stabilitasi a Napoli con Tristano ^, 
fin dal tempo di re Giacomo; come ad un'altra famiglia 
siciliana, anch'essa molto nobile; oppure, non facendo 



« Don Ferrando nostro diletto. Ve ringratiamo del porco che ce haviie 
mandato quale invero fò tanto belio e bono ch'à poco à poco ce Fhavi- 
mo mangiato con la serenissima Regina nostra figlia, et ancora ce n'è 
alcun residuo, et jà fecemo dare lo capo al nostro secritario [Antonino 
Fiodo] , secondo ce scrivissimo. 1512... Trattereti con li venetiani 
havere una pezza di panno negro venetiano che serve a la persona no- 
stra». Ciò che delia Luna dice il Ch., assai meglio s'adatterebbe alla 
figlia di questa regina, anche di nome Giovanna, e, perchè vedova di 
Ferrante II, anch'essa regina, chiamata dal n. {ib., 239-240): 

quella sembianza 
de la beltà del ciel, che l'altre avanza. 

Ma anch'essa, con la madre, lasciò Napoli per la Spagna solo nel 99, e 
non nel 92, come la Luna: v. Passabo e Notar Giacomo, IL citt. 
' Son. XVIII, 9-10; e v. le nn. nella nostra ediz. 

2 Rime, ediz. Camerini, Milano, 1887; P. I, son. cl, 1-2. 

3 Fu anche celebrato dal n. nella Pascha, VI, 151 sgg. 



INTRODUZIONE LXXVII 

alcun conto di quel chiaro, vedere nel monte un'allu- 
sione a qualcuna delle tante famiglie nobili napoletane, 
il cui cognome contenga, o solo o in parte, quella voce: 
che in quel tempo e' erano a Napoli i De Monti o Belli 
Monti De Montihus ; i Montalto o Montauto ; i Mon- 
tatiro Monterò '. 

Il Chariteo, scrivendo le rime per la Luna, ebbe, 
senza dubbio , quasi sempre rocchio a quelle che per 
Laura scrisse Francesco Petrarca : dove piìi , dove meno , 
dove bene, dove male, fra tutte le bellezze e i difetti, 
è sempre quel modello che s' intravede. E fin qui, niente 
di strano: prima e dopo di lui, tutti i lirici italiani, 
cantando l'amore, avean ed han fatto l'istesso. Quel- 
l'amor platonico, che, di tratto in tratto, è sopraffatto 
da desiderii umani e sensuali -; quell'abuso della ri- 
flessione e quell'eccessivo sottilizzare; quella dolce ma- 
linconia réverie ; quell'avversione per la folla e quella 
predilezione per la vita solitaria: insomma quasi tutte 
le « situazioni petrarchesche » , come le chiamò il De San- 



' Tenendo presenti que' due versi, la donna del Ch. sarebbe potuta 
essere « madamina Lucente de Chiaramoute contessa de Alili , mo- 
gliere del ditto comte » , Pascasi© Diaz Garion (sul quale v. Ardi. 
stor. camp.., I, fase. 2-3, p. Gì sgg. ), che ebbe anche «lo guberno 
de Monte alto»; ma essa era già morta nel 1491 (Ced. di tes., voi. 
142, f. 405). — Ricordando invece l'anno ed il mese, in cui la Luna 
parti da Napoli per la Spagna , si potrebbe sospettare eh' essa fosse 
la « magnifica madamma Lucrecia » d' Alagno, figlia di Mariano, conte 
di Bucchi'anico, e di Catarinelia Orsini, e, per bellezza, degna nipote 
della celebre amante di Alfonso il Magnanimo ( v. Croce , Lucrezia 
d' Alagno, p. 71, e l'/lrc/i. stor. nap. XI, pp. 398-99). Ferdinando 
di Cardines , ch'era suo marito, essendo in Ispagna, nel 92, aveva man- 
dato un « homo .... qua « — a Napoli, — « per condurre » la moglie 
<( in quesse parte » — in Ispagna — ; come si rileva da due lettere di 
Ferrante I , del 6 e 7 ott. 92 , a Ferdinando e a Ouitterro di Cardines 
{Codice aragonese, ediz. Trincherà, Napoli, 1866, voi. II, P. I, 
pp. 174-173). 

2 V. A. Bartou, Storia della lett. ital., VII, pp. 237-240. 



LXXViri INTRODUZIONE 

ctis \ potrebbe trovare, chi volesse, quale più, quale 
meno sviluppata, qua e là nelle rime amorose del no- 
stro. Ma non perciò il Cliariteo deve chiamarsi un pe- 
trarchista, nel senso che comunemente si dà a questa 
parola. Da questa conformità di fisonomia e di senti- 
menti sviluppati nel nostro, involontariamente forse, 
per lo studio amoroso del Cannoniere, all'imitazione 
e alla copia cieca e servile del contenuto petrarche- 
sco, come la intesero e praticarono gran parte dei ri- 
matori del quattro e cinquecento, ci corre. Nelle rime 
di quest'ultimi, il soggetto, l'occasione, il succedersi 
dei sentimenti e dei pensieri, tutto è petrarchesco; ma 
in quelle del nostro, in quanto al contenuto, non c'è 
di petrarchesco che l'intonazione, il colore. — Per la 
forma, per la parte tecnica, invece, il Chariteo è ve- 
ramente moltissimo debitore al Petrarca: in tutte le 
sue rime, e amorose e politiche e storiche, domina sem- 
pre, assoluto signore, lo stile del Canzoniere, l'espres- 
sione, la locuzione, la frase, il modo di dire, le figure 
stilistiche: insomma ciò che si può chiamare la retto- 
rica petrarchesca; e questa, talvolta, come vedremo, 
esagerata nei suoi difetti -. 
Or, fra quasi centocinquanta componimenti amorosi, 



* Saggio critico sul Petrarca, Napoli, iS6g, pp. 112-221. 

' V. De Sanctis, Op. cit., p. 25 sgg. , ed i recenti Studien zur 
poetischen Teclviik Petrarcas di Ernst Raab (Leipzig-Reudnitz , 
Hoffmann, 1890). — E si potrebbe anche dire che la divisione che 
s' ha nel Canzoniere di rime in vita ed in morte di Laura, ap- 
parisca in certo modo anche nelV Endimione: la prima parte sarebbe 
rappresentata dalle rime scritte durante i dodici anni che la Luna ri- 
mase in Napoli, e la seconda da quelle ch'ei compose nei dieci anni 
che essa stette in Ispagna. Ma neW Endimione le due parti, logica- 
mente divisibili, son materialmente riunite; e riuniti ad esse son an- 
che tutti i componimenti storici e politici ; proprio come dai Petrarca 
eran state distribuite le rime d'argomento vario nelle due pai'ti del 
Canzoniere; dalle quali, corn' è noto, furon poi estratte per la prima 
volta dal Marsand {Le rime del Petrarca, Padova, 1814). 



INTltODUZIONE LXXIX 

a me pare che solamente i sonetti XIII, XVI, XVIII, 
XXXI, XLV, LUI, LVI, LXVII, LXXXVII-IX, CVI, 
CLXII, dimostrino una notevole e sicura ispirazione pe- 
trarchesca; e questa, in qualcuno di essi, neanche e- 
stesa a tutto il componimento. Negli altri sonetti e can- 
zoni, e madrigali e ballate, ben vi sono degli epiteti, 
dei paragoni, qualche similitudine, qualche intero verso 
che ricordi il Petrarca; ma, nell'insieme, o sono del 
tutto originali, o derivano, come vedremo, da tutt'al- 
tra fonte. 
Qaasi tutto il son. XIII ' : 

Io seguo chi mi fugge e si nasconde, 
e fuggo da chi vuol farmi contento, 
lascio il terren per seminar nel vento , 
dispregio il frutto e pasco amare fronde; 

misero sitibondo fuggo l'onde, 
possendo aver piacer , cheggio tormento , 
ad ognor son chiamato, et io no' '1 sento, 
e chiamo chi giammai non mi risponde; 

Ne le fiamme divento un pigro gelo, 
e'n mezzo de la neve un foco ardente, 
lascio il riposo e vo dietro al dolore; 

e parte del XVIII: 

Per l'aere vo volando , e son portato 
da tempestosi venti, e non mi movo; 
e caldo e freddo ognora inseme provo, 
e spero da speranza abbandonato; 

sono una bruttissima riproduzione del famoso e brutto 
sonetto petrarchesco, fatto tutto di antitesi-; 

Pace non trovo, e non ho da far guerra 
e temo e spero, ed ardo, e son un ghiaccio, 

1 Avverto qui che, e nei vv. già riferiti del n. e in quelli che rife- 
rirò, io mi son permesso di ammodernarne alquanto l'ortografia. 

' P. I, xc. — E aggiungi anche dei vv. 26-30 della non meno cele- 
bre canz. IX : V. in n. al son. XIIL 



LXXX INTEODUZIONE 

e volo sopra '1 cielo, e giaccio in terra; 

e nulla stringo, e tutto '1 mondo abbraccio... 

"Veggio senz'occhi; e non ho lingua, e grido: 
e bramo di perir, e cheggio aita; 
ed ho in odio me stesso, ed amo altrui: 
pascomi di dolor; piangendo rido. 

Anzi , nel secondo sonetto del nostro , anche i primi due 
versi derivano dall' istesso modello \ 
Il son. XVI comincia così: 

Da che si leva il sol da i rosei scanni 
de l'alba, insin che giunge al celo ispano, 
piango e sospiro; 

ed il Petrarca aveva detto ': 

Ed io, da che comincia la bell'alba... 
non ho mai triegua di sospir . . . 

II son. XXXI: 

Benché d'ogni speranza Amor mi priva 
di posser alcun tempo aver mercede, 
non si mutarà mai, mentre ch'io viva, 
la mia costante, intera e ferma fede; 



ed il Petrarca -^ 



' 11 Petrarca , son. cit. , 1 1 : 

In questo stalo son, donna, per vui; 

ed il CuARiTEO, son. XVIII, 1-2: 

Poi che saper volete in quale stato, 
madonna, amor servendo, io mi riuovo. 

- P. I, sest. I, 7, IO ecc. 
3 P. i, son. LUI, 1-2 sgg. 



INTRODUZIONE LXXXI 

In non ivr d'amar voi lassato unquanco, 
madonna, né sarò mentre ch'io viva. 



Il nostro, nel son. XLV ': 



Il (li languendo e sospirando, spero 
la notte trovar pace ai miei martiri. 
Nel letto poi radoppian li sospiri, 
l'angoscia e '1 duol si paventoso e fero ; 

similmente il Petrarca ^: 

■«Tutto '1 di piango; e poi la notte... 
trovora'in pianto e raddoppiarsi i mali: 
cosi spendo "1 mio tempo lagriraando. 

11 bou. LUI del nostro: 

svegliati pensieri, o spirti accesi, 

è l'atto certamente sul petrarchesco ^: 

passi sparsi , o pensier vaghi e pronti ; 

ma, oltre che l'intonazione e la fattura materiale, ce 
lo accerta il confronto dell'ultima terzina del modello: 

anime gentili ed amorose, 
s'alcuna ha'l mondo; e voi nude ombre e polve, 
deh , restate a veder qual è '1 mio male ; 



• Nel son. preced. a questo, il Chariteo chiama la Luna 

questa neve si calda e si possente; 

perchè il Petrarca (P, I, son. evi, 9) aveva chiamata Laura cal- 
da neve. 

^■P. I , son. cLxi, 1 , 3-4. 

^' P. F, son. ex, I, sgg. 

■ai 



LXXX'II IMIIUDUZIUNK 

con l'ultima terzina dell'imitatore: 

lagrime infinite, o lungo affanno. 
e tu, voglia noiosa e pertinace, 
deh, date ad altrui parte del mio danno! 

E dalle due terzine di un altro sonetto petrarche- 
sco ^ : 

Non è sterpo né sasso in questi monti, 
non ramo o fronda verde in queste piagge, 
non fior in queste valli o foglia d'erba; 

stilla d'acqua non vien di queste fonti, 
né fiere han questi boschi si selvagge, 
che non sappian quaut'è mia pena acerba; 

derivò il nostro derivò tutto il suo son. LVl : 

Qual anima ignorante, o qual più saggia. 

Il Petrarca si sdegnò non poche volte contro il velo 
che gli nascondeva il volto di Laura ^; ed il Chariteo, si- 
milmente, nei sonetti LXXXXVII-IX, prima loda, poi 
maledice e impreca contro un « crudel mantello », che 
copriva il volto ed il petto della sua donna '\ 
L'altro celebre sonetto del Petrarca * : 

Tassa la nave mia colma d'obblio; 

ha dato certo origine al CLXII del nostro, coìnw ve- 
ramente di strane persouificazioui; ma di esso e di al- 
tri pochi che rappresentano l' esagerazione della ìna- 



1 F. II, XX. 

2 r. I, ball. 1, son. xxiv , cauz. vii; cfr. Bautoli , Ojj. cit., 
p. 247. 

3 V. le nn. a questi soun. 
^ P. I, son. cxxxvit. 



INTRODUZIONH LXXXIll 

niera petrarchesca, avremo occasione di parlare più 
appresso. 

È invece tutto classico il contenuto di un'altra non 
piccola parte delle rime amorose: ivi son riprodotti, 
con molta opportunità e con molto buon gusto, i brani 
più belli della poesia amorosa e gnomica dei latini, i 
distici più appassionati delle elegie di Properzio, di 
Catullo, di Ovidio; le massime epicuree delle migliori 
odi oraziane; alcune similitudini e i pensieri amorosi 
delle egloghe e dei poemi di Virgilio, e fin qualche 
brano di Lucrezio e qualche sentenza delle tragedie di 
Seneca. 

Nelle Stanze il Poliziano, hqW Arcadia il Sannazaro, 
sebbene da fonti alquanto diverse, avevan fatto lo stes- 
so; ma è merito non piccolo del Chariteo l'aver ver- 
sato nella «morta gora» della lirica del quattrocento, 
noiosamente ed ostinatamente petrarcheggiante, quasi 
un secolo prima di Bernardo Tasso ^ e due prima del 
Chiabrera e del Testi, un limpido e fresco rivoletto di 
poesia classica. 

Di tutti questi poeti latini, il preferito è Properzio: 
è lui che fa le spese della maggior parte di queste i- 
mitazioni. E questa preferenza si spiega facilmente. Ad 



* Nelle Ode, pubblicate per la prima volta nel 1360 (v. Rime di B. 
r., Bergamo, 1749, voi. II). La vii'', per esempio, mandata a Vitto- 
ria Colonna: 

Non sempre il cielo irato, 

come la XIX del Chariteo : 

Non sempremai dal elei procella cade, 

è parafrasi della oraziana {Od. II, ix) : 

Non sempar imbres nubibus hispidos 
manant in agros. 



LXXXIV INTRODUZIONK 

un poeta e amante platonico del rinascimento, ch'avesse 
voluto scegliersi tra i lirici romani un modello da se- 
guire: Catullo e Orazio dovevan sembrare troppo sen- 
suali e libertini ; un po' mutabile e troppo malinconico 
Tibullo; più prossimo, invece, all'ideale, allora do- 
minante, dell'amor petrarchesco per l'unica Laura, 
Properzio , che aveva sempre amato , e con tanta 
forza di passione, la sola Cynthia. E fu certamente da 
codesto pseudonimo, col quale Properzio aveva can- 
tato la sua Ostia, che al nostro dovette venir l'idea 
di chiamar Luna la sua: che, com'è noto, Cynthia è 
appunto uno dei tanti nomi , che i poeti latini han dato 
alla luna '. Ma ecco come una delle più graziose ele- 
gie properziane " si trasformi in un'elegante ballata •* 
del nostro: 

Et vos incertara, inortales, funeris horara 

quaerilis, et qua sit mors adilura via, 
quaeritis et caelo, Plioenicum inventa, sereno, 

quae sit stella homini coramoda quaeque mala . . . 
Solus araans novit, quando perilurus et a qua 

morte 

lam licet et Stygia sedeat sub arundine remex, 

cernat et infernae tristia vela ratis : 
si modo damnatum revocaverit aura puellae, 

concessum nulla lege redibit iter. 

Per saper Torà incerta, 
quando dal corpo umau l'alma si parte, 
in numerar le stelle alcun s'afl'anna; 
e chi per tal cagion la magic'arte 
ha multe volte esperta, 
et in ciascuna, e questo e quel s'inganna. 



1 Cfr. , per esempio, Ovidio, Episl. xvn, 74. — Anche Tibullo chiama 
la sua Plania .De//«: uno dei soprannomi di Diana o della luna. 

2 Elegiar. Ili, xxiii, 1-4, 11-16 (Catulli, TinULLi, Propertii, Car- 
mina, ediz. L. Mliller, Lipsia, 1874). 

3 È la IH della nostra ediz,, pp. S7-5S. 



INTRODUZIONE LXXXV 

Solo chi langue amando , 
sa con qual morte e quando 
gli estremi giorni suoi deve finire; 
e sa per qual camino, o presto o tardo, 
arriva al suo morire. 

Vede nel eie! del desiato sguardo 
l'una e l'altra fortuna, 
et è tra gli altri fuor d'umana sorte. 
Che, se per troppo ardor pervene a morte, 
bench'oltra l'onde stigie sia passato, 
— donde tornar non suole anima alcuna, — 
se la sua donna il chiama, è revocato! 

E parafrasi, in parte, dell'elegia xviii del libro I, è la 
prima stanza della canz. I: 

Tra questi hoschi agresti , 
selvaggi, aspri et incolti, 
ov'io son solo, et altri non mi vede, 
posso far manifesti 
i miei tormenti occolti 
e 'I foco, che l'afflitta alma possedè; 
sol che constante fede 
si trove in questi sassi . . . 

Onde cominciaranno 
i profondi sospiri, 

ch'empion del mio dolore il bosco ombroso, 
a ricontar l'affanno, 
le pene e li martiri, 
che sente il cor senza sperar riposo? 

Haec certe deserta loca et taciturna querenti , 
et vacuum Zephyri possidet aura nemus: 

hic licet occultos proferre inpune dolores, 
si modo sola queant saxa tenere fidem. 

Unde tuos primum repetam, mea Cynthia, fastus? 
quod mihi das flendi, Cynthia, principium ? ' 

E così, dall'elegie i, vii, del libro I derivano, in tutto 



* Quest' istessa elegia fu imitata anche ilal Sannazaro, nella sua 
canz. vn , 1-6 (v. le nn. alla canz. del n.). 



LXXXVI INTRODUZIONR 

in parte, le ultime stanze della canz. Ili ed il son. 
CXV; dalla i e dalla vi del II, i sonn. XXV e XXXV; 
e dalle elegie ni, xxiv, xxv e xxviii del III, i 
sonn. VIII, XXXIII e LXX. Ma, di tutti questi com- 
ponimenti, io darò ordinatamente solo que' versi che ri- 
producono, un po' pili da vicino, l'originale latino. 

At vos, (leJuctae quibiis est fiducia Innae 

et labor in magicis astra piare focis, 
en agedum dominae mentem convertite nostrae 

et facite Illa meo palleat ore magis. 
Tunc ego creJiderini vobis et siJera et amnes 

posse Cytaines ducere carminibus. 
Aut vos, qui sero lapsum revocatis, amici, 

quaerite non sani pectoris auxilia '. 

Ma voi che'n l'ombre vane e fraudolente, 
per arte tenebrosa, 
avete imperio incognito et occolto , 
convertite la dura, immobil menle 
di quest'alma sdegnosa , 
e fate impallidire il suo bel volto; 
che , quanto di voi ascolto 
che sapete voltare ad una ad una 
le stelle con la luna, 
allora il crederò, quando veda io 
ch'amor tenga quel cor, che tene il mio. 

E voi, che tardi siete a consigliarmi, 
cercatemi altra aita, 
che'n van si dà consiglio al desperato 2. 



Nec tantum iugenio, quantum servire dolori 
cogor et aetatis tempora dura queri 3. 

Misero me, che non tanto u riiigei;iio 



1 Eleg. I, I, 19-26. 

2 Canz. Ili , 56-69. 

3 Eleg. I, VII, 7-8. 



INTHUDUZIUNK LXXWII 



son sforzato a servir, qnant'al (iolore, 
et ho per giiiilardoue ii'a e disdegno '. 



Quaeritis, unde mihi totiens scribantur araores, 
uiide meus veuiat moUis in ora liber. 

Non haec Calliope, non liaec mihi cantat Apollo, 
ingenium nobis ipsa pvieila facit 2. 

Volete saper come e da qual parte 
mi vengon gli amorosi e dolci versi, 
dal duro ingegno mio tanto diversi , 
che notte e giorno scrivo in varie carte? 

Le Muse o Febo non m'han fatta parte 
di lor canti soavi, ornati e tersi; 
ma, poi che a mirar voi le luci apersi, 
donna, mi venne il molle ingegno e l'arte 3. 



Me iuvenura pictae facies, me nomina laedunt, 
me tener in cunis et sine voce puer, 

me laedil, si multa tibi dedit oscula mater, 
me soror et cum quae dormit amica simul: 

omnia me laedunt: timidus sum: ignosce timori'*. 



1 Son. CXV, 12-14. 

2 Eleg. II, 1 , 1-4. 

3 Son. XXV, 1-8. 

''' Eleg. II, VI, 9-13. — Anche il vs. immediatamente seguente; 

Et miser in tunica suspicor esse virum, 

fu tradotto dal nostro (son. XXXIV, 9-10): 

. . . sotto una schietta e sottil gonna 
temo che gode ascoso un mio avversario; 

come già dal Petrarca (P. I, son. cxxx , ór8) : 

Sempre pien di desire e di sospetto, 
pur come donna in un vestire schietto 
celi un uom vivo. 



LXXXVIII INTRODUZIONE 

Ogni cosa m'offende, ogni figura 
clangei, di donna, o d'uom vivo o depinto, 
et ogni altro pensiero, o vero o finto: 
timido son; perdona a la paura!... 
e temo un fanciullin, che dorme in curia *. 



In me tela maneut, manet et puerilis imago: 

sed certe pennas perdidit ille suas, 
evolat beu nostro quoniam de pectore nusquam 

adsiduusque meo sanguine bella gerit. 
Qui libi iocundumst siccis habitare meduUis? 

I puer, en, alio traice tela tua! 
Intactos isto satius temptare veneuo: 

non ego , sed tenuis vapulat umbra mea ^. 

La forma pueril , gii adunchi strali 
provo di piombo , e quelli d'oro inseme ; 
ma di cacciarti altrove nulla speme 
mi resta , ch'a l' intrar perdesti l'ali. 

Dimi, rapace Amor, perché ti piace 
pascere in nudo et arido terreno, 
facendo col mio sangue assidua guerra? 

Quanto saria miglior col tuo veneno 
tentar gli altri tranquilli in lieta pace, 
ch'io non son uom , ma ombra e poca terrai ^ 



luppiter, adfectae tandem miserere puellae . 
Una ratitì fati nostros porlabit amores 

caerula ad infernos veiitìcata lucus. 
Si non unius, quaeso, miserere duorum. 

divani, si vivet: si cadet ilia, cadani '. 



' Son. XXXV, 5-8, u- 

2 Eleg. Ili, IH, 13-20. 

3 Son. Vili, 3-14 — N<'i vv. 1-2, de-i riferiti, ricorda Ovidio, Metani. 
I, 466 sgg. ed il Petrarca (P. I, e. xv, 10-11): 

. . . Amor l'aurate sue quadrella 
spenda in me tutte, e l'impiombale in lei. 

< Eleg. Ili, XXIV , i, xxv, 5-8. Queste due elegie formavano un sol 
componimento in alcuni codd. e nelle vecchie stampe. 



INTRODUZIONE LXXXIX 



Quella, per cui me misero perdei, 
è posta ia imminente e gran periglio: 
dagli, Signore, alcun sano consiglio, 
stringendoti pietà di me e di lei. 

L'uno e l'altro governa egual fortuna; 
di sua salute pende la mia vita: 
se lei vive, vivrò; morrò, se more ". 



Quo l'ugis a demens? iiuliast tuga: tu licei usque 

ad Tauain fugias, usque sequetur Amor. 
Non si Pegaseo vecteris in aere dorso , 

nec libi si Persei moverit ala pedes , 
vel si te sectae rapiant talaribus aurae. 

nil tibi Mercuri proderit alta via. 
Instat semper Amor supra caput, instat amanti, 

et gravis ipse super libera colla sedet 2. 

Alma, qual tia meglior: verso occidente 
correr, o ber del Nil le ferii! onde? 
o de terra cercar le più profonde 
parti, per non sentir dolor si ardente? 

Che parli?, quul furor gira la mente?: 
dove pòi tu fuggire, chi t'asconde, 
ch'.'^juor teco uou venga?.-. 

Cerca ove dorme il sole, ove si desta, 
da l'Indi primi a l'ultimi Britanni, 
ch'Amor ti vedrai sempre in su la testa! ^ 

Dall'elegia hxxvi di Catullo è quasi tutta tradotta e pa- 
rafrasata la canz. IV: 

IS'alcun conforto al misero è concesso 
tra li gravi tormenti, che sostene 
ne la vita mortai, colma d'affanni, 
e quando vede e pensa fra sé stesso, 
ch'egli è benegno e pio, nò gli sovene 
d'avere in alcun tempo usati inganni. 



1 Son. XXXIII, 5-1 1. 

2 Eleg. Ili, xxviii, 1-8. 

3 Son. LXX, 1-7, 12-14. 



XG INTHODUZIONF. 

Prendi, dunque, alma, ai-dir; che se molti anni 
alberghi in questo cor, pien di tormento, 
potrai goder la gloria più perfetta, 
che vien da mente retta , . . 

Ma tu che') eie! governi e mare e terra, 
se pur pietà ti stringe di mortali , 
e se ad alcun giamai porgesti aita 
nei fin de la sua vita; 
a me miser soccorri in tanti mali, 
e togli dal mio cor gli ardenti strali. 

Per me non cheggio omai mercede alcuna, 
canzon, da la mia Luna; 
ma prego il elei che presto ambi duo foglia, 
lei di molestia, e me d'acerba doglia *. 

Siqua recordanti benefacta priora voluptas 

est homini, cum se cogitai esse pium, 
nec sanctam violasse fìdem , nec foedere in ullo 

divom ad fallendos numine abusum homincs, 
multa parata maneut in longa aetate, CatuUe, 

ex hoc ingrato gaudia amore tibi. 
di, si vestrumst misereri, aut si quibus uniqnam 

extremam iam ipsa morte tulistis opera, 
me miserum aspicite; et, si vitam puriter egi, 

eripite hanc pestem perniciemque mihi . . . 
Non iam illud quaero, contra me ut diligat illa . . : 
ipse valere opto et taetrum hunc deponere morbum. 

di , reddite mi hoc prò pietate mea '. 

Ed anche da Catullo queot'altri , quasi letteralmente: 

mentem amore revinciens, 
ut tenax hedera huc et huc 
arborem inplicat errans ■'. 

E più fervido Amore e più vivace 
m'abbraccia il cor, qual edera tenace 
l'arbor per ogni parte errando implica *. 



* Vv, i-io, 55-IÌ4. 

- Vv. 1-6 , 17-20 , 25-26. 

3 Carm. 1.X1 . 33-35. 

•* Sou. LXXX,'6-8. 



INTRODUZIONE XCI 

O.li et amo. Qnare iJ t'aciam, Ibrtasse reqniris. 
Xescio, seil (ieri sentio et excrucior ^ 

D'amore e d'odio in qual guisa si mova 
il vario affetto in me, no' '1 saprei dire, 
ma so , che amare inseme et aborrire 
mi danno pena inusitata e nova ^. 

E (la Ovidio, poi '': 

Pdscitur in vivis Livor: post fata quiescit. 

So che poi del mio fin sarà quieta 
l'invidia, che si pasce or in me vivo*. 



Quid faciam, dubito. Dolor est meus iila videre, 
sed dolor a facie maior abesse tua 5, 

E discerner non sa la dubia mente 
qual sia pena minor: pascer la vista 
ne la mia Luna, o contemplarla assente^. 



Venlus erat nautis aptus, non aptus amanti:.. 

Raptus es hinc praeceps . . . 

linguaque mandantis verba imperfecta reliquit; 

vis illud potui dicere triste vale . . . 
Ut te non poteram, poteram tua vela videre, 

vela diu vultus detinuere meos. 
At postquam nec te, nec vela fngacia vidi, 

et quod spectarem , nil iiisi pontus erat, 
lux quoque (ecum abiit '. 



' Caini. Lxxxv, 1-2. 

2 Son. CVIH, 1-4. 

3 Amor. I , XV. 39. 
* Son. \', 12-13. 

5 Epist. XV, 233-234. 

6 Son. X , 9-11. 

' Epist. sili, II, 9. 13-14, 19-23. 



XCII INTRODUZIONE 

A' naviganti era opportuno il vento, 
tanto importuno a cui langueva ardendo. 

Si veloce al partir ella si mosse,... 
chMo non li diedi le saluti estreme... 

Ma poi che più mirarla io non potei 
per la distanza . .. 
tutti eran ne la vela i sensi miei, 
fin che la vista tenebrosa, oscura, 
altro che '1 largo mar più non comprese. 
Cosi con lei partio 
l'alma, la gioventute e"i viver mio *. 



Spes bona soUicito vieta timore cadit '. 
E vinta dal timor cade la speme 3- 

Deriva dalla famosa ode xxx ^ del libro III d'Orazio 
questa quartina •' : 

L'ingegno, che diventa, ardendo, audace, 
al bel nome farla tal monumento, 
che no' '1 ruinarebbe onda né vento , 
non foco, non invidia, o tempo edace. 

E della non men celebre ode Solviiur acris hiems (I, iv) 
è tutta una parafrasi, e, in qualche punto, traduzione 
letterale, la canz. VIII*^: 

Già se dissolve ornai la bianca neve 
per gli alti monti . . . 

Or ti conven, felice e chiaro spirto, 
pascer di bei pensier la mente grave, 



' Canz. XI, 16-17, 3'i 33> 9''9*^! 102-103. 

2 Epist. cit., 124- 

3 Canz. XII, 55. 
* Vv. 1, 3-5. 

^> Son. LXI, 5-8: V. la n. a questa poesia. 
6 V. le nostre nn. a questo componimento. 



INTRODUZIONE XCIII 

in questi giorni lieti e geniali; 

or dèi sotto l'anaena ombra soave, 

d'edera, o lauro, o di venerea mirto 

ornar le tempie nitide, immortali. 

Vedi con passi eguali 

intrar quella crudel, pallida morte, 

per le superbe porte 

d'alti palazzi, e per le case umili 

di genti basse e vili : 

la frale e breve vita, che n'avanza, 

ne vieta incominciar lunga speranza. 

Ed anche il son. XCIII, diretto al Sannazaro: 

Sincero, Tuom de vita integro, e sano 
di mente, va secur senza alcun dardo, 

è traduzione ed imitazione dell'altra ode oraziana In- 
teger vitae sceìerisque purus ' ; che già il Petrarca a- 
veva fatta saa in più sonetti ^. 

I sonn. XXXIX, XL e CXXXVIII son tutti, nell'in- 
sieme d'ispirazione virgiliana; e ne riferiremo uno più 
appresso, come saggio dei migliori versi del nostro. Ma 
son letteralmente tradotti da i celebri esametri del 
I V Georg ìcon ^ : 

te, dulcis coniunx, te solo in litore seenni , 
te, veniente die, te decedente canebat; 



questi due versi del nostro 



4 , 



Te, dolce Luna mia, venendo il sole, 
te, partendosi il di, canterò sempre. 



1 Odar. I, XXII ; e v. le nn. a quel son. 

2 Cfr. P. I, sonn. xcv, 1-4; cviii, 14; cxxiv, 1-3. 

3 Vv. 465-4C6. — Il Manzoni tradusse nel Nome di Maria il secondo 
di questi versi : 

Te, quando sorge, e qi\ando cade il die. 
^ Son. LXXXIII, 12-14. 



XCIV INTRODUZIONE 

E dalle querele di Bidone al freddo duce troiano, 
che vuole abbandonarla , nel IV dell' .^«m ^ e nel- 
l'epistola ovidiana ^, derivano quasi tutti i lamenti, 
le preghiere, le imprecazioni del poeta alla fredda Luna, 
che sta per lasciar Napoli, nella sest. V e nei sonn. CXIX , 
CXXI. E come le driadi virgiliane gridano, e i monti 
e i fiumi e le terre e i popoli della Tracia piangono, 
per la morte d'Euridice, anche nel IV Georcjicon ^; così, 
per la partenza della Luna, le ninfe napoletane, il Ve- 
suvio, il Sebeto, Baia, nella canz, XII ^ Virgilio a- 
veva detto degli alberi, su cui Gallo anelava d'incidere 
il nome dell'ingrata Licoride ^" 

.. . crescent illae, crescetis amores; 

ed il Chariteo ne fa quasi tutto un sonetto ^ : 

Crescete, o versi miei, e cresca amore, 
cresca la gloria e fama a l'alta Luna,... 
Crescati le fiamme in uno immenso ardore. 

Quando Lucrezio, trattando dell'amor sensuale, secon- 
do le dottrine epicuree, scriveva questi versi: 

Ut bibere in somnis sitiens quora quaerit, et umor 
non datur, ardorem qui membris stinguere possit, 
sed laticum simulacra petit frustraque laborat 
in medioque sitit torrenti flumine potans, 
sic in amore Venus simulacris ludit amantis, 
nec satiare queunt spectando corpora corara, 
nec manibus quicquam teneris abradere membris 
possunt errantes incerti corpore toto '; 



* Vv. 296 sgg. : V. le nn. alla sest, V. 
^ Epist. vit: V. le nn. alla sest. cit. 
3 Vv. 461-463: V. le nn. alla canz. XII, 27-33 e sgg. 
^ Vv. 27-40. 
^ Bucolicnn , x, 54. 

<» Son. XLII, 1-2, 5. — Nelle nn. a questo componimento i versi di 
Virgilio, per distrazione, non furono ricordati. 
7 De ver. ìiat., iv, 1089-1093. 



INTKOODZIONE XtV 

avrebbe mai potuto immaginare che un poeta italiano 
del quattrocento ne avrebbe fatto un sonetto d'amor pla- 
tonico f ' 

Qual uom languendo giace in febre ardente, 
ch'essendogli negato il freddo umore, 
bever si sogna un fiume, e più l'ardore 
gli cresce in mezzo al liquido torrente; 

tal vo sempr'io con gli occhi e con la mente, 
donna, cercando voi, mio primo amore, 
e poi, presente al vostro almo splendore, 
mirando, a più mirar son più fervente. 

Che sazia mai non è l'anima errante, 
incerta in qual dolzor si pasca pria, 
nel bel petto , o 'n le luci oneste e sante. 

Cicerone nel De natura deorum ', riferì quest'epi- 
gramma di Quinto Lutazio Catuio: 

Constiteram exorientem Auroram forte salutans, 

quum subito a laeva Roscius exoritur. 
Pace mihi liceat, caelesles, dicere vestra, 

raortalis visus pulcrior esse deo. 

Era bello ed ingegnoso; fece quindi fortuna presso i 
lirici italiani; e specialmente quando questi s'accorsero 
che anche il Petrarca se n'era compiaciuto ". Ognuno 
lo volle nel suo canzoniere: Io imitarono o lo tradussero 
Guido de' Conti ■*, il nostro, Galeazzo di Tarsia % Anni- 

1 Son. LXXIX, i-ii. 

2 I, XXVIII. — Cfr. anche A. Weichert, Poetar, lat. vitae ei rorm. 
reliq., Lipsia, 1830, p. 128. 

3 P. I , son. LXXIX. 

* La bella mano, Firenze, 171 5; nei sonn. Quanto 2^^to il del e 
Quanto piti m'allontano, a pp. 32 e 70. — A. M. Salvini nelle sue 
Annotazioni sopra le rime di m. G. de' Conti, che sono in fine 
di questa stampa, notò (pp. 226, 246) per il primo, che rejìigr. di 
Q. Catuio era stato imitato, oltre che dal De' Conti, dal Caro, dal Ma- 
rino, dal Manfredi, dal Malleville, dal Ronsard «e da altri Poeti ». 
• 5 Nel son. IV. Fu osservato dal march. S. Spiriti a p. io della sua 
ediz. (Rime di G. di T., Napoli, 1758) e ripetuto da F. Bartelli 
(Il Canzoniere di G. di T., Cosenza, 1888, p 38). 



XCVI INTRODUZIONE 

bai Caro ', G. B. Marino ^ Eustachio Manfredi '; e 
chi sa qiiauti altri! 
Ecco ora la traduzione del Chariteo ': 

Quando l'Aurora il di ciiiaro n'adduce , 
volgendo io gli occhi al lucido oriente , 
per contemplare Apollo, almo, splendente;... 

vidimi da man manca uscir la luce 
de la mia Luna, anzi mio sole ardente, 
che sfavillava quel foco possente, 
ch'a morte e vita inseme mi conduce: 

— Vaghi lumi del cielo, a cui soggiace 
quanto qui cresce e quanto si consuma ... ; 

Siami licito dir con vostra pace , 
che questo viso umano è di magiore 
vertii; che i cor di magior fiamma alluma! 

La canz. XIV par quasi scritta dopo una lettura delle 
tragedie di Seneca: tante sentenze di quel tragico vi 
s'incontrano: 

. . ■ Quod nimis miseri volunt, 
hoc facile creduut ■''. 



' Son. I ( Rime, Venezia, appresso Aldo Manvlio, 1372 ); e fu no- 
tato dallo stesso Salvini, nelle postille all'esemplare delle rime del 
n., ora nella Riccardiana (v. le nn. al sou. CIX del n., ove ho rile- 
vata qualche somiglianza fra il son. del Caro e quello del Ch.) ; ma 
ivi notò, solo da parte del n. e del Caro, F imitaz. dell'epigr. lat. ; 
sfuggita al Gaspary, Gesch. d. ital. Lit. II, p. 687; che ricordò inve- 
ce, come imitazioni del son. del Caro, una poesia del Mallevine, che 
il Salvini fa invece derivare dall'epigr. iat., un son. del Volture, una 
canz. del sec XV. 

2 Nella P. I Delia Lira del cuv. SLmuno (Venezia, Giunti e Ciotti , 
1Ò12) il son. che comincia: Spuntava l'alba: fu notato anche dal Sal- 
vini (p. xcv, n. 4). 

3 Son. III. {Rime, Bologna, 1760); e l'u osservato, oltre che dal Sal- 
vini (/. cit), anche da F. Foffano, Rime scelte di E. M., Reggio Emi- 
lia, 1888, p. 72. Da lui conobbe la derivazione del son. del Caro , il Ga- 
spary, Stor. di leu. ital., II, P. II, p. 290. 

* Son. CIX. 

^ Hercul. fur. {Tragoediae , ediz. Peiper-Richter, Lipsia, 1867), 
317-318. 



INTRODUZIONE XCVII 

Che '1 miser sempre suole 
creder ciò, che più vole '. 



Prona est timori semper in peius fides -. 

Par che più prona sia 
nel raagior mal la fede 3. 



Curae ieves loqnuntur, ingentes stupent *. 

. . . che '1 picciol male 
insegna di dolere, 
il grande di tacere s. 



. . . Herbas quae l'erunt letum auferes? 
Uhique mors est ... ^ 
Mori volenti desse mors numquara potest ''. 

Se non può l'ebre, il tosco, 

o d'erbe altra mistura, 

devria cacciar quest'alma, invitta e forte. 

In ogni parte è morte : 

ognun può morir, quando 

gli piace, pur che voglia 

et osi uscir di doglia **. 



* Vv. 12-13. '—E dagli stessi vv. di Seneca anche TAriosto (Ori. 
fur. I, Lvi, 7-8): V. le nn. alla canz. cit. 

2 Ilercitl. fur., 320 

3 Vv. 17-18. 

* Phaedr., 615. 
s Vv. 37-39. 

6 Oedip. fragm., 149, 131- 
" Phaedr., 886. 
8 Vv. 43-49- 

XIII 



XCVIII INTKODUZIONE 

Miserrimum est timere, eum speres nihil i. 
Chi uo' spera, non teme 2. 

Ma di tutti i lirici contemporanei solo il Sannazaro ha 
esercitato una influenza notevole sul nostro. La maggiore 
e miglior parte delle rime di Sincero era stata composta 
sotto il regno degli Aragonesi, e il Chariteo ben poteva 
conoscerle. Che il Sannazaro avesse, invece, imitato il 
Gareth, non pare: egli era troppo altero e disdegnoso. 
E poiché quasi tutte le rime amorose del nostro furon 
scritte tra il 1480 ed il 94 ^, ben avrebbero potuto eser- 
citare una qualche influenza su di esse i canzonieri, al- 
lora già da tempo in quegli anni stessi pubblicati 
e compiuti, di Giusto de'Conti ^ di Lorenzo de'Medici ^ 



' Troad., 434. 

2 Vs. 59. — Derivano anche da Seneca {Hercul. fur. 318-319) i vv. 
14-15 (iella stessa canz. 

3 Poiché la Luna parti da Napoli nel 1492, quando il poeta già l'a- 
mava da dodici anni , vuol dire, che tutte le poesie amorose comprese 
dal son. I al LIX, ove è ricordato Vanno sesto della sua pena ^ furono 
scritte tra l'So e l'Só; quelle contenute tra quest'ultimo ed il son. LXXI , 
neirSj; e tra quest'anno ed il 92 le altre che stanno tra l'ultimo son. cit. 
ed il CXXIII ; il son. CXLV e la canz. XV nel 93 , il son. CLXIV 
nel 1502 ecc. 

4 La bella mano era stata pubblicata in Bologna nel 1479 : v. l'e- 
diz. cit., p. IX ; ed era conosciuta a Napoli nel sec. XV, come diremo 
in seguito. 

5 Nel «codice in foglio di pagine 292», che Lorenzo mandò, nel 
1466, a don Federigo d'Aragona, erano « aggiunti nello estremo alcuni 
suoi sonetti e canzone, perchè pareva che cosi a Federigo piacessi», 
(v. Poesie di L. de' M., ediz. Carducci, Firenze, Barbèra, 1859, p. 
xiv). Dunque, fin da quell'anno, una parte del canzoniere del Magni- 
fico era in Napoli . a disposizione dei letterati della corte. Il son. xv 
del Medici (Opere di L. de' jV., Firenze, Molini , 1825; voi. I, p. 17): 

Io seguo con desio quel più mi spiace, 

è fatto tutto ad antitesi, ed ha quasi l'istesso principio del son. XIII 



INTRODUZIONE XCIX 

del De Jcnnaro * , di Giovanni Antonio de Petru- 



del Chariteo (riferilo a p. lxxix) : 

Io seguo chi mi fugge e si nasconde; 

e, benché e l'uno e l'altro possan pur derivare dal Petrarca (P. I, son. 
xc) e da un verso di Ovidio {Amor., II, xtx, 36): 

Quod sequitur, fugìo ; quod fugit, ipse sequor ; 

pur tuttavia io credo che il u. conoscesse il son. del Medici, quando 
scriveva il suo; si cfr. anche i vv. 4, 7, 9, del secondo, con i vv. 11, 
4, 9-10 del primo. — Il son. cxii pubblicato, poi , nell'ediz. cit. (voi. I , 
p. 237) come del Magnifico : 

A voi sola vorria far manifesto, 

non è, pur troppo!, che il son. LIX del Chariteo (v. nella nostra ediz. 
a pp. 83-84), con qualche variante; e si trovava al f 125 u del Cod. 
A. 3 del sec. XVI, dell'Ardi, mediceo « tra diverse altre poesie di Lo- 
renzo » (ib., p. XIV e 266)! — Non è poi inutile ricordar qui che il Me- 
dici scrisse i sonn. l e lii, per il duca di Calabria, e «a nome d'una 
donna» e «quando la S. andò al bagno» (ediz. cit., voi. I, p. 253). 
1 II suo Canzoniere è opera giovanile, e fu scritto tra il 1464 e 
l'Ss , come mostrerò altrove. Il Gli. diresse il suo son. CCVIII al 
usuo Januario », qualche anno prima- della morte di lui (1508) : dun- 
que lo conosceva e lo stimava. — Qualche somiglianza vi è tra il son. 
VII del De Jennaro : 

Giunge la notte e tutto il mondo imbruna, 
ed il XXXIX del n. : 

Ecco la notte : il ciel scintilla e splende ; 

tra il principio della canz. v. del primo : 

Non posso più celar quel che m'accora 
perché '1 tacere ognora — mi molesta , 

e quello della canz. IH del secondo: 

Non posso più homai tener le fiamme eterne 



e INTRODUZIONE 

ciis ^ , di Giovai! Francesco Caracciolo - e dì altri mi- 
nori, specialmente napoletani^; ma di essi nessuna trac- 
cia di qualche importanza m' è riuscito di trovare nel- 
r Endimione. 

II Sannazaro nella sua canz. XV dice che le più ter- 
ribili pene immaginate dai poeti antichi per il loro 
classico inferno, le soffre tutta l'anima sua, tormentata 



tanto tempo nascose : . . . 

che (se la cieca mente il ver discerne) 

de le pene amorose 

nulla più che '1 tacere afflige il core. 

Questi due riscontri furono notati anche da G. Barone, editore del 
De Jennaro (pp. 85, 235); ma gli altri moltissimi confronti che ei fa 
a pp. 72, 75, 77, 80, 103, 112-113, 125, 159, 181, 195, 196, 251-255, 283, 
307, 386, 403, tra le rime del n. e quelle del De Jennaro, provano 
solo che tutti quei versi del Chariteo non hanno nessunissima rela- 
zione con quelli del suo più vecchio amico. 

* I cui Sonecti (Bologna, Romagnoli, 1879) furono scritti pi-ima 
dell'i I decembre 86; quando il loro autore fu giustiziato. 

2 I suoi Atnori e i Sonetti Sextine et Canzone in laude de li occhi 
intitulati Argo, furono pubblicati a Napoli da Girolamo Carbone nel 
1 506, e dallo stesso stampatore della prima ediz. deWEndimion — Mae- 
stro Joanne Antonio de Caneto — ; ma composti molto prima. — Un 
suo son. a Baia (f. ciiii v): 

Più de nuH'altro sino al mondo splende, 

ricorda quello del Chariteo (son. LXXII): 

Baia, di lacciuol venerei piena; 

ma qualche conformità di pensiei'o e di frase è piuttosto da attribuirsi 
alla fonte comune : per es. Orazio, Epist. I , i, 83 : 

Nullus in orbe sinus Bais praelucet amenis, 

tradotto dal Caracciolo nel vs. cit. 

3 Per es. il Perleone deZ Rustico Ro.mano, pubblicatosi a Napoli nel 
1492. Questo Rustico è quel «Joliano Perlione secretarlo de le cose 
maritime », nel 1489, e cortigiano di don Federigo, rimasto del tutto 



INTRODUZIONE CI 

dall'aaiore '. Essa piange sempre, e, come le Danaidi: 



ma poi: 



il dì, mille e mille urne 

torna ad empir tutte di fondo scosse;'^ 



trovando esauste e vote 

di tristo umor le gote, 

subito torna indietro sospirando: 

cosi sempre iterando 

sua disperata via ; '^ 



e, come Sisifo, essa 



ripigne un sasso faticoso e greve; 
il qual cadendo poi di salto in salto, 
(a che sovente al piano 
quella dolente in vano 



ignoto a coloro che, negli scorsi anni, si occuparono dei rimatori na- 
poletani del quattrocento ; e quello stesso , cui il De Jennaro dirige 
i sonn. XVII, xx, xxvii, lvih ; ed ai quali il Perlione risponde in parte 
con i suoi XVI, XXXII. Egli era anche in relazione con G. F. Carac- 
ciolo (son. LVi) e con quel « misser Francisco Galiota » (sonn. xxi, 
xxiii, xxxiii), di cui si occupò già il Torraca, fra i Riniat. napol. del 
sec. decimoq. (in Discus. e rie. lett., Livorno, 1888, pp. 127-129, 146- 
153); e di cui dirà più a lungo, il prof. F. Flamini, che ne ha tro- 
vato r intero canzoniere. Del Galioto sinora io non conosco che un 
manipoletto di Rime e Prose scelte da un ìnanoscritto in perga- 
mena: ventitré poesie, una novella ed alcune epistole in prosa, al duca 
di Calabria ed al principe di Capua. Il suo canzoniere doveva già es- 
ser tutto composto nel marzo gì, se ad esso si accenna nelle Ced. di 
tesar, (voi. 142, f. 329 r) con quei «trentasei quaterni de carta de 
coyro ... in li quali è notato una opera facta per Francisco Galioto >)• 
Ma di questi e di altri ignoti rimatori napol. del quattrocento m'oc- 
cuperò più largamente, fra non molto. 

* E il Sannazaro prese forse da Lucrezio (De rer. nat. Ili, 991- 
1121) questa immaginazione: v. le n7ì. alla canz. II del n. 

2 Canz. cit. vv. 19-20 {Rime, ediz. cit. di Padova, Cornino, 1723, 
pp. 385-388)- 

3 Vv. 26-30. 



cu INTRODUZIONE 

discenda, e s'affatiche in tempo breve 
mille volte; * 

e, come Tantalo: 

Al dolce SUOI! de'rivi freschi e snelli 
sitibonda poi siede: 
e, quando ber si crede, 
l'acqua da' labbri s'allontana e fugge; ^ 

e, finalmente, le pare: 

... or presso, or lunge 

vedersi in su la testa 

una selce funesta 

con ruina cadere e con spavento; ^ 

oppure : 

In una rota poi volubil molto 
vede a forza legarsi , 
ed in giro voltarsi 
"col vento sempre, senz'aver mai posa;* 

o: 

stia resupina in terra, 

a sostener la guerra 

d'un vóltor fiimulento, aspro e rapace^. 

Ed anche il Cbariteo, nella canz. II, dice che il suo cuore, 
tormentato dall'amore : 

rinasce 

e cresce ognora, assai più che non manca, 
devorato da quel bramoso augello^; 



1 Vv. 36-41. 
'■' Vv. 49-52. 

3 Vv. 73-76. 

4 Vv. 81-S4. 

5 Vv. 98-100. 

<! Vv. 7-9, sempre secondo la nostra ediz. 



INTRODUZIONE CHI 

anch'io, dice il poeta: 



anch'io: 



al lito d'un veloce e alto fiume, 
un vaso perforato e pien d'inganni 
empio de l'acqua turbida et oscura; ' 

Ne l'acque fresche, liete, dolci e chiare 
ardo digiuno, infermo e sitibondo 
e bagnar non mi posso i labri ardenti; ^ 



anche per lui: 



ne l'aere pende, per sua morte, un sasso, 
che minaccia mina a tutte l'ore ...'>* 

Insomma, egli esclama: 

Chi vuol dunque vedere il mal che preme 
quell'anime infelici e tormentate 
ne li martiri del tartareo regno, 
venga a mirar tutte le pene inseme 
dentro '1 mio cor. '* 

E il Sannazaro aveva detto: 

. Qual pena, lasso!, è si spietata e cruda 

giù nel gran pianto eterno, 

che nel mio [)etto interno 

via maggior non la senta l'alma stanca ? ^ 

Il Charitco, rivolgendosi alla canzone: 

Canzone, io non fui mai 
nei campi Elisi e fortunate valli; '^ 



* Vv. 17-19. 
^ Vv. 27-29. 
3 Vv. 43-44. 

* Vv. 53-57. 

^ Ediz. cit., vv. 1-4. 
^ Vv. 66-67. 



CIV INTRODUZIONE 

ed il Sannazaro: 

Canzon mia, mai nel cielo, 
tra li beati spirti, 
non fui 1. 

E dai sonetti l, li, lii, lxii di quest'ultimo, il no- 
stro derivò i suoi XV, XIV e XI; anzi, in quest'ulti- 
mo, il quattordicesimo verso: 

Tante ire son negli animi celesti?, 

è rubato interamente dall'originale -; e dalla prima 
stanza della canz. vii di Jacobo, il nostro imitò il prin- 
cipio della sua canz. I ^ 

Quel rivolgersi alla finestra ed alla porta dell'amante 
con benedizioni ed imprecazioni, quelle lettere amo- 
rose ^ e specialmente l'immaginato incontro della donna 
amata, dopo la morte, nel luogo di pene, e queste sop- 
portate cosi impassibilmente, e disprezzate, anzi anela- 
te dall'innamorato, s'egli potrà godersi eternamente il 
viso adorato ^; sembrano a me motivi derivati tutti dalla 



1 Vv. II I-I 13. . 

- Ma si l'uno che T altro avrebbero ben potuto trailurre il virgiliano 
(jEfì., I, II): 

. . . tantaene animis caelestibus irae ? 

3 V. le nn. a tutti questi componimenti del Ch., nella nostra eJiz. 

* V. Tigri, Canti popol. tose, Firenze, Barbèra, 1869, p. 183, sgg. ; 
D'Ancona, Poesia pop. ita!., p. 175 n., 197, 201, 236, 242-43, 307; 
e le nn. ai componimenti cit. del Ch. nella nostra ediz. 

^ D'Ancona, Op. cit., pp. 243-244. L'ottava siciliana di A. Vene- 
ziano, cit. a p. 339, derivante dal son. che il Lemenk scrisse ad imi- 
tazione di quello che ora riferiamo del n., conferma sempre di piii 
l'intonazione popolare che noi crediamo di scorgere in queste com- 
posizioni del Ch. — I germi di questa immaginazione s'incontrano nei 
trovatori e nella nostra lirica antica (cfr. Nannucci, Man. della lett. 



INTRODUZIONE CV 

poesia amorosa popolare, tanto viva e florida accanto 
alla poesia cólta, nel secolo XV '. Simili immagina- 
zioni ardite e appassionate, tutte proprie del popolo, 
che, nelle sue fantasie e nei suoi sentimenti, non è fre- 
nato da leggi rettoriche, non s'incontrano nei lirici 
latini e nel Petrarca. Veramente queste influenze po- 
polari, se tali sono, appaiono piìi accentuate nelle poe- 
sie di endecasillabi incatenati e negli Sirammotti, che 
wqW Endimione. Pur tuttavia, anche in questo se no 
può scorgere qualche traccia. 

Nella VI delle canzoni giovanili egli prevede, che, 
per aver servito più la sua donna che Dio, andrà al- 
l'inferno; ma anche là, dice il poeta, 

potrò goder, mirando — la beltade, 
che l'alma libertade — mi possedè^; 

e poi soggiunge: 

E se pur mi concede — dio tal sorte, 
di poi de la mia morte, — ch'io ti possa, 
separato da l'ossa, — contemplare; 
non mi si potrà dare — alcun tormento, 
anzi vivrò contento — e glorioso; 
e, in loco tenebroso — e infelice, 
serrò lieto e felice; — e, si pentita 
non sei di darmi vita — dolorosa , 
essendo invidiosa — del mio bene, 
e voi darmi le pene, — ch'ai presente 
sostengo, lasso!, assente — dal tuo ameno 
volto, chiaro e sereno, — e pien di gloria; 
potrai con poca noia — contentarli: 
serrami gli occhi, intenti ad adorarti! ^ 



ital. del pr. sec, Firenze, Barbèra, 1874; voi. I, pp. 123-125); ma (que- 
sti potettero pure averli dalla poesia popolare. 

1 D'Ancona, Op. cit., pp. 126 sgg., 172 sgg. 

i Canz. cit., vv. 46-47, a p. 43S della nostra ediz. 

3 Vv. 4S-61. 

XIV 



evi INTRODUZIONE 

Tutte queste belle cose son condensate — e forse per- 
dono un po' della loro originalità, dopo un bagno di 
petrarchismo puro, — nel son. CV; ch'ebbe, anch'esso, 
molta fortuna presso i lirici italiani; i quali, come ve- 
dremo, lo rubarono addirittura al nostro e lo inse- 
rirono tra le loro rime, o lo saccheggiarono il meglio 
che seppero: 

Voi, donna, ed io, per segni manifesti, 
andremo inseme a l'infernal tormento, 
voi, per orgoglio; io, per troppo ardimento, 
che vagheggiare osai cose celesti. 

Ma, perché gli occhi miei vi son molesti, 
voi più martiri avrete, io più contento, 
ch'altra che veder voi gloria non sento: 
tal ch'un sol lieto fia, tra tanti mesti! 

Ch'essendo voi presente a gli occhi miei 
vedrò, nel mezzo inferno, un paradiso, 
che 'n pregio non minor che 'i cielo avrei. 

E, se dal vostro sol non son diviso, 
non potran darmi pena i spirti rei : 
chi mi vnol tormentar, mi chiuda il viso! • 

Nel son. XX egli dice d'esser vicino a morire: 

si V aiilige il mortali^ impio dolore, 

che gli arreca il disprezzo della sua donna. 

Ma s'alcuna ombra, in ciel o negli abissi, 
riman, di poi l'acerba morte mia, 
non gira mai tra l'anime quiete; 

anzi, chiamando il nome, in ogni via, 
di lei, per cui, morendo, al mondo vissi, 
non passarà le negre onde di Lete ! 

E nel son. XXIV: appena m'innamorai della Luna, 



1 Non tutte )e poesie espulse dalla seconda ediz. éeW Endiwione, 
il Ch. volle distrutte interamente. Da alcune di esse formò nuovi so- 



INTRODUZIONE CVII 

fili senza vita, e, vivo ancor, discesi 
ne gl'infernali orribili tormenti. 

I'] COSÌ , più che a qualche brano dello elegie ovi- 
cliaue, più che a qualcuno dei pochi acceuui petrar- 
cheschi all'amor sensuale, mi sembran derivate dalla 
poesia popolare alcune descrizioni voluttuose e qual- 
che maliziosa allusione, che s'incontrano nelle rimo 
del nostro. Il popolo non suol coprire con niun velo lo 
sue fantasie amorose, predilige grandemente quelle de- 
scrizioni, ha meno scrupoli por le allusioni maliziose, 
oscene; anzi, v'insiste, vi scherza, ne gode. 

Nel commiato di uno dei suoi componimenti giova- 
nili, il Gareth, rivolgendosi alla sua canzone, dice: 

ormai ti tace, 
poi che non trova pace — l'alma trista, 
ina, tutta umile in vista, — senza indugio, 
cercando il tuo refugio — al loco usato, 
vàtene in quel beato — e casto letto; 
bacia il candido petto — e le mammelle, 
e l'altre parti belle, — ove Cupido 
sòl albergar, come nel proprio nido ! ' 

E così, nel son. XIV, egli immagina che, dormendo, 
ha potuto contemplar nuda 

quella beltade e quel soilve, ascoso 
candor; 

ma poi, maravigliato luì stesso della straordinaria sua 
felicità ^ esclama subito: 

vidi quel che non spero veder mai ! ^ 



netti. Questo, per es., a me par fatto in sostituzione della canz. giov. 
ora cit., mancante alla stampa del 1509. 

' Canz. giov. 1 , 41-48. 

2 Vv. 10-12. 



CVIII INTRODUZIONE 

E cosi, nel son. XV, anche dormendo, crede di aver 
vicino quel 

petto, che profusamente 
d'almo candore e pudicizia abbonda; 

e di poter finalmente dire: 

01" ne le braccia io tengo il corpo adorno 
d'ogni valore, or son con la mia dea, 
or mi concede Amor lieta vittoria ^ 

Nel son. XXV ricorda 

la bocca e'I niveo collo, 
le mani e '1 giovenil marmoreo petto ; 2 

ma, nei sonn. LXVIII e LXXXVI, le 

bellezze alme e gioconde, 
nel collo e latteo petto inseme accolte, 
e voi, maggior dolcezze, agli occhi occolte; 

e « le altre dolcezze' ascose » ^. 

E qui convien fermarci un po' sulla così detta « ma- 
niera» del Chariteo: quel fare «concettoso, ghiribizzo- 
so, luccicante» % che gli fu rimproverato, è appunto 
nelle poesie amorose che si manifesta di più. TI D'An- 



' Vv. 7-1 1. 

2 Vv. lo-i I. 

3 Vv. 5-7; vs. 12. — Ma qui, per queste «dolcezze ascose», ebbe 
presente Ovidio, Metam. i, 500-502 (di Febo e Dafne): 

laudat digitosque manusque 
bracchiaque et nudos media plus parte lacertos: 
siqua latent. meliora putat. 

* D'Ancona, Secent., p. 186. 



INTRODUZIONE CIX 

cena crede che il nostro « probabilmente j)orfasse co- 
testa sua maniera di poetare dalla propria patria»: 
la Spagna. Ivi « gli ultimi esempj della forma proven- 
zale artificiosissima, congiunti colle imitazioni petrar- 
cbescbe, generarono una poesia, cui il genio partico- 
lare del paese comunicava un certo che di tumido e di 
pettoruto. È un gongorismo anticipato, che il Cariteo ve- 
nendo in Italia esagerò, anticipando fra noi le svene- 
volezze del marinismo. E così due volte , nel secolo XV 
e nel XVII, ci venne dalla Spagna quello che per l'ul- 
tima invasione più nota fu detto il secentismo e che fu 
quel modo pingue , sonante e peregrino , che già Cice- 
rone ' notava negli iberici latineggianti - ». 

Or di questo « gongorismo anticipato », di cui la ma- 
niera del nostro sarebbe stata un'esagerazione, noi do- 
vremmo trovare almeno i germi nelle opere di quei 
poeti della corte di Giovanni II di Castiglia, che fu- 
rono più in voga durante l'adolescenza del Gareth ; il 
quale, nato verso il 1450. come dicemmo, non restò 
in patria oltre il 1468 ^ Se non che, nelle poesie di 
Fernan PerezdeGuzman(i378?-i46o?),di Juan de Mena 
(141 1-1456), di Inigo Lopez de Mendoza, marchese di San- 
tillana (i 398-1458), e di Ausias March (1400?- 1462?), 
— i più celebri di quei poeti * — nessuno isterico della 



* Pro A. Licinio Ardita (in Scripta, P, II, voi. ii), x, 26.— Ma, dice 
qui il Gaspary, Stor. della leu. ital., II, P. I, p. 367: « lo stile gon- 
fio di Lucano, di Seneca e della più antica poesia spagnuola [v. F. 
d'Ovidio, Secentismo Spagnolismo, in N. Antol., 15 ott. 1S82] è al- 
tra cosa; perfino il gongorismo ha per più rispetti un carattere di- 
verso dal marinismo ». 

2 Op. cit., 189. 

3 V. a pp. sviii-xix. 

* Pe' quali ho seguito Don José Amador de los Rios, Historia cri- 
tica de la liter. espanola, Madrid, 1865, voi. VI; e specialmente i 
i capp. vii-vni, e la 1* delle Ilustracionés , 1. cit., pp. 489 sgg. , su Au- 
sias March: il solo di questi poeti spagnuoli che ricordi il D'Ancona, 
Secent, p. 189. 



ex INTRODUZIONE 

letteratura spagniiola, ch'io sappia, ebbe a notar mai, 
non solo germi di codesto «gongorismo anticipato», 
ma neppure esagerazioni di sorta. Tutti questi poeti, 
eruditi, imitatori, qualche volta servili, della Come- 
dia e del Canzoniere \ e non troppo entusiasti dol- 
l'ultima poesia provenzale ", non potevan far altro che 
inculcare al giovinetto barcellonese lo studio e l'imita- 
zione di que'due capolavori dell'arte toscana; e forse, 
come vedremo, insieme a qualche altro loro coutempo- 
raueo, questo fecero; ma uient'altio che questo. 

Codesta maniera del nostro, la quale nelle rime amo- 
rose si presenta soltanto sotto la forma di una moderata 
esagerazione ^, pare a me, invece, che sia effetto un 
po' dell'indole pronta- e vivace del Gareth, per la quale 
egli volentieri era portato a « parlar poeticamente ov- 
vero da cortesano » "*; un po' del desiderio di dir cose 
nuove e di « gradire » '*; un po', finalmente, dell'imita- 
zione di quella, che un critico geniale chiamò « la parte 
terrestre del Petrarca » ^ 

« 11 Petrarca — dice il De Sanctis ' — non sempre 
scrive sotto l'impeto del sentimento... In questi mo- 
menti poco felici... si abbandona a ragionamenti, che 
talora volgono in sottigliezza o in sofisticherie. Nelle 
migliori canzoni, trovi intere strofe, che sono un pro- 



^ Amador de LOS Rios, Op. cit., voi. cit-, }ìp. 8i, 98-103, 115, nS, 
122-1:3 ecc. 

2 Nella corte di Giovanni II di Castiglia vi furono imitatori della 
scuola*provenzale, come il re istesso, Alvaro de Luna, Alonso de Car- 
tagena, Enrique de Aragon, Macias l'Enamorado; ma, oltre che già 
forse dimenticati quando il n. era adolescente, erano i più deboli fra 
que' poeti. V. Amador de los Rios, Op. cit., voi. cit., p. 63 sgg. 

3 « Il Cariteo [quei fiori artificiosi] li sparse nel suo petrarchismo 
ancora moderatamente » (Gaspary, St. della lett. ital., II, P. I, p. 306). 

* Così P. SuMMONTE nella lett. cit. al Colocci : v. a p. xlv. 

5 D'Ancomà, Secent., p. 231. 

6 De SAiféTis, Op. cit., p. 35. 
' Op. cit., pp. 21-22, 26. 



INTRODUZIONK CXI 

saico discorrere verseggiato. In luogo di rappresontaro 
i suoi sentimenti li analizza, e dotato come è di una 
intelligenza sottile, vi sofistica su . . . L'acuta riflessione 
del Petrarca si ficca troppo spesso dove non è chia- 
mata, ed anche ne' momenti di schietto calore poetico. 
Di che quella sua tendenza a costringere talora iu un 
verso solo cose e rapporti lontani , che ora annunzia 
velocità d'immaginazione ed ora sottigliezza di rifles- 
sione ». 

Or il nostro non fece altro che calcar un po' la mano, 
come, del resto, fauno tutti gl'imitatori, sui difetti del- 
l'originale. D'altronde, il petrarchismo, con quasi più 
di un secolo di vita sulle spalle, era un po' invecchiato: 
il Gareth e, contemporaneamente a lui, il Tehaldeo 
credetter questo un modo di ringiovanirlo '. — ^E se il Pe- 
trarca scherza spesso col nome di Laura, il nostro non 
poche volte fa lo stesso con quello della Luna: 

sole in terra, in elei candida Litna; ^ 

la quale, poi, 

Luna non è, ma chiaro e vivo sole ^. 

E, se deve nominare il volto di lei, dirà: 

... de la mia Luna il sole, * 
oppure: 

... la luce 
de la mia Luna, anzi mio sole ardente; ^ 



1 Cfr. D'Ancona, Secent., p. 196. 
» Son. LXXI, I. 

3 Bali. IV, 3 , a p. 58 della nostra ediz. 

4 Son. LXXU, IO. 

5 Sou. CIX, 3-6. 



CXn INTUODUZIONE 

e se ha da dire che l'ha veduta ilhiminata dal sole: 

Vidi la Luna e con lei giunto il sole ^. 

E poiché la sua Luna è, in ogni modo, un sole, se essa 
è ammalata, egli prega cosi Iddio di non farla morire: 

Non voler più d'un sole e d'una Luna: 
che, se costei si trova in ciel gradita, 
ambi duo perderanno il proprio onore 2. 

in un sonetto ^, il Petrarca aveva detto che Amore lo 
trattava in tal modo che a lui sembrava d'esser come 
il bersaglio allo strale, come la neve al sole, come la 
cera al fuoco, come la nebbia al vento ; e che lo strale, 
il sole, il fuoco, il vento erano i pensieri, il volto, gli 
occhi, le parole di Laura. E il nostro, subito, a descri- 
vere le armi di Amore, nel son. LXXXVI: 

Gli occhi e i capei, di puro e nitido oro, 
eran dardi, ond'ebb'io mille ferite, 
e le candide guancie e colorite 
le faci, ov'io m'infiammo e discoloro. 

Il bel petto e le mani eran veleno *. 



1 Son. XXVII, 3. 

2 Son. XXXIII, 12-14. — «Chi ricorda quanto il Cariteo ghiribiz- 
zasse nei suoi componimenti poetici sul nome di Luna, appartenente 
all'amata, crederà trovar un'immagine di quelle arguzie in que- 
st'ottava : 

La luna è bianca, e vu' brunetta siti, 
idda è d'argentu j e vu' l'oru purtati ; 
la luna nun ha ciammi, e vu' l'aviti; 
idda la luci spanni, e vu' la dati; 
la luna manca, e vu'sempri crisciti, 
idda s'aggrissa, e vu'nun v'aggrissati; 
adunca, ca la luna vù' vinciti, 
bedda, Siili e no Luna vi chiamati. 

Cosi il D'Ancona, Poes. xjop. ital., p. 383; ma ho riferito «la ver- 
sione originaria siciliana » (p. 384), in luogo della letteraria. 

3 P. I, LXXXIX. 

* Vv. 5-9. 



INTRODUZIONE CXIII 

In un son. già ricordato, il Petrarca avea rassonìigliata 
l'anima sua, combattuta da pensieri carnali , ad una nave, 
che, in una notte tempestosa d'inverno, passa tra Scilla 
Cariddi: essa ha per pilota Amore, e, per rematori, quei 
pensieri, che, incuranti del pericolo e della morte, tra- 
sportano la nave in mezzo alla tempesta: ma un vento 

di sospir, di speranze e di desio 

rompe la vela; 

pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni 
bagna e rallenta le già stanche sarte; 

lo due solite stelle — gli occhi di Laura — non si veg- 
gon più: egli dispera di salvarsi. Or il Chariteo, te- 
nendo presente questo sonetto, e, dovendo dire che gli 
occhi suoi, benché non abbiano più nessuna speranza, 
ardorio dal desiderio di riveder la Luna, che era in 
Ispagna; immagina che gli occhi suoi partano nella 
nave della Speranza e dell'Ardire per la Spagna; e 
che, mentr'essa con la sua vela, che è il Desiderio del 
poeta, mossa dal vento dei Sospiri , e con Amore per 
pilota, corre sull'onde de' Pensieri, un nembo, che è lo 
sdegno della Luna», 

rompe il legno alle Sirti d'oblio ', 

Gli Occhi del poeta si salvano. Amore li ha nascosti 
in sé; la Speranza e l'Ardire periscono; ma, con tutto 
ciò, gli Occhi continuano sempre ad ardere! 

E sono delle esagerazioni, dei «concetti» nel son. 
XVI , dove il poeta , avendo detto che è felice solo nel 
sonno, conchiude: 

Morir vorrei dormendo eternamente, 
che, se '1 sonno a la morte é somigliato, 
in tal morte io vivrei felicemente; • 



» Son. CLXII, 8. 
2 Vv. 12-14. 



CXIV INTRODUZIONE 

e nel XXIX; in cui egli, assicurato alla sua donriK 
che gli occhi di lei fauno scorno al sole, che il volto 
« rasserena l'aere », il petto fa « a mezza notte il gior- 
no», domanda: 

Or che vuol dire: è forse mia ventura, 
o costume d'Amore, o colpa vostra, 
che, in tanto lume, io viva in vita oscura? *. 

Un'altra volta, nel sou. XLVII, la Luna gli domanda: 
che cosa faccia, a che cosa pensi; e lui: come!, 

voi sempre state dentro a l'alma raia,'^ 

e non lo sapete? 

Ma il Chariteo, pur prendendo dall'arte classica, dal 
Petrarca, dal Sannazaro, dalla poesia popolare, i mo- 
tivi dei suoi sonetti e delle sue canzoni, vi metteva di 
suo molto buon gusto, una melodia soave, ignota ai 
rimatori suoi contemporanei , e fiu'anche al Sannaza- 
ro; una dolce mtilinconia. Alcune delle sue poesie ri- 
velano una ispirazione, una emozione vera. Più d'ogni 
altro, egli ritraeva assai bene la mestizia, la voluttà, 
l'incanto delle notti d'estate, sul paradiso delle rive 
e del golfo di Napoli; benché, qua e là, si belhi visione 
sia turbata dal ricordo lontano di un motivo virgiliano, 
e dall'eco di qualche verso di Catullo e del Petrarca. 

Ecco la notte: il eie! scintilla e splende 
di stelle ardenti, lucide e gioconde; 
i vaghi augelli e fere il nido asconde, 
e voce umana al mondo or non s'intende. 

La rugiada del ciel tacita scende : 
non si move erba in prato o 'n selva fronde ; 
chete si stan nel mar le placide onde ; 
ogni corpo mortai riposo prende. 



* Vv. 12-14. 

2 Vs. 9. 



INTRODUZIONE CXV 

Ma non riposa nel mio petto Amore, 
Amor d'ogni creato acerbo fine; 
anzi la notte cresce il suo furore. 

Ha sementato in mezzo del mio core 
mille pungenti, avvelenate spine, 
e 'I frutto che mi rende è di dolore *. 

Alla vera luna son diretti questi versi, in cui par quasi 
(li sentire tutta la malinconica dolcezza e la frescura 
d'un cbiaror lunare, in una notte d'estate: 

Diva, antiquo splendor del primo cielo, 
liquida più che mai, più reiucente, 
tempra l'ardor de l'infiammata mente 
col notturno, soave e dolce gelo. 

Forse però ne vai senza alcun velo, 
che '1 proprio specchio or vedi in occidente: 
miralo ancor, dentro '1 mio petto ardente, 
ch'a te, che lutto vedi, io già no"l celo. 

Contempla e mira ben l'alma figura, 
quegli occhi, che di mente mi privaro 
e quella fronte in nulla parte oscura; 

vedi il solido petto, e bianco e chiaro..." 

E Baia, in tutta l'amenitri oraziana e boccaccesca del 
suo lido, e in tutte le tiepide voluttà dei tempi ara- 
gonesi, e col triste ricordo di un amore infelice, li- 
torna in quest'altri bei versi: 

Baia, di lacciuol venerei piena, 
monumento de l'alte, antique cose; 
fortunato lito, o piaggia amena, 
o prati, adorni di purpuree rose ; 

o monti, valli apriche, o selve ombrose, 
onde fluènti da sulfurea vena, 
dolci acque , chiare , tepide , amorose , 
nou vi soven di mia continua pena? ^ 



• Son. XXXIX; v. le nostre nn., ove son rilevate le imitazioni. 

2 Son. CXXXIX, I-I2. E leggi anche il son. precedente. 

3 Son. LXXII, 1-8. 



CXVI INTRODUZIONE 

E piene di vita e di naturalezza, e commoventi son 
quasi tutte le poesie scritte durante e dopo la partenza 
della sua donna. 

In una bella sestina — e il Chariteo in queste su- 
però il Petrarca , che ne scrisse delle bruttine \ — tro- 
viamo questi versi, pieni di affetto: 

Luna, ove ne vai?, che 'n tante rime, 
da me fusti cantata in canto lieto ? 
et or ti taccio per soverchio pianto ? . . . 
- Ma tu non vuoi di tua, ne d'altrui vita 
curarti , né del mio continuo pianto. 
Pur te ne vai, mostrando il viso lieto, 
me , misero ! , lasciando in certa morte. 
Fuggite ornai di noi , leggiadre rime , 
continiiate , o pianti , i vostri versi. 

Per quello intero amor , che 'n tanti versi 
mostrai, cantando la tua casta vita, 
per la fé che si lagna in varie rime , 
per le lagrime mie, per Taspro pianto 
dami , per premio , spazio , ond' io la morte 
possa sperar con l'animo più lieto. 

S' io meritai di te risguardo lieto , 
o se mai ti far grati li miei versi ... 2 

Mentre la Luna attraversava il Tirreno, per andare in 
Ispagna, egli scriveva ad Alfonso d'Avalos ed a Fer- 
randino, allora principe di Capua: 

Marchese, io mi ritrovo in mezzo al mare, 
dove ogni onda crudel nel cor mi frange , 
Amore è meco, che mi preme et ange, 
e si pasce di mie lagrime amare. 

Partita è quella che mi fé' cantare ! . . . ^ 



* «Nelle sestine è senza esempio il Cariteo, ed ardirei dire, che 
abbia nella facilità e semplicità e bellezza superato l'originai suo: il 
Petrarca» (Meola, Op. cit., p. 113). 

2 Sest. V, 37-39, 55-68, a pp. 140-141 della nostra ediz. 

3 Son. CXXVI, 1-5. 



INTRODUZIONE CXVII 

Lascia del viver mio, lascia '1 governo 
al duro , illacrimabil fato , amaro , 
Principe , d'arme e di vertù preclaro , 
e del fonte Dirceo liquore eterno. 

Comportami che 'n pianto sempiterno 
consume gli occhi . . . ; ' 

e poi questi altri, che paion scritti in riva al mare; 

Sempre eh' imbruna il dì l'aer gravato , 
e fa nel mare orribil movimento , 
procella dentro al cor si negra io sento , 
che *1 sangue di timor riman gelato. 

Era pur , Luna mia , nel tuo bel fato , 
che sapessi , per vero esperimento , 
in qual guisa si volve il mar col vento , 
quando Orion nel eie! si mostra armato ? 

Puoi tu soffrir , si delicata e molle , 
tant'affanni col cor soave e dolce ? ^ 

Ed al venticello primaverile, che veniva di Spagna: 

Vago , salubre , estivo e grato vento 
che da l'occaso or vien per colorire 
i prati , e fai li miei pensier fiorire , 
ond' io cordoglio e refrigerio sento ; 

a l'amoroso e dolce movimento 
par che la Luna mia da lunge aspire 
quella ambrosia soave, ov' io morire 
già desiai , de viver me n' contento. 



» Son. CXXVII, 1-6. 

2 Son. CXXX, i-io. — Il quinto ed i sgg. vv., dei riferiti, ricordano 
quello di Ovidio {Trist. Ili, ii, i): 

Ergo erat in fatis Scylhiam quoque visere nostris; 

e questi del Sannazaro (son. lxvii, 9-11): 

Dolce, antico, diletto e patrio nido , 
dunque era pur nel fato acerbo e crudo 
ch'io non gittassi in te l'ultimo strido?; 

i quali veramente furon scritti nel 1501, mentre quelli del n. nel 1492. 



CXVIII INTRODUZIONE 

Favonio , che con chiari e lieti giorni 
l'oscure notti mie vai rinovando , 
e '1 ciel di gioia e me di doglia adorni ; 

ricordati , ti priego , al tempo , quando , 
mutato in Euro , al bel luogo ritorni , 
di riportarne i miei sospir volando *. 

La gelosia, da cui egli era tormentato durante la 
lontananza della Luna, è molto ben ritratta in queste 
terzine, più efficaci di alcuni interi sonetti del Sanna- 
zaro ^, suir istesso argomento : 

Col mar , col vento e con la nebbia oscura 
combatto, e piango e chiamo chi non ode, 
e , per cui temo , forse è già secura. 

Quest' è '1 pensier che sempre il cor mi rode , 
si come '1 mar lo scoglio. vita dura ! 
Quella , per cui m'attristo , or forse gode ! 3 

Nelle poesie immediatamente precedenti a queste , 
v'era ripetizione sonnolenta degli stessi concetti e delle 
stesse forme; il dolore sopraggiunse a riscuotere il poeta. 
Tanto è vero quel che delle rime del Petrarca in morte di 
Laura, dice il De Sanctis: « La sventura . . . nelle anime 
poetiche è una crisi salutare che le ritempera, le spi- 
gra, raduna tutte le sue potenze in un sol punto, o- 
pera come la passione; ne nasce come una concentra- 
zione ed accrescimento di forze » ^. 



Quasi tutta l'altra metà dell' Endimione contiene can- 
zoni e sonetti d'argomento politico o storico. Un gruppo 



1 Son. CXLII. 

2 Sonn. xxn e xxiii. 

3 Son. CXXXIV, 9-14. 
* Op. cit., p. 222. 



INTRODTJZIONK CXIX 

di queste poesie, le canz. VI, VII, XVI, XVIII e una 
dozzina di sonetti, riguarda più particolarmeute la di- 
nastia aragonese ed i principali avvenimenti che ad essa 
;ji riferiscono. 

Più bella, più originale di tutte ò la canz. VI, che 
al suo tempo dovett'esser molto celebro, e, per essa, 
il Charitco dovette entrar maggiormente nella buona 
grazia degli Aragonesi, e divenire il loro poeta uffi- 
ciale. Essa ha, come disse il D'Ancona, «una certa gran- 
dezza eroica di stile» '. Questa canzone è quanto di me- 
glio poteva far l'arte e la poesia in servigio della po- 
litica. Solo il nostro, perchó spagnuolo, poteva inte- 
ressarsi tanto alle sorti di una dinastia spagnuola. Il 
Fontano, per Ferrante I e por Alfonso II, il Sannazaro, 
per don Federigo, non fecero né potevan fare altrettanto. 

Il titolo che questa canzone ha nella prima edizione , 
del 1506; Aragonia -, ci dice subito il suo argomen- 
to. — Uno degli ostacoli che gli Aragonesi si trovaron 
sempre di fronte , e quando vollero impadronirsi del 
regno di Napoli, e quando ambirono di riunire sotto il 
loro scettro il rfsto parte dell'Italia, fu la loro 0- 
rigine straniera: essi erano principi italiani troppo re- 
centi; e, sotto questo riguardo, si trovavano in miglior 
condizione gli Angioini, anch'essi stranieri, ma natu- 
ralizzati in Italia sin dalla metà del secolo XIII. Bi- 
sognava sradicare quest'opinione dalla mente dei vol- 
ghi ; bisognava mostrare che gli Aragonesi non fosser 
degli intrusi nella politica italiana ; bisognava ad ogni 
costo annientare questo qualsiasi vantaggio che gli An- 
gioini e i re di Francia, loro legittimi successori, a- 
vevan su gli Aragonesi, Ma con qual mezzo? Il Cha- 
riteo ricorse all'intervento divino. Iddio aveva creduto 
meritevoli del trono napoletano gli Aragonesi, essen- 



* Secent., p. 179. 
2 V. a p. LViii. 



GXX INTRODOZIONK 

dosene resi indegni gli Angioini, per la continua di- 
scordia, in cui mantenevano il Regno. Se il Cliariteo 
avesse detto ciò, nelle sue poesie, come una sua opi- 
nione, come un suo sentimento, chi sarebbe stato così 
ingenuo a prestargli fede? Una vecchia e sempre bella 
immaginazione platonica * viene in suo soccorso. Egli 
immagina: che 

l'alma , formata in cielo 
da l'almo creator de la natura, 
ogni cosa nel ciel chiaro comprende; 
che la sustanzia pura. 



1 La preesistenza delle anime, prima che siano infuse nei corpi , e la 
reminiscenza platonica, secondo il Phaedrus di Platone, citato pure 
dal Salvini nelle sue postille (v. la n. ai w. 26-30 di questa canz.). 
Che il n. conoscesse questo dialogo, almeno nella versione del Pigino, 
pare a me che si possa i-icavare da questi brani che riferisco dalla 
cit. traduz., leggermente modiiìcata (Opera, ed. Hirschig, Parigi, Di- 
dot, 1866; voi. I, pp. 712, 714): « Omnis animus totius inanimati cu- 
ram habet, totumque percurrit coelum, alias videlicet alias sortitus 
species. Perfectus quidem dum est et alatus sublimis incedit ac to- 
tum gubarnat mundum . . . Naturalis alae vis est, grave in sublime at- 
tollere, ubi deorum inhabitat genus. . . . Haec autem est recordatio il- 
lorum , quae olim vidit animus noster cum deo una procedens et illa 
despiciens , quae nunc esse dicimus , et ad id quod vere est sursiim 
reflexus. Quapropter sola philosophi cogitati© merito recuperat alas: 
nam illis semper quantum fieri polest memoria inhaeret, quibus deus 
inhaerens divinus est». Il n. vi accennò anche altre volte. L'anima 
sua, per es. (son. IX, 3-4), aveva già visto, in paradiso, il volto 
della sua donna: 

Quel volto, che già vide in paradiso 
prima eh' inlrasse l'alma in questa vita. 

Ad Elisabetta Gonzaga, duchessa di Urbino (son. CLXXIV, 9-14"), dice: 

Io vo' cantare il tuo sidereo viso; 
che, s'io no' '1 vidi, poi che '1 caldo e '1 gelo 
provai, di lui mi sono altrove aviso : 

quest'anima , da dio creata in cielo , 
rimembra averti visto in paradiso , 
prima ch'entrasse nel corporeo velo. 



INTRODUZIONE CXXI 

separata dal nostro ombroso velo, 

quanto si fa là su vede et intende. 

Ma, poi che per destin qua giù discende, 

e, per necessità d'alcuna stella, 

s'involve ne ie umane e gravi membra, 

di nulla si rimembra. 

Poi, se del suo fattor non è ribella, 

ricovra la memoria 

de l'alta opra del cielo ornata e bella, 

e si ricorda de l'eterna gloria, 

pur com'uom d'una odita o letta istoria i. 

Cosi avvenne anche all'anima del poeta; la quale, 
com'ebbe abbandonati i « mille errori » e il « piacer 
vile », 

... dispregiando la terrena veste,- 

per fuggir di pregion, si messe l'ale; 

e, tenendo per mezzo il suo camino, 

del palazzo divino 

cominciò ricordarsi, e come e quale 

era quello ch'udiva 

in quel sidereo e alto tribunale -. 

E ricordò , tra l'altre cose , che , un giorno , Iddio , con- 
vocati gli «dei nel suo consiglio», disse loro ch'egli 
vedeva a malincuore 1' Italia — la « più bella » , la 
« pili felice e lieta », la « più ferace » terra del mon- 
do ^! — sempre in balìa di principi poco amanti della 
pace. E diceva questo specialmente per quel regno di 
Napoli , 

ove si stan le menti 
quete , senza cercare imperio novo : * 

era per esso ch'implorava la pietà degli dei: 

movavi la pietà: per ch'io mi movot^ 



1 Canz. VI, 16-30. 

2 Vv. 40-43. 

3 Vv. 73-75. 
* Vv. 80-81. 
5 Vs. 82. 



CXXII INTRODUZIONE 

che Napoli gli era stata sempre cara: 

quell'alma citiate, 
ove religìon tanto si onora, 
ove si vede ognora 

più chiaro il sol, che per l'altre centrate : 
ivi, temprando il raggio, 
fa assidua primavera, e dolce estate; 
ivi sempre son fior, non che nel maggio; 
ivi nasce ogni ingegno acuto e saggio ; * 

ivi era vissuta la sirena Partenope e Virgilio; ivi na- 
scon sempre belle ninfe e poeti; ivi gli uomini hanno 
« giudicio grave e sottile»; e le donne, «il cor pu- 
dico » ^ E Iddio concludeva: 

togliasi , dunque , ornai , dal scettro antico , 
ch'abborrente di pace bave l'ingegno; 
e la gotica sterpe prenda il regno '.^ 

A questa uscita inaspettata, gli dei 

restaron murmurando in vario assenso ; 
si come in mezzo l'onde 
si suol sentire il siion del primo vento, 
che di nocchieri il cor fa star sospenso. 
Ma chi può contradire al Padre immenso, 
che con giusta ragion sempre si move?* 

Acconsentirono, poiché non potevan far di meglio; ed 
allora il «sommo Giove», scelte «un bel numero» 
« d'anime piìi nove e più tranquille » , le destina ad in- 
formare i corpi dei re, che, dopo gli Angioini, regne- 



» Vv. 83-90. 
- Vv. 91-102. 
3 Vv. 103-105. 

* Vv. 108-113. La similitudine è presa da Virgilio {JSji. x, 96-99): 
. le nostre nìi. alla canz. 



INTRODUZIONE CXXIII 

ranno sul trono di Napoli: 

Ite a goder il regno che vi spera; ' 

e tu , anima « altera » , 

sarai io primo Alfonso in quella terra , ^ 

e metterai termine alle guerre che la rovinano. E, dopo 
di lui, regnerai 

tu, fortissimo, animoso, 
de l'Aragonia gente eterno onore; 3 

tu che, poco prima di morire, avrai la gloria di vin- 
cere il 

gran nemico mio che il cielo abborre: ^ 

quei Turchi venuti a toglierti il regno. Tu rinnover.ii 
il secol d'oro, tenendo sempre chiuso il tempio di Gia- 
no; benché il « Soldan uoceute e vario» — Innocenzo 
Vili — cerchi di muoverti contro, i baroni angioini; ma 

... un santo e puro , 
e nitido Fontano 

. . . vencerà con la dolce eloquenza 
ogni animo feroce , acerbo e duro ^. 

E, col Fontano, vivranno nella tua corto un Sannaza- 
ro, un Pardo, un Altilio, un Siimnionte, che 

faran, cantando, eterna la tua fama ^. 



' Vs. 126. — Spera è uno spagnolismo, come osservò il Salvini 
(v. la n. a questo vs.) : da espera per 'aspetta'. 

3 Vs. 129. 

' Vv. 137-138. 

« Vs. 146. 

s Vv. 183-186. 

6 Vs. 201. — Anche nella canz. X, diretta al Sannazaro, son ricor- 
dati il Fontano, il Fardo, l'Altiiio, e T istesso Sannazaro glorificanti 
le imprese di Ferrante I e dei figliuoli. 



CXXIV INTRODUZIONE 

Ed al tuo fianco regneranno due donne, 

ambedue caste e belle, arabe leggiadre: ' 

le due mogli tue: Isabella di Chiaromonte e Giovanna 
d'Aragona. Ecco il tuo primogenito, Alfonso, «altro 
Gradivo » : 

mira '1 volto virile", audace e vivo; 
vedi ne l'elmo l'auree diademe, 
terror d'ogni barbarica falange ? ^ 

Egli 

difenderà l'onor del paradiso ; ^ 

ed innanzi al 

suo grave e animoso viso 
vedrà cader la plebe macometa *. 

E quell'altro giovinetto, ereditando il tuo nome ed il 
tuo coraggio ^, sederà, dopo il tuo primogenito, e molto 
presto ®, sul trono tuo. Non vedi lampeggiare sopra la 



1 Vs. 213. 

- Vv. 247-249. 

^ Vs. 261. 

4 Vv. 262-263. 

^ Vs. 275: 

Di nome e di coraggio a te conforme. 

e Dal vs. 272 : 

E nel solio real si presto siede, 

che nella prima ediz. ha si tarda in luogo di si presto, si potrebbe ar- 
gomentare che questa canz. fu scritta sotto il regno d'Alfonso II 
(1494-95); tanto più che nel vs. 139 s'allude alla morte di Ferrante I 
(1494), e nel 279 alla progettata spedizione di Carlo VIII. Il Ch., pub- 
blicando, per la prima volta, questa canz., nel 1506, non badò alla 
cattiva profezia che faceva fare al suo Dio : che Ferrandino salì al 
trono non molto tardi, ma molto i^resfo: a ventisei anni! 



INTRODUZIONE CXXV 

sua testa una cometa? Essa predice a voi vittoria, ed 

a la francese indomita barbarie , * 

venuta a spogliarvi del regno, sterminio e malanni. 
Qui Iddio tace: i Fati e 

.... le prospere Fortune 
fur d'un voler comune : ^ 

tutti gli dei acconsentono e applaudiscono, 

sì come usar si suol nei gran senati, 
che, parlando chi solo il poder bave, 
il minor volgo applaude inseme e pavé '. 

Allora Iddio, per la porta di « bel cristallo »: la « più 
chiara e luminosa» delle due, che sono in paradiso*, 

uscir fé' quella schiera alta e famosa ^. 

Evidentemente, e per l'idea generale e per alcuni 
particolari, il Chariteo si servì di due celebri episodii 
virgiliani: nel I ùeìV^neis, Giove predice a Venere i 
futuri destini di Roma e quelli della gente Giulia; e, 
nel VI, Anchise mostra ad Enea, nella sede de' beati, 
le anime dei loro nepoti, che saranno la gloria di Ro- 
ma °. L'intento dei due poeti è ristesse: Virgilio vuol 
mostrare che la famiglia Giulia è a capo dell'impero 
romano per volere di Giove; ed il nostro che, anche 
per volere di Dio , gli Aragonesi regnano su Napoli. Ed 



1 Vs. 279. 

2 Vv. 294-295. 

3 Vv. 298-300. 

< Da Virgilio, JSn. vi, 893 sgg. 

5 Vs. 309. 

6 Quest'episodio virgiliano fu imitato in parte anche dall'ARiosTO, 
nella rassegna delle ombre dei principi estensi {Ori. fur., u, 24 sgg.). 



CXXVI INTRODUZIONE 

è lo stesso anche il mezzo: i due poeti fanno preesi- 
stere, in un mondo di là, le anime illustri di queste 
due famiglie. Né il metter Napoli a livello della Eoma 
d'Augusto sembri una esagerazione del nostro: che tutti 
gli umanisti ed i poeti del rinascimento concepivano le 
corti , cui appartenevano , ad immagine e somiglianza 
di quella d'Augusto: da ognuna di esse, per piccola 
che si fosse, poteva sorgere, col tempo, un nuovo impero 
di Cesari. E tale, nella canzone del nostro, appare an- 
che la corte napoletana: Ferrante I è l'Augusto; le 
due sue mogli, le Livie; i figliuoli ed i nepoti, i Tibe- 
rii Neroni, i Drusi, i Marcelli, i Germanici; il Fon- 
tano, il Sannazaro, l'Altilio, il Summonte, il Fardo, — 
ed anche il Chariteo, benché egli, troppo modesta- 
mente, non si nomini, — i Virgilii ', gli Orazii, i Pro- 
perzii, gli Ovidii. 

In quanto ai particolari, poi, ciò che Iddio dice al- 
l'anima di Alfonso il Magnanimo: 

E tu , che prima ti dimostri altera, 
e sei per sorte prossima a la luce, 
sarai lo primo Alfonso in quella terra; ^ 

è proprio quello che Anchise dice del Silvio virgiliano: 

Ille, vides, pura iuvenis qui nilitur basta, 
proxima sorte tenet lucis loca, primus ad auras 
aetherias Italo commixtus sanguine surget, 
Silvius 3. 

E, così, ciò che il nostro dice di Ferrante I: 

Tu sei quel ch'ode spesso 
Partenope, che dèi scender volando, 
adornato de palma, oliva e lauro; 
tu sei quel gran Ferrando , 



^ Infatti nel vs. 197 il Puntano è detto «questo altro Vergilio». 

* Vv. 127-129. 

3 ^n. VI, 760-763. 



INTRODUZIONK CXXVII 

ila noi tante fiate a lei promesso , 
per dare al suo valor presto ristauro. 
Per te dèe rinovare un secol d'auro ; * 

è lo stesso di quello che Virgilio dice d'Augusto: 

Ilic vir , hic est , tibi qnem promitti saepins audis , 
Augustus Caesar , divi genus , aurea condet 
saecula qui rursus Latio regnata per arva 
Saturno quondam '. 

E quando il nostro, parlando di Alfonso TI, scriveva: 

Mira '1 volto virile, audace e vivo 
vedi ne l'elmo l'auree diademe , 
terror d'ogni barbarica falange . . . 
Poi con l'opima spoglia, 
intrando ovante ne la patria lieta 
e ringraziando i dei ... , 
carco d'onor , d'exuvie e di trofei ; ^ 

aveva presente il Eomolo ed il Marcello virgiliano: 

... A^iilen ut geminae stant vertice cristae?... 
Aspice, ut insignis spoliis Marcellus opimis 
ingreditur victorque viros super eminet orauis *. 

E Ferraudiuo, di cui Dio dice a Ferrante 1, clie: 

sai'à quel caro erede 

di nome e di coraggio a te conforme , 

e de la vita candida e modesta . . . 

D'animo più viril la casa vostra 

non fia mai che si vante : 

questo in battaglia e in palestra e giostra . . . 

sempre si mostrarà forte e constante;^ 



* Vv. 151-157. 

2 Vv. 791-794. 

3 Vv. 247-249, 265-267, 270. 

4 Vv. 779, 855-856. 

5 Vv. 274-276, 281-285 



CXXVIII INTRODUZIONE 

è ritratto sul Silvio-Enea, e sull'altro Marcello, il fiiglio 
di Ottavia, del poeta latino: 

... et qui te nomine reddet 
Silvius Aeneas, pariter pietate vel armis 
egregius... Non illi se quisquam inpune tulisset 
obvius armato, seu ciim pedes iret in hostem 
seu spuraantis equi foderet calcaribus armos *. 

Tutta in lode di quest'intrepido giovinetto è scritta la 
canz, VII; e, quantunque estremamente superlative, 
le lodi non son però esagerate. Chi non ha letto, nelle 
cronache contemporanee, quali e quante cose operasse 
Ferrandiuo in soli ventisett'anni che visse? — Secondo 
il poeta, egli cerca di superar la fama degli avi suoi 
Alfonso e Ferrante; sa, così giovine, 

. . . affrenar l'indomita insolenza 
de r inconstante volgo e inquieto; ' 



e vincere, 



.... con soave, alta, eloquenza, 
ogni animo crudel [ùen di durezza: ^ 



e, insomma, 

de l'intrepido cor simile al padre, 
d'umanità a la madre *. 

Conosce tutte le arti guerresche: regge 

.... l'aspro, indomito destriero 
col freno, o con li sproni, in pugna o giostra;^ 



1 Vv. 768-770, 879-SSi. 
9 Vv. 5S-59. 

3 Vv. 60-61. 

* Vv. 67-68. — Alfonso, duca di Calabria, e Ippolita Maria Sforza 

* Vv. 78-79. 



INTRODUZIONE CXXIX 

c possiede lo tre virtù regie: fedo, costanza, liberalità: 

rado vedute in questa nostra etade *. 

Educato alla scuola dell' Altilio e del Parrasio, è an- 
che poeta e dotto. Iq un giovinetto tante virtù, — c- 
sclama il poeta: — 

or che dal mondo son tutte sbandite! ^ 

Ma anche qui il Chariteo è ricorso alla sua fonte 
classica: nella quarta, quinta e sesta stanza di questa 
canzone egli parafrasa o traduce molti brani del Panc- 
gyricus 3IessaUae, la più giovanile opera di Tibullo ^ 
Eccone un esempio: 

Benché di tuoi maggiori i celebri atti 
sonan con chiara tromba in ogni parte, 
tu de la gloria lor non ti contenti; 
ma, con favor di Pallade e di Marte, 
contendi superar la fama e' fatti 
de le passate vostre antique genti *. 

Di Messala il poeta latino aveva detto: 

Nam quamquam antiquae gentis superant tibi laudes, 
non tua maiorum contentasi gloria fama , 
uec quaeris quid quaque index sub imagine dicat, 
sed generis priscos contendis vincere honores, 
quam tibi maiores maius decus ipse futuris . . . 

Nam seu diversi fremat inconstantia vulgi, 
non alius sedare queat: seu iudicis ira 
sit placanda, tuis poterli mitescere verbis ^. 



« Vs. 92. 

» Vs. 122. 

3 Nel IV libro dei Caì'mina di Tibullo (ediz. cit. del MùUer, Li- 
psia, 1874.): Incerti atictoris panegyricus Messaline. — V. W. S. Teuf- 
FEL, Hist. de la littèr, rom.., trad. frane, Parigi, i88o, voi. II, p. 74. 

* Vv. 43-48; ed aggiungi i vv. 58-62 cil. più sopra. 

5 Vv. 28-32, 45-47. E cfr. anche i vv. 55-56, 71-76, 77-79 del n. 
con i 39-40, 82-88, 91-94 del Panegyricvs. 

XVII 



CXXX INTRODUZIONE 

Ma eccessiva Delle lodi sembra a me, invece, l'altra 
canzone, la XVI, per l'esaltazione di Alfonso II al tro- 
no ' ; esaltazione, che, — secondo il poeta — 

in espotlazi'one lia posto il monJo 2. 

11 truce duca di Calabria, diventa 

eroe grande in fama, in arme ingente, 
fautor sol, anzi autor, d'ogni vertute,... 
sola difension di gente afflitta,... 
e non di fero cor ne le vittorie! ^ 

Il Chariteo vuole , poi , che 

letizia, plauso e riso 

si celebre, ch"or tene il regno ausonio 

un principe, anzi un dio, tra gli altri umani, 

ch'Italia liberò da Turchi immani: 

Idrunto, Europa e '1 mondo è testimonio: 

come costui, intrepido, animoso 

vinse del cielo gli nemici rei; 

poi venne glorioso 

carco d'onor, d'esuvie e di trofei! * 

Su per giù, r istesso che aveva detto di lui nella cauz. 
VI, e che ripeterà, sempre che gli tocchi di parlare del 
duca di Calabria ^ o di Alfonso II: l'impresa d'Otranto: 



' La cerimonia dell'investitura e dell'incoronazione di Alfonso II fu 
celebrata con gran pompa e con gran lusso: v. J. Burchard, Bia- 
rium sive rer. urhan. comment. (1483-1506), ediz. L. Thuasne, 
Parigi, 1883-85; voi. II, pp. 108 sgg.; Sanudo, Spediz., pp. 36-40; Sum- 
MONTE, Hist. di Nap., voi. Ili, pp. 482-495; e VArch. stor. nnp. , XIV, 
pp. 140 sgg. 

» Vs. 18. 

3 Vv. 2-3, 25, 28. 

* Vv. 52-60. 

* La ricordò, infatti, oltre che nella canz. VI (256 sgg.) ed in que- 
sta che esaminiamo (vv. 55-60), nei sonn. XCII, 12-13, XCIX, 2-4; 
nelle canzz. IX, 14-15, X, 61-63, nella Metham. Ili, 139-140, e nella 
Pascha, V, 140-141. 



INTRODUZIONE CXXXI 

il solo fatto d'arme che rese tanto popolare quello che 
i cronisti chiamarono «il dio della carne» '; ma tutti 
sanno che se la morte di Maometto II non veniva a 
metter dissensioni tra Bajazet ed il fratello Gem, i Tur- 
chi non avrebbero abbandonato così facilmente l'Italia, 
e chi sa quale sarebbe stata la sorte del regno di Na- 
poli, per non dir dell'Italia -! Tutta l'Europa aveva 
allora tremato con Ferrante I ^; e la grandezza istessa 
della paura, svanita che fu, esagerò la gioia ed il me- 
rito di Alfonso; il quale in questa impresa fu non poco 
aiutato da' suoi generali; il conte Giulio Antonio Acqua- 
viva, suo luogotenente, che vi ])erdette la vita ''; Iiiico 
d'Avalos, che détte consigli non stolti ^; Galeazzo Ca- 
racciolo, ammiraglio della flotta napoletana, che fu il pri- 
mo ad inalberar la bandiera aragonese sulle mura di 
Otranto " ; e tanti altri prodi, il cui nome fu taciuto 



1 La celebrò anche il Bojardo nell'egloga ii {Poesie, ediz. G. lì 
Venturi, Modena, 1820). Anche nell'egi. i e nella ix, di Alfonso: in 
quest'ultima Orfeo canta u il panegirico del duca di Calabria». 

' Cipolla, Stor. delle sign. ital., Milano, 1881, p, 607. 

3 Un contemporaneo (presso C. Foucard, Otranto nel 1480 e nel 
1481, in Arcìi. stor. nap., VI, p. 82) scrive il 2 d'agosto deir8o: 
« In questo istante tornoe el S. Re che era andato a li paludi. Noi 
vidi mai de cossi trista ciera, né cossi melenconico ». E altrove (p. 83): 
che il Turco « afìfana assai» Ferrante I; il quale stava continuamente 
chiuso a consiglio « col conte di Mattalon — Diomede Carafa — et l) 
Secretario — il De Petruciis — ». «Alcuni già temono del stare ne li 
borgi de Napoli , — continuano le testimonianze dei contemporanei 
(p. 81), — perchè se dice che questi turchi cavalcano 300 miglia». 

* A. DE Ferrarus [?], Successi dell' artyiata turchesca nella città 
d'Otranto nella. MCCCCLXXX, scritti in liìigua lat., e trad.per 
l'ab. G. M. Marziano, Lecce, 1871 {Culi, di scrit. di Terra d'Otr.. 
voi. xviii), pp. 131, 159. Quest'opera è forse falsificazione del tradut- 
tore. Quella latina del Galateo è perduta (.l?-c/i. stor. nap., II, p. 11). 
Il n. ricorda il conte Giulio nella Pascha, VI, 100-102. 

5 V. i Successi c'iL, pp. 129, 155, 171, e a p. 169, ove è detto: « Era l'au- 
torità del Davalos grandissima, e non solo presso Alfonso, ma in tutta 
Italia, onde per questo il giovine Alfonso, raffrenando ogni impeto ». 

•j Albino, De gestis regiim neapol, qui extant libri IV, Napoli , 



CXXXri INTRODUZIONE 

con arte dagli scrittori cortigiani; perché la gloria del 
generale risaltasse sempre più grande. 

E ritorniamo alla canzone, poiché il poeta non ba 
ancora esaurito il suo arsenale di lodi e di esagera- 
zioni. A un certo punto esclama: 

chi non ritenerassi intro le porte, 
vedendo un re, degnissimo d'imperio, 
regnar nel regno esperio? * 

Ma, a farlo apposta, quando questo re Sacripante salì 
al trono, nessuno si chiuse in casa, nessuno scappò: 
chi scappò, invece, fu lui; e quando l'esercito di Car- 
lo Vili non aveva neppur messo il piede sul napoletano: 
« car — dice il Commines — jamais homme cruel ne fat 
hardy, et ainsi se voit par toutes Histoires, et ainsi se 
desespera Neron, et plusieurs autres» ^. 

E dovette avere pur molta fama ai tempi del poeta, 
come tuttora fra i critici, la canz. XVII, diretta a Lo- 
dovico il Moro ed a quei principi italiani ancora in- 
decisi se unirsi a Carlo Vili, che allora stava per ca- 
lare in Italia, o se collegarsi, tutti insieme, attorno al 
papa e ad Alfonso IL Scopo delia canzone era questo: 
mostrare ai principi italiani quanto sarebbe tornato piìi 
a vantaggio loro l'unione di tutti essi contro lo stra- 
niero: divisi, sarebbero stati spogliati, l'uu dopo l'al- 
tro, dei loro stati. — Fu creduto generalmente, questo 
del Chariteo, il nobile grido di un animo ardente d'a- 
mor di patria, un grido di all'armi/ ,nYo\io agi' Ita- 



Cacchio, 1589, p. 59. Ed il Chariteo nella canz. IX, diretta al Ca- 
racciolo, amicissimo suo (13-15): 

Se tu ponesti l'alma e sacra insegna 
sovra '1 muro idrontin, quando '1 gran Duca 
agi' infedeli die' l'aspra battaglia. 

Sul Caracciolo v. anche i Successi cit., pp. 156, 163, 171, 177 ecc. 
1 Vv. 68-70. 
' Mémoires , Londra-Parigi, 1747; voi. I, p. 468. 



INTRODUZIONE CXXXIII 

liani contro il francese invasore '. Ma quel grido era 
di uno spagnuolo; e se egli, poeta cortigiano, in un mo- 
mento di ]}oeiico furore ^ , dimenticò ch'eran anch'essi 
invasori, sebben più pacifici, i suoi padroni aragonesi, 
noi ricorderemo solo che uè Ferrante I, uè, tanto meno, 
il suo primogenito eran tali da poter divenir mai cam- 
pioni dell'indipendenza italiana, minacciata dagli stra- 
nieri ^ 

Quel grido non usciva veramente dal petto del poeta : 
era un eco molto forte della paura che aveva invaso 
i suoi re, all'annunzio della prossima calata dei Fran- 
cesi dalle Alpi. E, giustamente, quella valanga andava 
a rovesciarsi sul regno di Alfonso li: era stato lui, 
che, forse prima d'ogni altro, l'aveva smossa. — Or, 
proprio per consiglio suo, io credo che fu scritta dal 
Chariteo questa canzone. Alfonso II, già fin da quando 
era semplicemente duca di Calabria, si era inimicati 
quasi tutt'i principi italiani, e, specialmente, Lodovico 
il Moro: al quale andava minacciando continuamente di 
voler togliere lo stato, perché usurpato alla figliuola sua, 
Isabella. Se non che, appena salito al trono, sicuro che 
egli sarebbe stato abbandonato da tutti , non appena 
Carlo YIII avesse messo il piede sulla terra italiana, 
«si rivolse al Moro con una lettera ispirata a senti- 
menti di conciliazione, e n'ebbe in risposta un'altra e- 



1 II D'Ancona, Secent., pp. 179-1S0: «Non molti Italiani nella in- 
fausta discesa (li Carlo Vili trovarono accenti simili a quelli, onde 
questo poeta spagnolo confortava alla pace e alla concordia della vo- 
lontà e delle forze ». Ed il Carducci, La gioventù di L. Ariosto e 
le sue poes. lat., Bologna, 1881, pp. S3-84: «Al calar degli stranieri 
dalle Alpi, il Canteo mandava da Napoli queste nobili voci»; e qui 
riferisce i vv. 1-9 e 13-15 della prima stanza di questa canz. Cfr. an- 
che: V. Rossi, Poesie star, sulla sped. di Carlo Vili, Venezia, 1S87, 
pp. 14-15; Luzio-Renier, F. Gonzaga alla batt. di Fomovo, Firenze, 
1890, p. 35, ed altri. 

2 Son. XII, 5. 

3 Cfr. Delaborde, Op. cit., p. 303, 



CXXXIV INTRODUZIONE 

giialmente benigna. A Milano il Moro invitava intorno 
a sé gli oratori dei vari Stati; dicendo di voler consi- 
gliarsi con essi intorno al modo di provvedere alla pace 
d'Italia che con suo rammarico da diciotto mesi egli 
vedeva iutia squarciata» '. Fa durante questa ben si- 
mulata titubanza dello Sforza ^, la quale non si pro- 
lungò oltre i primi di giuguo del 94 ^, che il Cha- 
riteo dovette comporre la sua canzone ed inviarla, tra 
'l Pado e l'Alpe , a 

.. . quel disdegnoso duca altero, 

che di pace e di guerra in man le habene, 

— così il ciel vole! — or tene*. 

Digli, — soggiungeva il poeta alla canzone: — 

digli che voglia ornai vedere il vero, 

e svegliar quel santissimo penserò 

di publica salute: 

che , per moderna e per antiqua istoria , 

s'acquista per vertute, 

e non per signoria, la vera gloria! '' 

Povero illuso! — Quello che non avevan potuto otte- 
nere gli ambasciatori napoletani a Milano, credeva di 



* Cipolla , Op, cit. , pp. 686-687 ì che rimanda al De Cherrier ' 
Hist. de Charles Vili 2, I , p. 382. 

2 Delaborde, Op. eie., p. 368: «Le langage qtie tenait alors Lu- 
dovic était d'ailleurs bien fait pour exciter les esperances du roi de 
Naples ». 

3 Delaborde, Op. cit., p. 369. In quei giorni la rottura era com- 
pleta: gli ambasciatori napoletani eran partiti da Milano, i milanesi 
da Napoli: le rendite del ducato di Bari erano state" sequestrate. — 
Nelle nn. alla canz. ho detto invece che essa era stata forse scritta 
nel mese seguente, quando l'avanguardia di Carlo Vili aveva già pas- 
sata le Alpi (9 luglio), per l'accenno che il n. fa al Monginevra 
(vv. 49 sgg.). Se non che la via, che dovevan prendere i Francesi, 
poteva ben esser conosciuta un mese prima. 

^ Vv. 1 14-1 16. 
5 Vv. 117-122. 



INTUODUZIONR CXXKV 

poterlo ottener lui, il poeta, cou dei versi! Lodovico 
il Moro, che fu anche buon protettor di letterati ', al 
ricevere questa canzone dovette sorridere non poco: 
fino allora egli aveva sempre ascoltato dei poeti can- 
tar per lui su l'unica corda delle lodi; or gliene capi- 
tava uno dinanzi, che osava dare degli ammonimenti! 

E che tutto quell'entusiasmo che appare nella can- 
zone, non sia veramente sentito, lo prova il fatto che 
nessun componimento del nostro è così poco origina- 
le , come questo. Avuto il tema da svolgere in una so- 
lenne canzone italiana, egli si mette subito in cerca di 
abbaglianti luoghi comuni, coi quali rimpolperà otto 
stanze di sedici versi, endecasillabi e settenarii: forma 
metrica ch'ei prende, con l'intonazione generale e non 
pochi particolari, e versi e frasi, dalla celebre canzone 
petrarchesca ai principi italiani , contro le milizie mer- 
cenarie ■". Lucano, poi, con la sua imprecazione con- 
tro le discordie civili, prodotte dall'ambizione di Ce- 
sare e di Pompeo, dà alla canzone quel magnifico pre- 
ludio, che fu scambiato per un inno d'amor patrio; ed 
il finale classico, Tibullo, con la maledizione alle armi 
e la pia invocazione della pace campestre. 

Ecco Lucano: 

Quale odio, qnal furor, qual ira immane, 
quai pianete maligni 
han vostre voglie unite, or si divise? 
Qual crudeltà vi move, o spirti insigni, 
o anime italiane, 

a dare il latin sangue a genti invise? 
cupidi mortali, 

s'ardente onor vi cliiama ad alte imprese, 
ite a spogliar quel sacro, almo paese 



' V. Lozio Renier , Relaz. di Isab. d'Este Gonzaga con Lndov. 
p B»atric.e Sforza, Milano, 1890, pp. 23-24. 

'C'è una piccola differenza nel metro: il dodicesimo vs. di ogni 
stanza nel Petrarca è quinario , nel n. settenario. — Per le minute i- 
raitaz. petrarchesche v. le nostre nn. alla canz. 



CXXXVI INTRODUZIONE 

di Cristian trofei ; 

e tu , santa , immortai , Saturnia terra , 

madre d'uomini e dei , 

nei barbari converti or l' impia guerra. 

mal concordi ingegni , o da' prim'anni 
e da le prime cune 
abborrenti da dolce e lieta pace!: 
perché correte in un voler comune 
a li comuni danni , 
et in comune colpa il mal vi spiarfe? 
Perché non vi dispiace 
tinger nel proprio sangue or vostre spade? 
Fu questo dato già dal fato eterno, 
quando 'I sangue fraterno 
tinse '1 muro di quella alma cittade 
con quella fera invidia e impietade ? * 

Quis furor, o cives!, quae tanta licentia ferri? 
gentibus invisis Latiura praehere cruorem? 
quumque superba foret Babylon spoliauda tropaeis 

Ausoniis 

Tunc , si tantus amor belli tibi , Roma , nefandi , 
totum sub Latias leges cum miseris orbem, 

in te verte manus 

male concordes , nimiaque cupidine caeci , 
quid miscere juvat vires , orbemque tenere 

in medio ? Nec gentibus uUis 

credite ; nec longe fatorum exempla petantur : 
fraterno primi maduerunt sanguine muri 2. 

Il Chariteo tradusse quasi sempre con ristesse parole 
di Lucano; sostituì solo alla impresa di Babilonia, consi- 
gliata ai Komani dal poeta latino, la petrarchesca cro- 
ciata pel sepolcro di Cristo ■*; senza badare se fosse mol- 
to opportuno di parlare agl'Italiani della Terrasanta, 



* Vv. 1-6, 10-28. 

2 Pharsalia , ediz. Lemaire, Parigi, 1830-32, lib. 1, vv. 8-1 1, 21-23, 
87-89, 93-95. — Nelle nn. alla canz. , per dimenticanza, non riferii i vv. 
di Lucano. 

3 Trionfo della divin., n, 142-14.4. — Della canz. petrarchesca cit. 
imitò anche i vv. 33-41 nei suoi 55-60 e 76-78. Nei vv. 61-64 traduce 
da Orazio {Od. I, ut, 37-40): v. le nn. nella nostra ediz. 



INTRODUZIONE CXXXVII 

mentre Carlo Vili correva per la loro patria, baciando 
le lor donne e devastando i loro poderi. 
Ma ecco Tibullo: 

Beu fu senza pietà quel ferreo petto, 
quell'auimo feroce , 

che fu inveutor del ferro , orrendo e forte. 
D'allora incominciò la pugna atroce 
la venenosa Aletto ; 
e di più breve via per Timpia morte 
aperse l'atre porte ; 

ma non fu in tutto colpa di quel primo : 
che ciò, che lui trovò col bel sapere 
in contro a l'aspre fere , 
noi ne li nostri danni or convertimo. 

Questo adiven 

di fame di tesoro : 

che pria che fusse l'oro , 

non era il ferro a l'uom tanto nocivo ! 

Ahi , pace ! , ahi , ben ! , de' buon si desiato ! , 
alma pace e tranquilla , . . . 
mostra il viso giocondo , 
e con la spica e i dolci frutti in seno ' . . . 

Quis fuit , horrendos primus qui protulit enses ? 

Quam ferus et vere ferreus ille fuit ! 
Tum caedes hominum generi , tum proelia nata , 

tum brevior dirae mortis aperta viast. 
A nihil ille miser meruit! nos ad mala nostra 

vertimus, in saevas quod dedit ille feras. 
Divitis hoc vitiumst auri; nec bella fuerunt, 

faginus adstabat cum scyphus ante dapes . . . 
Interea Pax arva colat. Pax candida primum . . . 
At nobis, Pax alma, veni spicamque tenete, 

perfluat et pomis candidus ante sinus 2. 



1 Vv. Si-93, 95-98, 103-104. — Nei vv. 99-102 imita l'inno del Pe- 
trarca {Rime, ediz. Carducci, xvi, 33-41) alla 

Libertà, dolce e desiato bene. 

• I, X, 1-8, 45, 67-68. 



CXXXVIII INTRODUZIONE 

Dei sonetti, poi, il XCIX è diretto a Ferrante I, vin- 
citore «d'invitte genti». Ed in esso si accenna anche al- 
l'agguato teso a quel re, durante la guerra per la prima 
congiura de' Baroni, da Marino Marzano e da due suoi 
cavalieri, e, felicemente superato da lui, ed eccessi- 
vamente celebrato, in verso ed in prosa, da tutti gli 
scrittori aragonesi , dal Del Tuppo al Sannazaro; ed im- 
mortalato nei bronzi e nelle pareti di Castelnuovo e 
di Poggio Eeale ', 

E forse alla seconda congiura dei Baroni o alla mi- 
nacciata spedizione dei Francesi contro il Eegno allude 
il son. CU; in cui o gli uni o gli altri son parago- 
nati alla scimmia, che, nata «dal seme» dei giganti, 
atterrati da Giove e da Marte, 

i superi beffeggia, 
imitando i paterni impii costumi ". 

« Non ò » , esclama il poeta , 

non è dunque miracol, che si veggia 
un bruto animaletto ancor far guerra, 
col fero volto, a li celesti lumi 3. 

Nel son. XCI, Alfonso, duca di Calabria, appare 

quel, ch'oggi è sol d'imperio degno, 
a gii altri altero, ai suoi soggetti umano; 
quel che, pace tenendo e guerra in mano, 
tranquillo e secur serba il patrio regno *. 



' V. la nostra n. ai vv. 5-8 di quel son., ed aggiungi, agii scrit- 
tori ivi ricordati, il Del Tuppo, nella Confìrmatio hìstorialis della 
fav. LXiv del suo Esopo (ediz. principe napoh del 1485). Cfr. anche il 
SuMMONTE, Hist. di Nap. , voi. Ili, p. 280, e il D'Engenio, Napoli 
sacra, Napoli, 1624, pp. 478-479. 

' Vv. lo-ii. Anche Ovidio, Metam. i, 161, — da cui il nostro de- 
rivò il suo son.: v. le nn., — chiama la stirpe nata da' Giganti: Con- 
teìtiptrix sifperum. 

3 Vv. 12-14. 

* Vv. 5-8.— Questo son. fu scritto tra il 1482 e 1' 84 : v. le nn. ad esso. 



INTRODUZIONE CXXXIX 

E per invitarlo a ritornare presto in Napoli, dopo che 
n'era stato lontano due anni, come capitan generale 
della lega contro i Veneziani (1482-84), fu scritto il 
son. XCII; traduzione quasi letterale dell'ode v del li- 
bro IV di Orazio, composta anch'essa per il desiderato 
ritorno di Augusto a Koma: 

Divis orle bonis, optime Romulae 
ciistos gentis, abes iam niiuium diu; 
maturum redituni pollicitus palruiii 

sancto concilio redi. 
Lucem redde tuae , dus bone , patriae : 
instar veris enim vollus ubi tuus 
adfulsit populo, gratior it dies 

et soles melius nitent, . . . 
Tutus bos etenira rura perambulat, . . . 
pacatum voiitant per mare navitae '. 

Alfonso, de la patria e padre e dio, 
del regno avito inespugnabil muro, 
deh, ritorna, ti priego ; e sia maturo 
il tuo venir, com' è '1 nostro desio I 

dolce onor, dolce presidio mio, 
rendine il lume tuo sereno e puro ; 
che lo splendor del sol ne pare oscuro 
senza '1 tuo volto uman, benegno e pio. 

Per te la greggia mena in ogni prato, 
senza sospetto, il timido pastore ; 
per te , novo Pompeio , è '1 mar pacato ^. 

Del suo «signore» ^ Ferrandiuo, principe di Capua, 
duca di Calabria, re, parlano, invece, quasi tutti gli 
altri sonetti politici. Nel III il poeta dico che, finché 
ci sarà lui , • 

nullo avversario teme 

questo d' Italia bella il più bel regno * ; 



* Vv. 1-8, 17, 19. 

2 Vv. i-ii. 

3 Cosi lo chiama nei sonn. XCI , 4, CXLVIII, 4, e nel Prol. II {_Ap- 
pendtce, p. 462). 

* Vv. 7-8. 



CXL INTRODUZIONE 

e nel LXXXV: che cosa maggiore di Ini, 

onde si glorie, Italia oggi non bave! * 

I sonn. CXIV e CXLVIII son diretti alla corte ro- 
mana, perché essa, nella lotta con Carlo Vili, si uni- 
sca agli Aragonesi e affidi la difesa della Chiesa al 
braccio di Ferrandiuo, che, tornando dalla mal riu- 
scita impresa di Komagna-, ed entrato in Roma, a- 
spettava la decisione dei cardinali. — Nel primo di essi, 
il poeta si rivolge ad Alessandro VI: 

Dunque tu, santo principe romano, 
se vói domare il barbaro l'urore, 
pon l'arme in man di questo altro Affricnno ^ : 

e nell'altro, al cardinale Ascanio Sforza * ed ai suoi 
colleghi : 



1 Vs. 4. 

2 Vv. 12-14. 

3 Quest'istessa impresa di Romagna —ideata già da Ferrante I, poco 
prima di morire, e con cui quell'energico vecchio voleva tentare un 
colpo di mano, occupando la Romagna e gli stati pontifici, costrin- 
gendo il papa all'alleanza aragonese, e di là venendo in Lombardia, 
per deporre lo Sforza, con l'aiuto di Firenze (Delaborde, Op. cit., 
p. 303) — è ricordata anche nella canz. XIX, diretta ad Alfonso d'A- 
valos (vv. 22-24, 64-65): 

quello intrepido ardimento 

del tuo duca, pensier sol de gli dei; 
d'Italia universal muro constante... 
al fulminar del qual l'alpe tremende 
treman con paventoso e freddo orrore. 

« Vv. 3-4: 

veramente 

non zio del mio signor, ma proprio padre; 

Lo Sforza era suo zio, perché fratello d'Ippolita Maria, madre di Fer- 
randino. 



INTRODUZIONE CXLI 

Deponete il pensier tetro et acerbo, 
che dal cielo è disceso altro Camillo, 
che domarà de' Galli il re superbo. 

Voi lo vedrete a tempo più tranquillo 
recuperar non sol Siitri e Viterbo, 
ma spenger ultra l'Alpe il suo vessillo! ' 

E COSÌ nel son. CLIII ci ricomparisce davanti Fer^ 
rante II, che riconquista il suo regno; e, mentre, 

tra Galli e Cimbri il suo destrier regira, 
quel volgo inconsuèto il volto ammira, 
invidiando al suo chiaro valore ^. 

Ed il poeta: 

confessa, o turba iniqua, il proprio errore, 
che, se costui com"uom vivendo spira, 
egli è pur dio, che con giustissim' ira 
ha posto a terra il barbaro furore ; ^ 

e ricorda: 

che contra un dio non ponno arme mortali *. 

"Ma nel son. seguente , il valoroso giovane è già mor- 
to. Il poeta vorrebbe: 

rimembrar con alto, ornato carme 

del mio aragonio sol, chiaro e sublime, 
il regno, li trofei , le spoglia opime, 
recuperate con giustissime arme : 

potessi almen formare un flebii canto 
d'assenza e morte ; ond' io da gli occhi verso 
onde d'eterno e miserabil pianto I ; 5 



' Vv. 9-14. 
'^ Vy. 2-4. 

3 Vv. 5-8. 

4 VS. 14. 

s Son. CLIV, 5-11. 



CXLII INTRODUZIONE 

ma la lontananza della sua donna, la morte del suo 
re lo hanno «sommerso in un mare di lagrime»! 

Dal CLX in poi sino al CCXIV, una serie di più di cin- 
quanta sonetti, tutti d'argomento storico, chiudon VEn- 
dimione. È una galleria di ritratti di uomini di stato, 
di giureconsulti, di poeti, di letterati, di capitani e di 
ammiragli: tutti illustri personaggi che s'incontrano 
nella storia del regno di Napoli degli ultimi decenni 
del quattrocento e dei primi del cinquecento; o nella 
corte di Ferrante I e dei suoi figli e nepoti, o nelle 
guerre contro i Baroni, e contro Carlo Vili e Lui- 
gi XII. — Ad Andrea di Capua, duca di Termoli , conte 
di Campobasso e di Montagatio, capitan d'armi e con- 
siglier di Ferdinando il Cattolico, e caro a Ferrante II, 
cui.il fratello Giovanni avea salvata la vita nella bat- 
taglia di Seminara, i sonn. CLVII e CLXI '. A Lelio 
Gentile, di Capua, anch' egli uomo d'arme, cui il poe- 
ta, alludendo certamente al Laelius sire de amicitia di 
Cicerone, confessa di non saper dare 

maggior dono 
che '1 nome antiquo suo , nome di fede ; ^ 

il CLX Vili; a Giovan Vincenzo Carafa, il celebre mar- 
chese di Montesarchio , che finì poi tanto miseramente, 
il CLXXVIII; nel quale ricorda che aveva salvato, 
anche lui , Ferrandino, in una battaglia combattuta in 
Calabria, contro i Francesi: 

un re, degli altri il più eccellente, 
nei Bruzii campi , in quel fero bisbiglio, 
sustineudo il furor de V impio giglio, 
servasti ^. 

1 Per A. di Capua e per tutti gli altri personaggi ricordati qui ap- 
presso, V. le nostre n)i. ai relativi sonn. 

2 Sonn. CLXVIII, lo-ii. 

3 "Vv. 5-8; e con quasi le stesse parole nella Pascha VI, 63-64. 



INTRODUZIONE CXLIII 

A Pier Giovanni Spinelli, a Ferrando Monaco e a Ga- 
spare Toraldo ricorda i bei giorni del ritorno di Fer- 
randino a Napoli e le scaramucce contro i Francesi per 
le vie della città. Allo Spinelli dice : 

(li ferro armato e di pietoso sdegno 
ti vidi , per servar la fede antica 
quando al re suo rendio Napol il regno ; ' 

agli altri due: 

tu con la lancia in mano , et io , togato , ' 
fummo ossequenti ai re , pien di valore . . . 
Fuvi quel de'Toraldi aureo splendore : 
Gaspar, di ferro e di coraggio armato ^. 

A Fra Simonetto di Sangro, cavaliere gerosolimitano, 
« ospizio di vertute » , rammenta che se 

Marte pli die' coraggio, ed ardimento 
ad atti e opre grandi e strenue, e digne 
di pregio e guidardon ; ... le maligne 
sorti gettaro ogni speranza al vento *. 

Di Bernardo Villamarino, catalano, conte di Capaccio, 
grand'ammiraglio, e, per poco tempo, anclief viceré di 
Ferdinando il Cattolico, il nostro canterà e 

. . . i navali trofei 

rapti dal Turco, a cui fu lo fuggire 
vita, per l'adriana onda sonante ; 



* Son. CLV, 12-14. 

2 Come primo segretario del re, come sommo magistrato (v. son. 
CLXXI, 9); ma il Caballero, p. 12, fondandosi sul togato, dice che 
la professione del n. a fu la legale e per conseguenza i suoi impieghi 
nella Giudicatura»; e si meraviglia di non trovare il suo nome tra 
gì' « innumerabili Togati che nomina l'erudito Toppi {De Origin. Tri- 
bun.)^). Gli rispose il Tafuri, Op. cit., p. xvni, n. 9. 

3 Son. coni, vv. 3-6. 

* Son. CXCI, 5-8. 



CXLIV INTIIODUZIONK 

ed 

ancor quella murai corona 

c'avesti in Regio, iu quella pugna stretta, 
sotto li sacri auspicii d'Aragona ; 

e quella troppo audace, impia saetta, 
che nel tuo braccio e 'n cielo ancor risona , 
e ti colma di gloria più perfetta '. 

Con Paolo Cafatino, maestro razionale della regia Zec- 
ca, il Gareth si trattiene a compiangere Ja sorte di Na- 
poli, dopo la caduta degli Aragonesi e durante la per- 
manenza dei Francesi di Luigi XII: 

Chiara città, d'eroi casa opportuna , 
or di barbaro volgo oscura stanza! . . . 

Vedi l'alte magion deserte e sole, 
u' poc'anzi ondeggiava un mar di gente I ; ^ 

allorquando, — soggiunge il poeta,— 

tu mi vidisti in sommo magistrato 
presso un gran re, dei qual l' intimo petto 
aprii e serrai , per mia benegna sorte. 

Morio quel re, ond' io, cangiando stato, 
solo rimasi, e, vivo a mio dispetto, 
piango, no' i danni miei, ma la sua morte 3. 

Baldassari'e Milano, di famiglia spagniiola di Valenza, 
consigliere di don Federigo, e governatore delle pro- 
vince di Capitanata e Terra di Bari, vien confortato 
dal Gareth per la morte del fratello Giacomo , avvenuta 
in Ispagna: 

che, se quel cavalier, tanto lontano 
dal bel nido, morio ; per ogni parte 
trovan i buon la via del paradiso. 



1 Son. CXCIII, 6-14. 

2 Son. CLXX, 9-10; CLXXI, 5-6. 

■'■ Son. CLXXI, 9-14. — Nei vv. 2-3 è evidente l'imitazione dantesca 
(Jnf. XIII, 58-61). 



INTRODUZIONE CXLV 

Or, per vertù, nel ciel chiaro di Marte 
trionfa eternamente *. 

A Scipione Filomarino, ambasciatore di Ferrante li -, 
e oltre modo caro a don Federigo; — ai quali re, dice 
il nostro, 

con quella integra fé, che 'n te si vede, 
gli affanni tuoi prestasti ; — ^ 

ricordato reroico fratello, Marco Antonio, che, go- 
vernatore di Taranto , durante l'invasione di Carlo Vili, 

quel salenlino 

lido mantenne in Taragonia fede ; * 

fa considerare: che non speri 

di fortuna aver mercede, 

chi segue de vertù l'arduo camino : 

che non grandi ricchezze o titol regio 
son guidardon de la vertù virile : 
lei sola di sé stessa è solo pregio ! ^ 

Ad Ettore Carata, conte di Ruvo, «saggio in toga, ar- 
dito in armi», il Chariteo, come Graziola Censorino, 
vorrebbe 

. . . far don di gemme e d'oro ; ' 



* Son. CLXXX, 9-13. — Negli ultimi due vv. si serve dell'imma- 
ginazione di Dante, che colloca i guerrieri nel cielo di Marte (^Fa- 
rad, xviii, 28 sgg.). 

2 V. Sanudo, Spediz., pp. 264, 273; Diarii, p. 92- 

3 Son. CCV, 3-4. 

4 Vv. 5-6. 

5 Vv. 7-11. — I due ultimi vv. derivano da Claudiano {Carmina^ 
ediz. L. Jeep, Lipsia, 1876, voi. I), xvn, 1-3: 

Ipsa quidem virtus pretium sibi solaque late 
fortunae secura nitet nec fastibus ullis 
erigitur plausuve petit clarescere vulgi. 

6 Od. IV, vili. 

7 Son. CCII, I. 



CXLVI INTRODUZIONE 

ma, soggiungono tiitt'e due i poeti, 

ma tu, mercé del ciel, non poco abbonde, 
d'ogni divino e d'ogni uman tesoro : 

però ti dono sol di quel lavoro, 
eh' a le veriù che vetustade asconde, 
vieta passar d'oblio l'acque profonde, 
e de la vita breve è sol ristoro *. 

Ettore Piguatelli, che, com' Ercole, 

in gioventute, 
anzi in puerizia, e quasi ne la cuna, 
dormendo, incominciasti oprar virtute 1 - 

A Giovan Battista Spinelli, giureconsulto e auditore di 
don Federigo, e, oltre che di Ferrante I e di Alfonso 
II, fedelissimo ambasciator di Ferrante II a Venezia, 
e conte di Cariati, il poeta, con evidente allusione al- 
l'ultimo dei monarchi aragonesi e al grafi capitano, 
nimicissimo delio Spinelli ^ ricorda che 

l' italica fortuna ha privilegio 
di volger la sua rota in tal maniera, 
che '1 nato in casa umil regnare spera, 
e i re perdon i regni e '1 nome regio ^. 

E tu, riprende, che 

vidisti pur Venezia al tempo, ch'era 
d'alte ricchezze in sommo imperio altera; 
oggi la vedi misera in dispregio ^. 

E a don Raimondo di Cardona, che giungeva a Napoli, 

< Vv. 3-8. 

2 Son. CLXXXVII, 9-11. 

3 V. la n. al son. CXCIX. 
* Son. cit., 1-4. 

s Vv. 6-8. 



INTRODUZIONE CXLVII 

nuovo viceré del Regno, il 24 ottobre 1509, il nostro 
inviava il son. CCXI, non già per impetrar favore: che 
— osserva il Gareth, ripetendo un pensiero ovidiano ' — 

che da le Muse accompagnato Omero 
in pregio non sarebbe ai tempi nostri j^ 

ma 

a ciò che l'altra etade aggia per vero, 
che voi m'aveste in numero de' vostri 3. 

Il segretario di questo viceré, Pietro Lazzaro dExea, 
spagnuolo; 

sol per oprar vertù nel mondo nato 
perpetuo onor de l'aragonio Ibero , 
benegno, liberai, fidele, intero, 
per moglier casta e bella ancor beato; 

è 

latte d'integrità sempre incorrutto *. 

A Gerolamo di ColL anche lui spagnuolo, e «splen- 
dore e gloria della patria sua»: 

insigne e raro 
iurisconsulto, interprete preclaro 
de l'alta intenzione imperatoria; 

pien di saper, d'ingegno e di memoria, 
et a Minerva et a le Muse caro; ^ 

dedicò un sonetto; e due ^ a Ludovico ilontalto, sira- 



1 Artis amat. ii, 279-280: 

Ipse licet venias Musis comilatus, Homere, 
si nihil attuleris, ibis, llomere, foras. 

2 Vv. 3-4. 

3 Vv. 7-8. 

* Son. CXC, 1-4, 12. 

'• Son. CXCII, 2-6. — A lui dedicava anche tutt'i suoi Poemata (Na- 
poli, Suitzbach, 1537) Nicola Cambino, di Bari, « legum iirofessor ». 
6 Sonn. CXCV e CXC VI. 



CXLVIII INTRODUZIONE 

Cusano : runo e l'altro « reggenti la regia cancelleria » 
dal 1508 in poi. 

Ed eccoci ora fra cardinali ed arcivescovi, — Al celebre 
cardinale Oliviero Carafa, guerriero e diplomatico *, il 
Chariteo augura — mal profeta! — in due sonetti la se- 
dia papale: 

Quando fia mai, ch'io veggia l'alma, eterna 
vertù tener, nel suo supremo stato, 
le chiavi in man de la magion superna? 

Sacro santo Oliver, volesse il fato, 
che fusse la tua mente in cui governa, 
o tu del mondo avessi il principato! "^ 
... Io ti vedrò ne la romana sede 
et aprire e serrar de' cieli il regno, 
che la salute fia di nostra fede '^. 

Del nipote di costui, Vincenzo Carafa, arcivescovo di 



* A lui è anche diretta la canz. XX, zeppa di reminiscenze clas- 
siche, e specialmente oraziane {Od. IV, vni e ix ecc.). Nei vv. 78-88 
è ricordata la celebre cappella gentilizia dei Carafa, nel duomo di 
Napoli, detta Succoìyo: 

i suntuosi 

eterni monumenti, opra alta e rara, 

onor del tempio , e sede insieme et ara 

di quei beati santi, gloriosi; 

ch'essendo in un sacello oscuro ascosi, 

tu gli hai construtto un immortai sacrario 

d'un bianco marmo parlo : 

rara magnificenza a nostra etade, 

rara ancor caritade: 

casa d'orazion sacrata, e degna 

di nobile architetto e man benegna. 

Il nobile architetto fa Tommaso di Sumalvito da Como (cfr. Filan- 
gieri, Dociim., voi. Ili, pp. 82-83). 

2 Son. CLIX, 5-14. — Nel penultimo di questi sei vv. è facilmente 
riconoscibile un'allusione ad Alessandro VI, se il son. fu scritto nel 1498 
(v. le nn.). 

3 Son. CLX, 12-14. — Nel secondo di questi tre vv. una reminiscenza 
dantesca (Inf, xvvn, 103). 



INTRODUZIONE CXLIX 

Napoli, dice che è 

un Vertunno in cangiar forma e colore : 
or di vertù divina un simulacro, 
or di vertute umana un bel candore. 

Sotto il pontificai divino onore, 
Vincenzo, sei un Giano in chiuso sacro, 
e, in su '1 destriero, un Cesar vincitore '. 

Ma,- sul SUO conto, gli storici non s'accordano troppo 
col nostro poeta. E Ounsalvo Fernando de Heredia, spa- 
gnuolo, arcivescovo di Terragoua, ambasciatore del re 
di Castiglia presso la corte degli Aragonesi di Napoli , 
— secondo la testimonianza del Gareth — non se ne sta- 
rebbe solamente 

intento a servir l'ara divina ; . . . 

ma reggerebbe i sommi imperi e i regni; 

se i cesarei ingegni 

prudenza consigliasse, e non fortunale 

Ed ora fra cólte ed illustri signore. — Di Elisabetta 
Gonzaga, la celebre duchessa d'Urbino, il nostro, ben- 
ché non l'avesse mai veduta in terra, vuol «cantare il 
sidereo viso » '. E come la Cibele virgiliana % la lieta 
madre degli dei, Aurelia Tolomei, moglie di Fabrizio 
Carafa, è « madre felice » di Antonio, secondo conte di 
Kuvo; di Vincenzo, l'arcivescovo di Napoli, ora ricorda- 
to; e di quel Jacopo, leggiadro compositor di villanelle, 
cui il Tansillo dedicò il suo Vendemmiatore ^— « Non 
vedrai cosa più bella» di tua madre, la contessa Vit- 



« Son. CLXXXII, 9-14. 

2 Son. CCI, 9, 12, lo-ii. 

3 Son. CLXXIV; e v. la n. a p. cxx. 
'• yEn. VI, 784: 

Felix prole virum : qualis Berecyntia mater. 
5 Son. CLXXXI; e v. nelle nn. alcune notizie su tutti questi Carafa. 



CL INTRODUZIONE 

toria Cantelmo , dice il nostro all' <«: anima santa » dì 
Gorello, primogenito di lei e di Galeotto Carafa: do- 
vunque tu miri , 

. . . quando ti rivolgi a la rivera 
ove scende Sebeto '. 

La maggior parte di questi sonetti è scritta per in- 
graziarsi qualche illustre personaggio o qualcuna di que- 
ste nobili famiglie napoletane, come i Carafa; e, quan- 
tunque componimenti d'occasione, mostrano qua e là, 
come s'è potuto vedere dai brani riferiti, una certa 
intonazione epica. Più sentimento, piìi ispirazione egli 
mostra solo quando gli avviene di parlare del suo Fer- 
randino; delle sciagure proprie e di quelle che afflis- 
sero Napoli, durante i pochi anni della dominazione 
francese. — In questo gruppo di poesie egli tenne a mo- 
dello qualche sonetto petrarchesco d' argomento non 
amoroso, e quelle delle odi oraziane che son dispensa- 
trici di lode, di fama e d'immortalità. 

Il nostro fu il primo a presentare nel suo Canzo- 
niere una serie così considerevole di sonetti storici. Dopo 
di lui, e specialmente nella seconda metà del secolo 
XVI e nella prima del seguente, le così dette rime e- 
roiche cominciarono man mano ad usurpare, e fortu- 
namente, il posto delle amorose, finché non giun- 
sero ad ottenere un posto a sé , ben distinte dalle 
altre. 

Ed è in queste, più che nell'altre rime del Chariteo, 
che si manifesta la sua predilezione per i giuochi di pa- 
role su i nomi e cognomi di persone. Né questo ve- 
ramente è un difetto tutto particolare a lui : Dante ed 
il Petrarca s'erano qualche volta, anch'essi, lasciati 
andare a questa specie di scherzi di non molto buon 
gusto: il primo, per i nomi dei genitori di san Do- 

1 Son. ce, 5-6. 



INTKODUZIONK (LI 

meuico '; il secondo, oltre che per quello di Laura, 
per il coguome di Azzo di Corregio, in uu verso della 
cauz. diretta a costui: 

Cor regio fu, si come sona il nome, 
quel . . . '. 

«Tali giuochi di parole, — osserva il Carducci, ^ — 
circa i nomi e cognomi di persone, erano nel costume 
letterario », del secolo XIV: costume che il nostro cer- 
tamente conobbe, e che fu anche molto comune al se- 
colo XV *; ma di esso il Gareth abusò eccessivamente. 
Scherza egli, dunque, sul nome del cardinal Carafa; 
e Oliviero diventa o una 

frondosa arbor, gentil, sempre fiorente,^ 

o la « bianca Oliva » '^, o il 

liquor di quelle due feconde olive ''. 

Scherza sul coguome di Gerolamo Carbone: 

Carbone, in cui scintillan bragie accese 
di puro foco di vertute ardente ; 
Carbuncol, quasi un sol, per sé fulgente,... 
ch'irradia il sacro, aonio, almo paese; 

carbon , che '1 gran Prometeo in cielo accese 
per benefizio de l'umana gente, 
carbone in man del fabro ignipotente, 
onde '1 mondo ignorante ogni arte apprese * . . . 



' Farad, xii, 79-81. 

■•^ Rune sopra arg. mor. e div. , ediz. cit., xvi, 49-50. 
3 Nella nota al luogo cit. del Petrarca, ediz. cit., pp. 83-86. 
* Cfr. i versi del Sannazaro, di Pietro Gravina e dell'Ariosto, che 
ricordiamo qui sotto, nel testo e nelle nn. 

5 Son. CLIX, I. 

6 Son. cit., 6. 

7 Son. CLX, I. 

8 Son. CLXIX, r-8. 



OLII INTRODUZIONK 

E per una gentildonna, che aveva per nome o cognome 
Felice, proprio come il padre di san Domenico, il no- 
stro scrive questi versi, ispirandosi certamente a quelli 
danteschi *: 

Felice, anzi beato, il padre, e divo, 
per te più degno de divino onore, 
ma più felice quel, che'n casto amore 
ti dèe fruir 

Ma tu sovra mortai sorte felice, 
che feliciti altrui coi guardi onesti, 
o di felicità sola radice! 

Felice te, eh' inseme congiungesti 
vertù, grazia, bellezza: o gran Felice]^ 

E cosi sul nome e cognome di Angelo Colocci : 

Colotio, di verlù vero cultore, 
degno del nome angelico e divino ^. 

Il cognome di Marco Cavallo fece venire in mente al 
Chariteo, come poi a Lodovico Ariosto^, un 

Pegaso novo, al cui pede un fluente 
fonte risorge in arido terreno 5. 



' Farad., 1. cit. , 79: 

padre suo veramente Felice ! 

2 Son. CLXXIII, 5-13. 

3 Son. CLXXIX, 1-2. 
* Ori. fur. XLii ,91: 

Et un Marco Cavallo, che tal fonte 
farà di poesia nascer d'Ancona, 
qual fé' il cavallo alato uscir del monte, 
non so se di Parnasso o d'Elicona. 

5 Son. CLXXXVI, 3-4. 



INTRODUZIONE CLIII 

A Lodovico Montalto dice: Ferdinando il Cattolico 

la sommità del tuo mont'alto inaura, 
e Vallo tuo valor mostra presente '. 

Ma, in questo scherzo, era forse già stato preceduto 
dal Sannazaro, in quella sua elegia allo stesso perso- 
naggio ': 

Mons altus nomen clarum tibi . . . 

Ed anche come il Sannazaro, il nostro non si contenta di 
veder soltanto questo in quel cognome: ci vede anche un 

Alto Parnaso, in cui le Muse argute 
spargon i rivi del Pierio fonte ; . . . 

anzi Capitolino, augusto monte, 
di leggi armato ^. 

E così Consalvo Fernando de Heredia è 

de la vertute Heredia herede "*. 

Un amico , che doveva chiamarsi probabilmente Castell , 
diventa un 

Castel, fundato in chiaro, alto intelletto, 
di cor viril munito e ben construtto ^. 

Ad un Michele Dolce, poeta contemporaneo e amico 
del nostro. 



* Son. CXCV, 3-4. 

2 Eleg. II, vi: Ad Ludovicum Montaltum. — E, seguendo il San- 
nazaro, in unepigr. allo stesso Montalto, Pietro Gravina. (Po«mato, 
Napoli, Sultzbach, 1532, p. 12 r). 

3 Son. CXCVI, 9-13. 

* Son. CCI, 6. " 

5 Son. CCIV, 1-2. 

XX 



CLIV INTRODUZIONE 

le Muse il dolce accento, 
la dolce lira diero e '1 dolce canto, 
onde tra più soavi il pregio e '1 vanto, 
e di dolce acquistasti il cognomento *. 

E, finalmente, — è il più forte di tutti! — il nome di 
Vincenzo Carafa dà origine a codesto verso: 

Vincenzo, vincitor gianiai non vinto ^. 



VI. 



Nella stampa del 1509, aW Endimione , in cui non 
son accolti che due soli sonetti di argomento sacro ^, 
succedono le poesie religiose : sei canzoni ^ su la na- 



1 Son. COVI, 1-4. — In un epigr. Ad Michaelem Dulcium anche P. 
Gravina {Poemata, ediz. cit. , f. 27 v): 

. . . cognomen diilce dederunt 
florea quae circum rura vagantur apes. 

2 Canz. XX, 99. — Anche il Petrarca rinchiuse in due vv. dei 
Trionfi (I, I, 92-93) quattro forme diverse di questa istessa parola: 
vinse, vinto, vincitor e vitto (v. la n. al vs. cit.); e due in un sol vs. 
{Rime sopra arg. m. e d., ediz. cit., xxvi, i): 

Vincitor Alessandro l'ira vinse. 

Similmente G. F. Caracciolo , nelle Rime, ediz. cit., f. xxsn v: 

Dove venduto invicto vincer sóle. 

3 I sonn. XG e CLXXXVIII: tutt'e due diretti alla croce, nei quali 
imita il Petrarca (P. I, s. xl) ed il Sannazaro (sonn. lxxviii-ix). — 
Il primo di questi sonn. fu anche riferito per intero, insieme al primo 
dei due cit. del Sannazaro, dal Tallarigo-Imbriani nella cit. iV. Ct-e- 
stom.. Ili, 349. 

* Veramente la IIP e la VP son sestine; ma il nostro, seguendo 
l'uso dei manoscritti e delle vecchie stampe del Canzoniere petrar- 



INTRODUZIONE CLV 

tivitate de la gloriosa madre di Jhesu Christo; e una 
settima su la sanla natività di Jhesu Christo, diretta 
forse a don Federigo: colui, 

per cui bontà vive secura, 
principe invitto, saggio, armipotente;* 

come a Beatrice d'Aragona, figlia di Ferrante I, la 
vedova del buon Mattia Corvino re d' Ungheria, la po- 
vera repudiata di Ladislao di Boemia, cólta e pia donna, 

aragonia Egeria, 
de l'una e l'altra Esperia 
onor; soro di re, figlia e consorte, 
de gli Ungari regina; ^ 

è dedicata la quarta. 

E benché pensieri ed immagini sian desunti , come 
comportava l'argomento, dai libri sacri, specialmente 
dal Canticiim, dai Psalmi, dagli Evangelia, e dagli 
inni della Chiesa; e la forma sia, naturalmente, pe- 
trarchesca, e modello principale la canzone alla Ver- 
gine; pure egli non ha messo interamente da parte i 
suoi classici. Anche in un argomento religioso e cri- 
stiano è l'arte pagana che gli fornisce pensieri e si- 
militudini; come il Sannazaro, che, in quegl'istessi an- 
ni, cantava, nel De partu Virginis, di Giuseppe, di 
Maria, dei pastori di Betlem, di Davide, di Giovanni 
Battista, dei magi, con la lingua, le immagini, i versi 
interi di Virgilio. — Il principio maestoso della prima 
canzone : 

Sol, chiaro or più che mai, pien di letizia, 
lustra il mondo; or che fu con tanta gloria 
del ben divino unianitade ornata ; ^ 



chesco, le chiama canzoni. Cosi anche il Sannazaro nella cit. prima 
ediz. delle sue Rime. 

1 Vv. 97-98. 

2 Canz. IV, 122-125. 

3 Vv. 1-3. 



CLVI INTRODUZIONE 

è di Claudiano: 

Sol, qui flammigeris mundura complexus habenis 
volvis inexhausto redeuDtia saecula motu, 
sparge diem meliore coma crinemque repexi 
blandius * 

E per Claudiano, clie scrisse, forse, anche dei carmi su 
Gesù Cristo ^ , passi : il contrasto non è tanto stridente. 
Ma che dire, quando, in principio del terzo di que- 
sti componimenti, si trovan riferite alla Vergine le ma- 
gnifiche lodi con cui Lucrezio aveva deificato Epicuro ? 
Infatti questi versi: 

Tu, che 'n tenebre tante, un si gran sole 
di verità mostrasti al cieco mondo, 
aprendo il ben de là celeste vita; 3 

son traduzione quasi letterale del principio del libro 
III del Be rerum natura: 

E tenebris tantis tam clarum estollere lumen, 
qui primus potuisti inlustrans commoda vitae *. 

E, cosi pure, nel principio del sesto componimento: 

Musa, per cui de Tuom vive la gloria, 
descendi, Clio, dai cerulei templi, 
per celebrare ^ . . . , 

si posson facilmente ravvisare tre versi d' Orazio ®. E 
invece tutta virgiliana la descrizione dell'inverno cam- 



^ Carmina, ediz. cit. , ii, 1-4. 

2 Ediz. cit., voi. II, pp. 201-203. 

3 Vv. 1-3. 

4 Vv. 1-2. 

5 Vv. 1-3. 

6 Vv. Od. IV, vili, 28, III, IV, I, I, XH, 2: V. le nn. a questi vv. 



INTRODUZIONE CLVII 

pestre, nella canzono per la nascita di Cristo: 

Lieto inverno, genial, ch'a dolci giochi 
inviti i stanchi in la magion tranquilla; 
mentre ch'ogni nocchier porto desia. 
L'agricoltor, ne la secura villa, 
tra rustici cocopagni intorno a i fochi, 
gli affanni e i pensier suoi, godendo, oblia ^. 

Chi, leggendo questi bei versi, non ricorda una simile 
descrizione nel I Georgiconì 

.... Hiemps ignava colono. 
Frigoribus parto agricolae plerumque fruuntur, 
mutuaque inter se laeti convivia curant. 
Invitai genialis hiemps curasque resolvit, 
ceu pressae cum iam portum tetigere carinae 
puppibus et laeti nautae imposuere coronas 2. 



La canzone in lande de la Immilitate, e il cantico de 
dispregio del mondo, possou anche considerarsi come 
poesie religiose, benché il loro titolo faccia piuttosto 
pensare ad un contenuto gnomico e morale, perché, 
anche qui, la materia è tutta biblica. 

Nella canzone son descritti sei esempi d'umiltà: due 
del re David , che riceve pazientemente i sassi e le im- 
properio che gli lancia Semei, e danza, per umiltà, di- 
nanzi all'arca del Signore; quello di Maria che acco- 
glie umilmente il grande annunzio di Gabriele; e tre 
insegnamenti di Cristo su la medesima santissima vir- 
tù. Tutti questi esempi il Chariteo li scelse dal secondo 
libro Eegnorum e dagli evangeli di Luca e di Mat- 
teo^; ma, nell'istesso tempo, non trascurò «le ima- 



1 Vv. 61-65. — L'ultim/) vs. cit. deriva dal Petrarca (P. I, e. iv, 

lO-I i). 

^ Vv. 299-304. 

3 V. le nn. a questa canz. 



CLVIII INTRODUZIONE 

gini di tante umilitadi », intagliate nel marmo del primo 
girone del Turgaiorio dantesco ' : due di quelle « ima- 
gini», infatti, David danzante, e Maria e l'angelo, ri- 
tornano fra gli esempi nella canzone del nostro. 

Ed anche una gran parte del cantico JDe dispregio 
del mondo non è che parafrasi o traduzione letterale 
del capitolo v della Sapientia Salomonis. Basti que- 
st'esempio: 

«... tamquam navis quae pertransit fluctuantem aquam , cujus cura 
praeterierit non est vestigium invenire , neque semitam carinae iliius 
in fluctibus : aut tamquam avis quae transvolat in aere nuUura inve- 
nitur argumentum itineris ... et post hoc nuliura signum in veni tur iti- 
neris in eo . . . Sic et nos nati desiviraus esse, et virtutis quidera nul- 
lum signum valuimus estendere , in malignitate autem nostra con- 
sumpti sumus» \ 

Qual nave, che va via per mezzo l'onde, 
et, arrivata ai fin del suo viaggio, 
non dan segno di lei l'acque profonde; 

né discerner si può per qual passaggio 
sulcó quella carina il vasto mare ... 

E quale augel per l'aria suol volare, 
che, poi eh', ove il desir lo mena, è giunto, 
del suo camin nullo argumento appare. 

tai fummo noi , che in un medesmo punto 
hebbe principio e fine il viver nostro, 
che 'n sua malignità fu pur consunto. 

Partimmo dal mortai, terreno chiostro, 
senza lassar di loda alcun vestigio 3. 

Ma nelle quattro terzine, con cui incomincia il cantico: 

Soave cosa è riguardar di terra, 
per gran vento, del mar l'onde, turbate, 
dare a li naviganti orribil guerra. 



* Nel canto x, 28-99. 

2 Vv. lo-ii, 13. — Per le altre imitazioni, v. le nn. a questo com- 
ponimento. 

3 Vv. C1-C5, CG-74. 



INTRODUZIONE CLIX 

Soave ancor, pei campi squadre armate 
ferirsi strenuamente in Marte eguale 
mirar d'una turrita, aita Gittate. 

Non che gioir mai debia alcun mortale 
del danno altrui, ma sol perch'è diletto, 
vedersi uom fuor d'un aspro, orrendo male. 

Ma più soave ancor . . . ; • 

egli aveva già pagato il suo tributo all'arte pagana: 

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, 

e terra magnum alterius spedare laborem; 

non quia vesari quemquamst iucunda voiuptas , 

sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est: 

suave etiam belli certamina magna tueri 

per campos instructa, tua sine parte perieli; 

sed nil dulcius est '. 

Né questa è l'unica derivazione classica riconoscibile in 
questo componimento: i versi 91-99 son anche presi 
da Lucrezio •*; iTel 147 è un'allusione ad un celebre brano 
del De re publica * di Cicerone ; l'ultimo verso : 

tal ch'adi vien narrar fabule al sordo, 

è un proverbio latino , ricordato da Orazio : 

Scri[)tores autem narrare putaret asello 
fabellam surdo *\ 

Il continuo sentenziare, l'andamento generale al- 
quanto sentato e fiacco, l'eco di qualche verso petrar- 
chesco ^, mostrano che il modello di questo e degli al- 



1 Vv. I-IO. 

' Lucrezio, De ver. nat., ii, 1-7. 
^ De rer. nat. ni, 1501^1505: v. le nostre nn. 
* Ediz. cit. , VI, xviii, 19: nelle nn. a questo componimento. 
^ Epist. II , 1 , 199-200. Fu tradotto anche dal Sannazaro, nel vs. 
117 della Visione per A. d'Avalos (v. la n. al vs. cit.). 
** V. le nostre nn. ai vv. 36, 43, 52-58 ecc. 



CLX [NTRODUZIONE 

tri cantici che verremo esaminando, furono, piìi che 
le fresche e robuste terzine dantesche, quelle troppo 
elaborate e stanche dei Trionfi. 

Il libro de la MethamorpJiosi è un poemetto storico 
di quattro canti in terza rima, riguardante i princi- 
pali avvenimenti che precedettero e accompagnarono 
la catastrofe del dramma aragonese a Napoli, quelli 
specialmente che toccavano più da vicino il Chariteo. 
Fu, dunque, scritto certamente dopo il settembre del 
1501; quando, coli' abbandono del Kegno, per parte 
di don Federigo, in mano dei Francesi, quel pietoso 
dramma si chiuse. 

Il Gareth, che si era trovato, e fin troppo, in mezzo 
a que' tristi avvenimenti, alla morte di tanti suoi cari, 
a tante rovine; sì per i dolori e per le delusioni pro- 
vate, si per la triste condizione in che l'aveva gettato 
la morte di Ferrandino *; si sente venir meno la gio- 
ventù dell'animo , — aveva allora appena cinquant'an- 
ni! — gli par quasi di esser divenuto vecchio. 

Un giorno , stando egli seduto , tutto triste e pensie- 
roso, su lo scoglio di Posillipo, a guardare 

la delettevol piaggia e '1 dolce seno 
napolitan, 2 

che gli si spiegava davanti, e 

Napol superba e '1 bel Vesuvio monte , 
che signoreggia l'una e l'altra riva; 3 



1 A proposito della quale, dice nel cant. Ili di questo poemetto 
(vv. 100-102): 

Miser chi d' improviso il suo ben perde: 
io, miser, per tua morte caddi al fondo, 
e vidi in punto secco il fiore e '1 verde. 

2 Cant. I, 16-17, 
'^ Ivi, 23-24. 



INTRODUZIONE CLXl 

vedo, tutto ad un tratto, turbarsi orribilmente il mare 
e il cielo, e, tra i tuoni ed i lampi, ode una voce 
gridare : 

Maladetto quell'uom che 'n uom si fida ! * 

Allora egli, fidando solo in Dio, cerca, come può in 
tanta oscurità, di allontanarsi da quel luogo; quando. 



vòlto al promontorio di Minerva, 



vede venire da Sorrento « un drappello di Sirene ». Alla 
più bella, alla più altera di queste, poiché furon giunte 
vicino a lui, egli fissa un po'insisteutementegli sguardi; 
ma la Sirena, rivolgendosi a lui sdegnata, gli getta del- 
l'acqua sul viso, ed egli comincia a sentir i suoi « sensi 
tutti cangiati»: i suoi peli biondi divengon bianchi , il 
sangue gli si gela, perde ogni «pensiero giovenile»; 
in fine si trova coperto « d'un'aspra e dura cute », of- 
fuscati gli occhi , trasformato in vecchio. Eacconsolato- 
si alquanto di questa sventura, poiché dalla sua nuova 
età nulla avevan più a temere le nude e bellissime 
Sirene, s'accosta ad esse, dimandando i loro nomi. 

De le Sirene alior quella suprema 
vidi i capei con man dilaniare , 
qual vidua che 'I marito pianga e gema. 

La corona gettò turrita in mare , 
e l'acqua, che piovea dagli occhi santi, 
fe'l mar profondo più, più l'acque amare 3. 

E, stando il vento ed il mare in silenzio, essa comincia 
a cantare le sue sventure. 



' Ivi, 57. — È il noto vs. di Geremia, xvii, 1: « Maledictus homo qui 
spem habet in homine » ; ed accenna alla piena fiducia che dou Federigo 
aveva riposta in Ferdinando il Cattolico, suo parente. 

'■^ Ivi, 64. — Il « promontorio de Minerva » è l'odierna punta della 
Campanella. 

3 Ivi, 130-135. 



CLXII INTRODUZIONR 

È la sirena Purtenope, uu tempo, libera e lieta 

sotto '1 paterno aragonese amore; * 

or prigioniera di « mostri feroci orrendi , crudeli » : i 
Francesi. 

Ahi, magnanimi re, pien di giustizia! 
Ferrandi, Alfonsi, e tu, primo Ferrando!... 
Ahi, ahi, perduto ho 1 mio gran Federico! ^ 

E, con la sorte di quest'infelice re , compi an ere quella 
della moglie, Isabella del Balzo, della sorella Beatrice, 
e delle due Giovanne, regine aragonesi, e dell'altra Isa- 
bella d'Aragona, duchessa di Milano: tutte, fuori la pri- 
ma, vedove, tutte disperse per il mondo! Ma non appe- 
na ha nominato Costanza d'Avalos ed il fratello Alfonso, 
che, non può più parlare: i singhiozzi, i gemiti, il pian- 
to, gliel' impediscono. E con lei piaugou tutte le Sirene, 
ricordando, tra il pianto e le grida, il povero marchese 
di Pescara, ucciso a tradimento, la notte del 7 settem- 
bre 1495, sulle mura della fortezza di Santa Croce a 
Pizzofalcone ^. 

notte atra, crudel, notte omicida! ■* 

esclama il poeta, e riprende a narrar lui, in tutti i par- 
ticolari, quel pietoso avvenimento; al quale s'era, in 
parte, trovato presente. Appena morto il marchese, 

per lo silenzio poi de le maligne 
stelle s'udio la voce, atra e funesta: 
— Mort'è quel gran marchese Avelo , insigne! 5 



« Cant. II, 18. 

2 Ivi, 19-20, 28. 

3 V. la n. ai vv. 1 12-1 18 del cant. II di questo poemetto. 
* Ivi, 112. 

^ Ivi. 163-165. 



INTRODUZIONE CLXIII 

Ma Alfonso d'Avalos non potette esser ucciso da un 
vii fante! Fa «l'invido Marte», che, vedendo un giorno 
il marchese , tutto coperto d'armi « fiammeggianti >-> , sur 
un focoso cavallo, percorrere la spiaggia del 

lito uapolitau tranquillo e lieto; 
là (love giunger suol con l'onde salse 
le sue dolci acque il nitido Sebeto;* 

si trasformò nel soldato traditore ed andò incontro al 
D'Avalus; ma costui, al primo colpo, gli ruppe la lan- 
cia nella visiera. Marte, allora, se ne va in cielo a que- 
relarsene con Giove: egli, tiglio suo, in punto d'esser 
ucciso da un mortale! A malincuore il padre accon- 
sente che egli compia la vendetta sul temerario. E Mar- 
te, sceso in terra, non «in pugna aperta», ma, di na- 
scosto, uccide il marchese: 

sotto l'insidie de la notte incerta, 
li die da lunge inopinata morte! '^ 

Misera morte! Ma Iddio, come un padre che aneli a li- 
berar un suo figliuolo dal carcere o dalla servitù, toglie 
dal «fero bisbiglio» del mondo gli animi buoni , puri, 
ed «integri». E perciò che morì immaturamente Fer- 
randino, che, ora, — dice il poeta, — 

... in ciel fiammeggia 
nova stella; 3 

e , in compagnia di due fratelli e di una sorella del 
D'Avalos, Rodrigo, Martino ed Ippolita, tutti morti gio- 
vani, «canta l'istoria» di quell'Alfonso, 

ch'Italia liberò da Turchi immani;* 



1 Cant. Ili, 19-21. 
- Ivi, 71-72. 
3 Ivi, 94-95- 
■* Ivi, 140. 



CLXIV INTRODUZIONE 

si rallegra della sua sorte e sprezza quella degli uomini. 
Intanto è l'alba; ed il poeta, credendo, col mutar 
luogo, di dimenticare i suoi dolori, da Posillipo si reca 
presso le rive del Sebeto; ove s'addormenta. Nel sonno 
gli appare il dio del fiume; il quale, «per dar reme- 
dio al suo cordoglio», gli racconta «il caso amaro» 
della ninfa Inarime, che, per la partenza della sua 
compagna Phebe \ non ostante i conforti delle sirene 
di Amalfi, di Sorrento, del Chiatamone, di Mergelli- 
na, tanto pianse, tanto sospirò, che il sangue e le mi- 
dolle le si disseccarono, ed 

il cor gentil, soave e molle 

divenne duro scoglio a poco a poco, 
e 1 bel corpo un acuto e alto colle: - 

l'isola d'Ischia. Il poeta, allora, rivolto al dio: «Per- 
ché ai miei dolori aggiungi un nuovo dolore?» — «Perché 
ai miseri è sollievo aver compagni nelle pene» ^, ri- 
sponde il Sebeto, e sparisce. Il poeta si sveglia. 
Anche qui, nell' immaginare e nel comporre questo 



1 Questa ninfa è la Luna deirEndimione^ come si rileva dal vs. 
153 di questo cant. IV, in cui Inarime: 

Ahi, Luna, ahi, Luna, ahi, ahi, chiamar non cessa. 

D'altronde Phebe non è che uno dei nomi della luna, presso i lati- 
ni. — La Luna era ritornata dalla Spagna a Napoli, durante la per- 
manenza del Gareth a Roma, tra il 1501 ed il 1503 (v. p. lxxii). Dalla 
dimora, poi, della Luna in Ischia, attestataci da questo luogo della 
Metham. , si potrebbe anche supporre che la donna dei n. dovesse 
appartenere alla corte aragonese; gran parte della quale, con Isabella 
del Balzo e i suoi figliuoli , era allora in Ischia. Con la solita esat- 
tezza il Meola, p. 109, — e, copiando lui, il Ciavarelli, p. idi, — 
asserisce che per la « morte di Alfonso Davalo ... fu trasformata 
Ischia, suo feudo, da vaga ninfa, come la finge, in duro scoglio». 

2 Cant. IV, 221-223. 

3 E una sentenza latina: «Calaraitatum habere socios miseris est 
solatio»; ed ora un trito proverbio italiano. 



INTRODUZIONE CLXV 

poemetto, il Chariteo si è servito di non pochi elementi 
classici. 11 titolo, la trasformazione di sé in vecchio e 
quella di luarime nell'isola d'Ischia, l'andata delle si- 
rene a confortare Inarime; non sono che imitazioni o 
derivazioni della trasformazione di Atteoue in cervo, e 
d'altre simili; dell'andata degli dei fluviali al fiume Pe- 
neo, per confortarlo della trasformazione della figliuola 
Dafne in alloro; o della venuta dei re greci a Tebe per 
condolersi con lei dello sterminio di Niobe e dei fi- 
gliuoli: tutti del Metamorplioseon di Ovidio '. Per al- 
cune di queste imitazioni abbiamo la testimonianza del 
poeta istesso; il quale o invoca le 

. . . sacrosante ovidiane Muse , ^ 

nel momento di descrivere la sua trasformazione, o, 
ricordata quella d'Atteone, ne traduce alcuni versi, e 
fa che la sirena Partenope si serva anch'essa dell'acqua 
per gastigare il poeta, come la Diana di Ovidio *: 

... et ut vellet promptas habuisse sagittas, 
quas habuit sic hausit aquas, vultumque virilem 
perfudit *. 

Il nostro, similmente, 

le guancie si sentì d'acqua perfuse 5. 



* Ediz. cit., in, 155 sgg., I, 577 sgg., vi, 412 sgg. 

2 Cant. I, 103. 

3 Ivi, 91-93: 

Per simil sorte, in quel Gargafio chiostro, 
fu devorato Attèón da' suoi cani , 
dicendo : — Conoscete il signor vostro ! — 

L'ultimo vs. è traduzione letterale del 230 di Ovidio: 

Actaeon ego sum : dominum cognoscite vestrum ! 

< Met. Ili, 188-190. 

^ I, IDI. 



CLXVI INTRODUZIONE 

E ci è anche rivelata dal poeta istesso la fonte dell'e- 
pisodio del marchese di Pescara e di Marte. Il quale 
— dice il Chariteo — appena si prova a combattere col 
D'Avalos , sente in costui « un altro Diomede » ; addi- 
tandoci così il celebre duello omerico tra questo guer- 
riero greco e Marte ^; dopo il quale scontro il dio, ferito 
nel ventre da Diomede , sale nell'Olimpo a lagnarsi di- 
nanzi a Giove di Minerva, che aveva aiutato quel mor- 
tale contro di lui: episodio — e questo fa non poco o- 
nore al Chariteo — che il nostro imitò molto da vicino ^. 
Finalmente, l'apparizione del dio Sebeto ricorda troppo 
quella del dio Tiberino, in Virgilio ^; e, così, pur da lui 
son tradotti la descrizione della notte '' , i conforti della 
sirena Mergellina, e le parole con cui le risponde Ina- 
rirae ^, e moltissimi altri particolari ed immagini^; e 
tradotto da Claudiano è anche il principio del primo 
cauto ^ Ed anche quella Visione, in cui Saunazaro im- 
magina che Alfonso d'Avalos, la sera istessa della sua 
morte, gli apparisca e gli descriva la sua fine; scritta 
poco dopo l'avvenimento (7 settembre 1495); ^^ certo 
presente al nostro, quando si fece a parlare di quella 
pietosa tragedia **. 

Non ostante questo frequente ricorrere alla poesia 
classica e contemporanea, il poeta si rivela qua e là ve- 
ramente, profondamente commosso. E ciò accade per lo 
più quand'egli, avendo dinanzi agli occhi l'aspetto squal- 



1 Ilìad. V, S46 sgg. 

2 V. le nostre »in. ai vv. 34-36, 40-42, 4G-47, 49, 52-62 del caiit. Ili 

3 jEn. vili, 28 sgg. 

< V. la n. ai vv. 134-139 del cant. IV. 

5 Ed. X, 28-39: V. la n. ai vv. 191-205 del cant. cit. 

6 Cfr., p. es., le nn. ai vv. 38-39 del cant. I; ai vv. 130-133, 154- 
156, 182-183 del ir, ai vv. 37-39, 103-105, 106-108 del HI ecc. 

'' V. la n. -ai vv. 1-3 del cant. I. 

8 Cfr., p. es., i vv. 121-144 'lei cant. II con i vv. 52-54, 79-81, 133- 
150 della Visione (nelle nn. ai vv. cit. del n ). 



INTKODUZIONE CLXVII 

lido c miscrevulo di Napoli, governata dai Francesi, ri- 
corre subito col pensiero alla dolce vita della corte spa- 
gnuola. «Chi potrebbe contenersi dal piangere», grida 
allora il Garetb, al veder quattro regine aragonesi di- 
sperse per il mondo; al ricordare con che virile fortezza 
d'animo Isabella del Balzo assistette alla partenza del 
povero marito, don Federigo, da Ischia? In una stu- 
penda apostrofe tutto quel tempo, quel caro tempo, è 
rievocato: malinconico quadro!, che ricorda una delle 
più belle pagine della Storia cV Italia di Francesco 
Guicciardini '. 



Ove siete, o Joànne?: ambe reggine, 
d'Ausonia e d'Aragonia ambe ornamento , 
per vertute e bellezza ambe divine? ^ 

Ov'è Beatrice?; ov' è '1 grande incremento 
del valor d'Aragon?: di re sorella, 
figlia e consorte, e di lor gloria augmento? 

Or per te cresce il duolo, alma Isabella, 
di re feconda madre e di vertute, 
e di re guida, orientale stella! . . . 

Poiché, viva, il tuo re veder potesti, 
pien di sdegno, d'amore e di pietate, 
scender al mar, con gli occhi alteri e mesti; 

e de l'Enario ciel le vele infiate 
con gli occhi prosequir per l'onde amare, 
che ne portar le tue ricchezze amate; 

poiché, senza morir, potesti stare 
col viso forte, intento a la marina, 
finché già non vedesti altro che '1 mare; 3 



' Nel cap. II del libro V; riferito anche nella cit. N. Crestom. dei 
Tallarigo-Imbriani, voi. Ili, p. 334, n. 3, a proposito di questi vv. 
del D., ivi riportati; e nelle nostre n>i. ai vv. cit. 

^ Virgilio, Georg, iv, 341-342: 

. . . Oceanitides ambae, 
ambae auro, pictis incinctae pellibus ambae. 

3 In questa e nelle tre precedenti terzine imita Ovidio , Epist. xiii, 
17 sgg, come già nella canz. XV, 49 sgg. (v. p. xci). 



CLXVIII INTRODUZIONE 

indizii son che sei cosa divina, 
non impedita mai d'umana spoglia, 
di man propria di dio fatta regina! * 



Alla Methamorpliosi seguono: un cantico per la morte 
de don Innico de Avelos marchese del Vasto , e la Re- 
sposta contra li malivoli. 

Il cantico, scritto dopo il 30 settembre 1503, quando 
morì quel marchese, fu inviato « a donna Constanza 
d' Avelos, duchessa de Francavilla», sorella di Inico, 
la quale si trovava allora in Ischia. 

Questa illustre ed eroica donna, vedova di Federigo 
del Balzo fin dal 1483, perduto il padre neir84, la 
madre prima del 94, nello spazio di pochi anni, aveva 
veduto morire tre fratelli ed una sorella : Martino , 
conte di Montodorisio, nella prima metà del settembre 
88^, a Koccasecca, Alfonso, il celebre marchese di 
Pescara, come già vedemmo ^, il 7 settembre 95, sulle 
mura della fortezza della Croce; Rodrigo, conte di Mon- 
todorisio e marchese del Vasto, nei primi giorni del 
gennaio 97, nel contado d'Arpino. Ippolita, poi, impa- 
rentata con gli Aragonesi, perché moglie di don Carlo, 
nipote di Ferrante I, era già dovuta morire prima del 30 



' Cant. 1 , 46-72. 

2 Oltre che dai Vaù-ano ed i suoi dinasti del march. L. Geremia 
(Napoli, 188S), pp. 11-12, lo rilevo da un ordine di Ferrante I, ai 
«guardiani de passi ponti, scafe ecc.», del i8 sett. 1488, perché non 
non diano né « impaccio né molestia alcuna ad quilli che conduce- 
rano lo corpo del spectabile conte de Montederisi, quale quisti di 
passati morio in Roccaseccha » ; il qual corpo la « magnifica madonna 
Antonella de Aquino, marchese de la Piscara, nostra fidela dilectis- 
sima, de presente fa condurre qua in Napoli in la ecclesia de Santa 
Maria de Monte Olivito ». Notizie biografiche di Martino, Rodrigo ed 
Inico d'Avalos, nelle nn. ai vv. 62, 65, 73 di questo cantico; d' Ippo- 
lita , nella ". ai vv. 133-134. 

^ A p. XXX. 



INTRODUZIONE CLXIX 

settembre 1303 ', quando morì don Inico, ultimo dei 
fratelli rimasti , per « una pestifera febre » , presa nel 
Cilento, ove combatteva i Francesi e le genti del prin- 
cipe di Salerno. 

Il poeta, dopo di aver mostrato e confortato, con 
esempi mitologici, il dolore di Costanza d'Avalos e 
della moglie di Inico, Laura Sanseverino, — per la 
quale, nell'istessa sventura, aveva anche scritto il son. 
CXIII ^, — immagina che lo spirito di quest'ultima sia 
volato, con quello del marito, nel cielo: 

consorte in vita, e più consorte in morte; 3 

e che', poi, per le preghiere e le raccomandazioni di 
lui, di «ritornare a governare» i loro tre figliuoli ^ , 
sia ridisceso nel corpo, pallido e freddo '". Ma, ap- 



1 Ippolita non era ancor maritata il 23 sett. 1499, quando don Fe- 
derigo invitò « ad andar da lui il marchese del Vasto , essendo ne- 
cessaria la costui presenza per conchiudere il matrimonio tra la so- 
rella sua Ippolita e don Carlo nipote di S. M. » {Arch. stor. nap. XV, 
708). Dunque mori tra il sett. 1499 e il sett. 1503. Nella Metham. Ili, 
134, scritta certo dopo il sett. 1501, e, probabilmente, dopo la seconda 
metà del 1503, è anche ricordata come morta. Il primo nov. 151 1, 
« Don Carulus de Aragonia . . . exposuit . . . quemadmodum volens sa- 
tisfacere ili. marchioni Piscarie et ducisse Francaville dotes quas ac- 
cepit a quondam ili. Ipolita de Davolos de Aquino, eius consorte, non 
habens alium modum ...» {Privileg. della Cancell., voi. 12, f. 195 r). 

'■^ Laura Sanseverino, piangente , e assai « più bella » nel pianto , è 
ivi assomigliata (vv. 12-13) ^'l^. 

. . . novella 
rosa, aspersa in rugiada matutina. 

3 Vs. 96. 

* Pe' quali v. la n. ai vv. 162-165 di questo cant. 

s II quale era, secondo una similitudine virgiliana (uEn. xi, 68-71): 

. . . come rosa , svelta in primo mane ; 
purpureo color d'un bel giacinto ; 

a cui la venustà dolce rimane, 
ma, di terrestre umor non più nudrito, 
langue, morendo tra virginee mane. 



CLXX INTRODUZIONE 

pena riavuto il sentimento della vita e del dolore: 

squarciasi il volto e '1 petto, con asprezza 
d'unghie, avide di sangue: a cui più vuole 
servar la giovenil cara bellezza? 

E rivolgendosi al cadavere del marito: 

Chi mi rende al dolor? chi mi disgiunge 
di te? 

Ahi, infelice me!: chi mi perdona? 
Viva, poss'io veder la fronte estinta, 
degna di trionfai^ laurea corona?; 

e questa destra ancor, giamai non vinta, 
che fé' l'alta Salerno al suolo equare, 
e di sangue ribelle uipida e tinta? 

Dunque al sepolcro ti vedrà portare 
la tua partenopea patria, per donde, 
trionfando, vittòr devevi andare?... 

bel marchese mio!: del ciel, non mio! ' 

E, dicendo questo, si scioglie i capelli, li taglia e li 
strappa « col ferro e con le mani », e li offre, in luogo 
delle «spoglie delle sue vittorie», al marito. 

Ha molta somiglianza con questo cantico, e per lo 
scopo per cui fu composta e per alcuni particolari , la 
Consolatio ad Liviam"-, attribuita già ad Ovidio, ma 
opera, forse, di autore medievale ^; in cui si con- 
forta pure una donna per la morte di un suo caro, 
valoroso capitano, ucciso non sul campo, ma da una 
malattia. Il nostro conobbe certamente quest'elegia; e, 
per convincersene, basterà solo confrontare questi versi 
dell'elegia latina con gli ultimi quattro, ora riferiti, del 
nostro : 



* Vv. 181-186, 193-201, 206. 

"^ Poetae latini minores , ediz. Baehrens , Lipsia, 1S79 , voi. I, 
p. 104 sgg. 

^ Come di Ovidio si trova nelle due prime edizz. delle sue opere , 
Roma e Bologna, 1471. — V. Teuffel, Op. cit. , voi. II, p. 92. 



INTRODUZIONE CLXXI 

Funera ducuntur Romana per oppida Brusi, 
(heu facinus) per quae victor iturus erat, 

per quae deletis Raetorum venerai armis... 

Nil ego iam possum certa vocare meum. 
Hic meus ecce luit •. 

E, fra non pochi versi ed immagini e sentenze tra- 
dotte ed imitate, secondo il suo solito, da Virgilio, 
da Orazio, da Properzio, dal Petrarca, è bella ed af- 
fettuosa questa apostrofe a due dei morti fratelli D'A- 
valos : 

di vertute e candidi costumi 
regula santa, o bel Martin, che pria 
la terra, or di beltade il cielo allumi; 

dove sei?... Dove tu, che l'ardua via 
prendesti al cielo, o Roderico eterno, 
in region che santa esser solia? 

Di Mario e Ciceron suolo materno, 
per lor nata! si celebrata e chiara, 
per la tua morte infame in sempiterno! 2 



Nello scrivere, invece, la Resposfa contro li malivoli, 
che in un manoscritto contemporaneo ^ è intitolata an- 
che Besposta a le invective facte contra esso da li in- 
vidi autori, nominate triumphi, ebbe certamente di- 
nanzi la celebre elegia del Sannazaro: In maledicos de- 
tradores * , composta nel 1485 ^ 

Tentando qui, per la prima e l'ultima volta ^ , la sa- 



1 Vv. 173-175, I54-I55- 

2 Vv. 61-69. — Ed anche quelle ad Alfonso d'Avalos (vv. 43-4S) ed 
a Laura Sanseveriao (vv. 76-84). 

3 Del cod. sessor. 413 della bibl. Vittorio Emanuele di Roma, il 
quale contiene, mancante degli ultimi undici vv., e con varianti, il 
componim. del n.; più appresso. 

■* Elegiar., ed. cit., I, xi. — Per le imitazioni del Sannazaro, v. le 
nn. ai vv. 1-2, 91-96, 149-130 ecc., e la n. 4, a pp. clxxii-iii. 
^ V. Tafuri, Oy. cit., pp. xxxvn-viii. 
•5 Veramente anche la canz. IX, diretta a Galeazzo Caracciolo, è 



CLXXII INTRODUZIONE 

tira, egli inveisce contro due pessimi verseggiatori , in- 
vidiosi ; i quali , in un 

trionfo in falsa rima, 
pien di falsi adiettivi e falsi verbi,* 

avevan disprezzato le poesie del nostro, — le giovani- 
li, probabilmente, — e, fra l'altro , avevan sentenziato 
che egli sarebbe stato dimenticato ^. Il Chariteo, al- 
lora, dopo di aver detto d'essi, come verseggiatori, 
che son « poveri d'invenzione » , che nulla san fare senza 
l'aiuto altrui; che usano una «dizione impropria» e 
che dei lor versi uno «sale su, l'altro discende»; e 
che quelle loro « inezie » son scritte in prosa dall'uno , 
e tradotte in verso dall'altro; viene ad accusarli, come 
uomini, di que'vizii cosi comuni agli uomini di lettere, 
nel medioevo e nel rinascimento : la pederastia e la so- 
domia ^, ed a rivelarne brutte azioni, e colpe non meno 
infami. Accusa il primo, 

— che nacque 
dal falso parto del ventre mendace * 



scritta contro 



alcuni animi, d'atra invidia pieni, 
vóti d'ogni amorosa cortesia; 

ì quali, per le lodi, che il n. facea, nelle sue rime, degli Aragonesi 
e della Luna, chi sa quali malignità erano andati insinuando ! 

1 Vv. 52-53. 

2 Vv. 109-111: 

venefico infando e scellerato, 
vaso d' iniquità, di vizii pieno, 
tu credi pur eh' io sia dementicato ? 

3 Una « prammatica contro li sodomiti» fu pubblicata a Napoli nel 
1504 (Notar Giacomo, p. 272). 

'^ Vv. 98-99. — Il secondo vs. traduce il catulliano (lxvii, 48) : 

Falsum mendaci ventre puerperium. 



INTRODUZIONE CLXXIII 

di una madre « morlacchese » \ — di esser 

da ser Brunetto sì ben insegnato, 

che li fanciulli prende in suo governo; ^ 

di aver disgiunti due fratelli fra loro, ed insegnato 
loro a bestemmiar Dio e a odiare il loro padre; e cliia- 
ma il secondo: 

gloria, primo onor di Malebolge 3. 

Quest'isteso, poi, che vien detto: 

tanto amator del sesso masculino, 
che la sua propria madre abborre e fugge, 
perché fu del legnaggio feminino;* 

e di cui son riferiti questi versacci: 

Amor mi liba. Amor mi strugge, 
hor quindi, or quinci, unquanco: oim.é!. tutCardo , 
oimé, ch'Amor nel cor mi stride e rugge!\ 5 

doveva esser certo uno sguaiato scimmiotteggiatore del 



Poi aggiunge (vv. 104-105): 

Come Edipo fedo l'onor paterno, 

se pur tra tanto volgo è certo il padre; 

traducendo il Sannazaro, /. e, 57-58: 

Oedipodique modo , thalamos foedate paternos , 
si modo dat certum vulgus habere patrem. 

' Cioè: croata o dalmata. 

2 Vv. 107-108. 

3 Vs. 127. — Io intendo; seduttore; che seduttori erano i puniti nel 
primo dei dieci fossi del Malebolge dantesco {Inf. xviu). 

^ Vt. 15 1-153. 
5 Vv. 154-156. 



CLXXIV INTRODUZIONE 

Petrarca e dei toscani: ma chi sarà mai *? Al Cabal- 
lero'^, a me non è riuscito ancora di scovarlo. 

Da' pochi versi riferiti, dal riassunto che abbiam fatto 
degli altri, si direbbe che in questa satira egli si pro- 
ponesse di seguire la maniera acre, violenta e sboccata 
di Giovenale^; se non che, nella seconda parte del 
componimento, ei prende a modello anche quella più 
urbana di Orazio. Il quale, nella satira x del libro I, 
rispondendo a certuni che avevan sparlato delle sue 
poesie, fa capir loro che lui se ne infischia di quei giu- 
dizi, se, invece, ha un Augusto, un Mecenate, un Vir- 
gilio, un Vario ed altri acuti ingegni apprezzatori ed 
estimatori delle cose sue: 

Plotius et Varius, Maecenas Vergiliusque, 
"Valgius et probet haec Octavius optimus atque 
Fuscus et haec utinam Viscorura laudet uterque! 
Ambitione relegata te dicere possum, 
Polio, te, Messalla , tuo cura fratre, simulque 
vos, Bibule et Servi, simui bis te, candide Fumi, 
conplures alios, doctos ego quos et amicos 
prudens praetereo, quibus haec, sint qualiacumque, 
arridere velim, doliturus, si placeant spe 
deterius nostra '*. 

Molto similmente il Gareth: 

Mordete pur , che noia non mi fanno 
morsi d'un maculato e fragil dente, 
di cui le lode sono infamia e danno. 



* Il Capasso, p. 43, n. i, — e dopo lui il Ciavarelli, p. 28, n. — 
credette che il Ch. alludesse qui al Pistoia, del quale è noto un son., 
in cui si dice male del n. {Rime, ediz. Cappelli-Ferrari, Livorno, 1884, 
p. 51 ; riferito più appresso). Ma per me è fuor di questione che qui 
si tratti di due verseggiatori che vivevano a Napoli e invidiavano al 
Ch. il favore che questi godeva nella corte aragonese. 

2 Op. cit. , p. 27. 

3 Imitò anche Giovenale nei vv. io, 198: v. le nostre nn. 

4 Vv. 78-89. 



INTRODUZIONE CLXXV 

Basta che '1 domitor di tanta gente, 
lodando questo mio picciol ingegno, 
ascolte i versi miei benegnamente: 

quel Ferrando immortai; * 

e, con costui, il figliuolo Alfonso, il nipote Ferrandino, 
quel «gran» Federigo; mentre che Alfonso d'Avalos 
e Andrea Matteo Acquaviva 

ajiproven quanl'io canto e quanto scrivo'. 

Voi, intanto, «Gagnoli impii e maligni», latrate: io 
vivrò nei versi immortali del Fontano e del Sannazaro: 

Parie di me il Pontan, quel bel tesoro 
d'Apollo e de le Aonide sorelle, 
che con la lingua sparge un fiume d'oro! 

Depinto io sia ne l'opre eterne e belle 
del mio bel Sannazar, vero Sincero, 
ch'allora io giungerò fin a le stelle! ' 

j\Ii lodino amici come il Pardo, l'Altilio, il Galateo, 
il Summonte, il Musetilo, il Maio, il mio Corvino; 

ch'io del vostro mal dir trionfo e godo!* 



Il libro di Chariteo infitulafo Pascila è un poemetto 
istorico-religioso , in sei cantici, anche in terza rima; 
e fu scritto, come dice il poeta, nella sua «grave età»; 
certamente dopo l'autunno del 1503, — perché vi si ri- 
corda già morto il Fontano, — e prima del novembre 
1509, quando fu pubblicato, insieme alle altre rime, nel- 
l'edizione curata dal Summonte. 

Il vero scopo di questo componimento apparisce 



* Vv. 163- 169. 
^ Vv. 195. 

3 Vv. 208-213. 

* Vs. 229. 



CLXXVI INTRODUZIONE 

solo negli ultimi tre canti: i tre primi fanno come da 
preludio. L'argomento religioso non è che un pretesto. 
Come nella canz. VI, a mostrar l'origine divina della 
dominazione aragonese in Napoli, il Chariteo fa che 
l'anima sua, secondo la dottrina platonica, stando in 
cielo, prima di entrare nel corpo, assista alla donazione 
del regno napoletano fatta da Dio ad Alfonso il Magna- 
nimo e ai suoi discendenti, ed alla predizione che Dio 
fa delle più celebri loro imprese ' ; così , qui , a confer- 
mare l'origine semi-divina attribuita ad una delle più no- 
bili famiglie forestiere napolitanizzate, da una leggenda, 
vecchia d'un par di secoli, e molto divulgata anche 
sul principio del secolo XVI; la quale facea discen- 
dere i Del Balzo da uno dei tre Magi: Baldassarre^; 
immagina che Cristo , dopo la risurrezione e l'ascen- 
sione in cielo , chiami a sé i Magi , e , per rimunerarli 
dell'amor e della fede che aveano avuta in lui , fac- 
cia loro predire dalla parca Cleto i destini dei loro 
discendenti nel napoletano. — E quali destini ! Essi , 
imparentandosi con la famiglia aragonese , regneranno 
sul trono di Napoli! E ciò accadrà per due donne, 
figlie di Tristano di Chiaromonte e di Caterina Orsini: 
la prima d'esse, Isabella, sposando Ferrante I d'Ara- 
gona, sarà madre del celebre Alfonso, che avrà per 
B oglie una Sforza-Visconti , Ippolita Maria; di don Fe- 
derigo, di Eleonora, di Beatrice e d'altri; e Sancia, 
la seconda, maritatasi a Francesco del Balzo, duca 
d'Andria, avrà per primogenito quel Pirro o Pietro, 
che, sposando Maria Donata Orsino, sarà padre di 
un'altra celebre Isabella: la moglie di don Federigo. E 
con Pirro del Balzo, poi, oltre che gli Aragonesi, s'im- 
parenteranno anche tre altre illustri famiglie: i D'A- 



' V. a p. cxx e sgg. 

2 V. la n. al vs. 51 del cant. VI della Pascha, e cfr. Campanile, 
Dell'armi overo insegne dei nobili ecc., Napoli, 1680, p. 120. 



INTRODUZIONE CLXXVII 

valos, con Costanza, che sposerà Federigo del Balzo, 
conte dell' Acerra, primogenito di Pirro; i Guevara, 
con Pietro, marchese del Vasto, che, sposando Isotta 
del Balzo, prima figliuola di Pirro, avrà due figlie: Eleo- 
nora , che si mariterà a Lodovico di Lussemburgo , 
conte di Ligny e di Conversano; e Covella, che sarà 
moglie del celebre marchese di Montesarchio: Giovan 
Vincenzo Carafa; i Gonzaga, con Gian Francesco, che, 
marito della terzogenita di Pirro, Antonia, avrà, fra 
l'altre, una figlia, Dorotea, che si mariterà a Giovan 
Francesco Acquaviva '. 

Probabilmente il poemetto fu scritto per glorifica- 
re la infelicissima vedova di don Federigo , Isabella 
del Balzo ', e con essa i tre suoi figliuoli: «tre re», 
— augura il poeta: — il primo de' quali sarà « quarto 
Ferrando » ; e per ingraziarsi tutte quelle famiglie 
imparentatesi con lei , per il matrimonio dell'unico suo 
fratello, delle due sorelle e delle figlie di queste: i 
D'Avalos, i Guevara, i Gonzaga, i Carafa, i Lussem- 
burgo, gli Acquaviva. E poiché in alcune delle lodi che 
fa, ei mostra il suo bell'animo sempre costante, sem- 
pre fedele ai suoi Aragonesi; nel cui non lontano ri- 
torno sul trono napoletano egli ha, piìi che una debole 
speranza , una quasi salda fede ^ ; ed in altre appare 
troppo caldo encomiatore di un Pirro del Balzo, di un 
Pietro Guevara, di un Andrea Matteo Acquaviva, e 
perfino di un Lodovico di Lussemburgo, cugino di Carlo 
Vili, non certo teneri amici di casa d'Aragona; è le- 



* Le notizie biografiche di qviasi tutte queste persone nelle nìt. alla 
Pascha, ai luoghi citati neW Indice storico, in fine della nostra ediz. 

2 La povera regina, lasciata co' figliuoli in Ischia da don Federigo, 
quando questi andò in esilio in Francia; raggiunse il marito nell'agosto 
1502; ma, dopo la morte di lui (9 nov. 1504), si recò a Ferrara, presso 
Alfonso d'Este, figlio di Eleonora d'Aragona. Cfr. Passaro, p. 129. 

3 Cant. V, 157 sgg. 

* Ivi, vv. 166 sgg. 



CLXXVm INTRODUZIONE 

cito supporre che il povero vecchio, un tempo primo 
ministro di que're, fosse stato costretto, negli ultimi 
anni suoi , a sperare nella munificenza di queste grandi 
e ricche famiglie; nelle quali un Giovan Vincenzo Ca- 
rafa, un Andrea Matteo Acquaviva, una Costanza d'A- 
valos avevan fama di appassionati ammiratori e pro- 
tettori di letterati. 

Tutta la parte, per così dire, storica è compresa ne- 
gli ultimi tre cantici. Nei tre primi, invece, egli, se- 
guendo passo passo la tradizione evangelica, e special- 
mente quella di Giovanni ' , descrive tutti i principali 
fatti che seguirono la morte del redentore: l'andata di 
Maria Maddalena al sepolcro; la discesa al limbo, e la 
risurrezione di Gesù; l'ascensione di Maria Vergine; 
l'apparizione di Cristo a Maddalena, a due discepoli 
sulla via d'Emmaus, agli Apostoli; la sua salita in cielo. 

Per colorir questo gran quadro' egli si serve non 
solo dei migliori brani dei Fsalmi, — di questi anche 
qualcuno parafrasato quasi per intero^, — del Canti- 
cum ^, e di sentenze ed immagini de\VA2)0cahjpsls *; 
quanto di qualche breve episodio, di immaginazioni e 
similitudini virgiliane ^. Come Virgilio ad Augusto sulle 
rive del Mincio, anche il Gareth vuole, se mai ritor- 
nerà in patria, inalzare un tempio alla Vergine, sulle 
rive del Llobregat '^. Lo spavento da cui son prese le fu- 
rie infernali, — che son tutt'una cosa con i malanni ed 
i vizi personificati e posti da Virgilio innanzi al vesti- 

* V. le nn. ai vv. 67-69, 100, 103, 115-116 ecc. del cant. I; 103- 
116, 133-135, 142-143 del li. 

2 Per es., il salmo xcvii, 1-9, nei vv. 223-243 del cant. I; il lvi, 
8-9 nei vv. 58-60 del II; i xcv e xcix, cix, cxlv, lxxxviii, cxii, nei 
vv. 106-107, 118-119, '3^' '^7. 169-171, 172-176 ecc. del III. 

3 Cfr. le ìui. ai vv. 29-31, 46, 48 ecc. del cant. III. 

* Cfr. le nn. ai vv. 142-144, 158-159 del cant. Ili; 83-87 del IV. 

5 Per es. , quella della riflessione dei raggi solari sull'acqua (^n. 
vin, 21-25), nei vv. 64-6Ó del cant. II. 
8 Ivi, vv. 46-51, e Georg, m, 13-16. 



INTRODUZIONE CLXXIX 

bolo dell' Averne ' , — all'apparir dì Cristo , ricorda 
quello del Caco virgiliano, quando vede la sua spelon- 
ca smantellata da Ercole ". Il Battista rivolge a Cri- 
sto , venuto nel limbo a liberar lui e gli altri santi pa- 
dri, ristesse parole di Ancbise ad Enea, quando lo 
rivede ne' campi Elisi ^ E pure virgiliane sono la de- 
scrizione di una notte *, e dello stato del cielo, della 
terra, dell'aria, del mare, dopo cbe Iddio lia parla- 
to^; l'incitamento a seguir la virtù nel breve tempo 
della vita"; la predizione della breve vita di Ferran- 
dino ''; il compianto di Federigo del Balzo ^, il para- 
gonare Costanza d'Avalos a Diana cacciatrice ^. 

La somiglianza dell'argomento, l'identicità della 
scena, a cui ci riconducono gli ultimi tre canti, gli 
dovettero spesso ricordare il Paradiso dantesco ed il 
recente poema latino del Sannazaro: il Be partii Vir- 
ginis. Dell'uno e dell'altro, infatti, si trovano non po- 
che tracce nella Pascila ^^ : anzi è con una entusiastica 



* Ivi, vv. 143-183, ed JEn. vi, 273-2S1. — Il n. tenne anche dinanzi 
Claudiano, in, 28-38, che aveva imitato l'istesso luogo di Virgilio. 
' Ivi, vv. 124-138 ed Mn. viii, 238-248. 
3 Ivi, vv. 197-207 ed ^n. vi, 687-694. 
< Cant. II, 37-49: ^n. iv, 522-529. 

5 Cant. V, 97-102: ^n. i, 254-236; x, 100-103. 

6 Ivi, vv. 82-86: jEn. X, 467-469. 

7 Ivi, vv. 145-147; ^n. VI, 869-870. 

8 Cant. VI, 104-105: jEn. vi, 883-886. 

9 Ivi, vv. 112-124: JEn. I, 498-503. 

1" Per Dante, cfr. , fra le altre, V invocazione della « Diva Beatrice » 
in principio del cant. IV, 4-15; il chiamare «alta laurea Augusta» 
(V, 14), Maria Vergine, come nel Farad, xxxii, 119, ecc. Per il San- 
nazaro, V. le nn. ai vv. 127-128, 137-141, 214-219 del cant. I , ecc. — 
Di tutte queste imitazioni notate, s'accorse all'ingrosso anche il Meola, 
p. Ili: «Il medesimo [Chariteo) avendo impreso a scrivere il Poema 
della Resurrezion di Cristo negli ultimi anni suoi, ad imitazion del 
Sannazaro, che scrisse in latino quel del Parto della Vergine, segui 
il Dante {sic) nello stile e nelle forme non meno che il Petrarca nei 
suoi Trionfi ...» : ivi son anche « tradotti molti luoghi del Vangelio 
e dei Salmi ». 



CLXXX INTRODUZIONE 

invocazione all'Alighieri ed al Petrarca, ricalcata su 
quella di Properzio per Callimaco e Fileta \ che si 
apre questo poemetto: 

Anime sante', esempio sempiterno, 
lume e splendor del bel tosco idioma. 
Dante e Petrarca, d'Arno onore eterno; 

onde traeste voi la ricca soma 
di bei volumi? e 'n qual fonte beveste? 
l'antro, ove entraste, ancor come si noma? 

Deh, fate omai ch'a noi si manifeste 
vostra secreta selva, i lauri vostri, 
sacrati a l' immortai musa celeste! 

Che 'n tal guisa serraste intorno i chiostri, 
che, dopo voi, nessun preclaro ingegno 
v'ha penetrato, insino a i tempi nostri. 

Cosi le dolci paci e '1 dolce sdegno 
di Laura sian piìl dolci, e '1 sacro nume 
de la Beatrice sia sempre benegno! * 

La Fascila, che è il più lungo dei componimenti del 
Chariteo, — sei canti di quasi duecento versi ognuno, — 
è notevole per una certa larghezza di concepimento, per 
una mediocre finitezza dei particolari, per il colore bi- 
blico quasi sempre serbato. Ma, scritta quando il poeta 
era già inoltrato nella sessantina e prossimo a' settan- 
ta, risente di tutti i difetti della vecchiezza: manca, 
perciò, di calore e di vera ispirazione, e mostra qua e 



* Eleg. IV, I, I sgg.; e cfr. specialmente i vv. 5-6 con la seconda 
delle terzine riferite: 

Dicite, quo pariter Carmen tenuastis in antro? 
quove pede ingressi? quamve bibistis aquam? 

2 Cant. I, 7-21 e v. le n?i. a questi vv. — Nello scrivere la terza e 
quarta terzina ebbe forse anche presente il Sannazaro, De part. Virg. 
n, 301-308. — Nella prima delle terzine ora cit., nominando anche il 
Petrarca per una sua opera dedicata alla « musa celeste » , pare che 
voglia alludere al Trionfo della divinità, di cui forse imitò gli ul- 
timi vv. in fine del cant. VI della Pascha. 



INTRODUZIONE CLXXXI 

là un certo che di pesante e di stentato, di stanco e di 
monotono. 

Ma son pur pieni di aifetto e di tristezza quei versi 
in cui il poeta invita le sue lagrime a rinchiudersi nella 
tomba di Ferrandino ' : 

Tornate indietro voi, lagrime mie, 
chiudetevi al sepulcro, in notte oscura, 
là dove dorme Taragonio die 2. 

Né manca d'espressione e di vivacità il ritratto che di 
Ferrante Guevara, il vecchio conte di Belcastro, prode 
guerriero e poeta ^ , tratteggia la parca Cloto nel pa- 
radiso: 

E di Belcastro il conte, in gioventute, 
ornato fia di ramo trionfale, 
di pacifica fronda, in senettute: 

quel be! Ferrando ai re non inequale 
in maiestade, in fronte, e lieta e grave, 
con condimento di giocondo sale. 

mansueta umanità, soave 
nettar d'ogni tranquillo animo grande, 
amaror de le menti inique e prave! * 

E quest'altri, in cui la stessa Cloto compiange Federigo 
del Balzo, che morirà giovanissimo, posson ben stare ac- 
canto ai virgiliani e ai danteschi, da cui derivano: 



1 Nella sagrestia di San Domenico Maggiore (Summonte , Historia 
di Nap., Ili, 524). Questi vv. furon forse scritti prima del 21 decem- 
bre 1506, quando, per un incendio, si bruciò il corpo di Ferrante II 
e quelli di Alfonso I e di Ferrante I (Passaro, p. 147). 

2 Cant. IV, 130-132. 

3 Nel Cancionero de Lope de Stùhiga, cód. del siglo XVj ahora 
por vez primeva publicado (Madrid, Rivadeneyra, 1872), a p. 337 vi 
è una « Pregunta de don Fernando de Guevara al sennor Rey [Al- 
fonso il Magnanimo], et la respuesta por su mandado del sennor, re- 
spondiendo ea su persona ». A pp. 436-47 anche delle notizie su di lui. 

* Cant. VI, 28-36. 



CLXXXII INTRODUZIONE 

Con man piene di gigli e di viole 
onorate il candor di Federico: 
Federico, di Pirro inclita prole *. 

Ma più belle, più ispirate, più affettuose son le terzine 
che fanno, anch'esse, come da preludio al poemetto. 
Il poeta, invecchiato, già prima del tempo, per tanti 
dolori sofferti, si sente, tutt' a un tratto, come rin- 
giovanito, al pensiero della patria lontana, della sua 
Barcellona, ove visse i lieti anni dell'adolescenza, ed 
ove vorrebbe ritornare poeta, glorioso dell'amicizia e 
della stima del Sannazaro, per inalzare, alle falde del 
Monjuich, e presso le rive del Llobregat, un tempio 
alla Vergine, come poi fece, negli ultimi anni della sua 
vita, anche il suo amico, a Mergellina^: 

quando fia quel di, Muse benigne, 
che 'n la mia patria prima io vi conduca, 
in quelle alte magion, di gloria digne? 

Là conven che '1 mio nome splenda e luca, 
rimembrando Tonor ch'ai cielo estolle 
il mio bel Sannazar, maestro e duca: 

il suo Sebeto, e '1 bipartito colle 
Vesuvio, e i lauri ch'adornaro il ciglio 
del re, che '1 cielo inanzi tempo volle. 

Sotto '1 monte di Giove, in sul vermiglio 
fiume, poner io spero un tempio d'oro 
a la madre del ciel, figlia del figlio! ^ 



1 Ivi, vv. 104-106. — Cfr. Virgilio, ^n. vi, S83 sgg. e Dante, 
Purg. XXX, 20-21; Inf. iv, 80; nelle nostre n». a que' vv. 

2 CoLANGELO, Vita del Sann., p. 240. 

3 Cant. I, 37-48. — Oltre che al brano virgiliano già cit. (p. clxsviii, 
n. 6), il n., scrivendo questi bei vv., pensava a Dante, nel suo ma- 
linconico sospiro alia patria lontana {Farad, xxv, 1 sgg.). 



INTRODUZIONE CLXXXIII 



VII. 



Chi ha avuto occasione dì percorrere gli scrittori no- 
stri non toscani del secolo decimoquinto, avrà già no- 
tato da sé , da' versi sinora riferiti del nostro , che il 
Gareth conosceva e adoperava la lingua toscana assai 
meglio di alcuni suoi contemporanei, e specialmente 
dei napoletani. 

Ma di questo nessuna maraviglia. Si può dire che la 
lingua toscana e' l'avesse succhiata col latte, già in I- 
spagna. Barcellona , come la piìi importante città com- 
merciale del Mediterraneo , nel secolo decimoquinto , 
era in continue relazioni con l'Italia. Fin dalla secon- 
da metà del secolo precedente, i giovani spagnoli si 
recavano nelle università italiane a perfezionare i loro 
studi '. Fin dalla seconda metà del trecento, e poi nei 
primi decenni del quattrocento, una intera scuola di 
poeti catalani, valenziani e castigliani avevano procla- 
mato lo studio e l'imitazione del nostro grande trium- 
virato trecentista. 

E lasciando stare Francesco Imperiai, che sin dalla fine 
del sec. XIV studiava ed imitava Dante; verso il 1428 
Andrea Fabrer , mentre rendeva « en verso catalano 
con extremada exactitud » la Comedia, nelle poesie li- 
riche seguiva il Petrarca; al quale rubava pensieri e 
versi interi Jordi deSant Jordi, il presunto autore del 
son. Pace non trovo, che messer Francesco avrebbe 
semplicemente tradotto, quasi un secolo prima che fosse 
stato scritto; Ausias March, il più originale, il piìi 
grande de' petrarchisti spagnuoli del secolo decimo- 
quinto , scrisse le Cdniicas de Amor in vita ed in 



* V. G. TiCKNOR , Hiit. de la litt. espagnole ^ trad. frane. , Parigi ♦ 
1864, voi. I, pp. 316-18. 



CLXXXIV INTRODUZIONE 

morte di Teresa Bou o Momboy, che aveva veduta in 
chiesa, un venerdì santo, proprio come il Petrarca, Lau- 
ra; Giovanni Rocaberti nella sua Gloria de Amor, fra 
non pochi ricordi danteschi e boccacceschi, istituisce un 
/ paragone fra la poesia italiana e la francese , in cui 

l'arte « de Florenga Franga venqe»\ e Dante, il Pe- 
trarca ed il Boccaccio ricorda continuamente nel 8ort 
en laJior de les Monges de VaUdon.sella , scritta nel 
1458, Antonio de Vallmanya. E, contemporaneamente 
al Fabrer, traduceva in prosa castigliana la Comedia 
anche don Enrico di Villena; e Dante chiamava el huen 
Florentin e prendeva come a maestro Fernan Perez de 
Guzman. Juan de Mena, che verso il 1430, era a Roma 
a compiere i suoi studi , nei suoi poemi : la Coronagion, 
il Lahyrintho Las Tresgientas, il Dialogo de los Siete 
liecados mortales, scritti tra il 1438 e il 56, e pe' quali 
s'acquistava poi il nome di Ennio e di Omero spagnuolo, 
aveva tenuto sempre dinanzi a modello la Comedia. 
Finalmente , il più grande rappresentante di questa 
scuola italiana, don Inico Lopez de Mendoza, marchese 
di Santillana, ammirava, imitava e traduceva molti 
luoghi delle tre cantiche dantesche e del Cansoniere 
nella Defunssion de don Eìirique de Villena, nella Co- 
medieta de Ponga, nella Coronagion de Mossen Jordi 
de Sani Jordi, neW Infierno de los Enamorados ed in 
altre sue opere; ed era il primo a introdurre il sonetto, 
2i\V italico modo, nella letteratura spagnuola *. 



1 V. Amador de LOS Rios , Op. cit., voli. V, pp. 190 sgg., VI, pp. 
16-20, 39-32, 79 sgg., 489 sgg.; e cfr. Tickngr, Op. cit., pp. 319 sgg. — 
Oltre la trad. del Fabrer (La Comedia de Dant Alighier de Flo- 
renga traslatada de rims vulgars toscans en rims vulgars catalans , 
Barcellona, 1878) e quella di don Enrico d'Aragona, non ancora ri- 
trovata, un'altra in prosa del solo primo canto , anteriore alle altre 
due, è in un cod. della bibliot. dell'Escuriale (Amador de los Rios, 
Op. cit., voi. cit., p. 31 n.). — Per mossen Jordi, v. anche Foscolo , 
Sag. sopra la poes. del Petr. {Opere, voi. X, p. 44). — Dei canti di 



INTRODUZIONE CLXXXV 

Nessun dubbio, dunque, che il Gareth, quando dalla 
Spagna venne a Napoli, non conoscesse, non ammiras- 
se-, non amasse ed avesse seco la Coiìiedla ed il Can- 
zoniere. L'esempio e l'amicizia stretta ben presto col 
Sannazaro dovettero confermarlo vieppiìi in quell'a- 
more e dissuaderlo dall' adoperar la lingua spagnuola 
nelle sue poesie, come avevan pur fatto altri poeti, suoi 
concittadini, venuti alla corte di Alfonso il Magnani- 
mo. ^ È sotto questo riguardo ch'egli dovette chiamar 
poi il Sannazaro suo « maestro e duca » ; * ma è in- 
discutibile che all'influenza di questi poeti suoi con- 
cittadini si deve se il Gareth unisca immancabilmente 
al nome del Petrarca, cosi ripetuto nel quattrocento, 
quello, allora, quasi ignoto di Dante: ^ di Dante, piìi 
acclamato e conosciuto — ahimé, convieu pur confes- 
sarlo ! — in Ispagna, che nella propria patria, e special- 



A. March v' è anche una trad. ital. (v. Ticknor, Op. cit., p. 303, n.) — 
Juan de Mena è anche ricordato dal Galateo, txqW Esposi z. del Pa- 
ter Noster {Opere, voi. II, p. 201): « Joan de Mena, lo Omero spa- 
gnolo, la Coronazione con io suo comento, e Las Tricientasy). — 
Il marchese di Santillana, nella lettera a donna Violante de Pradas 
(4 mag. 1444), in cui accenna ai recenti suoi « sonetos . . . al itàlico 
modo » , e nel Proemio al condestable de Portugal sobre las obras 
{Bibl. de aut. espan. , Madrid, 1870, t. LXII, pp. io sgg.), ricorda, 
oltre Dante, il Petrarca, il Boccaccio, e alcuni poeti francesi e pro- 
venzali, anche il Guinicelli, il Cavalcanti, Cecco d'Ascoli. 

' Amador de LOS Rios, Op. cit., voi. VI, pp. 481 sgg. 

^ Pascha, I, 42 ( v. a p. clxxxii ). — Lo stesso anche dicono i vv. 
75-76 del cant. VI di quel poemetto : 

Quando di quel liquor partenopeo 
Sincero mi pascea, dolce cantando. 

Cfr. Meola , Op.cit., pp. in-112. 

3 I «duo gran Toschi» nel son. CLXXXIX, 2; «i due soli, di cui 
l'Arno si gloria, Onde Beatrice e Laura or son divine», nella canz. 
XX, 22-23; «Petrarca o Dante» nel son. CXCIII, 4, e nella invoca- 
zione al i della Pascha (v. a p. clxxx). Imitazioni dantesche poi nella 
n. a p. CLXxix e nelle nn. alle rime. 



CLXXXVI INTRODUZIONE 

mente iu Napoli ; Dante , che il Sannazaro non ricordò 
o imitò quasi mai , e che quindi non poteva additare al 
giovine barcellonese; Dante, che, nel quattrocento, a 
Napoli , fra tanti stridenti pappagalli petrarcheschi , 
solo Marino Jonata e Pietro Jacopo de Jennaro mostra- 
no, nelle loro imitazioni, di aver alquanto studiato '. 

Dicemmo già che il nostro, ripubblicando nel 1509 
molte delle sue rime già pubblicate nel 1506, le cor- 
reggesse tutte quante, da cima a fondo. Ora, poiché, 
oltre che artistici e stilistici , molti di questi migliora- 
manti son anche di lingua, "- si potrebbe dire che fu 
proprio in que' tre anni eh' e' si perfezionasse un po' me- 



i Nel Jardeno del primo (1463), stampato a Napoli, dal Preller, 
nel 90; nelle Sei etate della vita huìnana del secondo, nel cod. ashb. 
1039 della Laurenziiina (v. una Notizia del Renier nel Giorn. stor. 
d. lett. ital., Vili, 248 sgg.)- ^ De Jennaro anche nel Canzon. (p. 
126) ricorda la dantesca «Beatrice». 

■2 Le varianti della prima ediz. ( 1506) dalla seconda (1509), tutte 
nelle nn. alle rime. Qui, per mostrare qual progresso facesse il n. 
nella conoscenza del toscano, in que' tre anni, riferisco alcuni dia- 
lettalismi o latinismi della prima con le correzioni della seconda, in 
parentesi: scendisti (scendesti) , empien (empiou), uenenosi (velenosi), 
lassa (lascia), ieiuno (digiuno), iocondo {gioconào), volno allargar 
(distendon), dovuncha (ovunque) , ad tal (acciò) , verte (muta), vence 
(vince), gionto (giunto), scempia (schietta), risplendor (splendor), 
corrozo (corruccio) , pr e termittendo (lasciando), j^ff^eV (soffrir) ecc. 
ecc. — Ecco, poi, un saggio delle correzioni stilistiche ed artistiche 
(pp. 15, 22, 30, 34, 38 della nostra ediz.): 

La ragion vuol che creduto non sia. 
Non voi ragion che fé data gli sia. 



// vostro specchio chiatto 

vi pò mostrar quel che non trova il paro. 

Quel che non trova pare 

il vostro specchio sol vi può mostrare. 



INTRODUZIONE CLXXXVII 

glio nella conoscenza della lingua toscana. In ogni modo, 
quanta differenza dalla lingua adoperata da questo 
spagnuolo a quella dei rimatori napoletani del quat- 
trocento, tutti gentiluomini e cortigiani; a quella di 
due dei migliori tra essi, il De Jeunaro e G. F. Ca- 
racciolo, dotti, nobili e patrizi napoletani! * Essi, ita- 
liani, ignorano del tutto l'eleganza, la grazia, l'ar- 
monia della lingua del Petrarca, non ostante che ab- 
biano costantemente aperto dinanzi il Cannoniere : che 
stento, che durezza, quanta volgarità provinciale nel 
loro linguaggio ; e quale dolcezza musicale, quale spez- 
zatura, che facilità e leggiadria nei versi del nostro! 

È vero che anche lo stile del Chariteo fu detto « irto 
di latinismi e non scevro di improprietà di linguag- 



Ove risplende un lucilo terreno 
et l' aere è più sereno. 
Ov'altro sol si vede et altra luna, 
né mai l'aere imbruna. 



Allora il crederò, qtiando pur senta 
ch'Amor possedè il cor che mi tormenta. 
Allora il crederò, quando veda io 
ch'Amor tenga quel cor, che tene il mio. 



Amor se chiama Morte veramente. 
Morte si chiama Amor veracemente. 



Ad tal che al inondo non trovassi il paro. 
Acciò che a te non fusse altro simile. 

1 II primo adopera nel Canzoniere i napoletanismi: lasco (lento), 
ahriisciare, tresze, cierto, isso, nesciuno, orrebele; il secondo, nelle 
Rime: aira (aria), riscignol, Ittica (tarda), anda, ponte (punte), 
centomilia, in fase (infuse), spiasse (domandasse), sonna (sogna), 
versaglio ecc. — Del Caracciolo anche il Meola (p. 113): « Spesso to. 
glie in prestanza dal volgar idioma di Napoli qualche voce e qualche 
modo e qualche rima ancora ». 



CLXXXVIII INTRODUZIONE 

gio » ; ^ ma questi difetti non sou comuni a tutte le poe- 
sie. Si tratta dunque di alcune stanze della canz. VI e 
delle canzoni religiose, e di qualche terzina dei poemetti 
— VEndimione, ch'è la più bella opera del nostro, riman 
quasi tutto incolume, — che son veramante infette dei 
più crudi latinismi, repugnanti al genio del toscano ^ Ma 
questo è davvero un gran difetto in uno scrittore vis- 
suto nel secolo del rinascimento e nella Napoli di Lo- 
renzo Valla, di Antonio Beccadelli , di Gioviano Fon- 
tano e di Jacobo Sannazaro; quando, anche per la poe- 
sia volgare, principal canone era l'imitazione dei mo- 
delli latini ? 

Se non che a me pare , ed è parso così anche a qual- 
ch' altro, che questo soverchio latineggiamento del to- 
scano sia stato fatto di proposito dagli scrittori della 
corte aragonese ; e che non si possa quindi parlare di 
difetto alcuno. Essi volevano sottrarsi al giogo dei let- 
terati fiorentini, al quale dovevano umilmente sotto- 
mettersi una volta che avesser riconosciuto il toscano 
come lingua letteraria. ^e\V Arcadia, secondo l'edizione 
del 1504, nei canzonieri del nostro e di G. F. Carac- 
ciolo, nei prosatori dotti, apparisce quasi formata una 
lingua, che, essendo pur in fondo toscana, ha una 
tinta, un'armonia, un sapore fortemente classico, erudi- 
to , derivatole da Virgilio e da Cicerone. 

« Improprietà di linguaggio » ^ non ne risaltaron mol- 



1 D'Ancona, Secent, p. 185. 

2 Ecco'i principali latinismi che si son fatti notare di più in tutte le 
rime: amisse, insonti, invia, devia, inluando , rime (fessure), verte, 
fave, pavé, assentator, tute, vecordia, flavo, rutilare, inscitia, sepi- 
ìnento , pervio, rubo, labe, soro, trabea, lugendo, fahelle, abéne, cani 
(capelli bianchi), obnubilare , papille , efflagran , perfuse, impensa 
ecc. ecc. Moltissimi altri nelle nn. alle rime. 

3 Si notino, per esempio, i vv. 256 sgg. della canz. VI : 

Poi che '1 misero Hvdronto 



INTRODUZIONE CLXXXIX 

te ad Anton Maria Salvini , che postillava pazientemente 
le rime del Chariteo; nelle quali lo stesso Salvini non 
potè notare che tre o quattro spagnolismi , ed uno — 
e forse due, aggiungerò io, ma non più — napoleta- 
nismi *. 

Dall' istesse fonti a cui aveva attinto la lingua to- 
scana, derivò quasi tutte le forme metriche che adoperò 
nelle rime. Infatti tutti i sonetti e le canzoni, una ballata, 
i madrigali, le sestine riproducono, quasi senza nessuna 
innovazione, i tipi metrici del Cannoniere; ^ come la 



da r impia gente fia direpto e preso , 
et po[xilato inerme e d'improvviso , 
questo interrito . . . ecc. 

Pe' quali il Meola (p, 114): «Tesse una stanza di nobili latinismi, 
ma troppi». E poco prima (pp. 112-113): «Se non che, non si può 
tacere, che il Canteo in ciò eccedesse di molto, portando, oltre le 
frasi, de' vocaboli ancora che poi non sono stati ricevuti». 

* Notò più volte «sperar» (aspettar), «coraggio» (cuore), « ag- 
grave» (entri in collera) dalle voci spagnuole esperar, coragon , a- 
graviarse. Ad essi bisogna aggiungere spanto ' maraviglia ' dallo sp. 
espanto, adoperato dal n. solo nelle poesie giovanili, e comune an- 
che al Leostello (p. 186 ecc.) e al Notar Giacomo (p. 29.3). L'unico 
napoletanismo osservato nelle rime del n., lo ricordò nelle Annotazioni 
alla Bella mano (v. la n. 4 a p. xcv), p. 2S0: « Nanzi per innanzi han 
detto il Cariteo Poeta Napolitano amico del Sannazzaro, e parmi anco 
il Sannazzaro stesso. Ma non è da usare: avendo più aria del dialetto 
Napoletano, che del Toscano». — Il n, scrive sempre , non so perché, 
seperato per ' separato '. 

2 I tipi metrici delle quartine (ABBA o ABAB) e delle terzine (più 
comuni : CDC . DCD , CDE . CDE , ODE . DCE ; meno comuni : CDE . 
ECD , CDC . CDC , CDE . EDC , CDD ..DCC , CDE . CED) dei sonetti del 
n. corrispondono a quelli adoperati dal Petrarca; come ai tipi metrici 
delle canzoni di quest'ultimo, meno qualche lieve divergenza, quelli 
delle diciannove canzoni à^ìV Endimione: I (I, x) , II (I, xni), HI (II, 
1), IV e IX (II, hi), V (I, v), VI (I, VI), VII (III, n), VIII (I, xvi) , 
X (HI , i) , XI (III , v) , XII (II , vi) , XIII e XVII (III , i v ) XI V (I , x) , 
XV (I, XI), XVIII (I, III), XIX (I, vi;, XX (II, vi). E cosi la II e la 
VI (II, vi ; III, in) (ielle canzoni religiose; ma le altre quattro (ABC 



CXC INTRODUZIONE 

terza rima, adoperata nei cantici e nei poemetti, le 
terzine de' Trionfi e della Comedia. 

Eccezioni ve ne sono; ma son ben poche e di assai 
poca importanza. Mi sembra, però, alquanto notevole la 
forma metrica della canz. XI, la cui stanza è formata 
di quindici versi tutti endecasillabi , eccetto il setti- 
mo, l'ottavo e il dodicesimo, settenari, e i cui due 
ultimi versi : 

pianga ciascun di ciò che gli arde il core, 
che piangendo releva ogni dolore, 

vengon sempre ripetuti, senza nessun cangiamento, come 
ritornello, in fine di ognuna delle sette stanze; e, al- 
quanto modificati , in fine del commiato \ E dovrei 
pure far notare le forme metriche di quattro compo- 
nimenti, che io, seguendo l'ultimo editore delle migliori 
cose del Chariteo , ^ ho intitolate ballate (II- V) ; e che 



BACcDEDFeF ; ABCBACCDdEEfGfG ; ABCBACCDdEFFGeG ; ABC 
BACCDdEffGeG) e la XVI deW Endimione (ABCABCcDEEDFGfG) 
non hanno rispondenza fra le petrarchesche. Quest'ultima è molto si- 
mile alla XIV del Sannazaro. — La ball. I e i madr. I-III del n. ricopiano 
la forma metrica della ball, vi e dei madr. ii e m del Petrarca. Di 
sette sestine, solo la V è doppia, come l'unica (II, i) delle nove petrar- 
chesche. 

1 Anche nella canz. di J. Sanguinacci: Deh mieta stile, presso F. 
Baratella , Compendio dell" arte ritmica (in Da Tempo, Delle rime 
volg., Bologna 1869, pp. 194-197), in fine di ogni stanza si ripete 
sempre questo verso : 

Che per vecchiezza morte tutto passa ; 

e leggermente modificato in fine del commiato. Ma il n. la conosce- 
va? Sulle rime del Sanguinacci, v. Giorn. stor. d. lett. ital, VILI, pp. 
496 sgg. e IX, 211 sgg. 

■2 Ecco gli schemi metrici di questi componimenti : ABcACBDEf 
DFEGHHG ; aBCBaCJdEFeFgHHIGI ; ABBAGDdCEeFGGF ; ABCBAG 
CDeDFfEGEGgHH. 



INTRODUZIONE CXCI 

meglio si direbbero stanze di canzone : forma metrica 
particolare che, con grande varietà di l'orme, adope- 
rarono Dante, Guido Cavalcanti ed altri poeti dello 
stil nuovo; e che, nei manoscritti e nelle vecchie stam- 
pe , si suol chiamar anche canzone e qualche volta bal- 
lata e madrigale \ 

E cosi, adoperando la terza rima nella sua satira in- 
titolata liesjìosta contro li malivoli, e' fece, a me pare , 
cosa del tutto nuova: che il primo esempio di una serie 
di terzine di argomento satirico , nella letteratura ita- 
liana, è appunto questo del nostro. Esso infatti precede 
le satire di Antonio Vinciguerra, pubblicatesi a Vene- 
zia nel 1495 ^ — il componimento del Chariteo fu cer- 
tamente scritto prima di quell'anno ^ — e quelle dell'A- 
riosto, composte tra il 1517 e il 31 : nelle quali, come è 
stato ripetuto finora, era la prima volta adoperato, per 
metro satirico, la terza rima. 

Nelle poesie giovanili, che si trovan solo nell'edizione 
del 1506, e che fiiron poi tutte rifiutate dal Gareth, 
quando, piuttosto che poeta popolareggiante volle essere 
poeta d'arte, si adoperano naturalmente due delle forme 
metriche più comuni alla poesia popolare: la serie inde- 
terminata di endecasillabi incatenati e lo strambotto. 

L'endecasillabo incatenato, con rima al mezzo 
con rima ripercossa, ^ che il nostro adopera nelle sei 
canzoni giovanili, una volta in un componimento di sei 
stanze, ognuna delle quali è formata da sette di questi 
endecasillabi preceduti da un settenario; ed altre cin- 



1 V. a pp. 114-115 del Canzoniere di Dante (Firenze, Barbèra, 
1873); a pp. 373-74, 375-76 delle Rime del Cavalcanti (ediz. Er- 
cole, Livorno, 1883); a p. 247 del voi. II della Raccolta di rime 
ant. tose. (Palermo, 1S17). Cfr. anche Casini, Sulle forme metr. 
ital., Firenze, 1884, p. 15. 

2 Quadrio, Op. cit., voi. Il, 543. 

3 V. a n. preliminare alla Resposta nella nostra ediz., p. 335. 
♦ MiNTURNO, L'arte, poetica, Venezia, 1564, pp, 221-22. 



CXCII INTRODUZIONE 

que volte in una serie più o meno lunga degli stessi 
con un solo settenario in principio; non è solo il metro 
drammatico delle f irse e di altri componimenti dram- 
matici napoletani del quattro e cinquecento. Fu anche 
metro lirico: che lirici furono i famosi gliomari , ' 
liriche alcune egloghe del Sannazaro e di Pietro Ja- 
copo de Jeunaro ^ ed altre poesie de' quattrocentisti 
napoletani; nelle quali l'endecasillabo incatenato, mi- 
sto a terzine o ad altro metro , fu adoperato lirica- 
mente. Ma è noto eh' ancor prima di loro, come metro 
lirico lo aveva già usato il Petrarca: del quale chi 
non ricorda, oltre la frottola Di rider ìio gran vo- 
glia, attribuita a lui^, quella nebbiosa canzone 3Ial 
non vo' più cantar , in istanze di quindici versi , tutti 
endecasillabi fuori del decimo e quattordicesimo, sette- 
nari, tutti quanti incatenati da rime interne ed ester- 
ne? Dal quale esempio e da un altro molto simile di 
un petrarchista del principio del quattrocento, non igno- 
to ai letterati napoletani della corte aragonese, di Giu- 
sto de' Conti \ — il quale in un componimento non meno 
oscuro del petrarchesco, da cui trae origine, per ben 



* F. ToRRACA, Li Gliommeri di J. Sannazaro , in Giorn. star. d. 
le», ital, IV, pp. 209 sgg-. 

2 Arcadia, ediz. Scherillo, pp. 23 sgg., sgg. , 344-346: e F 7>z«rod. 

pp. CCXVIII-XXII. 

3 A pp. 362 sgg. delle Rime, Padova, Cornino, 1722. 

* Infatti P. J. DE Jennaeo, nel cit. poema Belle sei etate della vita 
hum. , lo ricorda cosi : 

De Valmontone ancor mira quel Justo 
con tanti dulci effecti in sua eloquencia , 
che muove l'aspro cuor non che '1 venusto. 

Ma l'allusione sfuggi al Renier, che illustrò questi vv. ( v. la n. 1 
a p. CLXXxvi). Anche « Justo da Valmontone » io cliiaraano Benedetto 
DA Cesena {De honore miilierum, IV, 11) ed il Calmeta {Vita di Ser. 
Aquil., nelle cit. CoUettanee). 



INTRODUZIONE CXCIII 

due volte, ad alcune terzine aveva fatto seguire una 
serie a bastanza lunga di endecasillabi e di settenari con 
rime interne ed esterne;^ — i poeti napoletani, con a 
capo il Sannazaro, derivarono l'uso dell'endecasillabo 
incatenato, come metro lirico e come drammatico. Fu 
così, dunque, che come metro lirico, col Sannazzaro i- 
stesso, col De Jennaro , con Francesco Galeota, ^ con 
Kustico de'Perleoni, ^ l'adoperò anche il nostro. 

La forma metrica degli strambotti solo nei primi sei 
si presenta identica alla forma che questo componi- 
mento ebbe originariamente e piìi comunemente presso 
il popolo: l'ottava siciliana, formata, come si sa, da otto 



'* Si leggono a p. loi e sgg. della Bella mano, dopo alcune terzine : 

Ma chi ne incolpo — in tanta mia mina? 
Sentenzia divina — e mia sciocchezza; 

e '1 volto e la durezza — di ch'io adoro 

Né quel , né questo — ond' io mi lagno ognora 
in guisa che mi accora, — ed è ragione 
savrebbe la cagione — al duo! eh' io provo. 
Ah , eh' un novo Sinone ! — Or basta ornai , ^ 
Amor, che assai tai guai — per noi son pianti , 
e gli occhi santi — donde ancor mi struggi. 

Ed altri, poco dopo, sin quasi alla fine del componimento, che si 
chiude con altre terzine. 

' Nella Froctola a lo Illustrissimo S. don Frederico in glio?naro, 
ricordata dal Napoli Signorelli ( Vicende della colt. , IV , p. 549) , 
e di cui io posseggo una copia (v. la n. 3 a p. e) : 

Magnanimo Frederico , 
per novellar l'antico — mio servire, 
ho preso alquanto ardire — del bascio ingegno, 
levarlo in alto segno — non usato : 
però ch'ardir m'hai dato — ch'io te scriva ecc. 

3 Al f. Ixxiii del Perleonio (v. la n. 3 a p. e), in mezzo a terzine : 

Se mai per fede o gran mansuetudine 
1' alta beatitudine — se acquista ecc. 



CXCIV INTUODUZIONE 

versi endecasillabi con due sole rime alternate; ^ metro 
che doveva esser molto in voga quando il Chariteo co- 
minciò a rimare ( 1480), essendo quasi l'unica forma 
che lo strambotto assuma nelle mani dei rimatori na- 
poletani contemporanei "^ Negli altri ventisei strambotti 
egli segue il tipo metrico dell'ottava toscana o rispetto, 
di tre rime, cioè due alternate nei sei primi versi, l'al- 
tra a bocca baciata nei due ultimi. Tanto è vero quello 
che asserimmo più avanti: che il nostro, movendo dal- 
l'imitazione dell'arte popolare, s' accostò prima, e per 
poco tempo, alla scuola tiorentiua de' cortigiani di Lo- 
renzo de' Medici, che alla lor volta a quell'arte popolare 
s'eran sovente ispirati; poi si détte tutto a studiare e 
a riprodurre l'arte, la grande arte del Petrarca e di 
Dante. 



Vili. 

E non solo l'arte di questi due grandi, sì bene, come 
abbiam veduto, quella anche dei migliori poeti latini. La 
lingua de' quali gli era pur familiarissima; — in essa, 
come vedremo, scrisse anche un saporito epigramma 
catulliano al Sannazaro ed una epistola in prosa a E- 
gidio da Viterbo; — ma egli non si sentiva nato per 
poetare in latino. Al Sannazaro confessava con un certo 
rammarico che 

... il fato l' aveva in tutto privo 

del grandiloquo stilo: . . . quel più bello, 

antiquo , alto idioma I 3 



' V. C. NiGRA, La poesia popolare italiana, iauanzi ti Canti po- 
pol. del Piem. (Torino, 1888), p. xi sgg. — Lo str. II , come spesso 
lo strambotto popolare, ha le due parole -rime con omofonia della 
sillaba atona {-anta -ento). 

2 V. Casini, nella Riv. crit. d. leti, ital., Ili, col io8, n. 2. 

3 Canz. X, 97-99. 



INTRODUZIONE CXCV 

Pur tuttavia egli si credeva a bastanza fortunato di 
poter gustare, nell'originale, le bellezze del «gran Ver- 
gilio », del suo prediletto Properzio, di Orazio « arguto, 
e grave » ; * e di poterle trasfondere nelle sue poesie, 
qualche volta con le loro istesse parole. Egli conosceva 
anche il greco , e forse ebbe conoscenza diretta di « quel 
sempre più fiorente Omero » , — com'egli lo chiamò con 
frase lucreziana;^ — forse del divino Platone, di Pin- 
daro e di Callimaco: che di questi ultimi due fa un af- 
fettuoso ricordo , come di vecchi amici , in una delle più 
classiche sue canzoni ^ 



' Canz. XX, 12-22: 

Che, se quel sempre più fiorente Omero 
e '1 gran Vergilio, ne i parnasii gioghi, 
ottenner da le Muse i primi luoghi ; 
d' alcun altri ancor vive il nome intero. 
Io veggio pur graditi in seggio altero 
e Pindaro et Orazio, arguti e gravi; 
veggio gli alti e soavi 
Callimaco e Properzio, or più fulgenti 
per lingue alte, eloquenti, 
volar con pregio eccelso e gloria grande: 
che i rai non in un solo Apollo spande. 

Cfr. Orazio {Od. IV, ix, 5-12). 

2 De rer. nat. 1, 124: « . . . semper florentis Homeri ». 

3 V. i vv. cui qui si accenna, nella n. qui sopra — Un episodio del- 
l' Iliade imitato dal n. nella Metham. (v. a p. clxvi). Nella epistola 
ad Egidio da Viterbo (a p. 463 della nostra ediz.): « Mi Ito Hesiodum 
et Theocriti Eglogas. Homerum, quia ante discessum meum conte- 
gendum librario dedi, in praesentia mittere non possum ». — Per Pla- 
tone V. la n. a p. cxx ed al son. II ecc. — Che conoscesse il greco , si 
rileva anche dal Galateo, che, nella cit. Espos. del Pat. Nost. (Opere, 
voi. IV, p. 8), dopo aver ricordati molt' altri scrittori dotti nel greco, 
esce a dire: « et per passare alli nostri, li dui Attaldi, el mio Sana- 
zaro elegantissimo , et candido in tutte le cose sue , precipue nelle Let- 
tere Grece et Latine, il bon Carbone, Chrisostomo, Pardo, Charileo , 
Cotta, Puzio, Summonzio, et lo illustre Aquevivo». 



CXCVI INTRODUZIONE 

Ch'egli poi fosse fornito di un' erudizione non co- 
mune, non è da metterlo in dubbio: che, ove le rime 
non ce '1 dicessero in ogni lor verso, ce lo afferme- 
rebbero le testimonianze dei contemporanei. E, senza 
altro, questa sola del Galateo. Il quale, nel De sitii 
Japygiae, ricordando gli amici eruditi, a cui aveva invia- 
ta una copia di un'iscrizione eh' egli credeva messapica, 
scolpita sur una lapide trovata ne' sepolcreti di Vasta, 
perché essi ne dessero il loro parere; nomina il nostro 
in quarto posto, cioè appena dopo il Fontano, Ermo- 
lao Barbaro e il Sannazaro : « Harum literarum exem- 
plum. Fontano, Hermolao, Actio tuo, — cioè di Giovan 
Battista Spinelli , cui era dedicato quel libro — immo 
et meo; Chariteo, et Summontio misi, et nounullis a- 
liis: omnes mecum sensere has esse Mesapias literas »^ 

Altra prova di questa sua non comune erudizione è 
il vederlo ben presto accolto fra i discepoli, fra i com- 
pagni del Fontano. Se verso il 1482 lo troviamo già 
stretto in intime relazioni col Sannazaro, coli' Altilio e 
con altri letterati napoletani, ^ vuol dire che già fin 



* Opere, voi. I , p. 78. — Fra i « doctissimi viri » napoletani, accanto 
ad A. M. Acquavi va, al Sannazaro, al Pardo, a Crisostomo Colonna, al 
Summonte , lo ricorda lo stesso Galateo nella Apologia al Laoniceno 
{Opere, voi. II, p. 62) e nella cit. Esposiz. del Pat. Nost. (Opere, voi. 
Ili, p. 201) : «Li multi leggeranno Burchello , li romanci, li sogni de li 
Palatini , Bove di Antona , li Morganti , Serafino e Rustico , la Fiam- 
metta ed il Filocopo, e, come dice Paolo: ad fahulas convertentur. 
Altri chi sono di più alto ingenio , chi desiderano parer più belli e 
dissen volti ed omini de palagio, disprezano lo greco e lo latino, e 
Dante e Petrarca, Sannazaro e Cariteo , ameni dottissimi; se mette- 
ranno ad solazar nel dolce romanzo». Poco avanti (p. 194) aveva detto : 
«Ho avuto pratica non con omini, si non coti persone dotte, juste e 
consumate {sic), come fo Matteo Aquila, Soiimena, Lanzilao, Ermolao 
Barbaro , Corvino e li due Attaldi , e , per poco tempo , con Teodoro 
Gaza, lo Panormita, lo Pontano, Sanazaro, Carbone, Galeazzo e Jovan 
Francesco Carazolo, Cariteo, Pardo». 

'^ Il son. XCI, in cui egli nomina questi suoi amici, fu scritto tra il 
1482 e r84. 



INTRODUZIONE CXCVII 

d'allora egli doveva far parte dell'accademia. Dunque, 
prima di quest'anno, il Garetli, incoronato del tradizio- 
nale alloro, * aveva dovuto assumere quel nome ac- 
cademico con cui è stato solamente conosciuto, per 
ben quattro secoli, sino ai giorni nostri. Con questo 
nome vien ricordato, la prima volta, in alcuni docu- 
menti del I486, ^ e nel sonetto che gli diresse il po- 
vero Giovanni Antonio de Petruciis, scritto certamente 
prima del decembre di queir anno ^ E questo nome ac- 
cademico, secondo me, nacque dall' arrotondimento alla 
latina del cognome spagnuolo: Garethèiis modificato, 
per la gran somiglianza di suono che offriva con 
un derivativo di Charites, in Chariteus, dagli amici, e 
probabilmente dal Fontano. I quali , nelle loro relazioni 
con questo gentile e biondo barcellonese, essendo quasi 
costretti continuamente ad ammirarne il gusto e l' ele- 
ganza nella sua vita privata, la grazia e la leggiadria 
de' suoi versi, la dolcezza della voce nel recitarli e nel 
cantarli, dovettero non poche volte ricorrere col pensiero 
alle tre greche divinità, di cui quel giovine appariva 
un alunno tanto prediletto *. 

Che neir accademia poi egli occupasse uno dei primi 
posti, lo mostrano a sufficienza le stesse testimonianze 
dei contemporanei. Basterà qui riferir solo alcuni brani 
dei dialoghi del Poiitano, e di alcuni opuscoli di An- 
tonio de' Ferrariis, alcuni endecasillabi e pochi versi 



1 L'Ubaldini, nella Vita A. Colotii (Roma, 1673) : « Ritns autem iw 
nomine mutando hic servabatur. Primo lauro caput cingebatur, aca- 
demicorum mox suffragiis faventibus, nomen in album referebatur , 
deinde convivio exceptis Academicis carmina novum cognomentura 
laudautibus, eodem salutabatur, conditione adjecta, ut lauream semper 
capite retineret inter Academicas exercitationes ». 

2 V. la M. 5 a pp. xx-xxi. 

3 V. la n. 3 a p. xx. 

* V. ciò che, dell'eleganza e del gusto del n., dice il Fontano nel 
prologo dei De Splendore ( riferito a p. lii e n. 3) ; e il continuo ri- 
cordar le Charites negli endecasillabi diretti al Chariteo (p. covi). 



CXCVIII INTRODUZIONE 

di uq' elegia del Sannazaro e di un' egloga di Giano A- 
nisio. 

Nel Poeta persoìiaf US , che segue il dialogo Antonius, 
— il quale s'immagina avvenuto prima del 1475 '» — il 
Fontano fa descrivere da un cantastorie una guerra av- 
venuta in Ispagna fra Sertorio e Pompeo ; nella quale egli 
dà, certamente per ischerzo, ad alcuni dei combattenti il 
nome suo e quelli degli amici accademici. Infatti ci 
vediamo passar dinanzi, oltre il Fontano (Pontius), l'Al- 
tilio, il Fardo, il Corvino, il Marnilo; e, fra gli altri, 
per ben due volte, tra il suo concittadino Fardo ed il 
suo congiunto Corvino la prima, e con quest'ultimo 
la seconda, comparisce anche il nostro. 

Et qui 

prima puer musis dedit ocia, moxque secutus 
arma , tulit meritum primae legionis honorem 
Pontius, a quo etiam ducta est Fontana propago. 
Quem sequitur volucerque Melas, alacerque Metiscus 
et Pardus gladio melior , Cliariteius liasta 
insignes hederis, meritaque ad tempora fronde 
et cui casta comas tegit infula, certus et arcu 
et certus conto pugnax Corvinus acuto. 

Quo territa retro 

Pompeiana acies, poatem turbata petebat. 
Urgebat fugientem basta Chariteius , ut se 
proripit e specula. Simul et clamore premebat 
iuncta cohors. lUi abruptis referuntur habenis. 
Saevit at hic gladio incumbens Corvinus et harpe 
ut quondam lupus in pecudes furit: omnis ab uno 
grex fugit. lUe atrox et dente cruentai et ungui. 2 

iiieìV Asinus , scritto dopo il i486, ^ il Chariteo è il 



* Ai 14 di marzo dì quell'anno era morto Enrico Poderico, uno 
degli interlocutori di quel dialogo (MixiEai Riccio, Biogr., p. 153). 

2 Antonius (Napoli, Mattia Moravo, 1491)1 ff. miiii »'-r, mv u. 

3 Vi si accenna {Asinus, Napoli, S. Mayr, 1507, f. kr) come da 
poco conchiusa per opera del Pontano, la pace fra Innocenzo Vili e 
Ferrante I (12 ag. i486). 



INTRODUZIONE CXCIX 

principale interlocutore dopo il Fontano, paziente am- 
maestratore dell'allegorico asino, ingrato \ È al nostro 
come a persona di buon gusto, che il povero vecchio 
delirante scrive dalla sua villa d'Antignano, quella 
«saporitissima» epistola che comincia,: Amabo, Cha- 
ritee meus ocule; in cui lo supplica di comperare per 
il suo caro Cillaro « pectinem auratum », « fulgentis- 
simum stragulum delicatissimum textum, solidissimum 
muscarum repagulum », «dabellum pavoninum», col 
quale possa far vento alla sua delizia nelle ore calde ^ 
'^QW^gidius, finalmente, che par composto dopo il 
1501 , ecco anche il Ohariteo che si affatica, in un lun- 
go discorsone tutto pieno di teologia, a dimostrare, tra 
i frizzi e le celie — che ci rivelan molta parte della 
vita privata del nostro ^ — degli amici Fontano e Fardo, 
che i cardini del cristianesimo, secondo la dottrina del 
filosofo Ermete, siano la creazione e la redenzione *. 



1 È noto che, secondo il Porzio, Coyig. de' Baroni (Firenze, San- 
soni, 1885, p. 206), nell'asino fu rappresentata dal Fontano l'ingra- 
titudine del duca di Calabria verso lui , suo maestro e consigliere. 

2 Asinvs, f. ivi v—a Quid? — dice ivi il Chariteo all'Altilio e al Pardo, 
che si maravigliano al sentir raccontar le stranezze a cui è giunto il 
Fontano, per amor del suo asino: — Quid? istis Parde oculis videas , 
domum si meam ingressus fueris , bracteolas argenteas , auratas la- 
mellas, flosculos etiam gemmalos auro intertextos asino parari. Usque 
adeo cum sapientia simul cultus quoque accomptus. ad asinum tran- 
siit. Hoc hoc illud est, quod dici solet, omnia tempus suum sortito 
consequi. Malora ne aut audire aut sentire vultis? Epistolam legite , 
quam nuper suis ex hortis vester senex , quod gaudere oppido abunde 
potestis , ad pueritiam iam regressum , ad me per cursorem quam 
festinatissime misit ». Cfr. Tallarigo, G. Pont., P, II, p. 547 sgg. 

3 V. le nn. a pp. l, lui, liv. 

* JEgidins, ff. hii v. — Eccone il punto principale : « Vos igitur qui hic 
adestis viri optimi sic accipite: Hermetem illum, quem vetustas ob in- 
genii divinitatem agnominavit Termaximum; bis ipsis diebus , suis me 
armis, suis item telis instruxisse, meque illius iurasse in verba, ita- 

que Platone relieto, ex hoc die raililiam eius sequor In re quidem 

Christiana duo potissimum principia esse consideranda, et mundi ip- 



co INTRODUZIONE 

E neWArcadia^ in cui il Sannazaro sotto la veste dei 
pastori volle certamente rappresentare gli amici pon- 
taniani o co' propri nomi , o con quelli assunti nell' ac- 
cademia con altri pastorali, il Gareth apparisce una 
volta in principio , nella cosi detta seconda prosa , col 
nome accademico , come « bifolco venuto da la frutti- 
fero Hispania » , ed allegorico intagliatore di « una te- 
sta de ariete con le corna maestrevolmente lavorata » 
in cima di «un bastone di nodoroso mirto, le cui e- 
stremità son tutte ornate de forbito piombo » , — al- 
ludendo così alla squisita arte del nostro nel tornir le 
sue canzoni amorose , alle quali mi par quasi certo che 
si accenni col «mirto», sacro a Venere; — e poi, in 
fine, ma col nome della sua « patria prima »:« Bar- 
cinio ». E, questa seconda volta, dopo aver « per buo- 
no spazio assai dolcemente sonata ... la sua sampo- 
gna » , insieme a « Summonzio » , come « pastori fra 
le nostre — cioè napoletane — selve notissimi » , deplo- 
rano, cantando l'ultima egloga, «i casi del misero 
Meliseo » : il vecchio Pontanu '. E, se vogliam credere 
all'ignoto postillator contemporaneo di un esemplare 
dell' Arcadia summontiana, anche sotto « l'Ophelia che 
sona la samponia», della quarta prosa, si nasconde- 
rebbe « il Cariteo .... il quale fue musico gentilissi- 
mo » ; mentre l' Ophelia bifolco, dell' egloga nona, rap- 



sins, rerumque quae eo continentur, hominisque praecipue creationem, 
quod priraura qiiidem principiura est; et generis ipsius humani, post- 
quam in immensum crevit, labique in ruiiiam improbitate ac libidine 
coepit sua, salutem atque ab interitu ilio miserabili receptionem, quod 
secundura quidem principiura iure appellandum censeo ». 

* Arcadia, ediz. Scherillo, pp. 22, 290 sgg. — Per le parole riferite 
del primo brano, il Sansovino {neW Annot. sopra l'Are, nelle Opere 
volg. di J. S., Padova, Cornino, 1723, p. 196) trasforma il Chariteo 
in «un'orefice di molta eccellenza»; il Ciavarelli {Op. cit, p. 17) 
in un intagliatore in legno. Cfr. il Giorn. stor. d. l. ital. XI, pp. 228-29. 



INTRODUZIONE CCI 

presenta poi il Sannazaro *. — Nella già ricordata elegia, 
In malcdlcos detractores., scritta dal Sannazaro in difesa 
degli amici accademici, e nella quale i nominati son 
tutti naturalmente pontaniani, il nostro comparisce fra 
i primi , com' uno dei principali e più saldi sostegni 
dell' accademia : 

Quin et rite suos genio Chariteus honores 
praebeat , et festas concinat ante dapes '. 

E così in alcuni endecasillabi, molto simili, per 1' ar- 
gomento, a questa elegia, intitolati In maledicum, 
che vien chiamato ivi Acontius: 



paternos Pudericus ad penates. 
Quin doctissimus unus Italorum 
qui me plus oculis suis amat , nec 
absentem patitur iacere , cultis 
Pontanup meus ornat umbilicis. 
Tum Sumnaontius inter eruditos 
Fontani legit et coiit iibellos. 
Fontano quoque vel iubente seras 
decantat Chariteus ad lucernas. 
Illos est puto non tacebit unquam 
sacris Antiniana harundinetis 3. 



Ed anche fra i pontaniani, e tra i primi , lo ricorda 
il Galateo xìqW Argonautica o De hyerosoUmitana pere- 
grinatione, in cui questo gioviale scrittore fantastica 
non so che matta spedizione di tutti gli accademici na- 
poletani in Oriente. Di essa: «tu, — die' egli rivolgen- 
dosi ad Andrea Matteo Acquaviva, cui aveva dedicata 
quella sua operetta, — dux noster, eris Jason, Accius 
— il Sannazaro — erit nobis Orpheus; Galeatius — Ga- 
leazzo Caracciolo, il valoroso di Otranto, a cui il no- 



* V. lo ScHERiLLo, nell'introd. aiiV Arcadia, p. ccvii. 

' Elegiar. I, xi, 37-38. 

3 Pubbl. nello Spicil. romanum, voi. Vili, 511 (v. la n. 4 a p. xlix). 

XXVI 



INTRODDZIONR CCII 

stro dedicò la sua canz. IX , e che pare dovesse far par- 
te anche lui ^ dell'accademia; — qui [Virgilio, ^n. vi, 

880-81]: 

seu cum pedes iret in hostem 
seu spumantis equi foderet calcivibus armos, 

semper strenuus ac ferox, Castoris et Pollucis aget Phi- 
ladelphiam. . . . Ego, si vos conceditis, Melampus ve- 
ster ero: Chariteus et Summontius Argonautographi : 
Josias, Hannibal, Bernardinus, Mauritius tuus et Ser- 
gius; ceterique comites heroes, hac post sua sortien- 
tur nomina »'. E nell'epistola che il Galateo scrisse, 
dopo il 1498, a Crisostomo Colonna per la morte del- 
l'unico figlio dei Fontano, il Gareth vien ricordato, 
vicino al Pardo e a Giovanni Cotta, fra i più cari « a- 
lumni » del Fontano, i quali, figli spirituali di lui,— 
essi « non vili semine genuerit, mentis tamen et doc- 
trinae illis foecundis seminibus et fovit et aluit » — 
potranno ben consolare il padre per la morte del figlio 
corporale ^ 



* Di lui a p. cxxxi e n. 6, e nelle nn. alla canz. IX. — Questo Ga- 
leazzo era fratello consanguineo di Giovan Francesco , il poeta degli 
Amori. Ora come va che il Chariteo , amicissimo di Galeazzo , non 
ricorda mai •! fratello, uno dei migliori lirici napoletani del quattro- 
cento e tanto lodato dal Sannazaro ? Poiché i due fratelli furono in 
continua lite per Teredità paterna ( Minieri Riccio, Biogr., p. 310 
sgg.), mi par naturale che il n. , intimo di Galeazzo, non ricordi mai 
Giovan Francesco; e che quindi il Sannazaro, amico di quest'ulti- 
mo, lanci i suoi frizzi {Epigram. II , xl) contro Galeazzo. 

2 Opere, voi. II, p. 173. 

3 De tnorte Ludi Fontani [Opere, voi. II, p. 146): «Qui euntibus 
ordine fatis illum sequentur, illustris Acquevivus, et Comes Potentia- 
nus, Sincerus, Garbo, Milanus , Altilius, Corvinus , Pardus, Chari- 
teus, Cotta, Puccius, Augustinus, Gravinas et Summontius candidis- 
simus librorum Fontani censor et cultor, et tu ipse, Chrysostome ». 
Lucio Francesco Fontano mori il 24. agosto 1498 (Tallarigo, Giov. 
Pont., P. I, p. 100); ma questa epist. fu scritta dal Galateo dopo il 
1500 (v. CoLANGELO, Vita di G. Vont., Napoli, 1826, p. 119). 



INTRODUZIONE CCIII 

E, come accademico, è pure ricordato da Giano A- 
nisio in un'egloga, che dal Fontano s'intitola Melisaeus. 
Ivi il Chariteo ed il Summonte , come capi dell' accade- 
mia , — forse dopo la morte del Fontano e la lontananza 
del Sannazaro, — sotto i portici pontaniani levano al 
cielo le poesie di Giovanni Cotta, come abbiam visto, 
anche lui accademico. Ed appunto di costui parla Ae- 
gilus, quando dice: 

Audivi hunc equidem mirum canere hunc beri ad Arcum 
tollebant caelo Summontius et Chariteus *. 

In questa accademia il Chariteo, e con lui Giovan 
Francesco Caracciolo , e , in parte , ma più efficacemen- 
te, il Sannazaro rappresentavano la letteratura e l'arte 
in volgare. « Fioriva in Napoli , — dice un contempora- 
neo — un' academia de litterati , la qual sotto l' auto- 
rità e reverentia del Fontano, nel portico Antoniano, 
a lochi e tempi se congregava : Jacobo Sannazaro , Al- 
tilio, Musephilo, Chariteo et altri assai eruditi, e di 
perspicace ingegno. Ma quelli, che, oltra il latino, nel 
vulgare ottenessero il principato, erano il Sannazaro, 
Francesco Caracciolo e Chariteo » '\ I pontaniani non e- 
rano, come alcuni de' primi umanisti, così fanatici am- 
miratori della bellezza antica , da disprezzare l' arte 
che s'esprimeva in lingua volgare, specialmente quando 
questa, come quella del nostro, impregnata tutta del 
sentimento antico, si servisse di una forma a bastanza 
classica, latineggiante. A questi eruditi, a questi filo- 
sofi, a questi grammatici il Chariteo dovette leggere 
non poche delle sue poesie. Nella villa del Fontano, 



* G. Anisio , Varia poemata e? safy rag (Napoli, Suitzbach, 1531), 
p. 9. — Giovanni Cotta (14S1-1509) era a Napoli nel 1498 (v. la n, pre- 
cedente). 

2 Calmeta, Vita di Serafino AquiL ( v. la n. i a p. xvi). 



CCIV INTRODUZIONE 

ad Antignano,* — dove anche solevano, naturalmente 
nella primavera e nell'estate, riunirsi, — il nostro pare 
che leggesse la più bella delle sue canzoni politiche » 
r Aragonia: perché ivi è chiaramente invocata la « Musa 
Antiniana » ^ E così son anche entusiasticamente ri- 
cordate , in altre poesie di lui, le « selve Antiniane » ^, 
il « bosco Antiniauo » ^, e le « Fontane schiere » ^ 

Le relazioni di amicizia del Grareth col « gran Fon- 
tano », com' egli lo chiamò sempre, e vivo e morto ® , 
erano già dovute cominciar da qualche tempo nel i486, 
quando vediamo già uniti Gioviano , ministro di stato, 
ed il nostro, percettore dei dritti del suggello reale , 
nella segreteria di Ferrante I. ' La venerazione, che il 
Gareth ebbe per questo buon vecchio, cede un po' solo 
a quella, del pari grande, che n'ebbe il Sannazaro. Se 
del Fontano non ignoriamo , come di tanti altri grandi, 
il giorno di nascita, lo dobbiamo quasi tutto ad un af- 
fettuoso sonetto del Chariteo, che volle tibuUianamente 
cantare quel natale : 

, salvo sii tu, sereno, adorno 



* MiNiERi Riccio, Cenno star, della accad. pontan., Napoli, 1876, 
pp. i6-i8. 
s Canz. VI, lo-ii : 

Tu, musa Antiniana, 

comincia un suon conforme alla materia. 

3 Canz. XVI, 42-43 : 

Le selve Antiniane in varii cauti 
risonaran ... 



« Son. xeni, 5; Pascha I, 52. 

5 Metham. IV, 205. 

6 Son. C, 7; Pascha I, 54. 
' V. a p. XXII e n. 2. 



INTRODUZIONE 



CCV 



di rose e fior, ch'ai lume de' { ;ti 
apristi gli anni, al tuo settimQ|iorno 1 

Se all'accusa d'ingratitudine ver» gli Aragonesi, lan- 
ciata al Fontano dal Guicciardini molti oggi non pre- 
stano ancor fede, è per le paro! con cui il nostro 
ricordò « il fedele ministro » di E frante I , il « santo 
e puro e nitido Fontano » ". Di « questo altro Vergi- 
lio » , di cui tutt' i begl' ingegni ci fiorirono in Napoli 
nella seconda metà del secolo X\ , si può dire che fu- 
rono discepoli « imitatori » ^ il nostro enumera , 
poeticamente, in due sue canzonile principali opere ■*, 
come già aveva fatto il Sannazar( in una sua celebre 
eltìgia % ed altri dopo di lui ". 

Quale stima facesse il Fontano dd poeta amante della 
Luna , quanta bella impressione aresse ricevuta dalla 
lettura dell' Endimione, mostrano alcuni voluttuosi suoi 
endecasillabi del primo libro Baianm, che sono un inno 
alla classica facilità, alla leggiadra delle rime amo- 
rose del Gareth. Al Fontano, ispiraiiesi, sulle rive baia- 
ne, alla vita e alla bellezza antica, dovettero spesso ritor- 



* Son. e, 9-II. — V. Tafori, Op. eie, p. xxin. ; Tallarigo, Gzor. 
Pont., P. I, p. 14 e n.; Minieri Riccio, G. G. Fontano (fascicol. a parte 
delle Biogr.), p. 20, «. i. 

^ Son. XC, 12-14. — V. Minieri Riccio, Op. cit. , pp. 17-18. 
' Così, di lui, il n. (canz. VI, 196-498): 

Né mancaranno ingegni , 
imitator di questo altro Vergilio, 
nel regno che t'aspetta sempre e brama. 

* Cioè l'Urania e il De Principe nella canz. VI, 190-195; il De 
amore coniugali, nuovamente 1' Urania, il Meteoron'.ìn liber, gV Ey- 
ìnni nella canz. X, 31-42. 

5 Eleg, I, IX, intitolata: De stiidiis suis et libris J. Pontoni. 
^ Per esempio Ferrante Carafa, nel poemetto a Maria d' Aragona 
{Delle stanze di div. aw^, Venezia, 1581 , P. II, pp. 60-65). 



COVI INTRODUZIONE 

nare a mente i vesi in cui dal nostro vien rappresen- 
tata la Luna ignua, che scende nelle acque del « dolce 
Bagnuolo » * : 

Ad Charìteum, 

Sunt grata in tenebria faces ; in aestu 
afflatus lewr recentis aurae ; 
defessis soor ; instrepentis undae 
languenti snitus; silique pressis 
stillans e ptera fluente lympha ; 
est grata e senibus quies , merumque. 
Nec aegro iveni sopor, nec aura, 
nec rivus sfepitans, quies, merumve 
aufert tristiiam, aut levat dolores ; 
sed risus teerae procax puellae, 
petisque ex Dculis remissa fiamma , 
afflai quae eneremque, gratiamque ; 
sed dulces ecreant leporis aurae, 
et molles' cioreae, et modi canori. 
Felix Endynion suopte somno ! 
Non curae dgiles amoris illum 
torquent, S)ilicitudo nec diurna, 
non suspirii, garrulive questus, 
quem coelo dea dum petit relieto, 
dum Latmon petit et suos amores, 
titillai placido loro iacenlem. 
Sopito illecebras facit, iocosque ; 
sopiti immoritur labris , genisque , 
pareli sed placidae tamen quieti. 
Al te balneolae tuae bearunt, 
beavit Veneris sopora myrtus, 
bearunt Charites deae ministrae , 
e quis, Charitee, nomen liauris. 
Hae, dum balneolis frequens lavaris. 
dum myrtos canis , et canis Dionen , 
et Lunae revocas per ora nomen, 
illam composito loro locarunl, 
et laetam gelida stetere in umbra, 
effulsitque novo decore Luna , 
ac nudis iubar estuili papillls. 



' Canz. XII , 39-44 (nella n. 2 a p. lxx ). 



INTKODTJZIONE CCVII 

Cuius roridulo e sinu beatae 
spirabant rosei liquoris aurae; 
cuius de teneris fluens labeliis 
stillatim ambrosiae iiquebat humor. 
Quo , myrtos ubi , lectuluraque et ipsum 
afllavit , zephyrumque ab ore civit, 
in te delicias suas refudit, 
refudit Cyprium et Syrum iiquorera. 
Ac tecum viridi iocosa in umbra, 
tecumque Assyrio beata lecto 
ludit Idaliae iocos palestrae, 
et tecnna placida cubat quiete. 
Felix balneolum, lavante Luna!, 
felicesque, dea locante, myrti ! , 
felix lectule, lusitante diva!, 
felices, Chariteo amante, Baiae!* 

Ed alla donna dell'amico suo, come faceva pe' suoi 
più cari , volle anche dedicare uno dei suoi epigrammi 
sepolcrali : 

TOMULUS LUNAE PUELLAE. IPSA LOQUITUR. 

Ne me, ne rogo terra tegat: sinito aera apertura: 

degravet et cineres tegula nulla meos. 
In lauri hic tantum titulus sit cortice : Luna, 

hinc abii ad superos : non milii terra placet. 
Manibus et Lunae pateat coelum , ossaque et artus 

condas sub tacito tu, Charitaee, sinu. 2 

E queir istesso dolore che 1' amico aveva espresso così 
bene in una delle sue canzoni ^ per la partenza della 
Luna; volle anche ricordare il Fontano in quest'altro 
epigramma funebre: 



1 Hendecasyllaborum. seri Baiarum liber primus (a'ff- mii r-v delle 
poesie varie del Fontano, Napoli, Mayr, 1503). 

2 Nel libro secondo De Tumulis (al f. iiii v del voi. cit. nella n. pre- 
cedente). 

3 Canzz. XI e XIL 



covili INTRODUZIONE 

TUMULUS VOCIS AMATORIAE. 
VOX IPSA ET VIATOR COLLOQUUNTUR. 

— Claudite me in tumulo.— Quae nam es ?— Vox.— Cuia es? — Amantis.— 

— Quid clamas ? — Heu , heu. — Die age cur geminas ? — 

— Bis quouiam periit mihi Luna. — Et quae nam ea Luna est ? — 

— Una quidem Phoebi est, una soror Charitum. — 

— Quo nam abiit, periitque simul ? Quod utramque gravaris ? 

— Utraque nam periit : illaque et iila gravat. 
Quae Plioebi ad supei-os abiit ; Ciiariteia ad amnes 

Hesperiae. Haec atque haec liei mihi bis periit ! — 

— Utraque num est eadem? — Una est et simul utraque et ambae. — 

— Una ne cum periit, num periere duae ? — 

— Quin eadem Luna est, eadem simul utraque et ambae, 
Unaque bis periit, utraque cum periit. — 

— Cur nec amans petit et coelum, et petit aequor? It ipse 
ad Styga quaesitum: perdita Stys recipit. 

Placabit manes cantu , victorque redibit : 

Lunaque erit terris reddita, Luna mari. 
Cur tumulo cupis ipsa tegi ? — Ne sentiar. Ipsa 

ne fuga ne sit coelo cognita , neve mari. 
Ne se aether praedae accingat , neu pontus ad arma : 

Lunaque sit pelago praeda, sit ipsa polo. — 

— Ne doieas, mea vox : taceas ; tibi consule : nostro et 
conde sinu. Hoc pectus urna erit, hoc tumulus ! * 

Né contento di tramandare ai posteri, in modi così lu- 
singliieri, i nomi poetici dell'amico e della donna sua, 
Grioviano volle immortalare l'affetto che lo univa al no- 
stro anche in un'altra sua opera; e nel secondo libro 
De liortis Hesperidiiììi, e propriamente nel capitolo « De 
limonibus et earum cui tu » , dava il nome di Chariteia 
arva alla spiaggia amalfitana , nutrice di limoni , e a 
questo frutto il titolo di Chariteia limon '. 



• De Tumulis, lib, ii, f. ìv r-v (v. n. i , p. ccvn). 
' De hortis Hesper., lib. ii, ff. cciu sgg. dell' ediz. di Aldo Manuzio 
(Venezia, 1505). 



INTRODUZIONE CCIX 

È l'amico Pietro Summonte, che, in certe sue po- 
stille a' luoghi più oscuri delle opere pontaniane, ci sco- 
pre questa recondita e non poco lusinghiera allusione , 
dichiarando: «Chariteiaque arva; item Chariteia limon. 
Tacite tamen, ut Chariteum amicum celebret, ad eius 
nomen alludit » '. 

L'amicizia col Sannazaro, un po' più affettuosa, più 
intima, era di già incominciata tra il 1480 er82, del 
qual tempo son tre sonetti del nostro; nel primo dei 
quali , il Gareth ad Actio suo dà ancora del « voi » , 
negli altri due lo chiama semplicemente « Sincero » , e 
chiede notizie dì lui « così lontano » : in alta Italia col 
duca di Calabria ^. 

Al Sannazaro, — non volgare onor del secol nostro, 
Tra noi, come tra stelle un vivo sole, — ^ è anche diretta 
tutta la canz. X, che è come un quadro della corte 
letteraria di Ferrante I. 

E tu, di cui l'ingegno ogni altro avanza, 
che l'una e l'altra lingua hai esornata, 
l'alme Muse evangeliche illustrando *. 

Diceva a Jacobo il nostro, alludendo a\V Arcadia , 2à\Q 
Rime, ai T)e partii Virginis. Or dal primo di questi versi 
e da questi altri del suo epigramma latino al Sanna- 
zaro, in cui lo chiama: 



1 In fine del De Fortuna del Fontano, f. giiii r (v. la n. 2 a p. 
Lvi). — Ne fu fatta un' ediz. a parte, ma da un ms. alquanto diffe- 
rente: P. SuMMONTii Notae in loca difficiliora poemat. I. I. Fonta- 
ni, Napoli, 1795; in cui il brano riferito è a p. 20. — Il Fontano ri- 
corda ancora il n. nel De sermone, nel De splendore, n&W Erida- 
nus, i cui brani v. riferiti a pp. XLVi-ix, Lii-iii, lv. 

» Sonn. XXI, XCI, XCIII. 

3 Canz. X, 1-2: scritta nel «decimo» anno del suo amore per la 
Luna, cioè nel 1490 (v. la n. 3, p. xcviii), 

* Canz. cit., 76-78. 



CCX INTRODUZIONE 

optiraus poeta, 
ille maximus omnium poeta, 
quos arguta Neapolis creavit; * 

par proprio di dover ritenere che, per il Chariteo, il 
Sannazaro, come poeta, fosse superiore al Fontano. E 
con tutta probabilità, il platonico e petrarchista adora- 
tore della Luna, il pio scrittore della Pascha e delle 
canzoni religiose, per quanto ammirasse 1' arte sensuale 
ed epicurea delle JBaiarum e degli Eridanorum , si sen- 
tiva vieppiù attirare verso il sentimentale scrittore àe\- 
y Arcadia, il rimatore petrarchista, il cristiano cantore 
del De partii Virginis: in lui trovava un modello più 
confacente alla sua indole, al suo ideale di uomo e di 
artista. E, infatti, in tutta la sua carriera poetica, il 
nostro ebbe sempre presente l' arte del Sannazaro : le 
canzoni, i sonetti, il poema latino di lui sono per il Gareth 
il tipo più perfetto d'un' arte superiore, che nessun con- 
temporaneo avea raggiunto , che e' posponeva solo a 
quella di Dante e del Petrarca, e si sforzava, per quan- 
to poteva, di raggiungere ^ Oltre a ciò, s'aggiungeva. 



• A pp. 462-3 della nostra ediz. 

2 Infatti se da una parte l'influenza delle opere del Sannazaro sulle 
rime del n. è a bastanza notevole, poca e scarsa è quella del Fon- 
tano. Nella Methani. IV, 28 sgg. , il Gareth ricordò gli amori di Se- 
beto per Partenope e la trasformazione di quello in fiume e personificò 
in tante sirene le località napoletane, come aveva fatto il Fontano nella 
Lepidina. Il son. CCIX, che dedicò alla moglie, potè anch'essere un 
riflesso del De amore conjitgali. In questi vv. della Resposta contro 
li malivoli (34-36) : 

Non è di quei lor sogni altro rimaso 
che '1 crepito, che fa il ventre indigesto : 
un mal suono a l'orecchie puzza al naso; 

è ripetuta una sentenza del Fanormita contro i maldicenti, ricordata dal 
Fontano neW Antonhts (f. fvi'): «Hos venlris crepitibus similes dicebat 
Antonius, nares tantum offendere, coetera ventum esse, si quidem ven- 
tosos esse ac putidos ». 



INTRODUZIONE CCXI 

pare, anche un sentimento di gratitudine, da parte del 
nostro, verso il Sannazaro: che era stato lui proprio i 
— il suo « bel Sanuazar, maestro e duca », — che l'aveva 
avviato pe' sentieri della gloria, iniziandolo all'arte della 
poesia volgare ^ 

Il Sannazaro ricambiava il nostro di pari affetto. Lo 
ricordò infatti, tra gli amici accademici, neìV Arcadia 
e nelle poesie latine : - mai però così affettuosamente, 
come in questi due distici di un'elegia che e' dovette 
scrivere, quasi certamente, nel 1486 a Eoma, — dove 
era col Fontano che trattava la pace tra Ferrante I ed 
Innocenzo Vili, — e dirigerla a N'apoli a Francesco 
Scala : 

Nerao est, crede mihi, te fortunatior uno, 

nec quoi tot dederint miraina delicias. 
Tecum est dimidium noster Chariteus Arion, 

qui mihi vel propria carior est anima 3. 

Ai quali faceva eco il Gareth, anch' egli da Homa, ma 
parecchi anni dopo, tra il 1501 e il 1503, ricordando 
l'amico lontano, esule volontario in Francia, in questi 
versi del son. CLXXVI: 

Dove mezzo or son io, sacre Sirene, 



* V. la n. a p. clxxxv. 

^ V. a p. Lv e a pp. cc-cci. 

3 Pubblicata nello Spicil. romanum, voi. Vili, p. 505. Ivi è intitolata 
Ad Fulvium Scalam; ma il Fulvium die doveva essere nell'originale 
una: F. , è certo un arbitrio del copista del cod. vatie. ; perché lo Scala, 
segretario di Ferrante I, presidente della Camera della Sommaria, ecc. 
erudito e bibliofilo, lodato dal Panormita, dal Pontano, dal Marullo, 
dal Sannazaro, da Giuniano Maio e da altri accademici , si chiamava 
Francesco (v. V. Capialbi, Memorie di R.Zeno ecc., Napoli, 1848, 
pp. 19-22; e MiNiERi Riccio, Biogr. pp. 27-33). Della sua amicizia col 
n. nessun' altra testimonianza, olire quella del Sannazaro, che deve 
essere anteriore all' 8 di agosto 1498, quando lo Scala era già morto. 



CCXII INTRODUZIONE 

con voi, volesse il ciel!, vi lussi intero, 
et udissi il cantar del mio Sincero , 
nel Mergellino suo dolce Ippocrene! 

Pietro Summonte, l'affezionato discepolo del Fonta- 
no, fu amico fraterno del Chariteo, per ventun' anni : 
dal 1493 al 1514, se il nostro, come abbiam detto, 
morì proprio in quest'ultimo anno \ Durante i quali vis- 
sero — confessa il primo di essi , — « sì couiunctamen- 
te . . . . che né scripse ipso [Chariteo] , né pensò mai da 
doe parole in su, che io non ne fossi stato partecipe, 
per modo che non havea cosa ad me occolta, come io 
meno ad lui » ^. Alla virtù, alla dottrina, grandissime 
tutt'e due nell'amico, inneggiò in due sonetti il Cha- 
riteo, ^ come aveva già fatto il Sannazaro nel noto e- 
pigramma De Sumniontii pietate; il Sannazaro, che forse 
per ricordar appunto questa amicizia fraterna , volle u- 
nire i loro nomi nell'ultima egloga dèìV Arcadia. Ed in 
compagnia de' tre grandi amici il Summonte è passato 
ai posteri. Quanto disinteresse in questo dotto , che de- 
dicò tutta la sua vita alla gloria di un Fontano, di un 
Sannazaro, di un Chariteo! Che ne sarebbe avvenuto di 
quasi tutte le opere pontaniane , deW Arcadia, delle 
rime del nostro, se egli, salvando gli autografi da certa 



1 Erano già amici intimi nel principio del 1495, quando il n., per la 
entrata di Carlo Vili, fuggendo da Napoli con Ferrante II, affidava 
tutti i suoi libri e manoscritti al Summonte (v. la n.2 a p. xxvii). 

2 Lett. al Colocci : v. la n. i a p. ccxni. 

3 Sonn. CLXVI-VII. — Nel primo di essi diceva: 

Se'n r amicizia sei vero cultore 
molto più di vertù che di fortuna, 
il so, che ti conosco e dentro e fuore. 

Lo ricorda anche nella Methatn., nella Resposta, nella Pascha (v. 
Ind. storico); e nella canz. VI, 200; ma, nel testo di questa, secondo 
r ediz. del 1506, manca il suo nome: il che vuol dire che la canz. è 
anteriore al 1493, quando pare che incominciasse la loro amicizia. 



INTRODUZIONE CCXIII 

perdita, facendo violenza alla modestia e alla timidezza 
degli amici , non ce ne avesse date , con cura filiale e 
fraterna, quelle nitide e corrette edizioni mayriane che 
tutti sanno? Quanto al Chariteo, se noi, adesso, senza gran 
fatica, abbiam potuto dare delle sue rime un'edizione 
quasi come se fatta sotto gli occhi dell' istesso poeta; 
se questo poeta si è potuto presentar al giudizio severo 
del secol nostro, nell'ultima forma ch'egli aveva dato 
alle sue immaginazioni, il merito è tutto del buono, del 
fedele Summonte '. 

Il Gareth ebbe anche carissimi Gabriele Altilio , Gio- 
vanni Pardo e Antonio de Ferrariis. Kicordando che 
l'Altilio, già prima del 1483, era «precettore de l'il- 
lustrissimo signor principe de Capua », e suo segretario 
neir85; * s'intende bene come, già fin d'allora, egli si 
fosse legato d'amicizia col nostro: cortigiano , poeta, e 



1 II Summonte (n. 1483) fu lettore nello Studio napoletano di gram- 
matica, di poetica e di rettorica,ed ebbe, fra gli scolari , Dragonetto 
Bonifacio (Giorn.stor. d. let. ital., X, 199), e fra gli uditori, don Fe- 
derigo d'Aragona; non lasciò che epistole latine, dedicatorie alle o- 
pere del Fontano , un carmen sulla disfida di Barletta , degli epi- 
grammi e alcune lettere volgari , fra le quali quella più volte citata 
al Colocci, sul suo Chariteo, pubblicata per intero dall'originale vati- 
cano, qui appresso (Docum. XII). Mori il 14 agosto 1526. V. Talla- 
RiGO , G. Pont., P. I, pp. 170 sgg.; Minieri Riccio, Biogr. pp. 418 
sgg. — In un suo capitolo In obitn J. Fontani, che si trova nei mss. 
del Meola (Naz. di Nap. xiii . d . 27), il Summonte avrebbe detto alu. : 

Né tu, col tuo valor, et co' tuoi vanti, 
o Cariteo gentil , più canterai 
Endìmion ne' tuoi felici istanti. 

Ma quasi tutte le poesie volgari inedite che si trovano in quel ms. , io 
le credo falsificazioni del Meola. Vedine due pubblicate nel Docom. X. 
■^ Per tutto ciò che riguarda questo pontaniauo e le sue relazioni 
col n. , V. la cit. pubblicazione di M. Tafuri, Epital. di G. Altilio ecc. 
pp. XXVII sgg. Cfr. anche Tallarigo, G. Pont., P. I, pp. 137-40. 



CCXIV INTKODUZIONE 

futuro primo ministro di quel principe. Unico documen- 
to di quest'amicizia, per parte dell' Altilio, è quella 
epistola, scritta forse da Eoma nel 1484, ' in risposta 
di un'altra, con cui il Chariteo accompagnava una co- 
pia dell' invettiva del Sannazaro contro i detrattori del- 
l' accademia. 

Giovanni Pardo, di cui, come uomo e filosofo, ci ha 
lasciato un cosi bel ritratto il Fontano, nel trattato De 
conviventia e nel primo libro del De sermone ^ , fu 
unito al Chariteo dalla patria e dall' ufficio : perché 
anch' egli spagnuolo e compagno del nostro , sin dal 
i486, nella cancelleria aragonese, ove serviva come «ho- 
mo docto in greco e in latino » ^ Ch' egli fosse , oltre 
che uno de' più forti ingegni dell'accademia, anche buon 
poeta latino, ce lo conferman questi due versi che gli 
dedicava 1' amico : 

Il lume di Aristotile e d'Omero 
mi lodi: io dico Pardo insigne e chiaro, 
per gemino idioma al mondo altero ''», 



' Ripubblicata di su V unico ms. che la contenga (cod. vat. 2847 , ff. 
8v-gv) nel DocuM. XI. — Oltre questa, dell'Altilio ci resta il classico 
epitalamio in 260 vv. per le nozze d'Isabella d'Aragona con Gian Ga- 
leazzo Sforza, e altre sette poesie latine minori, ripubblicate tutte dal 
Tafuri , Op. cit., pp. 2-67; il primo con trad. di G. B. Carminati. — 
Il n. lo ricorda nelle canz. VI e VII (v. la n. 2 a p. xliv) , nel son. 
XCI , nella Resposta { v. Ind. stor.); ma nella canz. X , 61-68, pare 
che accenni ad un suo poema sull'impresa d'Otranto, il quale non è 
giunto sino a noi. 

2 Del Pardo, che premori forse al Chariteo (era ancor vivo nel 15 12), 
ci restan solo alcune poesie latine , ricordate dal Caballero, Op. cit. , 
p. 43 ; e dal Minieri Riccio, Biogì\,\)p. 12-16; alle quali bisogna ag- 
giungere un'altra nei Poemata di Cosimo Anisio (Napoli , SuUzbach, 
1533), p. 26. 

3 V. a p. xxii. 

< Resp. contro li mal., 214-15. Lo ricorda anche nella canz. VI e 
nella Pascila (v. Ind. stor). Nella canz. X, 46 sgg. si accenna anche 
ad un suo poema sulla guerra della prima congiura dei Baroni , pro- 
babilmente perduto. 



INTRODUZIONE CCXV 

Antonio de Ferrariis, medico, filosofo, scienziato, che 
dalla natia Galatona volle chiamarsi Galateo ^ , aveva 
già conosciuto ed imparato ad amare il Gareth, nel 
I486: in quell'anno, infatti, l'annovera fra gli ca- 
mici optimi et suavissimi .... quos omnes praeterito 
anno Neapoli amplexatus sura » '. L' amicizia divenne 
quasi fraterna dopo il 1490, quando il Galateo chia- 
mato a Napoli, come «medico fisico del signor re», 
nella corte di Ferrante I ^ , ebbe modo di apprezzare 
la dottrina ed il cuore del nostro. D'allora in poi non 
e' è opera scritta dal De Ferrariis , in cui non si ri- 
cordi affettuosamente il Chariteo *; il quale gli ricam- 



1 Su di lui V. Casetti , Vita ed opere di A. Galateo (nel Giorn. na- 
poi. di fil. e lett. I, 193 sgg.), e Minieri Riccio, Biogr. pp. 388 sgg. 

^ la una sua lettera inedita, probabilmente del 1487, si trova que- 
sto brano , che debbo alla cortesia del sign. E. Cannavaie: «... praeci- 
pue Pudericus , Accius , Altiiius, Pardus , Chrysostomus et Chariteus 
et Summontius , amici optimi et suavissimi, quales nunquam habuit 
nostra Academia , quos omnes praeterito anno [i486] Neapoli ample- 
xatus sum ». Era a Napoli il 26 giugno 1489, quando — dice il Leo- 
STELLO , Effem.., p. 233 — «assaltato da certa febre messer Antonio 
Galatheo da Lecci , medico doctissimo et subtilissimu ; illico sua I. S. 
[ il duca di Calabria ] ordinò li fusse parata la camera in casa de sua 
S. et governato come sua persona in omnibus et per omnia ». 

3 Nelle Ced. di tesnr. dal 1491 al 93 è pagata la provvisione di due. 
200 a «Messer Antonio Galatheo medico fisico del S. Re» {v. la n. 
al V. 217 della Resposta contro li mal.) Era tuttora medico di corte 
alla morte di Ferrante I (1494: v. Passaro, p. 340). Il Capialbi, Opu- 
scoli varii (Napoli, 1489), t. Ili, p. 235: «In un conto delle spese 
della casa reale del 1490, firmato, se ben mi ricordo, da Pascasio 
Diaz Garlon , ... ho letto che si pagaron ducati cento a messer A. Ga- 
lateo, medico regio, perché si fosse conferito in Napoli ad assistere 
presso la corte ». 

"* Lo nomina infatti, oltre che nella lett. cit. nella n. 2 di questa pag., 
nel capit. if del De situ Japigiae (voi. I delle Opere, ediz. cit., p. 78), 
neVC Apologia al Leoniceno, nell'epistola De morte Ludi Fontani, nel 
De Hyerosolimit. peregr. (voi. II, pp. 53, 62, 173), nella epistola a G. 
Altilio, tre volte neWEsposis. del Pat. Nost. (voi. Ili, pp. 143, 194, 201, 
IV, p. 8); nel De imttil. literarum (in Papadia, Vit. di ale. uom. ili. 
salene. , Napoli, 1806, p. 23). Questi brani , eccetto l'ultimo, son rifariti 
a pp. xLiv n. I , xLix, cxcv n. 3, cxcvi n. 1 , cci, ccu e n, 3. 



CCXVI INTRODUZIONE 

biò tanto affetto, chiamandolo, in una delle due volte 
che lo ricorda, « fisico raro » ^ 

Felice quel, che, senza esser notorio 
al volgo, stato umil non bave a sdegno ! 
Quest' è Ja gloria vera e'I vero regno: 
viver senza timor, vivere inglorio. 

Puderico gentil P 

Cosi il nostro, in un sonetto, tutto massime oraziane, 
a Francesco Puderico, nubile napoletano, dotto e scien- 
ziato , discepolo, adoratore del Fontano ^, il cieco ed 
acuto critico, a cui il Sannazaro veniva rileggendo il 
suo poema latino ^ 1' « homo emunctae naris » di Ora- 
zio , secondo Pietro Summonte ^ A te debbo — gli di- 
ceva, orazianamente, il Chariteo — se, disprezzando il 
lusso e l'ambizione, 

de la benigna vena del mio ingegno , 
di fede e mente retta io sol mi glorio^. 

Finalmente, in altri sonetti, ricorda come amici con 
cui ebbe una certa familiarità: Girolamo Carbone, pa- 
trizio napoletano , signor di Padulo , parco scrittore di 
versi latini non ineleganti, a cui diresse il sonetto CLXIX, 
che abbiam ricordato più innanzi ^ e che è tutto un gio- 
chetto sul suo cognome * ; Pietro Jacopo de Jennaro , 



1 Resposta, 1. cit. nella n. 3 a p. ccxv; e nella Pascila, VI, 173. 

2 Son. CCX , 5-9. 

3 Tallarigo, G. Pont., P. I, pp. 140-141; Minieri Riccio, Biogr., 
pp. 156-161. — Il Puderico mori nel 1528. 

* Crispo, Vita del Sann, (in Opere volg, del Sannazaro, ediz. cit., 
p. xxiv). 

5 Nell'epist. premessa sàVActius del Pontano (Napoli, Mayr, 1507). 

6 Son. cit., 3-4. 
' V. a p. CLi. 

8 Ne scrisse una biografia il Mazzuchelu , ora nelle schede inedite 
della Vaticana ( v. la n. a 1 p. xn )i a' IT. 448 r-43oy del cod. 9265. 



INTRODUZIONE CCXVH 

anch' esso nobile napoletano , fecondissimo ma rozzo 
scrittore di un poema , di egloghe , di rime petrarche- 
sche , di strambotti e barzellette, e di prose in vol- 
gare ' ; Crisostomo Colonna , prete , di Caggiano , nel 
Principato Citeriore , precettore e segretario di Ferran- 
te, primogenito di don Federigo, maestro forse di latino 
a Bona Sforza, figliuola d'Isabella d'Aragona, duchessa 
di Bari; e forse autore, anche lui, d'un canzoniere in 
volgare ' ; Giovan Battista Musefilo , — suo « giocondo a- 
mico », — eugubino, tra i più fidi consiglieri di don Fe- 
derigo, e precettore de' figli di Inico d'Avalos e d'An- 
tonella d'Aquino, per i quali compose anche una gram- 
matica latina \ Il Musefilo, che fu poi lettore di « poe- 
sia » d' « humanità » nello Studio napoletano dal 
1508 al 1S12 *, vien ricordato dal Chariteo anche nella 



Anche ivi si cita malamente un suo canzoniere in volgare stampato 
a Napoli, nel 1506, da Gio. Antonio de Caneto Paviense ; che sarà 
certamente quello di G. F. Caracciolo, uscito appunto in quell'anno 
e dallo stesso stampatore, per cura del Carbone. V. anche Minif.r' 
Riccio, Biogr. (nell'/fa^m Reale, presso la Soc. di stor. patr. napol.) 
n. Lxvi. Sulle sue poesie v. Giraldi, De poet. n. temp. i, p. 385. 

* Il Canzoniere cit. nella n. i a p. xcix ; gli strambotti e le bar- 
zellette nei Rimai, napol. del quattroc. (nella n. a p. xlui), alcune e- 
gloghe in appendice sXV Arcadia, ediz. Scherillo, pp. 321 sgg. Del poe- 
ma (v. la n. I a p. clxxxvi) e dei trattati , per ora , due notizie del 
Renier (Giorn. stor. d. lett. it. , Vili, 248 sgg. e XI, 469-475). 

2 Son. CXV. — V. su di lui G. Augelluzzi, hitorno alla vita ed 
alle opere di G. Colonna, Napoli, 1856; e Minieri Riccio, .S/o^ir. pp. 
453-459, che attribuisce a lui le Operette del Parthenopeo Suavio , 
(Bari, 1535). Col suo nome ci restano : un' elegia per la disfida di Bar- 
letta , tre epigrammi, alcune lettere e l'opuscolo De situ et moribus 
Hollandiae (nelle Inferior. German... antiquitates, Lione, i6ii). 

3 Son. LXIX. — V. su di lui Minieri Riccio, Biogr. pp. 355-361. — 
Nel cod. V. 0. 12 della Naz. diNap., le sue Institutiones Gramma- 
tice a Jo. Musephilo Ivcubrate; nei cui esempi ritornan sempre i no- 
mi Alfonso. Costanza, Rodrigo, Ippolita, che appartenevano ai figliuoli 
d'Inico d'Avalos (v. Vlnd stor). 

■* Si rileva dalle Ced- di tesor. , voli. 183 e sgg. — Era morto nel 
giugno 15 12. 

XXVIIl 



CCXVIII INTRODUZIONE 

llesposta contro i malivoli S insieme, e col titolo di 
« Quintiliani del secol nostro » e « moderatori della gio- 
ventù », al maestro del Sannazaro, Giuniano Maio, ca- 
valiere napoletano, anch'esso privato precettore di prin- 
cipi, e lettore di rettorica nello Studio generale di Na- 
poli, dotto compilatore del De priscorum proprietate 
verhorum, uno dei primi dizionari latini, e autore del 
trattato in volgare De Majestate, scritto nel 1492 e 
dedicato a Ferrante I ^ 

Dei poeti e letterati non napoletani che , come ami- 
ci, troviam ricordati nelle rime del nostro, il Colocci , 
Marco Cavallo ^, Pietro de' Pazzi *, solo il primo richia- 
ma alquanto la nostra attenzione. 

Angelo Colocci dimorò in Napoli dal 1486 al 91 ^; ma 



' Vv. 220-222. 

' V. , fra gli altri, Minieri Riccio, Biogr. {aeW Italia reale) n. xcvi ; 
A. MiOLA, Propugnai. N. S. I, pp. 141 sgg.; D. Lojacono, L'opera ined. 
De Majestate di G. Majo ecc., Napoli, 1890. — Nell'istessa Resposta 
(vv. 223-225) è ricordato quel Corvino, parente del Chariteo (v. p. lvi 
e n. 3), certamente Massimo, napoletano e vescovo d' Isernia, nunzio 
apostolico, che mori nel 1522, e di cui ci rimangon solo alcune orazioni 
latine (v. Caballero, Op. cit., pp. 57-62; M. Tafuri , Op. cit. , pp. 
xxxvii-vm, n. 34; Minieri-Riccio, Biogr., pp. 96-99). — Nessuna poe- 
sia ci è rimasta di Michele Dolce , che il nostro chiama poeta ( son. 
CCVI) e che è ricordato solamente da P. Gravina (v. la n. 1 a p. cliv); 
di Antonio Severino, napoletano, anch'esso poeta (son. CLXXXV), a 
cui G. Anisio inviò alcuni endecasillabi (Poemata, f. 83 r) , e che P. 
Giovio ricordò, fra i poeti napoletani della prima metà del sec. XVI, 
nel dialogo De viris litt. ili. (v. la n. al son.) ; di Ferdinando di Car- 
dines, marchese di Laino (v. la n. 1 a p. lxxvii), che, secondo il n., 
aveva celebrato in una poesia latina T amor coniugale ed al quale il 
Gareth consigliava di lasciare il « il sermon prisco » , per il volga- 
re: cosi sarebbe riuscito il miglior dei poeti contemporanei, eguale 
solo «all'alta lira fiorentina» (son. GXXXIX): il Petrarca. 

3 Son. CLXXXVI e v. la n. prelim. 

i Son. CLXXV, e v. la n. prelim. 

5 Lancellotti, Vita di A. Colocci (innanzi alle Opere, ediz. cit.), 
pp. II -12. 



INTRODUZIONE CCXlX 

non pare che frequentasse durante quel tempo, l'ac- 
cademia, né fosse in relazione col Fontano o con gli a- 
mici di lui '. 

Il Chariteo lo conobbe certamente a Eoma, molt'anni 
dopo, durante la sua dimora in quella città ^ vale a dire 
tra la seconda metà del 1501 e la prima del 1503 ^ Al 
futuro vescovo di Nocera, ilGareth, come già accen- 
nammo, parlò di un « libro di poeti limosini», — cioè 
provenzali, — ch'egli avea nella sua biblioteca a Na- 
poli, e gli mostrò — come poi ebbe a dire lo stesso Co- 
locci — « in un poco di quaderno, in quarto di foglio, 
la traduzione in lingua nostra volgare, fatta da lui,... 
de le rime di Folchetto di Marsiglia » *. Chi sa quale 
accanito raccoglitore di manoscritti romanzi fosse il Co- 
locci, può immaginare quale smania gli dovettero met- 
tere addosso le parole del Chariteo! 

Si può essere piìi che sicuri che, d'allora in poi, il 
dotto prelato non pensò che a diventar lui il possessore 
di quel manoscritto e della tradazione di Folchetto. Na- 
turalmente, non appena che il Chariteo se ne morì, cioè, 
come abbiam detto, nella seconda metà e prima del de- 
cembre del 1514^, egli s' affrettò a scriver all'intimo a- 
mico del poeta, al Summonte, perché cercasse ad ogni 
costo, d'acquistar dalla vedova, per lui, quel manoscrit- 
to. La povera donna, che, come vedemmo, alla morte del 
marito, era rimasta piuttosto bisognosa ^, non resistette 
molto alle insistenze del Summonte, e, prima del decem- 
bre di quell'anno , il manoscritto era già a Roma, nelle 



' M. Tafcri , Op. cit. , p. Lxxvi n. 

2 Nel son. CLXXIX, 9, rivolgendosi al Colocci: «Quand'io te vidi 
in Roma ». 

3 V. a pp. xxxvii-ix. 

* Summonte , Lett. al Colocci, ripubblicata nel Docum. XII. Cito sem- 
pre da essa , parlando , qui appresso , del cod. di rime provenzali. 

5 V. a p. XLii. 

6 V. a p. Lv. 



CCXX INTRODUZIONE 

mani frementi ed impazienti di monsignor Colocci; ma 
con quanta stizza e delusione dei bibliofili, degli ama- 
tori e mecenati napoletani ! [ quali , « con la mano strit- 
ta lor solita, avevano offerto quattro quattrini»; sicu- 
rissimi che , per le non floride condizioni domestiche 
della signora Gareth, esso sarebbe certamente andato 
a finire, prima o poi, nelle lor mani. 

Ma appena volato via il libro, il suo pregio, per le 
continue richieste, s'accrebbe incredibilmente. La mar- 
chesana di Mantova, Isabella d'Este- Gonzaga, che passò 
a Napoli i primi quindici giorni del decembre di quel- 
r anno, ^ « solicitata non si sa per qual via, '^ faceva in- 
stanzia» di vederlo. Giovan Vincenzo Carafa, marchese 
di Montesarchio, amico del poetale savio protettore delle 
lettere e dei letterati, venuto a conoscere l'importanza 
del libro, aveva detto in pubblico, il 26 luglio, tre giorni 
prima che il Summonte scrivesse la sua lettera, «che 
volea mandare un scriptore ad posta in Koma et con bou 
mezzi optinere dal Colocci che li ne faccia cavar copia». 
Il nipote istesso del Chariteo, Bartolommeo Casassagia, 
si pentiva di « non haverne pigliata copia ordinata ad 
tempo che lo tenne tanti mesi in poter suo » ! 

E, col pregio, crebbero le ire. Tutte andarono a ca- 
dere addosso al povero Summonte. Era stato lui che 
aveva dato mano a far uscire da Napoli « una cosa si 
rara », senza avvertirne neanche « gli amici », i quali, 
almeno, ne avrebbero potuto far « pigliar copia»: essi 
— insinuavano gli amici — avrebber certamente dato alla 



1 V. a p. XLii, n. 2. 

2 Io credo da Mario Equicola, studioso ricercatore e possessore di 
manoscritti provenzali (v. Chabaneau, Notes sm' quelques 7nss. pro- 
veìigaux , Parigi, 188$, pp. 19-21; Renier, nel Giorn. star. d. lett. 
ital., XIY , p. 217 n.), e, com'è noto, dal 1508 sino alla morte (1523), 
precettore e segretario della Gonzaga (Luzio, I pt^ecett (Tlsab. d'E- 
ste, Ancona, 1887, pp. 40 sgg.). 

3 Gli dedicò un son. e Io ricordò nella Pascila (v. a p. cxui e n. 3). 



I 



INTRODUZIONE CCXXI 

vedova « molto maggior prezzo » che non il Colocci. Ma 
la « patrona », — soggiungeva il Summonte, — « non sta 
niente pentita, perché è certa, che, havendo adesso lo li- 
bro, seria in li medesimi termini, dove era da prima ». 
Questo codice esiste tuttora ed è veramente impor- 
tante. Passato dalle mani del Colocci, che l'aveva amo- 
rosamente studiato e postillato sui margini, e del quale 
aveva fatto egli stesso una copia per potersene servire 
più comodamente nei suoi studi, non volendo sciupare, 
con l'uso, il prezioso originale; in quelle di Fulvio Orsini, 
che lo studiò e l'ebbe anche molto caro; entrò, con tutto 
il resto della biblioteca di questo erudito, nella Vati- 
cana, dove fu conservato, col n. 3794, fino al 1797» 
quando, con molti altri manoscritti, passato in Francia, 
fu conservato, e si conserva tuttora, nella biblioteca na- 
zionale di Parigi, prima coli' indicazione di « suppl. frane. 
2033 », ora col n. 12474 S consultato e meritamente ap- 
prezzato da tutti i romanisti , dal Raynouard ai moder- 
nissimi". È un volume in 4°, — rilegato insieme ad un'al- 



* La storia e la identificazione del cod. del Chariteo col parigino 
si deve al De Nolhac, La hibliotèque de Fulvio Orsini, Parigi, 1887, 
pp. 318 sgg. — Sulle postille del Colocci v. C. De Lollis, Ricerche ini. 
a canz. prov. di erud. ital. del sec. XVI (nella Romania, XVIII , 
pp. 433 sgg.) — La copia fatta dal Colocci del ms. del Chariteo è rap- 
presentata dal cod. vat. 3203 [g], di ff. 188 (De Nolhac, Op. cit., p. 320): 
ne détte una descrizione e l'indice, il quale può servire anche per il 
cod. del Chariteo, il Gruzmacher neWAr^chiv f. d. Studium d. neiir. 
Hpracheu. Licer. (Brunswick, 1864), t. XXXV, pp. 84 sgg. Altra copia, 
pur derivata dall'istesso cod. del n., è il ms. 1290 {g*\ dell'Universitaria 
di Bologna: descrizione e contenuto in Mussafia, Del cod. estense di 
rinieprovenz. (in Sitzungsh. der kais. Akad. d. W^js5.,LV,pp. 447sgg.). 

2 V. , fra gii altri, il Raynouard , Choix des poésies orig. des trou- 
6ad., Parigi, 1817, II, p. clvii ; Bartsch , Grundriss zur Gesch. 
der prov. Lit., Elberfeld, 1872, p. 28; Gròber, Die Liedersani' 
mlungen der Trouhad. (in Romanische Stitdien, II, pp. 510 sgg.) — 
E in gran parte pubblicato dal ]!klAHN, Gedichte der Troubad. (Ber- 
lino, 1836-73) , voli. I, pp. 8 ecc., II, pp. 10 ecc., Ili, pp. 4 ecc., IV, 
pp. I ecc.; e quindi utilizzato dal Bartsch, nell'ediz. delle poesie di 



CCXXIl INTRODUZIONE 

tra raccolta manoscritta di rime provenzali [^«] — di 
279 fogli membranacei; nei primi dieci, non numerati, 
si trova un indice dei poeti, e, dopo un foglio bianco, 
nei seguenti 268, — numerati dall' istessa mano che tra- 
scrisse tutto il codice nel secolo XIV, e adornati da 
miniature, — le rime dì una sessantina di trovatori , 
e , specialmente un bel manipolo di poesie di Giraldo 
di Bornelh, di Folchetto di Marsiglia, di Bernardo di 
Ventadorn , di Pietro Vidal , di Gaucelmo Faidit , di 
Americo di Pegulhan, di Pietro d'Alvernia, di Pietro 
Cardinale; e, fra queste, alcune di Eambaldo di Va- 
queiras, di Eaimondo di Miraval, di Guglielmo di Saint- 
Didier, di Arnaldo di Marueilh, di Rambaldo III, conte 
d' Grange , di Arnaldo Daniello , di Bordello , di Jaufré 
Elidei, di Pietro Rotgiers, di Beatrice, contessa di Die, 
di Bertrando de Born, di altri ancora, men noti, ed, in 
fine alcuni descorU e parecchie tenzoni *. 

Che il Gareth conoscesse molto bene il provenzale 
ce lo attesta il Summonte, quando, presentando al Ca- 
locci, il nipote del Chariteo, Bartolommeo Casassagia, 
assicurava che questi le « cose Limosine le legeva et 
intendeva così bene, come il Zio, et non voglio dire 



Peire Vidal (Berlino, 1857) e nella Chrestomathie provengale (Elber- 
feld, 1880), coli. 55-58, 60-74, 81-84 ecc.; dal Canello, La vita e le 
opere del trov. A. Daniello, Halle, 1883 (pp. 162 sgg., 176 sgg. ecc.); 
dui Monaci, Testi antichi ined. prov., Roma, 18S9, coli. 75, 84, 102 
ecc.). —Questo cod. del Chariteo si suol indicare dai provenzalisti con 
la lettera M; con G solamente da P. Meyer, Les derniers troub. de 
la Prov. {Bibl. de l'école des Chartes, t. XXX, p. 255), e con dal 
MussAFiA , Op. cit. , pp. 356 , 450. — « Il y a dans le manuscrit cer- 
taines mentious d'une ecriture differente et un peu plus ancienne, qui 
est peut étre de Canteo. Faut-il y voir celle que les savants romains, 
en 1582, osaient attribuer à Pétrarque? » (De Nolhac , Op. cit. , p. 
318, n. i; cfr. Mahn, Gedichte, II, al n. 438). 

1 Un' indice completo del cod. ili" non è stato ancor pubblicato; ma, 
in luogo di esso, ci siam giovati di quello già edito vat. 3205, il 
quale, come dicemmo, è copia del ms. del n.: v. la n. i a p. ccxxi. 



IJJTRODUZIONK CCXXIII 

migliore: la qiial comparationc si era vista più volte, 
quando l'uno et l'altro, qualche volta, ragionavano 
del migliore et del peggiore di questi tali poeti Limo- 
sini; et questo con lo libro in mano, quale adesso è 
in vostro potere ». Migliori, fra' trovatori contenuti nel 
suo codice, il nostro dovette stimare Arnaldo Daniello 
e Polclietto di Marsiglia, — i due trovatori così cari an- 
che a Dante ed al Petrarca! — se di essi trascrisse accu- 
ratamente , emendando solo qua e là qualche scorrezio- 
ne, quasi tutte le canzoni che nel suo « libro » eran lo- 
ro attribuite: quattro del Daniello e nove di Polchetto'. 
Né per quest'ultimo trovatore, a credere al Colocci, 
si sarebbe contentato di trascrivere solamente le nove 
sue canzoni: le avrebbe anche tradotte. Ma il buon Sum- 
monte, che, dopo la morte dell'amico, per incarico del 
Colocci, aveva esaminate, pazientemente, una per una, 
ma senza alcun frutto, tutte le carte del poeta, per 
trovarvi la traduzione di Fulchetto , dichiarò che essa 
doveva esser stata fatta solo nell'immaginazione del- 
l' amico doveva essersi perduta '"'. E perduta, forse, la 



* Nel cod. M, come si rileva duirindice del cod. g, sua copia (v. la 
n. 1 a p. ccxxi), i componimenti attribuiti a Folchetto son diciasset- 
te. Nella sua trascrizione il Chariteo , o il Cassasagia nella sua tra- 
duzione, tralasciò gli ultimi otto (Erani destrehih, Ban moti, Chan- 
tan. Sit tot mi sui, la nos ciigom, Pos entremes, En chantan, Fin 
amors). 

' II SuMMONTE nella cit. Lett. al Colocci, che gli aveva chiesto 
« la traductione in lingua nostra volgare » « de le rime di Folchetto 
di Marsiglia, la quale era in un poco di quaderno in quarto di fo- 
glio » , « mostratali per ipso messer Chariteo » , in Roma ; rispondeva 
di « haverla trovata, poi di alcuni di, dentro lo Plinio o vero Sene- 
ca suo » ; se non clie, esaminando meglio quel « quaderno » , a casa 
sua , s' accorse che conteneva semplicemente « il texto limosino di 
Folchetto » ed « anco lo Arnaldo Daniello », ma nessuna « traductione 
in volgare italiano ». Voleva dir dunque — continuava il Summonte, — 
che l'amico o non l'aveva mai fatta, e l'aveva data per tale al Co- 
locci, perché « multe volte si dilectava parlare poeticamente »; o l'a- 
vea fatta nel suo soggiorno a Roma , e perduta : che lui , durante i 



CCXXIV INTRODUZIONE 

credo anch'io, o distrutta dal poeta ; ma del tutto im- 
maginata, no; elle di essa trovo ancora qualche vesti- 
gio nell' £';it?/?w/o Pie. Quel componimento, che nella no- 
stra edizione è intitolato ballata V e che è, come ab- 
biam detto poco fa , piuttosto una stanza di canzone , 
non è che traduzione e parafrasi della prima cohla di 
una canzone di questo appassionato amante dell'orgo- 
gliosa viscontessa di Marsiglia \ Di modo che è lecito 

vent'anni della loro amicizia, non n'aveva mai sentito parlare. Al- 
lora, per non lasciar deluso l'amico, il Summonte delle quattro can- 
zoni del Daniello (Sim fos. Lo ferm. Moutz braills. Era sabrai : 
questa non è d'Arnaldo), e delle nove di Folchetto (Per Dieu, Ben 
han, Amors merce, Greu fera, Mout i fes , Ad qan, S'alcor, TJns 
volers, Tan m' abellis), contenute nel «quaderno» del Chariteo — e 
da lui stesso trascritte dal « libro » grande, ove si trovano attribuite 
ai due stessi trovatori, e con leggerissime varianti, — fece fare, « a suo 
modo », una traduzione interlineare dal Casassagia ; e la inviò al Co- 
locci con la lett. più volte cit. L'originale di questa traduzione, in « tre 
quaderni in quarto di foglio,., in tucto charte xxx » , con postille, 
indicanti dubbi e schiarimenti, e una lettera al Colocci, del « mede- 
simo traduclore », è il cod. vat. 4796 ; e una copia di esso , purgata 
dalle « molte forme vernacole, proprie del napolitano », è il vat. 7182 
(v. De Lollis, Op. cit. nella Romania, pp. 459 sgg.; e cfr. Fourtoui., 
Rev. d. deiix mond. XIV, 571; Casini, Riv. crit. d. let. it.. Ili, coli. 
89-90; Chabaneau, Rev. des l. rom., S, III, t. XIII, pp. 257-59). 
* Anche i primi due vv. del son. XIII (v. a p. lxxix). 

Io seguo chi mi fugge e si nasconde, 
e fuggo da chi vuol farmi contento, 

sembran tradotti da questi della caiiz. Ben an mort di Folchetto 
(Mahn, GedicìUe, III, p. 172): 

cho quem encaussa vau fugeti, 
e so quem fui vau seguen. 

Anche la prima quartina del son. LXIII: 

Se fusse eguale il mio cantare in riinri, 
donna, al vostro divino alto valore, 
io sarei tra' poeti oggi il migliore, 
come tra donne voi siete la prima. 



INTRODUZIONE CCXXT 

concliiudere che il poeta , parlando al Colocci della sua 
traduzione di questo trovatore , non asserisse cosa del 
tutto immaginaria. Quando fu a Roma (1501-1503), ei 
doveva, in tutto in parte, averla già fatta; ma poi, 
forse poco contento, l'aveva distrutta, salvandone solo 



par derivata dalla prima cobla di una canz. di Guglielmo di Saint- 
Didier (Raynouard, Choix, III, p. 300): 

Aissi cum es bella sii de cui chan, 
e belhs sou iioin, sa terra e son castelh, 
e belb, siey dig, siey fag e siey semblan, 
vuelh mas coblas movou totas eu belh ; 
e die vos be, si ma chansos valgues 
aitai! cum vai aiselha de cui es, 
si vensera totas cellas que sou, 
cum ilh vai mais que neguna del mon. 

E del quarto vs. della strofa quarta di quest'istessa canzone: 

Belha domna, pus ieu autra non blan 
endreg d'amor, ni n'azor, ni n'apelh, 
qu'una non es en fag ni en semblan 
que contra vos mi valgues un clavelh, 

pare eh' e' si ricordasse , quando affermò che tutte le belle donne an- 
tiche e moderne non eran degne d'esser lodate (son. VI, 14): 

quanto un capillo sol de la sua Luna ! 

E cosi dalla canz. Vas vos soplei ài Gm^o d'Uisel derivò forse il son. 
XXVI e specialmente le due terzine, benché in esse s'intravedano 
anche reminiscenze petrarchesche e ovidiane : 

Drizza le insegne a più famosa impresa: 
vince costei, che par si dolce in vista, 
e contra te fu sempre amara e forte : 

che gloria no, ma biasmo al fin s'acquista, 
de pugnar contra cui non fa difesa, 
e disarmato incauto corre a morte, 

dalla quinta cobla provenzale (Mahn, Gedichte, III, p. 69) : 

XXIX 



CCXXVI INTRODUZIONE 

quel brano, che, sembratogli il meglio riuscito, inserì, 
così fuor di posto, nel canzoniere. 

Ecco, ad ogni modo, la traduzione, in qualche punto 
proprio letterale e ripetente quasi ristesse parole del- 
l'originale (vv. 1-5, 14-16): 

Amor, tu sai che la dolce umiltade 
tanto suol più salir, quanto più scende, 
et è vertù, più ch'altra, in ciel gradita, 
e l'orgoglio crudel, quando più imprende 
volar per l'alto, ailor più presto cade: ... 
che, come varia ognor nostra ventura, 
cosi mutar si può la vostra gloria: 
che, poi d'un chiaro di , vien notte oscura. 



Amors, ben faitz vulpilhage failhensa, 
qau mi qe sui vencutz venez ferir, 
e laissatz leis cui non pot convertir 
dieus, ni merces, ni dreg, ni conoissensa. 

Nei sonn. XIV-XVI, in cui è cantata la gioia dell'amante nel sognare 
la sua donna, potette ben ricordarsi dei molti luoghi consimiU di Ar- 
naldo DI Maruelh (v. Raynouard, Choix , III, pp. 215, 21S, 222). 
L' ultimo di questi brani del Maruelh è anche ricordato dal Ciava- 
RELLi , Op. cit. , pp. 59 sgg. : ma gli altri luoghi provenzali eh' egli 
arreca per dimostrare una probabile relazione fra la poesia troba- 
dorica e quella del n. , come dicemmo altrove {Giorn. star. d. lett. 
ital. XI, pp. 22<)-25), non sono che luoghi comuni incontri casuali. 
Tutte le poesie provenzali, che citammo sin qui, sono nel cod. M, né 
credo che il n. ne possedesse altro. Di modo che non mi pare che il 
Chariteo, Dell'adoperare il ritornello di due vv. in fine delle strofe 
della canz. XI , potesse aver presente quello di tre vv. usato da Gi- 
RARDO RiQuiER nella sua poesia Ad un fin aìnan (Raynouard, Choix, 
III, pp. 466-467), come il CiAVARELLi (Op. cit., pp. 63-64) lascia cre- 
dere, o altro di altro trovatore; perché nel cod. M non si trova il 
componimento del Riquier, né io, fra quelli che ho potuto leggere, ve 
n'ho trovati altri con ritornello. — Nelle similitudini del cigno mo- 
rente, della salamandra vivente nel fuoco , che si trovano nelle rime 
del n. , non si può vedere una sicura influenza provenzale : perché 
queste, come altre immagini, son comuni cosi al repertorio dei tro- 
vatori che ai lirici italiani dei secoli XIII e XIV, e qualcuna anche ai 
latini. V. Nannucci , Manuale, I, pp. 57 n. 8, 117 n. 5; Gaspary, 
Scuola poet. sicil., pp. 105-106. 



INTRODUZIONE CCXXVII 



Per deu, amors, ben sabez veramen, 
com plus descen plus poia huruilitaz, 
et orgoilli chai on plus aut es poiaz. 
Don dei aver gauch e vos espaven, 
qanc se mostraz orgoilh contra mesura, 
e brau respos a mas liumils chansos : 
doncs es semblant qe l'orgoilh chaia ios, 
q' apres bel iorn ai vist far noit escura *. 



Ma ritorniamo agli amici suoi letterati. Furono ancor 
tali, sebbene non ricordati nelle rime del Gareth, Gio- 
vann' Antonio de Petruciis , frate Egidio da Viterbo e 
i due fratelli Anisio. 

Giovanni Antonio de Petruciis, il povero conte di 
Policastro, dal fondo della sua prigione, l'orrido « forno 
di San Vincenzo», dov'ei stette rinchiuso dall'agosto 
al decembre del i486, e dove venne pietosa a conso- 
larlo la musa del dolore , inviava al « suo Chariteo » , 
questo sonetto sulla sua misera sorte, rimasto , da parte 
del nostro, — al quale, per questo atto d'ingratitudi- 
ne, non van fatto punto delle lodi, — senza risposta 
alcuna : 

Ad Chariteo: lo conte de Policastro saluta. 

Conosco contra me si adverso fato, 
che credo , vivo e morto , ò da patere. 
Si la anima è immortale , e ne le fere 
transmigra , corno ce bave demostrato 



* Non essendo ancor nota la lezione del cod. M, seguo quella del 
laurenz. 43, plut. xli , pubblicata dal Gruzmacher neW Archiv cit. , 
t. XXXV, p. 3S1. Altre lezioni di altri codd. in Mahn , Gedichte, 
I, pp. 48, 131, III, p. 172. — L'ultimo vs. di Folchetto era stato 
anche tradotto, più di due secoli prima, da Buonaggiunta Urbiclvni 
(in Nannucci, Alan., I, p. 145): 

Che di bel giorno vist' ho notte oscura 
contra natura fare. 



CCXXVIII INTRODUZIONE 

Pythagora; serragio transmutato 
in qualche ucello , che habia da manere 
sempre presone , per donar piacere 
a quillo che terrà me carcerato! 

Caritheo mio , o vero si a lo Averno , 
o vero al summo celo have da andare ; 
serragio descacciato da lo inferno , 

al paradiso non poragio intrare: 
da alcun serò restrecto in sempiterno. 
La terza opinion me pò salvare! * 

Ad Egidio Canisio, agostiniano, discepolo e succes- 
sore, nell'eloquenza, di Mariano da Gennazano, e fa- 
moso oratore, che un verso di Virgilio, acconciamente 
citato in una sua predica, aveva stretto in intima a- 
micizia col Sannazaro ^ e che, amico pur del Fontano, 
il quale aveva intitolato dal suo nome uno dei suoi 
dialoghi, s'era fatto ammonitore dell'arte di lui troppo 
lasciva e pagana^; il Gareth diresse un'epistola pri- 
ma del settembre del 1501; in cui, tra lodi ed ammi- 
razioni al gran predicatore e moralista, troviamo pure 
un' allusione a codesta missione che e' s' era imposta 
di spaganizzare i poeti napoletani. « Te enim — dice 
il Chariteo — ego solum hac nostra aetate aspicio, qui, 
dum in mortalium inveheret mores , ab omnibus miri- 
fico diligeretur: eosque , quos severissime acriterque 
reprehenderet , aequos dimitteret atque placatos " ». 



1 Dal ms. xiii . d . 70 f. i r» della Naz. di Nap.; piuttosto che dalla 
ediz. cit. de' Sonecti (p. 52), in cui questa poesia ha il n. lvii e non 
riproduce esattamente la lez. del cod. — Sul De Petruciis v. il Torra- 
CA, Studi di stor. lett. napoi, pp. 133 sgg. 

- V. B. Pino, da Cagli, Del galant., Venezia, 1604, pp. 153 ^-154 r. 

3 V. su di lui GregoroviuS, Stor. di Roìna, trad. ital., voi. Vili, 
388-90; MiNiERi Riccio, Biogr. (nell' Italia reale, n. m)'; Fioren- 
tino, Egidio da Viterbo e i pontanìani di Nap. (in Risorg. filos. del 
5fMa«rocento, Napoli, 1SS5, pp. 251 sgg.). 

^ A p. 463 neir Appendice alle Rinie del n. e cfr. anche la n. — 
Molto similmente di lui Paolo Cortese nel De cardinalatu (in Ca- 



INTRODUZIONE CCXXIX 

Pare che uno de' poeti convertiti fosse appunto il Ga- 
reth; ed io starci quasi per afiermare che le canzoni 
religiose e la Pascila e' le scrivesse per suggerimento 
del platonico frate \ 

Le une e l'altra son certamente posteriori al 1501 , 
quando già il nostro era in relazione con Egidio: in 
quell'anno, essendo il celebre predicatore in Napoli, era 
venuto a visitarlo nel convento degli agostiniani , in 
San Giovanni a Carbonara, col Fontano e con Girola- 
mo Carbone , anche il nostro Chariteo '. 

L' abate Giano Anisio , nelle sue liriche e nei suoi 
epigrammi latini , facile imitatore del Fontano e del 



stro Cartesio, 13 io), dopo di aver ricordato Roberto da Lecce, Ma- 
riano da Gennazano e G. Savonarola : « Quid itera modo de Egidio 
Viterbense dicam? qui unus iiiter multos videri potest ad Italorura in- 
genia flectenda et mitiganda natus , cuius sermo ita litteratioris ele- 
gantiae sale conditur, ut in summa verborum concinnitate oranis adsit 
sententiarum succus, ac ita suaviter et numerose fluit, ut in vocis va- 
rietate et fiexu plectri similes exaudiantur soni ». — Egidio ricorda il 
n. fra gli uomini illustri napoletani, nel ms. ix.b. 14 della Naz. di 
Nap., f. 239 r: « in ea pi'aecipue civitate regia, ubi elegantissima Fon- 
tani musa viget; ubi Actius Sincerus Sannazarus, huius saeculi deli- 
tiae; ubi Petrus Gravina; ubi Hieronimus Garbo; ubi Charitheus et 
Sommontius ; ubi alio in genere Augustinus Suessanus et Galatheus: 
rara omnes eruditione illustres viri » (Fiorentino, Op. cit., p. 265). 

* Anche Egidio era poeta, ma sono della sua gioventù la Caccia 
d'amore (Venezia, 1523, con le opere del Benivieni), ed i sei madri- 
gali amorosi del cod. magi. 720 (Trucchi, Poes. ital. ined., Prato, 
1846-47, III, 124 sgg.). L. G. GiRALDi {De poet. suor. temp. 1, in 0- 
pera , Lione, 1696, voi. II, col. 541): « Valuit et Card. Aegidius 
Carmine latino, sed et vernaculo Hetruscorum: extant nonnulla ipsius 
apud quosdam carmina, quae illius ingenii subtilitatem ostendunt, sed 
conversus ad linguarum notitiam in sacrae Theologiae studiis con- 
quievit ». 

2 Fontano, JEgidius , f. \r: «... Aegidius... heremita : quem 
superioribus diebus in hortis coenobii Baptistae Ioannis cum deam- 
bularemus , quod est Neapoli ad Carbonariam , adessentque mecura 
una, quem hic adesse ceruitis, Hieronymus Garbo, itemque Ciiari- 
teus , ita quidem locutum , et ipse memini , et hi ipsi testificari hoc 
idem possunt ». 



CCXXX INTRODUZIONE 

Sannazaro, che venerò come maestri, scrittore di satire 
oraziane e di una tragedia cristiana anche in latino, 
ricordò due volte il Chariteo nelle sue poesie : ' nel- 
r egloga Melisaeus ^ e nella satira nona del I libro 
delle Satyraey diretta Ad Scornam. In quest'ultima, 
lamentando che i bagni di Baia , in luogo di servire 
al benessere e alla salute, fomentassero invece la mol- 
lezza, il lusso, la corruzione, esclama: 

Nana saevo cruciatu , corpora si aegra levantur , 
remigio et velis ibo admonitum Chariteum, 
curatum ut veniat capitis stillam atque podagram, 
admonitum Pudericum orbatum luce oculorum, 
Syncerumque, introrsus qui e pulmone laborat, 
et Bassura misere quem pustula sontica adedit, 
inde alios , morbus quos pernox perdius angit, 
At si istic animi curantur, iam ibiraus omnes 
praecipiti cursu, hospitium mihi Scorna parato 3). 

Il fratel suo, Cosimo, medico ed anche lui poeta la- 
tino , diresse al nostro solamente questo epigramma : 
scherzante, parmi , sul contrasto tra la giovenalesca 
Resposta contro li malivoli e le platoniche rime amo- 
rose per la Luna. 

AD CHARITEUM. 

Insanos, Charitee, qui poetas 
dixit, ac Bromio deo sacratos, 
nae dlsit lepide nimisque vere. 



• V. su di lui MiNiERi Riccio, ^/ogrr., pp. 59-65 ; Tallartgo, G. 
Pont., I, pp. 168-69, e Studio su G. Anisio, Napoli, 1887; B. C[a- 
PASSo] x\e\V Ardi. stor. nap., II, 414. 

2 V. riferiti i vv. che riguardano il n., a p. coni. 

3 Satyrae (Napoli, Suitzbach, 1532), I, ix, f. 32 r-v\ e cfr. i Cam- 
mentarioli in Satyras I. Anysii del fratello Cosimo Anisio, in fine dei 
Poemata (v. n. seg.), f. 183. — Se il Bassum del 6° dei riferiti vv. è 
il Colocci , la satira fu scritta prima del 1491, quando quel letterato 
lasciò Napoli (v. p. ccsvin e n.). 



INTRODUZIONE CCXXXI 

Quis non rideat? Ille qui ferocem 
iactabat satyram, en canit puellam 
tenello numero Se tenellulo ore; 
parumque abfuit, & repente centum 
esemplo hoc epigrammata evomebat: 
quid negotii, Luna cammarique. ') 

Dopo il suo Ferranclino , dopo il Sannazaro e il Fon- 
tano, il Garetli ebbe sopra tutto cari due figliuoli d'I- 
nico d'Avalos e di Antonella d'Aquino: '•' Alfonso e 

1 Poemata (Napoli, Sultzbach, 1333), lib. 11, f. 27 v. — A prestar fede 
ad altre falsificazioni del Meola, sarebbero stati anche intimi amici del 
Gareth, Scipione Capece , dotto giureconsulto e poeta lucreziano del 
De principiis rerinn e del De vate maxima (Tallarigo, G. Pont., 
P. I, pp. 185 sgg.; MiNiERi Riccio, Biogr., pp. 229 sgg.); Pietro Gu- 
lino , detto il Compare generale , V allegro compagno del Fontano 
(Tallarigo, Op. e /. eie, pp. 141 sg.): Manilio Rallo, greco (Minieri 
Riccio, Biogr., neWPalia reale, n. xxiu). Il Capece (ms. xiu. d. 27 
della Naz. di Nap) avrebbe scritta questa orribile terzina: 

Altilio ancor vedrassi e Cariteo , 
il buon Marin, insiem con suo fratello, 
che per li Regi suoi cotanto feo. 

Gli altri due, i due capitoli In nvptiis Charitei , pubblicati da noi, in- 
sieme ad niì epistola del Compatre al n., sebben certamente opera del 
Meola, nel Docum. X. — E a credere sempre a quest'ultimo, avrebbe 
ricordato il n. anche Giovanni Filocalo da Troja nel Poetnetlo cit. 
nella n. 2 a p. ccxxxvii. Se non che, nelle parole: Nec non cui ìiomen 
amata Musa dedit e nelle seguenti, com'ebbe a notare pure il Capasso, 
Op. cit., p, 44, n. 2, si allude evidentemente a Giov. Batt. Musefilo: che 
il Chariteo prese il suo nome accademico dalle Charites, non dalle Muse. 

2 Senza ricordare le poesie che si riferiscono ad Alfonso e Costan- 
za, il Gareth celebrò Inico padre nella Pascha (VI, uo-iii); pianse 
la morte di Antonella nella classica canz. XIII, tutta reminiscenze vir- 
giliane e platoniche sull'oltretomba; la perdita d'Inico II, di Marti- 
no, di Rodrigo e d'Ippolita, loro figliuoli, in un Cantico e néWà Me- 
thamorphosi (III, 130 sgg.); il nipote Francesco Ferrante nel son. 
CLXXXIII. Il Chariteo fu dunque il poeta di questa famiglia, nella 
quale, quando il nostro pubblicava la seconda edizione delle sue rime 
(decembre 1509), entrava anche una poetessa: Vittoria Colonna. 



CCXXXII INTRODUZIONE 

Costanza. Son tutt'e due confidenti del suo amore per 
la Luna ' : v' era dunque fra essi ed il poeta una cara 
intimità. 

Alfonso e Costanza non furono solamente degli eroi, 
furono anche amanti e protettori delle lettere e dei 
poeti. E questa bella virtù aveano ereditata dal padre 
Inico; colui che col nome di « conte camarlingo » fu 
celebrato dal contemporaneo Vespasiano da Bisticci 
come « il più gentile signore » che fosse in Napoli. 
« Era la casa sua, — dice il buon « cartolaio » fioren- 
tino , — uno ricetto di quanti uomini dabbene erano 
nel Kegno. . . . Dilettossi maravigliosamente di libri, e 
aveva in casa sua una bellissima libraria: tutti libri 
degnissimi, di mano de' più belli iscrittori d'Italia, e 
bellissimi di miniature di carte; e d'ogni cosa gli vo- 
leva in superlativo grado, e non guardava a quello che 
si spendesse, fussino i libri degni » ^. Durante il tempo 
che fu a Milano, presso il duca Filippo Maria Vi- 
sconti, fu tra i protettori del Filelfo, e da costui vien 
ricordato due volte nelle Satyrae e fatto interlocutore 
insieme al fratello Alfonso, nel I Conviviorum ^ « For- 
nito grandemente degli ornamenti delle ottime lette- 
re » — continua il Da Bisticci — « istituì i figliuoli di 
laudabili costumi e volle eh' eglino avessino notizia 
delle lettere latine e di tutte le cose che si apparten- 
gono a' figliuoli de' principi, come era lui». 

Chi voglia saper poi tutti i prodigi di valore di Al- 
fonso d'Avalos., del « miglior cavallier di quella etade », 

1 V. i sonn. CXXVI, CXXVIII, CXXXIII, CXXXVI. 

2 Vespasiano da Bisticci, Vite di uoìn. ili del sec. XF (Firenze, 
'S59), PP- 397-398. — Un cod. della del sec. XV delT universitaria di 
Catania (p. c. xi. e, 6) ha questa sottoscrizione: «Hic liber Vitae plii- 
losophorum est ad usum mei Ynici d'Avalos » (Ardi. stor. sicil. , XIII, 
p. 429). 

3 Caballero , Op. cit. , p. 83. — V. anche il Meola , nelle nn. al 
Poemetto del Filocalo, p. 73. 



INTRODUZIONE CCXXXIII 

come lo chiamò l'Ariosto ' , non lia die a leggere le 
cronache napoletane contemporanee ^, le storie del Gio- 
vio ^ e del Guicciardini *. Ivi vedrà qual fosse l' inge- 
gno, l'accorgimento, il valore, l'eroismo di lui durante 
tutta la guerra di difesa e di riscossa contro Carlo Vili: 
nella disperata impresa di Komagna; a Monte San Gio- 
vanni e al Castel Nuovo; nell'assalto del molo grande 
di Napoli , durante il quale chi lo vide lo disse « un 
lione », « uno nuovo Marte» ^. Ma a noi importa solo 
ricordare che questo « nobile paladino » ^ fu anche dotto 
e poeta, e, come il padre suo, musico gentile ^ ; e che, 



* Ori. fur., xxxiii , 33 (lo ricorda anche xv , 28) : 

Cosi dicendo mostragli il marchese 
Alfonso di Pescara, e dice : — Dopo 
che costui comparito in mille imprese 
sarà, più l'ispleudeute che piropo, 
ecco qui nell' insidie che gli ha tese 
con un trattato doppio il rio Etiópo , 
come scannato di saetta cade 
il miglior cavallier di quella etade. — 

2 V. Passaro, pp. 65, 67, 78-Si; G. Gallo, Diurnali, ediz. Volpi- 
cella [Napoli, 1846], pp. 9, 14-15. 

3 Historie, trad. Domenichi (Venezia, 1533), lib. m, pp. 51, 66 w, 109, 
114U-116, 118 V, e Vita del Pescara {yen&zìdi, 1561), ff. 170 f, 171. 

4 Storia d'Italia., II, cap. v, pp. , 138, 164, 165, 209, 211, dell' e- 
diz. di Torino, Pomba , 1853. 

5 Passaro, p. 79. — Il Delaborde, Op. cit., p. 554, lo chiama « le plus 
fidèle comme le plus vaillant des capitaines » aragonesi. Ne scrisse 
una vita, al solito, non scevra d'inesattezze, il Meola nelle note al cit. 
Poemetto del Filocalo, p. 73. 

6 Passaro, p. 63. 

' A lui accennava il n., quando diceva a Ferrandino, che gli avea 
chiesto delle poesie non amorose (son. CXLI, 3-4) : 

dal tuo Marchese aspetta altiere rime, 
me lascia lamentar, ch'altro non cheggio. 

E parimenti nella canz. XIX, 31 sgg. : 



CCXXXIV INTRODUZIONE 

per tali virtù, il nostro si strinse a lui d'un legame 
fraterno, ne cantò la gloria e il valore, jjianse la per- 
dita della moglie, e finalmente l'infelice fine di lui in 
due interi canti della MethaìnorpJiosi e in un sonetto del- 
l' Endwiione, avendo a compagni, in questo pietoso uf- 
ficio , Jacobo Sannazaro ^ e Gioviano Fontano ^ 

Né per valore Costanza d'Avalos fu da meno del 
fratello. Castellana d'Ischia, seppe resistere nel 1503, 
per quattro mesi continui, a quaranta galee francesi che 
assediavano l'isola, e s'acquistò il nome di novella 
«Amazzone». 

A lei debbono gran parte della loro grandezza i ne- 
poti Francesco Ferrante, marchese di Pescara; Alfon- 
so, marchese del Tasto, guerriero e poeta ^; Costanza 
juniore, duchessa d'Amalfi, gentile rimatrice *; Vitto- 
ria Colonna, a cui fu madre, educatrice, consigliera di 
opere grandi e virtuose. 

La bellezza e l'onestà, la dottrina e la saggezza, 
il valore di Costanza d'Avalos, che Federigo del Bal- 



strenuo, o saggio, e inclito Marchese- 
fané sentir col suon di propria lira 
la clade de l'esercito francese. 

E nel «prologo» alla canz. VII (a p. 461 della nostra ediz. ) : « Tu 
solo, e non altro, inclito signor mio, deve emendare questa mia can- 
zone: non solo perché per ingegno, più che per discorso de etade, 
sei pervenuto ad quella perfectione de litteratura, che pochi hanno 
possuta consequire in iuventute ». — Anche il De Jennaro, nel canto 
XVII delle Sei etate della vita humana , introduce Alfonso d' Avalos 
a ricordare scrittori classici e contemporanei (v. Renier, Giorn. stor. 
d. leti. ital. , Vili, 250-251). 

1 Nella Visione nella ìnorte dell'illustrissimo don Alfonso Lavalo 
marchese di Pescara (in Opere volgari, pp. 407-411). 

2 Nel I libro De Tunmlis, f. giiiiu: « Tumulus Alfonsi Davali Mar- 
chionis Piscariae ». 

3 V. TiRABOscHi, St. d. leti, ital., VII, 124 sgg. 

•1 V. Crescimbeni, 7sfor. d. volg. iwes. lì, 480; Mazzuchelli, <Sm(- 
tori, I, P. II, p. 1223; RoscoE, Vita e pont. di Leone X, VII, 66. 



INTROCtrziONE CCXXXV . 

zo, morendo giovane, lasciò vedova giovanissima e con- 
tessa d'Acerra, e che don Federigo nominò duchessa 
(1501) e Carlo V principessa di Francavilla (1533) ' ; son 
ritratte assai bene in una vita che di lei scrisse in 
latino Giovanni Tommaso Moncada, conte di Aderuò -. 
Ivi questa donna è circondata da tale un'aureola di 
saggezza e di virtù , che noi saremmo tentati a dichia- 
rare quell'opera esagerazione di malaccorto adulato- 
re di ammiratore fanatico , se il coro delle lodi che 
s'innalza a lei da tutti i poeti e letterati contempo- 
ranei non giustificasse pienamente la venerazione del 
Moncada. 
Per lei scrivono dei sonetti, oltre il nostro, Gio- 

1 V. i voli. Ili e vili dei Quinternioni , ff. 31 e 62, e le nn. al 
Cantico per la morte del fratello Inico, nella nostra ediz. p. 339. 

^ JoANNis Thomae Montecatini, Adernionis comitis : De vita illu- 
stris Constantiae Davalos comitissa Acerrarum ( cod. x . b . 67 della 
Naz. di Nap.); di cui S. Volpicella pubblicò, tradotti, due brani {Le 
nozze di Costanza d' Avalos e Federico del Balzo nel sec. XV, e La 
moglie esemplare) nella strenna La Sirena, 1845 e 46. — Anche a « Jo- 
hanne Thomaso de Moncada conte de Aterno, maestro lusticero de 
Sicilia » indirizzava le suo « Canzoni et sonetti » P. J. de Jennaro 
(Canzon., p. 63 sgg. )• — Nella vita che ne scrisse Filonico Alicar- 
NASSEO (sul quale v. il Volpicella, Studi di lett. stor. ed arti, Napoli, 
1876, pp. 37 sgg.), poco si parla di essa. ìì^qW Elogio di Costanza La- 
valo seniore del Meola (nelle note al Poemetto cit. del Filocalo, e 
nel ms. xiv . g. 15-16, della Naz. di Nap., in cui anche il testamento , 
l'inventario dei libri, documenti, e le testimonianze del Sannazaro e del 
Ch. sulla D'Avalos) non mancano fantasticherie e lungaggini. — « Du- 
cisse Francaville, - così una lettera regia del io genn. 1307, con cui le 
si dava la terra di Montescaglioso col titolo di contessa {Quinternioni, 
Vili, f. 1041'), - que ob servitia grata et grandia prestita bello et pace 
domui nostro et nobis per suos antecessores et per ipsam maxime in 
defendendo et conservando civitatem, castrum et insulam Iscle prò statu 
nostro contra Gallos parvifacientem classem et hostilem exercitum ac 
si erit conductor et imperator exercitus, quod certo in muliere maius 
virtutis et laudis opus esse non potest». Ed in un'altra del 1528, con- 
cedendosele la tei-ra ed i passi di Pescara: « ob servitia quae grandia 
prestitit , tamquam Amazone in arce Isclae » (cit. dal Broccoli , Di 
V. Colonna e dei due G. di Tarsia, Napoli, 1884, p. 20 ). 



CCXXXVl INTEODUZIONE 

vanni Antonio de Petruciis ' , Francesco Galeota ' , 
Pietro Jacopo de Jennaro ^ , e forse anche Giovan 
Francesco Caracciolo ^ Il Fontano % il Sannazaro ^, 
il Galateo ', la ricordano con lode e venerazione. La 
venerò Vittoria Colonna ^; la ricordò Girolamo Brito- 



* Il XXVI dei Sonecti : « Ad la contessa de la Acerra chiamata Con- 
stanza, confortandola ad usare constanza per haver perso lo Gran 
Siniscalco»: Pietro Guevara, cognato della D'Avalos, perché aveva 
sposato Isotta del Balzo ; mentre Costanza il fratello di lei , Federi- 
go. I sign. Le Coultre e Schultze, editori dei Sonecti, asseriscono, in- 
vece, che Costanza fosse moglie del Guevara (p. 26) ! 

^ « Sonecto mandato a la excellentissima Contessa de la Cerra con 
imagine di Laura ». E inedito : v. la n. 3 a p. e. 

3 II son. xcvn: «Al tramortir de la IH. ma contessa de la Cerra a- 
presso al corpo del quondam suo patre S. conte camberlingo » {Can- 
zon., p. 391). 

* Il primo vs. del suo son. {Amori, f. Ixxvi r): 

Contessa mia, del secol nostro onore, 

ha qualche somiglianza con i due primi del son. CXI del n., diretto 
anche alla D'Avalos; 

Constantia ferma, al fermo polo eguale, 
nel secol nostro indicio & vero segno. 

5 Nel lib. 1 Baiaruìn, f. m vi: « Ad Constantiam». 

6 Nella cit. Visione, cosi Alfonso d'Avalos al Sannazaro (vv. 124-1 26) : 

Cosi, s' a te non grava , ancor vorrei 
pregassi poi la mia bella Gostanza , 
che col pianto non turbe i piacer miei. 

' Esposi::, del Pat. Noster, p. 90: « Ma a zo che intenda V. S. quanto 
è cara a Dio la castità, la verginità, o vero la pudica viduità, come la 
vostra — d'Isabella d'Aragona, a cui è dedicato quel libro — et le due 
serenissime Joaniia et Beatrice, et di la illustre Costancia-». 

8 La chiama «magnanima Costanza» r\Q\\'' Einstola al marito {Ri- 
me, Firenze, 1860). Il Saltini, che curò questa ristampa, confuse poi la 
Costanza, duchessa di Francavilla, con l'omonima nipote, duchessa di 
Amalfi (pp. 455-56, 462).— Fabricio Luna, che pubblicò nel suo Voca- 
bìdario (Napoli, J536) queir Epistola, ne! commiato Al libro, gli or- 
dina di presentarsi alia « nova Pallade Colonna e la magnanima Costan- 



INTRODUZIONE CCXXXVII 

nio ' ; e a lei dedicarono le loro opere Giovanni Pilocalo 
da Troia'^ e Giovan Berardino Fuscano^ Finalmente Sci- 
pione Ammirato, dopo averla chiamata « oracolo di pru- 
denza e di sapere nel suo tempo », soggiunge : « Mi rac- 
contava Berardino Kota cose maravigliose del senno et 
della prudenza di questa donna , onde a lei quasi una 
nuova Reina Sabba molti per consiglio ricorrevano, et el- 
la d' ogni cosa saviamente discorrendo mostrava trapas- 
sar la capacità dell'intelletto femminile » *. Che ma- 
raviglia, dunque, che il Chariteo, in un gruppo di so- 
netti, inneggi alla sua bellezza, alla sua pudicizia , e 
la chiami « margarita del cielo » ^ e « decima musa » ®, 
e, dedicandole il cantico per la morte del fratello I- 
nico, la dica addirittura una dea ^ e, altrove, l'asso- 
migli alla Diana cacciatrice di Virgilio ? * 

Ed anche mecenati del nostro — oltre Alfonso II, il 
quale non amò e protesse nel Gareth solo l'accorto e 
fedel cortigiano, come vedemmo, ma pure il dotto ed 
il poeta , secondo una bella testimonianza del Gala- 



za , in Ischia , le quali ivi , come la Tiburtina e Cumana Sibilla , reggon 
di Cumei l'antica cima e aramaestran la nova luce d'Avali ». — Nel Car- 
teggio di V. Colonna (Torino, 1889), alcune lettere della poetessa a 
« Costanza d'Avalos del Balzo, duchessa (e principessa) di Franca villa » 
(pp. 35, 104, 130)- 

* I Cantici e i ragionamenti (Venezia, 1550), p. 181?^. 

^ Il Genethlìacum Carmen in diem natalem F. fiUi Alphonsi Ava- 
li & Mariae de Aragonia, opus dicatìim Constantiae Avalae Principi 
Francavillae (Napoli, Sultzbach, 1531) , ripubblicato, tradotto e anno- 
tato dal Meola (v. la n. a p. ccxxxi). 

3 La sua Paraphrasi nel quinquagesimo psalmo (Napoli, Matteo 
Canzer , 1532) è dedicata, con una lettera, « Alla illustrissima signora 
Costanza d' Avalo principessa di Francavilla ». 

* Ammirato, Delle famiglie nob. ìiapol. (Firenze, 1651), P. II, pp. 
95-98. 

5 Sonn. CXII, 6 ; Cantico in la morte di don Inico, 251. 
Sonn. XCVIII , 3; Metham. II , 93. 

7 V. a p. 334 della nostra ediz. 

8 Pascila, VI, 113 sgg. 



CCXXXVIII INTRODUZIONE 

teo ' ; oltre Ferrandino , oltre i D'Avalos , — dovettero 
essere il « cavaliere misser Cola d' Alagno », signore di 
Eocca Bainola, nipote della celebre Lucrezia ^ ; ed il car- 
dinale Lodovico d'Aragona. Al primo, « al virtuosissi- 
mo Cola d' Alagno », che aveva desiderate lungamente 
le rime di lui , egli dedicò con un « prologho » la prima 
edizione deW Endimion, nel 1506 ^i e, nella seconda, 
del 1509, diresse a lui la canzone Vili, ed il sou. 
CXCIV, tutt' e due d'intonazione interamente orazia- 
na; dai quali veniamo pure a sapere che sull'animo 
del D' Alagno , in un periodo della sua vita , avevano 
esercitato un gran fascino la libera vita dei campi e 
le vergini Muse. 

Al cardinale Lodovico d' Aragona, quando si trovava 
in Ispagna, tra il 1499 ed il 1503, e probabilmente nel 
1502 ^, il Gareth diresse il son. CLXIII, chiedendogli 
notizie della sua Luna che dimorava appunto colà. V'era 
dunque una intima familiarità fra il poeta ed il cardi- 
nale: quanto, poi, costui amasse e proteggesse il nostro 
ce lo dice Pietro Summonte in queste parole della sua 
lettera Al reverendissimo & illustrissimo Signor Cardi- 
nale di Aragona, che precede l'edizione principe dell'-^r- 
cadia (i 504): «Movendomi anchora ad questo — a pubbli- 
car V Arcadia, — non poco la auttorità del vostro Chari- 
teo; dal quale non solo sono stato ad ciò con ragione in- 
dutto, ma con tutte le forze de la amicitia constretto» ^. 



' Nell'inedito De inutillt. lìte?-ar. (iu Papadia , 0/j. cit. , p. 23) : 
« Alphonsus junior paucas habebat literas, sed doctos viros in maxi- 
mam semper habuit venerationem. Pontanum , ut patrem coluit , et 
summis magistratibus honoravit; Gasam, Argyropulum , Lascarim , 
Actium meum,... Summontium, Attaldos, Altilium , Chrysostomum , 
Albinum, Caritheiim, Pardum . . . dilexit, amavit, veneratus est». 

5 "V. le nn. al vs. 14 della canz. Vili, e al 3 del son. CXCIV, pp. 93 , 
232 della nostra ediz. 

3 Riprodotto neW Appendice, a pp. 459 sgg. della nostra ediz. 

4 V. Arditi, Op. cit. (a p. Xlll , n. 2), p. 283. 

^ Arcadia del Samiazaro tutta fornita et tratta eniendatissima 



INTRODUZIONE CCXXXIX 



IX. 



Multi anni prima che fosser pubblicate per le stampe, 
nel 1506' e nel 1509, le rime del Chariteo dovettero 
andare- manoscritte ^ per le corti d'Italia; se in quasi 
ognuna di queste , tra la fine del quattrocento ed i 
primi anni del cinquecento, esse eran conosciutissime, 
e il nome del poeta n'era assai celebrato. 

Vincenzo Calmeta, che scriveva la Vita di Serafino 
Aquilano, poco dopo la morte di lui (1500), sapeva già 



dal suo originale (Napoli, S. Mayr, 1 504), f. aii r-v. — Fu forse anche suo 
protettore il celebre Andrea Matteo Acquaviva, marchese diBitonto, 
che il n. ricordò nel son. XCI , neWà Resj)Osta , 191 sgg. e nella Pa- 
scila, VI, 98-99. É nota r erudizione sua e il favore mostrato ai ponta- 
niani : egli fondò per essi fin' anche una tipografia nella propria casa , a 
Porta Donnorso (v. su di lui Minieri Riccio, Biogr. -aelVItal. reale, n. i). 
* Ecco l'elenco dei codd. che, a mia conoscenza, contengono rime del 
n. — Il cod. Zeno, cart. del sec. XVI, col nome del Sannazaro (v. Opere 
volgari, p. 434), il son. LIX: Qual anima ignorante; che è anche nel 
cod. palatino 221 , f. 43 v, con l' istessa attribuzione (^I codici palatini , 
Roma, 18S6, voi. I, p. 295). — Un ms. fior, del sec. XVI, cit. a p. xcix »t., 
ha il son.: A voi sola vorria, fra rime di Lorenzo de'Medici. — Il cod.ses- 
soriano 413 (bibl. Vitt. Eman. di Roma), la Resposta contro i malivo- 
li; della quale ho potuto dar le varianti, in confronto col testo summon- 
tiano, nelle nn. della nostra ediz., per una copia favoritamene dal sign. 
A. SpineUi. — Il cod. vat. urb. 729, pei-gam. di ce. 72 (21 X 24), nei ff. 
6v , 33r-u, 6ir, 63^, e^r-v contiene gli strambotti XX, XVIII, XII, 
X, XXIX, VI, I; dei quali debbo una copia al prof G. Zannoni.— Final- 
mente nel ms. h h. ix. 201, cart. del sec. XVI della Palat. di Parma,— i- 
dentificato ora dal prof. V. Rossi {Giorn. stor. d. leti. ital. XV ,213) col 
cod. del dott. Buonafede Vitali di Busseto, scritto dopo il 1493, secondo 
J'Affò, che lo ricordava nella pref. sXVOrfeo del Poliziano (Venezia, 
1776: cfr. Xe Sfa>i5e del Poliziano , ediz. Carducci, p. 124), — si tro- 
vano, ai fF. 28r-3or, in una lezione molto simile a quella della stam- 
pa napol. del 1506, i sonn. XV, XXI, LI, XXXIII, XLIX, tutti attri- 
buiti a « Caritheus ». — Il son. CLXXIX , in lode del Colocci , è nel 
cod. vat. 2951, f. 299, come diremo or ora. 



CCXL INTRODUZIONE 

che in Napoli, verso il 1492, « quelli, che oltra il la- 
tino nel vulgare ottenessero il principato, erano il Sa- 
nazaro, Francesco Caracciolo e Chariteo » \ Ma gli 
strambotti del nostro , già prima di quel tempo , verso 
il 1490, eran cantati da un gentiluomo napoletano nella 
corte di quel Lodovico Sforza, al quale poi, il nostro 
dirigerà, quattr'anni dopo, nel 1494, la sua celebre 
canzone politica , ammonendolo a smettere quella po- 
litica infernale ^ E, probabilmente in quell'istessa sua 
corte, certamente prima del 29 aprile 1502, quando 
era già morto, Antonio Cammelli componeva quel noto 
suo sonetto , in cui , passando in rassegna tutt' i più 
celebri rimatori della penisola, giudicava, forse per in- 
graziarsi il padrone, « vani », cioè vuoti, i versi del- 
l'aragonese Gareth; il quale, per altro, non se ne do- 
vette doler molto, perché veniva a trovarsi in assai 
buona compagnia. Fra i poeti che andavan così poco a 
genio al pistoiese, v'era, né più né meno, che il suo 
caro Sannazaro: 

Actio Partenopeo culto et ignudo; 
Jacomo un bel giardin con pochi frutti; 
Cosmico è come lui scabroso e crudo; 
Caraccio!, Chariteo, son vani tutti 3. 

E l'unica nota discordante in un coro generale di 
lodi al nostro poeta; ma è scusabile. Il Pistoia doveva 
conoscer certamente del Chariteo solamente le rime 
giovanili; riguardo alle quali il suo giudizio non é 
molto severo. Ma, ammesso pure che avesse anche let- 
te le migliori di lui , qual peso può avere per noi il 



' Nelle Collettanee cit. 

2 "V. a p. cxxxiv. 

3 Nelle Riììie, eJiz. Cappelli-Ferrari (Livorno, 1884), il son. In rima 
taccia ognun {p. 51) ; ma era già nelle Rime scelte de' poeti ferr. (Fer- 
rara, 1713), di dove fu citato dall'anuulatore del Crescimbeni, lat. d. 
volg.poes., Ili, 301. 



INTRODUZIONE CCXH 

giudizio di un uomo, di cui è tanto nota la mutabilità 
dei gusti letterari? Basterebbe ricordar solo questo: 
che il Cosmico, dichiarato, nei versi ora riferiti, poeta 
scabroso e crudo , in altri venga detto « il mi|[:flior di 
tutta Lombardia » e venga preposto al Bojardo ! * 

Il Chariteo era ben noto anche nella vicina Mantova, 
nella corte della illustre marchesana Isabella Gronza- 
ga, l'ardente protettrice dei poeti, de' letterati di tutta 
Italia , r innamorata di tutte le cose belle "'. Vedem- 
mo già nel 1495 il nostro al fianco del marito Giovan 
Francesco , quando costui venne nel Eegno ad aiutar 
Eerrandino, nella guerra di riscossa contro i Francesi ^. 
Or, il 15 agosto 1506, la marchesa di Cotrone^, invian- 
do a Tolomeo Spagnoli, segretario dei Gonzaga, e fra- 



' Nel son. Chi dice in versi (p. 52 dell' ediz. cit.): 

— Chi è il miglior di tutta Lombardia? 

— Cosmico padoano è bono autore, t- 

— Èvvi altro? — Si, '1 conte Matteo Maria. — 

' V., fra le belle monografie, che van pubblicando A. Luzio e R. 
Renier, sull'illustre gentildonna, quella di quest'ultimo: Isabella d'E- 
ste Gonzaga marchioness ofMantua and her artistic and literary 
relations {ucW Italiana Monthly Magazine, Roma, mag.-giugno, 1888). 

3 V. a pp. xxxi-xxxu. 

* Nel 1495, sotto Carlo Vili, litigano, fra l'altro, per il titolo di 
marchese di Cotrone, Guglielmo de Pittavia , « dominus Clarvitii » , 
figlio di Polissena Ruffa, e Antonio Centelles, figlio di Antonio e di 
Enrichetta Ruffa , la vera marchesa di Cotrone , già morta. Il titolo 
rimase al primo: in quell'anno, almeno, è detto « marchio Cutroni » 
(BoRRELLi, Appaì^atus historicus, ms. della Naz. di Nap. , ix. e. 16, 
fi'. 610-611). Di modo che, nel 1506, marchesa di Cotrone doveva es- 
sere la moglie di questo Guglielmo di Pittavia, della quale io non so 
il nome. Moglie di Antonio Centelles fu una figliuola di Giovann'An- 
tonio del Balzo-Orsino, principe di Taranto (De Lellis, ms. della Naz. 
di Nap., X . A . 8, f. 211); e, se la lite, dopo il ritorno degli Aragonesi, 
fu ripresa e vinta dal Centelles, cui veramente sarebbe spettato quel 
titolo, anche quest'ultima, nel 1506, poteva essere la marchesa di 
Cotrone amica d'Isabella d'Este. 



CCXLII INTRODUZIONE 

tello del celebre Battista Mantovano, un ritratto in 
marmo d'Isabella, lo accompagnava con un sonetto del 
Chariteo, e con una lettera sua, in cui diceva: « Non 
scrivo altramente a sua Excellentia, perché in questo 
sonetto che ha far^to il Chariteo vedrà tutto quello 
eh' io porria dire » \ Neil' edizione delle rime del no- 
stro, uscita appunto nel principio di quell'anno, questo 
sonetto non si trova; e non si troverebbe neanche nella 
seconda edizione del 1509, se non si volesse riconoscerlo 
in quello diretto alla cognata della marchesana, la du- 
chessa d'Urbino, che si chiamava anch'essa Isabella 
Elisabetta ^: il qual sonetto, con leggiere modifica- 
zioni, poteva egualmente magnificare la fama e la ge- 
nerosità di ognuna di queste due celeberrime dame del 
rinascimento. Altrimenti, non saprei spiegare perché 
il nostro avesse escluso dall'edizione del 1509 un so- 
netto scritto per la Gonzaga nel 1506, quando nella 
istessa stampa ne inseriva tant'altri in lode di oscuris- 
sime persone. 

E , verso ristesso tempo , quasi certamente dalla stes- 
sa corte mantovana, il «molto magnifico et celeber- 



1 Docum. dell' Arch. Gonzaga, che non dà altri particolari. Mi fu 
comunicato dal Renier. 

2 Son. CLXXIV. — Per il docum. cit. nella n. preced., io l'avevo 
creduto diretto alla marchesana di Mantova ; spiegando però stentata- 
mente il secondo di questi vv. : 

Onor de l' alta Gallia cisalpina , 
de' trionfi Feltreschi alto incremento , 
de le forme del ciel vero argumento, 
duchessa, alma Isabella, anzi regina. 

Ma, col son., comunicati i miei dubbi al Renier, egli mi fece notare che 
ne' «trionfi Feltreschi » si alludeva alle glorie de' Montelfeltro , e che 
qupl componimento era certamente diretto alla duchessa d'Urbino, mo- 
glie di Guidobaldo I di Moutefeltro. Quel son., per altro, mutatovi solo 
il Feltreschi del secondo ed il duchessa del quarto vs. , potette ben 
essere inviato anche ad Isabella d'Este. 



INTliODUZIONE CCXLIII 

rimo poeta», Galeotto dal Carretto, de' marchesi di 
Savona, ricordava, assieme ai piìi celebri poeti fioren- 
tini e settentrionali del secolo XV, il nostro e gli altri 
due più noti lirici napoletani, nel suo Tempio de Amore, 
pubblicatosi, poi, la prima volta a Milano nel 1518 '; 

L' altro, eh' indi non longe sta in disparte, 
è quel gran Sannazar, eh' à '1 primo vanto 
d' egloghe , come ben mostran sue earte. 

Quell'altro che gli sta al sinistro canto 
è il bon Caracciol ; T altro è Chariteo,. 
col metro ornato e affettuoso tanto! 

L'Ai'iosto ferrarese e '1 Thimoteo 
van dietro a questi. 

E l'anconitano Andrea Statai, nella su.a. Aiìia^onida 
stampata a Venezia nel 1503, ricordava anche lui il 
nostro, fra i poeti ed i rimatori contemporanei: 

Sannazzar, Caracciolo e Cariteo, 
Laur de' Medici e il Politiano, 
Cinthio d'Ancona e il chiaro TebalJeo, 
Marco Cavai , Serafino e Fontano ^. 

E da Parma, verso gli stessi anni, Enea Irpino, che 
era stato anche alquanto tempo in Napoli, sui principii 
del secolo XVI ^ — e l'unico, pare a me, fra quelli ri- 



* Comedia nuova. . . intitolata Tempio de Amot^e (Venezia, N. Zopi- 
no, 1524), f. eviit\ — V. Renier , Giorn. stor. d. lett. ital. , VI, 231 
sgg. , che cita, a p. 233 n. 4, quattro esemplari della prima ediz. (Mila- 
no , Giov. Antonio Legnano, il i sett. 15 18); e cfr. Riv. stor. man- 
tov., I, 82. 

■^ Cit. nel Giorn. stor. d. lett. ital., V, p. 249 n.: cfr. Molini, Operette 
bibliog., Firenze, 1858, p. 156. 

* V., su di lui, I'Affò, Memorie degli scrilt. e lett. parmig. (Parma 
1761), voli. Ili, pp. 182-92 ; VI (aggiunte e correzioni del Pezzana, Par- 
ma, 1827), pp. 423-5. — Il Can^-ontere dell' Irpino , ora nella Palat.di 
Parma, fu messo insieme dal poeta istesso, nel 1520. 



CCXLIV INTRODUZIONE 

cordati, che mostri un certo buon gusto e discernimen- 
to, — in un sonetto, in cui son ricordati i migliori ri- 
matori suoi contemporanei , dichiarava soave e chiaro 
il canto del nostro e collocava il Chariteo , come poe- 
ta, subito dopo il Sannazaro: 

Napol gentil nel bel tosco idioma 
donar può il verde lauro al Sannazaro , 
et pò al suo Cariteo , soave e chiaro , 
cinger di mirto e d'edera la chioma *. 

Finalmente Giovan Filoteo Achillini, bolognese, in- 
viando nel 1504 il suo poema intitolato il V iridar io , 
stampato poi nella patria sua nel 151 3, ai principali 
poeti contemporanei, diceva al suo libro: 

Saluta nel Reame il Sannazaro, 
Cariteo, Caracciolo e 'I Pontan darò 2. 

L'edizione napoletana del 1506, fatta quasi certa- 
mente sotto gli occhi del poeta, non dovette bastare al- 
le richieste di tutti gli ammiratori , che al Chariteo , 
da quel che abbiam visto, non dovevan mancare nel- 
l'Italia superiore; sicché gli stampatori veneti, prima 
e dopo che uscisse la seconda edizione napoletana del 
1 509, allestirono della pi'ima, l'un dopo l'altro, parecchie 
ristampe. La prima, e più rara di esse, è in -8° piccolo 
(mm. 160 X 100) senza numerazione di carte, col regi- 



1 È riferito tutto dalPArFÒ, Op. cit, p. 183; in parte dal Mazzuchelli 
nella cit. biografia del n., f, 565 r, con queste parole (n. 25): « Così 
scrive rirpino in un sonetto riCerito da Apostolo Zeno nel Tom. IV di 
dette Memorie [de' Poeti Volgari] a car. 149 t. » — « Il codice posse- 
duto dalla biblioteca di Parma è forse quello stesso che nell'agosto 1716 
possedeva Girolamo Lioni da Ceneda, il quale ne dava notizia allo Zeno 
(cod. Marc. Ital. x, 73, e. 187 sgg. ». Comunicazione del prof. V. Rossi. 

2 Questi poeti, che ricordano rimatori napoletani, eccetto l'Irpino, son 
citati anche dal Renier, Giorn. star. d. lett. ital., Vili, p. 257. 



INTRODUZIONE CCXLV 

stvo A-E iiii, ed ha, in mezzo al recto del primo fo- 
glio , questo titolo , in caratteri semigotici : Opere di 
Chariteo \ stampate novamente \ Sonetti \ Canzone | 
Strambotti ; e poi in fine , senza indicazione di anno 
ne di città, che è certamente Venezia: Stampata per 
Manfrin Bon. Lo poesie si succedono nell'istesso or- 
dine della stampa originale: Al virtuosissimo cava- 
liere I misser Cola dalagno proto \ go di Chariteo in lo 
libro in I scripto Endimion a la luna (f. Aii r-v) ; il Li- 
bro de Sonetti et Canzo \ ne di Chariteo intitulato \ En- 
dimion a la luna (if. A iii r — Diii v) ; gli Strammotti di 
Cariteo (if. D iiii r — D viii v) ; poi Al Illustrissimo Si- 
gnor Don Alfonso Davalos Marchese de Feschara gran 
Camerlengo del regno neapolitano : Prologo di Chariteo 
in la canzone de Lode del serenissimo Principe di Ca- 
pila (f. D vili v) ; la Canzone di Chariteo de \ lode del 
Serenissimo si \ gnor principe de Capua (ff. E r — E iii r); 
la Canzone di Chariteo inti \ tulata Aragonia (ff. E iii 
r — E viii r) \ 



* Questa stampa è nella Marciana ( ax. 8. 6476 ). Di essa ebbi una 
minutissima descrizione dal prof. V. Rossi; e, per mezzo del Ministero 
della P. I. una copia diplomatica. — C. Castellani, prefetto di quella bi- 
blioteca, la descrisse nel Bibliofilo, Vili, n. i (Di un' edis. delie poe- 
sie del Cariten fatta nei primi anni del sec. XVI ignota ai bibliografi 
ecc.). — Ma, oltre che dal Morelli {La libreria già raccolta. .. dal 
signor M. Piaelli, Venezia, 1787, I, p. 363) e dal D'Ancona (Poesia 
j)op. it., p. 133 n.), come ebbi a notare altrove (Giorn. stor. d. lett. it., 
X, 267-79; -A-rch. stor. napol. XII, 485 sgg.); essa è ricordata dal La 
MoNNOYE, nelle note alla Alenagiana (ediz. cit., t. IV, p. 304), di su un 
suo esemplare delle poesie minori del Fontano, sul quale, alle parole 
Felix Enditnion degli endecasillabi riferiti a pp. ccvi-vii , aveva postil- 
lato: « AUudit ad amatorios quosdam Charitei versiculos qui typis Man- 
frini Bon. (an Bononiae, an Bononiensis?) 8'' prodierunt, non indicato 
editionis anno, nec loco, inscripti Endimion à la Luna » ; dal Mazzu- 
CHELLi, nella vita del n. , f. 563 v- dal Gervasio nel voi. ms. Varie 
notizie di stor. lett. napol., (bibl. de' Gerolam. di Napoli): « Opere di 
Chariteo | stampate novamente | Sonetti | Canzone | Strambotti | . . . . 
Stampate per Manfrhi Bon » ed unite alle opere del Cornazzano ed alle 



CCXLVI INTRODUZIONE 

Identica, in tutto, a questa di Manfrin Ben, anche 
nella forma esterna, è un'altra, pure veneta e dei 
principii del sec. XVI, Jn-8°, senza indicazione di anno 
e del luogo di stampa, senza numerazione di carte, 
ma col registro: au-eeiiii, e con questo titolo: Opere 
di Chariteo \ stampate nouamente | Sonetti \ Cannone \ 
Strambotti; ed in fine : Stampata per Alexandro de Bin- 
doli ^ 

Oltre queste, a quel che affermano i bibliografi, ve ne 
sono altre due, pure venete e di uno stesso stampatore, 
il milanese Giorgio de' Rusconi; ma io non le ho potuto 
ritrovare in nessuna delle biblioteche italiane. Portano 
questo titolo: Sonetti e Cannoni del Chariteo intitolate: 
Endimione a la Luna, In Venezia per Giorgio de' Ru- 
sconi, 1507, in-8°; ed: Opera nova e amorosa, composta 
in laude della sua amante, cioè: sonetti, canzone e stram- 
hotti. Stampata per Zorzi de Rusconi, 1519, in-S" ^. 

Ed è una di queste , quella che l' annotatore del 
Crescimbeni dice di aver "veduta presso Pier Cate- 
rino Zeno, con il titolo di « Opera nova del Chariteo 

Stame del Poliziano « stampate in Veuetia per Manfriuo Bono de 
Monferà: del m . cocce . mi a di xvi de marzo ». Il Gervasio l'avea ve- 
duta « trai libri del Cav. Carelli » (Capasso, Op. cit., p. 42 n.). — V. 
anche citata nelle Stanze del Poliziano , ediz. Carducci , p. lxxxvi , 
una stampa delle Cose vidgari delTAmbrogini fatta a Venetia, da Man- 
frina Bono de Monferrà, nel 1504. Un esemplare di queste ristam- 
pe del Poliziano e del Comazano e di molte altre dello stesso stam- 
patore sono nella bibl. de' Gerolamini di Napoli. 

• Anche nella Marciana (Misceli. 2226) ; e 1' ho potuta studiare. Con- 
frontata con quella di Manfrin Bon, non offre che leggerissime varietà, 
dovute certamente al tipografo. A quella « assomiglia — mi scrive il 
prof. V. Rossi — anche nella forma esteriore ». 

"^ V. La prima è ricordata dal Quadrio, Op. cit., II, 213; dal Maz- 
zucHELLi, nella biografia del n., f. 565; dall'HAYM, jBt6/iof. italiana, 
Milano, 1803, II, p. 82; dal Panzer, Annales typographici (Norim- 
berga, 1800), Vili, p. 388; la seconda, dallo stesso Haym, l. e; dall'E- 
BEKT, Allgeìneines bibliogr. Lexicon, Lipsia, 1821 , I, col. 312; dal 
Graesse, Trésor, II, p. 122; dal Buunet, Manuel, I, coli. 1802-3. 



INTRODUZIONE CCXLVII 

intitolata Endimione alla Luna. In Venezia jjer Gior- 
gio de liusconi , manca l'anno in 8 » ^ o è una quarta 
ristampa della prima edizione napoletana ? E ve ne 
sarebbe anche una sesta, se quella ricordata sola- 
mente pur dal Orescimbeui, come « veduta senza fron- 
tispizio e giudicata dalla qualità del carattere per di- 
versa » dalla napoletana del 1506^, non fosse per av- 
ventura da identificarsi con qualcuna delle cinque ora 
ricordate. ^ 

Del volumetto napoletano del 1506 era pììi conve- 
niente la ristampa e lo smercio. Di modo che, anche 
dopo che nel 1 509 uscì la seconda edizione napoletana 
fatta dal poeta stesso con 1' assistenza dell' amico Sum- 
nionte, co' bei tipi di Sigismondo Mayr, gli editori ve- 
neti continuarono a ristampare quella del 1506; lascian- 
do così a questa nostra edizione il merito di riprodurre, 
per la prima volta completamente e seconda 1' ultima 
forma data loro dal poeta , le rime del Gareth ^ Pro- 
babilmente il privilegio che andava unito all'edizione 
del 150956 nel quale il Gran Capitano proibiva severa- 
mente « che per x. anni nel Regno tal opera si potesse 
stampare, né stampata portarsi da altre parti sotto la 
pena in esso contenuta » *, faceva prevedere che nes- 
8U!io esemplare se ne sarebbe potuto vendere nel Na- 
poletano. 

Solamente più tardi, nel 1550, un altro stampatore 
veneto toglieva dall'edizione napoletana del 1509, quasi 

1 Op. cit., voi. ni, p. 301. — È ricordata anche dal Gobbi nella Scelta 
di Sonetti e Camoni, cit. più appresso, 3* ediz., p. 2, e dal Mazzu- 
CHELLi, nella biogr. del n., f. 565. 

2 Op. cit., voi. Ili, p. 301. 

3 II solo Panzbr, Op- cit., p. 430 ricorda una ristampa napoletana 
del 1519 dell'ediz. summontiana; ma egli certamente la scambiò con 
quella del Rusconi dell' istess' anno , che non cita; tanto più ch'egli 
si riferisce all' Haym, il quale registra quest'ultima, ma non la sup- 
posta napoletana del 15 19. 

* V. a p. LX. 



CCXLVm INTRODUZIONE 

tutte le poesie religiose e morali: vale a dire le sei 
canzoni per la « natività » della Vergine e 1' altra per 
la «natività» di Cristo, quella «in laude dell' humi- 
lità», quasi tutta la Pascha, eccetto l'ultimo canto, 
il sesto, d'argomento prettamente istorico, e il cantico 
« del dispregio del mondo », e li ristampava , con qual- 
che leggiera modificazione qua e là, nel Libro sexondo 
delle rime spirituali, parte non più stampate, parte 
novamente da dimrsi aiitori raccolte '. 

Ma, molto prima ancora che la fama del poeta si 
spandesse per tutta Italia, prima ancora che le sue 
poesie fosser pubblicate a Napoli e ristampate a Ve- 
nezia; già fin dal 1490, — quando il poeta era celebre 
e festeggiato solamente nella corte aragonese , — la fa- 
cilità, la leggiadria, l'affetto delle sue rime amorose 
gli avevano acquistato un bel numero d' imitatori. 

Il primo, in ordine di tempo, è quel Serafino Cimi- 
nello Cimino, com'ei preferì sottoscriversi, piìi noto 
col nome che gli venne dalla patria ^. Il quale , accor- 
tosi forse di non poter far mostra delle sue poesie né 
d'originalità ne di una fisonomia propria ma solo di una 
gran potenza di assimilazione e d'imitazione; si do- 
vette accontentare di servirsi di concetti e pensieri al- 
trui, ch'egli, gonfiando ed esagerando, popolarizzava, il- 
leggiadriva, cantandoli con la sua bella voce, accom- 
pagnandoli con la musica, e adattandosi sempre al gu- 
sto della gente di mondo, per la quale scriveva e dalla 
quale egli voleva solamente essere apprezzato. E come 



1 Nella raccoltina delle Rime Spirituali stampata In Venetia al se- 
fjno della Speranza, nel 1550. I componimenti del n. alle ce. 105 r-i 17 
x\ 206W-227U. Innanzi al cant. II della Pasc/ia è aggiunta la postilla: 
« nel qual l'angelo racconta anchora il successo della resurrettione di 
Christo ». Le modificazioni alla stampa del 1509 son di poco conto. 

2 V. E. Casti, La vera genealogia di S. Aquilano (nel Boll, del- 
la star. patr. A, L. Antinori negli Abruzzi, 1889, 1, pp. 69 sgg.)- 



INTKODUZIONE CCXLIX 

dal Sannazaro gli venne l' itlea di scrivere le sue eglo- 
ghe allegoriche, e dal Tebaldeo apprese l'arte del tor- 
nire il sonetto; così dal Chariteo quella di comporre gli 
strambotti. E poiché da quest'ultima gli venne maggior 
fama ed il titolo di primo stramhottaio del quattrocen- 
to ', è al nostro specialmente ch'egli deve quella glo- 
ria che gli tributarono , vivo e morto , i contemporanei. 

Adolescente, dai dodici a' quindici anni, tra il 1478 
e rSi, Serafino era stato a Napoli, paggio nella corte 
del giovine conte di Potenza, Antonio di Guevara; la 
cui casa era tenuta in governo da un Paolo de Legi- 
stis, fratello della madre di Serafino ■; ma, quasi cer- 
tamente, non vi aveva conosciuto nessuno di que' poeti 
napoletani, dei quali, molti anni dopo, a detta dell'a- 
mico Calmeta, egli, cantando e improvvisando, doveva 
formare l' ammirazione. 

Vi aveva solamente appresa la musica « sotto la e- 
ruditione d'uno Gulielmo Fiammengo, in quello tempo 
i^Iusico famosissimo». Xel 81 tornò in patria, e, per 
« tre anni», si détte «ad imparare sonetti, canzoni e 
triomphi dil Petrarcha», che cantava, accompagnandoli 
maravigliosamente col liuto. Poi, venutosene a Koma 
a tentar la fortuna, trovò accoglienza specialmente 
nella corte del cardinale Ascanio Sforza , col quale , 
verso il 1490, si recò in Lombardia. «Essendo Sera- 
phino in Milano, — dice il Calmeta, — prese amicicia 
con un notabile gentilhomo napolitano, chiamato An- 
drea Coscia ', dil duca Ludovico Sforza soldato, il 



' D'Ancona, La poesia pop. ital., p. 134. 

- V. Casti, Op. cit., p. óg. — In seguito, per la vita di Serafino, 
seguo e cito sempre dalla biografia del Calmeta nelle Collettanee 
citate. 

^ Di questo tempo, trovo ricordato un « Andrea Coscia, figliolo di 
Giovanni e di Girolama d'Angelo del Seggio di Porto» (Aldimari, 
Historia genealogica della famiglia Carafa, Napoli, 1691, II, 231). 
Aveva sposato Isabella Carata , figliuola di Galeotto e di Vittoria 



CCL OTKODUZIONE 

quale molto soavemente cantava nel liuto; e, tra li al- 
tri modi , una sonata , ne la quale dolcemente stram- 
moti di Charitheo esprimeva. [Per] la qual cosa non solo 
Serapbino il modo li tolse, più limatioue aggiungen- 
doli; ma a comporre strammoti con tanto ardore et 
assiduità se dede, che de conseguire gran fama in quello 
stile hebbe somma felicitade ». I primi « strammotti » 
li compose in Milano stesso: « a compiacentia » « d' u- 
na molto soave cantatrice et aggratiata », « donna di 
mediocre lionestà, chiamata Laura, f emina » di Pietro 
da Birago, « gentilhomo milanese », della quale s' era 
innamorato. Tornato a Eoma col cardinale , « non solo 
parve novo, ma per haver portato novo modo di can- 
tare, e li strammoti in più altezza sublimati, dede di 
sé ... non piccola ammiratione ». E così, « con l'barmo- 
nia di soa Musica e con l' argutia di suoi strammoti 
spesse volte » interrompeva « li ardui certami » de' let- 
terati dell'Accademia, che si riuniva in casa di Paolo 
Cortese '; i quali si misero anch'essi con «fraterna 
emulatiune » a comporre strambotti; ma e questi e 
Bernardo Accolti, detto V Unico Aretino, il itìii ceìehve 



Caatelmo ( v. il son. CC del n. , e le nn. ). Il De Lellis ( ms. della 
Naz. di Nap., x . a . 8, f. 227 v) nomina, come tìglio di Pietro Coscia, 
quinto signore di Procida , un Andrea, paggio del duca di Calabria, 
e poi monaco olivetano. Questo solo conosce Cosmo Enicciano nel 
suo Tratt. ist. geneal. della fam. Coscia (Naz. di Nap., ms. x . a . 34, 
f. 136). Non mi pare clie possa identificarsi col personaggio ricordato 
dal Calmela , queir Andrea Coscia che sposò Costanza , figliuola di 
Giovan Francesco, primo marchese d'Arena, e di Laura Carafa (Am- 
mirato, Fam. nob. nap., II, p. 189). — Il sign. L. Fioravanti, S. Aqui- 
lano: sua vita e sue poesie (Teramo, 1888;, p. 14 n. i, afferma che 
un son. di A. Coscia è nelle Collettanee; ma il suo nome non com- 
parisce aS'atto tra i rimatori di quella raccolta, che ho ora sott' occhio. 
• Il quale veramente attribuiva tutto il merito di lui alla perizia 
nella musica (De cardinalatu , II, f. lxxiv: cfr. anche Tiraboschi , 
Op. cit. , voi., VI, p. 1244). — Alcuni strambotti di Paolo Cortese 
nel Compendio de cose nobile et delectevole de Vincenzo Cahneta 
et de altri Auctori (Venezia, 1514), fi". 3615, 37r-u; ed altrove. 



INTRODUZIONE CCLI 

dei poeti volgari allora in lioma, erano sempre supe- 
rati da Serafino: anzi «se strammoto novo si sentiva, 
anchora die d'altro auttore fusse stato composto, a 
Seraphino se attribuiva ». Cresciuta in tal modo la sua 
fama, recatosi nel 1491 in Aquila, per «rivedere la pa- 
tria e li parenti soi » , fu chiamato da Ferrante, principe 
di Capua, — che « governava in quelli tempi lo Abruz- 
zo ». e che si dilettava anche lui di scriver strambotti e 
di dare loro il suono, — nella sua corte. Ivi ebbe certa- 
mente l'occasione di conoscere e di essere apprezzato da' 
poeti napoletani e specialmente dal Sannazaro, da Giov. 
Francesco Caracciolo e dal Chariteo, i quali, fin' allora, 
avea dovuto conoscere solamente nelle loro opere. « Li 
quali, — continua il Calmeta, esagerando un poco codesta 
ammirazione — vedendo che Seraphino non sol le orec- 
chie del vulgo ma anchora quelle de li dotti con suoi 
poemi demulciva; poi, da l'altro canto, parendoli forse 
che questi poemi così bene in iscritto non restassero 
alla censura, con diverse determinationi di soe composi- 
tioni facevano ragionamento; tutta via però con be- 
nigno giudicio più presto laudando il beneficio de la 
Natura che la industria di lo accidente ». Se Serafino 
avesse potuto trattenersi più lungo tempo a Napoli, 
probabilmente da improvvisatore si sarebbe trasforma- 
to in poeta d'arte; ma la spedizione di Carlo Vili lo 
spinse nuovamente nelle corti, dove, per sua sfortuna, 
non ebbe ad incontrarsi più in un Saunazzaro, in un 
Chariteo, che, apprendendogli, col proprio esempio, a 
disprezzare il facile favor popolare, l'avessero indiriz- 
zato ad una gloria più duratura. 

« Fu necessario a Ferdinando, per opponerse allo e- 
xercito di Carlo Re di Francia, che alla impresa dil Re- 
gno di Napoli era desceso, venire in Romagna con flo- 
rida militia, e seco menato Seraphino, in Urbino per 
molti mesi, ad instantia di Elisabeth da Gonzaga dil 
Duca di Urbino consorte, li permisse fare residentia ». 



CCLII INTRODUZIONE 

Ma nelLa corte della illustre duchessa e della bella e 
saggia Emilia Pia erano assai in pregio « li amorosi so- 
netti » del Tebaldeo : il maggior poeta della corte man- 
tovana d'Isabella d'Este ^; con la quale, e perche-co- 
gnata e per affinità di gusti e di tendenze, era strettissi- 
mamente legata Elisabetta d'Urbino. La smania degli 
strambotti, durata in Serafino quattro anni (1490-94), 
si cambiò allora in ismania pe' « sonetti amorosi » , ed 
egli si détte, durante gli altri sei anni che visse, « tutto 
ad emulare al Thebaldeo, ingenioso poeta ... ; fusse 
che meglio quello stile per la facilità li paresse da po- 
tere conseguire ; vero parendoli che ad incendere li 
teneri petti de leggiadre giovenette più fusse accommo- 
dato. Nel quale fece tale profitto che, non meno che in 
li strammoti, hebbe nome e celebratione ». 

Ma, anche senza la testimonianza del Calmeta , l'in- 
fluenza che ebbero le rime del nostro su quelle dell'A- 
quilano, si manifesta da sé a chiunque percorra, an- 
che frettolosamente, i centosessantanove sonetti ed i cin- 
quecentocinquantuno strambotti , che si trovano in una 
delle ristampe venete delle Opere dell'Aquilano ^. 

E prima d'ogni altro, il son. xcviii: 

Hor son queste centrate quiete e sole, 

stampato ivi come cosa di Serafino, non è, né piìi né me- 
no, mutatovi solamente in ciascun Vognmi del secondo e 
terzo verso, che uno dei più belli sonetti del Chariteo! ^ 



' a Ei'a quella corte [di Mantova] - dice il Calmeta, nella cit. Vita 
di S. Aqidl.-às\ Thebaldeo (che '1 supprerao calme tenneva), Tlii- 
motheo , Gualtiero , Calleoto dal Caretto , e molti altri nobili spiriti 
frequentata ». 

^ Non ho potuto vedere l'edizione delie Rime fatta dal Colocci (v. 
la n. 4 p. xxxvin). Cito, invece, da quest'altra: Opere ìiuovamente 
ricorrette t& con diligentia impresse ecc. ( Venezia , per Nicolo de 
Bascarini, 1548). La bibl. de'Gerol. di Nap. ne ha una di Manfredo di 
Monferrà (1502). 

3 È il son. XL, a p. 48 della nostra ediz. 



INTRODUZIONE CCLIII 

E , senza nessuna variante , è ristampato , poi , come 
CCCXXX^ strambotto di Serafino, il sesto del nostro; il 
cui nono strambotto è poco men che trascritto tutto nel 
cxxiii° del secondo: 

Tu dormi, io veglio, e vo perdendo i passi; 

ed imitato nel precedente a questo \ Il son. XXXIX, 
riferito da noi piìi avauti ", com'uno dei piìi belli del 
nostro: 

Ecco la notte: il ciel scintilla e splende, 

ha dato origine a due strambotti di Serafino: al cxix° : 



Ecco la notte, il sol soi raggi asconde, 
lassando agli animai quiete e pace; 



ed al seguente: 



Ecco la notte, il ciel tutto se adorna 
di vaghe stelle 3. 



Finalmente, quando morì Ferrante II , Serafino scrisse 
per il suo antico signore un sonetto che comincia : 



' Str. cxxii: 

Ahimé, tu dormi, & io con alta voce. 

' A p, cxiv-cxv. 

3 Anche il Sannazaro, nelPegl. ii deWAt^cadia (ediz. cit., p. 31) 

Ecco la notte , e '1 ciel tutto s' imbruna 

Ma sol questo verso ha di comune con gii stramb. di Serafino e col 
son. De Jennaro, cit. a p. xcix, n. 1 ; il resto, cosi nel primo che nel 
secondo, deriva, con tutta probabilità, dal son. del n. 



CCLIV INTEODUZIONE 

Ahi morte ingorda e pronta ai nostri danni I 

Ferrando hai spento pur nel più bel fiore: 

Novo Canaillo al gallico furore- 
Ora , anche quest'ultimo verso è un ricordo di due al- 
tri del Chariteo, pure alludenti a Ferrandino: 

Che dal cielo è disceso altro Camillo, 
che domarà dei Galli il re superbo,.. 
Egli è pur dio, che con giustissim'ira 
ha posto a terra il barbaro furore i.' 

L'ultimo verso, poi, del son, xcv di Serafino: 

Eterno danno per eterna gloria, 

è rubato doppiamente al nostro, perché esso si trova, 
anche com'ultimo verso, in due souetti deìVEndimione'l 
Alla fortuna ch'ebbe il son. CV del Chariteo: 

Voi, donna, ed io per segni manifesti, 

in cui vien predetta la gioia che godrà, pur nell'infer- 
no, il poeta innamorato, potendo eternameute contem- 
plare il volto della sua donna ^; accennò in gran parte il 
D'Ancona, mostrando quella stessa immaginazione in un 
sonetto del Di Costanzo, « evidentemente ispirato» a 
quello del nostro; in uno di Giovan Battista Marino, 
che, pur rinforzando le antitesi, s'era pur ricordato dei 
« concettuzzi » del Grareth ; in un terzo di Francesco de 



1 Sonn. CXLVIII, lo-ii, CLIII, 7-8. 

'^ Sonn. CXL , CXLI. — Negli strambotti dell'Aquilano si notano 
specialmente reminiscenze delle rime del n. Cfr. , per esempio, i nn. 
XXXV, XLui, Lxxxii, xc-xci, CLXxix con il son. CCII, 1-2, con la canz. 
XIX, 1-2, con la ball. V, 8-10, con lo str. V e la canz. giov. II, 35- 
41 del n.; ecc. ecc. 

3 Questo son. è riferito per intero a p. evi. 



INTRODUZIONE CCLV 

Lemene, che, « con crescente leziosaggine », aveva imi- 
tato anche quel sonetto; in un quarto di Eustachio 
Manfredi, « pur sullo stesso andamento » '. Se non che, 
prima del D'Ancona, la storia di questo sonetto, ormai 
famoso, era già stata fatta da qualcuno dei nostri vec- 
chi eruditi. Infatti il Crescimbeai, parlando in generale 
della poesia del nostro aveva notato: « Egli nelle inven- 
zioni grandemente può servire por quelli, che oggi com- 
pongono Sonetti sul gusto delle Odi del greco Auacreoa- 
te; e noi giudichiamo, che servisse altresì ad Angelo 
di Costanzo, e prima a Galeazzo di Tarsia, per com- 
porre sulla maniera, che essi con tanta lor lode usa- 
rono; imperciocché, quanto al Costanzo, tra le altre 
cose, egli dal Sonetto del Cariteo, che diamo per sag- 
gio, prese senza dubbio il motivo di quel suo, che in- 
comincia: Foi che Voi, S Io varcate avremo l'onde » '. 
Da queste parole appunto prese le mosse il padre Ireneo 
Affò, quando, nel suo Dizionario precettivo, critico ed 
istorico della poesia volgare, all'articolo: Imitazione di 
PENSIERO e di STILE ^ voUe fare alcune osservazioni sul- 
r imitazione che del sonetto del nostro avean fatto, 
oltre il Brocardo, non ricordato dal D'Ancona ^, il Di 
Costanzo, il De Lemene, il Manfredi. « Il Crescimbeni 
— dice l'Affò — riporta un sonetto del Cariteo, autor 
del secolo XV": lo stesso io lo {sic) trovo nella Raccolta 
del Giolito^ in molti luoghi variato, e come ben par- 
mi , corretto , ma sotto il nome di Antonio Brocardo ; 
onde io non dubito punto, che questo sonetto fosse pia- 



1 Seceut., pp. 186-188, ed ivi, in n. , alcuni vv. dei Fiiicaja, con I' i- 
stesso pensiero. 

2 Istoria d. volg. poesia, IH, p. 301. 

3 Cito dall' ediz. originale di Parma, Carmignani, 1777, pp. 211-214. 
* Invece dal Gian, Un decennio della vita di M. P. Bembo, To- 
rino, 1885, pp. 178-179. 

•"• « Lib. 2. pag. 587, ediz del 1563 » (Affò). — Ma era stato tolto 
dalla stampa, che ora citeremo, delle rime del Brocardo (1538). 



CCLVI INTRODUZIONE 

ciuto al Brocardo; che però lo correggesse, e che trovato 
di sua mano scritto , fosse dal Giolito per cosa di lui 
pubblicato. Sia come esser si voglia, io lo riferirò siccome 
leggesi presso il Giolito, lasciando che altri ne vegga 
la varietà presso del Crescimbeni. Indi vedremo come 
fosse imitato dal Lemene : 

Voi, donna, et io, per segni manifesti 
Andremo {il veggo) a V infei'nal tormento; 
voi per orgoglio, io per troppo ardimento , 
che di mirar osai cose celesti. 

Ma perché gli occhi miei vi son molesti , 
voi più martir havrete , io più contento , 
ch'altra che veder voi gioia non sento; 
et lieto sol sarò fra tanti mesti. 

ch'essendo voi presente a gli occhi miei, 
vedrò iìi mezzo a T inferno il paradiso, 
che non gloria maggiore altrove havrei: 

et se dal vostro sol non son diviso, 
» non mi potran far forza i stigli Dei, 

se non ini tolgaìx la virtù del viso '. 

Il Lemene adunque volendo imitare non solo, ma ritrarre 
al vivo questo pensiero, dovette primieramente conside- 
rare che tutto ciò, che si suppone dall'amante dover av- 
venir neir Inferno, è contrario all' universal persuasione, 
che ci assicura non potervi essere gaudio alcuno; laonde 
pensò, che tali stravaganze sarebbero state meglio so- 
gnate, che ideate per possibili, giaccbè il sogno può con- 
giuugere, come sovente accade, idee si disparate. Secon- 
do rifletter dovette, che l'ultimo terzetto non viene a dir 
nulla di nuovo, e che par fatto più per compir il numero 
de' quattordici versi, che per altro : indi mirò, che pote- 
vasi dare al pensiero disposizione migliore, ed aria an- 
cor più maravigliosa: però scrisse il seguente: 



' Piuttosto che secondo la lezione della raccolta del Giolito , 1' ho 
dato secondo l'ediz. delle rime del Brocardo, cit. nella n. 2 a p. ccLvm, 
stampando in corsivo solo le poche modificazioni che il rimatore ve- 
neto fece al son. del n. 



INTRODUZIONE CCLVII 

Stravaganza d'un sogno! A me parea 
la mia donna a lo 'nferno , e seco anch' io , 
ove Giustizia ambo condotti avea 
per castigare il suo peccato e '1 mio. 

Temerario io peccai: che ad una Dea 
d'alzarsi, amando, il mio pensiero ardio; 
ella cruda peccò, che non dovea 
chiuder in sen si bello un cor si rio. 

Ma ne l'inferno a pena esser m'avviso, 
che mi parve ciingiarsi in un momento, 
o Donna, il nostro Inferno in Paradiso. 

Tu lieta mi parevi, ed io contento: 
io perchè rimirava il tuo bel viso, 
tu perchè rimiravi il mio tormento '. 

Non parmi però che questo sonetto sia esente dai suoi 
difetti, peccando in qualche modo di paralogismo nella 
chiusa; ma il fatto è, che piace più dell'altro. Corrispon- 
de in parte al detto pensiero un bel sonetto d'Angiolo di 
Costanzo, da cui certo prese anco idea il Lemene nel 
comporre il sovraccennato ; ma tende a diverso fine , 
ed è molto più nobile. Eccolo: 

Poi che voi ed io varcate avremo V onde 
de l'atra Stige, e sarem fuor di spene 
dannati ad abitar l'ardenti arene 
de le valli d'Inferno ime e profonde; 

io spererei ch'assai dolci e gioconde 
mi farebbe i tormenti e l'aspre pene 
il veder vostre luci alme e serene, 
che superbia e disdegno or mi nasconde; 

e voi mirando il mio mal senza pare, 
temprereste il dolor de' martir vostri 
con l'intenso piacer del mio penare. 

Ma temo, ohimè, ch'essendo i falli nostri, 
per poco il vostro , il mio per troppo amare , 
le pene uguali fian , diversi i chiostri 2. 



* Dio: sonetti ed inni, con l'aggiunta d'altre poesie, Bologna, 
Longhi , s. a., p. 427. 

' Secondo l'ediz. di A. Gallo: Poesie ital. e lat. e prose di A. Dt 
Costanzo, Palermo, 1843; in cui questo son. ha il n. lxxxii. 

XXXUI 



CCLVllI INTRODUZIONE 

L' ultimo verso intender si deve in questo senso , che 
essendo la donna rea di poco amore, e il poeta di 
troppo, non avranno nell'inferno la medesima stanza, 
e saranno imprigionati in diverse bolge , onde non veg- 
gendosi, non potranno godere di questa ideata mutua 
consolazione. Pure Eustachio Manfredi ... ». Ma il sonetto 
di costui non ha nulla che fare con quello del nostro , 
e deriva evidentemente da quello del Di Costanzo \ 

Riman, dunque, assodato che il sonetto del Chari- 
teo piacque al noto ribeile alla dittatura bembiana, 
ad Antonio Brocardo, che, mutatovi solo due versi e 
qualche parola qua e là, lo trascrisse fra le sue rime, 
con le quali fu pubblicato nel 153S, dopo l' infelice sua 
morte, da un Antonio Pellegrini ^; piacque ad Angiolo 
di Costanzo , il compagno giovinetto , durante la peste 
del 1527, nel villaggio di Somma, di due vecchi ed 
intimi amici del nostro: Jacobo Sannazaro e Francesco 
Puderico; piacque a Giovan Battista Marino che nel 
seguente sonetto, sfuggito all'Affò, non al D'Ancona, 
pare che, più che all'imitazione del Di Costanzo, s'ispi- 
rasse al sonetto del nostro: 

Donna, siara rei di morte. Errasti, errai: 
di perdon non son degni i nostri errori, 
tu ch'aventasti in me sì fieri ardori , 
io, che le fiamme a si bel sol furai. 

Io , eh' una fera rigida adorai , 
tu, che fosti sord'aspe a' miei dolori, 
tu ne r ire ostinata , io ne gli amori , 
tu pur troppo sdegnasti , io troppo amai. 



* Benché il Manfredi , come principal raccoglitore della Scelta di 
sonetti e canz. cosi detta del Gobbi, dovesse certamente conoscere il 
son. del n., ivi contenuto (v. a p. cclxvii e n. i). 

5 Sul Brocardo v., fra gli altri, il Mazzuchelli, Scrittori, II, iv , 
2117-20; Virgili, F. Berni, Firenze, 1881, pp. 229-238; Gian, De- 
cennio, I. cit. — Le Rime di AI. Antonio Brocardo, insieme a quelle 
di N. Delfino e del Molza, furono, a cura del suddetto A. Pellegrini , 
stampate in Venetia, l' anno m . d . xxxviii, il mese di dccenibre. 



INTRODUZIONE CCLIX 

Hor la pena l:iggiù nel cieco Averno 
pari al fallo n'aspetta. Arderà poi 
ciii visse in foco, in vivo foco eterno. 

Quivi (s'Amor fia giusto) ambeduo noi 
a l'incendio dannali , havrem l'Inferno: 
tu nel mio core , et io negli occhi tuoi. * 

E, quanto al sonetto del De Lemene, benché egli, 
per nascondere certo la origine sua , lo battezzi per 
« Parafrasi di una Canzone siciliana »; si può esser piìi 
in dubbio che non derivi da quello del Chariteo, quando 
vediain nelle due quartine del primo parafrasata la pri- 
ma del nostro , e , nelle terzine , ripetuto , oltre che il 
concetto degli altri dieci versi, due delle desinenze ri- 
manti {-ento, -iso), e quattro intere parole-rime (pa- 
radiso, contento, viso, tormento) dell'originale? 

Né la storia di questo sonetto finisce qui. Esso ol- 
trepassò anche le Alpi. Filippo Desportes , l'abate pro- 
fumato e cortigiano , il rubacchiatore dei sonetti del 
Petrarca, del Sannazaro , del Di Costanzo , del Molza 
e d' altri minori petrarchisti del nastro cinquecento , si 
compiacque anch' egli di questo sonetto delGareth,lo 
tradusse quasi con ristesse parole, e l'inserì sotto il 
n." LXi, nel primo libro d'uno de' suoi canzonieri inti- 
tolato Diane ^ 



* Nella Parte terza delle Rime (Venezia, 1674), p. 3. 

' Oeuvres de Philippe Desportes avec iene introdiiction et des no- 
tes par Alfkeì) MicHiELS, Parigi, 1838. — É nota la risposta del Des- 
portes air anonimo autore delle Recontres des Muses de France et 
d'Italie (Lione, 1604), in cui eran pubblicati quarantatre de' suoi so- 
netti con a fianco i modelli italiani: « qu' il avoit pris aux Italiens 
plus qu'on ne disoit, et que, si l'auteur l'avoit consulte, il lui auroit 
fourni de bons mémoires ». Di fatti , fra le altre imitazioni sfuggite 
all'autore delle Rencontres, ad Enrico Stefano {Précellence du lang . 
frangois, pp. 90 sgg.), al Pasquier {Des recherches de la France, Pa- 
rigi, 1623, pp. 632-633), al Michiels, e che noterò altrove, si trova 
anche il son. del n. Cfr. pure il Rathery, In/luence de Vltalie sur les 
lettres frang., Parigi, 1853, pp. 11 2-1 13. 



CCLX mTRODUZIONK 

Madame, apres la mort, qui les beautez efface , 
je tien que nous irons à l'infernal tourment: 
vous, pour votre rigueur; moy, pour trop follement 
avoir creu moa desir et suivi son audace. 

Mais, pourveu que Minos nous loge en mesme place, 
vostre mal pres de moy sera plus vehement, 
cu j'auray, vous voyant, tant de contentement, 
que je ne sentiray douleur, flame ny giace. 

Car mon ame, ravie ea l'objet de vos yeux, 
au milieu des enfers establira les cieux, 
de la gioire eterneile abondamment pourveuè ; 

et quand tous les damnez se voudront émouvoir 
pour empescher ma gioire, ils n'auront le pouvoir, 
pourveu qu'estant là bas je ne perde la veuè *. 

E quell'immaginazione dovette piacere non poco al poe- 
ta ed ai suoi lettori , perché la troviamo di bel nuovo 
nel secondo libro dell' istessa Diane, nel sonetto che ha 
il n.° XLViii; se non che in esso si traduce letteralmente, 
non il componimento del Chariteo, ma l'imitazione fat- 
tane dal Di Costanze»: si rileva fin dal primo verso: 

Quand nous aurous passe l'infernal riviere, 
vous et moy . . • . ^ 



1 II Desportes ebbe dinanzi, non il testo originale del Ch. , ma la 
trascrizione del Brocardo ; pur tuttavia, dopo un confronto dei sonn. 
XLvi del I libro della Diane e del xxxvi del II con i sonn. XCV , 
LXXVIII del n., si potrebbe asserire che il Desportes conoscesse le rime 
del Chariteo. 

">■ 11 Mazzuchelli, nella cit. biografia del n. f. 566 r, dice che: « al- 
cuni sonetti del Cariteo al Sannazzaro, e di questo al Cariteo trovansi 
tradotti in Francese da Caterina di Tradonnet [corr. Radonnet; e v. 
Noiw. biogr. génér., Parigi, Didot , 1857, voi. Ili, coli. 904-905J di 
Poitiers Dama Des Roches , e stampati con altre sue opere in prosa 
e in verso: A Paris chez Abel VAngelier 1579, in 4 ». Se non che, 
nell'esemplare di queir ediz., che si conserva nella bibl. naz. di Pa- 
rigi , come m' avverte gentilmente il sign. Camillo Couderc , si trova 
solo un Dialogue de Sincero et de Charite (p. 92). Maddalena e Ca- 
terina des Roches, madre e figlia, dotte e gentili poetesse, vissute a 
Poitiers nella seconda metà del cinquecento, avevan letto certamente, 



INTliODUZIONE CCLXI 

Gian Vincenzo Meola, in que' suoi appunti sulle ri- 
me del nostro, a proposito della canzone II, scrisse ^: 
« Pare che l'Epicuro pigliasse dal Cariteo e proprio 
dalla prima {l. seconda) di lui canzone: «Errando sol 
per antri horrendi e foschi », togliesse (sic) il pensiero 
di assimigliare alle favolose pene d' inferno quelle che 
soffrono gli amanti. Ma quanto va innanzi di leggiadria 
e modestia il Cariteo! » 

Se non che il Meola non s'era accorto che quell'im- 
maginazione si trovava anche nella canz. xv del San- 
nazaro , e che questa, come abbiam mostrato piìi avan- 
ti ', era stata imitata dal nostro nella sua seconda can- 
zone. Ora chi de' due tenue presente Marc' Antonio Epi- 
curo, quando, nella Cecaria, fa che « il vecchio narri 
la beltà della sua donna, assomigliando le sue pene alle 
pene dell'inferno»? Tutt'e due, pare a me; sebbene 
assai più il Sannazaro ^ Che se dalla seconda, terza 



come tutti i loro contemporanei, i poeti italiani, e, fra essi, il San- 
nazaro ed il Chariteo. Ai due interlocutori del loro dialogo, scritto, 
come r Arcadia , in prosa ed in verso , alludono anche nelle terzine 
di codesto son. {Les poètes frangais, recueil des chefs-d'oeuvres, Pa- 
rigi, 1861, II, p. 201): 

Hostesse des rochers, belle et gentille Echo, 
qui avez rechanté Charite et Sincero, 
dedans ce beau jardin, si quelqu'un vous incite, 

o nymphe, pour vous faire et chanter et parler; 
resonnez, s'il vous plaist, ces doux noms dedans Fair: 
Charite et Sincero, Sincero et Charite. 

« Op. cit., p. 114. 

2 A pp. e e sgg. 

3 Oltre l'Epicuro, che ripetette ristesse motivo nel son.: Ha dime 
fatto un nuovo inferno atnore (Drammi pastorali, ediz. Palmarini, 
Bologna, 1887, I, pp. 184-183); imitò largamente la canz. del Sanna- 
zaro, il Britonio nella canz.: Si vago io son {Opera volg. cit. nella 
n. 2 a p. ccLXiu, ff. 161 r sgg.). Se ne ricordarono , pare , Galeazzo 
DI Tarsia, nella canz, 11, strofa quinta (Canzon., ediz. cit., p. 19); 
BERN.A.RDO Tasso, nel son.: Tantalo son (presso il Torraca, Manna- 



CCLXII INTRODUZIONE 

e settima stanza della canzone di quest'ultimo l'Epi- 
curo derivò, fra l'altre, evidentemeute , la nona, la do- 
dicesima e la seguente; in questi altri versi, invece: 

Nel bel giardin del petto '1 rivo e' pomi 
tanto mirar mi piacque , . . 
poi s' io stendea la bocca o pur la mano 
per saziar la fame o sete ardente , 
ratto fuggiano l'onde e i frutti insieme. 
mia fallace speme ! 
E pur r alma dolente, 
per più duol sempre in vano. . . . 

Quando poi giunsi a la serena fronte, 
da l' aria sua pareami a ciascun passo 
già già cadérmi sulla testa un sasso. 
E mai d'una tal selce '1 fier spavento 
o lungi presso stia 
dame non si divide ; 
né cade né m'ancide, 
acciò che col timor cresca '1 tormento. 
Or qual rifa è la mia! 
"Vedermi minacciare (ahi cruda sorte!) 
sempre riceva al capo, al cor la morte? • 

non si può non sentir l'eco in codesti del nostro: 

Ne l'acque fresche , liete , dolci e chiare 
ardo digiuno, infermo e sitibondo, 
e bagnar non mi posso i labri ardenti. 
Ognor mi vien, per più mi tormentare, 
un pomo suavissimo e giocondo 
iuanzi a gli occhi cupidi et intenti ; 



le, II, p. 223); Gaspara Stampa, nel madr. ix: Le pene dell'infer- 
no {Rime, Firenze, 1877, p. 345); G. B. Marino, nel son. Che l'izio 
là nel tormentoso inferno {Rime, ediz. cit., P. IH, p. 18); il Despor- 
TES nel son. lvui del lib. II della sua Diane (v. la n. 2 a p. cclix) ; 
ecc. ecc. 

' Secondo la lezione del cod. xiii . d . 43 della Naz. di Napoli , piìl 
completo e più corretto dell' ediz. datane dal Palmarini (Op. cif. .vol- 
li, pp. 56 sgg.). — Ho dato in corsivo quelle parole che si riscontrano 
anche nei vv. del Chariteo. 



1 



INTRODUZIONE CCLXIII 

ma quando i famolenti 

sensi distendon la furente mano 

con dubbia speme e con certo desio , 

misero 1, allor ved' io 

ìa speranza e 'i desire andare in vano. . . 

Ovunque io mi rivolga, ad ciascun passo 
mi trovo pien di paventoso orrore, 
di gelato sospetto e van desire. 
Ne l'aere pende per mia morte un sasso, 
che minaccia ruina a tutte l'ore , 
ond' io tremo morendo in tal martire. 
E quando di morire 
cresce la speme a V alma sbigottita, 
quel sasso, che nel capo ognor mi viene, 
ne l'aere si retiene, 
né cade, né si ferma. dura vita! ' 

Del resto il Dialogo dei due Ciocia fa scritto dall'E- 
picuro verso il 1520; quando, non essendo ancor com- 
parse pubblicate le rime del Sannazaro, del Di Co- 
stanzo , dell' Epicuro istesso , del Tansillo , del Rota , 
quelle del nostro andavano ancora per le mani di tutti; 
quando Girolamo Britonio, che nella sua Opera volgare 
e negli altri suoi versi si ricordò spesso delle Opere vol- 
gari del Chariteo, rimpiangendo i lieti tempi della corte 
aragonese e i canti che vi risonavano, scriveva: 

Ben far le stelle al ver contrarie e false 
sotto le quai cantò mia pura Euterpe, 
che '1 mal sormonta e 'I ben per terra hor serpe , 
oh' a mortai sol di quello un tempo calse. 

Allhor tua sacra lira Apollo valse 
mentre rifulse l'Aragonea sterpe, 
la cui fama non fia che 'n tutto esterpe 
que' che 'n sua clade in pregio, e non pria, salse. 

felice Fontano, Azzio et Albino, 
Altilio e Chariteo con l'altre schiere, 
che vissero cantando in si bel tempo! 

Ahi, spietata natura, empio destino ! 



* A pp. 28-30 della nostra ediz. 



CCLXIV INTRODUZIONE 

Perché spiacque alle Parche, ingiuste e fiere, 
eh' io mai qui non nascesse , o più per tempo ? i 

Poi , dal principio del cinquecento sino alla seconda 
metà del secolo XVII , salvo qualche solitario ricor- 
do ^, si può affermare che ij Chariteo , probabilmente 
perché straniero, rimanesse quasi dimenticato, igno- 
rate affatto le sue rime: se, nel 1 617, il padre Agnello 
Kuggiero, in un suo discorso, letto nello Studio napo- 
letano, e intitolato pomposamente Neapolitanae litera- 
turae Tlieatrum, pur ricordando il quattrocentista Gio- 
van Francesco Caracciolo , confondeva il Chariteo con 



' Opera volgare di Girolamo Britonio di Sicignano , intitolata 
Gelosia del sole (Napoli, Mayr, 1519), f. z iiii r-v. — Quanto alle imi- 
tazioni dal n. , si confrontino gli ultimi vv. del son. che precede quello 
qui sopra riferito, con gli ultimi del son. V del Chariteo; ed il Triom- 
pho deh Britonio nel gitale Parthenope Sirena narra et canta 
gli gloriosi gesti del gran marchese di Pescara (Napoli, 1525) con i 
primi canti della Methamorphosi del n. 

' Benedetto di Falco, nella Descrittione dei luoghi antichi di Na- 
poli e del suo amenissimo distretto (Napoli, 1 549, f. h iiii), ricordava: 
« E come antichamente la dotta Napoli con animo gratissimo riceveva, 
anzi facea gli huomini dotti come Virgilio, il qual vivo e morto pie- 
tosamente accolse; cosi nella nostra dotta etade, fé' poeti il dottissi- 
mo Fontano, il virgiliano Sincero Sannazaro, il Gravina, il Summon- 
te, Geronimo Carbone, Geronimo Borgia, il Duca d'Atri, e'I Cariteo 
& altri degni d'intrare in mille Athene e mille Rome ». E, con le i- 
stesse parole del Di Falco, don Pietro Ricord.\ti nella Historia Mo- 
nastica, Roma, 1575, p- 227. — Un po' più tardi, il Chariteo è nomi- 
nato, come poeta napoletano, da Giulio Cesare Cortkse nel suo 
Viaggio de Parnaso (I, xx, 1-3): 

... lo Tasso, 
lo Cariteo, lo Rota e lo Tansillo, 
e Sanazaro ... 

Questo poema, con altre opere sue, fu stampato a Napoli nel 1621, 
come rilevo dal Croce (Introd. al Cunto de li Cunti del Basile, Na- 
poli, 1891, voi. I, p. Lxxvi, n. i); al quale debbo anche la comu- 
nicazione di questo accenno del Cortese. 



INTRODUZIONE CCLXV 

un Jacobo Seripaudo, e delle sue rime asseriva: « pau- 
ca supersunt manuscripta sed praeclarissima»! ' ; se, nel 
1661 , Leone Allacci, pubblicando nella prefazione ai 
Poeti antichi, il sonetto del Chariteo al Colocci , che è 
pur nella stampa summontiana, — allora, com'era, affatto 
rara, — lo credeva inedito e sconosciuto ^ Ma, già nel 
1683, mostrava di conoscere e di aver studiate le rime 
del nostro, Lionardo Nicodemo, nelle sue Addizione co- 
inose al Toppi, — cui era rimasto men che ignoto il 
Chariteo ^ — : che il Nicodemo è il primo a descrivere 
minutamente la prima edizione (1506), a riferire dei 
versi di lui, e a ricordare quasi tutti i brani del Fon- 
tano e del Sannazaro, riferentisi al Chariteo \ Il qua- 
le, tra la fine di quel secolo ed il principio del seguen- 
te, e certo prima del 1710, entrava per la prima volta 
nel dominio della storia letteraria italiana col Crescim- 
beni; che, accennato anche lui, nel primo dei Comen- 
tarj, alla stampa napoletana or citata, e, nel secondo, 
arrecando per modello del poetare di lui il sou. Voi , 
donna , ed io , dava , con qualche notizia biografica , 
sulle rime del Chariteo questo lusinghiero giudizio '•". 
«Ebbe egli ingegno, oltre ogni credere, svegliato, a- 
cuto, bizzarro e fantastico: a segno che, se non fu e- 



• V. la n. 1 a p. xv. 

' A p. 62 dei Poeti antichi raccolti da codici mss. della Bibl. Va- 
Ileana e Barberina (Napoli, 1661), parlando del Colocci, dice: «Molti 
scrissero vari encomij del Colocci, io mi contenterò di registrare qua 
un Sonetto solo del Charitei, il quale credo che non sia stampato ». 
E qui il sonetto, tolto, secondo il Lancellotti, Op. cit., p. 139, che 
corresse l'errore dell'Allacci, dal cod. vat. 2931, f. 299. V. nella no- 
stra ediz. la n. al son. 

3 V. la M. 1 a p. XV. 

* V. la n. 2 a p. xm. 

5 Op. cit. , ediz. cit., voli. I, p. 412, III, p. 301. — Ne riassume il 
giudizio e ripete quasi tutte le notizie bibliografiche date dal Crescini- 
beni e da' suoi annotatori, fratelli Zeno e Seghezzi, il Quadrio, Op. 
cit., II, 213. 

XXXIV 



CCLXYI INTRODUZIONE 

gli il primo , che ritrovasse la nuova maniera di poe- 
tar volgarmente, al certo non fu il terzo: impercioc- 
ché si legge nella Vita di Serafino de.lV Aquila , im- 
pressa colle Collettanee in sua morte, che esso Serafi- 
no , il quale contende del primato col Tibaldeo , dal 
sentir cantare gli strambotti del Cariteo, anch' egli si 
diede a comporne su quello stile con tanto ardore, che 
ne divenne famoso. Sono giunte sotto i nostri occhi due 
edizioni del Canzoniere di questo poeta, il quale quan- 
tunque malissimo parlato e con lingua barbara, e ri- 
colmo di voci prette latine , e d' ogni rozza ortografia, 
l'abbiamo letto con molto nostro piacere; perciocché la 
tessitura de' componimenti, o , come si dice, condotta, 
e i sentimenti sono per lo piìi migliori assai, e men 
falsi, e pili vivaci, e più spiritosi di quelli di quanti 
altri Poeti questa maniera professarono. E spezialmente 
bellissimi sono alcuni Capitoli in terza Rima sopra la 
Pasqua di Kesurrezione; e degno d'avvertenza ve n' è 
anche un altro, fatto contra i suoi malivoli, ove fa 
menzione de' suoi protettori ed amici ; e mostra molta 
efficacia nello stile satirico ». Ed intanto, verso l'istesso 
tempo, e prima certamente del 171 5 ', Anton Maria 
Salvini studiava amorosamente le rime del nostro, sot- 
tolineando i bei versi, notando a' margini qualche imi- 
tazione da' greci , e quelle più numerose dai latini e 
dal Petrarca, e alcune osservazioncelle storiche e lin- 
guistiche, in un esemplare dell' ediz. summontiana che 
ancora si conserva nella Kiccardiana di Eireuze ■. 



1 la queir anno furono pubblicate le sue Annotazioni alla Bella 
Mano di G. de' Conti, in una delle quali è ricordata una voce notata 
dn lui nelle rime del Chariteo (v. la n. i a p. clxxxix). 

2 Nel catal. dei libri rari di questa biblioteca: « Cariteo Neapoli- 
tano. Rime diverse con postille mss. di A. M. Salvini. Napoli per 
Sig. Mayr, 1309 , in 4.- N. 549 ». Ha parecchi fogli mancanti, e 
comincia da quello segnato: ci. Sul frontespizio vi è questa nota ili ma- 
no del Salvini: « Questo poeta sarà detto da alcuni nulllus nominis, 



INTRODUZIONE CCLXVII 

Non hitte le rime del Cliaiiteo, ma solamente dieci 
sonetti (XXIII, XXXVII, XLVI, XLVIII, LVI, LVII, 
LIX, LXX, XCIV, CV), quattro canzoni (I, V, XVII, 
XIV) ed il cantico Bella natività della (jloriosa Ma- 
dre di N. S. Gesù Cristo , furono inseriti da Eustachio 
Manfredi, nel primo volume della Scelta di Sonetti e 
Cam^oni de' più eccellenti rimatori d' ogni secolo \ che 
va sotto il nome di Agostino Gobbi , di su 1' edizione 
del Summonte, che ivi si cita insieme a quella del Ru- 
sconi senz'anno^. E questi componimenti soltanto mostra 
di conoscere Giovanni Maria Mazzuchelli nella bio- 
grafia che egli metteva insieme del nostro, prima del 
1765: anno della sua morte; e che doveva far parte del 
settimo volume de Gli scrittori d'Italia: biografia dili- 
gentissima per il tempo e per il luogo in cai fu scritta, 
nella quale son raccolte per la prima volta quasi tutte le 
testimonianze de' contemporanei, ricordate le stampe e 
le ristampe delle rime; e che ora si può leggere nei ff. 563 
r-c,66y del cod. vaticano 9265^. Intanto, mentre nel 1784 
Andrea Kubbi ripubblicava, anche dalla stampa sum- 
montiana,otto sonetti delChariteo (CV, IX, XXVI, LXVI, 
LXVII, CXXXVII,CXLIII, CLXXV, covili) nel Par- 
naso italiano ovvero Raccolta de' poeti classici italiani * ; 
un erudito napoletano , instancabile raccoglitore delle 
memorie e delle opere dei pontaniani, Gian Vincenzo 
Meoia, studiava le rime nell' ediz, del 1509, notando, 
verso il 1788,16 sue osservazioni, veramente di ben poco 



ma è della (?) conversazione del Pontano e del Sannazaro ». Tutte 
le postille son riferite nelle nn. alle rime. 

' Le rime del n. solamente nella terza e quarta edizione (Venezia, 
Baseggio, 1727 e 1739), voi. I, pp. 137-153. V. Gamba, Serie dei testi di 
lingua, Venezia, 1839, p. 709. 

2 Al foglio c2 dell' ediz. quarta, cit. nella n. preced. 

^ V. la n. 1 a p. xii. 

* A pp. 268-275 clsl tomo VI, intitolato Lirici antichi serj e gio- 
cosi fino al secolo XVI (Venezia, Zutla, 1784). 



CCLXVIII INTRODUZIONE 

conto e per lo più sbagliate, e i versi più importanti e più 
belli su alcuni foglietti volanti, che, riuniti ad altri 
suoi spogli, formano ora il manoscritto xiii . d . 27 della 
Nazionale di Napoli : una specie di antologia di rimatori 
napoletani del quattro e cinquecento, in parte falsifica- 
zioni sue, in parte ricavate da stampe più men rare '; 
elle doveva adornare la sua opera sull'accademia ponta- 
niana, lungamente promessa e mai venuta in luce, e di 
cui solamente alcuni capitoli si conservano in un altro 
manoscritto della stessa biblioteca ^ Alla stessa ope- 
ra , nell'istesso tempo, atteudeva in Roma, il gesuita 
spagnuolo Kaimondo Diosdado Caballero,ma egli, venuto 
a sapere dell' intenzione del Meola , smise ^ acconten- 
tandosi di dare alle stampe, nel 1797, le sue Bicerche 
critiche appartenenti all'accademia del Fontano, dedi- 
cate quasi tutte al nostro; nelle quali, rispondendo al 
Tiraboschi ^ che, senza aver lette le rime del Chariteo, 



* Gli appunti del Meola furono pubblicati dal Ciavarelli: v. la n. 
I a p. XIII. 

2 Nel cod. xm . b . 68 , che dovrebbe contenere anche una lezione 
sul Chariteo, come si avverte in fine della terza di esse: le quali ora 
sono in tutto quattro e di ben poca importanza. 

3 Lo dice a p. 38 delle Ricerche : « Debbo confessare che il pen- 
siere che ebbi una volta di dedicarmi a scrivere copiosamente la Sto- 
ria di essa [accademia pontauiana] , l'abbandonai affatto dopo di che 
fui consapevole di essersi accinto a simile opra il Ch. Signor Avvo- 
cato D. Vincenzo Meolo (sic) ». « Meola - postilla qui il Gervasio nel 
suo esemplare del Caballero (v. la m. 2 a p. xn) - larghissimo pro- 
mettitore , il quale compi la sua impresa col vendersi tutte le carte 
da lui raccolte suU' assunto al Cav. Arditi, che le tiene serrate sub 
sera et davi per lasciarle a' topi ed a' vendipepe ». 

* Stor. della lett- ital., t. VI, ediz. cit. , pp. 1261-62. Il Tiraboschi ri- 
pete le notizie del Crescimbeni e del Quadrio, aggiungendo di suo qual- 
che inesattezza e qualche notiziola; ed in riguardo al n. è , fuor 
dell'ordinario, negligentissimo, e appena paragonabile al Napoli Si- 
GNORELLi, Vicende della coltura, ediz. cit. ,111, pp. 461-62, che ripete 
le sue stesse parole. Quando scrive: «Più scarse notizie abbiamo del 
Cariteo e più scarso ancora è il numero delle opere eh' ei ci ha la- 
sciate », mostra di non avere neppure guardato un esemplare delle rime 



INTRODUZIONE CCLXIK 

ne aveva detto poco e male , presentava i risultati del 
suo studio amoroso sul canzoniere del suo concittadino 
e riassumeva tutte le notizie date su di lui da' contem- 
poranei, con molto buon senso e con una non iscarsa eru- 
dizione, sebbene in un pessimo italiano. 

Studiate da Michele Tafuri \ da Michele Arditi '\ 
da Guglielmo Roscoe ^ da Agostino Gervasio *, nel 



di lui. Glie non avesse poi mai neppure aperto il suo canzoniere, ap- 
pare da quello che asserisce pochi righi dopo: di non essersi cioè 
« potuto accertare» della patria di lui, mentre questa è chiaramente 
rivelata dal n. nel quarto de' suoi sonetti. 

^ Oltre qualche nuova notizia e un nuovo documento (v. la n. 2 a 
p. xui ecc.), riferiva vari brani delle poesie del n. a pp. xiv , xviii , 
xxvii-viii, Lxvii, e l'epistola diretta a lui dall'Altilio, pp. 64-66, nella 
ediz. più volte cit. dell'Epital. dì quest'ultimo. 

2 Nella memoria intitolata Esatne ecc. cit. a p. xin, n. 2, riferisce 
o accenna spesso a versi del Chariteo (pp. 7, 13-14 n., 16, 175). 

^ Dedicò al « Cariteo » tutto il § vi del cap. II, della sua Vita e pon- 
tif. di Leone X (trad. ital. , voi. I, pp. 103-105); riferi molti passi 
delle sue poesie nelle nn. al § cit. e seg. , e nel § x del cap. VI 
(voli. I, 1. cit., e pp. 109, 113, 115, 120; II, pp. 128-130); ripubblicò 
per intero, dall' ediz. Summonte , il son. CI, ch'egli crede scritto 
contro i Francesi, e la canz. VI, « che presenta alcuni passi di gran- 
dissima bellezza», la XVI, e la XVII, «una canzone energica, nella quale 
invitava gli stati d'Italia a sbandire ogni diffidenza tra loro ed a riu- 
nirsi contro il comune nemico» (voli. I, p. 209 n. ; II, pp. 288-296, 
311-313; III, pp. 258-262). — A p. 104, nella n. (a), del traduttore e 
postillatore italiano del Roscoe, il conte L. Bossi, s'indica una nuova 
opera del Chariteo , che nessun catalogo visto da me , nessun biblio- 
grafo ha mai menzionato: « Tra le molte edizioni del secolo XV, che 
mi sono passate per le mani, un volumetto ho veduto di assai piccola 
mole, senza data, ma che il carattere mostrava non essere stato stam- 
pato oltre quel secolo, e questo conteneva una poesia intitolata Dia- 
logo del Cariteo. Diverse produzioni di questo Poeta debbono essere 
state pubblicate prima dell'anno 1500 ». Ma forse il Bossi dovette ve- 
dere qualcuna delle ristampe venete , mancante della prima carta e 
leggere Dialogo di Chariteo in luogo di Prologo di Chariteo , co- 
me si trova scritto nel sommo della seconda carta di queste ristampe 
(v. a p. ccLxv). 

* Il quale mostra di aver molto ben conosciute le rime del n., ol- 
tre che nelle sue postille al Caballero, ed alla vita al Sarno {Fontani 



CCLXX INTRODUZIONE 

principio del nostro secolo ' ; le rime del Chariteo, ram- 
moderaate nella lingua, con qualche correzione e con 
qualche postilla arbitraria, venivan ripubblicate , quasi 
tutte, sempre di su l'edizione summontiana, nel 1846, 
a Venezia , da Francesco Zanotto nel Parnaso clas- 
sico italiano dell'Antouelii l E questa unica ristampa 



Vita , cit. nella n. i a p. xxvi) , nei suoi mss. che si conservano nella 
bibl. dei Gerolamini di Napoli, e specialmente in quello intitolato Ri- 
cerche sugli Accademici pontaniani, le quali cominciò a mettere insie- 
me nel 1806. A p. 27 sgg. delle quali si trova un « Estratto delle 
Poesie del Cariteo dal volume di esse, impresso in Napoli nel 1309, 
presso Simone {sic) Mayr Alemanno »; che è una copia degli appunti 
del Meola, con molte giunte e miglioramenti. Altri suoi appunti sono 
in un altro ms. della stessa bibl. (v. la n. i a p. ccxlv). 

1 Verso quest'istessi anni, scriveva del Chariteo, molto diversamen- 
te da quello che aveva fatto nella sua Histoire liner, de ritalie (v. 
la n. 3 a p. xiv), il Gingubné nella Biographie universelle (Parigi, 
Michaud, 1811 e sgg.): mostrando di averne lette le rime nella ediz. 
del 1309. E, fra l'altro, notava che, nelle poesie politiche per la spe- 
dizione di Carlo Vili, il n. non risparmiasse « né il sarcasmo, né le 
ingiurie ai Francesi ed al loro re. I rapidi progressi — continua — di 
quell'esercito non gii fecero cangiar stile; esortò in una grand' ode i 
principi italiani a porre in obblio le loro divisioni ed a marciare con- 
tro il comune nemico » (dalla trad. ital. Biografia universale , Ve- 
nezia, 1823, t. IX, p. 423). Gli altri dizionari biografici, francesi ed 
italiani, non fanno che ricopiare il Tiraboschi. 

2 Voi. XII, intitolato: Lirici dal i501 al 1835, e pubblicato nel 
1851; ma, oltre questa ediz. in 4° che non ho potuto vedere, ve n'è 
una in 16° piccolo, pubblicata nel 1846, col titolo di: Lirici del se- 
colo quarto cioè dal Ì501 al 1600: tomo XF (Venezia, G. Antonelli 
edit., 1846) , e che ho presso di me per cortesia dell' amico prof Vitt. 
Rossi; nella quale, dalla p. 22 alla 311, dopo un piccol cenno biogra- 
fico, ricavato dal Crescimbeni, è ripubblicata gran parte della stam- 
pa summontiana; e non già tutta « tranne alcuni pochi componimenti », 
come afferma lo Zanotto: che vi sono esclusi il madrig. I, i sonn. 
XXI-XXIII, CXXI-CXXII, CLXXXI-CXXXII, CLXXXIV, CCX-CCXIII, 
la canz. XIX, la Methamórphosi, la Resposta, la Pascha. Nella canz. 
IV, delle religiose, il vs. 40, mancante nella ediz. originale, fu sosti- 
tuito da uno di fattura dell' edit. I sonn. CLXX e CLXXXVI, diretti 
a Paolo Cafatino ed a Marco Cavallo, si vedono ivi intestati (pp. 14G 
e 156) a Paolo Gaggio ed a Pier Valeriane ?! 



INTKODUZIONB CCLXXI 

quasi completa dell' edizione Summonte rimaneva ignota 
a Bartolommeo Capasso, che, quasi dieci anni dopo, leg- 
geva ai moderni accademici pontaniani , nella tornata 
dell' 8 marzo 1857, la sua erudita memoria Sul vero co- 
gnome del Cariteo antico pontaniauo ' ; nella quale il 
dottissimo uomo, nelT aprir la via che doveva menare 
alla conoscenza del vero cognome del poeta, alle già rac- 
colte dal Caballero e dal Tafuri aggiungeva sulla vita 
del Gareth nuove e preziose notizie; sfruttate, poi , in 
gran parte dal Minieri Riccio nel cenno biografico che 
del nostro inserì nelle sue Biografìe degli accademici 
alfonslnl detti poi pontaniani dal 1442 al 1543 *. Fi- 
nalmente Alessandro d' Ancona , ricercando le origini 
dello esagerazioni e delle gonfiezze che macchiarono 
moltissime delle rime scritte negli ultimi decenni del 
quattrocento e ne' primi del cinquecento, e trovandole 
nei canzonieri del nostro, del Tebaldeo e dell'Aquila- 
no , ebbe occasione dì parlare per la prima volta un 
po' largamente delle poesie del Chariteo , nell' ormai 
popolarissimo suo studio sul Secentismo nella poesia 
cortigiana del secolo XV ^ comparso, nel 1876, nella 
Nuova Antologia^. ì'iSigYdi , leggiera, disordinata com- 

* V. la n. I a p. xiii. Ne fu fatto anche un estr. ; ma io ho citato 
sempre dal voi. V del Rendiconto dell' accad. pontaniana. — Ignorò la 
memoria del Capasso, e conobbe, forse, solo quello che del n. aveva scrit- 
to il Torres Amat (nelle Memorias cit. a p. xii n. 2), Amador de los 
Rios, che dedicò una lunga nota della sua Historia crìt. d. Ut. esp. 
(voi. VII, p. 4) al suo concittadino « Carideu »; il quale è « con sus 
obras, inequivoco testimonio de que el ingenio espanol se haliaba ya 
dotado de fuerzas , no sólo para enriquecer el patrio parnaso , sino 
tambien el de la naclon, que no sin justos titulos pasaba por maestra 
de todas las occitlentales en la obra y e! arte del Reuacimiento ». 
Conosce T ediz. del 1506: e fra le sue canzoni -egli dice - « merece 
especial alabanza, por el espiritu que revela, la que lleva por titulo: 
Aragonia [Canz. VI] ». Ma poco bene informato, poi, afferma che il 
Chariteo accompagnò Ferrante I, come segretario, a Roma! 

2 V. la n. I a p. xiii. 

3 V. la n. 2 a p. xiii. 



CCLXXII INTRODUZIONE 

pilazione, dopo la memoria del Capasse e lo studio 
del D'Ancona, apparisce la studio sul Cariteo e le sue 
Opere ?;o?(5fan, pubblicato nel volume XX del Propu- 
gnatore dal dott. Enrico Ciavarelli ; il quale , nella par- 
te biografica, senza presentar nuove ricerche o qual- 
che nuova deduzione sulle già fatte , non fa che sac- 
cheggiar malamente, come mostrammo altrove \ i lavori 
del Tafuri e del Capasse; e, venendo a parlar delle 
rime , in luogo di studiarne e gli elementi che concor- 
sero alla loro composizione e il lato storico , solamente 
di quelle contenute nella stampa del Summonte , ei ri- 
copia, per molte pagine, lunghi brani, senza frutto al- 
cuno, senza un'osservazione di qualche rilievo, aggiun- 
gendo qua e là qualche sproposito ricopiato dal Meola, 
e mostrando una totale ignoranza della storia e della 
letteratura napoletana del tempo. 

Nato negli studiosi, e specialmente per lo studio del 
D'Ancona, il desiderio di un'edizione critica delle ri- 
me e di un saggio biografico e letterario sul poeta; ven- 
ne a me la voglia di far l'una e l'altro. Ed ecco in que- 
sto primo volume della Biblioteca napoletana di storia 
e letteratura, — il quale, in grazia del grande amore che 
il suo giovane direttore porta a questi studi, vien fuori 
ora in veste così nitida ed elegante, ristampate e per 
la prima volta riunite tutt' insieme ed illustrate lette- 
rariamente e storicamente, le rime del Chariteo. E in una 
prima parto, propriamente, quelle accettate e accolte 
dal poeta nell'edizione summontiana, — alla quale, salvo 
pochissimi casi, che ho sempre avvertiti, mi son tanto 
fedelmente attenuto da mutarne solo la punteggiatura , 
consistente allora , com' è noto , unicamente nei due 
punti e nel punto fermo; — ed in una seconda, tutte 
le rime rifiutate e non accolte nell'edizione predetta , 



* V. la n, I a p. xm; ma ho citato sempre (lall'estr. (Bologna, 1S87). 



INTRODUZIONE CCLXXIU 

ma pubblicate, tre anui prima, nella stampa n;ipoletana 
del iso6; che, anche per esse, ho seguito fedelmente, 
se non proprio nell'irreperibile edizione originale, nella 
rarissima ristauipa veneta di Maufrin Bun: uno de' piìi 
benemeriti divulgatori della letteratura poetica del 
quattrocento. 

A preparar poi lo studioso alla lettura di queste non 
sempre facili rime, IhiUi vita e delle rime di Bene- 
detto Garelli detto il Chariteo ho discorso io, nella pre- 
sente introduzione. E, quanto alla parte biografica, 
giovandomi dei risultati dei miei predecessori e di non 
pochi documenti riguardanti il poeta, che m'hanno 
offerto i registri aragonesi, ho potuto seguire, quasi 
anno per anno, il buono e biondo barcellouese , dalla 
sua venuta a Nai)oli alla sua morte: accompagnandolo 
nella regia cancelleria, nella segreteria di stato, nelle 
sale di Castelcapuano e di Castelnuovo, cortigiano e 
famigliare di Alfonso II, compagno, amico fraterno di 
Ferrandino, rimunerato e rispettato da don Federigo 
e da Consalvo di Cordova; nella vita privata: in casa 
sua, sita nel « vico delli dattoli » , oggi della Pietrasan- 
ta, ove passò gli ultimi anni suoi, tra gli amici, i 
libri della sua biblioteca, e la correzione e la pubbli- 
cazione delle sue rime; nell'accademia: ove la stima 
e la fraterna amicizia di un Fontano e di un Sannazaro 
gli furon largo conforto alle pubbliche sventure , alle 
domestiche ristrettezze. Dallo studio e da un' analisi 
forse minuta delle rime mi è stato poi possibile di scor- 
gere in questo pronto e vivace spaguuolo — così male 
apprezzato o trascurato perché studiato poco e male — 
un poeta alle volte ardito e bizzarro sì, ma pieno di 
gentilezza e di affetto, di sentimento e d'immaginazio- 
ne; figlio più volte dell'arte italiana: della classica 
romana, della fiorentina del mille e trecento, della na- 
poletana contemporanea. 

Lirico, dunque, nella maggior parte dei suoi sonetti 



CCLXXIV INTRODUZIONE 

e canzoni p' r la bionda Luna e pe' suoi buoni Arago- 
nesi , forse il migliore tra i quattrocentisti; adoratore 
entusiasta e conoscitore non comune delle lingue e 
delle letterature classicbe; primo, per ordin di tem- 
po, a segnare, corno provenzalista, — precedette, anzi 
aiutò il Colocci , — il risorgere degli studi romanzi in 
Italia; sarà, — mi sia permesso di sperarlo, — collo- 
cato non più, come pur si è fatto tinora, tra il branco 
dei mediocri , o , peggio , tra gì' imitatori di quel Se- 
rafino Aquilano, cui invece, come vedemmo, l'arte sua 
diede non poca gloria; ma sì bene accanto al Polizia- 
no ed al Sannazaro , al Boiardo ed a Luigi Pulci : fra 
coloro, cioè, che, dopo un mezzo secolo e più d'ab- 
bandono, ritornarono in onore il volgare, strappandolo 
dalle inesperte mani dei rozzi cantori popolari, o dalle 
pesanti degli umanisti latineggianti, e dando al tosca- 
no tanta grazia, tanta leggiadria, tanta soavità, quanta 
non n' aveva più avuta dai tempi di Dante e del Pe- 
trarca. 



Erasmo Pèrcopo. 



DOCUMENTI 



I. 

PER IL NOME E COGNOME DEI. CHARITEO. 
1. 

(24 settembre 1487) 

«. . . apodixara excellentis comitis Alifii actam in Castellonovo Nea- 
polis, 24 septembris 1457, per quam fatetur habuisse die predicto nu- 
meraudo ab egregio rh-o Benedicto Garect nominato Cariteo de 
regia cancelleria .... {Sigili, della Somra., voi. 35, f. 111 v) ». 



(19 novembre 1487) 

«... apodixara excelleniis comitis Alifii datam in Castellonovo Nea- 
polis, 19 novembris 1487, per quam fatetur habuisse ab egregio viro 
Benedicto Cariteo de Regia Cancellarla et perceptore jurium si- 
gilli magni {Ibid., f. cit.) ». 



(1488) 

«. . . apodixam Caritey Garktj site proprie ìnantis scriptum {Ibid., 
in fine) ». 



I. V. a p. XVII, e n. 1 àeWInlrod. — I un. i-ni, v, vii, x-xni sono inediti, i nn. 
IV, VI ed VII! furori pubblicati dal march. L. Geremia nella Lega del bene , 
IH, n. 43, p. 5 (v. Vlntrod., 1. e ), gli altri fan parte de' docum. pubblicati 
più appresso. 



CCLXXVI DOCUMENTI 



(4 marzo 14S9) 



« Die quinto mensis marcij anno 1489. Ego Chariteus Garetus, 
perceptor generalis magìii pendentis et parvoriini Regiorum Sigll- 
lorìim, tenore presentis apodixe , confiteor me recepisse et manuali- 
ter liabuisse a Notario Benvenuto de Andria, perceptore parvi Regij 
Sigilij , penes viceregem provincie Principatus Citra: ducatos quatuor 
de carlenis, quos dixit in manus suas pervenisse ex introytibus dicti 
sigilli; et ideo ad ipsius Benvenuti cautelam hanc apodixam scripsi 
manu propria et meo nomine siibscrÌ2ìsi die et anno quibus supra. — 
Chariteus manu propria^ {Ibid., voi. 37, foglio a parte) ». 

V. 

(3 novembre 1489) 

« Da Benedecto Garret dito Cariteo , perceptore de li denari se 
exigeno del Sigillo grande della Cancelleria {Ced. di tes., voi. 134., 
f. 100 v: nella n. 3 a p. xxiii deWIntrod.) ». 



(15 aprile 1490) 

(( Paschasius Diaz Garlon, Comes Alifij, Sue Regie Maiestatis per- 
ceptor generalis, per tenor dela presente confesso iiavere havuto, et 
questo presente et infrascritto di, de contanti in caxa receputo de 
Benedicto Garret dieta Cariteo de la Regia Cancellaria et per- 
ceptore del divieto del Regio grande sigillo : ducati correnti Cento, in 
decedocto ducati d'oro, a undeci carlini et cincho grana l'uno; et 
lo resto in moneta d' argento : li quali dixe in mano sua erano per- 
venuti del diricto del dicto sigillo. Et però a sua cautela ho facto 
fare la presente apodixa, de mia propria mano et del mio solito si- 
gillo subsignata et sigillata. Datum in Castellouovo civitatis Neapolis 
die XV mensis Aprilis anno a nativitate domini m.o cccc.° nonagesimo. 
Pasqual Diaz Garlon {Sigili, della Somra., voi. 37, foglio a parte) »2. 



1 Anche sotto tre altre ricevute allo stesso « Notaro Benvenuto de .\ngri », 
— non « Andria », come, nel docum. — del 19 ott. '89, 7 apr. e 26 ott. '90, si 
trova la firma autografa del Chariteo, nell'istessa formola: Chariteus matiu 
propria (Sigili, della Somin , voi. 37, fogli staccati). Vedine la riproduzione 
innanzi aìVIntrod. 

8 In fine di questo docum.: « Hegistrata in apodi.\arum vni, fol. 2'21. — Ca- 



nOClTMKNTI (!Cr,XXVlI 

VII. 

(31 decembre 1493) 

u. . . apodixam excellontis comitis Alifii confUentis sub die 31 men- 
sis decembris 1493 recepisse a Beneuicto Garetho dieta Caritheo 
•perceptor dicti sigilli magni {Ibid., voi. 40, f. 70 r) ». 

vili. 
(1493) 

« Bilancium computi magnifici Charitey Gareth Regii perceptorìs 
sigilli magni pendentis a.i\m 1493 {Ibid., foglio a parte)' ». 

IX. 

(20 settembre 1494) i 

«. . . Nohilis et egt^egius vir Chariteus Garectus Scriba et Fami- 
liaris noster dilectus (v. il Docum. II) ». 



(7 marzo 1495) 

«... omnia et quecumque bona Caritei Garreth catalani . . . (v. 1 
il Docum. IV) ». 



(22 decembre 1495) 

«.. . Domino Cariteo Garet secì-etario . . . (Curiae della Somm. , 
voi. 25, f. 35 v: cfr. la n. i a p. xxxin ». 



(29 decembre 149G) 
«. . . Domino Cariteo Garrkt {Ibid., f. 571-) ». 



riteo». — X Sotto vi è un suggello tondo del diametro di due centimetri su 
carta sopra cera rossa, con uno scudo senza corona né ornati, portante tre 
fasce, ed intorno: f Pasquasius Dias Garlon » (L. Geremia, 1. e). 
1 « Segue il conteggio in soli numeri arabi » (L. Geremia, 1. e). 



CCLXXVIII DOCUMENTI 



(31 agosto 1498) 



« Domino Charitheo: ultimo augusti 1498. — Ad messer Charitheo 
Garrett . . . . (Ibid., voi. 45, f. 157 v: nella n. 3 a p. xxxv) ». 



(20 aprile 1512) 

«... magnìfico Chariteo Garrecta de Neapoli (v. il Docum. IX, 
n, li) ». 



II. 



pagamento delle provvigioni del pontano, 
di giovanni de cunto e del chariteo. 

(15 Ottobre 1191) 

« Rex Siciliae etc. — 111. et Magnifici viri Goilateralis et Consiliarii 
nostiù fideles dilecti. Noi volimo , et così expresse ve comandamo per 
la presente, che facciate bone ad Chariteo, et admictate in soi com- 
puti cinquanta onze , che ha pagate , et paga al Pontano per la sua 
provisione ; quaranta onze ad Joannello de Cuncto , che siniiiiter ha 
pagati, et paga per la sua provisione, et dudice onze, che ipso Cha- 
riteo se ha retemite per V offitio de la Preceptorìa del nostro grande 
regio Sigillo , che ipso esercita, licet non mostreno de diete pro- 
visione privilegio, et lettere sopto scritte con lo nostro mucto , se- 
condo è l'ordine da noi statuito , che in le provisione pecuniarie ce 
debbia essere lo mucto nostro. Datum in Casali Principis, xv. Octo- 
bris MCCcCLXxxxi. Rex Ferdinandus: Jo. Pontanus ». 



II. Pubblicato da M. Tafuri , Op. cit. , p. xvn , m. 8 , con queste parole : 
« In un volume di diplomi del 1470. insino al 1490. di Ferdinando I. e de' suoi 
figliuoli, che conservasi nell'Archivio della Camera, al tbl. 54 leggesi il se- 
guente ». Ed in fine: «Questo diploma é tutto di proprio carattere del Pon- 
tano ». Non mi è stato possibile di ritrovare questo volume nell'-A-rch. di 
stato di Napoli. 



DOCUMENTI CCLXXIX 



IH. 



ALFONSO li 
RICONFERMA AL CHARITKO l' UFFICIO DI PERCETTORE DEL SIGILLO. 

(20 settembre 1 49 1) 

Char:tei Garecti. 

« Alfonsvis secundus etc. Universis etc. Confirmamus libenti animo 
siibditis nostris eaque per eosdem legitime possidentur: tura et gra- 
titudinem nostrani ostendainus, tura et ipsos benemeritos ad perseve-. 
randum, et bene de nobis promerendum invitemus. Sane nuper Nobi- 
lis et egregius vir Cariteus Garectus, Scriba et familiaris noster 
dilecCus, Maiestati nostre reverenler exposuit, quod cum ipse habuerit, 
tenuerit et possiderit, ac exercuerit, et in presenti teneat, habeat, pos- 
sideat ac exerceat , ex concessione et gratia Serenissimi Don Ferdi- 
nandi de Aragonia, Regis, Genitoris' et domini nostri Colendissimi, 
felicis memorie, ad ehis vite decursum officium perceptorie iurtian 
et hitroytuìn Magni nostri pendentis Sigilli ac etiam. parvi, cum 
annua provisione unciaruni duodecim consequendarum . et reti- 
nendaiiiìn per eum ex pecuniis et iuribus dicti magni sigilli, ac 
cum lucris, emolumentis et obventionibus solitis et consuetis ad di- 
ctuni perceptorie offitium. spectantibus et pertinentibus, de quo qui- 
dem officio et eius exercitio hactenus in possessione fuit , et in pre- 
sentiarum esse asseruit. Supplicavi! propterea nobis ut sibi offitium 
predictum sua vita durante cum omnibus supradictis confirmare de 
speciali gratia benignius dignareraur. Nos autem, habentes respectum 
ad grata plurimum fructuosa , accepta , et fidelia servitia per ipsum 
Ghariteum predicto Serenissimo Regi Genitori nostro, et domino Co- 
lendissimo memorie recolende, nobisque prestila et impensa, queve 
prestat ad presens, et prestiturum de cetero speramus de bono semper 
in melius continuatione laudabili, proptereaque in iis et longe maio- 
ribus a nobis exauditionis gratiam rationabiliter promeretur , bis et 



III. Trovato da A. Gervasio che lo comunicò al Capasso; il quale ne détte 
solo la parte pii'i importante {Op. cit., pp. 49-50); ma interameute , poi, per 
la prima volta e non senza errori, il Mlniebi Riccio, Op. cit. , pp. 323-327 
in n. Io !'ho riveduto sull'originale (Collaterale Privilegior., voi. vi, a. 1194, 
ff. 2I9r-220r: nell' Arch. di stato di Nap. : e quando non s'avverte nulla, 
vuol dire che il docum. si trova sempre in questo Archivio). 

1 II ms.: Generis. 



CCLXXX DOCUMENTI 

aliis considerationibus, atque causis mentem nostrani digne moven- 
tibus, eidem Chariteo ad eius vite deciirsum offitiuìn predictnm cum 
omnibus iuribiis, emolumentis ac lucris solitis ad illud quomodolibet 
spectantibus et pertinentibus, ac cum predicta annua provisione un- 
tiaruìn duodecini conseqiiendarutn et retinendarìim per eion ex pe- 
cuniis et iuribus diati magni Sigilli, iuxta concessionem sibi factam 
per dictum serenissimum Regem genitorem nostrum ipsamque con- 
cessionem cum omnibus que in se continet, tenore presentium nostra 
ex certa scientia, consulto et deliberate ex gratia speciali Confirma- 
W2J/5, approbamus , acceptamus , emologamus atque laudamus , no- 
streque Confirmationis, approbationis, ratificationis, acceptationis, e- 
mologationis , raunimine roboramus et valiJamus , quatenus tantum 
in possessione dicti officii et eius exercilio hactenus fuit el in pre- 
sentiarum exislit. Volentes et declarantes expresse quod presens no- 
stra Confirmatio ubique inviolabile robur obtineat, nullumque dimi- 
nutionis incoramodum aut inipugnationis , vel dubietatis obiectum in 
iudiciis vel extra quomodolibet perlimescat, sed in suo semper robo- 
re et firmitate persistat. Illustrissimo propterea et Carissimo Ferdi- 
nando de Aragonia Duci Calabrie priuiou^enito et Vicario nostro ge- 
nerali intentum nostrum declarantes ; Mandamus earundem tenore 
presentium Magno Camerario eiusque locumtenenti , presidentibus et 
rationalibus Camere nostre Summarie ceterisque universis et singulis 
officialibus et subditis nostris maioribus et minoribus, quovis offitio, au- 
ctoritate et dignitate fungentibus nomineque nuncupatis ad quos seu 
quem presentes perveuerint et spectabit et fuerint quomodolibet pre- 
sentate eorumque locateuentibus et substitulis, presentibus et futuris, 
quatenus forma presentium per eos et unumquenque eorum diligenter 
actenta et in omnibus inviolabiliter observata prelato Chariteo presens 
nostrum privilegium cum omnibus et singulis in eo conteniis teneant fir- 
miter et observent, quoque in eius reddendis computis ipso ponente in 
exitu penes se retinuisse singulis annis untias duodecim ex iuribus et 
pecuniis ipsius Magni Sigilli. Illas in eius recipiant computis, audiant et 
admictant onini dubio quiescente nullis aliis cautelis requisitis: Et con- 
trarium non faciant prò quanto dictus lllustrissimus Dux nobis morem 
gerere cupit; celeri vero ofticiales et subditi nostri predici! graliam 
nostram caram habent iramque et indiguationem uostras ac penam 
ducatorum mille cupiunt non subire: In quorum fidem presentes fieri 
fecimus Magno Maiestatis nostre pendenti sigillo munitas. Datura in 
Castello Novo Neapolis per magnificum virum u. i. doctorem Anto- 
nium de Alexandre locumtenentem III. Don Goffredi Borges de Arago- 
nia principis Squillacii etc. die xx" Mensis Septembris m.^cccclxxxxhu.", 
Regnorum nostrorum Anno [)rimo: Rex Alfonsus. Dominus Rex man- 
davit mihi Io. Fontano. P. Garlon. lulius de Scortiatis locumtenen- 
tem Magni Camerarii ". 



DOCUMENTI CCLXXXI 



IV. 



CARLO Vili CONFISCA I RENI AL CHARITEO. 

(7 marzo 1495) 

« Carolus dei gratia Francorum, Hierusalem et Sicilie rex, Nobilibus 
viris Goffredo de la Haia, scutifero, et Joanni de May, Secretarlo no- 
stro, fìdelibus nostris dllectis, gratiam et bonara voluntatem. Merita 
et servicia * vestra nos inducunt ut erga vos reddamur ad gratiam 11- 
berales: hec itaque cura devoluta essent et aperta nobis et nostre cu- 
rie omnia et qiiecumqìie bona Caritei Garreth catalani ob noto- 
riam ^ rebellionem x>er ips-itm contra nos et statimi nostrum com- 
missam et patratam seqiiendo partes Ferdinandide Aragonia, ostis 
nostri, olim, ubicnnique per Cariteum ipstim possessa et tenta, volen- 
tes de bonis ipsis aliquibus de nobis beneraeritis providere, habentes 
respectum ad merita sincera devocionis & fidei vestrura prefatorum 
Goffredi et Joannis, ac considerantes servicia per vos Maiestati no- 
stre prestila et impensa queve prestatis ad presens et vos de bono 
semper in melius continuacione laudabili prestituros speramus , pro- 
pter que a nobis digne prosequendi premiis et gratiis proraeremini ; 
his et aliis consideracionibus et causis digne moti, vobis tenore pre- 
sentium , de certa nostra sciencia , motu proprio et speciali gratia , 
bona predicta queciimqiie mobilia, stabilia, jocalia , aurum, argen- 
timi . nomina debitorum. et debita ipsa et quecumque alia jw^a et 
bona ad Cariteum ipsum quomodocumque spectancia et pertinencia 
et que spedare poterunt, tatn in regno, quam in qiiacumque civitate, 
castro, loco et terra olim per ipsum Cariteum possessa et tenta , tam- 
quam res propias nostras , et ad nos legitime et pieno jure devolutas, 
ob ipsius notoriam rebellionem; heredibusque et successoribus vestris, 
utriusque sexus natis 3 iam et in antea nascituris in perpetuum cum il- 
lorum et illarum fructibus, inlroitibns , juribus et actionibus, quibus- 
cumque ubicumque sistencia et permanencia, damus, donamus, conce- 
dimus et elargimur ad habendum, tenendum et possidendum, vendendum, 
alienandum, permutandum, obligandum, disponendum et alium quem- 
cumque contractum faciendum de dictis bonis et qualibet parte illo- 



IV. Inedito e sconosciuto; e si trova n^W Esecutoriali della Sommaria 
voi. IX, ff. llr-12v. 
1 II ms.: sincera. 
5 II ms.: noticiam. 
3 II ms.: nolis. 

XXXVI 



CCLXXXIl DOCUMENTI 

rum tanquam de rebus vestris propiis. Itaque bona ipsa a nobis et 
nostra curia heredibus et successoribus nostris in dicto regno inme- 
diate et in capite teneant et possideant. Investientes propterea de bo- 
nis supradictis vos et unumquenque vestrura per expedicionem presen- 
tium, ut moris est, quam investituram vim robur et efficaciam vere 
realis et corporalis possessionis et assecucionis dictorum honorum vo- 
lumus et decernimus optinere voientes et decernentes espresse quod 
presens nostra concessio et donatio ira perpetuum semper et omni fu- 
turo tempore vobis eidem Goffredo et Joanni et vestris heredibus et 
successoribus in perpetuum sint firme et stabiles nullumque detriraen- 
tum et obstaculum in iudiciis et extra quomodolibet pertimescant, sed 
in suo semper robore et efficacia persistant, juribus tamen nostris et 
alienis semper salvis ; mandantes propterea Magno huius regni Ca- 
merario, eiusque Locumtenenti , presidentibus & rationalibus Camere 
nostre Sumarie et aliis officialibus et subtitis nostris maioribus et mi- 
noribus , ad quos spectabit presentibus et futuris , quatenus per eos 
forma presentium inspecta , illam vobis vestrisque heredibus et suc- 
cessoribus in perpetuum observent et observari faciant , et mandent , 
et contrarium non faciant , prò quanto gratiam nostram caram ha- 
bent iramque et indignaciones nostras ac penam mille ducatorum cu- 
piunt non subire , clausulis , condicionibus , retencionibus et reserva- 
cionibus omnibus et singuiis qui et que in similibus concessionibus pri- 
vilegiis apponi in presente privilegio , habitis prò expressis ac si in 
eo essent apposite et particulariter annotate. Data in Castello Capuane 
civitatis nostre Neapolis, die vii mensis Marcii, m.°cccclxxxxv.° Per 
regem Robertet visa». 



V. 

SPEDIZIONE de' conti DEL CHARITEO. 

(13 decembre 149S) 

Charitei. 

« Rex Sicilie etc. Illustrissimi et Magnifici viri , Consiliarii , fideles 
nostri dilecti. — Noi volimo, e cossi per la presente ve comandamo che 
senza alcuna dilatione debiate fare expedire li cunti dati per Chari- 



V. Lo pubblicò, per il primo, il Vecchioni nella Dissertazione che prece- 
de i Giornali di G. Passare , p. 106, ma con la data errata del 1488; cor- 
retta poi da M. Tafubi , Op. cit., xvm , n. 9. — L' ho riscontrato sull'origi- 
nale {Comune della Cancell., voi. xiv, a. 1198-99, f. 149 r). 



DOCUMENTI CCLXXXIII 

teo in questa regìa Camera, continenti lo introyto, et ex ilo del no- 
stro sigillo pendente , et per vui li siano liberamente admissi tutti li 
dinari bavera pagati , non solamente per le cose pertinente al servi- 
tio del Signor Re D. Ferrando nostro nepote de gloriosa memoria 
ma etiam tucti quilli , cbe sono stati pagati de poi la nostra felice 
successione , tanto per despese , et provisione ordinarie , quanto per 
provisione pertinente al ditto Chariteo, corno ad secretarlo dela pre- 
detta Maestà , al modo consueto , et corno perceptore olini de dicto 
sigillo , non facendoseli per voi dubio alcuno circa questo , quando 
con verità coste de ditti exiti; et non fate altramente, perchè questa 
è nostra firma voluntate. Datura in Castello Capuane Neapoli xiu de- 
cembris M°ccccLxxxxvni°. — Rex Federicus: Vitus Pisanellus. — Ca- 
tnere Summarie ». 



VI. 



PAGAMENTO DELLA PROVVIOIONE DEL CHARITEO, COME GOVERNATORE 
DEL CONTADO DI NOLA. 

(27 marzo 1504) 

«Rex et Regina Hispaiiie ac utrinsque Sicilie etc. — Magnifico messer 
Spucchio *; perché lo magnifico messer Caritheo ne ha facto inten- 
dere che deve conseguire recto provisione del tempo vacò al governo 
del Contato de Nola : per tanto volemo che vui ce la debiate pagare 
per lo tempo che vacò in dicto governo, così comò se soleva pagare 
ali altri governatori, soi precessori; per che tucto quello li pagarite, 
ve promectimo farevelo excomputare et fare bono sopra la exactione 
havite facta de le intrate del dicto contato , per lo tempo li ha vite 
tenute: et questo exequerite liberamente et sencza difficultà alcuna, 
tenendo la presente per vostra cautela. Date in Castello novo Nea- 
polis xxvij Marcij 1504: Consalvus Ferrandes dux Terrenove. 

P.te Signate: pagherite al supradicto messer Caritheo quello che per 
la R.* et R.Ie Camera de la Sumniaria ve sera declarato. Michael de 
Aflicto, locumtenens M Camerarii: Jo. Bap.ta Spinellus, Conservator 
generalis ». 



VI. Inedito e sconosciuto; nei Privileg. della Sommaria, voi. xiv, f. 68. 
< Nel ma. par che dica così. 



CCLXXXIV DOCUMENTI 

VII. 

ÌL CHARITEO HA DA CONSALVO TRECENTO DUCATI ANNUI. 

(5 luglio 1504) 

« Dux Terrenove, vicerex Capitaneus et locumtenens generalis. — Ma- 
gnifico mastro portolano; Noi simo restati contenti ^corao per tenore 
de la presente ne contentarao fare consegnatione al magnifico et no- 
stro carissimo Chariteo de trecento ducati lo anno ad beneplacito, 
sopra le intrate che perveneno in vostre mane comò mastro portolano 
de Puglia et Terra de Bare, in excambio de li quactrocento ducati, 
che havea de prorisione dal Serenissimo Re Federico ad vita soa. 
sopra lo dericto del segillo granne\ et de septanta diij altri dxicati, 
corno conservatore de dicto sigillo- Et essendo nostra voluntà che 
quelli li siano pagati, ve decimo et ordenamo et comandamo, che, da 
equa avante, deli denari, che perveneranno in vostre mani, per ra- 
gione de la administratione de vostro officio predicto; debeate pagare 
ad ipso Chariteo, o ad altro per soa parte, terza per terza, li dicti 
trecento ducati per anno, durante dicto beneplacito, perchè cossi pro- 
cede de mente et ordene nostro, et non fari io contrario, perchè tale 
è nostra voluntà , restando la presente al presentante. Data in regiis 
et reginalibus felicibus castris, centra Cayetam, v.julij, 1504. Con- 
salvus Ferrandes dux Terrenove. — Jo. Bap.ta Spinellus , Conservator 
generalis. — Mazzellus Gazelia prò M. Camerario. — Bernardinus Ber- 
naudus ». 

Vili. 

PER IL PAGAMENTO AL CHARITEO DELLA PROVVIGIONE DI 3OO DUCATI. 

(10 ottobre e 23 decerabre 1504) 

Magnifici Carithej. 

« Magnifici viri etc. Per parte del magnifico Caritheo so' state pre- 
sentate in questa camera littere de lo Illustrissimo Signor Gran Ca- 
pitano, vice re et locotenente generale de le catholice Maestate, clause 



VII. Inedito e sconosciuto; nell'istesso voi. ove si trova il docum. preced., 
f. 73. —In fine di questo, nel ms. si legge: « V. partiuin 11, 8. Expedite per 
Excellentera domiuuin locumtenentein, xxviii Marcii 1501». 

Vili. Inedito e sconosciuto; nel voi. lxi Partium della Sommaria, f. 33 r-v. 



DOCUMENTI CCLXXXV 

et sigillate omni qua decet sue curie solempnitate vallate, del tenore 
sequente. A tergo vero: ' lilustrissimis et magnificis viris, magno huius 
regni camerario eiusque locumtenenti, presidentibus et racionalibus 
Camere Summarie catliolicorum regum, collaterali consiliariis fideli- 
bus nobis carissimis '. Intus vero: ' Res et Regina Hispanie ac utriu- 
sque Sicilie etc. Illustres, magnifici , nobilesque viri Catholicarum 
Maiestatum, collaterali consiliarii fideles, nobis carissimi. Per littere 
nostre ficimo consignatione al magni fico Chariteo de trecento ducati 
lo anno, siipra le intrate del mastro portulano de Puglia et de Ter- 
ra de Bari; in excambio de quaqtroc.ento septantadui ducati, che 
havea sopra le intrate del sigillo; et non havendone pussuta * con- 
sequire cosa alcuna, ordinairao che supra le traete de Calabria et de 
Puglia li fossero pagati tricento ducati, li quali meno ha pussuti ba- 
vere, secundo de tucto lo predicto ne consta. Per lo che, havendone 
supplicato li volessemo comtnectere dieta consignacione supra le in- 
trate de la dohana de lo sale, de quessa dohana predicta de Napo- 
li, del sale, per un anno tantum, consequa dicti ducati tricento. Et 
cossi ve dicimo et ordinamo, che, supra le intrate de quessa predi- 
cta dohana, debeate ordinare a li arrendatore che delo ex taglio èi 
devuto, o quello, che deveranno per causa de loro arrendamento, 
debeano pagare et satisfare, al dicto magnifico Caritheo, dicti du- 
cati trecento , per uno anno tantum; non tando, in questo, dubio né 
difBcultà alcuna, perchè tale è nostra voluntà, recuperando per loro 
apocha de soluto, quale cum la copia de la presente volimo li sia suf- 
ficiente cautela a lo rendere in lo cuncto de pagamento de dicto ex- 
taglio, restando la presente al presentante. Date in Castello Novo, Nea- 
poli, die xvi° octobris 1504. Consalvo Ferrando, duque de Terrano- 
va. — Michael de Aflicto locuratenens Magni Camerarii. — Joannes de 
Tufo. — Berardinus Bernaudus. — Espedite per m.le A. Curtus parciura 
xvto '. Le quale infrascripte littere del predicto Ill.mo S.or Gran Capita- 
no, in dieta Camera presentate et cum ea qua decuit reverenda recepute, 
volendomo exequire quanto per dicto Ill.mo S.or Gran Capitano ne se or- 
dina et comanda, ve facimo per ciò la presente, per la quale ve di- 
cimo et, officii regia auctoritate qua fungimur, commectimo et coman- 
damo, che, receputa la presente, inspeeto per vui lo tenore et forma 
de diete presenti, infrascripte littere, debiate quelle ad unguem exe- 
quire et observare al predicto C.\ritheo, juxta loro forma, conlinen- 
cia et tenore; non fando de ciò lo contrario, per quanto amate la 
gratia de le Ser.me et Catholice Maestate, et pena de ducati mille non 
volite incorrere. La presente, reteuendone appresso de vui copia au- 
tentica, la' restituente per cautela al presentante. — Date Neapoli etc, 



• Nel ms.: passata. 
2 Nel ms.; le. 



CCLXXXVI DOCUMENTI 

die xxin° decembris 1504. — Michael de Aflicto, locumtenens. — Ge- 
rardus Gam.ta — F. Coronatus prò magistro actorum. — Arrendato- 
ribus fiindici salis civitatis Neapolis ». 



IX. 



LA. CASA DKL CHARITEO. 



(1491 e 1499) 

« Annui ducati novera super quibusdam domibus sitis iuxta predictam 
ecclesiam S. Marie Maioris de Neapoli; qui, ad praesens , solvuntur 
per magnificum Annibalem Cesarium. De quibus apparet sententia 
lata per coramissarios apostolicos, die 25 mensis decembris 1499, 
manu notarli Marcii Antonii de Tocche , de Neapoli , subscripta pro- 
prie manus eorundem dominorum commissariorum, et eorum penden- 
tibus sigiilis munita, cum inserto tenore literarura apostolicarum ex- 
peditarum Rome, apud S. Petrum sub anulo piscatoris die 2 decem- 
bris 1491. In effectum continentium quod societas delia secretia San- 
cte Marie, Neapolis, prò utilitate ipsius ecclesie, concessit Caritheo, re- 
gio scribe 7ieapoUtano, in emphiteosin quamdam domum, sitam prope 
dictam ecclesiam iuxla suos fines sub annuo censu ducatorum septem, 
prout in quodam publico instrumento desuper confecto plenius dici- 
tur contineri , ex eo quia dieta Ecclesia minatur ruinam, et ipse Cari- 
THEUS promisit iliam instaurare, concessa sibi prius dieta domus ut su- 
per ea edificare possit, cum potestate etiara affrancandi dictura censura, 
in simili vel meliori.Quam concessionera petiit predictus Caritheus con- 
firmari, et per dictas licteras commictitur dictis coraraissariis quate- 
nus de premissis diligenter se informent, et, si per dictam informa- 
tionera ita esse , et cedere in evidentera diete ecclesie utilitatem , ei- 
dem Caritheo, postquam ecclesiam predictam instauraverit, licentiam 
concedant super ea edificandi et edificia per eura desuper facienda prò 
se suisque heredibus et successoribus appropriandi , ac postquam ei- 



IX. Tutt' e due i docum. furono indicati per la prima volta dal Gap asso , 
Op. cit., pp. 58, 49: il primo come esistente negli Ada visìt. Capjtell. di 
raons. Annibale de Capua, a. 1580, voi. Ili, f. 238, che si conserva tuttora 
neir arch. arcivescovile di Napoli; 1' altro nel protocollo di notar Teseo 
Grasso, a. 1511-12, f. 376, nell' arch. notarile di Napoli. Debbo agli amici 
G. Caci e A. Miola se ho potuto qui pubblicare per la prima volta intera- 
mente tutt'e due questi documenti; di cui io, scrivendo Vlntrod. (v. pp. XLi, 
li), conoscevo solo i pochi righi riferiti dal Capasse. 



DOCUMENTI CCLXXXVll 

dem ecclesiae alia bona immobilia, ex quibus similis aut maior cen- 
sus. ut prefertur, percipi possit, consignaverit, dictara domum ab hu- 
iusmodi censu perpetuo liberent. Vigore quarum licterarum predicti 
DD. Commissarii, apostolica auctoritate, ut saprà, concessa, p/ ac- 
cesserunt et continuatim se coiituleruat ad predictam dotnum sitam 
et positam retro et iuxta dictam ecclesiarn a duabus partibus in vico 
qui dicitur « delli dattoli », iuxta bona Dominici de Giptiis et iuxta 
platea^n publicaìn , consistentem in certis membris et cum quadam 
curticella discoperta. Ipsaque per eos oculatira visa et revisa, et habita 
diligenti informatione de omnibus supradictis, declaraverunt exposita 
sedi apostolice et contenta in dicto instrumento concessionis essa ve- 
ra, dictamque concessionem, ut supra lactam, cessisse et cedere in e- 
videntem ipsius ecclesie utilitatera, et proinde concessionem [)redictam 
ut supra factam cum dieta potestate affrancandi, et omnia et singula 
in dictis instrumento et concessione coatentis confirmaveruat et ap- 
probaverunt ». 



(20 aprile 1512) 

« Eodem die eiusdem * ibidem ^ in nostri presentia constitutis magni- 
fico Cariteo Garrecta de Neapoli, agente ad infrascripta omnia pro- 
se ejusque heredibus et successoribus ex una parte, et venerabili dom- 
pno Anibale de Laca de Neapoli, sindico et procuratori venerabilis ex- 
taurite Sancti Petri de Platea Arcus, constructe et hedificate intus 
ecclesiam Sancte Marie Mayoris de Neapoli, ut dixit, agente similiter 
ad infrascripta omnia nomine et prò parte diete extaurite et prò suc- 
cessoribus in ea, ex parte altera. Pref^atus i^ero Cariteus sponte as- 
seruit covam nobis dictam extaiiritatn egisse capere aquam a puteo 
ipsius Caritei , sito in domibus dicti Caritei , sitis in platea de lo Da- 
ctulo regionis sedilis Nidi civitatis Neapolis, iuxta dictam ecclesiatn 
Sancte Marie Mayoris, viam publicam et alios confines\ et dictam 
aquam a dicto puteo axportasse per aqueductum usque ad puteura 
curtis diete extaurite : prò qua captione aque dictum procuratorem 
solvisse ipsi Cariteo ducatos viginti de carlenis. Et facta assertione 
predicta , prefatus Cariteus sponte coram nobis non vi , dolo etc. , 
confessus fuit, ad interogationem sibi factam per dictum procuratorem 
ibidem presenteni, se ipsum Cariteum presencialiter et manualiter re- 
cepisse et habuisse a dicto procuratore sibi dante dictos ducatos vi- 
ginti de carlenis argenti et de predicta pecunia diete extaurite, videlicet 
ducatos duodecira per manus dicti dompni Anibalis, et alios ducatos 



1 Cioè: «die vicesimo mensis aprilis, xv lad. 1512». 
9 Cioè: « Neapoli ». 



CCLXXXVIII DOCUMENTI 

octo ad conplemenlum dictorum ducatorum viginti, per manus dom- 
pni Antonii de Baldantia de Neapoli, ut dixit, prò dieta captione aque, 
facta a dicto puteo seu formali dicti Caritei, prò ipsa asportando ad 
dictum puteura diete extaurite ut supra. Quam aquam, ut supra datam 
diete extaurite, dictus Cariteus promisi t facere bonam diete extaurite 
omni futuro tempore ipsamque aquam, ut supra eaptam, diete extau- 
rite et suceessoribus in ea , in iuditio et extra defendere et antestare, 
ac de evietione teneri ab omnibus hominibus omnemque iitem etc. 
Et prò predictis actendendis prefatus Cariteus sponte obligavit se 
eiusque heredes , sueeessores , et bona sua omnia dicto dompno Ani- 
bali presenti, sub pena et ad penam dupli medietatis ete., et cum po- 
testate capiendi etc., constitutione precarii etc, et renuntiavit et ju- 
ravit etc. Presentibus iudiee Joanne Mayorana de Neapoli ad contra- 
etus, diacono Loysio de Ciaria, de Neapoli, et diacono Joanne Loysio 
Gaytano de Neapoli ». 



X. 

I. 

COMPATRIS GENERALIS. 

In nuptiis Charitei. 

' Chi credere potrebbe a Caritheo, 
Filosofo, Poeta et Oratore 
Et dotto in Greco, Italico, ed Ebreo, 

Essergli poi venuto quel furore 
Ch'appena in donna compatir si puote, 
D'essere sposo, senz'alcun timore? 

Lodare gli occhi, il ciglio, et belle gote 
D'una donzella nobile, et gentile: 
Et quel, eh'è meglio, con bastante dote? 

Quell'uom severo, che prendev'a vile 
Gli amori di Lisandro, e di Sincero, 
Quantunque easti, gli movevan bile! 



X. Tutti e quattro questi docum. son certamente falsificazioni del Meda. Ba- 
sterà leggerli, per convincersene. I primi due, nel ras. xui . d . 27 della Naz. 
di Nap. (v. a p. un, n. 1), e quindi nel voi. ms. del Gervasio intitolato Ri- 
cerche ecc. (v. a p. ccLix, n. 4); gli altri, in un altro ms. di quest'ultimo, dal 
titolo: Varie notizie di star. leti. nap. (bibl. de' Gerolaraini di Napoli). Per il 
Compare generale (Pietro Golino) e per Manilio Rallo v. la n. 1 a p ccxxxi 
(ieWIntrod. 



DOCUMENTI rCLXXXlX 

quanto debbo dir, eh' è sempre vero, 
Ch'ogni mortai in altri biasma, e vieta, 
Ciò, dov'ei si butta per intero? 

Intanto esser' io voglio Profeta, 
Per dirti, che se tu non hai giudizio, 
Innanzi avrai presto il nero Theta. 

Senza dell' uman gener pregiudizio 
Andrai a trovar Proserpina, e Plutone, 
Et gli occhi già ne danno certo indizio. 

Et Sincero poi diratti, con ragione, 
Ch'è meelio divertirsi a Mergellina, 
A far versi, o qualche composizione; 

Che perdere la notte, e la mattina 
In mezzo alle querele, ed i lamenti, 
Ch'a far la donna, per natura, inclina. 

Del reslo acciocché tu non credi spenti 

I semi del tuo amor dolce, et soave 
Io vo'che tanto poi non ti spaventi: 

Né, che '1 mio dir ti sia cotanto grave: 
lo t'auguro, se pur sarà possibile, 

II nodo maritai meno insoave. 

Et, sebben lo credo io, quas' impossibile, 
Lo renda il Cielo a te ognora tale, 
Per esser poi cosi un po'sotTribile. 

Vi é quaich' esempio, in ver, ma poco vale. 
Avendone cotanti poi in contrario : 
Ma tal discorso a te poco ti cale. 

Hai avuto bella donna, et il tuo erario. 
Con la dote, accrescesti, et di noi ridi, 
Ch'abbiamo in tal facenda • un pensar vario 

Di tuo valor sicuro tutto fidi 
Nella virtude, ch'orna la tua sposa. 
Nota pur troppo in questi, e in altri lidi. 

'Voglio avvertir però sol una cosa, 
Che in donna virtù spesso non dura, 
Et passa, come secca, fresca rosa. 

Abbine dunque, se lo puoi gran cura - ». 



1 Cosi il ras. 

• Nel ms.: « Ex authographo : 



CCXC DOCUMENTI 



C. MANILU RHALLI 



In nvptiis Charitei. 

« Vorrei essere Pindaro, et Orfeo, 
Per cantar, come debbo, degnamente. 
Come cantò gli Iddij il vate Ascreo. 

Le nozze sospirate lungamente 
Del buon vate, che vince en cortesia 
Il prisco Mecenate, ch'avia intente 

Tutte le cure sue contro la ria 
Invidia, la nimica de' Poeti, 
Qualunque il merto lor si mostri, et sis. 

Lungi sian or da te quegl' indiscreti , 
Che biasman d'Imeneo li casti laczi , 
Quei spirti impuri, torbidi, inquieti. 

Giove costor dal Ciel ognor discaczi , 
E'I Tartaro crudel tutti assorbisca 
Insiem con sporchi et brutti lor impaczi. 

Il nome lor l'oblio qua giù annerisca. 
Vadano i fatti lor di mal in peggio , 
Andando appresso a Licida , et Licisca. 

Tu godrai in eterno il casto preggio 
Di sposo fedele, et avventurato 
Là su nel glorioso Empireo seggio. 

Sarai dalla tua sposa sempre amato. 
Avrai di figli un bel drappello intorno, 
Sarai da' tuoi nipoti attorniato; 

Sarai sempre a color d'invidia, et scorno, 
Ch'esser credon Filosofi, et Sapienti, 
Et fatti di Sofia al grave torno. 

I pregi tuoi giammai saranno spenti 
Ne' figli tuoi, et tardi tuoi nipoti 
L'occhi d' ognun vedranno sempre intenti. 

Veruno vi sarà, ch'in loro noti 
Quei vizj, di cui abbonda il secol nostro; 
Ammirerà ognun le ioro doti. 

Costoro più, che d'oro, gemme, ed ostro 
Fastosi andranno sempre, e con ragione 
De l'egregio, e famoso nome vostro. 



DOCUMENTI CCXCI 

Di te, cioè, et dell'ottima unióne. 
Ch'hai fatta con colei, che vince tutte 
Le donne in ogni menom' azione. 

In casa tua vedransi ognor distrutte 
Le vane usanze, che pur troppo oscurano 
Il nobil sesso, et son si ree, et brutte: 

E '1 cuore al mal oprar- soltanto indurano; 
Et sol virtù vedrassi in essa reggere, 
E piena sol di gente, che la curano: 

Potralla in essa ognun più chiara leggere * ». 



LETTERE DI PIETRO COLINO AL CHARITEO, 
E DEL CHARITEO AL SANNAZARO. 

Compate.r Chariteo. 

« Synceri nostri litem crucem mihi fixit; aliud enira est Driadas ac 
Napeas canere, et inter Syrenas in Mergellina sua rersari, quam fo- 
rum et forensia jurgia aequo animo sustinere. Faciiius enim Epigram- 
mata, et eiegias scriptitare est, quam leges et tabularum ineptias in- 
terpretare. Sed Diis faventibus omnia transigere, facile spero. Vale ». 

Chariteits Syncero. 

« Princeps Federicus mihi beri commisit, ut tibi remitterem vetu- 
stum Virgili! Codicem, a Tomacello nostro dono acceptum; in mem- 
branis ab optimo quidem callygrapho diligentissime excriptura. In li- 
bri Eneadis primi initio desunt quatuor priores Poematis versus, in- 
cipit enim a versu Arma virvinque cano Trojae, quod coniecturam 
Joviani nostri inire probat , versus illos a quodam Grammatico ope- 
ribus Maronis intrusos esse. Sed Princeps tuum judiciura exoptat; et 
una cum Codice cras in Turri octava cupidissime expectat. Vale ». 



1 Nel rtis : « Ex autographo Rhalli lituris mendisque scatente >. 



CCXCII DOCDMENTI 



XI. 

LETTERA DELL'ALTILIO AL CHARITEO. 

Gabriel Altilms Epis''o'^ii(s policastrensis ac Illustrissimi principis 
Campani ab epistolis Chariteo amico chartss imo s. d. 

(14 luglio 1485?) 

«Legisti, ut, ego arbitror, tóv /Spóyov toijtwv /.ay.oìóyu-j. En dum la- 
cessere non desinunt, concitarunt laenitatem illam Sinceri nostri, man- 
suetissimumque animum, scilicet malefacta ut noscerent sua. Et sane 
quis non lampos istos ismenios, ac novos Lucilios ahominetur , ode- 
rit , stomachetur? qui tamqtiam appuli aranei e cavis venenatos por- 
rigunt aculeos, summissisque barhatulis quibusdam , ipsi quidem la- 
tent ac dissimùlant , et tamen ita dissimulant, ut nosciiari cupiant ; 
laudemque ex tam petulanti et inepto maledicendi genere improbius 
aucupentur ac inendicent. Sed sic est, mi Charitee: natura7n ex- 
pellas fìirca, tameri usqiie recìtrrìt: pessima ingenia sese undequaque 
suo indicio, quiisi mures , (ut ille dixit), produnt. Sed caplent quam 
possunt hiudem; modo ne ullam capiant ; ac potius ridiculi sint. At- 
qui dixeris : tantum ne Academiae nostrae vacat, ut de his sermo sit? 
et, ut oiim Plato ad Dionisiura : an non satis erat. suo ipsos veneno 
confici et alienis bonis invidentes intabescere Timones istos? Recte id 
quidem ; sed nosti vulgi mores : saepe taciturnitatem in conscientiam 
vertunt. Nunc ad Accium redeo. Mieto ad te , cura tantopere efflagi- 
gites, quae ille in hos ciclo|)as (sic enim ilios appeiiat) ridens nuper 
responderit. Carmen mehercule exactum , simplex, candidum, quod- 
que non minus priscam illam venustatem elegantiamque , quam opti- 
mos et integerrimos auctoris mores, nitidissimamque animi sincerita- 
tem prae se ferat. Dii boni, quam recte philosophorum facile prin- 
ceps Aristoteles , qui sordidos poetas ab ingenuis hoc differre putat : 
quod illi maledicant semper , hi vero et deorum et heroum laudes 



XI. È, per la prima volta, in upa ristampa delle opere latine del Sanna- 
zaro {Veneiiis, apud Bern. Stephonium, 1531, in 24), come asserisce l'Ula- 
mingio che la ripubblicò nella sua edizione dei poemi sannazariani (Amster- 
dam, 1728, p. 595). — Come inedita, non ostante sei ristampe precedenti, la 
ridette, a bastanza corretta, E. d' Afflitto nelle Memorie degli scritt. del 
Regno di Nap., Napoli, 1782, voi. I, pp. 253-54, secondo una copia ottenuta da 
mons. Foggini, custode allora della Vaticana, di su il cod. vat. 2847, If. 8 v-9 v 
(cfr. Tafoki, Op. cit., pp. Lvii sgg); dal quale è ricavata la mia trascrizione: 
ma una buona metà di essa la debbo alla cortesia del sign. Italo Palmarini. 



DOCUMENTI CCXCIII 

canant. Atque , ut Accium nostrum inler posteriores ponas , vide ob- 
secro , dura contumelias retorquet , quam verecunde agit , jam eru- 
bescere ipsum Carmen dixeris, et invito domino parere; al cum lau- 
dat, quam plenns , quam laetus , quam teres, atque, ut Horatii verbis 
utar, rotioiditsì Nam , per deos , quid similius, quid accomodalius 
dici potiiit, quam illud de Corvino nostro ? dura noveilae arboris sur- 
genti ramulo comparai?; quid cum livori insultai? nonne et illum de- 
primit, et a sua ipse modestia non discedit? Si quidem non Viausisse, 
sed novisse tantum se Castalias undasaffirmat; at vero cum perorare 
vult , quam novae ; quam laenes , et iucundae acclamationes , quam 
etiam apposilae et opportunae , modo deos patrios appellando , modo 
l'arthenopen suam contaminari qnerendo; quae si apte , et suo tem- 
pore fiant , scis quantum lucis orationi , et in primis carmini afferre 
soleant. Postremo cum se apud Musas expurgat, veniamque ut dent 
(si quid offenderit) , petit, quis adversariorum improbitatem , impu- 
dentiamque non esplodat? quis vero ingenuitatem, verecundiamque 
non amet , et summis in caelum laudibus ferat? Sed quid ego haec? 
Tu melius ista deprehendes : nihil non absolntum , et quod non ex 
omnibus snis partibus constet, invenies ; nisi unum illud fonasse non 
probabis. in quo illum facile, et iure coargui patiar; tantum enim 
Aitilio tribnit, quantum sibi ille nec agnoscit , nec postulai. Sed de 
hijs hactenus. Tu interim lyram intende, ut cum plusculum ocij fue- 
rit, te canente illa audiamus: nam si accentus tuus accesserit , ne 
musis quidem ipsis (pace quidem illarum dixerim ) invidebis. Venis- 
sem ad te. sed scis in Apuliam cnm principe meo festinanti , mihi 
qnam ista , ut ita dicam . tumultuaria expeditio gravis sit, togato pre- 
sertim . et prima tirocinij rudimenta rapessenti. Vale, et me claris- 
simo collegarum tuorum coetui comenda. Vale iterum, ac tertio: Nea- 
poli, pridie Idus Qnintilis ' ». 



XII. 

LETTERA DI PIETRO SDMMONTE AD ANGELO COLOCCr. 
(20 luglio 1515) 

« Magnifico Signor Colotio. Se la natura mia fosse ben nota ad V. 
S. ad me non bisognaria scriverli Apologia in alcun modo, che già 



' Cioè : il 14 luglio. 

XII. Pubblicata la prima volta, con qualche errore di lettura, dal Lancel- 
LOTTi neir ediz. cit. delle Poesie ital, e lai. del Colocci , pp. 91-95 di su il 



CCtCIV DOCUMENTI 

mi haveria per excusato si in lo tanto tardare di mandarli le Tradu- 
ctioni de le cose Limosine , come in qualsivoglia altra mia forzata 
tardità. Già vi porla mostrare più di .xx. Epigrammati di amici, per 
li quali si ridono con me dele soverchie passioni et morti, ch'io so- 
glio volenteri pigliare per li amici. Et quantunque fin adesso nihil 
iam officiositate hiijiismodi domesticae ì-ei consuluerim, de\ che non 
pauci suìit , qui me derideant; nienti di meno né posso, né voglio 
di tal natura transformarmi. Sed ad rem venia. Tucto questo tardare 
é causato , perchè la cosa non è stata in me , ma in poter di altro. 
Né trovo chi habia quella brascia nel pecto, in compiacere, la quale 
hanno li boni et officiosi amici. La S. V. tanto tempo é, che mi scri- 
pse desiderare di havere la Traductione in lingua nostra volgare, fa- 
cta per lo bon messer Chariteo di felice memoria, la qual essa scri- 
vea havere vista in Roma , mostratali per ipso messer Chariteo : la 
Traductione dico de le rime di Folchetto di Marsiglia, la quale era 
in un poco di quaderno in quarto di foglio. Al che io risposi alhora 
haveria trovata, poi di alcuni di, dentro Io Plinio o vero Seneca suo. 
Dipoi andando io ala donna sua ad pregarla, mi volesse prestare que- 
sta cosetta per quattro di , & questo ad tempo eh' io li havea facti 
alcune commodità , ad tal non me lo negasse, si comò havea facto 
avante, Lei, non possendo con houestà negarlo, mi fé' intrare in la bi- 
bliotheca del povero marito, et si contentò, ch'io pigliasse la cosa. La 
qual portata ad casa, volendo io legerla, mi trovavo tucto confuso , 
perchè non ci era che M testo Limosino di Folchetto ; traductione in 
volgare italiano non ci trovavo. Per lo che tornavo di novo ad cer- 
care in dieta Camera, charta per charta , con quella diligentia che 
soglio io , in causa di Amici , & questo perché V. S. mi scrivea , 
haver già vista la cosa traducta. Dove io volsi havere più credito ad 
quella, che ad me medesmo, lo quale per essere vixuto * vinti uno anni 
si coniunctamente con quel gentile et raro spirto di messer Chariteo, 
talché né scripse ipso, né pensò mai da doe parole in su, che io non 
ne fossi stato participe, per modo che non havea cosa ad me occol- 
ta, come io meno ad lui; per questo era io certissimo, lui non havere 
facta mai ad tempo mio tal traductione, né auchora ipso già tenerla 
facta dali anni passati. Salvo, si la avesse facta ad tempo che ipso fò 
in Roma. Tuct'i libri sol, fin ad una minima chartuccia foro per me 
servati in casa mia 2, & prima notati, quando lo bon gentilhomo seguio 

cod. vat., reg. 2023, f. 352. Una copia diplomatica di essa debbo alla corte- 
sia dell'amico conte Lodovico de la Ville; un'accuratissima revisione della 
mia trascrizione e la nota finale al prof. G. Zannoni. 

I 11 ms.: vixito. 

1 La casa del Summonte era «dappresso il Monistero di S. Marcellino).. 
V. Origlia, Istor. dello Studio di Nap., Napoli, 1753, voi. I, p. 267. 



DOCUMENTI CCXCV 

la fuga del suo Re Ferrando 3 secundo in la prima invasione di Francesi, 
sub Carolo Rege. Si che, se la Signoria Vostra vedde veramente tal tra- 
ductione,è necessario (come ho dicto) che colui la havesse facta alhora in 
Roma; ma se io intendeste solamente ad bocca da lui, non lo habiate per 
articulo di fede. Perochè multe volte lo amico si dilectava parlare poe- 
ticamente, o vero da Cortesano, in le quali doe facultà ipso era (comò 
ciascun sa) cosi eminente, à singulare. Dunque volendo provedere io, che 
la Siernoria Vostra havesse lo suo complimento, andavo ad trovare lo 
nepote del Caritheo, lo quale sapea bene io, che queste cose Limosine 
le legeva, et intendeva cosi bene, come il Zio, & non voglio dire migliore: 
la qual comparatione si era vista più volte, quando & l'uno &. l'altro 
qualche volta ragionavano del migliore et del peggiore di questi tali 
poeti Limosini; & questo con lo libro in mano, quale adesso è in vo- 
stro potere. Lo qual jovene per essere di natura Catalano, versato in 
Franza et exercitato pur assai si in legere, comò in scrivere cose Tho- 
scane, tene non poca destrezza in interpretare lo Idioma & la Poesia 
Limosina. Et cosi con molta instantia Io ho inducto ad farmi questa 
gratia di tradure lo Folchetto, & ancho lo Arnaldo Daniello, quali duo 
Poeti erano scripti in lo dicto Quaderno in lingua loro. Et perchè questo 
jovene tene di molte & molte occupationi , non è stato possibile che 
lo assiduo solicitare mio lo habbia possuto più incitare. Superest che 
la Signoria Vostra mi perdone, & non mi legna per pigro, che certo 
non so stato si non summamente solicito, ma cosi adiviene in le cose 
che dipendono da altro. La Signoria Vostra ancor mi perdone, si in 
re parva (siqita modo res tua mihi parva sii), io so stato troppo 
prolixo. Lo ho facto, non temere, per darvi particular notitia del tu- 
cto: ne me forte, in rebus tuis , negligentem putes. La Traductio- 
ne , idest , la forma del tradure la ho facta fare ad mio modo , et 
come io voria alcune cose Greche , secundo Vostra Signoria vederà , 
qual vi mando con la presente , che son tre quaderni in quarto di 
foglio, & sono in tucto charte .xxx. et insemi vi mando letera del 
medesmo Traductore , persona certo oltra lo ingegno, modestissima, 
& digno nepote di tal Zio. Prego dignatevi in ogni modo rescriverli, 
ad tal ipso mi ritrove veridico in quel , che li ho predicato dele parti, 
che so in Vostra Signoria, con che lo ho inducto ad pigliar questa 
fatiga ad tenipo, che si è trovato assai oppresso in negocii. Illud etiam 
non omiseritìì, che tanta è la sete, che adesso è cresciuta di quesso ^ 
Libro di Poeti Limosini, che da ogni banda mi biasmano, comò quello 
che ho facto uscire da questa città una cosa si rara : hanno dicto ala 
donna, che ipsi darìano molto maggior prezzo etc. Et indubitatamente 
quando lo libro fosse qua, ipsi con la mano stricta lor solita , offeri- 



3 II ms.: Ferrardo. 
< Cosi il ms. 



CCXCVI DOCUMENTI 

riano quattro quatrini per ipso. Lo Signore Marchese di Montesar- 
chio 5 dixe l'altro di, che vole mandare un Scriptore ad posta in Roma 
& con bon mezzi optinere da Vostra Signoria che li ne faccia cavar 
copia. Lo nepote di messer Chariteo, del quale ho parlato, si dole 
summamente , non haverne [)igliata copia ordiata ad tempo che Io 
tenne tanti mesi in poter suo. La Marchesana di Mantua , essendo 
qua, solicitata non so per qual via, fé' instantia per tal libro. Piacerai 
in gran manera, che tucti resteno delusi: la patrona medesma non 
sta niente pentita, perchè è certa, che, havendo adesso lo libro, seria 
in li medesimi termini, dove era da prima. Quel altro amico, che 
Vostra Signoria pensava, ne tenesse copia, secondo messer Chariteo 
per qualche fine vi havea dicto, si è doluto ancora di ciò. & lamen- 
tatosi di me ad altri amici, ch'io Io dovea avisare etc. , & che almeno 
ne haveria voluto pigliar copia, & poi lo havesse havuto chi si voglia. 
Sed de his hactemts. Iterumqìie oro: ignosce prolixitati. Resta so- 
lamente rispondere ad Vostra Signoria in quel testo di Catullo, che 
è più tempo, mi domandò, & cosi non rimane altra cosa, ad che io 
per vostre precedenti letere sia obligato. Dico dunque non possere 
risolvere la Signoria Vostra per causa che non ho la opera del Fon- 
tano in poter mio. Et in surama, Signor Colotio mio, mai più vera 
verità uscio da quessa ^ aurea et veridica bocca vostra, che quando 
animosamente, atqve ntinatn non tam vere, mi signitìcastevo lo er- 
rore di tucti noi altri di qua, che piane iam nnhis pe'r.niad''mvs, que- 
sto regno nostro solo essere Italia, ce praeter ilìud, nihil esse l'I- 
terius. Perchè io lo dica, non lo vogliate sapere. In stimma uno anno 
combatto per bavere tale opera, & mi è cosi discorteseraente contesa. 
senza haversi rispecto ad chi li ha tucti questi scripti del Fontano, 
idest li archetypi da manifesta perditione liberati. Daho tamen operarn, 
ti t rem oinnino haheani tìbique ea omnino in parte satisfaciam ; del 
che non mi dismenticarò finché haveió satisfacto a l'officio debito '. De 
la copia del privilegiò de la laurea Pontanica, si Vostra Signoria me 
ne farà gratia, secundo mi promese, tanto tempo è, me ne farà sum- 
mo piacere. Recomandomi ad quella. Neapoli 28. Julii 151 5». 

SUMMONTIUS TUUS. 



5 V. Vlntrod., p. cxlii e n. 3. 

6 Così il ms. 

7 «Per errore del legatore, nella lettera del Summonte, sono state in- 
serite due lettore latine dello stesso ad Aldo Manuzio ( e. 353-351 ) ; sicché 
queste ultime parole (da De. la copia a Roma) si leggono a e. 355 r; ed a 
e. 355 ■!) si legge l'indirizzo: Al Mag .'^° 8.°'' Angelo \ Colotio, Secret P Apo- 
stolS° \ etc. I In Roma ». 



SOMMARIO. 



I. — Preliminari. — Superiorità del Chariteo su i poeti delia corte ara- 

gonese. — Poco conosciuto e male apprezzato. — Necessità di uno 
studio sulla vita e sulle rime xi-xv 

II. — Vita pubblica. — Nome e cognome. — Nasce in Barcellona (1450?) ; 

viene a Napoli (■67?-'68?); primi anni della sua dimora ('82). — 
Nominato percettore dei dritti del regio sigillo ('86). — Segre- 
tario di stato di Ferrante II ('95); segue questo re nell'esilio. — 
Carlo Vili gli confisca i beni (7 marzo '95). — Rientra in Napoli 
con Ferrandino (7 luglio '93): e rimane in questa carica sino alla 
morte di quei re (7 ottobre '96). — Don Federigo gli accresce la 
provvigione. — Altri uffici. — Va a Roma (1501?). — Ritorna a 
Napoli (1503?): Consalvo di Cordova lo nomina governatore di Nola 
(1503). — Gli assegna 300 ducati annui (1504). — É ricordato l'ul- 
tima volta in atti pubblici (20 apr. '12). —Sua morte (prima del 
dee. 1514?) sv-XLii 

III. — Nella corte e nella vita privata. — Sue relazioni con Alfon- 

so, duca di Calabria, e con Ferrandino. — Il cortigiano: suoi motti 
ed arguzie; sua conoscenza del canto. — La sua casa al « vico deli 
dactoli «; gusto ed eleganza delle sue suppellettili; mediocrità delle 
sue sostanze; la moglie e le figliuole; i parenti. . . xlh-lvii 

IV. — Le rime amorose dell' « Endimione ». — La prima ediz. (15 genn. 

1506). — La seconda ediz. curata dal Summonte (nov. 1509). — 
Rime giovanili rifiutate: le sei camoniìn endecasillabi con rima 
al mezzo e lor contenuto classico-petrarchesco; e i xxxii Stram- 
motti e loro relazione con i Rispetti del Poliziano e gli Stram- 
botti di Luigi Pulci. — L" Endimione rifatto e accresciuto: le 
rime amorose: storia dell'amore per la Luna. — Che la Luna 
non sia Giovanna d'Aragona, moglie di Ferrante I; e chi po- 
trebb' essere. — Elemento petrarchesco. — Elemento classico. — E- 
lemento contemporaneo. — Elemento popolare. — La «maniera » 
del Ch. — Pregi e bellezze delle rime amorose. '. , lvii-cxviu 

V. — Lb rime storiche e politiche dell' « Endimione ». — Canzoni e 

sonetti scritti per gli Aragonesi. — I sonetti encomiastici per uo- 
mini di stato, guerrieri, giureconsulti, prelati o gentildonne con- 

XXXVMl 



CCXCVIII SOMMARIO 

temporanee ; loro scopo ; abuso di giuoco di parole su i nomi e 
cognomi cxvHi-cLiv 

VI. — Le canzoni religiose e morali , i cantici, i poemettl — Le poe- 

sie religiose e loro intonazione classica. — La canzone « in laude 
de l'humiltà » ed il cantico « de dispregio del mondo ». — La Me- 
thamorphosi: soggetto, imitazioni da Ovidio, da Omero, da Vir- 
gilio, dal Sannazaro; e sue bellezze. — Il cantico « per la morte di 
don Innico de Avelos ». — La Resposta cantra li malivoli. — 
La Pascila: soggetto ; scopo; elementi classici; difetti e bel- 
lezze CLIV-CLXXXIl 

VII. — La lingua e la metrica. — Influenza degl'imitatori spngnuoli 
di Dante, del Petrarca, del Boccaccio, del principio del XV, sul- 
l'educazione letteraria del Ch. — Correzioni linguistiche e stilisti- 
che all'edizione del 1506: latinismi, spagnolismi, napoletanismi. — 
La metrica : petrarchesca e dantesca : la terza rima adoperata 
per la prima volta come metro satirico; l'endecasillabo incate- 
nato; l'ottava siciliana e la toscana clxxxiii-cxciv 

Vili. — L'accademia e gli amici letterati. — La sua erudizione clas- 
sica attestataci dalle rime e dai contemporanei. — Il Ch. nell'acca- 
demia pontaniana: il nome accademico ; come accademico, ricor- 
dato Fontano e dal Sannazaro, dal Galateo, da Giano Anisio; vi 
rappresenta, col Sannazaro e G. F.Caracciolo, la letteratura vol- 
gare. — Gli amici letterati, ricordati nelle rime e loro testimonianze 
in favore del Ch.: il Fontano, il Sannazaro, il Summonte. — G. Al- 
tilio , G. Pardo , il Galateo : F. Puderico ; G. Carbone, P. J. de 
Jennaro, C. Colonna, G. B. Musefilo, G. Maio. — Angelo Colocci 
e il « libro di poeti limosini »; sua storia: suo contenuto; ora cod. 
12474 della Nazionale di Parigi. Il Ch. provenzalista e la tradu- 
zione « de le rime di Folchetto di Marsiglia ». — Altri amici lette- 
rati non ricordati nelle rime: G. A. de Petruciis, Egidio da Vi- 
terbo, Giano e Cosimo Anisio. — Mecenati : la famiglia d'Avalos : 
Alfonso, marchese di Pescara, Costanza , duchessa di Francavilla ; 
e loro coltura: il «cavaliere misser Cola d'Alagno» ed il cardi- 
nale Lodovico d'Aragona cxciv-ccxxxviii 

IX. — La fortuna delle rime nei seoc. XV e XVI e studi sul Ch. 
FINO AI NOSTRI GIORNI. — Nella corte di Lodovico Sforza (1490); 
giudizio del Pistoia; nella corte di Mantova: sonetto ad Isabella 
d'Este; il Ch. ricordato da G. dal Carretto, da Andrea Stagi di 
Ancona (1303), da Enea Irpino di Parma, da G. F. Achillino di 
Bologna (1513). — Ristampe venete dell'edizione napoletana del 
1506: una di Manfrin Bon; una di Alessandro Bindoni ; due di 
Giorgio de' Rusconi ecc. (1307, 1519); e delle poesie religiose e 
morali nel Libro secondo delle rime spirituali {\^^o). — Imita- 
tori: Serafino Aquilano: conosce gli strambotti del Ch a Milano 



SOMMARIO CCXCIX 

(1490); entra nella corte di Ferrandino e in relazione col Ch. e 
gli accademici napoletani: suoi plagi e sue imitazioni delle rime del 
Ch. — La fortuna del son. CV del Ch. : pubblicato fra le rime 
di A. Brocardo; imitato da A. di Costanzo , da G. B. Marino, dal 
De Lemene, da Filippo Desportes.— La can7. II del Ch. ed un brano 
della Cecaria di M. A. Epicuro. — Rimpianto da G. Britonio (1319). 
Quasi ignorato dalla metà del sec.XVI alla fine del XVII: conosciuto 
da L. Nicodemo (1683) ; giudicato da G. M. Crescimbeni (1710?) ; 
postillato da A. M. Salvini (1713?); alcune rime nella Scelta di 
sonetti e canzoni (Vi A. Gobbi (1739); sua biografia scritta da G. M- 
Mazzuchelli (prima del 1765); sonetti nel Parnaso italiano di A. 
Rubbi (1784); gli Appunti di G. V. Meola (1788?); le Ricerche 
critiche di R. D. Caballero (1797): studiato da M. Tafuri (1803), 
da M. Arditi (1803), da G. Roscoe (1803), da A. Gervasio (1806); 
l'ediz. summontiana ristampata in gran parte da F. Zanotto nel 
Parnaso classico italiano dell'Antonelli (1846 e 1851); la memoria 
di B. Capasso Sul vero cognome del Cariteo (1857); la biografia 
di C. Minieri Riccio (1881); lo studio di A. d'Ancona Sul secenti- 
smo nella poesia cortigiana del sec. XF'(i876); il Cariteo e le 
sue opere volgari di E. Ciavarelli (1887). — Della presente edizio- 
ne delle rime e della nostra introduzione . . ccxxxix-cclxxiv 



LNDICE de' documenti. 

I. — Per il nome e cognome del Ch. [i-xiv] (1487 1312) . . cclxxv 

II. — Pagamento delle provvigioni del Pontano, di G. de Cuncto e 

del Ch. (1491) ccLxxviii 

III. — Alfonso II riconferma al Ch 1' ufficio di percettore del sigillo 

(1494) ccr.xxix 

IV. — Carlo VIII confisca i beni del Ch. (1493) cclxxxi 

V. — Spedizione de' conti del Ch. (1498) cci.xxxit 

VL — Pagamento della provvigione del Ch. come governatore del con- 
tado di Nola (1504) ccLxxxiii 

VII. — Il Ch. ha da Consalvo 300 ducati annui (1304) . . cclxxxiv 
VIIL — Per il pagamento della provvigione di 300 due. (1304) cclxxxiv 

IX. — La casa del Ch. [i-n] (1499 e 1312) cclxxxvi 

X. — Capitoli di Pietro Colino e di Manilio Rallo: 7n nuptiis Cha- 

ritei; e due lettere del Compatre al Ch. e di costui al Sannaza- 
ro [l-iv] CCLXXIVIII 

XI. — L" Epistola di Gabriele Altilio al Ch. (1483) .... ccxcii 

XII. — Lettera di P. Summonte a mons. A. Colocci , sul Ch. (28 lu- 
glio 1313) ceselli 



CORREZIONI E GIUNTE- 



A pagina xiv n. , linea io, in luogo di «Solo il Meda», va letto; 
<c Solo il Salvini ed il Meola »; ed a p. xv n. , 1. 5, invece: « del card. 
Jacobo Seripando », leggi: « di un Jacobo Seripando » : che il cardi- 
nale si chiamava Gerolamo; e suo fratello, Antonio. — A p, xxvii«. , 
1. quartult. , deve dire « XII » non «XI dei Docum.)); ed a p. xxxvni 
«. , 1. penult. , non: «Fu pubblicata», ma: « Furon pubblicate». — A 
p. XLix, 1. 4, non : Leoniceum , ma: « Leoìiicenum », e nell'istessa pag. 
alla M. 4, aggiungo qui per intero l'interessante brano del De cardi- 
nalatu di P. Cortese (Naz. di Nap. : v. la m. 4 a p. ccxxvui), che ho 
potuto vedere solo quando già s'era stampata quella pagina: « Canendi 
autem ratio tripertila descriptione secernitur, ex qua una phrygia, al- 
tera lydia, tertia dorica nominatur. Phrygia enim est, qua animi au- 
dientium acriori vocum conlentione abalienari solent. Ex quo genere 
illa nuraeratur, qua gallici musici in palatino sacello natalitiis exsusci- 
talitiisque feriis , rituali lege utuntur. Lydia autem duplex iudicari po- 
test, una quae coagmentata, altera quae simplex nominatur: coagmen- 
tata enim est, qua inflexo ad dolorem modo, animi ad fletum miseri- 
cordiamque deducuntur: quaiis ea videri potest, qua novendilia pon- 
tificia, aut senatoria parentalia celebrari solent: quo quidem lugubri 
canendi genere semper est natio hispanorum usa. Simplex autem est 
ea, quae languidius modificata cadit: ut eos P. Maronis versus infle- 
xos fuisse vidimus, qui Ferdinando secundo auctore soliti sunt a Ca- 
ritheo poeta cani. At vero dorica ratio multo est aequali mediocritate 
temperatior, quale illud genus videri volunt, quod est a Divo Grego- 
rio in aberruncatorio sacro stataria canendi mensione institutum » (f. 
Ixxx v\ ma Ixxiii v). — A p. li n. , 1. 3 : alla citaz. degli Acta visit. Cap 
peli., agg. , «pubblicato per intero nel Docum. IX, 1 ». — A p. lvih 
n., 1. 12, dopo la citaz. del Graksse, Trésor, li, p. 122, agg.: « Cata- 
logo della libreria Capponi, Pioma, 1747, p. 116; Haym, Bibl. ita!., 
voi. II, p. 82; Panzer , Annales typogr. , t. Vili, p. 425 ». — A p. 
Lxi , 1. 20: Paschara per Peschara. — A p. lxv, 1. ult., dopo «scon- 
fitti » , un punto e virgola. — A p. clix, 1. penult. « sentalo » per « sten- 
tato ». — A p. ceni, 1. 9: dopo « canere » due punti. — A p. ccvui 
n. , 1. penult.: « ff. cci v » per: « ff. iii v ». — A pag. ccxiii, n. i, agg.: 
« Il Lancellotti , Op. cit., p. 19. asserisce che « Pietro Summonzio ad in- 
stigazione del Colocci uni insieme le Poesie del Cariteo »; ma di dove 
traesse questa notizia non dice afflitto ». — A p. cclxxi, n. 2, agg. : 
« La biografia del Ch. dovette uscire nell' Italia Reale , nel n." del 14 
agosto 1881 (manca nella raccolta della Bibl. Univ. di Nap.)». — A p. 
ccLXXii, 1. 24, dopo « elegante » si ponga una lineetta. 



e e e I 



GIUNTA ALLE CORl^EZIONl E GIUNTE. 



Nella nota 4 aggiunta a pag. xlix , dovevo anche ricordare che i- 
Chariteo, oltre a conoscer bene l'arte del canto, era anche composi 
tore di musica , come Serafino Aquilano ed altri rimatori della fine 
del quattrocento. L' unica testimonianza a me nota è del contempo- 
raneo Ottaviano de' Petrucci da Fossombrone ( 1466-1539), che nel 
libro nono delle Frottole, stampato a Venezia nel 1508, nota a p. 
56, come autore della musica dell'ultimo componimento, il « Cariteo ». 
Il Vernarecci ( Ottaviano de' Petrucci da Fossombrone inventore 
dei tipi mobili metallici fusi della musica nel sec. XV^, Bologna, 
Romagnoli, 1882, p. 102), dal quale tolgo questa notizia, osserva: 
»( Al novero dei maestri italiani, già ricordati, altri (?) aggiunge senza 
esitanza il Cariteo autore della musica per la frottola: Amando e 
desiando io vivo (lib. 9 , pag. 56), e forse egli è quello spagnuolo di 
lai nome , che di quel tempo poetò in lingua italica alla corte degli 
Aragonesi in Napoli , e fu il primo o de' primi che tentassero di ri- 
irarre fra noi le semplici forme della poesia popolare ». E certamente. 
Il Chariteo fu autore della musica e de' versi : clié la poesia ivi ripor- 
tata è il xxvni" dei suoi Sti-ammotti ( v. a p. 453 della nostra edi- 
zione) : 

Amando cS: desiando, io vivo <!i. sento 
la doglia che si sente nel morire! 

Ancora: in un libro di poesie musicate da maestri italiani e stampiate 
da Antico da Montona a Venezia, nel 1520, pare che ci sia, al n. io, 
anche il son. XXXIX del Chariteo: Edio la notte e 'l del: almeno 
tutte queste parole, che sono nella tabula, presso lo A. Zf.natti {A. A. 
da Moìitoìia, in Ardi. stor. per Trieste, l'Istr. e il Trent., I, p. 193), 
corrispondono esattamente ad una parte del primo vs. di quel son. 
-Ma potrebbe anch'essere lo stramb. cxs di Serafino Aquilano, che 
comincia con quelle stesse parole (v. Y Introd. , p. ccLin). 



BIBLIOTECA NAPOLETANA 

DI 

STORIA E LETTERATURA 

EDITA DA Benedetto Croce 

I. 

LE RIME DEL CHARITEO 



PARTE SECONDA. 

resto. 



Tipogr, dell'Accad. delle Scienze. Napoli 



LE RIME 

Iti 

BENEDETTO GARETH 

DETTO IL CHARITEO 

SECONDO LE DUE STAMPE ORIGINALI 



CON INTRODUZIONE E NOTE 



ERASMO PÈRCOPO 



PARTE SECONDA. 

Testo. 




NAPOLI 

MDCCCXCH 



I 



It I M E 



5 



RIME 

SECONDO l'edizione DEL MDIX 



TUTTR LE OPERR 

VOLGARI 

DI CHARITEO 



|I.] Primo Libro di Sonetti & Canzoni intitulato Endimione. 

[II.| Sei Canzoni ne la natività de la gloriosa madre di Christo. 
[IIL] Una Canzone ne la natività di Christo. 
(IV.] Una Canzone in laude de la humilitate. 

(V.) Uno Cantico in terza rima: De dispregio del mondo. 

(VI.J Quattro Cantici, in terza rima, intituiati Methaìnorphosi. 

[VII.] Uno Cantico, in terza rima, ne la morte del Marchese del 
Vasto. 

[VIII.j Risposta contra li nialivoli. 
IIX.I Sei Cantici del liliro intitulato Paxrha. 



ABBREVIATURE 



(EN) — l'iiuiLi eiliz. delle rime elfi 
Ch. (Napoli, Gio. Antonio de Ca- 
nelo, 1506), cit. seecondo la ri- 
stampa veneta di Manfrin Bon. 
V. Introd. 

(ST) — Ediz. principe delle rime 
del Ch. ( Napoli , Sigismondo 
Mayr, 1309). V. Introd. 

ER. — Gli Errori de la stampa 
a ce. Vviiv-Vviiiv di (ST>. 

(Salv) — Postille di Ant. Maria 
Salvini ad un esemplare di (ST). 
V. Introd. 

(M) o (M-C) — Note mss. di G. 
V. Meola alle rime del Ch., nel- 
la Nazionale di Napoli (v. In- 
trod.); anche in Ciavarelli {Car. 
e le s. op. V. . pp. 105-117); e 
qualche nota di quest'ultimo (C). 

(TI) — Note del Tal larigo-Imbriani 
ad alcune rime del (Jh. {N. Cre- 
stomazia^ voi. 11, pp. "343-335). 

Omero — Secondo l'ediz. della Bi- 
bliotheca Scriptorum Graeco- 
rnm del Firmin-Didot: cosi p:li 
gli altri classici greci, ed il Ve- 
tus e Novìiììi Testameyitum. 

Virgilio — Secondo V ediz. della 
Bibliotheca Scriptorutn... lìo- 
manorum del Teubner; e cosi 
gli altri autori latini , eccetto 
Claudiano ( Carmina , ediz. di 
L. Jeep, Lipsia, mdccclxxvi, 2 
voli.) e Lucano (Pharsalia, Pa- 
rigi, Iberna ire, mdcccxxx-i, voli. 3). 

Hi/mni lai. — Ilym.ni latini me- 
dii aevi . . . ediz. di F. .1. Mone 
(Friburgo Br. , Herder, 1834, 

voi. II). 

Petrarca — Con I e li s' indicano 
la i)riina e la seconda pnrte, e 
con 2'v. I, li,... VI, i sei Trion- 
fi, secondo la ristampa Leopar- 
di-Camerini (Milano, Sonzogiio, 
1888): ma con III, le Rime so- 



i>ru argoiuentl morali e diver- 
si, ediz. Carducci (Livorno, Vi- 
go, 1876I I sonetti si citano col 
solo numero; le canzoni, le bal- 
late, le sestine, i madrigali col 
numero e con la loro lettera 
iniziale (I, i,...; II, e. v,...v= parte 
prima, son. primo...; parte se- 
conda, canz. quinta). 

Sannazaro — \j Arcadia nelTediz. 
Scherillo (Torino, 1888), riscon- 
trata con l'ediz. principe ( Na- 
poli, Mayr, 1304); e, per le Ri- 
ine, la cominiana (Padova, 1723 ), 
ricorretta su la napoletana del 
Suitzbach (1530). Il De partii 
Virginis, secondo Tediz. di Am- 
sterdam, 1728. 

Fontano , De bel. neap. — Histo- 
riae neapol. seu rerum suo 
tempore gestarum libri sex (Na- 
poli, Gravier, 1769): o la sum- 
montiana (Napoli, Mayr, 1304). 

Albino — De gestis regimi nea- 
polit. qui eoctant libri quatuor 
(Napoli, G. Cacchio, 1389). 

Borrelli — Apparatus historicns 
ad antiquos cronologos illu- 
strandos etc; voli. 4, mss. del- 
la Nazionale di Napoli. 

De Lellis — Con Fam. nob. nap. 
si citano gli otto voli. mss. sulle 
famiglie napoletane, nella Na- 
zionale di Napoli; e con Discor- 
si, rislcssa sua opera a stampa 
(Nel poli. Longo, voli. 6). 

Istì-us. di Ferdi». I — Regis Fer- 
dinandi Primi Instructionnm 
liber (Na|)oli, Androsio, 1861). 

Cain[)anile — Dell'armi ox->ero in- 
segne dei ìiobili (Napoli, 1680). 

Coniger — Recoglimento de' più 
srartafi; nel voi. v della Rac- 
colta di varie cì-oiiarhe ( Na- 
poli. Perger, lyS'j). 



ì 



I. 



LllJKO DI SONETTI ET C,\NZONI DI CHAKITEO 



INTITULATO 



KNDIMIONE 



SONKTTO I. 



Oe '1 loco del mio casto, alto dcàio 
Non liavesse as^^'^''*^'^ '^ vero honoie. 
Sarebbe stato insano & follo evrore, 
Havere aperto al mondo il voler mio. 

Poi che vertù Io mosse, ardir pres' io 
Di far chiaro ad ciascun, senza timore. 
Il tanto honesto & sì pudico ardore , 
Che centra il Ke del ciel mai non tallio. 

Per la mia diva io vidi exempio in terra 
Degli angeli, & in opre & in figura, 
Che conti'a il vii pensier fé' sempre gueri'a. 

Jo l'adorai come sustantia pura, 
Da presso & da lontan: che l'huom non erra. 
Il fattor adorando in .sua factura. 



•4 



SoN. I. — I. desio. Comunissimo 
nel Petrarca, per ' amore ' (cfr. I, 
b. I, 3; x.\i, i; XL, 3; e. vi, 18 ; 
Lxxvii, 8 ecc.) — 8. il Re dei ciel 
Petrarca, li, lxxxv, 6: u Re del 
cielo, iuvisibile, immortale ». — g. 
diva. Anche cosi il Petrarca (I , 
evi, 7: 2V. Ili, 11, 19 ecc.). Laura.— 
n. Cfr. Petrarca, II, lxxxvi, 8: 
« Ch' ogni basso pensier del cor 



m avulse ». — 13. La sua donna 
dimorò i)riraa in Napoli, poi in I- 
spagna. Cl'r. son. seg. 7 ; cxvi e 
sgg. — 14.. Dante , Purg. , xvn , 
102: « Centra 2/ fattore adovra 
sua fattu)-a « ; e ctV. Farad. , 
xxxiii, 5-6. — fattor. Anche il Pe- 
trarca, per ' Dio ' (I, III, 2 ; II, Lv, 

II, LXXXVII, 9). 



UIME 



SONETTO 11. 



Son geiuini gli Amori: un, casto & pio; 
L'altro furente in desiderio insano: 
(Questo si mostra in terra in volto liumano, 
Quel vola per li cieli a lato idio, 

Qual di duo raccendesse il petto mio , 
Lo sa colei, che '1 cor mi tiene in mano; 
Arsi da presso, & arsi di lontano, 
Con la speranza eguale al gran desio. 

Con violenta voglia & imjiortuna, 
Anhelando al sidereo, almo paese, 
.Servii senza cercar mercede alcuna. 

Celeste fu la fiamma che m'accese: 
Che di quelle, che in ciel movon la luna, 
Una angelica foi'ina il cor mi prese. 



H 



SONETTO 111. 



Principe, sol di Alcide in terra un pegno, 
Che i feri, horrendi mostri atterra & preme; 
Di populi indigenti unica speme , 
Et sol di monarchia, più ch'altri, degno; 



Son. II. — 1-4. Accenna alla Ve- 
nere celeste ed alla terrestre degli 
antichi, e più specialmente alle pa- 
role di Socrate nel Conviv. di Pia- 
tone (cap. vni, traduz. del Ficino): 
(( quoniara vero duae sunt Vene- 
res , geniinxts quoque Amor sit 
necesse est ». Ci'r. anche il Coìiìi. 
di Senofonte , cap. vni (trad. del 
Foscolo, Sag. sul Petr., in Opere, 
I, 7). — 6. Petrarca, li, xx, 3-4: 
<(.,. colei c/l'avendo i'i maìio Mio 
cor ». — 7. Cfr. Petrarca , JV-., I, 
III, 168: « Arder da hinge ed ag- 
ghiacciar da presso »; ed il son. 
preced., 13 e n.— S. al gran desio. 
Petrarca, l, e vi, 18: «Ma con- 



trastar non posso al gran desio ». 
— II. {ST) Servi. 

SoN III. — A Ferrandino, prin- 
cipe di Capua , come risulta dal 
confronto con la canz. VII, in lode 
di lui. — 1-2, Intendo: ' Unico figlio 
del duca di Calabria (Alcide) , che 
domò i baroni ribelli (mostri) al 
dominio aragonese '. E dello stes- 
so Alfonso, anche il Bojardo, EgL, 
I, p. 78: « In terra non saran più 
ìnoslri o belve, Tutte le vedo op- 
presse andare al fondo Che'l nuovo 
Alcide le strugge e divelle ». — 1. 
pegno (lat. pignora cara): figlio; 
ciV. son. XIV, 5 n. — 2. Cfr. canz. 
XIX, 39 60. — 4 Nella canz. VII, 



RIME 9 

Il tuo valor, coraggio & alto ingegno 
Dan tal dilecto & meraviglia inseme, 
di', avendo te, nullo adversario teme 
Questo d' Italia bella il più bel regno, s 

In arme liuom lioggi incontro ad te non vale , 
Che con tal gratia & forza il braccio estendi, 
Che i movimenti son sovra huom mortale. 1 1 

Ardisco dirlo, &: tu da te '1 comprendi: 
Tu non ritroverai nel mondo eguale , 
Se gicà tu stesso teco non contendi. 14 

SONETTO IV. 



Ad quanto un cor gentile ama & desia 
Le mie speranze & voglie hor son si pronte , 
Ch' io spero anchor di lauro ornar la fronte 
Nel dolce luogo dove io nacqui pria. 

Pi-imo sarò, che'n l'alta patria mia 
Condurò d'Aganippe il vivo fonte , 
Venerando di Giove il sacro monte, 
Se morte dal pensier non mi disvia. 

E 'n su la riva del purpureo fiume 
Io vo' constituire un aureo tempio , 
In memoria del mio celeste lume. 



dice nessuno più di Ferrandino co- 
si degno de l' onore & nome re- 
gio. — 8. Dante, I)if. xx, 61 : « Su- 
so in Italia bella » ; Sannazaro , s. 
XXIV, 5 : « Sperava Italia bella ». — 
10-12. Anche nella canz. VII, loda 
le virtù guerresche di lui. 

Son. IV. — Scritto quando Fer- 
rante I era ancor vivo (-{-25 genn. 
1494) : cfr. vs. 12. — 3. (ST) Law-o. 
Sannazaro, c.xvii, 36: «Per po- 
termi di lauro ornar le chio- 
me ».— 4. Barcellona : cfr. son. seg., 
14. — 5-13- Imita Virgilio, Georg. 
ni, 10-16: (( Primi'.s ego in patriam 
raecum, modo vita supersit, Aonio 
rediens deducam vertice musas; 



Primus Idumaeas referam tibi , 
Mantua, palmas, Et viridi in cam- 
po templwn de marmore ponam 
Propter aquam, tardis ingens ubi 
tlexibus errat Mincius et tenera 
jiraetesit harundiue ripas. In me- 
dio mihi Caesar erit templumque 
tenebit. » Cfr. il son. xi di V. Gàm- 
bara a Carlo V. — 6. d'Aganippe 
il v. fonte. Sacro alle Muse, sul- 
l'Eiicona. —7. di Giove il s. mon- 
te. Il Monjuich, presso Barcello- 
na , dal lat. Mons Jovis. E cosi , il 
purpureo fiume del vs. 9 è il Llo- 
bregat, dal ìat. Rì'bricatus. — 8. 
Petrarca, I, cxvn, i : « Pien d' un 
vago pensier che mi desvia. — 1 1. 
Della sua donna, ch'ei chiamò sem- 



10 



RIME 



Et tu, Aragonio sol , eli' or io contemplo , 
Sarai del primo altare il primo nume, 
Che de divinità sei primo exemplo. 



H 



SONETTO V, 



Benché la turba errante hor non estime 
Il molle ingegno mio, non me n'adiro; 
Né dal mio canto in dietro io mi retiro, 
Le pene rimembrando ultime & prime. 

Ove '1 pensier mi leva alto & sublime 
Inaino al primo ciel volando io giro ; 
Da là si muove il suon del mio sospiro 
Con queste dolci & amorose rime. 

Et son secur, che quanto io canto e scrivo 
Di quel mio chiaro & lucido pianeta 
Vivrà , quand' io sarò di vita privo. 

So che poi del mio fin sarà quieta 
L' invidia , che si pasce hor in me vivo ; 
Et havrà Barcellona il suo poeta. 



'4 



SONETTO VI. 



Eendete gratie , o Muse , al bel paese 
Napol , dove il mio core ardendo visse , 
De le fatiche, benché indarno amisse, 
Per bellezze & vertù dal ciel discese. 



pre Luna. — 12. Ferrante I. 

Son. V.— 2. molle ingegno mio. 
Anche Properzio , II, i, 2 : a meits... 
mollis..X\hev'>y, le sue elegie amo- 
rose.— 4. Petrarca, I, e. XII, 4:((Quai 
fien ultime, lasso , e qua' fien pri- 
me ».— 6. Accenna al nome della 
sua donna. — 9-11. Ovidio, Amor. 
I, XV, 41-42: « Ergo etiam cum me 
supremus adederit ignis, Vivam, 
parsque mei multa superstes e- 
rit».— 12-13. Ovidio, Amor. 1, xv, 



39-40: V. Pascitur in vivis Livor: 
post fata qiiiescit » ; Properzio, IV, 
I, 21-22: « At mihi quod vivo de- 
traxerit invida turba, Post obitum 
duplici fenore reddet Honos ». — 
14. Petrarca, III, xxv, 3-4: a Fio- 
renza avvia fors'oggi il suo poe- 
ta. Non pur Verona e Mantoa ed 
Arunca )> : cfr. Ovidio, Amot\ III, 
XV, 7-8 — (ST) Poeta. 

Son. VI. — 2. Napol. Anche cosi 
il Sannazaro, e. xvu e s. xxxii.— 



RIME 



II 



Talché colei, che'l gran Tarquinio accese, 
Et l'altra, ch'aspettò tant'anni Ulisse, 
A questa, ch'entro a l'alma Amor mi scrisse, 
Non furo eguali in lor più sante imprese. 

Et non sol le presenti & le passate. 
Per honesta beltà chiara ciascuna, 
Ma quante nasceranno in ogni etate; 

Lor vertù numerando d' una in una, 
Non tanto degne fian d' esser lodate , 
Quanto un capillo sol de la mia Luna! 



«4 



SONETTO VII. 



Amor, se'l sospirar , se'l van desio, 
Se l'importuno, amaro, aspro lamento, 
Le voci triste in doloroso accento, 
T' han fatto la pietà porre in oblio ; 

A te stesso perdona il fallir mio, 
A te, prima cagion del mal ch'io sento; 
Però che se cantando io mi lamento. 
Tu sei quel che si lagna , & non son io. 

Et benché al mio cantar nessun risponde , 
Canto per disfogar il duol ch'io premo 
Ne la più occolta parte del mio core. 

Io son pur come '1 cygno in mezzo a 1' onde , 
Che quando il fato il chiama al giorno extremo , 
Alzando gli occhi al ciel cantando more. 



14 



5 sgg. Cfr. Petrarca I, cxxxiv, 
cLXXXix. — 5. Lucrezia romana. — 
6. Penelope. — 14. Somiglia l' ora- 
ziano {Od. II, XII, 21-24.): « Num 
tu quae teniiit dives Achaeineiies 
Aut pinguis Phrygiae MygJonias 
opes Permutare velis crine Licym- 
niae Plenas aut Arabum iIomos«. 
Son. vii.— e il 1° son. in (EN) 
con le var. : i el cantar mio; 2 Et 
l'i.; 3 voce; 4 hor più sfrenato 
hor più restio ;^ e al van desio ; 



6 Come ; 7 Perho se... me ; 1 1 Puy 
e. per sfogare. — 12-14. Ovidio, 
Epist. VII, I : « Sic, ubi fata vocant, 
udis abiectus in herliis Ad vada 
Maeandri concinit albus olor »; 
Met. XIV, 430: « Carmina iam mo- 
riens canit esequialia cygnus »; 
Sannazaro, e. ix. it-13: «Quasi 
un languido cigno su [)er l'erbe; 
Ch'allor che morte il preme , Gitta 
le voci estreme ». 



12 



EIME 



SONETTO Vili. 



Ben veggio, Amor, gli effetti asjjri, mortali 
De la tua man, che'l cor mi afflige & preme , 
Et come in vau si spera e'n van si teme, 
E '1 via magior si elege di duo mali. 

La forma pueril, gli adunchi strali 
Provo di piombo, & quelli d'oro inseme, 
Ma di cacciarti altrove nulla speme 
Mi resta, eh' a l'intrar perdesti l'ali. 

Dimi, rapace Amor, perché ti piace 
Pascere in nudo & arido terreno, 
Facendo col mio sangue assidua guerra? 

Quanto saria miglior col tuo veneno 
Tentar gli altri tranquilli in lieta pace , 
Ch'io non son huom, ma ombra & poca terra. 



14 



SONETTO IX. 



Si come io soglio, & come Amor m'invita, 
Alzai gli occhi ad mirare intento & fiso 
Quel volto , che già vide in paradiso 
Pi-ima ch'intrasse l'alma in questa vita. 



Son. yiII.-(EN) n. 3. — 3. Pe- 
trarca, Tr. I, 111, 1 19: «...e che si te- 
me e che si spera »; I , xix , 14: 
« E come spesso indarno si sospi- 
ra ». — 5-14. Traduce da Proper- 
zio, III, 111, 13-20: « In me tela 
manent, manet etpuerilis imago : 
Sed certe pennas perdidit ille 
suas ; Evolai heu nostro quoniam 
de pectore iiusquam Adsiduusque 
meo sangìtine bella qerit. Qui libi 
iocumdumst siccis habitare me- 
dullis ? I puer, en, alio traice tela 
tua! Intactos isto satius teìnptare 
veneno: Non ego, sed tenuis va- 
pulat timbra mea ». Cfr. anche 0- 
vidio , Aììior. II , IX, 13-16. — 8-9. 



(EN) perdisti] Di faniolento a. — 
14. (EN) Chio per me son una o. cC- 
poco t. — Petrarca, Tr. Ili, i, 2: 
« Ch'è oggi nudo spirto e poca 
terra ». 

SoN. IX.— (EN) n. 5.— I. Pe- 
trarca, I, Lxxvm, 5 : « Qui mi sto 
solo, e come amor m'invita»; 
e. XIII, j -.(.(. E coni' Amor la in- 
vita ». — 2. Petrarca , I , xiu , 8 : 
« Mentr'io son a mirartn intento 
e fiso ».— 3. vide. Cioè l'alma del 
vs. sg. Qui accenna alla dottrina 
platonica della preesistenza delle 
anime a' loro corpi ( v. Platone , 
Tim., 41-42 , e la canz. VI, 19 sgg.). 



UIME 1-3 

Simile il vidi a la beltà influita 
D'augelica natura, al chiaro viso, 
A la voce, al colore, al dolce riso, 
Ai cape' d'oro & a 1' età fioi'ita. 8 

Allhora vidi Amor, die 'n un momento 
Mosse centra di me tutte quell' arme , 
Che mover suol ne le più forti imprese. n 

Ond'ella per pietà del mio tormento 
Lieta ver me voltossi ad salutarme ; 
Et con più nova fiamma il cor m'accese. 14 

SONETTO X. 



Come stanco nocchier talhor si suole 
In mar pien d'alte & turbide procelle 
La notte affatigar priva di stelle , 
Il di carco di nubi & senza sole ; 

Così, lasso!, ad tutt'hore il cor si duole , 
Trafitto da mortali aspre quadrello, 
Bramando di veder le luci belle , 
Ch' Amor per suo destino honora & cole. 

Et discerner non sa la dubia mente 
Qual sia pena minor: pascer la vista 
Ne la mia Luna, o contemplarla absente. 

Pace non ha da lunge l' alma trista ; 
Nel suo conspetto il foco è via più ardente : 
Tal vita, Amor seguendo, alfin s'acquista! 



14 



— 6-8. Cfp. il petrarchesco (II, xiv, 
14): « Air andar, alla voce, al 
volto , ai panni »; anche noi Pe- 
trarca, poi: chiaro viso (I, Lxxiii, 9; 
II, Lxxvi, 1) e dolce riso (l, lxxxiv, 
I ; e. xt, 58; b. VI, 2 ; li, Lxxvi, 4; 
Tì\ III, II, 86). — 8. (EX) e. bion- 
di. — Petrarca , II, x, i : « Neil' e- 
tà sua più bella e più fiorita »; 
LXii , 3 : « Qual io la vidi in su 
Vetà fiorita ». — 9. (EN) io vidi.— 
1 i.(EN) m.sóle in le. — 12-14. l^e- 
trarca, I, b. v, 1, 3-4: « Volgendo 
gli occhi... Pietà vi mosse; onde 



benignamente Salutando, teneste 
in vitali core». — i4.(EN) ardente. 
SoN, X. — (EN) n. 6.— I. Pe- 
trarca , I, e. vili, 46-47 : « Come a 
forza di venti Stanco nocchier di 
notte »; e, 2: «... giammai stan- 
co nocchiero ».— g-i i. Da Ovidio, 
Epist. XV, 233-234: « Quid faciam, 
dubito: Dolor est meus illa videre, 
Sed dolor a facie maior abesse 
sua ». — 13. (EN) En sua presema 
il f. è assai p. a. — 14. Petrarca, Tì\ 
I, I, 25 : « Dicendo: questo per amar 
s' acquista ». 



14 RIME 



MADRIGALE I. 



Amor per augmentar la i^ena eterna 
Che centra ogni ragione ogn'liora sento, 
Mi fé' veder quel sol che mi governa, 
Oscuro no, ma si turbato in vista, 
Che dava segno di fatai portento. 
Tal che del rimembrar l'alma s'attrista. 

Et vidi i raggi d'oro a mezzo giorno 
Sovra '1 candido collo andare errando, 
Ch' asserenavau l'aere d'ogn' intorno; 
Ond' io rimasi cieco sospirando. 

SONETTO XI. 

Mirand'io intento il candido pianeta, 
Che mi governa & regge in dubio stato, 
Non so per qual destino o per qua! fato 
Non era, come suol, con vista lieta. 

Io con la mente timida , inquieta , 
Vedendo il volto suo così turbato , 
Eimasi pur com'huom, che spaventato 
Ne l'aere vede un lucido cometa. 

Premendo dentro il cor l'alto dolore, 
Et col volto speranza simulando. 
Celai li miei pensier dogliosi & mesti. 



forse presente il s. lmi del San- 
nazaro. — I. Petrarca, I, xiir, 8, in 
n. al son. IX, 2; Sannazaro, /. e, i : 
« Stando per meraviglia a mirar 
fiso». — il candido pianeta. La 
sua Luna.— 5. inquieta. (ST) ini- 
qiiieta, corr. negli ER. — 8. un lu- 
cido cometa. Cfr. il ^r. 6 v.ou:r,r(.z , 
il lat. diri cometae (Vir?., Georg. 
I, 488): ancbe G. F. Caracciolo (f. 
Son, XI. — (EN) n. 7. — Ebbe 1 Ixxx v): « Como il raggio de qui- 



Madr, I. — ( EN ) n. 2 , senza 
var.— 4. Petrarca, I, e. i, 81 : a Ella 
parlava si turbata in vista ». — 
7-8. Da Virgilio, Georg, iv, 337: 
« Caesariem effnsae nitidam per 
candida colla ». — 9. Petrarca, I, 
Lxxii, 4: « Che fanno intorno a se 
r aere sereno d ; evi, 8: « ... che '1 
ciel rasserenava intorno », 



KIME 



Constretto alfin da paventoso liorrore , 
Queste parole dissi sospirando: 
— Tante ire son neE^li animi celesti ? — 



iS 



H 



SONETTO XII. 



Quando talhor cantando il mio dolore 
Riconto a la mia Luna, che m'ascolta, 
Il pianto in riso spesso ella rivolta, 
Et in gelata neve il cieco ardore. 

Poi dice : — Egli è poetico furore, 
Che fa gli liuomini insani alcuna volta, 
E 'i far cantar con voce altiera & sciolta 
Finti tormenti & non -perfetto amore. 

Chi more amando & premio non desia , 
Et pascesi di star sempre digiuno , 
Non voi ragion, che fé data gli sia. 

Et la ragion anchor monstx'a ad ciascuno , 
Che finger di pater per gran follia, 
È dishonore, & non remedio alcuno. — 



14 



SONETTO XIII. 

Io seguo chi mi fugge & si nasconde, 
Et fuggo da chi vuol farmi contento , 
Lascio il terrea per seminar nel vento , 
Dispregio il frutto, & pasco amare fronde. 



sto mio cometa « — 12. (EN) For- 
zato... da spaventoso. — 14. Virgi- 
lio, Aen. I, 1 1. «... tantaene animis 
caelestibus irae?»; Sannazaro, l. 
e, 14: « Tant'ire son negli animi 
celesti? ». 

Son. XII. — (EN) n. 8. — 4. Pe- 
trarca, I, e. XVII, 82-83: «... ho '1 
cor via più freddo Della paura che 
gelata nere ». — 5. (ST) Poetico. — 
3-8. (EX) eh' è p.; Che ne sòl fare 
insani a. v.\ Mi fa : Fiati. — 1 1 .(EN) 
La ragion vuol che creduto non 
sia. — iyi4.{KS)patir]DishQnorè. 



Son. XIII. — (EN) n. 9. — 1 sgg. 
Sul fare di que' del Petrarca, 1, e. 
IX, 27-30: « Alcun è che risponde 
a chi noi chiama; Altri chi') pre- 
ga , si dilegua e fugge; Altri al 
ghiaccio si strugge. Altri di e notte 
la sua morte brama ». — i..(EN) ad 
chi; (ST) ad chi, poi corretto in 
ER. — 1-2. Ovidio, Amor. II, xix, 
36: « Quod sequitur, fugio; quod 
fugit ipse sequor ». — 2. (EN) 
fitggio. — 3. Petrarca , I , clviii , 
4: « Solco onde, e 'n rena fondo, 
e scrivo in vento ». — 3-4. (EN) in 



i6 



RIME 



Misero sitibondo fuggo l'onde, 
Possendo liaver piacer, cheggio tormento, 
Ad ognihor son chiamato & io no"l sento, 
Et chiamo chi giamai non mi risponde. 

Ne le fiamme divento un pigro gelo , 
E 'n mezzo de la neve un foco ardente , 
Lascio il riposo & vo dietro al dolore. 

Mia colpa no , ma crudeltà di cielo 
Repugnare al voler non mi consente: 
Così sempre mi segue & fugge Amore. 



14 



SONETTO XIV. 



Candido somno , allegro, lieto & chiaro. 
Che dal beato elei scendesti in terra. 
Per dar conforto al dolor che m'atterra, 
Et a sì lungo mal breve riparo. 

Quel pegno pretioso, dolce & caro, 
Che 'n un fermo voler gli animi serra, 
Concesso m'hai, poi de sì lunga guerra, 
Con poco mei temprando un molto amaro. 

Per tua mercé dormendo contemplai 
Quella beltade & quel soave, ascoso 
Candor, che nel mio cor sempre reluce. 



V.; sitibundo fuggìo. — 9 Petrarca, 
I, XXI, 5: « Dal pigro gelo e dal 
tempo aspro e rio ». — 12-13. (EN) 
culpa; col V. — 14. Finisce come 
tant'altri del Petrarca, I, lxxvi, 
14: «Notte e di tienmi il signor 
nostro, Amore » ; ecc. ecc. 

SoN. XIV.- (EN) n. 1 1. — Ebbe 
presente i sonn. li e lu del Sanna- 
zaro. — 1-2. Sannazaro, s. li, 1-4: 
« sonno, o requie, e tregua de- 
gli affanni. Che acqueti, e plachi 
i miseri mortali. Da qual parte del 
ciel movendo l'ali. Venisti a con- 
solare i nostri danni ». — ( EN ) 
amejio /. ecc. ; scendisti. — 5. Pe- 
trarca, II, Lxviii, i: ii Dolce mio 
caro e prezioso pegno »; I, e. n, 
55-56: (( Quanto '1 Sol gira, A- 



mor , piU caro pegno , Donna , 
di voi non ave ». Cfr. son. Ili , 
i e n. — 7. concesso m'hai. V. il 
brano del Sannazaro in n. ai vv. g 
sgg. — lunga guerra. Cfr. Pe- 
trarca, II, Lxxv, 12; Tr. VI, 140; 
III, V , 8.-8. Petrarca, II, e. vn, 
24-25: « Oh poco nìel, molto aloè 
con l'eie, In quanto atnaro ha la 
mia vita avvezza »; TV. I, ni, 186, 
190: « Ch'un poco dolce molto a- 
ynaro appaga,... E qual è '1 m.el 
temprato con l'assenzio ». — 9 sgg. 
Sannazaro, s lui, 1-3 : «Quel che 
vegghiando mai non ebbi ardire 
Sol di pensare , o finger fra me 
stesso, Contra mia stella il sonno 
or in' ha, concesso ». — V. vs. 7 n. 
10-12. (EN) suave:, traluce; no. — 



'7 



Vidi quel clie non spero veder m^i; 
lìingratio te, che fusti più pietoso, 
Clic quella mia celeste & alma luce. 

SONETTO XV. 

— Quest'è pur quella fronte alta & gioconda 
Che turba & rasserena la mia mente; 
Quest'è la bocca, che soavemente 
D' amorosa dolcezza hor mi circonda. 

Questi son gli occhi che'n la più profonda 
Parte del cor m'han posto fiamma ardente; 
Et questo è '1 petto che profusamente 
D'almo candore & pudicitia abonda. 

Hor ne le braccia io tengo il corpo adorno 
D' ogni valore , hor son con la mia dea , 
Hor mi concede Amor lieta vittoria...— 

Così parlar dormendo mi parea; 
Ma poi che gli occhi apersi & vidi il giorno, 
In ombra si converse ogni mia gloria. 



SONETTO XVr. 

Da che si leva il sol da i rosei scanni 
De l'alba, insin che giunge al celo hispano , 
Piango & sospiro, & m'affatigo in vano 
Per cui non vede i miei continui danni. 



13. Sannazaro, s. li, S (al sonno) : 
(( Ringrazio pur tuoi dolci, e cari 
inganni». — più (ST)jJi>?,non corr. 
in ER. 

Son. XV. — (EX) n. 40, senza var. 
Imita il Sannazaro, s. L, 1 sgg. : 
« Son questi i bei crin d'oro, ecc. 
ecc. » Cfr. Petrarca. II , e. vi, 56-58: 
«Son questi i capei biondi e l'aureo 
nodo, Dico io, eh' ancor mi strin- 
ge, e quei begli occhi Che fur mio 
Sol?)). — 5-8. Sannazaro, /. e, 3-5: 
«Son questi gli occhi ond'usci'l 



caro sguardo. Ch'entro '1 mio petto 
ogni vii voglia estinse? E questo il 
bianco avorio». — 13-14- Sannaza- 
ro, l. e, 13-14: « Chi ebbe, dicev'io, 
mai glorie tante? Quando apersi, 
oimè, gli occhi e ridi il Sole ». 

SoN. XVI. — 1-3. Petrarca, I , s. 
I, 7, io: « Ed io, da che comincia la 
bell'alba... Non ho mai trjpgua di 
sospir ».— I. scanni , 'seggi', come 
in Dante, 7>?/". 11, 112; Par. iv, 31 
XVI, 27, xxxn, 29; e nel Sannazaro' 
s. Lxx, 3.— 2. al e. hispano ' ad oc 



i8 



ItlMK 



Tanto riposo, quanto i dolci inganni 
Del somno Amor mi mostra in volto hnraano, 
E i sol tbesauri anchor con larga mano 
Mi porge, in guidardon di tanti affanni. 

Del desiderio il fine imaginato , 
Dormendo i sensi , fa veghiar la mente , 
Talché ne i sogni io son lieto & beato. 

Morir vorrei dormendo eternamente; 
Che, se '1 somno a la morte è somigliato, 
In tal morte io vivrei felicemente. 

SESTINA I. 



Quel ch'io no' spero mai vedere il giorno 
Ne la pivi bella & più serena luce, 
Veggio dormendo ne la oscura notte. 
Ond'io ringratio il mio soave sonno, 
Che mi mostra benegna la mia Luna, 
Agli occhi miei più chiara assai che '1 sole. 

Ma poi che rincomincia uscire il sole, 
Et col novo splendor n'adduce il giorno, 
Si presto fugge il lume de la Luna, 
Ch'io resto oscuro, quando gli altri han luce; 
Tanto riposo, quanto dura il sonno. 
Et per me il di sereno è negra notte. 

Candida, luminosa & lieta notte. 
Che vincer puoi si facilmente il sole . 
Tienmi sommerso in si profondo sonno , 



cidente'. — (ST) Hispann.—z,. dol- 
ci inganni. V. il vs. del Sanna- 
zaro in J7. ai son. XIV, 13. — 11. 
Petrarca , I, clviii , i : a Beato in 
sogno e di languir contento ». — 
12-14. Cfr. Sannazaro, s. lui, 11-13: 
;( Devea quel brieve sogno fare e- 
terno. 0, se per morte tal piacer 
s' acquista . farmi morendo uscir 
da questo inferno ». — 13. Ovidio, 
Amor. II, IX, 41 : « Stulte, quid est 
somnus, gelidae nisi mortis ima- 



go ? »; Virgilio, yEn. vi, 522: 
« Dulcis et alta quies placidaeque 
simiilima morti »: cfr'. Omero, Od. 
xni, 79-80. 

Sest. I. — (EN) n. 41. — 1-6. 
Cfr. il son. XV. 9-14.-1. (EN) non 
spera' .—j.(E}i)in la tì~anquilla. — 
6. Petrarca , II , lx , 3 : «... più 
chiara che 'l soley>. — 9. Petrar- 
ca, II. s. VII, 37: K ... al lume della 
lima ». — il. Cfr. son. XVI, 5-6. — 



RIÌIE 



IO 



Ch'io non veggia mai più aurora o giorno, 
Sol che lui mostri la perpetua luce 
De la mia casta , pura & aurea Luua. 

Quando comincia uscir quell' altra luna 
Dal nostro mar, per dar lume a la notte, 
Allhor m' addormo & veggio l'alma luce 
Di quella, che mi scalda più che '1 sole; 
Ma , poi che aprendo gli occhi , vedo il giorno , 
Conosco che mia gloria è ombra & sonno. 

Sempre si mostra dolce in dolce sonno 
Ne la vigilia amara la mia Luna; 
Et benché alcuna volta io soglio il giorno 
Veder sua forma vera, & non la notte. 
Si despietata si dimostra al sole , 
Che vita oscura aspetto di sua luce. 

Le tenebre de gli altri ad me fan luce, 
Pur che da gli occhi miei non fugga il sonno, 
Né m' abbandono a l' apparir del sole 
Il fugitivo raggio de la Luna. 
Cosi si chiudan in eterna notte 
Questi miei lumi, & mai non vedan giorno. 

Non vide giorno mai più bella luce, 
Ch'io quella notte, che mi venne in sonno 
La Luna ignuda ornata del suo sole. 



t8 



30 



36 



39 



CANZONE I. 



Tra questi boschi agresti , 
Selvaggi, aspri & incolti, 
Ov'io son solo, & altri non mi vede, 



23. (ST) ochi, non corr. in ER. — 

24. Clr. son. XV, 14.— (EN) Co- 
gnosco. — 34. Petrarca, I, e i, 112: 
(( Ivi accusando il fuggitivo rag- 
gio ^).—l^. CtV. sou. Xl\', 9-11. — 
sole, ' bellezza'. 

C.^Nz. I. — (EN) n. 10. — 1-8. 
Properzio, I, xviii, 1-4: « Haec certe 
deserta loca et laciturua querenti, 



Et vacuum Zephyri possidet aura 
nemus: Hic licet occultos proferre 
jupuue dolores , Si modo sola 
queaiit saxa tenere /idem » ; San- 
nazaro, e. VII. 1-6: « Or son pur 
solo, e non è chi m'ascolti Altro 
eli' e' sassi, e queste querce ami- 
che , Ed io ; se di me stesso oso 
fidarme. secretarj di mie peae 



20 - UtMK 

Posso far manifesti 

I miei tormeuti occolti 5 

E '1 foco, che l'afflicta alma possedè. 

Sol che constante fede 

Si trove in questi sassi; 

Et non m' accuse il vento, 

— Che mux'murar lo sento io 

Pei' questi luoghi foschi, oscuri & bassi, — 

A quella, che m'incende; 

Che del parlar d' amor tanto s' ofi'eude. 

Onde cominciaranno 
I ]3rofondi sospiri , 1 5 

Ch' emjiiou del mio dolore il bosco ombroso. 
Ad ricontar 1' all'anno , 
Le pene & li martiri, 
Che sente il cor senza sperar riijoso ? 
Quel volto disdegnoso, 20 

Che con un dolce errore 
Rivolve la mia vita, 
Ad pianger più m' invita , 
Non volendo eh' io pianga il mio dolore ; 
Né vuol eh' io caute scriva, 25 

Et di j^arlarne meco anchor mi priva. 

Che deve dunque fare 
Un cor eh' è destinato 
Ad amar sempre & non posar giaraai ? 
Et di lagrime amare 30 

Si pasce Amore ingrato , 
Et non se può satiar di pene & guai. 
Folle si mostra assai. 



antiche, A cui son noti i miei pen- 1 stus? Quod mihi das flendi, Cyn- 

sieri occolti Potrò fra voi sicuro i thia , principiiim? » — 16. (ÉN) 

or Jamentanno? ». — 9-ii.Sanna- | enipien. — 17. Sannazaro, e. vin. 

7aro , e. XI, 11-12: «Né il vento i 26: « Comincio teCo a ricontar 

ne riporte i niiei sospiri In parte j miei danni ». — 27. (EN) dhelbe 

ove io non voglia», — 14-ig. Pro- 1 adunca. — 30. Petrarca, I, xui, i: 

perzio, ^. e, 5-6: <( linde tuos pri- « Piovonmi aìnare laqriìne dal 

mura ropetam , mea Cynthia, fa- ! viso ». — 33-36. (EN) Et fiamma 



lllME 2 1 

Chi pugna con chi insegna 

Di macular le mane 35 

Nel sangue <fc membra humane : 

Come colei che die' la morte indegna 

Al frate & a li figli , 

Seguendo amore e i mal presi consigli. 

Però quest'aspre pene 40 

Con rime acerbe & dure, 
Conformi assai con questo liorrlbil foco , 
Disfogar mi convene 
Tra queste selve oscure, 

Poi che pianger non lice in altro loco. 43 

Qui senza tema invoco 
La cagion de mia morte, 
Quella, ch'ai primi giorni 
Mostrò con atti adorni 

Segni de più gioconda & lieta sorte, 50 

Ond'io presi baldanza, 
La qual poi mi privò d' ogni speranza. 

Talhor quand' io cantava 
In più soavi accenti 

Col cor pien d'ardentissinia dolcezza, 55 

Intenta ella ascoltava 
Il suon di miei lamenti , 
Odendo ragionar di sua bellezza. 
Et con dolce vaghezza 

Mi disse un di ridendo: 60 

— N.è donna, né donzella 
Fu vista mai si bella, 



(& foco Gli piace: <& anco insegna 1 gliuoli Mermero e Perete. — 38-39. 
Di macT.lar le{sìc)maììoNel molle (EN) Aluno e alaltro figlio... elm. 
saìigiie huniano. — 34-36. Da Vir- preso consiglio. — 39. Petrarca, I, 
gilio, JS'r/. vili , 47-48 « Saevos A- cxvii , 13: « Di scovrirle il mio 
luor docuit naturimi sanguine ma- mal preso consiglio ». — 30. (EN) 
treni Comraacn lare niaiius ». Cfr. Segni di farme haver piti lieta s. 



anche Properzio, IV', xviii, 17-18. 
37-39. Medea, p^r amo.' tli Giasone, 
uccise il fratello Apsirto ed i fi- 



— 38.(EN) Intendo {X.in tendendo) 
lodar la s. b. — 61. Petrarca, I, e. 
XV, 2^: « Né donna né domel- 



22 lilMli 

Com'hor tu canti. — Ond'io risposi ar Jendo : 

— Quel che non trova pare 

Il vostro sjpecchio sol vi può mostrare ! — 

Cosi quel folle ardire , 
Che forse agli altri giova , 
Fu cagion d' affrenar quasi il desio. 
Forzandomi il martire 
A far l'ultima pruova 
D'aprir tacitamente il dolor mio. 
Talché quella, per ch'io 
Ardo, quand'heLbe intesa 
La voglia tanto audace, 
Con un volto minace 
Da rivocare ogni alta & forte impresa , 
Superbissima tacque : 
Ond' un gelato ardore al cor mi nacque. 

Canzon mia, non uscir fuor da la selva, 
Pon freno a la tua voglia, 
Finché mercé del cielo indi ti scioo^lia. 



6s 



7b 



BALLATA 1. 

Amor par che si sveglie & j^renda 1' arme 
In mano per aitarme & farmi audace, 
Ma sempre sì fallace 
M' il trovo, ch'io non oso in lui fidarme. 

Quei begli occhi soavi , che mi fanno 
Languire in tal furore, 
Monstran più lo splendore 
Che prima, quando m' eran tanfo avari; 



7a 1). — 63-65,. (EN) scriiri; Il vo- 
stt^o specchio chiaro Vi pò ma- 
sticar quel che non trota il pa- 
ro.— 67. (EN) d'abassar lalto d.— 



69 (EN) la f. — 76. (EN) Sitper- 
ba alhor. — 78. ( EX ) [ore dil 
bosco. 
Ball I. — (EN) n. 12: 7. 2^iù 



1(1 mi: 23 

Et girano il martire in dolce afTanno, 
!*ra non s'allegra il core, 
Anzi cresce l'ardore, 
E molto più son li tormenti amari. 12 

Però che quand' io veggio i segni chiari 
Del mio sperar, che nasce a poco a poco, 
AUhor pili m'arde il foco, 
Et dubito ch'Amor vole ingannarme. 15 

SONETTO XVII. 

Insidioso Amor sempre fallace, 
Fraudulente speranze & vana fede, 
Con perfide promesse di mercede 
Mi volete forzar d'essere audace? 4 

Occhi, ov' accende Amor l'ardente face, 
Et rinovarla ogn' hor chiaro si vede , 
Poi' che l'afflicto cor più non vi crede. 
Tentate alcuni, che viva in lieta j)ace. g 

]\[a voi, biasteme inique, aspre, mortali. 
Repulse dispietate e sdegni crudi. 
Continuate i vostri amari accenti. 1 , 

Che i miseri dan sol fede a lor mali. 
Che son d' ogni speranza tanto ignudi, 
Che creder mai non ponno esser contenti. 14 

MADRIGALE II. 

Io vidi, Amor, li tuoi faUaci inganni. 
Et so eh' un dolce sguardo porta appresso 
Mille repulse, sdegni & ire amare. 3 



risplendore; 12 li sospiri; 16 voi. 
— 1 1. (ST) ctesce, corretto ia EU. 
Son. XVIF. — (EX) n. 13: 2 spe- 
ranza; 5-Ó Dolce mirar pien da- 
moroso (sic) face Oro ad ognora 
amor e. se v.;8 T. alcun ; 9 b. Ì7i- 



inste a. mortale.— 12-1$. Petrar- 
ca, I, xcix, 14: « Gli' a gran spe- 
ranza iiom misero non crede ». — 
(EN) dan fede solo al male ; Per- 
che son- di speranza t. i. 
Madr. IL— (EN) n. 14: 7 es^ 



24 KIME 

Ma j)er fuggire alcun di tanti affanni, 4 

Creder ti volsi & ingannar me slesso; 
Hor questo inganno in me non può durare. 

Ch'io veggio in crudel signo essersi vòlto 
De la mia Luna il chiaro & lieto volto. s 

SONETTO XVIII. 

Poi che saper volete in quale stato , 
Madonna, Amor servendo, io mi ritrovo, 
Odite il mal meraviglioso & novo, 
Che sempre mi procura il duro fato. 4 

Per r aere vo volando , & sou portato 
Da tempestosi venti, & non mi movo; 
Et caldo & freddo ogn'hora inserae provo, 
E spero da speranza abbandonato. . 8 

D' un monte chiaro & pien di bianca neve 
Esce la fiamma ardente che mi strugge, 
Et tremo ove m'accende il gran desio. n 

Veggio Amor che si mostra hor grave, hor lieve, 
Hor mi segue correndo, & hor mi fugge: 
Quest'è '1 morire, & questo è '1. viver mio. 14 

SESTINA II. 

Ne la stagion che suol mancar la notte 
Non tanti fior produce 1' alma terra. 
Né tante fronde sparge autunno al vento. 



ser rivolto. — 5. Petrarca, Ti: I, I donna : o Chiaromonte , o Mon- 
ili, 166: « So mille volte il di in- | talto , o altro simile in cui entri 



ganìtar me sfesso ». 

SoN. XVIIl.— (EN) n. 15.— Imita 
il Petrarca, I, xc. — 1-2. Petrarca, 
Le, 14: din questo stato son,Don- 
va, per vui ». — 4. (EN) il crudel 
/!— 5-6. Petrarca, /. e. , 3: « E volo 
sopra "1 cielo, e giaccio in terra ». — 
7-8. Petrarca, l. e. , 2: « E temo e 
spero , ed ardo , e son un ghiac- 
cio )). — 9-11. d' un monte chiaro. 
Si potrebbe forse nascondere in 
queste parole il cognome della sua 



la voce monte, mess-dv\ certamente 
di proposito, e mancante, si badi , 
al brano petrarchesco qui imita- 
to (I, CL, 1-2, 8): « D'iin bel, chia- 
ro, polito e vivo ghiaccio Move la 
fìamtna che m'incende e strtigge,.. 
Ed io, pien di paura . tremo e tac- 
cio » (e dal suo vs. 7,' il fugge del 
vs. 13).— 10- II. (EN) Nasce; <&più 
m accende. 

Sest. II. — (EX) n. 17. — Ebbe 
presente il Petrarca , I , s. vu (di 



RIME 

Né tante fere sono in ciascun bosco, 
Né tante stelle fugga il chiaro giorno , 
Quanti son nel mio petto acuti strali. 

Amor con velenosi & aspri strali 
Non mi lascia posar sol una notte , 
Anzi mi fa vegliiare insino al giorno ; 
Poi, ritornando l'ombra de la terra, 
Vo pur come animai di bosco in bosco, 
Spargendo le mie voci in vano al vento. 

Mai non bastò procella o forte vento 
In affrenar d' Amor gli adunchi strali , 
Né mi valse fuggire in antro o bosco , 
Ch' a l'alba, al sole & a la negra notte 
Non pensassi con gli occhi fissi in terra 
A quella, che mi prese al primo giorno. 

S'io potessi veder che solo un giorno 
Il mio cantar non se ne andasse al vento, 
Alzandosi il mio ingegno da la terra , 
Pur ch'allentasse Amor l'arco & li strali. 
Mai più non temerebbe eterna notte 
Quella, che Pan chiamava a l'alto bosco. 

Ma vedrasi senz' ombra il negro bosco , 
La sera fia comincio del bel giorno, 



cui mantiene le rime notte, boschi) 
ed il Sannazaro, sest. iv (di cui 
serba le rime bosco , vento, stra- 
le). — I. Petrarca, I, e. iv, i : « Nella 
stagion che il elei rapido inchi- 
na».— 2-6. Petrarca,!, s. vii, 1-6: 
« Non ha tanti animali il mar fra 



2 1 : « A forza mi fa gir di bosco 
in bosco ». — (EN) Vo con gli al- 
tri. — 13-15. (EN) Mai per pro- 
cella o tetyipestoso v. ; Noyi tenne 
in dietro a. l' a. s.; in prato o 
b. — 18. (EN) vinse.— 22-30. (EN) 
{P. chatnore adolcisse i anni s.) ; 



Tonde, Né lassù sopra '1 cerchio : tetri eria ; Quella che mi ritiene 
della luna Vide mai tante stelle inchinso al boscho; ogniun ve- 
aicuna' noWe. Né tanti augelli al- ' drà\ La s. in v.n momento se- 
bergan per li boschi. Né ta»f'erbe \ rà g.\ Li di si mntarano in una 
ebbe mai campo né piaggia, Qi<an- 1 n. ; firmo; chadolcisca amor la- 
J'ha '1 mio cor pensier ciascuna 1 mari s. ; asciutta. — 23-24. La 
sera »; e Sannazaro, l. e, i sgg. : Luna, amata anche da Pane. Vir- 
Non fu mai cervo si veloce al | gilio, Georg. 111, 391-93: « Munere 

sic niveo lanae, si credere dignum 
est, Pan deus Arcadiae ca[)tam te, 
Luna, fefellit In nemora alta vo- 
cans». — 25-30. Cose impossibi- 

4 



corso Né leopardo ecc. ». — 6. San- 
nazaro, ^. e, 9: «Ripensa al velenoso 
acuto stilale ». — 7-8. (EN) vene- 
nosi; lassa. — 11. Sannazaro, l. e, 



26 KIME 

Et portarà l'aurora oscura notte, 

Il foco sarà freddo & 'fermo il vento, 

Pria che dal cor si partan tanti strali, 

fior si veda in questa arida terra. 30 

sole, luna, stelle, mare, o terra. 
Volete pur clie'n questo oscuro bosco. 
Col cor trafitto di pungenti strali , 
Vedan quest' occhi miei l' extremo giorno ? 
Né mi veggia morire altro che '1 vento , 
Senza sperare una felice notte ? 36 

La Luna, honor di notte & del bel giorno, 
• Gli strali addolcir può nel dolce bosco, 

Et col suo vento rinfrescar la terra. 39 

SONETTO XIX. 

Forse che voi col parlar crudo & fiero, 
Con repulse sdegnose & fervide ire , 
Col superbo tacere & volto altiero 
Credeti spaventar l'alto desire? 4 

Eitorne in dietro il vostro van pensiero , 
Ch'Amor non sa temer pena o martire. 
Et quant'io da vertù men j)remio spero, 
Più cresce 1' animoso & vivo ardire. g 

Vostra beltà coi primi sguardi suoi 
Nel cor mi penetrò si ratto & forte. 
Che forza mai non hebbe uscirne poi. 1 1 

Ragion non già, ma l'importuna sorte 
Mi stringe ad desiar di veder voi , 
Ch'io so che vo cercando la mia morte. 14 



li : come 7iei latini ( Virgilio , 
Egl. I, 60-64, Properzio IH, vii, 
29-33, XXX, 49-51 ; IV, XVIII, 5-8; 
Ovidio, Ibis, 31 sgp:. ecc.) e nei 
nostri ( Petrarca I , xxxvii , 5-8 , 
s. VII, 16- 1 8 ; Sannazaro, Arc..\). yi). 



scuro il bosco ». — 33. Petrarca, 
Tr. I , I, 30 : « Parte feriti di pun- 
genti strali «; Sannazaro, l. e., 34: 
« Pungimi il cor con un più bello 
strale)).— Si- (EN) reda. — 38-39. 
(EN) paria adolcir& in questo b. ; 



■26. comincio. Anche nel Vocah. Et col bel w 

con un esempio di Fra Guittone, Son. XIX. — (EN) n. 18: S> cie- 

Lett, j2. — 32. Sannazaro, sest. IV, co a.; 11 Che giamai ne pos- 

31: «Signor, tu vedi quanto è 0- I sula uscir di poi; 13 ad ricer- 



RIME 



27 



SONETTO XX. 



Se'l parlar perturbato & pien di horrore , 
Diverso da l' humano & lieto volto , 
Ha possuto privare un core stolto 
D' ogni speranza & d' ogni cieco errore ; 

Scemar non può quell' abundante ardore 
Che vive & cresce sempre dentro occolto ; 
Ma temo ch'io sarò tosto sepolto: 
Si m' afflige il mortale impio dolore ! 

Ma s' alcuna ombra in ciel negli abissi 
Riman di poi l' acerba morte mia , 
Non gira mai tra l'anime quiete, 

Anzi chiamando il nome in ogni via 
Di lei, per cui, morendo, al mondo vissi. 
Non passarti le negre onde di Lete. 



14 



CANZONE II. 



Errando sol per antri horrendi & foschi, 
Et per deserte piagge, aspre & noiose. 
Sterili, ove giamai pianta non nasce; 
Non, come pria solca, per lieti boschi, 
Né per fioriti prati valle ombrose, 



ca}\ — Similmente il Sannazaro , 
s. xml : « Se per fiirmi lasciar la 
bella impresa, Mi mostrale, Ma- 
donna, orgoglio ed ira ecc. ». CtV. 
anche Peirarca , I, cxix , 12-14, 
cxs, 9-14. 

SoN. XX. — (EX) n. 19: 4 va- 
no; 5-6 Non -pò ìnancar del a. 
a. Chio tengo dentro a calma 
sempre o. ; 8 aspro d ; 9-11 in 
terra o in ab.; in ciel ritnane 
dipoi la m.m. ; Non potrà gir fra 
laltra me (1. alme.) q.; 13 Di 
quella per cui al mondo in pena 
V.; 14 N. p. giamai lacqua di l. — 
5. quell' a. (ST) quel , non corr. 



in ER. — 9. Petrarca, I, xcv, 9: 
« Ponrai in cielo od in terra od in 
abisso ». 

Canz. II. — (EN) n. 20. — Imita 
il Sannazaro, e. xv; il quale quel- 
l'immaginazione di Lucrezio, De 
rer. nat. 111, 991-1021, che i sup- 
plizi immaginati dai poeti per l'ol- 
tretomba non fosser altro che i do- 
lori della vita [ « Atque ea, nimi- 
rum, quaecumque Aclierunte pro- 
fundo Prodita sunt esse, in viia sunt 
omnia nobis »] ; riferi tutta ai tor- 
menti di amore. E da essi anche M. 
A. Epicuro nella Cecaria, p. 36 sgg. 
(M). — 4. (EX) Non già come s. — 
5. Manca in (ST) , T ho supplito 



28 



EIME 



Mi mena Amor, che si nutrica & pasce 

Del mio cor , clie rinasce 

Et cresce ogni hora assai più che non manca , 

Devorato di quel bramoso augello , 

Sol perché fu rehello 

De la ragion , la qual fugata e stanca 

Fu vinta dal desio terreno & frale , 

Ch' ebbe ardir di tentar cosa immortale. 

La notte e '1 di per naturai costume, 
Misero!, in van supporto eterni affanni, 
Servendo a tal , che del mio mal non cura. 
Al lito d' un veloce & alto fiume 
Un vaso perforato & pien d'inganni 
Empio de l'acqua turbida & oscura, 
Che dentro poco dura, 
Fluendo per le rime in un momento, 
Et chiaramente veggio il falso inganno. 
Et pur sempre m'affanno , 
In questo amaro , eterno & van tormento , 
Ch' io suffro & per mia colpa & per mia sorte , 
Che diedi a la ragione indegna morte. 

Ne l'acque fresche, liete, dolci & chiare 



'5 



da (EN). — 6-g. La pena di Tizio. 
Virgilio, uSSn. VI, 398 e 600: 
« Immollale iecur.,. iiec fibris re- 
quies datur ulla reiiatis ». Sannaza- 
ro, l. e, 108-110: «E per più do- 
glia il cor sempre rinasce; E del 
suo danno pasce Quel fier clie più 
digiuno ognor l'assale». — 8-9. 
(EN) Ognor crescendo; Quandol 
deverà il famolento iicello. — 11- 
13. Sannazaro, l. e , 103-107: a On- 
d'è ragion ch'incolpe Se stessa, e'i 
suo pensier vano, e fallace; Che la 
fé troppo avulace In cercar per 
suo male Tentar cosa itnmor- 
talef). — 12. (EN) venuta (I. ven- 
ta).— i^. (EN) In vano mi afa- 
tigo <& senza prode. — 16. Pe- 
trarca , I , m. IV , 2 : « Tuo regno 
sprezza e del ìnio mal non cu- 



ra »; e. V], 45: « E la colpa é di 
tal che non ha cura ». — 17-21. 
La pena delle Danaidi. Sannaza- 
ro , l. c.^ 17-24: «Tra le infide so- 
relle al mesto fiume (Ahi fatiche 
diuturne) Il di mille, e mill'urne 
Torna ad empir tutte di fondo 
scosse. Né per riposo mai d' ore 
notturne, Per caldi, né per bru- 
me Cessa dal suo costume, Sic- 
com'ella di lor pur una fosse ». — 
18. un vaso perforato. Lucrezio, 
l. e , 1007 : « pertusum . . . vas ». — 
(EN) &pien di frode. — 21. ri- 
me, latin. ' fessure'. — 24-28. (EN) 
aspro t. ; ce non per s. ; Poi che 
die; amene dolce & e. ; ieiunn. — 
27-33. La pena di Tantalo. San- 
nazaro, l. e, 49-64: «Al dolce 
suon de' rivi freschi, e snelli Si- 



RIME 

Ardo digiuno, infermo & sitibondo, 

Et bagnar non mi posso i labri ardenti. 

Ognilior mi vien, per più mi tormentare, 

Un pomo suavissimo & giocondo 

Inanzi a gli occhi cui^idi & intenti; 

Ma quando i famolenti 

Sensi distendon la furente mano 

Con dubbia speme & con certo desio , 

Misero!, allhor ved'io, 

La speranza e '1 desire andare in vano : 

Sol perché diedi ad una inclyta Dea 

L'amata libertà, che un tempo havea. 

Ovunque io mi rivolga, ad ciascun passo 
Mi trovo pien di paventoso horrore , 
Di gelato sospetto & van desire. 
Ne r aere pende per mia morte un sasso , 
Che minaccia mina ad tutte l'hore, 
Ond'io tremo morendo in tal martire. 
Et quando di morire 
Cresce la speme a l'alma sbigottita, 
Quel sasso, che nel capo ognihor mi viene, 



29 



30 



33 



45 



tibonda poi siede; E, quando ber 
si crede , l' acqua da' labbri s'al- 
lontana , e fujrge. Né meno in- 
torno agli occhi ancor si vede 
Da' be' rami novelli Frutti pender 
si belli. Che sol mirando si con- 
suma, e sut'ge. K chi cosi la strug- 
ge (Perchè '1 duol sia maggiore) 
Le fa sentir i' odore , Inchinando 
ver lei li carchi rami: Onde con- 
ven che brami, E sol d'ombra si 
pasca, e del suo errore; Non strin- 
gendo altro mai, che vento, e 
fronde , E sia Tantalo posta in 
mezzo l'onde» Cfr. Virgilio, l. e, 
603-607. — 27. Petrarca, I, e. xi, i : 
« Chiare frasche e dolci acque». — 
31. (EN) Un fructo... locando. — 
33. famolenti: cfr. anche son. 
Vili, 9, n.; Sannazaro, /. e, 100: 
« D' un voltor fanmlentn , aspro , 
e rapace ». — 3-I-36. (EN) S. voi- 



no allargar la stanca m. Con 
la speranza incerta & van d. ; 
La speme col desire andar lon- 
tano. — 38. (EN) ad una irmnor- 
tal d. — 40. (EN) Doi'ìcncha: — 
43-50. Sannazaro, l. e, 73-80: « E 
parie or presso , or lungo Vedersi 
in su la testa Una selce funesta 
Con mina cadere, e con spavento : 
Né scema un sol momento La 
paura , e '1 dolor che la molesta. 
Misera; or non è meglio un chiu- 
der d'occhi, Ch' a tult' ore aspet- 
tar che '1 colpo scocchi? )>. — 43. 
Lucrezio , Le, 978 : « Nec miser 
inpendens magnum timet aere sa- 
xicm ». — 44. Virgilio, l. e , 602- 
603 : « Quo super atra silex iam 
iam lapsura cadentique Iinminet 
adsimilis ». — 43-46 (EN) Cosi vivo 
m. ; Et se pur di m. — 4S-52. 
(EN) che di sopita; Nei camini 



30 RIME 

Ne l'aere si retieue, 

Né cade, né si ferma. dura vita! 50 

L' alma pur non si pente , anzi piìi vole 

La luce, che pertiene solo al sole. 

Chi vuol dunque vedere il mal che preme 
Queir anime infelici & tormentate 
Ne li martiri del tartareo regno, 55 

Venga a mirar tutte le pene inseme 
Dentro '1 mio cor, ch'eternamente paté. 
Anzi il morir, martirio di lui degno. 
Qui si vede l' ingegno 

Del cieco amor, crudel , fallace & lieve, 60 

E '1 modo come tratta i suoi seguaci, 
Et come gli fa audaci. 
Qui può veder che 'n questa vita breve, 
(S'io non m'inganno, e '1 ver veggio & discerno,) 
È ciascuno a sé stesso un diro inferno. 65 

Canzone, io non fui mai 
Nei campi Elisi & fortunate valli , 
Ov' altro sol si vede & altra luna , 
Né mai l'aere imbruna, 

Né vivo ascoso in quei secreti calli 70 

Coverti d'amorosi, ciprii mirti; 
Ma son più giù tra più dolenti spirti. 72 



(1. vel camin); Ne mi conduce 
al fin ne ini da vita; cG ancor 
vole; al chiaro s. — 53-58. San- 
nazaro, l. e, 1-4 :« Qual pena, 
lasso , è si spietata e cruila Giù 
nel gran pianto eterno , Che nel 
mio petto interno Via maggior 
non la senta l'alma slanca?». — 
55. (EN) Nel più 2rro fondo dil t. 
r. — 57-58. (EN) eternalmente ; 
per merito condeqno. — 60. (EN) 
Dil vano. — 64. (EN) Se non min- 
ganna il vero (& ben d. — 65. S.m- 
nazaro , l. e. , 5 : « La qiial dan- 
nata in questo vivo inferno )). — 
(EN) Ad se stesso ciascun è un 
d. i. — 66-67. Sannazaro , /. e. , 



1 13-1 1 5 : <( Canzon mia , mai nel 
Cielo Tra li beati spirti Non fuiy>. — 
67-69. Virgilio, JEh. vi, 638-641 : 
a Devenere locos laetos et amoena 
virecta Fortnnatorutn nemornm 
sedesqne beatas. Largior hic cam- 
pos aether et lumine vestii Pur- 
pureo,. 9o/emque suum, sua siilera 
norunt ». — 68-71. (E^"' Ore ri- 
splende un Incito terreno Et lae- 
re e più sereno; Ne sto; & sacri 
m. — 70-71. Virgilio, jEn. V),442- 
444: «Hic quos durus amor cru- 
deli tabe peredit , Secreti celaut 
calles et murtea circum Silva te- 
git ». 



RIME 3 1 



SESTINA III. 



Tentato ho d'ingauuar gli occhi & la mente 
Fuggendo inanzi al raggio de la Luna, 
Che piìi m'accende il cor de viva fiamma, 
Quando più freddo mostra il bianco lume; 
Ma non fuggii giamai dal suo bel viso , 
Ch' ella non mi segiiesse in ogni parte. 

Ne la più occolta & più secreta parte 
De la mia tenebrosa oscura mente 
Eestò scolpito il dolce & lieto viso 
De la serena, pura & chiara Luna, 
Il dì eh' io vidi il suo celeste lume , 
Che nel cor mi lassò perpetua fiamma. 

D' una mortai, vivace & sacra fiamma 
Son divorato dentro a parte a parte, 
Et già si mostra fuor l'ardente lume; 
Che '1 van pensier, che gira la mia mente, 
Per furor de la dura, irata Luna, 
Mi fa correr col foco in mezzo al viso. 

Chi vide mai d'un dolce humano viso 
Uscir crudele, amara & empia fiamma. 
Chi crederà giamai che 'n quella Luna, 
Che de gli cieli tien l'infima parte , 
Viva tanto superba & alta mente. 
Che tegna sotto i piedi ogni altro lume? 

Quell'almo, altero, eterno & vago lume 
Che mi mostra ogni giorno un altro viso. 



Sest. II. — (EN) n. 26 — 5. I V, 10.— 19-20. (EN) Chi vidde al 
fuggii. (ST) /w^/^rz. — 1 1. celeste inondo duna h.; e. <& dispietata 
lume. Cff. Petrarca, I, clxxv , /".— 22. (EN) Che tien del del la 
1; Tr. I, 111, 137. _, 2. (EN) \ più propinqua i).-~2.^. (EN) sot- 
niha lassato eterna f. — 15. ar- tal pede. — 25. vago lume. Cfr. 
dento lume. Cfr. Petrarca, I, s. | Petrarca, I, e. x, 68. — 20. ogni. 



32 



In tal guisa rivolve la mia mente , 
Che quanto veggio mi par foco & fiamma, 
Né possendo firmarmi in altra parte, 
Mi trovo intorno al cierchio de la Luna. 

Endimion, quell'amorosa Luna, 
Chiudendo in somno il tuo beato lume , 
Ti die' del ciel la più felice parte; 
Ma questa mia , che col sereno viso 
Mi dimostra alternando hor gelo, hor fiamma, 
E d'una dura, inexorabil mente. 

Da la sua propria mente la mia Luna, 
Et non di fiamma altrui, prende '1 bel lume, 
E '1 viso di beltcà tien magior parte. 



30 



36 



39 



CANZONE III. 



Non posso homai tener le fiamme eterne 
Tanto tempo nascose 

Nel petto molle & pien d'insano errore; 
Che (se la cieca mente il ver discerne) 
De le pene amorose, 
Nulla pivi che '1 tacere afflige il core. 
Esca dunque di fuore 
Di secreti pensier la grave salma, 
Ch'io premo dentro a l'alma; 
Esca quest' aspra voce homai gridando , 
Acciò che senta ocrnlun eh' io moro amando. 



(ST) ogni, con-, in ER.— 27. (EN) 
Rivolve in tal inanera. — 30. cier- 
chio de la Luna. Cfr. Petrarca , 
I , s. VII , 2. — 31-33- Endimion. 
Dorniei:.lo egli in una grotta del 
monte Latmo, ogni notte la Lima 
veniva a baciarlo ed a posarsegli 
accanto (cfr. Teocrito, Id. xx, 37- 
39; Cicerone, Tusc. i,76;Pausa- 
nia, V, 5, 3-5 ecc.). Di qui il titolo 
di queste rime, perché, come lui, 
anche il poeta , era amante della 



Luna.—- Sannazaro, c.vn, 37-38: «E 
pur sei quella Luna Ch' Endimion 
sognando fé' contento». — 32. (EN) 
Adortnentando col tuo bel. — 38- 
39. (EN) Bexterna fiamma pren- 
de il l.; de beltade ha m. p. 

Canz. III. — (EN) n. 27.-6. Pe- 
trarca, I, e. 1, 4: ((Perchè, can- 
tando , il duci si disacerba »; Pro- 
perzio, I, IX, 34: (( Dicere qua pe- 
reas saepe in amore levat ». — 11- 
12. (EN) Ad tal che; per suo di- 



33 



Ai! quante volte, Amor, per dispregiartc 
Col cor duro, inhuraano, 
Mi disse quella cruda mia nemica, 
Che giova notte & dì tanto affannarle? 
Hor non vedi che 'n vano 
Il tempo perdi & l'opra & la fatica? 
Deh!, non suffrir che '1 dica, 
Amor, senza la tua j^ena mortale; 
Fagli provar lo strale 

Col qual vencisti il mar, la terra o '1 ciclo; 
Riscalda l'indurato & freddo gelo. 

Quante voci & lamenti, & quanti versi, 
Quanti sospir gettai , 
Sol per ritrarne un amoroso sguardo ! 
I strani vidi spesso condolersi 
Di miei tormenti & guai, 
Ma quella no, per cui languisco & ardo. 
Perché sì j)igro & tardo, 
Ti mostri, Amor, in acquistar vittoria? 
Non perder tanta gloria, 
Eipara ai tuoi disnori e ai danni miei : 
Fala per me languir, com' io per lei. 

Eompasi homai de la paura il freno, 
Et mostra le tue chiare 
Palme, l'ardire, il braccio invitto & forte. 
Tingi il dardo crudel d'atro veleno. 
Che possa penetrare 



23 



35 



spreggio. — 12-13. Petrarca. I, m. 
IV, 1-2: « Or vedi. .\mor, che gio- 
vanetta donna Tuo regno sprez- 
za ». — 15-17. (EN) Misero scon- 
solato io nieneaveggio ; Che per- 
di il teììipo in V.; Eh vento spargi 
ogni mortai f. — 18-20. Petrarca, 
l. e, 7-9: «... ma se pietà ancor 
serba L' arco tuo saldo , e quai- 
ctana saetta. Fa di te e di me, si- 
gnor , vendetta». — 19. (EN) la 
pena aspra m. — 21-22. (,EN) Con 



che; Rinasca. — 23-25. Petrarca, I, 
s. vili, 13-15: « Gitante lagrime, las- 
so, e quanti versi Ho già sparti al 
mio tempo! e'n quante note Ho ri- 
provato umiliar quell'alma!». — 
24. (EN) suspir. — 28-29. {E'n ) per 
c.hio; Ad che. — tardo. V. il brano 
di Properzio in ??. ai vv. 45-47. — 
32-33. (EN) al tuo disonoì- ( 1. di- 
sn or) \ morir per me e. — 33. Pe- 
trarca, I, XLii, 14: «Ma che sua 
parte abbia costei del foco ».— 36. 

5 



34 ETME 

Nel petto che dispregia Amore & morte, 

Né teme adversa sorte. 

Non ti spaventa il bel viso conforme 

A le divine forme ; 

Che, quanto la tua forza in alto p^'ggia , 

Be' '1 sanno il tauro, il cygno & l'aurea pioggia. 

Ma ben veggio che più non ti rimembra 
De l'arte & de gl'inganni, 
Ch'usar solevi iu quella prima etade; 
Allhora eran piìi forti le tue membra, 
Ch' eran più verdi gli anni ; 
Hor sei nel fine ove la vita cade ; 
Né par che 'n libertade 
La tua man dextra a' nostri tempi viva , 
Anzi giaccia captiva 
In forza altrui debilitata & manca. 
Et pur de me ferir mai non è stanca. 

Ma voi che 'n l'ombre vane & fraudulcnte , 
Per arte tenebrosa, 
Haveti imperio incognito & occolto. 
Convertite la dura , immobil mente 
Di questa alma sdegnosa, 
Et fate impallidire il suo bel volto; 
Che , quanto di voi ascolto 
Che sapeti voltare ad una ad una 
Le stelle con la luna, 
Allhora il crederò, quando veda io, 
Ch'Amor tenga quel cor, che tene il mio. 



40 



43 



b" 



60 



(EN) altiero & f. — 39-40 (EN) cC- 
vita (& m. ; humana s — 44. Euro- 
pa, Leda, Danae. — 43-47. Traduce 
da Properzio, I, 1, 17-18: « In me 
tardiis Aìnor nou uUas cogitat ar- 
tes Nec meminit notas, ut prÌKs, 
ire vias)).—47.(EN)so/esff.— 56-63. 
Da Properzio, Z. e , 19-24: <( At vos, 
deductae qnibus est fiducia luna^. 
Et labor iu magicis astra piare fo- 



cis, Ea agedum dominae tnoitem 
convertite nostrae Et facite i/la 
meo palleat ore magis. Tunc ego 
crediderim vobis et sidera et a- 
mnes Posse Cytaines ducere car- 
minibus ». — 56. (EN) tacite & no- 
rente.— ^g. (EN) <& crudelm.—6i. 
impallidire. Cosi (EN);ma{ST) 
impalladire non corretto in ER. — 
63-66. (EN) quando pur senta 



RIME 35 

Et voi che tardi siete ad consigliarmi 
Cercatemi altra aita, 
Che 'n van si dà consiglio al desperato. 
Altro non potrà mai remedio darmi 70 

Che romper questa vita, 
Et satisfare al cor superbo, ingrato. 
Ai ! , doloroso fato , 

Menami per ogni aspro, horribil loco, 
Per acqua, ferro & foco, 75 

Ch'io son forzato aprir la doglia & l'ira 
Contra quella, per cui l'alma sospira. 

Canzone, ad alta voce 
Andrai chiamando il nome in ogni via 
De la nemica mia; 80 

Disfoga tra le genti il grave duolo, 
Che più sente il dolor, chi piange solo. 82 

. BALLATA IL 



Gli occhi che furon presi di nascoso 
Per ornare un perfetto & chiaro volto, 
— Et da queir hora avanti 
Amor rimase cieco & tenebroso , — 
Vidi a mirar li miei tanto constanti , 
Ch'io fui di mente & d'alma inseme tolto. 

Ma subito m'accorsi de l'errore 
Ch'io presi in quel mirar sì fermo & fiso, 
Però che gli occhi miei 
Dinionstran fuor l'ardente & puro core, 



Ch' Amor possedè il cor che ini 
torìnenta. — 67-77- Da Properzio, 
l. e, 25-29: « Aut ?v).s', qi'i sera 
lapsiim revocatis, amici, Quaerite 
non sani pectoris avcnilia. Forti- 
ter et ferrìtìn saevos patieninr et 
ignes, Sit modo libertas quae ve- 
iit ira loqui. Ferie per extremas 
gentes et ferte per ì'.ndas y).— 6y. 



( EX ) che pt'.r volete e. — 77-78. 
( EN ) per chi: con a. v. — 80-82. 
(EN) nimica; Esfoga fra la gente; 
piagne. 

Ball. II. — (EN) n. 38: 3 di q. 
inanti; 6 di vita & d' a. — 9-10. 
Petrarca , I , cu, 6: « Non vedete 
voi '1 cor negli occhi miei ? ». — 



36 KIME 

E 'n rnezo al cor si vede di colei , 

Che gli arde , il naturale & proprio viso. 

Dove tanto gli piacque 

Veder sua forma vera , 

Che si mostrò ver me lieta & altera : 

Onde amoroso scorno al cor mi nacque. 

SONETTO XXI. 

10 vidi, Actio mio, con vero effetto 
Quel che mai non si vide fra mortali , 
Ch' anchora i bruti & rigidi animali 

De le cose del cielo han pur concetto. 

Deviandosi un destrier per suo diletto. 
Prender non si lasciò d' huomiui frali , 
Ma nanzi gli occhi chiari & immortali 
Subito si fermò senza sospetto. 

11 ver vi dico , & parrà finto ad voi : 
Soavemente quella eterna Dea 

Con la candida mano prese il freno ; 

Né r animai fé' movimento poi ; 
Ma quella ferità che prima havea 
Lasciò, abbagliato dal volto sereno! 

SONETTO XXII. 

Volendo Amor mancare alcuna parte 
De gì' infiniti affanni eh' io sostegno , 
Dolcemente lasciò quel grave sdegno , 
Incontro al qual non vai la forza 1' arte. 



14 



II. (EN) Ove chiaro si v. — 15. 
( EN ) Ohio la vidi wostrar ver 
me più a. — 16. Petrarca, I, 
cxLix , 8 : (c Pien di vergogna e 
d'amoroso scoì'nn ». 

SoN. XXI. — (EN) n. 30: 1-2 
signor ìnio\ crede. — i. Actio 
[Sincero] , nome accademico del 
Sannazaro. — 4. (EN) han intel- 



lecto. — 6-9. (EN) lasso da mane 
frali; iiiansi ; firmo; Il vero 
in d. — 13-14. (EN) Ma superato 
dal volto sereno Lasso la ferita 
che primo (sic) h. 

SoN. XXII. — (EN) n. 29.-3-4. 
(EN) lasso ; ad cui. — 4. Petrar- 
ca, II, 111, 14: « Cantra la qual 
non vai forza ne 'ngegno » ; I, e. 



KM E 

Et perdi' io '1 descrivesse in mille charte 
Con ardimento alzando il basso ingegno, 
Mostrando il viso lucido & benegno , 
Mi disse: — Io voglio in sogno contentarte. — 

Et aspirava un si soave odoro, 
Che mi fé' discoprire il foco uccolto: 
Lasso!, io languisco oguilior die mi rimembra. 

Allhor apparse morte nel mio volto; 
Che ciò che gli dà vita corse al core, 
Lasciando smorte & fredde l'altre membra. 

SONETTO XXIII. 



37 



Costei che mia benigna & ria fortuna, 
Et la mia vita, & morte tene in mano, 
Per cui tanti suspiri spargo in vano, 
È con iusta cagion chiamata Luna , 

Non sol perché nel mondo è sola & una. 
Et ha divino il volto più che humano , 
Ma perché basta ad agghiacciar Vulcano, 
Quando tutte le fiamme inseme aduna. 

Fu preso il suo candor da l'alto cielo, 
Ov'è la lattea via del paradiso, 
Non nota a la volgare & cieca gente. 

Quanti col raggio tocca, muta in gelo, 
Ma '1 scintillare & fulgurar del viso 
Me, misero!, converte in fiamma ardente. 



'4 



IV, 67: « Onde mai nò per forza 
né per arte ». — 5. Petrarca, I , 
xxviii , lo-n : « ... laudato Sarà , 
s'io vivo, in più di mille carte ». — 
6. Petrarca, Tr. 11, 66: « non che 
'/ mio basso ingegno », — 1 1-14. 
(E\) chin moro ; parse la m.; Che 
quel; Lassando. — 11. languisco. 
(ST) langivsco, non corr. in ER. 

SoN. XXHL — (EN) n. 30.— 
1-2. Da Ovidio, Epist. xii, 73-74: 
« Jus libi et arbitrium nostrae 
fortuna saluiis Tradidit , znque 



tua est vìtaqiie morsque manu »; 
e Petrarca , I , xxxi , 1 2 : « Ov' è 
colei che ìnia vita ebb^ in ma- 
no»; Cxviir,6-8: «... ojrni mia for- 
tuna, ogni mia sorte, Mio ben, mio 
male, e mia vita e mia morte Quei 
che solo il può far, l'ha posto in 
'mano ». — 4 (EN) Et veramente 
nominata L. — 5. Petrarca, li, e. 
VII, 120 : « E da colei che fu nel 
mondo sola. — ii Petrarca, JV.VI, 
47: « Misera la volgare e cieca gen- 
te ». — 12-13 (EN) verte; folgorar. 



38 



BIME 



SONETTO XXIV. 



Se'l ver si stima ben con sana m.mtc, 
Amor fa crudelissimo inventore 
Di morte & del mortale aspro dolore , 
Et d'ogni mal, che l'huom vivendo sente. 

Morte si chiama Amor veracemente : 
Quel che non ama vive , & colui more 
Che si consuma in amoroso ardore , 
Ch'a la sua propria morte ogn'hor consente. 

In quel punto eh' io fui d' Amor subietto , 
Fui senza vita, & vivo anchor discesi 
Ne gl'infernali horribili tormenti. 

La fredda gelosia col van sospetto , 
Le speranze e i desiri in foco accesi , 
Mi portan tra mille altre ombre nocenti. 



H 



SONETTO XXV. 

Volete saper come & da qual parte 
Mi vengon gli amorosi & dolci versi, 
Dal duro ingegno mio tanto diversi, 
Che notte & giorno scrivo in varie charte? 

Le Muse o Phebo non m' han fatta parte 
Di lor canti soavi, ornati & tersi; 
Ma poi che a mirar voi le luci apersi , 
Donna, mi venne il molle ingegno & l'arte. 



SoN. XXIV. — (EN) n. 31.— i. 
(EN) ben con sana m. — 5. vera- 
cemente: off. Petrarca, I, xcu , 
10. — (EN) Amor se chiama morte 
veramente. — 8-10. (EN) Et la 
propria m.\ stiggesto (1. sugge- 
cto); <& pur vivo d. — 9-14- CtV. 
canz. II, 53 sg^. — 14. (EN) Mi me- 
nan fra millaltre. 

SoN. XXV. — (EN) n. 32.— Imita 
Properzio, II, 1, 1-16. — 1-4. Pro- 



perzio, l. e, r-2: «Quaeritis, linde 
milii totiens scrihantur amori^s , 
Unde meus veniat mollis in ora 
liber». — 3. (EN) aspro. — c,-8. 
Properzio, l. e , 3-4: « Non liaec 
Calliope, non haec mihi cantat 
Apollo, Jngenium iiobis ipsa puel- 
ia facit ». — 5. (EN) Appallo. — 7. 
Petrarca, I, e. 11, 22 : « Ma l'ora e 
'i giorno ch'io le liici apersi-». — 
8. molle ingegno. V. il brano di 
Properzio in n. ai vv. 1-4 e la n. 



RIME 39 

La fronte, l'auree treccie & liete ciglia, 
Gli occhi chiari, la bocca e'I niveo collo, 
Le mane e'I giovenil marmoreo petto , 1 1 

L'alma vertù, l'angelico intelletto, 
Ch'empion la terra e'I ciel di meraviglia, 
Son le mie nove Muse e '1 sacro Apollo! 14. 

SONETTO XXVL 

Se giunger ponno al ciel prieghi mortali , 
Et se pietade, Amore, in te si trova , 
Manca del duol, che sempre si rinova 
Dentro '1 mio cor , o fa le fiamme eguali. 4 

Forse credi acquistar lode immortali, 
Per far contra di me l'ultima prova? 
Poi che l'altrui martìr tanto ti giova, 
Non voler eh' io sol viva in tanti mali. 8 

Drizza l'insegne a più famosa impresa: 
Vince costei , che par si dolce in vista, 
Et contra te fu sempre amara & forte. 1 1 

Che gloria no , ma biasmo al fin s'acquista, 
De pugnar contra cui non fa difesa, 
Et disarmato, incauto corre ad morte. 14 



alson. V,2. — ii.(EN)27 5r. cÉòm/i- ! non cura, E tra duo ta' nemici è 
cop.— 1 2. Petrarca . I, CLXxxi , 1 : 'i sì sicura. Tu se' armato, ed ella iu 
nReai\na.tura.,a»gelicointellecr.o>ì. ' trecce e 'u gonna Si siede e scalza 
SoN. XXVL— (EN) u. 33.— 1-4. ; in mezzo i tìori e Terba.'Ver me 
Petrarca, I, xlu, 9-14: « Da ora ; spietata e contra te superba».— 
innanzi ogni difesa è tarda Altra, | 10. (EN) Fence. — 12-14. Ovidio, 
che di provar s' assai o poco Que- | Amot\ I, u, 22 : « Nec tibi laus ar- 
sii preghi mortali Amore sguar- ; mis victus inermis ero « ; Petrar- 
da. Non prego «ià, né puote aver ' ca. I, ni, 9, 12-13: « Trovommi A- 
più loco che'misuratamenie il mio raor del tutto disarmato.... Però, 
cor arda; Ma che sua parte abbia al mio parer, non gli fu onore 
costei del foco ». — 1. (EN) gion- i Ferir me di saetta in quello stato ». 
ger.—4. (ST) dentr il, poi corr. in ; Cfr. la canz. Ili, vv. 18-22, h.— 12. 
ÌER._ 6 Petrarca, IH, xxu, 8: « In ! Ricorda il petrarchesco (l, i.y, 14): 
cui lu^swr'ni fa r ultima prova )y— \ « E d'altrui colpa altrui biasmo 
9-11. Petrarca, I , m. iv, 1-6: «Or 1 s'acrjfiti'sfa ».— 14. Petrarca, Tr. II, 
vedi, Amor, che giovinetta donna 14: « Gioviae, incauto, disartnato 
Tuo regno sprezza e del mio mal I e solo ». 



40 



RIMK 



SONETTO XXYII. 



Nel celeste balcone, ove sovente 
Si stancan gli occhi e '1 cor sempre si duole , 
Vidi la Luna & con lei giunto il sole , 
Lei più bella che mai , lui più lucente. 

Et vidi al fin le chiare luci spente 
Di quel, ch'ogni altro lume spenger suole, 
Onde colei che pudicitia cole , 
Più candida rimase & più fulgente. 

Io che la vidi altera in aureo seggio, 
Lieta de la vittoria , presi ardire 
Di cercarli remedio a li mei mali. 

Et volsi dir: — Non vedi il mio languire?. . 
Lei mi rispuose inanzi: — Io non ti veggio, 
Né mi degno mirar cose mortali ! — 



'4 



SONETTO XXVIII. 



Quando ri nova il vago mio pensiero, 
Del qual giamal non fu la mente stanca, 
Il volto, il collo, il petto & la man bianca, 
A l'impresa mi fanno il core altero. 

Poi ripensando al ben ch'io mai no' spero 
Veder, m'agghiaccio, e '1 mio colore imbianca, 
La forza & la vertute allhor mi manca, 
E'I sangue corre al cor ratto & leggiero. 



SoN. XXVn. — (EN) n. 34.— 
2-%. (EN) stanca gli occhii mei el 
cor si dote; gionto. — 3-6. Anche 
per Laura ( Petrarca, I, xvui, 6 ) 
" Fia la vista del Sole scolorita ". — 
(EN) hice-, eiciwgrwer.— 8-ii.(EN) 
splendente ; in tanto itreggio; 
Captando tempo e loco p. a.; al- 
cun ben fra tanti m. — 14. Pe- 
trarca, I, e. V, 25-27: «Ella no7i 
degna di mirar si basso. Che di 
nostre parole Curi»; x\ii, 3-4: 



«... ma a voi non piace nnrar 
si basso con la mente altera».— 
(EN) veder. 

SoN. XXVIII. — (EN) n. 35.-2. 
Petrarca, II, e. 11, 27: « E con la 
mente stanca », — 5-6. Petrarca , 
l. e. , 28: « Cosa seguir che mai 
giugner non spero » ; II, i, 6 : « Di 
che morte, altro bene ornai non 
spero ». — 6. l'eti'arca , I, ci , 11. 
« Che 'n un punto arde , agghiac- 
cia , arrossa e 'mbianca ». — (EX) 



Così ne la mia fronte scolorila 
L'imagin de la morte si presenta, 
E i più crudeli a lagrimare invita. 

Ogniun di me si duole & si spaventa; 
Et io son già si stanco di tal vita, 
Ch'aspetto il fin con l'anima contenta! 



41 



14 



SONETTO XXIX. 



Donna, vostr' occhi fanno al sole scorno, 
Quando più mostra puro il chiaro aspetto; 
Dal vostro roseo volto, almo, perfetto, 
Si rasserena l'aere d' ogn' intorno. 

Possete fare a mezza notte il giorno 
Col tenero , suave & bianco petto ; 
L'altre vertuti, ingegno & intelletto 
Hau di novo splendore il mondo adorno. 

Splende da terra al ciel vostra figura , 
Né d'human seme nata esser dimostra, 
Ma d'immortale angelica natura. 

Hor che vuol dire: è forse mia ventura, 
costume d'Amore, culpa vostra, 
Che'n tanto lume io viva in vita oscura? 



cC- ogne menbro imbianca. — 9-10. 
Cfr. Petrarca, I, b. v, 1-2: « Vol- 
gendo gli occhi al mio nuovo co- 
lore, Che fa di morte rimembrar 
la gente ». — 1 1. Dante , Inf. vi , 
59: «Mi pesa si eh' a lagrimar 
m'invita ». — 13. Petrarca, I, XLVi, 
1-2: « Io son già stanco di pen- 
sar si come I miei pensier in voi 
stanchi non sono»; lu, 1-2: «io 
son si stanco sotto il fascio an- 
tico Delle mie colpe ». — 14. Pe- 
trarca, Tr. Ili, 1, 162: « Se n'andò 
in pace l'anima contenta ». 
SoN. X.XIX.— (KS) n. 36. — 1. 



Cfr. Petrarca I, lxsv, i : « Donna, 
che lieta col principio nostro ». — 
1-2. Anche gli occhi di Laura son 
'• più chiari che '1 sole " ( Petrar- 
ca, II, Lxxxvn, 2). — 3-4. E Laura 
pure rasserena il cielo ( Petrarca, 
1, xxvii). Cfr. la n. al madr. I, 9. — 
5-6. Cfr. Petrarca, I, clx, 12-13: 
« E non so che negli occhi che 'n 
un punto Può far chiara la notte, 
oscuro il giorno ». — 6. (EN) <& ca- 
sto p. — 9. (EN) Traluce insino al 
e. — 13. Petrarca, I, e. xvi, 78: 
« La colpa è vostra, e mio '1 dan- 
no e la pena ». — 14. (EN) vivo. 



42 



RIME 



SONETTO XXX. 



Lasso, ch'io veggio Len quanto importuno 
Son io nel dimandare ognihor mercede 
A tal, che'l mio martìr non sa né crede, 
Né tiene del mio mal pensiero alcuno. 

Ma quel mio Dio , che fu sempre digiuno 
Non di beltà, ma di j^ietade & fede, 
Ch'io non mi stanchi mai pur mi richiede, 
Mostrandomi il bel volto hor chiaro , hor bruno. 

Però , per satisfare al suo desio , 
Pregando un cor superbo, altero, ingrato, 
Lo spirto lascierò molesto & rio. 

Et voi goder potrete del mio fato, 
Poi che sempre vi spiacque il viver mio , 
Donna, per cui di vita io son privato. 



14 



SONETTO XXXI. 



Benché d'ogni speranza Amor mi priva 
Di posser alcun tempo haver mercede. 
Non si mutarà mai , mentre eh' io viva , 
La mia constante, intera & ferma fede. 

Quest'una, che vivendo in terra è diva, 
Contempla la mia mente, adora & crede; 
Né si vedrà ch'io parli, o canti, scriva 
D'altra, che sol di lei, che mi possedè. 



Son. XXX. — (EN) n. 39. — i. 
Lo stesso principio di molti sonetti 
del Petrarca (I , cu , ecc.)- — Pe- 
trarca , I, CLXxix, 4: (.i i<on im- 
portuno assai più eh' io non so- 
glio »; e. xv , 20-21 :« Or , ben- 
di' a me ne pesi, Divento ingiu- 
rioso ed importuno «. — (EN) ve- 
do. — 3-4. Petrarca, Tr. V, 132: 
« Benché la gente ciò non sa né 
crede ». Cfr. anche la n. alla canz. 



II, 16. — 4-5. (EN) sente d. ni. m. 
tormento a.; che sempre fn. — S. 
(EN) Usuo ceZo.~i i.(EN) lasserò. 
SoN. XXXI. — (EN) n. 42. — 2. 
Petrarca , I , lui , 11: « Piacciavi 
ornai di questo aver mercede ». — 
(EN) posser e— 3-4. Petrarca, Le, 
1-2 : « Io non fu' d'amar voi lassato 
unquanco, Madonna, né sarò men- 
tre ch'io viva ». — 7. Petrarca, II, 
XLi, 11: « ... che d'amor parli o 



RIME 43 

Veggio ben che'l morir m' è molto appresso, 
Et lontano il soccorso, & la mia sorte, 
Cangiando amor, promette lunga etade. 1 1 

ila pria serò homicida di me stesso. 
Et conduronii a voluntaria morte, 
Cile possa mai servir minor Leltade. 14 

SONETTO XXXII. 



Una volta cantai soavemente , 
Et cantando ad Amore il core apersi , 
Hor son noiosi & aspri li miei versi, 
Hor grido lagriraando amaramente. 

Né pianger posso tanto occoltamente, 
Che di tanti martiri & sì diversi 
Non venga meco ogniuno a condolersi, 
Si non sola costei, che m' è presente. 

Costei che noi mio core io sempre veggio, 
Ove sì altera & disdegnosa siede, 
Come dea in terreno & humil seggio. 

Ivi tocca con mano la mia fede , 
Conosce che lei amando altra non cheggio, 
Et nuda di pietà morir mi vede. 



14 



SONETTO XXXIII. 

Eterno imj)erator d'homini & dei, 
Easserena la fronte & l'aureo ciglio. 
Et , come affabil jDadre al caro figlio , 
Mostra il volto l^enegno ai preghi miei. 



scriva ». — 9. (EN) Veddn (sic). — 
12. (EN) serrò— 13. Et. (ST):<£ — 
14. (EN) Chio servir possa mai 
m. b. 

Son. XXXII.-(EN) n. 43-— 1-4- 
Cfr. Petrarca, I, clxxiv, i : « Can- 
tai; or piang-o ». — 5. (EN) pia- 
gner. — IO. Petrarca, I, e. ix, 9: 
« Che 'n vista vada altera e disde- 
gnosa )).— 1 1 (EN) in iin (sic). — 



13. Petrarca, I, e. 111, 39: « Altro 
giammai non cheggio ». — (EN) Co- 
gnosce. 

Son. XXXIII. — (EN) n. 44.. — 
I. Petrarca, I, Lxxix, 2-3 (di A- 
more): « ... E quel signor con lei, 
Che fra gli uomini regna e fra 
gli Dei ». — 3. Peti'arca, II, xvi, i : 
« Né mai pietosa madre al caro 
figlio-». — 4-6. (EN) benigno; Q. 



44 RIME 

Quella , pei" cui me misero perdei , 
E posta in imminente & gran periglio; 
Dagli, signore, alcun sano consiglio, 
Stringendoti pietà di me & di lei. 8 

L'un & l'altro governa egual fortuna; 
Di sua salute pende la mia vita; 
Se lei vive , vivrò ; morrò , se more. 1 1 

Non voler più d'un sole & d'una Luna; 
Che, se costei si trova in ciel gradita. 
Arabi duo perderanno il proprio honore. 14 

SONETTO XXXIV. 

Questo impetuoso mio crudel signore, 
Che con forza mi tiene il cor subietto, 
Hor mi fa più securo, hor più sospetto, 
Et hor pieu di sollicito timore; 4 

D' un gelo ardente & d' un gelato ardore , 
M'accende il pavoroso & molle petto; 
Ma, il più de le fiate, a l'intelletto 
Par che quanto sol penso è falso errore. 8 

Che, si sotto una schietta & sottil gonna 
Temo che gode ascoso un mio adversario, 
Et d'ogni movimento il cor s'offende; n 

Questa pudica & gloriosa donna 
Non teme a sua vertute alcun contrario. 
Et men l'altrui, che'l nostro amor, l'accende, 14 



perchi ima volta io mi perdei: 
eminente (sic). — 8. Properzio. Ili, 
XXIV, I : ce luppiter, adt'ectae tan- 
dem miserare piieilae ». — g. (ST) 
govetna, coi'retlo in ER. — 9-11. 
Properzio, HI, xxv, 5-8: «Una 
ratis fati nostros porlabit amores 
Caerula ad infernos velificata la- 
cus. Si non unius, quaeso, miserere 
duorum. T7ra?Ji, si vivet: si cadct 
illa, cadam ». — 13-14. (EN) que- 
sta; dui. 

SoN. XXXIV. — (EN) n. 45. — 
2-3. (EN) s-uggetto; mi fa star s. 



cC- hor suspecto — 4. Ovidio, [E- 
pist. I, 12 ]: <( Res est solliciti 
piena timoris amor» (Salv). — 
8-9. (EN) io sol p.;se7npia (=scem- 
|)ia) c6 Ò-. — 9-10. Properzio, [II, vi, 
14J: « Et niiser in tunica suspicor 
esse viruni » (Salv) ; Petrarca , I , 
cxxx, 6-8: « Sempre pien di desire 
e di sospetto; Pur come donna in 
un vestire schietto Celi un uom 
vivo, sott'uu picciol velo ». Cfr. 
son. seg. , 5-8 e n. — 14. (EN) ar- 
dor linrende. 



RIMK 4S 

SONETTO XXXV. 

Quando mi tiene Amor per sua natura 
Oltra ragion il cor già risuspinto, 
D'invidia & gelosia io son si vinto, 
Che fede o castità non m'assicura. 4 

Ogni cosa m'offende, ogni figura 
D'angel, di donna, o d' huom vivo o depinto, 
Et ogni altro pensiero, o vero o finto: 
Timido son; perdona a la paura! 8 

Endimion sognando & Pan nel bosco 
Credo si stanno al lume de la luna, 
A lor si chiaro, a me sì negro & fosco. u 

Non admette il furor ragione alcuna: 
Il falso approvo, il ver più non conosco, 
Et temo un fanciullin, che dorme in cuna. 14 

SONETTO XXXVI. 

Mutabile, inconstante, impia fortuna. 
Perché con frode & arti insidiose 
Una volta mostrasti varie cose , 
Hor sempre ti dimostri ferma & uua. 4 

Veggio continua nebbia & importuna, 
Procelle dispietate & tempestose , 
Nubi gravi, condense & tenebrose; 
Talché veder non posso la mia Luna. 8 



Son. XXXV.-Tit.: "Gelosia" 
(Salv).— 2. (ST) tagion, non coir. 
in ER.— 3. Petrarca, I, cLxvii.y: 
« La qual ne toglie invidia e. ge- 
losia ».— 5-8. l'ioperzio, II, vi, 9, 
1 1-13 : « Me iuveiium pictae facies, 
me nomina iaetiiuit... Me laedit, si 
multa libi dedit oscula mater, Me 
soror CI cum quae dormit amica si- 
mul: Omniame laedi'.nt: timidus 
siun (ignosce timori) ». — 5. figu- 
ra, così in Eli; ma nel testo (ST) 
invece pittura. — 9-1 1. V. le nn. 



al vs. 24 della II e ai 31-33 della 
III sest.— 12-14. Cfr. Properzio, 
HI, xxxu, 19-20: « Ipse meas solus, 
quod nil est, aeniulor umbras , 
Stultus , quod nullo saepe timore 
tremo ».— 14. Properzio, II, vi, io: 
«Me [laedit] tene)- in cunis et sine 
voce puer ». Cfr.'la n. ai vv. 5-8. 

Son. XXXVI. — (EN) n. 46.— 
1-2. (EN) impia; arte. — 4. (EN) 
firma. — 5. Petrarca , 1 , s. in , i : 
«L'aere gravato, e l'importuna 
nebbia ».— 7. (EN) Nube grave.— 



4-6 RIME 

Sempre fu la tua prima antiqua usanza: 
Hor male oprare, hor riparare i danni; 
Perché meco servarla hor non ti piace ? 1 1 

Concederai alternando hor guerra, hor pace, 
prometti alcun ben tra tanti affanni , 
Che viver non si può senza speranza. 14 

SONETTO XXXVII. 



Dove '1 dolor mi chiama io vo correndo 
Sol per ritrar da gli occhi , ove tutt' ardo , 
Alcun pietoso innamorato sguardo , 
Dal quale altro che morte io non attendo. 

Dal dannoso voler non mi difendo, 
Anzi a fuggir dal mal son pigro & tardo, 
Et se adiven ch'io schiffi il crudel dardo, 
Contra me d'ira & di furor m'accendo. 

Cosi son io cagion del mio tormento , 
Che prendo per diletto andar volando , 
Ove sfrenatamente Amor mi mena. 

Perché dunque mi lagno & mi lamento; 
Perché grido piangendo & sospirando, 
Se voluntariamente vivo in pena? 



14 



SONETTO XXXVIII. 

Di martìr in martir, di pena in pena 
Mi volge Amore & l' invida fortuna , 
Seguendo lo splendor di quella Luna , 
Che dietro al mio morir cieco mi mena. 



12. Petrarca,!, CLxv, i3:«Di qne'be- 
gli occhi ond'io ho gìierr a e pace y> . 
Son. XXXVII. — (EN) n. 47. — 
4. Petrarca, 11, 1, 6 in n. al son. 
XXVill, 5. — 5-8. (EN) defende,- 
del in.: segli advien chio scili fé; 
me stesso ulllior dira m' a. — 6. 
(ST) fnggir, corretto in ER. — 7. 
schiffi. corr. cosi in ER , ma nei 
testo (ST) : schifi. — 1 1 . Petrarca , 



II, xxxui, S: <( Ov' ancor per usan- 
za Amor mi menaù — (EN) Dun- 
que perche... o mi l. — 12-14. Pe- 
trarca, I, Lxxxvni. 5-6 : « S'a mia 
voglia ardo, ond'è 'I pianto e '1 la- 
mento? S'a mal mio. grado, il la- 
mentar che vaie?». — 13. (ST) so- 
jnrando, non corr. in ER. 

SoN. XXXVIII. — (EN) n. 48.— 
2-3. (EN) valve; risplendor. — 



RIME 

Et benché de disdegno & d'ira piena 
La veggia sempre & de pietà digiuna, 
Non li toglie il corruccio parte alcuna 
Di sua beltà, ch'ognihora è più serena. 

Et se pur mostra lieta sua figura, 
Misero & infelice chi la mira, 
Che di tal luce aspetta vita oscura. 

Ma più niisero è quel che s'assicura 
Di posserla affrontar, quando s'adira, 
Che muor non più d' amor , che di paura. 



47 



u 



SONETTO XXXIX. 



Ecco la notte: el ciel scintilla e splende 
Di stelle ardenti, lucide & gioconde; 
I vaghi augelli & fere il nido asconde , 
Et voce humana al mondo hor non s'intende. 

La rugiada del ciel tacita scende ; 
Non si move herba iu prato o'n selva fronde; 
Chete si stan nel mar le placide onde ; 
Ogni corpo mortai riposo prende. 

^la non riposa nel mio petto Amore, 
Amor d' ogni creato acerbo fine ; 
Anzi la notte cresce il suo furore. 



6-8.(EN) Veder la soglio ; corrozo ; 
ina sempre. — 13. (E^) posserla. — 
14. (ST) Amor. 

SoN. XXXIX.— (EN) n. 49.— 
Imita Virgilio , uEn. iv, 522-532 
(cfr. anche viii, 26 sgg.), ed il Pe- 
trarca, I, cxiii (cfr. I, s. 1, e. iv). V. 
Sannazaro, Are, p. 273, ed il son. 
CXXXVIII e la Metam. IV, 133 
sgg del nostro. — Tit.: " La notte " 
(Salv). — I. Virgilio, [l. e, 522]: 
« Nox erat » (Salv).— (EN) el cid 
tutto risplende. — 3. Virgilio . l. 
e, 5:5-527: <f... pecudes pictae- 
que volucres, Quaeque laciis late 
liquidos quaeque aspera dumis 
Rara tenent, sonano positae sub 
uocte silenti »; Petrarca, l. e, 2: 



« E le fere e gli augelli il sonno 
affrena ». — 4. Virgilio, l. e. , 525 : 
« Cum tacet omnis ager »; Pe- 
trarca , /. e. , I : « Or che ' 1 ciel e 
la terra e '1 vento tace ». — 5. (EN) 
rosata. — 6-7. Virgilio, l. e, 523- 
524: «... silvaeque et saeva quie- 
rant Aequora ». — 6. Petrarca, I , 
cv, 13: » Che non si vedea in ra- 
mo mover foglia ». — 7. Petrarca, 
Z. e. , 4: « E nel suo letto il mar 
senz'onda giace ».— 8. Petrarca, I, 
CLXi, 1-2: «... e poi la notte, quan- 
do Prendon riposo i miseri mor- 
tali r). — 9-1 1. Virgilio, l. e, 529- 
532 : « At non infelix animi Phoe- 
nissa , ncque umquam Solvitur in 
somnos oculisve aut pectore uo- 



48 



RIME 



Ha sementato in mezzo del mio core 
Mille pungenti, avelenate spine, 
E '1 frutto che mi rende è di dolore. 



H 



SONETTO XL. 



Hor sou queste contrade chete & sole, 
Ogniun gli affanni suoi dormendo oblia, 
Ogniun riposa, & la nemica mia 
Si sogna esser crudel, com'ella suole. 

Et s' è pur desta al suon di mie parole, 
Da l'indurate orecchie Jior le desvia, 
Per non aprire a la pietà la via, 
Che, contra'l suo voler, di me si duole. 

Chi non si duol di me?, che sospirando. 
Languendo, ardendo, mi lamento & lagno. 
Del proprio cor mi pasco desiando. 

D' una pioggia di lagrime mi bagno ; 
Et sempre sol mi trovo, si non quando 
Con alcun fuor di speme m' accompagno. 



«4 



MADRIGALE IIL 



Mentre quella sottile & bianca mano, 
Bella, schietta, soave, dolce, amena. 
Degna di gloriosa & chiara palma. 
Si spoglia il guanto , & j)0Ì passa pian piano 



ctem Accipit: iugeminant curae , 
rursusque resurgens Saevit amor, 
mugnoque irarum fluctuat aestu ». 
— II. Virgilio, l^En. iv, 5]: «...nec 
placidam raembris dat cura quie- 
tem » (Salv;. — 12-13. Catullo, 
[lxiv, 72]: « 8pinosas Erycina se- 
rena in pectore curas ». — (EN) 
semenate ; avenenate. — 14. ren- 
de. (ST) tende, non corr. in ER; 
(EN) i-ende. 

SoN. XL. — (EN) u. 30. — 2-3. 
Virgilio, ^ii. IV, 322-523, 328: 
« ... et placidum carpebaat tessa 



soporem Corpora per terras... Le- 
nibant curas, et corda oblila labo- 
rura ».— 5. (EN) si è.— 6. (ST) ot-e- 
cliie, non corr. in ER. — 8. (ST) 
contt al, corr. in ER. — i r .Cicerone, 
[Tusciil. Ili, 63]: « [pse suum cor 
edens d (Salv). — (EN) disiando. — 
12. Petrarca, I, cxxxvii , g-io: 
« Pioggia di lacrimar, nebbia di 
sdegni Bagna ». — 14. " Con qual- 
che disperato" (Salv). 

Madr. III. — (EN) n. 37. — Tit.: 
" Bella mano " (Salv). — Cfr. Pe- 
trarca , I , cxLvn-cxLU. — 2. Pe- 



RIMK 49 

Per l'aurea testa, angelica & serena, 
Io mi veggio spogliar di vita & d'alma. 
Poi quando si riveste il bel candore , 
Sento spezzarmi in mille parti il core. g 

CANZONE IV. 

S' alcun conforto al misero è concesso 
Tra li gravi tormenti , che sostene 
Ne la vita mortai , colma d'aflPanni, 
E quando vede & pensa fra sé stesso, 
Ch' egli è benegno & pio, né gli sovene 5 

D' bavere in alcun tempo usati inganni. 
Prendi dunque, alma, ardir; che se molt'anui 
Alberghi in questo cor, pien di tormento. 
Potrai goder la gloria più perfetta 
Che vien da mente retta; ,0 

Ma s' io son per dolor ben presto spento , 
Tu sarai pur lodata, & io contento. 

Ragion vuol che colui che fa 1' errore , 
La pena e '1 mal che merita, comporte, 
Non quel , che'n la vertù sempre s' invia. 13 

S' io trovo ingratitudine in Amore , 
Perché debio chiamar piangendo morte , 
Per la colpa d'altrui, non per la mia? 
Però contra la sorte iniqua & ria 



ti-arca , I, cxlvii, i, j: « bella 
man... Diti schietti , soain ». — 5. 
aurea testa. CiV. Petrarca , 11 , 
Lxxi, 2 ecc. — 6. (EN) vedo. 

Canz. IV. — (EN) D. 51.— Imita 
Catullo, Lxxvi, 1-2, 17-20, 23-25. — 
I-IO. Da Catullo, l. e, i-6: « Siqua 
recordanti benefacta priora volu- 
ptas Est homini , «<m ne cogitat 
esse piiitn, Nec sauctam violasse 
fidem, nec Ibedere in ullo Divom 
ail fallendos nunaino abusum homi- 



aetate , Catulle , Ex hoc ingrato 
gaudia amore tibi ». — 2. (EN) ma- 
gior. — 9. più: in (EN) manca. — 
12-13. (EN) .serrai; R. é che. — 
13-20. Catullo, 7-12: « Nam quae- 
cumque hominesbene cuiqu;iiu aut 
dicere possunt Aut facere, liaec a 
te dictaque factaque sunt; Omnia- 
que ingratae perierunt credila 
menti. Quare iam te cur amplius 
excrucieà ? Quiu tu animo otlir- 
mas atque istinc teque reducis Et 
dis invitis desinis esse miser ? ». — 
iies, Multa parata munent in longa 1 17. (EX) voglio piangendo chia- 



50 RIME 

Drizza la forza & l'arte, anima trista, 
Per non partir di me tanto per tempo. 
Vive & godi gran tempo ; 
Che gloria & fama in lunga etade acquista 
Quel, che di ben oprar mai non s'attrista. 

Che posso io fare incontro al mio destino , 
Se"l mio misero cor non può acquetarsi, 
Et de ragione il fren sempre disprezza. 
Veggio quel volto humano, anzi divino, 
Per cui dal primo di de subito arsi, 
Più impio oguihora & di magior bellezza. 
Ma che so, lasso me!, se forse apprezza 
Il nostro amore & sospirando tace ? 
Forse ella arde in silentio , & , quando vede 
Un cor con tcanta fede, 

S' allegra & ama , e '1 mio martir gli spiace ; 
Che s'io sto in guerra, lei non vive in pace. 

Questo eh' il crederà , se lei mi fugge 
Et si nasconde ognihor che'l gran desio 
Drizza quest'occhi intenti al suo bel cielo. 
Vede il mio cor, ch'amando arde & si strugge, 
Et prende in gioco ogni tormento mio. 
Come può mai 1' ardor mostrarsi un gelo ? 
Non s'asconde gran cosa in picciol velo; 
Amor non lassa un punto il cor quieto; 
Né quel che può celarsi amor si chiama; 
Chi rider può, non ama ; 



35 



40 



43 



mar m. — 20-21. Petrarca , I, in, 
Il : « Maiitienti, anima trista ». — 
20-24. (EN) le forze; da m.; gode; 
lonqa; Colui ..far. .satrista — 24 In 
(ST) manca il noìi\ corr. in ER. — 
26. (EN) jjo. — (ST) acquattarsi, 
corr. in ER. — 28-30. (EN) V. di 
quella il volto almo d ; dal 2^- gior- 
no io s. a.; P. crt<do.— 31-32. Pe- 
trarca,!, e. XIII, 63-64: « Glie fai tu 
lasso? forse iu quella parte Or di 
tua lontananza si sospira ». — 32- 



33. (EN) ^acrzwanrfo t.; a.&su- 
spira. — 35. (EN) S" a. el mio m. 
forse g. s. — 37-38. Petrarca , I, 
cxcvii!, 3: « E per più doglia poi 
s'asconde e f'gge ». — 37. (EN) sel- 
la. — 39-42. (EN) molli al primo e ; 
a. si distrugge; Et par che prenda 
in gioco il dolor mio; pò gran a. 
m. un gielo. — 41. Petrarca,!, e. xiir, 
18-ig: «...mia donna, che sovente in 
gioco Gira il tormento eh' i' porto 
per lei ». — 42. (ST) Como. — 43. 



RIME 



5t 



.Né si duol chi dimostra il viso lieto; 
Et quel che muoi' uon può morir secreto, 

Hor, poiché chiaramente io veggio & piovo 
Per lunga experientia esser molesto 
A quel fatui pianeta, che m'atterra, 
Cercar convenmi alcun remedio novo 
Per sanar questo male, o tardo o presto, 
Et vivo morto uscir d'eterna guerra. 
Ma tu, che '1 ciel governi & mare & terra , 
(Se pur pietà ti stringe di mortali , 
Et se ad alcun giamai porgesti aita 
Nel fin de la sua vita';) 
A me miser soccorri in tanti mali, 
Et togli dal mio cor gli ardenti strali. 

Per me non cheggio homai mercede alcuna, 
Canzon , da la mia Luna , 
Ma prego il ciel che presto ambi duo teglia, 
Lei di molestia, & me d'acerba doglia. 



50 



53 



60 



64 



SONETTO XLI. 



Tu vedi , Amor, ch'io non posso morire, 
Benché gioven morire è mio destino : 
Ben sei crudel , eh' ognihor mi porti in sino 
A r hora extrema, & non mi vuoi fluire. 

Habbii pietà del mio lungo martire, 
Et poi ch'io sono a morte homai vicino. 
Dà senza afi'anno & facile il camino 
A l'alma, che luttando vuole uscire. 



(EN) che sta celato. — 55-60. Da 
Catullo, l. e, 17-20: « di, si ve- 
strumst mis^reri , aut si quibus 
umquam Estremarli iam ipsa mor- 
te tulistis opera. Me miserum a- 
spicita, et, si vjtam pnriter egi , 
Eripite hanc pesfem perniciemqua 
ir.ihi ». — 57. (EX) porgisti. — 59- 
60. (EN) Me misero; Et togìiemi 
dal c.—6\. (ST) alcuna, non corr. 



in ER.— 61-63. Catullo. /. <^- ^3 e 25: 
« Non iam illud quaero, centra me 
ut diliprat illa... Ipse valere opto et 
taetnim hunc deponere morhiim ». 
— 6?-64. (EN) a. dìii; di tanta d. 
SÒN. XLI. — (EN) n 54. — 2. 
Cfr. canz. V, 50. — (EN) Et pur 
(7.-5-8. Da Virgilio, J?'?. iv, 693- 
695: « Tum Inno omnipotens lon- 
giim miserata dolorera Dittìcilis- 



52 RIME 

Che, bench'io mora acceso di furore, 
Non per mio fallo o per maligna sorte , 
Ma nanzi tempo d'amoroso ardore ; 

Non può il bi"6ve sospir doler sì forte , 
Che non sia molto men che '1 gran dolore. 
Che suole andare inanzj a l'aspra morte. 



14 



CANZONE V. 



Tacete homai , soavi & dolci rime , 
Et voi, amorose, honeste , altere lode; 
Deponete il cantar , che nulla prode , 
Poi che non è chi con amor vi stime. 
Scender conven dal chiaro stil sublime 
In li più bassi canti. 
Voi, dolorosi pianti, 
Rendetimi le mie lagrime prime: 
Ché'l misero non prova magior bene, 
Che disfogar piangendo le sue pene. 

Non si parie homai pivi de l' intelletto 
Antiquo in corpo fresco & giovenile, 
Del viso & de la man bianca & sottile. 
Del latteo collo & del marmoreo petto: 
Parlar di morte è '1 mio magior diletto, 
Di strani & varii mali, 
Et di piaghe mortali. 
Una fera mi tiene il cor coustretto 
A pianger tutti i giorni di mia vita ; 
Et chi m' il vieta, a pianger jaiù m'invita. 



'5 



que obitus Irim demisit Olympo , 
Quae hictantem anhna>n nexos- 
que resolveret artus ». — 6. (EN) 
sì V. — 10-13. (EN) mio f.; per sit- 
perchio a. ; pò quel sol s. ; fia me- 
no assai e. 

Canz. V. — (EN) n. 52. — 1-2. 
(EN) soai'e (& dolce r.; altiere. — 
3. prode = prodest (Salv). — 8. (EN) 



le lachrime miep. — 10-13. (EN) 
piangendo sfogar latnare p.; hor- 
mai; A. <& alto in età giovenile-, 
dele man bianche <& s. — 12. Pe- 
trarca, ( Tr. II, 88] : « Pensier ca- 
niili in giovenil e tate » (Salv). — 13. 
Petrarca, I, e. iii, 143: « Le man 
bianche sottili». — 15. Cfr. Petrar- 
ca, I, CLxxi, 5: «Lagrimar sempre è 
'l mio sommo diletto ». — 19. (EN) 



RniK 53 

Tante perfettioni & si diverse 
In un viso sì dolce et sì sereno , 
In tosco &■ in mortifero veleno , 
Sol per farmi morir, si son converse. 
Di poi di tante mie fortune adverse 25 

Quest' è '1 tranquillo porto ? 
Sol mi resta iin conforto , 
Ch'essendo le speranze in tutto perse, 
S'io vivo più, magior dolor non temo, 
Per esser quel, ch'or sento, in grado extremo. 30 

Sol m'è rimasa una mortai paura 
De viver lungamente in tanti affanni ; 
Dunque conven ch'io m'interrompa gli anni, 
Ch'altro che ben morir non m' assicura. 
Però per presto uscir da questa oscura 35 

Pregion, contra la sorte 
Che tarda la mia morte, 
Corro ad morir , lasciando ogni altra cura ; 
Che meu doglia si sente ben morendo. 
Che sperando la morte & mal vivendo. 40 

Quella che tene in mano il viver mio, 
Pregai che prolongasse i giorni miei. 
Conceder non m'il volse; hor no" 1 vorrei. 
Che degno di tal ben più non son io; 
Et poi che si lontan m' il trovo, oblio 45 

Sol mi saria remedio. 
Amor mi tien l'assedio, 
Tal eh' uscir non mi lice dal desio. 
Abbrevia , morte , dunque il tuo camino , 
Ch'anz'il destin morire è mio destino. co 



piagner tntto il tómpo.— 21. (EN) 1 mittendo 0—38. Petrarca, I, c.iu. 



perfectione. — 24. (EN) Sema cn- 
gion per me, si soìi c— 30. (E\) 
chio s. — 33. P^itrarca, II, e. i, ó: 
« Interromper convien quest'an- 
ni rei ». — 34. (EX) fra temei guai 
non 'in a. — 36-38. (EN) e. ìnia s.; 
Ad voluntaria m.\ Corro pret^r- 



20: « Pur a pensar com'io corro alla 
morte » — 43. (EX) noi vorrei. — 
46.^ (EN) serria. — 47. Petrarca , 
Tr. I, IH, 69: « Ch'amor e cru- 
deltà gli h;in posto assedio ». — 
50. (ENj Poiché morir damore. — 
Cfr. son. XLI, i. 



54 RIME 

SONETTO XLII. 

Crescete, o versi miei, & cresca amore, 
Cresca la gloria & fama a l'alta Luna, 
Eeplicate, cantando, ad ima ad una 
Le parti del celeste suo valore. 4 

Crescan le fiamme in uno immenso ardore 
Per questa che nel mondo è sola & una, 
Che la beltà con castitade aduna, 
Et viva è degna de divino honore. 8 

Oda la terra e '1 ciel , mortali & dei , 
Le sue preclare lode & la mia fede, 
E '1 suon de li lamenti & sospir miei. u 

Vedran com'io, senza sperar mercede, 
La servo amando, & premio non vorrei: 
Nova beltade un novo amor rechiede! 14 

SONETTO XLIII. 

A r ombra di bei rami io vidi Amore 
Et la mia Luna intenti al mio tormento, 
Et variando l'ombre il mobil vento, 
Mostrava vario & bello il suo candore. 4 

Io superato dal continuo ardore , 
In dubio tra paura & ardimento : 

— Dami remedio al grave mal eli' io sento. — 
Dissi, qual buoni ch'aspetta vita & more. 8 

Tacque madonna: e'I mio signor rispuose: 

— Qual pregio può sperar per darti vita ? — 

Diss' io: — Ch'io la farò, cantando, eterna. — u 

— Non è costei de le mortali cose , — 
Lui replicò, — né gli bisogna aita 
Per haver fama chiara & sempiterna. — 14 

~ XXIII, 5 e n. 

SoN. XLIII.-(EN) n. 55: 8 co- 
inè h.; IO premio; 12 mundane. 



SoN. XLII. - (EN) n. 53.— 5-6. 
(EN) el nostro i. a.\ Verso costai 
chat m. e rara. — 6. Cfr. son. 



RIME 55 

SONETTO XLIV. 

D.v l'auree chiome in sino al bianco pede 
De la mia Luna io veggio un foco ardente , 
Ella è di neve, & no' '1 vede, uè '1 sente, 
Ma il cor, eh' è d'esca, al foco il sente & vede. 4 

Cosi mi tieu constretto & mi possedè 
Questa neve si calda & si possente. 
Che folle mi fa gir, privo di mente, 
Talché del mio errore ogniun s'avede. g 

Amor la mente & l'alma signoreggia, 
Oiid' io, lasso!, m'accorgo & ben conosco 
Che '1 senno, & l'intelletto homai vaneggi;!. u 

Però, nascoso in luogo oscuro & fosco, 
Acciò che'l volgo il mio fallir non veggia, 
Vuo' lagrimando andar di bosco in bosco. 14 

SONETTO XLV. 

Pien di false speranze & van desiri , 
Col dolce, amaro, eterno mio pensiero 
Il dì languendo & sospirando , spero 
La notte trovar pace ai miei martìri, 4 

Nel letto poi radoppian li sospiri , 
L'angoscia e'I duol sì paventoso & fero. 
Che tra speme & paura io pur despero 
Et moro, ovunque il corpo ardente io giri. g 

Né giudicar potrei qual sia più forte 
Di miei dolor, che tutti sono eguali , 
Né sperare alcun ben che mi conforte. ,, 



Sox. XLIV,— (EN) n. 36.— 2. 
(ST) luiia.— 8-g. (EX; deli error 
>nei; La graa forza damar ra- 
gion dispì-eggia. — 11-14. (EN) 
horniai; loco; Al tal che mie fol- 
lie altrui noti r.; Voglio pian- 
gendo. 

SoN. XLV. - (EN) n. 57. - i. 
Petrarca, 2V.V, 53 : « Seguii già le 
sperante e'I van desio».— ^.{EK) 



lachrimando. — 3-6. Cfr. Petrar- 
ca, I , CLXi, I, 3-8: « Tutto 7 di 
piango; e poi la notte. ..Trovom'in 
pianto e raddoppiarsi i mali: Co- 
si spendo il ruio tempo lagrimando. 
In tristo umor vo gli occhi consu- 
mando E'I cor in doglia... che gli 
amorosi strali Mi tengon ad ogni 
or di pace in bando ».— 5-6. Cfr. 
Petrarca, I, clxxviii, 5-8. — 6-7. 



56 RIME 

Nessun d'amore aspette altro che mali, 
Né creda haverne al fine altro che morte, 
Che comune sepulcro è di mortali. ^^ 

SONETTO XLVI. 

Del vostro sdegno altero, aspro & damnoso, 
De l'odio, de l'orgoglio & de l'oblio, 
Di tant' amor contento hor piìi son io , 
Che di quel ben che desiar non oso. ^ 

Ch'io son si stanco homai de l'angoscioso 
Sospirar, lamentare & pianger mio, 
Che di voi guidardon piìi non desio , 
Anzi nel desperar prendo riposo. g 

Né desidero già che '1 fato adverso 
Mi si dimostre con benigno sguardo, 
Ch'io son dal proprio ben fatto diverso. n 

Più lieto son , quanto più fervido ardo , 
Il morire in natura è già converso , 
Et al mio male ogni soccorso è tardo. 



SONETTO XLVII. 

Mentre io pensava a quelli affanni immensi 
Et martiri infiniti , ch'io sostegno , 
Col viso men turbato & più benegno 
Disse la Luna mia: — Che fai?, che pensi? — 

— Alma mia Diva, (io dissi,) disconvensi 
A celeste , immortai , divino ingegno 
Dimandar quel che sa , per gioco e sdegno , 
Non per pietà di tormentati sensi. 



14 



(EN) paventoso ; ognihor. — 14. 
Catullo, [lxviiIjSq]: a comnntne 
sepulcrìini » (Salv). 

Son. XLVI.— (EN) n. S9.— i-X 
(EN) Dal; Dal...dal...dal.-t,-6.V. 
son. XXVIII, 13 e n.- 9. (EN) de- 
siderio (sic).— 12. (EN) Tanto più 
lieto son quanto più ìnardo. — 13, 



In ER. corr. come se dicesse: iu . non conosch' io V alma mia Di 



natura, mentre nel testo (ST) sta 
bene. 

SoN XLVII.— (EN) n. 60.— j. 
(EN) ali dolori j.— 3. (EN) beni- 
gno (sic) — 4. Petrarca, 1, xcix, 1: 
a Che fai alma ? che pensi? » ; II, 
V, 1 : « Che fai? che pensi?. ..^ì. — 
5. Petrarca, Tr. III. 11, ig: « Come 



RIME 57 

Voi sempre state dentro a l'alma mia, 
Ove mirate apertamente il vero 
Di quanto Amor mi pinge in fantasia. , , 

Ivi vedete l'alto mio pensiero, 
Et come , amando , il cor solo desia 
Quel che, vivendo, mai veder no' spero. ,4 

SONETTO XLYIII. 

Un'alma Diva in forma humana adoro, 
Che non sol nominarla io non ardisco , 
Ma solo in lei pensando impallidisco, 
E 'n vederla mi sfaccio & discoloro. 4 

Amando , ardendo , il j^roprio cor devoro , 
D'amor senza speranza mi nudrisco, 
Del desiderio audace ognihor languisco. 
Et de pietà di me medesmo io moro. 8 

Cosi mi insegna Amor di sufferire 
I suoi disdegni & ire & crudeltade ; 
Ond'io vorrei, né posso homai , fuggire: ,1 

Che, ne la j)rima & ne la extrema etade 
Vivendo , mi conven sempre morire 
D'amor, di desiderio & di pietade. 14 

BALLATA EL 

Per saper 1' hora incerta , 
Quando dal corpo human 1' alma si jjarte , 
In numerar le stelle alcun s'affanna; 
E chi per tal cagiou la magic' arte 
Ha multe volte esperta, j 

Et in ciascuna, & questo & quel s'inganna. 

va?». — g. (EN) state sempre. — 1 XL, n.— 8. Petrarca I, e. xvii, 1-2. 
II. (EN) pingi (sic). — 13. (EN) [ « ... e nel pensier m' assale Una 
bratna <& d. pietà si forte di me stesso ». — 9. 

So.\. XLVIII. — (EN) n. 61. — I (EN) sofferire. — 12. (EN) Anzi 
Ct'r. Petrarca, li, lxx, 1-3, 6-7, di 1 in la p. — 14. (ST) d'Amor. 
cui qui negli stessi vv. si ripeton | Ball. III.— Imita Properzio, III, 
le stesse rime. — 3. Cfr. n. al sou. 1 xxiii, 1-4, 1 1-16.— 1-6. Da Proper- 



58 rimp: 

Solo clii langue amando , 
Sa con qual morte & quando 
Gli extrerai giorni suoi deve finire; 
Et sa per qual camino, o presto tardo, 
Arriva al suo morire. 

Vede nel ciel del desiato sguardo 
L' una & l'altra fortuna, 
Et è tra gli altri fuor d'humana sorte. 
Che, se per troppo ardor jjervene a morte, 
Bencli'oltra l'onde stygie sia passato, 
— Donde tornar non suole anima alcuna , — 
Se la sua donna il chiama, è revocato! 



18 



BALLATA IV. 



Quando fra donne humane la mia Diva, 
Di proprii raggi ornata , apparir suole , 
Luna non è , ma chiaro & vero sole , 
Ch' ogn' altra stella del suo lume priva. 

Io che so ben quant' è '1 pericol mio 
De m' appressare al foco che m' accende , 
Quando più luce e splende, 

Sempre che'ngaunar j)Osso il gran desio, 
Per non sentir si forti i dolor miei, 
Soglio fuggir di lei ; 



zio, /.e, 1-4: «Et vos incertam, 
mortales, funeris horam Quaeri- 
tis , et qua sit mors aditura via , 
Quaeritis etcaelo, Phoenicura in- 
venta, sereno, Quae sit stella ho- 
mini commoda quaeque mala ». — 
4. (ST) magica. — 7-1 1. Proper- 
zio, l. e, 11-12: « Solits araans 
novit, quando pevìtwrvis et a qua 
Morte)).— 15-16. Properzio, l. e, 
13-16: « lam licet et Stygia sedeat 
sub arundine remex, Cernat et in- 
fernae tristia vela l'atis: Si modo 
damnatum revocaverit aura puel- 
lae, Concessum nulla lege redibit 



iter». — 17. Catullo, in, 11-12: « Qui 
nunc it per iter tenebricosum Illuc, 
unde negant redire quamquam ». 
Quest'ultimo vs. anche (Salv). 

Ball. IV. — (EN) n. 58 — i. Pe- 
trarca, I, X, I : « Quando fra l'al- 
tre donne ad ora ad ora ». — 3-4. 
(EN) apprir (sic); Non è luna; C. 
ogne stella di lume in tutto p. — 3, 
(ST) Sole.—-}. (EN) Alhor che più 
risplende. — ?). Cfr. Petrarca, I, e. 
VI, 18: « Ma contrastar non posso 
al gran desio ». — 9-10. In (EN) 
il vs. 9 sta nel posto del io, e 
viceversa. — 10. ( EN) più f. — 



RIME 



59 



'4 



Ma s'egli adven che l'animo comporte 
Veder tra l'altre lei più luminosa, 
Da la mia vista fugge ogni altra cosa, 
Et sol madonna veggio & la mia morte. 

SOLETTO XLIX. 

L' alto pcnsier, che fuor d' humana sorte 
Suol transportar l'audace mio desio, 
Menò volando al ciel lo spirto mio, 
Lasciando le mie membra in terra morte. 4 

Il viso mio mortai non fu si forte 
Che sostenesse il sol del iirimo idio; 
Ma jaiù figure angeliche vid'io, 
Et quei che divi son dopo la morte. g 

Dove, hench'io mirassi ad una ad una 
Tutte l'Immane & le divine cose, 
Pur sempre m'era inanzi la mia Luna. ,, 

Tra tante forme chiare & luminose, 
Simile a lei io non ne vidi alcuna, 
Che tutte eran men belle & più pietose ! ,4. 

SONETTO L. 

Quando con lo splendor del chiaro viso 
L'alma mia luce rasserena il giorno, 
Et col parlar soave volge intorno 
Le stelle, che di vita mi han diviso; 4 

Io non posso soffrir mirarla fiso. 
Ma spesso gli occhi abbasso e 'n lei ritorno; 
Onde , tremando d' amoroso scorno , 
Mille varii color mostro nel viso. 8 



12. (EN)/'m l'a. 

Son. XLIX.— (EN) n. 62.-Tit.: 
" Estasi amorosa " (Salv_). — 5-9. 
(EX) La mia rista m.; il primo 



Son. L.— (EX) n. 63.— i. chia- 
ro viso. Cfr. Pe traroa, I. lxxiii , 
9, II, Lxxvi, I. — (EX) col ì-psplen- 
dor. — 5-6. (EN) pater; raglio 



eterno dio; Ala le f.; dipoi la m. (I. roUjo). — 6. Petrarra, I, xi , 8: 

mirasse. — 14. ClV. Ovidio, ^wior. | nEgli occhi in terra iaijriinaiiclo 

III, XI, 41 : « Aut formoQsa fores 1 abbasso ». — 7. amoroso scorno. 

miuus.autminus inproba, veliera». | V. il vs. del Petrarca in n. alia 



6o KIHE 

L'alma resta languendo di dolcezza, 
Oscuri gli occhi & tormentato il core , 
Per duo contrarii affetti & pene extreme: 

Di veder tal beltà sumraa allegrezza, 
Del desperar gravissimo dolore: 
Cosi son misero & beato inseme ! 

SONETTO LI. 



H 



Anima, ove ne vai senz' alcun duce? 
E forse Amor che ti mostra la via? 
Fusse mia sorte al men si dolce & pia, 
Che ne menasse me, chi te conduce? 4 

Vaitene dunque? Hor qual ragion m'adduce 
A creder che senz'alma io vivo sia? 
Ben può durar la dura vita mia 
Senz' alma più che senza la mia luce. 8 

Hor va, non ti fermare in altra parte, 
In sin eh' al grembo di madonna arrivi , 
De le grafie del ciel j)er.petua stanza. i j 

Et se forse a lei piace dimandarte: 
— Che mantien senza l'alma i sensi vivi? — 
Dirai: — Di veder voi ferma speranza. — 14 

SONETTO LII. 

Quando col mio periglio ardire io prendo. 
Donna, di presentarmi al vostro sguardo, 
Un veneno m' assalta lento & tardo , 
Che non morir, ma fa languire ardendo. 4 

Nel vostro volto io veggio & chiaro intendo 
Di qual man son ferito & di qual dardo; 
Che, se'mirando voi m'agghiaccio & ardo. 
Di sdegno io tremo & di beltà m'accendo. s 



ball. II, 16. — II. (E\) Per dve 
contrarie passione. 

Son. li. — (EN) n. 64. — Tit.: 
"All'anima che si parte" (Salv). — 
I. « Aufugit mi animus » (Salv). 



Cfr. Petrarca, I, clii, i: « Anima, 
che diverse cose tante «. — (EN) 
dove vai. — 8. (EN) Piìl senza 
te. — 10. (EN) In fin — 14. (EN) 
firma. 



RIME 



Gì 



Onde gli occhi e '1 colore et l'alma, errando , 
In certo luogo allhor non san firmarse; 
Et mostrau ch'io languisco ardendo, amando. 

Non cessa in questo il cor di glori'arse 
Ch'arde per voi, & dice sospirando: 
— Che'n si bel foco mai Troia non arse ! — 



SONETTO LUI. 

svegliati pensieri, o spirti accesi, 
notti eterne , o fervido desio 
veloce memoria, o lento oblio, 
voci, sospir miei mai non intesi; 

begli occhi dal .ciel qua giù discesi, 
Primo furor del desiderio mio ; 
duro , crudo , inexorabil dio , 
Amor , per cui riposo io mai non presi ; 

speranza crudel, sempre fallace, 
Che ti dimostri vera , & con inganno 
Fai che '1 timido cor diventa audace; 

lagrime infinite, o lungo affanno, 
Et tu, voglia noiosa & pertinace, 
Deh , date ad altrui parte del mio danno ! 

CANZONE VI. 

Alza la testa al polo. 
Ardire, & forza prende, anima lieve, 



14 



SoN. LU. — 14. Per Elena. An- 
che Properzio, II, jii 34 (di Cin- 
zia) : « Pulchriiis hac fiierat. Troia , 
perire tibi )>. CIV. anche lo stesso 
Properzio, l. e, 31-33, 35-40; e 
il Petrarca, I, ccii, 7-8. 

SoN. un.— (KX) n. 63.— 3.(EN) 
tardo o.— 3. (EN) qui q.— -]. (EN) 
crudo amaro. — (ST) Dio. — 9. 
Petrarca, II, xxii. 5 : « speranza, 
o desir seìnpre fallace ». — i i.(ST) 
dinenta, non corr. in ER. 

Canz. vi.— (EX) u. 67, con que- 
sto titolo: Canzone di Chariteo 
intitulata Aragonla. Anche in lo ■ 



de dei re e dei principi aragonesi 
scrisse il Sannazaro la sua canz. 
XVII, che il nostro ebbe certo pre- 
sente. Scritta negli anni 1495-96; 
accennandosi qui (vv. 271-291) al 
regno di Ferrante ti, e non a quel- 
lo di don Federigo. — Imita princi- 
palmente Virgilio , JEa. VI , 679 
sgg. — 1-3. Properzio , III , 1 , 11- 
12: «Surge, anima, ex humili 
iam Carmine, sumite vires, Pieri- 
des: magni nunc erit oris opus ». 
Sannazaro , e. ix , « Alma , ri- 
prendi ardire ». — 2-3. (EN) Et 
forza <& ardir p.; Et basso & 



62 RIMR 

Et l'amoroso stilo homai depone. 

Un' altra via si deve 

Tentar, per donde io possa alzarmi a volo 5 

E scriver il mio nome in Helicone. 

Eimembra dal principio la cagione , 

Perché venne in Italia da la Iberia 

Di Goti la progenie più che humana. 

Tu, Musa Antiniana, ,0 

Comincia un suon conforme a la materia; 

Et voi, Nymphe, piene 

D'Apollo, che colete l'alta Hesperia, 

Cantate hor meco, & voi, dolci Sirene 

Dite di ciò che sempre vi sovene. , i^ 

L'alma, formata in cielo 
Da r almo creator de la natura , 
Ogni cosa nel ciel chiaro comprende; 
Che la substantia pura, 

Separata dal nostro ombroso velo, 20 

Quanto si fa là su vede & intende. 
Ma, poi che per destiu qua giù discende. 
Et per necessità d'alcuna stella 
S' envolve ne le humane & gravi membra, 
Di nulla si rimembra. 25 

Poi, se del suo fattor non è ribella. 
Ricovra la memoria 



tenue. — 4-5. Da Virgilio, Georg. 1 principio altero, e la corona Vit- 
III, 8-9: «... temptanda viast, qua i trice, onde Aragona Sparse rim- 
ine possim Tollera liumo victor- j perio suo per ogni gente? ». • 



que virum volitare per ora »; San- 
nazaro, e. IX, 59-63 : « Che chi di 
venir brama In qualche cliiaro 
grido; Non sol per mirar fiso Ne- 
gli atti d'un bel viso, Si puote a 
volo alzar dal proprio nido ». Pe- 
trarca, I, cciv, 14: «... alzarsi a 
volo»; II, Lxxni, 13: « alzata a 
volo » ecc. — 6. (EN) Et esser ce- 
lebrato in U. — 7-9. Cfr. Sanna- 
zaro, e. XVII , 80-S3 : « Potrò dir io 
con rime argute , e pronte II bel 



Musa Antiniana. L'accademia na- 
politana , perché si riuniva nella 
villa del Pontano, sulla collina di 
Antignano. Ivi forse il poeta lesse 
la sua canzone.— 12-15. (EN) N. 
amene; Che colite le fonti de la 
H.; dolce S. di quel. — iy-i8. (EN) 
Dal creator dangelica n. ; 0. e. 
sottil e. e. — 20. (ST) Seperata , 
non corr. in ER. — 24. (EN) in le 
gravose humane in. — 20-30. " La 
reminiscenza Platonica " \Phaedr. 



KIME ■ ■ 63 

De l'alta opra del cielo ornata & bella, 

Et si ricorda de 1' eterua gloria, 

Pur com'huom d' una odita letta liistoria. 30 

Così quest'alma humìle, 
Che, mentre piace al ciel , mi tiene in vita, 
Hebbe sua parte anchor del ben celeste; 
Ma poi che fu impedita 

Di mille errori & data al piacer vile, 35 

Queir opre di lassù le fur moleste. 
Poi dispregiando la terrena veste, 
Per fuggir di i^region si mese l'ale; 
Et tenendo per mezzo il suo camino 
Del palazzo divino 40 

Cominciò ricordarsi , & come & quale 
Era quello eh' udiva 
In quel sidereo & alto tribunale 
Da quella voce eternamente viva , 
Da cui ogni cloquentia alta deriva. 45 

Tra gli altri un di, per sorte, 
L'unico Padre & dio d' huomini & divi. 
Che tempra col suo grave superciglio 
Foco, aria , terra & i rivi, 

Aprendosi d'Olympo l'auree porte, 30 

Convocò gli altri dei nel suo consiglio. 
Sedendosi da la man dextra il figlio, 
Et volitando Amor per ogni jDarte, 
Chiaramente li vidi inseme unire. 



249] (Salv). — 37, (EN) Manca la. 
—38. "Dal Fedro" [Lc.\ (Salv).— 
40. Ovidio, 3/p^ I, 173-176: «Hic 
locus est, quem, si verbis audacia 
detur, Huud timeam magni dixisse 
Palatia caeii ». — (ST) Palaz- 
zo. — 42. (EX) Fur le cose e. n. — 
44. (EN) eternalmente. — 47. V. la 
n. ai vv. 50-51. — 48-49. Orazio, 
Od. I, XII, 14-» 6: « ... qui res ho- 
miuura ac deorum, Qui mare ac 
terras variisque mundum Tem- 



perai horis »; III, 1, 8: « Cuncta 
supercilio moventis ». Cfr. anche 
Od. Ili, IV, 45-48. — 50-51. Virgi- 
lio, jEn. X, 1-3 : « Panditiir inte- 
rea domus omnipotentis Olympi 
Conciliiimque vocat divom pater 
atque hominuni rex Sideream in 
sedem ». — 50. (EN) Aprendo dil 
0.— (ST) o/i/mpo—^3. (ST) voU- 
rando, corr. in ER.— (EN) da lal- 
tra p. — 54-58. La Trinila. Anche 
Dante di essa (Par. xxxiii, 1 31-123, 



64 • RIME 

Come , no '1 posso dire ; 

Che non è cosa de explicareiu charte: 

La mente intende il vero , 

Ma la lingua mortai non ha tant'arte. 

Li tre perfetti in un perfetto intero 

Vidi congiunti , & rivederlo spero. 

Dunque quel padre eterno 
Parlando, in piedi cominciò levarsi, 
Et lui dicendo, ogniun degli altri tacque; 
Vidi il vento acquetarsi , 
Tremar la terra in sino a l'imo inferno, 
Ove Pluton,, pien di superbia, giacque, 
Et fermarsi del mar le placide acque: 
— Cittadine del cielo, alme preclare, 
Udite attenti il suon di mie parole. 
Sotto la luna e'I sole 
Mirando quanto cinge il salso mare, 
Et quanto in terra giace, 
Nulla cosa più bella al mondo appare , 
Né più felice & lieta, & più ferace 
Oh' Italia , degna di perpetua pace. 

Ma parte de le genti , 
Che sempre fur discordi & inquiete , 
A sue felicità contrarie trovo. 



55 



65 



70 



75 



139 ): « quanto è corto il dire, e 
come fioco Al mio concetto! e que- 
sto, a quel ch'io vidi, É tanto, che 
non basta a dicer poco... Ma non e- 
ran da ciò le proprie penne ». — 55- 
56. (EN) Non cìiora io p. d.; Come 
li viddi in una <& iti tre parte. — 
60-63. Da Virgilio, Z. e. , 100-103: 
« Tum pater omnipotens , rerum 
cui prima potestas , Infit; eo di- 
cente deum domus alta silescit Et 
tremefacta solo tellus, silet arduus 
aether, Tum zephyri posuere, pre- 
niit placida aequora pontus ». — 62. 
(EN) inconi. — 65. (EN) infino.— 
68-69. ^^ Virgilio, l. e, 6 e 104: 



c( Caelicolae magni... Accipite er- 
go animis atque haec mea figite 
dieta ».— 68. cittadine del cielo. 
Petrarca, II, lxxiv, 1-2: « ... ani- 
one beate Cittadine del cielo » ; 
Lxxsviii, 4: «E cittadina del ce- 
leste regno »; III, xi, 44: « Uani- 
tne che là su son cittadine ». Cfr. 
Dante , Purg. xin , 94-95. — 69. 
(EN) OcZ/tó.— 70-72. Virgilio, jEh. 
I, 223-225 : « luppiter aethere sum- 
mo Dispiciens mare velivolum 
terras(\VLe iacentis Litoraque et 
latos populos ».— 73. Petrarca, HI, 
XX , 56 (dell' Italia): « Del mon- 
do la più bella parte ». — 77-79- 



RIME 65^ 

Più giù gli ocelli volgete 

In quella parte , ove si stan le menti 80 

Quete , senza cercare imperio uovo. 

Movavi la pietà, per ch'io mi movo, 

Dando favore a quell'alma cittate, 

Ove religiou tanto si lionora; 

Ove si vede oguihora 85 

Più chiaro il sol che per l'altre contrate: 

Ivi , temprando il raggio , 

Fa assidua primavera, & dolce estate: 

Ivi sempre son fior, non che nel maggio; 

Ivi nasce ogni ingegno acuto & saggio. 90 

Una Nympha sepolta 
Si ritrovò nel placido paese, 
Ove vixe & lassò le belle spoglie ; 
Et d' ella il nome prese 

La città, ne la qual cantò una volta 93 

Quel , eh' ^gli altri Latin la gloria toglie. 
Ogni vertute unita si raccoglie 
In quel luogo gentil, salubre, amico 
Di Nymphe <fc di Poete, & j)roj)rio hospitio. 
Negli homini giudicio 1 00 

Grave & sottile, in donne il cor pudico 



(EN) discorde,' soe; Più su. — 
82-94.Cfr. Sannazaro, ^ro. p. m- 
112: « Napoli...è nela più IVuctifera 
et dilectevolp parte de Italia, al lito 
del mare posta , famosa et nobi- 
lissima città, et di arme et di le- 
ctere felice forse quanto alguna 
altra che nel mondo ne sia. La 
quale da' populi da Calcydia ve- 
nuti, sovra le vetuste cenere dela 
Syrena Parthenope edificata, pre- 
se et ancbora ritiene il venerando 
noni,e dela sepolta giovane ». — 
87-88. Da Virgilio, Georg, n, 149: 
« Hic ver adsiditum atque alienis 
mensibus aestas ». Cfr. anche Pon- 
tino, Vers. Lyrici, 14- '7« — 88. 



(ST) doZee.— 92-93. (EN) Trovata 
fu; Che insino al fin di la sua 
l'ita colse. — 94. Partenope. — 95. 
(EN) Questa cittade ove e. — 95- 
96. Virgilio. Cfr. Georg, iv, 563- 
566: « Ilio Vergilium me tempo- 
re dulcis alebat Parthenope studiis 
florentem ignobilis oti , Carmina 
qui iusi pastorura, audaxque iu- 
venta, Tityre, te patulae cecini sub 
tegmine fagi ». — 96. Cfr Dante, 
Purg. XI, 97-98: « Cosi ha tolto 
l'uno all' altro Guido La gloria 
della lingua ». — 96-98. (ÉN) la 
fama tolse ; virptde... si raccol- 
se; Nel loco saluberrimo & a- 
prico. — 100. (EN) iu^itio. — r. 



66 



EIME 



Si vede, & d'honor degno. 

Togliasi dunque homai dal sceptro antico , 

Ch' abhorrente di pace bave l' ingegno , 

Et la Gotica sterpe prenda il regno. — ,05 

A questo ultimo accento 
Le menti de li divi , alte & profonde , 
Restaron murmurando in vario assenso; 
Si come in mezzo l' onde 

Si suol sentire il suon del primo vento, no 

Che di nocchieri il cor fa star sospenso. 
Ma chi può contradire al Padre immenso , 
Che con giusta ragion sempre si move ? 
Dunque gli dei , che forse eran discordi , 
Si mostraron concordi , 113 

Conoscendo il voler del sommo Giove. 
Il qual nel suo conspetto 
Si fé' venir de l'anime più nove 
Et più tranquille un bel numero eletto , 
Et diede un tal parlar dal sacro petto: 120 

— Ite voi , felici alme , 
Vestetevi di regie membra humane, 
Non di materia di volgare schiera; 
Prendete in vostre mane 

Le gloriose & honorate palme , 125 

Ite ad godere il regno che vi spera. 
Et tu, che prima ti dimostri altera, 



105. sterpe. Anche nel Petrarca, 

II , L, 4. — (EN) stirpe prende. — 
106- III. Da Virgilio, uEn. , x, 
96-99: « Talibus orabat Inno, cun- 
ctique fremebant Caelicolae ad- 
sensu vario , ceu flamina prima 
Cum deprensa fremunt silvis et 
caeca volutant Murmura, ventu- 
ros nautis prodentia ventos ». — 

III. (EN) Che li nochier fa star 
col cor s. — 116. sommo Giove, 
' Dio', come in Dante, Inf. xxxi, 
92, Purg. VI, 118. — 118-1 19. '' A- 
nime inuanzi ai corpi secondo la 



opinione Platonica", [Tim,, 41 -42I 
(Salv).— 119. Petrarca, I, clxxxi, 
5: « Seniio di donne un bel nu- 
mero eletto )). — 121. felici alme. 
Virgilio, l. e , 669: «... felices ani- 
mae » ; e cfr. Petrarca, II, xiv, i, 
XXVII, 9, e. VI, 6.— 122. (ST) i?e- 
5^/5.-123. volgare schiera. Dan- 
te, Inf.w 105.— 126. spera, "idest: 
aspetta, sp. esperà''^ (Salv). — 127- 
128. Virgilio, l. e, 760-762 : « Ille, 
vides,. . Proxinia sorte tenet lucis 
loca, primus ad auras Aetherias... 
surget ». — 127-135. Alfonso il 



RIME 

Et sei per sorte proxima a la luce, 

Sarai lo primo Alfonso in quella terra. 

Per te la cruda guerra 

Sarà conversa in pace , & sarai duce 

Di gloria & di vertute ; 

Regnarai longo tempo, essendo luce 

Di ciechi & de li languidi salute, 

Facendo alto parlar le lingue mute. 

Subito poi di questo 
Regnarai tu, fortissimo, animoso, 
De r Aragonia gente eterno honore; 
Et, se nanzi al riposo 
S'apparecchia travaglio assai molesto, 
Sarai pur finalmente vincitore. 
Contr'al crudel , barbarico furore 
Tu starai salda, inexpugnabil torre: 
Tal, eh' a l'udir del tuo famoso nome 
Staranno hirte le chiome 
Del gran nemico mio che'l cielo abhorre; 
Et se prende ardir tanto , 
Che voglia di tua man l'imperio torre, 
lo'l farò gir nel sempiterno pianto 
Del tribunal del Gnosio Rhadamanto. . 

Tu sei quel ch'ode spesso 
Parthenope, che dèi scender volando, 



67 



130 



'35 



140 



145 



150 



Magnammo (1442-1438). — 129. 
(P]N) i^at^ai chiamata il primo 
Alfonso in terra. — 130-131. La 
lotta durata ventiin'anni tra Al- 
fonso I e Renato il"Angiò, per la 
successione al r^ame di Napoli. — 
133. Sedici anni. — 136-179. Fer- 
rante 1 (1458-1494). — 139-141. 
Accenna alla seconda couEriura dei 
Baroni (14S5-14S7). — ,143. (EX) 
saldo (sic). — 146-150. E Maomet- 
to li, che tentò d'impadronirsi del 
mezzogiorno d'Italia, per mezzo 
di Kecliik Ahmed , che , sbarcato 



con diecimila fanti presso Otranto 
(28 luglio 1480), occupò questa 
città ( 13 agosto). I Turchi resi- 
stettero per più d'un anno all'as- 
sedio del duca di Calabria, e non 
si resero che il 10 settembre 1481, 
quando furon richiamati in patria 
per la morte di Maometto (3 mag- 
gio) , cui qui si allude nei vv. 149- 
150. — 149. Virgilio, ^n. VI, 566; 
« Cnosiiis haec Rhadamanthus 
habet durissima regna». — 151-159. 
Virgilio, l. t'., 791-794: « Hic vir 
hic est , tibi quem promitti sae- 



€8 



RIME 



Adornato de palma , oliva & lauro ; 

Tu sei quel gran Ferrando, 

Da noi tante fiate a lei promesso , 

Per dare al suo valor presto ristauro. 

Per te dèe rinovare un secol d'auro, 

Qual per campi & città del regio Latio 

In tempo di Saturno andar soleva. 

Per te già si subleva 

La vertù prisca , & fa di vitii stratio ; 

lano, tanto laudato, 

Che vide inanzi & dietro in breve spatio. 

Di tua prudentia vinto & superato, 

Si potrà contentar sol del passato. 

Le porte del suo temjjlo, 
Che soglion per la pace esser serrate, 
Per tuo volere aprir non soffrirai, 
Ma, però che'nvidiate 
Son le vertù, de cui sarai l'exemplo, 
No' '1 potranno i vicin pater giamai. 
Cosi strage mortai venir vedrai 
De la guerra civile & intestina, 
Mossa di qiiel Soldan nocente & vario. 
Manifesto adversario 
Di gente singulare & pellegrina. 
Costui con voglia accesa 



'53 



iCo 



165 



170 



'75 



plus audis , Augustus Caesar, di- 
vi genus , aurea condet Saecula 
qui rursus Latin regnata per ar- 
va, -Saf2<r»zo quondam )); cfr. an- 
che Ed. IV, 5-7; e Dante, Purg. 
xxu, 70-72: «... Secol si rinnuo- 
ea ».— 162-163. Virgilio, ^(i. xu, 
198: «... lanumque bifrontem ». — 
" (Z|jia TzpótjM /.olì òk'kjiw r hoà-i) ; 
prov. greco] " (Saiv). — 163". (EN) 
redde.— 166-168. Dante, Par. iv, 
80-81 : « ... costui pose il mondo in 
tanta pace, Che fu serrato a Jano il 
suo delubro ».~Cfr. Virgilio, ^n. 



I, 293-294: «... dirae ferro et com- 
pagibusartis Claudentur Belli por- 
tae ))\ VII, 607-60S: « Sunt ge- 
minae belli portae, sic nomine di- 
cunt. Religione sacrae et saevi for- 
midine Martis));e Livio, i, 19.— l69- 
I7o.— (EN) Ma perche ?'.; de qxtal 
sei solo e. — 171. (ST) -potrano , 
corretto in ER.— i vicin. Lo stato 
della Chiesa. — 174. Soldan. Inno- 
cenzio Vili, che aiutò i Baroni nel- 
la loro seconda congiura. V. in 
Regis Ferdinandi Primi Instr. 
Liber , p. 28, uu brano contro i 



RTME 

Sotto color de fare opra divina, 
Contr'a l'imperio tuo pigliarà impresa, 
La qual con la mia man sarà difesa. 

Oli' alllior la providentia , 
Volando al cor del principe Romano , 
Chianiarù j^er la pace un santo & puro 
Et nitido Fontano , 
Che vencerà con la dolce eloquentia 
Ogni animo feroce, acerbo & duro. 
Costui , ponendo lume al petto oscuro 
Del promoter d' horribili tumulti , 
Unirà iusemo "li animi diversi. 
Quest* è quel che con versi 
Di grandiloquo stil sonori & culti 
Et con ornate prose 
Eimembrarà del cielo i varii vulti; 
Poi, discendendo ne le humane cose. 
Dirà le tue vertù chiare & famose. 

Né mancaranno ingegni , 
Imitator di questo altro Vergilio , 
Nel regno che t' aspetta sempre & brama. 
Sannazar, Pardo, Altilio, 



69 



180 



185 



190 



•95 



papi, quasi tlel tutto conforme a 
questo. — Soldan per ' papa ' è 
anche nel Petrarca. Ili, xxm, 6: 
« Ma pur novo soldati veggio per 
lei ». — (EN) mobile cC- v. — i8i. 
(EN) Allo7^ la p. — 183-184. Al- 
lude alla pace conchiusa dal Fon- 
tano tra Ferrante I ed Innocenzo 
Vili, il 12 agosto del i486, dopo 
la seconda congiura dei Baroni. 
Cfr. Fontano, De Sermone, 11. p. 
\6o\, Asinus, pp. 1528-29; Porzio, 
Cong. pp. 203-206; e Tallarigo, 
G. Ponta>ìo . P. 1, pp. 226-228. — 
184. {"ST) povtaììo. — 190-190. Ac- 
cenna (v. anche canz. X, 31-42) ad 
alcune opere del Ponlano, come a- 
veva fatto il Sannazaro, Eleg. I, ix 
{De stìidi/.t fnds et libvis Joviani 
Pontani).Ck. anche Ferrante Ca- 



rafa in alcune ottave a Maria d'A- 
ragona ( Delle stanze di div. ili. 
poeti, Venezia, mdlxxsi, F. ii, pp. 
60-65). — 191. (EX) sono {\. sonori). 
— 193. Il maggior poema del Fon- 
tano : Urania sive de Stelli.t , in 
dieci libri, pubblicato da Aldo Ma- 
nuzio, nel 1 505. Il (Salv)aggiunge ad 
esso anche il De rebus coelestibus ; 
ma quel trattato fu messo insieme 
dopo la caduta degli Aragonesi, e 
pubblic. nel 15 12. — (ST) dal e, non 
corr. in ER. — 194-195. S'allude al 
De Principe (pubblic. nel 1490, da 
Mattia Moravo) : in esso si propone, 
come esempio di buon re. Ferrante 
I; piuttosto che al De Bello neapo- 
litano, conili vuole il (Salv), perché 
scritto e ptibblicato più tardi ( 1 509). 
— 197. (ST) qoesto. — 199-200. Di 



70 KIME 

Summontio , di corymbo & laurea degni, 200 

Faran cantando eterna la tua fama: 

Tu, che sai ben come la gloria s'ama, 

Temprarai con amor la signoria , 

Et con benefìcentia & con giustitia , 

Fuggendo V amicitia 2 05 

D' assentator , che vendon la bugia ; 

Et con atti soavi 

Al popol di ben far darai la via, 

Ornandol di costumi honestl & gravi, 

Et con leggi emendando i modi pravi, 210 

Con pili tranquilla vista 
Mira quell'alme in muliebre gonna, 
Ambe due caste & belle, ambe leggiadre. 
Questa primiera donna, 

Benché mostre la fronte mesta & trista, 215 

Ti farà pur contento & lieto padre. 
Questa sarà feconda, altera madre 
Di Ee , d' Imperatori & di Regine. 
Nascer vedrai di questa, alta & felice, 
Fruttifera radice, 220 

Multe piante gentili & pellegrine; 
Et poi che sia arrivata , 
Come nave nel porto, al suo bel fine, 
Dal cieco career sciolta & liberata, 
Eitornarà qua su, lieta & beata. 225 

L'altra che vien, dapoi 



Giovanni Pardo, spagpuolo, Ga- 
briele Altilio , Pietro Summon- 
te, umanisti, accademici ponta- 
niani , amicissimi del Puntano e 
del nostro, largamente nelT /«- 
traduzione. — 200. (EN) Con li 
altri di e. & l. d. — 206. assen- 
tator , latin. ' adulatori '. Il cap. 
xiii del I)e Maiestate di Giunia- 
no Majo è intitolato: « De fugire 
li assentatovi ». — (EN) che ve- 
don (sic) bugia.— 212-21}. Le due 



mogli di Ferrante I — 214-225. 1- 
subella di Chiaromonte , figlia di 
Tristano e di Caterina Orsino, con- 
tessa di Convertino , sposò, ai 30 
maggio del 1445, Ferrante, allor 
duca di Calabria; gli détte sei fi- 
gli, quattro maschi, due femmine^ 
mori ai 30 di marzo del 1465. — 
217 (EN) seconda (sic). — 226-234. 
Giovanna d'Aragona, figlia di 
Giovanni , fratello di Alfonso il 
Magnammo , sposò suo cugino , 



RIME 71 

Ch'ella luwerà lasciato il corpo exangue, 

Sarà pur tua consorte amata & cara; 

Di nobiltà di sangue , 

Et d'antiqua vertù giunta con voi; 330 

Portarà teco il sceptro & la tiara. 

Mira la vera forma , ove s' impara 

Come con castità beltà s'aduna, 

Più cho'n donna d'honore & gloria degna. 

Costei dolce, benegna, 235 

Morigera, fidel, non importuna, 

Ti dà certa speranza 

Di bella prole & prospera fortuna. 

Da costei nascerà quella sembianza 

De la beltà del ciel, che l'altre avanza. 240 

Volgi indietro, <^' riguarda 
Quell'anima, dignissima d'imperio, 
Del tuo secondo Alfonso, altro Gradivo; 
Il qual nel regno Ilesperio 

Regnar dee ne la età più saggia & tarda, 24.5 

Di poi che tu sarai mutato in divo. 
Mira '1 volto virile, audace & vivo; 
Vedi ne 1' elmo 1' auree diademe , 
Terror d' ogni barbarica phalange. 
Da l'aurora, dal Gange, 250 

A le Gade , del mondo parti extreme , 
Né simil , né secondo 



Ferrante I, nel 14 settembre 1477. 
— 229. (ST) nobilita, non corr. in 
ER. — 233 (EN) Come beltà con 
honestà si a. — 23S-240. (.EX) Di 
lieta sorte; Et sotto humile <& 
femminil s. ; Porta viril virtù. — 
239-240. L'unica figliuola di Fer- 
rante I e di Giovanna d'Aragona, 
anch'essa chiamata Giovanna (n. 
1477), che poi sposò Ferrandino 
(1496). — 242 sgg. Alfonso il (14-48- 
1493): sali al trono di quarantasei 
anni (cfr. vs. 243), nel 94. — 243. 



Petrarca, If, i, 7 : « Alma real , di- 
qnissima d'impero >). — 248. Cfr. 
Virgilio, l. e, 779: «...Viden ut ge- 
rainae stant vertice cristae? ». — 
249. Allude alla vittoria del duca 
di Calabria sui maomettani, con la 
presa di Otranto. Cfr. n.ai vv. 146- 
1 50, ed i vv. 256 sgg.— (EN) T. dele 
barbariche pfi. — 252-253. Da Ora- 
;jio, Od. I, xii, 17-18: « Unde nil 
maius generatur ipso , Nec viget 
quicquam simile aut seciindum » ; 
e Petrarca, II, lxx, 5-6: « Ma chi 



72 RWE 

Si vedrà generar cF humano seme ; 
Ne la pace humanissimo & giocondo , 
Ne la pugna superbo & iracondo. 

Poi clie'l misero Hydronto 
Da r impia gente fia direpto & preso , 
Et populato inerme & d'improviso , 
Questo, interrito, acceso 
D' un' ardente vertute & voler pronto , 
Difenderà l' honor del Pai^adiso. 
Anz' il suo grave & animoso viso 
Vedrà cader la plebe Machometa , 
Et render la città conti-a lor voglia ; 
Poi con r opima spoglia 
Intrando ovante ne la patria lieta, 
Et ringratiando i dei, 
Come pastor la gregge mansueta , 
Menarà presi 1' inimici miei , 
Carco d' honor , d' exuvie & di trophei. 

L' altra , che segue V orme 
Et nel solio real si presto siede , 
Ad ogni atto gentile ardita & presta , 
Sarà quel caro herede, 
Di nome & di coraggio a te conforme , 
Et de la vita candida & modesta. 



255 



260 



265 



270 



275 



né prima, simil, né seconda Ebbe 
al suo tempo »; cfr. II, e. viii, 55. — 
253. (EN) Ec nela piigna altiero <£• 
i. — 256. Hydronto, latin., 'Otran- 
to'.— 257. (EN) limjnetosa g. sera 
p. — direpto, latin., ' rapito '. — 258. 
Quando Otranto fu presa da' Tur- 
chi, dico un contemporaneo {Ar- 
di, nap. IV, p. 163): che la spiag- 
gia era deserta e che non v' era 
neppure « uno fante al mundo, ne 
soldato, maxime in Otranto». — 
populato , latin. , ' devastato '. — 
239. (EN) Costui. — interrito , 
latin., 'imperterrito'. — 263. (ST) 
Plebe. — 264. (EN) su(i V. — 265- 



266. Virgilio, l. e, 855-856: « A- 
spice , ut insiguis spoliis Mar- 
cellus opimis Ingreditur victorque 
viros super eminet omnis ». — 266. 
ovante, latin., 'trionfante'. — 270. 
Sannazaro, Le, 120; « Carco tor- 
nar di spoglie e di trofei ». — exu- 
vie, latin., 'insegne'. — 271 sgg. 
Ferrante II (1467-1496) : ebbe ce- 
duto il regno dal padre nel '95, 
quand' egli non aveva che venti- 
nov'anni (cfr. vs. 272). — 272. (EN) 
si tarda. — 274. (ST) corraggio. — 
275. Virgilio, l. e, 768-770: «... et 
qui te nomine reddet Silvius Ae- 
ne^s.pariter pietate yel armisEgve- 



RIME 73 

Non vedi lampeggiar sovra la testa 

Un cometa, eh' a voi vittoria mostra; 

A la Francese indomita barbarie 

Exitio & pesti varie? 280 

D'animo più viril la casa vostra 

Non fia mai che si vanto: 

Questo in battaglia & in palestra & giostra, 

In lettere , & in opre humane & sante , 

Sempre si raostrarà forte &: constante. 285 

Tuo' che qui si conserbe 
La gloriosa sterpe de li Goti 
Con anime megliori & più perfette. 
Li tigli &. li uepoti 

Regnaran sempre, & le genti superbe 290 

Domaran, perdonando a le soggette. — 
Tacque, dipoi queste parole dette, 
Il rettor de 1' Olympo; allhor li Fati 
Benegni con le prospere Fortune 
Fnr d' un voler comune. 295 

Al suo j)arlar con volti chiari & grati 
Ogniun consente & fave : 
Sì come usar si suol nei gran senati , 
Che parlando chi solo il poder bave , 
Il minor volgo applaude inseme & pavé. 300 



gius ». — 277. (EN) rad?.— 277-280. 
Allude alla riconquista del regno, 
compiuta nel 1496 da Ferrandino 
contro i francesi di Carlo Vili, ed 
alia moria che distrusse gran par- 
te dell'esercito nemico (v. Passero, 
p. 105). — Cfr.Virgiiio, yEn. 11, 681 
sgg. — 278. Un cometa. Cfr. n. al 
son. XI, 8.— 279. (EX) Et ala fera 
i. b. — 281-283. Virgilio, l. e, 876- 
877, 879-881: <( . . . nec Romula 
quondam Ulio se tantum tellus 
iactabit alumno... non ilii se quis- 
quara inpune tulisset Obvius ar- 
mato, seu cum pedes iret in ho- 
stem Seu spumantis equi foderet 



calcaribus armos ». — 2S3. (ST) 
giost. — 284. Ferrandino fu a ba- 
stanza cólto (v. Passero, p. 107), e 
rimatore egli stesso in volgare (v. 
Torraca , Discv.s. , p. 124). — 287. 
(EN) Per costui la progenie deli 
G. — 290-291 Virgilio, Le, 833: 
« Parcere subiectis et debellare 
svperbos ». Anche (Salv). — 291. 
(ST) qneste, non corr. in ER. — 
296-297. Cfr. Ovidio, Met. i, 244- 
245 : « Dieta lovis pars voce pro- 
bant. stimuiosque frementi Adi- 
ciunt , alii partes assensibus im- 
plent ».— 29S. (EN) in li S.— 300- 
308. Da Virgilio , Le, 893-898 : 



74 



UTME 



Due porte sono iti quel celeste albergo, 
D' eterno bene & di letitia pieno : 
L' una d'un negro & solido metallo , 
L'altra d'un bel crystallo. 
Questa n'adduce il di lieto & sereno, 
Quella la notte ombrosa. 
Dunque il Ee, che del mondo tene il freno, 
Per la porta più chiara & luminosa 
Uscir fé' quella schiera alta & famosa. 



303 



309 



CANZONE VII. 

La candida vertute al cielo eguale, 
Materia di scriptori, exempio & via 
A cui vole imitare il ben divino, 
Cominci a resonar la lyra mia; 
Et col valor d' altrui farsi immortale , 
Lasciando il basso primo mio camino. 
Queir animo virile & pellegrino 
De l'Aragonio principe Ferrando, 
Degno di regnar vivo intra li dei, 
Sarà '1 principio & fin di versi miei. 
Et se non posso consequir, cantando , 
Quel ch'ora io vo tentando, 



« Sunt geminae Somni portae; 
quarum altera fertur Cornea, qua 
veris facilis datur esitus umbris, 
Altera candenti nilens elephanto, 
Sed falsa ad caelum railtunt in- 
sorania manes. His ibi tura natum 
Anchises unaque Sibyllam Prose- 
quitur dictis portaque emittit ebur- 
na ». Cfr. Omero, Od. xix, 562-567. 
Canz. vii. — (EN) n. 66, con la 
intitolazione: Canzone di Chari- 
teo de Lode del Serenissimo Si- 
gnor Principe de Capua, e lire- 
ceduta da un prologo, che pubbli- 
ehiaino iu Appendice,— hxi\id>. prin- 



cipalmente il Panegyricus Mes- 
ò-!.Jtee, attribuito aTibullo (IV,i). — 
2. Sannazaro, e. xvn, 49 : a Materia 
da potersi alzar di terra ». — 3-4. 
(EN) Ad quel che imitar volno; 
Comincia r. — 6. " Idest: la Poesia 
amorosa" (Salv). — 8. Ferrandino, 
principe di Capua (n. 1467). — (ST) 
ferrando.— ^. Manca in (ST), V ho 
supplito da (EN). — io. Cfr.Virgilio, 
Ed. vili, 1 1 : « A te principium , 
tibi desinam ». — 1 1-14. Properzio, 
III, 1, 5-6 : « Quod si detìciant vires, 
audacia certe Laus erit: in magnis 
et voluisse sat est ». — 11-12. (ÉN) 



RIME 75 

Et la forza è minor che '1 gran desio , 
Mi basta esservi pronto il voler mio. 

Non voglio errando andar per dubbie lodo, 13 
per liistorie incerte & fabulose, 
Per tutto divolgate a mille a mille. 
Chi non sa dir le guerre sanguinose 
Di quei fratei Thebani, l'arti & frode 
D'Ulysse, l'ira del superbo Achille? 20 

S'io pur vo' dir le fiamme & le faville 
Del nostro Endimione in versi honesti. 
Non mi debbio partir dal proprio accento. 
Con l'importuno, amaro, aspro lamento 
Li celati pensier, dogliosi & mesti, 25 

Fosso far manifesti , 
Replicando le lode ad una ad una 
De la mia casta, pura & aurea Luna. 
Quando la gicventi!i fu piti fervente 
Non mi vergogno haver servito Amore , 30 

Benché sempre gli sjjiacque il mio cantare , 
Hor da le Muse imploro altro favore. 
Acciò che per le bocche de la gente 
Io possa vincitor volando andare. 
Et tu, spirto gentile & singulare, 35 

Prestami il tuo divino & alto ingegno, 



sto: io r. — 15. Tibullo, l. e, 106: 
« At non per dì(bias errant mea 
carmina lai<des y>. — 16-20. Cfi". 
Virgilio, Georg. 111, 2-8: « Celerà 
quae vacuas tenuissent Carmine 
mentes, Omnia iam volgata : quis 
aut Eurysthea durum Aiit inlau- 
dati nescit Rnsiridis ara»? Quoi 
non dictus Hylas puer et Latonia 
Delos Hippodameque umeroque 
Pelops insignis eburno , Acer e- 
quis? ». — 18-19. La Tehaide . 
VOdissea, V Iliade. — (Eì<i) le bat- 
taglie famose: De qì'ei fratei. — 
21. (¥jS) lanìoro.ie faville. — 22. 
" Endimiou amante della Luna. 



Luna dama del Cariteo " (Salv). — 
24. Cfr. son. VII, 2.-2S.Cfr. sest.I, 
18.— 29-30. Petrarca, I, e. xvi, 13: 
« Che'n giovenil fallire è men ver- 
gogna ». — 29-32. Cfr. Properzio, l. 
e, 7-10: « Aetas prima canat Ve- 
neres, estrema tumultiis. Bella ca- 
nam, quando scripta puella meast. 
Nunc volo siihducto gravior pro- 
cedere voltu. Nunc aliam citharam 
me mea ^lusa docet ». — 33-34- 
Virgilio, l. e, 9: «... victorque vi- 
rum volitare per ora ». — Ennio 
(app. Cicerone, Tvsnd. 1,15; De 
Senect. 20] : « volito rivi'' ppr ora 
viri'.m )) (Salv). — 33. (EX) Ad 



^6 RIME 

Et quel niveo parlar, diserto & netto, 

Dimostrami il sereno & dolce aspetto, 

Di reger V universo assai più degno 

Che l'Italico regno. 40 

Extolle la mia lyra a tanta gloria, 

Ch'io rimembri i tuoi gesti in vera historia. 

Benché di tuoi magiori i celebri atti 
Sonan con chiara tromba in ogni parte , 
Tu de la gloria lor non ti contenti ; 45 

Ma con favor di Pallade & di Marte 
Contendi superar la fama e' fatti 
De le passate vostre antique genti. 
Sei preclaro ornamento a li presenti , 
A li posteri tuoi non dubbia speme 50 

De riposo , d' honore & gloria vei-a. 
Un tanto humano ingegno in mente altera, 
Cercando tutto l'universo inseme 
Fin a le parti extreme, 

Non si vedrà giamai, né si sagace, 55 

Invitto & forte sempre in arme e 'n pace. 

Però che mai nessun con tal dolcezza 
Seppe affrenar l'indomita insolentia 
De r inconstante volgo & inquieto. 
Tu vinci con soave, alta eloquentia 60 

Ogn' animo crudel , pien di durezza, 
E '1 mesto fai in un momento lieto. 
Qual animo più saldo & più quieto ^ 
Qual più sereno volto tra le squadre. 



tal. - 42. (EN) Che^^ r. — (ST) 
rimemiti. — 43-51- Tibullo, l. e, 
28-32: « Nani quamquam anti- 
quae gentis siiperaui til3Ì laudes , 
Non tua maiorum contentast glo- 
ria fama, Nec quaeris quid qua- 
que index sub imagine dicat, Sed 
generis priscos contendis vincere 
honores, Qiiam tibi raaiores inuius 
decus ipse futuris )>.— 47. e*. (ST) 
<è. — 55-56. Tibullo, l. e, 39-40: 



« Nam quis te malora gerit castris- 
ve foroveì Nec tamen hinc aut 
bine tibi laus maiorve minerve ». — 
56. (EN) o in ;j.— 57-62 Tibullo, 
l. e, 45-47: «Nam seu diversi fre- 
mat inconstantia vìdgi. Non alius 
sedare queat: seu iudicis ira Sit 
placauda , tuis poterit niitescere 
verbis ». — 60. (EN) Tu vencer sai 
con sìiave e. — 62. (EX) fare. — 
64-65. (KN)inter; tutto (sic). — 



RIME 



77 



Qual ])ensier più sicur, tranquillo <^ tufo g^ 

Nel pericol luagior fu mai veduto i 

De r intrepido cor simile al padre , 

D' humanità a la madre ; 

Quella ch'io anclior farò più gloriosa, 

Se potranno i miei versi alcuna cosa. jo 

Tu non ignori in quale arte di guerra , 
E 'n qual guisa Texercito securo 
Mover bisogna , o posare , o munire , 
Dove conven signar la fossa o 'I muro, 
Et dove più feconda sia la terra, 75 

Più commoda a difesa & a ferire. 
Né l'ingegno ti manca, o forza, o ardire 
In reger l'aspro, indomito destriero 
Col freno, o con li sproni, in pugna o giostra. 
Sempre in ogni exercitio si dimostra So 

Il viso tuo leggiadro, grave, altiero: 
S' io fusse un altro Hornex'O 
Tanti duoni, dal cielo a te concessi, 
Dir non potrei, se mille lingue havessi. 



6Q-67. Alfonso, (luca di Calabria, e 
Ippolita Maria Sforza.— 67-68. Cfr. 
Sannazaro, Farza (di Cliovanna, fi- 
glia di Ferrante 1), p. 319: « Una 
leggiadra Infante in cui natura 
Per sua lieta ventura ha poste 
insieme Le bellezze supreme de 
sua madre Col gran valor del pa- 
dre ». — 69. (EN) farro vie più 
fatìiosa.—6g-yo. Era morta (1488), 
quando il poeta scriveva; la no- 
minò poi nella Pascha , V , 142- 
143. — 71 -72. (EN) larte della g.; 
Per qual parte. — 71-76. Tibullo, 
/. e. , 82-88: (( lam te non alias 
belli tenet aptius artes , Qua de- 
ceat tutam castris praeducere fos- 
sani. Qualiter adversos hosti de- 
(ìgere cervos, Quemve locum du- 
olo mellus sit claudere vallo, Fon- 
tibus ut dulces erumpat terra li- 
quores , Ut facilisque tuis aditus 



sit et arduus hosti, Laudis et adsi- 
duo vigeat certamine miles ».— 72. 
(ST) excercito. — 76. (EN) com- 
ìnoda. — 77-79 Tibullo, l. e, 91-94 : 
« Aut quis equum celerem angu- 
sto conpescere freno Possit et ef- 
fusas tardo permittere habenas , 
Inque vicem modo directo conten- 
dere passu, Seu libeat, curvo bre- 
vius convertere gyro efc. ». — 79. Di 
molte giostre del principe di Ca- 
pua parla il Leostello. pp. 186, 266 
ecc.— (EN) freno. -il. (EN) /. a- 
ìnenoa. — 82.(ST)/iome>'0. — 82-84. 
Allude ad Omero, //. 11, 488-490: 
Y[\r/rrj S\\iy. v.j e-jiw au5v37oy.at 
où^'òvowflvo) • OitSt'i uot (Ji/.a t/iv 
•y^'-JTTat , Skv.y. Sì aróuctT^ ìivj 
4><>jvrj ^'aòó/;/.To; , ydl/.zo^j Si u.01 
r,-oo i-jiict. E da lui Virgilio. JEn. 
vj, 625-626: « Non, mihi si Un- 



78 



RIME 



Se magnanimo cor, se petto invitto, 
Se mano liberale hoggi è nel mondo, 
In te solo si vede & non altrove , 
Tu sol sai dar con l'animo giocondo, 
Et aitare il misero & l' afflitto. 
Servando il modo, come, quando & dove: 
Tre vertù regie , inusitate & nove , 
Rado vedute in questa nostra etade, 
Han presa in te più naturale stantia: 
La fede, e 'n ben oprar ferma constantia; 
L'altra, quell'alma liberalitade; 
Le quai per dritte strade 
Ti menaranno al ciel senza fatica, 
Poi de la tua Nestorea etade antica. 

Per farti il ciel più chiaro & più bealo, 
Acciò eli' a te non fusse altro simile 
In ogni human costume & attiene, 
Col bel liquor del suo saver gentile 
Le Muse t' han nudrito & educato 
Ne le braccia d'Altilio, tuo Chirone; 
E'n mezzo al sacro fonte d'Helicone 
Phebo ti die' la dotta lyra in dono , 
Per man del gran Barrhasio, e'I dolce canto 
Che diero al Thracio Orj)heo il primo vanto: 



90 



93 



105 



guae ceutum siiit oraque ceutum, 
Ferrea vox » ; citato anche dal 
(Salv). Cfr. pare Georg. 11,42-44; 
Ovidio, Met. vili, 533; Petrarca, 
III, XVI, 7 : « Che già non mil- 
le adamantine lingue ». — 83-84. 
(EN) Tante gratie... concessi; ha- 
vessi. — 86. (EN) è lingic. — 91. 
(ST) iJe^r/e— 95-97. (EN) la chia- 
ra l.; Le qual; rnenaran. — 98. 
Nestore visse trecent' anni: clV. 
Tibullo, l. e , 50-51, Properzio, III, 
V, 46. E fu mal profeta: Ferraii- 
dino morì (1496) a ventinov'anni! — 
100-102. (EN) Ad tal che al món- 
do non trovassi il lìaro; desigtio 



(& a.; Come la madre il figlio a 
mata <£• caro.— 104. " Altilio edu- 
catore e maestro di Ferrando II ' 
(Salv): V. M. Tafuri, Op. cit., pp 
xxvii sgg. — 105. (EN) al fonte 
sacro. — 106. V. la n. alia canz 
VI, 284 e n. — (EN) lamica l — 107 
gran Barrhasio. (osi (EN) e (ST) 
Certamente Giovan Paolo Parisio 
detlo Aldo Giano Parrasio [i/^'jo 
1 522): anche (Salv). Nel 1490 inse- 
gnava già lettere greche e latine in 
Cosenza; nel '92 era in Napoli col 
padre , regio consigliere. Ferran- 
te II lo nominò scrivano nella re- 
gia cancelleria; don Federigo, se- 



KIMK 



79 



Orpheo che col soave & alto tono 

Di sua voce , & col sono 

D'està lyra iramortal, movendo i passi, 

Si trahea presso i boschi , i monti e i sassi. 

Non nascerà de la natura tua 
Né nacque in terra mai mortale o divo 
Sì degno de 1' honore & nome regio. 
S' alcun Greco o lìoman per fama è vivo, 
La loda fu del tempo & non la sua, 
Ch'allhora era vertute in luogo egregio: 
Una sola vertute in sommo pregio , 
Anzi nel sommo ciel , poneva ogniuno. 
Ma vederne in un solo tante unite 
Hor, che dal mondo son tutte sbandite; 
Et in secol sì fosco , oscuro & bruno 
Vederne chiaro alcuno , 
Ne sente tanta gloria l'universo, 
Che prosa dir no"l può, rima, ne verso. 

Principe, il regio, eterno, alto palatio 
Del chiaro ciel, dove quel che si vuole, 
Facilmente si puote in tempo breve , 



125 



gretario e consigliere. Nei '97 la- 
sciò Napoli; e nel 1509, quando 
usciron le rime del nostro, egli, 
essendo già stalo nelle università 
di Roma , di Milano, di Vicenza, 
insegnava, in quella di Padova, ret- 
torica: non che ^ranrfe, era dun- 
que grandissimo. V. Minieri Ric- 
cio, Biogr., pp. 408-409. — (EX) 
dil tuo li. — 108. Virgilio, Ed. iv, 
55: « Non me carminibus vincat 
nec Thracius Orpheus ». — (EN) 
avanto. — 109-1 12. Properzio, IV, 

I, 41-44: « Orphea delenisse feras 
et concita dicunt Flumina Threi- 
cia sustiiuiisse lyra: Saxa Cithae- 
ronis Thebas agitata per artem 
Sponte sua in muri membra cois- 
se ferunt ». CtV. Orazio, Epi.st. Il, 
nr, 392-396 in n. al son. LIV, 5- 

II. — III. d'està 1. Il p. avea in 



mano o vicino una lira? — 112. 
(EN) appresso. — 114-11^. (ST) 
Divo; Regio. — 115. (EN) Et que- 
sto chiaramente io provo et veg- 
gio. — 118-119. (EN) in maggior 
pregio (sic) nel sumnio seggio. — 
126. Petrarca, Tr. Ili, i, 75: « Che 
comprender noi ^\\ò prosa né ver- 
so »; 2'r. I, IV, 70-71 : «...che né 
'n rima Poria uè 'n prosa assai 
ornar né 'n versi »; I, s. viii, 12, 
20: « Che non curò giammai ri- 
ìne né versi... come si legge in 
prosa e 'n versi «.— (EX) Che dir 
non si potrebbe in jJrosa v. — 
127-1-28 palatio del e. ciel. 0- 
vidio. Mei. I, 166: «... magni Pa- 
latia caeli »; e ciV. canz. VI, 39 e 
)?.. — 128-129. Dante, 7n/! 111,95-96: 
« Vuoisi cosi colà dove si puote 
Ciò che si vuole ». Anche (Salv). 



8o RIME 

Del tuo lungo inorar si lagna & duole, 130 

Et porta invidia al glorioso Latio, 

Che di triomphi tuoi goder si deve. 

Ma se r ingegno human non è si greve 

A contemplar de le fortune varie 

Quel che '1 divin saver solo prevede, 135 

So che '1 Ee de li Dei certo s' avede 

Che tue vive vertù son necessarie 

Per le pesti contrarie; 

Che, poi che sei remedio a' nostri affanni. 

Starai qua giù tra noi molti & molt'anni. 140 

Ma tu, Vergine madre, intatta & alma, 
Che serbi l' Aragonio nome antiquo 
Per far del sangue barbaro vendetta, 
Non ti dispiaccia che quest'alma eletta 
Emende tanti error del mondo obliquo, ,45 

Che r inimico iniquo 
Del tuo figliuol assai ne die' supplitio 
In quel furor de F Hydruntino exitio. ,48 

SONETTO LIV. 

Hor ritornamo ai primi aspri tormenti, 
A le lagrime prime, al primo ardore. 
Chi credesse che lei, mossa d'amore. 
Fermasse il corso al suon di miei lamenti? 4 

Orpheo con suoi soavi & dolci accenti, 



— 130. morar. " Idest: dimorare " 
(Salv). — 131. Latio. Qui ' Italia '. — 
136. (EN) Quel chel re deli dei 
ceì'to Sfivede {y\ è confuso anche 
il vs. 133). — 140. V. la n. al vs. 
-142. nome, latin. (Virg'. ul^n. 



druntino exitio. La strage fatta 
dai maomettani in Otranto (13 a- 
gosto 1480). Un contemporaneo 
{Ardi. nap. Vi, 88): « mai non 
furono mure de terra più sangui- 
nate de quelle w. 



VI, 758: « nostrum... in nomen), I Son. LIV. -^ Questo e tutti i 
'stirpe'. (EN) il Aragoneo...an- componimenti che seguono ( ec- 
tico. — 145-146. (EN) iìiiro: Chel \ cetto il son. CIX ) si trovano so- 
perverso initnico. — inimico, ■" i- 1 lamente in (ST). — S-'i- Orazio, 
dest: Turco " (Salv). — 148. Hy- | Epist. II, 111, 392-396: a... Orpheus. 



RIME 



8l 



Per li boschi spargendo il suo dolore , 
De le fere mulceva il duro core , 
Facendo andare i monti e stare i venti. 

Al cantar d' Amphione i duri sassi 
Si congiunsero attendo in compagnia, 
Et fur di Tbebe un muro altero & forte. 

Ma no' spero che mai la Luna mia, 
Al suon di prieghi miei ritenga i passi, 
difesa mi sia centra la morte. 



14 



SONETTO LV. 



spirto d' honestade & gloria pieno , 
Petto , di fede albergo & di candore , 
Volto, onde vien quel foco & quel dolciore, 
Col quale Amor coutempra il suo veueno; 

Occhi , più chiari assai che '1 dì sereno , 
Uel più propinquo ciel vivo si^lendore; 
Quantunque in voi non habbia forza Amore, 
Volgete a me l'honesto sguardo al meno. 

Ch'altro dal vostro sole io non vorrei, 
Che '1 dolce lampeggiar, che mi fu duce 
Al camin degli affanni & dolor miei. 

L'oro, le gemme & quanto India j^roduce , 



Dictus ob hoc lenire tigres rabi- 
dosque leones. Dictus et Amphion, 
Thebanae coiiditor urbis , Saxa 
movere sono tesiudiais et prece 
blanda Ducere , quo vellet ». V. 
anche in n. alla canz. VII, 109- 
113, un brano di Properzio, IV, 
1, 41-44, 

SoN. LV. — 6. Il cielo della Lu- 
na. Cicerone [ De re pubi. VI , xvi] : 
(( (Luna) citima terris » (Salv).— 9. 
sole, ' splendore ": cfr. sest. I, 39, 
e ZI. — IO. lampeggiar. Petrar- 
ca, II, xx.iv, ó: « E *^ lampeg- 



giar deìV-ànf^eWco viso»; TV. III, 
ji , 80 : « Ch' i' vidi lampeggiar 
quel dolce viso ».— lo-i i. Petrar- 
ca, [I, e, vu , 2-3]: «.., uu dolce 
lume Che mi mostra la via che al 
ciel conduce» (Salv). — 12-14. 0- 
razio. Od. Il, xii, 21-26: (i Num 
tu quae tenuit dives Achaemenes 
Aut pinguis Phrygiae Mygdonias 
opes Permutare velis crine Licy- 
mniae Plenas aut Arabum domos, 
Dum flagrantia detorquet ad o- 
scula Cervicem »; III.xxiv, 1-2: 
« Intactis opulentior Thesauris A- 
rabum et divitis ladiae »; cfr. E- 



52 RIME 

Et de Mida il thesoro io cangerei 
Per un rivolger sol di vostra luce! 



14 



SONETTO LVI. 

Qual anima ignorante, o qual più saggia, 
Qual huom mortale dio, qual donna o diva, 
Qual antro, prato, o valle, o fiume, o riva, 
Qual habitata o solitaria piaggia, 

Qual selva è sì reposta si selvaggia, 
Qual lauro in aere cresce, o quale oliva, 
Che non sapia il mio male onde deriva, 
Et de sì grave arder pietà non haggia? 

Qual parte è hoggi al mondo, che non sia 
De le lagrime piena & del lamento. 
De le voci, sospiri & doglia mia? 

Non giace cosa homai sotto la via 
Del sol, che non conosca il mio tormento, 
Se non sola costei, ch'io più vorria! 



SONETTO LVII. 

Poi die negli occhi il cor cliiaro si vede, 
Et dentro il cor la vostra imagin vera, 
Sculpta da man d'Amor, perfetta, intera. 
Da la siderea fronte al bianco piede; 



pist. I, VI, 6; VII, 36. — 13. Mida. 
Catullo, XXIV, 4: (( ... divitias Mi- 
daei). — 14. Petrarca, I, b. 11, 7: 
« Ma puossi a voi celar la vostra 
luce ». 

SoN. LVI. — È in un cod. di A- 
postolo Zeno, fra altri, col nome 
del Sannazaro (v. in Opere volg. , 
p. 434) , con queste var. : 2 qi(al 
dio; 3 prato fiume selva; 5 fe- 
ra; 6 aria; 7 mal donde; 9 oggi 
d. m. è/ IO e di L; 14 che sol v. 
I fratelli Volpi non s'accorsero 
ch'apparteneva al nostro. — 1-13. 
Cfr. Petrarca, II, xx, 9-14; « Non è 



sterpo né sasso in questi monti , 
Non ramo o fronda verde in que- 
ste piagge. Non fior in questi valli 
foglia d'erba; Stilla d'acqua non 
vieu di queste fonti, Né fiere han 
questi boschi si selvagge. Che non 
sappian quant'è mia pena acer- 
ba ».— 2. (ST) Dio. — 5. (ST) re- 
sposta, non corr. in ER.— 6. (ST) 
Lauro. — 14. Petrarca, I, oli, 2-3: 
«...se non sola colei Che sovr'ogni 
altra e eh' i* sola vorrei ». 

SoN. LVII.— i. Petrarca, I, GLI, 
6: «Non vedete voi 'i cor negli 
occhi miei? »: anche (Salv). 



UIME 8^ 

Con lingua non conven farvi più fede 
D' ardor sì manifesto , ove no' sjDera 
Altro, che desperar, l'anima altera, 
Altro che ben servir senza mercede. 8 

Tacendo, col mirar parlarvi io soglio, 
Et con magior ardir che non vorria, 
Che de si gran beltà temo l'orgoglio. n 

Sol che vedate voi che '1 cor desia 
Languir, morir, servendo; altro non voglio: 
Quest' è '1 fin del triompho & gloria mia. 14 

SONETTO LYIII. 

Pregio, gratia, beltà, senno perfetto, 
Candor meraveglioso, anzi celeste, 
No' sperar che con lingua lo manifeste 
Il foco, che per gli occhi esce dal petto. 4 

Tu pòi veder col chiaro, almo intelletto. 
Non impedito mai d'humana veste, 
Nel viso sfavillar le fiamme honeste. 
Che d'honesta cagion mostran l' effetto. s 

Repulse non temo io, non temo asprezza, 
Ch'altro il mio cor non vuole, altro non chiede 
Che mirar sempre il sol di tua bellezza. u 

Due phenici hoggi al mondo il ciel concede: 
Una beltade & sola una fermezza, 
Contenta di servir senza mercede. 14 

SONETTO LIX. 



A voi sola vorrei far manifesto 
L' incredibil dolor che '1 cor m' assale , 



SoN. LVIII. — IO. Petrarca, I, 
Lxxxvi, 5: « Pasco 7 cor di so- 
spir ch'altro non chiede, «.—non. 
(ST) un , non corr. in ER; e cor- 
retto anche dal (Salv). — lo-i i. Pe- 
trarca, II , Lxxv, lo-i 1 : «... e mai 



non volsi Altro da te che 'I Sol 
degli occhi tuoi ». — 12. phenici. 
Anche di Laura il Petrarca , I , 
CLVi,4: «Nè'n ciel nè'n terra è più 
d'una fenice »; III, e. 111, 49: « Una 
strania fenice «; Lin, 1 : « E que- 



84 BIMR 

Né conoscesse pria qual è '1 mio male 
L' invido volgo , al ben sempre molesto. 

Ma, perché già passato è l'anno sesto 
De la mia pena, al valor vosti'o eguale, 
Celar non posso agli altri un foco tale , 
Et per paura a voi no' '1 manifesto. 

Ben vorrei ch'alcun altro havesse ardire 
De dirvi, ch'io per voi moro & languisco. 
Et agli altri celasse il mio martire. 

Ma chi osarà per me, s'io non ardisco? 
S'io me discopro, chi mi può coprire? 
Chi mi sarà fidel , s'io mi tradisco? 



«4 



SESTINA IV. 



Poscia eh' io fui subietto a l' impio regno , 
Con arme di beltà tratto per forza, 
Non hebbi al mondo mai di gloria parte , 
Le nubi mi negàro & sole & luna; 
Ond' io ti prego, primo honor del cielo, 
Che tu mi rendi a la mia vita prima. 

S'io fusse nato in quella etate prima, 
Che Saturno regeva l'aureo regno, 
Allhor eh' era ad ogniun comune il cielo , 
Né vi regnava crudeltà né forza, 
Forse che fatto havrei de la mia Luna 
Crii aspri sdegni mancare in qualche parte, 

fusse io fuor dal mondo, o in quella parte 
Creato con color che furon , prima 
Che dimostrasse i rai la bella luna; 
Ch' or io non servirei quel ferreo regno. 



sto '1 nido in che la mia feni- 
ce ». — (ST) Phenici. 

SoN. LIX.— 4-5. " L' anno sesto 
del suo amore " (Salv). 

Sest. IV. — 5. p. onor dsl 
cielo. Nel sistema tolemaico il 
primo cielo è quello della Luna. 



Cfr. anche vs. i8. — 8. Virgilio, 
Ed. IV, 6 : « ... Saturnia ì^egna »; 
Ovidio, Met. I, 89: (.i Aurea pri- 
ma sata est aetas ». — 13-15. Du- 
rante il Caos; che, allora, secondo 
Ovidio {Met. I, lo-ii): « Nullus 
adhuc mundo praebebat lumina 



RIME 8$ 

Che li mortali e i dei vence per forza , 

Né par che'l primo honor gli iieghe il cielo. i8 

Colui che sol col cenno tempra il cielo, 
La terra e '1 mar ventoso & ogni parte 
Del mondo, non dispregia una tal forza; 
Et, (se vana non è la fama prima,) 
Quel ch'ebbe in sorte il fal)uloso regno. 
Arse in fiamma crudel per la sua Luna. 24 

Luogo non è qua giù sotto la luna, 
Ne là su nel profondo & arduo cielo, 
Immenso spatio de l'empireo regno, 
Che già non l' habbia Amor di parte in parte , 
Da V ultima magion fin a la prima , 
Preso con violenta, invitta forza. 30 

Ma sol di questa inexpugnabil forza 
Triompha la beata, altera Luna, 
Et serba a castità la fede prima. 
Hor empia Endimion di sogni il cielo , 
Et Pan di voci i boschi & ogni parte, 
Che lei si vive nel siao proprio regno. 36 

Del regno Archadio il Dio né con sua forza , 
Né con frode hebbe mai parte in la Luna , 
Che, come hor corre il ciel , corse da prima. 39 

SONETTO LX. 

di bellezza intera eterno nume. 
Comune & naturale invidia a quelle , 



Titan, Nèc nova crescendo repa- 
rabat cornua Phoebe ». — 17. Pe- 
trarca, I, s. vili, 19-20: « Uomini 



trarca, II, e. n, 9-11: « E s'egli è 
ver che tua potenza sia Nel ciel si 
grande come si ragiona, E nell'a- 



e Dei solca vincer pei' forza, A- | bisso «. — 23-24. Plutone e Pro- 



mor ». — 19-21. Giove: cfr. canz. 
VI, 46-48. Orazio, Od. Ili, iv, 
45-48: « Qui tcrrayn inertem, qui 
mare temperai Ventoswn et ur- 
bes regnaque tristia , Divosque 
mortalesque turbas Imperio regit 
unus aequo ». — 19-24. Cfr. Pe- 



serpina. — 25. sotto la luna. Pe- 
trarca, I, s. VII, io; II, e. VII, 99. — 
26. profondo... cielo. Virgilio, Ed. 
IV, 51: <( ... caelu7nq\w profun- 
diim».— 3+. V. la n. ai vv. 31-33 
della sest. III. — 35-38. V. in n. ai 
vv. 23-24 della sest. II , il brano 



86 RIMR 

Ch' al viso glovenil , più per costume 

D'amor che di ragion, son chiare & belle; 4 

d' eloquentia dolce & aureo fiume , 
Consecrato a le nove alme sorelle, 
Luna, de gioventù perpetuo lume, 
Ch' offuschi i rai de le minori stelle ; 8 

Ornamento del mondo, altero honore 
Di pudicitia intatta, in cui si gloria 
Vertù, natura, il cielo, e'I primo autore; n 

Se nanzi il fin de la leggiadra historia 
Del tuo valor, non mi consuma Amore , 
Sarà d'ambi duo noi sempre memoria. 14 

SONETTO LXI. 

Se'l vostro sdegno, & fiero & pertinace, 
Non fusse a darmi morte tanto intento, 
E '1 cor , eh' omai languendo in tutto è spento, 
Donna, trovasse in voi pur qualche pace; 4 

L'ingegno, che diventa, ardendo, audace, 
Al bel nome farla tal monumento, 
Che no' '1 ruinarebbe onda né vento, 
Non foco, non invidia, tempo edace. 8 

E '1 valor , di cui sol Napol si gloria , 
Rjisonarebbe allhor per ogni parte , 



di Virgilio, Georg, m , 391-393, | >'e5 ». Quest'ultimo brano in parte 
anche qui tenuto presente, e spe- anche (Salv). — 11. (ST) auttorp , 



cialmente pei vv. 37-38 il 392: 
« Pan deus Arcadiae captam te , 
Luna, fefellit ». 

SoN. LX. — 5. Petrarca, I, ce, 
4: « D'alta eloquenza sì soavi fiu- 
mi ». Cfr. Omero (di Nestore) , //. 
I, 249: Toù /.ut «770 y)M(jcr,(; ps- 
)itTo; jìvAo'j pé£v aù(?J3. — 7-8. 0- 
razio, Epod.w, 1-2: «... et caeio 
fulgebat Luna sereno Inter mi- 
nora sidera » ; Od. I, xir, 46-48: 
« ... micat inter omnes lulium si- 
dus, velut inter ignes Luna niino- 



non corr. in ER.— 12.- 13. Petrar- 
ca, II, Lxxi, 1 1 : « La lunga isto- 
ria delle pene mie ». 

Son. LXL — 4. Petrarca I. cxm, 
8: « E sol di lei pensando ho 
qualche pace ».— 6-8. Da Orazio, 
Od. Ili, XXX, 1,3-5: « Exegi monu- 
mentum aere perennius. .. Quod 
non imber edax, non Aquilo inpo- 
tens Possit diruere aut iunume- 
rabilis Annorura series et fuga 
temporum ». Il primo di questi vv. 
anche (Salv). 



RIME 



Né morte gli torna la sua gloria. 

Ma questa ilebil Musa in varie cliarte, 
De l'orgoglio facendo hor sol memoria, 
Tace de la btiltà la magior parte. 



87 



>+ 



SONETTO LXII. 



refrigerio grande a tanti ardori, 
S'io tanto havessi ingegno , quanto ho fede, 

fusse, donna, in voi tanta mercede, 
Quant'è beltà, magior de le raagiori; 

Ch' io cantarci tai versi & sì sonori 
De l'immense vertù, che '1 ciel vi diede. 
Che quanto abbraccia il mar , quanto '1 sol vede 

1 miei pregi udirebbe e i vostri houori. 
Ma voi d'ogni pietà privata, & io 

D' ingegno , ambi duo noi col fallo nostro 
Duro freno liavem posto al bel desio. 

Et hor non per mio ben, non per lo vostro 
Io canto, che non son vostro né mio. 
Ma perché '1 torto altrui col mal mio mostro. 



»4 



SONETTO LXIII. 



Se fusse eguale il mio cantare in rima, 
Donna, al vostro divino alto valore, 
Io sarei tra poeto hoggi il magiore. 
Come tra donne voi siete la prima. 

Ambi duo siemo posti in su la cima, 
Voi di beltà, di sdegno & aspro core, 
Io di fede syncera & tale amore, 
Che'l casto in voi, non mon che '1 bello, estima. 



Son. LXII. — 7. Petrarca, I, e. 
II. 57: « Quanto l Sol gira ». — 1 1. 
l'etrarca, I, xxi, i : «... s'ancor vi- 
ve il bel desio ». — 13. Petrarca, 



I, e. I, 100: a Non son mio, no ». 

Son. LXin. — 4. Donne. — 5. 

siemo. Cosi (ST) ; forse derivato 

dal sirnnio del vernac. napol. — 



88 EIME 

Ad ambi duo dispiace il mio desio; 
A malgrado del vostro animo ingrato , 
Et contra il mio voler, vostro sou io. u 

A voi sola mi diede il duro fato; 
Ond'io posso affirmar, che non son mio, 
Se non son vostro, a cui mi havete dato. 14 

SONETTO LXIV. 

Alto pensier , che 'n gentil cor s' annida , 
È del proprio valor tanto contento , 
Che nullo affanno mai gli dà spavento, 
Et è più saldo , quando Amor lo sfida. ^ 

Quanto la Luna mia più si confida 
Con gli sdegni abbassar l'alto ardimento, 
Mi trova saldo , come a l' aspro vento , 
Atho, Apennin, Yesevo, Olympo & Ida. g 

Luce celestì'al d' eterno honore. 
Come j)uò il vostro petto esser capace , 
(Divino essendo lui,) d'humano errore? u 

Ch'io cheggio da vostr' occhi honesta pace, 
Et sol priego, che'l mio pudico ardore 
Non vi dispiacia al men, si non vi piace. 14 

SONETTO LXV. 

Se'l mio candido amor ch'ai cielo aspira, 
In gloria & honestà sempre constante, 
De jjudicitia segue 1' auree piante , 
Perché '1 bel volto in me tanto s' adira ? j 



13. V. il. son. precedente all'istes- 
so vs. 

Son. LXIV. — 3-4. Petrarca, I, 
cxx, 14: « Che s'ella mi spaventa, 
Amor m'attìda ». — 7-8. Cfr. Vir- 
gilio, JEn. X, 693-696: « Ille velut 
rupes , vastura quae prodit in ae- 
quor, Obvia veutorum furila expo- 



staque ponto, Vim cunctam atque 
minas perfert caelique marisque, 
Ipsa immota manet ». — 8. Cfr. 
Petrarca, I, xcvni, 1-4. — 12. Pe- 
trarca, I, xvii, 2: « Per aver co' be- 
gli occhi vostri pace ». 

Son. LXV. — i. Petrarca, II, e. 
1, 69; «... '1 cielo, ove '1 tuo core 



RIME 89 

Se come un cor volgare il mio sospira, 
Non è '1 mio foco di volgare amante ; 
Sol tua beltade eterna & l'opre sante 
L' animo , eh' è divino , ardendo admira. 8 

Poi che tu , Luna mia, vedi & intendi, 
Ch' io spregio ciò che '1 volgo amando apprezza , 
Perché d'ira crudel ver me t'incendi? n 

Forse d'amor de mortai liuom t'offendi, 
Che , (si superbia mai seguìo bellezza ,) 
Tu sola, & con ragion, col ciel contendi. 14 

SONETTO LXVI. 

Per dio, madonna, un dubio mi solvete, 
Nel qual penso & vaneggio, anzi mi doglio: 
Parvi forse honestà tant' aspro orgoglio , 
Che li saluti anchor non mi l'endete? 4 

Qual sorte mia vi tien, che non vedete. 
Ch'altro che casto amor di voi non voglio? 
Ma di begli occhi io più lagnar mi soglio, 
Che giamai verso me non gli volgete. 8 

Nel viso aperto, aperto il cor vi mostro. 
Nel qual si vede eh' altro io non desio , 
Ch' un dolce aspetto sol del lume vostro. u 

Ricco sarei del desiderio mio 
Più che chi beve in gemma & dorme in ostro: 
Tanto a ciascun gran cosa è'I suo desio! 14 

SONETTO LXYII. 

Di piangere & pregar già stanco & lìoco , 
Fuggir credendo Amor, giamai non cesso 



aspira ». — 7. Petrarca, II , xix , 
14: « Membrando '1 tuo bel viso 
e l'opre sante ». — io. Cfr. Ora- 
zio, Od. Ili, 1, I : « Odi profanum 
volgus et arceo »; Sannazaro , e. 
XVII, 26-27: « Se di voi sol con- 



tento Dispregio quel che più la 
turba estima ». 

SoN. LXVI.— 4. (ST) le saluti.— 
12-13. Cfr. son. LV, 12-13 e n. 

SoN. LXVII.— 1. Petrarca, I, 
LUI, 4: « E del continuo lagrimar 



90 RCME 

D'andar corx'endo, & ritornare spesso 
Da r habitato al solitario loco. 

Ma, lasso!, il mio fuggir mi giova i^oco , 
Poi che fuggir non posso di me stesso. 
Ovunque io vada, Amor mi veggio apresso, 
Ch' accende il petto mio di magior foco. 

Cosi non manca mai l' aspra ventura 
D' ardermi dentro & fuor dal luogo , ov' io 
Vivo in vita peggior che morte oscura. 

Sì bella è la cagion de 1' arder mio , 
Si molle io che la seguo, & lei si dura, 
Che speranza non vien d' un tal desio. 



H 



SONETTO LXVIII. 



Candida fronte ornata in treccie bionde, 
Anzi ai raggi del sol perle raccolte , 
Volto di rose in paradiso hor colte, 
Che spirate altro odor che rosee fronde; 

Eburnee man, bellezze alme & gioconde 
Nel collo & latteo petto inseme accolte , 
Et voi, magior dolcezze, agli occhi occolte, 



son stanco )>; Tr. I, i , io: « Ivi 
fra r ei'be , già del piange)^ fio- 
co v.—^^. Petrarca, I, e. xiii, 15- 
16: « Ogni abitato loco, É nemi- 
co mortai degli occhi miei ». — 
5-7. Cfr. Orazio, Od. II, xvi, 18-24: 
(( Quid terra alio calentes Sole mu- 
tamus? Patriae quis exsul Se quo- 
que fvgitì Scandit aeratas vitiosa 
naves Cura nec turmas equitum 
relinquit , Ocior cervis et agente 
nimbos Ocior Euro »; Sat. II, vii, 
1 1 3 : <( Frustra : nam comes atra 
premit sequiturque fugacem » ; Pe- 
trarca , I, XXII, i:-i4: « Ma pur 
si aspre vie né si selvagge Cercar 
non so, ch'Amor non venga sempre 
Ragionando con meco, ed io con 
lui ». — 6. Cfr. Orazio, Epist. I, xi, 
27 : « Caeluni, non animum mutant, 
qui trans mare curruut ».— 7. Pro- 



perzio, III, xxviii, 1-2: «...tu licet 
usque Ad Tanain fugias , usque 
sequetur Amor ». 

SoN. LXVIII. — 1-2. Petrarca, 
XLiii , 6: « Per rimembranza del- 
le trecce bionde » ; e. xi , 47-49 : 
« Qual su le trecce bionde. Ch'o- 
ro forbito e perle Eran quel di 
a vederle»; e. xii, 77: «Le bionde 
trecca sopra '1 collo sciolte ». — 
3. Petrarca, I, clxxxvii, i : « Due 
rose fresche e colte in Paradi- 
so »; cfr. anche I, e. xii , 71-74- 
Sannazaro, Are. p. 27: « Tyrena 
mia , il cui colore aguaglia Le 
matutine rose »; Properzio, II, m, 
12. — 6. latteo petto. V. anche il 
son. ce VII, 4; e cfr. Ovidio. Epist. 
xvi, 249-230: « Pectora vel puris 
nivibus, vel lacte... candidiora »; 
Petrarca, l. e, 78 (del collo); « O" 



RIME 



9i 



Ove'l gorgo Letheo la speme asconde; 

Quando udirete un dì la vostra historia , 
Volgendo gli anni a la stagion perfetta, 
Ch' offusca il sol de la fiorente etade ; 

Forse direte anchor, non senza gloria: 
— Luna al mio tempo io fui per gran beltade ! — 
Et quel fin per me fia giusta vendetta. 



>4 



SONETTO LXIX. 



Tu, Musephilo mio, giocondo amico, 
Da che si mostra il sol, fin che s'asconde, 
Al dolce murmurar de le sacre onde 
Ti stai, ne l'Heliconio colle aprico. 

Io, come soglio, hor lasso m'affatico 
Con un vano desio, che mi confonde, 
Di veder bianche quelle chiome bionde, 
Vendetta & refrigerio al foco antico. 

Tu ti pasci del tuo nobil ingegno. 
Et l'amoroso ardor di me si pasce, 
Et più cir io sono homai men verde legno. 

Incrudelito Amor ver me si irasce, 



v'o.sni latte p rJeria sua prova ». — 
8. Forse: ' Di veder le quali non 
ci è speranza '. Cfr. son. CLXII , 
lo-i I : '• La speme nel crudel gor- 
go ili Lete Cade"; e son. LXXXVI, 
12: " L'altre dolcezze ascose eran 
(lesiri ". — 9-14. Anche il Petrar- 
ca (I, IX ; II, xlvii-xli.k) dalla vec- 
chiaia di Laura si riprometteva pa- 
ce, se non vendetta. — io. Virgilio, 
\JEn. 1 , 234] «... olim volventibìts 
annis »; Petrarca, I, xxi, 4: « Vol- 
gendo gli anni , già poste in ob- 
biio ». — II. Petrarca, l,ix,3-4: 
« Ch'io veggia, per virtù degli 
ultimi anni , Donna , de' be' vo- 
str' occhi il lume spento ». — 12. 
Orazio, Od. Ili, xxvi, 2 : « Et mi- 
litavi non sine gloria »: in parte 
(Salv),— i3.Virgilio, [JS/t. iii, nj: 



« Et campos ubi Troia fuit » 
(Salv). 

SoN. LXIX.— !. Musephilo. Di 
Giovan Battista Musefilo, di Gub- 
bio, cancelliere di don Federigo, 
re (1496), lettore di poesia e di 
hunianità nello Studio napolitano 
(1508-1512), e ricordato dal nostro 
anche nella Resp. contro li ma- 
liv. , 220; più largamente nell'/n- 
trod. — 2. Virgilio, Georg, i, 438: 
« Sol quoque et exoriens et quum 
se condet in undas»; Petrarca, l, 
e. IV, 44: «... poi che 'l Sol s' a- 
sconde ». — 7. Petrarca, I,ix, 5 
« E i cape' d'oro fin farsi d'argen 
to»; II, XLix, 14: « Cangiati i volt 
e l'una e l'altra coma ». — 1 1. Pe 
trarca , II , 1:1 , 11 : « Tanto più 
quanto son men verde legno ». 



9^ RIME 

Et mi mostra il bel volto ognihor più degno, 
Et in secco terren verde rinasce. 



>4 



CANZONE Vili. 



Già se dissolve lioraai la bianca neve 
Per gli alti monti, e 'n tepido liquore 
Si cangia l'indurato & freddo gelo: 
L'ape soavemente il dolce humore, 
Lagrima di Narcisso, liba & beve; 
Favonio aspira, & dal ceruleo celo 
Eimove il negro velo. 
Lasciando la spelunca esce di fuore 
Con la gregge il pastore; 
Né riposarsi più gli piace altrove, 
Che sotto a l'almo Giove; 
Amor per prati & per fiorite valli 
Le Nymphe invita a gli amorosi balli. 



E Orazio, f Od. IV, xiii , g-io ]: 
« Transvoiat aridas Qiiercus ». 
Quesfviltimo (Salv). 

Canz. Vili. — Fu diretta al ca- 
valier Cola d'Aiagno: v. la n. al 
vs. 14, e cfr. i vv. 95-96 di questa 
canz. — Traduce principalmente da 
Orazio , Od. I , iv. — 1-3. Orazio, 
l. e. , 1: « Solvitnr acris hieras »; 
anche (Salv) e (M-C); ix, 5 : « Dis- 
solve frigus»; e Virgilio, Georg. 
1,43-44: «Vere novo gelidus ca- 
nis cum montihus umor Liquitur 
et zepliyro putris se glaeha resol- 
vit ». Cfr. anche Orazio, Od. IV, 
VII, I, 9: « Diftugere nives... Fri- 
gora mitescunt Zephyris » ; xii , 
3-4: « lam nec prata rigent, nec 
fluvii strepunt Hiberna nive turgi- 
di ». I due nllinli brani (M-C). — 
4-5. Virgilio, Georg, iv , 51-55 
(delle api): «...ubi pulsam hie- 
mem Sol aureus egit Sub terras 
caelumque aestiva luce reclusit, 
Illae continuo saltus silvnsque pe- 
ragrant Pnrpureosque metunt flo- 
res et flumina libant Summa le- 



ves ». Cfr. anche JEn. 1,430 sgg.: 
(I Qualis apes aestate nova per flo- 
rea rura Exercet sub sole labor 
etc. »; e vi, 707 sgg.: « Ac velut 
in pratis ubi apes aestate serena 
Floribus insidunt variis etc. »; e 
questi da Omero, //. 11, 87 sgg. — 

5. lagrima di Narcisso. Virgilio , 
l. e. ( fra gli alimenti delle api), 
160: « Narcissi lacriniam ». — 

6. Orazio, Od. I, iv, i : « ... graia 
vice veris et Favoni »; anche 
(M-C).— 8-9. Orazio, l. e, 3: « Ac 
neque iam stabulis gaudet pecus 
aut arator igni » ; anche (M-C). — 
lo-ii. Orazio, Od. I, 1, 25-26: 
« Manet sicb love frigido Vena- 
tor »; in parte (Salv), che aggiun- 
ge anche: " sub dio ". — 12-13. 0- 
razio, Od. I, iv, 5-7: « Iam Cythe- 
rea choros ducit Venus inminente 
luna, lunctaeque Nyinphis Gratiae 
decentes Alterno terram quatiunt 
pede » (M-C); e Oc?. IV, vii, 5-6: 
« Gratia cum Nymphis geminis- 
que sororibus audet Ducere nuda 
choros ».— 13. amorosi balli. Pe- 



UIMK 93 

Hor ti conven, felice & chiaro spirto. 
Pascer di bei peusier la mente grave, 15 

In questi giorni lieti & geniali; 
Hor dèi sotto l'amena ombra soave, 
D'hedera, o lauro, di Venerea mirto 
Ornar le terapie nitide , immortali. 
Vedi con passi eguali 20 

Intrar quella crudel, pallida morte, 
Per le superbe porte 
D' alti palazzi, & per le case liumìli 
Di genti basse & vili : 

La frale & breve vita, che n'avanza, 25 

Ne vieta incominciar lunga speranza. 

Quanto sarebbe il desiderio vano 
Et fallace la speme , quando alcuna 
Mercede, o dolce sguardo, anz'il morire. 
Io sperassi liaver mai da la mia Luna. 30 

No' spero che'l suo cor meu inhumano, 
Ch'iersera fu, demane io possa dire. 
Questa in disdegni & ire, 
In crudeltade & in bellezza augmenta , 
Et già non mi tormenta, 35 

Che'l tormento in costume è transformato. 



trarca , I, clxiv, 7: «Destami al 
suoli degli amorosi balli».— 14. f. 
& chiaro spirto. É Cola d'Alagno, 

— cui il n. diresse auclie il son. 
CXCIV, e dedicò la prima edizio- 
ne delle sue rime (dove non era 
ne questa canz. uè quel son.) col 
prologo stampalo in Appendice , 

— figlio di Ugo, e questi fratello 
della celebre Lucrezia. Fu signo- 
re di Rocca Rainola, Torre An- 
nunziala ecc. , e, nel 14S9, amba- 
sciatore di Ferrante I a Venezia. 
Di lui anche nell' Introduzione. 



et in urnbrosls Fauno decet inmo- 
lare lucis » ; anche (M-C). Cfr. poi 
Orazio, Od. I, i, 29: « Me docta- 
rum hederae praemia frontium»; 
Virgilio, ^En. V, 71-72,246, 339: 
«... et cingite teìnpora raniis. Sic 
fatus velat anatema tempora myr- 
to . . . viridique advelat tempora 
lauro... Sic iiitus cingit viridanii 
tempora lauro »; e Dante, Purg. 
XXJ, 90: « Dove merlai le tempie 
ornar di mirto ». — 20-26, Ora- 
zio, Z. e. , 13-15: « Pallida mors 
aequo pulsai pede pauperum ta- 



17-19. Orazio, I, IV, 9-11: : bernas Regumque turres. O bea 

« Nunc decet aut viridi nitidum te Sesti , Vitue siimma brevis 

caput inpedire myrto Aut flore 1 speni nos vetat inchoare lon- 

terrae quem ferunt solutae; Nuuc i gami): (Salv) e (M-C). — 2S. (ST) 



94 RIME 

Speranza no, ma fato 

Poner mi fé' gli affanni e i pensier miei, 

Et ogni mia dolcezza in amar lei. 

Che se fusse d' amor libera l'alma, 
Forse ch'io sperare! dal ciel tal dono, 
Qual diede il sacro Apollo al Tliracio Orph^o ; 
Ond'io dii-ei con grave, heroico suono 
Gli alti Trophei, la gloriosa palma 
Di quel cho'n terra è -più che semideo. 
Forse di Chariteo 

Vivrebbe il nome allhor non men preclaro , 
Che quel del Sannazaro. 
Il quarto d'honor de l'Aragonio nome, 
Ornando le mie chiome 
Di lauro, io cantarci per tutto il mondo; 
Et tu saresti il mio pensier secondo. 

Ma già la notte eterna hornai ne preme, 
Et le fabule & l'ombre, horrendi mostri 
Del regno, ove non vive altro che inane. 
Extender non si ponno i pensier nostri 
Da r alba al sol, non che'n più larga s^aeme. 
Et tutte nostre imprese al fin son vane. 
Quel ch'esser dee demane 
Fuggo cercar; che, benché non contento, 
Pur con minor tormento 
Mi vivo, & ogni mal, che '1 dì m' adduce, 
Pensando a la mia luce. 



40 



45 



50 



55 



60 



fallace. — 42. V. la n. alla canz. 
VII, 108 e n.— 43-44. Properzio, II, 
1, 17-18, 25: «Quod mihi si tantum, 
Maecenas, fata dedissent, Ut pos- 
sem beroas ducere in arma ma- 
nus ... Bellaque resque tui memo- 
rarem Caesaris ». — 45. Ferrandi- 
no. — 49. Il quarto dei sovrani a- 
ragonesi che regnarono a Napoli : 
Ferrante II. — 50-51. Cfr. Dante , 
Purg. xxu , 107-108 (dei poeti): 
«... ed altri pitie Greci, che già di 



lauro ornar la fronte ». — 51. 
(ST) Lauro. — 52. Properzio, /. e, 
25-26 :'<(... ef tu Caesare sub ma- 
gno cura secunda fon^es ». — 53- 
55. Orazio, l. e, 16-17: « lam te 
jìreniet nox, fahulaeque Manes , 
Et domns exiiis Plutonia, quo...»; 
(Salv) solo il fabul. Man. — 59- 
60. Orazio, Od. I, ix, 13: «Quid 
sit futurum cras, fiige quaerere »: 
anche (Salv). — 62. Petrarca , I , 
e. IV, 12: « iVIa lasso, ogni dolor 



RIME 95 

Rivolgo in gioco ; che per darsi affiinno 

Non augmenta il piacer, iiò manca il dauuo, 65 

Che giova sparger lagrime inliuite , 
languire in sileutio?, o lamentarsi 
D'un cor che per natura Amor disprezza? 
Quanto meglior sarebbe affaticarsi 
A non pensare al petto duro, immite, 70 

Ma de mirar la lucida bellezza. 
Tener la mente avezza 
A contentarsi & non passar più avante. 
Ai me , misero ! , quante 

Fiate fu cagion del dolor mio jr 

Il trojjpo alto desio!: 
Ch'avendo lui prescripto & mortai fine, 
Non debbe mai tentar cose divine. 

Anz'il fallir si dèe 1' huom ritenere, 
Che folle è quel che tardo si ripente, so 

Et saggio chi peccò sol una volta. 
Poi de r error s' impara facilmente, 
Che per sé dio ritien l' antevedere, 
Dove non giunge nostra mente stolta , 
Nel vii fango sepolta. 8- 

Atteon , se '1 suo mal prima vedea , 
La vergine alma Dea 
Non facea divenir si fera & cruda, 
Quando la vide igniuda; 
Che de servo fidel si fé' nemico : 
Tanto r ardir offende un cor pudico ! 

Ma tu converti il jjianto , 
Canzone, in riso, & in dolcezza il tosco; 
Et d'uno in altro bosco 



90 



che 'l di m'adduce ì).— 62-64.. C{r. 1 Cfr. Orazio, Orf. Il.xi, 11-12: «. 
Orazio, l. e. , 13-15: «...etQiiem | quid aeternis minorem Censi liis a- 



fors dierum cuiuqiie dabit lucro 
Adpone ». — 64. Petrarca , II , 
XLvn , 7-8: «... e rivolgeva in 
gioco Mie pene acerbe ». — 74-78. 



niniiuu fatigds? ». — 86-90. Cfr. O- 
vidiù, J/e<. Ili, 143-239. — 93-95. Pe- 
trarca , III, XI, 99-100, io2:«... 
canzon., vedrai Un cavalier ». — 



9^ mìiiK 

Ricerca iiìi cavalier, di laurea degno g^ 

Per arme & per ingegno; 

Et digli che Dittinna homai si duole, 

Che rimangan per lei le Muse sole. gg 

SONETTO LXX. 

Alma, qual fia meglior: verso occidente 
Correr , o ber del Nil le fertil onde ? 
de terra cercar le più j^rofonde 
Parti , per non sentir dolor si ardente ? 4 

Che parli?, o qual furor gira la mente, 
Dove poi tu fuggire, o chi t'asconde? 
Ch' amor teco non venga & ti circonde , 
Et ti dimostre il bel viso presente ? g 

Dunque, misera, stanca, in tanti affanni 
A fuggir di pregion non sarai presta 
Con forza, o con ingegno, o con inganni? n 

Cerca ove dorme il sole, ove si desta, 
Da r Indi primi a 1' ultimi Britanni, 
Ch'amor ti vedrai sempre in su la testa! 14 

SONETTO LXXI. 

sole in terra, in ciel candida Luna, 
Regina & duce del sidereo choro, 
Fronte ornata di rai de nitido oro, 
Che dio di propria man fé' sola & una; 4 

Celeste corpo , in cui non può fortuna , 
De pura castità caro thesoro , 



97.DiUinna, 'Diana', dalla città di 

questo iiome,e s;icra a lei, nell'isola 

di Cretii. Cfr. Ovidio, Met. 11, 341. 

SoN, LXX.— 5-8. Properzio, III, 



w?o.sque Britannos »; xxix, 4: «... 
et ulcima Britannia »; Orazio, Od. 
I,xxxv, 29-30: «...in vltimos Orbis 
Britannos ». — 14. Properzio, l. r.. 



xxvin, 1-2: « Quo fugis a demens? I 7-S: « Instat semper Amor snpra 

nullast fuga: tu licet nsque Ad Ta- caput, instat amanti. Et gravis ipse 

nain fugias,usque sequeturAmor». super libera colla sedet»: (Salv) 

— 13. Catullo, XI, 2, 1 1-12. « Sive in | solo il supra capiti. 

ecctremos penetrabit Indos... ulti- \ Son. LXXI.— 6. (ST) tbesoro. — 



RIME 97 

Rara vertù eli' io celebrando adoro, 

Ch'altro non dee sperar anima alcuna; g 

Io per me vo'che prima il j^adre eterno 
Col fulgure a le negre ombre m' invie , 
Horribili ombre del profondo inferno; n 

Ch'altro dal vostro nome io mai desia, 
Che farlo più sublime & sempiterno : 
Quest'è '1 fin de l'imprese & glorie mie. 14 

SONETTO LXXII. 



Baia, di lacciuol venerei piena. 
Monumento de l'alte, antique cose; 
fortunato lito, piaggia amena, 
jDrati , adorni di purpuree rose ; 

monti, valli apriche, selve ombrose. 
Onde fluenti da sulfurea vena. 
Dolci acque , chiare , tepide , amorose , 
Non vi soven di mia continua pena? 

Eimembrevi ch'or volge il septimo anno, 
Che, seguend'io de la mia Luna il sole, 
Con voi mi lamentava del mio danno. 

Ricordanvi le voci, le parole, 
Le lagrime, i sospiri e '1 vario affanno: 
Di quel medesmo mal l' alma si duole. 



>4 



9-12. "Virgilio, [ ^n. IV, 24-26]: 
« Sed [tnihi... opteìn prius]... pa- 
ter omnipotens abigat me fulmi- 
ne ad mnbras, Pallentis umhras 
Èrebo noctemque yrofundain » 
(Salv). — li. Dante, Inf. m, 42: 
« Né lo profondo inferno gli ri- 
ceve ». — Cfr. son. LVIf, 14. 

SoN. LXXII.— I. Baia. Celebre 
per i suoi bagni; luoghi di ritro- 
vo e di corruzione presso gli an- 
tichi ( Properzio, I, si, 27-30, Ovi- 
dio , Ars amat. i, 253-258 ecc.) e 
i moderni (Boccaccio , ss. iv, xv, 
xxxiii-iv, Lxix; Sannazaro, Are. 
p. 235; Fontano, Baiar.., di cui una 



del lib. ì: Ad Chariteum): v. i miei 
Bagni di Pozzuoli, p. 7 sgg. n. — 
lacciuol. Dante, Inf. xxii , 109; 
Petrarca,!, XLV, 3, s. iv, io; II, 111, 
6: e. VII, 51 ecc.; Sannazaro, e. iv, 
14 ecc. — 3. Orazio, Epist. I, i, 83 : 
(( Nuli US in orbe sinus Bais prae- 
lucet amoenis ».— 6. Ovidio, l. e, 
236: «Et quae de calido sulpure, 
fumat , aquara ». — 7. Properzio, 
IV, XVII, 2: « Fumida Baiarum 
stagna tepentis aquae ». — Petrar- 
ca, I, CXI, 1 : « Chiare, fresche e 
dolci aeque ». — 9. Petrarca , I , 
XL , 9 : <( Or volge , Signor mio , 
r undecim'a/iHO ».— io. La Luna, 



'3 



98 



KIME 



SONETTO LXXÌII. 



labil tempo, o mia perduta etade, 
fiamma, o passion dolce & nociva, 
voglia per mio mal più ardente & viva, 
fato acerbo & nudo de pietade ; 

fronte alta, o splendor, non di beltade 
Di donna, ma de vera, eterna diva, 
Sarà ch'io jjossa mai questa captiva 
Anima vendicar in libertade? 

Sarà dal duro nodo & greve salma 
Libero il core, & la mia vita sciolta, 
Havrò giamai di me triompho o jjalma? 

desiderio vano, o mente stolta! 
Chi può sperar di scioglier più quell'alma, 
Che fu di tal beltà presa una volta? 



«4 



SONETTO LXXIV. 



Languendo io nanzi al vostro almo splendore , 
Che mi fa diventar hor ghiaccio, hor foco, 
Io me sentea mancar a poco a poco 
La virtù , che mantene in vita il core. 

Et credo al variar del mio colore. 
Che non sapea firmarsi in alcun loco , 
Vedeste che'l mio mal non era gioco, 
E sfavillar ne cfli occhi il vivo ardore. 



come si rileva dalla canz. XII, 39- 
44, solea bagnarsi nei Bagnino- 
lo (Baliieolum), ora 'Bagnoli ': v. i 
miei Bagni, p. 51. — sole, 'io 
splendore '. 

SoN. LXXIII. — 6. (ST) Don- 
na. — 8. vendicar in libertade, 
latin. ( in liberUtem vindicare ) , 
' liberare '. — 9. gr. salma. Pe- 
trarca , II, X, 13.— g-io. dal 
d, nodo ... sciolta. Petrarca, I, 



CXCVIII, IO, II, XXXVII, I, LXXXI, 
12 , III , IV, 4. 

SoN. LXXIV. — 3. a poco a po- 
co. Petrarca, II, xlvii, 6, Tr. VI, 
76. — 4. Petrarca, 1 , b. v, 4: «... 
teneste in vita il core ». — 5-8. 0- 
razio, Od. I, xiii, 5-8: « Tura nec 
mens mihi nec color Certa sede 
manet, umor et in genas Furlim 
labitur, arguens Quam lentis pe- 
iiitus macerer ignibus». 



RIME 90 

Io non so quel che dentro haveste occolto, 
Che non vidi giamai che si movesse, 
si cangiasse il sol del vostro volto. u 

Ma gloria mi saria pur ch'io credesse, 
Che tardar non voleste a sparir molto 
Per tema, che pietà non vi vencesse ! 14 

SONETTO LXXV. 

Quale spirto celeste in un momento 
Appare inseme & fugge, e 'n la partita 
Lascia l'alma tremante e sbigottita. 
Tal mi lasciasti, al me! , pien di spavento. 4 

Sapess' io che pietà del mio tormento 
Ti fé' mostrar fuggendo impallidita, 
Ch' io sperare! talhor più lieta vita , 
Benché non rimanesse il cor contento. 8 

Però che più mi crebbe il gran desire. 
Fuggendo la tua chiara, alma figura, 
Et seppi qual dolor fusse'l morire. n 

Perché fuggesti , ond' eri più secura? 
So ben che tema non ti fé' partire : 
Ché'n le cose del ciel non è paura. 14 

SONETTO LXXYI. 

SI come ratto il ciel tuona & lampeggia , 
Quando di stelle più la notte è priva , 
Che tanto offusca la vertù visiva 
A lo sparir , che adven che più non veggia ; 4 

Cosi quello splendor, che'l sol pareggia, 
Nascondendo la luce fugitiva. 
Parte di sensi iu me non è più viva, 

SoN. LXXV.— 4. p. di spaven- vita. Petrarca, li, xxxiii, io. — 
to. Petrarca, I, e. xi, 54: «Al- j 9. gr. desire. Petrarca , II, xlii, 
lor jp/en di spavento ».— 7. lieta | 13. — 14- (ST) chen. 



lOO RIME 

Anzi con gli occhi anchor l'alma vaneggia. s 

Che serrando & aprendo in quel momento 

Il mio sidereo ciel l'aspra fortuna, 

Io mi ritrovo in tenebre & tormento. , i 

Tal, che vertute allhor, se non quell'una 

Che serve a sospirare, in me non sento: 

Teco son tutte r altre, alma mia Luna! 14 

SONETTO LXXVII. 

Vedendo in l'alme luci alma dolcezza, 
Pervenne a gli occhi miei questa amorosa 
Anima, che, al celeste lume avezza, 
Non sa mirare horaai terrena cosa. 4 

Et, perché essendo ne la carne ascosa, 
Non potea contemplar divina altezza. 
Uscio di fore ardente & desiosa 
Di goder piìi 1' eterna , alta bellezza. 8 

Cosi, senza ella allhor remanend'io. 
Né vivo era, né morto, & pur sentea; 
Che senz'alma era vivo il bel desio. u 

Deh, perché si nascose la mia Dea 
Dietro una nube, adversa al dolzor mio? 
Che l'alma al primo ciel si rimanea. 14 

SONETTO LXXVIII. 

Un animai si pasce in Oriente , 
Che, poi che gli è purgato in alcun fiume. 
Adora de la luna il novo lume, 
Et lei gli porge i rai benegnamente. 4 



Son. LXXVI. — io. il m. side- 1 mano? Ch'ai suon de' detti sì pie- 
reo ciel, ' il volto della Luna '. tosi e casti Poco mancò eh" io non 



SoN. LXXVII.— 3. (ST) eh. 
n. Petrarca , I, xxi, i: «Apollo, 
s'ancor vive il bel desio ». — 12-14. 
Come il Petrarca, li, xxxiv, 12-14: 
« Deh perchè tacque ed allargò la 



ritnasi in rìelo 1). 

SoN. LXXVIII.— i.(ST)oriew- 
te. — Cfr. Petrarca, I, e. xiv. 16- 
17 : « Nell'estremo occidente Una 
fera è soave e queta ». — 1-4. Da 



RIME 

Endimion, sognando, hebbe presente 
Quel prima irato , inexorabil nume , 
Ch'oltra il severo & rigido costume, 
Lo prese Pan con arti fraudulente. 

Molti hanno il guidardon de' loro affanni, 
Et altri, supplicando, accendon d'ira: 
Tanto lo stelle e '1 fato in amor ponno ! 

Et in tal segno il ciel per me si gira. 
Che per prieghi, humiltade, o per inganni. 
Vigilia non havrò felice o sonno. 

SONETTO LXXIX. 



Qual huom languendo giace in febre ardente , 
Ch'essendogli negato il freddo huniore, 
Bever si sogna un fiume, & più l'ardore 
Gli cresce in mezzo al liquido torrente: 4 

Tal vo sempr'io con gli occhi & con la mente , 
Donna, cercando voi, mio primo amore , 
Et poi, presente al vostro almo splendore, 
Mirando , a più mirar son più fervente. 8 

Che satia mai non è l'anima, errante, 
Incerta in qual dolzor si pasca pria, 



Plinio Nat. Hist. ( dell' elef\inte ), 
vili, I : « Auctores sunt , in Mau- 
retaniae saltibus ad quendara am- 
nem, cui nomen est Amilo, nite- 
scente luna nova , greges eorum 
descendere: ibique se purificantis 
sollemniter aqua circumspergi, at- 
que ita salutato sidere in silvas 
reverti »; cfr. anche Solino xxxvin, 
p. 184; e Sannazaro, Are. p. 191 
e n.: «Dime, qual fera è si di 
mente humana Che s' inginocchia 
al ragio dela luna. Et per purgarsi 
scende in la fontana ». — 5-6. V. 
sest. Ili, 31-33 e ". — Sannazaro, s. 
Lii, 9-11: «Felice Endimion, che 
la sua Diva , Sognando , si gran 
tempo in braccio tenne; E più, se 



al destar poi non gli fu schiva ». — 
7-8. V. sest. II, 24. e n. — 13. (ST) 
hicmilitade, non corr. in ER. 

SoN. LXXIX. — 1-3. Da Lucre- 
zio, IV, 1089-1093: « Ve blbere in 
somnis sitiens quom quaerit et ?(- 
wzorNon datur,ardorem qui mem- 
bris stinguere possit, Sed laticum 
simulacra petit frustraque laborat 
In medioqyxe sitit torreìitl flumi- 
ne potans, Sic in amore Venus si- 
mulacris ludit amantis ». — 8-1 1. 
Lucrezio, l. n., 1094- 1096: « Nec 
satiare queunt speccando corpora 
corani. Nec manibus quicquam te- 
neris abradere membris Possunt 
errantes inc.e7'tl corpore toto », — 



102 EIME 

Nel bel petto , o'n le luci honeste & sante. u 

L'una beltà da l'altra la desvia, 
Tra tai perfettioni inseme & tante , 
Che mirando più brama & piìi desia! 14 

SONETTO LXXX. 

L'alma per libertà non s'affatica, 
Et servitute homai non gli dispiace, 
Poi che la Luna mia, rivolta in pace, 
Par che non sia d' amor tanto nemica. 4 

Hor si fa nova più la fiamma antica, 
Et più fervido Amore & più vivace 
M'abbraccia il cor, qual hedera tenace 
L' arbor per ogni parte errando implica. 8 

Revivo ognihor che riede a la memoria 
Quando la rosea bocca, al dolce giro 
D'un lieto dì, per me pregava i fati. n 

Deh, perch'io non risposi: — Alma mia gloria, 
Tu sola pòi ritrarmi di martire , 
Et fare i giorni miei lieti & beati? — 14 

SONETTO LXXXI. 

Dal lampeggiar del bel sembiante altero , 
Da r honesto fulgor del dolce aspetto 
Mi vien nel core un sì soave affetto , 
Che'l greve mio dolor mi par leggiero. 4 

L'alma, la mente mia, gli occhi e '1 pensiero, 
Donna, son in preglon nel vostro petto. 



il. luci... sante. Petrarca, I, lxxii, 
3; II, Lxin, 14. 

Son. LXXX. — 5. Virgilio, JEn. 
IV, 23 : « ... veteris... f,animae n ; e 
Dante, Piirg. xxx, 49: «... antica 
fiamma ».— 6. Petrarca, Tr. l, iii, 
37: « Vivace amor, che negli af- 



fanni cresce )). — 6-8. Da Catullo, 
Lxi, 33-35 : « Mentem amore revin- 
ciens, ÌJt tenace hedera huc et Ime 
Arborem inplicat errans » : cfr. 
anche Orazio, Epod. xv, 5; Od. 
I, xxxvi , 21; e Dante , Inf. xxv, 
58-59. — IO. giro, ' volgere '. 



BIME 



103 



Et è si ^aro a lor l'alto ricetto, 
Che possér liberarli io più no' spero. 

Vostro valor, cagion di duri affanni, 
M'empie gli occhi, il pensier, la mente & l'alma 
Non solo di martìr, ma di dolcezza. 

Ch'anchor per gloria mia, volgendo gli anni , 
Alcun dirà: — Costui portò la salma 
Del magior mal per la magior bellezza ! — 



14 



SONETTO LXXXII. 

Quando da' più begli occhi agli occhi intenti 
Vien con soavità raro dolzore , 
Sento stillando liquefarsi il core, 
Pien di contrarli & novi movimenti. 4 

Ch'esser non pouno i spirti miei contenti, 
Poi che'l piacer non vien senza dolore, 
Che, dove suol la speme esser magiore. 
Li sproni del desio son più pungenti, 8 

Nò ponno il cor negli occhi sostinere 
L'ardor, né lo splendor di quella vista, 
Che la speranza adegua al gran volere. ^i 

Poi che'l vano sperar via più m'attrista, 
Deh, chiudi gli occhi, Amor, non far ch'io spere. 
Che noce il ben, che con dolor s'acquista. 14 

SONETTO LXXXIII. 



Intermisse lusinghe, in quel bel volto, 
Onde '1 mio amor, anzi furore uscio, 



Son. LXXXI. — io. (ST) em- 
pion. — II. CtV. pel concetto il Pe- 
trarca, I, CLiii, I sgg. : « Dolci ire, 
dolci sdegni e dolci paci ecc. ». — 
i2.volg. gli anni. CtV. sou.LX Vili, 
IO e n. — 13-14. Petrarca, l. e, 
9-11 : a Forse ancor tia chi sospi- 



rando dica, Tinto di dolce invidia: 
assai sostenne Per bellissimo a- 
mor questi al suo tempo ». 

Son. LXXXII.— 4.(ST) novimen- 
ti, non corr. in ER.— 13. Della Casa 
[e. II, 45] : (.< Fa tu, Signore, almea 
eh' io non lo spere ». (Salv). 



104 



Pex- che giungeti foco al foco mio? 
Deh , perdonate al cor , eh' è già sepolto ! 

Quand' io per voi da libertà fui tolto 
Con la speranza eguale al bel desio, 
Vencer fu qualche cosa; hor , che son'io 
Preso, ligate alcun che viva sciolto! 

Ma voi perseverate, aspre parole, 
Né creda alcun ch'io mai per voi mi stempre, 
Che seguir voglio, ardendo, la mia morte. 

Te, dolce Luna mia, venendo il sole, 
Te, partendosi il di, canterò sempre. 
Non sol per mio voler, ma per mia sorte. 



14 



SONETTO LXXXIV. 



Hor ben puoi tu satiar la fiera voglia, 
Augel rapace & famolento Amore ; 
Poi che del tuo dannoso, eterno ardore 
Scampar non posso, & son vivace in doglia. 

Riporta homai di me l'ultime spoglia, 
Constringe un duro, illacrimabil core. 
Di crudeltà fecundo & di furore, 
Che '1 viver, che m'avanza, anchor mi toglia. 

Chi pon freno a la mente che vaneggia, 
Et, col pensier correndo & col desio, 
Non sa che Amor colei non signoreggia? 



Son. LXXXIII.-5-7. Cfr. Ovidio, 
Amor. II, IX, 6: a Gloria pugnan- 
tes vincere maior erat ». — 8. Cfr. 
Ovidio, ^. e, 15-16: « Tot sine a- 
more viri, tot sunl sine amore 
puellae: Hinc tibi cum magna lau- 
de triumphus eat ». Cfr. il brano 
di Properzio , in n. al son. Vili , 
3-14. — 12-14. Da Virgilio, Georg. 
IV , 464-466 : « Ipse cava solans 
aegrum testudine amorem Te, dui- 
cis coniunx , te solo in litore se- 



cum , Te veniente die , te dece- 
dente canebat ». 

Son. LXXXIV.— 2. famolento. 
" Sp. harabriento " (Salv) : cfr. an- 
clie la n. alla canz. Il, 33. — 5. Spo- 
glia. " Lfat.| : spolia " (Salv). — 6. 
illacrimabil. Orazio [Od. II , xiv, 
6-7]: ii ... inlacrimabilem Pluto- 
na » (Salv); e Od. IV, ix, 26: «... 
sed omnes inlacrimabiles y>. — 11. 
signoreggia. Cfr. Petrarca, I , 
Lxxvn, 12. 



RIME 



105 



Né vedo il ciel contrario al voler mio, 
Ch'allhor mi darà vita, quando veggia, 
Ch'io, vinto dal dolor, morir desio? 



«4 



CANZONE IX. 



Se tu, Galeazzo mio, jìer te contempli 
Li costumi di questa nostra etate 
Col naturai saver, che '1 ciel ti diede. 
Vedrai non sol per molti & varii exempli, 
Ma per ragione & mille opre passate. 
Ch'oggi solo il mal dire acquista fede. 
Dal quale ampia mercede 
Havrai, non per lodar l'alma vertute 
Et meriti di quei, che, morti & vivi , 
Già son tra gli altri Divi 
Annumerati in cielo , onde son mute 
Le lingue al ben , al mal cotanto argute. 

Se tu ponesti l'alma & sacra insegna 
Sovra '1 muro hydrontin, quando '1 gran Duca 
Agl'infedeli die' l'aspra battaglia, 
Questa gran gagliardia, di premio degna, 
Benché a triorapho & gloria ti conduca , 



«5 



Canz. JX. — I. Tit. : "A Galeazzo 
Caracciolo " (Salv) ; cfr. anche vs. 
32(1455). Figlio diXicolantonioedi 
Maria Caracciolo, fu uomo d'arme 
della guardia di Alfonso, duca di 
Calabria,e cortigiano di Ferrante I. 
Da questo re fu creato capitan ge- 
nerale della flotta napolitana, di ot- 
tanta legni, mandata, nel 1480, con- 
tro i Turchi rinchiusi in Otranto. V. 
A. de Ferrariis (il Galateo), Succes- 
si della arm. tiirch.. p.156. — 1 1-12. 
mute Le lingue. Petrarca, TV. I, 
III, 144: <( Ove tutte le lingx'.e sarian 
'tnute »; II, e. 11, 97: « Tutte le lin- 
gue mute ». — 12. argute, latin.. 



'ingegnose'.— 13-14. Albino, De 
bel. hydrunt, 11, p. 59: «... supra 
quos [ le mura di Otranto] Ga- 
leatius Caracciolus iuvenis acerri- 
mus militare signum aftìsit, ut pri- 
mi in oppidum ingressi eximiae 
virtutis gloriam consequerentur , 
ac immortalia de se monumenta 
relinquerent, & caeteri ad tam cla- 
rumfacinus incenderentur )).Quel- 
Vinsegna gli era stata consegnata 
da Ferrante I nella chiesa di San 
Lorenzo, e benedetta dal vescovo 
d'Ischia ( Cfr. De Ferrariis , Op. cit., 
p. 156). — 14. gran Duca. Alfonso, 
duca di Calabria: v.n. alla canz. VI, 



14 



1 o6 KIME 

No' sperar che'n silentio in ciel ti saglia; 

Che, quantunque ti vaglia 

Che '1 magnanimo Alfonso in alta sorte 20 

T'extoglia, non fia già tua fama viva; 

Che , se non v' è chi scriva 

Grli atti del tuo coraggio , invitto & forte , 

Sarai sepolto in l' una & 1' altra morte. 

Ma rhuomo hoggi per dir de gli alti heroi 25 

Le lode & de le candide heroine , 
Nome di folle & biasmo al fin gli avanza. 
Questo volgo, che vive hor qui tra noi, 
Meschia le cose humane & le divine; 
Non perdonando al ciel per lunga usanza. 30 

Quell'ardente speranza 

D'honor, Caracciol mio, più non m'incende: 
Perché deb' io cantar d'anima alcuna? 
Se per lodar la Luna , 

Che'l primo ciel governa e'n terra splende, 35 

Biasmato sono, & so ben chi mi intende. 

Alcuni animi, d'atra invidia pieni. 
Vóti d' ogni amorosa cortesia , 
Indegni d'haver nome in li miei versi, 
Con gli occhi, oltre mortai sorte, terreni 40 

Non possendo mirar la Luna mia , 
Con la lingua si sono in lei conversi. 
Questi son si sommersi 
Nel fango , che lor mente , al ciel ribella , 



256 sgg.— 18. ti, ma (ST) si. — 20. 
In qualche documento Galeazzo è 
detto creato dì Alfonso. V. Mi- 
nieri Riccio. Biog7\ p. 316. — 22- 
24. Cfr. Orazio, Od. IV, viii, 28: 
ft Dignum laude virum Musa ve- 
tat mori d; l. e, 22-24: « Quid 
foret Iliae Mavortisque puer, si ta- 
citurnitas Obstaret meritis invida 
Romuli?»; e Od. IV, tx , 25-30: 
<( Vixere fortes... Multi; sed omnes 



inlacrimabiles Urguentur ignoti- 
que longa Nocte, careni quia vate 
sacro. Paullum .'.epultae distat i- 
nertiae Celata virtus ». — 29. Ora- 
zio, Epist. I, XVI, 54: «... miscebis 
sacra profanis ». — 32. (ST) in- 
eende. — 33. (ST) cantare. — 36. 
" Biasimato per li suoi versi amo- 
rosi " (Salv). — 40. Petrarca, I, e. 
VI, 5: « Oc(;/iz sopra '1 mortai corso 
sereni «.—43-44. Petrarca, Tr. Ili, 



45 



RIME 107 

Veder non sa celeste pudicitia. 

Hor taccia di nequitia, 

Taccia il volgo ignorante : io dico quella 

Luna, chiara, immortale, lionesta & bella. 

Eompa r invidia i venenosi fianchi : 
Io dico quella Luna, & canto sempre, 50 

A cui la castitade è consecrata , 
Né creder che d'amarla io mai mi stanchi, 
che pavento l'alma, si distempre, 
Ch' a celebrarla è più sempre infiammata. 
gente dedicata 55 

In vita e'n morte al volto di Medusa; 
Che giova armare i negri, acuti denti 
Ne l'anime immerenti? 
Guardate ch'io non armi in voi la Musa, 
Anchor del Lycambeo sangue perfusa. 60 

Forse dispiace a questi animi rei, 
— Ch' àn de livore il cor si forte amico. 
Che d'altrui mal, quasi suo ben, si gode, — 
Che di Ferrandi, i miei Aragonei dei. 
Degli alti Alfonsi & del gran Federico, 65 

Cantando, io scriva le preclare lode? 
Lor mal dir nulla prode , 
Che, cominciando da l'antiquo padre, 
Canterò fin a gli ultimi nepoti 

L' alta stirpe di Goti : 70 

Vedransi ne le mie rime leggiadre 
Armate in pugna l' Aragonie squadre. 

Ma tu, di veri amici il primo lionore 



li, 36: « C hanno posto nel fango 
ogni lor cura )).— 47. Petrarca, Tr, 
II, 157: ft Taccia 'l volgo igno- 
rante: i' dico Dido ». — 49. Vir- 
gilio, [ Ed. VII, 26]: «... [invidia] 
rumpantur ut ilia Codro » (Salv). 
— 35'5^- "Degna di esser pietri- 
ficata dal volto di Medusa". — 57. 
Cfr. Orazio, Od. IV, ni, ló: « Et 



dente minus mordeor invido ». — 
58. "L[at.]: in immerentes animas" 
(Salv). — 59-60. Da Ovidio , Ibis , 
33-54: aPostniodo, si perges. in 
te milii liber iambus TincCa Ly- 
cambeo sanguine tela dabit ». — 
61. (ST) questi. — 67. prode , 
"L[at.]: prodest " (Salv). — 68-70. 
Accenna alle sue canz. VI e VII. — 



lo8 



RIME 



Et dei nostri optimati insigne gloria, 

Deh, fugge questi spirti pravi & mali. 75 

Intendimi; ch'io non cornetta errore 

De dir lor nomi , che di tai memoria 

Far non si dèe, per non farli immortali; 

Non vo' eh' uomini tali , 

Da cui conven che ciascun buon s'asconda, 80 

Qual fanciullin da fabulosi mostri, 

Macchien li versi nostri ; 

Ma che perpetua notte, atra, profonda, 

Et morte & vita & lor nome confonda. 

Et tu, canzone, estolle 85 

Nel ciel costui, che col petto tranquillo 
Conservò quel santissimo vexillo. 

SONETTO LXXXV. 



A la mia voce humll , molle & soave 
Non si conven cantar l'alto valore 
Del Principe, del qual cosa magiore. 
Onde si glorie , Italia hoggi non liave. 

Il chiaro ingegno tuo, superbo & grave. 
Marchese, è degno sol di tanto honore; 
Io non posso parlar si non d' Amore; 
Che se '1 fo , quel crudel par che s' aggrave. 

A dir de la mia Luna , Amor m' invita 
Ognihor con arti nove & novi ingegni , 
Né magior gloria voglio in questa vita. 



74. (ST) vostri, corr. anche dal 
(Salv).— 78. (ST) 7tol.— 8i. fabu- 
losi mostri, •'Orchi " (Salv).— 83. 
perpetua notte. Catullo, v, 6: 
« Nojo est 2>erpeU(a una dor- 
mienda ». 

SoN. LXXXV. — 3. Principe. 
Ferrandino, principe di Capua. — 
(ST) dal qual. — 6. Marchese. E 
Alfonso d' Avalos , primogenito 
d' Inico e di Antonella d' Aqui- 



no , marchese di Pescara , conte 
di Loreto e di Satriano, gran ca- 
merlengo del Regno. A lui fu di- 
retto dal n. il prologo, che, nella 
prima ediz. deW Endim. , prece- 
deva la caiiz. VII, perché la pre- 
sentasse a Ferrandino ; ed anclie a 
lui molti dei componimenti che se- 
guono. Di lui poi neH'Jnfrod.— 8. 
aggrave, ''ildest]: 'entri in colle- 
ra ' dallo sp. agraviarse " (Salv). 



RIME 



loq 



Pur vidi te spregiar d' Amor gli sdegni , 
Et per un dolce sguardo lior di Mellita 
Mille città daresti & mille reorni. 



'4 



SONETTO LXXXVI. 



Ne la fenestra , ov' io morendo adoro 
L'alte bellezze, al primo ciel gradite, 
Io vidi Amore armato, aspro & immite 
Con l'arme, da le quali io cado & moro. 

Gli occhi e i capei di puro & nitido oro 
Erau dardi, ond'hebb'io mille ferite, 
Et le candide gnancie & colorite 
Le faci, ov'io m'infiammo & discoloro. 

Il bel petto & le mane eran veleno, 
Che'l cor m'empie di doglia & di sospiri, 
Talché lo spirto stanco ognihor vien meno; 

L' altre dolcezze ascose eran desiri. 
Hor qual meraviglia è, s'io son sì pieno 
Di piaghe avelenate & di martiri ? 



H 



SONETTO LXXXVII. 

per me sol disventurato & rio , 
Per te felice , & glorioso manto , 
Et tu, candida man, con l'impio guanto 
Avidamente intenti al morir mio. 

Deh, perché ra'ascondeti il lume, ond'io 
Presi la fiamma, li sospiri e'I pianto? 
Date remedio a la trist'alraa alquanto, 
Non sia per voi più fervido il desio. 



— 13. Mellita, " dama del Mar- 
chese " (Salv): dal^a^•J,^ lat. tnel- 
lita, ' soave '. Forse Diana di Gar- 
dena, figlia di D. Artale, conte di 
Colisano , che nel 14S8 sposò il 
marchese di Pescara. 



Son. LXXXVI. — I. fenestra. 
'' Primo ciel, della Luna " (Salv). 
Cfr. anche Petrarca, l, lvii, i. — 
12. Cfr. son. Lxviii, 7-8. — 13. Cfr. 
Petrarca, I , Lxi , 8 : « Qical ma- 
raviglia se...». 



1 IO 



RIME 



Tu sei bella, immortai, siderea vesta, 
Fatta da man divine in Paradiso , 
Et già quel proprio odor d'ambrosia aspiri; 

Ma, quando copri il petto e'I roseo viso, 
Ti muti in nube oscura & in terai^esta, 
In pioggia & tuon di lagrime & sos^^iri. 



14 



SONETTO LXXXVIII. 



Io ti lodava & hor ti maladico , 
Mantello ingrato in Acberonte infuso, 
Tal cb'ad Amor, pien di dolor, mi scuso, 
S'io per te lascio il mio costume antico. 

Che tu m' ascondi il volto & quel pudico 
Et chiaro petto, ove'l mio core è chiuso. 
Dolce habito , mutato in crudel uso , 
D' amore , anzi più mio duro nemico. 

Panno, contexto sol per mio dispetto , 
Togli da la mia Luna il negro velo , 
Et da r liumero cade liomai demisso; 

Non impedire i rai del chiaro cielo, 
Mostrami il giovenil , nitido jjetto, 
Non far eh' io viva sempre in cieco abisso. 



14 



SONETTO LXXXIX. 



Haver non può quest'alma in morte oblio, 
Del danno, che mi dai, crudel mantello, 
Ascondendomi il volto honesto & bello, 



SoN. LXXXVII. — IO. Cfr. Pe- 
trarca, II, Lxxvi, 8: « Dalla per- 
sona fatta in paradiso ». — n. 
Virgilio, --E«. I, 403-404: « Ani- 
brosiaeque coniae divinum verti- 
ce odoreni Spiravere. », — 12. "Col 
manto si coprian le donne napole- 
tane il petto e '1 viso " (Salv). 



SoN. LXXXVIII. — 2. CiV. Pe- 
trarca ( degli specchi che facean 
superba Laura), I, xxxi , 12-13: 
« Questi far fabbricati sopra l'a- 
cque D' abisso, e tinti nelT eterno 
obbiio )). — 1 1. cade, ' cadi '. — 
demisso, latin., ' basso '. 

SoN. LXXXIX. — Tit.: "Donne 



KIME 



Onde '1 principio de mia morte uscio. 

D'aspra vendetta ognilior cresce il desio, 
Sempre l' oltraggio tuo m' è più novello , 
Invido panno, & de pietà ribello; 
Deh, che ne le mie mane hor t'havess'io! 

Che tante ingiurie e stratii io ti farei 
Per mille modi & vie, con più dispregio, 
Che tu non fai a li tristi occhi miei. 

Pensa, che chi ti fece al mondo egregio, 
Alzandoti nel solio de li dei, 
Ti può privare anchor di tanto pregio. 



14 



SONETTO XC. 



sacro legno, eterno, invitto muro. 
Centra le fraudulente, inferne imprese. 
Ove '1 rettoi" del ciel la morte prese, 
Perché '1 legnaggio human fusse secare ; 

Cosi al mie cor i^erdona atre & oscuro ; 
Sommerse ne le pene, in foco accese, 
Come lui jjerdonò l'inique offese. 
In questo santo giorno, al popol duro. 

sangue, honor de le cose divine. 
Che redemisti la perduta gente; 
Horrendi chiodi, & voi, pungenti spine; 

Per quel dolor che deste a l'immerente. 
Drizzate ad opre sante & miglior fine 
Questa culpabil , greve & cieca mente. 



»4 



napoletane si coprivano la faccia 
col mantello " (Salv). — 4. Petrar- 
ca. I. XXXI, 14: « Onde 'l princi- 
pio di mia morte nacque ». 

SoN. XC. — Tit. : " Alla Croce " 
(Salv). — Cfr. Petrarca, I, xl, di 
cui ripete le rime arcete, itnpre- 
se; ed il s. lxxvii del Sannaza- 



ro, di cui conserva anche le rime 
imprese^ offese, accese. — 1. legno: 
anche nel Sannazaro , ss. lxxviii 
e Lxxix. — 12-14. Sannazaro, s. 
LXXVII, 78: « Per quel non finto 
amor che in noi t'accese. Drizza 
a buon corso il disviato core ». — 
12. immerente. latin. 'innocente*; 
cfr. canz. IX, 58 e n. 



EIME 



SONETTO XCI. 



Marchese, ad cui natura diede ingegno 
Diverso dal maligno volgo, insano, 
Che posso io dir che fai, tanto lontano 
Dal comune Signor, dolce & benegno? 

Che fa quel eh' oggi è sol d' imperio degno, 
A gli altri altero, ad suoi soggetti huraano? 
Quel che , pace tenendo & guerra in mano , 
Tranquillo & secur serba il patrio regno. 

Bramo anchor di saper: se l'Aquevivo, 
Di toga ornato & d' arme, ha pur pensiero 
D'adrairar hor Marone & hor Homero? 

D'Altilio non dimando o de Syncero, 
Che r uno & 1' altro è salvo , eterno & vivo , 
Come io son per amor de vita privo. 



14 



Son. XCI. — Scritto probabil- 
mente quando Alfonso , duca di 
Calabria , era nei Ferrarese o in 
Lombardia (cfr. il tanto lontano 
del vs. 3), capitan generale della 
Lega contro Venezia (1482-84). — 
I. Marchese. Alfonso d'Avalos. — 
1-2. Da Orazio, Od. II.xvi, 37- 
40: «... mihi... Spiritual Graiae te- 
nnem Camenae Parca non men- 
dax dedit et malignum Spernere 
volgus ». — 4. Ferrandino , detto 
anche nel prologo alla canz. VII, 
diretto al D'Avalos: "il nostro 
commune Signor anzi terreno dio". 
— 5. Il duca di Calabria : cfr. 
canz. VI, 242 e n. — 6. Dante, Par. 
xn, 57 : « Benigno ai suoi, ed ai ne- 
mici crudo )) ; Petrarca , III , xvi , 
55-56: «... e poi con le sue mani 
Pietose a' buoni et a' nemici in- 
vitte )). — 7-8 Leostello (di Alfon- 
so) , p. 254: a Tiniebat et colebat 
illum Ytalia... Nominabatur utro- 
bique Dominatio sua Illustrissima: 



Sahis Ytalie^i. — 9. Aquevivo. An- 
drea Matteo d'Acquaviva d'Arago- 
na, nato (1458) da Giulio Antonio e 
da Caterina Orsino del Balzo, com- 
batté in Toscana (1478); contro, 
i Turchi ad Otranto (1481), e poi 
contro i Veneziani « nel 1482... 
nell'armata della lega, comandata 
dall'irrequieto duca di Calabria » 
(D'Afflitto, Mem. degli scrltt. i, 
p. 42 ). Egli fu anche dei ponta- 
niani, e scrittore di varia erudizio- 
ne: V. su di lui pure Vlntrod. Ora, 
poiché egli nel 1485 si trovava 
già nella congiura dei baroni, que- 
sto son. dovett' esser scritto ne- 
cessariamente prima, e probabil- 
mente, come abbiam supposto noi, 
nel 1482.— II. L'Altilio segui an- 
ch'egli Alfonso in quella spedi- 
zione ( V. M. Tafuri , Op. cit. , p. 
XXXIV ) ; ma che vi fosse andato 
anche il Sannazaro non si rileva, 
ch'io sappia, d'altra fonte: cfr. 
anche il son. XCIIL 



RIME 



113 



SONETTO XGII. 



Alfonso, de la patria et padre & Dio, 
Del regno avito inexpugnabil muro , 
Deh, ritorna, ti jìriego , & sia maturo 
Il tuo venir, com'è '1 nostro desio! 

dolce lionor, dolce presidio mio , 
Bendine il lume tuo sereno & puro : 
Che lo splendor del sol ne pare oscuro 
Senza '1 tuo volto human, benegno & pio. 

Per te la greggia mena in ogni prato 
Senza sospetto il timido pastore, 
Per te , novo Pompeio , è '1 mar pacato. 

Tu sei quel Scipion, per chi il furore 
Di barbari fu vinto & disarmato ; 
Et per te vivo è morto ogni temere. 



14 



SONETTO xeni. 



Syncero, 1' huom de vita integro & sano 



SoN. XCII. — Ad Alfonso, duca 
di Calabria; forse per la sua as- 
senza da Napoli, quando era capi- 
tan generale della Lega contro i 
Veneziani (1482-84) : al suo ritorno 
fu accolto con un vero trionfo: che 
era slato « dui anni fora in r.a- 
stHs » (Leostello, p. 45). — Tutto 
imitato da Orazio, Od. IV, v. — 3- 
4. Orazio, /. e, 2-4: «... abes iam 
nimium diu; Matiirum redituni 
pollicitus patrum Sancto concilio 
redi )). — 5. Orazio , Od. I , i, 2 : 
(( et praesidium et dulce decus 
meiim ». — 6-^. Orazio, Od. IV, v, 
5-8: « Lucerti redde tuae, dux bo- 
ne, patriae: Instar veris enim vol- 
tus ubi tìi.Ks Adfulsit populo, gra- 
tior it dies Et soles raelius ni- 
tent ». — 7. (ST) So/. — 9-11. 0- 
razio, l. e, 17 e 19: « Tutus bos 
etenim rura perambulat... Paca- 
tuììi volitant per tnare navitae ». — 
1 1, Pompeo Magno, che scacciò da ' 



tutto il Mediterraneo i pirati. Cfr. 
Floro, Epitom. l,'!iLi: «...eodemque 
tempore et usura maris navibus re- 
cuperavit, et terrae homines suos 
reddidit », — 12. Leostello (di Al- 
fonso , risanato da malattia ), p. 
257: «Ogni homo de sua casa et 
da fora rendeva grafia a dio di- 
cendo: si patiebatur iste, patieba- 
tur tota Ytalia. Et ita erat quia 
vulgo vocabatur Scipio et sub- 
stentaculura totius Ytalie )).— Sci- 
pion. Il vincitore di Zama : Pub. 
Corn. Scipione Affricano maggio- 
re. — 13. Allude all'assedio ed alla 
presa di Otranto, fatta da Alfonso 
nel 14S1. — 14. Cfr. Orazio, /. e, 
25-27: « Quis Parthnm paveat , 
quis gelidum Scythen , Quis Ger- 
mania quos horrida parturit Fetus 
incolumi Caesare ? ». 

SoN. xeni.— Imita Orazio, Od. 
I, xxn. — I Syncero Nome acca- 
demico del Sannazaro (son. XXi, i 



>5 



I 1 4 RIME 

Di mente va secur seuz' alcun dardo: 
Cosi di selva in selva inerme & tardo 
Vo, mentre tu di me sei sì lontano! 

Le fere hor qui nel bosclio Antiniano , 
Mentre che la mia Luna io canto & ardo , 
Fuggon dinanzi al mio pensoso sguardo, 
D'arme non già, ma da conspetto humano. 

Poumi dove giamai pianta ninna 
Da vento estivo recrear si suole, 
Et l'aere nebuloso i fiori uccide; 

Ponmi sotto '1 più vivo ardor del sole , 
Segnerò sempre amando quella Luna, 
Che dolcemente parla & dolce ride. 



14 



SONETTO XCIV. 



De la mia Luna il volto hor lieto, hor grave, 
E la cagion ch'io ardisco, temo e spero, 
Ch'allhor divento di speranza altero, " 

Quando lei move quel riso soave. 4 



e M.)< '1 cji'ale si trovava molto lon- 
tano da Napoli (cfr. vs. 4) col duca 
di Calabria , contro i Veneziani 
(1482) , come si è detto in n. al 
son. XCI ,11. — 1-4. Da Orazio , 
/. e, 1-8: « Integer vitae scele- 
risque purus Non eget Mauri ia- 
culis neque arcu Nec venenatis 
gravida sagittis, Fusce, pharetra, 
Sive per Syrtes iter aestuosas, Sive 
facturus per inhospitalem Cauca- 
sum vel quae loca fabulosus Lam- 
bii Hydaspes » : in parte (Cj. — 2- 
4. Petrarca, I, cxxiv, 1-3: a Per 
mezz'i boschi inospiti e selvaggi, 
Onde vanno a sran rischio uomi- 
ni ed arme, Vo secur io »: cfr. 
anche Properzio, IV, xv, 11-14. — 
4. lontano: cfr. son. XCI, 3. — 
5-8. Da Orazio, l. e, 9-12: « Nam- 
que me silva lupus in Sabina, Dum 
meam canto Lalagen et ultra ter- 
minum curis vagor expeditis, Fu- 
gii inermem »: anche (C); e cfr. 



Petrarca, l. e. , 5-6: « E vo can- 
tando (o penser miei non saggi!) 
Lei che '1 Ciel non poria lontana 
fanne ». — 5. bosco Antiniano , 
r ' Accademia napolitana ': cfr. la 
n. alla canz. VI, io e n. — 9-14. Da 
Orazio, l. e, 17-24: « Pone me 
pigris ubi nulla campis Arbor ae- 
stiva recreatiir aura, Quod latus 
mundi nebulae malusque luppiter 
urguet;Poije sub curru nimium 
propinqui Solls in terra domibus 
negata : Dulce t^denteni Lalagen 
amabo , Dulce loquenCem »: an- 
che (C) ; Petrarca, I, xcv, 1-4: 
(( Ponmi ove "1 Sol occide i fiori 
e l'erba, dove vince lui '1 ghiac- 
cio e la neve ; Ponmi ov'è '1 carro 
suo temprato e leve, Ed ov'è chi 
cel rende o chi cel serba; ecc. ». — 
14. Petrarca, /. e. .cviii, 14: « E 
come dolce jjar-^a e dolce ride ». 

Son. XCIV.— 3. Petrarca, I, x, 
14: « Si eh' i' vo già della s^e- 



RIME 115 

Ma, lasso!, magior tema il cor uou bave, 
Che quando mi dimostra il ciglio austero, 
Nou de minor beltà , ma più severo , 
Tal che la voce trema & 1' alma pavé. 8 

Et giudicar non può lamenta incerta, 
Qual sia certa ragion di tal mutanza. 
Se crudeltà non si dimostra aperta. n 

Ma s'io conosco poi per lunga usanza 
L'aspra ira, per mio mal più volte esperta, 
Eitorno in dietro , fuor d' ogni speranza. 14 

SONETTO XCV. 

Quando , da presso , il bel guardo sereno 
Prendo ardir de mirar, tremante, exangue, 
Tra dolcezza & timor morendo langue 
Lo spirto , che nel foco ognihor vien meno, 4 

Parlar vorrei di quanto il petto ho pieno, 
Ma veggio Amor crudel , converso in angue , 
Darmi tal morso al cor , che '1 caldo sangue 
Fa transformare in frigido veneno. 8 

Onde l'alma riman sì sbigottita, 
Che non sa dar ragione in quel momento 
Di doglia di piacer , di morte o vita. 1 1 

Tal ne le membra novitate io sento, 
Che non m' avedo poi de la partita 
Di cui mi lassa senza sentimento. 14 

SONETTO XCYI. 

Quando vedrete quella intatta fede, 
Con la qual castamente il elei vagheggio , 



ranza altiero ». - 8. pavé. Cfr. | Son. XCV-u- Cfr. Dante, Inf- 
Petrarca, I, cu, 28.-9-ÌO. Cfr. | n, , ,35 : « La Qual mi v.nse c.a- 
son.X,9-tó. i scun sentimento». 



ii6 



RIME 



Non moversi giamai dal formo seggio , 
Che nel mio saldo petto Amor gli diede ; 

Forse clie '1 vostro cor, ch'oggi non crede 
Ch'ardendo io per voi sola, altra non cheggio, 
Si penterà d' bavere eletto il peggio, 
In privai-mi di vita & di mercede. 

Non udite exclamar con chiaro grido 
Ne gli occhi miei la fé, che vien dal core, 
Ov'è '1 suo naturale & proprio nido? 

S'altro ne crede altrui, vive in errore; 
Che sol di Chariteo , constante & fido , 
Voi siete il primo & 1' ultimo furore. 



'4 



SONETTO XCVII. 



Già meritai con più giusta cagione. 
Donna, sperar di voi qualche mercede. 
Ma per mia sorte il ciel tal cor vi diede. 
Che desperar mi fé' contra ragione. 

S' io fussi tra delfìn novo Arì'one, 
Et Orpheo ne le selve, & la mia fede 
Cantassi & la beltà, che 'n voi si vede , 
Di voi no' sperarci mai guidardone. 

Dunque , se vive Amor sol d' un pensiero 
Di speme, & senza quel si suol morire. 
Amar come poss'io, poi che no' spero ? 

Io mi lascio ingannar per non sentire 
La morte, &, se ragion mi mostra il vero, 
Muor la speranza & pur vive il desire. 



14 



SoN. XCVI.— 6. Petrarca, I, III, 
59: « Altro giammai fion chieg- 
gio »; e. XIII, 26: (( Che se Terror 
dui-asse, altro non cheggio ». — 
12. Petrarca, I, xvii, 3-6: «E se 
di lui foss'allra donna spera. Vi- 
ve in speranza debile e fallace », — 
ia-14. Properzio, I, xii, 19-20: « Mi 



neque amare aliam neque ab hac 
tiesislere fas est: Cyntliia ^''''wia 
fuit, Cynlhia finis erit ». 

SoN. XCVII. — 5. (ST) del fi-». 
— 5-6.Virgilio, iic^. vili, 56: « Or- 
plieiis iti silvis, Inter delphinas 
Arion ». 



RIME 



117 



SONETTO XCVIIl. 



de r Afhiio del vivo splendore , 
Nudrita tra le uove , alme sorelle, 
Anzi decima gloria, aggiunta a quelle 
Per ingegno, bellezza & casto liouore ; 

Narrando tu le lagrime e'I liquore, 
Che piovea da le mie fatali stelle , 
Essendo piìi che mai serene & belle, 
Ne r alma m' aggiungesti un novo horroro. 

Che, come i ciechi & miseri mortali 
Per minacele del ciel vedon venire 
Morte, arme, piaghe, affanni & varii mali; 

Cosi col mio furor sepp" io predire , 
Ma no' schiifar 1' amare , impie , mortali 
Repulse, sdegni, asprezze, orgogli & ire. 



14 



SONETTO XCIX. 

Non sol che sei vittor d'invitte genti, 
Et con gli auspicii tuoi prostrate & morte 
Di Turchi far l'horribili cohorte 



SoN. XCVIIl.— Ad una coltissi- 
ma donna, che atterisce il p., nar- 
rando i torraenli amorosi di hii. 
Confrontando questo son. con un 
brano somigliantissimo della Pa- 
scila, VI, 109 sarg. , si vede che 
questa donna è Costanza d' Ava- 
Ics, di cui parliamo in n. al son. 
ex, e più distesamente neWln- 
trod. — 6. fatali stelle. Cfr. Pe- 
trarca, I. xni, II. — 13. schiifar. 
Cfr. son. XXXVII, 7 e u. 

Son. XCIX. — A Ferrante I, co- 
me risulta da ciò che dice ap- 
presso ( vv. 5-S ) ; e non " Al Re 
di Napoli Ferdinando II d'Arago- 



na ", come postilla il (Salv).— Lo 
credo scritto dopo il 1487, quando 
il Fontano, per la pace conchiusa 
da lui tra l'errante I ed Innocen- 
zo Vili, e per altri suoi meriti, fu 
creato da! re segretario di stato, 
in luogo di Antonello de Petruciis 
(cfr. vv. 12-13). — '■ vittor. Anche 
nel Petrarca, Tr. V, 104: « E se- 
coli , r'Utor d' ogni cerebro ». — 
3-3. La resa dei Turchi rinchiusi 
in Otranto (1480-81), cui qui si al- 
luile, si dovette tutta al senno po- 
litico di Ferrante I ed al valor mi- 
litare del duca di Calaliria, come 
appare dai docum. pubblicali dal 
Foucard {Ardi. nap.,\i, 609 ecc.). 



ii8 



RIME 



Dal duca , pien di proprie forze ardenti ; 

che tre cavalier forti & j^ossenti, 
Tra Sidicino & le Calvine porte, 
Tu sol vencisti, o Ee gagliardo & forte, 
In cui non ponno inganni o tradimenti, 

Poi gloriarti; o che '1 secondo herede 
Supera ogni vertute antiqua & nova, 
Ma eh' un Fontano anchora il ciel ti diede 

Quel ministro fidel , eh' oggi non trova 
Pare d' integritade , ingegno & fede , 
In cui le Muse han fatto ogni lor prova, 

SONETTO C. 



Mostresi chiaro il di più che non suole, 
Et d' ogni nebbia scarco il ciel profondo, 
Ch'oggi natura die' tal luce al mondo, 
Che splende in terra, qual nel cielo il sole. 

Dicamo hor caste, pie , sante parole, 



— 5-8. Accenna ad un episodio della 
{guerra tra Ferrante I e Giovanni 
d'Aragona, durante la prima con- 
giura dei ìjaroni. Marin() Miirzano, 
principe di R,ossano . chiesto un 
abboccamento al re, tentò, insieme 
a Deifobo deirAnguillai'a ed a Ja- 
cobuccio Montagano (cfr. vs.. 5) di 
ucciderlo. Questo fatto, che don Fe- 
derico fece poi ritrarre su alcune 
pareti del palazzo di Poggio Rea- 
le (Colangelo, Vit del Sannaz. 
p. 77, n. i), fu esaltato in prosa 
ed in verso da tutti gii scrittori 
della corte aragonese: e, oltre che 
da Ferrante I istesso in una let- 
tera a Pio II (Reg. Ferclin. et a- 
lior. Epist., p. 322), dal Pontano, 
De bel. neap. i. p. 21, e dal Sanna- 
zaro , Eleg. Ili, 111, 27-28, e s. 
LXIX; e da Gianiano Mmjo nel De 
Majestate com'esempio della «For- 
titudine»; e qui finalmente dal n. — 
5. Sannazaro, eleg. cit., 27-28: « Ac 



primuni triplici sese defendat ab 
boste Fernandus rapido iam rae- 
tuendus equo )) ; son. cit., 3-4: 
« Vedi colui che sol sì fero in 
vista Da tre nemici armati or si 
difende ».— 6. Pontano, l. e, p. 21 : 
« Sidicinum in agram, prope... Cal- 
vium castris ». — 14.. ' L' estremo 
del loro potere' : cfr Petrarca, III, 
xxii, 8 : « In cui lussuria fa V xxiiì- 
msi. prova ». 

SoN. G— Tit.: "Nel giorno 
della nascita del Pontano: a di 7 
di maggio [1426] " (Salv): v. an- 
che M" Tafuri, Op. cit., pp. xxi- 
xsit. — 1-2. Cfr. Properzio (pel na- 
tale di Cintia). IV, ix, 5: « Tran- 
seat hic si ne nube dies, stent aere 
venti ». — 3-4. Cf. Orazio, Od. IV, 
XI, 17-20: « Iure sollemnis mihi 
sanctiorque Paene natali proprio, 
quod ex hac Z-ncr? Maecenas niens 
adfluentes Ordiiiat annos ». — 5 6. 
Tibullo, II, II, 1: a Dicamus bona 



RIME 119 

Ecco '1 dolce uatal , fiiusto & giocoudo 

Del gran Pontano, a nuli' altro secondo 

In le virtù, ch'Apollo honore & cole. 8 

Maio, salvo sii tu , sereno, adorno 
Di rose & fior, ch'ai lume di Poeti 
Apresti gli anni al tuo septimo giorno. u 

Volgi & rinova i tuoi tempi quieti, 
Et sia sempre meglior il tuo ritorno, 
Et più felice, & pien d" augurii lieti. 14 

SONETTO CI. 

de divino honor & gloria degna , 
Alma, più che d'human terreno stato, 
Non una volta eletta al principato. 
Ma sempre che ragion consiglia & regna; 4 

Chiaro exempio , col qual il ciel ne insegna , 
Che per sé l' huomo è contra '1 vitio armato , 
Principe, di vertù celeste ornato. 
Del valor d' Aragona insigne insegna ; 8 

Meutr'io continuava il canto humile, 
Seguendo il tuo voler prudente & saggio, 
Cantando te, volea far me più chiaro; n 

Ma conoscendo Ajiollo il gran coraggio : 
— Riede, — mi disse, — a l'amoroso stile, 
Che questo incarco io diedi al Sannazaro, — 14 



fìcrba - veiiit natalìs - ad aras »: I 11-13. Virgilio, Ed. vt, 3-3 : « Cum 
anche (Salv). — io. al lume di ! canerera reges et proeiia, Cyn- 
poeti. Dante, Inf. i, 82: « degli j thius aurem Vellit et admonuit: 
•a\Ivì poeti onovQ e lume». — 12- I ' pastorem, Tityre, pinguis Pascere 
14. Cfr. Tibullo, I, VII, 63-64: « At i oportet ovis, deductiun dicere car- 
ta, natalis niultos celebrande per 1 men '»: in parte anche (Salv). — 
annos, Candidior semper candi- j 13. Petrarca, II, s., i3:«Ov'ècon- 
diorque veni ». | dotto il mio amoroso stilel ». — 

SoN. CI.— Forse a don Federigo, 1 14. Com'è noto, il Sannazaro, so- 
principe di Altamura (cfr. n. al vs. vra tutti i principi aragonesi, pre- 
14). "Al re di Napoli " (Salv). — | dilesse e cantò don Federigo ( v. 
8. Cfr. Petrarca, I, ex, 6 : « sola l Eleg. Ili, i, Epigr. I, i, ecc.) e la, 
insegna al gemino valore ». — 1 caiiz. X, 79 sgg. del n. 



I20 



EIME 



SONETTO CU. 



Cantan di chiari autor le sacre charte , 
Che li giganti stolidi una volta 
Con temeraria voglia, audace e stolta, 
Tentar salir ne la superna parte. 

Onde, non col favor del ferreo Marte, 
Ma con la man di Giove, armata & sciolta, 
Gli fu la vita con l'audacia tolta, 
E '1 sangue & membra lor per terra sparte. 

Dal seme de li quai produtta in terra 
La simia fu , che i superi beffeggia , 
Imitando i paterni impii costumi. 

Non è dunque miracol , che si veggia 
Un bruto animaletto anchor far guerra 
Col fero volto a li celesti lumi. 



• 4 



SONETTO CHI. 



Non poco amor, non è poco desire, 
Donna, cagion eh' a veder voi son tardo, 



SoN. CU. — Forse allusivo alla 
seconda congiura de' baroni (cfr. 
vv. lo-ii) contro Ferrante I e il 
duca di Calabria (cfr. vs. 14). — 
Tit.: "Sopra la scimmia" (Salv). — 
i-ii. Pare da Ovidio, Met. i, 152- 
162: « Affectasse feruut regnum 
cadeste Gigantas, Altaque conge- 
stos struxisse ad siderii montes. 
Tum pater omnipotens misso per- 
fregit Olympum Fulmine et ex- 
cussit subiecto Pelion Ossae. 0- 
bruta mole sua cum corpora dira 
iacerent Perfusam multo natorum 
sanguine Terrani Inmaduisse fe- 
runt calidumque animasse cruo- 
rem, Et, ne nulla suae stirpis mo- 
nimenta manerent, In laciem ver- 
tisse hominum. Sed et illa propago 



Contemptrix superum saevaeque 
avidissima caedis Et violenta fuit: 
scires e sanguine natos ».— i. (ST) 
aiUtor. — 3-4. Orazio, Od. I, iii, 
23, 38 : (( Audax omnia perpeti... 
Caelum ipsum petimus stultitia ». 
— 5-8. Dante, Piiì-g. xii , 31-33: 
(( Vedea Timbréo , vedea l'allade 
e Marte, Armati ancora , intorno 
al padre loro , Mirar le membra 
de'Giganti sparte ».— 9-1 1. " Scim- 
mia prodotta dal sangue de' gi- 
ganti " (Salv). — 10. simia. (ST) 
Simia. — E un latin., e per essa 
par che intenda ' i baroni'. — 13. 
bruto a., cioè 'animaletto bruto '; 
ma potrebb'essere anche errore di 
stampa per brutto. 



RIME 121 

Ma sol temor del venenoso dardo , 

Che'l cor m'empie di foco & di martire. 4 

Ma, perché magior tema ho di morire 
Del desiderio, ov'io languisco & ardo. 
Vengo per defraudar di qualche sguardo 
Vostr' occhi, onde '1 mio cor sempre sospire, g 

Che , se i rai del bel viso oltra misura 
Ardono inseme & gran fulgor mi danno, 
Mi parto, ardente il cor, la vista oscura. n 

Ingannar credo altrui, me stesso inganno, 
Ch' io mi ritrovo poi qual huom che fura , 
E'I furto gli è cagiou del proprio danno. 14, 

SONETTO CIV. 

Come '1 sole, a chi '1 mira intento & fiso, 
Col soverchio fulgor sé stesso asconde, 
Cosi con le sue luci alte &■ profonde 
M'asconde la mia Luna il suo bel viso. 4, 

Soglion fluir nel suo fiorente riso 
Dal fonte de le Gratie lucide onde, 
Ove spargon tal sol le chiome bionde, 
Che per luce di luce io son diviso ; g 

Che quei tremuli rai di bei crin d' oro , 
Che vanno errando intorno al volto chiaro , 
Offuscan la vertù del viso mio. u 

Prodigo extremo Amore, extremo avaro. 
Et mostra & cela troppo il gran thesoro, 
Sol manifesto agli occhi del desio. 14, 



Son. chi. — 7. " V[idelicetJ : ra- 
pire uno sguardo" (Salv). — 12. 
Petrarca, Tr. 1, ni, 166: « So mille 
volte il di inganì\ar me stesso ». 

Son. CIV.— 1-2. Petrarca, II, 
Lxvu, 13-14: (t E per aver uom 
gli occhi nel Sol fissi , Tanto si 



vede men, quanto più splende»; I, 
xxxiii, 1 1 : « E '1 Sol abbaglia chi 
ben fiso il guarda » ; cfr. anche I, 
xiu, 8: « Mentr' io sono a mirarvi 
intento e fiso ».— 6. (ST) gratie. — 
9. crin d' oro. Petrarca, II, xxni, 
3.— II. del viso mio, "della mia 
vista" (Salv): latin. 



122 RIME 



SONETTO CV. 



Voi, Donna, & io per segni manifesti 
Andremo inseme a l'infernal tormento, 
Voi jjer orgoglio, io per troppo ardimento, 
Che vagheggiare osai cose celesti ; ^ 

Ma, perché gli occhi miei vi son molesti, 
Voi pili martiri havrete, io più contento, 
Ch'altra che veder voi gloria non sento, 
Tal, eh' un sol lieto fia tra tanti mesti. § 

Ch' essendo voi presente a gli occhi miei , 
Vedrò nel mezzo inferno un Paradiso , 
Che 'n pregio non minor che '1 cielo havrei. 1 1 

Et, si dal vostro sol non son diviso, 
Non potran darmi pena i spirti rei : 
Chi mi vuol tormentar, mi chiuda il viso! 14 

SONETTO evi. 

Sì come salamandra in fiamme ardenti , 
Ove si more altrui, vive in diletto, 
Così tu , donna , alberghi intro '1 mio petto , 
Et de l'incendio mio parte non senti; 4 

Anzi di quel ti pasci & ti contenti, 
Et del mio mal ti vien soave affetto ; 
Deh, mostra agli occhi miei benegno aspetto, 
Soccorre il cor coi chiari occhi, ridenti. 8 

Vedi che crudeltà, più volte ex2Jerta , 



Son. CV.— Fu imitato dai Di Co- 
stanzo, s. Lxxxii; e poi dal Marini, 
dal De Lemene, da! Manfredi (v. 
D'Ancona, Z)e^ seceìit.fp. 186-1SS 
e Vlntrod.); ed inserito tra le rime 



tanto mesti ». — 14. viso, ' vista *; 
cfr. n. al son. prec. ,11. 

Son. evi. — 1-2. Petrarca, I, e. 
XVI, 40-41 : «... e vwo in fiamme ... 
mirabil salamandral »; e il Gui- 



di A. Brocardo (Venezia, 1538) con I nicelli ( app. Naimucci , Man. i, 

qualche variante! — 6. contento, | p. 57): u... salamandra... nello 

' contentezza '. — 8. Cfr. Dante, foco a)-dente Vive ». — i. (ST) 

Lif. I, 134: « E color che tu fai co- 1 Salamandt-a. — 3. (ST) dona. — 



RIME 

Non può frenar la voglia, onde s'accende 
La fiamma, ch'arde chiusa più che aperta. 

Sol d'un bel guardo il cor remedio attende: 
Non soflPrir tu che 'n cener si converta ! 
No' '1 cor mio, no, la tua magion difende. 

SONETTO CVII. 

troppo fera & impia castitade, 
Estremo & non vertù ! : sotto colore 
Di larvato , mentito & vano honore , 
Havere in odio un cor, pien d' honestade. 

Volete pur ch'io viva in libertade, 
Et lasci i bei pensieri & fugga amore? 
Lasciate voi degli occhi il bel fulgore , 
Il parlar dolce, il riso & la beltade. 

Vien da vostra durezza o dal mio fato , 
Che soffrir non posseti un'alma humile, 
Cora' io suffro un superbo animo, ingrato? 

Può caper tanto orgoglio in cor gentile ? 
Ma come è fermo un odioso stato , 
Fuor di natura , in petto feraenile ? 

SONETTO CVIII. 

D' amore & d' odio in qual guisa si mova 



14 



«4 



li. Petrarca , [ I , e. xvi , 66 J : 
« Chiusa fiamma è più ardente » 
(Salv).— 14. Cfr. Petrarca, I, e. 
1 , 1 00 : ft Non son mio , no ... » 
ecc. ecc. 

Son. CVII. — Forse tenuto pre- 
sente da A. Caro nello scrivere il 
suo s. vili: « Iniqua legge empio 
costurae& fero ere.».— 2. Estremo, 
sost. ' eccesso '.— 12. Cfr. Petrarca, 
II, xxxiv, 9: (( Mio ben non cape in 
intelletto umano »; e I, cxxx, 1 1. — 
13-14. ' Il cuor delle donne suol 
facilmente mutarsi, ma quello del- 



la sua Luna si serba sempre co- 
stante nella durezza contro di 
lui'. — Petrarca, I, cxxxi, 12-14: 
« Femmina è cosa mobil per na- 
tura; Ond'io so ben ch'ìcn amo- 
roso stato In cor di donna picciol 
tempo dura /i; Virgilio [JEn. iv, 
569-570): (( Varium et mutabile 
semper Femina » ; quest' ultimo 
(Salv). Cfr. Tibullo, III, iv, 63: 
«. Sed flecti potei'it: mens est mu- 
tabilis illis ». 

Son. CVIII.— 1-4. Da Catullo, 
Lxxxv, 1-2 : « Odi et amo. Quare 



1 24 RIME 

Il vario affetto in me , no' '1 saprei dire , 

Ma so, che amare inseme & abhorrire 

Mi danno pena inusitata & nova. 4 

Onde di darvi biasmo ho fatto prova , 
Madonna, & vi confesso il mio fallire: 
Non vi potrei biasmar senza mentire , 
Ch' envidia stessa in voi colpa non trova. 8 

Non vi son traditor, il ver vi mostro, 
Io m' affanno in passar 1' onde d' oblio , 
Et armar centra voi l' amaro inchiostro. 1 1 

Ma dal principio al fin l' ingegno mio 
Altro scriver non sa che '1 valor vostro, 
Né mi posso pentir del bel desio. 14 

SONETTO CIX. 

Quando l'Aurora il dì chiaro n' adduce , 
Volgendo io gli occhi al lucido oriente 
Per contemplare Apollo, almo, splendente, 
Che di Pianete & di Poete è duce; 4 

Vidimi da man manca uscir la luce 
De la mia Luna, anzi mio sole ardente. 
Che sfavillava quel foco possente , 
Ch'a morte & vita inseme mi conduce. • 8 

— Vaghi lumi del cielo , a cui soggiace 
Quanto qui cresce & quanto si consuma, 



id faciam , fortasse requiris. Ne- 
scio, sed fieri sentio et excrucior » : 
anche (Salv).— i. (ST) Amore. — 
IO. l'onde d'oblio, "di Lete" 

(Salv). 

Son-. CIX.— Da un " Epigr[ain- 



Quiim subito a laeva Roscius exo- 
ritur. Pace mihi lic.eat , caele- 
stes, dicere vestra, Mortalis visus 
pulcrior esse deo ». Il n. ed il Ca- 
ro ebber ci=rto presente l'epigr. la- 
tino , ma il secondo fors' anche il 
son. del n. (cfr. il suo vs. 13: « Santi 



mal di Quinto Catulo: vedi Annibal lumi del Ciel , con vostra pace », 

Caro nel pfrim]o sonetto " (Salv). che, traducendo non altro che il 

L'epigr. di Quinto Lutazio Catulo caelestes, pare composto con una 

è riferito da Cicerone , De nat. \ porzione del vs. 9 e con un altra 

deor. I, xxvni: « Constiteram exo- del 12 del presente son.).— i. (SI) 

rientem ^z«ro)Y{»), forte salutans , 1 ìa Aurora. 



RIME 125 

(Cosi volse quel vostro alto motore,) n 

Siami licito dir con vostra pace: 
Che questo viso humano è di magiore 
Vertù; che i cor di magior fiamma alluma! — 14 

SONETTO ex. 

Imaglu di celesti, ampi thesori. 
Duchessa , iu cui soavi , alte parole 
Il ciel la sua harmonia mostrar ne suole ; 
Nel volto i suoi supremi, empirei honori; 4 

Negli occhi tuoi tri'omphan vaghi Amori , 
Di cui son l'arme i rai del tuo bel sole ; 
E '1 triomphato libertà non vuole; 
Vinto, crede esser lui tra vincitori. 8 

Constanza, col tuo vivo, alto intelletto 
Volando & penetrando il paradiso. 
Infiammi i Dei d' un amoroso affetto. 1 1 

Col novo, in terra inusitato viso 
Impari un novo , honesto amor , perfetto : 
Amor da vii pensier tutto diviso. 14 

SONETTO CXI. 

Constantla ferma, al fermo polo eguale, 
Nel secol nostro indicio & vero segno. 



Son. ex.— Diretto a Costanza ] Son. CXI.-Tit.: "Alla medesi- 
(cfr. vs. 9) d'Avalos. figlia di lui- | ma " (Salv).— i. Constantia: e la 
co e di Antonella d'Aquino, ma- Costanza d'Avalos del son. prec. 
ritata a Federigo del Balzo, pri- , I quattrocentisti, come 1 trecenti- 
mogenito di Pirro, e conte di A- j sti (cfr. Dante, Vit. A. cap. xm: 
cerra Nel 27 aprile 1501 ella si ; '' Noìuma sunt consequentta re- 
ebbe da don Federigo la terra di i non ""; e una n. del Carducci uel- 
Francavilla,col titolo Ai duchessa, \ le Rhne del Petr., pp. S3-86). ve- 
che ha qui nel vs. 2 ; di modo che | devano una certa relazione tra 1 
questo soii. dovett'essere composto '1 nomi o i cognomi e le persone, gin 
dopo quel tempr». Su di lei v. il | il n. tra ' la costanza ed il nome 
son. XCVIII, i due sgs. a questo e i della D'Avalos: e cosi in seguito 
r Introd. — '• Alla duchessa Co- j spessissimo, per altri. — polo, la- 
stanza" (Salv). ' 



126 



RIME 



Che de vertù, bellezza & alto ingegno 
Il guidardon non è stato reale. 

Che, se'l valor divino & immortale 
Nel mortai mondo havesse il premio degno, 
Europa tua seria, l'Africo regno , 
L' ultima Tile e '1 mondo orientale. 

Ma, per esser vertù cosa divina. 
Divino stato in pregio a lei convene : 
Che 'n ciel Minerva è dea, non qui Regina. 

Non sono i pregi tuoi cose terrene ; 
Divini honori Apollo a te destina 
Nei templi Idalii , in Delo, in Hippocrene. 

SONETTO GXII. 



Serena, estiva luce, matutina, 
Celeste gioventù, eh' ognihor rinova, 
Beltà frequente a la magion divina, 
Nel nostro mondo inconsueta & nova; 

Fulgor de sol, che 'n nulla età declina. 
Margarita, che'n ciel simil ritrova, 
A cui vittoria Amor, vinto, s'inclina, 
Che pugnar con Constantia è vana prova. 

Che , benché il blandi'ente & dolce riso 
Et r ornato parlar gli animi tire 
Dietro al bel, giovenil, tenero viso; 

D'alto valor non vien basso desire: 
Chi di tal volto affètta il Paradiso, 
Conven eh' a gloria &, pudicitia aspire. 



14 



liu., ' cielo '. — 4. reale, ' regio \ — 
8. ultima Tile. Virgilio, Georq. 1, 
30: «...tibi serviat ultima Thy- 
/e »; e Petrarca, I, xcvr, io; Tr. 
I, IV, 114. — 14. Idalii. In Idalio, 
città dell'isola di Cipro. 

SoN. CXII.— Tit.: "Allamedfe- 
simja" (Salv).— 3. (ST) frequen- 



te. — 6. Margarita , anche cosi 
Dante ' le anime beate', la ' Lu- 
na' e 'Mercurio' {Farad, x.vii , 
29,11,34. VI, 127), L'usò pure nel 
soti. CLXV , 6 , riferendoti, alla 
stessa signora. — affètta , latin, 
(affectare), ' brama con ansietà': 
ciV. il brano d'Ovidio in n. al son, 
CU. 



BIME 



127 



SONETTO CXIII. 



Vapor terreni obnubilare il cielo, 
Et l'aria ponuo empir d'atre tempeste, 
Ma non faran che non si manifeste 
Il dì, quando si leva il sole in Belo. 

Marchese, il congiugal pudico zelo 
Di negri panni , hirsuti hor ti riveste ; 
Ma il tuo candor mirando , anzi celeste, 
Penetra ogni condenso , ombroso velo. 

Laura chiara, immortai, Sanse verina: 
Non è per nebbia oscura ardente stella , 
Sempr' è lucente in sé luce divina. 

Quando più piangi , allhor sei qual novella 
Rosa aspersa in rugiada matutina: 
Ch' a malgrado del pianto sei più bella. 



14 



SOiNETTO CXIV. 



Madre di quelle antique , invitte genti , 



SoN. CXIII. - « Alla S[igno]ra 
march[es]e Laura Sauseverina, ri- 
masa vedova " (Salv) : cfr. la n. al 
vs. g. Il marito, Inico d'Avalos, mo- 
ri all'ultimo di settembre del 1303 
(cfr.Notar Giacomo, p. 262); dopo il 
qual tempo fu dunque scritto que- 
sto son. Nelle note al Cantico in 
la morte de don Innico, composto 
dal n. per la stessa occasione, v. 
le notizie sul marchese e sulla sua 
morte.— i . obnubilare, latin., ' an- 
nuvolare'.— 3. Marchese, 'marche- 
sa': cfr. Cant. ck., vs. 80 ecc. — 
zelo , latin., ' amore ardente '. — 
9. Laura Sanseverino era figlia di 
Roberto , conte di Marsico e prin- 
cipe di Salerno, e di Marina d'A- 
ragona. — 12-14. Cfr. Cant. cit. vv. 
100 sgg. — 14. (ST) ad m.; pici. 

SoN. CXIV. — Ad un papa, per 



la presenza di un principe arago- 
nese in Roma: e, probabilmente, 
ad Alessandro VI, che, nel 1494, 
accostandosi Carlo Vili a Roma e 
trovandosi ivi Ferrandino - di ri- 
torno dalia Romagna, dove aveva 
cercato di resistere alle armi fran- 
cesi , - era indeciso se dovesse o 
difender R.oma, affidandone la di- 
fesa al principe aragonese ( cfr. 
vv. 12-14), abbandonarla, o ac- 
cordarsi col re di Francia ( cfr. 
Guicciardini, Stor. d'Italia I, iv, 
p. 131-132). — "Sopra il Re di Na- 
poli " (Salv). — Ebbe presente il 
Sannazaro , s. lxxv ( di cui ri- 
pete le rime: tnemorie , glorie, 
vittorie, istorie), scritto anch'esso 
per l'andata a Roma di un princi- 
pe aragonese, certamente don Fe- 
derigo (1492). — I. Cfr. Sannazai'o, 



128 



SiMÈ 



Che lasciaron di sé viva memoria , 
Roma, fundata sol per fama & gloria, 
Et per dar legge a populi possenti ; 

Quando di quegli heroi, che al cielo intenti, 
Hebber da te tviorapho per vittoria , 
Bimembri la famosa & chiara historia, 
Magior gloria non hai, ch'or vedi &■ senti. 

Tu vedi hor d'Aragona un tal fulgore 
Che da presso reluce & da lontano. 
D'imperio degno & d'immortale honore. 

Dunque tu, santo Principe Romano, 
Se vói domare il barbaro furore, 
Pon l'arme in man di questo altro AfìVicano. 

SONETTO CXV. 

Mentre la IVlusa tua , gioconda & grave , 
Che contende con quello Hispano antico, 
Scherne il volgo profano , ai buon nemico , 
Che di tuoi versi ride inseme & pavé ; 

Io pur con questo stil non insoave, 
Chrisostomo , lodando hor m' afìatico 



( anche di Roma ) , s. lxxvi , i : 
« Gloriosa, possente, antica ma- 
dre ». — 4. Cfr. Virgilio , ^n. vi, 
851 : « Tu regere imperio populos, 
Romane, memento » : anche (Salv). 
— 5-8. Cfr. Sannazaro , s. lxxv , 
5-8: « Questa fra l'altre tue rare 
memorie, Fra l'altre lodi più leg- 
giadre, ed alme, Fra le più prezio- 
se, e ricche salme. Per colmo a- 
scriver puoi delle tue glorie ». — 
7-1 1. Cfr. Sannazaro, l. e, 9-11: 
« Che con altero fasto et trium- 
phale Spirto vedrai pur hoggi , 
al creder mio , Da far con suo 
splendor meravigliarle » : cfr. an- 
che il son. CXLVIII. — II. Cfr. 
canz. VI, 242 e n. — 14. Cfr. San- 
nazaro, /. e, 12-13: « Tal che di- 



rai: Se questi è uom mortale, È 
Paulo, Scipion »; e la n. al son. 
XCII, 12 e n. 

Son. CXV. — É diretto a Criso- 
stomo ( cfr. vs. 6 ) Colonna , dei 
pontaniani , poeta latino e non i- 
spregevole rimatore in volgare. — 
"A Chrisostomo amico suo" (Salv). 
— 2. Hispano antico, certamente 
M. Valerio Marziale, nato a Biibili, 
nella Spagna Tarragonese —3. 0- 
razio, Od. Ili, i, 1 : « Odi profa- 
nimi volgiis »: anche (Salv). — 
5-8. Cfr. Properzio, I, vii, 3-Ó : 
<( Nos, ut consuenius, nostros a- 
g'itamus amores Atque aliquid du- 
ram quaerimus in dominam ». — 
6. Crisostomo. Il Colonna, nato 
(1460?) a Caggiano , in provincia 



RIME 129 

Un bel volto d'orgoglio tanto amico, 

Che d' esser posto in ciel par che s' aggrave. 8 

Felici voi, che del vostro valore 
Con chiara fama haveti il premio degno, 
Et siete d'Helicona il vero houore. n 

Misero me , che non tanto a l' ingegno , 
Son forzato servir, quant'al dolore. 
Et ho per guidardone ira & disdegno! 14 

CANZONE X. 



non volgare honor del secol nostro , 
Tra noi, come tra stelle un vivo sole, 
Nato da generoso sangue , antico ; 
Quel che nel volto , in atto & in parole, 
Et in pensiero al volgo ognihor dimostro, 
No' '1 celo a te, perfetto & raro amico. 
Io piango & canto ardendo; & m' affatico 



di Salerno, fu prete, precettore e 
poi segretario di Ferrante, primo- 
genito di don Federigo. Segui il 
suo allievo alla difesa della Pu- 
glia e di Taranto (1501), coutro i 
francesi, e nell'esilio di Spagna, 
dove stette dalla metà 1502 a tutto 
l'ottobre del 1505. Non pare che 
questo son. fosse scritto durante 
la sua dimora in Ispagna, ma 
prima o dopo di essa. V. Minieri- 
Riccio, Blog. p. 453 sgg. , e Yln- 
trod. — 7. Petrarca, II, e. vui, 117: 
« Vergine umana e nemica d'or- 
goglio ».— 8. s'aggrava, " sp. se 
agrarie " (Salv): cioè ' entri in col- 
lera': cfr. son. LXXXV, 8 e n. — 
12-13. Traduce da Properzio, l. e, 
7-8: (xNec tantum ingenio, quan- 
tum servire dolori Cogor et ae- 
tatis tempora dura quaeri ». 

Canz. X.— Tit : "Ad un suo ami- 
co Cav[alie] re Napoletano; cioè a 
M. Iacopo Sannazzaro " (Salv). — 
I. Petrarca, II, lxxii, 5: « Quella 
che fu del secol nostro onore »; I, 
cxcui, 11: « Che me mantenne e 



'I secol nostro onora «, — 2. vi- 
vo sole. Cosi Laura il Petrarca, 
I, Lxi, 12, CLXxv, 2.-3. E lo stesso 
Sannazaro, Are, p. 112: « In quel- 
la [ Napoli ] dunque nacqui io , 
ove non da oscuro sangtie , ma 
(se dirlo non mi si disconviene) se- 
condo che per le più celebri parti 
di essa città le insegne de' miei 
predecessori chiaramente dimo- 
strano ; da antichissima & gene- 
rosa prosapia disceso, era tra gli 
altri miei coetanei gioveni forse 
non il minimo riputato. E lo avolo 
del mio padre da la cisalpina Cal- 
ila, benché (se ad principii si ri- 
guarda) da la extrema Hispagna 
prendendo orighie (ne i quali duo 
luoghi anchor hoggi le reliquie de 
la mia famiglia fioriscono) fu ol- 
tra ala nobilita de maggiori, per 
suoi proprii gesti notabilissimo ». 
Cfr. anche F. Elio Marchese . De 
neap. fam.,\). 184 sgg., e Vhitrod. 
dello Scherillo all' A)-c. del Sanna- 
zaro, pp. ix-x.— 7. Cfr. Petrarca, I. 
CLXXV, 1 : « r piansi or canto...». — 

>7 



130 RIME 

Indarno sempre in exaltar costei, 

Ch'io adoro; onde, s'io veggio, 

Intendo & laudo il meglio, & seguo il peggio, io 

Ne 'ncolpo i duri fati , iniqui & rei. 

Che , ben eh' altra prometta quant' io cheggio , 

Et d' ella io speri morte per mercede , 

Sarà pur verso lei 

L'ultima tal, qual fu la prima fede. ,5 

Così vivo, seguendo mia ventura 
Fera & crudele, & quel , che posso, io voglio. 
Poiché quel , che vorrei , non si può fare. 
Sì cieco Amor mi tien, che non mi doglio 
Di vedermi sepolto in fama oscura, 20 

Lasciando a voi le palme insigni & chiare. 
Non cominciai sì follemente amare , 
Ch'io spere pivi d'Amor posser fuggire: 
Che passa il decimo anno , 

Ch'io pugno meco per fuggir d'affanno, 23 

Et per questo pugnar cresce il martire; 
Che correr con la voglia è minor danno. 
Poi che non può sospiro , voce alcuna 
Da la mia bocca uscire , 
Che non risone Amore & la mia Luna. 30 

Colui , che con soave ingegno & arte , 
Infiammar prima fé' gli ombrosi mirti, 
D' Ariadna cantando in dolci accenti ; 



9-10. Da Ovidio, Met. vii, 19-21: 
« ... Aliudque cupido, Mens aliud 
suadet. Video ìneliora proboque , 
Deteriora sequor » : cfr. Orazio , 
Epist. I, vili, 1 1 : « Quae nocuere 
sequar, fugiam quae profore cre- 
dam » ; ma tutt'e due da Euripide 
HippoL, 380-381. Ed il Petrarca, 
I, e. XVII, 139: « E veggio 'l me- 
glio ed al peggior m'appiglio ».— 
12. altra, donna. — 15. Cfr. Pro- 
perzio, I, XII, 20; « Cjaithia pri- 
ma fuit ^ Cynthia finis erit ». — 
16-17. mia ventura Fera & cru- 



dele. Petrarca, II, XLiri, 12: «...mia 
fera ventura » ; I, e. xiv, 28: «...0 
cruda ?nia ventura ». — 24. " De- 
cimo anno passato del suo amore " 
(Salv). — 28. (ST) pno. — 28-30. 
Cfr. Anacreonte, xxiii, 8-9, 11-12: 
... Ivp'n (?£ "Epwras àvTsy&Jvsi... vj 
lùp-Q yàp Móvo'j; "Epwras aSit. — 
31-42. Enumera, come aveva fatto 
nella canz. VI, 190-195, alcuni poe- 
mi del Fontano.— 32-33. I tre li- 
bri De amore coniugali, pubbli- 
cati nel 1 505, da Sigismondo Mayr; 



KIME I 3 t 

Poi con più audaci & animosi spirti, 

Examinando il ciel di parte in parte, 35 

Dinumerò le aurate stelle, ardenti; 

Scendendo poi, cantò degli elementi 

Le nature diverse, e i varii mostri 

Di quella discordante 

Concordia, giunta in fede sì constante; 40 

Lui celebre gli lieroi di tempi nostri , 

Lui de gli Alfonsi & di Ferrandi caute ; 

A me lasciando il chiaro, almo pianeta, 

Che co' i favori vostri 

Non può mancarmi il nome di Poeta. 45 

Come fu vinta la novella Troia 
Da man de l'Aragonio novo Achille, 
Che restò vivo & lieto, & pien di honore; 
Et come, extinte le vive faville 

De l'ardor Tarentino, in pace & gioia 50 

Eicovrò il patrio regno , vincitore, 
Potrà cantar con voci alte & sonore 
Pardo, che '1 somno oscuro in Helicona 
Con chiari versi ha desto. 
A lui conven, che faccia manifesto 53 



in cui il P. canta le gioie della sua | nessuna ai due Ferranti. — 43. La 
vita coniugale, dirigendosi , per lo ! Luna. — 44. vostri, del Sannaza- 
più alla moglie, Adriana (/Irmdna, ro. — 46. Troia, in Puglia, dove 
cfr. il vs. 33, e così pure il P. ) I Ferrante L (cfr. vs. 47) solo dopo 
Sassone ( pp. 62, 63, 69 ecc.): v. j aver abbattuti inieramente Gio- 
Tallarigo, Op. cit, 1, p. 87 sgg. — vanni d'Angió ed i baroni, parteg- 
34-36. L' Urania sire de Stellisi gianti per lui, capitanati da Gio- 



cfr. canz. VI, 193 n. , e v. Talia- 
rigo. Op. cit., u , p. 583 sgg. — 37- 
40. Il Meteororum liber, pubbli- 
cato con altre poesie da Aldo Ma- 
nuzio, nel 1503: V. Tallarigo, l. e, 
p. 596 sgg. — 39-40. Ovidio , Met. 
1, 433: «...et discors concordia 
fetibus apta est ». — 41-42. Fra le 
liriche del P. ve ne sono alcune in 
lode di Alfonso, duca di Calabria, 
e delle sue vittorie (ed. Mayr, 1503: 
pp. 135, 171, 224, 229 ecc.), e qual- 
cuna per don Federigo (p. 202 ecc.); 



vanni Antonio Orsino, [>rincipe di 
Taranto (cfr. vs. 50 : l'ardor Ta- 
rentino); potè dire di aver ricupe- 
rato il regno (cfr. 31). quasi perdu- 
to da lui per il numero e le forze 
dei ribelli: v. Pontauo, De bel. 
neap. iv, p 103 sgg. Il (Salv) a- 
veva qui postillato, .poi cancellò 
" Otranto ". — 53. È inutile av- 
vertire che questo poema sulla 
prima congiura dei baroni, se mai 
il Pardo lo compose - che il potrà 
cantar del n. (vs. 52) può essere 



132 RIME 

Il glorioso nome d'Aragona 

A quei che poi verranno; & io con questo 

Più dolce stil cantando la mia Diva , 

Di sua bella persona 

Parrò forse memoria eterna & viva, 

L'insignie, li trophei, le opime spoglie, 
Eapte da man di barbari infideli , 
Di elle '1 Eettor del ciel s'allegra & gloria; 
Il domar di tyranni, impii , crudeli, 
Il moderar de le sfrenate voglie , 
II sapersi goder de la vittoria , 
Gante con versi d' immortai memoria 
Altilio, al cui cantar terso & polito 
Le Nymphe di Sebeto 
Menavan le lor danze, onde quel lieto 
Hymeneo , Hymeneo sonava il lito 
Del bel Tyrrheno mar, tranquillo & cheto. 
Non vo' eh' altro, ch'io sol, la lyra tempre. 
Per far che l'infinito 
Valor de la mia donna viva sempre. 

Et tu, di cui l'ingegno ogni altro avanza, 
Che r una, & l'altra lingua hai exornata. 
L'alme Muse evansreliche illustrando. 



60 



65 



cosi un fatto come un sempilce 
desiderio - non si trova fra le po- 
che cose che ci sono rimaste di 
lui: V. Introd. — 59. Petrarca , I , 
Lxvui, 7: « Con quanti hioghi sua 
bella persona ». — 60. Petrarca , 
II, LV , 14: « Fia del tuo nome 
qui ìnemoria eterna ». — 61-72. 
Anche qui i nostri dubbii su que- 
ste poesie composte dall'Altilio su 
l'impresa d'Otranto (cfr. vv. (5i- 
03 ) e su altri argomenti politici 
e morali ( vv. 64-66 ). Di lui non 
resta altro che una epistola al 
nostro , alcuni epigrammi ed un 
Epitalamhim, cui qui si accenna 
nei vv. 68-72, i quali, anzi, traduco- 
no un brano di quel carme: « Au- 



rea Sebethi soboles... ibi variante 
reflexu Nunc pedibus choreas , 
nunc carmina plaudere cantu, Car- 
mina quae curvis in vallibus as- 
sultabant, Incejiere, omnis Hyme- 
naeo ut ripa sonaret... Dicite Hy- 
men, Hyraenaee Hymen ter dicite, 
Nymphae ». Questo poemetto ca- 
tulliano, scritto per le nozze d'Isa- 
bella d'Aragona e di Gian Galeaz- 
zo Sforza (148S) , fu ripubblicato 
da M. Tafuri , Op. cit., ove a p. 
IO e 12 i vv. 42, 52-55, 65, rife- 
riti qui sojn'a — 63. Petrarca , Il , 
Liv, io: <( Quasi d' un più bel Sol, 
s'allegra e gloria ». — 77. exor- 
nata , latin. ' abbellita '. — 78. Il 
De Partii Virginia , detto pri- 



RIME 



'33 



L'alma gentil per te più celebrata, 

De r Aragonio honor 1' altra speranza go 

Potrai lodar , sì come ber fai , cantando. 

Né gir conven per lode incerte errando , 

Cile da qua l'alpe & oltre , in mare , iu terra 

Son conosciuti & cbiari 

Gli atti di sua verta, j^reclari & rari, 85 

Giocondi in pace & animosi in guerra. 

Et io vo' pur cantar quei dolci & cari 

Occhi celesti & quelle gote intatte, 

Cbé, (se '1 veder non erra,) 

Son fresche rose , asperse in puro latte, 90 

Cbé, s'io contemplo miro il chiaro aspetto , 
Il riposato & non mortale incesso , 
Da la mia bocca nasce un suon più vivo. 
Ma se pur gli occhi miei guardar da jaresso 
Ponno il soave, casto & latteo petto, 95 

Mille Eneide allbor, mille opre scrivo. 
Se '1 fato non m' havesse in tutto privo 
Del grandiloquo stilo, in quel più bello, 
Antiquo , alto idioma 
Non cantarci de la possente Roma, 100 



ma anche Chrhteis, cominciato a 
scrivere sul principio del 1300, 
già compiuto nel 1 507, fu pubbli- 
cato nel 1326 dal Freccia in Na- 
poli. — 79-Si. Don Federifro: cfr. 
son. CI, 14. »i.-82. Da Tibullo, IV, 
I, 106-107: « At non per dubias 
errant mea carmina laudes: Nam 
bellis esperta cano »: cfr. canz. 
VII, 15 e n. — 90. Da Properzio, 
II , ni , 12: « Utque rosae puro 
lacte natant folla >>: anche (Salv); 
e Sannazaro, Are. p. 29: «. . il cui 
colore aguatrlia Le matutine rase 
e 'l puro lacte »: cfr. son. LVIII, 
6 n. — fresche rose. Petrarca, I, 
csLvii, 10, CLXxxvii, 1. — 91-103. 
Imita Properzio, II, 1, G, 9-10. 
12-14, '7"'9' 21, 25: « [3/tram?(r] 



Sive illam Cois fulgentem ince- 
dere coccis , Hoc totum e Coa 
veste vohimen erit:... Invenio cau- 
sas ìnille poeta novas: Seu nuda 
erepto mecum luctatur amiclu , 
Tum vero longas condiraus I/ia- 
das... Quod mihi si tantum, Mac- 
cenas , fata dedisseut... Non ego 
Titanas canerem ... nec Pergama 
nomen Homeri ... Bellaque resque 
tui memora rem Caesaris »: solo 
il vs. 14 il (Salv) — 92. riposato, 
" sp. sossegado " (Salv) : cfr. sus- 
siego. — non mortale incesso. 
Virgilio, [^En. 1,403]: «Et vera 
incessii patuit dea » (Salv); e il 
Petrarca, I. lxi, 9 : « A^OJi era l'an- 
dar suo cosa mortale t). — 99. anti- 
quo, "i[destj nel r idioma latino " 



1 34 BIME 

Di Cesare, di Paulo o di Marcello; 

Il mio signor , con 1' honorata soma 

Di trophei, mi darebbe nome altero, 

Et non minor di quello 

Forse, che diede Achille al grande Homero. 103 

Canzon, nel sacro fonte d'AganÌ2Jpe 
Un poeta vedrai, sublime & raro, 
Di lauro ornar le chiome , 
Da le Muse chiamato in vario nome , 
Hor Actio & hor Syncero, hor Sannazaro, 1,0 

A lui la fronte inclina, & digli come, 
Vivend' io ascoso in questa sorte humìle, 
Di contentarmi imparo , 
Che non ogniuno arriva a 1' alto stile. j ,^ 

SONETTO CXVI. 

Un sogno paventoso, oscuro & nero 
M'atterra sì, ch'io non riposo un'hoi'a. 
Et vien , misero me!, quando l'aurora 
Toglie confusione & mostra il vero. 4 

Veggio un monstro marino, borrendo & fero. 
Tal che vegliando par che '1 veggia anchora, 
Che coi denti mi trahe il cor di faora, 
Et portai oltre il mar, ratto & leggiero. 8 



(Sai v). — 101. Cfr. Petrarca, III, xxix, 
9-10: «Credete voi che Cesare o 
Marcello Paolo ». — Paulo. 
Paolo Emilio (cfr. Orazio Od. I , 
XII, 38). — Marcello. Marco CLui- 
dio Marcello, il vincitore degli Iq- 
subri e il conquistatore di Siracusa 



zoni per la partenza della Luna 
da Niipoli.-Tit : " Sogno " (Salv). 
— I. ClV. Petrarca. I, cxciii , i : 
K misera ed orribii visione »: e 
cfr. vs. II. — 3-4. Da Ovidio, E- 
piit. 195- 19Ó: « Namque sub au- 
rora... Somnia quo cerni tempore 



ecc. (cfr. Virgilio, .^JJ*;. vi, 835 1 vera solent »; e dal Petrarca, Tr 
sgg.). _ ,02. 'Ferrandino. — ioi3- IH, 11, 5-6: « .. la bianca amica di 
114. Cfr Petrarca, I[I,xi, 99-100.— Titone Suol de' sogni confusi tórre 
108 (ST) Z.«)«>'o.— uo.'Cfr. soa. il velo ». Cfr. anche Orazio, Sat. I, 
XXI, i, xeni. I. ^.32-33- « Quirinus. Post mediani 

SoN. CXVI. — Con questo co- noctem visus, cum somnia vera».— 
mincia una serie di sonetti e can- '• 5-8. Allude alla nave che doveva 



RIME 



135 



Io mi soglio destar con tal paura 
Et sì pien di dolor, che non discerno, 
Che vuol dir questa visione oscura. 

Ma di mia vita homai lascio il governo 
A quella dispietata mia ventura, 
Che '1 camin trove anchor giù per l'inferno. 

SONETTO CXVII. 



Se'n le contrade extreme d'occidente, 
Ove s'asconde ogni celeste luce, 
Necessità del ciel pur ti conduce , 
Ond'io mi reste qui, cieco & dolente ; 

Et se '1 duol de la mia misera mente, 
A lo sparir de la vital mia luce , 
A morte per miracol non m'induce, 
Là mi vedrai col cor più sempre ardente. 

Ove, s' anchor di poi vivo son io, 
Essendo per me morta ogni speranza, 
Seguerò de 1' ardor mia prima usanza; 

Et dove Amor giamai non fece stanza , 
Conosciuto sarà col pianger mio , 
Tal ch'arderà ciaschuu del mio desio. 



14 



SONETTO C XVIII. 

— Ai ! , misera alma!, a che pur te tormenti? 
Che sai, s'anchora il ciel vuol contentarte? — 



portare in Ispagna la sua Luna.— 
13. Petrarca, I, e xn, 15: « Poi 
che la dispietata mia ventura ». 

Son. CXVII. — Tit, : •' Partenza 
della S[iiaJ D[onna] per Ispagna" 
(Salv). — I. La Spagna. Cfr. Pe- 
trarca, I, e. IV, 31: « E "mbrunir 
le contrade cf oriente ». — 2. ' Ove 
si vedono tramontare tutti gli a- 
stri '. — 8. Andrà anch' egli in l- 



spagna. — ii. ' Seguiterò a canta- 
re'? — 12-13. ' E coi miei versi 
farò conoscere l'amor mio fin an- 
che a quelle genti cui Amore è 
affatto ignoto'. 

SoN. CXVIII.— É un dialogo fra 
il poeta e l'anima sua a imitazione 
di quello del Petrarca (I, lv) , tra 
lui e gli occhi suoi. — ì-2. Petrarca, 
[I, e. in, 11-12] : «...[anima trista:] 



1 36 RIME 

— Come, quando, esser può?, se già si parte, 
Chi devea fare i sjjirti miei contenti? — 

— Damo le vele a li medesmi venti, 
Seguendo i chiari rai per ogni parte. — 

— Se fuggon me , qual forza humana o arte 
Giunger li può con passi tardi & lenti ? — 

— Forse che absente fia più pietosa. — 

— Assai saria per me, dolente & lassa, 
Questo , quando di ciò sapessi il vero. — 

— Hor non t'affliggere, alma dolorosa, 
Che tra la spica e '1 pan gran tempo passa! — 

— L'uno & l'altro vegg' io , ma il peggio spero. - 



14 



SONETTO CXIX. 



Io m' era già condotto a coutentarme 
Di mirar gli occhi sol pien di dolcezza, 
Venceudo loro sdegno & dura asprezza 
Con tacer & sofiVir, non con altr'arme. 

Ma novo male hor vien per assaltarme, 
Onde gli antiqui danni il cor disprezza. 
Ch'io temo non veder più la bellezza. 
Che suol darmi la morte & consolarme. 

Che, benché in mezzo al cielo il suo fulgore , 
E si lontan di me, come in ponente. 
Sotto '1 suo raggio pur s'acqueta il core. 

Ma, se dagli occhi miei fia sempre absente , 
Et io posso sperar tanto dolore , 
Piangerò, lasso!, insatiabilmente. 



Che sai s' a miglior tempo anco 
ritorni » (Salv). — io. dolente & 
lassa. Sottint. Vahna dei w. i e 
12.— 13. 'Tra il proposito di pai-- 
tire (spiga) e la pai'tenza (pane) 
correrà dei tempo: fin che ci sarà 
tempo, ci sarà speranza': cfr. il 
prov. tose. : " Dal detto al fatto c'è 



\m gran tratto " ecc. in Giusti , 
Prov. Tose. pp. 130-131. 

SoN. CXIX. — 9-11. 'Quantun- 
que egli non potesse avvicinar la 
sua Luna, pure, restando ella in 
Napoli, avrebbe potuto almeno ve- 
derla; ma non più ora, se essa se 
uè va in Ispagna'. — 13. Virgilio, 



RIME 137 

SONETTO CXX. 

Quando veggio volare i giorni & 1' hore , 
Et appressarsi il di, che la mia vita 
Deve finir , per 1' aspra departita 
Di cui mi lassa in tanto extremo ardore; 4 

Parte di me non è senza dolore, 
Et la pena con l'alma è tanto unita, 
Ch' io non so qual conforto , o quale aita 
Difende il cor, che subito non more. 8 

Forse dà fede anchor l' alma al desio , 
Né crede si permetta un tanto danno, 
Onde s' allunga il viver doloroso. 1 1 

Egli è pur ver; non prender, alma, inganno, 
Non allungare il fin del fine mio , 
Che, fuggendo il morir, fuggi il riposo. 14 

SONETTO CXXI. 

Hor su, seguir vogl'io la Luna mia 
Per l'alto & lungo mar con quello ardore. 
Che sempre li mostrò l'aperto core: 
Chi mi vieta vederla ove che sia? 4 

Che parlo ? o dove sono ? qual follia 
Voi ve la mente, accesa di furore? 
Già non mi dan gli antiqui sdegni horrore. 
Non veggio per me sol chiusa la via? g 

Quanto più la ragione i passi serra. 



jEn. IV , 4 1 9 : « Hunc ego si po- 
tili tantutn sperare dolorem » ; e 
cfr. Petrarca, II, lxviii, 13: «E 
sola puoi finir tanto dolore )k — 
sperar, "esperar" (Salv): dallo 
spagn. , ' aspettare ' ; ma qui è un 
latiu.: V. la n. precedente. 

SoN. CXX.-3-4. Cfr. son. XCV, 
13-14. — 3. a. departita. Petrar- 



ca, I, e. ui , 5: «Però che dopo 
r empia dipartita ». 

Son. CXXI. — 5-6. Da Virgilio, 

^En. IV, 595: « Quid loquor, aut 
ubi sura ? qiiae mentera insania 
mutat? »; ed il Petrarca, I, e. v, 
31: «Che parlo? o dove sono? e 
chi m' inganna ». 

18 



138 RIME 

Amore a seguitarla più m' invita , 
Ma gelosia mi chiude & mare & terra. 

Toglimi, o morte, l'angosciosa vita; 
Ch'io non ho forza a sostiner la guerra, 
Che s'apparecchia il dì de la partita! 

SONETTO CXXII. 



Hor m' è chiuso il camin del guidardone , 
Hor cresce il duolo, hor la speranza cade, 
Già se ne va ne l' ultime contrade , 
Chi del mio amaro fu dolce cagione. 

Nullo tempo giamai , nulla stagione , 
Può minuir mia doglia , & nulla etade 
Da mente mi torrà 1' alma beltade , 
Che mi privò di sensi & di i-agione. 

Che potrò fare io, misero, dolente, 
Se non moro al partir del mio dolciore , 
Altro che lagrimare eternamente? 

Ma donde può venire un tanto humore 
A gli ocelli miei, che possa pienamente 
Le lagrime agguagliare al gran dolore? 



H 



SESTINA V. 



Cantai un temjjo in più soavi rime , 
Ben che'l cantar non fusse mai sì lieto, 
Che non havesse jDur parte di pianto; 
Hor piango in dissonanti , horindi versi. 



SoN. CXXII.— j. guidardone. 
Cfr. Petrarca, I, lxxxvi, 4.-4. Dal 
Petrarca, I, clxxiv, 14: « Si dol- 
ce è del mio amaro la radice «. — 
6. minuir , latin., 'diminuire'. — 
13-14. Da Virgilio, JEn. u. 361- 
562: «... quis funera fando Espli- 
cet aut possit laoHmis acquare 
labores? »; ed il Petrarca, II, e. i, 



18-19: « Qual ingegno a parole 
Porla agguagliar il mio doglioso 
stato? ». 

Sest. V. — Tit.: " Lamento del- 
la partenza della S[ua| D[onna) " 
(.Salv). — Ebbe presente Virgilio , 
^TjH. IV, 296 sgg. , neir episodio di 
Bidone abbandonata, - imitato an- 
che da Ovidio nell' Epist. vii ; - ed 



RIME 1 39 

Cantai per l'alma Luna, allhora in vita; 
Per Proserpina rapta hor piango in morte. 

Hor mi ritrovo in tenebrosa morte , 
Ove non è chi intenda le mie rime , 
Né mi soven eh' io mai vivesse in vita, 
Né so se vissi o doloroso, o lieto, 
Quando cantai sì lagrimosi versi, 
Che trasser da crudeli anchora il pianto. 

Da gli occhi miei non esce altro che pianto. 
Né sa chiamar la lingua altro che morte, 
Poi che chi dava lena a li miei versi , 
Fuggendo, hor interrompe & canti & rime. 
Taccia il giocondo stil, sonoro & lieto, 
Comincie un suon conforme a 1' aspra vita. 

Invidia hebbe fortuna a la mia vita, 
Vedendo , eh' io sperava forse il pianto 
Mutare in riso, anchor sereno & lieto; 
Hor se ne va speranza, hor vien la morte, 
Con ale tenebrose, onde le rime 
Si son converse in discordanti versi. 

Prima m' acconsolava in cantar versi , 
Hoggi sente piìi duol l'oscura vita. 
Quando rimembra 1' amorose rime. 
Solo si pasce il cor d'amaro pianto; 



24 



il Petrarca, II , sest. (di cui serba 
anche le rime: lieto, rime, pian- 
to, morte, ed il numero delle stan- 
ze). — 3. (ST) luna. — 6. La sua 
Luna, andando in Ispagun, a ma- 
rito, gli ricorda Proserpina rapi- 
ta da" Plutone (cfr. Ovidio , Met. 
V, 385 sgg.) — 12. Cfr. Petrarca. 
L LXiv, 1-4: « Ch'animo al mon- 
do non fu mai si crudo Ch' io 
non facessi per pietà dolersi ». — 
14. Petrarca. II, sest., 33, 42: 
u Che non sanno trattar altro che 
morte ... Xè contra Morte spero 
altro che Morte ». — 19-20. Pe- 
trarca, II, XLvn , 12-13: «Morte 



ehhe invidia al mio felice stato ' 
Anzi alla speme ». — 23-24. Cfr- 
Petrarca, sest. cit. , 40: « Cosi è '' 
mio cantar converso in pianto ». — 
23-26. Cfr. Petrarca, sest. cit.. 
43-44: «Nessun visse giammai più 
di me lieto; Nessun vive più tri- 
sto e giorni e notti»; e 31-33: 
« Chiaro segno Amor pose alle 
mie rime Dentro a' begli occhi: ed 
or r ha posto in pianto. Con do- 
lor rimembrando il tempo lieto». — 
28. Cfr. Petrarca , sest. cit. . 47 : 
« Vissi di speme; or vivo pur di 
pianto »; e 28: « Or m' è '1 pian- 
ger amaro più che morte ». — 



1 40 RIME 

Et d' aspettar la desiata morte , 

Che speme non ho più di viver lieto. 30 

Io non hebbi un sol di sì chiaro & lieto 
Allhor, quando cantava allegri versi, 
Che non mi fusse stata assai la morte 
Più cara, che la sconsolata vita; 
Ma non havea cagion d' eterno pianto, 
Com'hoggi, ch'explicar no' '1 posso in rime. 36 

Luna, ove ne vai? , che'n tante rime 
Da me fusti cantata in canto lieto ? 
Et hor ti taccio per soverchio pianto? 
Deh, no' spregiar chi canta eterni versi; 
Et pensa a questa breve & fragil vita, 
Ch'altro non è eh' un gir dietro a la morte. 42 

Se tu non temi la seconda morte, 
Da le prose difesa & da le rime, 
Perdona al meno a la tua cara vita. 
Aspetta la stagion del tempo lieto, 
Allhor che '1 roscigniuol canta i suoi versi : 
Non partire hor , che '1 mare è pien di pianto. 48 

Mentre eh' io imparo assuefarmi al pianto , 
Et fuggir lagrimando a l' impia morte , 
Deh, ferma un poco il corso al suon di versi. 
Sol eh' abbian fin le cominciate rime. 
Che collocaro in ciel l'onesto & lieto 
Volto , per cui mi fu cara la vita. 54 

Ma tu non vuoi di tua, né d'altrui vita 



29. Cfr. Petrarca, sest. cit., 6: « 0- 
(jiar vita mi fanno e bramar mor- 
te ». — 30. Cfr. Petrarca, sest. cit., 
I : « Mia benigna fortuna e '1 viver 
lieto ». — 35-36. Cfr. Petrarca , 
sest. cit., 8-9, 1 1 : « Cagion mi dai 
di mai non esser lieto. Ma di me- 
nar tutta mia vita in pianto... I 
miei gravi sospir non vanno in 
rime ». — 37. Virgilio, l. e, 429: 
« Quo ruit?...». — 46. Virgilio, l. e, 
429-430: «... extremum hoc mise- 



rae det raunus amanti: Expectet 
facilemque fugam ventosque fe- 
rentis »; e Ovidio, Epist. vii, 41. 
179: «Quo fugis? obstat hiemps! 
Hiemis raihi gratia prosit... Dum 
freta raitescunt et amor ». — 49- 
51. Virgilio, !.. e, 434: « Dum me 
mea victam doceat fortuna dole- 
re»; e Ovidio, Le., 179-180: «... 
dum tempore et usu Fortiter edi- 
sro tristia posse pati ». — 55-56. 
Virgilio, l. e, 369-370: « Num 



RIME 

Curarti, né del mio continuo pianto. 
Pur te ne vai, mostrando il viso lieto. 
Me, misero!, lasciando in certa morte. 
Fuggite homai di noi , leggiadre rime , 
Continuate, o pianti, i vostri versi. 

Per quello intero amor, che'n tanti versi 
Mostrai, cantando la tua casta vita. 
Per la fé che si lagna in varie rime , 
Per le lagrime mie , per l' aspro pianto 
Dami, per premio, spatio, oud' io la morte 
Possa sperar con l' animo più lieto. 

S'io meritai di te risguardo lieto, 
se mai ti fur grati li miei versi , 
Habbii pietà de sì dogliosa morte , 
Poi che non l'hai de l'angosciosa vita. 
Tu pur mi fuggi & non ti move il pianto, 
Né ti movesti mai per dolci rime. 

Taccian le rime e'I suon del canto lieto. 
Rinove il pianto i suoi penosi versi , 
Et la vita si mute in atra morte. 



141 



6o 



66 



72 



75 



SONETTO CXXIII. 



Ai, NajDol bella, ai, seggio, in cui fé' nido 
Nobiltà con bellezza & vertìi mista; 



fleti! ingemtiit nostro? num lumi- 
na flexit? Num lacrimas victus de- 
dit aut miseralus amanlemst? ». 
— 38. Virgilio , Le, 30S: « Nec 
moritura teiiet crudeli funere Di- 
do? 1). — 60 Cfr. Musco, iii, 8 ecc.: 
"App^ìTE St/£).tzGà T'Tj ttìvSìo;, ào- 
/szì JIoÌTsti; Virgilio, Ed. vm, 
21 ecc.: alncipe Maenaliosmecura, 
mea tibia, versus >>; e Sannazaro, 
Ar-c., p. , 263 : « Rincominciate , o 
Muse, il vostro pianto ». — 61-63. 
Cl'r. Virgilio, JEn. iv, 307: « Nec te 
noster amor nec te data dexiera 
quondam ».— 63-66. Virgilio, l. e, 
314, 316,433: «...Per ego has lacri- 



mas dextramque tuam te. ..Per co- 
nubia nostra , per inceptos hyme- 
naeos.-Tempus inane peto, requiem 
spathanque furori »; e Ovidio, l. 
e. , 177-178: « Pro meritis et si- 
qua tibi debebimns ultra, Pro spe 
coniugii tempora parva peto ». — 
67-69 Virgilio, l. e , 317-318: « Si 
bene quid de te memi fuit aut tibi 
quicquam Dulce meum , misere- 
re...)). — 68. Cfr: Petrarca, II , e. i, 
77: « Se gli occhi suoi ti fur dolci 
né cari». — 71-72. Virgilio, l. e, 
314. 438-439: « Mene fugis?... Sed 
nullis ille movetur Fletibus ». 

SoN. CXXIII.— Tit.: "Partenzsi 



142 RIME 

Hor devreste dar voi T ultimo strido, 

Perdendo quel die mai più non s' acquista. 4 

Io, che pili perdo & lagrimando grido. 
Cacciar devrei quest'alma stanca & trista, 
Sì come fé' la miserabil Dido, 
Privata de la dolce, amata vista. 8 

Né quella hebbe giamai tanta ragione 
Di voluntariamente a morte darsi: 
Che pur gli diede Amore il guidardone. u 

Io, lasso !, a cui i begli occhi tanto scarsi 
Pur sempre, ho di morir vera cagione: 
Che duodeci anni indarno piansi & arsi. 14 

SONETTO CXXIV. 

Morte può far che'l corpo non si doglia, 
Ma, ch'io non ame piìi, no"l può far morte; 
Né che l'ardore io morto non comporte, 
Che'n l'anima sent' io l'ardente voglia, 4 

Però non priego morte che mi scioglia 
Da queste membra, quasi, anzi già morte, 
Ma che'n amore io sia sempre più forte, 
Et viva per esempio in tanta doglia. 8 



(iella S[ua] D[onna], amata da lui i Bidone (,'En. iv , 522 sgg.) imi- 
12 anni " (Salv). — i. seggio. "Seg- tato nella sest. preced. Del quale 
gio di Nido: nobile di Nido" (Salv); : cfr.; per i vv. 6-7 del n., F « infe- 
e cosi anche il Caballero, Ricer- \ lix Dido » e T a Accipite liane a- 
che , p. 15, nel proporre l'ipotesi j nimam nieque his exolvite curis » 
che la donna de! n. sarebbe pò- {l. e, 596, 652). — 12-13. l^etrar- 
tuta appartenere alla famiglia San- | ca, I, lxi, 3-4: « E "1 vago lume 
chez de Luna, che era appunto di oltre misura ardea Di quei begli 
quel seggio: ma vedi ì'Introd. — j occhi , eh' or ne son si scarsi ». 
fa' nido. Far nido, nel senso di 
* dimorare ', è in Dante, Purg. xs, 
131, e nel Petrarca, I, e. vi, 7; 
11, L, 9 ecc. — 3. Petrarca, I, con, 
8: « In Grecia affanni , in Troia 
ultimi stridi ». — 4. Cfr. Petrarca, 
I, e. ili, 14: « se '1 perduto ben 
mai si racquista ». — 6-1 1. Ac- 
cenna all' episodio virgiliano di 



SoN. CXXIV. — 1-2. Petrarca, 
II, j.xxx, I -2 : « Non ■pvó far Mor- 
te il dolce viso amaro; Ma '\ dolce 
viso, dolce pjfó far ìnorte 11 •. e ib., 
sest.. 49-50: « Morte m'ha morto; e 
sola può far Morte Ch'io torni a 
riveder...». — 5. Petrarca, sest. cit., 
64 : « E yerò mi son mosso a pre- 



RIME 143 

Che, beuché'l foco, a nessun altro eguale, 
Corra con tal furor per le mie vene. 
Resister posso pur a tanto male. 1 1 

Et s'altro amante vede in raagior pene 
Sostinersi anchor vivo un cor mortale , 
In minor duci non perderà la spene. 14, 

CANZONE XI. 

Quest'è, s'io non mi inganno, il bel balcone, 
Ch' era si cbiaro & lucido da prima , 
Hor con oscurità morte portende ; 
Sotto '1 qual l'infelice Endimione 
Solea, rivolto al ciel, cantare in rima 3 

Quella beltà, ch'ai primo cielo splende. 
Hor più non vi s' intende 
Lyra, né voce alcuna. 
Kotta giace e spezzata liomai la lira , 
La voce è morta, & l'ombra hor qui sospira io 

Eternamente , & piange V aurea Lnna ; 
Et con queste parole 
Morendo laugue , si lamenta & duole. 
Pianga ciascun di ciò che gli arde il core, 
Che piangendo releva ogni dolore. 15 

A' naviganti era oportuno il vento, 
Tanto importuno a cui langueva ardendo. 



5iar Morte «. — 14. " Quale è quel- 1 che fossero derivati da quelli del 

della morte " (Salv). Petrarca (1, ix, 56-57) : « Là dove 

Canz. XI. — " Partenza della 1 più mi dolse, altri si dole; E do- 

Sfual Dlonna], che andava a ma- ' lendo addolcisce il mio dolore»; 



rito in Ispagna "' (Salv). — 3 por- 
tende, latin , ' mostra '. — 4. Endi- 
mione. " Endimione Cariteo, per- 
chè S[ua] D[onna] è chiamata Lu- 
na "(Salv): cfr. la ?(. alla sest. IH, 
31-33.— 9 lira. (ST) lyra - e sem- 
pre cosi in mezzo del vs.,-corr. 
in ER per la ritua. — 14-15 Questi 
vv. si ripetono in fine di ogni stan- 
za , eccetto che nell' ultima. Fare 



e forse anche da quelli di Ovidio, 
Trist. IV, m, 37-38: « Fleque meos 
casus. Est quaedam Aere voluptas. 
Expletur lacrimis egeriturque do- 
lor ». — 15. releva, latin., 'alle- 
via'. — 16-17. Da 0\\dìO , Eptst. , 
SUI, 9-[i : «... et qui tua vela vo- 
caret, Quem cuperent nautae, non 
ego, ventus erat. Ventits erat nau- 
tu aptus, non aptus amanti ». — 



< 



144 



RIME 



Ond' era presso già la morte mia , 

Quando sentii di donne un tal lamento , 

Che redir non si può , se non piangendo , 20 

Et pianger & parlar non si poria. 

Vidi un' altra Orithia , 

Da Borea rapta in fretta , 

Che lagrimava d'una & d'altra stella, 

E '1 pianger la facea parer più bella, 25 

Che pose nel mio cor magior saetta; 

Lasciando a la partita 

Napol senza beltà, me senza vita. 

Pianga ciascun di ciò che gli arde il core , 

Che piangendo releva ogni dolore, .jo 

Sì veloce al partir ella si mosse, 
Sol per me dar più dolorosa morte, 
Ch'io non li diedi le saluti extreme; 
Onde tal rabbia il petto mi percosse. 
Che , volendo parlar, latrai sì forte, 35 

Come cane che 1' onde fugge & teme. 
Allhor, perdendo inseme 
La speranza & la luce, 



19. (ST) senti. — 21. Cfr. Dante, 
Inf. V, 126: « Farò come colui che 
piange e dice »; e xxxui, 9: « Par- 
lare e lagrima!" vedra'mi insie- 
me ». — 22-23. Orizia, figlia di E- 
retteo , fu rapita da Borea, e dal- 
l'Attica trasportata in Tracia (v. 
Ovidio , Met. VI , 677 sgg.). — 
Ovidio, Amor. I, vi, 53: « Si satis 
es raptae , Borea , memor Ori- 
thyiae»; Properzio, III, xxn, 51: 
« Crudelem et Borean rapta Ori- 
thyia negavit )>; IV, vi, 13: « In- 
feiix -Aquilo, raptae timor Ori- 
tyiae ». — 25. Cfr. Virgilio, ^En. v, 
343-344: «... lacrimaeque decorae 
Gratior et pulchro veniens in cor- 
pore virtus m — 26-27. Petrarca , 
II, Lsvi. 1-5: « Lasciato hai, Mor- 
te, senza sole il mondo Oscuro e 
freddo , Amor cieco ed inerme , 



Leggiadria ignuda, le bellezze in- 
ferme , Me sconsolato ed a me 
grave pondo; Cortesia in bando 
ed onestate in fondo ». — 31-34. 
Ovidio, Epist. xni, 9, 13-14: « Ra- 
ptus es bine praeceps...Linguaque 
mandantis verba imperfecta reli- 
quit: Vix iliud potui dicere triste 
vale ». — 33. le saluti extreme. 
Salute, femm. ' saluto ', è in Dan- 
te, Vit.N. , cap. m, 13, xi, 2 ecc., 
nel Petrarca, Tr. I, 11, 129, e nei 
rimatori trecentisti. — 35. Petrar- 
ca, I, e. I, 62: IX Che volendo pat-- 
lar , cantava serapre ». — 35-36. 
Ovidio (di Etuba, trasformata in 
cagna), Met. xin , 568-369: «... 
rictuque in verba parato Latra- 
vit , coìtala loqui»: cfr. anche 
Giovenale, Sat. x, 271-272; e Dan- 
te, Inf. XXX, 20 : « Forsennata la- 



RIME 

Con furioso ardor dietro gli andai, 

Gridando: — Ai, Luna, ai, Luna, ove ne vai? 

Rivolge al men la desiata luce, 

La luce ardente & chiara, 

La notte e '1 giorno a me cotanto avara ! — 

Pianga ciascun di ciò che gli arde il core , 

Che piangendo releva ogni dolore. 

Ella pur col bel volto , irato & grave , 
Né si rivolse mai , uè mi rispuose , 
Et era giunta al mar, senza dimora. 
Io possetti mirarla in l'alta nave 
Con queste luci oscure &, tenebrose 
Senza morire; e '1 ricordar m'accora. 
Che di dolor si mora, 
No' '1 creda mai vivente, 
Che tal lo scrisse che'l debbe soffrire. 
Ai, natura matrigna, hor che vuol dire, 
Che subita allegrezza inmantinente 
Uccide, & più vivace 
E colui che'n martìri & doglia giace? 
Pianga ciascun di ciò che gli arde il core, 
Che piangendo releva ogni dolore. 

Col nautico clamor già si partiva 
La vela, che nel pelago volava, 
Lasciando ombrose homai nostre contrade ; 
Splendeva ovunque andava la mia diva, 
Talché Neptuno intento la admirava , 
Dicendo: che giamai tanta beltade 



145 



40 



45 



50 



55 



60 



65 



tro si come un cane ». — 39. " Co- 
me cane arrabbiato " (Salv). — 
48-51. Cfr. Ovidio, Epist. xni, 17- 
18: « Dum potui spedare virura, 
spedare iuvabat: Sumque tuos o- 
culos usque secuta meis ». — 51. 
Petrarca, II, iv, 5 : « -E 7 rimem- 
brar e 1' aspettar m' accora •». — 
52-54. Dal Petrarca, II, iii, 34, « ... 
né giammai tal peso Provai; né 



credo c/i'uom di dolor inoragli. — 
54. debbe , per ' dovette '? — 63. 
Petrarca, I, e. iv, 31 : « E 'mbrunir 
le contrade d'oriente». — 65-69. 
Da Catullo, lxiv, i 1-15 : « Quae si- 
mulac rostro ventosum proscidit 
aequor , Tortaque remigio spumis 
incanduit unda , Emersere freti 
canenti e gurgite vultus Aequo- 
reae monstrum Nereides admiran- 



«9 



146 EIME 

Si vide in nulla etade 

Passar l'ondante regno. 

Tethide & tutte l'altre dee marine, 

Uscendo de lor case ci'ystalline, 70 

Disser: — Felice & glorioso legno, 

Tu conduci un thesauro, 

Che si bel no' '1 i^ortò mai Giove in tauro ! — 

Pianga ciascun di ciò che gli arde il core , 

Che piangendo releva ogni dolore. 73 

Di 230Ì ben augurando il suo viaggio, 
ContinuJivan lor soavi accenti, 
Cacciando fuor dal mar l'humido volto: 
— Dimostre il sol più luminoso il raggio, 
Et Eolo pona freno a gli altri venti, So 

Euro sol temperato sia disciolto. — 
Io ei'a si rivolto 
Ne la mia Luna , & fiso , 
Che '1 i^arlar de le dee più non intesi. 
Ma di desio la mente & gli occhi accesi 85 

Seguevan lo splendor del chiaro viso ; 
Che mille altre dolcezze 
Disser, lodando il sol di sue bellezze. 
Pianga ciascun di ciò che gli arde il core, 
Che piangendo releva ogni dolore. 90 

Ma poi che più mirarla io non potei 
Per la distantia , homai fuor di misura ; 
Et magior forza il desidei'io prese , 
Tutti eran ne la vela i sensi miei , 
Fin che la vista tenebrosa, oscura 95 



tes ». Cfr. anche Mosco , 11 , 118 
sgg. — 71. Felice, corr. la ER co- 
me se fosse felic, ma in (ST) sta 
beue. — 72. tesauro, latiu. , anche 
nel Petrarca, li, u, 5; III, ix, 76.— 
78. V. il vs. 14 del brano di Catullo 
iun. ai vv. 65-69; e Mosco,/. e, 118; 



80. Virgilio, ^n. 1, 52-54: «Hic 
vasto rex Aeolus antro Luctantes 
ventos tempestatesque sonoras Im- 
perio premit ac vinclis et carcere 
/>-e?iat ».— 80-Si. Orazio, Od. I, in, 
3-4: <c Ventoruraque regat pater 
Obstrictis aliis praeter lapyga ». — 
91-96. Ovidio, Le, 19-22: a Ut 



RIME 147 

Altx'O che'l largo mar più non comprese. 

Il foco , che m' accese , 

Allhor più che mai vivo , 

Come'l dirò, se '1 sentimento persi? 

Ma ben so che tal doglia io non soffersi, 100 

Poiché di libertade io vixi privo. 

Così con lei partìo 

L'alma, la gioventute e'I viver mio. 

Pianga ciascun di ciò che gli arde il core, 

Che piangendo releva ogni dolore. 105 

Là, dove il sol s'asconde. 
Gir ti conven , Canzon, per l'acque salse ; 
Se pur arrivi iuanzi al mio cordoglio. 
Non ti spavento il grave & duro orgoglio, 
Contra'l quale humiltà mai non mi valse. no 

Digli che un sol conforto 
M' è rimasto, che 'n breve io sarò morto. 
Già riposar devresti, ardente core, 
Poiché, piangendo, più cresce '1 dolore. 114 

SONETTO CXXV. 



In sogno, men crudel ch'esser solea, 
Mi vien colei eh' a lagrimar m'invita, 
Et mi dice indignata: — Io son partita, 
Et tu pur vivi: hor questo io no' '1 credea! — 



te non poteram , poteram tua vela 
videre, Vela diu vultus detinue- 
re meos, At postquam nec te, nec 
vela fugacia vidi , Et quod spe- 
ctarem, nil nisi jìontus erat ». — 97- 
103. Cfr. Ovidio, l. e, 23-24: « Lux 
quoque tecum abiit , tenebrisque 
exanguis oborlis Succiduo dicor 
procubuisse meos ». — 106. Cfr. 
Petrarca, I , e. iv, 4.4 : «... poi che 
'l Sol s' asconde ». — La Spagna. — 
108. al mio cordoglio, 'a colei 
che m'addolora tanto'. — 109. duro 
orgoglio. Cfr. Petrarca, I, e. xiv, 



22; CLXXix, 8. — 111-112. Petrar- 
ca, I, VII, 11: « Un sol conforto, 
e della morte, avemo )>; II, lxxvi, 
12: « Svi un conforto alle mie 
pene aspetto ». 

Son. CXXV. — Tit.: " Sogno " 
(Salv). — I. Anche Laura vien in 
sogno al Petrarca (li, lxix , 6): 
« Piena si d'umiltà, vota d'orgo- 
glio ». — 2. Dante, Inf. vi, 58-59: 
«... il tuo affanno Mi pesa si che a 
lagrimar m'invita ». — 3-4. Pe- 
trarca. II, XXIV, 9 : « Ed io pur vi- 
vo; onde mi doglio e sdegno », — 



i 48 RIME 

Io rispondo tremando: — Alma mia Dea, 
No' mi vien da speranza d' altra aita , 
Ma non mi diede il ciel più breve vita, 
Tanto la stella mia fu grave & rea ! 

Io senza voi devrei sentir la morte; 
Ma negli sdegni assidua patìentia 
Mi fé', contra '1 morir, un callo al core. 

Né vivo io posso dirmi in questa sorte, 
Che, chi sente il dolor di vostra absentia, 
I Non vive, no, che di continuo more. — 



14 



SONETTO CXXVI. 



Marchese, io mi ritrovo in mezzo al mare, 
Dove ogni onda crudel nel cor mi frange ; 
Amore è meco , che mi preme & ange , 
Et si pasce di mie lagrime amare. 

Partita è quella che mi fé' cantare; 
Hor la mia voce eternamente piange; 
Hor conven che costume & vita io cange, 
Et lasci il canto lieto a chi'l può fare. 

Lei ne portò la lyra , il suono e '1 canto , 
Lasciandomi in lor vece angoscia & duolo ; 
Di me non poi sperar altro che j)ianto. 

Deh, fa cantare altrui , ch'io più non colo 



5. Alma mia Dea. Cfr. Petrarca, 
Tr. Ili, II, 19.— lo-ii. Cfr. Orazio, 
Od. I, XXIV, 19-20: <( Durum: sed 
levius fit patientia, Quidquid cor- 
rigerest nefas »; ed il Petrarca, 
III, XXI, 1 2 : « Ma sofferenza è nel 
dolor conforto ». — 11. Petrarca, 
Tt\ V, 79: « Non fate contra l 
vero al core un callo ». 

SoN. CXXVI. — I. Marchese. 
Alfonso d'Avaios.— 4. Cfr. Petrar- 
ca, II, e. VII, 59-60: «...non que- 
sto tiranno, Che del mio duol si 
pasce e del mio danno ». — 5. Pe- 



trarca, II, XXV, 5: « Morta colei 
che mi facea parlare ». — 9. Pe- 
trarca , del suo cuore , dopo la 
morte di Laura (II, xlii, 14; xlv. 
9): (( Quella ch'ai ciel se ne porto 
le chiavi », « Ella '1 se ne portò 
sotterra e 'n cielo ». — io. Petrar- 
ca , II , LUI , 9-10 : « E m' hai la- 
sciato qui misero e solo. Tal che 
pien di duol... ». — 11. Petrarca , 
II , e. VI , 34: « Ma io che debbo 
altro che pianger sempre » ; e ib., 
sest., 24: « Or non parHo ne penso 
altro che pianto y>. — 12. colo. Cfr. 



RIME 



La Musa , che ti piacque un tempo tanto : 
Sol tacer m' è solazzo, e'I pianger solo. 

SONETTO CXXVII. 



149 



Lascia del viver mio, lascia '1 governo 
Al duro, illacrimabll fato, amaro. 
Principe, d'arme & de vertù preclaro, 
Et del fonte Dirceo liquore eterno. 

Comportami che'n pianto sempiterno 
Consume gli occhi, poi che'l meritaro, 
Ché'l morir solo e'I pianger m'è sì caro, 
Che'l suo contrario in mia salute asperno. 

Come può questa voce homai piacerti , 
Se con la Ij^ra par che non s'accorde, 
Né v' è più chi m' ascolte, chi m'intenda? 

Le strade son per me boschi deserti ; 
Et le fenestre, mute, oscure & sorde, 
Mostran a gli occhi miei la morte horrenda. 



14 



SONETTO CXXYIII. 



Marchese, del mio honor fermo custode, 
Tra proceri il migliore e'I primo eletto, 
Dov' è pianto m' invita , odio & dispetto , 
Et non dove Hymeneo s' allegra & gode. 



Petrarca, II, lui, 11. — 14. Dante, 
Purg. XIV, 124-123: «...ormi di- 
letta Troppo di pianger più che di 
parlare »; Petrarca , I, clxxi , 5: 
« Lagrimar sempre è '1 mio som- 
mo diletto ». 

Son. CXXVII. — 2. illacrima- 
ti. V. n. al son. LXXXIV, 6. — 
3-4. Ferrandino: cfr. canz. VI, 
284 n. — 4. fonte Dirceo, in Beo- 
zia, pressoTebe. — 7. V. son. prec. 



M. al vs. 14. — 8. asperno, latin. , 
'rifiuto'. — 12. Cfr. Petrarca, II, 
XLii , 12, 14: « E cantare augel- 
letti , e tiorir piagge . . . Sono un 
deserto ». 

Son. CXXVIII. — Ad Alfonso 
d'Avalos che invitava il p. ad una 
festa di nozze: quelle, forse, di 
Beatrice, sua sorella, col celebre 
Gian Giacomo Trivulzio (1487). — 
2. proceri, latin. ' no-bili '. — il 
primo eletto. Allude forse alla 



1 50 RIME 

Non sai tu, signor mio, che s'Araor ode. 
Ch'io venga dove lui vuol dar diletto , 
Fulminarà quel foco in ciascun petto. 
Che , vivo & morto , il cor sempre mi rode ? 8 

lo'l veggio armato, & pien di sdegno & d'ira, 
Col dardo, anchor del mio sangue cruento. 
Ch'or più che mai da lunge mi martira. u 

Ogniun fugga di me , che , dove il vento 
Greve & mortai di miei sospiri aspira , 
Altera col veneno ogni elemento. 14 

SONETTO CXXIX. 



Qual ben poss' io sperar che mi conforte , 
Principe, de vertute al cielo eguale, 
Se'l mio dolor non è cosa mortale, 
Ma d'una eterna & infinita sorte? 

Et miracol non è che non dia morte. 
Che per natura è si superbo & tale, 
Che si sdegna pugnar col corpo frale , 
Et combatte con 1' alma, invitta & forte. 

se'l dolor de l'impia dipartita 
Havesse accesi sol gli humani sensi , 
Ch'io sarei giunto al fin, tolto d'affanno! 

Benché bramar la morte hor disconvensi , 
Che desiar si dèe piìi lunga vita, 
Per pianger lungamente un sì gran danno. 



>4 



carica del D'Avalos di gran ca- 
merleugo del regno. — 9. Anche 
il Petrarca, - di Amore , - I . xci , 
3: « Talor armato nella fron- 
te vene ». — " Amore armato 
(Salv). — IO. cruènto, latin., 'in- 
sanguinato '. — 12. fugga. (ST) 
fuga: ma cfr. son. CVII, 6. — 
" IjdestJ: fugga da me" (Salv). — 
12-13 il vento... di... sospiri. Pe- 
trarca, I, xm, 2 : « Con un vento 



angoscioso di sospiri ».— 13. aspi- 
ra, latin. , ' soffia'. 

Son. CX.X:IX. — 2. Principe: 
Ferrandino. — In (ST) dopo egua- 
le un interrogativo, che ho trasfe- 
rito in fine del vs. 4. — 7. corpo 
frale. Petrarca, I, e. m, 26: a Si 
gravi i corpi e frali )). — 9. l 'im- 
pia dipartita. Petrarca, 1, e. 111, 
5 : « Però che dopo V empia di- 
partita ». 



RIME 



'5' 



SONETTO CXXX. 



Sempre eh' enbruna il dì l' aer gravato, 
Et fa nel mare liorribil niovimeuto, 
Procella dentro al cor si negra io sento, 
Che'l sangue de timor riman gelato. 

Era pur, Luna mia, nel tuo bel fato, 
Che sajiessi, per vero experimento, 
In qual guisa si volve il mar col vento , 
Quando Orion nel ciel si mostra armato ? 

Puoi tu soffrir, si delicata & molle, 
Tant' affanni col cor soiive & dolce , 
Benché fusse ver me crudel coraggio? 

Ond'io priego colui che l'onde attoUe 
Col vento, &, quando vuol, le tempra & molce, 
Che'l mar tranquille, & guide il tuo viaggio. 



14 



SONETTO CXXXI. 

Per qual parte del mar , per qual pendice 
Move '1 vento soave il vago legno , 
Ch'a queste rive tolse il ricco pegno, 
Onde fian sempre povere & mendice? 

Ai, lasso!, riveder più non mi lice 
Quella, che di bellezza opteune il regno. 



SoN. CXXX.— I. aér gravato. 
Petrarca , I , s. 111 , i : « L' aere 
gravato, e rimporiuiia nebbia ». — 
3. Procella... negra, " llat.| : atra 
procella " (Salv). — 7-8. Cl'r. Vir- 
gilio, ^n. I, 335-536: « Cura su- 
bito adsurgens fluctu ninibosus 0- 
rion In vada caeca tulit, penitus- 
que procacibus austris ». — 8. 0- 
rion... armato. Virgilio, jEn. m, 
517: « Armatiimofie auro circum- 
spicit Oriana)); e Petrarca, I, xxvi, 
lo-ii: «...ed Orione armato Spez- 



za a' tristi nocchier governi e sar- 
te »: cfr. anche Virgilio, ^n. vii, 
719, Orazio, Epod. x, 9, xv, 7, — • 
1 1. coraggio, " i[dest| : cuore, sp. 
coraQon'''' (Salv). — 12-13. Virgilio, 
\jEn. ], 66|: «Et mulcere dedit 
fluctus et tollere vento »: in parte 
(Salv); e ib., 56-57: «... Aeolus... 
moilit... animos et temperai iras ». 
SoN. CXXXI. — I. Petrarca, I , 
cvni, I : « In qual parte del elei, 
in quale ...)). — 4. Petrarca, Tr. 
Ili , 1 , 81 : « Or son ignudi , pò- 



1$2 EIME 

Dov'è quella ira honesta e '1 dolce sdegno, 
Che nel raartir mi fé' viver felice? 

Io piango & penso & dico exanimato : 
— La Luna mia di stelle un altro choro 
Offusca, & altro cielo hor fa beato. 

Et forse dice: si per suo ristoro 
Fusse con noi hor quello sconsolato ! — 
Et in questo respiro inseme & moro. 



14 



CANZONE XTI. 



Quando ritorna a la memoria ardente 
L'imagin di quel giorno oscuro & rio, 
Che fu r extremo fin del viver mio , 
Partendosi il mio sol verso occidente ; 
Son le virtù vitali allhor si spente, 
Che già per lagrimar non dà vigore 
A gli occhi il debil core; 
Son per soverchio ardor chiuse le vie 
De le lagrime mie: 

Tra li segni mortali egli è ^1 più forte , 1 

Non posser pianger l' huom la propria morte. 

Non sento il ghiaccio, no, del dolce orgoglio, 
Che, liquefatto dal continuo foco, 



veri e mendiciy), — 9. exanìma- 
to, latin., ' scoraggiato '. — 9-14. 
Petrarca, I, e. xm, 57-65: «...e 'ri- 
tanto lagrimando sfogo Di do- 
lorosa nebbia il cor condenso, Al- 
lor eh' i' miro e penso. Quanta aria 
dal bel viso mi diparte, Che sem- 
pre m'è si presso e si lontano. Po- 
scia fra me pian piano : Che fai tu 
lasso? forse in quella parte Or di 
tua lontananza si sospira: Ed in 
questo pensier l'alma respira ». 
— 10-11. Cfr. Sannazaro, Are, p. 
88: « Altri monti, altri piani, 
Altri boschetti & rivi Vedi...». — 
13. Petrarca, I, lxxxix, 17 : « Ver- 



resti in grembo a questo sconso- 
lato ». 

Canz. XII. — Inviata al marche- 
se di Pescara: cfr. il vs. 67. — 
Tit.: " Lamento della partenza 
della S[ual D[onna] " (Salv). — 
I. Cfr. Ovidio, Trist.l, ni, 1-4: 
« Cum subit illius tristissima no- 
ctis imago. Qua mihi supremum 
tempus in Urbe fuit, Cum repeto 
noctem , qua tot mihi cara reli- 
qui, Labitnr ex oculis nunc quoque 
gutta meÌ3 » : il primo vs. sola- 
mente (M-C).— 10. segni,' indizii, 
caratteristiche " ; o dallo spagn. 



lilMK 

Si trausformava in pianto a poco a poco ; 

Ma più che non solea , lasso!, mi doglio. 

Vo sospirando d' uno in altro scoglio , 

Ove si sente il mar rotto dal vento, 

(Conforme al mio lamento. 

Ivi prendo solazzo in sì gran duolo 

Di lamentarmi solo ; 

Et più m'afHigo, che possa soffrire 

Di mali il raagior mal senza morire. 

Dov' è chi de hellezza &■ pudicitia 
A le altre , & di candor tolse la palma ? 
A me la lihertà, la vita & l'alma? 
A Napoli ogni gioia, ogni letitia? 
Empierò i monti & valli di mestitia 
Le Nymphe , eguali a lei non di beltade , 
Ma di fiorente etade; 
Et, di-sciogliendosi le treccie bionde. 
Più salse & magior Y onde 
Fér lagrimando, ond' io m' avidi allhoi'a 
Che gì' immortali dei piaugon anchora. 

Ella seguio volando il suo camino; 
E '1 clamor de le misere sorelle 
Penetrò l' aureo tempio de le stelle ; 
Le stelle, a cui rincrebbe il lor destino. 
Pianse Yesevo e '1 bel fiume vicino; 



'53 



35 



30 



33 



signo ' sorte, destino '? — 16-18. 
Petrarca, I, xliii, 1-2: « Del mar 
tirreno alla sinistra riva, Dove 
rotte dal vento piangon V on- 
de ». — 21. 'E più m' affliggo pen- 
sando come possa ecc.' — 23. In 
(ST) dopo pudicitia un interro- 
gativo, che ho tolto. — 23-24. Cfr. 
Petrarca, II, xxxi. — 25-26. V. 
in n. alla canz. XI, 26-27 un bra- 
no del Petrarca, qui tenuto pre- 
sente. — 27-33. Da Virgilio, Georg. 
IV, 460-461 : « At chorus aequalis 
dryadum clamore supremos Ini- 
plerunt montis ».— 34-33- Da Vir- 



gilio, ^n. n, 486-488 : « At domus 
interior geraitu miseroque tumultu 
Miscetur, penitusque cavae plan- 
goribus aedes Femineis ululant; 
ferit aurea sidera clamor ». — 38- 
40. Da Virgilio, Georg, iv , 461- 
4Ó3: (i.../?erM?if Rhodopeiae arces 
Altaque Pangaea et Rhesi Mavor- 
tia tellus Atque Getae atque He- 
brus et Actias Orithyia». Cfr. an- 
che Virgilio, Ed. V, 20 sgg.. Mo- 
sco, III, 28 sgg., Bione, i, 32 sgg., 
Petrarca, III, xii, i sgg., Poliziano, 
OrfeOyW, 158-160, Sannazaro, /4r'c., 
p. 90.— 38. '1 b. fìume vicino : ' il 



1^4 RIME 

Pianse '1 lito Baiano & l'acque amene, 

Et le sulfuree vene, 40 

Et quel dolce Baguiuol, che si rimembra 

De le divine membra, 

Disse plorando : — Hor non vedrò più quella , 

Ch'io vidi igniuda, sola al mondo bella! — 

me infelice I , & io , che più perdei , 43 

Pur vivo & taccio, essendo a tal condutto, 
Che celar mi bisogna un tanto lutto , 
Io, che degli altri più pianger devrei; 
Io, che no' spero più che gli occhi miei 
Vedan quel chiaro & non mortale aspetto, 30 

Quel bel tenero petto. 
Candido latte & non calcata neve. 
Che , s' un momento breve 
Spera il voler, ragion paventa & teme; 
Et vinta dal timor cade la speme. 55 

No' spero più vedervi, o luci sante. 
Che splendeti in quel volto intatto & sacro, 
Di cui lo vivo & proprio simulacro 
Hora non è che non mi sia davante ; 
Ma sempre il mio voler sarà constante; 60 

Et quel vostro splendore, al sole eguale, 
Per sé fatto immortale , 
Sempre sarà da me più celebrato. 
Et , se '1 tenace fato 

Non è continuo in noi, qual hor sì mostra, 63 
Sarà più chiara anchor la gloria vostra. 

Al mio Marchese invitto 

sole»; e cvii, 9-10: ((...quelle 
Gli' i' vidi , eran bellezze al mon- 
do sole ». — 46. V. in n. al son. 
CXXV, 3-4 , un vs. del Petrarca, 
qui imitato. — 50. Cfr. canz. X, 92 
e n. — 51-52. Cfi'. canz. X, 90 e n. — 
55. Da Ovidio, Epùt. xni , 124: 
« Spes bona sollicito vieta timore 
cadit ». — 67. Marchese , Alfouso 
d'Avalos. 



Sebeto '.— 39. Cfr. son. LXXII, 3 
e n. — 41. Bagniuol, bagno di ;i- 
cque termali , ancor oggi detto 
' Bagnoli ', sulla spiaggia di Poz- 
zuoli: V la n. al son. LXXII, 10. — 
41-42. Petrarca, I, e. xi, 1-2, 5: 
a. ..dolci acque, Ove le belle metn- 
bra Pose... Con sosjiir mt rimem- 
bra ». — 44. Cfr. Petrarca , I , cv, 
2 : « E celesti bellezze al mondo 



RIME 



iSS 



Ti mosti'arai , Canzon, senza paura; 

Con lui parla secura. 

Se spiasse di me , digli che vivo ; 

S'un hiiom , che sempre muor, si può dir vivo, ji 

SONETTO GXXXII. 

Dicemi spesso Amore: — Hor non ti piace, 
Poiché la sorte tua, tanto imjiortuna, 
Ne fé' partir volando la tua Luna. 
Che non t'habbia giamai concessa pace ? — 4 

— Non so qual fu migliore, impio, fallace, — 
Io dico, — ma so ben , che mia fortuna 

Mi fé' servirti in vano, & pena alcuna. 

Quanto sol questo mal, non mi disjDiace. — 8 

Risponde: — Hor drizza i tuoi pensieri altrove, 
Et condurroti al fin del tuo desio; 
Che'n quella Luna io mai non hebbi imperio. — n 

— Il tuo blandir, — dico io, — non me commove. 
Che senza il core amar più non poss' io ! 

Tu sai chi ne '1 portò col desiderio. — 14 

SOÌNETTO GXXXIII. 



Spirto congiunto a la divina mente , 
Nudrito in quel perenne, Aonio rivo, 
Di me, che son d'ogni speranza privo. 
Di me dicesti : — Sol , misero, absente ! — 

Lo misero son io veracemente. 
In falsa libertà vero captivo, 
Misero tanto più, quanto più vivo, 



Son. CXXXII. — i. Ctr. Petrar- 
ca, 11, Lsxxi, 1: « Dicemi spesso 
il mio fidato speglio ». — 14. An- 
che il Petrarca, - del suo cuore, 
morta Laura, - H, xlii, 1 i : « Quel- 
la ch'ai Ciel se ne portò le chia- 



vi»; e XLV , 9: «Ella 'l se ne 
portò sotterra e 'n cielo ». 

Son. CXXXIII. — Pare diretto 
a Costanza d'Avalos: cfr. il vs. 2 
col son. XCVIII , 1-2. — 4. absea- 



156 RIME 

Non colei ch'innamora hor l'occidente. 8 

Ch'ai tempo che la notte oscura tace, 

Mi dice Amor: — Proserpina contenta 

Col suo Pluton si gode in lieta pace. — n 

Con altro foco poi arder mi tenta : 

Non ventilasse lui l'antiqua face, 

Che nova fiamma più non mi sj)aventa. 14 

SONETTO CXXXIY. 

Ben fu senza pietà quella alma ria , 
Queir alma iniqua , a Napol sì dannosa , 
Che la fé' negra , oscura & tenebrosa , 
Furando la sua luce, anzi la mia. 4 

invidia pungente , gelosia , 
Di te stessa vendetta venenosa, 
Per te la morte sento io più dogliosa, 
Et veggio al fin del duol chiusa la via. s 

Col mar, col vento &■ con la nebbia oscura 
Combatto, & piango & chiamo chi non ode, 
Et, per cui temo, forse è già secura. n 

Quest'è '1 pensier che sempre il cor mi rode, 
Sì come'l mar lo scoglio. vita dura! 
Quella, per cui m'attristo, hor forse gode. J4 

SONETTO CXXXV. 

Poi che partìo la mia dolce nemica. 



te, latin. , ' lontano '. — io. Pro- 
serpina. "La sua Luna maritala "' 
(Salv): cfi". anche sest. V, 6 e n. — 
12. Petrarca, - di un suo nuovo a- 
more, dopo la morte di Laura, - II, 
in, 7: « E di nov' esca un altro 
foco acceso «. — 13. Properzio, V, 
III, 30; aHanc Venus, ut. vivat, ven- 
tilai ipsa facem ». — 13-14- Cfr. 
Petrarca, II, e. n, 102-104: « Certo 



man nuove lerute. Indarno tendi 
l'arco, a voto scocchi ». 

Sox. CXXXIV.— 1-4. 'Colui che 
sposando la Luna, la tolse a Na- 
poli, conducendola in Ispagna \ — 
5. Cfr. Petrarca, I, clxvhi, 7: « La 
qual ne toglie invidia e gelosia ». 
— II. 'E quella ecc. '. 

SoN. CXXXV. — Tit.: " Partita 
la S[ua] D[onnaJ non si vuole in- 



omai non tem'io, Amor, della tua | namorare d'alcun'altra " (Salv) 



RIME 15; 

— Non dal mio cor, — non temo d'altro ardore, 
Con lei ne portò '1 vento il mio furore . 
Et la mia prima & ultima fatica. 

Cosi'! credate , benché altro si dica. 
Voi, donne d'honestà. pregio & valore; 
Che se vedete in me segni d'amore. 
Reliquie son de la mia fiamma antica. 

Dove poss' io veder tanta bellezza , 
Senza difetto chiara <t luminosa, 
Al vostro anchor, non solo al veder mioi' 

Scender non potrà mai l'alto desio. 
Che l'anima, al celeste lume avezza , 
Non sa , né può mirar terrena cosa. 



14 



SONETTO CXXXVI. 



Se'n alcun tempo Amore il sacro petto 
De le beate Muse havesse accenso. 
Tu, diva, tu sapresti l'odio intenso. 
Che suol venir da tema & da sospetto. 

Conoscer puoi col chiaro, almo intelletto 
Quanto può gelosia, ma non col senso; 
Però che quanto imaginando io penso , 
Altro no' '1 può sentir che l' imperfetto. 

Ond' io ti dissi il danno , che desio 
Per quella, che conven ch'amando adore , 



I. Petrarca, I, e. viii, 29: «.. del- 
la dolce mia nemica » ecc. ecc. — 
3. Cfr. Petrarca, IL 1, i + : « Ma 
7 vento ne portava le parole »; 
e LVii, 8: « Quante speranze se ne 
porta il vento ». — 4. fatica , la- 
tin, (labor). 'dolore ': cfr. il bra- 
no di Virgilio in n. al son. CXXU, 
13-14. — 7-8. Virgilio, uE'i. IV, 23: 
«... veteris vestigia flanimae « ; 
Dante, Pi'vg. xxx, 48: «... i segni 
dell'antica fiamma ».— g-ii. Pe- 
trarca, II, cxc, 3-4: « Ch'è sola un 



Sol, non pur agli occhi miei Ma 
al mondo cieco , che vertù non 
cura ». 

Son. CXXXVI. — Lo credo an- 
che diretto a Costanza d'Avalos: 
cfr. son. XCVIII, n. — 2. accenso, 
latin., ' acceso '.—8. l'imperfetto, 
'chi non è perfetto", cioè il p. : 
cfr. Petrarca. I, e. vii, 32-34: «E 
credo, dalle fasce e dalla culla Al 
mio imperfetto , alla fortuna av- 
versa Questo rimedio provvedesse 
il Cielo»: dai Psalmi, cxxxviii, 16: 



I 58 RIME 

Vedendola confusa in cieco oblio. n 

Hor vedi quanto può l'irapio livore , 
Qual era, ai lasso!, & quale è'I pensier mio, 
Che 'n tanto odio converta un tanto amore. 14. 

SONETTO CXXXVII. 

Somno , d' ogni pensier placido oblio , 
St de gli affanni human tranquilla pace , 
Perché fuggir di me tanto ti piace; 
Vien da ragione , o vien dal furor mio ? 4 

Lasso ! , che del mio cor fiamma son io , 
Ch' ardendo ne l' ardor son più vivace ; 
Et del vegghiar cagione è l'impia face, 
Accesa dal superbo , alto desio. g 

forse il somno vuol da me fuggire , 
Temendo il foco mio, verace inferno. 
Ch'arde & tormenta & non può far morire. n 

Amor tu '1 fai; che chi sotto '1 governo 
Vive del regno tuo, non può dormire, 
Né riposar, se non col somno eterno. 14 

SONETTO CXXXVllI. 

Hor che '1 sileutio de la notte ombrosa 
Gli homini & gli animali al somno invita, 
Hor che gli augelli, in più secura vita, 
Eiposan ne l'humil casa, frondosa; 4 



« Imperfectmn meam vidernnt o- 
culi tui >).— II. confusa in e. 0. 
'Immersa nelTonile letee (oblio)' — 
Son. CXXXVII. — Tit. : " Al 
Sonno" (Salv). — 1-2 Cfr. San- 
nazaro, s. LI, 1-2: <i sonno o re- 
quie, e tregua degli affanni. Che 

acqueti e plachi i miseri mortali » ; I dentia sidera somnos ». — 3-4. 
e Della Casa, s. l, 1-3 : « Son- 1 Virgilio , uEn. viii , 26-27: « Nox 
r?o, o della queta, umida, owjòrosa erat, et... alituum... genus sopor 



Notre pìncìdo figlio, de* mortali 
Egri conforto, oblio dolce de' ma- 
li ». — 

Son. CXXXVIII. — " Notte in- 
quieta " (Salv) — 1-2. Virgilio. 
yEn. I, 8-9 : « El iam nox humida 
caelo Praecipitat suadentque ca- 



RIMK 

A me, lasso!, quest' liora è più noiosa. 
Che , sentendo d' amor la fiamma , unita 
Col morir de la dura departita 
La vita piango , sola & dolorosa ; 

Qual roscigniuol sotto populea fronde 
Piange i suoi figli, che'l duro aratore 
Gli ha tolti , insidiando al caro nido , 

Lui repetendo il raiserabil grido , 
Chiama la notte & nullo gli risponde , 
Empiendo i boschi e'I ciel del suo clamore. 

SONETTO CXXXIX. 



'59 



Diva, antiquo splendor del primo cielo, 
Liquida più che mai , più relucente , 
Tempra l' ardor de l' infiammata mente , 
Col notturno, soiive & dolce gelo. 

Forse però ne vai senza alcun velo, 
Che '1 proprio specchio hor vedi in occidente ; 
Miralo auchor dentro '1 mio petto ardente , 
Ch'a te, che tutto vedi, io già no' '1 celo. 

Contempla & mira ben l'alma figura, 
Quegli occhi, che di mente mi privaro, 
Et quella fronte in nulla parte oscura. 

Vedi il solido petto, & bianco & chiaro: 



allus habebat ». — 5. Cfr. Pe- 
trarca, I, IV, 12-14: « Ma, lasso, 
ogni dolor che '1 di m' adduce, 
Cresce qnalor s'invia Per partirsi 
da noi l'eterna luce». — 7. Pe- 
trarca , I , cxcvi ,11: «... dura 
dipartita ». — 9-14- Da Virgilio , 
Georg, iv, 311-513: « Qualis po- 
pulea maerens philomela sub um- 
bra Amissos quetitur fetus, qttos 
durus arator Observans >ndu in- 
plamis detraxit; at illa Flet no- 
ctem, ramoque sedens miserabile 
Carmen Integrai , et maestis late 



loca questibus itnplet ». E il Pe- 
trarca, II, xLiii, 1-6: «Quel rosi- 
gnuol che si soave piagne Forse 
suoi figli o sua cara consorte. Di 
dolcezza empie il cielo e le cam- 
pagne Con tante note si pietose e 
scorte; E tutta notte par che m'ac- 
compagne E mi rammente la mia 
dura sorte ». 

SoN. CXXXIX. — Tit.: " Alla 
Luna ". — 1-2. Cfr. Orazio, Carm. 
saec. , 1-2: « Phoebe silvarumque 
potens Diana, Lucidum caeli de- 
cus ». — 2. liquida, latin., ' pura, 



i6o 



RIME 



Così bella saresti & così pura , 

S' havessi più del denso <^. men del raro. 



14 



SONETTO CXL. 

A quei, che '1 ciel per sé creiir si suole, 
Dà con fatica eterno movimento : 
Il valor, la vertute & V ardimento, 
Mentre vive tra noi, sempre si duole. 

Non have il ciel più bel lume che '1 sole, 
Et tu posar no' '1 vedi bora momento: 
Non si hebbe gloria mai senza tormento , 
L'inferno spoglie pria, chi 'n cielo ir vuole. 

Quant' è felice più quella ventura , 
Che co' r affanno dà chiara memoria , 
Che r altra che dà posa in fama oscui-a. 

Aspetto centra morte eterna historia 
Colui, che suffre, mentre al mondo dura: 
Eterno danno per eterna gloria. 



14 



SONETTO CXLI. 



Degno di triomj)hale , altiero seggio, 
Di trophei carco & pien di spoglie opime. 
Dal tuo Marchese aspetta altiere rime. 
Me lascia lamentar, ch'altro non cheggio. 

Quanto mutato, ai misero!, mi veggio. 
Da quel che fui ne le speranze prime ! 
Allhora andava il mio pensier sublime, 
AUhor meglio sperava, hor temo il peggio. 



serena '. — 14. denso & . . . raro. 
Anche della luna Dante, Farad, 
II, 39-60: «...Ciò che n'appar quas- 
sù diverso , Credo che il fanno i 
corpi rari e densi »; cfr. anche ib., 
67, 146. 

SoN. CXL. — 8. Cfr. Orazio, Od. 
I, III, 36: « PeiTupit Acheronla 



Herculeus labor ». 

SoN. CXLI. — Forse a Ferran- 
dino, che gli richiedeva dei versi 
non amorosi ( cfr. vs. 3 ). — 3. 
Marchese. Alfonso d'Avalos: v. 
Introd. — 4 Petrarca, I, e. xiii, 
39: «... altro non cheggio ». — 3- 
6. Virgilio, ^n. n, 274-275: « Hei 



BIME lOl 

Credeva allhor di stato glorioso 
Goder per guidardon seuz' altra noia, 
Et dar i:»iù lieto fine a la mia historia. 1 1 

Lasso!, lior ricovro affanno per riposo, 
Continua pena per continua gioia, 
Eterno danno per eterna gloria ! 14 

SONETTO CXLII. 

Vago, salubre, estivo & grato vento, 
Che da 1' occaso hor vien per colorire 
I prati, & fai li miei pensier fiorire, 
Ond' io cordoglio & refrigerio sento ; 4 

A r amoroso & dolce movimento 
Par che la Luna mia da lunge aspire 
Quella ambrosia soave, ov'io morire 
Già desiai , de viver me n' contento. 8 

Favonio , che con chiari & lieti giorni 
L'oscure notti mie vai rinovando, 
E '1 ciel di gioia & me di doglia adorni ; 1 1 

Ricordati, ti priego, al tempo , quando. 
Mutato in Euro , al bel luogo ritorni , 
De riportarne i miei sospir volando. 14 

SONETTO CXLIIl. 

Con lieta fronte Amor dal clima Hesperio , 
Per riuovar le fiamme al gran desio. 
Ch'io non desperi anchor, m'accenna, ond' io 
Nel foco sento quasi un refrigerio. 4 



mihi qualis erat , quantum niu- 
tatiis ab ilio... qui )). — 14. E ripe- 
tizione del vs. 14 del son. preced. 

SoN. CXLII. — 1-3. Cfr. Petrar- 
ca, II, xLii, I, 5: « Zefiro torna, e 
'1 bel tempo rimena... Ridono i 
prati ». — aspire , latin. , ' aliti , 
spiri '; cfr. anche canz. Vili, 6. — 



9. Favonio , o zeffiro , ' vento di 
occidente '. — 9-10. Cfr. Petrarca, 
n, xxiu , 12: (i Le mie notti fa 
triste e i giorni oscuri ». — 13. 
Euro, ' vento d'oriente '. 

SoN. CXLIIl.— I. clima He- 
sperio, ' regione occidentale', cioè 



l62 RIME 

Ai , pleiade ! , ai , dolore ! , ai , desiderio ! , 
Sarà giamai, ch'io, nanzi al morir mio , 
Riveggia il volto , in cui natura & Dio 
Degno di lor mostraro il magisterio? s 

Ch'Amor sia Dio , la terra e i cieli il sanno , 
Cosi si canta per antiqua usanza; 
Io '1 credo: che 'n li dei non cape inganno. u 

Ai, mente, errante in vana desianza, 
Non ti fidar de lui, che quel tyranno, 
Per non perderti, anchor ti dà speranza! 14. 

SONETTO CXLIV. 

Tra lieta gente io sol sospiro & ploro , 
Mischiando il pianto mio con l'altrui riso, 
Vedendomi di lei tanto diviso. 
Che sola di miei danni era ristoro. 4 

Ai me , lucida fronte ! , ai , chiome d' oi'o ! , 
Ai, mane!, ai, chiaro petto!, ai, roseo viso!, 
Per cui Napol fu prima un Paradiso; 
So che più non vedrovi, & pur non moro ^ s 

Donne soavi, & voi, honesti amanti, 
Non vogliate mischiar vostro bel fato 
Con r impietà di mia crudel fortuna. 1 1 

Sapiatevi goder del lieto stato, 
Continuando i balli e i dolci canti; 
Me lasciate lagnar per la mia Luna. 14 

CANZONE XIII. 

Poiché sì breve, irre2>arabil tempo, 



' la Spagna'. — 7-8. CtV. Petrar- i II, 1, i, sgg.: « Oimè il bel viso, 
ca, I, cxc, 1-2: « Chi vuol veder ! oimè il soave sguardo ecc.». — 



quantunque può Natura E '1 Ciel 
Ira noi, venga a mirar costei ». — 
14 (ST) spezayiza. 

SoN. CXLIV. — 3 Petrarca, 7V. 
II, 57: «E per non esser più da 
lei diviso)}. — 5-6. Cfr. Petrarca, 



7. CtV. Petrarca, II, xxiv, 7: « Che 
solean far in terra vn paradi- 
so ». — 13. canti. (ST) eanti, con-, 
in ER. 

Canz. XIII. — Diretta ad .alfon- 
so d'Avalos (cfr. vs. 14), per la 



RIME 



163 



Sì certo &: dubbio fine , 

Diede natura a nostra fragil vita, 

Poiché , facendo morte aspre rapine , 

Qual tardo & qual per tempo, 

Ogniuno arriva a l'ultima partita; 

Alza la mente ardita 

Al celeste valore, ond'ella prese 

Origine, & vedrai, che 'n cosa humana 

Ogni speranza è vana ; 

Et sol da morte son 1' alme difese. 

Magnanimo marchese , 

Se la più bella parte 

Di quella, che tu piangi, eterna vive, 

Ad che tanto attristarte? 

Non sai che gode in ciel tra l'altre dive ? 

Xon , (come alcun si crede ,) può chiamarsi 



15 



morte della madre, Antonella d'A- 
quino. Poiché essa era tuttora viva 
ai 3 di gennaio del 1491. quando 
donava ai figliuolo Inico, Vairauo e 
Presenzano (v. L. Geremia , Vai- 
rano, p. 12, e Sigilli della Somm. , 
p. 13 r), ed era già morta al 13 
marzo 149+ (Privil. della Somm. 
voi. xxxu, p. 23 i".); dovette mo- 
rire tra il gennaio '91 ed il marzo 
■94.; ma probabilmente durante il 
'93, se è vero che nei vv. 113- 
119 , come abbiamo osservato a 
suo luogo , si accenni ad un av- 
venimento di queir anno. — Tit. : 
" Consolatoria ad un Marchese 
per la morte della madre di ca- 
sa d" Aquino " (Salv). — i. Cfr. 
Petrarca, I, e. vi, i: « Perchè la 
vita è hì^eve ». — 1-3 Da Virgi- 
lio, ^En. X, 467-468: tt Stat sua 
cuique dies, breve et inrepm^a- 
bile tempiis Omnibus est vitae «; 
e Georg, ni, 284: «... inreparabile 
teìnpì(sy>. — 4-5. Ovidio, Met. x. 
32-34: « Omnia debentur vobis , 
paulumque morati Serivs av.t ci- 
tius sedem properamus ad unam 



Tendimus huc omnes»; Orazio, 
Od. II, in, 23-27 : « Omnes eodem 
cogimur , omnium Versatur urna 
.terÌHs ocius Sors exitura ». — 5. 
Cfr. Petrarca, Tr. Ili, n, 188: « Son 
per tardi seguirvi, o se per tem- 
po »; I, CLiii, 14: « Ella più tardi, 
ovver io più per tempo ». — 6, Pe- 
trarca, I, xxxvi, 13: <• Ch(! innan- 
zi ai di de\['i(lti))ìa partita ». — 
10. Cfr. Petrarca, I, 1, 6: « Fra le 
vane speranze. ..^ì\ Tr. Ili, i, 129: 
« umane speranze cieche e fal- 
se ». — II. alme. (ST) ahue, corr. 
in ER. — 12. Alfonso dAvalos. E 
cosi anche il Sannazaro nella Vi- 
sione per la morte di lui, vs. 57: 
« Magnanimo gentil , mio gran 
Marchese ». — 13. L'anima. — 14. 
Antonella d' Aquino , figliuola di 
Beiardo , marchese di Pescara e 
conte di Loreto e di Satinano ecc. , 
e di Beatrice Gaetano , sorella del 
conte di Fondi, sposò Inico d'.Ava- 
los. gran camerlengo; il quale, poi, 
per la morte del cognato, France- 
sco Antonio d'Aquino (1478), ere- 
ditò, oltre il marchesato ed i con- 



164 RIME 

Intento la morte, 

Ma d'una in altra vita un commigrare; 

Un salir d'una bassa in alta sorte; 

Un dolce liberarsi 

D'atra pregion, a l'anime preclare. 

Dunque, se chiaro appare, 

( Se '1 gran dolor non è cagion d' oblio ,) 

Che r operatVon caste & leggiadre 

De la tua santa madre 

L' han riportata in cielo ond'ella uscio, 

Lascia '1 flebil desio; 

Et con allegri accenti 

Attendi a celebrar la sua memoria ; 

Che, se più ti lamenti, 

Parrà eh' envidia porti a la sua gloria. 

Pensa com'ella admira hor l'aurei lumi 
Et la siderea sede, 
Tra quei che son di sacrificio degni; 
Et come sotto i piedi il mondo vede 
Et li correnti fiumi , 
La terra e '1 mare e i perituri regni. 
Vede i suoi cari pegni , 
Il suo candido parto, il proprio lionore. 
De vertute & bellezza un sacro tempio. 
Del ben divino exemj)lo. 



25 



30 



35 



tadi, anche il cognome dei D'A- 
quino. — 18. Interito, latin., ' di- 
struzione'. — 21-22. Dal Petrar- 
ca, Tr. Ili, II, 34-35 : « La morte è 
fin d'una 'prigione oscura Agli a- 
nimi gentili ». — 25. leggiadre. 
Petrarca, Tr. IV, m . 56: «...e 
loro opre leggiadre »; Dante, Pur- 
gai. XI, 61-62: «L'antico sangue 
e l'opere leggiadre De' miei mag- 
gior ». — 27. Petrarca, II, xxvii, 1 1 : 
« Che tosto è ritornata ond'ella 
uscio ». — 28. Cfr. Orazio, Od. II, ix, 
9-10, 17-18: «Tu semper urguesfle- 
bilibus modis Mysten ademptum, 



...Desine mollium Tandem querel- 
larum ». — 33-38. Da Virgilio, Ed. 
V, 56-57: « Candidus insuetum 
niiratur jimen Oiympi iìuh pedi- 
busqne videt nubes et sidera Da- 
phnis » ; Petrarca, III, xxx, 5-6: 
« Or i^edi inseme l'uno e l'altro 
polo Le stelle vaghe »; e il San- 
nazaro, Are. , p. 88: a Ove con la 
tua stella Ti godi inseme accolta; 
Et lieta ivi, schernendo i pensier 
nostri, Quasi un bel sol ti mostri 
Tra li pili chiari spirti, Et co i ve- 
stigli santi Calchi le stelle erran- 
ti ». — 38. perituri regni. Vir- 



RIM£ 

Vede in Vittoria sua non mon fulgore, 
Che nel celeste ardore; 
Onde tacitamente 

Di gioia s'empie il cor; ma non del tutto, 
Che vede la sua gente 
In pianto & in meror funebre & lutto. 
A r anime due vie dal ciel son date , 
Quando di corpi humani 
Soglion partir col naturale affanno: 
Quelle , che nei mortali error mondani 
Si son contaminate , 
Per un devio camino errando vanno. 
Et segregate stanno 
Da dio , per quelle valli oscure & nere ; 
Da' dei privatìon del bene eterno, 
Da noi chiamate inferno. 



165 



45 



50 



55 



gilio , Georg, u, 49S: u Noa res 
Romanae pevituraqv.e regna ». 
— 43. Vittoria sua. Non può es- 
sere Vittoria Colonna, perché es- 
sa solo dopo il 1495 , di tre an- 
ni ajipena (nata nel 1492: cfr. 
Giorn. stor. xiu , 402), fu fidan- 
zata a Ferrante Francesco , pri- 
mogenito di Alfonso d' Avalos , 
poteva esser considerata come ap- 
partenente a questa famiglia; e 
non già tra il 1491 ed il 1494, 
quando Antonella mori, e quan- 
do questa parentela fra le due fa- 
miglie , favorita , come si sa , da 
Ferrandino, non poteva ancora es- 
ser stata nemmeno progettata, tro- 
vandosi allora Fabrizio Colonna 
tra i nemici degli Aragonesi. Io 
credo, invece, che qui Antonella 
per Vittoria sua intenda la sua fi- 
gliuola Costanza: vera gloria del- 
la famiglia, e perché imparentata 
coi Del Balzo e con don Federi- 
go, e perché tra le più celebri e 
cólte dame del rinascimento; e 
quindi carissima alla madre. E che 
essa infatti dovesse avere per suo 
secondo nome Vittoria , lo mo- 
stra il vs. Il del Cantico per la 



morte del fratello Inico, in cui il 
n. , rivolgendosi proprio a lei , la 
chiama : « Vittoria, alma duches- 
sa , anzi regina»: e lo potrebbe 
anche confermare un altro vs. del 
son. CXII, anche in lode di Co- 
stanza : « A cui vittoria Amor 
vinto s'inclina »; dove il suo se- 
condo nome sarebbe rappresenta- 
to dal sostantivo , da cui era de- 
rivato, proprio come altrove (son. 
CXI , I e ìì.) il suo primo nome 
dal sost. constantia. — 48. me- 
ror, latin. , ' afflizione '. — 49-64. 
Imita Virgilio, JEn. vi, 540-543: 
« Hic locus est , partis ubi se 
via tindit in ambas: Desterà quae 
Ditis magni sub moenia tendit , 
Hac iter Elysiura nobis; at lae- 
va malorum Exercet poenas et ad 
impia Tartara mittit ». — 49. Cfr. 
«JiTTat ).v;?si; twv ■^u;/&)y (Salv). — 
54. devio, latin., 'fuori di ma- 
no'. — 57-58. " Lingua dei dei: 
lingua degli uomini : Omero " 
(Salv). E infatti una locuzione co- 
munissima ad Omevo, Iliad. xx, 74: 
°0v iàvSov v.'/.'t.iojfSi ^tot , a-J^rjtq 
oì 2y.«pi'5cvo|Jov : cfr. anche ib., 1 , 



l66 RIME 

Ma quelle che, affrenando il mal volere, 

Castissime & intere 60 

Si son servate & pure. 

Senza contagion del vii terreno , 

Per ampie vie, secure 

Han felice il ritorno al ciel sereno. 

Qual più syncera & pia, qual più pudica, 65 
Qual più tranquilla & lieta, 
Qual i^iù benegna, humìl visse di lei? 
Qual morio più secura, più quieta, 
A cui senza fatica 

Fusse aperta la via per gli alti dei? 70 

Dunque allegrar ti dei , 
Marchese, signor mio, fuggendo il pianto: 
Pensa che '1 dì del tuo funereo velo 
Fu fausto & lieto in cielo. 

Era a veder quell' Aquinate santo 75 

Lasciar lo studio alquanto, 
Per recever la Dea , 
De l'antiquo, gentil sangue d'Aquino, 
Che bella intrar vedea 
Nel ciel , per vertù proj^ria & per destino. 80 

Hor è contenta piii, (se dir: più, lice,) 
Quell'anima beata, 

Miglior di cui giamai non vide il sole: 
Hippolyta Maria, di dei prognata 
Et di Dei genitrice, 85 

La quale il cielo honora e '1 mondo cole, 
Hor con dolci jiarole 

403, XIV, 291. — 73. funereo velo, [polita Maria Sforza, figlia di 
"del bruno" (Salv). — 75. quell'. i Francesco, duca di Milano, e mo- 
(ST)gjteZ.— Aquinate santo."San ! glie di Alfonso, duca di Calabria, 



\^-*/:z — ' '"1 — " 

Tommaso d'Aquino" (Salv). Nato 
nel 1227 a Roccasecca, pi-esso Cas- 
sino, da Landolfo, conte d'Aquino, 
e signore di Belcastro e di Loreto, 
e da Teodora de' Caraccioli , era 
antenato di Antonella. — 84.. Hip- 



era morta il 19 agosto 1488 ( v. 
Passaro, p. 52).— "prognata, la- 
tin. , ' discendente '. — 84-S3. ' Fi- 
glia di sforzeschi e madre di prìn- 
cipi aragonesi '. Ferrandino , I- 
sabella , che sposò Gian Galeazzo, 



RIME 



167 



Rinovaa lor pensier gravi & sottili , 

Pien d' honestade , & 1' una a l'altra ancora, 

Come qua giù, sì honora 90 

Con quei soiivi gesti & volti humìli , 

Con quegli atti gentili, 

Degni d' excelso imperio , 

Fruendo eterna vita d*. gloriosa 

Senza alcun desiderio; 95 

Che nel cielo presente hanno ogni cosa. 

gloria, o vivo honore , nova luce 
Di chiara pudicitia, 

Giunta con lo splendor del ciel profondo , 
Ciascuna di voi sia sempre propitia , joo 

Et ferma & iida duce 
A cui riman di voi nel labil mondo ; 
Et con volto giocondo 
Placate quella irata mia fortuna, 
Che nel mio danno ognihora è più tenace, 105 

Ch' ornai conceda pace 

A l'alma, ch'arde anchor per l'irapia Luna 
Senza speranza alcuna! 
Che, qual turbo volgendo, 

Da fanciulli battuto, corre in giro, no 

Tal, lasso!, io vo furendo, 
Et mi rivolgo in fiamme, & fiamme aspiro. 

Se '1 mondo è già pacato 
Dimostra, Caiizon mia, quant'io descrivo 



duca di Milano (1488), e don Pie- 
tro , erano figli suoi. — 109-112. 
Da Virgilio, ^En. vii, 379-383: 
«Tuiu vero inl'elix, ingentibus esci- 
la monslris, Immensum sine more 
fu7'it lymphata per urfjem. Ceu 
quondam torto volitans sub ver- 
bere tuì-bo,Q.\x^m pueì-i magno in 
gyro vacua atria circiim Intenti 
ludo exercent (ille actus habena 
Curvatis fertur spatiis; stupel in- 
scia supra Inpubesque manus, mi- 



rata volubile buxum; Dant animos 
plagae)»: cfr. Dante, Pa>'. xviii , 
41-42. È Tibullo, I, V, 3-4: K Nam- 
que agor , ut per plana citus sola 
verbere tuvben , Quem celer ad- 
sueta versat ab arte puer». — 113. 
pacato, latin., ' pacificato '— 113- 
j 16. Nel giugno del 1493 Ferran- 
te I, per far fronte all'ai l>^anza for- 
matasi tra il papa, il Moro e Ve- 
nezia , mandava negli Abruzzi il 
duca di Calabria ed il principe di 



1,68 RIME 

A quel , di cui la fama homai si spande 

Preclara, excelsa & grande. 

Ma se '1 furor di Marte anchora è vivo , 

Fuggi dal ferreo Divo, 

Che '1 nostro canto humìle , 

Tra r ai'me e '1 suon de la Mavortia tromba , 

Non men suol esser vile, 

Che tra falcon la candida colomba. 



•'5 



CANZONE XIV. 

Si quello ardor pungente 
Di credula speranza 
Non desse nutrimento al desiderio, 
Forse quest'alma ardente, 
Nel viver, che gli avanza. 
Soggetta non sarebbe al duro imperio. 
aura, o refrigerio 
Del vivo incendio mio, 
Non fingo , egli è pur vero ! , 
Ch' anchor vederti spero ; 
Ma questo suol venir dal gran desio: 
Che 'I miser sempre suole 
Creder ciò, che pili vole. 



Capua, pronti a qualunque avve- 
nimento. Alfonso d'Avalos dovette 
seguir certamente il suo signore, 
Ferrandino ( v. Cipolla, St. delle 
sign. Ual., p. 677 sgg ). A questo 
continuo timore di una prossima 
guerra, che non ebbe poi sègui- 
to . pare che qui accenni il Ga- 
reth. — 120 Dante, Inf. vi, 93: 
« Di qua dal suon deli' angelica 
tromba ». — 119-122. Da Vir- 
gilio, Ed. IX, 11-13: «... sed 
carmina tantum Nostra valent , 
Lycida , tela in ter Mania , quan- 
tum Chaonias dicunt aquila ve- 
niente columbas ». — 122. Petrar- 



ca, I, cxxxv, 5: « Ma questa pura 
e candida colomba ». 

Canz. XIV. — Scritta dal Gareth 
durante una sua infermità (cfr. vv. 
78-80). Dal Fontano (^Egid., f. hii 
v) e da Giano Anisio {Satyr. I, ix) 
sappiamo eh' egli soffriva spesso 
di podagra edi artritide: v. Ì^In- 
trod. — Ebbe dinnanzi il Petrarca, 
I, e. X, di cui serba anche la forma 
metrica {abCabCcdeeDff). — 1-4. 
Cfr. Petrarca, le, 1-2 e 4: «Se 
'1 pensier che mi strugge, Com'è 
2ìungente e s&\do... Forse tal m'ar- 
de ». — 12-13. Da Seneca, Hercul. 
fur.^ 317-318: ^...Quodntmis mi- 



RIME 



169 



Anzi ciò, che desia, 
Mai più veder non crede: 15 

Quest'è più naturai de l'infelice. 
Par che più prona sia 
Nel raagior mal la fede; 
Che sperar meglio al misero non lice. 
Queste due gran neraice, 20 

— Ferma speranza & tema, — 
Il cor di danno in danno 
Diviso & tratto m' hanno ; 
Et ricondotto a doglia tanto extrema. 
Che, volendo parlare, 25 

Mi conven lagrimare. 

Ai , versi più soavi ! . 
Che 'n la passata etate 
Vi doleste del mio dolce martire ; 
Accenti longhi & gravi, 30 

Perché m'abbandonate? 
Onde '1 mio duolo è grave di soffrire , 
Ma più di proferire. 
Ai , gemito mortale ! , 

Ai, lagrime!, voi siete, 35 

Che '1 verso interrompete. 
Lasso!, no' '1 posso dir, ché'l picciol male 
Insegna di dolere. 
Il grande di tacere. 



seri volunt. Hoc facile credunt » ; 
e cfr. anche Ariosto, Ori. fiir. I, 
LVi, 7-S : « Questo creduto fu che '1 
luiser suole Dar facile credenza a 
quel che vuole » : e quest' ultimo 
(C).— 14-15. Da Seneca, /. e, 318- 
319: « Iiumo quod metuutit nimis, 
Numquam moveri posse nec toUi 
putant ». — 17. Seneca, 1. e, 320: 
(( Prona est timori semper in peius 
fidesìì. E il popolo dice tuttora: ' Il 
male è presto creduto ', e ' Si crede 
più il male del bene' (Giusti, Prot»., 



pp. 168 , 169). — 20-21. Cfr. Pe- 
trarca, II, XXIX, 1-2: « Due gran 
nemiche insieme erano aggiunte, 
Bellezza ed Onestà». — 24-25. Cfr. 
canz. XI, 35 e n.— 27-33. Petrarca, 
I, X, 27-31 : « Dolci rime leggiadre 
Che nel primiero assalto D'Amor 
usai, qiiaiid'io non ebbi altr'arme; 
Chi verrà mai che squadre Que- 
sto mio cor di smallo, Ch' almen, 
com'io solea, possa sfogarme? ». — 
37-39. Da Seneca, Phaed. ,615: 
« Gurae leves loquuntur, ingentes 



170 RIME 

Hor, lasso!, io ben conosco, 4© 

Che ho di morir paiira, 
Poiché non so dar fine a l'aspra sorte; 
Se non può febre, il tosco, 
d' herbe altra mixtura, 

Devria cacciar quest'alma invitta & forte. 4^ 

In ogni parte è morte : 
Ogniun può morir, quando 
Gli piace, pur che voglia 
Et ose uscir di doglia. 

Ma qual dolor saria , che , ritornando 50 

Il mio fido conforto, 
Mi ritrovasse morto ! 

Colui, che meglio spera, 
Il viver non disprezza ; 

Ma foco al foco giunge l'impia speme; 5,5 

Et quando par più vera, 
Di più grave durezza 
E l'ardente martir, che '1 cor mi j^reme. 
Chi no' spera , non teme. 

Misero me ! , per darme 60 

L'affetto del timore, 
Mi die' speranza Amore, 
Queste son del crudel l'horribili arme; 
Che pigro, inerme, imbelle 
Diventa senza quelle. 65 

Poi de li soli ardenti 



stupent »; e cfr. il proverbio: ' I 
grao dolori sou muti ' (Giusti , 
Proi\,p. 246).— 44-46. Seneca, Oe- 
dip. fragni., 149 e 151 : «... Herbas 
quae ferunt letum auferes?... Ubi- 
que mors est ». — 47-48. Cfr. Sene- 
ca , Phaed. , 886: « Mori volenti 
desse mors numquam potest ». — 
50-52. Cfr. Petrarca, I,xi, 27-35: 
« Tempo verrà ancor forse, Cli' al- 
l' usato soggiorno Torni la fera 
bella e mansueta: E là 'v'ella nii 
scorse Nel benedetto giorno, Vol- 



ga la vista desiosa e lieta , Cer- 
candomi; ed, o pietà! Già terra 
infra le pietre Vedendo, Amor l'in- 
spiri In guisa che sospiri ecc. »; 
e I , e. X, 37-38: « Lasso, cosi m'è 
scorso Lo mio dolce soccorso ». — 
51. Petrarca, II, evi, i :« Quan- 
do il soave mio fido conforto ». — 

58. Dante, Inf. xxxui, 5 : « Dispera- 
to dolor che il cor mi preme ». — 

59. Cfr. Seneca, Troad. 434: « Mi- 
serrimum est timere cum speres ui- 
hil ».— 6 1. affetto, latin., 'ansia'. — 



RIME 



171 



La terra e '1 popò! tutto , 

Il bosco, il campo, e '1 sifiente prato, 

Gli agricoltori, intenti 

Al desiato frutto , 70 

Grodon tutti d'autunno il lieto stato: 

A me disconsolato 

Ogni hora, ogni momento 

M'è di dolor cagione, 

Ma più questa stagione, 75 

Che ne portò il mio ben col freddo vento. 

Sempre mi sarai duro , 

Ai, negro tempo, oscuro! 

Canzon, nata d'infermo, inferma & manca, 
Tu vedi il tuo difetto: 
Rimanti in questo letto. 81 

SONETTO CXLV. 



Un anno è, Luna mia, che sei partita, 
Et tredeci che me di me togliesti, 
Deh, rende col fulgor di rai celesti 
A Napol la sua luce , a me la vita! 

Io dissi: mia, ma fu voce mentita. 
Ch'io non t' hebbi giamai, né tu m'havesti; 
Io, lasso!, non potei, tu non volesti; 
Ond'io misero son, tu non servita. 

Duo gran duoni ti fece & rari il fato : 
Beltà magior, che mai non vide il sole, 
Et un servo fldel, mai non mutato. 

Cosi ti diede anchor l' animo ingrato ; 



68. sitìente, latin., ' secco '. — 76. 
La Luna parti d'autunno, ai 19 
ottobre: v. canz. XV, 27-29 e n. — 
78-80. Petrarca , I , e. x , 78-80 : 
« poverella mia, come se' rozza ! 
Credo che tei conoscili: Rimanti 
in questi boschi ». — 79. V. la n. 
in princìpio della canz. 



Sox. CXLV. — Per l'anniver- 
sario della partenza della Luna 
(1493). — 2. Di modo che il Ga- 
reth s' innamorò della Luna nel 
1480. — 5. mentita, latin., ' menzo- 
gniera '. — io. Petrarca, I, cvii, 13- 
14: «..né lagrime si belle Di si 
begli occhi uscir mai vide il So- 



172 



RIME 



Privòti di pietà: che far non suole 
Vivente sotto '1 ciel tutto beato. 



H 



CANZONE XV. 



Crudele Autunno & vario , 
Gli' agli altri dolci frixtti 
Da tuoi begli liorti dai con volto allegro; 
A me tanto adversario 
Sei , che d' acerbi lutti 

Fai parte , & d' aere freddo , ombroso & negro. 
Tanto , che l' animo egro , 
Per la contagi'one 
Del duol, eh' ognihor rimembra, 
A le meschine membra 
D'incurabili morbi è già cagione. 
Et hor più, che'n tal die 
Partio '1 mio ben con le speranze mie. 

Quest' è '1 giorno postremo 
Del primo flebile anno , 
Nel qual tanto perdei, che più non posso. 
Hoggi il mio male extremo 
Rinova tanto affanno , 
Che più , che non solìa , mi son commosso. 
In qualche oscuro fosso , 
grotta atra & funesta 
Vuo' rinovare il pianto. 
Venga '1 funebre manto , 
E spargasi di cenere la testa. 



15 



le ». — 13-14- Da Orazio, Od. IT, 
XVI, 27-28: « ... nihil est ab omni 
Parte beatian ». 

Canz. XV. — Anche nel!' anni- 
versario della partenza della Lu- 
na. — La sua donna era partita 
(conae si rileva dai vv. 27-29 , 40- 
52 e nn. rispettive di questa canz.) 



ai IO di ottobre del 1492. — i. Au- 
tunno... vax'io. Orazio, Od. II, v, 
10-12: «... iam tibi lividos Distin- 
guet aiitumniis l'acemos Purpureo 
varlus colore ». — 7. egro, latin., 
' afflitto \ — 8. conta g'ione, latin., 
' influsso \ — II. V. la prima n. 
alla canz. XIV.— 14-15. 'Oggi fi- 
nisce il primo anno': v. le nn. ai 



RIME 



173 



Ai , infelice giorno ! , 

Sempre mi sera duro il tuo ritorno. 

Decimo di del mese , 
Che la notte vittrice 
Fa, poi de l'equinottio, anzi l'inverno: 
Qual segno allhor t'accese, 
Per me tanto infelice, 
Che vivace mi fa nel pianto eterno ? 
Hor , lasso ! , io ben discerno , 
Che naturai destino 
Non mi fece soffrire 
Tal duol, senza morire; 
Ma fu potentia del voler divino: 
Che d' una tal partita 
Io ne son vivo: sol se questa è vita! 

Amor, tu vuoi ch'io creda, 
Che'l ciel fa movimento 
Per memoria del pianto & morte mia. 
Io '1 credo, & par che '1 veda: 
Che 'n quella hora & momento, 
Che parte il sol , la Luna si partia. 
Sorte maligna & ria, 
Che due volte in occaso 
Hai voluto eclipsare 
Le due luci più chiare ; 
Ond'io de l'una son cieco rimase: 



25 



30 



35 



40 



45 



50 



vv. 27-29 e 40-52. — 25-26. Cfr. 
Virgilio, ^En. v, 49-50: « laraque 
dies, nisi fallor, adest, quera sem- 
per acerbum ... habebo »; e Pe- 
trarca , I , evi , 1 : « Quel sempre 
acerbo... giorno ». — 26. ritorno. 
(ST) ritonro, corr. in ER. — 27- 
29. Intende deirottobre, perché in 
esso le notti son più lunghe dei 
giorni e perché esso succede all'e- 
quinozio che capita prima dell' in- 
verno (22 settembre). La data del 
IO ottobre, come anniversario del- 
la partenza della sua donna , è 



confermata dai vv. 40-52 (v. la 
n.). —Cfr. Petrarca, Tr. I, iv, 130- 
131: « Era nella stagion che l'e- 
quinozio Fa vincitor il giorno ». — 
30. segno, ' destino ', dallo sp. si- 
gnoì — 31. In (ST) dopo infelice 
un interrogativo, che ho traspor- 
tato al vs. successivo. — 33-36. Cfr. 
canz. XII, 21-22.— 40-52. Allude 
air eclissi avvenuto ai io ottobre 
del 1493 , visto in tutta l'Europa 
meridionale (v. L'art de vérifier 
les dates etc. Paris, m.dcc.lxx , 
sotto l'a.). — 45- (ST) paté. — 



174 RIME 

Cosa inaudita & nova, 
Che per dolore humano il ciel si mova ! 

Ecco , che , per dolore 
Di miei tormenti amari, 
Quel, che col corso suo rivolge gli anni , 
Col volto pien di hoi'rore, 
Ne mostra segni chiari 
D'arme, di varie morti & varii danni. 
Tanti passati afiPanni, 
Tante doglie presenti 
Da la mia mente oscura 
Han tolta ogni patirà 
Di fatali, celesti movimenti. 
Togliestimi la Luna , 
Homai che jduo' tu farmi, impia fortuna? 

Se '1 gemito e'I singulto non troncasse 
Li versi & le parole , 
Tu potresti, Canzon, pianger col sole. 



55 



6o 



65 



68 



SONETTO CXLVL 



Quanto del proprio mal si duole & lagna 
Napol, col gran dolor che '1 ciel gli diede. 
Quando vide nel mar quel bianco pede , 
Che 'n magior mar di lagrime mi bagna; 

Tanto s'allegra la felice Hispagna, 
Se pur conosce il ben ch'ella possedè , 
Che '1 dì de la mia Luna hor sempre vede , 
Per cui perpetua notte hor m' accompagna. 



56. Virgilio, - del sole, per la morte 
di Cesare . - Georg, i, 467 : «... ca- 
put obscura nitidura ferrugine te- 
xit »; e cfr., ib., 451-452 : «. . iiara 
saepe videraus Ipsius in voltu va- 
rios errare colores ». — 57. Virgi- 
lio, l. e, 439: «... solem rertissima 
signa secuntur ». — 57-58. Virgilio, 
Le, 464-463: «... Ille etiam cae- 
cos instare turaultus Saepe mouet, 



fraudemque et operta tumescere 
bella ». — 64-65. Dal Petrarca, II, 
c- "1 73-75 • " Che giova. Amor, 
tuo' ingegni ritentare? Passata è 
la stagion. perduto hai F arme Di 
ch'io tremava: oìnai che puoi tu 
farine? ». 

SoN. CXLVI. — Fu scritto dopo 
il eenn. 1494: v. la n. al vs. 9-10. — 
-j^iì dì, 'il volto'. — S. Cfr. Ca- 



RIME 175 

Ondo '1 signor del regno iV: di fortuna, 
Volando al ciel , lasciò là minor gloria , 
Poi eh' era Napol senza la mia Luna. n 

Né tanto 1' altro Re de sua vittoria 
Centra gente Africana, oscura & bruna, 
Quanto d' una tal luce , hoggi si gloria. 14. 

SONETTO CXLYII. 



Quando più sovra noi si mostra il sole , 
Per la reflexi'ou di raggi ardenti 
Dà tanta noia a le cose viventi , 
Che 'n vario modo ogniun lagnar si suole. 

Ma chi sentire alcun remedio vuole , 
Ivicerca i luoghi excelsi & eminenti; 
Che, quanto più s'appressa ai rai lucenti, 
Tanto men del pungente arder si duole. 

Così lei, che nel cor sempre mi splende, 
Più da lunge infiammando il desiderio , 
Kefflette ne la mente & più l'accende. 

Onde s'io non m'apjìresso al lito Hesperio, 
Ove '1 suo sol più luce & meno offende, 
Come posso sperar mai refrigerio ? 



14 



CANZONE XVI. 

Fulgore eterno & gloria d'Aragona, 



tulio , V , 6 : « Nox est perpetua 
una dormienda ». — 9-10. Ferran- 
te I era morto il 25 gennaio 1494: 
la Luna era invece partita da Na- 
poli il IO ottobre 1492. — 10. là 
minor gloria. Cosi (ST), ma for- 
se: minor la gloria. — 12-14. Fer- 
dinando, re di Spagna, che nel 2 
gennaio 1492 aveva vinto e scac- 
ciati i Mori dal regno di Granata. 
A Napoli « la nova dela presa » fu 
portata da uà « messer Roccha » 
{Cedole di tesar., voi. 146, p. 313); 
ai 2 di febbraio. In quella occa- 
sione furono fatte « luminane et 



processioni per tre di w ( Notar 
Giacomo, j). 172); e ai 19 feb- 
braio altre feste (Passaro, p. 53). 
Anche allora, al 4 e al 6 marzo, 
furono rappresentate due farse del 
Sannazaro (v. Torraca, Studi, pp. 
76, 266-267). 

SoN. CXLVII. — 2. Cfr. Dante, 
Farad, xxni , 83: « P'ulgurati di 
su di ra(jf/i ardenti ». — 3. vi- 
venti. (ST) niventi. — 12. Virgi- 
lio, -En. , VI, 6: « Litus in He- 
speriiim... ». 

Canz. XVI. — Per 1' esaltazione 
al trono di Alfonso II, succeduto 



176 RIMR 

Hei'oe grantle iu fama, iu arme ingente, 

Fautor sol, anzi autor d'ogni vertute, 

Hor t'ha condotto a la real corona 

La potestà de la divina mente, 5 

Per conservarne in pace & iu salute. 

Hor piace servitute 

A tutti quei , e' han libei tade in pregio. 

Per te , Re pio , magnanimo &■ perfetto , 

Et per natura & per ragione eletto , jo 

La libertade lionora il nome Regio. 

Che , tue vertù pensando & ripensando , 

Avegna che non fussi il primo figlio 

Di quel divo Ferrando , 

Saresti Re , s'al mondo è buon consiglio. 15 

Lo strenuo cor, clemente, altero &■ saggio. 
Che da l'un sole a l'altro il nome spande. 
In expettatione ha posto il mondo , 
Tal ch'io non so qual petto, o qual coraggio 
Potesse superar la speme grande, 20 

Salvo il tuo primo, a nullo altro secondo. 
Tu grave, tu giocondo, 
A cui piaccion gli affanni in opre sante, 
Et ne r oprar consiglio. alma invitta , 
Sola difension di gente afflitta! 25 

Nel pericol magior salda & constante ; 
Ne le difiicultà d'arguto ingegno, 
Et non di fero cor ne le vittorie , 
Ma pili dolce & beneguo: 
Vertuti veramente Imperatorie. 30 

Il tuo chiaro conspetto, allegro & grave, 



a Ferrante I il 25 gennaio 1494, e 
incoronato con grandissima pompa 
e sfarzo da Giovanni Borgia, car- 
dinale di Monreale, V 8 maggio di 
quell'anno (v. Burcliard, Diarium, 
voi. II, pp. 108 sgg , Passaro, pp. 
56-60 e Arch. nap. xiv , p. 140, 
sgg.). — ingente, latin., 'straordi- 



nario". —3. Fautor, latin., ' pro- 
tettore'. — 13-13. 'Anche quando 
tu non fossi stato il primogenito di 
Ferrante I, saresti stato sempre e- 
letto re, per le virtù tue '. — 15. Cfr. 
son. CI, 4.— 19. coraggio, ' cuore ', 
dallo sp. corason. — 21. Ferrandi- 
Do , primogenito di Alfonso II. — 



RIME 



177 



Che più ch'altro mortai reluce e splende, 

De le vertù favor, del vitio scorno, 

Atterra col suo sol le genti prave, 

Si come con suoi raggi Apollo offende 

Gli augei , che van fuggendo il chiaro giorno. 

Hor è nel suo soggiorno 

Apollo con le nove alme sorelle: 

Hor quella insigne, sacra, alta dottrina, 

Chiamata humanitc\ , sola divina , 

Ferirà con la testa l'auree stelle; 

Le selve Antiniane in varii canti 

Eisonaran la gloria degli Alfonsi 

Et d'inclj'ti Ferranti; 

Et le valli daran dolci responsi. 

Se l'un, più ch'altro human, fu liberale, 
Et l'altro forte & pien di sapientia , 
Et come lano tien gemino viso ; 
Hor vedemo in un solo , al sole eguale , 
De la vertù celeste experi'entia , 
Ch' agguaglia li mortali al paradiso. 
Letitia, plauso & riso 
Si celebre , eh' or tene il regno Ausonio 
Un principe, anzi un dio tra gli altri humani, 
Ch'Italia liberò da Turchi immani. 
Hydrunto, Europa e '1 mondo è testimonio 
Come costui, intrepido, animoso, 
Vinse del cielo gli nemici rei ; 
Poi venne glorioso , 



35 



40 



45 



30 



55 



34. sol, ' splendore '. — 35-36. Cfr. 
Petrarca, I, s. i, 1-2: « A qualun- 
que animale alberga in terra, Se 
non se alquanti e' hanno in odio 
il sole «; e ib., csiv, 14: « Che son 
fatto un augel notturno al Sole «.— 
41. Orazio, Od. 1, 1, 36 : a Sublimi 
feriam sidera vertice ». — 42. Le 
selve Antiniane , 1" ' Accademia 
del Fontano': v. la n. alla canz. 



VI, IO. — 43-44. Alfonso I, Fer- 
rante I, Alfonso II, Ferrandino. — 
46. Alfonso il Magnanimo. — 47- 
48. Ferrante I: cfr. anche canz. 
VI, 162 sgg. — 48. gemino, la- 
tin. ' doppio '. — 55-56- Impresa di 
Alfonso, allora duca di Calabria, 
contro i Maomettani rinchiusi in 
Otranto (1480-1481): v. canz. VI, 
146-150 e n. — 57. Cfr. canz. VI , 

33 



178 RIME 

Carco d' lionor , d' oxuvie & di tropliei. 60 

Hor altrui t'apparecchia un'altra gloria, 

Se cerca provocar i Galli, advcrsi 

A la quiete Italica , imminenti ; 

tu reportarai lieta vittoria, 

tu unirai in pace i cor diversi , 65 

Come natura accorda gli elementi, 

Sì varii & differenti. 

Chi non ritenerasi iutro le porte, 

Vedendo uu lìe , degnissimo d' imjierio , 

Eeguar nel regno Hesperio ? ^o 

Vedendo un novo Duca, invitto &, forte, 

In forza & gagliardia altro Pelide , 

In arme & in amor novo Gradivo : 

(luci mio Aragonio Alcide , 

Di cui l'inclyta fama io canto e scrivo? 75 

Ne le sideree sedi 

Volando andrai , Canzon , con bianche penne 

Di quella verità, che ti conduce; 

Vedraivi d'Aragon la nova luce , 

Ch' è ritornata in cielo , ond' ella venne. 80 

Digli , che con ragion può rallegrarsi 

D'haver sua parte nei celesti regni ; 

Ma più dee gloriarsi 

Di veder in houor suol dolci pegni. 84 



259. — 60. È una ripetizione del 
vs. 270 della canz. VI. — Sanna- 
zaro , e. xvn , 120: (( Carco tor- 
nar di spoglie e di trofei ». — 61. 
altrui. Lodovico il Moro, che sin 
dal 29 aprile 1493 s' univa in lega 
con Cario Vili, concedendogli li- 
bero passaggio per la spedizione 
contro il regno di Napoli: v. Ci- 
polla, Stor. p. 680 sgg.— 62. pro- 
vocar, latin., ' invitare '.—63. im- 
minenti, ' prossimi a venire in Ita- 
lia '. — 69. Cfr. canz, VI, 242.— 70. 
Hesperio, latin. , ' occidentale ', e 



qui: ' Italico '. — 71-75. Ferrandi- 
no: un Achille, un Marte, un Ercole 
(v. 72, 73, 74). — 79. Aragon. Cosi 
anche nel Petrarca, III, is , 36: 
« Con Aragon lassarti, vota Ispa- 
gna ». — nova luce. Ferrante I , 
allora morto (25 gennaio 1494). 
Cfr. Virgilio, - di Cesare, dopo la 
movie, - Georg. 1, 32: a...novt(ni 
... sidus ». — 80. Da Petrarca, lì , 
xxvn , 1 1 : (( Che tosto è ritor- 
nata ond' ella uscio ». — 84. I fi- 
gli: Alfonso II e Federigo, ed il 
nipote Ferraudino. 



RIME 



'79 



CANZONE XVn. 

Quale odio, qual furor, qiial ira immane, 
Quai pianete maligni 
Ilan vostre voglie, unite, lior si divise? 
Qual crudeltà vi move, o spirti insigni, 
anime Italiane, 

A dare il Latin sangue a genti invise ì 
Non siau homai sì fise 

Le vostre menti , in voglie , in foco accese , 
D' esser superiori a vostri eguali. 
cupidi mortali, 

S' ardente lionor vi chiama ad alte imprese , 
Ite a spogliar quel sacro, almo paese 
Di Christian trophei : 
Et tu, santa, immortai, Saturnia terra, 



Canz. XVII. — A' principi ita- 
liani , e particolarmente a Lodo- 
vico il Moro ( ctV. vv. 1 13-122), 
perché, stieno tutti concordi con- 
tro Carlo Vili , e ridiano cosi la 
pace airitaiia. Dovett'essere scrit- 
ta almeno dopo che Luigi d'Or- 
leans con l'avanguardia di Cario 
Vili scendeva in Italia ( 9 luglio 
1494), ricordandosi qui il passag- 
gio del Mongincvra, già fatto da 
Annibale ora rifatto dai Francesi 
(vv. 49 sgg.). — Imita principal- 
mente il Petrarca, 111, xx,-la 
celebre canz. diretta ai signori 
italiani , della quale il n. man- 
tenne pure la forma metrica, mu- 
tando solo il dodicesimo vs. di 
ogni stanza, di quinario in ende- 
casillabo; - poi Orazio, Epod. vn e 
Tibullo , I , X. — I. Orazio , l. e, 
13-14: « Furarne caecos an ra- 
pit vis acrior An culpa? ». — 1- 
6. Petrarca, l. e, 52-37: « Or 
par , non so per che stelle mali- 
gne , Che '1 cielo in odio n' ag- 
gia. Vostra mercè, cui tanto si 



commise : Vostre voglie divise 
Guastan del mondo la pili bella 
jiarttì. Qual colpa, qual giudicio 
o qual destino ». — 6. Latin san- 
gue. Petrarca, l. e, 74: « Latin 
sangue gentile ». — 9. Infatti Lo- 
dovico Sforza non poteva soffrire 
che gli Aragonesi fossero re , e 
Ini duca: v. Delaborde, L' ea^pé- 
dit. de Charles Vili, p. 217. — 
10-13. Li incita alla liberazione 
di Terra Santa. E di essa anche 
il Petrarca, Tr. IV, it, 142-144: 
« Ite superbi , o miseri Cristiani, 
Consumando 1' un l' altro , e non 
vi caglia Che "l sepolcro di Cristo 
è in man di cani »; e 111, ix, 42: 
« A l'alta impresa caritate spro- 
na ». E cfr. anche III , xx , 106- 
110: « K quel che 'n altrui pena 
Tempo si spende, in qualche atto 
più degno di mano o d'ingegno 
la qualche bella lode. In qualche 
onesto studio si converta ». — 12. 
Petrarca, Le, 9: « Ti volga a '1 
tuo diletto almo paese ».— 14-15. 
Virgilio, Georjr. Il, 173-174: «Sai- 



i8o 



RIME 



Madre d'huomini & dei, 15 

Nei barbari converti hor l' irapia guerra. 

mal concordi ingegni, da prira'anni 
Et da le prime cune 
Abhorrenti da dolce & lieta pace. 
Perché correte in un voler comune 20 

A li comuni danni, 
Et in comune colpa il mal vi piace ? 
Perché non vi dispiace 

Tinger nel proprio sangue hor vostre spade? 
Fu questo dato già dal fato eterno, 25 

Quando '1 sangue fraterno 
Tinse '1 muro di quella alma cittade 
Con quella fera invidia & impietade? 
Et hor qual morbo insano 

Ha pollute le membra , giunte in uno : 30 

L'una con 1' altra mano 
Pugna, senza sperar triompho alcuno? 

Se ciò che per vertù far si devria, 
Si fa sol per argento , 

Et non per gloria mai guerra s'imprende, 35 

Quanto mal può sperarsi ogni momento 
Da liga o compagnia 

Di cui lo proprio lionor vende & rivendo. 
Io so che tal mi intende , 
Che per 1' orecchi tene un lupo inico , 40 



ve, magna parens frugum, Satur- 
nia tellus, Magna virnm ». — 16. 
converti. V. 1' ultimo brano del 
Petrarca in n. ai vv. 10-13. — 20-28. 
Orazio, l. e. , 1-2, 17-20: «Quo, 
quo scelesti ruitis ? aut cur deste- 
ris Aptantur enses conditi ? . . . . 
Sic est: acerba fata Ronianos a- 
gunt Scelusque fraternae necix , 
Ut inmerentis tluxit in terram Re- 
mi Sacer nepotibus cruor ». — 29- 
30. Cfr. Petrarca, l. e, 36-38: « Ma 
'i desir cieco e 'n contra '1 suo ben 



fermo S' è poi tanto ingegnato , 
Ch' a '1 corpo sano ha procurato 
scabbia ». — 30. pollute , latin., 
' insozzate '. — 37-38. ' Dall'allean- 
za di chi ecc. '. Si allude qui a 
qualcuno dei principi italiani, a 
Carlo Vili, o a Massimiliano; o è 
detto in generale? — 38. Cfr. Pe- 
trarca, Le, 25: « Che 'n cor ve- 
nale amor cercate o lede ». — 39- 
40. Qui c'è un'allusione non mol- 
to tacile a chiarirsi. E Lodovico 
Sforza che tene per l'orecchi un 



RIME 



1«I 



Che '1 lasciar né '1 tener non gli è securo. 

petto immite & duro 

Contra li tuoi, di tuoi nemici amico, 

Come non ti soveu de l'odio antico, 

Che col primo Parente 

Nacque; perché no' aspiri ad un bell'atto? 

Che con perfida gente 

È perfidia servar promessa o patto. 

Che maladetta sia di quel Sydonio 
L' ombra perversa & sonte , 
Perfida alma, crudel, superba & dura; 
La qual de l'alpe roppe il devio monte. 
Et nel bel piano Ausonio 
Scese per forza, & fé' sì gran palira! 



45 



50 



lupo iniquo, - Carlo Vili, - il qua- 
le egli può trattenere o lasciar 
correre per T Italia, incerto però 
che, facendo o l'una l'altra di 
queste cose, gliene sia per venire 
utile o danno (vv. 39-41)? Era egli 
infatti cognato e principale nemico 
di Alfonso: alleato dei Francesi, 
e odiato da loro, perché essi , a- 
vidi di possedere l' Italia e pre- 
tendenti al ducato di Milano, -Lui- 
gi d'Orleans, - non i)Otevan essere 
né fedeli né duraturi amici suoi 
(vv. 42-43). Ma qxieW odio antico 
che nacque col primo Parente 
(vv. 44-45), di cui il Moro si do- 
vrebbe ricordare? Quello biblico 
(Genesi, in, 14) tra l'uomo ed il 
serpente, - Carlo Vili, il tentato- 
re, lo spirito del male. - ? Ed an- 
che a Lodovico Sforza ci riporte- 
rebbero i vv. 46-48. Chi dei prin- 
cipi italiani, se non il Moro, po- 
teva, non mantenendo la promessa 
fatta a Carlo Vili di lasciargli li- 
bero il passaggio per Napoli . a- 
spirare al bell'atto di riunire in 
una lega tutti gli stati italiani, e 
di ridare la pace all' Italia? E ci 
<larebbero ragione anche i vv. 113- 
122, che, diretti chiaramente allo 
Sforza , dicono proprio lo stesso 



di questi. — 49. Sydonio , latin, 
(cfr. Virgilio, jEn. 1, 446: « Si- 
donìa Dido » ecc. ecc.) , ' Carta- 
ginese ', cioè Annibale.— 50. son- 
te , latin. , ' funesta '. — 50-51. E 
Orazio, Od. II, xu, 2: « Nec dirura 
Hannibalem w; - cfr. anche III, 
VI, 36; - e IV, IV, 49: «... perfidus 
Hannibal »; Epod. xvi , S: « Pa- 
rentibusque abominatus Hanni- 
bal ». — 52. Cfr. Giovenale (di An- 
nibale ) , Sat. X, 153: « Diducit 
scopulos et montem rumpit ace- 
to ». — devio, latin., ' inaccessibi- 
le'. — 52-54. Annibale scese in I- 
talia pel Monginevra, e per esso e 
l'Orleans con l'avanguardia fran- 
cese e poi Carlo Vili (29 agosto- 
I settembre 1494): essendo quello 
« le meilleur et le plus aisé passa- 
gè» (Delaborde. p. 389). — 55-57- 
Da Cicerone , De prov. consoli. 
XIV, 34: « Alpibus Italiani mitnie' 
rat antea natura non sine aliquo 
divino numine »; e cfr. anche Pli- 
nio (citato , con tutti i brani qui 
riferiti, dal Carducci nelle Ritne 
del Petr., p. 107): « Alpes Italiae 
prò muris adversus impetum bar- 
barorum natura dedit »; e Natur. 
Hist., III, xxin; Giovenale, l. e, 
j 52: «...opposuit natura Alperaque 



l82 



filME 



Che già l'alma natura 55 

Havea munita la bella planicie 

Centra '1 superbo Gallico furore ; 

Hor l'infinito ardore 

D'imperio, hor le private iniraicitie 

Han la via trita in publica pernicie. 60 

Nulla cosa si mostra 

Difficile a' mortali : il ciel tentanio 

Con la stultitia nostra; 

Fulmina Giove, & noi non paventamo. 

Non parlo per cagion del proprio affanno, 65 

Che 'n questa burnii fortuna 
Riposo più, che gli altri in sommo imperio; 
Né mi move a parlar paura alcuna 
D'alcun privato danno. 

Ma sol di pace ardente desiderio. 70 

Che nel bel campo Hesperio 
Di monarchia io veggio un Duca degno , 
De la preclara sterpe d'Aragona, 
Ch' aspecta aurea corona 

Non sol del proprio suo, ma d'altrui regno. 75 

Et duolmi che tal è de pena indegno, 
Che havrà dolor diversi : 
Che '1 picciol sempre geme per discordia 
Di grandi ; et non dolersi 



nivemque ». — 55-60. Petrarca , l. 
"• - 33-3S '■ « Bea provide natura 
a'I nostro stato, Quando <Je l'Alpi 
scliermo Pose fra noi e la tedesca 
rabbia : Ma '1 desir cieco e 'n con- 
tra 'I suo ben fermo S'è [)0Ì tanto 
ingegnato, Ch' a '1 corpo sano ha 
procurato scabbia ». — 36. plani- 
cie. Vài. pian itics, ' pianura '; come 
pernicie (vs. 60) , lat. pernicies, 
'danno '—57. Cfr. Petrarca, l. e. , 
93: « Vertù cantra /^urore ». — 60. 
trita, latin., ' consumata '. — 61-64. 
Da Orazio, Od. I, 111, 37-40: « Nil 
mortalibus arduist; Ùaelum ipsum 



petimus stultitia^ neque Per no- 
strum patimur scelus Iracunda 
lovem ponere fulmina ». — 65-70. 
Cfr. Petrarca, /. e, 63-64: « Io 
parlo per ver dire. Non per odio 
d'altrui né per disprezzo ». — 70. 
Cfr. Petrarca, l. e, 122: « F vo 
gridando: Pace... ». — 7>-75- Fer- 
randino , ora (149+) duca di Ca- 
labria. — 73. sterpe. V. canz. VI, 
105 e n. — 76. tal, " qualcuno '. — 
76-78. Cfr. Petrarca, /.e, 39-41: 
« Or dentro ad una gabbia Fere 
selvagge e mansuete gregge S' an- 
uidan si che sempre il miglior 



RIME 183 

De' mal d'altrui , mi par somma vccordiu. 80 

Ben fu senza pietà quel ferreo petto, 

Quell'animo feroce, 

Che fu inventor del ferro , borrendo & forte. 

D'allhora incominciò la pugna atroce 

La venenosa Aletto: 85 

Et di più breve via per l'impla morte 

Aperse le atre porte; 

Ma non fu in tutto colpa di quel primo: 

Che ciò, cbe lui trovò col bel sapere 

In coutro a l'aspre fere , 90 

Noi ne li nostri danni bor convertimo. 

Questo adiven, (se '1 falso io non estimo,) 

Di fame di tliesoro , 

Cb'ogni petto mortai tene captivo : 

Che pria che fusse l'oro 95 

Non era il ferro a 1' buom tanto nocivo ! 
Ai , pace ! , ai , ben ! , di buon sì desiato ! , 

Alma pace & tranquilla, 

Per cui luce la terra e '1 ciel in'ofondo; 

Pace, d'ogni cittade & d'ogni villa, 100 

D'ogni animai creato 

Letitia , & gioia del sidereo mondo; 

Mostra il volto giocondo. 



getne ». — 80. vecordia , latin. , 
' stoltezza '. — 81-96. Da Tibullo, 
I, X, 1-8: « Quis fuit, horrendos 
primus qui protulit enses? Quam 
fervs et vere ferreus ille fuit! 
Tion cnedes hominum srcneri, tum 
proelia nata , Tum brevior dirae 
mnrtis apeì^ta viast. A nihil ille 
miser meruit! ìios ad mala no- 
stra Vertimxis , in saiwas quod 
dedit l'Ile feras. Divilis hoc vi- 
tiumst auì'i; nec bella fuerunt , 
Faginus adstabat cum scyphus an- 
te dapes ». — 85. Virgilio , ^n., 
VII, 341: « Exim Gorgoneis Alle- 
rto infecta venenis ». — 93-94. Cfr. 
Virgilio, ^n. ui, 56-57: « Quid 



non mortalia xjectoya cogis, Auri 
sacra farnesi ». — 97-102. bìiita il 
Petrarca, III, xvi , 33-41: u Li- 
bertà, dolce e desiato bene. Mal 
conosciuto a chi tal or no '1 per- 
de, Quanto gradita a '1 buon mon- 
do essor dei! Da te la vita vien 
fiorita e verde: Per te stato gio- 
ioso .si luantene Ch' ir mi fa so- 
migliante a gli alti dèi: Senza te 
lungauioiiìe non vorrei Ricchezze, 
onor e ciò ch'uom [)iù desia; Ma 
teco ogni tugurio acijiu'ia l'alma ». 
Cfr. Tibullo , l. e. , 45 sgg.: « In- 
terea Pax arva colat. Pax can- 
dida primum ». — 103-104. Da Ti- 
bullo , l. e, 67-68 : « At nobis , 



184 RIME 

Et, con la spica e i dolci frutti in seno, 

D'Italia adombra & l'ima & l'altra riva 

Con la frondente oliva ; 

Et in questo amenissimo terreno 

Di Napol , dove 'I cielo è più sereno , 

Ferma i tuoi piedi gravi , 

Facendone fruir quiete eterna, 

Et con secure chiavi 

Chiude la guerra a la j^regioue inferna. 

Canzon, tra '1 Pado & l'Alpe, 
Vedrai quel disdegnoso duca, altero, 
Che di pace & di guerra in man le habene, 
(Cosi il ciel vole,) hor tene. 
Digli che voglia homai vedere il vero , 
E svegliar quel santissimo penserò 
Di publica salute; 

Che, per moderna & per antiqua historia, 
S'acquista per vertute, 
Et non per signoria, la vera gloria! 



105 



H5 



SONETTO CXLVIII. 



D' huomini & dei feconda , altera madre , 



Pax alma, veni spicamqne tenete, 
Perfluatet pomis candidus ante si- 
nus ». — 106. frondente, latin., 
' frondeggiante '. — 109-112. Cfr. 
Lucrezio, 1, 29-32: « Ellice ut inte- 
rea fera moenera militiai Per ma- 
ria ac terras oinnis sopita quie- 
scant: Nam tu soia potes tranquil- 
la pace iuvare Mortalis d. — iii- 
112. Cfr. Virgilio, uEn. 1, 294: 
(i Glaudenlur Belli portae ». — 113. 
Pado, latin. ' Po '.—In Lombardia. 
— (ST) pado. ..alpe — 1 13-1 16. Lo- 
dovico Sforza, (luca di Milano, ar- 
bitro di tutti gli avvenimenti italia- 
ni , negli ultimi decenni del sec. 
XV.— 115. habene, latin., ' freni ': 
cfr. Virgilio, u'En. vii, 600: «... re- 
rumque reliquit habenas ». — 116. 



Virgilio, yEn. v, 51 : «... (sic di vo- 
luistis)... ». — 117. Petrarca, l. e. , 
15: « Ivi fa che '1 tuo vero ». — 
120. (ST) Che 2)cr moderne éc per 
antique historie, corr. poi in ER. 
SoN. CXLVIII. — E diretto al 
cardinale Ascanio Sforza, perché 
egli e gii altri cardinali si manten- 
gano uniti agli Aragonesi contro 
Carlo Vili. Forse scritto dopo il 4 
decembre 1494, quando, avendo 
Carlo Vili occupata Viterbo ed ac- 
cingendosi a marciare su Roma, 
il papa indiceva concistoro il io 
decembre, per stabilire il da far- 
si; mentre Ferrandino nell' isles- 
so giorno, tornando dalla Roma- 
gna, entrava in Roma (v. Cipol- 
la, Star., p. 710). Cfr. anche il son. 



RIME 185 

D'ogni città Regina, & d'ogni gente, 

Et tu, sacrato Ascanio, & veramente 

Non zio del mio signor, ma proprio padre; 4 

Aspirate ad imprese alte & leggiadre, 
Poiché Aragon vi fa veder presente 
Cesare, d'eloquentia & d'arme ingente, 
Sol vincitor de le feroci squadre. 8 

Deponete il pensier tetro & acerbo, 
Che dal cielo è disceso altro Camillo, 
Che domai'à di Galli il lìe superbo. n 

Voi lo vedrete a tempo più tranquillo 
Recuperar non sol Sutri & Viterbo, 
Ma spenger ultra l'Alpe il suo vexillol 14 

SONETTO CXLIX. 



Erano in me d'Amor 1' arme nocive 
Un volto di bellezza & gratia adorno; 
Hor mi punge con segni del ritorno 
Di lei, eh' irradia anchor le Hesperie rive. 

Da l'antiquo desio nove & più vive 
Fiamme di speme aspirau d' ogn' intorno , 
A le mie notti oscure un chiaro giorno 
Promettendo, onde'l foco eterno vive. 

Chi spera ha più martir, che chi desia 



CXIV, e nn. — 1-2. Saanazaro, s. 
Lxxvi, 1-2 (di Roma): « Gloriosa, 
possente, aulica madre. Che nel 
tuo grembo albergiii uomini , e 
Dei ». — 3-4. Ascanio Maria Sfor- 
za era « zio carnale per parte de 
niatre dello signore principe di 
Capua »( Passare , p 53); perché 
fratello di Ippolita Maria, madre 
di Ferrandino (il mio signor del 
vs. 4). — 5. V. canz. XIII, 23 e n. — 
7. Cesare , ' Ferrandino ', come 
Cesare, grande in dottrina e nel- 
Tarte della guerra, e, pure come 



lui , vincitore dei Galli. Anche 
nella canz. XIX, 68, lo paragona 
a Cesare. — 9. ' Di cedere a Car- 
lo Vili, e di allearvi con lui'. — 
10. altro Camillo, credo che sia 
Alfonso II, qui vaticinato domato- 
re di Carlo VIII, quale Camillo fu 
davvero dei (^alli e di Brenno. — 
13. Sutri & Viterbo. Quest'ulti- 
ma già in potere di Carlo Vili , 
quando Ferrandino veniva in dife- 
sa di Roma. — 14. spenger, ' spin- 
gere '. — (ST) alpe. 
SoN. CXLIX.— 6. aspiran, ' sof- 

24 



i86 



RIME 



Senza sperar, ma 1' uno & l'altro è folle : 
Che, dove è grande amore, è gran follia. 

Amor non sa trovar nido più molle, 
Né più soave, eh' entro a l'alma mia. 
Et per me cangia il dolce Idalio colle. 



14 



CANZONE XVIII. 



Non l'Alpe l'Apenin, no' '1 vasto mare, 
Non gli altri monti immensi , 
Non boschi oscuri & densi. 
Non gelosia pungente & importuna, 
Non le tenebre opposte a li miei sensi 
Per le lagrime amare , 
Mi ponno homai vetare , 

Ch' io non ti veggia sempre, alma mia Luna. 
Use pur la fortuna 
Del suo voler l'extremo. 
Che magior mal non temo; 
Poiché nel core eternamente io guardo 
Quel bel sereno sguardo , 
Che de beltà mi mostra il ben supremo; 
Né togliermi 'i potrà 1' ultimo fato : 
Così contento io son, così beato. 



fiano. — 9-10. V. canz. XIV, 59 e 
n. — 14 Cfr. Orazio, Od. I, xxx, 
1-4: « Venus, regina Gnidi Pa- 
phique , Speme dilectam Cvpron 
et vocantis Ture te multo Glyce- 
rae decoram Transfer in aedem » ; 
XIX, 9-10: « In me tota ruens Ve- 
nus Cyprum deseruit »; xvii, 1- 
2: « Velox araoenum saepe Lu- 
cretiiem Mutat Lycaeo Faunus ». 
Canz. XVIII.— 1-7. Cfr. Pe- 
trarca, I, xcvin, 1-6: « Noìi Te- 
sin, Po, Varo, Arno, Adige e Te- 
bro, Eufrate, Tigre, Nilo, Ermo, 
Indo e Gange, Tana, Istro, Alfeo, 
Garonna e '/ mar che frange, Ro- 
dano , Ibero , Ren , Sena , Albia , 
Era, Ebro; Non edra, abete, pin, 



faggio o ginebro Poria 'I foco al- 
lentar che '1 cor tristo ange ». — 
1. Petrarca, I, xcvi, 14: « Ch'^p- 
penin parte, e '/ mar circonda e 
l'Alpe 1). — (ST) alpe. — 5-6. ' Gli 
occhi velati di lagrime '. — 9-10. 
Cfr. Dante, Inf. xv. 95-96: a Però 
giri fortuna la sua ruota, Come le 
piace)). — 9-1 1. Cfr. Sannazaro, 
s. Lxvi, 9-10: « Usin le stelle, e '1 
Ciel tutte lor prove: Ch' a quel 
ch'io sento, mi parranno un gio- 
co )). — IO. Petrarca, II, Liv, 1-2: 
« Or hai fatto l' estremo di tua 
possa, crude! Morte )). — 1 1 . Cfr. 
Petrarca, II, e n, 102-103 : « Certo 
ornai non tem' io , Amor , delia 
tua mau nove feruta ». — 12. guar- 



RIME 

Da che comincia l'alba uscir di fuore 
Col suo purpureo volto , 
Ovunque io sia rivolto. 
Veggio dispersa in ciel la rosea luce; 
E '1 viso , che da me non fìa mai tolto , 
Conosco al bel colore 
Et al celeste honore , 
Che ne le membra sue sempre reluce. 
Ma. quando il sol n'adduce 
Fulgor, che più s' extende. 
La mente allhor s' accende 
A contemplar nel lucido horizonte 
La chiara, ingenua fronte, 
Ch'ogni letitia, ogni dolcior transcende ; 
Allhor yegg' io nei rai del flavo Apollo 
Rutilare i crin d" oro intorno al collo. 

Quando s'accende l'alta sommitate 
Del celeste aureo tetto 
Col fiammeggiante aspetto, 
De la mia Luna appare il proprio viso. 
Io gli occhi abasso & penso al latteo petto, 
Che sì chiara beltate 
Occhio mortai non paté, 
Nel lume suo magior, mirar si fiso! 
Veggio '1 fiorente riso. 
Di nova gratia adorno , 
Fulgurar d' ogn' intorno ; 
Veggio, come, movendo i passi gravi, 
Volge gii occhi soiivi. 
Che fanno al quarto ciel sovente scorno; 



187 



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43 



do, 'serbo'; è nel Vocab. — 17. 
Cfr. Petrarca, I, s. i, 7-8: «Ed 
io, da che comincia la beli' a/6a 
A scuoter 1' ombrit intorno «Iella 
terra ». — 31. flavo, latin., ' bion- 
do '. — 32. Rutilare , latin. , ' ri- 
splendere '. — 37. latteo petto. V. 
canz. X, 95. — 38-40, Petrarca, 1, 



CHI, 5-6: « L'opra è si altera, si 
leggiadra e nova , Clie mortai 
guardo in lei non s'assicura ». — 
40. lume . ' splendore ". — 43-46. 
Petrarca, I, cv, 5-6: « E vidi la- 
grimar que' duo bei lumi, C han 
fatto mille volte invidia ai So- 
le ». — 46. quarto ciel; quello 



RIME 

Et parrai dolcemente udir parole, 

Onde s'allegra il cor più, che non suole. 

Né si perturba l' infiammata mente , 
Perclié '1 sommo pianeta 50 

Questa parte men lieta 
Lascie, quando s'invia per le sals'onde; 
Anzi pili si conforta & più s' acqueta, 
Vedendo cbe 'n ponente 

Ogni stella splendente, 55 

(Cosi fu destinato,) al fin s'asconde. 
Et per far più gioconde 
Le mie vertuti accese, 
In quel dolce paese, 

Volando, mena Amor lo spirto mio, 60 

Con l'ale del desio. 

Dietro '1 lume , che 1' alma e '1 cor m' accese ; 
Ove più bello il vede, & più benegno, 
Né fulmina homai più Y antiquo sdegno. 

Poi torna inseme col notturno gelo, 65 

Et par che mi favelle 
Con soavi novelle 

Di lei, eh' anchor da luuge mi governa. 
Io respiro, &, mirando a l'alte stelle, 
Veggio nel primo cielo , 70 

Nuda senza alcun velo. 
Di castità la diva sempiterna. 
A la sua luce eterna 



del sole, secondo il sistema tolo- 
maico. —47-48. Petrarca, Le, 7- 
8: « Ed udii sospirando dir pa- 
role Che farian trir i monti e stai-e 
i fiumi ». — 54. 'n ponente: in I- 
spagna. — 61. l'ale del desio. l'e- 
irarca, I, e. in. 30: k (]oI desio non 
possendo mover l'ali )>; e Dante, 
Purg. IV, 27-29: «... ma qui 
convien eh' uom voli. . . con l'ali 
snelle e con le piume Del gran 
desio »; cfr. anche ib. xi, 38-39.— 



63. notturno gelo. Cfr. Dante, 
Itìf. II. 127 — 135-72. Cfr. son. 
CXXXIX, 1-5.— 71-72. La Luna. — 
73-79- Dal Petrarca, I, lxxx, 1-8: 
» Pien di quella ineftabile dolcez- 
za Che del bel viso trassen gli 
occhi miei Nel di che volentier 
chiusi gli avrei Per non mirar 
giammai minor bellezza , Lassai 
quel eh' i' più bramo; ed ho sì av- 
i^ezza La mente a contemplar so- 
la costei, Ch'altro non vede e ciò 



RIlVtE 

E l'alma tanto avezza, 

Ch' ogni minor bellezza 

Dispregian per costume i sensi miei. 

Et, riguardando in lei, 

Veggio da gli occhi suoi piover dolcezza 

Tanta, che me di me stesso divido, 

Et di letitia il cor piangendo ride. 

Al mio Aragonio Marte , 
Canzou mia, dir ti lice 
Del mio ben la radice, 
Acciò che compassion di me si toglia, 
Né più di me si doglia. 
Che forse lui non sa, ch'io son felice 
In queste vision sì gloriose; 
Benché sanno sii dei tutte le cose. 



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85 



CANZONE XIX. 



Non scmpremai dal ciel procella cade, 
Né di continuo scende irato Giove 



che non è lei Già per antica u- 
sanzaodia. e disprezzati). — 78-79. 
Petrarca, I. cui, 7-8: « Tanta ne- 
gli occìii bei Ibr di misura Par 
cli'Anior e dolcezza e grazia pio- 
va ». — 79. Dal Petrarca, li, xxiv, 
3 : « Che jn'avean si da me .stesso 
diriso ». — 80. piangendo ride. 
Petrarca, I, xc, 12: n Pasconii di 
dolor; piangendo rido » : cfr. an- 
che F, e. ix, 76; in, IX, 1 14 ecc. — 
81. Ferrandiiio. — 87-8S. Ovidio, 
Pont. I, II, 73-74: « Nescit eiiim 
Caesar, quamris deus Omnia no- 
rie, Ultimus liic qua sit condicione 
locus ». 

Canz. XiX. — Ad Alfonso d'A- 
valos , per la morte della mog-lie 
(v. n. al vs. Il), avvenuta proba- 
bilraonte nei primi mesi del 1494; 
perché questa canzone fu scritta 
quando il D'Avalos, col Trivul- 
zio e col Pitigliano , era neh' e- 



sercito di Ferrandino , in Roma- 
gna, contro gli Sforzeschi e l'a- 
vanguardia francese , comandati 
dal conte di Caiazzo e dal D' Au- 
bign}-: e cioè tra il iS agosto '94 
- allora il marchese di Pescara 
non era ancora giunto al campo 
(v. Sanuto , Sped. , p. 68) , - ed il 
IO dicembre di quell'anno, quan- 
do Ferrandino ed i suoi capitani 
si trovavano già in Roma (v. son. 
CXLVIII, n.).— Imita Orazio, Od. 
II, IX. — 1-15. Orazio, /. e. 1-12: 
« Non semper inibres nubihus hi- 
spidos Manant in agros aut mare 
Caspium Vexant inaequales pro- 
cellae L'sque, nec Armeniis in oris, 
Ainice Valgi , stat glacies iners 
Menses pei- omnes, aut aquilonibns 
Querceta Gargani lahorarit Et fo- 
liis viduaninr orni: Tu semper ur- 
gues flebilibus modis .Mysten a- 
demplum,nec tibi Vespero Surgen- 



igo RIME 

Contra Vesevo, Ehodope, Apennino; 
Né sempre con furor Neptuno move 
Quella inequale, horribil tempestade 
Contra i legni, cbe'n mar trovan camino. 
Et tu, Marchese , d' Avelo & d' Aquino 
Progenie , honor d' Ausonia & de la Hispagna, 
Pur semj)re ti tormenti in van piangendo. 
Et senza fin lugendo 
La perduta, fidel, casta compagna: 
Che, se Hespero si vede in occidente. 
Et se riscalda il sole ogni campagna, 
Yede il tuo viso ondante in pianto ardente. 
Dal cor profondo & sospirar ti sente. 
Cessa d'esser in te tanto crudele: 
Che ciò, che'n lungo spatio il tempo face, 
Tu '1 puoi far con l'ingegno in tempo breve. 
Concedi al flebil cor già qualche pace , 
Et converte le tue molli querele 
In un più grave & piìi canoro accento , 
Cantando quello intrepido ardimento 



15 



te deceduiit Amores Ncc rapiilimi 
fugiente snlem ». — 3. Rhodope, 
iiioiUe della Tracia. — S. I D" A- 
valos eran venuli diilla Spaicna in 
Italia con Iiiico e Alfonso, fi.sli di 
Ruy Lopez , gran conestahile di 
Custiglia, e di Costanza di Gueva- 
ra , - l'uno padre , l'altro zio di 
Alfonso, marchese di Pescara, - 
accompagnando Alfi)nso d'Arago- 
na alla conquista del regno di Na- 
poli — Hispagna. (ST) Hispaqn, 
corr. in ER. — io. lugendo, latin., 
' deplorando '. — 11. Diana ili Car- 
doiia, figlia di don Artale e di 
donna Maria Ventimiglia, promes- 
sa ad ,\lfonso d'Avalos nel 1483, 
e divenuta sua moglie cinque aimi 
dopo neir"88: v. Borreili, Appa- 
rai., voi. I, p. 23S ; Siimnionte , 
Scoì\, P ni, p 506, e Passare, p. 
51. Il quale ricorda che, ai 9 di 
b'ennaio 1488, essa sbarcò al Ca- 



stello dell'Uovo, venendo dalla Si- 
cilia, e che fu accolta con molto 
onore. Questo sponsalizio, o « festa 
dela marchese (cfr. son. C.KIII, s e 
n.) de Piscara », è ricordata anche 
nel voi. 124. delle Ced. di tesar, (f. 
524 v), del 1488; perché vi prese 
parte « la illustrissima donna loan- 
na d'Aragona, figlia del Signor 
Re ». — 19-23. Orazio, l. <^., 17-20: 
«Desine moLlium. Tandem querel- 
lanim et potius nova Cantemvs 
Augusti tropaea Caesaris ». — 22. 
Da questo e da altri luoghi (son. 
CXLl, 3 ecc.) si rileva che il D'.\- 
valos facesse anche dei versi, forse 
in volgare (v. Vlutrod.i — 22-23 q. 
intrepido ardimento del Duca , 
dev' essere certamente il disegno 
di Fei'randino - era stato pur di 
Ferrante I (Delahorde. p^ 303) - di 
venir incontro ai Francesi in Lom- 
bardia, prima che questi s'impu- 



RIME 

Del tuo Duca, pensier sol de gli del, 

D'Italia iiniversal muro constante; 

Queste vittorie tante , 

Che vedi , & de le quai gran parte lior sei ; 

La fuga de la gente transalpina; 

Et li pronosticati, alti trophei 

Da quella sacra voce Sibyllina: 



191 



dronissero della Toscana e di Ro- 
ma, alleate degli Aragonesi : cosi 
s' allontanava la guerra dal Re- 
gno, - e in caso di vittoria questo 
non avrebbe nulla sofl'erto, - e si 
portava invece nelle terre dello 
Sforza, principal nemico degli A- 
ragonesi, e, allora, amico di Car- 
lo Vili. — 23. Ferraudino. — 25. 
Queste. (ST) Quesse. — vittorie 
tante non si possono chiamare 
quelle poche scaramucce , vinte 
dagli Aragonesi nella Romagna e 
ricordate solo dal San .ito, Sped., 
pp. 78, 79, 81, 94 ecc. L'unica vera 
vittoria degli Aragonesi l'u la li- 
berazione liei Pitigliano, ritenuto 
in Cesena da Guido Guerra, par- 
tigiano dei francesi; ed essa si do- 
vette tutta al coraggio di Alfonso 
d'Avalos (v. Giovio, Istorie, lib. 
n , p. 50 ). A questa pare si ac- 
cenni anche nei vv. 38-45. — 26. 
Virgilio, ^En. II, 3-6 : d... quaeque 
ipse miserrima vidi Et quorum 
pars magna fui ». — 27. La fuga 
dei Francesi , come la clade del 
vs. 33 (v. la n.) , (lev' essere un 
augurio del poeta degli Aragone- 
si, non un fatto; che, com'è noto, 
Carlo Vili passò e ripassò per l'I- 
talia, pur troppo!, senza essere 
molestato; se |)er essa non si vo- 
glia intendere la fuga dei France- 
si e dei partigiani di Guido Guer- 
ra da Cesena (v. Giovio, Istorie, 
l. e, pp. 50-51 e la n. al v. 25). — 
29 q. sacra voce Sibyllina. Que- 
sto religioso (clV. il sacra), profe- 
tizzante trionfi agli Aragonesi, non 
è Francesco di Paola, certo più be- 
nevolo a Carlo Vili, - ei visse lun- 
go tempo alla corte francese, - che 



non ai re di Napoli (w.Acta Sancto- 
rurn, i, pj). 1 14 sgg., e Delaborde, p. 
313); né il Savonarola, che « a- 
voit tou.sjours preselle en grande 
faveur du Roy )> ( Comines , Mé- 
nioires, p. 500). Dei quattro brani 
della profezia di san Cataldo, ar- 
civescovo di Taranto, riferiti dal 
Notar Giacomo (pp. 173-174), -il 
testo completo ò nell'inedita Mi- 
sto) ia Senensiuìn di Sigismondo 
Tizio (Delaborde, j). 317), -solo il 
primo ed il terzo farebbero al caso 
nostro: « Item quod veniet Ser- 
peiis - Carlo Vili, come nella n. ai 
vv. 44-43 della canz. XVH?-qui 
multa veiieno efl'uudet, deinde ve- 
niet angelus cum gladio in manu 

multa mala minando Dicebat e- 

tiain quod omiies isti reges-gli 
Aragonesi? - regnaturi usque ad 
uovam {sic) generationem ». Si 
credeva anche allora generalmen- 
te , - e lo ricorda Sigismondo dei 
Conti , Storie , p. no , - che alia 
impresa ed alla fortuna di Carlo 
Vili avesse accennato, un secolo 
prima, fra Tommasuccio da Foli- 
gno, nella sua profezia. E, vera- 
mente, in questi versi, p. es. (e- 
diz. Faloci-Pulignani, in Misceli, 
francescana, 1, p. 155): « La gal- 
lica lancia Non varrà una palla; 
Et lassarà in travaglia Ciasche- 
uno suo aderente », ogni cortigia- 
no aragonese poteva veder pre- 
detto chi sa che triontì e vitto- 
rie pei suoi re! Né in quella cor- 
te era del tutto ignoto il povero 
frate: il Fontano ,- suo concitta- 
dino, -ne ricordava una predizio- 
ne nel trattato In centum sen- 
tent. Ptolemaeì, lib. i, f. aiiii. — 



192 RIME 

Gratie eh' a j^ochl il ciel largo destina. 30 

strenuo, saggio & inclyto Marchese, 
— Il cui valore hor Rubicone admira , 
E'I Rodano paventa, & non in vano, — 
Fané sentir col suon di propria lira 
La clade de l'exercito Francese, 35 

E '1 trepido fuggir di quel luliano. 
sempre invitta, inexpugnahil mano, 
Di doppio lauro degna, & di corona 
Castrense, fané udir da viva voce 
Quella battaglia atroce, 40 

Che, con gli ausiàcii sunti d' Aragona, 
Movesti, & riportasti aurea vittoria: 
Onde le sacre dive in Helicona , 



30. È preso tutto dal Petrarca , 
1, CLix , i: « Grazie eh' a pochi 
'l Ciel largo destina ». — 32. Ru- 
bicone, ora ' Pisciatene '; qui per 
' Romagna ', come il Rodano del 
vs. seg. per ' Francia ' : storici 
fiumi, non i più grandi di quelle 
regioni: cosi nel Petrarca (III, xx, 
5-6) il Tevero, l'Arno, il Po, per 
' Roma ', ' Firenze ', ' Lombardia '. 
— 35. V. la il. al vs. 27. — 36. 
luUano. Fra i capitani di Carlo 
Vlil, venuti in Italia, vi fu un 
« monsignor luliano » ( Saniito , 
Sped. pp. 103. 663: v. anche Co- 
mines, Méin. , p. 495, Delaborde, 
p. 524 ecc.); ma di lui non si ricor- 
da nessuna fuga. Il trepido p'g- 
gir mi fa pensare, invece, a Giu- 
liano della Rovere, cardinale di 
San Pietro in Vincoli, il futuro 
Giulio II, l'acerrimo nemica di A- 
lessandro VI. Si sa , infatti , che 
egli, fino all'aprile del 1494 amico 
di Alfonso II, quand'elibe sa[)Uto 
dell'accordo tra costui ed il papa, 
e si vide da essi minacciato: - il 
Borgia aveva attentalo alla sua 
vita (Sanuto, Sped. p. 42); Alfonso 
mandava contro di lui, in Ostia, le 
sue e le trujìpe del papa, - vestito 



da monaco fuggi a Civitavecchia, 
di dove, imbarcatosi per Savona , 
venne ad Avignone, suo arcive- 
scovato. Carlo Vili - che lo voleva 
in Francia ])er opporlo ad Ales- 
sandro VI, - gli mandò incontro il 
siniscalco di Beaucaire; ed a Lione 
gli fece poi un'accoglienza trion- 
fale. Il re infatti n' ebbe molto 
aiuto neir impresa di Napoli, per- 
ché il cardinale conosceva molto 
bene V « intrinseco w d' Alfonso 
( Delaborde , pp. 346 sgg.). — 38. 
di doppio lauro d.: perché uomo 
(lotto e poeta, e perché valoroso 
guerriero: cosi nel Petrarca, I, ex, 
6: «0 sola insegna al gemino va- 
lore 0. — 38-39. corona Castrense, 
davasi , presso i Romani , al pri- 
mo che penetrasse nel campo ne- 
mico. Qui e nei sgg. vv. s'allude 
al fatto di Cesena, ricordato nella 
n. al vs. 25. La città « già quasi 
tutta . . . seguitava le insegne di 
Guido [Guerra I , et de' Francesi, 
quando Alfonso Danaio et il Li-- 
uiano... con una 'b;inda eletta di 
caualli entrarono in Cesena per 
la rocca, abbassando loro subito 
i ponti Giovanni Caroccio castel- 
lano » ( Giovio , /. e, p. 50). — 



RIME 193 

Et Marte , che uel ciel s'allegra & gloria, 

Fan de le tue vertù chiara memoria. 4:, 

fortunato te, s'hai pur notitia 
Del ben, che'l ciel con mano liberale 
Ti die', con sorte fixa & sempiterna. 
Che, se perdesti la consorte, eguale 
A l'alta tua vertute & pudicitia, 30 

Hor in tua moglie hai presa fama eterna. 
Non si ritrova ingegno , che discerna , 
Qual sia jdìù bello in te, luce del mondo: 
Forte coraggio in membra agili & pronte , 
in severa fronte 55 

L'alto intelletto, o'I ragionar facondo: 
Ciò che non fu giamai in uno inseme, 
Salvo in quel primo, a cui sei tu secondo: 
Quel gran duca , che i monstri horrendi hor preme , 
Quel d' Hesperia tutela & sola speme. 60 

Io dico quel di principi il magiore , 
di', onde esce il sol iusino ove discende, 
Un altro eguale a lui non si ritrova. 
Al fulminar del qual 1' Alpe tremende 
Treman con paventoso & freddo horrore; 65 

Che l'antiquo terror già si rinova. 
Onde mi par che tal voce si mova: 
— Cesare un'altra volta è sceso in terra, 
Anzi altro Scipion con altro Lelio, 
Vittori in ogni prelio. 70 



44. Petrarca, II, liv, io: « Quasi 
d'un più bel Sol , s'allegra e glo- 
ria ». — 58. Ferrandino. — 59. i 
monstri b., 'i Francesi'. — 59-60. 
Cfr. son. Ili, 2-3. — 60. Hesperia, 
latin., 'Italia'. — 61-62. Ct'r. 0- 
razio, Od. IV, 11, 37-39: « Quo ni- 
hil maius ineliusve terris Fata do- 
navere bonique divi Nec dabunt «. 
— 63. Orazio, Od. I, xxiv , 8: 
« Quando ulium inveniet parem ». 



— 64. AI f. (ST) Il f. , non corr. 
in ER. — (ST) alpe. — 64-63. Vir- 
gilio , - per la morte di Cesare , - 
Georg, i, 475: «... insolitis tretnite- 
rimt nioùbus Alpes ». A questo 
terrore s'allude anche nel vs. seg. 

— 67. Cfr. Dante, Vit. N., p. 149: 
e E par che de la sua labbia si 
ìnova Un spirito». — 68. Cesare: 
cfr. son. CXLVIII, 7 e ?u— 69. P. 
C. Scipione, l'Affricauo, ed il suo 

25 



1 94 EIMK 

Quel Giove, & questo un fulgure di guerra, 

Misso da lui con tai tuoni & sì forti, 

Che i piani e i monti , e i gran giganti atterra ! — 

Ferrando , per te l' irapie cohorti 

Iraparan di temer l'horrende morti. 

Canzon, quest' è la via per l'alto Olympo: 
Che, 'n quante cose sono al mondo belle, 
■ Sola vertù tien luogho intra le stelle. 



73 



78 



SONETTO CL. 

Qual fera incauta, in selva in prato herboso 
Errando, di lontan punta si sente 
D'una & d' altra mortai saetta, ardente, 
Et fugge, ove piìx vede il boscho ombroso; 

Et tal li dà quel colpo doloroso , 
Ch'ignora il suo ferir, perché V è absente, 
Lei corre ardendo, & fixo fermamente 
Se n' porta al fianco il dardo venenoso ; 

Tal mi trov' io , ch'or più che mai mi tira 
Da lunge la mia Luna, & lei non crede. 
Ch'accende di lontan chi non la mira. 

Da presso agghiaccia il cor de chi la vede : 
Hor m'agghiacciasse, ove '1 bel gelo aspira, 
Né sempre sol d' arder facesse io fede ! 



14 



Caio Lelio: v. la n.al son. XCII, 
12. — 71. Virgilio, ^En. vi, 842- 
843: « . . . aut geminos , duo ful- 
mina belli Scipiadas ». — Quel è. 
— 71-72. Cfr. Ovidio, Metani. \, 
154-155: « Tum pater omnipotens 
misso perfregit Olympum Fulmi- 
ne y>. — 72. lui, Giove. — 76. Seneca, 
Octavia, 467 : « Haec summa vir- 
tus, petitur hac caeium via ». — 
(ST) qnest. — yS. Da Seneca, i/er- 
citl. Oet. 1568: « Sed tocum rir- 
tiis habet Inter astra ». 

Son. CL. — 1-8. Da Virgilio , 
./ìJ/i. IV, 69-73 : «... qualis conie- 
cta cerva sagitta , Quam procnl 
incautam nemora iuter Cresia fi- 



xit Pastor agens teiis liquitque vo- 
latile ferrum Nescius, illa fuga sil- 
vas saltusque peragrat Dictaeos , 
liaeret lateri letalis harundo ». 
Ed il Petrarca, I, clv, g-n : « E 
qual cervo ferito di saetta , Col 
ferro avvelenato dentr' al fianco 
Fugge , e più ducisi quanto più 
s'affretta ». — 6. absente , latin. , 
' lontano': cfr. son. CXXXIII , 4 
e n. — g-io. Cfr. Petrarca, l. r., 
8: « Ma com' più me n'allungo e 
jiiù m' appresso ». — 11. Petrar- 
ca , TV. I, III, 168: « Arder da 
lunge ed agghiacciar da pres- 
so)); e cosi anche I, CLxix, 12. — 
13. aspira, latin., ' soffia'. 



RIME 



^95 



SONETTO GLI. 



Eime, versi, canzon, che dolcemente 
Apreste il core a cui l'ha sempre in mano; 
Soiivi accenti , un tempo sparsi in vano, 
Tornate homai, ch'Amor già ve'l consente. 

La Luna mia da 1' ultimo occidente, 
(Come sentir mi pare hor da lontano,) 
Lampeggiando col bel sembiante huraano. 
D'amorosi pensier m'empie la mente. 

Queir honeste accoglienze in dolce honore, 
Dove splendea del ciel la vera gloria, 
Negli occhi mi son sempre e 'n mezo al core. 

Di ciò, ond'io fui beato in tanto ardore. 
Non di crudeli sdegni, ho sol memoria: 
Amor, tu'l fai per mio magior dolore ! 



14 



SONETTO CLII. 

Nel tempo, ch'accendea l'impio Mavorte 
L'alto Aragonio Re centra '1 Francese, 
Vide tra gli altri armato un gran Marchese, 
Che de vertù vencea l'huraana sorte. 



Son. CLI. - 2. Cfr. son. XXIII, 
,. 2 _ 8. Petrarca, III, 11,12: 
« D'amorosi petiseri il cor n'en- 
gombra ». — 9. Dante, Pia-g. vii, 
1: «Poscia che V accoglienze 0- 
neste e liete ». 

Son. CLII. — Per la morte di 
Alfonso d"Avalos, ucciso a tradi- 
mento da un moro, al servizio dei 
Francesi, su di un muro del castel- 
lo di Pizzofalcone (Passaro, p. 81 ; 
Giovio,7s?or. lib.in,p. 1 19), la notte 
del 7 settembre 1493. Il Gareth la 
cantò anche in molle terzine ed in 
un canto intero della sua Meta- 
morfosigli, 94-18Ó, IH, i-i4>- E 



pure per questa morte il Sanna- 
zaro scrisse una Visione {Opere, 
pp. 407-411); il Pontano un epi- 
gramma {De Tumulis, i, p. 104 
v); l'Ariosto dieci versi dell' Oì^l, 
fur. XXXIII , XXXII , 7-S, xxxiii, 
i-S. Alcune notizie sulla sua mor- 
te, e molti brani di questi autori 
nelle nn. ai cauti citat della Me- 
tam.~ì-2. Nelle battaglie che 
Ferrante II {V Aragonio Re), so- 
stenne per riconquistare il Regno 
contro i capitani dell'esercito fran- 
cese , lasciati in Italia da Carlo 
Vili. — 1. Mavorte, latin., ' Mar- 
te ': cfr. canz. XIII, 120 — 3. Vi- 



tgè RIME 

D' invidia punto dunque, borrendo & forte, 
Tre volte l'assaltò con arme accese; 
Tre volte tornò indietro, & si difese 
Con quello scudo, in cui non può la morte. 

Ricorse allbora a l'arti fraudulente, 
Et di notte il ferìo con duro strale , 
Credendo haverlo extinto eternamente. 

Ma peggio fé' per sé ; che , dal mortale 
Career disciolto , lior quel Marchese ingente 
Lo vence in ciel: che 'n ciel fraude non vale. 

SONETTO CLIII. 

Mentre che d'Aragona il sommo honore 
Tra Galli & Cymbri il suo destrier regira, 
Quel volgo inconsueto il volto admira. 
Invidiando al suo chiaro valore. 

Confessa , o turba iniqua , il j^roprio errore , 
Che, se costui com' liuom vivendo spira, 
Egli è pur dio, che con giustissima ira 
Ha posto a terra il barbaro furore. 

Fugge infelice, & le tue colpe emenda; 
Fugge, come l'augel con gli occhi frali, 
A cui del sole i rai son notte borrenda. 

Non mirar più quei lumi , al cielo eguali. 



de Marte. — 6-7.Cfr.il virgiliano ^ durò il regno di Ferrante II (vs. 

{JEn. VI, 700-701): « Ter cena- j i).— 2. Cymbri. I soldati alemanni 

tus ibi collo dare bracchia cir- ; mercenari dell'esercito di Carlo 

cum, Ter frustra compreusa ma- i Vili, che conduceva con lui « stra- 

nuseflugit imago ».— 12-13. mor- j niere generatione...Elemani, Sgui- 

tale Carcere. Cfr. il petrarchesco j zeri, Picardi, Scozesi, Bertoni et 

(II, e. IV, 101; Lxxvii, 9-10): «E ; simel zente barbare» ( Sanuto , 



da quel suo bel carcere teiTeuo », 
«...del terreno Carcere uscendo » ; 
e cfr. XLV, 1 2 : « Cosi disciolto dal 
-mortai mio velo ». — 13. ingen- 
te, latin., ' sommo '. 

SoN. CLIIf. — Scritto tra il gen- 
naio 1495 e l'ottobre '96, quanto 



Sped., |). 184). Il Delaborde li 
chiama (p. 326): « lansquenets al- 
lemaiids ». — 8. Petrarca, I, xxiii, 
3 : <i Con le mie mani avrei già po- 
sto in terra ». — barbaro, ' fran- 
cese ': canz. VI, 279. — lo-ii. V. 
canz. XVI, 33-36 e'n. — 11. notte. 
(ST) morte, corr. in ER. 



EIME 



Che si fan sol veder, perché s'entenda, 
Che centra un dio non ponno arme mortali. 



197 



14 



SONETTO CLIV. 



Vorrei cantando io misero allegrarme, 
Et dir de la mia Luna in dolci rime 
Le divine bellezze al mondo prime, 
Di cui osai io primo innamorai'me; 

Et rimembrar con alto, ornato carme 
Del mio Aragonio sol, chiaro & sublime, 
Il regno, li trophei, le spoglia opime , 
Recuperato con giustissime arme. 

Potessi almen formare un flebil canto 
D'absentia & morte; ond'io da gli occhi verso 
Onde d'eterno & miserabil pianto! 

Ma donde usuir può l'uno & l'altro verso, 
S' un nimbo Occidental mi turba tanto , 
Ch'io son nel mar di lagrime sommerso! 



14 



SONETTO CLV. 



Quando Minos d'Athene hebbe il governo. 
Si fé' le sacre Muse tanto infeste , 
Che, benché meritasse il ben celeste, 



Son. CLIV. — Scritto dopo l'ot- 
tobre 1496: V. la n. ai vv. 7-8. — 
3. Petrarca, I, cv, 2 : « E celesti 
bellezze al mondo sole ». — 4. 
(ST) inìiamnraviue . — 7-8, La ri- 
conquista del rep-iio fatta da Fer- 
randino (V Ara goni n noi del vs. 6), 
tra il hiirlio 1493 e l'ottobre '96. — 
IO. absentia , htlin. , ' lontanan- 
za', della sua Luna: cfr. son. CL, 
ó e n. — morte di Ferra nditio. — 
10-11. Petrarca, L li. m, 12: k L'on- 
de che gli occhi tristi versan sem- 
pre )) ; li, XI. lo-n : « .. a che pur 
verni degli occhi tristi un dolo- 



roso fiume?)). — 13. É preso dal 
Petrarca, - di Laura ch'era morta 
di peste, - II, e. m , 20-21: « Poi 
repente teniiiesta Orientai turbò s\ 
Y aere e l'onde »; e cfr. Ili , ix , 
io: « n'un vento occidental dolce 
conforto )). — nimbo, hit., ' nube 
piovosa '; e per essa pare che in- 
tenda ' il dolore per la lontananza 
della sua donna, ch'era in Ispa- 
gna (cfr. occidental) \ 

SoN. CLV. — Diretto a Pier Gio- 
vanni Spinelli: v. r>. al vs. ic. — 
1-2. Cfr. Vir.ffiiio, Ciris, 1 10-1 11 : 
« liane urbem ante alios qui tuni 



198 RIME 

Quelle pur lo mandaro al negro inferno. 

Chi per chiara vertù l' infame Averne 
Abhorre , hor prenda exempio, & non moleste 
Con impia lingua, con opre inhoneste, 
Chi sa le charte empir d'inchiostro eterno. 

Ma tu perder non puoi V alta fatica, 
Pier Giovanni Spinello, animo degno, 
A cui la Musa sia verace amica. 

Di ferro armato & di pietoso sdegno 
Ti vidi, per servar la fede antica, 
Quando al Re suo rendìo Napol il regno. 



14 



SONETTO CLVI. 



Tempo fu già, eh' un ghiaccio er'io dappresso, 
Hor son un foco, & più, (me misero!,) ardo, 
Quanto più son lontan dal chiaro sguardo, 
Che riveder mai più non m' è concesso. 4 



florebat in armis Fecerat iufestam 
populator remige Minos «. — 4. 
Minosse era L;iudice nell" Inferno 
(Yirfìilio, ^-Ea. vi, 432 ecc.). — 
10. Pier Giovanni Spmello , fi- 
gliuolo di quel Francesco, sopra- 
stante delle mura di Napoli nel 
14S4 , e neir '86 ambasciatore a 
Venezia, e rimatore (v. Torraca, 
BiòCKs., pp. 130-131): è ricordato 
spessissimo nelle carte d' Arch. , 
dal 1480 in poi, come « criato » 
e « cortesano » , o tra i « gentil- 
homini et ofliciali della casa dei 
Signor Re » (v. Ced. di tes. voli 
78, 85, 124, 142, ecc.). Nel i4g2 
in ambasciatore di Peritante I ni 
Ispagna {Ced. di tesor., voli. 14Ó, 
fi'. 74 V, 480; 147. ff. 87 V, 466); 
e nei '97, di don Federigo a Ro- 
ma (Ced. di tesar., voi. 162, f. 
193 v). Nell'anno seguente è « re- 
bostero magior del Re » (Ced. di 
tes., voi. 164, f. 106). A lui ed al 
fratello Blasco concesse Ferran- 
te I la castellania del castello di 
Trani (v. Minieri-Riccio , Biogr, , 



pp. 23-26, ove è riferito il son. del 
n.). — 12. Petrarca, Tr. IV, i, 28: 
« Gente di ferro e di valor ar- 
mata ». — 12-13. Il G'tov'ìo (Tstor. 
lib. ni, p. 114): ricorda che, nel- 
l'entrata di Ferrandino a Napoli. 
« Giovanni Spinelli... mise su una 
pertica V arme di casa Aragona , 
che era lavorata all'ago in una 
coperta di lana, & con grande al- 
legrezza di tutti la poso alla fine- 
stra à farla vedere a coloro che 
passavano ». — 14. Nel giugno 1495 
i Napoletani, stanchi dei Francesi 
di Carlo Vili , si sollevarono, ri- 
chiamando Ferrandino: il quale il 
7 luglio sbarcando al ponte della 
Maddalena rientrava in Napoli , 
a armato con una corazzina cher- 
misina inchiavata d'oro, in mezzo 
allo Marchese di Pescara da mano 
destra, e da mano sinistra il Cha • 
riteo poeta di quello tempo » (Pas- 
saro, p. 77). Il n. era a quel po- 
sto, perché segretario del re: per- 
ciò il vidi del vs. 13. 
SoN. CLVI,— I. V. son. CLVI, 



RIME 199 

Perché non son crudel contra me stesso , 
Ch' a veder lei , quando potei , fui tardo ? 
Forse temea di sdegno il fero dardo , 
Che le spalle mi fé' voltare spesso. S 

Iniquamente io parlo , — ai , occhi frali ! , — 
Che non fu sdegno il suo, fu fallo il nostro, 
Di mirar gli occhi , a noi tanto iuequali I 1 1 

Alma mia dea, non fu disdegno il vostro, 
Anzi pietà, soffrire occhi mortali, 
Et mai non transformarli in qualche mostro ! 14 

SONETTO CLVII. 



Baro! ti tien , di Thermule gran duca, 



II e n. — 8. Petrarca, I. e. i, 17- 
18: « Ed un pensier, che solo an- 
goscia dàlie Tal, eh' ad ogni al- 
tro fa Voltar le spalle » : od an- 
che HI , IV , 1 ; IX , 8. — 14. Al- 
lude foise alla l'avola di Atteone, 
che, avendo veduta nuda Diana, 
fu da lei trasformato in cervo (0- 
vidio, Metam, ni, 173 sirg.). 

Son. CLVII. — Ad Andrea di 
Capua, duca di Termoli: v. le nn. 
sgg. — Scritto negli anni 1502-03 : 
V. la n. ai vv. 1-2 — i. Barol. (hit. 
Barolutn), ' Barletta'. — di Ther- 
mule g. duca. Andrea di Capua, 
figlio di Francesco, settimo conte 
d'Altavilla, e di Elisabetta de' 
Conti, per l'eroismo del fratello 
Giovanni,- che nella, battaglia di 
Seminara, cedendo il suo cavallo 
a Ferrandino, cui era stato ucciso 
il suo, salvò la vita al re, andan- 
do lui incontro alla morte ( Pas- 
savo, p. 75, Guicciardini, Stor. lib. 
II. 207), - si ebbe da Ferrante II, 
nell'anno istesso, la carica di ca- 
merlengo { Ced. di tes., voi. 146, 
f. 21), il casale di Marcianise in 
perpetuo , le terre di Montagano 
e di Serracaprioia col titolo di 
conte ( v. Ammirato , Fam. nob. 
nap., P. I, p. 79), e quella di Ter- 



moli, in Capitanata, col titolo di 
duca ; e , fra altre concessioni, a 
Napoli una « massaria cum domi- 
bus et Cunigliera site in loco ubi 
dicitur a li Virgini » {Sigili, della 
Somm., voi. 41, fi". 44 v-45 v; tutti 
firmati: Chariteus). Caduti gli A- 
ragonesi , segui le parti di Spa- 
gna: nel giugno del 1502 difese 
Atripalda dai Francesi , e nell' i- 
stesso tempo si rinchiuse col gran 
Capitano in Barletta, ove restò sino 
all'aprile del 1503. Durante que- 
st'anno, insieme a Consalvo, accom- 
pagnò e andò incontro ad Ettore 
Fieramosca ed ai suoi tredici com- 
liagni, vincitori dei Francesi; e fu 
alla battaglia di Cerignola (v. Pas- 
sare, pp. 129, 131, 133, 134, 136). 
('apitano di gente d'arme, sin dal 
1503, del re cattolico {Ced. di te- 
sor., voi. 168, f. 170 e voli, sgg.), 
fu da lui inviato nel 15 io eoa 
400 lance spagnuole in aiuto del- 
l' imperatore Massimiliano, e da 
Giulio II, eletto capitan generale 
delle sue genti. Mori poi di « pe- 
stifera infermità » a Civita Castel- 
lana nel 1 312 (Guicciardini, Stor. 
libh. Ili, 350, IV, 52; Ammirato,/, e). 
Il Passaro (p. 17S), invece, lo dice 
morto nel 20 dicembre 1511, forse 
« intossicato ». La moglie, Maria 



100 



RIM£ 



Di perigliosi ailaimi in tanta mole , 

Che, centra '1 ben comune erra, chi vuole 

Pai'larti d'opra fragile & caduca. 

Io, benché affetto a scriver mi conduca, 
Non però spargo in van le mie parole; 
Voltesi il fato & varie, come suole, 
Ch'ai mondo il nome tuo conven, che luca. 

Veramente Giunone è la fortuna 
Contra Hercole & Enea, vera noverca 
Di quei, che '1 ciel per sé crear si volle. 

Ma r ardente vertù fatica alcuna 
Non fugge, né recusa, anzi la cerca; 
Onde la irloria tua nel ciel s' extolle. 



14 



SONETTO CLYIII. 



Come natura exempio al mondo diede 
Del suo perfetto, angelico valore 
Per mezzo del tuo volto , ove '1 fulgore 
Di celeste beltà qua giù si vede; 

Et come anchor, per te, dio ne concede, 
Che, senza offender lui, si serve Amore, 
Adorando ne l'opra il sommo auttore, 
Che fa de la sua luce in terra fede; 

Cosi vedendo Amor, ch'absente ardendo 



d'Aierbo, gl'innalzó il sepolcro nel- 
la Chiesa degl' Incurabili (1531Ì: v. 
Filangieri, Docum. voi. tu, p. 36 — 
1-2. Stette rinchiuso in Barletta dal 
giugno 1502 all'aprile 1503: v. la 
seconda n. a questo son. — 7. In 
Dante la Fortuna (/"/'. vii , 96): 
(( Volve sua spera », e gira ( xv, 
95-96): «... la l'uota Come le pia- 
ce ». ' La fortuna è veramente Giu- 
none contro Ercole ed Enea, cioè 
matrigna con i prodi '. — 9-1 1. Era 
o Giunone, in Omero (Iliad. xiv, 
254 sgg.) ed in Virgilio {JEn. i, 36 
sgg.) , cerca di far perire in una 



tempesta Ercole ed Enea persegui- 
tati da lei ; ma ebbe forse presenti 
quelle parole di Giunone presso Se- 
neca (Hercul. fur. 110-112): « Me 
me, sorores, mente deiectam mea 
Versate primara, tacere si quicquam 
apparo Dignum ìioverca ». Allude 
forse alla morte del fratello Gio- 
vanni (cfr. al vs. 1), ed a quella di 
Ferrandino, valorosi e sfortunati. — 
IO. noverca, lat., 'matrigna'.— 11. 
E quasi ri[)etizione del vs. i del s. 
CLVII.— 14. extolle, lat., 'innalza'. 
SoN. CLVIIL— Forse a Costanza 
d'Avalos. — 7. Cfr. son. I, 14. — 9. 



RIME 



201 



Temo morir , per darmi aucho speranza , 
Di te mi mostra exemplo, a te servendo. 

Io pasco gli occhi senza desianza 
Ne l'imagine bella, & non ti offendo, 
Adorando te sola in tua sembianza. 



14 



SONETTO CLIX. 



Frondosa arbor , gentil , sempre fiorente , 
Sacrata a la celeste, eterna diva , 
Di cui la sapi'entia alta deriva, 
Dove senza pentir gode la mente; 

Quando fia mai , che '1 ciel benegnamente 
Ne porga i tuoi bei frutti, bianca Oliva, 
Et produca liquor, per cui reviva 
Di vera carità la lampa ardente? 

Quando fia mai, ch'io veggia l'alma, eterna 
Vertù tener , nel suo supremo stato , 
Le chiavi in man de la magion superna? 



absente, latin , ' lontano '. — 10. 
CtV. son. I, 14. 

SoN. CLIX. — Al cardinale 0- 
liviero Carafa. Secondogenito di 
Francesco e di Maria Orifrlia, fu 
arcivescovo di Napoli (1438-64), - 
poi vi rinunciò a favore di suo fra- 
tello Alessandro; - presidente del 
Sacro Regio Consiglio (1463-67) e 
viceprotonotario, poi cariiinale nel 
'67, legato di Sisto IV a Ferrante I 
nel "71, legato e comandante del- 
l'armata pontificia contro il Turco 
nel '72; neir '82 fu paciere tra Si- 
sto IV e Ferrante I, dal quale era 
stimato e adoperato molto nelle 
frequenti controversie co' pa|)i. Nel 
'97 fu dei sei cardinali riforma- 
tori della Chiesa. Ritornò , dopo 
vent' anni a Napoli, nel 1498 ai 
« 27 Aprile con molte Galee , e 
sbarcò nel Castello dell'Ovo, e fu 
ricevuto dal Re Federico , e dal 
popolo con tanto applauso, e tanti 



honori , che simili appena si have- 
rebhero possati fare al Pontefice; 
li 28 del detto mese entrò in Na- 
poli, e fu accompagnato da grande 
comitiva de' Baroni, Ofììcia li. No- 
bili, e Popolo, con archi trionfali, 
e superbo apparalo, fin al Palag- 
gio Arcivescovale, per la benevo- 
lenza , che li portavano , per le 
sue rare virtù, & odore di santità, 
che si sentiva per tutto » (Aldiraa- 
ri , Ilist. d. funi, (arafa , ni , 8 
sgg. ; V. anche Notar Giacomo , 
p. 221). A lui diresse il n. anche la 
canz. XX. Forse in quella occa- 
sione furono scritti questo ed il 
son. seg. — I. arbor, lem alla la- 
tin. — 2. e. e. diva : la Teologia. 
— 6. b. Oliva. Allude al nome 
del Carata: Oliviero: v. la n. al 
son. CXI, 1. — In tìiie del vs. un 
interrogativo, trasferito da me in 
fine del vs. 8. — 9-1 1 . ' Quando ve- 
drò fatto papa uu uomo virtuo- 
so, come te? ' — chiavi. Cfr. Mat- 

26 



202 



RIME 



Sacro santo Oliver, volesse il fato, 
Che fusse la tua mente in cui governa, 
tu del mondo havessi il principato ! 



H 



SONETTO CLX. 



Liquor di quelle due feconde olive, 
Vedute da quel Vate , al cielo intento, 
Gli' a la lampa eternai dan nudrimento , 
Per te l'aline vertù son redivive. 

Tu le sette lucerne ardenti & vive , 
Che di sette vertù son argumento, 
Pasci col frutto tuo , medicamento 
Salubre, onde lor lume eterno vive. 

Olivero, il bel nome è chiaro segno , 
Che non indarno il ciel largo ti diede 
Divina sapientia & alto ingegno; 

Ch' io ti vedrò ne la Eomana sede 
Et aprire & serrar di cieli il regno. 
Che la salute fia di nostra fede. 



H 



SONETTO CLXI. 



Corre '1 tempo con gli anni e' giorni in fretta, 



teo, XVI, 19: « Et tibi dabo cla- 
ves regni coelorum ». — 13. in 
cui governa, ora, i crisliani: A- 
lessandro VI?— 14. ' che fossi 
tu il pontefice '. 

Son. CLX. —Allo stesso cardi- 
nalp. — 1-2. Allude al luogo ì\q\- 
V Apocal. XI, 4: « Hi snnt duae 
olivae et duo candelabra in coii- 
spectu Domini terrae stanles)i;e 
con Vate all'autore di essa, Gio- 
vanni, evangelista. — 5-6. Apocal. 
I, 12 : «... et conversus vidi septetn 
candelabra aurea)). — 10-11 Cfr. 
Petrarca, III , ix , 64-65 : « E che 
'1 nobile ingegno, che da '1 cielo 



Per grazia tien' de l' immortale 
Apollo ». — 12-13. Il Carafa non 
fu mai papa; moii a Roma il 20 
gennaio 151 1, essendo stato qua- 
rantaquattr' anni cardinale. — 13. 
Dante, htf. xxvu, 103: a Lo ciel 
poss'io serrare e disserrare )>: cfr. 
Matteo, XVI, 19. 

Son. CLXI. — Forse ad Andrea 
di Capua , duca di Termoli , per 
il quale v. il son. CLVII: anche 
qui (vs. 5), come ivi (vs. i), è detto 
G>'an duca. — i. e'. (ST) &, — 
1-2. Tibullo, I, IV, 27-28: «... tran- 
siet aetas. Quam cito non segnis 
stat remeatque dies\ »; Ovidio , 



li' età velocemente al fin contende , 
Ma più corre verta, che, dove splende, 
In pueritia mostra età perfetta. 

Gran Duca, in cui natura si diletta, 
Quanta perfettion di te s' attende , 
Che, se '1 bel fior salubre odor ne rende, 
Qual dal pomo dolcezza il mondo aspetta ! 

Valore immenso io veggio in te raccolto, 
Gravità nel parlar, beltà nei gesti, 
Nel cor fortezza & maiestà nel volto. 

Tu da i campi del ciel frutto cogliesti, 
Che molti han seminato , & pochi còlto: 
Sì rare in terra son gratie celesti! 



H 



SONETTO CLXII. 



Gli occhi sitienti ai fonti Hispani invio 
In nave di speranza & d'ardimento; 
Per l'onde di pensier vola col vento 
Di miei sospir la vela del desio. 

Amor tiene il governo in mano, ond'io 



Fast. VI, 771-772: a Tempora !a- 
buntur, tacilisque senescimus an- 
DÌs,Et fiipiunt freno non remorante 
difis »; Meram. x, 519-320: « Labi- 
tur occulta, fallitqiie volatilis ae- 
tas\ Et nihii est annis velociv.s )i; 
e cfr. la canz. XIII, 1-3 e n. — 13. 
Cfr. Matteo, xx, 16: « Multi eniiii 
sunt vocati; palici vero electi ». — 
14. Cfr. canz. XIX, 30 e n. 

SoN. CLXII. — Ali imitazione del 
Petrarca, I, cxxxvn. — i-ii. Il p. 
immagina: 'Che gli Occhi suoi, 
desiderosi di veder la Luna, par- 
tino nella nave della Speranza e 
dell'Ardire, per la Spagna. La vela 
è il suo Desiderio, che, mossa dal 
vento dei suoi Sospiri e condotta 
da Amore, corre sull'onde dei suoi 



Pensieri. Ma un nembo, che viene 
dallo sdegno della Luna, spezza la 
nave contro gli scogli dell'oblio. 
Gli Occhi sono salvati da Amore: 
ma la nave della Speranza e del- 
l'Ardire pei-isce '. E cioè: che gli 
occhi suoi, per quanto sieno au- 
daci, non hanno jìlìi nessuna spe- 
ranza di veder la Luna! — 1. si- 
tienti , latin. , ' bramosi '. — fon- 
ti , latin., 'sorgenti', in rapporto 
col s>cip»ti. — 2-4. Petrarca, l. e, 
I : « Fassa la nave mia colma 
d'obblio »; e 4: « A ciascun remo 
un pensier pronto e rio » ; e 7-8: 
« La vela rompe un vr'nto umido 
eterno Di sospir, di speranze e di 
dfsio ». — 5-8. Petrarca, l. e 3-4: 
c(... ed al governo Siede '1 signor, 
anzi '1 nemico mio »; e 6: « Che la 



204 ^"^^^ 

Del turbido ondeggiar mai non pavento , 

Ma vien da sdegno un nimbo in un momento, 

Che rompe il legno a le Syrte d' oblio. 8 

Salvansi gli occhi, Amor in sé gli asconde, 
La speme nel crudel gorgo di Lete 
Cade, & l'ardir anchor vi si confonde. n 

Ardon più gli occhi. — Ai, occhi! , in elèi vedrete 
Volar delfìn , notar falcou ne 1' onde , 
Prima che disbramar la vostra sete ! — 14 

SOiNETTO CLXm. 



Fior d' Aragon , di cui la regia fronte 
Circundan sacre, pie, purpuree bende. 
Ove virtìi lampeggia, ardendo, e splende, 
Come 'n tenebre fiamma in alto monte ; 

Quando con penne altere, invitte & pronte, 
Penne di carità, che '1 cor t'accende. 



tempesta e 'I fin par eh' abbia a 
scherno»; e 9-10: a Pioggia fli la- 
grimar, nebbia di sdegni Bagna e 
rallenta le già stanche sarte »; e 
3: (( Intra Scilla e Cariildi ». — 8. 
Syrte, latin., ' lianchi d'arena'. — 
g-ii. Petrarca, /. r.. 12-14: i< Ce- 
lansi i duo niifi dolci usati segni; 
Morta fra l' onde è la i-agion e 
l'arte: Tal ch'incomincio a dispe- 
rar ilei porto ».— 10-11. V. il son. 
LXVIII, 8 e n. — 13. Cose impos- 
sibili. Da Orazio, Epist. Il, in, 30: 
<( Didphinnni silvis adpin^it , flii- 
ctibus aprimi ». 

SoN. CrAIlI.-Al cardinale Lo- 
dovico d'Aragona, in Is|)agna. Fu 
scritto dopo il primo settetidire del 
1499: V. ri. seg. — 1-4. Fior d'A- 
ragon ecc. Lodovico , priniocreni- 
to (n. 1476: cfr. F'ilangiei-i , Do- 
ciim.. voi. I , p. 266) di don En- 
rico, illegittimo di Ferrante I (Ar- 
ch'v. stor. nap. xiii, p. 130 sgg.), 
ebbe dal re nel '79, per la morte 



del padre , il marchesato di Ge- 
race; nel '92 sposò la nipote di 
Innocenzo Vili , Battistina Cibi) 
(Passare, p. 53, Notar Giacomo, 
p. 175); nel maggio '94, rimasto 
vedovo e senza figli, e rinunziato 
il marchesato al fratello Carlo, fu 
fallo protonotai io , e, nel 20 di 
quel mese, cardinale d'Aragona 
(Passaro, p. 59, Notar Giacomo, 
p. 181). Tra il marzo e il mag- 
gio del '96, insieme al gran Capi- 
tano , riconquistò la Calabria a 
Feltrante li (Passaro , p 92, 94, 
93, 99). Il primo settembre '99 si 
imbarcò al Molo grande di Na- 
pidi, per accompagnare « jiietosa- 
mente » - secondo il n. (cfr. vv. 5- 
6) -in Isjiagiia Giovanna d'Arago- 
na, la vedova di Ferrante l, presso 
l'Vrdinando il Cattolico , fratello 
di lei. (Passaro, pp. 120- 121) Nel 
1 304 era di nuovo in Napoli. Mori 
poi nel 1519 in Roma, ancor gio- 
vine (v. Passaro, p. 281)- " Gareth 
era molto inlimo del cardinale: v. 



RIME 205 

Volasti, ove la luna occidua scende, 

Vedestila cader ne l'horizonte? 8 

Non ti sdegnar, signor, di farmi aviso 
Di lei, ch'envola il cor de chi la vede. 
Se 'n occidente anchor declina il viso. n 

Cosi ti veggia in quella altera sede 
Serrare & disserrare il jiaradiso , 
E i IJe ti basen tutti il sacro pede, 14 

SONETTO CLXIV. 



In qual parte del mondo e , lasso ! , hor quella , 
Ch'ai partir mi lasciò più fiamme accese ? 
Che , poi eh' a l' occidente impio discese , 
Non oso dimandar di lei novella. 

Di lei, che'n Napol non minor procella 
Che nel mio cor, lasciò. Ai, bel paese. 
Dece anni hor son, & con lor giunto un mese, 
Ch'a me, né a te non false amica stella! 

Ma come Amor non ha vergogna scorno, 
Quando, pur lusingando, ei mi suol dire. 
Ch'io spere anchor felice & chiaro giorno; 

So che m' inganna, & pur mi piace udire 



VTntrod — 7-S. In Ispagna. ' Dove 
la luna, tramontando, pare che 
cada nell'orizzonte '. Intende quin- 
di anche della sua Luna , venula 
o tramontata in Ispa,?na — 7. (ST) 
Luna. — occidua, latin . ' in tra- 
monto '. — 8. In (ST) manca Tin- 
terroffativo; invoco c'è ai vs. 11, di 
doveì'ho tolto.— n. declina il v., 
latin., ' torce ecc. '; cioè: se è an- 
cora altera. — 12-14- Gli auguia il 
pontificato: cfr. sonn. CLIX.-CLX, 
vv. 12-14. — '3- Diinte, Inf. xxvii, 
103: cfr. son.'CLX, 13 e n.— 14. 
basen, ' bacino ': dal vernac. na- 
pol. vaseno. 
Son. CLXIV. — Fu scritto il 10 



novembre 1502: v. la n. ai vv. 
y.g.— ,. Petrarca, I. cvui, i : a In 
qnal pai-te del ciel...^).— 3. pro- 
cella. CtV. Petrarca, II, e. viu , 
69: « Pon mento in chs terribile 
procella V mi ritrovo ». — 7-8. Ai, 
bel paese ecc. Cfr. Petrarca, lì, 
X, 14: « Oh che bel morir era og- 
gi è terz' anno! ». — 7. Poiché la 
Luna parli ai io ottobre 1491 , 
dieci anni, i)iti un mese dopo, cor- 
rispondono al IO novembre 1302. — 
8. false, latin., ' risplendette'. — 
12-14. Cfr. Ovidio. Epìxt. xni, 108: 
« Dum careo veris, gaudia falsa 
iuvant ». 



206 RIME 

Il falso più, ch'accenne il suo ritorno, 

Che '1 vero, end' io piìi pianga & più sospire ! 14 

SONETTO CLXV. 

Hespero, ne l'Hispano & ne l'Ausonio 
Cielo fulgente , al vespro & al mattino, 
Gloria del nome d'Avelo & d'Aquino , 
D' Olj^mpo in terra & fede & testimonio ; 4 

Per te si cangia ogni ampio patrimonio, 
Margarita del ciel, regno divino; 
Per te, Sol di vertù, scorta & camino, 
Che guida al glorioso antro Heliconio. 8 

Sidereo volto, in cui flagra il ])ìh vivo 
Lume, che false mai ne gli elementi, 
Di beltà sempiterna argenteo rivo; u 

Non solo agli occhi spargi i rai lucenti. 
Ma fulgi anchor nel viso intellettivo 
Di tai , che non ti fur giamai presenti. 14 

SONETTO CLXVI. 

Summontio mio , dal summo Aonio monte 
Sceso tra noi con gli occhi sì j^ossenti, 
Che 2)U0Ì tenerli al sol fermi & intenti, 
Quando più sparge i rai su 1' horizzonte. 4 

Felice te, si satio al sacro fonte, 



SoN. CLXV. — A Costanza d' A- j e della sera. — 3. V. la n. alla 

valos; e su di lei v. la n. al son. I caiiz XIII, 14, n. — 4. ' Per te o- 

CX ecc. — 1-2. Cfr. Virg-ilio, ^rt. | giii gran tesoro si trasforma ' ? — 

vili, 589-3,91 : « Qnalis ul)i Oceani j 6. Margarita d. e. E cosi nel son. 

perfusns Lncifer mula, Quem Ve- CXII, 6; da Dante (v. la n. ivi). — 

mis ante alios astrorum dilieit i- ] S. ' Che sei inspiratricè dei poe- 

gnis, Extulit OS sacrum caelo le- \ ti '. — 9. flagra, latin , ' arde \ 



nel)rasque resolvit ». — i. ' Splen 
dorè delia Spagna e dell' Italia ': 
i D'Avalos erano d'origine spa^ 
gnuola (v. la n. alla canz. XIX, 8) 



viso, latin., ' vista '. — 14. ' Di 
chi non ti ha mai veduta '. 

So>i. CLXVI. — A Pietro Snm- 
monte: su di lui v. V Introd. — 



— 2. Espero è stella del mattino i 3-4. Cfr. canz. XVIII , 38-40. — 



RIME 

Che senza guidardon sol ti contenti 
Volando andar per bocche de le genti , 
Et de myrti & corymbi ornar la fronte. 

Se'n l'amicitia sei vero cultore 
Molto più di vertù, che di fortuna, 
Il so, che ti conosco & dentro & fuore. 

Col ricco ingegno tuo vertù s' aduna , 
Et mostra di costumi il bel candore: 
Kara felicità sotto la luna! 



207 



«4 



SONETTO CLXVII. 



Summontio, in dubbio sono, ove nascesti: 
Nel colle irriguo del Pi'erio fonte , 
ver nel summo, iusuperabil monte, 
Nel qual vertù diffunde i rai celesti. 

Veggio arguraenti chiari & manifesti 
Per l'una & l'altra parte, & ragion pronte, 
Veggio di lauro cinta la tua fronte , 
Veggio i costumi candidi & houesti. 

Ma chi r alma vertù divider vuole 
Da la nostra imraortal Musa, divina. 
La luce anchor può separar dal sole. 

Phebo non suole ajDrir l'aurea cortina, 
Se non a cui vertute honora & cole : 
Vertù, senza la qual non è dottrina. 



>4 



7. Virgilio, Georq. iii, 7: «...victor- 
que virmu volitare per ora »; e 
Sannazaro, Are. p. 92: « Per boc- 
che de' pastor volando andrai »: 
V. anche canz. VII, 33-34 e n. — 8. 
Cfr. Virgilio, EcL vii, 25: « Pasto- 
res hedera crescenteni ornata poe- 
tam ».— corymbi, lat , ' edera ': v. 
canz. VI, 200. — g-io. Cfr. Dante, 
Inf. 11 , 61 : « L' amico mio e non 
della ventura». — 9-11. Nel luglio 
del 1515 il Sumraonte scriveva al 
Coioccidi « essere vixuto vinti imo 
anni... conitmctamente » col Ga- 
reih: V. Vlntrod,— 14. sotto la 



luna. Cfr. Petrarca, I, CLXxiv, 13; 

S. VII, 17; I[, e. VII, 99. 

SoN. CLXVII. — Anche al Sum- 
monte. — i -4. ' Non so dire se tu 
sei nato piti per esser poeta, che 
uomo virtuoso '.— 2. irriguo, la- 
tin., ' irrigato '. — Pierio fonte: 
il Permesso, che nasce dall'Eli- 
cona. — 12-13. 'Apollo fa poeti 
solo i virtuosi'. — 12. l'aurea 
cortina, che chiudea il tripode di 
Apollo, in Delfo. — 13. Petrarca , 
II, LUI, lo-ii: « Tal che pien di 
diiol sempre al loco torno Che 
per te consecrato onoro e cola », 



208 



RIME 



SONETTO CLXYIII. 

Per naturale iustinto, io, Lelio mio, 
Soglio cantar di buoni i fatti egregi, 
Et han le Muse mie tai privilegi , 
Che gli vetan passar 1' onde d' oblio. 

Dal gentil sangue, onde '1 tuo nome uscio, 
Né da vertù sperar più ricchi pregi, 
Che di lode & d'honor: passaro i Regi, 
Che satisfero in tutto al bel desio. 

Per me non posso io darti hor magior dono , 
Che '1 nome antiquo tuo, nome di fede, 
E i fatti fare eterni in dolce sono. 

De strenuo, alto valor, sei solo herede 
Di quel gentil Loisio; ond' io ti dono 
Quel ben, per che ai miglior la vita riede. 



SoN. CLXVIII, — Ebbe presente 
Orazio, Od. IV, vm. — i. Lelio 
mio. É certamente quel Lelio Gen- 
tile di Capua , figlio di Luigi (v. 
la n. al vs. 13), nominato spesso 
nei docum. dell'Arch.; perché nei 
vv. 5 e 13 si ripete la parola (jen- 
tile, con evidente allnsione al co- 
gnome di famiglia. Egli è ricor- 
dato sin dal febbraio 14S6 come 
«galoppo (ielo Illustrissiui') signor 
duca de Calabria » , con la paga 
di sei ducati {Ced. di tes. voli. 1 17, 
f. 63; 118, ff. 363 e 394.); neir '89 
e nel '90 è « homo d'arme » del 
duca {Ced. di tesar, voi. 138 ft'. 57 
e 80); nel '92 era forse al servizio 
del principe di Capua {Ced. di te- 
sor, voi. 145, f 68 V e 159 v). — 
3-4. Orazio, l. e, 28-29: « Diguum 
laude virum Musa vetat mori : 
Caelo Musa beat ». — 7. i Regi, 
dai quali il Gentile aveva avuti ui- 
ficii e dignità. — 8. al bel desio, 
di lode e di honore (vs. 7). — 9- 
II. Imita Orazio, /. e, 1-3,9, 11- 
12: (( Donarem pateras grataque 
commodus, Censorine, meis aera 
sodalibus, Donarem tripodas,... Sed 



non haec mihi vis... carmina pos- 
suinus Donare et pretium dicere 
muneris ». — io. Allude al celebre 
dialogo di Cicerone: Laelius sive 
D'i Amicitia , in cui C. Lelio, il 
giovine, l'amico di Scipione Affri- 
cano, fa l'elogio di questa virtù. — 
13. Di q. gentil Loisio. Fu tra i 
migliori capitani di Alfonso, duca 
di Calabria, nelle guerre di To- 
scana e di Ot-ranto , e in quella 
della seconda congiura dei Baroni: 
l'Albino lo nomina continuamente 
(De bel hetr., pp. 14, 23, 24; De 
bel.hydr,, p 45; De bel. int., p. 
1 18) ; e cosi il Leostello, pp. 14, 21, 
85, 86, 103. Nei docum. d'Arch. è 
ricordato come « homo d'arme », 
insieme « a Lelio suo figliolo » 
{Ced. di tesar. , voi. 117, f 30). 
ìs^el maggio e giugno '86 fu col 
duca in campo « presso Montefu- 
sc'olì » e « contro Sansoverino » 
{Ced. di tesor. voi. iiS, ft'. 1566 
161); e neir '89 era « capo de 
squatra et cortesano del Signor 
Re »; e così anche nel 1492 ( Ced. 
di tesar., voi. 138, ft". 65 e So v; 
e voi. 143, ir. 6S e 159 v). — i3-i4- 



RIME 



209 



SONETTO CLXIX. 

Carbone , in cui scintillan bragie accese 
Di puro foco di vertute ixrdotite; 
Carbuncol, quasi un sol, per sé fulgente, 
Ch'irradia il sacro, Aonio, almo paese; 

Carbon, che'l jrran Frometheo in cielo accese 
Per bencGtio de 1' humana gente; 
Carbone in man del fabro ignipotente, 
Onde '1 mondo ignorante ogni arte apprese; 

Hieronymo , tu vedi in quanto affanno 
Le Sirene, temendo il Cymbrio Marte, 
Per antri oscuri & freddi ascose vanno! 

Fagli de la tua fiamma alcuna parte: 
Onde tal luce inscme & caldo liavranno, 
Ch' eterna per te lia lor nobil arte. 

SONETTO CLXX. 
Paulo, pien di valor, solo ornamento 



Da Orazio, /. e, 13-13: « Non in- 
cisa nolis maimora publicis, Pe?' 
qnae spiritus et vita t^edit bonis 
Post niortem ducibns ». 

SoN. CLXIX. — A Girolamo (vs. 
9) Carbone (vv. i sgg.) , patrizio 
napoletano, signor di Padulo, pres- 
so Benevento , e accademico pon- 
taniano: v. su di lui Vlntiod. — 3. 
Carbuncol, iat., ' rnbino '.—E uso 
ed abuso dei 11. di derivare dai co- 
gnomi le qualità delle persone da 
lui lodate: v. son. CXI, i,n. e Vln- 
trod. — per sé. (ST) })erse. — 4. Il 
Parnaso. — 3-0. l'Esiodo, Teoo. 582 
sgg. — 9-1 1. Allude forse al tnnore 
prodotto in Napoli, quando, nei pri- 
mi di giugno did 1 501, si seppe che 
Luigi XII u deliberai «li venire a la 
conquista di questo Riatne d (Pas- 
saro, p. 135I — IO. Le Sirene,' Na- 
poli ', — li Cymbrio Marte , 1" e- 



sercilo del re di Francia , in cui 
v'erano Alemanni: v. ìi. al son. 
CLUl, 2. — 14. 1. n. arte: il canto. 
Son. CLXX. — A Paolo Cara- 
tino (vv. 1-2). Figlio di Marino e 
di Violanta Vassallo (1435) ì "^' 
1470 baialo della città di Napoli 
e primario; nel 1.^84 già l'egio 
scrivano e fumigliai'e, è nomina- 
to da Ferrante I giudice a vita 
presso il capitano della terra del- 
la Montagna e Civita Ducale « cuin 
potestate substitueudi» {Priv. del- 
ia Somm , voi. 21, fl". 44-43 v). Nel 
14SÓ lo troviamo ricordalo come 
« della canceliaria del Signor P>.e », 
ove scriveva. « le cose pecuniarie 
della Corte » (Ced. di tesar, voi. 
119, f. 390). Ner9i, come «scri- 
vano sta appresso misser Julio » - 
il De Scorciatis , allora luogote- 
nente del Gran Camerlengo,- (GVd. 



27 



210 



RIME 



De l'inclyta familia Cafatina , 

D' integrità , di fede & di doctrina 

Lucido specchio , exempio , anzi incremento ; 

Quanto dicesti il ver, ch'egli è argumento, 
C'hor contra Napol vien l'ira divina! 
L'iniqua divisiou già la roina, 
Et l'aite torri adegua al fundamento. 

Chiara città, d'heroi casa oportuna, 
Hor di barbaro volgo oscura stanza, 
Tanto , più che vertù , può la fortuna. 

Di te fuggon i buon già jier usanza ; 
Che fiorir non vi può vertute alcuna, 
Dove de libertà non è speranza. 



«4 



SONETTO CLXXI. 



La rota di colei, che, quanto vuole, 



di tesor., voi. 142, f. 212); nel '92 
è « rationaie » della Camera della 
Sommaria (Ced. di tesor. voi. 146, 
f. 275 v; e 147. f. 453 V); nel '93 
è credenziere pel seggio di Por- 
tanova (Curie della Sommaria, voi. 
25 , r. 29) , - e cosi nel 1507-1508 
{Comune della Somm., voi. 47, f. 
117 v); - e nel '97, come nel 1513, 
è maestro razionale e uHiciale del 
sale anche per l'ortanova ( Cu- 
rie, voi. cit., r. 81 e Comune del- 
la Somm. voi. 55 ). Da una cro- 
naca anonima (Raccolta del Per- 
ger, voi. I, p. 206) si sa che egli 
fu ucciso, molto vecchio, nelle sue 
case, vicino a San Lorenzo, la not- 
te del 9 decembre 1533, e con lui 
« la sua amica & un suo tìglio 
bastardo nomato Luise», da nove 
ladri « ammascaraii ». E seppel- 
lito insieme al fratello Giovanni 
nella chiesa di S. Pietro Martire 
(v. D' Engenio . A'op. sacra , p. 
461). Il Alinieri -Riccio Jo fa an- 
che pontaniano, Biogv„ n. 19. — 
2. jnclyta , latin. , ' illustre ': in- 
fatti i Cafatini son ricordati sin 



dal sec. xni (Borrelli, Apparai., 
voi. I, pp. 788, 899). — 7. L' ini- 
qua divisiion. Pare che accenni a 
qaella fattasi del regno di Napoli 
tra Luigi XII e Ferdinando il Cat- 
tolico col trattato di Granata (ii 
novembre 1500): v. Cipolla, Sfo?'. 
p. 776. — 9. oportuna, latin., ' a- 
datta '. — 10. Cfr. Virgilio, i?'^-/. 1, 
70-71 : (( Inipius haec tam eulta 
novalia miles habebit, Barbai-xis 
h;is segetes ». 

SoN. CLXXL— Anche a Paolo 
Cafatino, pare. — 1-8. Ebbe pre- 
sente il brano sulla Fortuna di 
Dante, Inf. vn, 73 sgg. : « Colui, 
lo cui saver tutto trascende. Fece 
li cieli , e die lor chi conduce... 
Similmente agli splendor" mondani 
Ordinò general ministra e duce , 
Che permutasse a tempo li ben' 
vani Di gente in gente , e d' uno 
in altro sangue. Oltre la difension 
de' senni umani. Perché una gente 
impera e l'altra iangue...». — i. 
Dante, Inf. xv, 95-96: « Però giri 
fortuna la sua ruota , Come le 
piace »; e ib. vu , 91 : « Quest' ò 



RIME 



21 I 



Puote , che '1 Re del ciel t,'lilo consente , 
Si volve altrove a volte tarde & lente , 
Qui par che corra in fretta, anzi che vola. 

Vedi r alte magion deserte & sole , 
U' poc'anzi ondeggiava un mar di gente, 
Et poi di multitudine frequente 
L' humil casa, che più sola esser suole. 

Tu mi vidisti in sommo magistrato 
Presso un gran Re, del qual l'intimo petto 
Aprii & serrai, per mia benegna sorte. 

Morìo quel Re, ond'io, cangiando stato, 
Solo rimasi, &, vivo a mio dispetto. 
Piango, no' i danni miei, ma la sua morte. 



•4 



SONETTO CLXXII. 



Seconda patria mia, dolce Sirena , 
Parthenope gentil, casta cittade, 
Nido di leggiadria & nobiltade, 
D'ogni vertute & di delicie piena; 



colei eh' è tanto posta in cro- 
ce ». — 1-3. Dante, Inf. ni, 95-96 
e V, 23-24: <( Vuoisi così colà, ilove 
si puote Ciò che si vvole ». — 2. 
Petrarca, li, lxxxv, 6: « Re del 
cielo, invisibile, immortale ». — 
3. Dante, Inf. vn , 96: « Volve 
sua spera , e beata si gode ». — 
volte, sost., ' giri \ — 4. Cfr. Dante, 
/. e, 89: u Necessità la fa esser 
veloce ». — 5-6. ClV. Geremia, La- 
ment., i, i: « Quouioilo sedit so- 
la civitas quae repleta fuit po- 
pulis? ». — ó. U' (lat. t<6j), 'ove': 
V. l'efrarca, Tr. Ili, i, 82.- 9-1 1. Il 
Garelli In pruno sejrretario di Fer- 
rante li, durante tutto il suo regno 
(1495-149Ò) : V. Inti-od. — 10-11. 
Come Dante del celebre segreta- 
rio di Federigo II (/"/". xm , 58- 
61): «Io son colui che tenui am- 
bo le chiavi Del cor di Federico, 
e che le volsi serrando e disser- 
rando si soavi , Che dal segreto 



suo quasi ogni uom tolsi ». — 12. 
Ferrante U mori ai 7 ottobre del 
1496. — 12. Petrarca, I, xcu, 13: 
« Ch' \ piango l'altrui noia e no' 
' l mio danno ». 

Son. CLXXII. — Lasciando Na- 
poli per andare a Roma, come si 
rileva dal son.CLXXVlI, composto 
in quella città. Scritto, forse, dopo 
che il D'Aubiguy con i Francesi di 
Luigi XII entrò m Napoli, il 4 ago- 
sto 1301 (Passaro. p. 127); e, quin- 
di, dopo la purtenza di don Federi- 
go e del Sannazaro, perché i celebri 
versi {Epigr. Ili, ix, e son. lxvii), 
dettati da quest'ultimo in quell'oc- 
casione , mi pare che fossero già 
noti al n , quando scriveva questo 
son. — t. Seconda patria mia : 
Napoli; la prima, Barcellona, — 
1-2. Sannazaro, Epigr., Le, i: 
(( Parthenope niihi eulta vale, 
blandissima Siren ». — 3. Sanna- 
zaro, son. cit., 9: « Dolce., antico 



RIME 



Con tal dolor ti lascio <^'-. con tal pena, 
Qnal , lasso! , io mai soffersi in nulla etade. 
A dio, amici! , a dio, dolci contrade!: 
Hor qui ragion le lagrime non frena. 

Vivete voi felici, a cui finita 
È già la sua fortuna; io son chiamato, 
D'un fato in altro, in faticosa vita. 

Mai nullo mal mi venne inopinato : 
Dal giorno, che lasciai la patria avita, 
Io fili da fati iniqui exercitato! 



14 



SONETTO CLXXIII. 



Da l'andito a la mente un dolce rivo 
Sento fluir di jiuro, aureo liquore 
Di tua vertù , beltà, pregio, & valore, 
Cli' empie d'ambrosia il gusto intellettivo. 

Felice, anzi beato, il padre, & divo. 
Per te più degno de divino honore , 
Ma più felice quel, che 'n casto amore 
Ti dèe fruir , che Ila perpetuo vivo. 

ila tu sovra mortai sorte felice, 
Che feliciti altrui coi guardi honesti, 
di felicità sola radice! 

Felice te, eh' inserae congiungesti 



diletto, e patrio vido ». — 5. San- 
nazaro, son. cit., 13-14: « Col mio 
(iopi)io sostegno finiuto, e fi lo Ti 
lascio». — 7. Sannazaro, Epigr.., 
l. e , 2-3 : « Atque liorti valeant... 
Mergellina vale ». — 8. Sannaza- 
ro, son. cit., 12: « Ma l'alma 
eh' a gran forza affreno, e Ghin- 
do ». — 10-11. CCr. Sannazaro, 
son. cit.. lo-i I : « Dunqne era pur 
nfii fatn acerlio. e crudo Cii' io non 
gitl:is.'-'i in te r ultimo strido». — 
12. inopinato, latin., ' imprevf- 
duto '. — 13. la patria, Barcello- 
na. — avita, latin , ' ilei suoi an- 
tenati'.— 13-14. CIV. Petrarca, HI, 



e. vni, S2-S4: a Da poi eli' i' na- 
cqui in su la riva d' Arno , Cer- 
cando or questa ed or quell'altra 
pait'^. Non è stata. mia vita altro 
cli'affanno ». — 14. exercitato, la- 
tin., ' travagliato '. 

SoN. CLXXHI. — Ad una gen- 
tildonna, pare (cfr. vv. 7-S), di co- 
gnome Felice. — 5-1 3- Imita quello 
che dice Dante dei genitori di san 
Domenico (^Parad. xii , 79-81 ): 
(( jìndre suo veramente Felicel 
madre sua veramente Giovan- 
na , Se interpretrata vai come si 
dice! » Per questi giuochi del ». 



UUIF. 



2 1-? 



Verta, gratili, bellezza: o gran Felice, 
Fede tra noi ili bei volti celesti! 



>4 



SONETTO CLXXIV. 



Dove si leva il solo, ove declina, 
Con cento ale, cento occhi & lingue cento, 
Vola, vede, ragiona, & prende auginento 
La fama de la tua vertù divina. 

TIonor de l'alta Cxallia cisalpina, 
De trVoniphi Feltreschi alto incremento, 
Do le formo del ciel vero argnraento , 
Duchessa, alma Ysabella, anzi Regina. 

Io vo' cantare il tuo sidereo viso; 
Che , s' io no' '1 vidi , poi che '1 caldo o '1 gelo 
Provai, di lui mi sono altrove aviso : 



su i nomi ed i cognomi, v. sempiv 
il son. CXI, I a n., ecc. ecc. 

jov. CLXXIV. — In lode .li I- 
sabella, o Elisabetta. Gonzaga, la 
celebre duchessa d'Urbino: v. vs. 
So la n. relativa. — 2-4. Imita la 
descrizione viririliana della Fama 
[jEn. IV, 17^-178, 180-1S4): «Fa- 
ma, mahim q\ia non aliud velocius 
ullum: Mubilitate viget, viresque 
adquirit eundo. Parva metu primo, 
mox sese attollit in anras Ingredi- 
turque solo et caput inter nubila 
condit. Illarn Terra pai-ens... l'ro- 
genuit pedibus celerom et perni- 
cibus alis , Munstrum hoirondum 
ingens, ctii quot sunt c.or\)OVf pli'- 
mae Tot vigiles ocvìi supter (mi- 
rabile dictu) , Tot Ihirjìiae , toti- 
dem ora sonant, tot suhrigit au- 
ris. Nocte i-nIaC...^). — Fa. Gallia 
cisalpina, l'Italia superiore: che 
la (htchessa era di casa Gonzaga, 
mantovana. — ó. De triomphi Fel- 
treschi a. incremento : porcini 
moglie di Guidnbaldo I di Mou- 
tet'eltro. — 8. V. Cant. per la mor- 
te d'Inico d'Avalos, in cui questo 
vs. si trova quasi ripetiitiì. — Ysa- 
bella Gonzaga, figlia di Federigo 



e di Margherita di Baviera, spo3(^ 
Guidnbaldo primogenito di B>de- 
rico , duca di Urbino , nel 1489. 
Fu donna coltissima, ispiratrice 
del Castiglione, che forse l'amò, 
e che scrisse per lei la celebre 
egloga il l'irsi, ed il carme De 
ElisabeAla Gonzaga canente {Poe- 
sie, Roma, MDCCLx, pp. 7 sgg. , 
134 sgg.); e del Beml>o , il quale 
lodò moltissimo lei ed il marito 
nella epistola De Guido Ubaldo 
Feretrin deque El'ixabetha Gon- 
zaqia Urhini dTcibv.f! (^Opere , 
voi. IV, pp. 299-301): V. Luzio- 
Renier , Gara di viaggi fra dite 
rei. dama del i-inascim., pp. 4-3. 
Mori nel gennaio del 1526. V. le 
note del Serassi alle Poesie del 
Castiglione, pp. 97-99, 119 Ad 
essa furon cledicate le CoUettanee 
per la morte di Serafino Aquilano, 
protetto molto da lei. — 10- 11. Pe- 
trarca. I, XLix, 12-14: «... né la pò- 
tea ùw poi Che fu tlisceso ■iijirovar 
caldo e gelo, E del mortai sen- 
tirò» gli occhi suoi I). — 11. Secon- 
do la dottrina platonica, le anime 
vivono una vita anteriore alla ter- 
rena nelle sUile; e possono ricof- 



214 



KIME 



Quest'anima, da dio creata in cielo, 
Rimembra haverti vista in paradiso , 
Prima ch'entrasse nel corporeo velo. 



«4 



SONETTO CLXXV. 



È questa, o Faccio mio, quella Sabina 
Selva, dove con suoi versi sonori 
Di Lalage cantava i dolci amori 
Quell'anima preclara, anzi divina? 

Sonvi reliquie anclior d'acqua vicina? 
E '1 picciol campo tra campi magiori ?: 
Vivon sol de gl'ingegni i chiari honori, 
Il tempo ogni altra cosa al fin roina. 

Tu , Piero mio , quei luoghi almi & beati 
In mio nome saluta, anzi gli adora. 
Che son dal vostro choro hor rinovati. 

Diraigli : — reservate a miglior bora , 



dare, venute in terra, quello che 
han veduto; come il n. spiega nei 
vv. segg. : V. canz VI , 26-30 e n. — 
14. corporeo velo. Anche il Pe- 
trarca, I. r. xvii, 1 17. 

SoN. CLXXV. — Tit.: "A Piero 
de' Pazzi, fratello (IeirArciv|esco- 
v|o di Firenze : Cosimo Pazzi " 
(Salv). Non è 1' amico e il disce- 
polo di Marsilio Ficino (v. Bandini, 
Spec. lìter. flo>: 11, p. 73, Negri, 
Sctntt. fio'r., p. 467; ecc. eco ), ma il 
poeta latino della corte di Leone X 
iodato dall'Arsilli (De -pnpt. Urh., 
Ad. 2og--2 15). l'are scritto in Roma: 
dopo, il 4 agosto ic,oi. quando forse 
il Gai-eth parti da Najioli. — Sulla 
villa eh' ebbe Orazio , presso Ti- 
voli , nella Sabina. — i. Questa. 
(ST) qxiessa. — 1-3. .accenna ad 
Orazio. Od. I, xxii, o-n: » Nnm- 
q\ie me sih-u...m Sabina, Dum 
moam carità Lalagen et ultra 
Terminum curis vagor expeditis». 
— 5-15. Accenna ad Orazio , Od, 



ITI, XVI, 29-32: « Purae rivns a- 
quae silvaque iugerum Paucorum 
et segetis certa fìdes meae Fnl- 
gentem imperio fertilis Afiicae 
Fallii sorte beatior )>.— 7-8. Pro- 
perzio , IV, I, 61-64: « Aut illis 
fiamma aut imber subducet ho- 
nores, Annorum aut ictu pondera 
vieta ruent. At non ingenio quae- 
sitnm nomen ab aevo Excidet: 
ingenio stai sine morte decus »; 
e cfr. Ovidio . Amor. , I , xv , 9 
sgg.: « Vivet Maeonides, Tenedos 
dum stabit et Ide... Vivet et A- 
scraeus, dum mustis uva tumebit 
etc. etc. ». — II. Col x-ostro choro, 
e col bel ceto del vs. 14, indica 
gli accademici romani o coloziani, 
perché il Colocci, dopo la morte 
di Pomponio Leto, li riuniva in 
casa sua. Fra essi v'era anche un 
Pazzi , ma di nome Giulio (Lan- 
cellottì, Poesie di in. A. Colocci, 
p. 19). — 12. Cfr. Virgilio, ^n. i, 
207; «...et vosraet rebus servate 



lilMb; 



Dolci acque, ombrose solve, ameni prati, 
Hor di Poete un bel ceto vi honora! — 



215 



H 



SONETTO CLXXVI. 



Dove mezzo hor son io, sacre Sirene , 
Con voi, volesse il ciel ! , vi fussi intero, 
Et udissi il cantar del mio Syncero 
Nel Mergillino suo, dolce Hyppocrene ! 

Se lice comparar cose terrene 
A le divine , io rivedervi spero 
Col cor tranquillo & fuor d'atro pensiero, 
Qual revide Platon le docte Athene. 

Essendo di colui vertute il fine , 
D' apparati di Ke Syracusani 
Scampò, qual bianco agnel d'horrcnde spine. 

Lui non seppe admirar quei bombi inani ; 
Vinse ciascun ne l'opre sue divine, 
Non me , nel dispregiare i casi huraani ! 



«4 



SONETTO CLXXVII. 



Tra notte & dì mai jiassa bora nessuna, 



secuntlis». — u- ceto, latin , ' riu- 
' nioiie '. 

Son. CLXXVI.— Scritto da Ro- 
ma prima del 9 novembre 1504, 
qviMndo il Sannazaro,-(l"i ricordato 
nel vs. 3 (Syjicero!, -morto don Fe- 
derigo, era già ritornato a Napoli. 
— I . mezzo. Orazio, Od. I, iii, 8: «... 
animae dhnidii(ìn meae ». — 1-2. 
Petrarca, I, Lxxvii , 1-2: « Qui 
dove ìtiezzo son. Sennuccio mio, 
Cosi ci foss' io intero, e voi con- 
tento. — 4. Mergellino , la villa 
del Sannazaro , posta alle radici 
della collina di Posillipo, dono di 
don Federigo (1497), e cantata dal 
poeta neW'Epigram. I. 11: Ad vil- 
lam Mergillinam (Cris[)0 , Vita 
del Sannazaro, p. sii). — Hyppo- 



crene: il fonte sacro alle Mnse , 
presso r Elicona. — 5. Virgilio , 
Georg, iv, 176: « Non aliter , si 
parva lìcet componere magnis » ; 
e cfr. Ed. i, 24 e Oviilio, Metarn. 
V, 41Ó-417. — 8. É noto che Pla- 
tonr> luggi disgustato dalla corte 
di Dionigi il giovine, dove era stato 
invitato per riformare lo stato, ri- 
tornandosene in patria. — le dotte 
Athene, alla latina: « doctas... A- 
thenas (Properzio, I, vi, 13, V, 
XXI, 1).— IO. apparati, lat., 'appa- 
l'ctxlii sontuosi '. — 12. bombi, lat., 
' rimbombi ': pure nel Tasso, Ger. 
Lib., xviii,84. — 14. Il n. scrisse an- 
che un Cantico... de dispregio del 
inondo: più in seguito pubblicato. 
SoN. CLXXVII.— Scritto in Ro- 



1 6 RIME 

Ch'Amor non mi i-agione entro la mente: 
— Perché non parti hor, misero, dolente, 
Che Sjjagna rende a Najjol la sua Luna ? 

Anchor Eoma ti tien? Forse fortuna 
Di me triompha ?; o son le fiamme spente? — 
Io dico: — Amor soave, inmantinente 
Mi partirò, né fo difesa alcuna. 

Ma già mi vien di quel disdegno horrore, 
Che soleva offuscar la gran beltade , 
Che non conobbe il mio pudico amore. ^— 

Eesponde : — Non temer più crudeltade , 
Chi dubitò del giovenile ardore , 
Hor darà fede a la matura ctade. — 

SONETTO CLXXVIII. 

Solea quella gentil liomulea gente 
Di querna fronde ornare il chiaro ciglio 
De cui suoi cittadin d' un gran periglio 
Servava, in premio di vertute ardente. 

Ma tu, eh' un Ee, de gli altri il più excellcnte , 
Ne i Brutii campi, in quel fero bisbiglio, 
Sustinendo il furor de l' impio giglio, 
Servasti, col viril braccio, possente; 

Qiial oro, o lauro havrai, quai surami honori, 
Marchese , che ragion non gli repùte 



H 



ma (cfr. vs. 5). — 4- (^T; h'-- 
na. — 13. del. (ST) dal, uuii corr. 
in ER. 

Son. CLXXVIII. — Confrontan- 
do questo son. coi vv. 61-84 del 
cani. VI della Pascha, si vede che 
esso è diretto a Giainincenzo Ca- 
rafa, marchese (vs. io) di Monte- 



contro i Francesi, - probabilmente 
quella di Seminara, - non è ricor- 
dato né dagli storici (Giovio, Guic- 
ciardini ecc.), né dai cronisti (Pas- 
saro, Sanuto, Notar Giiicomo), né 
dai genealogisti della liimiglia Ca- 
rata (Di Costanzo, De Lellis, Al- 
dimari ecc.): v. anche nelle nìi. al 



sarchio, tiglio di Carlo, conte di ! cant. cit. della P«òc/ia, alcune no 



Airola , e di Eleonora della Leo- 
nessa. Ma il fatto, cui qui si accen- 
na nei vv. 5-8, clie, cioè, il Carata 
salvasse Ferrandino in una batta- 
glia avvenuta in Calabria (vs. 6) 



tizie sulla vita d<'l marchese di 
Montesarchio. — 2. querna, latin., 
' di quercia '.— 3. De cui : ' di colui 
che \ — 6. Brulli e. , latin. , ' ca- 
labresi '. — 7. giglio: arme di 



RIME 



Del grnn raerito tuo molto minori? 

Servasti un Ke, di tutti una salute; 
Onde le Muse i loro ampii thesori 
Ti dan di gloria, a l' immortai vertute. 



217 



14 



SONETTO CLXXIX. 

Colotio, di vertù vero cultore, 
Degno del nome angelico & divino , 
Ciascun couven che corra a quel destino, 
Che gli diede del ciel l'almo rettore. 

Tu de r Attico fonte il bel liquore 
Bevi, con l'oro Etrusco & col Latino: 
Io, non pentito mai del mio camino, 
Con vela & remi vo seguendo Amore. 

Quand'io te vidi in Eoma, & la tua lira 
Udii, conobbi il dolce & alto ingegno, 
Che solo ad immortale honore aspira. 

D'allhor ti vidi affabile & beueijno: 



Carlo Vili. — II. Del. (ST) Dai, 
non corr. in ER. — 12. Servasti, 
latin. , ' salvasti '. — una salute , 
' unica salvezza ', alla latina: « li- 
na salus...y> fVirtrilio. JEn. n, 354). 
SoN. CLXXIX. — Ad Angelo 
Colocci , die il Garelh aveva co- 
nosciuto a Roma (vs. 9) — Fu 
pubblicato anche dall'Allacci, co- 
me inedito, innanzi ai suoi Poeti 
antichi (Napoli, D"Alecci, 1661, 
p. 62) con queste parole: « Molti 
scrissero varij encomii del Co- 
locci, io mi contenterò di regi- 
strare qua un Sonetto solo del 
Charitei , il quale credo che non 
sia stampato ». — Non offre nes- 
suna varietà dalla (ST). — i. Co- 
lotio. Nacque a Iesi (1467) , studiò 
a Roma; dal 14S6 al 149 1 stette a 
Napoli, ma dal 98 in poi sempre 
in Roma. Fu abbreviatore delle 
lettere apostoliche (fin dal 1497) 
e segretario di Leone X e di Cle- 
mente VII ; poi vescovo di Nocera 



umbra (1537); celebrato sempre 
come il Mecenate dei Letterati, 
dottissimo egli stesso Riunì in sua 
casa -al Quirinale e negli Oì-ti co- 
loziani, - gli accademici romani , 
dopo la morte di Pomponio Leto. 
Onorò molto il Fontano ed i pon- 
taniani, fra cui è stato ancor lui 
annoverato. V. Lancel lotti, Op. cit., 
p. 1 1 ; Minieri-Riccio, Biogr., n. 38, 
e Vlntrod. — ' Degno del nome tuo: 
Angelo '. — 3-4. Cfr. Virgilio, Ed. 
II, 65: «... trahit sua quemque vo- 
luptas ». — 5-6. Il Colocci conobbe 
benissimo il greco ; scrisse poesie 
latine ed anche rime toscane, -e 
queste di poco valore ( v. Tira- 
boschi , Star., VII, p. i9S8)-le 
une e le altre pubblicate dal Lan- 
ceilotti {Op. cit.) e da altri prima 
di lui.— 8. [Prov. hit.:) « Velis 
remisqiie » (Salv). — Cfr. Petrar- 
ca , Ir. I, IV, 52-53: « Gianfrè 
Rudel , eh' usò la vela e 7 remo 
A cercar la sua morte ». 



2l8 



BIME 



Onde la Musa mia , cantando , admira 
Il tuo valor, d'eterna gloria degno. 



'4 



SONETTO CLXXX. 



Eeliquie de l'antiqua libertade, 
Honor de l'alta patria Valentina, 
Milano , pian d' ingegno & di dottrina, 
Di vertù militare & nobiltadc; 

L' amore, il desiderio & la pietade 
Del tuo fratello a lagrimar ti inclina; 
Ma tu con mente intera, anzi divina, 
Somraetti a la ragion la voluntade. 

Che, se quel cavalier, tanto lontano 



SoN. CLXXX. — A Baldassarre 
Milano (vs 3) , per la morte del 
fratello (vv. 5-6) — Fu scritto dopo 
il 1305. — I. libertade: il goveriìo 
degli Aragonesi. — 2. patria Va- 
lentina: la provincia di Valenza, 
in Ispagna, lionde venuti a Napoli 
con Auxia (v. »?. seg.) , i Mila o 
Milano furono ammessi nel seg- 
gio di Nido (vs. 4).— 3. Milano. 
Baldassarre, secondogenito di Au- 
xia e di Luisa d'Alagno , sorella 
della celebre Lucrezia, fu consi- 
gliere di don Federigo , e da lui 
mandato a governare le province 
di Capitanata e di Terra di Ba- 
ri , quando Francesi e Spagnuoli 
si disputavano la possessione del 
Regno. Fu dentro Taranto nel 
1501, prolungandone per parte sua 
l'assedio, che vi teneano gli Spa- 
gnuoli ; sempre a fianco del pri- 
mogenito di don Federigo , don 
Ferrante. Il quale per gratitudine, 
nominandolo suo « primo Came- 
riero de arme e primo Capitaneo 
de sva guardia», gli concesse il 
privilegio di poter inquartare nel 
suo scudo il leone di casa d'Ara- 
gona. Dopo la caduta dei suoi re, 
menò vita quasi privata: se iiou 



che agli 1 1 novembre del 1 508 
era « Sindico della Cita de Na- 
poli lo Magnifico et nobele Milite 
Messere Bald;ixarro Mila » (No- 
tar Giacomo, p. 313). Dalla mo- 
glie Maria, figlia di Galeazzo Ca- 
racciolo (v. canz. IX, i n.) , ebbe 
molti tigli. V. De Lellis, Descritt. 
della famiglia Milano , Napoli , 
Ferri, mdclxxxh, pp. 33 sgg.; E- 
xpillj, Della casa Milano, Pa- 
rigi, 1733, pp 73-90; / Borgia, 
Italia, 1820, pp. 62-77; e Minieri- 
Riccio, Biogr. pp. 138-139, che 
inserisce anche Baldassarre fra i 
pontanianì. Era morto nel 1516 
(Ced. di tcsor., 206 f. 23). — 5-6. 
Del tuo fratello. Giacomo , pri- 
mogenito di Auxia, servi, da Fer- 
rante I in poi, tutti i re aragone- 
si. Don Federigo in un diploma 
lo dice « alumno - cioè cresciuto 
insieme al re nella corte, - et con- 
siliario nostro dilectissimo » ; e 
Giacomo l'accompagnò poi anche 
nell'esilio. Mori poi in Ispagna 
(vv. 9-10), certamente dopo il 1505. 
V. De Lellis, Op. cit. pp. 38-41. — 
6. Dante, Inf. vi, 38-39: «... lo tuo 
affanno Mi pesa sì, ch'a lagrimar 
m'invita ». — 8. Dante, Inf. v, 39: 



RIME 219 

Dal bel nido, morio; per ogni parte 

Trovan i buon la via del paradiso. n 

Hor per verta nel ciel chiaro di Marte 
Triompha eternamente , e '1 fasto humano 
Dispregia , di là sii , con lieto viso. 14 

SONETTO CLXXXI. 



Di Berecynthia il ciel tanto fautore 
È stato, che di dei madre si dice; 
Ma più di voi non fu madre felice, 
Donna, di Ptholemei vivo splendore, 

Hor quel, di Carraffeschi insigne lionore, 
Fabricio, del bel frutto alma radice, 
Mira, & più gode in ciel , (se dirsi lice,) 
Del grande Antonio suo l'alto valore; 



« Che la ragion sommettono al 
liileiilo ».— 10. bel nido: Nnpoli. — 
12. nel ciel e. di Marte: perché 
era guerriero (v. Dante, Paracl., 
xviii, 28 sgg.).— 13. eternamente. 
(ST) eternameute. — 13-14. San- 
nazaro, Are p. 88: « Et le inuti- 
dane cure indi dispreggi ». 

SoN. CLXXXI— Ad AureliaTo- 
lomei , moglie di Fabrizio Cara- 
la — I. Berecynthia : Cihele, dal 
Berecinto, monte della Frisia. — 
1-3. Virgilio, yi''i. \\, 78.).-787 : 
« Felix prole virnm: qualis lie- 
rec.yniia tnater invehitur currn 
Phrygias turrita per urbes, Laeta 
dcurn partn, centuui coniple.xa ue- 
potes, Omiiis caelicolas, oinnis su- 
()er alla tenenlis »; e ix, 82: « 1- 
psa deion . , . genctrix lierecyn- 
tia ». — 4. di Ptholemei v. spi. 
Aurelia Tolomei, tiglia di Alfonso 
e di Maria del IJalzo, sposò Fa- 
brizio Carata, arrecando in dote le 
terre di Sant'Eiamo e Valenzano 
(De Lellis, Fam. nob. nap., voi. 
X, pp. 36 v-37); «.. & secondo ri- 
man fama di lei , si può merita- 
raeiUe annoverare fra le donne il- 



lustri de suoi tempi perciò che 
oltre l'onestà, la quale seppe ma- 
ravigliosamente guardare, l'u di si 
gran governo, che oltre luiver ac- 
cresciuto i beni a' figliuoli , con 
somma laude condusse à fine quel 
nobil palagio , che hoggi si vede 
de Duchi d'Andri »- presso la chie- 
sa de" santi Severino e Sossio, dei 
Padri Benedettini - ( Ammirato , 
Fa7n. nob. nap., P. 11, p. 150). 
La famiglia 'l'olomei era di ori- 
gine senese, venuta nel Pregno. — 
6. Fabricio Caral'a , ultimo figlio 
di Francesco e di Violante de" Con- 
ti, seconda moglie sua, fu coppiero 
di Ferrante, tìglio di Alfonso I, 
quand'era duca di Calabi-ia, gover- 
natore di Miizzara (145^), capita- 
no e castellano di Catanzaro, Santa 
Severina ecc. (1463), e nel 1465 
castellano di San Germano. Era 
signore della Torre del Greco, di 
Sant' Eramo e di Valenzano : la 
]irima gli era stata ceduta dal car- 
dinale Oliviero (v. son. CLIX, n.), 
suo fratello, a censo, per duecento 
ducati annui. V. De Lellis, Op. cit , 
pp 36 v-37. — ^- Antonio suo, il 



220 



RIME 



Et quel , che tra più chiari in lioma splende , 
Come Kubino ardente & fiammeggiante 
Lampeggia , & le minor gemme transcende. 

Mira r altro in honor fermo & constante. 
Ben si può dir, che'l ciel largo vi rende 
Felicità, per opre honeste & sante. 



14 



SONETTO CLXXXII. 



Presul Napolitano, in cui presente 
Mostra ^1 ciel , quanto può del suo lavoro , 
D'alta eloquentia fonte profluente, 
D' abondante liquor de nitido oro ; 

Stella, anzi sol, creato novamente , 
Scorta di Eegi & del Parnasio choro: 
Quelli guidando al ciel con l'hurail mente, 
Questi con l'alto ingegno al verde Alloro; 

Un Vertunno in cangiar forma & colore: 
Hor di vertù divina un simulacro , 
Ilor di vertute huraana un bel candore; 

Sotto '1 pontificai divino lionore, 



primogenito di Fabrizio, natogli il 
12 fehijraio 1471. Fu secondo con- 
te di Rnvo , per la morte di Et- 
tore, suo zio, cui non era soprav- 
vissuto il fratello , padre di An- 
tonio (Ammirato, Op. cit., p. 150). 

— 9-11. Parla del secondo figlio di 
Fabrizio: Vincenzo. A lui è diretto 
anche il son s-^g. (v. lan. al vs. 13). 

— 1 1. trauEcende, lat., ' supera '. 

— 12. l'altro figliti di Fabrizio: 
Iacopo, nato nel 1482, ai ló ago- 
sto, l'u signore di Sant'Eremo, Va- 
lenzano ecc. « Sopra modo si di- 
lettò della Musica, non solo can- 
tando , come dicono i musici la 
parte sua, ma essendo leggiadris- 
simo componitore di vilanelle. Nel 
motteggiare, in che la natura gli 
fu molto favorevole, hebbe piti del 



piacevole che del mordace. A lui 
intitolò Luigi Tansillo il suo Ven- 
demrniatore » ( Ammirato , Op. 
cit., p. 151)- Viveva dunque an- 
cora nel 1532 (cfr. Flamini, Sulle 
poesie del Tansillo , Pisa , 1 888 , 
pp. 30 sgg.). 

SoK CLXXXII. — A Vincenzo 
Carata, arcivescovo di Najioli. — 
Scritto o dopo il marzo 1 504 o dopo 
il maggio del 1505: v. n. al vs. 13. — 
I. Presul, latin., 'preside', qui: 
della diocesi. — presente, latin. , 
'in persona'. — 9. Properzio, V, 11, 
1-2, 47-48: (( Quid mirare meas tot 
in uno corpore formas? Accipe Ver- 
tumni signa paterna dei...At mihi, 
quod formas unus vertebar in o- 
mnes, Nomea ab eventu patria lia- 



RIME 



221 



Vincenzo, sei un lano in chiuso sacro, 
E 'n su '1 destriero un Cesar vincitore. 



«4 



SONETTO CLXXXIII. 

Ne r eterno piacer , magior diletto 
Non senti, o di Pescara almo Marchese, 
Né de le tue vittoriose imprese 
Sentesti mai d' honor più dolce affetto ; 

Che quando abbassi in noi 1' alto intelletto , 
E '1 lume, che dal tuo lume s'accese, 
Vedi ; che la beltà non sol ne prese , 
Ma l'animoso, saggio, integro petto. 

Divo Alfonso , nel tuo caro Ferrando 
Vedrai d'ogni vertute & vivo ingegno 
L' imagin tua, sì come in chiaro specchio; 

Dissimile in un sol, ch'ai tempo, quando 



gua dedit ». — 13. Vincenzo Cu- 
rafa, tìglio di Fabrizio e di Aure- 
lia Tolomei (v. sou. [ìreced., 9-1 1 
e n.), ebbe nei 1497 rinuncia del 
vescovato di Rimiiii, e nell'ultimo 
di marzo 1304 o nell' ti maggio 
1 505 quella dell' arcivescovato di 
Napoli dallo zio Oliviero; ma se- 
guitò a dimorare in Roma (De 
Lellis, Op. cU., p 37 v) : v. son. pre- 
ced. vv. g-i 1 ; e fu il (erzo dei Ca- 
rafa ad occupare quell'uliicio. Nel 
1327 i'u fatto da Clemente VII car- 
dinale di Santa Pudeiiziana, e poi 
cardinale vescovo Albano e Pre- 
nestino; « ma restò di irran lunga 
di sotto alla virtù A-A Cardinale 
Oliviero suo Zio; percioche dedito 
alle cacce & agli amori , non at- 
tese a quello che dovea essere suo 
principale mestiero « (Ammirato, 
Op.cit.,\). 151). Mori nel 1340, e 
fu seppellito nel Duomo. V. anche 
canz. XX, 8999. — chiuso sacro, 
' tempio '. 

SoN. CLXXXIII. — Si rivolge al 



morto marchese di Pescara, Al- 
fonso d'Avalos (vs 9), lodandogli il 
figlio Fra:icesco Ferrante (v, n. al 
vs. g). — 3. V. canz. XIX, 31 sgg. 
— 9. Ferrando. Quando fu scritto 
questo son., il primofjenito di Al- 
fonso d'Avalos e di Diana di Gar- 
dena era ancor giovinetto, se a- 
veva appena dii'iannove anni (n. 
1490: V. Giovio. Viia di Ferrando 
Davalo, p. 171 v) nel 1309, quando 
uscirono le rime tlel n. Sin da 
fanciullo, negli scherzi e nei suoi 
desidcrii, aveva mostrato di voler 
essere quello ciie fu (Giovio, Op. 
eie, 1. cil.). Intanto nel 1301, di 
ajìpena undici anni ,- certamente 
pe' meriti del padre e de;j:li zii , 
Inico e Rodrigo e naturalmente 
Solo di nome,- era « Regius Col- 
lateralis et Consiliarius Regnique 
Sicilie Magnus Camerarius ac 
presidens PCegie Camere Summa- 
rie » (Ced. di tesor., voi. 166, f. 
27>. — 12-14. ' Morirà più tardi 
del piidre e degli zii, che moriron 
giovani ancora '. Il Gareth non in- 



222 



RIME 



Salirà nel celeste , eterno regno , 

Di tutti Aveli Heroi sera più vecchio! 



14 



SONETTO CLXXXIV. 



Physico, d'Avignone in cognoraento, 
Quel divino Hyppocràte, in cui vertute 
Al vecchio si rendea la gioventute , 
Non fé' di te magior experiraento. 

Tu mi porgesti un tal medicamento, 
Al gusto dolce, & dolce a la salute, 
Che le vertìi, per doglia homai perdute , 
Mi rendio col reraedio in un momento. 

Deh!, che tu fussi stato allhor presente, 
Quando partì di noi quel tuo Mollette ; 
Ch' anchora, al mio veder, tra noi vivria ! 

Ben ch'io creda e' hor gode eternamente. 
Et mischia il canto suo, dolce & perfetto, 
Con la celeste, angelica harmonia! 



i4 



dovinò neanche questa. Ferdinan- 
do d' Avalos mori , com' è noto , 
nel 1325: di trentacinque anni! — 
14. Aveli Heroi. Alfonso, mar- 
chese di Pescara ( ■{- 1493); don 
Roderigo conte di Àlonteodorisio 
(-j- 1501); luico, marchese del Va- 
sto (+ 1503): si vedeva " quella 
famiglia illustre priva di Capitani 
di grande speranza, & di gran lo- 
de, de' quali ninno con incredibile 
insiuvia del destino non arrivato 
al trentesimo anno dell'età sua » 
(Giovio, Vie. di F. Dav., p. 171). 
V. per questi due ultimi le nìi. al 
Cantico per la morte d'Inico. 

SoN. CLXXXIV.— I. Physico, 
latin., ' medico '; cosi nel P.'trar- 
ca, Tr. I, li, 12 1-122 : « E se non 
fosse la discreta aita Del fisico 
gentil »; e cosi pure nei docum. 
d' Arch. — d'Avignone in cogn. 
' Di cognome D'Avignone '. Avuto 



riguardo alla poca frequenza di 
questo cognome , questo medico 
si potrebbe forse identificare con 
quel « Ioannis de Avignione, » ri- 
cordato nel voi. 47 dei Sigilli del- 
la .Somm. , sotto l'agosto 1499. — 
5-S. 11 Garelh , come dicemmo , 
soffriva di dolori artritici , la po- 
dagra e la stilla capitis: v. canz. 
XIV, n e Vlntrod. — io. Monat- 
to, cantore, come si rileva dai vv. 
13-14. Dev'essere quel « Jeronirao 
Milecto cantore del Signor Re, » 
ricordato nel voi. 85 d.^lle Ced. di 
tes. (tf. 108 r e 267), sotto gli anni 
1479 ^ 1481. Lo scambio tra Mi- 
lecto e Molletta mi pnr facilissi- 
mo, specialmente nei volumi delle 
Cedole. .Si trova ricordato anche 
« Jaynae Mollett capitano dela ga- 
lea nominata la liona del Re , » 
nel 1S12 (Ced. di tesar., voi. 189, 
f- 77 ■). 



RIME 



•223 



SONETTO CLXXXV. 



Non nobiltà, non laurea trioraphale , 
Non in marmo spirante & vivo segno, 
Non lo gemme del ricco Indico regno 
Ponno far V liuoiuo eterno & immortale. 

Sol vive chi per l'alto spando l'ale 
Do l'intelletto, col preclaro ingegno; 
La Musa l'huom, di laude & gloria degno. 
Vieta morir, & falò al cielo eguale. 

De la tua nobil gente Severina, 
Antonio, lionor, non ti guastar la sorte, 
Ch' a scriver dolci versi ognihor ti inclina. 

Segui la bella impresa ardito & forte; 
Non dormir, ch'ogni cosa al fin ruina: 
L'ingegno vive, e '1 redto è de la morte! 



'4 



SONETTO CLXXXVI. 



Vivo fulgor del bel campo Piceno, 



SoN. CLXXXV. — Ad Antonio 
Severino , poeta (vv. 9-20). — 2. 
Virgilio, Georg, ni, 34: « Stabunt 
et Parii iapides, spirayitla signa »; 
ed u¥jn, vi, 847-848: « Excudent aiii 
spirantia mollius aera... viro.i du- 
cent de marmore voltus ». — 5. 
Petrarca, IH, -xxi , 1: « Quanto 
più desiose l'ali spando ». — 7-8. 
Orazio, Od. IV, vtii, 28-29: « Di- 
gni'.tn Imtde virion Musa vetat 
mori: Caelo Musa beat». — 9-10. 
De la t. n. g. Severina Antonio. 
E ricordato dal Giovio {Dial. de 
viris lite, ili., app. il Tiraboschi, 
Stor. xiii, p. 2467), dopo l'Epicuro 
e Baldassarre Marchese, fra i buo- 
ni poeti napoletani dei primi de- 
cenni del sec. XVI, inferiori solo 
al Sannazaro, con queste |)arole : 
« Severinus Antonius, quem tu, Jo- 
vi, cognitum Ilomae a civili mode- 



stia et a stili suavitate mihi - Al- 
fonso II d'Avalos, marchese del Va- 
sto , - magnopere commendasti ». 
Il Minieri-Riccio lo fa anche dei 
pontauiani (Biogr. n.° 29) , rife- 
rendo il son. dei n. — 12. Petrar- 
ca, 111,1, 13-14: «Tanto ti prego 
più gentile spirto , Non lassar la 
magnanima tua impresa ». — 13- 
14.. D-àW Elegiae in Maecenatem 
(in Poet. lat. min., voi. I), vi, 37- 
38 : « Marmora Aonii Vincent mo- 
nimenta libelli, Vivitur ingegno, 
''■etera mortis erunt » : e cfr. Pro- 
perzio , IV, 1, 61-64: « Aut illis 
fiamma aut imber subducet ho- 
nores, .Vnnorum aut ictu pondera 
vieta rueiit. At non ingenio quae- 
situm nomen ab aevo Excidet: in- 
genio stat sine morte decus ». 

SoN. CLXXXVI.— A Marco (vs. 
2) Cavallo (vs. 3), iu Roma. Na- 



224 



EIME 



Marco, altro Ciceron, dotto, eloquente. 
Pegaso uovo, al cui pede un fluente 
Fonte risorge in arido terreno ; 

che ti spatii per quel lito ameno. 
Ove i begli li