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Full text of "Rivista di filologia romanza;"

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RIVISTA 



DI 



FILOLOGIA ROMANZA. 



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EIVISTA 



DI 



FILOLOGIA EOMAl^ZA 



DIRETTA 



DA L. MANZONI, E. MONACI, E. STENGEL 



Volume Primo. 




IMOLA. 

TIP. D' IGNAZIO GALEATI E PIGLIO 

Via del Corso , 35. 

1872. 



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PROEMIO. 



Nelle discipline letterarie si distinguono due principali intendimenti : 
l'uno meramente artistico, il quale aspira a mantenere il culto del bello 
e a dilettare istruendo; l'altro eminentemente scientifico, che studia le 
lingue e le letterature per sé stesse, e ricercandovi per entro le sublimi 
manifestazioni del vero, ne deriva copia d'argomenti ad illustrare la sto- 
ria della umanità. 

Utili sommamente ambedue, essi si giovano e si perfezionano a vi- 
cenda. Poiché resta futile la contemplazione del bello se non vi si ag- 
giunga la ricerca feconda del vero; né questo sarà abbastanza conosciuto 
ove l'arte del bello non cooperi a porlo nella sua luce migliore. 

Malgrado però questa intimità di rapporti, la loro cultura non sempre 
procede ad un modo. E noi vediamo in Italia che, mentre al primo si 
rivolge la parte maggiore della gioventù, il secondo invece non trova che 
rari seguaci. D'onde lo scadimento, che ogni di più s'accresce nelle di- 
scipline medesime; e la necessità di un rimedio pronto ed efficace, seppure 
non le vorremo irreparabilmente perdute. 

E il rimedio s'avrà se, ad esempio di altre nazioni, riformeremo sovra 
basi più salde l'insegnamento; massime coli' avvalorarlo della filologia 
comparata; la quale indirizzando gl'intelletti alle fonti del vero sapere, 
varrà potentemente a ritemprarli di vita e di gagliardia novella. 

La conoscenza delle cose nostre letterarie, mercé l'applicazione di 
questa, è salita fuori d'Italia ad altezze rapide ed insperate. Ed essa oggi 
fa parte di una scienza, la quale in molti paesi fiorisce splendidamente; 
salvo che nel nostro, ove in generale se ne ignorano finanche i risultati 
più ovvii. Chi crederebbe a tanta vergogna? Volgono già quasi qua- 
rant'anni, ed uno straniero il cui nome avanza ogni lode, il prof. Federico 
Dìez, dava in luce la grammatica comparata delle lingue romanze. Quest'o- 
pera che rinnovava le fondamenta della filologia neolatina, creando una 



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6 E. MONACI. — PBOEUIO. 

scienza che dovrebb' essere tutta cosa nostra; quest'opera, che in Germa- 
nia ha già vedutala terza ristampa, in Italia non trovò finora un editore 
che ardisse pubblicarne una traduzione! Eppure all'estero essa fu la potente 
scintilla, da cui ebbe origine tutto quel movimento scientifico, che ora ci 
fa quasi stupiti. Da quel momento là nella Germania è sorta una falange 
di dotti , che alle dottrine del maestro hanno dato lo sviluppo il più fe- 
condo: i lavori del Pott, del Delius, del Fuchs, del Wackernagel, del 
Wolf, del Tobler, del Mussafla, del Boehmer, del Lemcke, del Bartsch 
ne sono una prova ; e là cattedre di filologia romanza in tutte le Univer- 
sità; là giornali che difibndono quotidianamente la scienza, e tengono i 
suoi cultori avvertiti di ogni suo progresso; là Società e Accademie, il 
cui scopo precipuo è la ricerca e la pubblicazione dei documenti più im- 
portanti che si riferiscano alle lingue e alle letterature nostre, di quei te- 
sori che noi teniamo, pasto pei tarli , a marcire nelle biblioteche; là infine 
una vita un fervore che sempre s'aumenta e si propaga, e dà frutti di 
continuo più copiosi e migliori. Né altrimenti è a dirsi oggi della Francia; 
la quale ai nuovi studii avea già dato un primo impulso colle opere del 
Sainte-Palaye e del Raynouard. I nomi dei Paris, del Guessard, del Me- 
yer, del Littré, del Brachet e d'altri molti ci ricordano altrettanti lavori, 
da cui la filologia neolatina ha ricevuto un incremento reale e notevole ; 
e la bella scuola che vi si è adunata, allieva ed emula della germanica, 
offre ogni giorno migliori risultati , e si dilata rapidamente nelle forze e 
nel numero de' suoi cultori. — « Nous avons la ferme conviction que la 
rupture trop brusque et trop radicale de la France avec son passe , l' i- 
gnorance de nos véritables traditions, l'indifférence generale de notre 
pays pour son histoire intellectuelle et morale , doivent étre comptées 
parmi les causes qui ont amene nos désastres. » Con queste parole , non 
è un anno , si preludeva colà alla fondazione di un giornale (la Romania)^ 
chiamato in certa guisa a rappresentare il risorgimento degli studii filolo- 
gici della Francia; ed in esse si vede spiccar nettamente l'indole e la ten- 
denza che li avviva. — Bisogna rifabbricare il nostro passato , scendere 
in quest* età che preparava l' età nostra , penetrar nel suo spirito , ricer- 
carne le origini, seguirne lo svolgimento, e studiar le vicende del pen- 
siero nel lungo e faticoso periodo , che dovrà attraversare prima di giun- 
gere a noi. A quest' obbietto principalmente conviene indirizzare la gio- 
ventù ; ed è tempo omai di persuadersi , che lingue e letterature non vanno 
solamente considerate come monumenti della gloria d'un popolo, ma si 
anche come i grandi libri dove troveremo la soluzione dei più alti pro- 
blemi che presenti la storia dell' umano incivilimento. 

Tanta forza d'esempio non scuoterà dunque una volta anche noi? né 
vorremo finalmente cacciare quest' inerzia che ci strugge , e provarci a 
riguadagnare il tempo perduto? Un pugno di valorosi sparso lungo la 
Penisola , ha già sentito potentemente questo risveglio che ci venne dal 
diiuori ; né la pochezza dei mezzi (d'onde aspettare un appoggio qua?), 



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E. MONACI. — PROEMIO. 7 

né la fredda indifferenza e gli amari sarcasmi e lo stolto compatimento 
de' più rallentò punto costoro da quella foga d'entusiasmo e d'amore, con 
cui si sono intesi a rivendicare anche per l' Italia un posto onorato nel 
nuovo arringo scientifico. I Bartoli, i Teza, i Comparetti, gli Ascoli, i 
Ferraro, i D'Ancona, i Raina, i Pitrè attestano coi lore scritti il detto 
nostro; e bastano a provare come pure qua non manchino validi elementi 
a formare la nuova scuola. 

E noi nel mandare a questi valorosi un saluto , vivamente ci augu- 
riamo che le loro forze si colleghino vieppiù , si stringano sempre meglio 
in un concetto unico , e giungano cosi a comporre quel forte nucleo che 
preparerà anche in Italia il rinnovamento degli studii filologici. 

Se molto si è fatto , molto resta tuttavia da fare nel campo della filo- 
logia romanza , ed essa offre nuove e splendide conquiste a chi voglia en- 
trare ne' suoi dominii. Le lingue neolatine, sebbene già illustrate nella 
loro storia , nella loro comune origine , nei loro vicendevoli rapporti dal- 
l' opera stupenda del Diez, domandano altre fatiche ancora: conviene 
svolgere maggiormente e far completo ciò che il maestro per la vastità 
del soggetto non potè che toccar di volo o accennare ; in ispecie quel che 
riguarda il movimento storico proprio di ciascuna lingua, o la glottologia. 
I dialetti, queste vergini lingue del popolo care alla scienza quanto gl'i- 
diomi stessi di Virgilio e d' Omero , se oggi sono mediocremente cono- 
sciuti nella parte lessicale , nella grammaticale invece e nella fisiologica 
restano ancora quasi interamente da esplorare. Altrettanto dicasi delle 
letterature popolari, l'importanza delle quali già fu solidamente dimostrata 
nei recenti saggi venuti alla luce in Ispagna, in Francia e in Italia. Tutti 
questi racconti, questi canti, queste novelle, su cui ciascun popolo lascia 
l'impronta del genio, dell'indole e delle costumanze sue proprie, ove 
sieno studiati specialmente nei loro fenomeni comparativi , saranno senza 
dubbio fecondi di belli ed inattesi risultati. La storia letteraria che , fatte 
poche eccezioni, restò finora il campo incontrastato del patriottismo e della 
rettorica, ci offre altra messe ben larga a raccogliere: molto vi è da fare , 
molto da rifare, molto da correggere. L'antica lirica dei popoli latini, 
non ancora tutta disseppellita, aspetta sempre una illustrazione che, con- 
cordandone le diverse parti , le ricomponga nel loro splendido insieme. In 
quei monumenti obbliati noi vedremo il primo agitarsi della rinascente ci- 
viltà, e Tarte nuova, che brillante per mille colori come un camaleonte, 
s' innalza rapida e snella dai giardini di Provenza , e va nelle Spagne , 
passa nel Portogallo, s'arresta un istante in Sicilia, e poi in mezzo a 
nembi di luce si nasconde negli spechi di Valchiusa. Fa d'uopo rannodare 
le anella infinite dell'epopea, che sorge maestosa colla Chanson de Roland 
e , attraversati i suoi cento cicli sempre perfezionandosi , vola a chiudersi 
nell'urna d'oro che le preparano il Tasso e l'Ariosto. A nuove e profonde 
investigazioni c'invita la leggenda; fantastica pellegrina dei vecchi tempi, 
che ora rozza e deforme sotto le volte di un chiostro, ora trasfigurata in 



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8 E. MONACI. — PROEMIO. 

cielo nei rapimenti d*un Alighieri, ci mostra nelle sue continue trasfor- 
mazioni l'assiduo modificarsi del pensiero attraverso i popoli e le età. E 
tutto infine questo ammasso di poemi e di trattati , di misteri e di rap- 
presentazioni , di versi d'amore e di prose di romanzi, di tradizioni po- 
polari e di racconti cavallereschi, di miti favolosi e di simboli strani onde 
si compone la letteratura medioevale, presenta al romanista copiosa e sva- 
riata materia di ricerche. Delle quali egli valendosi per illustrare la sto- 
ria delle lingue e delle letterature nostre specialmente ne' loro rapporti 
collo sviluppo della civiltà, contribuirà potentemente a restaurare l'idea 
di quel passato, nel quale si ritempreranno gli animi, e si ravviverà il 
sentimento di quella unità storica, che un giorno affratellava tutti i 
popoli latini. 

E a questi studii noi schiudiamo le pagine della presente Rivista ; la 
quale perciò conterrà: monografie sugl'idiomi, sui dialetti e sulle let- 
terature neolatine ; osservazioni , appunti critici , materiali per nuove e- 
dizioni, descrizioni dì manoscritti; una rassegna delle opere più impor- 
tanti e dei giornali che si occupano di filologia romanza ; e da ultimo 
un cenno compendioso di tutte quelle notizie che direttamente o indiret- 
tamente si riferiscano alla vita esterna degli studii medesimi. 

Sul modo col quale risponderemo al compito che abbiamo assunto , 
non facciamo parole : la nostra buona volontà e il favore con cui già pa- 
recchi dei più valenti romanisti accolsero il nostro invito, ci sono di 
un' arra pel futuro ; e noi fermamente speriamo che la nostra impresa 
raggiungerà lo scopo propostoci nell' iniziarla, quello che anche il paese 
nostro s' abbia un periodico per lo studio della filologia romanza. 



Per la Direzione 

Ernesto Monaci. 



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STORIA DI ALCUNI PARTICIPII 

NELL'ITALIANO E IN ALTRE LINGUE ROMANZE. 



A. G. Schlegel , nelle sue celebri « Osservazioni sulla Poesia dei Tro- 
vatori » a pag. 36 , scriveva a proposito delle particelle : <c Ces mots , qui 
reviennent sans cesse dans le langage populaire , ressemblent à la petite 
monnoie d'argent: elle perd son empreinte à force de passer d'une main à 
l'autre, tandis que les gros écus la conservent \ » Lo Schlegel mostra qui 
d' aver intrav veduta una grande verità linguistica ; ma il paragone, ben- 
ché bello , non adeguato gli tolse per avventura di rivelarla tutta intera. 

Le parole, che costituiscono il corpo d'una parlata qualunque, si pos- 
sono più propriamente rassomigliare ai diversi ordegni piccoli e grandi , 
di cui consta un'immensa macchina. Se questa è messa in moto, lavorano 
ad un tempo tutti gli ordigni, ma non tutti egualmente, non tutti colla 
stessa forza: quindi ineguale risulta il logoro, che il macchinista riscon- 
tra dopo un certo lasso di tempo. 

Le parole, come gli ordegni, si logorano in ragione dell' uso che ne 
fa chi discorre: le particelle quindi, congiunzioni e preposizioni, non solo, 
ma anche quelle voci verbali che necessariamente entrano di spesso nel 
discorso, perdono, come dice lo Schlegel, l' impronta, si trasmutano sul- 
r analogia di altre ; e quando sono divenute irreconoscibili per i troppi 
cambiamenti , spesso vengono surrogate da altre più chiare , da forme più 
analitiche come dicono i grammatici. 

Noi siamo avvezzi a considerare in un verbo soltanto 1* infinito , dal 
quale con regolari e facili variazioni otteniamo le voci per esprimere il 
passato, il presente, l'avvenire, la realtà, la possibilità ecc. dell' azione. 
Ma, se badiamo alla verità, noi potremmo far lo stesso anche per le voci 
non verbali; e sotto amare raccogliere anche amore, amoroso, ama- 
bilità, ecc. 

Se non lo facciamo, gli è che ci sembra di scorgere tra le molte voci 
d' un verbo una certa quale solidarietà, una certa concatenazione, per cui 



1 Observations tur la langue el la Uitéralure provenfale : Pari» 1818. 



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10 U. A. CANELLO. — STORIA DI ALCUNI PAETiCIPII 

una non si muta, non si muove, senza trascinarne seco alcune altre. Mi 
spiego con un esempio : Il lat. atnassent dovrebbe esser diventato in ita- 
liano amàsseno, come si trova in antico. Ora noi diciamo talvolta amàs- 
sono, e più spesso amassero. D'onde ciò? Gli è che amàsseno avea un 
fratello maggiore in amarono, eh' è il lat. amérunt per amavérunt: e, 
per una analogia facile a capirsi , la desinenza d' una forma fu accumu- 
nata all' altra. E poi certe forme verbali , dovendo adempiere ufficii spe- 
ciali, ma tutti in famiglia, si escludono a vicenda, quando le loro fattezze 
non sieno più abbastanza distinte. 

Il latino classico, che pronunciava intere le desinenze, potea cogliere 
subito la differenza tra amabo amàbis amàbit ( fut.) e amabam ama- 
bas ecc. (imperf.) Ma i rustici, che fognavano gli m e gli ^ finali, dovet- 
tero rinunziare all'una delle due forme: serbarono amabam in amava; 
e sostituirono ad amabo a77ierò, che sarebbe veramente un amare ho 
più chiaro, analitico, messo al luogo dell'ormai oscura voce latina. 

Le voci verbali adunque, come quelle che spesso e sotto parvenze pro- 
teiformi entrano nel discorso, vanno soggette più dei nomi e degli agget- 
tivi, a perpetui mutamenti: e in ciò gareggiano colle particelle, se non le 
superano. 

Si dia ora il caso che una voce verbale, puta un infinito, un participio, 
assuma valore nominale ed entri con ciò in una categoria di forme meno 
facili ai mutamenti, meno usate, e quindi meno logorabili: e noi vedremo 
in una lingua a una certa sua epoca, due parole, che in origine furono 
una sola, ma che hanno camminato a passi ineguali, e perciò ineguali 
sono anche diventate. 

L' italiano dice recipiente, studente, che vengono dal lat. recipien- 
tem, studentem. 

Ma r ital. ha anche ricevente e studiante, che rispondono alle citate 
voci latine. 

Come si spiega questo? Recipiente e studente si staccarono dai verbi 
rispettivi all'epoca che questi sonavano ancora recipere, studére; men- 
tre ricevente e studiante nacquero dalle forme ricevere e studiare. La 
stessissima osservazione si potrebbe fare per fidente — fidante, conti- 
nente — contenente e per moltissime altre voci. 

Ecco anche un esempio d' infiniti. Il ìditìno dice\di piacére , che l'ita- 
liano mutò regolarmente in piacére, si nome che verbo. Il francese invece 
trasportò questo verbo, come alcuni altri, dalla seconda coniugazione alla 
terza \ traendo da un piacere, il suo infinito moderno plàire, come taire 
da ^tacere. Ma il nome plaisir ci offre prova sicura che a qualche epoca 
si formò anche in francese un infinito, il quale serbava Ve lunga del la- 



l Spesso il detto passaggio è soltanto apparente. II frane, dice, per esempio, répóndret 
tundre, mentre il lat. classico diceva respondére e tondére. Giova però notar subito che di re» 
spàndere vi ha molti esempii , e che un* iscrizione antica porta tondo per londeo, e un fram- 
mento deir Itala, del vi secolo, dice tondent per tondebunt. 



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nell' italiano e in altre lingue homanze. 11 

tino: più tardi, probabilmente per amor di chiarezza, la lingua distinse i 
due sensi con forme speciali. Cosi il veneziano dice piàser verbo e piasér 
sostantivo. 

Questi importanti fatti linguistici, che si possono osservare solo alla 
spicciolata negli infiniti e nei participii presenti , sono invece numerosis- 
simi nei participii passati ; ed io credo non inopportuno di ricordarne qui 
alcuni neir italiano, nel francese e nello spagnuolo, astenendomi dal darne 
un elenco compiuto, perchè non tutti ofirono eguale importanza, e non 
sarebbe neanche facile tutti ricordarli \ 

Bibitum da bibere: participio ital. bevuto, frane, bu, antico frane. 
beu. Il latino feminin. bibita si conserva neirital. bibita, frane, boite 
(nella frase étre en botte, parlando di vino). Lo spagn. dice beódo e bebido 
per briaco, bevuto: il participio di bebér è bebido. 

Casum da cadere: — Il lat. aveva già il sostantivo casus, onde per 
tempo il basso-lat. cercò di fare una distinzione, adoperando *cadw^W5, 
L' ital. dice caduta tanto partic. quanto sostant.; mentre il frane, dell'an- 
tico partic. cheut, cheute, contratti in chut, chute, conservò il fem. come 
nome in chute — caduta. Nel frane, moderno il partic. di cfioir (antico 
chéoir, chaer, caer), è chu, chue, che si usa più spesso nei derivati 
déchoir, échoir. 

Cessum da cedere: V ital. dice nel partic. più spesso ceduto che cesso; 
ma cesso si conserva come nome «. Il frane, ha cesse (fem.) — tregua, 
riposo, che è il lat. ^cessa , e non un nome verbale ^ da cesser, come pre- 
tende il Brachet nel suo Diction. Etymol. v. cesser. 

Collectum da colligere: i participii moderni suonano in ital. colto 
{Adi. cogliere) in frane, cueilli, in spagn. cogido; ma l'antica forma si 
conservò nei sostant. it. colletta, frane, cueillette, spagn. colecta. L'ital. 
ant. ebbe un coglietta che i nostri lessicografi spiegano lana finissima, 
ma che dai luoghi citati parrebbe significare più presto compera, acqui- 
sto ; e non sarebbe altro che il francese cueillette. 

Creditum da credere: T ital. ha nel partic. creduto, il frane, cru, 
antic. creii, lo spagn. creido (da creer)\ i sostant. sono invece ital. e 
spagn. crédito, frane, crédit, che, mostrando spostato T accento, fassi 
reputare voce d'origine non popolare. Il dialetto trevigiano rustico usa 

1 Per questo primo catalogo mi giovai non poco di quella lista che il Brachet ha dato nel 
ano Dici. Etym. s. v. Ah^ouie: chi amasse però i confronti, vedrà come disgraziatamente il ro- 
manista francese abbia confuso le forme organiche colle inorganiche. 

S II Diez tira invece ce$tO dal lat. tecestui, per aferesi. Vedi il Vocab. Etirool. delle lingue 
romanze. Voi. ii , pag. 20. 

3 Per amor di chiarezza noto che nomi o toiiantivi verbali si chiamano dai grammatici 
quelli che derivano immediatamente dal radicale d* un verbo. Tali sono in italiano: piega da 
piegare, appello da appellare, purga da purgare ecc. Il latino avea preceduta le lingue ro- 
manze in questa specie di derivazioni. Veggasi a mo* d' esempio: coquui da coquere, curru9 
da currere ecc. 

Sotiantivi participiali si dicono poi i participi! usati come nomi. Tali sono in italiano: 
pasteggiata^ tessuto, veduta, corsa ecc. Anche qui il latino avea insegnato la strada alle lin- 
gue romanze, dicendo motus, cursus, eubitus da movere, currere, cubare- Cfr. Diez, Roman^ 
Cram. u, pag. 268-209 della seconda edizione. 



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12 U. A. CANELLO. — STORIA DI ALCUNI PABTICIPII 

creta (-lat. creditus) per indicare persona creduta, fededegna in tribunale. 

Crepitum da crepare: il lat. crepare, che significava « dare un 
suono scoppiettando », venne a dire scoppiare, nel frane, crever, ital. 
crepare, spagn. (per metatesi) quebrar. Crepitum non si conservò, 
eh* io sappia , altro che nel senese cretto (anche crettare) screpolatura. 
Forse è da aggiungere Taggett. gretto, che però il Diez deriva, in- 
sieme col frane, gredin (furfante), del medio alto-tedesco grit — avarizia. 

Debitum da debere: ì participii sono in ital. dovuto, in frane, du, 
in spagn. rft.'&irfo; i' sostant. participiali sono : it. debito, debita, frane. 
dette (da cui V inglese debt), spagn. déuda, 

Defensum da de fendere: in ital. si il part. che il sostant. suona 
difesa; il frane, ha défense^ sost. e défendue partie.; lo spagn. simil- 
mente defensa e defendida, 

Dictum da dicere; partie. ital. detto, detta: sostant. ditta (casa 
commerciale). 

Directum da dirigere: i participii ora sono: ital. diretto, frane. 
dirige, spagn. dirigido ', i sostantivi sono: ital. diritto, frane, droit, 
spagn. derecho (et cambiato in eh, come in dicho da dictum, pecho 
da pectus ecc.). 

Electum da eligere: partie. frane, élu, spagn. elegido; sostantivo 
frane, élite (lat. electa), spagn. electo, elegidos (plur. col significato di 
predestinati). 

Fùgitum da fugere: il partie. fem. in frane, moderno è fuie, il 
sostant. fuite. Solo il dantesco futa (Purg. xxxii, 122) ci rende esatta- 
mente il latino *fùgita, 

Jdcitum dù. jacére: jacere diventò in frane, gésir, in antico anche 
gire, nel provenz. jacer, nello spagn. yacer, e nell'ital. giacere. Il 
sostant. frane, gite (masch.) più presto che da, jacitum, potrebbe essersi 
formato direttamente dal participio dell' antico gire. Da jàcitum invece 
derivò il provenz. ^a^jj — giacigUo. Il part. è in ^vow. jagut, in frane, 
antico geù , corrispondenti all' ital. giaciuto. 

Pérditum da pèrdere: i participii moderni sono: ital. perduto, frano. 
perdu, spagn. perdido ; i sostant. participiali : ital. pèrdita, frane, perte, 
spagn. pérdida. 

Plicitton duplicare: — i participii sono: itaì. piegato , tvsinc. plié, 
ployé, spagn. llegado (da llegar — giungere, eh' è il lat. plicare, eam- 
biando 2?? in lì, come in llorar da plorare, llano da planus ecc.). 

Il dialetto trevigiano dice _ptWa ( — lat. plicita) la piegatura: l'ital. 
conserva traccia di plicitum nei composti implicito esplicito: le cui for- 
me moderne sono impiegato, spiegato; il frane, ha exploit ( — explici- 
tum) empiette ( — implicita)', l'ant. frane, anche pleitc nel senso di piega, 
da plicita. 

1 Tertulliano usava già defensa per defensio; il frane, poi d&defensus trao il suo defendi, 
(bosco riservato, bandita), oh" è anche un beir esempio delire, carattere deir antico nomina- 
tivo francese. 



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NELL* ITALIANO B IN ALTRE LINOtJfi BOMANZE. 13 

ProLestitum (più spesso nei buoni autori praestalum) da praestare: 
i participii moderni sono : ital. prestato, frane, prète (antico pì^esté), 
spagn. prestadOy'i sostantivi participiali sono: ital. prèstito , préstita, 
frane, prét, 

Pressum da premere: il frane, moderno non ha più che i composti 
opprimer, deprimer ecc. e il derivato pr esser; ma l'antico francese da 
premere trasse priendre, il cui participio era prient^: dal \bX, pressa 
venne il frane, presse, lo spagn. pn^ensa (stampa) e pma, eh*è il nostro 
pressa, prescia ^v fretta. L*ital. dice poi nel participio tanto presso 
quanto premuto. 

Receptum da recipere: i participii moderni sono: ital. ricevuto, 
frane, regu (antico receù), spagn. recibido; i sostantivi participiali sono: 
ital. ricetta, ricetto, frane, recette (entrata), spagn, receta. 

Réditum da reddere: i participii moderni sono: ital. rendido, reso^, 
frane, rendu, spagn. rendido; i sostantivi partieip. sono: ital. rédito e 
rendita, frane, rente, spagn. renta e rédito, 

Responsum da respondére: — il frane, dice nel participio répondu , 
nel sostantivo réponse e répons; Tital. al contrario e lo spagn., coniu- 
gando respóndere sul modello di pónere, dicono al participio Cresposi- 
tus, *respostiis; come nel perfetto respondi dovette eedere il luogo a *r^- 
sposui, resposi; cosicché ora il sostantivo participiale è in ital. risposta, 
nello spagn. respuesta*; mentre in quest'ultimo idioma il participio suona 
respondtdo. 

Ruptum da rumpere: il partie. frane, è rompu, il sostantivo roide 
(strada), che risponde al lat. rupta; cosi lo spagn. distingue rompila 
(partie.) e y'uta (sost.) che significa strada, come il nostro rotta nella 
lingua de' marinai. 

Secutum da sequi {*séquere): questo verbo passò per tempo dalla ter- 
za alla quarta coniugazione; l'ital. dice seguire, lo spagn. seguir, il 
frane, antico sevir, suir (dialetto di Piceardia). Da un antico participio 
suit, fem. suite è derivato il sostantivo moderno frane, suite; mentre il 
sostantivo ital. e spagn. séguito accenna chiaramente a un participio *sé" 
quitus , regolarmente derivato da *séquere. Nello spagn. si accenta sé- 
guido anche nel participio; mentre l'ital. ha seguito, e il frane, staccan- 
dosi dall'infinito suivre, dice suivi, fem. suivie. 

Vénditum da véndere: i participii moderni sono: ital. venduto, frane. 
rendu, spagn. vendtdo; i sostantivi partieip. sono: ital. véndita, frane. 
venie, spagn. venta ( — vendita e osteria). 

Victum AQ,vivey^e: i participii moderni sono: ital. vissuto (formato 
dal perfetto vissi — lat. vixi, come valsente, valsuto da valsi), frane. 
vccu, spagn. vivido; il sostant. partie. è in ital. vitto (forse dal lat. vie- 

1 Di qai mosse 1* inglese pHni (stampa stampare) ; V ital. composto imprtnta d una forma 
analoga; anche premiiOt sforzo, contrazione dì muscoli, merita d'essere qui ricordato, 
s Keto parrebbe piti antico di renduio, essendo già diventato anche sostantivo {reta). 
3 AesjKmso, tanto in ital. quanto in spagn., 6 parola di origine dotta. 



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14 U. A. CANELLO. — STORIA DI ALCUNI PARTICIPII 

tus'us): ma in questo verbo fu usato più spesso, come nome, l'infinito, 
posto al plurale — frane, vivres, it. viveri, spagn. vtveres, il qual ul- 
timo è notevole, giacché il lat. viverle, come verbo, diventò nello spa- 
gnuolo vivir. 

Dair insieme di tutti questi esempii una cosa specialmente risulta ben 
chiara, ed è questa: se, per un caso qualunque, ci venisse a mancare la 
conoscenza dei periodi più antichi delle lingue romanze, e quella del la- 
tino stesso, noi potremmo ancora, collo studio dei sostantivi participiali, 
indovinare le forme antiche, primitive di molti participii. I sostantivi 
frane, suite , fiiite , chute ci farebbero subito pensare a tre antichi par- 
ticipii femminili di egual forma; e tali appunto noi li troviamo nell'an- 
tico francese : Viisil. pèrdita, vé'ndila, ci fanno incontanente risalire al 
ÌSit pèrdita, vendita, participii femminili ài perdere, vendere. 

Ma s'io dicessi: Tital. ha ora i sostantivi verbali nàscita, méscita, 
ai quali non sappiamo che nell' antichissimo italiano e nel latino sia cor- 
risposto mai un eguale participio; saremmo noi perciò autorizzati a sup- 
porre l'esistenza dei participii analoghi? 

Ecco per i linguisti una questione attraente, ch'io tenterò di schiarire, 
recando in mezzo per primo, con qualche illustrazione, tutti i casi a me 
noti di sostantivi di tal fatta. E in capo di lista stieno i quattro più no- 
tevoli ^ . 

Fóndita per fusione è registrato dall'Ugolini ^ tra le voci errate; il 
frane, ha fante nel medesimo senso. Al latino manca il participio fundi- 
tus, che regolarmente scenderebbe da fundere: fusus ne tiene il posto. 

Ma la forma frequentativa del verbo fundo non è, come dovrebbesi 
attendere, fitsare^, bensì funditare. Ragionevolmente quindi si può ar- 
gomentare r esistenza d' un funditus-a in latino, anteriore a fusus. 

Gettito: il latino ^oc^ar^ diviene in ital. gettare, il suo partic. Jac^a- 
tus non poteva però mutarsi in gèttito, a cui dovrebbe corrispondere in 
\^i.jàctitum, che non c'è, ma si può argomentare dal frequentativo ja- 
ctitare. Il frane, ^e^, è da spiegare piuttosto come nome verbale da. jeter. 

Rògito: il participio passivo del lat. rogare è rogatus; ma dal fre- 
quentativo rogitare siamo autorizzati a presupporre un participio rógitics, 
che si trova di fatto nella Lex Salica farrogitusj, L' ital. antico diceva 
aì^rogere, perf. arrósi, partic. arroto, dal lat. arrogare, che sarebbe 
l'unico caso d'un verbo della prima coniugazione passato alla terza. Sa- 
rebbe troppo arrischiato l'affermare che l'ital. arrògere è una forma dia- 
lettale anteriore al classico arrogare? 

Vista, sostant. altro non è che il femminile del participio visto, che 

1 A quasi tutti questi sostantivi participiali io ho già accennato nel mio studio sul « Prof, 
Federigo Diez e la filologia romanza nel nostro secolo. Firenze, 1872» a pag. 56-57, nota 2. Ivi 
però r economia del lavoro raMrapedl di parlarne diffusamente come ora qui faccio. 

s Vocabolario di parole e modi errali; Napoli, 1859; s. v. 

3 L'esistenza dì f usare è forse attestata dal frane, ré-fuser, ital. rifusare, spagn. rehusar : 
voci, che il Diez opina invece originate da un mescolamento di refutare con recusare, Vocab. 
Etim. 1. 351. 



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nell'italiano e in altre lingue romanze. 15 

s'usa ancora comunemente per veduto: nello spagnuolo gli corrisponde 
per il senso e per la forma vista; il frane, al contrario dice vue. Al par- 
tic, ital. veduto, frane, vu, (ant. veti) corrispose nell'antico provenzale 
vezut, vegut e veut; all' ital. visto fece riscontro nel provenz. vist; men- 
tre il lat. visum fu qui serbato da vis. 

Nel lat. da visere si dovrebbe attendere regolarmente un supino e 
participio *visitum, invece di visum; ma visitum ci è rivelato dal fre- 
quentativo di visere, eh' è visitare. Da un visitum dunque mosse il no- 
stro visto, vista, come posto dei positum; mentre dall'infinito frequen- 
tativo fu tratto il sostantivo verbale ital. visita, frane, visite, spagn. 
visita. 

In questi quattro casi, si potrebbe, senza grave pericolo d'essere smen- 
titi, afifermare che le lingue moderne romanze ci hanno conservato e ri- 
velano al filologo alcune forme come *funditum, *jàctitum, * visitum, 
*rógitum, che non si trovano più nel latino all'epoca in cui fu dapprima 
usato nelle scritture, ma dovettero esistere ben prima; le quali conser- 
vatesi poi nel più umile linguaggio del popolo, o in rivi dialettali, paral- 
leli al latino , a noi sconosciuti , che presero più tardi il sopravvento e si 
manifestarono nelle letterature, finita l'egemonia del latino classico, si 
presentano adesso come oscuri indovinelli all'osservatore superficiale. 

Ecco infine gli altri casi analoghi ai gik ricordati , per i quali tuttavia 
non si hanno nell' ant. latino argomenti per dedurne eguali conseguenze. 

Accomàndita * ( — consegna , custodia , compagnia di traffico) frane. 
commandite, spagn. comandita, è un sostantivo participiale, dal lat. 
^ad-cum-mànditus. Il lat. mandatus o commendatus potè mutarsi in 
commànditus , foggiandosi su dare e i suoi composti {pródere-pródi" 
tum, addere-additum ecc.) Il verbo dare, di uso frequentissimo nel di- 
scorso, prestò le sue fattezze a moltissime altre parole: basti citare in 
lat. il perfetto di credere, eh' è credidi, quasi cr^edere fosse un compo- 
sto di dare; e in ital. andiedi o andetti^ come se in andare, la seconda 
parte fosse il semplice dare. 

Àndito (ital. e spagn.) potrebb' essere anche il latino aditus, inseri- 
tavi Vn, come in renderle da reddere: e questa opinione è dell'autorevo- 
lissimo Diez, che deriva anche il nostro andare, frane, aller dal lat. a- 
ditare, il quale si trova una volta nei frammenti di Ennio. Chi volesse 
invece derivare il nostro andare dal lat. ad-nare (come arrivare da 
€idr-ripare) , con insolita metatesi, potrebbe considerare àndito, qual 
forma parallela ad andato, foggiata sui composti di dare, come s'è visto 
in accomandita. 

Ànsito ( — ansamento, ansima) parrebbe stare per ^ansato. Il verbo 
lat. è anxiare , senza supino. 

Bàttito deriva dal lat. batuere, che nelle pronuncie popolari diventò per 

1 E le voci simili addimàndito, addimàndilaf domdndita (domanda) oramai fuori d'uso, vanno 
spiegate egualmente. 



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IP U. A. CANELLO. — STORIA DI ALCUNI PABTICIPII 

tempo bàttere. D'un participio hatidtxis non vi ha esempii; ma bisogna 
tuttavia ammetterne l'esistenza; che altrimenti non si spiega la voce ita- 
liana. Il frane, ha i composti com-bat, de-bat, ra-^at, ecc., lo spagn. ha 
combate, debate, che i grammatici considerano come sostantivi verbali, ma 
che potrebbero anche essere forme analoghe all'ital. battito, sbàttito, 
dibàttito. E questa ipotesi è tanto più probabile , in quanto che i nomi 
verbali rarissimamente derivano da verbi latini della terza (che sono 
quasi tutti forti o primitivi*). 

Compito (lavoro assegnato) probabilmente viene dal lat. compiere 
( — ital. compiere, compire), e sarebbe forma parallela a compito. L'essere 
passato il lat. compiere dalla seconda alla terza coniugazione nell' ital. 
compiere rende assai probabile che anche il suo antico participio , di- 
venuto poi sostantivo, abbia assunta la forma forte, quando non si voglia 
ammettere che le nostre forme moderne sieno le originarie. 

Crescita si dice come sostantivo in alcuni dialetti dell' .\lta Italia: il 
lat. crescere dà al supino (anche aggettivo) cretum, dal tema puro ere-. 
*Crescitum sarebbe forma regolare da cr^escere (vedi più sotto nascita), 
alla quale l'ital. ha surrogato cresciuto, il frane, cru (da croitre, anti- 
camente croistre), lo spagn. crecido. I sostantivi frane. croU, surcroit, 
décrótt, perle ragioni dette più innanzi, più naturalmente si spiegano 
come forme parallele di créscita^ che come sostantivi verbali. 

Empreinte frane, ital. antico iynprenta : vedi più sopra alla voce 
Pressum. 

Fante frane, spagn. fatta, antico ital. fatta: queste forme si riferi- 
scono a un latino "^fallita per falsa dal verbo f altere, che divenne in 
ital. fallire, fallare, in frane, faillir ecc. Lo spagn. possiede anche il 
verbo fallar ( — mancare); il frane, da *fallitum derivò il suo dé-faut: 
faillite (fallimento) poi non è che l'antico participio femminile di faillir, 
che ora suona faillie. 

Pente, sostant. frane, che significa fessura, viene da un participio re- 
golare di findere, che sarebbe *findita. Dal participio lat. féssus-a mosse 
il francese fesse (natica) : il participio moderno (da fendre) è fendu-e. 

Giòlito, sostant. ital., o derivò, insieme col frane. ^oK (aggett.), spagn. 
juli, dall'antico scandinavo ^o/ ( — festa), svezzese e danese ^wZ ( — festa di 
natale), ovvero mosse da un *gaùditus^, per gavtsus, formato da gati- 
dére , come dissi più sopra per compito da compiere. Il dialetto vene- 
ziano dice goder, e il friulano gióldi, tramutando il verbo dalla terza 
alla seconda coniugazione : ciò che dà qualche conforto alla seconda ipotesi. 



^ Per chi noi sapesse, noto che si dicono forti o primitivi quei verbi che nel perfetto e 
nel participio passato hanno T accento sul tema. Tali sono: piangere, dire, fare, che danno 
piansi, pianto: dissi, detto: feci, falto. 

Sono deboli o derivati tutti gli altri, che nel perfetto e nel participio hanno racconto 
sulla sillaba derivativa. Tali sono: amare, amai, amato: sentire , sentii, sentilo ecc. 

2 Per il cambiamento di g in gì confrontisi gioia ^ gioire da gaudia , gaudére: per il cam- 
biamento di d in Z confrontisi cicala, clkra da cieada, hedera. 



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nell'italiano e in altre lingue romanze. 17 

Incèndilo vale bruciore, incendio, e viene da ^incéndilum per in- 
censum. 

Làscito deriva apertamente da lasciare, lat. laxare: non però laxor- 
tum, ma soltanto un Hàxitum potè dar origine alla moderna voce italiana. 

Lièvito può essere nome verbale da levitare, analogo allo spagn. mo- 
derno leudar e all'antico lehdar; ma queste forme frequentative di le-- 
vare accennano all'esistenza di un participio ^lévitum, da cui diretta- 
mente sarebbe disceso il nostro lievito, sostantivo ed aggettivo. 

Méscita si dice comunemente a Firenze il luogo ove si mescono o mi- 
nestre vini od olii : ed è un sostantivo participiale da *mixita per mixta, 
àamiscére, che in ital. diventò méscere. Dal supino mixtum trasse origine 
il frequentativo ital. mestare; mentre mixitum lasciò traccia di sé nel 
veneziano e lombardo messedàr , e nell'antico ital. mescidare, mes- 
isdare. 

Mìichdo, participio antiquato spagnuolo di mover, merita d'esser qui 
registrato, come quello che serba forse traccia d'un *movitum, forma o- 
riginaria àimotum, supino di movere. L'ital. moderno da movere fa il 
partic, irregolare mosso, il frane, da mouvoir fa mu: anticamente meU; 
il sostant. frane, émeute (sommossa) corrisponde a un lat. emóta. 

Nàscita: il lat. nasci dh nel participio natus; ma nel partic. fut. at- 
tivo dice nasciturus, che accenna a un nascitus-a, da cui il nostro 
nascita , e l' antiq. nàscilo , che significò oroscopo , natività. 

Notilo (nolo) ha lo stesso suffisso ilo, senza che l' it. e il lat. posseg- 
gano un verbo, al quale lo si possa ricondurre. 

Pente (pendio), sostant. fem. francese, pare derivato da un lat. Spen- 
dita iper pensa, regolarmente formato appèndere: il dialetto trevigiano 
dice penta per forza, vigore; ha la stessa origine? 

Ponte: dal lat. pónere [ova] il francese formò il suo pondre, di cui 
ponte sarebbe la voce sostantiva. Più naturale pare a me l' ammettere un 
participio regolare di ponere ponila, da cui il frane, ponte. Anche il dia- 
letto trevigiano dice pónder per deporre le uova; participio di pónder 
è poi poni (*ponilus) o pondésl. 

Sciolto: il lat. solvere dice nel participio solùtus, che restò a noi in 
assoluto, risoluto ecc.; il participio moderno è invece in ital. sciolto, in 
spagn. suelto; il frane, ha ab-soute (ora sostantivo, dall'antico partici* 
pio femminile àbsolte). Ha esistito in latino un sólvitus accanto a solùtus, 
ovvero l' accento fu portato indietro (sóltUtis), come afferma il Brachet * ? 

Séguito: vedi quanto fu detto più sopra. 

Sóccita, sòccida è voce legale che significa soccio, accomandita di 
bestiame. Bassi qui un participio *sociita, per sodata, che si pronunciò 
sócjita; ovvero viene sóccita da società^, socjètas? Per Vi divenuto 
consonante , si confronti il lat. àhjetem per ahietem , e , per l'accento che 
retrocede, l'ital. récere da rejicere, reicere , récere. 

1 VicHon. FJym. v. Absoute. 



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18 U. A. CANELLO. — STORIA DI ALCUNI PAETICIPII 

SóffUo (soffiamento) viene da un sufflitum , per sufflatum. 

Sommità (spesa complessiva , dispendio) : anche qui si può chiedere 
se abbiasi dinanzi un antico participio *summita, o non piuttosto il sost. 
lat. sùmmitas. 

Tonte frane, spagn. tunda, anticamente anche tundo, col significato 
di tosatura, viene probabilmente da un Hondita per tonsa, participio di 
tondere. 

Vincita: è questo il solo esempio di un sostantivo formato da un par- 
ticipio forte (accentato sul tema) senza corrispondente in latino, che il 
Diez ^ è riuscito a notare nelle lingue romanze ; né più in là seppero an- 
dare gli altri. Gli è chiaro che vincita fu ricavato regolarmente da vin-- 
cere, verbo forte, come nascita da nascere ecc. Il participio moderno 
ital. vinto è regolare trasformazione del lat. victus, con inserzione deirw, 
come in pinto da pictus, finto da fictus ecc. ; invece il frane, vencu, e lo 
spagn. vencido hanno assunta la forma debole. 

Volto: per questa forma calzano le osservazioni fatte per sciolto. 

Dopo aver presentata questa serie abbastanza lunga di esempii, mi 
giova ricavarne un po' di teorica. 

Io citai dapprima un gran numero (che poteva anche venire di lunga 
mano accresciuto) di sostantivi romanzi, che hanno la loro origine in 
participii , quasi tutti forti , già esistenti nel latino o nel periodo più an- 
tico delle lingue neolatine; ne citai quindi quattro — e poteva aggiun- 
gersi anche nascita , — i quali sono egualmente derivati da un antico 
participio forte , di cui tuttavia non v* è più traccia nel latino da noi co- 
nosciuto, ma soltanto si possono ragionevolmente arguire da qualche 
voce da quello derivata nel latino stesso ; esaminai infine molti altri so- 
stantivi formati da participii forti, l'esistenza dei quali nel latino non 
si può per verun dato positivo asserire. Sorge allora spontanea la que- 
stione, alla quale ho già qua e là accennato: — Può egli darsi che le 
lingue romanze moderne serbino alcune forme, meno scadute, più antiche, 
come volgarmente si dice, di quelle che per il senso loro corrispondono 
nel latino de' buoni secoli ? 

A questa domanda fu già risposto affermativamente dal Diez e da al- 
tri, rispetto, per esempio, all' ital. mazza, frane, masse a cui nel latino 
corrisponde soltanto il diminutivo mateola; mentre soltanto da un più 
antico *matea poterono derivare le citate voci romanze. 

Rispetto ai sostantivi participiali dell'ultima lista or ora esaminata, 
io non vorrei di tutti rispondere afiermativamente. Gli è molto probabile, 
per dire d'un solo, che vincita abbia potuto in tal guisa foggiarsi su 
perdita. Ma se si guardi specialmente a lièvito, làscito, rògito, torna 

1 Rom. Grammatik., n, pag. 33i della seconda edizione. Vedi anche la * Grammatica sto^ 
rica » di R. Fornaciari , § 200, che mette a rifascio vincila con perdila, vendila ecc. Non ìsfug- 
girono tuttavia air acutezza del Diez le derivazioni verbali, analoghe a queste nominali, che 
abbiamo in tastare da 'taxilare, vantare da *vanilare^ fallare da 'falUlare, gravitare e segui- 
tare (vedi piti sopra), e il valacco cercetà, frequentativo di cerca. Vedi la Rom. Gr. n, pag. 374. 



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nell'italiano e in altbe lingue romanze. 19 

assai difficile T ammettere, che nella bassa latinità soltanto i verbi leva- 
re, laxare, 7'ogare, abbiano assunto il participio di forma forte Hevitus, 
*laxittLS ecc., quando sappiamo positivamente che nel latino più antico 
alcuni verbi della prima avevano sifiFatto participio forte , mutato col de- 
bole nel periodo classico della lingua; quando di continuo, nella lunga 
vita del latino che a grado a grado diventa lingua romanza, vediamo i 
verbi forti, o primitivi, assumere le flessioni dei deboli o derivati; e mai, 
con certezza, possiamo affermare esser avvenuto il contrario *. 

Il latino più antico diceva tanto sónere quanto sonare, tanto toner e 
quanto tonare, e, se le teoriche servono a nulla, noi saremmo senza più 
in dritto d'affermare che tonere dovette preesistere a tonare, come mar- 
mo dovette essere anteriore a marmoreo. Ora supponiamo che il classico 
lat. tonare, invece di fare al perf. tonni e al supino iónitum, dicesse re- 
golarmente e in consonanza colle moderne lingue romanze , tonavi tona- 
tum. Il filologo moderno, che esaminasse la voce ital. tonto (sciocco; è in 
uso specialmente a Siena) spagn. tonto, e supponesse, per ispiegarsene la 
origine, un latino antico tónitus per tonattis, non avrebb' egli, senza dati 
positivi, ma solo seguendo le norme della scienza, indovinato una forma 
antica, che realmente ebbe esistito? 

Ricordo che É. Littré esprimeva il desiderio, che, coli' aiuto delle pa- 
role romanze moderne, qualche esperto filologo tentasse di riempiere 
tutti i vani che restano al lessico della bassa latinità. 

Conoscere le sembianze delle parole nel basso latino può essere utile 
in molti casi; ma utilissimo sarebbe poi che dallo studio dei linguaggi mo- 
derni, derivati dal latino, qualche sprazzo di luce si facesse riverberare 
sul latino stesso, del quale noi conosciamo ben poca parte, specialmente 
se si pensi alle tante forme dialettali che dovettero intersecare ab antiquo 
l'idioma più tardi pulito ed abbellito da Cicerone e da Virgilio. 

Lo studio critico dell' italiano e delle lingue sorelle è non solo un do- 
vere che incombe a noi altri romanisti, ma egualmente a tutti i latinisti; 
e credo non andasse errato Augusto Fuchs quando disse che un interprete 
di Plauto dev'essere anche profondo romanista. 

U. A. Canello. 



* L'unico esempio messo innanzi dal Diez è quello di arrògere à& arrogare. Veggasi quanto 
fu detto a rogito. 



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STUDI SOPRA I CANZONIERI PROVENZALI 

DI FIRENZE E DI ROMA. 



Fra le letterature medievali del dominio latino ve n'ha una, che, seb- 
bene sìa la più ristretta, ha nondimeno una importanza speciale; essendo 
stata la prima a venir coltivata, ed avendo conseguentemente esercitata 
un'influenza decisiva sullo sviluppo delle letterature sorelle, non che delle 
germaniche. La letteratura in questione è la provenzale. Fin dalla metà 
del mille essa si rivela non solo in una forma più o meno popolare, ma 
ben anche in una forma puramente artistica ed aulica, creando una nuova 
lirica, la quale con maggiori o minori modificazioni doveva poi essere 
imitata dagli altri popoli della civiltà medievale, ed anche al giorno d'oggi 
costituisce le basi fondamentali della poesia lirica delle nazioni colte d'oc- 
cidente. L'Italia in specie ha subito più che ogni altro paese le leggi poe- 
tiche importate dalla Provenza; ed al culto tradizionale che ivi si è man- 
tenuto per questa poesia, anche dopo cessatane l'influenza, dobbiamo la 
conservazione della maggior parte de' suoi monumenti; tantoché questi, 
se non giungono a presentarcela per intero , bastano però a farcene com- 
prendere tutta l'importanza. 

A procurarci per altro la piena conoscenza della poesia provenzale se 
molto contribuì l'Italia conservandocene la parte maggiore, molto resta 
tuttavia a farsi: conviene raccogliere gli sparsi frammenti, ordinarli, e 
così ricomporre per quanto sia possibile l'edifizio una volta cosi splendido 
di quella letteratura; riserbandoci a colmarne dopo le lacune colla critica 
e colla fantasia nostra. Lasciar libero corso a quest'ultima prima che siasi 
ricostruito tutto ciò che resta, e siasi formato un concetto ben chiaro del 
piano originale, è cosa abbastanza pericolosa, e ne avemmo un esempio 
nel Fauriel. 

Bisogna dunque per ora limitarsi alla parte positiva, e frenare il de- 
siderio di fare delle ipotesi ingegnose fintantoché non siensi messi assieme 
tutti i materiali che si trovano; poiché al postutto non si tratta qui di far 
opera d'immaginazione, ma di arricchire il fondo del saper nostro, e di 



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E. STENGEL. — STUDI SOPEA I CANZONIERI PROVENZALI DI FIRENZE E DI ROMA. 21 

renderci conto delle vere condizioni del passato per meglio poi conoscere 
qual profitto ne abbiamo cavato noi. 

A ben comprender la lirica provenzale importa primieramente esplo- 
rare le fonti rimasteci; né solo quelle che contengono poesie liriche, ma 
le altre ancora che contengono altri documenti cosi poetici che di prosa; 
poiché un genere di poesia d'un popolo malamente sark conosciuto ove 
prima non si esamini tutto il resto della sua letteratura. A queste fonti 
dirette conviene aggiungere quelle che ci danno notizie sulla vita dei 
poeti, sui costumi dei tempi, e che illustrano la lingua nella quale tutte 
queste produzioni furono dettate. In breve, per ricomporre l'insieme della 
lirica provenzale, bisogna raccogliere i materiali per l'intera storia della 
letteratura cui essa appartiene. 

Gli amatori di questi studi si accinsero a tal lavoro solo da poco tempo 
in qua. Benché in Italia vi sieno stati il Bembo, Pier del Nero, TUbaldini, 
il Salvini, il Basterò, il Pia e molti altri, solamente le raccolte del 
Sainte-Palaye, V Histoire litteraire des Troubadours del Millot (fatta 
disgraziatamente senza punto sapere di provenzale), il Parnasse Occi- 
tanien del Rochegude, e finalmente i lavori del Raynouard hanno se- 
riamente iniziata questa via. Lungi però dall' aver essi raggiunta subito 
la meta, il loro valore oggi si restringe quasi esclusivamente nell'aver 
preparato il cammino agli altri ; e coloro che non cessano di seguir cie- 
camente il Raynouard , — per non parlare che dell'ultimo e del più distinto 
di questi letterati, — e credono per tal modo di attingere alle informa- 
zioni più sicure, si sbagliano di grosso: il lavoro del Raynouard è insuflS- 
ciente e da rifarsi per intero sopra basi più solide e più larghe d'assai. 

Copiosi materiali sono stati già raccolti, e, specialmente in questi ul- 
timi anni , gli studi hanno fatto progressi considerevolissimi. Disgrazia- 
tamente di tali progressi l'Italia ha risentito ben poco finora, e può dirsi 
che fino a ieri il Galvani sia stato presso che il solo a dedicarsi seriamente 
allo studio della letteratura provenzale. Ma gli scritti di questo valente let- 
terato sebbene abbiano portato alla scienza dei vantaggi notevoli, rivelano 
tuttavia una confidenza troppo illimitata verso il Raynouard ; poiché il 
Galvani invece di ricorrere alle fonti cosi importanti che aveva a sua dispo- 
sizione , riprodusse il più delle volte gli estratti insufiìcienti e gli errori del 
suo predecessore; e l'edizione da lui fatta della Grammatica Provenzale del 
Raymond Vidal, e la recente sua risposta ad un'accusa dì plagiato mossa- 
gli ingiustamente dal Guessard, dimostrano pur troppo che il metodo cri- 
tico non è la sua forza. Non é poi da attribuire interamente a sua colpa se 
egli non é stato in corrente dei recenti studi, poiché la condizione delle 
Biblioteche pubbliche d'Italia è tale da non off'rire troppo aiuto su ciò. 

Anche in Francia i lavori del Raynouard fino agli ultimi anni produ- 
cevano un efietto simile a quello di cui deve lagnarsi l'Italia; poiché là 
pure si seguirono ciecamente le orme del benemerito letterato, né si fe- 



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22 E. STENQEL. — STUDI SOPRA I CANZONIERI PROVENZALI 

cero studi per esaminare senza pregiudizio ciò che egli aveva fatto, o 
continuare ciò che aveva lasciato incompleto; e per un pezzo fu creduto 
che la lirica provenzale fosse abbastanza illustrata. Ciò che si faceva al 
di là del Reno s* ignorava; e soltanto nell'ultimo decennio si verificò un 
serio cambiamento. Uno stuolo ardito di giovani scienziati, formati in 
parte nelle scuole della Germania, e dotati di acutezza di criterio e di 
largo ingegno, disputa oggi alla Germania l'onore di esclusiva cultura 
di tali studi; e la Germania ben lungi dal dolersene, rinforza con nuovi 
difensori le sue falangi per sostener degnamente quella gara pacifica cosi 
vantaggiosa all'incremento dell'umano sapere. 

In Germania, ove già qualcuno si era interessato della prima lirica 
moderna, le pubblicazioni del Raynouard fecero una forte impressione. — 
Il prof. Adrian in Giessen dava in luce un piccolo sunto della grammatica 
e della scelta di Poesie provenzali edite dal Raynouard; e lo Schlegel, due 
anni dopo uscito il voi. i della Raccolta del Raynouard , componeva le sue 
Osservazioni, ricche d'idee giuste e nuove. 

Ambedue questi letterati furono d' istigamento a Federico Diez ad in- 
traprendere quegli studi, che non solo avvantaggiarono di tanto la cono- 
scenza della letteratura provenzale, ma, estesi più tardi alle lingue ed 
alle letterature dell'intero dominio latino , crearono la filologia romanza'. 
Nò mancarono altri i quali cercarono di continuare, correggere e far 
completo il lavoro del venerando maestro. Si composero monografie, si 
raccolsero nuovi materiali, si esaminò il valore dei testi conservatici, e 
si procurò di rendere più accessibile a tutti una conoscenza sommaria di 
quella lingua e di quella letteratura, e d'aumentarne cosi il numero dei 
cultori. 

Un recente lavoro del Bartsch , noto già per altre pubblicazioni utili 
assai ed importanti intorno a questi studi, ne dimostra qual progresso 
siasi fatto in essi da mezzo secolo in qua. Il Gnmdriss della storia lette- 
raria della Provenza raccoglie per la prima volta un numero abbastanza 
completo di fatti riguardanti questa letteratura, ed esso formerà le basi 
di ogni studio ulteriore. Ma il vantaggio recato da questo libro non c'il- 
lude punto sulle sue mende, che son gravi e molte. E senza dubbio si po- 
trà migliorare il piano generale del lavoro, aggiungere carne dove ora 
non sono che ossa, ragunare nuovi materiali sconosciuti al Bartsch senza 
sua colpa, perchè non ancor segnalati, e si potranno correggere errori ed 
emendare difetti di negligenza. Perciò la scienza non dovrà arrestarsi , 
ed infatti non s' è arrestata. 

Non è passato un anno e già parecchi materiali nuovi furono resi ac- 
cessibili, e varii fatti oscuri furono rischiarati. Il quarto volume dei Gè- 
dichteder Troxibadours del Mahn è stato pubblicato fino alla pagina 208 

1 Per maggiori notizie su questo argomento veggasi 1* assennato studio del Sig. Canello 
sul Prof. Federico Dies e la Filologia romanza nel nostro socolo. 



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DI FIRENZE E DI BOMA. 23 

e, speriamo, non tarderà ad esser terminato*. Un'altra simile pubblica- 
zione è incominciata neìVArchiv di Berlino (voi. xlix), ed è la stampa 
del codice Laurenziano, Pluteo xli cod. 42. (P) , contenente poesie liriche 
e vite di trovatori. " Questa sarà quanto prima seguita dalla pubblicazione 
della prima terza parte del Cod. Vat. 5232 (A). In Francia il signor Meyer 
ha riveduto il testo dell' antichissimo poema provenzale su Boezio ; ed ha 
pubblicato il risultato del suo lavoro nella Romania (i , 226-234) , stam- 
pando contemporaneamente una edizione nuova del poema , che però non 
ha messa in commercio. Questo stesso erudito ha pure inserita una lunga 
ed importantissima rivista del Grundriss nella Romania (i , 379-387) ; 
ed in questo medesimo giornale (i, 273-317) il signor Paris ci ha dato 
una nuova edizione della leggenda del Saint Leger , ed ha saldamente 
dimostrato che quel poema antichissimo appartiene alla Francia setten- 
trionale e non alla Provenza , ove solo fu trascritta V unica copia che ce 
ne rimane.' In Italia il mio amico Monaci sta pubblicando una edizione 
completa del poema didattico di Dande de Pradas sopra gli uccelli da 
caccia, ed il nostro Canello prepara uno studio sul trovatore Guillem de 
Cabestanh. 

Gli studi che seguono , cominciati già prima che fosse uscito il Grun- 
driss, contribuiranno, spero, anch'essi ad arricchire la somma dei ma- 
teriali conosciuti ed a chiarire talun fatto finora oscuro. Per ora questi 
studi saranno limitati ai Canzonieri che si conservano a Firenze ed a 
Roma. E nella prima parte di essi descriverò quelli che rimasero ignoti * , 

1 Bencbft io non sia punto d'accordo col Mahn sul sistema troppo economico delle sue pub- 
blicazioni e sulla lentezza colla quale progrediscono , la utilità loro non può negarsi ; poiché, 
malgrado diversi sbagli di copista e di stampa, gioveranno sempre a farci conoscere la vera 
lezione dei codici. 

2 La copia sulla quale ò fatta questa pubblicazione, ò stata eseguita da me ; ma la Società 
per lo studio delle lingue moderne di Berlino, che me ne avea incaricato, ha intera la respon- 
sabilità della sta:npa, poiché non ha creduto necessario di mandarmene lo bozze. In questi ul* 
timi giorni rivedendo una parte della stampa sul Codice , ho scoperti alcuni piccoli errori che 
avrei voluto veder evitati. Piti tardi spero di riveder tutto il lavoro e pubblicare le mie cor- 
rezioni. 

3 Lo stesso si ò verificato di un altro poema {Epistola beali Slephani) recentemente pub- 
blicato come provenzale dal signor L. Gaudin nella Revue dei languet Romanes, (n, 135 e segg.) 
Vedi la Romania, (i, 363-364). 

i Citando le poesie in essi contenute terrò un sistema un pò* differente da quello seguito 
finora. Invece di stampare la prima linea, darò la prima rima di ciascuna strofa, seguita dal 
numero sotto cui è registrata la canzone nel Grundriss, e quindi indicherò le stampe che ri- 
producono la lezione di altri codici, o in mancanza di queste, le edizioni fatte senza indica- 
zione delle fonti. Le sigle dei codini chiudo tra parentesi curve ; e sono quelle del Bartsch, alle 
quali però ne ho aggiunte alcune nuove cioè: J Magliabecchiano 776 F. 4 ; F^ Riccardiano 2981; 
c^ mio. — Ecco il significato delle altre: 

A Vaticano 5232 I Parigino 854 R Parigino 22543 

B Parigino 1592 K Parigino 12473 S Bodleiano Douce 269 

C Parigino 856 L Vaticano 3206 T Parigino 15211 

D Estense M Parigino 12474 U Laurenziano Plut. xli, cod. 43 

E Parigino 1749 N Chelthenam, ora? V Marciano app. cod. 11 

F Chigiano L N 106 O Vaticano 3208 W Parigino 844. 

G Ambrosiano R7i sup. P Laurenziano Plut. xlt, cod. 42 X Parigino 20050 

H Vaticano 3207 Q Riccardiano 2909 Y Parigino 795 



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24 E. STENQEL. — STUDI 80PBÀ I CANZONIERI PROVENZALI 

furono più o meno trascurati dai miei predecessori , il Griizmacher e il 
Bartsch ; e pubblicherò quelle poesie che o sono inedite o conservate in 
pochi codici soltanto: nella seconda parte ricercherò quello che si possa 
stabilire sulle relazioni che hanno gli stessi codici fra loro e cogli altri che 
se ne conoscono in Italia, in Francia e in Inghilterra: e spero finalmente 
che più tardi potrò estendere questi miei studi anche ad altri Canzonieri 
e segnatamente a quelli di Milano e di Modena, ove pure non avvenga di 
scoprirne dei nuovi. Il fatto che nella sola Firenze se ne sieno trovati 
due finora affatto sconosciuti, mi è di lieto augurio che, frugando, altri 
ancora se ne possano rinvenire. E noi sappiamo che il numero dei Canzo- 
nieri provenzali che si possedevano in Italia, fu assai maggiore pel pas- 
sato che non al presente. Saranno dunque tanti irremissibilmente perduti? 
È vivamente a desiderarsi , che quanti ne hanno l'opportunità, facciano 



a Riccardiaao 2814 e Barberino Plat. xlv , 59 

b Barberino Plut. xlvi , 29 f Parigino 12472 

e Laurenziano Plut. xc inf. 26 g Vaticano S205. 

Le abbreviaxioni delle opere citate significano: 
B. Ch. Chrestomathie Provengale par K. Bartsch. Elberfeld, 1868. 

B. D. Denkm&Ier der provenzalischen Litteratur herausgegeben von K. Bartsch, Stuttgart, 1856. 
B. Q. Orundriss zurO'eschichte der provenzalischen Litteratnr von K. Bartsch, Elberfeld, 1872. 

(La lista dei Trovatori dei sec. xii e xiii è citata senza alcuna sigla, e coi soli 

numeri dell* ordine alfabetico dei Trovatori e delle loro poesie.) 
B. L. Provenzalisches Lesebuch herausgegeben von K. Bartsch. Elberfeld, 1855. 
B. P. Peire VidaKs Lieder herausgegeben von K. Bartsch. Berlin, 1857. (Sì citano le poesie.) 
D. L. Leben und Werke der Troubadours von F. Diez. Zvickau , 1829. 
D. P. Die Poesie der Troubadours von F. Diez. Zwickau, 1826. 
M. 0. Gedichte der Troubadours herausgegeben von C. A. F. Mahn, Berlin, 1856-72, 4 voi. 

(Si citano le poesie.) 
M. W. Die Werke der Troubadours von C. A. F. Mahn. Berlin, 1846-1855, voi. i, ii e iv. (Il 

III non ó ancora pubblicato.) 
R. Ch. Choix des poésies originales dea Troubadours par M. Raynouard. Paris, 1SI6-1S26, 6 voi. 
R. L. Lexique ronian par M. Raynouard. Paris, 1838-1844, 6 voi. (Si cita soltanto il voi. i.) 
Arch. Archiv far das Studium der neueren Sprachen und Literaturen herausgegeben von 

L. Herrig. Braunsch^'eig; 49 voi. 
Al. Les Troubadours de Béziers par G. Azais. deuxième od. Bézìers, 1869. 
Cav. Ricerche storiche intorno ai Trovatori provenzali accolti ed onorati nella corte dei 

marchesi d' Este nel sec. xiii; memoria dell* ab. Celestino Cavedoni. Modena, 1844. 
Creso. L* istoria della volgare poesia scritta da Gio. M. Crescimbeni. Terza ed. Venezia, 1731. 
Del. Ungedruckte prevenzalische Lieder herausgegeben von N. Delius. Bonn, 1853. 
Qalv. Osservazioni sulla poesia dei Trovatori pel Conte G. Galvani. Modena, 1829. 
Hol. Die Lieder Guillems von Berguedan herausgegeben von W. Holland und Keller. Tabin- 

gen, 1850. 
HOf. Der Trobador Guillem de Cabestanh von F. HtiiTer. Berlin , 1859. 
Jahrb. Jahrbuch fQr romanische und englische Literatur herausgegeben von F. Wolf, A. Ebert, 

L. Lemcke. Berlin und Leipzig. 13 voi. 
Rei. Lieder Guillems von Berguedan herausgegeben von A. Keller, Mitau u. Leipzig, 1849. 
Lami. Catalogus codicum nianuscriptorum qui in bibliotheca Riccardiana Florentiae adser^ 

vantur Jo. Lamio auctore. Liburni , 1756. 
Mey. Les derniers Troubadours de la Provence par P. Meyer. Paris, 1871. (Estratto della 

Bibl. de VEeole des CharteSy voi. xxx e xxxi. Si cita r edizione a parte.) 
Mila. De los trovadores en Espana por D. M. MìlA y Fontanals. Barcelona, 186L 
Muss. Del codice Estense di rime provenzali; relazione di A. Mussafia. Vienna 1867. {Sii 

Mungsberiehte der tdener Akctdemie, voi. lv.) 
Pam. IjO Parnasse Occitanien (par Rochegude). Toulouse, 1819. 
A meiio d' indicazione contraria, di ciascuna opera si cita la pagina. 



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DI FIRENZE E DI ROMA. 25 

accurate indagini su ciò, specialmente negli archivi e nelle biblioteche pri- 
Tate; e quando venga loro fatto di conseguire un qualche risultato, si af- 
frettino a comunicarne la notizia, che per la scienza sarà sempre di som- 
mo interesse. 

PARTE PRIMA. 

§!• 

Sfogliando i varii cataloghi dei manoscritti della Biblioteca Nazionale 
di Firenze, un giorno mi venne fatto d'aprire il catalogo alfabetico delle 
librerie appartenute ai conventi soppressi, e, cercando sotto diversi ti- 
toli, alla rubrica Poesie mi capitò sottocchio l'indicazione di un codice, 
che notavasi come contenente poesie liriche provenzali. Me lo feci recar 
subito, e trovai infatti che sul fine si leggeva, in quattordici fogli, una pìc- 
cola scelta di poesie liriche provenzali, una novella ed una raccolta di co- 
blas esparsas. Messomi tosto al lavoro, ne trascrissi la maggior parte, 
e il resto completai questi ultimi giorni. 

Ecco la descrizione del Codice. 

Ms. 776 F 4 della Biblioteca nazionale di Firenze , posseduto prima 
dal Convento di Santo Spirito , e nel secolo xv da un certo Giovanni Coi 
(cognome?) Latino di Primerano de' Pigli, il quale le dava al suo figli- 
uolo Latino. Indicazione quest'ultima che ho ricavata da due notule 
scritte neir interno della copertina , e ricopiate sul foglio di guardia. Il 
Codice è di pergamena, in foglio, le pagine divise a due colonne, la le- 
gatura antica e assai danneggiata. È facile riconoscere le due parti ben 
distinte delle quali originalmente si componeva il Codice. La prima consta 
ora di 58 fogli, i quali però non sono numerati. La seconda ne ha 17, 
anch'essi non numerati. 

I primi 36 fogli della parte prima , scritti di mano italiana sul co- 
minciare del secolo xiv, contengono due trattati in lingua italiana pre- 
ceduti da una tavola dei capitoli in essi contenuti , la quale riempie il 
primo e comincia: « De primo libro Cap, I. Come' homo debia domare 
la lingua sua. » Seguono i titoli degli altri sei capitoli del primo libro, 
dei cinquantadue del secondo , de' ventisei del terzo e dei ventinove del 
quarto. Poi « Incommincia la robrica de filosafia de roma e d' empe- 
radori. Cap. 1. Pitagora fue lo primo filosafo;> seguono i titoli di 
altri trentacinque capitoli. La tavola termina colle parole: « Explicit ru- 
brica filosoforum. » 

II primo trattato senza titolo al cominciare , non è altro che il trat- 
tato del dire e del tacerle di Albertano , tratto dall' originale latino in 
volgare da Andrea di Grosseto a Parigi nel 1268. Eccone il principio (f. 2 
r. ci): « Come homo debbia domare la lingua sua (rubrica in rosso). Al 
oncomigameto et al mego et a la fine d^l mio trattato sia presente 



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26 E; STENOEL. — STUDI 80PBA I CANZONIEEI PEOVENZALI 

la grafia del sanato spirito. In pereto che molti errano nel parlare 
e none nessuno che compiutamente possa domare la lingua sua Se* 
condo che dice beato Jacopo el qual disse la natura delle bestie e 
di serpenti e del iicelli e di tucte laltre cose, e domara dela natura 
dell uomo manone alcuno che possa domare la lingua sua Io Albertano 
uolonta di mostrarci unapicciola doctrina et utile soprai dire e so- 
pral tacere ad te figluolo mio Stefano etc. » Il primo libro finisce al f. 7 
r. e. 2 colla seguente rubrica in rosso: « Qui e compiuto lo primo libro 
de la doctrina del parlare e del tacere facto da albertano giudice et 
auogado di leggio de la cita di brescia de la conty^ada di santa galha 
translatato e uolgarigato da andrea da gr osselo ne la cita di Parigi. 
Qui si comincia il secondo libro di quegli huomini che non possono 
auere consolacione dell auersita. » Il secondo libro termina con questa 
rubrica in rosso al f, 25 v. e. 1: « Qui e compivia lo secondo libro del 
consolamento e del consiglio compilato da albertano giudice ed allo- 
cato di brescia traslato e uolgarigato nella citta di parigi negli anni 
di dio MCCLXviii. Incomincia lo tergo libro ad informare ed amate- 
strare luomo in buon costumi et lamore et la dilectione in dio omni- 
potente.^ Simile rubrica chiude il terzo libro, f. 41 r. e. 1. Il quarto libro 
è mutilo e finisce nel ventesimosesto capitolo; De la vergogna » f. 48 v. 

e. 2. « Abellisca la uergognia e la par ga ci fatti tuoi. Pero dice 

Salomone dinangi alla grandine p iosnes e [dinangi alla] » Queste 

ultime due parole formano la custodia del sesterno seguente. Il primo ed 
ultimo foglio di questo sono perduti ; poiché quelli che vi sono, compon- 
gono soltanto un quinterno. 

I ff. 49-56 sono riempiti dal secondo trattato , che ha il titolo che se- 
gue: « Questi sono fiori e vita di filasafi e daltri santi e dimperadori. » 
Esso comincia: « Pitagora fue lo primo filosafo e fue duno paese cha- 
uea nome samo nel quale paese regnaua uno principe che si come ty- 
ranno struggea la terra etc. » Vengono appresso le seguenti rubriche: 
« Dimocrito. Valerio e Bruto consoli romani. Empedocles. Torquato. 
Ypocrate. Socrate. Platone fue alto filosafo. Diogene. Aristotile. Epi- 
curio. Theofrasco. Papirio. Scipio Africano. Plauto. Stacio. Cato. 
Marcia filia di Cato. Julio Cesar. Tullio. Salustio. Ottomano impera- 
tore. Marco Varrò. Seneca. Quintiliano. Traiano. Adriano. Secondo. 
Origine. » Esso finisce cosi f. 56 r. e. 2. 4r Origine fue molto saui e 
fece molti libri. Tali son buoni e tal 7nalvagi perche pare ke sieno 
contra la fedo3 de cristiani. E disse buone sentenge deli quali sono 
scripte qui aliquante. Troppo e folle ki contende di passare la oue 
uede che laltro sia caduto e uia e più folle chi non a paura la oue uede 
laltro perire. — Ma quegli e sauio ke diuiene sollicito e maestro per 
la caduta delti altri. 

Explicit liber filosoforum, > 



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DI FIRENZE E DI BOMÀ. 27 

I ff. 56 r. e 57 sono bianchi come pure il f. 58 r. Al f. 58 r. si leggono 
due ricette contro talune malattie dei cavalli, scritte in italiano sullo 
scorcio del sec. xiv. 

La seconda parte del codice consta, come abbiamo detto , di 17 fogli, 
de' quali il f. 15 v. e il f. 16 sono bianchi. Il f. 15 r. contiene una memo- 
ria in dialetto fiorentino scritta al finire del secolo xiv. Neil' interno della 
copertina si leggono varie altre memorie simili , di cattivissima scrittura 
del quattrocento. Alcune ricette latine si leggono al f. 17. Eccone le ru- 
briche: « Cantra uermem. Conerà ielam oculorum. Contra dolorem 
spalule. Contra tussum equi. Contra uermem equi, Contra sanguinem 
stringendum. Contra fisiulam. Ad dolorem equi. Contila fistulam. Can- 
tra dolorem renum. Contra flationem testiculorum equi, Contra goutam. 
Contra fébrem cartaitam, Contra splenam, Contra fluxum uentris. » 

Queste ricette sono scritte dalla stessa mano che scrisse la piccola 
scelta provenzale contenuta nei fi". 1-14. È mano certamente non italiana, 
probabilmente provenzale; e questo aggiunge una certa importanza al te- 
sto della nostra raccolta, essendo noto come pochissimi codici antichi, 
scritti da provenzali, sieno venuti fino a noi. Un altro fatto esteriore ci 
conferma nella opinione dell' importanza di questo testo; ed è che i versi 
sono scritti a modo di prosa in linee continuate , come si osserva sol- 
tanto nei codici più autorevoli e più vecchi. Solo una poesia fa eccezione 
a questo sistema, la novella del pappagallo , che è scritta in linee inter- 
rotte : questa però non appartiene propriamente alla lirica. Ma per adesso 
non voglio sul valore dei testi avanzar dei giudizi che sarebbero prema- 
turi: più opportunamente mi riserbo di far ciò nella seconda parte. 

Ecco ora l'elenco completo di tutte le poesie intere e delle coblas, che 
si leggono nella scelta: 

(f. 1 r. e. 1) I. Peire Cardenal. (13 poesie.) 

1. enian, gran, estan, colgan,an,semblan;siruentes{c.2), — 335, 

57; R. Ch. iv, 347; M. W. ii, 195. 

2. tuelh, hueilh, dueilh, fueilh, iueilh; moì\ — 335, 17; R. L. 437; 

M. W. II, 224. 

3. baimier, parlier (v.c. 1) trentenier, tarzier, obrier, cossirier. — 

335, 5; M. G. 214 (C). 

4. ditz, ualors, uezer, soue (e. 2), par; pregar. — 335, 38; Arch. 

XXXIV, 201 (A) M. G. 978 (C) 977 (M). 
5.tornatz, quarifatz, pasatz, desleialtaiz, uolontatz; deszaze- 
matz. — 335, 33; M. G. 974 (C) 973 (M). 

6. auer, (f. 2 r. e. 1) pas, es, fai, ualors; ren. — 335, 46; R. L. 

440;M.W. 11,229. 

7. esbaudei, fei, barrei, uei (e. 2), arnei. — 335, 48; R. Ch. iv, 

362; Pam. 315; M. W. ii, 191. 



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28 £. 8TEN0EL. — STUDI SOPBA I CANZONIERI PROVENZALI 

8. uol, col, sol, lensol, flauiol; entremeta, (v. e. 1.) — 335, 30; M. 

G. 607 (C) 605 (I) 608 (M) 606 (R). 

9. pastor, emperador, maior, refreitor, paor; chauzic. — 335, 31 ; 

M. G. 981 (M). 

10. gaiesza, largtiesza, (e. 2) cruesza, cresza, englesza; plazeria. — 

335, 6; R. L. 451 ; M. W. ii, 214. 

11. sdber, plaszer, tener, uezer, poder (f. 3 r. e. 1); te, — 335, 58; 

R. L. 454; M.W. 11,234. 

12. fargar, cassar, par, far, iotglar; uai, — 335, 9; M. G. 758-9 (C M). 
\2.iurar, cuiar (e. 2), par, essaiar, nazcmar; far. — 335, 66; R. 

Ch. IV, 337; M. W. ii, 182. 

IL Peire Vidal. (4 poesie.) 

14. proenssa, atenden^sa, failhenssa, penedenssa (v. e. 1), guirensa, 
mantenensa, crezeixssa. — 364,37; M. G. 1421 (B) Ardi, xxxv, 

431 (U) B. P. 13. 

\b.paubreira, maneira, sobransieira, quieira, plazenteira (e. 2), 
mensongeira, creueira; uos, pros. — 364, 40; M. G. 1422 (B) 
44 (E) 244 (S) Arch. xxxv, 433 (U) B. P. 32. 

\Q. poder, quaber, mantener, ueszer (f. 4 r. e. 1), remaner, saòer, 
ualer; genoes, narbones. — 364, 39; M. G. 90 (B) Arch. xxxv, 

432 (U) Mey. 146 [676] (f) B. P. 23. 

17. ostai, ueirtal (?), cr eminai, cabal (e. 2), coral, mal; dtieilh, 

sueilh. — 364, 36; M. G. 1423 (B) Arch. xlix, 64 (P Giraut de 
Borneil) B. P. 37. 

IH. FoLQUET DE RoMANS. (1 canzone.) 

18. perpensatz , natz, faras, (v. e. 1) obraras, fort, conort; dous" 

sor. — 156, 10; M. G. 1073 (R) Arch. xxxv, 104 (Ganon.) 

IV. AiMERic DE Peguilha. (9 poesie.) 

\9.pogues, ges, pres, es (e. 2), prezes; par. — 10, 46; M. G. 91 (B) 
1174-5 (CN). 

20. acondanssa , comensanssa, uenianssa, onranssa, duptanssa; 

semblan. — 10, 14; Arch. xxxiv, 166 (A) M. G. 1177-80 (C 
E M R) Arch. xxxv, 392 (U) xlix, 77 (P Gausbert de Poicibot). 

21. (f. 5 r. e. 1) aondanssa, semblanssa, amanssa, balanssa, pres- 

zanssa; sobria. — IO, 2; M. G. 236(0)329 (E) 1183-4 (I R), 

22. amor, amor, amor (e. 2), amo^\ amor, amor; sia. 10, 15; M. 

G. 343 (B) Arch. xux, 80 (P) M. G. 1166 (S) Arch. xxxv, 389 (U). 

23. sobrecargar, senatz, poder, (v. e. 1) no, morir. — 10, 50; M. G. 

344 (B) B. Ch. 157 (B C I) Arch. xlix, 78 (P) M. G. 1170 (S). 

24. refranh, pren , coman, retrai, feì^m (e. 2); re/brwia, ferina. — * 10, 



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DI FIRENZE E DI ROMA. 29 

25;Arch.xxxiv,168(A)M.G.1196(A)1194(C)1193(M)1195(S) 
Arch. XXXV, 392 (U). 

25. azimans, afans, clamans, truans, benestans, amans; mi, — 10, 

24; Arch. xxxiv, 165 (A) M. G. 1003-4 (C E). 

26. enqueritz, (f. 6 r. e. 1) auzitz, desmentitz, issitz, faiditz^ relen- 

quitZy noiritz; enans. — 10, 34; Arch. xxxv, 394 (U). 

27. loniamen, comensamen, premeiramen (e. 2), autnen, preti ; uila- 

namen, sen. — 10, 17; M. G. 1164 (C) Arch. xlix, 78 (P). 

V. Gui d' Uisel. (1 poesia.) 

28. uos, ochaiszos, raszos, pros (v. e. 1), fos, emiios; iouen. — 194, 

19; M. G. 149 (B) Arch. xxxv, 449 (U). 

VI. Raimbaut db Vaqueiras. (8 poesie.) 

29. iiSy negus, artiis, plus, (e. 2) encus; esperanssa. — 392, 2; Arch. 

XLIX, 81 (P) xxxv, 413 (IJ). 

30. amor, gensor, emperador, secor, galiador, — 392, 13; M. G. 55 

(B) 54 (E) Arch. xlix, 81 (P). 

31. (f. 7 r. e. 1) auer, dezesper, temer, saber, uezer, — 392, 23; M. 

G. 528 (E) 273 (S) Arch. xxxv, 413 (U). 

32. ergoilhos, ginhos (e. 2), uos, chansos, saissos. — 392, 28; Arch. 

xxxv, 415 (U). 

33. bo, perdo, so (v. e. 1), razo, baro, fo; mais, quabals. — 392, 18; 

Arch. XXXII, 401 (G) xlix, 82 (P). 

34. failh, tailh, cristailh, uailh, trebailh; poiria. — 392, 26; M. G. 76 

(B) 896 (S Aimeric de Belinoi). 

35. (f. 8 r. e. 1) — 36. (e. 2) v. pag. 32^. 

VII. Folquet de Marseilha. (5 poesie.) 

37. ueramen, failhimen, sen, sen, enten; (v. e. 1) meszura, atura. — 

155, 16; M. G. 80 (B) 960 (N) 251 (S) Del. 26 (S) Arch. xxxv, 381 
(U) xxxvi, 426 (V). 

38. failhenssa, mantenenssa, uenssa, crezenssa, guirenssa; sen. — 

155 10; M. G. 62 (B) 961 (N) Arch. xxxv, 382 (U) xxxvi, 428 
(V) xlix, 68 (P. Guiraut de Bornelh). 

39. souen, uos (e. 2), mandamen, erguilhos, sen; trahire, diy^e. — 155, 

1 ; M. G. 26 (B E I) 085 (E) 686 (iN) 252 (S) Del. 28 (S) Arch. 
xxxv, 386 (U) XXXVI, 428 (V); — cf. n. 89. 

40. amors, am(yrs, amors, (f. 9 r. e. 1) amors, amors; sen, secors. — 

155, 14; M. G. 1327 (B) Arch. xxxv, 385 (U) xxxvi, 430 (V). 

41. sazos, amoros, perilhos (e. 2), uos, oblidos; uer, sai. — 155, 18; 

M. G. 1326 (B) Arch. xxxv, 384 (U) xxxvi, 429 (V). 



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90 E. STENOEL. — STUDI SOPRA I CANZONIERI PROVENZALI 

Vili. RiGAUT DE Berbezilh. (3 poesie.) 

41. aurifans, amans, grans (v. e. 1), clmnans^ drogomans; manie. — 
421, 2; M. G. 1417 (B) Muss. 438 (D) Arch. xxxv, 434 (U). 

43. leos, guiszardos, sazos, faissos, ioios;(c.2)par, — 421, 1;M. G. 

34 (B) B. Ch. 163 (B I M R) Arch. xxxv, 435 (U). 

44. comenssa, agenssa, conoissenssa, escazenssa, durenssa, pia- 

zenssa, — 421 , 6; R. Ch. iii, 453. 

IX. MONTAKAGOL. (4 poesic.) 

45. plazens, pensamens (f. 1 r. e. 1), gens, conoissens, gens, sufrens; 

tenenssa. — 225, 13 \ 

46. (e. 2)-47. (v. e. 1) V. p. 34-5. 

4S.prezalz, enamoralz, uólontatz, pasatz, hlasmalz (e. 2); onra- 
men. — 225, 10; Arch. xxxiv, 200 (A). 

X. GuiLHEM Nazemar. (1 poesia.) 

49. locoo, flocx, enocx, rocx, cocx, brocx, badocx; parlir. — 202, 1 ; 

M. G. 342 (B) Arch. xxxv, 451 (U). 

XI. [Arnaut de Carcasses?] 

50. [Novella del Pappagallo]. — (f. 11 r. e. 1 — f. 12 r. e. 1) v. p. 36-9. 

XII. [Pistoleta] Oratio. 

51. argen, sen (e. 2),plaszen, argen, iouen, loialmen, queren, ren. — 

372, 3; R. Ch. v, 350; Jahrb. vii, 216. 

XIIL Gaucelm Faidit e Perdigon (tenzone). 

52. digatz (v. ci), sapchalz, raszonalz, agralz, parlatz, gardatz; 

tensos, razos. — 167, 47; R. Ch. iv, 14 ; M. W. ii, 97. 

XIV. AlSSI C0MENS0N LAS COBLAS ESPARSAS \ 

53-56. (e. 2) V. p. 39-40. 

57. Dos gratz conquerhom ab un do, — 461, 98; Arch. xxxv, IIO(G). 

58. Si ia amors autra pr^o non tengues. [Raimbaut de Vaqueiras] — 

392, 30; Arch. xxxv, 109 (G). 
59-60. V. p. 40. 
61. Dona ab un baiszar solamen (f. 13 r. e. 1). [Gui d'Uissel] — 194 , 

3, st. 5. Arch. xxxii, 402 (G). 

1 Questa poesia inedita sarà pubblicata insieme col testo di Fé di e nei seguenti %%. 

2 Questo titolo non d del tutto esatto, giacché vi sono frammischiate varie poesie intere ; 
il che però ignorava lo scriba, il quale premise a ciascuna strofa indistintamente la rubrica 
rossa cobla. Nella descrizione non ho conservato questo sistema erroneo. 



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DI FIRENZE E DI ROMA. 31 

62. Dona dieu sai uos e nostra ualor. — 461, 87; Arch. xxxv, 108 (G). 

63. Dieus uos gart dona de pretz sobreira. — 461 , 83; Arch. xxxv, 

108 (G). 

64. Luecx es com chan e com sen lais. — 461, 149; Arch. xxxv, 

109 (G). 

65. V. p. 40. 

66. Ges li poder nos partonper engal. — 461, 130 Arch. xxxv, 107 

(G)Mey. 110 [516] (f). 

67. Atrctan leu poi hom ab cortezza. — 461 , 32; Arch. xxxv, 107 (G). 

68. Qui uol aner pretz uerai, — 461 , 214; Arch. xxxv, 107 (G). 

69. Dome fol e desconoissen (e. 2), lauszor. — 461, 86; Arch. xxxv, 

108 (G) XXXIV, 438 (L). 

70. Sei que son petit poder. — 461, 66; Arch. xxxv, 107 (G). 

71. — (v. e. 2)82,v. p. 40-2. 

83. Ma donipna peitz de mort es (f. 14 r. e. 1). [Uc de S. Gire] — 457, 

3 st. 6; M. G. 28 (B) 1145 (0) 687 (E) 1146 (N) Arch. xxxv, 
440 (U). 

84. Com durarai hieu que non puesc morir. [Uc de S. Gire] — 457, 

40 st. 3; Arch. xxxv, 439 (U). 

85. Fólla dompnapenssa escuda, deissenduda. [Uc de S. Gire] — 457, 

18st. 4é5;M. G. 345(B). 

86. Bella dompna ges nompar. [Uc de S. Gire] — 457, 12 st. 6; M. 

G. 173 b (G Gons de Poitou). 

87. V. p. 43. 

88. A uos uolgra mostrar lo mal quieu sen^ — v. sopra n. 39 st. 5. 

89. Eu non uoilh ges a donas consentir (e. 2), gequir. [Raimon de Mi- 

raual] — 406, 4 st. 2 e 3; Pam. 226; M. W. ii, 129. 

90. Sabetz perque deu dompn amar [Rairaan de Miraual]. — 406, 5 

str. 4;M. G. 735-6(GR). 

91. Non sai per quals mestiers. [Raimon de Miraual] — 406, 15 st. 

2; Arch. xxxv, 427 (U). 

92. Un plait fan dompnas ques. folors. [Raimon de Miraual] — 406, 2 

st. 4; M. G. 12 (B E) 1091 [non 109 come indica B. G.] (M) 1351 
(N) Arch. xxxv, 426 (U) xxxvi, 396, (V). 

93. Ab fals digz et ab termes loncx. [Raimon de Miraual] — 406, 23 

st. 3; M. G. 49 (B) 1107 (S) Arch. xxxvi, 395 (V). 

94. Drutz que souen si rancura. [Raimon de Miraual] — Arch. xxxiii, 

438 st. 3 (A) \ 

95. — 109. V. p. 43-5. 

Si noti che le attribuzioni del nostro codice, in ciò che riguarda gli 
autori, concordano interamente coi risultati del Bartsch, fondati sul con- 

1 Questa canzone anche in b 25 é ascritta al Raimon de Mirava!. Nella lista del Bartsch. 
non posso trovarla^ Neil' A essa comincia: Ben $ai que per aueniura. 



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82 E. 8TEN0EL. — STUDI SOPRA I GAKZONIESI PROYENZALI 

fronte di tutti i canzonieri , e che fra le poesie intere non se ne riscontra 
alcuna la quale non sia contenuta da un altro codice almeno. 

Fra le coblas esparsas ve n'è una (n. 88) la quale già prima si leggeva 
come strofa di una canzone; molte altre (17) sembrano essere uniche, ben- 
ché su questo punto io non sia affatto certo, vista la difficoltà di rintrac- 
ciarle nel corpo delle poesie, senza aver nemmeno per aiuto il nome del- 
l' autore. Che io non abbia risparmiato fatiche lo attesterà la descrizione. 
Studi continuati ed il caso completeranno ciò che non è riuscito oggi a me. 
Non mi sono limitato qui a stampare soltanto queste 17 poesie presuntiva- 
mente uniche e le altre 7 inedite, ma ho pubblicato anche quelle che, o 
furono pubblicate incompletamente, od in una versione differente da quella 
delJ , che stanno nel mezzo delle poesie uniche ed inedite. Il resto del 
codice sarà stampato in appresso. 

TESTI. 



VI. RAIMBAUT. 
35) 

Valen marques, senher de Monferrat, Que m'aues gen noirit et adobat 

A dìeu grazisc, quar tos ha tant onrat, E fag gran be e de bas aut poiat 

Que mais aues mes e conques e dai E de nien fait caualier prezat, 

Com s'es corona de la crestiaDdat. 10 Grazit en cort e per dompnas lauzaL 
5 E laus en dieu, que tant m*a enansat, Et hieu ai uos seruit de uolontat, 

Que bon senhor ai molt en uos trobat; De bona fé, de bon cor et de grat; 

Nello stampare i testi mi sono studiato di riprodurre tanto fedelmente, quanto pid mi fosse 
possibile, il manoscritto. Perciò ho mantenuto Tu per u e t; e Ti por i e j. Per rendere però più 
facile la lettura, ho staccato i versi , scritti nel codice come prosa e separati soltanto da un 
punto (qualche volta anche ommesso); ho introdotto le iniziali maiuscole pei versi e pei nomi pro- 
pri!, la punteggiatura e gli apostrofi (ma non nelle parole appoggiate) ; e finalmente ho tolto qua e 
1& gli errori piti evidenti, quando lo si poteva fare senza alterare la lezione del codice, chiu- 
dendo tra parentesi curve le lettere da sopprimersi, tra parantesi quadrate quelle che ho aggiunte. 

Per tali correzioni mi valsi degli altri materiali che sia stampati, sia manoscritti mi furo- 
no accessìbili: e li ho indicati nelle note speciali. 

VI. Si conoscono tre lettere poetiche del nostro autore tutte tre indirizzate al marchese Bo- 
nifazio di Monferrato, composte in decassillabi colla cesura epica (dopo la quarta sillaba, la quale 
può essere segnita da una sillaba atona soprannumeraria) e con una sola rima mascolina. \\ 
contenuto parla di fatti personali. Furono stampate in parte dal Raynouard (R. Ch. V, 424-6; II, 
260, 261 ; 1, 32S, 435) e riprodotte dal Biondi (Intorno alcune poesie di Raimbaldo da Vaqueratso. 
Roma 1840 p. 35 ss.) e dal Mahn (M. W. I, 380-2). Il Bruni , il quale dava in luce il discorso del 
Biondi, aggiunse in nota i versi tralasciati dal Raynouard non che alcune varianti, valendosi 
dei codici E e C, mentre il Diez eseguiva la sua traduzione in prosa tedesca (D. L. 297 ss.) sopra 
i testi di E e di R. Altri testi, infuori di quei citati, non si conoscono (cf. B. 0. 41 s.); anzi 
sembrerebbe, secondo le descrizioni fatte dai codici G E R, che il solo C offra tutte le tre 
lettere (Cai. det MSS. fr. de la bibL imp. de Paris I, p. 133: C f. 130), mentre TE ne ofiVirebbe 
soltanto le due prime (ib. p. 308: E p. 181), e TR la prima sola (Mey. 196; R f. 136 v. b). 

L* insufficienza e la rarità della pubblicazione del Bruni m*ha indotto a stampare qui il testo 
delle due prime lettere contenute nel J, aggiungendovi le varianti degli altri testi per mezzo 
delle citate opere. Sembra che le aggiunte del Bruni sieno tratte dal C, mentre la traduzione 
del Diez riposerebbe essenzialmente suirE. Si rileverà inoltre facilmente dalle note che il te- 
sto del Bruni si avvicina piti dì quello del Diez al testo J. 

35) 3 e conques e dat: conquei e donai R. Ch. e D. L. — 5 que : ear R. Ch. — 7 m^Aues gen: 
gen m'avetz R. Ch. — 8-9 trasposti in R. Ch., ma non in D. L. né in Bruni. 



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DI FIRENZE E 

Que mon poder uos n'ai ben tot mostrat. 

Et ai ab uos fag maint cortes barat; 
15 Qu'en maint bel luec ai ab uos dompneiat 

Et ab armas peni ut e gazanhat, 

Et ai ab uos per guerra caualcat 

E pres maint colp et ab uos n'ai donat 

E gen fugit et ab uos encausat, 
SO Vensen Teneuìs et eu fugen tornat 

E sci cazutz e d'autres desroquat 

Et ai en ga e sus en pon iustat 

E part barreiras ab uos esperonat 

Et enuazit barbaquan'e fosat 
fó E sus én garda et en aut luec amat 

Vensen grans cochas, et ai uos aiudat 

A conquerre emperi e regnat 

Et estas terras et islas e dugat 



DI ROKA. 33 

E rei a ponre, princi e principat 
30 Et ha uenser maint caualier armat , 

Maint fort Castel e mainta fort siutat; 

Maint bei palais ai ab uos azegat 

Emperador e rei et amirat, 

El Seuasto lassar e poestat 
35 El Precalis e maint autra poestat 

Et encausei ab uos a Filo ^Z*. 5 r, e. i) pat, 

L*emperedor qu'auez dezeretat 

De Romania e d'autra coronat. 

Et si per uos non sui en gran honoretat 
•W) No semblara, c*ap uos aia estat, 

Ni seruit tan, com uos ai reprochat. 

E uos sabcs, qu*ieu die del tot uertat, 
Senher marques. 



36) 



Valen marques ia non dires de no, 
Que aitals es, e uos sabes ben, co 
Me tinc ab uos a lei de uassal bo, 
Cant assailhis a Cartentrasteno, 
5 Cant quatre sen caualier a tenso 
Vos encausauon feren az espero, 
Que nos tengron ab uos (mas sol) trei com- 

[panho ; 
Can uos tomes e feris de rando, 
Pueis uos dupteron mais non fai grua falco, 
10 Et hieu tornei (a uos) als magers obs 

[quei fo, 
Que hieu e uos leuem malamen del sablo 
N' Albert marques, (qu'era) cazul(z) ios de V 

[arso. 
Et ai estat per uos en (mainta) greu preiszo 
Per nostra guerra, e n'ai a nostre prò 
15 Fag maint asaut e ars mainta maiszo 



E pres maint colp d'outra la gamiszo; 
E uos cobri a Messina d*un gros gambaiszo, 
En la batailha uos uinc en tal sazo, 
Queus ferion pel peitz e pel mento 

20 Dartz e cairels, sagetas, lanseo, 
Lansas e bran e coutel e fausso. 
Pueissas prezes Randas e Paterno, 
(E) Lissel , e Termen e Lendin e Aido 
(E) Pale e Pazerma e Qualatagìro, 

25 Fui als premiers sotz nostre gonfano; 
E cant'anes per crozat ues Saisso, 
Hieu non auia en cor, dieus m'o perdo, 
Que passes mar, mai per nostre resso 
Leuei la eros e pris confessio. 

30 (A)doncx era pres lo fort castel Balx) 
E no m*auion re forfag li Grifo, 
Quel[s] uinc ab uos guerreiar a bando 
Entorn Blaquerna sotz nostre gonfano. 



17 E per Grecia ai ab vot cavalguat R. Ch. e D. L. — is et ab uos: durs e mans R. Ch. e D. L. 
-.20 Yensen eneaus et en f. t. Bruni. Secondo D. L. si può conghietturare la lezione FA en vensen 
et en f. t. — ^^ E $. e. et ai en Bruni. In D. L. precede il v. IS; !a lezione è press' a poco: E 
8' e, et autr*ai d. — !3 part: par R. Ch. —■ S<-25 sono trasposti. Bruni. — 25 manca D. L. — 27 con- 
querre : eonquerir R. Ch. — 28 Et estas: Estranhas R. Ch. — 29 E reys e reys a prenre prineeps 
e p. Bruni. — 29-3^ nel D. L. sono trasposti e nel mezzo ò inserito un verso che si legge nel R. Ch. 
invece del y. 31 e nel Bruni dopo il v. 31 — 30 manca. Bruni. — 31 manca R. Ch., si legge 
invece: E man baro, man eomte, man fom(at — 34 Eltevaspo? l. et p. Bruni. — 34-35 Da D. L. 
conghietturo la lezione: Et ai ab vos lassai lo poestrat, El paladis etc. — 4i com: can R. Ch. 

36) 1 Valen: SenKer R. Ch. D. L. ed E, mentre C ha: Valen — 2 aitals: vertalz R. Ch. — 
4 « Quando assalimmo Azaistrigon » D. L. — 7 Q. n. t. a. v. m. S. t. C. Bruni. — «E voi non a- 
vestd dieci con voi » D. L. — 8 Quar tometz e feris ab vertut d. r. Bruni. — 9 non fai: que 
R. Ch. — IO quei: gu«ttS R. Ch. — U Can vos et ieu levemgen. d. S. R. Ch. — 13 estat per uos: 
per vos estat R. Ch. — ^6 Manca K. Ch., D. L. e Bruni, -^n A Messina vos cobri del blizo R. Ch. 
«0 lanseo: e Irenso R. Ch. — 22 ^ pueys quan p. R., senher e R, Bruni. — 23 £ liten e Cer- 
men e tentine et A. Bruni. — 24 £ Paze e Palerma e C, Bruni. — 22-24 « E quando prendeste 
Rondazzo, Paterno, Taormia, Piazza, Palermo e Calataigirone. » D. L. — 25 Yos fui ieu als p. 
Bruni. — 26 E pueys fas quant aveiz Bruni. — « Quando vi si predicava ed esortava di pren- 
dere la croce per pietà.» D. L. — 27-8 mancano. Bruni. — 30 (A)doncs: Adoncas. Bruni. — 
32 Quelfs] : Pueys, Bruni. — 30-2 € E quando noi siamo giunti qui nel vostro paese colla bene- 
dizione di Dio non mi volsi addietro per rivedere la casa mia. Dopo mossi insieme con voi 
per la guerra, benché i Griffoni non m* avessero fatto male e venni in gran pericolo, quando 
stava armato. > D. L. 

3 



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34 



E. STEUGEL. — STUDI SOPRA I CANZONIERI PROVENZALI 



E portei armas a lei de Bramansfio 
35 DVlm e d'ausberc e de gros gambaiszo, 
Em combatei sotz la tor al peiro 
Ei fui nafratz d'outra la garniszo 
E portei armas aitan pres del domo, 
Tro que cazec l'emperador fello, 
40 Sei que destruis son fruir" ab Irassio. 
Can uil gran fum e la flam' el quarlx) 
El mur traucat en maint luec ses bon so 
Eus ui el camp per combatr'a bando 
Ab tan gran gaug ses tota failhiszo, 
45 Que dels lur eron sent per un per raszo, 
E uos penses de far defcnsio, 
El coms de Flandres e Franses e Breto, 
Alamans e Lombartz e Borgonho 



Et Espanhols, Proensals e Oasco 
50 Tug fom rengat caualiere pezo, 
E Temperaire ab lo cor al talo 
Esperonet son maluais companho, (e. 2) 
Plen d*auolesza pueis uolgron li gloto, 
Nos fom austor et ilh foron aigro, 
55 E cassem los si com lops fai mouto; 
E i'emperaire fugit s'en a lairo 
E kisset nos palais Boqualeo 
E sa fìLha ab la cara faisso. 

E frane uassal, can ser a senher bo, 
Pretz Ten rema e an bon guizardo, 
Perqu'ieu esper de uos esmend'e do, 
Senher marques. 



IX. [GUILLEM] MONTANAGOL. 

46) 



On mais ha hom de ualenssa, 
Si deuria meilhs chauzir; 



Car hom pros pot leu failhir, 
5 El maluatz al mieu albir 

No faìlh quan fai failhimen; 

Quar per deuer eissamen 

Fan lì maluatz malestan, 

Com fan ricz faitz li preszan. 
II. 
10 Oes del setgle no m^agenssa, 

Quan n^aug als maluatz mal dir; 

Qu^ilh cuion la lor failhenssa 

Ab los sieus mais digz cobrir; 

E da lor dieus acuilhir, 
15 Qua[r] (d)an prò ui e fromen 

E an prò aur e argen, 

E la re Ije no metran, 

Ans ualon meins on mais an. 
III. 

Dieus, com pot auer suffrenssa 
20 Ricx hom (e. 2) de gent acuilhir, 

Ni de far gaia paruenssa, 

Ni cos pot de dar tenir, 

Quan ben ho pot mantenir. 

Mot hi fee dieus son talen, 



25 Car no donet largainen 
Ha seis que largamens dan 
E pauc ha sels que pauc dan. 

IV. 

E ìa meilhur'om e genssa 

En raubas e en garnir 
30 E en mainta captenenssa, 

Es uol hom trop gent tenir; 

Mas en dar ni en seruìr 

No uei far meilhuramen. 

Ha doncx, queus fares manen! 
35 Ja morres uos can que can. 

Oardas, quel tems nous engan! 

V. 

Coms Cumenges, ses temenssa 
Poìri* om a uos uenìr; 
Quel sobrenoms es guirenssa 

40 De uos quii sap deuezir. 
Don paubres deu enrequir; 
Qu*aissi com creszon crezen 
En cumergar saluamen, 
Deu Cumergues ualer tan, 

45 Que salua quels quel queiran. 

VI. 

Emperaire, pretz ualen 
Auetz e ualer e san; 



34 E: manca R. Cb. e D. L. — 37 d'outra: àtlQiz R. Ch. — 38 £< tllty \an armatz p. d. d. 
R. Ch. — « dels lor: de noi R. Ch. — 4« Et Alaman I. Bruni. — so Tug fora: foro R. Cb. — 52 son 
malvai» : et tei vU R. Ch. — 53 pju* d'una legna, puis volvero li g R. Ch. — 57 * Calio o Boce- 
lenso sono le lezioni dei codici (E R) » Die*. « Nel codice si leggo: boca leon. » Bruni. —50 La- 
guna che esiste parimente nel Bruni , ma non nel D. L. Questa laguna come tutte le altre che 
si osservano nel codice non sono indicate dall' amanuense. 

46) Questa poesia inedita (225, lljsi legge per intero nel C 263, ove anche è ascritta a G. 
M. Nella tavola d'i questo codice è ascritta invece al Peire Rogier. La prima strofa sì riscon- 
tra fra le eoblatdì P, e sarA stampata nell'Arch. Il Bartsch dice che occorre anche nel Traeiat 
Perilhos del Breviairi d'Amor. 



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E quar sabes ualer tan 

A U08 uoilh daurar mon chan, 

VII. 

50 Na Guias ges nom repen, 



DI FIRENZE E DI BOMA. 

De uos laaszar, quans m'es gen; 

Mai dels uostres tan ni caii 

Nom laiw, s*anquer meilhs no fan. 



35 



47) 



Non an tan dig li premier trobador 
Ni fag d^amor 
Lai el temps qu'era gais, 
Qu*e[ncaras] nos no fassam apres lor 
5 Chans de ualor 
NottS, plazens e uerais; 
Quap dir pot hom so qu^estat dig non sia, 
Qu^estiers non es trobaires bos ni fìs, 
Tro fai 808 chans nous, gais e geni asis 
10 Ab nouels dig^ de nona mahistria. 
II. 
Mai en chantan diszon comensador 
Tant en (chantan) [amor] , 
Quel noufs] digz torna f[a]Ì8; 
Pero nous es, quan diszon li doctor, 
15 So que alor 

En chantan non dis hom mais, 
E nou diszon que auzit non auia 
E nou qu'ieu die raszon c'om mais non 

[tUs; 
C'amors m*a dat saber q'aissim noiris, 
SO Que, 8*om trobat non agues, trobaria. 
III. 
Bem piai, qu'ieu chan, quan pens la 
[gran honor 
Quem ue[n]c d*amor, 
En fassa ricx essais; 
Quar tals recep mon chan e ma lauszor 
25 Que a la fior 

De la beutat que nais. 
Pero heus die, que meilhs creire deuria, 
Que sa beutatz desus del sei partis , 
Que tant sembla obra de paradis, 
30 Qu'apenas par terrenals sa eondia. 

IV. 

D^una re fan dompnas trop gran folor, 
Can lur amor 



Tornon en tant ricx plais, 
Que cascuna, pos uè son amador 
35 Fin seserror, 

Failh li la longa mais 



40 



Doncx couengra, quel mal costums 
[nUssis 
Del troptarzar,qu'ieu non ere c'ommoris 
V. Ce. ÌJ Tan leu, com fai, si d'amors se 

[iauzia. 

V. 

Trop fai son dan dompna ques don rieor, 

Quant hom d'amor. 

S'eseornet nis n'irais, 

Que plus bel Tes, que suefra preiador; 
45 Que si d'ailhor, 

Eral peeatz sauais; 

Que tals n'i a, quais e'om no ererria, 

Ab quel fals dig qu*en fos assas fraidis, 

Perque amorsjentre las enueuzis; 
50 Car tenon mal enquar lur senhoria. 

VI. 

Hieu am o blan dona on ges mon cor 
Eniaus d'amor 
Perque no men biais, 
Ni o dei far, c'om la te per meilhor 
55 E per gensor, 

Pere'amors mi atrai [s] ; 
C'amans es fols,cant en bon luec non tria; 
Quar qui ama uilmen si eis aunis, 
Qu'a las meilhors deu hom esser aclis 



60 



VII. 



N'Eselarmonda qui uè uos ni na Guia 
Gaseus del[s] noms d'ambas ho deuezis, 
Que quex dels noms es tan purs e tan fìs, 
G'om qu'els mentau non pren pueis mal 

[lo dia. 



47) Questa poesia inedita (225, 7) si riscontrano! C 200, R 325 e nel Tracial Perilhos. La prima 
strofa è stampata nel R. Ch. V, 202. 



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E. 8TENGEL. — STUDI SOPRA I CANZONIERI PROVENZALI 



XI. lARNAUT DE CARCASSES?! 
50) [novella del pappagallo.] 



^/*. i ir e. 1) Dina un uergier de^mur serrai 
A l'ombra d'un laurier foilhat 
Auszi oontendre un papagai 
D'aitai raszon, com hieus dirai. 
5 Dauant huna don'es uengutz 
E aportai de luenh salutz 
Et al dig! « Dona dieus uos sai, 
Messatgiers soi , nous sia mal , 
S' ieu uos die, perqu'ieu sol alssi 
10 Vengutz a uos en est lardi. 
Lo meilhor caualier c'anc fos 
El plus cortes el plus ioihos, 
Antifanor lo fìlh del rei 
Qua basti per uos lo tornei 



15 Vos tramet salutz sent [mìl] ues 
E pregaus per me que rames; 
Quar senes uos non pot sofrir 
Lo mal d'amor quel fai languir, 
E nuilh metge noilh pot ualer 

20 Mas uos que l'auetz en poder. 
Vos lo podes guerir sius platz, 
Sol que per mi li trametatz 
Joiha queilh port per uostr'amor , 
L'aures estort de sa dolor. 

25 Anquaraus die mais per ma fé 
Perqueilh deuetz auer merce; 
Que mais ama morir per uos 
Que d'autra esser poderos. » 



50} Novella della quale non si conoscevano finora che due testi; Tuno nelP R f. 143 pubblicato 
due volte per intero dal Bartsoh ( B. L. 25-29, B. Ch. 253-260 } e già prima, ma solo in parte, 
dal Raynouard (R. Ch. II, 275-282) : V altro nel G f. 127, il quale però non è se non un fram- 
mento del principio, inedito, e che importerebbe conoscere. A questi due ora viene ad aggiun- 
gersi il testo contenuto dal nostro Codice, che ha un valore speciale, poiché ci rappresenta 
una versione, che dal v. 125 in giù differisce interamente da quella deirR, ed a mio parere 
è piti semplice e più antica. Comincia dal raccontare la conversazione di un pappagallo con 
una dama. II loquace volatile domanda alla dama e ne ottiene amore pel suo padrone Anti- 
fanor : segue fra i due amanti un convegno che ha luogo nel vtrgier, ed è interrotto dal pap- 
pagallo il quale annunzia il ritorno del marito e consiglia il cavaliere a ritirarsi. La narra^ 
zione ha fine colle proteste caldissime dei due amanti, che si giurano amore e fedeltà e- 
terna. — L'autore, Arnaut de Carcasses, che sì nomina alla fine della versione R. non è afi'atto 
indicato nella versione presente. Nò ciò forse è da attribuire allo stato mutilo di questa copia; 
Arnautz de Carcasses componeva il suo poema, come dice egli stesso, (B. Ch.260, 21 segg.) 
e ....per los maritz casiiar Que volo lon molhers garar Queh laitien a lor pe$ anar.* Ora, que- 
sta tendenza non trasparisce punto nella versione nostra, ma sibbene in quella dell* R. Ivi 
il pappagallo, essendo riuscito a persuadere la donna che ami il suo padrone, ne riceve un 
anello da portargli in dono. Ma come farà il cavaliere a penetrare nel giardino cinto di mura 
altissime e vigilato di e notte dalle guardie del geloso marito? Il pappagallo propone d'in- 
cendiare il castello. Antifanor vi s'induce, ma vuole che innanzi vi acconsenta la dama, e 
r ottiene senza fatica per un nuovo messaggio del pappagallo. Il fuoco è appiccato e s'alza 
rapidamente; la donna apre la porta ed ecco il cavaliere nel giardino, ove, mentre il castello 
va a fiamma, I due amanti si rallegrano * en un lieg de Jot un laurier » finché non soprag- 
giunge il pappagallo, il quale li avverte di separarsi mquel foci et mortz tot ad eslroi.* Del 
ritomo del marito non v* è parola. — Ora a me sembra che qu'^sta storia più complicata e 
ricercata dell'altra, non sia che un rifacimento di Arnaut de Carcasses sopra la versione 
che adesso viene in luce, rifacimento nel quale è innestata quella nuova tendenza satirica. 
La nostra versione sarebbe dunque la originale, ed il suo autore un anonimo. Anch* essa però 
nello stato attuale sembra ritoccata, e segnatamente i vv. dal 1S9 alla fine destano grave so- 
spetto che sieno stati aggiunti posteriormente. 

L' importanza critica del nostro testo per la parte contenuta nell' R ò del pari assai grande, 
come di leggieri si rileverà dallo numerose varianti di quest' ultimo codice, che do qui ap- 
presso. Riportando queste varianti , ho chiuso tra [parentesi curve e quadrate, secondo il mio 
sistema, le correzioni del Bartsch. Ho ritenuto poi inutile di riportare in nota anche quelle 
varianti dell' R, che, notandole coi soliti segni, ho introdotto nel testo. In queste correzioni 
finalmente mi sono limitato agli errori evidenti, che si potevano togliere senza punto alterare 
la lozione del codice; poiché per una edizione critica sarebbe stato indispensabile di consul- 
tare anche il frammento del G di Milano. 

4 Daital : De tal — 5 Dauant: Denant — ? al dig: dit W — 8 sia: sapcha — 9 S'ieu: Si; per- 
quieu: perque. — »« cortes: azaut[z]. — i3 filh : 1ilh\t\ — W Que per uos: \Aper] voi batlit — 
15 Vos: Eul — 17 sofrir : guerir —i^ Lo : Del; que 1 : quem (corretto in quel dal Bartsch) — '?»-?4 man- 
cano— «7 Carsi{e)ui play morir voi p. r. — ?« Slaij que [dautra] {per autre) riure ioyos. 



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DI FIRENZE 

Ab aitan la dompna respon 
30 Et ha li dig: « Amicx e don, 

Sai 68 ueiìgutz ni que sercatz? 

Moli mi pares enrazonatz ; 

Car anc auzes dir, qu*ieu dones 

Joia ni qn'ieu la prezentes 
35 A negun home cresda. 

Ben uos es debatutz en uà; 

Mas quar uos uei tan plazentier, 

Ni es uengutz en est uergier, 

Mi podes dir so qu'a uos platz , 
40 Que non seres mortz ni nafratz, 

E peszam per amor de uos, 

Que tan cortes es e tan pros; 

Car mi donas aitai conseilh. » 

« Dona e hieu me meraueilh , 
4:> Car uos de bon cor non Tamatz. » 
« Papagai, ben uoilh, que sapchatz, 
Qu^ieu am del mon lo plus ardit(z). » 
« E uos qual ?» « Per dieu , mon marit. » 
« Vostre marit non es razos, 
50 Qtt^el sìa del tot poderos. 
Lui deues amar a prezen 
fé. 2) E pueis deues celadamen 
Amar aissel que mor aman 
Per uostr' amor ses tot enian. » 

55 « Papagai, molt es gens parliers, 

Be sai, si fostes caualiers, 

Que gen saupras dompna pregar; 

Mas ges per so non uoilh laissar, 

Qu*ieu non deman, per qual raszo 
GO Dei far contr^aisel failhlszo 

A cui ai dat m*amor e me. 

« Dona, aisous dirai hieu be: 

Amors non garda sagramen, 

La uolontat sec el talen. » 
65 « Ben anes dig, si dieus m'aiut; 

Doncx es uos ab aitan uencut. 



£ DI ROMA. 

S'om ama ren per bona fé, 



37 



Hieu am mon marit mais que re 
Et nuilh autre amador non uoilh. 
70 Doncx, com auzes tan dir d'ergueilh, 
Qu'ieu am lai on mo(n)[8] cor [s] non es? » 

« Dona, ergueilh non dis hieu ges, 

Par mi, queus uoilhatz corrossar; 

Mas, sim uoletz ar escoutar, 
75 Ja per aisso nous defendretz 

D'Antifanor, que non Tametz. 

Beus die, que dreitz es ueramen, 

Que deuetz amar a prezen 

Vostre marit mais c'autra re, 
80 Apres deues auer merce 

D*ai88el que mor per uostr' amor. 

Pauc uos membra de Blanquaflor 

Qu^amet Floris senes enian, 

Ni d'Izeus, com amet Tristan, 
85 Ni de Tibes, com al pertus 

Anet parlar a Priamus, 

Anc nulhs hom no Ten pot gardar: 

En lieis uos podes remirar. 

Cai prò n*aures, s'Antifanor 
90 Languis per uostr*amor, ni mor? 

Lo dieus amor e sa uertut 

Vos en rendra mala salut, 

Et hieu mezeis (qu)en redirai 

Tot lo mal de uos qu*ieu sabrai , 
95 S*in breu d*ora no m'autreiatz, 

Que, s'el uos ama, (que)uos Tamatz. » 

« Papagai, si dieus mi conseilh, 
Anquar uos die, quem meraueilh, 
Car uos tan gen sabes parlar, 
100 E pueis tan mi uoletz preiar 
D'Antifanor nostre senhor, 
Hieu uos reclam pel dieu d'amor, 
(v. e. i) Anatz a lui , que trop estatz , 
E prec uos, quel me digatz, 



«9 Ab a. l. d.: Ah ton la à(ma li — 3» ni : e — 32 Molt: Irop — 33 qu'ieu : que — 34 Joia n. q. 
1.: Joi(Mni q}jit\a% — 36 Ben: Trop— 37 plazentier: prezentier — 38 Podelz a mi en test. v. 

— 39 Parlar o dir $o que volretz — 40 Q^e noy tereiz fortatz ni pres — 4? Car es ian azaut[z] 
e t. p, — 43 mi donatz: m'auzeiz dar — 44 me : w'cn — 46 uoilh q. s.: vuelh sapiaiz — 47 ardita: 
aihit — 48 « Per dieu: dona? » — 49 Vostre : Jet del — 50 Qu'el : Que — 51 Amar lo podelz a p. 

— 58 E pueis : Apres — 53 aissel: aquel — 55 molt es gens: Irop es bel[8] — 56 Par me, si fos- 
seiz e. — 58 so non: ian nom — 50 non: nous — «o contr'a. f. : contra luy Irassio — ^^ A e a. 
plevida ma fé -^ ^ aisous: so vos — 63 garda: gara — 64 uolontat s. el : voluntat[z] s. lo — 
65 Ben a. d: Vos b» dizeiz — ce Ab tan vos ay leu doncx v. — 67 Que si'el mon, de b, f. Questo 
verso é trasposto col seguente. — 68 Hieu: QuHeu — 69 nuilh: lunh — 70 Com auzas dir aitai 
erguelh — 72 dis : éUc — 74 Pero s. v. e. — 75 aisso nous : razo no[us]{l) — 77 Ben die el es d. v. — 
W D' aissel :* De {uy — 82 Pauc: [iVo] — 83 senes: ses tot — 84 Izeus com: Izeut{Z) que — ?5 Ti- 
bes com: Tibers cani — 86 a Priamus : ab Piramus — 87 Anc: C*anc — L'en pot gardar: [lan\ 
poe tornar "90 ^To n'aures: proy aurelz. — 9' d'amor e Uu veHu/z— 92 Say^ que vos rendran 
mais w/tttó — 93 (qu)en redirai : quedezir n'ay — 94 De v. tot lo m. quepoirai — ^^ mi conseilh: 
wi'ocOMeJA — 98 Anquar uos: Enearaus--^ sabes: [auzi\ — 102 Hieu uos reclam: Luy reclami — 
i'^ A, vos en qu'ieus do comjatz — 104 prec uos quel me : pregni vos que li 



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38 E. STENGEL. — STUDI SOPRA 

\Gó Qu*ieii mi acordarai breumen 

Eilh mostrarai tot mon talea. 

E si tant es, quel uoilh amar, 

D*aisso lo podetz conortar. 

Que per uostres precx l'amarai 
no E ìa(mais) de lui nom partirai.» 

« Dona sei dieus qui no mentic 

Vos do [d'] Antifanor (per)amic » 

Lo papagai fo molt ioios 

Et issi del vergi er cochos; 
115 Dauan son senhor es uengutz 

E mostrailh, com sVs captengutz, 

Premeiramen Ta comensat 

Lo gran pretz e la gran beutat 

De la dompna, si m'aiut fes, 
120 E d*aisso fes molt que cortes, 

Pueis li a dig: « Senher iamais 

Non er noiritz nuilhs papagais 

Que fassa tan per son senhor, 

Com hieu ai fag per uostr'amor; 
125 Que la dompna uos ai guaszanhada. 

Anas ades està uegada 

Parlar a lieis en sei vergi er. » 

Tot mantenen ses destorbier 

Lo caualier s'en es auatz, 
130 Dins el vergier el es intratz 

Et es se trobatz ab la dona, 

Et quan lo ui, et ellal sona 

Et asetet Io iostalei: 

« Senher, bem platz, cant hieu uos uei 
135 Vengut aissi en est vergier. 

Gran tems ha, non ui caualier, 

Tan mi plagues, si dieus mi sai. 

Per nostre papagai uos ual , 

Car hieu uos uei tan plazentìer 
140 Pero, quar es tan bel parlier 

E per lo be quem di de uos, 

E quar es tan bel e tan pros. 

Farai nostre comandamen 

Ab sol , que uos premeiramen 
145 Me fassas couinen aitai, 

Quem siatz fin e leial , 



1 CANZONIEBl PROVENZALI 

E que me ames de bon cor. » 

« Dona, be u[o]s die, s'ieu non mor, 

QuMeu uos amarai ieialmen, 

150 Que ia nous farai failhimen 
E si uoles nuilh couinen 
Qu'ìeu uos fassa, ni sagramen, 
Hieu lous farai mot uolontiers; 
fc. 2J Que anc non fo nulhs caualiere 

155 Que tal sagramen fezes mai , 
Com hieus farai , si a uos piai. » 

« Senher, nous ho tengatz a mal; 
Que motz homes son cui non cai, 
Mas que penson de gallar, 

160 Perqu'ie m[e] uolria gardar. 
Mas hieu [ia] non o die per uos 
Que (uos) es cortes, sauis e pros. 
Et en uos mi uoilh hieu fizar 
Per uostrajB uolontatz a far 

165 Et aissim met ses tot ìurar. » 
Ab (ai)tan si prendon a baiszar 
E feiron de lor solatz (ai)tan 



Com lur fon bo, nils agradec. 

1"0 Ab (ai)tan lo papagai parec 
E dis: « Senher, anas uos en; 
Que uengutz es mon essien 
Lo maritz d[e] aquesta dona; 
Qu'iel uei que a la porta sona. » 

175 El caualier [a] pres comiat 
De la dompna et ailh pregat, 
Qu[e] ella li fassa saber 
L'oura queilh uenra a plazer, 
Com puesqua tornar a T amor 

180 Que tant li es toquad' al cor. 
Et ella dis: « Ben o farai 
E breumen uos ho mandarai. » 
« Ma dompna, a dieu uos coman 
E prec uos, que Io mieu don man, 

185 Pel marit non m'i oblides. » 
Et ellal dis: « Non farai ges, 



105 mi acordarai : m'acordaray en. Il Bartsch ha trasposto le parole: en b. m'a-^ l06 manca, 
è però qui trasposto il verso 109 — 107 quel : quem — 1<^ D'aisso : D'aitan — IM per: peli cf. 
nota 106 — 113 E (iamais): Que ja^ Seguono i 12 versi seguenti: 

E porUtK lim aqaoBt anel , Ab tan lo papagay[g] respon 

Qa'el mon non cng n'aya pna bel , * Dona , „ fay sei , * ai diona m'aon , 

Ab Beat cordo ab aar obrat , Mot a aiai azaut prexen , 

Quel prengua per m[a] amiatat. Et leu portar l'ay vcramen : 

E gardatx Toa que non eatctz, E car avctz tan bel eagart, 

En scat rerdier m'atrobaretz. « Salndar l'ay de vostra part 

113 e 11^ mancano; si leggono invece i 6 versi seguenti: 

Em laya Texer e'abans d'nn an De layna , car ac gran talcn 

L'ames de cor ses tot enjan. , Da la dou'e d'Antiphanor. 

Ab tan part(o) [de?] lor parlamen Del verdior joyoa aea demor 

115 Dauan : Dreg a— 116 mostrailh com : comial CO — 117-120 mancano — ist nuilhs: tol[sl — i^ fassa 
tao : tan digua — l'< fag: dig — iS5-245 mancano, si leggono invece 170 (propriamente 172) versi 
interamente differenti. — 145 Cor.: Quem servaizef, e (. — 166 cf. v. fl6 nota. 



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190 



DI FIRENZE E DI ROMA. 
Àns pensarai ades de uo6 
Com uos tornes, aisai ues uos. » 
« Et hieu (uos) amans iur e promet 
A uos dona a Tamoros dret 
De far tot uostre mandamen 
Et serai tostems hobedien 



39 



E iur uos e promet selatz 
193 Que [ìeu] perirai tostems em patz 

Lo ben el mal qual quem fasatz , 

E promet uos, que uostre dan 

Destorbarai e metraì enan 

Vostre be a tot mon poder 
200 E farai grazir e saber 

AIs plus conoissens uostre pres, 

E iur uos e promet apres, 

Que ia itan, com siatz fina, 

Nom farai plazers ni aizina 
205 En autra part mon cor camiar , 

Ni de uos partir ni lonhar, 

(f. i2 r.c. i) Neis si tot me soluiatz, 

Cane nom plac nulh' autr'amistatz, 

E sim uoletz anquar plus dir, 
?10 Si com saljetz pensar ni dir. 

E iur al uostre entendemen 

E iur uos [ci] premeiramen 

Per la fin' amistat queus port, 

Que nous pogra iurar plus fort, 
t\ò E per Io8 auangelis sains 

Que fes Marcx , Matieus e Joans 



E sains Lucx [lo] euangelista, 

Que per paraula ni per uista 

Ni per onrar ni per seruir 
220 Ni per als que m[e] sapchatz dir 

Nom partrai de uostr'amistat , 

Neis sim donauatz comiat. 

E uos dona, prometetz me, 

Que de bon cor, ab leìal fé 
225 Mi retengatz per seruidor, 

(E) donas mi baiszan uostr'amor 

E leuar m*ai pueis denan uos 

On ai estat de genoilhos. 

E uoilh qu[e] az aquest couen 
230 Sion ferraanss'e sagramen , 

Bona fes e leials amors, 

Ensenhamens, pretz e ualors. 

Gai deszir e fin pensamen 

Cubert e seiat e temen 
235 E uoler complir de bon grat 

E lonhamen de maluestat, 

Lo ioi del dieu d'amor selar 

Et ardimen de fin amar. 

Et hieu don uos per auszidor 
240 Mon cor per mandamen d'amor. 

Quel dona poder de so far 

So que li uolretz comandar ; 

Qu'ieu ere, qu'el vos atendra be 

Tot so que la bocaus coue. 
245 Dona, per (aquestz) sains auangelis.... 



XIV. COBLAS ESPARSAS. 



53) 



Fraire, totz lo sen el saber 
E la cortezia del mon 
Son deniers qui prou pot auer, 
Qu'ieu non ai coszi , germa ni segon 
5 Qu'a las cochas m'aon 
X(c. P^donquas, quan mi uauc defailhen, 
Ans non ai tan prop paren , 
Non an diszen , 
Ben ai folsen, 
10 E per els es mais us ricx orbtz amatz 
Que US genti Is, cant es d'auer mermatz. 

54) 
Dona que de eonhat fai drut 



E de marit sap far eonhat, 
A ben damideu renegat 
El cors e Tarma tot perdut, 
5 Quar ilh no sap ni hom per lui, 
Cui son li filh, nil maritz cui. 
Perqu'iels apel deslinhatz totz, 
Filhs e fìlhastres e nebotz. 

55) 

Vilanz die, qu'es de sen issitz, 
Quan si cuida desuolopar 
De la pel en que[l e]s noiritz , 
Ou la uol per autra camiar; 
5 Qu'ieu sai, e totz lo mons ho ditz. 



m Corr.: D'eiser t. o. -- "« Corr. Det farai. 

54) Poesia anonima (461,95) che si legge fra le coblas del P, nel Q f. 36 v. e. 2, e nel T. Sarà 
stampata neirArch. secondo la lezione del P. Qui appresso do le varie lezioni del Q. — S E: iVe 
— * manca — 5 Car il nos abmon p. l. ^ ^ Cuil son fili ni marit cui — 7-s Perqeu los apel 
metclof enebop. 

55) Poesia anonima (461.250) stampata dal Grùzmacher secondo la lezione del G (Arch. XXXV, 
110). Si riscontra per altro fra le coblas del P, nel Q 36 v. e. 2, e nel T. Sar& stampata neirArch. 
secondo la lezione del P. Qui do le varie lezioni del G e Q. — ^ Vilanz: Vilan G Q; issitz: 
insiz G isif Q — 2 Con se e. deuolupar G Q — 3 que[l e]s : cui es Q — * Ou la uol : Si ilauol 
Ct Si lauor Q — 5 e totz : toz G ho : o Q el G 



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40 E. STKNOEfj. — STUDI 80PBA 

Qu'ades retra hora lai don es «ssita; 
E quan uilas se cuida cortes far, 
Per plus fol l'ai , qe s*anaua turtar. 

56) 

Lo sen uolgra de Salomo 
E de Rotlan lo ben ferir 
E Taslre de sei que pres Tir 
E la gran forssa de Samso 
5 E que sembles Tristan d'amia 
E Galuanh de caualaria, 
E lo ben sen de Merli uolgra mai, 
Qu*ieu feira fi de totz los tortz que uei com fai. 

59) 

Moli m'enueia d'una gen pautoneira; 
Car an tornat pretz lun bratz en erranssa, 
C'us non conois cui do ni sei quel queira; 
Mas atresi com orbs qui peiras lanssa 
5 Donon raubas e ronsis a garsos 
A tals c'ancmais no saubron qu*es e fos 
Mas fams e lì'eitz, trebailhs e malananssa. 

60) 

Ar uei tot quant es uerdeiar 

Els albres de fueilha uestir, 

E quant hieu cug reuerdezir, 

Mal mon grat m'auen a sequar. 
5 Trop tem, qu'en mal luec fui plantatz; 

Que totz son uertz e hieu sequatz. 

S'ar non reuerdisc en pascor, 

Coras reuerdirai, senhor? 

Ben leu la nueg de saint Johan , 
10 Atressi com li noguier fan. 



Mai tortz es, follia et enfanssa 
Qui loniamen uol seruir en perdos, 
Posno l'en es rendutz nuilhs gulszardos, 
E sei quel pren fai gran desmeszuranssa; 
5 Que de seruir tanh, c'om guizzardo renda. 
Perqu'ieu ni ma bella dona créia, 
Qu'ieu ia del sieu servizi mi recreia: 

71) 

Aissel que uol tot iom esser senatz 



I CANZONIERI PROVENZALI 

Es engauatz souen en son saljer; 
Quar maintas ues ai uist gran sen nozer 
E aiudar maintas ues grans foudatz. 
5 Perque nuilhs hom que mante drudaria 
Non deu gardar son prò ni sa folia, 
Ni non pot auer pretz ualen 
Nuilhs hom, si'n amor no s'enten. 

72) 

Donai gensers que sia , 
Per uos me castia 
Sense uolontatz, 
E nom laisson en patz; 
5 Car mon sen, si podia, 
M'en deslonharia 
Dels autz entendemens, 
E d'autra part iouens 
Ditz c'onrada follia 
10 Val en luec mais que sens. 

73) 

Si bem soi forfaitz ni mespres , 
Per zo nom dei dezesperar; 
Qu'ieu ai uist ergueilh baissar. 
Dom sufrir en patz si pogues; 
5 Quar ben suffrir ual, so sapchatz. 
Perqu'ieu mi sen tan enansatz ; 
Quar per sufrir son maint paubre ricos, 
El ricx pot leu per ergueilh baissar ics 

74) [GIKAUDO LO ROS.] 

I. 
[E] pos nom puesc uirar ailhors, 
Dompna, ni non es moe gratz, 
Vailham ab uos humelitatz; 
Qu'ieu noi quier autres ualedors, 
5 Si fauc merce totauia; 
Quar es mos poders ai tan grans, 
Qu'ab uos me pot ualer rail tans 
Merces c'autra manentia. 

II. 
Dona, nostra ualens ualors 
IO El vostre genz cors onratz 
E las uostras ualens beutatz 
Que son sobr'autras clardatz. 



6 hom lai : manca G Q. — 7 uilas: uila G uilan Q — 8 que s'anaua turtar: qe $e annua urtar 
G Q. Si vede che G e Q derivano da una fonte comune, senza però essere copiati l'uno dall'al- 
tro. Il nostro testo attinto da fonte diverso, è molto piti corretto. 

56) Poesia anonima (461, 154;. Si legge nelP N, P, Q 36 v. c.2, T e nel Tractat perilhos. Sarà 
stampata nell'Arch. secondo il P. Qui do le varianti del Q — 5 amia: amcr — 7-9: 

El bon Mber de Merlin Qcu frira dreif del tor 

Vol^a mai Qeu noi com fai. 

74) Stanza 3 e 2 di una canzone (240,6) stampata dal Bartsch (B. P. i) secondo i codd. C 
46, I 84, R 5i4; si legge anche nel K e due volte nel D (287 e 72«) ; la prima volta nel D è at- 
tribuita ad Elias de Barjols ; C ed R invoco T attribuiscono aPeire Vida!. Le lezioni del nostro 
codice rassomigliano quelle dell' I. 



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DI FIRENZE B DI ROMA. 



41 



Volon, qu'ieus port senhoria, 
E quel nostre bon pretz enans 
15 Eus sia humils e merceians 
Tostems, s'ieu aitan uiuia. 

75) [PEIRE VIDAL.] 
I. 

L'alauBzera el rossinhol 

Am mais que nuilh autr*auzel 

Que pel ioi del tems nouel 

ComensoD premier lor chan ; 
5 E hieu ai aquel semblan , 

Quan li autre trobador 

Estan mut, chan per amor 

De ma dona na Yiema. 
II. 

E quar per sa mercem col, 
10 Qu'en chantan dona Tapel, 

Bes tanh, c'ap lieis mi capdel, 

Qu'ieu (v, e. i) uos pliu ses tot enian, 

Que sieus sarai darenan; 

Quar m'a fait tanta d'onor, 
15 Quem rete per seruidor 

Per tostems mais na Vierna. 

HI. 

Las, qu'eras planh so quem dol 
Plus que nafra de quairel 
Non feira ni de coutel, 
20 Perqu'es fok quis uai uanan 
Son ioi tro c'om loilh deman. 
E dona fai gran folor 
Qui s'enten en gran ricor; 
E dieus gart ne na Vierna. 

76) 

I. 

Molt era dous e plazens 

Lo tems gais, can fo eslitz 

Paratges e establitz, 

Qu'els dreituriers, conoisaens, 
5 Leials, francs, de bon coratge, 

Plazens, larcx, de bona fé, 

Dreituriers, de gran merce 

E^tabliron paratge, 

Per cui fos seruir trobatz, 
10 Cortz e dompneis e donars, 

Amors e totz bes estars 

D*onor e de gran dreitura. 
II. 

E paratges e bos sens 

Deu esser quapdels e guitz 
15 De totz autres bes complitz; 



Perque las premeiras gens 

Doneron al rie lìnhatge 

Rendas; qu'els tenguesson be 

So qu^al paratge coue. 
20 E doncx qui te Teretatge 

Nil fìeu don el es quazatz 

Non ere, que deg[r] 'esser pars; 

Mas a cascun es pezars 

De far so(n) don pretz meilbura. 
III. 
25 Pero homs flac, maldizens. 

Per lur auer deschauzìtz, 

Desconoissens , aposti tz , 

Pos renh ap galiamen 



30 E tot paratge mescre. 
Ben uolgra saber perque 
Voi auer nuilh senhoratge, 
Pos non conois don es natz. 
Mas bon pretz es aitaji quars, 

35 C'us noi sap comtar auars; 
Ma Tautrui ben fait rancui'a. 

77) [POKS DB LA QARDA.] 

I. 
Sitot no m*ai al cor gran alegranssa, 
Si dei chantar e far bella semblanssa; 
Que per som plascubrir ma malananssa, 
Que non uoillh dar gang a mos enemicx. 
5 Pero dirai alques de mos talans, 
Ei gequirai per paor trop a dire. 

II. 
Eras no sai enues qual part me uire, 
Pos mei amie ponhon en mi aussire, 
Que tal m*a fait so don planh e sospire ; 
10 QuMeus pliu ma fé, qu*ieu era molt meilhs i 
Qu*elam serques mos pros e mos enans, 
Mas'aissi failh hom en mainta fazenda. 

78) 

I. 
Nuilha ren que mester m*aia 
M'ai , cant un pauc de saber 
Non ai per far chanson gaia ; 
Qu*ieu non ai ioi ni Tesper 
5 D'amor ni d'autrasraszos. 
Non es auinens chansos 



Majs del ben qu'ieu ai agutz 
E del deszar don mi dueilh 
10 La farai, pos far la uoilh. 



75) Poesia completa (364, 25) stampata dal Bartsch (B. P. 11) secondo Taltro solo codice C 45. 
Eccone le tre varianti che offre quel testo : — l alauszera: alauzeV — 7 chan per: eu c/iand'— 
» loilh : (o». 

T7) Le due prime stanze di una poesia (375,5) stampata dal Raynouard (R. Ch. HI, 206). Si 
riscontra anche nei codd. C 389, R 255. {Nella tavola alfabetica del Meyer è omessa.) 



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42 



E. STENGEL. — STUDI SOPRA I CANZONIERI PROVENZALI 



II. 
En hom plus uè ni assaia 
Ni sent gaug ni desplaszer, 
Plus (leu gardar, non s'atraia 
Lai don ioi non pot auer; 

15 Qu'ara es huna sazos, (e. 2) 
Que mal rent hom guiszardos, 
Eilh seruizi son perdut 
Eilh benfait desconogut, 
Et amors uol e acueilh 

20 Aisels que mais an d'ergueilh. 
III. 
Ses prometre e se.s paia 
Ses pot dona dequazer, 
Si fai semblanssa, queilh plaia 
Aisso que noilh deu plazer; 

25 Que de semblan nais razos 
E mais, don eisson tensos 
Tals, que s'agran be uolgut, 
E non crezas, qu'ieu destrut 
Aco que ueiran mei hueìlh , 

30 Ni pueis sia tals com sueilh. 

79) [MARCABRUN.] 



D(eu)irai uos en mon lati 
De so que ai uist e que ui , 
Mas non cug, segles dur gaire; 
Que Tescriptura ho di , 
5 Q'eras failh lo filhs al paire 
El paire al iìlh atressi. 

80) 
I. 
Dels plazens plazers 
Faitz ab gran benuolenssa 
E dels semblans uers 
Dous ab doussa paruenssa 
5 E dels quars uezers 
Ai al cor souinenssa 
Qem fes la belaire 
El sieu dous repaire. 
Perque soi cochos 
10 Ma.... ianglos 

M'en fan forsat estraire 
Don fas a rescos 
Mains sospirs angoissos. 



Greus m'es Testeners 
15 Qu*ieu fas e la sufFre[n]ssa, 

C'us iorns ho us sera 

M^an en detenenssa, 

E lai remaners 

Mieus noilh done temenssa, 
20 Que uas lieis mi uaire; 

Quar aitan debonaire 

M*es totas sazos , 

Qu'ieu ai uist per raszos 

Lim pogra far desfaire 
25 Quilh m*en fes perdos, 

Tals qu'ieu pris uergonhos. 

81) [UC DE S. CIRO.] 

AIs bels captenemens 

Et als cortes paruens 

Et al fugir folors 

Couois hom las meilhors; 
5 Quel semblans fai parer 

So don al cors uoler. 

Doncx, si de far follia 

No uos pren uolontatz , 

Jal semblan non fasatz. 
10 Nom tanh , qe plus en dia. 

82) [UC DB S. CIRO.] 

I. 
Totz fis amicx ha gran deszauentura, 
Can de si dons malas nouas apren. 
Assatz ai dig asz ome conoissen, 
Pero non fauc per mi mezeis rancura; 
5 Mas qui onra outrameszura 
Home qu*a onrar non fezes 
Per failhimen deu esser pres. 

II. 
Dompna uolgr^ieu que esgardes drechura 
[E]qu'esgardes qui Tama finamen 
10 E qu'esgardes queilh notz ni Testai gen 
E qu'esgardes quilh notz ni la peiura 
Ni per que bos pretz li dura, 
E qu'esgardes, que no fezes 
Faitz c'om raszonar non pogues. 

87) 

I. 
Bella dompna, a dieu uos coman 
Et anc no dis maior folor; 



70) Prima stanza di una poesia (293, 17) stampata dal Bartsch (B. Ch. 59) secondo i codd. A 
27, C 177, R 5 e prima dal OrQzmacher (Ardi. XXXV, 332) secondo TA solo. Si riscontra an- 
che nel D 110^, K103, N , T 205. Il testo non rassomiglia particolarmente a nessuno di quei che 
si conoscono per le stampe. Cf. per altre stanze della stessa poesia il n. 100, qui appresso, p. 43. 

80) 1 11 manoscritto porta : iglaztfi plazens. 

81) Cobla (437, 2) stampata dal Bartsch (B. Ch. 293) secondo ì due altri codd. H 49, D clxxxi. 
Le lezioni del nostro cod. rassomigliano a quelle del D. 

82) Poesia Inedita di Uc de San Gire (457, 39) che si riscontra anche nel D CLXXvin. 

87) Poesia anonima ed inedita (461, 54) che si legge anche nel Q HI, ma scorretta ed ita- 
lianizzata. Eccone le varie lozioni : — » Bella: Bona — ^ maior: tan gran 



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DI FIRENZE 

Quar aquest comiatz m*a sabor 

De dol, de sospir e d'afan. 
5 C^aurai , cant hieu seral ses uos ? 

Ai dieu, quar fos auenturos, 

Que camge pogues auenir 

D'aquest anar per im uenir! 
II. 

Planhen m'en uauc e sospirai) , 
10 Ples d' ira e de gran dolor, 

Recordan vostra gran ualor 

E uosire frane humil semblan 

E uostras auinens faissos 

El dons f quars , francx, humils respos 
15 Els plazers que uos sabes dir, 

Quem fan souen uiur'e morir. 
^) 

Fis gaugz entiers, plazens e amoros 

Ab uos es gaugz, perque totz bes reuiu, 

£ non a gang el mon tan agradiu ; 

Quel nostre gaug fai setgle tot ioios. 
5 Ab V08 creis gaug e uiu deues totz latz , 

Perq'ieu n'ai gaug e mos bels castiatz, 

Em fai gran gaug sei quem mentau souen 

Lo gaug de uos el bel captenemen. 
96) 

A drut de bona dona tanh , 

Que sia sauis e membratz 

E cortes et amesuratz 

E que trop nos rancur nis lanh ; 
5 Qu'amors ab ira nos fai ges , 

Que mesziva d'amor fruitz es; 

E drutz que a bon cor d'amar 

Deu s'ap gaug d'ira refrenar. 

97) [GUILLEM de SALINHAC] 

A uos que tenh per don e per senhor, 
Bona dona, uolgra clamar merce 
Per un deszir que deuas uos mi uè, 
Quem destrenh tan, que, si'n Cv. e. i) breu 
(nom secor 
5 Vostre gens core, non puesc uiu[8] remaner; 
Et anc no u[o]s ho auszei far parer, 
E sius en sol mil ues uengutz denan, 
Pueis, quan uos nei, nous aus dir mon talan. 

98) 
Ha dieufi, e quem uolon dir 



E DI ROMA. 48 

Pueis ma dolor non enten , 
Siei hueilh, ni quem uan queren, 
Ni pos nom uol auzir? 
5 Molt son mensongier messatge 
Li dous esgart quem trames; 
Ma(s) per Crist, s'ieu ho saupes, 
Non lor obriral coratge. 

99) 
Ma(s) dompna sap ioi far semblar pezanssa 
E son uoler selar et escondire 
E pueis semblans cortes ab son dous rire; 
Per c'om no pot cor iutgar per semblanssa. 
5 Mas, s'ilh m'ama, aora paregues; 
Quar li soi fis e [soi] ses totz engans 
E sei quem ditz, qu'ieu pes mas dels sieus 

(mans, 
Quieiram doncx cor,qu'ilh a lo mieu conques. 

100) [MARCABRUN.] 

II. 
7 Desuiat ha son quami 
Jouens e mes en dec(h)[i]i , 
E donars qu'era son fraire 
10 L'an essilhat a tapi. 



Si non ment lo laoraire 
Don Io reprouiers issi. 

IV. 

Lo moliners iutgal moli , 
20 Qui ben lia ben desìi, 
Dis lo uilan tras l'araire, 
Bos fruitz eis de bon (paire) [jardil , 
E maluatz filhs d'auol paire, 
E d'auol quaual rossi. 

V. 

25 Eras naisson li poilhi 
Bel, burden, ab genta cri, 
Qu'esdeuenon de blanc uaire 
E fan semblant azeni. 
Jois e iouens n'es tr(ahi) [ichaire], 
30 E maluestatz nais d'aqui. 

101) 
A me non ual (re) cobles ni arteszofs] 
Ni siruentes, tan ueì lo mon delit; 



5 Q« uaurai qan $. «. u. — 7 Que : Ben; auenir: deuenir-- is E la$ voslras belas fùxont — 
t< Eldolz ear auinent r. — 15 El pZas«r— i6 Quem: Chi. 

97) Prima stanza di una poesia (235, 1) stampata dal Raynouard (R. Ch. Ili, 394). Si legge an- 
che in tre altri codici: C 357 e 134, R7d5 neirultimo à attribuita a Gui d*Uisel come pure nella 
tavola del C. Il Raynouard chiama V autore, Giraud de Salignac. 

100) TV. 1-4 della seconda vv. 5-^ della terza e V intero della quarta e quinta stanza della 
poesia, la prima stanza della quale si legge di sopra n. 79. 

101) Cabla che si legge anche in Q 42. Eccone le varie lezioni : — l Nome ual plus COblas 
fU a. ^ t uoi : es. 



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44 E. STENGEL. — STUDI 30PRA 

Quar per dos sous serai meilhs acuilhit, 
Sils agues (liatz) en un de mos giros, 

5 Que per sent uers ni per dozens chansos; 
Quar fuec e ui e lieg ont mi coigar 
Aurai dels Vili e dels XII a maniar 
E dels quatre tenrai Tosi en amor 
Meilhs que non feiradelsuersdel lauador. 

102) [BERTRAN DE BORN.] 

Ges de dirnar non fora trop matls 
Qui agues be sos obs dins son albero, 
E fos hi la carns el uis 
El bel fuec de lenha de fau ; 
5 Quel premier iorn es huei de la semnana , 
E deu hom estar suau. 

103) 
De ben aut pot hom bas quazer 
E de ben bas poiar contr' amon, 
Aisso que non oblit silh que fai! amie son; 
QuHeu ai uist comensar pon 
5 D'una peira solamen 
El ui uenir a complimen, 
E mantenen, si com fo aut poiatz, 
Sec bas : aissi cai pretz, quant es mal comen- 

(satz. 
104) 
I. 
Qui ues bon rei si prezenta 
Per saber ni (e, 2) per solatz 
Auenir deu totz apensatz , 
De cai captenenssa estci , 
5 Calsi par fi* e ualens 
Sa conoissenssa e sos sens, 
S*al prim la garda e pueis mai 
E leis e so quelh retrai. 

II. 
E s'ilh ment, noilli sobremeuta, 
10 Q*al meins noilh semble uertatz , 
Pero meszur'es asatz 
C'ap lag uer dir si parei 
Bels uers dirs, si nonqual uens 
Si tot noi encor sagramens, 
15 Q*al solas ui ni al iai 
Non agrad* om trop uerai. 



I CANZONIERI l'ROVENZALI 

105) [GAUCELM FAIDIT.] 

Totz hom deu conoisser esz entendre, 
Que riquesa ni graus cortezia 
Ni res que sia 
Nos pot de mort defendre; 
5 Quel iorn que nais comens* on a morir 
E qui plus uiu mais ponha em fenìr. 

106) 

Quan lo pel del cui li uenta 
A mi dons que quagueuis, 
Veiaire m'es, qu*ieu senta 
Huna gran pudor de pis 
5 D*una ueilha merdolenta, 
Que tot iorn m*escamis, 
Qu'es plus de petz manenta 
Qu'autra de marabotis, 
E quaga mais en tres matis, 
10 Qu*autra no fai en trenta. 

107) 

De tota pudor ere, 
C*om se pot defendre ab aitan 
C*om 8*an son nas estopan, 
Ho qu'esluenh de lai on uè, 
5 Quar qui quagaua e pedia 
D'aquo uos gardarias uos. 
Mas de me s*ieu uessia 
Ho d*un autre uessios 
Ho de uos, si uessiatz, 
10 Al uessir non sai aiuda; 
Qu*ai8el a cui latz uesseriatz 
Non sap re tro Ta beguda. 

108) 

A tot mon amie clam merce, 
Que si m*a en cor de ren dar, 
Que no m'o fassa demandar, 
Tan qu'ieu en semble enuios, 
5 Que non es tan plazens lo dos, 
Ni trop m*o fassa atendre. 
A semblanssa, ques uoilha defendre 
De mi, si trop m*o uai tarzan , 
Ho espera, qu'ieu m*en an. 



< Seal pori ligaf entrus del meoi g. ^ ^ Qe uin e foes — ? dels Vili e del XII : pe<5 ole per 
senfe — « £ terau l'Oit en ben el e. a,— ^ Mais qe dirli lo u. d. l. 

102) vv. 1-6 della prima stanza di una poesia (80, 10) stampata dal Raynouard (R. Ch. in, 137) 
e Mahn fM. W. I, 292); si riscontra anche in cinque altri codd.: A 194, D 429, F 82, l 181, K. 

103) Cobla anonima (401, 74) che sarA stampata dairaltro solo codice P neirArch. 

105) V. '-6 della prima stansa di una poesia (167, 14) stampata dal Raynouard (R. Ch. IV, 
56) e Mahn (M. W. II, 9); si legge anche in due altri codici: A 227 a 160. 

106) Cobla anonima ed inedita (461, 202) che si legge in un altro solo codice: G 129 (130?) 



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DI FIRENZE E DI ROMA. 45 

109) Saber deu hom d'ome qui es. 

Si ues home e no sap[8] cui , E sapchas leu, quais es sos sens 

Sapchas per autre ho per hii, 10 Si es nessis ho conoiesens; 

Que sap far ni qui es ni don; Qu'adonc sapras trop meilhs chiLUzir, 

Que motz homes uan per lo mon , De qual guizajB fai a seruir ; 

L*un paubre e Tautre rie. Quar greu sera, que no mescap 

E per aisso hieu t'o die, Sei que iutga so que no sap. 
Que uailha ho ia no ualgues, 



lOU) Poesia inedita (461, 225^, anonima neir N, e posta fra le poesie del Peire Cardenal nel T. 



A questi testi aggiungo le varianti delle poesie pubblicate criticamente 
dal Bartsch (B. P. e B. Ch.) 

14) L* ordine delle stanze è: 1 63245 7. — 3 gaia: botta — 9 dei: uoilh— H Et aiquitt 
set tori p. — 12 trais : prei — 13 ai : trac — i6 p. (v. e. 1) p. — 21 me torn : toma — 25 Qu' : S' — 

23 vei : tap — 30 domna tal — 3? aisii — 33 ricor : ab rieor — 37 E pos: Pueis — 43 joi : dona — Ma 
ma dompn* — 54 Car ar — 62 d'als : dal re—^f^B. R. quals es sius p. 

15) L'ordine delle stanze ò Io stesso.— 1 torna: d«ue— '3 consl : que se — 4 cobrìr: «o/rir — 
9 dona mi tomet — io e : manca — 16 aus : puesc — 19 non : noilh — 21 P. e aitals que lai a. o. — 

24 bast : trai — 25 E. 1*0, p, d. traire ismanssa — 30 i6 (e. 2) e. — 3i que : perquieu — 32 lai noiritz 
pari — 33 apella — 34 Sap que mortz es per son e v. — 3S £ ma donam te en aitai balanssa ^ Ca- 
peteti — 37 3tas mas — 38 m'es : es — « O/i — ^i Eras remane d*a. e de i. b. — « Si gaugz entiers — 
55 Cap nos sente en iainiers enasanssa — 56-6i mancano. 

16) L* ordine delle stanze èri 24673598 — 9 plazi»r: quaber— 14 Contraisel — 16 dochai- 
zos — 18 de : dei — 20 ni : e — 25 valor: iouen — 27 a : io — 28 E : Hieu — 29 Mas: Em — 31 tan : 
meilhs — 33 Cel — 35 Pueis que — 37 d'onrat : dauol — 38 ces : bes — 43 fi pos t. v. a eus d. — 47 set- 
gle (f. 4 r. e. 1) que — 53 bela : doussa — st Castella el b. r. Anfos — 61 Emperaire soi hieu d. g, 

il) L'ordine delle stanze 6 lo stesso — 2 s*a:/ia — " nolh :non — 8qu*ades : gue non — 12 qu'eu: 
cui — 24-31 mancano. — 34 (e. 2) Que — 39 quan : quar — 48 n*a : n*ai — 53 de tan : dailan. 

43) L' ordine delle stanze 6 : 1 3 2 5 4 6. — col 163 17 Que nes t. ricx e tan gaie — 18 leonet-^ 
20 Tro que ab s. v. l'è, —21 El f. sorzer e a. — 22 Airestal — S3 bona: bella — 24 mas greus d. — 

25 gaias: autras — 26 et : pueis — e. 164 , 18 dona — 20 Quar maintas bellas h. — 21 Man — 22 Moli 
er bosl. g. —^ E dous e ears e t7. — 24 Car tan plaszen son li f. — 25 Quar Uh a ualor complida — 
e. 165, 1 Caissi — 2 D. hom n. p. eseapar — 3 forsa : esfors — 6 [rat — ^ chan : n — 8 Tosi magrezise 
leu e. — 9 Aissi — 12 Abplanher et ab plorar — 13 Aissim mostra sas unlors — 14 Amors entre ris e 
p. — e. 166, 3 bea : re — 4 tota uator — ? so etz vos: aisso e« — 8 E murs : Forssa^ 9 Damar -^ 
n-14 

Mmrme mon cor mai nom par Que aai nailh aatra rieora 

Tei iD8 en lon cor eatar Kom iengra ni mora ni tori. 



Edm. Stengel. 



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A PROPOSITO D' UN LUOGO DELLA VITA NOVA; 
NOTA FILOLOGICA. 



Non è molto, mi capitò sott' occhio uno scrittarello del Prof. Ad. 
Borgognoni », che tenta di dare una lezione più chiara e ragionevole di 
quel luogo nel § 2 della Vita Nova, dove dice: « Alli miei occhi apparve 
prima la gloriosa donna della mia mente, la quale fu da molti chiamata 
Beatrice, i quali non sapeano che si chiamare. » 

Leticano i commentatori sul senso vero di queste ultime parole: io ri- 
ferisco l'interpretazione che ne dà il Prof. D'Ancona, nello studio Sulla 
Beatrice, di Dante. Ivi è scritto : « non sapeano che si chiamare — non 
sapevan bene quel che dicevano, ignoravano cioè quanto dirittamente ap- 
propriassero alla fanciulla questo nome significativo, che le davano senza 
pensarne il valore. » 

Ma, volendo anche ammettere che tale sia stato il pensiero di Dante, 
si domanda se tale esso riesca dalle parole sovracitate , le quali , pigliate 
nel loro proprio valore, verrebbero a dire più presto « non sapevano come 
chiamarla » : senso che non avrebbe senso 'alcuno. 

A ragione dunque cred' io il Borgognoni abbia sospettato che gatta 
vi covi, come prima avea già fatto il Fraticelli ', che volle correggere « e 
quali non sapeano che si chiamare » cioè « ed altri non sapeano ecc. » Ma 
ne viene cosi un senso ragionevole ? 

Il Borgognoni, non molto felicemente a mio vedere, suppone il testo 
primitivo portasse « i quali non sapeano che sì chiamare ella dirittatnente 
si dovea. » 

Certo, cosi gli è chiaro come un'ambra; ma prima di regalare mezza 
riga a Dante, io reputo convenga pensarci su più d'una volta; e torno 
però a interrogare quel luogo, colla speranza di cavargli di bocca la ve- 
rità , senza usare barbare torture. 

Quel chiamare, è egli un infinito, proprio un infinito? Io cominciai a 

1 Della Lezione di un patto nella Vila Nova; Ravenna, 1866. 
t Dante. Opere minori^ Firenze, IS41. voi. VI, pag. 13. Nota. 



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U. A. CANJELLO. — A PROPOSITO d' UN LUOGO DELLA VITA NOVA. 47 

dubitarne un bel di che lessi , nel volume v delle Antiquitates Italicae del 
Muratori, la cronaca mantovana di Aliprandino Bonamente, morto nel 
1417 circa, e quella parte per l'appunto che verosimilmente pare rica- 
vata da un romanzo più antico sulla avventurosa vita del celebre tro- 
vatore e cavaliere Bordello, dove si trovano i seguenti luoghi, ch'io 
propongo volentieri alle indagini degli studiosi. 

1. Pag. 1114. e. 

Lo Re di Paglia un cavaliere avia , 
Ch' usava V arte , che Sordello usare. 
In quelle parti 1 miglior non si sapia. 

2. — 1114. E. (parla il re di Puglia a Lionello, suo cavaliero, che va a 

combattere con Sordello). 

« — Tre colpi di lancia ne lo giostrare 
Per ambedue fare si se debia: 
E se in quello niun di voi mancare. 
Con le spade poi combattuto sia. > 

3. — 1115. A. Lionello lo corniate si 2>i^^z'fltre 

Dal suo signore , e via cavalcava. 

4. - 1115. E. Sordello allora si gli respondia. 

In questo modo lui si cominciare. 

5. — 1116. D. Sordello in quella ora se ne stare. 

Con uomini notabili parlava. 

6. — 1118. D. Fatta la promessa lor si partire. 

Con grand' onore furo accompagnati; 
A casa di Sordel tutti sen gire. 

7. — 1120. e. Eccerin da Roman signoreggiare 

Lui e *1 fratello Padova e Treviso, 
E Vicenza e Verona dominare. 
Ed altre terre con le sue pendise. 

8. — 1126. D. Torniamo a Beatrice, che sentia 

De la partita, che Sordello fare: 
In gran pensieri colei si mettia. 

9. - 1127. c-D. ^ Benché quello eh' è li, voi si vediti 

Uomo, è la moglier che mi lattare. 
È venuta per farmi compagnia. » 

10. — 1128. e. Fuor de la camera si fece andare 

Lo Bailo e la figliuola ambedui. 
La Nutrice rimase e con lei stare. 

11. — 1133. A. «Quando co' miei fratelli io stare 

Grand' e grossa, come voi mi vedete, 

Era tempo di dover maritare. » 
12 — 1136. e. {Beatrice) Di baciare Sordel non si saziava, 

Tan t'era il bene, che a lui volire. 

In toccando toccarlo ^ si bramava. 
13. — 1139. E. Venne lo giorno, che loro aspettava. 

1 W Maratori logge: «In toccarlo toccando....» eh' è visibilmente errato. 



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48 V. A. CANELLO. 

In sul campo ciascun di lor ventile. 
Gran gente al luogo per vedere andava. 
Quello che con Sordello combattlre 
Giachetto per suo nome era chiamato. 

14. Pag. 1140. D. Vuole ch'iu Francia seco andare deggia; 

Forniscasi di quel che bisognare, 

15. — 1144. D. Sordel di tornar a casa pensava; 

Ma vennegli cosa, che lo impedire. 

16. — 1146. A. Se per caso Sordel conquis restare 

Dal primo o second'o terzo compagno, 
Non è bisogn' che più battaglia fare. 

17. — 1155. D. Ne lo tempo che lui (Sordello) compilava 

< Thesaurus Thesaurorum », che di fare 
A quello tempo lui si studiava ; 
Alcuno vuole dir che '1 compilare 
Inanzi eh* uomo d*armi si facesse: 
Alcun tien, quando Tarmi lasciare. 

Qualcuno, forse troppo corrivo, vorrà credere che tutte queste forme 
da me sottosegnate altro non sieno che infiniti ordinarli , usati storica- 
mente talvolta, e tal altra messi li per il bisogno della rima o per l'igno- 
ranza delle buone forme italiane : come per avventura potremmo aspet- 
tarci da un autore tedesco , che volesse scrivere italiano. 

Ma l'autore di questa lunga cronaca, o meglio il compilatore, noi 
sappiamo benissimo esser stato un italiano, e un italiano più che medio- 
cremente dotto: che poi la rima abbia potuto tante volte di seguito, e più 
particolarmente in questa parte della cronaca che n'è come il centro, 
sforzar L. mano al verseggiatore, mi pare assai difficile ad esser ammesso * . 

Vi sarà fors' anco chi creda essere state codeste forme speciali al dia- 
letto mantovano d'allora, dalle strette del quale non sempre l'autore 
giunse a liberarsi; ed io, senza negare quest'ultima possibilità, passo ad 
esaminare le voci stesse , e ad investigarne , coli' aiuto delle analogie , la 
origine. 

Lo spagnuolo e il portoghese moderni , il provenzale , il francese e an- 
che r italiano antico posseggono un tempo che formalmente in tutte que- 
ste lingue, e anche logicamente nello spagnuolo e nel portoghese antico, 
corrisponde al piuccheperfetto dell'indicativo latino. 

Il latino cantàveram «, accorciato in cantàraììi, diventa in portog. e 
nello spagn. cantava, in provenz. chantera: col significato di cantò, 
cantava, canterebbe nelle due prime lingue; e col solo senso di cante- 
rebbe in quest' ultima. 

1 II Nannucci non si peritò di citare spesse volto il nostro Aliprandino. 

2 Virgilio neir Eneide, IV, 603, dice : 

" TeruTn anecps pagnae fu^rat fortuna. Fuìssct. „ 

dove fuerat ha ben chiaramente significato condizionale, come il nostro fora- 



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À PROPOSITO d'un luogo DELLA VITA NOVA. 49 

Leggesi negli antichi nostri rimatori : 

Cà i' si mi perderà (perderei) 

Lo solaccio e '1 diporto ^ 
Non ti dignara porgere la mano 
Per quanto avere ha *] Papa e lo Soldano -. 

E Dante stesso nel Farad, xxi, 91-93 scrisse : 

Ma queir alma nel Ciel che più si schiara, 
Quel Serafin che 'n Dio più rocchio ha fisso, 
Alla domanda tua non soddisfarà (soddisfarebbe). 

Negli esempii da me soprallegati dalla cronaca mantovana il signifi- 
cato è temporale ' ( perfetto o imperfetto ) sedici volte ; e condizionale 
cinque o sei. 

Dal lato del senso quindi si sarebbe in diritto di ricondurre queste 
forme al piuccheperfetto indicativo latino ; ma nello studio delle forme 
(mi si permetta il bisticcio) il significato deve stare in seconda riga; tutto 
qui dipende , tutto risulta dalla forma. 

Ora io non so alcun esempio d*un a finale in una voce verbale latina, 
che, venendo all'italiano, si muti in e; non trovo punto possibile, per e- 
sempio, che un latino cantaram diventi in italiano cantare. V*ha bensì 
esempii di nomi in a, che escono talvolta anche in e: tali sono ale per 
ala , Firenze per Firenza (lat. Florentia) ed hore per ora che si legge 
in un'iscrizione del cimitero di Pisa, e che lasciò traccia di sé in ancor ^ 
tuitoTy ognor, stroncature dell'antico ancore, tuttore, ognore*. Ma 
in questi casi potò forse aver luogo un passaggio dalla prima declina- 
zione alla quinta latina : ovvero essi rivelano un' influenza del francese 
antico suir italiano : influenza che è lecito specialmente sospettare in gioì, 
noi per gioia , noia. 

Dimostrato cosi inverosimile un mutamento di cantara, amara ecc. 
in cantare y amare, resta a vedere a qual' altra forma latina si possano 
ricondurre i mancare , lattare , volire ecc. della nostra cronaca. E T u- 
nica che offra molta probabilità, salvando le leggi della fonetica, sarebbe 
il perfetto del soggiuntivo : cantàverim — cantàrim , che regolarmente 
in italiano avrebbe dovuto diventar cantare. 

Il portoghese e lo spagnuolo posseggono , soli fra gli idiomi romanzi , 
un cosi detto futuro coniuntivo, che si adopera d' ordinario nelle proposi- 

i Nannucci, Manuale ecc. seconda ed. voi. I, pag. 2. 
s Ibid. pag. 10. 

3 n frane, antico ebbe an piaccheperfetto , solo tattavia in senso temporale. Eccone dae 
antichissimi esempii:... Eulalia, Bel avrei corps, bellezour anima. (Eulalia bello ebbe, aveva, 
il corpo, più bella T anima). 

Toldrent la veintre li deo inimi, (Vollero vincerla i nemici di Dio). Cfr. Bartsch, Chrttlwn, 
de Vaneien franfoUj deuxième ed. pag. 3; F. Dìez, Rom. Gram. II, 210 della seconda ed. 

Vn fuera per «era stato» è ricordato dal Nannacci , Saggio del proepetto generale ecc. 
pag. 288. 

4 Altri esempii potrai vedere di versi e di prose nel Nannucci, Teorica dei JVomi, Firenze, 
1S38; Capit. III. 

4 



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50 U. A. CANELLO. 

zioni dipendenti laddove le altre lingue romanze usano o possono usare il 
futuro semplice. Eccone esempii : spagn. « Corra la suerte per do el cielo 
quisiere^ — Sea lo que fuere '. » — portog. % Anderaos quanto ptider- 
mos. — Eu virei se deos quiser ^ » 

Il Diez è d* opinione che queste forme derivino dal futuro esatto la- 
tino ; mentre il Delius più volentieri le ricondurrebbe al perfetto del con- 
giuntivo ^. Senza voler mettermi giudice fra due tanti maestri , io mi 
contenterò di osservare che , sia per il senso , sia per il suono , questi due 
tempi erano già. molto vicini nel latino classico , e più s' accostarono e 
spessissimo si confusero nel latino medievale *. 

Le due forme spagnuole citate « quisiere, fuere » corrispondereb- 
bero adunque al lat. quaesierit, fuerit; le portog. pudermos, quiser ^ 
alle latine potuerimuSt quaesierit. 

Chi vorrebbe ora negare che questi esempi analoghi spagnuoli e por- 
toghesi non offrano molto conforto a chi derivasse dal perfetto congiun- 
tivo, dal futuro esatto latino, anche le forme verbali ch'io raccolsi 
dalla cronaca di Aliprandino Bonamente ? 

Questa etimologia è specialmente raccomandata dagli esempi segnati 
2, 11, 16 e da qualche altro, che addoraandano un senso condizionale. 

Alcuno vuole dire che'l compilare..,. « Est qui dicat, tradurrebbe un 
chierico medievale, quod compilaveriL... » 

Perciò lasciando a chi meglio talentasse la ipotesi più sopra accen- 
nata, che deriverebbe queste forme dal piuccheperfetto indicativo e fa- 
rebbe compilare eguale ad un latino compilàvcrai compilàrat, io credo 
di dovermi risolvere per il perfetto congiuntivo (compilarit) ; e torna al 
punto, onde ho preso le mosse. 

Il luogo di Dante « i quali non sapeano che si chiamare » suonerebbe 
nel basso latino « qui nesciebant quid sic clamarint * » non sapevano che 
cosa così chiamavano, avessero chiamato, avessero significato. 

Io ho fatto la strada un po' lunga forse, per giungere a un rìsulta- 
mento cosi meschino, per riconfermare una interpretazione che i buoni 
commentatori aveano già indovinata. 

Ma queste povere ricerche non saranno affatto inutili, se persuaderanno 
i nostri critici troppo ardimentosi, troppo facili alle ipotesi aeree, che i te- 
sti antichi, per massima generale, vanno molto rispettati; e che prima 
d'accusare di peccato i copisti bisognerebbe essere sicuri della loro colpa. 

1 « Corra la sorte per dove il cielo vorrà. » — « Sia ciò che sarà. » 

2 «Andiamo quanto potremo.» — «Io verrò se Dio vorrà.» 

3 Vedi il nostro studio sul prof. Fed. Diez e la filologia romanza: pag. 53 e nota. 

4 Vedi quanto ne dice il Diez nella Romaniche Grammatik, voi. II, pag. 160, e voi. HI, 
pag. 318, nota della seconda edizione. 

5 ClamareniI griderà qualche grammatico. — Sicuro, niio buon Signore; ma l'imperfetto 
del congiuntivo si perdette per tempo dalle lingue che sorgevano dal latino. CUlfnarent era 
troppo simile all'infinito clamare e al piuccheperfetto indicativo clamarani ecc. per poter vi- 
vere tranquillo accanto a loro. 



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À PBOP08ITO d' un luogo DELLA VITA NOVA. 51 

Io non pretendo di aver sollevato al di sopra d' ogni dubbio l'esistenza 
neir italiano antico d' una forma verbale discendente diretta dal perfetto 
congiuntivo: tanto meno lo pretendo in quanto mancano esempi, oltre 
quelli succitati; e sarei gratissimo a chi me ne sapesse indicare *. 

Ad ogni modo l'esempio dantesco ha grandissima importanza; né gio- 
verebbe opporre non trovarsene in tutte le opere del grande maestro un 
secondo: anche il soddisfarà si trova una volta sola, e per questo non 
so che alcun critico ragionevole abbia voluto impugnarlo. 



U. A. Canello. 



I Nel Saggio del prospetto generale ecc. di V. Nannacci, Firenze 1S53, pag. 336, leggo il 
seguente luogo : lac. Colonn. Rim. Ant. 3. 404. 

Qaaato lo corpo e le mio membra /or* 
Allegre.... Udendo dir e«e. 

II Nannucci tira questa voce dal lat. forefU; ma probabilmente e' s'inganna qui, come 
altrove, tirando il fora, forano da foret, forent; mentre è chiaro nello spagn. fuera, fueran, 
e nelle analoghe voci nostre conservarsi il lat. fueraif fuerant. Lo spagn. fuere, e il portogh. 
fore vengono dal lat. fuerit: e il nostro foref 



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VARIETÀ. 



DOCUMENTO IN DIALETTO SARDO DELL'ANNO 1173. 



Una breve sfuggita data da me in qnesti aitimi giorni a Firenze per completare 
e rivedere alcuni miei studi cominciati nel passato inverno, mi procurava la fortuna 
di conoscere personalmente il distinto archeologo sig. Gian-Francesco Gamurrini. 
Parlando con lui della nostra Rivista e del desiderio nostro di raccogliere tutto ciò 
che meglio valga ad illustrare la storia, della lingua e dei dialetti italiani, egli mi 
disse di possedere fra le altre cose ' anche una carta sarda originale del 1173. 
Desideroso di veder pubblicato un documento volgare così antico, (sebbene tre al- 
tri ne avesse di già pubblicati il Muratori nelle Antiq. It. II, 1054, 1051, 1059, 
degli anni 1153, 1170 e 1182; e tre la B. Deput. agli studi di Storia patria nei 
Mon. hist. p. Ch. I. 843, 764-767; l'uno del 1165, e gli altri due senza data,*) 
pregai il sig. Gamurrini di comunicarmelo. Trovandosi allora il documento nelle 
mani di un suo amico a Pisa, ci recammo assieme colà, e ne eseguimmo e rive- 
demmo la copia. Egli inoltre assai gentilmente incaricossi di rivedere suir origi- 
nale le prove della stampa. Ed ora qui lo riproduciamo, riservando al fascicolo 
seguente di dame Y illustrazione filologica. 

Il documénto occupa la parte superiore del recto di un foglio di pergamena pie- 
gata a rotolo. La scrittura è chiarissima tranne pochi passi sciupati dalPuso; ma la 
separazione delle parole lascia molto a desiderare. Alcuni fori nella pergamena sem- 
brano essere originali o cagionati dalle cancellature degli errori dell' amanuense. 

^ Tra queste mi fece vedere un «quaderno dei conti tenuti dal tutore dei figli di Baldo- 
vino Yacopi dal mcclxxii al mcclxxviii con ricordi» tutto in dialetto fiorentino: e mi parlava 
egli ancora di una leggenda di S. Giovila in dialetto bresciano del sec. xiv, la quale egli donò 
alla biblioteca d* Arezzo, e di cui speriamo di poter ©«"rire alcuni brani ai nostri lettori. 

2 Gli Editori credono di poter assegnare questi due documenti (di un giudice Torbeno) alla 
fine del sec. xi od ai primi anni del sec. xii; d'accordo in ciò col Manno {Storia di Sardegna, 
lib. VII an. 1130), il quale primo ne fece conto e li segnalò agli eruditi. 11 Canta peraltro, 
che nella Stor. degli Ital. I, 909-910, diede saggi di tutti i documenti sopra notati, pone questi 
due sia sotto il 1130, sia sotto il 1173; poichò in ambedue le epoche si ritrova giudice d'Ar- 
borea un Torbeno. Giova poi qui notare che tre delle altre carte, (quelle del 1165, del 1170 e 
del 1182) si riferiscono ad un giudice Barasene. 



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yàbibt:!. 53 

Al verso del foglio si legge scritto dalla stessa mano che scrisse il docnmento, il 
segnente ìàìoìo :< Privtlegium de quibusdam rt^r^sòu^; > poi in seconda linea 
quasi cancellato e di mano del sec. xiii, « Sardinee pertinentibus opere San- 
cte Marte pisane maioris, 1173. > L'intero titolo è poi ripetuto da mano po- 
steriore un' altra volta ancora in altro luogo della parte esteriore del foglio. 
Ora ecco il testo del documento ^ : 

In nomine domini amen. Ego Benediclus operarìu de sanerà Maria de pisas 
kilafatho cusla caria cu» uo]iun(ale dideo e desancfa Maria edesanc^u simpli- 
chi ede ludike Barusone degallul edesamulierc donna elene] deiaccu reina. ap- 
pilkerlu pisscupu Bernardu dekiuila cuniouanne operariu emecu E cun preui- 

5 terol Monle ma/»gno kertail noscus prò sanetd Maria de uìngnolas e prò sanciti 
nastasia de marraiano e prò sanc^u petru de sur]ake e prò sanerà Maria de 
surake e prò sanc^u iusuriu deuruuiar eprosancfa Maria deiaralhanos eprosa- 
domo deuil]la alba edegisaile cunonnia perlincnlhia issoro proleuareliias asso- 
pera de sanerà Maria de pisas. Enois fekimus] inde Campania cunisse abolunlate 

10 depare edeìudike Barusone eleuaii sanctu simplichi asanc^a nastasia demarra]ianu 
eìssacorte deuilla alba eissacorle degisaile cunonnia pertinenti issoro Eissa 
opera de sanerà Maria leuail] a sanerà Maria deiaralhanos easanc^ulussuriu 
deorouiar easanc^u pelru de surake easanc^a Maria desurake e:i] sanerà Maria 
deuingnolas cunonnia perlinenlhia] issoro ecunsopopulu desurake edeuingno* 

15 las cunsa eclethia] paupera proauerinde supisscopalu prosupopulu sanistithia 
eobedienlhia sua canta lidittal t* t*.] 

iudike Barusone egosantine ispanu epetru dipupeliu e preitenatale e preile- 
comita prias e preilema]rthu e preilc pelru lupu ecomita gallu epreile gosantine 
troppis epreile gosantine gulpio] e alleros.... tesles Esende fatta cusla cam- 

20 pania cun supisscupu abohintate depare torraitinos] supisscupu sadomo degi- 
saile prò animasua edesosclericos suos eissadomo de uilla alba proprecu] kindeli 
mandarun sosconsoios e noisdeimus illì duas ankillas kifurun coniuuatas suna 
cunseruo suo] in loco demola esalterà in tempio cun seruu demalu scnnu asuna 
naran maria thiruillo asalte]ra forgia furkillasuna full de sa domo deuilla alba 

25 esalterà full de sanctu petru desurake] prò partire issofetu kefunatu e appimtc^ 
cunuenlu deparlire sos fllios degauini totumu ke appe] in ankilla de sanctu pe- 
tru de surake t*t' iudike Barusone episscopu iouanne de galtelii epreile 
pelru] iuppu egosantine troppis e preile marlhu e preite natale e preile go- 
santine gulpio e preile cornila] gallu epreile comita prias e gerardu di conellu 

30 euiuiano malore di portu orisei epetru] di pupelluekitimel cs (?).... O emarianu 
elkise eisorcor de laccao e furato seuata.... e de seruos de re]ngno petro dol- 
roos etraueso kittholie egiannt saraca e iacone petrosa eatleros... a tesles] anno 
domini millesimo centesimo settuagesimo terthio. 

EoM. Stengel. 

1 Colle lettere in corsivo sono indicate le abbreviature, coi punti le rasure e col segno cir- 
colare il luogo dove la pergamena è forata. 



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54 VABIETA 

COMMUNICAZIONE. 



Pubblichiamo di buon grado la seguente nota, che il sig. prof. Ed. Boehmer, 
editore dei Romanische Studieriy ci trasmetteva intorno ad alcune osservazioni 
mossegli nella Romania (I, 394). 

Nella Romania y p. 394, il signor Gaston Paris ha dato avviso, non senza 
lodare, del secondo fascicolo de* miei Studi Romanzi. Sulla trascrizione che ho 
fatta dei vocaboli francesi , scritti con caratteri ebraici in un vocabolario conser- 
vato nella Bodleiana, il critico dice: il vaudrait mieux adopter un sy stèrne 
qui mit sous les t/eux du lecteur tout ce que donne Vhébreu et rien de 
plus, Yale a dire: trascrivendo lettera per lettera. É vero, non ho fatto nulla per 
coloro i quali non vogliono imparare i ventidue caratteri ebraici. Ma troverebbero 
ancora più incommoda la continua astrazione, necessaria se p. e. jod si trascrì- 
vesse dappertutto peri; perchè questa lettera, dove occorre duplicata, non sola- 
mente può essere o vocale o consonante, ma può significare più d*una combinazione 
di vocali, e cosi v invece di vab; anche a invece di alef sarebbe ambiguo. Se- 
condo quel sistema desiderato dal critico, invece di yob, avrei dovuto scrivere 
I1VAH. Non bisogna nulla di più per saper pronunziare tal parola francese. 
vuoisi inventare nuovi segni di valore abbastanza indeterminato ? Sarà più sem- 
plice dMmparare gli ebraici. In ogni caso bisognava fare ciò che ho fatto, cioè 
rappresentare la pronunzia. — Anche quanto a certe etimologie da me proposte di 
vocaboli oscurissimi, il signor Paris, non trovando spiegati tutti i passi interme- 
dii, ne rigetta gagliardamente il rìsultato. É il rovescio della sua forza; ed ha 
ragione come professore, di prescrivere a' suoi discepoli V analisi e difender loro 
i salti. Nulladimeno giovano qualche volta noterolle sommarie, quando non si può 
stampare commentari in foglio. Ed è egli un procedere da maestro, se, invece di 
rifiutare certe mie derivazioni, lo quali, o sicno vere o sieno false, sono pure fon- 
date sopra una legge fonetica che mi parve esser finora inosservata, il signor Pa- 
ris, senza riferire alcune mie ragioni, ne denunzia al pubblico i risultati come 
orribili ? I lettori della Romania fremeranno come fa il critico, o rideranno. Eb- 
bene, cliacun a son goùt. Vi sarà però a chi paia che non si serbi precisamente 
la proprietà del vocabolo tacciando d'avventuriero uno scrittore, il quale ha il 
torto di definire la difficoltà come qualcosa superabile; nò mancherà chi trovi 
poco verisimile che colui, la cui fonetica secondo il medesimo signor Parìs è assai 
degna di essere studiata, abbia nel campo etimologico dimenticate le leggi fone- 
tiche di tal maniera, che appena proferisca altra cosa che anpooBióvooa Menagiana. 

EdOABDO fiOEHMEB. 



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VARIETÀ. 



DI UN AKTICOLO PLEONASTICO NELL'ANTICO PROVENZALE. 



Con questo titolo il sig. Vegezzi-Buscalla pubblicava non ha guari nella Rivista 
di Filologia e d'Istruzione Classica (1, 115-121) uno scritto che per riferirsi 
totalmente agli studii nostri non vogliamo lasciare inosservato. 

Si tratterebbe di un articolo neir antico provenzale rimasto finora inavvertito 
da tutti i cultori di questa lingua. Il sig. Vegezzi-Ruscalla , meravigliandosi di 
tanta storditaggine persino nel Raynouard e nel «dottore Bartsch»*, con questo 
scritto dà alla grammatica provenzale un supplemento sul quale volentieri qui pren- 
diamo a far due parole. 

La sostanza di esso in fondo è questa: — Erroneamente s'apposero finora tutti 
coloro che nei monossillabì en e na (spessissimo nel prov. preposti ai nomi pro- 
pri masc. e femm.) non videro che un titolo esprimente qualità gentilizia (it. si- 
gnore e signora); ed erronea è T etimologia del Diez, il quale «riconosce en per 
abbreviatura di dom-en per dom-in e na per quella di doìn-na)^. L'esame di al- 
cuni testi dimostra che queste particelle non hanno punto simile valore. Esse si ri- 
trovano nel dialetto mallorquino, ove non sono che articoli. E come «speciale arti- 
colo, di sovente pleonastico, limitato al singolare» debbono considerarsi anche nel 
provenzale. « Da qual pronome derivino questi en^naò difficile conietturare. » L'Au- 
tore , che si dichiara « non filologo » lascia ad altri per la meglio siffatta briga, pago 
di aver osservato che « un celtista sarebbe tratto a derivarlo (quesf articolo) dall' ar- 
tìcolo celtico, giacché in Zeuss {Grammatica celtica 1. 1, p. 229, Gottinga 1853) 
si legge che nel vetusto ibernico la radice dell'articolo è n e le forme plenarie in, 
na, an, nan. » 

Ragionando in questo modo si corre assai spediti , ma disgraziatamente non si 
giunge a provar nulla. 

Gli argomenti dell'A. principalmente si fondano : 1<» sull'autorità delle Lei/s d'a- 
mor, le quali dicono queste particelle articoli onorevoli, che si prepongono (al 
tempo delle Legs d'amor, cioè a mezzo il secolo xiv) anche ai nomi comuni, ciò 
che però è uso sconveniente ; 2^ in due esempi tratti dalla Chrestomathie pro- 
vengale, l'uno dei quali (quello che all'A. sembra il più strano) è citato dal Bartsch 
nel suo Glossario appunto a prova della interpretazione contestata; 3" in un altro e- 
sempio preso dalla Choix del Raynouard (1,132). 

Cominciamo da quesf ultimo , che dice 

Pues mort es ma dona n'Azalais. 
Qui, secondo l' A., è evidente che il n' non è un titolo onorifico; altrimenti il ma 
dona, che ha ristesso valore, sarebbe una inutile ripetizione. Benissimo. Ma l' A. 

1 È da temere che il dott. Bartsch a sua posta non si meravigli trovando in questo scritto 
registrato fra gli articoli dei provenzale anche Vel, che come articolo non ha mai esistito se 
non nella grammatica del Raynouard. 



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56 VAEIETÀ. 

innanzi tatto ò egli certo che in questo luogo ma dona sia un titolo onorifico? So 
egli invece di leggere questo verso tra gli esempi della Grammaire Romane Yàr 
vesse ricercato nel componimento di cui fa parte ' , si sarebbe senza fallo accorto 
che quel ma dona significa la mia donna (ma dame, come bene tradusse il Bay- 
nouard) e non ò punto un titolo onorifico come quello che viene appresso. Meglio 
al caso deirA. avrebbero fatto gli esempi citati nel Lexique Roman (11167^0} 

Domna na Maria, tensos 

E tot cant cuiava laissar. 

De la domna que ac nom ma domna n'Aia. 

Qui veramente riscontriamo i due titoli uniti assieme. Ma che per ciò? il Baynouard 
(loc. cit.) ci dice abbastanza chiaro la ragione di questo apparente pleonasmo « na 
s'^joutait encore a domna pour exprimer une qualification plus distinguée que ne 
le faisaient chacun de ces mots separémeni » 

Veniamo ai passi della Chrestomathie provengale. In uno FA. trova en Adam 
e in un altro en i&wnews. — Chi tradurrebbe qui, domanda egli, $ire Adamo e 
don Romeo? — È ben vero che ciò oggi non si userebbe più che nello stile burle- 
sco; ma di quei tempi può dirsi cosi? Quando nei nostri testi di lingua noi leggia- 
mo: messer santo Francesco *, messer santo Jeronimo ^, messer santo An- 
tonio *, e vediamo Dante ^dare il titolo di barone ^ a S. Pietro, a S. Giacomo ecc. 
qual meraviglia può farci il trovare in prov. en Adam, en Romeus, ed anche 
baros Jezus « ? 

Nulla dirò del luogo citato nelle Leys d* amor. Se nel sec. xiv, in cui esse Gi- 
rono scritte, era considerato sconvenevole Tuso di queste particelle unite ai nomi 
comuni, è ben chiaro che ancora non si era perduto il senso primitivo di esse come lo 
fu dipoi, e come sembra essere avvenuto nel dialetto mallorquino che TA. cita in ap- 
poggio della sua tesi. In questo dialetto, osserva il Figuera nel passo riportato dal- 
l' A., r en € antepost al nom propi era lo meteis que senor o don j are el » Ora, se 
en nel mallorq. prima volea dire signore e adesso non è più che un articolo, non è 
ciò una conferma del significato onorifico che esso ebbe nelF antico provenzale ? £ 
che questo significato , in tutta la sua pienezza, avesse Yen nell'idioma dei Trova- 
tori un'altra prova la ricaviamo dal vedere il na (per domna) usato in modo asso- 
luto. Mi valgo di due esempi riportati nel Lex, Rom. (III. 67"): 

Es na maier sobeirana 

De tot can mar, terra clau. 

A vos, na, qual que siatz ^. 

Chi avrebbe potuto usare il na in questo modo se non fosso stato che un « sem- 
plice artìcolo pleonastico? ».... 

Ernesto Monaci. 



1 Choix ecc. HI, 189. 11 componimento è del Trovatore Pons de Capdoil in morte della saa 
donna, Asalais signora di Mercaer. 

« Fioretii di S. Francesco^ passim. — 3 Passavanti, Speethio della vera penii. prol. — 4 Boc- 
caccio, Decameron, Nov. eo, 4. — ^ Farad, xxiv, 115 e xxv, 17, — 6 Peire Vidal's Ueder hergg, 
von Bartsch , p. 49. 

7 II primo è di Bertrando del Bornio nella canz. Ges de dimar. 11 secondo ò di Raimondo di 
Tors di Marsiglia nella poesia: Bel ergueilhot, che può leggersi per intero nel Mahn , GedichU 
n. 1059, ove è riprodotta la lezione del cod. M. 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



Grammatiga Storica della Linqua Italiana, estratta e compendiata dalla Gramma- 
tica romana di Federico Diez, per opera di Baffaello Fobnaciabi. Parte prima: 
Morfologia. Torino, E. Loescher, 1872. 

Sintassi della Lingua Italiana, con rignardo alle principali attinenze della Sin- 
tassi latina e greca, composta ad uso dei Ginnasii^ ecc. per Fortunato dott. 
Dehattio. Innsbmck-Verona, 1872. 



Questi due libri, venuti in luce a poca di- 
stanza di tempo, hanno gli stessi intendimenti, 
8^ attengono allo stesso metodo, sono estratti da 
un* opera stessa — la Grammatica delle lingue 
romanze di Fed. Diez, — e, possiamo aggiun- 
gere, si somigliano molto anche per le loro 
mende. Gli 6 inutile venir qui a ripetere ciò che 
àa, e quanta importanza scientifica abbia V o- 
pera deir illustre romanista di Bonn : chi volesse 
(arsene una qualche idea, potrà leggere quanto 
noi ne abbiamo detto nello Studio sul «Prof. 
Fed. Diez e la Filologia Romanza » pag. 43-63. 

La (h^mmatìca storica, dataci dal Foma- 
ciari, ebbe già a trovare un giudice competen- 
tissimo nella Nttova Antologia di giugno: ivi il 
Mussafia, pur riconoscendo la benemerenza del- 
l'A. per aver procurato ali* Italia un libro che 
in breve spazio raccoglie i risultati principali 
degli studi dieziani sulla storia deUa lingua i- 
taliana, non mancò di notare come troppo di 
firequente il Compilatore sia caduto in gravi i- 
nesattezze, in ommissioni di grande rilievo; 
e come tutto il lavoro rivelasse nelPA. un ror- 
manista non molto esperto, che poco o nulla 
avea visto oltre il libro dal quale, compilando, 
traduceva. E, a riprova de* suoi asserti, notava 
una filza di errori, incorsi nella sola fonologia. 

Non ostante i più gravi difetti, questo libro 
può avere tanta importanza per 1* avvenire de- 



gli studi linguistici in Italia,8pecialmente se tro- 
vasse mai accoglienza nelle nostre scuole secon- 
darie, che reputiamo utilissimo di proseguire la 
recensione là dove la interrompeva il prof. Mus- 
safia, venendo alla Dottrina delle Flessioni, 
che forma il libro secondo dell'opera. Per non 
uscire tuttavia dei confini d*|ina rivista, restrin- 
geremo le nostre osservazioni alla flessione dei 
nomi e dei pronomi (pag. 36-50) , colla spe- 
ranza che una seconda edizione, di queste men- 
de purgata, possa meglio rispondere allo scopo 
dell'Autore. 

§ 97. « I casi della declinazione (nom., gen., 
dat, acc, voc., abl.) si sono perduti. » 

Non è esatto; e TA. lo sapeva, perchè poche 
pagine dopo, viene a discorrere dei pronomi, i 
quali serbano ancora chiarissime le tracce dei 
casi latini: si confrontino le forme: 

Io (ego), Tu (tu). Egli, Gli (lUic) con Me 
(me). Te (te), lui, lo (illuic*, illum). 

§ 102. Dopo aver spiegato come 1* accusa- 
tivo latino sia il caso normale su cui si ven- 
nero formando i nomi italiani famóre non da 
dmor, ma da amórem, corpo non da corpo- 
re-ris-ri ma da corpus), T Autore dice: « An- 
che il plurale, in origine, tolse ««mpr« le sue 
forme dall* accusativo, levato Vs finale;» e si 
riporta al Nannucci, che nella Teorica dei Nomi 
cita dei plurali come: i servo (illi servos) le 



1 n prof. Dsmattio procurò anoho una 8inttt99Ì ad uao détU ScuoU Ueniehé, mugUtraii tee.; libro eh* si diseosU d» 
questo per etserTi ommessl tatti i raffronti eoi latino e col freco. Però credemmo non dovesM plii cadere «otto la no. 
•tra critica. 



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58 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



saetta (ìllae sagiltas) ecc. Ma questi esempj 
provano solamente che, come nel latino vol- 
gare dal V secolo in giù si usavano quasi e- 
sclusivamente il nom. e Taccusatìvo, cosi nell* i- 
taliano antichissimo qualche volta, non sempre, 
si foggiò il plurale dei nomi anche sull'accu- 
satìvo: indi col tempo Taccusativo dovette ce- 
dere mano mano il posto al suo compagno, e 
non successore, al nominativo, perchè 1* s cri- 
tico finale non era tollerato dall' italiano. Lo 
spagnuolo invece, che lo tollera, potè dire 
sempre nel plurale los siervos (illos servos), 
e las saetas (illas sagittas) : il provenzale e il 
francese (almeno negli scritti) serbarono i due 
casi fino a tutto il decimoterzo secolo. 

§ 109. « nello è composto da in e l'arti- 
colo lo, interpustavi un' e che fa raddoppiare 
la consonante. » Nello invece è composto sem- 
plicemente di in e di elio (illum), per lo; la 
consonante è raddoppiata nell'antiquato innel 
come in innamorato ecc. 

§ 112, 114. Non andrebbero citati fra i nomi 
che passano dalla 3<^ declinazione latina alla 
2» italiana né lavoro né furo; né tra quelli 
che cambiano di genere, cerchia: questi tre 
nomi non hanno proliabilmente a fare con la- 
borem., furem, circidum, ma sono nomi de- 
rivati novamente dai verbi lavorare ecc. Que- 
sta pecca è anche nel Diez. 

§ 115. Tra i nomi neutri della seconda che 
diventano femminili della prima (claìistrum 
plur. claustra = it. chiostra ecc.j a spropo- 
sito è messo stabuhan: V ital. stalla (stallo) 
non viene da stabula ma bensì dall'antico al- 
to-tedesco stali; stabulum divenne regolar- 
mente in ital. stabbio, e avrebbe potuto tra- 
sformarsi anche in staula, stola (come faula, 
fola da fabula, *fabla), non mai in stallo: 
bl latino non mutandosi mai in II italiano. 

§ 117. Dopo aver notato che i nomi deri- 
vati dalla quinta declinazione latina hanno in 
italiano il plurale simile al singolare, (specie, 
frarèariÉ"^, l'A. SQggiunge: «Si può per altro 
ritenere che anticamente il singolare sonava la 
speda, la barbar ia ecc. » 

Quest' ipotesi non si può fare niente affatto : 
il lat. classico di pochissimi nomi cotali usava 
il plurale: più tardi lo usò; e suonava natural- 
mente eguale al singolare; ciò che spiega la 
stessa concordanza nell' italiano. 

§ 127. «Da tìielius, pejus, majus deri- 
vano meglio, peggio, maggio eh 'è voce an- 
tiquata. » non derivano queste voci da me- 
lior, pejor, major f Noi conosciamo a Firenze 
la Via maggio (maggióre) e maggio, ìneglio 
peggio si usano di continuo nel loro senso pri- 
mitivo di aggettivi. Per parlare con tutta e- 



sattezza si dovrebbe dire che tnelius e melior 
ecc. si confusero nella loro trasformazione i- 
taliana. 

g 129. Nosco è detto perfetto corrispondente 
di nobiscum, mentre non potrebbe a rigore 
esser derivato che da noscttm, forma popo- 
lare di nobiscum, Sobiscuin non noscum cor- 
regge di già VAppendiJP cui Probum, 

§ 132. «lo Da eccum ille: quello,,.. 2«da 
eccum iste: questo,.,. 4° da iste ipse: stes- 
so."» Ck>rreggasi: da eccuìn illum, eccum t- 
stum,, istum ipsum: quello, questo, stes- 
so, istesso. 

Né vogliamo tacere d'una rìncrescevole om- 
missione dell' A. ove parlasi dei nomi derivati 
dalla terza declinazione latina. Come s'è detto, 
i sostant. ital. si foggiarono generalmente sul- 
l'accusativo latino: solo qualcuno sul nomina- 
tivo, come: sangue, suora (soror) , frate 
(frater) ecc. Ma notevolissimo è ix)i, né se ne 
addiede l'A., che molte volte ambedue le for^ 
me, il nom. e Taccici restarono nell' italiano, 
talora con senso differente l 'una dall'altra, Eo 
cone alcuni esempj: cespo (caespes) : cesto 
cespite (caéspitem); òrafo (aurifex): oré- 
fice (aurificem) ; sdrto (sàrtor): sartóre 
(sartórem) ; serpe (serpens): serpente (ser^ 
pentemj ; crema (cremar): cremore (cremò- 
rem): moglie (mulier): mogliera (mulie- 
remj; pietà (pietas): pietà (pietàtem) ; ecc» 
A volerli citare tutti, ce ne sarebbe oltre un 
centinaio che noi abbiamo gift raccolti e che 
pubblicheremo nella nostra Poliìnorfologia 
Italiana, 

Terminiamo questa breve nostra disamina 
col raccomandare all' A. in una seconda edi- 
zione, che certo si farà, anche maggiore ac- 
curatezza e perspicuità nella frase. E se taluno 
conoscendo l'eleganza e la sobrietà degli scritti 
del Fornaciari, credesse inutile la nostra rac- 
comandazione, voglia leggere i tre seguenti 
saggi , che citiamo a caso. Prefaz. « E credo 
che l'applicare le leggi della Filologia compa- 
rata alla lingua patria...» 

§ 105. « Da tali neutri (frigora, campora) 
si cavarono i femminini singolari di cui resta- 
rono in uso soltanto i plurali.» 

§ 112. Nomi... che appartengono a più de- 
clinazioni diverse, » 

Veniamo ora al libro del prof. Demattio, 
che può parere il seguito naturale di quello del 
Fornaciari, e che tratta della Sintassi, Anche 
il Demattio s'attenne e nella distribuzione e nella 
trattazione della materia alla Grammatica del 
Diez, non però cosi strettamente, che molte 
cose non attingesse dal Blanc, dal Gherardini 
e da altri minori. Saggiamente poi volle spes- 



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RIVISTA BIBUOGRAFICA. 



59 



sissimo raffrontare i modi e i costrutti it^iiaiii 
col corrispondenti greci, offrendo modo cosi 
allo scolare (che il libro è destinato ai Ginna- 
sii) di ripetere e meglio fermarsi in mente ^ 
col sussidio deir italiana, la sintassi greca. Ma 
se questa può giovare agli scolari, forse non 
accontenterà il romanista, che avrebbe proba- 
bilmente amato meglio di vedere, come spesso 
nel Diez, allora solo citato il greco, quando la 
nostra frase ritraesse più della greca che della 
latina, e servisse anzi a spiegar meglio certi co- 
strutti latini. Citiamo un esempio. Il luogo di Vir- 
gilio: OS hxcmerosque Deo similis, e Taltro dì 
Tacito: Faeminae Germanortim nuddebra- 
chia et lacertùs danno un gran da fare ai gram- 
matici, che, quasi tutti, spiegano questi modi 
dicendoli accusativi alla greca j perchè in 
fatto essi abbondano nel greco. Ma e* non sono 
scarsi neanche in italiano, e tutto il di si sonte 
dire: tinto i capelli , ammaccato la faccia, cal- 
zato i piedi ecc. e ve n' ha molti esempi del 
Petrarca, del Berni, dell'Ariosto, del Tasso. 
Anche lo spagnuolo dice: la cdbeza coronado 
el buen pastor (Louis de Leon). 

A noi pare che, come il costrutto dico quod : 
dico che e simili non sono da spiegarsi quali 
imitazioni greche, ma come riflessi del parlar 
popolare latino, cosi cotesti famigerati accusa- 
tivi alla greca abbiano avuto in latino, come 
r hanno in italiano, il loro fondamento nella 
parlata popolare. Il dire, come fa il Demattio, 
(pag. 46), questi modi imitazione letteraria 
e retorica, ci pare sbagliato potendosene ad- 
durre esempi perfino de' primi nostri poeti. 

Per usare con questo libro lo stesso peso 
e la stessa misura che adoperammo con quel- 
lo del Fornaciari, piglieremo in esame solo 
i tre primi capi della parte I&, notandone le 
mende di maggiore importanza (pagg. 4-34). 
A pag. 8, per provare che T aggettivo com- 
parativo preceduto da un nome non può tol- 
lerare r articolo, e' cita l'esempio seguente del 
Soave: Colle più semplici , ma insieme piii 
energiche espressioni ecc., eh' è affatto fuor 
di luogo, e solo risponderebbe alla regola data 
se dicesse: colle espressioni più, semplici ecc. 
A pag. 8. più sotto, r A. afferma, seguitan- 
do il Diez e l' intera falange de' vecchi gram- 
matici, che «in unione al verbo essere la forma 
avverbiale del comparativo sostituisce talvolta 
la forma organica del comparativo, » e citali 
dantesco: S* altra maggio (maggiore): Tro- 
vammo l'altro assai più fiero e maggio. Qui, 
come avemmo già a notare più sopra, mag- 
gio, meglio ecc. non sono da majus, meliiis, 
ma da major , m^lior: con che si spiega anche 
maggio come possa essere masch. e femm.; ma 



di ciò non s' accorsero i grammatici. Maggio 
ebbe anche un plurale fatto per analogia, mag- 
gi (maggiori). 

Asserisce l'A. a torto, o almeno, inesatta- 
mente che monsignore, madonna, messere 
ecc. non possano mai avere dinanzi a sé V arti- 
colo (pag. 13). Si dice benissimo il tnessere, la 
madonna, il monsignore in modo assoluto , e 
in sensi più o meno metaforici , ma non si di- 
rebbe: la madonna Amalia o altro simile. 

Devesi lode all'autore d'aver visto che nelle 
frasi: Gli è tutto lui, Non sa fare come me ecc. 
il lui e il me sono veri nominativi , corrispon- 
denti alle forme pronominali assolute lui moi 
ecc. del francese. 

Il Bertini nella Giampaolaggine (vedi P. 
Fanfani. Voc, delV Uso Tose, alla voce lui) 
sberteggia un certo prof Luccardesì, per avere 
la stessa cosa affermato. Ma davvero che bi- 
sogna aver rinunciato in parte al beneficio della 
ragione per sostenere che nella frase: Io non 
sono come te ecc. il te sia caso accusativo. 

Il nostro A. avrebbe qui acconciamente po- 
tuto anche notare che in Toscana si sente dire 
spesso: Vhai fatto tef Ci vieni tef come 
dicono sempre: L'ha fatto luif Ci viene Udì 
A noi però non accadde mai di sentire il me 
per io in frasi simili alle citate, come si sente 
in tutti i dialetti dell'Alta Italia. 

A pag. 26. neir esempio di Fazio degli li- 
berti : Questi (la serpe) ha due teste ; — con- 
veniva spiegare invece il serpe. 

Rimprovera l'A., a pag. 29, coloro che u- 
sano Cosaf per Chef Che cosa? — Ma non 
se ne vede il perchè, avendo noi a conforto 
di tal modo l'uso continuo de'Toscani , ed e- 
sempii d'ottimi scrittori. (Vedi P. Viani, Pre- 
tesi Francesismi alla v. Cosa.) Parlando poi 
del sost. uomo, usato, in specie dagli antichi, a 
rendere passivi i verbi, come in Petrarca: per 
chiamar ch^uom faccia; uom s'innamora 
ecc., l'A. dà in falso citando anche: com'uom 
che reverente vada. 

E se queste mende da noi notate paresse-, 
ro a taluno troppo minute e di nessuna im- 
portanza, voglia sovvenirsi che i due libri da 
noi esaminati, sono fatti per le scuole, per 
giovanetti, che scorto un errore o due, cor- 
reranno a disprezzare volentieri tutto il lavo- 
ro, con danno certissimo anche dell'avvenire 
di questi studi geniali sulla storia della lin- 
gua patria, che speriamo finalmente di vedere 
meglio coltivati dalla nostra gioventù. 

E magari potessimo chiudere la ormai lun- 
ga recensione col raccomandare ai maestri gin- 
nasiali e liceali questi due nuovi libri! Ma noi 
non vediamo le cose cosi color di rosa come 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



il prof. D^mattio, e ci pare afTalto impossibile 
che il suo libro e quello dei sig. Fornaciari 
possano per ora venir introdotti nel liceo, e 
meno ancora nel ginnasio. Che possono sape- 
re, e che cosa possono insegnare di questa 
materia nuovissima i maestri o già vecchi per 
età o vecchi per metodi 7 Non illudiamoci : que- 
sta volta bisogna cominciare dall'alto: biso- 
gna che le nostre università si procurino ope- 
rosi i professori di questa nuova disciplina, 
professori che sappiano farsi una scuola, ap- 
parecchiare un vivajo d'insegnanti secondarli, 
capaci di rivelare questi studii anche alle più 
tenere menti. La Germania n'ha preceduti da 



un pezzo in questa via, e gli ^w/o)i^* ^rriìn- 
de der deutschen Grammatik per le classi 
superiori ginnasiali del D.' Vilmar sono alla set- 
tima edizione: per l'Inghilterra il Gleig (Histo- 
ry ofenglish langiiage) fece il simigliante, e il 
suo libro entrò nelle scuole; Augusto Brachet in 
pochi anni fece sei edizioni in Francia della 
sua Grammaire historiqtie, quantunque a 
noi non consti che il libro sia stato adottato 
nel pubblico insegnamento. 

Qualche cosa, si spera, faremo anche noi 
in Italia: e speriamo anche non si voglia a- 
spettare che 1 Portoghesi o i Valacchi ci die- 
no il buon esempio. 

U. A. Canello. 



Febgus, Boman von Guillanme le Clero heratisgegeben von Ernst Martin. Halle, 
Waisenhaus, 1872. 



Pochi anni sono il prof. Martin di Friburgo 
pubblicava per la prima volta un poema in 
antico francese intitolato le Besant de Dieu 
di Guillaume le Clerc de Normandie. Nella 
dotta introduzione premessavi il sig. Martin 
parlava, fra le altre opere di quel poeta, an- 
che di un poema, il Ferg\is,pk dato in luce 
nel 1841 dal Michel; e ne prometteva un'al- 
tra edizione purgata e più accessibile. Egli 
ha ora mantenuta la promessa, e noi qui ci 
accingiamo a dar conto brevemente della sua 
pubblicazione. 

L' importanza principale del Fergus è let- 
teraria. Eroe del poema è il giovine Fergus 
figlio di Somilloit, ricco contadino di Pelando 
in Iscozia. Costui vedendo passare Artus con 
tutta la sua corte, s' invoglia di seguirlo e dì 
entrare a' suoi servigi. Il padre dapprima con- 
trario'^a quel desiderio, finalmente si piega e 
gli d& le sue armi irruginite. Mentre move sulle 
traccie di Artus, il giovane Fergus è assalito 
^a Carduel da quattro malandrini; ma egli li 
sperde e raggiunge Artus, il quale lo accetta 
fra' suoi e lo arma cavaliere. Deridendolo Kes 
e invitandolo a cimentarsi col Cavalier Nero, 
egli parte e si dirige al Monte Nero per que- 
sto fatto d'armi; e dopo un episodio galante, 
che intralasciamo, simile ad un altro anteriore 
il novello cavaliere vince il terribile avversario. 
Nel ritomo s'imbatte ad altre avventure, in 
una delle quali libera G^liene sua amante dai 
prepotente re Aristofilaus , e giunge infine a 
Cardoil mentre sta per aprirsi un torneo, ove 
il vincitore sortirà, in premio la mano di sposa 
d'una donzella. Fergus trionfa e riceve da Ar- 



tus in premio Galiene, venuta colà per assi- 
stere al torneo. 

Come si vede , anche questo è uno dei nu- 
merosi poemi cavallereschi, i quali più o meno 
dawicino si raggruppano intorno al nome di 
Artus. Il suo pregio certo non consiste nella 
disposizione generale, che come avviene nella 
maggior parte di siffatti lavori, è assai irrego- 
lare. Un solo poema, ch'io sappia, del ciclo 
di Artus, che si viene ora pubblicando nella 
Biblioteca della Società di Stuttgart, fa ecce- 
zione per questo lato, e risponde alle esigenze 
più rigorose dell'arte poetica. Ma la vaghezza 
dei particolari compensa nel Fergus i difetti 
della disposizione; e vi si ammirano quadri 
assai ben tratteggiati e simpatici, ne è vivace 
lo stile, poetica la dizione. 

Il sig. Martin tende cui accrescere il me- 
rito del poeta, supponendolo inventore dell'in- 
tero racconto, a comporre il quale Io avreb- 
bero solamente aiutato vari! romanzi del celebre 
Chrestien de Troies e specialmente il Roman 
du Graal (ossia il Percheval), Nella pubblica- 
zione sovra accennata della Società di Stuttgart 
io ho esposte le ragioni che, contrariamente al 
Martin, mi fanno credere alla sincerità del poeta 
in quella sua asserzione por ce qu'en escrit trch- 
ve Vai. Non negherò tuttavia che egli o le fonti 
da cui egli attinse, abbiano subita l' influenza 
dei componimenti di Chrestien de Troies, 

Un'altra questione nasce intorno alla per- 
sona dell'autore del Fergiis, Il sig. Martin, 
come toccavamo di sopra, ammetteva prima 
l'opinione comune, che il Guillaume Le Clerc de 
Normandie, autore del Besant de Dieu e di pa- 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



61 



reochì altri scritti, fosse il medesimo Guillaume minativo; il che si vede permeiti esempi, ove 

Le Clerc autore del Fergtts; ma ora egli ac- essa precede una vocale senza che T e finale 

cetta i dubbi ben fondati contro tale identità, resti elisa. Ed in fatti il Codice di Parigi of- 

messi fuori dal valente Mussafia. Uno studio fre'^sempre questo s, mentre il Codice del duca 

sopra le inesattezze assai divergenti, che si no- d*Aumale, che il sig. Martin generalmente ri- 

tano nelle rime dei due poemi, prova senza produce-, l'omette spesse volte. (Lo ritiene però 



fallo resistenza di due autori diversi; e il sig. 
Martin avrebbe potuto andare anche più in- 
nanzi e stabilire che, mentre l'autore del Be- 
sant è Normanno, quello del Fergus è Pio- 
cardo. Giova notare p.es. la separazione perfetta 
deir^n e an nell'uno, e la confusione perpe- 
tua nell'altro; fatto linguistico sul quale è da 
consultare l'acuto studio inserito dal sig. Me- 
yer nella Revue de Litiguistique di Parigi. 
Penso che il sig. Martin abbia di ferito le ricerche 
sulla provenienza del poema, perchè non ha 
inteso di fare una edizione critica, nei vero 
senso di questa parola; ma non convengo del 
tutto seco in tale limitazione, perchè trattan- 
dosi di una seconda edizione, mi sembra sa- 
rebbe stato assai opportimo un metodo più e- 
eatto di quello adoperato dal sig. Martin. 

Sulla maggiore o minore unificazione della 
ortografia si può disputare; ma certamente non 
lo si può nello stabilire le flessioni ed i suoni, 
in quanto questi ponno esser fìssati per mezzo 
della rima, dell'elisione e dell'iato. Cosi p. es. 
8i doveva scrivere demant, comtnant, cuit 
invece di demancy cornane, citic, correzioni 
giustificate già dalla pura paleografia, atteso- 
ché la forma delle lettere e e t si rassomigliano 



p. es. a p. 34, 21.) É chiaro che l'editore a- 
vrebbe dovuto ristabilirla per tutto. Similmente 
doveva determinare se quella s si sia già ag- 
giunta a pere, mere, miudre ecc., ai femmi- 
nini latini della terza declinazione, ai femminmi 
degli addiettivi con due desinenze, ecc Minuzie 
son queste non però prive d'interesse, poiché 
rivelano come tutte le lingue obbediscano a 
leggi raffinate e costanti, senza aver bisogno 
delle accademie; le quali ben di sovente igno- 
rando la vera indole loro , vi hanno introdotte 
delle irregolarità che pur troppo le sfigurano. 
Ed io non intendo punto con queste osserva- 
zioni scemare il merito dell' ardito ed attivo 
mio amico 1. Se il suo lavoro presenta delle 
mende, sarà tuttavia sempre commendevole per 
molti pregi. Dotta è l' introduzione che pre- 
mette al poema, nella quale descrive breve- 
mente i due codici di cui si è valso per l'e- 
dizione, ne discute il rispettivo valore, esamina 
le rime, dà un sunto del contenuto del poema, 
stabilisce le fonti alle quali attinse il poeta, e 
forma un'ottima tavola di nomi geografici an- 
tichi cercando sempre d' identificarli cogli at- 
tuali Seguono il testo le lezioni non accettate 
di ambedue i codici, e da ultimo viene una 
breve serie di annotazioni e correzioni. Un pio- 



tante ne' codici di queir epoca, da divenire 

spesso impossibile il distinguerle. La parola colo glossario non sarebbe stato inutile. 

sire nel Fergus ha una s per segno del nó- 

Edm. Stenoel. 



Il Prof. Federigo Diez e la Filologia romanza nel nostro secolo per Ugo An- 
gelo Canello. Firenze, 1872. (Estratto dalla Rivista Europea) 



La pubblicazione die qui annunciamo ha 
per iscopo di dare una notizia critica del mo- 
vimento seguitosi in questi ultimi tempi nello 
studio della Filologia romanza. Non è una sto- 
ria completa di questa scienza, ma un ottimo 
riassunto di tutte le principali risultanze di 
essa. L' autore del libro, il sig. Canello, fu di- 
scepolo del Diez a Bonn, e mtorno al nome 



del celebre romanista tedesco ha raggruppato 
le fila del suo lavoro. Comincia infatti con un 
breve cenno biografico di lui, poi dà il cata- 
logo di tutte le sue opere, e queste classifi- 
cando in istorico-letterarie , in filologiche o 
esegetiche ed in glottologiche, ne forma tre 
principali categorie, che rappresentano i tre 
capi in cui ha ripartito il suo libro. In cia- 



. 1 n Big. E. Kartin promette di dare in luco fìra poeo una noora ediiione del celebre Soman du Renari intorno al 
quale ha già pabbUeato imo stadio preUminare che ha per titolo : Exam«n rrttifue de» manuerHi» du Sitmem dm Ré- 
nari (Baie 1873). Ne daremo conto nel proHimo fascicolo. 



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BIY18TA BIBLIOaBAFICA. 



62 

8cuna di queste egli prende ad esame le varie 
opere del Diez che vi si riferiscono , ne fa un 
sunto, ne rileva il valore nei rapporti ch'esse 
hanno collo sviluppo della scienza, e vi ag- 
giunge dei cenni sugU altri « studi o anteriori 
o posteriori dei più valenti tra' moderni ro- 
manisti eh' ebbero a trattare gli stessi argo- 
mentf », tutto ciò accompagnando con os- 
servazioni e con note il più delle volte assai 
buone, e che rivelano neir A. non meno la 
solidità degli studil fatti, che la giustezza dei 
suoi criteri. 

La parie sulla quale V A. s' è maggior- 
mente intrattenuto, è la glottologica, « che ve- 
ramente fu del tutto rinnovata dal Diez » e 
che, diciamolo pure, è la meno conosciuta fra 
noi. Tuttavia le altre due parti ancora sono 
abbastanza ricche si di notizie che di critica. 
E chi leggera questo libro può esser certo di 
trovarvi non solo una guida sicura per entrare 
nelle nuove discipline, ma si anche un ma- 
nuale eccellente, che lo porrà bene al chiaro 
sullo svolgimento progressivo e sullo stato at- 
tuale delle medesime. 

Per il che esso riuscirà di non poco gio- 
vamento in Italia, dove nulla finora si è fatto 
per questa scienza, dove nulla è a sperare del 
pubblico insegnamento, e dove si manca as- 



solutamente di simili libri che aiutino almeno 
chi \'uol far da sé e lo mettano sulla buona via. 

Il rapido esaurimento della prima edizione 
incuorerà, speriamo, il sig. Canello a segui- 
tare alacremente nel cammino intrapreso. E 
noi ci auguriamo che la seconda edizione ch'e- 
gli sta di già preparando , venga ben presto in 
luce ampliata notevolmente. Chd quanto più 
ab)3onderà essa di notizie, tanto maggiore ne 
sarà r utilità. Ed è a desiderarsi che queste 
sieno principalmente più copiose intorno alle 
opere illustranti l'antica letteratura francese, 
e più anche sulle poche clie abbiamo intorno 
alla spagnuola; della quale interessa che gli 
studii prendano una volta ad occuparsi ben più 
che non si è fatto per lo passato. 

Aspettando la nuova edizione, non entrere- 
mo in più minuti particolari su questo lavoro. Se 
attualmente esso presenta alcune lievi mende, 
siamo certi che V A. le avrà prima di noi os- 
servate e le correggerà assai meglio che non gli 
potesse altri suggerire. Qui pertanto chiudiamo 
questo breve cenno, lieti di aver annunciato ai 
nostri lettori un libro, che, come osservava il sig. 
G. Paris {Romania, I, 237) « est un des sym- 
ptòmes de l'introduction en Italie des bonnes 
methodes scientitìques. » 

E. Monaci. 



1 Codici Francesi della biblioteca Marciana di Venezia descritti da Adolfo 
Bartoli. Parte prima. Venezia, 1871 in 8° di pp. 38. (Estratto ^d\V Archìvio 
Veneto, tomo iii, parte seconda.) 



Assai ricche di mss. appartenenti all' antica 
letteratura francese sono le varie biblioteche 
d'Italia; e grazie alle pazienti e laboriose ricer- 
che di molti eruditi, buona parte di tali mss. è 
stala già diligentemente descritta ed illustrata. 
In ispecie i lavori del Lacroix * e del Keller * 
hanno notevolmente contribuito a facilitare la 
conoscenza di questi tesori. Ma le frequenti i- 
nesattezze e i molti errori che s' incontrano 
nel primo, e la poca estensione data alle pro- 
prie richerche dal secondo, facevano vivamente 
desiderare che altri dotti assumessero il com- 
pito di continuare e far completa questa si lo- 
devole impresaJ 

Ed invero, per ciò che riguarda la bibl. 
Marciana di Venezia, importanti supplementi 



agli studii del Keller furono già dati in luce 
dal Bekker, dal Mussafla, dal Koerting; ed il 
complemento giova attenderlo in breve per o- 
pera del sig. A. Bartoli nel nuovo studio di 
cui abbiamo sotto gli occhi la !■ parte. 

Il prof. Adolfo Bartoli, i cui dotti lavori 
sulla letteratura antica d' Italia gli hanno giu- 
stamente meritato una salda rinomanza, colla 
presente pubblicazione è venuto ad acquistarsi 
un nuovo titolo alla gratitudine del suo paese 
e di quanti s' interessano ai buoni studi. La 
prima parte, ora data alla stampa, tratta dei 
poemi del ciclo troiano contenuti in due Co- 
dici marclani.. In una assennata introduzione 
che vi premette egli espone compendiosamente 
la Rioria di questo ciclo attinta dalle fonti più 



1 Di«»ertation* aur quclqut* point» curitux de t'hintoire di Franct , risUnipate nel voi. ni del M^atig»» hifio- 
riqueit dello Champollioo-Figcac nella trrande colleicione irovernaktiva <lri Dorum^nt» irtMit» «cr. 

2 Bomrart. Hannhoini, 1844. 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



63 



recenti e migliori. L' epopea più importante 
del Ciclo troiano è senza dubbio il Romans 
de Troie, composto in versi francesi dal Be- 
noit de Sainte-More, e recentemente pubblicata 
dal Joly (Parigi, 1870). Ad attestare la popo- 
larità di cui godè nel medio evo questo ro- 
manzo, basterebbe già il grande numero dei 
codici, nei quali esso ci è pervenuto. Il Joly 
ne noverò 25, ed altri ancora se ne potrebbero 
aggiungere^. Di questi 25 due appartengono 
alla Marciana, e di essi appmito il sig. Bartoli 
ha dato una nuova descrizione, corredandola 
di copiosi estratti e di vari facsimili. Il siste- 
ma non è certamente il più vantaggioso pei 
cultori speciali di questi studi. — A giudicare 
esaltamente del valore dei due testi avrebbe 
assai meglio giovato un buon numero di va- 
rianti, e il sapere quali siano i 252 versi della 
stampa omessi nel Cod. xvii; se quesd 252 
versi facciano parte dei 1669, che mancano 
nel Cod. xviii, e infine se in uno o in am- 
bedue i mss. si ritrovino dei versi che man- 
cano nella edizione del Joly. Ma il circolo as- 
sai più largo dei lettori , cui s' indirizza T Ar- 
chivio Veneto, fu, senza dubbio, cagione che 
i*A. sì ritenesse dal soddisfare a questo de- 
siderio speciale dei filologi, e lo consigliasse 
a tal sistema che meglio risponde alle brame 
di quanti amino formarsi un* idea generale di 
quel romanzo senza bisogno di ricorrere alla 
edizione del Joly o agli estratti del Keller. 

Del resto i saggi di cui parliamo non pren- 
dono che una piccola parte della presente pub- 
blicazione. L* interesse principale dell'A. si è 
concentrato invece su di un altro poema con- 
tenuto nel Cod. xviii, eh' egli pubblica per 
intero secondo la lezione dello stesso codice. 
Questo poema intitolato Ettore Troiaiw era 
rimasto finora inedito. Come si vede esso si 
collega allo stesso ciclo del Romans de Troie 
e con questo sembra in istretta relazione. 0- 



pera di un iUiliano, secondo arguì già il Meyer, 
esso appartiene « a quelle non poche compo- 
sizioni franco-italiane come il Macaire, la Prise 
de Pampelune ed altre, le quali è probabile 
che neir Italia settentrionale segnino il prin- 
cipio della nostra letteratura » (p. 13). Ma gli 
esempi addotti dal sig. Bartoh per confortare 
r opinione del Meyer, piuttosto che al poeta 
sembrano da attribuirsi al copista; sposee, cine- 
cient (il testo porta: cine cent), giace sono 
semplicemente trascrizioni erronee e si lasciano 
senza difficoltà restituire in : esposee, cine cent, 
giace. La trasposizione deiraccentojwrfcrènf; 
alent non pare punto ammissibile; potrebbe 
invece leggersi: [E] toics lor hemois enpor^ 
terent Vieus e iovans tous seti ale[re]nt. Im- 
portantissima però è la rima lamenti fesso- 
ient; la quale dimostra che l'autore pronunciava 
en come neir italiano, e contraeva fessóient 
in fessént. 

Un esame accurato di tutte le rime del poe- 
ma sarebbe certamente assai utile; ed utili del 
pari sarebbero state le varianti degli altri tre 
codici, che di questo poema si conservano nelle 
bibl. di Oxford, di Parigi e di Firenze, l'ul- 
timo dei quali già consultato dall' A. Poiché 
siamo convinti che tali varianti gioverebbero 
in molti passi a correggere gli errori non del- 
l'autore italiano, ma sibbene degli amanuensi 
italiani, che ci hanno tramandate le quattro 
copie. Anche senza tale aggiunta però, (la quale 
invero non entrava nel compito propostosi dal 
sig. Bartoli) la fedele riproduzione del Codice 
Marciano ha sempre un valore considerevole. 
E noi mentre lo ringraziamo di cuore per que- 
sta nuova contribuzione, che ha offerto alla 
scienza, ci auguriamo di veder presto com- 
piuto il suo lavoro, sperando in pari tempo 
che il suo esempio sarà ad altri di sprone a 
continuare simili studi sui tanti mss. delle bi- 
blioteche italiane. 

Edm. Stengel. 



1 Un codice dalla Bibl. nasion. di Napoli fu già ■«gnalato dal Laeroix. Esso porta la ssgnatnra xi» C SS, i in fo- 
glio piccolo e contiene 179 carte inrecc di 177, come rrroneamente porta la numerazione del codice per essersi omesso di 
nnmerame dnc, una dopo il f. 78 o I' altra dopo il f. 83. Il foglio ha 4 colonne , la colonna 42 lineo. Vi sono doi vrrfiì 
che occtipano ciascuno due linee. Alcune di qne»tp sono lasciate in bianco. U testo comincia: Salemon» no* «ngaignt et 
éUi; 9 finisce: Cefui ffort dex ettign^t « noU Qui bi«n auttn«9 et moute ploie. Un frammento di 2 fogli si conserva nel Cod. 
Donca S81 f. 4-6 della Bodlciana di Oxford ; ed altro frammento di i fogli h stato scoperto un anno fa neUa copertina dì 
«n libro della biblioteca di Basilea. Tutti tre sono in pergamena e di scrittura del ecc. xiii. 



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64 



BIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



Les Debniebs Tboubadoubs de la Proyence d' après le Chansonnier donne a la 
Bibl. imp. de Paris par M. Ch. Girand, par Pani Meier. Paris, Franck, 1871. 
(Estratto ^dkMdi, Biblothèque de VÈcole des Chartes, t. xxx e xxxi.) 



Benché questo libro sia stato pubblicato da 
oltre un anno, non credo inopportuno farne pa-* 
rola nella presente rivista, sia a cagione della 
sua importanza, sia perchè esso è ancora ben 
poco conosciuto in Italia. 

Nel 1859 C. Giraud, antico ministro di Fran- 
cia e membro del r Istituto, donava alla Bibl. 
imp. di Parigi un* antica raccolta ms. di rime 
provenzali. — Era una nuova gemma di quel 
serto poetico che si va ricomponendo sulla 
fronte della storica musa d' Occitania. — Il Co- 
dice avea subito strane vicende. Nel sec. xvi 
era probabilmente venuto a mano del Nostra- 
damus; il quale di là forse trasse molta parte di 
quei materiali onde poi fabbricò la sua troppo 
celebre impostura delle Vies des poètes jpro- 
vengat^. In seguito passava nella famiglia Si- 
miane di Provenza. E quando questa per la ri- 
voluzione deir 89 emigrò, il ms. fu sotterrato 
dai Simiane appiè di un olivo nella corte del 
loro castello. « La terre de Provence, dice il 
sig. Meyer, a été légère au vieux chansonnier.» 
Ed infatti nel 1836 sano e salvo esso veniva 
offerto a C. Giraud, che generosamente lo mise 
a profitto della scienza. 

E il codice avea per la scienza una impor- 
tanza speciale: si perchè uno dei pochi che re- 
stino ancora trascritti da mano provenzale, 
si perchè nella sua raccolta ci presenta non 
meno di 32 poesie (oltre a varie coblas) fi- 
nora sconosciute; le quali tutte, tranne una 
canzone dì Guilhem de Saint-Didier, appar- 
tengono al periodo compreso tra il 1270 e il 
1310. — Il ciclo poetico dei Trovatori, secondo 
i monumenti per T addietro conosciuti, pareva 
chiudersi col sec xiii, e Tanno 1289 ne se- 
gnava r ultima data certa in un canto di Jean 
Esteve i. Ecco dunque il ms. Giraud gettare una 
nuova luce su questo periodo di decadenza che 
si perdeva nel buio, e nuovi materiali fornire 
alla storia letteraria dei padri della lirica mo- 
derna. 

Era un campo bellissimo ad esercitare T a- 
bilità di un critico, e il sig. Meyer vi ha soste- 
nuto splendidamente la prova. 

Egli ha diviso il suo lavoro in tre parti prin- 
cipali: Jntrodt*a^tone, Testi e Notizie, Ap- 
pendice, — Nella prima, dopo aver brevemente 
riassunto le vicende dell* ultimo perìodo della 



poesia dei Trovatori e ricercato le cagioni del 
suo decadimento (§ i ) , entra a parlare del Can- 
zoniere Giraud e ne pone abilmente in rilievo 
tutto il valore (§ ii): lo descrìve, ne fa la 
storia (§ III). Quindi prendendo in esame il 
dialetto dell'amanuense, fa un'accurata analisi 
di tutte le forme notevoli che ofi're il ms. e ne 
deduce cautamente quelle conclusioni che da 
simili dati gli è permesso raccogliere (§ iv). 
L' Introduzione finisce con un cenno sul metodo 
seguito neir ordinare la Memoria. — Nella se- 
conda parte pubblica i varii testi inediti che si 
trovano nel Canzoniere, a ciascuno premettendo 
speciali illustrazioni si filologiche che storidie. 
E finalmente neir Appendice d& una tavola di 
tutti i componimenti del ms. Giraud non che di 
quelli del ms. La Valliere (o d' Urfè) , non mai 
per r innanzi descritto, e un indice alfabetico 
di tutti i Trovatori che figurano nei due Can- 
zonieri. Alcune Aggiunte e Correzioni chiu- 
dono il volume. 

Questo rapido cenno basta per sé a mostrare 
la bontà del piano con cui fu condotto il lavoro. 
Né la esecuzione lascia punto a desiderare. Sen- 
za dire ulteriormente della Introduzione, giova 
qui notare il modo dalFA. tenuto nello illu- 
strare i testi. Di ciascuno de' quali egli accura- 
tamente ricercando il concetto e la forma, ne 
deduce saldi argomenti a stabilirne il valore let- 
terario, a congetturarne l'autore talora ignoto, 
a determinarne i rapporti colla storia, tutto di- 
chiarando con quella sobria erudizione e quella 
fina critica che ci fanno ritrovare in lui ano dei 
migliori filologi del tempo nostro. 

E assai opportunamente; poiché se la mag- 
gior parte di tali testi scarseggia dal lato este- 
tico, quasi tutti poi richiamano l'attenzione del 
filologo, sia perché ci rivelano qualche trovatore 
della decadenza finora ignorato, come il Das- 
pol, Johan de Pennas, Ponson , Moter, B, Tro- 
bel, G. de Lobevier, B. Albaric, Guibert, Ray- 
naut des tres Sauses, P. Trabustal; sia perché 
trattano argomenti notevoli per la loro bizzar- 
ria e novità, come le due tenzoni tra B. Carbo- 
nel e il suo ronzino, (nella seconda delle quali 
parmi indubbiamente si riveli una fina satira 
diretta al conte d' Avellino per eccitarne lagene- 
rositi in favore del poeta) ; e il Compianto d' un 
lebbroso , strana specie d' elegia, che rammenta 



I Vedi Dici la Pà0». de» Troub. p. 04. 



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BIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



65 



la pietotà condizione di quegli infelici nel me- 
dio evo, e della quale non ricordo altri esempi 
se non il Congiés Baude f^astoul d'Arras e 
li Congiés Jéhan Bodel ^ nelF antico francese. 
Il n. IV del S X ci presenta una stampita, spe- 
cie di lirica di cui nella poesia provenzale non 
si conosceva per V innanzi che un saggio di 
Rambaldo da Vaqueiras. Due forme strava- 
ganti di coblas si ritrovano al § xxii ecc. 

Nel pubblicare questi testi egli ha riprodot- 
to fedelmente la lezione del Codice in tutte le 
sue più minute particolarità; non omettendo 
però le restituzioni volute dalla grammatica 
o dal metro, le quali ha separate fra parentesi 
o respinte in nota. Metodo certamente il più u- 
tile, che mentre permette allo scienziato di so- 
stituire al codice la stampa, al meno esperto fa- 
cilita la intelligenza dello scritto senza falsarne 
la lezione. Scorrendoli, m*d avvenuto di rileva- 
re qua e ]k qualche lieve menda, che non so se 
altri abbia già osservato. Eccone alcune : — noy 
invece di no y parmi che dovrebbe leggersi per 
Tesigenza del metro alla p. 31 v. 5 (§ in) , p. 64 
▼. 32, p. 92 V. 28, p. 129 V. 42; e cosi ei invece 
di « t a p. 43 V. 73, e quey invece di que y a 
p. 53 V. 52. — La flessione non è sempre resti- 
tnita: vedi p. es. nella ii delle coblas replica' 
tivas (§ XXII) i w. 2, 12, 17. — Né sempre co- 
stante è r ortografia: cosi si trova midonSy si- 
dcns ed ora mi dons , si dons ; (conf. p. 30 v. 2, 
p. 63 V. 2, p. 71 V. 7, p. 88 V. 1 e p. 87 v. 7, p. 99 
T. 17, p. 119 V.26, p. 120 V. 19); orajw que ed ora 
perque; (conf. p. 48 v. 19, p. 72 v. 21, p. 102 
▼. 22 e p. 29 V. 31 , p. 43 v. 74 , p. 56 v. 39, p. 90 
T. 7); ora en aisi ed ora enaisi; (conf. p. 90 
T. 1 e V. 7.) A p. 112 V. 9 leggi jj^r^iauc; a 
pi. 126 V. 12 leggi s'ietts invece di sieiu. 

Ordinando le tavole dei due canzonieri il 
sìg. Heyer ha rappresentato gli altri canzo- 
nieri di riscontro con apposite sigle, diverse 
da quelle già adoperate nel Peire VidcU del 
Bartsch. È stata utile questa innovazione f — 
Convengo sulla difficoltà di una classificazione 
dei diversi mss. e sulla insufficienza dei tenta- 
tivi del Bartsch. Ha il sig. Meyer coir adottare 
quelle prime sigle non era per ciò tenuto a 
riconoscere il sistema sul quale il Bartsch le 
aveva stabilite. Riservando, come ha fatto, 
per r avvenire la questione della classificazione 
(questione che del resto non potrebbe essere 
per ora definita), egli avrebbe assai meglio 



giovato allo studioso col mantenere Punita 
provvisoria delle sigle; le quali invero non 
lieve conAisione ora cagionano per la triplice 
loro differenza nel Peire Vidal, nei Jkmierg 
Troìibadours e nel Grundrisg. 

Aggiungo qui alcune note speciali che mi è 
occorso di fare nelle suddette tavole. 

P. 143. 1 primi sei versi della i cabla stam- 
pata in nota, erano stati già pubblicati dal 
Bartsch nei Denhm. d, prov. Litter. p. 541 e 
del Mahn nelle Gedichte d, Troub. n. I!fò9. 
Ambedue essi trassero questa cobla dal cod. H 
(Bartsch T), ove è attribuita al Peire Cardenal. 
(Ed è curioso che il Bartsch nella sua lista dei 
Trovatori cita questo testo del Meyer e T altro 
del T come di due coHas diverse, e omette di 
citare tanto Y edizione dei suoi Denhmaeler 
che quella del Mahn). Il primo verso di questa 
cobla coincide col primo della poesia inedita 
citata àgi Bartsch ne Grundriss sotto il n. 461, 
51 del cod. C (Meyer B) f. 386. 

P. ivi, nota 1. « Raynouard {Ch. V. Ili) don- 
na le premier couplet de cette pièce (si trobava 
mon compayre En Blacas). Je n*ai pu trou- 
ver d^après quel ms. » Questa poesia non si tro- 
va che in altri due codici; neirO (Bartsch F) 
f. 37 V. e neirU (Bartsch D) lxxxv. Ma nel- 
rO manca la prima strofa, quindi è evidente 
che il testo del Raynouard è quello deirU. 

P. 149, xxxni. La sigla B. 32 dovrebbe es- 
ser corretta: B 31, Bartsch 32. 

P. 173, n. 324. Agg. E f. 7 — P. 178, n. 435. 
Agg. B f. 28— P. 201, Montanhagout. Agg. 
E XLi «. — P. 202, Pons [de] sa Gardia, Agg. 
T. 255. 

Forse altri passi ancora potrebbero dare oc- 
casione a simili appunti. Ma non è questo il luo- 
go di ricercarne, né io lo farò; bastandomi Ta- 
ver qui notato ad omaggio del vero quanto 
m*era avvenuto di osservare consultando o ri- 
scontrando questo libro a cagione de* miei stu- 
dii. Poiché il più o il meno di tali rilievi nulla 
può alterare sul valore intrinseco di esso ed in un 
giudizio ooscenzioso che se ne possadare.il libro 
sarà sempre un ottimo ed importantissimo sup- 
plemento alla storia letteraria della Provenza; 
e, come illustrazione di un canzoniere, sarebbe 
a desiderare che specialmente tra noi fosse pre- 
so ad esempio da quanti attendono ad illustrare 
r antica lirica italiana. 

E. Monaci. 



1 Fabliatue tt Coni*». Ed. de IKon, 1, 119, 136 ecc. {TKiatr9 franfnit sh moy^n Age p. p. Monmerqné et Michel p. 168.) 
3 Si legge anche nel cod. Barberino ZLV.4T p. 25, non ancora, eredo, segnalato. 



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PERIODICI. 



Secondo il sistema utilissimo adottato giA io altre riviste, sotto questa rubrica daremo 
uno spoglio di tutto oì(> che relativamente agli studii nostri si contiene nella stampa periodica. 
E questo faremo non soltanto del giornali dedicati esclusivamente alla filologia romansai, ma 
benanche di altri che più o meno spesso si occupano degli studii medesimi. Di questi ultimi 
però sarà notato unicamente ciò che possa interessare il romanista: né le nostre indicazioni, 
massime in principio , riusciranno da questo lato assai abbondanti. Del che non sarà difficile 
a comprendere la cagione ove si consideri che questa Rivista è compilata in Roma. Faccia- 
mo quindi viva preghiera ai sigg. Editori affinché, nell* interesse comune della scienza e della 
stampa, vogliano essorci cortesi della notizia delle loro pubblicazioni, quando queste si rife- 
riscano agli studii, ai quali la Rivista di Filologia Romanza è consacrata. 



I. Jahrbucb fOb romanischb litera* 
TUR, XII, 4. — P. 353-376. M. Steinschnei- 
der. Spanische Bearbeitungen arabischer 
Werke. Note agli studii del Kiiust sopra i 
mss. spagnuoli dell' Escariai, inseriti nei voi. X 
e XI del Jahrbuch. Queste si riferiscono ai 
Proverhios buenos, Bocados de Oro, e ai Se- 
cretum secretorum, — P. 3T7-383. Ds Emil 
Grosse, Zu Romulus, Correzioni e complementi 
agli appunti del Mail {JahrbuchXllj p. 18 segg.) 
euir ultima edizione del Romulus carata del- 
l' Oesterley e alla risposta di questo al Mail [Jahì^ 
buc?i XII, p. 233). — P.384-395. D.' Mieck. ììber 
cinzelne Momente der Bedeutungsentwi" 
cklitng in den romanische^i Sprachen, L'ar- 
ticolo contiene delle interessanti osservazioni 
sulle modificazioni del significato in alcune 
classi di parole. — P. 396-406. H. Michelant 
Titoli dei Capitoli della Storia dei Beali 
di Francia.— Krit, Anz, P. 407-414. Reinhold 
Koehier. Novelle italiane, a) Le novelle di 
Giovanni Sercambi p. p. A. D'Ancona (Ane); 
b) Storia di Santa IsmefHa avola della Ver- 
gine Maria p. p. Fr. Zambrini; e) Novella d'u- 
iìa donna e d* un uomo che nonpoteano aver 
figliuoli p. p. Fr. Zambrini; d) Novella del 
Fortunato p. p. Giovanni Papanti ; e) Novella 
di Antonfr. Doni p. p. A. D'Ancona; f) Novella 



di Francesco Angeloni da Temi p. p. A. Cap- 
pelli. — P. 415. Lemcke. Rofnaneero del Cid 
p. p. Carolina Michaelis. — P. 417. Lemcke. La 
(Gerusalemme liberata di Torquato Tasso p.p. 
G. A. Scartazzini. — P. 418-466. Bibliogra- 
phie des Jahres 1870: i , Zur franzoesisehen 
Literaturgeschichtev. Adolf Ebert ii, Zur en- 
glischen Literaturgeschichte v. A. Tobkr. iii, 
Zur italienischen Literaturgeschichte v. A. 
Tobler. iv-viii, Zur spanischen Mur portu- 
giesischen allgemeinen Literaturgeschichte. 
Philologie. Kulturgeschischte v. Lemcke. (In 
tutto 395 numeri, dei quali 185 appartengono 
alla storia letteraria d' Italia.) 

II. ReVUE DBS LAKOUES ROIIANBS, IH, 2. 

— P. 133-145. A. Boucherie. Un Almanach 
au X siede. Sono alcune predizioni sul tempo 
e sugli avvenimenti politici, scritte in basso la- 
tino da mano del sec. x. Segue una traduzione 
ed una analisi sulla fonetica, sulla grammatica 
e sul lessico del testo. — P. 146-174. A. Montel. 
X' inventaire des archives de la Commune 
Clóture. Documento non meno importante per 
la storia municipale che per la conoscenza del 
dialetto antico di Montpellier. Il testo è illustrato 
da un indice topografico e da un glossario. — 
P. 175-179. C. de Tourtulon.Pr^dtcfion* astro- 



1 Sono quattro all'estero: il JaMrbueh ecc. edito a Lipsia dal prof. Lemcke; la Sévue de» langut» roman»» , orcaao 
della Sor <>Mj>«r lo ttudio d*lU lingu» romans» coatituitaal a Montpellier nel 1860; la Romania diretta dai proff. P. Me- 
yer e Q. Paria e i Romanische Stmtlitn pubblicati dal prof. Boehmer ; tnmcatrali tutti, aaWo qnott' ultimo, ch'esce a li* 
>>t>ri intcrTalli. - Uno finora in Italia, il Propugnatore, diretto dal comm. Zambrini, bimestrale, limitato al solo Hallano. 



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PERIODICI. 



67 



nomiques pour les années 1290 à 1295* 
Breve testo catalano del sec. xiii, che tro- 
vasi in un ms. della BibUnazion. di Madrid 
(L. 2) intercalato nel libre de la savieza di Gia- 
como I d' Aragona. — P. 180. Errata du to- 
me li. — P. 181-190. A. Donnodevie. Studio let- 
terario su Cartéte de Prades Poéte agenais 
du XVII siede. P. 191-204. 0. Bringuier. IjOU 
Hùmieu, legenda dau tems das comtes de 
ProuvetiQa, Poemetto in provenzale moder- 
no. — P. 205-219. A. M. et L. L. Contespopo- 
laires. Eccone i titoli: Tourlendou, VAuìrre, 
Ijous Noumbree, Lou Gau, La Galino, Lous 
Contradichs, Plòu et fai sourel, Lou Dets, 
Jan l'Oli, Jean de Vort, Pieuf pieu! — P. 
220-249. L. Gaudin. Poesies patoises de Nico- 
las Pizes (1679-1716). — P. 250-252. Biblio- 
graphie. A. B. JRomaniay n. 2;T, Biblioteca 
catalana p. p. don Mariano Aguilo y Fu- 
ster.— P. 253-260. A. M. Periodiques et Jour- 
natia:, — P. 260. Enseignemcnt des langues 
et des littératures romanes. — P. 261-264. 
Cronique. Errata du tome ii. 

III. RoMANiscHE Studien, II; QucBstio- 
nes grammaticcB et etymologicos. — P. 165- 
196. A. Neuhauer. Un vocabolaire hébraìco- 
franqais. Antico glossario tratto da un codice 
della Bodleiana d' Oxford. Contiene le parole e- 
braiche colla traduzione francese in caratteri 
ebraici e la traduzione latina in caratteri la- 
tini. Il prof. Boehmer vi ha aggiunta la tra- 
scrizione dei vocaboli francesi in caratteri la- 
tini, da lui modificati con segni speciali per 
rappresentare la pronunzia. — P. 197-220. E. 
Boehmer. De vocabulis Francogallicis lu^ 
daice transscriptis. Dissertazione nella quale 
r A. espone il metodo da lui tenuto per meglio 
rappresentare la pronunzia delle lettere ebrai- 
che nella trascrizione precitata. — P. 221-230. 
E. Boehmer. De lingua Hispane Romanica 
CSD glossario Arabico et Latino illustranda. 
Appunti intomo ad un glossario arabo-latino 
scrìtto fra T vili o ix secolo, che si conserva nel- 
la bibl. di Leida. L' A. raccoglie accuratamente 
le molte traccio del volgare spagnolo che pre- 
senta la parte latina di questo antico glossario, 
e vi aggiunge importanti osservazioni sulla fo- 
netica, e sulla conjugazione. — P. 231-294. E. 
Bo^mer. J>e coloruni nominibits equino- 
rufìL UÀ. ricerca nelle varie lingue romanze 
il significato e Tetimologia dei nomi che espri- 
mono i colori dei cavalli.— P. 295-301. E Boeh- 
mer. De sonis grammaticis accuratius di- 
stinguendis et notandis, A distinguere i suoni 
divern delle stesse lettere nelle varie lingue ro- 
manze, VA. propone alcuni segni speciali da 



aggiungere al carattere latino comune. — P. 
302-308. E. Boehmer. Beiblatt zu den Rama- 
nischen Studien. Specie di cronaca in cui si 
d& conto del movimento negli sludii dei ro- 
manisti. 

IV. Romania, I, 3. — P. 273-317. G. Pa- 
ris. La vie de saint Leger, tea^te revu sur 
le fns, de Clermont-Ferrand. U introduzione 
espone le opinioni emesse finora suU* epoca e 
la lingua del poema; con un esatto e minuto 
studio delle rime stabilisce che questo fu com- 
posto originalmente in francese, e forse nel 
dialetto borgognone verso la metà del sec. x; 
dipoi trascritto da un provenzale; ne restitui- 
sce, per quanto è possibile, la lingua primi- 
tiva, ne esamina il metro, ne ricerca le fonti. 
Il testo è doppio; Tuno diplomatico, critico 
Taltro; e lo accompagnano abbondanti note il- 
lustrative ed e«5egetiche. — P. 318-327. D' Ar- 
bois de Jubainville. La phonetique latine de 
V epoque mérovingienne et la phonetique 
frangaise du xi« siede dans le saint Ale- 
xis. Riassume le dottrine esposte dal G. Paris 
(nella prefazione al suo Saint Alexis) e fa 
delle osservazioni derivate dalla comparazione 
del Saint Alexis coi diplomi merovingi ori- 
ginali pubbL dal Tardi f nei Monuments hi* 
storiques. — P. 328-351. Pr. Bonnardot. Do- 
cument en patois lorrein relati f à la guerre 
entre le comte de Bar et le due de Lorraine. 
Il testo ò tratto dalla Bibl. nazion. di Parigi. 
(Collect. de Lorr. voi. in, n. 41 à 45.) L' il- 
lustrazione premessavi ne dimostra T impor- 
tanza si per la storia che per la linguistica, — 
P. 352-359. V. Smith. Germine, là Porche- 
ronne, chansons foreziennes. La seconda 
di queste ò pubblicata in due versioni. I loro 
rapporti con altre canzoni popolari sono sta- 
biliti nella introduzione. — P. 360-378. Melan- 
ges. I, A. Darmesteter. Philippus-os lampadis. 
Attribuisce a S. Girolamo questa bizzarra eti- 
mologia. — II. G. P. Une épitre frangais de 
S. Etienne copiée en Languedoc au xiii sie- 
de. Uno studio accurato delle rime dimostra 
che questo poemetto fu scritto originalmente 
in francese, e non in provenzale come aveva 
creduto il Gaudin pubblicandolo nella Eev. des 
lang. rom. (II, 133-142.) — in, P. M. Les vers 
de la tnort d* Helinand. Da un passo della 
Somme leroi composta dal frate Laurent nel 
1279, prova che Elinando e non Tibaldo di Maiv 
ly è autore dei versi sulla Morte pubbl. dal 
Loisel, Meon e Buchon. — iv, L. Pannier. Le 
livre des cent ballades et la reponse du ba- 
tard de Coucy. Da questo libro composto fra 
il 1386 e il 1392 dodici ballate pubblicò nel 



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PERIODICI. 



1858 il M. de Queuz de S. Hikdre. Il P. ora 
dà un testo più completo della xii, ed un^al- 
tra ne pubblica coU'aiuto di due oodd. di Pa- 
rigi ignoti al Q. de S, H. — v, G. P. Une Ro- 
mance espagnole écrite en France au xv« 
siècle. Contenuta in un ood. della Nazion. di 
Parigi con forme miete di francese e di spa- 
gnuolo. Essa si ritroya anche nel CaneUmeiro 
de dwersM obrae de nttevo trovadae pubbl. 
da Fray Ambrosio Montesino nel 1508 e nel 
Romancero general del Duran sotto il n. 1901, 
ma rifatta ed ampliata.— P. 379-392. Comptee- 
rendite, — P. M. Grundriss sur Geechiehte 
der provenM. Itterat, von K. Bartsch. — A. 
Darmesteter. t/ber die fransoesieche Nomi- 
nai rusafnenaeteung von Johannes Schmldt.— 
Sulle versioni italiane della Storia Tro» 
iana, oeseraeionie confronti di A. Mus- 
safia. — A. M.-F. Uber die spanisehen Ver- 
sionem der Historia Trojana y. A. Mussa- 
iìa. — G. P, Li Bomanz de la Rose, Premiè- 
re Partie par Q, de Lorris von Oberlehrer 
D.' PttscheL — Bel governo de' regni pubbl. 
da Emilio Teza. — P. 393-399. Periodiques — 
P. 400. Chronique. 

V. Il Propuonatobb, V, 3. — P. 369-381. 
V. Di OioTanni. Il libro Trojanojiella bibl, 
eomun, di Palermo. Agli estratti che di que* 
sto ood. pubblicava fin dal 1863 il Di Bfarzo, 
nuovi estratti ora aggiunge il Di O. che non 
si leggono nella edizione della Storia della 
Guerra Trojana fotta dal Dello Russo, né in 
altri codici. Questi trattano \deir abbandono, 
de* lamenti, del parto e della vendetta di Me- 
dea, che f\i perfidamente tradita da Giasone. » 
L* Editore si limita ad osservare che il ood. sia 
stato scritto da un siciliano piuttosto che da 
un toscanoi nd fa alcuna ricerca su questo nuovo 
ramo del romanzo della Guerra Troiana.^ 
P. 382-393. G. Bozzo. Considerasioni sopra 
alcune varianti della Diviiui Commedia nel 
testo pum. dal cK sig, C, Witte. — P. 394- 
437. G. B. G. Dante spiegato con Dante. Com- 
mento al Canto xxix del Purg. — P. 438-455. 
G. Fanti. Intorno lo stato presente della poe- 
sia lirica in Ralia, Pensieri, — P. 456-458. 
L. Scarabelli. La nube tenera. Alla lezione: 
come si volgon per tenera ntUte^ del v. 10 e xii 
del Farad, di Dante vorrebbe sostituita Taltra: 
come si volgon per tenua nube, che egli trova 
in parecchi testi. — P. 459^62. A. Cerquetti. 
Lesioni del Gussalli e lesioni del Propu- 
gnatore in uno scritto di P. Giordani pubbli- 
cato nel fase precedente del Propugnatore sic- 
come inedito. — P. 462-480. V. Imbriani. La 



Novellata milanese, esempii e panzane lom- 
barde raccolte nel milanese. Sono le 7 ul- 
time novelle di questa importante raccolta co- 
minciata nello stesso periodico fin dal 1870. Chi 
conosce questo lavoro, non che gli altri già 
pubblicati dal sig. Imbriani, non può non au- 
gurarsi di vedere questo valoroso giovane con- 
tinuare di lena uno studio, che tornerà non 
meno ad onore di lui che a valido incremento 
della scienza. — 483-491. Annunsi bibliogra- 
fici, — 492. Indice. 

VI. Rivista filolooico-lbtterabia. II, 
4. — P. 185-192. G. Galvani. Fiorita proven- 
sale, È la continuazione di uno studio biogra- 
fico e letterario sopra Arnaldo Daniello. — P. 
193-205. S. Salomone-Marino. Di alcuni luo- 
ghi difficili e controversi. {ììtUXà, Divina Com- 
media) interpretati col volgare siciliano, — 
P. 2(^208. A Gaspari. Saggio del dialetto 
veronese. Sono due traduzioni una letterale, e 
r altra libera in dial. veronese della parabola 
del figliuol prodigo tratta da S. Luca, e. xv. 
— P. 227. Estratti dai Periodici della Germania. 
Intorno a Gerardo di Vienne per servire 
alla saga di Rolando. Dal Zeitschrift fur 
deuts Philol. deir Hoepfner e Zacher, in, 4. 
— P. 22&-240. Bollettino bibliografico, 

Vn. L1TBBAEI8CHB8 Cbntralblatt. — 
(Riviste.) P. 956. Schdt Oevres de Froissart, 
poesies, p. p. A. Scheler. tue ni. — P. 1120 
Msf. I codici francesi della bibl. Marciana 
di Venesia descritti da A. Bartoli. — P. 1124. 
Sprichwoerterlexicon der deutschen und ro- 
maniechen Voelhem v. Ida v. Dueringsfeld 
u. Otto Freiherr v. Reinsberg^Dueringefeld. 

Vni. Rbvub critiqub (Riviste) N. 33. De 
sonis grammatieis accuratius distinguendis 
et notandis scripsit E. Boehmer. — N. 35 Sa- 
cre rappresentazioni dei sec, xiv, xv, e xyi 
p. p. A. D'Ancona. 

IX. Rivista Europea ni, iv, 2 — (Ri- 
viste.) P. 381-384. Virgilio nel Medio Evo 
p. D. Comparetti. — P. 384-388. Sacre rap- 

pres. dei sec xiv eoe p. p. A. D'Ancona. 

X. Nuova Antologia, XXI. — (Riviste.) 
P. 453-456. A. D'A. iZ Tractato dei mesi di 
Bonvesin da Riva milanese, dato in luce per 
cura di E. Lidforss. — P. 455-458. A. D* A. En- 
ciclopedia Dantesca, di G. I, prof. Ferrassi, 
voi. IV, bibliografia. 



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NOTIZIE. 



Il Utt, CentreUblatt di Zarncke ha finora pubblicato T annunzio dei seguenti corei di filo- 
logia roDDUuua, che nel prossimo inverno si daranso nelle Univereità d*Alemagna. 

Bbblin. — Prof. A. Tobler: i, Grammatica francese; ii, Spiegaxione dei documenti più an- 
tichi della lingua francese; iii, Esercizi! nelle sue conferenze romanze. 
Bonn. — Prof. Delius: Antico francese e provenzale. 

— Prof. Diez: i, Storia delle lingue romanze; ii, poesie scelte del Petrarca. 
Brbslau. — D.' Mail: Esercizii romanzi (antico francese). 

GiBSSBN. — Prof.Lemcke: i, Introduzione alla filologa romanza; ii, Grammatica provenzale 
colla spiegazione di scelte poesie dei trovatori; ni. Conferenze romanze. 

GoBTTiNOBN. — Prof. Theodor Mtlller : i, Esercizii nelle lingue inglese e francese; ii, Spagnuolo. 

Grbipswald. — Prof. Schmitz: i, Grammatica francese, ii, Il Misantrope di Molière. 

Hallb. — Prof. Boehmer: i, Grammatica delle lingue romanze: ii, Chanson de Roimnd: 
III, Conferenze romanze. 

HBiDBLBBaG. — Prof. BartBchri, Sulla vita e sulle opere di Dante; ii, Esercizii d'antico francese. 

Jena. — Prof. Sievers: Grammatica dell* antico francese. 

KoBNiGSBERO.— Prof. Schlpper: Grammatica provenzale e spiegazione delia Crestomazia del 
Bartsch. 

Lbipzio. — Prof. Ebert:i, Introduzione allo studio comparativo delle lingue romanze; ii, Gram- 
matica provenzale e spiegazione della Crestomazia del Bartsch. 

— DJ Schuchardt: i, Grammatica spagnola; ii, Ariosto. 
Mabburg. — Prof, ten Brinck: Poesie dei trovatori. 

MaMCHBN. — Prof. C. Hofmann: Elementi della storia delPantica letteratura francese e pro- 
venzale, e spiegazione di scelte ix>esie. 
RosTocK. — Prof. Bechstein: formazione primitiva (? Vorbildung) delle lingue romanze. 
Straszburo. — Prof. Ber^mann: spiegazione letteraria della Divina Commedia di Dante. 
WOBZBUBG. — D.r von Remhardstoettner: Grammatica delle lingue romanze. 
ZttaiCH. — Prof. Groeber: i, Spiegazione di documenti provenzali; ii, Grammatica spagnuola e 
portoghese. 
I corei delle Univereità austriache non sono stati ancora annunciati nel Centralldatt, 

Anche nei paesi scandinavi a Cristiania, Lund, Ko|>enaghen, nel Belgio, in Olanda si fanno 
simiU corei univereitari. Nella Francia, che noi sappiamo, soltanto a Parigi; ove il prof. P. 
Meyer insegna all' École des Charles, il prof. G. Paris al College de France ed ali* École 
dee HatUes étitdes,ed in Quest'ultimo istituto anche il sig. A.Brachet Nulla però possiamo 
precisare sulle lezioni che daranno essi nella stagione prossima, non avendone ancora veduto 
1 programmi. Riguardo alle altre nazioni latine non siamo in grado di dare alcun ragguaglio 
su ciò, poiché non ci è mai venuto a notizia che simili studi abbiano alcun accesso nelle loro 
scuole. Ben è vero che in Italia si va gridando da un pezzo contro questo vuoto nella istru- 
lione; ma siamo troppo abituati a certe grida per isperare che se ne ricaverà mai alcun frutto. 
E se non fosse la còlta Firenze, la quale, dicesi, ha determinato di creare nel suo Istituto 
di studii superiori anche una cattedra per la filologia romanza, temeremmo a buon dritto che 
questo studio, prima che in Italia, trovasse ospitalità nelle Russie: ove sembra certo che questo 
ramo di scienza sarà introdotto neir insegnamento nnivereitario. 

Alle notizie riferite di sopra aggiungiamo che in Berlino fu inaugurata il 28 ottobre un*ilc- 
ccidemia per la filologia m4>d^ma, iniziata dal prof. Herrig, direttore del seminario reale 
per le lingue moderne, colla oooperazione dei proff. Maetzner, Mahn e di altri. Questi sono i 
corsi per le lingue e le letterature neolatine annunciati dal programma: 

Prof. D.r Hbrrio. — Enciclopedia della filologia moderna. 
D.' G. L&ciUNo. — Grammatica francese, i. Fonologia. 

D.** A. Bbnbckb. — La pronunzia francese spiedata coH'aiuto della storia e della fisiologia. 
D.*" ScHOLLB. — Introduzione allo studio dell'antico francese con esercizii pratici secoindo la 
Crestomazia del Bartsch. 



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70 NOTIZIE. 

D.' GoLDBECK. *— Spiegazione del Bestiaire dì Filippo di Thaun. 
D.' Herrig. — Spiegazione del Gargantt*a di Rabelais. 
D.!" Crouze. — Spiegazione delle commedie scelte di Molière. 
D.' MA.HN. — Grammatica proTenzale e spiegazione di noeti provenzali. 
D.' Mahn. — Spiegazione aeir epopea provenzale del Girart de Rossilfio. 
M. Marellb. — Storia critica del teatro francese (tragedia, commedia, dramma) dalle ori- 
gini fino ai giorni nostri. 
D.' Mahn. — Grammatica italiana, i. Fonologia. 

Prof. D.' ScHNAKENBURG. — Spiegazione materiale e linguistica della Divina Commedia. 
Prof. G. Kappes. — Grammatica della lingua spagnuola. 
Prof. G. Kappes. — Spiegazione del Don Quijote del Cervantes. 

Sui primi del novembre prossimo avranno luogo in Oxford gli esami di concorso al premio 
istituito da quella Università per V incoraggiamento dello studio delle lingue moderne. Tali 
esami questa volta verseranno sulla filologia italiana (storia della lingua, letteratura, critica 
dantesca ecc.) {Rivista Europea, in, iv, 379.) 

Nel settembre 1873 sarà tenuta ad Innsbruck un' adunanza di filologi tedeschi. Vi sono in- 
vitati anche i filologi italiani; e dal comitato preparatorio, di cui fa parte il prof. Demattio, 
sappiamo che si avranno facilitazioni di viaggio ecc. 

Dicesi che alla cattedra di filologia romanza che si vuole fondare in Firenze nelf Istituto 
di studii superiori, sia slato invitato l'illustre glottolojfo prof. G. I. Ascoli. 

I proff. Boehmer e Lemcke dalle Università di Halle e di Giessen sono stati trasferiti a 
quelle di Strasburgo e di Breslavia. 

II sig. G. Paris è stato nominato professore effettivo al Collège de France nella cattedra 
di lingua e letteratura francese nel medio evo, in luogo di suo padre, il sig. P. Paris, di- 
missionario. 

L'Accademia delle iscrizioni e belle lettere, nella sua sessione del 21 giugno 1872, accor- 
dava il primo dei premi i, — fondati dal baron Gobert per l'opera la più dotta e la più pro- 
fonda sulla storia di Francia e sugli studi che vi si connettono, — ai sigg. G. Paris e L. Pannier, 
per la loro edizione della Vie de saint Alexis, il secondo al sig. Leone Gautier, pNpr la 
sua edizione della Chanson de Roland. — La stessa accademia, nella sua sessione del 28 giugno 
ha decretata la prima medaglia del concorso delle antichità della Francia al sig. Paolo Me- 
yer, per la sua opera sui Derniers Troubadours de la Provence. {Romania, I, 400.) 

L' Imperatore delle Russie ha decorato il prof. F. Diez dell' ordine di Stanislao di 2» classe. 
(Litt. Centralblatt.) 

Prossime pubblicazioni: — Ascoli, Archivio glottologico italiano, voi. I. — Canello, // 
Prof. F. Diez e la Filologia romanza nel nostro secolo; 2* ed. riveduta ed ampliata. Poli- 
morfologia italiana. — Hucher, Le Saint- Crraal, comprenant le Petit Saint-Graal, en 
prose, inédit, le Petit Saint- Graal en vers, et le Grand Saint- Grcuil en prose etc — Mail, 
ìes oevres de Philippe de Taun. Meyer, Chrestomathie provengale et ancienne franQaise 
à l'usage de l'école des Charles. — Monaci, Lo Romane dels auzels cassadors secondo la 
lezione del Cod. Barberiniano 2777, — Stengel, Li Roìnans de Durmart le Galois nelle pub- 
blicazioni del Litterarische Verein di Stuttgart. — Wùlker, Studio sopra la leggenda di 
Nicodemo nelle sue versioni occidentali. 

Col fase. IV dell'anno XII il Jahrbuch filr romanische und englische Literatur ha ces- 
sate le sue pubblicazioni. La filologia neolatina ebbe già in esso uno dei periodici che più con- 
tribuirono al suo svolgimento, e tutti gli studiosi, ne siam certi, deploreranno questa perdita. 
Intanto corre voce che altra simile pubblicazione si vada già preparando in Alemagna, e che 
il prof. Mussafia sia invitato ad assumerne la direzione. Ove ciò si verifichi, questo nome basta 
per sé a rassicurare gli studiosi che la recente perdita sarà riparata. 

Si leg^e nella Romania (I, 400) che nella riunione dei filologi tedeschi tenuta a Lipsia 
nel maggio scorso il sig. Groeber di Zurigo comunicò una memoria sur une branche in- 
connue de la chanson de geste Fierabras. Questa versione sconasciuta del Fierabras è la 
stessa che quella contenuta nel codice Hannoveriano N. 578 secrnaiata nell' ^cod^mv del 
1871, pag. 527? 

Il D.r Edm. Stengel prepara una edizione dell' antica versione italiana di questo stesso poema 
(il Fierabraccia). Egli ne conosce finora tre codici : V uno della Riccardiana di Firenze, l'al- 
tro della Bibl. di Volterra (segnalatogli dal prof. D'Ancona) e il terzo della BibL Giovio di 
Como (citato dal Monti, Vocab. dei Dial. di Como ecc.); non che l'antica edizione senza data 
di cui si conserva l'unico esemplare nella Corsiniana in Roma. Il medesimo sarebbe oitremoilo 
grato a chi, avendone, gli fornisse ulteriori notizie in proposito, e in ispecie gli facesse noto 
se in alcuna biblioteca si trovi una copia degl' hinamoramenti di Rinaldo^ romanzo che 
secondo il Propugnatore (III, ii, 126) conterrebbe anche il Fierabraccia. 



GIUSBPPB NBU recpooMbU*. 



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IL CANZONIERE VATICANO 3214. 



Benché dal 1518 in poi molte raccolte di antichi lirici italiani sieno 
venute alla luce, tuttavia una edizione condotta veramente con metodo 
critico e tale da potere essere con sicurezza adoperata, vanamente l'a- 
spettammo finora. Ben è vero che in passato ciò non fu punto possibile, 
causa il sistema prevalente in sifiatto genere di pubblicazioni ; ma oggi 
non può dirsi altrettanto, e credo che ornai sarebbe giunto il tempo di 
occuparsi seriamente di simile impresa. 

A tal fine, nelle mie escursioni per le biblioteche italiane, mi ero dato 
cura in addietro di prender nota dei molti canzonieri mss. che vi si con- 
servano, e di fare su di essi alcuni studi preparatori che agevolassero poi 
il compito di una generale classificazione di essi, base essenziale per una 
edizione critica. Ma, continuando, venni a sapere che il chiarissimo avv. 
P. BiJancioni già da vari anni attendeva egli pure allo stesso lavoro. Ed 
infatti, recatomi ultimamente a Ravenna per conoscere questo valente 
letterato e appurar da lui la verità di questa notizia, potei da me stesso 
vedere i copiosi materiali già da lui raccolti a quest' uopo, e mi persuasi 
che r opera sua riparerà finalmente a questo difetto che ogni giorno si fa 
più sensibile tra gli studiosi. 

Dopo ciò smisi ogni idea di continuare le mie ricerche suU' antica li- 
rica italiana; e degli studi già fatti non pubblicherò se non una parte che 
avevo compita fin dall'anno scorso, la descrizione, cioè, e le rime inedite 
del Canzoniere Vaticano 3214, nonché le rime inedite del Chigiano L. Vili. 
305 colle correzioni alla descrizione di questo secondo canzoniere data dal 
Bartsch fin dal 1870. 

In questo articolo non mi occupo se non del Canzoniere Vaticano. 



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72 L. HANZOKI. — IL OAKZOlTIEBe YATIOANO 3214. 

Il codice Vaticano 3214 è un volume cartaceo in quarto grande dei 
primi del secolo XVI, scritto con bella lettera su carta grossa, avente per 
marca un vaso dentro un circolo. Ha linee 19 per pagina intera, con la 
giustificazione alta 19 centimetri e larga centimetri 11. 05. Il volume 
consta di fogli 170, sebbene veramente dovesse essere di 172, essendone 
stati tagliati due prima di scriverli, uno avanti a quello segnato 82, e 
l'altro avanti all' 87. I richiami cadono ogni 10 carte, onde le 172 sono 
divise in 16 quinterni e un sesterno, che trovasi dopo l' ottavo quinterno. 
Comincia il volume col libro delle Cento nocelle antiche, cui precede l'in- 
dice in rosso contenuto in quattro carte. Al dritto della quinta, segnata 
modernamente 3, comincia il titolo della prima novella, cui fanno seguito 
tutte le altre cento con l' ordine in che trovansi nell' edizione del De-Be- 
netti del 1525, e terminano al verso della carta segnata 85. Il dritto 
dell' 86 è bianco e al verso di essa cominciano le rime antiche senza al- 
cun titolo speciale ; sebbene havvi a credere che lo scrittore, avendo prin- 
cipiata la copia a metà della pagina, avesse avuto intenzione di por- 
vene poi alcuno. Il titolo di ogni poesia è in rosso, ed esse sono scritte 
nel codice a modo di prosa con la sola divisione non troppo costante di 
una lineetta perpendicolare tra un verso e l' altro. E questo , come indica 
l'antichità del testo, da cui fu copiato cotesto codice, cosi dimostra la fe- 
deltà del menante; la quale anche appare dalle abbreviazioni non rare che 
vi s' incontrano, e dal venir più yolte citato ne' luoghi dubbi l'esemplare. 
Alcune poche note sparse nei margini ci fanno riconoscere il carattere del- 
l' Allacci, che certo per la sua raccolta dovette aver studiato sopra que- 
sto manoscritto, come sugli altri canzonieri romani. Pare che egli facesse 
anche la numerazione de' fogli; la quale invero non è troppo esatta, a- 
vendo cominciato dalla terza carta , e non avendo contato le due che 
furono tagliate, ancorché resti di esse il margine interno. 

Delle rime contenute nel volume darò il capo-verso, indicando con 
sigle il luogo dove si ritrovano nei due canzonieri già descritti , (il Vati- 
cano 3793, ed il Chigiano L. Vili. 305) non che nella Raccolta di rime 
antiche toscane stampata a Palermo nel 1817, od in altre raccolte, 
quando manchino in questa ^. E giacché il nostro codice contiene anche 



1 Queste soiko le sigle, con cui indico i codici e le raccolte di rime a stampa, citate alla 
fine dei capo-versi: 

CODICI. 

A. — Codice Vaticano 3793, descritto dal Grion nei Uomanitche Stitdien I, Cl-113. 

B. ^ Codice Chigiano L. Vili. 305, descritto dal Bartsch nel Jahrbuch XI , 173-182. 

RACCOLTE A SCAMPA. 
RF. — Poeti del primo secolo della lingua italiana, Firenze , 1816. Voi. 2 in 8. 
RP. — Raccolta di ìime antiche toscane, Palermo , 1817. Voi. 4 in 4. 

RT, — Poesie italiane inedite di duecento autori raccolte ed illustrate da Francesco Trucchi. 
Prato, Guasti, 18IG-47. Voi. 4 in 4. 



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L. MANZONI. — IL CANZONIERE VATICANO 3214. 73 

alcune poesie inedite ^ queste darò per intero alla fine della descrizione, 
riproducendo fedelmente la lezione del manoscritto. 



Carta 95^ Guido Cavalcanti >. 

(1) Perch'io non spero di tornar giammai. — B. ò^;RP. I, 183. 

» 87.* (2) Io prego voi che di dolor parlate. — B. 3*; RP, I, 186. 

» 87.»» (3) Li occhi di quella gentil foresecta. — B. 3»»; RP, I, 180. 

» 88.« Messere Quido guiniselii di Bologna. 

(4) Madonna il lino amore k* io vi porto. — A. 31 * , B. 2»; RP, 1, 194. 

» 89.» (5) In quelle parti socio tramontana. — B. 1»>; RF. I, 71. 

» 90.* (6) Lo fin pregio avanzato. — B. 1»»; i^P. I, 392. 

» 90.^ Re Enso et messere Quido auinisaelli. 

(7) S' 60 trovasse pietanza. — A. 82» e B. 81»» (Messer Semprebene 

da^Bologna)\; RF. I, 171. 

» 91.=^ Federigo Iniperadore. 

(8) Poi che ti piacie amore. — A. 56*, B. 78»; RF. I, 54. 
» 91.^ Re Enso. 

(9) Amor mi fa sovente. — A. 24*, B. 78»»; RF I, 168. 
» 92.» Notaro Jaoomo da lentino. 

(10) Amando lungiamente. — A. 3*, B. 80»; RF. I, 288. 
» 93.» Inghilfredi. 

(11) Audite forte cosake m' avene. — RF. I, 136. 
» 94.* Masseo del riooo da Messina. 

(12) Gioiosamente io canto. — B. 83»; RF. I, 190. 
» 94.^ Messer Rinaldo da Monte nero. 

(13) In amoroso pensare «. — A. 97», B. 79»; RP, 1, 528 (Rinaldo 

d* Aquino). 



DA. — Opere minori di Dante Alighieri pubblicate a cara di P. Fraticelli. Firenxe , Barbèra e 

Bianchi, 1836-57. Voi. 3 in 8. 
CP. — Vita e Poesie di Meaer Gino da Pistoia; nuova ed. accresciuta ecc. da Sebast. Ciampi. 

Pisa, Capurro , MDCGGXlIl. In 8. 

Ho citato queste raccolte come le più recenti e le più accessibili. Le antiche, come la ve- 
neta del 1518, la giuntina del 1527, la napolitana deirAllacci (1661) ecc. eco. sone tutte com- 
prese nelle edizioni da me citate. 

1 Dico inedite, per quanto a me costa dopo fatte le indagini possibili. Ma chi si occupa del- 
r antica lirica italiana sa quanto oggi è difficile, per non dire impossibile, 1* asserire ciò con 
certezza. 

8 É da avvertire che nel Codice ciascun componimento porta il nome deir autore. Questa ri- 
petizione , tornando inutile nella stampa quando più componimenti di uno stesso autore si tro- 
vavano riuniti, io Tho evitata, ed ho lasciato il nome dell* autore soltanto in capo al primo 
componimento di ciascun gruppo. L*ho anche lasciato sempre quando, oltre il nome, ho tro- 
vato altre parole dichiarative. 

3 Sul margine interno di questo componimento è scritto: ^Race, Alocci a e. 506 di Rinaldo 
d* Aquino. » 



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74 L. MANZONI. — IL CANZONIERE VATICANO 3SU. 

Carta. 95> Masseo di messina. 

(14) La ben aventnrosa innamoranza. — A. 23', 6. 83"; RF, 1, 325. 
» Ser Monaldo da sofena. 

(15) Al cor m'è nato ». — B. 65»»; RP. II, 340. 
» 96.* Nuccio fiorentino. 

(16) Donna '1 cantar piacionte. — B. 65»» (Monaldo da Sofena); 

RF. I, 432. 

» 96.»> Dante. 

(17) Fresca rosa novella. — B. 39» (Guido); RF. Il, 6ò. 
» 97.* Ser Noffo notaio di flrenae >. 

(18) S'eo sono innamorato et duro pene. — B. 66»»; RF. I, 440. 
» 97J> (Anonime.) 

(19) Poi non mi vai merzè ne ben servire. RF, — 1, 183. (Guido 

delle Colonne), 

» 98.* (20) Donna del vostro fin pregio e valore. — Ined. I. 

» 98.»» (21) Tucf è piacer piacente. — Ined. II. 

» 99.* (22) Prego k' audir vi piaccia me picciolo. — Ined. IIL 

» 100.* (23) Ai lasso altro ke lasso. — B. 67»» (Messer Honesto da hologna,) ; 

RF. II, 233 (Ugo Massa di Siena). 

» 101.» (Anonime.) 

(24) Cor gentili serventi d' amore. — B. 40»» (Cino da Pistoia); 

RP. II, 286. 

» 102.* (25) Tanta paura m'è giunta d'amore. — B. 45*; RF. II, 291 (Cino 

da Pistoia). 

» 103.»> Messer Cino da Pistoia. 

(26) Io non posso cielar lo mio dolore. — B. 42»; RP. II, 262. 

» 104.* (27) Deo poi m' ai degnato 3. — RP, II, 294. 

» 106.* (28) L'alta speranza ke mi rek' amore. — B. 43»»; CP. 68. 

» 107.* (29) L'uom ke conosce tengo k'aggia ardire. — B. 42*; CP. 43. 

» 108.* (30) Angel di deo simiglia in ciascun atto. — B. 42»»; /?P.II,249. 

» 108.»> (Anonima.) 

(31) Come in quelli occhi gentili e in quel vixo. — RP. II, 257. 
» 109.»> Bxcellente ballata di messer Caccia da Castello. 

(32) Poi natura umana. — B. 46»» RP. Ili, 331. 

» lll.t» Messer aio-vanni dall*orto da Resso centra Amore. 

(33) Amore i' prego k' alquanto sostegni *. 



1 Nel codice manca a compire il verso la prima parola, che è «dentro.» 
s Nel codice, forse di mano dell^Allacci, è scritto « anzi è di Ser Bonagiunta da Lucca, » 
e questo consente anche il B. 

3 Nel margine ò scritto « Non par di M. Cino. » 

4 Pubblicata dal Trucchi come di Fazio degli Uberti in un libretto di Rime di lui, stampate a 
Firense dal Benelli, 1841. 



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li. MANZONI. — IL CANZONIERE VATICANO 3214. 75 

Carta 112.^' in lupgo d* amore, questa ò la risposta che fecie Messer 
Tomaso di Faensa. 

(34) Homo ke parli per sì gran contegni k 
» 114.» Ber Lapo Gianni Notaio di Firense. 

(35) Io sono amor ko per mia liberiate. — B. 48"; RP, I, 417. 
» 114.»» (36) Amore i'non son degno ricordare. — B. 4S^; RP, I, 420. 
» 115.* (37) Gentil Donna kortese e dibonaire. — B. 48^; RP. I, 418. 

» 116.* Ser Lapo Gianni per nna gentil donna et savia. 

(38) Angelica figura novamente. — B. 49»; RP. I, 421. 

» ne.» (39) Amore i* prego la tua nobiltate. — B. 50»*; RP. 1, 422. 

» 117.* (40) Angioletta in sembianza. — B. 50^; RP. I, 423. 

» 117.1» (41) Dolcie pensier ke mi notrìcha il core. — B. 49»; RP. I, 419. 

» Ila* (42) Novelle grazie a la novella gioia. — B. 51*; RP. I, 424. 

» 118.^ (43) Ballata poi ke ti compnos' amore. — B. hV"; RP. I, 425. 

» 119.1» (44) Nel vostro viso angelico amoroso, — B. 68»; RP. I, .426. 

» (45) Questa rosa novella. — B. 51'; RP. I, 427. 

» 120.* (46) Siccome i magi a guida de la stella. — Ined. IV. 

» 120.^ Ser Lapo Gianni feoe questa contro la morte. 

(47) morte della vita privatrice.— B.52»; jRP. ll,2%{Cino da Pistoia). 
» 122.* Lupo delti liberti di Firense^. 

(48) Novo cant' amoroso novamente. — B. 47''; RP. 11,356. 
» 122.b Mastro Simone rinieri da Firenae. 

(49) Di fermo sofferire. — Ined. V. 
'» 123.* Dante AligMeri. 

(50) Per una ghirlandecta k'io vidi. — B. 35»; DA. I, 143. 

» 123.* (51) Io mi son pargolecta bella e nova. — B. 3P; RP. II, 41. 

» 124.» Bino di frescobaldi. 

(52) Quante nel mio lamentar sento dogla. — Ined. YL 

» (53) Poscia ke dir convemmi ciò k' i' sento. — B. 54*; RP. Ili, 357. 

» 425.* Quido Orlandi. 

(54) Come servo francato. -- RT.l, 215. 

» 126.* (55) Partire amor non noso. — Ined. VII. 

» 126.* Risposta ohe li mandò la donna a quello ke di sopra disse. 

(56) Simiglianza dì grue. — Ined. VIII. 

» Risposta che mandò Quido alla donna. 

(57) Donna non soneraggio. — Ined. IX. 

» Risposta che mandò la donna a Guido. 

(58) Neun mistero è maggio. — Ined. X. 



1 Pabblicata dal Zambrìai nel Catalogo delle Opere Volgari a stampa dei Secoli XIII e XIV. 
Bologna presso G. Romagnoli. 1866. in 8. pag. 385. 

3 Nel codice T Allacci scrisse «io éredo che sia di Lapo degli Uberli.i^ 



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76 L. MANZONI. — IL CAMZOMIEBE VATICANO 3814. 

Carta 127.* Guido Orlandi. • 

(59) Lo gran piacer k' i' porto immaginato. — Ined. XI. 
» 127.^ Ser Bonagiunta monaco de la badia di Firenae. 

(60) Un arbore fogliato. — EP. I, 281. 

» 128.*, (61) De con fera pesanza. — RP. I, 282. 

» 128.^ Messer aiovanni dall*orto giudice da Reuo. 

(62) Non si poria contare. — RP. II, 396. 
» 129.« Messer Guido GuinlBelli da Bologna. 

(63) Io vo' del ver la mia donna laudare. — B. 62»; RP, I, 391. 
» 129.^ Questo sonecto fecie ser Mazseo da messina. 

(64) Chi conoaciesse la sna fàllanza. -- RF. I, 334. 
» 130.» Ser Bonagiunta orbicciani da lucha. 

(65) Chi va kerendo giierra e lassa pacie. — RP. I, 330. 
» (66) Movo di basso e vogl'alto salire. — RP. I, 331. 

» 130.»» (^) Qnal omo è su la rota per ventura. — RP. I, 327. 
» (68) Gli vostri occhi ke m'hanno divisi. — RP. I, 331. 

» 131.* ,(69) Con sicurtà dirò pò ch'i' son vosso. — RP. 1, 332. 

» Messer Guido guiniEselli di bologna. 

(70) Chi vedesse a lucia un var capuzzo. — B. 62*; RP. I, 385. 
» 131.»» (71) Chi cor avesse mi potea laudare. — B. 62*; RP. I, 388. 

» Questo mandò Messer Guido gruiniiselli a ser bonagpiunta. 

(72) Homo k'è saggio non, corre leggero. — B. 6P; RP. I, 391. 
» 132.* Guido Orlandi di flrense. 

(73) Io vengo il giorno a te infinite volte. — B. 58*», (Guido Ca- 

valcanti); RP. I, 168 Odem). 

» Questo mandò dante a Guido Ca-valcanti di Firense. 

(74) Guido r vorrei ke tu e Lapo et io. ^ RP. II, 33. 
» 132.»» Quest*ò la risposta ke mandò Guido a dante. 

(75) S'io fosse quelli che d'amor fu degno. — RP. I, 170. 

» Questo sonetto fece guido Orlandi di Firenae et comincia 

cosL 

(76) Cierte mie rime a te mandar vogliendo. — B. 59» e RP. 1 , 169 

(Guido Cavalcanti), 
» 133.* Quest* ò la risposta ke mandò Guido a Dante. 

(Ti) Vedeste al meo parere ogni valore. — B. 58^; RP. 1 , 167 (Gui- 
do Cavalcanti). 
» Dante Alighieri. 

(78) Volgete gli occhi a veder ki mi tira. — B. 60»; DA. I, 307. 
» 133.»> Messer Gino da Pistoia fece questo sonetto. 

(79) Guarda crudel giudicio ke fa amore — B. 77*; RP. II, 188 

(Maestro Rinuccino), * 
» Messer Gino Giudice da Pistoia. 

(80) Se '1 viso mio a la terra si china. — RP. II, 181. 



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L. MANZONI. — IL CàNZONIBRE VATICANO 8S14. 77 

Carta 134.* Messer Gino. 

(81) Amor siccome credo a signoria — B. 77» (Maestro Rtnt^ 

cino); RP. II, 206. 

» Jacopo. 

(82) Per li oki mei una donna e amore. — B. 84^ (Jacopo Caval- 

canti)'^ RF. I, 800 (Jacopo da Lentino). 
» 134.»» (83) Amor li occhi di costei mi fanno. — B. H^ (Iacopo Cavalcanti) ; 
RK I, 309 (Jacopo da Lentino). 

» Questo nobile soneoto fece lo re Bnao. 

(84) Tempo vene ki sale e ki discende. — B. 84^; RF. I, 177. 
» 135.» Dino di messer Lambertuocio di fresoobaldi. 

(85) L* alma mia trista seguitando el core. — Ined. XII. 
» Guido Orlandi di flrenae. 

(86) Perckò non furo a me gli occhi dispenti. — B. 57^ e RP. I, 160 

(Guido Cavalcanti). 

» 135.^ Questo fece Federigo d* ambra. 

(87) A malgrado di que' k'al ver dir scifano. — RT. I, 222. 
» 136.^ Dante alighieri di fLrense. 

(88) Ne le man vostre gentil dona mia. — B. 60»»; RP. II, 25. 
» 136.» (89) Chi guarderà giamai sanza paura. — B. 60^; RP. II, 22. 
» 136.1» (90) Dalli occhi de la mia dona si move. — B. 60^; RP. II, 22. 

» Questo mandò Dante a Lippo in questo modo. 

(91) Se lippo amico se tu che mi leggi. — Ined. XIII. 
» Messer Oino d& Pistoia. 

(92) Io sento pianger V anima nel core. — RP. II, 187. 
» 137.* Messer Guido auiniielli da bologna. 

(93) Dolente lasso già non m' assicuro. — B. 61^; RP. I, 390. 

(94) Vedut'o la luciente stella diana. — B. 61»'; RP. I, 390. 

» 137.^ Guido cavalclianti e guido Orlandi dice l*axempro ma ellL 

lo fece Dante Alighieri. 

(^) Voi ke per li occhi mi passaste 1 core. — B. 57^; RP. I, 157 
(Guido Cavalcanti). 

» 137.^ Guido Cavalcanti. 

(96) Veder poteste quando v' inscontrai. — B. 57*»; RP. I, 167. 
» 138w* Guido ohavalcanti di flrense fecie questo» 

(97) Biltà di donna e di sacciente core. — B. 58*; RP. I, 165. 
» Dino di mess. lambertuccio frescobaldi di flrenae. 

(98) La foga di queir arco ke s' aperse. — RP. Ili , 374. 
» 138.^ Arrighuccio fece questo come amore li apparve. 

(99) Apparvemi amor subitamente. — B. 86^ (Cino da Pistoia). 

- Ined. XiV. 
» 138.^ Questo|mandò, ser monaldo a frate Ubertino. 

(100) Citato sono a la corto^d' amore. — B. 99.* — Ined. XV. 



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78 L. MANZONI. — IL CANZONIERE VATICANO 3214. 

Carta 139.'' Messer lionesto. 

(101) La spietata ko m'ha giunto il giovi. — B. 92>»; RP. Il, 368. 
» (102) Poi non mi punge più d'amor r ortica. — B. 92^; RP. II, 369. 

» 139.^ Messer Cino da Pistoia fece questo sonetto. 

(103) Poscia k i' vidi gli occhi di costei. — B. 63*; RP. II , 199. 
» Messer Cino indice da Pistoia. 

(104) Lo 'ntellecto d'amor che solo porto. — B. 70*; RP. II, 185. 
» 140.« (105) Io era tucto for di stato amaro. — B. 70"; RP. II, 233. 

» (106) Novelle non di ventate ignudo. — B. 70»»; RP. II, 235. 

>» 140.^ (107) Lo fin piacier di quello adorno viso. — B. 75*; CP. 19. 

» (108) Homo smarruto che pensoso vai. — B. 75* ; RP. II, 242. 

* 141.* (109) Signori i' son colui ke vidi amore. — B. 75»; RP. II, 211. 

» (110) De con sarebhe dolcie compagnia. — B. 75'; RP. II, 184. 

(Ili) Ben è forte cosa il dolce sguardo. — B. 75^ RP. II, 191. 

» 141.^ (112) Una donna mi passa per la mente. — B. 75»» ; RP. II, 198. 

» 142.* (113) Amor eh' è uno spirito ch'ancide. — B. 75»»; RP. II, 19L 

» 142.» (114) lasso k' i' credea trovar piotate. — B. 75»» ; RP. II, 220. 

» 142.»» (115) Do gherarduccio com campasti tue. — B. 70»-; RP. II, 216. 

» Onesto mandò znesser Cino da pistola a Gnido ohavalchanti 

di flrenze. 

(116) Qua' son le vostre coso k'io vi tollo. — B. 70»»; RP. II. 223. 
» 143.* Messer Cino gindice da pistola. 

(117) Oimè ch'i' veggio per entr'un pensiero. — B. 71»; RP. 11, 198. 
» (118) Se mercè non m'aiuta il cor si more. — B. 71*; RP. II, 180. 

» 143.»» (119) Poi chede t'è piaciuto amor k'|i'sia. -< B. 74»; RP. II, 229. 

» Questo mandò maestro francesco a ser "bonagiunta da lucha. 

(120) Di penne di paone e d'altre assai. — A. 146»» (Chiaro Davanzali). 
— Ined. XVI. 
» 144.» (121) Una gentil piacievol giovinetta. — B. 74*; RP. II, 179. 
» (122) Chi a un buono amico e noi tien caro. — RP. II, 237. 

» 144.t> Questa mandò ser bonagiunta da lucha a Guido cha-valclianti 

di flrense. 

(123) Chi se medeximo inganna per neghienza. — B. 94* (anoìiimq); 

RF. II, 436 (Lapo Saltarelli). 

» 144.^ Guido cliavalchanti di firense. 

(124) De spiriti miei quando vi vedite. — B. 57*; RP. I, 161. 

)» 145.* Questo mandò frate guiglielmo dell* ordine de* rom.itani a 

Guido Orlandi di flrenze et ciò fu in calendi d* ottobre 
nel ccci. 

(125) Saturno e marte stelle infortunate ^ 

» Quest* è la risposta ke mandò Guido Orlandi al detto frate 

Guiglielmo a tre di entrante il mese detto. 

il26) La luna e '1 sole son pianeti boni — Ined. XVII 



1 11 Crescimbeni noi Comentari alla SlOìia della Yolgar Poesia (111, 112) lo pubblicò com& 
ili Frate Guglielmo. 



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li. MANZONI. — IL CANZONIERE VATICANO 3SU. 79 

Carta 145> Questo mandò ser Bonagiunta orbicciani da Iucca a xness. 

Guido gulniuelli. Bt elli li rispuose per lo sonetto ke 
dioie: homo k* è saggio non corre leggero, ma guarda e 
pensa ciò che voi misura. 

(127) Poiché avete mutato manera. — A. ir)?»*; BP. I, S^U. 
» 146.a Quido cavalcanti. 

(128) Poi che di doglia cor convien k' importi. — B. 6*; RP, 1, 175. 

Questo si è uno respecto, il quale fece Guido Orlandi a 
Guido cavalcanti perché disse k* el farebbe piangere 
amore. 

(129) Per troppa sottiglianza il fil si rompe. — RP. II, :k)2. 
» 146.^ Come Guido Cavalcanti rispose a Guido Orlandi. 

(130) Di vii matera mi conven parlare. — Ined. XVIII. 

Quest* è risposta che mandò guido Orlandi a guido caval- 
canti. 

(131) Amico i' saccio ben ke sa' limare. — R!\ II, :>()3. 
» 147 .« Guido Orlandi di Firenze. 

(132) Troppo servir tien danno spessamente. — A. 129*: RP. II, :^I. 
*» 147.»» (133) Ai conoscenza quanto mai mi fai. --7V7'. I, 217. 

Quest' è de* vecchi sonetti. 
(134) Ogn uomo a su' voler la'velli intende '. 

Questo mandò Guido Orlandi a ser bonagiunta monaco della 
badia di flrenze. 

(l'^'j) Più ch'amistate intera nulla vale. — Ined. XIX. 

» 148.^ Come ser Bonagiunta monaco rispuose a Guido Orlandi in 

quella medexima rima ke la sua, 

(1^56) Copula amistanza generale. — -KP. I, 281. 
>» ÌAS.^ Questo è de* vecchi sonetti già detti. 

(137) Pur a pensare è ben gran meraviglia. — RP 1, *J8H (Guido 
Guinizelli. 

Questo fece rustico Barbuto, 
(l'^) Io aggio inteso che sanza lo core. — A. 161*^; RF. II, 419. 
Lemmo da pistola. Et Casella diede il suono. 

(139) Lontana dimorànza. — 7?P. Ili, 345. 

Guido cavalcanti. 

(140) Poich'aggio udito dir delFom selvaggio.— RP, II, 362 (Gui- 

do Orlandi.) 
y* 149.* Questa ballata fece 

(141) Donna po' che mirai la gran beltate. — Ined. XX. 
Ser noffo notaio d* oltrarno di flrense. 

(142) Vedete s' è pietoso. - RP. I, 291. 

I Zambrini, Bibliografia trtaniiilica. 1869, pag. 419. 



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80 L. MANZONI. — IT. CANZONIERE VATICANO 3214. 

Carta 149> Ghildo Orlmadl. 

(143) Ragionando d'amore. — i^P. I. 365. 

* 150.* (144) Nel libro del te dJ cnl sì ferola. -Iiied. XXI. 

Questo mando dante aUicSkeri a n^easeor. betto bruneleschi 
di flrense. 

(145) Messer bnmficto questa pnlzellecta. — DA, I, 272'. 

y 15<lv aueeto ftonetio mandò disio oompagni di flrense a mastro 

iria^oudiao. 

{Wi) La intelligenza vostra amico è tanta ^ 

^ 151.* Come duido Orlandi rispose a uno Sonetto ke li mandò 

dan^ alilftiierq. 
(M7) Poiché traeste in fino al fecro T arckt — Ined. XXII. 

Questo fece lupo degli uberti di firense. B mino da reszo 
diede la nota. 

(148) Gentil mia donna la virtù d amore.— A, X7i?^ B. 48*; RP. IL 355. 
» 151.^ Ijippo pasci de bardi di flrense. 

(149) Io si vorrei k'an segno avelenato. — Ipod. XXIII. 
(1^)0) Compar che tutto tempo esser mi soli. — Ined. XXIV. 

» 152.^ (131) Così fostu acconcia fostn di donarmi. — JR/'' II, 2t>3. 
y> \ìA> (152) Io mi credeva ke ragione « fedo. -^ Ined. XXV. 

Messer Cino Oludice da pistola. 
(I5;i^ Vinta e lassa era \ alma mia. — B. 7P; RP. W, 239-. 
» 15)3,* (lo4) Questa donna eh andar mi fa pensoso. — B. 1^\ CP. 14. 

' Sonetto ke mandò Giudice tJbertlno d* ak^aco a frate Ouit- 
tene deUa detta Oittade. 

(1.^) Se'l nome deve seguitar lo facto. — i?P. I, 547. 

>»• )^.^ QuèflVè la risposta die mandò frate auittp?ie'^. giudice 

Ubertino detto. 

(15r>} Giudice Ubertino in ciascun facto. —RP. I, 125. 

» fò4^ ' Questo sonetto fu dato a Oiaddo orlaoadi di firense et non 
^ . . . seppe chi li le mandasse, senoncbè si pensò per le pre- 

cedenti, pare cbe fosse guido cavalcanti. Bl messo tornò 
per la risposta , la qual' é appresso a questo Sonetto , 
la quale dice: 8* avessi decto amico di maria. 

(U7> Una figura della donna mia. — RP. I, 174 (Guido Cavaì- 
dtantù) 

aiM!«t*è ia réMpo^t» ke diede guido Orlandi al messo ke li 
diede il detto Sonetto. 

(ir>sj S'avessi detto amico di maria. — /?P. II, 366. 

• ViA.^ Questo nuuftdò Quido cavalcanti a <i^iildo Orlandi. 

(liìO) La bella donna dove amor si mostra. — B. 58»»; RP I, 164. 



1 Pubblicato <ìfeì (toastì neHa odiziono deUa CrofMca di Dino Compaffiìi da Ini curata in 

Prat». 



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L. HÀNZOMI. — IL CANZONIERE VATICANO 3SU. 81 

Cana 155.^ Quest* è la risposta la qual« mandò fgvddo Orlandi a guido 

cavalcanti di fllrense. 

(160) Al suon di trombe anziché di corno. — B. bS^; RP. I, 363. 
Messer Gino giudice da pistola. 

(161) La vostra disdegnosa gentillezza. — RP. II, 288. 

(162) Donna io miro et non è ki mi gnidi. — B. 85"; RP. II, 188. 

(163) So voi udiste la voce dolente. — B. 86» (anonimo); RP. II, 193. 
^104) Voi che siete ver me si giudei. — B. 74"^; RP. II, 196. 

» 156.» (166) Voi che per noia vista di foreraa. — B. 74"; RP, II, 177. 

(166) Questa donna gentile ke sempre mai. — RP, II, 195. 

» 156 > Questa si ò difenxione ke ffa guido Orlandi (Orlandi) di fi- 

rense d*una cansone ke feoie di gelosia in cierta parte 
dove dino compagni lo riprese. 

(167) Chi non sapesse che la gelosia. — Incd. XXVf. 
» 157.» Dante alighieri di firense. 

(168) Madonna quel signor che voi portate. — DA, I, 142. 
Guido Orlandi. 

(169) Color di ciener facti son li bianchi. — i^T. I, 244. 
» 157.^ Messer Gino da pistola. 

(170) La bella donna che virtù d'amore. — B. 74'' ; RP. II, 183. 

(171) Oimè ch'i' veggio per entr'un penserò. — B. 70'»; RP. II, 198. 
» 158.* (172) Tu se' voce ke lo cor conforte. — B. 76- RP. II, 186. ^ 

(173) Se non sì mor non troverà mai possa. — B. 76'; RP. II, 184. 

» 158.^ (174) Bella gentile amica di piotate. - B. 91*; RP. II, 200. 

(175) voi che siete voce nel deserto. — B. 9P; RP. II, 233. 

» 159.» (176) Ciò eh' i' veggio di qua m' è mortai duolo. — B. 91» ; RP. II , 187. 

(177) Non credo che in madonna sia venuto. — B. 91*»; RP. II, 213. 

» 159.»» (178) Se li occhi vostri vedosser colui. — B. 9P; RP. II, 196. 

» 160.« Questo sonetto mandò Dante allighieri a Messer Gino Giu- 

dice da pistola. 

(179; Perch'io non trovo chi meco ragioni. — DA, I, 214. 

Quest* è la risposta ke fece messer Gino da pistola a Dante 
allighieri. 

(180) Dante io non so di qual alliogro soni. — RP. II, 222. 

» 160.*> Questo mandò frate Quittone d'aresso a messer honesto. 

(181) Credo savete ben messer honesto. — RP. I, 127. 
Quest*ò la risposta che fé messer honesto a fra guittone. 

(182) Vostro saggio parlar k'ò manifesto. — RP. II, 370. 
» 161. <^ Francesco smera di hecchennugi di flrense. 

(183) Mette lo sol nell'acqua e tranne il foco. — RP. II, 329. 
Dello da Signa. 

(184) Corti elementi diraggio presente. — Ined. XXVlf. 

» 161.^> (185) Ser chiaro lo tu' dir d'ira non salo. — RP. Ili, 339. 



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82 L. MANZONI. — IL CANZONIERE VATICANO 3211. 

Carla 162.* Guido Cavalcanti. 

(186) L'anima mia vilment'è sbigottita. — RP, I, 166. 

(187) Tu m'ai sì piena di dolor la monto. — RP, I, 159. 

» 162.b (188) Chi è questa che ven c'ogn'om la mira. — B. 58*; RP, 1, 160. 

(189) Io vidi li occhi dove amor si mise. — RP. I, 157. 
» 163.* (190) S' io prego questa donna ke piotate. — RP, I, 158. 

Questo mandò guido cava [le] an ti a Dante alligMeri. 

(191) Dante un sospiro mossaggier del core. — RP. I, 171. 
» 163.^ Guido decto. 

(192) Li mie' t'oli' occhi ke prima guardare. — RP. 1 , 159. 

(193) Donna mia non vedestu cholui. — RP. I, 158. 
» 1G4.* (194) Non sian le triste penne sbigotite ». 

Dante AUighieri. 

(195) Sonar bracchetti e chacciattor aizzare. — B. 60*. Ined. XXVIII. 

(196) De ragionarne un poco ensieme amore. — DÀ. I, 287. 

» 165.* Questo sonetto mandò Dino Compagni a messer Guido Qui- 

niKzelli. 

(197) Non vi si monta per ischala doro. — RP, III, 365. 

Questo mandò Dino Compagni a mess. Lapo Salterelli di 
flrense^ 

(198) Sommo saggio di scienz' altera. — RP. Ili, 365. 

» 165.^ QuesV è la risposta che m.andò messer lapo salterelli a 

Dino Compagn^i. 

(199) Vostra questione è di sottil matera. — RP. II, 403. 
» 166.* Monte Andrea. 

(200) Sé con ven karlo suo tesoro egl' apra *. 

Questo mandò Dino compagni a Guido cavalcanti. 

(201) Se mia laude schuaasse te sovente. — 72 71 I, 264. 
» 166.^ Dino Compagni di flrense. 

(202) Ovunque amore in sua forza mi carpa 3. 
Ugolino bUKUola di romagna. 

(203) Odi del Conte ond'eo m'ender nego^. 
» 167.» G. D. de. così era nell* asempro. 

(204) Poi che 'nneranza sento assai d'amore. — Ined. XXVIIIL 



1 Pubblicato come di G. Cavalcanti dal Carbone nelle Rime inedile d'ogni lecolo^ Milano 1870, 
p. 11; e come di Dante Alighieri dal Witte nel Jahrbuch der Deuslchen Datile, IH, p. 1300. 
« Pubblicato dal De Cherrier Ilisloire de la lulle dei Papcs, Paris, 1851. IV, p. 529. 

3 Edito la prima volta dairOzanam, Documenls ineditt. Paris, 18D0, p. 319. 

4 Crescimbeni, Opera citata. III, 80. 



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RIME INEDITE'. 



Anonimo. 



Anonimo. 



C. 98.* 



1(20). 



C. 98.1» 



II (21). 



Donna, del" vostro fin pregio e valore 
Pensando dir, lo 'ntellecto paventa 
SI, k*a pena s* atenta 
La lingua dir siccome vole amore. 
^ Poi voi k' i' dica ki m' a in potestate, 
Amor[«»], ke per voi servo m'appella; 
Dico di voi, ke per cosa novella, 
Quanto sepe più bella, 
Informò deo per dimostrar biltate; 
10 E poi ke di piaciere ave adomate 
Vostre bellezze, diede lor vertute 

A ki riguarda voi con puro kore. 

Più dico, k' el sentir non puote pena 
li> Ki di voi pensa; kò del pensamento 

Nasce conforto e grande alleggiamento, 

Ke r om fuor di tormento 

Subitamente nel dillecto mena. 

Tanto siete di grazia e virtù piena, 
20 Ke fate tucto '1 mondo gratioso. 

Per vostro gentil uso 

N' h ricevuto ogn' alimento honore. 
Adunqua ben vide far tucta gente 

E maggiormente le donne, honoranza; 
25 Ke in forma di donna e in sembianza 

La divina possanza 

Insieme al mondo si sovranamente 

Ogni laude vostra propiamente 

E ogni mocto di beltà giusire (?). 
30 Lo mondo ove venire 

Vi fecie deo, no' nd 'è cognoscitore. 



Tuct*è piacier piacieute 
In voi, donna avinente. 
La ferezza e V orgogl[i]o. 
Non è fera ferezza 
1 Né orgogl[i]o orgoglioso 
La vostra, donna mia; 
Ma tuct'è gentilezza 
Et amore amoroso, 
K'ogn* altro mi noblia 

IO E converte in dilecto. 
Kè nel vostro cospecto 
Kompite ciò k' i' voglio. 
Vostra bella sembianza 
E angelico viso 

15 Fa mia spene compita. 
Queir è mia dixianza 
Lo star nel vostro viso 
Ov' è tucta mia vita. 
Et quando m* aluntano, 

SO Sento pena e affanno, 
Tucto languisco e dogl[i]o. 
Dolgor dà vostra vista 
E U parlar humiltate. 
Li acti e sembianti amore, 

23 Allegrezza racquista 
Kui salutar degnate 
risguardare un fiore. 
E^voi kiunque mira, 
Perde fallore et ira 

30 E smarriscie cordoglio. 



1 Nel pubblicare queste rime, mentre ho riprodotto fedelmente il Codice, ho anche cercato 
di readorne, quanto piU potessi, agevole la lettura. Quindi vi ho aggiunta la punteggiatura, ho 
divisi secondo la misura i versi, dando a questi ed ai nomi propri le iniziali maiuscole, ho di- 
stinto Tu dal V. Nei passi errati (e sono molti), quando mi fu evidente la restituzione, ho chiusa 
questa tra parentesi quadrate, respingendo in nota la lezione falsa ; quando non mi fu possibile 
r emendamento , ho posto un interrogativo. Tra parentesi curve ho chiuso le forme che il seuso 
e la misura volevauo soppresse, ed ho segnalato <7du una linea di punti lo lagune che il Codice 
non ìndica mai. 



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84 



L. MANZONI. 



IL CANZOilIEIiE VATICANO 3214. 



Anonimo. 
C. 99,^ m (22), 

Prego k* aadir vi piaocÌA me pixiol[o] 
[vostro] leale amioo ama (?) pot^i^ 
E quella eh' è d'ogni val0r viOeiua 
Perdon ma questi seindor non Servolo (t). 

5 Dirvi vo* kome mi psreee amore, 
Ke lungo tempo gravoso mi tena^, 
E kome^ poi k* a me noa oon^aot, 
À dato gioia di gioioso honore; 

' Aceiòkè compreridiate poi maggiore'^ 

10 Sfato di me per V antica (Hsdtia, 
Lo qual lungiata m' avea di letiti» 
Ke rinovato m' a di tucto in T Qre. 
S' io non melasse for d* est' allegrezza, 
Morrei, surgiendo pure in me dolciezza. 

15 Nel tempo k' embolo (?) balio e gioco 
Ballando quella ke l* ayre innamora, 
Veggiendo li acti soi gentili, allora 
Movendo gli occhi amor mi mise in foco 

Le rimase sbigoctito e morto. 
20 E non credendo mai aver conforto 



Piàngila sovente fra me' lo inai' mio, 
Diciendo: fasso? e' or |ter te dixio, 

K* era già sì per pianto smagato, 
Ke morte me sdegnando fé peccaXo. 

25 Assai kiamai la morte ke dengnasse 
Ancider me kui la vita nocea, 
Quando me la^ao conquìso vedea 
Et ella non savea ki tormentitsse, 
Bia poscia quando io meo cor v[e]de 

30 Per conoscenza star coUei fedele, 
Quella in 9ui oolo un pensier crudele 
Criar non pò,* s'umiliò a mercede. 
t ifi'kìioijia'eknw 0frv«iitQ jnkti^anofde 
La *nd' è toeutito io jptieo corpo a vita, 

^3 E la mia mente, k* era infralita. 
Piena di fòrza e d' amorosa fede;' 
Si ke Id morte scaccio e sto sicuro 
Di non morir quando cosi dimoro. 
Dir non poria di mille partì V una 

40 L' allegrezza e* ò dentro ynmaginato. 
La mente, il core, il corpo inmaginato 
Raccogl[i]e e tanta di dolcezza aduna, 
Ke per soverchio la lingua travaglia; 
E quando credonsi aver decto assai, 

45 Dicon le membra: ke fai? non dirai, 
Par ke del gioir vostro non ti cagì[i]a. 



Ma per la sezza testé (?) più non s])Hgi[iJci: 
Decto v' é ciò per far ont' a la morte. 
E perfc* vo' che siate mio conforto 
ùO Del ben del cor ke però non di^gtwgll ] «, 
Speti al mente vostro mi consérVo, 
Ankur k' io sia di servi d' amor fi-^rvo. 

Ser Lapo Gianni. 

a 12S(X» IV (46). , 

Siccome i magi a guida de la stella 
Girono inver le parti d* oriente 
Per adorar lo Wg^nOT k' era nato, . 
Cosi mi guidò amore a veder quella 
5 Ke '! giorno amanto prese novftmenlP, 
Ond'ogni gentil cor fd salutato. 
r dico k' i' fa' poco dimorato, 
K''amor mi confortava: non temere, 
Guarda com*ella vì«ne humife 6 piana. 

10 Quando mirai, un poco m'era lontana. 
Allora m'afo[r]zai per lion cadere,' 
Il cx)r divenne morto fera vivo, 
Io vidi Io 'ntellecto su* giulivo 
Quando mi porse il stlutorio alvo. " 

Mastro Simone Blni^eri di Vir«|ue. 
C. ìtS.^ V (49>. 

Di fermo sofferire 

Il voler non smagato 

Aggio provato , donna, in ver di v[u]i. 

Certo né (tanto) gìA mai fui 
5 Tiuito temente di perder [\] prova, 

Non perk' el meo dosire 

D[a]l soler sia cangiato, 

Né messo stato d' altr' amore in lui, 

Ma perk' eo non ho kui 
10 Possa chiamare, che per ine sì mova. 

Che s'eo pensava lo diritttjo core 

Aver d'amore verace senteiua 

E per bona soffrenza 

Vincere iuienz;^ di cii\s(^n torto, 
15 Ora mi trovo in porto; 

Ke mi saria conforto, 

Donna, se mmi degnaste voler, male. 
Conforto mi saria 

La vostra inimistanca, 
SO Tanto m* inanza l' aho stato ^rwe, 

Ke '1 vostro core m' ave 

Donato in oblianza disdegnosa. 

Et quel eh' eo d' amor sia, 

Nò ben né mal m' avanza 
2& De la sembianza del vostro cor kìavc, 

Onde mia vita n* ave 



HI. 2, vostro, corrozione che si legge sul margine del codico. — 20, vede, il cod, vide. 
V. 3, vai, il cod. VOÙ^ 7, dal, il cod. del- 



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L. MANZONI. — IL CANZONIERE VATICANO 11214. 



<S5 



JNaya oiapeiTL di peq' ai>g08cio$a; . 
Kedio non ,yi ^on «ervo in vostra, voglia, 
X^ di ciù dogJia. mostrate (jhe para, 
30 De! or ,mi foste auiara, 

K'jeo Hù van^ria di cotal guerrero 

Et dìria, pace spero, 

Ma greve punto e ftro 

M' il dato amor; del vostro dir non kalé. 

Pino di yrescobaldi. 

C. 124/» V! (52). 

QiumtW jiel meo lamentar sento dogi [i]a 
E pena molt' altrove. 
Tanta k' io non so dove 
r.^itfendefise amore, k' el mi fla]ce>.. 
Ancor ke ^ua possanza a molti dogl[i]a, 
l' son quelli in ku* piove 
Fere gravezze e nove, 
K* ogni possanza in ior esser li piace. 
E quel disio deli' amorosa dog][i]a 
10 K'i' porto, non ai muove. 
Dunque le dure prove 
ly toAot<fi>} ftfti CbtgbA '«nAitì di(«) 'p^^ao^. 
Ke de hi niente, non più k' ella a^[gli] i 
Morte mi si ri move, 
Ij Lh qual mia vi(a smove 

D'qgni valor che Ilei strugg' e disface. 

Vó per lei nel cor tanta paura 
E tant' angoscia e si grave dolore, 
Ke la sua potestate 
20 M'à tolto libertate 

Di vedere ove la mia donna sìa. 

E qual deHì mei spìriti la dura, 
Et qual per troppa gravitale more 
In questa nimistate, 
25 E qual per sua viltate 

Esce di me, per cjunpar fugge via. 

Ottido Orlandi. 

C. 126.a va (55). 

Partirò^ amor, nono oso, . 
D^ amar si mi dileota 
Voi, donna* ke dUtffecta 
Tenete Ift mia mente a cor gioiQs<K 



5 Partir talora (fue) mi credea da amare, 

Per vero intendimento preso novo. 

Ma ciò non poria faare 

Ke per un oì«nto e più doUiito...» 

Lo dixio ke mi trovo 
W fìt per tale: m* aprovo 

Pticagwuito eono ■ . 

N« mai altro ragiono 

Ke di pèaasF a toì iempr' amoroso. 

m«.po6ta ohe U mAadò 1» donna 
a qLUi^o Ice di Aopira i^Me,. 

C. 126.h Vtìi'CS»). 

Sìmiglp)anza di grùe 

Tenut'ò di volare. 

Or.1 non [ì] sbatto |]a]le né movo. 

Servando lo pensare 
5 Di non seguire in drue (t) 

Omo sposato iene e me ne giovò 

Perkè né llui né "ì kiovo 

Ne punse il primo dono 

D'amor giamai ninno . 
10 Nonn amerò ke '1 meo diritto sposo. 

Riaposta ke m^jidò Ouido 
aJlla Pozina. 

C. 126.»» IX (57). 

Donna, noti soneraggio 
Nota di gìoja *ntera 
Per fiore ke mi fhidi né j^er foglia, ' 
Se r amorosa cera ' ' 

5 Da voi parte rusaggioV 
D*amor amando, nudo ìifil dìspoglpl», 
Pensando ke la vogl[ì]a 
Troppo ne fla gravata 
W La vita mia sarà (T omo geloso. • 

Risposta Ice mandò la donna 
a (Sbnldo. 

G. 126.^ i (58). 

Neun'^mistero è maggio 
Di gelosia ben vera, 
Ke fa guwdar V onore e schiy^f dogl[i]a; 
Percké la bona spera 



VI. 1, quaata, il cod. quante. -» 4, face, il cod. feci. Qui lì sensi) d interr^tpw Pos^diHanca 
una strofa. — 18, «oglia^ il ood. taiga. — 17-26. Dubito cèe qu^sis d«e ultime strofa apparto- 
■easiTO in origine a questo cotapooioorento. Le rime oglia^ ove, (wei^he incatenano tutte le strofe 
precedenti, qui sooiapaiono e io ciascuna di queste due strofe troviamo un verso di pid che 
non nelle altre. 

VII. 8. Il verso 6 mancante. Di questi ultimi versi non mi pare possibile di raccogliere il 
senso. Omisi perciò di punteggiarli. 

IX. È completa questa poesia? Uguale nelle rime e nel metro «Ila seguente <X), àe diffe- 
risce soltanto nel numero dei versi. 



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L. MANZONI. 



IL CANZONIERE VATICANO 3S14. 



r> Fermai' ò nel coraggio 
Per similare serpe ke discogliii, 
Ke per li^seiisi orgoglia 
Trovandosi p:ì8sata 
Per loco strecto andata, 

10 Torna pulzella a stato di ledo»). 
Non star più dixioso 
Di me; kè non affecta 
La mia mente correcta 
Di cosa disonesta tener uso. 



C. 127.» 



Guido Orlandi. 
XI (59). 



Lo gran piacer k* i' porto immaginato 

Di un arbore fogliato dilectoso, 

M' à facto dixioso 

D* amor seguir guardando nella cima. 
5 Guanlando nel piaciere del su' ramo 

A dilectanza kiamo 

Amor ke la mercè non s'abandoni, 

E prego lui ke mi sia nutrice 

La sua viva radice 
10 Et ancor da mia parte le ragioni ; 

Che viver sanz* amore non è vita 

Di fina gio' compita; ciò è vero. 

Non ama ben intero 

Ki prima voi dorare .e poi lo lima. 
15 Non pò valer dirittura in amore 

Né ben conpier d' onore 

Ki non si guarda amando di fallire ; 

E se ben ama , facciane mostranza 

Con uso di leanza; 
20 Ke spesse volte vedut' ò venire 

Amante, e' al salire in alto loco 

D' aver sollazzo , 'n gioco permanere , 

Forzando di valere 

In vit' alta , k' è decta virtù prima. 



95 Poi ke r amor [f]a prova per aspecto 
D' un abito correcto , 
Ke tien la mente ghaia dixiando, 
E non si giungie mai 'n cosa vile; 
Dimanda cor gentile , , 

30 Ben si dovria gradir lo su' comando 
Ne la gentil mia donna. La valenza 
Ke parve a la 'ncomenza, 
Tanto e tale M, ke mi sustenc, 
E t<U è nel suo dixio 

35 Quanto '1 cor ne stima. 

Et stimando conforto di bon grato. 
Ne l'amoroso stato mi riposo 
E sempre sto sommoso (?) 
A dimandar mercè con piana rima. 

Dino di Messer Lambertuccio 
Frescobaldi. 



C. 135.« 



XII (85), 



L' alma mia trista seguitando *1 core 
In biasimare amore, 
Sforzandosi di dir la pena mia 
Com' i son fora uscito di valore 

5 Per lui servir, par ke dinato (?) sia , 
E com la mente sospirando more 

Vedendosi disnore 

D' aver voluta mai sua compagnia. 

Questo mi fa perck' '1 kiamo signore 
10 E voglio servidore 

Esser di lui ovunque il cor diftia. 
Ornai vedete s' egl[i] è cos' altera 

E s' elli è cosa da sperare in lui 

E s'egl[i] è cosà c'abbia in servi tute. 
15 Io credo questo sicconle colui 

Ke r À provato , ke voi sua salute 

Crudelmente inver di lui sia fiera. 



XI. 25, fa , ii cod. ta^ — 39, Dalla struttura della strofa precedente possiamo arguire che qui 
manchino ancora cinque versi. 

XII. Il Nannucci, nel Manuale della letteratura del \^ tee. (2 ed., I, 331) dice € Il Barbieri nel 
suo libro , Dell* Origine della poesia riiliata cita due Canzoni del nostro Dino, Tuna delle quali 
incomincia — L*alma mia trista seguitando *1 core -^ e T altra: -^ La forza di quell'arco che 
s^aperse -^ ma esse non sono fino a noi pervenute. » II secondo componimento, che non d una 
canzone ma un sonetto, era stato pubblicato dal Crescimbeni {Com, all'Iti» d. Volg. Poesia), 
dipoi ristampato nella RF. e nella UP. L'altro 6 quello che qui pubblichiamo. Disgraziatamente 
la lezione ne è assai corrotta, nò da potersi ristabilire senza T aiuto di altri codici, che per 
avventura la conserveranno. — 3, sforzandosi, nel cod. sotto il de T vi è un punto : il che indi- 
cherebbe che queste due lettere vanno tolte. Nondimeno le ho lasciate, osservando che mentre 
tutto le lettere sbagliate furono diligentemente cancellate da chi forse collazionò questo ms. col 
suo esemplare, altrettanto non fu fatto qui. D*altra parte sopprimendo queste due lettere, il verso 
resta monco dì una sillaba, nò si raddrizza il senso, che qui, come in moltissimi altri passi dì 
queste rime fa difetto. ^6, com, con, con? 



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t. MANZONI. — • II, CANZONIERE VATICANO 33fl4. 



87. 



Questo mandò Dante a Lippo 
in questo modo. 
C. 136.^ xm (91). 

Se, Lippo amico, se" tu ke mi leggi, 
Davanti ke proveggi 
A le parole ke dir ti promecto 
Da parte di colui ke mi V h scritto, 
5 In tua balia mi mecto 
E recoti salute, quali elegge. 

Per tuo honor audir prego mi deggi 
B coli' udir richieggi 
La mente e lo *ntellecto. 
10 Io che m'apello umii[e] sonecto, 
Davanti al tuo cospecto 
Vegno perk[è] al non caler mi feg[2:]ì. 

Lo qua] ci guidò està pulgella nuda, 
Ke vien di dietro ^ me si vergognosa, 
15 Ch'a torno gir non osa, 

Perk'ella non à veste in ke si chiuda. 

Et priego il gentil cor ke 'n te riposa, 
Ke la ricievi e tengnila per druda 
Si, che sia conosciuda 
^ E poss' andar la uvunqu* è disiosa. 

Arriipiccio fece questo come 
amore li apparve. 

C'. 138.»» XIV (99). 

Apparvemi amor subitamente 

Nel sonno ke notrica mortai vita; 

Un'animecta di novo partita 

Mostrommi dal su' corpo innocente , 
5 Dicendo: figliuole, avresti a la mente 

Ki è costei ke vedi seguita 

Da li angel del ciek) 

In requie 'nfinìta, 

Ove dimora Dio oranipotente? 
IO Allora guardando immaginai 

K' era disciesa dalla somma lucie. 



K' è Dio, per grazia tanto avanzata. 
A la qual vidi la faccia bagnata 
D' acqua ke '1 core agli occhi conducie, 
1') Ond' io per lo dolore 
Di ciò mi svegl[i]ai. 

Questo mandò ser Monaldo 
ad Frate Ubertino. 



C. 138.'' 



XV (100). 



Citato sono a la corte d' amore. 
Consiglimi v' andar, frat' Ubertino ? 
Monaldo, st, se se' sofferidore ; 
Ma tropp'è di sospecto lo cammino. 
5 Soflferitor son ben, ma ò timore 
Ke non m'ancìda po' (ra'a) vostro dimino. 
Or non sa' tu ke '1 bon procacciatore 
A gran ventura va per lo sterlino ? 

SI faccio ben, ma tu se' travagliato, 
10 Kè ciò l'ajuta ventura e «avere ; 
Ma contr'amor nulla virtù à stato. 

Amico, tu può' dir lo tuo volere ; 
Ma se non ti condanilia altro peccato. 
Umiltà vince amor per suo piaciere. 

Questo mandò maestro Francesco 
a ser Bonagiunta da L(i)uc[c]a. 

C. 143.b XVI (120). 

Di penne di paone e d' altre assai 
Vestlt[a] la cornìglia a corle anda[va], 
Ma non lasciava già però lo [4!]rai 
E ariguardò sempre e corniglìa[val 
5 L' augelli, ke la (ri)guardar(o) molto spiai 
De le lor penne, k'es[s]:\ gli fura[va]. 
Lo furto li tornò scherne e ghuaì, 
Che ciascun di sua penna la spoglia [va]. 

Per te lo dico, no(u)vo canzonerò, 
10 Ke ti vesli le penne del Noterò 



XIII. 6, salute, per taluii vedi Naanucci, Teoricadei Nomi ecc. p. 13 e 18. ^ 12 feggi, il cod. 
fegni. Tra'il v. 12 ^e il 13 ne manca probabilmente quaUun altro, come può rilevarsi dalla in- 
terruzione del senso. ^ 

XIV. Questa poesia nel B va sotto il nome di Gino da Pistoia. Eccone le varianti: — 4, su, 
B suo. — inaociente, B innocente. — 5, diciendo , B dicendo. —6^ Kì d , B Ch^. — 7, angel del cielo 
B angeli di del. — 9, Dio, B Iddio. — 12, tanto, B attanto. — 15, dolore, B dolor. — 16, Svegliai B. 

XV. L*Ubaldini nelT Indice di voci ecc. posto appresso ai Documenli d' Amore del Barbe- 
rino, 6. v. Corte n'AMoas cita ì due primi versi di questo sonetto da un ras. Strozzi. Do qui 
appresso le varianti del B: — 3, se se' B fciie. — 5, sofferitor, B «oatcnifor. — <*, po' m'a vostro 
dimino, B pò ma Ura dimino. — IO, e,B o.— 12, tuo, B tu. — H, piaciere, B piacere 

XVI. Questo sonetto neirA 6 attribuito a Chiaro Davanzani. La lezione del nostro codice è 
scorrettissima ; V ho emendata coli' aiuto dell'A. Le parole restituite così si leggono nel testo 
nostro: — V. 2, vesliti, andai; 3, trai; ^, cornigliai ; G^esa, furai; S^ spogliai; 12, uceellaior ni- 
gla. — Le altre varianti dell'A; che non ho adoperate sono queste : — 3, Ma già non lasciava 
perciò L— 4 manca il 2 e. — 5, l'augelli , A gli auscielli. — riguardare, A sguardar. — 7, li tornò, 
A le riloma. —8 ciascun, A ciascuno. 

8 



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88 



L. MANZONI. — IL CANZONIERE VATICANO 3214. 



E va' furando lo detto stranerò. 

Siccoin(e)gli iiccel la [c]omigl[ì}a spogUaro, 
SpogIiere*ti per falso menzonero. 
Se fosse t'ivo Jacomin notaro. 

Quest* è la risposta ke mandò Guido 
Orlandi pi detto frate Quiglielmo 
a' tre di entrante il mese detto. 
C. 145.* XVII (126). 

La luna e U sole son pianeti boni , 
K' amortan la malitia di Saturno ; 
Venus e Giovi son ben ta' campioni , 
G*operan contro de Io su* ritorno. 
5 E Marte non procede ciaschun giorno ; 
Mercurio magno porgie li suo' doni, 
Castiga M folle, farei di cantoni 
Di grandine perversa intorno intorno 
Et falsognal (?) non degna provedenza. 
10 Qual dicie luna passi per leone 

Di quattro e diecie giorni di gennaio, 
Non mi par ben diritta sua sentenza 
E Gemini sarà la congiuntione , 
E pacie avremo appresso (il mese) di maio. 

Come Guido Cavalcati rispose 
a Guido Orlandi. 
C. 146.b XVIII (130). 

Di vii matera mi conven parlare , 
Perder rime, silabe e sonetto 
Si, ch'a me 8te[sso] giuro et imprometto 
A tal voler per modo leggie dare. 
5 Perchè sacciate balestra legare 
E coglier con isquadra archile in te[t]to, 
E cierbe fiate aggiate Ovidio letto, 
E trar quadrelli e false rime usare; 
Non pò* venire per la vostra mente 
10 Là dove insegna amor soctile e piano 
Dì sua manera dire e di su* stato. 

Già non è cosa che si porti in mano ; 
Qual che voi siate, egl[i] è d*un*altra gente, 
So[l] al parlar si vede chi v*è stato. 
15 Già non vi toccò *l(o) sonetto primo, 
Amore a fabricato ciò eh* io limo. 

Questo mandò Guido Orlandi 

a ser Bonagriunta monaco della 

Badia di Firenze. 

C. 147.^ XIX (135). 

Più eh* amistate intera nulla vale, 
E tre sono gli amori ond*ò menzione. 



Primeramente aparve lo comune 

E pò* congiunse seco lo chamale, 
5 E nacquene d*ambim. il naturale. 

Per sé ciascuno siegue sua ragione. 

Qual è *1 più forte in vostra oppinione ? 

Saver lo vogl[i]o se 'l(o) primo v*assal(l)e, 
Come dixio, per farne gioia e festa 
10 Con voi , meo sire. Fat* esto latino, . 

Usandoci rectorica correcta. i- 

Guardate dov* è tre parti di crino; 

Diciendo *1 ver(o) girate si la testa 

Che tondi (?) amistate ben perfecta. 



Anonimo. 



C. 149.»> 



XX (141). 

Donna , pò* che mirai la gran beltate 
Di vostro bel viso 
Non fu già mai meo cor(e) da voi diviso. 

Non fu diviso il core. 
5 Donna, poi ke mirai vostra bellezza, 
Et quel piacier d* amore , 
Che mi donò di voi amar vaghezza , 
Onde pres* ò fermezza 
Di non partire il core ove 1* ho miso. 
10 II fin dixio k* è in voi, lo tene acceso. 

Guido Orlandi. 
C. 150.a XXI (144). 

Nel libro del re, di kui si favola, 
Monte, vi trovai scritto troppo 
Al meo parere. Come volpe gravola 
Stava dipo* '1 muro siccome groppo, 
5 Strecto ed abbrazzato se conlavòla. 
Velia colassù, che tiene intoppo 
E dicie: Monte, perchè tanto miagola 
De questi om ch'enne venuto zoppo? 
Ai Dìo, merciè che ti donò tal colpo, 
10 Che peggio fu che *1 grasso de la ghatta. 
Gran meraviglia fu 8*enne campato. 

Di doglia brancoluta come *1 polpo 
Se fecie, come quei ke rogna gratta, 
Che sente *1 mal quand* elli è scorticato. 

Come Guido Orlandi rispose 
ad uno sonetto ke li mandò Dante 
Ali[gliieri]. 
C. 151.» XXn (147). 

Poi che traesti infino al ferro Tarco 
Ver lo stecchetto e non desti di sovra 



XVI. 12, .\ sieolgli aiugielli la eomiglia, ^ 13 spogliare HI, A tpoglierìati. ^ 14, Jacomin, A 
Jacopo. 

XVIII. 6, tettò, il cod. tecto. — 14, sol, il cod. tot. 

XX. 2, Il verso manca di una sillaba. 

XXI. Non so comprendere il signiflcato di questa stramberia attribuita a Guido Orlandi. 



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L. MANZONI. — IL CANZONIBBE VATICAItO 3SU. 



89 



Motta (?) né caso, volentiep(e) ti psctcei 
Voglio cangiare a te la rima e Tovra. 
5 Di si gran peso ti levasti carco, 
Ke ben bon abachisto noi t'inovra; 
E s'io t'insegno passar questo varco 
Si che '1 soverchio non vi ti discovra, 

Non povramente guadagnar ne vogl[i]o 
10 Anzi ke prima più te ne riscriva; 
E dico a te che lasci star l'orgoglio 

E t'assomigli a l'occhio de l'uliva 
E guarditi di non ferire a scog][i]o; 
Colla tua nave in salvo porlo arriva. 

itippo Pasci de' Bardi. 
C. 151.b XXm (149). 

Io sì vorrei k' un segno avelenato 
Venisse incontanente nel vedere 
A ciaschedun che dimora assetato 
E mostr'a dito que' ke vanno a bere. 
^ Ed a colui ke bia8[i]ma il mercato, 
Ched è fortama (?) e che vorrebbe avere, 
Vo' che per me a lui sia confermato. 
Ben quello e peggio dio li lasci avere. 
Ma que' [che] fiumo ogn' altra riprenxione, 
10 Potrebbon dire o color dirai (?) 
Vorrei ciascuno andasse in perditione 

Incontanente e non tornasse mai. 
Ma chi si sta cortese e voi ragione, 
Cristo l'onori e deeli bene assai. 

Lippo decto. 
C. 151.^ XXlV (150). 

Compar, che tutto tempo esser mi soli 
Si ubbidiente come a tuo maestro, 
A fede mando a te perchè al destro 
Mi tengo in faticarti e so ke vuolt 
5 Che i' '1 faccia; kò d'amico non ti duoli. 
Possilo tu servir che assalvestro (?) 
Rico(co)rdi che d' aver contento nestro (?) 
Cinquanta ciento di que' suoi magliuoli. 
Et saver puoli mi fann' uopo tosto , 
10 Però eh' al facto mio il tempo passa ; 
Onde ti priego che 'n ciò ti fatichi 

Intanto che da mia parte si dichi, 
n centinaio assai verrebbe massa (?) 
Per acconciare et abellir mi mosto (?). 

Lippo decto. 
C. 152.fc XXV (152). 

Io mi credeva ke ragione e fede 



M'avesse luogo di domandarti dono 
Amico, e' un di quore e voler s[o)no 
Di quanto facci prendere mercede. 

5 Né se tua canoscenza non provede 
In oco facciendo ciò ked io propono. 
Né già però rìman eh' i' pur ragiono; 
Servirti el mi' voler lo mi contende. 
Lo qual non chiede tuctor né dimanda 

10 Che, che facto li sia fuor che fermarsi 
Di vendicarsi di ki forte il serve 

Sf che, amico, par ke tu diserve 
Sermenti, onde pori' omo abev(e)rarsi 
Salvi mia veggia né (non) vo che si spanda. 

Questa si è difenxione ke £fa Quido 

Orlandi (Orlandi) di Firenze d'una 

canzone ke fece di gelosia in cierta 

parte dove Dino Compagni 

Io riprese. 

C. 156.» XXVI (167). 

Chi non sapesse che la gelosia 
Si parte in terzo, ora intenda comò. 
Lo saggio amante quando prende '1 pomo, 
Geloso l'assavora e lo dlxia; 
5 E '1 folle siegue amor per altra via. 
Mai non riposa in sicura domo. 
Nel terzo grado non fa vita d' omo 
Che porti 'n sé ragion , ma fantasia. 
Adunque, amico, guarda ke ri[s] pondi; 
10 Kè ben ài senno, ardimento e modo 
Di saggio parlador, forse c'offendi. 
Di gelosia d'amore feci un nodo. 
Che dur' a scioglier t'ò, se non intendi 
Lo meo sermone ornato , tondo e sodo* 

Dello da Signa. 
C. 161.* XXVII (184). 

Certi elementi diraggio presente, 
Per quai sacciente voi siete contato. 
Quarto, nono [e] tredecimo sente 
Ke \'uol seggente quarta volt' allato. 
5 A voi si racchomanda humilemente 
Vostro servente simii nominato; 
In quarto e *n quinto undecimo non mente, 
Anch'aggio a mente undecimo accoppiato. 
A ccompier vogl[il i ancor quarta vocale. 
10 Quant'omo vale più, più de' servire; 
Però disire ò d' esser vostro amico. 
Di Guitton frate aver molto mi cale, 



XXV. 3, sono, il cod. $ano. Questo sonetto non mi sembra piti chiaro del XX e del XXIV. 

XXVII. Il Nannacci , Analisi critica dei Verbi p. 375, cita il primo verso di questo componi- 
mento. Lo conobbe nelle raccolte a stampa? A me non venne fatto di trovarvelo, e penso ch'ei 
rabbia tratto àaìV Indice di voci ecc. che T Ubaldini pose appresso ai Documenti d'amore del 
Barberino. Ivi s. v. prbsbntb e saccbntb si citano i due primi versi di questo sonetto dì Dello 
da Signa; del quale TUbaldini medesimo, nella lista degli autori citati in queir indice, dice 
aver veduto sonetti in un codice Strozsiano, ed in uno Vaticano, che forse è il presente. 



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90 



L. MANZONI. — IL CANZONIERE VATICANO V2\U 



Ma più m' assale voglia di sentire 
Del vostro dire; per certo "1 vi dico. 

Dante Allighleri. 
C. 164.* XXVIII (195). 

Sonar bracchetti e chacciattor aizzare, 
Lepri levare ed isgridar le genti 
E di guinzagli uscir veltri correnti, 
Per belle piaggie volger o 'nbocc[a]re 
r> Assai credo ke deggia dìlectare 
Libero core e van d' intendimenti ; 
Ed io fra gli amorosi pensamenti 
D*ttno sono skernito in tale affare , 
E dicemi esto motto per usanza : 
10 E [e] co 'n[a] leggiadria di gentil core 
Per [una] si selvaggia dilectanza 

Lasciar le donne e Ila lor gaia sembianza. 
AUor temendo ke noi senta amore, 
Prendo vergogna, onde mi ven pesanza. 

Or. D. de. — Cosi era nell^asexnpro. 
C. 167.a XXIX (204). 

Poi che *nneranza (?) sento assai d'amore 



In diverse ragion troppo fallire 

Talento e disire 

Conso (?) nel dubbio mecter claritate. 
5 Ma tanto biasimar sento il migl[i]ore 

Solo per conoscenza desmentire, 

K'eo non lo vo' clarire 

A chui non piace usarne veritate. 

Et odo per fiate, 
10 Che gran follia conduce omo a ritrare 

Zo ke si de' laudare 

In loco d' ira, ove bontà non cape. 

Or dunque a voi eh' amate 

Onor e pregio e fatel vanzare, 
15 M' agrada del contare 

In guisa tal che konoscenza il sape. 
D'amor lo nomo in chu' l'andar si vede 

Com om perfecto loco simel cosa; 

E chìnne vole e l'ora 
20 Intenda quanto prende amar convene 

E zo ke 'l ver si ten probato e mene 

Continu' è pensier sanza ter.... 



XXVIII. Oltre alle correzioni, registro qui le varianti del B: — 1, e chacciattor, B. eaecia- 
tori. — 4, volger o *nboccare, il cod. volgeron hoecore, B volgere nbocare, — 10, ecco 'na, il 
cod. e cofif B ecco. — 11, ana, si trova in B, manca nel nostro. — 12, gìiia, B ghai, secondo 
la pronunzia. 13, che no '1 senta, B non chel ienta, 

XXIX. Dopo il verso 22 si legge questa nota di mano dell* Allacci • il rimanente non si può 
leggere*. Il che prova che V aiempro, come dice la rubrica, ossia Torìginale , si conservava 
ancora a' tempi deirAUacci ; e parmi si possa con giusto fondamento ritenere che le postille 
marginali e le correzioni del codice non sieno se non il risultato del confronto della presente 
copia coìr originale. 

Luigi Manzonl 



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OSSERVAZIONI 

SULLA 

«STORIA DI ALCUNI PARTICIPII NELL'ITALIANO 
E IN ALTRE LINGUE ROMANZE». 

(Veggnsi addietro pp. 9-19). 



Queste Osservazioni sullo studio del dolt. U. A. Canello, inserito a pagg. 9-19 del pre- 
sente volume, le dobbiamo air illustre romanista, prof. Adolfo Mussapia, cui piacque in- 
viaroele con queste gentili parole: 

.... Fra i molti articoli del primo fascicolo della loi^o Rivista lo 
studio del signor Canello sulla storia d' alcuni participii romanzi 
m' ispirò particolarie interesse. L'A. tratta d' un punto di gramma- 
tica, a cui più volte ho pensato anch'io; ond'è che nel leggere la 
dotta dissertazione io venni facendo alcune osservazioni. Ora, poiché 
io al momento non ho altro modo di contentare il desiderio, che nu- 
tro vivissima), di associarmi ai loro lavori, offro loro le poche linee 
che seguono, qual segno, se non altro, della mia buona volontà. La 
discussione pacata ed urbana è sempre atta a far progredire la 
scienza; e nessun argomento è così tenue che non monti la spesa d-e- 
saminarlo da più lati.... 

L'A. non ci espone chiaramente quale sia lo scopo del suo lavoro e 
quali confini egli abbia prefissi alle sue ricerche; ciò non di meno dal 
complesso si rileva che suo intendimento è di esaminare certi procedi- 
menti nell'uso de' participii perfetti o passivi quali sostantivi; uso, di 
cui brevemente, ma colla lucidità consueta, tratta il Diez, Granun. IP, 
359-360. Né Vk. si propone già di dare un elenco di tutti i sostantivi 
participiali, che ricorrono nelle lingue romanze, ma, sebbene anclie 
questo egli non lo enunci esplicitamente , si vede chiaro che la sua at- 
tenzione è rivolta anzi tutto al fatto seguente , avvertito già dal Diez 
nel luogo pur ora citato: Tanto i participii forti quanto i deboli s' usano 



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92 A. MUSSAFIA. — OSSERVAZIONI 

quali sostantivi o maschili o (più di frequente) femminili ; ora in parecchi 
verbi noi troviamo che la forma forte (primitiva o analogica) si conservò 
quel sostantivo, mentre nel valore di participio s'usa la forma debole. 
Dai pèrdila yiene il sostantivo italiano omonimo, e da '^perd-idtis il par- 
ticipio pcrdiUo, Da hibitiis viene lo sp. antico héodo ^ e da '^bib-itus il 
part. bebido. 

Raccogliere tutti gli esempii, che nelle singole lingue romanze ricor- 
rono di questo procedimento, è compito non privo d'interesse e d'uti- 
lità; e dobbiamo quindi render grazie air A. ch'egli vi si sia accinto. Su- 
gli esempii della sua lista, che fanno all'uopo, v'ha luogo a qualche 
aggiunta e rettificazione. In défends l'A. vede «un bell'esempio dell' ^, 
carattere dell' antico nominativo francese. >► Se cosi fosse , il tema sa- 
rebbe defend-, e questo nulla avrebbe a fare col participio forte defert" 
sus, ma sarebbe derivazione immediata- da defendere. La grafia cor- 
retta è défens, quindi con ^ tematico anche nei casi obbliqui; la d è 
intrusione posteriore che ebbe luogo quando la pedanteria si studiò 
d' introdurre una quantità di consonanti etimologiche , e spesso (come in 
questo caso) in modo affatto erroneo. — L'A. dice che ^gile, più presto 
che da jàcitutn, potrebbe essersi formato direttamente dal participio 
dell'antico gire.y^ Ma 1'^ di giste corrisponde esattamente al p da, jagt" 
tnm, né v'ha quindi dubbio che questa sia la base della voce francese. 
All'incontro l'A. fa derivare il prov. jatz dal participio, mentre il Diez, 
IP 191 lo dice derivazione immediata da jacere, — L'A. cita anche 
prét=praestitum. Ma è deriv. immed. da préter; vedi Egger, Scheler, 
Littré. Si dica lo stesso di fr. presse che non è il part. pressa , ma de- 
riva dal verbo presser, come sp. prensa daprensar; Diez, DE IP, 167. 
Anche Tit. pressa prescia si spiegherà nella medesima guisa, — Quanto 
al verlx) rnanpere l'A. non registra che fr. roide e sp. ruta it. y^otta (che 
sono probabilmente tolte dal francese) nel significato di «via*; ma in 
questo valore la voce non è che d'interesse secondario, non essendo 
che un aggettivo sostantivato; via rupia. Ed in vero, se si volessero 
registrare anche gli aggettivi rimasti da participii forti, mentre il parti- 
cipio ha la forma debole, la lista riuscirebbe ben più lunga. L'A. avrebbe 
piuttoste dovuto citare i veri sost. it. rotta, sp. rota, fr. ant roule mod. de- 
route. — L'A., solerte investigatore dei dialetti, si sofferma talvolta alla sua 
parlata nativa, che è quella di Treviso : avremmo qui e là desiderato accenni 
anche ad altri dialetti. Così p. es. oltre creto creditus, che è anche ven. pad. 
tir., giovava notare creila creta «credenza, fidanza» del mil. com. pav. 

1 A pag. Il qui addietrp 6 stampato per errore beàdo'. 

t (ndico così quel procedimento , secondo il quale sostantivi (quasi sempre astratti) si for- 
mano dal tema del verbo mediante le sole desinenze nominali -0 ed -a senz* altro suffisso : il 
perdono da perdonare, la chiama da chiamare. V ha chi li dico sostantivi verbali, denomiiia- 
zìone cosi generale e vaga, che io non mi so acconciare ad accettarla. 

• L'errore r roirrtlo uclU 2 cdiiione. (Zm Direzione,) 



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SULLA « bTORU DI ALCUNI PABTICIPII ». 93 

piac.; e questo a più forte ragione, che la prima voce è piuttosto un ag- 
gettivo sostantivato: [uomo] creduto nel significato di « crede vole, de- 
gno di fede* ; la seconda è un vero sostantivo verbale, col solito valore 
astratto. Anche di pietà «piegatura* ottimamente spiegato da j9/ic7a, 
altri dialetti offrono esempii. — A quest'ultima voce TA. registra anche 
implicito esplicito accanto a impiegato spiegato; ma queste parole sono 
per fermo d' origine dotta. Cosi , a dirla di passaggio , confrontando per- 
dida, è lecito dubitare che lo sp. crédito non sia schiettamente popolare. 

È completa la lista? No per certo; manca p. es. it. piato fr. plait 
ecc.; piaciuto, più ecc.; fr. attente eattendu. Specialmente lo spagnuolo 
esaminato nello stato attuale, offre numerosi esempii. È naturale; pres- 
soché tutti i participii forti divennero in questa lingua a mano a mano 
deboli; ma in non pochi casi la forma forte si conservò fino a tu tt' oggi 
in sostantivi (più di frequente in aggettivi, di cui però, come abbiamo 
detto, si dovrebbe trattare a parte); p. es. cinta cinto sost.; cenido (in 
antico anche cinto); la tinta, el tinte; tenido. Il nostro A. ha adunque 
principiato bene: ma sarebbe utile che egli, ritornando al suo lavoro, 
esaminasse attentamente i dizionarii delle varie lingue e facesse un ca- 
talogo completo degli esempii del nostro procedimento. Quanto più vii- 
toriosa in una lingua la flessione debole del participio, tanto più ab- 
bondante sarà la messe. 

E converso parecchi degli esempii recati dall'A. non fanno all'uopo. 
Dico ciò con esitazione rispetto al sanese cretto « screpolatura » , che 
l'A. fa corrispondere al participio crepitum. Io preferirei dirlo deriva- 
zione da ^crettare=crepitare, a quel modo che secondo il Diez, LE 
IP, 138, sp* grieta, port. greta, che hanno eguale significato, derivano 
dal verbo grietar gretar=crepitare. Si confronti anche friul. crett crete 
«rupe nuda, ciglione* e in un dizionario it. tedesco del xv secolo creto 
«Fels»; l'Ascoli nella Zeitschrift di Kuhn XVI, 208 riconduce la voce 
friulana ad un tema antico crepito, — L' articolo su cadere va cancel- 
lato. Vi si fa notare come in francese abbiamo chute sost. e chu chue 
pari; ora queste sono ambedue forme deboli da ^cad-utus, e quindi 
vorrebbero essere registrate solo in un lavoro che , recando tutti i par- 
ticipii usati quali sostantivi, si soffermasse sopra quelli, che rispetto 
alla forma presentano qualche particolarità degna di menzione. — Il 
fr. cesse (perchè non anche l' it. cessa ?) è secondo l'A. il participio di 
cedere; noi continueremo a considerare questa vocequal der. immed. da 
cessare, il fr. ant. aveva anche il masch. ces. Pochi poi si daranno a cre- 
dere coir A. che l'it. cesso «agiamento» sia il participio di cedere. L'ar- 
ticolo rispettivo può adunque ommettersi. — A che uopo registrare it. 
detto e ditta (commerciale)? Ambedue da dictum, ed il participio viene 
da dicium altresì. L' esempio non avrebbe ragione di essere che in una 
lista generale di tutti i sostantivi participiali; e li cadreblje il notare 



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94 A. MUS:SAF1A. — OSSERVAZIONI 

la tenue varietà di forma. — Che villo viene da viclus, us lo suppone 
l'A. stesso; poteva darlo come certo, e cancellare l'articolo rispettivo ^ 

Ora si presenta un altro quesito. V'ha in italiano parecchi sostan- 
tivi derivati da verbi, con significazione quasi sempre astratta, che 
hanno la desinenza ia -ilo; come s' hanno a spiegare? L*A. dice che 
vincila è «il solo esempio di un sostantivo formato da un participio forte 
senza corrispondente in latino, che il Diez è riuscito a notare nelle lin- 
gue romanze; né più in là seppero andare gli altri =^'». Eppure nel DEl^^ 
250 alla voce liévilo si fa osservare come ad imitazione di cubiliis do- 
milus da cubare domare si formò un part. levilus da levare. E si ci- 
tano altri coiLsimili participii forti in -nlus di verbi della prima coniu- 
gazione, che ignoti agli scrittori classici ricon^ono in Vairone ed in 
iscrizioni; si ricorda poi il rogilus della Lex Salica, di cui trattò al- 
tresì il Pott nella Zeilschr. di Kuhn 1 , 324. Il nostro A. registra, com'è 
naturale, anch*egli lièvilo e rògilo, senza però far cenno di quelli che 
lo precedettero. Ora, che si dirà degli altri sost ital. in -ito? Mi sia lecito 
di notare come nel Jahrbuch di Lemcke (X, 378) io ne abbia toccato 
di sfuggita. Dissi quivi che non pochi participii e sostantivi verbali in 
"tlus passarono dal latino in italiano — perdila, véndila, rèndila; 
slrépilo, gémilo, sonilo, spirilo — e che sul modulo di questi altri se 
ne formarono — lascilo, vincila^ — e confrontai con questi nel rumeno: 
di voci latine gémei sunet, per analogia ùmblel (ambul-ilus), sùflet. 
Air A. quest'osservazione è per certo rimasta ignota; che, se non altro, 
l'avrebbe confutata. Giacché egli é d'altra opinione; tutti i sostantivi 
in "ilo, -ila risalgono secondo lui a participii latini in -ìlus che ci è 
dato arguire o dalle voci romanze o, in parte, anche da voci latine 
derivate da questo participio supposto. A quest'ultimo proposito egli 
dall'esistenza di jaclitare p. es. trae occasione ad argomentare che in 
latino ci dev'essere stato un participio ^ac^z/i^^, e deduce quindi che sol- 
tanto da questo potè venire l' it. géllilo. Ma come non ha egli osservato 
quello a cui il Diez IP, 401 già accenna e che le grammatiche latine 
e' insegnano S che cioè più verbi in -ilare si formano non dal supino, ma 
dal tema del verbo immediatamente ? Dovremo noi per agilare supporre 
un partic. àgilus, per appellilare un appélliliis? Certo no. Ancor più 



1 Notando che l'ital. vissuto è forma ibrida che riunisce in sé la forma forte e la debole, 
poteva farsi osservare come il fr. vécu corrisponda esattamente all' ital.; vécu—veseu=veesu 
da viX'Utus, 

8 II passo del Diez é nella seconda ediz. II, 334 € eigenthtlmlich ist it. vìncita non vincer^.* 
Nella terza edizione queste parole sono ommesse ; probabilmente perchè al Diez non sarà pa- 
rata « singolare » questa voce che può confrontarsi colle analoghe. 

3 Aggiunsi quivi anche tremito; nij^ tremilus é già in Prisciano. 

4 Vedasi fra gli altri Leo Mf?yer, verglciehende Grammatik der gricchischen und lateinischen 
Sprache, II, 12. 



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v 



SULLA «STORIA DI ALCUNI PARTICIPII ». 95 

debole è T argomentazione rispetto a vista. Poiché abbiamo visitare, 
dice TA., ci deve essere stato necessariamente un visitus e questo è Tit. 
visto, usato qual part. di videre, e poi con valore di sost. femmin. Spie- 
gazione molto più ovvia è quella che dice visto non esser altro che il lat. 
visus, modificato suir analogia di posto, come risposto, nascosto, rima- 
sto^. Segue una lista dei sostantivi italiani in -Ito, molto interessante 
per sé, giacché giova a mostrare in quali proporzioni questa desinenza 
si sia venuta estendendo. Per ognuna delle voci TA. ripete la sua for- 
mola: Da làscito deduce un lat. laxìtus, da nàscita un nascttus^, da 
sòffito (=» rum. sùflet) un siifflitus e cosi via. Mi pare di veder qui trao- 
de di quel dommatismo, che preoccupa le menti di parecchi de' più va^ 
lenti fra i giovani cultori della nostra scienza, i quali, riconosciuto 
nella lingua un dato procedimento fonetico, flessivo o derivativo, si 
danno ad applicarlo rigidamente a tutti i casi, come se altri fattori, 
e fra questi efficacissimo l'analogia, non potessero contribuirvi. Egli è 
vero , il nostro A. verso la fine tempera alquanto il rigore del suo si- 
stema col dire che rispetto all' esistenza di participii in tttis per tutti 
i sostantivi della sua lista, ei non vorrebbe rispondere affermativamente, 
che p. es. vincita potè ben foggiarsi su perdita; ma pure in pressoché 
tutti i casi la sua opinione sta per l'esistenza di participii in -ttiis 
vetustissimi, anteriori al tempo in cui il latino incominciò a scriversi, i 
quali conservatisi nel popolo , ritornarono a galla nelle lingue romanze. 
Vedasi quello che a pag. 14 é detto per i quattro esempii, che l'A, consi- 
dera come i più notevoli, fondita, gettito, rogito, visto, e che viene ripe- 
tuto a pag. 17 rispetto a lievito, lascito ecc. Noi vorremmo invece proce- 
dere in modo inverso e dire: Che già il latino arcaico avesse qualche par- 
ticipio in "ìtus, che le scritture classiche non ci hanno conservato, ce lo 
mostra il dolitus di Varrone ; ma già nel vocìtiis , provitus presso il 
Grutero, nel rogitus della Lex Salica, nel levìtus, che argomentiamo 
dal romanzo, vuoisi riconoscere l'efficacia dell'analogia, che sui partici- 
pii in -ìtus della prima coniugazione ne venne formando degli altri. E 
cosi rispetto alla II* (=11"^, III*). Poiché nella Lex Salica abbiamo bat- 
lidi modellato su prendidi addidi prodidi {DE P, 59), é permesso sup- 
porre per quei tempi di transizione fra latino e romanzo un participio 
analogico bàltituni=^additum , proditum; il muehdo dell' ant. spagn. ed 
il sardo móvida ci permettono d' ammettere nell' età di transizione un 
participio nuovo , analogico ^movilo ^. Si confronti anche in un codice 

1 Si possono confrontare i panie, dialettali in -tiio, dì cui TA. stesso reca per incidenza 
un esempio : iattiio, piasesto, credeslo. Ce n*d anche in acè -tèe, che probabilmente si fondano 
sui latini in 'Ctui. 

< Nascilurus dice l'A. accenna ad un nascitus, L'argomento non è cosi stringente come a 
lui pare. 

3 Muebdoè citato anche dalVA., il quale però avrebbe dovuto ricordare il Dies che ne parla 
DE II, 236. Il Diez dice : « P]s scheiut sich im Romanisciien einPartic. movilus festgesetztzu haben 



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96 A. MUSSAFIA. — OSSERVAZIONI 

delle lettere di S. Paolo (del sesto secolo scritto in Africa) citato dallo 
Schuchardt I, 98 timetu (=>timore; ì della penultima sillaba in e) me- 
tùetu (^rnetu). Queste voci sono di non poca importanza, giacché in esse 
troviamo -ntus con valore di mero suffisso. Alla prima voce corrisponde 
in bel modo il rumeno ant. témet e nel friul. odierno témit ^ Sempre a- 
dunque l'analogia, che sui participii'^ e più tardi per certo anche sui so- 
stantivi latini in -itus viene foggiando nuovi sostantivi. E le voci for- 
mate per analogia danno alla lor volta l'impulso ad altre formazioni 
eguali, cosi che il cerchio si va facendo sempre più ampio, e si giunge per- 
sino ad aver nuovi sostantivi in -i/o formati non da verbi, ma da altri 
sostantivi , e con valore meramente espletivo della desinenza. Cosi nó'^ 
lito ^ che non dice nulla più di nolo, L* A. non potè a meno d' accor- 
gersi come quest'ultima voce non convenga punto col suo sistema, ma 
si contentò di notare che inolilo ha lo stesso suffisso -i^o, senza che 
l'it. e il lat. posseggano un verbo, al quale lo si possa ricondurre ». Or 
perchè non prendere da qui le mosse, e da questo esempio risalire a 
tessere l'interessante storia di questo procedimento? Il quale tenendosi 
prima stretto agli usi del latino e poi sempre più ampliandoli, giugne ad 
usare -ito anche con temi d'origine straniera, come giòlito \ che si può 
dire r ultima conseguenza della tendenza analitica. 

Finisco con alcune osservazioni di minor momento. Mescita è al- 
l' A. '^mixitum per mixtum; più consentaneo al suo sistema e più giusto 
a veder mio sarebbe misc-ita. Né per l'art, it. wie^cidar^, Aì2iì..messedar 
7nissiar ecc. è necessario ammettere mixitare; basta miscitare. — È una 
svista singolare il dire che nello sp. s' accentua sòguido anche nel part. — 
L'A. inserisce nel suo catalogo alcune voci francesi che noi vogliamo ricor- 
dare a parte : fente « da un participio regolare di findere, che sarebbe */?r?- 
dita» , pente da ^^ Rendita regolarmente formato da pender e y> ^ ponte 



vofOr... mittellat. movila, altsp. muebdo^ sard. mòvida zeugen ». Il nostro A. invece : «muebdo 
serba forse traccia d'un 'moviium^ forma originaria di molnm*. Non si potrebbe meglio carat- 
terix^are la differenza d' opinione fra TA. e quelli che un pò* meno teoreticamente giudicano 
della storia delle lingue romanze : all'A. tutto 6 arcaico; gli altri ammettono mutamenti poste- 
riori, di latino già quasi romanzeggiante, formazioni prodotte dall^analogia. 

1 L*AscoU, Saggi <ad<nt 1,534, da cui traggo la voce friulana, la reca a dire il vero quale- 
sempio di epitesi di (; ma aggiunge in nota: € Questo esempio lascia qualche dubbio.» — Ri- 
corderò qui anche il cremon. eiòH cidila «chiuso», che deve essere = cland'lìia claud'ia. 

S La desinenza participiale -Kum, cosi nel latino come nelle formazioni analogiche, s'ag- 
giunge al tema verbale. Molto interessanti sono quindi il romagn. pèrsiia^=pèrdHa , il tir. S£OS- 
tita bresc. tcòsida, che usano la desinenza col tema del participio sigmatico. Questi esempii 
ci sembrano dimostrare eloquentemente come in vero - i •> sia divenuto mercd deir analo- 
gia un mero elemento derivativo. Cogliamo quest'occasione per eccitare l'A. a cercare per en« 
tro ai dialetti altri esempi dì sostantivi in ito; è probabile che ne troverà parecchi nuovi, se 
la memoria non m' inganna, il sardo ne ha pib d* uno. 

3 Anche lo spagn. ant. ha noUt, e cosi il cat. odierno. Non so affermare con sicurezza su 
qual sillaba posi Taccento. 

4 Che sta con giulivo, fr. joli ecc. L*A. non sa rinunciare a supporre un '^atidJlui con d in 
l\ ma chi non sia stretto dalla tirannia d'un sistema mal accetterà questa etimologia. 



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SULLA € STORIA DI ALCUNI PABTICIPII ». 97 

«participio regolare di ponere, ponila », tonte «viene probabilmente da 
un *tunditay^. Poteva aggiungere tente e contrapporvi ^tendila. Ma 
avrebbe dovuto tener conto dell'opinione del Diez (Gi\ IP, 360^, il quale 
asserisce, che queste cinque voci nulla hanno che fare col participio, 
ma sono derivazioni immediate, mutato il nesso nd in nt; quindi tente 
=tende, ponte=ponde. Se non che qui vorrebbesi fare una piccola ag- 
giunta a ciò che dice il Maestro. Chi chiedesse, perchè in tali voci abbia 
avuto luogo il mutamento di nd in nt e non altrove, ne troverebbe la 
cagione neir influenza esercitata da attente rente vente, in seconda linea 
anche da ceinte teinte, cosicché la genesi delle forme suindicate vor- 
rebbe definirsi così: derivazioni immediate con immistione di forma par- 
ticipiale. — A pag. 19 leggesi: «Il filologo moderno che esaminasse 
tonto (Siena, spagn.) e supponesse, per ispiegarsene la origine , un la- 
tino antico tónitus per tonatits, non avrebb'egli, senza dati positivi, 
ma solo seguendo le norme della scienza , indovinato una forma antica 
che realmente ebbe esistito ? » Questo pare un discorso troppo lungo e 
grave, confrontato alle parole brevi e semplici del Diez (DE IP, 185 
non citato dall' A.j: <t tonto; von attonitus, sp. atontar betauben». 



Adolfo Mussafja. 



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DEUX HISTOIRES VILLA6E0ISES EN PATOIS VAUDOIS 



LE DOYEN BRIDEL. 



L 

Étendue da roman de la Suisse octidentalc. 

La partie de la Suisse qu'on appelle romande parie un idiome derive 
du latin qui se distingue h la fois du francais et du proven^al. C'est le 
langage des paysans de tout ou d'à peu près tout le canton de Neuchàtel , 
de la plus grande partie du canton de Fribourg, de Vaud, du Bas-valais 
et de Genève. En effet le frangais, qui est la langue des villes, est d'intro- 
duction relativement recente. La Savoie a un dialecte qui est fort rappro- 
ché du roman suisse, mais j'ignore où il faut piacer la limite qui séparé 
son langage du proven^al. 

II. 

Dialecte du Tserivari et des Valet. 
La langue de ces deux récits est la méme que celle des proverbes se- 
més dans V Instmtction pour mon fils Pierre Louis écrit qui est date 
de Lovathan , village situé k la frontière de Vaud et de Fribourg. Cette 
indica tion mise à part, le dialecte lui-raème fournirait facilement les 
preuves de mon assertion. Ce n'est que dans le canton de Fribourg et 
dans la partie du canton de Vaud qui en est voisine que Ton dit ran pour 
ren, que Ton prononce ey comme ay et que st commence à de venir p. 

III. 

xiuteur, Valeur de ces deux écrits. 

Les deux histoires villageoises que je public ci-dessous avec une or- 

thographe qui les rendra, je Tespère, utiles au philologue, ont pour auteur 

le doyen Bridel , connu par son Glossaire du patois de la Suisse ro^ 

mande et par le Conservateur suisse, Corbaz les admit dans son recueil, 



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J. CORNU. — DEUX HISTOIRES VILLAGEOISES EN PATOIS VAUDOIS. 99 

(loù je les ai transcrites, après les avoir comparées avec roriginal (Cons. 
suisse. Lausanne, 1813-1817). Mais il ne m'a fourni que des variantes in- 
signifiantes. On penserà peut-étre que le choix de ces deux morceaux 
écrits par un homme plus habitué à se servir du franrais que du patois 
ne sont pas propres k donner un apercu fidèle de la langue du pays. Mais 
je dirai qu'il les a écrits h la fin de Tautre siècle ou au commencement de 
celui où nous vivons, à une epoque où le franrais était peu connu et avait 
en conséquence peu influé sur la langue du pays. Habitué au langage des 
paysans du canton de Vaud , je puis affirmer qu'ils en reproduisent assez 
fidèlement le style, quoique les pensées soient visiblement celles d'un pa- 
steur. Ces documents très modernes à la vérité, mais dont il faut se con- 
tenter, quand un passe plus éloigné fait défaut, sont précieux parcequ'ils 
nous offrent la description de moeurs et de coutumes qui disparaissent 
de plus en plus et présentent des formes verbales aujourd'hui complète- 
ment tombées d'usage ou rarement employées. J'entends sourtout le par- 
fait avec le maintien de Ya (acutsà, prè\ fé, de, priran, cumensaron, 
alaran). 

IV. 

Orthographe et prononciation. 
§ 1, a. Voyelles. Il n'y a que Ve e Vu qui donnent sujet à une remar- 
que. Dans les deux pièces suivantes il n'y a aucune trace de Ve ouvert 
qu'on commence à entendre de nos jours, car autrement Tauteur Taurait 
figure dans Técriture. Mais il y a un éj qui se prononce corame Ve muet 
frangais, mais prolongé davantage. Sur Tindication de M. Gaston Paris je 
lai designò par è\ De raème j'ai distingue Vu de Vu {ou fr.) en le sur- 
raontant de deux points. 

b. Biphthongues. Elles se prononcent corame dans les langues raéri- 
dionales, à Texception de ey ou ay, qui est plutòt un son simple qu'un 
son doublé. Ay est près de n'avoir dans certaines bouches que la valeur 
(le à. C'est à cause de l'afiìaiblissement de la diphthongue que j^ai laissé 
subsister i, quand il était suivi de la consonne glissante ij (lettre esp.), 
parceque alors il est plus perceptible: ex. lei y avay, 

§ 2. Consonnes. e et q-= k. Dans qye et d'autres mots commengant 
par qy q se rapproche aujourd'hui de t. Il est des endroits où il a 
passe SLt\ 

g est toujours guttural (= gh it.) 

j lettre fr. et cat.; dj ^ gi it. 

l'I = Il it. 

1 Questo cambiamento dì qìnt si osserva anche nel dialetto dell'antico vescovato di Basilea. 
V<!di r introduzione al poeiiia del curato di Courroux , Ferdinando Uaspailer, intitolato • Let 
Panieri» composto nel sec. XVIII. (Porrentruy, 1S19. Extrait des Arehives de la SoHélé jura- 
tienne d'emulation.) L' edizione dovuta ai Signori X. Kolhcr e F. Feassier, lascia molto a de* 
!ti<lerare pei linguisti. 



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100 J. CORNU. — DEUX H1ST0IRR8 VILLAGBOISES EN PÀTOIS YAUDOIS 

Il lettre esp. 

hll se prononce corame eh ali. dans ich, tveich, suivi de l mouillée. 

n suivi d'une autre cousonne et à la fin des mots est toujours nasal. 
(Exception bon sous la forme bun, c'est-à-dire quand ce mot est suivi 
d'une Yoyelle. Alors il parait former un tout avec le suivant: ex. bunor 
dray). Quand un n suit le n nasal , je désigne ce dernier en marquant la 
tilde sur la voyelle précédente : anxàna. 

n lettre esp. 

s '= ss fr., 5 esp. 

t en italique signifie qu'il n'est pas prononce, mais il facilite à la fois 
la lecture et l'intelligence des mots auxquels il appartenait dans une pé- 
riode plus ancienne de la langue. Quoique cette consonne soit tombée, 
elle laisse quelque chose a la voyelle précédente qu'il est difficile de mieux 
rendre par l'écriture, 

X lettre catalane = eh fr.; tx = teh , eh esp. 

y lettre esp. 

z = z tr. et s entre deux voyelles. 

§ 3. Quantité, Je crois ne m'étre pas donne une peine superflue en no- 
tant la quantité. Toutes les syllabes qui n'ont pas le signe de la longue sont 
bréves ou bien il ne m'était pas possible d'en indiquer la mesure avec 
certitude. C'est ainsi que je me suis abstenu de donner le signe de la lon- 
gue aux formes verbales alaran, cumensaron parceque, ne les ayant ja- 
mais entendues , je ne puis en juger et parceque les formes correspondan- 
tes en usage aujourd'hui dans le Jorat sont aliran, comensiran, qui ont 
l'i accentué bref. 

§ 4. Accentuation. Gomme il n'y a pas de mots accentués sur l'anté- 
pénultième, les finales seules ont besoin d'accent. 

i etuh là fin des mots, étant de leur nature toujours accentués, il 
serait inutile de leur donner un accent. Il n'y a que a, e, o, qui en exi- 
gent. Tous les mots qui se terminent par une consonne autre que n sont 
accentués sur la finale. Ceux qui se terminent par n (art, en, onj ont les 
uns l'accent sur la dernière, d'autres sur l'avant dernière. 

Les syllabes finales qui ont le signe de la longue sont par cela méme 
accentuées. 

V. 
Bibliographie. 
Pour ceux qui voudraient étudier plus à fond le langage de la Suisse 
romande, j'indiquerai les ouvrages qui leur pourront servir en les aver- 
tissant de se défier de Tortliographe , qui, calquée sur celle du frangais, 
rend le plus souvent fort imparfaitement les sons de Tidiome auxquels 
elle est appliquée à tort. 

(CoRBAz). Reeueil de moreeaux choisis en vers et en prose en pa- 



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PAR LE DOTEN BBIDEL. 101 

tois suivarU les divers dialectes de la Suisse frangaise, et termine 
par un vocabulaire des mots patois avec la traduction frangaise. Re- 
cueillis par un amateur. Lausanne, 1842. 

J. L. M(oratel). Bibliothéque romane de la Suisse ou recueil de 
moì^ceaiio; écrits en langue romane de la Suisse occidentale, accom- 
pagnés d'une traduction littérale, suivis de notes grammaticales et 
philologiques. Tome I. Lausanne, 1855, (Plusieurs volumes étaient an- 
noncés, mais le premier seul a paru.) 

Le doyen Bridel. Glossaire du patois de la Suisse romande avec 
un appendice comprenant une sèrie de traductions de la paràbole 
de r enfant prodigue , quelques morceaux patois en vers et en prose 
et une collection de proverbes, le tout recuilli et annoté par L. Fa- 
VRAT. Lausanne, 1866. (Ce glossaire forme le tome XXI des Memoires et 
documents publiés par la societé d'histoire de la Suisse romande.) 

L'abbé G. Pont. Origines du patois de la Tarentaise , ancienne 
Kentronie. Précis historique. — Proverbes. — Chansons. — Paral- 
lèle avec le patois de le Suisse romande, etc, etc. Paris; Maison- 
neuveetC.*', 1872. 

LO TSERIVARI. 

Lei y avay den nntra cum§na na yeya q'avay a non Perneta o q6 pasàve le 

trey vent e dyì: n'y a pà tan gran ten, car,-ine q6 n6 su pà ben villo, m'en so- 

ylno cnmén s6 1 etay de Tòtro M. Sia veva ^ adón avay dja enterà dù z omo; ma 

cadiye ade en trova encora yon e relacàve ti le vale^, le djavSno, le villo, le bl, 

^ le pnef ; lei y Ire tot on, meday q6 pùse acrotsì son fu. Tsen q6 va ti le djor a la 
tsasS traave a la fan òqye ; s^ ben q6 nntra xùma fé tan qS rencontrà son barri- 
sco *. Cnmén 1 avay bnnadray d'écù e dey bon bocón de tere sen deval-le, 1 eiiortsà 
on puro rafùén q'etay tot ecuési e qS n'y avay pà pire 5n an q'efcay fra dey z e- 
cùle; on ley dézay HUòdo: sta cner etay tan a la buna q6 né conésay ran de ran 

10 an tren de stù mondo; né savay pà pire se motxl se mimo, ne distengà la bai-la 

1 Cette veave ressemble fort à la vietile de la chanson populaire qui est & la page 51 du re- 
cueil de Corbaz. Elle est écrite en patois des environs de Nyon ; je la transcris en celui du Jo- 
rat à fin de ne pas m^exposer & des erreurs phonótiques. 

1 Lei y avay on yadzo 5na vIUS' T^ari ti me z ècQ bllan. 
Q^avay ben catro ven z an , 6 Y*§ ona cava tan galèza * 
Baribranbran branlan U via, Tota plI9na de ven bllan. 
Qu'avay ben catro ven z an 7 Lo d&lon flran le nose , - 

" Baribranbran. desando Penteremén. 

2 YS se cueyfe , yft se mire * 8 Ley weytiran den la gaula: 
Cumèn yftna de tyenze an. Ne lei y avay tye trey den. 

3 Y5 yft va perni le danse , 9 Ley veytiran den Torollft: 
Yft pren lo pUft byó galan. La moxa crèsay dedén. 

4 Ley frote derey Torolle : 10 Yè fa bon maryà dey ville , 
Vau to te maryà sti anf On se marye prau sovèn. 

5 Sd td me pren por ta fena, 

€ bourrUco. C'est ainsi q*il y a dans Corbaz e dans le Conservateur. Mais le mot m^est inoon- 
nu accentuò de cette manière. 

* L'orifinal porte ' p't 'na tan *u1tfA rarefa. . Mais mutyà n'»at pai ronna dans le Jorat. 



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102 J. CORNU. — DEUX HISTOIRES VILLAGEOTSES EN PATOIS VAUDOIS 

man de Totra. Lo matén dau djor qS s*epiizaran nutra anxàna se tS d oblledjay 
de ley lava lo mor pe la mò qe 1 Tre ìx)t botxar e de ley bueta on fé rodjo an pau- 
djo, sen qye n aray bunamen pà su yo etay sa drayté. Lo menistrS le maryà cninén 
le z òtro , ma de ne sen lo men de trey yàdjo qe fa d obllédjà de d5re dan mo ey 

15 femal-le q§ recafàvan per lo mo^T. 

Can lo selan fó musi, ti lo vale^ de la cnmSna cnmensaron a lan fere on tso- 
rivari: Tetyàn me de xencanta. Djame n*è ran oyu de pare ' : Tavyàn de grò tapén 
cumén portan le vatse q§ poyan ey montane', dey batyore^ q6 bracan lo tsSnevo e de 
pùxén vére^ de bu : treynàvan su le peyre na dizàna de cumàhllo q'avyàn etatsT au 

20 beMe z on dey z òtro. Lei y en avay qe tapotàvan awe dey'martale^ su dey ca- 
sotón e dey bernar, to^ parey q'on fa can le z avelie djTtan, au ben q§ sunàvan 
awè dey cueme de tsévri: sen balllve na vya de la metsansS e on trafi de Tótro 
mondo: 5n aray djSrà qg lo mali, le vauday e tote le tsautsévUle dau payi ley 
tenivan lau gran sàbà. L avyàn encora empllay na boseta de cruye z entsaplle, 

25 de ville ferallS e d'òtra burtyà co sen e la r§batàvan dii la délèzS dau for can- 
q'au borni d'avo. Xat au uè de* leur mgnàvan awè dey djTge dezacnerdàye e Br 
wè dey trùye: e puey dey sùblle^ de manén per desu lo tot. Le cu de pistole^ 
e de fuzi alàvan dru cumén den na reyùva. En dù mo^, sen vo fazay na xeta de 
la malavyà qè vo n'aryà pà oyù le bal-le hllotse de Niitra-Dama e qé ti le tsa dau 

30 bor se culliran nS sé yò e de né sen l'on q'on revé de còqye djor. Ver la mine 
ti stau detertén se reduiziran tsì* leur, en lùtseiyén to^ parey qe s§ 1 avyàn fé 
na buna axón e cùdiran ala se drémi. Ma se 1 avyàn ben encotsi, n'avyàn pà to^ 
forney, e Tafère etay tran ben enmordjàyg por en resta iqye. Na dama qé re- 
stavo den na maison to^ prùtso fu tan epueyryà qe Tacùtsà avàn termo e qS fu 

35 tòlamén trobllàyé on par de ten q'on creiyay qe 1 avay le z enémi; e on puro bùbo 
de catro an q'etay salley sur la pòrta en pré lo gru mò e dù lor tsezay daprSmi 
cazu tote le né a pau prT a la mima aura. Sen arévà per on démicro e lo txata- 
làn fé a sita ti hliau vale^ por la prémire tenàblla q'etay lo désendo. Can ben sen- 
tivan la malapanàye, ley fùran tre ti. Se txatalàn q'etay to^ bon awé le bon, ma 

40 qé menavo rido le gernemén, vo 1 au f5 na sabulàyé yò vo paude creyre qè y a- 
vay me de vénégro qé de mey. Adàn lau de : « Vo meritàde trey djor de prey- 
zón; ma dù qé no n'en pà prau de djèblle por tan de crùyo z ozé , vo ballo lez* ar- 
réts por na sénana a tsacón tsi vo e qé fion-né vo veiye né su la pòrta né a la 
fenl^ra , pà pire su la lùye, au ben vo me troveray ; ùde vo ? Atendù qé no n'en pà 

45 de la pùdra por de tòle fnleràye , vo defendo de téri de dii z an au pri né dau 
Sovérén né de la cuména. £n .fen, cumén so q'a fé dau tuer le day reparà, vo 
condano tsacón a ven^ hllorén d'amenda an profi de si puro enfàn, a cui vo z ey 

1 On peut comparer avec cette description du charivari les vers citès A la page 80 du ni4:ua 
recueil. 

No nomerén ti le z tìti QS tsantàvan curaèn fallay; 

Qh y avay au tsaravari. Le sunalle né niancan pà, 

LI avay sen còme de portsi , PStyùte e gruxe en cantità; 

Le còrno de tsSvrey ley san ti (?); LI avay dove fò a seyT 

LI avay sen come de tsftvray E 5na maula entremì. 



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PAR LE DOYEN BBIDEL. 103 

balli lo gru mò. Cnryà, cùtside ma senienxe sur lo papej e delivrà z en on dro- 
bllo, en ban entso, a tsacón de stan balalarmo por qg s'en sovlnan». EnsS dS, 

50 onsS le. L*enfàa en ù davSrón *mile hllorén q6 tsacón lei y a ben corzu e q§ Von 
grò sotènù por payl le maj^o qé lei y an fé còqye ben. Da lor de nS sen lo tse- 
rirari qé djamé lei y a me z a den nutra cninéna, can ben n*en a pà manca dV 
cajón. Ma le vale^ 1 en fùran se ben aprey qe , can ti le vevo e tote le veve dey 
treze qyentón seryàn T^nu se maryà den nàtron mo^ì, n'y aray pà pi on tsen qé 

55 se fa d avézà de laadjapà apri. Vniqyé portàn camén d'omo fermo, q6 n*a paeyré 
de non q6 n òse e q6 né conay né cazén né capare né yero de yen, can 8*e qé f5 
fere son devay^ a aretà tsi no sta ylllé cotéma de la metsansé e n'ótra encora 
to^ asé cràyé, qé vo déri n otro yàdjo qé n'ari pà tan cnayté qné ney de retnmà 
a To^ò , yò s'è qé n'en Tecofey e le cozandayre. 

LE VALET. 

00 Sé VO 70 z en so veni, a sta mi tsòtén, vo z è conta camén nàtron txatalàn 
avay torda lo cà a ti le tserìvari den nutra cnména; ma restave tsi no n'òtra cra- 
yeri qé 1 a asé ben téri bà. Ti hllan qé se maryàvan fallay apri lo gren^o qé fi- 
san a beyre e a xaatà le vale^ e le f^Ue dan bor aa ben lan balli na tropa d'ècd 
por s'ebaloyl aa cabaret. !^on n'àsàve se rebifà; sé ben qé sosé gravàve bana- 

65 dray le z epaa qé ben dey yàdjo n'an pà me qé laa f5 por s'àtà la fan e payl lo 
bri. Me sovlno d'on paro cner q'a venda la sénàna de se fermalle on bocón de 
carti por contenta le vale^ 

Y a on par d'an qé mon nevan Pyéro Lavi né voUu pà Batisfère le vale^ qé l'avyàn 
tàsà a dyi èca bllan e lan de qé Tamàve mi le balli ay paro q*en avyàn me f5ta 

70 qé *lear. Le vale^ faran grò cerosi e djéraran per ti le xen xen qé saryàn praa 
Ten fere a repenti e qé n'en etsélleray pà de payl camén le z òtro. La prémiré 
né s'en san z ala depési na pùxenta sey de grò palén ben cordanà qé separàve yen 
de se tsan de la granta tserayré e la replantaran an bl maytén daa tsan e pù 
agélllran ^ la délèzé aa fen catsef de na neiire. La ne d'apri, me lùrón treziran to^ 

75 son tsénevo e 1 an sena dey faviùle a la pUacé. Lo desendo né, nutre brélarén an prey 
sa tseri e can l'on za demontàyé, 1 an porta bréca apri bréca sa la layé, yò s'è qé 
1 on tota ral-loyl; le bori e le z aplley, le z an hllòlà sa la freita daa tay. L en 
aryàn ben me fé , se Pyèro Lavi por Pe fere a djàre n'en avay pà pasà par yé 
vollàn: laa livrà don le dyi écn bllan la démendjé per ver le mi djor. Lo txatalàn 

80 n'avay pà badjl, can ben savay tota la manigansé ; ma recalàve por mi xaatà. Lo 
matén daa djor qé vollàn se diverti awé le z écù de Pyéro Lavi, manda staa va- 
le^ (1 etyàn, cado, dyi z e wé) den lo gran paylo de la caména: adàn lan dézé: 
Màtra me vey den nùtron * còtamié la * loi qé vo balle lo dray de tàsà le brave 
djen qé se màryan? né pepondiran pà on mo^ a sen qé 1 avay entrevà. Sé qé pron 

85 lo ben d*òtra, camén qé lo préne 1 e on lare.... aay, on lare, ade vo? e vo tino 
ti por dey lare. A faersé de metsén tor, qé lo mafi n'en fa pà de pile crayo^vo 

1 acHèlHran, Corba». 



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104 J. COBNU. — DEUX HIST0IRE8 VILLAGEOISES EN PAT01S VAUDOIS 

z ey contrén Pyero Lavi a vo djetà an nil dy'i èca bllan. Ne san pa a vo: fo le 
ley rendre; bnta le ise. Orra qè dn de vo le portan a Pyéro Lnvi. Ley z alaran 
e revenre as6 tu raporta qé n'avay pà vollù le reprendre e q@ le balli ve ay pnro, 
90 cnmén 1 avay dehllarà daprèml. Yneyqyé on bravo omo, sS U lo txataUn, q@ vo 
mi a Ili to^ soht q^ vo ti ensembllo. E ben! batà z en atàn por vutra poncón.... a- 
wé le dyi de Pyéro Lùvi sen fa xen e xencanta bllorén. Qé le dn mimo le por- 
tan to^ lo dray a nntron ministre por le distribùvà entro mi le pll§ puro de la 
peroxg; e puey vo revendrey. S'en fùran a la cura yò s'è q§ lo ménistre lau balla 
05 on resù. L etyàn ti en gran cuzón, vo paude creyre. Qan s'è q6 fùran rcvenù, lo 
txatalàn lau de : acùtade me. Lo ts6nevo qè vo z ey tre , Tè fé a estima per du z 
omo asermentà: lei y a por sat ècù de perda. Por qe la fona de Pyéro Lùvi n*use 
pà lo mó de braca le daiìe, d'ep§nasi Tauvra, de felà le z etope e de porta lo fé tsi 
lo Uaoty vo condano a ley atsStà de qye se caudre na demi dozàna de tsemìze e 
100 qS sey de bai-la e buna teyla de mlnàdjo. Orendray, vale^, vSney ti awé me, e, 
sé en a yon qS ne vino pà, ofesl, ala auvri la preyzón e qé ley restey trey djor. 
Alaran tre ti apri lo txatalàn q3 le mdnà au tsan de Pyèro Lavi. Ora, enfàn, re- 
butà galla la sey yo s'è q@ 1 etay e degèlll me la délèzé, ma tsùyi de la brèzi, 
qè 1 e tota nauva. Wj avay pà a dère: ma mère m'a fé: falla obeyi. Tote le fe- 
105 mal-le e ti le z enfàn dau bor corèsàn apri *lear e fazyàn dey bal-le recafóye: 
n'y avay qye le djen dey vale^ q'etyàn resta a To^o ben grendje, me fyo: cora- 
djo ! vo fo encora dexendre la tserl to^ de mimo qè vo la loiy ey monta. Ley fù- 
ran ben • maugré leur, por sen qè la maizón de Pyéro Lùvi etay au maytén dau 
bor, decùta lo txati. Etyàn ti rodjo qè dey pan. Ma lo txatalàn né le lesa pà se 
no culli qè to^ ne fu ben ral-loyl e reme a sa pllasè, canqè au bori e a TapUey, 
qè priran n*etsila por le z ala dehllòlà. Le bon, lau fé t è, can to^ fu ben onwa: 
8Ù contén de vo: vo z ey refe de bi djor sen qè vo z avyà gàtà de né. Ma vo de- 
hllàro qè, sé dù uey on fa lo mendrè tuer a Pyéro Lùvi , vo rendo ti coxón le z 
on por le z òtro e qè vo la ley payerey e a me asè ben. Por la rista, vo z atendo 
115 au prèmi qè se maryerà. Se vo z en tsò, vo permeto d'ala qèri lo mènetray e d'en 
ména yèna awé vùtre tsermalllre. Nada, monsù lo txatalàn, sé de lo pile villo 
dey vale< q'on ley dézay per sobréqe^ lo, «lùtserén»: no n'én en né fan né fi)ta; 
no sen prau mafi: vo no z ey ména tran drù. — Qayzé te, te dyo , tserpifu, ley fé 
lo txatalàn, qye ven to me pyornà? L e te q'à entseraiyl ti stau galébontén e, sé 
120 creiyè mon coràdjo te fare a payi lo drobllo: car fi tordjor lo fen prèmi por fere 
la metsansé e lo deray can s'è qé fo fere óqye de bon. Vale^ , vo paude vo reteri 
e profttàde de la lèsón ; me muzo qé l e prau buna e qé vo farà a veni l'exén por 
n òtro ytdjo. 

Dù lor y a ben z ù dey z epau den nùtron bor: hllau q'an vollù fere a dansi 

125 1 an té; hllau qé n'an pà vollù le vale^ n'an pà gentsi. Le.vré de dére qé l'on dey 

pére qu'avay età ey Garde e qè s'en creiyay ben óqye, corre la vepràyè tsi lo 

txatalàn e lo ménasà de porta pllenté contro Ili. Vo z ey dezonurà me dù vale^, 

ley fé t ?. N'o pà vré, de lo txatalàn: se san dezonurà e mimo en larénén lo ben 



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PAR LE DOYEN BRIDEL. 105 

de n omo qS né laa devaj ren , o me laa z é rendù V ' honnen , en le fazén re- 
130 para lan tner: té me day granmorsi e na pà tsécàn§. Ma le z otro yàdjo 5n en fazay 

atàn e ben me. Acuta me, Djan Iza: se ton revir@ pére gran a z an età atendro den 

le bù daa Tsale^ a Grobe^, crey to en consenx6 qS sen te balley lo dray de lei y 

ala co Ili. 

Ora, vézén, qye dite vo de niitron txatalàn ? SS ti nutre *magistra fazyàn asS 
135 ben laa devay, to^ odray grò mi e le detertén trovcrén a cni parla e ne m*aryàn 

pà rotra d6men(y§, en v6n§n de velli, degSllì on moret e rSbatà tote le peyre 

avo mou prà, q§ n'en a ren manca qé n'òsan mò Tabadà mon tyllo e enfondrà 

mon pnertso. 

OLOSSAIBB. 



A, A; — alFi a la tsasè 6; — buetà on fé 
rodjoaupaudjo 12; — poyì eij montane 18, 
aller ò. la montagne, propr. monter aux monta- 
gnes; — a sta mi tsòtén, il y a un an au mi- 
lieu de cet été; — Itre a la ftwna 9, étre sot, 
nigaud; — fere a sita 38; — fere a estima 96; 
fere a dansì 124. 

abudà 137, j'ignore la signidcation exacte 
de ce mot; mais m7) l abudà ne saurait guère 
avoir un autre sena que « déranger ». Peut-^tre 
y a-t-il une faute d^impression pourmo / adubà. 

acrotsi 5, saisir, attraper. 

acuèlli, lancer; — acuèlliran 74, autre 
lecon pour agélliran que j'ai mis dans le texte. 

acuta, écouter; — acuta 131; — ocftfo- 
■d^96. 

acùtsi, accoucher; — aciltsd 34. 

ade 4 (Jorat adi), toujours. 

adón 4, adan 82, alors, donc 

adray, convenablement; — bunadray d'è- 
cu, beaucoup d'ecus; — 64, beaucoup, fort. 

afére 33, affaire. II est ordìnairement du 
mascalin, mais Bridel a fait lei usage du fé- 
minin. 

agèlli, percher, piacer au sommet ; — a- 
gHliran 74. 

ala HI, 115, aller; — va 11; — aZàt7aw28; — 
alaran 88; — odray (Jorat audray) 135; — 
ala (imper. 2o p. pi.) 101 ; — z ala (Jorat z 
Bla) 72. 

ama, aimer, amàve 69. 

amenda 47, amende. 
an 36, 68, an. 

anxàn, anxàna 11, vieux, vieille. 

aplley 77, HO, attolage. 
aprendre, enseigner, corriger: — len fì>- 
ran se b?n aprey 53. 
apri 55, 62, aprés. 

aretà, arréter, faire cesser; — a aretà 57. 
arèvà, arri ver, se passer ; — ar^r<i 37. 



• arréts, mot fr. 

asé 58, aussi devant les adj. et les adv.; — 
osé ben 62, 114, aussi absolu; — asè tii 89, 
aussi tot. 

asermentà 98, assermenté. 

atàn 91, autant. 

atendre, attendré; — atendo 114; — a- 
tenda qé 44. 

atsèta 99 (Jorat adzeta)^ acheter. 

au 26, ou; — au ben 44, 63, ou bien. 

aura 37, heure. 

auvra 98, filasse de chanvre ou de lin. 

auvri 101, ouvrir. 

avèlie 20, abeille. 

S*avèsà, s'aviser; — se fu d avezà K. 

avey, avay, avoir; — e 60, 129;— <1 HO; 

— a 2, 50; — en 60; — <7y 47, 87; — an 51, 
65, 75; — on 76, 77; — avay 1, 3; — avyà 
112; — arydn 24, 32; — f? HO; — t«tf 97; — 
òse 56; — òsan 137; — aray 13;— aryà 29; 

— aryàn 78; — a^ au 131 ; — -? il 76, 124. 
avO 26^ en bas; — avo tnon jjrà 137. 
arare 20, 26, avec 

axón 32, action. 

Bà, basa, bas; — tèri ba 62, ren versar, 
detruire. 

balalarmo 49,celui qui fait du bruit pen- 
dant la nuit, tapageur noctume. 

balli 69, donner, produire;— ftaWire 22, 
89; — balla 94; — voz ey bally Al. 

batyoret 18, instrument qui sert A briser 
le chanvre, brisoir. 

bet 20, bout. 

ben 2, bien; — lo ben 128, lo bien. 

bemar (aujourd'hui bernà) 21, pelle à feu. 

beyre, boi re. 

bl/, bai-la 29, beau, 
bllan 79, blanc. 

bocón 7, morceau, pi^ce. 



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106 



J. CORNU. -^ DSUX HISTOIRES VILLÀGBOISES EN PATOIS VÀUDOIS 



bon (hun devaut les voyelles), huna, bon ; 
— bunadray 7, 64, beaucoup; — ttre a la 
buna 9, avoir Tesprìt borné; je suppose qu*il 
faut sous-entendre fey (foi). 

bor 30, 105, village. Bridel dit que c'est 
plus spécialement le centre du village, où il 
y a le plus de maisons; les alentours du ch&- 
teau (seigneorial) appelé jadis bourg. Aujour- 
d*hui le mot est peu usité. 

borni 26, fontaine. 

bori 77, collier, hamais. 

braci, briser le chanvre avec le batyo" 
rei; — bracati 18. 

bravo, a 84, 90, brave, honnéte. 

breca 76, morceaux, pièce, débris ; — breca 
apri bréca, pièce par pièce. 

brelùrén 75, étourdi. 

bresl 103, briser. 

bri 66, berceau. 

boteta 24, tonneau. 

botxar 12, sale au visage (botsè), 

bQ, bois. 

bQbo 35, jeune gar^n. 

bùdjl, bouger; — òftcy* part. 

bueta 12, buta, aujourd*hui ordinairement 
bèta, mettre; — butà impér. 87. 

buxi&xnéxi 13, bonnement, certainement. 

burritco 6, Ane. 

bìirtyà 25, débris inutiles, rebus. 

* Cabaret 64, cabaret, auberge. 

oaa 16, 21, 53, quand, lorsque; — ean 
ben 38, 52, 80, lors mème que. 

oanqé 25, HO, jusque, aujourd'hui tantye, 

car, car, peu usité aujourd*hui. 

oasotón 20, dim. decora, poélonàtrois pieds. 

oatro 36, quatre. 

paudre 99, coudre. 

casa 37, presque, environ. 

co 25, 133, comme; — burtyd co sen dé- 
bris de cette nature. 

oondana, condamner; — condano 47, 99. 

oo&eytre, connattre; — conay 56; — cO" 
nisay 9. 

conta, conter; — conta part. 60. 

oontén 112, content. 

contenta 67, contenter, satisfaire. 

contro 127, contre. 

contrendre, contraindre, Torcer; — con- 
trén 87. 

consenso 132,conscìence ; — en condense, 
éù vérité. 

cOqye 30, 51, quelque. 

coradjo 120, courage. 

cOrdre, désirer de coeur;— cor-Jrt 50. 

cordona, lier ensemble les pieux d'une 
baie (Jorat cordzunà) ; — cordnnà part. 72. 



cerosi, courroucer; — corosì part. 70. 

corre, courir; — corrésan 105; — coì*re 126. 

cdtema 57, coutume. 

*c5taniié 83, la forme nVst pas patoise, 
il faudrait coturni ou còtèmì. 

c5xón 113, caution. 

cosandeyre 59, couturière. 

creyre 40, 95, croire; — crey to% 132;— 
creyay 35, 126. 

cruyerl 61, méchanceté. 

crayo, e 42, 58, mauvais, qui ne peut ser- 
vir à rien. 

ca 61, oou. 

ctl 27, coup. 

cuaytè, cueyté 58, hAte. 

cùdyl, penser, s^imagiuer, essayer, tàcher; 
— CMdo 82;— ctìdtrc 6; — cUdiran 32. 

cuor 9, 66,corp8, indi vidu, terme de mépris. 

cuema 22, come. 

cui 47, 135, pron. interr. pers.; ^ id. rela- 
tif toujours précède d*une préposition. 

culli (se) 109, se rassembler se retirer dans 
le méme lieu; — seculliran 30. 

oumàbllo 19, crémaillère. 

cumén 3, 7, 13, comme, comment. 

cumèna 1, 46, 52, commune. On dit aussi 
cumuna et qémuna. 

cumensl, commencer; — cumensaron 16. 

cup&re 56, compare. 

cura 94, cure. 

curti (Jorat cUrti) 62, jardin. 

curyà 48, ancien nom du notaire. 

cùtset (Jorat cutsei) 74, haut, sommet. 

cùtsl, coucher; — cntsTde 48. 

cusén 56, cousin. 

cusón 95, souci. 

Danxa 33, dame; — Nùtra-Dama 29, No- 
tre-Dame. 

dané 98, tige de chanvre. 

dansl 124, danser. 

daprèmi 36, 90, au commencement, du 
premier coup. 

daverón, environ, près de; — daverón 
* mile hllorén 50. 

de, de; — distengà la bai-la man de Vd- 
tra 11, distinguer la main droite de la main 
gauche; — borni d'avo, fontaine du bas (du 
village); — me de xencanta 17, plus de cìn- 
quante; -- de dà z an 45, avant deux ans; — 
de né sen lo ìnen, v. sen. 

dectlta, k coté de; — decnta lo txati. 

defendre, defendre ; — de/'(pn€?o 45. 

degelll 136, contr. de agalli, faire tom> 
ber, abattre;— de^ré'Z/t (imper. 2 p. p.) ia3. 

dehllarà, déclarer; — dcAZ/àro 112; — 
aray dehllarà 90. 



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PAK LB DOYBH BRIDEL. 



107 



dehlldlà (Jomt dehlfdtà) 111, déclouer. 

dèleze 22, 74, porle de baie. 

dèmendjè 79, 136, dimaDche. 

déznl 99, demi. 

dèmlcro, mercredi. 

demontà, démonter ; — on z U demon- 
taye 76. 

don 1, 28, 34, dans. 

depèsi 72, mettre en pièces, defaire. 

deray 121, dernier. 

dere 125 dire; — dyo 118; — dite 134; — 
dézay 9 117; — de 41, 69, 96; — dgzg 82; — 
déri 58. 

dèsendo 38 , samedi; — lo desendo né 75, 
la soirée, la nuit du samedi. 

desù , dessus; — |)cr desH lo tot 27, en 



124, dès lors;— 'di^ qè 42, parceque, puisque. 
dyl (di) 2, 79, dix; — dyT -j « wé? 82, 
dix-huit. 

B 1, 2, 4, et. 

è, il, lui, eux, seulement usité dans e mlìno 
128, et dans V inversìon: fét è IH, tìt il. 
8*ebaIoyI 64, se réjouir. 
è beni eh bien! 
ecofey 59, cordonnier. 
ècù 7, 63, 69, ecu. 
ecuesl 8, contrefait. 
ectUa 8, école. 

emplla, remplir; — avydn empllai 24. 
en 20, 48, 53 en (inde). 
en, en, dans; *— en dii mot 28; — en fen 



outre, de plus. L'accent est sur la première et 46; — en bun entso 49. 



non sur la seconde, ainsi qu'on pourrait le 
croire. 

detertén 135, vacarme, se dit aussi de la 
personne qui fait du bruii. 

deval-la 7, dette. 

devey, devoir; — day (2 p. s.) 130; — 
day (3 p. s.) 46; — devay (impf.) 129; — de- 
vay, devey (subst.) 57, 135. 

dexendre, descendre, mettre bas. 

dezacuerdà, ye 26, désaccordé. 

dezonnra, déshonorer; — vo zey dezo^ 
nurà 127; — se san dezonurà 128. 

distenga 10, distinguer. 

distribùvà 93i distribuer. 

se diverti 81, se divertir. 

dizana 19, dizaine. 

dja 3, déja. 

djamè 52, jamais. 

djapà 55, aboyer. 

djebllè (Jorat dzèbè) 42, «age. 

djen 83, 106, gens, parents. 

djèrà, jurer; — djèraran 70; — avay djè- 
rà23. 

djetà 87, jeter, essaimer; — djttan 21. 

djlga 36, violon de pende valeur. 

djop 5, 11, 30, jour. 

djdre 78, se tenir tranquille. 

dJUTeno, a, 4, jeune. L^accent est sur IV. 

don 79, donc. 

dosana 99, douzaine. 

dray, te, droit; — ladraytè, la droite; 
lo dray 83, 132, le droit; — tot lo dray 93, 
sar le camp. 

dremi, dormir;— *tf drèmi 32, se coucher. 

drobUo, a, 48, 120, doublé. 

drii 28, frequemment, souvent; — 118, gail- 
lardement, rudement 

da B 28, 88, deux, f. dttcc. 

dù, dès,depui8, de;— d/Wa dglezè dau 
for canq*aii borni d'arò 25; — diì lor 51, 



encora 4, 24, encore, on dit aussi on-- 
Cora 57. 

encotsl, faire une entaille (encotsej,comr- 
mencer; — avydn encotst 32. 

enfàn 47, 50, enfant; — 102 personne qui 
fait dee enfantillages. 

enfondrà 137, enfoncer. 

enmordjl, commencer ; — ^ay enmor^ 
djàye 33. 

enèmi, ennemi; — avey le z BUhni 35, 
c*est étre en proie aux démons. 

enortsl, ensorceler, charmer;— ?nart*cl7. 

ensé, ainsi; — ensé de ensg fé 49, ainsi 
dit, ainsi faiL 

ensembllo 91, ensemble. 

entera, enterrer; — avay enterà 3. 

entre, entre; — entre mi 93, parmi. 

entreva, demander, interroger; — avay 
entrevà 84. 

entsapllé 24, pièce de fer qu*on assujettì 
sur une pierre ou un tronc pour y battre les /aulx. 

entseraiyl, mettre en chemin, faire mar^ 
cher doit étre le premier sens du mot. Bridel 
dit qu*ii signifte charmer , ensorceler, sens qui 
convieni aussi à notre endroit; aentseraiyì 119. 

entso 49, encre. 

en-wà, arranger, mettre en ordre; — fu 
enwà 111. 

epau 65, 124, fiancé, époux. 

epenasl 98, serancer (sèrezy^ peigner le 
chanvre. 

epueyrl, effrayer; — /Vi eptieyryd 34. 

8*epÙBà, se marier; s'ep&zaran 11. 

estima 96, estimer. 

etatsl, attacher; avydn etatst 19. 

etopa 99, étoupe. 

etsèlll, echapper; — etsèlleray 71. 

etsila 111, échelle. 

exén 122, raison, sagesse. 



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108 

Falley, falloir: — /o 56, 65, 87 ; — fal- 
lay m,- fallii \QA. 

fan 65, faina, l)e8oin; né fan né foia 117. 

favitlla 75, haricot. 

fé 12, fil. 

félà 98, filer. 

felle 63, fille. 

feznal-la 15, 104, femme. 

fen, fin; — a la fen 7; — en fen 46; — 
fen adjectif qui sert a ren torcer les adiectifs 
et les substanti fs prètrii, deray, 6rt, iruitén, 
cutsei et autres de signifìcation analogue; — 
fen cutset de 7ia neiire, tout à fait le som- 
met du nojer. 

fena 97, femme. 

fénlcra, fenètre. 

ferallè, ferraille. 

fere 16, 71, faire; — A"« (3« p. 8.) 21, 92. 
fazay 28, 130; fasydn 105, 134; — /"<? 6, 38, 
90; — fard 122; — fisan 62; — fare 120; — 
fazén 129; — /'? 31, 50, 51. 

fermane Ùò, le, fìaof,^illes. 

fermo 55, ferme. 

for 25, four. 

forni, achever; — avyàn foruey 33. 

futa 69, 117, manque, besoin. 

fteyta 77, faite. 

fra, dehors: — itre fru dey z ecfile 8, 
ii*avoir plus besoin d^aller à Técole. 

fa 5, fou. 

fuersè 86, force. 

fuleràyè 45, action insensée. 

fasi 28, fusil. 

fya (se), se fier, croire; — mefyo 106. 

Oalébontén 119, (iovdX galabontén)^ fai- 
neant 

galla, beaucoup, avec zéle; — rebutàgMà 
la sey 102, encouragez vous de replacer la baie. 

Grarde, le, les gardes; — avey età ey Gar- 
de 126. C*est avoir fait panie des gardes suis- 
ses qui étaient au service de la France. 

gàtà, gàter; — avyà gàtà 112. 

gentsl, remuer ; — an gentsì 125. 

gemeznén 40, garnement, polisson. 

gran 35, 82, granta 73, grand, long; — 
grantén 2, longtemps. Cet adiectif n'avait au- 
trefois qu*une forme pour les deux genres, ex : 
gran mersi 130 (Jorat ^on masi), remercie- 
ment; — gran cuz&n 95, grand souci. 

grava, étre pénible empécher ;^ai7à(?e 64. 

grenco 62, selon Bridel, qui cite ce mot 
comme employé à Montreux, il signifle contrat 
de mariage, fiancailles, repas à cet occasion. 

grendjo, e 106, fàché, irrité. 

grO 17, 72, ^rù 36, gròxa, gros;— ^n* mò, 
haut-nìal, épilepsie. 



J. CORNU. — DEUX HI8T0IBE3 VILLAOEOISES EN TATOIS VAUDOIS 

grrO 51, 70, beaucoup. 

HI, jour; ce mot n'est d'usage que dans la 
locution Vòtro hi 3, rautrejour,dernièrement. 
Aujourd'hui on dit en un seul mot Vòtri, 

HUódo 9, Claude. Ce nom sen souvent à 
designer un sot. 

hllòlà, clouer; — an hllolU 77. 

hllorén 47, 50, 92, fiori n. 

hllotse 29, cloche. 

laè 88. ici. 

Itre, étre; — s!> 2; — i 120; — <f 56, 76, 
85 ; — sen 118; — fìtej san 72, 97, 128; — ire 
5, 12; — etay 3, 8, 9; — etydn 17, 82, 95; — 
fu d 14, 55; — fn 34, 110; — /"<? 16; — ley fu- 
7'an 39, ils y allèrent, comp. 94, 107;— j^- 
7'%ldn tA\ — sey 100; — rtS 126, 131. 

ly fyJ 1» 2, y. Ce mot s'appuie sur le prò- 
nom le, de sorte qu*il forme avec lui une diph- 
thongue qui se lie au mot suivant par le y, s'il 
commence par une voyelle: ex. lei y avay, il 
y avnit. 

L, pronom pers. de tout genre et de tout 
nombre de la 3^'»« personne qui s'appuie sur le 
mot suivant; — il 12, 85; — elle 7; — neutre il, 
ce 3, 125; — 175 17, 24. 

lare 85, 86, voleur. 

larenà, dérober; — en larén^n 128. 

lau 16, 65, laìi z 129, *leur 26,31, leur 
eux. La forme leur souvent en usage mainte- 
nant et qui se rencontre dans ces deux pièces 
est certainement empruntée au frangais. 

lava 12, laver. 

ley 9, 12, 117, leiyb, 50 pron. conjonct. lui. 

ley 56, là, y. 

livrà, livrer (Jorat lévrà); — livrd 79. 

Ui (Jorat Zi) 92, 127, 133, lui accentué, 

lo 12, 15, 16; — la 10, 30; — /' 50, 59,76, 
— le, la, r, article et pronon regime; plur. le 4, 
le z 13, 20. 

*loi 83, la forme patoise est ley. 

lor, lors; — dn lor 51, dès lors. 

lùrón 74, homme fon et robuste. 

lùtseiyl, crier,hucher; — en IntseiyénSl. 

lùtserén 117, (Jorat lùtserdn), chat- 
huant. 

lùyè 44, galerie, balcon sur la fa^ade de 
Tancienne maison vaudoise. 

Ma 3, 32, 40, mais. 

ma£L 23, 86, Tun des noms du diable, mais 
comme adjectif, ce mot signifle fatigué 118. 

malBÓn 108, maison. Aujourd'hui on dit 
généralement mèzón. 

'magistrà 134, magistrat. 



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PAU LE DOYKN UKIDEL. 

malapanàyè 39, alTront, mauvais traite- 
ment (pana siguifie, nettojer avec un liuge). 

znalavyà, mauvaise vìe, vie des enfers. 

man 11, main; — la bai-la ?nan est ]a 
main droite. 

manca, manquer; — a manca 52, 137. 

manda, mander, faire venir;— «ia«rfa 81. 

manigansè 80, intrigue. 

manón 27, chaudronnier ambulane, chft- 
treur de porcs. 

maryà 54, marìer; — se ma^yàvan 62; — 
maryd 13; — maryerd 115. 

martalet 20, dimin. de marti, petit mar- 
teau. 

m.atén 11, 81, matin. 

'maugré 108, malgré. La forme patoise 
est mdgrà, 

maydjo, meydjo 51, mèdecin. 

maytón, meytén 73, 108. milieu. 

me, cas regime de ye, je 44, G6; — m* 
2, 104. 

me 17, 41, 52, plus, davantage. 

mèday qe 5, pourvu que. 

men, moins; de né sen lo men 14, pas 
moins, mais cette locutìon est plus énergique. 

mena, mener^ trailer, jouer d'un instru- 
ment Ce verbe obtient sans doute cette signi- 
fìcation par une ellìpse Ielle que ména la danse 
(comp. 116); — mrSnàve 40; — m^nàvan 26; — 
mina 102; — tfy mena 118. 

menasi, menacer; — m^nasZi 127. 

mendro, è, a 113, moindre. 

menetray 115, menétrier. 

mènistre 13, 93, ministre, pasteur. 

mère 104, mère. Le dialecte de la Suisse 
romande avaitdeux formes, i'une mayre, d'où 
meyré, mère; Tautre qui est encore usi tèe 
comme terme de mépris est mare. 

merita (Jorat mertà), mériter; — meri- 
tàde 41. 

me t sanse 22, 57, 121, propr. la mauvaise 
chance, équivaut au diable ; — cotèma de la 
metsansé coutume infernale. 

metsén 86, méchant 

mey 41, miei. 

mi, demi; — la mi tsòten 60, le milieu de 
Tété; — midjor 79, midi; — entre mi 93, 
parmi. 

tal 79, 91, 135, mieux. 

*mile 50, mille. Une meilleure forme est 
mèle, 

mimo, a, 10, 37, 92, mème. 

minàdjo 100, ménage. 

mine 30, minuit. / 

m5, mal, peine 98. Ce mot est fémiuin dans 
plusieurs locutions: p« la mò 12, parceque. Dè- 
re dou mò a cocón 14, c'est reprimnnder quel- 



109 

qu'un. Le mot mòl fém. mala entrait autre- 
fois dans un grand nombre des coroposés dont 
la plupart sont tombés d*usage. Un dicton que 
j'ai souvent entendu est Malerba nepauperiy 
mauvaise herbe ne peut perir. V. Bridel s. ▼. 
mala. 

grtl m5 36, 48, épilepsie. Dans md Va- 
dubìiy md\ est adverbe. 

mon 68, 120, ma 48, 104, mon, ma, plur. 
me z 74. 

mondo 10, monde. 

monsù, monsieur. 

monta, faire montar, piacer d*uQ lieu é- 
levè; — ey monta 107. 

montane 19, montagne. 

mor 12, bouche, visage. 

moret (Jorat murei) 136, mur. 

mot 28, 84, mot. 

se motxl 10, se moucher; — ne pà sa- 
vay se motxl se dit d'un imbécile. Il y a une 
inconséquence dans Técriture de ce mot, qui 
devrait étre motsi conformément à acrotst, 
gentsi et autres. 

moci 16, 54, moùtier, église. 

se musi, se coucher en parlant du soleil; 

— fé miìsì 16. 
mtltrà (Jorat w5fr5), montrer; — miitra 

(impér. 2 p. pi.) 83. 

se musa, s'imaginer, penser; — memnF' 
30 122. 

Na, non; — noeta 116, non certes (Bridel); 

— na pà 130, non pas. 
nà 87, nez. 
na V. on. 

nau (on dit aussi nauvo), nauva 104, neuf. 
né 37, 72, nuit; — la ne d*apri, la nuit 

suivante. 

ne 9, 30, ne; — né".... pà, ne.... pas. 

ne 10, ni; — né.... né 43, 45. 117, ni.... ni. 

neiirè (Jorat noyiré) 74, noyer. 

nevau 88, neveu. 

non 43, 56, 64, personne. 

non 1, nom. 

no z 42, 44, 57, nous; aussi n' 59, 117. 

nùtron 54, 60, 83, mitra 1, 6, 11, notre 

nutre 75, 134. 



pi 



Obeyi 104, obéir. 

oblledji, ohMger;-- se ve d'obllédjay 11; 
— fu d oblUdja 14. 

ocajón 52, occasion. 

oc5 59, maison, aujourd'hui le mot signi- 
fie habituellement cuisine. 

ofèsi 101, officier. 

omo 90, 97, homme. 

on 21, on devant les voyellep, 130, on. 



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110 J. COBNU. — DEUX HISTOIBES VILLAGEOISES 

on 8, 12, 16 OH dev. les voy. (on an 8), 
òna, UD. On dit ausai avec supprefision de la 
première syllabe n, na, n'; n 58, 123, 129; 
— na 1, 19, 34; — n* 52, 61, 111. Telle est lA 
forme du pronom indeterminé. Gomme Dom- 
bre on emploie yon 4, 72, yèna 116. 

*o]ieu (hoxmeu) 129,honneur. Cette forme 
n'est pas patoise; il faudrait onau, enau, ou 
anau. 

oqye 126, quelque chose. 

ora 102, 134 {orra 88), maintenant 

orendray 100, dès & présent. 

otro, a, 20, 25, 114 autre ; — l'atro mondo^ 
Tenfer. 

Otrii 95, autrui. 

osé 42, oiseau. 



P&t pas, nég. né.... pà 2, 8, ne pas. Ne s V 
met souvent. 

palón 72, pieu, liteau, échalas. Bridel. 

papey 48, papier. 

par, paire, un petit nombre; — onpar d'ari 
68, qaeiques années; — on par de ten 35, quel- 
que temps. 

pare 17, parey, semblable;— fot parey 
qè 21, 31, tout comme. 

parla 135, parler. 

pasS, passer, dépasser; — pa*5tje 1; — a- 
vay pasà 78. 

pau (Jorat jpii), peu;— a pan prì 37, a 
peuprès 
' pau (Jorat piì) 99, coq. 

paudio 13, ponce. 

payi 65, 71, 120, payer; —payerey 114. 

payl 23, paj's. 

paylo 82, chambre. 

per, pe, par 78; — reca fa per lo mogi 
5, rire aux éclatsdans réglises; — «cn arèva 
per on détnìcro 37, ceci arriva un mercredi ; 
pe la niò 12, k cause, parceque; — djèra per 
ti le xen xen 70, jurer par tous les saints. 

pèrda 97, perte. 

pere 126, pére. Comme matrem, patrem 
a donne deux formes payre, peyri, pèrH et 
pari, qui est un terme de mépris. 

perxnetre, permettre; -—|>tfrmgto 115. 

peroxè 94 (Jorat perotsè)^ paroisse. 

peyra, péra, 19, 136, pierre. 

pire, pi, seulement; —pà pire 8, 10, 44; 
— papi 54, pas seulement, à peine. 

pistolét 27, pistolet. 

pila tè 75, 110, place. 

pile 93, plus. 

pllentè 127, plaiute. 

poey, pouvoir;— paude 40, 121; piise 5. 

por» pour; — por laprèmtré tènablla 38; 
por n otro yMjo 123;— iJorfdn 55, pourtant. 



EN PATOIS VAUDOIS 

pòrta 36, 43, porte. 

porta 98; — porter ; —jwrtan 18; — pour^ 
tan (Subj.) 88, 92; an porta 76. 

porxón 91, portion. 

poyl, monter; —poyan 18. 

pra 137, pré. 

prau 42, 118, 122, assez. 

premi 115, 120, i>ré?mtré 38,71, premier; 
dapremi 36, 90, d'abord, du premier coup. 

prendre, prendre; —pren 84; — pré 36; 
— prenne 85; — an prey 75. 

preysón 41, 101, prison. 

prl, prix, honneur; — au pri 45, en Thon- 
neur. 

prl, près; — a pau prl 37, & peu près. 

profi 47, profiu 

profità, mettre a proflt; — profttàd€ 122. 

pratao 34, proche, prés. 

pa, puis. 

puey 94 (Jorat pue), id. 

pùdra 45, poudre. 

puer 10, pueta (Jorat put, puta)^ laìd. 

puertso 138, (Jorat purtso), allée de la 
maison par la quelle on entre a la cuisine. 

pueyrè 55, peur. 

poro 8, 35, 47, pauvre. 

puxén 19, piucenta 72, puissant, grand, 
enorme. 

pyomà 119, se plaindre en pleurant, d*un 
ton larmoyant. 

Qaysl (se), se taire: — qayzè te 118. 

qè 104, parceque, car. 

qe 1, 2, 5, 6, 8, qui, que. Le e peut s'e- 
lider, 1, 8. 

qè (Jorat qye) que, compar. 109; ponrrait 
étre un affaiblissement de co. 

qèri , chercher, seulement usitÀ à V lofi- 
nitif dans les locutions telles que olà qèri 115, 
veni qèri, 

qye 99, 119, quoi, interrogatif et relatif. 

qyentón 54, canton. 

Rafuén 8, petit bout d*homme, petit drOle, 
ragot Bridel. 

ral-loyl, rétablir, reraettre ft sa place; — 
on ral'loyì 77; — fa ral^loyi 110. 

ran 17, rien. Cette prononciation appanient 
plutdt au canton de Fribourg qu'au canton de 
Vaud où Ton dit ren. La forme ren se trouve 
137. Ran de ran 9, pas la moindre des choaes. 

raportà 89, rapporter, redire. 

rèbatà, faire rouler; — rébatàvan 25; — 
arydn rebatà 136, 

se rebifà 64, regimber. 

rebuta, remettre, replaoer ; — rebitià (im- 
per. 2. p. pi.) 102. 



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PAR LB DOYEN BRIDBL. 



Ili 



reoafà, rireà gorge déployée; recafàvan 15. 

recafSyè 106, éclat de rire. 

reculà, reculer; — reculàve 80. 

se reduire, se retirer, retourner à la mai- 
son et s'y coucher; — sereduiziran 31. 

refére 27, refaire; — eyrefè 112. 

relucà, faire les jeux doux, regnrder a- 
moureusement; — rùlucàve 8. 

remetre , remettre, replacer; — fn re- 
més 110. 

renoontrà, rcDContrer; — rencontrd 6. 

rendre 88, 1:*endpe; — rendo 113; — è 
rendu 129. 

reparà 46, 129, reparer, restituer. 

repenti (se) 71, ee répentir. 

repllantà, replanter ; — repUantaran 73. 

reprendre 89, reprendre. 

repondre, rópondre; — - repondiran 84. 

resta 33, rester, demeurer; — rM^7tJe33; 
•—restey 101; — etydn resta 106. 

resù 95, re^u. 

reterl (se) 121, se retirer. 

retumà 58, retourner. 

revèni, revenir; — revenre 89; — reven- 
drey 94; — fùran revènU 95. 

reveyre, revoir; — revi 30. 

revlre pére gran 131, arrière grand- 
pére. 

reyiiva 28, revue militaire. 

rido 40, violemment, puissamment. 

rista 114, reste. 

rodjo, e 12, 109, rouge. 

Saba 24, sabbat, assemblée de sorciers et 
de sorcières. 

sabul&yé 40, réprimande. 

salii, sortir; — etay salley 36. 

sat 97, (xat 26), sept. 

satisfère 68, satisfaire. 

savey, savoir; — se 30; — savay 10; — 
sarydn 70; — aray sa 13 (Jorat ariì). 

se 30, 109, se soi; — se mimo 10, soi méme. 

se 119, si. 

se, si (sic), *'94, 103, 121. (S' pourraìté- 
tre aussi pour le démonstratif so, ce.) 

se ben 6, si bien, de tei sorte que. 

selau 16, soleil. 

sen 22, 37, 84, ceci, cela. 

sen, sans; — sen de val-le 7. Sen entre 
dans la composition de Fidiotisme de ng sen 
qu*il est fort difficile de traduire en frangais 
et qui est d'une singulière energie: de né sen 
lo men de trey yadjo 14; — de nH sen Von 
30; — de né sen lo tserivari qe lei y ame 
s n den nutra cuména 52, pas un Seul cha- 
rirarl il n*y eut depuis dans notre village. 
sena, semer; — an sena 75. 



sénana 43, semai uè. 

sentenze 48, sentence. 

sentre, sentir; — sentivan 38. 

separa, séparer; — separàve 72. 

sey 72, 103, baie, enclos forme de pìeux. 

si 47, se 39, 84, fém. hlla, ce.... là, cet... 
là; pi. hllati 62, 124, 125. 

sita 38, citer. 

sobreqet 117, sobriquet. 

solet 91, seul. 

son 57, fa 13, HO, son, sa. 

sosè 64, ceci. 

soteni, soutenir, préter secours; — on so- 
téhii 50 

so veni (se), se souvenir; — me sovìno 2;' 
vo vo soveni 60; se sovìiian 49. 

sovérén 46, souverain. 

stti 9, 10, fém. sta 57, 60, ce,... ci, cet... 
ci, pi. stau 31. 49, 81. 

sur 85, 36, su (Jorat xil) 43, sur, dessus. 

sùbllet 27, sifflet 

suna, sonner, jouer; — sunàvan 21. 

Tan 6, 90, 34, 42, tant, si. 

tapotà, dim. de fopà, frapper, faire du 
bruit en frappant à coups redoublés; — tapo- 
tàvan 20. 

tàsà 250,mettre une taxe ; — avyan tàsFiGS. 

ten 35, temps. 

tèn&blla 38, séance en tribunal ; — selon 
Bridel ce mot n*est usitée que dans Texpres- 
sion à là premìre tenablla. 

teni, lenir; — Uno 85; — tèhivan 24. 

tèra 7, terre, champ. 

téri 45, tirer, tirer avec de armes et feu; 
— tèrì 65, détruire, renverser ; — a térì bn 62. 

termo 34, terme, le temps prévu. La forme 
plus regulière du mot est temo. 

tèsot 99, tisserand. 

tey, tay 77, toit. 

teyla 100, toile. 

to, tu, interr. ven tof 119, 132; tè, tu. te, 
te toi. 

t5, tOla 45, tei. 

tolamen 35, tellement. ■ 

tor 86, tour. 

tordjor 120, toujours. 

tordre, tordre; — at>ay tordn 61. 

tot 27, tota TJy tout, plur. ti 29, 86, tote 
37, 53; — lei y tre tot on, cela lui étaìt égal. 

trafl. 22, bruit, vacarme. 

tran 33, 118, trop 

tre 39, 102, vieux fr., très, coraplètement; 
cet adverbe sert à renforcer Tadjectif tot 

tren 10, tratn, commerce. 

trere, arracher; — treziran 152; — tfy 
tré 96. 



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112 



J. COIiNU. — DEUX UISTOIRES VILLAGROISES EN PATOIS VAUDOIS. 



trese 54, treìze. 

treynà (Jorat trenà), trainer; — treynà- 
van 19. 

trey veni e dyl, septante. 

trey z 14, 41, trois. 

trobllà, tpoubler; — fn trobllày? 35. 

tropa 63, troupe, quantité. 

trova 4, trouver; — trauve 6; — troverey 
A\; — trover&n 135. 

trtlya 27, cornemuse, signiiìe aussi truie, 
laie. 

tsa 29, chat. 

tsacón 43, 47, 50, chacun. 

tsalet 132, chalet. ^ 

tsalli, chaloir; — vo z en tsò 115. 

tsan 73, champ. 

tsasè 6, chasse. 

tsautsèvillè 23, cauchemar, chauchevieil- 
le. C'est la sorciére qui, dans le sommeil vous 
met UD pieci sur la gorge pour vous étoufTer; 
elle arrive sur un cheval aveugle qu'elle laisse à 
la porte. Bridel. 

tsècanè 130, chicane. 

tsèmlzè, 99, chemise. 

tsen 5, 56, chien. 

tsènevo 18, 75, 96, chanvre. 

tserayre, route, chemin; — grafita tse- 
rayrè 73, grand chemin. 

tseri 76, charrue. 

tserivari (Jorat tsaravari) 16, 51 cha- 
rivari. 

tsennalllrè 116, amie des uoces; para- 
nymphesqui doivent préserver Tépoux des char- 
mes magiques qui nouent Taiguillette. ^ridel. 

tserpifQ 87, sot, étourdi. 

tsèvri 22, chevrier. 

tsèsi, tomber; — tsèzai 36. 

tsi 31, 43, 57, chez. 

tsdtén 60, été. 

tstlyl, faire attention, prendre garde; — 
tsùyt (irapèr. 2 p. pi.) 103. 

ta, tdt, osé tu 89, aussitdt. 

tuer 46, 113, 130 tort, injustice. 

tupón 18, clochette de grande dimension 
qui fait beaucoup de bruit. 

txatalàn 37, 39, chàtelain. 

txati 109, chàteau. 

tyilo (Jorat tiló) 137, rucher. 

Uè 26, 82, huit. 

uey, uay 85, oui 

uey 58, aujourd*hui. 

Ùre , entendre; «— ùde ro / 44, 85 ; — è 



oyfx 17; — aryà oyil 29. 
Cita 65, Oter. 
ùzà, oser; — ùzàve 64. 

Valet 127, gjir<;on fils; le valei designo or- 
dinairement la jeunesse d'un village. 4, 16, 33. 

vatsè 18, vache. 

vauday 23, sorcier. 

velli 136, veiller, passer la soirée chez une 
Alle nubile. 

ven 56, vin. 

vendre, vendre; — a rendìi 66. 

venégro 41, vinaigre. 

veni 122, venir; —vèney 100;— vine 101: 
— seryùn vCTii't 54; — en veTìèn 136. 

vem 47, vingt. 

veprayè 126 (aujourd'hui on dit plus fre- 
quemment t'apra), aprés midi. 

ver 30, vers, aux environs de; — per ver 79. 

veref 19, touniiquet, 

véro 56, verre. 

vevo 53, veva, 1, 3, 53, veuf. 

vey 83, adverbe qui sert ft renforcer le» 
impératifs, donc. 

veyre, voir; — re 11 ; — veiyé 43. 

vèzézL 134, Yoisin. 

villo 2, ville 25, 57, vieux. 

volley, vouloir ; — volldn 79, 81 ; — vollu 
08;— an vollu 124, 125. 

vo z 42, 47, 58, vous. 

vùtron, vtltra 91, votre. 

vrè 125, vrai. 

vuiqyé 55, vueyqyó 90 (abrév. pour 
vueytéqyé), voici voilà. 

vya, vie, bruit, vacarme; vya de la me- 
tsansè, vie d'enfer. 

Xat, V. sat, 

xautà 172, 80 sauter, danser. 

xezL, Saint; — djerà per ti le xen xen, 
jurer par tous les saints. 

xen, 92» cent, 

xencanta 17, cinquante. 

xeta 28, assemblée noctume de sorciers et 
des sorciéres, bruit, vacarme. 

xtlxna 6, Anesse, terme de mépris, d^in- 
sulte pour une femme. 

Yadjo 14, 65, 123, fois; le zdtro yMjo 
130, autrefois. 

y6 13, 30, 78, où. 
yon, yèna, v. on. 



J. CORNU. 



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NUOVO SAGGIO 



FIABE E NOVELLE POPOLARI SICILIANE 



RACCOLTE ED ILLUSTRATE 



GIUSEPPE PITRÈ. 



AVVERTENZA. 

Nel dar fuori queste fiabe e novelle io non ho altro intendimento che 
quello di offrire a' cultori di demopsicologia un saggio di tradizioni popo- 
lari poco punto curate finora in Sicilia. 

Le novelle del popolo siciliano sono state raccolte, or son pochi anni, 
dalla signora Laura Gonzenbach, e pubblicate per cura e con un discorso 
sul dialetto siciliano del dott. Ottone Hartwig, e con note comparative del 
dott. Rinaldo Kòhler^Però esse, meno di due, sono tradotte in tedesco, e 
come tali non conservano quella fragranza ed efficacia che si hanno in 
siciliano; onde il prof. E. Teza ebbe a dire: «Forse dopo a* tedeschi si 
verrà anche noi; cosi che o in italiano, o in siciliano, che sarebbe meglio, 
qualcuno ci narri codeste novelline che sono nel libro dell' Hartwig e altre 
ne aggiunga: cosi che del popolo ci suoni, non l'eco soltanto, la voce*». 

Son due mesi appena, che io pubblicavo quattro di queste novelle in 
dialetto siciliano ^ saggio della ricca raccolta che formerà i volumi IV e 
V della mia Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Illustri ita- 
liani e stranieri, molto saputi in questa ragione di discipline, gradirono 
quella piccola pubblicazione: e il Mila y Fontanals dalla Spagna, il Lieb- 
recht dal Belgio, i Baroni di Reinsberg-Diiringsfeld dalla Germania, il 

1 Sicilianitche Udrehen aia dem Volksmund getammelt von L. Gonzenbach. Mit Ànmerkun- 
gen Rerahold Kòhier* s und einer Einleitung herausgegeben von Otto Hartwig. Zwei Theile. Lei- 
pzig, Yerlag von Wilhelm Engelmann. 1870. 

s Rivista Bolognese, an. IV, fase. II. 

3 Saggio di Fiabe e novelle popolari siciliane, raccolte da G. Pitrò. Palermo, L. Pedono-Lau* 
nel edit. 1873. 



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114 G. PITEÈ. —nuovo SAGGIO 

Ralston dall' Inghilterra, il Conte de Puymaigre e il Visconte de la Ville- 
raarqué dalla Francia, il D'Ancona, il De Gubernatis ed altri dall'Italia, 
tutti hanno fatto affettuose premure perchè V intiera raccolta venga 
fuori con lo stesso metodo del Saggio : tutti però esprimendo il desiderio di 
un maggior numero di note a voci oscure o poco intelligibili. Al loro gen- 
tile invito rispondo in parte con questo nuovo saggio. 

Nel quale si troveranno dieci tra novelle e fole, colte a volo e quasi 
stenografate dalla bocca d' illetterati novellatori e novellatrici della Pro- 
vincia di Palermo, senza nulla togliervi, nulla aggiungervi, o ritoccarvi. 
La dichiarazione fatta da Adam Wolf nel dare in luce la sua raccolta di 
Volksmàrchen aus Venetien, potrei ripeterla io a questo proposito ^ Di 
queste novelle la IV e la V le devo al caro giovane signor Vincenzo Gialongo 
di Polizzi-Generosa, e parte della VI al mio carissimo prof. Carmelo Pardi, 
che continuò una lezione incominciata da me. Le altre sette, compresa 
quella del Rignanti di Portugallu di Polizzi, sono mie. Le poche note 
a pie di pagina spiegano il movimento del racconto cui esse apparten- 
gono. I riscontri in fine di ciascuna fiaba sono limitati alle pubblicazioni 
state fatte nel genere delle novelle italiane da nostrani e da forestieri: 
ciò per consiglio espresso de' dotti romanisti che hanno incoraggiato i 
miei poveri studi. Le note poi che spiegano voci poco chiare sono rac- 
colte e ordinate alfabeticamente perchè lo studioso possa giovarsene a 
più usi : metodo caldamente raccomandato da Gaston Paris agli editori 
di testi francesi , e che io seguo anche per evitare inutili ripetizioni. 

Trattandosi di testi siciliani che vedono la luce in una rivista filo- 
logica italiana converrebbe spiegar le voci meno aridamente di quello 
che io fo. Ma io , a che tacerlo ? non vo' sfruttare una materia che mi 
propongo" di mettere in mostra nella raccolta generale di Fiabe e n(h 
velie che pubblicherò nel corrente anno. Per ciò appunto le tradizioni 
del presente saggio (meno una) non verranno ristampate, e faranno parte 
da sè,come cosa tutta de' benemeriti compilatori della Rivista di FilO' 
logia roìnanza. 

Palermo, nel gennaio del 1873. 

Giuseppe Pitrè. 



1 « Wir geben unsero M&rchen in der eiDf&chen, friscben, natarlichen Gestalt, wie wir aie 
«aus dem Mande dea Volkes empfangen haben, ohne Ver&nderung, ohne Zuthat, nur einzelne 
« Wiederholangenf velche auf Recbnang dea Erz&hlers komroen, vurden vreggelaasen. > Volki- 
màreKen aui VeneUen. Geiammeli und herausgegeben von Georg Widter und Adam Wolf. Hit 
Naehweisen und Vergleichungen vertoandter Màrchen von Reinhold Kólher. Nel Jahrlnuh fùr 
romanitehe und engttsche Uteratur von L. Lemcke, Vii, 1. Leipzig, 1866. 



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DI FiABB E NOVELLE POPOLARI SICILIANE. 115 

I. 

RE SONNU. 

Oc' era *na vota 'nta 'na cita nn Bignanti, chi si chiamava Re Sonnn. Chista 
avia un naturali, ca stracanciatn java di sira attintanna darreri li porti. Darreri 
la porta di'na casa tirrana ce' erana tri picciotti ca la matrì sala; e mischini! si 
campavana filanna. Ora'na siritina capita la re darreri sta porta tisa tisa a at- 

5 tintati. Talla di la pirtasa di la chiavi e vidi ana sapra la cascia, n' antra sapra 
'na scala di Ugna, e n*aatra'nta'na tavnla di manciari sapra 'uà aeggia, tatti tri 
chi filavana pi fari agghiati longhi. A la nica cci pigghiò la sonna e capazziava; 
si vota e dici: «E vattinni, sonna! E lassami stari, sonna!....» Dicina li sora: 
cZfttati! 'an sai ca la Re Sonna va attintanna darreri li porti? Si ti senti, si pò 

10 cridiri ca ta parri d' idda. » — « Ih ! e chi fa ? cci arrispanni idda. Idda l'avissi 
la sorti d'aviri a mia! Io cci facissi a prima vintrata dai figghi ca li capiddi tatti 
d'ora, e ogni joma chi cci criscissira an panna. » Si vdta la granni: < Avissi io 
la sorti di pigghiari a la capa-cacineri! qnanta tastassi tatti li cosi chi mancia la 
re ! > — < E io, dici la minzana, avissi la sorti di pigghiari a la sigritaria ! qaanta 

15 sapissi tatti li sigreti di so Maìstà ! » 

La re, eh' attintava, si scrissi la casa, cci misi la so firma darreri la porta pi 
signali osi nni jia. La'nnamani matina chiama li criatie li manna nna la casa 
di li tri sera. La povira matrì, coma li vitti, maria. La fìgghia nica, ca attrivita 
ce' era, cci dici: «Chi paara avi, matrì?» Sì ma tara di ddi rabbiceddi ch'aviana, 

so e hannn jata a Palazza. Coma acchianana , la re fa tràsiri a la nica e cci dici : < Chi 
dicisti assira qaanna filavi ? »— « Io dissi : Lu re V avissi la sortì d'aviri amia! Io 
cci facissi a prima vintrata dui figghi cu li capiddi tutti d' oru, e ogni 
Jornu cci criscissiru un parmu, > Chiama la mizzana: — « Dimmi 'na cosa: Ta 
chi dicisti assira qaanna filavi? » — « Io dissi : « Avissi la sorti di pigghiari a lu 

25 capu^ctAcineri ! quantu tastassi tutti li cosi chi mancia lurel> Chiama a la 
granni : — < Ta chi dicisti assira? » Idda tatta cagghiata: — « Avissi la sorti di 
pigghiari a lu sigritariu! quantu sapissi li sigreti di so Maistà! » La ro 
senza fari scrascia , chiama la capa-cacineri : — « Veni ccà : ta si' cantenti ca ti ma- 
rita io?»— «Maistà, si!»— «Danca chista ò tò magghieri, cci dici apprìsintànnacci 

30 la mizzana di li sora; <ce chista è tò marita» cci dici a idda. Chiama la Sigri- 
taria: — € Sigritaria , ta si' cantenti ca ti marita io ?» — « Maistà; si !» — « Danca 
chista è tò magghieri » e ci apprisintò la granni; « e chista è to marita. — E ta, cci 
dici poi a la nica, si' me magghieri ca patta chi m'ha' a fari dai figghi ca li ca- 
piddi d' ora. » E si maritara. Maritànnasi, li sora granni erana sùggichi a la som 

35 nica. «Taliàti, dicevana sempri, sta tignasa! avi a essiri saprajara nostra I Mai! 
sta cosa 'an pò essiri ! avi a finiri !.... » 



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116 G. PlTBfe. — NUOVO SAGGIO 

Sta picciotta nesci gravita; la tempu passava: la canta 'an porta tempa: tra- 
sfa'nta la so misi. Veni ca la Be va a la gaerra. Li sora di la rigiaedda s'appattana 
ca la mammana: — qaattracent' anzi di camprimenta: comanascina li picciriddi 

40 hanna a spiriri ^ e cci avi a mettiri dai cagnaledda fincenna ca idda fici st'armali. 
Fartarisci e fa an mascalidda e 'na fimminedda; li cagnaledda pronti; la mammana 
ammaccia li picciriddi, e ammastra li cani. Sti picciriddi li danana a an gazzia- 
lora, li 'nchiajna *nta 'na cascittina di lanna, o li mannana a ghittari a mari. Poi 
sti sora scilirati si mentina a spatari a la sora dicénnaccì: « Sbriagnata! Ta eri 

45 chidda chi avivi a fari li dai figghi 'nta'na vintratal Dai cani facisti, sbriagnata! » 

Veni *nta sta mamenta la Be : « Chi ce* è ?» — « E ca salati ; cagnata ! La riginedda 

figghiaa e fici-^ai belli cani !» — « Ah ! sbriagnata 1 e chista è la palora chi mi da- 

sti? Sabita an cintimala; e sia partata ddà a pani e acqaa, e ca* passa cci spatassi ! » 

Lassama a idda e pigghiama la cascittina ca li picciriddi. La gazzialora la jia 

50 a ghittari fora fora, ma la maretta si la java strapartanna di ccà e di ddà. Un 
mircanti si dilittava di jiri a piscari;*na matina di chìsti va e va a piscari; si 
*mmarca, e vidi sta cascittina ca stralacla come an specchia; si cala e la pigghìa, 
la grapi e vidi sta gioia di picciriddi : « Oh chi biddizzi ! Ghisti, anelli di la cela 
snM Tarnama, ràisi, ca pi stamattina la pisca fa fatta.» Coma janci a la casa cci 

55 dici a la mngghieri : < Sti dai picciriddi li travai accasai e accassi : natricamilli coma 
si fassira figghi mei. La vidi chi beddi capiddi d*ora chi hanna ? Tagghiamaccinni 
dai.» Coma tagghiana, ora filata! La nnamani cci trovana sti capiddi naatra parma 
longhi; la matri pìgghia la forficia e tagghia arrori: e li capiddi cci crisceru naatra 
panna. Tagghia oggi, tagghia damani, sti signari si ficira riccani. 

60 Sti picciriddi crisciana ad ara e a panta; coma jancera a li sett'anni accomin- 
zara a ghiri, la mascalidda a la scola, e la fimminedda a la mastra. La mircanti 
avia an picciridda, ma coma si nan fassi, pirchi la mircanti valia bèniri cchiù 
a li dai picciriddi chi a so figghia; e sta picciridda nn* avia*na forza di gilasia. 
Crisciana, crisciana; qaanna aviana qaarchi qaattordici anni Tana, ^na jamata scin- 

65 néra 'nta la jardina. Jacanna jacanna si stizzaniana : si vOta la figghia liggitima 
e cci dici air aatra: « Yattinni , ca qaant*avi chi vaatri siti ccà, me matri m*ha 
livata Tamari chi m'avia.» — «Coma! cci arrispanni idda, naatri *an sema frati?! » 
«Prati! pi parti d' Adama «. Si vói sapiri ca* si', acchiana sasa , grapi la camma- 
rina e vidi la cascittina anni fasti travata ca tò sora di (da) me patri qaanna idda 

70 ti vitti a mari. » Po vira picciotta ! chianconna acchiana sasa ca la sora. La matri 
cci dici : « Chi aviti ca chianciti ?» — « Coma ! naatri *an sema figghi vostri ? E qaan> 
n*ò chista, naatri nni nni valema jiri a circari a nostra matri.» La mircanti e 
so mngghieri a diri no, iddi a diri si, si nn*àppira a ghiri. La picciotta sì vi- 
stia di oma: dinari, robba*n qaantitati: si mettinn a cavadda e partina lassanna 



1 Le tristi delle sorelle s'accordarono colla mammana che appena nati dovea sostitaire i bam- 
fiini^con due cagnoletti. 

% Frase scherzevole solita dirsi a chi ci si dica parente, conpriunto. 



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DI FIABE E NOVELLE POPOLABI SICILIANE. 117 

73 a la mircanti chi chiancia a la viti ^ 'Nta la licinziàrìsi la mairi coi detti n^anedda 
e cci dissi: « Tiniti, figghi miei : vi servi a li vostri bisogni: qaanna a ana di vaa- 
tri vi saccedi qaarchi disgrazia, la petra va addivintanna scara. » 

Danni passavana sti picciotti erana la maravigghia di tatti. Caminannn ca- 

minanna^ anni vanna a pòsana? nna la citati di la Ee Sonna. Tràsina 'nta 'na la- 

so canna e s* alloggiana. La lacanneri coma li vitti allacchfa di li biddizzi 'nnami- 

rabbili ch'aviana; e cci dissi: «Ora, signari mei, di li tanti biddizzi chiaviti, io 

nan vogghia manca an grana di vaatri : camannati chidda chi valiti. » 

*Nta sta lacanna cci bazzicchiava an principi, ch'avia an gran palazza davanti 
la palazza riali; coma vidi a sti picciriddi, ca si patiana diri ancora picciriddi, 
sr> cci dici:«£pirchi aviti a stari a lacanna? Io aja an palazza avanti la palazza di 
la re; si tanta T aviti a piacirì, e io pozza rici viri Tenari, vinitiala me palazza, 
e tatta senza dinari : di la tanta sanga chi mi faciti ». Sti picciotti accittara e si > 
jera a'mpalazzari 'nta dda gran palazza. Ogni matina la frati tagghiava lì capiddl 
d'ora a la sera, e la sera cci li tagghiava a la frati, e la beni e li ricchizzi cci 
90 assammavana coma Tacqaa. Unjornadi primavera ce* era Tacchiddadi la Sali; 
affacciara e si misira a 'rricriari, e ca la Sali li capiddi cci stralaclana. Affacciana 
e afi^cciana ^ li cagnati di Re Senna : « Gesa chi biddizzi 1 Farina 'na stampa li nostri 
nipati.... Iddi sa* ! » E accaminzara a machiniari pi falli spiriri. *Na vota dici ana 
di li som a la picciattedda, ca era so nipati : «Belli sa* tatti ssi cosi eh* aviti! ma 
05 sapiti chi cci ammanca*nta ssa casa? Tacqaa ch'abbaila, la pamu chi sona e 1* ocedda 
chi parrà. Si la valiti davera beni a vostra sera, vai cci 1* aviti a pricarari sti 
cosi.» Sintenna accassi cci dici idda a la som: «Sera mia, sti signari dicina ca 
cci vonna sti tri cosi: e io aja pinsata di jìlli a pigghiari. » Parti e fa li gran 
camini. Li ziàni 'n videnna la nipati ca li capiddi la sira carti e la matina Ion- 
ico ghi diciana: «Chista dda birbanti di nostra nipati avi a essiri; ora nai la livama 
di 'mroenza.» Mànnana a chiamana la mammana e cci dicina: « di *na manera o 
di naatra, a sta birbanti nni V avoma a livari di *mmenza; » e cci danana qaattra- 
cent*auzi pi camprimenta. La mammana fa an bella pastizza *nvilinatu e la porta 
nni la picciotta; trasi e dici ca idda era la ziana di la signorina; li criati nn* ac- 
105 cattara, la e ficira tràsiri. Coma la vidi: « Figghia mia, io sugna tó nanna; io nan 
la sapia ca ta eri ccà; ora vinni e ti purtai sti pastizzi. » La picciotta dissi *nta 
idda: «Io, ziani na nn*aja; ma pam.... » Poi cci dissi: «Bella è sta pastizza: a 
menzijorna mi la mancia. » Coma idda si nni jia, la picciotta pigghia la pastizza, 
la qaartla e cci nni dana un quarta a an cani ; la cani s* agghiammariaa e ar- 
no risto tisa tisa. *Nta mentri, pigghia e talia V anedda, e la petra era niara: « Tradi- 
mental tradimenta!» dici idda; e si pigghia la pastizza e la jetta*nta la nicis- 
saria; e accassi 1* anedda addivintò bianca. 

Lassama a idda, e pigghiama a la frati. La frati avia fatta li gran camini. *Na 
sira cci scnrò *nta an rimitoria. Coma 'ncagnaa si fici asséntiri. «E chi vai facennu 

1 Piangea come una vite tagliata, direbbero in Toscana. 

2 Ripetizione delle novellatrici per dare maggior tornio e tono al loro racconto. 



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118 0. PITBÈ. -^ NUOVO SAGGIO 

U5 a sii parti diserti ?»ccispija la rimita. — «Patri mio, io yaja circamm Tacqna 
ch'abballa, In pamn chi sonale Focedda chi parrà.»— «Figghin mio, tachisi^foddi?! 
£ nnn sai ca cu' va a pigghia sti cosi, arresta di màrmuru?» Lasirala rimita 
Tarrisetta; cci dana aa pezza di pani e nn gottn d'acqna, e si va a carca. La'n- 
nnmani matina cci dici: «Te' sta qnartara, attaccatilla a In coddn; passa cchiù 

ISO avanti, ca ce' è mò frati, ca nni sapi cchiù assai di mia. » 

Accnminzò stn picciottn a caminari. Ddoppn tri, qnattrn simani, cci scara 'nta 
naatra rimitorin.— a Bona sira, santa rimitnl »— < E ta chi vai facenna a sti parti di- 
serti?»— «Patri mio, io v^ja circanna Tacqaa ch'abballa, la pama chi sona, e 
Tocedda chi parrà.»— «E nan sai, figghia mio, qaantnfigghi di rignanti hannn 

ìf5 arristata di marmara pi ghiri circannn sti cosil Ora pi stasira va' cùrcati, ca' do- 
mani si cci pensa. » Ln'nnnmani cci dici : —« Bella già vini, te' sta gaggia; passa 
avanti ca ce' è mò frati la granni, ca iddn nni sapi cchiù assai di mia. Zocca ti 
dici iddn, ta fai. » Parti e fa li gran camini; ddoppn tri simani cci scara 'nta naa- 
tra rimitorin. — « Bona sira, santa rimita I » — « E ta chi vai facenna a sti parti di 

130 serti ? E nnn sai ca ccà cci snnnn serpi, scarsana e armali firoci?» — «Patri mio, io 
vajn circanna l' acqaa eh' abballa, la pama chi sona e l'ocedda chi parrà. » — YihI 
figghia mio, la còria cci appizzi. Ora pi stasira jàmanni a carcari , ca dnmani si cci 
pensa.» La' nnamani : — « Ora senti eh' ha' a fari, fìgghia mio : La vidi ddn gran pizza 
di mnntagna? Ddà sapra trovi an gran passetta; trovi arvali di ccà, arvali di 

135 ddà: soni, balli, canznni, gridi; cai ti dici: Cavaleri, viniticcà; cai ti tirali 
rebbi. 'Unti vntari, sai! masinnò addiventi di mannara. Aatra'an ha' a fari, chi 
signàriti cn la paseri: Jesu Nazzarenu re di li Judei, misererà nobiK Como 
trasi e passi tatti st'arvali, trovi *na fantana; stappi la qaartara e ti la jinchi. Iddi 
ti chiamann: Cavaleri, ccà! viditi: semu tutti amici! Nan ti vatari. Passanna 

140 avanti trovi an arvnla; ddà ce' è an pnam chi sona, e sona 'na cosa bella assai.... 
Tn appnnti li pedi 'nta la staffa di la tò cavadda, 1' afferri e la sarvi. Ddoca ti 
senti chiamari a vaci echiù forti: Cavaleri, cavaleri, ccà, viniti ccà. Ma ta 
nan ti vatari. — Trovi an arvnla granni cn n'ocedda. Adacia adacia l'afferri, la 
'nehioj 'nta la gaggia , e allippi senza vntàriti '. » 

145 La pieeiotta parti; fa la so camina; janei a la pizza di la mantag^a; trova la 
passetta, e caminannn caminannn senti li gran vnci : Cavaleri, viniti ccà, Bellu 
giuvini! chi siti òeddu! Veni ccà, veni J oca! Ca' nni parrà 3? Dui òricchi avi 

1 Ecco come gìange al popolo il latino ecclesiastico. E meno male quando sia cosi ! Ma nelle 
litanie ho udito a ripetere : Sali e tapienzia (sedei %apientiaé) : Vassa 'nsigna divuzioni {Vas in- 
signe devoUonis) ; e altrove: Virga senza grappa, [Virgo sine culpa). Vedi a questo proposito 
la nota 2, p. 303 del voi. II de* miei Canti Popolari, 

t In una lezione trapanese da me raccolta c*ò quest^altra avvertenza del romito: e Intra la 
funtana c'esti (c'è) un armali flroci ; quannu tu lu vidi compariri ci jetti un gruppu a scurri- 
turi (un nodo scorsoio) e lu'nchiacchi (stringi). Poi trovi TaFvulu di li puma d*oru; ogni minutu 
ni cadi unu. Si tu nun si' guagghiardu a cogghiri lu pumu chi sona, li pumad'oru cadinu e ti 
acaccianu (schiacciano) la testa. Veni poi Toceddu chi parla ; quannu iddru ti vidi sbatti Tali 
e ti sbrizzla (spruzsa) cu 1' acqua di la funtana. Tu allura att&ppati V occhi ccu 'na fogghia, 
BÌnnò annorvi >. 

3 Chi ne parla (che egli debba andar là)? A chi la contano? 



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DI FIABE E NOVELLE POPOLABl SICILIANE. 119 

Brasi, d'una nesci o di nantra trasi. Janci a la fantana, jinchi la qnariara e tira 
avanti. Janci airarvuln di la pama; affòrranni ana, si la sarva e tira avanti; 

i.'io janci alFarvala cu Tocedda, l'afferra, la gaggia aperta ^ e lu'nchiig. Chiddi di 

ddà a sgargiàrisi: Veni ccà, cavaleri! ccà coi su* V amici; ma iddn, pipa! 

La som taliava sempri Tanedda, e vidia la petra bella bianca, e si cansalava. 

Ddoppu la gran viaggia, la frati janci e coi porta sti cosi a la sera. Li ziani coma 

la vittira, agghiarniara li pama* ! La palangàna d'argenta era bella pronta; la frati 

1 .5 stissn ceiba misa Tacquae rhamisn 'ntalu finistrani; Tocedda la misrnta'na gag- 
gia d'ora, e la pama Tappizzaa: V acqaa abballava, Tocedda cantava e la pama 
sanava eh' era un piaciri. La Be s' arraspigghia, senti sti belli cosi , affaccia. « Oh ! 
chi dili^ia! E cai cci pò cuntrastari ca sti signarì!» La'nnamani la re'nvitòa 
la frati e a la som atavala ca idda, e cci dissi ca li valla ca la pama, l' acqaa 

ioo e r ocedda. La Daminica sta frati e sta sora vanna ca sti tri cosi; s'assèttann a ta- 
vola. Si. vota r oceddu: « Maistà, ccà cci nni mancana pirsuni! » Si vota la re: — 
4cE ca'cci manca?» —<Cci manca la riginedda, e si nan cc'è la riginedda io mi nni 
vaja; si veni, canta an bella canta.» Li ziani mòrsim, e si taliàm occhi 'nta oc- 
chi. Lu re 'an appi chi fari — « Sabitu, dici, faciti vestiri la rigina e facitila vèniri 

ifM ccà. » L 'hanna livata di la cintimala, e 1* hanna acchianata sasa. Paviredda, avia 
la peddi e V ossa! Si vota V ocedda: « Chista avi dicidott' anni chi nan tasta vroda: 
datici 'na tasui di vroda!» Si vota ca la frati e la som: «Yaatri assittàtivì ana 
a an lata, 1' aatm a nantra lata di la re. Manciamu, ora ! » E si misinu a man- 
ciari; ma li ziani avianaan gran cntagna, e mò som^ nan cci calava. A la flnata 

170 di la tavala, si vota 1' ocedda e dici: 

« 'Na vota ce' era an Re, chi si chiamava Re Sonna; e siti vai,— cci dici a In 
Re. — Vai aviava un certa vizieddu: d'attintari darreri li porti. 'Na sira sti tri signari 
chi sa' ccà: la vostra signora e li vostri cognati, dìssino accossi.... » e ci contau 
tatto lo discorsa di dda sira. Lo re coccava a dd' ocedda, e li palori si l'agghiot- 

175 tia. € Sècota, ociddozzo mìo. » — < E cb'ajo a sicotari! »-< Sòcota, ociddozzo, ca mi 
piaci.... » E r ociddozzo cci con tao totto lo 'nchino di la 'mpanata. Como iddo fì- 
nio, la matri assintomao, li figgbi cbianciano di tinnirizza, e li cognati si fa- 
ciano di milli colori. « E chi castio si miritassiro sti 'nfamona? » dici lo re Sonno. 
« 'Na carcàra di foco, — arrisponni botto 'ntra botto l'oceddo,— e'na cammisa di pici 

190 pi iddi; e pi la mammana, jittata di lo finistmni, e poi abbmciata co iddi.» A 
mano a mano l' hanno pigghiato, e l' banno abbrociato a tatti tri. Lo re cci ad- 



1 Frase ellittica comò infinite altre, per significare: la gabbia era già aperta, pronta. 

C Motteggio per significare che le zie de* giovani fratello e sorella impallidirono (come in- 
gialliscono le mele) a vedere il nipote reduce con Tacqua che balla, Tuccello che parla e la 
mela che suona. Notisi che il verbo agghiarnarte fa sentire in so di appartenere al nomina- 
tivo ziani e al nominativo puma. Co8\ è questo linguaggio pieno di figure, spezsato, ellitico. 
na etiicacissimo. 

3 Vedi un po' che razza di linguaggio! Me <oru , m-a sorella, qui significa la minestra, le 
vivande. La frase vuol dire che le zie non potevano mandar giu un boccone, una cucchiaiat.i 
qualunque. 

10 . 



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120 O. PITBÈ. — NUOTO SAGGIO 

damannò pirdana a la rìg^inedda di zoccu cci avìa fatto, e Tonn di Vaotra si Tòsira 
sempri beni. 



Iddi arristarfi fllici e cuntenti, 

E nui setnu cc& e nnì atricamu li denti l 



Palermo. 



Di questa novella ho raccolta una lezione col titolo Lifigghidi lu Ztt 
Peppi hi cavulicciddarii, e tanto essa quanto questa lezione di Re Sonnii 
sono le stesse di quella che leggesi nelle Sicilianische Màrchen della Gon- 
zenbach, n. 5: Die verstossene Kónigin itnd ihre heiden ausgesetzien 
Kinder, ove i figli son due: uno maschio ed una femmina. Nella Novel- 
laja fiorentina^ cioè Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal det- 
tato popolare e corredai*) di qualche nolerella da Vittorio Imbriani 
(Napoli, Tip. Napoletana, MDCCCLXXI) si confronti colla nostra la VI: 
L'uccellino che parla, e la VI bis: Liiccel bei-verde, ove la più pic- 
cola di tre sorelle promette e dà alla luce « due maschi di latte e sangue 
coi capelli d'oro, e una femmina di latte e sangue co' capelli d' oro e 
una stella in fronte;* onde un pescatore, che li raccoglie in Arno, s'ar- 
ricchisce tagliando loro i capelli e vendendoli. Le cose che essi vanno a 
cercare sono: « uccello che parla, albero che canta, fontana che brilla. » 
Si confronti anche colla XV e colla XVI delle Novelline di S, Stefano^ 
raccolte da Angelo De Gubernatis (Torino, Negro Ed. 1869): / cagnuc^ 
lini e II Re di Napoli. Leggasi nelle Tredici piacevolissime notti di M. 
(t. Francesco Straparola da Caravaggio. (In Venetia, appresso Zanetto Za- 
netti, MDCXIII) la fav. 3*^ della notte IV: « Ancillotto re di Provino prende 
per moglie la figliuola d'un fornaio, e con lei genera tre fighuoli, i quali 
essendo perseguitati dalla madre del re, per virtù d* un'acqua, d'un pomo 
e d'un uccelletto vengono in cognitione del padre.» 

Lo stesso fondo ha il III racconto della Posìllccheata de Masillo Rep- 
pone de Gnanopole(Nap., Migliaccio, 1751): La'ngannatrice*ngannata, 
e U esempi di trii fradej, nov. XII della Nov ellaj a Milanese , esem- 
pii e panzane lombarde raccolte nel Milanese da Vittorio Imbriani 
(Bologna, MDCCCLXXII), ove però manca tutto quel che riguarda il 
matrimonio delle tre sorelle, la promessa dell'ultima al giovane re, e 
quindi le male arti che condussero i giovani alle pericolose avventure 
che sono nelle succennate leggende. 

Molti punti di riscontro colla nostra ha la Cerva fatata, tratt. XI 
della Giorn. I del Cimto de li Cunti, ovvero Trattenimento de peccc- 



1 Chiusura ordinaria e consacrata delle novelle popolari. Altre ve ne hanno, che riferirò nella 
mia raccolta di ffovelU e Fiab^, voli. IV e V della mia Biblioteca delle Tradizioni Popolari Mi- 
cìHawe. — Per lacere d«»gli altri riscontri le 'novelle toscane hanno 

E M ne TtiMTO • M De gode Itero, 

R a me nuli» mi dettero. 



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DI FIABE B NOYELLB POPOLARI BIGILIAKE. 121 

rille de Gianalesio Abbattutis (G. B. Basile): «Nasceno per fatagione Ponzo 
e Canneloro. CaDneloro è *inroidiato da la Rrecina, mamma de Ponzo, e 
lo rompe Io fronte. Canneloro sse parte e, deventato Re, passa *no gran 
pericolo. Ponzo pe vertute de *na fontana e de 'na mortella sa li trava- 
gli suoje e vace a liberarlo.» 

Altra variante della nostra novella è Die drei Schónheiten der Welt 
(Le tre bellezze del mondo), nelle Màrchen und Sage^i aus Wàlschtirol 
di Chr. Schneller (Innsbruck, 1867), n« 26 e nella 26*, delle Anmerkun-' 
gen und Zusàtze, ove le Ire bellezze del mondo sono; « El pom che 
canta ; l'acqua che balla; Tuselin bel verd. » 

Nel Grigoliu Papa della mia raccolta si legge tutta la parte del rin- 
venimento de' bambini in mare , e della loro educazione in casa del mer- 
cante, compresi i battibecchi dei figli legittimi di lui coi poveri trovati. 

Nella Prezzemolina, n. XII della Novellaja fiorentina, le fate per 
perdere Prezzemolina la mandano dalla Fata Morgana a prendere la sca- 
tola del Bei-Giullare; tre donne la incontrano in tre volte, e compian- 
gendone la sorte le danno consìgli ed aiuti. 

Il fratello e la sorella che vanno a stare rimpetto al palazzo del re, loro 
padre, richiamano a Margarita la sapienti della mia raccolta. Il viaggio 
disastroso e le difficoltà vinte dal fratello nell'entrare nel palazzo del- 
l'acqua che balla, richiamano a quelle della nov. 26 delle Siciìianische 
Màrchen: Von dem tapfern Kònigsohn, e danno una certa idea di 
quelle del cavalier brettone nella nov. di A. P. Doni Gualtieri d'Amore 
ecc. (Prose antiche di Dante, Petrarca e Boccaccio j 41, Libreria II, 
art. BrettoìieJ. Il drago ha gli occhi aperti e dorme, li chiude, e veglia. 
V. la nota 1, pag. 40 delle Novelline di S. Stefano del De Gubernatis. 

Riscontri di tutta Europa vedi nelle Vergleichenden Anmerkungen 
von Reinhold Kòhler delle Sicil Màrchen, voi. 2^, pagg. 206-207. 

(Continua.) 



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VARIETÀ. 



ANTIGO PORTUGUEZ CITA. 



No antigo Cancioneiro portuguez publicado por F. A. de Varahagen com o ti- 
tolo de Vrovas e cantares de um codice de XIV secido, etc. (Madrid, 1849) 
encoDtra-se a forma insolita cha na segnìnte passagem : 

A mais fremosa de quantas vejo 

En Santaren e que mais desejo, 

^ E en que sempre Guidando sejo, 

Non cfia direi, mais direi comico: 

Ay Senterigo! ay Senterig^! 

Al é AlfanXf e al Seserigo! 

Eia e outra, amigo, vi-as, 
Se deus me valla, non a dous dios; 
Non cfia direi eu ca o dirias, 
E perder^t'ias por en comigo. 

Ay Senterigo I ay Senterigo! 

Al é Alfanx, e al Seserigo! 

sor. Theophilo Braga disse algum^ consa aproveitavel para a interpretalo 
do estribilho d'assas estropbes nos sens Trovadores galecio-porttiguezes (p. 67^s.), 
comqnanto en nao posso concordar em tndo o que elle escreve a esse proposito, 
comò mostrarei n'nm artigo que deve ser publicado no fascìculo 8*» da Bibliogra- 
phia critica; mas aqni so tractamos da forma cha. Quo significa ella? Oufa- 
mos a^opiniSo do mestre dos romanistas: « Dieses cha kònnte etwa eine andre Form 
sein fùr^a (neugallic. a?a), die Verbindung non ja ist ja ùblìch; aber ein solchor 
Wechsel zwiscben^ und eh scheint in àcbt port. Wórtern nicbt Statt zu finden, und, 
was die Hauptsache ist, ùberall setzt die Handscbriftya. Solite cha gelten far cha ^ 
chamentej so dass die Stello biesse: icb werde die Scbònste nicbt geradezu non- 
nen, sondem bei mir selbst sagen n. s. w? D. 25 bat de chao =, span. de liana obne 
Umstànde » (Diez, Vber die erste portugiesische Kunst- und Hofpoesie, p. 123). 
Pode-se objectar ainda à primeira explica9ào proposto que no antigo gallego nao 
se encontray lat. mudado em eh, {ce ortbographia mod.); assim Affonso X diz: 
Joachin, jazia, ja etc, que o gallego moderno mudou em: Xoachin, grazia. 



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VARIETÀ. 128 

xd. Contra a segunda explica^ào ha a objectar qae os adjectivos nsados adver- 
bialmente (em logar das formas em -mente) o sào sempre na forma mascnlina : 
caro (= caramente), duro (^-duramente) etc; ora é tao facil admittir qtio o 
copista deixasse de pOr o sìgnal da nasalidade (^) sobre o a, qaanto diffidi pen- 
sar que elle tenba escripto cha por chào. gallego antigo e o moderno offerecem 
mejo de resolver a qnestao. N'essas phases dialectaes che é urna forma do pronome 
Tegimen da segnnda pessoa singnlar (vid. Saco Arce, Gramdtica gallega, p. 55), 
Eis exemplos do emprego d' essa forma assibìlada do pronome te nas Cantìgas di^ 

Affonso X: 

Deu-Ihe por end e hfìa al va 

quo nas sas festas vestisse 

a virgen santa e salva. 

e eu dando-ira He disse: 

— Meu fillo esto cA'envia {orig. chenuia). 
Castro, Bibl. eipùn. li, p. 362. 

Macar poucos cantares 

acabei, e con son, 

virgen, dos teus miragres, 

pe^ cA'ora (orig, chora) perdon. 
Epilogo das Cantiga$. 
É escnsado dizer que o sentido de cha = fa, te a convém perfettamente às 
estropbes do Cancioneiro portngaez e qne està particalarìdade revela origem gal- 
lega para o anctor da canti ga, o qnal freqaentaria , comò tantos nobres e poetas 
do Galliza, a corte portagneza n*aqaella epocha. 

Porto (PortugaJ). fevereiro de 1873. 

F. A. COELHO. 



SUL DOCUMENTO SARDO DELI/ ANNO 1173. 

(V. pp. 52-53.) 

Quando pubblicai nel primo fascicolo della Rivista il testo di questo documento, 
io credevo inedito. Qualche tempo dopo però il comm. de Vesme * per mezzo del si- 
gnor Gamurrini mi tolse questa illusione , e seppi che era stato già pubblicato dal 
Tronci nelle Memorie istoriche della città di Pisa, Livorno, MDCLXXXIL 
p. 137, e di là riprodotto nel Codex Dipi. Sard, I, 243 (Hist. Patr. Monum.) e 
negli Annali Pisani di Paolo Tronci^ rifusi, arricchiti di molti fatti e se- 
guitati fino all'anno i839 da E. Valtancoli Montazio ed altri. Seconda edizione 
accresciuta delle Memorie storiche di Pisa dal i839 al i862 da Giovanni 
Sforza ». Pisa, presso A. Valenti 1868. 1, p. 348. 

1 In appresso anche il sig. G. Flechia nella benevola critica che fece del nostro periodico 
nella Rivista di Filologia e d*!struzione classica, I, 403 ss. citava quelle edizioni. 

2 É carioao che lo Sforza dice che il nostro documento si conserva nell* Archivio dell'O- 
pera; il che farebbe sospettare di una sottrazione molto recente. Ma quest'asserzione dello Sforza 
è sulla fede del Tronci : il documento era stato tolto assai prima. Ad altri spetta di precisare 
questa data. Il sig. Oamurrini, cui si deve la conservazione di questo prezioso monumento, sì 
ó generosamente deciso di renderlo alPantico possessore. 



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124 TA&IETÀ. 

Fortunatamente per me ii testo del Tronci ò cosi imperfetto da non rendere ponto 
snperilaa la naova mia edizione. Chi si voglia dar la pena di confrontare le due 
stampe, si convincerà che quella del Tronci (per dirlo colle sne parole) «è in 
lingua antica più barbara che sarda », laddove la mia riproduce fedelmente ^ il te- 
sto in lingua purissima di Sardegna. Una communicazione fattami gentilmente dal 
prof. N. Delius, autore della pregevolissima dissertazione, Der sardtnische Dia- 
lekt des dreizehnten Jahrhunderts. Bonn. 1868, avvalorerà il mio giudizio sulla 
purezza della lingua di questo documento: «Le sono molto grato per la stampa 
del documento Sardo. Esso m* interessa specialmente perchè mi conferma nella o- 
pinione più volte esternata nella mia dissertazione ; cioè, che i documenti sardi più 
antichi, nei Mon. Ilist. patr.y furono assai rammodernati dalle mani dei copisti 
posteriori e perciò non rappresentano punto il dialetto puro dell* isola nei sec. XI- 
XIIL. Invece il documento pubblicato da lei rimase interamente intatto e rivela 
essenzialmente tutti i caratteri che io notai nella lingua degli Statuti di Sas- 
sari. Così il gutturale k davanti e ed i (fìskimus, anhilla, kertait); poi lo strano 
th (perthinenthia, eclithia, iustithia); finalmente le forme flessive verbali d(»l 
perfetto (fekimus, appit, deimus) ed il gerundio essende. Anche Tuso di nar- 
rare per dicere già si riscontra: €Suna naran Mariana L*una chiamano Ma- 
ria etc. L'apocope del t nella terza pers. plur. è parimenti notevole (fUrun), poi- 
ché più tardi questo t finale riapparisco di nuovo benché manchi ancora negli 
Statuti di Sassari. Negli Statuti come anche nel suo documento si adopera ò e t? 
promiscuamente (voluntate, boluntate). Anche onniu per V it. ogni , si trova 
tanto qui che là.» 

Avendo avuto notizia che il conte de Yesme stia preparando una raccolta com- 
pleta dei più vecchi documenti in lingua sarda, non aggiungerò qui altro per il- 
lustrare la scrittura in questione, ben persuaso di quanto in ciò m*avanzerebbe il 
valente specialista. Solo m'auguro che l'opera sua non si faccia troppo aspettare. 

Edm. Stbnobl. 



1 Portatomi recenteinenM a Firenze, confrontai le due lezioni fra loro e coli* originale. Si 
corregga nella mia edizione: — linea 5 bis e 6 bis, prosancfa per prò sancta. I. 7, prosanclu 
p. prosoncCu. 1. 9, Bnoisfekirattl p. Enois fekìmiM. 1. 14, pertinenthia p. pertinentbia). 1. 15, saiu- 
etithiap. sanistithia (Tronci :8a vastichia). 1. 17, isspanu p. ispanll. 1. 19, e alteros me[cu] (Tronci: 
meta). 1. S6, desadomo p. de sa domo. 1. 30, ove la pergamena adesso A forata il Tronci leg- 
geva : Bothie. Credo superfluo enumerare gli sbagli del Tronci . 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



Biblioteca catalana de les mes principals y eletes obres en nostra llengaa nm- 
terna escrites axi en est Frincipat com en los antichs realmes de Mallorcay Va- 
lencia, fetes estampar ab grand esment per amadores de les lettres de la terra, 
sots dìrecció denMarian Aguiló y Fuster del core de bibliotecaris, archiners etc. 
Barcelona, llibrerìa d'Alvar Verdaguer. 1872 in S*. (Pnblication mensnelle à 4 
fenilles). 



I^ premier fascicule de cette importante pu- 
biication est compose de quatre feuilles, doni 
chacune contient le commencement d'une oeu- 
vre differente. Ce mode de publication, qui dans 
un interét scìentidque peut ne pas paraftre très 
avantageux, a élé déterminé par le désir de ren- 
dre cette collectìon populaire dans le public ca- 
talan. Les fòscicules se succédant du reste tous 
les mois, on ne tarderà pas ft posseder quatre 
ouvrages complete. Le premier de ces ouvra- 
ifes, de beaucoup le plus important, est la chro- 
iiique de Jacme T' qui est publiée ici d'après 
le nis. de la bibliothèque de S. Juan de Bar- 
i-elone» de 1343 ; en oulre le tene est accom- 
pagné des principales variantes de Tédition de 
Valence de 1557. 

L^authenticité de la chronique de Jacme I*"* 
a été, comrae on le sait, très contestée. Indépen- 
damraent de Villaroya de Valence dont les ar- 
guments, qui reposaient du reste sur une con- 
uaissance plus que superfìcielle de la question, 
ont été très bien réfutés par M. Ch. rie Tour-- 
toulon (Jacme I*^ le Conquérant li, 531-530; 
Gervinus (Historische Schriften p.216^ note 
104; et Adolf Helfferich (Rayniund Lull und 
die An fùnge der catalonischen Literatur p. 
Ci2^1J ont fortement attaqué Tauthentìcitède no- 
tre texte, sans avoir pour cela fait réellement 
avancer la question. A notre avis un jugement 
définitif ne pourra éti*e porte que lorsqu'on sera 
arrive par une étude sérieuse des mss. a con- 
stitner un texte critique de la chronique royale. 



Aussi avons-nous pensé qu'il ne serait pout- 
étre p£is inutile de réunir ici les renseignements 
que nous avons pu rassembler sur les mss. de 
ce texte. 

I. Bibl. de S. Juan à Biircelone. Ce nis. a 
été souvent cité, mais on s'est bonié à tran- 
scrire son expUcit et à en tirer différentes con- 
clusions toutes plus ou moins prématurées. D*a- 
près cet explicit, qui dit que le ms. fut écrit 
en 1343, par Tordre de En Pone- de Copous, 
abbé de Poblet, certains énidits Fedro Serra 
dans son histoire de Monserrat et Baltȓ6sar Sa- 
yol dans celle de Poblet (d'après Tijrres Amat 
Diccionariode los escritores catalanes p.318) 
affirmèrent qu'il avait élé copie sur Toriginal de 
la chronique, le quel aurait été enlevé par Marca. 
Villanueva (Viage literario à leu iglesias de 
Espana XVIII, 255 et suiv.> remarqua avec rai- 
son qu'on ne peut rien tirer de semblable de 
Texplicit qui ne dit nullement que le ms. air 
été copie sur Toriginal ou sur un autre ms. con- 
serve au monastèro de Poblet. Ce monastère é- 
tant connu comme le lieu ou reposaient les re- 
stes de Jacme I«% et tm des plus anciens nì«. 
de la chronique de ce soiiverain ayant été é- 
crit par Tordre d'un de ses abbés, cela a paru 
suffisant pour conclure que Toriginal avait été 
conserve en ce lieu. Le public possederà sous peu 
le texte compiet de cet important ms. dans 1 1 
collection de M. Aguiló. 

II. Bibl. du comte de Ayam^ms a Majorquc 
^Palma?). I/explicit on a été donne par M. Qua- 



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126 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



ihrado (Historia de la conquista de Mallorca. 
Palnn 1850 p. 13) Le voici: « Mandato sere- 
nissimi domini Petri dei gratia regis Ara- 
ffonum etc, ego Johannes de Barbastro de 
scribania predicti domini regis Aragonum 
oriundics Cesar augusta Iberi, in civitate 
liarchinone anno a nativitate Domini MCCC 
octuagesimo scripsi ». M. Aguìló (d'après une 
conìmimication quMl a bien voulu nous faire) e- 
fip'"^re pjuvoir joindre h la fin de son texte \es 
variantes que lui offrirà ce ms. 

III. Bibi. du due de Osuna à Madrid. M. A- 
Miadur de los Rios CHist de la Ut. esp. IH, 
tUl note^ dit s'.étre servi p)ur son étude sur la 
chronique de Jacme I*' d'un ms. de la biblio- 
ihèque du due de O^una qui p )rt^ le ti tre suì- 
vant: « Libre qtie feu lo glorio^ Rcy En Jan- 
m-?, per la gratia de Dsu^ rjy DaragOj de 
Mallorques e de Valentia y Comte de Bar- 
t'c.lona e di Urgzll e de Muntpeller de tots 
fits fets e d3 les graties que notre senor li 
feu en la sua vida,* 11 est très regrettable que 
i'i} savant n'ait ptvs jugé utile de nous rensei- 
gner sur Tàge de son ms. Sì le titre est de la 
inéme epoque que le texte, celui-ci doit étre as- 
se/, moderne, car la forme Jaume pour Ja- 
r,ne est très postérieure au XIV»*'»* siècle, 

IV. Bibl. nat. de Madrid P. 67. M. Helffe- 
ri(th (liv. cité p. 05) en a donne l'explicit: « Ego 
Johannes de Barbastro escribaina Regis Pe- 
tri in civitate Barchinonae anno a nativi- 
tati Domini millesimo CCoctuagesimo scri- 
j>si. » Par ces mots , qui terminent le ms. (qui 
nVst du reste qu*une copie du XVir^^™* sìècle 
et non, comme on pourrait le croire d'après 
M. Helfferich, de 1280) on peut vraisemblable- 
ment conclure quMl a dùt étre copie sur. le ms. 
de Majorque. Le copiste aura sauté un C. 

V. Bibl. nat de Ma^lrid M. 32. D'aprés le 
t-atalogue de cette bibliothèque publié dan^ le 
II'«nie volume de Quadrado (Ensayo de una bi- 
blioteca espaiiola etc.) ce ms. ne contient que 
la conquéte de Valence. 

VI. Bibl. de fEscorial. La chronique qui 
d^aprés Rodriguez de Castro (Biblioteca espat- 
ri ola II, 605 et suiv.y se trouve dans les deux 
luss. j. M. 29 de cette bibliothèque, est, non la 
chronique de Jacme I**", comme le croyait ce 
bibhographe, mais celle de Desclot. Par outre 
le ms. iij. y. 5, XVii^m'*, cité par Castro (l.cll, 
609) contient une partie de notre chronique, la 
conquéte de Valence. Castro, qui avait com- 
mis une élraiige bévue en prenant la chronique 
de Desclot (qui va jusqu'à li fin du règne de 
Pere III) pour fouvrage de Jacme I ", trouve 
que la seconde partie du ms. iij. y. 5 intitulée 



pée par une chronique qui va de la creaùun 
du monde ò. Alphonse V d'Aragon) Q*est pas 
roeuvre de Jacme, mais a été refaite par un 
anonyme d'après Fouvrage de ce deroier. Ce 
qui a trompé ici Castro, c'est que, dans le lex- 
te de son ms., le roi ne parie pas & la pre- 
mière personne comme dans celui de Tédition 
de Valence. Il ressort au contraire de la coni- 
paraison dee extraits du ms. donnès par^astru 
avec le texte imprimé fol. XUII et CXXXV v* 
que nous avons bien dans le ms. de TEscorìal 
(a pirt la différence de rédaction) une partie 
du texte catalan de la chronique royale. 11 lau- 
drait en outre rechercher de quel ms. se sont 
servi ìesjurats de Valence. Quelques annéef; 
avant la publicxtion de leur édition ils ont im- 
prime dans le recueil intitulé: Aureum opus 
regali um privilegiorum civitatis et regni 
Valentia^ cum historia cristianissimi regis 
Jacobi ipsius primi conquistatoris. Valen- 
cia io i3f avant les documents diplomatìque« 
qui en sont la partie principale la portion de 
la chronique royale relative à la conquéte de 
Valence. Cet extrait est annoucé en ces termes: 
« Comcnqa la conquesta per lo serenissim e 
ratholich princeps de immortai memoria dov 
Jaume per la gracia de Deu rey de Arago 
ab mlraculosos actes feta de la insigne ciu- 
tat d(i Valencia,... treta del registre auten- 
tici del archiu del consell de la present 
ciutat. » La copie de la chronique royale faiit* 
par Ramon Vi la en 1619 d'après VillanuevH 
(I. e. XVIII, 25S) est-elle identique h celle qui 
se trouve aujouni'hui aux archi ves de la cou- 
ronne d'Aragon? (Voyez. Ch. de Tourioulon. 
I. e. I, 436). 

Il existe en outre un texte latin de la chro- 
nique de Jacme I*' oeuvre du dominicain Fe- 
dro Marsilio qui fut présente au roi Jacme 11 
à Valence, ainsi qu*on le voit par le prologue 
du ms. de Barcelone (XI V'*"»' siècle), le seul 
qui nous soit parvenu de cet ouvrage. Vilhi- 
nueva, qui étudia ce ms. et en publia (1. e XVIII. 
313 et suiv.) le prologue et les ti tre» des cha- 
pitres, se fondant d*une part sur le fait que lf> 
plus ancien ms. du texte catalan date de 1343 
et sur le silence des chroniqueurs coniempo- 
rains ou peu postérieures h. Jacme I" à rej^anl 
de cette chronique, d'autre part sur les parr»le8 
du texte latin (ut victoriosissimi avi sui gesta 
pristinis temporibus veraci stilo sed vulgai i 
collecta oc in archivis domus regice ad per- 
petuam sua» fcelicitatis memoriam reposita 
reducerentur in medium atque latino ser- 
mone diserta et per capitula juxta conctu- 
sionum varietatem distincta, unum ysto- 



ronquista de Valettcia (la première est occu- Halem et cronicum redderent codicem:) cim- 



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RIVISTA BiHUOGRAFICA, 



127 



elut que Touvrage latin avait été compose à 
i^aide de documenta en langue vulgaire con- 
servéfi aux afchives de Barceloneff mais qu'il 
ne pouvait étrej ainsi qu*on Tadmettait géné- 
ralement, une traduction de Toeuvre catalane 
telle qu'elle se trouve dans le ms. de 1343 et 
dans Tédition de Valence. Il est évident que 
Villanueva a parcouru trop rapidement le texte 
latin. Une choae est certaine, c'est que Marsi- 
lio avait sous les yeux un texte catalan où le 
roi parlait à la première personne. Le rapide 
examen que nous avons fait du ms. latin n jus 
a permis de noterquelquescorrections qui prou- 
▼ent ce fait d*une fa^on incontestable. Au liv. 
I eh. XIU. De tractatu magno et periculoso 
quetn kabuit Guillermiis de Montecatano 
cunt Aragonensibue contra regem, on lit vers 
le milieu: Mane facto andivit rex missam 
in ecclesia majori de Alagone etc. Le ms. 
portait audimus qui a étè corrige en audivit, 
rex est ajouté au dessus de la Hgne; À ceten- 
droit le texte catalan (ed. d'Aguilò eh. 22 p. 37) 
donne: £ puys quan vench al mayti anam 
hoir la Miseà al a Esglea major Dalago. — 
Un pen plus loin dans le méme chapitre : Ffc' 
randtts, G. de Montecatano^ P. Aonesii, P, 
Fferanàex et Nunio qui videbantur esse e iim 
rege. Cum rege est ajouté au dessus de la li- 
gne, tandis qu*on lit dans le texte twbiscum 
trace. Le texte catalan (ed. e. p. 37) donne : don 
Ferondo.,,., qui se pensauen que fos de la 
partida etc. A coté de l'analogie constante que 
présentent du reste les deux textes dans la suite 
des évenements, ce fait nous oblige à rejeter 
Topinion de Villanueva, c'est à dire à ne pas 
admettre comme source du texte latin quelques 
documenta en langue vulgaire qui auraient été 
conservés aux arcbives de Barcelone,maÌ8 bien 
un récit catalan sui vi de la vie de Jacme I»*" où ce- 
lui-ci parlerai t a la première personne et qui 
ne diiférerait pas sensiblement du texte du ms. 
de 1343. Toutefois ce n'est que Tétude compa- 
rative de toos les mss. du texte catalan et celle 
du texte latin, qui conduiront & des résultats 
absolument certains. Cette tàche sera à coup 



sur bien facili tèe par la nouvelle édition de la 
chronique de M. Aguiló; il sera un de ceux 
qui auront le plus contribué à éclaircir cette in- 
téressante question. 

Le deuxième texte publié par M. Aguiló porte 
le tilre de: Libre dels feyts d'armes de Ca- 
talunya, hou tambe s'hi soriuen alguns 
feyts ecclesiastichSf compost per Mossen Ber- 
nat BoadeSf rector de Sancta Maria de la 
vila de Blanes del bisbat de Gerona e del 
vescomtat de Cabrerà. Acabat..,, a IX de no- 
uembre del any MCCCCXX. La portion du 
texte publié jusqu*ici (6:*'»« fascicule) n'ayant pas 
dépassé la période visigotique on ne peut encore 
porter de jugement sur la valeur de cette chro- 
nique. Espérjns que le savant éditeur ne nous 
priverà pas des renseignements biografiques 
quMl a sans doute réunis sur Tauteur de cette 
chronique et qui permettront de dater son oeu- 
vre, car on ne voit pas si la date du 9 novem- 
bre 1420 doit étre rapportée À Tauteur ou au 
copiate. 

Le troisiéme texte est une traduction de la 
Genese publié d*après un ms. de 1451. 

Le dernier enfin est la réimpression du fa- 
meux livre de chevalerie Tirant le Diane d*a- 
près Tédition princeps de Valeoce de 1490 et 
celle de Barcelone de 1497. (voy. Dunlop-Lieb- 
recht, p. 169 et suiv.) 

L'ancienne littérature catalane est à peud'ex- 
pression près inèdite ou mal publiée. Pour ne 
parler que des chroniqueurs célèbres, Muntaner 
Desclot, dont les oeuvres sont ce que nous pos- 
sédons de plus originai et de plus intéressant 
dans cette littérature, nous sommes obligés de 
les lire aujourd'hui encore dans les éditions du 
XVI*»™' siècle ou dans des réimpressions qui 
ne méritent pas le thre d'éditioo nouvelle i. Il 
est donc inutile d'insister sur Ta propos d'une 
publication, de ce genre qui répond par le soin 
que Téditeur a porte à la publication des textes 
non seulement a l'attente deg amatenrs de litté- 
rature catalane mai» de tous les philologuee 
romanistes. 

Paris, 23 fèvrier liJ73. 



Alfred Morbl-Fatio. 

l Nooi n'onhlioni paa poar cela l«s aerviees rendan par le* réimprenions des andoimei éditions on par 1m tradaetiona 
qui OBt populariaéa eca oeuvrea. On pcnt refretter eependant qua le dernier éditeur de Mnntaner M. Antonio de BofaruU 
n'ait paa era deroir se servir d'on ma. de la ehronique appartenant à une blbliothèqne partieuiiire qui <UÌt à sa portéa 
et ait préfiré reproduire le texte des anciennes éditions par la raiaen qne le ma. outr* qn'il était ineonplei "ArM«w</a 
«le aquélta variahilidad d€ qu* adoléwn mutkittima» de la* copio* d* nnliguo» eodie** .. (tntroéuccion p. XXIII.> M. 
A. de BofaruU pense<t«il donc qne le ou Ics mss. qui ont serTi aux éditeurs da XVI siècle ne presentaient pas également 
ees Tarlantea qn'il est du deroir de tout éditeur d'ctudior et de comparer, afln d'arrirer i la bonne Ic^onf La lanra* dea 
msa. en oatre est dans tous les cas plus rapprochée de celle de l'antear que celle des éditions la quelle a été nia* ao toftt 
da joor. 

Baehon a publiée son édition de Deaolot d'aprèa le ms. de Vavì» (Eapagnol 328)'mais l'auteur trahit k toates les pages 
son irnorance complète da dialertc ratalan. 

n 



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128 



RIVISTA RIBUOORAPICA 



ExAif EN CKITIQUE DEs MANUSCBiTS Du ROttAN DE Benart par Emest MARTIN. Bàie, 
Schweighaaser, 1872. 8.<> 



Il roman de Renart è una delle produzioni 
più interessanti dell* antica letteratura francese. 
Allo spirito cavalleresco che informava la vec- 
chia epopea, qui sottentra lo spirito borghese 
che, fatte giÀ le prime prove nel fabliau , con 
ima satira ardita vigorosa e potente ora inizia 
una nuova letteratura, in cui meglio che nel- 
Tanteriore si ritrarrà il vero carattere francese. 
Lo stile vivace ed arguto, i quadri pieni di ve- 
rità e di brio fecero ben presto di questo ro- 
manzo uno dei libri più popolari del medio evo; 
voltato subito in più lingue, anche ai di nostri 
fu oggetto deiramore di un grande, il Goethe, 
che volle ringiovanirlo. Francia e Germania se 
ne contesero V invenzione^ e il Grimm (forse 
con troppo affetto) giunse ad asserire che dopo 
la Commedia di Dante esso è il miglior pjema 
dei tempi di mezzo. L'edizione fattane dal Méon 
nel 1826, era lungi dall'appagare gli studiosi: 
supplementi, notizie, aggiunte posteriori a cura 
dello Chabaille, del Rothe, del Grimm, del 
Jonckbloet, ripararono in parte ai difetti di 
quella prima, ma ne fecero anche desidera- 
re sempre più una nuova. A prepararla si è 
ora rivolto con pazienti e forti studi il signor 
Martin. 

Saggio di tali studi ò Topuscolo sopra an- 
nunciato, ove TA. rende conto di quella parte 
dei suo lavoro che riguarda la classificazione 
dei mss. Esso dù una giusta idea della maniera 
coscienziosa e metodica con cui il signor M. 
ha proceduto nel suo difficile compito. Il rom. 
de Refu non è parto di un solo autore né di 
un solo concetto: esso consta di parecchi epi- 
sodi staccati o, più veramente, di tante rame 
indipendenti, le quali più o meno si possono 
raggruppare in diverto noaniere; unità non v* ò 
fuorché nel soggetto, Maistre Renart, le cui 
infinite ribalderie furono raccolte, cantate e 
raffazzonate da autori e compilatori diversi 
intorno ad un nucleo primitivo. Ma quale que- 
sto nucleo primitivo da cui si svolsero le al- 
tre parti? Quale 1* ordine storico in cui que- 
ste parti si susseguirono? E quali le genuine? 
Quali le apocrife? I mss. del poema sono molti 
e discordanti fra loro nella disposizione delle 
materie, nelle lezioni di esse. Il Méon, Tultimo 
compilatore, dai 13 mss. onde si valse senza 
renderne conto, trasse un testo che impinguò 
quanto più potè delle differenze di quelli. Era 
r inverso del compito che oggi la scienza im- 
pone a un «Ijtore, compito ben compreso dal 



signor M., che così lo formolava: « séparer le 
texte le plus ancien des additions postérìeures » 
(Ex, cr. p. 18;. Esaminando minutamente i 
20 mss. di cui ebbe notizia, e comparandoli fra 
loro nella varia distribuzione delle materie, nei 
collegamenti e nelle differenti lezioni, ha conse- 
guito questi risultati: — 1 20 mss. costituiscono 
tre principali classi (A, B, G), che si ponno a- 
gevolmente subordinare ai mss. A, B, G ; la classe 
A dà il testo il più genuino; B lo cambia; C, 
fondamento del testo del Méon, s*allontana sem- 
pre più dalla versione primitiva, combinando 
le differenze delle altre due classi e cercando 
di stabilire una serie di racconti isolati (p. 18) : 
onde la conseguenza di preferire per la nuova 
edizione la classe A, salvo in quelle parti che 
sono conservati da mss. unici. Non vi manche- 
ranno però le varianti di B e di G.~ Queste in 
succinto le conclusioni che V A. giustifica con 
una serie di osservazioni in gran parte assai 
stringenti; le quali, a dir vero, se non permetr 
tono fin d*ora un prognostico assoluto sulla bon- 
tà della futura edizione, molto però fanno spe- 
rare dalla diligenza, dal fino criterio e dal sano 
metodo, con cui questa sarà condotta. Altri e- 
lementi, oltre alla classificazione dei mss., o 
piuttosto a complemento di essa, si presentano 
per la ricostituzione del piano primitivo di que- 
sto poema. La antiche versioni offrono larghi 
sussidi, donde TA. trarrà certamente profitto, 
siccome già ne die saggio nel suo opuscolo. Da 
un'analisi linguistica dei vari mss. egli potrà 
per avventura dedurre nuovi argomenti. E solo 
dai risultati complessivi di simili osservazioni 
si potrà formare un criterio esatto sulla bontà 
del suo lavoro. — Mentre noi l'aspettiamo con 
vera impazienza, volemmo qui dare questo cenno 
non tanto per esprimere un nostro parere sul 
valore del presente opuscolo in rapporto allo 
scopo che si propone (i pochi libri, di cui po- 
tremmo a quest'uopo valerci, non ci permet- 
terebbero di pronunciare su ciò una parola ab- 
bastanza coscienziosa) ; ma sibbene per richia- 
mare l'attenzione degli studiosi, massime d' I- 
talia, sul vero modo di preparare una edizione 
critica. L'eccletismo guidato da un malinteso 
sentimento d'estetica prevale tuttora nelle edi- 
zioni dei più importanti testi antichi, che si 
vanno producendo. Altra è la via da tenersi in 
simile bisogna: Lachmann primo mostrò i van- 
taggi da cavarsi da una classificazione sistema- 
tica di mss.; il valoroso Mussafta nel suo Bru- 



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netto ZicUf ni diede un ottimo esempio di simili 
classificazioni ed altri bravi ancora tentarono con 
successo la prova, come ultimamente il Paris 
nel S. Alejrìs, il De Wailly nella Conquéte 



RIVISTA BIBLIOGRAFICA. . 129 

de Corutantinople : altrettanto ora fa il si- 
gnor Martin. Cosi una buona volta si comin- 
ciasse a fare anche in Italia; ma guardando 
certe edizioni officiali, ci sentiamo scorare. 

Ernesto Monaci. 



StJLL' ORIGINE dell'unica FORMA fLESSieNALÈ DEL NOME ITALIANO, stCldio di Fr. 

D'Ovidio. Pisa, 1872. 



Sono ben lieto di dichiarare che, leggendo 
questo libro, io provai un vero piacere, e ne 
ritrassi il convincimento che V autore sia uo- 
mo d* eletto ingegno, di studii non comuni, 
e capace di fare ben meglio, quando in seguito 
e' volesse attenersi ad un metodo più rigorosa- 
mente scientifico. 

Anche in Italia si desta un pò* per volta Ta- 
more ai buoni studii, e in particolar modo a 
queste ricerche sulle lingue romanze, tra le quali 
primeggia la italiana, che, con somma nostra 
▼eilE^ogna, meglio che in Italia, venne fin^ora 
coltivata in Germania e in Francia. 

Un bravo dunque di cuore al sig. D'Ovidio, 
che coraggioso si mette per questa via, sfidando 
r indifferenza del pubblico e lo scherno sac- 
cente de' nostri gravi maestri , i quali — mo- 
destamente — sostengono di formare essi soli la 
scuola veramente nazionale/ Fatta la giusta 
parte alla lode, vengo più tranquillo alla critica. 

La questione, che il D'O. si propose di ri- 
solvere nel suo studio , è una delle più attraenti 
che ci offra la filologia romanza. Si tratta di 
sapere qual sia stata la sorte della flessione per 
casi, nel processo di lenta trasformazione che il 
latino sostenne per produrre le molte lingue e i 
dialetti romanzi. Si sa che il frane, e il prov.' 
antichi avevano ancora due casi, un nom. ed un 
caso obliquo: il quale caso obliquo è divenuto 
il caso unico del prov. e frane moderni. 

Le altre lingue romanze, per quanto noi pos- 
siamo vedere nei più antichi loro documenti, 
nulla offrono di simile. Sorgono allora due que- 
stioni : 1^ Il caso obliquo deir antico prov. e 
frane, (e Punico caso dell' ital. ecc.) deriva da 
un determinato caso latino, — e da qual caso 
precisamente? — o sarebbe desso il risultamento 
del naturale logorìo delle terminazioni latine, 
per cui tutti i casi o il maggior numero di essi 
si sono trovati a dare quell'unica forma? 2^. La 
lingua ital. la spagn. ecc. hanno avuto un'epoca 
in cui flettevano il nome per due casi, come 
fecero il frane, antico e il provenzale ? Io non 



istarò qui a ripetere i molti e gravi motivi, 
per i quali il Diez si risolse di ammettere l'acc. 
latino, come il caso normale, onde derivarono 
gli obliqui frane e prov. antichi, e la forma 
unica moderna romanza; facendo tuttavia una 
eccezione per il plurale ital. e valacco, i quali 
proverrebbero invece dal nominativo; non posso 
neanche fermarmi a ribattere uno per uno gli 
argomenti con cui il D'Ovidio volle provare in- 
vece che questo caso unico romanzo, e parti- 
colarmente italiano, è nato dal lento conguaglia- 
mento dei casi latini, conguagliamento prodotto 
in parte dal naturale scadimento fonetico, in 
parte da ragioni di analogia, potentissime, più 
che in generale non si ammetta, a modificare 
le flessioni nominali e verbali. 

Già il prof. Tobler, nei Góttinger Geléhrte 
Anzeigen, 1872, StUck 48, pag. 1992-1907, il 
prof. G. Flechia, nella Rivista di Filologia 
clfikssica, anno I, fase. II e IV; il prof. Mus- 
safia, nella Rotnania, voi. I, fase. IV, hanno si 
validamente difesa la teorica dieziana, che poco 
o nulla resta più a dire, e sembrami sia stata 
piuttosto cortesia che convinzione quella che 
fece dire al nostro Flechia essere la questione 
ancora sub judice, 

^ Io voglio restringermi a notare alcune tra 
le più gravi mende della prima parte del libro 
del D'O., ove si svolge cotesta questione, per 
trattare poi, con buon corredo di fatti, la se- 
conda; se, cioò, anche V italiano abbia avuto a 
qualche epoca due casi. Ecco intanto i pochi 
appunti. A p. 9, e di nuovo a p. 18, l'elisione 
dell' « ed m finale latino d asserita antichis- 
sima; e in ciò l'A. segue qualcuno tra i mo- 
derni latinisti 1. Ma, ammesso pure il fatto per 
qualche provincia latina, per tutte non lo si può 
accettare. Non solo il frane, e lo spagn., come 
giustamente osserva il Tobler, serbarono trac- 
cia della s, m& lo serbano fino ad oggi (ag- 
giungerò io), il dialetto friulano, il cadorino ece, 
specialmente nel plurale di nomi. — A p. 52 
poi la smania di vedere da per tutto congua- 



1 II CortMii (VoraìismHo I, '294) afferm» che «lueato fenomeno é del tatto conpiato nel Utino popolare «i principio del 
III Mcolo dopo Cri«t«. 



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130 

gliameDti per via di scadimento fonetico fa dire 
air A. che anche ii nom. del frane, ant peiv 
dette Vs e così si confuse col caso obliquo. Ma 
come andò, si domanda allora, che la s restò 
al caso obliquo del plurale? Se non che il sig. 
D'O. non voleva ammettere ("quod verius est) 
che nel frane. T obliquo abbia surrogato il no- 
minativo. A pag. 20, 21 si nega Torigine po- 
polare del fr. rien, prov. re (lat. rem)\ e il 
Tobler seppe dire air A. il fatto suo su ir ar- 
gomento; a me giova aggiungere che troppo 
TA. s' inganna o va almeno troppo lesto nello 
sceverare le voci popolari dalla dotte; e a p. 41 
mette genere tra queste ultime; ma ii frane. 
genre sopprime la penultima atona, il prov. 
ha gendre, e lo spagn. g&nero ha cangiata an^ 
che declinazione; in oltre anche il nom. e acc. 
genus è rimasto popolare nel prov. gens, ges 
ft-anc. ant. gens, giens, prov. mod, ges, gis, 
catal. gente > : parimenti è molto a dubitare che 
le voci date, a p. 59, come dotte, sieno tali 
veramente; e la popolarità di Tehro, negata 
dairA., fu già difesa dal Flechia. — 

Il suflSsso -agita, a p. 47, è detto il rego- 



RIVISTA filBLlOGUAFICA. 

polari prevalse V influenza osca si scrisse u, e 
quando prevalse V influenza umbra si scrisse e 
si disse o. Ma di questo mi propongo di par- 
lare in altra occasione con quella diffusione 
che merita siffatta ricerca ^ Ora la via lunga 
mi sospinge, e perciò tralascio altre non lievi 
colpe, tra le quali non ultima quella certa 
aria di superiorità e quasi di spregio, con cui 
si paria del Diez e del suo metodo, a p. 9 e 
18; e quella affettazione di dotte citazioni, che 
da nel rocchio specialmente a p. 55 nota 2, 3; 
per venire, come ho promesso, alla questione 
dei due casi neirantico italiano, restringendo, 
per questa volta, le mie osservazioni al solo 
singolare. 

Ammettendo (d*accordo in ciò co* più va- 
lenti romanisti) che nella declinazione a due casi, 
storicamente conosciuta nel frane, e nel prov. 
e soltanto ipotetica nelle altre lingue romanze 
il nom. e Tace, latino sieno stati quelli, che, 
dotati di maggiore vitalità, hanno sorvissuto agli 
altri cosi; egli è chiaro che i nomi di 1« e2« 
(fatta eccezione per puer e simiH) 4* e 5^ la- 
tina, perdendo, per regola generale, la -s e la 
lare succedaneo del lat. (plur.) -alia. Ciò è vero -m nel dialetto florentino, base della lingua i- 



in alcuni casi, falso in altri; e Fautore non si 
sarebbe meravigliato del valore spregiativo di 
-agita, se avesse pensato che in plebaglia , 
canaglia esso d il continuatore di -acida per 
-òcula, -icula (plebecula, canicula^). 

A pag. 53 mostra TA. di non avere esatto 
concetto del doublet, ìu doppione, quando cita 
come esempio il frane, sage, savant. Qui avvi 
tre errori: l^ sage non é dn sapiens, ma da 
un antico sapius; 2® savant non è da sapien- 
te (mj, che ha dato in tutta regola sachant (fr. 



tn liana, non avrebbero mai potuto serbar trac- 
cia di flessione nel singolare, dair istante 
che cessarono d'avere le caratteristiche latine -s 
ed -m. 

Ma i nomi della 3^, specialmente gì* impa- 
rissillabi, potevano, anzi dovevano serbare due 
forme distinte, sempre nella supposizione che 
la lingua nostra abbia avuto anch'essa questo 
stadio intermedio fra la piena flessione latina 
e la scolorita uniformità romanza. Restano le 
prove di questo stato antico, direi quasi, prei- 



approcher da *adpropiare) , ma fu novella- storico della nostra lingua? Io credo di «l; e 
mente cavato, come partic. regolare, da «afoir, di questa opinione è ora il sig. D' 0. stesso, 
e quest'errore è anche nella recensione del Fle- com'egli scrive alla Rivista di Filologia clas- 
chia; 3o fosse anche vera la derivazione dell' A. sica, I, VI; mentre nel suo libro egli asseriva 
sage e «acant non sono doublets, perchè non ii contrario. La causa di questo mutar d'opi- 
succedono ad una sola forma originaria. nione potè essere benissimo quell'ardore di si- 
Seguendo i più riputati latinisti (Corssen, stema da lui accennatole potrebbe essere an- 



Neue), l'A. dice (p. 25) che i nomi di 2» lat. 
uscirono anticamente in o, assottigliatosi poi 
in u, e novaroente ingrossato in o in molti mo- 
derni volgari e nel più antico bassolatino. 

Questo, per me, è affatto falso, e l'errore 
provenne da ciò, che i filologi scambiarono un 
mutamento, per cosi dire, geografico, con uno 
storico. A norma che nelle iscrizioni latine po- 



che ii non avere troppo diligentemente raccolti 
tutti i sussidi , tutti i fatti relativi alla questione 
prima di pronunciare il suo parere. 

Comunque sia, ecco qui per uso suo e de- 
gli altri romanisti una lunga 'fila di casi, in cui 
r ital. serba ancora, o serbava nel XIII e XIV 
secolo le tracce del nom. ed acc. latino; tracce, 
s' intende, soltanto formali. 



1 11 dial. tr«vi(l«no dic« 'no Va ra*ag p«r il proT. * no a g«a. « Vedi: Canello, lì prof. Dioa ecc. p. eS;>Anch« il Dici 
B. Or, I, 6 tefiilU • dire, gtnr* "th diffloiluente in uio tra il popolo; „ t tra le Toci dotte To mette pure il Bracbet Diet. Afm. 

2 Pare ohe il ti(. D'O. areeee lottoeehio soltanto la 2 ed. della JR. Or., dove a p. S07, è lo ateiso errore: nella 2 ed., U.. 
a pp. 282 , quantunque ai continui a mettere insieme pì^wylia ecc. con hattagìia e simili, »i avverte che in molti casi vi 
ebbe meeeolamento del anfflaao -Ha con •«/«. 

3 Vedi intanto : 0. I. Ascoli, Cor«i di Glottologia, p. -'>■ 



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UIVISTA BIBLIOGRAFICA. 
Nel catalogo si citeranno anche talune forme dro (joculdtorj 



131 



(lotle, alcune altre dubbie: il discreto lettore, e 
da per sé, e da qualche noticina che ci verrò 
apponendo, farà di scernere le due specie di fatti 
c-he hanno valore del tutto diverso. 

Ek;co Telenco, nel quale ripeto anche i po- 
chi casi già citati dal D^O., dal Flechia e dal 
Tobler: e sono poi mescolati i latini coi greci 
e co' tedeschi. 

Altri — altro; aspe — àspide àspido ; 
anoffiri (àv(rf5pi<;) — anagiride; antista an- 



■giocolatore; gorgo gurge— 
gùrgite; Guido — Guidone. 

Malo — alone. 

Imago image — immàgine; imputo — tm- 
pithere; ipocisto — ipocistide (hypocistis) ; 
iri — iride; jaspe — jaspide; il, egli, gli 
— lo elio (e i composti quegli — quello) ; in- 
cude ancude — incùdine ancudine *; in- 
tema (intentio) — intenzione (e gli scorcii 
tema— -tenzone)', ingratitudo fMorgante, 
XXIV, 45) — ingratitudine; imperieri im- 



tiste — antistite; avogadro avogaro (advo- periere (fr. ant. empereire, emperières lat, 
cdtor) ^ — avogadore avvocatore; atro (col imperàtor) — imperatore. 
senso di crudele, d&àtroxj — atroce; Azzo—Az- 
zone; aguazzo (-aquatio) — acquazzone; a- 
bitatio (Tav. Rot. I, 218, 269^; — abitazione. 

Bronchite — bronchitide ; birbo — birbo- 
ne (f); balco — balcone; baro — barone; 



brano (per brando, come manucare da man- 
ducare, dairant a. ted. brdto, acc. brdton) — 
beandone. 

Caligo (ven. calivo) — caligine; crema 
(erémor) — cremare; cicero (specie dì tipi da 
stampa) — cicerone; cespo — cèspite cesto; 
compage — compàgine; Civita — città (de) *; 
compagno — compagnone; cardo — cardine ; 
Cupido — cupidine; curato- (da curàtor, se- 
condo il Tobler) — curatore; contenza (con- 
tentioj — contenzione. 

Dazio— dazione; dive — Dite 3; deca — dè- 
cade; drago — dragone; duolo — dolore; dipsa 
(dipsas lv]^(;-ò.loc;) — dipsade ; decurio — 
decuHone. 

Erro — errore; encefalite — encefalitide; 
enterite — enteritide: epatite — epatitide 
(cfr. nel seguente catalogo epa-èpate); èdima 

— ebdòmada ^; essi — esso. 

Fatuide (fatuità^) — fatuità; Felicita 
(felicitasj— felicità; fleto (foètor) ^ fetore^; 
fiato — fladone *; fraternità con-fraternita 

— fraternità; flebite — flebitide; falco — 
falcone; fello — fellone (f); frate fra — 
fratre frare^; f uligo -- f uligine. 

Orando — gràndine; — giolatro, gioia- 



Lapis — làpide lapida; Leo leo — Leone 
lione ; ladro — ladrone ; lampa — làmpana, 
lampara ; lei (da lex, come sei da sex, rei da 
rex ecc.) — legge. 

Moglie (mulier) — m,oglièra (coll'accento 
avanzato come in pietà da pietas, abete da o- 
bietem , figliolo da filiolus) ; maggio (agg.) 
— maggiore; meno — minore; meglio — mi- 
gliore megliore ; margo — margine; majé- 
sta — maestà; mezzadro fmediatorj — me- 
diatore; Mama — Marnante (il primo è il 
nome d'una contrada Ravennate); mordiùre 
(da un fr. ant. *mordeires *inordieres r=: lat. 
*tnorditor f) morditore; malvèsta — mal- 
vestà, malvagità. 

Nievo (fu usato dal Pulci nel Morgante; 
vìve ancora come cognome; e basti ricordare 
il povero Ippolito Nievo: da Nepos) — nipote 
nepote; nefrite — nefritide, 

Orizzone — orizzonte, orizzonta; ospe 
^Ospite oste osto; origo — origine; òrafo 

— oréfice. 

Podestà (Inf, VI, 96, Morgante, IV, 102> 
— potestà podestà; propago — propagine; 
passio — passione; pleurite — pleuritide; 
popolazzo-ccio (—populatioj, popolazione; 
polve — polvere; prefazio — prefazione; 
prence (princcps) — principe; puntaxzo-a 

— puntazione; peggio (p^jorj — peggiore ; 
j)rete, nap. prevede, irey. pref — Presbitero 

(nome di casato); pietà — pietà; prescia 



1 Sono Toci propriamente veneziene: avogadro era anche il titolo di certi difeneori pniiblici, ed ora eorrlTe come nome 
di eaeato. 

2 In CividvUo liaisi un derivato del nom. eivittu. 

3 Già il latino DI9 ò un doppione di JHvoo : confr. il greco IIXoÓKUV e IcXoOTO^ ricchena. 

A Édima per ecttimana dieserò gli antichi e mtasédima per mercoidì (cfr. il ted. MMwoeh») dicono ancora i contadini 
looeanL Vedi P. ranfani, Voe, Uso Tote, t. v. Édima Tenne da obdoma», canfiando l'o atono e breve davanti a labblale in 
i come vedesi in àttimo, dimotileo, diminio. 

h I romagnoli dicono flft, flit (lat. flatu») per malo odore ; e sarebbe da corcare se mai il flslo non fosse la stessa Toce 
male italianiisata. 

C U FanDani spiega favo, fiale; ma si trova usato anche per tondino di metallo , preparato per batterne moneta , sotto 
le formt /tacito, Jladone, Jlondont. Queste voci vengono daU'ant. a. ted. /Zo^dn.* cfr. Diei, JS. W. l, 176. 

7 Anche da frairom potè veniie frate, lasciando il secondo r, come direlo, dirotano da do rotro;/raro è nomo di ea. 
mU), assai eomone nel Veneto , e la Chiesa dei Frari di Venezia ò nota a tutti. 

8 11 lat. incude* paro abbia SMunto per tempo il suffisso •tn- ne' casi obliqui : così ìlndine dA Itntemt 'lontincm^ Cfr. 
Wìtt. È. W. I, 23B, 21 7. 



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132 RIVISTA 

(==pressioJ, pressione; pastro > ^pastore; 
Pensio (cosi si chiama una contrada di Pa- 
dova) — pensione pigione ; pippio (t) bibbio 
— pipione piccione. 

Questi (eccu* isticj — questo (eccu' t- 
stumj. 

Ràdica (ràdixj — radice; razsa^ (razzo ^ 
Poema dell' Intelligenza 156: sedea sovra un 
destrier di grande razzo) — ragione razione; 
redenza — redenzone; retenza — retenzione 
re' rei — rege. 

Sòccida sóccita (societasj (cfr. Rivista, 
I, 17) — società; sommità (summitas fj — 
sommità (cfr. Riv. I, 18) senecio — sene- 
cione senacione (lat. senecio-^nis una specie 
d'erba); schiamazzo (^exclamatioj — escla- 
mazione; stazzo stazio — stazzone stazione; 
sermo — sermone; splenite — splenitide; 



BIBLIOGRAFICA. 

Zeno (nome di casato) Zenone, 
Da questa lunga serie di esempii qualcuno 
potrebbe correre sicuramente — ned io mi vi 
opporrei — alla conclusione, che nelFanU ital. 
ebbero tutti i nomi di questa specie due casi: 
il nom. e Tace.; ma, contento d'aver presentato 
i fatti , lascio per ora le ipotesi che si potreb- 
bero costruirvi su, per farmi un passo indietro 
e vedere che specie di restrizioni siano da fare 
alla teorica che deriva il singolare dei nomi 
ital. dairacc. latino. Scorrendo il catalogo dato 
qui sopra, è facile vedere che in molti casi la 
lingua moderna ha lasciato il nom., per appi- 
gliarsi air acc. e in altri li ha conservati tutti 
e due con senso un pò* diverso. Che le lingue 
romanze abbiano tratto qualche volta la forma 
de' loro nomi anche da altri casi, fu già osser- 
vato e spiegato dal Diez. R, Gr. P, 10-11 <<: e 



screzio (==»secretioJ — secrezione; sarto sar~ dagli esempii ivi addotti appare che queste 



tore; sire siri sere^ — seniore signore sor; 
(suoroj suora — soror (Giusti Pr9v, Tose. 
p. 127); serpe — serpente; sicinni — sicin- 
nide; stipo (f) — stipite stipito; sangtie < 
— sanguine; sorrexio (Bandi Lucchesi, 
pubblicati da S. Bongi , pag. 62 : « octo die 
inanti la pasqua del sorrexio proximo che 
vene V resurresso, sardo resurexi — resur- 
rezione. 

Temo tiemo^ — timone, tremo — tre- 
more; temo tema — timore, timpanite tim- 
panitide ; teredo — teredine; testudo — te- 
stuggine ; turbo torbo — turbine ; tizzo stizzo 
(titioj — tizzone; tràito (traditorj — tradi- 
tore; trinità — trinità; tempèsta — tempesta- 
de; tet*resto (terreste (rj — terreste terrestro; 
troviére (fr. ani, trouvière = lat. turbdtorj — 
trovatore; Ugo — Ugone. 

Virago — viràgine; vorago — voràgine; 
vampo vampa — vapore vampore; vieto (ve- 
tusj — vetro (Castelvetro)', vetra si legge nel 
Dittamondo, IH, VII: « siccome par 'n alcuna 
storia vetra;* ^cfr. Nannucci, Verbi, 146; re- 
tro è venez. antico^; ventàvolo (ventum a- 
quilo) — aquilone. 



deviazioni dalla norma generale hanno la loro 
causa nell'essere state adoperate queste parole 
più di frequente nei detti casi, sia perchè ri- 
corressero in frasi avverbiali (candida-mentee 
simili, Par»^*, Trcrt^rt da Tarvisi, Parisis) 
sia perchè in altri nessi usuali del discorso si 
mostrassero più spesso in un caso diverso dal- 
l'accusativo, in cui rimasero, per cosi dire, fos- 
silizzate. 

Però la teorica dieziana andrebbe, mi pare 
espressa più esattamente cosi: « Il caso unico 
delle moderne lingue romanze deriva dal caso 
latino che nelle singole parole più spesso ricor^ 
re va nel discorso; ossia dal caso che aveva mag- 
giore vitalità: e per norma generale, questo 
caso è r accusativo. » 

Ma perchè la questione possa meglio venir 
chiarita coU'esame di tutti i fatti che ad essa si 
riferiscono, credo non sia inutile aggiunger qui 
un catalogo di nomi neutri, i quali sembrano 
avere lasciato anch'essi, come quelli del cata- 
logo antecedente, due forme, una dal nom. l'al- 
tra da un caso obliquo, che qui non potrebbe 
essere l'accusativo. Eccoli: 

Acume — acumine acumina gomena''; 



1 Veramente io non conoico che il piar, potéri in un documento trorigiano rustico del 1630: 1' * J^logu di JTorwI. « 

2 Queef è, io erodo, la Tara eiimolo(ia della parola, e non, quella data dal Diea, M. W, l, S4t. Sel^nglase dico aneora ra€« 
per Linea, Il dialetto treTifiano dieo «ontinnamente rmton froHon^mJ por rana, origiiie, qnaliti. 

3 Troppo scrupoloao h 11 Dies, nel voler ricondurre queste tocì al frane, ani. tir», tir»»/ il toso, «or e il Ten. Hmr tom- 
pono parimenti le regolo fonetiche, senia che per questo sieao da rleoagioagore al fr. titmr. La Toee tanto «onuao nell'uso 
e adoperata a guisa di preflaso o proditiea, poti più fadlmento in ogni singolo eampo lostonero si forti cangiamenti. 

4 Al sig. D'O. (p. 64) qualche dotto suggerì di ricondurre tmtgué a tmmgfutn ohe si troTa per tangmi». Paro che né il D'O. 
né i dotti da lui consultati sapessero d'un 9«nguÌ9-Ì9, acc. •angrwsm da oni poti anche Tonire U nostro — w yw. 

Da 9t m gu i n*m venne poi eoUo spagn. tangr; il nostro tangmin; che in antioo valso quanto étm^u», ed ora indica un 
ArbosocUo, la cui corteccia, ov'è battuta dal sole, si colora in rosso. 

5 Ti4mt0, soeondo il Fanfani, è la parte che eopre il burchio, se questa voce è da ttm«n la è cortamente d'origino popolare. 

6 Agli esempii di forme e derlTato dal genitivo plnr., eh' ivi si citano, si aggiungano : eoHdsìtro (fr. chauétUnr), vMhi- 
ii0, e damiiMUueio (domdmo dom i nt n tmio). ~ Avanti di voc sembrano ossero sante, Mmiint, dÓmtmtt e il dantesco flfìioU. 

7 Sulla derivatione di gomena, ant. acumina da acumina veggasi il mìo * Pvtiwiorjtamo ntUa ling. ital.„ al tema mnUma 
3. i^ì si noti intanto che w accentato, diventa o, oltreché ne' casi citati dal Di». R. O. I, 164-165, anche in Todi da 7m- 
d<r, gr. ToDOEp e in tittrit da «k&ct. Cavo (caput) per cord^ ai dice dagli Italiani r dagli Spagnuoli. 



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RIVISTA fìlBMOGKAFICA. 



133 



aroma arómo — ar ornate ar ornato; assioma 
—assiómate assiómato: automa — autómate 
autòmato. 

Capo — càpite; certaìne — certamine; 
cece — cécero, cecino; colmo ^ culmine ^ ; 
crime — crimime ; clima — climato climate; 
carisma — carismate; croma — cromate. 

Epa — èp€Ue; esam^ sciame — esamine. 

Gius — giure ; gravame — gravdmine. 

Lume — lumine; lato — latere. 

Marmo — mdrmore. 

Nume — numine. 

Pepe — pévere pèvero (gr. nlitept?); jjort- 
sma — porismato porismate. 

Règgimi — regimine. 

Scelo — scèllere; seme — semina (da se- 
minare f); solfo solfo — solfavo xòlfaro; 
stigma — stimate stimite, 

Terme* — termine; tribuna^— tribunale. 

Zénzero — • 2^nzdvero. 

Come cìaBCuno potrà vedere, parecchie cause 
possono aver contribuito a dare la forma al- 
lungata a questi nomi. Molti di essi non sono 
affatto popolari : e tra questi mettansi tranquil- 



lamente culminCf acumine, numine ecc.; al- 
cuni altri sono tratti dal greco o dai dotti stessi 
o dal popolo, ma con qualche incertezza, e pro- 
babilmente scambiando il genere; e lo scam- 
bio di genere spiega la origine di quasi tutte le 
forme veramente popokLri,che si trovano sull'e- 
lenco: oct^mtna^om^na, semifui diventarono 
femminili e si riferiscono ad un lat acuminem 
seminem come V it. (la) fólgore e il cadorino 
(la) cólm^n rispondono a un iat. fulgurem, 
culminem; gomena potrebbe essere dal plur. 
acumina; e la forma più lunga del plurale potò 
certo in altri casi ancora far sorgere la forma 
allungata del singolare. Soltanto in zólfaro e in 
pévaro resta un po' difficile a spiegare il feno- 
meno; ad ogni modo si noti che zolfo e pepe 
sono le forme più comuni. 

E qui lascio il libro del sig. D'Ovidio, dal 
quale molte cose s' imparano, ma una più g^- 
dita di tutte, ed è che noi abbiamo nel giovine 
professore un valente romanista, cui del resto 
ben conoscevano da qualche anno i lettori del 
PropugnaXore *. 

U. A. Canello. 



1 Nel wdoriao to c&Umtn. 

2 Si Icgre di frcquant* a** Bandi Lmoeh—i pnbbl. da S. Bongl ; manca però ai VoeaboUrii. 
% Da tHf>4nat h derirato eoa qualche probabUiU dal sig. D'OTidio. 

i Hi eolio propoato di parlare per qoeeta reità solo del eingolare, non «Tendo ancora fktti gli spogli neeeaaari per le In- 
dagini shUa itoria del plurale ilaliano. Hon poiao tntiaTia laeciar di dire che la teorica esposta dal Tebler (1. e. 190aol907) 
secen d o U qnale anche la forma naica del nostro plurale sarebbe derivata, non dal nom., come alTenna il Diet, ma dall'ac- 
cueatiTO, ni sembra affatto ineostenibUe. <^ì ed altrore (SMHa l, 67-68^ ho già detta la mia^pinione sull'argomento ; sarà 
poi mia cara in altro articolo di distruggere una ad una le ipotesi del Tobler, e dimostrare ehe anche l' Ital. ebbe in an> 
tiee, come il tt. e II proT. due casi deridati dal nom. e daU' acc. plurali : due oasi che tarono qui solamente Tisibili nei nomi 
di 1 e 1 doellnasione; mentre come già dissi, nel singolare i due casi poterono TiTcre per qualche tempo distinti solamente 
de' nomi doUa S. 



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PÈRioDi'ci; : 






^ 1 >' .1 / 








: 1 - .. ' : 
:/ : 


1 

. .. K /. 



I. Romania 1,4.— P.401-41Ù. P.Meyer. Mé- 
langes de liiteraturc provengale. (JJonliene 
1° il, descort anonimo e iae,dito, Bel mes oi- 
niais, (lei canz. <!' Oxford. %° Due niotets à 
troisjparties dal cod. 196 di Montpellier. 3° Una 
preghiera alla V* ergine dal foglio di guardia del 
cod. 119 di Carpentras. 4° Preghiera a N. D. dei 
sette dolori dal cod. Parig. 1357. 5° Prologo di 
un poema sconosciuto dal canzon. Parig. 22543; 
comincia, Mot aurai estat longanien, 6° Veriji 
suir avarizia dal cod. lat. Pivrig. 648SL— P. 4?0- 
443. P. Meyer. Le l>estiaire de Ctervaise. "te- 
sto ined. del cod. 23260, degli ^ciditi'on rtiss. del 
Museo Britt., seguito dà un « index de quel- 
ques móts ». -^ IJ. 44^-450, C, Joret. L<?i des fi- 
nales en è*j>a^io^« S^étant bpro/.Je plus sou- 
vent à affablir les voyetlé^ fìnates et né les ayant 
laissó tomher qu'exc^ptionellement, il a con- 
serve ainsi a, o.et souvent.e à laflexion.... La 
dérivatìon de tous les raots de Taccusiitif latin 
lui faisait perei re ,dans la decliuaison les con- 
sonnes finales, la dinte de e après les sonores, 
les spiranteset les liquides dentales lui en a faìt 
retrouver sij: df, s, z^ ì\ n, r. De méme 
dans la conjugaison, en gardant s et ìiftj à 
la termiuaiflonr ea 112001» tomps que o «t e 
(=1 e et f), il a conserve presqne toutes les ter- 
minaìsoris dii verbe latin, et en a à peLne 
détruit 1» aeuQQ.3» ^.P. 457-482., P* Paris. 
De l'origine et tfti 4éYi^.lofppe¥nent dèa /ì<k 
mans de la Tabtè frónde.' té saìkt Grani. 
^ En (lépit de plusieuV^.crit^e^ wiglais ^t (bm- 
caislea Tempiiera^ leaiAllùgeai»>n>antM9ttft Ciiì£m«. 
re avec le Saint Graal, libre développeMtìtt 
d*UDe legende .mohasti^uè (jue le. roi Henri TI 
crut devoir (avoinsar« dan^rioterét d^ «a p^liù- 
que, et que Oautier Map, repondant assea hmJ- 
aux premères iittentions du pritibè; prit'potrt' 
point de départ de sos djctes souvenirs, p — 
P. 483-491. Mélanges ». P. M. Jooa Monaoho^ 
ritm. Testi» edito dal cod. laL Parig. 13246. 



F^TSi alato già. pubbl. dal Woelàin-'tfoll secondo 
duecod^L di Schl^tadt dei sec. VII e IX {Bul- 
tettinp delV Accadrai Berlino,^ febbr. 1872). 
Il testo parig. è del sec. Vili, in lingua assai W*- 
bara e perciò d'importanza pei romanisti, ii. J. 
Storm, Trop, troupe^ troupeau, Derivazione 
dal sinonimo scandinavo porp ìi) Qpposiwone 
alla derivazione proposta dal Die^ dal lai. tur- 
ba. — P. 492-499. Cotnptes rozdMj. A.Mussafia. 
Siiir orinine dell* iinica forma flessionàle 
del noyne italiano p. F. d'Ovidio.— P. 500-506. 
Periodiqucs.— P. 507-8. C/trrmigru<?. — P.509. 
Eì'rata. 

11-Revùe des langues romanes, in, $, 
4. — P. 265-291. Alart Docume7%ts sur làlan- 
gue catalane des anciens comtès de Itous- 
sillon et de Cerdagne, Scritture latine dei sec, 
X e XI frammischiate di parole volgari — P. 
292-310. A. Montai. Le Catalogne des ChapeU 
lanies, dallo stesso cod. di Montpellier che con- 
tiene V Inventaire des Archivcs de la Com- 
?>iu?i5 dature, già edito {Èer. Il, 146). — P. 
311-316, A. Boucherie. Fragment d'uyie àn- 
thologie picarde dal cod. 236 di Montpellier. 
Segue un glossario. ^ P. 337-340. Barbe. Acte 
de fondation de la ttmfrérie du Saint sa- 
QrenìAsnt erigée en Véglise Saint-Martin-de 
Bu3€t m inai 1344. — P. 341-349, C. Oiaba- 
neau. PkcméHque franqùiae. Des diphfhongues 
otèt ui, ì\ risultato delle ricerche, che fìflìce- 
mente completano quelle di G. Paris neW Ale- 
^aisi, òi questo: ot deriva da: h^ o lufkgOy 2o o 
' fiv: r accetito (lungo , breve , in posizione) ^ ^ u 
breve, ed in po>sìzione. Tfi deriva da: l*' n lungo, 
i2'^o breve «d in posizione.— P* 350-353. Ch, de 
ToureottloD. Predictions astitofiomig^s poHv 
tés années i 290-1 2'9 5. Rettìficàtioni e tra- 
duzione del testo pubbl. nel fase, anteriore. — 
•DiiUectes tnodet^ies^ P. 354-355. Vayasier. Le 
diale.cte roìtrrga*. — P. 356-359. T. AuhanH. 



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PERIODICI. 



135 



Due poesìe: Vesprado d'Abrièu, Im messo de 
mort. — P. 3C0-368. O. Bringiùer. Lou Rou- 
mieu. (Continuazione). — P. 309-381. C. Cha- 
baneau. Grammaire /tmou^itté. (Continuazio- 
ne.) — P. 382-^85. A. Tavan. JRessentimen, 
Poesia. — P. 386-428. A. Montel. Contea pò- 
puluires. Eccone i titoli: Bufolo, Lou com- 
paire Galet, La filho del carbounié, Pepere- 
letf Lous dets, Jan Caga-blanc, Flou e fai 
soxirelj Lou Roc de Substantioun, Las dos 
Torres, Lou clapas, Lou pantai. La font de 
las fadas, — P. 429-431. L. Roumieux. Clar 
de limo, poesia. — P. 432-434. A. Slaize. 2V^- 
erologie: Jppolite Rock, louportafuia de 
Vouvriè. Gras, 1861. — P. 4^437. Varietés, 
A. M. Grand Théatre de Montpellier. Répre- 
sentation de la oomédie languedocienne , lou 
Trésor de substantioun 22 févr. 1872. — P. 
438-446. Bihliographie.-^V. 447-451. PeHo- 
diques. — P. 452-456. Chronique. Table des 
Matières, 

III. JaHRBUCH por ROMANISCnEUNDENOLI- 
SCHE SpRACHE UNDLlTERATUR.NEUEFOLaB ^. 

1, 1. — P. 1-65. K. Bartsch. Die Quellen von 
Jehan de Nostradamus P. I (1869). L' A. di- 
scute in prima le opere provenzali citate dal N. 
e sconosciute a noi ; poi la fonte la più remota 
delle sue indicazioni , « Un relìgieux du mona- 
stero desainct Pierre de Montmaiourd'Arles, 
surnommó le Fleau des poStes Proven^ux, ou 
le Flagel des Troubadours. » D* accordo coi 
Diez e con altri , prova esser questi il Monge de 
Montaudon, la cui satira il N. ebbe tra mano, 
e se ne valse aggiungendovi molte indicazioni 
false. Il B. dimostra false anche le altre fonti ci- 
tate dal N.; in ispecie il « Saint Cesary », nome 
foggiato su quello del trov. Uc de Saint Cìrc de 
Caersi, biografo di molti trovatori. Benché fit- 
tizie le fonti del N., le indicazioni sue non sono 
senza interesse, avendo egli conosciuto dei Can- 
zonieri, contenenti anche vite dei trovatori, 



come alcuni rimastici. Importa perciò con que- 
sti confrontare le indicazioni del N. per istabi- 
lire la loro fedeltà, e il valore di quelle, di cui 
non conosciamo altra fonte. Il B. comincia a 
far ciò da quei trov. di cui restano biografie e 
poesie, o poesie sole, e ne discute una sessanti- 
na. — P. 65-103. Poerster. Li romans de Dur- 
mari le galois >. Contenuto di questo romanzo 
del ciclo d* Artù. — P. 104-108. Tobler. Kaiser 
Constantinus als betrogner Ehemann. Cenno 
su questa tradizione conservata, salvo alcune 
allusioni, nell* ^t<6ert (Tobler, Mittheilun- 
gen , 159, 14-21), nel THstan (ed. Michel, 1, 16)- 
nella BiUe Guiot (v, 2134-7) nel Blasme des 
Fames (Jubinal, Jongleurs et Trouvères, 
p. 82; Stengel, Digby, 38), nel Weltbueh di 
Jans Enenkel 1190-1250 (v. d. Hagen Gesammt. 
abenteuer II, 579-589; Massmann Kaiserchto^ 
nik, ni, 872). La stessa tradizione apparisca* 
nel racconto di Giocondo (Ariosto, Ori. fur. 
XXVIII) riprodotto dal Lafontaine ed Etienne 
(cf. Benfey, Pantschatantra 1. IV, race. 5). 
É curioso che nel rom. del Ck>nte di Poitiers, 
Costantino e Sansone sono messi in rapporto 
fra loro. Probabilmente anche V autore del 
rowi. de Sebille (Gautier, Épopées frane. II , 
547) conosceva questa tradizione. — P. 109-111. 
Tohìer. Jaquemet Saquesep. Qnesio è Fautore 
della Hist. du Chdtelain de Coucy pubbl. ano- 
nimamente dal Crapelet (Paris 1^). Il suo 
nome si rivela da un acrostico contenuto nei 
vv. 8231 e segg. Il T. colla Hist. litter.de la 
Francey XXIII, 555, crede questo poema del 
sec. XIV, mentre il Crapelet lo giudicava com- 
posto circa il 1220. — P. 111-117. Groeber. Zu 
den FierabraS'Handschriften. Discute il va- 
lore di un nuovo ms. del testo fr., il cod. 578 di 
Hannover, segnalatogli dal prof. Tobler \ Il 
cod. deriva dalla stessa fonte come D ed E, e ne 
supplisce alcune lagune. A saggio del testo as- 
sai cattivo sono pubbl. due strofe (70 w.). — 



1 Una notiilA venataci da persona di cui non lapeTamo dabitare , ci f««« annvnelart (fkae. l, p. 70j la eaatailons di qne- 
vU> Cf regio periodico. Deplorando l 'errore in eoi fummo tratti, ci godo ora l'animo di potorio rottifieare. n Broekaua , f li 
editore del Jahrbueh, lasciaTa bensì questa pubblicasione ; ma essa h stata ripresa dal Toubnor • oontinoa sotto la dire* 
(ione del prof. Lemcke con una lieve niodiflcasione nel titolo, che ha inisiato una tMtera «er/e. 

3 L' intero tosto di questo importante romanio i stampato , o, come via indicammo ntUt NtUmU dal fltse. I, (p. 70), 
vedrà in breve la luce nella biblioteca del litter. Vtrtin di Stuttgart. Vi i unita una minuta dMcrisiono del contenuto , 
e note letterarie, linguistiche, metriche o filologiche. Benché sapesse di questa pubblicaxione , il J. non ha creduto utile 
parlarne ai suoi lettori. Del resto io dubito ehe il suo lavoro, fktto tvidentemento in fretta, possa intareasar molto dopo 
u*eita la mia ediaione. Una critica di questa, fatta della sua penna, avrebbe assai pib giorato agli studi roaaatL- Pub- 
blico qni approaso alcune correxioni al detto articolo, communicatemi daU'A. medaalmo. Avverto che taluna intandouo eor* 
reggere il codice e non la stampa. Non tutte mi sembrano necessarie. 

~P. M, 4 biene; 67, 3, royal», 3 vessale : U, T prist. 8 Qua*- I. n. dcspist., i8 to« dis ; 70, 15 maliM, 37 e/l : 73, 1 a qno# 
(lu'il; 77, 6c<l, 10 eochier, IS me« sire, 15 e«mar&r« (san\ uno sbaglio mio di lettura), 31 mas sire; 78, 3 Mas sire: 79, Ift 
TieMX (inv. di 1.). 24 traitiz (si cancelli la nota); 81, 8 f. 243' a; 85, 13 desdult. 81 corr. avanti: Brun de Branlant, Qui 
(inv. di ^tti): 97, 38 At, SS haute: 101, 1, Ar, 24, ei7. (E. SUng^l^ 

3 II cod. era stato segnalato da me ntU'Acadnnif (1871, p. 357), ove avevo pure notato ehe il principio di osso differisce 
dalle versioni conosciute. Infatti i primi 2S ff. contengono " uno branche inconnue do la chanson de gesto Pierabras . eono 
dice il «ignoT Oroibor, non in questo articolo, ma in una memoria letta nell'ultima adnnansa dei filologi tedeschi (v. le Jfo- 
tisi* drl fase. I). Qu<>«ta " branche inronnne , > per venire in luce nella Xomania (n. v) a cura doUo «tosso signor Orm- 
ber. fE. Stettigel.) 

12 



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136 - PERIODICI. 

P. 118-120. Kritische Anzeigen. L. Rotna- tutte però del buou sei'oio », tratta dai cod. 
fiia. — F. L« henedictin Pierre Bersuire, 1708 di Bologna. — P. 240-305. G. B. C. Giu- 

premier traducteur de Tite Live, P. I. p. liari. Lm letteratura Veronese al cadere del 

L. Pannier (Bibl. de l'Éc. des CK XXXIIl.) *ec. xv e le sue opere a stampa.— V. 305-339. 

Idem. Proposta dì una bibliografia de' dia-- 

IV. Il Propugnatore. V, 4. — P. 1-24. letti italiani con un docwnento aneddoto 

A. Cerquetti. Sugli errori di lingua italiana in antico veronese. Il documento è la pas- 

che sono più in uso, notati da A, de Nino, sione di N. S. tratta da un cod. di Verona del 

— P. 25-47. V. Di Giovanni. Ricette chimi- sec. xiv. — P. 340-367. L. BaWuzzi. Giulio 
che e tnedicinali in volgare, estratte da un Cesare Bagnoli di Bagnacavallo e la sua 
cod, latino di scienze occulte del sec. xni e tragedia l'Aragonese. — P. 368-395. A. Wes- 
XIV. Il codice apparteneva alla ricca biblioteca selofsky. Intorno ad alcuni testi ne* dialetti 
degli Speciale di Palermo dispersa Del saccheg- dell' Alta Italia recentemente pubblicali. 
gio del 1860. — P. 48-73. L. Balduzzi. Il poe- Queste dotte osservazioni si riferiscono al Trac- 
tnetto del conte Aless. Biancoli di Bagna- tato dei ìnesi di Bonvesin, edito dal sig. Lid- 
cavallo sulle maioliche faentine, dopo un forss. — P. 396-4Q8. 0. Sfo^a. 'Statuto vol- 
secolo ritrovato: estratti e notizie. -.-P. 74r 4irar« M .Con%,une di .pugnano ieU' a. 1391- 
84. A. Neri, (sei) Lettere inedite di Fran- -L'originale <6l Gonaerv«:.oeU.\Ajrchiyio degli 
cesco Redi. — P. 85-104. T. Landoni. So- - Atti notarilt a Lncca. -^P. 409-422. C. Vesme. 
pra alcuni luoghi dell* Infamo e uno' del Intorno ad U7i antico documento volgare 
Purgatorio dt Daiife. Sono: /n/". IV, 101 , ove lucchese. Con due facsimili. Il V. animitene 
propone Che sì iov. di Ch'essi; V, 139, con ti'o L. Del Prete T autenticità di questo do- 
spirti. Con inv. di spirti con; V, 107, chi aumento che crede del sec/xu — J^. ,423r^3. 
vita inv. di chi'n vita; V, 139, piaì^geca: jì A. Cerquelti.: Aieune .yoci ed C8eui|ii mondanti 
iiiv. di piangeva sì :, VII, 7 , enfiata inv. di all'ai dejla Crusca. — P. ,444-447. |dem.,S« le 
enfiate; VII, 25, da. chiudersi tra parentesi; voci Som«areéco. 0, Somareecameiiti?» — ^^P.4i8- 
Purg. XXVI,8,j>7<r<? a tanto indisio che VA. 451. F. Troitìbòni ^ L. Sc»tàbe\\i.L9tìifra al 
interpreta, solo a qiiesto t.— P. 129-138. B. Direttore àq\ Propu^atore. ~ P*. . 4.^2-462. C. 
C. GiuliaiM. La letteì^atura Veronese, al <:a- (vvm^- 1 mss,^che si coìfise^'i^ttfHktn^h Bibl, 
dare del sec. xv^ e le sue opere a stampa. Roncioniofui diPvato. — P. 466*466. tìv-- 

— P. 129-138. E. Teza. Indoportogìiese. k^ àlÌop*afia ed I^tdice. 

punti molto interessanti sul diaktjo portoghese " , • , • - i . 
di Sellane, traui dal Novo testantento de nosso V. BiBijoaAAPiUA. crìtica 3Mì j 111storia> 
.senhor.... em iyido-portuguesa. (Londres J. e LiTTRttXttjftA ', 1-3. — 2, R.. A.Cì Ro*tià^, 
Tilling. 1826.) — P. 139. A.Neri. Sonetto ined, nià. pv P. Stéyer et G. Paris. —1 T., B;L-'ag.i. 
da un ms. del sec. Xin o xiv, ch^ il N.. attri- , ìùf^uela» poeticp, s^oiliat^i^ ^n -lixi siglot-Jtyi 
bulsce a Paganino di Sarzan^i»— ■ P. 140-lv>3. y xvif |>. La-^sj -de U-Veg*. ^ 5^ F. A. O. 
Bibliografia e Annùtui bibliografici. Da, tttterutura dof livros d^ Ca^'atlarìa^ 
V, 5-6. —P, 157-179. G. .GiulianL ÌMixite e il ik Yarnhiig^n- 1— 0. A» X), li^cit^ta ^e.AvGhi- 
vivente linguaggio toscano. — P. 180-193^ V. wo*. *^ 7. T. Btaiga. La àiiberatura^^ portu*^ 
Imbriani. Canti popolari calabresi. Sono 37, gtìeza <*n el siglo XìX p. D.R. Qptit. — 6. C. 
riccolti dalla bocca di una donna calabrese ft Ohras if^ Crtstovao Jf^alcUo eli. p. T.BragU. 
cura del sig. Michele Delfina di Muntemuro, — 12. C. Romania. — 13w C, BicUormaire 
e formano un'appendice ai Canti popolari des doublets de la langue franrai^e p. A. 
delle Provincie meridionali ricolti da A. Bracheu. — l4. T. Braga. CàmBes e òs Lu^ 
Casotti e V. Imbriani. — P. 194-239. Di Mauro siadas p. J. Nabuco. Camòes, e os Lusiadas 
di Polvica. Storia di S. Pietro apostolo nella \y. F. E. Leoni. Os Lvjtiadas p, J. R Q. Mar- 
cila di Antiochia. In volgare sane.se «con tin«. — IO. F. A. C. La dee lì naison' latine d 
lievi mischianze di altre regi'^ni diaJeiticiie, l't-paquc màrovìngienne p. de Jubaìriville. 

Per difetto di spazio rimandiamo al fascicolo seguente U còmplémen.to 
dello spoglio dei periodici. 

] SjlutuiQ'» co] niaiuimo rontciii> 1' «p)iarire di qanto periodico, che prl dtto Ta1or« t^ieut/flcv anih'ik ntérìtaufotv av> 
iiOT^rato tra i tuifrliori gii-trnali critici di Francia o di Qrrntauia. E«^o è dovuto al)' ^n^rrtni iitftHtWa d») sifni^r t^. k. 
Coalho, cntiio e liofUMta fi\ nolo per egregie pabblicuitoni. Ti s'-rivono tutti qart migliori ehc in rortojatlo ■dopfrar'o 
per il pt'igrtitM e la dllTu-ionc del napcrc, tra i q.uli il ;loT,tne prof T. Uragt, il imi nrm» «tj baila |>. r una «pTcndida 
lode. — Non niaiirlirrcnio di notarr (iiUi «juryli .irlii'olì, «.hi» atiliuno oii inti-rr*»'' .«iirr|jli> pi«| rniuanht-i. 



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•vi '.'.M ■ :.i't li .1 i!- w »»\' '.■'\» <.*V''« *ji.viv\ .X» j\, •:.,»; \ /<■>'*• ')',• ' \ ^ .. 

A tuUit^uei C}ù^n»ii che;(Vi\b^iiaiie pjiLvl,e aunuQziaroiijc» I4 .pu^l»Uy:iAÌ<^ie dQ.Ua Hivista, 

reocjuamo 8,ipcere grazia Le lorli e .er.iQcordgijiahKìnìi cKe ci ' vennero pfodiga ti, sa'i*^anno per 

noi Txno «Umól'o tff^plù R'fdre tìjrrf «Br^d perrrt^ la Rivista, tì^l' stìo èVilàppoV^llòttiibbia miri 

a ii^anoara>ddràppo^fk]i'<6id^ adiiotew!^i(<quAnù<deg:baià>eiiCb^mpprs8ei]tiitoo(B«i dÌFe£BÌ paesi 




ij àóft* Edmondo ^tengel è stalo plt»ti') à prjfessj>nj ordinario' ai éìoló^la'i'om'inzà' tiellàt 
Univei'sTtà dì MarlSurg'. N(jn fcéssi par qu^<;fv dilH *»ii\''[Sir^e iwtk dtf^WtJiié di^i<»lW' ilì^vt- 
«fdi^'facoak ccntiiméi%i«»ODepcnB&^vi Gome^lier I'addie4nu < '<. *:i / « ^. < v\ 

É'usrfk8'lÌyoKTMàl*!ArcWt?/<>5r^ofeD^i/cò'i<rf^aHb'dÌM^ *(>•'/. Afcfeo»i;<|tìtttitò Jilfima 

reMèremo xsdnio fdìÉ qp/ÈéUi ' iniportiinSFft^i tii^ puhbl i cnsitine ; i- ^^ 1»8v * veoure In liutce SI ^fa^s; .¥^1 
dei DMfyffrirni.ge^f^ll t|<rf^./^«fiJ|-^»fi«rj»|if<f;.ian^ p^4..pr.>A .V*^-. BapWJii; ^^^ tra|ta/l«U^ n^ 
vello. dal j[>rjin[u> secjlo Cj|ic.pU'Jprjeui> di PlC^I?«>8Ìtp iw ,briìY^-<T-. È P"r^ uscito U fase. I del- 
V Aratro io' storico si<nlmno^\\ abbi un ) tettò un fììtérèS.SJirtfe articolo H^^tTìnfiitiò^bile Pitrè sò- 
prt? &uffiiélmo le il Vèipr*o''s'iàitiano nèitiiVrarfitioiHf! pópótai^e'd9li^BtóiU(».^\.m9dfAÌmo^ 
ha testé pubblio Ito un faurtr^i^gio di Fiaèa'A N^fi^Ua popolare Sioiiliunfi, /«mii^. t^ qii^^lci. 
che ora esce n^lh nnira.. Ri pt^ta. — DjI metodo nello ^\^tuifig écl^c finfue,rgn^i^2fi A il 
titolo della prelezione con cui V e^re^lo àj V. A. fanello nìaùìjilrava nella Urtiverslta ai Pa- 
dova il suo corso libero di filologia romanza. A quanti ciover^bft lli'léttttWldi questo* òptì*- 
80olol^flip8«f..-Aiid^Anédii'<«tte(tide tllla pubblioaùonedel o«lebre G0ditòliVa«.:.^Q3i .la-|)i(X. 
auti<^ e piùycopìos^ cacq^ta cb«^ S4 c<^u(^^i.d^lla;jiric3. ita^liau:i. Sj>QVÌ<^o ^\^^ il valeat» ^- 
ditore oon,tardera aù^i ap^gir*». 1 a^peùfizionp, che deve suscitare negli, sti^dio^ ques^ ajinunzio* 

Una Ghaì^mairè'dela tatìaud rf'mV compilata siri miglior? fnet'odi é stata pirblilicata a 
PtfHg( da*1iitfftór'B*:>tttì?ufgnon. La sua IbhttA éfeméMare la rendei* «Ssai'UCfle»» Évbpagaov la 
coQopeensa cfeir aatico'fcHnce6e.<'r*il ai^vpr A^ Gapxcil&ir de Cassagnao ^ft d^tp ni^,luoq ^na m- 
stoi(r^ 4es ox^igines de /a,,/^»wf^j;/r:a«?ai>ft Vi leggigimo nel Sommario del cftii. I: v^str 
elle (la fanjrue franraise) ung d«^rivatìon cìii latin et du grecr fest-elle orÌRinale'et^OTÉWtialeT^ 
TeTèst le^ pi-bWèftie'a iSis6udt*e. Il li'a Jfimaife éfe pi)s4 el é^tudié.'.:.. T^Avk'ux de F<ictfet, dtBobp, 
de«M8sMcÌUer«0'(fe JìV. 'DietJ Ila laissent la qu^siiod (mlptnnt aù ilsTavai^l trpuV^e^tL A. 
adopte et jcy^mplWedesicJé^ de.Dom Pau^Pexj^pn e^cje.Don[\ J^ M'wiin. U croit \^ laqwe fran-. 
^ise originale. .L'amìqailé et la, grandeur a^ la 'natioh, gauloise ne permeCtent pas de behsér 
qft*elfe alt en'unféahft'o tahgae (JiiMa sienn^: j» E néllh ^e'fh'zlobte TegzWìtnot «Celivrtfòii TàUteW 
s*est impose cèttelàcUe, esf le^ fhittrUe plus de treuMiannés^ dléiud» d< de mèffitatioilai II e- 
«péra que, le& Jeflteiur^ s'enAape*cew<xat.'n Noa v'ha'. dju^bi^>;,8i\ve4e btve ohe nel ^g^l^netto-, 
del signor de Ca^agnac T.^ria^ non s'era Jcinnyvata 4* uu pez?o, - — Una nuota edizione delU 
flistott^e jfént'raìe de l^angtiddondei PP. Benedettini arricchita d>g:lì studi storie! pof^teriCrf, 
sr prrtMpa a Tolosa' sotto h' dfrezlone dA «1^. BJ'DWla^rrrer, tìiembnr d«41*ilbli4ut6. A-Ucoo^ 
pera il flore deii dotti di> Rraifcia^e boil ctlaujruslaaD' cètt iQNnostre^^iàliatoeha, vp^ <3)Uaptj<;^ 
reaitie a provvederci di b^oni. li,bri^ npp manctlna ^ provv^ersi di quest'ppj^ra.Ja.cuj.^n^pQr- 
iinza non ha bisogno ai essere dimostrata. — I sigg. A, Brachet e u. Paris narino comiii- 
ciato a pnbbTicare la loi-o 'ti'àdtii ione della- Grafkynatiòa delle Ungete 'róhanie ài Fl'Dieaj 
Nei paesi nostri dove il tedesco è ignorato ancora da molti dotti, questa traduzione ren- 
derà .fina) niente noto un libro, che. da quaai ij) ay^i riiVPpv^v^^ laflJplo^ia^onyV)*A«.»enzgijche 
la maggior parte dei filòlogi nostri se ne' fosse per anco" accorta*. 1 'rtomt dei (raoùttòri ba- 
stano ad assicurare della bontà del lavoro. Il quale si raccomftfMai ^pnar dè^'nem^Éi5l^% quitnci 
abbisognano di una traduzione fedele e sicura del Diez , ma si anche a coloro che amino co- 
noscere tutto, ciò eh© ».,, complemento deir opera dieziapa fu, prodotto dipoi nel canipo della . 
scienza. Questo saura raixolto .inun, volume a, par^, il quanto, ed ultimo di questa pubblica- 
zione- .E cosU^Jome gi^ della Qrainjnaùca d^l Bopp, noi vedremo ora la Francia ctai-e della 
grammatica del Diez non più una traduzione nuda, ma sibbf^ne una quj^rta (idizì'^ne, U «.ni im- 
portanza sani int-'sa non meno nei p^f'si latini che, n'^ll'i G'^rm^ijin. , . / . 



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138 NOTIZIE. 

In Portogallo il prof. T. Braga ha mandato alla stampa il suo libro, FormoQao da Novella do 
Amadis de Gaula. È questo 1° il voi. della Bistorta das Novellas portuguezas de Cavalleria, 
la quale a sua volta fa parte della Historia da litteratura portugueza , di cui questo va- 
lente scrittore ha già pubbliaUo 11 volumi nel breve corso di due anni. — 11 :;iedesimo, as- 
sieme al sig. F. A. Coelho, il bravo editore della Bibliographia critica, attende ora alla 
fondazione di un altro periodico, VHis^nia, consecrato allo studio delia storia, delle razze, 
hngue, letterature e antichità della penisola iberica. Assai dobbiamo aspettarci da questi due 
egregi giovani, che con una dottrina ed una energia rara assunsero la nobile missione di ris- 
vegliare nella loro patria il culto dei buoni studi. 

In Catalogna il signor Frane. Maspons y Labros ha pubblicato la 2* serie del Rondallayre. 
Qiientos pomdars catàlans coleccionats ecc. Esso merita le lodi che già gli tributò la JR£h- 
mania per la 1» serie. Nel Prólech l'A. rispondendo alla Romania, dice: « la esencia, '1 
caracter, lo fons de la rondalla, gens ni ^ota la so tocada.... »; ma non esclude di aver ritoc- 
cato un po' la forma, ed in ciò non sappiamo consentire. — Il prof. Mila y Fontanals pre- 
para una nuova edizione delle sue Observaciones sobre la Poesia popular e del Roman- 
certi lo catalan. 

In Rumenia V. Aiexandri ha pubblicato un volume di Poesii populare a le Romanilor, 
Bucuresti, 1872; Dorulu un Cvllegere de canttiri nationale si populare vechi si nuoe, 
Bucur. 1872 ; C. Mussimu un Dictionariulu limbei romane. Buk. Iò72. Per questa e per altre 
pubblicazioni rumene si veda la Bibliogr. crii. I, 176. 

In Inghilterra il signor Henry Nicol ha posto in luc« una interessante dissertazione On 
the old french labial rotcels. 

Il prof. Mussafla negli atti dell' Accad. di Vienna, (1872, 21-2o) ha data una nuova contri- 
buzione Zùr Kunde der norditalianischen Mundarten in 15 Jahrh. Il nome dell'autore 
basta per raccomandarne la lettura. 

Dalla Germania ci giungono due buone dissertazioni, una del dott F. Settegast, Hari- 
manns « Iwein », verglichenmit seiner altfr. Quelle; l'altra del dott. H. Suchier Ueber die 
Quelle Ulrichs von dem Ti'trlin und die tìlteste Gestalt der prise d'Orenge, — I Roma- 
nische Studien sono continuati a Straszburg presso 1' editore Trtlt^ner. É in corso di stampi 
il fase. 30. 

Di sopra abbiamo accennato al corso (libero) di filologia romanza iniziato nella Uni versiti! 
di Padova dal dott. U. A. Canello. Esso è cosi ripartito: I, Grammatica storica francese ed 
italiana ; li, Lettura dei più antichi testi francesi. 

Il sig. Teofilo Braga, professore di Storia delle letterature moderne nel Curso superior 
de letras in Lisbona, quest'anno tratta nelle sue lezioni delle origini delle letterature romanze. 

Da tre aimi una cattedra di filologia romanza è stata eretta nella Università di Pietroburgo: 
l'occupa il valente prof. A. Wesselofscky, e nel fascicolo prossimo renderemo conto del suo 
corso. Ciò intanto valga a reltificAre quanto, malamente informati, riferimmo alla p. 70 di 
questo volume. 



OIl'SKrPE NRRl reiponnahiU 



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NUOVO SAGGIO 

DI 

FIABE E NOVELLE POPOLARI SICILIANE 

RACCOLTE ED ILLUSTRATE 

DA 

GIUSEPPE PITRÈ. 

(V. pp. ll».121.) 



IL 
ARANCIU E LUMIA. 

Cc'era'na vota an re o 'na rigina. Stn re o sta rigina'un aviana naddu figghia,G pri- 
gam a In Signari di niannàricci un figghia o 'na tigghia. Ddoppn tempi la rigina nesci 
gravita. Passa n'astrolacn; lu re la chiaman e cci fìci addìminari la vintnra a la ri- 
gina. L' astrolacn dissi:— «La rigina fa 'na bedda figgMa fimmina,ma sta picciotta a 
5 li dicidott' anni avi a passari'na gran disgrazia cu 'na calunnia d' nn ossa d* aliva. » 

Li jorna passavana: la canta 'an metti tempa; vinni ca la rigina partnria e 
fici'na bedda figgbia fimmina, ma bcdda, bedda qaanta la Sali. La re la fici vat- 
tiari e cci misi nnoma Maranedda. 

A li qaattr'annazzi la re la 'ncbiaija 'nta li cammari sigreti,enan cci facia 

10 vidiri nadda pirsnna di fora, sala cbi'na cammarera cbi cci facia dì matri; e poi 

fici tagghiari tatti li pedi d' aliva chi cc'orana'nta la jardina, e detti ordini ca 

nadda Schiantassi cchiù pedi d' aliva 'nta la vicinanza. Sta picciotta criscia ad ara 

ed a pnntn, e arrivanna a li dicissett* anni era*na scocca di rosi '. 

Ora vicina a la palazza cc'era'na vicchiaredda ch'aviaan jardina, e'ntasta 
15 jardina ce' erana li so'piridda, li so'varcoca, li so'persichi e li so'pìdozzi d'a- 
livi: e'nta tanta tempa ch'avia st'arvali, diavala falla! cci avissi stata ana chi 
si nn' avissi addanata mai^I Cogghi st' alivi e li metti 'nta la salamoria; ddoppn 
'napoca di misi, qaanna cci parsi a idda, li nesci di la salamoria e si li metti 
a spizzaliari pi campanaggia, e V ossa anni li jetta? nna la porta di la jardina di 

1 Era fresca, colorita e bella come una ciocca di rose. 

2 Nessuno s'era mai accorto che vi fosse questo giardino a peri, albicocchi, peschi ed ulivi. 

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140 0. PITRÈ. — NUOVO SAGGIO 

20 la riginedda. Scinni la riginedda *nta In jardinn, tocca cn la pedi dritta an ossa 
di chisti: — «Ahi!» e coma dici aJii! accianca di la pedi e ammatiscì. Cansid- 
dirati la re e la rigìna la spaventa! Si misira a chiancirì dicenna: — «Povira Ma- 
ranedda! fa distina ch*avisti a passari!» 

Ddoppn an anna di sta sorti di vita, la mannara 'nt' 6n palazza di campagna 

25 e la cansignara a tri camraareri: — « tanta pi tanta, — diciana , — chi la tinema a 
fari ccà? idda'an parrà, idda 'nn camina; coma si nan fossi.» Sta povìra matàn- 
gara 'nta sta palazza era coma *na petra jittata 'nt' 6n pazza. Li criati , la mena 
pinsori cVaviana era di sirvilla; manciari > , e cci davana a manciari zocca cci vi- 
nia vinia; dormiri *, la letta ora canzatn e ora no; li finistrana sempri sbarrachiati 

30 notti e ghiorna: erana li veri nnimici salariati ^. 

Lassamn a la povira Maranedda , ca mischina ! facia 'na vita di cani, e pigghiama 
ca ce' era an riazza ca java a caccia. Sta riazza 'na jomata si spirdla, e sì jia a 
tèniri Sina a sta palazza; talla, talla, e vidi li finistrana aperti ;'nsa chi cci parsi; 
jetta'na scaletta di sita; a qaattra botti fa ddà sasa, trasi e trova sta povira pie- 

35 ciotta sala coma 'na cani. — « Coma vi chiamati? » cci dissi idda coma la vitti; ma 
idda cci fici 'nsinga ca la mana ca era matàngara e nan patia parrarì. La riazza cci 
spiaa ca li gesti: — « Ca'siti? » — e idda cci fici accapiri ca era figghia di re 'nca- 
ranatn. La riazza allazzaa, la picciotta cci piacia, e cci spiaa si idda la valia pi 
marita. Maranedda capin sabbita e cci dissi sì. La riazza ha fatta prìparari tatti 

40 cosi , e si r ha maritata. 

Ddoppa sta cosa, la riazza testa 'an nn'avia cchiù, e so matri, la rìgina,'an 
si patia pirsaadìri sta figghia ann' era alloggiata. Maranedda niscfa gravita; a li 
novi misi partaria e fici dai beddi fìggili èmmali, an mascalidda ca n' arancia 
a li mana, e 'ha fimminedda ca 'na lamia para 'nta li mana; e cci misi ^ Aranciu 

45 e Lumia. Sti picciriddi spmcchiavana, e la riazza vintiqaattr' ari la joma si li pig- 

ghiava 'mbrazza e si nni prijava ^ ; e qnanna la matri cci facia qaarchi grossa can- 

cariata, idda allara mannava a damannari natizia c'an so scava chi si chiamava Ali. 

'Na jnrnata la rigina smaniannn di la rabbia chiama ad Ali e cci dici : — « Ali, 

si ta mi sai a diri ca ca' ò alloggiata la riazza, io ti fazza an gran camprimenta.» 

50 Li dinari fanno annorvari; Ali cci contao pani pani, vino vino. « Ah! — cci dici 
idda allora; — 'onca chisto ce' è? S' avi a perdiri lo me nnomo, si io non mi levo 
di'romenzo a sta gran scilirata chi m'ha arrnbbato on figghia^!» E coma veni 
lo riazza si lo 'mpaja pi davanti, e cci nni dissi ca manco li potia portari an scecca ^. 
Lo figghia si sopportao tatti cosi, poi cci dissi : ~ < Matri mia, chi voli? Io la 

1 So si trattava di mangiare. 

2 Se si trattava di dormire, il lotto ora glielo rifacevano ed ora no. 

3 Un proverbio siciliano contro le persone di servizio dice: Criati^ nnimici talariaU. 
A E mise loro nome. 

5 E se ne dilettava, se ne compiaceva. 

6 La mamma che vede in un suo figlio un mutamento d^amore, di affetti e di simpatie, e che 
sa di qualche di lui amore occulto, dice che la tale ragazxa le ha rubato il figlio. Poi quando 
nascono tnppertb tra suocera e nuora, la suocera grida alla nuora : « Birhaniil ca m^arrubba- 
$il un figghiu l » 

7 K prlienp disxe tante che non le avrebbe sapute portare un asino. Gli disse roba da chiodi. 



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DI FIABE £ NOVELLE POPOLARI SICILIANE. 141 

00 vogghia bòniriaMaranedda, o vossia in' avi a pirdnnari si fici sta mancanza di 
maritarìmilla.Ma poi avi a sapirì ca idda è pani (pure) sangu riali,e io nnn aja vinata 
a mali meriti a pigghiàrimi a idda.» — «Nenti, nan sacciu nenti, — dici la ri- 
gina,— d'ora nn' avanti ta nun ha' a nèsciri cchiù di sta palazzo, e poi pi sta 
scìlirata cci pensa io. » 

fu) Menti pi mia. Coma li picciriddi accaminzara a ghiri sciaminannn casa casa, 
nna d' iddi 'na vota s' affirrò pi minna a la pedi dì la matri * ; saca snca, cci tiraa 
r ossa di r aliva ch'avia ancora 'ngagghiata 'mmenza li jidita di la pedi. Yiniri- 
sinni st*ossa e idda jittari'na gran vaci, fa tatt'ana; e li cammareri si spavin- 
tara a sentiri parrari a la riginedda, e a vidilla ca li pedi beddi dritti. Allara 

65 vinni la rispetta: «riginedda ccà,» «riginedda ddà>, e tanti cirimonii. 

Ora iama ca la riazza, di la gran colira chi cci detti so matri cadin malata 
'nfirma , o si jittaa 'ntra an fanna di letta. 'Nta la frevi sparrava e dicia : 

« Aranciu e Lumia! 
Maranedda; mora pi tia ! > 

70 Coma la matri la vitti accossl, chiamò ad Ali e cci dissi : — « Ali, te* ccà sta littra, 
portala a mò nora, e dicci ca sta jarnata io la vogghia ccà a palazza ca mia e ca li 
me' nipatoddi , tanta pi tanta ogni foca addiventa cinniri '.» Ali jia nni la riginedda 
e cci detti la littra: la riginedda vistia a li picciriddi beddi paliti; poi si vistiaidda 
si misi 'na vesta china di ciancianeddi, naatra di cirimali e naatradi campaneddi, 

n e ghija nni so soggira. La soggira coma la vitti spantari fici carni ari pi setti voti 
an bolla fama, e coma appi 'mmana a li picciriddi e a la nora si li carriaa nna la 
cammara di la fama chi carrispannìa sapra la cammara di la riazza. ^ « Ah ! , 
dici, sr'nta li me'mana, sciiirata, ca m'hai arrabbata an figghìa! Ora spog- 
ghiati, qaanta t' arrifrisca li carni 'nta sta fama.» La povira riginedda si leva la 

so vesta ca li ciancianeddi e sbatti li pedi : — « Re ! re ! ca Ali m'ha tradata ! » La riaz- 
za, ca'an facia antro chi gridari: 

• « Arancia e Lamia ! 

Maranedda; moru pi tia ! > 

si misi a 'ttintari coma 'ntisi sta vaci lamintnsa. La riginedda si leva la vesta ca 
85 li ciancianeddi e la scrosci forti, e sbatti li pedi cchiù forti:— «Be! re! ca Ali 
m' ha tradata ! » La ro sata 'ntr' all'aria e a grancicani acchiana 'nta la cammara di 
snsa. Idda si leva la vesta ca li campaneddi, e sbatti e pistanf a cchiù forti : —« Re I re ! 
ca Ali in' ha tradatai » o coma dici accassi e la soggira la stava affirrannn pi ghit- 
talla'nta dda vacca di 'nforna', trasi la riazza e vidi sta tragedia. Chi fa la riazza? 
00 Afferra la matri: — « Ah sciiirata ! ca mi sta livanna la matri di li me' figghi M » o 
la jetta 'nta la fama e la 'nchiai ca la balata. Ddoppa si pigghia li picciriddi e 

1 Si mise a succhiare il piede invece della poppa. 
s Proverbio comunissimo. 

3 Somiglia la bocca del forno, rossa per la fiamma, alla bocca dell* inferno. 

4 Potrebbe questo povero padre ricordare vincolo di sangue piti potente e più affettuoso per 
giustificare Tatto di gettare la madre nel forno ? 



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142 a PITRÈ. — NUOVO SAQGIO 

la riginedda, e li porta sapra In trono, e la'ncarnna di dda riginedda chi era. Ad 
Ali lu fici sqnartariari: e poi mannò a chiamari a so soggira e a so soggira, e 
si gadeni la santa paci. 

95 ' E cu' rha dittu e cu* )*ba fattu diri 

Di mala morti nun pozza muriri \ 

Palermo. 

Corre anche col titolo Suli, Perna ed Anna, bellissima variante che 
vedrà la luce nella mia raccolta. Tutta la novella è-una variante della 
terza e più della quarta delle Sicilianische Màrchen della Gonzenbach : 
Von Maruzzedda e Vo7i der schònen Anna» In quella i figli si chiamano 
T amu e T amai, e quando Maruzzedda va a morire grida: T amu. 
T'amai, T' amirò; in questa i figli sono Suli e iwna; e Anna, prima 
d'esser gettata nella caldaia d'olio bollente, grida: 

Figghin mio Suli, fìgghia mia Luna, 
Comu fa donn'Anna sula? 

Perfettamente eguale è il trattenimento 5® della giornata V del Cunto 
de li cunei: Sole, Lmia e Talia, il cui argomento è questo: «Talia morta 
pe na resta di lino e lassata a no palazzo, dove capitato no Rè, 'nce fa dui 
figlie, la mogliere gelosa l'ha nelle mano, e commanda che li figlie siano 
date a mangiare cuotte a lo padre, e Talia sia abbrusciata; lo cuoco salva 
li figlie, e Talia è liberata da lo Rè, facenno iettare la mogliera a lo stisso 
fuoco apparecchiato pe Talia. » 

Una variante tirolese reca lo Schneller nelle sue Màrchen und Sagen 
aus Wàlschtirol (Innsbruck, 1867), n. 23: Die drei Schwestem, e 
un'altra nelle Anmerhungen und Zusàtze della stessa raccolta, al n. 23. 

Il principio della nostra novella confronta con quello di Bianca-^omu- 
nivi e russor-comu^focu, della Bedda di li selli munlagni d'oru e di 
Mandruni e Mandruna della mia raccolta. 

L'incantamento e la caccia del giovane re, e quel che segue fino al 
rinvenimento della povera principessa, è pure nella Crudel matrigna, nov. 
XII delle Novelline di S. Stefano, ove però il principe si fa portare a 
casa la bella, messa nel cataletto, la quale, presente la vecchia regina, ri- 
sensa. Confronta pure con la nov. II delle SiciL Màrchen: Maria, die 
bóse Slicfmutter und die sieben Ràuber, ove Maria è incantata con un 
anello della matrigna, e disincantata, reduce dalla caccia il giovane re, 
dalla madre di lui. 

Agli altri riscontri notati dal Kòhler, SiciL Màrchen, voi II, p. 206, 
aggiungasi La Hermosa filla^tra della recente raccolta: Lo Rondai- 

iCliìusa di scherzo, presa dalle orazioni sacre che le cantastorie dicono per le strade; colla 
quale chiusa esse pregano dal ciclo la buona morte su loro stesse e su chi ha fatto cantar loro 
la oraziono. 



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DI FIABE E NOVELLE POPOLARI SICILIANE. 143 

làìfì^e^ Quentos populars catalans coleccionais per Francisco Maspons 
y Labrós. Segona sèrie, pag. 83 (Barcelona, Verdaguer, 1872): nuova e 
pregevole raccolta che meriterebbe esser conosciuta dagli studiosi di tra- 
dizioni popolari in Italia. 



III. 
LU LAMPEKI D' ORU. 

'Na vota ce' ora un re; sta re era schottu e tinova li so' bracceri : conti, prin- 
cìpi e marchisi. Ora ce' era un Conti di chisti eh' avia un palazza vieinn a chiddu 
di la re, marn cnmnrn. Sta Conti era maritata, e avia'nasora bedda quanta la 
Soli o la Luna, e pi lì tanti biddizzi 'an la faeia nòseiri pi nenti, manca pi la Missa. 
5 Paviredda,'an avennu cummerciu (^ naddu,'na jumata pi dispirazioni si livò la 
sticca di la cuttigghia, e misi a fari un pirtusu a la munì di la so eammara. Spir- 
tosa, spirtusa, fici un pirtusu granni quant' era idda.'Mla la testa, e unni va a 
spunta? nna la cammara di letta di la re. — «Oh!» dici, «e chi fiei io!» 

À ura di menzannottì, ddoppu chi lassò a so frati , si nni jiu nna la so cam- 
10 mara pi ghìrìsi a curcarì. Chi pensa di fari ? Jisa V apparatu ehi ce' era supra lu 
pirtusu, jisa l'apparata di la cammara di la re, e vidi la lamperi; e cei dici: 

— Lamperi d* oru , lamperi d^argentu , 
Chi fa lu me re , donni o vigghia I 

E lu lamperi cei arrispùnni: 

15 — Trasi, Signora, e trasi sicura: 

Di lu me re *un aviri paura. 

Pigghiò e trasiu ; cantanti cantanti ^ si nni va a curca ' aliata di lu re. S* arru- 
spigghia lu re, e si misiru a ehiacchiariari pi -li fatti soi. — «Cu'siti?» cei spija 
la re. — «Nenti: sugnu cristiana comu a vui.» 
20 Lu re ehiaechiariannu, eci avvìnelu^ lu sonnu. Idda si susiu e si nni jiu nni 
li so' cammarì. Lu 'nnumani lu re : — « Olà olà ! cu' cei ha statu stanotti nni li me' 
cammari? » — « Nuddu, Maistà,» dieinu li guardii.— « Beni, beni » dici lu re ; « 'un 
vi vogghiu cehiù pi guardii, » 

Lu 'nnumani lu re tinni eunsigghiu. Dieinu li savii : — « Pirehi aviti a fari suf- 
25 friri li guardii, si iddi nun cei enrpanu^?! Megghiu ca faciti fari lu pavimentu di 
la cammara rasola rascia di tagghiu^; accussi comu sta pirsuna metti li podi nna 
la vostra cammara, s'avi a fidduliari tutta.» 

Lu frati di la Cuntissinedda era'nta lu eunsigghiu; turnannu a la casa, lu 
prìmu pinseri chi appi, euntarì tuttu lu passaggiu a la casa. 

1 Presto presto, con molta facilità, e sensa ritcnsione 

t Comunissimo è nel nostro linguaggio famigliare questo tempo presente dell* indicativo (cttf- 
ea) invece del presente delP infinito. 
3 Fu avvinto, fu preso dal sonno. 
< Che colpa ci hanno ? 
s .\ tagli di rasoi. 



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144 O. PITUÈ. — NUOVO SAGGIO 

:)() La som subbitn ordina un pani di scarpi cn li soli di ferrti; « ma a la Vimina- 
ria lianim a ossiri lesti.» Ddi scarpi a la Vimmaria fóru stampati ^ La notti, a men- 
zannotti, idda si *nfìla ddi scarpi, e salleva T apparata eh' ammncciava la pirtasa. 

—> Lampe ri d* oru, lampori d* argenta, 
Chi fa lu mò re, dormi o vigghia? 
3.) — Trasi, Signura, e trasi sicura: 

Dì lu ine re *un aviri paura. 

Trasi si va a 'nfila nna la letta di In re. Si fanna li gran discarsi, la ro pìg- 
ghiò sonna; idda si'nfilò arreri li scarpi, e si la faraggiaa. A la'nnamani lu ro 
chiama cansigghia. Li savii dicina: — «Ora pi livari sta vissazioni, accattati 'na- 

40 poca di zafarana bona, vagghitila e mittiti an bella tiàna d* acqae di zafarana 
satta la letta; coma idda veni, si carca, e poi si vagna, lassa li stampi sapra la 
tappita. » 

Lu re senza pirdìricci tompu, dotti ordini di zocca s' avia a fari pi la sira; e li 
savii si nni joru. La conti turno a la casa, e cci cuntau pani pani, vinu vinu ^. 

45 La soru assuppau. La notti, sunannu la menzannotti , va nni lu pirtusu, lu scum- 
raogghia: 

— Lamperi d*oru, lamperi d'argentu, 
Chi fa lume re, dormi o vigghia? 

— Trasi, SigDura, trasi sicura: 
.00 Di lu mò re 'un aviri paura. 

La Cuntissinedda trasiu; allocu d^acchianari di lu latu di la zafarana, jiu ad 

acchianari di Tautru latu. Discurreru tutta la nuttata; si ficiru tanti cirimonii; 

'nta lu megghiu, lu re s*addummisciu; idda si susi, fa'na vota-canciata e si 

nni nesci. 
55 Lu *nnumani: — « Olà olà I Tuccati campana di Cunsigghiu ! » Li Ounsigghicri 

cci dicinn: — «Maistà, faciti fari*na catinedda e' un catinazzoddu ; comu idda si 

veni a curca, attaccativi li so'capiddi a li vrazza, passàticci la catina di supra, 

e chiujitila cu lu catinazzolu, e finisci.» 

Lu frati va a la casa. — «'Un sapiti nenti'? Stanotti la picciotta arreri cci jiu 
60 nni lu re. Ma stanotti chi veni, lu ro si fa fari 'na catinedda, e s'attacca li so' ca- 

piddi^ a lu vrazzu; e cu'ò capita.» La notti cu 'na bella forficia la Guntissina 

trasi e dici: 

— Lamperi d' oru, lamperi d' argentu , 
Chi fa lu me re, dormi o vigghia? 
05 — Trasi, Signura, trasi sicura: 

Di lu mò re *un aviri paura. 

Si curca; discursi, cirimonii; quannu cci parsi a iddu, s'ammogghia li capiddi 
d'idda a li vrazza, o di supra cci attaccau la catina. Comu pigghiò sonnu, idda 
si tagghia la trizza di li capiddi e scappa. 

1 Furono improvvisato. 

t Intendi che raccontò tutto minutamente alla moglie e alla sorella. 

3 Non sapete voi nulla? 

* I capelli di lei, della bella incognita. 



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DI FIABE E NOVELLE POPOLARI SIClLIANK. 145 

70 Lu 'nnumani : -T- « Olà, olà!» Vennu li savii; ma la cosa 'un jiu avanti , pirchì 
s' avia a vìdiri coma java a finirì. Jama ca la signnra'an cci jia cchitì nni In re, 
e la re si dispirava ca nan patia sapiri ca' era sta signara. 

Sta picciotta niscia gravita. La tempa passa; la canta 'an porta tempa: a li 
novi misi partarisci, e fa'an bedda figghia mascala,e alamenzannotti apica^: 

75 — Lamperi d* oru, lainperi d'argentu, 

Chi' fa lu me re, dormi o vlgghia? 
— Trasi, signara, trasi sicura: 
Di lu mò re *un aviri paura. 

Trasi, e la va a lassa tinca tinca aliata di la re. La'nnamani:'ngaà! 'ngaà'! 

*) —«Olà, olà! caMa parto sta picciridda ? » — « E ca'nni sapi nenti!» Dicina li 
savii: — « Nenti, Maistà: sta picciridda avi a ossiri di dda donna chi vinia la notti 
nni vai. Ora, fìnciti ca sta picciridda marina la faciti mettiri'nta la cataletta; la 
donna chi la veni a chianci, chissà ò la matri. » — « Bella bella ! » dici la re. Fici 
allappiari la picciridda, e la fici mettiri sapra la catafarca; o li genti la jàvana 

8.-, a vidiri, e tatti dicevana : — « Miat' idda I Gloria e paraddisa ! > Jia la Conti, e la 
jia a cantari a la sera; ma cci scappaa di diri ca la picciridda era morta. La sora 
si sacaa. Sabita si vesti, si metti setti veli p' 'aa essiri canasciata, e ghia nni la 
picciridda e la misi a chianciri e a rìpitari: 

<— Figghiu di la mamma bona , 
90 Pi tia misi li pedinata li rasola! 

Figghiu di la mamma vana , 
Pi tia misi li pedi 'nta la zafaranal 

Figghiu di la mamma trista, 
Pi tia appi tagghiata la bedda trizzai 

95 Ce' era vicina la re e la Conti. — «Sabita, dici la re, viditi ca' è sta signara! » 
Cci hanna livata li veli e hanna vista ca era la sora di la Conti, La frati fici la 
morti ch'appi a fari 3; tira la spata e la valla ammazzar!; ma la re cci dissi: 

Fermati, Conti, virgogna nun è : 
Soru di Conti, mugghieri di Re ! 

Palermo. 

Lo stesso fondo ha la novella Vom Crafen und seiner Schwcsicr 
(SiciL Màrchen, n. 56); però in essa il conte ha una moglie che veste 
dell' egual foggia che la sorella di lui; è amico del re; quando la contes- 
sina va dal re, questi si consiglia col conte, il quale per fargli venire a 
conoscere la bella incognita, gli consiglia di sottrarle, quand'ella vada lui, 
la vesta. Il re cosi fa; ma quando il conte vuol venire al confronto, la so- 
rella ha modo di eluderne V accortezza. La contessina si sgrava d' un bam- 
bino, e il re, che vi riconosce un figlio suo, figlio della bella incognita, 
per consiglio del conte bandisce una festa da ballo; e alle dame presenta il 
bambino facendo finta di volerlo uccidere. Così la madre si manifesta. 

1 Soltindcndi: la contessina corro al buco e dice alla lampada. 

2 Suono imitativo del pianto del bambino appena nato. 

3 11 fratello fu per venir mono, quasi morì a quella vista. 



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146 O. PlTRfe. — NUOTO SAGGIO 

Il Kohler non trova veruna variante a questa novella difTusissima in 
Sicilia, un'altra lezione della quale, raccolta in Borgetto, esce col titolo: 
La som di lu conti. Non men bella, e più minuta è quella che ho di 
Vallelunga, intitolata: iu Cannilerù Nel Re Bufon, n. XVIII delle 
Fiabe popolari veneziane raccolte da D. G. Demoni (Venezia, 1873) un 
principe entra furtivamente nella stanza d'una ragazza, e giace con lei 
fino a lasciarla gravida. C'è anche una lampada, e il principe le dimanda: 

— Lampada mia d'argento, stnpin d'oro: 
Dormeia o végela la mia 8Ìgn<M*a? 

E la lampada risponde: 

— Intrate, intrate, in bona ora 
La xò in camara che dorme sola. 

Qualche punto solamente di tutta la novella arieggia VOnibrion della 
Novellaja milanese dell' Imbriani; n. 111. Lo espediente per appurare la 
madre del bambino, cosi com'è nella Vom Grafen und seiner Schioester, 
è una specie di giudizio di Salomone. 

IV. 
LA MANU PAGANA. 

Si racconta ca*na vota ce* era nn patri e'na mairi ed aviana setti figghi. La 
matri coi mnrin, e arristaa la patri cu li setti figghi. Erann scarsi S e la patri non 
avia chi coi dari a mangiari. Pìnsan iri a fari 'na ministredda. Coma la cugghièra, 
la cacera e si la mangiara. La secnnna vota coi jin arreri, e la jia a cogghiri uni 

5 Torta di la Za Draa, In qaali poi travaa smossa Torta, e pinsaa di giasta fari 
un fossa e si vradicaa lassànnasi ana oricchia scaperta. Jia la patri a cogghiri 
arreri la minestra, e chidda oricchia ci parsi f ancia; la va pi tràri pri partari- 
siila, ed eccu vidi nòsciri la Draa; e ci dissi a la patri: — «Chi vai facenna?» 
— «Vinni a cogghiri 'na minestra pirchi aja setti figghi dijani senza chi darìci a 

10 mangiari.» La Draa ci dissi: — «Portaminni ana, caio ci dogna a mangiari, e 
mi fa li survizzedda. » La patri ci la jia a pigghiari, e a la vinata ci detti menza 
tùmmina di dinari. Coma vitti a so figghia ci dissi: — «Veni ccà, figghia mia, cu 
la nanna, ca ti dana a mangiari e ti dana tatta la so robba.» La patri si ni 
jia e ghia a fari spisa a tatti T aatri figghi. La Zu Draa ci dissi pirò a chista già- 

15 vina: — < Io aja *na mana pagana '; sidda tu ti la mangi, la robba mia tatta è taa> 
Ci lassaa la mana pagana e si nni jia. La giavina, sola, pinsaa di fàrici an por- 

1 Erano corti a quattrini, erano in strettezze. 

t Non saprei perchè qui il Dra^^o chiami pagana la mano che vuol far mangiare alla figlia 
del povero contadino ; salvo che non prenda questo aggettivo per significare cosa strana ed 
anche cosa trista. Gioverà intanto sapere che nel linguaggio familiare manti pagana sì dice 
di una persona che rubi o sottragga di soppanno, non una volta sola, ma per abitudine e quasi 
per mestiere. E pagnnu si dice anche V uomo che non abbia ricevuto battesimo. 



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DI FIABE E NOVELLE POPOLARI SICìLIAKE. 147 

tosa e atiaccarìsilla a In stomacn. Yìnni la Za Dran e cci dissi poi: — < Ti la man- 
giasti la mana pagana?» Idda ci rispnnnia: — «Mi la mangiai.» Già la Dran si 
misi a chiamari: — «0 mann pagana, anni si*? dimmi anni si*?» La mana ci ri- 
so spannia : — « Ora ni la stomaca. » La Draa arreri ci dissi : — « A la banna di din- 
tra a la banna di fora ?» E idda arreri : — < A la banna di fora; pirchl mi fici an 
partasa e m*attaccaa a la stomaca.» La Draa ci dissi a la giavina: — « Ora 
pigghiala. » Idda la piggbiaa e sabita la partaa ^ ni la riposta, anni c'erana tatti 
li genti chi idda avia ammazzata; e Tammazzaa videmmi ca Taatri. 
% Poi jia la patri pri vidiri a so ligghia, tira la fancia, ed idda niscla; e ci dissi 
la Dran : — « Chi vai facenna? » -^ «Vinni pri cogghiri n*aatra minestra, e Yogghia 
Tidiri a mò figghia. » La Draa sabita ci dissi : — < Ln sai chi ti dica ? Va' pig- 
ghiaminni n*aatra^ ca ti dagna n*aatra menza tùmmina di dinari. » La patri allara 
ci dissi : — « Io Yogghia prima Yidiri a mò figghia.»-* «No no , pirchl tò figghia sta 
30 facenna la pani^.E ora ci ni yoIì n*aatra chi ci proi Tacqaa.» 

Jia la patri e ci ni jia a pigghiari n* antra, chi era la minzana. Coma ci la 
partaa tiraa la fancia e niscfa la Draa dicenna : — « Mi la partasti a la figghia?» 
Idda arrispasi: — «Cà è !» Si pigghiaa a so ^ figghia, la Draa, e la patri si nni jia. 
La Draa ci dissi a Taatra giavina: — « Veni ccà, figghia mia, ca la nanna ti dana 
?5 tatta la so robbae ti dana a mangiari s.» Ma chidda allara: — «0 Draa, danni 
è mò som?»— «Ora senti chi ti aja a diri: Io aja *na mana pagana, e ta ti Thai 
a mangiari; sidda nan ti la mangi, io t'ammazza. Tò som nan si vosi mangiari 
la mana pagana, ed io T ammazzala. Pirciò, mangi tilla; vasinnò ca tia fazza In 
stissa. La partaa ni la riposta di li morti e ci fici vidiri a so sora ammazzata* La 
40 Draa già si ni jia arreri a fari caccia di omini. La giavina pigghiaa la mana 
pagana, la *nfamaa, poi la pistan e la jittaa a la venta. Vinni poi lu Draa e ci 
dissi: — «Ti la mangiasti la mana pagana?» Idda ci dissi:— «Si, mi 1^ man- 
gila. » E la Draa allara : — « mana pagana, dimmi anni si*. » La mana ci ri- 
spasi: — « Mi fici prima *nfarnata, poi mi pistan e mi jittaa a la venta. » La mana 
45 sabita si rianln e ghia ca la Draa. La Draa pigghiaa a chidda giavina pi la mann 
e la partaa ni la riposta e V ammazzaa ca so sora. Poi si facia dari, la Draa, a 
1* aatrì soni, li qaali nan si la mangianna nndda, infina a sei, e facenna la mana 
semprì di diversi maneri ^. E la Draa sempri 1* ammazzava. L* altima pirò ci dissi 



1 Intendi che il Drago condusse la giovane. 

2 Va a prendermene un'altra (delle tre figliuola'). 

3 Accenna airuso delle donne del contado di fare il pane in famiglia, ove altre hanno il fumo 
in casa, altre hanno la madia od altri arnesi buoni ad impastar la farina. 

4 Sua, intendi del contadino. 

5 II Drago parla d! so in terza persona; e poiché il contadino avea detto alle figliuole che, 
il nonno vuol vederle, egli, il Drago, dice alla seconda ragasza: Vieni qua, che il nonno (io) 
ti d& da mangiare. 

€ Questo tratto significa: Poi il drago si faceva dare le altre sorelle, delle quali nessuna 
fino alla sesta, mangiò la mano, ohe preparavano (cocevano) sempre in modi diversi. 

Il gerandio, come qui mangiannu e faeennu, spesso nel llnguasrgio familiare tiene luogo del- 
l'imperfetto indicativo. 

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148 G. PITRÈ. — NUOVO SAGGIO 

chi era la settima S ci jia la patri pri vìdiri a li figghu e In Dran ci dissi : — < Nun 

50 li pòi vidiri pìrchì snnnn 'nfacinnati ; cui fa pani, cni lava, cai stenni, cai fa la 
mangiari; pirciò la sai chi ti dica? portami Taltima e accassi stanna cantenti tatti.» 
Idda la patri, ci la jia a pigghiari; ma la settima pirò nnn fa babba. La Draa 
ci dissi: -- € Veni ccà ca la nanna, ca ti dana la so robba. Si ta ti mangi sta mana 
pagana , io ti fazza la patrana e domina di tatta. » Idda si ni jia a fari cerca , 

55 e la giavina 'nfarnaa la mana, la pistaa, la cirnia, e poi pigghiaa V ostii e si la 
fici a pianali e si la mangìaa. Vinni In Draa e ci dissi : -« « Ti la mangiasti la 
mana pagana ? » Idda ci rispasi : — « Mi la mangiaia. » La Draa allara : — « mana 
pagana, dimmi anni si'? » Idda rispannia: — « Sagna 'ntra la stomaca. » La Draa 
arreri:-*«Maanni: Ala banna dintrao ala bannadifora?» — «Alabanna din- 

60 tra! Pircbi mi fici'n pinnala e mi agghiattia.» La Draa allara: — «Oh vivai fig- 
ghia mia. Ta sarai 1^ patrana di tatti li mei beni di la mia casa. » Ma chidda ci 
dissi: — « Io ora vogghia vidiri li mei som. » Ed idda :— «Camina, ca ti ci porta! » 
Si la pigghiaa pri la mana e si la partaa intra la riposta, dicenna: — «Gcàsa' 
li to' som chi nan si vosim mangiari la mana pagana, e sa' tatti morti da mia. » 

65 Idda 'mbriacaa a la Draa, dannaci tabacca e vina. Poi ci spiava:-— «Nanna, 
chi sa' ssi carraf&ni ?> Idda ci dissi: — « Chisti carrafiini fanna arrisoscitari li morti. 
Si ta vdi arrisoscitaii li toi som. Tanti di sti acqai, e chlddi sabita rìvivina.» 
La Draa già si ni jia a fari cerca secanna la solita, e mentri chi idda era sala, 
cantaa tatti li morti accaminzanna di li soi som infina a 1' ultima. Risascitam 

70 tatti li morti, e poi vinni la Draa. Tatti chiddi ardièm 'na carcàra, e bmciara la 
Dr^a, e ccassl maria. Chiddi sei sora ognuna si pigghiam la so spasa, e si ma- 
rìtara. L' altima poi , chi era la settima, viva, si spasaa a la figghia di la Be. Iddi 
mannàm a chiamari a so patri, e si la misim dintra la casa di la Draa morta. 



Iddi arristaru Alici e cuntenti 
E nuatri senza nenti. 



Polìzzi. 



Nella novella palermitana Lu Scavu o, con altro titolo, Lu Cavulicid- 
daru, due di tre ragazze, figlie d'un venditore d'erbe selvagge, sono 
ammazzate dal mago per non aver voluto mangiare una mano cruda, cosi 
come nella XXVII della Novellaja fiorentina dell' Irabriani (Il contadino 
che aveva tre figliuoli), Luigi e Franceschino lo sono per non aver voluto 
mettere in corpo un pezzo di carne cruda. In una di tre novelle senesi rac- 
colte sotto il titolo Tea Tecla e Teopista è lo stesso fatto: l'andata del 
padre non povero in campagna, la comparsa dello schiavo, la richiesta 
della ragazza; invece di erbe egli raccoglie una rosa. V. Scritti letterarii 
per la Gioventù di Temistocle Gradi, pag. 189 (Torino, 1865). 

1 II seUimo de* Agli d pel popolo il piti potente, colui che resiste agli occulti influssi del 
cattivo geniOf colui che sensa avere amuleti può guarire da malattia ribelle ad ogni virtù di 
farmaco. Il sette dunque pò* Agli è un bel numero. 



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DI FIABE E NOVELLB POPOLARI SICILIANE. 149 

Una rosa sta anche raccogliendo nella novella palermitana di Rusina 
'mperatrici il padre dì questa ragazza, quando gli salta fuori un mostro, 
che lo arricchisce a patto che gli porti la figlia. UOmbrion della Novellerà 
milanese è per la prima metà la nostra Manu pagana, o Manu %Hrdi 
come r ho pure udita in Ficarazzi. 

Riscontri con la presente novella sono nella XXII delle Sidlianische 
Màrchen: Vom Ràuber, der einen Herenkopf haite , nel principio della 
XV: Der Kónig Stieglitz^e più colla XXIII: Die Geschichte von Ohimè. 
Conf. pure la XXIII delle Màrchen und Sagen aus WàlscfUirol dello 
Schneller: Die drei Schwestem, e la raccolta di Zingerle, II, 252. 



V. 
SPICCATAMUNNU. 

*Na vota si cnnta e s* arriccanta a lor signnri ca ce' era e ce* era un cavulieid- 
dam. Sta cavaliciddara avia tri figghi fiminini. 'Na vota coi dissi a una di li so' 
figghi: — «Camina cu mia, armena facema cchiù assai cavalieeddL» Sinni jeni 
'nta'na chianara e misira a cogghiri cavoliceddi tatti dai. Noi vittira*na bedda 

5 trofEa grossa, si misira a tiralla patri e figghia, e tanta tirara ca si nni vìnni. 
Coma si nni vinni, ristaa coma an pirtosa, e sentina 'na vaci ea cci dici: — « Oh! bir- 
banti, ca m' aviti livata la porta di la me casa! )> La cavalicciddara risposi : — 
«Signari, m' avi a pirdanari; sagna an paviredda ca'na famigghia e tri figghi 
fimmini, e cerca di vascàrimi an pezza di pani. » La vaci cci dissi : — « 'Unca senti : 

10 si ta mi lassi a tò figghia S io ti dagna ana bona samma di dinari , e ta va' a ean- 
soli la tò famigghia.» La patri, mischina, cci dissi : — «Signari, e coma m' arrieog- 
ghia a la casa senza mò figghia! E so matri eh' avi a diri qaanna 'an 'a vidi ri- 
tornari?» Idda cci dissi: —«Bona, pigghiati sti dinari, e lassami a tò figghia.» 
Lassama stari a la patri ca si nni jia; pigghiama a ehidda di la vaci, ca fa trà- 

15 s'u-i adda giavina'nta an bilUssima palazzo, cci fa vidiri tanti tisori, tanti ric- 
chizzi. Qaanna avia passata 'napocn di tempo, cci vinni 'n testa a li soro di vo- 
lilla jiri a vidiri; cci dissiro a so matri :—«Jama a vidiri a nostra soro.» Arrivanno 
nni so soni, idda li fici tràslri a tatti tri e li soro arristaro 'ncantati di vidiri lo 
bedda stari, e li ricchizzi di so soro. Qaanna s'allicinziaro, idda coi detti 'na bona 

30 somma di dinari. Tomanno a la so casa, accominzara a aviri 'nvidia ca so soro 

era 'nta sto stata di ricchizza. 'Na vota dissiro: — « Gei amo a ghiri arreri a 

' vidilla a nostra soro.» 'Na jomata si partero e la jero a vidiri; la soro, mischina, 

corno li vitti si r abbrazzao a tatti dai , e cci dissi : — < Io mi la passo vero bona. » 

Li soro cci dissiro: — « Como si chiama tò marita? » ^ «Io no nni saceia nenti. » 

25 — «'Unca senti eh' ha' a fari: Qoanno iddo s'arricogghi, cci l'ha' a spiari.» 
Accossi fici: qoanno s'arricogghfo so marita cci dissi: -« Ora coma ti chiami to?» 

1 Se tu mi lasci la figlia tua. 



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150 ' G. HtttlC.i- NUOTO BA6<na 

Iiidd C€i dissi: -—«La me mioMa i^ntn^ ti IvfKmo éìdi^ cà siiti l^«invma.dtt^ 
8arttttilitoL»FiBlii; Idda yran ccipin^^cdùù. Yemmli sanim4«li^EÌmapia»rì chi 
fH? di éiricei t ^ «Cci spiasti a td marita eoihn ^ oh}Mtial»>^ cOrà scnrdatìrilliivca 
30 cèmu si^hiaìna iran ibi la pò diri; piirchisi mi ta^ki^didi^aigaailBaniRiU m^.»-^H«,.; 
pes^a di kiooa, diMna li «ora, U ti Fha'afarì dinitoumiù'xkifpnB^iiuuBiiiÉòjiifttri 
o«à 'aatMil fln^iM «ohiù.» E s'alMn^iam e si uni jdnwlia pori'ra^piecìofctsiiianiappi 
ìceliiù paci; appena ca s'arrteogf^Ma In marita accrtimnxò 'acQttnrìillltLz-rtaiNeiiti^^ 
vbgghiii«apiri piirehi Iti vogghia dàpii^>*-^No^€a guai éu]ìirolÌTtoi.y'-<wIoiim)}iidaja 
r> chifinifkri) la togghiv sapirieohiddu^himi irieni vmLy-^^Dixiiba^reirn^'jrdlsa^ 
ri ?»'— < V«ra la Togghin sapili.»-^-#:Vidi ca guai s«naa.li !toj9»-»^^'an n'i &aL'dhMini 
fari: la vogghin sapiri picchi hi vogghia dapirL» Iddn si fià.pnrtart 'na heddflL li^a di 
lairti S dipoi si spogghia, e si ed metti a 'oftlari a picca a pioca^ Prtfrin trasi «apedi, 
t oct dici : <« La vOi sapiri? » --- « La vogghitt sapiri k Di poi Taatm, a oci rapcìca 
40 la stissa cosa. Pri aM>rÌTÌari , trasin tatta la corpa, e cri dici la stissa tcosar>-^^ 
< La tOÌ sapiri ?»Arristanna la sala testacei dici pi l!artima votai t-^cLtuirdijsa- 
pirì vero? i^*^^ La vogghia sapiri vera* »^ «Io mi chiama «Spta^a^amBMittitttt/» 
Dioeimm «Spiocatamcanna,» spinaci paluza, spirìaoina ricchinBL,spirìficinii; tatti 
eosìye'idda si trav«a'ntm^a ciampagna aperta sola siila, povifa\e paaut* - ...i 
45 •' Essenno "nta sia campagna, acoameoza axamiaarl, e si 'Dtmdaci 'iitraiui pàlasza^ 
IVasi, oamsiqa/finrlA^ e'oii ti^va a nndda. Idda^ miackiBay stanca chi e»«:arn8tò 
'nta dditpalaztai Metntri caidda stava ddà dintra, 8^arrìcogghiiaina!nmadre8.:La 
pioeietta ctoutni 1» vitti; simist a chiàacìrL Idda cci dissir >^ff Ehi.boooilT'Dii.'tt'acaii- 
tariytsatiio^/ti fazaa nenti;» La mammadrau si mio. aconioiiiiari.^'ixiodilirQma 
5<) s^avia a livari at^ affritta- giii?ina di dafanti. iddo avia tt'aittra-stfra Tnamnadraa 
echiù' potenti ^* idids. 'Na joroata jia a pigghiaori - cttasig^ghiaum la «bro^ «oomh si 
piotia Umri stagiovìna d» davanti T oodiL La som ccl dissi: «^ «IfaiiaaaQÙHhi^ ca 
pQfnsiio.»'Na jaraata la cfaiaai)aa:^«Rasidfla, vidi ca ha' a gUrl uni aie sdro, 
ea favi' a dari'na cascàtttna.»La ponrtra Bosidda si partioy «ghia liai^a^iaora. 
55 Coma arrivaa, cci cansigna'na bella cascittina, e poi eel dissi': ^ c!DàièCiÈaft 
facema chi la grapi ; pirchi ai ta la grapL guai sanna li toi. » Basidda si pigghiaa 
la cascittina e misi a caminari. Mentri caminava, sintia ca dintra dda cascittina 
sanavano tanti belli sanati ca scippavano lo cori*; tanto ca cci vinni *na gpran co- 
riositati di grapilla, pi vidiri zecco ce' era dintra. Como lo grapi, niscéro tanti pò- 
co piddi, tutti chi misiro a T}balari cliiano chiana; idda, mischina, corno' li vitti fora, 
si confusi e li vulia affirrari. Clù affirrari! Cu' cci scappava di ccà e coi cci scap- 
pava di ddà. Idda accuuienza a chianciri, e a chiamari e a chiamari: — > Kkl Spic- 
catamonno, corno fazzo? Àjutami tu! Ca si io non capito sbi pupiddi, la niarn- 
madraa m'ammazza.» Splccatamonnu, sen^a farisi avvidiri, cci jittau na.vlr^ e 
i\ò cci dì^i: — «Batti sta virga, ca li pnpiddi s'arrìcogglìino tatti.» E àccossi fici. 
Como battio la virga, li popiddi foro totti 'nchiosi 'nta la cascittina. Si nui jia totta 

' • T. .. r .. . •' 
1 Iiilendi che latina dt»l l«tW se* lA fHo4ftort*fé il ntAt'ito Aéììn %lta. • • «' • 

? Tiravann. strappavamo il ^«4r«?.lrt rat^ivnni». • • . . 



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DI FIA1U B 7C0Y»IlliB POirOLàm SICILIANE. 151 

imiùmkì^ maàoM nm la mamnutdcM^ e cck la <detti..Si pigghiaa la casciiiina, poi 
:il:cnftasii:tt^i«[Ya;'VQOKC0àf Bosidda, vidìccas^avia maritari me figghia Spicca- 
-ivàimm^eiì» hii'» kiveri taLtta* aia biaacavia. FortatiUar e va a la?alla a la fan- 
70 tate.» La pQoriraiBoBiddiiiSi nni vai^nta'ua campagna, si ai^Ui tutta dda bian- 
r.cavìa'dflHvantà^.e pòiciUEnniùi axUalQaii:--«M!.^ptc^ tu; e 

rcpnniisji'àf favillai ^KTO pdllafn^^tii rabbi a tò mairi l » Spiccatammiiiu fa nòsciri tanti 
' laiBBifaiit ei^tita:niii<m«me]ifiii<li>robbi Skxx tutei lavati beddi e paliti. Idda, tatta 
dmtentì^i^ a aiinàigna/tì:roWbia.kt4&ammadraA, I^a mammadraa, coma li vitti, 
7j iwcaminfeaii: a/dirì i^4( Birbaotiv foifbanti! 8te beni nnn veni.di tia, ca veni di mò 
^^iaS|acoaliaiBnnfKL Tenicoà, vidi cascavi a maritari me figghia, ed ha* a ghiri 
'aigliiobhfriiattisti'matdtazza di piimi d*aoéddi ^» La povira Basidda, mischina, 
:« mi jm ?hta la campagna, e poi acoamensa a ohianciri e a chiaitiari ; — e Ah ! Spio- 
i. filamaimii^ In-^vidi ssa tò^natrt q^uantn mi nni atà fac«nna? Io coma coi V he ghin- 
80 dati' tuttiiSti maiatazxa di piimt d' aoaddi?> F ordini di Spiccatamnnna, *na gran 
• qoanldi^Hi* acaddi ammminzarn a.ficittaiàrisi tatti li pinnmszi e si nni javanu: sca- 
tahtffBiKi tatti U pànnaffiEi -e si nni Javann. Nni SGutolara tanti, quanta arrivara 
"aighinehiri toifetì li sei mataraoza. Totta cantenti si nni jiu nni lamammadraa. 
La mammfidTaa c«fna la vitti, coi dissi: ^« Birbanti^ birbanti! Ghisto beni nan 
85 veni > di .tia; ca veni di mò Agghiu SpiccatamasKna. » La manmiadraa poi cci dici: 
^«Bmàddia^ vidi ca sta jnmata si marita mò figghia: stasira qaannn si cnr- 
' carni '% vidi -ca tu t*ha* a mettìri a li pedi di la letta addinacchiata, e cci hai*a 
tHìin la torcia addnmata.» La sira qnannn Spiccatamannn si curcaa, la povira Ba- 
sidda s' appi «a mettìri addinncchiaia on la torcia *ata li mana. La povira zita, pa- 
ni réomcGÈpèatiisav oet dissi a aò< mariilni ^ : — « Mi pari vera piatasa sta griavina misa 
aeeiisal:Lu»saiiohi tVétenl SGÌBniv.io e fazza carcari a idda.» Scinnia, esimisi 
' adBinDcditniiì, e Basidda si onrcaa *nta In letta. Arrivannu a la menzannotti giastn, 
la «aoMuadraa getta 'navaci e dici: -^«Tirreno, tirrena, gràpiti e agghiùttiti a 
lohiwa ah' è misa ca la torcia 'nta li mann ! » Ln tirrenu si grapla, e 'n cancin di 
05 Baaiddk'^ «4 agginttiA a la pevira zita. : 

'...■•, Iddi ItfristAru maHtu • milgghierif 

. . . ..., . . E! nuAtri oomu li sumeri. 

Palermo. 

Cfr. il cominciaraento della Manu pagana di Polizzi, e quello delio 
Scavu del Cavuliciddaru, ove le figlie son tre ecc. Tutta la novella è 
SU per giù la stessa della XV delle Sicil. Màrchen: Ber Kónig SUeglitz, 
e della Marvizia della mia raccolta. Punti di riscontro sono nel tratt. 4®, 
giorn. y del Cunto de li cunti: Lo iurzo d' oro. 

Per le incombenze impossibili ad eseguire, date alla sposa di Spiccata^ 



1 B devi (hai a) andare a riempire tutte queste materasse di penne d'uccelli. 

< Si curcanUt si ooriaaao, intendi Spiccaiam\knnu e la moglie. 

1 La povera Ma pietosa) sposa, avendo pietà di Attliddd, disse al marito. 



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152 G. PITBfe. — NUOVO SAGGIO 

munnu, vedi la Prezzemclina della Novellaja fiorentina. Il fatto del 
lume acceso alle^ nozze richiama manifestamente all'uso antico di portare 
le faci alle nozze (lucere facemj, secondo apparisce dal verso di M, A. 
Plauto nella Casina, act. I: 

. . . bnic lacebis novae nnptae facem. 

Si consulti, pel resto de* confronti di novelle europee colla nostra, la 
nota 15 del Kòhler nelle SiciL Màrchcn. 

VI. 
SUVAREDDA. 

Si raccunta ca e* erana tri sora: la cchiù nica era la cchiù bedda. Li dui som 
cchiù granni nnn la pntiann vidiri, ci facìa dispetta. Un jorna si pigghiaru la 
sarvizzu e si misina a travaggliiari. Poi passaru tri Fati, e ci dissira: ~ « Quanta è 
bedda cbidda chi casi, quanta è bedda chidda chi fila, ma la cchiù bedda ò chidda 

5 chi fa qaasetta. Li som a sta fatta si pigghiam di gilasia e a la soru cchiù nica 
ci misira a dari vastanati; poi finalmenti ci cangiara la sarvizza cridennosi chi 
la vantavana pri ssacosa^ La dumani passara li tri Fati arreri, dicenna: — 
«Quanta ò bedda chidda chi fa qaasetta! qaanta è bedda chidda chi fila! ma la 
cchiù bedda ò chidda chi cosi. » Poi V aatrì si pigghiam di *mmidia e ci dissim 

10 tanti improperi, cangiànnacci arreri la sarvizza e dannaci vastanati. La dumani, 
di la stidsa manera: passam chiddi Fati e ci dissim la stissa. Li sera ci dettim 
la sulfaliata. La dumani, nnn affacciaru cchiù naddu. Li soru pinsam dì giusta 
pigghiari menzu munneddu di favi assai saliti, (pirchl primu li cacòm) e ci li fa- 
cianu mangiari. Chidda nan putennali cchiù sappurtari, ci dimannau V acqua, e 

15 chiddi ci la nigam dicenna: — «Si vivi, ti scippamu Tocchi.» Idda sempri pirò 
'nsistia pirchi nuu putia risistiri, e pinsaa tra idda di jirislnni. Li som ci rispu- 
sira: — «Camina, ca poi ti scippama Tocchi.» — «Si, scippatimilli, abbasta chi 
viva. » Si nni jem 'nsòmmala *n campagna, e la prima vadduni chi ci scuntraa 
si jittaa 'n terra dicennu: — « Io viva e scippatimi Tocchi. » Li so' som si ni jem e 

so lassam ad idda ca T occhi scippati. Poi si tmvam a passari ddi tri Fati, e ci spi- 
jara : — « Chi hai ca si' misa ccà ? »— « Li me' sora mi scippam Tocchi.»— «E pirchi ? » 
ci spijam.— « Pirchi li genti mi dicianu ca io era la cchiù bedda I E pri 'mmidia oii 
li livam. » Arrispunnem li tri Fati e ci dissim :— « La vói chista virga? Battila, ca 
ti vònina arreri Tocchi cchiù megghiu.» Chidda si la pigghiau e la battia tri voti 

25 pri vinirici Tocchi. Accussi ci vinnim T occhi. Si trova 'ntra ssa frattiempu a pas- 
sari un figghiu di Be , e ci spijaa : — « 'Nca ta chi fai ccà ? » E idda ci cantaa la 
fatta! — «Va beni, veni ca mia, ci dissi la Re, ca ti mantegna io, e ti metta din- 
tra un gaddinam ; ti fazzu fari un savam e ti ci metta dintra. » E accussi ficL 

1 Le cangiarono il lavoro che fàcea, credendo che le fate 1* avessero lodata per il genere 
del lavoro e non gi& per le sue virtù naturali. 



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DI FIABE E NOVELLE POPOLARI SICILIANE. 158 

Poi si la pnrtan. Àrrivaa ni la palazza, si liei dari la chiavi di la gaddinara, e 
90 ca totta la sa vara, a 'mmacciani dì so mairi, la chiadia. Diiitra la gaddinam 
ci erana li ligna. La Bigina avia a fari travagghiari la pani. Jeni pri li ligna 
e travara dda savara. Iddi 'mpattiddera, pirchi sapiana chi nan e* era nadda. Idda 
si fici vidiri, la Savaredda i, e ci dissi : — « Chi aviti a fari ca sti ligna chi pigghia- 
tì ?» Chiddi arrispannera : — « Avema a lari la pani» Savaredda ci dissi : — «Aviti a 
35 diri a la Bigina chi mi dassi an pezzetta di pasta qaanta mi fazzaan coddarani> Chiddi 
ci pnrtara la pasta. Idda nesci di la savara e si misi a fari ana cosa minata. Ddà dintra 
ci misi an anedda, poi pigghiaa arreri li ligna pri 'nfamari la pani. Savaredda ci dissi: 
--«Cacitimi chissà.» E ci la cacera. 'Ntra chissà stanti chi si cacia, idda dicia tra 
d*idda: — «Forsi chi chidda mia < veni coma la Sali, e chidda d'iddi tirata ca la 
40 zappani.> E accassi fai 3. Chidda d' idda vinni coma la Sali, e chidda di chiddi tirata 
ca la zappani. La Bigina ci dissi ^ :—« Ci ha* a diri a Savaredda chi ti dana la sao, 
pirchi chista nostra vinni tinta e a la Be unn ci la pozza dari. » Chidda ci la 
detti. La Bigina, chidda cosa minata la detti a la Biazza, la qaali coma la spac- 
caa, travan Y anedda, e si la sarvaa senza diri nenti ! La Biuzza spijaa a so ma- 
fi tri:— «Cai ficfla pani?» E so matri:—« Chiddi stissi chi Thanna fatta!» Idda 
nan rispnei cchià. La so matri pirò pinsava castirnata:— «C'è paara ca ci travaa 
qnalchi cosa tinta!! » Poi ficira, ddoppa jorna, la panifirreri, e idda, la Savaredda, 
ci damannaa^ la pasta arreri. Chiddi, senza perdiri tempa, ci la partara. Idda ni- 
scenna di la savara si vesti in gala e si fìci la cosa minata. Ddà 'mmenza ci misi 
50 chiddi stissi, e ci vinni arreri bella a la cantraria di chidda d' iddi ^ La Bigina 
non patènnasi pirsaadiri, si la mannaa a farisilla cangiari, mannànnaci an pani 
pri complimenta. La Biazza spijaa arreri a so matri: — «Cai la fici sta pani?» 
«Figghia mia, chiddi stissi! Ma dimmi pirchi spij!» La Be nan ci vosi diri 
nenti. Ddi cosi si li sarvaa mata mata. La terza vota chi ficira la pani, fici ^ la stissa 
» cosa. Ddà 'mmenza ci misi 'na gioia. La Bigina sabita la cangiaa. La Be s'addanaa 
arreri èssirici ana gioia. La dissi arreri a so matri, la qaali nan ci vosi diri nenti ! 
La Be pirò determinan chiamàrisi a Savaredda pri farici li maccarrana. Savaredda 
nan ci vnlìa jiri, ma poi forzata ci jin, agghiammariànnasi ca la savara 'ntra dda 
scala; coma acchianaa ci fici li maccarrana, e *ntra chissà tempa chi idda travag- 
60 ghiava, la Biazza ci jia a ardiri la savara, e ci dissi: — «Savaredda, ta sarai la 
sposa mia.» Jorna appressa si ficira lì nozzi riali ca grandissima pompa, e iddi 
arrìstam filici e contenti. 



Favola ditta, favula scrìtta, 
Diciti la vostra ca la mia è ditta. 



> Idda.... la Suvareddaj ella, la Suvaredda. 
S Forse il mio (cudduruni), la mia focaccia. 

3 E cosi fu, così avvenne. 

4 Intendi al Aglio, al re. 

5 Intendi alle sorelle. 

6 E il pane, la focaccia, le riuscì più bella di quella delle sorelle. 
^ Fieij intendi Suvaredda. 



Polizzi. 



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ItÀ' ,. " ' G. PITRfc. — NUOVO SAGGIO 



^. Cfp- la XXXVin delle UàrcUen: Vmi der Beltà Piltcsa,fJi 

Òiinfn .di t^ilu^edda della mia raccolta, qualche tratto della Grattula- 
b^d^f^Utda, n. 1 del mio Saggio di fiabe e novelle popolari siciliane, e 
dejla V^ri^eae d^lla Cenerentola della Novellaja fiorentina n. Il e IX. 
L'accecamento richiama alla novellina polizzana inedita La Munachedda. 
Per tiitt' altro leggasi la 38* delle Anmerhungen von R. Kohler nelle 
Sic\l, jiìcvìxhen. 



'^''" "^^ "•^•- ■*■• VII. 

IÌ.\J* I ^ .' .. .' 

l'rv— <L/.,7 . LA MÀMMADBAA. 

6'. e i'I'j .:.'• -.:... 

j .\Najpta Qc'era'na mairi e avia'na figghia fimmina; e si cliìamavà Bosidda. 

'ìjfa jurn^ta cci dissi : — « Busidda, Busidda, pìgghiati la manniddnzzu e va jetta 

la iQnnhizzà.>. La picciridda pigghìan la mannìddazza, e ghlja a ghlttari la mnn- 

nizza. Cederà an pazzàngaro, e sta mannizzala jia a ghittari nta sta pozzangarti. 

5 A^^a jittari la monnizza, cci cadiala manniddazzn. A sta picciridda cci avianu ditta 
<^^dintrala i^zzangara cederà la mammadraa; si vota e dici:— «Mammadraa, 
danami la jnanuiddazza. )► ita mammadraa cci arrispannia: — <Cala cala e pig- 
giiiatiliu. » — « Nò, ca tu mi manci ; no, ca ta mi manci.» — « No, ca nan ti mancia; 
pi rarinicedda di pie figgtiaCola ca'nuh ti mancia.»— «'Nca coma he scinnlri?» — " 

10 «Met^i nn pedi ccà, àn pedi ddà, ^ scinni. » La picciridda pi In scanta ca so matri la 
Ya8tania|Va, si nan cci pòrtavs^ la manniddnzza, scinnin. Coma la mammadraa la vitti 
dd^à ghià^^ tutta: ^41 Chi sfbedda, Hasiddà mia, chi si'hedda! Scn-' 

paini sta càsa.> La picciridda si misi a'^capari.—« Chi trovi ^n tasta casa^?»— «SJfnn- 
nizzedda, ,tin:icedda, coma l'autri cristianeddi. » — « Cercami sta testa. Chi icc^é *lità 

15 sta testa?» La picciridda la misi a circarì, e dici:-=-«Pidacchieddi, limùneddi, 
cernia l'antr^ cristianeddi.» — «Cercami sta letta.» — «Chi ce* é 'nta sta letta?» 

— « Cimìceà^., parcileddi, coma Taatri cristianeddi.»— «Chi si' bedda,\Bttsìdda! 
'Nta issa mx^)xVi patissi nasciri'na stidda, ca di la sblennari, tatti s* hanno a 
calar^'t* òcchi pi taliàriti. Ch' ò hedda sta testa! *Nta sta testa ti pntlssira nasctrt 

20 c^piddi coma ^a ^oru; e qnanna ti pettini, d'un lata ti pntissira cadiri perni 
e dim^ntl,!e di Cantra lata frammenta e orla. » Poi si la pnrtaa^nta 'na cammara 
e cc^erann.robbì vecchi è rebbi novi. Accnmenza dì li qnasetti, an para belli e 
un p£M^ tinti:- «Qaali vQi di chisti?» Easidda cci dissi ca vnlia li cctiìù tiliti. 

— «"Èio li vòjggbia d^i li piegghia, » cci dissi la mammadraa. Poi la cannnisa, 6 
25 i&a si pigfghiaù la cchiù' vicchiaredda ^ Poi la vesta, ìdda Valla ìà cchìù vec- 
chia, e la mammadraa cci detti la cchiù nova. Poi V antri cosi, sina ca la visiia 
tatta di nova e ca beir abbiti ca paria 'na papidda di Girmania. AlPtirtimù cci 
detti 'na sammicedda di dinari, e la picciridda si nn' acchianan. Coma su matri, 

1 Domanda la mammadrAga. 

t La pib vecchia, la più logora, la peggiore. 



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DI FIABB E NOVELLE POPaLABI SICILIANE. 155 

la Titti: -^f. Oh ch^.biddjzzi! acomu addiyintastiaccussì?» B^asiddaccicuntan 

30 tnttìi chiddi^ clu cci ayia snccidutn. Sapiti com' è 'nta la vicinan^nr^a cammari saa 
accnminzail a spij^ricci tutti cosi >, o la matri di Basidda cci cnntan lù'nchinn di 
la!x9pan^ta. Sta cumùiari avia'na fijg^gliia ladia quanta li botti 9i la cutedda^, è 
CCI. aissi': — « Jplò, 3. la matri ^, la vidi a Basidda qaanta cosi cM cci detti la mam- 
madraa? Va jptt^ pura ta la mannizza, poi jetti la mannlddaz^a din tra la paz- 

35 zàngarn e poi cerchi di faritilla dari di la mammadraa. » Chidda accassi fici;.pig- 
ghiaa la manniddazza e tanna di palla la jittaa ca tatta la mannizza.— «^Bfammadraa 
mammadraa, dammi la manniddazza. » — « Gala cala e pigghiatilla. > Idda senza 
farisi priarì tanta, misi a scinnirì'nta la. y^zzàngara. La mammadraa la fici Bcn- 
pari, e poi cci dissi : — < Chi ce' ò 'nta sta casa? » Dici : — «Mannizzazza; tirrizzazza 

40 comil r antri cristianazzi.» — « Cercami sta testa ;' chi ce' ò 'nta sta testa ?» — « Pi- 
duc^hifu^i, linninazzi coma V aatri cristianazzi. » — « Cònsami sta letta; chi cc*ò 
'nt^ sta letta?»— «Cimiciazzi, parciazzi, coma Taatri cristianazzì> — «Chi sì*brattaj 
c<;|,dici la mptounadraa; chi'nta staffanti ti pozza nasciri an corna utenti; di sti. 
ca^iddi ti.pqzzacadiri d'ana lata f ameri, e di n'aatra lata sterca ótentt. » S^ar- 

45 riicriaa sta picciridda M . 

Poi si la trasia 'nta'na cammara anni cc'erana robbi vecchi e robhi novi; cci metti 
d^avanti li gnasetti, e cci dici: — «Qaali vói di chisti, dai?» — <cQaaIi vogghia? 
lÌ.boni!»r--<E io ti vogghia dari li tinti.» Poi cci metti pi davanti ta cammisa, 
la stissa cosa; poi la va^ta, para la stissa, sìna ca la vistìa di'na criatazza di 

so c^m^.- A la finaiia dùnacci an timpalani; — «Vattinni!» e si nn'acchianaa ^. S6 matri 
coma 1% vitti spantari, — «Figghioli, figghìolil e sta cosa coma awinnil» — 
« L4 mammadraa fa. » Accaminzara li sciarri *nta li dai cammari, ma la matri 
di JEUisidda.arristaa ricca, e chidda ladia e pizzentL E accassi la Signari castìa 
la'pyidiazzap , . * ! 

Palermo. 

.IJt^Aezìon» $iciliana meno completa Tho da Polizzi col titolo: La Za 
Qofdqredda, jLa novellina, esempio di un genere tutto infantile ma serio^ 
è^la 9tes^ della seiaese Nina la stella e Betta 7 codon nel libro La Vi-- 
gilia di Pasqua di ceppo, Novelle di T. Gradi. (Torino,^ senza data), 
gag*.20^ disila, fiorentina: La bella Caterina, XXIV della JVoi^. fior, àéì^ 
rijabrian.i, e cosi pure della Bella e la brutta ed anche un po' del Luc^ 
dOf. XI e XII della stessa raccolta. Confrontisi anche colla Bella e la 
fon^/a^.npyellajdi S. Stefano nelle Novelliìicdeì De Gubernatis, n. 1^ col 
Si^lli^y uov. milanese» XXI della Noi\ mil dell' Imbriani, "e colla na- 

-i ^««RtUf^Hrie «Il tuu« ^ 0406. , , , .. , 

2 Brutta (juanto i colpi del coltello, bruttissima. 
' ytttiafi^avla mia ffgiftioìa. 

* Questa qui è un* osservaxione della narratrice. 

'* Ln vesti da brutta servaccia, da fantescnccia. 

«J Intendi che se ne risalì dal pozzo la bruita e invidiosa ra^'axTa. ' " 



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156 a. MTBfc. ^ NUOVO HAGOIU 

politana del Gtnxto de li curiti, tratt. 10, giorn. lì: Le tt^ fate. Le <ìonnfi 
siciliane raccontano questa novellina mentre pettinano e cercano la testa 
a' bambini. 



Vili. 
LU RIGNANTI DI LU PORTUGALLU. 

'Na vota ce' era 'na matri eh' avia un figghiu echiù beddu di lu Snli. E comu 
era solu, pieciriddn di da' anni, idda si prijava pi qnant'era beddu. 'Na jurnata idda 
appi a nèsciri pi ghiri a fari 'u pani nni 'na eummari sua, e lassau lu pieciriddn 
ehi éEurmkL La miscfaina a lu turnari, a loca di truvari lu pieciriddu,tnivau un 
& recchiu sdisèrramu chi ghittava aggratti terribbili. La matri nun sapeva a chi pin- 
saH; pi 'na manu si cridia ea era'na buifuniata; ma poi vidennu ea la cosa sicQ- 
tava tutta la jurnata, mischina si misi a pllari. Avlanu passata quarchi tri ghioma, 
6 cei va a fari visita un eumpari muraturi, e vidònnula àccussì scunsulata coi spijaiì: 
— «Ch'aviti?» — «E ch'ajuaaviri, eumpari? lassatimi stari.... Mi successi chi- 
io stu, ehistu e chistu;» e eei euntau la fattu.— «É nenti, eei dici la muratari; 
&ti a fari chiddu ehi vi dieu io. 'Ka sira di Luni, àti a eunzari 'na bella tavnla 
pi tridiei pirsuni, e cu' sa sintiti.seruscin, nun vi risicati ad affaeciari, pir- 
ehl eei appizzati lu figghiu. » Finin. Vinni la sira di la Luni, e dda povira matri 
fiei la tavula, e ssi nni jiu'ntra n'autra tavula. Sintiu sunari menzannotti e vidi 
15 alluminari tutta la casa. Spavintata si metti a n' agnuniddu a sentiri chi succi- 
dia. Li fiimiiiui ca su' euriusi ^ idda pensa di jiri a taliari di lu purtusu di la chiavi, 
e vidi tràsiri ad unu vistutu veni riccu; po' n'autru, o comu javanu trasiennu si ja- 
vanu assittanno. Ddoppu chi n' avianu trasutu dudici , si vidi tràsiri ad unu coma 
an rìgnantL,a8Ì vaassetta'ntra la primn puostu. Caminciaru a manciarì. Quaona 
20 finéra, caminciaru a discurriri, e ca'dìeiano,e cu'dicia si. Setti dieianu si, sei 
erana cuutrari, E siccomn lu numera di la si era di cchiui, la matri vitti tatti 
cosi a la scura, e senti 'na gran rumurata 'ntra la scala. E ehi era? Ddu vecchia 
ehi gridava; e chiddi tridiei ehi minavanu lignati a livàrieei lu pìlu. Ddoppu 
un pezza dda puviredda'un si sin tiennucchiù nenti, autra'ntisa nun appi, di jiri 
25 a bidiri si lu pieciriddn era 'nt' ò lettu «. Comu 'nfatti lu truvau chi durmia comu 
l'avia lassatu la prima vota. Lu'nnumani va nni lu eumpari muraturi, e lu va a 
ringrazia pirchi 'ntra li 13 eei avia statu puru iddu '. Iddu eei euntau ea lu ri- 
gnanti orala Be di Portugallu, e tatti F antri eranu primi signuri di tutti li paisi, 
di Missina, di Catania, di Girgenti, di Palermu, e avevanu pi dlttu ca ogni Luni si 
30 avevanu a ghiùneiri 'nt' 6 Chtanu *a Vattagghia * , ddà faeevanu tri circhietti 



l lÀ fimmini ea iu'curiusi. SoUinteadi prima di questo parole : Sìccoum avviene che. 
t Era a letto. 

3 Ci era stato anche lui. 

4 Qii/«sto Piano della baiinglia è nelle Madonio 



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1)1 FIABE K NOYELLK PUPOLAUI tJiCIUANE. 157 

'u torra e :valavaiii} pi gbiri a fari qoalchi fatacìami. La matri arriatau flUei e mn- 
Uniiu la vecchiu clii scippava tignati ^ 



Kavula ditta, favala scritta, 

Diciti la vostra, ca la mia è ditta. 



Polìzzì, 



IX. 

Lll RE TURCU.. 

Ce* ora 'na vota un ro o *na rigina. Sta re e sta rigina aviana ai jardiQU. la 
rigina scinnianna stn jardinu e si facia Tamari e' an schiava. La re, cb**qn era 
di li locchi*, si nn^addanao, e lu fici ammazzari. Eigaràmanni a idda qpaonu. 
si vitti ammazzari sV amanti! *Un arriggia ccbiù. Chi fa? Di tatta la so <H)rpa, 
la peddi, sì nni farmaa an libra pi leggìri, T occhia specchio, pi vidiri, V ossa/o^ 
seggia , la testa an biccberi pi viviri. E ogni joma facia an ròpita e dicìa : 

Amari morsi e la me carni ehejti. 
Ora ch*Amuri morsi, io Tadclisiu: 
Amuri fici *na seggia, e mi cci seju 
C* un lazziteddu d'oru rat str!ncfu. 
Amuri fici 'oa littra, e io la leju; 
li'occhi chi su' du* specchi mi cci ammiu; 
Quannu 'un poszu fari autru peju peju 
Vivu 'nt' Amuri n stu cori «ftzeiuS. 

Palermi. 

Nella Vigilia di Pasqua di ceppo. Otto novelle di Temistocle Gradi 
(Torino T. Vaccarino, edit.), c'è una tradizione simile alla nostra, \ì Prin" 
eipe Teodoro, ove si legge che la regina ordinò che sì portasser^D a lei 
tutte le ossa d' un giudeo sotterrato, e che <coin' ella ebbe avuto tutte le 
ossa, fece venire il più valente artefice ch'ella avesse nel suo regno, e gli 
ordinò che col cranio del giudeo facesse una gran tazza , coli' ossame mi- 
nuto una cornice da specchio, e cogli stinchi, le braccia e le altre ossa 
più grosse una seggiola. » pag. 11. 



i Scippava liffnaU, letteralmente; prendeva legame. Era pi«oUMo, bastonaip per. bone. 

t II re, che non era degli sciocchi. « 

S Qaestiotto Tersi, forse frammento d^una leggenda perduta, ebbi pnre da bocca marsalese 
. e pubblicai nel voi. I de' miei Canti popolari MiciUani-, pag. 407-6, n. 68a I«a tradizione di Mar- 
sala è quasi pienamente d^accordo oon la palermitana, ed io la diedi allora con queste parole : 
«Recala tradizione che in Costantinopoli una donna siciliana avesse perduto la vita. Lo amante 
schiavo, non sapendo come immortalarne la memoria a sfogar 1* immenso suo dolore fece ri- 
darre a pergamena la pelle di lel^ e vi scrisse i propri pensieri ed «ffetCi. Oli ocdbi oarò « con- 
servò come lucidi specchi, gli stinchi e le ossa delle braccia ridusse a seggiola, i oapellì a 
laccetto, del cranio fece un bicchiere.» 

La tradizione palermitana cambia il personaggio e ne fa una donna. 



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158 0. riTUfc.— NUOVO I^AGGIO 

• FIRRAZZANU . .. 

'Na vota Firraz^aiìn fici *n& btifitiniata carrìcata assai; e lo VMAtfè^ìi^tmsLn^ 
nau a la Terra di lAurrlali. Comu Firrazzanu junclu a Murri^li^ si divirtiu ; lu 'nnu- 
fluuii addnann carretta/ olu jinelii tutta di terra e si coi metti di saprà» Scìbaì 
'n Palerma beddu pulita, e si metti a paissiari a là Chiana' di M'PalÉtóXtì.Iitfjera 
5 adiri a la Viciarrè,e la "Vicìarròlu fici pigjhiari. Allora Firra?zaua ai pri^tìstau 
ca si la pigghiavana, javana 'iicoatra a la Giustizia, pirchi iddu era soprA la. Terra 
di Marnali. I^a ntttizia cci piacia a la Viciarrè, e V assurvia. . : • m 

Palermo,, 

Nella XXVII delle Novellai di Franco Sacchetti, il Marchese Obizzo (Ja 
Este comanda al OoDnella baffone, che subito vada via e noti debba più 
stare sul suo terreno; e il Gonnella gli ricomparisce davanti coprii una 
carretta di terra di Bologna; colla quale malizia si ottiene la grazia del 
suo signore. 

Lo stesso fondo Tia un aneddoto di Bertoldo nel Be,rtoldo, Bertoldino 
e Cacasenno^ e nelle Sottilissime astuzie di Bertoldo ecc, opera digrfx- 
tissimo gusto di G. C. della Croce. Milano, ristampata anche xi«l«Pa- 
gnonl, 1871. 

OL^SSARIO. 

(II numero rom&tio (ndica la novella^ I* arabico la linea. Quando non v*ha diifefenza dì te&so 
poniamo a ciascun vocabolo una citaeiono sola, benché Io si riscontri in piti p:issì.) > 

Aooapiri n, 37, per protesi, capM, ca- agghiummarlàrlsi I, 109, v. Hfi. rtnr- 

pire, comprendere. volgersi, aggomìtolarei, e quf è dettso del oon- 

aocattàrizinl I, 104, in senso flg. a prò- torcersi che si fa per dolore acutissimo, 

posito di complimenti e di betle parole che si agghiùttiri v. a. inghiottire. — Lipalori 

' ricevano, crederci, prestarci fede. si Vagghiuttia 1, 174, inghiottiva tutt« le pa- 

aoolilanari I, 20, tolire, quasi da venire ro)e, pendeva dalie sue labbra, 

in chianu^ piano. agnuniddu VIIl| 15, s. m, dtm. dfi a- 

aociimcarl II, 21, r. infr. rattrappire, ri- gnuniy angolo, cantuccio. 

manere storpio. allocìi IH, 51, mod. avnt. invece. 

aocuBsi e aocussi I, 55, cosi e cosi. Ma- allipparl 1, 144, r. intr, battersela, altep- 

niera particolare di signìlìcare e compendiare pare. ^ 

ui^ intero discorso. alluggfiàrisl lì, 42, t?. W/f. qui come al- 

addiznlnari, divinare, indovinare. —Ad- trove ha un significato poco onesto. Un giovane 

diminari la tintura U, 3, indovinare la ven- che se }a intenda illecitamente con una donna, 

tu|«, la sorte. si dice che è allugglcctù con essa. ' 

Hddlnnoohiatti V, 87, jpaft. pass, di alluppiari Ut, S4, t?. tr, oppiare, iddor- 

addinucchiarisi, inginocchiato. mentare coli* oppio, che è il medicamento più 

addiinàrisl II, 17, v. ^ift, accorgersi. popolare perphò si possa assopire profonda- 

addnàri X, 3, v. tr. allogare, appigionare, mente ona persona. 

a granoiouni II, 86, modo avv, a quat- alluasari II, 38, v. intr. che qui ha il al- 
tro piedi, brancicone. ^ificato complessivo di restar come presoda 

aggprattti Vili, 5, s. nt. (della parlata Po- una bella cosa, desiderarla vivamente , e farvi 

IÌ3z<')na) grido. »i\ diseirno. 



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DI FIABK K NOVKLLIt 

a manu a mftiiu I, 180, modo avr. Il 
per 11, subito. / 

axnxnajiaaju IV, 38, per ammazzai. In 
alcune parlate siciliane esce in ju la U'j^efai 
del passato remoto sing. della 1^ coniugazione. 
.. . aiouia^TiQ^larl |, >4^.r.jr.M*sc9ndere^«or- 
prire. 

appiBzari I, 13:?, r. a. perdere; e vale 
àìàtkò appendere. 

a*iKizauooiiiiii e anu&u/eciuni VI^ 30, 
modo aro. di nascosto, nascostamente. 

amUoLUgghlàrlsi HI, 67, v. rifl. avvol- 
' ^èni, atcatoarsiw 

annìirvari II, 50^ is, iiitr. accecare. 

anntizsu n, 9, dimin. di annu (anno); si 

usa quando st contano o si annunziano gli anni 

de' bambini; p. es.:— «Tò tìgghiu quant'an- 

' n'avit» — «Fa quatt^' dnnw-jW pi t^asqtift.* 

srrevi Y), U)* arv. di nuovo ; tiuovaaienie» 

i^riougghirisi V, 47, r. rifl, ritirarsi. 

arrlsittari I, 118, t?. ir. dar ricetto, ac- 
cóixtmoAEtré alla nieglio, rassettale. 

assèntiri I, 114, t?. tr, protesi per sen- 
tiri,, sentire. 

assintuxnari I, 177, r. intr, esser preso 
da un sintomo; srenii^. 

aftsi^ra I, ^, o arsire, ier^ra, 

assuxnmari 1, 90, vAntr. venir su, a galla, 
OTTcro sorgere, scaturire come T acqua. 

assupparl ni, 45, v. inzuppare, sozzare, 
e fìgur. attinger notizie e cavarne arg^ilétttd 
a' propril disegnù 

astrolacu p strolacu U, «. m. astrologo. 

attintannu I, 2, ger, del v. attintari, 
staile attento, in oreccbi» origliando» 

aitrivita 1, 18, affff* fem, di attrivitxi, 
ardito. 

Babbu IV; 52, agg* babbeo^ sciocco. . 

balata lì, 91, s, /*., lastra o la pietra colla 
quale si chiude il forno. 

bòniri 1, 62, paragoge per beni. 

Brasi (dui cricchi avi) 1, 147, motteg- 
gio xQoUo usato quando si iamio le orecchie 
del mercante; e letteralmente suona: Due orec^ 
cbia ha Biago. Che ^ quanto dire: nun la in- 
leode, finge di non sentire. 

Oa V, 75 cong, che. 

Calunnia II, 5, «. /*. ne) volgo Ita il si- 
gnificato di cagione, causa occasionale come di- 
rebbero i medici. 

camiarì II, 75, i?. tr, riscaldare, ed é pro- 
prio del forno. 

canxxmsa VII, 48 jr. f, cajnicia. 

cancariata II, 46 «. f, rabbufi'o, ripren- 
sione. 



i'OroMRI rflCILIANE. 4^9 

oapussiari I, 7, r. in(, piegare del con- 
tinuo e bruscamente il capo quando si dormic- 
chia a disagio non istando a giacere. 
!.jdatcàra di focu II, 179, s. f, calcara, 
fornace. 

' aaa^ia,I,.5,[ s,f, oafsft, l^e^^^ i^-^n ssa 
mutanti spesilo ^ sic. -in fcta : Ussa, tascia, 
bassa vascia.' ' ' "' * * ' *'* ^' ^^ 

6asoi(tM& \i 54, i. /..tfisstftùiM; éé^mt- 
cl\e s«atgttinD> ' '; , •.( riM- .t.:'|; n' 

castiu I, 178, «. w. casting. 

catlnaMeddu ti!, ÌJb s: >ii, àiriP. tff cii- ' 

.. qcà V, 08,.«ri:. qp^;.. •. > Mr.'r.:K lì) 

cci I, ll4, nel dialetto per gli, a lui; e 
vale anche a lei, a loro. Spesso significa qui , 
cost^, colà. . , T ' ' / r f -r 
■ eckiù VI,' 1, at>K j)iù/ ^- ^^ •«■^i''^^ 

cìMei^nedda U\ tài « KrKlimo^i ^mtA- 
ciari(», sonagUno, bullboj^. , ^ ., |^.., ,., ,^^ 

cintlmul^'I, 43. *. m., nj^wxjhma tirata 
da una bestia ad teodl *tiafciriar'^ifi(ÌÌV'|^fèmb 
ed altro. .' '< >r'il'> o'ìl'd 

QirimuUlII,.7»4, ^, /"' Y^ ^^% lancine di 
raetiillo forate, infilzate ed attaccate a cembali 
' delle donne, e cfie é^ndórìA ebkfiì& fAéè^ìÀMohi 
♦ tr» \pntz,gi^lltneM '.fcwf^^^v n'.\^ v^ìnv v/y.\\ 

comu, V, 84, avv, comer «poent^ ,c^e,.. 

còriu 1, 132, s, m. cuoio, pe'lle. --'^ÀppU' 
zari Iti còriu (ivi), perdere la vita. 
i" eriatu I, 17, servitore, fante. 

.criactri.^d Jxva, ^ a ^jpT^fl,jI,^p9^^ cre- 
scere per bene., pcosp^os^ineQJte, 90^ njg^glio 
e presto. 

Giiccari — Cu^cav^. h'l^^,fffif^ stare 
colla bocca aperta, a senti;'e.</0S)i ii^ Jia,,^me- 
gato questo verbo la ,nwell|ìiwce.. . , .^^ 
. cuddurùni VI, 3^, 9, m, accrw di..ci«i- 
dura, e significa schiacciata di pasia ch^.in^^ 
in forno. prende il nome 'di^lc^wia»^^^ 

cugghiriai {cugghiuta U 2G) P'^i,rìff\ ijpe- 
sentarsi umile o ^imepso^t t^^,\i/i:)oq 

cumpanaggiu li, 19, s,m,,coii\i^^fji^. 
' cnntenti 1, 2^, f^^^ jjj^AJpyii^^p^l^te si- 
ciliane, dientram'bi i ge^e^i,e i pw?^eyi,.(}(^- 
tento. 

cùaiTi VI, 4, r, «n ca^if^^.nibt^. 

outtigglM^a Uli 6^^. /. lo stye^. pl^e^€(i^u 
fascetta, o come dicesi francescaimpi)lf, pQ^fà. 

■ <5Tiiti^twl,.a69,^^^f^iw^f?«/W#pl lin- 
guaggio tra figurato e co;i^vaqzipi\aÌ5,,^^;par^zfa. 
V, la n^ta I, p. 59 del yòl^l.J^^ jx^fi'Canti 
pojpolari siciliani. •,• ,,,^ ^^,r. 

Dar! r. tr, dare. — Du^nu IV^ IQ, ,^0. 
darrejrl |, 2^avv. dif tr9» J^eilè,p?u'late va- 
rie della Sicilia si ode anche: arrcri (che 



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160 



(i. PIT^t, — NUOVO SAGGIO 



pure sij^'nilkrt: di nuovt>) 'rrei'^i^ arretUy jfxr- 
ria ecc. 

dda V, 70. jgiron, per aleresi, invece di 
chidda, quella. 

diavulu falla I li, 10, inter, diavolo «lai I 

diliaiu 1, 158, s. m. delizia, cosa deliziosa. 
Qualche volta V ho udito in genere femmÌQile. 

dunni IV, 35 , «rr. di luogo, lo stesso 
che unni, ove. 

Bxnxnulu II, 43, ^. m. gemello. 

Faci88i 1, 11, per far issi, furia, l'arei. In 
sic. sì fa poca o nessuna distinzione tra il con- 
dizionale e r iinperf. spgg. de* verbi e de' loro 
tempi composti; donde un errore comunissimo 
ne' giovinetti che frequentano le scuole. 

fari *na vota Ganciata III, 53, fare una 
destra giravolta. 

fari *ii8ig]ia II, 36, far segnale. 

fataciìimi VIII, 31, s, f, fatagione. 

fldduliàrisi III, 27, r. rifl. tagliuzzarsi. 

firriàri V, 86, v, tr, ed tntr. girare. 

fora fora 1, 50, in alto mare. 

fuzxxòri, VII, 44, s, m. letame, stabbio. 

funcla IV, 7, s, f. ftingo. 

furaggiàrisilla IH, 38, t?. intr. rifl. dar- 
sela a gambe. 

Gaddinaru VI, 29, s. m. pollaio. 

gloria e paradisuJ III, 85, parole nelle 
quali escono le donne siciliane all' udire la 
morte di qualche bambino. La gloria è una 
6cam{ttmata a gloria che si faceva una volta 
(e forse tuttavia si fa in qualche luogo) quan- 
do moriva un bambino, E s* intende che i 
bambini hanno la gloria qui, e il paradiso al- 
l' altra vita, 

granni agg. grande.— I»a granni 1, 12, 
la maggiore delle figlie. 

g^anu s, m. non^e di una piccola moneta 
di rame, pari a due centesimi di Ivra, oggi a- 
bolito. — Nun vogghiu mancu un granu di 
vtUUri 1, 82, non vo' da voi neppure un quat- 
trino. 

g^àpiri V, 56, t?. tr. aprire. 

guzzialòru T, 52, s, m., Ijarcaiuolo che 
conduce sul gozzo , specie di barca da tras- 
porto. 

Idda VI, 44, pron, essa, 

laari III, 11, o jisari, i>. tr, alzare, levare. 



jincliiri X, 3 r. tr. riernpirc. 

Làidi u VII, 53, (igg. per metAtesi invece 
di laidu laido. 

lanna 1, 43, s. f. latta. 

lassar! li stampi III, 41, lasciar le mac- 
chie, le traccie. 

linaineddu VII, 16, *. m. dita, di Un- 
nina, lendine. 

luni VIU, U, s. >«. lunedi. 

Malatu *nflraau II, 66^ ammalato, grave. 

mannari I, 17, r. a. mandare. 

maretta 1,50,5./*. dim. di mari, piooola 
marea. 

màrmuru I, 117, paragoge di tnarmu, 
marmo. 

m.a8innò I, 136, o come diceai in altri 
luoghi dell' isola, vàsinnò, sinnò, avv, se no, 
altrimenti. 

Menti pi mia II, 60, frase con cui le nar- 
ratrici accusano una dimenticanza nel raccosto, 
quasi vogliano dire: metti per conto mio quello 
che segue; aggiungi quest* altro. In Alimena, 
Noto, Salaparuta: Mentu io. 

miat'iddui III, 85, inter. beato lui! 

minsanu o missanu agg. mezzano, di 
mezzo, — La minzana I, 14, la seeojula fi- 
gliuola. 

ministredda lV,3,tf. f, dim. di minestra^ 
verdura che si mangia cotta. 

minna II, 61, s. f. mammella, 

*mmensu VI, 48, parola composta dì in 
7ne7i3u, in mezzo. 

*mmidia VI, 9, s. /*. invidia, 

'mpajarl, v,tr. propr. aggiog^e, auao- 
care. — Si lu *mpaja II, 53, se lo mette, se 
lo pianta. 

*mpalazaàri8i 1, 88, v. rifl, di molta ef- 
ficacia, che sign. andare ad abitare in palazzo 
e godervi tutti gli agi. 

'mpatiddiri VI, 32, r. intr, impallidire 
per paura, allibire. 

munniasa VII, 3, s. f. immondezza, spaz- 
zatura. 

muriri t>. intr, morire. — 1, 18, rimanere 
allibito, conquiso, venir meno. 

mutàngara II, 36, agg, sost, muta, 

m.utètri8l 1, 19, v, j3. vestirsi di abiti pu- 
liti o nuovi; oiKle sintiiHsi mutc^u, sentirsi 
vestito per bene, avere una certa baldanza, pi^ 
voneggiarsi. 



Jiri o tri, f>. intr, gire, andare. — Java 'Na 1, 3, per afer. corauniasima in 3ic, una. 

I, 2, (e in altre parlate j7a« jeva) andava. Cosi 'a, la;'^^ (okissa), codesta; *dà\i (cliid- 

Jirisinni r. rifl, andarsene, ^ Vatinni I, dt^, quello; sin o \Hu (chistuj, questo. 
8, vattene. nanna I, 105, s. f. nonna. 



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1)1 FIABE K "SOVELLB 

nanna IV, 13, s. m. nonno. 

*napocu lìjlS jO*napocu, non pochi,molti. 

*netainu f. m. pieno, pfenezzn. — Ln *n- 
ckinu di la 'mpanata 1, 176, il pieno del pa- 
sticcio, della grassa ecc. F'ìguratamenté signi- 
fica tutto r arcano, tutto il segreto, tutto Tac- 
cmluto per filo e per segno. 

''ncugnari 1, 114, accostarsi^ avvicinarsi. 

nósclri III, 4, r. intr, per protesi, uscire. 

*nfaoinnatu IV, 50, part. pass, affacen- 
dato, in faccende. 

*nfanitzni I, I7S, agg. accr. di 'tifami, 
infamacelo. 

^ngag^ghiatn II, 62, agg. incagliato, mésso 
in mezzo. 

nieissariu I, 111, s. m. cesso, latrina. 

nicu I, 7, agg. piccolo. 

nnl Y, 67, pron. e ripieno, ne. 

^nsa n, 83, per eufonìa, non sa, non si sa. 

'nta V, 73, prep. che dicesi pure 'ntra, 
tra, tra, in mezzo. 

*nta nienti, I, 110, nel mentre, 

*ntisa Vin, 24, s. f, intesa, idea, ma più 
comunemente udito. 

'nt 'ón II, 24, contr. da *nta «n, in un. 

nnddti V, 46, pron. e adà., nessuno. 

Ora IV, 36, arv. di tempo, e spesso puro 
e semplice ripieno come il ca che; talora. 
òrin VII, 21, s, m. orzo. 

P* V, 80, prep. per. 

palandrana I, 154, s. f. vaso di forma o- 
vale per uso di lavarsi le mani, il viso, cati- 
nella. 

pèdi d*aliva, n, 11, ulivo. In siciliano 
della profvincia di Palermo, l'albero si dice 
peàiy e però pedi di persica, pedi d*aran^ 
citi, pedi di varcocu, e il frutto si dice: la 
persica, lu varcocu, Varanciu^ ecc. In Mes- 
sina e provincia ho udito in femminile alcuni 
nomi d* alberi: la ficàra, la piràra. 

pema VII, 20, s. f, usato per lo pìft In plu- 
rale, perla. 

piooiotta (plur. picciotti I, 3,) *. f, ra- 
gazza. 

pinnuaza, V , 81 , *. /". dim. di pinna , 
penna, piuma. 

pipa 1, 151, parola che risponde a capello 
air acqua in bocca tose., cioè, in silenzio, tace 
affatto. 

pirtusu di la chiavi, I, 5, buco della 
chiave. 

pistuniàrl, II, 87 v, tr. frequentativo di 
pistari, battere, pesttire coi piedi in segno di 
rabbia e di dispetto. 

pròiri IV, 30, r. rr. porgerò, «lare. 



POPOLARI SICILIANE. 161 

pnpiddu V, 59, s» m, dira, di pnpit, fan- 
taccino, ed anche figurina. 

puircitdddu VII, 17, s. m. dim. di purci, 
pulce. 
*puru II, 56, arr. purè, anche. 

Onartàra I, 11$, *. f. brocca, 
quartiàri I, 109, e. a. dividere in quarti, 
in quattro parti. 

quasetta VI, 8, s. f. calza, calzetta. 

Ràisi I, 54, s. m. pescatore. 

riccuni 1, 59, agg. accresc. di rtccti, 
riccone. 

riginedda 1, 38, s. f. reginella. Cosi è sem- 
pre detta la regina giovane, la figlia del re; 
come riuzzu, che il Tasso disse rietino ne! 
suo Dialogo della Dignità, il giovane re, o il 
figlio del re. 

ripitarl III, 88, v. tr. far 11 rejpitu, che 
é il pianto che si fa davanti i morti rammen- 
tando le loro virtù; far corrotto, piagnisteo. 

rùbbiceddi 1, 19, dim.di r£;6&a, abiti, vesti. 

Salamòria II, 18, s. f. salamoia. 

sangxi *. m. sangue. — Di lU tantu sangu 
chi mi faciti I, 87, dal tanto sangue che mi 
fate, dalle simpatie che m'ispirate. 

sbarraohiatu II, 29, part. pass, di sbar- 
rachiari, spalancare. 

sbriugnatu I, 45, agg. svergognato. 

soantàrisi V, 49, v. intr. rifl. aver pau- 
ra, prendersi di paura. 

scantu vn, 11, s. m. timore. 

8eb.ettu III, I, agg. scapolo. 

sciaminari II, 60, v. intr. voce che io feci 
ripetere più volte alla mia narratrice ; la quale 
si maravigliò che io non sapessi che scia- 
minari significa caminari. Ecco il fr. che- 
miner. 

ficiarra VII, 52, s. f. rissa, sciarra, 

soìnniri V, 91, t?. tntr., scendere. — 1, 64, 
scinnèru, scescero. 

seipparl VI, 15, t?. tr. tirare , cavar fuori, 
strappare. 

soummigghiari III, 45, f>. tr. scoprire. 

scutulàrisi V, 81, r. tr, scuotersi. 

sdisèrramu Vin, 5, agg. inetto, disutile. 

sgargiàrisi 1, 151, t?. ri/f. quasi rompersi 
li gargi, la gola, sgolarsi. 

siddu IV, 15, particella condizionale, se. 
Non è difficile che questa parola, scritta così 
s'iddti, equivalga a se egli, preso Vegli per 
un semplice ripieno. S' iddu però esiste; ed 
iddu è pronome, egli. 

soru VI, 12, s. f. d'entrambi ì numeri, 
stavlla. 



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162 



O. PITRÈ. — NUOVO SAGGIO DI FIABE E NOVELLE POPOLARI 8ICILIANE. 



apiàri VI, 21, v, tr. dimandare, interro- 
gare. 

spiriri I, 40, per eufonia invece di spc^ 
viri, sparire; e cosi siirvizsu per sirviszu, 
servizio , spirtusari o spurttisari, pertugia- 
re ecc. 

ftpruccliiari II, 45, v. intr. figur. detto 
de* bambini, crescere a vista d* occhio. 

ssa V, 79, (per afer. invece di chìssa)pron, 
ed agg. codetta. 

stampa, s. f, stampa, impronta. — Par 
Hnu 'na stampa 1, 92, come se fossero stam- 
pati, ricalcati. 

stappar! I, 138, v, tr. togliere il tappo, 
sturai-e. 

stiBzuniàrisi I, 65, v, recip. far pren- 
dere stizza, fhizzicarsi. 

stracauciatu 1 , 2, part, pass, di strck- 
canciàrisi, travestirsi. 

sucàrisl ni, 87, r. tr. rifl, « quel tirare 
che 8i fa coi fiato a sé , ristringendosi in ed 
stesso, quando o per colpo o per altro si sente 
grave dolore: succiare. » Ant. Traina, Suovo 
Vocab. 9ic. itaU 

•uggiolìi I, 34, la spiegaztoiMi che mene 
di^o la novellatrice è di suddiu, ma la voce 
fa sentire anche il significato che viene dallo 
stare sotto soggezione. 

«ulAiliata VI, 12, «. f. solfa, nei signi- 
ficato di bastonai^e. 

survizseddu IV, U, dim. di survizzu, 
servizio. 

•ùvaru VI, 28, «. m. sughera 

Taliàri I, 5, r. tr, guardare. 

tastari r. a. saggiare. — Ouantu tastassi 
I, 13, Bl che saggiassi. 

tiànu UI, 40| o Hganu s. m. tegame. 

tigxLusu 1, 35, agg. si dice per lo più di- 
sprezzando persona venuta su dal nuMa,o troppo 
piccola e di poco conto p<rcfad' possa avere o 
dar a vedere autorità. 

timpulùni VII, 50, s. m. tempione. 

tincu tincu 111,79, spedito e ardito. 

tinta VI, 41, agg, cattivo, bcatto. 

Uyricadda VII, 14, «. /, dim. di terra, 
terricciuola. 

tisti, tistz I, 4, diritto, teso. DA Tidea di 
come ti prosentajaa il re ad origliale dietro la 
polita, seosa fami jscoprire dai passanti. 

tr&ri IV, 7, V. tr. trarre, tirare. 



tràsiri I, 20, r. intr, entrare. — Trasiu 
*nta lu so misi 1, 37, entrò nel suo mese, nel 
nono; fu vicina a partorire. 

*ttiiitari 11,84, per eufonia, invece diaf- 
tintori, origliare stare in orecchi. 

tùnxzninu IV, 12, s. m. tumolo, antica 
misura di capacità. 

Ucoliiddu di lu Suli I, 90, raggio del 
sole. Vcchidàu, àxm.Àìócthiu, dicesi appunto 
quando si vede spuntare il sole in mezzo alle 
nuvole, specialmente quando ci sia una gior- 
nata fredda. 

uggMata s, f, (altri dicono vuggkiata ed 
altri gugghiata, e in quel di Caltanissetta e di 
Girgenti vugliata o gugliata;) filo di seta, 
cotone o altro d'una certa lunghezza, che ba- 
sti a cucire colKago.— I, 7, un pezzo qualun- 
que di Alato. 

Va V, 68, via, su via. 

vattiari II, 7, v. tr, battezzare. 

veniri a mali meriti II, 66, qui sca- 
dere dalla dignità, scendere di condizione, peg- 
giorare. 

vioinansu li, 12, s, m, vicinato. 

▼idemmi IV, 24, e in altre parlate, fuori 
che nella palermitana, irìdè , ntmirè , mmt* 
remmi, avv, anche, aitneal. 

vih.! inter. ehi 

vintrata I, 11, s, f, parto, come a dire, 
vuotamento della ventri che nel caso nostro sa- 
rebbe V Utero. 

vivlri VI, 15, V, intr. bere (oon vivere, 
che si dice campart). 

▼rtidlcàri TV, 6, della parisi polizzana; 
nelle varie parlale di SioiJia si ha pure vur* 
vicari, vurricari, ptirvicari quasi polvicare 
coprire con polvere, o mettere in mezzo alla 
polvere, seppellire. 

Zappuni VI, 3S, s, m. accr. di zapp<K 

aiàzxi s. f. zie. — 1, 99, le sorelle della po- 
vera regina moglie di Re Sonno. 

slttiri8i<o come dioesi altrove <viu*fft) $ar 
cere, starsi zitto. — Zìttuti I, 9, zitto, tapi. 

aoecu 1, 127, ciò che, quello che ; ed é com- 
posto da tò, ciò, e ccu^ che. Altrove dicee? 
jTocohi, ^njtoccfii, ^occu, so chi^ «s chL ' 

«u Dvau IV, 5, o ziu J>rau^ drago. 



GlUSBPPB PlTRÈ, 



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DUE FRAMMENTI DI ROMANZI CAVALLERESCHI. 



Tòlgo le poche pagine che qui mi faccio a pubblicare da un codice 
miscellaneo ambrosiano, che già il Quadrio conobbe e che parecchi eb- 
bero per le mani in questi ultimi tempi ; lo contraddistinguono le note 
N. 95. Slip. Non prendo per ora a descriverlo, perchè m' avrei a di- 
lungare assai più di quanto potrebbe qui tornare opportuno; ma una 
descrizione possibilmente compiuta troTerà, spero, luogo non iscoBve- 
nevol^ dinanzi ad altre sue scritture, che per la forma o per il conte- 
nuto meritano secondo me di essere presentate ai romanisti. Qui dunque 
bastersn quel tanto che giovi a illutstrare il breve saggio che si mette in 
luce. Il codice fu tutto posseduto, e in parte anche trascritto, da un 
colai Giovanni de CigìiardiSf milanese, il quale abitava presso la porta 
Comasina in parrocchia di S. Marcellino. Da note sue proprie si dediioono 
queste notizie, che la storia si sarebbe curata poco di tramandarci; né 
queste sole, ma altre ancora non meno gradite a noi, che ci permet- 
tono di determinare in modo soddisfacente Tetà del codice. Per esse si 
viene a sapere che qualche componimento fu trascritto nel 1429, qualche 
altro nel 1430. Tutto il resto appartiene all' incirca al medesimo tempo, 
quantunque non si possano dare indicazioni più precise. 

I nostri due frammenti occupano le carte 243-247. Un indice che 
con ottimo giudizio il Cignardi stesso — a me almeno par di riconoscere 
la sua mano — prepose alla raccolta, non ne fa alcuna menzione; pei^ 
altro appare positivamente che già fin d'allora i cinque fogli su cui fu- 
rono SCTitti facevano parte del volume. Di qui parrebbe a conchiudere 
che fossero aggiunti dopo il 1430 in uno spazio laeciato prima in bianco; 
ma se cosi avvenne V intervallo trascorso non dovette esser lungo. La 
scrittura dell' uno a prima giunta sembra assai diversa da quella del- 
l' altro; ma ben guardando si vede che le differenze sono apparenti più 
che reali e che una medesima mano ebbe a scriverli entrambi; anzi, 
se non m'inganno, quella stessa del Cignardi. Si perdonino siffatti par- 
ticolari, uggiosi si, ma pur necessarii. 



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1<>4 P. RAJHA. — DUE rftllflIENTl 

Dire come mai di composizioni probabilmente ragguardevoli per moie 
si sieno trasportati nel codice dae soli brani, e cosi brevi, non è facile" 
e forse neppur possibile. È probabile che ciò si deva a un puro ca- 
priccio del trascrittore, che mentre leggeva dovette trovare di suo gusto 
i due episodi e sentir quindi desiderio di conservarli nel suo volume ; 
pò trebb' essere anche — ma non credo ciò verisimile, quantunque la so- 
spensione del periodo al termine del primo frammento favorisca appa- 
rentemente cotale ipotesi^ — che il Cignardi avesse dinanzi sola qualche 
foglio staccato. Le sono questioni di lana caprina cotesto; ma celano 
pure qualcovsa di serio, mostrandoci come barcolli sempre la ragione ogni 
volta che deve affidarsi alle congetture. 

Da ultimo soggiungerò, per rendere compiuti i ragguagii materiali, 
die dopo il primo frammento rimane in Manco un oerto spazio nel rd- 
<ito del f.° 245, poiché T altro principia solo al verso. 

Ben più che il render conto di siffatte minuzie importerebbe qui 
,che si determinasse donde sieno tratti i due brani, e sgraziatamente è 
questa una questione alla quale confesso di non saper rispondere* Per- 
fino mi rimane incerto se facessero parte di una medesima opera o 
invece appartenessero a due differenti; né oso dire che T osservazione 
4alla materia m'inclinerebbe per ora vei*so la seconda credenza, giao- 
chò non potrei promettere di non piegare invece domani alla prime. 
£ TuAQ e Taltro frammento appartengono, come si vede, al ciolocah 
rolingio, e piti propriamente alle sue tarde ramificazioni; tarde ^ dioo, 
se si guarda alle radici, quantunque anche da questi rami ne venissero 
altri t sui quali germogliarono altri ancora, tantoché i nostri ebbero poi 
a rimanere come soffocati in tanto rigoglio di vegetazione. Forse ii ro^ 
manzo o i romanzi da cui furono tolti i due episodt non sono periti, 
ma solo stanno dimenticati tra la polvere; in tal caso non manche*- 
ranno un giorno di venir alla luce. Per adesso non sarà inutile ch'io 
mi metta almeno sulle traccio della stirpe, della famiglia, e che mi 
studii di vedei^ con quali tra le opere che conosco i nostri frammenti 
mostrino parentela; è. poca cosa, ma non so dare di più. Or bene, co- 
testi consanguinei li trovo nella famiglia dei romanzi cavallereschi ita* 
liani, non gièt in quella dei francesi, sicché ne conchiudo ohe ciò che 
abbiamo sotto gli occhi non dev'essere versione di un testo in lingua d*o¥L 

Per il secondo frammento la cosa é più chiara ancora che per il 
primo, e però mi rifaccio da quello. Vi si narra infatti di Rinaldo, come 
caduto in disgrazia di Garlomagno sia costretto ad andarsene ramingo 
in Pagania* Casi cotali non contengono, eh' io sappia, i romanzi fran^- 
cesi, quelli almeno che poterono attraversare le Alpi; contano bensì del 
figliuolo d'Amene mille traveme, ma una sola volta lo traggono senza 
compagni in mezzo ai saracini: quando per ottenere il per'dono di Carlo 
egli è costretto a prendere il bordone e ad incamminarsi pellegrino al 



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DI SOMIHZI GAVALUBBE0CHI. Ho 

Santo Sepolcro. Invece nell'Italia le partenze, talvolta volontarie', più 
spesso forzate, del cavaliere, e l6 sue avventure tra la gente* pagana 
diventano nn luogo comune di cui si abusa intollerabilmente. Cosi^ocn 
a. poco 81 viene accumulando tutta quella mole di stucchevoli nart^a- 
aioni che in parte ci è conservata nei libri delle Storte di Rinaidò. 
A queste storie poi e alla famiglia italiana del romanzo ci richiama più 
strettamente a eausa della disgrazia in cui é caduto il paladino. Il no- 
stro frammento non conserva, è v^ero, la parte in cui si nairrava come 
propriamente la così accadesse ; ma quella sola proposizione che ancsora 
si legge sul principio: « Alora per le parole de Gaino Karlo si fedespo- 
liare RajmaUdlo,» è più che sufficiente a far apparir chiara ogni cosa. 
È dunque Gano, il perfido conte di Maganza, che cmne sempre nelle 
redazioni prosaiche delle nostre storie di Rinaldo, colle sue accusa muove 
l'imperatore ad esiliare il chiaramontese. Carlo pertanto, è ben facile 
a vedere, non è già qui il venerando vegliardo della Chansùn de Ro- 
land e nemmeno il caparbio, ma pur nobile signore dei Quatre fUs 
Apnon; bensì lo apregevole fantoccio del nostro Mar gante. • 

Cosi dalle prime linee si può riconoscere a quale stirpe appartenga 
il frammento. Però non è necessario trattenersi di troppo a considerare 
la natura e le circostanze delle avventure che Rinaldo incontra nelle ter^e 
pagane: ci sarebbe da riemph^e di rafironti parecchie pagine, senza che il 
frutto corrispondesse alla fatica e alla noia. Basti dunque accennar somh- 
mariamente che cotesti casi, dovuti, come scorge ognuno, alle infiltrazioni 
deUa materia di Brettagna nel ciclo carolingio, hanno non poca so^ 
miglian^a con molti e molti che si narrano nei romanzi cavallereschi 
eomposti in Italia. Che per es. i paladini errando nelle terre degi' infe- 
deli ai spaccino ancor essi per adoratori di Macone , la è cosa che ivi soc^ 
corre non saprei dir quante volte. Frequente è pure il caso che cote^ 
sii signori al primo mostrarsi in una corte saracina diano a oonogci^rè 
un. appetito meraviglioso: si ricordi ciò che la Spagna in ottava rima 
murra di Orlando allorché è accolto da Sansonetto nella reggia peb^ 
flàana. Che poi i combattimenti coi giganti sieno veri e proprìi luoghi 
comuni nelle opere a cui accenno, e che le liberazioni di donzelle ra^ 
pite vi s' incontrino in non piccolo numero, appena ho bisogno di dire. In*- 
somzna, da qualunque parte il frammento si consideri la conclusione "è 
sempre la medesima: il testo da cui lo si tolse aveva ad essere òpera' ori- 
ginale italiana. 

Vediamo ora se Y altro brano contenga ancor e^o indizi della tsua 
provenienza. A me pare che sì, e qui pure ò la parte rappresentata 'dal 
conte maganzese che dà il primo e principale fondamento al giudizio. 
Sulla ecena egli non si mostra; ma Guido di Borgognia, che mandatola 
chiedere il tributo ad un re infedele è da costui fatto prendere e de- 
stinato a morte, pronuncia parole ohe permettono di spingere lo sguardo 



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160 P. RAJNA.— DUE FRAHMKNTl 

nei fatti antecedenti. «VoUesse. ei deo meo,» egli dice, «cHeG^yno 
el qiiall^ fu baxone .de questo malie fosse coraego, > Queste, espressipni 
rimarrebbero enimmàtìche se casi perfettamente analoghi. che occorrono 
liei rorhanzi italiani non potessero servire come di chio$a. Più. e più 
vòlte Grano, sempre in telato a cercar vìe per suscitar guerre e scaudali 
e per fare che i paladini abbiano a capitar male, prende a sfogliare il 
libro dei tributi e fingendo aflfetto ed interesse per il suo signpre, lo 
avverte, come questo o quel re, questo o quel vassallo, non paghi d^ 
anni ciò di cui è debitore. Fra i varii esempi, mi contenterò di riferii^ 
quello che s* incontra nel terzo libro delle Storie di Rinaldo in prosa,, 
là dove si Qoipiuciano a narrare i casi di Uggeri: «Essendo Carilo im 
quésta trànquilita e pacie, Gano di Maganza, invidioso d'ogni bene, 
vedendo un di .el libro de* trebuti , trovò che *1 re Massimione di Ve- 
rona non avea dato el trebuto d'anni dieci ^passati; ettrovò che Carlo 
v^aveà mandati molti messaggi et mai non ve n'era tornato veruno 
arrendere risposta; ond'egli lo richordò a Carilo,* etc. ^ Né è solo il 
cominciamento dell' avventura che trova riscontro nei romanzi della far 
miglia italiana: anche l' imprigionamento di Guido, la solennità che si 
vuol dare al suo supplizio, il dopraggiungere in buon punto dei bar 
ronì di Carlo, il loro appostarsi alle forche e la felice riuscita dell'im- 
presa, sono tutte cose che ricorrono, variamente composte insieme, non 
ùpa sola, ma più vòlte. Certo la liberazione ci ricorda subito ciò che j^b, 
nel Èehaud À»àncese interviene a Ricciardetto sotto Montalbano;' ma 
conviene riflettere essere in Italia che queir episodio, moltiplicato e 
diffuso ampiamente per via d'imitazioni, perdette i tratti caratteristici 
della versióne originaria per diventar quale noi lo vediamo essere, nel 
nostro frammento non meno che in assai altre scritture romanzesche. 
Quanto poi all'altra avventura che i paladini incontrano al castello del 
re Rechuntaldo, è facile riconoscervi, come già nel rapimento della mo- 
glie di Natasar, uno di quei prestiti che si andavano chiedendo al ci- 
clo di Artù, dissecata. la vena inventiva. L'avventura è di quel genere 
monotono, scolorito, insipido, che non si sadir come, molti tra i ro- 
manzièri italiani si piacquero a friggere e rifriggere senza mai dare a 
conoscere alcun senso di noia; non siamo peraltro giunti ancora a quel 
grado d* insulsaggine a cui si perverrà in un tempo certamente non loja- 
tàiio. E ciò che si dice di questa parte va pure affermato in generale 
di tutti interi i due frammenti: messi a riscontro coi nostri romanzi 
(^y^U^eschi in proisa appaiono bensì più moderai dei più aodtiehi, p. e. del 
Pionx'ócmte, ma inrieihe si mosti^ano meno recenti della maggior parte tra 
Iq y9Uumno$e compilazioioi di Andrea da Barberino. Forse non s'arri* 
sc!hiewbbe di tfoppo aiisegflandoli: a un dipresso alla mela del trecento. 



I f.a ](*/ionp (iél passo citato è quella df*! ms. laurenziano PI. 42, e. :C 



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DI ROMANZI CAVALLERESCHI. . 167 

' -ita flnoVqui'non ho detto nulla di ciò da cui i due franim^nti de- 
rivano appunto la njassima parte del loro intereis^. È la forma die lì rao- 
comanda alla nostra attenzione: l'aver veste dialettale, e di. co tal fatta^ 
chfe anche ad uno sguardo fuggevole ci si ' manifesta subito cò;ne un 
prodótto deir Italia alta. Così si aflfollano^ubito dinanzi alla me^te non 
so quante questioni: Dunque erano scritti in dialetto i testi di. cui ci 
troviamo dinanzi agli occhi solo miserabili avanzi? Dunque il ciclo ca- 
rolingio produsse nelle provincie del 'settentrione insieme colle opere 
rimate anche romanzi in prosa? E sarebbe mài /possibile che cotesti ro- 
manci avessero nello svolgimento storico della letteratura cavalleresca 
un'importanza simile a quella dei loro confratelli poetici? Curiosità più 
legittima di quella che ci presenta al pensièro queste e tante altre do- 
mande non si saprebbe trovare; la storia delle nostre lettere, tuttavia 
oscura in molte parti, non compiuta in nessuna, è tenebrosa special- 
mente per tutto ciò che si riferisce alle antiche letterature dialettali. 
Non è poco ciò che alcuni benemeriti già hanno fatto ^ ; . nia è più as- 
sai quello che rimane a fare ; e anche quando da tutti i documenti che ci 
rimangono si sarà cavato il maggior partito possibile, rimarranno pur 
troppo a deplorare noii poche né lievi lacune. Si tratta di dissepeìlire città 
che le ceneri di un vulcano hanno ricoperto per secoli; sgombrate queste 
non si saranno già messi allo scoperto edifici intatti, ma bensì rovine, qua 
pia, là meno danneggiate. Ècco perchè nessun rudero, jér.ihutì^e che 
paia, va buttato in disparte; ecco perchè si desta in noi tanta cu-^ 
riosità: tiel tempi smaniosi del sapere pìij quasi che dall' ammirazLqnje 
del bello le menti sono dominate dalla mania delle ricerche, qualunque 
pòi abbia ad essere il valore assoluto delle cose trovate. 

Chi consideri con minuziosa diligenza i due frammenti e non rifugga 
Halla briga di compilarne uno spoglio fonetico, potó riconoscere con e- 
videnza commessi appartengano al dialetto milanese. Fra Bonvesin <?i for- 
nisce un buon termine di paragone, accessibile a chiunque, grazie alli^ dili- 
gente e compendiosa esposizione che si deve al iliissafia*. Questa metto 
dunque a fondamento , e invece di porre sotto gli occhi del lettori tutto 
quanto si potrebbe osservare nei miei testi, indica loro soltanto le di- 
screpanze dal dialetto di Bonvesin quale il Mussafia lo espone dietro V e- 
dizione del Bekker , aggiungendo quelle scarse avvertenze che per qualf- 



: «Il Ogji|iQft4aomttsÌ4UADto ìù àUiàio ù&ì iqoaombtiti diai«ita(li <dellK Vi^nèfeta <i«^« t^t Maééa- 
04, Uln^tr^ ^otesigoaoq di aolora che oggi lAvoraoo.in ^«sto.^Qj}^, m^.Al sji^Q.,vP<p#|r ^ti^ 
ragione ó per un^altra^ vanno pur soggiunti i nomi del Paris, delRiondelIi, del Roller, del Bei^- 
ìmìffjA^k Tkzm^ àm\ Guésgavd, dsJ Qautiev. D* Importane capHtttei è \nwo ciò tsbe toMé pir ih»- 
ci^^iua JL9Ì suoi Saggi ia^i vien» diQ^ndo rAscoIl, 9pj»r«iVV0au(0 iiì»p«ral4inemt«^i(bfkfaf>iir<r 
gravissime difHcolta. 

t DnursteUung der aUtnaUdndi$chen Mandari naeh Bonvetint SchrifUn, von a. Mussatla. \Vii>n 
1;)6S. (Estratto dalle Siisungtberifhte dolla classe- filos. stor. deir Accadeniia hnper. , fase Hi 
aprile .) 



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168 P. BAJKA.^DtE HlAirirBNTl 

AtsAì eàusa non paia&o superflue. Certo del buoti fì'até da Riva refitanrano 
solo le ossa, quando si scrivevano queste nostre fole: ma dò acopesoé in 
un oerto sènso, piuttosto che scemare, T opportunitìi del oònfWmto, pttf*- 
chè non si manchi di' una certa cautela nelle deduzioni. 

Rispetto al vocalismo c'è poco da notare, e la convenienza si pttò' 
quasi dire perfetta.' Dell' a atono che diventa o citerò V es. della voce 
Tedio (TaddaeusJ, dove lo scambio non può, come in lomento, lomento^, 
attribuirsi alla consonante seguente (cfr. T it. soddisfare). Ài- mutato 
ìxt ol- abbiamo noi pure in descolzo ^: ultre tanti (altrettanti), se in qual- 
che modo non ha subito l'influenza di idtra, dovrebbe essere mòdrfiea^ 
ziorie AìultfH tanti: tdtri plurale di oltro, secondo quella legge di Cai 
,r Ascoli ha per il primo scorto e dichiarato nettamente la ragione *. 

In a sogliono mutarsi vocali atone tra di loro assai diverse. Dell'éJ e 
deir i -non ci sarebbe neppur bisogno di recar© esertipi : ma va avvertito 
dàvei)a accanto a devesse coir e inalterato. Ben più notevole parrebbe 
seorazare (seof^rucciare), con, uno scambio d'a in luogo d'w che le vi^- 
cende dèlie altre vocali non permettono si dichiari un mero errore di chi 
trascrisse, sebbene questa sarà per alcuni l'opinione più probabile. Come 
fórttie intermedie si dovrebbero ammettere sìoorvsare e corozare, che in- 
fatti occorrono spesso nelle scritture. E per finirla coli' a, citerò per ul- 
timo la voce alzirayy che in Bonvesin suona ol-; ma che ha pure al- ael 
Bovo UAntona, nella Ponzelà Oaia, e in moltissimi altri testi. 

Pei succedanei dell'o è da avvertire nnia^ (ogni, f.)che trova un esatto 
rincontro nella voce en suniate dei Glossarii italiano-tedeschi del sec. XV, 
illustrati con tanta dottrina dal Mussafia *. Egli attribuisce, a quanto 
pare, l'alterazione all' t della sillaba seguente, cosicché si verrebbe qui 
ad avere un fenomeno analogo a quello dei plurali a cui s'accennava 
or ora. L'opinione mi sembra verisimile; tuttavia non mi so rattenere da 
un- certo dubbio, forse insussistente del tutto, che anche ensAniate ed 
itnia possono appartenere a quella copiosa serie di casi in cui la trasfor- 
mazione dell' in w, e l'apparente conservazione dell' t« latino paiono do- 
vute alle consonanti che seguono ^ — Cuniò, presentandocisi ifhicamente 
in una forma dove si ha bensì u da o, ma in sillaba atona, non può es- 
ser recato a confronto , né ha bisogno di dichiarazione. 

V u ci offre questo di ossen^abile, che seguito da a sviluppa un éop^ 

f 

1 Sa questa vóce si vedano peraltro i Saggi Ladini p. 545, s. v. 
■ t A6a9H, op. oit. 425, n, 

3 Se ne hanno altri esempi in questo medesimo codice. Cito questo della Vendetta di Tri- 
llano: Per unta forza andava rampando. 

i Beitrag zur Kunde der Norditalieìiichen Mundarten. Wien 1873. Estratto dal voi. XXII delle 
Memorie deirAcc. di Vienna, CI. lìl. stor. Mi duole di aver potuto consultare questa recentis- 
sfma pubblicazione solo quando il mio scritto era stampato , e non mancava se non la corn^- 
ziono delle hotxe. 

5 Asc. op. cit. 469 o passini sottn i nn. 51 so?, p «l. Si voda anch^ a p. 455 n*»lla nota rhe 
si continua da p. 115. 



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PI BOHANiU CàYALLK&B^GHI- \69, 

pias»»<wioj: rMt\\ Certo la spirante è dovuta alla ripugnanza che ispirayiv 
liÀato:; mOi teiinerei di parlare inesatto sq dicessi che la successiona de^i 
swm fu .qui. ua=^ oa ^ ova (v. Diez, P, 189; Ascoli, op. cit, 111)^^ Tro^ 
viamo dunque sovat tova; ma soe, soy come in BonvepiUk. Il medesimo 
£eDy9meQO si. produce dinana, ad e nel numerale dov^e (duo, due). Perdita 
divu.atono.dopo un dittongo può notarsi in un esempio, dal resto comu-^ 
nÌ3sÌRio, in (xydarx, al quale sta a fianco ayudano (3 pL cong.) colla yo^ 
caler preservata in grazia deir accento. Infine, attenuamento di un u atono^ 
originario già da un pezzo scaduto ad o neir uscita di una parola, à lui 
iik «noU^t avverbio, che ci si presenta costantemente in questa forma, seb- 
beaae/gli esempi siano assai numerosi. E qui è anche da ricordare mane^^ 
che serve per i due numeri <^ad ambe mane; sovamane)^ benché la spie-* 
gasùone possa non essere la stessa. 

L* i accentato manifesta anche nei due frammenti la tendènza a preU"^ 
df^eU suono di e; e su questa va tanto innanzi da offrirci che per chi in*- 
t€pcrogativOy :^ per gì (andò)^ e perfino se per sì; dove aggiungo perfino^ 
giacché 4ui al mutamento dovea far ostacolo la propensione naturale a 
QW^tenere una differenza tra 11 succedaneo di sic a quello di si.. 

P^ dittonghi latini ho un solo esempio, ma questo notevole; da ITod-* 
dhaeo si fa Todio, allo stesso modo come accade in alcune voci spagnole^ 
come, per citarne una, in judio ^ 

Tra le consonanti ^ui non richiedono neppur una parola le dentali ^ 
gieiQdiè le discrepanze da ciò che il Mussafia osserva in Bonvesin sajcapno 
dqroitare più oltre e ad altro proposito; nessuna le labiali, che dei tre op- 
dinf di mute s'haano a dire, per ciò che riguarda la storia dei nostri diar 
l^tti, le più tenaci delle forme originarie; pochissime infine le gutturali 
Q \^ palatali In due casi — sanato e pectorali — si vede preservata la 
formola et; ma non è certo difficile vedere che qui si tratti di una pura 
grfifi^.etimQlQgica. La sola cosa che dunque merita, di essere avvertita è 
la, perdita di g tra vocali quale si osserva in giante e gianti, forme che 
non bandiscono per altro nella scrittura le più complete. Giova aggiungere 
(questi esempi a quelli del Bonvesin, in cui le vocali che per T elisione 
della gutturale vengono a contatto, sono: i -h e ed i -h io. Che se avessi 
a indagare per qual via abbia avuto luogo la caduta del g, cercherei la 
spiegazione nella forma eyo da ego, che anche qui incontro più volte. .11 g 
tra vocali pare essersi ridotto in certe parole a^', e quindi spento o piuttosto 
confuso colla vocale antecedente, dove questa era un i^. In gigante la dis- 
soluzione fu probabilmente promossa anche da ragioni speciali d' eufonia. 



1 v. Diez, Gramm. 13» 16U. 

t Cfr. il processo idenUco nel proveuzale e nel francese (Diez, Gramm. ,^13, S45): ^^r. payan, 
^i*. poytn; ^r.jayan, fr. geant. Quanto ad eyo non occorre dire quanto sia comune nei dialetti 
iukiichi dell* Alta Italia. Y. per es. Asc. op. cii., 469. Un^altra spiegazione che vedesse neir y 
nulla piti che un rimodio contro V iato, mi parrebbe qui meno approvabile. 



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170 P'. RAJSA. — UUfi PKAMUÉNTI 

Degli scàmbi trsl le due Kquide abtóaiinò qui purè? esemplò r-fti- luògi 
^ì forche falche, iAirece di vale e volova, n^are e idrata: Dfel-^rt ìkÀ 
inatócàttó' casi in -cui isla conservato il grappo pi acèabtó ad Wtri hi cui 
esso é scomparso, surrogato da f?^- cioè pj. Altrettanto si'dica déllW fot^ 
fecrtà i?Ì,'glao6hé ihhiziiio' àlàmctré; ina incontriamo pure '^amà, 'cheT éi 
móstra coinè' anche- questa volta la pronunzia precorreése* la 'scritturai 
Kù^dtegne di nota, perchè £1 Mussafia non ne adduife eseiiipi, sono le vi- 
cende del Z che segue alla inedia gutturale: da cingale, senglé, d siamo 
ridotti a serigié^ ossia anche qui al puro stadio palatale. * ' 

Ma le vicende del l sono tra le più varie che ci offra la storia del 
«uonL Del suo venir meno dinanzi slj, così comune ini Bonvésin'da do^ 
versi tenere norma costante, abbiamo duopoli esempi nelle rad piava ^ 
semeyamte, à cui sì contrappongono pfKrt, mentore, defilare, màrabe^ 
Hày galiàrdò, consellio; etó. Che ^si'possa pensare di cotesto, vedreitìò tra 
pòco. Assimilazione di Tad un s seguente lia luogo in tosse, scritto att- 
iche tose, àò^tàlse. Per ultimo una singolare riietatesl avremnlo iìci ponilo 
e pomhìe; ma là lezione* è dubbia per là prima voce ^ e per la seconda' è 
invece un po' dubbia Tetittiologia Potrebbe il vocabolo non aver ché'fàbe<sol 
piombo, ed essere naturale trasformazione di pomula, dìminutiyo di 
pomtww; chèil significato esatto non si può dire proprio di sicuro se sia 
palle di piombo o semplicemente palle (halote). 

Anche laclasse delle sibilanti, delie quali riesce più facile nettare 
risalendo dal dialetto al latino anziché discendendo da quello a questo, 
si trova governato dalle medesime leggi che hanno vigore in Bònvesìn. 
Questa sola differenza va considerata: che se il segno s rappresenta a 
vt)lté anche la sibilante sonora, lo ^ in Vece non si usa mai per la sorda. 
Pàlaito,jusÌitià, mentione, accanto a palazio, piaza, forza, sonèi, non 
occorre dìrio,. pure grafie etimologiche. 

Di raddoppiamento sono capaci solo poche consonanti : in primo luògb 
il i e por il ^, e da ultimo, ma assai di rado il r; insomma le- liquide 
è la sibilante sorda, Al rinforzo del f v'è una propensione affatto spe- 
ciale che merita di essere rilevata; giacché riesce perfino a vincere To- 
stacolo delle sillabe atone. Così non s'incontra solo pilUa, conseUio, 
' malie ^ satla, golia etc. ma pallàtto, sallutdlloi vdlesse, pdpuìlo. 

•Per le flessioni nominali e pronominedi noto in primo luogo eyo, già 
ci'tafoun altra volta, ed 'unid, che pur esso ho dovuto 'ricordare e che 
trova risfeoritro nell'afa, fogna sx>zura) dr fra Giacomino^; poi il phr- 
rale y^wne^rr, dove ròscuramento dell' o accentato si sospetterebbe prò- 
dotto dairz fihale'ancfae attraverso alla sillaba atona, se anche il singo- 

1 Si badi tuttavia che pomòto si le^^ge con certezza nella Legg. di S, CrÌ9lofeno,4R: K fèrro 
e pvinbio che farUpf»ava. Oerfo potrebb' essere dall' a'g^ttivo : e lUlorit invece li qnft' meta- 
tesi si avrebbe pj indotto a p per studio di disahinlazione. 

2 V. Muss. J/(Mi. Ani. p. ?*.» 



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Uai^^^fnff^tegQ.f,^mHni^a «on s'incontrasse in 3jtri testi*, , Certo presso 
^v;^9Ùì,;.o. forse a parlare piìr proprio nelF edizione del ^ekker, &*ha 
i^yep^ mme^ Ri da regi^, rat è pure da menzionare. ChavàUre invece 
iixfiav(ilqri tornea più volte e però è leiàone accertata; non può del 
r^$tQ J^a<^i.,|i()eravi£lia9 essendo troppo nota la tendenza dell't finale a 
pjiegairsi. a^ e. Gienle (con molte gientcj^ qitestione ^ fossono aver saanr 
ten^^.a^ohe al plurale la vpcaj^. originaria; grande temm^ (grande prer 
d^ [cqrris^nde al noto singolare granda. Pei verbi citerò. le. seconde 
persone plurali del presente , riserhandone a miglior t^mpo la discussione: 
kffSfctiymUf possili f aviti» La voce Idsseno alla 3^ per^na plurale, ac- 
c^to a tnovenOf rompeno^ cadeno, ci mostra attenuata dappertutto la 
v^p^e .atona della penultima sillaba, che in Bonvesinera ancora pre- 
servata nella prima coniugazione. In perfetta corrispondenza con queste 
ioriqe staAuo le terze persone dell' irapf,, ereno, armaveno^ meievetw 
(Boi^v> eyan, albergavano, corevano). Nel futuro è singolaire, accanto 
a ivf\pagaròr awJUvrò, etc.» la prima persona alzira'^i, alla quale, sen^a 
cenear confronti remoti nel provenzale e nel francese, metterò ia fianco 
menmo^i degli Atti di Lido Maggiore, laseraif delle Mariègole,^ le 
|or^ contratte in é, normali in fra' Paolino e, per tacer d'altro, nel- 
l'anlticp dialetto padovano^. In vedaray, vedarili è. osservabile, perché 
si potrebbe collegare con altri fatti morfologici, la mut$tzu»ie dell'^ atqna 
in Af la qu^le ha perfetto riscontro anche nel dialetto attuale. Nel con- 
g^tivo s'harfaflfi, 2* p. sing. del pr. Schamparisti, condiz,, risponde 
allo^^tom^' dello spoglio; fusto è forma desiderativa d'imperfetto col 
pronome enclitico, Sapiati s'ha due volte con significato d'imperativa, 
ma è congiuntivo; imperativo è in p[rè]steme (2* aing,), dove l' encli- 
tica é stata causa che l' a dell' uscita si attenuasse in e. 1 gerundii) come 
sempre anche in Bonvesin, escono in andò (siagandOf digando, anda^ 
,gw4o, vedando), 
. Ma se per tutto il resto le discrepanze da Bonvesin sono ^^ssai lievi^ 
e sarebbero anche assai minori se il confronto non si facesse colla le^ 
ziofne del solo manoscritto berlinese, i particijpii passati pascivi ci pre- 
sentano una diffprmitèi che può sorprendere* È noto come una tra le car 
ratteristiche più comuni dell'antico lombardo sia l'ì^vereàn queste forme, 
.prim^ affievolita, poi abbandonata interamente la consonante, in maniera 
da ridurle ad uscire in ado, aoj; lido, up; ido, io. Or bene^ nei due fram- 
menti ricorroxLo du^ sole volte forme indebolite, (abaivdo^ habatvda) 
non ;;nai forme con dileguo, sebbene di partìcipii non vi sia scalfita. Che 
^' abbia a pen^ar^ di ciò, non è troppo facile decidere;, solo è chiaro che c'è 
qui del forestierume, il quale o dovrà essersi venuto a insinuare nel 

1 Mi co9t«jiterò 4''9Ì^ro una ieggeiida inedita di ^. Bernardo, q i BtUtf dfil Mum., li. 

2 Per solito, come negli altri tesiif così aaobo nei nostri esce in ay la &ecpnda. 

3 V. ASC op. cit. 475, e cfr. 464, in nota. 



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172' P. BAINA.^DUE PftJlMHBNTI 

(IidMlio>lornharH]ioi^ o ayer oonservato oJ^tii^tamente il suo postò> ài^che 
dopo obe laitlÌ£ÌoBe avesse ok^mai mutato di aspet^to; Oi* bette, c^n^e*' 
raOkdo doire. e da clu fu scritto il codice , e come iti ^msò «iatìo pal^cchii ' 
te^ti venuti di Toscana; ai quali è toccata di aocòraodatsì Ini notf 'piòcotó 
parte^agli usi del dialetto, s'inclinerebbe a scartare la primia ipotesi 'per 
abbraociajTe'la'$ecaada.€oBl dunque si Terrebbe a suppóri^e ohe i uo^M 
due testi si trovino camuffiati alla lombarda per essere stati trasctìitì 
ripetutamente da lombandi in Lombardia; e poiché le foì^me che paiono' 
ripugnaire all' uso. del paese concordano con quelle adoperate nella' Tb-^ 
scana, conaiderando che nella seccmda metà del trecento e nella pt4mà dèi 
quattrocento fu questa prorincia la grande officina del nostro roinàiì^o 
cavalleresco, si crederebbe anche di poter aggiungere senza troppo ri- 
schio che gli originali dovessero venire di là. ... 
Certo questa ipotesi ha un* apparenza che seduoe, e ci darebbe subito 
la chiave di molte auoiaalie. Chi T adotti non durerà fatrca a spiegarle la 
persistenza del l dinanzi slj. A lui non produrrà alcuna meraviglia il' vedere 
spessissimo moUipIioitèudi iforme^ fratello e fi^adeti, padere epctdrd\ si 
e se^ li quali e U quai^ bastone e bastono, diceva e disoèva, fu e fó, fàiH) 
e fono/ stava e steva^ mangiai manzava, etc. eto.; nessuna la co^Vsùt^ 
raàvabiie nel mantenere ^.Bairo podii casi di eoiclisla comuni aiidhè al 
toscaao, Le- viocall di uscita. Infine egli troverà una conferma non Geve- 
alla: sua ipotesi nel i fatto, che la dizione dei due frammenti, o si guardi 
alle paroie^'O: alle frasi, o ai costrutti, non cdntieM quasi nulla che 
con pure modificazioni di pronunzia non si riconduca imraediatattiénte« 
forma t<2soaila. ì 

Eppure queste ragioni , se allettano a prima giunta , osservate più 
da vicino si danno a conoscere assai deboli. Perchè avessero forza dimo- 
strativa sarebbe necessaria una cosa: che le scritture indubbiamente lom- 
barde, quando ci sono giunte trascritte da copisti del paese, non mani- 
festassero incongruenze e anomalie slmili a quelle che qiii suscitano la 
questione. E il vero si è che dove più dove meno , coteste irregolarità 
si trovano nella maggior parte dei codici, e si fanno più che mai' nume- 
ròse in quelli di età meno antica. Senza uscire di casa nostra si sfogli 
l'ambrosiano, opera di un milanese puro sangue, e le composizioni dt fra 
Bonvesin e certe altre leggende di origine non sospetta faranno vedere 
chfe di testi imbastarditi non c'è carestia. Ed allora con che diritto ci al- 
lontaneremmo dai fatti? I due frammenti ci sono pervenuti in ftHteli 
lombarda; ebbene, fino a che non si dimostri il contrario, bisognerà anche 
ritenere che il romanzo o i romanzi da cui furono tolti appartenessero 
alla letteratura dialettale dell' Alta Italia -. 

1 Ì4VL sola eccezione s* ha nella voc(3 fiva, adoperala come ausiliare (/iva tnaniefiUlO}- 

2 XJso un'espressione larga perchò la patria dcir ultimo trascrittore poteva bastare a dare il 
'!olorito milanese a un testo veneziano, veronese, bergamasco, che altro si voglia. 



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DJ BOMi^K^l CAVALLKftBSCHl. ÌIS 

Ma il mostrare la fpequeoua di un fatto non signiflca damerò' darhé 
la .spiegazione» Questa ael oaso mio ecoo dove 1* andrei a ^^rcare. Nel 
tracento, e più nel quattrocento, ohi prendeva a comporre o* anche ^k> 
a ricopiare scritture in dialetto si trovava in oondizioni ben diverse dtt 
quelle dei suoi antenati del secolo decimoterzo. Insieme col suo proprio 
vepnaooto ^li stava dinanzi alla mente quello di un' altra provincia, ohe 
volere o no, sì doveva confessare aver stravinto in fatto di letteratura- 
tutte .quante le rivali. E s'egli era per caso uno di quegli uomini rari ohe 
non arrossivano del loro volgare , allora poi credeva di far bene< afferà 
raodo ogni appiglio per ringentilirla, ossia, che fa io stesso, per rarn-* 
cinarlo alla graìnmatiecL e alle forme più piene del latino^ -^ È impo^si^ 
bile di$Gemere fin dove giungesse razione inconscia prodotta dalkt- forza 
delle cose, dove cominciasse T opera cosciente deirindivitluo; ma tutte 
e du^ jcooperarono a, un medesimo effetto. Cosi svaoiscono i dubbi èhe 
pareva e* impedissero di credere lombardi fin dall* omgine t nostii dué^ 
frammenti* 

ly fatto die per tal modo veniamo ad ammettere è. senoa dubbio 
importante ì peraltro non vorrei che se ne esagerassero le conseguenze. 
Queste si possono manifestare con sicurezza ed evidenza sola collo stu^ 
dio approfondito di certi romanzi toscani. Qui dunque ò bene contentarsi 
di ooncbiud^iro semplicemente che il romanzo in prosa, anche in quanto 
si aggira intorno al ciclo di Carlo, non appartiene in Italia alla sola To^ 
scana, e che anche le provincie del Settentrione dovettero averci la 
p^rte loro- 
Pio Rajnà. 



.... Vity in questa parte lo conte Rolando. £llo re Karlo mandava Guido. 

de Bergognia allo re Alpatrixe de Ascondia, lo qnalle descende da lo re Yalariano 

de Allorìa, fratello de lo re Ballotes. £ tanto camino di e note cVel conte Guido 

arivò in Ascondia ^ E corno fo zonto Guido allo pallatio el montò sulla salla, e in, 

5 quella arivò lo re Alpatrixe e sallutoUo da Machone *. E poy disse: Yo sento me- 

1 Questa città appartiene alla geografia di parecchi altri rollami, e specialmente del Fift- 
ravanié e per conseguenza anche de! RtalU Può essere che il nome deva la sua origine dA- 
r&flomlie— forte U pa^se dfgU £Mer-^ohe t' inaonlva a vo)te nel taati flraaeatir 

L'Arabis tiot tote desqne la rovf* mfr 
Et Aofrike et Europe, Esclandie fa (tic) pier. 
DMfB. »« R. V. 15 1 Romania, n, T. 

Non sarebbe- questa la prima volta che del nome di una ragione si sarebbe feua nna elt^ ; bs^ 
sti ricordare V Erminia delle storie di Buovo. 

2 Per la frase mlutart da si cfr. Perceval, 28802 : 

De Piru qui fait la flor novelc, 
Et l'hcrbe verde croiitro el prf 
Ont Ir chrvulter «alo^. 



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fii^e tOij^e maiidi «l^rabfmka e chetnniél 4agi a myéà fiova t>arté; e se tb nòti 
g^ 1§ day «l tei fitfà gronde. «^bt&EUo r« Alpatritèdifisè a 6òi^ léhìt: litgàtdliò 
tOP^ 9•lll^9MeUo• i«qpie0tiiifib Sttiro U vaiM yei^ pMiMlo', elio c<«to éaido-SB dè^ 

10 |(N»0ei6pavlA.«padAtiimAiioiBOlto tfliftiitam«n4i: qnanli B&^ebàTa li 'fittetàorol^ 
iÀr/;f iipalo .remoisevib taato che. tata .lattmta d4 la IdUra mont^md atiUò paH^tiò! 
Co^^: lo cQntd €hiidOi fu prataoe lOèmo in «m darà pr^aétto; ttd in prb&a M uidti 
plada..Q9DW dift<iailli paganLEUo <Ruita.'m«(lte »óloiiiéiilata«ai'diie>nl: Ày! Kjkàoi 
^^m^^'mandfl^ a nwite « no me TOd^ray tii^ pto. VoII«b86 el de^ meo ^m 'Claytib^ 

15 el^qfmUe In. «axon? de i^msIo maUot fon» cotMgol E cMal fatevi grande tottMifo. 
S|.9^te llfliO:ixu»xr in la presone! nudle mangiarra e* pezo bet^va. 
', G;l4rladi«eTn<aÌti oojbantois'El me pafe eb'el oeute Guidò ne tortai zerfo 
fi* pcf^.fik* el.m morto. In qneato tempo la fèsta de Mucliene se davevà fare, ìd 
ll^qmiUft lo 9r«.àlpatimToIéy& faieapender» Io oK^ole Qkiida Coesil' mandata pe^ 

20 piùti altn;ii da eprona a tedeire BCfTA morte*. E, totìéì stagMdò Katk> se màr^Vè^ 
lìi/?i^ molte tùrté ohe 16. oonte Onidd no tornara, e fo <;dnsé!llo con ti eoy barord 
^ s»andwr^ Botando e^£aynaldoe01ivere coé le I>aiie>i!e Vt»th. 17 Mi Èe t>aftlAòi 
tanto «MalcÒQO ohe affxvMo in Asoondia de tti «arni in a<m do la festa de Ma- 
cbane;. «e iatrtao in la «sìtàv • ari9(mo a nn^allMlfgo, e fnno molte bene féc&ùH 

25 g9S8tìmm«Bte.>SUp boato iiaernm molte bene perchè fi Vedera in «I biffi e nòbéùi 
^hlkvid9n> /£- v^enÉ el di de la fasta; e ùnia persona faceva ^ran ft^a. ' 

j^^lova Alpttrise' ai .se fé menare davante lo conte Qoid^ jprexeiMié^tTftò 16 p^ 
P9llf in. l«i f iaa« de saucto Tòdib. Allora se leta sqso lo re Alpatrìxe e sidkse'. 
^ia^ c])e questo ai è nno de li baroni de Eailo, tti* è tenvte aiofe el'tìrabttt(!r; 

30 a 7^ M li/^lie dalia che te farò apìcare a dispeto deXairlo e de Io èonte {Belando 
e.,dp li altri cristianL Elio «ente flolaad^ odi tuto^qnesto per éhe Tera pt^eiifei 
Or^ tautajQhe.Oaido fa menato alle IMoha. SUo conte Oaido «e lómentdva ^ di- 
xei¥a^ Ayi eonte Baiando meo^ fasto qui! ay* BaynaPdo meo, fttsto qui, che tn me 
a^ha^pariati da morte I ay^ Oliveve e altri baroni de la corte de Karlol ^é no me 

35 vedarlM jmay plQ;. K digando questo el fo ^onto alla institift 3. E qnandb elfba- 
pr^aso ndle. foldm eL ooinenxò fòrte a piangere; elli pagani ^isevano: Giùna mo 
l^aado e Ba^aldo ^ fiiarla dio te nyndaflo^ E fa 20ntò alle foliche. Atanto Bo- 
bmdi^spendnfttiavlo cavalle per lo campo: no parità homo ma parità ano demo- 
nio ioferaaUe^^ e itó lo.ehBtalare « de loro e bntollo motto da eataHo; e l 'segon- 

40 do e '1 terzo el quarto el feze io someyante con la lanza; e poy mete mane alla 
ipadaf « toisto che gè vegnieta datante. B cessi f» Bayni^do e Olitere elio Da- 
nexe TTzere; e tanto fòho che liberòno lo conte Oaido da la morte e se V armèno 

. » Il ea4; M «erte.. 

S La leiione può reggere, ma forse manca qualche parola. 

3 Grafia etimologica, come paUatio, tnenUone, Poiché una volta si trova palasiv sarA sem- 
pire a legg^èv» eoo suono 4i z sMbbeae la Bonvèiìn s^ÀVbia iuUsia* 

i L» toaione ò o«rrotta; non mi imfé improtbabite ch^ per un^ associazione coIIa voc(* feri, 
facile a spiegarsi i» chi aveva per le mani romanzi cAYall^feSchì. ili sìa scrìtto ckre in hio^ro 
♦li primo. 



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^X6r|^ bptqlla B^<Nrt$| dn M^vallot e Mate'tfhfi gOTagntovu^^ìfisoM. fi'4aiiti'4« 
45 |9f|«rff^]^eut)pa \a, n^i^opre; »Uo m 4Jp»4Ftite fortHtiaatdQrmoM'a tavalfó; 0^t^ 

I^jypijira ^ /diii^ya; Q«i0fcl.§iuitr6riQhavid«Te somiD orirtnmL'fi Tégntof a véésé lore^if 
mf^t^i^ento e g^a lo re^^J^i^ldt^daioorcmaS^o re €Mri>o&o 4a Oftmpo' Teeftlè, 

50 e)^a^ Fplyope4e'Na?e»^jBiiilti altri da corQii& de grancto Talòro^ de li qitail illJM 
^.^^ilfiipp^t S^^ioido SoUndo lite lo re Alpbteixo^anid» wm W c^'jgniiìdè a^ 
a^a OfffinUo. por tanta &jri$£^ cha la destaxe lo brandD 90i|ra 1<K'èl|A^ oHife i«to ^ 
lo partirà < fino alidonti^-e bi»toHt morto dl< eaflraUaierfooaai fez» a'tDOlli triMdé 
jjmdorffal^ror Bl pra SaynaMio^ «i^o barone feri lo fé Jlan^goxM^clMW abatd 

35 mor^d^ cavalla; alto re Folvi^iia con raltta tante tdti gafezh^no dftyattté^i^é 
Q()pBì, £^.ielTl)aoexa U^reeo» Ofivere • Qaido'da Bevgognta? intanto cbo li^ pa^ 
gaoirfnzi^aiio.dwtro^e la zitad^, e li -aitadim iaoròno dentro ^ eaafOnoi lo perle 
a^vòno li paoitve aiidOpocridand(^aopra tomÉredel foaialiò; e ÌMJttairailo gfrattdé 
pr^da. E ataoto zoiuia U <^iatmni ia-eoata; e Belando dinsa lastaió Ertait^^ ^lA^ 

00 zeatc^e tomèmo iodrete^x;^ a Pm^ no fosse ^^ra; £ 2MneiiD aaOA'Oaka'dé ttittto:i; 
li^uaU orano pagani, elll alb^gòiio.la«iraY e ai fono bene aerviti e honovàiU. E taniàh 
fin» se ^partìoet e tanto ^havaJiehòBocha s^azonaeno^ aùonno plano; elB'era tnid 
bello castella a ftva iaaiit6nQt0;da 1^ re BeoliiTintaldo^:fia]lo dolo H AMòstAnto; SRi^èfil 
^totiaa graadatemiMOi obi ^^ata altea era babatodo e ascbora'MHÀ to se&ndo 

65 d^ sayf^ Biaae ^ era ao preeeiiere; e aveva l^udl da molti maliardi batòiiU ^ iti 
l^ttpnra stava .wia ^l^Bti^ì e qu^idtf la vedeva nesnno cbavalere gonara la cam-^ 
pana deve voltai a qaeata re se eorevti a .giostrare con qnilli cbavalere; e impri- 
xoaaiante' ga laxavi^ «^nde bendine; B qoaiMto' la guarda viteiqoisti: àMì^ obava-^ 
lei;e.aQipLit^ molte ^aUba atramità^; eUo ì^ Beo^aldo sifo Hmudtoe andò ìsillo campo,^ 

70 a ^rov^ qjtiiati ..vi ^ayaliore^'O ga ftKo grande itooore^ « gadsÉBè} a loro» le^ ^e qìoe^ 
%\ipm^ £ costop pregavano molte lo re SàcontaMo^^ laj It menava dmtro a mày^ 
gÀ^re 9 .<swiU> a iiati <v. la sov« ventura , e teosttròtt li; acati li 4ndli' aveva àbytktty. 
£ questo pagano era molte oortexe; e al pUid' là zostra; Lo'priÉM' fo oMvuref d 
l!anQ va versa V altro; e lerisenO' per tanta ftraàobo se rampono le lanae.^ 

75 Olive^re no se, poseya pya sostenìre^ a oaza a iera da oavallo. Eliopagwio'priée Vò 
caxallo e resolo a QUvero e dise ^::Monta 9Qxe,ysbft ta 8i> è to>tiielM)i^€havaler« 

'.,. ...... . '. -. "■• ' :.. : ì: •'. -' ^ lo.^ 

I Pn^ Afflare ^« rbeohìo di «Ai trMorìtèe abMft fbtUB tìpéì^té ^ ttii*etpré*iidìiA «iier tfl 
leg^e pia sotto, omettendo la deaigQA^ione del regno, della qnale ai s^.ata la majnoMi^.^ ; 

'v-I^ luogo sembra guasto. Potrebbe leggersi', andò verso lui con grande ardire e per tanta 
forza U deitexe etc; ma siccome la corresione mi soddisfa assai poco non 1* introduco nel te- 
sto. Meglio forse, lasciando la sintassi un pò* arruffata, si scriverebbe li dMlMPf - »«i lasttièrébbe 
il resto qual è. ..•■•■ r. < 

3 TI cod.ja ^ontóiu). 

4 S*era scritto prima VCo (ci,Dqfiece«to)i or« paleogtftfìaamdiite -laleiìon»rnDarraW>B ilKTeità. 
9 Suppongo che la voce. derivi da extremUM; ma f<»rs^ nspondei inveeè Al ftiHfoméie, it. 

stormo^ ed è da accentare sulla peoulUma. . r < < 

6 II cod. f menolo via e oUvere dite. 



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)76 P.. RAJlfA^ «^ DUK FAAMMKNTI 

^l moi^4o. Jg toM lo> sekndo 4eL balio sonderà; e cosi em abatndo OUv^ro. £ Bay- 
Djddo fiora vegnaTa verso lay ; ailo pagano allora piara ana laiua; e ittti dtfi se* fé- 
sisano.per taata fona ohe sa rompano le aengia elii pectorali a cadano a tont^ zo 

80 dalft aaHa. fiUo pagano aen fave gran marareUa; a Fano e l'altro se drizami; 
Q co;^D2()i90 a f^rise V uno e Taltìro con tanta forza, oha cadano anckora; efìa ba- 
cila dira nna grande paza; e V uno a V altro domandava raposo. E Raynaldo aa 
aco8i6 aprasao a Rolando a se disse: Bolando, prèstema la tova Donindafda, 
ohe aUrantanta no sa porà aqaistara q,nesto pagano. E Belando g^ la prèsta; e 

85 ]^ajnaldo pilla Donindarda ad amba mane, a feri lo pagano sopra Telmo che lo parla 
fino ali danti; e cossi fo fenita la batalia* E Rolando ne f<) gramo da la aova pre- 
stanza. E port^o li ^catl tati quanti apresao a qaella torà; e poy se paHàno, a va- 
nano verso le terra do lo re Falchona de Bochia, lo quale ara navodo do quasi» rè 
Bacoataldot lo quale faxeva uno gran toroiamanU» par Volerà tare muUara ; lo qualla... 



II. 

V. . . Alora par la parola da Qajno Karlo si fa deepoliara Ba3ra«l[d|oa si lo 
lagè in zuparelo descholzo a si disse: Vatene, e non vanirà may più 4n Pailxa sa 
|)0,cha te fard apendare par la golia. Alora Baynaldo iato irato sena aa in sova 
Fattura» andagando dia ^ a notaceli' alo portava grande fame. E tanta cavalcò ch*el 

5 Iq.zonto^in una zita unde stava al ro Natasar con tra soy fradali ohe arano giaiill. 
E.que^iavedanda Baynaldo si ballo. disse: Chisetu ? E luyga resposa t Eyo santo 
uno cbavalara da Marsilio da Spagnia; ayo ma fazo clamare B[o]Tono. E saplatt 
oha Earlo, Boiardo a Baynaldo si g' an fato da gran oltrazi. E '1 ré vadando Bay- 
naldo si g' ave compassione a si lo fé andare a tavola. E Bovono sì mangiava malte 

10 farta> perchè Tara stato uno grande tempo che no aveva mangiato qaaica nièttta; 
a si mangio la vitualia da quatro homini. Stagando Baynal[d|o in quella zkà per 
lo^g<^ tempo questo re si menò muliere» Stagando a tavola questo re con la sova 
muli^re la qualla aveva menato quollo zorno, ano gigante, al qualle portava lUia 
maza da fero ^ vene ^ suxo lo palazio» e si vane alla ta^vola^a prenda la fantina, 

15 a si la tene soto lo brazo, e su la spalla teneva- la maza ^ e si la pai-ta via. E 
nesuno di quiUi chevaleri che areno a tavola no sa moveno , e si la lassano- por- 
tara via parpagura de quello gianie. E Bovono, al qualle steva in uno cantano, 
vedando zo che aveva fato el gigante disse a quisti chavaleri: Forzi! per che las- 
sati portare via la vostra rigina intra ^ tanti corno siti qui? Ellero disseno: Lny 

20 si à tanta forsa che el ne V6nz[ar]ave tati, se fossemo anchora ultre tanti. E Bo- 
vono disse: Zerto vny aviti nna grande pagara. E possa sene ze daloraa disse: 

1 In grazia doU* essersi corretto è Hnoerto se il inanoseritto dica die o di. 

2 Prima ai era scritto uno ba»U)no» 
8 II cod. B vene, 

* Qui pare s* d corretto dopo avere seritio ÒMtono. 
& Il cod. ha int col solito segno di abbreviazione al t. 



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« M ROMAHZI CAVALI.BEa:BCHI. Ì77 ^ 

ìtoi tft v^r^oMi ttei V ksBrle porl»rD vìa la tova ImoaT Se to m^ vdy 4ftre a Mi 
sm» « desirere «jo go andare a toria a «o dispetd. Blfó re diale: Manza e bète 
e Od ii altro* eha al ne mozarave sento de cossi ftit^ eotno ti* B Ini disse: Se i^ 

«5 9Q4B( do. le «uae tu Tedtxay che te la menarò; se no te la meno fame dapoSsa m&- 
»re. JB imoi40 qailli ohayaleri disse : Ohe possiti vai fSLtéì Altro cha uno cavdiò** 
elle a^rmadurD no possiti perdere. BHo re si fé portare arme; e multi si lo arma* 
?0BO e si ge.raetevèno le sgr^euere su le i^ambe nude, tanto olicelo* fo armato; e 
pey si gè. dono o&a spada che non era> anchora tropo bona. E poi Borono saltò 

90 avvale e si comensò a oavalcare molte presto guardando sempre in terra alla pesta de 
lo>9Ìgante«£llo gigante sì era za andato pia de .x. millia; e possasi zein ano boscbcélU 
sa desmoistòi e si voleva vergoguiave la fànttna, e si la feva despoliare nuda; ella fan- 
tina molte forte lagrimava. £ tanto cavalcò Bevono oh' el fa zonto a questo^ bosoo, 
e HI ode la fantina plunzere.EBovoao disse : Lassa la fantina, malvaxio gigante, seno 

35 pilia del campo che te dosfìdo. £ '1 gigante disse : Se ta me fay scorazare e* te alziray. 
E Bevono disse: Filila del campo che te desfido. E *1 gigante vedando questo saltò 
a cavalo e disse: E* te ne impagarò bene. E tati day se desfìdòno. E al schontrare 
che fezeno de le lanze ni Tane ni T altro se mosse del destrere; e*l gigante ve- 
dando. ehp w> aveva morto Bevono se feze una grande maravelia e disse : Costù 

40 si ò molto gallardo. E Bovona prue la spada ad ambe mane; e 1 gigante pflte 
seva maza cbe aveva tre balote de pomblo < càhé pexavaw) .ìx. libre per zaschadunh 
balota; ella fantina pregava Machonohe adiutasse Bovono. Àtanto Borono trasso 
une GO^ allo gigante, e no li pò taliare le arme; elio gigante trasse ^no colpo 
de la nu^za; e Bovono salta da parte, che no volle aspetare uno oolpe de la mafia 

45 per quanto vare lo texero de Pranza. E el gigante vedando questo fo tute turbato, 
e piUia la maza con grande furia ^ e verso de Bovono destende la maza; e Bovo[1fiol 
vedando venire la maza molte presto saltò da parto; e 1 colpo fo sì dure ohe le ^ 
pouble de la maza se inficòno in terra pio de uno brazo, e lo elmo si gè oaze de 
testa* E Bovono, che no dorme miga, gè saltò adosso con grande furore e missefi 

:,o lo brando fra lo collo ella spalla e butoge la testa alla verdura: e morto caM el 
gigante. E Bovone si li tosse le arme elio brando, e dapossa si ze unde era la fhu^ 
tina e si la mete sux lo cavalo, e si la menò a oaxa de so padre. Ella fantina diu- 
rna ohe no voleva più esse mnliere de Natasar, per che no T à voluta secòrè; e sì 
dixeva che voreva esse moliere de Bevono* E tanto cavalcòno che li arivòno d 

5j oaxa de so padre; elb so padere<^ si li fiaxeva grande houore. Àtanto uno f[t^d]éll(^ 



1 U cod. eavavalo- 
« Il cod. che lo. 
s U ood. no tura. 

4L Parrebbe si fosse scritto prima ponblo; poi voluto correggere in pompo; ma di certo si 
può dire solo che qui si trovano sovrapposte le lettere bl e p. 

5 Dopo questo le s*era scritto na ba (evidentemente principio di batote), che poi fu cattcellato. 

6 Cosi leggo in questo luogo, e sembrerebbe che anche ne)l* esempio che antecede si 'foste 
scritto prima co8\ , poi mutato. Si confronti il moderno pader; probabilmente 1* si è venuta 
sviluppando tra la muta e la liquida mano mano chp ammutiva la vocale dell'uscita, cosicché 
podere dev^essere una forma meramente AttÌRÌa. 



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178 P. RAJMA. — DUE FRAMMENTI DI BOMAMZl CAYALLKRBSCHI. * 

de Nrtmar ittié»» c«ft M i»ftdf»de lantiiHet^ée NttBsarperTfAefriannnf^ eaxa; 
e corno el fìi zonto alla zita domandò el padre che '1 gè devesse dare la ffllia; ella 
fiUia pregaya Borono che la devesse aydare. Alora Bevono andò dal gigante e disse : 
Prende del campo. Alora el gigante p[r6]nde so bastone e andò adesso a Bovono e 
fio dege ano gran colpo. E Bovono strenze la spada, e dege de la spada suo Y elmo 
nno si gran colpo che el fé cadere in tera strangosato. Alora Bovono si lo prende e 
si lo menò in la zita per presone. 



, • • . . . . 1 • • I 

» 'i > / V . X i ' • i 

^ . , 'il' 



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SOBBE À OEIGEM POBTDGUeZA, 



DO 



AMADIS DE GAULA. 



E facto assente, qua a forma em que a novella de Amadis de Gaula 
se vulgarisou na Europa foi em hespanhol, sob o nome de um certo Garci 
Ordones de Montalbo, que a si mesmo se chama «Regidor de la noble 
villa de Medina del Campo. » A epoca em que come^ou o traballio da 
versào pode flxar-se em 1492, porque allude à tomada de Granada por 
Fernando o Catholico, quando diz no prologo: « pues si en el tiempo de 
estos oradores, que mas en la fama que de intereses ocupaban sus jui- 
cios y fatigaban sus espfritus, acaesciera aquella conquista que el nue- 
stro muy esforzado y catóUco rey Don Fernando hizo del reino de 
Granada, cuàntas flores, cuàntas rosas en ella por ellos fueron sembra- 
das, asf en lo tocante al esfuerzo de los caballeros....> Alem de se 
saber, que antes de 1492 era jà citado por muitissimos escriptores he- 
spanhoes e portuguezes urna redacgao do Amadis de Gaula, o proprio 
Garci Ordones de Montalbo escreve no prologo e repete no titulo do pri- 
raeiro livro do Amadis: «el cual fué corregido y emendado.... é coy^e- 
giòie de los antiguos originales que estaban corruptos e compuestos 
en antiguo eslilo, por falla de los differentes escriptores; quitando 
rauchas palabras supérfluas é poniendo otras de mas polido y elegante 
estilo , tocantes à la caballeria é actos de ella. » A parte sublinhada d*esta 
trascripQào authentìca-nos a existencia de um texto do Amadis, o qual 
jà em 1492 estava antiquado nas palavras, na construc^ào e no estylo, 
do qual havia mais de que um originai, tudo muito deturpado pelos erros 
dos copistas; Montalbo ai declara a parte que Ihe pertence na redacgào 
hespanhola do Amadis, que vem a ser a affectagào, o artificio, a rhetorica, 
sentimentalismo, o absurdo na aventura, a moral pedantesca, em fim, 



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188 T. BBiGA, •^laniBK'A ^BIOBIf (FtBTVaUBZl 

niiunra/6àieetBdc)8olas9k(iBida)PèiinilsuIà.- ^.« i >-' i< 'n^ l. i.n .r^i 
Procareinoq nréstitiuri essei originali aatiqTsa4o'dp .Anmdisfeìbs& ììm^ 
tieias diàpersas, dos esc^ì^Ms qiieo citai^m'anles Ab ìi9SÒ. Esseiiésio 
constava pelo mvnos ide* doia onginaes-, 3 saberc os primeikfo^ t^ttazt fó^ 
vros^que sppaafeaem cktaéùs&ti 140&e 1406 pelos]ODetasido Caacioiieht) 
de Baenà, e o quarto ìivro, por rcatura;, continualo feita depois dlest» 
datas, que sóveiu a ser conbecida sa forine que Ihedéu Montalbo. Bit 
este escriptor no sen prologo: «É jo està considerando, y deseando qne 
de mf algnna sombra de memoria quedase, no me atreTiendo à poùer mi 
flaco ingenio en aquelio qua los mias cnerdoesabios se oonparan» quisefe 
juntar con estos postrimeros que las cosas mas livianas y de menorsu- 
stancia esoribieroD, por ser à é), segunsu ilaqueza^ mus confonnes, 
corrigiendo estos tres libtos de Amaàis , qne por Calta de los malos e- 
seriptores ó componeétares may corruptos ó viciosos 6e leóan, y irasUi'^ 
dando y enmendando ellibfo cuarto — qtte hasia aqui no es ntùmoria 
de ninguno ser visto etc. » O facto de alludir a diversos auctores (òom- 
ponedores) vem pastificar as tradi^^es de Vasco-de Lobeira, que pareciam 
contradizer-se com as de um tal Fedro liobeira^ de qvtem diz Jorge Car^ 
doso, qne a pedìdo do Infante D. Fedro trahalfaara no Amadis; ora sa^ 
l)endo<>se que o quar^to linrosó M conhecido no firn do eecùlo XV, e 
sabendo^se as vioissitudes por que passon a &milia do Infante, desde Al-^ 
farrobeira até ao principio do reinado de D- Joào II , eT6ì)lica-fie o modo 
do seu desapparecimento, e corno foi parar a Hespanha, aonde morreu 
tristamente o Condestavet de Portugat, se<Q ftlbo. Cemais a allianga da 
córte portngueza com a^ casidhana em 149} , assim corno expliea a con- 
nexao poetica ido9 yersejadores palacianos dos Ganoioneiitos, tambem le-^ 
varia Montalbo, que tinha carÀCter officiai eomo Eegedor de Medina dei 
Campo, a renovar um assumpto portugnez oom o qual podìa lesoagear as 
duas oòrtes. No 'cap. XIX do liv. I do Amadis j& se allude ao quarto Iwro: 
« E à tiempo file, que esia palabra que alU dijo aproveobó imicfao à la 
duella, asf còrno èn el cuario libico desta ihistoria vos sera contado.:^ 
(Ed. Rìbadane}rra, p. 51.) Éimpossivel que Montalbo, ao aproveitar-se de 
um originai antigo, logo no principio do trabalbo das emendale daver^ 
sao, jà estivesse deeidido a escrever um quarto livro, e o que mais é ode** 
clarasse positivamente. No livro I, cap. 42. do Amadis vem o celebre 
episodio dos amores de Brìolanja, que o traductor Montalbo oondemna, 
comò alheio ao plano da novella: «Todo lo que mas desto en este libro 
primero se dice de los amores de Amadis é desta hermosa reyna (Brìo- 
lanja), fuó acrecentado, comò ya se os dijo; é por eso, corno supèrfluo 
é vano se dev'ara de recontar, pues qtte no haee al caso; antes està 
no verdadero contradiria e danaria lo que con mas razon està grande 
historia addante os contare. » (Ibid. 103.) Como é que Montalbo pò- 



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prometter desenvolvel-o no ^uario iirirory cmna s& ¥§:« Està lievaiKOus 
raeoD :dèr}(|ep.<sn^6, ^^n}u8 eetoL ftemqsa- Fey^na (firiolanja) <>aaQda ifué 
coa^fialaai*, Còttio A cuarto Ubm la evento»?, Oomoré qae o vhétamcQ 
Motitalbo podm'iìB]srovar.eàte cpisc^io^ etormar a alludir a ella na firn do 
lint^/segimdDv Jia soeiiia .ein quei Oriana e Briolftoja oonversam aoerca de 
Anadìft, e ein qué està Ihfi «oata coao tere d'elle dois filfaos? D'a^iu 
se té que Mòfìtalbo' n&o pod^ aplag»r completamente sob a suaTersao, 
caracter do texto primitivo que tran&parece através d* estas contradi- 
Qoes. Montalbo, preoocupado com a diffusao de urna rfaetorìca paiavrosa, 
nao comprendeu o nexo entre a mesma situa^ao do prìmeiro e segundo 
livro; ^n grandes passag^is copiou meohanicanaente e sem inteliigencia 
doqne &KÌa, poar isso quo deixou intercalada no texto ufna rubrica ou 
deelaragào aoerca do interesse que o Infante D. Affonso^de Portngal to^ 
moa pfìlos aoQores de Briolanja. Està rubrica encerra um poderoso argn-« 
mento historìco papa a oiigem portugueza do Amadis: ^aunque el se*' 
nor Inf<3mte don Mfonso de Poriugal, hùbiende piedad d'esia fre-- 
musa ékmceUfi (Briolanja) de otna guisa lo moafidmeponer. En esto kizo 
lo que sufheróes fué, ma& no a^ueSo ^ue en: effècio de si»s -amores se 
eseriJbia.> O Iitfante Dom Affiamso de Portugal que pedlu a emenda do 
episodio de Brìolanjà, qnem poderà ser, senàa^ filbo berdeiro deel«*mt 
Di DìdLs^ que tevemuito cedo.casa apart^a (1297) e que* dizia segundo 
a Ghrooioa-de Nune$ de Leao: 

Para timomsr e irevesses * 

]ff iBgaem jourihor ^& «a ^oi^gàsm^ -^ ? > . 

filho de D« Antonio Fei^reiru, na edi^ dos> Poemas Ivaitemos a« 
finfiaque esse Infante era effectÌTafnèirte o< filbo de el-^rei DomDiniz; 
beista notai? que no reinado de D. Afiònso IV se extiinguiu a poesia troba^ 
doreaoa poptiiiguafla; que eUe mostrou quanto imitava a cavalleria das no- 
veUas^ no modo comò succedeu na batadha do Salùdo. D. Pasqual de Ga*- 
yasigoe^ querendo destituir de importanoia a àllusaoao Infanàe don Alfonso 
de PariugcHy cUz que ja em Hespanha em conhecido o Amadis em 1359: 
« Pop otra parte ^ el infante don Alfonso de Portugal^ proteotor de Lo** 
beipa,>y que, seguninas addante veremos, le kizo introducir tn el texto 
del Amadis una raodificaeion importante, no naeió basta 1S70, y no 6s 
de ppesumirdiese àsu protegido la orden que sé alega, basta d aàode 
1382v lo mas pronto, puesto que babremos ya de suponer en él juicio y 
edad bastantes para baber leido y saber apreciar los sentimieatos alU expre^ 
sados^. » O facto produzido por D. Pasqual de Gayangos é gratuito, nao 
existe na Historia portugueza nenbum Infante D. Affonso nascido>em 
1370; logo a allusào da novella refere-se, comò diz du Puymaigre, que 

1 Librùi de CabaUeriat p. XXlil. 



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183 T. BBAaA,^dOBBB ▲ OBIOnf POBTUaUBZl 

copia GàyimgoSf jaas aqui o corrige: «a um priiuupe que foi rei sob o nóme 
deÀffonso IV, e que nasceu em Coimbra eoa 1290. Este Infante devia contar 
vinte annos ea I310,-e estava en edade de poder ^nteressar-se pela Brio- 
lanja^ > Infante D. Affonso so veiu a reinar en 1325; por tanto, desde 
1297 houve tempo bastante para ser elaborado o Aniadis de Gaula, da 
raesma forma que fez Joao de Barros com a novella do Clarimundo^ e- 
scripta aos cadernos para o principe que depois foi rei com o nome de 
D. Joao JII. D'aqui se ve que podia em 1367 o Chanceller Ayala citar o 
Amadis no seu Rimado de Paleso, mesmo comò reminiscencia da moci- 
dade (1355), sem comtodo dar-sa esse anachronismo imaginario tao de- 
scuradamente arranjado por D. Pasqual de Gajangos. caracter varonil 
e forte do Infante D. Affonso de Portugal, que andou sempre em lucta 
oom seu pae, el-*rey D. Diniz, revelarse na Q^ienda que mandou &zer no 
episodio de Briolanja; aonde Amadis recusava a offerta do seu corpo, ex- 
cusandoHse com as muitas lagrimas.choradas.par Oriana, manda que Ihe 
faga dois filhos de um so ventre! Està barmonia, vale mais do que a 
historia. 

Para combater a tradigào do Infante D. Affonso, tao positivamente 
declarada por Miguel Leite Ferreira no seculo XVI, D. Pasqual de Ga- 
yangos produz uraaoutra tradigào hespanhola; diz elle, que na Biblio- 
theca nacional de Madrid, existe um manuscripto, intitulado Memorias 
de los Zapaias^ no qual se le, que Don Luiz Zapata, pagem da rainha 
D. Isabel, fllha do rei D. Manoel e mulher de Carlos V, recolhera era Por- 
tugal a tradigao, que: « era fama en aquel reyno, que el Infante Don 
Fernando, hijo de Don Alfonso, habia compuesto el libro de Amadis. » 
E accrescenta Gayangos; < Fué D. Luiz embajador nuestro en Lisboa, por 
los anos de 1550, y se lo oyó decir k la Infanta Dona Catalina, biznieta 
del mismo Don Alfonso. - » Mesmo na tradigào mais absurda ha um fundo 
de verdade; Don Luiz Zapata coufundia a tradigao da novella de Tirant 
el Blanch «dirigida per Mossen Joaaot Martorell, cavalier, al serenis- 
Simo Princep don Fernando' de Portugal^ > com a novella do Amadis. 
No flm do THrant se le està deolara^ao: «Ixj.qual fou traduit de Angles 
en lengua Portuguesa, e apres en volgar leogua vala>ciana, » o que fez 
attribuir ao princepe D. Fernando^ irmao de' D. Àfibnso V, a tradticgao 
portuguesa, que por vèatnra nvnoa existiu^ O prinoepeD. Fernimdoera 
phantastico, vaporoso e pee>ta^ 9 que jmstifloa /èsse, syncretismo da tradic- 
Qao novellesca, . i ''» n -, . , 

Vejamos agora as cits^^^ào^ AmcuUs de £f aula, feitas pelos trovado- 
res castelhanos, d*onde se totidue' qu#'^tè 1406 nào eram conhecidos 
mais do que tres livros da nòvéHa. Gayangos, sobre notas de Pidal, tira 



1 Vieux Auteurt cattillani, tom. II, p. 183. 
t lib. de CabalUrias, p. XXII. 



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DÒ AHÌ1>I& DE GAULA: "" ' 183 

d*esfeas i%féi*eà6ìas angumetitos tónfra a re8afeQ&o poHnpiÀtB^ flxando- 
asfodàs no'*meia(Jo do^ectìò ^XIV*' inféiliéitiènte* jia^aiélleV^^ses'Wrgii- 
nientós tìaS'téin lògica riémverdàdè. A ìJrfrtteìrà citaràoi doA^àfii^'é'do 
trovador iPVsiy Miguel, qtófigtirà tio'Càtìdóhblrt) de Baeriàl " • i ■• x. 

, ^ ... ^ s Ajnadis, aprés, 

'' ' ■ ■ ■' ■'' trisbn é^'(jila^/tàn(?aróte' aol'ta^'/' i' '*'■'"' '•' 

'''••-'• é (jti^'*qtieàtb$', èdcHÉB>'qttalf flvftgo " . . : ' 

'. • i?'. // \ •[' « tosu^ù todós e^tosvóidéUpS'Cpw w. • - ' 'I! :, i ■ 

Gàyàrrgos^tìiz vagamene; àfcercadi^'Pray' Miguel: « tarab'ien' se con- 
sèrVafa pbefsìa^ con la- mistóà féchk'de'Ì3^9;:.. »' Ma* para qtìe recuar ao 
seculo'XrV'cóftì tardo empenht^,- se W i^trbfritiad'esta' poesia ffxa a sua data 
era 1^^ '^^B^té ^derfr flzo' frày^Mlgff tìe^là brtJeiY de' 'Sàìiti Jéffonimo, 
cslpellandeì^ònrrado oMspò de Ségoviià IWn Jua» de Tord^yliAs, ^cmdo 
fìjnóel èibìió stefi^^ rey Don Eniryque M' T&lèdoil j^ Bto una poesìa de 
.AffcMì^ AlvàVe^'de VlHassandino achatìiòs urna Wbriea-, ^uie nofe deter- 
mina com todo rigor a data do Decir de Fray Miguel: «quando el di- 
cho seiiof ns^Don Bnrryqdé fino èri !à cibdatdé Totedo', tìl domitigo de 
nalvidat drt ako'àe ^Hl é quatro^ieMtoà d^^è^e.L. *>-06mo d 'anno novo 
se contava tìa-rioìte de uatal emdiatìteV'^é cótMJlue, ^^ué' o Tei-mofreu 
ainda eira 1406. A Jntericao de Qayangos èra proVai^'qiie m oonhecia em 
Héspaùha x^'AmMi» muitobtìtéi de: ter'exrstido o Infante D.Aflfoòso de 
Portugal; Anullddo este, vejàmbà ofe feeusrouttós argtimènrtosi.' trotador 
yRcet Prsincìscò Imperia! cita'^ apàr de Tris tao e de iLangarote; os ttroores 

.... ^a AmacHs ^ los de Oriana • =' 
. ' * é'. , . Ì0»d^ Bìttldaflcir é riores: '. • -^ ^ 

. ! . I ' < i • ■ Ir' (iCaw, fli ^<mQp. t. .J, p. ^*,;- [ . .. 

8obre a data d'està raferencia, «som ve > Gfiiyangoa^, sdlQpre oom p 9eu in- 
tnitò, dÌ2èndo»qiie o tfavadon Imperiai; «c^oreciófQaail for el xpi^mo 
tiempa (1370), todos Io8>cuàk9(alci(iiieora&' fi^c«i^temwte en.&us versos 
al libro de AiBodis: » Que itnp(M^ta t)ue flore8G6S6e\em 13J9 i^e a rubrica 
inioiial d*esta poesia dedaralque fui esdripta em 14<)5?. Eil^a: «Eata decir 
fiso ó ordenónd^Franokioo Imperiali. r. al nasiOÌmie^tQde\noetro se&or 
el rey Don Jrian, quando nUscca en.la cibdat de Tcvormo, deM^GOGCV^ 
iste. » Poroceasiaa d'eate nascimeetOy a rahiha D. Oaithanina iA9i|dou fa- 
zer um tomeioen ValhadoKd, a Belle so eneootrai^aim aJguBs oa^raUeìros 
portuguezes, corno se ve por este Dizer de Ferrant Manoel de Landò: 

De ^eiìiato de Parittffal 
viso aa nòbl« cafallero 
Ferrando Portocarrero ... 

Este facto indica-nos corno a tradicào do Amadis passou da corte de 

1 Cane. (U Baena, t. I, p. as. Ed. de Leipzig. 

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184 T. BBAOA. — SOBRE A OBIQEV POBTUOUEZA 

D. Ferrando para a de Castella. Ayala, que iamhem cììa o Asnadis^ esbave 
egualmente em Portugal prisioneiro na batalha de Aljubarrata. Don Pih 
squal de Gàyangos tira mais outro argumento de umas coplas de Pero 
Ferrus: 

Amadis, el mnj fermosD 
las llnvias y las ventiseas 
nnnca las fallò ariscas 
por leal ser ó famoso: 
8US proezas fallaredes 
en tres libroB, d diredes 
qne le Dios de santo poso. 

[Cane, de Baena, t. I, p. 3SS.) 

Sobre isto exclama Gàyangos: « Es Pero Ferrus uno de los mas antiguos 
trovadores mencionados en el citado Cancionero; no solo qacribió eu 1379 
un decir à la muerte de don Enrique II, sino que Alfonso Alvarez Vil- 
lasandino, que suponemos nacido em 1340, hab^a de él corno de poeta 
que le habia precedido de muchos anos. > Que vale està argumenta^ao, 
se o Decir de Pero Ferrus, allude às fagombras de Enrique III, jà falle- 
cido depois de 1406, e no qual refere tambera as suas victorias em Por- 
tugal, sobre el rei D. Fernando: 

No dexó por la vajal 
de llegar fasta Lixbona 
é onrró la sn corona 
tres veces en Portugal. 

(Ibid. 323.) 

Achamos o Aonadis citado em Fernan Peres de Gusman, e Fernando 
de la Torre, em Villassandino e em Juan del Encina, mas a data das suas 
composiQoes é indubitavelmente do seculo XV. Eraquanto o Amadis an*- 
deu na forma manuscripta, estava sujeito às variantes da linguagèm, e 
sobretudo dos costumes e das allusoes historicas. Azurara, citando Vasco 
de Lobeira, reconhecido auctor do Amadis, affirma que vivera em tempo 
de eURei D. Fernando. Està asser^ào nao se oppoe a ter Vasco de Lo- 
beira vivido na corte de D. Affonso IV, e ter escripto sob a sua protecQao 
quando Infante, pelo contrario explica-^os umaallusao contida na No- 
vella , a qual so quadra à grande emigra^ào dos iidalgos gallegos para 
Portugal, no reinado de D. Fernando, (corno se descreve no liv. I, cap. 32.) 
Na Chroniea do Conde D. Fedro de Menezes, de Azurara, escrìpta em 
1454^ encootramos: «Estaa cousas diz o Commentador, que prìmeira* 
mente està Istoria s^untou e escreveo, vào assy escriptas pela mais chà 
maneira.... jaa suja que muitos auctores cabi^s de alargar suas obras, 
forneciam seus livros recurtando tempos, que os Princepes passavam em 
courites, e assy de festas e jogos, e tempos alegres, de que se nem se- 
guia outra cousa se nom a deleitagam d*elles mesmos, assi corno som os 



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DO AkADIS DB 6AT7LA. 185 

primeiroy feltos de Ingratena, que se cbatnava Gram Bertanha, e assi o 
Lmfv d* Amadis, corno que que somente este fosse feito aprazer de 
umhomém, que se chamava Vasco de Lobeira, em tempo d'El Rei 
Doni Fernando, tendo todalas coiùsas do dito Liuro fingidas do Autor, 
etc. » (cap. 63.) Està Chroniea esteve inedita desde 1454 até 1792; por- 
tanto a tradicào de Vasco de Lobeira volgarisou-se por outras fontes. 
Antes da versào de Montai bo feita em 1492, jà o Amadis era conhecido 
em Portugal, por esso que achamos oitada Oriana mais de que uma vez 
no certame poetico de Guidar e Suspirar de 1483, que vem no Gancio- 
neiro de Resende ^ Attendendo ab tempo em que Azurara se referia ao 
Amadis j conclue-se que so podia possuir esse livro um princepe opulento; 
de mais Azurara era bibliothecario de el-rei D. Alfonso V, e por certo 
essa novella ali existiu, comò se pode induzir pelo facto de andar vincu- 
lada na casa dos Duques de Aveiro, que vinhara de stirpe regia. Um dos 
ramos do Amadis intitulado Lisuarte de Grecia^ foi dedicado ao Duque 
Dom Jorge, bastardo de D. Joào II, e pae do Duque de Aveiro em cuja 
Livraria o poeta Antonio Ferreira o encontrou. No Manuscripto das An- 
tiguidades e cousas notaveis de Antre Douro e Minho, do D.^^ Joào de 
Barros, que se guarda na Biblìotheca publica de Lisboa, fala-se tartìbem 
do Livro de Amadis, referlndo-se à cidade de Porto: « E d'aqui foi na- 
turai Vasco de Lobeira que fez os primeiros quatro livros de Amadis, 
óbra certo mui subtil e graciosa e aprovada de todos os galantes; 
mas corno estas cousas se secam e^n nossas maos, os Gastelhanos Ihe 
mudaram a lingicagem, e attribuiram a óbra a si. > Este manuscripto 
foi composto em 1549, e o facto de estar ainda inedito, prova-nos que 
tambem nada influiria sobre a tradicào de Vasco de Lobeira. 

O D/ Antonio Ferreira comeQOu a coUigir os seus Poemas Luzitanos 
em 1557, comò elle declara no seu primeiro soneto. No soneto 34 do li- 
vro li, trata da anecdota dos amores de Briolanja, fingendo lingua- 
^em antiga: 

Bom Vasco de Lobeira, e de gram sen 
De prSLo que vos avedes bem cantado 
feito de Amadis, o namorado, 
Sem qnedar ende por cantar hi ren.... 

A importancia d*este documento e do soneto 35 conhece-se pela seguinte 
nota de seufilho, quando publicou os Poemas Luzitanos em 1598: «Osdous 
Sonetos qus vào a fi. 24 fez meu pae na linguagem que se costumava 
n'este reyno em tempo d^ elRey Dom Diniz, que he a mesmd em que 
foi composta a historia de Amadis de Gaula por Vasco de Lobeira, 
naturai da cidade de Porto ^ cty'o originai anda nà Gasa de Aveiro. 

i Bd. do Stuttgart, t. T, p. 7 e 14. 



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186 T. BRAGA. -^ SOBBB A 'ORIGTÌSM POBTUGUEZA 

Divulgàram-'Se em no7ne do Iffante D. Affbnso, fUha prinio§eàito 
dCelRey 2>. Di7ìiz, por qiiam mal esleprincepe recherà (corno ^ n&dk 
mesmahistoria) ser a ferrosa Brioìanja emseusamoresmàUrattsuia.» 
A importancia d'este docuìtiento 6 incalculavel; o pae do qnhiheiitlstsi 
Ferreìra era Vedor da Fazénda dò Dtiqile D. Jorge, pae- do Du^ué de A- 
veiro; pertanto Ferreira era àmìgo do Duque, tambem distinto posta, do 
qual restam algamas composigoes. Coatra éste arguttiéirto D. Pasqiial d^ 
Gayangos so teve um raeio de refutagSo^ — o négar'a erxistenoia da'nota 
de Miguel Leito Ferreira t)a edicSo de 1598. É incrivel que um Ittterato 
corno es Gayangos podeàse^ commetter tal cousa, quando erti mais de 
outo exemplares da edigao de' 1598 temos encontrado a dita nota, e ror 
colhido testimunho dos sentldos de otitras pessòas. Eis as pala^ras de 
Gayangos; « La nota attribuida al hijo de Ferreira, con que se prcrtende 
probar la existencia del manuscrito oi^igihàl étt el palacio de- los* Dqqu^ 
de Aveiro, y la que se asegura puso igualmente al SonetO' relativo al ìsèl^ 
cìdente de Briolanja no se hallan en la edicion de i598, ùnica ai^tigua 
que se conoce de los Poemas Ltisitànos.' Ailadìdas posteriormente en la 
reimpression de los Poemas, hecha en 1772, son obra de Editor 'liio- 
derno y no del hijo de Ferrerra. El- testimone quèda, pUes', tóìhcìÀ) 
à la simple asercion de Don Nicolas Antonio, quie» sin dttda tìó* tA- 
gun ejemplar con una nota marginai y manuscrita de lector ocioso 
y autor desconocido, puesto que, à ser del hijo de Ferreira, este la hu- 
biese intercalado en el texto impreso. » Por este documento se ve que 
Don Pasqual de Gayangos, nao percebeu o prologo feito por Pedro José 
de Fonseca em 1772, aonde se serve no seu estudo biografico da nota do 
filho de Ferreira, mas tambem que nào soube traduzir o latira de Nicolau 
Antonio, que confessa ter visto essa nota. «Hujus autographum (o exem- 
piar da Casa de Aveiro) lusitanum extare penes Dynastas Aveirenses ito- 
tatum inveni in quadam notula^ qiccaposC Antonii Ferreirce Lusitani 
poetce opera edita est^.» D. Pasqual de Gayangos imaginou que qtùodam 
nottda significava urna sigla manuscripta de leitor ocioso! Nicolau Anto- 
nio referia-se à edicao de 1598; morrendo este bibliographo em 1684, 
comò podia alludir-se com a pretendida falsifica^ao do editor ao 1772? A 
sciencia nào admitte està ma. fé; o sr. D. Pascual de Gayangos fez nega- 
càes de uma obra que nunca viu. 

Resta-nos saber^ quando se perdeu o originai do Arìiadts de Oaida, 
que andava na Casa de Aveiro; e que ai se conservou pelo menos até 1598. 
Na Carta dada pelo Conde de Ericeira à Academia de Historia portu- 
gueza em 31 de Maio de 1726, descrevendo a rica Livraria do Conde de 
Vimeiro, que a este tempo estava entregue a um creado velho, cita sob o 
numero 19°, um ^Catalogo d'està Livraria, entre os quaes vem apontado 

1 Bibimhica Vttui, X. II. p. 105. 



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DO ÀMADIfl tit GAULA. 187 

Amadia de Oaula em Portuguez, corno existente ali em 18 de Margo 
1686, mas jà no tempo do Coode de Ericeira roubado. Na sua carta diz o 
Coiide: « servindo està memoria para que se vejam os que faltam com tao 
JQsto sentimento de ctiriosos, e para que a boa fé os restitua a este Ar- 
chivio Litterarìo. » Concluindo a nossa argumeMagao, achamos um facto 
litterario que nos explica o modo comò o Amadis^ sendo composto em 
portuguez, se perdeu a forma originai e so é conhecido por meio da ver- 
s&o hespiphola: é a Confesso Amantis de Gower, que existia na Biblio- 
theca manuscripta de et-Rey Dom Duarte, traduzida do inglez por um 
Roberto Payuo, conego em Lisboa; a tradu^ao hespanhola que hoje se 
guarda na Bibliotheca do Escurial, foi feita sobre a portugueza, de cuja 
existencia se sabe por que o segundo traductor o confessa* Nào està 
este facto mostrando a nossa costumada incuria por todos os monumen- 
tos portuguezes? Dàrse aqui comò nas questoes de propriedade; é preciso 
distinguir entro o dominio e ^ posse. À forma litteraria que existe é a he- 
spanhola de 1510; este é o facto material da posse. Porem a concep^ao 
originai saia do sentimento e do gosto da sociedade portugueza do seculo 
XIV, està em harmoniacom o genio das expedi^Sea cayalherescas, justi- 
flca-se com titulos autenticoe, deixando provado à evidencia o &cto moral 
da propriedade d* essa Novella comò portugueza. 

Theophilo Braga. 



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APPENDICE 



< STORIA DI ALCUNI PARTICIPII. ^ 



(V. pp. 9-19.) 



Devo chiamarmi ben felice d* aver trovato un avversario cosi potente 
e al tempo stesso cosi gentile come il prof. Mnssafla, che volle onorare 
con parecchi appunti critici il mio breve studio sui sostantivi participiali. 
Confortato poi da quelle sue auree parole: * la discussione urbana e pacata 
è sempre atta a far progredire la scienza », mi permetto di ripigliar in 
esame qualche punto della questione, restringendo quasi tutta l'opera 
mia alla rassegna di nuovi fatti. 

Ai sost. frane, sulla foggia di fonte fente aggiungo descente, partic. 
descendu-^, lat. descensus;m^non posso accogliere il lente àdi^tendita, 
che il prof. Mussafla mi suggerisce, per ciò solo che anche nella mia ipo- 
tesi gli basta il partic. lat. tenia, a cui già accenna il Diez, D&P, 414. 
— Per quanto ingegnosa poi a me stesso apparisca la spiegazione di fonte 
ecc. àdL fondre '^ fonde, con assimilazione a vente ecc., sono costretto ad 
attenermi ancora al ^fìcndita, pei*ò che trovo nel Ducange (ed. Henscheì) 
un partic. fondittcs per fusus (An. 1362). 

Mi sì rimprovera poi, non solo dal signor Mussafla, ma anche dal 
signor Meyer nella Romania, d'aver spesse volte dati come sost. partic, 
nomi che sono invece sost. verbali. Ma siami permesso di notare che non 
sempre è possibile distinguere la due specie di derivazione; ed io sarei 
contento di sapere per quali motivi il Littré, lo Scheler, l'Egger, citati in 
proprio appoggio dal signor M., sostengano essere pr^^ da préte7% e non da 
praestitum. Non c'è forse l'analogo ital. prestilo? E che diremo poi di 
presse che vuoisi tirare da presser, e dello spagn. prensa da prensarf 
Il frane, presser e lo spagn. prensar non hanno il valore, per quanto io 
veggo, di imprimere, stampare che spetta ai due nomi, mentre l'antico 



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U. A. CANBLLO. — APPBNDICB ALLA « 8T0BU DI ALCUNI PABTICIPII. » 189 

frane. j7mn/, partic. di priendre acquistò valore di stampa nell' inglese 
to print. — Air articolo su pressura annoto inoltre che T itàl. impronta 
è un doublet di imprenta lat. *imp7*émita, coir e ino & causa della lab- 
biale che segue ^ 

AWartsecutum, p. 13, aggiungo che il lat necton* accenna, insieme 
col consequituros d' una iscr, napol. del 257 d. Cr., a un primitivo sé-- 
quittts, forma questa che vi^»^ apaoid^a, anche dallo Schuchardt, Vok. 
Ili, 256. 

Air art. accomàndita, p. 15, noto che un lat- manditi^ diventa molto 
probabile, quando si ricordi la composizione di rriandarCy che risulta di 
manu dare. 

Ciò che dissi su voltOy p. 18, da ^vólvittùs, come sciolto da sólvitus^ 
ha per sé anche l'autorità dello Schuchardt, Voh. II, 115; e a un vólvita 
risale lo spagn. bóveda, portog. ab&oeda (volta), persa la l come nello 
spagn. buitre, portog. abutre da vùlturtim. Non è dunque necessario ti- 
rare col Diez, DE P, 448, le due voci iberiche dal prov. vouta. 

Ed ora non potendo, occupato come sono in altri studii, assecondare 
il lusinghiero desiderio del prof. Mussafia, che vorrebbe da me raccolta 
tutta la serie dei sost. derivati da un antico participio, mi contento di ri- 
ferir qui alcune altre postille, che trovo in .margine al mio esemplare della 
Rivista^ 

Nada spagn., col valore di niente, lat. ^es nato:. partic. nacida. 

Guesta spagn., frane, quéte, itaL chiesta in-chiesta: dal lat qvaesta, 
men comune di quaesUa; e si con9erva io itaK anche qual partic. chie- 
sto-a, mentre il frane, ha chéri-e o -quis-e^ e lo spagn. querido. 

Il composto frane enquéte^ che risponde all'ital. inchiesta^ ci vieta 
di mettere come base della voce spagn. un questua^ 

Oférta spagn.., frane, o/ferie, ital. offerta: da offerre '^offerita; il 
partic^ Bpagn. è ora ofrecido^ mentre il frane, e V ital. non lo distinguono 
dal nome. 

Cèrnita, voce veneta, eh' è entrata anche in molti voce, ital., padov. 
zémida (cerna): dal lat cemitus per cretus^ eh' è in Prisciano (dubbio): 
i partic. ital. sono cernito cernuta. 

Coto spagn., (chiusura) risale molto probabilmente alla stessa base del 
ciott cremonese, citato dal signor M., p. 96 n, 1 ; si avrà avuto cioè ^clau- 
dittts per clatcst/us, indi '^caulditus, e perdendo la l, come in bóveda ecc., 
e la c2 come in feo da foedus eoe, *cauto, coto. 

Venendo infine ai sost sullo stampo di lièvito làscito ecc. ho da met- 
terci assieme: tornito, voce propr. livornese, che vale sgonfio degli abiti. 



1 Leggo nelle Cronache ticiUane, pubblicate da Di Oiovanni, a p. 121, imprenlirà per im- 
pruUrà. Ci sarebbe qui un felice additamento per 1* etimologia dell* ital. improntare, frane 
emprunUrt 



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190 U. A. .CANJ^IfliO. — APPWDXCK . , 

e avrà la sua baoa in tonio =« voluni^; indi cómipriia,f. yqci^.^^ASetji^ «ofa^ 
congiungesi di frequente con véndita, su cui jparefqggiatfi: v^iJeià^fluifitPtf 
infine il prov. fenta, catal fempta, jfh^nc* fknt^ j[c|r. Bracbet». J)icL 
p. 236) che risalirà a fimM '^fimita. . ^ , j ' 

E per ora non ne ho altri; bensì amo dir ancora du^ parole ^la quAr 
stione della loro origiuie, tanto maestrevolmente involta dal signor . l'feissar^ 
fia, eh' io confesso volentieri di dovere, in tesi generale, con.venire opa hsA^ 
Tuttavia per alcuni casi speciali non so risolvermi a rigettare la ipotesi; 
da me sostenuta dell* origine participiale* Ed occone il perchèvvJ^an j>^mi 
sia dovuto al. caso« se tutti i par tic. lat. della 1* in Aius hanno breve la 
vocale del tema: cubitus, domitus, seo4us ecc.; né si dovrà all'accidente 
cbe«*ahbia in Y«<Toiie cfóti^ per doMii^voiielfprb'ailtiea latino làoe- 
dievale pròvUus, vòeitus, rògUtis per próbdtus ecc.; uè infine éaHt' ef- 
fetto del caso che le lingue romanze ci additino ant. partic. sullo stampo 
di lévitusy ambulitus, mòviius (cfr- V ital. mòto mòsso, V o aperta. del 
quale richiede, non un lat mòtw^ ma un mó[vi\tw *^ spago, muebd^ ^ 
ital» iremuQtoy Avremo qui, parmi^ un &tt0. simile a^quelk)'^che^oi'^ien' 
Q&9Ì0 As^ MtèrmU dMèrunt per stèihruiìt ecc., ov« fb possibile aver 
breve la penultima, stante la brevità della sillaba antecedente; mentre 
àeXV amàv^nint lat ant. si ebbe bensì a qualche epoca amàvhrtmt ^.or 
mavéru^nt^ ma il primo non potè resistere ai bisogni dalla poesia dattilica, 
che diede la norma alla lingua letteraria latina, e lo accorciò in amàrurU; 
s attenne all' amavérunt , mentre V amàvèrunt, rifugiatosi nel parlar 
popolare, ci si mostra ^noor vivo nel nostro ame^rno; - ^ 

Riguardo poi a laocittLs, jactitùs^ sufflittis, mandiltis ecc. è facile ve- 
dere, come oHr^modo ìneomode sarebbero diventale albi poesia dattìli<»^ 
queste voci nella grande maggioranza delle loro flessioni: làMlOj làa^ltu 
laxitòs 0CCr Ed allora non fassi egli probabile che -questo ^laùi^itns' «ee^ 
siasi nascosto nel linguaggio popolare, come V amàv^rurìi, per ricoìipa- 
rirci poi nelle lingue romanze ?.. 

10 seguito a risguardare come buoni appoggi della mia ipotesi i fre- 
quentativi jactitare, rogitare oeo., però che parmi molto naturale oh^ il 
V. frequent, indicante il far una cosa già fatta altra Volta, ihuova dal 
partic. passato, e clamitare indichi far ciò che è espresso con clamatum; 
e che clamitare stia per clamatare ecc. viene asserito anche dal Corssen, 
Aussprache P, 290. 

11 processo morfologico che abbiamo-studiato nelle lingue romanze, 
parmi siasi svolto già nel latino, dove bassi per es. àmita di fronte ad 
amata, uno da am- V altro da aìita^; e poi da un lato, col suffisso tu, spi^ 
ritus palpittts e dair altro 1 sup. spiratum, e palpatum. Questo feno- 
meno non è diverso da quello che ci presenta il lat seo4a sost, e Tital. 
segata, rom. seca-io-a. Gli è senipre lo stesso fenomeno della voce ver- 
bale che vien trascinata con sé dalle analoghe verbali , mentre la voce di- 



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«ALLA àYOBIA DI ALCDSTI PABtICIPIl. » 191 

yébtata-ilbmiiìàlé si tossili^zà; i^i ferma, obbedendo, iion più alla analogia, 
Hlai soltiafeto alle leggi còmutìd emètiche ^^^ ' ' 

- Conèltidò! la tri tracciata rial prof. Mussàfla è la più sicura, là più 
larga per giungere alla spiegazione di questa fsltta sostantivi ; ma resterà 
sempre vero: che l'aùalogtàiibir ^otè esser tìiolto forfè per produrre tali 
dértVffifi, bOtt un suffisso privo d* accento è quindi di vitalità nelle lingue 
romance: che per taluni dr quésti nómi ci' ofitòno cosi seducenti ragioni 
per Éttippwird* origine participiale, dà dbver, per ora, almeno almeno re- 
sflire '^tS^JuéHce là questione della lóro formazione. * 

■ ''■''" -' '• ^ '' ' ^ • .•.•:.. • . ..^ .^ , Ul A. Canejjlo!' 

.< fofanMov'^L'miqtte proL.Maauifia'* tifilo ^rudrd^^é^ {)Mte di ^.^^ « ap- 
PjHidie^A si ooqi|>U^ya.di.^Cii.|»ar«^oUe-gìuiK|^te^ ìn.ivtta 

fretta qui . riferisco, — Rispettp allo ^agn. coto, ò.4a Vf(4flfe .ìLJffi^^^ftB'Hft, 1211;; 
-r air art. cuesta è da aggiungere frane acqu^t, «elione a^u^se ^a^ ^iiation 
chi lestamotrt;» *au pi. ^tbiens àcquis pendant le mariage par Fun ou Tautre des 
éipQiix:> nel diàlettiO di Berty acquei tibt^k devolidlle,^ ì^arquest ài dial. e- 
zoHisni» sa cui 4 d&\ndftr<i il Sdffs/^o 4«1' OSilv^ut^ Àg^ilné>epò di tntò: ft-aric. 
&(^tU^^ JtaLm&m^^^partio«^^i^V> in^o\ ^^^^\Mv3&tvmrì.%'^hiteiiditumi 
T l lettori vorranno poj scusarn^i ^e^ cft^ ao^oc^i 1^ ;l''.A4iz«4elfl'<)pi^jGi$fSj(fn^uij^: 
la colpa è della mia bìbnotecai naturalmente, povera ,^q ,dc^l^ biblipte^oa univer-*. 
sifArìa di Padova, non troppo haiuralmente, miseràbile. ' ' ' , 

■ ••■ •■ ■'■' ■ ■ ■'■ ■ '■"-'■ ■•■"'•' ■■'a a'. e/' '' 



i-n 



1 Mi sU concesso d* acofl9Q«r« tgU Btadiflsi Ul %ÌLi(ìi MiMMtvio ìlsMUiiioiiev^Ie '^'^«^io 
procedioientp. n lat. da ktmre ha nel panie, lattavi MuM» laV(iiHl^: Vifltl?^arf0.i^^^,jV^fase 
dr ittttì ì' -ptJtiit, romansi : f^anc. l<iDé, itàl. (affalo ecc. Lauiui ò rimasto air ital., ma solo 
Cfmè Jig9^UÌT0|« ppÌBm>pii»9 Tdt ftneaaaVtdttB ptk)^dlaMv>ttAltt«Mi4rli«^^vuto'b^&Wè'éeré'-iù 
origùae olaoalus làioiìui col C^rssen» oppure. addiriUuca 2afH'Ì¥9n,toHimii.,Questqr^fH(t4tM«l 
rimostrano, boi lo' troviamo, io Credo, beli* agg.' taetus, che starà per ìa(9j«U«> ,oome boum per 
boòiifli fkpm^ per aitl«fiÉr.,<)«at'Ch'^4 lavatoi HtUtf, IfAfcidolA Auélie' aìMg«>o, liélo. Uà là^V», 
\tuiu9 i^otè signiflcafe anohe^ come - ii^Jtm da Uiere^ U fa^f^^yC^i^ «ha yìpt^^^^^ ^Hir;d(aUt 
laVatoraì ed èr {a. ntl senso sostantivo, che c\ offrono adesta voce alcuni idiomi romanzi. H 
venes. ha Uà = fango, che nei parlari veneti suona laUi <c^« v*riaev. i»mè ìóàtnè e v^detb 
ledale ledan)\ìì frano. ha Ito =? feccia;» I9. ap^tffn- ila ^ lùJiacQdi et oo^ vil(M'rt^t^ .^jneaie (acme, 
che hanno dato non poco da fare agli etimologi (cfr. Diez,D£l3, 248), rinvengono facilmente 
a) \tA.ìiaBta* «la.ytù tMlla cdDdbtma ttiOàiaiA pv il ftane. «(a nél <»«, èhe^ rlépWiaé Uppttnto 
a.kirta nella frase « fairp^oh^e^Uar'» . - ,. •,, \: i -* . >. .'. -i ;c>' 






♦■ 9 1 ^ r'P**' 



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VARIETÀ, 



SUL CODICE RICCARDIANO 2943 

COUTKIIKICTB UH 1iU0?0 TBftTO 
DEL PERCHEVAL DI CHRESTIEN DE TROYES. 



Kella edizione del romanzo di Durmart le Galots (Stuttgart 1873) accennai 
ad un nnoYO testo del famoso romanzo, Perchevàl le Oalois, di Ghrestìen de 
Trojes contenuto nel cod. Bice. 2943. Il catalogo a stampa del Lami, non che la 
lista alfabetica della Biccardiana, snirantorità del Sainte-Palaje ne indicano il con- 
tenuto col titolo: € Romanzo di Filippo di Fiandra »; il che probabilmente indusse 
il Lacroix ad arricchire l'antica letteratura francese di un « Boman de Phelippe de 
Franco » che non esiste. Quando scrissi quella nota non avevo ancor veduta l'edi- 
zione del Perchevàl curata dal sig. Potvin (Mons, 1866-71. 6 voli.), nò la sua 
Bibliographie de Chrestien de Troyes (Bruxelles, 1863); ed ora non ho il tempo 
di entrare in un esame particolareggiato di quelle pubblicazioni. Dirò soltanto che 
il sig. Potvin non ebbe contezza del cod. Bice. S e perciò non sarà inutile che qui 
soggiunga intorno a questo coèicB poche altre parole. 

Il cod. fu scritto nel sec. zìi, ed è in 8<> oblungo; consta di £ 126; le pagine» 

1 Invece n Big. P. dé«cr{tt»a per dike volte il tetto del cod. di B«rD 113, ma non conobbe Ta- 
oalisi gi& datano dal Rochati né gli stndu del med. inseriti nella Germania dei Pfeiffor. •»- Un 
altro testo pnre ignoto al sig. P. trovasi in Ashburnhamplace , cod. Barrois I, e fu descritto 
nel catalogo del ross. di qoell^ Mbllotoe». i^- £« Aohmh ée Pgrehevàl m ^res€, pubb. dal lig. 
P» nel voi. I» da un cod. suo e da un frammento contenuto nello stesso cod. di Bern, ai ritrova 
del pari in un cod. di Oxford: (Hatton SS,) siccome già indicai nel Durmart (p. 466.) Questo cod. 
è del sec. Km, e consta di ff. 87 in'fogfìo plocolo , ciascuna pagina divisa In due oolontfe. Co- 
mincia: < L*^9U>ires liu fcdntisme vt$sel {«e on apeU Graal o quel li predeui i9nt au sauumr 
fureeeuz.... Josephet le mitt en remembrance par lamencionde lauoiz d'un angle,... Li hauz 
Unr0t éu 9retal€ommencé o n&n éu pére etdufiU.,. » Finisce f. ST v. e. S: « IH féut H gainiUmeg 
contes du graal. Jogepkes par cui H est en rgmenbrance done la beneicon nof Ira aeignefitr a (9S ««p 
qui V entendent el V onneurent* Li latine di cui ciet eetoires fu treliez en romanz en l* i$le d'AuO" 
lon m ime Mfntè fnèion dà rettgUm. ^irf gi^ àu cMef ées mare» àuenlureat. fa o II fnXt ^rfiis ei 
la roine giseiiU par le Usmoianags da pr€udome$ religienH qui, la <tedM^ ipnl fui Me l'tfKeir» 
en ani uraie dee le eonmencethent deeqen la fin. » 

Non V* ha dubbio che il testo del cod. Hatton 82 è assai migliore di quello del cod. dei sig. 
P. Naterò inoltre, che le varianti che egli trasse dal cod. Bernese ed inserì nella saa editione 
né sono tutte né sempre esatte. Se ne può fars un confronto col breve estratto che ne diedi 
nel Durmart, 



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VARIETÀ. 193 

non divise per colonne, contengono da 30 a 31 linee; il cod. ò mutilo aliatine, 
in mezzo e in altre parti; piccola la scrittnra e sovente qnasi illeggibile; molte 
parole ed interi versi sono abrasi. Il f. 1 contiene i 62 primi versi stampati dal 
sig. P^ II 807-8, e ne differisce in (queste lezioni: — 6 i seche — 8 qui eneo- 
mence — 14 Qui mielz — 15 qui àe {ì).(lit *^ 18 Quar il — 21 qe il n'escoute 
— 22 Vilain ne —'29 Car il done son -• 32 (f. 1 v.) que feras de ta — d6 Se 
soni es cors e es corailles — 38 biens de ta — 89 seuon — 44 s« coure — 
45 Si qu'il ne set se eelui non -^ i9 le dit {oo trvu] i m lui — 50 Qui — 
51 saceiz bien de — M Onques — 60 nen — 61 aura sauue sa. — Dopo il f. 1 
c'è una laguna di 16 ff. (=«^w. 469-14^ ed. Potvin); cosi pure mancano i 4 primi 
vv. del f. 2, e dei 4 che seguono non si legge che il principio. Il f. 2 termina col 
▼. 1522, e subito dopo si osserva un'altra laguna di 2 ff. Il f. 3 comincia col v. 
1649; e fino al f. 34, che si chiude col v. 3652, nulla manca. Bensì manca un f^ 
tra il 84 e il 35 (che comincia col v. 3714), e 6 ne mancano dopo il f. 43, benchò 
il testo non presenti alcun vuoto (v. 4264-65). Fino al f. 100 il testo sembra con- 
tinuare non interrotto; noto però che i versi che estrassi dal f. 100 e che nella ed. 
Potvin dovrebbero trovarsi verso il v. 8400, non potei finora identificarli. La scrit- 
tura del verso di questo foglio fu abrasa e rifatta in antico, così però da porre 
due w. per linea. I ff. .101-112, scritti da altra mano, continuano la materia dei 
ff. precedenti: credo perciò inesatta la nota iscritta da una mano del secolo scorso 
sul f. 101: < Queste pagine di scritto diverso sono inserte ma non sono della stessa 
opera». Il f. 118 è della prima mano, e il testo si connette a quello del f 112. Una 
nuova laguna, probabilmente di un foglio solo, si osserva dopo il f. 120.-^ In mag- 
giori particolarità potrà entrare chi confronterà l'intera stampa col manoscritto. 

BdM. STIOI0BL. 

Nota i pag. 122. 

Segundo informa^ao d'um amigo a explica9ao dada por mim do ant. port. ch*a 
no fase. prec. da Rivista f^ra jà apresentada pelo illustre Massafia no Jahrbuch 
de Lemcfce (VI, 218), e acceita pelo auctor da Grammatica das linguas roma- 
nicas {IVy 96). A priorìdade da obfterva^ào pertence pois ao snr. Mussafia, mas a 
minba nota foi escripta independentemente, porque nSo possuo os volttmes do Jahr- 
buch sanao do IX em. deante, e nenhum partioolar nem nenluima bibliotheca pu- 
blica do meu paìs possue essa importante publica^So (a bibl. pubi, do Porto onde 
reside, nao assigna mesmo nenhum jomal allemào); a 3^ ed. da (rramm. d. ling, 
rom. so ha aìgumas semanas me chegou às maos. — Oasos d'estes dào-se repetidas 
vezes com quem trabalha, corno eu, n'um paiz isolado, quasi sem recursos de li- 
vraria, carecendo dos livros aa veses mais essenciaes para os trabalhos a que se 
dedica. 

F. A. G0£LHO. 
1 In tnarg-ino , di mano piti renenUi. 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



ABcÉiYia oi^orroxioaico italiano dlFatio da G. I. Ascoli. Voi. £ con una caKa dia- 
lettoiogica. Boma, Torino, Firenxè, 1873. 8» pp. Lyi-556. 



ì^eW Archivio glottologico salutiamo uAb, 
pubblicazione, la quale e pel suo argomento e 
pel modo onde questo è trattato, ha diritto di 
interessare non solo gP italiani ma quanti al- 
tri coltivano le discipline filologiche. Di studii 
su dialetti romanzi fatti con una sufficiente co- 
noscenza delle trasformazioni fisiologiche dei 
suoni, e del loro svolgimento storico, beo po- 
chi disgraziatamente se n* aveano finora, òhe 
il contenuto deìV Archivio riguardo a queste 
due condizioni, nulla lascierà a desiderare, non 
v*ha dubbio: basta il nome del direttore per 
rassicurarcene, h* Archivio sì occuperà esclu- 
sivamente della dialettologia italiana, e la sua 
« principal mira sarà di promuovere T esplo- 
razione scientifica dei dialetti italiani ancora su- 
perstiti, sia coiraccogliere materiali genuini e 
nuovi, sia col dar mano ad illustrarli ». Il Di- 
rettore intende interpretare questo suo pro- 
gramma nel senso il più lato ; e perciò vi com- 
prenderà anche le lingue che si parlavano 
neir Italia antica. Cosi per uno dei prossimi 
volumi promette la pubblicazione di antiche 
glosse irlandesi conservate in un codice del- 
TAmbrosiana. 

Nel voi. presente l'Ascoli con quel metodo 
e quella accuratezza di cui già diede si splen- 
dide prove nel campo della grammatica com- 
parativa, prende a studiare un soggetto ben poco 
finora coltivato, la fonologia di tutti i dialetti la- 
dini. La divisione del libro è molto chiara e in- 
sieme Così metodica da potersi raccomandare 
siccome modello per simili lavori. La espor- 
remo in poche parole. 

Premettiamo che questo volume non contiene 
dei Saggi ladini se non la prima parte, ossia 
gli Spogli fonetici. — Altre sei parti a comple- 
mento deir opera usciranno in seguito conte- 
nenti: ^,iAS8unti fonetici, Spogli morfologici, 



Kiassunti morfologici e Saggi sintattici. Ap- 
punti lessicali. Appunti storici, critici e biblio- 
grafici, Saggi letterai^i. 

Questi Saggi sono risultati dalle «Eserci- 
tazioni romanze » dirette dair Ascoli nel Liceo 
di Milano durante il corso accademico 1868-^. 
L*A dedicò il suo libro a Federico Diez pel 
cinquantesimo anniversario del suo dottorato. 
Nel Proemio (p. I) egli comincia dal combat- 
tere una innovazione ortografica del Novo Vo^ 
càbolario, il quale rimpiazza il dittongo ItaL 
tco {— lat. i) con o semplice, perchè come o 
aperto si pronunzia a Firenze. Ma anche nel 
fiorentino, siccome in tutti gli altri dialetti i- 
taliani, questo o si distingue nella pronunzia 
dair o chiuso (= lat. o). L'A. protesta contro 
siffatta tendenza, la quale cerca di arrivare al- 
l' unità del parlare italiano avvicinando sem- 
pre più lav lingua scritta al dialetto fiorentino. 
Questa tendenza è erronea, poiché unità di lin- 
gua non è possibile laddove non e* è unità di 
pensiero. Ed è soltanto 1* unità di pensiero che 
rese possibile in Francia e in Germania (e qui 
malgrado le divisioni politiche) lo sviluppo di 
una lingua colta ed uniforme. 

P. XLIII. L'A. dà la spiegazione dei 23 se- 
gni da lui adottati per esprimere i diversi 
suoni delle vocali. A p. XLVni fa altrettanto 
pei 30 (o 34) segni delle consonanti. 

P. 1. Determina i limiti del ladino, parlato 
da 585,600 individui. Secondo FA. la zona la- 
dina, che dalle sorgenti del Reno-anteriore va 
in sino al mare Adriatico, si divide ìn 3 se- 
zioni : 1* la sezione occidentale, che si compone 
di tutti i dialetti romanzi dei Grigioni, dagli 
italiani in fuori ; 2» la centrale, che abbraccia 
le varietà ladine tridentino-occidentali e il grup- 
po ladino tridenttno-orientale ed alto-bellunese; 
e 3« la orientale o friulana. Nella terza se- 



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RIVISTA BlBLlOORAFICA. 



195 



xione, ohe comprende 45OfiO0 individui, è la 
patria deir Ascoli. Queste sezioni non sono con- 
nesse fra loro; dal settentrione le divide il te- 
desco, dal mezzogiorno dialetti affini italiani. 
Le sezioni orientale ed occidentale formano 
ciascuna un territorio composto. La orienuile 
si diride in 8 dialetti, la occidentale in 3, cioè 



tale si mescolano (nel corso superiore dei 
fiumi Vajout, Zolline, Livenza). Al mezzo- 
dì dei dialetti ladini, dal Gottardo fino alla 
Livenza, e* è una zona che contiene elementi 
ladini, e qua e là interrompe la zona ladina. 
La parte occidentale di questa seconda zona 
appartiene al lombardo, la parte orientale al 



nel dialetto di Sopra-selva, Soltorfc^a «4 («a* <veaeto. Ai bmfxv^o è assegnato il § 2, al vc- 
gadina. I due primi, divisi dalla selva di 'F li ms, neto i) §'4. Ciascuno di questi §§ si divìde in 
si comprendono neir appellazione di oberlan- tre parti, la prima delle quali tratta «dei terri- 
desi. Il dialetto di Sotto-selva si suddivide in tori nei quali confluiscono la favella ladina e 
7 dialetti. Una linea tratta dal passo di Ser- la lombarda (veneta)p la seconda « di qualche 
tig a quello del Septimer forma il limite tra varietà intermedia e dei caratteri di speciale 
il dialetto di Sotto-selva e quello dell' Enga- affinità fra il gruppo ladino e il lombardo (vene- 
dina, il quale per la Puntautii (un altro ponte to). » Qui è di particolare interesse il bormiese, 
sopra' r lÉih fH €itfu^el'e Brail)" è dWso hef vero punto d*uniohe fra ì\ ladino e il lombardo, 
due dialetti della Engfldlria Alta, e J^ss». . ha terza parte (9 2 B II p. d(X7-312 e $ 4 
La sezione centrale si compone di tre isole C p. 448-473) merita di esser segnalata per la 



(tridentino-occidentale, tridentino-orientale, al- 
to-bellunese). La terza^ situata nel Piave infe- 
riore, è la più piccola e forma col tridentìno- 



sua importanza riguardo allo sviluppo della let- 
teratura italiana. Parecchi antichi monumenti 
dell'Alta Italia offrono diversi fatti fonetici che 



orieotale, che cpnsta <ii 10 dialetti, una sezione se si esaminano i dialetti odierni, appartengono 
separata per la vaile deirAdìge dal tridentino esclusivamente sia al veneto sìa al lombardo, 
occidentale. Nella valle dell' Adige il tedesco Si credeva perciò di-dover supporre l'esistenza 
s' iosinua nel territorio roimmzo più che altro- di una lingua Scritta dell'Altri Italia, a fer- 
ve, giacché arriva fin oltre San Michele. mare la quale come xoiv^ sarebbero concorsi 
Nel § I l'A. dà gli spogli fonetici della se- tutti i dialetti. Altri spiegavano il fatto di- 
zione occidentale, nel § 3 quelli della centrale cendo che gli amanuensi copiajìdo mescola- 
e nel § 5 quelli della orientale. In principio vano le fornae del dialetto originale coJ loro 



s'indicano i limiti di ciascun dialetto e sotto 
dialetto e il numero degli individui che lo par- 
lano, poi i libri donde furono estratti gli spo- 
gli, e le poche ricerche fattevi sopra anterior- 



prpprio. Ambedue le opinioni ora elidono , 
poiché l'Ascoli prova che i fatti fonetici aj>- 
paren temente attinenti al solo lombardo esì- 
stevano anche nel veneto e viceversa. Quei do- 



mente, di cui l'A. potè giovarsi. Oli spogli si cumenti presentano anche tali forme che oggidì 



dividono in 238 numeri, segnati in margine e 
ricorrenti in ciascun dialetto collo stesso or- 
dine. I numeri 1-217 comprendono i sipgoli suo- 
ni: cominciano le vocali, seguono le consonanti ; 
nelle vocali precedono le accentate, poi ven- 
gono le atone^ le semplici e i dittonghi. Cia- 



non si adoperano più dal popolo; dice vasi per 
es.: creso, creer mentre oggi si dice cr/di , 
créder. L'A. rifiuta l'opinione che vuole spie- 
gare queste forme « da una artificiale, riprodu- 
.zione dei fenomeni francesi e provenzali », e 
dimostra che crezo e creer si adoperimo tut- 



scuna vocale tonica è considerata distintamente torà in alcuni dialetti. Questi possedevano sem- 
secondo che corrisponda ad una vocale ktfna pre le forme col d, ma preferivano le altre 
hinga, o breve, o in posizione. Soltanto per V a perchè più vicine al provenzale o francese; pia 



tale distinzione non era necessaria. Le conso- 
nanti si diyidono in cònjtinue ed esplosive, e 
ciascuna consonante è considerata secondo che 
si riscontri sola od unita ad alti-e consonanti. 
I numeri 218-238 compremlono gU Accidenti 
generali, Vie risultano dalle ricerche prece- 
denti (Effetti deiraocento. Assimilazione, Dis- 
similazione, Dilegui, Aggiungimenti, Gemina- 
zione, Metatesi, Attrazione, Propagginazione, 
Alterazioni ascendentali). Il § 3 C tratta dei, 
territori nei quali il ladino centrale e^l orien- 



tardi, quando prevalse il toscano, queste furono 
^ loro posta neglette in favore di crédi e créder^. 
Concludendo, ci si permetta esprimere un 
desiderio, die cioè questo metodo cosi lucido e 
piano trovi imitatori, i quali vogliano in sirail 
guisa trattare la fonetica di altri dialetti ro- 
manzi. E gioverebbe si adoperasse .per ciascun 
(giaietto uno ^chema come i 238 numeri dell'A- 
scoli, i quali si ripetono ogni volta; cosi baste- 
rebbe cercare il numero per istabìlire subito in 
Un dato caso le relazioni di due dialetti* 

Hermann Sucuier. 



'^^) 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA 



I PRIMI DUE SECOLI DELLA LBTTERATimA ITALIANA per À. Babtoli. Milano, Vallardi, 
(in corso di pnbbl.) Fase. 8 in 4<> di pp. 296 *. 



I. 



11 sìg. Bartolì si è proposto darci un qua- 
dro completo del primo periodo della lettera- 
tura italiana. È questo il periodo che più degli 
altri abbisognava di studio e più degli altri pre- 
sentava allo storico difficoltà da superare. Qui 
nulla ancora di determinato, di fisso, di stabile; 
ma tujto in germe, tutto in movimento, tutto in 
fermentazione: da una parte le rovine di una 
civiltà morta, dairaltra gli embrioni di una ci- 
viltà novella, e nel mezzo 1' ombra di molti 
secoli che nasconde una elaborazione immensa. 
In queir ombra si opera la rinnovazione del 
pensiero e della parola nostra; e scendervi den- 
tro per sorprendere il granale fenomeno ne' suoi 
diversi momenti, nelle sue evoluzioni transito- 
rie, nell' assimilazione dei varii elementi che 
prepareranno le nuove manifestazioni, era im- 
presa altrettanto ardua che delicata. 

Gli storici precedenti se n' eran cavati con 
poche parole. — La letteratura italiana, pcn- 
savasi in addietro, comincia con Dante, e tutto 
ciò che stava prima di lui era appena curato. 
Soltanto ai progressi della critica dantesca noi 
dobbiamo i primi sforzi per rompere le tene- 
bre che s'addensavano sopra le nostre origini 
letterarie. « Non si potrei be dare un' idea di 
ciò che Dante fece per la letteratura italiana, 
né di ciò che esso vi rappresenta, senza mo- 
strare cos'era prima di lui questa letteratura, » 
(liceva il Faurìel ; e le sue lezioni già dettate 
alla Sorbona e poi raccolte sotto il titolo di 
Dante et les origines de la langue et de la 
litterature italienne, furono il libro che primo 
dedicasse a quest' argomento un esame largo 
e coscienzioso. Ma se i pregi di questo libro 
sono grandi , grandi del pari sono i suoi di- 
iTetti, e il suo merito oggi va limitato nell'aver 
dischiuso un nuovo orizonte, e nelf aver fatto 
sentire il bisogno di nuovi studii. 

Questi fortunatamente non sono mancati; 
e i moltissimi documenti volgari delle varie Pro- 
vincie d' Italia messi a luce , i forti progressi 
della linguistica e della dialettologia, le mag- 
giori conoscenze acquistate sulle due antiche 
letterature di Francia, tutto ha felicemente con- 
tribuito a preparare sempre meglio l'opera 
che ora vediamo compiersi dal sig. Bartoli. 



Leggendo questo lavoro più volte ci i 
augurati ch« il dotto Autore non s' aireeit a 
questo primo periodo, ma voglia darci, am- 
piamento trattata siccome questa parte, tutta 
la storia della letteratura italiana. AUom forse 
sarebbero pieni i Toti degli studiosi. Il sig. B. 
riunisce in so tutte le qualità necessarie per lo 
storico di una letteratura: oognizioai profonde, 
larga erudizione, giudiaio indipendente, critica 
elevata e robusta. Padrone del vasto campo della 
storia, egli ne spiega i fei]<4ncni in tm ordine 
chiaro e distinto; tratta potentemente V ana- 
lisi e da questa si eleva sicuro all' investiga- 
zione genetica, fisiologica e comparativa del 
soggetto; le questioni già discusse risolve con 
vedute nuove, spesso più alte, sempra giuste; 
altre questioni solleva importantissime mai fi- 
nora toccate; e i suoi procedimenti, avvalorati 
dal metodo induttivo, mentre sfuggono le fol- 
lacie della ipotesi, danno poi sempre ai risal- 
tati conseguiti quel carattere di solidità eh' è 
tutto proprio delle scienze positive. 

Pubblicata quest' opera soltanto in parte, 
convien per ora limitarsi a discorrerne i primi 
fiiscicoli. Intanto, perchè meglio se ne com- 
prenda il piano, gioverà qui premettere le ru- 
briche di tutti i capi finora messi a luce 

Gap. I. Origini della lingua italiana, 
• II. Fatti che apparecchiarono le 
prime manifestazioni della Ietterai, ital. 
8 I. Nonnanni e Provenzali. 
II. La poesia provenseUe in Italia. 
fir. La Unghia e la poesia francese 
in Italia, 

Cap. III. Letteratitra dialettale dell'Al- 
ta Italia. 

Cap. IV. Letteratura dialettale della 
Bassa Italia. 

S 1. Poesia popolare. 

II. Poesia di corte, 

V. Letterat, dell* Italia di messo, 
I. Toscana. 

II. Vmhria. 

III. Bologna. 

VI. Le Rappresentazioni. 

» VII. Condizioni letteretrie del me- 
dio evo specialmente in Italia. 



Cap. 



Cap. 



1 Queat' opera viene a luce siccome parte di una nuova storia della noeira letteratura, ohe pubblica nella mm Jka/<« 
il eig. Vallardi. Di questa nuova ntoria nulla per ora possiamo dire se non che è * aeritta da una »oeiHà di amiti sotto 
la diretione di P. VUlari, « e oonateri di tante monografie quanti sono i periodi della letteratura italiana, svolta ciaKO&a 
da uno scrittore diverso. Soltanto a lavoro finito si potrà comprendere rome mai ron siffatto metodo si possa fare una sto* 
ria letteraria secondo ^1' intenti iella frirnxa n«iierna 



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Gap. Vili. Le Enciclopedie, 
» IX. Poesie insegvmtne e nioro/t. 
» X. La prosa. 

Nel cap. I troYiamo raccolto ed eBaminato 
quanto di più notevole sulle origini e sulla for^ 
mazione dril* italiano è filato messo in sodo 
dai migliori filologi odierui, come il Dies, il 
Littré^ lo Schnchardt eie. V* è solo un punto 
su cui ei permettiamo una osservazione, ed è 
bddove l'A. ragiona del latino che fu base aila 
parola ìtaiiaBSL Molto si ò iantasticato sulla na- 
tura di cotesto latino, ch« chiamano volgare, 
e che più semplioemeDts si potrebbe forse dire, 
paréatof V A. non si pponuneta in proposito 
e dichiara Ja questione tuttavia inaoluta, A noi 
pare invece che si possa sicuramente affermare 
coir Ascoli {Arch. glo$t, iu I, xxxvm) che 
deaso è il latino dei soliti lessici e delle solite 
gnmmatichie. Né , per ciò che s^attiene ai modo 
come ne derivOi V italiano, par necessario 
ammettere col Meyer la concorrenza della 
corruzione nella evoluzione. I attori della 
Uraafon&asione Curono T inerzia degli organi 
locali e gì* incrociamenti etnici; quindi non 
veea corruzione ci fu, ma soltanto, come sem- 
pre, «▼oluzione. 

Ben trattata è la questione dell* epoca a cui 
si poesa far risalire la prima apparizione del- 
l' italiano come lingua interamente staccata dal 
tronco latino (pu )22-35). É veramente assai pro- 
babile che fin dair viix o dal ix secolo una 
lingua nuova fosse parlata in Italia. Il Giura- 
mento di Strasburgo (sui caratteri idiomatici 
del quaW non sapremmo aderire air opinione 
dell* A.) ci offre una data, la quale, sebbene 
da un passe in coddisioni assai diverse dal no- 
stro, riflette nondimeno molta luce sulla que- 
stioni del volgare italiano. Più ancora può ar- 
gomentarsi dalie molte forme lessicali sparse 
nei documenti latini fin dal sec vii. Però, se 
presto parlato,non così presto Titalianofuscritto 
e r A. bene intuì la ragione di questa difife- 
renza: « Le nostre citta, tuttavia piene delle 
tradizioni, delle memorie, degli affetti classici*, 
fin oltre al decimoterzo secolo; la Chiesa, che 
colla preghiera e oolla predicazione, continua- 
va.... a infondere vita nel latino; le leggi e la 
politica che parlavano la vecchia lingua, tutto 
contribuiva a ritardare fra noi la manifesta- 
zione scritta dell* idioma volgare» (p. 33.) «C'e- 
rano come due forze, Tuna d^lle quali legava e 
attraeva gì* Italiani al passato , 1* altra li jbo- 
spingeva verso Tavvenire.... e quando già do- 
veva trionfìure la lingua popolare nell* uso quo- 
tidiano, le letteratura seguitava latina » (p. 26). 
« Per giungere alle origini della letteratura, 
««oritta nella lingua volgare, occorrerà clu' si 



RIVISTA BlBLIOaSAFICA. 197 

compiano grandi avvenimenti, i quali destando 
nuovi semimenti e nuove idee, richiederanno 
ancora imperiosamente una forma ed un* arte 
nuova» (p. 35). 

Così termina questo capitolo intomo al quale 
ci permettiamo ancora una domanda. Qui si 
parla di lingua nel suo significato più ampio 
e più generico, e va bene; ma un cenno un 
pò* speciale sopra i dialetti, la loro natura, la 
loro classificazione, sarebbe stato fuori di luogo 
qui? In una storia della lingua era necessario, 
ma in una storia della letteratura era affatto 
superfluo? 

Una osservazione profondamente vera si 
chiude nelle parole finali del cap. I riferite di 
sopra. Per la formazione di una letteratura vol- 
gare non bastava in Italia c-ie già da più se- 
coli il volgare fosse parlato. L* Italia si era 
conservata essenzialmente latina nello spirito, 
nelle tradizioni, nei costumi, e diciamolo an- 
cora, nelle aspirazioni. Era dunque necessario 
un profi)ndo rivolgimento in tutto ciò perchè 
una letteratura volgare potesse formarsi e ger- 
mogliare.Il non avere abbastanza avvertita que- 
sta condizione particolare dell* Italia fece già 
troppo disputare intorno alle Carte d* Arborea 
e ad altre stramberie; e troviamo quindi as- 
sai opportuno che TA. dopo averne toccato di 
scorcio nel cap. I nbbia voluto tornare a ragio- 
narne più diffusamente in altro capitolo, che 



forse anzichò dopo il VI poteva meglio essere 
collocato dopo il I. 

Checché sia di ciò,nel cap. II egli entra invece 
direttamente a ricercare i fatti che romjìendo 
le tradizioni del classicismo apparecchiarono in 
Italia le prime manifestazioni della letteratura 
volgare. Pel Fauriel questi fatti consistevano 
nell* azione quivi esercitata dalla letteratura oc- 
citanica. Anche recentemente il sig. Demattio 
deplorando che nelle varie storie delle nostre 
lettere « la questione dell* influenza proven- 
gale o si tace o appena si tocca di volo » {Let^ 
tere in Italia prima di Dante p. v), a que- 
sto punto restringeva le sue indagini e le sue 
osservazioni. Assai più largamente studia laque- 
stione il sig. B. Egli osserva fin dal sec. xi le 
grandi masse dei Crociati francesi, che nel re- 
carsi in Oriente attraversano 1* Italia destandovi 
1* entusiasmo e lo spirito delle avventure. La 
florida monarchia normanna attrae in Sicilia 
Trovèri e Trovatori, e in breve tempo per tutta 
Italia, mentre le corti si rallegrano colla poesia 
subbiettiva dell' Occitan la, nelle basse sfere del 
popolo corre diffusa la Chanqon de geste, ove 
in lingua d*oil si cantano le fantastiche avven- 
ture di Rolando, di Cai'lomagno e dei Paladini. 
rert(»cho se la poesia provenzali» piacque tanto 



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198 



KIVIKTA BlfiLlOGBAFlCÀ. 



fra Doi e tanto si coaipenelrò nella società ita- 
liana del sec xiii da suscitarvi tutta una scuola 
di seguaci, siccome Pier della Caravana, Bo- 
nifazio Calvi e il Zorzi e Sordello^; non mi- 
nore però fu r influenza quivi esercitata dalla 
letteratura della Francia settentrionale. I mol- 
tissimi monumenti che ne conservò l'Italia tut- 
todì attestano di quanta predilezione essa fosse 
oggetto tra noi. Dicevasi che la ling;ua d'oil era 
la plus delitable, e assai Italiani la prescel- 
sero nelle loro scritture. E appunto dal nord 
della Francia ci venne l'epopea ciclica, che pe- 
netrata nella gran va)le di To, trapiantovvisi 
germinando nuovi rampolli. Notevoli a questo 
proposito sono quelle composizioni come il Afo- 
caire , la Prise de Pamjpelune e tante altre 
scritte in « una lingua mista dove la base ò fran- 
cese, ma dove al francese si mescolano conti- 
nuamente forme e voci italiane » (p. 97). In 
queste composizioni quand' anche non si vo- 
glia giungere coir A. a riconoscervi « un primo 
passo verso una lingua nuova », si avrà però 
sempre una testimonianza gravissima di quanto 
il francese dovesse essersi nel sec. xiii conna- 
turato fra noi, e quanta parte perciò debba es- 
sergli riconosciuta tra i fattori di quella rivo- 
luzione, onde poi emerse la nostra letteratura 
volgare. 

Intorno a questa letteratura ibrida dell'Italia 
settentrionale ferve tuttora una disputa bella e 
attraente. La sollevò il Mussafia pubblicando nel 
1864 la Pr, de Pamjì. Egli vi notava che « Die 
sprachlichen EigpnthUmlicbkeiten, welche die- 
ser Text darbietet, sind so consequent durclige- 
fUhrtund stehen mit dem streng bewahrten Me- 
trum so sehr ini £inklange, dass sie nicht von 
einem Abschreiber oder Ueberarbeitcr herrtth- 
ren kònnen; (|ie Dichtung liegt uns vielmehr 
in ihrer ursprtinglichen Fassung vor. » (Altfr. 
Oed. aiis Ven, Uandschr. p. xiv). Di contra- 
rio parere, confermava questo giudizio il sig. 
Quessard dando in luce nel IdCC il Macaire. 
Non vedendovi egli se non un francese defor- 
mato, si provò a restituirlo, e per fare ciò gli 
convenne bene spesso invertire la sintassi e mu- 
Uire le rime. Nondimeno anche il sig. L. Gau- 
tier tenne dalla sua parte con nuovi argomenti 
che iK>i furono strenuamente combattuti dal sig. 
Rajua {Prop. Ili, 2°, p. 307-98). La questione 
re8iavii tuttavia sub judice quando è sceso in 
ca!M])o il sig. Bartoli volgendo Tesarne non solo 



sul Maeaire o sulla Pr. de Pamp, ma tu molte 
altre scritture di quella epeàe. Le sue e 
zioni confermano ropinione del sig. ] 
« Il latto» dice egli, per noi ò abboetanza i 
plice: due dialetti affini a' incontraDO, e coa- 
bitano nelk> «tesso paese, operando l'uno sul- 
l'altro cop mutua vicenda, dando e ricevendo*. 
Non ò dunque meraYHr^ a^ in un dnto mo- 
mento, noi troviamo un idioma misto, che si 
ricongiunge per un laio aU* Italia, per i* altro 
alla Francia; a sia un dialetto pavlato che ten- 
tando di elevarsi a idioma letterario, ed ineon- 
trandosi in un altro idioma gikacritio da molto 
tempo^ e quindi pia stabile , si incorpora in 
esso, e senza cancelhtfe le linee essenziali della 
sna fisonomia, le modifiea però netabilmente » 
(p. 100). £ non valeopporgli* come già Ai fatto 
(nella JUv. filol, lettera 1, 75), che la lingua 
di tali scritture non fòsse parlata da nessuno; 
perocché, lungi dall'essere pariata, essa e fu 
anzi il ribultato del tentattTO.di elevare la lingua 
parlata a lingua scritta» (ivi). 

Né v' ha dubbio che il sig. B. abbia molto 
bene intuii le ragioni e i' indole di questo fe- 
nomeno di eui non mai^rano esempi anche in 
altre letterature — vedasi per es. la P€t9H(m 
du Christ (nella Bomania II, 285*314) ; — tut- 
tavia, se egli ce ne ha con chiaressa esplicato il 
carattere e delincato oorretlamente 1* insieme, 
d anche vero che un' «^lisi linguistica di tutti 
quei saggi latta comparativamente, potrebbe 
portare a oonelusioni ben pift recise e peren- 
torie. Giustamente domandava testé il sig. A- 
scoli: « quelle convenienae particolari ed in- 
time, che ora scopriamo fra le remote fasi dei 
vernacoli veneti e lombardi dall' un canto, e 
li francese e il provengale dairaltro, cosi coma 
vengono a sgombrare una parte degli erronei 
giudizi intorno agli idiomi degli antichi saf^ 
letterari dell'Alta Italia, non dovranno esse an- 
cora tenersi a più giusto calcolo da chi cerchi 
la compiuta ragione del come e del quando 
surgesse quell'ibrida letteratura franoo-itaUa- 
na ? » {ArcJu gU>tU I, 451). 

Gap. Ill-V* Vecchio errore diuturnamente 
rinnovato dagli storici, era quello che nella 
poesia aulica della corte aveva volea ricono- 
scere gì' inizii e direm quasi le fondamenta 
della nostra letteratura nazionale. Fermiamoci 
un momento eoli' A. a considerare questa poe- 
sia nelle sue reliquie, lasciateci da Federico lì 



1 DinAnii a SerdcUo l'A. st arrmU on istante. È lui, il troTai«r«, ch« Dania immortalò nella Commttdia, o noti plut' 
tosto romoaimo podestà di Mantova come Torrcbba S. David f- Sii ( facUe «anfutara TopinionedaJ David, a maainuvaama 
l'Alighieri che imparadisò la bagA»cia Cunizta, ben poteva aver esaltato anche Sordello trovatore: il quale poi malfvada 
icrtf arapcìttrme proprie de' suoi tempi, ai era anche rivelato magnanimo cittadino come l'atteatano molti dei aaoi caaU. 
-Tuttavia ar rin è an^ai giuntn, atudianOo le attinente tra il aerventcae in mort# di Blacawo a i vervi 88>198 4tl vtl dal 
Fury., ben pm ilirittamrnte cred» «i pntr<rbhp 9pirfl|lre l'apotcofii del bitiarro Mantovano nel poema danteKO. 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA 

da Pier delie Vigne, da Ruggerone di Palermo stftmente egli 
e dagli altri di quella bella schiera. «Che pen- 
siero c'è dentro f » domanda egli, «Altri lo dica. 
Noi non «appiamo trovarci che frasi: frasi clie 
paiono ttadiate per non dir nulla. L^amante è 
la solita donna rnUente, donna fina etc.; e 
lui, Tamatore, «* ifìchina, ama dolcemente, 
spera e coti di seguito. Due sbiadite crea- 
tore che fanno freddo a goardeirle; non uomo 
in cospetto della denn» che ama, ma flauto che 
manda ftiorì note che non sente» (p. 139). Tutti 
questi poeti cortigiani « si rassomigliano tanto 
che, letto unotii essi, si può quasi dire dì a- 
▼erli letti tutti: la monotonia della forma cor- 
risponde alla Dfeonotonia del concetto: è sem- 
pre k> stesso argomeoto che si stempera in fVasi 
passate per iambiceo. Nessuna individualità, ma 
sempre uui Ja solita falsariga: amore catal- 
lerescD cantato accademicamente » (p. 140).— 
E oome sovra simili basi potè crédersi elevata 
la letteratura italiana, nella quale V idea caval- 
leresca non fu se non on accidente transitorio, 
e mai nel popolo attecchì veramente? Dov'e- 
rano in questa poesia elementi susoeltibili di 
uno sviluppo, capaci di propagarsi e di ger- 
mogliare? £d essa si spense precocemente sic- 
come un foco fatuo sul labbro dei continua- 
tori di Toscana. — « Si paragoni ad esempio, 
dice TA., alle forti tinte di Giulio d^ Alcamo 
quello sbiadito dialogo di Mazzeo Riccio, sba- 
digliato^tm ìfUasere e Afadonna , e tutta la 
differensa si patmi manifesta tra la poesia della 



199 



osserva, avea tenuto conto fi- 
nora di questo movimento letterario dell* Italia 
settentrionale nel sec. xiir. cesso merita in- 
vece molta attenzione. Importantissimo rispetto 
alla lìngua, esso non apparirà meno impor- 
tante rispetto alla letteratura popolare cosi 
poco studiata fin qui; e mostrerà al tempo 
istesso una contemporaneità di sforzi al set- 
tentrione come al mezzogiorno, al mezzogiorno 
come al centro d"* Italia per dar forma ai ri- 
spettivi dialetti ; spiegando cosi certi fatti che 
lianno avuto per molto tempo spiegazioni tutto 
altro die ragionevoli * (p. 112). 

Dairitalia superiore pAssa alla meridionale, 
e nella tenzone di Giulio d'Alcamo, nel la- 
mento della Sposa del crpciato ci fa vedere 
gli avanzi di un altro ciclo poetico popolare, 
scomparso dietro i falsi bagliori della corte 
sveva. Volge quindi per la Toscana, e qui pure 
trova delle vestigia di una poesia di popolo 
antichissima ; e mostra come lo spirito di que- 
sta poesia si contìnui malgrado il provenzali- 
smo invadente, e lotti e cerchi reagire pro- 
vando uri nuovo genere che quasi ne faccia 
r epigramma; e poi si sollevi, si spinga tra le 
parti politiche, e intenda rivelare le passioni 
deir animo. Un' altra specie di letteratura, af- 
fatto popolare anch' essa, ci addita nella scuola 
dei poeti mistici dell' Umbria, iniziata da san 
Francesco, spinta a rigoglio da Jacopone « il 
tipo pia completo del genere ». — L' A. tocca 
con mano maestra tutta questa varietà di fatti, 



piazza e la poesia delia corte: quella che e- finora aggruppati in una massa oscura e con- 



rompe dal senùmenco e sbizzarrisce liberissima 
pei campi della fantasia, questa che si sirascica 
sonnolenta dietro un' ombra che le fbgge di- 
nanzif vestendosi di artifizi che non valgono a 
nascondere la sua ingenita rozzezza » (p. 140). 
E sulla poesia di pia^tza V A. volga le sue 
prime esplorazioni, figli fu capo dell' Aìtst I- 
talia, ove trova una ricca serie di composizioni 
che « cantano ddla Passione dì Gristo, della 
Madonna, dei Santi, della caducità della vita 
umana, del vecchio e del nuovo Testamento, 
dei miracoli che ànuunzieranno il di del giu- 
dizio » (p. 112). « Sono povere poesìe nate di 
popolo e a lui destinate », ma in esse trove- 
remo i veri elementi dell' arte futura, che « si 
agitano tuttavia, si urtano, si combattono » 
aspettando « un ingegno sovrano che sappia 
armonizziirli ». Il sig. B. passa in rassegna i 
diversi generi di quelle composizioni , e di ta- 
lune ci fa conoscere gli autori: Bouvesin da 
Riva, Pier Bescap^, Fra Giacomino di Ve- 
rona, la donna Padovana. Non fa ricordo del 
cremonese Pateclo, di cui V illustre Teza rav- 
vivò testé la memoria. — Nessuna storia, giu- 



fusa. Egli li esamina, li classifica, li caratte- 
rizza, ne indaga i secreti rapporti, ne scopre 
la generale armonia; mostra « come ogni pro- 
vincia d' Italia concorresse a fornire, quasi di- 
remo, i materiali greggi che dovevano poi ser- 
vire al grande edifizio della letteratura nazio- 
nale »; e « seguendo i varii atteggiamenti 
dell' arte italiana in quel fecondo e multifor* 
me periodo», ci spiega sotto gli occhi « le 
ragioni del quasi improvviso e stupendo svol- 
gimento ulteriore » (p. 169). 

Messe cosi in chiaro le vere basi della nostra 
letteratura, colloca al suo giusto luogo la poesia 
corteggiana dei siculi e dei oonUnuatori toscani, 
in cui riconosce quasi uno « sviamento » del- 
l' arte. 

A questa poesia nemmeno si può attri- 
buire tutto il merito di aver elevato il lin- 
guaggio, francandolo delle strette dei vernacoli. 
Gome avea già sospettato il Gastelvetro, il sig. 
B. dimostra che questa liricaj' pervenuta a noi 
in una forma più o meno toscana, fu scritta 
primamente nel dialetto deli' isola. Ghe lingua 
infatti adoperavasi nel sec. xiii in Sicilia? Le 



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200 RIVISTA BIBLIOGRAFICA, 

scritture rimasteci di quel tempo ci dicono 
tutte: il siciliano. E in siciliano abbiamo pure 
due saggi di poeti del ciclo svevo, Enzo re e 
Stefano Protonotaro; e più forse ne avremmo 
se il Libro siciliano da cui ce le tramandò il 
Barbieri, non fosse perduto. « Che è dunque 
ciò? domanda TA., quegli stessi poeti che scri- 
vevano in lingua illustre, scrivevano anche nel 
loro dialetto? Ma di grazia qual criterio, quale 
regola seguivano essi per mutare la parola dia- 
lettale in parola illustre?.... La letteratura italia- 
na muoveva allora i primi passi, faceva sentire 
i suoi primi vagiti, non aveva ancora nessun 
grande scrittore, nessun grande lavoro per cui 
fosse stabilita Tautorita di una lingua scritta.... 
Ebbene, chi dunque avrebbe potuto dire,a Frate 
Atanasio, in luogo di all' ammìicciuni tu devi 
scrivere eeUftamentef » (p. 144)* -^L" A. però 
ammetta che questo' dialetto fu dai poeti a- 
enli < probabilmente modincato coli* aiuto del 



provenute e forse eoa quello dei latino » (p^ 147); 
e V influenza appanio del proveaaaie e del latino 
può aver introdotto nelle loro eomposixiOBi 
molta forme ohe non erano «leiliane. 

Rioostrueodo questo periodo delle lectera- 
ture dialettali, che antecede il laomento della 
pKvaienia toaoanii, il aig. B« yjooi mostcare Sio- 
oome anche neiU*Alta Italia si teiMieaie a fog^- 
mare un idioHia letterario «nifovme. Perocché 
le scritture die abliiamo di quelle provinde , 
pur eonsetrando ttaoctedei dialetti: locali < si 
fondano però e ai xnodellatio tutta aopra un tipo 
ooniune che è il dialetto veneto » (p. 12é). -- 



Lasciamo stare che questa tendenza concèntrica 
dei dialetti settentrionali verso il veneto giÀ si 
fa dubbia considerando che poco prima (o forse 
anche nel tempo istesso) vediamo quei mede- 
simi dialetti tendere invece a uscir Aiori del- 
r orbita propria per fondersi coi linguaggi d*oc 
e d*oIl; ma oggi, merce gli studii deir Ascoli, ò 
dimostrato airevidenza che quelle convenienze 
idiomatiche cui allude il nostro A., furono pro- 
prie tanto dei dialetti lombardi che dei veneti; 
per il che « le ipotesi delle assimilazioni arti- 
ficiali... ricevon tutte un colpo mortale; e il pro- 
blema.... in tanto si risolve, in quanto cessa ad- 
dirittura di esistere. La esplorazione un poco 
più ampia ed attenta, delle schiette varietà dei 
dialetti lombardi e dei veneti ci porta a rico- 
noscere che i caratteri in questione sono tutti 
indlgtai, COSI della regione lombwia come 
daUa veneta e ohe nollftqui vi abhia^ in pn>- 
porzioni inaolttf, o di accattato o di elmiieio » 



{Arch. glùttol. ital. I, 310). 

In tutta qveata pwte dedicata a^li iniiii 
della nostra . poesia ,- abbiamo oereato invsaoio 
qo&Mhe cenno eolia metrica italìaiia* Ci augo- 
riamo che il dotto A* aon ^raiglia dimenticare 
questo tema taiito poco finora studiato^ neila 
cojitiiiDazione della sua bella storia. 

In breve parlereinio dei ca{>itDH ch&aeguoAo, 
rìfiervaadooi a trattedr separatamente dei VI, 
dedicata lille JRappresrnitaai&mi , in un Ap- 
punta JUST la $»firia del dramma italiano, 
ohe etiamo prepacaado |Mr questa steosa iit- 
vist€k 

Ernesto Monaci. 



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PERIODICI. 



J. RoHARiA II» 1. ^ R l-4a a Ordber. 
La destrtediión de Rome , òhanson Uè ffente 
piMUé d'aprts le m». de Hannovre n. 578. 
(V. il Jahrbuch m L I, 111 e questa Rivista 
I, 70). Fu ttUBcritta <1« un «nf^notmanno, ma 
rdriginaki dote» «ssere in dialetto piccArdo. 
Probftbìlmentone fti ìriU>i« ohi compose il J^- 
f'aòrótf y siocome softt&en« il «ig. Gt, in udo sta- 
dio inserito nei rendicoiiei do) congresso dei fi- 
lologi tedeschi tetinto a Lipsia nel 1872. L* A. 
coadiuvato dal sig. O. Paris, corresse l' orto- 
grafia dell cod. e nd enMndo la leziotie, senza 
pretesa di dare «n testo critico. •*- P, 4^-58. 
P. RAJtìa. Rhùv^i dei codici francesi pos- 
sedttti dagli BvtenÉi nirf »»o. xv» 9im»io tratti 
da dae inTentarii autentici, Tuno compilato inel 
1437 e conservato ncirArchivio di Stato in Mo- 
dena; l'altro contenente tre cataloghi, in parte 
degli stessi oggetti, inseritivi nel 1467, 1480, 
1488. Esso si conserva nella Comunità di Fer- 
rara. Ben pochi dei codd. qui descritti restano 
tuttora a Modena; i più furono dispersi dopo 
il sec XVT. — P. 59-71. V. Smith. Chants de 
quétes, Noels du premier de Van, chante de 
mai. Poesie popolari raccolte « au midi du Fo- 
res et au levant de Velay ». — P. 72-79. H. Schu- 
chardt. De Vortographe du roumain. — P. 
80-96. Mèlanges, i. P. M. Quisque et cata 
daYis les langues romanes, L*A. rigetta Te- 
timologia di cadauno segnalata dal Diez (us- 
que ad unum) e deriva questa parola da xatà. 
— II. J. Storm. Musgode derivato dalPant a 
tedesco mi^co^-^od^m = cenaculum. — ni. C. 
Michaelis. Etymologies espagnoles, 1) Zahe- 



rir. 2) Zabnllir» 3) Zabucar. 4) Zaliór. — tv. L. 
Belisle. Note sur le ms, de Tours renfer» 
^nant des àpomes liturgiqtùes et dee legendes 
pieuses en vere fr.È'd cod» 927. — v. H. Su- 
chieir. Odierne, '— P. 97-187. Comptea^en" 
dìis, O. Pi. La GhansoK de Bclaend texte 
critique p. L. Gautier ; Renceévai, ed. critiqne 
p. E. Boeàmer. — Q. P. Ùber die Quelle Ul- 
rieh voti dem Tar^in v. H. Sachìer.-^ A. M. 
li tractato dei mesi di Bonvesin da Riva 
p. p^ Lfdi»8s. ^ A* Morel-Fstio. Canaioneiro 
e romarìDeiro geralportnguaz p. Th. Braga; 
Cantos p&putaree do ar^àpeiago a^oriano 
p. Tii4 Braga; Floresta de varive romanees 
pw Th. Braga^^' Q. P. Deutsche Handeekr.im 
Brit. Mi^eumv, i. Boeditold. P. M.^ Icoddci 
francesi della hihl. marciano d. d. A. Bartoli 
(v. sopra p. 62).— P. 138-151. Pèriodiques, — 
P. 152. Chronique, 

II , 2. — P. 153-169. P. Rajna, Uggeri il da- 
nese nella letteratura romanzesca degV ita- 
liani. L'A. si propone: « Esaminare ciO che 
di Uggeri narra un rimatore franco-italiano, 
studiare le scarse composizioni toscane che a 
ragione o a torto hanno nome da lui , e che an- 
che solo trattano la stessa materia di quella a 
cui egli ha dato il titolo, investigare le relazioni 
di queste scritture e istituire, dovunque si pos- 
sa, raffronti coi poemi e i romanzi stranieri. » 
P, 170-202. P. Meyer. Le roman de Blandin 
de Cornouailles et de Guillot Ardit de Mi- 
ramar piiblié pour la première fois d'après 
le ms. unique de Turin ». Dice il sig. M. « E- 
xecutée par un copiste italien assez peu sou- 



1 Nel Vocabolario (p. 306) trovo: " o/atw 700, oorr. alhantt ^ No, aletno (b. t. alatm; efr. Dv Cangt Oìoo: : t.) 

è tua gpeeio di cani, ficoomo anche maltjtino (▼. oli.); a il paaao in questiona vale: io ti farò mangiare a' cani, a' miai 

mastini a' miai alani.» riti sotto: " boroftr 456, arma (sorta da poignard) fatta en Barry ? , rarmi probabile che tale da- 

•nominazione, antichi dal Barry, Tenga dai brrroTteri (ant. f!r. ft«rrwy«r«), presso t quali quest'arma deVasaer* stata par- 

tieolarmante in uso. (R MonaH.) 



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202 PEBIODICT. 

cieux de la pupeté des formes ppoven^ales, cette Contes populaires. Serie V. Sono 10 : Xa 

le^n est pleine des fautes de tout genre. Je me craho, Bouquaire Jìoiiquil, La rubo. Mar- 

suis applique à corrìger, soit dans le texte me- garidou, Quinquirilhct, Lou gal, Plòu e 

me, soit en note, celles qui nuisent au sens ou à soureio, Plòu, Lous dets (due versioni.) — 



la mesure.» — P. 203-236. A. Longnon. Fran- 
qois Villon et ses legataires. Studio storico 
su questo scrittore, di cui il sig. L. prepara una 
nuova edizione ».— P. 237-260. Mèlanges. i. A. 
Tobler. Etymol. fraw*,. et prov. 1) Pr. gazai, 
fr. jael (Cfr. Rom. p. 260, n. 4). 2) It. Gua- 
stada, pr. engrestam. 3) Fr. mire, mégissìer, 
grammaire. 4) Sommelier. - ii. F. Bonnardot 



P. 124-137. Lieutaud. Contes popul. proven- 
Qaux. Estratti dal Les cris populaires de 
Marseille ree. p. M. De Régis de la Colom- 
bière (Marseille, Lelwn, 1868).— P. 138-141. 
A. Amavielle. Janeto, Versi. — P. 142-195. 
A. Guirautl. La font putanelle. Commedia in 
vv. frane, prov. e liniruad.— P. 196-199. lìt- 
bliographie. A. B. Notioe sur six m««....d« 



Vari^tés Lon^aines. Supplemento alla memo- Geofifroi do Villehartluin; l^a conquéte de Con- 



ria inserita nella Rotnania, I, 328-51. Versa 
« sur la désinence -en des mots k terminaison 
fém., sur la désinence -ónt 3* p. pi. de Tind. 
présent et sur la valeur temporelle de cette for- 
me, enfln sur le sens précis, sinon sur Tori- 
giiie formelle, du mot hequehoirs » nel dial. 



stantinople p. p. N. de Wailly. — P. 200-203. 
Périodiques. — P. 204-208. Chronique. 

IV, 2. — P. 209^227. G. Charvet Les con- 
tuiìies de Remoulins, Testo del 1500 , prece- 
duto de alcuni cenni storici. — P. 228-239. A- 
lart f'n fragment de poesie prorenrale du 



lorenese. Vi è aggiunto utt documento nello xiti s. Non é inedito come crede V Ed., ma 



stesso dialetto, assai curioso. — in. F. A. Coe- 
\ho. Romances galiciennes raccolte a Tuy sulle 
frontiere, dalla bocca di un popolano di Gal- 
lizia. S' intitolano: Nadal, a morte de Xe- 
sus.— P. 261-267. G. P. Zur normannischen 
Rolandsliede v. H, Loeschhorn. — P. M. Canti 
antichi portoghesi dal co<l. Vat 4803 p. p. 
E. Monaci '. — G. P. Sacre Rappresentazioni 
dei sec, xiv, xv e xvi p. p. A. D'Ancona, — 
P. M. Extraits des Comptes et Memoriaux 
du roi René p. p. A. Locoy de la Marche. — 
P. 268-279. Périodiques,— P. 280. Chronique. 

II. ReVUE DBS LANOUKS ROMANBS. IV, 1. — 

P. 1-43. A Montel. Le Catalogue des Cìior- 
pellanies, (Continuazione e fine.) — P. 44-61. 
Alart. Documents sur la lan/fue catala- 
ne etc (Ck)ntinuazione.) — P. 62-79. C. Cha- 
baneau. Granunaire limousine. (Continua- 
zione.) — P. 80. Th. Aubanel. La perlo. Ver- 
si. — P. 81-88. I. B. Gant. La bello Maio, 
Versi. — P. 89-94. G. Azais. Vincent de Ba- 
taille-Furé, poffte béarnais. Biografia.— P. 
95-111. 0. Bringuier. Lou Roumieu. (Contin. 
e fine.) — P. 112-123. A. Montel et L. Lambert. 



fa parte della Novella di R. Vidal de B. pubbl. 
dal Mahn nei Gedichte N. 341, come ha di- 
mostrato il sig. M. nella Romania II, 269. — 
P. 240-243. Barbe. Réglement sur la conduiie 
des Consuls de Bessières (Haute-Garonne) 
lorsq'ils porteront la livrèe (1480). — P. 
244-256. Alart. Documents sur la langue 
catalane. (Continuazione.) Leudi di Collìoure, 
e di Tortosa.— P. 257-260. Annonces et avis 
de la foire de Montagnac (Herault) aux pré- 
posés des pareurs de Perpignan (1470-1480). 
P. 261-276. A. Donnodevie. Amaud Dauhasse 
ouvrier et poéte du xvii si^le. Biografia e 
saggi.— P. 277-292. G. Lettres inèd. de l'ab-^ 
bé Favre. — P. 203-320. A. M. e L. L. Con- 
tes et petites compositions populaires. « In- 
dépendamment des Contes et des Chants po- 
pulaires..,, il se perpetue, parmi les enfants et 
les gens de le campagne, une mulUtude d^au- 
tres petites compositions.... fort interessantes, 
qui ne rentrent dans aucune des deux catégo- 
ries indiquées ci-dessus, et que nous voulons 
signaler....»— P. 321-337. A. Guiraud. La font 
putanelle. (Fine.) — 338-^0. Lou Roumieu: 
Note extraite de Cesar Nostradamus, — P. 



1 Sullo tXmao arromanto ha pubblicato an laToro anche il sig. Vitu. Un seTero, ma giusto resoconto no abbiamo Ietto 
noi ^l^htblionX, SOO, dal quale riportiamo queste parole Anali: " S'U existera pln tard une benne éditlon de VIUon, prC- 
eédée d'une biographie sériense, il oxistera ansai une sorte de procès^verbal da faible conoonrs qae M. Vita aura penoa. 
nellemoDi apporté à co trarail; et ce proeèS'Terbal o'eat M. Vita qui l'a dressé lai>mbne dans sa notioe.. 

S Ringraiio il sig. MjdcUe benerole parole che gli piacque dedicare a questo libretto ; il quale, pubblicato por namat, non 
poteva dai dotti aspettare se non compatimento. Il sig. M. oaserra che la dilTerensa delle nostre opinioni intorno a quei 
canti * osi une nuance à pcine sensible «. Non ho mai preteso il contrario. Riportai il suo gindisio , non tanto por oom* 
batterlo, quanto per avvalorare le mie parole coli' autorità del dotto critico. Solo feci una restrisione: egli •ostenera ebo 
quelle poeaie " pouvaient étro devennes populaires par la suite, mais qu'cllos ne l'étaieni pas d'origino;, a me paroTU 
il contrario. Ora parò egli dice che siamo porfottamente d'accordo, ed io non ne discuto pia. -Velia Bthiiofrmfhitt crWtm 
I, 3M>S5S, il sig. Braga ha lungamente ragionato euUa popolarità di tali poesie. -Correggo qui alcuni dogli orrori sfteg* 
giUmi Bolla «tampa dei testi.-t^ 6, Ap Dtutf corr. Ap Dtiul- HI, 15, 17, no» e. «^-T, 1. 4. ml-o e. m fo-TT.*. S, 7. 
IO, •of.o e. oe ro-YTIT, 1, 5, <bI-o e. a fo — X, 31, nporal r. agora? (F.. Monari.) 



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PEBIODICr. 



20ii 



:« 1-342. A. Boucherie. Autfienticità de la for- 
me vES pour VETUS. (Cf. Romania, II, 139, 
269.) — P. 342-350. Bihliographie. C. R. 
KpjjLT^vs'jjiairx (xai) KaOTjpLspiVf] ()|iiXia de J. 
Pollux. p. p. A. Boucherie. A. B. (Kuvres com- 
plètes du trovère Adam de la Halle p. p. 
K. (le Couss maker. — A. Boucherie. Ilist. dea 
<yrig. de la langite fr. p. A. Garnier de Cnf- 
•«agnac. (Conf. questa Rivista p. 137.) — 350. 
Pi^riodiques. — P. 351. Chroìiiqite. 

111. jMlRHUCn POR ROMANISCIIE T:ND EN- 
OLISCHE SrRACHE UND LlTER.VTUR. N. F. I, 

2. — P. 121-149. K. Bartsch. Die QucUcn von 
Jefian Nostradamus, (Fine.) Discuta su le no- 
tizie di 27 trovatori, delle quali il N. è ru- 
nica fonte, e sulle opere dal N. attribuite ai 
trovatori. Sostituisce V indice fittiaio delle fonti 
indicate dal N. c^n altro che deve Indicare le 
vere. Secondo VX. il N. conobbe 3 canzonie- 
ri: f, V oripfinale di a ^ ed un t'orzo che ras- 
aomigliava ad 3/ e a C. — P. 181-201. W. 
Foerster. Li romans de Durtnart le galois. 
(Fine.) Compie T fuialisi e discute brevemente 
alcune delle questioni linji^uistiche e letterarie 
che si connettono col poema *. — P. 202-217. 
Michaelis. Etymologiscìies. Guadana, raarana, 
esquerp, mojigato, raogato, cohete, carcoma, 
guit , feligres , caràmbano , goldre. — P. 222- 
235. Kritische Anzeigcn. F. Liel)rect, Ety- 
mologisches Wórterbuck der romanischen 
Sprachen v. F. Diez. — P. 236-238. Zeitschri- 
ften. L. Romania, Rivista di filoL rom. 



IV. Il Propugnatore, VI, 1-2. — P. 5-21. 
L. Picchioni. La Lvpa nelV allegoria della 
Div. Commedia. — P. 22-26. S. Betti. Osser- 
vazioni sulla Div. Commedia. — P. 27-62. 
A. Ceruti. La Battaglia di Mont* Aperto 3. — 
L. Picchioni. La Vita nuova e il Canzoniere 
di Dante Allighieri ridotti a miglior le- 
sione e commentati da G. B. Giìdiani. — 
P. 1K)-112. A. Neri. AlV onorevole sig. Di- 
rettore del Propugnatore. Lettera in cui si 
communìcano alcune poesie di Anu Malatesti 
(sec. xvii).— P. 113-120. V. di Giovanni. Spec- 
chio dei monaci. Voìgariss. del buon sec. 
— P. 121. L. Settembrini. Sugli epigrammi 
di Li'ciano Montaspro.— Y*. 122-127. G. Caz- 
zino. Sopra un espress Ì07ie meno esatta ri- 
levata nella preced. dispensa (del Prop.) — 
P. 128-141. P. Ferrato. Scelta di proverhii 
della raccolta di F^Scrdonati. — P. 142-150. 
V. Imbriani. Parai ìjìgìhc ni alla Novellala 
ìnilanese. — P. 151-107. C. Gujisti. I 77iss. 
della Bibl. roìiconiaìia di Prato. (Contin.) — 
P. 168-235. G. B. C. Gìuliari. La letteratura 
veronese al cadere del sec. xv ecc. (Contin.) 
— P. 236-2S0. Bibliografìa ed Annunzi. 

VI, 3. — P. 281-324. L. Gaiter. Il dialetto 
di Verona nel sec. di Dante. (V. Romania, 
II, 374.) — P. 325-330. F. Zambrini. Dei dia- 
letti romagnoli in genere e del faentino spe- 
cialmente. Appunti al Vocab. del Morrì. — 
P. 337-349. V. Imbriani. XV Canzoni popo- 
lari in dialetto titano.— V. 350-371. A. D'An- 
cona. Venti sonetti inediti del sec. xni. 
Saggio bene scelt<^ del cod. Vat. 3793, che il 



1 La lezione di altre 38 poeaie dell'originale di a è contenuta nel mio C^, dove sopra la ropia del e sono riportate li> 
varianti del libro di Leone Strozzi, che i roriginale di a; come dimostrerò ne' miei Studi. Dallo stesso originale è tratta 
nna poesia che si legge nel F.^ (E, Sténgfì.) 

2 In una notal'A. indica l'edizione da me data di qael romanzo. Compita da parecchi mesi, essa non Terrà distrlbaitu 
ai Soci prima del febbr. Ift74. In an PS. riaasansi dal 1 art. del sig. F. tutto ciò che possa interessare il lettore. In proposito 
poi di questa edizione aggiungerò qui che, avendo meglio riletto lo studio del Heyer suU'm ed an Arane, non manterrò 
più la mia opinione sull'origine normanno<>piccarda del Dumuin. Conviene riconoscere che su tale origine nulla abbiamo 
di certo, tranne che l'autore non fu normanno. (E. Steng^l.) 

3 Sa questa pubblicazione il prof. A. D'Ancona mi cemmuniea la nota che segue. {E. Monari./ 

" (Questo bel testo cavato dall'Ambrosiana h disgraziatamente caduto in mani di persona, la cui inesperienza h stata ab> 
bastanza chiarita anche da precedenti pubblicazioni. Il sig. C. che ha letto, copiato e poi rivisto le sumpe di questo te. 
sto, non ai è aeeorto che salvo poco piii di una pag. al principio, la scrittura non è, come «gli dice, qua e là mancante nel 
mezzo, ma intera. Soltanto, nel codice vi è una trasposizione di pagino. Della quale non sappiamo come egli abbia fatto 
a non avvederti. Infatti a pag. 45 dopo le parole: infino apM non ci è lacuna, come il C. annota, ma il periodo continua 
a pag. 47 e precisamente coKb parole: uno poggio eh* 0Ì rhiamn. Medesimamente a pag. 49 dopo: artrano dato ordinotf 
wtodo non manca nulla, ma bisogna andare a pag. 51, ove segue il periodo e il senso : (*A« tutti «* buoni rint che tramo in 
Siena anda»tro al campo. Il sig. C. che cita la narrazione di M ontaperti stampata in Slena dal Porri nel 1844 »oeondo 
il manoscritto di Niccolò Ventura, non si è neppure accorto essere l'ambrosiano quel testo più antico che il Ventura co- 
piava e qua e là variava e amplificava nel 1442, ed essere esso conforme col testo chigiano riferito a brani dal Gigli. Ora il 
Porri, quando si abbatte in questi brani già editi dal Gigli, lascia it testo del Ventura e riferisce l'altro : e basta confron- 
tare in tali luoghi la lezione del Porri e quella del Ceruti (per e». 47 T.=41 C.) per vedere che sono due versioni di uno 
•tesso testo primitivo e molto probabilmente sincrono, del quale l'ultima e maggiore alterazione ci ò rappresentata dalla 
eopia del Ventura. Ma siccome anche in questa lezione, gotto il cattivo restauro del sec. zv abbiamo realmente un docv> 
mento di età piii remota, cosi opiniamo che il diligentissimo comm. Zambrini potrebbe d'ora innanzi registrare, fatte le de* 
bite avvertenze, anche la stampa del Porri nella sua bella bibliografia dei trecentisti. 

La lezione data dal C. non h priva di mende: uno sproposito madornale è quello a pag. 36 dove è detto che i tcdeechi 

farono confortati con " confetti marzapani.... con tiaoica e mortmllati « e in nota * Tragica è voce mancante. • Sape* 

vameelo: e come no? ma no tragioa per troggca i anch'esso un vocabolo non registrato? . (A. D'Ancona.) 

21 



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204 



PERIODICI. 



D' A. pubblicherà per intero. — P. 372-405. M. 
Liverani. Lessicografia italiana. Utile sup- 
plemento al Glossario del Du Gange (ed. H.). 
— P. 406-430. Somma delle penitenze di fra 
Tommaso d* Aquino. L^anonimo ed. conside- 
rando che « le poesie del \° sec. cominciano 
dal 1107 » non esita ad attribuire all'Aquinate 
questo «tesoretto». — P. 431-449. O. Sforza. 
Lettere di Carraresi illustri. — P. 450-478. 
lìibliografia ed Annunzi. 

VI, 4-5. — P. 3-30. L. Gaiter. Sui dialetti 
italia7ii. (Fine.) — P. 31-47. Somma delle 
ptmitenze di fra Tommaso d'Aquino. (Con- 
tinuazione.) — P. 48-73. I. O. Isola. Leggenda 
di santa Tecla. Testo in prosa del sec. xiv 
— P. 74-83. .A. Neri. Una poesia inedita del 
proposto Lionardo Giraldi. — P. 84-122. G. 
PitrA. Otto fiabe e novelle siciliane.— P. 123- 
138. O. Sforza. Lettere inedite di Carraresi 
illustri. ~^P. 139-183. raWeW. V. Imbriani. 
A^icora di Cesare Bagnoli di Bagnacavallo. 
-- L. Scaraboni. I^ettera al comm. Z. in cui ra- 
«i^ionando intorno ai dialetti, pubblica due so- 
netti, uno in vernacolo piacentino, inedito, di 
un tale Scolti; Taltro in piemontese, dell' Al- 
tieri ecc. — M. Liverani. Etimologie di cor eli e 
*i dorelle (conf. jRo7Jiawt a 11,328) — Lo stesso. 
Note sulle voci pozzale^ ruscarola, bruscolo, 
bruscolare eco. — G. S. Cozzo. Intorno ad un 
sonetto del Caro. Nota alla recente edizione 
delle inedite di questo scrittore, pubblicata dal 
prof. Cugnoni. — P. 184-248. O. B. C. Giullari. 
Edizioni dì opere veronesi quattrocentine. 



(Contin. della letteratura veronese ecc.) — P. 
248-316. Bibliografia ed Annunzi biblio- 
grafici. 

V. BiBLiooBAPHiA Critica, I.— 17, T. Brn- 
ga. Retrato de la Loza7\a andaluza. — 20. 
F. A. C. Ensayo sobre los apellidos rastel- 
lanos p. Godoy Alcantara. —21. F. A. C. Hi- 
storia da litteratura portugueza. Introdur.- 
qSo p. T. Braga. — 24. F. A. C. Romania. 
1^5. T. Bragjj. Benoit de Sainte-Mare et le 
Roman de Troye p. A. Joly. — 27. C. Reiii- 
hprdstoettner. JHc prorenpolische Poesie der 
Gegenwert v. Boehmer. — 28. C. Roinharti- 
stoettner. Bildung und Gebrauch der Tem- 
pora und Modi in der Chanson de Roland 
V. M. Trausmann. — 21). C. Reinhardsto^ttner. 
Bibliographia daco-romana. — 32. F. A. C. 
Rivi.sta di filologia romanza. — 34. T. Braga. 
Musicas e ranroex populares rolligidas dn 
tradiqào p. Neves e Mello. — 36. F. A. C. As 
roQas historicas da Peninsula iberica \}.Cot- 
rt'A Barata. — 40. T. Braga. Cervantes y ri 
Quijote p. F. M. Tubino. — 41. T. BragH. 
Chronica da fundaoam do mosteyro de san* 
Vincente. — 42. T. Braga. Canti antichi por- 
toghesi p. p. E. Monaci. 

VI. Rivista di filologia b d' istruzionk 
CLASSICA, II, 4. — Vi. Flechia. Rivista dì fi- 
lol. rom. fiLso. 2o. Note all' art. del dt>tt. Ca- 
nello sull'origine dell'unica forma flex-Ho- 
naie ecc. (p. 129-133.) 



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NOTIZIE. 



Fra le recenti pubblicazioni fatte in Italia notiamo : una edizione, meritamente lodata, della 
Vita Nuova di Dante (Pisa, Nistri, 4o) a cura del prof. A. D'Ancona. — La 2* puntata del- 
V Archivio glottologico, contenente: Flechia, Postille etimologiche (al Glossario woden. del 
Galvani); D'Ovidio, Sul De Vulgari eloquentia di Dante; Ascoli. Del posto che spetta al 
ligure nel sistema dei dialetti italiani. — Li Nuptiali di M. A. Altieri messi a luce dal 
sig. Narducci, l'editore del Ristoro d^ Arezzo. È una scrittura romanesca dei primi del sec. xvi 
e ne daremo conto in breve. — Il libro della tavola di liiccomano lacopi manovaldo.... 
dal 1272 al 1277, edito dal sig. C. Vesme neW Arch. star. ital. (S. terza, T. xviii, 
I).^4», p. 3-S3). 11 testo è assai importante perchè originale, e fu segnalato la prima volta^in 
questa Rivista (p. 52, n. 1). — Di lavori lessicali abbiamo in corso di pubblicazione: il Vo' 
cabolario dei dialetti bergamaschi antichi e moderni del Tiraboschi ; — il Vocabolario bo- 
lognese-italiano della valente sig. Carolina Coronedi Berti ; il Vocabolario del dialetto ta- 
rentino per D. L. De Vincentiis; quest'ultimo, dice un giudice competente, (il Pitrè nella 
Hev. d. (/uest. AtJtor. XIV, 667), da non potersi comparare coi due precedenti. — Nel campo 
della letteratura popolare abbiamo: Bernom^Leggende fantastiche popolari veneziane.— Fi- 
tré, Lettera 2* sugli antichi usi e tì^adizioni popolari siciliane nella notte di S. Giovanni; 
altro saggio di Novelline popolari siciliane. (Palermo, Pedone L.). — Salomone Meirino, La 
Storia nei canti popolari sicilia^ie (nell' Arch. stor. sicil. f. 1 e 2); e la 2* edizione della 
bella Baronessa di Carini, arricchita di nuovi documenti. 

Dalla Francia notiamo: il voi. XXVI della Histoire littéraire de la France (sec xiv), e 
un Glossaire botanique linguadocien p. M. Barthés (Montpellier, Hamélin). — La Verité sur 
la langue d' p. P. Barbe è un' opera da appaiarsi con quella del Gamier de Cassagnac 
(v, questa Rivista p. 137). 

Dal Portogallo segnaliamo il primo volume della Historia de Camdes (Vida de Luiz 
de CamoesJ testé pubblicato dal sig. T. Braga. 

In Inghilterra il sig. J. Rutherford ha dato in luce un lavoro sui Trovatori: The Trou- 
hadours: their Loves and their Lyrics. È a deplorare che il giovane autore non abbia at- 
tinto a migliori fonti che non il Nostradamus, il Crescimbeni, il Kaynouard ecc. Sembra che 
neppure di nome egli conosca le opere del Diez, del Meyer e degli altri moderni che hanno 
t rattau > quesi' argomento. 

Dalla Germania: — H. Bischoff, Bio^raphie des Troubadours Bet^hard von Ventadotir 
iBerlin); — A. von Flugi, Die Volkslteder von Engadin (Strassburg), 12 canti con la tra- 
duzione tedesca preceduti da una buona introduzione ; — E. Mail, Li Cumpoz Philipe de ThaiXn 
(Strassburg), — C. A. F. Mahn, Gedichte der Troubadours; terza ed ultima dispensa,* — 
H. Oesterfey, Johannis de Alta Silva Dolopathos sive de repe et septem sapie7itibus{ — 
K. Philippson, Der Mónch von Montaudon , ein provenzaltscher Troubadours (Halle); 
— E. Stengel; Mittheilungen aus fyanzósischen Hanschriften der Turiner Universitàt- 
Bibliotek (Marburg); — E. Stengel, Li romans de Durìnart le galois (Stuttgart); — A. Stim- 
min^, Der Troubadour Jaufre Rudel sein Leben und scine Werke (Kiel). 

E pure uscito il fascicoli S® dei Ronianische Studien (Strassburg, Trttbner). Esso con- 
tiene: — 1) Chanzuns popularas d* Engadin a. Herausg. v. Alfons von Flugi. — 2) Der 
Ladinische Tobia. Herausg. von dems. — ^) Le Ranz des vaches de la Gruyère et la 
rhanson de Jean de la Bolliéta. Avec glossaire. Par Jules Cornu. — 4) Altfranzòsischc 
Lebensregeln. Herausg. von Hermann Suchier. — 5) Bruchati>ck aus Girbert de Metz. 
Herausg. von dems. — 6) Die Chansondegeste-Handschriften der Oxforder Bibliotheken. 
Von Edmund Stengel. — 1) Le pòlerinage Renart. Herausg. von Ernst Martin. — Beiblati 
von Eduard Boehmer. 

Abbiamo altresì notizia delle seguenti pubblicazioni prossime o in preparazione. — Uno stu- 
dio su Cecco Angiolieri (sec. xiii) pel prof. A. D'Ancona; — una nuova edizione del trattato 



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206 NOTIZIE. 

di F. da Barberino Bel reggimento e dei costumi delle donne pel sig. C. Vesme; — due 
poemetti cavallereschi pel prof. P. Rajna (Il Carduino e Come Tristano e Lancielotto 
conbatetero al petrone di Merlino); — una Crestomazia italiana (sec xii-xiv) per E. Mo- 
naci; — In continuazione della bella raccolta di antiche scritture italiane pelNistri; — Tantica 
versione francese del salterio contenuta nel nolo ms, del Triniiy College pel sig. Fr. Michel; — 
un poema ant. fr. sulla spedizione di Riccardo Cuor di Leone in Palestina pei sigg. G. Monod 
e G. Paris (queste due nella collezione dei Documents inedits); — una Chrestoìnathie histo- 
rique du franqais pel sig. A. Brachet; — altra simile pel sig. L. Gautier; — una nuova edizione» 
del poema provenzale sulla Crociata degli Albigesi pel sig. P. Meyer; — il poema ant. fr. di 
Kichart le bel pel dott. G. Foerster; — una nuova edizione di Joinville pel sig. de Wailly ; — 
una carta sarda, autentica, della fine del sec. xii nella Bibl. de VÉcole aes Chartes {V/Èt)- 
mania, li, 280, 381-4); — Una edizione critica dei Lusiadi pel sig. Keinhardstoettuer. 

11 dott. E. Mail ^ stato nominato professore straordinario neir Accademia di Mtlnster. 

Dal programma deir^ccadtfmia di filologia ?noderna pel semestre invernile 1873-74, re- 
gistriam.) i corsi della sezione romanza: 

iJott. LtìCKiNCf. — I segni caratteristici dei dialetti francesi antichi. 

Dott Matzner. — La sintassi della lingua francese. 

Dott. Benecke. — Studii fisiologico-storici sulla pronunzia francese. — Letture sul Cid di 
Come il le. 

Dott. ScHOLLE — Introduzione allo studio del francese antico, con esercizi pratici sulla Cre- 
stomazia del Bai'tsch (2* ediz.). 

Dott. Crouze. — Commedie scelte di Molière. 

M. Marelle. — Storia delle variazioni della lingua e dello siile in Francia. — FilosoHa 
dblla storia e della letteratura francese. — La tragedia e la commedia nel sec xvii.^ 
La scuoia romantica. 

Dott. Mahn. — L'epopea provenzale del Girartz de Rossilho. — Le poesìe liriche dei Trc- 
vatori provenzali. — 1 Promessi SjMsi del Manzoni. — Grammatica italiana. 

Dott. Buchholtz. — 11 Paradiso di Dante. — Storia delia letteratura italiana. 

Dott. Brinckmann. — Grammatica spagnuola. — La rida es sire no di Calderon. 

Leggiamo nella Romania (II, 152): « M. Ambroise-Firmin Didot vient dVnrichir sa ni»- 
gnitìque collection d\m précieux manuscrit proven(:al. Ce maiiuscrit écrit au xiv** si^cle, con- 
tieni, outre diverses pièces de moindre iraportance, un mystère iissez etendu de la Passio^ 
du Christ (qui est avec le Ludus Sancii Jacobi et la Sainte Agnes le troisième texw* 
dramatique connu en langue d'oc), et le début (1200 vera environ) d'une chanson de geste. 
evidemment calane sur un originai francais, qui contieni les aventures de Beton, fils de Beuve 
d'Hanstone. M. Leon Gautier a promis a la Romania une notice du mystère et du poéme.» 

Nel momento che s'imprimono queste ultime linee ci giunge una notizia che ci affrettiamo a 
pubblicare col maggiore contento. All'Accademia letteraria di Milano è stata istituita una cat- 
tedra per le lingue romanze, e a rappresentarla vi è stato eletto in qualità di professore straor- 
dinario il valente nostro coUalwratore , sig. Pio Rajna. È questa la prima cattedra assegnata 
in Italia ai nostri studi. 



GIUSEPPE NERI re«pontabiIe. 



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IL VOCALISMO TONICO ITALIANO. 



AVVERTIMENTO. 



Trattare dì nuovo delle vocali toniche italiane dopo la Grammatica del Diez 
e i preziosi complementi che vi diedero lo Schnchardt, il Mnssafia, T Ascoli, parrà 
a molti opera vana, a taluno forse opera arrogante. Inutile ogni mia difesa, se 
non mi difendono e le condizioni in cni versano qnesti stndii fra gli Italiani, 
e <;[nel poco di buono o nella materia o nell* ordine che potesse trovarsi nel mio 
lavoro. Intanto mi ò caro qui avvertire il lettore che se il materiale sembrerà 
abbondante è da ringraziarne il valentissimo allievo mio, sig. L. Stoppato, il 
quale con pazienza e discernimento grandi venne spogliandomi buona parte della 
Regia Parnassi: e possano queste parole d'encomio ben meritato confortarlo 
in quegli studii sul dialetto pavane, ai quali con ottime disposizioni s* è dato. 
Cito con «Diez Oram. » la 3* ed. della Orammatik der rom. Sprachen, men- 
tre per il primo voi. mi riferisco alla versione francese, procurata dai signori 
G. Paris e A. Brachet : con « Voc. Et » Y Etymologiches Wórterbuch der rom. 
Sprachen, 3* edizione : per € Schuchardt Voh, » cito il libro Der Vokalismus des 
Vulgàrlateins 3 volumi : con < Ascoli Arch. glott. » V Archivio glottologico 
italiano di cui fu pubblicato il primo volume e parte del secondo. — Per la de- 
terminazione delle quantità incerte mi servo dell' opera di L. Mùller, De re me- 
trica; e per la quantità delle vocali in posizione, del grande lavoro del Corsseij, 
Ueber Aussprache Vokalismus und Betonung der lat. Sprache l»ed,, che 
cito per « Gorssen > senza più. 

Per segnare il suono largo delle vocali italiane le munisco dell'accento grave: 
bène; per lo stretto, dell' acuto: créde; e la qualità del suono mi è data special- 
mente dal Fanfani Vocabolario della pronuncia toscana; e dal Cittadini 
nello scritto Dell'origini della toscana favella, ch'io cito mìV Opere di C, 
Cittadini ecc. ecc. raccolte da Girol. Gigli, Roma mdccxxi. Non trascuro tut- 
tavia d' interrogare molti testimonii vivi toscani. 

Vogliano i miei colleghi di studio far buon viso a questa fatica, e mi sieno lar- 
ghi di correzioni e di giunte. 

22 



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208 U. A. CANELLO. — IL VOCALISMO TOHICO ITALIANO. 

§1. 

Ài sognatori resta sempre naturalmente permesso di sognare; e ai 
dilettanti di linguistica è permesso ancora di cercare V origine dell' ita- 
liano nell'osco, nell'umbro, oppure nel sanscrito; ma i filologi serii vanno 
ormai tutti d' accordo nel pensare che la lingua italiana e le altre ro- 
manze sono derivate immediatamente da quel latino che s'intese nelle 
piazze e ne' teatri di Roma: latino che c'è rivelato abbastanza fedelmente 
dalle commedie di Plauto, dalle lettere di Cicerone, e in genere da tutte 
quelle scritture in cui era naturale si adoperasse il linguaggio comune. 

Questo latino riversandosi in onda abbondante sull'Italia meridionale 
e settentrionale y sulla Gallia, sulla penisola iberica come sovra terreni 
diversamente costituiti e colorati , assunse in ogni luogo sembianze e ca- 
ratteri particolari: divenne qui napoletano, qui toscano, là veneto e lom- 
bardo , più oltre provenzale ecc. — Ma non bisogna confondere le ragioni 
delle parlate italiane e romanze con quelle delle nostre lingue letterarie. 

La lìngua letteraria italiana consta essenzialmente di due grandi 
strati idiomatici sovrapposti: il primo strato è costituito dal dialetto di 
Firenze, quale si parlava nel XIII e XIV secolo, e quale tuttora in buona 
parte si parla; il secondo è formato da quel gran numero di voci e ma- 
niere necessarie all'alta letteratura e alla scienza, che poeti e dotti ven- 
nero aggiungendo, secondo il bisogno o il capriccio, al fondo fiorentino: 
sempre tuttavia coli' obbligo espresso di ridurle, qualunque ne fosse la 
fonte, a un certo tipo determinato. 

Lasciando per ora fuor del conto i pochi elementi che l'italiano deve 
al tedesco, al celtico, all'arabo ecc., è lecito affermare che il fondo pri- 
mitivo fiorentino è il naturale sviluppo della parola popolare romana, tra- 
piantata sulle rive d'Arno ed elaborata dagli Etruschi; e il secondo strato, 
la lingua dotta, è una propaggine speciale della parola letteraria di Roma, 
ridotta al tipo fiorentino dai dotti italiani. — Nessuna verità dunque è più 
vera di questa: la lingua (letteraria) italiana deriva dalla lingua (let- 
teraria) latina, 

§IL 

Questo vero balzerà fuori chiarissimo dallo studio della fonetica ita- 
liana confrontata colla latina. — Ma tale studio, per poter offrire risultati 
sicuri, ha bisogno d'esser condotto per certe vie che sarà buono di su- 
bito determinare. — Leggi diverse hanno governata la formazione della 
lingua popolare, e la formazione della lingua dei dotti. La distinzione e- 
satta dei due strati idiomatici, che si riscontrano in ogni lingua lettera- 
ria, fu tentata con grande fortuna in Francia prima dal Littré, poi dal 



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U. A. OANBUia —- IL VOCALISMO TONIOO ITALIANO. 209 

Brachet, in questi ultimi anni. Per la lingua italiana manca finora un la- 
voro somigliante sebbene molti utilissimi cenni se ne trovino nelle opere del 
Diez, e una felice divinazione di questi fatti si legga già nelle opere del 
nostro Cittadini. Qui tenteremo di dare un' idea chiara del modo in cui i 
due strati sorsero, s'incontrarono e si combinarono: e vedremo come sia 
in molti casi ancora possibile di nettamente separarli. 

Dal lat macùlam, che il popolo pronunziava press* a poco maclam^ 
separando anche formalmente i due sensi propri di questa voce i Fioren- 
tini trassero da un lato maglia (maglia: maclam = speglio: speclum), 
e dall'altro macchia (macchia: maclam « specchio: speclum): maglia 
e macchia sono pertanto evoluzioni popolari italiane di m^aculam. 

Venne la volta dei letterati che cercavano di nobilitare la lingua del 
volgo, adomandola di voci latine, ed usarono negli scritti macula (ma-- 
culare^ maculato) o per dire una macchietta, una tacca morale, o forse 
per esprimere più elevatamente il volgare macchia: macula ò una pro- 
paggine, immessa dai letterati nel fondo dialettale fiorentino. — Ma en- 
trato nella lingua viva, il macula de' dotti vi si fece macola, con suono 
più fiorentino (cfr. popolo, populum): maoda è il prodotto dell'azione 
combinata de' dotti e del popolo parlante, e però io la chiamo voce semi- 
dotta. — Da questi esempi risulta che le parole popolari giunsero a noi 
per una non interrotta tradizione orale, furono fatte cogli orecchi e colla 
glottide: le parole dottaci vennero per una tradizioiie scritta, e sono 
formate solamente cogli occhi: le voci semi-dotte ci, vennero per una 
tradizione mista, prima scritta, quindi orale: sono veramente voci 
popolari arretrate, che essendo vissute in bocca del popolo per un tratto 
di tempo molto più breve delle altre hanno sofferto minori evoluzioni. 
— Conchiudo con un esempio che ci mostrerà anche la finezza degli 
strumenti analitici onde va ricca la nostra scienza nello sceraere le tre 
specie di voci. — Dal lat. arenam venne il popolare fior, réna (e stretto^, 
come réte veléno da relè venenum (cfr. § IX; a): più tardi i dotti affib- 
biarono il classico nome di arene a certa specie di teatri scoperti, e sic- 
come essi leggevano il lat. arènam con e largo, arène chiamarono questi 
teatri. Il filologo trova infranta in questo arène la legge per la quale V è 
accentato lat. dà un e stretto fiorentino, e senza nessun sussidio può af- 
fermare che arèna non ci fu conservato nella tradizione popolare. Ma 
poiché i dotti, latineggiando per progetto, preferirono arèna a réna 
anche nel senso di sabbia, il popolo a lungo andare s'appropriò la voce 
non aferetica, dando all' e il suono ora stretto ora aperto: e in un aréna 
per réna il filologo riconosce l' azione della letteratura che ha fatto rivi- 
vere Va iniziale, e l'azione del popolo che ha ridotto Ve largo a stretto, 
sull'analogia del suo réna. — È chiaro pertanto che ci sarà d* uopo te- 
nere distinti i fatti e le leggi della lingua popolare, da quelli della dotta 
e della semi-dotta. 



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210 U. A. CAtlELLO. -^ IL VOOAI^IàMO TOHieO ITALIANO. 

§ in. 

E venendo all'esame delle voci di formazione popolare dovrassi cena 
grande cantela distinguere ciò oh' è il prodotto d^una evohiziooe fonetica^ 
da ciò che è dovuto alla analogia. L* it. fede occhio son nati dal lai. /t* 
dent ocìUum per ragioni puramente fonetiche, per dò solo che il fioren* 
tino trovò, a lungo andare, più comodo fède ecc. che non fìdem: maae 
noi volessimo ricondurre Tit. creduto all'equivalente lat. crediùum, net» 
l'ipotesi che l'accento siasi spostato, e l'i siasi mutato in u italiano^ noi 
saremmo in grave errore. Il nostro creduto è hotìù, non per wv'dvappo 
fonetico, ma per analogia, adottando la desinenza di partieipii fermati in 
altro modo, come stattUum absdvJtum ecc. L'-t^o di creduto tìon ò lo 
svolgimento dell' Atum di crediium ; esso è veramente un ramo sbnt^ 
niero innestato sul vecchio albero, mentre fede da fidem è un ramo no^ 
vello che il vecchio tronco cacciò fuori per virtù propria. — Ogni legge 
fonetica dunque dovrà essere appoggiata a fetti puramente fonatici, ren* 
stando riserbato alla morfologia lo studio del fotti analogici 

§IV. ^ 

Né sarà sufHciente il distinguere i fatti fonetica dagli amA^ici^ per 
entro il vasto campo dei primi devonsi trattare a parte le eorti delle vo^ 
cali accentate, toniche, e quella delle vocali disaccentate» ator»?; {loiefaè 
è facile vedere che mentre le prime hanno molta stabili<Uiael>]^a8Sare dal 
lat. all'ital., le seconde, meno rilevate inetta pronunzia, 8ono esposte a 
molte più Càuse estrinseche di mutamenti. -^ Infatti dal lat eij^qualem 
vennero le quattro voci it.: eguale, Uguale, ignaiefPurg. Vili, 108; eca^ 
(iguali), tutte collo stesso valore^, ed aguale avale col eeasd^idi subito 
(cfr. il tedesco gleich eguale, or ora). Qui la vocale- tonica >rè«*a iwva^ 
riata, mentre Vae, iniziale atono, percorre la scala e tua, eVe{m) 
finale oscilla fra e ed i. — D'altra parte la med^ima vocaleiatinasi tra** 
forma diversamente a seconda eh' è tonica od atona, ed abbiamo ftetno 
(fèrum) daccanto a feroce (ferocem), tiene e teneva, ^tTien^e oeniM^ 
piede e pedaùa, cuore e coraggio, olio e itUvo, tuono e tonante^ ooebio 
e il fior, ucchiello ecc. Riserbando quindi ad altra occasione' lo studiò 
delle vocali atone, fermeremo qtii' la nostra attoteiODe agli «viluppi 
delle toniche. * .. . . t u. 



§V. 



Ristretto e distinto cosi sempre più il nostro campo d'osaervarioae» 
dovremo tracciarvi alcuni altri importanti scompartimenti. — E prima 



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U. A. GAVEU.a — Ib VOCALISMO TONICO ITALIANO. 211 

c'imporremo di tener distinta la storia delle vocali lunghe da quella 
delle brevi ; poiché sebbene 1* italiaoo abbia quasi interamente perduto il 
senso per le vocali brevi e le lunghe, pur distingue ancora qualitativa- 
mente la orìgin^iria quantitbf 6: rendfì eoa fède il fidem ma con fido il 
lat. fidum, fido (verbo); dove si vede che Vi r^sta inalterato, mentre 
Vi breve s'ingrossa ia e italiano. E cosi dsk vìdei hassi véde^ ma da 
vidit vide^ da vènti vi^ne^ ma da veriii (peri) venne. — Per tacere 
poi di meno importanti cautele che dovremo adoperare nel cercare le 
scorti deUe vocali toniche, impoorterà. assai far attenzione al fatto che 
anche cella posizione esse obbediscono a leggi differenti, a seconda che 
esse erano per jiatura brevi o luQghe; e mentre da cùl^tum (agg.), cfr. 
còlere ^ deriva il nostro còlio ^: da, fur^umi ctr. furari ^ ha^si furto; a 
mòrto eoa o aperta, viene da mòr^uM»^^ cfr. mòri; ma inónte con o 
cbinsa, risale a mon-tem (cfr. §XV,flr). — Infine studiando le diverse 
specie di posizioni dovremo cercare anche sottilmente la influenza che 
sulla sorte della vocale tonica possono avere esercitato i &uoni attigui o 
4i vocali di oofìsonsAti, e sarà questa la parte più difficile a un tempo 
e la più attraente delle nostre investigazioni. 

§ VI. — I lungo. 

LvO0liifte$ec<^^ il quale io studio i suoni latini ne]la loro eyolu^sione 
italonfiorentina mal risponde al rigore d*una fisiologica ripartizione, men- 
tre invece giov^ri^, spero, alla chiarezm dell' indagine 

a) NeUa penultima sitla)^. aperta» iseguita da c^n^ona^t^ ;8cefnp|a, 
l* f hingo si maatieneriiialteiraio.. Esempi ci sono: gentile. ^ottil^ (subii*- 
lem} e gli altri in -^e «Pilat -ile^; vicino marina e .gli, altri, ^n swo, = 
lat ^tnum; drUi^o amico e gli altri ia -?<?o««Ut. -ìcumì cattive^ festivo e 
gli altri in ^iiw=« lat. -^um; ferito^ mslito e gli sXivi in riÌQ^laX*r%tum; 
fjshce fmirice e gli aitri in ^-ioe^ì^i^ Aeem\ udire sentine e simili v^rbi 
iir*tn^'«= lati ^tre; udiva sentiva ^cc, da aitdìbam ecc viwme cJi atfdièr 
barn eea *^ Abbiami quindi; spiga (^lomn), casfig^ (WftfgifUj, china 
f^dinat}, fiaiùi lino, pino, spino, vino, Urna, primo ^ sopirà J(s^sp^r 
mi), ghiro s(gRvem)^ ira^ uccido (occìdoj, nido, vite, (vitem)^, pila t 
wiae(nAsii), miso^ divise (divìsitjyriva (rlpamj^ scrivo (scriboj, vile, 
Pisa, eco, 

. JSo^zioDÌ a questa legge non v' hanno. Si cita carèna, nell^ . lingua 
dotta anche carina, dal lat. carlnam; ma non so allontanare il sospetto 
che carina altro non sia se non il greco xApijva (pi.), cima, testa. La suc- 
cessione ideologica potrebbe essere da testa a coccio, guscio (= lat. ca- 
rina), barca, fondo della nave. E al greco xàpijva starebbe un ipotetico 
laiinoi volgare , o tecnico, wraena carèna» come scaena scena e>\A a 
<tt»(vi|. Il suono aperto dell' e in carèna vorrebbe veramente caraenam 



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212 U. A. CAVB(.U). — IL VOGàliIBlAO TOMLCO rViLlANO. 

(cfr. § XX^b),, In messe par mise, è da acorgere, non la oonti&uaaioiie dì 
misity ma un*as$imila:&ioDe (cfr. § IH): al. partic. mésso e simili forme, in 
cui Ve sta regolarmente (§ VII g); f^osiin védde bavvi assimilazione a 
vede ecc.) e non un continuatore. del Jati vidit / 

Ci rest^ ii^exi..p^o «f» laL plsum, cfr. Jucclu peseUa^fadov. pesicoL, 
fr. pois,.basso-lat. ja^wn'fl presso lo Sohuohapdt» Vidi), H, 78,' e ne ten- 
teremo la spiegazione. |n questo stessa §« e* Lacongiuosione S6 da ^ non 
ha vocale tonica. 

Le voci (lotte e semidotte eonservano anch' ^se naturalmente^ intatto 
Vi lat. Citiamo per saggio biga^ quadriga , virile, esile^ omlot' ripa, 
scriba, liba (libai), parricidatclimay/^ndestìno^ indina (inctineU)^ 
sublime; queste,. ultime quattro voci ci si mostranoidi^ origine dotta anche 
per aver conservati i nessi latini d e bl^ che nella parole nostre pc^lan 
si mutano in chi- bi- o C7^ br^.. v 

bj V I lungo lat» pbe si. trovi oFiginariamente dinanzi a iiooàle, o ci 
si venga a trovare per T evoluzione italiana^ resta inalterato.-i-. Esempi: 
fia {fiet, non fiet, come sta nel Diez, Gram^ P, 146)^ %ia(il&um, greco 
6siO(;^; lidia venia sentia ecc. da udiva ecc.\udÌQ'mitrio(^audivit 
nuirivit nutriu(ìjt) che sono forme arcaiche; nfiUio (nativum)rraiio (er- 
railvum), rio (rivum) eca — Voci dotte qjMi wn a' hanno. 

e) L'I lungp, seguit9 4^ oonspn^inta, scempia, in teiczjJfiraa, si majo* 

culumX ^pig^lp (spìcfilp^m)^ pi^oUkrP^il<xOtagtìia (sìbHaiJ, scimiéL, 
cimioe, vipera, visHof (vtsilat), spirito, ridere^ iCioìmuiderefconifHirereJf 
vx^idcre„ strider^ ([strìderle q^ spif:ìdiève)^,lit>ero^^nicQÌ&^ deside^^afde^ 
siderat), rnicidio (homioidiumj eoe- Così nella terzultiiwa che sorge per 
evoluzione italiana: scrivono (scribt^tj)t ridona), idolo (ofrǤ XXII, a). 
Eccezione a questa legg^ sembrano fere; léùiea (litigai), fégato (fp* 
catum), artético (arthrìticum) ^ ségolo (siculam si(iam)^>sfégQÌa (^^fìn 
vulam, sCivam). Mft sarà facile oberarsi dei tre prioai; poiché ida litigare 
e simili forme in cui Vie s^tono avrassì ottenuto .prì^ia levigare leticato 
ecct e poi l' analogia avrà rifoggiato su queste: anche .l' etimologico li^ 
tiga in létioa: Ve per Ti: atono in.qjuesto tema. apparisce. già nel b. kut. le^ 
tigia per litigia appo Schuchardt, Yok. 11,78. — In f^goLto Q.afHetìtw 
l'accento è spostato, (^ficàtum da./ìcuw^r 'ap6pwxóc^, ^ la yo^al bioga 
sarassi pur qui modificata quando era. ancor atona. — Per ségido, stégola 
(anche stéocda^ forse assimilato a stécco)^ per il péso^i cui avemmo gifc 
ad occuparci, V élce^ acuì tosto arriveremo, io proporrei la segueate 
spiegazione. Yari:one ci avverte che i contadini dicevano speca ideila per 
spica vìl-la (jcfp. victiso vìnum); ciòx^he. farebb^ci ritener pr/eprietìk dei 
dialetti rustici latini Ve per Vi classico, are, ei. Ora è notevole il trovare 
in queste quattro voci italiana, delle quali jaes^uno vorrà negare la ruati- 
cità, l'esatta risposta di un è lat, (cfr, § IX, a, e), eh' è. L'^.stwtta ita- 



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U. A, OAVBliliO. — M. VOCALISMO TOlflCO ITALIANO. 213 

liaoa. Lo spago, estera^ che anch' esso richiede una' base stèvam per 
sUvantf conforta la ipotesi: e più la conforta la divinazione dello Schnei- 
der* Oram. I, 6&** (citato dallo Schuohardt, Voh. Il, 77), che ristabiliva 
il testo di Mario Vittorino, p- 2264 ed. Putsch, cosi: «et sica7n quae se- 
cat et ilieeni per e et $ scribenda », in hiogo: ^et sióam etsiKcem quae 
secet per e et scribenda»'. M* Vittorino ci darebbe adunque realmente 
sèoam, il latinista tedesco ci aggiunge elicem: e il rotnanologo potrà o- 
sare di proporre ai lessicografi un rustico latino stèvam , un pesum vo- 
luto anche dal frane, fmsi un glèrem per gtirem^ base del fr. loir, e 
infine un pècatn per pteam suggerito dallo spagn. peea. — La ragione 
deU' ^'per é m mitico ^d èlice si cerca al § VII, ó. 

Le voci dcftte e semidotte conservano sempre 1*5 delle scritture; val- 
gano ad esempio: sibila, incidere, recidere, libidine, eupidine, vivido, 
livido, civico, crimine, clavicola, linea ecc. 

d) In posizione latina, che venga distrutta dalle evoluzioni italiane, 
r/ luogo resta ìnaitorato. Abbiamo: isola fìn-^sulam vmlam, cfr. § IX, 
d)^ lira (Ubram)-, fis^ (fiooum, cfì».- flgere). 

Mancano voci dette. ' 

e) Parimenti nella «posizione che venga prodotta dalla evoluzione ita- 
liana r/ lungo si mantiene inalterato. Per la penultima ci saranno esem- 
pii: frigge (fr^gii), figg^, vigna (vineam), pigna (pineam), scrigno 
(seriniumjf tign^ (Hneam, in ÌMogo di fineamìn SeduHo, cfr! Vossius, 
ArisL 2, 39ì; L. Miiller, \Xte t^ m<*tr. p. 356: il vene??. tegnariÈeite tt- 
neam^ c|M»pt|6esser tebase anche^dl tigna, cfr.^§'VII, e), strilla Cstrl- 
dulut^ stfiìdalm}vspi(tà'^Ì^pm ^itca f^plcat da piótx); spirto, 
fsptritnm);ìDiàà udimnìa, peHfn7iìo Asl audlvimus, pertfvjimu^ ecc. 

Bccessione a questa legge fa, oltre il già spiegato élcé, fréddo da /rt- 
jirfMm, per il -quale non misodtìisfeno appieno le acute indagini dell' A- 
scsolj, Arch. gioiti, 2&, 22, 84 nota. L'illustre linguista suppone che 
frigido siasi foggiato romanamente in frijdo, con Vi abbreviato dalla 
posizione (jd), e in frHido, col g fogtiato : da fi^W sarebbe venuto il no- 
stro fpéddo. — Osserverò che l' abbreviamento d' una vocale per effetto 
della posinone,- abbreviamento che sarebbe già avvenuto nel latino vol- 
gare, mi' è molto sospetto. Mi spiegherei più naturalmente freddo da 
frigido friido frìdo, tm elisione della prima vocale, come in cuopre da 
eòperit ^r^coòperit (§ XVI, ^) o meglio come in vénti trénta da rl-pìn- 
tt ^r$*gftn*to tnin^t ecc. vvnti, onde regolarmente vénti {^ VII, g). Che il 
popolo iat. proferisce vtginti iriginta parrebbe accertato da quaranta 
cinquanta, che risalgono a quadràginta ecc. Il d in freddo sarà anor- 
gamcamente raddoppiato còme in stette da stitit. — Altra eccezione è 
mézzo lat. frntis, mitia i)ira=^\i. pera mézza: qui lo t fu abbreviato non 
dalla posizione, ma, come vedremo al § IX, e, dall'i atono in iato della 
sillaba successiva, se pur non è da ricorrere a un rustico metis per mttis. 



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214 U. A. OAHELLO. >— IL T&CAtf6Md TOltlOO ITALIAHO. 

Voce semi-d<rtta è affligge, cotrie dièe Yfl conservato. 

f) Per }a terzultima vale la stessa legge, e citiamo a conferma: /C- 
glio, giglio (tìliuìn), periglio (peridtentj, piglia (pilat ^piliàt), «eo- 
tricchio (craMculamJ, racHóchia (radiculamj, spicchio (spiculmn),'ca'' 
f>iechio catiglio (elatnouhsm, cff. L. Mflller, De re^nétr. 853^, Uccie 
(ftcium)i iriccio (ericiwn), lentiggine^ friggine (fuiRginemjj metigglo 
(nieridiem), fibbia (fibulam), trabiccolo (traòIcUlàs nel 0. 1. L. I, 577/ 
Mancano voci dotte e. semi-dotte* .. ». . 

g) VI lungo resta ancora inalterato trovandosi in posizione totkia 
che si mantenga nella evoluzione italiana. Citiamo per la penultima: 
fritto (frtc-tum, f vigere), fitto -ftssd (fté-ium, flgere), visse (vixit cfr. 
vivere)^ disse (dixit deixit), triste tristo (tristem, cfr. trlstiw nel C. I. 
Gr. 6B68, e nel Grutero 607, 4: sta insieme con trìtus?}; uiKèse'ecc. 
faudtfvijsset ecc./ udisti peristi (aì^visti an^iiìsti etudisfli eoo./ óbòe-^ 
disce, svanisce ecc. (da un obediscit ecc. cfr. óbedlre)] villa (vOlcM^.-^d^ 
vinum da vìcics? ad ogni modo cont), miUe (mille ^ are. meiUe), an- 
guilla (angutl-lam^anguìnulam, angutnus)^ siillu^ (stxtlam^ cfir. ^/t- 
ria: « Stiria enim principale est, stilla diminutivum. » Festo/ air^iUa 
argiglia giglia (arglllam, cfr. *ap7iXo<: argilla bianca/ cinque <]piirUo 
(qulnque in Grat. 172, 2, Qulnciilio ap. Henzen, /. Rom. 5970; ma Ve- 
timologia vorrebbe gwmgw^, cfr. itévt& itépbwcéc/ ^ ' ' 

Eccezioni ci si offrono in ^ieco f*^ obligmcm?}, tewia' ftinteamicfr. 
Unum), prence (princeps dir.primus). • ■ ;•,.•.. 

Riguardo a bièco, ptir ammettefido che )a sua beifié ^^m'Miqiium 
obtiqvumy potrasst credere che la uoee sia stata a^milata'a.^^ar^ 
^plicare, quasi btego per biegaio (cfr. trovo^ ferir ovato): e gkilverà poi 
tener presentì le forme sbie^io = Sbieco 0" brincio (in < bocca" brinda» 
bocca da piangere, storta), alle quali risponderebbe un lat. òbliffuìtem, 
con i derivativo, e allora V i tonico potrebbe èsserne stato abbtSev<a«:o-^fr. 
§ IX, e). — Lérma poi, col suo e largo, ci fa- sospettare una" bààe fón- 
team invede di linteam, e in Hesichiò abbiùriio appunto un Ximov; cfr. 
Schuchardt, Vok. Tf, 50. — Prènce prènze, fem. prènza, prànc^, 
renez. prènfipe, daccanto all'aro, prince e al comune jjnncipfe, proba- 
bilmente ci sarà venuto dal fr. prince, chesiJegge prènci'. L'è lar^o di 
prènce, sé non è un error del Fanfani, ci conforterebbe ancor pitì a 
crederla voce francese; ma potrebb' essere anche pronuncia dotta di un 
popolare ant. prènce (cfr. § VII, e). 

Le voci dotte e semi-dòtte conservano anch'esse intatto Vi lungo, 
come si viBde in: cribro (a^bnim), vibra (vibrai; cfr. vibex), migra 
(migrai), conflilto (conflictum ctr. conftigere)^ afflitto, vitto (viclum 
cfr. vìvere) ecc. 

h) Le stessa condizioni nella terzultima: argiglia (argillam argil- 
leam), miglia (meilia meillia), dolcissimo carissimo e simili, darfw/- 



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U. À. GJ^Ehl»0,-—lh TO0AJU8M0 TONICO IXiliIANO. 215 

cissimum per dulcitiS''SÌmwn, cfr. Copesea I, 212; udissimo e fiimili 
dii, <^ti(ff^<$mué? iai4i^c7if^^mf<^^ con aooeato ritirato, coma ia scrissero 
dissero {sotipsèrunt per scripsèrunt, cfr. scriba). 

Un'assai Dotevioid accezione abbiamo in lèttera da litteram lìteram 
are. leiteiTam^ 5«p ò varo .ch^' gli' etnologi più riputati raccostaiK> 
liUeiya, a linea; V3& ad ogoi modo anche da lìtera s'aspettava un lét-- 
tera'rì(X[ì}ètteru: il rustico trivig. ha W<era, 

Tra le voci dotte naturalmente con i intatto possiamo citare foì^ 
nkpsiasimo ece.^ equilibrio ecc. 

, § VII. I breve. 

Nel fare la storia^ delle evoluzioni italiai^e deU* / brem tonieo latino 
seguirò la yia tenuta per l'Z lungo: ]e eingole lettere richiamano con-- 
dizioni già,e^ost6 addietro. 

a) Jtormale risposta è unV^ stretta. 

.Esempi: lége^ (Rgat), fréga (fricat)^ stréga (strìgam)^ dilegua (dis^ 
Uquai)^ pépe (ptper), béve (bibit), néve fnìvem), ména (mlnus^ mìr 
no SLVC^^uco), sémf> (sìmU8 per sumtis), séno {smumj, pelo (pilum), 
vede (mdfftj, séte fsìdmjy fède (fidemJrVéce (vicem)^ ^éee (cicerj, 
péro (pirum), péce (picem); arcaici mn^ léce (Hcet)^ sen (stnej. 

Eceezioi&i v' hanno qui di daa sorta: o perchè il suoao originario si 
mantiene, o perchè esso procede nelle suoevotuzioni più in là dell V stretta 

L7 si conserva in sito lat. sìéum ma i nostri vecchi dissero anobe seta 
« odore )►, e a Lucca oggidì dicono ancora itt^s^a per odora (ofr. Fan£ani^ 
Voc.u.4osp*); — 'ivi (ibi) sarà voce semi-dotta , dicendo 41 popolo vi, o 
ci, o là, e. in, quivi da eccum -h hic •*- ibi, V i tonica sari, il succedaneo 
dell'I di hic. 

VI passa invece in é e quindi xa é ié, confondendp le. sue evolu- 
ZLiooi con quelle dell'S originario (§ X, a) in téme (timet), tèma (timor) S 
inrsieme (inr^tmui), ghèra ghièra vièra {viriam^ vocabolo* col tiberico^, 
piega (plicat)^ are* nieve (nìvem). — Àophe il valaaco, cpl suo teame'. 
parrebbe ripbiedere per base un lat, volgare tèineo per timi^ a (?ui ben 
risalirebbe il nostro tàniQ; per insieme abbiamo in Plauto, 4ui?^i' IV, 3, 
2^ w iTtrsèmul, al quale facilmente ric^n^urlo: pièga, da per sé, potrebbe 
stare per pi^flfa(§ IX, a); ma lo spagn. pUegp sfugge a questa dichiara- 
zione, e insieme con nieve, ci fa supporre^n^l lat. iVplg^r-^ ^/ècar^ nèvem. 
Siccome, del resto, nieve ital. e sp. potrebbe risalire alla ba^e del frane. 
neige, eh' è niveam, cosi non sarà iuutile osservare che in tre su quat-r 
trp di queste eccezioni (-eterne è regolare da shnul) v'è un % (e) che 



1 C<i»> ti pronuncia da niolti, ma il Cittadini , Opp» ^\^\ ha UmO'. W Fanfanl, n«l Koc: H., 
non sego A aleno accento, nel Yoc» d> pr., ha ìèma ecc. 



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pr^uca Ì4to 06llai.sUlafaa jsusfiegueotfì ollab tùnica. -^[Sqtrebb^qnù^'dto'jigf^ 

giungene.il poetico stéla, ma la base^sairà piii:£sioilineBte>$ty)uMt»(§>XlX;^ 

Le voci dotte, fatte^ cogli occhia rifnfoduooiDo la 8crittiit^latUiaie'0AH( 

Gfarcjti viffe (vt^tj, are. h^o/trtìmm); ttó te «ml-dqWe metterémoMto* 
pUn} e am^he ct&a (cìbìon): resterete sohxa-yedeF^ sa T^are^ gébo; \ztìfa) 
Caprera, £oBae alle volte up doppióne di <»&i. Gli' bpagonudii didond fuio 
lUer^^Oi betcp; ntoflCtoae, Scarne (iàeoondo<il>Cov£lm}yiaigv¥^Ppo{l Dtei^J 
VoQ* eiimélì?!, 114). ;U^ per ^.nonfarebl»; difficoltà < potendosi ^IciiiwaM 
«(me pronuncia dotta d'un popoIaflfa.jQr^&o.. Vedi più innoDei; sotHqi^j • ì:'-" 
r.^b) L*/'raata\ inalterato : pio^ .prixi^fprtu^ via, ^tria (sùfi^tam/i aUé 
dèa dito, f^ di{diem)^ siw(sieUi^niàa:.(^ 'i:) .^I 

>. u Noa diversamente nelle róci «dotte i^&tlbk, jmHbi&y^ /i&»o;8a;^teofai^cmii 
^'tCt/iTietH^ yo<é«8dùetUiAeiitoipopolàavjva3e'aipcbq<qBÌola i^|^:)Ut^^^ 
i|^>^y tuttfityia i stlQinAflUaoeqti hanno! pòthto ftalora^donsertobe vO'ifi|ni«l 
9t2ì[ni»^r iiì mom : priaùtlvow 'Atrt)iain0 « .dà^Jl^Wv^egubidìI bsen^is^ oih^t»^ 

9i(m(A<Jh{s^rmUm)^ bìt^ (imclpere)i\ Sifo«^tf^f5fcìM 

l}9mwt)^. ^^mw^fio^^ ^poniéfk^, .oréfice, ^parfé€y[)eemì^ pcoftiefiee^ i iàrìioi 
s^^0it^ Cfìcitmni^i.péflola (pieulamj, impecia (^mp^eaùfàndjàfìlUift)^ 
védovak{vX(iìifLm},^ béveì^o are. bivaa^ffiberumtiK'Si^k^ 
l)u'4i§c4ipfxlQi3iV<i^ d4soipok>i(disffìpidum)^.^ùj'sélioe(sì^^ jàDo.^àSi^ 
quff, (^Ii9i/Mnj\ w(ìi)pe^dfiQo{paaifietint^ eca^e cosiv^dire óiillacterB^U 
tima che sorge per l'evoluzione italiana: pévere (ptper)^bé^'<f9W^iÌA 

Qmi^\fy,^ bella «poata di citajrp e«e^pi sullo, stampai di :<t3«n<f^t^0(^^ 
Qre^évoli^^ ^rc. cotruttévole ecc, perchè ;8u que^i potè.opettwaipii/l!'ffe?> 
n^logi^ Qhe ,nQn lo «viluppo ^oneti^so (<^fr. § ,XYIIJ), ^mk in^ip^siMi^i 
cr^qfijt7tf,^pc. sono, da ravvisale voi^i.d' origine dotta, x x :^ ^ ,, ', ^^ 

Sonvi tuttavia alcune serie div voci \n o^ Vi originario, vsfi,.flWintóBiw»ò 
conjje v^eifTOtì ayyenire^dipaJwi,A voc^e.Xijtiafno; v^Q^v^tu^i^prtn-^ 
;sfOv.^f?rt)fgftV^/A-<Tt?J^fw;^ i^jtwjti.i.mqiiM^^isQwU m^^iim .^.'niffi^ 

difficile (difficilem), possibile ma are. possevole {pQ^^iiUP(k} n'^^H^ 

(si.^^^ìl^^.i^(^ (4rm(imìh^mim^.^^ 

a^Q^^^e^l Re§S(0,,t^f\v .-^pm^vÀ^M^PQ^ fi qvwiev^n^^tii^^tte^dU^ 
tipniicp^.c.hj^jtfiqdciv^^^'ingrG^s^Ffii Ì9 <^i;Junj^ s^til^^aw^!pai:t^ 4i^i9immh 
e'pi^^di^yei^ta beif .i9)^rtQ qifaa4K>sv,badiral4eodi8r-ne foi:iue.fioiranti)9e; gx^ai^ 
zia riputaizione e simili. — Anche negli esempi della seconda a^ip. s:^-? 
remmo tentati di ammettere la stessa influenza dell* i atono della sillaba 
seguente; ma non saprei neanche liberarmi da ogni dubbio circa la loro 



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n* .A.! cmxtiftai ^ ii< to«jil!8Hd tokic* i^a^iano. 219 

8f^9tUj cu*i0ÌU6'ipdp9laTeviob'òiiBolto >iQ^ in ispeòie^' pérrnm^ta^ 
^li£Sni(é/itf^Ó^(ido;'mtffdflcl (popok^ ètmveeo «ltA^tA>mùe<éa)i< S «tra* h>^ lesoci 

8eiQ»-da(tteiandnk:fofWinìe^ ool^rmtoc^ '' . ' 

. . li^te orar Ja fieaQilda .sp^cie^^ eocezion^allaMsqn&^ianb lati 9^^ ^'tt.« é..^ 
^moQiin' )$eiMio opposto «^ qiidte or ^orà studiate. Abbiaìw^N: menomò ,> c»^ 
(^«Vsi::(^(piiMm^Amyii ^nd^iefsvaitCc), jSMisi^9^af0iti9f& léAiùfdèH^ 
«Mqtftficir^ ttttanriÀ:l)iee',.V^ (fecondo soglia il 

^mA ìVoquipr^ torci). f*r-'GoiAGnY^€aKy^to%te> i§^^w}b); Yéitoìièìa 
MJBiB^k>t&sjK)^i}bqai^ta9Ìeò>Iatibo£'saT^ valere ^ìn que^ 

sti eseippbri^ttaQiMsdi ba^ilotfno^vaigBafic(fai]eimdniniMi9i'€^MaKiifn^^9 
ìi» f]p«ixatt»Jefitar^pQrc^^ni$rj3tfvail!^^ ptsu^ltoif'A^^ttifò^iis, 817, 

aocifSf^.^^iWk»stparo^\ non fiur^ atcasov esèendior Tòee st0aii1«ra,v<yl votano 
glisa}ttiVfta^o;ies09ipi^<perji qvaiicprqpolimiia'sdgtieiyte^ splid>^a^ione. 
Lififìti<B> (xiiaivito^ificK'i» tìlpo \ dfìU! itdiaiit) ^ potèio^ve ^^óéteM^^i 'tHénimó 
(«osÌaÌo sdgua^il Raidl)^ ^^d^,B ftarsé ^zi^ié^. Qw»te(vt>oi>mti^àte'MUtt 
lit)gaale4t€K4RÌa< furono diioàiitioate dalpopok>: é<}uandòf)dtineto i'Vòcà^ 
boléìriipti'a ht T.in'veqtaifia ctei sostro tesoto liDgtrisitìcdv'^^tioir^peYane) 
piàv'GCJÉiiyftS^^iìe v4o9«3se .pfcrfbiire k>^^, ep&rò trattarono queste TOciV 
Qtrmaivftràaurd ^all'oso Vivi»^ o<|nM .vocr<latiad, e iimgDar5ho a^ p)\>fitm^ 
2Ìàr^« àètùim.peusèftco^ 'eco.y oosl eone- prdf(0rivano««ré9mv i)^'i6!^\^V ^^-^ 
^rtNi£>.6Qc. ,Qo6ste YOQc ikusoKDtuav.alpaPi ii^uTtèiii^Oiéiio^\^pÌ'éiMoé^ ^fev^A 
;2;Ste(flK)Dl0ffirirab^ea?o attpoy a mio s€I|ìqdv. semon pjconi4n(?t0 ^iMf& di ìm^ 
ii(8te^V0Giì^KypQ^^ /\ /" ''-. « . j '•^' ■ >«;) i. -m 

Più non ci resta che vedere le sorti dell'? tonico, terzultittt'ól/ifèllé 
votoi dotte e Etemi-t^tte.'Qtieste toci, ftfttecogfi ocdhl, nattìralrnetite lo 
»#tìa*oUtìl*ttòi, cétìlb tì ^tìd vedei^e iin: esplióUo,'Uciló, libito \ ^ét^ 
^péé9(&^'coàpièt6ò,\'^f'ècfiptte, pàHbolo/^p^ vèMbolo\ pihklix] 

pestifero, ff^giferó, imffnifiei),''pà'éific&; lètifkà^'(ldè(x1téàì}yìi^idy 
m^ò;'hi>pede\imido, bibita, ^molà^ce. " ' '-' "^> ì-'ì-um i/.v>< 
-'' • Afcdne Si queste* vloci' cVW'tìtai' tome diktè' sofiirf'ohtfd¥,'hiérc'é'1a 
óoftlirà\ %tttralé ahèh^'Wlla lihgtìa=pf*rI«a;'te'^rtó^^rìfeèhtòìià'^P^ feSeftl, 
otela <Ìiv^tìt8irK>^ Mmlndotte: tali isono uift)^oì^difitW''pMtd^j(lzi&/hM 
bile per iurìbm^a. ■ -" \ ''' ^- " «^^-^^'-v a«-/--\\n.^ • V>,V ^ 
-s ' d} LTAfeif^^strettav cenne ài v^e^ Itti y^éh:>'(7l^ì%%iy^bàWàitnò'fbc^' 

d&V tì5((Cto òìi«<i(iSa), '^rÀedéMUnd ^bJ^iMéinò (htèMpHiniitìni, "pét rAetipsis- 
ài^^^im;éVi^}W'mèt^pìié, ^éeVtfrì^W (!(èé^t6% g);i>éi>èr^'fl^brhm): 
Hfìi-^aWt'fe6topÌ(>J aitìtìortói dff: attesto § sotto ifi'^'CJohè'làrfeò'tfriJ^f?^^ 
crd^ma dà Mvt^^^ft ^/pfatxa^ ìinzioner e'^sàrft'fbtàié'p'rclhunfeiW tìfotta' df 
Téoe'pèpo)ar<é. ' • *" ^ ^ ;:■-■., m- -n* .u/ i'mi .'>«^ .^ •>> •. • 

' f. . . . ' , f . . • . f < 

i .. ' . ' • V ,,> . . ■!. J. •! ' : I ' '■•'^i' •• • ' 

'l t^tK hi ftitlo Aft^^iffi dOTersi |»f«mifrcSferé iVCittetdini, Opp. SOI. 



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218 U. A. CANELLO. >- IL VOCALISMO TONICO ITALIANO. 

L'i si conserYa intatto nel volgare toscano pigf^^rp . cff.^ .pigi^if ^d^ 
pìgrum venez! pégrOy.è in mitera da mitr(;im\ ma^ q.uest' ultjjpa ^à 
voce serài-Klotta. , • .. ♦ t /■. 

e) L'esito norpale, é. Esempi ci sdXdSino:,giv^té:i9Zq^ym^lléz^fjj^ si- 
mili, che risalgono a forme in -ìtiam; vé^zq (vìtium)^, canéiza (cafih 
tium capitia ^\.), haliézza (baptizat), tose, gqllé^sa f^ gallìcicif}}. ofxx pipi^ 
Voc, et. P, 233^, sembra (siynilat ^simblqi/, Tébro (Thiìfcrim, ^ .^cìjie 
Thibrim), marémma (marttimamscìloìcamj, gi}ì,épro ginébro (jf?/n(R*-; 
rum)y vérde (viridemj, nétto (n^itidum), réfido (r}gidum)^jcé^tp (cÌtojiì^'f;4g\ 
go (video) ecc^ Davanti aila posizione ital. -jjfnr T esjto oscilla, fra .^'ecji 
<, 'avendosi Sardegna (Sar^niav'^)i ^retj c(j>/m(^yf^fl(^^dac(^apto..a .colmir^, 
gno cornignòlo (ci(j(rnineum), stamigna (stam%^eafn}f gramigna (S^f^r 
mineamj, sanguigno (sanguineum); e qui pgitrà.^tar©, anche .(^Qf/ft-» 
neami cfr. § VI, e). Ma sanguigr\o sarà, voce .semirdot1;a,. e quindi, x^^ 
concludènte. Certamente si rivelano anche, qui gli effetti d^l, nesso xjpa^^f- 
tile, come dice I^Àscoli, ossia infetto da i^j(gn = r0J..:YT^est;^ }^ 
ìdiio stravizzo ("Vtti^nt). _. ., . ; \ v> ;. \-\ \'. 

f) Esiti analoghi. AbWamo: orécchia (aufic^lq^rn (iì^Y^Ql§p%)^,.péor 
chia (apióulam), pennécchio {*pentci4um cir^ pen^i^^^Jf.<^l9pé!(?ch;ift. 
(capttulum capìchir/ij, sécchia (sÌtulantsÌclani)^cernépQki(x(di^r<ie^^^ 
culumjj tose, còlécchiq (cauUculum)^ ìécfiio (iUceMpiJi^ y^cia/v^cias^^ 
cortéccia (corttceam), ladrqnéccio (l^troctniwn yer, mei^t^Jg^ronì-, 
ciwnj, véggio (vìdeo), are. inneggia (invtdiam), corrèggia. (iiorlgickt^i 
reméggio (remìgiiim), schéggia (schtdiam), véggfiiq (vìgilatj^/t^é^, 
ghia (strtgilem); trébbio (tìxvium), trebbia are. tribbia ((ì^ì^t4fatj' 

Ma nella posizione palatile "gli" (= Ij) Y \ si mantiene; ^d abbiamo: 
consiglio (consilium), famiglia, ciglio, meraviglia (mirabì^liaj^'^ir 
glio (mi\iumJi, somiglia jC^similiat); e anche origlia (Jqv^i. *ì3[m^'ìSc«- 
lat), ventriglio, ma pur ventHcchio (ventricidum) ; quindi, $trigl(i^ 
(^strigilat), are. vilia = vilja^ (tiigìliamj, . ..... , j 

Se si eccettuino végtia (vigilat) e stréglia, e l'are. or^^K^^ ohe, 
sarà forse sanese, vediamo qui che Q nesso -^gli- hs^, \ai virtù, d^ipan- 
tenere Vi primitivo: anzi, ben osservando, finche veglia ^ ^ètr^glid fo^ 
Iranno entrare nella legge^ poiché essi saranno discesila vigilai strigil({t 
non attraverso vijlat strijlat (di qui è invece striglia), bens^ aittravcrsQ 
viglal sirigtat, essendo caduta ìjl i atona, quando^l ^ avjBV^. il^suqoQ 
gutturale: e davanti al nesso gì ben potè svolgersi T^'ital. daKlat.ì tq- 
nico. — te due fbnrie popolari fiorentine gracchia e origlia (yerl?Q) ci 
danno chiara la propria ragione di essere: la base auriclai si M^or jfae^ 
da un lat^ in auricljat orécchia, dall'altro in oricljat ori(/a. vC^e a 
Firenze poi il l complicato si trascini dietro in sottil filo di i, è prov^to.d^ 
forme quali ailtro sailgo e simili. 

01 trecche nella posizione italiana -p^i-T? si conserva anpora in pi/Wa; 



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n. k. CANELLO. — IL VOCALISMO TONICO ITALIANO. . 219 

tìiàTà'èató voce de^ medici, con l raddoppiato dal popolo; e nel già citato 
ì^efitficchió, cte farebbe supporre un ventrlculum: è la quantità in 
questa fatta derivati non è in generale molto certa. 
■' '^/In perfetta analogia abbiamo per esito normale un é. Ricordia- 
mo: vétra fvitrùm), négro (mgrumj, ségno (sig^ntim cfr, sìgillum 
dà si^nìitumj, dégno (dig-niitn cfr, dìgnitas secondo Diome^Je p. 470 
ei *'&eil), pégno (pig-^us cfr. picare tingere, far un segno), cérca 
f^)*ccti da cireum cfr. rXp%o<;), vérga (vir^gam cfr. vìrerej^ capéllq 
(hapii^urri quasi capit^-ulum), éntro entra (intus in-trat cfr. in^ èv), 
nérrìtìù fnlm-^um cfr. nébuta véyoc^, sélva (sttuatn.Hor. Éppd,, XIII,. Ij^ 
saétta (èà^tam: sagUtis ih Plauto, Aul. Il, 8, 25j, détta fdic-ium se- 
cónda A. Gelilo, AT. A. XII, 3^, strétto (stric-tunij cfr. striga strigilis)^ 
fisid (fts-sicnìy flnderè cfr. bifidus e il sanscr. 'bhirìddp^i = io divido^, 
sécco fsie^ufn, siccare quasi s ideare), pènna {non pentìani ma pinnam 
dà p^-^arh cfr. petere), métte mésso (mittit niissiim, cfr. Corssen, II, 
3Ì6), créspo fcrispum cfr. Kptaircx;^, capèstro caprésio (cajpistrum ctr, 
capti-), désco (discum cfr. Stoxo^^, mésce (miscet, cfr. jit|t<; e lUifjipt: i 
dispàreH dèi lessicografi Intorno alla giusta accentuazióne di queste voci 
greche devono cessare dinanzi alla risposta italiana); registriamb quindi 
esso ésto égli élla e i composti quésto quello ecc. da ipsum istum ille 
tUàfhy nei quali lo i iniziale, lungo per natura^ fu però i^tìbbreviato nella 
pi-onuticia popolare romana: cfr. Corssen, It, 76 e segg. — Cosi il suffisso 
-fewcòi;;<5onfòndendosi col ted. -isk, diede Tital. ^sco: princirfesco ara-- 
dèscó'eeà.; ed -t<ioa, forse dà t8 -f oa, diede^ -èssa italiano, come ip prin- 
cipéssa, dottoressa ecc.; infine -ta|i/J<;, da tSn- [lo^^ lat. --ismus diede /l*it. 
-^snio: incantèsmo cristianesmo ecc.— ^ Cosi abbiamo hattesnio cresma 

(§vir,d,)' ; ■'•"•■'■.' \ ' ,. 

O ci resta il difficilissimo compito di stabilire in quali casi Vi tonico 
si conservi nella posizione latina^ ^ ' 

Facciamo dapprima la rassegna del fatti: pinge pigne pintó pinse 
(pingìt ecc. cfr. ptcem picare segnare/' Unge tigne tinse tinto (t%ngit 
ecc. cfr. tSxifft) bagnare, tingere^; finge figne finse finto, (fingit ^cc. cfr. 
ejfìgies figura); stringe* strigne strinse tose, striato (stringit ecc. cfr. 
strìgilis e (ytksr^li^); cinge cigne cinse cintò (cingiti così ifan supporre 
la risposta venez. e alire italiane con ék-^ vengono quitidi Ztn^u^ venez. 
léh^iia (linguaio cfr. ligula), vinco (*vincwn cfr. vinca pervinca che 
àVrà' lò éteséo tema di vincire); tinca venez. tìfnca (t\nc(^tn ?)^ avvince 
cofitince convinse convinto (-vincit ecc. cfr. vincìum^ cìqò vinclum in 
Corssen, li, '239). "'^ ' \ ' ' .' '[ 'W''.!* -!/•*/'.'".'. 

In' tatti questi esemplari, fatta eccezione per i còptinua^o^i di fingere, 
fi venez. dà un é, normale risposta dell' i tonico latino;. e il dialetto di 
Siena s'associa al venez. in alcuni esemplari, quali: venqiare,^ conve^ito, 
fenlo, pento (cfr. p. es. Bandi Senesi II, 236/ La causa che ritenne Ti dal 



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£20 u. A. 4AirBLtiO; ^ fL ^oOAfijfsito TtHntrtr ItiLiXNó. 

volgere ià e/potèvi^àsdra Miu&iin'Uii«tl,q^esti'éé^^(dè9'^é#foi<^^ 
ecMÉÌisiefe wl nesso di n^còtopKcatà <ioti if; t,t,^, d^jrtii^sfeìttplièetntìite 
tìtm gtfttoradé cfce VòigA^ a' non volga «i^ pftlatìtìà^: ptótìhèt i ^i Mr A^^^iiMWià> 
v'è in origine un ne dopo Vi: slrincsU'^ééHiiet'età:Eii^eitìi^^^òi'téSi 
'fatto po«ttftiTdrtrémri-{,'06tóà* Uà sJuéw6tóèitoViV^^4ft»nil Ibi'^ è 
«liiaHto,'o)tndoeliè d'alia ^erky dhé citei'emo'ftl^'XIIt;^^; nhcii^'dilfé^ìKvm^ 
traacèài-! feihdf^ {fingere "^ fèndere frìntfèi^^ckntpeHtt^^ 
.L\A$0oli li«'^tato hetì Bt>tare na eguale' éSettOiI} ^ué^tb^'^tìiili^^ÌEiàài 
me' dialetti 'ladini: ótc:Aroh.glòmi.lY76i2m, 46l,4fi»,-Wrì è^Èm^ 
chardt, FoA. I, 472. • ■• ' " ^ • *• -. *^ '•= '^'^^ • ^ ^uv''>'''-vV'>'! 

^ Ma i^ccifti di i tobico cofiserrato tkm i' à!^re&tiat)o {{tiiV àbKà^'àn^ra: 

ministro (ministrum cfr. minùsj, sinistro (sùn^ruiii}, Kifcrf^f«Wirfa>fa 

ifionotwei' fatte dal 'fo^&/ e' ptgi^o^ ìàcfi^J'^^gherh Yptèf^^, '^i^- ^^^^ff^ 
iàa(;n&>pé§H>piti qtwfei 4trttl ^ueétì esemplariv è fcertd iti q*élli"febg^ò 
ìfK^bieitàtI]^nt!a pop^Iai«r, f^otè\il «eis^'di ^s to^ibata Nèstore il^'i'(éfr: 'in 
irót{aftt);'itqbftte^^altò\iÌ*suofìb «ti»io!o^cof, bòtùè \?édètóiib aVVeniì^è -ù^ài 

'M' dM«flueiii»'d'titì i o^efilstéritè o- latto èoj^ge!^ ial nésào dèfta i)òaS- 
«loflé 8p«fiàlevel'^egà antotìfe 'éntt isefl^le dl^^seezfotìlff órdRife^tìttò^òii^ 

•^$fa^fflV^Ìsmn},méÈtfód J^mk^tióùt};' Camera' fbàÌist(M '(»:^ffcaOJ0*^, 

maèstro maèstro fMaffMrtmì (Afir.'*ffiaffU}',* Épègne; spèik^e\' spento 
.ftei?vp*r^ *3^ In^uièstì tdtA'Vi affilai che a^blWà tfòpó ÌVf/ré^lare 
Tiàikrce^atQBo AA 'la^.i,)G^Ò iti «0fìBò^dtì^mi)ativo;^-^ M^'ììè'só^&kt&^ iìél^ 
ti'awj^^wde |^r.<>WiìY-s'*^<wtf^^ aitim^teref . piif VoIenfiéH «na jA-ftlunSfe 

dotta di antìoW*i)dpolarf;«©tirfn«i^dè; Itf feHxy>'di«7tf^Botoé<«*a^atìl\tóo 

vivo fiorentino. 

Un è largo invece dello stretto 'cic occorre poi in uccèllo (avìculam 

avecillamjy suggèllo (sigillum = sigìnulum), vagella (vacillai): e qui 
!stisiilù/'av)iiltò prc)btòìthéiil<)ó^>«;aY}gyAog^àt^ ^xx^^M Hllnwè'^m ^^llum; 
-MttdtihBàii /^if)rvdà'^(^iGf^è' rof^fifótit^simnatsio^ a ySA-^nfó^ fÀt:'^/SH- 
^«dt&IMi resta» ^6ni^ s{ttegÀ2ion«^^^^^oiti^ o^'^p^m é^: tefiipu^, di'l^òttle 

^art)aOTa>'àreafewv^d>^oil»a»«W*<?>tò:-'<» .''jl.Mt^-i.! .-u./ •:•.■•. j. .i •• il ♦■..;■ ni 
rt ir 'It8'»ro*iì0tt^è)!lei3«ttid^€l i«Jaserv'à«oJ>ln**attilféasi'rf'deffa-8erft- 

. bJ'flàtajK^ pijrfva- -dèHIaijpoca • ouUura ■ popotef e^ rtkHdnay ,» mafe'gw * hóf^i^o 

1 IlDiez, VocU. Il*, 69 ha mille ragioni di adottare V etimologìa proposta dal Muratori. A 
• '•Ìr*£tt*:»(Mf6l^laHkttg^fttd^«¥6U)«t!«^<ll|ei*i'per<k^^M^(*fè<At^ 
Vo€. u.,fOI«r. 5. VjJ, ^.pbe,.n^ollji,Cfop^cji dj pip^ C^p^g|ii,,^if»,l;?7l p. %(J4^|«g|;p8Ì; %^^a(|i)^la 
levarono dalle porto dove erano 'intagliate e dip^.nte: ponendo pena a chi le dipingesse, o !«• 
4i|>iot0 honttt* iftì^nHUi*^ ''".■.'■.., i . .'.-^ ■ ' ' .■• . .*-. 



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^v À^. T ^4K9{iM^ >*- ih v¥ihhì»m TOV4C0 • ii4J«uN0i aei 

i^lte*%ìigUf.'4¥*ipW5.pQii^^^ fmalignmn c6t. male), 

irf^'9^*<9^^^r<> ^< I^P< séffnQ'o^^ifi^éifn^^itmffnpi fl/,diìscQ damante 

(eptscopum, ctr.hci), péntola: vedi sotto. ^71 ,1 Auf ,.tlp;i. 

Biofi»?ffiRftM5l'fr^i«Wrff»^^ 'Paffete ?^g^©*«i^ ^tìwrt«, i^wjrdn«?<;*ertn- 

i»ff- ^9fifeWtt^W<*iirf>**ofe?)i<9b€> .vepri» d*i;>><?<!Mtn*piwfcrft^r(p xloa ffa^pèwr- 
dulum come dice il Diez, Voc. eL II, 52), cosi come Io sp. pinUtJrUpmte 
4^(P%?ltef^(.(WftZii Voo,..€LJ\.3ìf2);. ^•la.^uccessiooa {dwlagìBatSiia qui 
4ft'i**»ft^%»r'^ ^X» ^ .<> apqerit^.d^ fiuQflQ.j» : A^ pp«itolft»6.iV)Wp da'*e- 

^.^S!M?gWQW data^.p^r^^iw^^^ i^od-v iwrtre.ÌB\i*(j^i^Oxpiwmi\|^iii^pto- 
,Ì^^. aB}^^(^re.pr9Al^iicia49Waxd'.M PW>^W^dlWl?«<0»^/- ^vxv ov\?. x^,... 
oirjcfe^ivopl dat*^ j»»p<i^gpnp» U,}p»|,^mi9i;¥ed«wir^untin,da^ì4taM^ 

iS^Pufe^'èWi» ^i6#^,<;fi?..^pJ^Wff»i«i^TO^4^w^^^ tp^aiitunqiie!0dn 

.Oiliti'lM'luit r./t\, 

;4^,. \T^tìWW.\i^«P Ì}ir!FÌ|^BUd»fìi\ftifeKftyjg^^teiill^ dÉrtè^jeviótozioBi 

.J|§^i^e|i^l\^^^J^^oftic^>bnm^T^:4#li«^^ 

or»8«tosft>J\Ìt^app vi?ii^pd€i> sein]^\apftfi(Achi9ltp afini^xHtìwi HfiQìàt e 

in queliV di alcune voci rustiche, oye.cix{]Ai\\^dLj?ìaedntraA^jttiiie<S0Q2Ìòiie, 

-Ai§i9^jfj^tti,i;^i>Vsmil[^(ita,]{hrQT^ah9 lUtaUdiK^ riflettei BdattameBtk non 

;>soloJ|f xpc^m^xll^ttoo^ Ml\#iuo,<;qiapl/8iWf»,^qulrfeMri$ultò 

.,]^p3)«l%^l^<3^,i)9aiapQbfl Jq ^HngoI^.dQviatioiii isegpaià*feci.dai.igpamtto'tibi 

antichi. — Con esattezza non minore Vi trova nella risposta italiana un é 

tutte le volte che una forza estrinseca non vi si opponga.; — Allora ci 

,convi@pei rispondere^a due importanti doiaaodastrettameatei collegate fra 

di 'loro. E prima : perchè Y i lungo lat. s' è egli sempre conservato e T : 

breve s'è fatto d neUMtal.? Seconda: qual durata aveva nel lat* la voca. 



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luagi^ ^ 4n cbe rapporto sta la; mf^ 4«igiKift«tl^!4Mf^ijiÀ<coorf|cy}ll^.iieU» ikh 

€s^ù»f^«> P€a^^:l9i««M>^ )^M'^ San- 

tità dell*^. ia primunìy. e fìoni lo; .guf^o.deU'ià^ 4^n»J:^Oi|ai^:i9ftllitM 
che noi altri IUUaa.i.,iiOfAegbii^9Q Jj(>.j»tiM«(^t4Stt 
pfimo e i;^ jJi ^WKW»t}»*fttP¥i'<^<tìtatimujHd latiwrPamgwngfliitfcque- 

fioo £|. raggiu&g9r^laluaga:<o ia.lHisgar«'M>breviò'vlixVj9.a^ffl0gmo0ml 
la hreva: o. ledfi^si iBoi^fiei'p ineootr^ isiisit t»)v$»>(mo ysg^gììAteiiiwttz^ 
sirada, perdendo Tiina B/gM9ià»gnmdQ-\\fiiin^ Y^ iffylxt^ questa ApoteeÀiitbii 
HH)SjtrerefiSio ^«eeir.l^ V;$(!a,4atdìiratli d(^iri di ptinw^ MVfi^Hvsefto saoroM» 
eqi|ival6Qte-dai)qM6 a^ }^ xngva» di mi^uva^ Iftt^^cf peir .aerD$«git<iii2a!^p9t' 
tremn»o /^iLabiUre.cbe Ui.di j^Àan^^fn^val^vM ^.mara'^iùr^dedlri jaelj «mM 
PKimoi. ^ Vi.4ì 9imim\ I4 «K>rai^iit<eno.4flJ>*rìQl''«ofttrO-^i^ltelr-%fiMa 
cicoavi^na ora^4ijn)Q^a^ .cb6\(}Qal\a^noa^aHriinenii ate» a:^vM«ft<^4l ^(mt 
giiagUame^tp delle. qijteotìtèu' ,^ . \w.. ...... ^ «> <^u.^:< 

I mpr^i^^.éi c0&i\UnmmQ una^cala ie cai'di9tan8a.èo«o;ap^Q^imliT 
tnamente FftfBre5e©tate:ida.a l:é ];<>«^!4.^;^.rilfforIlWfte «^ftg^td^J'aria 
dal polflio^e. n^Atre «k- lingua sta diatesa. nella cavita Jalèrìore deUi 
boccata)» 'i^^a, s'jnoalm risicandosi .«o .^o' a]);* interoo e .laaciaodo un 
Boediocre meato air aria (^^), oppujre mentre cacciaDdosi eoa for^aallMoR- 
di^trp p^m^t^ uao afirattisaimopaiss^ggioi paliqutile rariaese^fiadWtod^ 
(i)u Questi 6^0Qi richiedono -adunque* i4n' aliene Buccessivamei^te ma^iote 
della Jii^lia,^h^Ta. restringendo il meato dell' aria. j i.; '-, - •- 

. Qr^ dg^riamtcei di doyer {«'olerire w a lungo due fiK>re; e d^atar dia^r 
posto dello sforzo necessario per tener la lingua in quella inconDodft^posir 
^bOQe duraAt^.i du^ t^^iipi. Se per oaa mj^tHie quahmque avveog» tjie si 
deva acoofeiare dimez&a mora queUX egU è naturale cheJqjiteaa^afoffif^ 
racGogli^diosi sovra.uno spazio di tempo minore^ darà Una risvltaitteiiuagv 
giare ; come una< certa quantità di calore, più riscalda uo; hìechiei^ HoLo^ 
cheaondi^ bioctùari d' acqua; e la lìngua tendendo per tanto>ai^empt^ 
Innalzarci i^.arestriagejre ii meato; ne avverrà che il eajdno.gradiE^ttoaarb 
s^mpre,<più stir^tto^ più fi$chianteviGoAl oi spiaghianio aaaai b^a^Np^rcM 
ritalioppinro.G^ «iapt0i^ifH:atta Kiiima xmmfnenoflarbitra^^c^aidi'qiieti. 
Vei .per i obe L.viQilio attiva? jin imla (gia^elotti) ia m^ittou In ;fattonq{u^ 
^UQAO mia^dl ^i, ^^w^i.pv^omfnante, neU'arolu^toae itoliaoaroti^ tmidawa 
a restringere il ^uono aièrevialOi doivea ridur$L^ 99^0$ già.^iti^iiì^i^uoM 
parta avvenuto sul oampp.latioa, $4 iBohiieUo. Per contro l^i^uatioo^^ha 
suonava. largOr camminò anch'esso .per la stessa. strada dall' assoAMgU»* 
jnepto^ma )^n pot^ giungere -naturalmcmt6<€fae!>a^mertà« aosiaaUi'^^ti^M 
^^^ XX)« -TT* LUpotesi 4)dr1ianto..ohe Ti lat^iasi.accoroiato i)eftiqiapia(;a 
la conservaziaue sua, eril noanoane ogni traoeia dell'ir per t\ sebbene i 
fatti sinora discorsi non oi diano la misura di- queato aecorcìanleiltd, e 



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u. A. OAMbM. ^ i^'m^eAi/fènd Toiik)è ^taluno. 238 

cM titi^^p^'idi^^for*£è fii 8{]fféfgWtfi(^iiMhé 'tt^l^ipoteBi bbé^-l^ i'Iibbià <;etoé0f<^ 

-x:^ lift «fdtòzi^d^ €lètriàl'>c^ perttie^ecyfiò 'di ^i^g^i^e ékirtennàti '{Aiypi^èiisf > 
MlMSfd#«lÌ&'prìma^ ipote^^cfaè Pt 'Mino "fiia^l alfuogsto' mM e^étW^iodè 
ltaIiaéaV*tiOi&dfliitent^iteteil«M«o 'k M^^ 
- ' JutottOi 'M.ifieUtm' )à Bfigtmiè-disj^ta'dfftdiMrèutì i «li tinà «ocra; 

taopn^m-w^tzù, ^'Aovfh aòm^i*è.>6hé (é ^onk^/'gièl dètèrtiiibàltof da ^M 
fiXte^pftrlWìid'^M' morii« d^va ìdiffondé!*^ é s{^6ndet^ì' i]»^t^mp<y pi^Ttiu^ 
ditìn<@^ lAQ^:- a^ ochid lo stésso ^(^lera ifiéi^>i^ftldà 'dtftf'bt^^bl£et'i%1^ 
Wrfi'titt solo' Wcobfet^ff 'acqua», cosi quello efèfrao dovetìdd Ijastaifie'' pfei* titl 
tèmpo^m»§g^fté, ia; lingua ttiettms'itiDàlzei^b/ovVbi^ qUtt^^^^taMid'Bi'blP 
te»$Mtà< «uUa étie del «niotìO. E nM sappiafio^.Cbe^sb la1itìgua^<}iaHa>'pé^ 
«lónedekl'i s' abbaca d* unpiooo, t' tarla UBOdtadd predace bori jiii u& t IM 
mi is ^itjrèdtoi^-»» Cbmè wn 3Uono ubbr&oimdùsi ^'-^éWA^^^'fti' ijjeWt m« 
^i^ono allungandosi s'ingrossa. Questa leggid'^i^idlògtc&'^fi &[»ék^r^ 
tAtì Y% tatipwr divantare uìii e italiano ha dovuto alkingàrtiv tìotf già fcon- 
aisrvàfe^ r origjoftrta 'quantità, o perderne: oome'imré oli pt^ovel che'Tl 
longo'per restar i ha dovuto o conséi^vare la ^sri qua^itUàf o éiM^e^i^} 
^'=t»i);Oracons<atidò ehe la tuóga &là breve latina hamiopiA* Ikiatato, é si 
foho cca^uagUate nella dalmata, $(^ accettevole ditemo qUé^K'ipeitetti'Cl^ 
^fivciiifflefite ci spiega ambedue i fat<$. Ohe il (MìgìmieiMòd pòidl^lft ^l/afUM- 
tltà^aiastato d'una inezia Tuora per pante ci «at^ più'Chia^aitìetfte>*dhBkH 
strato dalla storia della evoluaioni dell'd 0deir3.''(§§'IXV'X,)["Dai'im«m 
fWftaiitoa^ebbei si'no indi i?Vno*tì<lue éóm, cohve s^ébbe '|/fljft^'dà'pa- 
¥%èbpmwt, •' . ■ •:•...■•■'• . .1 Mvu.:- M .,[. • ...,: 

Abbiamo detto che la nostra lingua non dtstioguè {yi4 fra'tvrévl é Ivii^ 
ghft:Hutta*yia sotìvi «dei •g^>ammatici^ ch<é afite^raano mxi&ò p?6 hìh^vé^ l'-r di 
^^to che nctti qsoeMé^ di jmimo; che cioè la posizione abbrettt 'la vocale: 
SarebbG'Coaa' intenèstfante -ferc'la ^to^^ia- dégli-'^i^i^H /originati da quèfsté 
|fHMoti^ei'to:'qui ci basterà avvertire che^ In difìkreuìfa di duralDa'fi^a Ti 
dti|)r<^?k^^q|ael''df M^ò è-pernM tanto ' piccola; ohe dftiggé>ai pffr;^^ 1- { 
di'/m^»i9'uòn potè* eeséi^oe tanto 'abUrei^iatcì dal compot^tarif èottie'^ii'i, 
btfìi«ei4)f4gÌMriatù€mtei Laiprovadi^iiei^ta v^dritii^nòi la cercammo' bèNàst 
dir ^oa)jliOdèl italiana ainquellt di postetene latina; M'q<ikaK, )]tfétèi SétiB^^^ 
ceziotti; t^^^ SÌ mahtiene. B bella oottferma di questi) vwo ^i^ dlintìoi4Jcatì>* 
l'iu^'^ofti^rtone itoiiMnw ola^rna: rqMaliv'^ veràtoeuté la '^os?!^tòiie' à^^é&sfe 
qiteÈsta'Vatitatà attttudine'di abbi^éviar ^ tocate^nOkì'doi^t^bUèrd dfft<iMiu<ii 
^*tteitàfd7^j9))(?rwfej5i<m^vs^ho:'is^ ittà uri-^ lat<go,^Ofifefàtfcfa'èt^ 

ltt2;iotte ùlJteriore^ drtr^,' dogata 'alF ultcfriore- abbreviamento dfel suctòb. ^^ 
G^ $e !piiret£dtine 9ociaioiii|)otel:*ODò imifiìiire mlle fisdrtiN}ti(*l tonic^e^^ 
la»fiwysro' pervja^divievsaf d»airabbr€ftia«ttento-:-A^L'* itt MtO'Sl'^rmhtìe^ 
nel dialettoHor^co^wtemeiiffe'd^tattti 'avvocale, a^i-^ Jsf-*;'^?^;^''^ tìoMftì- 



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iri^i|B^1^,/(^ da^tadaljsbe8$0.dfJle4X>9«Qi^ttMtt^Q..u''n.t v.r« ././.^..^ 
..... Ci4*6e!t^ prai.uQVuUUnikiiitera^aaiiittissima q[Ucaiioiié;>-^fiidki]at'iclaeiHBk 
Xì ^Y^ms^yfi^^^jn^ ì\ m»ii:o[i ^ìeAU^i «a A^-taL^ancateovi/d pòi jnsbilak 
|)ig()QUre;.deU'éra ori^ti^pa.aoi tnovìttmo .&d<|»utfbttfisiiMb;epi«sste^dieìT^ 

nessione storica fra Ve italo-rom. e Ve basso-lat. e l^H^atoiì^-iélG^mkiòh 
gnpii^vv^^C^>faciliDente ammettere questa continuità fra Ve nostro e il 
basso-latino,* cosi, a priori, non s*o£fre alcun motivo per negarla fra il 
nost^Q fi^^e IJ e Arcaico. Ma i fatti, che ci dicono i fatti ? — Già il Diez 
osservava, sebbene inclinevole ad ammettere questa continuità, che i 
casi a noi noti di e arcaico per i classico latino non concordano gran 
fatto coi casi di e romanzo. Ed io mi sento di aggiungere che par i 
casi in cui v'è accordo, nulla provano per la sostenuta continuità. E 
in vero se V it seno fosse da un arcaico senu-- (Orelli, 4583), insieme 
con tutta la serie che si espone al § VII, a, esso dovrebbe avere un 
e aperto, o il dittongo te, come tiene da tènet, cfr. § X, a; e se il fé- 
licem per filicem biasimato da Flavius Caper, e che il Ribbeck ha ri- 
messo nel testo virgiliano {Georg. Ili, 297: cfr, Schuchardt, Vok. I, 9; 
II, 16) ben ci spiegherà il napoL fielcce o il trev. sieldhe (cfr. trev. thiap 
= /lappo, thiel = fiele), solo il classico lat. filicem ne darà ragione del 
toscano félce : mentre poi per il sanese faméglia ecc., ven. famégia ecc. 
non occorre risalire all' are. famèliam (cfr. C. Insc. L. I, 166. Àrdea), 
il fior, famiglia non potrà, senza stenti, esser ricondotto che al classico 
famìliam. — Con ciò non si v4iol nc^^are che in qualche caso V e arcaico 
non abbia continuato ad esistere in bocca de' più rozzi latini, mentre la 
grande maggioranza vi avea sostituito l' t: anzi noi abbiamo accennati 
alcuni esemplari italo-romanzi che richiederebbero una base latina co- 
mune con e , invece dell' % che danno i lessici. Ma prima di asserire che 
maèstro risalga direttamente all' are. magestrum bisognerà investigare 
esattamente, se mai vi fossero state delle cause estrinseche, atte ad ac- 
celerare l'evoluzione normale di f in ^ fino ad è iè. Solo per i casi in cui 
nessuna ragione di tal fatta si può escogitare, noi potremmo ricorrere 
all' ipotesi d' un e arcaico, che conservatosi presso il popolo daccanto al 
classico I, riguadagnò l' antico suo posto. 

Mentre poi negli esemplari con l non si può, senza estranei sussidi!, 
discernere l'evoluzione popolare dagli innesti letterari, negli esemplari 
con % le due specie di voci si stanno di fronte con caratteri ben distinti, 
conservando i dotti quell' t delle scritture, che la glottide de' parlanti ha 
dovuto ingrossare in e. Cosi daccanto al volgare sélce il dotto pose il suo 
silice, daccanto a créspo sta crispo. — E gioverà notare che la ten- 
denza de' dotti a raffazzonare secondo l' etimologia le voci volgari può 



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derQQB^iui^sefibndò/séhfl&'t&ttBi^ia 7i^ »d4ttìpoT*Io &I pM£^ti; ìh^iM, 
possévole (are.), po^tlto&^i^ po9${9if£9 ad(yttè»idó'i9D»^i9<^é> ^étì M i^ùttié 
ùaiedBr^$Meà&e futottelre-ai Dotti it«lflftb}^ «^e^ gra^idistsMa t)é^tè ft&che 
i&hdiincé^.%e6ta'tottà:Mrr«tiiiid)ogiòd èhtftèie^, è H' Vò)^ii&*1tariaAid 
€)'6Ìari76dft''sppGÌailiiKiftid(ia <^^ d) tc«i'<ìb' io disiai' i^emiktottéf: tota 

iaomélte'iiÌnnf:iè(ikitt;tdttto''Ved«r^^ ter traéce: 4a fifeima ba'Viùtè'd 'firiTfà^ 
•«irtOKtólIft-élorttìdèvi •* 'ji-'"^'-.' ^' • •■ ••' ••■■' ''- H'ì-. ••i--.."' 

li ^ oil^.on ^/[ ini l'.J! i ■♦('/•■' t^r-M-j, .-: , ^ ..a. i,: m'.".-i',: oJ('Q})|i»j^^M.>)>^-* 

S9i(l li iìiO - ^lUr't I ..»n.v.;[. r. •..;•» ,(.t.i i ...!/ •'-tJ;'*A/éÀ^dA.Lo!'' " 
i Olio ^iltimiiUii):) i-^^'h'ii '>r'*jì'>iiii!tiì Ui\ tiio/opiinTf miV- .. .>•. .i:/i.'. . 
riBig on£[)'r(/uiu'M:oa ^^i:« •'■.! o'^^'^'j ' i v tm '■•u-ju.; '^ -f- j'^ii imi ì> i.- 

a .rJlunUflo'ì /rnii'jl- :^ i.f 1 "ì niTi ;..M'| i'">. 1 , ! i< t, -i v u.J*' .'. .' 

omoiari ,('11^.1' i ,ì-!''TJ ,'; -.»h ^'^ «^ ■'•; .'.'i-. .lu • ?»'.'•' -^ -^ ^' ' •''- • - •-' -'- 

nu 9^0Yf> 9iÌv''^»'t.'"1» n-'-/* , w .11/ ;5 h. '».'■ r-^,» ;. •■.• » *..-'''. .; 

-5'\ li 0^. ?» '. \^ ,/ ^. 'J::» .^ •N»'''^ ' '» ^^* '^*' •'1'"' > '"'^ ' - ■'• *•' '■ ^' • • • i^ '^ 

-il £il >1:/V' '.yl li ♦Jil* •> ."■•'' ) "JMl' i J.Il l.'h..ll' I..'' ^^^ ■'• \ l', 

■OJ.Ao'l ,jl--ii;i{ u.ii:»'-. .TU . ;^'i: Jll VvM^.'m ..ni;,i.-;>.. ' v '■) : 'il -' '-i 
^r)M\^, vn'!^ .'i'^'»'. v"'^^^\^ /«'JT 11 yi ')'^ ^ \v h..,rii 11 j, •'<!' w"'.;- :* il ' 1 * 'i ,ii 
lof) OlU"Xvin JJ'Ii.i» t/H M\»'>»*S\ Ji'l 0)l';''j;i) i[ •»!()- ,( n v\ -.\ì\.''\ a \'\-^^ 
M')0 1>S\« ^'A\^N\ .n-)/ , j'»0 in'V ' ^v^'\ ''''J.i ^ Il "l "1 i''i ''MI' ''■' ^\ '...'■'"* 

,{mlnL .<»:)l ,1 A >a>A :) .'ti-)) m.\u\-^a\\^\ -^'uriu; mii>;'''i ».,»/.'.> .1. -i 
ooi?>.iil:) b oi!"> •>U'n'iT(r)n d--.'-'» .iJi:"ì'- i.ai-m^. .j/iu-j n ... n^^\ . . n; -i .: l 
ODÌ£'Jlii ''^ 'f "^:"' 'it^'f'.':;» im m»! 4-H*«-iiptt-^Hw i^-. imn n. . iic.) ^v\\« \vv.\'.\ 
ci o'iJr j'fi .u'itftl fx^'^'i i:.'<| ')!'. j'.'i'm 'li III ^i'\ *'"'•?•' \}i ')ii,i>iu]\\\' ^ ì'. ' •• il.'" 
ijsnnojoii oniiio^'j'. rui '\nii .s'\ (M.;.^^^U'^ jvivh 1/ ^aii>'.uiì^-;( .1 :• •■ -^ 
-00 iìiHìi:! 'i^-i'^'.^ t.nrj (v .'i,{'n'.i!i'.ji!';i'i •);i'. j\in;..i.''i-:i.*j ru;:. ]ii. »- ♦ uu "i 
'>iIo ini'i'jrir-i: i[t ì:ì11i":'j ..1/ r-i-^*»! i <mi'^ h «ui-' v h-.j» m:.')>'ji. ... «u. •'•;;.• :. 

-DC Lii .')J;j; .';il:r».i'.ri;r'M -kiu.-» >,: {. -«tj !-- 01 .r.>..i w i.iu m^ t.luf.MH •• - 
uso ai i-.t.O ì T»'] ^*'<'H />N *^ l'J.n'iH ^> iM \ II» •»!rir'i«Ml Miloi\n:>>/')'i t»*'i'"n .' 
9Tjno:>ii tMi'::i"i:.>'( idti /.-fr/.^e )<■« o.: f i^ i»t?i>* b.t i'» -m'uìxj'I xaw.-'-'i 
Ili o)nC'JOi;fMJir-'| n li u^x/ni r-njiwi* <.!<.. -iif) .n n;r.'u> :» ni;''» i<"i)o<]: ;!j 

i^r» IqfiiOi'O if}/t I J'M/Ti^r»)! ,i^"n,;; il;^ 1) •>n.'()<{"ij ' * ^nU.»/'» I M'1 »!' I'» .'; 
.iini.taìh n'.xi i-f-- ."uo n-)'. mi.'. a fi. m,iii,j^ 1^ i ).)/ ih m. .m(|< mijI' -jI \ n-^ > 
£fl ÌtiU;''!i:M •,!.■.; ::^''j /I -lì ^ /'- * ■ — •" ! ^'■' •••;• -^ i' :» ' "1 n. "?• -• 
ulJéi li -j-.C'i '.tta.S Ir r \ V -n- :•.••./ ..• ,.-■'..•-•) •• ■" i..<".)'u.'. "'» /• l» 



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CONTRASTARE, CONTAStAtltì *.; 'Xa"'' 



. . ., . . . ., ■. . • 1 .1 :• ..- .< .1'." ••'•' 

.... ...» « i .,.•...'.>-. j -.* --.i:- :' . ••!•; 

^,^ -. \.. . . ... . .. ^ . •.» . . ••■ .■ ■-.- >.■ i ' ' . •• ' •.':.! 

È itot)0s»ib51e chef non abbia 9ktohéll*òccKiÒ a più di un romanista 
fe* dt^a fofiha Iti ^til d feì-affàcfela InitaliaboilSerbo contrastare è la 
atta femigHarbowirrts/ttr^ e contàstarei contrdsìdto ecóniasta,to,*conf^ 
trastante e èùntàstantk',''C(mtf*àsìalóre e còntastatorèycòntrasìp'e 
ctirUditò, Cùfiùrasid & eofiiasta, e altri aAcofa. Ma non so' che "^altri 'ah- 
tóa cèi^éàto'lac fagionè -élf-qàefeti' singolari ràadoppiamQntii'TForsè si è 
iftéàmtsL ovvitt5' tìàà'ohe tfon si ^òssa dir fàlé, cfedò apparirà clal mio rà- 
gionaraento.- '• '''"' '" " ' •■' ^' • ' '^ *' "* * ' "' " '^ ■ ■' • ^-" ' ^ '^^ 

1 Ms^f r • '*écbh!' 'é^tlttiolt)^ * aVrbbbérò sorrìso ' df chi ' aveisè loro messo . 
intìwril' una gestione di^ questa fatta*. Avvezzi 'a ben altri salti sarebìie 
patto^tórò th^ tìofa crfo^se hi menotaiat difficoltà "à'declurre l'unà dal- 
l' altra ^^ftìfrthe ■ che' 'cotivèngono 'In 'tóttd', salvò' un'' unica ' consonante'.' Éi' 






■\ i:.» '". . r. 



* Sarà bene che il lettore sia informato ^eU' ocoasioDe che joi ha |>oitfito, «y a^,i».e|* ^1^ 
glh^ ^k»^4^' ^' ^ultMi'efaÀo, tini tò più che a chi Y ignorasse dovrèbt)e parere poco giustiflca- 
Uil«>t1i4{ifnif)|l^i)4i^f; t»qta p«rYlfl/th«%tale i^atiltèl'ttlldiitteaii >4i «lètUra-o^iit cMa ■in'. -mMtHd' 
spicciola^ mentre sembirerebbe più a pro|k08Ìtp UQ*esp,oaizia^e.Q^O(!Ì^a^ sXrdtt^inen^^^Qi^lHifloa^ 
iTtf llng^is^ di cbhirotfòmé, )1 prof. De bubernatts, rendendo conto nella Rivista Europea della 
YUa JlfW^H m<^H' Ì^M^nOi>9VtBO\ d|ilft»tlt«>gniflr lOMri^ifWce ìk 'mì0nÈ^^\ì^'^V aìri lAììifkh' ne\ 
testo Giudieio incontastabile , grqposp t 14 dpy^ ^lireditefi n^denù >^a&e vaoo ■ jt^fOj^jK ^ qjtf ^ 
«'Òhe ptiÀ voler dire iiièoniaitabàe 1 quale può essere la sua etimologia? Incontrastabile lo 
comprendiamo' tQtIn ipffK>)[d«tl^ \chitt^r€Uéiilio<ilP(HMrXMàrèi*'€tmtfailto^ ÌHémHùÓaUiei^cnt piì«r ' 
esser detto che da chi noQ,pos3i^ pronupcjdrp, ||i.i;;ve ;iQf .paMi^fpvato.cb^.J^til^'^^ipro- 
nnlnelaTii òoVsl tjetlè li Dòme di Bé air ree, pàtìssé'di taì difetto ; bisogna dunque mettere Vineqn- ^ 
tattMà^^Pi <pvrtcQXT)Ì.iHililelV6/J»nlÉiiMtm6<iAoMiiU<b>.d6'^** lralbili|MÌt^ è u»po^ éKikràtto ». A'.' 
quelle fiue doiqande mi ^^ piao.i|^tQ 49g^opd^^«L, ip qy^a^^ ^))n^fU^j|on Vi|i0p<M|fta il 5rtpf bolWM'» 
clie th)ù è Triid'cofpk' se non si consulta abbastanza. Ma di pensiero in pensiero, ho ffnito per 
m«t^e^ Mt»«ar(a^pi$reè«lrÌA«cosèL'ch0 Uén jiv«t«iào <h4 ftife c^He «Wserraziotti dercritfcù: 
E siccome d* altronde questi aveva già risposto per conto suo nelle linee che ho riportato, il 
mio ragionamento sarà da considerare come un soliloquio, o piuttosto come un colloquio tra me 
e il lettore. Non faccia poi meraviglia il trovare sotto questo scritto uA6on)<s ch'é Uoa h qnello 
da) pro£. Ak,B*jàneoaay al q«icle<«r«n«MreWl gli ftppiAlf. Ci fu uno sbaglh),e il éòTo reo è Vau- 
toM di qseat» pagòda: «eoiooilfhMiH OM'pvr-IMroppe^ìnp^fìttelite. E giacche gliene viene il de- 
stro, egli si permette un* altra rettiflcaaione air arti col etto della Rivista Europea: egli écelse 
la lasioQft deli* fila Nm09a eoràìmè M varlàiftr, ma il confVonto ^ei codici fu fatto da altri. 
Dalla aoeltA man é aenpye aoddlafatto; m« spera ohe ehiuftqtitf s* intènde di lavori di cotesto 
genere gli voglia consentire il diritto di qualche pentimento. 



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P. BAJNA. — C0NTKA8TARB, C0NTA8TABE. 227 

d ic a che ^^-fe ^«pttlBiene-^ -r-« ^titto tsrk ihiito. * Ma noi moderni ci 
siamo fatti molto più sofistici. Un filo di paglia basta a fermarci come 
se fosse un gran muragliene, e non è raro il caso che colle nostre me- 
ticolosità ci lasciamo afibgare in un cucchiaio d' acqua. Ci logoriamo la 
vita per scrutare diritti, anche minimi, di ogni lettera dell'alfabeto, e 
professiamo loro un rispetto, che a dir vero non abbiamo sempre per 
quelli dei nostr^ ^in^ilv^, / i /t ) ) /;' : ! / 1 -' /.li/' • 

È dunque dà' vedere se sia ammissìbile la caduta di un r nelle con- 
dizioni in cui ce lo presentano la \oce contrastare e le altre che le fanno 
corona. Si tratta, come si vede, di un r che segue a consonante, e più 
propriamente a consonante tenue. Il Diez ha in proposito una sentenza 
che parrebbe liberarci da ogni impaccio: Gemeinromanisch aber ist 
sein ziemlich hàufiger Ausfall hinter einer Tennis ^ Se non che ci 
si affacciano subito dubbi q doR^ande^Io cb|9.Jni$^ra,fiarlB0jp|a^^itaHano 
ài fehon)eno7 Perchè da^ noi esso abbi^ ^"^989 ^ c;o9d,iz\Qf)^ -siilScÀetit^ 
quella che si enunzia per il dornijoio roman;5o in ;g^nefale /ìall' iUistr e^ 
maestro? L'esame, degli esempi deve sugg^irci la, riflpiQ;^tB.c . , .. 

Il Diez cita arato (aratrum),^ deretano, {v^ivo)^ prQpù> (proprio»)^ Pi^ 
perno (Privernum), cugino (con^obrinus), OraijeUe.prijpei.itra'jVopi alla; 
sillaba in cui cade il rne preced^ un' ^ti:a jCQlli^i»(edflsjisft ligivdi^ ?^'*«»Ha. 
quarta un altro r si trova nella sillaba tonica, e la trasforms^tpnftrfawH. 
mala del v, in p sembra i acce;irfare..per»d4 piùja.uR.jQpff^(?jBjtudiO|'dtaflslmi- 
lare Tuna all'altra le due silla^fs ijOi^i^lìr Sbbane, .sarè^xs^^i^ ^j^ull^^ piùt 
se in tutti questi e^mpi la ìett^vn^ in. discorso opQprrp àn^ v^^e?. JS^s^ttno^ 
lo vorrebbe dire neanche prima di.ayer .riQor^^a.fiOQfropti; taiato^fitóno 
poi dopo di aver paragonato pynia e dietro, dove condizioni consi- 
mili riescono persino a far cadere un r nella sua posizione più difesa, 
cioè ti^a dtte vocali. Quanto a cugino è un esempio da non mettere a rì*-^ 
scontro, con altri, come diiBcilmeate 9& ne troverebbero^ attrita mettere 
a'riscontro con Itìi. Se non fossero certe forme dialettali intermedie non- 
si crederebbe neppure che una voce cosifiatta potesse essfere 'unanfedè*-' 
affisa coda* con (fonscbrfnus. Poi V alterazione nou è specificamente ita-, 
liana, ed è più antica d'assai che non siano le lingue romanie^ - . 

B nemmeno mi conducono più innanzi le giunte assai' num^ro$é che si, 
ppssono £are agli esempi del Diez. Sono degni di avventenfta, m& noto la^' 
sctamo pvnto dubbie le toro ragioni, certe forme di futuro e di condizio- 
nale che occorrono apesso noi nostri antichi-: mosietfròì tnosterrai, 

i Crium- der rom* Spr, l^r Sii. ,. , . 

2 la propfJttl «'ejpa per di piU Vi in iato » Rift questo, .MMa la oa^ioika ^mitnìon «w*bA« pro^ 
babilinente nmaato moxa. effoita, giA««liA U liquida fi tMiT«r» dlfaift' •dalbi iabi«l»^eh«:la; pra«* 
cedeva. 

3 Del resto, invece di far discendere in linea reUa cugi»^ né «OMtifi'da iémùbriWM iaeli* 
nerei a ricondurli ad una forma alcun p4>«o divafaa, che fossa stfreUa, aosialiè figliola di quaDa 
dataci dal latino classico. 



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^.^mo^ra^^ientriineh Ciii pensasse .^ Ti«ra. pfufainietatfiidi' prdhAiinièiìte 
err^^Jbjbei ^acc^è futuri eoadop^io r ai-.haiu]0!pBiia>di;Ì9eiM iii onima» 
sHBIK>§Ì9Ì0Qi^ aQ§i^ita^qoi^«i^reUb6.inDg^;iOiterò« dadìiBadBsiiiLijtes&ilai 
cui «QQO. tolti gli €^mpÀ ricontati (M!/oi»'tooMr»d,' ftoffi^r9!ÌOy>i9e«ete»9fóv> 
a^»rre5n?(i, ^wwrró, ^rtìi?«PTH^V • . ,• .•,.. ;'■:< .• -/^ ■:> .j^-; -.i iv; OiH/i 

t«li^iKL v^cep<P! im ^t^ <d^e'l\iAfimita<nteti?aa^ll9ti9,id(lsmtib(ro8'hà( 
due .volto v'po^^sa. aver ;^to-i*«9^m^ìo>rcd< -essere /stato! i«wsaf.ideHaqmu»«) 
taziQ90.i^ t^t^. le aHi^fort9ei?<S»r^toiUQ)as0dgQavè>>iiUxiiljBliuloJimbim-^ 
portanza, ch^ . ooa> gli sì,- compete^ le, Wi attriWinft'ialkiiiijiigiiaoDosiab: 
eufoi^^b^ di cui eaaa iK>fì ee^e mai/ nullak.* «Bastiiii^iihtDa^taHdDtlòvGtaBt 
s'è acpenuato or ora: che cioè t7ia^9(*air.^-AlrmaBt(icn6'iÌDahenrtcBii]ei^^ 
die$i9)i testi .(^ ci.dàaao m(kderrwii.l&'A^t\ib trairiafinitaieGd fiitluboebf^ 
roAO jL rapporti piùatretti cha ai poasaao immagiiDaEq. Pex^^iaiob^rsbbÈtKì 
nass^ ueU'etimologìa suppoi&eavionciOiSO pia^edére:^alinfugiotTirBah-ebb(9'^v 
aa Boiiifoiraa il supporre che da cQi^raslùy.^eoYvtra^ta\<st Idaaar dèteatitd 
per metatesi contastro, contastrato, i qu^:aila>l<MfQ.vplita^a'yvaBer(K^ 
pifodotto, la f(>rma che si trovano ìa causa. Mal aoeha questo eeaanpo.iien 
meuo quandq ai c^Diasideri qual. sorta- di ostacolo) oppanaesBffiitt^ meMbeAvU< 
trasparenza. soverchia dai due elemantii EMsetutteviaiè &ttò &B«x90Qa^' 
duto, certo dovrebbero incentrarsi qua e ti le^£pimìBiiiEteianeAte^^^li8iìBK 
vece Q^A soiio note a ne$smo< Infine K equa»kMiev)S^/T;^ s:^» 'se)èvfi(npasnte) 
nello spagauoio:^ nel .portoghtae, riesce dubbia o ialmènsUassainpuxa pct 
il toscauO'^. Quivi si» manifesta piuittfsto la tandens^ ix^vénsa/^dalta qiiate 
ijMtSGono cilesiro^.listr^ p^v Uskn^ QidictaitiQ pure dJa^h/s^regisàf^onìiist ]l& 
altre n^^ioui ebkra protobiiliaeiìte.dallMtaUa>in8Ìetntt dalla)Cofila;'>Msi4m> 
tutti gli es«D»f4 il più fiigaitik^a^YO è «en^ dnbbjov^'o^^m,«dn vògUat^pà^t 
ragonftiìlo„anitajnente>al verho^cjte ne:4eriva;(CoUeifi>9tnd)finfidé8i:i pno-^t 
v^zaU,.-9pagniiole, portoghesi, 4^hei'tii4ta\quante i^QoraadKiltfrA otni i- •> ] 
Rifijatata^la derivazione cha pareva roffrirai spQntaMa,'bisQgQarfeflBii^> 
sare a. tn^varne un,' altra^ Doà4^'V^rk.cx3m!6atstom^ 
6^ar^ i? La, mante corre subito al latino i^ont^siari* Mftf6Die¥tÉaneiil>FfiB<dDcn 
di lasciarci illudere da app^rent^ iogaanevdii esaminiamD bolibeltt'que^taT 
atia^ologi^i; vedia^ao copei regga: aum^^oppioiesame: ^fiatnetieà.^.togicól 

... : . -, , '• '» ^ " > !j .:• . • •/. ' .. !" ••*!'.*» i'^ ,• .l'I i« »> 

1 V. NanDaccì, AnaUti eretica deiver^iUoiUani, 241 we^ 3^ sq^ t^^.gU «<WRi|Cl;l i<f>>HW: 
sono tolti dal tibro di fioravanle , ch9 pubblicai io medesimo, 'dalla Storia di Prodesaggio, che 
preparo adesso per la stampa, e dalla Tavola Ritonda di cui curò V edisione il Polidori. 

t Oli esempi che mi sarebbero forniti dalle rime di certi testi non possono valere come prova 
afttum; imekio§to iwr divn»'«no, «are1>ke wèììtL Puiietla Gaia,^. Dèi msto le còtMftióni dMlo 
spagnuolo e del poitogrhetft si rte^èngone WMttH ntVdlaletc» di" Napoli, ohe diòe matàila, HM^' 
netta e cosi via, in luogo di maestra metiettra. > ,\ •' :. - 

s Esistono, è vero, anche nell* Italiano le forme gioita, gftoHktre'tt «ltMIi\ liia'itotrofarìssfrae 
a paragone delle altre. 



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P4 aà^m/-^ camnutiaMay' eonTJSTJiRBi aflft 

otnPBirxiAiófae! nguanda Ni- suoni >tattOi «i ^rjd^de awedi^ i3è^)»}ii «gitl^'tifi^ 
QdlttieiiqftolL'ai dber dovreibbe; arver presa il postd déU'^.^BbbéM: \}uedtd 
aoMnlno di ìitèoBliibosifBQloiàraihmissibile; ina;ass&i''fréqtPé!ùtéiaieirita^iàilo, 
paiardlà)ii iliaiH))carte>t)ODti}2ìoqi* K PviitMi; dì ««ttorsaUo casi' spidciàlfì»dithi, 
è(])eGéssa^io^i3he\kt«iflaM stoatODEi^Afa; V atonte na^h^tOL-^r^bù^a}; òccót^^ 
rono per lo più altre condizioni, che in porte non sono perete Blllàbepri^^ 
tallìoheb'qtleUe^8teB^e!cbe 'V^algonoper le pOstbntobei^Di qbreste trftimeiion 
ha tÌJ}haiiSss50TvÉrei}^ipdÉÌù'M^ it' postò ffél-*' 

li^d Be -eiji tratta, della' Billabo) infaiale, le 'qtxandoKiètt^dre'Iro tma'éiUàte in 
eaiiripBtis»i»la}.>Ti0oale ^^ a,>'8ophitiittt>^p(yi -se ^p^tAo^m quésta csde 
Pmóeiito.nu!ÌOmiijS£dvo>iQha'j]aT«iHéfo'<^lk'0e(^nd^ tìo& ìa ptìùik, le 
aikre)ao]id|9ni^iiii^>pmBé«rtaÈb> pev qiftas^^tattd'lé^fcirineiMifel vèrbo y^^^ 
jAb*ti>Quetle)poofai»nniè^iiicutiii^'(^ vefilva!|8iid^i»ere^tomòai'op^r^ fa vo^- 
ednsè|paiitei9]idiiriera:iraria>di)vatteroNÌiMuraii«ven<ef accotnodàrsiair ana- 
logia odeHs) bltrejn(nuaÌit0TiliiiMtabeììtO'^el)a''e^ éaréUye 

diMe/dèb webé k>né^TeiÈÌ^'e9ntùsta^s\conlMtù^^i^eof^l<ì(±Ì^^ esde 
fiufKynunceee(dll(più'liM^e->lki!to^j i ,n^v^^•'v-.\ì^v.■» .xs^v-/.,^,» 
n lEcquBsie aieno^* tuttOi^ Le/' ragioni €beiluy4ttdi^tolmi»dtimho= come da 
cùntetìtoMi |ièftess& iia8ppr6)'oofti^<b7i^;^mà> npd 'dlctyAo^' ^à oh« la tì*a^ 
slbmnaHHtè foàsè ikeeessatiaf, inéHritàbilei >PerAi^o&ie<aòcanto»ti>j>Md tro^ 
¥Ì0«i»i( j>ieiiAv iiaodantoiar^iì(»^aéi j^2to i memvéiglMy accàtita a! ^r^^^anei 
{9lcd0rafà7ÌM&€Q^ ¥Ìa^^vpeiieÌKè UiTpotertiài'itraMttti ^n- oértiBZ^a bi^gilei^ 
dMf ÌDSianie'<eolferTlioTtne<che <fa£ÌnD0<(Xi ocoem^ai^ più d tneno dt fr^tieMe 
adcb^ fitfaobe.jcdb' Al E^idòiisdccbdè 'p^: Kii^priirtò'^'comé'^oé^^ 
gii 'aitri(qàé8ti)e9ukqDÌ4 tehei tolgo' dai* leàsici : Pletr. Uòmvilh )07: <* La 
erebislde^oÀodfali 8tilevò(iai0M^2iino{(9 ^ ceiÉCiHo^ i5hd> a'€alcidònia' s'era 
fe(Upiiil:2iKf7eWe'«iSi i^ywWia; fi6'c>-<'Cbwtej9<^dé»i'ei difeoìdetidoài An- 
tomp /QettJanÉe^ideUfoi^ione'^ii >]F<»0. 'i8$op. 45? <Per <|\!i^abattGlglia 
possiamo ftiteiidarefam^fmAui^apio^ thè è 4ra' i yatilma e jl ' <^rpo »'. Qot 
ooné y Ai f ^ftg i cin^ ife> drttdnpqt s^sd ipveet^i in'cui peì^Iò^ j^ù^^sft^^^ sòliti 
\kBB:!^ys&Yda^(r'^n^fp\xvB^'^èa9i^^ le* Allume' <()oir'^ occot^ 

nMib)«ssÈiirmeta9'fiieqpieifti'prós«ò'gt> antichi «he tmmi quelle oon ét'cli potrà 
mègiliqàfictoddeié daiaiòiofa]»s^àTrk addine f$ù'<>Itt^. > < . u i • 

B^ igtfooocòi kàesde:eonfetmàj7(^ >ln ntti^o-Aa'^ mm lasèlar^ dubbi' di só#ta' 
se si ricorre alle altre favelle romanze. Contastare non trova riscontri; 
Wtìsf'il'^I^fotètizàle'^'^ro^a^ ci/daiinó cQntcstixri .il 



v94^ra M.^9Miaa, Béìprag zwr K%nde d§r NQrdUtìUeuit€hen lUàndarim, ^ iS» q. 4. 
s Cfr. Diei, Gram. 13, 173. , . .. « 

, a V. Cowaoiìr F<*. ittMJw-., «Dp,.A^^ 373. 
4 V. Die», Op. cii. r.3, S90. 



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290 P. BAJlfA. — GONTBASTARB, C0NTA6TABB. 

francese contester, conteste e parecchi altri derivati: contestabilite\ 
contestable, contestablement, contestation. 

Queste forme straniere possono servire di passaggio per dire del signi- 
ficato. Mentre V italiano adoperò contastare per esprimere ogni sorta di 
opposizione, sia di fatti, sia di parole, le altre lingue, salvo poche ecce- 
zioni ^ aggiunsero con pertinacia alle voci corrispondenti un valore speci- 
fico e le usarono parlando di contraddizioni a una legge, d'impugnazioni 
di diritti, di dispute giudiziarie. Quindi gli esempi provenzali: Avian con- 
testada la leit..,. Pois que la leis es contestada ^. E qui è il luogo di ri- 
cordare che in questo medesimo senso la voce si è conservata intatta an- 
che nei tribunali italiani, dove si sente ogni giorno, come si è sentito 
sempre, discorrere di contestare e di contestazioni, mentre nessuno vi parla 
mai di contastare o di contasti. E la ragione è semplice e palese. Conte^ 
stari è fin dall'origine un vocabolo proprio del linguaggio giuridico, come 
quello che significa anzitutto chiamare a testimonio, e quindi affermare 
con prove testimoniali, o anche solo dichiarare solennemente dinanzi al 
giudice. Come si vede, la voce latina significa l'opposto, non solo del no- 
stro contastare, ma perfino del contestare della lingua forense, in cui con-- 
testari non potrebbe mai rifiutarsi di riconoscere il suo legittimo continua- 
tore. Serva di esempio un passo di Giulio Paolo nel Digesto (27, 1 . 38), 
Quinquaginta dierum spatium tantummodo ad contestandas ^ excu-^ 
sationum catisas pertinet. come mai si spiega cotesto capovolgersi del 
significato? Gli è, a mio giudizio, che la voce si usava più specialmente 
discorrendo di liti. Di qui le frasi solenni contestari litem, contestano 
litis, che sull'autorità del Codice giustinianeo (lib. 3, tit. 9) si spiegano: 
Ita rem injudicium adducere coram praetore aut judice, ut neutri 
parti recedere, salva lite, non liceat. Or bene: il concetto della lite 
implica di necessità quello dell' avversario. L' affermare qui diventa al 
tempo stesso un contraddire; giacché tutto ciò che l'una delle parti prova 
non è diretto se non a confutare e ad abbattere le asserzioni dell' altra. 
Poi se si considera la causa dal seggio del giudice i due litiganti , qui 
contestantur, contastano, contendono *. 



1 Tra le eccezioni non metterei le frequenti applicazioni del verbo contester 9l soggetti non 
giuridici che si fanno dai francesi moderni. Qui si tratta di metafore e di usi figurati, e chi 
parla, se è persona non incolta, sa benissimo che la voce di cui si serve à propria dei tribù» 
nali. Questo invece non avveniva per il nostro contastare, come non sembra avvenisse sempre 
nemmeno per la voce francese se ci trasportiamo a tre secoli fa. Di ciò si veda il Littrè net 
suo Dizionario. Avvertirò che mi par troppo assoluta la sentenza dell* illustre scrittore ih. dove 
dice: € L'ancien fran^ais ne connalt pas ce verbo.» Io non ne ho esempi : ma dal eontesius di 
una carta francese del 1309 mi pare sia da argomentare resistenza del sost. eontestet che alla 
sua volta presuppone il verbo eontester, 

t Rayn. Lex. rom. 

3 Cioè per provare. 

4 Terrei dietro molto volentieri al vocabolo nel latino dei primi secoli del medio evo. Ma i 
testi raccolti dal Du Cange non bastano e io non posso pensare a supplire alla mancanza. Dalla 
materia che ho sotto gli occhi raccolgo che V uso titubava tra la significazione antica, consa- 



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P. BAJNA.— CONTUASTARE» CONTABTARE. 231 

Ma pure, se l'assegoataè k ragione logica, non mi sembra possibile 
che da sola potesse avere tanta forza da far si che il bianco diventasse 
nero. Scherzi di questa fatta accadranno senza troppa difficoltà nel lin- 
guaggio famigliare; ma il diritto, che in qualunque tempo, per barbaro 
che sia, deve di necessità essere tenace delle forme, non ammette cotali 
licenze se non vi è proprio trascinato. Dunque, secondo me, bisogna dire, 
sia qui venuto ad aggiungersi alla causa accennata qualcosa di più con- 
creto, di più materiale, che avviasse il significato per quella via di cui dopo 
il mille lo troviamo venuto a capo, sia nelle scritture latine, sia nei mo- 
numenti delle lingue nuove. E questo qualcosa ecco dove io m' imma- 
gino di trovarlo. In contestavi, che nella rovina delle flessioni diventò di 
buon'ora contestare ^ si vide già da tempi remoti un contrastare. Ne 
ricavo indizio da una glossa citata dal Porcellini : Lites contestatae, ed 
.Àpxijv Xagoòooi èv StxowtTjp^) Sixot èS àvnxafteaTtótwv. Probabilmente la falsa 
etimologia fu aiutata dalla pronunzia 'contastare , che potè introdursi 
fino dai tempi della bassa latinità. Che se ne incontrino esempi cosi vetu- 
sti né io posso affermare né altiù può negare; ma se anche non ne occor- 
ressero, vorrebbe dir poco, trattandosi di una voce di u§o curiale e quindi 
soggetta anche più delle altre alle tendenze conservative dell' ortografìa. 
Una cosa è certissima: assimilazioni consimili sono frequenti nel latino 
volgare, che disse taratì^um, parantalia, maiaxa, marcator, salm- 
ticvs^ Habraicits, Saràpi, sarracula, lacaraverai, obtemparare, e 
simili ^. S'intende che se la mia ipotesi coglie nel vero la falsa etimologia 
aiutò contastare ad assodarsi in Italia; cosicché noi ci troveremmo, come 
accade spesso, a fronte di due fattori che diventerebbero a vicenda causa 
ed effetto, agente e paziente. 

Resta a dire di contrastare con tutta la sua famiglia. Il latino clas- 
sico non conosce questo verbo, che secondo i lessicografi s'incontra la 
prima volta nel quinto secolo, in una di quelle lettere cosi pretensiose e 
studiate di Sidonio Apollinare : (II, 9) « Et ecce huc sphaeristarumi C(?«- 
trastantium paria inter rotatiles catastropharum gyros duplicabantur^^. 
Qui il vocabolo ha la sua esatta significazione etimologica, non di- 
cendo alt^o se non stare a fronte. Ma se ci volgeremo ai monumenti 
del medio evo v' incontreremo gran numero di passi in cui contrastare 
ha significato di contendere, disputare, precisamente come fn italiano e 
in generale nelle lingue romanze. Le quali fecero largo uso di questo vo- 

crata dalla tradizione giuridica, e la nuova, che faceva ressa da ogni parte colla vigoria piro- 
pria di tutto ciò che 6 popolare. Per la signiflcaziona rigorosamente etimologica mi piace ri- 
portare un passo di Dante : (Mon. II, 3) < Nara dìvinus poeta noster Virgilias per totam Aeneidem 
glorioBum regem Aeneampatrem Romani popttìt faisse tettatur in raemòriam sempHernam: quòd 
Titas LiviuB, gestonim Romanorum scriba egregitts, in prima parte sui voluttinis, qaa'e a e«^ 
pt& Troia surait exordium, eonie$latur» » 

1 Che scrivendo la gente relati vaments colta si ricordasse ancora tratto' tratto che il verbo 
era deponente, non fa nulla per noi. 

2 Schuch. Voi:, passim; Corss. Vok. Aunspr. <»tc. II, 3Ti. 

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232 P. RAJNA. — CONTRASTARE , CONTASTARE. 

cabolo^ e ne cavarono parecchie derivazioni. Di quelle dell* italiano si sono 
viste le più fino dal principio^; il provenzale, per aggiungere solo questo 
eseanpio, oltre al servirsi frequentemente del verbo, usa contrast, oontra- 
staire r contrasiius. 

Questa diffusione per tutto il dominio romanzo e' induce a credere la 
nostra voce una di quelle che risalgono , piuttosto che ai primordii del 
medio evo, all'età del basso im^fero. E donde e conie era nata? La do- 
manda pare peggio che oziosa, e forse non è. Chi si contenta.sse di rispon- 
dere che era un nuovo composto di cantra e stare si troverebbe aver 
apiegato adeguatamente il contra^tantium di Sidonio, ma non la voce 
del latino barbaro e delle lingue volgari , due cose che sotto sembianze 
idefitiche celano una differenza cosi sensibile, da non permetterci di aJf- 
ferniare senz' altro la loro comunanza di origine. À me dunque par ne- 
cessario di allargare un pò* più lo sguardo e di osservar bene se non ci 
$ia nulla che possa dar forza ai dubbi. E allora vedo che accanto alla se- 
rie contr- ve n*6 un* altra che non conosce il r, sia poi e, sia poi a la vo* 
cale della seconda sillaba. Esse corrono perfettamente parallele; si scam-- 
biano cox^tinuamente, ora preiEer^te, ora posposte, a seconda dei diversi 
luoghi. La storia delle loro sorti è curiosa e meriterebbe di essere studiata. 
Il latino barbaro, in grazia deirabitudine e della tradizione, vuol esser fe- 
dele a <^n/^^^ar^ se parla di leggi ; ma è uno sforzo che non sempre gli rie- 
sce, tantoché anche le altre forme vengono spesso a introdursi nei tribur 
BfUi* Quiiìdl pi^res. n^i Statuti di Marsiglia : (1. 1, e. .31) Quod Hit qui Aa-r 
herent contrastimi inter se, debeant ei (pacificatori) ressaroire ambae 
partes communiter stiumjornale sive damnum. Di questo $tato di 
cose s*ha una prova curiosissima in un passo di una legge barbarica dove 
a contrastare rieace perfino di far^i ammettere nel significato primitivo 
àX i^ontestarU voglio dire per esprimere affermare in giudizio: {Capitula 
ad leg\ Alamannoì\ cap. 22) Et si ipsam vir conirastetcrit cufpabilem, 
et ille propter quem ei reput^iur mortuus fuerit, ille qui femina^i 
contrast^erit wregildus eius disolvat^. Condizioni consimili ci dànao a 
cpnoscere .la Provenza e la Francia. Quindi si deduce che il linguaggio 
cpnwff e usava confara^tor, contrester^ mentre contester s' era flinoantuo- 
QÌ;^]to.{)pe^ il banco f)ei giudici. B là «bbe la pazienza dì aspettare, e ^ot^ 
% ppcQ riguad^gQÒ terreno, tanto da acquistarsi nelfuso dei nostri terApi 
up^pstq.aou mapQ ampio di, quello occupato dal nuovo cQntraste%\ ve- 
nuto^ a quanto si dice, di paese straniero. Ed ora con eonirasfer vive ia 



1 II francese antico diceva conlresl(r ^ come richiedevano le leggi deUa sua fonologia. Il 
eMtUàkr tméiéttiO »éeon^o U LKtrè- « indubbiamente un ftalianistno del neoohi xvi, qnanMir- 
q)i9 q^alc)ve flseoipia eoo. ff sia aoche iHtlla letteratura aeoAìca. 

t Si aggiungano eontroitanza e eontraslamento ; poi contrastabile contrastabilmente^ che si 
*^Ppoggi<^no &d autorità più recenti. 

3 V. Du Gange, n. v. 



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P. BAJNA. — CONTRASTARE , CONTASTARB, ^233 

pace, grazie a una felice delimitazione di diritti, che permette a ciascuno 
di prosperare senza recar incomodo all' altro. 

Ma la storia più compiuta e più singolare ci è offerta dall* Italia. Qui 
si trovano a fianco non due, ma tre serie: contestare, contastare, con- 
trastare. La prima, della cui identità colla seconda non credo che nessuno 
Toglia più dubitare, se ne distingue tuttavia nella significa;^ione, come 
quella che per amore o per forza si vede costretta a non discostarsi quasi 
mai da avvocati e giusdicenti* Invece le altre due vissero per secoli con u- 
guali diritti, ammesse dovunque, profferite non meno dal volgo che dalla 
gente colta, applicate del pari agli argomenti solenni come ai più 
umili. Di qui quei raddoppiamenti, quelle coppie, da cui prese le mòsse il 
mio ragionamento. Ma mentre contestare, graizie al latino e till» fre- 
quenza delle liti, si tenne ben fermo al suo posto, contastare dovette 
poco a poco piegare in ritirata dinanzi a contrastare, tantoché adessro 
nessuno gli fa più buon viso e i dizionariilo designano col nóme obbrcv^ 
brioso di arcaismo. E si che un tempo esso prevaleva sul suo riràTe,-là 
di cui preponderanza data al più dal secolo decimosesto. Donde là for- 
tuna dell* uno, la disgrazia dell'altra? Dalla pvefosìzìone cantra, che in 
contrastare si aveva intatta, in contastare si supponeva fgnoratri;em©hie 
mutilata dalle bocche volgari. Tanto possono a volte- le false etimologie. ' ^ 

Ora io domanderò se il perfetto parallelismo di quéste due seri», ^è 
Y identità del senso e degli usi non dispongano ad amnfwttére una stretta 
parentela tra le due. La differenza esteriore è così lieve, che siamo tirati 
prepotentemente a cercare una conciliazione. Ma contastarènon pòO rìa- 
scere da contrastare; le leggi dei suoni si oppongono, la storia lo' tìèt<*» 
provandoci irrecusabilmente la sua remota antichità. Sarebbe 'mai Che 
contrastare venisse da contastare? Non posso rispondere in due paròle. 
Se s'intende che la prima di queste due ?oci non sia che una mèra evolu- 
zione fonetica della seconda, la mia risposta sarà certo negativst. È Vere' 
che r intrusione di un r dopo t, ed anche più propriamente dopo nt è 
un fenomeno provato da vari esempi ^; ma se cid ehe in astrato nòfi 
era impossibile fosse realmente avvenuto, non saprei intendere còme a- 
vrebb^ro potuto sopravvivere e prevalere in Italia pef secoR le-'fdrttie 
senza r, di tanto più povere in fatto di vìtalitit. Ma in un attro^ iserisò' 
non sarei lontano dal dire che contrastare venga da òontastdre^: ed e6cd- 
come. Contestari, secondo che s'è visto innanzi, sembra avet* frasfórnlktb' 
la sua srigniflcazione sotto V impulso di una falsa etimologia: Quéllat fkfsa 
etimologia, della quale i più dovevano avere come un sentimento confuso, 
piuttosto che una chiara coscienza, forse non si contentò di cosi poco: 
dopa aver affermato' sé stessa neU' ordine logico volle affermar&i ^aiiahe 
nell'ordine fonico. Cosi può essere che nascesse contràsfmy, che àvea :già 

1 Si ricoHino gli avverbi in -mentre dei dialetti veneti. 



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234 P. RAJNA. — CONTRASTARE, CONTASTARE. 

da tempo un'esistenza per cosi dire ideale nelle menti di chi dicendo con- 
testare o contastare credeva di non dir altroxhe contrastare. Insomma 
in contrastare noi avremmo dinanzi , non dirò una propaggine di conte- 
stari o contastare., ma una pianta parassita nata sul suo tronco, nutrita 
dei suoi succhi. 

Pio Rajna. 



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APPUNTI 



LA STORIA DEL TEATRO ITALIANO. 



UFFIZJ DRAMMATICI DEI DISCIPLINATI 

dell' UMBRIA. 



Tra i codici della Biblioteca Vallicelliana di Roma ve n' ha uno con- 
trassegnato A. 26, il quale porta questo titolo: Cantici antichi italiani 
d'incerto autore scritti nel secolo XV, Avendo potuto nello scorso Ot- 
tobre osservare questo codice, non mi fu difficile di rilevare quali pre- 
:;iosi documenti quel titolo ci nascondeva. Infatti i Cantici di cui è 
parola, sono in gran parte delle composizioni drammatiche; e 1* età che 
ad essi viene attribuita, lungi dal. convenir loro, nemmeno potrebbe con- 
venire alla grafia del manoscritto, il quale, del resto, a più dati si ri- 
conosce non essere autografo ma copia probabilmente di altra copia. Si 
accrebbe in me il sospetto della loro maggiore antichità al considerarne 
la forma singolarissiiua, e ciò ad una volta mi fu di stimolo a continuarne 
lo studio e ad iniziare nuove indagini che fortunatamente non riuscirono 
vane. Altri documenti di non minore interesse ho potuto da quel tempo 
conoscere, e tutte queste materie mentre s'illustrano a vicenda, con- 
corrono poi simultaneamente a rifare la storia finora oscurissima dei co- 
minciamenti del nostro teatro volgare. 

Le pagine che seguono, offrono una prima notizia di cotali materie. 



Il Codice Vallicelliano A. 26 è un volume di membrana alto centi- 
metri 32, largo centimetri 24, scritto in bella lettera della seconda metà 
del secolo XIV e tutto rubricato in minio con eleganti iniziali che si al- 
ternano rosse ed azzurre. Ha fogli 140 con numerazione del tempo in 



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286 K. MONACI. — UFFIZJ DRAMMATICI 

cifi^ romane, e 4 in principio non numerati, 3 dei quali contenenti 
l'indice delle materie, il 4^ bianco. Bianco altresì s'incontra un foglio 
alla fine. Contiene da 29 a 32 linee di scrittura per pagina, e i versi vi 
stanno a due per linea separati 1' uno dall'altro con lievi tocchi di penna 
diagonali — Rilegato probabilmente nel secolo XVII, allora gli fu messo 
innanzi a modo di frontispizio un foglio di grossa carta, ove a capo del 
recto si legge la nota già riferita : « Cantici antichi italianid' inceriomir 
lare scritti nel secolo XVì^, e sotto, dell' istessa mano: « Torquaii Perotti 
Sentimaiis Epi Amerini 1640 ». Lo stemma inciso in rame del me- 
desimo Perotti campeggia nel mezzo incollato fra le due scritte.— Il codice 
è palinsesto, e della scrittura primitiva si legge appena qualche parola 
che sembra latino di notari. Assai ben conservato non però nasconde le 
tracce di un lungo uso, e ciò pare massimamente a' vivagni non gialli ma 
quasi anneriti e a parecchie sgocciolature di cera. 

Senza alcun titolo in principio esso incomincia al foglio I cosi : 

Indominica de adventti tncipiunt dito reges qui ueniunt cum ante xpo. 



T. 



.anto lanate aspectato || Lodio che deueia uenire 
Ecco quii signor biato || Decui lascritura aueia diro 
Humana gente orladorate \ Che uero efilgìo dedio paté 

Jterum. 
Creda ounehuomo conferma fede || Che cosuo error non poderia 
Farmiracogle coseuede || Neconnulla magonia. 
' Cielo «terra mare eabisso A Tutte son soiecte adesso. 

Hac ora sol oscuret et luna fiat sanguis exquo miretur populus ieru- 
saleni et dicunt ad inuicém. 

Prodigio encielo nedem sigràde || Chenemettono paura. 
Elio el sole chenon rispiande || Più elsuo lume nàte ascora 
Laluna parsangue auedere [] Emolte stelle eiciel cadere 

ante xps. 
Emme creda* tutta gente || Chioso elredegloria dengno 
Souenuto auoie presente p Per sotràuo nel mio rengno 

i^ populus. 
Per gram sengne che uedemo || Che sieiereeténal credemo.... 

Questa composizione si continua sino al verso del f. IV, e, come scor- 
gesi anche dal passo che abbiamo riportato, non è un Cantico y sibbene 
una Rappresentazione , la quale figura la venuta dell' Anticristo e il 
Giudrzio finale. A questa rappresentazione un'altra ne segue al recto del 
f. V colla stessa rubrica della prima: In dominica de adventu; poi ven- 
gono cinque laude: In festo s. Andree ap., In secunda dominica de 
adventu, In dominica de Trinitate, In festo s. Nicolai, Concepito b. r. 
Marie; poi una terza rappresentazione: [In] dominica tertia de ad- 
ventu, e cosi via via laude e rappresentazioni vanno alternandosi in nu- 



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DHI DISOIPLINATI DSLL' UlCBBiA. 387 

mero di 134 fiuo al f. CXXVIJ v, precedute sempre da una rubrka latina 
che indica il giorno in cui si dovea recitarle, ed ordinate in guisa che 
formano una qpecie di manuale per le diverse ricorrenze dell' anno- Iw 
turgico. A complemento segue un gruppo di tutte laude (12) colla rubri-* 
ca; Pro doniinicis diébus^ e da ultimo un altro gruppo di' 1 1 tra laude 
e conìposizioni drammatiche, qui sempre denominate Lande anch' ease^ 
colla rubrica: Pro defunctis. 

Si logga ora una di queste laude pei defonti, V ultima della raccolta, 
fissa ci &urà conoscere la bizzarra gente alla quale dobbiamo questo cu^*- 
riosissìmo documento. 

Laus prò defunctis. 

DEVOTI. 

Per fatiga non lasaste I| Che non fecesse desciplina. 

Con grande amore fra noie entraste i| E con devotione piena. 

Vaccio lasse tribulate H BJi tuoie fratelglie disciplinate. 



nETon. 



Qnista compagnia novella 1| T'amava si tieneramente ! 

Or ne responde, or ne favella, || Perchè ne lasse si dolente? 

Poco se' fra noie stato, || fratello desciplinato. 



DEVOTI. 



Fratello, grande amore portaste |t A quieta fìrusta e a qnista vesta, 

La carne tua desciplinaste |] Per avere la temale festa , 

Or àie trovato el crocifisso || Che sempre resgnardave ad esso, . \ 



DEVOTI. 



en quanta devotione |I Faceie, fratello, tua penetentia 

E sempre a tutte le stagione || De la morte aveie temenza ! 

Yedeie che presso t' era la morte, || E noie pur mo ne semo acorte ! 

DEVOTI. 

E voie priego en cortesia || Che vo sia racomandato 
Qnista anima eh' è passata via || De qnisto mondo tribulato. 
Pregate Cristo, o buona gente, || Per Inie mone de predente. 

(F. CXXXX p.\ 

Né questa testimonianza è sola ad offrircisi per istabilire che la rac- 
colta spettò ad una compagnia di Disciplinati; ma di altre — e potremmo 
cavarne quasi da ogni pagina — come non troppo necessarie ce ne passe- 
remo, tanto più che la quantità della materie ne impone, almeno per ora, 
di limitarci a dei cenni. Produrremo bensì una seconda lauda dalla quale 
si apprende che la patria di questa compagnia fu Perugia, ed in essa a- 
vremo una conferma di quanto già ne faceva congetturare il vernacolo 



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2'ib £. MONACI. — UFFIZJ DBÀMMATICI 

ili *cuj è scrìtto r intero volume ^ Questa lauda, dedicata a s. Erco- 
lano antico vescovo di Perugia e suo particolare patrono % si legge al 
.f. XXX VIJ r. nella seguente maniera: 

In decollatione sancti Erculaui. 

DEVOTI. 

Pastor de nostra terra , |; Or trai de guerra quista ina citade 
Che sempre en caritade fl Ciaschednn viva per tuoie oratiune. 

DEVOTI. 

Tu se' lo ver pastore j! Che conn- amore sempre ne guide e reggo. 
Deio lupe percussore |i Sempre àie defesa la tua cara gregge. 
Però de te se legge i| Quii che *1 vangclio s aneto manifesta: 
Ponestecie la tosta || Per campar lo tuo popolo de risione. 

DEVOTI. 

Nel mur de la citade^ y Decapetato foste, o padre sancto, 
Et per gram crudeltade || Trasserte le coreggie d'onne canto; 
Puoie te buglìar da alto. I| Or ne dà gratia che'l reconosciamo. 
Che Cristo sempre amiamo, || E non faciamo a luie ofensione. 

DEVOTI. 

Sempre receve hoiiore 1| Quista cita da onne suo vicino 
Per lo 'nfinito amore || Che sempre porte al popolo peruscino. 
Pastor tutto divino, || Pregante che perserv'e la tua enpresa, 
Che sempre sia defesa || Quista cita da onne dievisione. 

1 Docuinaiili a stampa eh' io conosca dell* antico dialetto di Perugia, sono: i Due $laluU 
iunluarii circa il vestire degli uomini e delle donne ordinati prima del 1322 dal Comune di Pe- 
rugia. Ivi, Baduel, 1831, in quarto, fpubbl. per nosxe); le Cronache e etorie inedite della dita di 
Perugia dal MCL al MDLXllI edite neìV Archivio storico italiano, voi. 16; alcuni versi esistenti 
in una pittura del sec. xiv nella Chiesa perugina di s. Croce di Porta s. Pietro, editi alla p. 53 
delle Lettere pittoriche perugine del Marlottl (Perugia, Baduel, nSS); varie poesie di Cecco Nuo 
coli (sec. xiv) sconciate e pubblicate dalTAllacci nella sua raccolta di su il cod. Barberìniano 
n. 130, XLX contenente un canzoniere di poeti in gran parte umbri che un giorno spero di far 
conoscere. Altri molti no giacciono inediti, e piti innanzi ci occorrerà di segnalarne diTeral. 
9 Oltre s. Ercolano sono particolarmente venerati in Perugia anche s. Lorenzo, s. Costanzo, 
8. Andrea, s. Fiorenzo , s. Pietro martire , s. Domenico ,ed altri. Per tutti nel Cod. Valile, si 
trovano delle composizioni. In quella per s. Lorenzo (f. CXVIJ v.) si legge 

O bi«to cftnpione, i Per chaie amore ae'poato en noitra terra ; 
Capo se' e defenaione I Conn-Àrcolano, che ne tra' de guerra 
E quieta noatra terra l N'à conservata en unitadc.... 

lu quella per s. Costanzo (f. XXXIJ v.) 

martore florloto I Saneto Ooitan^o, per noie tu aie pregato 
Che eie nostro aToeato I Per quieta compagnia qnal'i mo nato. 
biaio campione i Ooitanco, che da Dio foste amato; 
Che Cristo fram signore i Ella cita de Pcroscia i'à Issato, 
Ed & te tanto amato; i Che per defesa della cita nostra. 

Perchè non sia remossa, i Da ninna gente.... ^ 

Altre citazioni sarebbero superflue. 

S A commento di questi versi daremo qui un passo cavato dagli Ada et miracula integra a. 
lierculiani seu Herculani..., auetore anoymo perusino editi dal Pez nei Thesauri anecd.noviu- 
(t. Il, p. Ili, p. 127), ove il martirio di s. Ercolano viene così descritto secondo T autorità di s. 
Gregorio ne* Dialoghi: « Anno vero septimo nondum finito obsessa urbe (Perusia) Gothorum o- 
xercitus intravit. Tunc comes qui eidem exercitui praeerat.... venerabilem virum Herculianuin 
Episcopum, super urbis murura deductum capite truncavit, ejusquo cutemjam mortuo a vortice 
usque ad calcanoum incidi!, ut ex pjus corpore corrigia sublata videretur, moxquc corpus il- 
lius extra muros projf cit. » 



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DEI DISCIPLINATI DELL' UMUUIA. 'M9 

li. 

Accanto alla lauda riportata qui addietro un'altra ne contiene il no-» 
stro codice dedicata al medesimo santo, la quale incomincia cosi: 

A tutte Tore sia landato D El martore sancto Herculano... 
Questa lauda la ritrovai un giorno nella Bibliografia storico-perugina 
del Vermiglioli, ove si legge alla pag. 191 del voi. I preceduta da que- 
sta nota : 

€ Laude Spirituali in onore di S. Costanzo e di S. Ercolano Vescovi di 
Perugia, Mss. — Sono in un preziosissimo codice membranaceo di Lande spi- 
rituali presso di noi che ne contiene 119 e che portaiio la data del 1374, e noi 
ne diamo conto in ossequio della loro antichità. Sembrano scritte nel più incolto 
dialetto perugino che allora corresse per la bocca dei più, ed è forse uno dei più 
antichi saggi della perugina poesia. Le due Lande, che fino ad ora furono ascose 
ad ogni ricercatore di perugine cose, e che leggonsi ai fogli 11 e 12 del codice 
sono molto somiglianti fra loro, ed a noi sarà sufficiente pubblicare unicamente 
quella di s. Erodano ^» 

Per mez^ del mio amico sig. L. Manzoni, il quale dimora in Perugia, 
potei ben presto aver notizia di questo secondo codice, ed in esso trovai 
un opportunissimo sussidio per la illustrazione del primo. — Appartenuto 
già dal secolo XIV alla confraternita perugina dei Disciplinati di s. An- 
drea, dagli archi vj di questa confraternita l'ebbe il Vermiglioli; passato 
quindi in altre mani dopo la morte di questo erudito , venne alla fine de- 
positato presso il Municipio della città, e là presentemente si conserva. 
— « Il codice — cosi mi scriveva il Manzoni — è membranaceo, alto 
cent. 31 largo cent. 25 e consta di due parti distinte, che furono alli- 
gate insieme probabilmente quando fu scritta la prima che è la più re- 
cente. Questa prima parte, composta di 6 fogli dei quali il primo e Tultirao 
bianchi, contiene negli altri quattro, in carattere della seconda metà del 
secolo XIV, le Costituzioni dei Disciplinati di s. Andrea. Esse Costituzioni 
cominciano cosi al recto del f. 2 : 

A nome de Dìo amen, nelglàgne de messer domenedio Mille trecento lxxiiij 
a di XY del mese desetèbre nella dictioè quinta de mesere Grrìgorio papa un- 
decimo. Quista e una matricula facta e còposta per gle magnifico e potente 
huoene Yàgne dandrucciolo priore, Giapoco de puccio sopriore , Giorgio demar- 
timo Masaio. Adhonore et reveretia de dio e dela sua matre Yergene Maria e dei 
gloriose martore e defensore mesere sc5 Herculano, scò Lorenzo sco Costanzo 
et scò Andrea apio. Et ad onoè e stato de la scà madre echlesia e dei suole pro- 
tectore e mantenetore e gonenatore ed a magnificètia e pacifico stato del populo 
de la cita de peroscia. 

I Op. cit. p. 190. 



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240 E. UOSkCL — UFFIZJ DRAMKÀTIGt 

Seguono gli statuti divisi in 39 capi, e l'ultimo capo finisce al verso 
del f. 5. 

La seconda parte, contenente le laude segnalate dal Verraigìioli, con- 
sta di 76 fogli divisi in 9 quaderni e 1 duerno che cade dopo il quinto 
quaderno; e sì per la pergamena come per la scrittura si riconosce essere 
assai più antica ^ dell'altra e certamente non posteriore alla prima metk 
del secolo XIV. Molte parole del re(Ho del f. 1 sono divenute illeggibili, e 
ben si vede che per qualche tempo questo foglio servi di copertina al 
volume. Il suo principio è questo: 

ffec laus pè die natiuitatis dhi tcipit maV dht, 
Giuseppe char mio sposo |1 Resguarda la còpagnia tua mala 
Cfaella.... me granoso H Alquanto volòtier me poseria. 

Joseph ad pastores. 
Or chi nàsegneria |1 Luoco dua noie podessemo albergare 
Pastor uoi ne pregare || Per cortesia de aoie iosia.... 

li verso del f. 43 non che l' intero f. 44 sono bianchi : il resto del co- 
dice è occupato tutto dalle laude e queste sono in numero di 122. » 

Dalla tavola che in seguito mi mandò il Manzoni di tutte le rubi^icke 
e i capiversi di queste laude, ho potuto rilevare che non memo di 92 sono 
quelle che si ritrovano nella raccolta Valllcelliana. Ma prima che e' inol- 
triamo nell'esame di queste due raccolte, debbo far cenno di una terza 
raccolta simile alle prime, che mi fu segnalata da un*altra pubblicazione 
del medesimo Vermiglioli. 

III. 

Sembra che questo dotto perugino dopo trovato il ms. dei Discipli- 
nati di s. Andrea ne tenesse parola coU'abate G. di Costanzo, un monaco 
cassinese che nel 1803 dimorava in Assisi. Costui, che nella biblioteca 
dei signori Frondini di quella città ne aveva rinvenuto un altro simile, gli 
scrisse una lunga lettera, dipoi pubblicata fra le Cento lettere inedite di 
LVII uomini illustri al cav. G. B. Ver^niglioli (Perugia, Bartelli, 1842), 
ove gli diceva : 

€ La scoperta da lei fatta delle Laude di cotesta compagnia serve a mera- 
viglia ad illustrare il codice Frondiniano anch* esso membranaceo, di cui ragio- 
nammo insieme.... I saggi che mi ha favorito mostrano chiaramente la contem- 
poraneità dei fiimatori, o come allora chiamavano Trovatori; dell'une e delP altre 
ò lo stesso dialetto, le frasi e tutto l'andamento.... Il suo codice deve essere assai 

1 La data i374 ohe si trova a capo della prima parte, fece dapprincipio credere al Vermi- 
glioli, come appare dalla nota che abbiamo riportata piti su, che dell* istesso tempo fossero le 
lande. Ma in seguito egli s* avvide deirerrore, e nella Storta è Coztituzioni della ConfroUmUa 
d$i ffobiU della Giustizia (Perugia, 1846) parlando nuovamente di questa raccolta disse (p. 8) 
ohe la si poteva ritenere scritta e forse anche nel secolo xiii ». Peraltro nemmeno questa volta il 
suo giudizio colse nel vero come ne fa certi la lauda di cui si parla alla pag. £45. 



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DEI DISCIPLINATI DKI.l/uXB&lA. ' 2il 

più copioso deirassisiano, che è in 4^ tendente al quadro, di fogli 42 e pag. 81 
e le strofe sono seguite senza cominciar da capo i versi di cai sono composte ^ 
che è indizio di maggior antichità dell* esemplare.... > > 

Anche di questo codice se oggi posso parlarne con sufficiente cogni- 
zione, lo debbo al Manzoni, che recatosi all'uopo in Assisi me ne forni 
una* descrizione assai particolareggiata e vi aggiunse copiosi estratti. Da 
questa descrizione toglierò quanto sia necessario a far completi o a cor* 
reggere i cenni del Di Costanzo. 

La grafia del codice è del cominciare del trecento. Esso consta non 
di 42 ma di 60 fogli della misura di cent. 23 per 17, e pel suo contenuto 
si divide in due sezioni la prima delle quali, f. 1 r.-42 r., comprende 16 
laude; la seconda, f. 42 1;.-00 r., «degli Oremus , il Responsorio perla 
benedizione del cadavere, le prime lezioni dell* Uffizio de* Morti e altre 
preci latine. » 

Qui pure frammiste alle laude e col titolo di Laude troviamo delle 
composizioni drammatiche: tali sono i nn. 3, 7, 8, 9, 10, 11 *. E che anche 
questa raccolta spettasse in orìgine ad un sodalizio religioso, cosi lo si 
può argomentare dal tutV insieme del suo contenuto, come da v^j passi 
della laude stesse. 

La 6^^ per es« incomincia cosi: 

Tenete a piangere con Maria | Voie fUglogli desciplinate.,., 
cosi la 10*: ,' 

filglogli del Crocefisso \ Cristo Ihesn dissiplinato, | levate gli ochi vostre 
ad esso | che ne perdone onne peccato, | ed ascoltate cosa f arimo | quando al iu- 
dicio verrimo.... 

E il prof. Cristofari nella sua Storia d'Assisi (ivi, Sensi, 1866, p. 225) 
opina che tale sodalizio fosse l'assisiate dei Disciplinati di s. Stefano; 
e l'arguisce non solo dal trovarsi qui una lauda (n. 15) dedicata al pa- 
trono e titolare di cotesto sodalizio, ma ancora da un luogo de' suoi an- 
tichi statuti ove è ordinato che i Fratelli, in una processione che faranno 
il Venerdì santo, « vadano cantando i Lamenti di nostra donna rima- 
sta vedova del suo dolce figliuolo. » Nelle quali parole, secondo lui, 
sarebbe accennata la 6* lauda del Codice Frondini, che porta appunto 
per titolo Lamentano Marie Virginis e comincia cosi: 

Venete a piangere con Maria | voie, filglogli desciplinate, | la più dolente che 
maio sia | frali* altre donne tribnlate. | en vedovanza fo venata | a cui dìo l'An- 
gelo tale salata.... 

Peraltro, senza nuovi argomenti che la confortassero , questa conget- 
tura potrebbe dar luogo a qualche dubbio. Il passo degli statuti citato dal 
prof. Cristofari dice che quella processione dovea recarsi dall' Oratorio 



1 Op. eie. p. 53 e tegg. 

f V. neW ApptndiCB la tavola di questo ms. 



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242 E. MONACI. — UFFIZJ DRAMMATICI 

della Confraternita alla chiesa di s. Francesco e poi giungere sino alla 
Porziuncola, che dista da Assisi una buona lega: ed è in questo non breve 
cammino, ed affinchè ^quanti in loro s'avvengano n' ahhian cagione 
di coiìipungimento e di dettole lacrime », che i Fratelli avrebber do- 
vuto cantare la detta lauda. Ora si domanderà, questa lauda, un breve 
componimento lirico di 10 strofe, quanto poteva essere acconcia a tele 
oggetto? 

Ma il dubbio si risolve per un altro componimento, il terzo della rac- 
colta, che pure s'intitola Lamentatio Marie ed è una rappresentazione 
in 180 versi che figura una scena della passione di Cristo. Dopo cantato 
il primo Lamento che forse serviva come di preludio, seguitavasi, io 
penso, con quest'altro S la cui forma drammatica volendo oltre al canto 
un certo apparato figurativo era anche più atta a colpire T immagina- 
zione del popolo e a commuoverne gli affetti. — Cosi anche ai di no- 
stri furon viste in molte parti d'Italia altre confraternite figurare si- 
mili scene nelle processioni del Venerdì santo ^ e quest'usanza che nell'età 
media fu divulgatissima, venne propagata tra noi appunto per opera de- 
gli antichi Disciplinati. 

Negli statuti della Compagnia di s. Stefano, secondo il sunto datone 
dal Cristofari (op. cit. p. 223-226), è pure ordinato che la sera del Venerdì 
santo «s' adunino i Fratelli nell'Oratorio; il Priore lavi loro i piedi, e 
si passi la notte in devote Laudi >, E nel^codice Frondini sotto la ru- 
brica Lauda del Venerdì sancto troviamo tre rappresentazioni della Pas- 
sione (nn. 7, 8, 9), che sembrano addirittura destinate a quest' officio. 

La 1* incomincia con questi versi: 



1 n tuo principio tembrA yeramenta il passaggio da uiraltra composizione : 
Or ve piMoia d'A«oolUre i e I vostre ocehi endarre • pianto I e dolerTo e-Uamontare i m toìo Cristo aitate alqaaato, i el 
qval* par noie è ttato preso m per nuH'omo non fo defeso. - Mabia katik ooawi • fUgloIo abaodonato, I da boII'obio a- 
Testo aiuto i sol se'al giodia lassato I e dal deseipol tvo tradvto i elqnal basiando t'abraecione i e suo maestro te ehiaaoae.... 

i\ titolo e la forma di questa composicioDe ne fa ricordare il Lafnv^^O della Vérgine di Ja- 
copone da Todi, uq altro piccolo dramma del ciclo della Passione, che probabilmente fu de- 
stinato al medesimo olflcio. Veggasi Tediz. Tresatti, p. 306, e Ozanam Poeti Franeeteani p. 150. 

t Di tali processioni rammento di averne veduta una a Pennabilli nel Monte-Feltro non 
ha molti anni. Procedevano alcune confraternite recando i diversi simboli della Passiono e 
cantando lo Stabai accompagnato dal suono di una marcia funebre. In fine veniva un gruppo 
di piti persone che flgnrava V andata di Cristo al Calvario. Tutti erano vestiti secondo il co- 
stumo antico, e scorgevasi il Cristo muoversi a lenti passi trascinando nna pesantissima croce 
sotto la quale cadeva piti volte a terra. Seguivalo il Cireneo e gli dava soccorso. Intorno erano 
i Oindei armati quali a piedi quali a cavallo, e tenendo il Cristo legato con delle funi simula- 
vano scherni ed oltraggi. La processione facevasi di notte e produceva un lugubre effetto. — 
Un'altra ne vidi in Piperno (provincia di Campania). Chiamavasi la processione del Crùto morlo, 
e il Cristo schiodato dalla croce veniva portato su di una bara fino a che rientrandosi in chiesa 
lo ai deponeva in un altare foggiato pel momento a guisa di sepolcro.— Lo stesso ho veduto 
pratloarsi in Frascati (provincia di Roma): e qui al feretro tenevan dietro velate a bruno tré 
donne che rappresentavano le tre Jfarié, e lo precedevano in mezzo alle file delle confraternite 
parecchie fanciulle vestite da Angeli che portavano i simboli della Passione. In Italia tutti piti 
o meno ricordano di aver visto od inteso descriverò simili usi. che ora di giorno in giorno vanno 
cessando. 



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DEI DISCIPLINATI DELL' UVBRIÀ. 243 

Levate gli occhi e ressgaardate : | morto è Cristo ogge per noi. | le mano e i pie 
en croce chiavate | operto el lato.... o triste noie I | piangiamo e feciamo lamento | 
e-nnarriamo del suo tormento.... 

Per tanto la congettura del sig. Cristofari resta sempre più avva- 
lorata, ed io credo che la si possa accettare senz* altra ragionevole e- 
sitazione. — Gli statuti dei Disciplinati di s. Stefano portano la data 
del 1327 *; ma questa data segna Tanno in cui la loro confraternita fu 
sanzionata canonicamente, non Tanno in cui essi ebbero origine. Tale ori- 
gine, come ancora quella dei Disciplinati perugini, risale ad un tempo as- 
sai più lontano. 

IV. N 

Alcune parti del Codice Frondini sono comuni al Codice di Perugia e 
al Vallicelliano -. Infatti 

la strofa 1 del 7 F si ritrova a capo del 142 V ^, 

il 9 F si ritrova nel 02 P e nel 90 V, 

il 13 F si ritrova nel 90 P e nel 127 V. 
Per quanto posso rilevare dagli appunti communicatimi , le differenze 
di questi testi sono considerevoli; e senza punto. fermarci alle varianti dei 
singoli versi, basterà qui notare che il numero delle strofe nel 9 F è di 
52, nel 90 V di 78 e nel 62 P di 79; nel 13 F è di 7, nel 90 P e nel 127 
V è di 5.-Senza dubbio il P e il V sono indipendenti dal F. Ma quale dei 
tre testi è il più sincero? Se non m' inganno, il V; e certamente nei passi 
che ho potuto comparare la lezione del V è la più corretta, né partecipa 
dei molti errori che guastano il F nel senso e nel metro. Per il che sem- 
brami doversi ritenere che, almeno per questa parte, il V derivi da un 
esemplare più antico che non quello da cui deriva il F. 

Raffrontando nelle altre parti il V col P, si giunge a conclusioni si- 
mili. Il V pare affatto indipendente dal P: e come la lezione del P in molti 
luoghi si trova già fortemente alterata, laddove il V la conserva tuttavia 
abbastanza corretta, così è forza riconoscere che T esemplare del V deve 
essere stato non di poco anteriore a quello del P. Perchè poi s' abbia una 
idea di cotali alterazioni, valga il seguente esempio. Il n. 41 del V è una 
rappresentazione drammatica delTAnnunziazione della Vergine. Essa con- 
sta di due parti, nella prima delle quali gli Angeli perorano a Dio in fa- 
vore della umanità decaduta dopo il primo fallo, e Dio decreta la incar- 

1 «Furono i detti statuti scritti in pubblica forma dal Notaio Jacopo di Vanni dopo essere 
stati approvati in una generale adunanza della fraternità, e recano le seguenti note cronolo- 
giche: « Sub anno Domini 13S7. indiotìone K die 25 mensis Augusti, praesentibas Sancte Andrioli, 
Patio Lelli Salimbene, magistro Andrea inagistri Nicolae, Musciarello Tomassutii, et TjoIo Ja- 
cobi testibus ad hoc rogatis.» (Dall' Op. cit. del Cristofari p. 220.) 

2 D*ora innanzi indicheremo questi codìri colle sigle F, P, V. 

3 V. ìmW Appendice la tavola dei mss. 



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244 K. MONACI. — UFFIZJ DRAMMATICI 

nazione del Verbo; nella seconda, uno degli Angeli scende in messaggio a 
Maria e le annunzia che il Cristo nascerà da lei. Ora, di queste due parti 
il P ha fatto due rappresentazioni distinte, e alla prima ha posto la ru- 
brica In anuntiatione Virginis Marie , alla seconda ha posto quest'al- 
tra rubrica In nativitate Virginis Marie! Un altro esempio di queste 
alterazioni lo si troverà neW Appendice , ove il n. 13 del V è accompa- 
gnato dalle varianti del corrispondente n. 1 del P, e se non fosse super- 
fluo altri ancora potremmo citarne. 

Questi fatti dicono già abbastanza che per ritrovare il tempo in cui 
verisimilmente ebbero orìgine le coraposizìoni contenute nelle tre raccolte, 
convien risalire molto più in su di quanto non parrebbe alla grafia dei 
manoscritti. E su questo proposito giova altresì avvertire che il V, seb- 
bene mostri di derivar da fonti più sincere che non quelle degli altri due 
codici, nondimeno anch'esso dà segni di parecchie sconciature nei testi. 
Varj luoghi privi di senso, molti versi ed intere strofe qua e là omesse lo 
attestano ad evidenza. Né manca di peggio: che sotto il n. 4, per esempio, 
vi troviamo un canto lirico per la seconda domenica dell' avvento da re- 
citarsi dai Devoti, che nel contesto ci si rivela per un componimento 
drammatico, probabilmente frammentario, nel quale genti dell' altro 
mondo (i Patriarchi nel Limbo) implorano la venuta del Messia perchè 
le sprigioni dal carcere ove stanno rinchiuse *. Sotto i nn. 101 e 126 tro- 
viaìno con forti varianti un altro canto lirico, in origine dialogato, che 
si riferisce all'arcangelo Gabriele e che secondo il codice doveva cantarsi 
nelle due feste di s. Michele ^. Ed è notevole che tanto il n. 4 quanto il 
n. 101=126 si trovino anche nel P nelle condizioni medesime in cui ci si of- 
frono nel V, sebbene questi due codici, come si è già notato, attingano a 
fonti diverse. Laonde non sì andrà, parmì, lungi dal vero tenendo che 
molta parte di queste composizioni sia stata prodotta verso il declinare- 
del secolo XIII; e il rinvenirsene fra di esse alcune che spettano a Jacopone 
da Todi (•}• 1306) è pur questo un fatto che in qualche modo avvalora la 
nostra opinione. A giustificarla non mancheranno in seguito altre ragioni.. 

Ma se le più vanno verisimilmente riferite al secolo XIII, non cosi è a 

i F>c«n6 alquanti versi: 

Drvoti : 
signor» omnipotente l Che lungo tenpo àie profetato 
De ■«Iran U uaana f eAi* I B lib«cuUft Aal pM;««1« , 
Or te muove • piotate • Che starno en t^nta eativita'e. 

. . , '. , I Per Io peccato del primo liuom» 

Ti|tt« SCIO» «nunekrate 

Manda 'I tuo fl^luol cortese I Che tosto espe^fa este eai*He 

1 '^ 

Pnoie che te piacque^ «terno, l C\ic tanto tempo aian^oi state 
Eta 9mM« Ì«mh« eh ìà'nftrno f A purgare gle nostre peccate, 
ìfnn prender de noie piò Tendetta, ] Desevnde puoie c'onn'uomo t'ssperta. 

(f. ▼! r.) 

t Esso comincia : 

O blato eainpione | O^hrM dr^Ddlo mrsftsgKio 

^ la rubrica dicp : In fe$lo $anetiMì(!HKKi.ìs areangeti, cosi ai f. Vìi r. romi» al f. CXXU r. 



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DEI DISCIPLI>'ATI DBLL' UMBBU. ^ 

pensare di tutte. Sotto il n. 6 nel P e sotto il n. 18 nel V incontriamiO 
UQ* istessa lauda per la canonizzazione di s. Tommaso d'Aquino seguita 
nell'anno 1323, la quale ne induce a credere che probabilmente al- 
tre laude ancora vi si troveranno spettanti al secolo XIV. Ecco il princi- 
pio e la fine di cotesta lauda secondo la lezione del V, sostanzialmente 
concorde a quella del P: 

In festo sancti Thome de Aquino. 

DEVOTI. 

Nuovamente landemo || Qnil doctore sommo santo Tomasso 
Pnoie oVègicmto aquil passo \\ Che sancta Chiesia l'à canonicato '. 



Currea mille trecento W^noie vinte e tre, per farne recor^an^a, 
£1 Papa fé parlamento II Deie cardenagle suole come era usanza. 
Pierglie testimonianza; !i Giovangne papa fé '1 primo sermone 
EM sancto cornandone; Il Puoio el re Ruberto ^ eia sermocinato. 

(Fol. XVIJr.) 

Peraltro» le stésse conformità Tistesso colori tp che osserviamo in 
tutte, vuoi nel linguaggio, non per anco tocco da influenza toscana, vuoi 
nella yer^eggiatura e ubIIo stile; mentre renderebbero fallace un tentativo 
di scernere quali appartengano ad uno e quali ad altro tempo, ne {anno 
insieme persuasi che ben poca possa esser fra loro la distanza delUetà. - 



A meglio confortare ì nostri criterj giova rivolgere uno sgviardo alla 
forma sotto cui ci si presenta il dramma nelle tre raccolte: e dico alla, 
forma soltanto, però che del suo contenuto toccjiereroo più oltre, CojDQinr 
clamo dal nome. ,^1 

Il nome che qui gli vien dato, è quello di Lauda: nome antìcbis3in>a 
e che nessuno storico ricorda come attribuito a composizioni drammati- 
cTie. Il Cionacci medesimo, che viveva nel secento e fu solerte indagatore 
di quanto specialmente s'attenesse alla storia del teatro medioeyale ita- 
liano, non fé' veruna menzione della Lauda là ove intese raccogliere 
tutta la nomenclatura delle Rappresentazioni. — « Si chiamavano — 
scrive egli di queste — ancora Feste..,. Storie,.,, Esempii,.,. Misterii,,,, 
quali nomi si prendevano quasiché per sinonirpo.... Chiamaronsi anche 
Spettacoli,,,, Le Rappresentazioni cavate da storie ecclesiastiche, ora col 
nome di Vita, ora dì Passioìie e Martirio^ se eraa di martiri, si addo- 

1 Cod.: canonicato. 

8 II re da sermone di Dante, BobertQ dìNapolUPer tutta quft;«ti^ particolaritA storiche v. il 
Touroxi, Yii^ di i. Tomina$o d* Aquino, Ven«cta^ 1763, p. .%5. . > 



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216 B. MONACI.— UFFIZJ DBAMICATICI 

mandavano.... Se preso dal Testamento Vecchio, eran dette Figure.... ma 
quelle che eran cavate dalla Storia Evangelica, col neme di Vangelo veni- 
van denominate K >^ Ma se anche il Cionacci ignorò cotesta denominazione 
del dramma volgare, non è a farne meraviglia; dappoiché pure nell'Umbria, 
dove ebbe vita, Tavevan dimenticata assai per tempo. In un inventario 
che vedremo, delle cose spettanti alla confraternita perugina dei Discipli- 
nati di s. Domenico, compilato nel 1485, troviamo registrato: « Uno li- 
bro de lande corno dialogo en pergameno », e quest' aggiunto « corno 
dialogo » ci mostra chiaro che sin d* allora la voce Lauda più non a- 
veva comunemente quel valore che ebbe per lo innanzi. Infatti, per desi- 
gnare il dramma religioso, già da un pezzo erasi colà sostituita la parola 
Devozione; e il nome di Latida, non punto proprio ma tolto a prestanza 
dft quei canti ascetici che i Disciplinati prima e dipoi i Bianchi e i Lau- 
desi fecero popolari per tutta T Italia, era tornato a restringersi nel do- 
minio della lirica. Il documento più antico, che io conosca, ove si parla 
di Devozioni in senso drammatico, è del 1339, ed è un altro inventario 
che pur vedremo, dei Disciplinati perugini di s. Domenico. Ma quello per 
avventura non fu il primo momento che la Lauda avea ceduto il luogo 
alla Devozione siccome ad un sinonimo meglio adequato. 

Più che un sinonimo, ben presto nella Devozione troviamo il succeda- 
neo della Lauda. Due Devozioni oggi si conoscono e sono le Devozioni 
del Giovedì e del Venerdì santo scoperte non lia guari dal sig. F. Pa- 
lermo ^ e pubblicate integralmente , mentre si scrivono queste pagine, nel 
voi. II di questa Rivista (pag. 5 e ss.) per cura del prof. D'Ancona. Esse 
ci vengono dall'Umbria, secondo tuttora lo attestano nelle rime parec- 
chie tracce di quel vernacolo che hanno resistito ai rimutamenti de' copi- 
sti di altre province^; e la loro età, sebbene Y apografo che le conserva 
sia datato dal 1375, vuol riferirsi, giusta il parere dei sigg. Ebert* Klein ^ 
Bartoli^ e D'Ancona"', a tempi ben più remoti. Ora, coXdW Devozioni 
poste a confronto delle nostre Laude, segnano su di queste un progresso 
che non è soltanto nel titolo: è nel metodo di compilazione, pel quale ve- 



1 Cionacci, nelle Oif^trvazioni premesse alle Rime sacre di Lorenzo de' Medici. Firenze, 1630, 
col. 6-10.-— Mi si permetta qai di chiamar l'attenzione di qualche studioso sopra il lavoro prin- 
cipale di questo dotto fiorentino, che si conserva inedito nella Magliabecchiansfdi Firenze. Porse 
non inutilmente verrebbe compulsato. Esso porta la sigla Cf. Vlìly iV. 9 e tratta specialmente : 
Delta poeiia drammatica e iua divisione ; Delle Rappresentazioni antiche ; Delle varie denomina- 
zioni che ebbero: Quando cominciarono a dividersi in aiti e scene; Dell' Ànnunziazioni ; Dei 
versi; Della recitazione; Del luogo destinato per teatro; Degli apparati; Degl'ingegneri; ecc. 
TraiB^go questa notizia dal De Batines, Bibliografia delle antiche Rappresentazioni italiane, Fi- 
renze, 1853, p. 86. 

« Catalogo dei Manoserilti Palaliniy II, 272-291. 

3 Rivista di filologia romanza, li, S, 9. 

4 Die alteslen italianisehen Mysterien (in Jahrbuch f. rom. Liter. V, 72>. 
•'' Geschiehte des ttalienischen Drama's. Ersi. Bd. 163. 

6 / primi due secoli della letteratura italiana, 179 e ns. 
~ Rivista di filologia romanza, II, 6. 



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DEI DISCIPLINATI DET.L^ UMBRIA. 247 

iliarao che le Devozioni hanno tutti gli annotamenti scenici in volgare, 
laddove \q Laude, all'infuori di tre (99, 107, 129 del V) gli hanno sempre in 
latino ^• è nell'organamento drammatico assai più sviluppato nelle Devo- 
zioni che non nelle Laude, è infine nella verseggiatura. 

La verseggiatura delle Devozioni è in fondo quella stessa delle Rap- 
presentazioni dei secoli XV e XVI : è l'endecasillabo rimato a sestine o 
pure ad ottave. Ben è vero che in tale verseggiatura non si scorge per 
anco molta, regolarità: v*è anzi una oscillazione quasi continua, e tutto 
ci dice che siam proprio in sul cominciare di una nuova maniera. Ma que- 
sta maniera è di già trovata e ciò basta. Si osservi adesso la verseggiatura 
delle Laude. Questa si compone: o di semplici ottonarj rimati per lo più 
a sestine, o vero di settenarj ed endecasillabi alternati in istrofe general- 
mente di otto versi, con rime che s'incrociano e con una strofa più 
breve al principio e alla fine, la quale colla rima dell'ultimo verso inca- 
tena tutte le altre strofe del mezzo. 

Che pensare di questa verseggiatura? Essa indubbiamente ci dimostra 
che le Laude vanno riferite ad un'epoca non di poco anteriore a quella 
delle Devozioni, e conferma ad un tempo i criterj che ci suggeriva il 
confronto dei codici, e pei quali eravamo tratti ad assegnare queste 
composizioni almeno al declinare del secolo XIIL Invero, qui vediamo il 
dramma in un periodo del tutto diverso; un periodo primordiale, anzi 
dì formazione , in cui esso non è giunto per anco ad avere una strut- 
tura ritmica sua propria, ma tenta svolgersi in quella della lirica, della 
lauda stessa da cui, tenendone ancora il nome, pare che si sia pur allora 
distaccato. Di più: tra le due forme della lauda, esso nemmeno ne ha 
scelto una che più gli si addica, come poi farà il Maggio campagnuolo 
che anch'oggi coi suoi ottonarj rallegra i colli toscani^; masi prova 
ugualmente in ambedue, ed in una diventa né più né meno che una ballata, 
talvolta enorme, cui non manchi né la sua ripresa né la sua voUa, siccome 
può vedersi nel n. 13 V, riportato nélV Appendice. Ora, perchè da cotesta 
forma cosi rudimentale si passasse a quella delle Devozioni, di leggeri si 
comprende che un certo tempo si addimandava; tanto più che in questa 
forma oggi vediamo essersi prodotta una elaborazione che fu certamente 
copiosissima. Che anzi, se dovessimo secondo taluno^ collocare le 2)^- 
vozioni tra la fine del duecento e il cominciare del trecento, anche più 
addietro che non dicemmo converrebbe rimandare la origine delle £»audé?. 



1 Questa particolarità delle annotazioni sceniche in latino riscontrasi nelle più antiche com- 
posisioni drammatiche di altri paesi ancora. V. per es. gli AUleuUche Schan$piele, i Towneiep 
Èly$ierle$, ìa Ré$urrecUon, VAdam ecc. Il Du Méril, Orig. lat. du théatre moderne p. 55, vede in 
esse le prime versioni dei misteri liturgici latini. V. appresso alla pag. 253. 

t Sui Maggi veggasi La Rappre$entazione drammalica del contado toscano per A. DWncona 
nella Kuova Antologia^ XIT, 1 e ss. 

3 V. Palermo, Catalogo dei Mm. Palat. Il, 330. 

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^48 V.. M01»ACI. — (TFFIZJ PftAMKÀTlLf 

ila: questo non ci pare sicuro consìgUo; ed in quanto aJle Devos^ioni, 
senza pure far coato di un pa^so della seconda di esse (str. 31) ove ai 
potrebbe scorgere una remiaiscenKa dantesca, è per altre da Gon3Ìderare 
che qui troviamo V ottava di già formata, e sino a tanto che.ì latti no» 
abbiano infìrmato la costante tradizione che di q.uesta figura ritroica 
vuole autore il Boccaccio \ una sentenza che a quella tradizione im-* 
plicitamente contraddice, altro valore non avrebbe se non di una af- 
fermazione gratuita. 

VI. 

Le conclusioni a cui ci hanno sospinto le precedenti ricerche, tro- 
vano . la loro spiegazione nella storia. Poco dopo la raetk del secolo XIII 
cominciò in Italia quel grande commovimento religioso donde ebbero ori- 
gine i Flagellanti, detti ancora Disciplinati o Battuti-, e da quel 
tempo altresì dovette incominciarsi quella loro letteratura, della quale 
oggi conosciamo tre frammenti nei codici di Assisi di Perugia e di Roma. 
Col canto delle laude e colla rappresentazione drammatica dei princi- 
pali fatti del cristianesimo costoro s' infervoravano alla penitenza ed 
eppite^vanp il volgo air esempio. Gli statuti dei Disciplinati di Assisi lo 
diphiar^ano espressamente, e che altrettanto costumassero fare sin da 
principio come lo vuol ragione cosi ne consta per testimonianze non 
dubbie. Lo sappiamo pel documento cui si riferisce^ il Muratori quando 
narra siccome i Bolognesi in più di 20,000 persone sul fine di Ottobre 
(1260) coi lofo gonfaloni battendosi e cantando « Laudes divùia^ et 



1 Un aneddoto relativo alla questione del primato della oUava che si attribaisce al Boccac- 
^lès^'tién iìtimòkAa 4itl sig, Qtton n«)la Prefamene alla nuova edisioae da lui cumtadel Tra^ 
(0^,<^<f rim^M^olgfitridi AntwiQ Va Témpo^ compatto nel 133?. Bologna» Romagnoli, )Sa9. NeJJa 
prima edizione di quest^opera (Venezia, I509j si lesse una nota marginale alla carta 35 ove della 
ocilv^a recUiKiifti la tediria eò un eaemplo. La cosa « fece dard ne^gerandi, d« Mfenó Bquioola in 
qjMlf laj>¥^iM494^ i^arte 4ai retori.» Ma lo Z«noe il Tiraboscbi megli» eaajni natala, appurarono 
che quella nota era un'addizione postuma, la quale, se nella stampa, non così rinvenivasi ne> 
gtt aótrehi inanMorhti. Veriflcossi ahfesl ohe quella «trofa portata ad esempio spetta addirrt- 
tujri^ ^ Bo|Ma(OQio ed.à X9. \* del C. VI del Filù$trato. Del ees(« ohe il Da Tempo non ooQoso^aae 
r ottava Io si scorge anche pei due rifacitori del suo trattato, Ghidino da Sommacampagna e 
Antonio Baratella, che seguendo il maestro non ne fecero motto. Ma a parte tal questione, e 
fo8s*ancbe stata in uso Tettava in qualche provincia d'Italia fin dal aeò. XIII, noa por questo 
pet^e^befii indurre eho si di buon* ora foase penetrata pure neir Umbria. Jacopone da Todi che 
visse e poetò fino al 1306, Tavrebbe egli trascurata, egli che ne*SM0Ì canti ci dispiega può dirai 
tutta la metrica del tempo suo? Io penso che no, ed un argomeAto, negativo s\ uà a mio vedere 
bastante, è quetll<» ohe fra gli altri ci porge il suo componijnento della Riparazione della u- 
mana natura (od. Tresatti pag. 83), dove la strofa di otto versi endecasillabi è costrutta aopra 
due rime soltanto che si alternano quattro volte {ababababU Qui egli cotanto si avvicinò alla 
vern QU|itva,> cbe se questa fio d'allora fosse stata nota, certamente avrebbe avuto la preferenza 
del Tudertino, Si osservi eziandio la strofa epica di Cecco d'Ascoli (t 1327) nell'Acerba. 

.2 Dicevansi anche Scopatori dalla scopa , disciplina di verghe (v. Ducange s. v.), di cui fa- 
cevano uso. Cosi la Confraternita modenese di s. Pietro m. era chiamata Sodaliias scopai, e O- 
bizze da Este in un editto contro costoro, prescriveva pene se alcuno «se scovaveril in ahqua 
parte Cìvìtatis » Muratori, Aniiq. med. oev. Vf, 471. 



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ineoìidiia carmina > venissero a Modena ^ ; lo sappiamo |:ter uno si<^ 
rìco eoDtomporanao , il Monaco Padovano, neiia cui cronaca si legge che 
di quei giorni : <« soia oaniio penitentmm iugubris aodiebatur ubtquè ^ »; 
e €09} pei Disciplinati di Roma ohe ordinatisi in un sodalizio detto poi 
del Gonfalone (1264), presero per « principale istituto )► a rappresentare 
hi Passione di Cristo 3; e pei Disciplinati di Treviso (1261), nelle cui co- 
stituzioni si legge che i canonici della chiesa ove essi adunavansi, do- 
vevano «dare in anno quolibet diete Schole duos Clericos su^òientes 
prò Maria et Angelo, et bene instructos ad canendum in festo fiendo 
more solito in die Annuntiationis », e i gastaldi «providere dictis Cle- 
ricis qui fuerint prò Maria et Angelo, de indiimentis ^ » , 

Mail movimento dei Disciplinati aveva avuto principio nell* Umbria; 
da Perugia mossero le prime turbe di quei penitenti e di là si propa- 
garono per tutta la Penisola, là essi avevano formata le prime confra- 
ternite. Le confraternite di Roma di Treviso di Bologna di Siena e di 
tante altre città erano sorte sull'esempio delle perugine, e anche quelle 
laude e quegli usi drammatici, che poi divennero tradizionali nelle 
confraternite italiane sino al cadere dell'età media, è da credere che 
colà fossero incominciati. 

Certo, nella vivace natura degli Umbri era, può dirsi, innata non men 
che alla lirica la tendenza alla elaborazione del dramma, e nei canti 
di Jacopone da Todi a degli altri della scuola francescana -siccome in 
quelli che vogliono attribuiti al Santo di Assisi, questa tendenza non 
potrebbe farcisi meglio manifesta. E già molti anni avanti che Roma e 
Treviso vedessero le Rappresentazioni devote dei loro Disciplinati, il 
rito figurato del Presepio istituito da s. Francesco, altre ne avea 
fatte vedere all' Umbria ^ Narra s. Bonaventura ^ che s. Francesco tre 
anni prima di morire, cioè nel 1223, per ridestare la pietà del popolo 
volle celebrare con maggior solennità che gli fosse dicevole presso i! ca- 
stello di Grecio la nascita di Gesù. « Ne vero — egli soggiunge — hoc 
lenitati posset ascribi, a summo Pontifice petita et obtenta licentia, fe- 
cit praeparari praesepium, apportari fenum^ bouem et asinum ad lo- 
cum adduci. Aduocantur fratres, adueniunt populi, personat silua voces, 

l Muratori, op. cH. VI, f7S. 

« Chronicor. de factis in Marchia Tarviiiana per Monacunì Paduanum. V«npt. MDCXX"XV, 
pag. 3«. 

3 Statuti della arcMeonfraternita del Confatone. Roma, 15S4. 

4 Ttraboschi, Storia della letter. ital Roma, IT, 376, dalle Jtfgmon'c del B. Enrico ^ ai C. C. 
Avogaro I, 21. 

5 Prima dei drammi volgari del PrMCpiO fbtso si ebbero le monodie e I canti dialogati, o^gi 
detti volgarmente sermoni e che TOzanam ricorda di aver intesi in Roma nella Chiesa d*Aracoeìi 
{Poeti franceteani, p. 90). La prhna landa che sì legge nel P, dirferente dalle vere lande per 
la sua lunghezza e per altre particolarità, io non ;saprei "altrimenti definirla se non per ana 
monodia da recitarsi innanzi al Presepio, ed è probabilmente nna delle piti antiche coKe che 
ci restino di questo genere. 

« Vita 8. Franeisei, 1. I, e X. 



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250 K. MOKACl.— UFFIZJ DBAMVATICI 

et venerabilis illa nox luminibus copiosis et claris, laudibusque sonoris 
et consonis, splendens efBcitur et soUemnis. Stabat vir Dei coram prae^ 
sepio pietate repletus, respersus lacrymis et gaudio superfusus. Celebran- 
tur Missarum sollemnia super praesepe, Leuita Christi Francisco sa- 
crum EuàQgelium decantante. Praedicat deinde populo circumstanti 
de natiuitate Regis pauperis, quem cum nominare vellèt: puerum de 
Bethleem, prae amoris teneritudine nuncupabat ^ ». 

À siffatte tendenze drammatiche nuovo e potentissimo impulso do* 
veano essere i cominciamenti dei Disciplinati. 

Nel 1258 un vecchio eremita, frate Raniero Fasani^ abbandonato 
Io speco ove da anni dimorava, apparve improvvisamente in Perugia. 
Volgevano allora per tutta Italia giorni torbidissimi. Le discordie cit- 
tadine , le fazioni dei Ghibellini e dei Guelfi , gì' interdetti e le scom- 
muniche dei papi, le rappresaglie di parte imperiale, le immanità dei 
nobili, i contagi e la fame tenevano fortemente agitate le plebi e spar- 
gevano negli spiriti arcane paure. La commozione s' accrebbe in Peru- 
gia per la voce di quel solitario che dicevasi mandato dal cielo a svelare 
misteriose visioni e a prenunziare alle genti tremendi flagelli. «Que- 
st'huomo di Dio — narra una memoria locale' — vestito di sacco, cinto 
di fune, con vna disciplina in mano, cominciò per le piazze, e con la 
predicatione , e con l'essempio con tanto femore à muovere il popolo 
à disciplinarsi, che ne formò una numerosissima Compagnia de' Laici , 
chiamata di Disciplinanti di Giesù Carisio, quali tutti portavano il sacco 
bianco.... e non contenti andar per la città disciplinandosi , e spargendo 
quantità di sangue in memoria della Passione di Christo, et implorare il 
diuino aiuto, andorono anche per il Contado, e dopò s'allontanarono per la 
Romagna, Imola, Bologna...» Il Monaco Padovano che vide quelle turbe di 
esaltati, cosi ce le descrive: «...Nobiles pariter et ignobiles, senesetjuve* 
nes, infantes etiam quinque annorum, nudi per plateas Ciuitatum, opertis 
tantundem pudendis, deposita verecundia, bini et bini processionali ter 
incedebant: singuli flagellum in manibus de corrigijs continentes, et cum 
gemitù et ploratu se acriter super scapulis vsque ad effusionem sanguinis 



1 Un altro storiografo di a. Francesco, fra Tommaso da Celano, che fu discepolo di lui, dopo 
narrato quanto leggiamo in s. Bonaventura, soggiunge : « Et more belantit ovis Bethleem di- 
cens; os suum voce, »ed magis dulcl affectione iroplebat ». Vita 8. Frane. Romae 1800, p.7I. 

t n Vermiglioli, noUa già citata Stor. e CotiU. d. Confr, d. GiuiUtia p. 3-4, ha prodotto un 
santo della leggenda di questo eremita e tratta da un codice membranaceo esistente neir Archivio 
della Confraternita di s. Maria della vita in Bologna, ove reca il seguente titolo: Questa è la 
vita de frm Raniero Fasano de Peroscla coinenzatore della regola di Battudi in Bologna. » lì 
documento è importante, poichò ci spiega come avvenisse quella e subitanea componctio et a 
soeculo inaudita» che secondo anche il Monaco Padovano (toc. ciL) « inuasit primitus Perusinos, 
Romanoa postmodom, deinde fere Itali ae populos universos», e conferma la tradixione conser- 
vataci dalle memorie delle confraternite perugine, nonchò dal Muratori negli Annali d' lla- 
Ua (s. a. 1260). 

3 V. le ConsUtvzioni e Capitoli generali delle Confraternite di e. Agostino , 8. Domenico e 
t. Franeeico di Perogia reformale l'Anno MDCLÌ. rervgia. Zecchini, MDCLI, p. 10. 



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DEI DISCIPLINATI DELL'UMBRIA. 251 

verberantes; et effusis fontibus lacrymarum, ac si corporalibus ocidis 
ipsam SaluatOìHs cemerent passionem, misericordiam Dei et Genitricis 
ejus auxiliam implorabant.... Non solum itaque in die , verum etiam in 
noeta cura cereis accensis, in hyeme asperrima, centeni, milleni, decem 
milia quoque per Civitates Ecclesias circuibant, et se ante altana humi- 
liter prosternabant, proecedentibus eos Sacerdotibus cura Crucibus et Ve- 
xillis. Simìliter in Villis et Oppidis faciebant: ita quod à vocibus claman- 
tium ad Dorainum resonare videbantur simul carapestria et montana. 
Siluerunt tunc temporis omnia musica instrumenta, et amatoriae canti- 
lenae. Sola cantio poenitentlnm lugubris audiebatur ubiquè ^... » 

Che fossero quelle canzoni è facile lo immaginarselo: erano natural- 
mente inni alla croce che sventolava trionfante sui gonfaloni guida dei 
loro pellegrinaggi ; erano parole di eccitamento ai tiepidi perchè venis- 
sero a ingrossare il numero dei penitenti ; erano racconti dei fatti della 
Passione, per la cui meraoria essi andavano flagellandosi. Forse qualcuna 
dì tali canzoni tuttora se ne conserva nelle tre raccolte; e certamente 
quelle in ispecie che leggonsi nel V sotto la rubrica Pro dominicis die-- 
bus spirano tutti sensi che dovevan bollire in petto a quei primi Discipli- 
nati*. Senza nulla affermare, pur ci piace riportarne qualche verso: 

DEVOTI 

Vergognar se doio ciascuno 11 Chi la croco sua non togle (/. toUa); 
Più cho pietra ò'I suo chnor dnroIICh'a seqaitaro non s*amolla. 
Vedendo ch*eio portò la sna, [| Che sa 'nn-essa sali alora. 

DEVOTI 

Qaal sirane el Disciplinato li Ch' a la croco s' acompangno 
£ piangendo el suo peccato II Mo de lagremo se bangne?... 

(Fol. CXXXI r.) 

DEVOTI 

gonfalone, che staio palese 1| Perchè te veda tutta gente, 
El corpo suo en te destese || Cristo figlnolo de Dio piagento.... 

(Fol. CXXVIIIJ r.) 

DEVOTI 

Or osgnardate, crndei peccatore, I! Co dura morto fé Cristo por noie. 

DEVOTI 

Che lo suo corpo si fo forte frustato, |1 De corona do spine si fo encoronato; 
Como um mal uomo si era menato, || Ciascun gridava : muoia el ladrone. - 

DEVOTI 

E noie taupine non eie volem pensare || Como per noie se lasò flagellare, 
Su-nnella croce con gran chiuove chiavare || Fuoro spuntate per più gran doloro... 

(Fol. CXXVIIIJ V.) 

1 Op. cit. nel cap. *De mirabili modo pocnitenliae quod habiUl initium in Italia ecc. » p. 32. 
S Le frequenti assonanze che vi s^ìncontrano in luogo della rima ; le molte strofe che di esso 
rilrovansi poi frammischiate ad altre laude, sono indizj checonferroano la loro maggiore antichità. 



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252 E. XOHÀCI. — UFFIZJ DEÀMMÀTICI 

B a buon conto se non questi, neppur da questi dissimili potevano es- 
sere quei canti d'allora ne* pensieri e massime nella forma. Ciò posto, si 
consideri la maniera che i Disciplinati tenevano nel recitarli. Questa ma- 
niera era non a distesa ma a dialogo; alcuni cioè recitavano una strofa, 
altri un' altra. Il che impariamo non solo dalla notazione Devoti pre- 
messa costantemente a tutte le strofe per indicare le diverse riprese àeX 
canto; ma anche per la storia de'Laudesi e dei Bianchi nei quali poi co- 
t^ta maniera di cantar le laude divenne tradizionale ^ Pertanto, da siffatta 
maniera al dramma chi non vede quanto spontaneo fosse il passaggio ? 
Diasi il caso, per es., di un canto narrativo della passione di Cristo recitato 
a quel modo, ed ecco il dramma sorgerne, delincarsi nelle sue parti e for- 
mare quel genere di composizione che abbiamo trovato nelle tre raccolte. 

Cosi per avventura venne fuori la prima Lauda drammatica, prodot?- 
tasi, per una evoluzione che nella storia del dramma non è nuova; e il 
momento in cui questo fatto si compiè tutto induce a credere che fosse 
qtiando i primi Disciplinati dall' Umbria si diffusero pellegrinando per le 
varie contrade d' Italia. Per tal modo si spiega il propagamento di questo 
geneve poetico in altre parti della Penisola, siccome, per es., nella To- 
scana ove il Maggio contadinesco tuttora ci si mostra quasi con iden- 
tiche forme, e nell'alta Italia cui spetta un dramma della Passione testé 
da noi rinvenuto nella Bibl. Corsini, il quale in tutta la struttura si ri- 
trova affiitto uguale alle Laude umbre*'. 

Cominciavano intanto le Confraternite, aggregazioni regolari di Di- 
sciplinati che prendevano ad esercitare in comune secondo norme pre- 
stabilite le loro pratiche di pietà. Nelle chiese ove s' adunavano, costoro 
trovavano di già un teatro: erano i misteri liturgici, i riti figurati, gli 
uffizj solenni a dialogo, istituiti dal clero, corno dice il Martene, «ad 
plebis instructionem, quae hujusnaodi exterioribus ritibus soepe instruitur 
longe flfficacios quara praedicatbrum concioni bus^*. I Disciplinati fecero 
in gran parte loro quel teatro, lo continuarono, lo ampliarono, e volgariz- 



I V. Venniglioli, op. cit. p. 50, nota 1?.- Sul modo ili .caiilar lo laudu sarebbe da consiultarsi 
l'opera seguente : Libro primo delle Laudi spirituali di diversi eccellertti e dicoti autori antichi 
•e moderni eompoète.... con la propria musica e modo di cantare ciascuna Laude, comesi è usato 

dagii antichi^ e $i usa in Firenze, raccolte dal F. Serafino Uazzi Veneeìa, 1j63, iu-^^. A me 

non venne fatto di vederla. 

t b\>rse altri vestigi ancora se ne troveranno frugando nelle diverse raccolte ad uso dei Bat- 
tuti pervenute insino a noi. Importerebbe che qualohe studioso, avendone l'agio, compiesse tale 
ricerca. Intanto qai ricorderò qualcuna di tali raccolte che a me non venne fatto di esaminare. 
Di una in dialetto cremoneee del sec. XIV parla il doti. R'tbolotti nella ì Itustrazìone del LOM' 
bardo*Venetó di C. Cantb <in> i3l); di altra in € cattivo italiano che tirerebbe al veneto », proba- 
bilmente pure del sec. XIV^ parla il Cnntti a pag. 13 delle Vestigia priotiiiV4 della lingua e dti 
diaUUiUaiiahi (estr« dagli atti dell' Istit. veneto, ser. Ili, voi. XMy, di una terza del 12j9 in 
dialetto di Bergamo e di Brescia., e di altra del sec. XIV • en ti.itois ot eB italien » parla.il Libri 
nella sua /fù(. dcsNatkém.l. 177-178. E chi sa quanto uUp> ne staranno sepolto ne);lf archivj delle 
««>tiffrateTnite o d«»i convonti soppressi. 

^ Martano, pe antiqnis Kcclcsiae ritibus. III. K-». 



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DRI DlfiCtFLlNATI DELL' UHBEIA. 253 

zandolo lo convertirono in uso delle loro nuove liturgie ^ B cosi dalla pas- 
sione di Cristo, probabilmente T unico soggetto dei prinoi drammi da essi 
rappresentati, si passò ad altri soggetti ancora presi dalle diverse ricorr 
renze commemorative della Chiesa, e si fecero le Laude ohe ritroviamo 
nel P e nel V per l'Avvento e pel Natalizio, per l'Epifania e per. la tjon^ 
versione di s* Paolo, per la Purificazione e per l'Annunziazione, per la 
Pasqua, per l'Ascensione e per la Pentecoste, insomma per l'intero oido 
delie feste annuali, nonché per tutti i giorni della Quaresima; deduceitr 
dole, spesso col sussidio di antichi Misteri latini ^, dalle Sequenze er 
vangeliche della messa, alla quale perciò queste rappresentaziooii iti 
certa guisa servivano di preludio e di dichiarazione. Né qui limitossi l'or- 
dinamento di cotal nuovo genere di uffizj ; che altri pure se ine ebbero 
per celebrare le feste di alcuni santi, ed altri infine per U flefoaati) cu- 
riosissime composizioni queste, ohe noi chiameremmo Contrassi $ e neèÌB 
quali in persona di un Vivo e di un Morto ^ o si moralizza sulla icoi- 
ducità umana e sul b^e. che trova nell'altro mondo chi vivendo. leèbe 
hi ipchticsLÌ^ disciplina; ovvero si caatano nenie tradotte; dalisLameiv- 
tazioni di Giobbe e dall' UfStio de' Morti. Sembra jcbe i Disciplisiali'^le 
-recitassero nelle esequie dei lore fratelli « né tal costume fu una novità 
di costoro; poiché di simili canti, dialogati da donlzielle.: abbiamo rieòrdn 
fin dal sesto secolo in Gregorio di Tours quando descrìnre ifonerali^di 
santa Radegonda^ e le melopee funebri delie JiipulatTici^ emiiòa qael 
tempo comuni per quasi tutta l' Italia. . . : i 

La prima confraternita di Perugia fu quella dei Discijylimati di.Qesii 
Cristo, fondata, secondo la comune opinione, verso il 1260. a (Juairto 
^re da quel medesimo frate Raniero che iniziava colà le processioni «di 
penitenza e fu poscia <( comenzatore delia regola d^i-Battudii>-: in (Bolo- 
gna; ed è appunto in questa confraternita che i Disciplinali dovettero 
incominciare i loro uffizj drammatici. Prove dirette di ciò. non» ne.iné- 
stano, dappoiché quell'antichissimo sodalizio per ragioni politiche «fu. ben 
presto disciolto e con esso andarono disperse anche le sue memorie; ma 



' I Una prova di ci6 ^ìà si avevapoi Battuti di Treviso, i qiiaii imI monl«n«o oha «à wnNim- 
vano in «onfratemita (1961), ponevano nei loto atatutt le norme pbr la Rappcesntitaaìonè^ dtol- 
TAnnunziazione da farsi, commessi dicevano, « more solito». Quel more $oUlo ddtta allora, acào 
altro poteva riferirsi s« nor> ad una qualche liturgia praticata giù, da tompo ia qu^Uaiofiiesa 
che essi sceglievano per le loro adunanze? 

8 Ciò pare evidente raffrontando parecchie di queste Lande conaleaai dnunini>l;i)tuB'gcei'ilBlia 
raccolta Da Mérit {Orlg. lai. du théatre moderne}. I>e analogie sono tali o tanto da non potetfle 
punto considerare fortuite. In altro momento te prenderemo ad etanio ed intanto -Ufi' ilag^g^io Ose 
ne avrà ne)V Appendice. 

t V. Magnin, Qrigines du théalri moderne, p. kxi, o TIvìwp, Misloire de ia lUéàrMfurt^ttntu- 
Hque m France, p.'2ft-27, dal Liber de oloria Confe$foruin, Cap. CVI, di Q. di ToUrs.. i 

-i Un dotto studio su queste inisnraijili venditrici di pianta olle ancbe. l/^r4?ì.iu q^tilolic Jieiitbn 
fi' Italia perdurano, si viene adesso pubblicando p^ 1 doti. SaW. Saloiaone-MariDO nellif. Nuove 
Kffemeridi skiliane I, 20 o ss. 



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254 E. MONACI. -> UFPIZJ DRAMHlTlCt 

corae dagli aggregati di quello vennero immediatamente formate tre 
nuove confraternite — di s. Agostino, di s. Francesco e di s. Domeni- 
co^; — e come in due di queste che tuttora conservano archi vj, si sono 
trovati documenti di cotaU usi drammatici , cosi abbiamo ogni ragione di 
credere che siflfatti usi da quella prima si fossero derivati : ed in questa 
opinione ci conferma anche l'osservare che appunto verso i tempi di essa 
dovea risalire quel prototipo da cui poi per mezzo d' intermediarj deriva- 
rono le Laude che hanno comuni il F il P ed il V. 

Pei documenti succennati che si producono nel capo seguente, ve- 
dremo nella Confraternita di s. Domenico il nuovo teatro dei Disciplinati 
pervenuto già ad un pieno sviluppo nella prima metà e forse nel primo 
quarto del secolo quattordicesimo. Avea preso sede quella confraternita 
nella Chiesa dei frati Domenicani — non si sa precisamente in quale anno 
ma certo avanti il 1318^ — e non è improbabile che quello sviluppo sia 
in gran parte dovuto a costoro medesimi, siccome ancora a qualche 
altro ordine di claustrali che ebbero simili rapporti con altri Disciplinati 
di Perugia. Invero, se noi consideriamo la materia delle rappresentazioni 
dedotta costantemente dalla bibbia e dai libri liturgici co* quali è sem^ 
pre concordata, la partecipazione degli uomini di chiesa in cotesto compi- 
lazioni ci si fa evidente. Né siffatta partecipazione parrà men che naturale 
quando si ricordi che nella bassa età anche i monasteri ebbero un teatro, 
e che questo teatro già da lunga pezza esisteva prima che cominciasse 
quello dei Disciplinati. I Misteri dell'Abbazia di Fleury sur Loire iu 
Francia ce ne offrono documenti deirundecimo secolo, e in Italia pure 
altri se ne conoscono, sebbene non altrettanto antichi , siccome la rap- 
presentazione Del Monaco che andò al servigio d' Iddio \ Di questo - 
teatro non furono privi i Monasteri di Perugia, e tre Laude con- 
servateci dal P e dal Y ora ce ne danno una bastevole prova. Esse con 
altre quattro di cui parleremo dopo, distinguonsì dalle altre tutte per 
non avere verun rapporto colle sequenze della messa, e sono di quel 
genere che i tedeschi chiamano Mirahelspiele, ossia rappresentazioni di 
miracoli. Una di queste Laude è per la festa di s. Domenico e sta nel 
P sotto il n. 80, le altre due sono per s. Antonio abate e per s. Pietro 
martire e stanno nel V sotto i nn. 26 e 99. Quella per s. Domenico rap- 
presenta questo santo quando per sovvenire ai bisogni del suo ordine na- 



1 V. le già cit. ContUtvzionL.. delle eonf. di 5. Àgoslino, s. Francesco es. Domenico, p. 11. 

t In data del 1318 si parla di questa confraternita «quo congregatur in ecclesia s. Dominici > 
in una deliberazione dei Priori della città di Perngia conservata negli Aiti Decemvirali (s. a. 
1318 f. SI 17.) e comunicatami dal sig. Manzoni. 

3 V. Un dramma clauìfrale nella Nuova Antologia XlTl, 437 e ss. Il De Sanctis che lo pub- 
blicò, dice questo dramma «antichissimo» «ripulito verso la fine del sec XIV» e sulla fede 
delPKbert e del Klein lo vuole « il più antico dei misteri italiani» (ivi p. -138). H però da av- 
vertire che nò TKbert uè il Klein hanno detto nulla di simile, e soltanto il Klein {G. d, /. /) 
1, 165.) opina questo essere forse il piU antico d*;! nostri Mirakelspiele. 



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DEI OISClPLINAXi DKLL' UMBRIA. 255 

scente torna a vita un morto e fa prodigiosamente avere il pane ai.suoi 
cento discepoli che ne mancavano '. La sua chiusa è questa: 

Respondent Omkes phatres; 
En cielo el prò vedeste | Quisi'orden sancto dei predecatore; 
Or te piaccia, Signore, | Che faccia fratto en noie tua disciplina. 

Essa dunque ci viene dall' Ordine dei Predicatori ossia dai Domeni- 
cani , e che la stessa provenienza avesse pure 1* altra per s. Pietro mar- 
tire ne sembra assai verisimile, attesoché il detto santo, come uno del 
primi discepoli di s. Domenico, fu sempre oggetto di particolare venera- 
zione presso i seguaci di quell'ordine. Ora, il ritrovare questi drammi 
frammisti ai drammi dei Disciplinati , e lo scorgere fra gli uni e gli al^ 
tri una perfetta identità nelle forme, non sono questi indizj urgentisr 
simi che confermano quanto abbiamo opinato? Il che ammesso, natural- 
mente si spiegherà il fatto, a prima vista assai strano, delle analogie:^ 
dei rapporti strettissimi che già notammo fra parecchie di queste Laude 
e varj Misteri latini trovati dal Du Mérìl in Francia ove nei bassi tetó^i 
furono in uso: però che coi Domenicani, i quali nei loro primordj feb»* 
bero colla Francia relazioni continue, ben potevano quei Misteri di là »* 
vere trasmigrato in Italia. ■ i 

Ma se queste ragioni ne inducono ad attribuire ai Domenicani' Uni 
larga parte nello esplicamento e nell' ordinamento delle Lande dei-Din 
sciplinati, è d'uopo ammettere che altri elementi ancora, oltre il ^fU' 
mitivo popolare, abbiano concorso alla formazione delle loro raccoltici 
Infatti, in tutte e tre rinveniamo qualche composizione spettante a Jai- 
copone di Todi *, il quale, come è noto, fu francescano. E V altro dramAMi 
monastico che troviamo nel V in onore di s. Antonio abate, nemmetl0 
esso è da credere che ci venga dai frati Domenicani, ma piuttoet6-4à 
qualche ordine eremitico ove s. Antonio era particolarmente veneralo 
siccome il patriarca dei cenobiti. Tale in Perugia fu quello dei Cistèt^- 
censi, nella chiesa dei quali adunavasi un'altra antichissima confraternita 
denominata di s. Simone e s. Fiorenzo^. E che a costoro verisimilmem- 
te sia da attribuirsi quella ed anche altre addizioni che il V presenta 
sul P, ne pare eziandio pel fatto che, ritrovandosi nel V pure quattf*ò 
Laude drammatiche in onore dei Patroni di quella confraternita, si- ha 
fondata ragione per credere che essa raccolta fosse stata compilata apt 
punto per uso della medesima. 



1 V. la LfQffenda di 5. Domenico (cd. Ferrato, Venezia» 1867) p. 57, 59. 

i Sì ritrovano fra le poesie di Jacopone i nn.: 15 del P; 79e 110 del P ; 95, 101 e 151 del V. 

3 StiiraiitichitA di questa confraternita può vedersi lo storico perugino Siepi, che la dice di 
poco posteriore al 1258 {Vescr. di Per., 353). Il suo oratorio, ini scrive il Manzoni, trovavasi 
in una dello parti della citt& piti lontane dal contro, e sembra giustamonto alludere a ciò un 
passo cho leggiamo nel n. 'M del V, il quale suona cos\: Piendate.... | di questa famiglinola 
tua de vola, | fh«» sta così remoia \ en quislo loco collo tuo soste ngno. 



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.256 E. MONACI. — UFFIZJ DRAMMATICI 

Ma non vogliamo più óltre dilungarci in siffatte particolantà, le quali 
del resto potranno venire assai meglio dichiarate dopo ricerche più ma- 
ture. Intanto ciò che si è detto finora non sarà del tutto imitile per 
ispiegare il dove il come e il quando di questa letteratura, nella quale ora 
per la prima volta si offrono all'esame degli studiosi i saggi de! nascente 
teatro volgare d' Italia ^ 

VII. 

Prima di chiudere questi cenni , giova toccare di un' altra questione 
che s'attiene strettamente al nostro argomento, ossia della maniera che 
i Disciplinati tenevano nel recitar coleste Laude. Ed in quanto al luogo , 
ciascuno comprende di per sé che altro non poteva essere se non la chiesa 
l'oratorio ove i fratelli si adunavano; il tempo, quello destinato agli 
officj di religione. I legami che uniscono questi drammi alla liturgia 
chiesastica sono invero e così stretti e cosi continui, che escludono su 
ciò qualunque dubbio. È per questo che non esitammo a denominarli 
Uffizj drammatici. Se non clie, ciò ne viene anche dichiarato espres- ' 
samente/dagli Statuti dei Disciplinati d'Assisi, e cosi ancora da un an- 
tico Rituale (sec. XIV) dei Disciplinati di s. Domenico di Perugia, feste 
trovato negli Archivj di essa confraternita dal signor Manzoni , il quale 
ce ne diede la notizia. In questo Rituale a mo'di esempio, leggiamo che 
le Laude per lo più si recitavano dopo fatta la Disciplina (f. 9); nella 
Domenica dopo la messa e la predica (f. 10); nel Giovedì santo durante la 
lavanda: «Postquam videbitur imponi finem cantoribus prior faciat signum, 
ad quem signum immediate laxetur cantus antiphonarum. Dum vero 
Lavdes cantanlm\ surgat prior lintheo precinctus vel locum eius te- 
nens [cui] lincteum comiserit, devotione compuntus in memoria domini 
nostri Jliesu Cristi lavare pedes confratum suorum et totos humiliter 
oscular!.. .. * (f. 74) ecc. 



1 Tutti gli storici parlano della Kappresaalaelone della Passione e della Rosurre>ion>» di 
Cristo eseguita nel Fra della Vall<) a Padova Tanno 1243. Questa data non toglie ai Discipli- 
nati la priorità del dramma volgare? 11 Bartoli (nei primi dite iecoli ddla lelteraiura iiaìiana, 
e. VI, pag. 178) considerando quella rappresentazione « una festa di popolo» non crede che po- 
tesse esservi adoperato il latino. Ma fu quella veramente una testa di popolo { Rjandiaiuo il 
testo che ce ne ha conservata la notizia, nelle due versioni a stampa che si conoscono tratte, 
mi parti, da doe oodici diversi. T^a prima versione, ohe si legge nella r'aocolta Jlisloriat*Hm Ao- 
landini. Monachi Faduani ecc. Venetiis MDCXXXV, p. 189, dice: «Hoc anno (MCCXLIII), in 
festo Pascae facta fait repr&esematio passionis et resurrectionis Christi solemnittrét ordinale 
in Prato Yallis.» La seconda pubblicata dal Muratori d«ì Her. ital. scr. Vili, 375, dice: «Hoc 
*nno facta est ropresentatio passionis et mortis Christi in Prato Vallis, in ipsa die Paschae, 
solemniter.» Ora le espressioni ordinate, solemniier, piuttosto che ad nna fVjsta di p<»fol^ non 
Andrebbero pili verisirailmento riferite ad una fescadi chit*8a? Si noti ch^ nel Prato d«>lta Valle, 
litio dei sobborghi di Padova, si trova, esistente un dal s(*c. VH, la Chiesa 44 s. Giusthin, cbt* 
era una delle pid ampie e delle piti riccho delta ctltft: ed io inclino a credere che ^uclia fn- 
raosa rappre se n tastone non fosse se non una liiurgia («seguita dal cicero di quella chiesa, e perciò 
latina cou.e tutt« lo rappresentazioni lilurgiche. 



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D£I D18C1PL1NAT1 DELL UMUUIA. 2bl 

Ma, si domanderà, le si cantava semplicemeDte, ovvero adopera vasi 
anche un certo apparato scenico in quella guisa che poi vediam fatto 
per le Devozioni e per le Rappresentazioni? — Che un apparato sce- 
nico vi fosse non è a dubitarne però che gli stessi annotamenti che leg- 
gonsi intercalati alle Lande, ce lo fanno necessariamente supporre. Di 
più, nel Rituale sopra menzionato s'incontra al f. 10 questa istru- 
zione: « Die Dominicis (sic)y ventis fratribus et in oratorio ordinate 
et in silentio positis, cantatur roisea et fit predicatio. Et facta pre- 
dicatione, precipitur que vestiantur in silentio, et omnia fiunt si- 
cut superius notata sunt in die Veneris usque ad lectionem y^\ cioè, si fa 
la disciplina e si cantano le Laude. Ora, quelle vesti che i Disciplinati 
dovean prendere dopo già compita una parte delle loro funzioni religiose, 
che altro potevan essere se non degli indumenti da servire allo sceneg- 
giaraento delle Laude medesime ? 

A meglio poi certificarci su ciò oggi ne soccorre un altro importan- 
tissimo documento che trovasi neirarchivio della Confraternita dì s. Do- 
menico, questo pure scoperto dal sig. Manzoni, il quale a mia preghiera 
fece colà alcune ricerche. Questo documento è un volume à' hivenlaty 
originali delle cose possedute da quel sodalizio nei secoli XIV e XV, e in- 
sième alla descrizione di moltissimi arredi dì chiesa vi si trova il novero 
delle vesti e degli altri oggetti che dovevan servire ai Disciplinati nelle 
loro rappresentazioni, siccome anche la lista dei loro libri, fra i quali 
diverse raccolte di Laude e due opere del Cavalca (-j- 1342). Il primo di 
questi Inventarj è del 1339; ma essendo detto Inventario nuovo, convien 
ritenere che si riferisca ad altro più antico, come si verifica anche del se- 
condo. Per il che, essi ci offrono una preziosissima testimonianza sulle cou- 
dizioni del teatro dei Disciplinati durante 11 secolo XIV, e noi qui li ripro- 
duciamo nella loro forma genuina, omettendo soltanto quegli articoli che ri- 
guardan gli arredi delFaltare, od altre cose estranee al nostro argomento. 

Inventar] della Gonfraternita dei Disciplinati di s. Domenico 

di Perugia ^ 

I). [1309]. 
Quìsto si è lo Eiiventario nuovo de tnto le masarie che sonno de la fralerneta 
nostra, e tatto oi camorlenghe Fon no tenate do renderne ragione ai loro sncessore. 

1 U volume ebe li oontieiie, mi scrive il MaiiBoai, ò di pei^amenA in 4* picc, ricoperto oon 
4iae tavolette di legno. Manca delle due prime carte; V iavantario I eomineia al f. 2 (9ià4)r.; 
il II al f. 4 r.; Il HI al T Qv.; il IV al f. 8 r.; il V al f. 9 r.; il VI al f. Ih Altri Inventari ae- 
)fuoDo fioo al f. 3de rultimo ò del ioli: ma dopo il 13^0 non vi si fa pibmenstone dicoed relative 
a rapprosentaztani.-^ Questi Iiweatarj saranno pubblicati per intero dal ni^, Manzoni. Le cifre da 
me premesse agli articoli indicano lì posto che essi occupano negli Inventarj roedesìnii. -^ No- 
tiamo poi, che lutti gli oggetti qui desoritti potevano servire allo nnenoggiamenio delle Laude 
oontentite nello duo raccolte, e in inpocif» nel l». In nitro momento torn«»rcmo su quello propo- 
sito pi<i pariicolnrm'^nte. 



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258 . R. MONACI. — UFFIZJ DKIMIIATICI 

e o 

Fatto ofi le M . IH XXX vili j, al tempo de Giovangne d'Àmataccio priore, e de Ma- 
tinccio d^Andmccio sopriore. 



29. Ancho uno mantello nero da Devotione. 

30. Ancho ano velo de zendado nero. 

31. Ancho tre vegle nere de lino. 

33. Ancho doie veste nere de zendado nero da Angnogle. 

34. Ancho uno mantello de zendado roscio con frasche ad oro. 

35. Ancho nna benda con capota ad oro. 

36. Ancho qnattro bende de seta bianche. 

37. Anche nna benda de seta brunetta. 

38. Ancho quattro vegle de seta brunette. 

39. Ancho doie vegle de seta brunette apiciate asiemc. 
10. Ancho uno velo de seta bianche. - 

41. Ancho tre bende de banbagio con capeta de seta. 

48. Ancho una cami^cia dal Signore del Yenardi santo. 

49. Ancho una vesta nera da Madonna. 

50. Ancho soie veste nere, V una ò dal Nemico. 

52. Ancho seie berette bianche con creste rosele. 

53. Ancho tre berrette, Tuna bigia, Taltra bianca, Taltra gialla, ciascuna 

con gle capegle. 

54. Ancho una barba e una capella de lino ciascuna con pelo nero. 

55. Ancho doie barbe de pelo, Tuna biancaccia e Taltra nera. 

56. Ancho uno paio de guanto segnate de roscio. 

59. Ancho tre livora de Laode, doie de pecorino e l'altro de banbagio. 

64. Ancho uno livero tavolato quale se chiama Specchio de la croce. 

65. Ancho tre bossole da Magie piccoline. 

75. Ancho una sedia da sedere e una stella de leno. 

78. Ancho una colenda penta con la vesta nera. 

79. Ancho una croce con doie fruste, con la lancia e con gle chiavegle. 
82. Ancho doie paia d'ale da Agnoglie cun la vesta do sacho. 

89. Ancho tre paia de guanto de camoscio. 

92. Ancho uno livero de carte de pecora el quale se chiama la Disciplina 
degle Spirituagle, 

II). [1342J. 
Queste sonno le cose trovate e messe en enventario sopra lo cose de lo Enveu- 
tarlo vecchio al tempo de Niccolò et de Nallo camorlenghe. Anno . m ccc xLij . al 
tempo Ciuccio de Mastro Francescho priore. 

5. Ancho uno livero da Laide ordenato tavolato cun cuoio rosscio cun 

bollore. "" 

6. Ancho doie capelglie rosscio da Cardenale. 

10. Ancho uno mantello bianche da Devotione per sancto Giovangne de 

panno de lana. 

11. Ancho uno mantello de biada rotto da Devotione. 

III). M.CCC.LXVIJ. 

Quiste sonno le choso che noie Giachopo do sor Lucha e Goro d'Anguolo ca- 
morlenghe al tempo de sor Biasgio e do ser Maotto do Andrncciolo riciovemo da 



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Disi DISCIPLINATI DKLl/ UlIBRIA. 259 

Angnolello de Martinello et Mennecho de Baicha chomorlenghe de la dieta fra- 
ternela. 

8. E più el livero dall'Ofitio a l'altare e tre livra de Laude chollc taolecto. 

19. E più doie legie e xiiii mantelglìe da Apostoglie. 

20. E più nno manto da Giudece vecchio. 

21. E più iij paia de guanto dai Masgio, 

23. E più doie paia d'ale fornite da Angnole. 

24. E più doie lomiere e doie mazze da Cavaliere. 

25. E più vij veste nere e tre preponte. 

27. E più Yiiij bende fra seta e banbagio. 

28. E più xj capelline da Apostoglie. 

29. E più sei bnssole de leno e nno de vetrio.... 

33. E più ana tonecella per Cristo, 

34. E più tre veglie nere de pannolino e doie pancelglìe. 

35. E più lo storpicelo e la cacioppa chollo velo e la faccia del Demonio 

e la palonba. 

36. E più tre brivilogie, e una stella dai Masgie. 

37. E più una croce e colonna de la Devotione. 

38. E più VIJ capellature de pelo. 

39. E più X barbe belle e iij nere. 
48. E più ij capelgle da Cardinale. 
50. E più I cofanetto da Donna. 

53. E più nno mantello. 

54. E più uno paio de tenaglie. 

55. E più IIJ chiodo de fero. 

IV). [1370]. 

e 

In nomine Domini Amen. Anno Domini Millio iiiLxx. dio Viij Augusti. 
1. Undecira capellìnas guarnelli prò Apostolis prò feste sancii Spiritus, 

V). [1386]. 

In nomine Domini Amen. Anno Domini Millio iiiLxxxYj. Indìctione quarta 
tempore Bonifatij pape Yiiij . die . X . mensis Julij. Hoc est Inventarium istipe- 
tamm nostr® fraiemitatis Disciplinatorum sancti Dominici, factum tempore prio- 
ratns prudentis viri Mansueti olim ser Blaxij prioris dictse fratemitatis per prò- 
vidos et discretos viros Martinum de Pùtu, Petrum ser Anibertolum pe.... et scri- 
ptum per me Petrum olim Lippoli de man[da]to prefati prioris diete fratemitatis. 

Infrascripte sono le cose de la fraterneta dei Disciplinati do sancto Domenecho, 
de le quale n' è facto questo Enventario, corno de sotto se contiene. 
15. Anche quactro corone dai Magie. 

22. Anche uno livero da Devotione cun tavolecte bollate. 

23. Ancho uno livero da Devotione piccolo. 

24. Ancho uno livero da Devotione cun tavolecte. 
32. Ancho uno Giesuino. 

41. Anche una vesta encamata do cuoio da Cristo e colle calzo do cttoi<? 

oncarnate. 

42. Ancho tre bossolo dai Magie. 



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2Gf> K. MONACI. — UFFIZJ DnAMMATÌCI 

43. Ancho tre chiaove torte dai Crocefixo. 

44. Ancho tre chiove ricte ani Crocefisso. 

45. Ancho septe veglie nere da le Marie. 

50. ADeho uno crocefixo gmode acto a fare la DevotióHe. 

52. Ancho uno storpiccio acto a la Devotwne dei Morte colla oaciopola 

e collo velo nero. 
63. Ancho tre crocio. 
54. Ancho doie Ladrone. 

56. Ancho nna crocecta colla bandiera, la qnale s'adaopera al tempo do 

la resurrexione de Cristo. 

57. Ancho qaactro bandiere piociole, le quale 8*adaoperano al tempo de la 

presa de Cristo. 

58. Ancho una colonda, a la quale se lega Cristo al tempo de la sua pas- 

sione, e doie fruste. 

59. Ancho una mazza acta a Cavaliere. 

60. Ancho una metria de guarnello, e xij capeline acte per gVApostol- 

glie, per lo Spirito sancto. 

61. Ancho una faccia de Demonio o doie veste^ n^re, una da osso Demo- 

nio e l'altra da la Dedottone dei Morte. 

62. Ancho corone da,gV Angnoglie Ixviij. 

63. Ancho doie capelglie da Cardenaylie. 

64. Ancho doie corone acte per Cristo. 

65. Ancho capellature xiij. 

66. Ancho una faccia grande acta a faccia d' uomo. 

67. Ancho barbe xiij. 

68. Ancho uno cerchiello da lanpana e la polonba acta per lo Spirito 

sancto. 

69. Ancho una cervellìera de panno de lino encollata per Cristo al tempo 

de la passione. 

70. Anche doie sopreponte per Centurione e per I^ngino. 



VI). M . QCCC . LXXXV. 

12. Item uno libro de Laude evangelice per tucto Vanno in pergaoiMio- 

celle tarole bianco. £1 secondo foglio nel libro comenza gloria n 
Dio verace fi. lo setiene pe. fi. luoco. 

13. Item uno libro de Lande de santi et del tempo miniato et solfato 

colle tavole. El secondo foglio comenza fece fi. tucto pe. fi. d*a- 
more. In pergamene. 

14. Item uno libro de Laude corno dialogo in pergamene cum tavole. El 

secondo foglio incomenza lauda fi. cante pe. fi. sengnio. 

15. Item uno libello de Laude simile in pergameno et tavole. El secondo 

foglio comenza si fé fi. lude pe. fi. Signore^. 



i Da un altro Inventario con data d«)l 1330^ che si conserva dalla Confraternita di S.Francesco 
pure in Perugia, il sig. Manzoni mi ha comunicato quest'altro estratto : « Item unam bendam ul> 
barn fornitamde auro — Item xiiij bendas albas. — Item iiij ghirones. — Itera unam civetam.... » 



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DEI PJdCIPLINÀTI DELL'UMBRIA. 



aai 



VflI. 

A corredo di qi^eati appuati do qui af^resao in appendice: 
V Le tavole dei tre codici: quella del F da sé, quella del V e del P 
comparate fra loro. 

2* Un saggio del F. 

y Varj saggi del V raffrontato anche col P, a giustificazione di quanto 
abbiamo riferito principalmente nei § IV e VI. 

Altro forse sarebbe da aggiungere e in seguito lo farò. Intanto gli 
studiosi mi siano larghi di critica e di consiglio. 



APPENDICE. 



Tavola del oodioe F. 

L« sifle B • C diitingnono dai eompontmentl lirici 1* Sappf^atntoMionl • i CoHtttttti. Tei rapporti di questo eodieo 
coT P • eoi T TOffasi eiò che ti k dotto alla pag. 34t. 



Lauda nativitatis Óomini. 
Lauda sascti Bernardi. 
Lamentatio Marie virginis. 
Lauda del Mercordie santo. 
Lauda del Jovedie sancto. 
Lamentatio Marie. 
Lauda del Venerdì sancto. 



Lauda Juditij. 

ìtsntìtk niioctaovniii. 

Laud» stecti YictoriBi. 

Lauda sancti Francisci. 

Lauda saucti Francisci 

Lauda siancti Stephani. 

Lauda Apostoli (/. Apostolorum). 



L Laudiamo Cristo enepotente.— /". L 
2. Vergene Maria, per lo tuo honere. — f. 4, 
B 3. Or ve piaccia d'ascoltare.— f. lì. 

4. filglolo, perchè se' stato. — f. 16. 

5. Venne Cristo humiliato. — f. 17. 

6. Venete a pianger con Maria. — f. 18. 
B 7. Levate gl'ochi e ressguardate. — f. 19. 
B 8. Die» gente, or que remore. — /*. 23. 
B 9. Sengnore Scribe, or que facemo. — ^, 24^ 
a 10. fllgloli del Crocefisso. — /". 30. 

O 11. fratelgie a-mme sguardate. — /l 33. 
Vt, Cristo pin de salute, te prego. — f, 34. 
18. Atfoeso nell'alto rengno. — /". 35. 

14. Patriarca noviella — /". 36. 

15. superbo e regolgloso. — /". 37 >. 

16. Con mente e renovata. — /. 38-42. 



l Si ritrova in ^acopone da Todi, ediz. Trcsatti, p. 282. 



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262 



K. MONACI. — UPFIZJ DRAMMATICI 



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268 



K. MONACI.— UFFiZJ DRAMMATICI 



I.) COD. F, N. 7. 5) 

Lauda del Venardi sanoto^. 



6) 



[Hoc Devoti:] 

1) Levate grochi e ressguardate: 
Morto è Cristo ogge per noi. 
le mano e i piò en croce chiavate, 
operto el lato; o triste noiet 
pìagaamo e feciamo lamento, 5 
e naramo del suo tormento. 

Maria ad Sorores: 

2) O sorelle della-sscura, 7) 
Or me date un manto nero, 

a quella che giammai non cura 

né de mento né buon velo, jq 

puoi che son sì abandonata 

e del meo filglo vedovata. 

SoROBBS ad Mariani: 

3) dì pien de vedovanza, 8) 
pien de pena e de dolore 1 

morto è Cristo nostra speranza, 15 

Cristo nostro Salvatore, 
ciascun faccia novo -pianto, 
e a Maria date ceto manto. 

Maria matbr Domini : 
4)* Donne cho vedove andate , 9) 

traete a veder Maria scurata; ^ 

prendavo de me pietade 
e veder me stare sì abandonata; 
ciascuna de voi m* acompagne 
a pianger me e *1 tristo Giovanne. 



Maria matbr Domini : 
Or quale è-lfomo ch*è tanto duro 
che te non piange, o ftlglolo mio f 
vederte stare en croce nudo, 
tucto scoperto, o trista iol 
morire credecte, e ciò non celo, 
quando te copersi el mieo velo. 

Maria ad Sorores: 
Merco ve grido per suo amore, 
c*aviate a pianger la dolente, 
le gran pene e M suo dolore 
sia manifesto a questa gente, 
ed io odendo die* a voi 

Hoc Dbvoti: 
Sempre piangere e dolere 
deve[m] Cristo Salvatore, 
e maie posa non avere 
de fin che *1 sentemo en el core 
così alliso e *nsanguenato ; 
che per noie fo flagellato. 

Dhunt Omnbs: 
Quale ò U core che non piangesse 
de veder pur Cristo orare? 
del sangue le ghocce spesse 
enfino a terra andare f 
dell*acerva passione 
che recevi per nostro amore f 

Maria Jacob i : 
Puoi dhe venne el tradetore 
dai ìndie acompagnato, 
salutò el nostro segnore. 
tosto fo preso e-Uegato 
sì dre(n)to penosamente 
che non lo pò pensar la mente. 



l Debbo la copia di questa Lauda alla cortesia del sig. prof. Cristofari di Assisi. Nel pub* 
blicarla mi sono attenuto strettamente al ms., salvo a mutare inoil u consonante, a chiudere 
tra parentesi curve o quadrate qualche lettera evidentemente sbagliata od omessa dairantìco 
menante, a porre le iniziali maiuscole nei nomi proprj e a riordinare incolonna i versi per ren- 
derne piti comoda la lettura. Volendosi dal senso qualche lieve mutamento, Tbo dichiarato ia 
nota. Altrettanto ho fatto nei Saggi II-VII presi dal V; ma qui per gli emendamenti dei passi 
pib guasti mi sono valso quasi sempre dal P, respingendo la lesione del V in nota. Quando in 
nota si troverà oltre la lesione del V anche quella del P, gli emendamenti introdotti nel testo 
sono miei.— Taluno forse avrebbe desiderato qualche nota dichiarativa ai vocaboli pid oscuri^ 
ma ciò mi propongo di fare a parte in un Qlossarietto che terrA dietro ad altri saggi di cote> 
ste Laude —36 manca nel ms. 



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DBI DISCIPLINATI DELL* UMBRIA. 



269 



Maria Madalbna: 

10) Puoi che Cristo aver legato, 
comen^arlo a tormentare, 

elio volto gli o[n] sputato, 
el non se pod':a nectare 
quelle carne pretiusi 
delgli sputi fracedusi. 

Maria Madalbna: 

11) Mentre per la via el menaro 
non finian de dar tormento, 
tucto sì lo sanguìenaro 
quanto era lor piacemento. 
così tucto ensanguenato 
menarlo denante a Pilato. 

Johannes apostolus. 
12 E Pilato a un colenda 
tostamente il fé legare, 
e*l sangue sì ne abonda 
delle frustate che i fé dare 
algli più crudeglie servente 
che fosse fra tucta lor gente. 

Johannes apostolus: 
13) Puoie che l^^ver ben frustato, 
de porpora el fier vestire, 
de spine una corona en capo; 
e così el fecero venire 
denante al pdpulo arrabiato 
quello aniello senga peccato. 

Johannes apostolus: • 
14) Gridò el populo a-rremore: 
si avacci crocefisso el ladro; 
Baraban ched è ladrone 
en prima de lui sia lassato, 
oimò matre sua dolente, 
eh* a tucto questo era presente ! 

* Maria matbr Domini : 

15) Trista io sola gridava: 
oimè gente despietata I 

al mieo filglo ressguardava : 
perchè m* àie si abandonata I 
non -ài peccato commesso 
che dighe essere crucefesso. 

Maria mater Domini : 

16) El mieo filglo me vedìa 
sola piangere e gridare, 
mai me credo gli daìa 

che quella eh' el devia portare : 
vederme sì sconsolata, 
da onne gente' abandonata. 



17) 



Maria mater Domini : 
Fora del pala^^ el fiero trare. 



puserglie *n collo una croce, 
io trista a piangere e gridare 
dicendo: filglo, ad alta voce, 
dàlia a-mme che la port' io 
nauti che moghe, o filglolo mio. 

Maria Madalbna: 

18) Racto a spatacte el menaro 
al loco do' devia morire, 
a-rremore tucte gridaro : 

chi ove e marti Iglie fate venire, 
che si* acuto crocefisso 
• quel che fra noi è tanto visso. 

Maria mater Domini : 

19) Io trista me volglìa d'entorno 
e niuno era che l'aitasse. 

già nullo omo de questo mondo 
non v' era che per lui parlasse, 
ma tucte facien questa voce: 
moga moga el ladro en croce. 

Maria mater Domini : 

20) Io fra tucta quella gente 
sola sola sì guardava. 

non podia parlar niente, 

che pena pena respirava 

del gran pianto eh' io fecìa 

de quello che al mieo fìglolo vedìa. 

Maria mater Domini : 

21) Io smarrita m'apresaie 
per lo mio filglolo tocare; 
ad alta voce luie gridale: 
figlolo, làssamete abracciarel 
eh' io non sia lì sconsolata 
pui che m'aie sì abandonata. 

Maria mater Domini; 

22) Cristo non podia parlare 
tanto avìa el core tristo 

del pianto che me sentìa fare; 
che quasi era tucto traficto 
più de me quando m'odia, 
che de ciò che recevìa. 

-Maria J acori: 

23) Quando al loco s'apressaro 
dova '1 Segnor devia morire, 
a-rremore tucte gridaro: 
ehioye e martilgle faite venire, 
quando lui se revoltava 

r altro la guanciata i dava. 



03 11 senso è guasto r forse inveco di me andava pena. Intendi: piti l'affliggeva il dolore mio, 
che non il dolore del suo corpo. Cf. v. i:W-l32.— 107 sJ'flCtt<0 forse: «a C«0{=pr«/o. Cf. il S VI v. 37). 



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270 



B. MONACI. 



UFFIZJ DRAMMATICI 



Maria Jacobi : 

24) La oroc« fler ponere en terra 
e su 8Ì-1 ce fiero colcare. 

Tuno de loro la mano gli aferra, 
raltr[e i] chioip[e] si spontaro. 
quale è *1 core che non piangesse 
che tale dolore comprendesse f 

Marta Mad alena: 

25) Et io Madalena trista 
mi gectaie su in soì pie, 

pe* quale fi si grande acquisto 
che purgai* e* peccate mìe. 
— su li me* chiavellarite, 
maie non me levarite. 



Maria Madalbna : 

26) El mio maestro me-ssguardava 
decendo : o fligla, che pòi fare f 
lassa fare la gente prava, 
lassagiie de me satiare, 

eh* io non [r]e8ti a tanto spermento 
et aggia fine el mieio tormento. 

Maria Jacobi: 

27) Puoie poco stecte che spirone 
lo spirto de Dio en man del patre, 
ma prima perdonò al ladrone 

che gli demandò pietate. 
allora si gran voce mise 
che *1 velo del Tempio se divise. 



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II). COD. V, N. 10. 

Incipit Lau8 IIIJ«' texnporuxn ante 
nati-vltatls Domini. 



MISSALE ROMANUM. 

Sequentia sancti B-van^eHj secundum. 
Lucam — Feria sexta 
quatuor tomporuxn adventus. 



Maria : 

1) Da puoie che t* è piaciuto, paté. 
Che *1 tuo figliuolo si* encarnato, 

E me tu aie fatta mate 

De luie, co TAngnolo m* à certificato ; 

Andar volglo a Lisabetta, 

Con tanto amore essa m* aspecta. 

Maria a Li^abethe: 

2) Dio te salve, mia cugniata, 
Che, sterele, se* facta feconda: 
L* Angnolo m* à certificata 

Che *1 ventre tuo de gratia abonda, 
Però volse en fretta venire 
Al tuo parto a te servire. 

LigABBTHB : 

3) Benedecta sovra tutte 
Si tu, vergene Maria; 
Sovra tutte gli altre frutte 
Al tuo flgluolo gloria sia: 
Al tuo dolce salutare 

Patto à* *1 mio figluolo alegrare. 

LigABETBB 

4) Onn*è cosa che deie fare ? 
T[u] la madre del Signore 
Me la serva a visitare! 

E Cristo viene al precursore! 
De Spiri tu sancto i* ò sentito 
Che mio fìlglo dal tuo è rimpito. 



In ilio tempore : Exurgens Maria, abijt in 
montana cum festinatione in civitatem Inda. 
Et intravit in domum Zacharie, 



et salutavit 
Elisabeth. Et factum est, ut audivit salutatio- 
nem Mariae Elisabeth, 



exultavit infans in utero ejus: et repleta 
est Spiritu sancto Elisabeth: et ezclamavit voce 
magna, et dixit Benedicta tu ìnter mulieres : 
et benedictus fhictus ventris tui. 



El unde hoc mihi ut veniat mater Domini 
mei ad me 7 Ecce enim, ut facta est vox sa- 
lutationis tuae in auribus meis, exultavit in 
gaudio infans in utero meo. 



\Ai Ma.: laltro chiavo S. l. — 155 Ms.: vestii — n, ?0 Cos\ il P : mentre il Y ha: Ta In m. 
Nel 19, invece eli onnV (mine) il P lef^ge : ode (forHe p*»r ode =^ond^). 



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DEI DISCIPLINATI DELL' UHBKIA. 



271 



Licabbthb: 

5) Tu se* benedecta, e* àie creduto 
Quii che r Angnolo t* ha nuntiato : 
Perciò en te sera rempiuto 

Quii che de te àie profetato. 

[Maria:] 
Bianifica 1* anima mìa 
Onde lo spirito meo ce sia. 

Maria: 

6) A umeltade resguardaste 
De la tua ancilla, mesere: 
Però biata me chiamaste, 

Che *n me omne gente à su mestiere, 
or uomene sieno exaitate 
E i superbe humiliate. 



Et be- 
ata quae credidisti: 

quoniam perflcientur ea quae 
dieta sunt tibi a Domino. 

Et ait Maria : 
Magnificat anima mea Dominum: et exultavit 
spiritus meus in Deo salutari meo. 



Sl-Qò Ctr. Evang. Lue. ì, 48, 52: Qaia respezit harailitatem ancillae saae, ecce enim ex hoc 
beatam ma dicent omnes generationes. —Deposttit potentes de sede et exaltavit humiles. 



(Continuaz, t>. voi. II, p. 29). 



Ernesto Monaci. 



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VARIETÀ. 



DI UN MS. DEL NOVELLINO. 



È nota la lettera di P. Bembo a G. G. Delminio, colla qnale il dotto veneziano 
ringrazia il sno amico dell' «esempio delle Antiche Novelle, che m'avete fatto 
scrìvere di buonissima lettera.... insieme con le rime de' poeti di quelli tempi :^ 
(Opere del Bembo, ed. Class, di Milano, VII, 97). Ed è par noto che i mss. 
posseduti dal Bembo passarono in gran parte nella Bibl. Vaticana per mezzo di 
Fulvio Orsini. Ora, nel catalogo di tali mss., autografo delFOrsini , che tuttavia 
si conserva in quella biblioteca, non manca di esser registrato anche il codice 
delle Novelle Antiche e degli antichi rimatori italiani, e tal codice è quello oggi 
contraddistinto dalla cifra 8214, che fu gìk descritto in questa Rivista (p. 71 e 
ss.) del mio collega sig. Manzoni. — Codesta identificazione non è prìva d' inte- 
resse. Dappoiché, avendosi qui, secondo accennava il Manzoni, il testo del No- 
vellino conforme alla lezione datane dal Gualteruzzi (in Bologna pei tipi del de 
Benedetti); avremo ornai quasi la certezza, che appunto su questo codice, o sul- 
Tesemplare di esso oggi perduto, fu condotta quella edizione che il Gualteruzzi, 
principalmente pei consigli del Bembo, esegui due anni dopo che il Bembo avevtf 
ricevuto la copia del Delminio, cioè nel 1525. Il prof. D'Ancona nel suo studio sul 
Novellino (Romania, II, 385 e ss.^ ha solidamente dimostrata la eccellenza del 
testo gualteruzziano sugli altri testi conosciuti, laonde chi vorrà intraprendere una 
nuova edizione di quel prezioso testo non avrà oggimai da cercar molto per trovare 
il ms. che debba servirgli di fondamento. 

Ernesto Monaci. 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA. 



Abchitio Glottologico Italulno diretto da G. I. Ascoli, voi II, pnnt. I, con- 
tiene: Flechia, Postille etimologicfie, (p. 1-58); D'Ovidio, Sul De vulg, 
Eloqu. di Dante (p. 50-110); Ascoli, Del posto che spetta al genovese nel 
sistema dei dialetti italiani (p. 111-160). 



Il Bolo nome del direttore ci dava guaren- 
tigia che il II voi. di quest'Archivio avrebbe 
potuto stare degnameote daccanto al primo: 
il fatto comincia a darcene la conferma. L'A- 
scoli avrà per noi non solamente il merito di 
essere il più strenuo rappresentante italiano 
della glottologia, ma quello ancora d'avere in 
parte creato, in parte rannodato una scuola 
che promette d'aspirare a nobili palme. 

G. Flechia è noto da un pezzo a tutti i lin- 
guisti: tutti conoscono la sua larga e sicura 
dottrina, quel suo spirito esatto e sottile; tutti 
sanno come egli da lungo tempo abbia rivolte 
le sue ricerche alla lingua letteraria e ai dia- 
letti d' Italia. Poche invero , ma squisite cose 
egli ha finora pubblicato; e forse gli è merito 
in parte dell'Ascoli se il professore torinese s'è 
risolto a stampare queste postille. — Il Flechia 
le scrisse quando le opere del Diez e il nuovo 
metodo scientifico erano quasi ignorati in Ita- 
lia, quando il Galvani valeva per somma au- 
torità etimologica. Il tempo comincia a far 
giustizia fra il Galvani, il Nannucci ed i se- 
guaci della nuova scuola : l'opportunità quindi 
d'una confutazione delle etimologie galvaniane 
è, in pochi anni, di molto scemata. Tuttavia 
queste postille, con cui il F. viene seguendo 
passo passo il Glossario modenese, sono pur 
sempre interessanti per le osservazioni lingui- 
stiche sempre dotte e talvolta nuove che l'au- 
tore vi seppe connettere. 

Invece di fermarmi a riferire i risultati a 
cui perviene il Flechia, io credo più opportuno 
di fare alla mia volta qualche postilla a quelle 
dell' illustre professore. 

Il tose, aratolo è derivato dall' A. da un 
dim. aratrulum, con r espulso per dissimi- 



lazione, come in artètico per artritico. Ma 
che ci fa qui il di min.? Io supporrei invece la 
serie: aratero aratoro aratolo, e vi confron- 
terei lógora da Itic-rcUfurJ: e vedansi anche 
le mie osservazioni nella Riv, di fil, class. 
11,229. 

Ben dichiara l'A l'it -igiano, in mar- 
chigiano cortegiano ecc. da una base -ensia- 
nns, e non -itianris, come voleva il Diez; 
ma arrischiata di molto parmi l'affermazione 
(p. 15) che le forme dei dialetti italiani, ri- 
spondenti alla toscana -igiano, non possano 
risalire a un -itiantf^. Certo io so che nel tre- 
yìgncortesàn potrebb'essere àd^'cortitianum, 
come invisiar è da in-vitiare , e servisi, 
netisia, sporchisia, ingordisia sono da *«r- 
vitium ecc. Ma forse sarà da tener conto del 
posto occupato dall'accento. 

Ingegnosa mi è parsa (p. 20 e segg.) la 
spiegazione di invòglio, invogliare da un tn- 
voluculum involclum; ma sono da notarci 
contro parecchie coserelle. E prima: da invol" 
cium si avrebbe dovuto avere soltanto invól» 
chio e poi invòcckio, perchè il -cZ- come ben 
vide l'Ascoli, Arch. H, 123, dà -gli" sol quando 
è preceduto da vocale (speglio da speclum, 
ma coperchio da coperclumj. forse crede 
l'A. che la l di invoClJclum sia caduta prima 
che il "cl- sostenesse l'evoluzione -gli-, come 
avvenne forse in incagliare da in-ca(ì)c(u)' 
larcp quasi « arrestare con sassolini » calculi: 
cfr. Diez, Voc. Et. II, s. caillouf Ammettendo 
questa spiegazione, sarebbe pur sempre mi- 
glior partito, sembrami, mettere a base di in- 
vogliare queir in-volutulare , onde muove 
voltolare,fA& questi sottili espedienti per chia- 
rire invoglio saranno forse inutili quando si 



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274 



RIVISTA BIBLlOaBAFICA. 



istituisca la proporzione invoglio : invogliere 
^voglia: volere. 

L*o di frantojo e sim. è detto di suono a- 
perto a pag. 23 ; ma giova subito correggere 
Terrore, che il F. raccolse probabilmente dal 
Cittadini, Opp. 263 (Roma, 1721). Aperto è Vo 
di -orto, ma chiuso quello di -ojo, come in- 
segna, oltre il Diez, e il Fanfani, Voc, pr. 
tosCf anche il Cittadini stesso, Opp. 238-9. — 
Il motivo poi per il quale -Òrem dà óre, ed 
^orium dà -òri/), sta nel fatto che nel basso 
latino si misurava -ì^ium , come avrò a di- 
mostrare nel mio Vocalismo, § XV, e, e che 
molte di queste voci appartengono alla lingua 
dotta. 

A p, 30-31 discorre a lungo TA. dell'i de- 
rivativo che vedesì in alt-i-are da altus , e 
simili. Invano vi cercai però una spiegazione 
del come questo i sia divenuto elemento de- 
rivativo: e però mi permetto qui di tentarla. 
Non v' è dubbio che in quercia di fronte al 
lat. quercus non si abbia un agg. quercea , 
scil. arbos, come in faggio o salcio abbiamo 
la risposta di agg. quali fageus , sal{i)ceus. 
— Ma in aliare da alt-i-are come s' è insi- 
nuato queir tV In questa Biv, I, 131 segg. io 
enumerai molti esemplari italiani, che riflet- 
tono il nom. e Tace d'uno stesso tema latino; 
come stazzo = statio e siazzone = statio- 
nem ^. Io avrei voluto allora mettere nella se- 
rie anche esempii sullo stampo di doccio, doc- 
cia da ductio di fronte a doccione -duzione 
da ductionem; ma me ne ritenne, più che al- 
tro, il signitìcato. Ragionevole or parmi la i- 
potesi che in doccia ecc. non §' abbia il ri- 
flesso immediato, il figliolo di ductio, ma solo 
un nipote; che cioè da ductio s'abbia avuto 
un equivalente doccio doccia; di qui il verbo 
docciare; e dal verbo infine il nome, di senso 
analogo, doccio doccia. In questa ipotesi doc- 
ciare non sarebbe più come insegnò il Diez e 
ripeterono gli altri, da ductus duct-i-are: ma 
da un pre-italiano doccio = ductio. — A con- 



fortare questa spiegazione recherò qui i più 
importanti esempii italiani di tal fatta: — ca- 
ptio, cacciare caccia caccio; tncdo, tracciare 
traccia straccio strazio; directio, dirizzare 
in-dirizzo; {ricixo, frizzare i frizzo; mi nu- 
llo, minuzzare minuzzo-lo; suctìo, succiare 
succio; volatio, svolazzare svolazzo; punctio 
ponzare * ponzo cfr. ponzane; stridio striz- 
zare ^strizzo cfr. strizzone, freddo eccessivo 
ecc. Quando poi andarono perduti i nominativi 
lat, onde questi verbi movevano, restò ai par- 
lanti la facoltà di produrre analogamente dei 
verbi per i quali non preesisteva il tipo noml- 
nativale in -tio. 

Un latino vXncum,, base di vinculum, a 
cui ricondurre Tital. rtnco venco, già sospet- 
tato dal Diez, Voc. Et, 113 80, è ben confor- 
tato dal Flechia (p. 34, 36 in n.), che del re- 
sto avrebbe dovuto accennare il lat. vinca vin- 
ca pervinca, il fem. forse di questo vincum 
ricostruito: né poi dovea scrivere venchio ai 
il riflesso napol. che il venez. di vinculum. 
Il eh deflessici venez. vale semplicemente ci, 
onde è da correggere anche ckiopa in ciopa 
a pag. 6. 

Nella abbondante raccolta dei nomi volgari 
della donnola (p. 47 e segg.) e nella loro illu- 
strazione resta forse qualcosa e desiderare. 

E prima di tutto vi avrei veduto volentieri 
citata una pagina che il Littré dedica allo 
stesso soggetto nella Hist. d. 1. 1. fr, né dove- 
vasi dimenticare V importante nome trevig. di 
questo animaletto feroce: bela dònola. — Che 
il mod. bevla sia poi un riflesso di bél-lula 
nessuno vorrà crederlo, quantunque TA. abbia 
fatto del suo meglio per provarlo. — Ma come 
non gli è venuta in mente una base ben più 
naturale che abbiamo in bìbula, onde ben 
potè svolgersi e il mod. bevla, con e stretto, 
e il piem. biòlaf Non ha notato TA. stesso 
(p. 51) che la donnola, come vampiro, si crede 
vada a succiar il sangue? 

Quest'etimologia mi par così evidente, che 



1 11 prof. Flechia diede, neUa Si9. di fiì. eia»: II, 187 soffg., parecchie buone o«Mrvailoni critiche lolla tuia lieta: 
• dì latte io lo riagraslo , benché non tutte le possa aeeettare, e ne dirò foree in altra oeeasione il perchi. Il F. diede 
anche aicnne finnte alla mia raccolta (ma erniturip, e0nturi9n» era già dato da me !); ed ora nuove ricerche mi permettono 
d'aggiungere i seguenti esemplari : stollo otolott*/ strido otridors/ virpo (Toce dotta) 9orgin4; *po*eio (nel dimin. senesa 
fasciola = pastio f ììla, e in alto-petseio pasciona; /raso (Ncrueci, Saggio, 79) framions; msrs (Nerueei, ih. 280 : dal 
fr maire), maggiore f fors'anco tsgaeeio Isgagions; indi due neutri, ohe sono: sido sidro, e dU^lagma diskflmgmaU.^ 
Mi sia poi lecito di notar qui al prof. F. che se io non potei aoccettare la sua òlWologia di rsourssso da rsmitrsxH, ei6 
non proTenne da mia cocciutaggine, bensi del non axer potuto farmene capace. Sta il fatto che la deviasione morieloglea 
rosurrsxio per rssurrsctlo c'è p«r tempissimo attestata (cfr. Schuchardt Vok. l, 153), e che negli serittorillorentini è plnt* 
tosto frequente rcsurrsssions. - Fosse pur vera la splegaiione del prof. Flechia, il merito ne spetterebbe a P. Harxolo, ehe 
ne'suoi Monuinsnti, II, 363 (1850) eroettSTa la stessa opinione. 

9 Oli m» dolci di questa parola si oppongono alla proposta spiegasionc ; sisari forse da risalire a frigi{d)Mm: da f^ddo 
n pungente il Iraslato rra fscilissimo, e appare fors'anco in freddura. 



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RIVISTA BIBLIOGRAFICA, 
non credo altrimenti necessario occuparmi a 
dimostrare V impossibilità fonologica dell' e- 
quazione bèvla hiola = lat. béllula, 

A pag. 56 il ferrar, mieda è detto il conti- 
nuatore di metula metta mieta. Confesso che 
qui per la prima volla io trovo V equazione : 

lat. mi = il. mi-; e se P A. ne avesse avuti me ». Io lascierei il testo come sta, e pyr spie- 
altri esempi, avrebbe fatto bene a comunicarli, gandoloallo stesso modo, vi raffronterei il prov. 
onde appoggiare la sua tesi. — Ivi stesso trovo quinh quina {Lex. rom. 1, 86, e. 2) e lo spagn. 
riferito tra gli esempi di it. ie da lat. è Siena quien, che saranno riflessi del lat. qtiem: onde 
da Sena, È tempo di correggere Terrore : non chignamen^e direbbe press'a poco qualmente. 



275 

bro dantesco : nella quale gli racconianderemo 
di tener conto anche di alcune osservazioni del 
D.' Grion {Il serv. di C. d. Ale. 1871, 53) spe- 
cialmente suiranconitano « chignamente sciate 
sciate », riferito da Dante. Il Grion muta il 
chignamente in chingamente, e spiega *iCO~ 



Sèna, ma Saena si dice la Julia. 

Quello del sig. D'Ovidio è uno scritto ge- 
niale, spigliato, arguto e quasi sempre rigoro- 
samente scientitleo. Il giovane autore s*è pro- 
posto d'investigare la genesi e lo svolgimento 
della teorica sulla lingua aulica, nella mente 
di Dante. La è una questione alla quale nessuno 
anche dopo tanto inchiostro versato per intor- 
bidarla, vorrà negare il pregio dell'attualità. 
— Dante fiorentino, ci dice il sig. D'O., per un 
naturale amor di campanile, ossia per le abi- 



— E alla attenzione dell* A. raccomanderò an- 
che un emendamento, dame proposto neir^lrcA. 
Veneto VI; 146 (dove è a leggere novo non 
novum). 

Questa rassegna è di già troppo lunga, e 
mi resta ancora da esaminare il migliore dei 
tre scritti annunciati. Per fortuna il lavoro del- 
l'Ascoli sul genovese è uno di quelli per i quali 
il critico non pu6 aver altro che ammirazione. 
L'Ascoli sdegna le facili battaglie, non si la- 
scia imporre da nessuno, fa cammino da sé. 



tudini del suo orecchio e del suo pensiero do- . Appena ci aveva, ne' Saggi ladini, ricostrutta 



veva trovar cattivi tutti i vernacoli non fioren- 
ti vi: e Dante letterato, Dante che latineggiava 
nelle frasi e nel costrutto specialmente là dove 
colla forma tentava di adeguare la nobiltà delia 
materia, doveva trovare cattivo anche il dia- 
letto fiorentino, che pur era la base naturale, il 
legittimo stampo della sorgente lingua lettera- 
ria. Il sig. D'O. ha certamente colto bene nel- 
r insieme il concetto dantesco, e benissimo ce 
l'ha esposto. Solo qua e là si fa desiderare mag- 
gior temperanza nei giudizii, o forse nel modo 
di esprimerli. Cosi non si può accusar Dante 
mi psure, di esagerazione (p. 106) s'egli rim- 
provera G. d'Arezzo e Mino Mocato di usar 
frasi puramente municipali, e non curiali, 
ossia nobili , come specialmente si conveniva 
alla canzone. Gli era veramente un delitto d'arte 
il non voler allora servirsi di quel piccolo te- 
soro di linguaggio poetico ed eletto onde il 
Guinicelli, il Cavalcanti e Dante stesso, attin- 
gendo al latino, o al proprio ingegno, avevan 
ormai arricchita l'Italia. — I saggi d'interpre- 
tazione e di sana critica che l'A. ci offre in 
questo scritto, ci fanno desiderare di veder 
fatta da lui una compiuta recensione del li- 

Decembre, i873. 



una quasi ignorata unità linguistica, e ce ne 
aveva esposto da grande maestro il complicato 
organismo , ecco 1' ardito esploratore lasciar 
l'Adriatico e le Alpi per correre al Mediter- 
raneo, e spiegarci la natura del dialetto geno- 
vese, provarcene la stretta affinità col piemon- 
tese, e con felici quadri comparativi mostrarci 
falsa l'opinione invalsa finora: che il genovese 
si rannodasse piuttosto coi parlari delle nostre 
massime isole. Non voglio lasciare questo la- 
voro ascoliano, che dovrebbe servir di modello 
a quanti preparassero simili studii, senza fare 
air illustre autore un appunto. — A pag. 116, 
num. 3 è detto che il provenzale « veill-s è 
ve[c]ljo, col j rattratto ; e vielh-s è ve[c]ljo 
con Ve dittongata (dittongo e attrazione nel 
fr. vieil).* In quest'ultima parentesi c'è forse 
un' inesattezza : in fatto nel fr. vieil lo il al- 
tro non sarà che un espediente grafico per in- 
dicare il suono mouillé del l , come in ail 
(). agV) da allium: in vieil adunque che sta 
per vielj c'è solo dittongazione come nel prov. 
vielh-s. — E dopo questo appunto il mosce- 
rino s' inchina al leone. 



> 



U. A. Canello. 



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PERIODICI. 



Romania II, 3. — P. 281-2W. F. A. Coe- 
Iho. Formes divergentes de mots portugais. 
Serie dei doppioni portoghesi d'origine latina. 
—P. 295-314. G. Paris. La Paasiondu Christ, 
Testo riveduto sul ms. di Clermont-Ferrand e 
accompagnato da uno studio sulla versificazione 
del poema. — P. 315-325. W. Foerster. Del 
Tumbeor Notre-Dame. Novella tratta dal ms. 
B. L. fr. n. 283 dell'Arsenale. É nel dialetto, 
deir isola di Francia, e sembra della fine del 
sec XII. — P. 326-336. Mélange*. 1. 1. Storm. 
Etimologies italiennes et rowanes: 1) Ve- 
rone 2) Voto 3) Argano 4) Cavelle, Govelle. 
— 11. M. Bréal. Une prostkexe apparente en 
franQais; — ili. Mier CmernsJ dans le pa- 
tois, — IV. H. Suchier? Noms du peuples pa- 
iens dans la Chaoson de Roland; — y. Le 
mi, de Guill. d* Grange anr.iennement con- 
serve a Saint' Guillem du Desert.^P. 327- 
350. A. Tobler e P. Meyer. Corrections sur 
quelqttes passages des Chrammaires proven- 
gales. — P. 351-370. Comptes-rendus. G. P. 
I Reali di Francia per P. Rajna; G. P. Canti 
popolari veneziani race da D. G. Bernoni ; 
La Manière de langage qui enseigne à par- 
ler et à écrire lefrancais; A. M. F. Epopeas 
da roQa mosarabe por Th. Braga.-- P. 371-380. 
Périodiques. — P. 381-384. Chronique. 

ReVUB DBS LANGUBS ROMANBS IV, 3. — 

P. 355-385 Alart. Documents sur la langue 
catalane, (Cont.) Vanno dal 1275 al 1311 e 
sono in parte cavati dagli originali in parte 
da alcune raccolte contemporanee. — P. 306- 



403. Ch. de Tourtoulon. Recensione dei Der- 
niers Troulfadours de la Provence p. P. 
Meyer. — P. 404-406. C. Charvet Deuof quit^ 
tances en langue romane fatte dalle abba- 
desse del monastero di Sainte-Claire d*AlaÌ8 
nel secolo Xiv. — P. 407-423. G. Chabaneau. 
Grammaire limousine. Continuazione. — 
P. 424-428. Ch. de Tourtoulon. Nota sur une 
variété du sous-dialecte de Montpellier, — 
P. 42W48." A. Langlade. La Viradona. — 
P. 449-458. Ch. de Tourtoulon. De quelques 
imitations modemes de la poesie du mo" 
yen-age. — P. 45^474. A. M. L. L. Contes 
et petites compositions popolaires. Continua- 
zione. — P. 475-480. Bibliographie, Chro- 
nique. 

JaHRBUCH piiB ROMAN. U. BNOL. LlT. N. F. 

1,3. — P. 239-280. Tobler. Lettere inedite di 
Giacomo Leopardi, — P. 281-307. W. Foer- 
ster. Du Valet qui d'aise a malaise se met. 
Novella in ant. fr. pubblicata di su il ood. 12603 
della B. N. di Parigi. — P. 308-327. C. Mi- 
chaelis. Etymologisches : 2) Couire 3) Kdcher 
4) Tulbe 5) Kumpure 6) Carquois 7) Tbrquois 
8) Linjavera 9) Buyrach 10) Uebergang von 
% in k.— P. 328-336. R. Koehler. Zu H, Oe- 
sterley's Ausg, des Dolopathos des Io. de 
Alta Silva. — P, 337-343. Kritische Anzei- 
gen, H. Suchier. Der Troub. L Rudel von 
Stimming ; Ver Mónch von MontauéU>n von 
Philippson; Biogr. des Troub. Bemh. von 
Ventadorn von Bischoff. — P. 343-346. Zeit- 
sckriften. 



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NOTIZIE. 



Da ora innanzi la Rivista di filologia romanza sarà pubblicata a cura della casa li^ 
brarìa-editrice E. Loeecher e C. in Roma, ove ha sede la direzione. Tolta cosi di mezzo la 
distanza non lieve che divideva T ufficio di redazione dalla tipografìa, crediamo superato il 
maggiore ostacolo che finora s*oppone88e al regolare andamento di esso periodico. 

, CORREZIONI ED AGGIUNTE. 

(n primo namero indica U pAffina, il secondo la lino* o il Teno m precodnto dm 9; e significa colonna , « nota, t tosto.) 

17, 12 leggi béodo — 21, 36 /. plagio — 27, 16 dopo provenzale agg. del sec XIV — ivi, 41 
dopo arnei agg. lendut — 28, 22 L ueirial — 29, 19 /. faissos (per sais.)— 31, 2 /. sobeirana 
{per sobr.) — 33, v 20 e 1 l. encaus — ivi v 37 e 2 /. L'emperador c'aues — ivi v 38 /. autre 

— ivi V 23 t 36 /. Lentin — ivi v 32 /. qui uinc — 34 v 58 e 2 /. clara — ivi v 59 l senhor 

— ivi V 45 l, creiran — 35 v 43 e 2 /. LW. — ivi v 52 /. Enians — 38 v 130 e 1 Z. et es 

— 39 V 210 e 1 /. sabreu — ivi v 3 t 53 /. pron — ivi v 4 t 55 Z. Ni la — 41 v 9 t 78 /. 
deszir — 42 v 10 t 80 /. Del tornar m. — 44 v 1 t 107 /.De lot aulra p. — 45 v U 1 109 l. 
sabras — 62, SII. 1872 — 65, 10 e 2 /. p. 141 -^ 68, 25 e 2 l. Dalla Z. — 83 v 23 t H. vi de' 

— 94, 1 n 2 /. von vincere — 96, 20 Z. analogica — ivi 23 /. ant. it — ivi 3 n 1 /. claud'tus 

— ivi 4 n 2 /. -it 99, 5 /. n'est paa propre — ivi n 2 /. Raspieler — 101, 7 /. enortsà — 

102, 15 /. recafavan — ivi 2U. fa — ivi 24 /. crùye — ivi 30 e 103, 51 l. coqye — ivi 32 e 103, 
78 /. se — ivi 38 /. premirS — ivi 44 /. Iùy6 — 103, 74 /. neurè — ivi 75 l. dèsendo— ivi 77 
/. L & — ivi 81 e 104, 100, 116 l, awè — 105, 130 /. tsScafifi — 109, 38 e 1 /. mare— 110, 
32 e 1 paudio — 111, 31 e 1 /. a la — 127, 30 e 2 /. d'exception pres — 167, 31 /. dissec- 
cata — 168, 1 n 4 /. Norditalischen — 171, 1 n 1 /. il Beitr. — 175, 57 l. de dentro — ivi 59 
l. disse: Lasèmo — ivi 73 /. Olivere — 176, 19 l. regina— 177, 42 /. trasse — ivi 54, /. che 
la voreva — ivi 55 {in nota) lì codice non dice fello, ma frello, che è lezione sanissima, non 

Sunto sospetta nemmeno accanto a ^rade/Zo. Si tratta di una forma non infrequente nei nostri 
ialetti del Settentrione. V. p. es. Arch. glatt. I 423 — 199, 40 e 1 l. Egli fa capo dall'A. — 
249, 3 n 5 /. che si legge in F — 261, 2 l, quelle del V. 



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IìNdiciì:. 



E. Monaci. Proemio , . . . . pag. 5 

U. A. Canbllo. Storia di alcuni participii nelP italiano e in altre lingue romanze . . 9 

E. Stbngbl. Studi sopra i Canzonieri provenzali di Firenze e di Roma 20 

U.^A. Canbllo. A proposito d'un luogo della Vita nova; nota filologica 46 

L. Manzoni. Il Canzoniere Vaticano 3214 71 

A. Mussafia. Osservazioni sulla « Storia di alctmi participii » ecc 91 

J. CoRNU. Deux histoires villageoises en patois vaudois par le doyen Bridel .... 98 

O. PiTRÉ. Nuovo saggio di fiabe e novelle popolari siciliane 113, 139 

J*- »-i— . r^ — a , ... «: ai. »,..^«»,; *MkMaUAj*ooAlU . ---.... ]fi3 

1 

1 



fur romanische und englische Sprache und Lit*»ratur .... 66, 135, 203, 276 

hes Centralblatt . -'. 63 

etologia '....,... 68 

tore • 68, 136, 203 

tique 68 

B langues romanes 66, 134, 202, 276 

xvivisia ui filologia e d* istruzione classica 204 

Rivista Europea 68 

Rivista filologico letteraria 68 

Romania ^ . ... 67, 134, 201, 276 

Romanische Sludien 67 

Notizie .69, 187, 205, 277 

Correzioni eil Aggiunte 277 



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Fascicolo II. 



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83, num. I 
94, no<a 2, 
96, Un. SO 
96, a». 23 
96, fioto 1, 
96, nota 2, 
99, nota 1, 
101. nota U 
101 , nota 2, 

109, cor 1, 
no, eoi. 1, 

110, co(. 1. 

110, col 1, 

111, col. 4, 
127, col. 2, 



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non vincere 

analitica 

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fa 

q-il 

mare 

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(■ORRUJK 

vi d«' 

von vinc^ff 

analogica 

ant. it. 

claud'tus 

-it- 

Kaapieler 

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qu'il 

mare 

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ùtro 

paudjo 

a la 

dexceptioii 



Nota. — Un' ©rrata-'corrige generale sarà data alla fine del 
fascicolo IV. 



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