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Full text of "Rivista di filologia e di istruzione classica"

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RIVISTA 

DI FILOLOGIA 



D'ISTRUZIONE CLASSICA 



TyilLETTOTlI 

DOMENICO COMPARETTI - GIUSEPPE MÌJLLER 

GIOVANNI FLECHIA 



-A. :tT asr o 32: x. 




» » f 



» ■ 1 



TORINO 

ERMANNO LOESCHER 



FI KENZE 
Vi» Tornabaoni, 20 



1892 



HOMA 
Via del Corso, 807 



Torino — Vincenzo Bona, Tip. di S. M. e RR. Principi 



195G.?? 



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INDICE GENERALE 

DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME XX 



I. — Glottologia. 

Carlo Pascal, Di alcuni fenomeni dell' J greco-Ialino pjg. i8 
— Wilhelm Studemund, Studien auf dem Gcbiete des 

archaischcn Lateins. >* 35^^ 



II. — Filologia greca. 

Do.MEMCO Bassi, Ausgcwàhlte Reden dcs Demosthcnes, 
erkiàrt von Anton Wiistkr.mann, drittcs Biindchoii : 
dritte, verbcsserte Auflage besorgi von Dr. Emil Ku- 

SEMiERG . . . . . . . . . * 174 

— Vincenzo Costanzi, Ricerche su alcuni punii contro- 

versi intorno alla vita e all'opera storica di lù*odoto ^ 326 

— Giovanni Roiìerti, La eloquenza greca x> ^66 
Antonio Cima, L'Orateur Lycurgue, elude hisioriquc et 

littéraire par Felix Dùrriucii ....»> 347 
Achille Cosattini, fVammenio ercolanese sulla genera- 

zione . . . . . . . » ^ IO 

Gaetano De-Sanctis, L' 'AGnvaiuuv noXiieia di Arislotelc » 147 



— IV — 

Carlo Giambelli, Gli studi Aristotelici e la dottrina d'An- 
tioco nel « De Finibus » . . . . pag. 282, 4O5 

Attilio Lkvi, Herodots zweites Buch mit sachlichen Er- 

làulerungen herausgcgeben von Alfred Wieijp:.man'n » ^33 

Giuseppe Mùller, Nuovi papiri classici . . . * 337 

— Ruggero Bonghi su Eroda >» 509 

Costantino Nigra, Inni di Callimaco su Diana e sui la- 
vacri di Pallade ...... 194, 411, 516 

Ettore Pais, Giulio Belocii, Storia Greca, parie prima : 
La Grecia antichissima. — Studi di Storia Antica pub- 
blicati da lui » 164 

— Intorno alle più antiche relazioni tra la Grecia e Tltalia » 177 
Enea Piccolomini, In Aristotelem et Herodam animadver- 

sioncs criticae ........ 456 

Vittorio Puntoni, Sulla composizione del proemio della 

Teogonia Esiodea ......> 369 

Giovanni Setti, Gli epigrammi di Luciano . . * 233 

— Osservazioni critiche sopra alcuni luoghi dei Dialoghi 

di Luciano ......... 544 

Carlo Oreste Zuretti, Iscrizioni gnostiche di Cipro in 

caratteri non epichorici . . . . . » i 

— La chioma di Berenice, col testo latino di Catullo ri- 

scontrato sui codici, traduzione e commento di Co- 
stantino NiGRA . . . . . . . )* 168 

— E. Pais, Intorno al tempo e al luogo in cui Strabonc 

compose la Geografia Storica. — ATAKTA, Questioni 

di Storia Italiota e Siceliola . . . . ^> 170 

— Th. Preger, Inscriptiones Graecac Metricae ex scrip- 

toribus praetcr Anthologiam colleclae . . » 400 

— Federico Lubker, Lessico ragionato della antichità clas- 

sica, dalla sesta edizione tedesca tradotto con molte 
aggiunte e correzioni da Carlo Alberto Murerò » 492 






III. — Filologia latina. 



Antonio Cima, La Poetica di Q. Orazio Fiacco, studii di 

Giacomo Giri . . . . , . . pag, 548 

Giacomo Cortese, Tito Maccio Plauto, Comcdie, versione 
metrica di Salvatore Cognetti De Martiis, con pre- 
fazione di Giosuè Carducci. Voi. I (il Militare fanfa- 
rone — i Prigionieri di guerra — la Pentolina — 
Stico — i Tre danari . . . . • ^^ 55^ 

Cesare Cristofolini, Di un fiume altrettanto ignoto quanto 

famoso .......... 300 

Giacomo Giri e A. Cima. Un po' di polemica sulla poetica 

di Q. Orazio Fiacco ....... 565 

-Giusto Grion, Hor., Od. Ili, 30. .... » 4S9 

EuGENius Laurenti, De lulio Annaeo Floro poeta atque 

historico Pervìgilii Veneris auctore . . . » 125 

Lionello Levi, Di un luogo dubbio della III Catilinaria 

(9, 22) .......... 144 

Santi Lo-Cascio, L'influenza ellenica nell'origine della 
poesia latina ........ ^s» 41 

Carlo Pascal, De Apolline Paeane . . . » 277 

— Zander, V'ersus italici antiqui . . . . ^^ 3^5 

— Appunti critici . . . . . . . >> 325 

— Onorato Occioni, Scritti di Letteratura Latina . >* 359 
Felice Ramorino, Paolo Bellezza, Dei fonti e dell'auto- 
rità storica di C. Crispo Sallustio . ^ 35^ 

Pietro Rasi, Di due passi oraziani non bene corretti. » 574 
Remigio Sabbadini, Due questioni storico-critiche su Quin- 
tiliano .........)!» 307 

Luigi Valmaggi, Cornuti, Artis rhetoricae epitome, edidit 

et commentatus est Ioannes Graeven . . » 362 



— VI — 

Luigi Valmaggi, E. Cocchia, La sintassi latina esposta 

scientificamente ad uso delle scuole di magistero pag. 363 

— Aneddoti di grammatica e lessicografia latina » 497 

— Ad Tac. Hist., II, 7 . . . . . '^554 



Notizie bibliografiche e critiche . . . ^23, 361, 495 



ELENCO DEI COLLABORATORI 

DELLA XX ANNATA DELLA RIVISTA 



Domenico Bassi, professore nel R. Liceo Parini a Milano. 

Antonio Cima, professore nel R, Liceo di Parma. 

Domenico Comparetti, senatore del Regno, professore emerito a 
Firenze. 

Achille Cosattini, dottore in lettere a Milano. 

Giacomo Cortese, professore nella R. Università di Torino. 

Cesare Cristofolini, professore nel Ginnasio superiore comunale di 
Trieste. 

Gaetano De-Sanctis, dottore in lettere a Roma. 

Giovanni J*lechia, senatore del Regno, professore emerito a Torino. 

Carlo Giambelli, professore nel R. Liceo Beccaria a Milano. 

Giacomo Giri, professore nella R. Università di Palermo. 

Giusto Grion, preside del R. Liceo di Lodi. 

Eugenio Laurent!, dottore in lettere a Roma. 

Attilio Levi, professore nel R. Ginnasio di Giarre. 

Lionello Levi, dottore in lettere a Roma. 

Santi Lo Cascio, professore nel R. Ginnasio di Palermo. 

Giuseppe Mìjller, professore nella R. Università di Torino. 

Conte Costantino Nigra, Senatore del Regno, ambasciatore d'Italia 
alla Corte di Vienna. 

Ettore Pais, professore nella R. Università di Pisa. 

Carlo Pascal, professore nel R. Liceo Umberto I, a Roma. 

Enea Piccolomini, professore nella R. Università di Roma. 

Vittorio Puntoni, professore nella R. Università di Palermo. 

Felice Ramorino, professore nella R. Università di Pavia. 

Pietro Rasi, professore nel R. Liceo Dante a Firenze. 

Remigio Sabbadini, professore nella R. Università di Catania. 

Giovanni Setti, professore nel R. Liceo di Pisa. 

Filippo Valla, dottore in Lettere a Torino. 

Luigi Valmaggi, docente libero nella R. Università di Torino. 

Carlo Oreste Zuretti, docente libero nella R. Università di To- 
nno. 



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ISCRIZIONI GNOSTICHE DI CIPRO 



IN CARATTERI NON EPICHORICI 



-• • • 



La gnosi era genere di filosofia che informava non solo 
le speculazioni del pensiero, ma anche gli atti della vita e 
andava connessa a pratiche e culti esterni : della parte teorica 
abbiamo non poche indicazioni presso gli autori posteriori, i 
quali ci informano de' vari elementi di essa, anche giudaici, 
cristiani e più propriamente detti orientali ; della parte pratica 
ci sono rimasti monumenti abbastanza numerosi, dacché 
oltre alle gemme insignite di iscrizioni gnostiche e conser- 
vate in numero abbastanza grande s'hanno iscrizioni che alla 
^nosi si connettono. Queste sono magiche e gnostiche pro- 
priamente dette (ma le due specie sono strettamente collegate 
e in parecchi casi si riscontrano in esse entrambi i caratteri), 
tali per l'estensione loro piuttosto che per la materia, perchè 
scritture anche di certa lunghezza troviamo eziandio sulle 
j^emme. Ed invero possediamo tavole gnostiche d'oro, d'ar- 
gento, di rame, e nel massimo numero di piombo, la 
materia preferita per cose magiche di tal fatta, destinate, 
secondo la varia materia, ad usi differenti; quelle delle due 
prime specie, cioè, ad uso personale, per essere, vale a dire, 
portate sulla persona come amuleti, a guisa delle gemme 
per l'appunto, le altre ritrovate nelle tombe ed anche, in 
scoperte più recenti, nei templi, designate le une e le altre 
con nomi differenti. 

Su lamina d'oro è il Filatterio esoreistico trascritto dal- 
l'Amati, pubblicato dal Pellicioni, di cui ignoro il luogo 

Vjvista di filologia ecc., XX. i 






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^•. dpvè.^si possa trovare e così pure se ad altri sia noto(i); il 

/Kircnmann trattò di una placca d'oro, trovata sur un ca- 
• • • # 

,^., ,; ^ '".. davere ad Angoulènrie nel XVI secolo, avente caratteri greci 

^^v ^ •':•/•.•' illeggibili ew carré; e il Lenormant, da cui ho appresa 

questa notizia, due iscrizioni illustra, anch'esse su lamine 

d'oro, le quali vengono entrambe ad appartenere alla fa- 

***?^ * ' miglia dei defixamenta, dei quali fanno menzione anche 

Tacito (2) e Dione Cassio (3), parlando dell'uccisione di Ger- 
manico e degli oggetti magici trovati nella casa del sospetto 
autore della morte. 

D'argento è una lamina iscritta in caratteri greci, di cui 
in lingua latina sono le formule. Essa è stata illustrata da 
ultimo e felicemente dal Wiedemann, tentata già prima da 
altri, e fra questi anche dal Kopp {Paldog,, IV, 388), ma 
con risultati o nulli o strani. 

Ma la quantità di gran lunga superiore ci è pervenuta 
su piombo, e se oltre alle iscrizioni in lingua greca o in 
caratteri greci, altre consideriamo, che abbiano meritamente 
il nome di magiche, se ne ha di trovate nell'Asia Minore (4), 



(i) G. Pellicioni, Filatterio esoreistico, in Atti e Memorie della 
Deputa:[ione di Storia patria per V Emilia^ 1880, p. 176-291 (c'è una 
tavola che riproduce la trascrizione deirAmaii, che l'eseguì a Roma 
presso il possessore della tavoletta, un negoziante d'antichità. (Dove si 
trova ora la tavoletta?). 

(2) i4w«., II, 69. 

(3) LVII, 18. 

(4) Newton, A history of discoveries at HalicarnassuSy Cnidus 
and Branchidae^ London, i863, p. 719-743, iscrizioni n. 81-95. Parla 
(e le riproduce) di sedici tavolette di piombo trovate nel T^^evot; di 
Demeter a Cnido. Stante la grandissima rarità del libro — rarissimo 
anche in Germania stante il prezzo assai elevato — ho dedotta questa 
notizia da C. W a e h s m u t h, Inschriften aus Korkyra, in Rheinisch, 
Mus.y XVII I, i863, p. 537-583, che ne riparla riproducendone la più 
parte; sul medesimo argomento ritornò I. Ztindel, Aegyptische 
Glossen, in Rheinisch, Mus.y XIX, 1864, p. 481-496. 



- 3 - 
in Egitto (i), nella Grecia (2), in Italia (3), in Africa, in 
Savoia (4). 

Da queste iscrizioni non vanno disgiunti i papiri magici 
provenienti dalPEgitto, che negli ultimi tempi ci è stato 
largo di tante e così importanti ed anche insperate scoperte 
— documénti privati e pubblici, cinque discorsi dì Iperide, 
di cui non s'avevano che scarsi frammenti, e in quest'anno 



(i) F. L e n o r m a n t, Z)(? tabulis devotionis plumbeis AlexandriniSy 
in Rheinisch, Mus., IX, 1854, p. 365-382. 

(2) Oltre il già citato lavoro del W a e h s ra u ih cfr. C. 1. G., 538, 
539 (due iscrizioni trovate in sepolcri vicino ad Atene). 

(3) C. /. G,, 5773, 5858^ (= Kaibel, Jnscriptiones Graecae Sici- 
liae et Italiae, etc, Berolini, MDCCCLXXXX, 644, 872 — é il primo 
volume che continua il rinnovamento del Corpus Inscriptionum Grae- 
carum pubblicato per cura delBoeckh e del Franz — erano già 
apparsi i volumi del Roeh 1, /w5cri/?f/owe5 Graecae antiqui ss imae 
praeter Atticas in Attica repertas^ e per cura del Kirchhoff, 
Koehler, Dittenberger i volumi del Corpus Inscriptionum 
Atticarum, di cui si annuncia ultimamente una terza appendice e Tin- 
dice della seconda parte, mentre per iniziativa del C o 1 1 i t z e colle 
collaborazioni di altri si è andata pubblicando la Sammlung der 
griechisch. Dialektinschriften : auguriamoci che il C. /. G, possa in 
tempo non lontano essere interamente rinnovato. — Si veda anche 
C. Wachsmuth, Die Inschrift C, J. G.^Syy'^y in Rheinisch. Mus., 
XXIV, 1869, p. 474-476. 

(4) Non sembra inopportuno ricordar anche iscrizioni non greche: 
F. Biicheler, Oskische Bleitafel, in Rheinisch, Mus., XXWW. 
1888, p. 1-77; F. B ti eh eie r, in Rheinisch. Mus. , XXXI, 1886, 
p. 160 (cfr. Ephemeris Epigraphica, voi. V, p. 3i7, n. 454, dove non 
c'è che la semplice riproduzione). 

Non ho veduto Kumanudcs, Iscrizioni Attiche sepolcrali, da 
cui il BOcheler {Rheinisch. Mus., 1888) cita i numeri 2583 sqq., 
e neppure Wordswood, Specimen of early Latin, citato dal 
BOcheler stesso. 

Iscrizioni semite non ho esaminate, restringendomi solo alle greche 
e italiche. Si veda anche Lumbroso, in Rivist. di Filol.y li, 1872. 
p. 2i4-i5 per riscrizione gnostica greca a Torino, un'altra a Venezia, 
un'altra a Carlsruhe; si confronti C. /. L., 818-820; da ultimo G.F. 
G a m u r r i n i, Periodico di numismatica e sfragistica per la storia 
d'Italia, Amat. 2,.p. 5i, e T h. Mommsen, Bleitafel von Are:{:{0, 
in Hermes, IV, 1870, p. 282-84. 



— 4 — 

r 'AGrivaiujv TToXixeCo, tanto importante e preziosa e per molti 
rispetti e parecchie questioni, ch'io spero prossimamente dì 
toccare nella mia versione di essa ed in un altro lavoro 
che riguarderà quest'opera del grande Stagirita. E l'Egitto 
ci ha dato anche papiri magici greci conservati nei Musei 
di Londra, di Parigi e di Berlino. ^ 

I due generi di documenti si completano a vicenda, es- 
• sendo le tavolette applicazioni di quanto i papiri in taluni 
punti prescrivono ; e concorrono entrambi a farci conoscere 
talune parti del culto religioso e delle superstizioni nel 
mondo antico, quando l'Occidente fu compenetrato da cre- 
denze, culti, superstizioni, pensieri filosofici orientali. Non 
tutto certamente è rimasto intelligibile per noi, molte cose 
sottraendosi alle investigazioni dell'Ellenista-, ma neppure per 
chi è addentro nella conoscenza delle lingue orientali tutto è 
facile spiegare; perchè non solo si hanno difficoltà non an- 
cora sormontate, ma taluni elementi sono tali da far cre- 
dere non sia mai possibile una spiegazione, o al più una nu- 
merica e simbolica, date tanto più anche le attestazioni di 
antichi scrittori, al tempo de' quali parole e formule erano 
e dovevano essere già intenzionalmente inintelligibili per tutti 
che non ne fossero gli autori, e questi, nella pluralità dei 
casi, neppure essi davano un significato vero e proprio alle 
loro formule. 

Alcune di siffatte iscrizioni ci presentano un testo conti- 
nuato, nel quale solo qualche elemento sfugge all'interpre- 
tazione — ad esempio il Filatterio dell'Amati, le iscrizioni 
del C. /. G,; altre invece ci danno un insieme nel quale 
solo pochi elementi sono accessibili alla nostra intelligenza 
— ad esempio l'iscrizione latina trovata in Africa. Ed a 
queste due specie corrispondono due differenti parti nei pa- 
piri magici, l'una continuatamente intelligibile, l'altra no, 
almeno finora, sebbene anche qui possa supporsi che nep- 



— 6 — 

pure più tardi sarà possibile l'interpretazione di quei gruppi o 
accozzi o combinazioni di lettere, che possono al più in molti 
casi avere un valore mistico. In taluni luoghi non è impossì- 
bile od escluso il caso che abbiamo innanzi a noi una qualche 
lingua orientale — ma spesso tale ipotesi appare troppo ar- 
rischiata. Chi poi professava Parti magiche e scriveva le iscri- 
zioni non era in generale persona colta, e volendo fare una 
grande concessione, sarebbe stata tramandata solo macchi- 
nalmente, senza che fosse intesa da chi Tusava o la scriveva 
— e la scrittura nelle nostre iscrizioni appalesa imperizia 
ed ignoranza, così che la tradizione grafica di tale lingua, 
volendola supporre, sarebbe estremamente incerta, altresì 
per l'insufiBcienza dell'alfabeto greco anche per chi bene co- 
noscesse Tortografia greca — tanto meno intelligibile a chi 
Pudiva o la leggeva, senza essere iniziato ai misteri dell'arte 
magica; anzi questi suoni barbari (e ricorre per l'appunto 
nelle iscrizioni e nei papiri l'espressione pàppapa òvóinaTa), 
strani ed inintelligibili, dovevano accrescere il sacro orrore 
per la magia. Nei papiri certo non si può supporre igno- 
ranza pari a quella dimostrata generalmente dagli autori 
delle iscrizioni, e nei papiri più elementi si possono spie- 
gare con elementi non ellenici -, ma neppure qui è tutto 
spiegabile con elementi non ellenici e neppure grande cul- 
tura si può supporre-, così che anche nei papiri, almeno nel 
maggior numero di essi si avrebbe una tradizione materiale. 
Ma anche date queste difficoltà, da queste due specie^ di 
monumenti magici, gemme ed iscrizioni e papiri (i), si trae 



(i) Molti sono gli scritti concernenti i papiri magici: G. Petret- 
t i n ì, Papiri greco-egip dell' 1, R, Museo di Viennat Vienna, 1826. La 
trattazione non è profonda neppure per questa parte, su cui ritornò 
F. Blass, E in griechischer Papyrus in Wien^ in Philologus^ XLI, 
1882, p. 746-751. (L'altra parte diede luogo alla trattazione e alle 
critiche di A. Peyron, Illustrazioni di due papiri Greco-Egi^^i 



— 6 - 

non poca luce intorno alla magìa, sulla quale, è noto, ab- 
biamo anche veri e proprt documenti letterari, ed oltre agli 
scrittori dei tardi tempi che ebbero occasione di parlarne, si 
deve tener conto sopratutto del secondo Idillio di Teocrito 
e dell'ottavo di Virgilio, che ne è un'imitazione — e gli uni 
servono di aiuto e di illustrazione agli altri; di più degli inni 

m 

pubblicati dal Miller, i quali sono venuti ad aggiungersi 
agli Orfici già esistenti (i). Qui veramente Tinterpretazione 
non è così difficile come nella prima specie di monumenti-, 



deWJ. R. Museo di Vienna^ in Atti dell Accademia delle Sciente di 
Torino, 1829, t. XXXIII). Parthey, Zwei Griechische Zauberpa- 
pyri, in Abhandlungen d. k. Akad. d. Wissensch,, Berlin, 1866. 
Meineke, Drei orphische Hymnen ed, Miller, in Hermes, IV, 
1870, pag. 56-68; ritornò sul medesimo argomento K. Dilthey, 
Ueber die von E, Miller herausgegebenen griechischen Hymnen^ in 
Rheinisch. Mus.. XXVIl, 1872, p. 375-419; Wessely, Griechische 
Zauberpapyrus f « London und Paris, in Denkschriften d, k, Akad. d. 
Wissensch. ^u Wien, Phil.-hist. CI., XXXVI, 1888, p. 44 sqq. Sul 
medesimo argomento vedi H. v. Herwerden, De Carminibus e 
papyris erutis et eruendis, MnemosyncN. S., XVI, 1888, p. 316-347. 

Si cfr. 1. G. Hickel, De Ephesiis Litteris linguae Semitarum 
vendicandis, lenae, MDCCCLX — interpreta aaxi kqt aaKi aiE TCTpavb 
a|Liv aM€v €u aai aiov, testo semitico, con: Tenebrae pallidae sunt,te' 
nebrae meae, ad ignem suspice Jideliter, fidus ille, qui collustrans 
praebet vitam. Eni. R u e lì e, Le Chant des sept Voyelles d'après 
Demètrius et Ics papyrus de Leyde, in Revue des Études GrecqueSy 
lì, 1889, P- 38-44 e 393-395. 

Di capitale importanza C. Lee man s, Papyri graecae Musei 
Lugdunensis Datavi, II, i885: il papiro magico di Leyden fu ripub- 
blicato da A. Di eteri eh, Papyrus magica Musei Lugduni Baia- 
vorum, Lipsiae, Teubner, MDCCCLXXXVIII (estratto dai Supple- 
menti dei N. Jarb,). Si veda anche il Wessely, Bericht iìber 
griechische Papyri in Paris und London, in Wiener Sludien, Vili, 
1887, p. 175-230, e IX, 1887, p. 230-278. 

Tocca l'argomento Matter, Une excursion gnostique en Italie, 
Strassbourg- Paris, i852, e meno dal lato epigrafico Topera dello 
stesso, Histoire critique du Onosticisme, Paris, 1828. 

(i)Chr. A. Lobeck, AglaophamuSy sive de Theologiae mysticae 
Oraecorum caussis, Regimonti Prussorum, MDCCCXXIX. Ved. il 
libro secondo. 



— 7 — 

ma Toscurità non è propria soltanto delle formule greche, 
ma anche delle latine ed italiche. Si ricordi il tentativo del 
Bergk per spiegare due formule magiche presso Catone (i), 
e si tenga a mente che il Comparetti vedeva nelPiscrizìone 
del vaso Dressel una formula magica nel punto più difiBcìle 
della seconda riga (2). 

Lo stato di conservazione è generalmente assai superiore 
nei papiri; le iscrizioni su piombo presentano difiBcoltà ma- 
teriali alquanto superiori a quelle che s'incontrano nei pa- 
piri, non tanto dal lato paleografico quanto per il peggiore 
stato di conservazione (3), stante Tossidamento e il luogo 
donde ci sono generalmente pervenute, così che essendo il 
piombo leggermente grafito i segni in molta parte sono sva- 
niti e non più leggibili. E nel nostro caso le circostanze 
esterne non erano davvero favorevoli. 

Le tre iscrizioni torinesi osservate ad occhio nudo e 
quando c'è ottima luce, un cielo sereno e sole splendente, 
lasciano scorgere solo qualche segno qua e là ; sotto luce, 
anche per poco sfavorevole, non compaiono che superficie 
lisce qua e là, ossidate, per modo che era necessario conti- 
nuamente l'uso della lente in giorni ed in ore favorevoli 
perchè si potessero scorgere i segni tracciati. E nella lettura 
poi mi veniva a mancare quel sussidio proveniente dall'in- 
sieme cosi ben notato dal Boeckh pel leggere e pel com- 
pletare: tuttavia da raffronti con altri monumenti di tale 



( 1) Be rgk, Zwei Zauberformeln bei Cato^ in Kìeine philol. Schriften, 
voi. I, p. 556-70, già in Philol., XXI, 1864. 

(2) Comparetti, L'iscrÌ!{ione del vaso Dresselj in Museo Ita- 
liano d'antichità classica, 1 , 1 88 5 , p . 1 7 5- 1 89. 

(3) F. Lenormant, Rheinisch, Mus.^ IX, p. 369: « Locos tamen 
plurimos qui corrupti sunt reficere non tentavi, praesertim quum his 
in tabulis paene vetustate consumptis formulae tam insolitae, vcrba- 
tam nova et incognita reperiantur ut ne uUam quidem coniecturam, 
vel quae certissima videatur, proponere audeamus *. 



- 8 — 

natura ho speranza che la diligenza messa nel leggere abbia 
contribuito a rendere con fedeltà i segni che si trovano gra- 
fiti sulle tavolette, tanto più che sulle due prime sono venuto 
riscontrando, inaspettatamente, le medesime combinazioni 
e successioni di sillabe e di lettere; ed anche, sebbene le 
iscrizioni non sieno, almeno per me, intelligibili, che ciò 
non sia dovuto interamente all'opera mia, mi affida il fatto 
deiriscrizione C. /. G., 6858 é, nella quale al verbo 6pKÌ2iu 
seguono tre linee che il Franz tentò di spiegare ingegno- 
samente, ma inutilmente: orbene, nella prima iscrizione in 
discorso il verbo ópKÌ2;uj si riscontra ben otto volte, e data la 
proporzione e il numero di ventitre linee, il fatto viene ad 
avere il suo riscontro. 

Sull'origine delle tre tavolette ed il luogo dove furono trovate 
non ho tutte le più minute indicazioni desiderabili. Esse sono 
conservate presso il senatore Fabretti (i), che le ebbe dal 
Palma di Cesnola in dono, e questi le trovò in due sepolcri, 
a Cipro, sovrapposti l'uno sull'altro e differenti, a quanto mi 
fu detto assai indirettamente, per età — dato al quale non 
corrisponde lo stato e la natura delle tavolette, le quali in- 
vece appaiono piuttosto contemporanee; per modo che si 
deve concludere che i sepolcri erano della stessa età, o le 
tavolette vi furono messe contemporaneamente e separa- 
tamente, oppure dall'uno, per guasti de' sepolcri stessi, in 
parte passarono all'altro. Esse vennero trovate arrotolate, e 
furono poi svolte e per la sottigliezza del piombo munite di 
un foglio di rinforzo alla parte esterna, che il senatore Fa- 
bretti mi assicurò non iscritta — e ciò è conforme alla na- 
tura di tali iscrizioni arrotolate e magiche. Qualche frattura 



(i) AI senatore Fabretti professo la massima riconoscenza, perchè 
mi permise di studiare le tavolette concedendomi la maggiore li- 
bertà nelfuso di esse e dandomi le maggiori agevolezze, con grande 
suo disturbo e continuo da parte mia. 



- 9 — 

c'è, e l'ossido ha corrosa e coperta gran parte, accrescendo 
così la difiBcoltà della lettura, già non agevole per la sotti- 
gliezza dei caratteri. "^ 

Le lettere furono semplicemente grafite con una punta, 
assai leggermente: ma nella tavoletta b i segni sono più 
profondi che nelle altre, sebbene questa per l'appunto sia 
assai più guasta dall'ossido che 1' a. Non c'è affatto traccia 
di tipi, che, variamente combinati, abbiano formato, per 
mezzo di pressione, le diverse lettere, come osservò il Pel- 
liccioiii per l'iscrizione trascritta dall'Amati ; ma tutto venne 
tracciato di seguito, come del resto nelle ahre iscrizioni di 
tale indole e su tale materia, e c'è una grande somiglianza, 
per quanto si può dedurre dai fac-simili, colla scrittura 
dell'iscrizione C. /. G. 5858 e colle due tavolette auree ri- 
prodotte dal Lenormant (i). A quanto posso giudicare sulle 
basi tuttora incerte della paleografia per quanto concerne 
l'assegnazione di tempo (2) per scritti non datati, special- 
mente pei secoli di cui si hanno ben pochi saggi, le iscri- 
zioni sarebbero da collocarsi tra il II e il III secolo dopo 
Cristo, spazio di tempo ora importante nella paleografia. 

Sebbene i disegni litografici, cui ho dovuto far ricorso, 
essendo tornata impossibile la fotografia, riproducano tutti i 
segni decifrati con quella diligenza ed esattezza che ho po- 
tuto, tuttavia qualche punto merita particolare attenzione. 

Non ho trovato nessun s^gno d'interpunzione né di divi- 
sione delle parole, come neppure abbreviazione ovvero nesso 
né in mezzo né in fine di riga; non ho riscontrati né ac- 
centi né spiriti, né altro qualsiasi segno di .tale natura. 



(t)F. Lenormant, Note sur un Amulette Chrétien conserve au 
cabinet des MédailleSy in Mélanges d'Archeologie, III, [853. 

(2] Vedi pel papiro berlinese di Aristotile quanto dice il D i e I s, 
Ueber die Berliner Fragmente der •ABiivaiuiv iroXiTcia des' Aristoteles, 
Berlin, i835 — dalle Abhandl. dell' Accademia^ vd. p. 4. 



- 10 - 

L^ A presenta la seconda asta a destra prolungata ed ap- 
pare tracciata di un sol tratto, per modo che la prima 
parte tondeggiante fi sinistra non è sempre unita in alto 
colPasta a destra; quando segue P, allora la seconda asta 
a destra delP A si piega a fare la curva superiore del P 
stesso, che viene cosi a restare sottolinea in buona parte, ed 
è descritto con un solo tratto senza interruzione; d'altronde 
con curve simili il P è connesso con altre lettere, ad es. 
Y, K, T. Il B è generalmente aperto nella parte superiore, 
donde si cominciò a tracciarlo anch'esso di un sol tratto. 
Il K è fatto ancor esso di un sol tratto fino all'estremità 
superiore dell'asta in alto, per cui talvolta si vede in basso 
il giro della linea a pie dell'asta verticale a sinistra. L' Q 
si presenta come un iw della nostra scrittura. Qualche let- 
tera, tanto deboli ne appaiono le traccie, non saprei dire 
che valore abbia: però in generale i caratteri hanno una 
qualche corrispondenza con quelli dell'ultima iscrizione pub- 
blicata dal Cesnola nella sua opera su Cipro (i). 

L' indole della tavoletta a è manifestamente gnostica, 
dacché nella linea quarta si trova lAQ, ZABAQ9, parole pro- 
prie delle iscrizioni gnostiche che hanno elementi di* origine 
ebraica (2); così deve pur dirsi della seconda, comparendo 
in essa parole, o meglio sequele di lettere che rispondono 
con precisione a quelle della prima ; e lo stesso si deve af- 
fermare della terza. 



(i) A. Palma di Cesnola, Salaminia y London^ p. 3o2 (esiste 
anche Tedizione italiana del Loescher e la tedesca). Anche questa 
iscrizione « rassomiglia ad un esorcismo o un anatema > e il sasso 
su cui è tracciata copriva un'urna che fu trovata piena di monete. 
Neppur essa è intelligibile e pare, per intenzione dello scrivente, 
come risulta dal seguirsi di lettere eguali EE, AA ad es.: potrebbe 
anche darsi che sia scritta in cifra; ma ho tentato invano di trovarne 
la chiave. 

{2) Z o n^ r a s, Maibt; 1^ a\uTY]pia irap' 'EPpa(oi<;. Cfr. M a e r o b., Sat,y 
I, 18. 



- 11 - 

Le iscrizioni adunque appartengono ad un tipo ben de- 
terminato, e ci vengono offrendo vari caratteri propri delle 
iscrizioni gnostiche. 

Compaiono combinazioni retrograde, il famoso apXavaGa- 
vaXpa, le quali, lette dalle due parti, danno le medesime let- 
tere — dinanzi ad esse l'interpretazione nulla può. 

Ecco la trascrizione delle tre tavolette in caratteri maiu- 
scoli ora. usati per le stampe : 



a 



* » 



.... OYKOK ... IX . YKBK . 1 NlOYnK . TAO . . . N . 

A . . . NA . . OPKIZQZE 

KA[T]AXeONIOY(A)OPKIZOIE . . . . 

P \nYnAKPANZYIAQIABAQ0AQN. . . 

XAQ . . OPKIZQ n.PQMA . . TONOYPANON 5 

. P0OKPOY0NI. . NQ4>PIBP . K . . . AAPOYPOM 

BAPBAPBA TPl<t)INinQYMMOvPMÀQ<DI 

OPKIZQ OIZ .... K .... AX . OKIPA . . 

BAPBAYZOY OKAIMOAKHNAOAYTOYIQXA 

nAAPOIA . A . . . . A . . . A.A.AHNYPIMNITPA . A 10 

BABPirAOPKIZQZEKAl TIY..AA ABAA 

NAeANAABAAYPANAXANAPIOPKIZQZEKAITOYZ 
nPOAX . . . AN A . . ONYAZMAPAKAX0A0QBAP 
. PABAXOAPNAKAXAXOPAKOeOPA . . . . ZBAPVA 
PAM TOMA0OM...ZYXMAQ0IOPKIZQ 15 

0.AP.Y0..MH.1PANBAPINAX . . Y.YKYBAPNQNQN 

B BQM . . . APYN..N.N 

. . . P. . . AKOPKIZQZE NHNI . . .EP..OY . . . 

. OPB<t)0PBQ<t)0PeAP0N AOPAKA APAKXAON AYPAjQ 

BAPBAPKAf. OPKIZQZE . YIXIAA . . . lOXQOPKIZQ . . 20 

KA{MTPANHlOKTO<t)AOZe0A KAirHN0APX«PHNN . . N 
YONONN . ANAYPQKII.Y . . NAAPK1ONOAX0AN 

ONA AIQ KP H NZABAPBAAPIZ 



'^- 



- 12 - 



PA KAY.ONONEK • Q 
HAPKA . . . . . NA . OR 

PQPQN TONOYPANON 

KNOY0IBPIN . . XB . ■ NIO<t>PIBPIOKYYN 

P PBA AXAN W No N 5 

NOPKIZQ NO 
OKANKAAB[AJA0ANAABA KPAMA 
K, X KAI YPYZYPQAY Q . . AO . A 

OPAXAXeA0QBAPBABAX0APNAXAAAP 10 

KOeOPA .... Q BAPBAPAN . . OMAv»' * 
N NOPKAP PAAYPAKAP . YPO YA 
I AQ BABBAPKAIOPKMA APO N X A N 

M OPKIY YKA. M TPAANOQ 

KAMIAOIOP QKAirHNA XQPYi N 15 

nAQN Y YPQK AY Y Q NON 
K€KOP APBABAPK KAP 

- K K IKP XNAO KAI N 

IN PO Y IHKIO KPAAY POI 
M P KANIA Y XQPAIKAY 20 

ANM OYe OY TOKAIPOPAOKAI AN 
OK N B PMABK6AA0IN 01 
KMIABAQOYOYOPCBAP AAHAP0ZN 
Y0MA I lAMOY M Tp KAOMM 

KNKP I nHN N€BOY Y XYAAHBA MA 25 

OX YY YY YYQnQNNQY K 
Q N 



* BARBARA ONOMATA» 



— 13 -^ 



P K 

KAPNA A KAPAPAP 
MA/ MMK0M MOIBOQ 

AQN BAPKAKAP KAPYKY NYPA * 
XAPAPAYNY NXANHAPIY KAI M YABOMY 5 

HN HKAPAB AAKAP OYMOr 
HAMYOMYXK YIX X Y X KAPNOPPPI 
Y AX OPKIZQY AIA OKAKAIE 

NOXPOXOY YloN HNH MNOA 
OHOMN Y AKAYPONIKAMOXON 10 

AP IN 

P 

Iscrizione a : 

Lin. 2, ópKiZiw (Te; cfr. 1. 5, 8, ii, 12, 16, 18, 20; molti 
esempi di invocazioni col verbo ópKiZtu si hanno negli altri 
documenti di tale natura, e svariale si presentano le for- 
mule (1). 

Lin. 5, sono evidenti le parole greche tòv oòpavóv ; cfr. 
iscrizione *, I. 3. 

Lin. 7, pappapPa si trova a principio della riga; altrove 
si ha pàppapa òvóiUfXTa, che forse esiste nella tavoletta b -, 



* AYPA? 

(i) Alexandr. Tra 11., 2, p. 199: ópKiCiu ae tò Óvoina tò luéta 
lame lapaujO ó e€Ò(; ó axépHa^, ktX. Il W i ed e m a n n, p. 221, ricorda 
Taspeito di Sabaoth in forma d'asino. Nel papiro berlinese : ópxiZuj 
K€(paXf|v 0€ e€oO 6ir€p èaTlv "GXuinTTOt; — ópxiZu) aq)paTt&a GcoO òircp 
éoTÌv òpcuTi^ — ópiciZu) x^pa &€HiT€pi?iv, fi KÓa^iov èiT(ax€K. Di e t e r i e h, 
Papyrus magica^ p. 790: óptóuj iràvTa<; òaiMOvac;. 



tna qui non è il caso di supporre un errore di scrittura, 
dacché la seconda sillaba pap è chiarissima, nulla segue 
che lasci supporre l'aggettivo pdppapa; anzi si hanno altre 
combinazioni simili a questa nella stessa tavoletta a, 

Lin. 9, a metà si legge Kai, che può anche essere la con- 
giunzione copulativa; così pure a 1. 1 1 ; a 1. 22 si ha chia- 
ramente KUl Ttiv. 

Lin. IO- II, apXavaOavaXpa è la combinazione opistografa 
frequentissima nelle iscrizioni di indole gnostica. 

Lin. 14, KoOopa, ricompare nella linea io della tavola b. 

Lin. i5, MAQ<t>l; cfr. 1. 7, in fine. 

Lin. 19, aupa è la parola che si riscontra in altre iscri- 
zioni gnostiche; cfr. b, \. 11 ; e, 1. 4. 

Lin. 22, To qpaoq Km y^v sono parole greche. 

Lin. 23, pappapap; cfr. 1. 7, 9, i3-i4, 20: nelPintera 
iscrizione le combinazioni di p ed a appaiono frequentis- 
sime e direi anche intenzionali, stante la sonorità della sil- 
laba risultante. 



Iscrizione b: 

Lin. 3, TÒv oupavóv; cfr. a, 1. 5. 

Lin. 4, Kvouqpi frequente negli scritti gnostici. 

Lin. 6, opKKUj facilmente è òqkHìjj. 

Lin. 7, apaOavaXpa, il X e va è stato ommesso per errore, 
che si deve leggere come nelle linee io- 11 di ^, apXava9a- 
vaXpa — facilmente. 

Lin. 9 pappapa; cfr. ^, 1. 7 e 23, e in ^ stesso, 1. io, 
pdppapa òvójiaTa (?); l. 12, pappaKpa; 1. 16, appapapK. 

Lin. IO, KoGopa; cfr. a, 1. 14. 

Lin. II, aupa; cfr. a, 1. 19; e, 1. 4. 

Lin. 14, Kai Tnv, come in a, 1. 22; cfr. in b stesso, 1. 8, 
Kai; 1. 17, 19 e 20. 



— 15 — 



Iscrizione e: 



Lin. 4, NYPA, facilmente da leggersi aupa; cfr. a, ì. 19 
e ^, 1. II. 

Lin. 7, ricompare il frequente òpKlCiu. 

Le parole adunque vanno divise in due specie; le une, 
e sono pochissime, manifestamente greche, le altre, e sono 
le più, non appaiono tali : del fatto ci può essere una spie- 
gazione. Le tavolette erano fatte per Greci — le congiun- 
zioni Kui dov^evano unire i misteriosi epiteti e nomi della 
divinità invocala, e le parole greche cpào^, t^v, oòpavóv fare 
intendere che anche le altre parole dovevano avere un senso, 
anch'esso misterioso — il noto dava forza all'ignoto, e non 
solo in queste tre iscrizioni, e sopratutto aggiungervi fede. 

Chi d'altronde si meravigliasse di tali iscrizioni e delle 
sequele di lettere che vi trovino, legga ad esempio il prin- 
cipio del papiro di Leyden : 

npaH[iq]. 
''ExuDv òcTìipiiuv ènieiTUJV vuk|t]ò^ K[ai 

Xapjujv ii<p[o? \éfe]., 8€p..uJx6apoiaxaqp 

^ap.. iXuxa Pippiu^x x<^P*iv..papx..Oax 



...p(p....pPi..(Tiu6iupai 



q>auSapiua jiiepXixia papeia Kap.e 



peu(Tpa...vpoux Zepqppìix 



q)€pqp€pKiu evepPnx XapX^ppep 
..€iK (p.u...p.Tr...a jLiiXxiOep 



xXriTiJup (paviXep \xal jLiaxaipitu 

Kdiì TaOTa[(y]o[u]elTróvTO^ èXeùaeTai Kópn ktX 

Cfr. 11, 1. 34: 



a[aaa] tiiitiiitiiiti ìuu)U)ìuu)ìuìu TrapaTT^XXiu ktX. 



- 16 - 
e X. 24 sgg.: • 

Tii leou |iap€i6 

Tii leou jLiovGeaGijiovTiO 
Tii leou xoipcuj6|LiovKiip 

Tii leou aujxoucyujpaoTi ktX. (1). 



1 



Qui non torna inopportuno riferire qualche parola 
Leemans risguardante simili formole (2): (c Nomina 
bara, quae reliquis mixta saepìssime adhibentur et 11 
superducta interdum distinguuntur, aut vanos sonos ei 
mere videntur, vel Aegyptiorum, Hebraeorum, aliorum 
populorum orientalium linguis explicanda ». 

Riferisco ancora qualche saggio di spiegazione. Pag. 
(( Prima vox lAQ, lAQN vel IQ convenit cum Aegyptiod 

( ), qua Luna et deus Lunus indicantur, sed petcl 

videtur ex Hebraeorum.... lavre;.... ABAANA0 ex| 

catur ex Hebraeorum... Pater nobis iu(es)..,)) (3). Pag. 

a ZABAQ0 Hebraeorum est exerciius, ABPAEAE, i 

ut interdum quoque scribitur ABPAZAZ. vel minus covri 
ABPAZAZ Basilides Gnosticus eiusque discipuli uteban 
ad summum numen indicandum... Diversas rationes ex 
candi memorat Matter... ex lingua Aegyptiaca caro faci 
est verbum, Ceterum propterea quoque nomen ABPA2 



(1) Il e. I. G.y n. 538, cita » in heliotropio Veteribus inventi 

6(jupapapaupauxujxujapp-0j8 

Si ricordi il linguaggio degli Dei e degli uomini, di cui parla Om 

(2) Pag. 5. 

(3) Il Wicdemann ricorda l'interpretazione del Kopp e d 
J a h n dall'ebraico data a Sabaoth — Padre vieni a noi, E si ^ 
Diete rich, Papyrus magica^ p. 757: « primis post Christum 
culis in Aegypto corapilatores superstitiosi nomina congessere e 
brata ex omni orbe terrarum, ut auctoritate fucata probarent mis 
ipsorum opera plebi nimis credulae ». 






3- — OM^f 



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)0A ■Y<X 



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Zi/. Scdussolia . Torino 



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— 17 — 

adoptarunt Gnostici quum litterae... suspectatae numerum 
efficiunt 365, totam seriem caelorum, oòpaviSv, emanatio- 
num divinarum complectentem ». 

Da ultimo, p. 171: « Nomina barbara, quamvis partim 
Aegyptiis adscripta, frustra ex horum lingua explicare ten- 
tavi » (i). 

Debbo osservare, e il fatto è importante, che i papiri 
magici fanno cenno e prescrivono Fuso di tavolette quali 
le ora esposte (2). 

Le dimensioni delle tavolette sono: 

a, altezza cm. 17, larghezza cm. i3,5 

b, » )) 24, » )) 1 1 

Torino, 2 marzo '91. 

Carlo Oreste Zuretti. 



(i) Meritano considerazione le parole di Hieronymus, Vita 
Hilarion., 21 : « portenta quaedam verborum et portentosas figuras 
insculptas in aeris Cypru lamina». Cfr. Di eteri eh, Papyrus 
yiagica, p. 789: « iam Indi utebantur amuletis aureis (Weber, 
Indische Studien, IV, p. ^Bo) et plumbeis (ib., p. 409), nec non apud 
(ìermanos haec metalla in usu sunt superstitioso >. 

(2) Di eteri eh, p. 788: « Tabellae vel laminae (mvaKiòe^, mx- 
TdKia, TiéTaXa) in papyris passim memorantur cuiusvis materiae : iré- 
TttXov xP^cJoOv pap. Paris. 12 18, 1812. èv XPW^Jfl ^C'n^fei A. 2226. dq 
XcTriòa dpTupav ib., 2 58. iréxaXov dpYupoOv A. 2705. aibripoOv Kpixov 
pap. Brittann. XLVI, v. 3o8. èul Xafiviou Kaaaixcpivou pap. Paris. 
3014. èTTÌ irXaxl KacyaixcpCvrj ib., 2212. TrXdxu|Li|jia luoXuPoOv ib., 329. 
KaXwdaou q)uXXov ib., 2o5o. cpùXXa bd(pvr|<; pap. Brittann., XLVI, 
V. 384., pap. Par. 2206. (pùXXa |LiupaivTi<; ib., 2232. Xd|Liva ìk xaiviou 
ib-,2239. òaxpaKov dtrò eaXdcycjTi<; ib., 2218. xapixou òaxpaxov P. V. n, 
16. TuxxdKiov Ì€paxiKÓv pap. Par. 3142; cfr. ao68, 25 13. Pùaaivov fd- 
K<K P- V. 5, 3. òxóviov KaGapóv P. V. 4, 16 ». 11 pap. Paris., v. 338 
prescrive lamina di piombo. 



Kjvista di filologia ecc., XX 



-18 — 



DI ALCUNI FENOMENI 



DELLV GRECO-LATINO 



I. L' J o D INTERVOCALICO. — Nella prima parte delle 
nostre Note di glottologia, parlando del suffisso -a j a, che 
spiega, giusta il nostro pensiero, la formazione dei verbi 
latini in a - r e come dei greci in à-cw e degl'indiani in 
a j a - m i, abbiamo voluto, per ribattere le obbiezioni del 
C o r s s e n, parlare piuttosto largamente della caduta del- 
l' / intervocalico. Abbiamo cercato di notare qualche fatto, 
che potesse spiegarci per qual ragione T j intervocalico ora 
cade, ora rimane in latino; ed abbiamo visto come, con le 
leggi dell'accentuazione latina, tutte le parole dove lo j è 
rimasto, abbiano l'accento prima di esso, laddove nelle 
parole in cui V j intervocalico è caduto, l'accento poggia in 
luogo diverso. Tutto si riduce ad ammettere, che se, ad 
esempio, l'accento primitivo fosse stato 'roséjus, Vj sa- 
rebbe rimasto come in C o e e é j u s ; dalla pronunzia *r ó- 
s e j u s è stata causata la sua caduta -, r o s e u s. Abbiamo 
visto che a tal fatto contraddicono solo le parole composte 
e derivate, per le quali è naturale che si conservasse la forma 
primitiva, più la parola j e j ù n u s, che del resto è parola 
forestiera, e per la quale in ogni modo si può invocare l'ac- 



— 19- 

centuazione arcaica, indipendente dalla quantità della pe- 
nultima sillaba *j é j ù n u s (i). 

Nella prima parte non era il caso di discorrere di un 
altro fatto, che pure ha relazione con questo più che non 
paia, e cioè la quantità della vocale che precede V j. Dice 
Terenziano Mauro (Keil, Gram., VI, 343; 6 1 8-624): 

« I media cum conlocatur hinc et hinc vocalium 
Troja sive Maja dicas, pejor aut jejunium, 
Nominum primas videmus esse vocales breves, 
1 tamen sola sequente duplum habere temporis. 
Ergo vel loco duarum consonantum fungitur, 
Vel gemella si locanda est, ut videtur pluribus, 
Bis tibi vocalis eadem praebet usum consonae » 

(v. pure vv. 640-41). 

Questi versi parlano adunque della proprietà che ha Vj 
di render lunga la vocale precedente, cioè della legge di 
posizione dell'y, tanto discussa (2). Noi non vogliamo ri- 



(i) Non vorrei però che esagerando il concetto della pronunzia 
arcaica si supponesse Taccentuazione di ierz*ultima in tutte le parole 
che avevano la penultima lunga. In *h o - j o r - nu-s, *co - j unc-t i, 
le particelle h o-, e o- erano certo proclitiche ; e la posizione del- 
l'accento quindi *ho-jórnus, co-jùncti, spiega, secondo noi, la 
caduta dell' j e il passaggio alle forrae hornus, cuncti. Quanto 
poi ai nomi in èjus, diremo nella seconda parte, quali forme si 
svilupparono dalla probabile pronunzia arcaica, Annèjus, Cóc- 
cèjus. — Diciamo infine che noi, per parecchi fatti che qui non è 
il caso di enumerare, siamo dell'opinione di coloro che ammettono, 
nello stato, per dir così, preistorico del latino, un'accentuazione ossi- 
tona, e che ciò spiegherebbe le forme come meùs da *mejùs, 

(2) Ora a proposito di questa legge di Terenziano Mauro, la quale 
trova riscontro in altri piccoli accenni di altri grammatici, sono varie 
e discordi le opinioni: 11 Corssen (Aussprache ecc., I', 3o3-3o6) 
negò assolutamente tal legge. Secondo lui, non si comprende infatti 
per qual ragione Vj sola tra le consonanti abbia la virtù di rendere 



— 20- 

cercare propriamente questo. Per noi ora è indifferente 
questa virtù di posizione dell'/, che del resto mal s'accor- 
deìrebbe forse con la sua frequente caduta. Noi vogliamo 
ora studiare un poco più addentro il fenomeno della per- 
manenza deiry intervocalico in latino, e notato il fatto del- 
Taccentuazione costante sulla sillaba che precede Vj\ ricer- 
care una ragione di questo fatto, e riconnettere con esso la 
quantità originaria o derivata di detta sillaba. S'intende che 
esamineremo le sole formazioni prettamente latine, non già 
le parole prese a prestito dal greco o da altre lingue. 

Cominciamo dunque a studiare la quantità della vocale 
che precede V j, e cominciamo da quelle parole, in cui Vj 
è l'unico residuo di un gruppo consonantico, cioè da quelle 



lunga la vocale precedente. Ed oltre a ciò se in alcune parole, la 
vocale che precede Vj ci appare pur sempre breve, come in biju- 
gus, trijugus, quadrijugus, iurciurando, ciò vuol 
dire che non possiamo auribuire aìVj questa virtù di far posizione, 
e che cioè la vocale precedente rimane breve o lunga, secondochè è 
breve o lunga per natura (V. pure Aufrecht, in Kuhn Zeitschr.^ 
I, 224; Kiihner, Gramtn. d, lat. Spr.^ I, i36, Anm. 5j. ingegnosa 
è l'opinione dello Schmitz (cfr. Beitr'àge f. lat. Sprache p. 74 e 
segg.). Egli, rigettando l'invenzione dei grammatici per cui V j dopo 
vocale sarebbe stato considerato come consonante doppia, vede nel 
distemperamenlo del suono deH'j la ragione della lunghezza della 
vocale precedente, giacche la prima parte di quel suono, il primo 1, 
si univa in dittongo con la vocale precedente, rendendola lunga ; 
sicché la pronunzia di quelle parole si potrebbe rappresentare così : 

a i j o , M a 1 j a , e 1 j u s , P o m p e ì' j u s , q u o i* j u s , e u ì' j u s. 
Questa ipotesi, della quale, come il Cocchia ha mostrato {Riv. 
di FU., XV, § IV, pag. 41 della tiratura a parte), lo Schmitz potè 
trovare un accenno nello Schneider, Elementarlehre der lateini- 
schen Sprache, p. 281, fu combattuta dal Cocchia, loc. cit., il quale 
però, terminando il suo esame, conchiude col dire che quando lo 
Schmitz « spiega la lunghezza della vocale di quoius da quo, 
coll'addossarsi ad essa di una parte del j che sussegue, egli non fa 
altra cosa tranne che interpretare il concetto dei grammatici antichi, 
alla stregua delle idee che oggi prevalgono intorno alle origini della 
legge di posizione > ed in nota rimanda poi alla bella dissertazione 



- 21 - 

parole, in cui la lunghezza della vocale precedente all' j è 
stata causata dalla caduta di una consonante precedente. 
Troveremo allora (v. anche C o r s s e n, o. e, T, p. 3q6), 
accompagnando le parole in tutto il loro sviluppo : 

Rad. mah, gr. |iéT-aq, lat. *màg-jor, "mah- j or, 
m a-j o r , scr. m à h-I y a n. Derivati : M a J e s t a (dea), 
m a j e s-t as. 

Rad. à h, gr. i^-fiC (vocale allungata per la gutturale spa- 
rita), lat. a d - a g-i u - m , ma a - i o, À-i u-s per a h-i o, 

A h-i u-s. 

Rad. mlh (scr. meh-à-mi, m e g h a-s, ecc.), gr. ò-^Ix- 
^-lu, lat. *meih-ò, m é-j-ò (Ascoli, St. crit,. II, 146). 
Qui la vocale è lunga per natura. 



del D'Ovidio, Della quantità per natura delle vocali in posi^^ione 
in Miscellanea Caix-Canello, p. 408 segg. Con la critica dell'opinione 
dello Schmilz il Cocchia si apre la via all'esposizione della sua. Egli 
nella natura intensiva deiry trova la ragione, per dir così, fisiologica 
della forza di posizione, e questa natura trova provata dalla grafìa 
del doppio I o deir / lungo che anticamente si adoperava per rap. 
presentarlo, grafìa che sta appunto a designare lo strascico che lascia 
la voce nel pronunziare V j. Un criterio per giudicare della quantità 
della vocale il Cocchia lo trova nei riflessi romanzi ; ad esempio 
pèggio^ bòia, Tròia, dove Ve e T ò aperta accennano alla 
vocale breve latina. Ma neppure questo criterio può dirsi definitivo, 
giacché, come il Cocchia stesso non manca di rammentare in nota, 
si può ammettere come originariamente lunga la vocale in pei or, 
boia, Troia, ed abbreviatasi poi in un periodo già abbastanza 
antico del latino (v. Kuhn, Zeitschr,^ 1, 228 e seg.; Seelmann, 
Ausspr. d. Lat., p. 104, ecc.). Ma un criterio più certo trova il Coc- 
chia nel riscontro di quelle parole che il latino ha preso in pre- 
stito o ha comuni col greco, giudicando che ove nella trascrizione 
greca v'è la vocale breve per natura, tale dobbiamo supporla anche 
nel latino, e così per la vocale lunga. 

Naturalmente, se si accettano i criterii del Cocchia, riesce age- 
vole, in base alla trascrizione greca, distinguere due serie di parole, 
quelle in cui Vj è preceduto da vocale lunga, e quelle in cui è pre- 
ceduto da vocale breve. Ed il Cocchia stesso ne fornisce, con molta 
diligenza, il catalogo. 



- 22 - 

Rad. kat di cat-éna, e a t-é-j a ; sost. e à-j a da 
'k a t-j a ; verbo e à-j o da *k a i-j o (cfr. V a n i e e k, Ety- 
molog, Wórterb, d. Latein. Sp., 1874, p. 28). 

Rad. g u, gvo (Van., op. cit., p. 53). Nomi bó-s da 
*bov-s, gen. bov-is-, bù-cula da bo v-c u 1 a , ecc. 
B8v-ianum, Bov-illa. Così Bò-ja da 'Bov-ja, 
B ò-j u s da 'B o V- i u s (malgrado le trascrizioni greche 

Bóio^, Bó-€ia) (3). 

Potrebbe congiungersi qui anche Gà-jus da Gav-j us; 
ma se la grafia osca G a a v i i s è corretta, essa mostra 
che r J è lunga per natura (4). 

Rad. vagh: — *Veh-ji, quindi Véji e i derivati 
V e j e n s, V e j e n t o (ó n - i s), V e j a n i u s. Appartiene 
probabilmente alla medesima radice anche b a - j u - 1 - u - s 
(Vanicek, op. e, p. i5i) da *vSh-j u-1 u-s ; ed in tal 
caso potrebbe appartenervi, a mio credere, anche l'oscuro 
B a-j a e da 'Va h-j a e. 

Rad. màd di med-eo-r. Nome 'm ad-j a = m à-j a 
(r= medica, obstetrix, Gloss. Isid.). 

Rad.magh, mah, di mag-nu-s. Nomi di divinità Mà- 
j u-s, M à-j a da Ma h-j u-s, M a h-j a, accanto alle forme 
Mag-iu-s, Mag-ol-n-ia, M a g-u 1-n-i u-s (C./.L., I,p. 585, 



(3) Pare che 1' €i fosse adoperato nelle trascrizioni greche sia per 
Ti lungo Ialino, che per 1'^, appunto come l'osco ti, Cfr. fdei^, C. 
/. Gr., n. 3976; Nóvv€i<;, ib., n. 2322 6, 84; TTcxpibvCK;» ib., n. gòbb b^ 
e cioè Gais, Nonnis (per Gaìus, Nonnius). 

(4) Per altro io non presto molta fede alla scrittura osca, che 
può essersi modellata sulla probabile scrittura romana *Gaajus. 
La sillaba gav è breve, come possiamo vedere in gav-isus. La 
scrittura con due a potè essere trasportata in osco alla forma col v, 
forma che troviamo ancora pure in latino ; cfr. G a v i u s, O r e 1., 
Henz., 7034. Non possiamo naturalmente giudicare della quantità 
nelle forme in cui il v è vocalizzato: gau (Enn., Ann., 4.51), s= 
gau-d-iu-m; Gau-ru-s; gau-d-e-o. Cfr. in greco TaO-po-<;, 
fa-C-ui, yd-vu-nai, y<ì-vo-<;, dai quali sì può dedurre che in yi'®^"*"» 
Tn-Oo^ e derivati, rallungamenlo organico è posteriore. 



~ 23 - 
col. 2). Derivato : m à j a-1 i s (sacro a M a j a). — Nome 
di mese : M a-j u-s (e. s.). — La forma osca con un a, 
M a i i o i = M a j o dat. sing. (cfr. del resto le forme osche 
sakarater=:sacràtur, dadikatted = dedica- 
vit, ecc.) deve essere una scorrezione invece di Mahiioi 
(cfr. osco Mahiis=Magius e v. Corssen in iT. 
Zeits.,Xl^ 327) o invece di Maisioi (« Maesius, lingua 
osca : mensis Majus » Paolo D i a e, pag. 1 36, i). — 
Secondo il Corssen poi, 1. e, Maja ha Va lungo 
per natura dalla radice m a , scr. mata, gr. |ìiT"T/ìp , 
lat. ma-ter (cfr. anche C u rt., Grimdi,^ N. 472, n.). 

Rad. p i k, p 1 g, di p i' g-e-t, p e-c e o ? Agg. p é-j o r 
da peg-jor (Van., op. e, p. 96). Però il Corssen, 
I. e, con r A ufrecht (K. Zeitsch., Ili, 200 segg.) pa- 
ragonano p é-j or con la radice sanscrita pij. 

Rad. tar di ter-men, trà-mes? Nome derivato 
T r à-j a-n u-s ? Questo nome è una formazione da una 
forma *T r à-j u^s (cfr. S e-j a n u-s), la quale a sua volta è 
una formazione denominativa da un tema generale di verbo 
tra, che ancora troviamo in i n-t r à-r e, e x-t r à-r e (cfr. 
ex-tra-bunt in Afranio, Ribb. , Cow., p. 141). 

Segneremo dunque T r a j a n u s. 

« 

Rad. sa, s a g , di s e-r o , s a-t o r , se g-e-s , donde 
r A ufrecht (K. Zeits,, III, 200 segg.) deriva Sé-ja 
per *S e g-j a; cfr, S e g e s-t a, S e g e t-j a. Il Corssen, 
1. e, unisce Sé-ja a sevi, s é-m e n. Resta a vedere se 
s é m e n non stia per s e g-m e n, e s é-v i non sia Tal- 
lungamento solito del perfetto (m 11 1 1 o, misi). 

Accanto a S j a troviamo Sesia (anche S e s s i a , 
v. le nostre Note glottologiche, nota ^26), che si può inte- 
ramente identificare ad essa (5). 



(5) L'identità di Sesja e Seja", mi pare provata dal fatto, che 
mentre Plinio (N, JET., 18, 2) nomina Seja tra le dee, le cui 



— 24 — 

S e - s - i a è una formazione dal tenia sa, se, come 
*g 1 ó-s-i a = gloria dal tema e 1 o (kX^F-o^). Si avrebbe 
dunque, prima che il j si vocalizzasse, S e s-j a = S é-j a. 
Derivato : S é j a-n u-s. 
Sì notino infine : 

p u 1 é j u m accanto a p u 1 e g i u m (per *p u 1 - e c- 
i u - m ?). 

d i-j u d i e o per dìs-judico; cfr. d i r-i m o per 
'd ì s - i m o accanto a dl-vortium, d i-m o v e o per 
*dìs-voriiu m, ecc. (Corssen, 1. e). 

t r à-j i e io per t r a n s-j i e i o. 

s è-j u g i s per *s e x-j u g i s ; cfir. K, e s é-d e c.i m , 
s è-n i, semestri s, ecc. 

pé-juro e pè-jero accanto a p e r-i ero, per 
'p e r - i u r o (6). 

Ex! ora parliamo degli aggettivi e nomi in é j u s. Per 
determinare la quantità dell' e che precede Fy, dobbiamo 
anzitutto vedere quale sia l'origine di questo suffisso e j o. 
Naturalmente ognuno vede subito come questo suffisso sia 
da scomporsi e-j o, e come nello j o si possa rintracciare 
l'antico tema pronominale così fecondo formatore di suf- 
fissi. L' e dev'essere dunque il residuo di un altro suffisso. 
In greco da "Apy-o^ si ebbe, mediante doppio suffisso 
**ApT-€(T-ios, indi *ApT€Toq. In latino il sigma intervocalico 



statue si ponevano sui muretti bassi che nei giuochi del Circo con- 
giungevano le me/de, Tertulliano invece nomina Sessia; De 
spect., e. 8 : e columnae Sessias a sementationibus, Messias a mes- 
sibus, Tutulinas a tutelis fnictuum sustinent >. La Messia poi, 
qui nominata corrisponde alla Seg-es-ta di Plinio. 

(6) Tutte queste forme, salvo Tultima, si ritrovano ancora in varii 
luoghi di Plauto. Cosisi ritrova ancora la forma dò-juro, C 
/./..,], 198, 19, p. 39. — Le forme poi j e j en io (A fran., Com., 
19 e 43), jejentaculum (Plauto, Ci/rc.,72), invece di jento, 
jen taculum, rad. j a m (*j^ ra - 1 o), sono probabilmente delle 
protesi anorganiche. 



non cade ma si rotacizza : V a 1-e s-i u-s , Va 1-e r-i u-s ; 
'L u c-e s-i a, L u c-e r-i a. Cade però, come abbiamo visto, 
qualunque consonante avanti aWJ consonante; sicché nel- 
Ve io inclino a vedere il residuo dell'antico suffisso as, 
es; e la caduta della consonante faccio risalire natural- 
mente al tempo in cui Vj non s'era ancora vocalizzata. 
Come da dis-judico si ebbe d i - j u d i e o , così da 
'p 1 e b-e s-j u-s si potè avere p 1 e b-é-j u-s, e la lunghezza 
deir e del suffisso e j u s, ha dunque anche qui una ra- 
gione di compenso per la consonante caduta. Per altre 
forme poi non saremmo alieni dal paragonare T é j u s la- 
tino airèj^ft sanscrito, cioè a i j a, e all'osco aija; come 
si può vedere dall'osco P o m p a i i a n a (Z vet., /. /. /., 
142) di fronte al latino Pompèjana, e sui campi del 
latino stesso dalle forme coesistenti Annajus, Anne- 
jus, ed Annaeus, che risalgono tutte ad un *A n- 
n a i j u s. Non vorrei dunque che il rapporto del suffisso 
€ioq, con e j u s portasse alla conclusione che 1' e anche in 
latino fosse breve come in greco. In greco quando da 
àXii6-€(J-ia cade il sigma, mancando il suono dell' 7 conso- 
nantico, le due vocali non possono fare altro che contrarsi, 
e si ha allora il dittongo ei, nel quale, come in qualunque 
dittongo, è naturale che la prima vocale sia breve; nel la- 
tino invece essendovi il suono dell'; consonantico, non s'è 
avuto dittongo, e la consonante caduta innanzi alVJ ha 
avuto il suo compenso nella vocale precedente. All' €io^ 
greco insomma corrisponderebbe in latino esattamente l u s 
(E p 1 u s, Plauto = "ETTCìoq) ; T è j u s latino risponde ad 
uno stadio di sviluppo anteriore. 

Non vale certamente qui il portare esempi di e j u s 
latini trascritti in greco : -éioq (es.: AouKéiov; v. Ditten- 
berger in Hermes, VI, 297); a prescindere dal fatto che 
questa trascrizione è rara, giacché la trascrizione comune 



-^ 26 - 

è -n'ios» bisognerebbe pur vedere da quali preconcetti gram- 
maticali erano mossi i trascrittori greci di parole latine, e 
bisognerebbe pur vedere se in queste trascrizioni l'accento 
non abbia reso indifferente il senso della quantità origi- 
naria, e pure se esse non rispondano a qoello stadio dello 
sviluppo di queste parole in cui T e di e j u s abbreviatosi, 
potette dare origine a tutte le forme che studieremo nel 
capitolo seguente. Ma più che l'orecchio fallace di qualche, 
forse anche inesperto, trascrittore greco, ci varrà il criterio 
etimologico; e questo, o si accetti la disamina che noi ab- 
biamo fatto delle parole in e j u s, o si creda che tali pa- 
role si sieno sviluppate direttamente o analogicamente dai 
temi generali della coniugazione in è (7), questo, dunque, 
ci dice sempre che V e-j u-s ha V e lungo. E questo, oltre 
che per i nomi di cui possiamo assegnare le radici, quali 
C i r c-e j i , C i e e r-e j u-s , F o n t-e j u-s , P e t r-e j u-s , 
P 1 a g-u 1-e j u-s , P o m p-e j u-s , Pro c-u 1-e j u-s , V e 1- 



(7) Si vegga qui Topinione del Corssen {Aussprache, I, 304- 5) : 
< auch die fìildungen mit dem Suffix -aio, a 1 1 o, wie A n-a i u-s> 
An-aia, von den denominativen Verben der A- Conjugation gè- 
bildet worden sind, wie ann-a-re von anno-. Die Namens- 
formen mit dem Suffix -e i o-, -eiio- konnen von denominativen 
Verben der E- Conjugaiion berrDhren ; aber ihr Suffix -e i o kann 
auch aus -a i o entstanden sein, durch eine Assimilation des a an 
das folgende i (j) zu e, von der noch weiter unten die Rede sein 
wird. Das Nebeneinanderbestehen der Formen An-aiu-s, Ann- 
eiu-s, Ann-aeu-s Ann-eu-s, Ann-iu-s verglichen mit 
dem denominativen Verbum ann-a-re spricht fiir die ietztere 
Auffassung, zumai da im Lateinischen wie im Oskischen die deno- 
minativen Verba der A- Conjugation so uberwiegend sind ». — La 
quale opinione avrebbe certo bisogno dì un numero di prove mag- 
giore, giacché per gli altri nomi in ejus, sarebbe difficile trovare 
un tema generale della coniugazione in à o in e. Per altro, vedremo 
in seguito, nella 2* parte, tutta una serie di aggettivi che probabil- 
mente terminavano in origine in ejus, e che risalgono a temi ge- 
nerali in è. 



-27 - 

1-e j u-s, S a t u r-e j a, varrà anche per i nomi le cui radici 
non ci sono ben note, quali A i-è j u-s , C a n u 1-è j u-s. 
Rimane ora a parlare delle forme di genitivi q u o j u s, 
e u j u s, h u j u s, e j u s, che pure hanno V j intervocalico, 
e per ispiegare le quali, varie ipotesi si sono fatte. — La 
maggior parte però si accordano nel riconnettere queste 
forme al suffisso del genitivo -s j a, (Tic (8). Dal tema pro- 



(8) Cfr. Schleicher, Compenditim^ § 1 55 : « o si suppone -j u- 
derivato da s j o, al quale j u siasi di bel nuovo appiccata la s del 
genitivo» {trad. Pezzi). — Per le varie opinioni, lasciando da 
parte quella che vede in j us la trasposizione del sj a ; cfr. Corssen, 
Ausspr.f I, pag. Soy : « Ihre Genitivendung war ius, wie in i 1 1- 

I-us, ecc Das t dieser Genitivendung ist cine Locativform des 

Pronominalstamraes t, durch welche Italische Pronominalstamme 
und Pronominalcasus mehrfach erweiiert sind, wie zum Beispiel in 
der alten Dativform quo-i-ei fur cu-i der Stamm quo-. Das 
-US derselben ist dasselbe Suffix wie in Cerer-us, Vener-us, 
u. a. (iriech. -o^. Es bestanden also eìnst dreisilbige Forraen *ho- 

ì-us, quo-i-us, *e-ì-us Aber in dem das ? mit dem vorher- 

gehenden Vocal in der Aussprache verschiiffen wurde, wovon in dem 
Abschnitte uber die Vokalverschleifung noch die Rede sein wird, 
entstanden die zweisilbigen Forncien hui-us^ cui-us, ei-us. » 
(Esposizione più ampia è in Krit. BeitrdgCy 543-45; Krit. Nachtr., 
pp. 89 segg.). L'opinione antica del Meunier, in Mém. Soc. 
Ling.j I, pag. 18 segg., fu accolta recentemente e così compen- 
diata dall'Henry, Gramm, comp.^ p. 248: « Soit, par exemple, le 
lype èjus. La racine démonstrative i a pur former, à Tétat normal 
et en s'adjoignant le sufiRxe -o-, un thème 'ej - o- *eo, dont lenom;. 
sg. msc. serait *eu-s, et le locatif (faisant fonction de génìtif) *eì. 
D'autre part, la méme racine, faisant à elle seule ofiBce de thème, a 
un nom. sg. i - s , dont le génitif est naturcllement *i - o s , i - u s 
(cfr. patr-us). Admettons maintenant que ces deux formes syno- 
nymes se soient accolées Tune à Tautre par une sorte de pléonasme 
fort commun dans toutes Ics langues : on a eu la locution *eì ius, 
d'où le passage à èjus est aisément concevable > . Tutte queste 
ipotesi fanno di questi genitivi delle forme sui generis^ sviluppatesi 
mediante sovrapposizioni varie. Eppure se si avesse una forma *quo jo, 
nessuno esiterebbe a ravvicinarla alle forme scr. tasja, gr. to!o, 
sicché unica difficoltà fa 1' s finale, che pure trattandosi di genitivi, 
i parlanti potettero cosi facilmente aggiungere, specialmente per la 
analogia degli altri genitivi in -ns (Vener-us). La stessa cosa è 



- 28 - 

nominale scr. t a, gr. to, abbiamo i due genitivi i a s j a, 
*Toaio = ToTo ; così , ad esempio , dal tema quo latino 
avremmo una forma *q u o-s j o, alla quale aggiungendo di 
nuovo 1'^ del genitivo, si sarebbe avuto 'quosjo-s (cfr. 
gli antichi nominativi della seconda in o's), e poi con la 
caduta dell' 5 avanti all' / consonantico q u o j \i s, e cioè, 
per il compenso, q u ó-j ii s. Anche per queste forme di 
genitivi pronominali adunque noi giungeremmo a stabilire 
la lunghei^za per compenso della vocale che precede Vj. 
Del resto a riguardo di questi genitivi ci pare questa la 
sola opinione accettabile. Ad aggiungere un nuovo s si 
poteva esser tratti dall'analogia dei genitivi latini, o in u s 
come V e n e r u s, o in e s come A p o 1 o n e s, o in i s, 
come hominis; né del resto mancano nelle lingue an- 
tiche e moderne questi esempi di duplici formazioni: basta 
ricordare le forme tedesche denen, derer, che sono 
rispettivamente doppio dativo e doppio genitivo ; e i ge- 
nitivi dorici : èiieQq, iiiéoq, lécq, ecc. 

Sono forme oscure, e cioè, non prese dal greco, estranee 
al latino, e d'origine ignota o incerta, le seguenti : a m- 
biibàja, ambùbéja, éjiilo, jéjùnus, Ràja, 
S a bà j a. 



avvenuta nel greco, che dopo avere formato ì genitivi è|aéo, è^eO, 
é|LioO, Téo, ecc. appicca di nuovo, analogicamente la q fìnale, nei ge- 
nitivi dorici è|Liéo^, è^eO^, èjuoO^, xéot;, ecc. Non può fare certo diflfì- 
coltà la caduta dell* s avanti consonante, fatto frequente in latino 
(d i (s) - j u d i e o, d i (s) - m o V e o, ecc.). 

Avvertiamo infine che il trovare in Plauto la forma di dativo 
quo) 1 , non ci deve far attribuire aWj la lunghezza della vocale 
precedente. Nell'antica poesia si trovano queste forme di dativi scan- 
diti nelle tre maniere possibili: rèi, rei, rei; e così èì, gì, 
e i ; quindi anche^ oltre alla forma comune q u o i , si trovano 
quòii {Amph. j S6i, G oetz et Loewe, e forse anche Cas.y II, 
3, 40: < quòii homoni hodie peculi nummus non est plumbeus ») e 
quoi, i4w/., 396; ^5/«., 94 (v. anche Wagner-Neue, Formen- 
lehrcy IP, p. 378). 



-29- 

Quanto poi alle parole che il latino ha preso dal greco, 
i suffissi €10^, eia, o conservano in latino il dittongo ?, op- 
pure diventando 'e-j u s, 'e j a, a causa della brevità della 
vocale priva in tal modo d'accento, perdono subito Vj : 
ppapcTov , b r a b e u m ; ^ouaeTov , m u s e u m ^ 'Eneió^ , 
E p e u s (accanto a E p i u s); iiXateia, platea-, xopeia, 
e h o r e a, TuvaiKeTov, gynaeceum, ecc. (v. altri esempi 
nel capitolo seguente). 

Quanto a Troia i poeti romani si attennero alla 
quantità greca TpoTa, scandendo probabilmente TroTa; 
giacché pare che in questa parola V i intervocalico non sia 
consonante, come non è consonante nell'aggettivo trisillabo 
Tróìfus, che i Romani scandirono interamente come.il 
greco Tpiuioq. 

Sicché per le forma:{ioni latine pare che si possa stabi- 
lire rinversione della legge di Terenziano Mauro: e 
cioè, non é già che V j intervocalico abbia virtù di render 
lunga la vocale precedente; ma Vj non rimane in latino se 
non dopo una vocale lunga. Quando la vocale invece é 
breve, e perciò priva d'accento (9) 1'/, come abbiamo visto, 
sparisce, ed allora dai temi come rosa- aggiungendo il 
suffisso j o, si hanno le forme 'róse-jo-s:=ros e-o-s 
(ro s e u s). 



(9) Sicché nei composti bijugus, trijugus, ecc. V j, benché 
non sia preceduio da vocale lunga, si è però mantenuto per l'accento 
che lo precede. — La vocale poi in questi composti è breve, perchè 
dalla prima parte componente non è caduta alcuna lettera, come si 
può argomentare sia dalle parole in cui la seconda parte componente 
comincia per vocale: bi-ennium, tri-ennium, sia dalla 
quantità di tutti gli altri composti: bi-ceps, bi -color, bi- 
corniger, bì-cornis, bi'-fer, biforis, ecc. (salvo bì- 
mus, bini, biga, risultali di contrazione), che possono quindi 
risalire direttamente a *duiceps, ecc.; cfr. gr. òuì-kó-<;» 



- so- 
li. Le propaggini greco-latinb del suffisso -ejo-. — 
Studieremo in questa seconda parte le propaggini greche, 
latine ed italiche del suflBsso é-ju-s, e-ju-s, e cioè del 
primitivo suflBsso -j a, lat. -j o- aggiunto ora ai temi in é, 
ed ora a temi ampliati con e = scT. a: gam, gam-a-ya. 
Si vedrà che tutto ciò che qui diremo sarà un'applicazione 
e nello stesso tempo una conferma del principio da noi 
posto circa l'influenza che potè avere l'accento sulla perma- 
nenza o sulla caduta dell'y intervocalico; influenza che del 
resto, benché più limitatamente, potè esercitarsi anche nel 
greco, dove T i preceduto da vocale accentata forma i dit- 
tonghi aio, DIO, €10 ; preceduto da vocale non accentata 
molte volte sparisce: xp^(T€-o-^ = *XP^<J€-jo-q, scr. hiranj a- 
j a-s, di fronte a xpvJCT€Tov (oflBcina auraria). Non possono 
entrare propriamente qui in esame le forme verbali, giacché 
noi ne possiamo esattamente dir nulla della loro primiera 
accentuazione, né possiamo determinare a quale forma ri- 
salga la perdita deU'j estesa poi analogicamente a tutte le 
altre-, così ninna conseguenza potremmo trarre dalla forma 
<popé-UJ = *<pope-j-iu, scr. bhàra-ya-mi, perchè noi ora 
giudichiamo di essa, così com'è, con l' w finale e con l'ac- 
cento regolato dalle norme che si stabilirono poi definitiva- 
mente nel greco; piuttosto gioverà accanto ad essa ricordare 
che il sostantivo *<pope-jov diventa qpopeTov non *<pop€ov, e 
che in ogni modo i verbi in éix) ci si presentano anche alcuna 
volta nella forma in eluj; cfr. Tom. veiKeiw. Né sarà inutile 
ricordare che i sostantivi del tipo bujpcd hanno anch'essi 
perduto VJ intervocalico, come prova la forma buipcid di 
una iscrizione che il Sauppe pubblicò a Weimar, 1847 
(v. C. /. G., n. 107, 1. 37); laddove da *bujpéja si sarebbe 
avuto *bopeTa. In ogni modo nel greco, ove da una sola 
forma se ne svilupparono tante diversamente accentate, in 
ragione del maggiore o minor numero di sillabe, non è dato 



- 31 — 

scorgere la costanza in questo fatto, per cui pure si pò- 
trebberò raccogliere non poche altre prove. E dato però 
ancora, a riguardo del suffisso €io^, * scorgervi un processo 
che ora noi ci apparecchiamo a descrivere, e cioè come 
dalle stesse forme -€-jo-, -e-j o-, potettero venire per voca- 
lizzamento dtìVj e susseguente contrazione -eie- , -Io-, per 
caduta delPy non preceduto da vocale accentata -co, -eo-, 
per mutazione dell' e e delP e non accentato -io-, -io-. 
Giacché spesso il greco ci presenta alle forme epiche in 
€10^, corrispondenti le attiche in eo^, le doriche in -105. E 
così al òwpeià, buuped che abbiamo visto sopra, risponde il 
òuipià conservatoci presso Esichio. Così accanto all'attico 
Xptiaco^, troviamo il primitivo xp^c^cioq, e troviamo poi anche 
la forma xp^^^^o- ad esempio nel composto xP^^Jio-TrXOmov. 
È perciò appunto che troviamo accanto a aiepeóg il fem- 
minile (TTCìpa, cioè *(yTep-ia; cfr. masch. (Tieppó^ = *(yT€piÓ5 ; 
ed accanto a k€V€Ó? troviamo Teolico K€vvóq = *K€vioq , 
ep. K€ivó^ abbreviato poi in k€vó^; che ci permette di sta- 
bilire la medesima serie per (Ttcvó^ accanto all' eolico 
<Tt€vvó^ e all'epico (yieivó^; cfr. accanto a kcivó^ il scr. cun- 
jà-s (cfr. Curt., Grund\., p. 556). Si potrebbero molti- 
plicare gli esempi-, mostrare accanto a ppÓT-€io-^ l'ionico 
ppÓT-€0-^- accanto ad àqpveió^, àqpvcó^; e così la forma au- 
X€io^ accanto alla forma auXio^ (= vestibularis), ed aOXciov 
accanto ad aOXiov (= vestibulum)-, (TTpaieia (originariamente 
aggettivo) accanto a (TTpÓTio^ ; e così le tre forme di sostan- 
tivi Kpaveict, Kpavtó, Kpavià (anticamente aggettivi), ci avver- 
tono che accanto alla forma Kpdveioq dovettero esistere le 
forme *Kpdv€05, *Kp(ivio^, mentre d'altra parte nella forma 
femminile Kpàvo^ = Kpaveia, noi potremmo scorgere lo stesso 
abbreviamento che abbiamo visto in k€vó^ per K€ivóq, e sta- 
bilire quindi la forma *Kpaivo^ = *Kpav-jo^. Così XaTOjLieiov 
accanto a Xaióiniov, Xaipeià accanto a XdTpio^. Crediamo 
inutile aggiungere altri esempi. 



— 32 — 

Vediamo ora nel latino e cominciamo dal fenomeno del 
vocalizzamene dell' 7 e susseguente contrazione. Avremo 

dunque e-j u-s = e i-u-s = i-u-s. Si può rammentare qui 
subito il greco 'Ettció^ trascritto da Plauto {Bacch., 937) 
E plus; ma anche rimanendo sul campo delle pure for- 
mazioni latine, rammentiamo come la forma Enniana Met- 
teio Fufeteio (presso Qu i n t i 1., I, 5, 12) potè ben 
contrarsi nella forma Liviana Mettius Fufetius, che 
doveva dunque avere in origine la penultima lunga (Met- 
tius Fufetius) pur conservando la pronunzia sulla 
terz'ultima sillaba, giusta Tantica accentuazione latina in- 
dipendente dalla quantità di penultima. Lo stesso si dica 
della forma Lucius-, dell'Elogio degli Scipioni (« Cor- 

nélius Lucius Scipio Barbdtus» e «Lou- 
ciom Scipiónem filios Barbati ») stabilita dal 
Ritschl {Ind. Lect. Bonn, hib., 1 853-54 ^ Prisca Lat. 
monum. epigraph,, p. 122) per ragioni metriche, accanto 
alla forma L u u e e i u s, C, L L., I, 568. Né qui ha luogo 
l'osservare come Lucius sia jan prenome e L u e e i u s 
sia un nome gentilizio; qui si tratta dell'uso delle parole e 
della loro derivazione Tuna dall'altra indipendentemente 
dalla speciale funzione che esse hanno avuto posteriormente*, 
altrimenti bisognerebbe anche dire che abbiano avuto una 
origine diversa il Lucius come prenome e il Lucius 
come nome che troviamo in alcune iscrizioni (C. Lucius, 
C. /., I, 1187; M. Lucius, 1407; Sex. Luucius, 
1477), purché non si voglia ingenuamente osservare con lo 
Zander {Versus italici antiqui, p. lxxii) che Lucius 
e L u e e i u s erano nomi di genti diverse ! O insomma» 
la cosa si riduce ad una questione genealogica ?! 

E veramente su campi estranei a quelli dei sani cri- 
ter ii glottologici ci trasportano quei critici i quali per 
negare le antiche forme in l u s (= e i u s), corrono a stu- 



-33 - 

diare le età delle iscrizioni per dedurne che le più antiche 
portino i u s , che essi, senza discussione, leggono ìf u s , 
e la forma e i u s (= i u s) è invece più recente. Secondo 
il Gorssen adunque {Aussprache, ecc., II, p. 678, nota) 
le forme più antiche sono Casios {CI. L., 91), Cas- 
s ius (C, p. 575, e. 1), Sa u fio (C, 146). Lo Zander, 
op. e, p. Lxxiu, va ancora più al di là, va fino alla fìbula 
prenestina, e alle sue forme Manios eNumasioi, 
per dedurne che nessun prenome latino finisca in -e i o s 
o ics. Io non so che cosa si voglia dedurre da tutto 
questo. Quando il Gorssen pone per più antiche le 
forme Gassius, Saufius, Goccius, di fronte alle 
forme Casseius, Saufeius, Gocceius, ha esa- 
minato egli il caso possibile dell'antica accentuazione indi- 
pendente dalla quantità Gàssius, Sàufius, Góc- 
ci u s ? (che sarebbero poi molto naturalmente diventati 
Gassius, ecc.). O si deve credere sul serio che quando 
già esisteva una forma come G ó e e ì u s, i parlanti ne ab- 
biano formato un'altra come Gocceius? O non può con 
un processo semplicissimo (anzi per una doppia via, come 
vedremo più in là) quella risalire a questa? E così, che 
cosa vuole lo Zander quando porta la nota di tutti i 
prenomi latini in -ìlus? Ha mai negato alcuno che vi sieno 
in latino, come in greco, come in sanscrito delle forma- 
zioni in -io, -va? E non è poi strana addirittura la 
distinzione che vi si fa tra le formazioni dei prenomi e 
quelle dei nomi, dei cognomi? Quando in C. /. L., I, 
1 557, troviamo la forma P o b 1 e i i o s , solo perchè qui 
questa parola funziona probabilmente da cognome, solo per 
questo dunque non possono risalire ad essa le forme Po- 
blius, Pubi ius? Grediamo di esserci già troppo di- 
lungati su tale questione ; vedremo più in là un'altra via 
per cui dalia forma in eius si potè passare alla forma 

lijvista di filologia ecc., XX. 3 



- 34- 

in ì u s, giusta il processo già da noi studiato per il greco. 
Per ora accenniamo qualche traccia di vocalizzamento del- 
Vj intervocalico con susseguente contrazione, anche nelle 
ahre lingue italiche. Riesce veramente ben difficile discernere 
questi casi, giacché la scrittura del doppio / da cui po- 
tremmo prender lume, per vedervi un r, e quindi un antico 
j intervocalico vocalizzato e contratto poi con la vocale 
precedente, la scrittura i i dunque si adopera tanto a de- 
notare r / lungo, quanto quel distemperamento del suono 
deir / innanzi a vocale che il sanscrito rappresenta appunto 
con ij; cfr. scr. pitrijas, gr. Trarpio^; scr. naptija, 
gr. àv€i|;ió^, ecc. (io), come anche, del resto, alcuni dia- 
letti greci; cfr. ciprico 7TTÓXiji=:om. ttoXI, e cosi le forme 
pamfiliche bud, àbpuoiva, ecc. (però nella forma om. ójiiotiov^ 
Od., Ili, 236, il metro mostra che i due i hanno suono 
distinto e vocalico: ójlioìiov). Noi però nelle forme come 
C n a i V i i e s (/.//. Inf., 1 35, Z v e t.), V i r r i i u m {Ins. 
Ose, Z V e t., 37), V i r r i i i s o V i r r i i s (/. O,, 49, 2 e 
49, i), Vibiiai (/. O., do), ecc., vediamo piuttosto una 
pronunzia con V f, e ciò perchè, supponendo il distempe- 
ramento del suono deir / nella sua semivocale, il suono 
consonantico di questa, avrebbe impedito, credo, quella 
contrazione in i s, i m, che pure è avvenuta spesso, così 
nelle lingue italiche, come nell'antico latino ; cfr. Luvikis 
h t a V i s , /././., Z v e t., 1 28, 5 = Lucius Octa- 
V i u s, e così le altre forme osche V i b i s, P a k i s, S t e- 
n i s, H e I r e n n i s, ecc. corrispondenti alle forme latine 
Vibis, Paquis, Stenis, Hcrennis per V i- 
bi u s, ecc. (11). 



(io) Curtius, Grwrti^.*, pag. Ó12: « Die Laulgruppe ij diirfen 
wir als cine specifische indische Eniwickelung aus y beirachten » . 

(u) Anche in greco vi ò una declinazione di nomi propri! in iq , 
w invece che in loc;, \oy, declinazione che il Ritschl {De declinata 



- 35 — 

Se adunque nelle forme come Vibiiai (dai. femm. 
-sing.) il doppio I corrisponde davvero all' ly in questo i 
noi vediamo il risultalo di una contrazione in seguito a vo- 
calizzamento di y, simile a quella di Lucius da Lu- 
ce j u s. 

Accenneremo in ultimo che un fenomeno di vocalizza- 
mento e successiva contrazione deliy, è anche in latino 
quello dì biga^ quadriga accanto a bijugus, qua- 
dri j u g u s. 



quadam Lai. reconditiore, p. i6) giudicò passata nel greco dalla la- 
tina. Cfr. *A^^(X)vl^ (C 7. Gr.y n. -171 3); *A]vTréXi<; {C. I. Gr.^ 53o4 e 
6440); 'AwaToOpK; (ivi, 4419 e 4420); réopTK (S644), Apanóvriq (4637), 
e moltissimi altre, specialmente dei tempi cristiani. — Si confron- 
tino pure le forme latine alis, cuis, huis, eis, magis, 
s a t i s , ecc. per alius, cuius, huius, eius, mag-ius, 
satius. 11 Ritschl nell'op. e, p. i5, vivide un'antica decli- 
nazione caduta poi, salvo poche forme, dall'uso letterario, e rimasta 
solo nelTuso volgare, onde fu poi trasmessa ai Greci, il Bucheler 
[Grundriss d. lat. BecLy p. 1 1 sgg., vi vede non altro che una con- 
trazione, come nell'osco; e così pure il Curtius [De adiectivis 
Graecis et Latinis L litterae opeformatisy p. 8 sgg.), il quale a pro- 
posito degli aggettivi hilarus e hilaris, gracilusegra- 
cilis, sterilus e sterili s, imbecillus e imbecilli s, 
vede nelle forme in lus una formazione col suffisso -lo, scr. la, 
e nelle forme in 1 i s una formazione a doppio suffisso con succes- 
siva contrazione : sterilis = *steri-l-iu-s. — Il Corssen, 
il quale nella prima edizione del suo libro colossale sulla lingua la- 
tina era ricorso ad una « affinità elettiva » (< Wahlverwandtschaft >) 
tra r^ e r i ritornando a queste forme in Kuhn's Ze//5c/ir//ìf, V, 88, 
paragona la desinenza i s alla scr. e j a e all'osca a i j a , da cui 

si sarebbero sviluppate le forme iis= i s. Infine, negando in AVi'r. 
Beitràge, pag. 362 e segg., l'antica declinazione latina supposta dal 
Ritschl, nella secofida edizione di Aussprache, Vokalismus, ccc, 
I, p. 289 e 758 n., esprime l'opinione che queste forme sieno pene- 
trate nella lingua latina dalle forme osche e sabelliche. Ma al con- 
cetto della contrazione dall'originaria forma i u s ritorna, con suf- 
ficienti prove, un discepolo del Curtius, Gustavo Benseler 
(De nominibus propriis et Latinis in is et Graecis in i^ terminatiSy 
pp. i57*i65). 



- 36- 

Posta r antica pronuncia latina, Cóccéjus, Póm- 
péjus, Lùcejus, indipendente dalla quantità di pe- 
nultima, è naturale che V j post-tonico sia caduto, e si sieno 
avute allora le forme che m'indica il Corssen in Aus- 
sprache, P, 3o3 : Anneus, Pompea (/. N.,653i)y 
Pompeus, Cocce o, Lucceus, le quali dovevano, 
quindi avere, secondo il pensiero nostro, l'accento sulla 
terz'ultima. Per un certo tempo dovettero coesistere le due 
forme : quando poi la pronuncia latina cominciò ad essere 
vincolata dalla quantità di penultima, le forme piene si 
pronunziarono Luccéjus, Cóccéjus, queste altre il 
cui é trovandosi innanzi a vocale si era abbreviato, rima- 
sero con l'accento sulla terz'ultima, e con un processa 
identico a quello che abbiamo visto per il greco, mutarono 
il loro é nel suono delf /, e si ebbero allora le forme come 
Saufio (C /., 146), Coccio (C, 796, 36) accanto a 
Saufejus e Coccejus, Vetio (C, IX, 3414) ac- 
canto a Vetteiai (Garrucci, Sylloge, 748), P u- 
b 1 i u s accanto a P o b 1 e i i o s (C. /. L., I, 1 557), L u- 
c i u s accanto a L u e e i u s (C. /., 568) ; e così per le 
parole prese direttamente dal greco, giacché accanto a Ppa- 
Peiov troviamo brabeum e brabium, accanto a 
jLiouaeTov troviamo museum e musium, accanto ad 
'ATrdjLieia troviamo Apamiae ( C, 1282), accanto ad 
'AXeEóvbpeia A lexandrea (C, 473), accanto ad 'Eireió^ 
E p e u s (V a r r., L. L., VII, 38), e così accanto a iiXateTa, 
Xopeia, 'HXeTo^, ZeXeuKcia, fvJvaiKeTov, OiXCTnreio? troviamo 
le forme platea, chorea, Aleos, Seleucia, gy- 
naeceum, Philippeos. Accanto a paXaveiov si è 
avuto prima b a 1 i n e u m, indi balneum o balnium* 
Si veggano le varie forme : 

ba 1 i n i i s {C, p. 3iG) 
bai in io (Or. H., G086) 



- 37 - 

balinea (/. N., 6685) 
b a 1 i n e u m (7. N., 5358) 
ba 1 n i a (Or. H., 741 1) 
ba In eu m (C, i263) 
ba 1 n ea s (C. 1 141) 

Moltissime di simili forme si arrestarono nel loro cam- 
ttìino e rimasero con la desinenza in -eo-, -e a-; cfr. au- 
reus, roseus, argente.us, marmoreus(v. però 
marmorias, I. N., 2225), aeneus (v. però aenius, 
C, IV, 64; qui la mutazione può essere stata da 1 u s ad 
e US come può dedursi dalle forme àenus o ahenus, 
P 1 a u t., Truc, 274; Corp,, I, 196, 26 ; cfr. T u 1 1 u s e 
Tullius, Servus e Servius). Inutile aggiungere 
che di questi doppioni di parole, che scambiano Ve e T 1 
avanti vocale potrebbero portarsi infiniti esempi, sia sui 
campi del latino stesso, sia pei dialetti affini (12). 



(12) Un altro degli sviluppi del suffisso -e - i o- si ricollega ad 
tino dei punti più discussi della fonologia ariana, e cioè alio sviluppo 
del suono d accanto allo j consonantico con successiva caduta delloj. 
Con questo sviluppo il Curtius, Grund^.^ p. 6i2-6i3, spiegava la 
forma hf\ accanto alla latina j a m , la forma bitdKtu accanto a (uiki^, 
le forme Zuy<Ìv (= òjutóv) e òu^óv accanto a j ug u m, le forme ten- 
•d-o e fen-d-o accanto a xeivuj e e€(vuj cioè t€v-jijj e Gcv-jw; il 
suffisso bov e d o n di àX^ìi-biirv, torpedo (v. pag. 598), e, con meta- 
tesi, le forme come Obvii, aOòvìi da *auvjìi, e così le forme in -endo, 
•lindo, dei gerundivi latini, ravvicinando vehendus al san- 
scrito vahanijas, del qua! fatto trovava una prova nella forma 
osca upsannam=:operandam, in cui il doppio nn=i:nj. 
Accettando questo medesimo criterio fonico noi troveremo la spie- 
gazione degli aggettivi in ìfdu-s, da antichi aggettivi in e i u - s. Dal 
tema generale ti me- di limè-re si sarebbe avuto prima *timè- 
ju-s (con pronunzia arcaica in lerz'ullima), poi *tfm§-dju-s, 
•t i me- d u-s (cfr. le forme gravè-do, algè-do) poi con abbrevia- 
mento (prodotto dalla pronunzia) ti modus (Nev.; Ribb., Corti. 
/tff., V. 35; cfr. sol^das, C. /., 1166), poi timidus. Così da I u- 
cejus, lucìfdus, ecc. E ciò avrebbe una conferma nel fatto che 



- 38 - 

Voglio sperare che ognuno, vedendo Tinnegabile pas- 
saggio delle forme in -eie- greche a forme in eo, io la- 



quasi tutti gli aggettivi in idus, hanno accanto dei verbi in èrer 
si guardi questa nota (non completa), che ne diamo : 



acè-re 


acidu-s 


horrè-re 


horridu-s 


candè-re 


candidu-s 


squalè-re 


squalidu-s 


splendè-re 


splendidu-s 


liquè-re 


liquidu-s 


lepè-re 


tepidu-s 


gravè-scere 


gravidu-s (accanto 


li ve- re 


lividu-s 




a gravèdo) 


lucè- re 


lucidu-s 


palle- re 


pallidu-s 


a rè- re 


aridu-s 


tumè-re 


tumidu-s 


ave- re 


avidu-s 


turgè-re 


turgidu-s 


languè-re 


languidu-s 


valè-re 


validu-s 


pule- re 


putidu-s 


fervè-re 


fervidu-s 


putrè-re 


putridu-s 


pavè-re 


pavidu-s 


madè-re 


madidu-s 


fulgè-re 


fulgidu-s 


uvè-scere 


uvidu-s 


tremè-scere 


tremidu-s 


ni tè- re 


nitidu-s 


(Commo- 




torpè-re 


torpidu-s (accanto 


diano: 






a torpèdo) 


tremè-re) 




sordè-re 


sordidu-s 


umè-re 


umidu-s 


mucè-re 


mucidu-s (accanto 


fri gè- re 


frigidu-s (accanto a 




a mucèdo) 




frigèdo) 


rigè-re 


rigidu-s 


algè-re 


algidu-s (accanto ad 


marcè-re 


marcidu-s 




algèdo) 


rubè-re 


rubidu-s (accanto a 


albe- re 


albidu-s (accanto ad 




rubèdo) 




albèdo) 


calè-re 


calidu-s 


rancè-re 


rancidu-s 


timè-re 


timidu-s 


vi rè- re 


viridi-s. 


torrè-re 


torridu-s 


ecc. 



Altri aggettivi in idus risalgono a verbi in -io, pei quali 
dunque il passaggio dall* è all' /" sarebbe già fatto : r a b i - o , r a- 
bidu-s; sapi-o, sapidu-s; rapi-o, rapidu-s. (Può 
collocarsi anche qui trepidu-s per la forma trepit, Fesio, 
pag. 367?). Quanto a turbidus l'esistenza di un tema generale 
turbe-, vien provalo dalle forme turbè-lae, turbè-llae. 
Quanto a f u m i d u s , cfr. accanto ad essa la forma fume-us, 
cioè *fùme-ju-s, forma da cui sarebbero appunto venute da una 
parte fumeus, dall'altra fumedu-s, fumidu-s. Quanto a 
s u e i d u-s o succidu-s cfr. ex- suge- o (rad. s va k =rsvag). 
Quanto a solidu-s, si può ricongiungerlo a quello stesso tema 
sedè-, onde è venuto anche sol-iu-m. 



-so- 
line, non troverà alcuna difficoltà ad ammettere un mede- 
simo sviluppo per le originarie forme in -e i o latine. — 



Quanto a morbidus cfr. re-morbè-scat (Enn. presso 
Feste, pag. 277. 23). Quanto a gelidu-s, hispidu-s, di- 
ciamo che probabilmente esse sono formazioni analogiche. 

Noi dunque nelle forme dei sufifissi latini, -d o-, -d o n- come 
dei greci bo, bov« br|v, incliniamo a vedere una derivazione dal suono 
deiry, con infezione dentale. Che ciò sia, fisiologicamente, possi- 
bile, ci può mostrare la forma M a d i u s da M a i u s, nonché i ri- 
flessi romanzi come, ad esempio, diacere da jacere. 11 dottor 
R. K 1 o t z rammentò anche b 1 e n d i u s = px^vvoc;, cioè pxcvjoq (v. 
Curt., p. 6i3 n.). Io rammenterò anche NiUMobirm del Titolo Ma- 
mertino contenuto in Zvetaieff, I, LI., 253, 2, che corrisponde 
certamente a Niumsjeis, Zv., I.l.L, 137; ed aggiungerò che 
questo fenomeno del sibilo dentale aggiunto alla pronunzia dell'y lo 

troviamo nel dialetto dei Peligni. La forma vidad nel titolo stam- 
palo in Z V., /././., i3 (v. Thurneysen in /?/z(?/«.3/«5.,XLlll, 347 
segg.), corrisponde probabilmente a via, cioè *veh-ja, ove, nella 
contrazione, il suono j prolungato, ha potuto ben produrre la dentale 
sibilante. Lo stesso sì dica di v i b d u = *v i b - j a , in qualunque 
modo sMnterpreii, nonché di af de d = a b i i t. Se così è, anche 
Petiedu (1. e.) sarà equivalente a *Petieja, ed allora il Pe- 
ti e d i u s latino non avrà un'origine diversa ; — ognuno vede infatti 
quanto piccolo passaggio vi sia dal suono sibilante della dentale media 
al suono semplice. — Il Corssen (in parecchi luoghi; v. spe- 
cialmente Aussprache, II, 3o2-3o5 ; I, 218; I, 576 n.; Krit, Beiir.y 
p. 122 segg.; Krit. Nacht., p. 144, i52) stabilisce come originarli 
della lingua ariana i suffissi col d, e crede che il J in questi suffissi 
si sia nel sanscrito trasformato in cerebrale d. Quindi a proposito 
del gerundio latino insiste sul ravvicinamento di ferendus a 
bharandas, anziché di vehendus a vahaniias, ed ha 
a tal proposito (in Ausspr., 1, 5/6, n.) severe parole contro il To- 
bler per l'articolo nella Zeitschrift di Kuhn (XVI, 241 sgg.). Noi, 
lasciando la questione del gerundivo latino (intorno al quale una 
nuova ed arguta ipotesi è quella dell'Henry \n Esqttisses mor- 
pholog,, V), osserviamo che si può ben ammettere nel sanscrito la 
tralignazione del suono 4 in cerebrale (scr. krìd-ana, lat. lud-u-s 
per *clud-u-s?); ma non sappiamo comprendere come da ciò 
stesso non debba risultar chiara la possibilità di uno stadio anteriore 
della lìngua, in cui il d dei suffissi da-, nda-, ecc., non reso ancor 
cerebrale, poteva avere col d dei suffissi greco-latini do-, òo-, 
ndo- un'origine comune. — Nell'Umbro anzi questo medesimo 
suono avrebbe ancora subito una trasformazione, mutandosi in una 



- 40- 

Lo stesso processo potrebbe anche spiegarci i genitivi in 
ìus o in lus. Giacché infatti dalla prima forma ipse- 
ius (Or.jHenzen, /;wcr., 6338), potè bene svilupparsi la 
forma i p s i i u s (C, Vili, 8640) cioè i p s i u s. Dall'altra 
parte da ipsejus con pronunzia arcaica si sviluppò 
'fpseus, cioè ipsius (v. anche Seelmann, Aus^ 
sprache des Latein, p. 238) (i3). 

Reggio di Calabria, marzo 1891. 

Carlo Pascal. 



tremula sibilante : kale-ru-f^scandi-du-s, e forse in un 
suono liquido anche in latino : Luci-l-iu-sda*Luc i-d-i u-s ? 
(cfr. o 1 - e - r e accanto ad od-or, soliu-m accanto a sed- 
ere, e il medesimo riflesso umbro per il ^ e per T / latini: umbro 
fame-r-ia = lat. f a m i - 1 - i a). 

La questione deirorigine di questo suffisso latino in -do- venne 
trattata anche largamente dairOsth off, professore di Glottologia 
nella Università di Heidelberg, nel suo libro Das Verbum in der 
Nominalcomposition, Iena, 1878, pp. 121-125. Egli ricollega questi 
aggettivi alla radice d h a- 't{6iiiuii* o alla radice da- *dare*, e pa- 
ragona i composti sanscriti come artha-da- < che dà guadagno » , 
gara -da- «che dà veleno », garbha-da- (ved. garbha-dhà-) 
« che dà frutto » (« gravido ^), j a 1 a - d a- « che dà acqua », ecc. 
Senonchè a questo ravvicinamento si oppone il significato degli ag- 
i^ettivi latini in -d u - s , che hanno tutti senso medio o passivo. — 
Lucidus è «chi è lucente » non già « chi dà luce > («licht ge- 
bend »}. Timidus ò « chi è timente > non « chi dà timore ». La 
difBcoltà vien risoluta dairOsthoff, p. 122, con un sillogismo in 
piena regola : « Chi alcuna cosa dà o produce, deve anzitutto, di 
ciò che egli dà o produce, esser provveduto » ! 

(i3) Del resto cfr. su queste forme Dani e isso n O. A., Studia 
grammatica, 1 : « De genitivo et dativo pronominum latinorum in 
ìus et t desinentlbus ». 1879. 



-41- 



L'INFLUENZA ELLENICA 



NELL'ORIGINE DELLA POESIA LATINA 



Lo studio che qui presento è diviso in due parti : la prima 
tratta della poesia latina nei primi cinque secoli di Roma; 
la seconda esamina quale fosse Pinfluenza ellenica nel sesto 
^colo (i). 

I più antichi frammenti di poesia latina, o meglio di ten- 
tativi poetici, dei quali si può storicamente affermare l'epoca, 
non vanno al di là del quinto secolo di Roma (2); prima 
di questo tempo la sola base dei nostri studi è la leggenda, 
e fino ad un certo punto gli scrittori romani delle epoche 
posteriori (3). Il carme saliare e quello dei fratelli Arvali 
sono senza dubbio antichissimi, la loro arcaicità molto pa- 
lese li fa di non poco anteriori al quinto secolo, ma non 
ha importanza storica Topinione generale degli antichi scrit- 



(i) Degli scrittori del sesto secolo parlo qui solo di Livio, Nevio 
ed Ennio; in un altro lavoro mi riservo d'occuparmi degli altri, spe- 
cialmente di Plauto e di Terenzio. 

(3) La più antica epigrafe pare sia quella graffìta, detta Tiscrizione 
di Dueno, su una tazza di terracotta scoperta a Roma il 1880, ma 
non si è ancora defìnita Tepoca precisa né il metro, è certo anteriore 
alle più antiche iscrizioni dei sepolcri degli Scipioni. 

(3) Fino ad un certo punto, perchè anch'essi per i monumenti an. 
tichissimi della lingua si fondano sulla leggenda e sulla tradizione. 



- 42 - 

tori romani che, seguendo la tradizione, attribuiscono a 
Numa il carme saliare (i), né si può affermare con certezza 
che quello degli Arvali appartenesse all'epoca dei re, tanto 
più che nella incisione in marmo per la quale giunse a noi, 
appaiono evidenti alcune parole ammodernate (2), quan- 
tunque mutari vetat religio et consecratis carminibus 
utendiim est (3). In ogni modo a noi basta sapere che 
Roma ebbe canti religiosi fin da tempi antichissimi e che 
una certa cura della musica, per quanto l'antichità compor- 
tava, non mancò neanco a quei Romani, i quali ci sono 
tramandati come rozzi e bellicosi (4). 

Del carme saliare abbiamo tre frammenti, che formano 
insieme dieci versi, e poche parole isolate; pure da queste 
preziose reliquie possiamo rilevare di che natura fosse tutto 
il carme e come non doveva mancare interamente di slancio 
poetico il popolo che cosi pregava per bocca dei suoi sa- 
cerdoti : 

« divóm paréntem cànte 
divóm deo supplicate » 



(1) Cfr. Terenzio Scauro, 28/c: quoniam antiqui prò hoc 

adverbio « quome » dicebant ut Numa in Saliari Carmine. Paolo 
Diacono, p. 211 : pennatas impennatasque agnas in Saliari Car- 
mine spigas significat cum aristis et alias sine aristis. agnas (Numa) 
novas voluit intellegi. Cfr. Quini., Inst.^ I, io, 20: quae (carmina 
Saliorum) cum omnia sunt a Numa rege instituta. Liv., I, 20; H o- 
rat., Epist.,\\, I, 85; C i e, De ora/., Ili, 51, 97. 

(2) Il marmo su cui si legge è del 218 p. C. e contiene Alti del 
Collegio dei fratelli Arvali. Cfr. M om m sci\, Corpus inscript., v. I, 
pag. 9-10; Ri tschl, Priscae latin, mon. epigr., p. 29, tab. XXXVl; 
Marini, Gli Atti dei fr, Arv., Roma, 1795 ; B e r g k, Diar. antiq^ 
stud., 1856, ap. R i t s e h 1. 

(3) Quint., Inst., I, 6, 40, parla dei carmina saliaria vix sacer^ 
dotibus suis satis intellecta. 

(4) Quint., Inst., I, io, 20. 



— 43 - 

« quomé tonàs Leuccsie (i) 
prae téd tremónti quót | ibét hemunis, devi 
conciùm mare » (2). 

E una preghiera che prorompe dairanima commossa sino 
al padre degli Dei, al Dio degli Dei. Io non so quanta 
maggior poesia contengano simili espressioni che noi pos- 
siamo riscontrare in poeti che per l'imitazione greca diven- 
nero grandi. 

Orazio cantando a Mercurio dice (C. I, lo-b): 

« Te canam, magni lovis et deorum Nuntium : » 

ed il carme secolare così si chiude: 

« Haec lovem sentire deosque cunctos 
Spem bonam certamque domum reporto, 
Doctus et Phoebi chorus et Dianae 
Dicere laudes. » 

L'idea della potenza di Giove, padre degli Dei, padrone 
del fulmine, non è, se non m'inganno, in un modo più ge- 
niale espressa dai sommi poeti. Presso Omero non già la 
terra e il mare, ma il grande Olimpo trema al muoversi 
del capo dell'eterno padre degli Dei : 

àfiPpómm b' fipa xai^ai àneppiucyavTO fivaKToq 
Kparò^ àn* àGavdToio, jn^xav b* èXéXiEev *'0\\jfi7Tov (3), 



(i) Giove, autore della luce. Cfr. Macr., 5., 1, i5, 14: Romani 
diespitrem appellant ut diei patrem, ap. B a e h r e n s. 

(1) V. Baehrens, Fragmenta poè'tarum romanorum, p. 29. 

(3) //., A, I, 529 seg. Il concetto che la terra, il mare e gli im- 
mortali regni tremano allo scuotersi del capo del sommo Dio è an- 
tichissimo e comune a tutti i popoli. Cfr. Psahmts yS, cap. 9: De 
caelo auditum fecisti iudicium^ terra tremuit. — Psalmus io3, e. 32: 
Qui respicit terram et faci t cani fremere^ qui tangit montes et fumi- 
gant. — Ps. 96, 5: Montes sicut cera fluxerunt a facie domini, 4: li- 



— 44 — 

ed in Orazio i Romani credono nella potenza del Dio^ 
quando tuona dal cielo (i): 

« Caelo tonantem credidimus lovem 
Regnare »; 

si troverà bensì maggior arte, maggiore raffinatezza, che è 
frutto del lavoro di secoli, ma che cosa di più poetico? 

Un po' più oscuro è il terzo frammento che porta più 
forti i segni di vetustà: 

u Ozeùl, o dòmine, es omnium 
Pater! Patùlci, Cloési, 
es iàneùs, ianés es ! 
duonùs cerùs es oénus. 
promelios déuom recum » (2)-, 

non così però che non si possa coIPaiuto della storia della 
lingua intenderlo: s'invoca il Sole (3), che è detto padre di 
tutte le cose, poiché colla sua luce lutto si vede, mentre 
nella sua assenza tutto si oscura e pel senso della vista 
nulla esiste. 

Una divinità molto ben trattata in questo frammento è 
poi Giano, che si collega colla tradizione che attribuisce al 
secondo re di Roma la costruzione del tempio a due porte, 
che doveva stare aperto in tempo di guerra, donde quel 
Dio è detto Patulcius^ Cloesius (4}: Giano è il solo buon 



luxerunt fulgura eius orbi terrae : vidit et commota est terra, Cfr. 
Manzoni, Il Natale^ 3 1 seg. : 

Le avverse forze tremano 
Al mover del suo ciglio. 

(i) Cfr. H ora t., Ili, 5, 1; 3,6; 1, 3, 40; 16, 11 seg. 

(2) V. Bach r, op. cit., 3o. 

(3) V. B e r g k in B a e h r, p. 30. 

(4) Macr., 5., I, 9, i5; Ovid., Fasti^ I, 129 seg. 



j^ 



— 45 — 

creatore (i), Giano il sommo fra i re degli Dei (2). Come 
si vede, la mitologia romana non s'è ancora bene sviluppata 
e gli Dei quasi si confondono fra loro e più d'uno è il capo 
di tutti; da questo lato senza dubbio il carme è difettosis- 
simo, ma pieno di vita e d'energia, che tendono irresisti- 
bilmente a svilupparsi, e questa stessa specie di confusione 
è giustificata dalla natura stessa del Dio Giano, varia quasi 
all'infinito nella mente dei Romani. Giano è la luce, e per 
questo si scambia col sole (3), Giano è creduto Mente di- 
rettrice del cielo, del mare, della terra (4), è il principiò 
dell'anno (5). I Romani e tutti gl'Italici vedevano in Giano 
un Dio custode di tutto il mondo (6), delle porte del cielo (7), 
delle porte delle case (8), delle vie e in città e fuori (9), e 
per questo era bifronte (io), anzi la sua figura è confusa (11). 
Il grido spontaneo dunque e quasi inconsciente del Ro- 
mano devoto lo sublima, e dopo avere invocato Giove 
divotn parentem — divom deo non ha difficoltà a cantar 
Giano duonùs cerùs.,. oénus — promelios devom recum (12). 

(i) duoniis cerus es oénus. 

(2) promelios deù/om récum. 

(3) V. M a e r., 5., I, 9: ex N i g i d i o Dictus est ab eundo quasi 
EanuSf quia semper movetur. Cfr. Ci e, N. Z)., Il, 27, 67. 

(4) Ov., Fast., 1, 117 seg. 

(5) V. Ovid., 65. 

(6) V. O V., ib., 119. 

(7) Ov., ib., 125. 

(8) Ci e, D. N. Z)., II, 27, 67. 

{9) Ci e, ib. Vedi V., Aen.y VII, 610. 

(io) V. Ov., 1^., i35 seg. 

(ic) V. Ov., ib., io3. Virgilio favoleggia che Giano fu un antichis- 
simo re d'Italia e fabbricò nell*Agro Romano una rocca che da lui 
fu delta Gianicolo (V. Aen., Vili, 357-358; Ov., F., I, 245 seg.). Del 
resto il culto antichissimo di Giano è provato ad evidenza dagli assi 
romani che portano da un lato una testa di Giano bifronte e dall'altra 
una prora, coniati nei primissimi tempi, in cui si cominciò a battere 
monete coirimpronta di divinità. Cfr. Riccio, Le monete delle an- 
tiche famiglie di Roma, tav. I-XVI seg. 

(12) Baeh r, 3o. 



■ . .■*.>!.*' 



- 46 - 

Il carme arvale ha affaticato per più d'un secolo le menti 
dei filologi (i), dei quali qualcuno ha confessato di dispe- 
rare che si potesse dare col tempo una interpretazione che 
presentasse una perfetta unità e conciliasse le esigenze gram- 
maticali colla storia (2). E veramente queirillustre filolo^ 
non è stato smentito ancora, che non vorremo accettare la 
nuova ricostruzione che ne dà il francese Georges Edon (3), 
perchè effetto di un metodo nuovo bensì, ma guidato da 
due preconcetti, che gli concedono qualunque libertà. Per- 
tanto io accettando l'interpretazione del Mommsen, meno 
in qualche punto, propongo questa ricostruzione come più 
simile alla vera: 

e E nos, Lases, iuvate! (ter). 

Neve lue rue. Marmar, sins incurrere in pleores (ter). 

Satur furere, Mars. Limen sali, sta berber, (ter) (invicem). 

Semunis alternei advocabit (is) conctos (ter). 

E nos, Marmar, iuvatol (ter). 

Triumpe! triumpe! triumpe! triumpe! triumpel ». 



(i; V. l'esposizione delle loro interpretazioni in proposito nello scritto 
del prof. Ramorino, / primi cinque secoli della poesia di Roma^ 
nella Riv. di fil. ed istr. class. y anno i883, p. 457-465. 

(2) Ritschl, op. cit., p. 35. 

(3) Restitution et nouvelle interpretation du chant dit des frères Ar^ 
vales, Paris, 1882. Egli partendo da una assoluta convinzione che le 
lettere dell'alfabeto corsivo sono somigliantissime fra loro e si scam- 
biano facilmente, suppone Tincisore persona di crassa ignoranza e 
trova uno scan)bio in ogni lettera, volendo trasformare il carme e 
ridurlo in un carme lemurale perchè possa concordare colla descri- 
zione che dà di questa specie di canti sacri Ovidio nei Fasti^ 
v. 43O-444. In questo modo egli viene a dare una ricostruzione che par- 
rebbe la più verosimile e soddisfacente; ma, a prescindere dal precon- 
cetto donde parte, non s'accorge che presenta un latino abbastanza 
maturo e perfezionato, che affetta l'arcaico nella sola fonologia e 
nelle forme, in quanto alla sintassi appare discretamente perfetto. V. 
l'esatta ed intelligente recensione di A n t o n i o S g 1 i a n o, in JRiv. 
di Jìl.j p. 112-127 dell'anno 1883. 



- 47- 

E spiegherei così : 

O noi, Lari, aiutate ! 

Non permettere, Marte, che peste e ruina piombi sulla 
nostra moltitudine. 

Tregua al tuo furore, o Marte (i). Tu monta la soglia, 
smetti il flagello. 

E voi alternatamente invocate i Semoni tutti. 

O ci aiuta, Marte ! 

Tripudia! tripudia! tripudia! tripudia! tripudia! (2). 

Mi occorre un po' di giustificazione intorno a qualche 
punto in cui mi scosto dal dottissimo Alemanno. 

Non credo con lui che Enos derivi da me nos, né con 
altri che vi si debba vedere una seconda forma di nos^ 
come si ha in greco èiiioC e ^oC, i\ioi e ^o(, che non ci ob- 
bliga nessun segno, nella riproduzione dell'epigrafe, ad at- 
taccare Ve al nos, che è una naturale esclamazione di chi 
commosso comincia una preghiera agli Dei (3). Avendo poi 
due nomi belli e distinti nelle parole lue, me è naturale 
interpretarle per luem, meni, peste e rovina, invece di farne 
un nome solo, hieriie, e poi stillarsi il cervello per giustifi- 
carlo, poiché non esiste in latino. Io ci vedo dunque due 
accusativi soggetti dell'infinito inciirrere, che hanno ciascuno 
il proprio significato. 

Il Mommsen al terzo verso scrive: Saturfu,feveMars, 
facendo due parole della parola unica nell'incisione, che ap- 
parisce EURERE una volta, FUFERE due volte, io credo 
però che la forma che più si avvicina al vero sia la prima 
EURERE, dove, ammesso lo scambio facilissimo nella scrit- 



(1) « sii sazio dairìnfuriare », se si vuole la traduzione letterale. 

(2) V. Mommsen, loc. cit. 
(1) Ib. 



^4 



— 48 — 

tura corsiva (i) de!!' F coìV E, si restituisce FURERE, 
sicché si ha '< satur furere, Mars » cioè: « cessa dalPin- 
furiare, Mane ». Così aveva già corretto il Preller e non 
piacque; io credo sia la più ragionata correzione, quantunque 
il prof. Ramorino creda che così si sforza Tuso della sin- 
tassi latina (2): ma la sintassi allora non poteva avere rag- 
giunto il suo sviluppo, né aveva fissate le sue leggi. Del 
resto non dobbiamo dimenticare che i Latini sono fratelli 
di un altro popolo classico col quale credesi avessero già vis- 
suta la medesima vita per qualche tempo non breve (3), e 
presso i Greci, di cui evidentemente parlo, Tinfinito assume 
la dignità di vero sostantivo e lo sostituisce in tutti i casi. 
Il Mommsen scrive inoltre: Sta, berber, ritenendo berber 
come un imperativo a cui fosse caduta la vocale finale a, di 
che non abbiamo esempi nella lingua latina \ cade bensì Ve 
finale in fere, duce, face, dice, non in verbi della prima (4). 

10 vedo invece in berber un accusativo neutro di rela- 
zione, o accusativo alla greca, come lo dicono i grammatici, 
cioè « Sta con la sferza » — «« Smetti la sferza » (5), e 
berber sta per verber. 

Per il verbo letto quasi da tutti advocapit io sono con 
chi lo crede abbreviazione della seconda persona plurale 
del futuro advocabitis, 

11 Mommsen però non si sa dare ragione del P fra due 



(i) Nella scrittura corsiva E = II, F = IL 

(2) Op. eie, 473. 

(3) Cfr. Mommsen, St. Romana, voi. I, p. 240 seg.; Curtius, 
Storia Greca, voi. I, p. 17. 

(4) E queste stesse forme negli antichi come in Livio, Nevio ed 
Ennio conservano la vocale finale. 

(3) I Greci dicono Kd^vuj ti?|v loicpoXfiv — cO ^x^M^v rà adifLiaTO, ecc. 
V. Curtius, p. 404-5Ó2. Qualcuno lo considera come un infinito 
a cui è caduta la terminazione, come s*incontra qualche esempio in 
Catone, e così presenta la stessa costruzione di satur furere. 



— 49 - 

vocali e dell'assenza del resio della parola. Trascriviamo 
anzitutto le tre forme che la lapide presenta : i ' AD VO- 
CADIT, 2' ADVOCAPIT, yADVOCyUIT. L'incisore, 
come si vede, doveva avere unMdea molto confusa della let- 
tera che egli trascrive la prima volta con D, poi con P ed 
infine con /; qui è impossibile non ammettere o un'imper- 
fezione nel libretto donde copiava, o una grande spensie- 
ratezza neirincidere, perchè, se così non fosse, non si po- 
trebbe spiegare assolutamente come in una medesima parola 
ripetuta tre volte e che ha sempre lo stesso valore, figurino 
allo stesso posto tre lettere differenti. Il b corsivo presenta 
questi due segni b d, il primo quando la scrittura era da 
sinistra a destra, il secondo quando va da destra a sinistra. 
Or basta osservare il secondo segno identico alla d della 
scrittura che era la sola usata al tempo al quale rimonta 
la lapide, per trovare la ragione della D invece della B e 
quindi Torigine della forma ADVOCADIT. Nella seconda 
copia del verso la b facilmente poteva presentare Pasta più 
corta del solito nella parte superiore, mentre usciva un poco 
di sotto, sicché veniva a presentare questa forma />, onde fu 
creduto ;? e si ebbe ADVOCAPIT. Infine la terza volta la 
curva della b non doveva comparire bene e Tincisore non 
ne tenne conto, però, siccome copiava quasi meccanica- 
mente, lasciò lo spazio di questa curvetta, perchè vi era 
anche nell'originale ; ecco pertanto la forma ADVOCAI IT, 
La vera forma dunque doveva essere ADVOCABIT\ che 
poi advocabit stia per advocabitis lo prova la parola sot- 
tostante INTROIER per INTROIERUNT. 

Così com'è questo carme, esaminandolo isolatamente senza 
metterlo in relazione con tutte le altre cerimonie della festa, 
pare in verità troppo povera cosa -, nessuno slancio poetico, 
arte nessuna, ci dà Pidea di una di quelle litanie che anche 
oggi nelle nostre chiese cantano i sacerdoti in cerimonie 

- 'Hjvista di filologia ecc., XX 4 



— 50 - 

solenni (i). Ma se noi ci ricordiamo della rozzezza dei 
tempi a cui si riferisce il carme da una parte, e poi da 
un'altra parte Io uniamo alle circostanze tutte che Io accom- 
pagnavano, vedremo che ci risulterà qualche cosa di più 
elevato non interamente privo di poesia. E un fatto, per 
prendere un esempio dalle letterature moderne, che tutti i 
drammi che vengono cantati con accompagnamento musicale, 
e che pure sono considerati nella esecuzione come opere 
grandi, non sono gran cosa riguardati dal punto di vista 
dell'arte, se separati dalla musica, che li sublima: tutto è 
compensato, quanto è maggiore lo slancio della nota musi- 
cale, tanto è spesso più languido e rude il verso. Ma c'è 
di più: Tesito di un melodramma dipende anche dagli 
artisti, che devono interpretarlo, e noi non faremo Pab- 
baiata all'autore di un grande spartito, se Topera non ha 
artisti valenti che sappiano sentirla, come non diremo che 
ritalia o la Francia o la Germania non possano produrre 
in poesia opere d'arte, perchè si vede che quasi tutti i 
melodrammi sono simili ad una prosa fredda e stentata. 
Forse il paragone non potrà parere perfetto a prima vista, 
perchè oggi si hanno altre prove bene evidenti del genio 
poetico dei popoli; ma si risponde che allora non si pote- 
vano avere perchè la nazione latina nasceva appena, e poi 
aveva ben altra occupazione, come vedremo fra poco. Questo 
carme dunque veniva cantato nel secondo giorno della festa 
alla Dea Dia (XIV ovvero IV kalendas lunias) in Roma (2); 

(1) Non solo il carme, ma anche tutta intera la cerimonia si può 
paragonare ad una festa delia Chiesa cristiana-cattolica, che si celebra 
la domenica detta delle Palme, se non che qui non ò il pubblico che 
esce dal tempio, ma sono i sacri ministri, i quali dopo certi canti, 
bussano alla porta, già stata chiusa, e rientrano con palme e rami 
d'ulivo commemorando l'entrata di Gesù in Gerusalemme dove fu 
accolto festosamente. 

(2) V. (ì. Marini, Degli Atti e mon. dei fr. An*., Roma, 1795, 
voi. 11. 



- Si- 
la cerimonia si compiva nel santuario della D^a, via Cam» 
pana, dove convenivano i sacerdoti e il pubblico di buon 
mattino. Sacrificati due porcelli ed una vacca di color bian- 
chissimo e visitate le viscere, aveva luogo il banchetto, e 
più tardi i sacerdoti indossata la pretesta, coronati di spighe, 
a capo velato facevano il sacrifizio di un'agnella, e dopo 
altre cerimonie di rito, deposte le corone di spighe, dinanzi 
Taltare della Dea, la spargevano d'unguento, e poi, fatto 
uscire lutto il popolo si chiudeva il tempio restando dentro 
i soli sacerdoti; allora i fratelli Arvali rinchiusi, presi i 
libretti, cantavano saltando (i): 

(agli Dei Lari) : 
O aiutateci, Lari (tre volte). 

(a Marte): 

Non permettere, o Marte, che peste e rovina cada sulla 
moltitudine (ter). 

Tregua alPinfuriare, o Marte, (ai singoli compagni) Balza 
sulla soglia, smetti il flagello (ter). 

(a tutti i compagni): 
Invocate i Semoni lutti alternativamente (ter). 

(al Dio): 
Ci aiuta, o Marte (ter). 

(ai singoli compagni): 
Tripudia! Tripudia! Tripudia! Tripudia! Tripudia! 

Dopo si riapriva il tempio e il popolo rientrava e rice- 
veva i libretti (2). 



(1) € Tum elusi succincii libellis acceptis Carmen descindenies tri 
podaveruni in verba hacc ». Cfr. R itschl, op. cit., tab. XXXVI 

(2) e Post tripodationem deinde signo publice inlroier(unt), et li 
òellos acceperunt ». 



- 52 — 

Or tutto questo è poesia-, c'è del rude senza dubbio, del 
patriarcale, ma ciò deve attribuirsi al tempo, e se nelle ce- 
rimonie religiose e nei canti sacri non avesse dominato in 
tutti i tempi e in tutte le nazioni, in Roma specialmente^ 
la più assoluta intangibilità, mi si permetta il vocabolo,^ i 
due carmi che ho esaminato si sarebbero certo perfezionati 
ed ora non istancherebbero tanto gli studiosi, che s^inge- 
gnano di cavarne qualche cosa di concreto. Del resto qua- 
lunque spontanea manifestazione della natura vergine, pura^ 
non viziata dall'opera dell'uomo, troppo spesso pervertitrice^ 
ha del poetico per me, mancherà d'*arte, ma contiene poesia^ 
se pure Parte non è la stessa natura. E poetico Giove che 
scaglia sdegnato i suoi fulmini sui poveri mortali ed allaga 
la terra, non meno che Febo, quando guida il suo splen- 
dido carro e ricrea di luce e calore la terra tutta quanta; 
come un'alpestre rupe, aspra, senza ombra di vegetazione^ 
che minaccia precipitare con ruina in fondo alla valle, non è 
meno artistica di un pezzo di marmo già dirozzato da mano 
maestra, da cui ha quasi ricevuto il soffio creatore e. la vita (i)» 

Queste scarse ma assai preziose reliquie della prisca 
poesia sacra ci bastano per avere un'idea come gli antichissimi 
nipoti di Romolo si accostassero riverenti e pieni di terrore 
alle loro divinità, a cui attribuivano una certa fierezza (2). 

(i) Cfr. Virg. , Aen.y I, h6 seg. K grandioso Eolo che sconvolge 
coi venti il mare, ed è anche sublime Nettuno che 

citìus tumida aequora placai 

collectasqiie fuf^at nubes, Solemque reducit. 



et temperat aequor 

atque rotis summas levibus perlabitur imdas, 
(2) Cfr. il carme Saliarc : 

quome tonas Lèiicesie 
prae ted tremanti \ quot ibet hemunis, devi 
conctum mare. 
C. Arv. Sa tur furerc^ 31 ars. 



— 53- 

Quantunque non si riferiscano che a due soli collegi 
sacerdotali, si potrebbe forse dedurre che tutte le altre 
corporazioni religiose dovessero possedere le loro preghiere 
come avevano i loro particolari Dei e speciali riti, ma al 
pensare che nessuno accenno o allusione diretta a noi tro- 
viamo negli scrittori romani o nei monumenti epigrafici, 
mentre moltissimi parlano dei carmi salt, dobbiamo rite- 
nere o che non ne avessero affatto o che fossero caduti 
presto in disuso, anche prima che esistessero i mezzi di 
poterli tramandare ai posteri. 

Tuttavia qualche espressione donde si rica\U la possibilità 
<li altri carmi religiosi si trova presso qualche scrittore, 
senza bisogno di lavorare molto di congettura. Anzitutto si 
può affermare con qualche certezza che non uno, ma più 
dovevano essere i carmi Salii. Macrobio, Pesto, Paolo Dia- 
cono, Varrone parlano De Cavminibus Saliorum e non De 
Carmine (i). 

Considerando l'antichità del culto di Vesta e delPistitu- 
zìoxìt delle Vestali attribuita a Numa (2), ed esaminando 
Tufifìcio pubblico che avevano quelle sacerdotesse, tosto af- 
fermeremo che dovevano avere le loro preghiere, anche se 



(1) M a e r., 1,9, 14 : Saliorum quoque antiquìssimis carminibus 
Deorum Deus canitur. I, i5, 14: cum lovem accipiamus lucis aucto- 
rem,unde et lucetium Saliiin Carminibus canunt, — Pesto, p. 141: 
Idem Aelius in exjplanatione carminum Saliorum eodem nomine, ap- 
pellari ait quod sub mola supponitur, — Paolo D., Axamenta dice- 
bantur carmina Saliaria. — Va r., L, L., I. IX, 61: Videmus Luciam 
Volaminiam Saliorum carminibus appellari. 

{%) Cfr. C i e, De Rep.y 11, 14, 26: Adiunxit praeterea flamineSy 
Salios, Virginesque Vestales. — Ovidio, Fast.y VI, 26.3-264: 

Hic locus exiguus qui sustinet atria Vestae. 
Tunc erat intonsi regia magna Numae. 

Liv., I, 20; A. G e 11 i o, N, A., I, 12, 20. 



- 51 - 

BulPaliro ce lo dicesse. Però c'è qualche fatto con cui con- 
validare il nostro giudizio. 

Cicerone scrisse che in ea Dea (Vesta), quae est re- 

rum citstos interuarum, omnis et precatio et sacrificatio 
ex trema est » (i). Lucano descrivendo dice: 

« Turba minor sequitur, rite succincto Cabine 
Vesialemque chorum ducit vìttata sacerdos 
Troianam soli cui fas vidisjc Minervam ». 

Ora è evidenie che Cicerone dicendo precatio si riferisce 
a qualche caflto o litania sacra*, sul c/ior//m poi di Lucano 
non v'ha dubbio che doveva essere una riunione di persone 
(Vestali) che cantavano. 

Caligola, narra Svetonio, su navi l'burniche a dieci or- 
dini di remi con poppe ingemmate, con vele variopinte, 
sdraiato a mensa di giorno fra cori e sinfonie scorreva ì 
lidi della Campania {2). Virgilio, parlando delle Muse, le 
chiama il coro d'Apollo (3), le ninfe silvestri sono in lui W 
coro delle Driadì (4), che clamore supremos implerunt 
montes^ il quale clamore era canto. Orazio infine, parlando 
del coro nel dramma, prescrìve che ei debba difendere le 
parti dell'attore (5). Le Vestali dunque dovevano avere i 
loro carmi, le loro preghiere. 



(i) Ci e, De nat, Deor.y II, 27. 

(2) Cai., 37. 

(3) Tib., Vi, 66. 

(4) Georg. ^ IV, 460. Cfr. idem, i4<?«., V, 240: Sereidum Phorciquc 
chorus; ib., 8, 718: Omnibus in templis watnnn chorus. omnibus aris. 

(5) Art. P., 193: Actoris partcs chorus defendat, Cfr. G^., XIX. 

10-12: In eius traffoediae choro inscriptos esse ìios versus ìegimus. 
La parola chorus fu presa quindi a significerc così i cantori come il 
canto. Per Marziale chorus è lo stesso che danza e canto, hoc semper 
satyri monte dedere choros, 4, 44. Presso T i b u 1 1 o (il, 88) il chorus 
è danza: 



-55- 

In un frammento riportato da Frontone (i): De Ana- 
ffniae sacris antiquis loquens, composto di tre versi, di cui 
il secondo manca del principio, s'invoca il padre Tiberino 
colle sue onde, dopo avere invitato il Flamine ad indossare 
il sacro berretto (2). In questo, oltre ad avere un altro ar- 
gomento con cui si prova sempre meglio che ben altri 
carmi, preghiere e litanie sacre avevano i Romani nei tempi 
antichissimi, troviamo anche espressioni che non starebbero 
a disàgio in un carme dell'epoca che possiamo chiamare 
greco-romana; ed invero, come si sarebbe potuto più ac- 
conciamente invocare nei primordi d'una letteratura Paiuto 
d^una divinità, se non si è contenti di questo verso : 

« 

« A desto, 
Tiberine, cum tuis undis » ? (3). 

Presso Virgilio abbiamo : 

u Adsis, o Tegeaee favens » (4) 

neirinvocazione ai Numi per la felice riuscita dell'opera, ed 
altrove Enea orando a Mercurio, mandato da Giove, che 
' lo induca ad abbandonare Didone e venire in Italia : 

« Adsis, o placidusque iuves » (5). 



currumque secuniur 

Matris lascivo sidera fulva chorOy 

chorus e cantus sono la stessa cosa, V, I, 7, 43.44: 

« Non libi sunt tristes curae nec lectus, Osiri, 
Sed chorus et cantus et levis apius amor 5. 
(i) V. Bae h re n s, p. 33. 

(2) Flamen sumé samentum ! 
- = - adésto 

Tiberine y cum tuis undis. 

Vedi Baehrens, op. cit., p. 33, 

(3) Ennio € et sapiens^ et fortis, et alter Homerus ^ dice : teque^ 
pater Tiberine ^ tuo cum flumine sancto. 

(4) V., G., I, 18. — (5) Aen,, IV, 5/8. 



— 56 - 

Tibullo implora Tassistenza di Delia in terza persona così: 
« Rura colam frugumque aderii mea Delia custos » (i). 

Se noi confrontiamo questi ed altri non pochi passi si- 
mili di poeti, che ebbero tutto Pagio di studiare ed imitare 
Parte greca, non so se dovrebbe scapitarci molto il fram- 
mento del carme antico. Anzi io affermerei che se i destini 
fossero stati in tutto avversi alla storia della letteratura di 
Roma, e dell'epoca più grande non fossero pervenuti sino 
a noi che frammenti scarsi come questi versi che ho citati, 
il giudizio su quest'epoca non sarebbe per avventura meno 
sconsolante di quello che fin'ora s'è pronunziato delPetà an- 
tichissima. E la cosa è chiara : chi dedurrebbe Parte ma- 
tura di Virgilio e Tibullo da qualche breve espressione 
isolata? Una perla pregevolissima spesso tolta dal posto, 
che arte o natura le ha assegnato, perde ogni pregio, e così 
è d'ogni opera artistica, sicché per poterne rilevare il valore 
bisogna o restituirla al posto o ricostruire Popera, se è pos- 
sibile, con Paiuto della storia e colle norme stabilite dalPuso. 

Anche i Feciali nell'esercizio del loro ministero avevano 
delle formole in versi, di cui si ha qualche avanzo di di- 
chiarazione di guerra o protesta fatta al confine del popolo 
a cui si domandava qualche cosa. Tolgo dallo scritto del 
professore Ramorino questi due brani (-2), dei quali il primo 

è una protesta : 

M Ego sum 

Publicus Nuntius — populi Romani 



(ly 1, V, 21; cfr. VII, 49: 

Huc ades et Geni uni ludo Guttiumque choreis 
Concelebra. 

O V i d., Met., Ili, 61 3: Qiiisquis es, favcas ìwstrisqiie lahoribus adsis, 
Cfr. T i b., 1 1, 5, 1: Phoebe fave : tiorus infircditur tua tempia sacerdos. 
(2) Op. cit., 490. 



-57 - 

luste pieque — legatus venio 
Verbisque meis — fides sit w . 

ed un altro è una vera intimazione di guerra : 

« Audi, luppiter, et tu — lane Quirine 
Diique omnes caelestes — vosque terrestres 
Vosque, inferni, audite: 
Ego vos testor — populum illum 
Iniustum esse — nec ius persolvere; 
Sed de his rebus in patria — maiores natu 
Consulemus, quo pacto — ius nostrum apiscamur ». 

• Veramente io non ho fiducia a quesia specie di carmi 
antichi, riportati in una forma quasi classica da autori che 
vissero nel settimo secolo di Roma o più tardi, ne dirò più 
sotto le ragioni a proposito dei responsi dei vati, di cui ho 
a parlare. 

Mi occorre dire però che quella elevatezza di concetti e 
dignità severa di forme che abbiamo rilevato nelle preziose 
reliquie di poesie religiose già esaminate, manca in gran 
parte a questi supposti versi, un indizio scarso si trova 
bensì nella prima metà dell'intimazione, ma il resto è per 
me prosa, e in quanto al pensiero e in quanto alla forma. 
E voglio si noli qui di passaggio che in generale chi ben 
considera trova vera poesia in quei tratti, che o gli autori 
o' i monumenti ci hanno tramandato con qualche certezza 
come avanzi di componimenti poetici, mentre ci appariscono 
come svisati quelli, che ci giunsero coi segni sicuri d'un ri- 
maneggiamento di scrittori posteriori. 

I carmi dei vati furono senza dubbio agli antichi Romani 
fonte abbondantissima di poesia. Già è noto che Roma ben 
presto fu in contatto cogli oracoli più famosi della Grecia. 
Tarquinio il Superbo presa la città di Suessa Pomezia 



— 58 — 

mandò magnifici doni ad Apollo in Delfo, quasi ad espia- 
zione della preda fatta (0* E più tardi, per interrogare Torà* 
colo intorno ai prodigi nella regia apparsi, mandò i suoi figli 
in Grecia per terre ignote, per mari ancora pili ignoti (2). 
Che degli uomini poi, con fama di grande sapienza, vives- 
sero in Roma, e tali da potere, come interpreti solenni dei 
Numi, predire il futuro e dare consigli per Tavvenire, è 
abbastanza dimostrato dagli antichi scrittori, i quali anche 
chiamavano carmi i loro responsi. Lucrezio parlando a Mem- 
mio, a cui dirige il suo poema, teme che egli pure «vinto 
da paurosi detti pronunziati in ogni tempo dai vati voglia 
anche discostarsi da lui )> (3); e più sotto giudica che « se 
Tuomo vedesse certo termine dei suoi mali, potrebbe «in 
certo modo resistere contro i terribili detti e le minacce dei 
vati » (4). 

Una prova evidente della natura dei responsi dei vati è 
anche il fatto che rates son detti i poeti presso i Latini : 
Omero e Maeonius rates in Ovidio, Lesbia t^^/es Saffo (5). 

(1) V. Ci e, De Ri'p., 11, 24, 45. 

(2) Livio, 1, 56. Le relazioni di commercio fra Grecia e Roma 
ancora non erano cominciate, quantunque sia già certo che i Greci 
d'Italia nel terzo secolo di Roma commerciavano nella costa del Me- 
diterraneo; gli oracoli però da tutto il mondo attiravano gente. 

(3) R, N,, 1, 103.104. 

(4) Ih., 108-109; ^'fr. Nep., Att., ló: Etiam quae nunc usuveniunt 
cecini t ut vates. 

^ (5 Tr., K 6, 21, 111, 7, 20; cfr. Pers., V, 1; Varr., L., I. VI, 
3: Antiquos poetas vates appellabant a versi bus vagiendis. Enea presso 
Virgilio (Aen., VI, 74 seg.) dice alla Sibilla: 

' t'oliis tantum ne carmina mariSa 

ne lurhata volcnt rapidis ludibria ventis, 
ipsa cauas oro ^. 

K al V. 99 la Sibilla : 

horrenJas canit ambages. 
^-ir. Liv., I, 43: . Cecinere vates cuius civitatis eam civis Dianae 
immoLìssct , ibi /ore imperium: idque Carmen pervenerai ad Antistitem 
/ani Dianae ». Virg., liei., IV, 4. 



— 59 — 

Non vi ha dubbio dunque che vati esistessero nei tempi 
antichissimi di Roma e che carmi fossero i loro vaticini (i). 
E da dolersi che nessuno di questi responsi ci resti nella 
sua vera forma genuina, perchè se ne potesse trarre un'idea 
esatta del posto che occupassero nel pensiero poetico di 
Roma in quel tempo, o a che grado di perfezione fossero 
pervenuti. Che io non credo fossero da sprezzarsi come si 
crede avesse fatto Orazio coprendoli di ridicolo, anzi è le- 
cito affermare che né egli né i suoi contemporanei abbiano 
veduto i veri Annosa volumina vatum di cui parla nell'e- 
pistola ad Augusto (2), e ne abbiano solo avuto un'idea 
inesatta. Ed in questa opinione io mi confermo di più esa- 
minando i due vaticini di Marcio (3), che in un latino af- 
fatto ammodernato ci tramanda Tito Livio, il quale, se li 
avesse tratti da un documento sicuro da lui veduto, lo avrebbe 
citato, che non fa, né dico che l'avrebbe riprodotto quali 
fossero, perché era costante usanza fra c,uegli scrittori di 
raffazzonare alla loro maniera le scritture o le tradizioni 
antiche che avevano occasione di citare, non pensando di 
quanta importanza doveva essere alle generazioni avvenire 
la conoscenza di quei sacri monumenti d'antichità (4). Per 



(1) Nota reiìmologia di questa parola cl:e suona « canto del vate». 

(2) Ep., Il, I, 26, Io non credo che molto sale ci sia nelTespres- 
sione del poeta venosino; egli, amantissimo com'era delTarte greca e 
vano dei suoi carmi, si doleva solo ci. e il popolo di Roma preferiva 
Tantica poesia che spacciava come cantata dalle Muse. Cfr. ib.^ 117, 
in cui, dopo aver detto che tutte le altre ani dai soli esperti vengono 
esercitate, esce con queste parole : Scribimus indocti doctique poè'mata 
passim. 

(3) V. Ci e, De Div., 1, 5o, ii5. 

(4) Ennio, che visse al tempo della seconda guerra punica, par- 
lando appunto di xjuesto genere di carmi, diceva : « ...,.quos olim 
Fauni vatesque canebant », il che fa supporre che al suo tempo i vati 
avessero perduta l'importanza d'una volta e che nessuno più credesse 
loro; ciò però è contrario al racconto di Livio, racconto che ha tutta 
Taria o d'essere stato inventato dagli annalisti per ispiegare Torigine 



~ co — 

questo principalmente io dissi già sopra che non ho alcuna 
fiducia in queste riproduzioni rimaneggiate, che, se hanno 
guadagnato riguardo alla forma, ci hanno scapitato riguardo 
al movimento del pensiero poetico. È bensì possibile, come 
pensa il Baehrens (op. cit.), che nell'anno 76 av. Cristo 
cogli oracoli sibillini si fossero pubblicati anche i carmi di 
Marcio, ma non dovevano essere autentici, e gli editori 
dovevano averli tratti dagli annalisti, i quali avevano solo 
in generale esposto ciò che quelli contenessero; sicché Orazio 
in parte fanatico delParte nuova, venuta in Roma tutta 
quanta dalla Grecia, la quale mentre perfezionava la lingua 
rude dei conquistatori del mondo e li iniziava nei misteri 
del sacro Parnaso, toglieva alle loro creazioni artistiche 
ogni aria d'originalità, in parte giudicando quei carmi dalle 
notizie incerte che ne poteva avere, non li apprezza punto. 
Eppure COSI travestiti come sono i due vaticini di Marcio 
presentano sempre qualche cosa che te li fa distinguere 
dalla prosa del tempo, dallo stile dell'annalista padovano (i). 



delle feste d'Apollo, o veramente dai sacerdoti, che avevano la cura 
di quei libri, per istituire il culto di quella divinità greca (cfr. Baeh- 
rens, op. cit., p. 21); onde è notevole la quantità di monete che si 
ha di questo tempo coll'impronta d'Apollo laureato (cfr. Ri eh., op. 
cit., tab. Vii). Secondo me dunque né Orazio ne Livio dovevano co- 
noscere i volumi dei vati, i quali, del resto, sembra perissero col- 
rincendio di quel tempio Tanno 83 av. Cristo (Cfr. Baehrens, op. 
cit., 21), e Cicerone. [Br., 18,71) si domanda: ., .nostri veteres 
versus ubi sunt — e quos olirti Fauni vatesque canebant ? * . 

(i) Li riporto solo qui in nota perchè si abbiano sott*occhio, del 
resto V. Livio, XXV, 12: « Amncm Troiugena Cannam^ Romane^ 
fuge : ne te alienigenae cogant in campo Diomedis conserere manus. 
Sed ncque credes tu mihi, donec compleris sanguine campum; mul- 
taque millia occisa tua deferat amnis in pontum magnum ex terra 
frugifera ; piscibus atque avibus ferisque, quae incolunt terras, iis 
fuat esca caro tua: nam mihi ita lupiter fatus est *. 11 secondo, 
narra Tito Livio, fu occasione perchè s'istituissero al tempo della 
seconda guerra punica i ludi Apollinari : •' Hostem, Romani^ si ex^ 



- 61 - 

Né manca qualche pensiero geniale ed elevato: conserere 
maniis in campo Diomedis — donec compleris sanguine 
campum, ed il concetto che il fiume trascini da terra frut- 
tifera migliaia d'uccisi nel ponium magnnw, come non sono 
d^indole bassa e prosaica, così danno un certo movimento 
poetico al primo vaticinio. Il secondo poi mi ha Paria di 
una vera poesia ridotta in prosa, nella quale pure senti una 
certa armonia che, nata com'è col pensiero, non lo abban- 
dona interamente, qualunque vicenda la forma subisca. 

Non so però se sia opera veramente utile stillarsi il cer- 
vello per ridurli nell'antico verso saturnio, massime che 
presentano vestigi sicuri di esametri (i), mentre si sa che 
non sono quali uscirono dalla bocca del vate (2). In questo 
genere di avanzi del pensiero poetico antico non è la rico- 
struzione dei Saturnii che interessa, la quale è assai difficile 
riesca allo scopo, ma lo stabilire quanto ci sia di veramente 
arcaico, e se l'intonazione è poetica o no. 

Il volere da una prosa, che ha molto del classico, tirare 
colle meno variazioni possibili un carme in Saturni, sen:{a 



pellere vultis* vomicamque quae gentium venit longe, ApolUni vovendos 
censeo ludos^ qui quotannis comiter ApolUni fiant: quuni populus de- 
derit ex publico partente privati uti conferant prò se suisque. lìs ludis 
faciendis praeerit praetor iSy qui ius populo plebeique dabit summum. 
Decemviri Gracco ritu hostiis sacra faciant. Ilaec si recte faxitis^ f^<^^' 
debitis sempery fietque res vestra melior : nam is divtis extinguet per- 
duelles vestroSy qui vestros campos pascunt placide ». 

(i) « Troiugena amneni, de/erat amnis^ expellere vultis^ Apollini 
ludos » sono evidentemente chiuse di esametri. Ciò vide il Baehrens 
e non dubita che. si tratti di versi esametri fatti poco prima di Livio. 
Cfr. op. cit., p. 21. 

(2) Del resto v. neirop. cit. del Ramorino la ricostruzione in 
Saturnii che ne fanno l'Herman (De metris poetarum Graecorum 
et Romanorum)y e THave t, p. 482-483, e quella ritmica dello stesso 
Ramorino, che qui non riporto perchè inopportuna, essendo mio 
proposito non toccare la quistione del verso Saturnio che è molto 
complessa ed importante, ed intenderò trattarne altrove diffusamente. 



ti: 



- 02 — 

alterare una virgola (i), dei versi con armonia ritmica, è 
un lavoro quasi perduto e da un certo punto di vista nocivo, 
perchè questi versi non potendo riuscire che freddi e stentati, 
senza alcuna ispirazione, essendo frutto di calcolo, quasi 
direi matematico, danno luogo a giudizi molto sfavorevoli 
ed erronei sulla prisca poesia latina (2). 

Per ragione dWdine parlo qui del vaticinio d'un certo 
vate, o, come narra Livio (V, 1 5), d'un responso delPora- 
colo di Delfo che concordava con quello, del resto convengo 
col Baehrens riferirsi all'età di Livio e Nevio. Fu posto in 
versi dalPHavet, dal Ramorino (3) e dallo stesso Baehrens^ 
il quale mi pare abbia saputo con maggior verità dargli 
quell'armonia maschia e severa che è propria delP indole 
della poesia romana, massime nel linguaggio dei vaticini : 
lo trascrivo, che ne vale la pena (v. Baehr., 35): 

« Romàne, aquàm Albànam | càue laciu teneri 
caue in mare manàre | flùminé sinàs suo! 
emissa agrós rigàbis | dissipàtam riuis 
exiingues : tùm tu insiste | aùdax hóstium murisi 
mcmór, quam per tot annos | opsidés lirbem. 



(i) Son parole del Ramorino, il quale per questo pare si trovi 
un po' in contradizione, perchè, mentre afferma, parlando di due 
vaticini riportati da Livio, che sono ammodernati, volendo poi ri- 
costruire i carmi quali si può supporre che fossero, tenta di farlo 
senza mutar nulla. Cfr. op. cit. 

(2) Trascuro qui un frammento di circa tre versi che contiene sen- 
tenze attribuite anch'esse a Marcio da Pesto, p. 177, e Isidoro, 
VI, 8, 12, il quale frammento non aggiunge nulla a quello che fin 
qui si ò detto. Lo stesso dicasi delle incantazioni popolari, di cui ci 
sono avanzi in verso saturnio, come « terrà pestém tcnéto » — « Sa- 
lus hic manéto • e delle cantilene delle nutrici: e Lalla lallà tallo! 
— I aut dormi aui làcta » (Baehrens. p. 34). Per vedere come il 
pensiero latino manifesiavasi in massima parte con carmi, vedi 
Orazio, Ep.,\l, i, i3o-i3o. 

(3) Pai:. 4^0. 



- 63 - 
ex eà libi his fàiis | nùnc datam uicióriam, 
duellò perfécio dónum | portato amplum ufctae 
ad meà tempia sacràque | patria quòrum cura est 
omfssa, ut àdsolét | endóstaurdta facito ». 

Così ricostruito è veramente un prezioso avanzo di poesia 
fatidica, e porta i segni di un rilevante progresso, parago- 
nato coi carmi sacri già veduti. Qui è il nume che parla 
con tutta quella dignità maestosa che è propria degli Dei, 
la forma risponde al pensiero nobile e grandioso, e non 
manca Tispirazione e lo slancio. Se si potesse con assoluta 
certezza provare che questa fosse la forma vera con cui fu 
già pronunziato l'oracolo (i), affermerei che Tane fosse già 
cominciata, che il cittadino romano a misura che estende 
i confini del suo impero ed acquista coscienza della sua 
grandezza nella grandezza della patria, sente il bisogno di 
qualcosa che sia ben diversa dello splendido scudo e della 
forbita lancia, e che mentre giovi a cingere d'un'aureola la 
sua rude potenza, gli sollevi lo spirito colle lusinghe delPartc. 

Si legga immediatamente dopo questi versi il responso 
della Sibilla Cumana ad Enea nel VI deW Eneide (2), e 
salta subito alla mente la stessa alta intonazione, la stessa 
severità di forma, se non che il verso del poeta Mantovano 
ti mostra Parmonia e la raffinatezza dell'arte greca, mentre 
il Saturnio nella sua pesante lentezza t'insegna quaPè il vero 



(i) Non dissimulo il dubbio che questa ricostruzione non corri- 
sponda all'antica forma genuina del carme e che la scienza metrica 
del dotto filologo tedesco abbia contribuito a farlo risaltare di più ; 
ma in ogni modo egli non ha mutato né i concetti né le parole, 
tranne qualche lieve modificazione che viene giustificata dal pensare 
che in senso contrario dovette farla anche Livio, il quale, quando in- 
seriva versi antichi, se non alterava il metro, mutava le forme ar- 
caiche in forme del tempo. 

(2) Ver. 81 segg. 



carattcre ie*. pop io r.rTiano e la sua vera poesia. E fin qui 
r.jlia ci forestiero, luiio ha Timpronia del lu(^, le arti 
delia Grecia non hanno ancora attirato lanenzione del cit- 
tadino romano. 

Trascuro le naeniie ineptum ei inconditum Carmen ed 
il piamo de! le prezzolate prenche che non potevano essere 
carmi de^-iinati ad avere fortuna, considerando l'usanza, che 
i Romani avevano comune con altri popoli, di farle cantare 
a donne mercede cottJuctae, le quali mosse da nessun sen- 
t:n:ento. men .< quello del guadagno, ed ignare interamente 
dì lettere dovevano miseramente guastarli sino al punto che 
il nome naenia fu dato ad ogni carme volgare e di nessun 
conto, quantunque si abbia ragione di credere che non do* 
vesserò per se essere troppo spregevoli: Cicerone, parlando 
delle leggi dei funerali e degli onori che si fanno ai morti, 
dice che le lodi ai meriti degli uomini insigni si facevano 
in pubblica adunanza, e queste Iodi poi venivano seguite 
da canti a suoni di tibia detti naeniae, il qual nome i Greci 
davano ai canti funebri [^\)\ ed altri autori ne parlano (2). 

Kccomi ora ai carmi convivali ed ai primissimi indizi 
dcìla commedia latina, con cui intendo chiudere questa 
prima parte del lavoro (1". 

Io non voglio certo rimettere in campo l'opinione Nie- 
buhriana di una possibile epopea da formarsi per mezzo 
dei canti convivali, delle naeniae, delle epigrafi sepolcrali, 
dei canti trionfali, né meno che in questi primi tentativi 
abbia fondamento la poesia latina, che poi sorse per im-' 
pulso assolutamente straniero. 

Non so intendere però perche nello studio di tali que- 



'i: De Ll'uu.. II. 21. r.2. 
2, Ou in t.. iint.. Vili, 2. V. 
:) belle iscrizioni, vcJi appressi. 



~ 65 — . 

stioni si debba partire sempre dal falso preconcetto, che i 
Romani non fossero un popolo capace di una cultura arti- 
stica, ed incocciarsi a non vedere, in cinque secoli interi, 
che nebbia e rozzezza, che è conseguenza naturale della 
premessa, se non si vuol cadere in una contradizione, senza 
pensare che si va incontro ad un assurdo più grande affer- 
mando che con un fiat onnipossente del popolo artistico 
per eccellenza si fosse fatta la luce in Roma e fosse sorta 
una vera poesia. I carmi dei conviti raccolti da menti più 
geniali che quelle degli Oraeridi non avrebbero formato 
un' epopea, ma senza di essi e gli altri tentativi poetici di 
quel tempo non sarebbero stati possibili gli Annali di 
Ennio. Cicerone, che a quei tempi è più vicino di noi per 
19 secoli, vide questa grande verità, e dopo aver affermato 
che nulla nasce perfetto e che non debba mettersi in dubbio 
che prima di Omero fossero stati poeti, si domanda: nostri 
reteres versus ubi siint ? 

" Quos olim Fauni vatesque canebant » (i). 

E più sotto mostra il desiderio che ancora restassero 
quei « carmi che cantavano nei conviti le lodi degli uomini 
illustri )) (2). Non affermo con ciò che quelli costituissero 
la materia degli Annali del poeta calabrese, ma che sono 
una prova del fatto che un ceno sviluppo il pensiero poetico 
aveva dovuto averlo, e di quei carmi doveva essere viva la 
"lemoria ai tempi di Catone. Questo, secondo me, conferma 
Cicerone, quando nota che Ennio prese ben molto da Nevio, 
che volle essere Romano tutto quanto, e con grande studio 



(OBrwto, XVIII, 71. 

W fìrMfM5, XIX, 75. Egli trova indizi di canti anteriori ad Omero 
"** vali Femio e Demodoco, che ispirali dalla musa rallegrano i 
l^ocheiti dei Proci e del re dei Feaci. 

%i$M di filologia ecc., XX 5 



- '« — 

-i aL.ard'j Ja!:'inri'jeaza esterna, cic»c mostra di riconoscere 
ia necessaria continuità di una tradizione poetica ; certo alla 
-uà età. poco men che due secoli dopo Catone^ egli non 
L'oteva avere notizia precisa de! contenuto particolare di 
quei carmi di eroi, quaniur.que ne parli in diverse sue 
«pere i ., non poteva perei", come vorrebbe il Tamagni, 
dire se Ennio se ne fo^se g'ovato; ii desidera però, e dice 
immediaianienre che Ennio rub<*« da Nevio, e ciò basta, se 
•a questione ^'ha a riso. vere col parere di lui. Ma c'è altra 
difficoltà: i Romani non erano nati per ia |x>esia », si 
afferma. Anzitutto questo non io riconobbe Cicerone che 
visse vita inicramenij romana. Ei dice: uihil est tam cogna- 
timi mcntibus nostris, qiijm numeri Jtque roces, quibus 

et excitamiir et incenJimur et ijuimi/r et Ijfis'uescimtis 

quorum ìlLi summa vis carminitus et aptior et cantibitsi 
non neglectJ, ut mifii videiur, .2 Suma re^e Joctissim^' 
maioribusque iiostris ut efuhrum solemnium Jides ac Tr' - 
bìae Saliorumque versus iuJicjnt (i. Qui è abbastanz ^^ 
c>plicito, come è chiarissimo nel .ibro primo delle disputSB— 
zioni tusculane: nec tjmen si qui maquis itigeuiis in e - 
genere carminuin, extiterunt, non satis Graecorum gloric^s^ 
responderunt (3 . Se questo è vero, e se è anche vero, ci 
che non può negarsi, che Roma non mancò in tempi ^c:^ 
steriuri di grandi ingegni, i quali raccolsero palme non irr^ 
diiVerenti nella nobile gara poetica, io non so con qualX 



1 Tu$c. D. l, j. ^: IV. 2. ?: Br.. XIX, 7?: De Orai.. Ili, 3i 

\<r. CiCwTor.c e: raria :\ìroJchic voite e con qualche interesse < 
quei le priiv^e prove Jeiì*in^cj:no pììlIìco romano, il che mostra ci 
Lna notizia do\eva averla, ma non lale da far supporre che le cono^^" 
^ccise ::pp leno. Del re^io ai lenìpì di ('.alone se ne doveva sapere 
I iu. e ricernne dovcvj essere convinto Jj questo, se dà tanta impoi 
tanza ad una scr.plice arìcrmr. zinne de!i"ai:i(»re delle Orif^ini. 

1 \ . t i^ 111 :. . . - .- 



— 67 - 

argomento possa sostenersi che i Romani mancassero inte- 
ramente dciristinto artistico. Sicché, tolto questo preconcetto, 
gli avanzi preziosi dei primi cinque secoli ci appariscono, 
quali sono realmente, i primi sforzi che fa sempre ogni 
popolo prima di manifestare apertamente il suo genio e il 
suo destino nelle arti e nelle lettere. Che anzi se osserviamo 
quaPera l'occupazione principale del cittadino romano ed il 
suo ideale, se si considera quante guerre esterne e quali 
lotte intestine ebbe a sostenere lungo quel periodo per esten- 
dere il proprio dominio e per lo sviluppo del diritto pub- 
blico e privato, noi saremo compresi di meraviglia pen- 
sando quanti ostacoli dovette superare il pensiero poetico 
per potersi manifestare anche così rozzamente. 

Cicerone dice: Honos alit artes omnesque incendiiniur 
ad studia gloria^ iacenique ea semper quae apud quosque 
improbantiir (i); ed un po' più sopra afferma che: si Fabio 
nobilissimo homini laudi datum esset, quod piugeret, molti 
Policleti e Parrasi sarebbero sorti fra i Romani (2). Ed 

Ennio : 

» si sunt proelia promulgata, 

pellitur e medio sapientia, vi geritur res, 

sperniiur orator bonus, horridus miles amatur : 

haut doctis dictis ceriantes nunc maledicta 

miscent inter sese inimicitiam agiiantes: 

non ex iure manum consertam, sed magis ferro 

rem repetunt, regnumque petunt, vadunt solida vi » (3). 

In Roma adunque in quel tempo non ebbero onori le 



(i) Tusc. D. 1,2, '^; cfr. prò Archia, 1 1, 26. 

(2) Ib. 

(3) Enn., Vili; vedi Bach., Fr. 187, pag. 85. Cfr. M. P. C a- 
T onis Carmen de tnoribuSy in Bachr., p. 57: poLHicac artis hotios 
non crai: si qtiis in ea re ludebat, aiti sese ad convivia adplicabat^ 
« crassator » vocabatur. 



- 68- 
arti e non c'era gloria pel poeta, solo perchè Tavvenire dello 
stato era la preoccupazione di tutte le menti, non già che 
si fosse naturalmente ripugnanti ad ogni manifestazione del 
bello artistico. Catone biasimò bensì chi condusse in pro- 
vincia un poeta (i), ma quel rigido conservatore non volle 
far guerra al genio, né all'arte, ma al neo-grecofilo, perchè 
non voleva che le gesta dei Romani fossero celebrate con 
modi stranieri, e temeva d'una invasione pestifera dei sozzi 
costumi della Grecia, egli amantissimo com'era della pura 
semplicità degli antichi. Senza alcuna tendenza alla poesia 
non si può, come fecero i Romani, naturalmente esplicare 
quasi tutte le patti della propria vita per mezzo di carmi, 
non si può lodare con canti i propri eroi, né anche con 
epigrafi legate da ritmo su monumenti sepolcrali (2). 

Gli elogi degli Scipioni sono monumenti preziosi non 
solo della severità poetica tutta propria di Roma, ma un 
avanzo lontano dei carmi convivali; e meglio che abbassare 
il concetto di quelli, valgono, secondo me, a rialzarlo. Al 
tempo di Gatone quell'usanza era già caduta da qualche 
secolo; or se alla fine del quinto secolo ne abbiamo una 
trasformazione in laconiche epigrafi con istile scultorio, con 
frasi per questo genere artistiche, non dobbiamo crederli 
tanto rozzi. Una epigrafe poetica, scritta nel più bel secolo 
della letteratura romana, avrebbe avuto certo maggiore 
mollezza ed eleganza, maggiore armonia, ma sarebbe rimasta 
mollo al di sotto per serietà e maestà di forme, per preci- 
sione di concelti laconici ed originalità. Di L. C. Scipione 



(ij Ci e, T. /)., ih. 

(2) Anche ammessa l'opinione del Mommsen che l'uso di apporre 
iscrizioni nei sarcofagi, che ricordassero le lodi dcj^li estinti, fosse 
venuto dalla Grecia, ciò non fa nulla, perchè in fatto quei versi non 
danno alcun segno d'inlluenza greca. 



- 69- 

Barbato in sei brevi Saturnii è detta la vita pubblica e le 

qualità morali : 

« fortis vir sapiensque 

quoius forma virtù-tei parisuma fuit » (i); 

ecco un ritratto fisico e morale che il più grande artista 
stenterebbe ad imitare, non dico superare. Il verso: 

« Consol Censor et edilis-quoi fuit apud vos » 

ci dà un^idea esatta di tutta la vita pubblica, mentre in due 
versi, con la massima chiarezza e precisione, sono narrate 
le gesta militari : 

" Tauràsià Cisaùna — Sàmnio cépit 
Subigit omné Loucanam — ópsidésque abdóucit ». 

Lo stesso presso a poco possiamo dire dell'altro a L. C. 
Scipione figlio del Barbato. 

Se queste sono le epigrafi, non inferiori dovevano essere 
i carmi che non erano costretti a giacere nel letto di Pro- 
custe d'un angusto spazio in un pezzo di marmo. 

Eppure se questo solo ci fosse da spigolare nel campo, 
quantunque arido, della poesia romana nei primi secoli, 
forse non so se io rinunzierei alle mie idee; ma oltre di 
tutti quei resti che son venuto esaminando, ed in cui ho 
trovato i germi d'una vera poesia, alla fine del quinto se- 
colo di Roma noi troviamo segni sicuri d*una poesia dram- 
matica che fa tutti gli sforzi per farsi strada e prendere un 
posto stabile ed onorevole nella società romana. 

Tutti coloro che hanno detto e scritto di Roma hanno 
riconosciuto, senza ombra di dubbio, nel popolo una natu- 
rale ed irresistibile tendenza allo scherzo, al motto, al frizzo, 



(i). Ved. Mommsen, p. i6. 






— Tu — 

a£i2Ìun:2ep.Jo che que-to iato del carattere romano vien fuori 
in "gni occasione ne'/a più inJirrercnte manifestazione della 
vita sociale. Pen> venuti al punto di affermare se potevasi 
con questa tendenza creare un genere di poesia tutta na- 
zionale, un teatro veramente romano, in cui si rispecchiasse 
per intero la vita dei nepoti di Romolo, qui si è falsata la 
verità, s'è detto di no, perchè di'^arsiziaiamentc non fu così. 
Onde «ii dovrebbe affermare che un popolo, possedendo un^in- 
do!e eminentemente satirica, sappia trovare gli scherzi fe- 
scennini e la satira, conduca quest*uitima a vere sceniche 
rappresentazioni, ma non sappia col tempo darle « un^azione 
divisa e scenejiijiata in tutti i su'H movimenti »» (i)e quindi. 
rinunzi per questo all'originalità, abbandoni ciò ch'*è sua 
vera creazione e risponde all'indole sua, al suo carattere, 
e prenda il dramma tutto di sana pianta ad imprestito dal 
di fuori. Non so chi ragionerebbe cosi. Ma guardiamo il 
fatto: in che condizione si trovava la satira alla fine del 
quinto secolo ? 

Orazio, uso a sfatare tutto ciò che non sapesse di greco^ 
quasi per una reazione all'indifferenza del popolo per i suoi 
carmi (2), mentre levava al cielo le tradizioni antiche, non 
ha una parola sprezzante per la satira, quantunque gridi la 
croce alla licenza fesccnnina, al verso saturnio (3). E questo 
silenzio del mordace poeta di Venosa non è senza impor- 
tanza; egli che tutto biasima, tutto disprezza l'antico, perchè 
si compiaceva di indossare le rozze preteste proprie, meglio 
che gli eleganti pallii degli stranieri. Con questo sistema si 
falsa la storia, si turbano le leggi fondamentali del pro- 
gresso dell'umano incivilimento. Ma fortunatamente Tito 
Livio ci ha descritto in poche parole la satira di quel 

(i) V. Ram., op. cit.,5()4. 
(2; Epist., II, I, 20 e sc-;. 
(3; Kpist.^ II, I, i?(j e scLj. 



- 71 - 

icmpo : qui (histì^iones) non, sicut ante. Fescennino versu 
similem incompositnm temere ac rudem alternis iaciebant ; 
sed impletas modis Saturas, descripto iam ad tibicinem 
cantu, motuqne congruenti peragebant (i). Non mancava 
dunque che un'azione ben delineata con le scene riprodotte 
dalle vicende della vita, ed ecco la commedia. Ma a questo 
il popolo romano non ebbe tempo d'arrivare, come non 
potè perfezionare gli altri generi di poesia di cui già posse- 
dette i germi. 

La letteratura greca giusto allora si trovava nel suo pe- 
riodo di decadenza, e quasi per raddoppiare la sua vitalità, 
che non poteva a lungo durare, e compensare con altret- 
tanta estensione quanto perdeva d'intensità, si mostrava in 
tutto il suo splendore nel mondo conosciuto, svelava tutte 
quante le sue sfolgoranti bellezze, ed abbagliava i popoli 
che attendevano a seguire tranquillamente il lento ma spon- 
taneo sviluppo che natura aveva loro assegnalo. Questa fu 
la sorte della poesia e di tutta quanta la letteratura romana: 
tanta ricchezza d'opere d'arte d'ogni genere, la cui contem- 
plazione fa stupire di meraviglia dopo tanti secoli i popoli 
più civili, non poteva non esercitare una grande influenza 
sul pensiero latino, ed il popolo che, seguendo i suoi alti 
destini, aveva già cominciato il lavoro di distruzione del- 
rimpero di Libia (2), sentiva il bisogno d'una letteratura, 
d'un'arte, che, dirozzando il fiero popolo di Marte, aggiun- 
gesse prestigio all'impero del mondo. Or questo appunto 
avrebbe potuto conseguire elaborando in casa sua senza im- 
pulso esterno ciò che aveva saputo trovare da sé. Che nessun 
elemento greco noi abbiamo trovato nei monumenti della 
prisca poesia che esaminammo fin qui, tanto che non sap- 



(0 VII, 2. 

(2) Virg., Aen.^ I, 25: « Hinc popuhim late resiem belloque su- 
perbum > — -. Venturum excidio Libiae » . 



:= » 



— 72 — 

piamo fino a che punto si debba prestar fede a Cicerone, 
quando dice che al tempo di Tarquinio Prisco fluì in Roma 
dalla Grecia non un piccolo rivo, ma un abbondantissimo 
fiume di quelle discipline ed arti (i). Né merita molta im- 
portanza quella piccolissima parte che ebbe la legislazione 
di Solone nella compilazione del codice romano delle dodici 
tavole. E se Roma non aveva saputo fino allora elevare ad 
opera veramente artistica nessun genere poetico, ciò si deve 
al fatto, che ancora non ne aveva sentito il bisogno, che era 
stata distratta dai fieri studii di Marte, e poi, bisogna con- 
fessarlo, era lenta nel cammino delle arti e delle lettere. E 
per questo avrebbe raggiunto più tardi quella perfezione 
che toccò un secolo appena dopo la presa di Corinto, € 
forse anche a quel grado alto non sarebbe pervenuta mai^i 
ma avrebbe avuto la sua poesia nazionale. Questo dedi 
ciamo dallo studio degli avanzi del tempo, dalle leggi 
che regolano lo sviluppo progressivo della civiltà, le qus 
non avrebbero avuto ragione di fare eccezione per la schiac 
latina, sorella legittima della greca. Se pure l'eccezione e*" 
sta in questo, che Roma, divenuta padrona della Grecia - 
quindi della sua civiltà, trasportò in casa propria tutte 
opere d'arte che riempivano di maraviglia il mondo, : 
adornò i suoi templi, i giardini e gli edifizi pubblici, e 
grandiose magioni dei signori del mondo, ed invece di s- 
guire lentamente il corso del suo svolgimento, profittò del 
occasione e si diede ad assimilarsi tutta quanta la poesii 



(i) De R., II, 19, 34. Veramente se si toglie qualche lontana trac 
di grecità nella costituzione di Servio e nelle leggi delle dodici C 
vole, del resto nuH'altro si sa d'importazione greca in questo lemp 
Certo i Greci dMtalia esercitavano il loro commercio nel Lazio, 
dei marinari e commercianti latini è assai probabile che parlassei 
il greco, ma da questo all'esercitare influenza letteraria ci corr 
tanto più che i Romani in quel tempo e per qualche secolo di 
latinizzarono in parte l'Italia inferiore. 



- 73 - 

Parte greca (i). Fu dunque ragion d'economia, effetto di 
queirutilitarìsmo pratico che è tanta parte del carattere ro- 
mano; ma se giovò a fargli risparmiar tempo e fatica, non 
valse meno a fargli perdere gran parte della propria origi- 
nalità ed energìa. 



Fu detto, e s'è costantemente ripetuto, che la poesia ro- 
mana, come tutta la letteratura, comincia col sesto secolo 
di Roma, anzi, per quella tendenza comunissima a volere 
determinar tutto con date precise, s'è indicato l'anno 5 14 
dalla fondazione di Roma, come se l'origine delle arti in 
un popolo non sia lavoro di secoli e spesso non si confonda 
coi primordii favolosi del popolo stesso. Per questo, pur 
dedicando studi severi ai secoli di fecondo svolgimento del 
pensiero latino, si trascurò per moltissimo tempo il periodo 
antichissimo di preparazione, lungo di ben cinque secoli, e 
quando la scoperta di qualche nuovo monumento di quel 
tempo ha attratto la attenzione dei dotti, questi l'hanno 
considerato piuttosto come oggetto della scienza archeologica 
che della letteratura, sicché tutte le storie letterarie che si 
hanno, non esclusa quella del Teuffel, mancano d'una trat- 
tazione sistematica della letteratura in quel tempo (2). 



(i) Questa stessa grande abilità nel copiare i capolavori della Grecia, 
tanto da emulare cogli originali, prova che l'ingegno romano non 
era alieno, quanto si crede, dalla poesia e da ogni genere di lettera- 
tura ed arte. 

(2) Il primo lavoro importante italiano sul pensiero poetico latino nei 
secoli anteriori a L. Andronico, a Nevio ed Ennio fu pubblicato 
Tanno i883 nella Rivista di fil. ed istru^. class., ed è la Poesia Ialina 
dei primi cinque secoli di Roma del prof. F. R a m o r i n o. Ma anche 
egli mi pare che si fosse messo a quel lavoro col preconcetto di non 
trovare nulla di veramente poetico. Del resto aveva di mira piuttosto 
la storia del verso saturnio che altro; infatti non esamina mai dal 
punto di vista dell'arte alcun frammento. 



— 74 — 

E notevole però che nessuno degli antichi ritenne preci- 
samente Tanno 614 come il cominciamento della poesìa 
latina, e quando Quintiliano dice : niliil tu poetis supra 
L, Aiidronicum haberemiis, intende dire cKe non si avrebbe 
nulla superiore a lui, non già, come il Tamagni crede, che 
prima di lui nessuna traccia di poesia esistesse (i). 

Se però col sesto secolo non comincia la poesia in Roma, 
perchè, sebbene in un modo assai imperfetto, era già co- 
minciata molto prima, qualche cosa di nuovo e d'impor- 
tante si va manifestando giusto in questo tempo, ed è la 
influenza ellenica. Taranto era già da un trentennio (482 a. 
Ur. C.) caduta sotto il potere di Roma, e nel 5i3 anche 
la più parte della Sicilia divenne romana ; è naturale i^ 
pensare che come Livio Andronico molti altri Greci d'Ita! \^ 
e di Sicilia fossero passati in Roma come prigionieri *^ 
guerra; e che perciò i Romani si trovassero in contaC-'' 
diretto coi Greci e colla loro letteratura. 

La prima azione che la poesia greca esercitò sulla poes 



(1) Cfr. Tarn, e D' O v.. St. della Lett. lai., p. 3i3, n. 2. Quii 
liano parlando deirimitazione, ottima cosa in vero, ma che non d( 
contentarsi di raggiungere solamente la perfezione dei modelli, e 
anzi bisogna andare avanti, dice: « Nam rursus quid erat futuri 
si nemo plus effecisset eo quem sequebatur? Nihil in poetis sup^ 
L. Andronicum ; nihil in historiis supra pontificum annales habei 
mus ». Cicerone (3/r., XIV, 5o; Br.^ XVI 11. 72) e G e 1 1 i o (^ 
A., XVll, 21, 42) affermano che L. An. fu il primo in quell'anno 
mettere in iscena drammi, la quale interpretazione solamente p< 
siamo dare alle parole ^ docuit fabulas * .T ilo Livio (VII, 37) nari 
che Livio Andr. «ab saturis primus ausus argumento fabulam serer 
dicitur »; e dentro parentesi aggiunge che egli stesso rapprcs'entava 
suoi drammi come tutti facevano allora. E siccome né Nevio 
Ennio rappresentavano le loro fabulae, bisogna ritenere che Livio(T^ - 
parlasse degli attori di satire. Svctonio infine dice {Gr., I) eh 
in Roma la grammatica <i olim nedum in ìionore ulto erat; rudi sct^ 
licet ac bellicosa etiam tum civitate, necdum magnopere liberalibu -^ 
disciplinis vacante. Cioè Roma non era grandemente dedita agli stud ^ 
liberali, ma non lo nega affatto. 




- 75 - 

latina fu perveriitricc, intendo che la costrinse ad arrestare 
il suo corso naturale e spontaneo, per prendere un indirizzo 
nuovo ed estraneo all'indole sua. Per questo vediamo re- 
pressi quasi interamente i tentativi della lirica, che aveva 
avuto la sua prima manifestazione nelle canzoni dei collegi 
sacerdotali, e quando, più di un secolo e mezzo dopo (i), 
questo genere poetico riappare in Roma, non è più d^in- 
dole puramente romana, ma è una importazione forestiera-, 
i carmi convivali, che, sebbene da qualche tempo caduti in 
disuso, avrebbero potuto risorgere con qualche modifica- 
zione, furono dimenticati del tutto; Tepigrafia fu bensì con- 
tinuata, ma non guadagnò in perfezione che ben poco, e 
solo dal lato della lingua -, ed il dramma stesso, che nella 
satira aveva fatto dei passi e non aveva bisogno che di una 
spinta di qualche mente geniale per divenire artistico, se 
volle continuare a vivere, dovette adattarsi a divenire se- 
condario e a chiudere col riso la rappresentazione del 
d ramma greco. I poeti del sesto secolo dunque fecero poco 
conto di quello che si era prodotto prima di loro, trova- 
rono la messe bella e pronta presso i Greci e da loro senza 
aloun ritegno la presero; gli elementi nazionali o perirono 
o furono condannati ad una vita precaria ed umiliante (2). 



( 1) Catullo nacque nel 667 di Roma e non potè se non verso la 
line del settimo secolo scrivere i primi suoi carmi d'imitazione ales- 
sandrina, 

(2) La satira stessa che poi risorse sotto altr«i forma e toccò l'ec- 
cellenza con Orazio, della quale Quintiliano dice che ò tutta nostra, 
per nje risente molto dell'antica commedia ateniese. Cfr. i frizzi di 
^''isiofane contro Euripide. Orazio stesso dice {Sat.y I, 4, 1-8) che 
^^cìlio imitò Eupoli, Gratino ed Aristofane che rappresentano la 
P^'isca commedia; più d'un grammatico poi osserva come Orazio in 
l^^he cose seguì Lucilio. Cfr. Porfirio ad Hor.,Sj/., 1, 5, i, 
\*^ Bachr., p. i5o, 71; id., I, 12, io, in Baehr., 194, 372; I, io, 
^*» in Baehr., 206, 400; J, i, 73, in Bachr., 246, 782: II, 2, o'i e 
**8-» 262, 912; 26?, 916. 



- 76 — 

Livio, Nevio ed Ennio sono i poeti dei quali mi sono in- 
gegnato di determinare l'ellenismo; non m'occupo di Plauto, 
perchè, siccome di lui ci resta buon numero di commedie 
intere e non pochi frammenti, merita uno studio a parte (i). 

Si sa che molti lavori del sesto secolo di Roma, dovuti 
al conlatto col popolo greco, sono vere traduzioni, non già 
frutto di semplice imitazione, e in essi si può sperare al 
più un rimaneggiamento di opere greche, adattate alla città, 
al popolo a cui vennero presentate. Sicché in queste opere 
è il caso di vedere piuttosto quanto han dovuto perdere di 
loro originalità per cedere qualche cosa alla forma nuov^ 
che indossavano. UOdissea di Livio è stata giudicata u ^ 
po' troppo severamente dagli antichi e dai moderni per ra»- 
gioni diverse. Quelli, perchè abituati com'erano a non ri 
conoscere altra arte che la greca, né altri metri se no ^ 
quelli dei capolavori da loro imitati, che consideravano coni^ 
cose proprie, non sapevano né apprezzare la rozzezza de=^ 
verso saturnio, né misurare le difficoltà grandi che dovett:^- 
superare l'autore (2). .1 moderni poi, perché son costretti -^ 
dedurre il loro giudizio dallo studio di soli quaranta fran» 
menti brevissimi, dei quali due solamente sono di tre versi" ^ 
un solo di due, e tutti gli altri di un verso o di due emi^ 
stichi, o di qualche parola, errano molto facilmente. 

Certo la traduzione è molto lungi dall'essere perfetta, — 
e chi oserebbe pretenderla a quel tempo in Roma ? — però 
io ci vedo qualche pregio e sopratuito un certo studio a 
dare al pensiero greco una forma ed un movimento pret- 
tamente romano, che è essenziale nel tradurre; e pertanto 



(i) Ci lavoro da qualche tempo e ragiono principalmente degli 
schiavi, dei cuochi, dei rutfiani, dei padri viziosi, dei giovanotti dis> 
sipatori dei beni paterni e delle cortigiane; conto di poterlo avere 
pronto per la stampa nel gennaio venturo. 

{?.] Cfr. Ci e, Dr., XVIU, 71. 






— T7 — 

non segue sempre il testo alla lettera. I versi 64 e 65 del 
libro I sono resi con altrettanti saturnii, ma con qualche 
varietà : 

T€KVOV é)iÓV, TTOTÓV (T€ flTO? (pVjeV ip'<Oq ÒÒÓVTIWV. 

iidjq fiv €iT€iT 'Oòuafìo? tfù) 0€ioio Xa0oi)iTiv, 

« mca puér (i), quid vèrbi | ex tuo óre sùpera 
fugit? neque enim te oblitus | Leriie (2), sum, noster «(3). 

Nessuna parte piccolissima del pensiero omerico è tra- 
scurata, solo 6€Ìoio non è tradotto e si è aggiunto noster ; 
ma questi epiteti, propri degli Dei, dati agli uomini ve- 
dremo che Livio suole trascurarli, pur accordando al grado 
superlativo le migliori qualità degli uomini. Dice Patroclo: 
Summiis vir, adprimiis, non però 0€Óq)iv inriaTUDp, 

fv9a òè TTàrpoKXo^ Geóqpiv \xx\(5t\mp àiàXavio? (4). 
« Ibidemqué vir sùmmus | adprimùs Patróclos » (5). 

Questa è un'altra traccia del carattere romano; quel po- 
polo severo e bellicoso aveva posta una grande barriera fra 
gli Dei e gli uomini ; un eroe poteva bensì essere accolto 
morendo a gustare l'ambrosia e il nettare degli Dei, ma in 
vita era un uomo, e bisogna venire fino ad Orazio e a Vir- 

• 

gilio, coi quali l'arte greca ha presa ferma stanza in Roma, 
per aver l'apoteosi del sovrano ancora vivente (6). L'auste- 



(1) Puer per puera^ do\)o puerula ; cfr. fr. XV, p. ?9, Ennio passim. 

(2) Per Laè'rtie^ e questo più tardi divenne Laerti da Lacrtitis. 
(•3) Ved. B., op. cit., p. 37, 3S; Prisc, 1, 23o seg. H, 3oi H. 
{a) T i»o. 

(5} B., 38, f. II. 

(0; Cfr. Hor., Epist., II, i, i5 seg.: 

< Praesenii Ubi maiuros largimur honores » 
lurandasque tuum per numen posuimus aras, 
Nil oriturum alias, nil orium tale fatcntes. 

Cfr. Verg., Ed., 1, 6 segg., 43 scgg.; Georg., IV, 36o segg. 



LV.. 



- 78 — 

rità, e, dirci qua^i, rigidezza romana si riscontra anche nelL 5 
concisione con cui alcuni versi sono tradotti, senza nuocer- 
per questo alla chiarezza e precisione del pensiero -, io r- : 
porto il testo ed i versi del traduttore latino : 

óW ÓY^ Moi TÓÒe €Ì7T€ KQi dTp€K€uj^ KaTaXeEov (i) 

— 'I^uqué mihf narrato | ómniii disértim (i). 
ile TTuXovò' èX0ibv fj aÙToO tujò* évi brmip (3) 

— aut in Pylùm advénicns, aùt ibi ommentans -;4-, 

ÓTT7TÓT€ KeV bf| 

jLioTp' òXof] Ka6€Xr)(Ji TavriXeT^o? eavdTOio (5) 

— quando diés advcniet | qucm profàta mòrta est (6). 
cu YÒip if^ Té TI q)r||Jii xaKiuTepov fiXXo GaXàacTrig 
civòpa T€ (JuYXt^cii» ci KQi )LiuXa Kaprepòg €ir| (7) 

— namqué nullùm plus corpus | maccrat humanum 
quamdé mare saévom : vires cui sunt màgnae 
conilingent imponùnae rùndac . . . . (?S). 

PaXibv xci^J^npc'i òoupi 

ujjuiuv |Li€aaiiYÙq, olà òè aineeaqpiv éXaaaev (9) 

- at celcrfs 

hasta volans perrùmpit | pectora ferro (10). 
Tuiv éqpaYÓv t* èmóv re Kai aiòoioicTiv lòuiKa 

— atldtim cdi, 

bfbi\ lusi (11). 

(i) a i6r). 

{li p '.^8. ò, Nonio, 5o(), in Baehr. 

(3) P 317. 

(1) P "^'^■. Kcsl., l'io. in Bachr. 

(5) Y 2:^7. 

:ó; p :><, 12: Geli.. Ili, lO, li. 

(7) i38, i\i. 

(S) p jo, 22; Fcst., 332. 1 due ultimi mezzi versi sono una specie 
ài ripciizione che dà grande energia al concetto. 

IO, p'42, ?S. 
i M o 3 7 -^ : p 4 1 . -M . 



- 79 — 

Dal quale raffronto deduciamo due cose, lo studio del 
traduttore perchè possibilmente ad ogni esametro corrisponda 
un verso saturnio, e poi l'economia degli epiteti, i quali 
palesemente schiva. Egli a jioip' òXori fa corrispondere dies, 
a xci^^rÌpeT òoupi hasta ; ed altrove ad cùiimòa Kouprjv 
virginèm (i), ad èpioiivri^ 'Ep)i€ia^ Mcrcurius , ad fivaH 
^KàepTO? ^AttóXXujv filins Latonas (2), ad aTGoTta olvov épu- 
6póv vùia (3), a jiévoq fiax€TO^ KùkXuiip Cidops impius (4). 
E cosi riesce troppo spesso a rendere con uno dei suoi 
Saturnii ciascun esametro omerico (5), quantunque qualche 
volta affievolisca un pochino la forza e la vivacità della 
forma poetica. Del resto ci sono segni evidenti che mostrano 
come con tutti gli sforzi Pautorc non potè restare indiffe- 
rente al fascino dell'ellenismo ; accetta a /7nor/ la mitologia 
omerica, anzi se ne mostra convinto fin da principio e pre- 
viene il testo. TTÓTvia "Hpri è per lui 

" sancià puér* Satùrni | maxima regina » (6) 

KaXuipoi è Atlantis Jilia (7), Apollo è filius Latonas ; né 
mancano delle espressioni a cui l'autore avrebbe potuto 
dare forma romana, e che conservano però tutti i segni del- 
l'ellenismo. In Omero un dolore sommo o una grave ferita 
scioglie le ginocchia e il cuore, e Livio accetta tutta intera 
la espressione, se non che sostituisce al verbo Xviuj il verbo 
frigeo. Omero dice : 



(i) i 142; p 39, 19. 

(2) e 3i3; 3 40, 23. 

(3) )i 19; P 41, 28. 

(4) V 19; P 42, 36. 

(3) Cfr. a 64, 65 con B, p. 3;, 38, fr. 3, 4; 0119 con B, p. 38, 6; 
p 317 con B, pag. 38, 9; y ^^o con B 38, 1 1 ; ò 142 con B 39. 19; 
295-^96 con B 39, 20; 6 88 con B 40, 21 ; k 395 con B 40. 27; ir 92 
con B 41, 32. 

{6/ B 39, i5. 

(7) ^ ^9i "6; cfr. 052: "AtXqvtoc; euYdrnp. 



— ^0 - - 

Kal TÒT* 'Oòuaafjoq Xùto ToOvaTa kqi cpiXov i^Top (i) 

e Livio traduce : 

« igìtùr demùm Ulixi frixit praé pavère 
cor et genu » (P 39,17). 

Presso i Greci, specialmente in Omero, i supplicanti strin- 
gono le ginocchia degli Dei, quando implorano qualche 
cosa, e Livio nel verso 142 del libro VI conserva, tradu- 
cendo, l'espressione tale e quale : 

f\ Toùviuv XiaaoiTo Xapdjv eùiùmba Koupriv 
utrùm genuà ampléctens | virginém oraret (*2)-, 

è Ulisse, che essendo ignudo, non sa se debba pregare Na. ' 
sicaa da vicino stringendole le ginocchia, o supplicarla < 
lungi. 

L'immagine greca del volare che fa veloce Tasta e il dar^ 
è usata ncir Odissea di Livio anche quando il testo n 
l'ha; si può osservare nel frammento 38, riferito sopra, <^ 
fronte al verso originale (3). Inoltre la fine d'un verso s^ 
turnio nella traduzione del libro XXII, che potrebbe chiù -^ 
dere il più armonioso esametro, mostra come il ritmo der 
verso eroico aveva esercitato un'inlluenza notevole nelTorec- 
chio dclTautore, il quale quasi ne restava vinto, anzi si può 
dire che al verso non manca che uno spondeo o un dattilo 
in principio perchè sia un esametro. 

« - - - hristii vdlans pórrumpìt pecioni ferro u (4). 

(i: € 2<j7; cfr. Z '3i: XijBcv V \'»itò "fvia éKdaTrjc;. 

(2) n 3o, lu; cfr. A 500: ...Kal Xape yoOvduv : cfr. E 'ir;, A biz: ...Bìti^ 
h* d)q ìi\j;aTO foùvujv. 

'3} CtV. \, 273: TÒ b* OirépiTTaTo x"^>«€ov ^fxoq; A r3. Quando non 
usa Omero il verbo iréToiiai usa eI|Lii, otxouai, èKq)€uYuj od altro verbo 
simile; cfr. E itS. 

(4) B 42, fr. 38. 



- 81 - 

Sono notevoli a questo proposito due versi dell'inno a 
Diana, nella tragedia intitolata Ino, intrecciati con due esa- 
metri veri e proprii, che i grammatici chiamano minri, e 
differiscono dalPesametro solo perchè terminano con un 
giambo invece d'uno spondeo o trocheo. II frammento ci è 
conservalo da Terenziano Mauro : 

« et iam purpureo suras include cothurno 
Balteus et revocet volucres in pectore sinus 
Pressaque iam gravida crepiient tibi terga pharetra 
Derige odorisequos ad certa cubilia cànes » (i). 

Il poeta, com'è naturale, mentre si sforzava a dare veste 
interamente latina al pensiero greco, non poteva fare a meno 
di studiare la forma originale ed assimilarsela a poco a 
poco senza che egli se ne accorgesse. 

I drammi di Livio pare che non dovessero essere di sana 
pianta tradotti dal greco. Delle nove tragedie, di cui ci resta 
qualche scarso frammento, due hanno un titolo che non 
trova riscontro negli avanzi del teatro greco, pero esistono 
tragedie intere e frammenti che trattano soggetti affini, dai 
quali potè trarsi la favola dei drammi romani. Sette poi 
portano il titolo di drammi greci ; è da dolersi che neanco 
questi ci restano interi, che, se non altro, potremmo vedere 
con che metodo e con quanta libertà si facevano queste 
traduzioni. U* Achille di Livio, di cui ci resta un solo verso (2), 
ha il titolo di ben sette tragedie di autori greci (3), delle 
quali si hanno ora scarsissimi frammenti, o qualche notizia 



(i) V. R i b b., Scaenicor. Rotti, poesis fr,y voi. l, p. 4. 

(2) Si malos imitabo tum tu pretium prò noxa dabis. Ribb. , op. 
cit., p. I. 

(3) Di Aristarco, Diogene, Jofonte, Carcino, Cleofonie, Chiremone, 
Teodeite. Cfr. Frag, Eurip. perditarum trag. omnium di Wagner, 
Parìsiis, 1846, pp. 18, io3, 76; 85, 93, 124, 11 5, 118. 

'divista dì filologia, ecc. XX, 6 



- 82 — 

c nulla più, e potrebbe anche avere relazione con un 
dramma di Sofocle 'AxiXXéiw^ èpaoiax. La Danae porta lo 
stesso tìtolo di una tragedia di Sofocle ed Euripide, però 
i frammenti di entrambi non ci danno alcuna luce per il 
verso che abbiamo del nostro ( i ). 

VHermtoua potrebbe essere stata tradotta dalla tragedia 
omonima di Sofocle, la quale s'è perduta interamente (2), 
del resto la figlia di Menelao e della bella Elena ha la sua 
parte importante ntWAndrofuaca e ndVOreste di Euripide; 
onde se anche Livio non avesse veduto il dramma di So- 
focle, avrebbe avuto per la sua tragedia sufficiente materiale 
in Euripide, il quale per il carattere e Tindole più umana ed 
universale dei suoi componimenti, per la pittura delle pas- 
sioni e la conoscenza profonda dell'intima natura umana, 
tanto da meritare quel detto di Sofocle : w Euripide ha di- 
pinto gli uomini tali quali sono «, ebbe la più grande in- 
rtuenza nel teatro romano ed eccitò grande entusiasmo negli 
antichi. 

UAegisthus (3), quantunque non abbia fra i drammi greci 
uno che gli corrisponda per il titolo, pure trova riscontro 
nella Elettra e n(ì\VOreste di Euripide, nella quale ultima 
è narrato come l'uccisore di Agamennone mentre sacrifi- 
cava fu ucciso da Oreste e Pilade, come il suo corpo fu 
presentato alla sorella d' Oreste, la quale ricordò i de- 
litti dciresiinto-, mentre nella Elettra è detto come egli 
promise dell'oro a chi uccidesse Oreste. Le altre tragedie 



(i) Dindorfii, Poet. Scaen. Graec, Parisiis, 1S69, pag. 129; 
Wagner, op. cit., 6go seg. 

(2) Rimane un s-A verso. Ved. D i n d o r f , op. cit., p. i3i. 

(3j Restano 8 frammenti che formano 11 versi, dai quali appare 
Torgoglio e la fierezza forse del protagonista. Il verso ipsus se 
in terram saucius fligit cadetis pare accenni alTuccisione di Egisto. 
R i b b., op. cit. I, 2. 



— 83 — 

(meno VEquos troianos) richiamano in generale drammi 
greci, che, se non interi, esistono in frammenti, ma è im- 
possibile potere stabilire quali fossero stati i veri modelli (i). 
Delle commedie tre soli titoli ci sono giunti con tre fram- 
menti di un verso ciascuno. Il Gladiolus corrisponde al- 
l' 'EYXeipibiov di Menandro, Filemone e Difilo, dei quali 
però i pochi frammenti non contengono l'originale del solo 
verso che abbiamo del nostro : Ptilicesve an cimices an 
pedes? Résponde mihi, È molto probabile che queste parole 
fossero state rivolte ad un soldato millantatore che si glo- 
riasse d'aver fatto strage d'infinità di nemici (2)-, e certo le 
bravate non dovevano essere inferiori a quelle del Miles 
gloriosus, di Plauto, sciocco e vanitoso, a cui si schiaffa- 
vano sul muso le più esagerate spacconate, che credeva da 
gonzo, e gonfiava anche da parte sua. Sicché lo smargiasso 
non passa direttamente dalla commedia greca alla commedia 
di Plauto, ma prima acquista un po' del Romano presso 
Livio Andronico, e poi compie la sua trasformazione com- 
pleta col poeta di Sarsina (3). Del Ludius abbiamo solo un 



(i) \JAiax Masti gophorus può essere stato tradotto da Sofocle, da 
cui sono descritte le furie delTeroe Telamonio. Si ha memoria però 
deirATu^ ^aivójLicvo^ di Astidamante e dell'Atac; di Tcodcttc; si può cre- 
dere forse che Livio avesse preso qualche cosa anche dal primo. 
V. Wagner, op. cit., 68, ii5. U Andromeda^ di cui si ha un sol 
verso, potè essere tratta o da Sofocle o da Euripide; però a nessuno 
dei frammenti che avanzano si può confrontare il verso che abbiamo 
del nostro. Ved. Dindorff, op. cit.; Sofocle, 126; Eurip.,97. 
Si ha notizia anche di una tragedia del medesimo soggetto di 
Licofrone e Frinico, Wagner, 10, i52. L*/wo dovette eis- 
sere senza dubbio tratta dair Mvib di Euripide, ma di questo non 
ci resta l'inno a Diana, se no si potrebbe afìbrmare con assoluta cer- 
tezza. Il Tercus si riscontra con due tragedie di Carcino e di Fi- 
locle. Ved. Wagner, 86, 64. 

(2) Ved. Ribb., Cow./r., p. 3. 

(3) Cfr. A. Pel le g., Del carattere della commedia di Plauto e di 
due suoi personaggi curiosi, negli Aiti deW Ateneo di Bergamo, 1875. 
pag. 56. 



- 84- 

emistichìo. Sono titoli simili i fóriTe? dì Aristomenc (i), ed 
il TTXdvo^ di Anfìde (2), quelli appartenenti alla commedia 
antica di Atene, questo alla media. 

Per il Verpiis si ha il ricordo, ed un frammento di tre 
versi d'una commedia di Xenarco, intitolata TTpiaTroc della 
commedia di mezzo, dalla quale potè essere tradotto. 

Nell'assieme troviamo in Livio un semplice traduttore o 
imitatore senza genio, ma non interamente schiavo del testo; 
anzi qualche volta se ne scosta troppo, come n^WOdissea, 
e non rende a precisione il pensiero greco ; quanto alla 
forma poi si studia che sia per quanto può romana, e ci 
riesce in buona parte, cadendo un po' nel troppo rude. 

C. Nevio non era d'origine greca, quindi meno di Livio 
Andronico doveva essere trascinato dall'ellenismo, e questo 
noi troveremo nelle sue commedie, al qual genere si diede 
con un po' di genialità, tanto da restar superiore al suo 
predecessore per maggior libertà nelle traduzioni e compo- 
sizioni semioriginali, per venustà ed eleganza e per quella 
latinità semplice e pura e incorrotta, per la quale lo am- 
mirava nell'epoca classica chi la pretendeva a purista fra 
gli scrittori romani (3). 

Con tutto questo chi nel principio del sesto secolo dì 
Roma avesse voluto tentare Tepopea, non poteva tenete) 
esente dall'imitazione greca, essendosi da qualche tempo 
abbandonate le tradizioni na/.ionali dei carmi in lode degli 
antenati, e dal momento che unico testo nelle scuole era 
uno dei capolavori omerici, il cui studio era inculcato col 
bastone (4). 



(i) Esistono sei scarsissimi frammenti. Vcd. Poet. Com. Graec./r,^ 
Meineke e B o t h e, Parisiis. i835, p. 277. 

(2) Un frammento di tredici versi, uno di un solo. Ved. Meineke 
e Bo t h e, p. i^^. 

(3; Ci e, De Orat., Ili, |5. 

(41 H o r., /:/»., II, 1, 70 seg. 



— 85 — 

Del Bellum pimicum di Nevio si hanno 5c) frammenti, 
<lei quali alcuni di un'unica parola, altri consistono solo 
in citazioni dei grammatici con parole proprie. Il maggior 
numero dei versi si hanno dei primi due libri, in cui si 
narra la venuta di Enea in Italia e l'origine di Roma e di 
Cartagine. È chiaro che Nevio pretende di continuare l'o- 
pera degli Omeridi, cominciando dalla caduta di Troia e 
dalla partenza di Enea ed Ànchise dalla patria (i). La 
leggenda intorno all'origine di Enea e alla sua venuta in 
Italia è notoriamente d'origine greca, come greca è nella 
più parte la mitologia di Nevio. Le Muse sono 

« Novém Jovis concórdes | filiae soróres » (2). 

Ed il vecchio saggio Anchise parla orando al 

« summi 

deùm regis fratrém, Neptùnum régnatórem 
marum » (3). 

E evidente che il poema cominciava con l'invocazione 
alle Muse, come usavano i Greci, se non che l'autore sì 
volge a tutte, come fa poi Ennio. Omero le invoca al sin- 
golare, molto probabilmente rivolgendosi a Calliope, la prima 
delle Muse, che valeva per tutte; o anche usando il singo- 
lare per il plurale. 

Un'altra reminiscenza greca per la mitologia si trova negli 
ultimi due frammenti del secondo libro, nei quali, descri- 



(1) Anchise, fatti i dovuti sacrifìzì ai Penali, parte col figlio da Troia 
e con loro escono le mogli : 

€ I càpitibùs opériis 

fìentés ambaé, abeùntes | lacrimis cum multis >. 

ed anche molti altri eroi Troiani. Cfr. B., 43-44, 3, 4, 5. 

(2) Vcd. B., op. cit., 43, I. 
(3)/6.,45, 12. 



- Be- 
vendo forse le schiere romane, si fa procedere insieme 
Proserpina e Apollo: 

« Prima incédit (^creris | Prosérpinà pouer 
Deindé polléns sagittis | inclutùs arquitenens 
Sanctus love prognatus, | Putius Apòllo » (i). 

Già da un pezzo Roma si doveva trovare in relazione 
religiosa colla Grecia e specialmente colPoracolo di Delfo (2), 
ma è questo il più antico documento scritto, in cui si parli 
di Apollo Putius inclutiis arquitenens polléns sagUtis, 
quale è nel mondo religioso della Grecia; così Pautore 
chiama anche la sorella di Apollo nelle Satire : 



« 



pollcns sagittis | arquitenens Deàna » (3). 



Macrobio dice (4) che la tempesta descritta nel principio 
deW Eneide di Virgilio (5) è tolta per intero dal libro primo 
del poema di Nevio, nel quale Venere, vedendo i Troiani 
in preda ad una furiosa tempesta, si lagna con Giove, il 
quale consola la figlia col predirle la futura grandezza dei 
discendenti di Enea. Ma se il poeta Mantovano attìnse al 
libro di Nevio, questi aveva attinto alla sua volta alla fonte 
inesauribile dei poemi omerici. Nel primo déiVOJissea un 
sol nume irato contende ad Ulisse il ritorno in Itaca, come 
Giunone ad Enea l'arrivo in Italia; ma era giunto il tempo 
in cui era fissato il ritorno del Lacrziade, e gli Dei sperano 
riuniti a parlamento. Minerva allora si lagna perchè Ulisse 



(1) B., 47, 3i, 32. 

2) Tarquinio il Superbo, presa la ciuù di Suessa Pometia^ mandò 
magnifici doni ad Apollo in Delfo quasi ad espiazione della preda. 
Cfr. Ci e, De Rcp., Il, 24, 45, e più tardi per interrogar l'oracolo 
sui servigi apparsi nella Regia mandò i suoi figliuoli per terre ignote, 
per mari ancora più ignoti a quell'oracolo. Cfr. L. 1, 56. 

(?/ B., 5i,6i. 

(4, VI, 2, 3i, in Baehr., ,3, i3. — (5) I, 83, 147. 



- 87 - 

òr|8à q)iXu)v Stto TTruuaia Trdaxei 
vri<Juj èv <i|Lxq)ipÙTr), ó9i t òuq)a\ó^ éaii CaXdaari^ (i), 

dove : 

"AtXqvto? 0uTàTìiP òXoóq)povo^ 



ÒUCJTTIVOV ÒÒUpÓ)Ì€VOV KaT€pUK€l, 

dei òè jLiaXaKoTai Kai ai)LXuXioi(Ti XÓTOicTiv 
9éXT€i, 6ttui? l9dKr|^ èiTiXr|(T€Tai (2). 

E qui Giove a consolar la figlia e a dire come egli non 
può dimenticare Ulisse: 

8? iT€pl fièv vóov éail Ppoidiv, Tiepl b*épà Geoiaiv 
àOavdiOKTiv Iòiwk€ (3). 

Enea non aveva sacrificato vittime opime a Giove, ma 
era pio. Questa scena è ripetuta, in parte cogli stessi versi, 
nel libro quinto. Minerva si lagna perchè ancora Ulisse e 
ritenuto da Calipso, e TOlimpio adunator dei nembi la con- 
forta annunziandole la vendetta che Ulisse farà dei Proci. 

Così per mezzo del poema di Virgilio noi possiamo de- 
durre un punto di contatto fra il poema di Nevio e VOdissea. 

Il frammento, che nell'edizione del Baehrens è segnato col 
numero 20, e consta di tre versi, accenna ad una descrizione 
forse delle porte del tempio di Cuma, che abbiamo com- 
pleta nel sesto del poema Virgiliano. Pare vi fosse istoriata 
la lotta dei Giganti con Giove : 

« Inerànt signà expréssa | quo modo Titànes 
bicórporés Gigànies | màgniqué Atlàntcs, 
Runcùs atqué porpóreus | filii Térras ». 



(i) a, 49-5o. — (2) a, 52 e poi 55 segg. — (3) a, t)6 seg. 



- 88 - 

Non possiamo sapere con certezza se Virgilio abbia preso 
altro dal primo libro del poema di Nevio; questo è certo, 
però che dai frammenti 21 e 22 (1) appare che Enea dovette 
andare dalla Sibilla (2), dalla quale seppe il suo avvenire, 
sicché l'animo suo divenne tranquillo. 

In un frammento di un verso e mezzo del secondo libro 
ad Enea si domanda, probabilmente dal re Latino, in che 
modo abbia abbandonato Troia (3), e forse lo si invita a 
raccontare qualcosa del suo viaggio fino alla costa d^Italia. 
E ciò tanto più è credibile in quanto che concorda con la 
narrazione di Livio. Egli racconta che, sbarcato Enea coi 
suoi nel Lazio, e venuto ad un abboccamento col re Latino 
alla presenza dei due eserciti, questi domandasse: Qui mar- 
tales essent, linde, aut quo casti profecti domo, quidve 
qiiaerentes in agrum Laurentum i^enissent; e dopo aver 
udito multitiidinem Troianos esse, ducem Aeneam, filium 
Anchisae et Veneris, cremata patria et domo profugos 

sedem condendaeqiie urbis locum quaerere (4) data la 

destra giurasse loro amicizia per Tavvenire. E facile dedurre 
dunque che Enea rispondesse narrando qualche cosa delle 
sue avventure. Or tutto questo richiama alla memoria la 
fine dell'ottavo libro e dei tre seguenti ddV Odissea, in cui 
il re dei Traci invita Ulisse a dire chi fosse e di qual terra 
e qual gente : 

€iit' 6vo^*, òtti ae kciBi KàXeov )ir|TTip t€ TtaTi^p t€ (5), 
elirè ò^ ^01 fdxàyf t€ Tcfjv bfìfióv t€ ttóXiv t€ (6), 

e più sotto soggiunge: 



(i) € et ve flit in méntem ' hóminum fortuna s 

iamque éins mentém fortuna \fecerat quietam 

(2) B., 46, iQ. — (3) B., 46,24. - (4) L. 1, cap. 1. — (5) 6, 55o. 
— (6) e 553. 



— 89 - 

fiXX* &fe \xox TÓÒe elirè xaì àrpcKéiw? KaiàXcHov, 
fiiTTn] àTTCTiXàTxOn? t€ KQi &<; Twaq keo xiwpoi<S 
àvOpuiiTUDV, auTou^ T€ TTÓXió^ t' èuvai€TOujaa^, 
lÌMèv òaox xaXeTToi t€ Kal fiTPioi oùòè òiKaioi, 
ot T€ qpiXóEeivoi kqi acpxv vóog ècTii Geouòri^ (i). 

Da queste poche osservazioni appare che i primi due libri 
del poema dovettero essere condotti sulla falsa riga della 
Odissea. Degli altri son pochi e brevissimi i frammenti e 
le notizie, ma pare che Fautore dovette essere un po' più 
originale ; del resto il soggetto era tutto romano. 

Ho accennato che Nevio non diede grande opera alle 
tragedie; è noto però che quelle di cui sì ha notizia non 
sono fedeli traduzioni dal greco, ma riproduzioni con certa 
libertà, innestandovi in buona parte lo spirito nazionale (2), 
o componimenti tratti da vari poemi di diverso titolo, e di 
soggetti affini, dai quali Fautore sceglieva ciò che abbiso- 
gnava alla sua favola. Così alla Danae corrisponde il 
dramma omonimo di Sofocle e di Euripide; però il Ribbeck 
trova qualche relazione tra il quinto frammento del nostro: 

« amnis niveo fonte lavere me memini manum » 

e due versi delFAcrisio di Sofocle stesso, donde si rileva 
che una donna, forse Danae, aveva narrato un sogno : 

6dp(J€i, Twvm, là TioXXà tuiv òeivdiv, 6vap 
nveùaavta vuktò^, ^M^poi^ naXdaaciai (3). 

Sicché risulterebbe che Nevio avesse attinto anche a questa 



(i) e 572 seg. 

(2) A questo genere appartiene VHector proficiscens^ che il Weleker 
congettura fosse imitato dair *'Ektujp di Astidamante; forse anche 1*^4^- 
dromaca che il Bothe ed il Mein. attribuiscono a Nevio. Ved. Ribb., 
voi. II, p. 6. 

(3) Ved. Di ndo r f, op. cit., i23, 63. 



- 90 — 

tragedia. Né la congettura manca di fondamento, che Par- 
gomento dcWAcrisio era Danae mandata in esilio con Perseo, 
il frutto della colpa, e questo stesso io credo abbia svolto 
Nevio. Le parole dell'ottavo frammento : 

« indigne exigor patria innocens » 

poterono essere pronunciate da Danae creduta volontaria- 
mente colpevole, ed il verso del frammento VII accenne- 
rebbe alla inesorabile sentenza di Acrisio, cioè che entrambi, 
Danae e il figlio, scontassero la pena ciascuno per la parte sua. 

Nessuna tragedia greca porta il titolo di quella di Nevio 
intitolata Equos trotauos. 

Noi non sappiamo se veramente questo soggetto non fosse 
stato trattato dai Greci, ma in ogni modo l'argomento non 
può essere, come è evidente, romano, ed è tratto dai libri IV 
e Vili dtWOdissea (i), anzi il solo verso che resta risent.< 
dell'orgogliose minacce che si fanno ntWIliaJe gli eroi gre 
e troiani fidando nel loro valore e nell'aiuto degli Dei. 

L'Esiofui è quella sulla quale troviamo maggiore oscurit 
Nessun accenno di un simile argomento si ha nel teati 
greco, né alcuna luce può fare il solo frammento che res 

« Ne mihi gerere morem videar lingua, verum lingula » ( 

11 soggetto però è tratto dalla mitologia greca, ed è acce 
nato da Ovidio (3); più di questo non c'è dato sapere. 

^Ifigenia è senza dubbio una contaminazione delle dii' 
Ifigenie di Euripide, quantunque anche Eschilo e Sofocf 
avessero trattato lo stesso argomento, e più tardi anche 
Ivida. Il verso unico che abbiamo: 

« Passo velod vicinum, Aquilo, med in portum fer foras» 



(i) vv. 487-520. — (2) Ribb., voi. I, 0, 18. —(3) A/.. XI, 211 seg. 



- 91 - 

ci fa supporre che qualcuno, con molta probabilità Ifigenia, 
fuggendo, forse con Oreste e Pilade, dai Tauri, pregasse il 
vento Borea a volerla condurre a gonfie vele da quel lido 
al più vicino porto della Grecia, donde tornare in patria (i); 
né si può fare altra congettura intorno al punto di partenza, 
come osserva il Ribbeck; che se si volesse intendere di 
Agamennone, che da Aulide partisse alla volta di Troia, 
TAquilone sarebbe contrario, e nessuno invoca il vento a 
prora. Quanto ai lavori di Eschilo, Sofocle e Polyida, ri- 
mangono, a mio credere, estranei a questa tragedia (2). 

Resta delle tragedie quella intitolata Lycurgus. Qui con 
tutta certezza possiamo affermare che il protagonista è Li- 
curgo il satiro, figlio di Driante, re della Tracia, e l'argo- 
mento la favola che creò Tantichità intorno a quel re: ba- 
stano a provarlo i seguenti versi : 

« Liberi (sunt): quàque incedunt, ómnis aruas ópterunt (3) 

Proinde hùc Drjante régem prognatùm patre, 

Lycùrgum cette! » (4). 

« Pergite 

TTyrsigerae Bacchae, Bàcchico cum schémate (5). 

^é ille mei feri fngeni (iram) atque ànimi acrem acrimó- 

[niam (6) 

Cave sis tuam conténdas iram cóntra cum ira Liberi ». 

(ib.,39). 



(i) Cfr. Eur, Mqpiy. T., 1289 seg.; R i b b., op. cit., p. xi, v. 19. 

(2) Mi piace notare che tranne V 'HX^KTpa e le 'Ixéribcc;, che Euripide 
lia comuni l*una con Eschilo, Taltra con Sofocle, e che si hanno in- 
tere, tutte le altre di questi due ultimi (Sofocle ed Eschilo), il cui 
soggetto fu anche trattato da Euripide, andarono perdute. S'intende 
che gli antichi, presi d'entusiasmo pei poemi di questo, trascurarono 
quelli degli altri d'uguale argomento, per questo non vinsero le dif- 
ficoltà del tempo, e di essi rimasero scarsi frammenti. 

(3) Ribb., I, 9, 22. — (4) Ribb., I, i3, 49 seg. — (5) Ib., 1, 
u, 34 seg. — (6) /ò., I, II, 38. 



- 92 — 

Quest'ultimo verso potrebbe essere una risposta al prece- 
dente, in cui Licurgo bravamente esalta Tira sua e Vacrem 
acvimonìam animi ricordata da Virgilio nel libro III del- 
V Eneide, parlando della Tracia, che chiama terra di Marte: 

« acri quondam regnata Lycurgo » (i). 

Gli originali greci sono le BàKxai di Euripide e la tetra- 
logia di Eschilo, che gli antichi chiamavano AuKouprcia, 
composta delle tragedie 'HbwvoC, BdacTopai, NeavtcTKot, Au- 

KOOpTO^ (2). 

Per le BdKxai di Euripide pare non ci sia alcun dubbio, 
e ne abbiamo un indizio sicuro nel frammento segnato dal 
Ribbeck col numero XIX (3): 

« Sfne terrore pécua ut ad mortém meant », 

il quale corrisponde, quanto al senso, ai versi 436 e 437" 
di quella tragedia greca : 

'0 efip b* 6b' fì^Tv TTpao^ 

àXX* fbU)K€V OUK &KWV X^P^^* 

Per la tetralogia di Eschilo non si può affermare cot^ 
certezza, ma se Fautore del Lycurgus avesse seguito solo 
Euripide, dovremmo trovare un qualche riscontro anche fr^ 
gli altri frammenti che ci restano e le BàKxai; e poiché c\c 
è contradetto dal fatto, dobbiamo ritenere che Nevio molte 
aggiungesse del suo, lavorando colla guida del dramma 
greco. 



(1) Aen,^ 111, 14. 

(2) C'è chi vuole che Eschilo non avesse scritto drammi dal titolc 
AuKoOpyOi;» e dice che gli amichi chiamavano AuKoùpyeia la trilogia 
composta delle tre tragedie sopranominate: 'Hbuivoi, Bdaoapai, Nca' 
vCaKOi. 

(3) Op. cil., 12, v. 47. 



- 93- 

Infatti considerando l'indole naturalmente satirica del po- 
polo romano, e come le orgie Bacchiche avevano preso tali 
proporzioni nella città, fino al punto di provocare nel 369 
il senatoconsulto de Bacchanalibus allo scopo di proibirle, 
nasce da sé la congettura che in questo dramma l'autore 
abbia avuto occasione di dare maggiore spicco all'elemento 
nazionale, ch'era in gran parte lo scopo dei suoi lavori. 

Ma dove Nevio potè poetare più liberamente, scostandosi 
non poco dai modelli greci e dando la preferenza agli usi 
ed alla vita romana, fu nelle commedie. Quantunque il po- 
polo romano avesse avuto, anche prima della secolare lotta 
con Cartagine, guerre importanti ed eroi degni d'epopea, 
pure, siccome la tragedia greca era sorta quasi per intero 
dalle favole del ciclo troiano, che non avevano alcun ri- 
scontro col mondo religioso dei popoli occidentali, più seri 
e di men fervida fantasia, la mitologia vi aveva la più gran 
parte, essendo i personaggi Dei e Semidei, e Roma non po- 
teva che tradurre fedelmente, o al più usare la contamina- 
zione. La tragedia in Grecia sapeva troppo del luogo, era 
troppo nazionale, era tutto intero il risultato della coscienza 
del popolo greco, perchè potesse venir trapiantala e, quel 
ch'è più, adattata ad altre nazioni. Ma la commedia non 
era così. C'era stato bensì in Atene un teatro comico tutto 
nazionale, che aveva avuto il suo grande rappresentante nel 
genio di Aristofane, ma dopo incominciò a divenire più 
umano ed universale, finché si venne ad una commedia 
fatta da uomini che avevano osservato la natura e che sa- 
pevano dipingerla, da grandi moralisti e grandi poeti. La 
poesia della nuova commedia ateniese era la ragione ornata, 
l'esperienza ed il buon senso rivestiti d'una forma popolare; 
difettava forse un poco d'entusiasmo e fantasia (i), ma vi 

(i) In generale era questo il tema drammatico nella più parte delle 
commedie di Menandro. Una fanciulla abbandonala o rubata ai gè- 



- 94- 

si trova la più schietta verità, profondi sentimenti e un che 
di patetico temperato. Tutto questo è umano, e gli uomini 
son sempre uomini dovunque vivano. Dunque questo genere 
di poesia poteva bene trapiantarsi altrove non solo, ma 
anche rivestirsi di forme e concetti nuovi ed acquistar fino 
la cittadinanza presso altri popoli. A questo punto la ri- 
dusse Nevio in Roma, animato com'era d'un vivo senti- 
mento nazionale, fino a sfidare i pericoli dell'odio dei grandi 
patrizi. Delle 32 commedie che il Ribbeck registra, circa. 
12 hanno titolo prettamente romano, che non trova alcun 
riscontro con drammi greci, e quel che ci resta si riferisca 
ad istituzioni locali (i). Nei sette frammenti deW Agitatori^ 
si parla di schiavi, che sono molto probabilmente di ui 
mercante, c'è chi vuol comprarli, ma non può pel mo 
mento e prega il padrone a tenerli ancora: questi acconsenta 
in parte : 

« Age, ne tibi med àdvorsari dicas, hunc unum diem 

De meo securós sinam ego illos èsse póstea 

Cùrrenteis ego fllos vendam, nisi tu... viceris » (2). 

Si allude evidentemente alla vendita degli schiavi come qv^ 



nitori, un giovane che s'innamora d*una straniera e che rifiuta 1^ 
sposa, che gli s*ò preparata, un riconoscimento che fa scoprire nell^ 
pretesa straniera una giovane ateniese di buoni natali, un matrimonio 
infine che accomoda tutto e che rende in generale conlenti tutti* 
Inoltre un padre avaro e duro tiranno della famiglia, o un padr^^ 
debole che concede tutto; la madre saggia o vanitosa, altiera, che 
rimprovera spesso che non è stata presa senza dote; il figlio di fa- 
miglia dissipatore, leggiero, ma in fondo buono, amante deironore 
e capace di sinceri allctti; e poi uno schiavo che aiuta il figlio a 
sciupare i beni paterni, il parassito, il soldato millantatore, che rac- 
conta le sue favolose campagne, il mercante di schiavi ed il ruffiano, 
due personaggi senza fede, senza probità né vergogna. Ved. P i e r r o n, 
Hist. de la Hit. gr.^ Paris, 1889. 

(1) R ibb., p. 5, 24. 

(2) Ribb., ó, 5. 



Uua presso i Romani, e Tautore coglie Toccasione per ma- 
nifestare le sue idee sul pregio della libertà : 

^ ego scmper pluris feci 

Potióremque habui libertatem multo quam pecùniam » (i). 

Nobile sentimento che ci ricorda la vera indole del popolo 

romano nel periowlo della sua virilità, quando colPimpero 

del mondo non s'era ancora appropriato dei vizi più turpi 

delle vinte nazioni, quando si preferiva una morte gloriosa 

ad una vergognosa ritirata, e si poteva scrivere delle milizie 

romane col nostro Nevio: 

« seséque vei perfre | màvolùnt ibidem 

quam cùm stuprò redfre | ad suós popularis » (2). 

l>i^\V Appella si parla di certa erba che fa lagrimare gli 
occhi a chi la mangia, cosa che non fa pensare in nessun 
modo a cuhura greca. 

VJAriolus, quantunque parrebbe a prima vista che do- 
vesse avere qualche rapporto coir 'AfupTn? di Filemone, col 
MTiTpoYupTTi^ di Antifane, col Aeiaiòoi^wv di Menandro, 
ed ì MdvT6i^ di Alesside, pure nei frammenti non ci offre 
alcun rapporto sicuro -, si parla di superstiziosi che si 
fanno astergere da donne e purificare con solfo, e poi con 
acqua per liberarsi di mali che non hanno, o che pregano 
sii Dei che non venga loro alcun male, perchè s'è rotto il 
wccio della scarpa destra; o anche delle superstizioni dei 
Siri quando mangiano pesci (3). Altrove ridendo della natura 
Ufliana si nota la differenza tra l'uomo e gli altri animali, 
^"C consìste solo nell'andar questi proni, quello diritto (4); 

f'^ ^^.> P. 7. 

^^) -©e/. Pun, Vedi in Baehrens, p. 48, 39. 

1^) Fr, di Menandro, M e i n. e B o i h e, p. 12. 

f^> ^r, di FU,, id., p. 107. 



— ce- 
ne! frammenio di Antifane una giovane unge con gii un- 
guenti della Dea i piedi ed i ginocchi di qualcuno, che do- 
veva essere ammalato^ e tosto quello saha in piedi (i); di 
Alesside poi non abbiamo che una tirata d'un marito contro 
le donne (2). 

Nei due frammenti ddVAriolo però sono ospiti che si 
ricevono, a cui bisogna dar cibi secondo che conviene a 
ciascuno : 

« Altris inanem uóluulam madidàm dari 
Altris nuces in proclivi profùndier »> 

^R i b b., pag. 9, vv. 23-24). 

Del resto lo scrittore di Roma non aveva bisogno d'uscir^ 
dalla sua città per trovar materia d'un dramma contro I ^ 
superstizioni. Il cittadino romano con quella profonda ve ^ 
nerazione per gli Dei, con quella cieca credenza nell'imperi 
dei celesti sulla terra, divinizzando tutte le forze arcana 
della natura, creava un nume in ogni angolo del cielo e^ 
della terra, che vigilava i suoi passi, le sue azioni, i suoi 
pensieri, e lo teneva avvinto con istrettissime catene (3). 

Già era cominciato a penetrare in Roma un po' di scet- 
ticismo religioso, che doveva produrre ben presto il poema 
della natura, col quale il poeta, seguendo il grande Genio 
^reco, doveva far guerra a Giove e agli Dei tutti con suc- 
cesso molto più lieto di quello che ebbero gli antichi figli- 
uoli della terra (4). Era naturale e spontaneo dunque in 
Roma VAì^ioliis, e per me doveva essere dramma intera- 
mente nazionale. 

La Coronaria pel titolo corrisponde alle ZTCcpavoTTiiXiòcq 



-i) M e i n., Bothe, op. cit., 3^2. 

(2) Ib., p. .^50. 

i3j Cfr. Lucr,, De rerum natura, I, 02 seg.; 102 seg. 

(.{, ìb.y VV. 75 seg. 



— 97- 

di Eubuli, ma nei frammenti di quest'ultimo troviamo 
qualche accenno a corona ; nel nostro nulla, si parla bensì 
d'amore, d'un rivale, non però di venditrici di corone (i). 

In molte altre commedie è evidente l'imitazione greca ; 
non sappiamo'però affermare se siano vere traduzioni o imi- 
tazioni liberissime. 

Nel Colax abbiamo il parassita ed il miles gloriosus, il 
quale pretende le decime dovute ad Ercole : 

« Qui décumas partes ? quantum mi alieni fuit, 
Pollùxi tibi iam pubblicando epulo Hérculis 
Decumàs » (2). 

Qualche verso si confronta anche con Aristofane: 

« et volo 

Et véreor et facere in prolubio est » 

TToBeT ^èv, èxOaipei bè, PouXeiai b' ?X€iv (3). 

Non oso né posso affermare che Nevio si fosse proposto 
di imitare questo poeta^ però se la sua poesia non è affatto 
d'una immaginazione petulante, che tocchi tutto, che prenda 
giuoco di tutti gli Dei e di ogni classe di uomini; aveva 
egli dato prova d'indipendenza di spirito e coraggio nel 
mordere qualche cittadino romano. Basta leggere i seguenti 
versi, riportati da Gelilo, scritti contro uno degli Scipioni : 



(1) Ribb., p. 12 t t3: 

nòlo ego 

Hanc àdeo efflictim amare: diu vivàt volo, 
Ut mfhi prodesse póssit. 

Rwàiis, salve, quid 'salve*? [ attar dttatae! 
[Quid istùd vero 'atatae' te àdvertisti tàm cito? 
(a) R i b b e k, 11; cfr. Pellegrini, Del carattere delle Comm. 
di Pi'f negli Atti delV Ateneo di Bergamo^ anno 1, disp. prima, 1875. 
(3) Ib., la; Arist., Bdrpaxoi, v. 1425. 

Svista di filologia eec, XX. 7 



— 58 — 

a Etiàm qui res magnàs manu saepe géssit glorióse, 
Cuius fàcta viva nùnc vigent, qui apud géntes solus praestat, 
Tum suùs pater cum pàllio ab amica abduxit uno » (i), 

o Taltro contro i Metelli : 

« Fatò Metélli Rómae | cónsulés fiunt » (2). 

La Tarentilla ci presenta scene tutte proprie della com- 
media nuova degli Ateniesi. Due giovani in Taranto, fuori 
della loro patria, dissipano i beni del padre, e vengono da 
questo scoperti. Uno di essi si trova essere amante di una 
giovane a nome Tarentilla, che dà il nome alla commedia; 
si riconciliano coi genitori a condizione che tornino in patria^ 
e s'allontanino dal vizio (3). 

C'è una vivissima descrizione delle lascivie delPamica, ch^ 
tien bordone contemporaneamente a parecchi amanti d'oc- — 
casione : 

c( Quàse in choro ludéns datatim dàt se et communém facit ::^ 
Alii adnutat, àlii adnictat, alium amat, aliùm tenet, 
Alibi manus est occupata, àlii percellit pedem, 
Anulum dat àlii* spectandum, a labris alium inuocat, 
Cum alio cantat, àt tamen alii suo dat digito Iftteras » (4) ^ 



(i) VII, 8, 5 ; cfr. anche questi versi diretti forse ai potenti d 
Roma : 

« Cedo qui vestram rem pùblicam tantam àmfsistis tam cito? » 
« Provénìebant oràtores novi stuiii adulescéntuli >. 

Ved. Baehrens, p. 52, w. 65-66. 

(2) B., 52, 63. 

(3) R., p. 19. Il Ribbeck richiama la comm. di Alesside intitola 
TopcvTlvoi, ma pare che non abbia alcuna relazione colla Tarentilla 
perchè vi si parla dei Pitagorici che sono sobri nel mangiare, e s 
astengono di vari cibi. Vedi Meineke, op. cit., 565. 

(4) R., 19» io. 



Anche nel Triphallus abbiamo Timmagine del figlio dis- 
sipatore, che prende denari ad usura per coltivare i suoi 
amori disonesti, ed il padre avaro che, dolente per Io sper- 
pero dei suoi beni più che per la corruzione del figlio, gli 
minaccia la forca: 

« Si cùmquam quicquam filium resciuero 
Argénium amoris causa sumpse mùtuum 
Extémpulo ilio té ducam, ubi non déspuas » (i). 

Del resto le reminiscenze greche si riducono solo al titolo 
dei drammi, che dai frammenti scarsissimi nulla si può de- 
durre. 

Riepilogando dunque, con Livio, e più con Nevio, la poesia 

latina scossa fortemente dall'urto ricevuto dalla poesia greca 

ha deviato bensì dal suo corso naturale e spontaneo, ma 

presenta ancora un certo carattere nazionale. NelPepica Tin- 

lonazione, la mitologia, l'ordine è greco, ma si conserva 

ancora il verso dell'antica poesia sacra, delle incantazioni 

popolari, delle cantilene delle nutrici, dei vaticini e delle 

iscrizioni dei sepolcri degli Scipioni ; la lingua è un po' rozza, 

ma prettamente romana, ed in Nevio schietta e semplice 

senza ombra d'affettazione o imitazione (2), se togli qualche 

\ocabolo ricevuto dal greco per necessità di fatto -, lo stile 

k grave come l'indole del popolo bellicoso, e qualche volta 

impacciato. I drammi cominciano colle traduzioni più o 

meno fedeli di Livio, per allontanarsi a poco a poco dagli 

originali e venire con Nevio alla contaminazione, e poi alla 

commedia quasi interamente nazionale, alla quale tendenza 

si deve la stima che ne fece il popolo romano di poi, fino 



(i) Ib., 23. Veramente queste parole possono essere dirette al servo, 
'^l quale ha dovuto prestar mano al figlio del Padrone nello sciupare 
e cercar danaro ad usura. Cfr. Plauto, Gli Spiriti y atto 3: Tranione. 

(2) Ci e, De Or., Ili, 12, ^S. 



..V f 



— 100 — 

ad eccitare le gelosie dd Orazio (i). Ma la smania di gre- 
cizzare ed il fascino, che esercitava in Roma allora TElle- 
nismo, era tale da non permettere alla poesia, come a tiKttk 
la letteratura, un indirizzo nazionale, e malgrado gli sforzi 
straordinari d'un partito conservatore, la cui intolleranza 
toccò gli estremi (2), la cultura ellenica penetrò rapidamente 
in Roma (3) ed ebbe seguaci in gran numero. 

Ennio, com'era l'ingegno più grande del tempo, diresse 
il partito ellenizzante, e, quantunque si vantasse della citta- 
dinanza romana acquistata per mezzo dei suoi meriti sin- 
golari : 

(( Nos sumus Romani qui fuvimus ante Rudini » (4), 

tanto da potersi dedurre che una tendenza all'elemento na- 
zionale dovesse averla, in tutte le sue opere si osserva un 
grande studio della civiltà greca ed un forte desiderio^ per 
nulla dissimulato, di emulare con Omero. E quando, dietra 
l'esempio dei poemi omerici, si accinse a cantare nei suol 



(1) £>., II, I, 53: 

« Naevius in manibus non est et mentibus haeret > 
« Poene recens? >. 

(2) È nota l'ostinata avversione di Catone per TEHenismo. Nel- 
Tanno 599 a. u. e. giunse fino a cacciare da Roma i tre fìiosofì Dio- 
gene, Cameade, Critolao mandati dagli Ateniesi al Senato romano, 
ma la lotta esisteva anche al tempo della seconda guerra punica, come 
rileviamo da un frammento di Cornelio Nepote che si riferisce alla 
Storia di Albino : « cum eo tempore, ut narrai in historìae suae prin- 
cipio, duae quasi factiones Romae essent, quarum una Graecas artes 
atque disciplinas adamabat, altera patrìam caritatem praetexebat 

acerrime » Ved. il fr. illustrato dal prof. Cortese nella Riv. di fil. 

ed istr, class, y anno 1884, p. 396, e le sue osservazioni, nelle quali 
mette in rilievo gli sforzi del vecchio censore per arrestare Tinvasione 
delia cultura greca. 

(3) Vedi i due notissimi versi di Porcio Licino in Gelilo, XYII^ 
21, 45. 

(4) Vedi Ci e, prò Archia, 10, 22; 5r., 20, 79. 



-- 101- 

i 

annali Torigine di Roma e le prodigiose gesta da'^btnani, 
per le quali rapidamente crebbe la loro potenza^, non folo 
prese una intonazione ed un fare tutto proprio delPeptipej; 
troiana, ma ne adottò anche il metro, che introdusse egli 
per il primo in Roma, acciò fosse il solo adoperato nella 
poesia eroica e nulla mancasse perchè egli fosse detto l'Omero 
romano (i). 



• - 



(i) Questa tendenza ad essere chiamato TOmero romano apparisce 
anzitutto in Suida, il quale afferma che Ennio cantando le gesta di 
Scipione nel libro III delle Satire^ per innalzare il grand*uomo, dice 
•che solo Omero potrebbe cantare lodi degne di lui. Ed aggiunge 
che Ennio doveva ammirare grandemente il genio del poeta greco; 
egli intanto si fa dire: 

« Ennf poeta, salve, qui mortài ibus 
Versus propinas Flammeos medullitus; > 

«e nel suo epigramma che dovevasi apporre sulla sua tomba è con- 
vinto che dopo morto egli volerà per le bocche degli uomini 

volito vivos per ora hominum. 

Risulta evidente poi dal sogno che si narra di lui, nel quale, appar- 
sogli Omero, gli avrebbe detto che la sua anima era passata nel corpo 
•di lui. Cfr. B., p. 59. Questo sogno è ricordato da Cicerone nel 
Somnium Scipionis^ cap. i, dove parla della relazione che spesso è 
fra quello che pensiamo di giorno ed i sogni delia notte. Cfr. Por- 
firio ad Orazio, £/?., II, i, 5o: Ennius in principio annalium 
suorum somnio se scripsit admonitum quod secundum Pythagorae 
dognid anima Homeri in suum corpus venisse!. Due frammenti del 
nostro ricordano il sogno: 

somno Leni placidusque revinctus 

visus Homerus adesse poeta. 

6., p. 59. Un altro fr. (6t, i3): 

latos 

per populos os atque po^imata nostra cluebunt 
Clara 

ci ricorda la vanità dei poeta che fa credere sempre più al suo nobile 
desiderio. Pare a questo sogno si riferiscano anche i frammenti 7, 8, 
9, IO (Baeh r., pag. 60). Cfr. P r o p er z., Ili, 2, 1 segg.; Front., 
pag. II,; Lucrezio, 1, 116 segg. Servio ad Aeneidem^ VII ^ 
S04 e II, 173; Scoliasta di Persio in Satira, IV, 9; Ci e, AcCj 
II, 16 e 27. 



• a 



• • •. 



- 102 — 

Pi ù*'|ÌD^i'a mente di Nevio accetta il mondo mìtolc^co 
gr^co*-. indispensabile ad un ampio soggetto d'epica, come 
.«/dr/4a storia, in buona parte favolosa, dei primi cinque se* 
'còli di Roma. Anzi è noto che egli tradusse V Euhemero 
e ne abbracciò le dottrine. Invoca due volte le Muse ; nel 
principio dei primo libro, al plurale, come Nevio, tradu- 
cendo un verso di Omero: 

« Musac quae pedibus magnum pulsatis Olimpum » 

MoOcTat 'OXu^iTia buiMor' {xou0at, 

(B., 484; cfr. TT, 1 12), 

poi al singolare nel decimo libro, che narra con Tundecimo 
la guerra Macedonica, e lascia il vocabolo romano Camenae, 
ed usa la voce greca Musae. Saturno è nato dal cielo : 

« Saturno 

Quem Caelus genuit » 

(B., 63, 25 -/cfr. Eiihem., in B., p. 126, 128), 
ritalia è: 

« ...late Saturnia tellus » (ib., 26); 

ed è stato detto che la leggenda della venuta d'Enea in 
Italia e della sua origine è forestiera; anzi nella natura 
stessa dei personaggi troviamo l'imitazione greca. In Omero 
Achilie è figlio d'una Dea che Giunone stessa allevò e diede 
in moglie ad un uomo assai caro ai numi: 

oÙTàp 'AxiXX€u<; écTTi Gea^ TÓvo^, t^v èrib aÒTfj 
9p^i|ia T6 Koi àTiTTiXa Km dvòpi irópov TrapdKOtTiv 
ITcX^i, 8^ Ttepi KTÌpi 91X0^ Tév€T* àeavdxGKJiv (i); 

e presso Ennio Enea e figlio della più bella delle Dive e 
d'uomo saggio, di mente divina : 

(1) Q 59 seg. 



— 103 — 

« Doctusque Ànchìsa, Venus quem pulcherrima Dia 
diuom fata docet, diuinum ut pectus haberet ». 

Pirro è ricordato come discendente lontano di Giove, ed 
Aeacide lo chiama l'Oracolo ed Ennio stesso (i). Giove è 
« geniior Satumins maximus diuom (2), e poi pater opti- 
mas Olympius (3), diuom pater atque hominum rex (4), 
diuomque hominumque pater rex, patrem diuomque homi- 
numque (5), tutte espressioni tradotte fedelmente da Omero, 
presso il quale Giove è detto ZcO Tràiep (6), 'OXOjime )n\'z\^ia 
ZeO (7), nax^ip àvbpujv t€ Oei&v re (8), irar^ip Kpovlbn?, uiraTO^ 
KpeióvTUJV (9), Kpov{bn^ Zeu^ (io). Ennio chiama Giunone Dia 
Dearum, sancta Dearum, in chiuse d'esametri, e poi opiima 
caelicolum, saturnia magna Dearum; in Omero si ha bia 
Ocduiv anche in fin di versi, ma riferito ad altre divinità, 
come a Teti, a Dione, a Calipso; gli epiteti di Giunone 
sono diversi: XeuKwXevo^, nóivia, Pouim^, xpwcJÓGpovo^ (11). 

Gli Dei nelle epopee omeriche intervengono tra le azioni 
degli uomini e vi prendono parte ; ed or li favoriscono, or 
li avversano, a questi danno forze e coraggio, a quelli tol- 
gono ogni vigore e saggezza -, e si uniscono fra loro per la 
gloria d*un eroe o si schierano dalla parte di guerrieri ne- 
mici \ e quindi si combattono, si garriscono, si ingiuriano. 
Tutto questo fu in genere imitato da Ennio e nei frammenti 
ne troviamo segni sicuri. 

Di un dialogo fra Giove e Giunone sono avanzi certi due 
versi: 



(i) B, pag. 77, i3i; 78, i32; 85, 188. — (2) Ib., 67, 52. — (3) Ib., 
79, 141. — (4) Ib., 81, i53. — (5) Ib., 107, 357, 368. — (6) A 5o3. 

— (7) Ib., 508. — (8) Ib., 544; E 426; Q 103; A 68.— (9) a 45, 81. 

— (10) Q 241; A 166. — (il) Cfr. a 14; E 381; Q 93; A 5o; A 595, 
611, 6 35o, 38iy 484; I 85, 78. 



— 104- 

(f respondit luno Saturnia, sancta dearum: 
o genitor noster Saturnie, maxime diuom m (i), 

ed abbiamo in Servio (2) che presso Ennio inducitur lujh 
piier promittens Romanis excidium Carthaginis, come 
nel quarto libro deir///^rfe Giove dopo una lotta concede 
a Giunone la distruzione di Troia (3). Né avviene a caso 
che il padre degli Dei, nel luogo or ora citato, minaccia a 
Giunone di distruggerle qualunque città a lei cara: 

&\\o he Toi épéui, ai) V évi (ppeaì pdXXeo ctQctiv, 
óinrÓTe k€v Kal èfih \ie^ai)q ttóXiv èSaXarràSai 
Tf|v èBAiw, 89i Toi 91X01 àvépa^ èfy^fàaiSiv, 
\ir\ TI òiarpCpeiv tòv é^òyf x^^ov, àXXà m* èaaat (4); 

e nel primo libro degli Annali, com'è detto sopra, concede 
ai Romani la distruzione di Cartagine, diletta sopra ogni 
altra alla regina degli Dei (6), la quale, come ncWJliade è 
sempre avversa ai Troiani, così negli Annali di Ennio è 
adirata contro i discendenti d^Enea, quantunque finisca nella 
guerra annibalica col favorirli (6). 

Del resto ad ogni passo troviamo reminiscenze omeriche 
o greche in generale, riguardanti i costumi, gli spettacoli 
pubblici, gli usi di guerra, e poi similitudini e brevi con- 
cetti tradotti in tutto od in parte, più o meno liberamente. 

Servio commentando il verso 384, libro II delle Geor- 
giche di Virgilio, dice che Romolo, avendo edificato un 
tempio a Giove Ferctrio, fece stendere sul suolo delle pelli 



(I) B., 67, 5i, Si. 

{2) Ad Aen., 1, 20 (B., 67, 53). 

(3) 37. 38. 

(4) ^9 seg. 

(5) Cfr. V., i4eM., I, 15 seg. 

(6) Cfr. Servio ad Aen.y I, 281 in B., 88, 208. 



— 105 — 

unte, e die principio ai giuochi al cesto e alia corsa; ed 
a^iunge che ciò attesta Ennio (i), E noto intanto che sif- 
fatte gare erano proprie dei Greci, e sono descritte in varii 
luoghi dei canti omerici, come dalla Grecia fu tratta Tidea 
di una danza in armi bellicrepa sai tatto, della quale C. O. 
Moller vuole avesse parlato Ennio (2). 
Un frammento di due versi: 

« Ciclopis uenter uelut olim turserat alte 
Carnibus humanis distentus » 

ricorda, quasi colle stesse parole, la crudeltà del famoso 
Ciclope che si bandì la mensa coi compagni d'Ulisse: 

aÙTàp è7T€ì KùkXu)i|i |ì€t6Xtiv è|iTrXii(yaTo vtiòùv 
àvbpó|yi€a xpé' £bu)v (3). 

Pare che nel nostro si tratti d'un paragone di cui non c'è 
noto Paltro termine. 

Dal sesto libro doWIliade è tradotta la similitudine del 
cavallo ben nudrito, che rotti i legami salta fuori del pre- 
sepe, e corre superbo per i verdi prati ricchi di pascolo, 
squassando la lunga criniera, coperta la bocca di candida 
spuma : 

« et tum sicut equos, qui de praesepibus fartus 
uincla suis magnis animis abrumpit et inde 
fert sese campi per caerula laetaque prata 
Celso pectore, saepe iubam quassat simul altam, 
spiritus ex anima calida spumas agit albas » (4). 



(i) B., 70, 67. 

(2) B., 70, 68; cfr. Senof., Anab,^ VI, i, i3. 

(3) Od., i, V. 296. 

(4) B., io5, 346. 



._y 




9ÓTY1]. 



KubìóuFf' uv^ ^ KÓp^ ^€1. du?i bè vnnn 

^«090 i ToOva 9epa ucià t Vfdca mi vouòv Iincuiv (i^ 



II poeta romano ha trascurato il terzo verso, metà del 
qjimo e l'u-tiino però cm un po' J: libertà sono stati in- 
trecciati coa'.i altri versi in modo che invano cercheresti la 
traduzione fedele di essi, ma le iiee le trovi quasi tutte 
colleaate ad altre con cui si puct dire che abbiano relazione 
non inditTerente. Nel verso 

« spiritus ex anima calida spumas agit albas v 

troviamo 1' drXainq)! ircTtoidwq e l'immagine bellissima della 
bianca spuma che non è nelforiginale, il quale ha il xpo- 
oivurv di pia, ma del resto l'idea dell'erboso prato a coi 
corre il cavallo l'abbiamo nel terzo verso del nostro 

» fert sese campi per caerula laetaque prata ». 

Nel secondo dtìVIltjJe il poeta sul punto di enumerare 
tutte le forze militari dei Greci, meravigliato di tanto fior 
di eroi in un luogo raccolto, invita le Muse a ricordare con 
divina mente tutta foste venuta alla rovina di Troia, affer* 
mando che a lui non basterebbero dieci lingue, dieci bocche, 
instancabile voce e polmoni di ferro : 

itXt)6ùv ò' oòk &v éxdj uuOrjcTouai oòò' òvoprjvu), 
oùb* ci poi Ò€Ka ^èv xXiuaaai, Ò€Ka òè aTó^cr^' elcv, 
q)U)vf| ò' fippiiKToq, xaXK€Ov Ò€ uot fÌTop èveiì) (3). 



:i) 2 5o6 segg. — (a) B 4SS scg. 



— 107 — 

Dei quali versi i due ultimi troviamo riportati con qualche 
libertà presso Ennio: 

(c monstra 

si sibi lingua loqui speret atque ora decem sint 
immotum ferro cor sit pectusque reuinctum » (i). 

Ferito a morte dal prode Agamennone cade rumoroso il 
nobile Odio, condottiero degli Alizzoni, e risuonano Tarmi 
sovr'esso: 

òoiìmiaev bè ncaiùv, àpàfir]ae, bè tcùx^' ìtt' aùnj) (2). 

e la stessa misera fine tocca al famoso alunno di Diana, al 
figlio di Strofio Scamandrio, che cade bocconi e le armi 
gli risuonano addosso: 

fipme bè npnvri?, àpàpncre bè t€ùx€' èir' aÙTtp (3). 

È rimmagine nobile dell'eroe forte e prestante, il quale 
cade privo di forze, sicché sotto il peso del suo corpo ca- 
rico di grave armatura geme la terra. Ennio con non poca 
maestria la ritrasse anche in un solo esametro: 

a concidit, et sonitum simul insuper arma dedere » (4). 

Però doveva divenire più grandioso, da superar forse il 



(1) B., io5, 348. L'espressione passò poi con maggior fedeltà in 
Virgilio. Cfr. Georg., II, 42 seg.: 

€ Non ego cuncta meis amplecti versibus opto, 
non roihi si linguae centum sint, oraque centum, 
ferrea vox >. 

In Aen,, VI, 6i5 seg. è ripetuto il secondo verso e le due parole 
del terzo tali e quali, 
(a) E 42; cfr. A 504. 

(3) Ib., 58. 

(4) B., 99, 290; cfr. 117, 468: 

cubitis pinsibant humuro. 



- 108- 

Meonio Tate^ in Virgilio, il quale alla proprietà dell^espres» 
sione unisce una acconcia armonia: 

« collapsa ruunt immania membra 

Dat tellus gemitum et clypeum super intonat ingens 9(1). 

In un verso conservatoci da Isidoro, Or,, XIX, 2 : 

n Dum clauum rectum teneam nauemque gubernem » (2) 

è ricordato un motto greco, che si pone in bocca a qual- 
cuno, il quale con tuni i suoi sforzi e la sua buona volontà 
non possa raggiungere lo scopo ; il mono veramente con- 
sterebbe della prima pane del verso: dum clauum rectum 
teneam, che corrisponde al greco òp6àv Tf|v voiìv (3), e pare 
abbia avuto orìgine da un nocchiero, il quale stando per 
naufragare avesse orato così, rivolto a Nettuno: 

àXX* iD TToT€iòdv, TcTOi 5ti òp9àv ràv vaOv KaiabucTui (4). 

Un passo d\ina lettera di Cicerone (5) spiega chiaramente 
il significato che ebbe presso i Romani : Una navis est tam 
honorum omnium, quam quiJem nos damus operam ut 
rectam teneamus, Utinam prospero cursu I Sed quicumque 
venti erunt, ars nostra certe non aberit. Quid praestare 
aliud virtus potest? 

E per finire cogli Annali è da ricordarsi il paragone del 
vecchio, che dopo aver molto lavorato nella sua gioventù 
non senza avere raccolto onori, 



(i) Aen.f iX, 708 seg.; cfr. ib., ySi: 

fit sonus, ingenti concussa est pendere tellus. 

(2) B., 104, 334. 

(3) Ci e, Ad Q.fr,, I, 2, i3. 

(4) Cfr. A r i s t ì d e s in Rhodiaca. 

(5) Ad Diversosy XII, 25, a in fine. Cfr. Te Ics presso Sto beo 
e Sene e, Ep., 85. 



- 109- 

« Ut fortis equos spatio qui saepe supremo 

uicit Olympia nunc senio confectus quiescit » (i), 

e l'immagine del guerriero, il quale morendo cerca la luce, 
la quale ha il suo riscontro in molti passi deìVIliade; ab- 
biamo di Ennio : 

et s^mianimesque micant oculi lucemque requirunt » (2), 

ed in Omero : 

. . . 0TVf€pò(; b' fipa fjiiv (Tkóto^ clXcv (3) 

Odvcrro^ he fjiiv àfji9€KàXui|i€V (4) 

TÒv hk KaT òa<J6 

AXa0€ TTopcpupeo^ Gavaio^ (5). 



(i) B., 97, 273. — (2) Ib., io3, 328. — (3) E 47. — (4) Ib., 68. 

(5) Ib.y 82 seg.; cfr. A 461, 5o3; TT 3i6, 333 seg., 344. Mi pare che 
risentano della cultura greca e più specialmente dei poemi Omerici 
ì seguenti versi : 

et densis aquila pinnis obnixa uolabat 

ventò, quem perhibent graium genus aera lingua 

(B.,75, 10/) 
sed quid ego hic animo lamentor? 

(B.,80, 145) 
sed quid ego haec memoro ? 

(B., 89, 216) 

postquam discordia taetra 

belli ferratos postes portasque refregi t 

(B., 84, 175) 
si quando uelutt uinclis uenatica uelox 
apta dolet, si forte feras ea nare sagaci 
sensit, voce sua et nictit ululatque ibi acuta 

(B., 92, 235) 

quae oeque Dardanis campis potuere perire 

neCy cum capta, capi, nec cum combusta cremari 

(ib., 93, 246) 

mlssaque per pectus dum transit striderai basta 

(ib.,94, 248). 
Cfr. E 40 seg., 57; A 481 seg.; x 9^- 

raiscent foede flumina candida sanguine sparso 

(ib., 102, 322; cfr. A 452 seg.) 
expoliantur eos et corpora nuda relinquont 

(ib., io3, 329; cfr. E, 48). 



- 110 - 

Se tanta messe di cultura greca troviamo nei soli 65o 
versi che ci rimangono di un^opera composta di ben diciotto 
libri, dobbiamo pensare che cogli Annali di Ennio molti 
elementi ellenici passarono in Roma, e che i poemi omerici 
specialmente offrivano un campo abbondantissimo di studi 
ed imitazione. 

Però con tutta questa tendenza irresistibile, che faceva 
quasi interamente dimenticare le tradizioni patrie, non solo 
il soggetto ed il materiale tutto del poema enniano è ri- 
masto in fondo nazionale, ma a quando a quando, come 
un viaggiatore famoso, a cui è patria tutto il mondo, astra- 
endosi da tutte le novità, anche le più maravigliose, che lo 
circondano, si ricorda con piacere deirumile terra natìa, 
l'autore si ferma volentieri a descrivere con tratti geniali 
costumi e usanze proprie della vita pubblica e privata di 
Roma, senza trascurare qualche accenno al carattere in^ 
dividuale. Di questi tratti ce n'è nei frammenti. Basta pe^ 
tutti il frammento 194, che è il più lungo, nel quale è der - 
scritto, come dice Gellio, di che ingegno debba essere Vm^ 
mico, di che affabilità, di che modestia e rettitudine, quanta 
eloquenza debba possedere, quanta conoscenza della storia 
e dei costumi antichi e presenti, con quanta religione debb^ 
conservare i segreti e quali mezzi avere per munirsi contrc^ 
le avversità della vita (i): 

(( haece locutus uocat quocumque bene saepe libenter 
mensam sermonesque suos rerumque suarum 
materiem partit, magnam cum lassus diei 
partem triuissct de summis rebus regundis 
Consilio lato indù foro sanctoque senatu ; 



(i) XII, 4, I. Nel paragrafo 5 aggiunge che Elio Stiione soleva dir^^ 
Ennio avere di sé medesimo scritto questi versi, i quali contengon ^ 
la pittura dei suoi costumi e del suo ingegno. 



— Ili — 

cui res audacter magnas paruasque iocumque 
eloqueretur et ut certo malaque et bona dictu 
euomeret, si qui uellet, tutoque locaret; 
quo cum multa volutat grandia clamque palamque, 
prudenter qui dieta loquiue tacereue posset 
ingenuos, cui nulla malum sententia suasset 
at faceret facinus leuis aut malus ; doctus fìdelis, 
suauis homo, facundus, suo contentus, beatus, 
scitus, secunda loquens in tempore, commodus, uerbum 
paucum, multa tenens antiqua sepulta, uetustas 
maìorum ueterum leges diuomque hominumque, 
quae faciunt mores, ueteresque nouosque noiantem: 
hunc inter pugnas compellat Servilius sic » (i). 

È un ritratto completo dell'uomo colto e onesto con un 
accenno in principio agli alti negozi del magistrato romano, 
cioè è il sentimento nazionale che fa capolino quasi timi- 
damente, soffocato com'è dall'onda del furioso torrente, che 
viene dalla Grecia, e travolge tutto con sé, lasciando però, 
dopo aver compito il lavoro di distruzione, il terreno più 
fecondo per i nuovi elementi che vi ha trasportato (2). 

Un esame delle reliquie dei drammi di Ennio può farsi con 
un po' più di fondamento che non ho potuto parlando dei due 
poeti che lo precedettero. Di cinque possediamo gli originali 



(1) B., 86.87, 194. 

(2} Si hanno versi sparsi qua e là, nei quali si parla di cose esclu- 
sivamente locati, per esempio della superstizione di credere un buon 
augurio quando si sente tuonare da sinistra : 

tum tonuit laeuom bene tempestate serena 
ab laeua rite probatum 

fB., p- «o6, 354, 355), mentre i Greci credevano il contrario, ed Aiace 
in Omero, lagnandosi presso Achille della fierezza dei Troiani, dice 
che Giove ha mandato da destra la folgore. Cfr. Ci e. De Div.y li, 
39, 82. 



— 112 — 

greci, è possibile perciò uno studio comparanvo per quello 
che ci resta del nostro, in cnodo che possiamo determinare, 
fino a un certo punto, in che modo attinse alle foott greche 
in questo genere di componimenti. 

Delle altre tragedie gli originali ci sono giunti in fram- 
menti, pure per fortuna sono tali che è permesso qualche 
raffronto utile per il nostro studio; che se anche non fosse 
possibile, avremmo sempre motivi sufficienti, per potere 
fondare i nostri giudizi, tanto più che il ma^ior numero 
dei frammenti si hanno delle tragedie imitate da Euripide, 
che Ennio prese a modello con aperta preferenza. 

Dei quattro frammenti (compresi i due ine. nowi.) del- 
VAiax due soli si trovano in Sofocle, il secondo: 

u Ànimam misso sangui tepido tuUii efflantes uolant» (i) 

è la traduzione del verso 141 1 : 

tei fàp 6€p^ai 

^ptTT^ &vuj q)u(Tu)at ^éXav 

aggiuntovi l'idea che col sangue Teroe perde la vita: animanr' 

efflantes (2). Di queste aggiunzioni ed altri mutamenti- 

notevoli vedremo che l'autore ne fa e molti. 
Il Ribbeck ritiene il verso ine. nom.: 



(i) R., I. 17, 19. 

(2) Vedi R., 17, 18 nel commento critico. L'Hermann cfr. anche - 
il verso di Ennio col 918 e seguenti dello stesso dramma di Sofocle: ' 

oùbcl^ fiv ÒJTK Kal q){Xo( xXadi pXéneiv 
qpuaOCivT* dvuj irpòq fsXya^ 6c t€ q)oiviaq 
irXiiTfìc; licXavOèv atfji* dir* oIkcìoì; aqjaYfi^, 

ma veramente s'avvicina più a quelli che a questi; qui, per eserapta,^ 
non c*è nulla che corrisponda alle parole tepido (sangui) e Tullii^ 
che si riferiscono a 6€p^a( e (n3pin€<; dell'altro passo. Del resto, h 
son convinto che l'autore doveva averli tutti soit'occhio. 



- 113- 

« (hoc) lumen iubarnest quod in cacio cerno ? » 

tratto dal 285 deiroriginale: 

fivix* ?(yTT€poi 

Xa^7rrf\p€^ oòk^t* ijOcv, 

che è il principio della narrazione che fa Tecmessa delle 
furie di Aiace contro laupou^, Kiiva^, porrlpa^, cuepòv V fiTpav. 
Se il verso non deve cercarsi che nelVAiace, non c'è altro 
luogo in verità donde si possa ricavare; ma sono tanto distanti 
l'uno dall'altro i versi dei due poeti, che io dubito troppo 
non abbiano alcuna relazione. Già in bocca di Tecmessa, e 
in questo punto, non è possibile quello di Ennio, che lei 
narrava un fatto già passato, e la domanda non può avere 
avuto occasione di farla ; e poi ^aTtcpoi non sono stelle, ma 
bensì le fiaccole che s'accendevano la sera nelle tende, e che 
a notte avanzata venivano spente. Dobbiamo dunque ritenere 
che si tratti di un'altra scena ; forse l'autore ha trasformato 
in un vero dialogo quella narrazione, ed Aiace allora può 
aver fatta quella domanda appena uscì fuori dalla tenda. 
In ogni modo il verso per me, quanto al senso e alla forma 
corrisponde al 6® deWIfigenia in Aulide : 

Ti^ ttot' fip' àarfip 8ò€ TTopOjiieuci; 

e se anche non appartiene aWIfigenia di Ennio stesso, è 
certo la traduzione di quel verso. 

Delle Eumenidi, per le quali l'autore ebbe a modello 
Eschilo, abbiamo cinque frammenti che formano sei versi 
in tutto, e di quattro possiamo mostrare i luoghi originali. 

E vera sapienza, dice Ennio, se tu saprai, secondo le 
occorrenze, quando debba tacere e quando debba parlare : 

« (Ita) sapere opino esse optumum ut prò uiribus 
tacere ac fabulari tute noueris » (i), 

(i) R., 32, i32. 

*HÌvista dt filologia, ecc XX, 8 



- 114 — 

ed Eschilo aveva già messo in bocca ad Oreste: 

Ifùì Òiòax6€l^ év KaKoT^ èiricrraMai 

TToXXoù^ KaOapjuioù^ Kaì XéT€tv Sttou òìkt) 

aiTfiv e* 6mo(u)? (i). 

Noi non possiamo affermare se tutto intero il concetto si 
volle tradurre, è certo però che i due ultimi mezzi versi 
sono resi fedelmente in quanto alle idee. Non è così degli 
altri frammenti, nei quali la relazione colForiginale è tanto 
lieve che si pensa piuttosto ad una semplice imitazione che 
a traduzione vera e propria; è come se Fautore trattando 
un argomento affatto diverso, dovendo esprimere quei dati 
concetti, o concetti simili, si fosse ricordato della tragedia 
di Eschilo; appaiono insomma come reminiscenze del ge- 
nere di quelle omeriche, che abbiamo veduto negli Annali. 
Valga il confronto: al verso 

<( Nisi patrem materno sanguine exanelando ulciscerem » 

può corrispondere solamente il v. 467 delle Eùiieviòe?, Ln 
cui Oreste dice che egli per volere di Apollo avrebbe avut^5 
il cuore oppresso da dolori, finché non avesse sacrificati 
coloro che erano stati colpevoli : 

fi\Tr| TTpocpujvaiv àviiKevipa Kapòiaq, 
€l |uiri Te épHaijLii toù^ èiraiTiou^. 

Io non vedo perchè nella mente del poeta latino la cau*-^ 
dei mali d'Oreste dovesse essere solo la madre, mentre er^^ 
più colpevole Egisto, al quale gli Dei avevano fatto la so - 
lenne minaccia che Agamennone sarebbe stato vendicaci 
dal figlio con la sua uccisione: 



(i) Esch., Eù^ji., 276 segg. 



- 115 — 

èK Tàp 'Opéarao tIck; iaa^Tai 'Arpetbao, 
ómrÓT fiv fiPncTq t€ Ka\ f\q IfjicipcTai airiq (i) 

Se dunque proprio a questo luogo si riferisce il verso 
del nostro, il poeta ha dovuto mutar molto questa parte, ed 
il concetto nel nostro frammento non è completo. Molto 
più si allontanano dall'originale gli altri frammenti, se 

« Areopagitae quia dedere aequam pilam (2) 
Dico uicisse Orestem: uos facessite » (3) 

e tratto dalle parole dì Pallade: 

àvf|p 6ò' èK7Té9€UT€v atjLiaTO^ òìktiv 
laov TÓp è^JTi TàpiGjLiriiia tujv TtàXujv (4); 

« le parole di Apollo in questi versi : 

« Sibi unde populi et reges consilium expetunt 
Summarum rerum incerti quos ego ope mea 
ex incertis certos compotesque consilii 
dimitto, ut ne res temere tractent turbidas » (5) 

^i ricavano o dai detti della Pizia nel principio del dramma: 

?7T€iTa juiàvTK; b^ 6póvou(; KaOi2Idvu) 
Ka\ vOv TUxeTv |ui€ tOùv irpìv daóbwv imaKpijj 
àptaTa òoTev. Kal irap' 'EXXrjvuuv Tivé^ 
iTiuv irdXip Xaxóvieq, ib^ vojuiiZcTai (6), 

^^glio da ciò che parla lo stesso Apollo al nobile con- 



« 40, 41. 
^ ^^ ibbeck, 66, 349. 
> 1 1d., 32, i36. 



*^ schilo, Eù|i€v(Ò€<;, v. ySi seg. 
^ Kibbeck, I, 67, 35o, 353. 
' ^^ s e h i 1 o, €ù|i., 29 seg. 



t^ 



- 116- 

sesso degli Ateniesi radunati per giudicare deiruccisione di 
Clitennestra per mano di Oreste : 

\él\xi irpò^ \)\ia<; TÓvb* *Aenvaia? fi^Tov 
6€(^^òv òiKaiu)^, ^dvTl^ u)v b' ou ^leu(To^at 

OÙTrUITTOT* cItTOV liaVTlKOlCTlV èv Opóvot^ 
oÙK àvbpó(;, où T^vaiKÓ^, OÙ TTÓX€UJ^ TT^pi, 
6 |if| KcXeuaai Zeò^ 'OXujytmiuv iraTTÌp (i). 

Ognuno vede che nessuno di questi due luoghi del dramma 
^reco può essere sostituito dai quattro versi latini sopra ri- 
portati, forse la cosa sarebbe un po' probabile pel secondo, 
ma sempre l'imitatore resterebbe a gran distanza dal mo- 
dello. Il vero è che Ennio non volle fare una vera tradu- 
zione, ma prese l'azione e tutto quello che gli conveniva 
per lo svolgimento di essa, tanto riguardo ai concetti quanto 
riguardo alla forma. 

A miglior successo riesce pel nostro proposito lo studi^> 
comparativo delle tragedie imitate da Euripide, perchè d^ 
molte possiamo determinare con precisione il luogo origi^ 
naie. E cominciando dair£'c//^j; « undantem salum >» par^ 
traduzione letterale di oiòjli' à\ó(;(2); così afferma THermann,,^ 
ed infatti oibjLia è il gonfiamento del mare o anche d'un 
fiume -, ma ben poca importanza ha questo raffronto di due 
sole parole : c'è di più. Ecuba sperando di potere scongiurare 
il pericolo che soprasta alla diletta figlia Polissena, prega 
Ulisse, perchè le parole di lui, in qualunque modo dette, 
possono riuscire allo scopo per la grande autorità di chi le 
pronunzia : 

TÒ b' àHlu)|uia, kSv KaKujq Xérq^, tò aòv 
Tteiaer Xófoq fàp ìk t àboHouvTuuv ìibv 

KOK TlIlV bOKOÙVTUJV ttÙTÒq CU laUTÒV (XOévCl (3), 



(i) EÙM-» 614 seg. — (2) ih., a6. — (3) 'Ex.» 293-295. 



— 117- 

d Ennio traduce fedelmente : 

R Haéc tu etsi peruórse dices, fàcile Achiuos fléxeris : 
nàm opulenti cùm locuntur pàriter atque ignóbiies 
éadém dieta eadémque oratio aéqua non aequé ualet » (i). 

Quasi con la medesima fedeltà sono resi i versi Sgi, 
.97, 498, 627, 628, 760 (2). Non però si può dire lo stesso 
ei frammenti III, IX e X, anzi il primo di questi: 

Heu me miserami interii: pergunt lauere sanguen san- 

[guinem » , 

on ha una corrispondenza sicura e determinata nelForigi- 
alc, quantunque io pensi che Fautore doveva aver presenti 
Tersi i55 e seguenti, nei quali Ecubà è al colmo dei suoi 
olori e della sua infelicità ; Tultimo poi non ha riscontro 
Icuno. 

Per ^Ifigenia Ennio dovette giovarsi sopratutto dell* *lq)i- 
r£v€ia i\ èv AòXibt, se dobbiamo giudicare dal fatto che la 
più parte dei frammenti ci ricordano questa tragedia; però 
'<> credo che egli intendesse fare un nuovo lavoro traendo 
^ materia dai due drammi d^Euripide, che si intitolano 
3/la vittima propiziatrice di buona fortuna agli eroi greci, 
le partivano alla rovina di Troia. Basta in vero osservare 
*ri quanta libertà sono trasportati in latino i versi delPori- 
nale per convincersene. Per averne un esempio : 

« superat temo 
stellas cogens etiam atque etiam 
noctis sublime iter » 

^^ìsponde a: 



(') R., 37, i65 seg. 

^^' ^fr. i luoghi citali d* E u r i p i de e R i b b., p. 37, v. 167 seg., 

; p. 67, v. 359, 360. 



(i) Cfr. R., 39, 181 seg. con Eu r., Mq). 1^ èv AùX., i37 seg.; 42, 
199 seg. con E u r., 955 seg. 

(2) R., 39, i83 seg.; 43, 202. Il verso 202 può ricavarsi dai versi 
d*Euripide i375 e seg., nei quali Ifigenia incoraggia rassegnata la 
madre, e dimostra necessaria la sua morte per salvare l*onore e la 
patria. 

(3) E u r., Med., 49, 52. 



- 118- 

Zeipto^ iTfò^ Tf\^ éTTTaTTÓpou 
TTXetàbo^ ijiaauiv ?ti ixecai\pr\q (i). 

E notevole la differenza che presentano, confrontati col- 
Toriginale, i frammenti IV e V che sono avanzi di uno 
scambio di insulti fra gli Atridi, al quale appartiene certo 
il frammento VI, in cui Agamennone si lagna perchè la 
sua figliuola debba esser vittima delle colpe di Elena, il 
quale frammento non trova riscontro nelle due tragedie ori- 
ginali, come neanche i frammenti III e IX, dei quali il 
primo è di nove versi. 

I frammenti della Medea exul sono i più fedeli al testo 
originale, non intendo che siano proprio tradotti alia lettera, 
ma sono quasi tutte parole degli stessi personaggi d^Euri» 
pide nelle stesse occasioni. Quelli segnati coi numeri III, 
VI, IX sono riproduzioni fedelissime (2) senza che nulla 
aggiungano o tolgano al senso, basti per tutte la risposta 
della nutrice al vecchio pedagogo, che le domanda ragione 
dei suoi lamenti (3): 

« Cupido cepit miseram nunc me, próloqui 
Caelo àtque terrae Médeai miserias » 

che rendono con precisione il testo: 

ulae* t|ui€po^ fjiouTrf^Xec T^ T€ Koùpav4> 
\il(x\ inoXoùcJi] beOpo Mribeia^ TÙxa^. 

Spesso però il poeta, pur conservando il concetto deirori- 



— 119 — 

ginale, rimuta in varì modi il testo, trascura parole, ag- 
giunge proposizioni intere e qualche volta, per amore di 
varietà, perifrasi, sicché fa ripetizioni inutili. Si confronti 
col testo il primo frammento, che è il principio del dramma, 
ed appare ad evidenza quello che ho affermato : 

« Utinàm ne in nemore Pélio secùribus 
caesa cecidisset àbiegna ad terràm trabes, 
neue (nde nauìs fncohandae exórdium 
caepfsset, quae nunc nóminatur nòmine 
Argo, quia Àrgini in ea delecti uiri 
Vecti petebant pèlle m inauratam àrietis 
Colchis, imperio régis Peliae, per dolum. 
Nam nùmquam era errans méa domo exferrét pedém 
Medea, animo aegra, amóre saeuo saùcìa » (i). 

Come si vede, non esiste nelPoriginale il terzo verso colla 
prima parola del quarto, non essendo, come io credo, la 
traduzione del greco: 

Mn^' èp€T|iuj(yai x^poi? 

àvbpdiv àptcTTéujv, 

che alla sua volta non ha corrispondenza nel nostro; che, 
se anche vogliamo credere il contrario, non si tratta certo 
di una traduzione, ma d^una lontana somiglianza. La pro- 
posizione relativa quae nunc nominaiur nomine Argo è af- 



(i) R., 43-45, 2o5-2i3. Cfr. Eur., Med.: 

6t9' (Ziq)€X* 'ApToOi; \ki\ òiaTtTdaGai aKdqpo<; 
KóXxuiv i^ aìav Kuavéa^ £u^'(rXr)Ydba(;, 
\xr\h' èv vd'iraiai TTiiXiou ircactv TtoT€ 
TfjiTiGctoa Trci^KT), \xr\ò' épCT^uiaai xipoic, 
dvòpdrv dpiaTéuiv, ^ tò irdyxp^^^ov bépaq 
TTcACqi |i€TfiX9ov. où yàp fiv béairoiv* i\x^ 
Mfibcia irOpfoui; Tn<i ^irXcua' *lu)XK(a<;, 
IpuiTi Oufióv èKirXaTCto* 'ldoovo<;. (vv. 1 sg.). 






- 120 — 

fatto superflua, il testo con più efficacia dice solo 'Aprou^; 
qualcosa di simile si osserva nel XII frammento, in cui le 
parole greche 'HXiou q)u>q sono espresse con un verso intero: 

a Sol qui candentem in caelo sublimat facem >, 

né qui Sol è vocativo, come dimostra il verbo sublimat ia 
terza persona. L'ordine delle due prime idee è invenito ft- 
licemente, poiché Euripide aveva detto : « oh I non fosse 
mai volata la nave Argo alla terra dei Colchi tra le azzurre 
Simplegadi, né quel tronco pino fosse mai caduto al suoIcd 
nei Peliachi boschi! ». L'idea della caduta del pino in r^- 
gore dovrebbe precedere al venir della nave, e questo fecr" « 
Ennio. Nel resto la struttura del periodo é tutta mutata, e 
qualche espressione é resa con parole troppe e non 
stanza fedeli-, animò aegra amóre saeuo saùcia rispon( 
ad £pu)Tt Ou^òv èKTrXoTci^ Idaovo^, pel quale verso basta sol 
la seconda parte: amóre saeuo saùcia. 
Il frammento XV: 

« Qui ipse sibi sapiens prodesse non quit, nequiquam sapit 

non é in nessun punto delPoriginale, ma é d'Euripide, pr- 
cisamente uno dei frammenti ine. fab.: 

\k\(5\x} aoqpia-rfiv òari^ oùx aÙTqi aocpó^. 

Questo ci prova che l'autore non seguiva per filo e 
segno un dramma quando lo prendeva a modello, e se anc 
qualche volta, se pure è da ammettersi, si proponeva 
fare una semplice traduzione, non restava fedele al s 
proposito. UAndromacha aecmalotis ci offre un mezzo o 
portunissimo per provarlo. Tranne il frammento XII, 
quale può corrispondere ai versi 8, 9 e i o; Sgo e 400 de 
l'originale, con una reminiscenza lontana del verso 734 d 





— 121 — 

XXIV libro dtWIliade (i), di lutti gli altri non si possono 
determinare i versi originali. Però a prima lettura si rico- 
noscono subito come parte essenziale delibazione del dramma, 
nel modo che è trattato da Euripide, anzi, e questo spe- 
cialmente per tutti i frammenti in cui parla la protagonista, 
hanno un certo sapore dello stile del tragico greco, e nasce 
la speranza di potere assegnare loro un posto preciso, ma 
invano. Quante volte infatti la dolente Andromaca non esce 
in lamenti molto simili a questi : 

a Quid petam praésidi aut éxequar? quóue nunc 
Aùxilio aut éxili aùt fugae fréta sim? 
Arce et urbe òrba sum. quo àccedam ? quo àppliccm 
Cuf nec arae pàtriae domi stant, fràctae et disiectaé iacent. 
Fàna fiamma deflagrata, tòsti alti stant pàrietes 
Deformati atque àbiete crispa 
O pater, o patria, o Priami domus, 
Saeptum altisono cardine templum ! 



(i) R., 26, 91: 

Vidi, videre quod sum passa aegerrume 
Hectorem cum quadriiugo raptarier, 
Hectoris natum de muro iactarier. 

Cfr. Eur., i4nJr., 8-10: 

flxi^ iróaiv jiév "EKTop^èH 'AxiXXéui^ 

GavóvT* èa€!bov, iratòd 6* 8v t(ictu) iróaci 

^iq)6évTa irópfuiv 'AarudvaKT* dir* òpOiuiv ; 
399.400: 

fiTiq a(paYà<; jièv "EKTOpoc; TpoxilXdTouc; 

xaTClòov otKTpui^ T* "IXiov TTupoOfievov 
Cfr, 107-108: 

xal TÒv èjiòv ficXéav iróaiv *'EKTopa, tòv irfpl reixil 
€!XKua€ ÒKppcuuiv irate; dXiaq GéTibo^ 

, i?i tk; *AxaiiI)v 

^(MI€i X€ip^ éXdjv dirò irOptou Xutpòv ÓXeepov 
XUió^cvo^. 



- 122 — 
Vidi ego te astante ope barbarica 
Tectfs caelatis làcuatis, 
Auro ébore instructam régifìce. 
Haec omnia uidei inflàmmarei, 
Priamo ui uitam euitarei 
louis àram sanguine tùrparei » (i). 

Dal rapido esame che abbiamo fatto fin qui (2) di alcuini 
avanzi drammatici di Ennio possiamo concludere con tm n 
po' di fondamento sull'indole e la condotta dei lavori inteir" i, 
e credo non debba fare altro che raccogliere in poche 
role quello che qua e là ho detto parzialmente nel 
delle osservazioni. 

Mi pare anzitutto che sia da escludere interamente il far^ro 
di vere e complete traduzioni, non dico letterali, ma anctrmc 
libere dagli originali greci; ciò non potremmo affermar"^ 
senza dubbio, sé nessuna delle tragedie di Euripide, o pur"^ 
di Sofocle o di Eschilo ci fosse rimasta, che allora nasc^^^ 
rebbe il dubbio che certi frammenti, i quali non trovasset^^^ 
riscontro negli avanzi pervenutici, potrebbero appartener*^ 
ai brani perduti ; ma non è questo il caso nostro. Noi 
biamo versi di drammi, che abbiamo esaminati, i quali no. 
si possono confrontare con nessun verso degli originali, eh 
ci restano interi-, abbiamo inoltre osservato il fatto eh- 
qualche frammento di un dramma latino, pur non confron 
tando con alcun passo del dramma corrispondente greco 
ci rimanda ad un altro, in cui troviamo il concetto, e 
la frase imitata. Or tutto questo non dovrebbe affatto av- 
venire, se il poeta latino si fosse posto a tradurre, proprie:^ '^ 



(1) Cfr. Eur., Andr.. i — 55; 90 — 116; i83 — 23o. 

(2) Dei frammenti appartenenti a drammi, di cui non restano in^ — 
teri gli originali non ho creduto necessario parlare, perchè non mo- — '^ 
difìcherebbero per nulla le nostre convinzioni. 



- 123 - 

per tradurre, i capolavori del teatro greco. Ci resta dunque 
d'ammettere che i lavori di Ennio siano frutto di una imi- 
tazione troppo servile, che in certi punti, forse per l'ammi- 
razione dell'arte, dalla quale fautore veniva trasportato, 
divenga fedele traduzione; egli studiava bene il modello 
greco sino a farne sangue, ne accettava il soggetto, il titolo, 
i personaggi, e poi lavorava da sé, non traduceva; e quando 
un'idea, un'espressione d'un altro dramma gli pareva a pro- 
posito, se ne serviva anche per quello che già aveva a 
mano. Solo a queste conclusioni credo si possa venire stu- 
diando i frammenti, come ho fatto, tenendo presenti sempre 
le opere originali. 

E questo apparisce più chiaro laddove si osservi che nel 
sesto secolo di Roma non si lavorava esclusivamente pel 
vero fine dell'arte, ma più per l'utile pratico che ne deri- 
vava; le ragioni dell'arte venivano in seconda linea: si volle 
dar forma romana ai componimenti drammatici della na- 
zione vinta, non solo perchè destavano l'ammirazione del 
fiero alunno di Marte, ma perchè il popolo di Roma aveva 
coscienza della grandezza che veniva acquistando collo scudo 
e la spada, e perciò voleva raccogliere il frutto delle sue 
vittorie in tante mense e spettacoli pubblici. S'era quindi 
cominciato a sentire il bisogno d'un teatro come quello 
della Grecia, di drammi con azione ben divisa e sceneggiata, 
ma non si poteva far parlare gli attori in greco, donde la 
necessità di ridurli in latino. Il poeta romano assumeva 
quell'incarico, ma voleva fare a modo suo, voleva aggiun- 
gere sempre qualche cosa che sapesse del luogo; a lui non 
importava punto di stare in tutto legato all'originale. 

Non possiamo dire dunque che l'arte greca nel tempo di 
cui abbiamo parlato abbia preso ferma stanza in Roma. 
Le innumerevoli imperfezioni degli Annali di Ennio, con- 
siderati dal Iato artistico, li lasciano di gran lunga al di 



- 124- 

sotto dei capolavori presi a modello. Le imitazioni omeriche 
non sono dirette da un criterio unico e razionale, che valga 
a dare all'opera carattere preciso, e determinato, unità ar- 
tistica; l'elemento nazionale lotta ancora con la cultura in- 
vadente ; tutte le bellezze dei canti aedici furono studiate ed 
in gran parte riprodotte, ma alla spicciolata, ciascuna come 
faciente parte per sé. Bisogna che per un altro secolo ancora 
si svolgano le greche carte, per avere con VEneide un 
poema modellato secondo le norme dell'arte create dal genio 
greco. Ma la via era già tracciata, ed abbastanza bene, i 
capolavori della poesia greca erano in buona parte noti, e 
potevano essere oggetto di studio per tutti quelli che, o si 
tenevano interamente lontani dai rumori della repubblica, o 
potevano, ad intervalli, sollevare lo spirito, stanco dagli af- 
fari dello stato,' coi soavi studi oramai in gran moda. Il 
partito oppositore si andava assottigliando, il vecchio Catone 
imparava il greco e si preparava a veder morire con lui le 
sue idee tanto avverse all'Ellenismo, il quale a poco a poco 
la vinceva su tutto. 

Palermo, ottobre 1890. 

Santi Lo-Cascio. 



-125- 



DE lULIO ANNAEO FLORO 

POÈTA ATQUE HISTORICO 

PERVIGILII VENERIS AUCTORE 



Pervigilii Veneris auciorem alii alium nominarunt: alii, 
ut in re dubia, vacuis coniecturis abstinendum censuerunt. 
— Ex prioribus quidem Aldus Manutius, Erasmus (i), 
Meursius CaiuUum fuisse putaverunt (2), lo. Scalìger Ca- 
tulum quemdam Urbicarium proposuit, Appuleium Heidt- 
mannus, Solino supparenì auctorem Salmasius, Nemesiani 
affinem Buechelerus (3), Augusteì aevi poetam Lipsius, 
tertii saeculi aut quarti de la Monnoye (4), L. Muelle- 
rus (5), Baehrensus (6), Baehrus (7), et D'Ovidio nostcr (8), 
decidentis saeculi quinti auctorem anonymus quidam (G. F.) 



(1) In AdagiiSy Chil. I, Cent. 9, adag. i. 

(2) Hanc opìnionem. inde onam perhibet Wernsdo rfius, Poèt. 
lai. min,, III, 447, quod in Pithoei codice haud longo intervallo Per- 
vigilio praecedebat Epithalamium Q. Valerli Catulli. 

(3) Pervigilium Veneris, Lipsiae, Teubn., 1859, p. 5i. 

(4) Remarques sur le Pervig. V., insunt in toro. VII (p. 326 sqq.) 
editionis parisìensis 1756 quae inscribitur Les poésies d'Horace, 

{5) Jahrh, f. Class, PhiloL, woL 83, p. 640. 

(6) Jahrb,/. Class, Philol.,woì. io5, p. 56. 

(7) Roemisch. Literaturg, (viene Aufl.), T. I, p. 749. 

(8) Letteratura Bomana, p. 451. 



^. ' 



- 126 — 
in Jahrb. f. Clas. PhiL, voi. io5, pag. 494 (1), Vibiam 
Chelidonem L. Vibii Fiori uxorem Wernsdorfius ac Lin- 
demannus (2), auciorcm ex graeco sermone iranslatum Bern- 
hardius (3), Thomam Senecam Camorsum criticum atquc 
poetam saeculi XV Sarpius ;4), Manutium ipsum vel Pi- 



li) Qui prorsus novum Oedipi aenigroa de auctore Pervigtlii expli- 
casse sibi vidciur. Cum enim, inquii, vv. 73-4 Pervigilii. 

*unde Ramnes ei Quiriies proque prole posterum 
Romuli ma treni [sic male uterq. codex, Salmasianus et Pithoeanus] 

crcaret et nepotem Caesarem* 

nulli alii referri possini quam Romuli Augustuli mairi quae 
graeco Oresti nupia fuit, necnon pueri ìllius regno antecessori Ne- 
vati qui lune ab Italia e\ul deaebat in suo principatu in Ulyriaf 
manifcsium est a. 476 hoc carnien scrìpium fuisse. 'Bezeichnend fQr 
eine Zoit. \vo dor wostromische ihron binnen 22 jahren von 9 kai- 
sern besct.'i war, traci der dichter beider paneien rechnung*. — Al 
non anir.ìadxcriìt audax haius commenti aucior. Nepotem quem is 
connulMo R. Siìx.ao cu;".! Mane ita c:V. versus qui citatos praece- 
dunt" onundam :'acii. rcxera Palir.aticì ruisse generis, auctore Theo- 
phano cr. l" i '. l e m on i, H:s:.'':^c jV.* E7npcreurs,\o\, VI. p. 414), 
proindcv;uc a -pvisu-.^.o Ka:vr.:i;.r. s::pi:e rerr: olissi mum. — l'i id prae- 
t e rea i v , ca : . v ti 1 > i ;: d . v; i: a . v. v • > : v u '. : .ì \ e 'o e a r. d : a e : m od est ia se r i più m , 
a Ciì!">l-ar.»^ iv^Cta a. 4-Ó' s.*»:^;: esse .-lier.ur.^. 

W k t^v' ^ '' *v !*'■ '■•» ••» ■»».%« .^,.».. ^^..,, «-—**'* ''•'1»** / •' Wtfff f Y' 

p Sm . *;.:*^^. •.•' V»' ;: : V : i\-:v .' ..'f/-., r vcx:. . r.. i. Chelidonem 
v^jUa.'x'..* "• •*.\s':*>^.*: l \::*': K..-: v.\;-ì:". c-ae rrs: a. 252 vi\ii. 
i'iv.v :;:.:, \ »'.^ ì\* N*;:* : . ^',\.:'.'.^ :.:j.iv -: ^- hi li don ui [sic 

«.« I* «... ;».,».»»', .. ... .,.^. ....•.-.-.«. ... '«.,.»^P ."avrxy ivi te 

j««x*'» ...... .".i.. *.\.-.- .. ^ ^- -•«■.'•■ *#■■," 11/ MC nr— 

*\i* ■• x»'n' ■• ■ »■ -x,»--. ;. "! .».. -;^^ «» A«<~ .-«f^f •) PrT\"ì- 

,,,.«*^\^«. ..\ k \. « «« ••.fc ^.. ... ^ ... «, [ dlaX M. V t > »• 

iv.o , . • i , *\ » ; . ^ ■ '.■ e. > , '> > v;r: ec:t?r hoc addii 

.^ K. k .. • . , .',- V V '■*■ . ■ . s .-. ^ •■ jn>.:. r:r. :r:eriiii:eretur 
v*. * ■ N. . \ ^^.x '. ■ .: ..... ,■ ^ .'. ■•ì:-u7' c.'^aluissei» . 

V % N .\ . .'. s, , ,■ . X . >s • •' ' *v.'.- *■ Ji"": '. ." 'lé.fa SU' 
*• » • ^ >»v- » •^ .:. e/ T :: rzrjuc sub- 

.... » ' * e, .: • >* «:-:-:rj olores 



- 127 - 

thoeum Dupatius in gallica, quam fecit, Pervigili! versione, 
Senecam denique Banhius (i), Annium Florum poetam 
Bouhierius (2) et Otto Muellerus (3), Florum quoque hi- 
storicum WernsdorjSus (in tom. Ili, p. 455 Poet. lai. min,, 
priusquam illud commentum de Vibia Chelidone effìngeret), 
itemque nostra tempestate Mommsenus. — Huic postremae 
ut faveamus opinioni, talia suadent, quae, uti poterimus, 
breviter exponemus. 

Ac prìmum prodit Pervigilium deterioris Latinitatis ve- 
stigia (v. 26 pudebit personaliter adhibitum, v. 53 vel prò 
et, V. 22 inssit ut [iuxta lectionem Wernsdorfianam], v. 7 
throno, v. ig Jlorulentae)^ fortasse aetatis aeneae, et quos- 
dam exhibet Africismos, ex gr. de cum ablativo, loco ge- 
nitivi, saepius et inepte usurpatum (4). Idem Epitha- 
lamii Stel. et Violantil. vv. 11 1-2 (5) necnon vv. 184 et 



(1) Adversar.y lib. XLIV, cap. 7. 

(2) Conjectures sur la veillée des Fétes de Venus, in Les poésies 
d^Horace^ Paris, lySG, tom. VII. — Bouhierius tamen, ut infra mo- 
nebimus, Carmen in duo divisit, quae diversae aetatis auctoribus tribuit. 

(3) De A tinio Floro poèta et cannine quod Pervigilium V, inscriptum 
est, Berolini, i855. 

(4) Hoc Africismum esse ostenderunt Heidtmannus ad Lactant. 
Sympos. V. 12 et Barthius, Advers.^ lib. XVII, cap. 17, p.884sq. 

(5) Ibi Venus de Cupidine: 

< ....tellure cadentem 

Accepi fovìque sinu... » 

quod egregie consonai cum Pervigiliano (v. 78): 

« hunc [Amorem scilic] ager cum parturiret, ipsa suscepit sinu > . 

male enim Wernsdorfìus legit: 

« hunc ager, cum parturiret ipsa, suscepit sinu > 

siquidem proximo versu dixerat : 

€ Ipse Amor puer Dionae rure natus dicitur »; 

rure porro, ut aiunt Grammatici, motum de loco non statum in 
loco audit. Ncque regerat Bouhierius cum Perizonio grammatico (in 



- 128 - 

seqq. (i) imitationem luculentam praesefert. Pervigilii igitur 
auctor et Afer est et Statio certe posterior. 



Aelian., Var, Hist,^ IIIF, 6, n. 4) posse dici aliquando rure prò 
ruri, Hic enim prorsus uterque po^ta alludere voluit fabulae cuidam, 
parum certe vulgatae, qua Amor Terrae Caelique filius tradebator 
(cfr. Scholiastam in A poli. Rhod., Ili, 36, etc). — Idìpsum autem 
quod uterque minus vulgatae opinioni accessit, arguìt, alterum ab 
altero id esse mutuatum. 

(i) Quo magis ista imitatio appareat, singulis versibus Statii adpo- 
suimus e Pervigilio passim decer ptos: 

EpithaL, V. 184 : 

e Alituum pecudumque mihi durique ferarum 
Non rcnuere greges. 

Pe r V i g., V. 2 : 

« vere nubunt alites 

V. 83: 

subter urobras cum mari ti s ^cc^ balantum greges. > 

Epithal.y V. i85 : 

e ipsum in connubia terrae 

Aethera, cum pluvi is rarescunt nubi la, solvo. 

Sic rerum series mundique revertitur aetas. » 

Pervi g., V. 59 : 

e cras erit quom primus Aether copulavit nuptias: 
ut Pater totis crearet veris annum nubi bus 
in sinum maritus imber fluxit almae coniugis. » 

EpithaL, v. 188: 

€ Unde novum Troiae decus ardeniemque Deorum 
Raptorem, Phrygio si non ego iuncta marito? 
Lydius unde meos iterasset Tibris lulos? 
Quis septemgeminae posuisset moenia Romae, 
Imperli Latiale caput, nisi Dardana furto 
Cepisset Martem, nec me prohibente, sacerdos? » 

Pe r V ig., V. 69: 

« IpsQ Troianos Penatcs in Latìnos transtulit, 
ipsa Laurentem puellam coniugem nato dedit, 
moxque Marti de sacello dat pudicam virginem, 
unde Ramnes et Quirites proque prole posterum 
Romulum patrem crearet et nepotem Caesarem ». 



— 129 - 

Cuius enuntiati prior pars eo quoque confirmatur, quod 
cunctorum carminum quae in Salmasiano codice (unde Per- 
vigilium depromtum est) extant, auctores noti Afri sunt(i). 

Thebaidis vero auctore seriorem hunc nostrum floruisse, 
alia quoque ostendunt, quae Bouhierius {Conjectures sur 
la veillée, etc, 1. e, p. 299-300) patienter adnotavit. Nam 
V. 3o Pervigili! dicitur Amor sagittas veliere: vehere porro 
prò gesiare adhibuit Plautus, MostelL, act. Ili, se. I, 
93 (2): at vero post eum nemo ante Apuleium qui in Me- 
iamorph.. Ili, sub fin. eodem sensu ait: ^Totas opes ve- 
hunt*. Item vocabulum congreges v. 43 numquam forte in 
usu fuit ante Apuleium qui ibid., VII, habet: « Equinis 
armentis congregem ». — Denique versibus 20-1 Pervig.: 

« humor ille, quem serenis astra rorant noctibus, 

[rosa rum scilic] 
mane virgines papillas solvit humenti peplo », 

haec Appuleii verba mira conceptus afifinitate respondent 
{Metam., Ili, p. 332): w Hortulum quemdam prospexi satis 
amoenum, in quo praeter ceteras gratas herbulas rosae vir- 
gines niatutino rore fluebant » (3). 

Ncque hic quisquam cum Bouhierio (4) obiiciat, distin- 
guendas in hoc Carmine duas esse partes, alteram deteriorem 
quam illé ex versibus lindi qiie collatis reficit, in qua 



(1) L. Muellerus, Zur literatur des Penfig. Veneris, in Jahrb. 
/. Class, Phil., Bd. 83, p. 646. 

(2) Ubi de quibusdam hominibus ait : 

< Magni sunt oneris; quidquid imponas, vehunt >. 

(3) Quodsi adiicias tam Metamorphoseon quam, quod supra decla- 
ravjmus, Pervigilii auctores oriundos ab Africa fuisse, piane habebis 
cur Heìdtmannus nonnisi de uno atque eodem homine cogitaret. — 
Cfr. I. Frei, Rheinisch. Museum (N. F.), voi. io, p. 199. 

(4) Nouvelles litéraires, Amsterdam, 1720, t. XI, p. II, art. 5. 

Hfvistìt di filologia ecc., XX 9 



— 130 — 

etiam sint menda supra adnotata, alteram Augusteo aevo 
referendam, quae duobus et viginti versibus constet. Nam 1 

ut docti viri (i) utar verbis: u Dans les manuscrits de 

deux Lettres, de deux Chapitres, de deux Elégies, romission 
du titre ou du nombre n'en fait souvent qu^un seul mor- 
ceau... Mais on n^a point remarqué que les phrases et les 
vers ayent été incorporés les uns dans les autres. La ma- 
tière ou le sens indiquent toujours le point de séparation » (it >. 

Plurimi tamen alia ex parte non desunt, qui in hac qua^- 
stione ad nimium posteriora, quam quae supra memorst- 
vimus, tempora se referant. Adversus hos quoque nostr^^e 
argumentationis acies vertenda est. 

Ait enim Prellerus (Le^ dieux de V ancienne Rome, Paris-, 
1884, traduct. de L. Dietz, p. 273): « Avec le temps le 
eulte de Vénus subit à Rome des sensibles modifìcations» ^ 
de déesse de la végétation, du printemps, des vignobles 
qu'eirétait d'abord, elle finit par devenir exclusivement 1^ 
déesse des attraits féminins et de la volupté ». — lamvcrOt 
perspicuum est hoc Carmine Deam non quoad tantummo 
concubitum ac muliebres partus foventem celebrari, s 
potius ut omnis in mundo generaiivae vis procreatricec*n 
qualem iampridem Lucretius cecinerat {De rer. nat., 1, :m. 
et seqq.): 

« denique per maria ac montes fluviosque rapaces 
frondiferasque domos avium camposque virentis 



( I ) L e Frane, Lettre à M. Vabbé des Fontaines sur le Pervf^ 
Ven, — exiai p. S^S et seqq., tom. VII editionis parisiensis Horatf 
norum carminum, 1756. 

(2) Idque vel maxime hac in re valei, quod *die Schreiber beìd^ 
Hss. (Pervigilii) waren ganz ungebildeie, der RÓmischen Sprac 
wenig màchtigc xMenschen, denen man jede Art von Fchlern u 
IrrtQmem, aber keine Eigenmachtigkeiien ìrgendwelcher Interpo 
lionen oder Permutationen zutrauen darf*. L. Muellerus, Z 
liter. des Pervig. F., in Jahrb. f. Class, PhiL, voi. 83, p. 639. 



- 131 - 

omnibus incutìens blandum per pectora amorem 
efficis ut cupide generatim saecla propagent » . 

t vero ipse, ceteroqui lascivus, Ovidius {Fast., IV, 91 
eqq.): 

« Illa quidem totum dignissima temperai orbem 

iuraque dat caelo, terrae, natalibus undis 

perque suos initus continet omne genus. » etc. etc. 

ique Statius Epithal. Stel. et Violantil. vv. i83 etseqq. 

)s supra descripsimus. 

lontra admodum posteriori aetate, si quo Venus Carmine 

rnatur, non isiud profecto ulla nobiliori vel philosophià 

na sententia assurgit, sed unam respicit luxurioseque 

git humanae generationis copulam, velut in Concubitu 

rtis et Veneris Reposiani (cuius rationem dicendi ac res 

'ribendi nimis incaute Teuffelius, Róm. Literaturg,, 

» 5; 3765 2, auctoris Pervigilii valde similem autumat), 

n his Nemesiani EcL, II, 56: 

« Dione 

Quae iuga celsa tenes Erycis, cui cura iugales 

Concubitus hominum totis conneciere saeclis ». 

ìmirum Venus cui Carmen nostrum inscriptum est, ea 
itrix (1) est, cuius ut mairis Aeneadum nobilissima 
Jc forma sacra colerentur, ^nondum peregrino ritu et 
udente lascivia corrupta' (2). — Id autem ad Hadrianea 
pera nos naturaliter refert. Constat enim peculiarem il- 



Huius soUemne Ealendis Aprilibus (« Ver novum ») celebra- 
''. Cfr. Ovid., Fast., IV, i3 et seqq.; itera Kalendarium Con- 
'i aevo factum et ab Herwarto ac Lambecio recentiori aeiate 

Wcrnsdorf., Poet. lat. min.y III, 437. 



- 132 — 

lius Numinis cultum, a Scipione Africano minori invenium(i) 
atque a lulio Caesarc publice constitutum, novam sub Ha- 
driano vim recepisse, exiructa in honorem Deae aede ma- 
gnificentissima, ubi Veneris Genitricis Romaeque simulacra 
iuxta adorabantur (2). Qua de re Prellerus: *Die weitere 
Ausstattung unJ Decoration des Tempels scheint in Gc- . 
màlden und Gruppen auf die mysthische Geschichte der ; 
Stadi Rom von der Zerstorung Troias bis zur Griindung 
des Romulus hingewiesen zu haben'. — Haec porro pietà 
sculptaque signa videtur auctor Pervigilii singillatim his 
versibus illustrasse (69 et sqq.): 

(( Ipsa Troianos penates in Latinos transtulit, 
ipsa Laurentem puellam coniugem nato dedit, 
moxque Marti de sacello dat pudicam virginem, 
[Romuleas ipsa fecit cum Sabinis nuptias] 
unde Ramnes et Quirites proque prole posterum 
Romulum patrem crearei et nepotem Caesarem ». 

Nec quis obiiciat cum G. F., Jahrb.f. Clas. Phil., voi. io5, 

p. 494: 'dass das Pervigilium keine festode war, son- 

dern rein subjectiver gefuhlsausdruck, eine poetische fic- 
tion, wie ja auch der... Sidonius Apollinaris die heidnische 
mythologie zur verzierung seiner gcdichte benutzte*. Adeo 
cnim multa sunt adiuncta loci atque temporis, tum in 
primis illud toties repctitum cras, ut aperte ostendant, 
animo auctoris certum aliquod atque recurrens solemne 
fuisse obversatum. 

In tufo igitiir posiiisse nobis pidemur. Per- 
vigila aiictorem Hadrianeo aevo vixisse. Qui 
porro ipse fuit? 



(i) Smith, Dictionary of Greek and Rom. mythologyj voi. Ili, 
V. Venus. 

(2) Preller, RÓm, Mythologie, II, 356; I, 445. 



— 133 — 
In codem Salmasiano codice (saeculi VII) in quo Pervi- 
gilii lectio reperta est emendatior quam in Pithoeano (sae- 
culi IX), parum disiuncto loco inventi sunt versus "^ Fiori 
de qualitate vitae' (vel, ut nonnulli opiimo iure ex subiecta 
materia legere malunt, de qualitate vitis: sermo enim est 
de Baccho vitium repertore\ quos eodem metro tro- 
chaico ac Pervigilium conditos eiusdem quoque poetae exi- 
stimabat I. Lipsius, eodem etiam genio et stilo scriptos 
agnoscit Bouhierius. Et quidem inspicerc possis in his ean- 
dem vitiosam rationem praepositione de cum ablativo utendi, 
genitivi loco. Ceterum ipsa Bacchi directa atque ex abrupto 
facta invocatio nos docet agi ibi profecto de aliquo sollemni 
huius Numinis, puta de Bacchanali (i); quod perbelle con- 
venit auciori qui itidem hymnum in Pervigilio Veneris de- 
cantandum composuissei (2). — Ceterum etiam in Pithoeano 
^/orirf/ nomine illud * De qualitate vitae' Carmen inscriptum 
est. Liquido autem apparet, istud Floridi nonnisi Fiori 
rorruptionem esse, ex de insequenti fonasse ortam. 

Verum in Salmasiano Fiori nomen praeponitur quoque 
jpigrammati de rosis quod Burmannus, AnthoL lat., 
ib. Ili, ep. 291, Bàhrensus, Poei. lai, min., IV, 
>. 48, protulerunt. lam neminem qui Pervigilium legerit, 
limium poetae studium fcfellerit in rosis describendis, quas 
/'eneri et amori sacras collaudai (3). 



(1) Wernsdorf, I. e, III, 441. 

(2) Pervigilii nempe v. ^5 ita sonai: 

'Nec Ceres nec Bacchus absunt nec poetarum deus'. 

(3) vv. 22 et seqq.: 

« Ipsa iussit mane ut udae virgines nubant rosa e: 
facta Cypridis de cruore deque Amoris osculis 
deque gemmis deque flammis deque solis purpuris- 
cras ruborem, qui latebat veste tectus ignea, 
unico noto marita non pudebit solvere >. 



- 134 — 

Nihilo minus hucusque mera haec esset coniectura quam 
sequimur. Ea tamen validior fit atque etiam veritatem at- 
tingìt ex his quae sequuntur. 

Namque ea ipsa tempestate qua Pervigilii scriptorem fio* 
ruisse docuimus, auctores sunt Spartianus et Charisius ìi> 
Hadriani familiaritate degisse Florum quemdam poetam. 
Prior enim narrat {Vita Hadr., i5), Floro scribentì ad se. 

Ego nolo Caesar esse : 
Ambiare (i) per Britannos 
Scythicas pati pruinas. 

Hadrianum respondisse : 

Ego nolo Florus esse: 
Ambiare per tabernas: 
Latitare per popinas : 
Culices pati rotundos. 

Charisius autem grammaticus meminit (1, p. 38) Anneum (2) 
sive Anniiim (3) Florum in epistola ad divum Hadrianum 
scripsisse: ' POEMATIS delector\ — lamvero ìdipsum 
quod illi versiculi a Spartiano laudati trochaico metro (4) 
scripti sunt, nonne in persuasionem nos inducit, ut eorum 
auctorcm nostrum esse poetam cogitemus? 

Sed Fiori nomen quoque sibi vindicat notissimus Titi 
Livii historiarum epitomae scriptor : quem cum poeta 
nostro unum atque eundem esse haec probabili argumento 
suadent : 



(i) Sic prò ambulare^ quod in meirum non coalescerei, emendavit 
Baehrensus, Poet. lat, min. — Cfr. Pcrvig., v. 46, ubi perviglanda 
prò pervi gilanda, 

(2) Sic omnes fere editores. 

(3) Sic cod. Neapolilanus. 

(4) catalcciico : primus autem pes choriambus est. 



- 135 - 

1* Idiotismus, in Pervigilio obvius, praepositionis de 
parum opportuno loco inserendae, in Floro historico haud 
infrequens est. 

2^ Universa dictio historici, florida et poeticae affinis(i), 
valde Apuleii similis est, qui certe Pervigilii auctoris ae- 
qualis atque etiam popularis fuit. 

Restat ut rhetorem Dialogi — Vergilius orator an poèta 
— auctorem in certamen vocemus : hic enim quoque Florus 
est appellatus. Iste autem Florus, uti ex ilio scripto apparet, 
ab Africa oriundus, cum merita ludis Capitolinis poetica 
corona per Domitianum privatus esset, indignatione permotus 
plures regiones pervagari coepit, donec Tarraconem, ut 
videtur, nobilem Hispaniae urbem pervenit. Ibi ludimagister 
rhetoricae factus tranquillam eo usque degit vitam, donec 
vetus Urbis desiderium, memoratis ab hospite quodam illius 
laudibus atque deliciis, subiit generosum animum non obliti 
amantis. Videtur igicur is Romam reversus, poeticam pai- 
mam rursus experturus sub meliore iudice Traiano vel Ha- 
ariano (2), suorum casuum narrationem Romanis lectoribus 
hoc, quod nobis superest, Dialogi fragmento committere 
voluisse. 

lamvero ista omnia in auctorem Pervigilii apte quadrant, 
cuius quoque dicendi genus Africum olere nemo infitia- 
bitur (3). 

Quin ex peculiari quodam carminis loco non ridendum 
huic rei argumentum accedit. Nam primus post intercalarem 



(i) « Dass ihr Stil und Gehalt kein historìscher, sonderò der einer 
nach damaligen poetisirenden Rhetorik ist, musste und muss ledem 
einleuchten ». Ritschl, Rheinisch. Mus.^ 1842, p. 3 12. 

(2) Teuffel, Ròmisch. Literaturg. (4 Aufl.), II, 341, 7. 

(3; e Den Afrikanischen Stil... wird maneher aus dem rythmischen 
Bau der Satzglieder, als aus Bildern und Ausdrlìcken... abnehmen >. 
Bernhardius, Grundriss der RÓm, Literat.^\>, 553. 



•t • 



- 136 - 
['Cras amct qui nitnquam amavit\ e/c] versus sic sonai 
in Salmasiano : 

u Ver novum, ver iam canorunn, vere natus lovis est. »> 

contra in Pithoeano: 



« 



,ver natus orbis est. » 



Cum utraquc lectio metrum offenderete emendarunt critici, 
alii quidem (i) iuxta Salmasianum 

li vere natus est lovis. » 
alii iuxta Pithoeanum 

<( vere natus orbis est. » 
vel 

(c ver renatus orbis est » . 

Praccipuum autem hoc fuit, cur isti Salmasianam lectionem 
{cui tamen ut vetustiori maior habenda erat fides) postpo- 
ncrent, quod in nullis Latinorum scriptis inveniatur haec 
fabula de love verno tempore nato, Utique L.Muellerus(2), 
Weickerum (3) secutas, animadvertit hanc fabulam apud 
Cretenses esse vulgatam ; sed, inquit, qui fieri poterat ut 
tanfi unius regionis peculiarem auctor Pervigilii in poema- 
lion suum inducerei ? 

Quod tamen cito evanescit si cundem esse cum poeta 
nostro Dialogi scriptorem sumamus. — Iste enim suam 
peregrinationem enarrans ait : « secundam deinde Creten, 
patriam Tonantis, salutavi v. — Non igitur fieri po- 
tuit (quod alioqui illa verba « patriam Tonantis » exclu- 
dunt) ut is non ccleberrimum apud Cretenses specum in 
quo lovis seu luppiter (nam idem valent) nasci quotannis 
vere redeunte pcrhibebaiur, viscret, viridemque inde ac 



( 1 ) B u e e h e 1 e r u s, Pervii^. , p. ?^. 

(2) Jahrh. f. Class, IViiloL, voi. ^3, p. C,\b. 

(3) Gótterlehrc, 11, p. 222. 



- 137 - 

poeticam memoriam referret. Sic enim Welckerus (i), qui 
illam regionem visit, fabulam illustrai: */w eifter bestimmten 
Zeii aber {des Frùhlings) sehe man jedes Jahr sehr viel 
Feuer aus der Hóhle , herporleuchten, tind dies gescheìie 
wann das Bliit des Zeus von der G eh uri hervorquelle, 
Heilige Bienen, Nàhrerinnen des Zeus, nehmen die Hoìile 
ein* etc. 

Ceterum haec argumenta eo plus virium accipere videntur 
si inter se connectantur atque cohaereant. — Mira enim 
fìgurarum orationis similitudo existit in historici Epitome 
atque in rhetoris dialogo (2), ex gr.: per diversa ierrartim, 
Epit., 1,40, 27. 41, 21 — DiaL, p. 107, II, ed. Halm; 
Victor gentium populus (ad Romanos signifìcandos), Epit., 
I, 44, 3; li, I, 3. 34, 61 — DiaL, p. 106, 26 (3). 

Praetcrea, ut ait Jahnius (4) d rhetoricam disciplinam 
in toto Consilio [Epitomae], in rerum ordine, in singulis 
quae vel commemoravit vel omisit, ubique agnoscere 
licet )). Cuius rei exemplum luculentissimum hoc affert. 
Nam p. 116, Il de Delmatibus loquutus historicus ait: 

« hos iampridem Marcius consul quasi detruncaverat, 

postea Asini US Pollio gregibus armis agris multaverat, hic 
secundus orator )>. Qui epithetus perquam inopportune 
Pollioni bellum gerenti adiectus, studium prorsus rhetoris 
innuit, sententiam suam data occasione ferendi in tam ar- 
denti literaria lite, qua Pollio sibi contra Ciceronem p ri- 
mas in eloquentia arrogavisset. — Hinc etiam facili ratione 



(i) Ibidem. 

(2) Ritschelius, Mus. Rhenan., 1842, p. 3i3: « Im Styl un- 
seres BruchstUcks [videlìc. Dialogi] ist Uebereinstìmmung genug mit 
decn der Epitome, und im Allgemeinen die pikante Manier des Zeit- 
aiters >. 

(3) Te uf fé 1 i US , loc. cii., II, 3»8, 4. Cfr. etiam Halmium, 
Jahrb, f. Class, PhiloL, 1854» p. 192 et seqq. 

(4) luli Fiori Epitomae, Lipsiae, i852, Praefat., xlvii. 



T, -- ." . -. 



- 138 — 

intelligi potest cur Epitomae scriptor Hispaniam tam im- 
pense laudarit (i), quod videlicet non in ea regione natus(2) 
sed diu atque libenter commoratus esset, uti ex Dialogo 
apparet. 

Sed iam obiicitur nobis magna huius thesis difficuhas, 
diversitas nempe nominum atque praenominum. 

Cum enim Florus cognomen omnibus, quos memoravi- 
mus, commune sit, differunt tamen in ceteris. — Itaque 
Epitomae scriptorem Nazarianus codex (quem Salmasius 
utpote ante octigentos annos exaratum plurimi faciebat) 
L, Annaenm Florum nominat, Bambergensis (quem multo 
meiiorem ac fide digniorem, eum quoque saeculi IX, iudicavìt 
Jahnius, Praefat. ad luL Florum Villi) lulium Florum; 
Charisius, \. c,^ Anneum sive Annium Florum poetam 
profert; denique Dialogus « Vergilius orator an poeta » 
P. Annium Florum exhibet auctorem. — Quae quidem 
nobis aliqua ratione concilianda sunt, ut possimus illa 
omnia scripta uni eidemque viro tribuere. 

Iam ut metam nostrae argumentationis prima statim facie 
ostendamus, persuasum nobis est istum auctorem L. lu- 
lium Annaenm Senecam Florum appellatum fuisse. 
Quod licet parum verisimile leviter consideranti appareat, 
conabimur tamen magis apertum efficere. 

Floro cnim historico antiqui, ut diximus, Codices tum 
L. Annaenm tum lulium nomina indunt. Iam « quid pro- 
hibet, inquit Vossius (3), quominus ut L. Annaei Senecae 
philosophi frater non tantum L. Annaeus Novatus dicebatur 
sed etiam lunius Gallio (quod nomen habuit postquam a 
lunio Gallione est adoptatus), ita historicum hunc credamus 



(i) 1, 33; II, IO. 

(2) Ut vult Vossius, De Historicis Latinis, I. 

(3) Log. cit. 



- 139 - 

adoptione nomen mutasse : atque inde esse quod dictus sit 
L. Ànnaeus Seneca et Annaeus Florus ; vel, ut in non- 
nullis libris legere est, L. lulius Florus ? » 

Huius quidem rei exemplum luculentum praebet nobis 
imperator Galba, qui cum proprie Se?'{vius) Sulpicius Galba 
vocaretur, postea in adoptionem adscitus a Livia Ocellina 
noverca, ex parente isiius L. Livio Ocella L. Livius Ser- 
vius Sulpicius Galba est appellatus (i). — Verum non solum 
adoptione ista nominum commixtio fieri poterat, sed etiam 
materni gentilicii ac cognonìinis adsumptione. Sic Q. Heren- 
nius Etruscus Messius Decius patre Decio, matre Herennia 
Etrusca ortum duxit (2). — Quin eo processum est, ut 
nomina quoque undecumque desumta (« gan\ mllkììrliche 
Namen » Marquardtius, Privatleben der R6m., pag. 25) 
proprio gentilicio adderentur. — Nil igitur leviqs quam 
istiusmodi seriem L. lulius Annaeus Seneca Florus decla- 
rare •, sive enim ex adoptione, sive ex materna origine, sive 
suo prorsus arbitrio auctor noster iliam sibi adscivit. 

Qui certe in recentioribus quibusdam Epitomae codicibus 
Seneca quoque appellatur. Quod cognomen licet Salma- 
sius (3) et Jahnius (4) prò insiticio habeant, propter ea 
quae exponam non piane mihi videtur eorum satisfacere 
opinio. — Namque auctor prologi qui in quibusdam recen- 
tioribus Fiori manuscriptis libris invenitur (ex. gr. in He!- 
delbergensi i568 [36o]), afBrmat in membranis a se coUatis 
L. Anneum tantummodo reperiri, non Florum. Quare 
idem dubitat nonne Epitomae auctor, magis quam Florus, 
celebrior L. Anneus Seneca fuerit. 



(i) Marquardt, Privatleben der Ròmer, p. 25, adnoi. 3. 

{2) Borgh,, Lap. Grut., p. 28 seq.; M a rqu ard t, p. 25, adn. 4. 

(3) Prologus in X. Annaeum Florum, 

(4) Praefatio ad Julium Floruniy xxxviii. 



- 140 - 

Ex hoc anonymì errore, inquìunt Saimasìus et Jahnius 
(contra Vossius : I, de Historicis latinis\ factum est ut 
posteriorum Codicum scriptores utrumque nomen Florum 
et Senecam auctori Epiiomes affigerent. 

Quin, addit Jahnius, isti librarii eo quoque decìpi po- 
tuerunt, quod Lactantius, Insti t.,\ìh.Vlly i5, 14, in ae- 
tates distribuiionem romanae civitatis, quam Florum initio 
Epitomes fecisse constat, sub Senecae nomine referat. — At 
vero non modo hoc fieri potuit ut Lactantius, cum in co- 
dicibus supra memoratis L. Anneum tantum reperisset, de 
L. Anneo Seneca cogitarci, sed etiam ut revera Seneca 
maior illam distributionem in historiis quas edidit ab initio 
bellorum civilium adusque paene mortis suae diem (1), prior 
effinxerit, ncque Florus ah'ud nisi Senecae commentum in 
Epitomen suam transcripserit ; cum praesertim non adeo 
magna sit Fiori loci et Lactantii similiiudo, ut iste iis verbis 
ad illum se referre videatur. 

Hucusque Jahnius. Qui lamen animum non advertit ad 
illa Senecae a Lactaniio relata: a haec fuit prima eius 
sencctus, cum bellis lacerata civilibus atque intestino malo 
pressa rursus ad regimcn sinffularis imperii recidit quasi 
ad alteram infantiam revoluta, amissa enim libertate, 
quam Bruto duce et auctore defcnderat » etc, 
Quae verba quamvis Augusti aures (in Pompeianum T. Li- 
vium tam benignas) non fortasse offendissent, certe nunquam 
imperante Tiberio vel Caligula (hoc enim tempore M. Ann. 
Senecam historias edidisse oportuit, quas adusque fere ae- 
tatis suae terminum, a. 40 p. Chr., produxerit) sine vitae 
discrimine cmitti poterant. — At contra eadem licita Ha-- 
driano principe erant, cui ut philosopho sat esset a 



(1) Id scimus, auctore filio L. Annaeo in fragmento a Niebuh" 
detecto a. 1820. 



- 141 - 

insidiis imperii sceptrum tueri, de inanibus declamationibus 
minime sollicito. — Prorsus igitur Epitomae scriptori 
Seneca quoque nomen fuit. 

Ex quo etiam argumenium haud leve proposiiioni nostrae 
accedit. — Barihius enim in Commentar, ad Claudian, 
p. 147 (i) et in Praefatione ad Spurinnae odas (ad calcem 
Gratii ab ipso editi) meminit reperisse se in codice veteris 
cuiusdam bibliothecae Martisburgensis Pervigilii fragmenti 
exemplum Senecae adscriptum. « Qiiod quidem ridiculum 
videbaiur Scriverlo Senecam philosophum forte intelli- 
genti, sed... constai illum etiam historiae romanae scrip- 
torem L. Annaeum Florum in plerisque veteribus libris 
Senecae nomen habere )> Wernsdorfius (2). 

Hoc itaque nobis probatum est, Epitomae et Pervigilii 
et versniim ad Hadrianum atte torem eundem fnisse, ap- 
pellatumque L, lulium Annaeum Senecam Florum. 

Quod si cui scrupulum faciat non integra horum nomi- 
num ubique mentio, cum aliquando in lulium Florum, in- 
terdum in L. Annaeum Florum, aliquando demum in Se- 
necam incidamus, praesto est ex Marquardtio (3) exemplum 
Ti. Claudii Attici Herodis cos. 143, p. Chr., qui cum 
Herodes Atticus vulgo vocaretur, in Epistolis tamen He- 
rodes, in graecis titulis tum CI. Atticus Herodes, tum 
Tiberius Claudius Atticus Herodes, tum Claudius He- 
r^odes, tum denique Herodes tantum designatus est. 



(i] • Nacti non longe post sumus et exemplar scriptum Venerii 
illius Pervigilii quod omnes elegantia praestantissimum norunt, sub 
titulo SenecaCy ut quidem carie confectae literae demonstrant ». 
idem Adversar.y XVI, 6: « Hoc monere de universo Carmine volu- 
mus, scriptum nos exemplar habere, ubi Senecae adscrìbitur ex- 
presse » . 

[1) J^oet. lat. min., Ili, 451. 

(^) ^rivatleben der Rómer^ p. 26, adnot. 4. 



- 142 — 

Sed quid iam de P. Annio Floro dialogi a Vergilius 
orator » etc. auctore? Non enim in il la congerie nominum 
(L. Julius Annaeus Seneca Florus) Publius aut Annius 
ullus apparet. — Quod etsi prima statim facie quamlìbet 
Fiori nostri cum dialogi auctore cognationem dirimere vi- 
detur, levi tamen nisu excutitur. 

Unicus enim qui istum Dialogum refert, codex est Bru- 

xellensis 10677, "n^^ illum Th. Oehlerus primus depromsit, 

Ritscheliusque in publicum edidit (i). Is autem codex sae- 

culi XII est; ex vetustioribus igitur membranis descriptus. 

— Cum igitur nominis auctoris prior pars in eo sic desi- 

gnetur : 

PANNII 

quid vetat ut credamus isiàm librarium, sive incuria sive 
ignorantia, ex ha e alia lectione ve! simili effinxisse? 

PANNIII (=1. ANNEI) (2) 

Namque ut Ritschelii verbis (Opusc, IV, p. 5) loquar, 
a tanta E et l literarum ium in lapidibus tum in an- 
tiquissimis libris solet similitudo esse^ ut saepe 
prorsus nequeant discerni ». Quod is adnotabat 
cum in Gruter. 984, 4, invenisset Philominae prò Philu- 
tnenae. — Ceterum in comperto est II ad E signifìcandum 
tam in scriptura capitali quam praesertim in vulgari in- 
valuisse (i). 



(i) Teuffelius, Rómìs. Literatur, II, 3.»8, i, expeditius sed 
nullo iure arbiiratur, Jm/i, quo mss. libri Epiiomae incipiunt, nil 
aliud quam Publi fortasse corruptionem esse; ita ut po^ta atque Epi- 
tomae auctor Publius Annius Florus dicendus sit. 

(2). Opuscul.j IV, p. 5. 

(3) « 1 1 sehr hàufig in der Geltung von E vorkam » . R i t s e h I, 
Opusc, IV, p. 358. 



j' *-•?. 



- 143- 

Maior esc difficuitas de P prò I litera usurpata. Si tamen 
prae oculis habuerimus formam P apertam quae etiam 
crebro ìncidit parumque a P differì, hanc autem prò I longa 
fuisse aliquando adhibitam animadverterimus(i), hic quoque 
scrupulus eximetur. — I longa, porro, litera initialis lulius 
praenominis manifesto est; nam lulius fiorente quidem ro- 
mana republica gentiiicium, post vero in honorem domus 
lulìae praenomen quamplurimis commune fuit (2). 

Scribebam Romae, mense lanuario MDCCCXCI. 

EUGENIUS LaURENTI. 



(i) In titillo 363 apud Huebnerum (Exempla scriptur. epigraph. 
lai.) 1 longae cornu dextrorsum vergit P. < Inde illud explico quod 
in scriptura vulgari P forma prò I observata est ». Ibid., Prole gom.y 
LVIII. — Huius P exemplum inest n. 1161 eìusdem voluminus: 

COIV 

cr- B- M • F 

Ncque cui dubiuro faciat quod in scriptura vulgari huiusmodi forma 
usitata dicatur. Namque, ait Huebnerus (Prolegom., XXIV): < abusu 
quodam eadetn scriptura ex vitae quotidianae consuetudine translata 
est in monumenta et acta >. Quanto magis in privatam libri scriptu- 
ram illud F admitti potuit! 

(2) B o r g h e s i u s, OeuvreSy I , p. 469 sqq.; Marquardt, Pri- 
vatleben der RÓm,, p. 24, adnotat. 2. 



— 144 — 



DI UN LUOGO DUBBIO 
DELLA in CATILINARIA (9, 22). 



Nella terza orazione contro Caiilina, Cicerone, dopo aver 
dato notizia al popolo della scoperta e dell'arresto dei congiurati 
rimasti in città, passa a dimostrare, a guisa di conclusione, che 
la salvezza di Roma era da attribuirsi anzitutto airintervcnto 
della divinità protettrice {x, 18): Quamquam haec omnia^ Quirìtes^ 
ita sunt a me aJmùiistrata, ut dcorum immortalìum nutu atque 
Consilio et gesta et provisa esse vidcantur; e più sotto, 9, 22: 
Quibus ego si me restitisse dicam, nimium mihi adsumam et non 
sim ferendus; ille, ille luppiter restitit; ille Capitolium, il le haec 
tempia, ille cunctam urhem, ille vos omnis salvos esse voluit. Dis 
immortalihus ducibus hanc mentem Quiritcs voluntatemque susceffi 
atque ad haec tanta indicia perveni {i). 

Fra gli argomenti che l'oratore porta per sostenere la sua 
tesi sono questi due, che si susseguono immediatamente uno 
all'altro : 

I) lam vero illa Allobrogum sollicitatio, iam ab Lentulo ce- 
tcrisque domesticis hostibus tam demcnter tantae res creditae «* 
ignotis et barbar is commissaeque littcrac nunquam essentprofect^^ 
nisi ab dis immortalibus buie tantae audaciae consilium ess^^ 
ereptum. 

II) Quid vero? ut homines Galli ex civitate male pacata, qu*^^ 
gens una restai, quae bcllum populo Romano facete posse et ni 
nnlle videatur, spem imperii ac rerum maximarum ultro sibi 
patriciis hominibus oblatam neglegerent vestramque salutem si 
opibus anteponerent, id non divinitus esse factum futatis, pra-^ 
sellini qui nos non pugnando sed tacendo superare potuerint ? 

La forma in cui è concepito ed espresso il primo di ques-^ 
due argomenti ha dato alquanto da fare agli editori. E v( 



(1) Cito Tediz. iMùUer, Lipsia, 1876. 



~ U5 - 

mente essa presenta alcune difficoltà. La prima e la più grave 
consiste nel doppio modo in cui principia il periodo : le parole 
fila Allobrogum sollicitatio non hanno poi seguito alcuno e 
restano sospese, mentre il periodo prende un andamento di- 
verso da quello che esse farebbero attendere. Parrebbe quasi 
che Fautore, pentito della forma data ad esso primitivamente, 
si fosse interrotto a metà per incominciarlo in maniera diversa. 
Siccome d'altra parte i codici sono d'accordo nella lezione (solo 
uno dà dopo il secondo iam un sic che non aiuta in nulla ed 
è evidentemente erroneo), gli editori si trovarono ridotti a far 
congetture. Così il Mommsen, il Halm (2» ediz.), il Mùller ed 
altri riguardano come interpolate le parole illa Allobrogum 
solltcttatio tatn, il Klotz invece suppone una lacuna dopo la 
parola sollicitatio, 

A questa difficoltà se ne aggiunge un'altra minore nel corso 
del periodo : anche le parole commissaeque litterae furono tro- 
vate poco naturali, specialmente per la loro collocazione, in 
modo che alcuni degli editori le rifiutarono affatto, mentre il 
Mommsen si limita ad espungere Vet dopo ignotis e il ^ue di 
commissaeque. 

Ma se molti si sono accorti che la forma di questo periodo 
è viziosa ed hanno tentato di emendarla in qualche maniera, 
nessuno, ch'io sappia, ha notato fin qui che anche per il con- 
tenuto esso è sconvenientissimo e contrasta non solo alla realtà 
delle cose, ma anche a quello che Cicerone stesso viene a dire 
poco dopo. Qual'è infatti il senso di questo periodo } « L'avere 
' congiurati confidato i loro progetti e consegnato lettere sì 
-ompromettenti agli Allobrogi, popolazione barbarica e a loro 
conosciuta, è un fatto tanto strano, che bisogna vedere in 
sso un intervento degli dei, i quali per salvare la città hanno 
'^to il senno ai suoi nemici ». Quem deus vult perdere dementai, 
^ se gli Allobrogi erano nemici dichiarati di Roma, alla quale 
^i soli ancora resistevano, e dovevano per naturale conse- 
^wiza desiderare e cercare con ogni mezzo ch'essa cadesse, 
protra con ragione chiamare inconsiderato, anzi pazzo il modo 
^^^re dei congiurati > Ognuno sa che le società non hanno 
^^so altro fondamento che nella comunanza d'interessi e d'in- 
^"^i degli individui che le compongono, e questo fondamento 
^tato sempre riguardato come uno dei più stabili. Ora che 
^^yemo dire se l'oratore stesso, proprio nel periodo seguente, 
^^a a svolgere questo concetto a cui noi abbiamo accennato? 

ivista di filologia ecc., XX, 10 



- 146 - 

<t K cosa latito meravigliosa », egli dice in esso, « che gli Allo' 
brogi, a cui nulla doveva tornar piti gradito della nostra rovina, 
ci dessero spontaneamente in mano il mezzo di salvarci, che questo 
fatto si deve attribuire soltanto alla volontà degli dei, i quali vo- 
gliono salva ad ogni costo la nostra città ». Insomma Cicerone 
avrebbe detto : « E meraviglioso che i congiurati si sieno fidati 
negli Allobrogi ed è nello stesso tempo meraviglioso che questi 
abbiano tradita la loro fede! ». Chi vorrà credere che il nostro 
oratore per sostenere una tesi portasse due argomenti che si 
escludono reciprocamente, e li ponesse proprio Tuno appresso 
air altro, quasi a farne toccar con mano la sconcordanza > 

Secondo noi dunque il primo dei due periodi che abbiamo 
esaminato non è di Cicerone. Esso fu composto da un lettore 
poco accorto, il quale, trovando strano che fra gli argomenti 
portati da Cicerone per sostenere T intervento della divinità 
nella salvezza di Roma non fosse il luogo comune del quem 
deus vult perdere dementai, ve lo aggiunse di suo, non pen- 
sando che per tal modo l'oratore si sarebbe contradetto da se 
medesimo. 

Ognuno poi intende facilmente come i vizi di forma, che 
sono inammissibili in un periodo Ciceroniano, non sorprendano 
più affatto, anzi possano sembrar naturali nell'aggiunta di un 
interpolatore. Quanto alla prima e più importante difficoltà, noi 
supporremmo, se e lecito fare un'ipotesi, che essa avesse ori- 
gine cosi : l'interpolatore aveva da prima introdotto il periodo 
colle parole iam vero illa Allobrogum sollicitatio, prendendole 
dalla stessa nostra orazione più sopra (i), poi, non venendogli 
fatto di proseguirlo in questo modo, s'interruppe a mezzo e lo 
incominciò diversamente, senza neppure curarsi di cassare le 
parole che innanzi aveva scritte e che perciò sarebbero rimaste 
nel testo. 

Roma, 24 gennaio 1891. 

Lionello Levi. 



(1) 6, 14: in hac Allobrogum sollicitatione, etc. 



- 147 — 



L' *A9Tivaiu)V iroXiieia di Aristotele 



IH. 
Studi suir^Mr\va\wv iroXlSefa attribuita ad Aristotele. 

La recente scoperta di quasi intera 1' 'AGnvaiuiv TroXiieia che 
correva nell' antichità sotto il nome di Aristotele è senza dubbio 
una gran ventura per lo studio della storia ateniese. Ma con- 
viene ben guardarci dairaffermare senz'altro la realtà di tutto 
quel che è narrato nella parte storica del libro. L'entusiasmo 
della scoperta deve dar luogo alla calma dell'esame critico. 
L'autore, chiunque sia, non procedette certo col metodo rigo- 
roso di uno scienziato moderno : e poi ad un esame spassio- 
nato a prima vista apparisce che c*è nel libro, sul principio 
almeno, un forte elemento leggendario. E però s'impone uno 
studio sulle fonti della iroXiieia. L'esame appunto sotto il ri- 
spetto delle fonti di quella parte di essa che abbraccia gli av- 
venimenti compresi tra la riforma di distene e la rivoluzione 
oligarchica del 411 (e. 22-28) è il tema della presente memoria ; 
si tratta d'un brano il quale si distingue in modo bastante- 
mente spiccato da quel che precede e da quel che segue per 
la minore ampiezza e il procedere saltuario della narrazione e 
la cui analisi io credo particolarmente istruttiva. 

Per un tale studio non è punto necessario di stabilire se la 
*A6iivaiuiv iToXiTcia spetti o no realmente ad Aristotele. Del 
resto neppure possiamo dire al presente se tale questione avrà 
mai una soluzione sicura. Già dibattuta quando del libro non 
s'avevano che scarsi frammenti, non sembra che sia stata punto 
chiusa dalla nuova scoperta ; ornai c'è persino chi per l'au- 
tore ha messo innanzi un nome diverso da quello dello Stagi- 
rita; ma su questo punto è tanto facile asserire, quanto difficile 
dimostrare. A noi può bastare che senz'alcun dubbio 1' 'AGn- 



— 148 — 

vaiujv iToXiTCta messa alla luce dal Kenyon, che non si pu^ 
dubitare essere quella già dagli antichi attribuita ad Aristotele: ^ 
fu scritta, o compita almeno, non prima del 329/8 come si ^ 
potuto dedurre dal nome dcirarconte Cefisofonte che ricorre ^^ 
e. 54, né dopo il rivolgimento costituzionale del 322 cheteni^ t 
dietro alla guerra lamiaca, il quale in tutto il libro è affata o 
ignorato, anzi probabilmente qualche anno avanti a queste:^, 
poiché al e. 44 si dice che la buie era incaricata di costn]ÌK^« 
trireme e quadrireme, mentre nel 325/4 già appariscono nella 
flotta ateniese le prime quinquereme (i). 

E innanzi tutto alcune osservazioni sulla cronologia. Ques'C^ 
per la storia ateniese fino a tutto il secolo V già doveva es- 
sere stata costituita nelle linee principali dagli attidografiant^* 
fiori all'autore dell' 'ASnvaCuJv iroXiteia, ed egli doveva natural- 
mente appropriarsene il lavoro ; e se avesse voluto sottoporr"* 
a nuova disamina la cronologia adottata, cosa del resto alien-fl 
dall'intento principale della sua opera, non mancherebbe dici <^ 
qualche traccia. Ma al contrario qua e là il racconto most^^ 
anacronismi, i quali non si spiegherebbero se Tautore avcss^ 
un poco approfondito per conto proprio le questioni cronolo- 
giche. 

A Temistocle si fa prendere una parte importante nella rovia ** 
del potere dell'Areopago che vien riferita al 462/1 (e. 25). At^ 
Tucidide (I, 137, 3) ci dice che Temistocle nella sua fuga in Asi^ 
trovò Artaserse salito di recente al trono. Ora il principio d^^^ 
regno d'Artascrse cade nel 465/4 (2). Se Temistocle nel 4621^ * 
trionfò dell'Areopago, il suo ostracismo deve aver avuto luogr**^ 
senza dubbio un certo tempo dopo questo grande successo delE-^- 
sua politica ; qualche tempo corse tra l'ostracismo e la fuga (3 ^^» 
computando poi la durata della fuga, difficilmente si può co^-^ 
locare il suo arrivo nelFimpero persiano più presto del 458 ' 

ma allora Artaserse non poteva dirsi veujaTÌ PacTiXeuuJV. Inolti * 

Atene e Sparta, secondo narra Tucidide, inseguirono d'accord ^ 
Temistocle. Ma come poteva sussistere questo accordo se "' 

partito radicale seguiva una politica apertamente ostile ai P 
loponnesiaci ed era scoppiata o almeno era sul punto di scO] 
piare la guerra con Corinto ? È certissimo in ogni caso che 







(1) Torr, Athenaeum, 1891, n. 3302, p. 185. 

(2) Diod., XI, 69;cfr. Busoll, Griechische Geschichte, II, 390, n. 
(3 Thuc, I, 135, 3. 



- 149 - 

di Temistocle è anteriore alla guerra aperta tra Atene e 
a; ma il partito radicale, per quel che sappiamo, negli 
:ra il 462/1 e il principio di questa guerra conservò il po- 
ri Atene, anzi si avviò con vigore al conseguimento dei 
ì intenti alfinterno ed all'estero. Riesce quindi difficile a 
ire l'ostracismo di Temistocle, se egli all'opera dei radi- 
veva spianato la via con la sconfitta data all'Areopago. 
Itre se esisteva una vera tradizione storica che Temistocle 
s preso parte alla rovina del potere dell'Areopago, diffi- 
ite Eforo e molti altri con lui (i) si sarebbero permessi 
)trarre tanto il regno di Serse per fare che Temistocle 
endo in Persia lo trovasse ancor vivo. Né le fonti da cui 
xo trasse una narrazione sì diffusa delle ultime vicende 
mistocle mostrano di conoscere o di accettare quel rac- 

di cui in altro caso non avrebbe mancato di trarre pro- 
)er l'effetto retorico che prendono tanto di mira. Ed anche 
parla dell'assalto mosso dai radicali all'Areopago, Plutarco 
onosce la pretesa partecipazione di Temistocle, ma diri- 

il movimento Efialte e Pericle (2). 

altro argomento si potrebbe trarre dal passaggio di Te- 
de a Nasso quando questa era assediata dagli Ateniesi (3), 
è l'assedio di Nasso fu anteriore alla battaglia dell'Euri- 
nte e quindi in nessun sistema cronologico è collocato 
il 465, anzi si può forse dimostrare che accadde vari anni 

; e di qui vedo che si comincia a trarre qualche obbie- 

al racconto della 7ToXiT€(a. Ma non conviene contrapporre 
leddoto ad un altro aneddoto. Se però la fuga di Temi- 
era avvenuta in realtà una decina d'anni e più dopo 
dio di Nasso, Tucidide non era si poco al fatto della cro- 
ia dell'epoca periclea da accettare la storiella che con- 
cva quei due avvenimenti. Finalmente abbiamo alcuni dati 
ittori antichi che collocano l'ostracismo o, per una con- 



Mut., Them.,^. 

^er.f 9; Cim.^ 15. Si potrebbe anche aggiungere Arist., Pol.^ 
1274 a : xal Tfjv m^v èv *Ap€{ip iiày^t PouXi?|v *€<pidXTTi^ èKÓXouac 
piKXf]^, TÒ hi biKaaTÌ\p\a ^\aQo(p6pa KaréaTr\a€ TT€piKXn<;. Ma si è 
iturato, e non senza ragione, che le parole kqI TT€piKXff(; siano una 
Diazione. Chi sostiene che T 'AOrivaiwv iroXirda sia aristotelica si 
ierà certo a questa ipotesi. 
Thuc, I, 137, 2. 



— 160 - 

fusione facile a spiegare, la fuga di Temistocle nel 471 o circa (i). 
Quindi il racconto dell* *A6r)vaiu)V iroXiTCta dal punto di vista 
cronologico è insostenibile. Del resto lo stesso suo carattere 
troppo aneddotico dimostra che non è degno di fede. 

Pure un anacronismo è quando, dopo il 462/1, Cimoneviea 
detto veu)T€po^ (e. 26). Infatti Cimonc era stratego all'assedio 
di Eone (2), dunque nel 477/6 o al più tardi nel 476/5 egli era 
già almeno sulla trentina (3). 

E un'altra inesattezza vi e su Pericle. L'ultimo fatto menzio- 
nato al e. 26 spetta al 451/0. Mera òè TaOia, continua il e. 37, 
irpò^ TÒ òrmaTUireiv éXeóvio^ TTepiKXéou^, Kai irpaiTOV (4) £000- 
K\\xr\aayno<; 6t€ KaTr\r6pr\ae là^ €Ìi6ùva^ Ki^ujvo^ <rrpaTT|ToOvTO? 
véo(^ i&v, òrmoTiKOiTépav fu (Tuvépr) feyéaBai Tf|v ttcXitciov wì 
tàp tOjv 'ApeoTtaTiTuiv fvia TtapetXeTO Kxé. Pericle dunque avrebbe 
cominciato circa il 450 la sua vita di demagogo. Ciò è in aperta 
contraddizione con quel che noi sappiamo per altra via. Cice- 
rone (5) e Plutarco (6) affermano che Pericle per quarant'anni 
primeggiò in Atene, e come prima fonie di questa notizia vicn ri- 
guardato Teopompo. Ma si neghi pur fede a una tale asserzione 
che è fondata senza dubbio non su una vera tradizione storica 
pervenuta a Teopompo, ma sopra un calcolo suo (7); certo se 
la prima volta che Pericle si acquistò fama (come demagogo) 



(1) Sono raccolti in Busolt, li, 369, d. 7. 

(2) Thuc, I, 98, 1; Herod., VII, 107. Una discussioDe snlU data 
deirassedio di Eone non sarebbe qui a ano laogo ; del reato non è nap* 
pnre necessaria, perchè la teoria delio Sch&fer che lo riporta al 470/6^ 
è stata ormai bastantemente confatata. 

(3) Secondo PI ut.. Arisi., 23 (cfr. Cim.,6). Cimone fa già atrtte^' 
delle forze ateniesi nella spedizione sotto il comando di Panaanla ine^ 
si prese Bisanzio. Eforo (Di od., XI, 44) nomina in questa occasione aoltan. ^ 
Aristide. Né Tuna notizia, né Taltra merita gran fede. Troppo ai pr*^ 
stava Aristide ad un^antitesi retorica con Pausania perchè lo atori^ 
retore trascurasse di metterli accanto. Probabilmente scrittori pib receir- 
hanno aggiunto ad Aristide Cimoue che veniva rappresentato qaaai 1^ 
suo giovane allievo. 

(4) Il irpiJbTou del testo va evidentemente corretto in queato modo, 
non, come pure è stato proposto, in irpò toO. 

(5) De Orat., III, 34, 138. 

(6) Per., 16. 

(7) Punto di partenza di questo calcolo è stato l'anno della caduta » 
Taso. Pericle essendo morto nel 429, si giungeva così a circa 35 
ma, aiTOtondata la cifra, se ne fecero quaranta. 



— 161- 

fu per l'accusa fatta a Cimone, e si ddvc intendere Taccusa di 
corruzione dopo la guerra di Taso, la vita politica di Pericle 
cominciò assai prima, poiché Taso cadde all'incirca nel 464. 

Del resto ih Plutarco Pericle è rappresentato quale avversario 
politico di Cimone, e Plutarco e l'autore dell' 'A0Tiva(u)V ttoXi- 
T€Ìa narrano che Pericle diede del denaro pubblico per emulare 
la liberalità che Cimone poteva permettersi del denaro pri- 
vato (i). Senza occuparci del valore di quest'ultima storiella, 
è chiaro che una rivalità tra Pericle e Cimone, quale da questa 
storiella è supposta, non poteva aver luogo se Pericle cominciò 
la sua vita politica quando dice 1' 'AOrivaiiuv iroXiTcia, perchè 
intorno al 449 Cimone moriva in Cipro. Questo disordine si 
spiega supponendo che l'autore pervenuto al punto dove la 
fonte da lui seguita per le notizie cronologiche nominava per 
la prima volta Pericle a proposito del suo decreto su quelli 
che s'avevano a considerare come cittadini, ha inserito qui 
contro la cronologia un riassunto su Pericle tolto d'altra fonte ; 
e la menzione che vien fatta della sua condotta con gli Areo- 
pagiti (Kttì TÒp Tuiv 'ApeoTrariTuiv ?via TrapeiXcTo), dove l'espres- 
sione può essere stata a bello studio attenuata, probabilmente 
non ad altro si riferisce che alla parte da lui presa con Efialte 
alla lotta contro l'Areopago. 

Due altri luoghi della TroXiT€(a meritano d'essere qui conside- 
rati. Al e. 22 è menzionata la formula di giuramento prescritta pei 
buleutì il quinto anno dopo la riforma di distene, sotto Tar- 
contato d'Ermucreonte ; siccome la riforma clistenica è posta 
sotto Tarcontato d'Isagora (508/7), verremmo al 504/3. Ma poco 
appresso si trova che la battaglia di Maratona avvenne il dodi- 
cesimo anno di poi'; non potendosi dubitare che questa avesse 
luogo nel 490/89, verremmo per Tanno d'Ermucreonte al 501/0. 
Per conciliare questa contraddizione il Kenyon propone d'am- 
mettere che la riforma di Clistene fosse attuata in più anni. 



(1) Io questo luogo dell' 'AOr)va(uiv iroXiTcCa vi sono contatti, oltreché 
di sentenza, anche di forma, con la relazione di P 1 u t., Cim., 10, sulle 
liberalità di Cimone che risale (probabilmente per via indiretta) a Teo- 
pODopo ed anche con un frammento dello stesso Teopompo (fr. 94: Ath en., 
XII, 533 A}. Senza dubbio non è l'autore dell' 'AOi^vaCuiv iroXiTcia che ha 
attinto a Teopompo, sia per la ragione cronologica, sia perchè se egli è 
più breve, ha anche determinazioni più precise. Sembra piuttosto che 
Teopompo abbia semplicemente amplificato il racconto della iroXiTda. 



- 152 — 

ma It€i ^Té^T^np \xeTà launiv Tf|v KaTd(TTa0tv si riferisce all'unica 
data precedente, quella delFarconte Isagora; o di correggere 
TTéfiTmiJ in ÒT^óiiJ (e' in r)'), ma questo dal punto di vista palco- j 
grafico è bastantemente arbitrario. Val meglio supporre che j 
l'autore dell' 'AGiivaluiv noXiieia abbia omesso una qualche no- 
tizia data dalla sua fonte sotto uno degli arconti posteriori ad 
Crmucreonte e poi non si sia curato di correggere come do- 
veva la frase ?T€i òè ^€Tà TaOia buuibcKdTui, la quale si riferisce 
all'arconte omesso. 

Cosi pure al e. 22, detto che l'ostracismo fu applicato pc-'i 
la prima volta due anni dopo Maratona, dunque nel 488/7, a> ^ 
Ipparco figlio di Carmo, e l'anno seguente a Megacle, non ^^ 
comprende come si possa soggiungere : èiri jièv oOv iti] t' tol-^" 
Tojv Tupàvvuuv cpiXou^ uj(JTpdKi21ov. Di più le parole iieià 
laOia Ttu T€TapTUJ fiei con cui e introdotta la notizia suU'ostr; 
cismo di Santippo, non s'hanno ad intendere nò il quart'ani 
dopo cacciato in esilio Megacle, nò il quart'anno dopo Marcus 
tona ossia il 487/6, poiché tali date sono escluse da quello ci 
segue. Per risolvere la difficoltà propone il Kenyon d'intcndei 

che gli anni indicati nelle frasi KaTaXinóvie^ èvf\ òuuj 

ùcTT^pui liei siano sommati in èm \xkv oi5v ìtt] y' e che 
T€TàpT4) It€i indichi Tanno seguente all'ultimo di questi ti 
ossia il 486/5. Ma Dionisio d'AUcarnasso riferisce al 483/3 l'j 
contato di Xicodemo (i) ed all'anno precedente quello del su 
antecessore I.costrato (2). Dicendo la TToXiT€Ìa che la proposta 
di Temistocle sul prodotto delle miniere ebbe luogo sotto NE- 
codemo e nel terz'anno dopo l'esiglio di Santippo, questo v 
collocato con sicurezza nel 485/4. Allora, e vero, non può mai»— 
tenersi sul termine del e. 22: xeiapTip b* ?T€i àjrebéEavTO iràvrcu 
Toù^ uj<JTpaKi(J^évou^, fipXOVTO^ Tiprixtbou, giacche si verrcbb-^ 
al 480/79 in cui fu arconte Calliadc, ma la correzione di TCTapn — - 
in TpiTip e sujiTgerita sì da Plutarco (3), sì da Nepote (4). Poste» 
ciò conviene ritenere che dopo l'ostracismo di Megacle o fors^ 
prima era ricordato nella fonte della noXiieCa un altro ostra^ 



(1) Ant. Rotn., Vili, 83. 
.;2) Ivi, Vili, 77. 

(3) Arist., 8. 

(4) Arisi., \f dove sexto^ come s*ò giustamente osseiTato, deriva da aD(^ 
sbaglio di lettura commesso da Nepote nel testo greco della sua font»-^ 
(F per r). 



— 153 — 

<^ìsino, io suppongo quello d'Alcibiade, l'antenato del famoso 
Alcibiade (i), che dovette accadere appunto in questi tempi, e 
che trova ben luogo accanto agli ostracismi di Megacle, San- 
tippe ed Aristide. Infatti Alcibiade il vecchio fu certo partigiano 
degli Alcmeonidi, essendo stato tra i cooperatori di distene ; 
e poi la sua famiglia si strinse con quelli in parentela allorché 
Ciinia, padre del più noto Alcibiade, sposò Dinomaca, figlia di 
Ufi Megacle Alcmconide, venendo così a trovarsi anche in rc- 
/aziooe d*affinità con la famiglia di Santippo, in modo che, morto 
Clinia, Pericle divenne tutore de' figli di lui. Quanto ai rap- 
porti tra Alcibiade il vecchio ed Aristide, può spargervi qualche 
iuce il decreto proposto da un Alcibiade (che la cronologia 
ci mostra chiaramente non poter essere Alcibiade il giovane) 
pei- provvedere al sostentamento di Lisimaco figlio d'Aristide (2). 
Solo con l'ipotesi proposta s'intende bene la frase énì ^èv oi5v 
Itti Y toù^ tui v Tupdvvujv cpiXou^ ibarpaKiJlov ; Tip TeidpTiij f t€i 
indica l'anno quarto in cui fu applicato l'ostracismo, il 485/4. 
L'autore della troXiieia potrebbe avere omesso, compilando, il 
terzo ostracismo. Però in questo luogo e nel precedente si può 
credere altresì che si tratti di lacune del nostro testo. Pel caso 
presente è anzi abbastanza probabile, giacché la considerazione 
che per tre anni s'erano espulsi gli amici dei tiranni sembra 
^ me inserita qui dall'autore della TToXiTeia tra i dati della sua 
fonte (perchè io creda così apparirà or ora), e non si poteva 
inserire se non erano menzionati tre ostracismi. La lacuna può 
essere stata occasionata, p. e., dall'essere saltato con l'occhio 
il copista dalla frase relativa all'esiglio d'Alcibiade che sarà 
cominciata Kal uxTTpaKiaGTi 'AXKiPidÒTi? o press'a poco, all'altra: 
■^ì cjb(rrpaKÌ(T6ii MeraKXfJi; NmroKpàTou? 'AXujTieKfieev. Ma checche 
^^ sia di quest'ultimo caso, da tutte le considerazioni fatte 
siarràc in diritto, cred'io, di concludere che le precise determi- 
''azioni cronologiche che s'incontrano nella nostra *A6riva{u)V 
^o^i-rcCa sono tolte ad uno scrittore anteriore, senza dubbio un 
attidografo. 

y* procediamo oltre. Questi dati cronologici nel periodo di 

CUI trattiamo non sono in genere fusi coi racconto; anzi nella 

^'^<^ esattezza e brevità si contrappongono al colorito leggcn- 



'^> Cfr. [And oc] e. Ale, 34; 
^^i Plot., Arist,, 27. 



Lys., e. Alc.^ I, 39. 



- 154 — 

dario che esso prende. Ciò è meno chiaro pel e. 22, il quale 
risulta in gran parte d*una serie di notizie cronologiche, ma 
verrà dimostrato all'evidenza dall'esame dei capi seguenti. In- 
tanto pel e. 22 è da notare che nella fonte attidografica della 
TToXiTcia possono essere state benissimo le nude notizie degli 
ostracismi e l'autore avere aggiunto del suo le considerazioni 
relative. Queste considerazioni, almeno in parte, sono poco 
verisimili. Una separazione tra Megacle (e Alcibiade) da un 
lato e Santippe ed Aristide dall'altro non è punto logica; molto 
più logico è il credere che qualche anno dopo Maratona si 
compì contro gli Alcmeonidi una potente reazione, di cui furono 
vittime prima Alcibiade, il compagno, e Megacle, il nipote di 
distene, poi Santippo, ch'era cognato di Megacle, ed Aristide 
che tutto c'indurrebbe a ritenere un partigiano degli Alcmeo- 
nidi, quand'anche non volessimo dar peso alla espressa affer- 
mazione di Plutarco (i). Ma come è stata introdotta qui una 
separazione > L'autore è partito dal preconcetto che prime vit- 
time dell'ostracismo fossero gli amici dei tiranni, al quale pre- 
concetto dava appiglio il fatto che primo ad essere ostracizzato 
fu Ipparco figlio di Carmo ; d'altra parte Santippo ed Aristide 
non si potevano chiamare amici dei tiranni, sia perchè richia- 
mati ebbero perfino il comando delle forze ateniesi, cosa che ad 
amici dei tiranni non si sarebbe mai conceduta, sia per la fama 
che conservarono, Aristide in ispecie. Da ciò quella illogica 
distinzione. Che poi Clistene introducesse l'ostracismo per di- 
scacciare Ipparco è manifestamente una leggenda di nessun 
valore che tenta di congiungere l'introduzione dell'ostracismo 
per Clistene e il primo uso di esso contro Ipparco ; ma se fosse 
vero, ne si sarebbero aspettati venti anni per ostracizzare Ip- 
parco, né egli sarebbe stato ostracizzato quando si addensava 
la tempesta contro gli Alcmeonidi. E pure i particolari sulla 
proposta di Temistocle quanto all'uso dei denari ricavati dalle 
miniere hanno un carattere leggendario. Temistocle senza dire 
che vuol fare di questo denaro ottiene che sia dato in prestito 
ai più ricchi con l'incarico di spenderlo per qualche opera 
di pubblica utilità, ed a questo modo riesce a costituire una 
flotta di cento navi; ma che gli Ateniesi collocassero così senza 
nessuno scopo determinato il prodotto delle miniere che per 



(1) Arisi., 2 e altrove. 



- 155- 

coUocarlo a questo modo rinunciassero a dividerlo tra loro (i), 
non è punto credibile. Qui abbiamo una delle astuzie leggen- 
darie di Temistocle, non un particolare degno di fede su questo 
momento importantissimo nella vita politica del grande Ate- 
niese. Quindi si può credere che sopra una semplice notizia 
della sua fonte attidografìca Fautore della TToXiT€Ìa inserisse 
qui l'aneddoto. 

Invece le altre notizie brevi e precise sparse in questo capo 
meritano piena fede; nulla c'è d'aspetto leggendario, nulla che 
si possa riguardare come proveniente da una semplice indu- 
zione. Alcune di queste notizie confermano i risultati della 
scienza moderna, per es., che gli arconti all'epoca di Maratona 
fossero ancora eletti e non sorteggiati, nonostante quel che 
FJrodoto dice riguardo al polemarco Callimaco (2); altre sono 
contrarie a certe ipotesi moderne, cosi a quella che il sorteggio 
degli arconti fosse introdotto da Aristide (3); ma si tratta di 
ipotesi che il difetto di fonti spiega e che, se avevamo V 'AGr)- 
vaiuiv iroXiTCìa, non si sarebbero prodotte (4). 

I due capi seguenti hanno in parte carattere evidentemente 
leggendario. Quel potere straordinario dell'Areopago per cui 
esso avrebbe a sua posta governato in Atene dalle guerre per- 
siane alla riscossa democratica capitanata da Efìalte, ha avuto 
o no realtà storica? Ogni cosa c'induce a negarlo. I favorevoli 
successi riportati dalla flotta ateniese nelle guerre persiane non 
erano certo atti a fermare il cammino dell'idea democratica in 
Atene (5). Poi negli anni che seguirono immediatamente alle 
guerre persiane il personaggio più potente d'Atene era Temi- 
stocle all'apogeo della sua gloria e non era certo uomo da 
sopportare che s'inaugurasse un'areopagocrazia. 

È del resto molto singolare l'aneddoto con cui si tenta 
spiegare lo stabilimento di questo nuovo governo. Si tratta 
dello sgombro d'Atene poco innanzi alla battaglia di Salamina; 



fi) Herod., VII, 144. 

f2) Herod., VI, 109; v. Lugebil, Jahrb, f. PhiLSupplementbd., 
V. 564 «egg. 

(^} Sostenuta da Mùller-Strùbing, Aristophanes und die hi- 
^r^rUehe Kritik, p. 247. 

C^j Entrare qui in maggiori particolari sarebbe di?agare dal tema. 
(S) Gom*ò noto, anche Aristotele, Polit,, lì, p. 1274 a. Vili (V), 
P- '304 a, riconobbe Timportanza dei successi marittimi nello sviluppo 
d«UA democrazia. 



— 156 — 

gli strateghi, narra il nostro autore, non sapevano che fare 
ricordi che tra essi era Temistocle!) e avevano bandito 
ognuno pensasse a salvarsi, quando TAreopago diede a cias 
cittadino otto dramme e tutti fece salire sulle navi. È eh 
a prima vista che questa storiella è tanto insufficiente a s 
gare come sorse il governo areopagitico, quanto intrins 
mente inverisimile ; perchè dei tesoro dello stato non dispor 
l'Areopago e se c'era denaro da poterne disporre in qu 
emergenza a beneficio dei cittadini, si sarebbe distribuito s( 
bisogno del suo intervento ; ma fuori del tesoro, donde 
avrebbe potuto l'Areopago e con quali mezzi ricavare le sor 
necessarie? La poca autorità di questo aneddoto è conferr 
dal fatto che uno diverso è narrato sullo stesso tema dal! 
tico attidografo Clidemo (i), il quale ad un'astuzia di Temisi 
attribuiva il merito d'aver provvisto di denaro gli Ateniesi 
fuggivano dalia patria. Per di più, secondo il racconto e 
'AGiivaiuiV iroXiTcla sembrerebbe che la deliberazione di s; 
sulle navi partisse dall'Areopago, non dagli strateghi, i e 
avevano semplicemente bandito che ciascuno si mettess 
salvo; ma questo è in contraddizione col racconto d'Eroe 
a tutti noto, secondo cui fu Temistocle che indusse gli . 
niesi a salire sulle navi. 

Se il governo areopagitico, quale è rappresentato nell' 'i 
vaiujv 7ToXiT€(a, è una leggenda, resta a spiegarne l'orig 
Era noto che il partito radicale si affermò per la prima \ 
solennemente in Atene nell'assalto contro l'Areopago. Qu 
assalto ci sembrerà bastantemente motivato se teniamo c< 
degli estesi diritti che la costituzione ateniese gli attribu 
Ma l'esagerazione dei motivi fu cosa ordinaria nella storiogi 
antica come lo era stata nell'epopea. Per meglio spiegar 
lotta contro l'Areopago, si suppose che esso avesse oltrepas 
i suoi poteri ordinari, s'immaginò un'areopagocrazia. Qu 
non poteva aver cominciato innanzi alle guerre persiane, pei 
l'Areopago non era menzionato a proposito delle contese d 
la cacciata dei tiranni e della riforma di distene ; ed al 
per spiegare il preteso aumento di poteri non si trovò di me 
che ricorrere ad un aneddoto relativo alle guerre persiane 

Seguono nel resto del e. 23 e nel e. 24 considerazion 



(1) Fr. 13: PI ut., Them,, 10. 



- 157 — 

Temistocle e su Aristide, specialmente sulla politica interna ed 
estera di Aristide. Anche in queste c'è una parte assai discu- 
tibile. Il consiglio dato agli Ateniesi di concentrarsi nella città (i), 
dove a tutti si troverebbe un sostentamento a spese dello 
stato, sarebbe più adatto ad un radicale dello stampo d'Efialte. 
Poi, al contrario di quel che sembra risultare da questo passo, 
fino alla guerra del Peloponneso, la popolazione del contado 
restò più numerosa di quella d'Atene (2). Ed è vero che Atene 
dopo le guerre persiane divenne una grande città ; ma il rac- 
conto deir 'AGtivaiuiV iroXiTcia non è che un mito destinato a 
spiegare con Topera di un uomo quel che fu il prodotto della 
forza delle cose. La lista seguente di persone che lo stato fa- 
ceva vivere a proprie spese a norma dei consigli di Aristide 
non può derivare da fonte nò contemporanea ne ufììciale. Per 
convincersene basta considerare come i dicasti allora non ave- 
vano di certo la paga, che fu fornita per la prima volta, come 
la stessa *A0rivaiiuv noXiTeia (e. 27) c'insegna, da Pericle. 
Quella lista dunque dev'essere il risultato di calcoli e d'indu- 
zioni dell'autore; l'influenza di Tucidide vi è innegabile; con 
lui (II, 13, 8) coincide a capello il numero dei cavalieri e degli 
arcieri (3). 

In questi due capi v'è una sola notizia d'indole cronologica, 
quella sull'anno in cui Aristide stabih il cpópo^ degli alleati 
ateniesi, ed è la sola che, con qualche riserva, meriti fede. 
Fin qui la secessione degli Ioni si collocava un po' dopo il 
478/7 ; ma anche questa data è sostenibile, purché si ammetta 
che la spedizione marittima comandata da Pausania partisse 
nella primavera del 478 e la secessione stessa si consideri av- 
venuta verso la fine dell'anno attico indicato. Naturalmente da 



(1) Mantengo la lezione ouvePoùXeuev^ Tunica che si accordi col con- 
testo; cfr. più sotto: ireiaeévTe? bè TaOra Oùairep 'ApiareCònq elon- 

(2) Thuc, II, 14. 

(3) II numero di &00 opliti allo scoppiare della gueiTa (si deve inten- 
dere evidentemente la guerra del Peloponneso) è insostenibile. Senza 
dabbio è caduta la cifi'a denotante una miriade; debbono essere stati 
12500; cfr. Thuc, 11, 13, 6; Di od., XII, 40, 4. È vero che così il 
totale sale a 21).750 persone, piti quelli per cui non sono assegnate 
cifre determinate. Ma conviene considerare^ come già Tautore avrà con- 
siderato, che si poteva contemporaneamente appai tenere a più d*una 
delle categorie indicate. 



— 158 — 

questa notizia noi possiamo ricavare soltanto che il docunc 
il quale incaricava Aristide della distribuzione del q>ópa 
gli alleati portava la data dell'arconte Timostene; ma le 
razioni necessarie per fissare l'importo del qpópo^ dei si 
alleati non si saranno certo compite in pochi mesL 

Al e, 25 la iroXiTcia, dopo aver narrato come Efialte i 
la sua campagna contro gli Areopagiti, soggiunge : lnexu 
pouXfi^ èirl Kóvuivo^ fipxovTO^ SrravTa irepieTXc là èirOcTO^ t 
fjv f| TTi^ TToXiTCìa^ cpuXaKi'i, Kal là ^èv T015 rrevTaKocrioi^, 1 
-np brimp Kttl ToT<; biKttCJTTìploK; àirébuiKev. Segue un race 
diffuso del modo onde Temistocle ed Efialte attaccarono ì\ 
pago, racconto di cui ho già messo in evidenza il carattere 
gendario, mentre invece in quelle poche righe premesse 
brevemente, ma compiutamente enunciano il fatto, la dats 
l'arconte merita piena fede per l'accordo in cui si trova 
quel che possiamo indurre d'altrove (i). In sostanza qui 
biamo sullo stesso fatto una notizia breve e veridica pi 
un racconto ampio, ma leggendario dopo, che son certo 
gine diversa. 

Forse dalla fonte medesima che ha fornito quella notizi 
riva l'altra che si trova alla fine del capo: [kuI] àv^péOr) l 
6 *6<piàXTTi^ boXoqpovr)6€Ì<; ^€T où ttoXùv xpóvov bi* 'ApicTTol 
ToO TavoTpaiou. Altra origine ha invece quel che segue 
manifesto anacronismo su Cimone (e. 26). Ma dopo a! 
altre considerazioni, si torna alla fonte di prima con le p 
?K*n|i Jt€i ji€Tà TÒv *6q)idXT0U 6àvaT0V, cui seguono tre 
notizie con le rispettive date degli arconti, le quali dalla e 
ragionevole non possono venir messe in dubbio, perchè 
ralmenie quel che dice Plutarco sul \\fr\<pxOixa d'Aristidi 
messo a confronto col testo dell' *A6iivatuiv iroXiTeiot prov; 
tanto che bisoirna andare a rilento nelFascrivere alla ^ 
CMaTUiV OuvcrrunTÌ di Cratcro le date che troviamo in Plutaj 
nel costruire teorie su asserzioni relative al sec. V che trov 
unicamente nel biografo di Cheronea. 

X ^* ^tiv fonti p^i^mettODO di stabilire essere il fatto avrei 
(^co prima o molto più Terìsimilmente poco dopo la spedìiioBe n 
nica di Cìmoae« la quale non fu in nessoc caso né molto anterioi 
molK» posteriore al 462 1. 

v^^ Arist.. ^: T^éip€x i|if)<ptoiia KoivtVv dvoi H\y «oXrrciav kqI 
\\pX'5vTa^ ^ *At?f\vaiuiv vdvrujv atpcfoidai. 



— 159 - 

Col e. 27 riprende il racconto più largo e con esso, come ab- 
biamo veduto, gli anacronismi. Qui in mezzo al riassunto su 
Pericle è inserito, non troppo a suo luogo, la data tolta alla 
fonte cronologica consueta sul principio della guerra del Pe- 
loponneso. Da Pericle è tratto l'autore della iToXiT€ia a parlare 
dei dicasti, cui Pericle per primo diede una paga, e di qui 
passa ad Anito, che per primo li corruppe. Quest'ultima notizia 
che si trova anche in Diodoro (XIII, 64, 6) non deriva dalla 
fonte ordinaria per le notizie cronologiche perchè manca della 
data e per di più si trova fuori dell'ordine cronologico: poi, 
come è chiaro, si tratta d*una semplice diceria degli avversari 
d'Anito e quindi è cosa di natura diversa da ciò che a quella 
fonte si riferisce. E pure di natura evidentemente diversa è quel 
riassunto che segue al e. 28 sui demagoghi da Solone a Te- 
ramene. 

Dunque nella parte da noi studiata dell' *A6TivaluJV iroXiTcia 
coesistono due elementi di forma e di valore diverso : l'uno 
é costituito di notizie cronologiche, che la determinazione pre- 
cisa nella nuda brevità della forma e anche il confronto con 
quel che sappiamo rende credibili ; l'altro è formato per buona 
parte da leggende di poco valore, d'epoca relativamente tarda, 
e v'hanno posto calcoli ed induzioni; con ciò non vuol negarsi 
che in specie nei e. 28 e 29 si trovi anche fuori delle notizie 
cronologiche qualche cosa da utilizzare ; ma bisogna in ciò pro- 
cedere molto cauti. Che il primo di questi elementi esistesse 
una volta presso un qualche attidografo indipendentemente 
dair altro è indubitato, ed il suo carattere ci mostra che si 
tratta di uno dei più antichi attidografi ; come nella storia ro- 
mana antica più un racconto è breve ed inornato e più con- 
viene riportarlo ad un antico strato dell'annalistica. E credibile 
che l'autore dell' 'AGrivaiujv iroXiTeia prendesse questo scrittore 
a base del suo racconto e tra i suoi dati inserisse, quando lo 
credeva opportuno, considerazioni ed aggiunte. Però non può 
escludersi che nell'attidografo adoperato dal nostro autore già 
fosse in parte l'elemento cronologico unito col leggendario. Ma 
non si può fare in nessun caso responsabile una fonte sola di 
tutto quel complesso d'inesattezze e di leggende che è sparso 
nei pochi capi da noi esaminati. Molto probabilmente questi 
hanno le fonti più svariate ; vi hanno avuto parte i « si dice » 
del popolo; parecchio è dovuto a calcoli dell'autore od al suo 
modo di vedere. Degli storici in qualche cosa ha influito prò- 



— 160 — 

babilmente Tucidide, per es., come vedemmo, nella lista d«^ 
cittadini che vivevano a spese dello stato; naturalmente no» ^ 
era da aspettarci di trovarne qui traccie quali ricorrono nelL * 
storia della rivoluzione oligarchica del 411, poiché TucidiA « 
nel suo famoso riassunto sulla così detta pentecontetia ci Ib. « 
dato una storia dell'impero ateniese, non una storia intema cS. 
Atene. Traccie d*Eforo non le troviamo, se non si vuol consa. 
derare come tale la notizia su Anito, però non è da escluder^* 
che qualche cosa derivi da Eforo in questa parte dell* 'AOrivaiu»^ 
iToXiT€ia, come qualche cosa ne deriva in quel che segue (i J 
Altri nomi di storici si potrebbero mettere avanti, ma sarebbe 
tanto inutile quanto arbitrario. Egualmente designare il noi 
delFattidografo da cui l'autore dell' *A6ìiva(u)V iroXiTeia tolse 
base cronologica del suo racconto è impresa^ come quasi sempre' 
in tali casi, pressoché disperata ; e neppure mette il conto ^c= 
spendervi fatica, giacche l'importante per la critica storica ^ 
é distinguere gli strati diversi, il valor loro e l'età relativ ^ 
L*unico punto che può stabilirsi con probabilità é negativi 
che cioè fattidografo non è Androzione (2). 



(1) Ciò sembra almeno risultare da questo confronto (il quale del rei 
non è il solo che possa farsi), chi voglia tener fermo che il tratto 
segue di Diodoro deriva da Eforo, *A6tiv. iroX., 38: Ti) óorcpaiqL tc^^ 
^èv rpidxovTa kqt^Xuoqv, dpoOvrai òè béxa tiIiv itoXitOùv aÒTOxpdTop* 
iui Tf)v ToO iToXé|Liou KaTdXuoiv, ot òè irapoXapóvTC^ Tf|v dpxi^v èv ot< |i.' 
i^lpéOTiaav oòk éirpaTTov, èirpéaPcuaav b'cU AaK€Òaifiova pof|0€iav 
iT€|uiTTÒ^evoi KTé. Diod., XIV, 33,5: 01 ò' èv Tat<; 'AOi^ivai^ toù^ jièvTpm-*^ 
KovTa Tf)^ dpxfK iraOoavTcq ex rnq ttòXcuk; èHéircjunpav, hkM. ò* fivbpa^ xa"^ 
èoTTiaav QÒTOKpdTOpa^ , ci ÒOvaivTo, iiidXiaTa qiiXiiaXi^ òiaXOcoGca t< 
iróXc^ov. ouToi òè irapaXo^óvTcq Tf)v dpxf|v, toOtuiv fièv ^ifièXi^aav, 
Toù? òè Tupdvvouq diroòeiHavTC^ dirò AaK€Òa{fiovo^ TerTapdKOvra voO? jic*^ 
€iTéMi{iavT0 KTé. Si noti che in queste due relazioni vi sono punti ^ 
contatto con Senofonte (HelL, II, 4, 23 segg.), ma anche comuni di?^ ^ 
genze da lui. 

(2) Con Glidemo, pel nostro periodo, non si può fare un raffiroiL ^^ 
stante la scarsezza dei frammenti. La contraddizione in queiraneddo^^ 
sulla emigrazione degli Ateniesi dalla patria esclude, per quel che Mmbr^'' 
che Clidemo sia fonte della iroXiTcia per ciò che concerne il preteso 
verno areopagitico, ma non che egli possa aver fornito la base attid- 
grafica del racconto. La stretta relazione tra quel che è riferito nel 
nostra iroXircia fc. 14 fine) sul primo ritorno di Pisistrato e il fr. 24 i 
Clidemo presso Moller (Athen., XIII, p. 609 C e D), dove ricorre 



-.. > 



- 161 - 

Con TAttide di Androzione vi sono nell* *A0Tiva(iuv TTcXiieia 
alcuni punti di contatto che hanno già richiamato l'attenzione 
dcircditore. Gioverà però raccoglierli qui tutti insieme, seb- 
bene, meno uno, escano dai limiti del tempo da me trattato. 
Così 1 una e Taltra fanno parola della battaglia che a Pisistrato, 
tornante per la seconda volta dall'esiglio, aprì la via d'Atene(i). 
Questo contatto peraltro non basterebbe di per sé a legittimare 
alcuna induzione, poiché la notizia risale ad Erodoto (I, 63) 
che sempre é stato certo la fonte prima di chiunque volle nar- 
rare di Pisistrato e quindi anche dell* *A0riva(u)V iT0XiT€(a, come 
'ien pure dimostrato dalla stretta somiglianza nelle cose e nelle 
carole (2). Ma inoltre sì la rroXiTcia come Androzione (3) ri- 
ordano ancora l'ostracismo dlpparco figlio di Carmo, e qui 
e contatto verbale, specialmente nelFuliima parte del fram- 
mento dell'attidografo ; né vi é ragione per dubitare che anche 
^^sta appartenga realmente ad Androzione ; il dubbio potrebbe 
* più essere fondato se non vi fossero altri indizi di affinità 
'* Androzione e 1' 'AOnvaluiV TToXiTeia. 

. *^S8Ì sono ancora d'accordo nel parlare d'una commissione 
' ^**cnta membri incaricala nel 411 di fare le proposte che cre- 
•^^c più utili alla città (4), mentre, secondo Tucidide, sareb- 
■^c stati dieci soli, e nel distinguere i primi e i secondi dieci 



^tasM parola inusitata irapaparety (Athénaeum, 1891, n. 3310, p. 434) 
^ fa ponto al caso nostro, perchè quel frammento spetta in realtà ai 
^TOi di Anticlide (▼. Athen.^ ed. Kaibel, voi. Ili, p. 577). 
^ 1) *A6i)v. iroX.y 15; Androt., fr. 42: Schol. Aristoph, AcAarn., 253. 

^) Tra i particolari aggiunti al racconto d^Erodoto meritano conlide- 
^ona alcuni sul secondo esiglio di Pisistrato (e. 15: kqI irpoiTOv juiév 
^^«inaac ircpl tòv G^p^aiov kòXitov Xu^P^ov, 8 KaXetrat 'PaixiiXoc, èKCtOev 
Ttapf|Xe€v d^ Toù^ TTcpl TTdTTaiov TÓirou^, i quali sembrano confermare 
^ Tantore della nostra *A6Tiva{uiv iroXiTeCa sia realmente Aristotele. 
^^tti raggiunta di queste notizie e le informazioni locali che presup- 
^agono si spiegano assai bene in uno scrittore nativo di Stagira. Na- 
^^^Imente questa osservazione non ha punto la pretesa di risolvere la 
bastione. Molto meno poi ò da credere che le memorie locali ricor- 
^sero quei fìitti proprio come relativi al secondo esiglio di Pisistrato; 
esso li ha riferiti lo scrittore ; ma il doppio esiglio del tiranno non 
^shs una combinazione di due tradizioni diverse che correvano suiruoico 
^> ritorno in Atene; v. Belo eh, Rhein, Museum, 45 (1890), p. 469-71. 

^ 'AOtiv. iroX., 22; Androt., fr. 5: Harpocr., s. v. "Iirirapxoc;. 

<4) 'AOnv. woX.» 29; Androt. apud Harpocr., s. v. auYTpa^P^K. 

*HiPista di filoloffia ccc, XX 11 



- 162 -- 

che governarono Atene dopo la deposizione dei trema (e 
mentre Senofonte non parla che d'una sola decarchia. Qucst 
stretto rapporto che troviamo tra i'Altide di Androzione e 
rroXiTcia in parti sì distanti del racconto e sebbene tanto peci 
siano i frammenti a noi pervenuti della prima (di cui per di p: 
una gran parte conservata presso Stefano Bizantino od altri 
relativa a nomi locali) ci costrìnge a stabilire che Tuna ha m 
tinto parecchio dall'altra. Ma vi è un frammento di Androzior 
dov'egli nega che la famosa (T€i(T<ix6€ta soloniana fosse un*e8tL 
zione dei debiti (2), cosa la quale è airincontro risolutamexb 
asserita dalla nostra iToXiT€(a (e. 6). Questo frammento ci prò* 
con qual cautela bisogna procedere prima d^affermare che ■ 
particolare dato da essa sulla legislazione soloniana abbia v* 
lore assoluto, anche quando le parole stesse dello scrittore n 
indicano chiaramente che si tratta d'una sua congettura. !~ 
leggi e le poesie di Solone in eguale stato le ha avute dava, 
a sé Androzione, perchè in nessun caso egli può aver compo 1 
la sua Attide molto dopo V 'A6riva(u)v iroXiida; se ha negs 
r àiTOKOTnfi dei debiti, ciò prova che in quei documenti n: 
era affermata espressamente. Ma inoltre se Tautorc dell' *A 4 
vaiuiv TToXiTeCa davvero fosse posteriore ad Androzione e 
avesse avuto TAttide tra le sue fonti precipue, probabilmente n 
sarebbe mancata qualche parola di polemica, trattandosi di co 
che per un'opera come V 'AGrivalujv TroXiteCa aveva sì gran 
importanza. E però va ritenuto invece che Androzione ha us? 
come fonte la iToXiT€Ìa. 

Ammettendo questo, conviene rinunciare a identificare V 
drozione attidografo con l'Androzione oratore e politico ass? 
da Demostene nell'orazione diretta contro di lui e in qi 
diretta contro Timocrate ; del resto non mancano per dimo 
ciò altri argomenti. Infatti Demostene pronunciando nel : 
prima di queste orazioni (3) disse che l'oratore Androzior 



(1) 'AOtiv. itoX., 38; Aodrot., fr. 10; Ha r pò ci*., a. v. ^^ica 
Kaòouxo<;: iT€pl tiIiv fiera Tf|v KQTdXuatv tuiv TpidKOvxa *A9f|vTjai 
vTie^vTuiv àvbpCtiv béxa xal tuiv éEf^q cIpriKCv *AvbpoT(uiv èv xq rpj 
B*ha da intendere evidentemente non a et de illis quae secuta 
come riportando il frammento traduce il Moller (F. B, O., I, 
«et de decem viris qui secuti suut ». 

(2) Fr. 40: Plut., Sol., 15. 

(3j Schafer, Demosihenes, I*, 361. 



- 163- 

entrato da più di trentanni nella vita politica (66, pag. 613); 
un'iscrizione anteriore al 376 lo mostra imOTàTT]^ (i), quindi 
in età d'almeno 30 anni. Ora V 'ABiivaiuJV noXiieia non fu pub- 
blicata prima del 329/8 ; se Androzione vi avesse attinto, conver- 
rebbe supporre che egli avesse scritto la sua Attide ottantenne, 
il che non è presumibile. Per di più una iscrizione scoperta 
non ha molto ci apprende come Androzione, senza dubbio l'o- 
ratore, nel 346, dunque mentre era già in età piuttosto avanzata, 
stando ancora in Atene e essendo in possesso de* suoi diritti, 
nonostante l'eloquenza di Demostene, propose un decreto in 
onore di Spartocio e di Perisade successori di Leucone nel regno 
bosforano (2). Plutarco ci dice che Tattidografo Androzione 
compose il suo libro esule in Megara (3); dietro^la scoperta di 
quella iscrizione lo Schàfer (4) cominciò a dubitare dell'atten- 
dibilità della notizia di Plutarco. Non vai meglio invece dubitare 
di quella di Zosimo (probabilmente il grammatico di Gaza che 
visse sulla fine del sec. V di C), l'unico che identifichi Tatti- 
dogrrafo e l'oratore Androzione (5), e ciò parlandone inciden- 
talmente a proposito della scuola d'Isocrate > Si aggiunga col 
Moller (6) che Snida e un qualche scoliasta parlando di An- 
drozione notano soltanto la sua attività oratoria, il che proba- 
bilmente non sarebbe se l'avversario di Demostene fosse stato 
la slessa persona coU'attidografo. Tutto questo c'induce a con- 
cludere che l'attidografo Androzione fu diverso dall'oratore, 
forse un più giovane membro della stessa famiglia che come 
lui si occupò di politica e in uno dei rivolgimenti che subì 
Atene all'epoca dei Diadochi prese la via dell'esiglio. 

Roma, 13 maggio 1891. 

(jAF.TANO De-SaNCTIS. 



(1) a L A., II, 27. 

|2' Ditteaberger, Sylloge insrr. Gvaec, I, 101; cfr. Sch&fer, 
Rheinisches jMuìteum, 33 (1878), p. 418 segg. 

(3) De 4xiL, 14. 

(4) Rh. Museum, 33, p. 430; Bemosthenes, I«, p. 390. 

(5) WestermaDD, Bioypdqpot, 257. 

(6) F. H, G., I, LXXXIII. 



— iti — 



"BIBLIOGTIAFIA 



Giulio Beloch. Storia Grecj. parte prima: « la Grecia m 
chissima ». Roma. Fr. M. Pasanisi. i8ùi. p. 146. 

Studi di Storia Antica pubblicati da Giulio Beloch, fascic. 
Roma. E. Loescher. i8*ji, p. 207. 



Non intendo scrivere una recensione di questi due libri, ' 
dare un semplice annunzio di essi ed indicarli ai cultori italitf 
degli studi classici. 

Uno dei tanti mali che affliggono la nostra istruzione classi 
sia universitaria che secondaria è la mancanza di buoni re 
nuali scritti in italiano, i quali in mole relativamente bres 
racchiudano quanto è necessario si sappia da chi si dedi 
all'arduo ufficio dell'insegnare nei ginnasi e nei licei. Pochi 1 
ì giovani che frequentano le aule universitarie sono in gra« 
di comprendere un libro tedesco, e nella migliore delle ipoti 
un piccolo numero di essi, finiti i corsi, allorché incomincia, 
ad insegnare, è in grado di valersi con tutta sicurezza de' 
opere scritte in lingue straniere. 

Perciò avviene che assai spesso, purtroppo, il professe 
universitario è in Italia obbligato di riformare la cultiu'a lei 
raria e storica degli alunni e di insegnare loro ciò che lo si 
dente di una università tedesca può facilmente e rapidamec 
apprendere dai migliori manuali scritti nella sua lingua, 
danno che da ciò deriva è assai grande, poiché e da un le 
ì nostri corsi universitarii spesso anziché corsi di coltura \ 
ramente superiore sono una continuazione pura e semplice 
quelli liceali, dalFaltro poi i nostri alunni anziché apprende 
Tarte della ricerca e del far progredire la scienza consuma 
generalmente quattro anni ad imparare ciò che, in molto mia 
tempo, potrebbero meglio apprendere dalla lettura di opere fa 
damentali. 

La pubblicazione di un manuale di storia greca scrìtto 
italiano deve adunque essere salutata con gioia dai nostri pi 
fcisori universitarii e liceali, sopratutto poi perché a tale i 



— 165 — 

rsa si è accinto Giulio Beloch, professore di storia antica 
l'università di Roma, il quale non solo e uno dei più valo- 
• i insegnanti italiani, ma è anche uno dei più attivi e pro- 
idi conoscitori di storia antica che vanti la Germania. 
1 Beloch assai noto per molti lavori e sopratutto per le sue 
liali ricerche sulla lega italica, sulla politica attica e sulla 
polazione del mondo greco-romano, ci fa ora dono di una 
sua parte del primo volume di una storia greca che speriamo 
:~rà continuare. 

1 presente volume tratta in cinque capitoli dei temi seguenti: 
I Greci e le loro origini. II. Mito e religione. III. L'Epopea 
polare. IV. Le leggende delle stirpi. V. La Grecia omerica, 
-sposizionc è chiara e limpida, l'autore scrive con molta so- 
«tà e semplicità, ma quel che più importa ancora con molta 
^pctenza e dottrina espone i risultamenti della scienza, o 
cmo meglio di varie scienze, mercè le quali a lui è dato di 
*e del popolo antichissimo ellenico un'imagine più vera di 
-ila che ci viene presentata nelle opere precedenti siano pure 
classiche storie del Grote e del Curtius. 
-*opera del Grote eccellente per molti lati e che per qualche 
te sarà sempre studiata anche dalla generazione ventura, a 
te la questione deirestensione e del metodo e delle vedute 
itiche è, come noto, invecchiata sopratutto per i tempi più 
ichi; quella del Curtius, benché smagliante per la forma, 
I è sempre inspirata ad un metodo rigorosamente scientifico, 
il primo volume, ad cs., può con teorie afiatto arbitrarie 
''iare la mente del giovane studioso. Le storie greche del 
ickcr e del Busolt non sono tradotte in italiano, inoltre la 
^a è assai spesso troppo subiettiva, nò è dato al giovane 
Ore il modo di controllare le vedute e le asserzioni dell'au- 
' ; quella dottissima del Busolt è destinata, più che al futuro 
fessore liceale, a chi intenda approfondirsi nella ricerca dei 
roli problemi. 

^ storia di cui il Beloch ci offre un saggio ha, secondo noi, 
^*ltutto questo merito, che e la risultanza di molte e sva- 
- ricerche ed attitudini. L'autore non solo e un buon cul- 
della filologia classica, ed e un profondo conoscitore delle 
^e ricerche di carattere storico, del che fanno fede, ad es., 
(titoli III e IV, ma è anche perito della geografia fisica, 
^i economia politica, si intende di scienze sociali ed ha cer- 
' di comprendere nella sua essenza il problema dell'origini 



~ 166 - 

dei miti e delle idee religiose, né ha trascurato di studia 
dal suo punto di vista i problemi di carattere archeologico. 

Perciò il libro del Beloch non è solo un fedele riassun 
dello stato della scienza spoglio di ipotesi, sia pure seducei 
ma vane, ma è ancora il frutto di un ingegno sobrio ed o 
ginale che traendo lume da diverse discipline cerca di darci 
fisonomia fedele della storia del popolo ellenico senza que 
consuete esagerazioni entusiastiche alle quali si abbandona 
di consueto gli storici di questa stirpe. Il Beloch, come è | 
stato sopra osservato, scrìve con molta semplicità e senza pi 
tensioni ; perciò a chi non siano familiarì le ultime ricerche 
questo argomento il suo libro parrà meno originale di quc 
che è di fatto, e sembrerà naturale ed ovvio, ad es., quai 
egli dice suirorìgine della leggenda della migrazione dorica 
sulla civiltà di Micene, benché Fautore qui non riassuma e 
ciò che da lui, per il primo, fu ampiamente dimostrato in un*aL 
bella ed originale memoria. Per la stessa ragione il Belc 
anziché infarcire il suo libro di molte citazioni si limita ad 
dicare i principali passi delle fonti antiche e quelle fra le mo 
opere e memorie moderne la cui lettura, nello stato attuale de 
scienza, può riescire veramente proficua. 

Ilo già detto che non avrei scritta una recensione bensì 
semplice annunzio, ma anche questo é rìuscito di sovercl 
lungo, non mi resta che esprimere il desiderio che e l'auto 
continui a pubblicare non solo in tedesco ma anche in italia 
un libro così utile e buono, e che esso venga studiato dai not 
studenti di filologia e dai nostri professori ginnasiali e lice: 



L'altro libro del quale diamo l'annunzio contiene le segue 
memorie: 

1. P. Cantalupi, Le legioni romane nella guerra d^An 
bale^ p. 3-4^1 ^o^ aggiunte del Beloch, p. 42-48. 

2. G. Clementi, La guerra annibalica in Oriente, P» 5'" 

3. G. Tu zi, Ricerche cronologiche della seconda guerra^ 
nica in Sicilia, p. 83-97. 

4. U. Pedroli, / tributi degli alleati d'Atene, p. 101-2- 
Benché trattino di argomenti difierenti tutte e quattro quc 

memorie attestano unità di metodo e di indirizzo. 

Il Cantalupi, il Clementi ed il Tuzi mostrano buona coi 
scenza delle fonti e con lodevole sobrietà risolvono varie qi 



- 167 - 

stioni di carattere cronologico e statistico. La memoria del 
Pedroli, molto più estesa delle altre, attesta, oltre tìUe prece- 
denti qualità, piena conoscenza del materiale epigrafico relativo 
alla vasta ed importante questione da lui trattata. A chi studierà 
partitamente questi argomenti incorrerà l'obbligo di prendere in 
minuto esame i risultati a cui sono arrivati i singoli autori ; a 
noi preme fare constatare come sotto la guida del prof. Beloch 
8i vengano educando giovani eruditi, i quali con piena cono- 
scenza delle fonti, sia letterarie che monumentali, e con preci- 
sione di metodo gioveranno certo a far progredire fra noi la 
conoscenza della storia antica. 

Tali memorie sono infatti frutto delle discussioni che i gio- 
vani dottori hanno tenuto nella scuola di Magistero universitaria 
sotto la guida del prof. Beloch, il quale mostra cosi di non 
essere meno sollecito del progresso della scienza che della 
educazione degli alunni che seguono le sue lezioni. 

H tentativo del Beloch di formare giovani e valenti eruditi 
^^ fatto di studi classici non ò il solo che si sia fatto da noi. 
^ Torino il MùUer, a Pisa e poi a Roma il Piccolomini, hanno 
"tirato e mirano allo stesso fine; gli Annali della Scuola Nor- 
male Superiore di Pisa e le pubblicazioni dell'Istituto di Studi 
Superiori di Firenze contengono buoni lavori degli alunni dei 
Profeasori D'Ancona, Piccolomini e Vitelli. Però il concetto, la 
persuasione che le scuole di Magistero e che le Università 
debbano sopratutto mirare a creare ricercatori, studiosi che 
tendano ad accrescere il nostro patrimonio scientifico non è 
^'^cora abbastanza diffuso fra noi e purtroppo vi sono ancora 
'"esistenze e pregiudizi da vincere. Sia benvenuto adunque 
<]uesto fascicolo che dà animo a perseverare a coloro i quali 
Pensano che dalle panche dell'Università non debbano uscire 
*P*o studenti i quali sappiano materialmente tradurre una pa- 
^■'ia. di greco o di latino e che debbano poi ripetere alla spic- 
^*ol^ agli alunni delle scuole secondarie quanto hanno udito 
^* loro maestri. Facciamo voti che grazie all'attività di pro- 
^s^ori dello stampo del Beloch si possa in un non lontano 
^^^nire avere un tal numero di buoni ricercatori quali bastino 
^^rci prendere un posto onorato fra i cultori delFantichità 
'''^-^ica. 

Pisa, 6 maggio 1891. 

Ettore Pais. 



- 168 — 



La chioma di Berenice col testo latino di Catullo riscontr 
sui codici, traduzione e commento di Costantino Nig 
Milano, Hoepli, 1891. 

È una bella pubblicazione per ogni rispetto, perchè ìq e 
concorrono quegli elementi, che spesso invano si riccrcan< 
molte opere, giustamente contemperati e concordi. Ed inv 
qui troviamo la critica più oculata e minuziosa, la scienza n 
sue parti meno accessibili unita alFarte : dacché tutto il li 
si legge con piacere, anche là dove si aspetterebbe che fo 
meno gradito alla lettura, nella trattazione delle varianti, 
riscontro del lesto coi manoscritti. 

Avrei solo qualche appunto. A p. 9 c'è respressione: — 
renice era bambina di 14 anni al più -~ e davvero non sa] 
se di fanciulla greca, tanto più se in Egitto o in generale si 
costa dell'Africa, lo sviluppo fisico a tale età fosse soltantc 
bambina: che lo sviluppo spirituale non fosse di bambina è 1 
strato dal contegno tenuto riguardo a Demetrio il bello, qua: 
Berenice, a 15 anni, si pone a capo della congiura, che spe 
ramante di Apame, madre di Berenice stessa, cui era st 
prima destinato a sposo (p. 31). 

xNon credo che regga il confronto Ira le forme Vergilio e 
ronice, da una parte, con Virgilio e Berenice, queste nell'i 
ma erronee, quelle non potute introdurre e giuste. Perchè 
è certo che in latino si deve dire e scrivere soltanto Vergil 
la forma Virgilio è quella svoltasi secondo le regole della 
nologia italiana riguardante V e proionico, talché Vergili 
forma realmente non mai esistila, ma solo riproduzione le 
raria, e troppo pedissequa della latina — cosi che si deve e 
Vergilius e X'irgilio. L'etimologia di Berenice è molto chis 
tanto più chiara ad ognuno, quando si pensi che la forma al 
del nome è Fcrenice (OepcviKrj), avendosi qui la fonologia 
dialetto macedone, che rappresentava colla media la consona 
aspirata di altri dialetti. Il nome suonava — apportatrice di 
toria — e si trova un corrispondente collo stesso grado me 
di tema per la prima parte del composto nel nome Ocp^vi 
dato al cavallo famoso di Cerone 1 di Siracusa cantato 
Pindaro e Bacchilide (se pure i cavalli di tal nome appartent 
a Cerone non furono due; vd. Fraccaroli, per la cronolo 



•- 169 — 

delle odi di Pindaro). Ora non si nega resistenza del tema 
forte Bepo (= <t>epo); ma anche il tema di grado medio esiste, 
e non per questo solo nome : per modo che Beronice e Bere- 
nice sarebbero forme entrambe foneticamente da ammettersi. 

Nel libro s'ha occasione a parlare della Capitolare di Verona: 
per lo studio di essa e de* suoi codici non è fuori d'importanza 
la storia scrittane dal Giuliari, apparsa anche in vari fascicoli 
à^lV Archivio Veneto ; cosi pure su autori latini nel Medio-Evo 
non tace il Graf nel suo libro su Roma. 

Ala questi sono piccolissimi nei, i quali per nulla offuscano 
il pregio dell'esimio lavoro. La bella prefazione è ricca di no- 
tizie storiche e letterarie, e tale da riuscire accetta a chi ri- 
cerchi neiropera dilettevole lettura e apprendimento di cose 
igrnorate o poco note, non solo, ma eziandio all'erudito, che 
qui vede esposti con bella critica e chiara trattazione i fatti 
cHe riguardano il celebre componimento di Callimaco. Più vi 
si ammira un fine e sicuro senso e giudizio artistico, il quale 
si palesa ancora a proposito della traduzione di Catullo stesso 
e dei traduttori italiani, che tutti nomina direttamente ed espres- 
samente e critica con grandissima imparzialità e serenità, non 
escludendo il Foscolo ed anche il Rigutini, il cui lavoro re- 
centissimo non e privo di meriti. 

La dedica espone poeticamente quanto dice una parte della 

■ 

introduzione, e bene preludia alla traduzione. L'autore non ha 
creduto di addottare il distico elegiaco — il tentativo era stato 
fatto ma infelicemente — non vuole però discutere se ciò sia 
o no opportuno : non discuterò nemmeno io, qui, ma il tenta- 
tivo se fatto dal Nigra sarebbe certo riuscito, considerando la 
bella traduzione in endecasillabi sciolti. Ma non posso celare che 
quando è possibile una corrispondenza anche formale, non ci 
sarebbe male a conseguirla. Però tale considerazione non riesce 
a dire in qualche modo che la traduzione del Nigra sia difet- 
tosa, manchevole dal lato della poesia: essa è fedele, esatta e 
poetica, e certo sarà diflkilmenie superata, qualunque metro 
altri voglia adottare. 

Segue il lesto Catulliano, la critica de' passi controversi, il 
raffronto de' codici — e questi vengono poi partitamente di- 
*c**sai, esaminati e descritti; — il volume si chiude con ap- 
pendici. Così tutti gli argomenti di trattazione cui Tode Calli- 
'^^'chca può dare origine vengono ordinatamente disposti e 
discussi, da più dilettevoli ai più ardui. 



- 170 -• 

Il lavoro ha certamente costato all'A. molte fatiche; ma 
queste sono state splendidamente rimunerate — dacché qii^ 
abbiamo bella traduzione, un buon testo critico, ottime osser- 
vazioni critiche ed eccellenti excursus d'indole storica e crìtica. 
Il Nigra poi ci compare sotto un aspetto nuovo. Il gloitologfo 
studioso del campo celtico, Terudito raccoglitore di elementi 
così importanti del folk-lore italiano, si rileva filologo valenK 
nel campo delle lingue classiche e pregevole artista. E dacchU 
ricerche nelle biblioteche ci hanno messo fortuitamente suUi 
via di sapere che il Nigra facesse studii sui codici Callimachei 
attendiamo con speranza che Topera sua si estenda a quanti 
ci è pervenuto del poeta Alessandrino. 

Ecco persona illustre, dedita ed involta alle vicende dell 
politica e pur tuttavia dotta ed insigne nelle lettere: si rinnov 
Tesempio bello ed ammirando degli uomini del nostro risorga 
mento, che spesso erano valenti politici ed insigni letterati e 
onoravano l'Italia nella pratica della vita e nella ricerca dd' 
scienze e nelFarte; non mancano esempi siffatti, non mol 
però, nciritalia de* tempi nostri, ma fra questi al Nigra n^ 
assicurato uno elevatissimo. 

Il pregevole lavoro del Rigutini, sul quale il Nigra stesso px 
nuncia favorevole giudizio, e che è di pochissimo anterior^s 
quello ora preso in esame, resta così superato nella perfezi* 
delFarte, e sopratutto nelfampiezza della ricerca. 

L'edizione del Nigra è anche tipograficamente bellissima* 

Torino, giugno '91. 

C. O. ZuRETTI, 



E. Pais, Intorno al tempo e al lue fio in cui Stratone comf^* 
la Geografia Storica. Torino, R. Accademia delle Sier"^- 
1890. — ATAKTA, Questioni di Storia Italiota e Sicelv 
Pisa, Annali delle Università Toscane, 1891. 



Non è questa la prima volta che il Pais viene a tratt 
del geografo di Amasea, dacché su di esso già dianzi eserC 
Tacume veramente singolare della sua critica: ma le ant& 
denti ricerche concernevano più specialmente punti sin 
questa invece si estende a tutta l'opera Straboniana, ed ha 



- 171 — 

;opo di stabilire la base di criterio da cui si debba giudicare 

Geografia di Strabene. Ed invero il sapere quando e dove 

geografo e storico greco abbia composta Topera sua, non 

solo una curiosità letteraria, non una questione solo impor- 

Ite in sé, ma ci può indicare i mezzi onde Strabone dispo- 

va, gli intendimenti suoi, le vicende interne dell'opera. In 

osto campo il Pais era stato preceduto, e da grandi eruditi; 

Ei i risultati ai quali perviene sono bene differenti da quelli 

tenuti dagli anteriori, anzi al tutto diversi, e pongono la 

Lcsdone sotto aspetti interamente nuovi ed originali. Mentre 

Mommsen e il Nissen credono Topera composta a Roma e 

'grU ultimi anni della vita dell'autore, e il Niese la reputa 

ritta a Roma fra il i8 e il 19 d. C. — il Pais non dubita 

fermare e sostiene con validi argomenti che Strabone scrisse 

sua Geografia non dopo il 7 a. C. e solo più tardi la venne 

'a e là ritoccando, dacché fa cenno di avvenimenti del 17 e 

d. C — ma tali cenni pel modo e pel numero palesano ma- 

ustamente un'aggiunta posteriore. 

^opo aver accennato quale sia il contegno di Strabone verso 
gusto e Tiberio, notata TafFermazione che per comando di 
Rusto gli eserciti romani non oltrepassarono TElba, fiume 
' venne varcato dopo il 7 a. C, da Datone, detto capo dei 
^noni, e questi perì nell'S a. C, trae l'ipotesi che la mcn- 
^e della rotta di Varo sia un'aggiunta posteriore nel 1. VII, 
che dell'importante guerra batonica non c'è parola, mentre 
Parla delle guerre illiriche anteriori al 9 a. C. Queste ed 
'c considerazioni, fra le quali l'importantissima, che ammet- 
cio l'opinione del Niese, Strabone si sarebbe accinto a scri- 
^ la sua Geografia quasi ottantenne e in due anni appena 
ebbe compiuta l'opera che egli stesso chiamava colossale — 
•he sarebbe troppo breve spazio di tempo, anche ammessa la 
Cedente preparazione — spingono l'A. ad esaminare i singoli 
*i, per trarne gli elementi alla dimostrazione che l'opera Stra- 
piena non fu scritta sotto Tiberio. Ed in questo esame di fatti 
&cli é elemento non lieve anche l'uso della parola veuiCTii e 
descrizione di Roma, perché in essa non si fa menzione nem- 
no del portico Vipsanio, ma questo al 7 a. C. non era an- 
-ora terminato. E neppure la descrizione della Cappadocia, 
inetto alla quale Strabone dice che é provincia romana, fatto 
^piuto nel 18 d. C: ma si ricade pur sempre nell'ipotesi e 
la spiegazione precedente di aggiunta e modificazione alla 



prima redazione. Così che riassumendo: < in tutta la Geografia 
non vi sono che due o tre passi in cui si accenni a fatti ir- 
venuti dopo il 7 a. C. e riferentisi agli ultimi anni d'Augusto, 
e di questi uno solo forse (Fazione di Neapolis) ha relazione 
coirOccidente. Vi abbiamo poi notati un circa venti luoghi, 
più tardi rimaneggiati od aggiunti, nei quali si fa menzioDC e 
di Tiberio e degli avvenimenti dei primi anni del suo regnOi 
sopratutto di quelli delTa. 17-18 d. C. Ebbene, anche la grande 
maggioranza di questi passi si trova nei libri destinati alla de- ! 
scrizione delle provincie orientali, e benché alcuni si leggano 
nel libro VI, pure si riferiscono all'Oriente. AirOccidente se 
ne riferiscono soltanto cinque, ed in due soli di essi si accenna 
ad un fatto speciale, come la morte di luba ed il trionfo di 
Germanico. Negli altri tre o sì fa soltanto menzione vaga e 
generale di Tiberio, o di Tiberio, di Germanico e di Druso, e 
si dice che erano passati trentatre anni dalle vittorie di Druso 
il Seniore ». 

Il motivo poi che indusse Strabone a non estendersi a fatti 
posteriori al 7 a. C. sta nella morte di Polemone, re del Ponto, 
dell'Armenia Minore e del Bosforo, dacché per essa Amasca, 
la patria dello scrittore, diveniva parte di una provincia romao* 
— dacché Strabone scrive dal punto di vista di un greco. 

Questa prima parte della ricerca ritengo con molto acutac 
dimostrata, quantunque si possa opporre almeno una ipotesit 
che traspare in linea secondarissima nel Pais stesso, il quale 
(a p. 23) si domanda : Quali motivi avrebbero spinto il nostro 
Strabone a por termine .alla sua opera in questo tempo ed * 
far menzione solo dei fatti avvenuti fino a quell'anno ? Ed i^" 
vero se il limitare il racconto fino a tal tempo fosse dovuto 
non alla fine naturale dell'opera, al tempo in che era scritta-» 
ma ad una intenzione dcirautore, che si fosse prefisso fino d^^ 
principio del suo lavoro quel limite storico di tempo, saremt**^ 
sospinti verso altra opinione : ma tale intenzione non credo ^* 
possa scorgere in Strabone, il quale potrebbe d'altronde, co«^* 
dice il Pais, essersi posto a ritoccare la Geografia all'arrivo ^ 
al soggiorno di Germanico nell'Asia Minore — che il non avc^*' 
ritoccata interamente si spiega dalla grave età sua. 

Nella seconda parte della ricerca il Pais professa ropinic>^ 
che la Geografia sia slata scritta in Oriente, non a Roma; ma ^ ^ 
ritengo meno dimostralo che la prima parie —perchè, ammc*^' 
anche lutti gli argomenti addotti dall'A., argomenti discussi e ^^ 



- 173 - 

lario acume, questi rientrano pur sempre neirordine di 
le dimostrano l'assunto cronologico del Pais, e rendono 
e si, ma non certo, che Strabone scrivesse tutta la 
1 in Oriente. Ed infatti il Pais osserva che contro Tipo- 
na visita o di una dimora di Strabone a Roma dopo 
l. sta una serie di fatti notevoli. Ma questi non giun- 
:ini alla certezza: per es., l'amministrazione di Torso 
issere nota a Strabone, anche se questi fosse a Roma, 
IO di informazioni, che egli doveva procacciarsi e de- 
più specialmente intorno airOriente. Qui VA. torna a 
ire, ma già prima aveva messo ciò in luce, che l'opera 
5va essere scritta a Roma verso il i8 d. C. — il i8 d. 
ma anche i viaggi molto più estesi in Oriente, la li- 
:onoscenza diretta dell'Occidente, non escludono che 
potesse, almeno in parte venir scritta a Roma, senza 
imora in quella città potesse alterare il punto di vista 
i cui si pose Strabone — e ciò prima del 7 a. C. In 
L parte s*ha anche qui una dimostrazione cronologica, 
one felicissimo è quello del Pais fra Strabone e Nicolò 
ino : questa figura di storico viaggiatore, contempo- 
Strabone, corrisponde molto più che Polibio, al mo- 
e il geografo di Amasea si era proposto nella sua at- 
teraria. 

"AKTA constano di vari argomenti : L'alleanza di Taranto 
ygio contro gli Iapigi — Terina colonia di Crotone — 
nda di Cratimo di Locri e il suo significato per la 
ìUa Magna Grecia — Trezene colonia di Marsiglia in 
Se il nome e il regno d'Italia siano sorti la prima 
i\ Bruzzio meridionale — Tauromenio colonia degli 
di Ibla — Enna e Kasmene — Ergezio e Nasso — la 
degli Ateniesi alPAssinaro — la falsa spedizione di 
: contro Ooivìkt). 

dieci ricerche in buona parte concernenti determina- 
luogo, e riguardanti non tanto l'esposizione di fatti, 
piuttosto l'esame loro, per trarne la connessione, il si- 
. E un lavoro di critica finissima, preludio ad altro di 
ìtensione, il quale esporrà le vicende de' Greci nella 
»enisola e nella Sicilia. Certo le presenti Questioni ci 
avidi della storia che desideriamo presto vedere ; si 
parte quella materia che fu argomento agli ottimi la- 
i'Holm, e qui espongo un priudizio che mi si è venuto 



— 174 - 

formando de* due storici che trattano il medesimo campo : al- 
THolm nulla sfugge, THolm sa tutto ; ma il Pais capisce tutto. 

Gli ATAKTA sono tali, che qui non potrei esprimere il conte- 
nuto di ciascuno : ma in ogni singola questione c*è del nuovo e 
dell'originale — viste nuove, colpi d'occhi sicuri, critica pene- 
trante se pur audace sono i pregi di tutte e singole le tratta- 
zioni, nelle quali concorrono le antiche fonti degli storici greci, 
la numismatica (vd. Ergezio e Nasso), e i critici moderni — e 
quanto più importa qui il nuovo è eziandio importante. 

11 Pais non ha d'uopo de' miei elogi, perchè le sue ottime 
pubblicazioni già da molto tempo gli hanno assegnato un posto 
onorevole fra gli eruditi più insigni ; posto che egli tiene in 
modo inconcusso non solo per la vastità di dottrina, attinta 
direttamente alle fonti, ma anche per l'esame di giudizio, tanto 
più insigne, perchè non sempre unito a quei lavori di erudizione 
che nel tempo nostro compaiono al pubblico. 

Il Pais si rivela degno de' suoi grandi maestri, il Comparetti 
ed il Mommsen — ed anche i suoi scritti ora brevemente ac- 
cennati sono fra i più notevoli fra quelli pubblicati negli ultimi 
anni. 

Torino, giugno '91. 

Carlo Oreste Zuretti. 



Ausgevoàhlte Reden des Demosthenes^ crklàrt von Anton Wester- 
MANN, drittes Bàndchen : dritte, verbesserte Auflage besorgt 
von Dr. Emil Rosenberg. Berlin, Weidmann, 1890. 

Dopo venticinque anni dalla seconda ('65) è uscita la terza 
edizione di questo volume contenente le orazioni contro Ari- 
stocrate (XXIII), contro Conone (LIV), e contro Eubulide (LVII). 

Un confronto, per quanto superficiale, fra le due edizioni 
basta a dimostrare che la nostra è davvero assai migliore del- 
Taltra: cosa del resto da aspettarsi, chi ricordi come e quanto 
il Rosenberg, ben noto agli studiosi di Demostene, abbia cu- 
ralo le ultime edizioni, ottava e sesta rispettivamente, dei vo- 
lumi primo e secondo della serie, e in particolar modo del 
primo, quello che comprende le Olintiache e le Filippiche. 

Della opportunità di fornire di note le tre orazioni qui rac- 
colte è quasi superfluo parlare. Si sa che X Artstocratea si col- 



— 175 — 

lega ad uno degli avvenimenti politici principali del tempo di 
Demostene; l'orazione contro Conone per i suoi pregi retorici 
e letterari fu già da Dionigi di Alicarnasso messa alla pari colle 
lisiane, e ritenuta da altri antichi come un modello di orazioni 
private : e storicamente costituisce un degno complemento di 
altre orazioni demosteniche di maggiore ampiezza. Infine quella 
contro Eubulide ha, non meno della precedente, molto valore 
dal lato retorico, e per di più riguarda una questione assai 
importante della vita pubblica ateniese, i diritti cioè di cittadino 
spettanti ai vó6oi, o figli spuri: questione (trattata anche in 
due orazioni d'Iseo, per Eufileto e contro Beotó) non facile ad 
essere risolta, perchè da Solone a venir giù fino alfarcontato di 
Archia, Olimp. io8, 3, 346/345, c'era una lunga sequela di dispo- 
sizioni legali non sempre applicabili ai singoli casi : e i giudici 
chiamati a decidere non avevano modo di scegliere con sicu- 
rezza una piuttosto che un*altra strada. Che poi sia necessaria 
un'edizione con note di queste tre orazioni demosteniche è cosa 
fuor di dubbio : ne è prova evidente il fatto, che dopo la se- 
conda del Westermann furono già pubblicati due commenti 
deMC Aristocratea dal Weber e dal Weil, e uno dell'orazione 
contro Conone dallo Zink e dal Sandys. La £q)€CTi^ Ttpò? 6ó- 
PouXiÒTiv non trovò finora, che io mi sappia, nella nuova scuola 
filologica altri commentatori che il Westermann e il Rosen- 
berg; la qual cosa rende anche più prezioso il nostro volume. 
Dei commenti ora ricordati il Rosenberg, ultimo venuto, 
se n'è giovato : e ciò dichiara egli stesso nella sua breve pre- 
fazione; come pure del materiale storico già raccolto dal Wester- 
mann : ed è manifesto che ha tenuto conto del risultato degli 
studi più recenti intorno ai fatti di vario genere, a cui si ac- 
cenna nelle tre orazioni. Le sue note sono appunto per la mag- 
gior parte storiche e filologiche propriamente dette ; e c'è 
grande esattezza anche nei particolari : cosa questa che chiunque 
può constatare collo Schaefer (Demosthenes u, teine Zeit) alla 
mano. Troppo scarse mi sembrano le illustrazioni sintattiche, 
e specialmente le citazioni di passi di Demostene stesso. Os- 
servo che fra VArtstocraiea e le tre Olintiache sono numerosi 
i punti di contatto e i parallelismi ; ora parecchi ne trascura il 

Rosenberg: ricordo §§ 5 e Olyntìu.l, i (ttoXXoi^ aKOireiv 

èTTépxexai ed èvioiq.,... èircXeeTv cìttcTv), ib., 26 (tOjv aloxpujv e 
TiBv dTOTTUJTàTUJv) — 48 e 53 e Olynth., Ili, ii (aacpiLq oÙTUjai) 
— 55 e ib., II (dGijjov iroieT e dGibouq KaGiaxfiaiv) — 115 e 



- 176 - 

Olyntlu, II, 7 (là x^pl'... èEeiXcv e TToT€iòaiav è&Xeiv) — 204 

e ib., 28 (el òcT elireiv) — 210 e Olynth., Ili, 31 (^àpTupeq 

...TiSv At^Guiv e Ktipioi... tijv àxaGuJv) — 220 e ib., 16 (iràvTUJV 
TTapavo^ojTaTQ e irdvTUJV oxCxxCto)^ ecc.; talvolta la corrispon- 
denza è bensì rilevata, ma o non abbastanza, come fra § 207 
e Olyntk,, III, 26, o incompletamente, come fra §§ 208 e 209 
e ib., 29. Ben è vero tuttavia che qui si tratta di una semplice 
questione di sistema, e mi affretto ad aggiungere che dalle 
notate omissioni poco danno ne deriva alla bontà del com- 
mento. 

Quanto al testo, il Rosenberg oltre alle edizioni citate si 
valse anche di quella recentissima del Blass; la cui lezione 
benché risenta troppo di certe audacie, come parecchi critici, 
fra' quali il Lipsius, già prima d'ora hanno riconosciuto, tut- 
tavia segna un gran passo nella critica del testo Demostenico. 
E il R., avuto riguardo che la sua doveva essere un*edizione 
scolastica, pure attenendosi al codice l, il più autorevole dei 
codici di Demostene, ha accettato qua e là alcuni degli emen- 
damenti del Blass, accordandosi così, ntlV A ristocratea, non di 
rado anche col Weìl, col quale esso Blass si era incontrato in 
parecchi luoghi appunto di questa orazione. Nella copiosa Ap- 
pendice critica, che chiude il nostro volume, si rende conto 
delle varianti e delle correzioni accolte nel testo. 

Aggiungo per finire che a ciascuna delle tre orazioni precede 
una Einleiiung, utilissima per chi prima di leggerle voglia co- 
noscerne la ragione storica e sommariamente il contenuto. 
Inoltre : dXVAristocraiea tien dietro una Riickblick auf die Rede, 
che ce la presenta sotto forma schematica, ed è seguita da 
alcune considerazioni relative al grande valore artistico e sto- 
rico che essa ha; « come ncìV Iliade, dice il Rosenberg, nessun 
canto manca di riferimenti ad Achille, così nella nostra ora- 
zione tutto si raggruppa intorno a Caridemo... La nostra ora- 
zione preludia e precorre {ist die Vorsiudie und Vorlàuferin) 
non solo alle Olintiache, ma a tutte le altre posteriori orazioni 
politiche >. Alla fqpecTiq poi Ttpò? 6ùpouXiòr|V sta innanzi una 
tavola genealogica, destinata a facilitare Tintelligenza dell'ora- 
zione, e in una nota alla Einleitung il Rosenberg dichiara di 
ritenerla col Blass e col Sigg opera di Demostene, contro l'opi- 
nione dello Schaefer, che ne ha contestato l'autenticità. 

Milano, aprile '91. Do.menico Bassi. 



Pietro Ussello, gerente responsabile. 



- 177 - 



INTORNO ALLE PIÙ ANTICHE RELAZIONI 
TRA LA GRECIA E L'ITALIA 



Volfango Helbig, in una delle belle introduzioni al pre- 
gevole libro, in cui illustra con i monumenti Vepos omerico, 
cerca di spiegare come mai oggetti trovati nei più antichi 
strati archeologici di varii popoli italici, e fra questi anche 
di quelli collocati nelle regioni padane^ mostrino contatti così 
stretti con altri trovati in suolo ellenico. E dopo avere 
escluso le due ipotesi che queste rassomigliane;^ siano ca- 
suali e che quei tipi si siano svolti indipendentemente Tuno 
dall'altro nei due paesi, ovvero che tali fatti si debbano 
spiegare come effetto delle antichissime colonie elleniche 
della Sicilia e della Magna Grecia, viene alla conclusione 
che in epoca preellenica vi fosse una via terrestre di con- 
giunzione tra la penisola balcanica e Titalica intorno al golfo 
istriano (i). 

Gli argomenti dei quali si vale sono varii, ma egli in- 
siste in particolar modo sui tre seguenti : 

I® Diodoro (XI, 56) dice che Temistocle potè fuggire 
dal paese dei Molossi e riparare nell'Asia, grazie all'aiuto 
di due giovani liguri che, per ragione di commercio, si tro- 
vavano fra i Molossi. 



(i) Helbig, Das homerische Epos aus den Denkmaelern erl'àutert, 
2*ediz. (Leipzig, 1887), p. 83 sgg. 

KSvisiadt filologia, ecc. XX. 12 



- 178 - 

2^ NelPopuscolo 7T€pl dau^aaiujv àKoua^dTiuv attribuito 
ad Aristotele (e. 104) si narra clie fra il paese dei Mentori 
e quello degli Istriani v'era un monte assai alto detto Delfio. 
1 Mentori, che abitavano le coste dell'Adriatico, salendo su 
di esso vedevano le navi dei navigami nel Ponto; e v'era 
un luogo intermedio nel quale si teneva il mercato in cui, dai 
negozianti che giungevano dal Ponto, si vendevano le merci 
lesbie, chie, tasie, da quelli che abitavano presso l'Adria- 
tico, le anfore corciresi. 

3® Erodoto (IV, 32 sgg.) riferisce come al suo tempo 
i doni degli Iperborei giungevano a Delo. Costoro li con- 
segnavano agli Sciti, gli Sciti ai vicini e così di seguito sin 
che arrivavano ad Occidente sino all'Adria di qui, verso il 
mezzo giorno, venivano recati ai Dodonei, che primi fra i 
Greci li ricevevano. I doni di là passavano al seno Maliaco ed 
all'Eubea e di città in città arrivavano a Caristo. Quei di 
Caristo, saltando Andro, li portavano ai Tenii, questi a Delo. 
Originariamente però i doni vennero portati da due vergini 
iperboree accompagnate da cinque uomini detti 7repq>€p&q. 
L'Helbig, d'accordo in ciò con il Niebuhr, vede un riscontro 
tra questo nome ed il latino perferre; pensa quindi che il 
popolo ricordato nel mito sia a cercarsi in Italia. 

Di questi tre argomenti il primo riposa su di una falsa 
lettura del testo di Diodoro, il quale non menziona due 
giovani liguri, bensì bue vcavlcTKOuq AuTKTicTTàq tò t^vo^. I 
Lincesti erano il popolo macedonico ben noto che abitava 
nel paese posto tra il golfo termaico e l'Epiro. Abbiamo 
adunque un dato che giova a stabilire come fra queste due 
coste vi fossero relazioni commerciali, ma che nulla ha a 
che fare con la penisola italica. 

La notizia del Pseudo- Aristotele va necessariamente con- 
frontata con un passo di Teopompo citato da Strabone 
(VII, p. 317 C), in cui e si parla del monte d'onde si ve- 



— 179 — 

devano i due mari e delle ceramiche tasie e chie che si 
dicevano scoperte a Narona, città posta a sud delle isole dei 
Mentori. 

Questo confronto non solo mostra erronea l'ipotesi del- 
THelbig, che il passo del Pseudo-Aristotele derivi da Lieo, 
dacché è evidente che deriva da Teopompo, ma prova pure 
in modo indiscutibile che Io storico di Chio parlava dello 
scambio che attraverso PEpiro e la Macedonia si faceva 
delle merci ossia del vino di Corcira, di Taso, di Chio e 
di Lesbo. A questo commercio partecipavano i Mentori, ossia 
gli abitatori delle isole poste fra la penisola istriana e le 
Celadussae, e la stazione principale di questo scambio, a 
quanto pare, era Narona, situata sul fiume omonimo, dalla 
cui foce non erano lungi le isole di Issa, Faro e di Corcira 
Nigra occupate da coloni greci ed anche da Corei resi, come 
lascia supporre il nome stesso di una di esse (i). 

Ma che i Mentori salissero essi stessi il monte Delfio e 
che questo monte fosse jneiaHù xfìq MevTopiKf\^ Kai xfìq 



(i)SuUa sede dei xMeniori (che sarebbero già stati ricordati da Ecateo, 
vi fr. 6x in 3f. F. H. G., I, pag. 4) v. Pseu d. Scy 1., § 21 ; cfr. 
Pseud. Scymn., v. 394. Si noti che nella pcriegesi dello Pseudo- 
Scilace, che pare compilata verso gli stessi tempi in cui Teopompo 
compose le sue storie, si menzionano (§ 23) il fiume Narone, Faro, 
Jssa e Corcira Nigra. Che a Faro ed a Issa, prima che venissero oc- 
cupate, verso il 385 a. C, da Dionisio di Siracusa (v. Di od., XV, 
i3, 3), fossero di già fattorie corciresi, rende probabile la vicina co- 
lonia di Corcira Nigra. E, se non m'inganno, fra i motivi che in- 
dussero Dionisio a fondare quelle colonie vi fu anche un sentimento 
di vendetta contro Corcira la sorella di Siracusa, che nel tempo della 
guerra del Peloponneso aveva partecipato alla grande spedizione ate- 
niese contro costei. Corcira Nigra era, è vero, colonia degli Gnidi 
(v. Pseud. Scymn., v. 428; St ra b., VII, p. 3i 5 C ; P 1 i n., iV. 
H.y III, i52), ma, come si ricava dall'autorità di Antenore storico 
di Creta e di Dionisio Calcidense, citati da Plutarco (De Herod, 
mal,, 22], sino dal VI secolo, i Corciresi avevano stretti vincoli di 
salda amicizia con gli Gnidi; la colonia poteva adunque essere fondata 
dagli Gnidi sotto gli auspici corciresi, allo stesso modo che i Pari 
fondarono quella di Faros grazie all'appoggio siracusano. 



— 180 — 

'laxpiavn^ come asserisce il compilatore delle Gaufx. dKOua., 
non merita fede, e qui sono certo due errori non di Teo- 
pompo ma dell'ignoto compilatore di quella collectanea. Un 
tal monte, seppure da esso si scorgevano tanto il mare 
Adriatico quanto TEgeo, non poteva esistere che a sud dello 
Scardo, e dovrebbe cercarsi lungo il percorso della vìa 
Egnazia, che da Tessalonica attraverso la Macedonia e 
TEpiro conduceva alle colonie corciresi di Apollonia o di 
Epidamno (i). 

Nessuno può seriamente pensare che i Corciresi permet- 
tessero ai Mentori di operare direttamente il traffico con i 
Tasii, i Lesbii ed i Chii ; è anzi naturale pensare che i Cor- 
ciresi, fissati davanti a Narona (e che forse prima dei Sira- 
cusani possederono Faro ed Issa), abbiano sempre più cer- 
cato di limitare il commercio delle stirpi liburniche che 
originariamente abitavano nella stessa Corcira (2). Né v'è 
bisogno di ricordare come i Corciresi si siano spinti sino 
airistria, ove, ad es. a Pola, essi localizzarono la leggenda 
corinzia di Medea e dei Colchi (3). 

Teopompo adunque parlava della via commerciale attra- 
verso l'Epiro e la Macedonia che congiungeva i Corciresi 
che stanziavano ad Apollonia e ad Epidamno ed i Lesbii, 
i Tasii ed i Chii produttori di vino eccellente, che veniva 
importato alle barbare popolazioni illiriche (4). 



(i; Ved. Polyb. apd. Strab., VII, 322 C ; 327 C. La montagna 
di cui qui si parla parrebbe essere o Tantico Barnas (oggi Nereika 
planina) alto m. 2350 o il Bora (Nidze) alto m. 2517. 

(2) V. Strab., VI, p. 270 C (~ F!foro). 

(3j V. G. C. A. iMuller, De Corcyraeorum republica (GÓttingae, 
i833;, p. 60 sgg.; cfr. B u s o 1 1, Griech. Gescìi,, 1, p. 3o7, n. 1. 

(4) Intorno al commercio di vino tasio, lesbio e chio rimando 
al Buchsenschlitz, Besit^ ntid Enrcrb ini griech. Alterthume 
l Halle, 18Ó9;, p. 45'» 4-^oi ^^^- H. Bliimner, Die geìverbl. Thàtigkeit 
d, Volker d, klass. Alterthums (Leipzig, 1SÓ9), p. 44 sg.; 85 sg. 



- 181 - 

Il racconto diodoreo della fuga di Temistocle (che al 
paese dei Molossi giunse da Corcira^ della quale era pros- 
seno ed ove egli aveva cercato rifugio (i) e che come sap- 
piamo da Tucidide, I, iSy, pervenne a Pidna nel seno 
Termaico) e la menzione dei due giovani lincesti, che per 
ragioni di commercio si trovavano nel paese dei Molossi, 
ci porgono il più antico ricordo letterario dell'esistenza di 
una via commerciale attraverso l'Epiro e la Macedonia; 
mentre le monete delle città dell'Ematia, del principio del 
secolo V, ci mostrano come Taso esercitasse, appunto sino 
da quel tempo, o prima ancora, la sua influenza nelle 
valli delPAxius e del Ludias che scorre dal paese dei Lin- 
cestidi (2). 

Che una tal via esistesse in epoca ancora più antica si 
reputerà alquanto probabile quando si consideri che Apol- 
lonia ed Epidamno vennero fondate dai Cipselidi e che da 
Periandro, signore anche di Corcira, venne fondata Po- 
tidea (3), la quale poteva e gareggiare con le altre città 
della Calcidìca e sorvegliare il commercio del golfo ter- 
maico. 

Il trovare nella notizia di Teopompo questo scambio di 
vini tasii, chii e lesbii da un lato, di anfore corciresi dal- 
Taltro, può avere interesse assai grande per chi indaghi 
la storia del commercio di queste città, sopratutto per chi 
cerchi la causa delle rivalità, anzi degli odii fra Corcira e 
la sua metropoli Corinto, che scoppiarono 60 anni, ossia 
due generazioni, dopo che la prima fu fondata (a. 664 a. C). 



(1) V. H. Droysen, Athen und d. Westen vor d. sicilischen 
Expedìtion (Berlin, 1882), p. 24. 

(2) V. H. Droysen neìl Hermes, XV (1880), p. 362; Head, Ifi- 
storia Numorurriy p. 176 sgg. 

(3) Per i passi relativi e circa il carattere più corinzio o più cor- 
cirese di Epidamno ed Apollonia ved. i dati raccolti dal Busolt, 
Griech. Gesch.^ 1, p. 461 sgg.; 456. 



- 182- 
Per mezzo di questa via terrestre Corcira si sottraeva alla 
necessità di attraversare Plstmo sorgente di inesausti gua- 
dagni per i Corinzii. Dopo la battaglia di Micale(479 a. C.) 
i Lesbii ed i Chii erano fra i prinìi ad accostarsi alla lega 
attico-delia (Herodt., IX, io6), e nel 464 i Tasi vinti da 
Cimone venivano obbligati a far parte di questa. Se si tien 
conto che qualche anno dopo del 467, Temistocle partito 
da Corcira riparava a Pidna (i), e che nella consegna dei 
sacri tesori del Partenone deirOI. 89, 3 = 422 a. C, si 
nomina V 'IXXupiKÒv xct^KOuv ìk Aéofiox) (2), e se dall'altra 
parte si considera come già Temistocle avesse favorita Tami- 
cizia di Corcira a danno di Corinto, e come Taiuto dagli 
Ateniesi dato ai Corciresi e la defezione della corinzia Po- 
tidea dalla av[x^axioL ateniese (defezione avvenuta per consi- 
glio del macedone Perdicca) siano state le cause occasionali 
dello scoppio della guerra del Peloponneso, si riconoscerà 
assai facilmente che la via commerciale di cui parliamo, 
durante quel secolo ebbe una grande importanza anche per 
gli Ateniesi, i quali, signori della Calcidìca, non potevano 
trascurarla. 

Noi sappiamo di quanto peso fosse, per Atene, il possesso 
della megarica Pagai nel seno corinzio e della stazione na- 
vale di Naupaito, ove essa collocava i Messeni (a. 461 a. 
C). Queste due posizioni militari resero possibili la spe- 
dizione di Pericle e dei suoi successori contro TAcarnania, 
permisero ad Atene di venire a contatto con Corcira e le 
resero più facili e brevi le comunicazioni con l'Occidente. 



(i) La data di questo fatto, fissata al 467 dalla critica moderna, 
V. Busolt, Griech. Gesch.^ Il, p. Sgo, n. 2, verrebbe invece ad 
essere posteriore all'anno 461/1 secondo la *A6iivo(uAf iroXiTcia aristo- 
telica scoperta di recente, § 25, p. 70, ed. Ken y o n. Su ciò v. anche 
il De-Sanctis in questa Rivista^ XX (1891), p. 4 sgg. (estratto). 

{2) V. C. I. A, i, n. 170, V. 42 ; e se ne fa pure tnenzione nelle 
tavole delle 01.89,4 — 90, 2 —421-419 a. C; v. ib., n. 171-173. 



- 183 - 
Le vie settentrionali attraverso l'Epiro e la Macedonia 
rendevano pure brevi e facili le relazioni fra le sue alleate ed 
erano uno sfogo naturale al commercio delle città calcidiche 
suddite di Atene. Fu per una di queste vie che Perdicca 
di nascosto degrÀteniesi inviò mille Macedoni a favore degli 
Ambracioti e degli altri Epiroti che assediavano Strato 
(Thuc, II, 80; a. 429 a, C). E se le città calcidiche con- 
sigliarono Brasida a non essere di soverchio ostinato contro 
Arribeo il re dei Lincesti, possiamo per lo meno doman- 
darci se Tucidide ci esprima tutte le cause di questo con- 
siglio dicendo che essi éòiòa^KOv aÙTÒv (cioè Brasida) [xì\ 
óneSeXeTv rq^ ITepòiKK^i jà beivd, ha TTpoOu)jiOTép(fi £xoi€v Kaì è^ 
là éauTiXiv xp^^^Ocii (IV, 83, a. 424), e se fra queste vi fosse 
anche il desiderio di mantenere relazioni amichevoli, per 
conto loro, con uno dei signori della regione interna che 
dovevano attraversare per giungere sulle coste del Ionio. 
Brasida, come è noto, venne dapprima a patti con quel 
principe (i). 

Ma non è mio proposito ristabilire tutta l'importanza 
di quella via commerciale; a me basta il far notare come 
dalle notizie di Teopompo nulla si ricavi che si riferisca a 
commerci terrestri preellenici, fra la penisola dei Balcani e 
ritalia. 

Se tale via fosse battuta in età preellenica non sappiamo; 
essa, rispetto alle stirpi elleniche, non fu certo più antica 
del tempo in cui sorsero Corcira (734 a. C.) e Taso (720? 



(1) Tanto è ciò vero che nel frammento del trattato di alleanza fra 
Atene e Perdici II (C. /. i4., I, n. 42 b; cfr. pag. 43) che il K i rch- 
hoff assegna all'Ol. 89, 2 =423, al v. io si legge: iroi€tv xorAp- 
po^aiqj q)iX[{av]. Ed un Menelao figlio di Arrabeo ateniese, che pare 
fosse un discendente del nostro regolo, è ricordato in un*iscrizione 
di llium Novum ; v. Dittenbergcr, Sylloge, n. 81, e pare sia 
quel personaggio detto Pelagone che è ricordato in un decreto ate- 
niese del IV secolo; v. C. /. A.^ II, n. 55 = 5;^//. cit., n. 80. 



- 184 - 

7o8 a. C. ?). D'altra parte dobbiamo ricordarci che i Men- 
tori erano abitatori delle isole poste a sud delPIstria e 
quindi necessariamente dediti al mare ed alla pirateria non 
meno delle rimanenti stirpi liburniche. 

Il terzo argomento non è più valido dei due precedenti. 
II racconto di Erodoto intorno alla via che tenevano i doni 
degl'Iperborei per giungere a Delo si riferisce solo in pic- 
cola parte all'Italia. La via degli Iperborei è, in fondo in 
fondo, quella stessa che ancora qualche secolo dopo teneva 
Tambra per giungere dal Baltico fra i popoli civili del Me- 
diterraneo. Dai Germani, dice Plinio, veniva sopratutto por- 
tata nella Pannonia « et inde Veneti primum quos Enetos 
Graeci vocaverant, famam rei fecere proximique Pannoniae 
et agentes circa mare Hadriaticum» (AT. H., XXXVII, 4) (i ). 
In conseguenza di questa partecipazione dei Veneti al com- 
mercio dell'ambra, questa materia, come dice immediata- 
mente dopo lo stesso Plinio, era ornamento assai comune 
delle donne della Transpadana ancora al suo tempo. 

Ammesso pertanto che i doni degli Iperborei tenessero la via 
del commercio antichissimo dell'ambra, verremmo soltanto 
alla conclusione che essi, per giungere ai porti dell'Adriatico, 
su quelle sponde ove poi sorsero Tergeste ed Aquileia, at- 
traversavano le Alpi Gamiche o Giulie e che toccavano 
quindi il lembo orientale della penisola italica. E questa 
conclusione parrebbe acquistar valore qualora si conside- 



(i) Che queste parole di Plinio derivino da uno scrittore greco fa 
pensare, come osserva T H e l b i g altrove [Osserva:{ioni sopra il com- 
mercio delVambray negli Atti d. Accad. d. Lincei^ ^877, p. 19 estr.), 
quanto lo stesso Plinio dice poco prima (XXXVII, 3i), e lo fa pur 
pensare l'espressione «quos Enetos Graeci vocaverunt », che pare ed 
è realmente inutile ma che si spiega benissimo, ammesso che Plinio 
abbia qui, come altrove, o tradotto o riprodotto più o meno fedel- 
mente uno scrittore greco. 



rasse che Erodoto, il quale dice che i doni degli Iperborei 
giungevano ad un popolo èm tòv 'Abpiiiv, sa pure che i Ve- 
neti abitavano èv Tip *Abp(r| (V, 9). 

Ma anche ciò ammesso non ne viene che i doni arrivas- 
sero dairitalia, dacché dal racconto di Erodoto si ricava 
chiaramente, che da un paese posto a nord-est questi veni- 
vano trasmessi a popolazioni vicine nella direzione costante 
verso Occidente, sino a pervenire èm tòv "Aòpiriv, Di qui 
erano poi npòq iJieaaiJippiiiv 7rpoa7r6)iTró|i£va: ed i Dodonei erano 
i primi a riceverli. 

Ma al territorio di Dodona giungevano per via di terra 
di mare ? 

L'Helbig avrebbe potuto citare a favore della sua tesi il 
passo di Teopompo, ove si dice che dalPintimo recesso del- 
l'Adriatico all'Epiro vi era per mare un viaggio di 6 giorni; 
a piedi poi un cammino di trenta giorni. Ma le condizioni 
della viabilità delPIUirico nel IV secolo erano le stesse di 
quelle dei tempi preellenici od anche dei secoli Vili e VII? 
In epoca assai antica poteva realmente esistere una strada 
lungo la difficile, aspra e scogliosa costa illirica? Eppoi 
lungo queste coste, da tempi assai antichi, vi erano popoli 
dediti alla marineria, sia fra i Barbari che fra i Greci. Basti 
ricordare che allorché, verso il 784, di fronte alle foci del 
fiume che scendeva da Dodona, i Corinzii fondarono Corcira, 
essi cacciarono da questa isola i Liburni. Del resto lo stesso 
fatto che Erodoto ricorda qui un popolo èirì tòv *Abpiiiv 
non rende più che verosimile l'opinione che i doni degli 
Iperborei giungesse© a Dodona per via di mare? 

Se poi ci faremo ad investigare quando potè avere origine 
la leggenda dell'invio od il reale invio dei doni degli Iper- 
borei di cui parla Erodoto, verremo alla conclusione che 
qui non si tratta già di una leggenda che si perda nella 
notte dei tempi né di commerci preellenici, bensì delle prime 



— 186 — 

ed antichissime navigazioni degli Eubei che non possiamo 
reputare di molto anteriori al principio del secolo Vili. 

Erodoto dice che i primi fra i Greci che ricevevano quei 
doni erano i Dodonei. Ma sia che questi giungessero per 
terra o per via di mare, non potevano, dopo il VII secolo, 
non toccare o il territorio o i porti di Epidamno e poi di 
Apollonia. Questa sua asserzione non poteva adunque es- 
sere vera che prima delle fondazioni di quelle due città, 
delle quali la più antica e la più settentrionale, la corcirese 
Epidamno, fu fondata verso il 625 a. C. Se poi, come noF 
ammettiamo, quei doni giungevano esclusivamente per via 
di mare, tale notizia poteva essere del tutto vera solo in- 
nanzi alla fondazione della stessa Corcira (784 a. C). 

Ora prima che i Corinzii ed i Corciresi si fissassero da- 
vanti alle coste e sulle coste dell'Epiro gli Eubei avevano 
possedute fattorie e nella stessa Corcira e nelle isolette vi- 
cine e nel territorio ove poi sorse Apollonia (i). Se i doni 
degli Iperborei fossero stati inviati per la prima volta a Ek)- 
dona dopo che i Corinzii ed i Corciresi avevano soppiantato 
gli Eubei di Calcide e di Eretria, non si spiegherebbe come 
questi fossero diretti a Delo, l'antichissimo centro religioso 
e commerciale delle genti ioniche, anziché a Delfo, o piut- 
tosto ad Olimpia, Pantichissimo centro religioso delle genti 
doriche e non doriche del Peloponneso e dei loro coloni. 

Un altro argomento a favore della nostra tesi lo porge 
lo studio della via che tenevano questi doni da Dodona a 
Delo. Per terra giungevano sino al golfo maliaco. Di qui, 
attraversato lo stretto seno di mare, arrivavatto nell'Eubea 
settentrionale e di città in città passavano sino a Caristo, 
la città più meridionale dell'isola, donde, saltato Andros, 
giungevano a Tenos. I Tenii poi li portavano a Delo. Questa 



(I) V. W i 1 a m o w i i z, Homer. Untersuchungen, p. 172. 



- 187- 

via, secondo Erodoto o, diremo meglio, secondo le tradi- 
zioni delie, alle quali egli si riferisce, era tenuta ancora al 
suo tempo (i). Ma è certo che una tale via non fu seguita 
per la prima volta allora quando TEubea era più o meno 
soggetta ad Atene, bensì quando fiorenti erano le eubee 
Calcìde ed Eretria. Ed una conferma di questo pensiero si 
troverà nella circostanza che gli Andrìi erano esclusi dalla 
comune festa. 

Perchè in fatti quei di Caristo portavano direttamente a 
Delos i doni degli Iperborei? Non certo perchè, come è 
stato asserito (2), ad Andros mancasse il culto di Apollo 
con il quale si riconnette il mito di questi doni, dacché 
tale culto è stato ritrovato anche in quest'isola (3). Né 
colpirebbe nel segno chi pensasse che ciò si facesse nel se- 
colo V per punire gli Andrii dell'aver combattuto a Sala- 
mina a fianco dei Persiani (4), dacché di tale colpa si resero 
rei anche i Caristii ed al pari di quelli ne pagarono il fio (5). 
Ciò non avvenne nemmeno perchè gli Andrii si opposero 
alla egemonia ateniese durante la pentecontetia (6), dacché 
anche i Caristii fecero lo stesso (7). 

La vera ragione di ciò a me sembra debba cercarsi o 
nella circostanza che Andros, dopo la sconfitta degli Eretrii 
nella pianura di Lelanto, liberatasi dalla egemonia di costei, 
fondò un separato dominio coloniale (verso la metà del se- 



(i) Herodot., IV, 33: àuiKvécaOai ^iév vuv oOtu) toOto Tà Ipà Xé- 
yovai é^ Af)Xov. 

(a) H. Stein ad H e ro d t., 1. e. 

(3) V. Mitth. d. deut, Arch. Instit. in Athen.^ I (1876), p. 235 sgg. 

(4) Herodt., Vili, 66; 111-12; i2i. 

(5) Herodt., VI, 99; Vili, 112; 121. 

(6) Andro è, come è noto, una delle cleruchie di Atene fondate nel 
teospo di Pericle; ved. Plui., Per.^ 11; sul tempo v. Busolt, 
Griech, Gesch,^ II, p. 643, n. 4. 

(7) Thuc, I, 98; cfr. Busolt, II, p. 399 sg. 



— 188 — 

colo VII) (i) o nel fatto che più tardi essa al pari di Paro 
era suddita di Nasso (2). Preferirei però dare maggior peso 
alla prima delle due ipotesi, e perchè sudditi di Eretria, al 
tempo della grande potenza di questa città eubea, erano non 
solo Andros, ma anche Tenos e persino Geo (3). Ora Ero- 
doto, che ammette i Teni alla sacra cerimonia, dice che 
la tomba di Opi e di Arge, le prime vergini iperboree che 
sarebbero giunte a Delo e che erano cantate nell'inno com- 
posto dal licio Oleno, si trovava dietro ai tempii di Arte- 
mide : àTXOTàxuj ToO Kiqiuiv l(JTiT]Topiou, IV, 35. 

Allo stesso risultato giungeremo anche per un'altra via, 
ossia investigando quale fosse la fonte da cui Erodoto at- 
tinse le notizie che porge intorno agli Iperborei. 

La semplice lettura di tutto questo luogo basta a generare 
la persuasione che egli non riferisce già tradizioni orali ap- 
prese dai Delii, bensì il contenuto degli inni sacri cantati da 
costoro cui compose il licio Oleno, da lui espressamente 
citato come l'autore e dell'inno che i Delii cantavano in 
onore delle vergini iperboree Arge ed Opi e degli altri inni 
antichi cantati in quest'isola (4). 

La conclusione che anche le notizie relative all'invio dei 
doni degli Iperborei derivino da Oleno non è del tutto si- 
cura e tanto meno certa. E nondimeno assai probabile; e 
che se non da lui, derivino da qualche antico poeta del se- 
colo VII, contribuisce a rendere ancora più probabile la 



(i) V. i fatti raccolti dal Busolt, l, p. 3i5. 

(2) Herodt., V, 3i. 

(3) Strab., X, p. 448 C. 

(4) Herodt., iV, 35; cfr. Paus., V, 7, 8; cfr. 1, i5^, 5; li, 
i3, 3; Vili, 21-3; IX, 27, 2; X, 5. 7. La divergenza fra Erodoto e 
Pausania intorno all'autore dell'inno di Arge ed Opi (Menalopo di 
Cuma secondo Pausania) non ha nel caso nostro speciale interesse. 
Per le questioni relative ad Oleno rimando al F 1 a e h , O^schichte 
der griechischen Lyriky 1, p. 90 sgg. 



- 189 - 

circostanza che, poco prima, Erodoto dice, che degli Iper- 
borei aveva fatto menzione Esiodo (IV, 82), il quale, come 
è noto, aveva pure cantato il mito di Fetonte e del- 
Pambra (i). 

Ma qualunque sia fautore delPindicazione della via che 
tenevano i doni degli Iperborei; sia esso un poeta della scuola 
esiodea od un innografo come Oleno o Menalopo, a noi 
basti osservare come tutto ci induca a reputare che Erodoto 
segua un^antica fonte poetica. Quanto poi già osservammo 
sulla natura della via attraversata da tali doni nel suolo 
ellenico e sulla esclusione di Andro dal sacro rito ci fa- 
rebbe pensare al secolo VII. 

La via terrestre che dall'Epiro e da Dodona, attraverso 
la catena del Pindos, conduceva al seno maliaco ed alFEubea 
risparmiava agli industri navigatori di quest'isola il lunghis- 
simo percorso delle coste del Peloponneso e li liberava dalla 
necessità di valersi dell'istmo di Corinto, qualora essi aves- 
sero voluto accorciare la via, attraverso i seni saronico e 
corinzio. I Corinzii erano i naturali nemici degli Eubei e 
riuscirono mano mano a scacciar costoro da Córcira e dalle 
coste dell'Epiro e prima ancora li avevano allontanati dal 
proprio seno marittimo ed omonimo (2). 

D'altra parte comunicazioni dirette fra l'Epiro e l'Eubea, 
attraverso la catena del Pindo, dovettero pure riuscire assai 
utili ai Corciresi dopo che essi divennero nemici aperti a 
Corinto (664 a. C). Gli Eretrii dell'Eubea ed i Corciresi 
serbarono forse buone relazioni anche in tempi poste- 



(i) Cfr. H e r o d t., Ili, 1 1 5; v. G. K n a a e k, Qiiaestiones Phaethon- 
teae (Berlin, 1866), p. io sgg. 

(2) Che la teoria del Curtius (v. Hermes, X (1875), p. 217 sgg.) 
sulla antichissima alleanza dei Calcidesi dell'Eubea con Corinto sia 
erronea dimostrerò diffusamente altrove. 



— 190 — 

riori(i) e tali intercedettero forse fra i Caristìi ed i Cor- 
ciresi (2). 

La via di cui parliamo poteva adunque prestare, a quelle 
città, quegli stessi servigli, che ai Corciresi da un lato, ai 
Tasii, ai Lesbii ed ai Chii dall'altro, procurava Taltra via 
attraverso la Lincestide di cui abbiamo sopra discorso. 

Dalle parole di Erodoto si ricaverebbe che ancora al 
tempo di lui i doni degli Iperborei tenevano la via già de- 
scritta (3). Se cosi fosse realmente, ciò proverebbe che 
motivi politici e religiosi fecero sì che essa fosse per- 
corsa sino al secolo V. Che se in Pausania si legge che i 
doni degli Iperborei, dopo essere stali consegnati agli Ari- 
maspi, agli Issedoni ed agli Sciti, giungevano a Sinope e che 
da qui arrivavano nell'attica Prasie nel tempio d'Apollo, 
donde gli Ateniesi li recavano a Delo (4), in questo rac- 
conto possiamo agevolmente riconoscere una tradizione sorta 
dopo che Atene divenuta potenza marittima di primo ordine 
non solo si era sostituita in tutto e per tutto all'Eubea, ma 
sotto la condotta di Pericle aveva fondata una cleruchia 
anche a Sinope (5). 

Io non credo di dover seguire THelbig nelle sue osserva- 
zioni intorno allo svolgimento di alcuni dei miti degli Ar- 
gonauti della Telegonia e dei Nostoi, dacché qui si tratta di 



(1) V. Paus., V, 27, 9; cfr. Inscr. Ant. d. Roehl., n. 3y3; cfr. 
E. Curtius, HermeSy voi. e, p. 219, il quale dà forse soverchia 
importanza a questo luoj^o come appare dal motivo che, secondo 
Pausania, l. e, indusse i Corciresi a dedicare quel bove ad 
Olimpia. 

(2) V. Head, Hist. Num., p. 276. 

(3) Herodt., IV, 33. 
{4) Paus., I, 31, 2. 

(5; PI ut., Perici.. 20; verso il 444 ved. Busolt, Gr, Gesch,^ li, 
p. 538 sgg. 



- 101 - 

elaborazioni letterarie relativamente recenti e che in ogni 
caso dimostrano solo relazioni tra le coste del mar tracico 
e quelle delFEpiro. E tanto meno credo si possa con lui 
dare importanza eccessiva, per il nostro caso, alla teoria lin- 
guistica che ammette Greco-italici abbiano avuto un mo- 
mento di vita comune prima di dare origine alle due diverse 
stirpi, dacché non possiamo nulla asserire circa la regione 
in cui essi avrebbero vissuto insieme. Nulla, credo, dimostra 
che ciò avvenisse nella regione balcanica intermedia fra 
TEpiro e l'Italia, e lo stesso Helbig confessa : « AUerdings 
kennen wir gegenwàrtig nur einen Typus, in dem sich der 
Kulturapparat der Pfahidòrfer mit den italischen Nieder- 
lassungen wie zu Olympia gefunden hat », p. 87. 

A me preme piuttosto far constatare come gli argomenti 
deirHelbig, per provare che in epoca preellenica vi fossero 
relazioni per via di terra tra la Grecia e l'Italia, o falliscono 
interamente al loro scopo o servono invece ad attestare an- 
tichissime relazioni marittime. 

Le quali relazioni furono certo più antiche di quello che 
generalmente si suole ammettere e di quanto lascia supporre 
il noto passo erodoteo, ove si dice che i Focesi furono 
quelli fra i Greci che scoprirono tóv re 'Abpiiiv Kai xnv Tup- 
Cì\vir\y Kaì Tf|v 'ipnpiiiv Km tòv Tapxiiaaóv, I, i63. Dacché 
prima ancora di costoro percorsero quel mare i mercanti e 
pirati corinzi! e corciresi, che sino dalla seconda metà del 
VII sec. avevano fondala Epidamno(a.625). E che realmente 
sino da questo tempo navigatori greci avessero osato av- 
venturarsi sino agli intimi recessi deirAdriatico mostra un 
frammento del partenio di Alcmano, che, per quanto io 
so, è sfuggito ai critici che si occupano della storia dei Ve- 
neti e che contiene la più antica notizia che si possa real- 
mente riferire a questo popolo. Alcmano infatti faceva di 
già menzione del Ké\r\(; 'Evctikó^, ossia di quella razza di 



■«i _ 






- 192 - 
celeri destrieri che dette ben presto origine alla localizza- 
zione del mito di Diomede fra i Veneti (i), 

Ed è naturale la domanda se prima ancora dei Corinzi! 
e dèi Corciresi gli Eubei non abbiano visitate quelle coste. 
Nessuna notizia ci è giunta a questo proposito; nondimeno, 
se è giusto quanto notammo circa le relazioni degli Eubei 
sulle coste dell'Epiro, verso il secolo Vili, se si tien conto 
che Corcira in origine era una fattoria di Eretria (2) e che 
dall' *Abpiii non dovevano giungere in Grecia solo i doni 
degli Iperborei, saremo tentati di rispondere affermativa- 
mente ad un tale quesito (3). 

Non è molto che il prof. Gherardini con grande diligenza 
ed acume ha sottoposto ad accurato esame le situle ed in 
generale quei prodotti dell'arte figurata di bronzo usciti alla 
luce, con una relativa abbondanza, nella regione padana 
orientale e che sono stati ritrovati anche nella Gamia. Egli 
dopo aver per il primo avvertiti e per ogni lato i punti di con- 
tatto di queste situlc con l'arte greca, è venuto alla conclu- 
sione, che in quegli oggetti si debba vedere il prodotto di 
un'arte locale che subì l'influenza dell'ellenica (4). Il Ghe- 
rardini però si astiene dall'indagare « per quale via Pin- 
ce flusso dell'arte greca arcaica possa essere penetrato nel 
« settentrione dell'Italia e nelle Alpi », p. 198. Nondimeno 
a me sembra che questo quesito si possa agevolmente ri- 

(i) Alcm. in Bergk, Poet. Lyr. Graec, 111*, p. 40, ved. nota; 
cfr. frag. adcsp., 43 ^, pag. 701. Questo passo è, ad es., sfuggito al 
Nissen, Italische Lande skunde, I, p. 491» e quindi a tutti coloro 
che da lui dipendono. 

(2) PI ut., Quaest. Graec, ci. 

(3) Senza darvi unMmporlanza particolare credo non del tutto inop- 
portuno riferire qui la notizia di Plutarco, Quaest, conv., V, 3, 
10: Tfi<; (iryziyfry^ ùito|liitvOouoi ttoXXoI Tip otviu Ka0diT€p Eùpoclq t©v *EX- 
XobiK&v Kal Tii»v MtoXikujv ol iT€pl TÒv TTdbov oIkoOvtc^. 

(4) La collezione Baratela di Este (Estratto dalle Not, degli scavi), 
p. 188 sgg. 



— 193 — 
solvere e che non si possa e non si debba pensare che alle 
vie di mare ed alle relazioni marittime con T Epiro e con 
il Peloponneso, nelle quali regioni, ossia a Dodona e ad 
Olìmpia, sono stati trovati quei brónzi arcaici che hanno 
generalmente data occasione al Gherardini di fare i suoi 
accurati confronti. Secondo il prof. Gherardini la situla 
Benvenuti di Este non può essere anteriore alla fine del 
secolo VI od al principio del V (p. igo); ma è a sperare 
che nuove ricerche e nuove scoperte possano mettere in evi- 
denza che quei prodotti locali sono lo sviluppo di relazioni 
di molto più antiche, colle quali si riconnettono, forse in 
parte, quegli oggetti trovati negli antichissimi strati archeo- 
logici padani, indicati dalPHelbig, che hanno un riscontro 
nei vetustissimi strati ellenici (i). E chi sa che non si 
possa un giorno constatare che il centro italico di diffusione 
di quell'arte non fu Bologna od Este, come pensa un altro 
valente archeologo italiano, l'Orsi (2), bensì Spina, quella 
fra le città marittime padane che più di ogni altra aveva 
stretto relazione con i Greci, come dimostrano i fatti se- 
guenti : 1** che essa, come Cere fra le città elrusche occi- 
dentali, soleva inviare doni a Delfo ove aveva pure un 
tesoro-, 2® che a Spina fa capo la leggenda dell'origine pe- 
lasgica dei Tirreni raccontata da Ellanico, teoria, che seb- 
bene non del tutto accettata, era però nota ad Erodoto (3). 
Pisa, 2 aprile 1891. Ettore Pais. 



(i) Buona parte degli oggetti indicati dall'H ci big, op. cit., p. 83, 
n. 9, trovano, ad es., il loro riscontro fra i bronzi arcaici di Olimpia. 

(2) Apd. Ghera rdini, op. cit., p. 198, n. i . 

(3) Su Spina ved. i passi raccolti dal MUl ler, Die Etrusker, ed. 
Deecke, I, pag. 277; sulla relazione del fr. i di Ellanico con il 
passo di Erodoto, ove si nomina la pelasgica Crotone (1, 57), v. Ed. 
Mcyer, Philologus, Il (1889), p. 466 sgg. 



nè^vista di filologia ecc., XX 18 



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5u; lavacri r-l fall ade 






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ri - ì^ici^riiic, e re zmrres: j.ri tini* ii e que:>ta 
:rt z.tzr,: z,z^\ i: -:.:r.: -r-j.:?r. i licrere greche che 
iJiJi'.r Mz: -. lu 1. A :: re :. ^er:. r.;- >::j:- rei del tulio 
ri-^is: zzt i^t^\L '.i'zi ?::••, sì r 1: :>l:ce icìle prime. 
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M . .*: .-«•- :-- : -*-**i - •^!r>J^ Ve*SO DCf 



— 1P5 — 
verso, e di far entrare neirendecasillabo italiano tutta la 
materia dell'esametro e del pentametro greco. Ora, anche 
senza contare che le voci greche composte richiedono spesso 
in italiano una parafrasi più o meno lunga, il solo fatto 
che L versi elegiaci superano sempre gli endecasillabi nel 
numero delle sillabe dimostra evidente l'estrema difficoltà 
e perciò la temerità del tentativo. II quale tuttavia, comunque 
riescito, non vorrei fosse considerato come inutile perditempo. 
Provare con nuovi esempii che la lingua italiana può lottare, 
per concisione, colla greca, e talora vincerla, non è cosa 
superflua in Italia, dove e scrittori e oratori non sogliono 
peccare di soverchia brevità. 

A chi osservasse che nella patria di Conti, Salvini, Pompei, 
Cesari, Pagnini, Strocchi, Arcangeli, e di altri traduttori 
più o meno felici di Callimaco, non si sentiva proprio il 
bisogno di una nuova traduzione di questo poeta in versi 
italiani, risponderò, che le traduzioni dei classici non sono 
mai troppe, e che il richiamo allo studio dell'antica lette- 
ratura greca in un'epoca in cui questo sta per essere abban- 
donato, non è poi cosa del tutto inopportuna. D'altronde, 
dopo le ultime traduzioni italiane il testo di Callimaco fu 
riveduto e in parte emendato sulla fede dei manoscritti e 
con sagaci induzioni da una valorosa schiera di ellenisti, e 
principalmente dai più recenti editori. Augusto Meineke, 
Otto Schncider, Udalrico De Wilamowitz (i). Era conve- 
niente che di queste nuove recensioni si facesse pur qualche 
cenno e si ricavasse qualche profitto in Italia, dove Calli- 
maco, che era rimasto ignoto in occidente per tutto il pe- 



(i) CalUmachi Cyrenensis hymni et epigrammata^ edidit Au- 
gustus Meineke, Berolini, 1861. — Callimachea, edidit Otto 
Schneider, Lipsiae, 1870-73. — CalUmachi hymni et epigram- 
matdy Udalricus de Wilamowii z-M oellendorff reco- 
gnovit, Berolini, 1882. 



- 196 — 

riodo medioevale, trovò i primi ricercatori delle sue opere, 
i primi trascrittori e poi i primi editori, traduttori e com- 
mentatori in Giovanni Aurispa, Francesco Filelfo, Angelo 
Poliziano, Giovanni Lascaris, Giacomo Della Croce, Fran- 
cesco Robortelli, Aldo Manuzio. Ma se dovessi anche spe- 
rimentare dai pochi delicati che mi leggeranno un giudizio 
non lusinghiero circa l'utilità e il merito di questo lavoro, 
mi consolerà in parte il ricordo delle ore passate in com- 
pagnia dei poeti dell'antichità e degli eruditi del rinascimento. 
Io vissi per poco, in ispirilo, alla corte Alessandrina dei 
Tolomei, e trapassando colla fantasia parecchi secoli, mi 
trovai poi a conversare cogli illustri Greci profughi da Co- 
stantinopoli e cogli umanisti Italiani raccolti in Firenze in- 
torno a Lorenzo dei Medici e al Poliziano, e in Venezia 
nelle case degli Aldi. 

La traduzione dei due inni è accompagnata dal testo 
greco, riveduto dagli editori già citati, e in parte da me, 
sui manoscritti. 

Benché il presente studio abbia per principale oggetto la 
recensione, l'interpretazione e il commento di due soli inni 
di Callimaco, cioè del 3° e del 5% ho tuttavia stimato utile 
di farlo precedere da alcune indicazioni generali sui codici, 
sulle edizioni, sulle traduzioni latine e italiane, non che 
sull'indole dei pochi scritti che ci rimangono del poeta. 

I. Notizie su Callimaco e sui suoi scritti. — Alle 
edizioni delle reliquie di Callimaco si suole premettere una 
breve notizia biografica e bibliografica, attribuita a Suida. 
Da quella e da altre fonti si raccoglie che Callimaco nacque 
a Cirene, in Libia, da Batto e da Mesatma (o Megatima, 
come ragionevolmente pretende Hemsterhuys), e visse sotto 
i regni di Tolomeo Filadelfo e del di lui successore To- 
lomeo Evergete. I due regni vanno dall'anno 285 al 222 



- 197 — 

prima dell'era volgare. La nascita di Callimaco sembra po- 
tersi fissare fra gli anni 3 io e 3o5, e la morte fra gli anni 
240 e 235 (1). Sposò egli una figlia di Eufrate di Sira- 
cusa (2). Dal nome del padre Batto è spesso detto Battiade 
dai poeti posteriori greci e latini. Ma si vuole da alcuni 
che così fosse nominato, da Batto, re e fondatore di Ci- 
rene (3). Ebbe per nipote Callimaco il giovane, figlio di 
una sua sorella (Megatima, sposata a Stasenoro), nato pure 
a Cirene, e autore di un poema, ora perduto, sulle isole. 
Fu discepolo di Ermocrate di laso, grammatico. Cominciò 
a insegnar lettere a Eleusina, presso Alessandria di Egitto, 
poi fu chiamato al Museo Alessandrino, di cui fu biblio- 
tecario, dal re Tolomeo Filadelfo. Scrisse molti libri, in- 
tomo al numero dei quali vi è negli autori grande diver- 
genza. Secondo Suida e Giovanni Lascaris sono 800. Lilio 
Giraldo ridusse il numero a 80. Il catalogo di una parte di 
questi libri ci fu trasmesso da Suida; ma è talmente monco, 
che vi si omettono, fra altre cose, anche gPinni. Questo 
catalogo fu poi emendato, aumentato e commentato da 
molti eruditi, e principalmente da Riccardo Bentley, da 
Davide Ruhnken, da Giovanni Augusto Ernesti e da Otto 
Schneider, il quale ultimo consacrò a tale studio gran parte 
del suo libro su Callimaco. Alle indicazioni dello Schneider, 
che sono pure le più complete, deve tuttavia aggiungersi 
una poesia perduta su Pallade, diversa dall'inno V, che è 
mentovata in un antico scolio su Omero, e in un epigramma 



(i) Aug. Couat, Z.a poesie Alexandrine, Paris, 1882, p. 57. 

(2] Sulla considerazione che Eufrate non è nome siracusano, Hecker 

congetturò che lo suocero di Callimaco si chiamasse Eucrate o Eu- 

frante. Per contro Meineke sospettò che invece di ZupaKOuaCou debba 

l^gersi in Suida ZOpou, essendo frequente presso i Sirii il nome di 

Eufrate. Meineke, Callim., praef., xv. 

(3) Burmann, Ovid. I Am. i5. — Lil. Gyrald. Dial. 3 de 
poet. hist. — GCHarles, in Fabricii biblioth. Gr. Ili 814. 



— 198 — 

di un codice Ashburnhamiano, ora Parigino (T7), che sarà 
trascritto a suo luogo. 

Ora non rimangono del poeta che: — sei inni, dei quali 
il b^ sui lavacri di Pallade e il 6* su Cerere in dialetto do- 
rico, 5 in esametri, il 5** in distici elegiaci^ — la traduzione 
Catulliana in distici latini di una elegia, il di cui testo greco 
è perduto, sulla Chioma di Berenice ; — varii epigrammi, 
dei quali, secondo Tedizione di Schneider, 64 sono certi, 
2 dubbii, I conservatoci soltanto in latino, pure dubbio, e 
1 1 incerti ; — e finalmente molti frammenti raccolti prin- 
cipalmente presso i grammatici, gli scoliasti e i lessicografi 
antichi, e messi insieme con paziente cura dagli eruditi pur 
ora nominati. 

Gl'inni di Callimaco erano noti agli scrittori latini antichi, 
e ad alcuni di loro, come a Catullo, a Properzio, a Ovidio, 
a Marziale, famigliari. Ma nella rovina medioevale del 
mondo romano andarono essi perduti in occidente, e non 
vi ricomparvero che sulla prima metà del secolo XV per 
opera di due dotti italiani, Giovanni Aurispa e Francesco 
Filelfo, entrambi bibliofili, questi per passione dello studio, 
quello per mestiere di librajo. Giovanni Aurispa, che sì era 
recato a Costantinopoli per studiarvi la letteratura greca e 
procacciarvisi manoscritti greci, tornando in Italia nel 1423 
portò con sé, secondochè scrisse egli stesso al suo amico 
Ambrogio Traversari, 238 codici di scrittori greci profani, 
e fra questi un manoscritto contenente gl'inni di Callimaco. 
Quattro anni dopo, nel 1427, Francesco Filelfo, reduce 
pur esso da Costantinopoli, portava con sé, fra altri libri, 
un secondo esemplare di questi inni. Dal confronto dei co- 
dici che furono poscia trascritti da quei primi riesce evi- 
dente che essi hanno avuto la stessa origine. Il manoscritto 
portato dair Aurispa era o Punico codice originale del se- 
colo XI o del XII allora esistente a Costantinopoli, o la 



- 199 — 

copia di esso (i). Quello portato dal Filelfo era senza 
dubbio una copia dello stesso originale bisantino. A quanto 
pare, il codice archetipo era in istato di grande usura e 
negli angoli esterni di molte pagine doveva presentare la- 
cune sia per Terasione, sia per lo svanimento dei caratteri. 
Lo Schneider che, come fu detto, crede il libro dell'Aurispa 
una copia, congettura che nel trascrivere l'antico codice 
TAurispa e il Filelfo abbiano seguito ciascuno il proprio 
metodo. L'Aurispa, che era più librajo che letterato, avrebbe 
copiato il testo puro e semplice con fedeltà e senza curarsi 
di riempiere le lacune fatte dal tempo. Il Filelfo invece, che 
copiava o faceva copiare il manoscritto per suo uso e non 
per farne commercio, e che era letterato di maggior polso 
che TAurispa, avrebbe invece tentato di ricostituire in al- 
cuni luoghi i caratteri svaniti, sui tenui segni che ancora ne 
rimanevano. Di questo doppio metodo di trascrizione non 
esistono più le prove dirette, perchè i due manoscritti del- 
TAurispa e del Filelfo sono perduti. Ma ne rimane traccia 
nella diversa serie delle copie che derivarono dall'uno o 
dall'altro e che si trovano ora disseminate in varie biblio- 
teche di Europa. 

Di queste copie superstiti, fatte nei secoli XV e XVI, o 
per dir meglio della maggior parte di esse, è data la nota- 
zione nella prefazione al Callimaco di Otto Schneider, donde 
furono estratte in parte le indicazioni qui appresso riferite. 
Vi ho aggiunto le notizie spettanti ai codici Ambrosiani, 
al Marciano, ai due Ashburnhamiani, al Viennese, al- 



(i) 11 Wilamowitz sembra credere che il manoscritto di Callimaco 
portato dal TAurispa in Italia fosse Toriginale bisantino. Otto Schneider 
pensa invece che fosse una copia fatta o fatta fare dalTAurispa stesso 
su queiroriginale. W i la m o w., Ca//., praef. 6. — OSchneider, 
Cali, pracf. vjii. 



- 200- 

PEstense, al Perugino, al Torinese, che io stesso ho potuto 
consultare. 

II. Codici di Callimaco. — I principali codici conte- 
nenti gPinni di Callimaco in greco sono adunque i qui ap- 
presso notati colle lettere stesse adoperate da OSchneider, 
e quelli da me notati colle lettere A P TT per indicare un 
codice Ashburnhamiano ora Laurenziano, un Perugino, un 
altro Ashburnhamiano ora Parigino, e un Ambrosiano, da 
lui non esaminati. 

A. Della biblioteca Vaticana. Notato 1691. Membra- 
naceo in foglio minore, del sec. XV. Contiene dal foglio 
176 al 198 gl'inni di Callimaco, senza scolii. 

B. Della biblioteca Vaticana. Notato 36. Cartaceo in 
foglio minore, del sec. XV. Contiene dal foglio 201 al 225 
gl'inni di Callimaco, senza scolii. 

C. Della biblioteca Marciana di Venezia. Notato 
CCCCLXXX. Membranaceo, in foglio grande (33 centimetri 
di lunghezza per 23 di larghezza); del sec. XV; di fogli 446, 
di cui il primo e i due ultimi in bianco, e il secondo con 
iscrizioni dei titoli in greco, in latino e anche in ebraico, 
di scritture posteriori. Piena legatura in cuojo, collo stemma 
di Venezia sui due lati della coperta. Tagli dorati. Al dorso, 
disopra, è impresso in lettere majuscole latine dorate Poetae 
varii ; e sotto c'è la cifra manoscritta in nero CDLXXX, 
che è il numero del codice. Contiene : Oppiano, pesca con 
scolii, e caccia; Teocrito, i 18 primi idillii con scolii; Dio- 
nisio Periegeta, descrizione del globo con scolii ; Nicandro 
Theriaka e Alexiphavmaka con scolii; Aglaia Bisantino (1), 



(0 Questo Aglaia s'intitola nobilissimo tra i Bisantini, discendente 
da Ercole, discepolo di Alessandro, condiscepolo e amico di Demo- 
stene. 



— 201 — 

ricettario npòq xàq àpxojiévaq àTTOxucJeiq (4 distici e 14 linee 
in prosa, con scolii); un breve articolo anonimo sulle mi- 
sure e sui pesi (un po' più di mezza pagina); Arato, i fe- 
nomeni con scolii preceduti da un cenno biografico; Esiodo, 
lo scudo di Ercole e le opere e i giorni con scolii e com- 
menti, la Teogonia con scolii di varii e colle allegorie di 
Giovanni Diacono; Apollonio Rodio, Argonautica con scolii 
e cenno biografico; Orfeo, Argonautica e inni senza scolii ; 
Callimaco, inni senza scolii. GPinni di Callimaco stanno 
tra il foglio 482 verso e il 444 verso. Molte iscrizioni di 
titoli, in rosso, aggiunte da mano posteriore ai titoli antichi 
delle varie parti del codice, sono inesatte. Il codice appar- 
tenne al cardinale Bessarione, e fu scritto, a quanto pare, 
da Giovanni Rhoso, assai nitidamente. Le iscrizioni dei 
titoli ai varii inni sono in caratteri corsivi, senza majuscole, 
in rosso. Le lettere iniziali di ogni inno sono pure in rosso, 
ma majuscole. I titoli sono: In capo airinno I: KaXXijuaxou 
KupTivaiou TTOiTiToO ' ujivoq cl^ ola. Al II: eiq àiróXXijJva. Al III: 
el^ fipT€|yiiv. Al IV: elq bnXov. Al V: elq Xcuipà Tf\g iraXXdòoq. 
Al VI: €l^ br||LiTiTpav. 

Il consenso dei tre codici, A B C, e del K, di cui si 
parlerà in appresso, in certe lezioni, nella conservazione 
delle lacune, e nelPomessione degli scolii, indusse lo Schneider 
a crederli discesi direttamente dalla stessa origine, cioè dal- 
l'esemplare dell'Aurispa. Egli poi scrive che il codice della 
Marciana C non è stato copiato dai precedenti A B della 
Vaticana. Ciò è probabile. Ma gli argomenti addotti dallo 
Schneider non possono servir di prova. Egli sostiene che 
C non discende da A ne da B, perchè V 6ti omesso in 
questi due codici al verso III 23o, non è omesso in C, e 
perchè in C è per contro omesso il verso II 27 che non 
è omesso in A B. Ma quanto al primo argomento, lo 
Schneider è caduto in un errore materiale patente. L'6ti 



-202- 

di III 23o è omesso egualmente in C come in A e in B. 
L'omessione poi del v. II 27 in C è comune ad altri co- 
dici K Q T, e deve attribuirsi all' ójnoióapKTOv e air ó|ioio- 
TéXeuTOV, giacché il verso 27 comincia per 6q e termina con 
ILidxoiTo, come il 26. La cosa è certa per T, giacché dalPun 
lato è fuori di dubbio che T fu copiato dall'edizione del 
Lascaris, e d'altro lato in quest'edizione il v. 27 non fu 
omesso. È poi probabile anche per C, perchè questo codice 
sembra il più antico fra quelli in cui c'è Tomessione. 

D. Con questa lettera lo Schneider designa il codice, 
ora perduto, che servì all'edizione principe di Callimaco, 
fatta da Giovanni Lascaris in Firenze nel 1494. In luogo 
del codice scomparso sta l'edizione stessa, che contiene 
gl'inni e gli scolii. 

d. Codice della biblioteca di Oxford. Cartaceo, del 
principio del secolo XVI, in foglio minore. Contiene dalla 
pagina 25o alla pagina 286 gl'inni di Callimaco cogli scolii. 
Questo codice, che ripete gli errori di stampa delfedizione 
Lascariana, è considerato dallo Schneider come copiato da 
quella. 

E. Della biblioteca nazionale di Parigi. Notato 2763; 
cartaceo, in quarto, del secolo XV. Contiene, insieme con 
altre poesie greche, gPinni di Callimaco, cogli scolii. E il 
solo fra i codici noti di Callimaco che ponga l'inno V sui 
lavacri di Pallade dopo il VI a Cerere; particolarità che 
ha sedotto, fra gli editori, Blomfield e Meineke. 

F. Della biblioteca Ambrosiana di Milano. Notato 
B 98. Membranaceo, di forma quadrata, del secolo XV. 
Contiene, insieme con altri scritti greci, gl'inni di Callimaco 
cogli scolii. L'intitolazione degl'inni, scritta in rosso, è : 
^ KaXXi|Liaxou Kupiivaiou ttouitoO ujiivoi ^ E poi sotto: -f- ^% 
Aia: -^ Segue il primo inno. Il titolo del secondo inno 
è : ToO aÙToO (5|Livoq €iq ÓTTÓXXiuva: -^ Del terzo: + €l^ fip- 



— 203 - 

TC^iv: ^ Del quarto: eìg bnXov: ~ Dei quinto: eli; XouTpà 
TTÌq TraXXdbo? : Del sesto : toO aÙToO u|Livoq eiq br\\ir]Tpa : ^ 
Accanto agli ultimi versi di quest'inno sesto ce lo scolio 
marginale : tqT^ èXGoùcyaiq, etc. che termina colle parole 
baxjoi brm/jiTip. In fine ci sono i primi quattro versi dell'epi- 
gramma: T|Liv(a TÒv ùipiZiuTOv, etc. che è trascritto nella de- 
scrizione del codice rT(i). Gli scolii sono in massima pane 
marginali. I più brevi, quelli cioè di una o di due parole 
sono invece generalmente interlineari. 

/. Della biblioteca Ambrosiana. Notato S 3i. Car- 
taceo, in quarto, del secolo XV-, coU'iscrizione liber iste 
marci ammonii Patavini passeris laniiensis et amicorum. 
Contiene, insieme colle opere di altri poeti greci, gl'inni di 
Callimaco cogli scolii. La scrittura è chiara e rassomiglia 
a quella dei codici di Emanuele Mambriano, che viveva 
nel primo quarto del XV secolo; ma non è di lui, essen- 
dovi differenze in alcuni caratteri. Nel recto del foglio, dove 
cominciano gì' inni di Callimaco (questi cominciano nel 
verso)y non c'è scritto che il seguente esametro : 

Toid ò' èpwjbiavéeaaiv fieOX' dirÓKeii* àiCiioiq : 

Le intitolazioni, scritte con inchiostro rosso, sono: KaXXi- 
jidxou KupT]vaiou ttohitoO upvoq EI5 òia: Dinanzi all'inno II: 
dq àiróXXuuva. Dinanzi al III: eìq fipxciLiiv: Dinanzi al IV: 
€Ìq bf\Xov. Dinanzi al V: elq Xcuipà Tfjq iraXXdboq: Dinanzi 
al VI : eìq brjiniiTpav. Dopo l'ultimo inno è scritto in rosso 
TéXo^. Nel resto della pagina è scritta una glossa che co- 
mincia OXoiboujbievoq dvTÌ toO ppaacJópevoq kqì éipóitievo?, e 



(i) Il iMattaire, ragionando dell'edizione del Lascaris, scrisse: 
« Aliquando in CalUmachi exemplar ex prima editione incidi j in cuius 
« initio haeCj quae sequuntur, manuscripta reperi: €jiou ^aupou oute- 
€ piou. — Avujvujiou de, KaXXijuaxov, oircp €upiaK€Tai 6v tivi auTOYpaq)^) 
« McMoXaveiip *. Seguono i quattro primi versi dell'epigramma tra- 
scritti senza spiriti e senza accenti. 



— 204- 

finisce àTTÓ vuv tiIiv buo toùtuìv, toOtc qpXouiòouq fjxou xal 
Tf\g olbricyeujq, (JuvGéTuuq rivciai tò, (pXoiòoùjiievoq; ~ Gli scolii, 
sono, come nel precedente codice, marginali e interlineari. 
I primi sono scritti colla prima lettera in rosso e hanno 
ciascuno in principio un particolare segno di richiamo, che 
si ripete sopra la voce del testo. I brevi scolii interlineari 
sono scritti interamente in rosso. 

0. Della biblioteca Ambrosiana. Notato A 63.. Car- 
taceo, in quarto; della fine del secolo XV, coiriscrizione 
del nome di Michele SuHardo, di Nauplia, che viveva verso 
il 1475. Contiene, insieme a scritti di altri autori greci, 
gl'inni di Callimaco cogli scolii. L'intitolazione, preceduta da 
un fregio in rosso, è: KaXXi)Lidxou Kupiivaiou ttohitoO iì|livoi, 
colle iniziali di ogni parola in rosso. Poi eig bia coir e in 
rosso. Dinanzi all'inno II c'è: •:• eìq àTTÓXXwva :•, al Ili : 
•:• elg fipT€|Liiv :•, al IV: •:• €lq bf^Xov vnaov :•, al V: •:• cl^ 
XouTpà Tf\^ iraXXdboq :•, al VI : •:• clq brunTiipav: ^ Tutte 
queste cinque intitolazioni sono in rosso. In fine dell'inno 
a Cerere c'è léXo^ colla prima lettera in rosso. Le iniziali 
in principio di ogni inno sono pure in rosso. Gli scolii sono 
per lo più marginali, e questi hanno la prima lettera in 
rosso. Gli scolii brevi, di una o di due voci, sono tutti o 
quasi tutti interlineari. Nella prefazione dell'edizione di 
Otto Schneider è scritto che, secondo Enrico Keil, questo 
codice concorda col codice B 98 (F) sopra descritto. Ma 
l'asserzione di Keil è erronea. I due codici sono al contrario 
spesso discordi, come è provato dalla comparazione delle 
varianti di riferite dopo il testo qui appresso pubbli- 
cato. Quest'ultimo codice, copiato nella libreria di Michele 
Suliardo, ha tutti i vizii proprii dei libri che uscirono da 
quella officina. E uno dei più scorretti fra i codici Callima- 
chei. Appartenne a Giovanni Vincenzo Pinelli (1 535 — 1601) 
prima di entrare nell'Ambrosiana. Concorda quasi sempre 



— 205 — 

colFEstense Q, e non di rado coH'Ambrosiano / e col Pa- 
rigino E, coi quali, e specialmente col primo, deve aver 
comune Torigine. Ma contiene molti errori propri! . Tuttavia, 
malgrado gli errori, questo codice non è senza valore, 
perchè serve a controllare le lezioni di E e di Q. 

G. Della biblioteca imperiale di Vienna. Notato 3i8. 
Cartaceo, in 8^. Schneider lo dice del secolo XV. Fu 
comprato a Venezia nel 1672 per 16 fiorini. Fra gli scritti 
di varii altri autori greci, contiene dal foglio i36 al i58 
gl'inni di Callimaco senza scolii. L'intitolazione reca in ma- 
iuscole rosse KaXXijnàxou ujiivoi Kuprivaiou; poi pure in rosso, 
ma con lettere minuscole, eccetto V E : Eig bia. Lie intitola- 
zioni degl'inni che seguono sono di nuovo in majuscole 
rosse: elq ^AttóXXuuvq, elq *'ApT€|Liiv, elq AfJXov, à% 'AGiivfiq 
XouTpà, €lq ArjfiTiTpa. 

H. Codice Vossiano della biblioteca di Leida. No- 
tato 59. Cartaceo in 4®, del secolo XV. Contiene, fra altri 
scritti greci, gl'inni di Callimaco dalla pagina 56 alla pa- 
gina 75, senza scolii. 

I: Della biblioteca Vaticana. Notato 1379. Cartaceo, 
in 4*>. La parte del codice che contiene gl'inni di Calli- 
maco è del sec. XV, come attesta l'iscrizione : Corami (?) 
corner ipsi m. Georg. Mosch. Callimachi hymnos hosce 
anno Domini 1496 /// Kal. Maias. Non è detto nella pre- 
fazione dello Schneider che vi siano gli scolii. Carlo Dilthey, 
che comparò questo codice per lo Schneider, gli riferì che 
in esso gli accenti sulle ultime sillabe dei versi sono sempre 
gravi, non acuti (ciò che accade anche in altri codici e se- 
gnatamente in TT e Q), e che spesso l' iota soscritto è 
omesso. Ma questa omessione è comune, tra i manoscritti 
da me visti, al Parigino-Ashburnhamiano, al Marciano, 
all'Estense, al Viennese e in varia misura agli Ambrosiani 
e al Laurenziano. 



,u^. 



— 206- 

K. Codice Urbinate della Vaticana. Notato 145. 
Cartaceo, della fine del XV secolo. Contiene, fra altri scritti 
greci, gl'inni di Callimaco dal foglio 5o al foglio 83. Non 
è detto dallo Schneider che ci siano scolii. Dalla compara- 
zione fatta su questo codice degl'inni I e II da Dilthey, e 
del principio dell'inno VI da Merkel, sembra risultare che 
esso concorda col codice Marciano sopra descritto, lett. C. 

L. Della biblioteca di Leida. Notato XXIII, ree. 7. 
Appartenne prima a C. Fr. Matthaei, poi a David Ruhn- 
ken. Cartaceo, in 4^ minore, di 24 fogli. Contiene gl'inni 
di Callimaco, coU'intitolazione: KaXXi^àxou Kuprivaiou ufAvou 
In fine ha l'epigramma del Lascaris, che si trova nell'edi- 
zione principe di Firenze. Non è detto dallo Schneider che 
abbia scolii. Questo codice è del secolo XVI e fu copiai) 
sopra un esemplare, corretto a mano in varii luoghi, del- 
l'edizione Aldina del i5i3. 

A. Con questa lettera è qui indicato il codice della 
biblioteca Laurenziana di Firenze, già della biblioteca di 
Lord Ashburnham n** 1440 (i363). Cartaceo, del sec. XV. 
Ha 23 fogli, e contiene soltanto gl'inni di Callimaco in 
greco senza scolii. Ogni pagina ha 24 o 26 versi. Le ini- 
ziali di ogni inno, e quelle di ogni distico nell'inno V, sono 
in rosso, le prime majuscole, le seconde minuscole. Le in- 
titolazioni degl'inni, in majuscole rosse, sono : all'inno 1 : 
KaXXi|Lidxou KupT]vaiou ujiivoi: -j- al II : elg 'ATTÓXXwva r al III: 
€lq "ApTCjLiiv, al IV : elq AnXov, al V: tìq Xouipà Tfiq TTaXXdboq, 
al VI: eìq Ar\iir\Tpa. In fine è scritto in lettere minuscole 
rosse: tì\o<; tu&v u|livuuv KaXXijidxou toO KupT]vaiou .*. Uiota 
soscritto, salvo in pochi casi, è omesso. I nomi proprii di 
persone sono segnati con una linea orizzontale soprascritta. 
La punteggiatura consiste nel punto in alto, nel punto in 
basso, e nella virgola. L'interrogazione non ha segno speciale. 
Il codice è scevro di ogni inquinazione; non ha varianti 



— 207 — 

né note; appena ha qualche traccia di correzione fatta 
dallo scrittore dopo erasione. Quanto al testo, esso consente 
generalmente con I H G F. L'origine comune di A con 
H I specialmente non può mettersi in dubbio. Essa è resa 
certa da una concordanza costante del testo, e delle lacune 
negrinni IV, V e VI. 

M. Della biblioteca Nazionale di Parigi. Notato 456. 
Cartaceo, in caratteri minuti e negligentemente scritto; del 
principio del secolo XVI. Contiene, tra altri scritti greci, 
grinni di Callimaco, cogli scolii, e colPepigramma del La- 
scaris sul poeta. Questo codice, per la parte che comprende 
gl'inni di Callimaco, sembra trascritto (secondo Schneider) 
da un esemplare, corretto a mano, deiredizione Aldina. Ma 
gli scolii furono presi d'altronde. 

N. Codice di cui si sarebbe servito Francesco Ro- 
bortelli (n. i5i6-f- 1567) nelle sue annotazioni su Calli- 
maco del 1643 (1), e nelPedizione degl'inni fatta a Venezia 
nel i555, della quale sarà detto in appresso. Che sia av- 
venuto di questo codice non si sa. E anzi dubbio, secondo 
che osserva lo Schneider, se abbia mai esistito, e se il Ro- 
bortelli, quando parla di codice, non intenda parlare per 
avventura di un esemplare di precedente edizione (che qui 
sarebbe l'Aldina), corretto a mano. 

O. Codice, del quale Enrico Stefano disse essersi 
servito nella sua edizione dei Poeti greci fatta in Parigi nel 
i566, e secondo il quale egli avrebbe introdotto nel testo 
alcune correzioni e riempitovi qualche lacuna. Di questo 
codice altro non si sa, se non che esso doveva essere assai 
corrotto. 



(i) Francisci Robortelli Utinensis variorum locorum an- 
notationes tam in graecis quam latinis authoribus^ Veneti is, a pud Io. 
Baptistam a Burgofrancho Papiensem, MDXLIII. 






- 208 - 

P. La lettera P non fu adoperata dallo Schneider 
neirindicazione dei codici. Con essa è qui designato il codice 
Perugino della biblioteca Comunale di Perugia, ove è no- 
tato I. 62. Misceli. Greca. E cartaceo, del secolo XVI, 
proveniente dal fondo originario Podiani. Ha 119 fogli non 
numerati, di cui alcuni bianchi, cioè i in principio, 4 dopo 
Esiodo, e 2 prima di Callimaco. Contiene, tutto in greco : 
le opere e i giorni di Esiodo cogli scolii, i poeti gnomici, 
i carmi della Sibilla Eritrea sul Salvatore, dei gridi degli 
animali, gli epigrammi di Demetrio Mosco, la gnomologia 
di Aristofane, Euripide, Sofocle, Esiodo, e gPinni di Calli- 
maco cogli scolii; gli uni e gli altri della stessa mano. La 
parte che contiene Callimaco comincia al foglio 82, in prin- 
cipio del quale è scritto Prosperj Podianj, Perusinj ; e in 
calce Ex bibliotheca Graeculi Veneti. Questa parte del 
codice è di carta e scrittura diverse da quelle del resto. 
Dopo gl'inni di Callimaco c*è l'epigramma del Lascaris 
stampato nell'edizione principe. Poi vengono gli scolii. Non 
vi è alcuna glossa interlineare, ma qualche variante o no- 
tula di richiamo nei margini degl'inni (eccetto il 4**), di 
mano differente da quella del testo. Le intitolazioni degl'inni 
e le iniziali di ciascuno di essi sono in rosso. Le intitola- 
zioni sono all'inno I : KaXXi)Lidxou KUprivaiou ujiivoi. €iq bCa : 
al II: elq àTtóXXuuva: al III: elq fipT€jLiiv: al IV: elq òflXov : 
al V : elq XouTpà ttìì; TraXXaboq : al VI : el? òrijbniTpav. Qualche 
rara correzione è fatta dalla stessa mano sopra le linee. Il 
codice è del resto scevro d'interpolazioni. Non riempie al- 
cuna delle note lacune negl'inni IV, V e VI. E scritto con 
molte abbreviazioni, e fu copiato probabilmente dall'edizione 
principe, con qualche correzione. 

n. Codice della biblioteca Nazionale di Parigi. No- 
tato 1095 Suppl. Or., già della biblioteca Ashburnhamiana 
(iim8), e di Libri (8070). Cartaceo del secolo XV. Ha 



_ 200 — 

28o fogli, di cui due (223 e 224) bianchi. I fogli hanno la 
numerazione recente scritta nel margine esterno superiore. 
Nel margine esterno inferiore vi è traccia dell'antica nu- 
merazione di registro, tagliata dal legatore. Da questa ultima 
numerazione appare che il codice era composto di 3 qua- 
derni {a b e) e di 26 quinterni (rf — / e A — G). Ma man- 
cano 3 interi fogli nel quinterno C e uno nel quinterno D. 
Le pagine contengono per ciascuna 40 linee di testo, tranne 
poche eccezioni. Dimensione, centimetri 33,7 P^^ 2^- (Con- 
tiene, tutto in greco: — La vita di Omero e una disser- 
tazione su Omero (t^vo^ ójiripou; irepì 6^r|pou) dal foglio i 
al 24 verso; — Vlliade cogli scolii, dal 25 al 222 recto; 
— gPinni Omerici in quest'ordine: ad Apolline, a Mercurio 
dal verso 1 al 493 inclusive (mancano quindi 87 versi), a 
Venere dal verso i53 fino al fine (mancano versi i52), 
alla stessa, a Bacco, a Marte, a Diana, a Venere, a Pal- 
lade, a Giunone, a Cerere, alla Madre degli Dei, a Ercole 
Cuor-di-Leone, a Esculapio, ai Dioscuri, a Mercurio, a 
Pane, a Vulcano, ad Apolline, a Nettuno, al sommo Sa- 
turnide, a Vesta, alle Muse e ad Apolline, a Bacco, a Diana, 
a Pallade, a Vesta, alla Terra madre di tutti, al Sole, alla 
Luna, ai Dioscuri, agli ospiti ; tutti questi inni vanno dal 
foglio 225 recto al 245 recto, e si chiudono col tì\o% tuùv 
ófii^pou fl|LiviJJV. Poi allo stesso foglio 245 recto c'è Tepi- 
gramma seguente sulle opere di Callimaco, del quale ^già fu 
fatto cenno di sopra, e che è qui trascritto testualmente : 

T|Livai TÒv ùipiCuTOV èv TTpuÙTOi^ òia 
qpoT^ov ò' èireiTa Kal tpìttiv t^jv fipT€|Liiv 
bf^Xov T€T(ipTTiv eira Xcuipà iraXdòo^ (1). 
?KTT]v òè T#)v òniiTiTpav T#)v TTaXaixépav. 



(i) iroXXdòo^ F T. 

*Hf vista di filolot;ia ecc., XX 14 






- 210 — 

IliAttuì òè TPttòq Tf\q q[)iXoEévou Tpóini. 

Km Tf|v xeXeuTéav rè Tf|v firpav. 

Kttì Tuiv |ieti(JTiwv aÌTiuiv Tf|v Texpàòa. 

(TKumTuj ò' étt' àpaiq ìpov àTioXXujviov 

Ktti Tfjv àGrivav uaiaiov liéXTTUu TràXiv 

Tpiq)uj Pa9i(JTU) Kaì òua€upr|TOi^ Xófoi^. — (1). 

Anonymi in libros Callimachi 

Cano gubernatorem supremum in primis lovem, 

Phoebum deinde, tertiam Dianam, 

Apollinem quartum, postea lavacra Palladis, 

sextam vero Cererem antiq^uam (2). 

Cano autem vetulae hospiialis mensam, 

et mortem et ferae capturam \ 

et maximarum causarum quaternam seriem. 

Irrideo vero imprecationibus Ibin ApoUonium, 

et postremo Minervam iterum cano, 

enigmate profundo et non obviis verbis. 

Questo epigramma, assai corrotto nei versi 5, ó, 8, con- 
tiene in sostanza una specie di catalogo di parte degli 
scritti del poeta, che sono : i sei inni, Ecale o la caccia 
del toro, le Cause, Vlbis, e una poesia su Minerva, diversa 
dall'inno sui lavacri. In quest'ultima menzione è probabile 
che si tratti della disputa fra Pallade e Nettuno per il pos- 
sesso di Atene, della quale è fatto cenno nello scolio al 
verso 34 XVII àoìVIliade, Lo scolio è riferito da Meineke 
al verso 26 dell'inno sui lavacri \ lo Schneider invece lo 



(i) Correzioni da farsi: v. 3 TTaXXdòo<;, 4 òrniiìiTpa, 5 forse Tpo<pf|v, 
6 forse Kal ii\yf TeXcuTfiv 6r|p(ou xal ti?|v dtpav, 8 Ipiv. 

(2) La traduzione dei primi quauro versi di quest^epigramma è 
tolta dal catalogo dei mss. della biblioteca Torinese del Pasini, voi. I, 
p. 364. 



riferisce al libro I delle Cause. Ma la menzione speciale 
fatta nell'epigramma accenna ad una storia separata. La 
frase dello scolio Omerico i\ latopia Tiapà KaXXiiiidxiu sembra 
pure confermare che si tratta di una poesia distinta. 

Al foglio 245 perso cominciano gl'inni di Callimaco, cogli 
scolii marginali e interlineari, fino al foglio 258 recto (man- 
cano i versi deirinno III, dal 66 al 146 inclusivamente). 
Seguono gl'inni di Orfeo fino al foglio 274 recto, e gl'inni 
di Proclo Licio sino al foglio 280 recto. Ciascun canto 
àéìVIliade, eccetto il primo, è preceduto da un esametro 
che ne indica l'argomento. 

Il codice è intatto, scevro di correzioni e d'interpolazioni. 

Il testo di Callimaco e gli scolii sono della stessa mano. 

Nell'uno e negli altri vi sono abbreviazioni, più frequenti 

negli scolii. L'iota soscritto è sempre omesso. In fatto di 

punteggiatura non vi è che il punto alto, il basso, e talora 

la virgola. L'accento grave è usato invece dell'acuto quasi 

sempre in fine del verso. I due accenti del resto si possono 

raramente distinguere l'uno dall'altro. In principio e in fine 

di ogni inno è indicato il numero dei versi, ma non sempre 

esattamente. Così per l'inno III sono indicati versi 269 

{<trixoi a' h' 9') mentre non ve ne debbono essere che 268, 

tenendo conto del foglio mancante. Le intitolazioni degl'inni 

sono, in lettere majuscole, al I : KaX\i)Liaxou Kuprivaiou ttoiti- 

Tou (ìfivoq exq òia; al II: ei^ ATtóXXujva; al III: eiq ApT€|iiv : 

-^; al IV: eiq Ar|Xov; al V: eiq Aouipa rriq TTaXXaòog: ^\ al 

VI: €iq Ar|)Lir|Tpav: ^ Alla fine degl'inni: tcXc^ tujv KaXXijua- 

xou ujiviuv. Le lettere che cominciano i distici dell'inno V sono 

majuscole. Queste, se vocali, sono sempre segnate dello 

spirito, e dell'accento quando devono essere accentate. Certi 

vocaboli, massimamente i nomi proprii di persone o di 

luogo, sono talora ricordati in margine, come : JjTtÌTtov I 

14; Xdòujv 18; vébì] 32-, TTCpì xfjg Kuj IV f65, etc. 



— 212 - 

Questo codice è certamente uno dei più genuini e ga- 
reggia in valore coi migliori A B C Q. Ha nel testo molte 
lezioni comuni con Q A E e coi tre Ambrosiani F / 0^ 
Ma non deriva da nessuno dei codici conosciuti, avendo in 
varii luoghi lezioni proprie, come per esempio III 162, 
164, 190, 204. Così per gli scolii. Mancano di questi in TT 
molti più che negli altri codici. Concorda nel resto, ma non 
sempre, con E F/ Q. 

Seguono qui le varianti del testo di TT comparato coire- 
dizione Graeviana (i): 

Inno I V. 10 TrapvaaiTi 13 èTTifiiortiai 20 èuòpog 26 xpàdiy 
29 éXaq)at 33 sopra KoiiitacTai è scritta la correzione -leiv 
34 Kpicpa 36 (TTÙfa te 41 tviwvoì 42 KvujaoTo 43 tvu;(To(^ 
46 érdpai 47 aé ò* èKcifiicTev 48 XeiKvu) 49 Krjpiov 52 xoó- 
pr\Té(; Te . . TipuXriv 53 7r€7rXTìTÓTeq 55 i\élev 61 òtàrpixcr 
64 òiaiiXeiOTOV 65 TreTroiGeiev 66 i<; af]va 75 àpéTr\q 77 ò'd- 
pnoq 80 Tuj K^atpi 82 TTcXiecraiv 84 óXpov 87 vorjact 
90 èKÓXouaaq 93 àciaoi 95 fivòpa 

II, 2 ole 4 q)oiviE 30 xopò? tòv q[)oTPov 31 oO pea 36 à€i- 
véoq 47 iEéxx 48 à\x(ppvaa6j 2[€UTÌTiòaq 52 àrftXaKTcq 53 oRc^ 
54 òtòu^OTÓKO^ 57 KTi2[o|Li€VTi^ 58 TTpw^a 65 pdirruj 78 Kx^ 
pfjVTi^ 74 oùòiTTÓÒao 80, 97, 103 If] Ifi . . TroXXùXiaTC 85 éx<^pi> 
00 ?n 91 MupTouaan? 93 ìòe 94 fòeifiev 109 XùfAMOTa 

III. Le varianti di TT agl'inni III e V sono inserite, cor> 
quelle di ahri codici, dopo il testo. 



ili Nella indicazione delle varianti di questo e di altri codici non 
SI e tenuto conto, di regola, della semplice omessione deìVioia so- 
scriiio. nt^ delle irrcjiolaritA più o meno leggiere negli spiriti e ntglt 
acconti, e nemmeno dell'aggiunta o dell'omessione del v tinaie i» 
certo forme. 



— 213 — 

IV, 3 ai . . tcpuiTaie 5 àoibéiwv 8 Tuùq 10 alvrj . . (spazio 
-di due lettere) 11 b' i^v . . (spazio di 6 lettere) . . óedaa 
14 fixvuv 15 èvvaaaavTO 19 òmcJGcv . . ^€ Ixvia 20 cu ko- 
voifi . . àfiaviià^ 21 KÓTipoq 25 Xàeq 30 x* ^? ''^l dopi 
TpixXuiTXivi 34 Kaxà Putòv . . XdGujvrai 36 àq)€TÒq . . V (baox 
39 <Joi xpv^éw 50 Ttiioveq . . iielvxaaav 51 ònéax^^ 55 à- 
-RÓaaaiq 59 alSépoq 6u) 62 èTroTrreùovTeg 63 èm 64 òè 
<fùv 68 òq èTTcp- 88 xdXaivai 100 TróXieq 101 ncaeiòdovo^ 
*Tai 102 olKidòao 104 Xdpn^S 108 ècpeér^ao 110 TrepmXó- 
SaaOe 126 ÙTTdTOio 127 Tiiirjaoiiai 132 eìXrjeciav 135 dTio- 
«puipai 137 ftpcTTC 138 Kpaivuùviov 140 fppajiev 148 auti^ 
150 €l(TÓK€V 154 €lvaXiòaq 158 òn òjnoKXfjg 159 iravoublri. . 
«caTappócv 160 Xf\(Tiwv 172 uarepov 173 dpTiv 174 òv|ì{yovoi 
176 nXciaxa 177 (ppoiipia xal . . (lacuna) 178 Trebfa . . fJTrei- 
pot . . (lacuna) 181 Tiapà vt]Òv 188 è(T(Jó|iev€ 195 elaeOé- 
XoucTa 198 cpuKO? 200 (lacuna) . . (pXeEaq 204 dpriTOV 
205 ?C€TO . . irapà ppóov 207 kptiiliv€To 211 el b* dX- 215 aù 
V ìk fip* 223 oòbè béxovTo 228 Ke 248 dveéXXexo 253 xo- 
4Sàabe 255 i\exaav. 8 b* 258 T^XoXuTf|v 263 nXrmupe 
264 €tX€xo 266 li ^cTdXe ttoX- 269 bnXiov 273 f(JO|iai 
oÙKéxt 285 èxpdvovxai 295 outtox€ kcivoi 300 Guoóeada 
302 (JiiwTTTiXfiv 306 xopixibeg 315 xenpoTTibav 316 dcJxepia 
317 Trapr|Xu0€V ni 319 dXXà xà q>air\ 322 òbaKxaaai 

VI, 2 7roXu|Liébi|Liv€ 3 GaaeTaOe 4-5 iiifi b\ \xi) bè (e cosi al- 
trove) 10 TTÓba x^pev . . bu9)Liaq 12 oùbè Xóeaaaq 13 bieù- 
€V€v 14 èTT^paaa^ 15 koXXi . . (lacuna per il resto del verso) 
17 ovbk Xoéaoa 18 bdKpu . . bifi 19 TrroXiecJmv e . . (lacuna) 
21 dTréKOn;€ (lacuna) fÌK€ 22 xéxvn 23 ùirepPaaiaq (lacuna) 
24 (lacuna) ibeaGai 27 bévbpicJiv . . fivGev 30 è£a)Liapav 
31 xpiÓTiai . . fvvai 35 àpKio^ 36 dEivriaiv 38 iq bé jxq 
39 xd» b' èm . . èxióujvxo 40 TTpdia 44 br|)Lio(T(av 45 kqxuj- 
liabdiv 48 éXivuaov 55 GriaeT 56 SEuj 62 facraev. àvarKaiai 
65 è(Ju(Jx€p 68 voùdujq 72 bióvucraoq 77 fvboi . . Kpavvd»va 
85 clXamvav 87 TTÓiinvr à^xx 88 elXaTTiinacyxàq 04 fXiqpGev 



- 214 - 

96 fTTUjve 112 évi 119 Gacuna) jrapeeviKai 122, 127 ib^ 
123 (p^pouaa 124 fiEei 128 ibq fi^e? 135 èv ò'ófxovoia 
136 èv t' eÒTiTreXia 138 iv* 8<; fipa & ékcivo? àixàaaex 

Varianti degli scolii di Ti comparato coiredi\ione 
Graeviana. — I numeri si riferiscono ai versi. 11 secondo 
e il terzo scolio di un verso sono indicali colle lettere b e 
aggiunte al numero. 

I, 2, 4, 5, 6, 7, 8 mancano 10 6po^ àpKaòta^ ó irapvaaò^ 
(manca il resto). 13 manca 14 iwtutiov (in margine) 22, 24, 
26 mancano 33 i&va) Taov ui fiva 33 b manca 37 tò x^^M^t) 
èv àpKttòia. 38 TÒ )Lièv) x^Omo. 39 . . 6 y^citiKibv . . irpo- 
KoXeadiievog . . 40 vripni) GaXdacJTi. 41 manca 42 eijxe) 6t€. 
42 6om.9€vai 44, 46 mancano 47 fi vé\xea\<; (manca il resto)L 

48 . . XeiKvoiq TouTéaxi KoaKivoiq tò rraXaiòv . . 49 manca 

49 6 ècpareq. 50 manca b2 KOTà xXfipov ùtiuj?. 52 6 èvónXicv. 
55 àvTÌ ToO KaXuù^. 59 cu ^e^eptaiitévov. 60 om. o\ 62 . . q[)p5 
èirì . . TiveaxcTO. 63 manca 65 . . Xéyujv TreicTeiav. 66 manca 

68 ora. TÒv 74 om. ò 77 6 manca 87 KeTvoq) ò TTToXefiaio^. 
89 ci fiXXoi ÒTìXaò^i PaaiX[fì€^]. 89 6 tuj èviauTuù. 90 fivucTiv 
TcXeiuiCJiv ò aÙTÒq di TTToXeiiaToq. 95 xal 6|iTìpoq ttXoùtuj . . 
ÒTTTiòeT Kttl f)aioboq. 95-96 (in marg.) yvuj^.' 

II, 1 . . òè Tujv ^avT€uo|iévujv 96UJV Ttt 9eia . . xaì òtov fi 
è(JTiòr||nujai xàq jiavTeia^ . . 16 fiyouv o\'ujq. 4, 5 mancano 
6 om. avfi toO 7 6, 8 mancano 14 . . Tàfiou . . 15 . . ira- 
paK€i^évou . . 16 om. fi 18 6 ùiavcOcTiv. 19 XuKuupeoq) toO 
àiTÓXXujvoq. 20 G^Tiq) G^Ti^ Cn* Tiq. 20 6 KXdei Opiivei. 
20 e fiTOi eprivTiTiKà. 26 . . òià tò om. òè 32 (om. èvòuTÒv) 
. . TTcpóvri, fi XeYOjLiévTi qpipXa. 33 . . òé è(JTi . . 35 . . ttuGoO 
fvi (om. TreTpnccJcyrì). 40 Tfjv inaiv. 41, 42, 48 mancano 
49 . . àTTaiòou. 50 manca 51 èTTijUTiXóòeq) aiYÓvifioi. 53 . . xeO- 
6o^. 59 KUKXoTepoO<; (manca il resto) 65, 66 mancano 

69 . . aÙToT^ |H€Tà pong . . 71, 74 mancano 76 6 . . àapu- 



— 215 — 

axiòo^ . . 85, 86 mancano 87 vó^ifioi ibpia^évai. 88 manca 

90 om. fifovy 90 b in KuprjVTi. 91 manca 95 . . èv tuù òpei 

Tui miXiu) Tf\<; GeaaoXiaq . . 6 óttóXXiwv . . 99 Cn. XP^ 
106 manca 110 Cf^. tò ubujp. 

III. Le varianti di TT agli scolii delTinno III e V sono 
inserite, insieme con quelle di altri codici, dopo il testo. 

IV, 1 Tiva) KttTà Tiva. 11, 14, 14 6, 20, 21, 22 mancano 
28 . . €t7T€iv d. 30 oTi iraiòujv . . èTreaTToiv rà^ vnaou^ èitoiei. 
31 manca 39 Cri. XPW^^H ^aià Tfjv TTpomiv auXXapf|v. 41 ..xpoc- 
lf\voq. 47 manca 48 om. Tf\q 57 Karà iE- . . 63 òpou? xp- 
65 7ToXu|iaxov. 66 . . òiaipeaiv vriadujv • cu yàp . . àq écTiiv. 
71 . . auTT]V ToO àXeoO xfiv GuTaiépct . . 73 f^TrXriv) X^^P^- 
73 6 d^iipoq . . 75 om. àoviav 76 . . piiwiiaiq. 77 . . GriPOùv.. 
78 manca 79 . . luvo^evri. 80 manca 82 òpouq . . 86 Cn. 
Iti àiTÓXXujv. 86 b xaig }if\ . . 88 . . tòv èao|i- . . 92 . . petuv 
6^ faiiv . . 94, 102, 104 6 mancano 105 b 6poq KiXiKia<; 
TTXTiaiov G€(J(JaXiaq. 112 dvéiiioiaiv) èv io» xp^x^tv. 118 . . )lii- 
jiìq TTOi€i xòv xcipwva. 122 . . àvÓTKTi TÒp è7T€iT€i àvÓTKTi ixe- 
TàXii èaxiv. 125 b manca 126 oup€0<; èE ÙTTàxoio) b\à xòv 
fipT]v X^T€i. 130 manca 132 \e\r\ (péTfoixau 137 òpoq . . 
139 6poq TT€paipiov. 143 . . Ppiópeujq . . 150 eiaÓKCv o\) etaÓKe. 
150 6 om. ìawq xoiavxi^ 160 . . ujKriaav. Guyaxrip òè eupuTiù- 
Xou paaiXéujq kuj. 161 fjpuuivriq lìpujivTi (in marg.) 165 Accanto 
allo scolio olà xò ecc. c'è in marg. irepl xf^q kuj. 170 Traxpòq) 
ToO (Tuuxfìpoq. 175 . . ydXXujv . . auXXapù)V xoùq (om. KcXxoùg) 
. . PouXó^evo^ xà Kpr|)Liaxa auxf\q àpiràcTai . . Y€VO|iévou auxoO 6 
dnóXXujv . . xoùq nXéouq auxOùv, òXitov oìjv napaX- . . aùxoi, 
ai(Jxe . . xoO axpaxeuiaaxoq . . TTxoXeiiiaiou àp-nàoax . . ouv Xa)Li- 
Pdv€i . . (TePevvuTiKÒv . . KaxcKauaev . . 183 èxGoji^vaq) xoT^ 
TaXoi^. 185 . . eiq T^paq . . 193 èvWpiKÓ^ . . 210 . . òr|Xuj òf| 
TOiov . . (om. èvÓTi<yct) 225 aàpov xò KÓXuvxpov. 236 TrXaTiuj^. 
246 Ka( xoi irepi KaKuà^ tx\ Xr|xa) . . 256 xoO !va7ToO. 266 Ac- 



— 216 - 

canto allo scolio npòq Tf|v t^v scritto in margine: iroXó^uiMog 
TTÌ.. 271 Xexaiov . . ècTilv ÓKp- . . 275 iTapaXÓTU)^ tò vii- 
(jàujv. 282 Giva \éfeì vOv Tf|v ldjyr]v toO iwKcavoO. 283 . . irpo»- 
TOi ci òu)ò- 287 om. \ir\\\q 292 . . ùirepPopaiuiv OkuOuiv. 
292 b euatuDV hk f) fiaKapla. 296, 298, 299 mancano 302 .. tou- 
léativ 6 Xttji- . . 308 àpiriKOOv àq)poòÌTii? . . tòv Oì\aéw^ . . 
314 . . 6 là ToO 06OU . . 315 lOTTriia SttXq vcdi^ XaKiuvc^ . . 
321 . . TÒV Puj|iòv ^daiiTi . . 325 . . f| èv fiécJu) . . l<TTÌa . . 
325 b manca. 

VI, 1 . . (pép€(T9ai kqXXiov . . 5, 6, 7 mancano 116 fiira 
Tà xP^cTca ^àXa) èm Tf|v XiPut]V. 12 Xócaaag) àvtl toO éXouaui. 
13, IT) mancano 29 . . irapà tòv . . 30 manca 31 fXeuaiv . . 

39 7T€pì TÒ IVÒIOV TT€pl TÒ |i€(JTmppiVÒV. 44 Om. elCTaTO 75 ÌTf|V 

TTÓXiq . . 85 . . qpiXouq Tiq i^jv . . òè épuaixOwv . . èaxlv ot- 

Ktiiiaaiv. 96 manca 109 6vTiva.. Ili Accanto allo scolio tòv 

IbiiwTiKuj^, ecc. è scritto aìXoupo? 127 . . nepì ixpvao . . 128, 
120 mancano 133 . . laov . . 

Q. Della biblioteca Estense di Modena. Notato III E 
I I , scritto da Giorgio Valla, di Piacenza, verso la fine del 
secolo XV; già appartenente al principe Alberto Pio di 
Carpi, come sta scritto al verso del foglio 1 1 : 'AXpépTou 
mou KapTiévujv fipxovToq KTrìiiia. 

Lo Schneider non aveva potuto giovarsi di questo codice, 
e aveva dovuto limitarsi a notare le poche e non sempre 
esatte varianti date dal Santen (i). Ma la bontà del libro 
non gli era sfuggita, e questa fu poi messa in chiara luce 
da Wilamowitz nella prefazione alla sua edizione di Cal- 
limaco. 

Il codice è cartaceo, di centimetri 20,5 d'altezza, e 21, 3 



(i) Callimachi hymnus in Apollinem cum emendationibus ineditis 
Lud. Gasp. Valkenarii et interpreiaiione I-aur. Santenii. 
Lugduni Batav., «789. 



- 217 — 

di larghezza. Legato in cuojo, avente sul dorso, stampata 
in oro, riscrizione Orphaeus hymni eie. in alto, e in basso 
Parma ducale di Modena. In principio e in fine del codice 
vi sta scritto carte 84; ma in realtà i fogli sono 86, più 
alcuni in bianco. Ogni pagina ha 2 5 o 26 linee. I fogli non 
sono numerati. Però in calce al verso di ogni decimo foglio 
sono ripetute le prime parole del foglio seguente ; il che 
accenna a una divisione per quinterni. Il foglio undecimo 
non entra in questo calcolo, essendo esso stato intercalato. 
Il codice contiene, dal foglio i al 28 (escluso il foglio 1 1 ) 
gPinni detti di Orfeo irpòq MouaaTov, con scolii marginali e 
interlineari. Il foglio 1 1 contiene al recto, di mano del 
Valla, ma scritto con inchiostro diverso da quello adoperato 
per il testo degl'inni, 3o esametri greci del proemio del 
poema attribuito a Orfeo sulle pietre, cioè dal verso 29 al 
62 inclusivamcnte, con omessione dei versi 64, 55, 56, 57, 
e con lacune ai versi 3o e 53 (i). Nel verso poi ha Tiscri- 
zione già citata dell'antico proprietario, e l'indice latino del 
contenuto, cioè Orphei ad musaeum hymni, Callimachi 
hymni, Homeri hymni, I fogli dal 28 recto al 49 recto 
contengono gl'inni di Callimaco cogli scolii marginali e in- 
terlineari. Al foglio 27 verso c'è la citazione: Propertins, 
Intonet arguto (sic) pectore calimachus. Dal foglio 5o recto 
air84 verso ci sono gl'inni attribuiti a Omero accompa- 
gnati da poche noterclle marginali, le più in greco, e alcune 
in latino. Alla fine di questi, cioè in fondo al foglio 84 verso 



(i) Le varianti contenute in questo testo comparato col testo di 
Enrico Stefano del i5ó6 sono le seguenti: v. 29 Kai iiiiv... ópcoi 
(lacuna) oiai, 30 ò (lacuna del resto della voce òcivòv), 31 PaaiXcOaiv, 
36 fiXiiKTOv, 38 cOxn, 39 vécaai, 40 inoOvov, éóvTa, 42 xiaouaiv, 43 ak* 
èeéXtiai, 45 Aaaà t€, 48 poiZovTC^ rn^ xal, 49 r\ ò' òcpéujv ...épTrnaxfipujv, 
50 cpt&Ta x^^tw» 52 cIkcv, 53 (lacuna) jioXoOaa (lacuna) anrai èKdaxuj, 
69 dvOpdfTTotq d&pivai, 62 irpeapa... óxiouoi. 



- 218- 

c'è la firma del Valla in rosso : T€wpT»o^ ouaXXa^ irXaxcv- 
lìvoq fTpctqpe. Sopra le due prime lettere di oiiaXXa^ fu 
scritta la lettera p in nero, e si cangiò quindi ofiaXXaq in 
pdXXaq. Nei due fogli seguenti vi sono i brevi inni Orfici 
così inscritti in rosso: Mn^pòq dvialaq Oujuiaiiia, àpui^ara 
(io esametri ^Avraia PaoiXem — ^varx]); iiiiariq Gupiaiiia, dtu- 
paxa (i I esametri e€a|Lioq)ópov — èn àéGXoiq); ibpujv Gu^iajLia, 
ópuiMOTa (m esametri ""Qpai euTaxepe^ — à|i€|Li(pd»q); aefxéXnq 
eu)Liia)Lia, aTÙpaxa (ii esametri KiKXrjaKU) — ÙTràpxciv); ujivoq 
òiovùcJou fiaaaapéixx; xpiexTipiKoO (7 esametri *EXeé ^dKap — 
fiTTaaaiv). 

Dopo 4 fogli rimasti bianchi in fine del codice, vi sono 
due altri fogli con scrittura pur di mano del Valla. Il primo 
di essi, al i^er^o, contiene 14 linee di glosse che cominciano: 
àyieù^ Ò€ èaii kiujv, ecc. e terminano: (JnMctivei bè koì (pyov 
Té ifiq (JKTivfìq ToO )iovaéw<;. L'altro foglio, al recto, contiene 
40 linee di glosse sugli Omeridi e su Omero. Cominciano: 
ójiTipiòai, ecc. e contengono Tepitafio sulla tomba di Omero 
attribuito a Proclo : 'EvGà b€ ir\v lepàv KccpaXfiv Karà rata 
KaXÙTTTcr dvòpu)v f|pu)ujv KoaiLiniopa GeTov 6)Liiipov. ttpokXo^. 
E terminano: yoTia^ òè ò Xeoviivoq eìq lioucTaiov aùiòv AvdTei. 

11 codice è puro di ogni interpolazione. Le sole iscrizioni 
al foglio I I verso accusano una mano diversa da- quella 
del Valla. Gli errori di penna e altri, come bene osservò 
il Wilamowitz, che si servì di questo codice per la sua 
edizione di Callimaco, non sono rari. Ala ciò non di meno 
il manoscritto Estense è fra i più genuini e rappresenta 
assai fedelmente Tuno dei due primi apografi perduti, che 
sarebbe quello del Filelfo. Nessuna delle note lacune vi è 
riempita. Queste lacune in Q sono: IV 177 qppoupia Kaì.. 
— 17S Kaì Tieòia Kpiaaaia kqì TiTreipoi.. — 210-201 ..q[)X€Eaq 
€7Tfci 7T€piKai€0 TTupì. — V 1 36 ...GuTdirip... — 141 Al luogo 
di òXoXuTaT(; c'è soltanto ...Tn<S c<^n siluro inchiostro. — VI 



- 219 - 
IO AI luogo di 7TÓÒ€^ c'è lacuna. — 16 ipiq b'im. . . (è 
aggiunto dalla stessa mano, ma con altro inchiostro : kqX- 
Xixopov, e nel margine xaXXixopov q)p€ap éxaXeT). — 1 8 KaX- 
Xiov ù)q TTToXUamv éa.. — 22 KdXXiov ùx; ha xaiTiq uirep... 
(ma c'è in margine lo scolio: tò llr]<; xdXXiov tà òpàTMOTa 
?b€iv tvo xaiTi^ uTtepPaaiaq dX^xiai [sic]). — 2 3 TT... — 
1 19 ...TTopGevixai xal èmcpQé'^laaQe xexoOaai. 

La trascrizione degli accenti e degli spiriti lascia spesso 
a desiderare. C'è talora confusione fra il segno dello spirito 
aspro solo, i due segni riuniti dello spirito aspro e dell'ac- 
cento acuto e i due segni egualmente riuniti dello spirito 
aspro e dell'accento circonflesso. Lo spirito aspro è anche 
qualche volta confuso col dolce. In fine delle parole (e 
principalmente in fine dei versi) è spessissimo segnato l'ac- 
cento grave nei casi in cui l'uso richiede l'acuto. Il p in 
principio di vocabolo è segnato collo spirito. E talora rad- 
doppiato xaià ppóov IV 1 5(), napà ppóov 20G, 01 t€ ppai- 
arfipaq III 5i) ecc. Le vocali i e u sono scritte sovente 
col trema \ i). L' e e Tri, Tue il v hanno quasi gli stessi 
tratti, ed è perciò facile il confondere l'una coll'altra lettera. 
Ciò non ostante la scrittura è in somma assai chiara. Il 
testo non ha abbreviazioni. Ce ne sono per contro negli 
scolii. L' tota soscritto manca il più delle volte. 

Gli scolii agl'inni di Callimaco sono marginali e interli- 
neari, scritti di mano di Giorgio Valla, ma con inchiostro 
diverso da quello adoperato per il testo. Alcuni pochi sono 
scritti in rosso nei primi 42 versi dell'inno I. 

Le intitolazioni degli stessi inni sono come segue, in rosso: 
inno 1 et^ òià rrpijùTO^; II eiq àTTÓXXujva ; III eiq fipT€)Liiv *, 
IV eiq bfìXov; V e^ Xouipà iriq TraXXóòoq; VI eiq òi'iinìiTpav. 
L'iniziale di ciascun inno è in rosso. L'iniziale dell'inno I 
manca, e doveva essere dipinta nello spazio rimasto vuoto. 
Alla fine degl'inni I, II, HI, c'c un punto fermo ^.); alla 



- 220- 
fine degrinni IV, V, VI ci sono due punti e una virgola 
orizzontale (: -^). 

Oltre agli scolii, vi sono ripetuti nei margini certi voca- 
boli, più spesso nomi proprii, che servono come di richiamo, 
per es. II io8 nel testo àaauplou, e in margine àacTupio^; 

III 265 nel testo dbapiwv, e la stessa parola in margine; 

IV 85 nel testo KXaiouaiv, in margine kXoiiw ; V 19 nel 
testo òpcixaXxov, e la stessa voce in margine; VI 92 nel 
testo jii^avTi, in margine ^iC^aq, ecc. Questi richiami sono 
pure, a quanto sembra, della mano del Valla, ma furono 
scritti in tempo diverso da quello in cui furono scritti gli 
scolii. 

Le varianti di questo codice sono notate qui appresso, 
eccetto quelle al testo e agli scolii degl'inni III e V, che 
sono inserite più oltre, insieme con altre di altri codici. 

Variatiti del testo di Q comparate colVedi^ione di Otto 
Schneider. 

Inno I, 3 TTTiXoTÓviuv 9 èxeKTncJavTO 10 irapvacJiri 12 cu 
b€ TI jiiv K€x- 13 èTTi|iiaT€Tai (non èTTi^icraeTai, come afferma 
erroneamente lo Schneider) 17 xv^riicraiTo 23 djKjiriaev 24 Ka- 
piujvoq 20 TroXù(TT€ióv t€ 36 lueTà te 38 noGi 39 Xéirpiov 
41 T^wvì 42 èm kv- 51 SpecJai xà t€ 53 iTeTrXTiYÓTcq 
68 GriKa^ 75 ixhoc, Kp- 77 b' fipr|oq 79 PacJiXfie^ 86 irepl 
npò.. €Ùpù 87 TioT voriaei 91 buJTO peduiv 93 àeiaoi 
94 auei(; 

li, 2 olio 7 oÙK€Ti liaKpàv 9 òcTtiq 14 K€p€i(J6ai 21 órr- 
TToe' If) 27 omesso per l'omeoteleuto 28 6ti . . àeibei 36 xai 
xev 49 in fpujTi 52 àT<iXaKToq 54 bibujnoTÓKoq 62 K€pa€(T- 
aiv 64 ee^eiXiog . . èTcipeiv 80 noXuXXiaTe 86 Xi^ùacniq 
88 Ttrirn^ Kupn^ 91 laupTOuacTTiq 93 ìbe 94 £b€i)Li€v 95 auTol 
105 oCata 110 Obujp 113 òqpeópoq 



- 221 — 
IV, 1 f\ 7TÓT 3 vrjujv iepuiTaie 5 àoibéujv 8 òatig 10 xau- 
pxoq 11 Kttì fiTpoTToq 19 ònicjeev 22 im pà- 30 x'^^ 
32 bè 7Tdaa<5 33 €la€KÙXi(T<J€ 34 puGòv 36 àcpcTÒq . . òi* €u(Toi 
39 I6jpa ^^v ovvero 2[€0pa |i€v, e in marg. f| r^cppa 41 ànò 
EdvOoio 50 jLiuKaXtaibeq 55 ànàaoaK; 64 ècpvXaOCe bk 
66 €ijp€iàujv 71 cpevaiòg 72 TrapaxéKXriTai 80 xaT^ 89 Pitóe 
92 KaG^piTOv 94 TomjuTepov f| dirò 97 fXaxeq 100 àxauòeq 
. . TTÓXi€(5 101 éxaipa 104 Xàpi^ 110 ytveCui 114 è|ioìo 
115 ^oOvoi 126 èETindroio 127 éHepucTCTcìc 130 òiMiaXéov 
132 €ÌXr|0uiav 134 Kapriauta 136 àipiòa 138 Kpaivuiviov 
142 kot' oùb- 144 Gep^afcTTpaiTC . . irupàrpri? 147 fipa poad- 

K€0^ 150 KOlKIliq 156 q)lXoE€lVOTdTTl . 163 TT^ ^€T6K01^ . . élTl- 

^^)i<po)Llat 164 vfìaujv . . elviimq 166 y^vov 173 fipriv 
176 TTcTcTOa 178 Kpiaaaia 179 Kapnòv 181 q)dXaTT€? 
188 iaaó^^ve 191 ubaai 201 irupì 205 àpniov 210 ùttò 
216 f^MCvai 218 f^pa 223 oubè b^xoviai 225 auxnv 
229 eenq 232 eaùiiaioq 233 b' cube 234 uTrvoq 246 Toaad 
b€ ol . . ix^piaaro 248 dvGéXXero 249 jidXTrovTcq doiboi 
251 èTTqeiaav bè 253 Toadq be 255 oùxéi* épncTov 6b' ?Keop€ 
256 dxaioio 257 eìnaq 262 èKÓjiiaae 263 bè TrXriiLiupe 
265 écpeéT^aio 266 lacTdXn . . (pépouaa 273 ico^ax 276 évuii 
282 òpKia Tivoùq, raa col punto di cancellatura sotto u, quindi 
nvò^ . . TToXuxpuj- 283 cu jnèv 285 èxpcivovra 287 amq 
294 oìG^uiV 295 cu Trote xeivoi 296 bT]Xidb£q (non bnXedbeq 
come in Schneider) 298 louXuj 299 fipaevcq liiOéciai 301 xo- 
pòv 303 dMcpipÓTiToq 306 Tiobi 307 Icpòv 309 tiadaio 
310 |biÙKii)Lia 321 TTXr|Tr|atv éXiEai 322 pT](T(Tó^€Vot . . òbaKidcTai 
323 -MiavT€<; 324 rtXaaxfiv 325 \aTÌr]<; 326 f^v èXoxcùaaTO 
VI, 4 Tou 7 v€q)éujv 8 bajudtep 9 6t diriata 10 om. Ttóbeq 

12 Xoéaavj (non èXóeaaa come in Schneider) 13 ora. biépaq 

13 -biviiv 16 om. T€ 17 fJTOTOv brioO^ 20 KaXd)LiTiv . . npSia 
21 èv KÓa^ f[Ke 22 ébibdaxe i^xvnv (fra i due vocaboli è lasciato 
vuoto uno spazio più grande dell'ordinario, che deve essere occu- 
pato dalle due lettere -to) 25 icpòv 26 t\v b' auid 31 ipiÓTraiO' 



— 222 - 
oaov . . èvvai 33 lOUTÓKiiq 39 tujv ò' èm 41 tìcjGcto . . 
àk^ei 42 -jiévTi 43 viKiTTirri 44 OHM- 45 -òitìv 46 irapaiiiu- 
xoiaa 47 òaiig 53 néùxv 58 ò* a Gcù^ 61 -ivn<; 62 fiXXou^ 
jièv lacjaev àvaiKaiai 64 ?wi 68 m^T^^H 73 jiiv 76 dir' oOv 
TÌpvrjcTaTO 77 péPnKC 78 àTraixriauav . . TraXuEib 80 -rjtTKOUCTa 
81 'X^ovaa 84 <pi\ÓT€K€ 87 om. à^tópei 88 novifiM- . . -<Tt#|^ 
00 -àaanq 93 ?ti /ieiZiov . . veupàq 94 jìoOvov f Xiq)e€v 95 àòeX- 
qpal 100 -dKTiq 102 kXtitòv ótt* dir' air* àóXXujvoq 104 fjiiv 
107 ÓTTTip- 108 )Li€TàXav 109 {q[)aT€ ravòv éaiia 112 6T€|Lièv 
114 àXX'ÒTC . . òbóvToq 115 kqì tòt 116 àKÓXou? 119 t€- 
KoOaai 121 x^ ^01 123 qpépouaa 127 ib^ a\ . . (popéovn 
128 &|neg . . TTaaaai- 130 -qpopia^ . . tòv 0€Ov 131 akivc^ 
éErjKOVTa . . aiT€ 138 fipa* èKcTvo^ à^daaei 139 KpeioutTa 

Varianti degli scolii di Q comparato coir edizione 
Graeviana. 

Inno I, V. 1 7TÓT€p . . 4 òiKTaTóv be 6poq Kpr|Tr|q kqì XukqTov 
TÒv il òpouq àpKaòia(; òvtq. 7 . . àvarvuiaTè . . 8 . . è<TTÌv 
KpriTiZeiv . . KpTiTÒq KXr|OeTaa . . Tfìq iXiou ; Tà KpelacTuu . . 
8 6.. èiTÌ Tili Kpùi|iai . . aÙTOù Tioieiv. 10 6poq ópKabiag 6 
TTttpvaaóq. 13 .. oiov xpn^^ elXeiGuiaq TOUT^aTiv rtvvTicTéuaq . . 
17 Xu)LiaTa) KaGàpiaaTa. 17 & x^TiuaaiTo) ÓTroXoùaaiTO. 18 èpu- 
^avGoq) TTOTaiLiòq dpKabia^. 22 . . l\ov . . oiKxn^Tev . . 25 ki- 
vuJ7T€Ta) KiviwTTeba, e in marg. Gripia 25 h viaacTo) f^px€To 
èTTopeueTO. 20 KpdGiv) TtOToiióg àpKabiaq . . TroXuTTÓTriTOV koì 
)LieTU)TTTiq TroTa/iòq dpKabiaq. 32 manca 33 \ihr}) vu/icpri. 
34 KEuGiiòv) (JTTriXaiov. 35 fepeipe. 36. iiipa x»POVoq . . 37 tò 
XeOjna) TÒ èv àpKabia. 38 tò jièv) tò x^Oiiia. 39 . . 6 rXauKibv 
XeTtpiov . . 40 vriPnO ttì GdXacJCTTi. 41 . . |i€TapXr|0éToq . . 
42 0€vàq) TTÓXiq kqì fiXao^. 44 TìiviKaOGa. 40 è'Tapai) qpiXai. 
40 h TTpoaeTTTix^vavTo) firouv elq Toùq . . 47 dbpricJTeia) f] v^- 
|Li€(Jiq. 48 XeiKvuj) èv XeiKvoi^ TOUTednv KocJKivoiq tò iraXaiòv 

. . f| tò KOUpiov . . 49 . . f) TÒV bia . . 50 . . èf^VCTO 



— 223 - 
èEaicpvri^ . . 52 manca 52 b èvÓTiXiov. 55 KaXà) KaXdiq. 
59 scritto, poi cancellato Kaià kXtìpov ùtiuù^; senza cancellazione 
où fi€fiepi(T|iévov. 60 TraXaioi. 62 . . qppoV'- . . f\vé(yxe.TO . . 
|iaTaióq)pujv Km Kciveiv . . 63 laairi) éaof\v Kupiu)^ 6 paaiXeù^ 
Tuùv )Li€Xi(Tauiv vuv 6 Tu)v àvòpuiv. Lo scolio in Graev. e Schn. 
è al V. 66. 65 Skcv TTcmGoiev) Xelirei X^tudv. Tieiaeiav. 66 la- 
Gf\yd) TÒ Kpàxo^ ecc. Lo scolio in Graev. e Schn. è al v. 67. 
74 om. 6 77 manca 77 6 . . ifìg àxTiKfiq . . Trà^TroXu . . 
87 K€Ìvo^) ò TTToXe^aToq. 89 o\ fiXXoi ÒTiXabn PaaiXeiq. 89 b xu) 
éviauxoj. 90 àvuaiv xeXeiujaiv aiìxoq (b TTxoXeinaTe. 95 k«i 
6fiT]poq' ttXouxuj ò' àpexri kqi KÙÒoq ÒTiTiòei xaì aaiKpih 6 ttXoO- 
xo^ fiv€u àpexfìq oÙK draGòq auvoiKoq fio' èEa|iq|)ox€piwv Kpaaiq 
li KttXXi^axe • €l fipa èm iraaiv nXriGeuaaq àXX' oòbè vOv èiri- 
xouxoiq év|i€Ùauj cu YÒp X^pì? ttXoùxou olòev dpexfi jneYaXùvciv 
xoùq avouq oux' €u x^pì? àp€xfì^ TrXouxoq Sttgu fé kcCx àpexr) 
\ióvr\ jittXXov jieTaXùveiv oìbe Km Treiadxua ae òòuaaeù? y^Mvò^ 
u)v Km Tf\ vauaiKda bxà xfiv olKciav 6)liiXuiv àp€xf|v €iq xfjv 

TTÓXlV X€ K0|Lll2Ó|ieV0q Km XOl èK€Ì 0au)Lia2ó|i€voq. 

II, 1 oiuj^ ÓTTuiq. Manca il resto 4 manca 5 ìlepov òpveov 

àiT- 6 ora. avxì xoO 6 b àvaKXive(y0€) manca 14 manca 

15 . . TToiouai o\ (JuppaKouaioi . . 18 fiauxuaZei . . 19 Xu- 

Kiupéoq) xoO àTTÓXXuJVO^. 20 KXaiei epriveT. 26 xoi TTXoXeiiiaiu). 

Manca il resto 32 . . nepóvri x] Xefoixévx] qpipXa. 33 f] veupà. 

33 6 XuKxiov) XÙKxoq nóXiq Kpr|xri^. 35 manca 38 . . €ipr|xai. 

42 TrXoùaioq. faxi TÒp . . Km TTOi^rjV. 45 . . uJV0|Liàa9nq . . 

49 . . àTraiòou. 50 . . Km yàp xàg . . èTT€Hr|TOÙ|i£vo^ xieKTiv 
MnXa i(pr\ ixf\\a 6\éq x€ Kaì oxfeq àv òe |i€V€)Li|iTiXdÒ£q Tpa^^xai 

àvxì xoG GrjXeim èaxiv. 51 èmiLiriXàbe^) a\ tóvi|ìoi. 53 firovoi 

K609o^ TÒp xò KÙ|ia. 59 Tf\q kuk- . . Xr|xib òpxuTOi )LiexapXr|- 

6€iaa . . q)£UTOu(ya xfjv rìpàv. 65 . . 8xi 6 pàxxoq ouxoq . . èv 

Tf| x^po TQuxTi . . Xéovxa alq)VTibòv . . 69 . . aùxoT^ iiiexà . . 

71 . . Xci^ùv èv^PaXXev. 74 olbiTrobog 7ToXuveiKTi<; . . xiaaiiiévog.. 

àrciiKiaev . . 76 . . &q irep xfiv q)ujvf|v . . 83 . . èv Kvuei . . 

85 Jiuaxnpc^) TToXeiLiiKoi. 86 manca 87 vÓ|ìi)lioi ibpKT^ièvai. 



- 224- 

88 . . ^€ToiKÌ(TavTaq . . 90 àiróXXujv. 90 b vùiicpi)) Tf\ Kuprjvii. 
91 òpo^ . . KuprjvTi di? q[>oveuaaaa . . aÙTfj . . 95 . . èv iiw 
6pei Tip TTTìXiuj TTi^ ecacJaXia^ (JuveRaGeùbriaev . . 106 . . iro- 
ifldai xfjv éK(iXT]v. 

IV, 1 Tiva) Kaià rivo. 11 . . f| òf^Xo^. àrpoirog fiaeiaro^ 
dreaipmiTO? . . 116 àXmXrjE) tb^ vfìa[o^]. 14 6 fixviiv) àq)póv. 
19 . . KaXXouji^VTi. 20 om. fi 21 Kuirpi^) f| Kiinpo^. 28 mv- 
òdpou Kttl paKXiXiòou. 30 manca 31 TpixXuixivi) tt^ Tpiaivri. 
47 manca 48 . . tòv tóvi)liov. 61 manca 63 òpo^ rpÓKri^ 
6 aT)Lioq. 66 . . òiaipecTiv vriadiwv où top . . €tq ai ?(Jtiv. 
71 . . ToO àXeoO xfjv Guraiépa . . 73 ffiirXiiv) x^ipi^ (senz'altro). 
77 . . GTiPOùv . . 78 . . àpTrayeTaav . . Katà òiuiKeiv . . 
80 . . faxiv KÙpiu)^ . . 88 . . TÒV é(Jó|i€vóv aoi . . 91 ó òeX- 
q)ùvri^. 92 . . òq éOTiv . . 94 (JaqpeaTepov òEuTcpov. 104 Xd- 
piO TTÓXi^ GeaaaXia^. 104 6 . . 6poq GeadaXia^ . . èxeìae. 
105 6 T€^7Téiwv) opri KiXixiaq rrXriaiov GeaaaXiaq. 112 èv tu> 
Tp€X€iv. 115 Trpo<TTroifìaai . . 118 èv th ttt]Xìuj . . ^iT€Ìq ttoici 
TÒV x^ipujva' 122 manca 125 b manca 126 è£r)TrdToio) òià 
TÒV dpnv Xérei. 130 bii|iaXéov) Eripaaiav. 132 . . cpOérEoiiai. 
137 ópoq GeacJaXiaq. 139 . . irepaipiov. 144 a\ xd^ivai. 150 om. 
iatuq Ko- 160 . . ujKTiaav GurdTTip bè cùpuiruXcu paatXéuj^ kui' 
170 uttTpòq) ToO aujTfipog. 175 Ppévo^. .TdXXuuv . . (TuXXapdiv 
. . pouXó|i€vo<; TÒ xPni^OTa aÙTfìq àpndam . . T€vo|iévou aÙToO 6 
(ÌTTÓXXuav . . Toùq TTXeoùq . . TrapaX€iq)GévTUJV . . aÙTOÙg aÙTw . . 
(Xpr]Cev . . TTToXe^aiou dpTraaai . . ouv Xa^pdvei . . aePcvvu- 
TiKÓv Kai KaT€Kauaev . . 188 èxGoiiiévaq t€) ToTq TCtXXoT^. 
185 . . elq ^épaq . . 210 om. ttotc e èvóncTa 225 adpov tò 
KdXuvTpov. 246 Ktti Toi Ttep KaKui^ Tf[ XrjToi . . 256 tou ìvottoO. 
271 . . èafiv ttKpujTripia . . 275 vr\aàwy) TrapdXoToq tò vt]- 
adujv. 282 Giva vOv Tf]v Z!a)VTiv Xéyex ibKeavoO. 288 . . npuiTOi 
o\ . . 289 . . XriXdTiov . . 292 . . axuGujv eùoiujv be i\ jia- 
Kopia. 296 ù^evaioq) 6 xaipòq tou rdinou. 302 ò òXók- . . tou- 
TéaTiv 6 XajiTTpòq . . 305 . . Xuk€0^ . . 308 dpirjKOov dcpp- . . 
TÒV Qr]aé{jjq . . 314 . . ò tò tou GeoO . . 315 TOirriia òirXa 



— 225 — 

vedi^ XdKuiveg . . 316 vaùtri^) avxì xoO oòòri?-. 321 ..Tóirreiv 
TÒv ^ui^òv \ida7ifi . . 325 . . Tibv KuXdòujv . . i(TT{a.. 325 b 
manca. 

VI, 1 . . \ii)x\(Siy . . qpépecJGai KÓtXaGov . . 6 juri ò* 6k àqp* aò- 
cxXéujv) )LAf| èK Tu)v ttuaXéujv xciXujv ToO (TTÓiiaTO^ 7r\uiu)LA€V fina- 
cttoi tout^cTtiv |i€Tà TÒ òciTivov. 11 6 ÓTia òè xp^<^€a )x&\a) 
èirl Tf|v Xipùnv. 12 Xoéaa^jj) àvtl toO XoùcTiw. 23 KdXXiov ibg 
^va KaiTi^ ÙTiep . .) tó dEQ^, KdXXiov tà òpdtiiaTa ?òeiv Iva 
ìcaCrig ÙTTCppaaia^ dXéKxai. 29 . . irepl tòv fjXcKTOv. 30 . . èSa- 
pdpT]^ . . 39 Tiepi TÒ ?vòiov Trcpl tò |i€(7nMpptvòv. 44 iìj)LA0itb9Ti. 
T7 manca 85 . . cpiXou^ ti^ fjv . . òè èpua- . . èv rploi^ . . 

109 8v Tiva TT^ . . Ili . . X€TÓ|i€VO? . . 127 f^ X9^<^^ • • 

128 7TaacTai)ui€a0a) KTTiaó)ui€9a. 

R. Della biblioteca regia di Madrid. Notato: CXXII. 
Membranaceo, in quarto minore, colle intitolazioni e le 
lettere iniziali miniate in colore e oro ; scritto da Pontico 
Virunio alla fine del secolo XV o al principio del XVI. 
Contiene gl'inni di Callimaco, la vita del poeta attribuita 
a Suida, repigramma del Lascaris e gli scolii. 

S. Della biblioteca regia di Madrid. Notata: XXIV. 
Cartaceo in foglio; scritto a Milano nel 1454 da Costantino 
Lascaris. Contiene, fra altre poesie greche, gl'inni di Cal- 
limaco. Né questo codice, né il precedente furono consultati 
dai recenti editori di Callimaco : Meineke, OSchneider, 
De Wilamowitz. 

T. Della biblioteca Nazionale di Torino (già biblio- 
teca deirUniversità). Notato B. V. 26 (già B. VI. 21 e 
CCXLl nel Catalogo di Pasini). Cartaceo, del secolo XVI. 
Dimensione centimetri 20,7 per i5. Di fogli 3i, più due 
bianchi. Monco in fine. Appartenne al gesuita Antonio 
Possevino (n. i534, m. 161 1), come indica Tiscrizione in 
capo al primo foglio : Antonii Possevini Mantuani dvxui- 

Kfvisia dt filologi a, ecc, XX. 15 



-■ -j 



- 226 — 

viou ToO TTOCTcTeouivou imavTuaKoO. Passò poi in possesso del 
Collegio dei Gesuiti di Torino, e ne porta il segno coiriscri- 
zione a pie del primo foglio: Collegii Societatis lesti 
Taiirinensis. Finalmente venne alla biblioteca Nazionale. 
Contiene dal foglio i al 23 gl'inni di Callimaco in greco, 
con scolii e varianti marginali e anche interlineari in greco; 
e con alcune poche note e glosse in latino; dal foglio 23 
al 24 tre epigrammi in greco; dal 24 al 3i inclusive, gli 
scolii greci antichi sugl'inni di Callimaco, sino al i85 (T^wv) 
dcirinno IV. Il resto degli scolii su quest'inno e quelli sul- 
l'inno V e sul VI, mancano per stralcio dei fogli che li 
contenevano. Ma siccome gli scolii greci sono in parte ri- 
petuti nei margini e fra le linee del testo, così la perdita 
(se tale si può dire) non è intera. Gli scolii marginali e in- 
terlineari sono però rari negli ultimi due inni. 

L'intitolazione è, in lettere majuscole : KaXXtiiidxou Kupii- 
vaiou ujuivoi :• All'inno I: E(<; òia. Al II: Et^ 'ATTÓXXuiva. 
Al III: EU "ApieiLiiv. Al IV: Eig AnXov. AlV: E\<; rà 
XouTpà Tfig TTaXXdòoq. Al VI: Ei^ ArjiiiTiTpa. In fine degl'inni: 
TéXo? Tu)V eùpi(TKO)Liévu)v KaXXifuidxou ujivujv. Intitolazioni agli 
scolii: (TxóXia TraXaià toiv KaXXijuidxou ujuivujv. — Etg tóv Aióq. 
-Eig TÒv ^AttóXXujvo^. — Et<; tòv *ApTé|uiiòo^. — Ei? tòv tìì^ 
ArjXou. Gli spiriti e gli accenti apposti ai caratteri ma- 
juscoli sono identici con quelli dell'edizione Lascariana (spi- 
rito lene H , spirito aspro |- , accento circonflesso A). L'inno I 
va dal foglio i al 2 verso. Il II dal 2 al 4 verso. Ma manca 
il V. 27, e dopo il v. 41 mancano ahri 23 versi. 11 III va 
dal foglio 5 al 10 verso. Il IV dal 10 al 17 recto. Il V 
dal 17 al 20 recto. Il VI dal 20 al 23 rec/o. Nell'inno IV 
vi è una trasposizione di foglio. 11 foglio i5 deve leggersi 
prima del 14. 

Questo codice è copiato dall'edizione principe del La- 
scaris del 1494, che è qui notata D. La cosa non fa dubbio, 



- 227 - 

quantunque qua e là vi siano varianti nel testo, e quan- 
tunque le lacune dell'edizione Lascariana siano state riem- 
pite tutte nel codice. Di questa discendenza immediata 
del codice Torinese dall'edizione Fiorentina sono ovvie le 
prove. 

Nell'inno V v. 3 il codice T dà fppei invece di ?p7rei. 
Ora queir ?pp€i non potè venire che dalla lettura inesatta 
deir "EPPEI in caratteri majuscoli dell'edizione del Lascaris. 
Tutti i codici conosciuti e tutti gli altri libri a stampa 
essendo in caratteri corsivi (eccetto un'edizione Bodoniana 
di cui non può essere qui questione), la confusione non era 
possibile se la copia fosse stata fatta sopra alcuno di essi, 
giacché il TI e il p, che possono facilmente confondersi in 
carattere majuscolo, sono perfettamente distinti in corsivo. 
Ili, i56. Il codice T. ha aò jutaivoviai invece di Xujuiai- 
vovrai di D. Anche qui l'errore viene dalla rassomiglianza 
dei caratteri majuscoli A e A. L'edizione di Lascaris ha 
AYM-, e l'amanuense lesse e trascrisse AYM-. Nel carattere 
corsivo degli altri codici e libri egli non avrebbe certo po- 
tuto trarre au- da Xu-. 

VI io5 àvTipeiKttVTi in T, tolto da dmipeiKavTi di D, per 
la rassomiglianza delle lettere maiuscole TT e N. 

Ili gS JIwujvTa? D e T; non altrove (eccetto P che è 
pure copia di D). 

Ili iSg ÓTi D e T; non altrove. 

IV 3o Z* ib^ T, mal letto da X* iwg dell'edizione Lasca- 
riana, dove il X per difetto della stampa somiglia a 1. 
VI 43 Nittttìkti in D e T; non altrove (eccetto P). 
Negli scolii III 235 àHeiveia (nel testo àEeivia) D e T ; 
non altrove (eccetto P). 

Per contro le divergenze fra l'edizione Fiorentina e il co- 
dice Torinese, sono di tenue importanza, e si spiegano in 
gran parte colla semplice negligenza del trascrittore, eccetto 



- 228- 

il riempimento delle lacune che è in T e non in D, e che 
indica in ogni caso la posteriorità del codice di fronte alla 
stampa. 

Qui seguono le principali differenze scelte nel testo 
degl'inni 111 e V. Trascrizione in T di o per ui: iroaeiòdovi 
III 5o-, òaaoy III 257; iiAÓva V i32; di o per a: éroi^d- 
CovTO V 39; di € per 0: cp^pei III i5i; di u per ì\: ifiuxou- 
aiv III i63-, di ui perù: TCipàTuiov III 176; di ai per e: 
otaciai V 17, 3i, 48-, di la per i: fipujidòa^ III i85', di 9 
per t: eeGuujjiévGv V 63; di ti per v: tiii 235. In alcuni 
pochi casi Terrore dell'edizione fiorentina è corretto: èoiKÓta 
T, èoiKÓTag D, III 52; òUruvvav T, III 198; XidovTo T; 
\óuj- D, V 73. In T vi è poi la lezione èri* àjutqwT^paicTi V93, 
che si trova per la prima volta nelPedizione Aldina delle 
opere di Poliziano del 1498. 

Varie concordanze di T con D sono comuni alPedizione 
Aldina e alla Frobeniana. Il che non deve stupire essendo 
queste due edizioni condotte anch'esse sulla Fiorentina. Ma 
gli argomenti precedentemente addotti, e le varianti speciali 
spesso erronee dell'Aldina e della Frobeniana, anche non 
tenendo conto della questione di data, provano che T non 
fu copiato da nessuna di queste due edizioni. 

E non fu copiato nemmeno sull'edizione Stefaniana 2», 
benché parecchie varianti marginali di T siano comuni a 
questa edizione, e procedano verosimilmente da una stessa 
origine. Che il codice non le abbia prese tutte dalla stampa 
(lasciando anche qui in disparte la questione dell'epoca) è 
provato dal numero delle glosse marginali Torinesi che non 
esistono nell'edizione di Enrico Stefano, e che non sono 
sempre da rigettarci. Si leggono difatti in T le varianti: I 26: 
7roXù(TTeiPóv t€ Il 2 olov 6Xov io ìòoi i5 OcpcXfoi^ 
17 àKouovT€<; ii3 Gqpopò^ III 28 àTT€veu<T€ 37 iràagoiv 
ói àT€ip€o 69 KeKpeijnevo^ 78 KÓpcTn 109 Kpt^voio^ 



i53 GvTiTOi (J€ 226 veiXeù^; 234 Kopir) IV 1 1 i òéx€(T0ai 
119 Gripaq 120 Géaivai iSy f^ò' 221 tò 255 &r\aav 
284 òujòuivnOi V 34 TrapGeviKf) 78 Qé^' lòeiv (leg. iòeiv) 
^I 28 ÒTX^ai 39 évi io5 àveiprJKavTi. Inoltre i riempi- 
innenti delle lacune nelPedìzione Stefaniana sono diversi da 
cjuelli di T, eccetto in IV 200-201. II codice Torinese ha 
-poi certe forme ignote al libro Siefaniano, come : I 47 
^* èKoi^ia€v 48 A€iKvi|i, lQf]aaao 52 ere itepì 56 Taxuvol 
C4 ITiiXXaaeai II 3 1 delòei IV 209 èKXivGn 3 io inrjKUfia 
^1 39 Tiji b' Itti 43 Nittttikti i36 eiJTiTTeXiqi i38 àjuiàcycTcì, 
^ altre. 

Il codice Torinese fu dunque copiato sulPedizione principe 
del Lascaris. I caratteri delle scritture accusano tre mani 
diverse: i^ La prima in data è quella del trascrittore del 
"testo, un po' grassa, ma chiara e quasi senza abbreviazioni, 
di ordinaria dimensione ; probabilmente italiana. Appar- 
tengono a questa scrittura il testo greco, la maggior parte 
delle varianti greche, i tre epigrammi e gli scolii antichi 
greci che vengono dopo questi. 2<> Un'altra mano ha ag- 
giunto al testo nuovi scolii marginali e interlineari greci, 
qualche volta latini, e alcune traduzioni latine, per lo più 
interlineari, di voci greche, che si trovano sparse nei mar- 
gini e fra le linee del testo, e principalmente in principio 
dell'inno IV. Questa seconda scrittura è molto minuta, ma 
ha pure i tratti assai grassi. 3<^ Finalmente vi è una terza 
scrittura, che sembra di mano del Possevino, a cui appar- 
tenne il codice. Sono di questa scrittura gli scolii greci an- 
tichi, scelti nella collezione vulgata, e disseminati nei mar- 
gini e fra le linee del testo, alcune glosse greche estranee 
alla collezione vulgata, varie note e citazioni latine, e poche 
traduzioni latine di vocaboli greci, inserite fra le linee o nei 
margini. Questa scrittura è chiara e riproduce i tratti fini 
dell'iscrizione che è in capo alla prima pagina del codice 



- 230- 

e che contiene in latino e in greco il nome del celebre 
Gesuita. 

Quando il codice sia stato scritto non si può definire in 
modo preciso. Ma si può affermare che in ogni caso la 
trascrizione fu fatta prima dell'edizione Stefaniana del iSyy 
circa la metà del secolo XVI, o poco prima. 

11 codice Torinese non può avere autorità per ristabilire 
i luoghi viziati dal testo. Ma le varianti, specialmente le 
marginali, non sono tutte senza valore, e di alcune di esse 
fu poi attribuito il merito a posteriori commentatori (i). 
Donde siano state prese quelle varianti è difficile il conget- 
turare. Si può soltanto dedurre dall'esame delle scritture 
ch'esse sono trascritte dalla stessa mano che copiò il testo. 

Dopo gl'inni, come fu notato, il codice Torinese contiene 
tre epigrammi greci. Il primo è composto dei quattro versi J 
che si trovano in F e che formano la prima parte di quello*^ 
che precede gl'inni di Callimaco in TTi Questi quattro versi-i 
sono qui preceduti dall'intitolazione eiq Ka\\()yiaxov. Il terzoni 
è quello di Giovanni Lascaris, stampato nell'edizione pria — 
cipe Fiorentina. Il secondo è di Antijfìlo, e non ha nulla^ 
che fare con Callimaco, ma fu qui messo perchè da essc^z 
sembra siasi inspirato il Lascaris nel comporre il suo- 
Ecco il testo di questi due ultimi epigrammi : 

*AvTiq)iXou 

AoOpa^ àXeHàvòpoio, Xéy^x bé ae TpàMMCtr èKcivov 

'Ek 7ToXé|LJiou 0é(J0ai aù)iPoXov àpié\x\h\, 
"OttXov àviKrjToio Ppaxiovo<;' fi KaXòv JtXO? 

Q\ TTÓVToq Ktti x^^v eke Kpaòaivojuiévq). 
"IXaGi òoOpaq óieppèg fieiòé ae ttS^ ti^ àGpriaa? 

TapPncJai juieTÓXTi^ \xvx]aà\x^vo(; iia\d)xr\q. 



(i) Per es. I 87 flpi; II 2 oTov 6\ov; III 37 iTdoijaiv, 153 GviiToi ac, 
226 NciXcùc;, 234 Kopiij; IV 284 buubibvnei, 298 irapOeviKOti;, 298 loùXuiv. 



- 231 - 

Aniiphili 

Hastam Alexandri dicunt te literae istae 

ex bello posuisse signum Dianae, 

arma invidi brachii. Oh eximium ensem ! 

Tuque pontus et terra buie cede vibrato. - 

Propitia esto non contusa basta, canebat quisquis te videns, 

mnemor formidinis quam incutiebat invicta dextera. 



Elg KaXXijuiaxov 

"Ixvia ^aateùiuv puGiutiacraTo cTujjuia TtéXujpov 

TTdvaocpog 'HpttKXéou^ irpiv TTOie nuGaTÓpTi^. 
AoCpa^ àXcHàvòpou ò* IttttoO^; napà nCovi VTiq!i 

Aììpòv b\yt )ì€t<ìXti? invTmócTuvov TtaXaiiAn?- 
Kai <T€o ò' ola XfovTO<; òvuE, TÓÒe KaXXijiax* f^po^ 

Aeiijiavov eùujivujv XajuiTrpòv èbeiHe vóov. 
*tì^ TÓvijuiov (JoqpiTiv TTiaToùjievov eìcTiòe t^x^tìv. 

*Aévaov q)iwvf|v. fvGeov dpiiAovdiv, 
*OKTàKi^ elò* éKaiòv axixa pipXiwv uJXeaev alidv 

AeuTaXéo^ • Paiòv 2€Ù^ tóò' Iveuae jnéXc^ 
'Apx^TuiTOv T€Xé0€iv GeTov T^vo^ fjv Ti^ deibij 

Mopcpfi? d)^ TrXàcJTai^ Kudveov pXécpapov. 
Mr| TroT€ ò'èEdpxovTO^ ?oi (TTrdvi^ ùjuivoTTÓXoiai 

MoXTifl^, XCi^^OTpó<pwjv Huvòv l0nK€ T^xvil- 

AaaKdpeuj^ 

Lascaris in Callimachum 

Vestigia pedum investigavit, priusquam corpus prodigiosum 
Herculis, sapientissimus Pythagoras. 
Hasta Alexandri equitis in tempio Pionio 
diutinum erat invictae dexterae monumentum. 



.I-*- •.■■ 



— 232 — 

Et tuam, sicut ex ungue leo, Callimache heros, 
hae praestantium hymnorum reliquiae praeclaram ostendunt 

[mentem, 
quasi foecundam testanies sapientiam, simulque artem, 
fluentem perpetuo vocem, divinumque concentum. 
Octingentos siquidem versuum libros perdidit aetas 
perniciosa; unicum hoc lupiter annuit Carmen 
exemplar esse, si quis divinum canat genus, 
siculi pictoribus pellis coerulea oculis obducta. 
Neve protolypi cantus penuria forei hymnographis 
ars typographica communem reddidit (i). 

V. Codice di cui si servì Angelo Poliziano nell'edi- 
zione principe dei Miscellanei, dove si trova il testo greco 
e la traduzione in distici latini delPinno V di Callimaco, 
sui lavacri di Pallade. E indicata V^ la seconda edizione 
dei Miscellanei fatta in Brescia nel 1496. L'edizione Al- 
dina delle opere del Poliziano del 1498 è indicata V^. 

I codici A B C K sono considerati dallo Schneidcr, per 
la loro procedenza dalPapografo di Aurispa, come forniti di 
maggiore autorità. Ma il Wilamowitz sembra attribuire a 
Q un'autorità almeno eguale, e questa è pur meritata da TT. 

Lo Schneider accenna ancora alPesistenza di altri codici 
Callimachei, tra cui due Vaticani; ma di essi non ebbe né 
varianti, né altre notizie. 

Vienna, luglio 1891. 

Costantino Nigra. 
{Contìnua) 



(i) La traduzione dei due epigrammi è tolta dal Catalogo dei idss. 
della biblioteca Torinese del Pasini, voi. I, p. 364. 



GLI EPIGRAMMI DI LUCIANO 



I. Se la tradizione antica non si fece scrupolo di at- 
tribuire epigrammi ad Omero, ad Esopo, a Socrate, a Tu- 
cidide ed a Platone, non meraviglierà punto, io credo, che 
ne ascrivesse anche a Luciano: forse anzi è a meravigliarsi, 
che ad uno scrittore di tal fatta ne ascrivesse soltanto 
pochi. Sino quasi a* nostri giorni non si è dubitato punto, 
che essi non appartengano veramente al geniale autore dei 
Dialoghi ; ed anche oggi pare che stenti ad attecchire Topi- 
nione che suoi non sieno in alcun modo. La ragione anche 
è, che nessuno finora, ch'io mi sappia, ha esaminato di 
proposito la speciale questione: l'odierna critica filologica 
avendo naturalmente preferito di occuparsi della genuità 
delle maggiori scritture lucianee. Non dispiacerà quindi, 
che mentre in Germania non pochi s'industriano con nuovo 
risveglio intorno al grave ed essenziale problema della au- 
tenticità dei vart dialoghi, io modestamente ora tenti qui 
Pesame particolare di quelle poetiche reliquie, che nelle 
edizioni del Samosatense sogliono chiudere e, quasi direi, 
coronare la lunga serie degli scritti svariatissimi; tanto più 
che per esso mi vien fatto di proseguire alcuni miei studi 
sulla Antologia greca, di cui ebbi già a pubblicare un pic- 
colo saggio Tanno scorso (i). 



(i) G. Setti, Studi sulV Antologia greca, Torino, Loescher, 1890. 



-234 - 

In verità, se si ricerchino e confrontino le particolari 
opinioni, una grande incertezza regna intorno alla paternità 
di que' componimenti fra i critici e gli storici. Prima di 
tutto, è attendibile la tradizione che li designa come roba 
d'un Luciano ? Ed anche ammesso, che d'un Luciano sieno, 
s'ha o no a riconoscere identità fra l'autore di essi e il so- 
fista di Samosata? Senza dubbio la questione dovette affac- 
ciarsi alla mente dei vari editori lucianei; e nel fatto, chi 
in un modo e chi nell'altro, la risolvono sommariamente : 
accogliendo però generalmente la piccola silloge epigram- 
matica. Per menzionare soltanto i più recenti ed autorevoli, 
noteremo come il Bekker, a quella guisa che rifiutò le altre 
poetiche composizioni della TpatujboTrobàTpa e dell' 'Qkuitou^, 
cosi ritenne senz'altro spurii gli imfpà)x\xaTa. Ma la sua 
critica, per ciò che riguarda il giudizio particolare delle sin- 
gole opere, parve ai più troppo azzardosa e negativa; e 
pochi lo seguirono in quella via che peraltro egli ha il me- 
rito di avere primo e arditamente battuta. Più conservatore, 
il Weise non si arrischiò di rigettarli cosi in blocco tutti 
quanti ; parendogli che vi fosse in mezzo, confusa, della 
roba di altri: di Lucillio, per esempio. Parimenti il Din- 
dorf respinge sì i due piccoli drammi, ma salva buona 
parte degli epigrammi; sempre, s'intende, senza addurre 
alcuna ragione o dell'ammissione o del rifiuto. Fra questi 
vart contendenti il Sommerbrodt è, per dir così, di parer 
contrario: dissente dal Bekker e dal Dindorf nel giudizio 
delle poesie drammatiche che egli reputa genuine; ma è 
d'accordo col primo nella condanna degli altri versi. In- 
tanto W. Schmid nel suo ampio studio sull'atticismo di 
Luciano, senza pronunziarsi direttamente in materia, mostra 
chiaro col fatto di riconoscerne l'autenticità (i). 

(i) W. Schmid, Der Atticismus in seinen Hauptvertretern^ Stutt- 
gart, 1887 (voi. 1). 



Questa discrepanza varia di sentenze, affermate purtroppo 
od attuate nullo adlato argumento, si rispecchia di neces- 
sità nella storia letteraria; e la Griechische Li Iterai urge- 
schichie del Christ (per contentarci qui soltanto dell'ultima 
e più autorevole parola delta in proposito) può bastare a dare 
un'idea dell'assoluta mancanza d'un criterio chiaro e sicuro 
nell'apprezzamento del nostro caso speciale. Dove ragiona 
di Luciano (§ 485), il Christ è evidente che ammette la 
genuinità degli epigrammi lucianei ; senza ricordarsi che 
avanti, toccando degli epigrammatisti del periodo romano 
(§ 404), s'era permesso di significare un suo dubbio sul- 
r identità del Luciano dell' Antologia e del Luciano dei 
Dialoghi: « Es sind 33 (sic) Epigramme; ihr Verfasser 
« isi wahrscheinlich eine Person mit dem beruhmten Sa- 
M tiriker ». Questo dubbio, che è qui assai lieve, si raf- 
forza per via : tanto che nella recentissima ristampa del- 
l' opera, seguita a breve distanza alla prima del 1889, 
questa stessa nota suona : « Es sind 33 Epigramme ; ob 
« ihr Verfasser eine Person mit dem beruhmten Satiriker 
« sei, ist strittig » (pag. 527). Allora non si intende più 
perchè l'A. poco oltre e sempre nel ritoccato articolo sul 
Nostro persista a credere nella autenticità di quegli epi- 
grammi, che anzi qualifica elegante, ipit:{ige{p. 616), 
e pone fra gli scritti contro cui sono meno ragionevoli i 
sospetti; e non tolga di mezzo la contraddizione che è tra 
TafFermazione del testo e quella della nota, dove il dubbio, 
riproducesi questa volta rincarando la dose in questo strano 
KXi|bia£: «Sehr unsicher (aber) ist es, ob die in der 
« Anthologie erhaltenen Epigramme des Lukianos wirklich 
K von unserem sophistischen Satiriker herrùhren w. Tanta 
strana mobilità e inconseguenza di giudizio, che sorprende 
davvero in un uomo del valore di Guglielmo Christ, si è 
voluta qui rilevare soltanto a prova della incertezza grande 
che tuttora agita la controversa questione. 



- 236 - 

La controversia ha la sua origine, evidentemente, in 
questo. C^è da una parte la tradizione antica che questi 
epigrammi assegna a Luciano, e, esplicitamente, al Lu- 
ciano satirico, famoso. Dairaltra, anche una rapida e super- 
ficiale lettura di que' componimenti, i quali con buona pace 
del Christ si distinguono per tutt'altro che per eleganza ed 
umorismo, riesce del tutto sfavorevole all'ipotesi che essi 
appartengano all'autore del Sogno, del Timone, del Pro- 
meteo e di tanti altri genialìssimi opuscoli. Nulla li denunzia 
subito come lucianei : non il concetto o motivo satirico, non 
lo stile, non la lingua. Anche così a prima lettura si po- 
trebbe asserire, oso dire, che neppur uno è di Luciano. O 
allora, si dirà : come mai ci sono stati tramandati sotto il 
suo nome? E se non di lui, di chi sono allora? 

Codesti appunto sono i quesiti che ci siamo proposti ; e 
che un'accurata disamina del soggetto ci vorrebbe indurre 
a credere di avere interamente risoluti. 

IL Gli epigrammi attribuiti a Luciano sono in tutto cin- 
quantatre. Disgraziatamente essi non appaiono ne' codici 
che contengono gli altri scritti lucianei \ e, tolto uno solo, 
ci provengono tutti dalle collezioni epigrammatiche del Ce- 
fala e del Planude. L'unico che fa eccezione ci è stato con- 
servato dalla Bibliotheca di Fozio : peraltro (e si noti bene) 
senza accenno veruno alla sua paternità. Ultimamente, tratto 
d'in sul famoso codice lucianeo Laurenziano 77 (il O del 
Fritzsche), esso è stato edito dal Vitelli, che nel suo prezioso 
Spicilegio fiorentino {\) lo riproduce nella scorretta forma 
in cui è scritto in margine al principio del OdXapi? a'; e lo 
accoglie il Cougny nella sua Nova Appendice aWa Antologia 
Palatina (voi. Ili): III, i32 (2). Gli altri si raccolgono, come 



(i) Vedi Museo italiano del Co m par etti, I, i, pag. 16, col. 2*. 
(2) Paris, F. Didot, 1890. 



abbiamo detto, dalle due nostre maggiori antologie bizan- 
tine: e, più particolarmente, distribuiti entro ai capitoli V, 
VII, IX, X e •XI della Cefalana; e al IV della Planudea. 
Hanno di regola il semplice lemma AOYKIANOY. Non 
sempre però questa indicazione delPautore è chiara, certa 
ed incontrastata; più spesso il lemma o è doppio o è di- 
scorde, ragguagliate assieme le testimonianze delle due 
diverse compilazioni. Aggiungi, che airinfuori delPautorità 
di questi due codici, quella di altri mss. non di rado in- 
terviene ad accrescere i dubbii e le incertezze. Ma poi, che 
autorità è mai cotesta, se non sostenuta da altre prove ? 
Gli studi recenti fatti sul testo e sulla materia contenuta 
nelle due più note antologie bizantine mostrano sempre più 
quanto poco sieno attendibili le attestazioni di que^ lemmi, 
spesso omessi o scambiati o alterati sotto la mano dei fret- 
tolosi compilatori; i quali, in tanta abbondanza di messe da 
raccogliere e da ordinare, ben poco di attenzione potevano 
concedere a quelle indicazioni della paternità, che negli stessi 
libri cui attingevano troppo spesso erano o manchevoli o 
contradditorie. Come si poteva altrimenti? Il monaco co- 
stantinopolitano poi del sec. XIV è dimostrato c^gi, che 
assai minor fede merita di quello del sec. XI ; la confusione, 
che per cotesto riguardo era già nella trascrizione del Ce- 
fala, fu da quegli accresciuta un po' pel diverso ordine che 
si volle dare alla materia nella nuova raccolta, e un po' per 
l'arbitrio e l'arroganza e la poca scienza del nuovo racco- 
glitore. Noi quindi, anche astraendo da codeste considera- 
zioni che sono d'un carattere alquanto generale per quanto 
ricavate da minuto esame di singoli fatti, non possiamo 
senz'altro accettare la semplice testimonianza di documenti 
tanto tardivi : dobbiamo ricercarne un po' più addentro le 
fonti. 

E noto, che tanto il Cefala quanto il Planude derivarono 



— 238 — 

la materia delle loro raccolte da varie raccolte minori, di- 
verse di età e di autori e di disposizioni : alcune anche di- 
stribuite per ordine alfabetico. La scoperta di questo ultimo 
sistema ha dato modo ai critici di determinare la crono- 
logia di alcune parti della Palatina, le quali evidentemente 
erano state trasportate molto materialmente nelle nuove 
compilazioni. Ma la cronologia non ci permette di credere 
che gli epigrammi lucianei potessero essere accolti nella 
Corona di Filippo. Soltanto sembra, anche per le ricerche 
del Wiegand, che essi riuscissero a far parte delP *Av9oXó- 
Tiov di Diogeniano, il quale pure si vuole fosse ordinato 
Kaià cTToixeTov. Almeno vi sarebbero stati accolti gli epi- 
grammi lucianei XI, 400-405, 408, 410, 420, 427-486, che 
ne' loro discreti nuclei rappresenterebbero due notevoli 
frammenti alfabetici (XI, 400-405 = t-uj ; 427-436 = 0-8) 
di quella piccola antologia. Ora se Diogeniano visse sotto 
Adriano, è molto difficile l'ammettere che nella sua rac- 
colta, con cui continuava l'opera di Filippo da Tessalonica, 
potesse far posto a produzione poetica del nostro Luciano. 
Questo fatto, come ognun vede, è per sé stesso molto grave; 
e convalida fortemente i sospetti che noi avevamo sulPautorità 
della tradizione. Una ventina circa dei presunti epigrammi 
lucianei non possono dunque intanto in alcun modo essere 
tali. Ancora: per le recenti indagini del WcisshSupl (1), deve 
rimanere escluso che essi Licessero parte del Ciclo di Agatìa: 
osservabile fatto anche questo, e che potrebbe destare in 
noi più d'un ragionevole sospetto. Sicché ci viene a man- 
care quasi ogni argomento esteriore, che in qualche modo 
ci potesse informare sul fatto della provenienza. Donde 
Pignolo compilatore bizantino ricavasse questo incerto ma- 



il ì R. W e i s .< h ;i u p L Die GrjbffeJickte der friechischen Antko- 
/o^mV, Wicn, iSSo. 



teriale, sfuggito quasi interamente alle precedenti raccolte 
congeneri, non ci è dato sapere-, il che dopo il guaio che 
si è segnalato più sopra deve per lo meno metterci in diffi- 
denza circa la qualità di quella merce poetica. Ad ogni 
modo ci dà motivo di ritenerla, se non molto tardiva, certo 
poco gloriosa e poco divulgata. Accresce le nostre dubbiezze 
Tosservazione che questi presunti epigrammi lucianei si 
trovano spersi entro le parti più oscure della Antologia Pa- 
latina : fra roba molto dubbia, tardiva e scadente di Giu- 
liano, di Paolo Silenziario e di Agatia, di Antifilo ed Eveno 
Ascolonita, e per lo più fra epigrammi adespoti od incerti. 
Tutto ciò ci deve rendere molto peritosi e circospetti. 

Tali i guai della tradizione per ciò che concerne la pro- 
v-enienza o le fonti. Vi si aggiungono quelli non minori che 
troviamo nel campo della paternità. L^epigramma n. 4 (ed. 
lacobitz), che il ed. Vat. dà come lucianeo, è invece da altro 
e: od. attribuito a Pallada. Il n. 5 è fiÒTiXov nella Palatina, e 
i 1 lemma AouKiavoO è dato solo dal Planude, autorità meno 
ttendibile. Invece il n. 8, assegnato a Luciano dalla Pa- 
latina, viene dalla Planudea ascritto ad altri. Un. i3 è 
TTOTOV in quella, lucianeo solo in questa: come il n. 5. 
I n. i5 è pure controverso; e controversi sono del pari i 
n. 20, 21, 24, 27, 28 e 41, contesi al nostro Luciano da 
n epigrammatisia che sembra avervi assai maggior diritto: 
ucillio. In favore di costui sta il ed. Vat. più attendibile 
on sette casi su otto-, solo dunque il n. 41 sarebbe lucil- 
llano secondo Planude contro Tautorità di quel manoscritto. 
In. 17 è fibììXov nella Palatina; né so donde gli sia ve- 
uta la denominazione lucianea che ha nella edizione anto- 
logica del Dùbner, Così il n. ig che è lucianeo secondo 
Planude, nella Palatina non ha nome di autore. Il n. 2 5 
'f^are si debba restituire a Cereale, dando retta al Cefala 
^iù che al Planude. Il n. 29 appare soltanto nella raccolta 



— 240 — 

di questo ultimo, e per di più con Tincerto lemma Aouicia- 
voO, ci òè *Apxiou. Anche i nn, 3i e 32 mancano nel vo- 
lume del Cefala. Quanto al n. 33 è molto probabilmente 
da aggiudicarsi a Giuliano, secondo il cod. più autorevole. 
I nn. 35, 36, 37, 3() e 40 sono 6hf\Ka nella Palatina ; 
sono tali nella Planudea i nn. 44 e 47. Il n. 42 è di Am- 
miano, secondo Planude; e di costui è anche il n. 43, se 
no, è fiòìiXov. I nn. 45 e 46 o sono 6jbx\\a {Palatina)^ o 
son di Pallada (Planude). II n. 48, mancando in Planude, 
ha la sola autorità delia Palatina. Il n. 5o, a dar retta al 
Planude, è nientemeno che di Agatia. Il n. 5i è più incerto 
che mai« avendo il lemma fiXXo nella Palatina; ed essendo 
unito nella Planudea ad altro molto simile di Filone (XI, 
410). Il n. ?3 intine è senz'altro di Lucillio, cui lo assegna 
la Palatina. 

Per verità le incertezze non potrebbero essere maggiori. 
Una oscillazione quasi continua è tra le denominazioni del- 
Tuna o delKaitra o delle altre trascrizioni ; tanto che anche 
>o:o da questo raji^uaglio deve essere in chicchessia parec- 
c'-^io scossa la tede in un Luciano poeta epigrammatico. Su 
r3 componiiììcnii, eliminando per ora tutti codesti contro- 
vers", che >ì vorranno per lo meno ritenere di discutibile 
pji:er:ì:tà, pe re>iano di non contraddetti appena 18! 

111. Ma ripiiilìamo la piccola silloije così com'è, nel 
>l;o co.Tìp;s5>o, asiraerivio por un momento da tune codeste 
ir.cerzez/e e ditlicolti, e consideriamola da un altro punto 
.:: '. -.sia. Avi u:ìa òi;i:a!c cor:c!.:>:one nei;a:iva ci condur- 
ramo os^ervajor:' d: :.:::\i'.:ro ::cnjro. Vediamo. 

N.^ o!.^?r .i:ro ac^.::r /occr: ed esa.^^irarla da vicino. 

l r.^ c;":4r.i.:i:ri sono vj::*. metri jan:er::c parlando, com- 
p«. >: •■" .i s: e: v'.sTì::.::. : •* cjcl .re:r.\ che Tepisiramma 
a c>5.i::,'r :*.* s: >v:e:sv: e «-^^iò co:v.e <j.^ proprio e mantenne 



— 241 — 

poi quasi costantemente. In generale sono assai brevi : ri- 
sultano i più (cioè 23) di un distico solo-, o altrimenti 
(n. i5) di d u e. 'Soltanto un paio, come epigrammi, rie- 
scono parecchio lunghi: uno di dieci e l'altro di sedici versi. 
Uno è frammentario. 

Qualcuno presenta qualche anomalia prosodiaca e metrica: 
come la sillaba breve nella cesura del i** colofi del penta- 
metro (cfr. n. 8, 2 ^ 42, 2 ; 46, e). Siffatta anomalia, se 
non è infrequente negli epigrammatisti tardivi e della deca- 
denza, può sollevare qualche legittimo sospetto in uno scrit- 
tore quale Luciano, che della miglior arte degli antichi fu 
riproduttore non solo corretto, ma geniale. 

Per ciò che riguarda la lingua e lo stile, non è davvero 
facile, in componimenti così tenui e fugaci, il cogliere 
qualche particolare colorito o carattere di scrittore o di una 
età. Ma non è difficile lo spigolarvi, più qua e più là, voci, 
forme e costrutti che tradiscano la mano tardiva od ine- 
sperta. Intanto non deve poco sorprendere, che alcuni esi- 
biscano spiccate forme ioniche ed epiche, e talune persino 
doriche; senza dire di certe dizioni inusitate od insolite o 
addirittura postclassiche, e di una poco classica mescolanza, 
talvolta nello stesso soggetto, di forme prosastiche e poetiche. 
Il fatto è, che anche le maggiori scritture lucianee in dialetto 
ionico non sono oggi dalla critica reputate per sue (i); ed è 
molto naturale il credere, che il nostro scrittore di Siria, 
educato alle più pure fonti dell'atticismo, che poi riuscì a 
ristorare nella sua forma, per que' tempi, più sana ed eletta, 
non si valesse ne' suoi scritti che del dialetto attico. Invece 
si segnalano per un carattere molto spiccato di ionismo i 



(i) « ...allgemein als unecht geltend » I. Bieler, Ueber die Echi- 
heit des Lucianischen Dialogs de Parasite, Hildcsheim, 1890: 
p. 5, 6 e i3. Cfr. anche A. T h i m m e, Zwei Festvorlesungen des 
Lukianos {N, Jahrb,, 1888), p. 566: « ...ohne Frege unecht ». 

'Hivista di filologia ecc., XX ^ 16 



, ' • -.•-?: 7^" e; orito dorico il n. 21. 
V . ' - -.^x-; -^i-:: «r :-e:; i.irì che mostrano una 
V.- "■ .- - '^:"-. "■::ì neszhir.i esercizii di retori, 
^ ■ - T« - — =. ■ tr-\zciz:r-z' scolastiche. 

••. . - ._ ' . .::. r.i..;i r^ix.r.a::cj!:. Ad esempio, il 

-- .^ - -i r---:x:::;;i:::e i^cceriio ir.rece di àXXo^ che 

-. : - - ■----; • .«,?.:. i r.'ii. Di TToXùq si ha 

_ -^->.." ^*.A<.v. 11--. iÀjjq ie! n. i3, 4 non 

. - ./; :■- :->• ^pejsc t c:s:an:cmenie in 

■T -ti. -v: ::; :x::^:vil ioco .'^sriLimerazìone. 

. . ^. •:•: . .ir.1 .0 Sci-Tii. come fles- 

.-: r— di :..j..j -zir.z: l'-r.r: del verbo 

. : .:,:•- -.::. ;i 'xcT.^ '^erbaii olba^ 

-^ - ■ -. .- ;: rr^i tczTiTi'n: quali 

. T ^ :.:ui ::;■: :ri :r: vino che 

^..j-s : . De: :.:. IraoMai 

- -^^;:::^ i:ra :-: nei Mjs'-s.Hì: 

- « -- • --— ---• --., t"V?a^, .U., 

. !'• r. i ... .^/-_— ., i:'^ ed in uno dei 

• -'. - ir^-^rtri: <:\;^^::o alo Schmid). 

^ .>^ *i-ce .: >7':^^ - -"Le locuzioni strane e 

.V -: ^•- -*: r'-e 1 y^z^ : ; &voqp€pTÌv n. iqì; 

. T-^-i'^'Cc- :: :>: , -.-^Mpàv n. '^^'i; ttuìyuj- 

:. ; :.::. 5i— • -■-:■■:. \::j c'i autenticità dei 
■ '. . • l:*-j-: a:-, i; r::. classica, anno XIV, 

; ^ ^ - : " ^■.:i'i. Favircvc.rr.en-e recensita da due 
- ì: -^jcjwl-.:. CJ3'i li Thir::n:e ed il Paetzolt. Puoi ve- 
.^ _• -■ : rrc'. e cenno nella Cultura del Bonghi, n. 4 






„. i.'iciaii Jisseruzioni del Knaut, del Rohde e del Btìrger. 



- 243 - 

vocpópo^ e póXpav (n. 46); Trofia (n. 47)*, èKTpdtTiéXuj^ (n. 5o)-, 
KpcotriiXr)^ (n. 53). 

Con siffatta versificazione così mista ed eterogenea nelle 
forme, così poco scelta e corretta nei riguardi metrici e 
grammaticali, ben s'accorda lo stile : uno stile fiacco e sco- 
lorito, dimesso e senza movenza o impronta di personale 
vigoria. Non uno di quegli epigrammi sì raccomanda, se 
non pel concetto, per qualche viva o caratteristica frase o 
locuzione ; in nessuno riesci a sentire qualche nota vigorosa 
di scrittore originale. Quando mai Luciano avrebbe potuto 
rivolgere la fresca arte sua di geniale innovatore ad esercizii 
siffatti che accusano tutta la senile impotenza d'un retore? 
Non nel fervido periodo della giovinezza o della maturità ; 
solo negli anni tardi, dopo aver riccamente profuso in una 
quantità di scritti argutissimi la nova leggiadria delle attiche 
veneri redivive, avrebbe forzato l'estro a dar fuori in lam- 
biccature sì frigide e volgari ? 

Ma lo stile è fiacco e scolorito, perchè il concetto o mo- 
tivo stesso epigrammatico è quasi sempre inetto od insulso. 
Leggi, rileggili quegli epigrammi ; li troverai scipiti i più, 
quando addirittura non si risolvono in freddure intraducibili 
o in scurrilità indecenti. Come mai potè sul serio il Christ 
parlare a questo proposito di eleganza e di comicità ? Non 
c'è né satira viva né sapiente umorismo né osservazione 
geniale o profonda. Ricorrono, talvolta anche ripetuti, molti 
de' più vieti e generici motivi gnomici o burleschi dell'Aw- 
tologia: motti ed arguzie che hanno fatto le spese di tante 
flacide fantasie di pseudi -poeti, e che nel sazievole rima- 
neggiamento smarrirono ogni natia virtù di sentimento o 
di riflessione. Alcune di quelle idee sono addirittura temi 
abusati; a rintracciarne la genesi bisogna risalire addietro, 
ai primi poeti lirici o filosofi naturalisti. Esternano dubbii 
scettici sulla consistenza dell'umano giudizio (n. i), racco- 



— 244 -« 

mandano la parsimonia (n. 3), o la prudenza (n. i6), ola 
spensieratezza dinanzi al pensiero della brevità della vita 
(n. 17); stigmatizzano i prodighi, gli ingrati (n. 8), gli adu- 
latori (n. io); gli avari, che inconscii della sola e vera ric- 
chezza dell'animo s'arrovellano ad ammassare per altri, 
come api che non godono il loro miele {n. 12); i superbi, 
che si vantano di possessi i quali non spettano loro ma alla 
Fortuna (n. i3)-, i falsi amici che nella sventura si squa- 
gliano (n. 14); orgogliosi, che poi la bufera abbatte quale 
quercia impotente (n. i5). Né mancano le frecciate ai gram- 
matici miserabili (n. 22), alle barbe filosofiche, sola mostra 
di sapienza (n. 45), agli avvocati ciancioni (n. 26), alle fem- 
mine vane (n. 33), ai ghiottoni inconsulti (n. 5o), ai falsi 
sofisti (n. 42), agli avari esosi (n. 44), ai medici mortiferi 
(n. 52). In due o tre soltanto v'ha qualche accenno reali- 
stico personale: quello contro Lolliano chìaccherone (n. 26), 
o quello contro gli inetti oratori di Cappadocia (n. 43), o 
quello singolare in cui si tenta ritrarre la buia e scettica 
fisonomia di Luciano stesso (n. 1). 

Taluni poi non hanno altro d'epigramma che il nome : 
nel fatto sono specie di aneddoti o favolette (nn. 2, 46, 52), 
graziose epistole (n. 48), giochetti di parole (n. 17, 26), 
epitatìi innocenti (n. 28). Taccio degli insulsi componimenti 
dedicatorii, o dei protettrici; pochi gli epidittici; i più fortu- 
natamente sono satirici. Ma che specie di satira esibiscano, 
abbiamo accennato più su ! 

Riepilogando, noi non usciamo sì con questi è7TiTP<ÌMMaTa 
dall'orbita dei concetti morali o satirici lucianei ; ma non 
sono questi concetti così singolari, che non possano, e 
meglio, appartenere a qualche mediocre versificatore epi- 
grammatico. Anzi rimpronta o l'atteggiamento loro è così 
languido e generico, che nessuna imagine di poeta ren- 
dono, e meno quella dell'arguto sofista; e alcuni di quei 



- 245 ~ 

motivi o non trovano riscontro ne' Dialoghi, o se quivi 
appaiono, vi sono significati con tutt'altra vivacità di con- 
cezione e di stile. Infine qualcuno ripugna affatto alle idee 
etico-religiose professate dal nostro scrittore. Anche certo 
crudo realismo, compiacentesi nella pittura di figure turpi 
o sconce, meglio s'addice al libero gusto del Pseudo-Lu- 
ciano, autore degli "EpujTeq e del Aùkio^, che non all'arte 
sana ed ideale del Luciano autentico. Fin le poche figure 
che si muovono per entro a que' versi vizzi e smorti sono le 
comuni convenzionali ombre della poetica decaduta : Nicone, 
Bito, Aulo, Erasistrato, Artemidoro, Eutichide. 



IV. Più il critico indaga, scruta, raffronta-, più esamina 
le intime od esterne ragioni del contenuto e della forma, 
e vieppiù gli si rafforza la persuasione che questi pochi 
saggi di un'arte povera e meschina non appartengano in 
alcun modo al sofista di Samosata. Se non s'hanno a con- 
siderar sue le due maggiori composizioni drammatiche, non 
in tutto indegne di lui, almeno come disegno e concezione 
ed anche abilità tecnica di verseggiatura (al qual giudizio 
propende oggi la maggior parte dei Lucianisti): meno an- 
cora gli si debbono ascrivere questi esercizii epigrammatici, 
che mal si ricongiungono alla sua attività di scrittore, il 
quale rinnova o crea le letterarie forme del mimo e del 
dialogo drammatico, assai più acconce alla significazione 
delle sue argute fantasie. Probabilmente il nostro Luciano, 
come non si servì scrivendo che del solo attico da lui rin- 
novato, cosi per ciò che riguarda il genere letterario non 
dettò che in prosa : e la prosa dialogistica rese egli capace 
di accogliere tutta la poetica idealità che gli fluiva felice- 
mente dalla fantasia. In quel dialogo cosi drammatico, che 
egli a buon diritto potè vantare come creazione sua propria, 



— 246 - 

ebbe larghissimo e più compiacente modo di spargere e 
svolgere quanti sali satirici o epigrammatici gli scoppietta- 
vano dall'estro vivace. Perchè ricorrere alla tenue e ristretta 
ed abusata forma dell'epigramma, che i facili epigramma- 
tisti dell'età imperiale avevano già resa inetta e volgare? 

Senonchè si domanderà: — Se suoi non sono, come gli 
furono attribuiti, e di chi sono invece ? 

La genesi di quelle false attribuzioni è di certo varia e 
complessa; ma non recondita tanto, che nel più de* casi 
non si possa presumere di riuscire a spiegarla. La paternità, 
ad esempio, dell'epigramma n. i ha molto probabilmente 
per motivo l'artifizio retorico di che si valse il poeta po- 
nendo que' quattro versi in bocca al Nostro (AouKiavò^ 
Tdò' JYPavct); che Fozio dà chiaramente l'epigramma come 
anonimo, e lascia chiaramente intendere che sia tale. Le 
sue parole sono: fin òè aóiò^ (se. Lucianus) toiv \ir\bky fjv 
òXui^ òoHa2IóvTU)v, Kal tò Tr\^ pipXou èTTiTpafifia Mbuiaiv 
ÓTToXafiPàveiv Ixei t^P ^^€' ktX. Ma se questo caso è sin- 
golo, ben assai più frequente dovette certo essere quest'altro: 
che i vari trascrittori di epigrammi, incontrandosi in molti 
di essi che per essere niente altro che massime generali, 
motti proverbiali comunissimi, erano fiòriXa, per quel loro 
orrore dell'anonimo, così ben rilevato dal Finsler, fossero 
facilmente indotti a dar loro l'autorità di Luciano, solo 
perchè alla loro mente richiamavano qualche vago frizzo o 
pensiero lucianeo. La lontana sì, ma pur riconoscibile pa- 
rentela che parecchi di que' più brevi e generici epigrammi 
hanno con motivi de' Dialoghi, serve appunto a spiegare la 
falsa attribuzione. La stessa vaga reminiscenza dovette ta- 
lora valere a porre il nome di Luciano accanto a quello 
dell'autore vero negli epigrammi che hanno il lemma doppio; 
e in questi casi lo studio degli altri componimenti del poeta, 
cui il presunto Luciano vorrebbe contendere la paternità, 



- 247 — 

toglie ogni dubbio nella controversia e lascia facilmente 
vedere da che parte stia il vero. 

Infine la fonte maggiore di confusione e di scambio 
nel caso nostro è stato il nome di Lucillio. Di costui, a 
dir vero, non sappiamo molto; ma bene sappiamo ch'ei 
fu poeta epigrammatico, che godè i favori di Nerone, e 
che scrisse per lo meno due libri di epigrammi {Anth. Pai., 
IX, 572). Ora la grande somiglianza che nella scrittura 
onciale vi è tra i due lemmi AOYKIAAIOY e AOYKIANOY, 
avvertita già dal lacobs, deve certo aver più d'una volta 
tratto in errore il frettoloso compilatore di antologie ; e la 
grande celebrità del Samosatense come spirito satirico e mor- 
dace, anche ne' tempi in cui la sua figura oscurata da false 
intuizioni rifulse di men favorevole luce, doveva natural- 
mente favorire la falsa lettura del lemma, e traviare con 
l'occhio anche la mano di un trascrittore poco attento. La 
prova di ciò ci è data chiaramente per un bel numero di 
epigrammi dal Planude : il quale in ben otto di essi, che la 
provenienza dalla raccolta Diogenianea assicura come roba 
di Lucillio, scambia la nota AoukiXXìou data dal miglior co- 
dice Vaticano con un suo arbitrario AouKiavoO. Per questi 
casi almeno, Luciano poeta epigrammatico è una mera crea- 
zione del monaco costantinopolitano. Di Lucillio V Antologia 
conserva 146 epigrammi; numero cospicuo, che ci permette 
di studiare l'oscuro poeta e di rilevarne la caratteristica, 
anche se si voglia epurare quella poetica eredità dei 36 nu- 
meri che potessero credersi dubbii. Noi l'abbiamo studiato 
particolarmente, dacché ci nacque il fondato sospetto che 
buon numero dei componimenti lucianei fossero invece lu- 
ciliiani. Ora il risultato di questo esame ci dà la formola 
di un'arte molto povera, in cui manca ogni freschezza o 
vivacità non solo di concezione, ma anche di stile. L'elo- 
cuzione poi è semplice, pedestre e senza colorito. Dalla 



— 248 — 

qualità dei componimenti venuti a noi pare che Lucillio 
coltivasse a preferenza il genere satirico; almeno dei 
109 epigrammi certi, tolti uno dedicatorio (VI, 166) ed uno 
epidittico (IX, 572), tutti gli altri fanno parte del cap. XI 
(aKUiiTTiKd). Ma che poesia fredda e meschina! O derida la 
vanità di Nicilla, che vecchia si fornisce di nere chiome 
(XI, 68), e la sventura di Cleombroto pugile, cui la moglie 
prepara lotte più terribili delle istmiche od olimpiche (n. 79)", 
o inveisca contro la noiosità de' grammatici (n. iSq, 140) 
o de' retori e causidici (n. 141, 143, 392) e filosofi (n. i53, 
154); o flagelli gl'inetti poetastri e scrittori (nn. i33, i34, 
i35, i36, 137, i38, 148, 234, 246)0 gli astrologi bugiardi 
(n. 169, 160, 16 1); svergogni la voracità di invitati (nn. 2o5, 
206, 207, 208), o se la pigli con ladri (nn. 174, 176, 176, 
177, i83, 184, 3i5) od avari (nn. i65, 171, 172, 264, 
309, 3i3, 314, 389, 391)...., egli si rivela sempre come 
un retore privo di slancio e di vigoria. Tolto appena qualche 
lazzo bonario contro grammatici cornuti (n. 278) o contro 
i danni del matrimonio (388, 393), lutto il resto sono frizzi 
innocui, perchè mancanti di vigore; arguzie lambiccate che 
fanno ridere di compassione ; frecciate o stoccate risibili 
che non vanno a fondo. Il poeta lavora a freddo, e ricama 
sui soliti motivi con tenui variazioni : sicché riesce stuc- 
chevole. Egli ha il sangue guasto specie coi grammatici 
(nn. IX, 672; XI, i32, i38, 139, 140, 143, 148, 278); 
non disdegna i giochetti di parola (XI, 69; 197); o le le- 
pide parodie di frasi omeriche (XI, 77, i32, i34, ecc.); 
ed anche si compiace di soggetti scurrili : come donne fe- 
tenti (XI, 240) e pederasti (XI, 216, 217). Ma il suo gusto 
son cene esagerazioni mostruose di concetto, certa iperbo- 
lica stravaganza, per cui ritrae soldati che tremano a veder 
dipinta una battaglia (XI, 211), invidi che si macerano a 
vedere un compagno crocifisso sopra un legno più lungo 



— 249 ~ 

(XI, 192), barbieri sì carnefici, che i corvi volteggiano in- 
torno al paziente (XI, 191), donne sì leggere, che zanzare 
le portano per aria (XI, 88), possedimenti così piccoli che 
sccnbrano un atomo d'Epicuro (XI, 249), e così via. Ci 
siamo indugiati alquanto a delìneare il tipo di codesto ver- 
seggiatore, perchè vedremo poi note molto simili riscontrarsi 
nella poetica manierata di parecchi de' presunti epigrammi 
lucianei. 

Io credo, che oltre a quello di Lucillio, anche il nome 
di Giuliano si prestasse a siffatta confusione : le due grafie 
sono molto somiglianti : 

lOYAlANOY 
AOYKIANOY 

e per un caso almeno si può ritenere che lo scambio sia 
avvenuto di ceno. Vero è, che il nome di Giuliano ha co- 
munemente nei lemmi l'aggiunta di Egi\io o di Prefetto ; 
ma in alcuni casi esso appare senza alcuna determinazione 
(VII, 32; XVI, 87, 107, 1 13). È più ovvio immaginare che 
facile dire, quanti di simili scambi e sviste ed errori av- 
venissero nella tradizione diplomatica delle collezioni epi- 
grammatiche. 

Prima che il lacobs rilevasse la continua oscillazione che 
nel testo della Palatina v'è tra i nomi di Luciano e di Lu- 
cillio, il Weise aveva sentito che tra i così detti epigrammi 
lucianei ve ne dovevano essere de' lucilliani o di altri : 
« Epigrammata Luciani, quorum tamen haud pauca non 
« Luciani, sed Lucilia aliorumque potius habenda 
« videntur, ut 4y 'jy i5, 17, 20, 21, 24, 27, 29, 33 ». Più 
particolarmente T Engel, fondandosi sul fatto di questa ovvia 
confusione dei due lemmi, rivendicò a Lucillio varT epi- 
grammi lucianei: e cioè i nn. io, 22, 26, 38, 39, 40, 44, 



— 250 — 
46, 47? ^^y 52 (1). Li ascriva a costui o ad altri (il che non 
lascia intendere), il Dindorf, seguendo in gran parte il Weise, 
espunge anch^esso una diecina di epigrammi dalla nostra 
silloge: e cioè i nn. 7, i3, ib, 17, 20, 21, 24, 25, 27, 
33, 5i. La seguente tabella dà gli epigrammi che i critici 
ricusano in parte e determinatamente a Luciano : 



Weise 



Engel 



Dindorf 



/ 
i5 

n 
20 

21 

24 

27 

29 

33 



IO 

22 
26 
38 
39 
40 

44 
46 

47 
5o 

52 



7 
i3 

i5 

n 

20 
21 

24 

25 

27 
33 
5i 



Sotratte le coincidenze, sono n. 24 componimenti non ri- 
conosciuti del Samosatensc. Cioè : 



(i) Taccio del Wieland: che già avanti, cioè già nel secolo pas- 
sato, traducendo le opere di Luciano, aveva sentito che molti di 
quegli epigrammi e ohne alles Salz sind und seinen Nahmen fàlsch- 
lich ZÌI tragen scheinen >, P. VI, pag. 441-54. Egli ne tradusse sol- 
tanto una trentina, tralasciando i seguenti (da me ragguagliati ai 
numeri seguenti dell'edizione teubneriana): nn. i5, 16, 17, 18, 19,21, 
22, 24, 25, 27, 28, 29, 3i, 34, 39, 42, 43, 43. 49, 5o, 5i, 52, 53. 







- 251 - 






N» 


4 


Weise. 


No 


27 


Weise, Dindorf. 


l> 


7 


Weise, Dindorf. 


)) 


29 


Weise. 


l> 


IO 


Engel. 


)) 


33 


Weise, Dindorf. 


»> 


i3 


Dindorf. 


» 


38 


Engel. 


» 


i5 


Weise, Dindorf. 


» 


39 


» 


» 


>7 


)> )) 


)) 


40 


)) 


» 


20 


)) » 


)) 


44 


» 


1> 


21 


)) » 


)) 


46 


)) 


n 


22 


Engel. 


» 


47 


» 


)> 


24 


Weise, Dindorf. 


» 


5o 


» 


)> 


25 


Dindorf. 


» 


5i 


Dindorf. 


)> 


26 


Engel. 


» 


52 


Engel. 



Ma o anonimi o dubbi o sospetti sono secondo le an- 
tiche testimonianze anche questi: n. i, 8, 9, 19, 3o, 35, 
36, 37, 41, 42, 43, 45, 53; i quali uniti ai precedenti 
danno questo computo: 

53_37(,o+ ii-t-3+ i3)=i6. 

I soli numeri dunque non diremo certi, ma non infirmati 
da alcun dubbio antico o moderno, ch'io mi sappia, reste- 
rebbero : 

2, 3, 6, 6, Il 12, 14, 16, 18, 23, 28, 31, 32, 34, 48, 49. 

Ad un esame critico non reggono neppur codesti pochi -, 
e come non sarebbe logico il rifiutare senz'altro quelli su 
cui cade qualche dubbio antico o moderno, così non sa- 
rebbe prudente l'accettare questi risparmiati dalla critica 
senza benefizio d'inventario. È necessario quindi, che qui 
segua un'analisi particolareggiata di tutti gli epigrammi at- 
tribuiti a Luciano, contro la cui paternità in generale ab- 



- 252- 

biamo visto che stanno argomenti scrii e molteplici e e 
valore quasi irrefutabile. 



V. Analizziamo i singoli epigrammi (si cita scmpr 
Tedizione teubneriana di Lipsia, ex recognitione C. laa 
biti. Lipsiae, MDCCCLXXII). 



I. 



AouKiavò^ Tao' ^TpaM^ct TtaXaià t€ jiujpd t€ clbuiq' 
^ujpà T&p àvOpiIiTTOiq Kal Tà ÒOKoCvTa (Toqxi 

OÙÒèv èv dv6pU)TT0l(Tl blQKpibÓV è(TTl VÓl^a, 

àXX' 5 aù 8au|ià2[€iq, toO0' éi^poicTi y^^wj^- 

È il solo, come dicemmo, che non appare nelle antologie, 
ma che ci è dato da Fozio : ora compreso nella Appendice 
del Cougny (III, 132). Ma anche dicemmo, come il monaco 
costantinopolitano, riportandolo, non accenni punto all'au- 
tore del componimento: il che avrebbe fatto di certo, se 
questo non fosse stato adespoto ( i). Evidentemente esso è uno 
di quegli epigrammi epidittici, che lettori od amanuensi, ad 
esprimere la loro enfatica ammirazione verso il poeta clas- 
sico che leggevano o copiavano, solevano spesso segnare in 
principio o alla fine dell'opera che avevano tra mano : quali 
ad esempio sono nellMw/A. Pai, i nn. IX, i8i (àbécTiro- 
Tov, sul volume di Archiloco); id., i86 (di Aniipatro Tes- 
salonicensc, su quello di Aristofane); id., igo (diònXov, su 
quello di Erinna; Appena,, III, 63 (di Callimaco su Creo- 
filo), ecc. L'avere l'oscuro autore di que' versi, per un ar- 



ti) Già il Wieland (P. VI, pag. 454), pur traducendolo, aveva 
significalo un suo sospetto sulla autenticità di questi versi : e .,.vcr- 
muthlich von einer andern Hand, ...^. Quanto poi al nome Aoukiovó;. 
vedi quel che osserva in proposito H. Richard, Ueber die Lylci- 
nosdialoge des Lukian, Hamburg, 1886, pag. 7-8. 



- 253- 

tifìcio assai comune, fatto parlare lo scrittore stesso (anche 
ciò fu da noi sopra notato) dovette far credere a chi prese 
'* I>cctica finzione alla lettera, che essi fossero realmente 
^ I^uciano. Ma Luciano né avrebbe potuto da sé ritrarsi 
^ ^viel modo, né in quella forma: il contenuto di quella 
^^p"presentazione non corrispondendo alla realtà storica, e 
*^ locuzione stessa essendo poco logica ed inetta (TraXaid 
^^ |iu)pd T€). Egli si sarebbe calunniato, raffigurandosi 
^^«ì come un vero nichilista, uno scettico perfetto: né tale 
^^Vi appare veramente dagli scritti suoi autentici. Non bi- 
^^gna dimenticare, che lo scetticismo lucianeo é quasi esclu- 
^^vamente speculativo e religioso; nel resto, cioè moralmente, 
^^li é una delle più fervide ed ideali anime dell'antichità. 
^5^gli si beffa degli sciocchi, dei creduli, degl'ignoranti, ride 
^ ^ umane vanità e debolezze ; ma poi ha fede nel bene e 
^^^ella virtù, ed esalta la filosofia vera come il solo farmaco 
^^ entro i mali della terra. Il suo pessimismo è più sulle 
labbra che nel cuore. Ma ne' secoli più tristi del Medio Evo, 
ì TI mezzo ai furori delle persecuzioni religiose, la figura di 
X \ii, creduto autóre del Filopatride e di altri dialoghi apo- 
rifi, si colorì di fosche tinte ; e lo stesso Fozio accenna 
lui come ad uno scrittore pauroso, e di 11 a poco Suida lo 
irà degno del satanico fuoco. Il retore o grammatico, che 
<jui lo ritrae sotto quella luce poco favorevole, lo atteggia 
^ concetto che di lui avevano i contemporanei; e foggia il 
suo componimento su quello fittizio composto da Luciano 
stesso, umoristicamente, nella Ver. hist.. Il, 28: 

AouKiavò^ TdÒ€ 

€lÒ€ T€ Ka\ 

2. 
Tòv TrarpiKÒv ttXoOtov vioq oiv Giipiuv 6 MevmTTOu 
aioxpu)^ ktX. 



±»... 



-. 254 — 

È una specie di aneddoto o noveletta in versi, che h 
ben poco di epigrammatico, con la sua morale in fondo 

ouK JcTTi Kaicu&^ Kexpim^vov ftvbpa | Toiq IbCoi^ clvai mCri 

èv àXXoTpioi^. Il racconto è prolisso parecchio, colorito < 
imagini grottesche e ricercate (oùXofi^vn^. irevlii? xOfia in 
XippóGiov), ed anche scurrili (v. io): senza alcuna freschez; 
od eleganza. A questi caratteri d'un'arte che è l'opposi 
della lucianea s'aggiungono la fraseologia punto attica e 
forme epica e ionica del dialetto. Del resto Luciano ass 
spesso introduce episodi o fatterelli ne' suoi dialoghi, n 
con che altra vivezza e leggiadria li narra I 

3. 

L'epigramma raccomanda in due distici la temperan: 
(aÒTdpK€ia), diluendo in una forma sconnessa ed inelegan 
una delle più trite e divulgate sentenze delPantichità. I 
quale riecheggia in una quantità di scrittori antichi, e la 
potrebbe illustrare con detti di Isocrate, di Menandro, • 

Terenzio, di Seneca Ausonio anzi lo rifa in un si 

epigramma (n. 195) come pensiero di Menandro. L'ultinr 
verso poi ricorre tale e quale in un epigramma di Agat 
(IX, 768, 6). Nulla vi ha di lucianeo, e di certo roba si 
fatta non può in alcun modo appartenere a Luciano. 

4- 

Gvnià là tOùv GvTiTojv Kai tkxvto Trapépxeiai fma^' 
f^v òè \xf\, àXX' ^jieiq avià TiapepxóneGa. 

È, come ognun vede, un bisticcio, ed abbastanza frigide 
Ne' Dialoghi son frequenti gli accenni alla caducità del 
vita umana (iTàvTuj^ àTioevqaKeiv aTiaviaq, Dial. mori., 1 5, 3 
la quale nel Caronte (§ 1 7) è paragonata ad un sogno. M 
qui si scherza poco argutamente su codesto perenne mori 
delle umane cose, e tutta l'arguzia si fa consistere in t 



— 255- 

giochetto di parole. Un mss. assegna questo distico a Pai- 
a, a cui senza dubbio conviene meglio che al satirico 
stro (cfr. XI, 62; ecc.). Giustamente il Dindorf lo rifiutò. 

6. 

ToTcTi nèv €\j TrpdxTOuaiv firrag 6 pioq ppaxùq èaii, 
ToTg bè KttKujq ^ia vùH fiirXeTÓq èaxi xpóvoq. 

^nche questa è una semplice osservazione morale, molto 

^ia, ed espressa senza alcun vigore o colorito. Il lacobs 

mostra derivata da ApoUodoro comico (presso Sto beo, 

VII): Toìg yàp XuTTOUjuiévoiq t€ Kal jnepijuivujcn | "Airaaa vùH 

.ic€ qpaivcaSai jiiaKpà. 

6. 

E una inezia suir £pu)g, molto scadente anche come forma. 
DTì se ne può dir altro! 



'QKcTai x<ipiT€q T^UKepoitepai * fjv bè ppabùvij, 
iTcicTa x<ipi? Kcvefi, julti^^ X^toito x<ipi?- 

Cominciamo col notare che è àbTiXov nel cod. Palatino, 
appare come dittografia. Anche questa è una di quelle 
ì- flessioni generali, che patrimonio della volgare esperienza 
^n hanno autore, né è possibile (né gioverebbe) il rintrac- 
iarlo. Un frammento ddVErechieo (n. 353) ci conserva 
*^c^ stesso pensiero, significato da Euripide: 

Tàq x^ipiTaq ócTTiq eùyevujg xcipi^^eiai, 
f^bicTTOV èv ppoToTaiv ci bè bpujcTi jnèv, 
Xpóvqj bè bpuiai, bu<TT€vé(yT€poi *** 

Né diversamente Seneca {de bene/., II, 1): Ingratum est 
beneficium, quod din inter manus dantis haesii, quod qtiis 
aegre dimittere visus est, et sic tanquam sibi eriperet. Il 



r. iAi^j^^: 



— 256 - 

retore o grammatico, che per puro esercizio di versificazione 
compone in questo distico la vieta sentenza, mette tutta la 
sua industria nel dar ai versi sapore epigrammatico coA 
l'umile espediente formale deirantitesi o gioco sulle voci 
Xdptq ed &x<^Pi^' senza giungere alla raffinata perfezione di 
un anonimo epigramma incominciante *A X<ÌPW « Ppabuirou^ 
&Xotpw XÓiPKt o ^ quella del suo traduttore : 

Grafia quae iarda est, ingraia est: gratta namque 

quum fieri pr operai, grafia grata magis. 

(Auson., epigr. 82). 
Il nostro è anonimo. 

8. 

OaOXoq àvf|p mOoq ècTrì TCipTuutévcq, €l^ 5v àuàca^ 
àvrXOùv Tàq x<ipiTaq elg k€VÒv èHéxea^. 

L'imagine, a cui è qui paragonato Puomo sciocco, è mo- 
tivo ^proverbiale, di origine certamente popolare. Io non 
credo col lacobs, che la fonte ne sia Euripide. Chi può 
dire, chi primo paragonò lo stupido a un otre pertuggiato ? 
LMmagine fece fortuna, e così divenne sentenza comune, 
accettata anche da Teofrasto {Charact., 20) e da Lucrezio 
(III, 948). Se il cod. Vaticano lo registra proprio come del 
Samosatense (è il solo lemma determinato : AOYKIANOY 
ZAMOZATEQZ), altri mss. invece lo attribuiscono ad altri. 
Noi diciamo che è di tutti e di nessuno al tempo stesso. 
A Luciano potè essere attribuito da un grammatico od 
amanuense, che si ricordò dello stesso pensiero accennato 
in un dialogo dei morti (11, 4). 



'Av9pui7TOu^ luièv !(Tui^ Xrjaei^ fiTonóv ti Tiovf\(Xa(; 
où Xrjaeig bè Geoù^, oàòè XoyiCóiuievoc. 



- 257 - 

Il distico contiene una pia intuizione etico-religiosa, an- 
tichissima, probabilmente ionica*, e che se ben si adatta ad 
uno de' Sette Savi cui viene attribuita, sia poi Pittaco 
(Teone grammatico, Progymn., V), o Talete (Diog. Laerzio, 
I, I, 36); non si affa punto allo scettico Luciano, che degli 
Dei fece altro governo. La lezione Oeóv, che vizia la strut- 
tura metrica del pentametro, è interpolazione di mano cri- 
stiana, siccome avverte il Finsler. 

IO. 

È contro gli adulatori {eiq KÓXaKaq). Contiene anche questo 
una osservazione assai ovvia e volgare; tanto che mette 
appena conto di salire, per la genesi del concetto, ai versi 
di Teognide (v. 89), siccome indica il lacobs. La forma è 
fiacca e prolissa. Assai meglio Lucillio significò lo stesso 
pensiero, ornandolo per di più dell'acconcia allegoria del 
mare e degli scogli che nascosti sotto Tacqua riescono più 
fatali de' visibili (XI, Sgo). 

Anche questa è una mera sentenza morale, sul dovere 
che ha la lingua di conservare il mistero. È parenesi antica 
che trovi pure in Teognide (v. 19-20), da cui il verseggia- 
tore della vecchia sentenza deriva qualche cosa più del sem- 
plice concetto : 

ao(p\lo}xévi\i juièv éjyioì (TppriT^^ èTTiKeicrOui. 



12. 

E il solito grido, frequentissimo in Luciano, contro ram- 
massar ricchezze. Ma con qual altra enfasi esclama egli nei 
Dialog. dei morti, i, 3: ti, li juiàTaioi, tòv %p\)Còy (puXàx- 
T€T6; Ti bè TinujpcTcTOe éauTOÓq XoTiCójievoi loùq TÓKOuq ecc. 
Tutti ricordano nel Menippo (§ 2) lo ipri<piajLia burlesco 

liinita di filologia ecc., XX. 17 



fa 



- 258 - 

contro i ricchi, i quali si vuole sieno trasformati in asini. 
Con una imagine leggiadrissima nel Pise, 35 paragona 
le auree monete a de' ciottoli. Invece l'autore di questo 
epigramma non se la piglia tanto co' ricchi quanto cogli 
avari, e raccomanda con molta sicumera Tuso sapiente delle 
ricchezze. Luciano, a dir vero, non è né così compassato 
né così glaciale: non ha la virtù moralizzante del retore 
che ha composto questo e i superiori epigrammi; egli non 
vuole che la aoqpia. Come è poco originale Timagine finale 
dell'ape, che non per sé ma per gli altri s'industria ! Sic 
vos non vobis.,. La XéHiq é molto simile a quella dei nn. 2 
e 3 (cfr. le voci kt€(Ìvujv e TroXuKTéavoVj ecc.). 

i3. 

*ATpòq *Axai|ui€viòou tcvójultiv Trote, vuv bè Mevimiou, 

kqI TiàXiv èE éxépou priao|iai eiq ?T€pov 
Kaì yàp èKcivo^ ?X€iv }xé ttot' (Iicto, kqì irdXiv oiÌToq 

oi€Tai, €i|uii ò* fiXujq oùòevò^, àXXà TOxn?- 

Uno de' meno insipidi. Ma è anche uno de' più incerti, 
poiché he! cod. Pai. é àbécTTiOTOV. Non solo il pensiero, ma 
anche la finzione ha sapore lucianeo. Forse nessun scrittore 
antico insiste più del Samosatense sull'idea della vanità dei 
possessi terreni, i quali meglio che a noi, eterni pellegrini, 
appartengono alla Fortuna. Anche incontriamo nell'ambito 
de' pochi versi figure che sono familiari ai Dialoghi: Me- 
ni ppo, la TOxTi? di guisa che i due distici suonano come 
la chiusa moralizzante d'un dialogo dei morti (cfr. Dialog. 
mori., i3, 21). La fortuna é personificata anche nel Me- 
nippo, 16, ove è rappresentata come corifea, che ai mortali 
distribuisce gli uffizi e le vesti, che poi debbono tutte a lei 
ritornare. Ma il luogo che più da vicino richiama questo 
epigramma é Nigrin, '26 : da cui sembra ispirato. Quivi 



- 259 - 

infatti si parla di un àyp6<; che quel savio possedeva non 
lontano dalla città, e che egli trascurava, appunto perchè 
pensava 8ti toutujv jnèv 9Ùa€i oùbevóg èajuiev Kupioi, vÓ|ìuj bè 
Kttì biaòox^ Tf|V XPn^iv aÙTiIiv €l^ àépicTTOv TrapaXajuipàvovTeq 

òXiTOXPÓvioi beairóxai vojuiiCóiuieGa, ecc. Il pensiero tentò 

anche la fantasia di Orazio : Nunc ager Umbreni sub no- 
mine, nuper Ofelli \ d ictus, erti nulli propri us, sed cedei 
inusum I nuncmihi, nunc alii {Sai., II, 2, i33 sgg.). Non- 
ostante codesto colore o sapore lucianeo, e malgrado anche 
la testimonianza dello scoliaste al Nigrino, l'epigramma 
non è di Luciano : se pur non vi fosse Tattestazione del 
cod. Palatino, basterebbero a giudicarlo spurio ragioni gravi 
di lingua e di forme non attiche e tardive. Anche il Dindorf 

lo scarta. 

14. 

EO TTpdTTiuv qpiXo^ el OvTiTOÌq, qpiXog ci juaKoipecTai, 

Kttl aeu ^Tiibiiu^ JkXuov eùHajidvou* 
fjv Trrafaq^, oùbelg fu aoi qpiXo^, àXX' Sjuia Travia 

èxOpA, TÙxnC ^iTTaiq au|ui|ui€TapaXXó|ui€va. 

Altra riflessione etica, più comune che mai. A chi essa 
non fa venire in mente i noti versi ovidiani: 

Donec eris felix, mulios numerabis amicos qccì 

Ai quali si potrebbero soggiungere parecchie altre citazioni 
da altri scrittori. Per la materia esso si ricollega con Tan- 
tecedente, e con questo che segue, pure intitolato d^ Tuxtiv. 

16. 

Mal attribuito al Nostro dal Planude, esso è dal codice 
Vaticano assegnato a Lucillio, a cui lo riconoscono e il 
Grozio e il lacobs. E che sia di lui, vorrà ammettere fa- 
cilmente chi abbia anche solo una qualche familiarità co' 
suoi motivi epigrammatici, nonché con la maniera sua par- 



Wkj ^ 



- 260 - 
licolare di svolgerli. Che vuol dire qui il poeta? Che la 
Fortuna è divinità possente (iroXXà t6 òmimóviov òtivaTai), la 
quale solleva gli umili ed umilia i superbi : 

TOÙq HlKpOÙq àvàT€l, TOÙ^ |Ul€T<ÌX0U^ KaTÓT€t. 

Viene subito a mente Orazio {Carm,, I, 25, 2) o Claudiano 
(XXXIX, 38), e non so quanti altri poeti. Ora guardate 
come il nostro versificatore diluisce il semplice concetto, 
stemperandolo in ben sei versi, e come cerca un qualche 
effetto poetico coi poveri espedienti formali della simmetria, 
deir omoioteleuto ; e come slava ed amplifica, chiudendo 
infine con una delie più trite imagini: 

cu Gpuov, cu juLaXàxnv fivejiió^ ttot€, làq bè |ui€Ti<TTa^ 
f\ bpùag f| TTXaTdvou^ oTÒ€ xcLiiaX KaxdTeiv. 

Il componimento, come disegno e come fattura, ha una 
sorprendente analogìa con il n. 12: e chi legga un dopo 
Taltro i due epigrammi gemelli, sente la parentela e il frutto 
di una stessa arte, molto povera in verità. Ora questo è 
certamente di Lucillio: dunque s'ha con ogni probabilità a 
ritener lucilliano anche Pahro. Inetta è la finale del v. 6 
(KaiàTCìv) corrispondente al finale KaTàyei del v. 2. Il Weise 
rivendica l'epigramma a Lucillio; il Dindorf lo ricusa a 
Luciano. 

16. 

•H ppaòuTTOuq PouXf) liéy diixelvuiv, f| bè TaxcTa 
alèv èqpeXKOiiévTiv x^v |i€Tàvoiav ix^i. 

Sentenzioso, senza alcunché di epigrammatico. Ed anche 
questa sentenza è così vieta e comune, che la si deve con- 
siderare anonima. Figura tra la sapienza etica d'un Teo- 
gnide (3 19), d'un Euripide {Fenisse, 455), d'un Publilio Siro. 



- 261 — 

"BE J&pai jióxOoiq kaviwTaxai, a'ì bè |ui€t* aùtàq 
TpdnnacTi beiKVUjuievai Cf^Oi Xéroucn ppotoTq. 

È ftòiiXov nel cod. Palatino, e merita di restar tale. Che 
esso altro non è che uno scipito gioco letterale, per cui si 
prescrive un moderato periodo di lavoro, e si consiglia 
anche di godere il resto giocondamente. Chi mai ha po- 
tuto sentire la mano del Samosatense in una così frigida 
combinazione di suoni vocalici e consonantici ? Quando 
Luciano ha voluto scherzare con i segni deiralfabeto, ha 
saputo anche cavare da alcune modificazioni fonetiche l'ar- 
guta e leggiadra poesia allegorica del Giudizio delle vocali. 
Roba siffatta è propria d'un Ammiano (cfr. XI, 23o, 23 1) 
o d'un Pallada (XI, 323). 

Lo rifiutano giustamente e il lacobs e il Dindorf. 

i8. 

El Taxù? el^ TÒ 9aTeTv koI irpòq bpójuiov djuipXù^ ÓTiàpxei^, 
ToTq ttoctI aou xpujTe Kal tp^xe ti?» <TTÓ|iaTi. 

Un'inezia burlesca: volta a pungere un goloso e tardo. 
Tutta l'industria del verseggiatore si rivela nelle formali 
risorse dell'antitesi e della paronomasia (xaxù^ e à|ipXùg ; 
ToT^ 7roa( e ti!jj aiónari; xpwYeeTpéxe). 11 pentametro ha 
il difetto metrico della prima cesura con quantità breve. 
Non lucianeo! 

El^ tI lutàiTiv vìtttci^ bejuia^ 'IvbiKÓv; !ax€o léxvTiq, 
cu buvaaai bvoqpepfjv vÙKia KaGfiXidaai. 

Racchiude, alquanto amplificato, un altro proverbio assai 
trito: e che nel linguaggio popolare degli attici, vivo e co- 
lorito, aveva una quantità di variazioni figurate, affini. Il 



- 262 - 
concetto è quello della impossibilità: a sciupi Tacqua a la- 
vare un Etiope ». Si diceva pure: Xtóov ?v|i€i^ (Aristof., 
Vespe, 280) -, TiXivGov TiXuveiq o x^^pav iTotK(XXei^ (scoi. 
Aristof., Vespe, 279); Katà OaXdTTTiq o cl^ fiòiwp airepei^ 
(Aristof., Pace, 1086). Platone ha elq Sòuip TP<i<P€i^ {Fedr,, 
276, c)\ e cosi Luciano, CatapL, 21. L'epigrammatista 
pseudo-lucianeo stempera qui in un distico il motto attico 
AìOioira XeuKaveiq, usando voci ioniche {ìox^o, òvoqpepriv) o 
affatto inusitate (KaOnXidaai : il Pape non dà che questo 
esempio). Aggiungi che nella Palai, è fibT]Xov. 

20 e 21. 

Debbono essere entrambi di Lucillio, siccome testimonia 
il cod. Palatino. Lucillio infatti ha moltissime di queste 
sciocchezzole su pugili o pancratiasti (cfr. XI, 75, 76, 77, 
78, 79, 80, 81, 83, 84, 85, 253, 254, 258). Il secondo 
per giunta è in dialetto dorico. Grozio, lacobs, Dindorf 
stanno concordi per Lucillio. 

22. 

''IXaGi rpa)ui)uiaTiKf) qpucriZioe, KXaOi Xi^oC 

qpdpjLiaKov €upo)uiévii « jiinviv fieiòe Ged ». 
VTiòv èxpfìv Kttì aoì 7T€piKaXXda buj|ir|craa0ai 

Kal Pui|iÒV BuéUJV ^niTOTe b€UÓ)Ul€VOV. 

Ktti rdp (ToO ^eaial )uièv òboi, luteaifi bè edXacTcTa 
Kttì Xi^év€(;, TrdvTUJV bcKipia rpamuiaTiKri. 

Abbiamo qui finalmente un carme di qualche importanza, 
almeno come espressione realistica del carattere del tempo. 
Il poeta inneggia alla Grammatica (designata per la formola 
del primo emistichio àQ\Vlliade)\ la quale, a mo' della ome- 
rica ala o Tn» imparte vita (qpucriZoog) e leva la fame a tanti 
poveri disgraziati. L'imagine come di una ostessa, ond^è 
raffigurata la nuova arte, fonte di sostentamento a' mortali, 



-263 - 

è a dir vero grossolana parecchio; ed anche la locuzione 
è alquanto dimessa e prolissa, nonostante che oltre le ome- 
riche cerchi abbellirsi di parole tratte dall'esordio dei Fe- 
nomeni di Arato. Ma anche si può affermar con sicurezza 
che i versi non sono di Luciano, bensì di Lucillio. Quegli 
non ha punto il sangue cattivo co' grammatici -, e se eccettui 
il Lessifane, satira personale d'occasione, tutte le sue in- 
vettive sono rivolte a smascherare i filosofi di qualsiasi 
specie. Anche ne' dialoghi che meno si propongono codesto 
intento satirico, le frecciate contro le lunghe barbe (ttiùtu)- 
v€q), le bisacce (irrìpai) e le ferule filosofiche (paK-nipia) non 
mancano affatto. Invece Lucillio se la piglia spesso con 
simil genìa: e tra i suoi molti epigrammi ve n'ha non 
pochi, molto affini a questo, che dileggiano i grammatici, 
parodiando voci o locuzioni omeriche, proprio come nel 
caso presente. Basterà citare i nn. XI, io, i?8, iScj, 148, 
148, 278, 279. Ma v'ha di più. Pare che Lucillio fosse 
appunto in codesta condizione di dover plaudire all'arte che 
Io sfamava; e guai se non avesse avuto soccorso anche 
dall'imperatore! Per più rispetti è importantissimo l'epi- 
gramma IX, 572, in cui quello stesso emistichio omerico 
risuona: 



« Mflviv fi€ib€, Oed », Kttì 4c*'Avòpa jioi ?vv€tt€, MoOaa, ecc. 
Cfr. XI, i32: 

. . . Kav ettnj, « infìviv àeibe Oed», ecc. 
e 140 : 

Zrj^epov ou òeiTivui « juinviv fieiòe Geà ». 



M^»>< 



-264 — 

Più tardi Paliada trarrà curiosissimi partiti da simil genere 
di facezie (cfr. IX, 168, 169, 171, 178, 174, 175). 

23 e 24. 

Scurrili entrambi, assalgono e dileggiano persone fetenti : 
un esorcista e Telesilla. NdVAntologia occorrono non di 
rado simili epigrammi e\q buauiòet^ ; e specie il motivo del- 
Tesorcista, il quale più per opera del suo fiato che delle 
sue formole misteriose riesce a sgominare i demoni, sembra 
fosse motivo assai volgare. Se si pensa, che il cod. Pala- 
tino dà a Lucillio il n. 24 (autorità preferibile, e perciò 
seguita dal Grozio, dal lacobs e dal Dindorf), non trovo 
diflBcoltà perchè non gli si debba ascrivere anche l'altro 
che ne è una assai esile variazione (cfr. XI, 240, contro 
Demostratide dal fiato fetido). 



25. 



È .di Cereale: cui lo dà il cod. Palat., e sull'autorità di 
questo lo stesso Diibner, preceduto dal lacobs e dal Din- 
dorf. Glielo conferma la qualità del componimento : uno 
scipito gioco di parola (TTapla0)uii[a] e 7rapaTTu9i[a]), appena 
intelligibile. Di Cereale abbiamo, oltre questo, soltanto un 
altro epigramma : XI, 144; e questo pure s'aggira su parole 
e sulla retta pronunzia di esse. Il confronto conferma la 
attestazione del codice, e toglie ogni dubbio sulla paternità 
di quei versi. Crederei di poter spiegare la falsa attribuzione 
della Planudea col fatto che pure Luciano (in ben altro 
modo, s'intende) derise codesta KaKoCnXict dei Sofisti de' suoi 
tempi {Rhet, praec, 16): e il Lessifane, si può dire, è 
tutta una satira mordace contro i pseudo-atticisti. Esempi 
simili trovi in Ammiano: XI, 142, i67. 



. . j« j 



— 265 ^ 

26. 

Eliré jioi elpo^évuj, KuXXrjvie, iroig Kaidpaivev 

AoXXiavoC i|iux^ bujixa tò OepcTepóvri^ ; 
ktX. 

Deride la loquacità di certo Lolliano : che, se è quello 
illustrato da Filostrato (I, 23), sarebbe un contemporaneo 
del Samosatense. Opportunamente il lacobs ravvicina a questi 
versi il principio del Dial. mort., 21, in cui è ravvisato un 

idem color: *Q Képpepc, , €Itt6 |iOi irpòq Tfìq Ztu- 

yà^j olo^ fjv 6 ZwKpdtTi^, óttótc Kaxtjjei irap* ù)uiaq ecc. 

Forse questa somiglianza e il fatto della scena che è ima- 
ginata nelPAverno (comune teatro delle funebri fantasie 
lucianee) possono aver fatto pensare a Luciano : l'ispiratore 
fu senz'altro scambiato con Fautore. Il retore che qui ver- 
seggia incomincia con intonazione epica (cfr. Omero, Odiss., 
XV, 263; XXIV, 114) ed amplifica inettamente (b&ixa tò 
4>.). Quanta più vita e movenza nell'esordio di quel dialogo 
che ci trascina senz'altro in medias res! 

27. 

Più ragioni consigliano a dare pur questo epigramma a 
Lucillio: Tautorità del cod. Palatino; lo spirito di avver- 
sione a' grammatici, di cui vedemmo sopra abbondanti 
esempii lucilliani; e infine lo stile dimesso e snervato non 
senza qualche anomalia grammaticale (v. i: oiòaie). Anche 
queir Aulo è personaggio di questi epigrammi: XI, 172, 
210. Il motivo è più volte ritoccato da Marziale; cfr. Ili, 

45; 'IX, 36 : 

hodie coenabis apud me, 

hac lege, ut nihil narres novi, 

28. 
ITaióà |i€ TTCViaéTTipov, .... ktX. 



-«!' • 



— 266- 

È un epitafìo, epidittico. È inspirato ad una concezione 
primitiva della vita, quasi dissi ionica ed erodotea, per cui 
la morte è considerata come una provvida liberazione dei 
mali terreni. Né il concetto né la forma hanno nulla di 
lucianeo: e Tuno e Taltra tenta il retore versificatore di 
questo epitimbio di sostenére mediante certe reminiscenze 
epiche, e le anafore o le antitesi formali : 



Kttl T^p plÓTOlO |Ì€T^(JXOV 

iraupou, Kai iraupuiv tujv Piótoio xaKuiv. 

29. 

Non ci è dato che dalla Planudea (IV, 154), e per di 
più con un lemma doppio: il quale lascia in dubbio la pa- 
ternità fra Luciano ed Archia. Noi abbiamo visto fin qui 
quanto poco siano attendibili le attribuzioni lucianee del Pia- 
nude; e dall'altra parte Tesame dei 33 epigrammi che V An- 
tologia ci conserva dell'oscuro poeta ci mostra subito chiaro 
da che parte stia il vero. Ben s'appose il lacobs nell'asse- 
gnare risolutamente l'epigramma in questione ad Archia. Il 
quale in particolar modo si compiaceva di siffatte concet- 
tosità intorno alle deità della pagana mitologia: suirEros 
(V, 58, 59), su Cipride (7,98-, VI, 207; XVI, 179)-, su 
Pane (VI, 16, 179-81)-, su Pria pò (VI, 192-, X, 7, 8), 
su Caronte (VII, 68), su Marsia (VII, 696), sul ed- 
vaio^ (IX, III). L'imagine dell' Eco poi é da lui predi- 
letta: IV, 94 CHxu)); VII, 191 (àx^); *IX, 27 (xàv XdXov 
'Hxiw). M'ingannerò, ma questi raffronti mi paiono decisivi, 

3o e 3i. 

L'argomento li congiunge assieme : sono due fra i tanti 
epigrammi che gli antichi composero su Venere, e sulla Ve- 
nere Cnidia. Solo la Planudea ce li tramanda ! Il primo ha 
molta somiglianza con uno fiÒTiXov (n. 162) e con uno di 






- 267 — 

Platone (n. 160); il secondo è in parte ricavato da una an- 
tica iscrizione riferita da Erodoto (VI, 7, 2). Non è neppure 
il caso di ricercare la paternità di simili concetti molto triti 
e comuni e quasi spogli d'ogni individualità*, e s'ha a cre- 
dere di avere qui due epigrammi adespoti. 

32. 

Anche questo proviene dalla sola raccolta di Massimo (IV, 
238). Ed è scritto per una effigie di un Priapo, che invano 
Eutichide pose a guardia di luoghi aridi e inaccessibili. Vi 
si può rilevare la forma dialettale ITpItittov; la locuzione 
vójLiou x<ip*v, che tale e quale ricorre due volte in due diversi 
epigrammi di Lucillio (XI, 141, 206)-, e più la parentela 
formale che col primo verso del nostro epigramma : 

Eìq TÒ K€vóv |ui€ léOeiKe vó|iou xópiv Oboe TTpiTiTTov 

ha il verso lucilliano 

vó)uiou bè x<ipiv, bóq TI UJÒ€ (paT€iv 

(206, i). 

Lo stesso argomento è in Marziale, VI, 72. 

33. 

Laide consacra ad Afrodite lo specchio dispettosamente 
fedele nel ritrarre le brutte sembianze. Il cod. Palatino dà 
l'epigramma come opera di Giuliano ex praefectis Egypti; 
e Planude, copiando, legge sbadatamente il lemma lOY- 
AIANOY per AOYKIANOY. È giusto, che il frigido componi- 
mento sia ricongiunto agli altri due, che quel versificatore 
ha sullo stesso argomento (VI, i8-, 19). Già il lacobs non 
esitò punto a rettificare la falsa attribuizione. 

34. 

Dedicatorio. Sopra un naufrago, Dionisio, ha il nostro 
Lucillio un epigramma che nella Antologia segue questo 



L .* 



— 208 — 

a breve distanza, e che con questo può gareggiare in sci- 
pitezza (VI, i66). Il primo verso, notissimo per la ripro- 
duzione virgiliana (Georg., I, 437), 

rXaÙKqj Kttì NiipeT kqI 'IvoT Kaì MeXiKép-nj 

è citato come di Partenio da Macrobio {Sat., V, 17) e da 
Gellio (XIII, 25). 

35, 36 e 37. 

Planude àbriXa. Ciascuno in un distico, si risolvono in 
tre insulse versificazioni di poco o niun valore. Appena il 
secondo fa sorridere di pietà: 

'Ecrpeae tòv Xùxvov jualpog, i|iuXXaiv ùttò ttoXXuIv 
òaKvójuievoq, Xélaq- OuKéri ^e pX^irerc. 

Il terzo è una specie di ritratto di un filosofo cinico. E 
come scherno di quella setta, contro cui Luciano inveì fie- 
ramente in più d'uno scritto, potè essere ascritto a lui. Che 
la voce luiabapóq è dell'uso assai tardivo (cfr. Schmid, 
p. 352), ed è inusitata presso il Nostro. 

38. 

Come frammento delP àvGoXÓTiov di Di®geniano non può 
essere lucianco. Il Planude lo dice AoukiXXìou. Lucillio ne 
ha uno molto simile a questo, sullo stesso soggetto reali- 
stico : XI, Gì). Che più? Non resta che di richiamare Tat- 
tenzione sulla forma slavata ed artificiosa ed eccessivamente 
prolissa, la quale riveste un concetto che poteva condensare 
tutta la sua vis epigrammatica in un sol distico: e qui se 
n'hanno tre: « Non ti giova (dice il poeta ad una brutta 
vecchia) rimbellettarti : il belletto non può trasformare una 
Ecuba in una Elena ». 



- 269 - 

39 e 40. 

Per la stessa ragione del numero precedente non possono 
appartenere a Luciano. Aggiungi, che nella Planudea Tuno 
e l'altro sono àòéanoTov o fiÒTiXov. Guardando al concetto, 
si deve dire che tanto Tuno che l'altro sono due inezie ri- 
sibili : appartenenti a quel genere iperbolico, di cui parecchi 
saggi (davvero poco gloriosi) trovammo nella poetica eredità 
di Lucillio. Neirun caso è Diofanto, che invece di nave può 
servirsi dell'ernia nel traghettare un fiume; nell'altro è Ni- 
cone, il quale ha un naso sì lungo, che l'odore del vino deve 
impiegare più ore di viaggio; e all'occasione esso può anche 
fare da lenza nella pesca di pesciolini. Nonché dì Luciano 
(il cui nome non può neppure qui essere citato, trovandovisi 
persino forme scorrette ed improprie), roba siffatta può ap- 
pena essere di un Lucillio; o di un Nicarco: il quale 
avrebbe un epigramma sullo stesso argomento del secondo 
nel XI, 406 che incomincia : 

ToO TP^TiToO NiKUivo^ ópw ifjv ^Tva. 

Ma forse è fiòriXov anche questo : siccome s'hanno a ritenere, 
a parer mio, i nostri due in questione. 

41. 

Pian. AouKiXXiou. E un'inezia, in un distico : « Pittore, 
può la tua arte rubare le forme, non saccheggiare (ouXflaai) 
la voce. » I 

42. 

È un frizzo, in un distico, contro Bito sofista : che non 
si trova ad avere né senso comune (Xótov koivóv) né razio- 
cinio (XoTKiMÓv). Quale freddura! Quando Luciano ha vo- 
luto sferzare i Sofisti del suo tempo, ha mostrato ben altro 
nerbo e lepore. Ma poi il pentametro é difettoso con quella 



- 270 - 
prima cesura breve ! Ma poi Planude lo denunzia di Am- 
miano. E chi abbia una qualche familiarità con la poesia 
di costui, non dubiterà punto di riconoscere in questo un 
saggio della sua maniera. Essa è tutta in codesti artifiziosi 
giochetti di parole. Si leggano anche soli questi esempi! : . 
IX, 673 (dove v'ha KXdovTi e auTKXaiujv e KXauGjiioO e icXai- 
ujjiiXlii da una parte; dall'altra t^Xovti, t^Xujv e T^Xouj^tXfn); 
XI, 97 (dove è un bisticcio tra ttóXiv oIkoòojli€it€ e oÌKoòo^€tTe 
TTÓXiv);e id., gSCEcTTiu jniiTpÓTToXiq TtpatTOV TióXiq, cTia Xcr^aOui] 
ILiUTpÓTroXiq • ixf\ vOv, f|v(Ka ixr\bì iTÓXiq). Pare che V inetto 
poeta co' falsi filosofi e retori se la prendesse particolar- 
mente: cfr. XI, i52, i56, 167; XVI, 20. 

43. 

Qui poi Luciano è affatto fuor di questione^ che il mor- 
dace distico è conteso tra Ammiano (cod. Pai. 'Ajyl^lavoO) 
ed un anonimo (ed. Dorvill.: àònXov). E probabile sia di 

Ammiano. 

44. 

A 

E un innocente epigramma, e quasi senza punta, contro 

gli avari : paragonati ai muli, che portano some d'oro e 

mangiano puro fieno. Acc. masch. sing. ttoXXóv. Anonimo 

(Pian., fiòiiXov). 

46. 

Ei TÒ ipécpeiv TToiTtuva òokcT (Tocpìav TTepmoieiv, 
Ka\ TpdYoq exìnwfujv eucTToXóg (1) ècTii riXàiiuv. 

Alcune edizioni planudee lo dicono di Pallada-, altre, al- 
dine, fiÒTiXov. Può darsi che sia di Pallada, il quale scrisse 
epigrammi mordacissimi, facendo alla sua satira argomenti 
non dissimili dai lucianei: come sarebbero ignoranti osten- 



(i) 11 testo è guasto; e le congetture son molto varie. Chi legge 
cOaToxo^y chi €(}aTOfAo^, chi aOiroXoq, aT^l' 6X0^ ecc. 



— 271 - 

tatori di dottrina (XI, 3or» ; 355), ridicoli astronomi (XI, 
341), retori (XI, 204), ecc. E probabile che traesse qualche 
aculeo dalla faretra lucianea ; e ciò spiega, come a qualche 
suo epigramma potesse anche adattarsi il nome di Luciano. 
Nel fatto i versi che abbiamo riprodotti qui sono eviden- 
temente niente altro che verseggiature di un pensiero d(i\- 
V Eunuco, § 9: El y^p àixò inljfXDyoq... PaGécq KpiveaOai 
òéoi Toùq (piXo(yo<poOvTaq, tòv TpàTOv Sv òiKaiórepov TipoKpi- 
6f)vai TTdvTuiv. O di qualche altro luogo. Troppo frequenti 
sono in Luciano le invettive contro le barbe filosofiche per 
poterne qui addurre anche solo i luoghi più notevoli. Ceno 
ognuno ricorda il Dial. mort.f 10, 9: dove Menippo ai fi- 
losofi che scendono neWAdes impone di spogliarsi non solo 
de' vizii, ma anche della barba. Ed Ermes con la scure le 
taglia. 

Non sarebbe senza importanza lo studiare la imitazione 
di Luciano in questo maledico; il quale, conscio che ma- 
ledicere dulce est (XI, 341), non risparmiò alcuno: tanto 
che egli stesso confessa d'essersi per ciò tirato addosso 
rodio di molti stolti (XI, 340). Fu, quel che si dice oggi, 
una lingua a due tagli ! 

46. 

ToO TTlJDTU)VOCpÓpOU KuviKoO, 

ktX. 

La denominazione lucianea deve qui aver avuta la stessa 
genesi che sopra : che anche qui si avrebbe contesa tra 
Pallada ed un anonimo. Ma Luciano non dette pace, finché 
ebbe vita, ai Cinici (ij-, e poteron parere opera e ispirazione 



(1) Nota peraltro che il Cinico, già rassegnato dal Fritzsche fra 
i « certo adulterini * (Praef.. 1, i : pag. iv), è stato recentissima- 
mente e con molta evidenza dimostrato spurio dal B i e 1 e r , Ueber 
die Echtheit des Lucianischen Dialogs Cynicus, Hildesheim, 1891. 



-272- 

sua questi versi in cui si sberteggia Tingordigia ipocrita di 
uno di codesti sapientoni. Ben più fiero suonò Taccento suo 
contro siffatta genìa -, tanto che una volta (e lo dice l^autorc 
stesso) corse pericolo d'essere sbranato da essi: Peregr., 
2 e 37. Questo nostro invece è uno scherzo innocente, un 
dardo che non ha punta ! Notevoli sono : il latinissimo 
póXpa; Timperfezione prosodiaca della cesura nel verso sesto; 
la singolare corrispondenza che ha questo aneddoto sati- 
rico con quello di Marziale, IV, 53. 

47- 
Elq TTGÒàrpav. Assolutamente non lucianeo. Troppi argo- 
menti s'oppongono: il suo partecipare alla collezione di 
Diogeniano; la sua qualità di àòiiXov in Planude; la dizione 
non solo epica-ionica, ma tardiva con forme affatto della 
decadenza (olòaq e 2[fìaai). E probabile che un trascrittore 
dell'epigramma, trovatolo anonimo, sia stato tentato a dargli 
la paternità che gli suggeriva alla mente, in modo assai 
ovvio, il ricordo di un Luciano autore supposto di una Tpa- 
TuiòOTTOÒàTpa. 

48. 

Specie di epistola, per cui il poeta, regalato d'un vino 
acidulo e svanito, dissuade l'amico dal ripetergli simili doni, 
non avendo più lattughe. Molta arguzia epigrammatica non 
v'è, a dir vero: ma se non altro i brevi versi hanno un 
vivace colorito di realismo che non dispiace. Manca in Pia- 
nude. Non saprei che dirne ! 

49. 

Al xpiaaai toi TaOxa rà TtaiTVia GfìKav éraipai, 
ktX. 

A sazietà ricorrono nella Antologia simili epigrammi de- 
dicaiorri : e sono de' più frigidi. Questo per di più è triviale 



- 273 - 

ed osceno; elemento questo che è estraneo al Luciano au- 
tentico. Ma poi, anche astraendo da questo, non si potrebbe 
in buona fede ascrivere al Nostro un'insulsaggine di codesto 
genere. La sconvenienza fu sentita dal Brunck, che ardita- 
mente propose di interpretare que' versi come una parodia 
di siffatte dedicazioni (es. VI, i3, 14, i5, 16, 2>g ecc.). 

5o. 

Si scongiura la liberalità convivale di Erasistrato come 
peggiore della fame. I versi inetti e prolissi san così poco 
di lucianeo, che il Planude li diede ad Agatia: di cui nep- 
pure sono. Almeno questo convincimento io ho ricavato 
dall'esame dei moltissimi epigrammi che VAntologia con- 
• serva dell'autore del Ciclo; e credo che il lemma planudeo 
sia una congettura del monaco. Mi conferma in questa 
opinione il fatto che l'epigramma in questione fece parte 
dell' àvGoXÓTiov di Diogeniano. I tre distici hanno voci inso- 
lite: come airaTàXnv e KaiaaTiaTaX^q, come èKTpaTréXiuq, 
che lo Schmid non registra nel suo spoglio lessicografo, e 
di cui il Pape dà questo unico esempio. 

5i. 

Al TpCxeq, fjv (TiTqiq, elal cppévcq* fjv òè XaXrjaijq, 
ibq d Tfìq fiPii?» où cppéveq, dXXà xpfxeq. 

Di questo basti dire, che nel cod. Pai. è fiXXo, cioè ano- 
nimo; e nella Planudea è congiunto ad altro, molto simile, 
di Filone (XI, 419). Dunque niente Luciano. Ma un qualche 
grammatico, memore della fiera invettiva del Nostro contro 
Timarco (JPseudolog., 3 1 : èKcivó aoi jiióvov aoqpòv al tto- 
Xlal ecc.), dovette esser tentato di far uscire il componi- 
mento dall'anonimo in cui lo trovava, e di ascriverlo a lui: 
cosi dava anche saggio delle sue letture e reminiscenze clas- 
siche. Dindorf: eiecit. 

divista dt filologia, ecc. XX. 18 



- 274 - 



52. 



Pur qui Luciano è assolutamente fuor di questione. Basti 
dire, che è compreso nel frammento della raccolta di Dlo- 
geniano (XI, 400-405); e che nella Planudea è ascritto ad 
Àgatia. Ma io credo, che non sia neppur di lui: bensì di 
Lucillio. Tale lo indica il dialetto colorito ionicamente, e la 
fraseologia molto simile a quella del n. 22, con cui ha 
stretta parentela anche di contenuto. Lasciando stare, che 
anche questo epigramma si richiama a' grammatici, pur fe- 
rendo anche i medici, è curioso il vedere come anche qui 
sieno incastrati emistichi omerici deWIltade, caratteristica 
di non pochi componimenti lucilliani (v. sopra n. 22): oltre 
il « jifiviv fietòe » v'ha qui V (( àXyea pupi* ?9nK€v » e un in- 
tero verso iliaco: 

« TToXXàq ò* i(p6i|Liouq ijiuxàq "Aibi TTpoiaipev 3>. 

In tutti gli scritti lucianei, che ho riletti di fresco, non sa- 
prei indicare un solo motto epigrammatico contro questa 
classe professionale de' medici, la quale poi doveva fornir 
tanta materia ed esercizio alle satiriche saette fino nelle let- 
terature moderne. Lo rivendica a Lucillio anche TEngel, 
ma non so con quali ragioni. Lo Sternbach {Appendix Barb. 
vaticana, p. 7(5) mal s'appone a propendere per Luciano(i). 

53. 

Manca del principio. Cod. Pai. AoukiXXìou. Per quel che 
si può capire dal mutilo e poco chiaro componimento, esso 
è lucilliano, quale lo reputa il lacobs (Cfr. Pape, s. v.). 



(1) Lipsiae, Teubner, 1890. 



— 275 — 

VI. Airesame accurato delle fonti ed alla minuta analisi 
critica mal regge adunque, si può ormai concludere, la tra- 
dizionale paternità degli epigrammi lucianei: tanto, che 
dopo il molto discorso, anche senza sforzare la tesi, credo 
che mi sarà lecito affermare, che forse neppur uno di quei 
componimenti risale all'autore de' Dialoghi. In verità la 
piccola silloge si presenta nel suo complesso come un ibrido 
accozzo di versificazioni assai varie; e tradisce disparità 
assai notevoli di idee, di sentimenti, di età, di scuole, di 
autori. Una sola cosa v'ha di comune in tanta eterogenea 
varietà : una meschina povertà d'arte e di pensiero, per cui 
non uno solo forse di tutti quei componimenti meriterebbe 
a rigore il nome di epigramma. La maggior parte di tal 
produzione, non altro essendo che incoloro rimaneggia- 
mento di detti o di riflessioni ovvie e trite, s'ha a ritenere 
incerta od anonima (nn. i-3, S-g, ii, i3, 14, 16, 18, 19, 

23, 26, 28-32, 35-37, 4^ì 445 47'49> ^Oì ^ "O" ^ Pas- 
sìbile (né d'altra parte ne varrebbe la pena) di riconoscervi 
i diritti dei vari ed oscuri autori. Il nucleo fondamentale 
della raccolta è dato da un buon numero di epigrammi di 
Lucillio (nn. i5, 20, 21, 22, 24, 27, 34, 38,41, 52, 53; 
— e forse anche i nn. io, 12, 39). Altri infine sono di 
epigrammatisti diversi: di Ammiano (nn. 17, 42, 43); di 
Pallada(nn. 4, 45, 46); di Cereale (n. 2 5); di Giuliano (n. 33); 
di Agatia (?) (n. 5o). 

Così spartita la sua poetica eredità, la figura suppositizia 
di un Luciano poeta epigrammatico viene a dileguarsi sotto 
l'analisi della critica storica. Essa è una mera quanto in- 
conscia creazione della negligenza, della temerità, della fan- 
tasia dei grammatici e compilatori tardivi. Una ragionevole 
spiegazione della genesi di quella individualità è senza 
dubbio, siccome vedemmo, lo scambio, molto naturale del 
resto, di lemmi graficamente molto simili nella trascrizione. 



-Il . . 



- 276- 

Ma molte più di quelle fantastiche attribuzioni si origina- 
rono naturalmente dalla parentela (molto lontana, a dir 
vero), che parecchie di quelle osservazioni anonime avevano 
con le idee degli scritti lucianei; né si deve deplorare, che 
molte di quelle frigide e sbiadite concettosità rientrino in 
quell'ampio ed oscuro regno dell'anonimo, donde le trasse 
fuori la burbanzosa saccenteria di certa erudizione gram- 
maticale molto volgare. Come mai ad una fantasia così ge- 
niale e vivace, che già parve aver ricondotte sulla deserta 
scena d'Atene le grazie e la festività aristofanesca del buon 
tempo antico, e a cui noi dobbiamo le leggiadre creazioni 
del Sogno, del Prometeo, del Timone, del Gallo e dd 
Dialoghi dei morti: a quell'indole così abborrente dal vieto 
e dal comune, e smaniosa del nuovo e dell'originale, potè 
esser attribuita roba così scadente e vieta e trita e volg^ 
rissima? Egli, che secondo la frase d'un anonimo tardivo 
epigrammatista, sarebbe stato Tipncrnipio^ ifiv q>uaiv, o m^- 
Tipujv, àvmpaiv, èKT€cppa»v ttoXutpóttuj?, avrebbe scritto (checché 
altrimenti giudichi il Christ) epigrammi sì frìgidi ? Sali epi- 
grammatici egli diffuse liberamente e in gran copia nei suoi 
scritti argutissimi, così come l'estro concitato ispirava; non 
elaborò e distillò in forme povere ed abusate. Togliendogli 
codeste povere briciole poetiche, e distruggendo la poco glo- 
riosa e falsa fama di verseggiatore epigrammatico che la 
tradizione, più incuriosa che compiacente, gli aveva creato 
attorno al suo nome, non si sfronda di certo di alcuna 
foglia la verde corona che gli abbellisce la fronte. E il caso 
piuttosto di rallegrarsi, che la critica, solo tenera del vero, 
sia riuscita (absit ambitio verbo) a tergergli dattorno le 
poche macchie, che in qualche modo offuscavano il fulgido 
splendore della sua arte immortale. 

Pisa, aprile 1891. Giovanni Setti. 



- 277 



DE APOLLLNE PAEANE 



Ad loSEPHUM MUELLERUM Epìstula. 



Cum mihi in animo esset aliqua de ApoUinc disputare, 

tu praesertim, clarissime Vir, mihi occurrebas, cui has nugas 

meas honoris causa dicarem ; nam te, usque ab ineunte aetatc, 

studia haec suavissima antiquitatis ita aluerunt, ut non iis im- 

botus, sed ab iis quasi informatus esse videarìs. 

Si igitur in eam spem venire iam possum, te, cum haec 
legas, munus aliquod caritatis et officium grati erga te animi 
me cxplere voluisse putaturum esse, et dicendi matcries effu- 
sius ornatiusque mihi suppetet, et operam, quam ad eam iam 
nunc profiteor, non omnino perditam ducam ; sin autem, id 
quod non spero, nihil habebit epistula haec mea quo se com- 
mendet, te vehementer rogo ut haec ita accipias, ut ad animum 
tantum, non ad rem, spectes. 

Iam ut quaestionem, paene dicam, principcm attingamus, 
quidnam de ApoUinis natura censendum sit, satis superque 
liquct, nobis in Max. Muelieri sententia de solari eius numine 
acquiescendum esse, ita ut, etiamsi nominis origo in tenebris 
semper iacitura sit, nullo in dubio versari debeamus, quin Apol- 
linis natura recte a sole depromatur (i). Nam hoc ex omnibus 



(1) Max Mueller, Essay$\ Lips., 1881, II, p. 143; p. 411. Confer 
etiam: Lauer, Litterar, NachlasSy II, zur MythoL^ p, 253 eq.; Ger- 
hard, Griech. Myth., § 308, 2; P r e 1 1 e r , Griech. Myth.^, I, p. 188 ; 
Schoemann, Be Apolline custode Athenarum, P* 21 ; R o a e h e r, 
Lex, d, Myth,, pag. 422. At Milchhoefer, Ueber' den Attischen 
Apollon^ pag. 18, Apollinem ad fulgara quoque tonitruaque revocavit; 
Brachmann autem. De Apolline et graeca Minerva Deis Medicis, 
boram Virorum Doctorum opioiones ita emendavit, ut medicam eius vir- 
tutem praecipuam esse statuerit. 



— 278 - 

eius virtutibus Viri Docti iam effecerunt, quas omncs ad Solis vim 
revocari posse iam multis argumentis confirmarunt ; cfr. intcr 
alios Fresenium, De Apollt'nis numine solari, pp. 1 3-28 ; 
Dictionnaire des antiquités grecques et romaines sous la direction 
de Daremberg et Saglio, Paris, 1874, p. 312; quo loco 
breviter sed ornate quidem omnia de hac re absolvuntur. Cur 
igitur et Deli nascatur ( Ar|Xioq ), et messem det opimam, 
agrosque sua fere vi ictuque fecundet (GapTn^ioq), et spicis 
flavis donatus sit, et procul tela coniciat ("EKaioq, 'ExàcpTO^t 
'EKQTTipóXoq, 'EKTipóXog, KXutótoHo?, 'ApTupÓToHoq), et telis suis 
improborum iniurias ulciscatur (OuXiog), et benefica contra vir- 
tute bonos ad sanitatem reducat (*AKé(Jioq, 'Ak^cTtujp), a ma- 
lisque prohibeat ('AXeSiKttKoq, 'EmKoupioq, *A7roTpÓTTaioq, Zumfip), 
omnesque res quae in hoc terrarum orbe versantur augeat pur- 
getque (GapTrjXioq, KaGàpmog) haec omnia e Solis virtutibus 
iam repeterc debemus. Etiam cur ei )iavTiKr| et jHOUCTiKn tri- 
buantur, ex Apollinis solari numine intellegere possumus. Sol 
enim longe lateque per orbem suorum fere oculorum radios 
conicit, Tiàvi' ècpopqi xaì ttAvt' èiraKOuei (//., XIV, 345; Od.^ XII. 
323), omnia igitur praesentia cernit, futura praevidet; cum autero, 
caelestis orbis in medio positus, divino quodam ordine omnia 
collustrando regat, siderumque motus sonitusque efficiat. Mona- 
aY€Tr|g nuncupatur, caelorumque ductor motorque habetur; eo 
enim aurea cithara canente (quae splendidam Solis faciem si- 
gnificat), omnia moventur vigentque. 

Nos vero quoniam de hac re pluribus diccre non attinet, ad 
cognomina quaedam iam Apollinis vertamur. 

Ab ilio ante omnia sanctissimo maximcque venerando Apol- 
linis cognomine, ITaiiuv, TTaiav, TTainiuv (i) incipiamus. Quod 
Vaniéekius, Eiym, TF<V/er^., I, 454, cum Fickio TFor/., 117, 
ad sanscriticum pan vocabulum rettulerunt (« honorari, laudibus 
prosequi ») ut sit « cantus in Apollinem dictus ». Perperam 
puto. Nam id mihi nunquam persuaderi potuit, Paeanis nomine 
potius cantum in Apollinem, quam Apollinem ipsum significari. 
Apollo enim rTaidv sexcentis fere locis et invocatur et colitur. 
Quodsi eo nomine cantum etiam in Apollinem significari con- 



(1) Cfr. Schwalbe, Ueber d, Paean, — De variis autem formis 
(TTaidv, TTaiObv, TTairiiuvj vide quae affert Preller, Griech, Myth.^ 1, 
p. 277, adnot. 2. Confr. otiam p. 241, aduot. 2. 



- 279 — 

stat, hacc vocis usurpatio facile ex invocationc Ili) ITaiav, 'Ili 
TTaidv oriri potuit, quae invocatio ad alios quoque scnsus trans- 
lata est, ut esset gaudcntis vel opem implorantis (Ovid., Art, 
am., II, i; Co lum., X, 223 sq.). Sed nunc quaerendum est quae 
praescrtim vis in Paeanis vocabulo insit. lam id commemora- 
tioiie prorsus dignum duco, hoc cognomen non Apollini solum 
sed aliis quoque numinibus salutarìbus tribui, ut lovi (Rhodi 
culto, Hesychio teste), ut Helio (Or/> A. Ilymn,, Vili, (7) 12), ut 
Pani (ib., XI, (io)m), ut Dionyso(ib. LII, (51) 11), quae omnia 
optime collegit Carolus Bruchmann, in libello qui De Apolltne 
et graeca Minerva deis medicis (Vratislaviae, 1885, p. 66) in- 
scribitur. At quotiescumque Deus aliquis ITaiàv invocatur, hoc 
cognomen eam vim obtinet, ut « salutem afferentem, mala de- 
pellcntem » significet. Quod aperte patet ex ilio Ilesychii glos- 
semate : iJvaE TTaiiwv ' iL PaaiXeO • ó kqkò Traùuiv *AttóXXujv ; 
atque ex locis plurimis, quorum exempli gratia hos producemus : 

Soph., Oed. r., 154: lr|i€ AdXie Tlaiàv (adversus pestilen- 
tiam). 

Eurip., Ale, 91 sq.: €! T^p |Li€TaKÙ)iioq fiiaq, (h ITaiàv, 
q>av€{ii^. 

Eurip., Herc. /,, 820 sq.: li&vaH Tlaiàv, àTTÓipoiro^ y^voió 

^01 7ni)LldTU)V. 

Magis etiam haec vocabuli vis his duobus locis apparet : 
Aesch., Agam., 490/:: 

vOv ò' auT€ (Jiw'rfip tcjGi Kai Tiaiiuvioq 
fivaE 'AttóXXuiv 

Soph., Tradì., 1208: 

ou òfÌT ?TUJT€, àXX' iLv l%{y} iraiiiviov 
kqI ilaouvov laxfìpa tujv è)ia»v KaKujv 

(Cfr. Bruchm., o. 1., p. 69). 

Apollo igitur, quippe medicus deus, ITaiàv nominatur ; cfr. 
C.I.G,, 1946; 1897; 2312; 3509; 5973C; 5039; Hesiod./ra^fTi., 
220, Mark se h.: €i )af| 'AttóXXiuv 0oTpoq ùirèK GavdTOio aaiu- 
(Tai f\ Kaì TTainiuv, òq àTidvTiuv qpdpiaaKa olòev. 

TTaidv Asclepius quoque nuacupatus est (C. /. G., add., 511; 
5974; 2292; 3158; 3538); cfr. Orph. hymn., LXVII (06) i: 

'liiTrip TrdvTUJV 'fiiOK\r\mé, béaTTora TTaidv 



- 280 — 
S o p h. fvagm.y 639, N a u e k : 

'AaKXriTrioO iraiujvoq eujievoOq tuxujv 

(Cfr. B r u e h., o. l., p. 67). 

Ita etiam Somnus et Mors hoc nomen accipiunt, cum a curis, 
a malis libercnt; cfr. 

Aesch. fragm., 229: iL 6dvaT€ Tlaiàv 

Eurip., Hipp., 1373: Ka( jiioi Gavaioq Traidv IXGoi. 

S oph., P/i//., 832: Tttvc .... 161 )ko\ iraiuiv 

TTaiiOv igitur idem valet ac (JuJTyjp, tutor, custos; ergo cum 
stirpe p a, p à « tueri, custodire, servare » optime mihi vidctur 
concinere ; ex qua sunt voces sanscriticae, graecae, latinae 
pà-jù « custos » = TTUJ-u; pà-mi « tueor »; pà-tis « dominus, 
vir » = TTÓ-CTiq (iró-Tiq), lat. po-tis, òecT-iTÓ-Tiig ; lat. pa-ter, = 
Tra-Tr|p, scr. pi-tà, per pa-tar (Curt., G. E/ym., N. 348: das i 
in pitar specifisch orientalische), ceterae. 

lam de Apolline Pacane disputatiunculam ad finem adducere 
possumus, cum ex vocis et usurpatione et origine saiis su- 
perque demonstrasse mihi vidcar, eo nomine Apollinem salu- 
tarem indicari. 

Sed nunc, occasione data, pauca de quibusdam aliis Apol- 
linis cognominibus addam. lam quod ad ApoUinem Kapv€iov 
attinet (Paus., 3, io), in eorum opinionem inclino qui hoc 
cognomen de Apollinis ultrice in hostes vi esse autumantcs, 
ad verbum Keipu) referunt (Frcsen., o. l., p. 15). 

Sed accuratius res exponenda erat, ncque ex Hesychii glos- 
sematis illud praetermittendum : « KdpVT] ' 2[r)^ia. aÙTÓKapvo^ * 
aÙTo2Iri)Liioq ». Kdpveiog igitur ad Kdpvnv stricte pertinet. Sunt 
enim haec omnia ex radice A-er, ex qua apud Indos vetercs Qor, 
Qr-nà-mi « dirumpo, laedo », apud Latinos cur-tus, cortum^ alia^ 
apud Graecos Keipo), KOp-)ióq, Kép-^a, cetera. 

Non igitur Prelleri sententiam accipio qui ex alio Hesychii 
glossemate (i) (« Kdp" cpeeTpov Tipópaiov, Kdpvoq, cpO€{p, pó- 
(JKTijyia, TTpópaxov), cognomen Kdpveiov ad « Kdpvoq » referens, 
haec habet: « Apollon Karncios ist nur cine eigenthùmliche 
Form der weitverbreiteten Verehrung des Apollon Nomios, dcs 
Gottes der Wciden und Heerden, daher in dem karneasischcn 

(1) Vanicek, Etym, W.^ II, p. 1081, hoc glossema sic interpr»- 
tatur : e activ : das kratzoDde Thier (Laus); passiT, das Thier, das ge- 
schoren wird ». 



- 281 - 

Haine in der Nàhc der alten Stadt Andania im oberen Mes- 
semeli Hermes mit dem Widder und Demeter mit ihrer Tochter 
neben diesem ApoUon verehrt wurden (Pausan., IV, 33, 5). 
Dahingcgen er in Sparta, wo das Fest in den Monat Kdpveioq 
fiel, welcher unserem August entsprach, und in diesem Menate 
vom 7 bis 15 neun Tage lang dauerte, mit kriegerischen Erin- 
nerungen und musikalischen Uebungen gefeiert wurde, welche 
scit Terpander zu immer gròsserem Ansehen gelangt waren 3> 
(Preller, Grtech, Myth.,l, p. 251). Nos centra, opinionem 
Schoemanni, Gr, Alt., II, 437, accipimus, Dores antiquitus 
bellici tantum generis hos ludos fecisse ; quod praesertim 
exercitationibus campestribus bis ludis per novem dies cele- 
bratis, confìrmatur. Qua ex re Apollincm Kdpveiov a laedendo 
vel dirimendo dictum esse efficimus, ita ut Kdpveioq, bellicus 
fere deus habendus sit, atque idem ac OfiXtoq, Ultor, vel etiam, 
idem ac 'EKQTTipóXog, 'ExàcpTog, putandus. 

Quod autem Preller affert argumentum de animalibus quae 
bis ludis sacrificabantur (cfr. etiam p. 251, adn. 3: « Ein Widder 
(Kpióq) wird dem karneischen Apoll bei Theocrit, V, 82 ... 
..gcopfert »), id vanissimum est, cum hoc de quovis fieri dco 
consentaneum sit. 

Panca nunc mihi de Apolline TpiOTrCtu addere liceat (i). Non 
enim mihi suadent quae Lùrsenius, dubitanter tamen, attulit, 
1. 1. (2) hoc nomen ex urbe TpiOTtiqi esse ; potius urbis nomen 
ex dee derivari potuisse, consentaneum est. Ex Hesychii glos- 
sematis unum extat quod ad nostram rem mire facere putamus: 
< TpiOTiiq* TrcpiTpaxnXiov Tpeiq ^xov òcpGaXiiioùq ùaXoùq ^. 

Nos igitur Tpiómov ex rpi- et ott- radice interpretamur, quasi 
sit « triplicem visum praebens », cum Apollo sive Sol sit 
oriens, medius, occidensve. 

Haec habui quae de quibusdam ApoUinis cognominibus di- 
cerem; quae rogo ut tu, clarissime Vir, benigne legas bonaque 
cum venia accipias. 

Rhegii, Kal. lui. MDCCCXCI. 

Carolus Pascal. 



(1) Cfr. LOrsen, De tempio et bibliotheca ApoUinis Palatini; 
Dìbs. I {De ApoUine et cognominibus eius)^ p. 264. Cfr. etiam H e- 
rodo t., libr. I, e. 144. 

(2) Alteram quam Lùrsenius proferì coniecturam, TpiÓTriov ex tripode 
dictum esse, vix commeutatìone, nedum confutatione dignam facimus. 



- 282 - 

GLI STUDI ARISTOTELICI 

E LA DOTTRINA D'ANTIOCO NEL <( DE FINIBUS ^. 

CContinua^ionej 



IV. 

// concetto di natura e di vita secondo Aristotele 

e secondo gli Stoici. 



Indicare con precisione i passi fatti dai predecessori per giun- 
gere al concetto telico d'Antioco ci sarà impossibile per la 
mancanza d'una buona parte delle opere Aristoteliche e di Teo- 
frasto e degli altri Peripatetici ed Accademici antichi, e degli 
Stoici immediatamente anteriori ad Antioco, quali furono Dar- 
dano e Mnesarco. Indicata la fonte principale nelle citate opere 
Platoniche, diciamo subito che Aristotele, il quale scrisse in- 
torno alla TToXiTeia del suo maestro facendone un compendio 
(Proclo presso il Rose, fr. i8o, p. 137), se nei Problemi, 28, 
7, citati sembra adottare la divisione dei piaceri secondo i 
cinque sensi, nella Retorica invece poneva la definizione e la 
divisione dei piaceri secondo le facoltà dell'anima come nella 
Repubblica e nel Filebo {Rhet., I, 1 1, p. 1369** e segg.). E, come 
nei luoghi segnati della Rep, e del Timeo, la divisione delle fa- 
coltà dell'anima in tre è quasi cogli stessi termini espressa : 
XoYi<J)LAÓ^, Guiióq, è7Ti0u)iia (ibid. e prima I, io, p. 1369», 7 sg.), 
La definizione della felicità presso Aristotele {Rhetor., I, 8, 
p. i36ob, 15 e seg.) e nell'insieme simile a quella d'Antioco 
presso M. TulHo, De finibus, V, 13-14, 37-40: ?(Jtuu bf| €lJÒai- 
ILAOvia eÙTTpaEia [lei àperfìg f| auiapKeia l^fìq f\ 6 pCog ò 
|li€t' dcJqpaXeiaq fiòiaioq f| eùaGeveia KTruadiiuv xaì aiuiiidTujv ^erà 
òuva)Li€Ujg cpuXaKTiKiK Te kqì TrpaKTiKflg toùtuìv crxeòòv yàp 
TOÙTtuv tv f| TiXeiuj Tf)v eùòaiiLAOviav ófioXoToOcTiv eTvai STtavieq. 
Certo non conviene fermarci ai concetti isolati dei varii beni. 



— 283- 

ma airinsieme, all'ultimo, che lutti li racchiude, per riconoscere 
la rassomiglianza notata anche dallo Hirzel (II, 2, pag. 719- 
720, n.), il quale per altro nò discorrendo del libro V De fin.y 
né spiegando i primi appetibili naturali, Exc, VI, volle ricorrere 
alla fonte Platonica del Ft'lebo e della Repubblica. E neppure 
vide egli, né il Madvig, né alcun altro, per quanto io sappia, 
che la dottrina d'Antioco intorno al fine supremo, fondata già 
da Platone sul principio della natura e della vita, fu pure da 
Aristotele accennata non solo nei dialoghi, o nei commentarii, che 
più non possediamo, ma ancora in alcuno dei libri acroamattci, 
che ci rimangono. Come osservai nel commento, V, §26; 37-42; 
inoltre § 24-25; 33, Cicerone a spiegare il concetto del sommo 
bene dell'uomo parte dal primo indizio della vita negli esseri 
organici, nei vegetali, e poi a mano a mano risale agli animali 
bruti, terminando coU'uomo. Egli perciò reca gli esèmpi della 
vite, dei cavalli, dei buoi, dei cani, dei porci (ma quest'ultimo 
ironicamente); e degli uomini incominciando dall'età puerile, 
quando la natura loro è ancora inconscia di se stessa, V, 9, 
24; 20, 55, ne segue il graduale svolgimento fino alla condi- 
zione dell'uomo civile unito in società, del dotto amantissimo 
della scienza, del politico, ecc., e della felicità conseguente 
^V^ § 56-60; 65-66-67-68; e § 48-53). Or bene tutto questo ra- 
gionamento si fonda sul principio generico di natura da una 
parte e dall'altra su quello particolare della natura organica, 
oppure della vita, che si manifesta soltanto nella natura orga- 
nica. Quindi noi abbiamo una dottrina, che partendo dal prin- 
cipio generico della natura e dell'anima universale, come si 
trova più o meno modificato presso gli Stoici, che lo deriva- 
rono dal sistema di Pitagora e dal Timeo Platonico, si fonda 
specialmente nel principio dell'anima e della vita, che troviamo 
presso Aristotele. E disse benissimo Carlo Waddington {La 
psicologia di Aristotile, parte seconda, p. 204-205): « Per dare 
una definizione dell'anima é necessario avere avanti agli occhi 
non solamente l'uomo, ma tutti gli altri animali; non solamente 
gli animali, ma eziandio le piante, ed in una parola tutto ciò 
che partecipa della vita. Ogni corpo organizzato per vivere, 
possedendo la vita in potenza, la riceve in atto e vive real- 
mente, dappoiché l'anima, per la quale egli è fatto, viene ad 
unirsi a lui e ad imprimergli la sua forma. — La prima fun- 
zione della vita è la nutrizione, tale é la vita delle piante. 

Nell'animale l'anima opera pel sentimento e pel moto (o loco- 



- 284 — 

mozione); nell'uomo ella s'innalza fino alla ragione e al pen- 
siero L'anima e dunque o vegetativa, o sensitiva, o ragfio- 

nevole, secondo si considera la pianta, 1* animale (bruto) o 
l'uomo ». Debbono parere alquanto strani questi concetti a chi 
non ben conosce l'operetta Aristotelica De anìma^ in cui (II, 3), 
distinguendosi le tre potenze dell'anima, si dice apertamente 
che le piante hanno solo la nutritiva, che si mostra in esse 
soltanto, separata dalla sensitiva. Anche nel medio evo s'inter- 
pretarono le parole dello Stagirita nel modo espresso dal Wad- 
dington (ripeto che mi servo della traduzione italiana, essendo 
privo dell'originale premiato, e non so se sia stato fedelmente tra- 
dotto); anche Dante (Convito, 1. 1., p. 217, e cap. Ili, p. 221-222) 
assegna alle piante /' anima vegetativa^ detta prima potenzia, 
per la quale si vive, e fondamento, sopra lo quale si sente, ecc.; e 
le piante, che sono animate, hanno amore a certo luogo piti ma- 
nifestamente, ecc. Ma questo ultimo pensiero dell'amore delle 
piante a certi luoghi, secondo che la complessione richiede, ecc. è 
una conseguenza dedotta da Aristotele, il quale riunisce la potenza 
nutritiva colle altre due dell'anima umana, la sensitiva e la in- 
tellettiva, e nel tempo stesso ne fa una facoltà speciale separata 
dalla sensitiva ed assegnata alle piante, e poi dice apertamente 
che questa è l'anima delle piante, e senza la facoltà nutritiva 
la sensitiva non può sussistere (11, 3, 5) : ujaie KaG' ?Ka<rrov 
Ztittit^ov tì^ éKàOTOU ipuxn* olov ixq cpuToO, Kttì Tiq àvGpumou, 

f| 0ripiou fiveu )ièv fàp toO epeTiriKou tò aìcTOirriKÒv oùk 

ecTTi, ToO òè aloGTiTiKoO xi^pi^^eiai tò 0p€tttikòv èv Toiq cpvToT^. 
Diremo insomma con Dante, che: Vanima vegetativa, lo stesso 
che la potenza nutritiva, per la quale si vive, è fondamento, 
sopra lo quale si sente ; onde Aristotele {ibid., e. 4, § 5): oòbèv 
(pO(vet, oùò' aùHàv€Tai qpuoiKUjq \xi\ Tpeqpóiaevov • Tpecpeiai ò* où- 
òèv, 8 \xì\ K0iviuv€T 2Iujfìq. Finalmente osserviamo che fuori della 
natura organica, vegetale ed animale, non si trova né anima, 
né facoltà nutritiva o sensitiva, e come nulla si nutre (ha la 
facoltà di nutrirsi), che non partecipa della vita, cosi nulla 
sente, che non ha l'anima alaGavexai oùòèv, 8 \xì\ ipuxf|V fx^i; 
e prima : ToioOxov ò' èv xoiq l^Qxq f| ipi^XH '^ctTa cpuoiv Ttàvra 
Top là cpucTiKÒ aojjuiaTa Tfì<; tpuxng optava, KaGàircp xà tujv 
2[iuajv, ouxo) Kaì xà tuiv cpuxujv, ibq ?v€Ka xfìq ipi^XH? 6vxa. Lo 
Stagirita pertanto dividendo la natura in organica ed animata 
e nei quattro elementi, in tutto ciò che ha in sé il principio 
del molo e della quiete (Phys,, II, i), e ponendo a base di 



-285 — 

quella la vita che si conserva e si accresce per mezzo della 
facoltà nutritiva, si perfeziona col molo e col sentimento, e si 
innalza al suo più alto grado, è fatta simile alla natura degli 
Dei coirintelletto, o colla mente, voO^, forniva alla dottrina di 
Antioco la base principale dei concetti metafisici sulla natura 
degli esseri viventi, svolti nei paragrafi qui sopra accennati. 
Non s'appartiene a me giudicare delle contraddizioni, già toc- 
cate nei varii luoghi riferiti intorno al moto ed all'anima indi- 
viduale umana, e intorno all'anima degli astri e del cielo ; os- 
serverò solo che il pensiero dei filosofi più grandi, come Platone 
ed Aristotele, non si svolse d*un tratto, né i loro sistfcmi bal- 
zarono fuori dalla loro mente in un tratto compiuti e perfezionati, 
come Minerva armata dal cervello di Giove, e per Aristotele 
poi bisogna tener conto di tutte le peripezie, cui andarono sog- 
gette le opere sue, e dei varii casi delle sua scuola. 

NeìVEthica Nicomachea (IX, 9, p. 397-98, ed. Oxon.) la vita 
non viene estesa alle piante, ma solo attribuita agli animali 
per la facoltà del sentire, agli uomini per quella del sentire e 
dell'intendere. E s'intende facilmente la causa di questa esclu- 
sione; alle piante non si può attribuire alcun'azione e quindi 
alcun fine (lib. I, cap. i); e di qui si deduce una tra le altre 
prove che Antioco, od almeno Cicerone, non usò direttamente 
e forse non conobbe neppure quest'opera, una delle più perfette 
d'Aristotele. Ma solo neìVEthicaj per quanto io abbia ricercato, 
si trova una tale esclusione ; poiché nell'Organo {Toptcorum^ 
lib. VI, cap. IO, § 4) a proposito della definizione kqO* ójiujvu- 
|i(av, riprendendo quella della vita data da Dionisio : K(vr)at^ 
T^vou^ ^pCTiToO aù)yiq)UT0^ TrapaKoXouOoikra, osserva che essa é 
diversa negli animali, diversa nelle piante ; ammette quindi 
anche nelle piante una vita. Anche il concetto intorno al fine 
sembra qui discordare da quello dùWEthica Nicomachea^ poiché 
discorrendovi dell'omissione di ciò, a cui si riferisce l'oggetto 
definito {ibid.j e. 8, § 2-3), esamina la definizione del fine : 
Té\o^ èv éKàanu TÒ péXTiaiov f\ ou x^piv i&Kka. Bisogna dire, 
osserva, in che consiste l'ottimo, o l'estremo, l'ultimo, quale 
il desiderio, l'appetito non di ciò che é dolce, ma del piacere, 
poiché a cagion di questo scegliamo ciò che è dolce. E poi 
esamina se il fine sia la féve(S\<; o la èvépT€ia, e conclude che» 
siccome i più vogliono piuttosto godere, che cessare di godere, 
cosi sarà fine piuttosto l'essere nato che il nascere, l'operare 
che l'aver operato. E qui se nella interpunzione del testo. 



— 286- 

abbastanza dubbio, non ho preso abbaglio (i), parmi di avcn'i 
ravvisato i tre momenti del fine ultimo, primo il piacere che 
serve di impulso al secondo fine, la Y^vecTiq, ed ultimo l'atti- 
vità, cioè l'esercizio della suprema facoltà umana, resecuzione 
di ciò che l'anima pensa e vuole, èvépT€ia. E però da questi 
due luoghi sulla vita e sul sommo bene io trarrei la conse- 
guenza che Aristotele deve averne trattato in qualche opera 
speciale, che noi ora più non possediamo. NcìYEtkica Ah'coma- 
chea ricorda, oltre i libri essoterici (I, 13, p. 44) a proposito 
dell'anima, di avere trattato èv TOi^ èTKUKXioK 0» 5» pag. n) 
sufficientemente, kavuj^, intorno al sommo bene ed alla felicità, 
che i più inetti fanno consistere nel piacere ; altri e sono i 
politici o gli ambiziosi, nell'onore; altri finalmente nella cogni- 
zione e contemplazione, nella scienza e virtù vera. Quindi in tale 
opera si distinguerebbero ire generi di vita : quella più bassa 
e volgare intenta ai piaceri; la vita civile, ttcXitikò^ Pto^, e la 
contemplativa. Or bene se nel proemio del Sallustiano Bellum 
Catilin. sono svolti più nel senso della Politica^ I, 3, che del- 
VElhtca, i due primi generi, Cicerone seguendo YEthica, o meglio 
i libri essoterici accennati sopra, li svolge tutti e tre, se^ 
condo gli Stoici nel De Offìciis, I, 4, 11-14; 5, 15-17, e secondo 



(1) Alcuni ne fanno due luoghi distinti, segnati coi numeri 17 e 18; 
ma a me pare, che, anche separandoli^ l'uno sia collegato coiraltro in 
modo da farne un concetto solo. E se non unito strettamente con qaeato 
del fine, ha pure con esso una certa relazione il passo che segue riguar- 
dante la volontà: poùXriOK; ópe^K; à^aBoO, e il desiderio, èmOuiiCa òp€Ei( 
i^b^uj(; (ibld.y § 6). Osserverò ancora che qui Aristotele non risparmia 
Platone per la denominazione deirocchio, e per altri nomi strani, YI^ 
2, 5; per la definizione deir auima^ iò aCiTÒ éauTÒ kivoOv, t&td., 3, 2; 
del termine 9opd, IV, 2, 7; delKanimale, evi^TÒv 2ipov, ihid.y VI, 10, 2: 
osservazioni per lo più fatte sul Timeo e sul Fedro. E si fanno par cri- 
tiche a Senocrate per la definizione di eùbaiuuiv secondo l'etimologia, 
Toptc, II, 6, 2; della prudenza, (ppóvriai^, ibid,^ VI, 3, 4; della vita beata, 
TÒv €Ùòa{)Liova Piov identica alla vita buona, airoubaiÓTaTOv, VII, 1, 4-5. 
Per tutto rOrgano, oltre Tediz. del Tauchnitz, Lipsiae, 1831-69, usata anche 
per le altre opere, mi valgo di quella del Paci, IuL PaciuSy coirinter- 
pretazioue latina e con note marginali, Francofurti, 1597, e consulto pure 
la sola interpretazione latina di parecchi e specialmente di G. Frano. 
BuRANA, veronese, Venetiis, ex off. Gasp. Sindoni, 1576. Per VEi, Ni^ 
comachea già ricordai Tediz. Oxon. che al testo greco unisce pure Tin- 
terpret azione latina con note critiche ed esegetiche. 



- 287 - 

Antioco nel De Finibus, V, e. 7-8, § 17-23; ibìd., 15, 41-43; 
-20, 55-57; 23, Ó5-67. Riparleremo più sotto di questo scritto 
Aristotelico perduto, che alcuni annoverano tra i libri essoterici, 
éTKUKXia |Lia6ii)yiaTa, Diog. Laerzio, V. 31; altri lo credono una 
raccolta di massime morali di altro argomento in versi ; altri 
finalmente uno o più libri di materia enciclopedica. Il Rose 
(fr. 209-245), recando frammenti dell'opera 7TpopXri|LiaTa q)u(yiKà, 
che era di 70 libri, ne accenna una raccolta minore in 38 libri 
col titolo TTpopXriiuiaTa èTKUKXia ^= q)U(JiKd, di cui si servono Plu- 
tarco, Gellio e Galeno. Ma Gellio (iV..4., XX, 3, 4) dà per titolo 
irpop. èTKÙK. senza l'aggiunta q)U(TiKd, onde si può congetturare 
che TTpopX. èTKUK. sia termine generico d'un*opera divisa in più 
parti, e di più libri ciascuna. E forse allude a tali questioni 
enciclopediche Cicerone (De FÌ7iibus, IV, 5, 13; V, 4, 9: Aratura 
sic ab iis investigata est, etc, — attulerunt); ma se ad esse qui 
si allude, il cenno è fatto in forma cosi vaga e indeterminata 
da doversene assolutamente escludere Tuso diretto. Nel V, 4, io, 
apertamente M. Tullio ricorda l'opera d* Aristotele intorno agli 
animali, e sembra circoscrivendola : Persecutus est animantiiim 
omnium ortiis, victus, fi^uras, che la conosca e quindi ne abbia 
fatto un uso diretto qui ed altrove {De nat. Deor,, II, 47-52 ; 
§ 121-130; Tuscul.y I, 39, 94: Apud Hypanim Jluvium, etc; De 
divin.y l, 38, 81, e sul medesimo argomento, Tuscul.^ I, 33, 80), 
Ma questi due ultimi luoghi hanno piuttosto somiglianza coi 
Problemi, XXX, § 1, o meglio colfop. cit. nepi xfig kqG* (iirvov 
^aVTiKTÌ^, e. 2. Gli altri luoghi, se derivano daìYHìstoria anima- 
liuniy V, 15; 19; Vili, 12; IX, 10 e 37, ed anche e. 5-6 ; IV, i; V, 
35, e 19, come vuole il Baumhauer (p. 196-199 nelle note), ciò 
non ostante bisogna ricercare se l'uso fattone sia diretto o in- 
diretto. E già osservarono i critici moderni, che l'esempio della 
pinna {pina, squilla o nicchio) recato pure nel De finibics, III, 
19; 63, fu introdotto nelle scuole pel primo da Crisippo (V. il 
comm. l. e. De finibus), onde ammesso pure come primo autore 
Aristotele, l'uso ne è fatto indirettamente, cioè per mezzo d'una 
fonte Stoica, da cui deriva pure il passo delle Tusculane, I, 39, 
94, che il Wyttenbach ad Plutarchum, III, C, riferisce a Cran- 
tore. Il Thiaucourt op. cit., cap. IV, p. 114-115, n., suppone 
qual fonte dei luoghi segnati De nat, Deor,, II, e. 48-52, l'o- 
pera di Posidonio, che M. Tullio imitava. Confermando questa 
opinione aggiungerò coi critici moderni (V. l'Hirzel, I, p. 191; 
II, p. 500-502; Exc, III, p. 772 e segg. Zcller, loc. sopra cit.; 



- 288 — 

Berlin, Phil. Wochenschrijt, 20 ottobre, 1888), che quasi sempre, 
quando si trovano passi di Crisippo recati con o senza indica* 
zione del nome di lui, conviene riconoscervi una fonte poste- 
riore, e per lo più Posidonio. Eppure il modo, con cui M. Tullio 
incomincia, De nat. Deor., II, 47, 120: Principio eorum^ quac 
gignuntur e terra, stirpes et stabilitatem dani iis^ quae sustinent^ 
et ex terra succum trahunt, quo alantur ea, quae radicibus con- 
tinentur, etc, — ; e nel periodo seguente : lam vites sic claviculis 
adminicula, etc, — ; e continua nel § 121 : Animatum quanta va- 
rietas, etc; questo modo e procedimento secondo il principio 
Aristotelico, sovra enunciato, della vita vegetale, animale ed 
umana (nutritiva, sensitiva e razionale) dovrebbe dimostrare una 
fonte Peripatetica piuttosto che Stoica ; ricorre infatti lo stesso 
esempio della vite e delle piante, che troviamo nel De finibus^ 
V, 9, 26; II, 33; 14, 39, ove nel comm. citiamo pure Cato Maior, 
e. XV, § 52: Vitis quidem, quae natura caduca est, et, nisi /ulta 
est, etc. Ammessa pure la fonte Stoica, certo qui si tratta del prin- 
cipio Aristotelico, già di sopra accennato, intorno alla vita uni- 
versale, di quella natura cioè che è fornita d'organi e, mani- 
festando la sua vita primieramente colla sola forza nutritiva, si 
svolge progressivamente fino alla sua completa perfezione, che 
è nell'uomo sapientissimo (i). 

Pare quindi indubitabile essere prima fonte quella d'Aristo- 
tele, poi la Stoica; come s'è detto, Aristotele nell'opera men- 
zionata là èTKÙKXia(I, 5), può averne trattato. In conformità di 
questo principio deve pure avere assegnato agli esseri viventi 
d*ogni classe una ragione telica, la quale pur mirando alla 
propagazione ed al mantenimento d'ogni specie subordina la 
vita degli esseri inferiori a quella dei superiori, che sono 
più vicini al divino, al perfetto. De anima, II, 4, 3 : f| f^P 
9p€7TTiKf| \\fvxi\ kqI toT^ fiXXoi^ ÓTTdpX€i, Kol iip[bv[\ kqI koi- 
voTaTTi òuvajii^ ècJTi ipuxfl^? ^^^' ^v ùndpxei tò lf\y finooi " 
f\^ èaiiv ?pTa Tcvvfiaai kqI tpocpQ Xf)r]aaaQa\' q)uaiKdiTaTOV 
ràp Tujv èv ToTg Idjaw fpTwv, ScTa téXeia kqì |uif| laipuiMoro, 
f| Tf|v Tév€(Jiv aÙTÓiaaTOv ?X€i tò noifiaai ?T€pov olov oòtò, 



(1) Riguardo alla fonte Anstotelìca non dimentichiamo gli scritti es- 
soterici ricordati sopra, parte II, i dialoghi TTcpl (pìXoaotpia^ e VEudemo, 
— Qui però trattasi d«lla triplice vita e della ragione teHca della TÌta 
più pet fetta. 



- 289- 

Zipov ^èv Zijpov, q)UTÒv bè qpuTÒv, iva toO àe\ Kaì toO Geiou 
|Li€T^XWi<y»v, fa òùvaviai • Travia ròp èKcivou òpéTCìai, KàKcivou 
Sv€Ka TTpdTT€i ScJa Kaià qpùaiv irpaiTei. Questo luogo, se da 
un lato dimostra il Panteismo antico, a cui nemmeno lo Sta- 
g^irita potè sottrarsi (i), dall'altro è così importante a stabilire 
il concetto dell'ordine universale della natura organica e della 
corrispondente ragione telica, che, se il Madvig e lo Hirzel vi 
avessero meglio badato, avrebbero scorto già dallo Stagirita 
abbozzato quel concetto, che attribuirono agli Stoici soltanto 
ed ai Peripatetici posteriori, l' opinione d'Antioco dei primi 
principii secondo natura. Il Madvig accenna il concetto me- 
tafìsico della natura e della vita, ma si contenta per quello 
di rimandarci alla definizione degli Stoici del lib. II De nat. 
Deor.y § 75, e 73-88 (V. il comm. De fitiibiis, V, 11, 33; 13-14, 
37-39), e riguardo alla vita non esce dal concetto telico della vita 
ncìV E thica Nicomachea; quindi sentimento e ragione ; animale e 
uomo; piaceri sensuali, commodi della vita, salute, ricchezze, 
onori, ecc., e virtù. La vita, o natura, perfetta, spiegata se- 
condo il concetto d'Antioco {De Jì ni bus, V, 9-13, 26-38) con- 
sisterebbe nella virtù, perfezione dell'anima e compimento della 
ragione, e nell'uso non impedito delle cose che sono secondo 
natura V. De finibus^ li, § 38: totius perfectione vilae locuple- 
tatam, ove si confronta il pensiero degli Stoici rigorosi con 
quello di Antioco, espresso nel li, IV e massime nel V libro. Il 
Madvig riferisce la sentenza d'Aristotele, Eth, Nicom., I, 7, 14 
e 15: ipuxn^ èvépT€ia Kai dperfiv èv piiu leXeiip; e presso Diog. 
Laerzio, V, § 30: XPn<J^? àpeinq év pltu reXeiiu; e presso Stobeo, 
EcL Eth., p. 68 e 70: XPH^»? ópeifi^ leXeiaq év 7TpoT]T0U|Li€Voig, 
— ed : èvépY€ia Kai* àpeifiv reXeiav èv pitu TcXeiiji irporiTOu- 
Mévn, — , e: XQf\a\q àpein^ leXeia? èv piip reXeiqj TrponTo^l^è- 
vn?; p. 276, e 278 : XPn<^»? <ip€Tfì? TeXeia? èv piuj xeXeiiji irpori- 
Tou^iévii, f\ l\Dr\<; reXeiag èvèpreia Kai dpeiriv. In quasi tutte 
queste definizioni della vita perfettamente beata al concetto della 
virtù si aggiunge quello dei beni, detti esterni o secondarii : 



(1) Questo errore, così ben rilevato dal Galluppi uelPopera pid volte 
citata, è, per ciò che riguarda la Metafìsica, ammesso anche dal Sottini, 
che lo fa derivare dalPavere scambiato i concetti astratti della mente 
colle realità conerete : V. Aristotile e il metodo scientifico dell'anti- 
chità greca^ Pisa, 1873, parte terza, p. 281 sgg. 

Tdvitia di filolosia ecc , XX. 19 



~ 290- 

èv TipoìiTOUiLiévoi^, i beni del corpo e eli fortuna già testé indicati, 
salute, integrità delle membra, commodi, ricchezze, onori, ecc. 
quelli insomma che appartengono al senso più che alla ragiona; 
e nell'ultima il concetto generico dell'esercizio, della funzione. 
attività, della vita {lwf]<; èvépreia), e quindi l'applicazione alla vita 
perfetta e indubitabile ; se ne doveva perciò fare maggior conto. 
11 Madvig aggiunge eziandio la durata; Stobeo, p. 72: f| òià- 
OTttCJiq !?[<; xPn^ciug tOùv àTa6a»v, e pare a me che nel passo 
riferito De anima, li, 4, 2, sia espresso tale concetto colle pa- 
role: iva ToO dei — ineT^x^^^iv — ; altro che intervallo, durata 
pili o meno lunga, trattasi della perpetuità, come l'hanno gli 
Dei. — La distinzione dei beni del corpo ed esterni e ancora 
pfù chiaramente fatta presso Stobeo, p. 268: kqt' àp€Tf|V Z,r\y èv 
ToTq 7T€pi aui|Lia Kai xoTq KoiGev àroBoi^ f| Tróiaiv f| toT^ ttXcI- 
OTOi^ kqI KupiuJTdToi^ — ; e senz'impedimento, p. 278 : xP^^iv 
(ipeifì^ èv ToT^ Katà qpùaiv dveiHTróòiOTOV. La qual teoria è con- 
forme a quella esposta da Aristotele medesimo nell'E/A. JVicom., 
I, 8, in principio, ove divide i beni in tre specie: kqI tujv ^èv 
ÌKTÒq X€YO|Li€VU)v, Tiliv òè Ttepi vpuxnv Kai (Jai|Lia, e quelli dell'anima 
dice principalissimi e i più degni e pregevoli beni, ponendo 
neirazione e nell'esercizio, attività, il fine ; perciocché dividendo 
la vita pure in tre specie, I, 5, 2: pioq àTToXauOxiKÒ^, iToXiriKÒg, 
e 9€U)priTiKÓ(; nvcce di àTToXauOiiKÓ^ anche fiboviKÓ^ e invece 
di TToXiTiKÓ^ anche irpaKiiKÓ^), respinge la prima come indegna 
dell'uomo, e preferirebbe la contemplativa, ma pura é impos- 
sibile alla natura umana, onde fa consistere nella pratica, o 
nella composta della pratica e contemplativa, il sommo della 
felicità (V. nel comm. V, 4, 11: vitae dcgendae ratio, i luoghi e 
gli autori ivi citati, ai quali aggiungansi Diog. Laerzio, V, 31: 

plU)V T€ ipiUJV ÒVTUJV, 6€UjpriTlKO0, TipaKTlKoO, f|ÒOVlKO0, XÒV 

OeujpriTiKÒv Trpo€KpiV€ ; e Stobeo, Ed. EtJi., p. 312). Racco- 
gliamo da questo discorso: I. Base e fondamento della dottrina 
lelica sono i concetti di natura e di vita. II. Dal primo prin- 
cipio della vita, che si manifesta nei vegetali, all'ultimo del- 
l'anima razionale, o intellettiva, vi si trova uno svolgimento 
ordinato e progressivo in modo, che il grado superiore è fon- 
dato nell'inferiore. 111. Nel progresso consiste la perfezione 
dell'essere e la felicità della vita. IV. Nell'uomo, essere com- 
posto, il sommo bene non può essere semplice, non risiedere 
solo nella sua facoltà superiore, ma composto secondo la sua 
naturo, e consistere specialmente nella vita pratica. V. Secondo 



• 291 - 

la stessa natura umana e conforme al suo principio etico del 
merito e demerito il sommo bene consiste specialmente nella 
virtù e nei beni sccondarii che ad essa conducono, od almeno 
non le sono d'impedimento. K singolare la divisione per tre, 
che si riscontra nella vita : delle piante, dei bruti e dell'uomo ; 
nutritiva, sensitiva e intellettiva; e lasciando la prima, nelTuòmo 
ancora tre : il pio^ edonico od apolaustico, politico o pratico, 
e il teoretico ; quindi i tre beni secondo le tre facoltà dell'a- 
nima, ecc. 

Il sentimento di natura è da Cicerone riprodotto nel lib; IV 
e V De finibus nel senso Aristotelico, come s'è spiegato, mentre 
nel senso Stoico è rappresentato nel lib. II De nat. Deor., 30, 
75: secunda (ratio) ea est. quae docet omnia res subtectas esse 
naturae sentienU\ ab eaque omnia piilcherrime gerì; quo constituto 
sequitur ab animantibus principiis ea esse generata, — Animantibus 
principiis: OTrep^aTiKoTq XÓYOi^: quelli coi quali sono generate 
tutte le cose; vi si contiene il concetto panteistico, Pitagorico 
e Platonico, dell'anima del mondo, dagli Stoici modificato nel 
senso della ragione seminale del mondo che e Dio, il quale 
contiene in se tutte le ragioni seminali, che si sviluppano nel 
mondo e col mondo medesimo, e dalla unità primitiva passano 
alla diversità; e però gli Stoici solevano anche chiamar Dio 
Yuno molteplice. Il Picchiotti (del quale mi servo, v.i Prolego- 
meni ai Ricordi dellimper. Marc Aurelio^ volgarizzamento con 
noie di Luigi Ornato, terminato e pubblicato da lui, Torino, 
1853, p. 49-50): reca la spiegazione del XÓTO^ (JTT€p)Li(iTiKÓq data 
da Cleante presso Stobeo, EcL Eth.y p. 372: "QcJTrep fàp évóg 
Tivo^ là [xépr] TrdvTQ cpùeiai €k (TTTepiiidTujv èv toT(S KaGriKOucTi 
Xpóvoiq, ouTUj Kttl ToO 6X0U xà iLieprit <iv Kai rà Cdja Kal rà 
q)UTà òvia ruTXavei, èv toTq KaGriKoum xpóvoi^ (pùerai. Kal 
aiairep rivèq Xóroi tujv iiiepiùv ei^ anép^a auvióvre? laiTvuvTai 
Kal aOGi^ òiaKpivovxai, -fivoiLiévuiv tuliv iLiepujv, ofiiui^ èH évó^ t€ 
Travia TiveaGai óbili Kal aujLiqpujvui^ òieHioùcJri^ rfiq irepióbou. 
Quando Cicerone dice che tutte le cose sono soggette alla na- 
tura sensitiva (De nat, Deor., l. e; De finibus, V, 11, 33) in- 
tende non la parte puramente senziente, perchè gli Stoici 
nella loro tendenza a ridurre tutto all'unità derivavano da una 
sola forza tutti i fenomeni psichici, ed ammettevano tale forza 
dominante e sovrana (fiYC^oviKÓv) che doveva considerarsi come 
sorgente di tutte le facoltà dell'anima (Picchioni, p. 62-65). Gli 
Stoici combattevano tanto Platone quanto Aristotele, non am- 



K. Lui^i ,. 



- 292 - 

meltendo essi tra il principio razionale e l'irrazionale quell'op- 
posizione così decisiva, come l'avevano ammessa quei due 
sommi. Panteisti assai più che Aristotele e Platone, essi cre- 
devano che tutte le diverse specie di esseri nel mondo non 
sono altro che gradì diversi di sviluppo di una medesima forza 
razionale. Quindi Cicerone, spie^jaiido più oltre Toriginc di tutta 
la natura organica dal seme, mette insieme la produzione dei ve- 
getali come della vite e dell'albero colla generazione degli ani- 
mali, ponendo sopra di essi il mondo, che gli Stoici tenevano per 
animale {De nal. Deor., Il, 52-34, 81-85-87). Ora quest'idea del 
mondo, che ha anima e mente, espressa qui da Cicerone, e da 
Plinio, A-at. IJisi., 11, 12 sgg., che l'applica specialmente al sole, 
f|Y€|LioviKÒv ToO KÓcJjLiou, professata da Posidonio (Diog. Laerzio, 
VII, 139) riguardo al cielo e da Crisippo, Cleante l'avrebbe, 
come Plinio, riferita al sole, mentre lo Hirzel farebbe Posidonio 
autore dell'estratto di Plinio (li, p. 138-139, n. i). Una più 
grave questione tratta THirzel nell'/s.rc, III, che farebbe Posi- 
donio accostarsi alle idee di Platone, e d'Aristotele almeno in 
parte, circa la sede dell' f|Te^oviKÓv, o del XoTicTjió^, nel capo 
e non già nel cuore, siccome pensavano gli Stoici predecessori; 
onde si trarrebbe di qui un'altra prova del suo Eclettismo. 
Riassumere tutto il ragionamento condotto con grande dottrina 
e acutezza qui sarebbe troppo lungo (sono più di 16 pagine, 
II, 2, 772-789) e forse alieno dal nostro tema, e solo aggiun- 
gerò che le citazioni del Timeo, p. 71, A-B, simili a un passo 
di Galeno, V, 5, p. 473, in cui si riferiscono parole di Posi- 
donio, mi confermano di nuovo nell'opinione del commento di 
Posidonio al Timeo, da cui derivano le parole simili, notate 
dall'Hirzel, che ne trae motivo di rettificare una lezione, p. 785, 
n. I . Se poi la sentenza, che occorre pure in M. Tullio, Tu' 
sculane, I, 29, 70, circa la sede nel capo della mente, sia degli 
Stoici posteriori in generale, come vuole lo Heine seguito dal 
prof. Gnesotto, o non piuttosto di Posidonio o d'altro lontano 
seguace di Cleante (V. l'IIirzel, p. 772-773, e n. i), io lascio agli 
storici della filosofia il decidere. Ma a proposito di Plinio ci- 
tato in questa e nella precedente questione intorno al sole, 
mundi toiius animam ac planius mentem, tornerò su luoghi già 
accennati, in cui M. Tullio s'incontra con lui, e di cui il Baum- 
hauer crede Aristotele essere la fonte o l'autore primo : De 
nat, Deor., II, 49, 124: Legi eliam scriptum, esse avem quandam, 
quae plaLilea nominar eiur ; eam sibi cibum quaerere advolantem 



- 293 - 

ad eas aves^ guae se in mari mergerent ; quae cum emersissent 
piscemque ceptssent, usque eo premere earum capita mordicus^ 
dum illae captum amitterent, in quod ipsa invaderei. Plinio, A'. 
//«/., X, 40 (56), 115, invece di plalalea dice platea^ ma segui- 
tiamo con Cicerone : Eademque haec avis scribitur conchis se 
solere compiere^ easque cum stomachi calore concoxerit^ evomere 
atque ita eligere ex iisj quae sunt esculenta. Qui abbiamo due 
fatti, mentre Aristotele, Anim. Ilist.y IX, 11 {al. io), sorvola 
sul primo fatto, collegandolo in modo col secondo da farne 
quasi uno solo: 01 bè TieXeKave^ oi èv toT^ iroTaiioi? Y^TVÓ^evoi 
KataTTivcuai làq \xe^à\a<; kótxo^ ^ai Xeia^* óiav ò' èv xili irpò 
TT^^ KoiXia^ TÓTTiji TTeiptucTiv, éH€|LioO(Jiv, iva xaOKOvawv m Kpéa 
èEaipouvT€^ è(J0(ujai. Non occorre spendere molte parole e basta 
il semplice confronto dei due luoghi per concludere che M. Tullio 
non ebbe innanzi a se Aristotele. Più singolare e la rassomi- 
glianza di Plinio con M. Tullio perfino nelle parole : Platea 
nominatur, advolans ad eas (aves), quae se in mari mergunt, et 
capita illarum morsu corripiens, donec capluram extorqueat. Ea- 
dem cum devoratis se implevit conchis, calore ventris coctas evo- 
mit^ atque ita ex iis esculenta Icgit, testas excernens. La rasso- 
miglianza della, frase latina : nominatur advolans — se in mari 
mergunt —' devoratis se implevit conchis — calore ventris (sto- 
machi) coctas evomit — atque ita ex iis esculenta legity e la 
differenza del nome già notata e la finale: testas excernens, mi 
dimostrano che Plinio e M. Tullio si servirono d*un autore 
latino, che tradusse il passo dal greco, e se pare che questo 
autore sia Varrone, citato da Plinio un po' prima, al § no 
{De re rustica, IH, 7, io), pure inclino più per L. Elio Stilone 
maestro di Varrone e lodato da Plinio e da M. Tullio. Il cenno 
che segue intorno alle rane marine, che si legge pure in Plinio, 
IX, 42, 143, presenta differenze nella forma e alcuna aggiunta 
di particolari in modo che non si può ammettere una fonte co- 
mune; Plinio s'accosta più ad Aristotele, Anim. Hist., IX, 25 
(37), citato nel libro quattro volte, § 16; 76; 78 e 79, dicendo 
Aristotele : '0 fiièv ...póipaxo^ (dXieùq KaXoùinevoq) ToTq npò tujv 
òq)eaX|Lid)V àTTOKp€|Lia|Li€voi?, Obv tò ^èv [xf]KÓq ÌOtx xpix^òe?, 
in fiKpou òè (JTpoTTuXov, uj(JTT€p 7TpoaK€Ì^evov éKaiéptu òeXéaiog 
XÓpiv Sxav ouv èv toT(; à\x\ni)b^a\v fj GoXuùòeaiv àvarapaSa^ 
Kpuipi] éauTÒv, èiraipei rà rpixiLòn *, k. t. X. E Plinio : {Rana), 
quae in mari piscalrix vocatur, eminentia sub oculis cornicula^ 
turbato limo, exserit, etc; e questa circostanza manca affatto in 



- 204 - 

Cicerone. Che più ? Ciò che nana appresso intorno alle gru 
M. Tullio, citando Aristotele in modo che al Baumhauer, se- 
guace dello Stahr, pareva indubitabile l'uso diretto neWAnìm. 
Hisloria in tutti questi luoghi finora discussi, non si trova in 
alcuno degli scritti rimastici, e il Rose nei Fragm. riferisce 
questo luogo medesimo, § 124: Illud vero ab Aristotele '--' con- 
servatur all'opera perduta : Ttepì òpviOuiV, fr. 342, una parte delle 
ZujiKà. Il Baumhauer ci rimanda alla Anim. Hist., Vili, 12 (14. 
4), ove si discorre bensì della migrazione delle gru, ma non 
nel modo descritto da M. Tullio, il testo del quale piuttosto si 
ravvicina al greco di Plutarco, De soli, anim., e. io, p. 967, a 
cui pure si appiccica il cenno sulla pina — o pinna, squilla, già 
sopra toccato, e nel De fin., Ili, 19, 63, e Taltro sulle rane ma- 
rine. Senza dilungarmi più oltre su quest'argomento della fonte 
circa le notizie forniteci da M. Tullio intorno alle meraviglie 
degli animali, parmi di poter concludere con una certa sicu- 
rezza che vi si debba ravvisare l'uso indiretto d*un'opera esso- 
terica d'Atistotelc intorno agli animali TTepi Ziuujv, tramandata 
per mezzo d'alcuno de' suoi discepoli, come sopra già si disse 
e come accenna pure il Rose, Fra^., 362, p. 351 e segg., e che 
la fonte diretta usata da M. Tullio sia lo scritto, o un sunto, 
d'un filosofo Stoico, di cui espose la dottrina nel III De fintb.^ 
e nel II De nat. Deorum. Di esso potrebbero essersi valsi Stilone 
e Varrone; questi, secondo lo Hirzel (1, p. 138-139, n. i) nella 
grammatica almeno seguace di Cleante, avrebbe espresso il pen- 
siero degli Stoici ; e per certo nei libri De lingua latina ed in 
altri lavori suoi grammaticali non potè far a meno di seguire 
le dottrine degli Stoici, i quali non poco si occuparono di tali 
studi, onde i grammatici latini, massime in principio, non pote- 
rono non seguirli (Quintiliano, I, 4, 19 ; di Cratete Di Mallo, 
introduttore degli studi grammaticali in Roma, Svetonio, De 
grawm., 2, 11 ; Setti, Disegno storico della letteratura greca^ 
Firenze, Sansoni, pag. 240; Ramorino, La letteratura romana^ 
lloepli, p. 44; Romizi, Compendio storico della letter. latina^ 
terza ediz., Bocca, p. 335; della severità di Cratete, percussore 
del pedagogo d'un fanciullo ignorante, Quintiliano, I, 9, 5 ; 
Plinio però accenna polemiche grammaticali degli Stoici ed 
Epicurei contro i suoi Libellos de grammatica, praef., § 28). 

Dimostrato l'uso indiretto di queste ed altre opere Aristote- 
liche non ne segue punto che Cicerone le ignorasse affatto, e 
non ne avesse neppure una cognizione letteraria, più o meno 



- 295 — 

estesa. Fin dove si estendesse la cognizione delle opere Ari- 
stoteliche in M. Tullio, noi qui né possiamo dirlo, nò cre- 
diamo opportuno trattarne. Sappiamo che egli aveva una ricca 
biblioteca e diede a Tirannione l'incarico di riordinarla; e 
quando costui vi attendeva, egli ne scriveva ad Attico, IV, 
4, bj 7 : offendes designationem Tyrannionis inirijicam in libro- 
rum meorum bibliotheca^ quorum reliquiae multo meliores sufit 
quam putaram. Parrebbe da questo luogo che il sommo ora- 
tore non conoscesse appieno i libri che possedeva, e non 
fossero tutti delle opere complete, ma spezzature (reliquiae). 
Ordinata la biblioteca, scriveva di nuovo ad Attico, IV, 8, a, 2: 
Postea vero quam Tyrannio mihi libros disposuit, mens addita 
videtur meis aedibus. Se prima la sua casa era quasi senza 
mente, e se egli non conosceva il pregio delle sue reliquie li- 
brarie, non dobbiamo punto meravigliarci, che si servisse di 
sunti più che delle opere complete, e di queste ne avesse ap- 
pena una cognizione letteraria, o bibliografica. Quindi, per non 
abbandonare questa parte, io credo benissimo col Madvig e 
con altri che M. Tullio alludesse (De Jinibus, IV, 5, 13: De 
omnium animantium genere, ortu, membris, aetatibus; V, 4, io: 
Persecutus est Aristoteles) agli scritti Aristotelici: TTep'i 2!ibu)V 
Mopiwv, — T€véaeu)(S, — Kivrjaeuq, e air opera di Teofrasto 
TTepl q)UTUJV, ed ammetto pure che ne avesse una sufficiente 
cognizione storica, ovvero notizia letteraria, ma non già l'uso 
diretto. Perciocché i due luoghi, citati dal Baumhauer, De nat. 
Deor.^ II. 54, 134, sulla costituzione e suirutìicio de' denti, e 
ibid., 55, 136-137-138, intorno ai polmoni ed agli intestini, se 
in qualche frase possono incontrarsi cogli analoghi luoghi se- 
gnati TTepl Zibujv inopiujv, III, e. 1 e e. 7, non possono tuttavia 
derivare direttamente dallo Stagirita, che abbraccia una serie 
più lunga di concetti, subordinati a diverse categorie, per cui 
siamo costretti a concludere che il sommo oratore si valeva 
di uno scritto, nel quale era riprodotto il concetto Aristotelico 
in forma più compendiosa del testo originale, e variante in 
qualche punto e con un ordine diverso (i). E sappiamo che la 



(l) Cobi Aristotele tratta dd polmone nel e. 6, del fegato, del cuore, 
della milza, delle vene^ ecc. nel e. 7, deirintestino e del ventre nel e. 14, 
e distesamente ; le altre parti del corpo funzioni da quella dei denti in 
giù occupano tutto il libro terzo, che Cicerone compendia in due capi. 



fonte del li libro l)c nat. Deor, è Stoica, qualunque ne sia 
lautore, f^anezio. o nnctilio Posidojiio, od anche Diodoio (V. 
Appunti), che si sarebbe servilo d'Aristotele e di Platone nel 
Timeo circa la struttura del corpo umano. 

Riferisce Plutarco le sentenze di Platone e di Empedocle, 
d'Aristotele, dey^li Stoici ed Epicurei intorno alla natura delle 
piante, come crescano e se siano animate (/)e Placitis Pktlos.^ 
\\ 2^). K mentre Platone ed Empedocle, secondo lui, avreb- 
bero detto che le piante sono animate ed animali (£|ii|iuxa Kol 
Z[iua), Aristotele animate si, ma non animali, perciocché gli 
animali sono forniti di appetito, di senso e di ragione, non 
cos'i le piante. Gli Stoici invece e gli Epicurei non le avreb- 
bero fatte animate, perchè degli animali alcuni sono partecipi 
di anima appetente e concupiscente, i|iuxn^ ópjiTiTiKfj^ Kai èrnSu- 
lnrjTiKn^, altri eziandio di anima razionale, in vece là òè q>UTà 
aÙTOjLidTUJ^ TTUjq T€T€vfia6ai, où olà ipuxnq. L'effetto del ridurre 
in troppo breve compendio i pensieri altrui è qui evidentissimo; 
gli Stoici sono accomunati cogli Epicurei; Aristotele farebbe 
addirittura le piante animale, ma tuttavia non ancora animali; 
volle insomma l'cpitomatore esprimere il concetto Aristotelico 
della vita nutritiva, propria delle piante e comune ad un tempo 
cogli animali, causata dall'anima, forza nutriente nelle piante ed 
anche senziente negli animali. Ma il passo di Plutarco, se al- 
quanto inesatto nella frase, giova pur tuttavia a farci comprciv— 
dere la ragione, per cui M. Tullio, o meglio Antioco, nelX^ 
teoria dei fini partiva dai vegetali, abbracciando tutta quant:::- 
la natura organica, distribuita ne' suoi tre gradi, vegetali, an ' 
mali bruti, animali ragionevoli, e ponendo per base della teor 
del fine la conservazione di ogni essere nello stato convenien" 
alla sua propria natura {De Jìnihiis, V, 9, 26). K perciò la vit 
in ciuanto è vite, cioè piama, ha per line la esistenza vegetale, 
vivere e crescere secondo la natura vegetativa, e a ciò mira Y 
iì;^ricolarum ; ma se alla vite si aggiungesse il senso in mod 
che ella avesse la facoltà delTappetire e il moto, non si conte 
icrebbe più del Hne, qucm cullor aiiis habehat, sed volet secuT^ 
diim e.wt naliiram, qii.w posici ei cidiitncta crit, vivere. Ita simile 
erit ei finis boni, atqiic cinica J'uerat, ncque idem tamen: n 
enim iani slirpis bomim quacrcl, sed juimalis. Quid, st non sensi 
modo ei dalus sii, veruni elijim animus Iiominis? Quindi un ter; 
line si aggiungerebbe conforme alla natura umana {tbid,, e. i 
J5 39-40). Ecco il principio fondamentale della dottrina dei fi 





■_•! 



- 297 - 

derivato non dalle opinioni degli Stoici, ma da quelle d'Ari- 
stotele, sebbene questi non abbia ancora formulato nella sua 
integrità il concetto dei primi principii secondo natura, desiderta 
naturae, non circoscritto solo ad una parte o a due, ma esteso 
a tutte e tre le parti dell'anima, e le specie della vita, li, 33-34. 
Gli Stoici invece partendo dal concetto della natura senziente, 
a cui tutte le altre cose sono soggette, De nat. Deor., II, 30, 
75, dovevano dare una diversa definizione dei primi principii: 
Tà TTpiJJTa Kaià q>vO\y ; ma prima di procedere oltre, mi con- 
viene far notare nel sistema di Antioco un punto, poco osser- 
vato fin qui, riguardante la coscienza prima confusa ed incerta, 
che ha T animale del suo stato, prettamente egoistico, onde 
prima TaiTezione sua, l'amore di sé è inconscio, e per cos'i dire, 
automatico, poi a poco a poco si svolge e la coscienza diventa 
sempre più chiara e perfetta {De finibus, lib. V, e. 9, § 24 ; 
e. 15, § 41-42-43), onde viene l'amore incredibile alla scienza, 
per cui si tollerano fatiche e disagi d*ogni genere, s'intrapren- 
dono viaggi, ecc. {ibid., e. 18-19, § 48-54). Ora a me sembra di 
potere avvicinare queste opinioni alle moderne teorie psicolo- 
giche deir«ncowsc/o, che a mano a mano svolgendosi s'innalza 
al più alto grado doìV assoluto consciente. La vita si manifesta 
prima nelle piante ed è tutta compresa nella natura organica, 
si svolge progressivamente, e dalla institutio confusa et incerta 
ne' primordii della vita sensitiva (§ 24), ovvero dallo stato di 
occultamento (§41) col progredire degli anni gradatamente e 
lentamente si conosce e giunge alla sua piena coscienza, onde si 
svolge la vita intellettuale e scientifica fino al suo più alto punto di 
perfezione. Ripetiamo anche qui ciò che si disse nel commento 
Giostro al De fin.: la teoria psicologica e telica, ora accennata, non 
«, né può essere la teoria moderna della filosofia delVinconscio 
^ello Hartmann (V. Bonatelli, La coscienza e il meccanismo in- 
MeriorCy App., n. 39, p. 279, Padova, 1872); Aristotele, Antioco 
^^3 Cicerone davano tale superiorità all'intelligenza, al vou^, che 
seguitando Anassagora consideravano come cosa divina, da non 
•^confondersi punto coi materialisti, i quali pure allora fiorivano 
^e da Democrito ed Aristippo ad Epicuro, a Lucrezio, a V^elleio, 
■rimoderni, cambiano forma bensì, ma sono sempre gli stessi. 
^Neppure io credo che la teoria di Antioco possa confrontarsi 
"^^on quella del moderno positivismo, com'è seguito dal profes- 
sore R. Ardigò nel suo dotto libro La psicologia come scienza 
positiva, Milano-Mantova, 1870, distruggendo egli le idee di 



— 208 - 

sostan/ii, di csscn/a e di causa, ammesse dagli antichi, Aristo- 
tele, Platone e dai moderni ammiratori Jeila scienza vecchia , 
p. 36-50. e per mezzo delle induzioni fsicO'fi Biologiche assoi' - 
irendo .1./ un idea supcriore alle volgari del corpo e delTanima^ 
che le riassume entrambe in uno schema solo assai piii grandioso 
e vasto: Fidea della realtà psico/isica (p. 2>>2). Altro che la co- 
scienza predicata da ('cicerone, che appunto da essa traeva la più 
bella prova dell'esistenza dell'animai II sommo oratore traen cÌcd 
da sunti derivati in K»ndo dalla vecchia scienza d'Aristotele «^ 
Filatone Tidea di una sostanza (;ij/«7m. genus) diversa da quella 
liei quattro elementi, onde consta tutta la natura inorganici ^ » 
sostanza o natura, a cui si riferiscono gli atti del pensare? ^ 
tiel prevedere, e trt'vare qualche cosa, del ricordare e gli 
fitti deHamore e dell'* «dio. e i desiderii. ecc. (TuscuL, l, t 
J2\ ne dimostrava l'esistenza contro gli avversarli materiali ^ ^' 
i:i questo modo : Licct concurrant omnes plebeii philosophì - 
sic cnim ii. .jui a Platone ci Socrate et ab ea J'amilia disside^^ ^' 
af'pcllandi vidcntur — . non modo nihil unquam tam elegan ^ ^^' 
..xplìcahunt. scd ne hoc .juidcm ipsum quam subtiliter conclusi-^ ^^ 
s;7, intcllegent. Sentii igitur animus se moveri: ^uod cum sen^^ ^' 
.7/;/./ una scntit se vi sua non aliena moveri (TuscuL, I, 2^, 5 ^ >* 
V. quest-^ principio della vecch.a psicologia, rinnovato dal Cc^- "*'' 
lesio. fu seguito da lutti i hlosv-lì spiritualisti e non scctti «i-^ ■*'. 
!ir:^. avTcaJ.cmici, lino al Rosmini, tino al Donatelli, i quali tu. **- 
a!v.mcit jnr.o ur.a S'ìsiar./a. del tutto separata dalla materia 
manifestali: e fep.omeni sempre diversi, anzi opposti a qu^ ** 
pri'venie:tti dalla n"'.»:;rr:a. nò:\ possonit accettare l'idea defc -^ 
yc.ì.'ia ps:\:o'':s!ca, né .Te.'.a ^r:.!. j'.-l* ,</ converte in intelligenza' ^^ 
e si mari ; fé sta ! : e 1 ■...•.■ :'. v. n e r a ! e •; ci la s u a forma più semplt 
^.\rd;i:v'. o]v c:t , p. a^S-. 

l'.ice:o:'.e acce:::'.a pu:e ouestà idea. ::ovelia ai tempi nosti 
j 1,1, t ar.tija pjr li:: ed .i::t;.':io:'e av.-: Aristotele. Egli (De //ni/ 
\. II. i^; .*'.' *:.ì.*. /»t.'»-..ll. ^j. Si-^2. e altrove) mette le di 
;'.K\" co-.'tr.i-.-.s^ in ^'pr osi. i, t^.' t:a loro, ii.hiarandosi pero sempi 
fa Y o re v v^ '. e a q i: e '. '. ' :'. : i* : . e 'i j c! : -^ t ; n *:-.: e n d :» i 'essenza dell' anii 
unìana. --imi'e per '•.■.'.teìiett,» AJl'esseitza divina, da quella d( 
bruti e :a::lo pi;: d.-.^.a :::r..;:-:e:'.te ttatura. dà a quella il predi 
minio ass. luto. O^^**-*- ^«- vie o. "roste Plutarco non solo h 
notaio, come procede:'/.; :::: eia: tL:i":ri .mtich issimi (De* oraci 
Icrum dc/'eciu. \o'.. l\. c.v.v ^^^^ :v.a r.e addito anche la vi 
conciIia:i\a: la p:i:ri,i e !a più .,?.t.c.\ quella dei teologi e poel 





- 299 - 

Princ.y S. X.), Orfeo, Lino. Amfìone, Museo, ecc., che 
no alle sole cause divine dei fenomeni naturali ; la se- 
quella dei fisici, che si attennero soltanto ai corpi ed 
;essità fisica e meccanica o materiale; in fine la terza 
da lui approvata, la quale consiste, per usare vocaboli 
li, nella conciliazione delle due prime. Di questo punto 
mtissimo già chiaramente indicato da Plutarco e ricor- 
al Mullach (Plut., Opiisc, ed. Basii, citata, p. 542-543; 
1, op. cit. Pyihagora) tennero poco conto i nostri eru- 
Li o meno entusiasmati delle moderne teorie, che tendono 

dell'unità di sostanza e a dare il predominio alla ma- 
)nde le loro critiche alla vecchia scienzj, come già nei 
indati s'inveiva contro Aristotele ed i Peripatetici, come 
ro si dovesse quell'assoluto dogmatismo in allora do- 
s (ij. I tentativi di ricondurre all'unità tutte le cause dei 
ni interni ed esterni, del mondo psichico e fisico, non 
uovi; già gli Stoici si studiarono di ricostituire l'unità 
ra e di forza, dominante in alcuni sistemi anteriori a 
i e a Platone. Per essi Naturay Dìo, Mondo, Anima e 
iniversaley erano una stessa cosa, mentre talora distin- 
benissimo la causa di tutti quei fenomeni, che essi 
vano a quei principii, e le sostanze diverse, che seguendo 
3 (2) riducevano tutte al fuoco. Ma non occorre qui av- 

le loro contraddizioni, ne gli errori loro, che aperta- 
il nostro Galluppi (op. cit., p. 383 e segg.) dimostrò, 
pel nostro argomento aggiungeremo che Antioco fece 
)nsistere nel fuoco la quinta natura, o sostanza od es- 
che è propria dell'anima umana (Acad., I, 7, 2Ó; 11, 39; 
busj IV, 5, 12), ma distinse questo fuoco, per cosi dire, 
ile dalla materia (V. sopra le citazioni da Platone e da 
eie). 

cnze, 13 maggio 1890. Carlo Giambelli. 

{Continua). 

glio di uuovo qui ricordare le criticlie del Cordano e di Bbrn. 

(V. Bernardino Telesio ossia studi storici sull'idea della natura 

irgimento ital. di Fr. Fiorentino, Firenze^ Le Monoier, \S12, 

M- 

ota l'opinione che fa derivare i principii di Eraclito dalle idee dei 
. Sul Parsismo di Eraclito v. nel Rheinisches Museum, anno VII, 
^. 93 sgg., 1849, un articolo del Bernays^ che è il principio dei 
'aclitische Studien. 



- 300 - 



DI UN FIUME ALTRETTANTO IGNOTO 

QUANTO FAMOSO 

{Discussione critica sul v. 65 della 1 Egloga di Virgilio). 



Non è uno dei fiumi di latte e di nettare che allietarono il 
secoi primo, non uno dei fiumi che scorron sotterra, al dir dei 
poeti ; pur con questi e con quelli in ciò s'assomiglia, che di 
esso ancora si potrebbe ripetere: che ci sia ciascun lo dice, 
dove sia nessun lo sa. Servio, che primo ne discorse a notizia 
nostra, lo pone nella Mesopolamia o nella Scizia, e vuole che 
sia detto rapidus cretae, perchè menando molto fango e sempre 
torbido e lutulento; ma si contraddice poi, dove mostra di 
prendere Cretae per nome proprio, ed avvertendo che Virgilio, 
ad esempio di Teocrito, molte cose fa dire ai suoi pastori con- 
trarie al vero, per caratterizzarne la rustica semplicità^ afTcrma 
risolutamente che il fiume, di cui si ragiona, è nella Sciria(iV 
Secondo Vibio Sequestre invece esso troverebbesi di fatto "io. 
Creta, e la sua identità sarebbe attestata da Varrone Atacir^^-» 
il quale veramente non lo ricorda in verun luogo, ma accen-^^ 
ad una città, che potrebbe averne avuto il nome (2). V^ 



(1) L^aperto disaccordo, ch'è tra le due spiegazioni, induce a ere 
che PuDa l'altra, e forse entrambe, siano da ascriversi anziché al 
vissimo Servio ad altro grammatico; ma checché se ne pensi, poco 
leva per la nostra questione. 

(2) Varrò hoc docet : « Quos magno Anchiale partus adducta dol 
Et geminis capiens tellurem Oaxida palmis )\ — La città, stando a 
fano Bizantino, che ricopia probabilmente Vibio, chiamavansi 
le passava vicino il fiume Oasse, Nelle iscrizioni essa è delta ''AEo^, Fd 
FaOEoc;; ZdSoc;, NdEo(;, TTdzo^ sarebbero forme erronee del nome, «eco 
avverte n-^lla Real-Encyclop, del Pauly s. v. il Westermann. Apollo^ 
Rodio l'avrebbe nominata OtaHo<;, e quindi ripetesi il Varroniano Oeazi- 
che cosi deve leggersi manifestamente. 



- 301 - 

duìno (i) airincontro pretende che traversi la regione Margiana, 
e che essendo questa per avventura cosi chiamata dalla marcra 
o marna^ ch'è un genere di creta utile agli agricoltori, per 
questa ragione abbia potuto un pastore ignorante trasferirlo 
ncirisola di Creta; e suppone che al tempo d'Augusto venisse 
spontanea la menzione di quel remoto paese, perchè recente 
era la memoria della rotta di Crasso, dopo la quale i prigioni 
romani erano stati da' vincitori tratti in quelle parti. Su questi 
bei fondamenti (2), come diceva don Alessandro, si legge da 
tempo immemorabile e si continua a stampare nella prima 
egloga deirelegantissimo e dottissimo Virgilio : 

^ Ast nos hinc alii sitientes ibimus Afros, 

Pars Scylhiam et rapidum Cretae veniemus Oaxen 
Et pcnitus toto divisos orbe Britannos ». 

Alcuno, per verità, ha levato la voce, e nel luogo dell'inau- 
dito Oasse di Creta s'è proposto di mettere l'Arasse, fiume di 
Armenia (3), ovvero l'Osso od Amu, che è nella Scizia; ed a 
proposito dell'Osso non s'omise di citare Curzio, che nel set- 
timo libro della sua istoria al cap. io nota: « hic, quia limum 
vchit, turbidus semper et insalubris est potu ». Ma il guaio è 
che da Oaxes ad Oxus passa tal divario, che pochi consenti- 
ranno sia a confondere le due forme sia a sostituire al primo 
nome il secondo. Ad ogni modo, parrà strano, che accanto 
agli assetati Afri figuri la Scizia col suo fiume fangoso : se pure 
non si fantastichi avere il poeta voluto notare li l'assoluto di- 
fetto d'acqua (il Nilo si sa che secondo i più apparteneva al- 
l'Asia), qui soltanto la mancanza di acqua potabile ; strano, che 
d'un fiume lontano e non mai veduto un semplice pastore pa- 



li) ad Plìn,, VI, 16, 18; citato dal Forcellini s. v. Oaxes. 

(2) De* recenti illustratori deirOasse, che rifriggono, naturalmente, le 
favole ed i sogni degli antichi, sien qui nominati il Forbiger, che lo 
identifica col fiumiciattolo Arcadi^ ed il Rósler, che fa 'Oàlr]^ equiva- 
lente di "OHo^, grazie ad una forma intermedia *Qlo^. 

(3) Un Arasse, affluente dall'Eufrate, è noto da Senofonte [Anab,, ì, 
h, 10); nò senza probabilità direbbesi, che chi pose TOasse nella Meso- 
potamia fosse tratto in inganno dalla somiglianza del nome, u Et sane 
Bpnd Glaudianum B. Oild. 31 inter Oaxen et Àraxem codices fluctuant », 
come avverte THejne al nostro luogo. 



— 302 — 

lesi tanto certa conoscenza ; e più che strano, di dubbia lati- 
nità (i), quel modo rapidus crctac usato ad indicare la proprietà 
o dell'Osso o deirOasse, che si voglia chiamarlo. Dell' Arasse 
poi non e punto comprovato, che corra anch'esso torbido di 
limo o di creta ; per non dire che a questa lezione contrasta 
l'autorità dei codici poco meno che all'altra ad Oxum. Che se 
a cansare queste diflicoltà si ritiene Cretae Oaxen, fuggendo 
da Scilla incappiamo in Cariddi. Dicono, è vero, che alla bo- 
reale Britannia il poeta volle contrapposta Creta, ch'era a 
mezzodì l'ultima provincia dell'impero. Ma, primo, chi ne as- 
sicura che Virgilio intendesse per l'appunto trascorrere i con- 
fini dell'impero toccando dell'Africa e della Scizia, e rispettarli 
ricordando Creta e la Britannia> In secondo luogo, non era 
Creta alla poesia pastorale tanto straniera, che dovesse Melibeo 
citandone un fiume stimarlo ignoto al suo interlocutore ; tanto 
è vero che Menalca, ove dice (Bue, \\ 72): 

« Cantabunt mihi Damoetas et Lyctius Aegon >, 

non sente punto il bisogno di spiegare che Litto è città di Creta, 
lid infine, tacendo che Creta, la patria di Giove, e per di più 
paese diletto a* pastori quanto l'Arcadia o la Sicilia, non si 
vede come possa far riscontro alla selvaggia Britannia, che 
diremmo noi, se nel Cinque Maggio si leggesse, per modo d'e- 
sempio, il Manzanarc di Castiglia od il Reno di Germania? 
Eppure la giunta dovrebbe apparirvi scusabile, vuoi per Toscu- 
rità del primo, vuoi per la duplicità del secondo, se non fosse 
che in cotali enumerazioni s'ha a presumere nota ogni cosa, 
si che debbano tutte le determinazioni riuscire assai più che 
oziose, scipite e moleste. 

O dunque? dunque, dico io, Virgilio probabilmente non ha 
scritto a quel modo ; e credo che si potrebbe metter pegno 
che rOasse era a lui non meno ignoto che a qualsivoglia dei 
suoi lettori. La rustica semplicità del personaggio introdotto a 
parlare giustifichi, se cos'i vuoisi, l'epiteto di Attico dato al- 
l'Aracinto, ch'c nella Beozia; da questo al portare in un'isola, 



(1] Vedo che il Gùtling scrive certe per cretae^ senza avvertire che 
in una formola distributiva, qual è quella usata dal poeta, per il c4rU 
non v'ha luogo alcuno. 



- 303 — 

qual è Creta, uno de' fiumi maggiori dell'Asia troppo ci corre. 
Anche senza quella scusa il Nostro può porre, e nissuno s'at- 
tenta fargliene carico, i campi di Farsaglia, che sono in Tes- 
saglia, e quei di Filippi, che sono nella Tracia, nell'Emazia o 
Macedonia (Georg. , I, 492); ci si mostri, di grazia, un luogo 
solo, dove egli abbia scientemente fatto dire a' suoi pastori 
uno sproposito pari al presente, e ci daremo per vinti. Ma frat- 
tanto ci si conceda che attendiamo a mondare il metallo vir- 
giliano, che se non è sempre oro purissimo, rimane però 
sempre di buona lega, dalla vilissima scoria, che ci s'è me- 
scolata per l'incuria degli amanuensi; ed ove avesse a tornar 
vano ogni sforzo di congettura, s'abbia almeno il coraggio di 
eliminare dai testi un verso, che miseramente sciupa e deturpa 
il bellissimo carme, e fa cascar le braccia ai più ardenti ammi- 
ratori del poeta (1). 

A chi tenti restituire la lezione genuina, non v'ha dubbio, 
che un primo caposaldo sia offerto da quell'enimmatico Oaxen. 
Solo non si pretenda scoprirci un nome di fiume, per rispetto 
alla rapidità, che gli è attribuita : altrimenti vagheremo daccapo 
dietro vane chimere. Rapido e nel latino e nell'italiano s'appro- 
pria a tante idee e tanto disparate, che davvero deve meravi- 
g:liarci l'ostinazione degli eruditi in quella preconcetta opinione. 
Per non dilungarci dal nostro assunto, quando vediamo Ovidio 
chiamare raptdus axt's il carro del Sole (Fas/., Ili, 518), non ci 
par egli additare abbastanza chiaramente quello che i contem- 



(1) Heyne: a Excusemus poòtam, quem defendere equidem non au* 
8im. » — Vero ò che scrivo più innanzi: a Notabilia mihi baec et alia 
in hoc maxime carmino, tum in ceteris habentur Eclogis, quod in iis 
iuvenile Maronis ingenium, nondum satis maturo iudicio et subtilitate 
Bubacturo, elucescere videtur, quo ipso apparet, a quibus initiis ilie ad 
sommam carminis absoluti laudem progressus sii ». Ma^ in tal caso, 
a che si riduce il preconio Oraziano (Sat,^ l, 10, 44 sq.): 

'( molle atque facetum 
Virgilio aduuerunt gaudentes rure Camenae » ? 

come va. che nella chiusa del suo poema assolutissimo, alla distanza 
di un decennio o giù di 1], il Nostro con manifesta compiacenza allude 
precisamente a questo supposto imparaticcio {Oeorg,^ IV, 565 sq.): 

a Carmina qui lusi pastorum audaxque inventa, 
Tityre, te patulae cecini sub tegmine fagi n ? 



— 304 — 

poranei suoi leggessero in questo luogo di Virgilio? Sono si 
numerose le reminiscenze del nostro poeta nel Sulmonesc, che 
non ostante Talterazione del senso originario della frase, si 
può sospettare ch'egli seguisse anche qui l'orma segnata dal 
Mantovano. A. rem dunque scrisse Virgilio, e rapìdum axem 
volle inteso o per il cielo « quod adsidua rapitur vertigine > 
come c'insegna il medesimo Ovidio (i); o meglio forse per il 
polo, nel quale e il principio virtuale della rapidità delle sfere, 
tanto che latinamente e detto vertcx^ anzi più propriamente quel 
polo, di cui Virgilio stesso altrove nota: « hic vertex semper 
nobis sublimis x> {Georg. ^ I, 242). 

Difatto qual cosa più naturale della menzione del polo, per 
chi intenda a designare l'inclemente ed orrido clima della 
Scizia? Perche nissuno, credo, supporrà che mentre è dato 
agli Afri l'epiteto « assetati » ed a' Britanni quell'altro egual- 
mente vivo e caratteristico « da tutto il mondo divisi», la Scizia 
sola sia lasciata senza alcun tratto distintivo; ed avrebbe, s'io 
non erro, questa considerazione dovuto bastare ad escludere 
l'ipotesi d'un fiume cretese, facendo preferire l'emendazione ad 
Oxum, che per via d'un'endiadi, come la chiamano, suppliva 
almeno all'esigenza della poetica concinnità. 

Non parmi che con ugual sicurezza ci sia dato divinare quel 
che si asconda nella voce cretae, lo avevo pensato a Boreae ed 
a terrae, l'uno e l'altro atti a precisare il valore di axìs; e pel 
secondo stava, a mio giudizio, quella giunta « terra alba » che 
il commentario Serviano dà come equivalente di « creta », Ma 
il confronto d'altro luogo, non troppo dal nostro dissimile, 
credo ci porga la chiave per una soluzione meglio soddisfa- 
cente. Nel primo delle Georgiche il poeta, spiegando popolar- 
mente la distribuzione del mondo in cinque zone e la posizione 
della terra nell'universo, canta fra altro (v. 240 seg.); 

« Mundus, ut ad Scythiam Rhipeasque arduus arces 
Consiirgtt, premitur Libyac devexus in austros ». 



i\ ;l/«ram., II, 70; e prosegue: 

u Sideraque alta trahit celerique volumine torquet. 
Nitor in adversuro, nec me, qui cetera, vincit 
Impetus; et rapido contrarius evebor orbi ». 



- 305 — 

Xon ci suggerirebbe qui Virgilio medesimo, qual maniera di 
rustica semplicità egli ammettesse nel suo pastore ? Immagi- 
niamo che a Melibeo fosse mostrala la sfera d'Archimede od 
altra somigliante. Nò temiamo di dar con questo nell'inverosi- 
mile; perchè nella terza egloga troviamo Menalca, che in una 
grara offre qual sua posta due tazze di faggio, intagliate dal di- 
vino Alcimedonte (v. 38 segg.): 

« Lenta quibus torno facili superaddita vitis 
Diffusos hedera vestit pallente corymbos. 
In medio duo signa, Conon et — quis fuit alter, 
Dcscripsit radio totum qui genti bus orbem, 
Tempora quae messor, quae curvus arator haberet) » 

dove si vede che d*Eudosso Gnidio e della sua ingegnosa in- 
venzione i pastori di Virgilio avevano qualche contezza. Ora, 
non è egli vero che agli indòtti in ogni costruzione siffatta le 
regioni subartiche appaiono più elevate dall'altre*? E non ven- 
g'ono insomma anche i versi teste citati delle Georgiche a si- 
g-nifìcare il medesimo ? Io più ci penso, e più mi vo confer- 
mando nell'opinione che fosse dal poeta, anche nel verso 
presente, espresso un simile concetto; ed in attesa del meglio, 
che altri si compiacerà di proporre, vorrei leggere: 

* Ast nos hinc alii sitientes ibimus Afros 
65 pars Scythiam et rapidum crcctam veniemus o^ axem(i) 
et penitus toto divisos orbe Britannos » — 

che rendercbbesi letteralmente cosi : 

Ma noi lunge di qui parte a gli Afri assetati trarremo 
parte verremo a la Scizia erta incontra a Tasse rotante 
ed a' divisi in tutto dal mondo estremi Britanni. 

E dubito, se Torigine del guasto, non sia da rintracciare, piut- 
tosto che nell'uso enniano della particella ob, nella trasposi- 



(1; Paleograficamente erectam veniemus oh axem non ha punto minor 
probabilità delie diverse emendazioni tentate fin qui. L*altei*azione si ri- 
duce ad un e convertito in e, ad un t sostituito da et, ed airinserzione 
di un b, L*uscita a9 verosimilmente altro non ò che una erronea trascri- 
zione del primitivo a ■=. am, 

mvista di filologia ecc., XX 20 



— 306 - 

zione del primo e/, che mal si credette dovesse congiuQgere con 
Scythiam un altro nome proprio ; onde non senza una certa 
verosimiglianza si immaginò trattarsi d'un fiume, a cagione 
dell'epiteto assegnatogli. Per altro, Virgilio avrebbe probabil- 
mente usato a questo effetto il que, come realmente ha fatto 
nel luogo addotto di sopra, scrivendo Scythiam Rkipeasque 
arces, sebbene il metro vi comportasse benissimo 1' et, nò fosse 
ivi da soggiungere nulla, mentre qui il secondo e/, quando 
non corrispondessero fra sé Scythiam et — et Britatìnos, avrebbe 
contribuito a determinare la scelta del que. 

Sta bene, ma che n'è allora del rapido Gasse > O, se lo la- 
sciassimo tornare in quel nulla, onde cospirarono a trarlo la 
inav\'erienza di non so qual copista e la presunzione de' com- 
mentatori, persuasi di dover tutto sapere e tutto spiegare > 

Tuttavia, poiché altra cosa é la superstizione de' codici, 
altra la religione de' sommi autori, ognuno resta padroiie di 
credere all'esistenza di quel fiume tanto famoso, salvo a non 
saper poi, se debba cercarlo in Creta o nella Mesopotamia o 
nella Scizia: giurino anzi per esso gli eruditissimi, come Giove 
soleva per lo Stige ; tanto fangosi sono del pari ed ascosi agli 
sguardi mortali ambedue. 

Trieste, 27 marzo 1891. 

Cesare Cristokolini. 



- 307 - 



DUE QUESTIONI STORICO-CRITICHE 
SU QUINTILIANO 



Fra i più recenti, che trattarono a fondo la critica del testo 
di Quintiliano, dopo Carlo Halm (i) e Ferdinando Meister (2), 
venne Carlo Fierville, il quale diede una nuova classificazione 
del materiale manoscritto, accompagnata da copiose notizie sui 
codici, da una discussione sulla biografìa di Quintiliano e dal 
testo del lib. I (3). Ma anche il Fierville dovette lasciare inso- 
lute alcune questioni, delle quali una versa suiridentificazione 
del manoscritto scoperto dal Poggio e un'altra sulla parte avuta 
dal Valla nella biografìa anonima di Quintiliano. 

Su queste due questioni io mi ingegnerò di portar qui qualche 
nuovo chiarimento. 



§ I. Codici scoperti dal Poggio. 

Comincerò dal rifare brevemente la storia delle scoperte del 
:io, tanto più che intorno ad esse il Fierville non ha co- 
nosciuto tutte le notizie pubblicate in questi ultimi tempi. 

La prima notizia l'abbiamo dal Bruni, il quale cosi scrive al 
Poggio : 

« Quintilianus prius lacer atque discerptus cuncta membra 



(1} J/. Fabi Quintiliani Institutionis oratoriae libri A"// recens. 
C. Halm., Lipsiae, 1868. 

(2) M. Fabi QuintiL Inttitutionis oratoriae libri XII ed. F. Mel- 
ate r, Lipaiae-Pragae, 1886. 

(3) 3f. F. Quintiliani de Institutione oratoria liber primus, par 
Cfa. Fierville, Paris, 18Q0. 



- 308 - 

sua per te recuperabit. Vidi enim capita librorum: totus est, 
cum vix nobis media pars, et ea ipsa lacera, superesset 

« Florcntiae idibus septcmbr. MCCCCXVI. » (i). 

La scoperta fu perciò fatta tra l'agosto e il settembre dei 
1416. 11 Poggio mandò subito a Firenze l'argomento dei capi- 
toli, perchè vedessero di che si trattava; intanto egli poneva 
mano alla copia, intorno alla quale lavorò 53 giorni (2). 

Sul tempo in cui la copia arrivò a Firenze ci informa oaa 
lettera del Poggio a Guarino Veronese. 

* Haec (Quintiliani et Asconii opera) mea manu transcrip ^"^ 

et quidem velociter, ut ea mittercm ad Leonardum Aretinu^^*^ 

et Nicolaum Florentinum Scis quo sit in loco, ut si eur"""^^ 

voles habere, puto autem te quamprimum velie, facile id con^^ 
sequi valeas. 

« Constantiae XVII kal. ianuar. 141 7 {= 1416). > (3). 

Qui la cifra i.fij va calcolata relativamente alle calendc di 
gennaio, sicché la data tradotta nel nostro stile vale 16 dc- 
cembre 1416. Questo metodo di datare non è molto frequente 
nemmeno ai tempi del Poggio, il quale, credo, ha messo quel- 
Tanno sbadatamente invece di 1416. Calcolando del resto che 
il Poggio si sia messo alla trascrizione nel settembre, coi 53 
giorni impiegativi giungiamo al novembre: ciò che combina per- 
fettamente con la data della lettera. 

NelFaprile del 141 7 il Bruni era tutto inteso a redigere il 
nuovo testo di Quintiliano, fondendo il codice del Poggio col 
codice mutilo, che avevano a Firenze. Ecco che cosa scrìve 
il Bruni al Poggio : 

< Quintilianus tuus laboriosissime emendatur. Permulta 

sunt enim in nostro vetusto codice, quae addenda tuo vidt- 



(1) Leonardi Bruni Epist., eò, M e h u 8, IV, 5. 

(2) Voigt, Wiederbelebung des class. Altertùrns, I, p. 241, n. 4. 
{3) Questa lettera fu spesso riprodotta ; vedila p. es. nel B a n d i n i, 

Catalogus, II, p. 382. 



- 309 - 

antur. Scd in quibus locis vctustus deerat, hoc est in syncopis 
illis grandioribus, plcrisque in locis insanabilis morbus est... 

« Florentiae li nonas aprilcs (141 7). » (i). 

Oltre che a Firenze per mezzo del Poggio, arrivò una copia 
del nuovo Quintiliano diretlamcnle da Costanza anche a Pa- 
dova. La ebbe il Barzizza per mezzo di un cardinale, forse 
Branda Castiglioni. Così egli infatti comincia una sua lettera 
(anepigrafa): 

« Reverendissime in Christo pater et domine d. mi singula- 
rissime. Redditi sunt mihi quinterni quinque in llnem Quinti- 

liani 

« Patavii pridie kal. aprilis ^*. 

In un'altra lettera a Lodovico Cocco scrive : 

t 

« Scripsisti... de Quintiliano, qui ex Constantia integer 

ad me delatus est 

* Quintilianus ex vetustissimo codice in Germania transcriptus 
totus apud nos extat... « 12). 

Ma ecco da Costanza un'altra novità : si e scoperto dallo 
stesso Poggio un secondo codice integro di Quintiliano. L'im- 
portante notizia ci e data in una lettera di Guarino al Poggio : 

* Superiori tempore ad nos allatus Quintilianus est 

Ceterum cum vel librariorum menda vel alia depravatus causa 



(1) Leon. Bruni Episi.^lY, 9. La lettera gratulatoria del Barbaro al 
Poggio per la Bcoperta dei classici, tra cui Quintiliano, ha la data ex 
Venetiis pHdienon. iulias MCCCCXVll [Fr, Barbari Epist, ed. Q ai- 
ri n i, p. 1). 

(2) Queste due lettere del Barzizza e Taltra che segue di Guarino fu- 
rono da me gìÀ pubblicate neiropuscolo Studi di Qasparino Barsitsa 
su Quintiliano e Cicerone, Livorno, 1S8G, p. 2-7, e nel Museo italiano 
di antichità classica, 1887, t. II, 439-442 (Codici latini posseduti, sco- 
perti, illustrati da Guarino Veronese). 



- 310 — 

sit, tua mihi opus est ope atque opera. Sentio te aliud Quin- 
tiliani excmplar nactum esse, quod apud te est : ex quo unum 
nomine meo conscribi facias ». 

La lettera, che presuppone il Poggio a Costanza, non può 
andare oltre ai primi mesi del 1418, perchè la curia lasciò Co- 
stanza il 16 maggio 1418 (i). 

Va notata particolarmente la circostanza, che il nuovo codice 
era in possesso del Poggio: apud te est. 

Due sono i codici, che vennero identificati col Quintiliano 
scoperto dal Poggio: il codice di Zurigo, Turìcensis (= T) e il 
codice Laurenziano di Firenze, Florentinus (= F). 

L'identificazione del Turicensis fu fatta fin dal 167^ dal Ma- 
billon (2); invece gli eruditi fiorentini, il Mehus e il Bandini(3), 
un secolo dopo, senza sapere del Mabillon, fecero Tidentifica- 
zione del Florentinus. Da ambedue le parti stava una certa pro- 
babilità, perchè il Florentinus venne di Germania (da Stras- 
burgo) (4) nella biblioteca de' Medici, dove lo potè aver portato 
o mandato il Poggio ; il Turicensis deriva dal monastero di 
S. Gallo e poteva essere facilmente identificato con quello ivi 
scoperto dal Poggio. In favore del Florentinus il Mehus citava 
anche delle testimonianze : quella del Poggio stesso e quella 
di Raffaele Regio. 

Il primo a discutere i diritti dei due codici alfidentificazione 
fu lo Spalding, il quale risolse la questione a favore del Tu- 
ricensis C5). Come si siano poi divise le opinioni, racconta 
chiaramente il Fierville (6), al quale rimando il lettore. 

Questa la storia delle identificazioni, finché si credeva che il 



(1) Pastor, Geschichte der Papste, I, p. 165, o. 2. Dalla chiuia 
della lettera Barharus noster pluriens tibi salutem nuntiat risalta che 
(ìuarìno stava tutl*ora a Venezia, di dove parti neiraprile 1419. Ciò per 
togliere qualunque scrupolo sul limite cronologico della lettera. 

(2j Spalding nella sua edizione di Quintiliano, Lipsiae, 1798, I, 
p. zLix, dove però invece di anno MDLXXIII si dere leggero anno 
MDCLXXIH. 

(3) Mehus, Vita A. Tvatersari, p. xxxiv; Band ini, Caial, codd. 
lat., II, p. :^2. 

(4) R e i f f r 8 e h e i d nel Rheinisches Museum, XXIII, p . 143-146. 

(5) Spalding, ibid., p. l-li 
C; Op. cit., p. xcn-xcni. 



- 311 - 

Poggio avesse scoperto un solo archetipo. Ma ora che è di- 
mostrato come il Poggio scoprì due archetipi, è naturale che i 
giudizi si devano modificare. E infatti il Kùbler (i), appena sa- 
puto della doppia scoperta del Poggio, non ha esitato di af- 
fermare che il codice Florentinus è il secondo codice trovato 
dal Poggio; sul Turicensìs non dice nulla. 

Vediamo quali risultati possiamo ottenere per un'altra via. 
A questo scopo ho esaminato sette dei codici Laurenziani di 
Quintiliano, esclusi cioè il XLVI ó e il XLVI 12, troppo recenti. 

Ecco l'elenco (2): 

Cod. XLVI, 7 = F. Sull'ultima pagina porta scritto: Liber 

Petti de Medìcis Cos. jiL; Piero de' 
Medici visse dal 14 14 al 1469. 

Cod. XLVI. 8 = P. 

Cod. XLVI, 9 = Y. In fine si legge: Vespasianus d. Manni 

de Tiidcrio mi hi scrissi sub annis do- 
mini MCCCCXVIII. 

Cod. XLVI, IO = ?>. 

Cod. XLVI, 1 1 ~ €. 

Cod. XLVI, 13 = 21. In fine: Libar Pelli de Memedicis (sic) 

Cos, J\ 

Cod. XXII, Sin., 5 ^ n- Nel foglio di risguardo si legge: Iste 

liber fuit ad usiim fratris Sebastiani de 
Bucellis qui pertinet armario conventus 
Sanctae Crucis de Florentia ordinisfra- 
trum minorum. Questo Sebastiano Bue- 
celli copiava codici fino almeno dal 
1444; mori nel 1466(3). 

A base della collazione ho posto il testo del Meister, che 
qui trascrivo, per rendere più agevole il confronto. Mi sono 
limitato a una piccolissima parte di testo, cicx: la lettera a Tri- 
fone e ì primi sei §§ del proemio, nella speranza che ciu basti 



(1) Nella Wochenschrift fVir Mass, PhHolo'jie, 1886, p. 1071-107:l\ 
doT6 fa la rassegna del mio opuscolo Studi di Gasparìno Harzissn, 

(2) Per la descrizione di questi codi<ù rimando al Cainìogus del B a n- 
di D i. 

(3; B a Q d i n i, Catalogus codd. Int., IV, pra*if\, p xlvii-xlviii. 



— 312 - 

al mio assunto. Ho tenuto presenti anche le lezioni del Turi" 
censis (^ T). 

« M. Fabius Quintilianus Tryphoni suo salutem. 

« EfHagitasti coiidiano convicio ut libros, quos ad Marcclluca 
meum de institutione oratoria scripseram, iam emitterc inci- 
pereni : nam ipse eos nondum opinabar satis maturuissc, quibAi^ 

* 

5 connponendis, ut scis, paulo plus quam biennium tot alioc\^^ 
negotiis districtus impendi: quod tempus non tam stilo qu ^^ 
inquisitioni instituti operis prope infiniti et legendis auctorifc> "^^^ 
qui sunt innumerabiles, datum est. Usus deinde Horati consi ^°* 
qui in arte poetica suadet, ne praecipitetur cditio nonum ^^^ 

loprematur in annum, dabam iis otium, ut refrigerato inventici ^ 
amore diligentius repetitos tamquam lector perpcnderem. £-^ ^ 
si tanto opere efllagitantur quam tu adfirmas, permittamus s^ ^ 
ventis et oram solventibus bene precemur. Multum autem 
tua quoque fide ac diligentia positum est, ut in manus ho^^^ 

15 num quam emendatissimi veniant. Post impetratam studiis m^^ 
quieiem, quae per viginti annos erudiendis iuvenibus imp^^ 
deram, cum a me quidam famiiiariter postularent, ut aliquid d^ 
ratione dicendi componerem, diu sum cquidem rcluctatus, quocf 
auctores utriusque Jinguae clarissimos non ignorabam multa 

20 quae ad hoc opus pertinerent diligentissime scripta posteris 
reHquisse. Sed qua ego ex causa faciliorem mihi veniam meac 
deprecationis arbitrabar fore, hac accendebantur illi magis, quod 



1. totam epistulam om. 3 21 | M. — salutem] om, T, QuintilianuB Vie* 
torio Y, Fabius Quintilianus Victorio add, al. m. r|, M. Victorio eqiiiti 
i*omano Quintilianus salutem € | Fabius Quintilianus Trifoni suo sala- 
lem b j suo] om. F I 2. cottidiano F, quotidiano y ò € r) | 4. nondum 
eos € I satis opinabar ò | maturavisse F y fi "^ I ^* alioqui] alìorum y 
r|T 1 6. impondi in marg. € | quod] quo € | 7. inquisitioni corr, eo? insti- 
tutioni Y I instituti] institi F | infiniti ex corr. F, institui y H I ^- datus 
est usus. T ^ T I 8. Horati] Oratii F y, Hortari corr, in Horatii ò | 
9. nouumque] nouunquam suprascr. nonumque b i lO.iia] bis F y b e t) | 
12. tantopere F y b e r|, eo; tanti opere T | 13. oram] auram F y »1 T, 
oram, iti marg, aliter auram € | 16. quae] quam F p y ^ ^ H '^« ^^^ e, 
al, m. corr. quam | viginti] XXII, suprascr. alias XX ti | 17. aliquidj 
aliqua p | 18. reluclatus oquidem F | 20. pertinent 3 Y ^ ^ ^1 1" I 2^* de- 
precationis corr, in trepidationis r) | hac om. b, corr, ex ac al. m. e | 



inter divcrsas opiniones priorum et quasdam ciiain inier se 

contrarias difHcilis esser clectio, ut mihi si non invcniendi nova, 

at certe iudicandi de veteribus iniangere laborcm non iniusic 

viderentur. Quamvis autcm non lam me vinceret praestandi 

5 quod exigebatur fiducia quam negandi vcrecundia, latius se tamen 

apericnte materia plus quam imponebatur oneris sponte suscepi, 

simul ut pleniore obsequio demerercr amanlissimos mei, simul 

ne vulgarem viam ingressus alienis demum vestigiis insisterem. 

rVam ceteri fere qui artem orandi litteris tradiderunt, ita sunt 

exorsi, quasi perfectis omni alio genere doctrinae summam 

[in] eloquentia manum imponerent, sive contemnentes tamquam 

jparva quae prius discimus studia, sive non ad suum pertinere 

officium opinati, quando divisae professionum vices essent, 

seu, quod proximum vero, nullam ingenii sperantes gratiam 

<:irca res etiamsi necessarias procul tamen ab ostentatione 

positas, ut operum fastigia speciantur, latent fundamenta. Ego 

cum existimem nihil arti oratoriac alienum, sinc quo fieri non 

posse oratorem fatendum est, nec ad ullius rei summam nisi 

praeccdentibus initiis perveniri, ad minora illa, scd quae si 

neglegas, non sit maioribus locus, demitterc me non recusabo, 

nec aliter quam si mihi tradatur educandus orator, studia eius 

formare ab infantia incipiam. Quod opus, Marcelle Vitori, tibi 

dfcamus: quem cum amicissimum nobis tum eximio littcrarum 

amore flagrantem non propter haec modo, quamquam sunt 



Ldiversas] divisas p yJCriT, diversas corr. in divisas, in marg. al. m. 
diversaa € | diversas personas (sic) oppiniooes b | 2. si mihi b r), si mihi 

corr, in mihi si e | inveniende corr, in inveniendi e 3. de veteribus om. b 

I 4. quamvis — vinceret] quamvis me non tam vinceret corr. in quamvis 

non tam me vinceret y | 6. imponebatur oneri» (sic) b | sponte in marg, 

al. m, € I 7. pleuiori p y € Z j demererer] de me mererer p y b ti, de me 
mererer corr» in demererer F € Z | 9. fere <jx feri corr. y, ex vero 
corr, al. m, e | 10-11. summam ineloquentie F, summam in eloquentie 
TI T, summam eloquentiae p y € 2, summam inde eloquentie ò | impone- 
rem ò | 12. ad suum non € | 14. seu] sive F | seu quod ex corr. e | vero est 
[yero suprascr,) p | 16. fastigia latent spectantur corr. in fastigia spectan- 
tur latent F | spectarentur b | 17. nihil existimem p t ^ € Z | 18. orato- 
rem non posse p y ^ e ^ I ullius — minora add. al. m. in marg, e | 
19. minora] maiora p y z: | 20. me suprascr. F | 21 educandus] erudiendus 
^ Y ^ 2, erudiendus, al, m. in marg, educandus € ) 22. Marce Victor 
F T, M. Victori p y b e Z, Marce Victori r] \ 23. quem cum] quem tura b 
I 24. amore] studio, alias amore suprascr, F | propter hoc r) | sint F T | 



— 314 - 

magna, dignissimum hoc mutuae inter nos caritatis pignore 
iudicabamus, scd quod erudiendo Geiac tuo, cuius prima aetas 
manifestum iam ingcnii lumen ostendit. non inutiles fore libri 
vidcbantur f. 

Rilevo anzitutto due particolarità; amen invece di lumen del 
cod. ?; e l'inde {siimmam inde eiaquenti.ie) di b, con che si con- 
ferma che questa lezione, data dallo Spalding e non ricono- 
sciuta dagli altri editori, ha una base manoscrilta. 

Risulta dalla collazione che nessuno dei codici P t ^ e 1 1 de- 
riva da F. Reco poche prove, ma perentorie : t non hanno 
la lettera a Trifone, t e t) la portano, ma indirizzata a Vittorio; 
b si scosta da F per suo. maluniisse, fiorljrì, oram, eie. Ciò 
dimostra che F è arrivato tardi a Firenze e tardi è entrato nella 
biblioteca de' Medici ; perchè di un codice cosi antico e cosi 
autorevole sarebbe strano non si fossero tratti degli apo- 
grafi. 

Tre di essi, t e n- sembrerebbero formare un gruppo a sé per 
la lettera intestata a Vittorio, anziché a Trifone. Ma il gruppo 
è solo apparente, perchè all'infuori di quell'intestazione, € si 
stacca di molto dagli altri due ; basta considerare le lezioni ma- 
turuissc, d^ilum est : usiis, oram. quae, dìversas, demererer. Vanno 
invece molto d'accordo t 1 tra loro, per es. maior^, erudiendus, 
e con T: per es. matwavisse, cilioium, dattis est hsiw, autam, 
qti'^im, pertiiiL'iit, diyisas; del due poi, ri si accosta ancora più 
a T: nihtl exislimem, non posse oralf^rcm, educandus. 

Sicché T 1 T appartengono a una sola famiglia. E vero che 
in T la lettera a Trifone non ha intestazione, mentre in t n è 
intestata a A'ittorio, ma l'intestazione a Vittorio è semplice con- 
gettura di copista, tante vero che in n fu aggiunta posterior- 
mente. 

Ora se F è, come non pare da dubitarsi, il secondo codice 
scoperto dal Poggio in Germania, rimane provato dalle prece- 
denti considerazioni che esso arrivu molto tardi a Firenze; in- 
fatti di sei codici Laurcnziani nessuno deriva da esso. Dall'altra 



S. Oetiié] osto FBTb«ZlT| 3. iam tn marg. P, ìtni' T, iUr 1 
p T 6 E ri I manifestum lumen sd ingenii iter i '* ' 

ad ingenii lumeu e \ lumen] =om?Q (««.' 
dtUrit \\ &. 




- 315 - 

parte il cod. t» scritto nel 1418, deve esser derivato dal primo 
codice scoperto dal Poggio, non essendo presumibile che dal 
1416 al 141 8 sia arrivato in Italia o meglio a Firenze un nuovo 
codice. Potendo dunque considerarsi t come discendente dal 
primo codice scoperto dal Poggio, resta a cercare se con quel 
codice del Poggio sia da identificare il Turicensis^ il che io 
farò, mettendo a confronto y cori T per qualche altro tratto del 
testo del Meister. 

« Quintil., Instit. orai,, l proocm,: 7 namque) namt- — boni] 
bini Y T. — 8 quantum] quam f T. — 9 ideoque] itaque y. — 
II quibusdam om. Y. — contenderim om. Y. — 12 similibus 
disserendum est adeo ut vix] similibus sit disserendum et ab eo 
ut vix Y, similibus sed disserendum est adeo ut vix T. — ex 
bis incidat quaestio] quaestio ex bis incidat Y T. — 13 vide- 
rentur] iudicentur y- — '4 statuendasque] instituendasque Y. 

— studiosi sapientiae] sapientiae studiosi y T. — reipublicae 
clarissime] rei p. preclarissime Y, rei praeclarissime T. — ven- 
dicare corr. in vindicare Y. — 15 praeceperint] praeceperunt Y T. 

e 

— maxima] maxime y. — 17 eloquetur) loquetur (sic) y- — 

desertam partemj deserta parte Y, desertam parlem corr. in 
deserta parte al. m. T. — dixi om. y. — veluti Y, velut T. — 
18 quamquam sunt] quamquam sint y T. — adhuc fortasse 
nemo y T. — 19 ad summam Y T. — tendendum] ex tenen- 
dum corr. in marg. al. m. Y. — 20 ad summam Y. — subsli- 
terunt y- "" 21 verum ex corr. y. — rhetoricae Y T. — 22 et 
qui] ut qui Y T. — disseremus Y T. — 23 solis om. Y T. — 
25 demonstraturi] demonstrando t, demonstrari corr. in de- 
monstrando al. m. T. — 26 deerit] dederit y- — sint] sunt 
Y T. — 27 ingenita cuique adiumenta| ingenita quidem que 
adiuvant Y» ingeni quique adiuvantcm corr. in ingenita qui- 
dem que adiuvant T. — studiique| studii y- 

« I, I, I : primum siiprascr. y. — volatum| volandum Y. — 
2 fuerunt] fuerint Y, fuerit T. — 3 efìiciet] effìciat Y, elliciet T. 

— nemoj nemo tamen y» nemo T. — hoc qui perviderit] hec 
quippe Yi l^oc quippe T. — 4 bis haud] iis aut (corr. in aud) y- 

— quaejque y> Quo, in quac corr. ai. m. T. — quando) nam 
quando T Y (in marg» al. m. nequando vel interrogative Ic- 
gatur y). — sit om. y. — 6 Quales debent esse parentes et 
prcceptores rubr. y. — nec] verum nec Y T. — quoque om. f. 




— 316 — 

— Laelia C filial Lelii filia T T. — eleganiiam] eloquentiair — = i 

elegantiorcm y (T ?) (i). — Hortensiac Q. filiae] Hortensie filic 

coir. al. tn, in Q. Hortcnsii fìlie T (Tr). — 7 iij in T. — con^ 

tigit] contingit T. — X idem quod] idemque T. — hoc amplius 

om. f. — primamj primum, corr. al. in. in primam y (Tr). — 

nihil est] nihil enim T ( T >). — quo] qua t. quo T. — interim 

ime, ni maro, al. m. scil. iteni T. — 9 eorum om, y— maximu 

om. Y — Il si tamen non] non om. y. — pacdagogos habere 

habere pedagogus y T. — loquendij dicendi Y, loquendi T. — ^ 

bi 
ab iis Y. — 12 pucrumj pueros y, puero T — perbibel] pcrbetz 

(sic) Yi perhibei corr. in perbibct T. — 13 fieri vclim] velim^ 
fieri Y (T>i. — graece loquaiur] loquaiur graece Y T. — aut 
discat| ut discat y. — bine enim accidunt] hoc enim accedunt 
Y V. — ratione loquendi corr. in loquendi ratione y- 14 coe- 

perimus] cepcrimus y, cepimus T. — 15 posset] non posset r 
(T>). — is primus Y» primus is T. — ùnoeifiKai;] gr. (sic) y, j/. 
in. aJscr. gr. (Ir). — poetac ex corr. Y. — 16 formandam Yr 
formandum, corr. in informandan^ T. — infantium y, infan- 
tum T. — 17 dissenseruni] hoc senserunt Y (Tr). — iSalioqui] 
alioquin Y. — ipso ilio] co ipso y, ìHo ipso T. — 19 in sum- 
mam| in suma y- — pracsumptum est] est om, f. — statini 
tempus] statum iom. lempus), al. m. alias statim tempus y (T>). 

— lum om. Y. — jo ciatum y, aclatium T. — piane] piene y 

( T>). — praemiis Yi et praemiis T. — 21 professi] ex proiessum 

corr. Y- — i?edj et, al. m, alias sed y- — ideo nec] nec om. y. 

12 cur| et, al. ni. alias cur Y. — facerct Y, corr. in fccerat T. 

e 

— promit| promiiur Y- — tenera, sitprascr. etatc y- — sic] si t- 

— plcraque Y, plerumquc T. — 23 suo om. y. — quoque y, 
horum T. — 24 illudj uUus Y. — contextum] contcxtus Y. — 
formasi formulas y- — -'5 earum] etatum y- — adfixisse] ef- 
finxis'-e Y- — 2Ó in syllabis | in om. Y. — autcmj aut y- ~ 
eburricas| eburnea y- — ctiam| sed iam, al. m. alias ctiam y, — 
ct| vel Y- et vel T. — 27 eas| cos y. — extra om. y. — certa] 
cesa Y. — lìrmabil] formabit Y ( I ?). — manum suam Y, corr, in 
manus sua 1'. — 28 rcs om. Y. — altis ex aliis corr. y, — 
iran'=iferenda I et traiisfercnda y. ex transfercnda T. — 30 nomi- 



ci; Metto riutoiTogativo, dove dalle coUazioDÌ dell* Hai m e del Fiei*- 
ville non è dato desumero cod certezza la lezioue di T. 



n ibus T, omnibus T. — deprehcndantui'| deprehendatur t. — 
3 I indubitata] indubi ex coir, t- — vcrba ex verbi coir. y. — 
Ini isj iis y. — 33 lentior) lentius ordo T. — 34 perdatj ponat T. 
35 quasj idest quas t T. — T^dboaac;] glosas y. — 3Ó mortem 



i ra orti. T T. — cognitio parvis] pai vis cognitio tT. — gratior 

ediscerej gratiore loco se discedere t. — his] iis T- — iu- 

'v^rij iuvarerT. — cura y, in curam corr. T. — 37 hisj iis T. 
os] omnes corr, in os y. — xa^ivofj gr. (sic) y (gr. al. tn., 



L^T^^mum rubr. x^Xeivoi), xctX€ivo( T. durantur] durentur y »• 

Chi dia uno sguardo fuggevole a queste lezioni, si accorgerà 

^tjbito che se tra i codici y T passa molta affinità, sono dal- 

1* altro canto tali le divergenze, da escludere assolutamente 

l'* ipotesi che t derivi da T sia per via diretta sia per via indi- 

x*«tta ; maggiore è senza dubbio l'affinità di y col Parigino 7727 

con la prima mano del Bamhergensis, 

E se T derivasse dal cod. misto allestito dal Bruni col Pog- 
iano e col mutilo fiorentino? Le nostre conclusioni restereb- 
»ero egualmente, perchè il testo dei mutili comincia solo col 

I. 7- 

Perciò alla domanda se il Turicensis sia da identificarsi col 
irimo codice scoperto dal Poggio, rispondiamo negativamente. 

Concludiamo dunque, che il primo codice del Poggio non e 
incora trovato, mentre il secondo è probabilissimamente il 

lorentìnus. 



§ 2. Dubbi del Valla sulla nazionalità di Quintiliano. 

Dell'origine spagnola di Quintiliano dubita una biografia ano- 
xiima, pubblicata nell'edizione veneta del 1494, che per molto 
Tempo fu attribuita, non si sa su quale fondamento, al Valla. 
11 primo a negare che essa appartenga al Valla è stato, mi 
pare, lo Spalding (i), il quale però reca una ragione un po' 
troppo soggettiva : « neque videtur Laurentius Valla tam ne- 
gligenter haec fuisse scripturus ». 



(1) Spalding nella sua edizione di Quintiliano, I, p. xxxvii. 



- 318 — 

Io porterò un argomenlo assai più valido, la testimonianza 
cioè dello stesso Valla, il quale parla di Quintiliano nelle Adno- 
tcitiones in Raudensem. Non credo che questo passo sia stato 
ancora adoperalo alla soluzione della presente questione ; in 
ogni modo non sarà male rinfrescare la notizia. 

Raudiìnsis (i). Quintilianum nominat Seneca nono (a) Decla- 
mationum suarum diccns : « iranseo istos quorum cum vita 
fama extincta est >. 

Laurentius. In hunc errorem incidit Pctrarcha, qualia multa 
peccat Vinceniius Historialìs (3), ut alii multi ex plebe illittc- 
ratorum, qui alium prò alio vel auctorem vel principem virum 
ponit, velut Statium Tholosanum prò Statio Caelio (4) ac tres 
Caioncs prò uno duosque Scipiones prò uno, nescientes quo 
quisque tempore fucrit. Ita hi duo non vident Quintilianum 
plurimis annis superstitem Senecae fuisse, quippe qui opus De 
institulione oratoria sub Domitiano Traianoque composuit et 
mentionem Plinii iam mortui facit (5), sicut et ipse Plinius de 
Seneca mortuo (6), Senecam vero a Nerone interfectum, qui 
senior Quintiliano circiter octoginta annos fuit quique, si ipsi 
credimus (7), potuisset audire Ciccronem, qui ante Quintilia- 
num obiit circiter centum quinquaginta annos. Ergo alius Quin- 



(1) Valla, Adno tallone s in Raudensem^ od. di Colonia, 1522, p. 48. 
Le Adnotationes furono composte nel 1442, comò io ho dimostrato nella 
Cronologia del Panormita e del Valla^ Firenze, 1891. 

(2) La citazione è errata ; vedi Seneca retore, Controv, X, praef, 2, 
dove i nostri testi hanno cum ipsis invece che cum vita, 

(3) Vincentius Bollovacensis nello Speculum historiale^ 
Vy 61, confonde Stazio comico con Stazio epico. 

(4) Correggi Statio Caecilio, il comico. Quanto poi a Stazio epico, il 
Valla lo fa di Tolosa, come tutti del resto nel medio evo, perchè fu 
confuso col retore Statius Ursulus Tolosensis nominato da QiroUmo 
(Ckron. a. Abr. 2073). Le notizie vere sul nome e sulla patria di Stazio 
si deducono dallo sue Sehe^ le quali furono scoperte, come si sa, nel 
1416 dal Poggio; ma nel 1442 il Valla non lo conosceva ancora. Del 
resto non le cunosceva più tardi nemmeno Angelo Decembrio, poiché 
nella Politia literavia^ p. 29-30, parlando di Stazio nomina solo la Tc- 
baide e V Achilleide. La Politia fu scritta nel 1461 e riproduce ciò che 
il Decembrio aveva imparato da Guarino a Ferrara, sicché nemmeoo 
Guarino conosceva le Selt^ì. Il fatto è abbastanza strano. 

f5j Quint., Jnstit. orar. Ili, 1, 21. 

.e; FI in., Epist,, V, 3, 5. 

(7; Seneca retore, Controv.^ I, praef,, 11. 



~ 319 - 

tilianus fuit, de quo Seneca merainit, et forte pater Quintiliani 
aut avus. Nam pater Quintiliani eloquens sane fuit, ut quodam 
loco filius ipsc tcstatur (i), afferens orationis illius testimonium. 
Quod si ita est, non ex Calaguritana urbe oriundus est, ut 
Hieronymus (2) ait; sin illinc est, ergo nec pater Quintiliani 
fuit, de quo facit Seneca mentionem, quoniam Calagurae non 
Romae eloquentiam exercuit. Nam idem Hieronymus ait (3) 
Galbam, qui fuit imperalor post Neroncm, duxisse Quintiiianum 
ex Hispania, ut Romae rhetoricam doceret. De quo alias plura 
dicemus, hoc tamen dixisse contenti, Quintiiianum hunc a puero 
Romae fuisse eruditum et llieronymum ita in Quintiliano po- 
tuissc errare, ut fecit in Bruto, quem ait duxisse Porciam Ca- 
tonis filiam in matrimonium virginem (4), quae fucrat Bibuli 
uxor, ut Plutarchus (5) ait. 

De Seneca autem an unus sit an duo, minus diligenter attigit, 
contentus sententia nescio cuius Sidonii poetae (6), nec ani- 
madvertit Quintiiianum testimonium (7) afferre Senccae in tra- 
goediis, ubi Medea ad Creontem loquilur: « quas peti terras 
lubes? >^ et tamen unum Senecam inter legendos nominare, 
cuius et epistolae et dialogi et poemata et opera philosophiae 
ferantur (8). Tamen duo eximii Senecae fuerunt, ut Martialis (9) 
testatur, qui fuit aequalis Quintiliani luvenalisque ; ait enim 
« Binosque (io) Senecas et unum Lucanum Facunda loquitur 
Corduba ». Ceterum an idem sit qui tragocdias et alia opera 
condidit, dubitari potest certe. Qui nonae tragoediae (i i) auctor 
est, Seneca maior non fuit, de quo alias suo loco dicemus : 



(1) Quinti]., /n5/. ora^,lX, 3, 73. 

(2) Girolamo scrive: a Quintilianus ex Hispania Calagurritanua primus 
Romae publicam scholam (aperuit^ et salari um e fìsco accepit ». 

(J) Girolamo: e Fabius Quintilianus Romam a Galba perducitur ». 

(4) Girolamo, Adversus lovinianum, l, cap. 40: a Brutus Poi*ciam 
virginem duxìt uzorem )>. 

(5) Fiutare, Cat, min., XXV, 2. 

(6) A p o 1 1 i n. S i d o n.f Carni. ^ IX, 229, distinguo un Seneca filosofo 
6 un Seneca tragico. 

(7) Quintil., iwj<. or., IX, 2, 8. 

(8) X, 1, 129. 

(9) I, 61,7-8. 

(10) I nostri testi leggono duosque. 

(11) La nona tragedia nella redazione A è V Ottavia, 



— 320- 

nam de ementitis ad Paulum et Pauli ad cum epistolis alio 
opere disputavimus. 

Riguardo a Seneca il Valla commette uno di quegli errori, che 
egli rimprovera al Bellovacense, al Petrarca, al Raudense; 
confonde cioè in una sola persona Seneca retore e Seneca fi- j 
losofo, padre e figlio ; inclina tutt'al più a distinguere Seneca < 
filosofo dal tragico. 

Riguardo poi a Quintiliano egli è infinitamente superiore al 
Raudense, il quale faceva una sola persona del QuiatiliaQO 
nominato da Seneca retore con l'autore dtiW Insti tu Ito oratoria- 
Non solo, dice il Valla, Quintiliano non mori prima di Seneca, 
ma gli sopravvisse e sopravvisse a Plinio, esso stesso soprav- 
vissuto a Seneca, sicché Quintiliano fu un ottant'anni più g^^*' 
vane di Seneca, avendo scritto la sua Institutio sotto Dotnv' 
ziano e Traiano. Seneca avrebbe potuto veder Cicerone, meot^^ 
Quintiliano mori un centocinquant'anni dopo Cicerone. — Co^ 
ciò il Valla collocherebbe la morte di Quintiliano verso ^ 
105 d. Cr. 

Distinto per tal modo il Quintiliano dell' /ws/i/m/io dal Quii 
tiliano citato in Seneca, egli fa di questo il padre o Tavo 
quello. Se è cosi, ragiona il Valla, il Quintiliano dtW Insti tuìic- 
non nacque in Spagna, ma in Roma, dove suo padre era re — 
tore. O vogliamo il Quintiliano dcW Institutio nato in Spagna, 
di dove Galba lo condusse a Roma> E allora questi non è il 
figlio del Quintiliano citalo in Seneca. 

Il Valla propende per la prima ipotesi, ammettendo perciò 
errore nella testimonianza di Girolamo: e per mostrare che 
non è un capriccio negar fede a Girolamo, lo coglie in fallo 
anche in un altro caso, cioè rispetto a Porcia figlia di Catone. 

Ora reco alcuni passi della biografia anonima : 

«Marcus Fabius Quintilianus Romae natus est, quibus con- 
sulibus aut quo imperante Caesare, non legi. Verissima con- 
iectura adducor, ut fidem libris temporum non habeam, ubi 

legitur: Quintilianus Calagurra urbe Hispaniae oriundus 

At ipso dicit cum css;-'t adolescentulus, cognovisse Domitium 
Afrum (i) et Senecam (2), qui ambo sub Nerone periere. Se- 



(1 Q u i n t., Institi or., V, 7, 7. 
(2; Ib., XII, 10, 11. 



- 321- 

leca in libro sexto (i) Divisionum Quintiliani declamatoris 

neminit Is avus fuit M. Fabii Quintiliani, qui Romae multis 

innis rhetorìcen cum summa laude docuit. Et ipse rursus 
^uintilianus mentionem facit patris, qui causidicus fuit apud 

)rincipem Quo tempore decesserit, affirmare non audeo, 

ìuoniam is, qui tradit, fide caret >. 

Il confronto dei due testi mostra evidentemente che il Valla 
on è autore delia biografia, ma mostra anche che all'anonimo 
rano note le idee del Valla, il quale perciò dev'essere consi- 
erato come il primo che mosse dubbi sulla nazionalità di 
Quintiliano. 



§ 3. Studi del Valla sui codici dell* Institutio oratoria. 

La discussione del Valla sulla nazionalità di Quintiliano è 
m saggio degli studi ch'egli veniva preparando sul più sim- 
>atico fra i suoi autori e ne dà formale annunzio con quelle 
>arole: de quo alias plura dicemus (2). . 

Le Adriotationes in Raudensem sono, come già ho detto, del 
[442. In quello stesso tempo il Valla deve aver domandato un 
Quintiliano all'Aurispa, il quale nel dccembre 1443 (3) cosi gli 
scriveva : 

« Quintilianum quem ad te iampridem misi nescius sum 
an acceperis >►. 

A cui il Valla da Napoli, in data ultimo decembre dello stesso 
anno, rispondeva (4): 

4c Quintilianum me accepissc olim scripsi ». 



(1) Leggi decimo. 

(2) Si veda anche quest'altro passo delle Adnotationes (p. 38): « Nain 
Consultus {leggi Consentius) ac Martiaous Capella et quidam alii de 
arte praecepta baec dant, sed plurima ex Quintiliano ad verbum sumpta, 
cum tamen de illo^ a quo furautur, mentionem non faciant; homines im- 
proboB planeque ingenio misero ac furaci, quos alias castioabimus ».* 

(3) R. Sabbadini, Cronologia del Panormita e del Valla, 

(4) Ibid. 

Kjvista di filologia, ecc. XX. 21 



L. ->.::.* 



- 322 - 

I primi frutti di quest* operosità del Valla su Qointiliano si 
trovano raccolti nel cod. latino di Parigi 7723, il quale porta 
questa soscrìzione : Laurentius Vallensù hunc codicem ubi emen- 
davit ipse millesimo quadriti gentesimo quadragesimo quarto^ mense 
decembriSy die nono. 

II codice ha molte glosse marginali di mano del Valla ; ma 
non è di mano del Valla, secondo il Fierville (i), la soscrì- 
zione, e giustamente. Il Valla non avrebbe mai scrìtto mense 
decembris die nono, ma mense decembri die nono o die nono 
mensis decembris o V id. decembres (2). 

Né il Valla si fermò qui ; che ancora nel 1448 era intento a 
glossare Quintiliano, come risulta da una lettera al Tortelli, 
della quale reco un passo: 

« Quintilianum quem poscis, habeo enim duo, iuberem tibi 
tradi per Ambrosium, si putarem eum mihi in hoc obsecutu- 
rum; tametsi noUem glosas, quas illi feci, ab aliis transcrìbi, 
priusquam recognorìm et alias adhuc addiderìm. Nam ut scias 
quo studio glosas eas facturus sim, certum est mihi onmes 
libros, qui supersunt legendi, evolvere, eos praesertim qui ante 
Quintilianum extiterunt. Quid quaeris? Emi Hyppocratem, qui 
fuit Roberti; legi fere omnia illius opera, ubi aliquid ad orna- 
mentum glosarum inveni; ut est « naiòOfiaOei^ vocarì eos qui 
in sua quique arte praestantissimi sunt » (3). Cuius hominis 
in hac re auctoritas maior est, quam aut Arìstotelis aut Pla- 
tonis, quia prior fuit. Tamen ut Quintilianum ipsum ad tran- 
scribendum legendumve emendatissimum haberes, enixius la- 
borarem, ut meus in tuas manus perveniret, nisi potius crederem 
me istuc venturum 

< Kal. ianuariis. Neapoli (1448) (4) ». 



Catania, io febbraio 1891. 

Remigio Sabbadini. 



(1) Op. cit., p. czviii-oxix. 

(2) Cfr. Adnotationes in Raud., p. 8. 

(3) Cfr. Q u i n t i 1., Instit. orat., I, 12, 19. 

(4) R. S a b b a d i n i, op. oit. 



-323- 



NOTE CRITICHE 



I. Per il così detto « Dialo gus de Oratoribus ». 

Luigi Valmaggi in questa Rivista (anno XVIII, fase. 4-6, 
pagg. 246-247) prende ad esame un luogo del cap. terzo dei 
Dialogus de Oratoribus, ed espone le vane congetture fatte e le 
varie interpretazioni date dai dotti. II luogo è il seguente: Tum 
illey leges, inquit^ quid Maternus sibi debuerity et agnosces^ quae 
audisti. Per maggior chiarezza credo bene di informare il let- 
tore di quanto precede, stimando però superfluo il riferire tutte 
le spiegazioni finora date, giacché questo fece accuratamente 
il Valmaggi, e ciascuno le può vedere nel fascicolo sopra 
citato della Rivista. 

Giulio Secondo e Marco Apro insieme con lo scrittore del 

Dialogus si trovano in casa del comune amico Curiazio Materno, 

che al loro entrare avevano sorpreso tutto intento a correggere 

una sua tragedia, intitolata Catone. Siccome la lettura di questo 

scritto aveva lasciato nell'animo degli uditori il concetto di 

troppo libera ed ardita, così Giulio Secondo si rivolge a Ma- 

"^emo e gli dice: nihilne te Materne, /abulae malignorum 

^errentf quo minus offensas Catonis tui ames ? an ideo librum 

ni deprekendisti, ut diligentius retractares, et sublatts si qua 

ravae interpretationi matcriam dederunt, emitteres Catonem non 

-^uidetn meliorem sed tamen securiorem 1 Tum ille, leges, inquit, 

-^uid Maternus sibi debuerit^ et agnosces quae audisti. (Lipsia, 

Teubner, 1886, ediz. curata dall'Halm). 

Il Valmaggi, dopo d*aver giudicate difettose o per un lato o 

^CT l'altro le anteriori spiegazioni, ne propone egli stesso una, 

'<:he è la più razionale di tutte. 

A me però sembra, che, per avere una sicura interpretazione, 
-«ia prima da correggere il testo. Difatti riguardo alla parte 
sostanziale della risposta di Materno non può esservi dubbio 
xii sorta ; tutti convengono nel ritenere che Materno rispon- 
<iesse di fare bensì qualche modificazione ma di farla in modo, 
che si sarebbero sempre riconosciuti quei sentimenti, i quali 
'erano dispiaciuti a qualcuno. La questione adunque versa solo 
sul « quid sibi debuerit » che dà luogo alle più disparate in- 
terpretazioni ; le quali, per quanto sieno ingegnose, non con- 



-^ 



— 324 — 

vincono mai pienamente, ma lasciano sempre un pò* di dubbio 
nella mente del lettore. 

Ora il dare altre spiegazioni sarebbe opera vana, il ricorrere 
ad arbitrarie trasposizioni, mentre non dà migliore risultato, 
accusa troppa avventatezza ; meglio quindi ricorrere ad una 
possibile sostituzione. Crederei pertanto, che col leggere invece 
di siti debuerit quest*altra parola subdeleverit svanisca ogni 
difficoltà. 

Materno infatti risponderebbe : Sì io vado rivedendo la mia 
tragedia ; quando avrò terminato il lavoro della lima, tu la potrai 
leggere; ma vi scorgerai sempre, benché ravvolto in sottile 
velo, quello che in apparenza ho eliminato, vi riconoscerai quegli 
stessi sentimenti, che già hai sentiti dalla bocca mia. 

Così mi pare che la idea principale sia avvantaggiata e 
meglio lumeggiata, e sieno tolte tutte le ambiguità. 

Qualcuno però potrebbe osservare : se tale fosse il significato 
dell'intiera proposizione, l'autore del Dialogo avrebbe messo in 
bocca a Materno queste parole : legeSy inquit^ quid subdeleve- 
rìm ecc. Ma allora, dico io, neppure si potrebbe capire perchè 
non abbia scritto (conservando la comune lezione) quid miki de 
buertm. Questo modo di accennare la propria persona, solenne 
e grave, serve a dichiarare, quanto Materno fosse orgoglioso 
di conservare i proprii sentimenti: di modo che, parafrasando, 
si potrebbe rendere cosi : « un uomo par mìo difficilmente 
s'induce a rinnegare i proprii sentimenti. Io li ho velati, ma 
non li ho taciuti ». 

II. Cicerone, De Orai,, lib. 11, § 189. 

Eaque omnia^ qiiae proborum, demissorum^ non acrium, non 
pertinacium^ non litìgiosorum^ non acerborum sunt, valde bene^ 
volentiam conciliante abalienantque ab «s, in quibus haec [non^ 
sunt, itaque eadem sunt in adversarios ex contrario conferenda. 

Antonio Cima (Rivista di fìloL class., anno XVIII, fase. 10-12, 
p. 485) crede che siansi perdute alcune parole dopo in quibus 
haec sunt (cosi egli legge, e non « in quibus haec non sunt > 
l'autorità dei migliori codici appoggia la sua opinione). Io però 
credo che il testo non abbia subito alcuna perdita, e perciò mi 
sembra superflua l'aggiunta proposta per supplire colla con- 
gettura {quae his adversa sunt). 

Anzitutto Cicerone avrebbe scritto « in quibus ea sunt etc. », 
in secondo luogo la ripetizione di sunt fatta in quel modo non 



— 325 — 

sarebbe affatto elegante ; ma, facendo astrazione da queste os- 
servazioni, non mi pare, che il testo sia oscuro, dopo che si 
è accettata Tespulsione della negativa confortata dai codici 
migliori. 

Haec si deve intendere come equivalente Kaià (JÙvecTiv a haec 
{ed) quae sunt acrium^ pertinadum, littgiosorum^ acerborutn ; lo 
stesso significato ha Veadem seguente ; e perciò tutto il luogo 
si potrebbe rendere in italiano così : 

Quelle qualitày che st ammirano negli uomini retti e modesti, 
zn cui non vi è acrimonia, non ostinazione, non amore ai litigi, 
non ruvidezza, hanno la gran virtit di attirarsi la benevolenza 
(jdet giudici) ed inoltre (li) distolgono dal favorire coloro, che 
hanno questi {ultimi) difetti. Perciò convien provare contro V av' 
versario, che egli ha tutti i sopradetti vizi. 

Cava de' Tirreni. Filippo Valla. 



APPUNTI CRITICI 



III. 

Eugepae, — E, come è noto, una particella esclamativa, che 
serve a denotare o un sentimento di gioia (Stich., 381: « Sam- 
bucas advexit secum forma eximia. — Eugepae : Quando adbi- 
bero, adludiabo...») o d'ironia {Capt,, 274: «Eugepae: Thalem 
talento non emam Milesium >) o d'indignazione {Mere, 627 : 
■« Eugepae: Deos absentis testis memorasi »). Che l'esatta 
scrittura sia appunto Eugepae venne provato col raffronto dei 
codici dal Richter, De usu particularum exclamativarum (in 
Studemund, Studien d. ardi. Lateins, 1890, I, p. 327). 

Il Richter, 1. e, dice: In eugepae interiectione quid sibi 
-vclit 'i>ae, adhuc nemo explicavit, ncque ipse, quomodo expli- 
candum sit, indagare potui >. 

Ora, se si badi ai riscontri saep-es, (TrÌK-oq, nae, vrj, non 
si potrà aver dubbio, credo, che il -p a e di e u g c-p a e sia la 

particella enclitica irri, infi, dor. ira. Cfr. Vanicek, Griech,- 
Lat. EtymoLf Wòrterb,, II, p. 977, s. saeculum: « ae als 
Schriftzeichen eines nach è hinlautenden à », cosi pure cfr. 
p. 988, tf"vol. I, p. 120 (s. e a erimo ni a). 

Reggio di Calabria. Carlo Pascal. 



- 326 - 



"BIBLIOGRAFIA 



Vincenzo Costanzi, Ricerche su alcuni punti controversi intorno 
alla vita e ali* opera storica di Erodoto» Memoria letta al 
R. Istituto Lombardo nella seduta del giorno 30 aprile 1891. 

Queste Ricerche, il cui autore è già noto ai lettori della Ri- 
vista perle sue Quaestiones chronologicae^ inserite nel fase. 10-12, 
aprile-giugno uu. ss., meritano tanto più di essere conosciute in 
quanto che studi filologici, propriamente detti, intorno ad Ero- 
doto finora, se non erro, in Italia non ne furono pubblicati. 

E inutile avvertire che io non posso tener dietro all'A. nello 
svolgimento di tutte le particolarità, più o meno importanti, 
relative alle varie questioni da lui trattate ; ciò richiederebbe 
un riassunto minuto, e quindi troppo lungo del suo studio : 
mi accontenterò di accennare quali sono esse questioni e in 
qual modo egli le ha risolte. 

La trattazione, come apparisce anche dal titolo della Me^ 
moria, è divisa in due parti, di cui Tuna riguarda 1^ vita, l'altra 
l'opera storica di Erodoto. Incominciamo dalla prima, dove 
l'A. si occupa anzitutto della nascita (§§ 5 e 6) e della paren- 
tela di Erodoto (§§ 7-12), poi della cronologia dei viaggi di 
lui (§§ 13.19). 

In che anno è nato Erodoto) La data tradizionale di Pam- 
fila, il 484, è, se non evSattissima, molto approssimativa : 
dunque il 485 o il 483...: e ciò l'A. dimostra con argomenti 
desunti dalle storie contro l'opinione di altri filologi, dei quali 
alcuni son venuti giù fino al 489. 

Il poeta Paniasi era zio di Erodoto ? Da Suida in poi lo si 
e sempre creduto ; solo il Baucr nega questa parentela. Del 
Bauer l'A. ricorda, riassumendoli, gli argomenti e li confuta 
largamente, e conchiudc che nulla vieta di considerare come 
vera la parentela dei due scrittori, anzi tutto lascia supporre 
con buon fondamento che essa fu tale. E poiché il Bauer ri- 
portandosi, per negarla, all'articolo biografico di Suida vuole 
che questo sia infirmato dalla iscrizione recentemente scoperta 
in Alicarnasso {IGA., 500), e allargando le sue considerazioni 



alla vita di Erodoto, giusta i dati tradizionali, ritiene che non 
merita fede la notizia del ritorno di lui da Samo ad Alicar- 
nasso, il Costanzi fa rilevare che le parole della citata iscri- 
zione, come le dà il testo, non contraddicono punto alla biografia 
di Suida; quindi non è inverosimile che Erodoto abbia preso 
parte, non però come capo, al movimento d*insurrezione contro 
Ligdami, tiranno di Alicarnasso ; e, tornato in patria, venne 
in uggia ai suoi concittadini, come narra la tradizione, perchè 
di spiriti democratici e spiccatamente propenso ad Atene, dove 
si recò molto probabilmente dopo la morte di Cimone (449). 
Quanto alla cronologia dei viaggi di Erodoto non è possibile, 
osserva l'A., determinare, "fee non approssimativamente, in che 
tempo egli abbia visitato le città e le isole adiacenti dell'Asia 
Minore ; ciò può essere avvenuto durante il suo soggiorno in 
Samo : la qual cosa del resto non esclude che Erodoto abbia 
fatto qualcuno di questi viaggi dopo il suo ritomo in Alicar- 
nasso. Rispetto poi al viaggio in Babilonia esso cade nel pe- 
riodo 454-450, cioè è posteriore al suo rimpatrio, non però 
airanno 449; né il viaggio in Egitto, come sostiene il Dunkcr, 
fu una semplice diversione del viaggio di ritorno da Babilonia, 
avendo avuto luogo molto dopo il 449 : né occorre coll'Hachez 
ammettere che i viaggi in Egitto siano stati due. L*ordine di 
successione dei viaggi di Erodoto, da lui intrapresi solo a 
scopo di esplorazione, è il seguente : i) Asia Minore e colonie 
greche situate sul Ponto Eusino, 2) Babilonia e parte della 
Persia, 3) Grecia, 4) Italia, 5) Egitto. 

La seconda parte della Memoria è preceduta da alcune con- 
siderazioni generali intorno ad Erodoto e alla storiografia dei 
suoi tempi (§§ 20-24). Ivi il Costanzi, dopo aver notato il di- 
stacco di Erodoto dai logografi e quale valore si debba dare 
alla designazione di « universale » riferita alla storia di lui, 
Osserva che la narrazione erodotea per i suoi caratteri speciali 
CirpOOGnKai troppo lunghe, descrizioni particolareggiate con 
clanno deirinsieme del racconto, i vari argomenti legati fra loro 
eia un vincolo per lo più esteriore) ha fatto nascere in molli 
filologi il sospetto che le storie come sono a noi pervenute 
^iano « il prodotto di successivi aggregamenti intorno a un 
t^ucleo originario di meno vaste proporzioni ». I dubbi degli 
studiosi cadono specialmente sul modo di formazione delle 
storie, e danno cosi origine a quella che fu chiamata Logen^ 
theorie cioè teoria dei racconti separati ; sul tempo e sul luogo 



E^^ ■« 




^ i- 



- 328 — 

della compilazione dei libri I-III, 119 e V-IX; se le storie di. 
Rrodoto sono un'opera compiuta e se le ha pubblicate egli stesso; 
sul fatto della lettura tenuta in Atene, e da ultimo sugli *A(f-" 
(Tupioi XÓTOi. Tutti questi punti controversi formano oggetto cS 
studio e di disamina pel nostro A., che li tratta partitament 
nclFordine or ora ricordato. 

Esposta la Lo^cnìheorie del Bauer, il Costanzi si occu 
successivamente della storia della spedizione di Serse, dell; 
rivoluzione ionica e della spedizione di Dati e Artafcrne, dell 
storia della Lidia, delFEgitto, della Scizia, di Sparta e di Atene, ^ ^' 
e infine della teoria del sostanziale rimaneggiamento di storie '^^ ^^ 
in origine separate. Man mano che^li si presenta Toccasione, -- — ' 
e^^li accenna ad obbiezioni e a spiegazioni del racconto ero- 
dotco dello Schòll, del Bauer, del Bergk, dell'Hachez, ecc. e, » ^' 
secondo i casi, o le confuta o le dimostra erronee conchiudendo ^^ . 
col Kirchhofl che le storie di Erodoto sono « Tattuazione di ^ . 
un disegno da lungo tempo concepito e maturato ». L'ipotesi 
di alcuni critici che Topera storica, quale ora l'abbiamo, si ri- 
duca ad una semplice « conglobazione di storie separate cucite 
in seguito dall'autore e falsa storicamente, assurda psicologi- 
camente »; mentre l'altra ipotesi che in realtà all'opera quale è 
per noi preesistessero dei XÓTOi o racconti autonomi rimaneg- 
giati poi so«^tanzialmente nel lavoro di compilazione « non è 
punto necessaria a spiegare le imperfezioni che si notano nel- 
l'opera a noi pervenuta » (§§ 25-55). 

Contro l'opinione del Kirchhoff, il quale vuole che i due 
primi libri e parte del terzo siano stati scritti in Atene, il Co- 
stanzi, infirmandone l'argomento principale, fondato sull'auten- 
ticità, per lui insostenibile, dei versi 904 sgg. àA\ Antigone di \ 
Sofocle, asserisce che Erodoto li scrisse in Italia, e che il 
principio della loro composizione cade negli ultimi anni del 
soggiorno di lui a Turio dopo il viaggio in Egitto, cioè più 
esattamente dopo il 4^5: la qual cosa l'A. ha potuto stabilire 
movendo da un indizio cronologico che si trova sulla fine del 
terzo libro (§§ 56-^39). Contro l'opinione poi dello Stein, che i 
Propilei, onde fa parola Erodoto, V, 77, non siano quelli fa- 
mosi di Mnesiclc, il Costanzi cerca di mettere in sodo che 
non si può pensare ad altri, e di qui e da nuove testimonianze 
desunte direttamente da Erodoto, accordandosi spesso col 
Kirchhoff, ne deduce che lo storico, ritornato, non si sa perchè, 
in Atene dopo il 432, ivi cominciò la redazione dal libro V, 



X 



77 i^ P<^i i^ un tempo non anteriore o solo di poco anteriore 

al 430 (§§ 70-75)- 

Le storie di Erodoto sono un'opera compiuta? A questa do- 
manda, che gli antichi non si fecero mai, rispose per il primo 
xaegrativamente il Dahlmann, il quale trovò e seguaci e oppo- 
sitori. Il Costanzi ne ricorda parecchi: ma qui basterà citarne 
due soli, l*Ammer e il Gomperz. Il primo sostiene che le storie 
di Erodoto non hanno una vera e propria conclusione e che 
nello stato in cui esse sono a noi pervenute « la narrazione è 
2>iù strozzata che terminata >; il secondo afferma che colla de- 
scrizione della marcia di Serse e la narrazione delle battaglie 
di Salamina, di Platea e di Micale « il compito è assoluto >, 
^ che l'opera di Efodoto è compiuta < intcriormente ed este- 
jriormente ». Il nostro autore sa tenersi nella giusta via di 
znezzo : ammette che la narrazione è interrotta e che una vera 
^ propria conclusione nelle storie manca ; aggiunge però che 
xion è probabile che Erodoto meditasse di continuare il rac- 
conto oltre la presa di Sesto, con la quale si chiude il pe- 
ìodo panellenico delle guerre mediche : e le stesse allusioni 
avvenimenti posteriori al 478, dei quali lo storico non di- 
<:hiara mai di volersi occupare, suffragano l'ipotesi della « so- 
stanziale assoluzione del compito ». In altre parole « interior- 
xaente » l'opera è compiuta, ma non « esteriormente »; e ciò 
<iipende dal fatto che Erodoto fu colpito da morte mentre an- 
cora attendeva al suo lavoro (§§ 76-89). 

E dunque possibile che Erodoto abbia pubblicato' egli ^tesso 
la sua opera? Ai più non pare ; ma gli argomenti che si so- 
gliono addurre non sembrano al Costanzi troppo sicuri. Egli 
partendo dall'ipotesi che FJrodoto abbia almeno pubblicato sin- 
goli tratti delle sue storie separatamente, e quindi che una 
parte fosse già conosciuta prima che ne andassero attorno le 
edizioni complete, nota che presso gli antichi non si trova di 
ciò alcun probabile indizio : e che del resto la cosa è estranea 
alle consuetudini del V secolo. Inoltre Erodoto, pur avendo 
fatto l'apologia della famiglia degli Alcmeonidi, VI, 121-1131, 
non fu perseguitato dagli Ateniesi come tutti gli altri amici di 
Pericle ; il che sarebbe avvenuto se essa apologia fosse stata 
conosciuta dal pubblico di Atene: e si deve poi tener conto 
anche delle tristi condizioni della città travagliata dai disastri 
della guerra e dalle strettezze economiche. Tali considerazioni 
portano il Costanzi a conchiudere che « si può ritenere quasi 



- 330 — 

per certo che le storie di Erodoto entrassero nel dominio del 
pubblico solo dopo la morte deirautore » (§§ 90-97). 

Ora come mai ciò non ostante potè avvenire che Erodoto 
abbia goduto in vita di grande celebrità? li Costanzi trova la 
spiegazione di questo fatto nelfuso, in vigore presso gli antichi, 
delle pubbliche recitazioni : uso seguUo da varie categorie di 
dotti, e logografi e filosofi e sofisti, epperò anche da Ero- 
doto, come è probabile, già durante la sua dimora in Samo e 
in Alicarnasso. È certo, contro l'opinione del Sittl, il quale a 
questa notizia tramandataci dall'antichità nega a torto ogni fede, 
che in Atene e, verosimilmente, secondo Tipotesi dello Scali- 
gero, nelle grandi Panatenee Erodoto diede pubblica lettura 
delle sue storie ; ma quale sia stato lo sviluppo del racconto, 
oggetto di essa lettura, non si può stabilire con esattezza 
(§§ 98-106). 

Resta a dire qualche cosa degli *A(J(JÙpioi XÓTOi o racconto 
delle cose assire e babilonesi, che è una delle questioni più 
dibattute intorno all'opera storica di Erodoto. Nell'epoca ales- 
sandrina non se ne conosce nemmeno l'esistenza ; e in un passo 
di Aristotele, ove essi sono accennati, anziché 'HpótoTO^ si a- 
vrebbe a leggere con un'intiera famiglia di manoscritti *Haioòog. 
Ma qui osserva il Costanzi che è probabile che Aristotele 
abbia fatto menzione di qualche logografo « il cui nome sia 
stato nei manoscritti sostituito con quello di Erodoto », Fra i 
moderni alcuni li considerano come un'opera perduta, altri cre- 
dono che non siano mai stati scritti, altri ancora suppongono 
che lo storico non gli abbia scritti, ma che meditasse di scri- 
verli separatamente. Questa ipotesi, dice il Costanzi, è « la 
meno logica >, poiché non si riesce con essa a provare che 
gli *A(Taupioi XÓTOi « non avrebbero potuto trovar luogo nella 
storia universale »; mentre d'altra parte la questione relativa 
alla loro perdita o alla loro assoluta inesistenza è ben lungi 
dall'essere risolta. La congettura più verosimile é, per il Co- 
stanzi, questa : che la composizione degli 'AcTCTiipioi XÓTOi fosse 
solo un desiderio dello storico, e < forse Erodoto aveva già 
cominciato a mettere in ordine i materiali per inserirli nel terzo 
libro, quando fu colpito da morte > (§§ 107-119). 

Ora qualche osservazione. In un luogo, § 98, il Costanzi af- 
ferma che Erodoto ebbe relazioni personali con Pericle, e ag- 
giunge in nota che fra essi non potè non nascere un'intimità 
di rapporti. Ammettiamo pure che Erodoto e Pericle siano stati 



fra loro in relazione, sebbene nessun documento, e ciò rico- 
nosce anche il Costanzi, ce lo attesti ; ma come si potrà di- 
mostrare Tintimità di questa relazione ? L'unica prova addotta 
dalTA., il successo ottenuto nella pubblica lettura, non basta ; 
né si creda che questa particolarità sia di minima importanza. 
Considerata in sé a vero dire ne ha poca ; ma ne acquista 
molta per le conseguenze che da essa, secondo il Costanzi, ne 
derivano. Infatti il timore che la sua intimità con Pericle po- 
tesse nuocergli, come realmente nocque agli altri amici del 
grande statista, trattenne Erodoto da una parziale pubblicazione 
delle sue storie. Questo argomento, ricordato a suo luogo, del 
nostro autore è molto debole e non serve punto allo scopo per 
cui é stato messo avanti. In vero, che cosa ci obbliga a sup- 
porre che Erodoto, se avesse voluto pubblicare qualche parte 
della sua opera, avrebbe proprio scelto quella in cui ricorrono 
le lodi degli Alcmeonidi ? Non ce ne sono forse altre, pur non 
tenendo buona col Costanzi la teoria dei racconti separati, 
che si sarebbe potuto pubblicare, non meno interessanti, se 
anche non riguardavano la storia interna di Atene? Conoscendo, 
e le conosceva senza dubbio, quali disposizioni d'animo aves- 
sero verso Pericle e il casato e i famigliari e gli amici di lui 
gli Ateniesi, Erodoto, anche per non venir meno a un dovere 
elementare di ospitalità, si sarebbe guardato dal far cosa che 
potesse offendere il sentimento della maggioranza dei cittadini. 
E come l'apologia della famiglia degli Alcmeonidi non fu cer- 
tamente uno dei temi della pubblica lettura, così non ci sarebbe 
stata ragione d'inserirla in qualcuna delle pubblicazioni parziali. 
Aggiungasi che non si comprenderebbe perché Erodoto nelle 
condizioni d'allora si sarebbe indotto a rendere note univer- 
salmente in una forma tanto palese le sue amichevoli relazioni 
con Pericle. 

Ma queste, come il lettore ben vede, sono cose da nulla, e 
non mi sarei nemmeno trattenuto a farne cenno se non avessi 
inteso di dimostrare con ciò che ho letto tutto e diligentemente 
lo scritto del Costanzi. Cosi e l'autore e i lettori possono 
avere una certa garanzia della coscienziosità, almeno nel desi- 
derio, della mia recensione. 

La Memoria del Costanzi si raccomanda alla benevola at- 
tenzione degli studiosi e per il metodo rigorosamente scienti- 
fico e per il modo serio e sicuro con cui sono trattate le varie 
questioni. Fin dalle prime pagine si capisce che l'A. è davvero 



-332 - 

padrone del suo argomento, e ha piena conoscenza di tutta la 
letteratura a questo relativa. Egli ha consultato non solo le 
opere principali e più note, ma anche la maggior parte delle 
monografìe e degli studi, pubblicati in gran numero in Ger- 
mania in riviste e giornali di filologia, intomo ai singoli punti 
controversi onde si occupa ; inoltre mostra in parecchi luoghi 
di aver famigliare e la letteratura greca e la sua storia. Ancora: 
Tesposizione, sebbene dal lato della forma si possa notare 
qualche piccola menda, procede così chiara e ordinata, che 
queste Ricerche si direbbero opera non di un giovane, il quale 
fa le sue prime armi nel campo della filologia, ma di uno stu- 
dioso che abbia già percorso un bel tratto di strada ; tanto 
più che non ostante le molte citazioni non c'è nel lavoro del 
Costanzi, come solitamente avviene negli scritti di noi giovani, 
soverchio sfoggio di erudizione. 

Per ciò che riguarda lo svolgimento delle singole questioni 
bisogna notare che il Costanzi le considera e le tratta sempre 
oggettivamente ; poi che nulla mai asserisce senza prove de- 
sunte per lo più dalle storie di Erodoto, che egli deve cono- 
scere proprio a menadito. Non altrimenti anche dove mette 
avanti semplici congetture le corrobora quasi sempre con validi 
argomenti, che non gli fanno difetto né quando nega recisa- 
mente che sia buona l'opinione prima confutata, né quando 
accetta o tutte o solo in parte le conclusioni altrui. Riconosce 
egli per il primo, come per es. nella trattazione degli *A<y<ru- 
pioi XÓTOi, che qualche sua spiegazione si riduce ad un ripiego; 
e dichiara apertamente che non tutte le conclusioni, a cui è 
pervenuto, hanno valore definitivo; bensì crede di aver fatto 
risaltare « la necessità di congiungere, in uno studio sulla vita 
e sulle storie di Erodoto, ad un'analisi diligente di queste ul- 
time un esame attento dei dati della tradizione ». E questo 
scopo egli lo ha perfettamente raggiunto. 

Milano, luglio '91. 

Domenico Bassi. 



Herodots zvoeites Buch mit sachlichen Erlàuterungen herausge- 
geben voti Alfred Wiedemann, Leipzig, Teubner, 1890. 



Il secondo libro d'Erodoto, dedicato tutto, com'è, alle cose 
egizie, richiede una particolare illustrazione archeologica. E la 
diedero già il Baehr e il Rawlinson: ma dal 1876, da cui data 
il secondo di questi commenti, l'egittologia fece progressi gran- 
dissimi. Delle scritture di quel popolo si acquistò più larga e 
più sicura conoscenza : si cessò dal rivolgere l'attenzione uni- 
camente alle epoche più remote di quella storia, e si fecero 
nel Delta (la regione, in cui i Greci portarono più specialmente 
le loro armi ed i loro commerci) scavi, d'onde venne posto in 
luce il più recente periodo delle relazioni greco-egizie. 

Rendevasi perciò opportuna una nuova edizione, in cui il 
testo erodoteo venisse dichiarato al lume delle ultime scoperte: 
e all'opera si sobbarcò Alfredo Wiedemann apportandovi la 
grande competenza propria (i), nonché i dati attinti a fonti 
manoscritte, che a lui furono accessibili, quali gli emendamenti 
inediti dello Stein e gl'inediti commenti del Gutschmid. 

Precede un'Introduzione, in cui di Erodoto si discorrono le 
vicende, i tempi, le opere colle questioni relative e la relativa 
bibliografia : — se ne enumerano i codici più importanti, le 
edizioni, le traduzioni: — sono disposte sistematicamente le 
trattazioni speciali, in cui Erodoto viene studiato sotto l'aspetto 
grammaticale (nel senso più largo della parola). E quest'ultima 
parte dell'introduzione serve a riempire una lacuna volontaria- 
mente lasciata dal W., il quale nell'intento di far cosa di 
stretta necessità scientifica considera il suo autore soltanto dal 
lato reale (sachlich), mentre pel lato formale rinvia a dette trat- 
tazioni, come pure alle edizioni dell' Abicht, dello Stein, di 
Kruger-Pòkel, che vi provvedono abbondantemente. 

Segue poi Topera stessa, in cui il testo (che è in sostanza 
quello dello Stein, accompagnato però da noterelle critiche, 



(1) Egittologo, mì distingae per la preoccupazione di ricercare i vìc6d- 
devoli rapporti della Grecia colPEgitto. Cfr. di lui Die dltesten Bezie* 
hungen j^toischen Aegypten und Griechenland, 1883 — Aegyptischc 
Geschichte^ 1884. 






— 334 — 

ove tra le varianti de* manoscritti e le moderne congetture sono 
scelte e registrate quelle che giovano a fermare il senso del 
contesto o la grafia de' nomi proprii) il testo, dico, e il com- 
mento non formano, come nella generalità delle edizioni, due 
parti distinte disposte rispettivamente in serie continua, ma si 
alternano di modo che ad un brano di lunghezza varia a se- 
conda della varia lunghezza delle chiose, che occorrono, tieo 
dietro il relativo commento. 

Il quale è opera di rara dottrina. Ivi l'asserto erodoteo è raf- 
frontato e all'uopo rettificato dai documenti egizi, dai testi bi- 
blici, dalle testimonianze analoghe dell'antichità classica, dalle 
posteriori notizie di autori cristiani e musulmani, dalle indagini 
de* tempi moderni (V. per es. a p. 466 segg. il passo concer- 
nente le piramidi). Inoltre, in esso vanno di pari passo Teru- 
dizione letteraria e la scienza positiva : quindi accanto alle an- 
tichità dell'Egitto ne trovi illustrate la geografìa fisica, la storia 
naturale ne' vari suoi rami, la meteorologia, l'etnografia (V. per 
es. a p. 138 segg., dove a proposito degli fivòpc^ (iiKpoi di 
Erodoto, II, 32, dai Pigmei ricordati, in un'iscrizione egizia, si 
viene giù giù fino a quelli che Stanley, Africa tenebrosa, trad. 
it., II, 96, narra aver trovati nel 1888 nella gran foresta del- 
l'Africa centrale). Né mancano gli accenni e i raccostamenti 
con cose lontanissime : così la mitica figura di Sesostri è pa- 
ragonata al Carlo Magno delle epopee medievali (p. 391): così 
della leggenda del re Rampsinito si segna sommariamente il 
viaggio dalla più remota antichità orientale fino alla novellistica 
nostra del Cinquecento (p. 447). È insomma un materiale im- 
menso elaborato con grande sagacia da uomo, che alla lar- 
ghezza della coltura unisce la larghezza delle vedute. 

Non è dunque soverchio il dire che questo lavoro, il quale 
cosi compiutamente rispecchia la presente condizion degli studi, 
— nonostante le piccole inesattezze e le poche omissioni notate 
dal critico del Literarìsches Centralhlatt, 1890, n. 46 — è e sarà 
per un non breve periodo di tempo quello, che gl'Inglesi chia- 
mano an exaustive work. 

2 marzo 1891. 

Attilio Levi. 



- 336 - 



Zander, Versus italici antiqui, Lundae, Hjalmar Moller, 1890. 



Il nome di Carlo Zander è già troppo noto a chi coltivi gli 
studii antichi, e ognuno ricorda, tra gli altri, il suo lavoro 
sul Carme Saliare, Sotto il titolo di Versus italici antiqui ora lo 
Zander ha raccolto dalle iscrizioni e dalle citazioni antiche di 
grammatici o d'autori tutto ciò che ci rimane delfantichissima 
poesia italica. Tutti i frammenti sono corredati da un largo 
commento ove si vagliano le testimonianze e si discutono le 
antiche forme protolatine o protoitaliche. I versi sono stampati 
sotto queste categorie : i) Sententiae, ove si trovano tutti i 
proverbi rimasti nelle opere di prosatori o poeti, e si aggiunge 
infine il carme Catoniano De moribus. 2) Sortes. 3) Compreca- 
liones. 4) Carmina dedicationis, 5) Elogia mortuorum. 6) Car- 
mina Epica, Saturae, Epigrammata. Precedono larghissimi Pro- 
legomeni, in II capitoli, che trattano di questioni per la maggior 
parte metriche, tra cui delle eterne questioni sul verso Saturnio. 
Nell'esame di alcuni versi Saturnii lo Zander si discosta note- 
volmente dagli altri. Così nell'Elogio degli Scipioni egli vor- 
rebbe scandire Cornéliùs Lucius Scipio Barbàtus, con la sini- 
zesi, dilungandosi dalla scansione del Ritschl comunemente 
accettata : Cornéliùs Lucius. — Argute sono alcune congetture. 
In un verso dell'Odissea di Livio Andronico che ci veniva ri- 
portato così : * matrem... procltum plurimi venerunt », lo Zander 
suppone : « matrem proci procltum plurimi venerunt » in corri- 
spondenza con l'omerico (a 245) 6oao\ TÒp vriaoicTiv èmKpaxé- 
ou<Tiv fipicTToi i\b' fiacJoi — KoipavéoucJiv xóaaoi jiiiTépa è|if|v 

^Vi&VTQi. Procltum sarebbe dell'antico verbo procire = fivujfiai, 
e proci sarebbe eguale a proceres, &pi(TT0i, giusta il significato 
attestatoci da Festo : « P r o e u m patricium in descriptione 
classium quam fecit Servius Tullius significat procerum >. — 
Alcuna volta mi pare che l'autore corra troppo sicuro ad alcune 
asserzioni. Così sol perchè in Varrò ne, 1. 1., IX, 60 leggiamo: 
« Luciam Voluminam Saliorum carminibus appellar! » come 
possiamo con sicurezza scandire quel nome così: Lucìa Vo- 
lumina, sol perchè questo giova a una tesi dell'autore > 
(p. Lxxiv). Certo dalla notizia di Varrone non ci è dato de- 
durre, non dico il caso, ma neppure se ai due nomi era frap- 



-^ 336 — 

posta altra parola. Anzi, a proposito di questa Lucia Volumina, 
mi pare che il richiamo al luogo di y\gostino, De Civ. Det, 
IV, 21, non sia esatto. Lo Z. riporta il luogo cosi: « quid 
opus erat parturicntibus invocare Lucinam — quid necessc crat 
— commendare nascentes — deae Volumnae » — donde par- 
rebbe che, secondo Agostino, la dea Volumna fosse protettrice 
di fanciulli. E ciò non è. Agostino nomina le singole divinità 
antiche, attribuendo loro il significato che si può trarre dalia 
loro stessa radice, cosi : « Quid necesse erat Opi deae com- 
mendare nascentes, deo Vaticano vagientes, deae Cuninae ia- 
centes, deae Ruminae sugentes, deo Statilino stantes, deae 
Adeonac adeuntes, Abeonae abeuntes, deae Menti ut bonam 
haberent mentem, deo Volumno et deae Volumnae ut bona vcl- 
lent, diis nuptialibus ut bene coniugarentur> ecc. ». — Non 
poche questioni glottologiche l'A. ha ben dichiarato e riso- 
luto. Nella Sorte stampata in C. /. L., I, 1447 (op. dello Z. 
p. 21) TA. ha bene stampato lubeo oeti: sei si fecerit^ prendendo 
si =: SIC, giusta le equazioni si : s i e = h e i (falisco) : he ice, 
hic = illi (locativo): il li e. Nel ravvicinamento del pcligno 
pros al latino prò sono opportune le equazioni prò: pros =- 
ab : abs = ob : obs:i=ec: ex (p. 76); nello stesso titolo 
peligno poi il forte fa ber (Zvetaieff, /././., 14) preferirei 
interpretarlo col Buecheler fortes faber = fortunae faber, 
anziché col Pauli fortis soUers. Giusta osservazione sulla 
caduta del d finale in latino è quella a p. lxxxviii , nota : in 
cui, contro TI lave t combatte la derivazione degli ablativi del 
tipo patre degli antichi ablativi del tipo patrid; e stabilisce 
la norma, che nel latino il d non sia caduto se non dopo vo- 
cale lunga: quód, quo, ma quod, ìd, quid, apìid, nc- 
quìd. Sicché ante non è da antìd, giacché in latino ac- 
canto ad antidea troviamo a n t (e) e a. Andremmo troppo 
per le lunghe se volessimo continuare a spigolare qua e là le 
acute osservazioni dellW. 11 quale col raccogliere tutti i docu- 
menti delTantichissima poesia italica, e coll'ornarli di un com- 
mento cosi dotto ed accurato, ha fatto opera altamente ono- 
revole. 

Reggio Calabria, marzo '91. 

Carlo Pascal. 



- 337 - 



NUOVI PAPIRI CLASSICI 



I. Classical Texts front Papyri in the Brtiìsh Mxiseum including 
the nezvly discovered poems oj Herodas^ cdited by F. G. Ke- 
NYON M, A., Fellov) of Ma^dalen College, Oxford, Assistant 
in the departmcnt of manuscripls, British Museum. With an- 
totype Jacsimiles of Mss. Prinied by order of the trustces sold 
ai the British Museum, London, 1891, in-4^ — II. *HPQNAOY 
MIMIAMBOI. Herondas. A first recension by William Gunion 
RuTHERroRD, M, A, LI. D., headmaster of Westmùister, Lon- 
don, Macmillan and C, 1891. — III. The Flinders Petrie Pa- 
pyri with TranscriptionSy Commentaries and Index by Rev. John 
P. Mahaffy, D. D., F. T. C. D. Autotypes XXX. Dublin, pu- 
blished at the Academy house. 1891, 2 voi. in 4" (Cunnin- 
gham Mcmoirs, n. Vili). 

Un tempo speravasi che le biblioteche d'Oriente, quella del 
Sultano e quelle de' conventi avrebbero dato al mondo filolo- 
gico alcune delle opere classiche la cui perdita massimamente 
si lamenta. Ma oramai sappiamo che questa speranza fu vana(i). 
Invece si è trovata un'altra ricca miniera di tesori Ictterarii, le 
rovine e le tombe d'Egitto, dalle quali ci pervenprono or fre- 
quenti avanzi di classiche scritture su papiri, brani d'antichi 
autori ed opere intiere o quasi, come fu ultimamente il caso 
per r 'A9r|vaiujv iroXiieia, scoperta questa, che vivamente com- 
mosse tutto il mondo degli studiosi dell'antichità classica e 



(1) Specialmente dopo che Sp. Lambros ha catalogato i codici dei 
conventi del Monte Athos, e Qiov. Sakkelion ha pubblicato il suo 
Catalogo ragionato della biblioteca del convento di S. Giovanni Teologo 
neirisoia di Patmos. Anche le ricerche di A. Papadopulos Kora- 
m e a 8 in diversi monasterii delKOriente non han dato altro risultato, 
per i codici classici, che le poche lettere deirimperatore Giuliano, di cui 
a suo tempo si è occupata la Rivista (voi. XVII), ed ì frammenti sab- 
baltici della biblioteca mitologica d*Apollodoro, ultimamente pubblicati 
nel Rhein, Mus. g, Phil,^ voi. XLVI, 4 ; i conventi del Monte Santo 
quel tanto che il Lambros rese di ragione pubblica a Berlino. 

Tdvista di filologia, ecc. XX, 22 






- 338 — 

diede origine a quesrora a tuit'una serie di edizioni e di siu< 
relativi all'importantissima opera. Non sono passati molti me- 
dacchc per :ura della Sovrintendenza del Museo brittanico 
del suo benemerito capo E. .Maunde Thompson fu pubblicai 
l'edizione principe dell'opera aristotelica, per cura di F. G. Kc 
nyon. e lo splendido facsimile di tutto il papiro, e già ali 
medesima Sovrintendenza dobbiamo esprìmere novella gratitu 
dine per un nuovo volume, in cui son raccolti gli altri papi. 
classici, che il celebre istituto conserva fra i suoi ricchi tesor" 
L'edizione anche di questi fu aùìdata al medesimo valent*uo 
che diede si splendida prova della sua erudizione e della s 
perìzia nella lettura ed interpretazione delle difficili carte. 

Anche questa volta la nostra conoscenza della lettera 
greca viene considerevolmente aumentata per la pubblicazio 



31 
51 

e 
a 




< 
a 




de' Mimiamht di Eroda (od E ronda), autore quasi scono se iut 
fìnora, come non potevamo avere uiì^adeguata idea del gener 
di componimenti, che si chiamano mimi, dacché i frammeov 
di Sofrone a noi pervenuti non son suflicenti a fornircela. Ori- 
pero la luce si è fatta e le sette scene, che il Kenyon pubblic 
precedute da un'erudita dissertazione sull'autore di esse, 
fanno esattamente conoscere questo genere di componimen 
Questi mimi, a mio parere, erano destinati ad essere verament»- 
rappresentali da diversi personaggi ne' pubblici ritrovi, forsv 
su teatrini non dissimili a quelli che or sono io uso ne* 
di divertimento, e su cui si rappresentano commediole e fan 
e si fanno sentire <' cantanti eccentriche ». 

Prima di parlare del contenuto di questi piccoli componi- 
menti voglio osservare, che nel nostro volume il Kenyon no: 
ci dà un testo ricostruito, come fece per la Costituzione d*Atene 
ma una trascrizione di quanto ha potuto decifrare nelle 41 co- 
lonne di cui si compone il papiro, che nella raccolta del Muse 
porla il numero CXXXV, accompagnandola di note che, ncll 
massima parte, si riferiscono alla lettura del papiro, alle cor — 
rezioni, ai dubbi cui dà luogo. Due colonne ci son date anch 
in facsimile autotipico. Sebbene dopo la prova che il Kenyo: 
ci ha dato nella sua edizione della Costituzione dWtene non 
possa menomamente dubitare dell'esattezza della trascrizione, 
pure sarebbe desiderabile che anche di tutto VEroda veniss 
pubblicato il facsimile in servigio de' futuri editorì dei tnim 
iatnbi, che presentano molte difìlcoltà nella loro interpretazion 
e ricca messe di osservazioni riguardo al dialetto, in cui sono 




..a— e 



— 339- 

scrittc (ed è il ionico), riguardo a forme grammaticali inusitate, 
a voci finora non conosciute, a detti proverbiali non registrati 
dai paroemiografi e via dicendo; cosicché lungo e difBcile sarà 
il lavoro, prima di giungere ad una edizione veramente leggi-- 
bile^ anzi qualche passo di questi mimi rimarrà forse per sempre 
disperato. 

E vero, che anche prima che uscisse in luce il volume del 
Kenyon, il sig. W. G. Ruthcrford tentò una edizione, che egli 
chiama prima recensione, preceduta da una breve, ma istrut- 
tiva introduzione ed accompagnata da note; recensione, in cui 
senza giustificarli e discuterli introdusse di molti emendamenti, 
che in gran parte sono assai discutibili. Senza voler essere tanto 
severo contro la sua fatica, quanto lo è un critico tedesco (i), devo 
pur confessare, che l'edizione non mi par tale, da soddisfare 
alle giuste esigenze degli studiosi. In primo luogo egli suppone 
che ogni lettore del suo libro abbia sott'occhio anco l'edizione 
del Kenyon, e per conseguenza faccia, invece d'una lettura, 
un continuo raffronto, mentre senz'aumentare di molto la mole 
della sua edizione avrebbe potuto aggiungere a piò di pagina 
la lezione del Kenyon per tutti que' luoghi, in cui egli da quella 
si discosta, precisamente come ha fatto ntWHennes G. Kaibel 
in quel saggio d'edizione in cui presenta la scena VI e IV di 
Eroda (2). E se avesse avuto minor fretta di dare in luce il 
suo volumetto, parecchi errori avrebbe evitato e si sarebbe 
accorto che certe sue spiegazioni non possono reggere ed 
avrebbe avuto qualche suggerimento di emendazione anche da 
altri, come da Fried. Blass (3), da Ilerwerden (4), dai critici inglesi 
Hicks, Jackson ed Ellis, ed altri (5); e forse avrebbe eziandio 
più esitato a voler stabilire , da pochi ed incerti indizi, il 
luogo in cui succedono le varie scene. Egli promette bensì 
un'edizione critica e fors'anche una versione inglese, illustrata 
da disegni d'opere di arte antica, ma intanto potrebbe a' pos- 



(l)Eorico Diels, nella Deutsche Literaturzeiiung dell'anno cor- 
rente, n. 39, p. 1407 e seg. 

(2) Hermes, voi. XXVI, 4, p. 880 e aegg. 

(3) Nelle Gdttingische gelehrte Anzeigen^ 1891, n. 18, p. 728 e seg. 

(4) Nella Berliner Philologische Wochenschrift del 1891, a. 39 e 40. 

(5) V. The Clatsical Review, ottobre, 1891, n. 8, p. 350-3G3. Ne pub- 
blicano anche VAthenaeum e VAcademy^ la Wochenschrift fUr klass 
Philol. di Berlino (DanieUen), ecc. 



- 340- 

sessori della sua prima pubblicazione rendere un vero senrizS 
se in un'appendice, che occuperebbe, a mio credere, appena 
mezzo foglio di stampa in 8®, volesse dare la lezione dell'c 
zione del Kenyon, che difficilmente potrà avere una larga d. i £^- 
fusione fra gli studiosi della letteratura greca. 

Ma veniamo ora ad Eroda istesso, di cui finora non si c^o>- 
noscevano che i pochi frammenti, che il Bcrgk aveva inser i C o 
nella sua edizione di lirici greci e che il Kenyon ripete nel sum o 
volume a p. 40-41. Riguardo alla vita del nostro scrittore, ^1 
tempo in cui visse ed alla sua patria erano assai varie e contir^- 
dittorie le notizie: ora possiamo, con massima probabilità, dir-^, 
che è contemporaneo o successore di Callimaco, che dune) u e 
visse nel terzo secolo a. Cr., cioè nel miglior tempo dell'arte al^s^- 
sandrina, in una delle isole del Mare Egeo, a Cos probabilmente, 
il cui nome e celebre nella storia delle lettere greche, e si piiò 
anche supporre che abbia visitato Alessandria (i). I componi- 
menti stessi ci danno un'esatta idea di quello che fosse un 
mimo, cioè un quadro di genere in forma dialogica, una piltur3 
realistica de' costumi d'un ceto, che non ne aveva di troppo 
decenti, in versi OKàlovTeq o coliambi (2). Ed infatti, subito I* 
prima scena, intitolata « la Mezzana », ci rappresenta una vec- 
chia, Gillide, che si reca a fare visita ad una giovane donna. 
Metriche, il cui marito da dieci mesi è lontano, in Egitto, se 



(1) V. G. Bernhard j, Grundriss der griechischen Litterat^^^' 
Halle, 1857, IP, 1, pag. 476. Keuyoo, pag. 4 della introdazione ^ 
suo volume. Fr. Susemibl, Geschichte der griechischen Litera^^^^ 
in der Alexandrinerzeit, Leipzig, 1891, I, p. 229 e seg. A propo^**^ 
de* mimi di Sofrone, che è Tinventore del genere, si parla di ^.t^oi ^'^^ 
bpetoi kqI TuvaiK€toi. La maggior parte di quelle d'Eroda^ or pubblica ^^' 
apparterrebbero alla seconda specie. Tb. Reinacfa, che aveva pari^^^^ 
di Eroda nella seduta del 18 settembre pp. dcirAccademia delle lac?^'* 
zioni, pubblica ora, nella Revue des Etudes grecques, tom. IV, n. 3^*- * 
pag. 209-232 (che mi giunse mentre voleva già consegnare il mio acri '^^ . 
al tipografo], il suo bello studio : Hérodas le mimographe. Aoch'e ^S 

è d^opinionp, che visse a Co, ma nun contemporaneo, bensì succeaaor^^ 
Callimaco, sotto Tolomeo Evergete (247-222 a. Cr.). 

(2) In questo mio scritto non parlo del testo e della sua t eott^" 
zione >:, dacchò è assai probabile che pochissimi de* lettori della Rizi^' . 
abbiano sott* occhio i volumi del Kenyon o del Rutherford, eper^-*^! 
no* prossimi tempi certamente si pubblicheranno altri scritti relativi ^^ 
Eroda^ di cui dovrò parlare nel giornale. 



- 341 - 

ni delizia, e le insinua che nella sua solitudine dovrebbe 
ire di consolarsi con un amante e le propone un giovane 
to di tutte le qualità desiderabili. Non riesce a sedurla e 
lontana col desiderio, che le rimangano almeno le g^iovani 
ale ed Eutime, che certamente non sono le figlie di Me- 
e, come il Rutherford vuole, ma fonti di guadagno per la 
hia. La seconda scena « il Lenone », che è posta certamente 
0, è una lepida parodia d*un*orazione giudiziaria, d'accusa, 
ro il mercante Talete, il quale a viva forza s'era introdotto 
) stabilimento del Tropvopo(TKÓ^ ed aveva maltrattato una 
: sue inquiline, Mirtalc. La terza « il Maestro » ha luogo 
i scuola di Lamprisco, da cui viene Metrotime con suo figlio 
alo, che raccomanda al maestro perchè venga nel modo più 
ro castigato per i suoi mali comportamenti. Rutherford, da 
rii piccoli indizii vuol argomentare, che la scena sia posta in 
:o, come pure la VI e la VII. La quarta scena è differente 
ì tre prime : due donne si recano al tempio per offerire ad 
epio un gallo ed un quadro antico. È interessante per la 
rizione di opere d'arte esposte nel tempio. Colla quinta 
Gelosa > torniamo nella compagnia delle donne poco scru- 
se in fatto di morale. Bitinna s'adira contro il suo schiavo 
imante Castrone, del quale sospetta abbia relazione anco 
altra donna e lo vuol fare severamente punire. Finalmente 
verdona per intercessione della schiava Cidilla. Nella sesta 
a abbiamo una conversazione sconcia fra due donne vi- 
s, e tale da non poter qui darne i particolari (i). La set- 
, che ci mostra due donne presso Cerdone, fabbricante di 
mi di pelle (quello stesso di cui parlano anche le donne della 
a VI), e in principio assai lacunosa; si tratta dell'acquisto 
arii oggetti. Ve ancora il principio d'un'ottava scena «e il 
lo », della quale però non si sono conservati che quattro 

• 

i secondo papiro (p. 42-51), di mano differente del primo, 
ìdo Kenyon, appartenente al li sec. a. Cr., 9 colonne, 



Discorrono di un oggetto ^au^uiv o ^au^dbv, che al Blass pare 
rgetto di a toeletta » a Hicks: « a faead-gear, a band for holding 
air >. A me pare che abbia ragione il Kaibel spiegando 3. per 
>q. Ammettendo quest'interpretazione tutta la conversazione diventa 
^ troppo chiara. 11 Reinacb è dell'opinione di Rutherford e 
<!e: toque. 



— 342 — 

mancante del principio ed assai malconcio nella ultima pan 
contiene una parte d*un*orazione in un processo « d*illegalità 
(Trapovó)Liujv) contro un decreto, che a certi « presidenti » ce 
cedeva il premio della corona. Come il Blass osserva, ques 
coróna sarà stata proposta nell'adunanza del popolo, che a 1 
lippide ed ai suoi concedeva i soliti onori. Il Kenyon crcc 
che abbiamo qui il frammento d'un'orazione d'Iperide: ad og 
modo è aumentata la nostra conoscenza dell'eloquenza attic 
Anche di questo rotolo di papiro è dato di una colonna e sei lir 
un facsimile, che, come quello che contiene VEroda, mos 
una scrittura unciale assai nitida (i). Il medesimo rotolo ce 
tiene anche la massima parte della terza fra le epistole, e 
sono attribuite a Demostene, ed è molto importante per pò 
giudicare del valore degli altri codici che la contengono, 
quello della critica moderna. Fr. Blass ha trovato che of 
circa cento nuove lezioni, di cui un quarto sono degli erre 
In generale però le lezioni concordano con quelle tramandat • 
dai codici {2). 



(1) È cosa nota che le orazioDi dMperide farono scoperte in papiri 
Tebe d'Egitto e portati in Inghilterra, dove furono pubblicati da Harr 
A r d e n, e specialmente dal rev. Churchill Babington (che 
Blass neirintroduzione alla sua edizione d'Iperide chiama : « de 1 
perìde imprimis optime meritus »), dallo Schneidewin e da ali 
in Italia dal nostro Comparetti. Alle quattro orazioni venate e 
a nostra cognizione s*ò aggiunto nel 1889 un* altra, il primo discoi 
contro Atenogene, in un papiro acquistato per il Museo di Louvre, 
cui il Revillont ha dato un sunto nella Revue des études grecqu 
tom. II (1889), p. 1-16, ed ha riprodotto con trascrizione quattro coloni 
È increscevole che finora non abbia mantenuta la sua parola, dì pi 
blicare Tintiero papiro, sebbene l'edizione sia annunziata nei cataloj 
del Leroux al prezzo di 10 lire ! DelTorazione contro Filippide è pan 
in Ateneo, XII, p. 552 D (cfr. E 1 i a n o , V. H., X, 6): Xcirrò^ ò* 
KQÌ <t>i\nr'Tribii^, Ka6* oO Xóto^ èoTlv 'Ynepcibi] tCù ^nropi Xéfun^ aÙTÒv l 
tOjv TTcXiTCuo^évun^ eTvai, ktX. Blass, p. 191. L*aIti*o de' gi*andi o\ 
tori attici, di Eschine, si sono conservati due fogli (otto colonne) d 
rOrasione contro Ctesifonte, § 178-186, pubblicati da Quglielo 
di Hartel nel suo bel discorso pronunziato nella seduta solenne d 
TAccademia delle Scienze di Vienna il 10 marzo 1886 e pubblicato > 
titolo: Ueber die griechischen Pupyri Erzherzog i?a<tier,, Wien, 181 
p. 45-48 ; cfr. not. 50, p. 78-80, dove, esaminando le lezioni, osserva e 
per alcuni passi queste non sono senza pregio, mentre tutto il frammei 
è molto interessante per la storia del testo d'Eschine. 

(*2) Un papiro del Faijiìm, ora nel Museo di Berlino, contiene il fra 



- 343 - 

Il papiro XXXII contiene la parte maggiore deirorazione di 

Isocrate € per la Pace », ed il Kenyon ne dà il raffronto: il 

to ci offre ora le lezioni dell'una, ora dell'altra delle due prin- 

ali familie de* codici isocratei, come il papiro di Marsiglia, 

mcL ha anche, come questo, lezioni sue proprie, del resto di 

poc^o valore (i). Nel volume, che abbiamo sott'occhio, segue 

la descrizione di quattro papiri, contenenti brani dell* Iliade, 

di crui eziandio è data la collazione (2), e da ultimo un brano 



ma n to d*un Lessico aìVArisiocratea di Demostene^ intorno al quale v. 
il lei. Toro di Fed. Blass nel Hermes, XYII, p. 148-163. 

( 1 } Possediamo anche altri frammenti d'Isocrate ne' papiri^ cioè uno 
deL suo scritto irpò^ NiKOicXéa, conservato nel papiro di Marsiglia e pub- 
bli c2«ito da Schoene nei Mélanges Graux^ p. 441, del quale si sono 
incise occupati Fed. Blas e Bruno Keil. Si tratta d*una copia 
Pi^ì'Vita, del sec. IV d. Cr. Il papiro Isocrateo di Vienna (papiro deirar- 
^i^iaca Raineri) è del sec. II d. Or., contiene parte della 5^ orazione (Fi- 
l^PX>o), le sue lezioni combinano spesso colla yu]g&Ì8i\v.Mittheilungen aus 
^^"9^ Sammlung der Papyri Erzherxog Rainer^ Wien,1887 sg., II p. 74. 
^^i* un altro frammento dello scrìtto irpò^ NiKOxXéa, v. W e ss e 1 y, ibid., 
IV", pag. 136. Esiste nella medesima raccolta il frammento d'un discorso 
polemico contro Isocrate e la sua nona orazione (Evagora). I passi, che 
^> questa si citano, combinano col codice Urbinate f, V. Wessely , 
ivi 9 pag. 79. Di storici greci finora ne* papiri non 8*è scoperto che un 
fi-AKnmento del libro Vili di Tucidide (e. 91,lin. 3, e. 92,lin.27, Bekker), 
pl'Ck antico di tutti i codici mss. finora noti; cfr. Carlo Wessely^ 
n«i Wiener Siudien, voi. VII, p, 116 e seg. 

(S) Uno di questi è il brano più lungo d*Omero, che si trova ne* pa- 
piri. Altri papiri con brani deW Iliade (10) son pubblicati da M^ E. 
Matnnde Thompson e G. F. Warner nel Catalogus of an^ 
eie»»/ Mss, in The Briiish Museum, London, 1881, I, e //., XXIV, da 
^- Come Wall Lewis, nel PAi7o/o^tca2 Jfti^tfum, Cambridge, 1872, 
B^^ studiati da La Roche e Leaf nelle loro edizioni deW Iliade ; 
^^'** Kenyon, nella prefazione, p. 4. Dei pochi frammenti scoperti da 
l^lioders Petrie ved. più innanzi nel testo. Brani d*una parafrasi 
^ ^Qiero leggonsi in un papiro, di cui v. U. W i 1 e k e n, Die Achmim 
'f^Sfri in der Bibliothèque Nationale zu Paris {Sitxungsberichte 
•** A. preuss» Ahad, der Wt'ssenschaften , 1887, voi. II, pag. 816, 
^Pica esiodea è specialmente bene rappresentata ne* papiri, dacché 
^^biamo frammenti provenienti da Achmim nell'Alto Egitto (Teo- 
^^ì^h pubblicati ed illustrati da Wilcken, 1. e, pag. 807-815, ed 
w^*^^ ne* papiri dell'arciduca Raineri da Arsinoe, pubblicati da Carlo 
, ^ ^ s e 1 y nelle Mittheilungen aus der Sammlung der Papyrus Erz- 
I ^"-^^^ Rainer, Wien, 1887 seg., voi. 11,73-83. Le due scoperte si com- 
^^no a vicenda, dacché di tutto il corpo esiodeo possediamo ora un 



— 344 — 

d'uQa xéxvii TPOtm^ctTiKri (attribuita a Trifone) scritto sul v< 
del papiro XXVI, e questa chiude il bel volume che offre 
poca nuova materia agli studiosi, e riguardo al quale, pel n: 
con cui è fatto il lavoro, va attribuita ogni lode al Ken} 
come gli studiosi debbono professarsi grati alla Soprain 
denza del Museo Britannico per la liberalità e sollecitudine, 
cui mette a disposizione del mondo erudito il materiale se 
tifico, alla sua custodia afiSdato. 



Il volume pubblicato da John P. Mahaffy, che contie 
papiri scoperti da FHnders Petrie a Teli Gurob nel Faijun 
divide in due parti ben distinte, di cui la prima contiene fr 
menti di scritture classiche, la seconda documenti che con 
nono la colonia militare fondata dal re Tolomeo Filadelfo v 
il 270 a. Cr. nel distretto di Arsinoc e sono una fonte 1 
di notizie importanti per il filologo, lo storico, lo studioso < 
antichità specialmente giuridiche, ma di cui qui non mi p< 
occupare. Tutto il volume è preceduto da un'ampia e <; 
erudita introduzione ; i singoli frammenti son accompagnai 
utili commenti, il volume ò provveduto di accurati indici • 
trenta tavole autotipiche che saranno ben accette agli stu( 
di paleografia e permettono a tutti quelli che s'occupano 
nuovi testi di controllare la trascrizione del benemerito edi 

Due de' testi contenuti nel volume meritano essere segn 
prima degh altri frammenti, gli avanzi dcW Antiope cioè e q 
del Fedone platonico. I 123 nuovi versi dcW Antiope^ cel 
tragedia d'Euripide, che furono dallo slesso Mahaffy già 
blicati nel voi. XVII del giornale Hermathena, e che qui 
riprodotti dopo nuova e più esatta lettura, e per i quali il 



brano della tradizioDo, quale era nel lY V sec. d. Cr.; v. A. Rz 
Die neuen Papyrusfragmente des Besiodos, in Wiener Studien, X {'. 
p. 261-277. Per i frammenti comperati da E. Naville a Tebe v. J. Ni 
Fragments d^ Hésiode. sur papyrus d'Egypte, in Revue de Philo 
N. S. XII (1888), p. 13-117. Per un piccolo frammento di quattro 
che si riferiscono alla leggenda troiana v. \V i 1 e k e n, 1. e. p. 8 
A Berlino poi è ancora conservato un papiro tebaico, più antico d 
colo VII d. Cr., il frammento d*un carme eroico, che racconta 
guerra conti'O i Blemii e che dopo lo S t e r n pubblicò F. B e h 
nel Rhein. Museum f. PhiL, voi. 89 (1884), p. 277-282. 



— 345 — 

hafFy ha potuto mettere a profitto gli studii, che di questi fram- 
menti hanno fatto il Blass, il Gomperz, il Diels, il- Wilamowitz- 
MòUcndorf in Germania, TEUis ed il Rutherford in Inghilterra, 
il Weil in Francia (il quale ultimamente ha dato un'analisi di 
tutto il contenuto della tragedia, la cui vera esposizione è ap- 
punto resa possibile da questi versi novellamente scoperti), e 
ripubblica i versi colle sue emendazioni (i). I frammenti dun 
codice platonico contenenti una parte del Fedone di Platone 
(pag. 672-846) sono della massima importanza, perchè, al dire 
di T. Gomperz, sono un miliaio d'anni più antichi di quelle 
pergamene alle quali finora dovevamo la nostra conoscenza 
del testo platonico. In non pochi casi possiamo ora ricostruire 
la mano di Platone, ma d'altra parte risulta, che il testo del 
filosofo è stato gravemente alterato, e non solo per caso, per 
cui probabilmente dovremo rinunciare per sempre alla speranza 
di potere ricostruire il genuino testo platonico (2). 



(1) Journal des Savants^ settembre, 1891, p. 528-541. Rimando i miei 
lettori per ora a questo lavoro, perchè, a mio parere, per loro più acces- 
sibili che altri e perchè dovrò altra volta occuparmi de* frammenti del- 
PAntiope. Euripide par sia stato abbastanza letto dai Greci d*Egitto. 
Nei papiri abbiamo 300 versi dell* Ippolito (N. A. Kirchhoff nei 
Monatsberichte der h. preuss, Ahademie, 1881, p. 982 seg.). Per altri 
importantissimi frammenti, che però ora si leggono già nella 2* ediz. dei 
Fragmenta tragicorum graecorum del N a u e k v. anche H. Weil, Un 
papyrus inédit de la Bihl. de Af. A. Firmin Didot, Paris. 1879. Fr. 
Bla ss, Neue Fragmente des Euripidea und anderer griech. Dichter, 
in Rhein. Mus, f, PhiL, XXXV, 1880, pag. 74, 287; e appendici di 
T. B e r g i( e T. K e k, ivi, pag. 264, ove oltre ai frammenti d'Euri- 
pide si parla d*una ti*agedia (Kdpe^ f\ EùpOùiTK; di Escbilo?), di quelle di 
un comico e dì epigrammi di Posidippo, di avanzi della Saffo. Del 
Reso v'è un frammento nel papiro di Achmìm, v. 48-96, v. Wilckén, 
loc. cit., pag. 813. Altri poeti, per tacere del frammento d'Alcmano, 
ormai notissimo, si ha ne' papiri viennesi un frammento di Teocrito in 
un codice su pergamena del V sec; v. C. Wesselj, nei Wiener Stu- 
dien,y, p. 77); d'Aristofane (cfr. E. Weil, Revue de PhiL, VI (1882), 
p. 179; di una vita d'Esopo parla il medesimo ivi, IX, p. 1. 

(2) V. Beilage 2ur allgemeinen Zeitung (di Monaco), 1891, n. 230 
(Beilage 193, 20 agosto), ove egli in un bello ed erudito articolo rife- 
risce sulla pubblicazione del rev. Mahaffj; ved. anche Lewis 
Campbell, nella Classical Reviev, october 1891, n. 8, p. 363 e seg. 
Due frammenti del Gorgia platonico si trovano ne' papiri viennesi. V. 
Wessely, nei Mittheilungen ecc., II, p. 76. 



- 346 — 

Di minore importanza, sebbene anch'essi abbastanza interes- 
santi, sono gli altri frammenti, cioè pochi versi d'Epicarmo, che 
mancano nelle collezioni dei frammenti, a noi pervenuti, versi che 
parlano delle « miserie della vita umana » (i); alcuni versi di 
altra tragedia di Euiipide, a noi ignota; un frammento di cinque 
linee, che pare appartenga alle 'Hoiai attribuite ad Esiodo : il 
principio ed il fine di versi del lib. XI dellV/iaie, che, se fos- 
sero intieri, ci darebbero Tidea d*un testo omerico prima della 
recensione di Aristarco ; un frammento in linee mutile, che 
pare appartenere ad una comedia, forse di Menandro (2), un 
altro, assai malconcio, che pare d'una tragedia; altro fram- 
mento, che sembra avere appartenuto ad un trattato sui co- 
stumi di barbare nazioni, e finalmente due colonne non intiere 
contenenti brani d'un TTporpeirriKÒ^ XÓTO^, che celebra l'ami- 
cizia di Achille per Patroclo : questo papiro dà una nuova va- 
rietà di scrittura appartenente al tempo de' Tolomei, ed ha per 
ciò importanza speciale paleografica, come l'hanno gli altri 
testi qui pubblicati, perchè, essendo trovati insieme con docu- 
menti, che portano una data fissa, permetteranno ai paleografi 
di meglio stabilire i criterii con cui giudicare l'età di antichi 
codici. Essi saranno particolarmente grati al rev. Mahaffy per 
la sua erudita e bella pubblicazione, come gli studiosi dell'an- 
tichità greca in generale devono un ringraziamento a lui ed 
all'Accademia d'Irlanda che gli rese possibile di mettere alla 
portata di tutti il frutto de' suoi studii. 

Le opere di cui qui mi sono occupato manterranno in tutti 
viva la speranza, che altre scoperte accresceranno il patrimonio 
classico di cui disponiamo per la conoscenza del mondo greco, 
e che non sia troppo lontano il tempo in cui gli eruditi verranno 



(1) Se ha ragione il Gomperz, un altro avanzo d*Epicarmo eeisto- 
rebbe in un foglietto dei papiri viennesi, cioè un brano d*una comedia in 
dialetto dorico, in versi^ che sarebbero per noi runico avanzo di questo 
genere di comedie e ch*egli crede abbia appartenuto ali* 'OòuaaeO^ aò- 
TÓ|ioXo<; d*Epicarmo ; v. Mitili eilungen^ ecc., voi. V, p. 1. 

(2) Se ha ragione il M. potremo forse nutrire la speranza, che il no- 
mòs d^Arsinoe, cioè il Faij um, che ci ha già dato tanta quantità di 
papiri, Tebe od altra regione d* Egitto, in cui v* erano stabiliti dei 
Qreci, ci forniscano una comedia di Menandro od altro scnttore, finora in- 
darno desiderate. Ma anche con quanto fu scoperto finora, il nostro cor- 
redo di testi antichi s'è considerevolmente accresciuto. 



— 347 — 

in possesso di un Corpus papyrorum graecorum^ che raccolga 
tutti i documenti deiretà Tolomea salvati dairìngiuria de' tempi 
e che sarà una vera miniera dì studii e della massima impor- 
tanza scientifica. 

Torino, dicembre 1891. 

Giuseppe Mùller. 



LOrateur Lycurgue, étude historique et littéraire par Felix 
DùRRBACH. Paris, Thorin, 1890. 

Il volume del prof. Durrbach fa parte della Bibliothèque des 
Écoles franqaises d*A thènes et de Rome, e già per ciò si racco- 
manda agli studiosi, in quanto che questa collezione contiene 
generalmente lavori coscienziosi di dotti che si tengono infor- 
mati dei progressi della scienza, anche di quella « diottre 
Reno >, e procurano anzi di emulare i Tedeschi nella serietà 
delle indagini e nel rigore del metodo. Anche l'A. di questo 
studio su Licurgo ha fatto tesoro di quanto di meglio ha ve- 
duto la luce negli ultimi decennii, così in Francia, come in 
Germania, e oltre al consultare parecchie monografie speciali, ha 
tenuto per guida costante le opere fondamentali dello Schaefcr 
e del Blass. Ciò che si è scritto in Italia gli è sfuggito del 
tutto, ma senza danno. 

Premessa una succinta notizia biografica di Licurgo, egli di- 
vide il suo lavoro in due parti. La prima, che tratta della 
< Amministrazione di Licurgo » è la più importante, e attesta 
che TA., nonostante il titolo dato al suo lavoro, ha studiato 
di preferenza il suo argomento sotto questo aspetto, che non 
sotto quello deiroratoria. Egli investiga con lucidezza quale sia 
stata la parte avuta dall'oratore ateniese nelFamministrazione 
delle finanze, della marina, del culto e neirerezione degli edi- 
fizii destinati ai giuochi e alle rappresentazioni drammatiche. 

Trattando di questi punti delle antichità ateniesi, TA. ha oc- 
casione di dar prova della sua copiosa e solida erudizione. 

Nella seconda parte egli si occupa in due capitoli separati, 
prima delle orazioni di Licurgo in generale e della parte da 
lui sostenuta come accusatore, poi dell'orazione contro Leo- 
crate. L'esame che egli fa di quest'ultima è assai perspicuo, e 






— 348 — 

molto equo il giudizio che ne dà, mostrandone l'alto valore 
morale. Peccato che in qualche punto egli non abbia inteso a 
dovere il testo, e sia venuto perciò a qualche conclusione er- 
ronea. Cosi, parlando della fuga di Leocrate a pag. 151, egli 
nota: « La concubine Eirénis, dont il est ici question (§ 17), 
Taccompagne jusqu'au vaisseau, mais ne s*embarque pas; cfr. 
§ 55 >. Qui TA. fu tratto in inganno dal fióvo^ del § 55, che 
non va riferito a Leocrate, ma per anacoluto alle persone no- 
minate poco prima, come del resto avverte anche il Rehdantz, 
la cui edizione è nota all'A. (i). Similmente, a proposito del 
rifiuto opposto da Leocrate all'accusatore, che voleva applicare 
la tortura agli schiavi di lui, TA., citando il § 30, dice che 
« Lycurgue a y dù recourir contre le gre de l'accuse ; à ses 
risques, ti les a soumìs à la question », mentre Licurgo si lagna 
appunto di non aver potuto riccorrere ad un tal mezzo. 

Del resto, tali inesattezze riguardano particolari di poca im- 
portanza. 

Parma, gennaio 1891. 

A. ClMA- 



La Poetica di Q, Orazio Fiacco, studi di Giacomo Giri. To- 
rino-Palermo, 1890 (pp. 137). 

Nel primo dei cinque capitoli in cui si dividono questi Studi 
sull'Arte Poetica di Orazio, l'autore, per dimostrare che non 
può essere stato alterato dagli amanuensi l'ordine dei versi, 
cita alcuni noti passi di Gellio, in cui si accenna ad errori di 
amanuensi, che non consistono in disordine di versi, e crede 
di poter argomentare da ciò che gli amanuensi non solevano 



(1) L'A. pare non abbia capito neanche la nota del Rehdantz al § 68, 
giacché scrive: a Rehdantz suppose méme que Lycurgue invente cet ai> 
gument de toules piòces pour introduire lei le souvenir de Salamine ». 
Il R. nota invece che, se anche un avvocato di Leocrate non ha espresso 
proprio r argomento qui citato nella forma datagli da Licui*go, non è 
escluso che possa essere stato espresso, considerato che « bei den Albe, 
nischen Sprechern und HOrern die Lust au Sophismen, die eben nur 
auf ganz àusserliche Aehulicbkeiteu gebaut waren^ gerade zu in^s Un- 
glaubliche ging ». 



~ 349 — 

mettere errori di tal genere. Ma osservo che Gcllio non si 
^1.^ sunto l'impegno di farci sapere tutti gli errori degli ama- 
^^J^nsi. 

-^^ Convien proprio immaginare, conclude TA. a pag. 15, che 
•*^* opera di Orazio non a caso» ma di proposito sia stato tur- 
^^^t:o l'ordine primitivo >. Eppure quante volte nei codici dei 
^5^^ ti non si trova turbato l'ordine dei versi, senza che questo 
**^^ stato fatto di proposito! Certo, nel nostro caso, credo an- 
^y^'io che l'ordine dei versi non sia stato turbato; ma i passi 
^■■^'^a.ti di Gellio non provano nulla. Mi pare poi che l'A. dia 
^"^>ppa importanza all'opinione del prof. Faltìn, che non ebbe 
^^^guito e fu già confutata abbastanza da altri, ne aveva bisogno 
^mai di essere nuovamente discussa con molte parole. 

Nel secondo capitolo l'A. analizza l'Arte Poetica per dimo- 

"^rare che, dato Tordine tradizionale, ogni suo luogo è ben 

•annesso con quello che precede e che segue. L'A. ha voluto 

rovar troppo, giacché certe pause e certi rapidi passaggi (che 

'altra parte non disconvengono in un'epistola) non si possono 

issimulare. Infatti, egli stesso e costretto ad ammettere qualche 

"^ deviazione > (pag. 66) e di certi luoghi non sa giustificare 

il nesso che con frasi come questa: « Poscia (Orazio) tratta 

I51 questione, se, ecc. »; oppure: « A questo punto viene in 

oampo il ragionamento, ecc. »; frasi con cui si possono con- 

x^cttcre, come ognun vede, le cose più disparate. 

Del resto, una tale dimostrazione fu ormai tentata tante volte, 
ohe nulla, o quasi, rimaneva da avvertire di nuovo, e quel 
poco che l'A. si studia di metter fuori di suo, urta, a mio ve- 
dere, contro gravi obbiezioni. Cosi, per es., egli spiegherebbe 
il passaggio dai vv. 136-15:^, in cui Orazio tratta del poema 
epico, ai vv. 154-178, che trattano del variare dei caratteri se- 
condo l'età, asserendo che, come negli ultimi versi del primo 
luogo si parla óelVazione, così nel secondo luogo s'insegna in 
c/re modo debbono agire i personaf^gi comici. « Tutti questi in- 
segnamenti, dice l'A., hanno per punto di partenza e per campo 
l'azione j> (pag. 45). — Ma, senza dire che il primo luogo non 
tratta solo dell'azione, è erroneo l'affermare che nel secondo 
si tratti dcWazione della commedia, od anche solo di tipi co- 
mici, poiché Orazio in questi versi non si occupa che dei ca- 
ratteri in relazione con le varie età della viia umana. E se 
anche si vuol concedere all'A. che il poeta alluda a caratteri 
comici, restano sempre cose ben distinte i caratteri e l'azione. 




- 360 — 

Similmente, non è chiaro come si possa riferire, e a che p>.^^hh*o, 
il V. 153 {Tu, quid ego et populus mecum desiderei, audi) aiv^:^ rsi 
precedenti (come vorrebbe l'A.), in cui si parla deirepica, 
zichè ai seguenti, che trattano del dramma. La ragione, d 
dairA., che l'epopea « nella sua origine » era fatta per dil< 
tare il popolo, come si può far valere pei tempi di Orazio *? 
a questo proposito occorre avvertire che Orazio, quando ne 
Poetica parla del fopulus, intende sempre del pubblico dei teat: 

Poco probabile mi pare altresì l'opinione dell'A. che la priii— :_ na 
parte della Poetica finisca col v. 99; ma tralasciando, per n€ in 
dilungarmi oltre il merito dell'argomento, altre osservazioi 
vengo al capitolo seguente, in cui TA. si sforza di dimostrai" — 
contro L. MùUcr, che Orazio non ha avuto di mira solo il gr^ 
nere drammatico. L'opinione del Mùller è senza dubbio cs^a 
gerata; ma non è meno quella che ad essa contrappone VA <- 
sostenendo che anche là dove Orazio parla espressamente 
Tarte drammatica, non fa che pigliare da questa gli esempi 
ogni genere di componimento. Come una tale idea sia insosl£^ " 
nibile, non può essere sfuggito all'A. stesso, giacché scrive ^ 
pag. 112: « Si taccia della divisione in atti, del numero degli a ^^ 
tori, del coro, della musica, le quali cose per l'epopea non potean^ 
venir pure in mente, ecc. ». Si taccia? Ma Orazio non ne tace 

Il quarto capitolo dovrebbe trattare delle fonti della PoetictM-w 
argomento che ormai si può dire esaurito. « Invero io mi m^^ 
raviglio, scrive a pag. 128, che non si pensi ad assegnare a'*' 
l'epistola oraziana anche qualche altro fonte latino,,. Parlo dell ^ 
breve opera del l'Oraior ». 

La sua meraviglia cesserà, quando saprà che esistono di^*" 
sertazioni del Hilgers, del Michaelis, dell'Adam, che gli pot^* 
vano risparmiare una fatica superflua, per quanto tenue. 

Nell'ultimo capitolo l'A. ripete le osservazioni già fatte 
altri sulla cronologia dell'. Ir/e Poetica, L'avvertenza, con e 
chiude il suo lavoro, che Orazio cioè avrebbe commesso u 
sconvenienza se avesse ripetuto nelle epistole a Floro e 
AuiTUSto certe idee già esposte nella Poetica, e che pcrc- 
quesia si deve ritenere posteriore, non mi pare che abbia 
lore alcuno, se si considera il modo diverso con cui il poe 
svolge tali idee nei diversi componimenti, la diversità del- 
scopo che si proponeva e il carattere dei personaggi a cui 
indirizzava. 

Parma, gennaio 1891. A. Cima. 





— 351- 



LO Bellezza, Dei fonti e delT autorità storica di C. Crispo 
ìllustio. Dissertazione di laurea premiata col premio Lattes 
illa R. Accademia Scientifico-Letteraria di Milano. Milano, 
oopcrativa editrice italiana, 1891, 

izitutto salutiamo con soddisfazione questa prima pubbli- 
>ne filologica della Cooperativa editrice italiana testé co- 
ita a Milano, alla quale, fautori come siamo delle istituzioni 
►crative, primo avviamento alla soluzione dei problemi so- 
, non possiamo non augurare il più lieto avvenire, 
unendo poi alla dissertazione del Bellezza che fu onorato 
no dei premi istituiti colla sua nota munificenza dal bene- 
to prof. E. Lattes, la considereremo prima nel suo conte- 
generale e nei risultati a cui giunge, appresso ne riguar- 
mo alcuni punti particolari, i quali ci sono sembrati degni 
Dnsiderazione. 

argomento preso a trattare dal Bellezza è importantissimo, 
he intorno alla fede che merita Sallustio come storico le 
ioni degli studiosi, ciò è ben noto, sono molto discordanti, 
ialmente per quel che riguarda il racconto della congiura 
latilina. Essendosi notate alcune divergenze tra la narra- 
e Sallustiana e le notizie trasmesseci da altri scrittori come 
rone ed Asconio Pcdiano, essendosi avvertiti in Sallustio 
ni gravi anacronismi, si è cominciato a ricercare a quali 
L può avere attinto le cose che disse, e si è sospettato che 
partigiano di Cesare, non fosse così imparziale narratore 
'ei vanta, ma scrivendo con mire politiche avesse esposti 
ti e giudicato gli uomini in modo non sempre conforme 
verità. 11 Bellezza riprende da capo ordinatamente tutta la 
"ca delle fonti estendendola non solo alla Catilinaria, come 
'a fatto il Dùbi nel 1872, ma eziandio alla Giugurtina ed 
Storie. Il lavoro è diviso in tre parti, di cui la prima tratta 
fonti di Sallustio, la seconda dcWautorità storica di lui, la 
i dei fonti e dcWautorità storica delle Orazioni e delle Let- 
considerate queste separatamente per la loro fattura tutta 
isiiana. Per le fonti della parte narrativa distingue gli atti 
^ii come le deliberazioni del senato e i documenti relativi 
>cdute senatorie, le fonti letterarie, ossia le opere di prece- 
scrittori, la tradizione orale e i ricordi o congetture per- 



- 352 - 

sonali, e classifica con minuziosa diligenza i luoghi Sallustiani 
che dall'una o dall'altra di questi fonti o con certezza o con 
probabilità ripetono la origine loro. Da questo studio delle 
fonti, a cui s'aggiunge nel principio della parte seconda un'a- 
pologia del carattere morale di Sallustio, il Bellezza trae questa 
conseguenza, che l'autorità storica di Sallustio ò superiore ad 
ogni eccezione, e s'argomenta di scagionarlo dalle varie accuse 
che gli furono mosse sebbene riconosca che nella Catilinaria 
ricorrono parecchie inesattezze sia cronologiche sia d'altra na- 
tura; ma anche di queste cerca di attenuare la gravità. Infine 
per le orazioni e le lettere da Sallustio inserite nelle sue opere 
dimostra prima con lunga serie di argomenti che son fattura 
dello storico, salvo la lettera di Catilina a Lentulo nel e. 34 
della Catilinaria e quella di Lentulo a Catilina nel e. 44, che ei 
ritiene autentiche ; poi cerca di indovinare da quali fonti possa 
essere stato ispirato l'autore nel comporre questa parte de' suoi 
lavori, e ne difende lo spirito ritenendole convenientissime alle 
situazioni ed ai caratteri, né ripugnanti alla verità storica. 

Questo il contenuto della premiata dissertazione del Bellezza ; 
ora il mio modesto parere. Nella ricerca delle fonti l'A. prende 
le mosse dall'osservazione del Peter, che < ùber die schriftli- 
chen Quellen aus denen er (Sallust) geschòpft hat, hat er sich 
selbst nirgcnds geàussert, und auch andere Mittel giebt cs 
nicht um darùber irgend eine begrùndete Ansicht aufzustellen >. 
11 Bellezza si è indotto a credere che la lacuna lamentata dal 
Peter si potesse colmare raccogliendo diligentemente e classi- 
ficando le vaghe indicazioni che dà Sallustio sull'origine delle 
sue notizie e ponendo a riscontro alcuni passi od espressioni 
da lui usate con altri luoghi di opere letterarie che già erano 
note al pubblico allorché egli scriveva. Ma qua e là mi par 
che s'illuda l'A. di aver messo in rilievo la fonte di qualche 
notizia Sallustiana quando non ne è nulla; così dove lo storico 
usa le espressioni dicitura accepimus, fuere qui.,, existiimarent 
e simili, suol egli senz'altro ritenere s'alluda alla tradizione 
orale ; or non sempre è legittima questa induzione; tali notizie 
può Sallustio aver ricavato da documenti privati, da fonti let- 
terarie che noi ignoriamo, massime per la guerra Giugurtina, 
i cui contemporanei certo non erano più in vita allorché egli 
aveva preso a scrivere. Poi il dicttiir è espressione talvolta 
convenzionale, come quando lo storico se ne serve per intro- 
durre le sue concioni ; es. lug. 9, 4 : Micipsa dicitur hutusce- 



— 353 - 

modi verba cum luguriha habuisse, 1^,9: Adherbalem hoc modo 
loctitiim acceptmus; non e punto probabile tali discorsi fossero 
riferiti dalla tradizione orale, come il Bellezza ritiene. Né sempre 
i riscontri fatti dal Bellezza sono tali da esaurire la questione 
della fonte; cosi a p. 20 invitando il lettore a confrontare Catil. 
28, 1-3 (tentativo di uccider Cicerone) con la prima Catilinaria 
di Cic, § 9-10, non lo ammonisce però della diversità che è 
tra i due luoghi: vale a dire che Sallustio nomina un cavaliere 
C. Cornelio e un senatore L. Vargunteio come incaricati di 
uccidere il console, e invece Cicerone dice: Reperti sunt duo 
equites Romani, qui te ista cura liberarent ; ed anche Plutarco 
ed Appiano non s'accordano nei nomi di quei due; sicché ri- 
mane incerto ancora donde Sallustio abbia ricavalo questa par- 
ticolare notizia, non bastando il passo citato dell'orazione Tul- 
liana. Non e ancora adunque colmata la lacuna lamentata dal 
Peter, e forse non sarà mai, perché e sempre vero che ci man- 
cano i mezzi di giungere a conclusioni precise su questo punto. 
Con tutto ciò il Bellezza ha il merito di aver schierato e or- 
dinato innanzi agli occhi del lettore i passi che unici servono 
a dare qualche indicazione o a legittimare qualche congettura 
sulle fonti Sallustianc. 

La seconda parte della monografia ha carattere decisamente 
apologetico. Non solo Sallustio come uomo non merita quella 
condanna severa che fu da alcuni pronunciata, ma anche come 
storico merita piena fede, e salvo alcune non gravi inesattezze 
commesse nel suo lavoro più giovanile, si deve ritenere ch'egli 
abbia giudicato imparzialmente e uomini e fatti. Chi scrive si 
accorda perfettamente col Bellezza nel rifiutare il giudizio di 
quelli che reputarono la Catilinaria un libello politico fatto per 
difendere la memoria di Cesare dall'accusa di aver preso parte 
alla congiura, e con questo credettero di dar sufficiente spie- 
gazione delle tinte cariche usate da Sallustio nel dipingere la 
immoralità di Catilina e del suo atteggiamento verso i varii 
personaggi della storia, segnatamente verso Cicerone. Ciò che 
il Bellezza dice su questo argomento non é nuovo ma è detto 
bene, e la dimostrazione della tesi é confortata da tutte le 
prove possibili. Solo sarebbe stato desiderabile che per difen- 
dere Sallustio non fosse giunto al punto di accogliere dal Dru- 
mann accuse tanto gravi contro Cicerone, le quali infine non 
sono niente affatto provate. Nel calore dell'invettiva contro Ci- 
cerone il Bellezza si lascia persino sfuggire un errore curiosis- 

%ivista di filologia ecc., XX 23 



Mmo là dove, sostenendo e-:»! Drumann (p. 70). chi Cicero ; 

fu condotto a chieder la morte dei congiurati per vendetta _ ( 
non per amor di patria, e cosi alludendo manifestamente 2ÌIIMU 
quarta Catilinaria, soggiunge: * eppure... quest'uomo... di e ui 
domanda a voce alta la morte, era stato suo amico ». quasic2:3è 
la quarta orazione catilinaria si riferisse a Catilina e ne chiL c- 
dcsse la condanna a morte I D'altro lato sembra che non lut x:o 
nella Catilinaria sallustiana possa giustificarsi, che, ad es.. l'aver 
fatto concepire il disegno della congiura dal protagonista sxn 
dal principio del dramma, in rapporto col carattere di lui di- 
pinto a tratti esageratamente neri, non risponda punto alla ve- 
rità storica; sembra che la concione messa in bocca a Catilira.3 
prima dei comizi elettorali del 690/64 (e. 20) non conven^ 
proprio ad un uomo che dopo tutto raccomandava la sua z\ 
didatura consolare, e insomma l'apologia del Bellezza in quesc^ 
parte per provar troppo si può sospettare che non provi nuU^^ 
mentre è in tutto accettabile per quel che riguarda la Giugur"— 
tina, dove del resto le controversie non sono mai state cos-^ 
vive. 

Nella terza parte stimo proprio inutile tutta la dimostrazioaC 
dell'essere le concioni fattura Sallustiana : qui si sfonda un^ 
porta aperta, e se n*c avveduto lo stesso Bellezza che si gin* 
stifica con una nota (pag. 166), ma non sa citare neppure ur> 
critico che abbia proprio ritenuto documenti autentici tutte \c 
concioni inserite da Sallustio nelle Storie. 11 resto nonhaun3. 
grande importanza e non riesce a risultati notevoli. Riassu- 
mendo l'impressione generale di questo lavoro si può dire ch& 
sebbene non contenga nulla di veramente nuovo, sebbene, p»" 
dirla con Quintiliano, pluvias aquas colligtt, non vivo gurgtt^ 
exundat, è però frutto di uno studio coscienzioso e completo del 
tema, e attesta nel suo autore attitudine non comune alle ri- 
cerche filologiche. 

Detto il nostro giudizio generale, vogliamo scendere ad al — 
cuni particolari e notare certi difettuzzi di questo lavoro 
venienti in parte dall'età giovanile dell' A. e che non tolgon. 
nulla a' suoi meriti sostanziali. E prima di ogni altra cosa o^^ 
fende qui il lettore una certa prolissità per cui TA. siindufif^^ 
soverchiamente in ogni discorso e si dilunga ben più di qi»-^^ 
che occorrerebbe all'eflìcacia dell'argomentare. Un solo c^ j 
a p. 18 volendo contraddire al Dìibi affermante che le noti^ ^ 
sull'origine di Roma (e. 6 della Catilin.) sono state tolte da^ 



- 355 - 

Oi^^ini di Catone, fa una serie di osservazioni minute e non 
persuasive per riservar ultima una ragione che dovrebb'esser 
Tunica, vale a dire questa, che non s'accordano i dati di Sal- 
his%tio con quelli che si rilevano dai frammenti Catoniani. — 
Poi si notano qua e là delle inconseguenze. Così mentre per la 
Catilinaria distingue i fonti certi, i probabili, i possibili, anno- 
verando tra gli ultimi certe opere letterarie che è supponibile 
Sallustio abbia Ietto senza che però se ne abbia alcuna prova, 
invece per la Giugurtina non conserva la stessa distinzione e 
Jo stesso ordine di trattazione e rifiuta di ammettere col Teuffel 
tra i fonti possibili le memorie di Siila, di Scauro, di Rutilio 
che pure dovevano esser conosciute a quei tempi e universal- 
mente diffuse (v. nota a p. 30). — Si aggiungano infine le os- 
servazioni seguenti: i) Fra le inesattezze cronologiche sfuggite 

* Sallustio non e fatto cenno di quella che occorre al e. 18, 3 
(^^d. la mia 2* ediz. in nota a p. 27); v'c chi difende Sallustio 
<l^ Ogni taccia d'errore, ma in o<jrni modo era da farne cenno. 
^) Al e. 32, I rimprovera col Dùbi a Sallustio di avere scritto 
^<^iiltna Curia se domimi proripuit mentre quella seduta ebbe 
luogo nel tempio di Giove Statore, non nella Curia Ilostilia. 
Si puQ difendere lo storico di Amilerno avvertendo che Curia 

* Qui usato in senso metonimico, per seduta senatoria (v. ediz. 
^*^-. p. 44). 3) 11 passo d'Isidoro (13, 21, io, p. 426): {Sallustius 
^serit) Tigrim et Euphratcm uno fonte manare, vorrebbe il Bel- 
lezza interpretare nel senso che i due fiumi abbiano una sola 
^^rgente ciascuno, e ciò per scagionar Sallustio dall'errore 

! geografico che gli si suole attribuire intendendo che il Tigri e 

^^ufrate si dicano derivare entrambi dalla stessa sorgente. Ora 

^interpretazione del Bellezza non si può accettare; quando il 

^^ino dice: Tigris et Euphrales uno fonte mdWiiw/ non può voler 

'*" ciltro se non che « il Tigri e TKufrate nascono dalla stessa 

^**erente »; per dir ciò che il Bellezza interpreta si sarebbe 

®^to il distributivo non il numero cardinale. 4) A pag. no e 

* il Bellezza pone a riscontro delle parole di Cat., $2, 9: 

^J^^enUa negligentiam tolerabat, passi come questo (G. 41, 3): 

*Cie/ ea quae secundac rcs amant hscii'ia atque superbia inces- 

^ - Ciò prova che egli non ha inteso il senso delle parole : 

^^^^^ntia neglegentiam tolerabat ; le quali non accennano alla 

cnza che ha l'uomo fortunato a insuperbirsi e abbando- 

i a' suoi capricci, bensì ricordano che il benessere di Roma 

^ tempi anteriori alla congiura di Catilina rendeva tollerabile 



- 356 - 

il l'alto :r-r si tr£^:uri^5t ci ruotare e coiridannari il njaj co- 
stume. 5; A paj:. 125-6 •• .florido VA. mettere in rilievo che Sal- 
lustio e Tuomo dei contrasti, osscr.a che la Calili" ana cr l^ 
G:ugi:rt:na -i cor.tr^ppongor.o pcrfetiamen:c :ra !oro. e che le 
Storie si oppongLr.o alle cui mor.og^rarìe come ci^ che è c-oi^ 
tir/ùo e completo si oppone a ciò che e isolato e circoscnf^o- 
r,>ucst'i t-jsi che Sallustio e l'uomo dei conirasti, resi dìmoscx'^' 
biiissinìa nelle continue antitesi che formano una specialità de* Ì-1*^ 
stile Sallustiano è -tata da: Heliezza troppo generalizzata: 1^ 
sua menti se ne invasata e inclina a vedere contrasti anc 
dove non ve ne ombra. Niuno crederà mai ad es. che Sailus 
abbia scrif^' rarj-jmer.to delia Giuuoiitina dopo aver scritto l3 
Con^^i:ir2 per amor di contrasto, quando e invece evidente: fcc 
la sc_!ta dei cut urj:o:r.enti tu suggerita dallo stesso movcc:». te 
e cioc dal desiderio di lar vedere come l'immoralità delle cla^s^s» 
dominanti fosse la cagion prim? dei guai lamentati a RuO». ^> 
0) Intìne bisoirna che il B. meglio curi la correttezza dc^-b 
stampa specie nel ic-t:- latino ; gli errori essendo qui tropici, 
alcuni anche assai gravi, come pag. 50, rig. 20. hcerjvìt 
-ver il : p. 171, rig. j2: ruputt per ruperit, tee. 

Pavia, 6 maggio noi. 

Fllice Ra.mokino. 



WiLiiF.L.M Stidev.i NH, StiiAìeii 2uf detti Gehiete des archaischtn 
Liteins., I, II. licrlin. Weidmann, 1890-1891. 

Il secondo volume di quest'opera e pubblicato, come si v^^* 
in questo stesso anno 1S91 ; ma l'altro volume, pubblicato ^^\ 
1*90 e propriamente la seconda parte del primo volume, d*-^^^ 
la prima parte fu pubblicata nientemeno che nel 1873! Lo s^^^P? 
dello Studcmund fu di raccogliere varii scritti suoi e di ^ . 
autori, in tedesco o in latino, riguardanti lo studio degli & *-^* 
tori arcaici. Nella prefazione premessa al volume pubbli ^^ 
nel i^^-ji lo Studcmund faceva notare come dalKepoca del ' . 
trarca in poi fosse stalo sempre presso che trascurato lo st^-^* . 
degli scrittori arcaici, giacche i dotti si consacrarono q c-^**" 
esclusivamente allu studio di Cicerone e dell'età Auguste^ » 
come anche i filologi degli ultimi tempi non abbiano con ^^ 



- 357 - 

rnte diligenza ricercato le leggi deirantica metrica e dell'an- 
stilistica; e come ora dopo i buoni tentativi dell'Holtze e 

Draeger, dopo il rifiorire degli studii di latino arcaico per 
ra della Glottologia comparata, dopo le scoperte di nuovi 
>ortantissimi codici, fosse tempo di concentrare tutte le forze 
> studio degli scrittori arcaici. Quel primo volume conteneva 

dissertazioni : Quaestioncs metrtcac di Augusto Luchs, 
Hetractatis Fabulis Plautinis di Leopoldo Rheinhardt, 

Syniaxi interro gationum ohliquarum apud priscos scriptores 
^nos di Edoardo Becker. 

^occupiamoci ora più particolarmente dei due volumi pubbli- 
i nel 1890 e 1 891. Ci viene innanzi dapprima la dissertazione 
Augusto L u e h s, Zmt Lehre von der Genetivhildung der 
t^iinischen Pronomina. L'A. comincia ad apportare il luogo 
^li esempii addotti dalTantico grammatico Prisciano, a pro- 
5^ito degli antichi genitivi uni^ soli, toU\ ulli, nulli, ali o 
s, ecc., aggiungendo altri esempii tolti da Plauto, da Ennio, 

Terenzio, da Varrone; più i due seguenti: Cicerone, p. 
>5C. ComocJo, 16, 48: P^st hoc principiiim improbi animi y mi' 
"« ingeni, nulli consilii; Catullo, 17, 17 : Ludere hanc sinit 

lubety nec pili facit uni: rifiutando il genitivo nw/// supposto 

I Neue in S ali., Cat., 29, 3. Cosi apporta pure molti esempii 
1' i dativi di questi aggettivi in o. La trattazione glottologica 

queste forme non è molto larga, e lascia indiscusse molte 

cstioni ; in ogni modo, sull'analogia di saiius salis, magius 

igis, vi si sostiene, per questi pronomi, il seguente sviluppo 

nico: illotos, illeios, illìus, illis, e poi con caduta dell' s, illi. 

)si eius, quoioSy huius; eis quois liuis; ei quoi hui, 

II lavoro del Ri eh ter. De usu particularum exclamativarum 
ud priscos scriptores Litìnos è un lungo e laborioso studio 
to su tutte le commedie di Plauto e di Terenzio, col riscontro 
curato di tutti i codici. L\\. esclude dalla sua trattazione le 
rticelle affermative, come poi, edepol, hercle, mehercle, ecastor, 
'castor, o le forme verbali usate esclamativamente, come 
'jV, dispcrii, obsecro, quaeso. age, agite, ecc. 

Di ciascuna particella cerca di stabilire: i) se si trovi ado- 
rata sola o con altre parole, e con quali; 2) quale affetto 
n'animo esprima ; 3) la prosodia e la collocazione metrica ; 
se i poeti comici attribuiscano tal particella al linguaggio 
ischile o femminile; 5) quali sono i luoghi di scrittori di 
bbia lezione a riguardo di tale o tal'altra particella. La trat- 



- 358 — 

tazione è condotta con la maggior diligenza; ma si desiderava 
per molte particelle, se non per tutte, un'analisi non solamente 
stilistica, ma che ne indicasse anche il valore etimologico ; e 
forse non era inopportuno, per molte particelle greche, il ri- 
scontro con l'uso greco. Non giungo a comprendere, malgrado 
tutta rinsìstenza delFautore, la distinzione tra una particella 
Item esclamativa, ed una particella cm dimostrativa, la quale 
anzi dovrebbe esser formata da quella radice pronominale i- 
che non ha mai in latino forza dimostrativa, come ha provato 
il Bach nell'ultimo volume di questi Studii. Curiosa anzi è 
l'ipotesi a nescio quo excogitata, secondo VA. (p. 477), e che, 
malgrado ciò, a lui praestare videiur^ secondo cui em derive- 
rebbe nientemeno che da ibi^ cioè ib, im, em; e dire che in 
Ialino son rimaste cosi bene le forme come ab^ ob, sub! 

Il secondo volume (1891) comincia con uno studio di Giovanni 
Schroeder sui frammenti dcìV Amfìtruone di Plauto, frammenti 
conservatici nella grande opera del grammatico Nonio Mar- 
cello. Vi sono delle buone congetture; alcune però troppo ar- 
dite, come quella del verso : * At ego certo cruce et cruciatum 
mactabo exuo mastigia '. Lo Schroeder crede « crucc et cru- 
ctatii aliquo modo per dittographiam nata ex versu 103^ » e 
ricompone il verso cosi : * At ego (te) certo mactàbo éxitiò, 
mastigia*. Migliore, checche si dica, mi par la congettura dcl- 
TMolTmann : 

*At certo ego 
Crùce te et crùciatù mactdbo : éxitó, mastigia* 

Uno studio minuzioso è quello De collocatiofie verborum plau- 
tina di Edoardo Kellerhoff. Segue lo studio di Pietro 
Scherer, De particuh « Quando». Premessa la trattazione 
glottologica sull'origine di tal particella, passa ad esaminarne 
l'uso sin dai monumenti antichissimi. Nell'età anteplautina ebbe 
esclusivamente significato temporale; nell'età plautina, come 
particella temporale, potò avere i varii significati o di quamdiu, 
o di postjjiijin, o di quoticnscumque; oppure potè aver signifi- 
cato condi/ionalc, causale, interrogativo, e in un sol luogo di 
Plauto {Capt., II, 40) indelìnito ; significato che però si trova 
più spesso pre>so Terenzio (in cinque luoghi). 

Lungo e importante è il lavoro del P>ach, De usu pronomi- 
niim deììinnstìjiìvoruìu, e cioè dell'uso dei pronomi hic, iste^ 
l'Ile, Il capitolo quarto tratta delle persone indicate da questi 



- 350 — 

pronomi nello stile comico ; argomento intrigato, giacche l'uso 
ne è molto vario, ed una stessa persona sulla scena viene in- 
dicata ora con /w'c, ora con iste, ora con ille. 

Il capitolo quinto sul pronome ìs esplica il concetto che tal 
pronome non abbia propriamente forza dimostrativa, giacché 
non indica alcuna persona vicina o lontana, *sed constanter 
alia quodam voce anteposita aut enuntiato adiecto nititur*. Ben 
a ragione adunque, secondo TA. Prisciano l'uni piuttosto ai 
pronomi relativi. 

Infine l'ultima parte dell'opuscolo parla delle particelle di- 
mostrative ecce, eccutrij eccam^ ecc. 

Il volume si chiude con un tentativo di riordinamento e re- 
staurazione della Cistellarìj, plautina fatto da Guglielmo Stu- 
demund, della cui scuola questi due volumi di Studicn sono 
un onorevole monumento. 

Roma, ottobre 1891. 

Carlo Pascal. 



OcciONi Onorato, Scritti di Letteratura Latina. Torino, Paravia, 
1891. 

« Gli scritti di letteratura latina raccolti in questo volume 
nacquero in tempo diverso e lontano l'uno dall'altro », come 
dice rOccioni nel suo avviso al lettore. Lodevole pensiero però 
e stato quello dell'editore Paravia, di raccoglierli tutti in un 
volume di piccola mole e di piccol prezzo, del qual volume si 
può, proprio a proposito, dire che omne tiilit punctiim, giacché 
davvero miscuit utile dulci. Oj^nuno sa infatti a qual criterio 
Si'informi la maggior parte dell'operosità letteraria del prof. Oc- 
cioni: per lui Io studio dcirantìchità non raggiunge il suo in- 
tento altamente educativo, se rimane ristretto nel piccolo mondo 
dei soli dotti. Prendere invece i risultati ultimi della critica 
più accurata, e spogliarli della forma strettamente scientifica o 
polemica, per renderli quasi pasto vitale di tutte le intelligenze 
italiane, ecco il suo as^iunto. Ciò non significa che tali scritti 
non possano avere anche importanza filologica o scientifica, 
giungere a conclusioni in tutto o in parte nuove, illuminare 
meglio dei punti controversi, e noi per la natura della nostra 
Rivista^ sotto questo aspetto specialmente li considereremo. 



-j4-.i.- .*;. . 




SI 



— 360 — 

Lasciando il primo scritto, sui « Dilettanti di Lettere nell* 
tica Roma » troppo noto perchè occorra qui parlarne, segu 
sei scritti riguardanti Silio Italico, poeta tanto studiato 
l'autore, e di cui egli ha dato in due grossi volumi la tra 
zione italiana ; più i due proemii alle due edizioni di tal t: 
duzione; sicché l'argomento può dirsi esaurito, giacche e 
tempi di Silio, e della vita di lui, e del poema, e delle s u 
doti principali, e dei suoi rapporti con altre opere, qui è l g==^ r- 
gamentc discorso. 

l-e fonti per lo studio della vita di Silio si restringono qia 
esclusivamente alla lettera di Plinio il Giovane a Caninìa. 2W la 
tra le poche notizie di Plinio ve n*ha una che contrasta ass. ^d- 
lutamente con tutto ciò che si sa del carattere morale dei 
poeta ; un timido accenno che fa Plinio ad una fama allora in 
voga, che cioè Silio nei primi anni fosse stata spia di Ncror^^. 
Contro tale tradizione porta l'Occioni varii argomenti: anz^i- 
tutto, uno d'indole generale, e cioè che in tempi tristi e san- 
guinosi la virtù stessa è un fomite d'accuse e di calunnie ; in 
secondo luogo il fatto che Plinio stesso parla della cosa come 
un semplice si diceva, mostrando cos'i di dubitarne ; in terzo il 
fatto che il popolo continua a venerare sempre Silio, ariette 
quando maledisse la memoria di Nerone, perseguitando i si-»^* 
consiglieri e le spie ; infine l'impossibilità di ammettere cl^^ 
alcuno per un sol giorno sia tristissimo e corrotto, e poi connp*^, 
tali opere di virtù, da far versare, al suo partire, lagrime ^^ 
riconoscenza ai popoli da lui amministrati. 

Delle qualità, dei pregi e dei difetti del poema TOcc 
parla, bisogna riconoscerlo, senza quello spirito, per dir e 
partigiano, per cui a ciascuno che studii di preferenza un 
torc, avviene di volerne, anche inconsciamente, menomarr^- 
vizii ed ingrandirne le bellezze. Ed è giusto che non si ^ 
mentichino nel giudizio complessivo sulle Puniche di Si^ 
tanti elementi svariati: ciò che egli ha dovuto concedere 
tradizione classica dell'epopea, ciò che ha dovuto conced 
all'esigenze della storia. 

Importante e il capitolo sulle Puniche e l Africa del Potrai 
per isfatare la leggenda, messa in giro dal Villebrune, secon 
cui una delle fonti del Petrarca sarebbe stata il poema di Sil> 
L'Occioni ha invece mostrato come nei pochi passi in cui 
è una certa rassomiglianza, i due scrittori attinsero a una fon 
comune, li cos'i nel proemio premesso alla grande edizione d 



- 361 - 

i>ema tradotto, sfata l'altra opinione, messa in giro dall'Harster 
dal Rossbcrg, che il poema di Silio fosse conosciuto dal 

^colo IX al XII e che ve ne fossero delle imitazioni nelle Vitae 

s^ncioriim. 
Seguono tre studii sulle amanti dei tre principali elegiaci 

- tini, e cioè sulla Lesbia, sulla Delia e sulla Cintia. Intorno 
L le quali TA. accetta le notizie contenute nel famoso passo di 

- puleio (Apol., X), accetta cioè e conforta di buone prove 
identità della Lesbia con la Clodia, moglie di Quinto Metello 
► erere e sorella di M. Clodio ; e l'identità della Cintia con 
Ostia, discendente di quell'Ostio che cantò la guerra Istrica. 
Ihiude il volume la bella figura di Didone « più appassionata 

ella Deianira di Sofocle, più naturale della Fedra di Euripide, 
iù umana della Medea,... la più bella rivelazione antica di una 
oscienza onesta, grande, amorosa ». 

Non abbiamo dato che un rapidissimo sommario di lutto il 
ibro, la cui lettura offre delle ore di vero diletto intellettuale. 

Roma, ottobre 1891. 

Carlo Pascal. 



drammatica latina del prof. Luigi Valmaggi. Ulrico Hoepli, 
Milano 1892 (Manuali Hoepli). 

Il valente autore di questo libro elementare, docente libero 
di letteratura latina nell'Università di Torino, si è proposto di 
DfTrire agli studiosi, in compendio, i risultati degli studii glot- 
lologici applicati al primo insegnamento della lingua del Lazio, 
finora trattato quasi sempre con metodi troppo empirici, e di 
preparare così anche per questa lingua un più razionale modo di 
studiarla. Egli non è stato risoluto innovatore : cerca di tenere 
il mezzo tra i risultati della scuola di Bopp e quelli della scuola 
dei neogrammatici, accostandosi di preferenza alla prima per 
maggior cautela e sicurezza di metodo, nei punti ove Tuna è 
in più stridente disaccordo coll'altra. Certamente non ha fatto 
Dpera del tutto originale, ma valendosi dei più accreditati la- 
vori del genere crediamo abbia fatto cosa che potrà riuscire 
proficua per le nostre scuole. Il libro, in nitidissima edizione, 
per la mitezza del prezzo è accessibile a tutti. A. B. 



- 362- 



CoRNUTi Artis rhetoricae epitome^ edidit et commentatus est 
IoANNES Graeven , BcroHni , apud Weidmannos , 1891 ; 
pp. Lxxii-55. 

Il trattatcllo di retorica che il Graeven pubblica sotto il nome 
di Cornuto, è contenuto nel codice Parigino 1874, del sec. XIII. 
Di qui lo trasse in luce la prima volta il Ségnier de St. Brisson 
{Notice du ms. grec de la hiblioth. roy. portant le n. i8j^, 
Lutetiae, 1840, ristampato in Not. et extr. des mss. de la bi- 
bltoth. du roi^ XIV, 2, p. 185), e più recentemente lo ripub- 
blicò Leonardo Spengel ne* suoi Rhetorcs graeci (I, 427). Però 
il testo del codice Parigino non è che un epitome di un trat- 
tato assai più ampio e compiuto ; ciò ò dimostrato, tra l'altro, 
dal fatto, che gli estratti che se ne incontrano in altre com- 
pilazioni retoriche derivano parte dal trattato intiero, parte 
dall'epitome. II Graeven s*c naturalmente giovato, per la sua 
edizione, di una nuova collazione del manoscritto originale : 
sennonché nel riprodurre il testo il proposito suo non pure è 
stato di correggerlo e ammigliorarlo in ogni sua parte, ma 
eziandio egli ha cercato di restituirlo per modo che apparissero 
manifestamente, mediante opportuni spedienti tipografici, le 
differenze che sono Ira Tepitome e il trattato originale. 

Oltre a ciò il testo dell'epitome s'accompagna a un erudi- 
tissimo e utilissimo commento storico-filologico, con molti ri- 
ferimenti e rafi'ronti di passi attinti a scritture retoriche greche 
e latine ; e gli vanno innanzi ampi prolegomeni illustrati, nei 
quali si discorrono le quistioni tutte che riguardano il tratta- 
tello, e principalmente si determina e definisce la cronologia, 
l'autore, la composizione di esso. Qui sono i dubbi maggiori, 
massime intorno all'autore : tant'è vero che i critici sin qui 
s'accordarono a chiamarlo semplicemente, dal primo editore, 
Vanoiiimo Segnierano. Invece il Graeven crede, nò senza inge- 
gnosi argomenti, che sia non punto un anonimo, e neppure 
un commentatore di Ermogenc, come avevan pensato il Finckh 
e il Kayser, ma si bene Cornuto. Aggiungiamo che il volume 
è fornito di quattro indici analitici: degli autori, delle materie 
retoriche, delle cose e de' passi citati. 

Torino, luglio 1891. 

Luigi Valmaggi. 



M-1. Cocchia, La sintassi Ialina, esposta scientificamente ad uso 
delle scuole di magistero, Napoli, 1890; pp. xix-496. 

Deirotlima Sintassi latina di Enrico Cocchia mi faccio a di- 
scorrere forse con qualche ritardo ; ma del ritardo è stato ca- 
gione il desiderio d'esaminare il libro a lungo e minutamente % 
in ciascuna sua parte, si perche il libro invitava a farlo perse 
stesso, sì ancora perchè in siffatta materia più che in altra 
^qualsivoglia occorre procedere molto cauti nel giudicare o nel 
"discutere. Però mi piace avvertir subito che Timpressione che 
il lavoro m'ha fatto dopo cosi guardinga lettura non è punto 
dissimile da quella ch'io ne avevo ricevuto a una prima rapida 
scorsa, ossia per ogni rispetto favorevolissima. 

La Sintassi del Cocchia (ch'è il primo di quattro manuali de- 
stinati ad abbracciare tutto quanto il suo insegnamento qua- 
driennale di latino) comprende la trattazione cosi della sintassi 
propriamente detta come della stilistica, essendo sembrato al- 
l'A. « che la separazione della sintassi dalla stilistica non avesse 
alcun fondamento logico, né movesse da un sano criterio me- 
lodico, poiché la materia di cui s'occupa l'una ò comune quasi 
sempre anche all'altra e non se ne tiene distinta se non col 
mezzo di criterii convenzionali ed empirici » (Prcfaz. p. x), E 
facendo capo all'indirizzo storico non meno che al comparativo 
il Cocchia pone a fondamento dell'esposizione scientifica della 
sintassi l'uso classico e particolarmente Ciceroniano, colto e 
fermato nella sua forma più perfetta e compiuta ; senza dir che 
naturalmente nell'opera sua non son trascurati né « quei carat- 
teri delTeià arcaica, che esso ha lasciato cadere come rami 
già secchi dal tronco vegeto e prosperoso del linguaggio la- 
tino *, né « quegli innesti, non molto copiosi a dir il vero, che 
Tuso popolare vi ha fatto nell'età post-classica, e che sono 
come gli ultimi germogli organici e vitali di esso » (pag. xv). 
Disegno tanto savio, quanto opportuno e interessante, chi pensi 
a troppe cose che qui non accade rammentare ; e a colorirlo 
l'autore s'è giovato d'un apparalo ricchissimo e veramente ri- 
guardevole d'esempi, sempre citati colla lor fonte, e con molta 
perizia riscontrati e controllati sui testi. Ma specialmente degno 
di menzione è Tuso sapiente che il Cocchia ha fatto d'un criterio, 
che nel terreno della sintassi, può dirsi in molta parte nuovo, 



— 3W — 

ossia il criterio dciranalogia. razion della quale è viva nell'altre 
parti della grammatica non piii che nella sintassi, dov'essa a 
punto sopra\'\iene ad estendere ed allargare, scrive egregia- 
mente il Cocchia : « la funzione o la portata di alcuni co- 
strutti anche oltre la sfera primitiva della loro azione e del 
loro valore etimologico > (p. \vi). 

Passando ora a discorrere più particolarmente il contenuto 
del libro, avvertiamo anzitutto che si divide in due parti o se- 
zioni fondamentali : una tratta la sintassi della proposizione 
semplice, e Taltra la sinta>si della proposizione composta. La 
prima s'inizia con Tesame degli elementi fondamentali della 
proposizione, soggetto e predicato (capo I), cui segue l'origine 
e la storia dcUattributo e la dottrina della concordanza, con 
tutta quanta la serie, assai numerosa, dei casi ci variazione e 
attrazione sintattica »capo 11). Vengono dopo gli usi del sostan- 
tivo, degli aggettivi e dei gradi di comparazione, dei numerali, 
e dei pronomi (capp. Ill-I\'); tutta materia per la più parte 
esclusa solitamente dalla sintassi e allogata nella stilistica, se 
bene è molto dilìicile dire dove finisca in somiglianti usi la 
funzione propriamente sintattica e cominci quella che abbiam 
l'abitudine di chiamare stilistica. Col capo VII comincia la dot- 
trina dei casi, e continua nei seguenti sino al XI non compreso, 
che tratta dell'uso delle preposizioni e degli avverbi. 1 due 
c^pi rimanenti di questa prima parte, cioè il XII e il XIU, soa 
dedicati alla sintassi verbale, e svolgono l'uso dei tempi e dei 
modi l'uno, e l'altro l'uso dei partecipiali, ossia delle forme 
nominali del verbo. Riguardo a queste ultime io non saprei 
pero come accordarmi col Cocchia per ciò che tocca la famosa 
costruzione dell'accusativo con l'infinito, la quale, a mio avviso 
almeno, potrebbe rientrare nella dottrina dell'accusativo assai 
meglio che in quella dell'infinito. Ma è cosa di secondaria im- 
portanza, come ognuno vede. 

Nella seconda parte i due primi capi (XIV e XV) discorrono 
con molto corredo d'erudizione la dottrina della coordinazione, 
e l'uso delle congiunzioni copulative (affermative e negative) e 
delle particelle disgiuntive, avversative, causali e conclusive 
nella coordinazione. 11 seguente capo X\'I, dedicato alle pro- 
posizioni interrogative, è uno dei più nuovi e importanti di 
tutta l'opera, come quello che pone le proposizioni interrogative 
nella lor giusta luce, e spiegando per esse, e più particolar- 
mente per via del passaggio dell'interrogazione diretta nell'in- 



<liretta, Torigine del pronome relativo e lo svolgimento del- 
l'ipotassi. L'origine, e naturalmente, la storia, del pronome e 
<Ìellc proposizioni relative, sono esposte nel capo XVll, dove 
TTiovendo da un'analisi linissima dell'equazione sintattica dicam 
^utd seniiam = dicam qtiod sentio, ci si snoda e dispiega sot- 
t'occhi ordinatamente tutto quanto l'organismo assai complesso 
e delicato delle funzioni relative, ossia della subordinazione. Le 
rimanenti forme della quale sono esposte nei capitoli seguenti 
sino al XX (proposizioni finali, consecutive, causali, tempo- 
rali, ecc., con particolar riguardo all'uso delle rispettive con- 
giunzioni, il XXI, ch'c l'ultimo, tratta della consecutio iemporum. 
Tal'c la contenenza della Sintassi greca del Cocchia, ne' suoi 
tratti generali e sommarii. Ai quali m'è pure bisognato tenermi; 
giacché po' po' ch'io avessi voluto entrar ne' dettagli (e per 
novità e acutezza e importanza più volte vi fui allcttalo), mi 
sarebbe anche occorso di distendermi troppo più oltre che lo 
spazio non concedeva. Avvertirò soltanto ancora che compie 
naturalmente il volume un bell'indice analitico delle materie ; 
e conchiuderò notando che, appunto conforme al proposito del- 
l'A. (prcf., p. vili), il suo e riuscito libro utilissimo non pure 
per la scuola, in servizio della quale da principio è stato con- 
cepito. Perchè esso viene propriamente a colmare una lacuna 
non lieve della letteratura sintattica latina : niun'altra opera 
essendovi, che contenga un'esposizione si lucida, sì ampia, e 
nello stesso tempo sì logica e ordinata della sintassi della 
lingua latina. Non reggono infatti al paragone di codesta del 
Cocchia, nò la trattazione dello Schmalz {Handbuch di l. Mùl- 
ler, II'), troppo tendenziosa e in non pochi luoghi monca e 
insufficiente, né quella del Riemann, che pure non mancano di 
pregi, e vorrebbero essere le più compiute e perfette di siffatto 
genere. 

Torino, maggio 1891. 

Luigi Valmaggi. 



— 366 — 



Giovanni Roberti, La eloquenza greca. Volume primo: Pericle, 
Lisia, Isocrate. — Torino, Paravia, 1891. 

A giudicare dal titolo, questo libro dovrebbe essere o una 
storia dell'eloquenza greca o una raccolta di studi intorno agli 
oratori attici; ma basta leggere la prefazione per comprendere 
che esso non è né l'una nò Taltra cosa. Infatti ivi TA. scrive 
che il volume contiene un saggio della eloquenza di Pericle, 
di Lisia e di Isocrate, che egli a ciascuno degli oratori citati 
premette un breve cenno biografico e ha voluto che ogni ora- 
zione da lui tradotta sia corredala di un breve studio storico- 
critico e di alcune note illustrative. Il vero è che oltre a tutto 
ciò vi si trova anche un'introduzione di discreta lunghezza, 
dove ad alcuni cenni sullo svolgimento dell'arte oratoria greca 
seguono notizie sommarie relative ai dieci oratori del canone 
alessandrino. 

Le fonti a cui sembra abbia attinto il R. per compilare 
questa introduzione sono parecchie; ricordo fra le altre il Blass 
e il Westcrmann. Ma le citazioni ricorrono cosi senz'altra in- 
dicazione una volta tanto quasi incidentalmente, e, almeno per 
ciò che riguarda i due autori tedeschi, si è indotti a credere 
che egli li citi di seconda mano; ora, se mi appongo, mi pare 
impresa, a dir poco, temeraria in tanto fervore di studi filolo- 
gici quella di scrivere di eloquenza greca senza conoscere To- 
pera magistrale del Blass. Qui non si tratta di vario sfoggio, 
per usare le parole del R., dì una troppo facile erudizione^ bensì 
semplicemente e unicamente di metodo scientifico, a cui non 
possono non essere informate, o m'inganno, pubblicazioni di 
questo genere. Sta bene: il libro è destinato ad ogni fatta di 
persone non molto pratiche del greco idioma e ai giovani Ji 
buona volontà ; ma appunto per ciò già nell'introduzione l'A. 
avrebbe dovuto tener conto del risultato degli ultimi studi, e 
non accontentarsi di ripetere per lo più, e talora anche colle 
stesse paròle (!), cose dette e ridette in tutti i nostri compendi 
e disegni di storia letteraria greca, particolarmente nell'Inama 
e nel Setti. Così il giovane colto e studioso, nel cui animo il 
R. sarebbe lieto di destare una scintilla di amore per la Lette- 
ratura Greca, non apprende nulla di nuovo, e tanto vale che 
legga i libri ora ricordati, dove non trova di queste espressioni: 



- 367 -- 

77 (orazioni) mancano di autenticità^ pag. i6; Eschinc^ a 
detta di Quintiliano, appariva piti dilatato... di Demostene, 
p. 17. Potrei notare altre mende; ma non voglio si creda che 
faccio appunti per partito preso, e mi permetterò solo di ag- 
griungere che il R. parlando d*Iperide non ne menziona l'ora- 
zione contro Atenogene scoperta due anni addietro (cfr. Rivista 
di Filologia ecc., XVII, pp. 431 e seg., XVIII, p. 288). 

I cenni biografici che precedono la versione delle orazioni 
contenute in questo primo volume (nel secondo sarà dato un 
saggio dell'eloquenza di Demostene e d'Hischine) sono anch'essi 
poca cosa, e nemmeno qui non vedo proprio come VA. possa 
illudersi d'aver portato il proprio contributo alla costruzione del 
grande edijizio lettcrario-scienli/ìco. Ma via, benché secondo il 
solito egli ora non citi le sue fonti, specialmente nella vita di 
Pericle, ora, fatta qualche eccezione, si restringa a vaghe in- 
dicazioni di dubbia provenienza (v. pag. 161: così suppone il 
Niehhur^ dove > — p. 162: al dire di Demetrio {})), non cade in 
gravi inesattezze e si fa leggere senza disgusto. 

Gli argomenti delle varie orazioni e le note illustrative (della 
traduzione parlerò brevemente in ultimo) costituiscono la parte 
meno difettosa o diciamo pure meglio riuscita del libro. Nei 
primi c*è maggiore originalità (se e il caso di parlare di ori- 
g^inalità in siffatti lavori); però anzitutto anche in essi ricorrono 
strane indicazioni di fonti (v. p. 78: s^ inganna a partito V olan- 
dese Alfonso llecher che in un suo... lavoro (?) — p. 170 : os' 
serva il Mùller, quale e dove ?): e poi TA. riporta troppo leg- 
germente i giudizi del Cesarotti, che oramai, almeno per 
quanto riguarda la letteratura greca, non hanno più valore. Le 
note furono scelte con buon criterio, quantunque non sempre 
dai commenti migliori: per la Pace d'Isocrate parecchie sono 
desunte dal Cesarotti; dell'edizione del Tincani, per citarne 
una, la sola, credo, italiana con note, pregevoliSsSima, il R. 
ignora, sembra, perfino l'esistenza. D'altra parte non è forse 
inutile osservare che trattandosi d'illustrazioni all'orazione tra- 
dotta debbono necessariamente essere tutte, o quasi, storiche 
e archeologiche; e infatti sono tali: e si che anche nella ver- 
sione occorre chiarire non pochi passi. 

Delle orazioni che l'A. ha tradotte, e l'opera vera consiste 
in queste traduzioni, e lodevole la scelta, non solo subordina- 
tamente agli intendimenti di lui, ma anche in se. Hsse sono 
Vepitafio di Pericle ; per Vuccisione di Eratostcne, contro Erato- 



- 368 - 

stette e contro Agoraio di Lisia; la Pace e il Panegirico d'I ^s 
cratc. La versione, fatta non si sa, TA. non lo dice, su q _u 
testo, è accurata, ma purtroppo spesso non esatta: io Tho c^^i^^: 
frontata diligentemente con vari testi (di nessuno dei qual i 
R., non comprendo il perchè, ha creduto di seguire la di v 
sione, così comoda e cosi necessaria, per paragrafi), e po====> 
mettere avanti questa recisa afiermazionc. Del resto ecco c^^u 
delle prove: coh/;o /IV.ì/os/ene, §48: aTaQoO.. ouòevòq M€T£0X. <v 
non fece nulla dì bene (p. 91, lin. 2), dove è soppressa TicJ ca 
principalissima della partecipazione [di Eratostene coi suoi co 231- 
pagni dei Trenta] — ih.. § 86: èirexeipiiaev eiTreiv (ùirèp....)» ^ 
studiò di difendere (p. 00, lin. 15) — i7>., §95: 6(J0l ò* èK TTe/- 
paiuiq €(716, voi poi del Pireo (p. 101, lin. 11); contro A gora /o. 
% 7: Toùq ToO bniuiou TTpoe^TTiKÓTaq, I duci del popolo (pag. 121, 
lin. \u) — ih.y § 2^: òpd)VT€q Tà TTpÓT^aT oùx ola ^ikmyC bt 

lf\ TTÓXei Òvxa, vedendo che si procedeva illegalmente ipag. 135. 
lin. 2) — j7^. § 50: òóEavxa TàXiiGn €iaaTT€iXai, perchè parevi 
loro ch'egli avesse detto il vero (pag. i p, lin. 11) — ih., §62: 
oùb6Tru)7ro9* ùcp' ù|uiuiv oùbe^iiav aixiav aiaxpàv ?(Xxov, né ebbero 
giammai alcuna turpe accusa (p. 13^, lin. ji-32): e ùq)* ùjiUW 
d'jv'èr — Panegirico, §11: KaiTOl Tivèq èlTlTipuiCTi TUJV XÓTUJV TOife 
U7T6P Toùq tbiiuTaq exoucJi, j/c«M/ le koitoi non dice nulla r)Hr 
simano le orazioni che sono superiori al T intelligenza de gì idioti 
(p. 231. lin. 13-14) — ih.^ ^ 18: AuK€bai)uióvioi bè vOv ^èv fti 
buCTTTeicTTUjq exou(yi, / Lacedemoni invece sono più ostinali {p. 2^^, 
lin. 2) — ih., § :?2: ÒTTO Tf\q ópx»ì? aKOTTiIi^iev, risaliamo jUj 
prima origine (p. 236. lin. •;) — ih., § 142 : èv Ò€ TUJ TToXé|iqi 
TOi irepl *Póbov, ...hatta:^rli\j avvenuta presso Rodi (pag. 264, 

lin. 3-4) Non credo necessario addurre altri esempi, anche 

perchè non mi si dica che ceico il pelo nell'ovo. Noto ancora 
che la forma lascia qualche cosa a desiderare, mancando so- 
pratutto di quella spigliatezza, la quale, a mio giudizio, do- 
vrebbe essere la prima cura di un traduttore. In pari tempo 
dichiaro per debito d'imparzialità che il R. ha interpretato 
bene, o almeno nel miglior modo possibile alcuni passi sca- 
brosi, specialmente dclV Fpitaiio di Pericle e dell* oraziore 
contrtì Agofato. 

Mila:io, j; ottobre 91. 

Domenico Bassi. 



. 



PiLTR\.- LìSELLo, ^'cfr^Ble responsatile. 



— 3fi9 - 



SULLA COMPOSIZIONE DEL PROEMIO 



DELLA TEOGONIA ESIODEA 



Fino dal e 783 F. Aug. Wolf (Theog. hesiod., Halae 
Saxon., p. 60), dopo avere riconosciuto nei primi 1 15 versi 
della Teogonia uno di quei irpooi^ta « qualia olim Rhapsodi, 
priusquam ad aliorum carmina recitanda progrederentur, a 
semet ipsis composita praemittere solebant », dubitava della 
unità di questo proemio, ammettendo come possibile, « ex 
plurtbus eius generis carminibus haec conglutinata esse, 
neque integra nunc haberi ». E quasi nello stesso tempo 
C. G. H e y n e, convertendo il dubbio in certezza, tentava 
anche di distinguere fra loro gli elementi costitutivi del 
proemio tradizionale; e scriveva (nell'epistola al Wolf, 
del 29 giugno 1784*, in appendice alla s. e. ediz. della 
Teogonia, p. 144): « Quac praefixa sunt, plurium exor- 
diorum esse videntur particulae, etsi et hae a diversis au- 
ctoribus profectae, in antiquissimis tamen exemplaribus iam 
exaratae, forte ilio statim tempore, quo primo litteris con- 
signabantur, cum a Rhapsodis iam miris modis variata 
carmina essent, partim memoriae errore, partim studio im- 
portuno. Quid Hesiodo, quid Rhapsodis debeatur, difficile 
dictu est. Post primos versus i-23 [dentro i quali peraltro 
dubita, più oltre, *ne totus locus a v. 5- 10 alterius poetae 
sit'] subiecii aliquis v. 24-35. Inde aliud alterius Rhapsodi 
sequitur prooemium, et, si recte suspicor, alius intertexuit 

Svista di filologia ecc., XX 24 



— 370 — 

V. 5o sqq. ». Dopo di essi, infirmata ormai Funità di com- 
posizione dei vv. i-ii5, i tentativi di analisi si suss^odo 
uno all^altro a così poca distanza di tempo e così numerosi^ 
da far parere veramente singolare quella che prima doq 
era se non l'opinione più comune, e da recar meraviglia 
come il R a n k e nel 1 840 {Hesiod. Studien, Gotting., 
p. 44 sg.), vale a dire quando forse più ferveva il lavoro | 
di scomposizione e ricomposizione, si ostinasse ancora « mit 1 
einem wahrhaften Kòhlerglauben » (come si esprime il ; 
Gruppe, Ueber die Theog., p. 3o) a ritenere tutto quanto . 
il proemio, nella redazione attuale, opera genuina del poeta 
della Teogonia. Do qui un brevissimo cenno dei principali. 
Godofr. Hermann nella epistola ad Ilgenium pre- 
messa alla sua edizione degli Inni Omerici (Homeri Hynmi 
et Epigrammata, ed. G. H., Lips., 1806) riconosce od 
vv. I-I 16 non meno di sette proemi, i quali avrebbero iih j 
cominciato tutti col v. i ed avrebbero pure avijto qualche 
altro verso a comune. Questi proemi sarebbero stati poi 
fusi insieme non senza qualche modificazione e qualche j 
aggiunta (versi aggiunti: 26-26, 104-115). Hermann però ] 
non dichiara esplicitamente in questa epistola, se alcuDO 
di essi, e quale, egli ritenga per autentico. Più tardi (Jk 
Hesiodi Theogoniae forma antiquissima, Lips., 1844:=: 
Opusc, Vili, pag. 47-48) dà per genuino proemio cinque 
strofe quinarie composte dei seguenti versi: 1*= 1 -|-22-25^ 
2* = 26-3o, 3*=3i-35 (modificato il 3i, come dirò in se- 
guito), 4* =1 36-37 + 39-41, 5* = 104-107 -^ ìib. O. Mii ^ 
ler {Goett. Anieigen, 1834, p. 138-140) distingue cinqiE--- 
frammenti: P = vv. i-35, IIo = 36-67, III*> = 68-74^ IV^ 
= 75-io3, V**= 104-116. Il II** è un frammento di inno*^ 
il IV* fu forse la chiusa della Teogonia nella sua fonn^ 
originaria, o di qualche altro epos esiodeo. Il proemio gc— ^ 
nuino rimarrebbe costituito dai frammenti V^ -|- III<> -f- V*.^ 



— 371 - 

Klausen {Ueber Hesiodus Gedicht auf die Musen, in 
in. Museum, Jahrg. Ili = i835, p. 439-469) accetta la 
v^isione in cinque parti operata da O. Miiller, ma dis- 
>ne: l^ -[- II® + ^^^ + ^^^^ ~\~ V^ e considera quest^insieme 
>Ttie proemio composto dal poeta della Teogonia. A. Soet- 
>eer {Versuch die Urform der Hesiodeischen Theogonie 
Mch:{unfeisen, Beri., 1837, p. 47-54; cfr. p. 32) vede in 
<iuella che egli dice prima parte del proemio, cioè nei v. i- 
74, due Inni alle Muse (I<>= 1-21 4-68-74, II<> = 36-68) 
e il proemio genuino, che egli riduce ai soli vv. 22-244- 
27-30-}- 33-35, distribuiti in due strofe quinarie, colla mo- 
dificazione MoOcTai *H(Jiobov per At vu ttoO' 'HcJfoòov al v. 22. 
« Was den iibrigen Theil des Prooemiums (V. 75-11 5) 
jetrifft, so ist es hier weit unsicherer, das Einzelne seiner 
irsprìinglichen Bestimmung zu vindicìren. Die wichtigen 
/erse 77-80 als echt Hesiodeisch in eine ganz angemessene 
Steiiung zurùckzufuhren, findet sich spàter die Gelegenheit. 
[Cfr. p. 76-77, dove propone di far seguire alla strofe 
!!• LXVI=r 91 2-916 una strofe composta dei vv. 917 + 77- 
80]. Die Verse 8i-io3 zeigen in ihrer eigenen Verbindung 
mannigfache Verwirrung, und sind wol nur Bruchstiicke 
€ines grosseren Hymnus. Die Verse 94-97 fìnden sich auch 
unter den kleinen Homerischen Hymnus, H. XXV. Der 
Schluss des Prooemiums V. 104 bis 11 5, scheint mir, àhn- 
ich dem Anfang der Werke und Tage, spàtere Zugabe, 
TI den Inhalt der folgenden Theogonie kurz anzugeben, 
^d diesen haben, gleich jenem Anfange der Werke, die 
'cxandrinischen Kriiiker schon vorgefunden ; vergi, die 
-'^ol. zu V. 114 ». Tuttavia mostra come sia possibile 
^^re da questi ultimi versi una nuova strofe quinaria = 
.^107-!- II 5, che opportunamente potrebbesi aggiungere 
altre due del proemio genuino. K. Lehrs (dapprima 
^J'ahrbb. Jììr Philologie und Pàdag., 1840, e poi in 



— 372 — 

PopuL Aufsat:{eaus dem Alterth., Leipz., i856, p. 235 sg.). 
considera come ampliativi i vv. 76-79, come interpolati i 
vv. 62-67, e vede in ciò che resta cinque inni (o fram- 
menti di inni) alle Muse, dei quali il I*>=i-35, il II® = 
36-5 1, e fors'anco il III** =52-74, da riguardarsi come 
proemi alla Teogonia; il IVo = 8i-93 e il V<> =94-103, 
composti forse dapprima per altro scopo e poi usati come 
proemio alla Teogonia, colla quale furono connessi per 
mezzo dei versi di passaggio 104-115. H. Deiters poi 
(De Hesiodi theogoniae prooemio, in Programm. des G/m- 
nasiums \u Bonn, i863) accettando questa divisione si '\ 
dette cura di restituire la lezione genuina di questi inni a , 
frammenti, espurgandoli dalle interpolazioni e dalle aggiunte. ' 
O. F. Gruppe (Ueber die Theogonie des Hesiod, ihr Ver- \ 
derbniss und ihre ursprììngliche Cestai t; Ber!., 1841, j 
p. 1-62) ricompone il proemio in quattro strofe ternarie, 
i»== 22-24 (colla modificazione *Haiobov MoOoai per AI w 
7TO0' 'Haiobov al v. 22), 2* = 26-28, 3*= 29-31, 4* = 33-35. 
P. 5: « Es ist nach meintr Meinung also erstlich Vers 1: 
Mouadujv *EXtKUJvid&u)v — bis Vers 2 1 : fiXXujv t dOavàTunf 
lepòv t^voì; — als cine spàtere, dem Gedicht fremde An- 
fiigung zu beseitigen, und desgleichen ist Vers 36 : Tihfir 
Mouodujv bis Vers 1 15: ti dpxn? kqì cTTiaG' — als eine gaa'*' 
ungehòrige und stòrende Partie zu entfernen ». J. v. LeO^' 
nep {Hesiodi Theogonia, Amstelod., 1843), ritenendo 
proemio opera di Esiodo, concede però che Esiodo, rapsC^ 
diando la sua Teogonia in diversi luoghi o circostanza 
possa averlo egli stesso, secondo l'opportunità, modificato ^ 
ampliato-, e che tali modificazioni ed ampliamenti possane 
essersi fusi nelPinsieme che ci è pervenuto. Altra possibilità 
ammessa dal Lennep è, che Esiodo abbia composto di- 
versi proemi, i quali poi furono da altri combinati in unC 
solo: la sconvenienza delle sutiirae non sarebbe da ìmpu-^ 



- 373 — 

tare ad Esiodo, ma alPinesperto compositore. E. Kòpke 
{Beri. Jahrbb. fùr msseìtschafil. Kritik, 1845, p. 619), 
senza negare che i vv. i-ii5 possano essere esiodei, di- 
stingue però in essi, attenendosi alla seconda delle due pos- 
sibilità ammesse dai L e n n e p , tre proemi: P= 1-34 -|- 
68-74, 110 = 36-^7 + 75-103, III«= 104-115. Mure {Hi- 
story of lang. and Hit. of ancient Greece, London, 1850-7, 
II, p. 507) distingue tre inni: 1^= i-ii -[-22-52, IIo=zi- 
21 -|-75-io3, 111®= 1 4- 53-74. Anche Fr. Osann {Anec- 
dotum Rom. de noti. vett. crit., i85i, p. 271) ricompone 
tre diversi proemi, ma ponendo Io=i-35, IIo = 36-io3, 
IIIo= 104-115, e concedendo, senza entrare però in parti- 
colari, che il secondo di essi abbia subito inversioni, inter- 
polazioni, o corruzioni di altro genere. E. Gerhard {Ueber 
die hesiod. Theogonie, in AbhandL der K. Akad. der 
Wissenschaft , , Beri., i856, p. 98 sgg.; cfr. la sua edizione 
della Teogonia, Beri., i856, p. vii) scorge nel proemio le 
traccie di un canto amebeo di due rapsodi, dei quali uno 
avrebbe recitato i vv. 1-2 -[-5-21, 36-52, 68-74, 81-93, 
104-1074-1^1-115 (i 08-1 IO interpol.), l'altro i vv. 1-24- 
5-21, 53-634-674*64-66, 75-80, 94-io3", non senza am- 
mettere che dentro ciascuno di questi brani possano essere 
avvenute interpolazioni. Arm. Koechly {De diversis he- 
siodeae Theogoniae partibus diss.. Turici, 1860 z=Opusc. 
epica quatuor. Turici, 1864, IV) scompone i vv. i-ii5 in 
nove inni o proemi, o integri o frammentari. Il V* consta 
di otto strofe ternarie: i* := i -|- 22-23, 2* = 2-4, 3' = 9- 
10 4- 24^4*= 26-28, 5*=29-3i, 6*=33-35, 7* = i04-io6, 
8*= 1 1 i-ii3. Il secondo consta dei vv. i 4- 5-8 4- 1 1 4" 
i3-2i (tre strofe quinarie)-, il terzo dei vv. 36-37 4-65-66 
4- 38-42', il quarto dei vv.25 (= 52) 4- 44-45 4**47 4~49"^o*^ 
il quinto dei vv. 53-62 4-68 4- 76-794- 69-74*, il sesto dei 
vv. 81-87 4-91-92; '' settimo dei vv. 88-90; l'ottavo dei 



-374- 

vv. 94*'*^5i *J nono dei vv. 104+ 108-110. Pàg. 16: «Po- 
stremos duos versus 114 et ii5 concinnatoris esse totam 
iam hanc farraginem qualicumque modo cum ipsius Theo- 
goniae inìtio consociantis nemo semel monitus dubitabit ». 
G. F. Schoemann {Die hesiodische Theogonie, Beri., 
1868. Cfr. Opiisc. AcaJem.^lU 1857) divide il proemio io 
tre pani. Nella prima, = vv. i-35, « konnen die erstcn 
einundzwanzig Verse fiir sich allein als ein kleiner Hymnus 
auf die Musen betrachiet werden, der, wenn ihm ein Schiuss, 
wie etwa der des 23 homeridischen zugefùgt wlre, X0>P^ 
T^Kva Aiòq KQÌ èfifiv T\\ir\aaT àoiòriv, aòràp éruiv lifiéuiv t€ kuI 
fiXXii^ fivrjcTOfi' àoiòi]^, ganz fiiglich seinen Platz unter den 
andern kleinen Hymnen jener Sammlung haben konnte » 
{Comm., p. 299). La seconda, =: vv. 36-io3, « ohne n&heit 
Beziehung auf das Hauptgedicht lediglieli ein zum Preìse 
der Musen gehòriges Allerlei enthSllt, und augenscheinlich 
aus mehreren Siiicken zusammengeseizt ist, die ohne or- 
ganischen Zusammenhang unter sich sind und nur noth- 
diirftig durch ziemlìch ungeschickte Verbindungsmittel ao 
einander gereiht werden » (p. 3o3). Quanto alla terza, s 
vv. 104- II 5, (c wir wurden mit den vier Versen 104, 108, 
III, ii3 volikommen zufrieden sein, und alle iìbrigen ab 
Zusàtze eines oder einiger sp'àterer Interpolatoren vcrwer- 
fen » (pag. 3o8). E h 1 i n g (Compos. der Theogonie dts 
Hesiod, Clausth., 1876) ricompone il proemio genuino coi 
vv. I -4 -j- 22-35+ 104-107. G. Eli gè r (De /7rooem/o The(h 
goniae Hesiodeae, Pars /. De proemio vere Hesiodeo, sive 
de versibus 1 -3?, Beri., 1871; Die Zusdt^e \h dem Proot" 
mium der hes, Theogonie \vw , 36- 1 15], Beri., i883) dà per 
proemio esiodeo i vv. 1-4-j-o-io -f- 22-24 -f- 26-35. Questo 
proemio ^oV {Ztisdi^e, p. 19) « ist... zunàchst durch einen 
Hymnus auf die Musen erweitert worden, um das 34 ge- 
gebenen Versprechen Hesiods volistàndig einzulòsen. Der- 



selbe umfasst 36-8o und 1 04-11 5, doch untcr Ausstossung 
von 38,46,48, 58-6q, 63-67 und 108-110. Daran schlies- 
sen sich zwei Forsetzungen, 81-93 un 94-103, die erstere 
veranlasst durch den Wunsch, die in 80 angegebene Ver- 
bindung der Musen mit den Konigen zu eriautern, die 
letztere durch den Widerspruch gegen dieselbe ; in ihnen 
findet sich keine spitene Interpolation mehr». H. Flach 
{Die hesiod. Theogonie mit Prolegg., Beri., 1873), trova 
due proemi, uno costituito dai vv. 1-4-}- 104-106, Taltro 
dai vv. 36-42 -|- 104-106; in ognuno dei quali i vv. 104-106 
da considerarsi come « Ubergangsvcrse, sicherlich alt ». I 
w. 22-35 sono una « bòotische Fàlschung ». In ciò che 
resta vede una quantità di frammenti di inni (9-21, 53-6i, 
68-74, 81-93, 94-io3) legati insieme con versi di congiun- 
zione, non senza qualche interpolazione e qualche amplia- 
mento rapsodico. Arth. Meyer {De compositione Theog. 
hesiod., dissen. inaug., Berol., 1887), press'a poco come 
Ellger, riconosce il proemio genuino nei vv. 1-4-]- 22-35, 
« at interpolator aliquis lepidam poètae rationem non in- 
tellegens addendum putabat illum hymnum ab Hesiodo fla- 
gitatum [cfr. vv. 33-34] et scripsit vv. 36-ii5, vel potius 
w. 36-52 et vv. 75-80-f- 104-115-, nam vv. 53-74 ex alio 
fonte hausisse videtur; vv. autem 8i-io3 cum compluribus 
singulis interpolationes suni serioris aetatis ; ceierum vv. 
quoque 5-2 1 interpolatori debeniur » (p. 84-85). O. G r u p p e 
{Die griechischen Culte und Mythen in ihren Bepehungen 
^w den orientai . Religionen, Erster Bd. = Einleitung, Leipz., 
1887, p. 596-600) distingue nei vv. i-35, 36-5i, 104-115 
tre proemi, e nei vv. 53-76 (circa) e 76-103 gli avanzi di 
due differenti inni alle Muse. Finalmente A u g. F i e k 
{Hesiods Gedichte in ihrer urspriingl. Fassung und Sprack- 
form mederhergestellt , Gotiing., 1887, p. 69 sgg.) ritiene 
che nei w. i-i i5 si contengano « zwei von einander unab- 



: *. 



[ «Ma. 



— 376 - 

hangige nachhesiodische prooimien zur Theogonie, weiche 
urspriinglich in der mundart dieser dichtung abgefasst sind 
und sofort mit voller dcutlichkeit hervortreten, wenn man 
alle mit festen ionismen behafteten verse ausgesondert hat m. 
Il I<» si compone dei vv. i -f- 5 -}- 7-10 -[- 22-24 -f- 26-3 1 4" 
33-35 ; il II*» dei vv. 52-67 + 60-62 + 77-79 + 104-107 -f- 
1 14-115. — Questi tentativi fatti per ispiegare la forma- 
zione del proemio con ipotesi più o meno probabili, non 
sono stati certamente privi di frutto; poiché, essendo queste 
ipotesi motivate dalla necessità di rimediare ai molteplici 
inconvenienti che presenta il testo tradizionale, è occorso 
che le incoerenze delle varie parti onde consta il proemio, 
siano state messe sempre più in rilievo; e così il dubbio ^ 
intorno alla unità di esso, formulato per la prima volta dai ' 
Wolf, è andato acquistando, mano a mano che tali in- 
coerenze venivano meglio rilevate, un fondamento sempre 
maggiore e più saldo. Come per altro io non ritenga nes- 
suna di queste ipotesi tanto soddisfacente a spiegare le at- 
tuali condizioni del proemio, da togliere la possibilità di ten- 
tare con più felice esito la prova, lo dimostra il fatto che 
alla prova m'accingo appunto io stesso con una nuova ipo- 
tesi ; la quale non presumo risolva in modo decisivo la 
questione, ma presenti almeno altrettanto, se non maggior 
grado di probabilità, quanto ne offrono fra le precedentì 
quelle che generalmente sono ritenute le più probabili. 
Constatate dapprima quelle difficoltà offerte dal testo, da 
cui risulta incoerenza delle sue varie parti e perciò la ne- 
cessità di segregare ciascuna di esse dalle altre, mostrerò 
come, eliminate alcune di queste parti che presentano il 
carattere di ampliamenti od aggiunte posteriori, si possa, di- 
sponendo le altre in un ordine diverso da quello tradizio- 
nale, pervenire alla ricostruzione di due primitivi inni- 
proemi, non che d'un frammento di inno (§ i=vv. i-35; 



- 3T7 - 

§ 2 = vv. 36- 1 1 5). Poscia mi studierò di indicare per quale 
procedimento, e possibilmente anche per quali motivi, sia 
avvenuta la contaminazione di questi vari! elementi, e come 
ad essa appunto si debbano le presenti condizioni del testo 
(§ 3). 

§ I . Sul carattere ascitizio dei vv. 5-8 non mi accade di 
dubitare. Esso spicca immediatamente, ove ad èvcTTOiriaavTO 
ed èTTcppuiaavTO si assegni il valore più comune di aoristi 
narrativi. Imperocché, osserva il Goettling « neque 
aoristi èv€Troir|aavTO, èircppiwaavTo satis commode hic sequun- 
tur praesens ópxcOvxdi, neque in simplici narratione, qua hic 
Hesiodus usus esse videtur, Km re particulae(v. 5) apte adii- 
ciuntur particulis eisdem (v. 3), quibus quid soleat a Musis 
indicatur, non quid semel factum sit ». Non immediata- 
mente, ma non perciò con minore evidenza, risulta il ca- 
rattere ascitizio dei versi in questione, ove pure si ammetta 
che la forma aoristica non sia qui adoperata a indicare 
un'azione di qualità del tutto diversa da quella dell'azione 
precedentemente descritta (v. 1-4), ma rappresenti piuttosto 
« das gewòhnlich vorkommende als mrklich eingetretenes 
Ereigniss », come vuole Schoemann {Comm., p. 299- 
3oo), il quale ricorda, in suffragio di questa interpretazione, 
il principio dell'Inno omerico ad Apollo Delio (vv. i-i3), 
dove, a descrivere l'entrata del dio nel consesso dei celesti, 
ossia un avvenimento solito a ripetersi, vengono adoperati 

dapprima il presente (8eoì TpofiéoucTi, àvaTaaouai, TÓ2a xi- 

TaJvci), poi l'imperfetto (Anxd) fiifive), quindi Vaoristo (piòv 
éxóXacrae, tó2ov àveKpéfiacJe, ecc,\ infine di nuovo il presente 

(baffiove? KaBiCoucyr x«'P^i ^^ t€ Tióivia Atitiì). Ammessa 

difatti come possibile tale interpretazione (mentre in realtà 
è da dubitare che i motivi estetici o retorici, ai quali si 
deve il rapido passaggio dall'una all'altra forma temporale 



K _ 3^'.'*. 



- 378- 

neirinno omerico, possano valere anche per il présente 
luogo della Teogonia \ e resta in ogni caso, da vedere se 
siffatto brusco passaggio possa effenuarsi per mezzo delle 
particelle Kai re — Ka( re), ne deriva per conseguenza che 
i. particolari indicati nei vv. 5-8 debbano essere concepiti 
o come successivi nel tempo a quelli indicati precedente- 
mente, oppure come alPincirca identici a questi e introdotti 
quale specificazione o descrizione più dettagliata e precisa (i). 



(i) Lo Schoemann appunto {Comm,, p. 3oo) vede nei vv. 5-8 
una « eigentlich dasselbe nur wiederholende Schilderung ». Né da 
questa medesima interpretazione era forse alieno chi compose lo 
scolio al V. 2 = F l a e h , p. 208 : a\ e*'EXiKUJvo^- alTiv€^ MoOaai, 
òilXabf| 6 XÓTo^ Kol ì^ aoq)(a, *EXiKaivoq ÉxoucTiv Òpo^, àvxl toO, aÙTÒv tòv 
*EXiK(Iiva oUoOai iT€pi(ppaaTtK(Ii(, òriXovÓTi ti^v K€(paXf|v ircpiiroXeOouoi ical 
cl^ TÒV voOv TÒV Ka6apòv Kal dppuirov èiriiroXoOai 'kqCtc 1T€pi*EX^ 
Kt&va (sic!) Kal ircpl pujfiòv òpxcOvTai* èv Ttfi qùtQ» yàp 
6p€i Kal KpfivT) fjv kqI PiuMÓ(;. i\ hi Kirirou Kp/|vii oCJtiuc; Xé^CTai dva- 
bo6f)vai èK Tf^(; óirXfic; toO TTnYdaou- èv t^P t(|i 6p€i bioiKfiaavTO<; toO BcX- 
X€poq)óvTou, ó rrf|Taao(; T(b irobl ti?|v yf^v iraTdHa^ iHépaXcv Obuip xai 
éKX^eii Ittitou Kp^vn- fiXXoi bè T[x\-^ao{av ìk toO 6pou<;. to€ibéa bé dv- 
6u[ibr)f ^leXdvubpov, tov ydp clbo^ dveou^* f\ Tf|v toi^ TtcpiTrcppaTliévnv, 
dvGibbrj- ^ biauYfì Kal KaOapdv bct ydp toik; irepl Xó^ou^ VjaxoXrmévou^ 
biauT^ Kal Ka6apòv ^x^iv tòv Xotiomòv, xal oò ^lóvov tòv XoricT^dv, dXXà 
Kal tò ouJ)Lia. Kal bid toOtó f^r\a\ * Ka( t€ Xo€aad|Li€vai xpòa 
KaXóv, TTÓaa'diraXotaiv òpxeOvTai. IlGoettling inferì 
da questo scolio resistenza di una recensione diversa dall'attuale, 
prendendo le ultime parole Kai tc Xoeaadficvai ecc. come citazione 
esatta del testo che aveva sott'occhio lo scoliasta. A me questo pare 
improbabile, e faccio osservare che Tesser glossata pure la parola 
loeibéa, che dalla recensione supposta dal G o et 1 1 i n g sarebbe esclusa^ 
ci fornisce un indizio che il testo commentato dallo scoliasta non 
doveva esser diverso dal nostro, lo credo piuttosto, che la confusione 
che si nota in questo scolio derivi dall'aver voluto il commentatore 
identificare le due azioni descritte nei vv. 1-4 e 5-8, per togliere la 
difficoltà che proveniva dal considerarle come successive Tuna al- 
l'altra. A ciò m'induce il vedere come egli, dopo avere accennato 
alla Kpf|vn del v. 3 colle parole xal Kpnvii t^v xal puj^xóq, passi a glos- 
sare subito r "Ittitou xprivii del v. 6, quasi interpretando i vv. 3-6 (o 
almeno la menzione dell'I ppocrene) come dichiarativi della parola 
Kp^vTi del V. 3; e poi ritorni allo stesso v. 3 colla parola loctbéa. 
Anche l'espressione xai t€ ircpl 'E X 1 k Oti v a (sic !) xal ircpl puifióv, se 



Nel primo caso, se la Kprivii loeibriq del v. 3 non è altra 
che TAganippe (cfr. Paus., IX, 29), il poeta verrebbe a 
dire, che le Muse abitatrici delPElicona sogliono danzare 
dapprima su questo monte intorno alPAganippe e all'altare 
di Giove, poi si bagnano sul Permesso, o nelPIppocrene, 
o neirOlmio, quindi tornano a danzare sulle vette deirEli- 
cona ^ insieme, del quale, non che il G o e 1 1 1 i n g, ma lo 
Schoemann stesso si dichiara insoddisfatto. Quanto al 
secondo caso, è certamente non disforme alle sane regole 
deir arte descrittiva, che i momenti di un' azione, dap- 
prima delineati in brevi tocchi, vengano poi più particolar- 
mente lumeggiati in minuto dettaglio ; quando però questo 
dettaglio conferisca ad una maggiore vivacità o varietà della 
pittura, e non valga piuttosto a renderla o più sbiadita o 
più confusa. Ora, assegnato ai vv. 5-8 un valore dichiara- 
tivo, non solo l'insieme della descrizione non ne risulta av- 
vantaggiato per maggiore varietà o vivacità (se forse non 
si eccettui l'ultimo verso: KaXoù^ ijicpócvTa^, ecc.), ma ne 
risulta invece e più sbiadito, per la specificazione TTcpfiT]- 
(ToTo f\ "ìitnox) KprjvTiq f| 'OXjyieioO IólBìoxo alla KprjvT] loeibi^^ 
del V. 3 (che perciò non sarebbe più l'Aganippe)*, e anche 
più confuso, perchè alcuni dettagli della descrizione, anziché 
comparire nella seconda parte di essa, comparirebbero nella 
prima (Pw^òv èpiaBevéo? Kpoviiwvo?), e perchè inoltre alla 
correlazione che verrebbe a sorgere tra il nòaa* àiiaXciai del 
V. 3 e r èTreppuiaavTo bè TroacTiv del v. 8, non si potrebbe 



non è corrotta, può solo giustificarsi ammettendo che il commenta- 
tore abbia voluto identificare l'azione indicata dal v. 3 con quella 
indicata dal v. 6 : dKpoTdTiu 'EXikiIivi, ecc. Le parole kqì t€ Xoeaad- 
^€vai ecc. non sono pertanto esatta citazione del testo, ma piuttosto 
una parafrasi intesa a mettere in rilievo il concetto del commenta- 
tore, che il poeta abbia voluto coi vv. 5-8 specificare o descrivere 
più dettagliatamente quanto già in modo più generico aveva detto 
nei w. 1-4. 



- 380 - 

assegnare forse altra ragione plausibile, che quella molto 
sofìsticamente escogitata dallo scoliasta {ad r. 2 = Flach, 
208) : 8t\ iróba^ ^ è v cTxov àiraXou^ , éppuj|iévui^ & è Kai 
(TUVTÓVU)^ dipxoOvTO (1). 



(i) Il Koechly (pag. 11) trova nella < vehecnentìa » del verbo 
éircppdiaovTO, che egli ritiene: < iróaa* &iraXo1(n \'ix propria », nonché 
nella « nominum cumulatio, qua eos [se. vv. 5-8] eiusdera potius 
esse atque 11.21 auctoris docemur >, altri due argomenti per espun- 
gere i vv. 5-8. Ma di questi argomenti il secondo è di così poco 
peso, che merita appena di esser preso in considerazione. Riguardo 
al primo, osserva lo Schoemann {Comm.^ p. 299^ che il verbo 
éppdKJavTO è usato a indicare la danza delle Ninfe presso PAcheloo 
neir//., XXIV, 61Ó: vupKpdtuv, aV t* d^qp* *Ax€Xdjiov éppibaavro» « und 
dass die dort um den Acheloos tanzenden Gottinnen weniger zarte 
Flìsse gehabt haben sollten. als diese hesiodischen, diìrfte doch er 
seibst [il Koechly] kaum behaupten woUen ». Veramente però, 
mentre V éppibaavro omerico non desta nessun sospetto, può a prima 
giunta destarlo V éireppibaavTo esiodeo per trovarsi congiunto colfaltra 
espressione iróoa" àiraXotm. In uno scolio {ad v. 2 = Flach. 208), è 
già fatto rilevare : òti ^àxcrm tò àiraXolai kqI tò ^ncppdiaavTO' 
TÒ TÒp auvTovov TUJ /ipCMaiqj dvTiKeiTai: e giustamente, se ^ircppdKxavTo 
vai quanto: èiriTcra^évuic koX ^ppuj^évtu^ xal cùtóvui^ iaTpàx^aay koI 
èxópcuaav fi èqxiipfif)6iiaav. come dichiara un altro scolio {ad v. 8 = 
Flach. 209 . .Ma non è fuor di luogo osservare anche, che siffatte 
espressioni, quali iróaa* àiraXotaiv ópxcOvrai ed èircppibaavro bi iioaaiv, 
presentano il carattere di modi di dire non foggiati per la prima 
volta dal poeta, bensì creati nei precedenti gradi di sviluppo del mito. 
Ora per la diversità di colorito assunta dal mito in questi diversi 
gradi di svolgimento, possono benissimo accumularsi e congiungersi 
insieme immagini eJ espressioni che nelle sfumature sembrino al- 
quanto contrastare fra loro; né fa punto meraviglia che. dopo, un 
poeta, malgrado la loro discordanza, le possa avere adoperate, una 
accanto all'altra, come immagini ed espressioni tradizionali. Cfr. 
Bergli, G. L., 1. 32q. Tali discordanze possono dunque opportu- 
namente essere constatate per distinguere fra loro i diversi periodi 
di formazione di un mito, ma non si possono riguardare come con- 
tradizioni tali da costituire grave ditlìcoltà ove si incontrino in poeti 
quali Esiodo od Omero. L'agitazione violenta nella danza delle Muse 
ci riporta alla forma primitiva di questo mito e al suo primitivo ca- 
rattere orgiastico, quale si riscontra nella tradizione tracia: in questa 
le .^Iuse sono identitìcate alle Ninfe e perciò pure di esse è detto 
ippdioavTo nel luog«^ cit. deH7/.\ e cosi le une come le altre portano 



- 381 - 

Grave difficoltà presenta anche Timperfetto cTxeixov al v. io, 
comunque vogliasi interpretare. Che con questo imperfetto 
si voglia indicare un'anione ripetuta o una condizione du-- 
revole nel passato^ non concomitante ad altra anione, potrà 
ritenere soltanto chi creda esser questo il concetto espresso 
dal poeta: — che le Muse furono solite a partirsi dall'Eli- 
cona, K€KaXu)Li|iévai i^épt iroXX^, èwóx^ai, ircpiKaXXéa ScTCTtìev 
telerai, ma soltanto nel passato, non più nel presente. — 
Qualunque altro valore voglia assegnarsi air imperfetto 
(TTcTxov, esso implica che Fazione indicata da questo venga 
concepita come secondaria e concomitante ad altra princi- 
pale. Il Goettling annota: << Hoc imperfectum fere subit 
aoristi signifìcationem, quam exemplis quibusdam epicorum 
et tragicorum declaravit Hermannus, De emend. rat. 
gr. Gr., p. 243 ». Ma risulta dall'esame dei passi, dove 
ricorrono tali imperfetti, che in generale questi si distin- 
guono dal vero e proprio aoristo in quanto descrivono le 
circostanze concomitanti nel loro svolgersi e non le riferi- 
scono semplicemente come fatti. Cfr. Kiihner, A. G., 
§383, 3; Curtius, § 489, n. i. Dato poi che l'imperfetto 
cttcTxov avesse il valore di un aoristo vero e proprio, ne 
conseguirebbe che il poeta, dopo aver descritto un'azione 
solita a compiersi dalle Muse (vv. 1-4, o anche, secondo 
Schoemann, vv. 1-8), e prima di passare alla narra- 
zione di un fatto particolare effettivamente avvenuto nel 
passato, quello cioè della comparsa delle Muse stesse ad 
Esiodo (v. 22 sgg.), ci narrerebbe anche, e pure come par- 



li nome di OoOpiòe^ (Hesych., s. v. — Cfr. F r. Roediger, Die 
Museriy in Jahrbb, fiìr class, PhiloL, Bd. Vili, i. p. 257). L'altra 
espressione, iróaa' ÀTraXotaiv ecc., sorse quando in un periodo poste- 
riore il mito si trasformò colorandosi di immagini più leggiadre, e 
l'epiteto si presentò oùk òvoìkciov iTap6évoi<, come si esprime uno 
scolio (ad V. 2 = F 1 a e h, 208). 



— 382 — 

ticolare avvenuto una volta nel passato, di una determinata 
discesa notturna e di un canto delle Muse, vale a dire di 
un fatto, che per non offrirsi in nessun legame col susse- 
guente, e per non portare in se stesso, se preso isolata- 
mente, ragione veruna di essere narrato in questo luogo, 
non intendiamo a che scopo venga introdotto. Non è pos- 
sibile removere il concetto di azione concomitante dal si- 
ficato dell'imperfetto axcTxov, nemmeno ricorrendo alla in- 
terpretazione di Schoemann, secondo cui tutto quanto 
il brano 1-21 descriverebbe uno stato permanente « quid 
soleat a Musis fieri », rappresentato con diverse forme tem- 
porali del verbo, come nei vv. i-i3 dell'Inno omerico ad 
Apollo Delio. Poiché nell'Inno omerico è bensì usato un 
imperfetto, |liÌ|iv€ al v. 5, ma appunto con valore evidente 
di azione concomitante a quella indicata dai presenti Tpo- 
\iéovai (v. 5), àvaiaaovai (v. 3), rixaCvei (v. 4), concepiti 
come aoristi nella mente del poeta, quando in questa il 
concetto di azione durativa nel presente si trasformava in 
quello di azione effettivamente avvenuta nel passato. — 
Ora, quale sia quest'azione principale presupposta dall'im- 
perfetto aicixov, nelle presenti condizioni del testo esiodeo 
non rilevasi *, non essendoci dato di poterla rintracciare nei 
precedenti vv. 1-8, perchè, anche ammesso che l'azione 
indicata dal v. g sgg. debba, con Schoemann, ritenersi 
della stessa qualità dell'azione precedentemente descritta, 
V fv8ev del v. 9 esprime chiaramente il passaggio da un 
particolare all'altro dell'azione medesima senza nesso di 
concomitanza; e neppure nei vv. 22 sgg., perchè il ttot^ 
del V. 22 o introduce per la prima volta la narrazione di 
un fatto determinato, come vuole lo Schoemann, oppure 
la narrazione di un nuovo fatto, ma in ogni modo slegato 
dal precedente. 
Ad eliminare la difficoltà ora indicata, non verrà fatto, io 



_ 383 — 

credo, di procedere con rimedi critici contro i precedenti 
vv. 1.4: piuttosto, poiché tale difficoltà risulta principal- 
mente dal disaccordo tra il significato delPimperfetto axeixov 
al V. 10 e il Troie del v. 22, accadrà di volgere i nostri 
sospetti o sul brano 9-2 1 o sul v. 22. E tra i due sospetti 
ci potremmo attenere al primo, rimediando sia colla espun- 
zione di tutto quanto il brano 9-21, sia con un tentativo 
di emendamento nel v. 1 1 (proporrei, in tal caso, orefxoua' èv- 
vtjxiai; cfr. O. D., v. ySo: fxaKàpiwv rei vuict€^ foaiv, e quanto 
osserva Se boema nn, Comm., p. Soo); se, per altre ragioni, 
il sospetto maggiore non dovesse cadere sul v. 22. I tre 
versi 22-24, osserva il Koechly (p. 12), « si simpliciter 
legantur communis quae inde fluxit traditionis immemores, 
duo habent quae offendant, particulam ttot^ Musarum in- 
spirationem longo a Carmine pangendo temporis intervallo 
separantem, et primae personae pronomen abrupte post 
Hesiodi nomen illatum ». Né le due difficoltà sono punto 
eliminate da Schoemann, non essendo argomento valido 

contro la prima la semplice affermazione: « das wird 

wol Wenigen so scheinen » (Comm., p. 3oi) (i); né contro 
la seconda Tosservazione che fa, non essere strano che par- 
lando di sé un autore sostituisca il proprio nome al pro- 
nome di prima persona, perché la difficoltà notata dal 
Koechly non consiste in tale uso (lo scoliasta, ad v. 22 = 
Flach 210, vi scorge un fjOo?), di per sé naturale e del 
quale abbondano esempi (cfr. O. F. Gruppe, Ueber die 
Theog.j p. 65; Schoemann, Comm., p. 3oi; e anche 
Bergk, G. L., I, Syi), ma nel susseguirsi quasi imme- 



(i) Il Bergk, G, L., I, 971, n. 16, ricava dal irorè argomento per 
credere, « dass die Theogonie nicht in jungen Jahren, sondern erst 
geraucne Zeit nach der Dichterweihe verfasst ist ». Ma cfr. Goettling- 
Flach ad v, 10. 



EJ 



- 384- 

diatamente e repentinamente (abrupté) del nome e del prò- 
nome. Anche il rappono che sembra intercedere tra Va- 
TpauXot del v. 23 e V èvvuxiai del v. io (rapporto convalidato 
dalPantica tradizione, che le Muse comparvero notturne ad 
Esiodo; cfr. Gocttling-Flach ad v. io), inducendo ari- 
tenere connessa e concominante coIPazione narrata dal v. 22 
al V. 35 quella indicata dall'imperfetto (TtcTxov del v. io, 
aggrava maggiormente i sospetti intorno al v. 22, dove il 
fiori è, come abbiamo notato, di grave ostacolo a che tale 
connessione e concomitanza sia possibile. Un nuovo e non 
meno grave sospetto si accumula sul v. 22, se si voglia dar 
peso ad un'affermazione di Pausania, IX, 3 1, 4: Boiuiruìv 
bè ci irepi TÒv *EXiKuiva gìkoCvtc^ irapeiXrmiyiéva bóEij XérouOiv 
u>^ fiXXo *Ha(obo^ iroirjcyai oùbèv f| xà "Epra. (Cfr. anche Vili, 
18, i; IX, 27, 2 e 36, 5). Il Koechly (p. 11-12) ne ar- 
gomenta che quelli Eliconii, i quali negarono l'autenticità 
della Teogonia esiodea, « illud prooemium aut prò mendacio 
haberi voluerunt, aut omnino non noverunt, aut denique 
aliter atque hodie legerunt: — quartum non datur ! ». 
Esclusi come possibili i primi due casi (« primum propter 
id ipsum studium vel ex mendaciis popularem gloriam hau- 
riendi, ...alterum..., quoniam Theogoniam eos tum novisse 
necesse est, cum et eam et cetera Hesiodei nominis carmina 
populari suo poétae abiudicabant, ex antiquissimis vero huius 
Theogoniae partibus id ipsum prooemium fuisse veri est 
simillimum »), il Koechly conclude, che gli Eliconii do- 
vessero leggere il proemio in una forma diversa dalla pre- 
sente, di guisa che la lezione u non Hesiodum sed alium 
quendam ut carminis auctorem diserte indicaret ». E così, 
remossi i vv. 22-23 dal posto che occupano presentemente, 
li inserisce tra il v. i e il v. 2, congiungendo poi il v. io 
col v. 24, espunto l'inno delle Muse, cioè i vv. 11-21. A 
me pare anche, in primo luogo, che sia possibile una quarta 



-385 — 

supposizione, che gli Eliconi cioè avessero sott'occhio il 
proemio attuale e senza ritenerlo per falso, incontrassero a 
identificare V 'Hdobov del v. 22 col [le del v. 24 la stessa 
difficoltà che prova il Koechly, e che perciò i vv. 22-23 
fossero interpretati come parentetici e nel \ie si vedesse altra 
persona che Esiodo; in secondo luogo poi, che nella terza 
supposizione fatta dal Koechly sia da sospettare non solo, 
come egli crede, che i vv. 22-23 fossero altramente collo- 
cati che ora, ma anche che o tutti e due o almeno uno di 
essi, il 22, mancasse assolutamente, e che gli Eliconii non 
volessero riconoscere Esiodo nel ixe del v. 24. Qualunque 
di queste illazioni però voglia farsi dalPafTermazione di 
Pausa nia (tolte, s'intende, le due prime), essa costituisce 
sempre un argomento a svantaggio dell'autenticità o genui- 
nità del v. 22. Io ritengo questo verso interpolato. 

Per quanto ardita poi possa sembrare di per sé l'espun- 
zione del V. 22, questa i)on solo è in parte giustificata dagli 
argomenti ora addotti, ma anche convalidata dalla possibilità 
che abbiamo di renderci conto del come sia avvenuta la 
corruzione del testo genuino, quale risulta per tale espun- 
zione e per le conseguenze che ne derivano. — Conseguenza 
possibile della espunzipne del v. 22 è l'espunzione anche 
del V. 23, che nel testo tradizionale appare intimamente 
connesso col precedente; ma non è necessaria, potendosi 
sfuggire a questo rimedio radicale colla trasposizione di 
questo verso dopo il v. 24, dove trova acconciamente il suo 
posto, e colla conseguente eliminazione del v. 25 (= 52), 
che malamente potrebbe sostenersi dopo il v. 23, e che già 
per altra ragione era stato condannato dal Koechly (p. 11), 
cioè come u male additus Helìconiacis, quas Boeotus poeta 
invocat Musis ». Conseguenza invece probabile del v. 22 è 
Teliminazione del brano 11-21, contenente Tinno delle Muse, 
il quale dopo lo stretto rapporto in che vengono a trovarsi 

Hivista di filologia ecc., XX. 25 



•• ' 



— 386 — 

i vv. IO e 24-23, tolta la difl5coltà del ttot^ (v. 22), potrebbe 
soltanto giustificarsi nel luogo che occupa, ove con esso si 
accennasse al contenuto medesimo della ispirazione delle 
Muse, alla Teogonia stessa da queste suggerita ad Esiodo; 
ma di questa ispirazione e del suo contenuto si fa men- 
zione più oltre, nei vv. 3o-33, dove è data come posteriore 
al rimprovero delle Muse ai pastori; onde tale inno non 
solo è senza significato, ma anche d^impaccio alla più spe^ 
dita esposizione del fatto che il poeta vuol narrare. — La 
trasformazione del testo primitivo così restituito (vv. 1-4, 
[b-8], 9-10, 24-23, 26 sgg.) in quello tradizionale sarebbe 
poi avvenuta, a mio avviso, nella seguente maniera e pei 
seguenti motivi. Dopo l'inserzione del v. 22, operata sia 
malamente da chi, riconoscendo nel |i€ del 24 Esiodo stesso, 
volle che il nome del poeta fosse in modo più esplicito in- 
dicato, o piuttosto da chi, intendendo nel ^e altri che Esiodo, 
volle accennare che le Muse ispiratrici del poeta indicato 
dal ^€ ispirarono pure una volta anche Esiodo; ebbe luogo 
l'inversione dei vv. 24-23, probabilmente per opera di chi 
volle conglutinare meglio cogli altri il nuovo verso intro- 
dotto, o fosse costui rinterpolatore medesimo del verso, 
com'è possibile nel primo dei due casi presupposti, oppure 
altri, come necessariamente era d'uopo se Tinterpolatore 
ebbe invece l'intento di contrapporre, come diversa, l'ispi- 
razione di Esiodo a quella del poeta indicato dal |i€. Io 
conseguenza della inserzione del v. 22 e principalmente del 
TTOT^ contenutovi, l'azione espressa dallo cyxeTxov del v. io 
non poteva più concepirsi come concomitante a quella nar- 
rala dai vv. 22 sgg., ed inoltre quanto era descritto nei 
vv. 9-10 assumeva l'aspetto di una rappresentazione molto 
manchevole. Ma il nepiKaXXéa òcTcTav leTaai, con cui finisce 
il V. 10, dava agevole appìglio ad un'ampliazione che di- 
chiarasse il contenuto del canto stesso delle Muse, e che 



- 387 — 

compensasse in parte tale manchevolezza. L'ampliazione 
ebbe effettivamente luogo mediante l'introduzione dei versi 
11-21, e donde fossero ricavati dalPampIiatore e come non 
occorresse che costui li andasse a cercare in altri testi fuorché 
in quello medesimo della Teogonia che egli aveva sott'oc- 
chio, indicherò più oltre (cfr. § 2 e 3). Cosi risultò il brano 
1-35, che poteva apparire diviso in due parti, delle quali 
la prima serviva quasi di introduzione, Taltra narrava il 
fatto particolare della comparsa delle Muse al poeta: Tuna 
e Taltra poi combinate in un insieme, che sebbene non 
possa ora resistere ai conati di una crìtica rigorosa ed offra 
i più chiari indizi del suo processo formativo, pure poteva 
presentarsi abbastanza plausibile come composizione rapso- 
dica. 

Mi resta ancora qualche cosa da osservare su questa 
prima parte del proemio, e precisamente sui vv. 3i-32. — 
Il V. 32 fu giudicato interpolato già dal Guy et (cfr. Wolf, 
Theog. hes., p. 66). Il Goettling emendò sagacemente il 
6€It]v, di^ dei mss. in Oéamv, tva; ma il Koechly so- 
spetta (p. Il) « ne ipsum imperitum correxerit versus fa- 
bricatorem, qui ex 38 ^ A 70 eandem formulam sed inepte 
mutilatam hic quoque intulerit ». (M ut zeli, De em., ecc., 
p. 378, più arditamente: GeaTrecriiiv KXeteiv fi|ia x^ècTcTó- 
fi€va irpó t' èóvia). Io pure lo espungo, e non già per la 
ragione addotta dal Fick (p. 69): « v. 32 enihSLlt in ediiv, 
ijjq (fur 6€iT]v) einen fehler und ist ganz iiberflussig, ja 
verkehrt, da in der Theogonie rà iac6\xeya gar nicht be- 
sungen werden »; polendosi per contrario, mantenendo il 
verso, inferire da esso una lacuna nella recensione attuale 
della Teogonia (cfr. O. G ruppe, Die gr. Culle u. My- 
then, ecc., p. Sgg); ma piuttosto per quanto aveva già os- 
servato il Soetbeer (p. 64): « Wie unpassend ist ferner 
(V. 32) dj^ KXeioi^i xd x èaaófieva npó x' èóvxa, was eher 



-^ 388 - 

einem Weissager zukommt, daja gleich der gan^ besondere 
Auftrag folgt, ù|iv€ìv Maxàpujv t^vo^ alèv èóvruiv » . — Eli* 
minalo per altro questo verso, non so se si possa mante- 
nere il precedente, 3 1 , dove l'espressione èvéirvcucrav hi yiox 
aùbifiv, senza o un attributo o un predicato di complemento 
che specifichi l'oggetto aùbifiv (com'è appunto il 9€(iiv = eé- 
cTmv del v. 2>i\ cfr. Od. I, 328, e Vili, 498) mi pare che 
offra alquanta difBcoltà ; senza tener conto che la lezione 
òpéMiaaai al principio dello stesso verso è data da due soli 
codici (V I e Par.), bp€i|iàfi€vai da un solo (Par. 6=2678}» 
mentre la maggior parte dei codd. dà invece un &péi|iaa6ai, 
che nessuno vorrà difendere. Gli editori si attengono gene- 
ralmente alla lezione bpéuiourm ; Hermann correggeva Gt]iitòv 
V fOpcHiav (sic) {De H. Th. f. antiqu,, p. 6; ma poco sopra, 
Un. IO, è stampato fbpeipav): io, tenuto conto dell'altra dif* 
ficoltà, trovo più opportuno espungere, insieme col 32, anche 
questo verso. 

Dei primi 35 versi dell'attuale proemio soltanto 16 (man- 
tenendo il 23 e posponendolo al 24) rimangono dunque 
esenti da sospetto; e con questi 16 versi restituiamo alla 
Teogonia esiodea un proemio, che se non vogliamo rite- 
nere opera di Esiodo stesso, dobbiamo però riconoscere 
quale composizione poetica assai antica. Esso è il seguente; 
dove è da notarsi anche la possibilità di una distribuzione 
dei versi in strofe quaternarie. Io la segno soltanto per ri- 
chiamarvi l'attenzione, e non già per esser cieco seguace 
delle teorie di Soetbeer, di O. F. Gruppe, di Her- 
mann, di Koechly; verso le quali ho già fatto altrove 
professione di scetticismo. V. il mio scritto Sulla narra* 
\ione del mito di Prometeo, ecc., in Mem. della /?. Acc. 
delle Sciente di Torino, serie II, v. XXXVIII, e Paltro 
Sul catalogo delle Nereidi, ecc., in Riv. di FiloL, XV, 
289-295. Riguardo poi all'espressione contenuta nell'ul- 



— 389 - 

timo verso, 35, rimando pure ad un mio articolo Stdl si- 
unificato primitivo della formula proverbiale greca, atro 
òpuò^ — Arto irérpTi^, in Studi di storia e diritto (Roma), 
VII, 3, p. 133-170. 

[no I]. 

1 Mou(Tdu)V "EXiKUividbuiv àpxu^^eO' deiòciv, 

2 at 8* *EXiKiBvo? fxoucJiv 6poq fi^rct t€ CàOeóv t€, 

3 Kai T€ 7T€pl Kprjviiv loeibéa Tióaa* àrraXoicyiv 

4 ópxeOvTtti Kttl pujjuiòv èpicrGevécq Kpoviiovoq- 4 

5 [Kttl T€ Xo€(yaàjui€vai répeva xpóa TTepjunicJoio 

6 i\ "Ittttou KpifivTìq f| 'OXfxeioO la^ioxo 

7 àKpoTÓTiii 'EXiKoivi xopoù^ èveTTOirjaavTO 

8 KaXoù^ tfiepóevTaq, éTreppiiaavTo bè Trocraiv.] 8 

9 ?v9€V àTTopviijievai, KCKaXujLifi^vai nepi ttoXXQ, 
10 èvvùxiai cTxeixov TiepiKaXXéa 6aaav leicrai* 

24 TÓvÒ€ bé ^e TrpojTKTTa Geal irpòq juOBov feirrov 

23 fipva^ TTOifialvovG* *EXiKUJVO^ òtto CaGéoio* 12 

26 « TTOifiéve? fitpauXoi, kcIk èXéirxea, TOK^T^pe? oTov, 

27 lb^€V i|i€\jb€(i TToXXà Xéteiv ènijuioiaiv ójuoTa, 

28 ib^€v h\ eOi' èeéXujfiev, àXiiGéa juiu9i^(yaaeai. » 

29 Ob^ ?q)acyav KoOpai fieróXcu Aiòq àpTi^Treiai. 16 

30 Kttl jioi aKfìTrrpov ?bov bàqpvriq èpiGriXéoq 62[ov, 

33 Ka( fi€ KéXovG* ù/ivcTv fxaKdpiuv T^voq alèv èóvTiwv, 

34 (Tqpfi^ b' auràq TTpoiróv re Kai uotepov aUv àetbeiv. 

35 àXXà xftì fioi raOia Tiepì bpOv f| nepl Trérpriv ; 20 

§ 2. Si è agitata la questione, se il brano contenuto nei 
vv. 36-52 debbasi o no considerare come risultante da due 
frammenti riuniti insieme, uno dei quali costituito alPincirca 
dai vv. 36-41 o 42, Taltro dei vv. 42 o 43 sgg. — O. F. 
Gruppe fa dei vv. 36-5o-[- 108-1 15 un proemio che sa- 
rebbe il secondo dei due da lui ritenuti posteriormente ag- 



— 300 — 

giunti per una falsa interpretazione assegnata al verso 34. 
Anche O. G ruppe considera come un sol tutto i v. 36-5 1 
e ne fa un secondo proemio (il primo è per lui costituito 
dai vv. 1-36), senza notare in essi veruna difficoltà. Come 
un insieme plausibile è dato il brano 36-5 1 anche da 
Schoemann e da EUger, non che da Pick; il quale 
per altro ritenendolo interpolato tra il primo e il secondo 
dei due proemi che egli ricava respettivamente dai vv. i-33 
e dai vv. 52- 11 5, nota in esso molte imperfezioni di forma 
ed osserva (p. 71): « Ausserdem sind die Verse confus 
und poetisch ganz werthlos ». Distinguono per contrario 
in questo brano due frammenti il Dei ter s, il Koechly 
(che ne fa due proemi distinti, il 3® e il 4®), ed il Flach 
(che considera i vv. 43-5 1 come un ampliamento rapsodico). 
— Una difficoltà che vieta di ritenere possibile raccordo 
delle due parti onde consta il brano in questione, è presen- 
tata dal V. 38, per il quale si indica il contenuto del canto 
delle Muse, onde sembra affatto una ripetizione quanto è 
detto più oltre nei vv. 44 sgg., che pure ci offrono nuova* 
mente, e non perfettamente in accordo col v. 38, il conte- 
nuto del canto stesso. E ben vero che a tale difficoltà s» 
può rimediare colla espunzione del v. 38; alla quale deV 
resto potrebbe indurre anche la languidezza dello stile do- 
vuta al susseguirsi dei tre participi ùfjiveOcTai eipeOcrai ófiH-' 
peOcTai. Ma dato anche che questo verso debba ritenef^*" 
interpolato, a me pare che il fatto stesso della sua inierp^^ 
lazione possa offrirci qualche indizio della esistenza a pa^'* 
del brano 36-42 o 43. Invero, non sarebbe stato forse ^^ 
verchiamente inetta l'opera dell'interpolatore, ove Tinterp^ 
lazione fosse avvenuta in un testo quale il presente, in e "^ 
troppo agevolmente egli avrebbe potuto accorgersi che 
contenuto del canto era in modo esplicito indicato poC^ 
oltre nei vv. 44 sgg. ? Non sarebbe stata invece più giust ^ 



- 391 - 
ficabile in un testo dove questo contenuto non fosse men- 
zionato, e dove perciò Tinterpolatore avrebbe avuto qualche 
ragione di indicarlo, almeno in modo generico, inserendo 
appunto il v. 38? Devesi inoltre considerare: in primo 
luogo, quanto Tindicazione del contenuto del canto, data 
solo dai vv. 44 sgg., ove si espunga il v. 38, sarebbe più 
opportuna e desiderabile nel luogo stesso ora occupato dal 
V. 38, cioè prima che sieno descritti gli effetti di questo 
canto ; in secondo luogo, ccme, ammettendo pure con 
Ellger {Zusàt:^e, p. 4), che il poeta abbia voluto coi primi 
versi dipingere la bellezza e Tenergia del canto, cogli ultimi 
il suo contenuto, inettamente egli abbia in ogni modo ope- 
rato il passaggio dall'una all'altra parte per mezzo dell'e- 
mistichio: ai b' fi^Ppoiov dcTcrav Uxaax (v. 43)-, in terzo luogo, 
quanto sconvenientemente sussegua il participio (JKibvajii^vij 
(v. 42) al X€ipioé(T(Tr| del verso precedente; infine, come i 
vv. 39-43 costituiscano un insieme pleonastico, tuti'altro 
che poetico, e tale da potere ad essi principalmente appli- 
care lo sfavorevole giudizio che il Fick pronuncia a ra- 
gione contro l'intiero brano. — Dovendo poi divider questo 
in due frammenti, opererei il taglio, specialmente per le 
due ultime considerazioni, tra il v. 41 e il v. 42; e alla 
dìfl&coltà che presentano i vv. 42-43 a slare a capo di ciò 
che resta, in quanto essi (tolto l'ultimo emistichio) hanno piut- 
tosto l'apparenza di essere la conclusione che non il principio 
di un frammento indicante il contenuto di un canto, rime- 
dierei ritenendoli come versi di congiunzione messi insieme 
da chi volle unire i due frammenti, e perciò isolandoli 
anche da ciò che segue, vv. 44 sgg. In questo secondo 
frammento poi sarei d'accordo col Goettling per la espun- 
zione del V. 46 : « hic versus ex v. 1 1 1 huc inepte tra- 
iectus male bioinpeq èdujv quod Olympicorum deorum prò- 
prium epithetum est, de Titanibus usurpar » (cfr. anche 



— 3©2 - 

Ellger, Zusàt\e, p. 4-5)-, e con Guyet (cfr. Ellger, p. 5, 
e Koechly, p. 14) per la espunzione del v. 48. Il v. b% 
riterrei anch'io con Flach un a eingeschobener Vers w^en 
des Ueberganges », e tale riterrei pure volentieri il prece- 
dente V. 5i, ripetizione del Sy. Onde il frammento con- 
sterebbe dei soli vv. 44-43 + 47 4" 49-^o. A me pare che 
tra le due ipotesi possibili, o di considerare tutto quanto il 
brano infelice opera di cattivo poeta, o di ritenerlo com- 
posto di due buoni frammenti riuniti malamente insieme 
(36-374-39-41; 44-45 -f- 47 +49-^0)? quest'ultima sia di 
per sé preferibile, tenuto conto del carattere compositizio 
che presenta tutto il proemio. Ove poi vogliasi attribuire 
alPuna e alPalira ipotesi valore perfettamente uguale, nes- 
suno ci vieterà di attenerci sempre di preferenza alla s^ 
conda, ove questa meglio che Paltra riesca a chiarire la for- 
mazione del proemio intiero in ognuna delle due pani. Credo 
poi che un nuovo argomento per eliminare i vv. 42-52 
venga offerto dall'esame del seguente brano, vv. 53-79; '' 
quale, se nella forma manifestamente corrotta in cui ci è 
stato tramandato, mal sapremmo collegare sia coi vv. 36-41 
sia coi vv. 42-52, invece, nella forma genuina in cui ci 
accadrà di restituirlo, come non potrebbe in nessuna ma- 
niera collegarsi coi vv. 42-52, così acconciamente si adatta 
a continuare Tinno incominciato coi vv. 36-41. 

Ad eliminare le difficoltà che presentano i vv. 63-67, ^'^ 
considerati in sé, sia nel loro rapporto coi precedenti e coi 
susseguenti, il rimedio generalmente adottato é l'espunzione, 
disputandosi tuttavia, se essa debba limitarsi a questi soli 
versi, come vogliono Schoemann, Ellger, e dapprima 
W o 1 f, — sedfacti post eiim poenituit (G o e t il.-F 1 ac h) — ; 
o estendersi anche al v. 62, come piuttosto vogliono Lehrs 
{Poptilàre Aufsdtie aus detti Alterthum, Leipzig, i856, 
p. 235 sgg.), Deiters e Flach; o restringersi infine ai 



- 393 - 

soli versi 64-67, com'è opinione di Paley e di Goettling. 
— Tali diflBcoItà non sono né poche né lievi. Strano e 
inaspettato é^ in primo luogo, il passaggio dalla narrazione 
contenuta nei vv. 53-62 alla descrizione di uno stato at- 
tuale o permanente nel quale si trovano le Muse, vv. 63-67, 
per poi tornare di nuovo, col v. 68, ad una narrazione, 
che, almeno nelle condizioni attuali del testo non possiamo 
non riconnettere colla precedente. Inoltre, nei vv. 66-67 é 
messa in rilievo la bellezza del canto delle Muse ; ma su 
questa si torna nuovamente e in modo da generare sazietà, 
anzi con espressioni tautologiche, òttI KaXQ — à^ppoaiq jioXTrfl, 
nei vv. 68 sgg. In terzo luogo, dopo i vv. 63-67 * quale 
circostanza di tempo allude il tót€ del v. 68 ? Puàin qualche 
modo essere riferito al momento della nascita delle Muse 
(vv. 53-62), ma con quanta difficoltà, dopo che questo par- 
ticolare resta così lontano dal v. 68 per l'intromissione dei 
vv. 63-67, apparisce manifesto. (Sulla impossibilità poi di 
mettere in rapporto l'azione indicata dal v. 68 con quella 
narrata nei vv. i-35, vedi quanto osserva Ellger, Zusat:^e, 
pag. 7). Altra difficoltà é presentata dall'avverbio ?v9a del 
V. 63. A stento può riferirsi alla Pieria (v. 53). Gramma- 
ticalmente è piuttosto da riferire alla parola 'OXó^ttou del 
V. 62; ma allora possiamo dimandarci con Ellger {Zu- 
sàtic p. 8): « Sind diese Angaben hier mòglich, wo die 
Musen noch gar nicht unter die Olympischen Gòtter auf- 
genommen worden sind, wo sie noch nicht einmal ihren 
ersten Zug nach dem Olymp, um sich ihrem Vater vor- 
zustellen, angetreten haben? » (1). Tanto nell'un caso come 



(1) Da alcuni inoltre il v. 62 è ritenuto troppo lontano dal verbo 
frCK* {v. 60) a cui sembra riferirsi Tindicazione di spazio che vi è 
contenuta: Lehrs, Deiiers, Flach vogliono quindi compren- 
dere anche questo verso nella interpolazione. Senza espungerlo, po- 
trebbe esser meglio collocato dopo alcuno dei versi precedenti, per 



»^. 



— 394 — 

neiraltro si mostrerebbe poi in disaccordo col v. 63 il v. 64, 
dove si fa menzione delle XópiTc^ e di "l^epo^, che non airO 
limpo né alla Pieria, « sed ad Heliconem peninent » Goettl.- 
Flach, ad v. 62. Cfri O. M iiller, Orchom., p. 177 s^. 
Intorno alla notizia fornita dallo scolio ai verso 64: qMzaiv 
(q>Ti<^iv?), 6ti ìOtxv év 'EXiKuivi xai XapiTujv Upòv xal Ifiépou 
Kal Mouauiv, notizia che sembra derivare dal verso stesso, 
V. O. Miiller, Gótt, gel. An^., 1834, p. 1376, ed Ell- 
ger, Zusàt\e, p. 8. — I versi stessi poi, 63-67, conside- 
rati indipendentemente da ciò che precede e ciò che segue, 
non si presentano ben connessi fra loro; ed è ragionevole 
il sospetto di E 11 gè r (Zusàt:{e, p. 8), che i primi tre deb- 
bano segregarsi dai rimanenti. Il non trovarsi questi due 
versi, 66-67, in alcuni codd. (M 1, Paris., Vat.) non co- 
stituisce nella questione attuale un argomento né prò ne 
contra la loro eliminazione; in primo luogo, perchè di nessun 
valore è qui l'autorità di una tradizione così recente; in 
secondo luogo, perchè tale omissione si spiega agevolmente 
nell'ipotesi di un salto commesso per òfJloiOTéXeuTOv (leìooi, 
V. 65 e V. 67) dal copista del prototipo donde derivarono 
i codici medesimi. Argomento invece a separare Tuno da^- 
Taltro i due piccoli frammenti (vv. 63-63 da 66-67) ^ P^^ 
me la intollerabile ripetizione èparfiv bè òià (Tró^a dcTcTC^ 
UTcTai (v. 65) — ènripaTov dcTcxav \t\Oa\ (v. 67); non poten* 



es. dopo il 56 o il 57. (Uno scolio, al v. 62 =Flach, 214, sem 
metterlo in immediato rapporto anche col TTicpii] del v. 53: Kpóvo^ 
corr. Kpovibì} — t^k€ tut9òv dir* dKpOTdTr)(; KOpuq>n^. Xdirei tò oOa 
Tf|v TTi€p(av òr|XovÓTi — corr. con Schoemann Xcìttci tò 0(^013, 
TTicpii) òr)XovÓTi). Se tale fu primitivamente il posto occupato 
V. 62 e se si ammette con Schoemann che lo spostamento > 
questo verso sia stato occasionato dal desiderio di avere nel v. prc^ 
al 6'3 un nome a cui appoggiare V lyQa di quest*ultimo verso, la J 
spostamento starebbe a indicare non solo il carattere ascitizio d -^ 
versi in questione, ma anche che l'interpolazione deve limitarsi ^ 
vv. 63-67 e non comprendere il v. 62, 



- 395 - 

convenire col Weise nella espunzione del solo v. 67, che 
io reputo necessario compimento del precedente, sia che 
con Ellger la parola àGavàiuiv del v. 67 debbasi unire col 
TràvTwv del v. 66, sia che con Goettling vogliasi piuttosto 
far dipendere dal solo fjGea K€bvd considerando Trdvxujv come 
neutro. 

Nel seguente brano, vv. 68-80, dove continua la mede- 
sima narrazione incominciata coi vv. 53-62, desta grave 
sospetto innanzi tutto il susseguirsi immediato delle due 
espressioni tautologiche òttI KaXQ (v. 68) — àfJiPpocTiij ^oXiTfl 
(v. 69). Vien naturale di pensare ad una lacuna. Koechly 
si adopera a colmarla inserendo tra il v. 68 e il v. 69 i 
vv. 76-79, ossia il catalogo delle Muse. A me pare più 
ragionevole il supporre che dopo il v. 68 fosse dal poeta 
indicato il contenuto stesso del canto (introdotto per es. con 
un participio ó^veOcrai ecc.), al quale potevano tener dietro 
acconciamente come chiusa i vv. 69-70. In questo caso, 
dopo il canto si desidererebbe anche un'espressione colla 
quale possa collegarsi V à^ppocriq ^oXTrr| del v. 69. — Nessun 
lettore poi dopo i vv. 69-70 si aspetterebbe i vv. 71-74. 
Ellger propone di correggere è^paaiXeuci in èfJiPaaiXeuev, 
notando che l'Aldina dà éMPaaiXcuev {sic), e dichiara : a Es 
wird 71-74, wie besonders die Aoriste bxéiaiev und né- 
q>pabe 74 beweisen, die Lage Jupiters geschildert zu der 
Zeit, als die Musen zu ihm kamen. Er herrschte damals 
bereits im Himmel, nachdem er, in Besitz von Donner 
und Blitz, den Kronos besiegt batte ; die Verteilung des 
Besitzes und der Ehren an die Gòtter batte schon siatt- 
gefunden » (P. 8-9). A parte la correzione èjipacxiXeuev, alla 
quale TAldina non dà nessun appoggio col suo éMPacTXeuev, 
evidente errore tipografico, la notizia contenuta nei versi 
71-74, che Giove, quando giunsero le Muse, regnava già 
nell'Olimpo dopo aver vinto Kronos, è per lo meno inu- 



ti le, dacché ciò è presupposto da tutti i precedenti della nar- 
razione, in cui Giove apparisce manifestamente come domi- 
natore deirOiimpo. Strano anche che si aggiunga per di 
più, come egli abbia già distribuito gli onori agii dei: troppi 
particolari e fuori di luogo ! È da dubitare piuttosto, che 
almeno i vv. 72-74 'considerando il v. 71 come verso di 
legame) abbiano appartenuto ad un carme (cantato dalle 
Muse?) nel quale veniva esaltata la potenza di Giove: in 
questo caso verrebbe acconcia la correzione di cO (v. 73) in 
lii^ edipendente da un verbo, per es. d^vcOoctu se riferibile 
alle Muse), correzione a cui induce anche il considerare 
che r €u vale in sostanza quanto V ò^uf^ del v. 74. Questi 
congettura è, se non erro, convalidata dalla seguente os- 
servazione. Dov'è nel nostro testo il canto a cui manifesta- 
mente allude il rouTa del v. 7?? Anche qui è naturale pen- 
sare ad una lacuna, perchè i versi precedenti non offrono 
verun elemento per rispondere in modo soddisfacente a 
questa domanda. Ad ogni modo però, o che Fattuale di- 
stribuzione di versi sia stata operata intenzionalmente da 
un compositore, o che risulti da un procedimento, direi 
quasi, casuale o meccanico, resta a sapersi a che cosa o il 
compositore medesimo o chi rimane appagato della lezione 
tradizionale, abbiano riferito il xauTa del v. 75. Ora è 
mollo probabile quello che pensa Ellger stesso (p. 11), 
che cioè nel TaOra del v. jb il compositore o l'interprete 
abbiano veduto appunto un^allusione a quanto era detto nei 
precedenti vv. 71-74; i quali effettivamente, se per la loro 
forma grammaticale non potevano riguardarsi come indi- 
canti il contenuto di un canto, neppure potevano ragione- 
volmente essere considerati come un'appendice inutile, in 
cui senza scopo fosse indicato il grado della potenza di 
Giove all'arrivo delle Muse. — Ho accennato come per la 
difficoltà di riferire il TaOra del v. 75 a quanto immedia- 



- 997 — 

taniente precede nel nostro testo^ debbasi pensare ad una 
lacuna avanti il verso stesso 76. Una lacuna deve anche 
riconoscersi, come abbiamo veduto, tra il v. 68 e il v. 69, 
e da colmarsi pure probabilmente con un carme cantato 
dalie Muse, Coordinando questi due dati, trovo molto ovvio 
che, a restituire la distribuzione primitiva dei versi, debbasi 
trasporre il v. 7 5 avanti il v. 69; in modo che dopo il 
V. 68 si faccia seguire il carme che desideriamo, e se ne 
abbia poi la chiusa nei vv. 76 -f- 69-70, che bene si col- 
legano insieme: 

68 (A TÒT* TcTav npòq "OXu^ttov àYaXXójicvai òttI xaX^ 
— (ùjiveOcTai, ecc. ******* 

75 TauT* fipa MoOcrai &€ibov 'OXu^ma òii^aT ?xo^^ci* 

69 àjiPpo(T(ij jioXtt^ • 7T€pl b* iax€ yaia fiéXaiva 

70 ó^veuaai^' èpaTÒ^ bè nobuiv uno bouTTO^ òpiLpei. 

Del motivo per cui il v. 76 fu remosso dalla sua sede pri- 
mitiva dirò al § 3. 

Risulta con molta probabilità da quanto abbiamo sin qui 
osservato, che nei vv. 36-79 debbonsi riconoscere le sparse 
reliquie di un inno alle Muse; inno deturpato da interpo- 
lazioni, da lacune, da inversioni. Quanto ci resta di esso 
nel brano 36-79, P^^ essere ricomposto ordinando nella 
seguente maniera i versi: 

36-37 

39-41 

53-62 

68 

* * * 

75 
69-71 

* * * 



— 398 - 

Dopo il V. 68 è una lacuoa: si desidera cioè Tinno cantato dalle 
Muse, e a cui accenna con tutta evidenza il xaCm del v. 75. 
D'altra pane nel proemio stesso abbiamo trovato alcuni brani 
che indicano appunto il contenuto di un carme. Uno di essi 
è costituito dai vv. ii-21-, un secondo dai vv. 45-5o; se ne 
ha un terzo nei vv. 72-74, che se non danno Tindicazione 
piena e chiara di un carme, possono però riguardarsi come 
frammento di un luogo ove tale indicazione fosse data ; e 
se ne potrebbe aggiungere un quarto ofTeno dai vv. 66-67. 
Abbiamo pure veduto che tutti questi brani non possono 
tollerarsi senza gravissimi inconvenienti nel posto da loro 
occupato nella recensione attuale del proemio, e che perciò 
debbono riguardarsi come interpolati. Sarà ora soverchia- 
mente audace la supposizione che uno di questi brani abbia 
fatto parte dell'inno che tentiamo ricostruire, e che appunto 
con esso si possa colmare la lacuna tra il v. 68 e il v. 75 ? 
Questa supposizione anzi non diventa assai probabile, se si 
pensi anco che Tinterpolatore o gFinterpolatori, più agevol- 
mente che altrove, avrebbero potuto attingere ognuno di 
questi brani dal testo medesimo che avevano sott'occhio? 
E non si accresce notevolmente il grado di questa proba- 
bilità, allorquando vediamo, come dei quattro brani uno, 
quello compreso nei vv. 11-21, egregiamente si adatti a còl- 
mare questa lacuna, sia per la struttura grammaticale dei 
suo principio e della sua fine, sia pel carattere del suo con- 
tenuto di carme non veramente leogonico (qual'è invece 
quello offerto dai vv. 44-50), ma in cui convenientemente, 
e come si addiceva alle Muse nella loro salita all'Olimpo, 
viene esaltata la stirpe degli dei? (1). 



(i) Vedasi dunque quanto abbia torto di affermare PEllger (Zìi- 

sat^e, p. Il): « Die AnfOgung [del v. 75] an 11-21 verbietet sich 

zwar nicht durch einen Widerspruch zwischen den beiden Teilen 



- 399 — 

Anche dopo il v. 71, anzi precisamente dopo le parole 
via(To^évu)v naxép' el^ 6v, deve riconoscersi una lacuna -, ma 
a colmare questa non soccorre in verun modo quanto ci 
rimane del proemio sino alla chiusa, cioè sino al v. io3. 
La formazione del brano costituito dai vv. 8o-io3 è do- 
vuta a una quantità di inserzioni probabilmente operate 
dopo che già la restante parte del proemio aveva assunto a 
un dipresso la forma attuale. II v. 80 fu foggiato, forse sul 
V. 36 1, per collegàre coi precedenti i vv. 80-87. ^^ questi 
può riconoscersi un frammento di antico inno alle Muse, 
la cui lezione genuina non è per anco accertata, feivó^evóv 
T€ TbuiOi leggono Paley (secondo lo Stobeo) e Deiters, 
pag. 24. Quest^ultimo propone anche qpiXu)^ kqi Ttpócppovi 
9ii^(p per òiOTp€(péuiv pacTiXnojv. Il verso 83 è espunto dal 
Paley, che lo ritiene introdotto da chi volle nel testo un 
liiy corrispondente al ò' di xoO b* ine' del verso seguente. 
Deiters vi leggerebbe, con alcuni mss. (V i, 2; M 2), 
doib^iv in luogo di èépcTiiv, lezione sostenuta invece da 
Schoemann, pag. 3o6. I versi 88-90 non danno senso. 
Schoemann, p. 307, vi sospetta una lacuna dopo ixé- 
q>pov€^, e tenta di colmarla nel seguente modo: ToOvcxa t^P 
pacnXnc^ èx^<ppov6q (^bè blKaioi Tifif^q ffJiMopoi cleri xal alboOq), 
ofivcKa Xaoiq, ecc. Cfr. Od., Vili, 480. I vv. 91-92 si trovano, 
ma invertiti, anche neirOrf., Vili, 172-173: àvà fiaxu al 
V. 91 è dato da tutti i mss.-, Schoemann vuole àv' dYi&va, 
secondo la variante offerta dallo scolio a questo verso (6ti 
•fpàxpexax àv* àrojva), e lo scoi, ad //., XXIV, i. Nel v. 93, 
« cuius initio», scrive il Koechly, p. 16, « notissima for- 
mula inconsiderate (compositor) abusus est, quod frustra 



selbst, doch ist sie tiberhaupt nur erkiarlich fiìr den^ der in unserem 
Proómium die Vereinigung einer An^^ahl kaleidoskopisch durchein- 
andergewirrter unter sich unabh'dngiger Gedichte sieht ». 



vTrr-.' 



— 400 — 

corrigendo removere statuerunt » (le antiche edizioni offrono 
un ToiT) congetturale), e dove Schoemann, p. SoS, pro- 
porebbe Upà buip' per Upfj òóoi^ (« wo eben die tibrìgens 
ganz tadellose Dehnung des à einen inconsideratum- libra- 
riunì zur Aenderung in Uprj, und demgemàss auch in bóai^ 
flir buip\ verleiten konnte »), deve pure riconoscersi un 
verso di congiunzione. Di ciò che segue, i vv. 94-97 coin- 
cidono coi vv. 2 sgg. deir/n»o omer. XXV; né qui, « trotz 
oder vielmehr wegen des Bindewortes Y<ip » (Schoem., 
p. 3o8), possono collegarsi coi precedenti: senrìbrano inse- 
riti per introdurre i rimanenti w. gS-ioS, vale a dire, prò- 
babilmente, un nuovo frammento di inno alle Muse. E 
piuttosto dunque da pensare, sanata una lacuna dopo il 
v. 71, a completare il nostro inno con una chiusa sul ge- 
nere di quelle degli Inni omerici, e che deve con ragione 
essere desunta da ciò che rimane del proemio, cioè dai 
vv. 104-1 i5. 

Molto difficilmente si troverà chi si dichiari soddisfatto 
dell'opinione di O. Gruppe {Die gr. Culte 1/. Mythen, 
p. 599-600), che senza incontrare gravi difficoltà in questi 
versi li considera come uno dei tre proemi combinati^ a suo 
avviso, nell'attuale. Degli ultimi due versi si è dubitato per- 
sino neirantichità ; Scoi, ad v. ii4=Flach, 219: ToOra 
òuo lm\ 6 léXeuKoq àieGeT* o\ bè ircpl 'AplcJxapxov tò è E àp- 
Xf^^ [v. II 5] ^óvov XéToucTi (corr. con Schoem. ipéroucn). 
Di ciò che resta, plausibile insieme costituiscono i w. 104- 
106. Quanto al 107, anche Schoemann, p. 38, si sotto- 
scrive al giudizio di Koechly, il quale ritiene questo verso 
K ceiibus piscibusque, non deorum marinorum generi ac- 
comodatum » (p. 16). Male si accordano coi vv. 104-106 
i vv. 108- Ilo. Se difalli il 108 non è corrotto, abbiamo 
in questo verso (dal quale grammaticalmente dipendono gli 
aliri due) una ripetizione in termini generici (6€o() di quanto 



— 401 — 

era già stato detto in modo più definito nei precedenti. 
Se poi il verso è corrotto, nessuna delle emendazioni che 
io vedo possibili, riesce a togliere la difficoltà. Scheer con- 
gettura Xào^ Kttl faia; ma vede anche lui la difficoltà di far 
seguire ai precedenti il verso cosi emendato, ed emendan- 
dolo accetta nello stesso tempo la trasposizione dei versi 
consigliata dal Kitsch 1 {Sched. crit., p. 34=: Op. philoL, 
I, p. 279): 104, 108, 109, 110, io5, 106, 107 (espunto il 
IH, non citato da Origene; ma cfr. Miitzell, p. 392). 
Ad ogni modo resta molto difficile, io credo, lo spiegare 
come in luogo di Xdoq sia subentrato Oeoi. A stento si po- 
trebbe pensare a una glossa di Xdo^ xaì faia. Più proba- 
bilmente 9€oi potrebbe esser glossa al v. 106; ma questo 
verso è ben lontano dal 108 nella trasposizione accettata 
dallo Scheer. Si potrebbe anche supporre che i vv. loy- 
I IO sieno ampliamento avvenuto quando, corrottosi il Xào^ 
in 6601, la fata menzionata al verso 108 venne in qualche 
modo, e principalmente onde non sembrare una ripetizione 
della rfjq del v. 106, concepita non più come vera e pro- 
pria divinità cosmogonica, ma come terra, materialmente 
considerata; che perciò il v. 108 si trovasse originariamente 
in contatto col v. iii; che il 0€Oi di questo sia passato nel 
precedente a supplaniare il Xàoq. Ma anche in questa sup- 
posizione non si potrebbe più accettare la trasposizione del 
Ritschl, che è d'altra parte necessaria a mantenere almeno 
il V. 108. Si potrebbe anche tentare un emendamento col 
supporre che sotto il 9€0i si celi l'indicazione di un qualche 
elemento fisico, partendo dal concetto che il poeta, dopo 
avere indicato coi vv. io5-io6 (o 107) delle vere e proprie 
divinità cosmogoniche, voglia indicarci coi vv. 108-1 10, per 
dir così, il sostrato materiale delle divinità stesse o ciò che 
ad esse in natura rerum effettivamente corrisponde e di cui 
sono il simbolo. E tenendo conto della corrispondenza tto- 

"Rjvista di filologia, ecc XX. 26 



- 1 af •-• 



] 



- 408 - 

TOfiot — nóvTO^ (v. 109), fiaipa — oòpocvó^ (v. i io), oppor- 
tuna sarebbe anche la corrispondenza di un oCpca (^aacpé, 
cfr. V. 129) con jaSa (v. 108); come, osservando il paral- 
lelismo rti^ (106) — "faxa (108), OòpavoG (106) — oApovó^ 
( 1 1 o), TTóvToq ( 1 07) — TróvToq ( 1 00), si potrebbe pensare a Éar 
parallela alla Nuktó^ del v. 107 una vu£ in lu(^o del Ocoi 
del verso 108. Ma ove un tale emendamento fosse possibile, 
mentre, ora almeno, non vedo come le parole oCpca e vuE 
possano entrare nel v. 108, resterebbe a trovare plausibile 
questo reduplicato, di divinità cosmogoniche e di elementi 
tìsici corrispondenti, che di per sé rivela il carattere asci- 
tizio dei V. 1 08-1 IO, e che se può in ogni modo essere 
opera infelice di un compositore, non so con quanta ra- 
gione potrebbe ascriversi, non dico ad Esiodo, ma ad ud 
qualsiasi poeta. Se poi si osservi come i vv. 108-1 losieno 
in evidente disaccordo anche coi versi susseguenti non meno 
che coi precedenti (poiché nel v. 1 1 1 sono manifestamente 
indicate le divinità olimpiche, òwrfìpe^ èduiv, e queste non 
possono dirsi generate dagli elementi, divini o no, indicati nei 
vv. 108-1 io), e come d^alira parte al v. 106, dove sono indi- 
cati i Titani, possa tener dietro benissimo il v. 1 1 1; si troverà 
probabile la restituzione di Koechly, il quale appone al 
primo dei proemi da lui ricostruiti una chiusa composta 
dei vv. 104-106+ iii-ii3. Né so se abbia ragione fon- 
data il Flach di espungere insieme coi vv. 108-1 io anche 
i versi iii-ii3, riconoscendo in questo complesso una 
« zweite Recension zu io5-io6 ». Tuii'al più si può du- 
bitare, come effettivamente mi accade, del v. 11 3, dove è 
ricordata un'azione, che per essere cronologicamente pre- 
cedente a quella indicata dal v. 112, avrebbe dovuto anche 
ottenere la precedenza nella menzione che ne fa il poeta. 
Schoemann (p. 3o8) espunge piuttosto il v. 112, ma per 
altra ragione: « Was v. 112 erwarten lasst, wird in der 



- 403 - 

Theogonie selbsi nicht erfuUt: denn die bcilàufige in sechs 
AVorten bestehende Erwàhnung v. 885 kann doch unmò- 
glich dafiir gelten ». Io osservo in primo luogo che l'ac- 
cenno alla distribuzione delle Ti|jiai nella Teogonia è ben 
più ampio di quanto appare a prima giunta (si confrontino, 
uniti nella seguente maniera, i vv. 88 1-885, 395-401, *♦* 
4i4sgg, *** 402-403); e in secondo luogo, che quand'anche 
mancasse nella Teogonia il più scarso accenno alla distri- 
buzione delle Tijial, resterebbe, prima di indurci alla espun- 
zione del V. 112, a risolvere la importante questione delle 
possibili lacune nel testo della Teogonia, e Paltra, non meno 
interessante (e di cui v. Schoemann, p. 291-293), se il 
proemio o almeno questa parte del proemio costituisca col 
principale carme teogonico un insieme per così dire organico 
sino dall'origine. Alla restituzione del Koechly si ascrive 
anche TEUger, salvo che mantiene il v. 107 (i). 



(i) Schoemann ricompone una chiusa coi soli vv. 104, 108, 
ni, li 3. Anch'io credo, se non probabile, almeno possibile, una 
chiusa, dalla quale vengano eliminali i vv. io5-io7, purché però, 
oltre a dar la preferenza al v. 112 sul v. 11 3, si rimedii anche al 
grave inconveniente presentato dall'unione del v. 108 col v. ni, e a 
cui non so come Schoemann non dia peso: se gli dei menzionati 
nel V. Ili sono, come evidente, gli Olimpii, questi non vedo come 
possano dirsi generati dai Gcol xal fata del verso precedente. Il v. 108 
è probabilmente corrotto, come ne porge indizio lo strano accoppia- 
mento 0€ol xal Yata, sia che tata vogliasi considerare come nome co- 
mune, oppure come nome proprio di divinità cosmogonica. Partendo 
dalla supposizione ugualmente probabile che i vv. 109-110 sieno 
ampliativi, e ponendo perciò il v. 108 in rapporto diretto col 111, 
è facile accorgersi come la correzione da operare nel v. 108 debba 
esser fatta nel senso che in questo verso riescano indicati i Titani, 
come nel v. ni sono indicati gli Olimpii. Si potrebbe pensare a un 
cTiroTC b' ol xairpuiTa Gcol ex Tafr^q ètévovTo (opp. — Geol T^<» èScrévovTo; 
cfr. V. 106, dove il Koechly, non so se correttamente, vorrebbe 
TaCii^ èrévovTo). "In questo caso avremmo due invocazioni distinte, una 
contenuta nei vv. io5-io6 [107], l'altra nei vv. 108, n 1-112. 11 v. 104 
sta bene a capo così dell'una come delFaltra ; ma assegnandolo alla 






- 404 — 

Cogli elementi forniti dalla seconda parte del proemio, 
vv. 36-11 5, possiamo dunque senza troppa difficoltà ricom- 
porre il seguente Inno alle Muse: 

[no II]. 

36 TuVTi Mouadiuv àpxiijicGa, rai Aiì narpi 

37 ójivcOcrai lépuovai jnérav vóov èvrò^ *0Xu|ji7rou, 

39 cpiuvrì ójbiTipeOaai * tìBv ò' àKàjiaTo^ ^eei a\}bì\ 

40 èK <jTO|bidTU)v fibeia • jekq. bé re òu))biaTa narpò^ 

41 Ztivò^ èpirboÙTTOio Gefiv òttì XcipioéacTri* 5 

53 Tàq èv TTiepfij Kpoviòri t^kc Tiaipl mteiaa 

54 MvTi|iO(JùvTi, TowvoTaiv '€X€uenpoq fjieòéouaa, 

55 XriafiocrùvTiv re KaKoiv fi|bi7rau|jia t€ )bi€p)biTipdu)v • 

56 ivvéa TÓp ci vÙKra^ èibiiorcTO fnixieTa Zeù^, 

57 vóaqpiv àTT* àGavàriuv iepòv Xéxo^ elaavapaivuiv. 10 

58 àXX* 8t€ òri ^' èviauTÒq friv, Tiepl ò* {rpaTrov iLpai 

59 jbiTivujv cpBivóvTUJv, Tiepl ò' fj^ara ttóXX' èieX^aOTi, 

60 i\ ò* ftCK èvvéa KoOpa^ ófióqppova^, fjaiv àoiòf| 

61 fi^jbipXerai èv aTrjGeaaiv ÓKiibea Gufiòv èxoùaai^, 

62 tutGòv àn àRpoTÓin^ Kopuqpf^^ vicpóevTo^ 'OXù/iTrou. 15 



seconda, riesce forse meglio spiegato il passaggio della lezione ge- 
nuina a quella attuale. In un lesto primitivo composto dei vv. 104, 
108, III, 112 [li 3], furono inseriti dapprima tra il i® e il 2* verso, 
respettivamente tra il 104 e il 108, i vv. 105-107, forse per supplire 
allo scarso accenno fatto nel v. 108 agli elementi cosmogonici primor- 
diali. Per rimediare poi alla manifesta tautologia ff^ Ker^vovTo (v. 106) 
— ìk rair]<; èt^vovTO (v. 108), fu tolto a fata in questo secondo verso il 
suo valore di nome proprio, e colla modificazione di<; Tanpi&Ta Ocol 
kqI Tci^a Y^vovTo si ebbe anche agio ad amplificare il concetto coi 
vv. 109-110, il cui materiale sembra derivare (cfr. Ellger, p. 18) 
da reminiscenze della Teogonia stessa: otb^aTl OOujv dal v. i3i, àarpa 
T€ Xa^TTCTÓujvTa dal 382, oùpavò<; (ùpO<; OTrepGcv dal 702. In tal OEiodo, 
nell'intenzione del redattore, si passerebbe dalla enumerazione delle 
vere e proprie divinità cosmogoniche, fata, Oùpavó(;, NOE, TTóvto^, a 
un accenno degli clementi fisici corrispondenti, salvo che ad una di 
esse, a NOE, verrebbe a mancare il suo parallelo. 



— 405 — 

68 ai tòt' laav npòq "OXuiiiTrov àraXXófievai òtti KaXrj, 
11 ójuiveOaai Aia t' altioxov xaì TiÓTviav "Hpriv, 

13 Koùpriv T* aÌTióxoio Aiò^ r^auKujTriv 'AGrjViiv, 

14 OoTpóv T* 'ATTÓXXujva Kai "'ApTefjiiv lox^atpav, 

15 ^bè TToaeibàiuva TCiinoxov èvvoairaiov, 20 

16 Ktti eé|Jiiv aìòoiTiv éXiKopXéqpapóv t* 'AqppobiTTiv, 

17 "HpTiv T€ xp\)ao(STéq>ayoy KaXnv t€ Aiiivriv, 

18 *Huj T *HéXióv T€ fi^Tctv XajLiTrpdv Te ZcXrjviiv, 

20 faiav t 'QKcavóv t€ iiiéTCtv Kal NÙKTa fiéXaivav, 

21 fiXXujv t' àeavàTUJv iepòv y^vo^ alèv èóvTujv. 25 
75 TauT' fipa MoOaai fieibov 'OXujUTria biifuiaT' 1x0^(^0,1 

69 à|jippo<y(i;i jhoXttq * Tiepl b' laxe raia fieXaiva 

70 d|jiv€u<Tai^, èpaTÒq bè nobujv fino boOiro^ òpubpei 

71 vicraojiévujv naTép* eì^ 8v. * * * * * 

*********** QA 

104 Xa(p€T€ T€Kva Aióq, bÓTe b* iiiiepóecraav àoibriv, 

105 kX€(€T€ b' dOavdTUJv \epov T^voq aìèv èóvTiuv, 

106 0*1 rf\q èHcT^vovTo KQÌ OupavoO àcTTcpóevToq, 

111 o! t' èK Tujv èt^vovTO 6€o\ bujTfipe^ èàiuv, 

112 d)^ t' fiqpevo^ bacraavTO kqi ib^ Tijbià^ biéXovTO. 35 

La probabilità di questa restituzione riesce poi maggior- 
mente convalidata, se si osservi, come tolti i versi di le- 
game o di complemento, tra i quali sono da porre, come 
vedremo, anche i vv. 66-67, e tolto il brano 8o-io3, di 
cui abbiamo già discusso, i pochi frammenti che restano 
dopo la ricomposizione del primo e del secondo proemio, 
come non potevano entrare a far parte né dell'uno ne del- 
l'altro, possono invece offrirci un brano di un nuovo inno 
alle Muse, ove si colleghino insieme. I frammenti sono 
tre : I = vv. 63-65-, II z= vv. 44-4? -j- 47 + 49-5o', III = 
vv. 72-74. Vedasi ora se quanto risulta dall'unione del fram- 
mento I col framm. II (mantenuto nel framm. I il v. 64, 
perchè non sapendosi a quale luogo precisamente alluda 



— 406- 

r fv6a del verso precedente, non si rileva neppure se qui 
rechi o no difficoltà la menzione delle XdpiTe^ e di ''l^epo^; 
cfr. Gotti. -Flach ad v. 62), e dalla inserzione del fram- 
mento III dentro il framm. Il tra il v. 49 e il v. 5o, non 
costituisca un insieme abbastanza soddisfacente : 

[no III]. 

63 £v6a acpiv XiTiapoi t€ xopoì Kal òdjjbiaTa KaXd' 

64 TOP ò* aÙT^^ Xàpixé^ t€ Kai "Ijnepo^ oIkI* fxow<y»v 
G5 èv GaXfij^* èpaxfjv bè òià aTÓjLia òaaav ieiaai 

44 Geuiv T^vo^ alòoTov TipuiTov KXeiouaiv àoiò^ 

45 èH àpxn^) o&? Tata Ka\ Oùpavòq eùpù^ Itiktcv, 
47 Ò€ÙT€pov auT€ Zf\va Geuiv Tratep' r^bè xaì dvbpoiv, 

49 6 a a V cpépTaióq ècrn Geujv KpdreT re \kix\(SToq 

72 (aÙTÒq ?xwv ppovifiv r^b* alBaXóevta KCpauvóv, 

73 KdpTCì viKrjcra^ iraiépa Kpóvov), dj^ bè iKaOra 

74 dGavdToi^ biéxaEev ójia»^ xaì néqppabe Ti|id^- 

50 auTiq b' àvGpuiTruDv xe t^vo^ KpaTcpoiv re fiTdvruiv. 

§ 3. Se rinno n<> II sia stato aggiunto al proemio n<> I 
per una falsa interpretazione assegnata air Sorepov del v. 34 
(cfr. O. F. Gruppe, Ueber die Theog., p. 41-42), e debba 
perciò soltanto il n® I riguardarsi come il vero ed originario 
proemio della Teogonia; o se piuttosto sieno cosi Tuno 
come Taltro due distinti proemi combinati insieme da un 
compositore, è questione che lascio qui insoluta, perchè la 
ritengo subordinata ad altre di ìndole più generale. Ove di- 
fatti il proemio formi pane integrale della Teogonia stessa, 
il che è pure disputabile (cfr. § 2), a chiarire la formazione 
di questo potrà notevolmente conferire quanto ci venga fatto 
di concludere intorno alla formazione del testo teogonico; 
e Puna e laltra delle due possibilità ora accennate potrà 
divenire probabile, quando si possa provare, o che il testo 



— 407 - 

delia Teogonia si è costituito da un nucleo primitivo per 
successive interpolazioni, ampliamenti, rifacimenti, ecc., 
oppure che risulta dalla composizione di varie teogonie fuse 
insieme. Con qualche probabilità di colpire nel vero può 
invece affermarsi sin d'ora che il framm. n** III fu inserito 
tra il V. 62 e il v. 68 dell'inno n^ 11 non da un composi- 
tore, ma da un interpolatore, il quale non si accorse che 
chi per il primo ravvicinò alTinno n** II il framm. n** III, 
volle probabilmente richiamar questo come luogo parallelo 
ai vv. 68 -f- 11-21. I successivi rifacimenti del testo fino 
alla recensione attuale sono per la miassima parte conse- 
guenza ed effetto della comparsa del v. 22. Inserito questo 
verso, non solamente ne consegui l'inversione dei vv. 24-23, 
onde fu pure occasionata l'interpolazione del v. 25; ma 
(come ho già detto al § 1) risultò anche divisa in due quel- 
Tunica azione, che era dapprima narrata di seguito nei 
vv. 9-10 -j- 23 sgg.: e non potendosi più stabilire un rap- 
porto tra quanto era indicato dal v. io e quanto dal v. 24 sgg., 
si desiderò che dopo il irepixaXXéa òaaav ietaai del v. io 
fosse riportato nel suo contenuto il carme stesso delle Muse. 
Fu asportato allora in questo luogo dal seno stesso del 
proemio, qual'era allora costituito, quello dei due carmi 
(I =]^framm. Ili-, li = vv. 1 1-2 1) che meglio od unicamente 
si adattava a stare in continuazione del v. io, e questo era 
senza dubbio il secondo di essi, quello cioè contenuto nei 
vv. 11-21. E tale asportazione poteva anche riuscire op- 
portuna a remuovere dall'inno n® II lo sconveniente susse- 
guirsi di due carmi delle Muse, dovuto alla interpolazione 
del framm. Ili; se non che al redattore si offriva una nuova 
diflScoltà nella lacuna, che, tolti i vv. 11 -21, troppo mani- 
festamente era indicata dal laOta del v. 75. A rimediarvi, 
traspose dopo il v. 68 i vv. 69-71 (primo emistichio), ag- 
giungendo dopo questi mediante l'emistichio 8 ò* oòpavqi 



— 408 -- 

è|ipa<yiX€Ù€i, i vv. 72-74, vale a dire pochi versi che age- 
volmente potevano essere distaccati dal framm. Ili (colla 
modificazione di ujq in €ij al v. 73); e facendo seguire al 
v. 74 il V. 75, dopo avere assegnato ai vv. 71-74 il valore 
di un luogo indicante il contenuto di un carme. In questa 
manipolazione del testo andò perduta quella parte delfinno 
n« II, che va dal v. 71 al principio della chiusa (v. 104); 
e colla posposizione del v. 76 si ebbe l'opportunità a po- 
steriori ampliamenti ed aggiunte, quali sono quelle conte- 
nute nei vv. da 76 a io3. Non so dire se questo stesso od 
altro redattore operasse anche la trasposizione dei vv. 44- 
45 -f- 47 -|- 49-5o dal framm. Ili di cui facevano parte al 
luogo che attualmente occupano (cioè dopo il v. 41), dove 
furono saldati mediante i versi di congiunzione 42-43 e 5o- 
5 1 . Probabile invece è che tale redattore, chiunque si fosse, 
con tale trasposizione intendesse di collocare questi versi in 
luogo migliore, notando da una parte come per la loro in- 
terposizione tra il V. 65 e il v. 69 troppo lontano rimanesse 
il TÓT€ del V. 69 dalla indicazione del particolare a cui si 
riferisce (vv. 60-62), e d' altra parte come più acconcia- 
mente avrebbero potuto trovarsi dopo i vv. 36-40, dove si 
accennava appunto ad un carme delle Muse, di cui per 
altro il contenuto o non veniva offerto, se ancora non era 
interpolato il v. 38, o veniva dato tutt'al piij in modo ge- 
nerico, ove il V. 38 sia genuino o l'interpolazione di questo 
verso sia avvenuta prima della trasposizione dei vv. 44 sgg. 
Ritengo poi che alla lacuna causata dopo il v. 65 dalla 
trasposizione dei vv. 44 sgg. debba avere rimediato il tra- 
spositore stesso, escogitando ed aggiungendo, poco felice- 
mente invero, al v. 65, onde compire il periodo incomin- 
ciato con questo verso, i vv. 66-67. 

Per maggiore chiarezza riproduco ora l'intiero proemio 
distinto in frammenti segnati ciascuno con numero romano. 



- 409 — 

A sinistra pongo la numerazione dei versi propria degli 
inni o proemi n^ I e 11^ e indico con lettere anche l'ordine 
dei versi nel framm. di inno n<» III. Di questi inni o proemi 
il 1° è stampato in carattere maggiore, il 11° in carattere mi- 
nore; il 111° in carattere minore, chiuso fra parentesi quadre: 
come è pur chiuso nelle stesse parentesi il v. 22 (= III), 
che rappresenta l'altra delle due interpolazioni più antiche. 
Le interpolazioni secondarie sono relegate nel margine in- 
feriore, salvo, per la sua importanza, il brano 76-103 (=XX), 
che per altro è distinto in altra guisa dagli elementi fonda- 
mentali. I versi di congiunzione sono in carattere spazieg- 
giato. — Tenendo ora conto dei numeri romani apposti a 
ciascun frammento, i quattro gradi successivi della forma- 
zione del proemio posson essere rappresentati nella seguente 
maniera : 

1. Composizione : — (I, V, IV, VI, = pr. 1°) + (VII, XII, 

XV, II, XIX, XVI-, XXI, = 
pr. 11°). 

2. Interpolazioni : — I, [III = v. 22], IV, V, VI, VII, XII, 

[XIII, IX, XVIII, X, = fr. 111°], 
XV, II, XIX, XVI--, XXI. 

3. Redazioni : — a) I, iT, III-VII, XII, XIII, IX, X, XV, 

XVÌ,(XVII), XVIII, XIX, XXI. 
b) I.VII,^VIII), IX, X,(XI), XII, XIII, 
(XIV), XV-XIX, XXI. 

4. Ampliamenti, ecc. — I-XIX, [XX], XXI, (XXII). 



- i." ■ - -■ 



- 410- 

I 1 Mouadujv "EXiKUivtdbujv àpxu)^€6* àeiòeiv, 

2 at 6* 'EXiKUJVO^ fxowaiv 6po^ \iéfa t€ ZàOcóv t€, 

3 Kai T€ TT€p\ Kp/jviiv iociò^a •n6a(f àiiaXoTaiv 

4 òpxcOvTtti Kai Pujfiòv ipxcQevéo^ Kpoviiuvo^' 

5 [Ktti T€ \oe(yaà\xeya\ répeva xpóa TTcpfin^^o^o 

6 f| "iTirrou KprjvTi^ f| *OX|li€ioO 2a9toio 

7 dKpoTdruj 'EXikujvi xopoù^ èv€7roiTÌ<yavTO 

8 KaXoùq !|ji€pÓ€VTaq, èircppiIxJavTo bè noaaCv.] 

9 fv6€V diTOpvù|i€vai, K€KaXu|ji|jiévai i^^pi ttoXXiq, 
10 èvvùxiai (TTcTxov ircpiKaXX^a ÒCCav teiiJai ' 

Il 17 ù)iveOaai A(a t' alY(oxov xal irórviav *Hpr]v, 

18 KoOp^v t' alYióxoio Aiòi; YXauKiInriv 'AOr^viiv, 

19 0ot3óv t' "AnóXXiuva xal "Aprciiiv lox^aipav, 

20 i\bé TToacibdiuva yoi'Ìoxov èwoa(Yaiov, 

21 Kai Géjjiiv aiboiTiv éXiKO^Xécpapóv t' 'Aqppobirnv 

22 "HPriv T€ xpw<JO<^T^(pavov Ka\i\v re Aubv^v, 

23 'Hai T* 'HéXióv t€ uéTcìv Xa^1^pdv t€ ZeXfivTiv, 

24 fatdv t' 'Qkcovóv t€ ^ifav xal Nuktq jjiéXaivav^ 

25 dXXujv t' AGavdTuuv Upòv t^vo<; alèv èóvTujv. 

Ili * [at vù noe' 'Hcjioòov KaXfjv èòiòaHav doiòfiv] 
IV 12 fipva^ Troi|Liaivov6"EXiKUJVO^ ùttò laBéoxo. 
V 11 TÓVÒ6 òé |i€ TrpujTiaxa Geaì irpòq /iOGov femov 

VI 13 « TTOijLiéve^ firpawXoi, KdK' èXérxca, yaarépeq olov, 

14 iòfi€v ipeObea TroXXfc Xétcìv èTU|Lioi<nv 6|iOia, 

15 fbjbiev b*, CUT* èOéXujficv, dXriGte jbiuGriaaaeai.» 

16 uiq éq)aaav KoOpai fjieTdXou Aiò^ dprUTreiai. 



'ApT€(r]v, xP^^^oxai ireòiXoiq è^PcPautav, 
Ar]Tib T'IaircTÓv t€ Ibè Kpóvov dTKuXo|if|Tr)v, 

MoOaai 'OXujLiTTidbe^, KoOpai Aiò^ alyióxoio* 



— 411 — 

17 Kttl juioi aKT^TTTpov lòov òdcpvTì? èpiGiiXéo^ dCov, 30 

18 Ka( |Ji€ KéXovG' ù|biv€iv jLiaKÓpuJV r^vo^ alèv èóvTUJv, 33 

19 a(pàq ò* aùxà^ TTpoiióv re xaì fiarepov alèv àciòciv. 

20 àXXà TiTi |jioi TaOra irepì òpOv f\ Tiepì Trérpriv; 36 

VII 1 TOvn Mouaduuv àpxib|i€9a, xal Ail irarpl 

2 (ijbivcOaai Tépnouai ijiérav vóov èvTÒ^ 'OXO^irou, 37 

3 (pujvfj Ó)ir)pc0aai • tOjv ò' dKd^aTo^ ^éei aòbi] 39 

4 ìk aTOfidTuiv ì^òcta* yeX^ bé t€ b«Ii)iaTa irarpòi; 40 

5 Zr^vò^ èpiifòoOiTOio Ocdv òirl Xcipioéaai) 

Vili ♦ aKlòva^év1]' i^x^t bè Kdpn vicpóevroc; 'OXOfiirou 
* bibjbiaTd T dGavdxujv at ò*d^PpoTov òaoav ictaou 

IX d [Gctìùv Y^vo^ alòotov irpiX^Tov xXeiouaiv doiòQ 

èH dpxnq, oO^ fata Kal Oòpavò<; €ÒpO^ étiktcv, 45 

f Ò€ÙT€pov aOT€ Zf^va, Bcujv irarép* fjbè xal dvbpitiv, 47 

^ 6aaov cpépTaxó^ èaxi Gei&v Kpdxet t€ jiéTicTTOc;.] 49 

X l [aOTi<; 6* dv0pibiru)v t€ t^vo^ Kparepuiv t€ riydvTiwv] 50 

XI ♦ òfivcOaai Tépirouai Aiòq vóov èvxòq *OX0|iirou 
* MoOaai *OXu^iridÒ€<; xoGpai Aiò<; altióxoio. 

XII 6 TÒ^ kv TTicpir] KpovCbi^ t^kc irarpi |LiiX€laa 

7 Mvy)|jiooOvii, Youvotoiv 'CXcuef^po? incò^ouaa, 

8 Xr)a^oaóvnv t€ kokiZiv d^irau^d re ^€p|Lir]pdujv * 55 

9 èvv^a Ydp ol vOkto^ è|i(<JY€TO pLryciera Zeò^y 

10 vóaqpiv dir' d0avdTU)v lepòv Xéxo(; elaavoPaivuiv. 

1 1 dXX' 6t€ hf\ t>' èviauTÒ^ ^t^v, ircpl ò* ÉTpairov iDpai 

12 |uir]vdiv cpGivóvTUJv, irepl 6* f^M^^i'Ct ttóXX' èreXéoBr], 

13 i\ 6* ^Tex' èwéa KoOpac; ó^óq)povaq iSoiv doibf) 60 

14 jLiéfi^Xcrai èv ax^Gedaiv dioibéa 9u|liòv éxoùaaiq, 

15 tutGòv dir' dKpoTdTr]*; Koputpfjq viqpócvxo^ *OX0|iTrou. 



epéipaaOai Otiìitóv, èv^TTVCuaav òé jiioi aùòfiv 31 

Oediv, tva kXcioijuIi tA t èaaójLieva Tipo t* èóvra, 32 

eipcOam tà t* èóvra xd t* èaaó^eva irpó t* èóvra, , 38 

[oli T* ex rU)V èYèvOVTO 9€0l blWTfìp€^ èdiuv,] 46 

[dpxón€va( e* ò|Liv€Oaai Gcaì X/)Toua( r* doibf^^,] 48 



— 412 — 

XIII a [éyBa aqpiv Xiirapoi t€ x^po^ ^al òidfiara KoXd* 
b iràp ò'aÙT^^ Xdpiréi; t€ kqI "l^epoi; oW èxouaiv 
e èv 6aX(ir)<;* èpari^v bé òià aTÓ^a 6aaav Ulocu] 

XIV ♦ ^éX1T0VTal irdvTUJV t€ vó^ou^, kqI f^Oea KCÒvà 
* dGavdxujv xXciouaiv èiri^patov òaaav Ì€taat. 

XV 16 ai TÓr'taav irpò^ "OXuuttov draXXòfiCvai òirl xaXq 

XVI 27 d^Ppodij jioXir^- ircpl b' toxe foXa jiéXaiva 

28 ó^vcùaai^, èparòt; hi nobOJv diro boOtro^ òpibpci 

29 vioao^évuiv irarép' €l(; 6v • 

XVII * 6 b'oùpavui èMPaaiX€Ù€i 

XVin h [aÒTÒ^ ^uiv 3povTf|v f\h* al6aXÓ€VTa Kcpauvóv, 

t icdpTCì viKf|Oa^ irarépa Kpóvov €0 (= iìjO bè iKaora 
h dOavdroK; biéraSev ó^ui^ xal irécppabc Ti)id<;.] 

XIX 26 TaOx' dpa MoOaai deibov *OXufATna bibjjiaT* éxou<3^Gi^ 



XX ♦ — évvéa 0UTOTép€<; lieydXou Aiò<; èKTcrau^ai, 

* — KXeiib T* EiìTépm] t€, GdXcid t€ McXiroiiiévn t€, 

* — TcpMiixópn t' '€paTib t€» TToXujjivid t' Oòpavir) t€, 

* — KaXXiÓTTTi 6'* f^ bè irpocpcpcardTii èaxlv àira^éuiv 

* — ^ T^p Kttl PaaiXcOaiv d^i' alboioiaiv òiriiÒ€t. 

* — 6vTiva T\yLÌ\a\sjai Aiò^ KoOpai |ji€YdXoio 

* — T€lvó^€vóv t' èaibwai biorpcpéuiv PaoiXfiiuv, 

* — Ttp ^èv èirl y\\baar} tXuKcpi^v xcteuaiv èépar^v, 

* — ToO b* ÉTTc' ìk aTÓ|LiaTO(; ^é€i ^e(Xlxa • ol bé vu Xaol 

* — TrdvTcq è<; aÙTÒv ópuiai biaKpivovra eémaTaq 

* — iGeiijai biKijai * 6 b* dacpaXéuK; dyopeuujv 

* — aTipd T€ Kal ^éya vetKO^ èmaxaii^uK Kaxéirauac. 

* — ToCvexa yàp PaaiXfJc^ èx^qppovc^ » « « « 

* __♦♦♦♦♦♦»♦♦» Q(iy^^^ Xaoì<; 

* — pXaiTTOiLiévoK; àtopf^cpi jiCTdxpoira ^pya rcXeOai 

* — ^n^^^w)<;' liaXaKotai trapaiqwi^evoi èTréeoaiv. 

* — ^pX^MCvov b* dv' dyiùva Geòv lìj^ iXdaKOVTai 

* — albot )i€iXix(i3i |i€Tà bè irpéirei d^pofièvoiai. 



* 

* 
* 



— 413 - 

otd T€ Mouadujv Icpf) òóai^ dvOptdiroiaiv. 

ex T^p Mouadujv xal éxiiPóXou 'AnóXXuivoc; 

dvòpe^ doibol laaxy èirl xQóva Kal KiOapiarai, 95 

ìk bè Aiò^ PaaiXnec;. 8 ò' ÒX^io^, 6vTiva MoOaai 

qpiXujvTai* Y^WK€pf| ol dirò aró^aroi; jiéci a()bi\, 

et Ydp TK Kal irév6o<; ^x^JV v€0Kr]béi6u)i(|) 

dZriTai Kpaò{r)v dKaxi^^evo^, aÙTÒp doibò<; 

Mouaduiv 6€pdiTU)v xXeta npoTépujv dvOpdjirujv 100 

ii^yi\<Jr^ ^dKapd<; t€ OeoO^, dì "OXujìitov ^xo^oiv, 

aT^j* 6 T€ òuacppovéuiv èntXif^OcTai, où bé ti xribéwv 

^é^yr^TQ^ Taxéu)(; bé irapérpatre bdipa Oeduiv. 



XXI 31 Xa{p€Te, xéKvft Aió^, boxe bM^cpócaaav doibriv* 

32 xXdcTC b' dGavdxujv Upòv Yévoc; alèv èóvTuiv, 105 

33 oì ff^q èEcT^vovTo Kal OùpavoO doTepóevToq, 106 

34 o\ V ex tOliv èYévovTo Geol biurf^pc^ èdujv, 111 

35 d}^ t' dq)€vo^ bdooavTO xal d;(; Tijjiàc biéXovTO. 1 12 

XXII ♦ TaOxd jLioi ÉoiT€T€ MoOaai *OX0)iiTia bibjiaT'^xow^^o^ ^14 
* il dpx^<;» Kal ctiraG' 6 ti irpOùTOv yévcT* aÙTdiv. 115 



NuKTÓ^ T€ bvoq)€pf^q, oO^ 8* dX^iupòc; ÉTpccpc TTóvto<;' 107 

etiraTC b', iIj^ TairpiIiTa Gcol xal Ta^a t^ovto, 108 

Kal iTOTafiol Kal ttóvto^ dir€{peTO(; olb)iaTi GOuiv 109 

dJTpa Te Xa^trcTÓujvTa xal oòpavò^ cùpùc dTrcpGev 110 

f\hé Kal il)<; TairpuiTa ttoXutttuxov ?axov "OXu^irov. 113 



Palermo, maggio 1891. 

Vittorio Puntoni. 



■/i^'- : ^ .r 



— 414 - 



INNI DI CALLIMACO SU DIANA 
E SUI LAVACRI DI PALLADE 

(Continuazione), 



n. 



III. Stampe. — Il primo testo greco di Callimaco 
dato alle stampe fu l'inno V, intitolalo ai Lavacri di Pal- 
LADE, che fu pubblicato da Angelo Poliziano, insieme colla 
sua traduzione in distici latini, nei Miscellanei, a Firenze, 
nell'anno 1489, col titolo seguente: Angeli Politiani mi- 
scellaneorum centuriae primae ad Laurentium Medicem — 
Praefatio. In fine: Familiares quidam Politiani reco- 
gnovere, Politianiis ipse nec hortogvaphian se ait, nec 
omnino alienam praestare culpam. Florentiae anno salutis 
MCCCCLXXXIX. Decimo tertio Kalcndas Octobris. Come 
si vede, il Poliziano non corresse le bozze di stampa ed 
ebbe cura di avvertirne il lettore. La precauzione non era 
del tutto inutile, giacché nel testo greco, oltre a parecchi 
errori di stampa, fu omesso il distico 61-62, probabil- 
mente perchè comincia come il seguente. Fu questo, senza 
dubbio, errore di stampa, perchè nella traduzione il distico 
c'è. Il testo è stampato in bei caratteri copiati su quelli 
dei migliori manoscritti del secolo XV. Ma sono omessi 
di proposito gli spiriti, gli accenti, i segni di apostrofo e 



» . 



— 415 - 

quelli dinterrogazione. Vi è un solo segno di punteggiatura 
che serve anche per Tinterrogazione, ed è il punto in basso. 
idiota soscritto non è mai posto sotto la vocale, ma ac- 
canto e dopo di essa, ed è scritto in caratteri di. eguale 
dimensione (eupturai rai Oavai inovai iniiT€V€u)v \hr\\% Xu0pu)i 
uiiKKTaTO u)i etc). Non solo le voci enclitiche, ma anche 
altre furono spesso congiunte colle voci seguenti o colle 
precedenti, come ouòokoòti 7 iTaxauoòeq 13 imecrqpabeTUJTi 55 
oXXouKauTOv 111 ecc. Sono errori di stampa : EoutrOe 4 iriy- 
JyaXaatpu)^ 15 ouòokót av 18 xpowri 28, probabilmente it€- 
SritTat 32 eXriirai 101 OKiaiiova 109 )iovqi 132. Sono buone 
lezioni, non sempre imitate dai posteriori editori, Xuaa- 
|ji€va 10 axauaÒ€^ 13 KaTOTTTpov 17 òwXoi 47 etapav 58 
XeEetrai 116 eairoXiv (leg. é^ tkìX) 141. Una variante non 
incontrata altrove è oaaa per iróaaa 107 e 108. Altre va- 
rianti : còiKaaev 18 òioqpoivoiLievriv 20 oiov 27 òai^ov 39 
aT6(TiXa 130. Nel verso i36, in questa e nelle due seguenti 
edizioni, c'è solo la parola Gutottip in fine; il resto è lacuna. 
La seconda edizione dei Miscellanei venne fuori in 
Brescia nel 1496. Il libro del Poliziano vi fu stampato, 
insieme con varii scritti di Beroaldo, di Domizio Galderini 
e di Giambattista Pio, col titolo ; Ecce tibi lector huma- 
nissime Philippi Beroaldi Annotationes centum ecc.... An- 
geli Politiani Miscellaneorum centuria prima ecc.... Quae 
simul accuratissime impressa : te cum quaeso habe: perlege. 
et vale. In fine : Hieronymo Donato praetore sapientis- 
simo : Bernardinus Misinta Papiensis castigatissime im- 
pressit Brixiae. Saturnalibus MCCCCLXXXXVL Con 
quei due avverbii superlativi accuratissime e castigatissime 
l'editore si attribuisce un elogio poco meritato, almeno per 
quanto spelta al testo e alla versione dell'inno di Callimaco. 
In questa edizione non solo gli antichi errori della prima 
furono conservati, compresa Tomessione nel testo greco 



,i^ ■_*-*■ 



- 416 — 

del distico 61-62, ma ne furono introdotti parecchi altri, 
come, nel testo greco: XoTpoxooi 1 e 15 XriGpwi 7 ^€T€- 
6vK€ 22 tu KtapuJt 27 XPoviTi 28 TrapOcviKr] 34 9iip€Tai 35 
ae òai 41 ei\r\ aGavaia 43 juriPateTe 45 Geameov 60 oa- 
pu)i 66 aòaiai TeXeiBeaKov 67 cGavaioi 69 b' ea(Sì] 73 }iì\ 
i€]iiÒ€^ 78 096aX]io^ 80 qpovav 84 €TTpeEao 91 ajjiev a^- 
qpoTepai^Ti qpiiiov 93 T^vai 97 tov ttovov 108 tbrioGai 109 
bpuiuo^ 116 OTrob€Ho|Li€vav 118 bopviGa^ 0^ aite tictovtoi 123 
XPTl<^ct€i 126 ujiK€TTiXeu€i 135 p€X€T aOavaia 137 unrou 142. 
Nella versione latina: flave 4 nec uno 21 o puere 27 
quae se unguit 3o iam a Pallas 33 ne tingunt 45 vo 
hodie 47 pallados illaque 88 parvis muta 91 aaeferre 99 
sed fonte 11 3. Può essere una buona variante vortice 20, 
invece di vertice. In lode di questa edizione si deve tuttavia 
notare che nella traduzione latina del verso 27 occorre per 
la prima volta la lezione, corretta probabilmente dal Poli- 
ziano stesso prima della sua morte: ...emicuit rubor illieo 
matutimis mentre neiredizione principe è scritto con poca 
cura della prosodia : O puerae, sed enim rubor emicuit 
matutimis. Si vegga a questo proposito la nota al verso 27 
dell'inno III. 

La 3* pubblicazione dei Miscellanei fu fatta neiredizione 
Aldina delle opere del Poliziano del 1498 (i). Questa edi- 
zione porta il titolo seguente : Omnia opera Angeli Po- 
litiani, et alia quaedam lectu digna etc. E in fine: Venetiis 
in aedibus Aldi Romani mense lulio MIID. Impetravimus 
ab Illustrissimo Sena tu Veneto in hoc libro idem quod 
in aliis nostris. L'inno a Pallade vi è inserito a fogli H 
III e seguenti. Il testo greco vi è più corretto che nelle 
edizioni precedenti. C'è però qualche nuovo errore di stampa, 



(i) Le supposte edizioni delle opere del Poliziano menzionate dal 
Mattaire, l'Aldina del 1494 e la Fiorentina del 1497, in realtà non 
esistono. 



- 417 - 

come qnrra^ 39 e cuoropia^ 139, dove i <; finali furono messi 
invece di iota soscritto; oux T€ito 67 eeinribe^ 78. Ma vi sono 
emendazioni, le quali non furono prese tutte dalPcdizione 
del Lascaris del 1492", come: uj Kiupai 27 oiav 27 xpoi^v 
(meno bene di xpoiotv, ma certo meglio di xpowri e di 
XPOViTi delle due prime edizioni) 28 ireEnTai 32 riXuGc 77 
efioace 85 aiLtev eir a)Li(poT€paiai 93 okq... eXrirai 101. Altre 
varianti : eòiKacTcrev 18 a^aia^ieya 32 €<; qpuaabeiav 47 tto- 
Tippoov 77. Il distico 61-62, che manca nelle precedenti 
edizioni, fu inserito in questa. La punteggiatura vi si è ac- 
cresciuta della virgola (,), usata però molto parcamente. 

Nella versione poetica latina occorre qui per la prima 
volta la lezione del verso 27: O ptierae, ernie ut t rubor il- 
lieo, matutina eie. benché il testo poni la virgola non 
prima, ma dopo irpiuiov (i). La variante è dovuta proba- 
bilmente ai curatori di questa edizione Aldina, che furono 
Pietro Crinito e Alessandro Sarti. Vi è poi la correzione 
fatta dal Poliziano, in seguito alle osservazioni del Guarini, 
del verso 62, che nell'edizione principe era metricamente 
scorretto, così: Veda jugis visens Boeotiae populos, e ncl- 
TAldina è invece : Boeotum tnsens peata jugis populos. 

Nessuna delle tre edizioni sopra indicate ha scolii. 

L'edizione Aldina del 1498 servì di base a tutte le edi- 
zioni delle opere del Poliziano che si successero nella prima 
metà del secolo XVI nelle officine degli Ascensii di Parigi, 
e nelle Grifiane in Lione, e in quella più nota, di Basilea 
del i553. Quest'ultima è anche la più corretta. Fu pub- 
blicata col titolo : Angeli Politiani opera, quae quidem 
extitere ìiactenus omnia, longe emendatius quam usquam 
aniehac expressa eie. Basileae apud Nicolam Episcopium 
iuniorem, MDLIII. 



(1) Si vegga la nota al v. 27. 
mivista di filologia ecc., XX. :n 



- 418 - 

Ma già prima della seconda edizione dei Miscellaj^ei di 
Poliziano, quella cioè di Brescia del 1496, era comparsa 
la prima edizione completa degl'inni greci di Callimaco, 
cogli scolii, per opera di Giovanni Lascaris. Il luogo e la 
data della stampa non sono indicati. Ma è certo che essa 
fu fatta a Firenze, e verosimilmente nel 1494, dal tipografo 
Lorenzo de Alopa (i). I caratteri sono capitali nel testo 
greco, corsivi negli scolii. La numerazione dei fogli è di- 
versa nel testo e negli scolii, essendo notata nel primo con 
lettere greche, nei secondi con latine. E quindi probabile 
che gli scolii, che formano io fogli, siano stati stampati 
separatamente e successivamente. Il testo ha 24 fogli (48 pa- 
gine) notati A B r ; ciascuna di queste lettere figura su 
quattro fogli così: A i, ii, m, mi; i quattro fogli corris- 
spondenti non sono marcati ; poi B i, 11, ecc. e così f r, 
II, ecc. L'intitolazione, in majuscole, è KaXXi^axou Ku-piivaiou 
uiivoi. Ei^ A(a: poi dinanzi all'inno 2"* Ei^ AiroXXuiva, al 3* 
Eiq ApT€)iiv, al 4<> Ei^ AtiXov, al 5^ Ei^ Xcuipà xfi^ TTaXXdbo^, 
al 6<> Ei^ ArmnTpa. In fine degl'inni, al foglio 24 recto, è 
scritto in lettere eguali a quelle del testo: TéXog Tdùv €upi- 
crKO)iévujv KaXXiiiàxou S^viuv. Nel testo gli spiriti sono se- 
gnati -[ e |- , gli accenti circonflessi A . Gli spiriti sono 
messi generalmente sulla prima vocale dei dittonghi, gli 
accenti talora sulla prima e talora sulla seconda. Lo spirito 
non è mai collocato sotto l'accento circonflesso, ma accanto 
e prima di esso. Le vocali majuscole che sono in principio 
degl'inni o cominciano un nuovo periodo, e quelle che co- 
minciano i distici nell'inno 5% sono senza spirito e senza 
accento. Quando queste vocali majuscole formano colla vo- 
cale seguente un dittongo accentato, lo spirito non è notato, 



(i) Castellani, La stampa in Vene:(ia. Venezia, 1889, pag* ^^» 
nota 2. 



- 419 — 

i Taccento è segnato sulla seconda vocale. I nomi propri! 
n sono distinti con iniziale majuscola. U iota soscritto è 
npre messo daccanto e dopo la vocale ed è stampato in 
rattere minuto. 

Di tu.tte le edizioni di Callimaco anteriori a quella del- 
Irnesti del J769, questa edizione principe del Lascarìs è 
•se ancora la meno scorretta. Sono del resto qui date in 
ta le varianti, buone e cattive, di questa edizione com- 
rata sulla Graeviana, degl'inni 3^ e 5% non tenuto conto 
Ile semplici permutazioni degli accenti gravi e acuti (i). 
Fu già avvertito che gli scolii hanno dovuto essere stam- 
ti separatamente. Essi difaiti non sono sempre uniti agli 
smplari dell'edizione Lascariana. Ci sono nell'esemplare 
Ha Laurenziana di Firenze-, mancano in quello della bi- 
ioteca Imperiale di Vienna. Ma è anche probabile che la 
impa degli scolii non sia stata curata dal Lascaris. Questo 
rrebbe dimostrato da alcune divergenze fra i due testi, che 
m avrebbero dovuto sfuggire al Lascaris, e che lasciereb- 
ro credere che l'editore degli scolii fosse meno diligente 
si servisse di un codice diverso. Le divergenze sono, nel- 
nno III: Yovdreaaiv 4 (TovàTecrai nel testo) TXaùaovTa 54 



;i) Inno III a Diana: àpxó^cvoi 4 rOjvuoeai 12 Huvfì 36 iy 37 
EKpi^T)V€ 40 òuvcxa X. e. 45 éoiKÓra^ 52 rpivaKi?) 57 òóit| 74 irpo- 
UHaro 80 Karà KXiil6a 82 élXov . . l\biuvTa(^ 93 armf)vai 97 xcpaO- 
>( 109 1TÓ61V (confusione nella Rtampa fra A e A) 122 Xi^ò^ èm0ó- 
erai 125 rpiiUei 133 (pépY\aQa 144 §ott)K€v 147 KiKXfiaKOUoiv 154 
Xuvò^ 158 òf\ 159 rcÙTXncpi 162 òkóBcov . . ftouaiv 165 óirò Xnv(- 
^ 166 aru^qpaitbe^ 178 xepcaXKéet; 179 òoXixnv 187 fjXaTO 195, 198 
uira 212 r}vr\aa(; bé ti . . uoboppdjpiiv 215 ^U))Ltif)aaa6ai 222 XoO- 
k; 235 kOkXuj 241 èupueéMeeXov 248 toO b' 6uti 249 T<ifxov 265 
I he (hi) 264, 266. — Inno Y Sui lavacri di Pailade : OiKcavCp 10 ècpoi- 
ae 1 1 iif) hi KdTouTpov 17 èupibTqi 24 3aXo!aa 25 xoOpai . . ói^v 27 
oinv 28 irdpa 33 éTcpftv 58 ÒG' òux AyetTo 67 Xuaaajiéva 70 Xó- 
no 73 Tf|vo 74 àvtai 83 )Lt€TdX* 91 a inèv à^cp- 93 . )ui€TaTrdvTa 97 
ivo<; 110 6peaai 111 èpéei ae 117 end 121 'Oi k 131 òuk èm- 
ùa 135, lacuna fino a 6ut- 136 t* UpToq 138 ic, irdXiv 141. 



- 420 — 

(unoTXoùaovTa) Kcpauvcio? 109 (Kcpaùvio^) tutioktóv€ 110 
(tit\K)któv€) Tpu)T€i 133 (Tpu)€i) àpaqpoviba^ 173 (àpa<pii- 
viòatì aE€iv€ia 235 (àHeivia) ^ouvixln 259 (^ouvuxin)* Nel- 
rinno V : aupCTKiuv 14 ((JupiTTwv). 

Al testo e agli scolii il Lascaris non aggiunse né com- 
menti né versioni. Ma in calce agl'inni pubblicò un suo 
epigramma greco su Callimaco, che fu poi riprodotto nelle 
successive edizioni e in varii codici. Di questo epigramma 
fu dato a suo luogo il testo, tolto dal codice Torinese, col- 
Taggiunta della traduzione assai inesatta che si trova nel 
Catalogo del Pasini (i). Nel dettarlo il Lascaris era stato 
inspirato da un altro epigramma, attribuito ad Àntifilo, che 
figura v\t\V Anthologia Graeca, pure riprodotto qui sopra, in 
testo dal codice Torinese, e in traduzione dal Catalogo del 
Pasini, Tuno e l'altro egualmente scorretti in varii luoghi (i). 
Ora Pepigramma del Lascaris è qui ripetuto colla precisa 
ortografia dclPedizione principe Fiorentina, e quello di An- 
tifilo secondo la lezione ùtW Anthologia di Brunck (3), en- 
trambi poi sono accompagnati da una traduzione italiana 
letterale. 

Epigramma dì Giovanni Lascaris, secondo l'edizione 
del 1 494 (4) : 

Ei^ KaXXi^axov. 

Ixvia |LiaaT€uuJV puO^toaaTo aODina iréXiupov 
Tràvaoqpo^ fipaKXéou<; irpiv Troie iruSaTÓpri^' 

Òo0pa<; AXeEdvòpou ò* iTmoO^ irapà ttCovi vrnJi 
ÒTiPÒv friv, )bi€TàXrì<; ^vrmócruvov TtaXaiUTi^* 



(i) V. sopra p. 23i. Al v. 5« si corregga flpuiq invece di fìp<K. 

(2) V. sopra p. 23o. 

(3) B r un ck., i4«//2o/. Graeca. Lìps. 1794. H »56. 

(4) 1 caratteri della scrittura dell'epigraninna sono tutti capitali; 
sono di maggior dimensione le iniziali deirintitolazione, del primo 



— 421 — 

xai creo ò' 6Ta XéovTo^ dvuE, ròbe KaXXiinax' f^piu? 

XeCq/avov èuù^viuv XafLurpòv £ò€ig€ vóov. 
ix; TÓvijiov aocpiTiv TncrTOu^evov èiatbe t^xvtìv. 

àévaov qpijuvriv. {v0€ov àpjiioviriv 
ÒKTdKi^ èi b' èKaròv (Trixa pipXujv uiXecTev àtdjv 

XeuToiXéoq . Paiòv teù^ tób* Ivcuae ^éXo^ 
àpxéruTTOv TcXéSciv Ociov t^vo^ i\v ti^ (ìeCbrj 

)Liopq>fì^ di^ TrXàcTTai^ Kudv€OV pXéquxpov 
jLiri 7roT€ b* èSàpxovTO^ ?oi (JTrdvi^ ù^vottóXokti 

)ioX7ri^^, xctXKOTpdqpujv Suvòv ?0tik€ Téxvn. 

AaaKdpetuq. 
Traduzione : 

Anticamente il sapientissimo Pitagora ricompose il corpo 

prodigioso di Ercole investigandone le orme. 
L'asta del cavaliero Alessandro nel dovizioso tempio (i) 

era monumento della grande mano. 
E queste tue reliquie di begli inni, o eroe Callimaco, 

mostrano la tua mente preclara, 
come attestanti feconda sapienza. Vedi l'arte, la perenne 

eloquenza, la divina armonia. 
Poiché la triste età perdette ottocento volumi di libri, a 

questo solo carme consentì Giove 
esser modello, se alcuno canti la schiatta divina, come 

agli artefici di forme un occhio nero. 
E perchè agl'innografi non fosse penuria dell'iniziatore 

del canto (-2), l'arte degli stampatori lo rese comune. 

Di Lascaris. 



verso, dei nomi proprii (eccetto TruSaTÓpriO» e di 'liriroO^. Quest'ultima 
voce é scritta senza spirito, e "Ixvia è scritto senza spìrito e senza 
accento. 

(i) Il Pasini tradusse in tempio Pionio. Ma movi vriui = in divite 
tempio è tolto da Omero //. Il 549. 

(2) Nel Catalogo del Pasini èSdpxovxot; )no\irfì<; è tradotto proto- 
typi cantus. Ma anche qui il Lascaris prese la frase e il suo si- 
gnificato in Omero Od, IV 19. 



— 422 — 

Epigramma di Antifilo. 

AoOpa^ 'AXeSdvòpoio- Xérci hi 06 tp<4mM<ìt' èxeivov 

ex 7roXé|Liou GécTOai ctujìPoXov 'Aptéiiiòi, 
fiTiXov àviKTiToio Ppaxiovo^* fi KaXòv fixo^» 

i][i TTÓvTO^ Ka\ x^ùjv €Tk€ Kpabaivo^évifi. 
?Xa0i boOpa^ àtappè^* del hi ere irfi^ ti^ àGprjaaq 

Tappfìaei, |li€t<ìXti^ |LivTiaà|Li€voq TiaXàfiTi^. 

Traduzione : 

Asta di Alessandro! queste lettere dicono te dalla guerra 
essere stata [qui] posta segnacolo a Diana (i), 

arma d'invitto braccio ! O buona lancia, a cui, vibrata, 
cedeva mare e terra. 

Sii propizia, asta intrepida! Chiunque, avendoti vista, 
sempre temerà, ricordandosi della grande mano. 

All'edizione principe Fiorentina tenne dietro, ma dopo 
parecchi anni, T Aldina, che comparve a Venezia nel i5i3, 
col titolo : Pindari Olympia Pytliia Nemea Isthmia. Cai- 
limachi hymni qui inveniuntur. Dionysius de situ orbis. 
Licophronis (sic) Alexandra, obscurum poema. — Aldus. 
In fine : Venetiis in aedib, Aldi et Andreae Asulani so- 
ceri. Mense lamiario M.D.XIIL L'edizione è senza scolii, 
senza commenti, senza versione. E la ripetizione della Fio- 
rentina, colPaggiunta di parecchi errori tipografici. Ma ha 
una speciale importanza perchè ebbe maggior diffusione, ed 
essendo più commoda per il formato e per la nitidezza dei 
caratteri, corse per le mani dei dotti contemporanei e po- 
steriori, e servì per l'inserzione delle correzioni che questi 
andavano facendo a mano ai luoghi del testo corrotti o 



( i) 11 G r o z i o tradusse 'ApTéiuibi per Palladi (Hug. Grotius^ 
Anth, Gr, i66). 



-^ 423 — 

mancanti, e che furono poi in varia misura introdotte nelle 
stampe posteriori. 

Una nuova edizione degrinni di Callimaco fu fatta di- 
ciannove anni dopo in Basilea nella tipografìa di Froben. 
Essa porta il titolo: Callimachi Cyrenaei hymni cum scho- 
liis nunc primum editis. Sententiae ex diversis poetis ora- 
toribusque ac philosophis collectae, non antea excusae. Ba- 
sileae anno MDXXXIL La stampa fu curata da Sigismondo 
Galenio. Non vi sono versioni, né annotazioni, ma, com'è 
detto nel titolo, vi furono inchiusi gli scolii, e questi, secondo 
che sta scritto nella prefazione, furono somministrati alla 
tipografìa Frobeniana da Matteo Aurigallo. L'edizione Fro- 
beniana procede dall'Aldina, benché in quella alcuni errori 
tipografìci di questa siano stati corretti, e qualche lacuna 
sia stata riempita. Dell'autore o degli autori del riempimento 
delle lacune non sì sa nulla di ben certo. Ma si raccoglie 
da qualche indizio (mentovato da Schneider, Praef., xxvn- 
xxvin) che i riempimenti sarebbero stati suggeriti, in parte, 
da Marco Musurus di Creta, in parte dalla traduzione poe- 
tica latina di Giacomo Della Croce, in parte da anonimi 
che li scrissero su esemplari a stampa e principalmente su 
esemplari delPedizìone Aldina. 

Seguì l'edizione Parigina di Michele Vascosan, nel 1549, 
anch'essa cogli scolii (1). Della quale non si può dir altro 
se non che è una copia, con parecchie scorrezioni, di quella 
di Froben. La sola novità introdotta dal Vascosan in questo 
libro fu la traduzione poetica latina dell'inno 3", a Diana, 
di Francesco Florido Sabino (2). 

Intanto Francesco Robortelli, che già fin dal 1 643 aveva 



(i) Callimachi Cyrenaei hymni ^ cum scholiis, Parisiis. Apud Vasco- 
sanum, via lacobea ad insigne Fontis, MDXLIX. 

(2) La traduzione del Sabino era già comparsa nella pubblica- 
zione: In M, Ac. Plauti , . calumniatores Apologia. Basileae 1540. 



— 424 - 

pubblicato alcune annotazioni intorno agPinni di Callimaco, 
aveva preparato di questi una nuova edizione, che venne 
in luce a Venezia nel i555 col titolo: Callimachi Cyrenaei 
hymni, cum scholiis, latine ad verbum expressi. Veneiiis 
anno MDLV (stampatori i fratelli Nicolini de Sabio). Il 
libro contiene la prima traduzione in prosa latina degl'inni^ 
a dir vero non sempre esatta. Del codice di cui fa men- 
zione il Robortelli, e del quale egli dà alcune varianti nelle 
sue annotazioni, fu già parlato di sopra. Certo è che il 
Robortelli nel curare l'edizione Veneziana del i555 si servi 
dell'edizione principe Lascariana e dell'Aldina. 

Questa fu seguita dalla Parigina del i566 di Enrico 
Etienne, che secondo Tuso italiano continueremo a chia- 
mare Enrico Stefano. Questo illustre filologo e tipografo, 
continuando le tradizioni di famiglia (i), stampò in Pari^ 
nel i566 i poeti eroici greci, e vr comprese Callimaco. 
L'edizione non contiene né scolii né versione. Essa è fatta 
coll'ajuto delle precedenti, Lascariana, Aldina, Frobeniana, 
Vascosaniana e Veneziana. Tutte le lacune vi sono riempite. 
Parecchie varianti vi furono introdotte, ma per lo più in- 
felicemente, essendosi l'editore servito, oltreché delle edi- 
zioni pur ora indicate, di un codice viziatissimo. Ciò non 
di meno questa edizione si può considerare come la madre 
di tutte quelle che vennero di poi fino a quella di Ernesti, 
che pure ne discende anch'essa per varie fila. 

Altra edizione Parigina degl'inni di Callimaco fu quella 
del Bienne {Io. Benenatus), che esci in luce nel 1 574. E 
modellata sulla precedente. Ma ha una traduzione letterale 



(i) Enrico, secondo di nome della famiglia degli Etienne, ebbe per 
avo paterno il primo Enrico, per padre Roberto, per zìo germano 
Corrado, per avo materno lodoco Badio Ascensio, per zio materno 
Corrado Badio Ascensio, e per zio d'affinità Michele Va$cosan; nomi 
celebri nelle lettere e nei fasti della tipografia Parigina. 



— 425 — 

latina di Nicola Goulu (Gulonius). Il Fabrice dice che Tedi- 
zione è senza scolii. Il Bandini scrive che ci sono, e ha 
ragione. Gli scolii vi sono stampati in margine. 

Otto Schneider (Pref. v) fa menzione di una seconda 
edizione Parigina di Enrico Stefano, che sarebbe del iSyó. 
Io non la conosco (i), ma ebbi sott'occhio l'edizione di 
Enrico Stefano, di Ginevra, del iSyy, che usc\ col titolo: 
Callimachi Cyrenaei Hymni {cum suis scoliis gvaecis) et 
Epigrammata, etc. Excudebat Henricus Siephanus. Anno 
MDLXXVII. 

L'edizione di Anversa del 1684, curata da Bonaventura 
Vulcanio, uscì dalla tipografia Plantiniana, in piccolissimo 
formato, col titolo: Callimachi Cyrenaei hymni, epigram- 
mata et fragmenta quae exiant etc. Bonaventura Vulcanio 
Brugensi interprete etc. Antverpiae, apud Christophorum 
Plantinum. MDLXXXIIIL Le poesie di Callimaco vi sono 
stampate insieme cogridillii di Mosco e di Bionc. Il Vul- 
canio vi uni, fra altre cose, la sua traduzione in versi latini 
degl'inni e degli epigrammi, insieme con altre traduzioni 
dello Stefano e del Sabino, le sue annotazioni, gli scolii 
antichi, l'elegia di Catullo sulla Chioma di Berenice. 

Tralasciate le edizioni di Basilea del 1689 {impensis Vue- 
nelini Hommii, praelo Leonh. Ostenii), e quella del i6o6 
degli antichi autori greci di versi eroici {cura et recen* 
sione lac. Lectii. Aureliae Allobrogum)^ si deve citare la 
stampa di Callimaco, cogli scolii, curata da Anna Dacier 
a Parigi nel 1675, in grazia specialmente delle annotazioni. 



(i) Nota di A. M. Bandini (praef. 23): Epistola dedicatoria Frisch- 
lini data est Tubingae A. iSji. Nulla vero Callimachi editio Frisch- 
Umana Tubingae prodiit, licet hoc ex Actis Erud, 1695, pag. 487, 
aliquis possit suspicariy sed Grenevam ad H. Stephanum Tubinga 
suas lucubrationes misit Frischlinus. Falluntur quoque qui editionem A. 
1677 non Genevae^ sed Parisiis prodiisse affirmant. 



— 426 — 

dove sono emesse di quando in quando nuove congetture 
su qualche luogo del testo (i). Questa edizione fu condotta 
sulle traccie della seconda Stefaniana. 

Con maggiore apparato di commenti, ma con eguale os- 
sequio al testo delle precedenti edizioni, principalmente della 
Stefaniana, fu pubblicata nel 1697 in Utrecht una nuova 
edizione delle opere di Callimaco per cura di Teodoro e 
di Giovanni Giorgio Graeif (2). L'edizione era stata prepa- 
rata da Teodoro Graeif, ma fu eseguita, dopo la di lui 
morte, dal suo padre Giovanni Giorgio. Si compone di due 
grossi volumi in 8**. Nel i*» c'è il testo cogli scolii antichi, 
e i commenti di varii, oltre la dedica, il proemio, la bio- 
grafia, i testimonii, la Coma Berenices, gl'indici. Il 2^ con- 
tiene le osservazioni di Ezechiele Spanheim. Il merito di 
questa edizione consiste specialmente nel presentare riunite 
in un solo volume (il i^) le principali annotazioni sparse 
nelle varie stampe precedenti. Nell'enorme congerie di com- 
menti dello Spanheim, che riempiono l'intero volume 2% 
vi sono tesori di erudizione, ma per lo più inutili all'intel- 
ligenza del testo, e spesso estranei alla materia. Ne fu con- 
sultato alcun codice antico sia dallo Spanheim» sia dagli 
editori. 

Basta accennare le edizioni : di Padova del Volpi del 
1726 (del solo inno V), di Lipsia dello Stubel del 1741, 
dì Glasgow dei Foulis del 1755, di Lipsia del Loesner 
del 1774, di Parigi del De la Porte du Theil, del 1775. 

Quella di Londra, del 1741 (vede 1751) è notevole per 
i commenti di Tommaso Bentley ; quella di Firenze del 
1763, per la traduzione in versi sciolti italiani degl'inni, e 



(i) Callimachi Carenaci hymni, epigrammata et fragmenta , eie, 
Cum notis Annae Tanaquilli Fabri filiae, Parisiis, MDCLXXV. 

(2) Callimachi hymniy epigrammata et fragmenta, ex recensione 
Theod. I. G.f. Graevii, etc, Ultrajecii, MDCXCVIl. 



— 427 — 

in distici greci della elegia Catulliana sulla Coma, di Anton 
Maria Salvini; quella di Parma del 1792 per Io splendore 
dei tipi Bodoniani nelle due forme, capitale e corsiva, e 
per la traduzione poetica italiana del Pagnini. 

Ma la stampa più meritoria di Callimaco nello scorso 
secolo fu quella di Leida del 1761, curata da Giovanni 
Augusto Ernesti (i). Questa edizione si può dire la prima 
(dopo la Lascariana) che sia stata riscontrata, comunque 
imperfettamente, sui manoscritti antichi. È in due volumi, 
dello stesso formato della Graeviana, della quale usufruì le 
incisioni e la congerie di osservazioni dello Spanheim. Un 
certo numero di emendazioni proposte dall'Ernesti fu ac- 
cettato dagli editori posteriori e rimane acquisito al testo 
di Callimaco. Fra queste sono da notarsi le riduzioni alla 
forma Dorica di molte voci che negl'inni V e VI, scritti in 
dialetto Dorico, erano state malamente trasformate nei libri 
in forme del linguaggio comune. Nel procedere a queste 
riduzioni l'Ernesti fece uso, in generale, di lodevole pru- 
denza, e osserva egli stesso che ai tempi di Callimaco pa- 
recchie forme Doriche erano state sostituite dalle forme 
comuni anche nel dominio del dialetto Dorico. 

Compulsando per la prima volta antichi manoscritti, 
TErnesti aveva segnato la buona via. Spettava agli editori 
del nostro secolo il percorrerla con passo più sicuro. Dopo 
la Bodoniana che chiude la serie delle edizioni di Callimaco 
del secolo scorso, gPinni e le altre poche cose che ci ri- 
mangono del poeta ebbero nel secolo presente numerose 



(i) CalUmachi hytnniy epigrammata et /rammenta, cum notis inte- 
gris H. Stephani, B, Vulcanite Annae Fabri, Th. Graevii, R. BenU 
leji; quibus accedunt E^echielis Spanhemii commentar iuSy et notae 
nunc primum edftae Tiberii Hemsterhusii et Davidis Ruhnkenii, 
Textum ad mss,fidem recensuit, latine vertit.atque notas suas adjecit 
Augustus Ernesti, Lugduni BatavoruWy apud Samuelem et Ioannem 
LuchtmannSf Academiae Typographos, MDCCLXI, 



- 428 - 

edizioni. Qui saranno più specialmente notate quelle che fe- 
cero fare un vero progresso alla buona lezione del testo, e che 
hanno per base nuove collazioni di manoscritti. Sono quindi 
lasciate in disparte, le edizioni del Petrucci di Roma 1795- 
1818, di Volger e di Schàfer di Lipsia, entrambe del 1817, 
di Pietro Gaggia di Brescia del 1820 (col testo copiato 
dalPErnestiana), del Boissonade di Parigi del 1824, del 
Tauchnitz di Lipsia del 1829, e altre. Della stessa edizione 
del Blomfield di Londra del 181 5 (i) basta un cenno per 
dire che in essa si trovano le varianti, spesso lette male, 
dell'edizione principe del Lascaris, della 1* edizione di Po- 
liziano dell'inno V, e dell'edizione Veneta del 1 555. È però 
giusto il notare che alcune delle correzioni imaginate dal 
Blomfield trovarono grazia agli occhi dei più recenti editori. 

Sono questi Augusto Meineke, Otto Schneider, Udalrico 
de Wilamowitz-Moellendorff. 

Il Meineke diede la sua edizione di Callimaco nel 1861, 
col titolo : Callimachi Cyrenensis hymni et epigrammata, 
Edidit Augustus Meineke. Berolini, apud Weidmannos 
MDCCCLXL Contiene, in latino, oltre alla dedica ad Au- 
gusto Nauck : la prefazione ; la vita di Callimaco in greco 
di Suida, con note dell'editore; testimonii degli antichi su 
Callimaco in greco e in latino-, gl'inni greci, colle note la- 
tine e con una scelta degli scolii greci a pie di pagina*, 
gli epigrammi, in numero di 70, più 12 dubbii, con note 
latine dell'editore, in calce; e infine diatribe o dispute in- 
torno a certi passi degl'inni e degli epigrammi. Il Meineke, 
approfittando degli studii dell' Ernesti, e di quelli più recenti 
di Augusto Naeke, Alfonso Hecker, Maurizio Haupt, Otto 



(0 Callimachi quae supersunt recensuit et cum tiotarum delectu 
edidit Carolus lacobus Blomfield A. M. — Londini. Impensis losephi 
Mawman, typis R. et A. Taylor, MDCCCXV, 



— 429 — 

Schneider, mettendo a confronto i testi Callimachei coi co- 
dici di Vienna e di Parigi, e adoperando nella sua nuova 
recensione tutte le risorse di un sottile ingegno e di un'ap- 
propriata erudizione, purgò di per sé solo Callimaco, se- 
condo che dice lo Schneider, assai più che non avessero 
fatto tutti insieme i precedenti editori. L'edizione del Mei- 
neke non contiene i frammenti di Callimaco, né versioni ; 
e come fu osservato, non dà che una parte degli scolii. 

A pochi anni d'intervallo, a Meineke successe Otto 
Schneider colla sua magistrale edizione in due volumi, a cui 
pose il titolo Callimachea (i). Il i^ volume, pubblicato nel 
1870, contiene, oltre alla dedica a Schoemann ; — la pre- 
fazione in latino; — gl'inni greci, colle note dell'editore 
in latino, tutte relative alla lettura del testo; — gli epi- 
grammi (con eguali note dell'editore) in numero di 64; più 
tre dubbii, di cui uno in traduzione latina •, e i 1 incerti ; — 
gli scolii antichi con note latine dell'editore; — commenti 
(excursus) sugl'inni e sugli epigrammi. Il volume 2% pub- 
blicato nel 1873, contiene i frammenti raccolti da Bentley 
e da altri, con spiegazioni e commenti dell'editore; e gl'in- 
dici delle sorgenti dei frammenti, — dei vocaboli greci, — 
e delle annotazioni. Pregio singolare dell'edizione di Schneider 
é l'esame in essa fatto di parecchi dei codici principali, cioè 
dei Vaticani ABI, del Veneto Marciano C, dei Parigini 
E M, dell'Ambrosiano F, del Viennese G, dei Leidesi H L. 
Col soccorso di tali documenti, per la prima volta riuniti 
e compulsati, lo Schneider diede solida base alla recensione 
dei testi Callimachei. Ma fu difetto suo e del Meineke il 
vezzo, che egli pur giustamente condanna negli altri, di 
sostituire talvolta senza necessità le proprie congetture alle 



(1) Callimachea, Edidit Otto Schneider, Lipsiae MDCCCLXX- 
LXXIIL 



- 430 - 

lezioni dei codici. E qui dato lo spoglio di alcuni errori, 

dimenticanze o dubbii da me osservati nelle citazioni &tt< 

dallo Schneider, per il testo degli inni III e V, dei libr 

C D F G Q T V, deir edizione Veneta del i555, e di altre 

Schneider : corrige : 

3 évpidacreai C éipidacreai C 

8 ?a C tó C 

12 luiTvucreai C lujTvuaeai C 

13 xopiTiòag D? xoP'^Tiòag D 

14 om. 7rà0a^ P 

21 òHeiaiCTiv Ven. òHeiaiCTi Ven. 

27 èxavùcTaTO G 

38 Ka>)L10l f KO)LiOl f 

39 ib^ alii ùq Q 

41 Im reliqui ut videtur ènl D /* ct> 

» K6K0)Li)LléV0V G K€K0^l)LiéV0V G 

43 6lvéT6ag reliqui clveiéaq C 

45 TTéfiTiev reliqui 7r€)Li7T€iv C <t> T 

46 fT€T)Ll€ G ?T6T)Ll€V G 

52 òaaeiTiaiv P òaaénjaiv F 
y> èeiKÓxaq C èoiKÓxag C 

53 ^ovÓTXriva D? fiouvótXTiva D 
55 èm jLiéra G ènei fiéta G 

58 Kupvoq G 

59 o*i T^PPCti^JTfipag F o!y€ ppai(TTì|pa^ P 

» paaTTÌpa^ D paicTTfìpag D 

61 )Liox6i(y€iav Q ^oxOldcyeiav Q 

62 èiàXacTav G 

69 aien F 

79 èviòpuvGcTaa reliqui èviòpuGetaa f Q 

82 Kaxà Y\r\\ba D Kaxà KXniba D 

86 uiTTXiaao G 

92 òè ^dwv C òè ^duiv G 



m 

> 
» 



— 431 — 

in 99 TipoKaXq^ Q 7rpoKaXf\^, corr. irpoiii- Q 

> 105 iràcTai G 

» 113 TOTTpuiTOV D TÒ TtpulTOV D 

» 121 Tétapiov F 

» 122 irepl crcpéag D Tiepi aqpea^ D 

» » Tiepi (Tcpeag reliqui ircpì crcpéa^ Q 

» 123 iTÓXX'èxéXecTKov reliqui noXXà réXeOKov f Q 

» 127 KXnrai P pXnxaì P 

» 128 TlKTOUCTl F 

» 129 aò^àax\aa\ Q aòrdicTaTìcJai Q 

» 133 xpiifei D? xpuiei D 

» 140 àvTiT6g G fiVTlT€g G 

> 142 fvGà TOi G fvGa xoi G 

» 146 T\jp(v9io^ G 

» 149 TcXóiucTiv G 

» 153 GvTiToTai reliqui. pri- Gvtitoi (T€ T marg. 
mus corr. Nans. 

> 155 fi€ Wè) G 

» 157 fivGpuiTTOi F 

» 177 K6K)inKuTai G K€K)LiT]mai G 

» 197 è0àuj(J6v reliqui. ècrauicTav /*, 0àuj(Tav <t> Q 

» » KUÒUJVig C K\JÒU)Viq C 

> 198 òfKTuvav codd. ò(KTuvvav T, òeiKTuvav <t> 
» 199 f\\aTo F 

> 213 (Tcpiv F G 

> 222 )iuj)Lir|(Ta(TGai omnes KUj)Li/i(TaaGai C 

codd. 

» 224 fiaivaXiTiv F 

» 225 TToXu^iéXaGpe F 

» 230 8t€ om. a B 8t€ om. A B C 

» 238 éqpouTUJ C èqpeuTui C 

» 248 €iipù Gé|i€iXov Q eùpuGéjiciXov Q 

» » eùpuGéjLieGXov G €ÒpuGé)Li6iXov G 

» 261 alOùvcg F 



V 



» 



- 432 — 

4 vOv F 

4 lovaB€ bis V Eou(Te€ bis V 

5 fi€T6Xou C G fi€TàXou^ C G 
7 8Ka vOv 6 

9 TTpuiCTTOT . . G irpiimcTTov G 

> è(p' Venet. 1555 iq>' Venet 1555 

14 dnaSoviuiv libri dn* dEóviov <t> 

17 KàxoTrrpiv . . neque in KàxoTrrpiv edd. An. Dacier, 

editione aliqua prae- Graeff. 

ter Eniestianam in- 

venio 

18 (ppi£ F 

19 oó ò* è òp- 

20 fKXevpev Q ^KXeipav Q 

20 òia<paivofiéviiv F 

24 6Ùpu)Ta C cùpairai C 

25 XoiTtt C Xoixà C, Xiia G 

26 qpuiai C epurai C 
39 tepov F Upòv F 

47 òoOvai fortasse G òoOvai certe G 

» ijuXujXai V uuòuiXm V 

49 uòaio V uòaia V 

50 fìEcT Aid. Frob. nEei Aid. Frob. 

56 éi^pav D V Venet. éxépuiv D Venet., ercpuiv V 

looo 

62 poiujTOv V om. VV^, Poiuitujv V^ 

65 èTTepóaaxo Q ènepoàaaxo Q 

67 8e' D ? 69' D 

70 òr|7rox6 reliqui òrjToxe Q 

81 òaT)Liiuv G 

83 èaxden ceteri iciàQr\ Q 

» àviai ceteri àvTai D 

85 èpóticre edd. veL cpoacre V' 

91 w Mèra dvx G w jiér dvx G 



— 433 — 

V 93 a (f)) Mèv à)i(p- libri fi ^èv in à^cp- T Ven. 

editi omnes praeter a pev cn a^icp V^ 

Steph. qui a jièv 

èn àjLiq)- habet 

» 94 Topéujv C Topcojv C 

» 104 fioTpav . . XTva G 

» 107 iracTa / TrdcJCJa f 

» » KaucJcT forte in G Kaucxei G 

» 113 ÓTTTTÓTav libri 6 Tróiav Q 

» 121 èa(JoM€voi(ji G 

» 125 eeÓTipoTia G 

» 130 qpoiTàcTei G 

» 132 fiovai V jLiovqi V 

» 135 àW aùifi Kopuqpà F (1). 

Più parco di congetture proprie, più coscienzioso e non 
meno accurato fu l'ultimo in data degli editori di Callimaco 
(ma fra i primi per merito) Udalrico de Wilamowitz-Moel- 
lendorff. Questi si valse per la sua edizione, comparsa a 
Berlino nel 1882, dei grandi lavori di Meinekeedi Schneider, 
e inoltre, come fu già detto, del codice Estense di Modena(Q), 
che è uno dei più sinceri. L'edizione del W. sta tutta in 
60 pagine, e non contiene che la prefazione in latino, 
gl'inni (senza scolii) e gli epigrammi in greco, colle varianti 
a pie di pagina. Ma fra tutte le edizioni di Callimaco, questa 
è la più corretta. Il piccolo volume e il tenue prezzo del 
libro lo rendono poi facilmente accessibile a tutti. 



(i) Nel notare queste leggiere sviste non intendo punto darne ca- 
rico allo Schneider. Alcune di esse sono dovute alle fonti a cui egli 
attinse. Altre saranno errori di stampa o d'occhio, non facilmente 
evitabili, come so per propria esperienza. E tanto le une quanto le 
altre non hanno poi una grande importanza. 

Svista di filologia ecc., XX 28 



- 434 — 

IV. Scolii antichi. Gli scolii greci sopra gFlnni di 
Callimaco furono finora molto trascurati, e parecchie edi- 
zioni li omisero affatto. Il Meineke ne inserì una parte sol- 
tanto nella sua edizione; e lo Schneider, che pure li ammise 
tutti nel suo libro, non li trattò colla diligenza che meritano. 
11 primo che li abbia studiati ex professo fu Guglielmo 
Reinecke, il quale, col titolo De scoliis Callimacheis, ne 
fece oggetto di dissertazione per laurea all'Università di 
Halle nel 1887. E questa dissertazione resa più completa, 
fu poi inserita nel voi. IX delle Dissertationes philologicae 
Halenses {Halis Saxonum MDCCCLXXXVIII). Dal la- 
voro del Reinecke risulterebbe che esistette un antico com- 
mento sugl'inni di Callimaco, che una parte degli scolii 
compresi in esso furono tolti da Esichio, altri da lessici 
geografici, altri doWElymologicum Magnum, o meglio dalla 
sorgente di questa compilazione che pare sia stato un les- 
sico, ora perduto, di Metodio, e che alcuni finalmente si 
dovrebbero attribuire al compilatore anonimo del commento. 
Gli scolii agl'inni III e V sono pubblicati qui appresso con 
tutte le varianti delle stampe e dei codici da me esaminati. 
Le varianti poi agli scolii degli altri inni date dai codici IT 
e Q furono già riferite precedentemente. 

^^ Traduzioni Latine. — Callimaco ebbe la fortuna 
d'incontrare illustri traduttori in latino. Il primo per data 
e per fama fu Catullo, al quale si deve la conservazione 
(nella versione poetica latina) della elegia Callimachea sulla 
(Chioma di Berenice. Di questo componimento ho trattato 
in uno studio speciale (i). Non occorre quindi ch'io ne 
parli qui di proposito. Osserverò soltanto, che la versione 



(\ì La Chioma di Berenice, traduzione e commento di Costali' 
tino Nigra, Milano, Hoepli, 1891. 



— 435- 

Catulliana, per quanto si può giudicare dai pochi fram- 
menti rimasti del testo greco, non è sempre assolutanìenie 
fedele, né pare che abbia eguagliato nella forma Toriginale. 
Un'altra elegia di Callimaco, Tinno sui lavacri di Pal- 
LADE, tentò, non senza fortuna, l'ingegno di Angelo Poli- 
ziano. Quando e in quali edizioni sia comparso il lavoro 
del grande umanista Toscano in distici latini fu già detto 
di sopra. Di tutte le traduzioni che di quell'inno furono 
fatte in varie lingue, quella del Poliziano rimane pur sempre 
e facilmente la migliore. Il Robortelli, editore, commenta- 
tore e interprete dotto di Callimaco, dice di essa: Ita apte 
vertit Politianus ut nihil immutavi possit. Tuttavia sa- 
rebbe eccessivo il dire che sia senza difetti. Certo è fede- 
lissima. Ma forse appunto perchè il traduttore si astrinse 
a un'assoluta fedeltà, il verso gli riesci talora duro e sten- 
tato. Ma quanti bei distici di schietta fattura Callimachea! 
Tutta la storia di Tiresia nel latino di Poliziano gareggia 
quasi sempre colToriginale per felicità di espressione e per 
nobile semplicità (i). 



(i) li Mencke, parlando di questa traduzione, comincia con me- 
ritati elogi: In interpretando, hoc est, assequendis Poeiae sententiis 
et gratiiSy si quaeras, quid praestiterit Politianus, fateor, vix talem 
reperiri carminis ullius Graeci versionem^ quae, si ad examen revo- 
cetur, Autoris Graeci omnia tam exacte referat non rerum minuSy 
quam verborum^ lineamenta. Nihil dictum CallimachOy quod non itidem 
Politiano. Eadem sententia, idem aculeus, idem dictionis nervus La- 
tino, qui GraecOy clauditur disticho. Ma poi fa seguire una critica se- 
vera: Id vero minime negandum, dum arctis nimis se ipse legibus 
circumscripsit interpres noster, strictimque singulis inhaesit verbis, 
factum hinc esse ut difficilius ipsi procederei cantandi negotium, nec 
tam favente hic Apolline caneret, quam in carminibus, quae com- 
posuit^ reliquis. Adeoque pulchram, quae naturam imitatur, dictionis 
indolemy maximam interpretis virtutem, praecipuumque decuSy hic 
desidero. Asperae vocum^ quas dicunt, elisiones et implicationes le- 
gentem remorantur fere innumerabiles ; nihil hic spiritus aut ignis 
poetici, nisi pauculum forte in principio; nihily quod auribus placeat: 
omnia quasi vi contorta^ quasi murmurantibus Musis arcessita. Pen- 



-436 — 

La prima traduzione di tutti i sei inni di Callimaco fu 
quella che fece in versi latini Giacomo Della Croce Bolo- 
gnese, e che comparve senza indicazione di luogo e-di anno 
col titolo : Callimachi Cyrenaei hymni a lacobo Crucio 
Bononiensi latinitate donati: in 8^ di 3o fogli, di cui l'ul- 
timo bianco. Questo letterato che i contemporanei chiama- 
vano in italiano GiAcoro da Bologna, G. Croci o Croce, 
e in latino lacobus a Cruce, Crucitis, Crucensis, Crii- 
ceus , Crucejus, o semplicemente lacobus Bononiensis, 
era stato laureato in filosofia a Bologna nel 1480, e ivi 
professò grammatica, rettorica e poesia per varii anni. L 
sua traduzione di Callimaco è dedicata Ad magnificum a. 
nobilisshnum cquitem Dnum Galeatum Jilium olim Am 
brosii Gaspar^is Vicecomitein, Dalla lettera che segue que^ 
dedica nonché da due altre lettere pubblicate in fine e di 
rette Tuna allo stesso Galeazzo, e l'altra al di lui fratell 
Gerolamo Visconti, appare che il Della Croce, all'epoca i 
cui le scriveva, frequentava la famiglia dei Visconti in Mi 
lano -, e appare altresì da quel Jilium olim Aìnbrosii eh 
questa epoca deve essere fissata dopo il 1499, giacché in 
quell'anno era morto Ambrogio Visconti. Il Sassi, nella 





tatneiri, quos ele^anicr dissillabis claudimuSy hic fere singuli verta 
post se trahunt non sino oscitatione eloquenda, Taceo alia, quae non 
nisi in augusto et magni spiritus Carmine cum venia admittas. (Fri- 

derici Ottonis Menckenii historia vitae et in literas meritorunt 

Angeli Politiani, etc. Lipsiae, lySf), p. 171 sq.), — Le elisioni, qui 
lamentate, esistono, ma non sono poi tante. Quanto al metro, si vede 
che il Mcnckc aveva l'orecchio assuefatto al suono del distico di Ovidio, 
e non amava i pentametri terminati in polisillabi. Per contro Calli- 
maco li amava assai, talché sui 71 della sua elegia, 56 finiscono in 
polisillabi e soltanto i5 in bissillabi. La proporzione è la stessa nella 
versione del Poliziano. È questione di gusto. Ma in fatto di metrica 
classica i greci sono maestri più che i latini. Del resto anche in 
Catullo e in Properzio i pentametri terminati in polisillabi non sono 
rari, né sono i meno eleganti. La Chioma di Berenice di Catullo su 
47 pentametri non ne ha che 12 terminati in bissillabi. 



-437 — 

Storia tipografico-letteraria di Milano (p. 55 1), fondandosi 
su questa circostanza esprime l'opinione che la prima edi- 
zione della traduzione di Della Croce sia stata fatta in Mi- 
lano verso il i5oo. Che la stampa sia stata fatta a Milano 
riesce abbastanza evidente dalle lettere del Della Croce pur 
ora citate. In queste lettere, parlando di Milano, il Della 
Croce si esprime con queste frasi : hanc Jlorentissimam 
patriam.., e nostra potissimum in urbe; che indicano come 
lo scrittore vivesse e scrivesse a Milano. Quanto alla data 
essa non può essere fissata prima del 1499 perchè avanti 
quell'epoca viveva l'Ambrogio Visconti che nel libro appare 
essere già morto, come fu detto, né dopo il iSog, perchè 
in quell'anno usciva in Bologna, con data certa, la 2' edi- 
zione della traduzione Cruciana. Altri argomenti ci per- 
mettono di restringere questo periodo e di fissare date più 
precise. Si raccoglie dai rotoli dei professori di Bologna che 
il Della Croce vi insegnava dal 1495 al i5o2, poi dal i5o5 
al i5io. Non figura sui rotoli negli anni i5o3, i5o4, i5ii, 
1 5 1 2, 1 5 1 3, nel quale ultimo anno si sa che professava a 
Lucca. Tornò poi a professare a Bologna fino al i526, con 
qualche intermittenza, perchè non figura nei rotoli negli 
anni i5i5, i5i6, 1622. Nel 1627 cessa ogni indizio della 
sua presenza in Bologna e altrove, ed è probabile che fosse 
morto in quell'anno o nel precedente. Limitando le nostre 
ricerche al periodo che corre tra il 1499 e il i5o9, non 
troviamo che due anni, i5o2 e i5o3, nei quali egli non 
figura sui rotoli di Bologna. E adunque molto probabile 
che appunto in quei due anni il Della Croce fosse stato 
chiamato a insegnare in Milano, e ivi pubblicasse la prima 
edizione della sua traduzione di Callimaco, dedicata a Ga- 
leazzo Visconti. Io non dubito quindi di fissare per questa 
edizione la data del i6o3. Dò la preferenza al i5o3 sul 
i5o2, perchè le lettere del Della Croce stabiliscono che 



- 438- 

prima di decidersi a fare la traduzione e a stamparla egli 
si fece pregare a lungo da Galeazzo, il quale lo sollecitava 
non solo con lettere, ma con giornaliere eccitazioni. Questa 
lunga ripugnanza, finalmente vinta^ e il lavoro della tradu- 
zione, hanno dovuto prendere un certo tempo, e perciò si 
deve credere che nel secondo anno, anziché nel primo, del 
suo soggiorno a Milano il Della Croce abbia stampato il 
suo libro (v). A ogni modo quando egli lo stampò, erano 
già comparse le 3 edizioni dei Miscellanei di Poliziano (le\ 
1489, del 1496 e del 1498. Ed era pure comparsa Tedv 
zione principe di Callimaco del Lascaris del 1494. L^E^' 

• 

nesti si domanda se il Della Croce abbia potuto servir ^^ 
delPedizione Lascariana ; ma esprime poi Pavviso che la 
lui traduzione sia stata fatta sopra un manoscritto, e aj 
giunge che forse questo doveva essere stato suppeditato dal ^* 
Biblioteca Ambrosiana. L'Ernesti avrebbe dovuto sapei — ^^ 
che la celebre biblioteca Milanese, fondala dal cardina^^^ 
Federico Borromeo più di cento anni dopo (nel 1609), no " 
poteva aver fornito alcun manoscritto al Della Croce n^^^' 
principio del XVI secolo (2). Il vero è che questi, siasi sei 




(i) Nell'epistola dedicatoria a Galeazzo, il Della Croce scrive 
Summonuisti me ut hymnos Callimachi latinos facerem, Quod prì 
mulum pertinacisswìe recusavi: veriius ne huic muneri impar succum 
berem. Expupnavit tandem pudorem pertinaciamque meam frequenza 
postulatio tua. Quid enim, mi Calcate^ honeste tibi pernegarem 
cujus beneficio et liberalitate factum est ut quemadmodum antea cu 
latinis sic mine cum graecis assidue immorari delecter? — E nell 
seconda lettera allo stesso: Habes . . poematia quae a me tibi aedi — 
tissimo non modo frequentibus litteris, sed quotidianis (ut ita dicamy 
conviciis esagitasti extorsistique. Extorsisti inquam: ego enim sempir" 
corde et animo tencns illa Flacci ac Quintiliani vuìgatissima prae^ 
cepta: ne editio sit praeccps. . . non putabam quicquam temere et in- 
consulto in lucem proferendum. 

(2; Si in Mediolanensibus cxemplis annus editionis notatus esset^ 
inde facile foret judicare, an Fiorentina editione uti Crucius poterit 
nec ne. Sed mihi tamen ralde probabile ftt, eam^ sicut Politiani ver* 



. ì 



— 439 — 

vito, o no, delFedizione Lascarìana, in ogni caso ha avuto 
in mano altri libri, cioè i Miscellanei del Poliziano e uno 
o più manoscritti somiglianti al Parigino E, al Milanese <t> 
o all'Estense Q. Che si sia servito dei Miscellanei è ac- 
certato dal fatto ch'egli tolse dalla versione del Poliziano 
parecchi emistichii e non pochi versi interi (i). Le differenze 
poi che passano fra la traduzione Cruciana e l'edizione 
Lascariana in qualche passo, provano che il Della Croce 
aveva pure sotto gli occhi un libro diverso da questo. Così 
egli traduce il verso 27 dell'inno V : 

Diffusus rubor est per candida membra puellis; 

è si deve perciò supporre che leggesse nel testo KÓpaig, come 
è nei manoscritti E e <t>, e non KoOpai, come è nell'edizione 
di Lascaris. Il Della Croce era anche in possesso degli scolii. 



sionem hymni in lavacra Palladis, e manuscripto libro factam esse, 
quem forte et ipsum Ambrosiana Bibliotheca suppeditavit cum aliis, 
Ernest!, Praef. 
(i) Si comparino : 

Vcrs. 5. Non prius ingentes Poi. 

Nam prius ingentes Croce. 
* 17. Ferte nec huic speculum P. 
Ne ferie huic speculum C. 
» 29. Ergo marem nunc tantum olei quoque ferte liquorem P. 
Ergo virile oleum, solumque afferte liquorem C. 

> 48. Aut ad Amymonen progeniem Danai P e C. 

» 49. Namque auro et multis permixtus floribus undas P. 

Namque auro admiscens variis quoque floribus undas C. 
» 5o. Defluet e laetis Inachus ipse iugis P. 

Descendes laetis, Inache, lapse iugis C. 
» 57. Unam olim, puerae, Thebis dea Pallas amabat P. 

Hanc unam, o puerae, Thebanam Pallas amavit C. 

> 82. Sic ait. At pueri lumina nox pepulit P. 

Sic ait: at pueri lumina nox operit C. 

> 125. Plurima Boeotis Gracula, plurima Cadmo P. 

Plurima Thebanis oracula: plurima Cadmo C. 
» i32. Soli luppiter hoc tribuit P. 

Namque illi luppiter hoc tribuit C. 



— 440 — 

come è dimostrato da varii passi della sua traduzione, per 
esempio da quello del verso Sy deir inno a Diana, dove, 
traducendo egli cum Phoebo iunctim, riproduce non già il 
testo che non fa menzione di Febo, ma lo scolio Koivfl ò^ 
(Toi KQi Tip 'AttóXXwvi; da quello del verso i6i dello stesso 
inno, in cui il semplice nome proprio GeioòófiavTt è tra- 
dotto: Dryopinn ductori Thiodamanti, tolto dallo scolio 
BacTiXeùg ApuÓTiiuv 6 deioòdfiaq; e da altri simili. 

La traduzione poetica del Della Croce non è senza n^^' 
rito. Evidentemente era questi assai dotto nelle lettere 1 ^' 
tine, un po' meno nelle greche. Non aveva l'eleganza c^^^ 
Poliziano, ma sentiva e si sforzava di rendere, talora n^^==^^ 
senza fortuna, la bellezza dell'originale. Nella traduzio :^^ 
deirinno V, V imitazione del Poliziano è manifesta, bene _*^ 
non di rado il Della Croce se ne scosti, come nel ntxny. — *'' 
mento della lacuna del verso i36 che è diverso e mìglio- re 
di quello del Poliziano. Si compari : 

Poliziano : 

Vertex lovis omnia nutu 

Perfidi ; et natae prorsus idem licitum est. 

Della Croce: 

Sed verter lovis: is frustra ut nihil annuii unqua^^^^ 
Sic huius 7ion sunt irrita signa deae. 

Non sono indegni di Callimaco versi come i seguent ^' 
scelti, è vero, tra i migliori della traduzione Cruciana del 
l'inno III, V. 26-27: 

Haec effata patris tenfat tractare puella 
Barbam: ac saepe manus frustra tendebat inanes. 

e i V. 48-60 che descrivono il lavoro dei Ciclopi, ma co 
un po' di parafrasi al testo : 

Candentem massam crebris tinnitibus omnes 
Hi circum stabant: opus admirabile namque 



— 441 — 

Urgebant properi tundentes aenea latra 
Neptuni ut possent aptae potare quadrigae. 

I tre esametri greci sono qui diluiti in quattro. La scena 
di Mercurio che tinto di carbone si finge Ciclope per spa- 
ventare le disobbedienti bambine delle Dee, è quasi altret- 
tanto graziosa nella traduzione che nel testo: v. 68 sg.: 

Tutte e peìietralibus unus 
Mercurius prodit carbone interlitus atro: 
Ac pueram subito exterret. Trepida illa parentis 
Confugit in gremium ac dextram praetendit ocellis. 

Nessuna lingua può rendere con pari efficacia il verso greco 
247 che rappresenta il trambustio delle Amazzoni danzanti: 

ai òè nóòccraiv 
OuXa KaT6KpoT(iXt2[ov, èTreipócpeov òè cpapérpai. 

Pure la traduzione Cruciana, più concisa, non è senza 
efficacia: 

Saltantes pedibus crepitant pharetraeque sonabant. 

Daccanto a questi bei versi ce ne sono dei mediocri e anche 
dei cattivi -, e non manca neppure qualche sbaglio di in- 
terpretazione. Esempii: Inno III y. 12 XetvuiTÓv cultam ; 
33-34 Tp\? òéKo altera ab undecimis invece di triginta; 
74 ÒTrnfjpia servantia luminis usum; 84 inoviòv bàKoqfera 
invece di aper; 109 Ceraunia saxa invece di Ceryneia, ma 
questo è un errore del testo di cui si servì il traduttore-, 
i36 nÓTvia, xaiv Ax\ |ièv è^ioi cpiXog oaxig (ìXT]ef|q ille mihi 
faveat quam tu, dea^ legeris unum invece di de eis sit 
quicumque est mihi amicus verus ; 179 KepaeXK^eg aratrum 
et tractare doctae cum cornibus altis invece di curvicornes. 
Inno V: V. 3 8 Geóg cfliuKoq ^^jiex armaiaque diva superbi t ; 
80 TÒv òcpGaXmbg oÙKéT à7roi(j6)Li€vov huc non abiture invece 



— 442 — 

di ociilos non amplius deportaturum ; loo Kpóvioi . . vó^oi 
leges lovis invece di Saturniae leges; i33 narpiiita irdvra 
cpépeaGai quaecumque optaret , haberet invece di patema 
omnia ferrei. 

Alla traduzione il Della Croce aggiunse parecchie anno- 
tazioni. Ma queste si riferiscono quasi unicamente alla mi- 
tologia e alla geografìa, e sono in parte tolte da Pausania, 
Strabone, Snida, e in parte dagli scolii antichi su Callimaco. 
Una seconda edizione della traduzione del Della Croce fu 
fatta in Bologna nel i5og, come appare dalTiscrizione: 
Impressimi Bononiae per Benedictum Hectoris. \ Sog. 

Occorre appena citare la traduzione in versi latini degli 
inni a Giove e ad Apolline di Giovanni Lonicer, comparsa 
a Basilea nel i533. Ma deve essere qui ricordata quella 
dell'inno a Diana, pure in versi latini, di Francesco Flo- 
rido Sabino, pubblicata nel 1 540 e accolta poi nelPedizìone 
di Callimaco del Vascosan del 1649 e in altre posteriori. 
Il Sabino si è valso della traduzione Cruciana, senza farne 
una migliore. La sua traduzione ha però qualche passo fe- 
lice, come p. e. dove ÒTTrfipia si rende, non alla lettera ma 
non senza grazia, per prò pulchris mimerà ocellis. Alcuni 
errori della traduzione Cruciana sono qui corretti ; altri ri- 
mangono e ve ne sono alcuni nuovi; p. e. Ili 12 Xervurróv 
tradotto pulchram ; i3 teneras invece di tripudii socias; 
33-34 ^^'' decemque invece di triginta; %^ parva . .fera 
invece di aper ; \)b leporem fugacem ìnwecQ di leporem non 
conniventem ; 100 \xi'xa ti xpéoq gratum Ubi invece di magna 
res ; loy Carneius invece di Ceryneius (errore del testo)*, 
1 26 KeipovTai òè tepovrcg ècp' ulàaiv cimi senibus pereunt 
nati invece di tondent se senes super jiliis ; al verso i3ó 
si ripete Terronca traduzione mihi carus sit quem tu, dira, 
fovebis. I versi 2i3-22o sono una mediocre parafrasi. 

Francesco Robortelli (n. i3i6 -|- 1367) fece degl'inni di 



- 443 — 

Callimaco la prima traduzione letterale in prosa latina che 
si conosca, e la inserì nell'edizione Veneta del i555, di cui 
si è parlato a suo luogo. Questa traduzione è in generale 
abbastanza esatta, in alcuni luoghi anche felice. Ma gli er- 
rori d'interpretazione non mancano, come nei seguenti 
esempii, estratti dagl'inni III e V: III 2 XaTuiPoXiai è tra- 
dotto leporum agita tiones ; 7 7roXuu)vu)Li(T]v inclytum nomen; 
12 Ka(vu) consequar; 29 Kaxappéluiv comprobans , 33-34 "^9^^ 
òéKtt tredecim; 55-56 &t\\xa qpucJàujv tinnitus aiihelitumque ; 
64 où v^|Li€(Ji^ non Diaìia ; 89 TOKàòcg Kuveg catuli canum; 
95 ^ùovTa co'éunte ; 1 26 Keipoviai satiant voracitatem ; 
1 79 KcpaeXKécg assuetae cornmim vinculis ; 209 KeqxiXou 
(nome proprio) caput ; 243 tva TrXrjcxaiucnv ó^apxq quando 
aggregai ae fuerint deinceps; V 3 eCxuKoq bene compia; 
2 5 Xiià XaPoTcra tenuia conficiens; 66 vufiqpav sponsarum; 
122 fi lièta certe hoc magnum est. Al v. Ili 17 KOinéoiev è 
tradotto comant come se fosse scritto Ko^doiev ; al v. 23o 
^eiXiov è reso per ex malo confectum come se il testo avesse 
un ignoto Mi^Xiov da |iT]Xéa o fiiiXeiT]. I versi 14 e i5 del- 
rinno III non sono tradotti, colpa probabile dello stampa- 
tore e delTomeoteleuto. 

Prossima alla traduzione del Robortelli è quella di Nicola 
Goulu (in latino Gulonius) inserita nell'edizione Callimachea 
di Bienne del 1574. Goulu era genero di Giovanni Dorat 
(in lat. Auratus) e fu, come lo suocero, professore di greco 
al Collegio di Francia. Era nato presso a Chartres nel i53o 
e morì nel 1601. La sua traduzione in latino degl'inni di 
Callimaco è letterale, come quella del Robortelli della quale 
egli profittò. Ma è più corretta. Di questa traduzione dice 
l'Ernesti : etsi non ubique asseqiiitur graeci textus sensiim, 
tamen miiltis locis accnratior est Frischliniana, I casi in 
cui il Goulu non consegue il senso del testo greco non sono 
rari, come in questi esempii tolti dagl'inni III e V: III 14 



— 444 — 

à^iTpouq innuptas : 3i i^i\r\\iò<^ prompta ; 56 (Ttóvov ^re- 
mitum ; loo xp^o^ debitiim ; l'jy eiriv ò' aùió^ sim quoque 
ipse verax; 179 icepaeXKée^ cornipotentes ; 212 8oà suos; 
256 fJXiTcv de spe decidi t. V 3 euiuKoq bene ornata ; 5o qpop- 
Paiojv Phorbaeis ; 84 àimixavia mali difficultas. 

Più fortunata di queste due, benché non di molto supe- 
riore in merito, fu la traduzione latina letterale in prosa di 
tutti gl'inni fatta da Frischlin, che la inserì* insieme cor^ 
altra sua traduzione latina in versi, nella seconda edizioiv^ 
Stefaniana del 1577. Nicodemo Frischlin era nato n< 
Wiirtemberg nel 1647, fu professore a Tubinga, e mo: 
nel 1 590, cadendo da una finestra, mentre tentava evader 
dalla fortezza di Aurach, dove era stato incarcerato p( 
ordine del duca di Wiirtemberg, da lui offeso. La tradiz::- 
zione in prosa latina del Frischlin qua e là successivament :== 
corretta, fu accolta in tutte le susseguenti edizioni di Cai 
limaco, anteriori a quella delPErnesti, per modo che si pu^cs 
essa dire la traduzione vulgata. Degli errori e delle inesat — 
tezze che vi si trovano sono qui dati alcuni esempii tolti 
dagl'inni III e V: III 2 XariwPoXiai retia; 3 àfuicpiXacpri^ 51/^ 
arboribiis ; lóèvòpo^iòaq vestes villosas ; 33-34 ^pì? hi^a 
iredecim {ma nella traduzione in versi ter denas)\ io3fTaq)6C 
immisisti canes ; 126 Kcipoviai tnicidantur ; i36 tuiv Ax\ 
^èv è^oì cpiXoq ócTti^ àXriGriq ^/7 mihi aliorum quidem amicus; 
160 àÒTicpaTiTi? inediam; 190 euaKOTTov circumspectam, V23 
Xiià vi li bus; 32 Xmapòv tener uni. 

La traduzione poetica del Frischlin è inferiore in merito 
alla prosaica. Oltre agli errori in parte riprodotti dalla ver- 
sione in prosa, vi sono nell'interpretazione poetica omessioni 
e aggiunte non giustificate che dalla cattiva ragione di render 
più facile il metro, e vi è poi un continuo abuso di para- 
frasi. Ecco alcuni esempii: III 2 ùjiivéoiLiev laudibus ornamus; 
8 ^a è omesso -, 11-12 x^Tuiva loivvuaOai Xctvujtóv longam 



— 445 — 

picto clamydem circumdare limbo; 14 djiiiTpou^ castas ; 
41 K€KOfiTi|Li^vov uXr) omcsso *, 5o Itt7T€ìtiv omesso; 64 où v^- 
\x^O\% nec res indigna haec nymphis ; 76 èK fietdXou e ri- 
gido: 84-85 lioviòv òdKoq fi TI KcXiupov Onpiov grandem... 
immanemque feram ; il v. i36 anche qui è sbagliato: quis- 
quis erit vir candidus, is sii amicus. Diva, ini hi ; 143 àKa- 
Kr|(Tioq omesso ; 1 68 ècp* ^òpnv omesso; 1 79 KepaeXK^eq omesso; 
243 iva TrXrjCTCTiwaiv óinapTrì quum densae matres glomerantiir 
in orbem. V 2-3 ifiv ittttiuv òipii (ppuaacTOjLievav lav Upav 
èadKouaa nam sacri praeteraguntur equi; audivi fremititm; 

3 Ktiì à Geò^ euTUKO^ ?pTT€i Pallasque huc proripit ipsa ; 

4 EavGai coma insignes ; 8 rctTev^iwv terrigenis coelesti a 
limine pulsis ; 25 Xiià . . xpiMct^a medicamine vili ; 27 Kuipai 
nuptae; 45 fif) pdTrreTe ne tingile membra; 56 ^u0oq ò'oùk 
èjbióq, dXX' éi^piuv haud Jicta, at longo tempore nactajidem; 
82 TTaiòòq omesso; 91-92 òópKaq òXéaaa^ Km TrpÓKaq où ttoX- 
Xà^, (pdea Kaibò? fx^*? ''^^" lumine coecas, nec damis alias 
nec metuenda capris. 

Sono scusabili gli errori procedenti dalla lettura di testi 
difettosi, come pure si spiegano facilmente e vanno in certa 
misura perdonate le inesattezze, le omessioni e le parafrasi 
in una traduzione metrica. Tuttavia, per quanto spetta al- 
l'inno V, questi stessi difetti sono meno scusabili in chi 
aveva dinanzi agli occhi la traduzione del Poliziano, la quale 
tanto più risalta quanto più si compara con tutte quelle 
che vennero dopo. 

Enrico Stefano, nella citata edizione di Callimaco (1577) 
non volle defraudare i lettori della sua doppia traduzione 
in versi latini dell'inno a Giove. Una di queste traduzioni 
è letterale (cosi almeno dice lo Stefano), l'altra è perifra- 
stica. L'illustre editore fece qui prova, come al solito, d'in- 
gegno, di erudizione classica e di facilità nel maneggiare il 
verso latino. Ma l'aver fatto due versioni dello stesso inno 



— 446 — 

è prova che una almeno non pareva soddisfacente allo stesso 
traduttore. Il vero è che lasciano molto a desiderare en- 
trambe. 

Bonaventura Vulcanio inserì nelPedizione da lui fatta di 
Callimaco nel 1584 una sua versione in esametri latini 
degl'inni I, II, III, IV e VI. Ebbe il buon gusto di met- 
tere la traduzione dell'inno V del Poliziano, invece di una 
sua propria. La sua versione dell'inno III è un rifacimento 
di quella del Sabino, che corresse in molti luoghi, come: 
v. 33 ter dena; 84 Molivagus aper; 96 indocilem nictus 
leporem ; 126 et tonsi lugent natos patres; i36 horum 
ego de numero, dea, sim; sit quisquis amicus est mihi 
sincerus; 24? Palladis arte. In qualche passo però il Vul- 
canio fu meno felice del Sabino. Se si deve giudicare dalle 
lodi profuse dai dotti contemporanei alla versione latina del 
Vulcanio, questa ha dovuto essere assai gustata ai suoi 
tempi. Come saggio di quelle lodi si leggerà forse con in- 
teresse il seguente tetrastico greco, di cui è autore un lo- 
hannes Esycliius Bremensis: 

Tetrastichon de lavacro Palladis. Ad Vulcani uni. 

'ApT€iTiv T^iivujq *H<pa(<TTi€ ITaXXdb' éi&paq 
*AXX* l\im\c, àpXapfiq xàv paaiXeiav tòeq, 

PuujLiaiKui^ TTopà aeio jiiaGev Geà xaXòv dciòeiv, 
T oùv€k' àmmoaùvTiv ioix xap\CCa\xivx\. 

Giovanni Checozzi, Vicentino (n. 1691 \ i756), si av- 
venturò a tradurre di nuovo in distici elegiaci l'inno V sui 
lavacri di Pallade, già con tanta fortuna interpretato dal 
Poliziano. Il tentativo, che fu accolto nell'edizione Eme- 
stina del 1761, non ebbe gran favore, eccetto che presso 
Ugo Foscolo, il quale si lasciò sfuggire la straordinaria af- 
fermazione che la versione del Checo:{:{i avanza quella del 



— 447 — 

Poliziano ed adegua V originale (i). La versione del Che- 
cozzi è spesso inesatta, talora infedele, e non compensa poi 
questi vizii con pregi che li rendano scusabili. 11 difetto è 
reso particolarmente spiccante dalla mirabile fedeltà della 
versione del Poliziano. Già nel primo verso il Checozzi tra- 
lascia òcraai e Ttacrai ; al 3 xal à Geo? efiruRoq ?p7r€i, che Po- 
liziano aveva insuflficientemente tradotto ipsa venit, è ancora 
peggio interpretato da Checozzi nec abest longe Dea ; V €u- 
TUKO^ manca nelle due versioni. Nel v. 4 Ch. copia Poi. 
Al 5 e 6 Ch. ha: 

Fortia non Pallas perfundit membra priiis qiiam 
Coeno sordentes terserit alipedes. 

Poliziano invece con maggior fedeltà, e più eleganza : 

Non prius ingentes lavit sibi diva lacertos 
Ilia quam abstersii pulvere cornipedum 

dove sono rappresentati, come nel testo, i fianchi polve- 
rosi dei cavalli. V. i3 a i5 jiiupa unguenta è tradotto 
myrrham da Ch. Nel distico 27-28 Ch. fa concordare Kpaiiov 
con ^óòov mentre Poi. lo fa concordare con fpeuOo^. Al v. 29 
il marem oleum di Poi. diventa olei vim in Ch. Al 56 Poi. 
ha esattamente : non meus Ine sermo sed alterius ; Ch. in- 
vece; non mea, sed quae mi fama reportai anus. Al 57 
Ch. ha: pulcìierrima nympha, dove pulcherrima è di troppo. 
Il 66 di-Ch. è copiato testualmente da quello di Poi. I 
versi 57-93 di Ch. sono una parafrasi stentata; e così i 
versi della fine. In uno o forse due luoghi la versione di 
Ch. sembra gareggiare con quella di Poi., come nel di- 
stico 3i-32, che in Poi. è: 



(i) UF osco lo, Commento al v. 77 della Chioma di Berenice. 



i'^ - f-.. 



— 448 — 

Ferie etiam solido ex auro quo pectine crines 
Explicet et piuguem caesariem dirimat. 

In Ch.: 

Adsit et ex auro pecten quo fingere crinem 
Gaudeat et nitidam pectere caesariem. 

Tuttavia in nessuna delle due versioni è bene espressa 
ridea del nettare i capelli che è nel greco aixaaa\iéya. 

Tralasciata la traduzione in esametri latini delPinno II, 
di Lorenzo Santenio, pubblicata a Leida nel 1780 (1), ri- 
mane ad accennarsi la versione latina letterale in prosa di 
sei inni di Giovanni Augusto Ernesti, che accompagna la 
nota edizione di Callimaco, comparsa pure a Leida, nel 1761, 
della quale è stato precedentemente discorso. L' Ernesti 
emendò molti errori della versione prosaica del Frischlin. 
Contribuì così a volgarizzare la retta interpretazione del 
testo. Tuttavia la traduzione Ernestina non è scevra d'ine- 
sattezze. Se ne citano qui alcune tolte dagl'inni HI eV: 
III 5 KoupiCoucTa è tradotto parvula, 36 òia^CTpTJcJacyOai ^^- 
dificandas, loi ^eXaMipricpiboq scruposiy io3 iTacpeq vidisii, 
j 5 1 àaTraipovia singultantem, 1 84 Xifirjv lacus, 2 1 5 ^co^ 
amasti. V 3 efiiuKO^ bene ornata, 5 ^cTÓXiwg divinos. 

VI. Traduzioni italiane. Prima per data, fra le tradu- 
zioni italiane a me note, è quella in versi sciolti dell'inno V 
sui lavacri di Pallade delf abate Antonio Conti (n. 1677 
71749), che è inserita nelle Poesie e prose di questoau- 
tore, pubblicata a Venezia nel 1739. I 142 versi elegiaci del 
testo greco sono volti in 180 sciolti italiani. Non mancano 



(i) Callimachi hymmis in Apolli fieni, cum emendationibus ineditis 
Lud. Casp. Valckenarii et interpretatione Laur. Santenii. Lugduni 
Batav., i7?9. 



-^ 449 — 

in questa traduzione i buoni versi, ma i mediocri sono in 
maggior numero. E vi sono pure sbagli d'interpretazione, 
come nei versi: 91 O Dea per poco comprasti assai 
dove è riferito alla Dea ciò che deve riferirsi al monte Eli- 
cona ; 107 Cadmeis^ la figlia di Cadmo, si traduce dai 
Cadmei; 109 àpaxàv pubere, è tradotto senza mente 
come se àpaiàv = i^Ptittiv corrispondesse al latino hebetem. 
La prima traduzione italiana ch'io sappia di tutti gl'inni 
fu tentata da Anton Maria Salvini, e fu inserita nell'edi- 
zione Fiorentina di Callimaco del Bandini del 1763, già 
citata a suo luogo. G'inni vi sono tradotti in versi sciolti, 
che hanno qui, come nelle altre traduzioni poetiche di questo 
scrittore, i pregi e i difetti delle poesie Salviniane; pregi e 
difetti che si possono cosi riassumere : buona lingua eversi 
cattivi. Il Salvini segue anche in questa traduzione la sua 
ben nota tendenza alle forme plebee e a voci curiosamente 
composte, delle quali possono fornire esempio le seguenti 
citazioni: III 2 ed i colpiri delle lepri, 16 gli scar- 
pini (di Diana), 204 O regina.. bello echio, 212 i 
turcassi - capifreccia, 225 O veneranda Molti- 
tempia e Molti-Città, 246 e alla Giudicatura Be- 
reci.nzia. V 10-11 E delle bocche mangiafren la 
spuma, 43 Minerva. . d'aurea berretta, 45 Donne 
portacqua. Per significare che Diana più volte stese 
le mani invano, al v. Ili 27, Salvini traduce alla greca, 
ma non all'italiana E molte mani indarno a lui ne 
stese. Ci sono poi anche inesattezze e sbagli. Non cito 
esempii di cattiva versificazione. C'è imbarazzo nella scelta. 
Con tutto ciò la traduzione del Salvini, che non è poi nem- 
meno concisa (38 1 e 187 versi italiani contro 268 e 142 greci 
per gl'inni III e V), non è priva di un certo sapore pae- 
sano che rende la lettura dei suoi versi non solo facile, ma 
divertente. 

lifvista dt filologia j ecc. XX. 20 



— 450 — 

L*inno \\ sui lavacri di Paliade, che è tra tutti il più 
geniale, fu anche quello che trovò maggior numero d'inter- 
preti nella nostra lingua. Girolamo Pompei nel 1 770 e la- 
bate Antonio Cesari nel 1 7S8 pubblicarono ciascuno una 
traduzione italiana di questo inno, il primo in terzine irre- 
golari, cioc col verso di mezzo non rimato, il secondo in 
terzine regolari . i >. Se sì tien conto della difficoltà del metro 
scelto, *e due traduzioni, malgrado qualche inesattezza, non 
sono senza pregio. Quella del Cesari è un po' migliore e 
più concisa [10? versi contro i 2 1 1 del Pompei). 

Giuseppe Maria Pagnini, Carmelitano, tradusse in sciolti 
i:aliani tutti i sei inni di Callimaco, non senza eleganza. 
La sua versione orna la magnifica edizione, in doppii carat- 
teri, degl'inni greci di Callimaco, uscita dall'officina Bodo- 
niana di Parma nel 1702. Come nelle altre sue traduzioni, 
il Pagnini si mostra in questa versitìcatore abile e armo- 
nioso, e interprete abbastanza fedele. E anche, fra i tra- 
duttori italiani, eccetto !o Sirocchi, il più conciso ^36i e 
:bb versi per gi'inni ili e V . 

Malgrado questi suoi meriti di fedeltà e di accurata ver- 
s ncazione. la traduzione .:ei Pagnini, nelle preferenze del 
pubblico itjliAno do\e:te cedere il posto a quella, assai 
meno fedele, ma più concisa, più vigorosa e più originale 
di Dion:,;; Strocchi. È questa in terza rima. Fu inserita 
nella raccolta degli Erotici greci che si pubblicò in Pisa 
Jal : >'. ? a. . >>c'3. e fu separatamente stampata a Milano 
nel :^'. r. Ebbe dì poi parecch e -ristampe. Il traduttore, 
co-:ret:L> Jalla r ma. ha dovjro assai spesso ricorrere alla 



I .V:* i j e j •: 7 : »: : r J 5 torjl: ci sltre rime diverse dì G i r o 1 a m 
Pr.Tsrei, jer.tilur.T.j .'ercr.ese. 5: Jii^iun^ono alcuni suoi votga^i^ 
zùnier.:: ja' z'tzz. Ir. Verrr.a. Mcror.i, i — 0. — L^ Batracomiomachia 
.: jr::'-r. v z.zirizz^'.i là A n t : r. : L à v a •: n o 1 i. Si aggiungono due 
t.i^ii d: »"i.':r-.àc: v:.^j:r:2Zùté Ja altro Veronese ACesari). Io 

^* ^*fl«d« «^.maA. «4*4^* *■ • I ■ 



' X N 



~ 451 - 

parafrasi, ora aggiungendo, ora mutando, ora togliendo. Ma 
insomma questa traduzione è opera d'arte, e il modo con 
cui il concetto Callimacheo risalta fuori dalle strettoje della 
terza rima appare veramente mirabile a chi sappia rendersi 
conto dell'estrema difficoltà di tradurre in simili condizioni. 
Alle cifre dei versi greci degl'inni g5, ii3, 268, 326, 142, 
1 39 corrispondono quelle dei versi dello Strocchi 109, i36, 
$25, 391, 148, 175. 

L'inno I a Giove fu tradotto in sciolti da Ottavio Morali, 
e la traduzione, pubblicata a Milano nel 1807, fu dedicata 
all'imperatore Napoleone I. È meritamente dimenticata. 

Non è molto più degna di ricordo la traduzione in sciolti 
di tutti gl'inni fatta da Bernardo Bellini e stampata a Como 
nel 1816 (i). Essa fu condotta, non già sul testo greco, 
ma sulla versione latina dcirErnesti, come appare da varii 
luoghi, e segnatamente dal v. Ili 100, dove aKaipoOcraq 
{saltellanti cerve) è tradotto lussureggianti dal Bellini 
che franiende il lascivientes dell'Ernesti. Le inesattezze e gli 
errori sono perciò frequenti; e la versificazione è più che 
mediocre. Il Bellini diluì i 268 esametri dell'inno III e i 
142 elegiaci del V in 393 e 180 sciolti italiani. 

L'inno III e il V furono pure tradotti in versi sciolti da 
Antonio Bevilacqua, e le traduzioni furono pubblicate, 
quella dell'inno III a Vicenza nel 1862, e quella del V a 
Padova nel 1 836, entrambe dopo la morte del traduttore (2). 
La prima comprende 383 sciolti, la seconda 177, per lo 
più mediocri, né sempre immuni da errori (3). 



(i) Traduzione dei poeti classici greci in verso italiano di Ber- 
nardo Be 1 1 i n i, ecc. Como, 1^16. 

(2) Per le nozze Donà-Marzari. Vicenza, Longo, 1862. — L'inno 
di Callimaco al lavacro di Pallade recato in versi italiani da Antonio 
Bevilacqua, pubblicato per le nozze Muzani-Gabrieli. Padova, tip. 
della Minerva, iS36. 

(3} Per esempio, ai vv. 189-90 III, il traduttore interpreta per due 
persone distinte fopTuviba e BpiTÓuapTiv. 



— 452 — 

Ultima in data (a mia notizia), ma non in merito, è la 
traduzione dei sei inni in sciolti di Giuseppe Arcangeli, de- 
dicata a Giovan Battista Nicolini, e stampata a Firenze nel 
1845 (T;. I versi dell'Arcangeli possono contentare i più 
diflBcili, e la lingua è eccellente. L'interpretazione in gene- 
rale è buona. Manca però talora di precisione e sempre di 
concisione. E contiene anche qualche errore (come ai versi 
i3ó, i37 dell'inno 111). L'Arcangeli non si preoccupò punto 
della recensione del testo. Pigliò quello dell'Ernesti ; e nelie 
poche note che aggiunse alla traduzione non esaminò verun 
luogo dubbio, né alcuna voce greca controversa. Alle cifre 
dei versi del testo o5, 11 3, 268, 326, 142, 1 39 corrispon- 
dono nella versione dell'Arcangeli le cifre dei versi ita- 
liani 142, 159, 366, 426, i65, 179. 

VII. Da quanto precede il lettore avrà potuto rappre- 
sentarsi la varia fortuna che incontrarono gl'inni di Calli- 
maco nelle trascrizioni, nelle stampe e nelle interpretazioni 
sì in latino che in italiano. Ma dell'indole e del valore di 
questa poesia non si è detto ancor nulla. Né se ne dirà 
molto (2). Lo scopo del presente scritto è di far conoscere 
sommariamente il lavoro di trasmissione, di recensione e 
d'interpretazione del lesto di Callimaco, e non già di farne 
la critica, e di emettere particolari opinioni sull'opera del 
poeta. I giudizii sopra Callimaco degli antichi autori greci 
e latini, che possedevano tutti gli scritti di lui, e non sol- 
tanto le poche reliquie giunte fino a noi, non sono molto 
concordi. Callimaco fu celebre presso i Greci dell'epoca 



( I ) Jtini di Callimaco iradotii da Giuseppe Arcangeli, Fi- 
renze i8^3. 

(-i) Chi voglia studiare la poesia di Callimaco e in generale \à 
poesia Alessandrina, troverà una guida esperta nel libro di Augusto 
Couat, La poesie Alexandrine sous Ics premier $ Ptolémées, Paris, 
18S2. 



— 453 — 

Alessandrina e presso i letterati Romani. Ebbe criticr severi 
e anche nemici fra i . primi, e moderati lodatori fra i se- 
condi. Apollonio, Severiano, Polliano, Fozio, Eunapio e 
altri, citati in Blomfield (Cali. 328) e in Meineke (pref. xix), 
non lo tengono in conto di grande scrittore. Ovidio gli con- 
cede Parte, non l'ingegno : 

Quamvis ingenio non valet, arte valet (i). 
Lo dice impari all'epopea: 

Callimachi numeris non est dicendus Achilles (2). 

Anche Properzio gli nega la potenza del fiato che fa suonare 
la tromba epica : 

Sed neque Phlegraeos Jovis Enceladique tiimiiltus 
Intonet angusto pectore Callimachus (3). 

Loda tuttavia la sua semplicità e desidera essere suo seguace 
€ imitatore. Ovidio lo pone fra i poeti erotici da leggersi 
dagli amanti, e da non leggersi da chi vuol guarire dalPa- 
more (4). Entrambi i poeti latini, in queste testimonianze, 
accennano ad elegie perdute*, giacché le loro allusioni non 
possono applicarsi solo agl'inni. Né la versione Catulliana 
della Chioma di Berenice può fornire una giusta idea di 
ciò che dovevano essere quelle elegie che Properzio imitava 
e che Ovidio sperava o temeva così propizie agli amori. 
Maestro nell'epigramma è consideralo da Marziale, giudice 
competente, il quale però qualifica le Cause (una delle prin- 
cipali opere perdute di Callimaco), come poesia d'inutile 
dottrina (5). Gl'inni mostrano nell'autore, in mancanza di 



(i) Ov. Am. i i5, 14. 
(2) Ov.Rem. Am. 3Si. 
(3} Prop. II 1, 39. 

(4) Art, Am, III 329. — Rem. Am. 759. 

(5) Mari, I, V 9 sg. 



— 454 — 

una fede ben viva, una venerazione, esterna se si vuole, 
ma apertamente confessata, per la sua religione, e un animo 
grato verso i suoi re, da cui ebbe accoglienza e protezione. 
E in questa gratitudine, o per meglio dire nelle lodi da 
essa inspirate, il poeta fu piuttosto largo che parco. Alla 
memoria dei Tolomei giovò singolarmente la protezione da 
essi data alle lettere e alle scienze. La storia e la poesia 
preferiscono ricordare i meriti di quei re verso i dotti e i 
letterati, anziché le loro iniquità. Callimaco non era uno 
stoico. A Giove chiede la virtù, ma insieme colla virtù, la 
ricchezza ( I )•, e vuole stare prudentemente lontano da chi è 
in ira agli Dei (2). Però la sua musa non è disonesta né li- 
cenziosa. La Chioma di Berenice èia glorificazione uf- 
ficiale dell'amore conjugale. I difetti di Callimaco son quelli 
dei suoi tempi e della sua scuola. La sua poesìa é spiritosa, 
arguta, ma talora oscura; manca di convinzione, e non è 
animata dal sentimento patrio. In essa la scienza pigliò il 
posto deirinspirazione. La religione vi é senza fede. La pas- 
sione superficiale. Sull'una e sull'altra aleggia lo spirito di 
scetticismo che prelude a nuovi tempi. La sobrietà, la pro- 
porzione, la grandezza semplice, la sincerità dell'antica 
poesia greca fanno luogo a qualità di altra natura e spesso 
ai vizii contrarli. Ma in Callimaco vi é uno studio singo- 
lare di eleganza," di simmetria, e di armonia nel verso; e 
vi sono poi imagini spesso graziose, tolte dalla vita dome- 
stica, che hanno dovuio rendere la sua poesia gradita al 
pubblico non meno che gustata dai dotti. Colla perdita della 
maggior parte delle sue opere, riesce ora impossibile il giu- 
dicare csatiamcnie di tutte le sue qualità di scrittore e di 
poeta. Egli fu uno dei più efficaci innovatori della poesia 
greca, e da lui procede principalmente la poesia amorosa, 

(i Hym. I (j5. 
(2j Uym. VI 117. 



— 455 -^ 

la poesia del romanzo, che occupò poi e occupa tuttavia 
tanto posto nel mondo. Ma appunto la parte delPopera di 
Callimaco che produsse un tale rinnovamento, è quella che 
ci manca. L'elegia sopra Aconzio e Cidippe, sul di cui 
stampo si modellarono poi tanti romanzi di amori contra- 
stati, non ci sarebbe nota che per qualche mutilo fram- 
mento, se Ovidio non l'avesse imitata, e se uno scrittore 
greco dell'epoca Bizantina, Aristeneto, non l'avesse ripro- 
dotta in prosa. Il racconto dell'avventura di Tiresia, nel- 
l'inno sui lavacri di Pallade, è il più bello squarcio che 
rimanga della poesia Callimachea, e si può anche dire, se 
si eccettua qualche idillio di Teocrito, di tutta la poesia 
Alessandrina. Questo racconto, e quello, pur esso caratte- 
ristico, su Erisittone nell'inno a Cerere, assai più che le altre 
sue reliquie, possono darci una qualche idea delle migliori 
qualità del poeta, del suo modo di trattare un soggetto e 
della euritmia dei suoi versi. 

Gli umanisti del quattrocento e del cinquecento, e gli 
ellenisti di ogni tempo ebbero una speciale predilezione per 
questo poeta, nel quale se non cercavano il genio Omerico 
o la potenza di sentimento dei tragici greci, trovavano però 
l'arte squisita di verseggiare tanto apprezzata da essi. E 
singolare testimonianza di onore per lui l'aver avuto per 
primi interpreti Catullo e Poliziano. E il numero conside- 
revole di eruditi e di poeti di valore, che si affaticarono di 
poi intorno al poco che di lui ci rimane, è una prova della 
specie di seduzione che la sua poesia esercita sullo spirito 
di chi sa leggerla. 

E. questa seduzione sarà anche la principale scusa del 
presente lavoro. 

Luglio 1891. 

COSIANTIN'O NiGRA. 

(Continua). 



- 456 — 



IN ARISTOTELEM ET HERODAM 

ANIMADVERSIONES CRITICAE 



I. 



Cum primum ad me periata est commentarli aristotclei de 
Atheniensium republica prima illa editio a F. G. Kenyonc pa- 
rata, volumen avide appetens, attente perlegens satis multa in 
prima operis parte conieci, quorum haud pauca, ut par erat, 
staiim in diariis praeseriim anglicis, quae tunc plurima de 
libro aristoteleo fcrebant, occupata inveni. Supercrant quac ab 
aliis nondum occupatac cssent, coniecturae mcae nonnuUac, de 
quibus edcndis cogitabam. Scd emcndationum aristotclearum 
mole undecunque in dies crescente, ad cphemeridas evolvendas 
ipse piger, aliorum animadversiones recinei*e fastidiens, quac 
excogitaveram neglexi, et laborioso doctorum dianorum spici- 
legio Herodae carminum tunc erutorum lectioncm iucundissi- 
mam anteposui. Cum vero insequenti tempore germanicac Kai- 
belii et VVilamowitzii, batavae Leuwenii et Herwerdeni editionis 
ope elTcctum esset ut cum eorum tum aliorum coniecturas un- 
dique collectas, minimo labore utilitate maxima, uno obtutu 
conspicere inter se comparare perpendere possemus, in mcntem 
venit coniectanea illa ex scriniis meis depromere, ut si aliqu^^ 
inesset quod adhuc ad Aristotelis librum supplendum vel ctncO" 
dandum faceret, cum aliis communicarem. Quid ? Plcraquc ab 
aliis et occupata et vulgata, velut cap. I, pag. i, lin. 2 (ed- 
Kenyo) [ol V€K]poi, nam p litteram legisse et mihi et aliis visutn 
est. — II, p. 2, 1. 6 t[oT<; tc] &\\o\q — XIII, p. 36, 1. 9 '^\ 
(tiùv) Tupàvvujv KaiócTTaaiv — XV, p. 43, 1. i tò t^TOvò^ [^^^ 
6ti où xpn] 6au^d2:€iv — XVI, p. 44, 1. extr. fji€tv€[v èv '^ 
ópxfl] collato XVII, 1. I et 4. — XXI, p. 53, 1. extr. post iP* 
XOVTOq lacunam statuendam esse censui, cuius sententia haec 
fere esse videbatur: TttUTTiv KaTé(TTr|a€ Tf]v KoXiTeiav — XXlH» 



— 457 - 

p. 66. 1. 5 là TToX€|i(iK>à àaKiLv — XXVII, p. 76, I. 11 roig bi- 
Ka(TT(Tipioiq), collato XXVII, p. 75, 1. 13. — XXIX, p. 8, 1. 14 
(TujUKpopàv (prò òiaqpopdv). — XXIX, p. 82, 1. 11; XXXVII, p. 97, 
1. 1-2 TÓvÒ€ (tòv) TpÓTTOV — XXXI, p. 87, 1. 5 ol &v (pro èàv) 
TeGoKnv — XXXIII, p. 9, 1. IO liKTGocpópov (prò fiiaOocpópiwv). 
Quare perpauca fuerunt quae novitatem haberent quaeque nunc 
tandem in lucem prodcunt ; perpauca quidem, eaquc vcl me 
ipso iudice incertissima. 

Pudet haec de me meisque rebus prolixius enarrasse, ab aliis 
edita recoxisse. Sed primum aegre tuli ad Aristotelis commen- 
tarium perpoliendum Anglos Angloamericanos Germanos Ba- 
tavos Gallos Graecos stipem contulisse, Italos, quod sciam, 
nihil id gcnus protulissc (i). Deinde adulescentes illos (de nos- 
tratibus loquor) qui seniores homines vel graviter admonuerunt 
ut admirationi tandem finem facerent, vel quod adniirationis 
modum excessissent castigaverunt, monitos volui nos pro vi- 
rili parte vocem iilam ex vencrandae antiquitatis penetralibus 
inopinate loquentem non modo admiratione et obsequio sed 
etiam meditatione et investigatione esse prosecutos. 

V, 2 Kttì TÒp èirriXauvev Kai irpòq éKaiépoug ùrrèp éKaTépiwv 
^dx6Tai. Ita Kenyo. Haec vestigia secutus conieceram koi fàp 
èK€Xauv€i (èqp* ÌKaTépo\q) Kal etc. Suspicabar enim verba ècp' é- 
Karépoi^ propter illud quod sequitur Trpòg éKaiépouq praeter- 
missa esse. Sensus esset: adoritur enim utrosque, utrosque de- 

fendit; nam alterum enuntiatum ita intellego: pugnai ut de/endat. 
Editores Leydcnses nihil Icgerunt nisi v medium inter verba 
Kai et TTpóq, Berolinenses KaiTCtpTToXi . . . exaiKampoq, « omnia 
fere piane incerta » esse adnotanies. Ego ne unam quidem lit- 
teram ex tabula phototypa expiscavi. 

VI, 4 6ti òè TOÙTTiv ?ax€ ifiv iEovoxav Td Te TTpdtMaia 

vocToOvTa jLie to Kal èv toT^ TroirJMaaiv aÙTÒq TToXXaxoO 

fié|Livr|Tai Kttì o\ àXXoi auvo^oXoToOai nàvieq, Kenyo dubitanter 
legit |i€T€KpoucTaTO, et hoc edidit. Conieci ^leipiuj^ lÌKécTaTO, 
quod cum fieT€Kpou(TaTO confundi potuisse et ad sensum ido- 



(1) Ceterum haec antiquitatis stucìia quae raaiores nostri auspicati sunt, 
quantum aetate nostra Italorum animos ad se convertant, ex hoc iudices. 
Aristotelis librum post tortiuiu diem quam Loodini edìtus est, accepi. De 
60 pauca scripsi ut res Italis nuntiaretur, et epbemeridi cuidam quae per 
hebdomadas evulgatur, obtuli. Post iutegrum meusem edita suut. 



-458- 

neum esse vidcbatur. Demonslratur cnim locu qui pracccdil 
(ou TÒp cìkò^ — TrXcoveEiav) potuissc Soloncm tyrannidem oc- 
cupare alque ita scse locupletare, sed qua praeditus crai mo- 
destia et equitate. popularibus simui nobilibusque invisum esse 
maluisse et civitatis salutem suae ipsius alienum usurpandi 
cupiditati praetulissc. Conseniiunt idcirco cuni supcrioribus 
cum vcrba 6ti òè TaÙTT]v icx^ Tf|V è£ou(Tiav. tum ea quac tcmp- 
lavi Tà T€ TTpdTfiaTa voaoOvia ^cipiuj^ r\KéoaTO. Adfirmat deinde 
Arisiotcles harum rerum testimonia in ipsis Soionis carminibus 
plus quam semel occurrcre: ncque falsus profccto est. Nam 
Sol»nis dieta de lyrannidc a se spreta, quac omncs norunt. 
quid iuvat recilcre ? I)c modestia vero sua Soloncm pracdi- 
canteni IMutarchus legit, ut nunc, nisi fallor, Aristotele duce, 
comperimus (Sol. W): TaOia toù^ TToXXoùq kqi q)auXou^ ircpì 
aÙToO Tr€TroÌTiK€ X€TOVTa^, où ^f^v àn\uaà\xeyó^ T€ thv rupavviba 
TÒv TTpaÓTOTOV éxpìiCTaxo TTpÓTTOv TOK TTpaY^iaoiv, oùòè |uiaXaKui( 
oùb' ÙTTCìKUJV ToTq òuvauevoic. oùbè Tipo? t)òovf|v xùiv éXofiévwv 
606TO Toù^ vóuou^* ÒXX' lì àpiCTOv fjv ouK tTir\jajey lo- 
Tpeiav oùbè KatvoTO^iav. cpoPn^tì^ ^if) auTX^'aq Travràiraai icaì 
TapciEaq Tf|v nóXiv àaGevcarcpog tévriTai toO KaraaTfìaai ttóXiv 
KQÌ CTuvapiLióaaaOat Trpòq tò fipicXTOv a òè kqì \éfw\ f\Kmli 
TT€i8ou€voi5 Km TTpood-fUiv àvaTKrjv ùiiOMevouai xpr\(SaaQai, 
TavT €TTpaTT6v. tùq (pr|(Tiv aÙTÓc. 

òuoO piìiv T€ KQi bÌKTiv Ouvapuóca^. 

Noni^v." ".arra: r!.:tai\:hi.> Sol'.'ncm ;:rincipaium rcspuisse, 
r.eqs:*: tanii:: rr.i.i'.itjr se >:c>si->j njque nobiiibus ncque popu- 
L-rircs i:: U-^ibu- si nr!e.-.z:< ir.JLilsi-S;^ (PiCulri igrilur parti ad- 
dic:u> ù:it, <5oi. ut Arì^t' :c!j- :-^i::ti:r. KOivó^ ncque ad ea 
^;:;:e sa::j e<<c:.t mec!iji' a:n .idh:^'..is^e. Modeste igitur medicina 
usi:s :?^t Solo u€Tpi05 Vii*. Ut Arist' 'reles certe cicìt (ouTUi 
uèipiov T€V€a6ai^ ;: là tti àruaTa voaoOvTa u€Tpiuj^ iiKcaaTO, 

m 

l\ji.:e:r. ■ :-. d..>:: > Ar.-: '.i'-^": e: !*■ ut 2 re bum idem S<^lonis 
.a:'::i:r-. vj! :: .-n::"!: v.l r . ;: ^^:.;!> h.;b;:issc. in cuo haec fere 
■.«.r:: Sv.*:::. ■ :ia : :v:\;:-.:-.j> .ìJ v '.:.:.> j-^se ro lui, modestia uli 
■' ,..'j:. Ci::v. :r: .i.^-v. i.."/. r: . v!e -:: -^er.tmtiam quam prac- 
'^ : V.:-.. :.!.. \] utv doUTcv 'V* ^''v^ €:TT|TaT€v iaTp€Ìav oùbè 
\ai\07c..iav :r\ >. . ■.:- .i ■ " e .. \ ...tjic'r.-.- esse hausiam itoius 
.::— . , si . . ;: S ■ ::- e.;*::::- i.us : l/urchus pendere videiur» 



- 459 - 

eandem sententiam Aristotelem respexisse suspicor. In eam 
certe quadrai illud quod etiam prius conieceram quam in Plu- 
tarchi locum incidissem, vestigiis liltcrarum a Kcnyone in pa- 
pyro detectis innisus, ipsaque Aristotelis quae praecedit de 
Soionis modestia sententia suadente. 

Cum postero tempore tabulae phototypae editae essent, di- 
ligenter locum iterum atque iterum inspexi ; sed, candide fateor, 
Inter verbum vocTouvia et verba Kaì èv ToTq noiriiLiacyiv, ne unam 
quidem litteram ut eruerem mihi contigit. Aliquanto melius res 

cessit cum Batavis cditoribus, qui syllabam extremam TO 

legerunt, tum Germanis, qui primam et ultimam fi€ to. 

Kenyo autem qui iam legcrat fi€T€Kpou(JaTO, papyro denuo ins- 

pccta, nihil amplius vidit quam lae . . . poT. . to. Ex quibus 
omnibus patet ipsius charlae auxilio aliquantulum magis quam 
ex tabula phototypa, ut conscntaneum est, profici posse, loci 
vero de quo agimus medelam a conicicndi arte omnino esse 
expectandam. Coniecturam mcam ad ea quae olim Kenyo le- 
gerat propius accedere quam ad ea quae posterius legit, facile 
concedo. Sed hoc verius esse quam illud quis spondeat> 

XXn, 5 ToTq |Li€Tà T^v Tupavviòa irpiuiov, Kenyo; conieci 
Toù^ jiexà Tf|V Tupavviòa Tipiuiouq. Editores Leydenses et Bc- 
rolincnses tót€ — irpujTOV, cui coniecturae faveni illa supe- 
riora TÓT€ TTpUJTOV èXpf\aOLV TO JiJJ v6|Llip T^J TTCpì ÒCTTpaKia^oO. 

Loco tamen nostro durior structura esse videtur si legas tóT€ 
TipuiTOV, cum haec longius absint a verbo èKuàfieuaav. Si autem 
spectes ad ea quae illieo sequuntur ol òè Tipóiepoi ndvTe^ f\(yav 
alpcToi, concinnior cvadet oratio et artius haec cohaerebunt 
cum praccedcnti enuntiato, modo hoc fuerit, ut putamus, TOÙq 
^€Tà Tr|v Tupavviòa npiuTOuq. 

XXIII, 2 olà laÙTTiv òè Tf|V aìxiav napexiipouv aùiiQ xoO 
dEiuu^aro^, xaì èiroXiTeuGriaav 'AGrivaToi koXlu^ ktX. — aÙTrj toO 
à£iU)fiaTO^ emendaverunt editores Berolincnses, aùin^ TOi dtEiiu- 
^aii Leydenses; aÙTfjv toi àHiuj|iaTi legitur in papyro. Subiectum 
desideres, qui procul dubio est popuhres, sed idem ncscio quo 
modo subintellegi possit, cum antea de civitate in universum 
deque senatu sermo fuerit, in sequentibus autem rursu^ de 
Atheniensibus universis (koi éTroXiieùGricTav *A0TivaToi KaXiuq). 
Existimavi post illud àHiu)|LiaTi, quam formam papyrus praebet, 
excidisse verba o\ òr||iOTiKOÌ, propter elcmeniorum similitudinem: 

TUJiaEllU|LiaTlOlòr||LlOTlKOlK' 



- 460 — 

XL1\', 3 o\ òè TiapaXaPóvTeq xfì^ x* eÙKOOyixaq èiriiieXoOvTat 
Km ùnèp iLv xPIMctTiCciv bei irpoiiGtoaiv Km xàq x^^poxoviaq 
Kpivouaiv Kttì xà (x') fiXXa Tidvxa òioikoOcjiv Kal xoO x*àq)eTvm 
KÙpioi €l0iv. Disseriiur de procdrorum auctoritate et poicstate; 
x' ante fiXXa supplcverunt edituics Berulinenses, iidem x' ante 
dqpeivm expunxcrunt. liane particulam cum pariicula T* mutan- 
dam esse existimaveram atque ita cxpHcaveram : et ditniliendae 
quidem contionis potestatem habcnt: et contionts vel dimtttendae 
penes eos arhitrium est. 



Ilacc, qualiacumque sunt, ante hos octo menses cxcogitavc- 
ram. Quibus labentibus quoiies ad fragmentum illud Solonis 
egretrium de cJeiaaxOelqi ab Aristotele (cap. XII, 4) adlaium, 
animuna revocavi, toties de duobus primis versibus restiluendis 
desperavi (nec fortasse solus) quos ita edidit Kenyo: 

ifù) òè xiliv lièv ouv€K* dEovriXaxov 
bf\yióy XI xoùxuiv TTpìv xuxeTv ÌTiavaà\ir\v. 

Editores Bcroiinenses €IV€K et irpìv xux[€T|v scripscrunt, à£ov- 
r|Xaxov vix vcrum esse adnotavcrunt. Insperata lux effulsit ex 
quo didici editores Leydenses E . VTiTaTOV prò àEovifiXaxov, 
. . . u(Ta|Juiv prò è7rau(Ta|LiTiv (inter alia èXucTdfinv conicicntes) in 
tabula photoiypa legisse, Blassium autem ipsum, tcstcm gravis- 
simum, de verbo quod est H[u]vf|T0tTOV {Mìttheilitngen der 
Verlagsbiicliìiandlung B. (j. Teubner in Leipzig, 4, 1891, p. 98), 
spandere. Chartam cxploravi, verbum illud E . v^TCtTOV, dementa 
iila u(Ja|inv bisce oculis cgomet vidi, mecumque vidit doctus 
vir Fridericus Spiro. Quoniam i^itur de bis lectionibus dubi- 
tare haudquaquam licet, versus ita scribendos esse censuerim: 

èTiw òè xu)v jièv eivex* a EuvriyaTOV 

òniLlÓV XI XOÙXUJV TipiV XUX[6Ì]V, [éX]u(jà^TlV. 

Sentcntia aperta est : effo autcm honim (scil. paiiperum) prò- 
fedo causj, quae (divitcs) ad cu imi Liv crani ne populiis tantUluvi 
coriim parttceps jieret, vinculis liberavi. 

Cum vero in Solonis fragmento non agatur de angustns paxf 
pcrum et illorum qui Solonis lego de aeiCTaxOcia a servitule 
liberati suni, sed primum de agris in libertatem redcmpiis, 



- 461 - 

inceps de hominibus similiter libcratis, a ventate certe abessc 
ietur Kcnyonis supplementum [itdXiv] bk Ka\ Tiepl Tf^q àiro- 
ia^] Tiùv [irevriTJuuv, quod supplementum totum editores Ley^ 
nses (i), aliqua ex parte (à7T[opia^]) editores Beroiinenses 
ceperunt. Equidem in tabula phototypa ut aliquid legercm 
incere non potui, nec quidquam legerunt Leydenses usquc ad 
Itium versus sequeiitis, huius columnae duodevigesimi, uiv 
r' òouXeuovT'. Tamen Kenyonis testimonio fretus, qui ipsam 
artarn exploravil, verba mutila ita suppleverim : Ticpì rf\q 
ro[Xùa€u)ql tìIjv [àTp]iWV. Quae, nisi fallor, rem in septem primis 
rsibus a Solone enarratam ad amussìm attingunt apteque 
aenuntiant. 

II. 

Liceat etiam in carminibus Herodae (2) apud quem, siquidem 
ic illac 6 TTTiXò^ M^XP*^ Itvùujv TTpoa^CTiTiKev, ipsae tamen, si 
is placet, habitant Gratiae, pauca delibare, dum poetae inge- 
osissimi et elegantissimi editionem expectamus qualis a Bue- 
lelero expectanda est. Tenuissima sunt quae sum prolaturus 
eadcm dubia fere omnia ; sed eorum fortasse unum vel ai- 
rum fuerit, quod aliis viam ad exquisitiora certioraque invc- 
enda praemonstret. 

I, 20 àXX* cu TOUTO |Lir| Ce GepiJir^vi]. Haec non nutrici sed 
etrichae tribuerim. Metriche scilicet nutricem indignabundam 
riXXaive, xaCia Tfiq veoiTdpri^ ó^Tv irpóaccTTiv) et lusum illum 
>uvf|(J€ai] TÓp, fuXXi, xnT^pow? firx^iv moleste ferentem, pla- 
ire conatur; cf. Aristoph., Rati., 844: naO* Al^x^Xe, Kttì \xì\ 
DÒq òpT^lv aTiXdTXva 0€p|Lir|vr)q kótiu. 

11,44 IXÌ] TtpO^ T€ XUCTOq CpTìCTl X^ TOTTriq TÌM^V 
TO TOU XOTOU ÒTl TOUTO Xr|"ÌTiq KUp(JTll 

cribcndum videtur: 

|af| TTpóae' ò KucTÒq (prjai x^ TCiTni^ ^M^v 
6 ToO XÓTOu òfj TOUTO \r]\r]<; KÙpari, 



(1) Animadverterunt tamen irevriTiuv verum esse non posse, a nano ttcvììt' 
)n I uiv, scripeisset librarius ». 

(2) Praeter Kenyonis et Rutherfordii editiones omnium quae eruta sunt 
erodae carminum, Carmen primum a Bnechelero in Mus. Rbenano, 
lartam et sextum a Kaibelio in Herma edita inspexi. 



ne Thales iste ib KvCÓ^) ante tempus defensionem suam aggre- 
Jiatur, et orationìs meae tela (canevas) huic furto ohnoxia sit: 
ne scilicet temporis spatium quod accusationi meae constitutum 
est. detrimentum capiat. 

IV. 37 €l \iT\ T\<i auTHv cibc BaTdXriv, pxèiia^ 

€Ì^ TOUTO TÒ €{KÓVI(T^a ^f| . . . T)^ ÒCidOui. 

Qui Batalen ipsam non vidit, si hanc adspexerit imagìnem, eam 
viventem ridere ne quaerat. ^f| [Cójqq òcicTOui (cf. v. 68 LÓT|V . . . 

f^^épnv). 

IV, 46 Xal^a(TTpov, out* opTH <J€ xpiiT^nv out€ 
PepTìXo^ aivei, iravTaxrj h xeiaai. 

òpTr]i scil. flfxépo, coniecit Kaibelìus. Si vero sensus verborum 
illorum Xai^aaTpov — aiv€i hic est, gulosj. Jestis, non festis 
ditbus pariter repiehendenda. ut Kaibelius ipse, quamquam 
minus confidenter, explicavit, qui lacunam ita expleverit, itov- 
TQX^ ì> [<ipTÒq] K€Ì<Jai, is sati*^ consuluissc videtur ut verba 
OUT* òpifi etc. sententiam eam praebeant, quam Kaibelius huic 
loco opportunam es^e exi^t•^lavit: * wcder am Sonn = noch 
am W'crkcllage zu etwas brauchbar >. 

IV, 50 napTupofiai, ^r\)i\ éq Oi, i^M^pij Keivij, 
év ri TÒ pp€TMa toOto xujuaupo^ kvtiOì}» 

Scntentia hacc esse videtur : ilio, die qua Cy dilla ista miki fa' 

muhri desinet Scd amicae sermonem internimpit Cottale 

et impedit quominus Cynno sententiam suam ita fere absolvat: 
tnagnoferc lactabor. Fac dominam ancillae opera, ut consen- 
taneum est, usam esse ad comam pectendam, absurdum non 
crii eam. ancillae iratam. dixisse : 

év r| TÒ pp€TMa toOto 6i5(JT€pov KVìfi(yr|, 

Scilicet anelila inepta et incuriosa non comam dominae suac 
pectebat. sed caput scalpebat. 

IV, 50 oùx 6pri5, q)iXTi Kuvvoi, 

or ?pTa • KoivTiv TauT* èpeiq *A9T]vainv 
YXuvpai là KttXd. 



— 463 - 

)TvT]V habet Kenyonis apographon, sed kóivtìv tabula photo- 
'pa scripturae specimen exhibens. Collatis quae sequuntur 
itcrrogandi formulis, v. 60 oùx ?XKoq Sei, KOvva; v. 63 oùk 
1/ !òij MucXXo? f| TTaTaiKicTKoq 6 Aa|i7rplujvo?, èKPaXeucTei làq 
>upaq; V. 68 oùxi Cónv pX^iroucTiv i\\xépr\v TTàvT€<;; — et ac- 
intus ratione habita, coniecerim: 

or Ipra • Kofi vuv lauT* èpeiq ' Aenvainv 
rXÙMiai là KttXd; 

V, 18 q)€p Tq av bì\(yoVj Kenionis exemplar. Qua necessi- 
ite ductus traditam scripturam neglexcrit Rutherfodius scribens 
épujv <Ju òfìcTov, equidem non video. Advenerat Pyrrias (v. io) 
5d dominae iussui (toOtov bfiaov) nequaquam paruerat (àXX* 
y ?(TTT]Kaq;). Pyrriam denuo hortatur et iussum renovat Bitinna: 

q>ép* eì<i ai ; òfjaov Tf|V àTrXnri^' èKÒu(Jaq. 

V, 30 irpòq *Afiq)UTa(nv laOia, firj fiè irXriKTiZeu, 

fieG' f\q (a*) àXeiv bei kqi e^iov . ti . . . ovpn<JTpov 

T')àX€Tv, Rutherfordius ; [ÓTrJóniTicyTpov, Buechelerus. Sordes 
ordes excepisse proclive est; fortasse: 

p€9' f\<; (f àXeiv bei k&j èfieiv tò àTTÓMiTicTTpov. 

VI, 9-10. Ancilla iubetur a domina de sella adsurgere sel- 
imque amicae quae advenerat porrigere (v. 1-2). Adsurgit an- 
illa sed sellàm abstergendo tempus terit. Tum domina cam 
biurgat ut stolidam, inertem, gulosam, mussitantem ; deinde 
um convicio iterai iussum : 

vuv auTÒv ÌK^àaaexq t€ kqì iroieig Xa^iTtpóv, 
6t' èail XP[€ÌTi;] XriaTpi, Qéq \xo\ Tautrii. 

p[€iii] supplevit Kaibclius; prò Qéq jioi, traditum est Ou€ ^oi. 

VI, 17 là b' àXX* éopxri (scil. u|JiTv ècTliv), ceteroquin otium 
obis est explicari posse videtur, collato proverbio apud Theo- 
ritum, XV, 26 àepToTq aièv éopià. 

VI, 34 \xilov laèv f| ^\)\r\ irpriEui et Xà6oi|Lii b', *Abpr|cyT€ia, 
Iter se, nisi fallor, sunt opposita ; itaque, \ix\ quod traditum 
st, cum jLia mutato, scribendum arbitror : 



— 464 — 

T^ (lià. Ò0K6UI. \iéloy ^èv fi iwf| TrprjEui, 
Xd6ol^l b\ 'AòpTJaTeia) x^^^uiv cuvtuiv 
Iva oÙK &v 5<TTiq aanpó^ éott TTpoOòoiriv. 

VII, 83 seqq. Ccrdoni suiori, qui bÌDonim calceonim prc- 
tium eo usque extenderat ut minam posceret. lepidissime illudit 
Metro : 

MttX* eUÓTa'^ (T€u TÒ (TTCfvXXiov, Képburv, 
TTeTTXqOe òaqiiXéujv t€ xal xaXoiv ^pTwv. 
85 q>uXa(Ta€ Ka[XujJ^ aÒTÓ* tQ yàp eiKoar^ 
ToO Taupeujvo^ fi ^EKàni jà^oy iroieì 

[T]n? 'Ap[Ta]KTìvfì^, xwno^)l^^óTUJv xp^in- 

xàx ouv xà Xr|[nnaT*] uaei <Jùv tùxt| irpóq <J€, 
fidXXov òè TràvTUJ^. àXXà OuXqkov ^qiai 
90 làq ^v€a^ ÒKujq aoi \xf\ ai y^iXai òioiaoum. 

Respondit Cerdo : 

nv t' n CE)KaT(Tì) ?X9r| ^vn^ fXa<T(Tov oùk oI(T€i, 
^v t' fi 'Apraiaivri. 

V. 85 Ktt . . a^ Ken\ onis exemplar : lacunam explevit Ruthcr- 
fordius. — V. 88 Kenyonis cxemplar, rax ouv TaXii .... uOi. 
Supplevi xà Xr|[nnaT'], quod verbum numerum litlerarum quae 
desiderantur exaequare et sententiae idoneum esse videtur: puto 
i}^ttur lovem aureiim ìmbrem ad te missurum, quin eiiam id omnino 
certum est. Ad verbum italice reddas: « ti farà piovere gli in- 
cassi y^. — V. 91-92 Kenyonis apographon : 

Tìv T Ti KttTcXOiii \x\r\q €Xa(T(Jov ouk oi<yi 
r\\ T r|i ApTQKrivTì. 

fjv T] 'EKaTTi 1X013, particulam t* iniuria omittens, sed rectc dì- 
stingruen-^, Rutherfordius, qui tamen versum 01 sutorì pcrperam 
ademissc et in versu 92 verba non bene distinxisse videtur. 

Scribebam Romae. a. MDCXCLXXXXI. a. d. XVIII Kal. lan. 

Aenf.as Piccolomini. 



— 465 — 



GLI STUDI ARISTOTELICI 
E LA DOTTRINA D'ANTIOCO NEL <c DE FINIBUS » 

(Continuazione e fine). 



V. 

La dottrina d'' Antioco in relazione colle scuole precedenti 

e in sé stessa. 

Sesto Empirico, Pyrrh. Hypoth., lib. I, cap. 33, narra come 
Antioco facesse entrare la Stoa nelTAccademia e dicesse che 
egli év 'AKaÒTiiLilqt (piXocToqpeT xà ZTuuìKà. èTreòeiKvue Tàp 6ti 
irapà TTXàTUiVi Keiiai xà tujv Ztuììkujv ÒÓTlnaTa. E da Eusebio 
sappiamo che egli essendo scolaro dello Stoico Mnesarco per 
superbia e odio a Filone, capo dell'Accademia (e suo maestro, 
come ci attesta anche M. Tullio, Acad., II, 4, 11-12), inaugurò 
un sistema tale da introdurre molte novità o peregrinità (Prae- 
par. Ev,, XIV, 9) nell'Accademia. Plutarco nelle vite di Cice- 
rone, e. 4, e di Lucullo, e. 42, ne loda la grazia del dire e la 
forza persuasiva, aggiungendo pure che Cicerone non avrebbe 
secondo lui approvato le novità, che egli introdusse nella scuola. 
A Plutarco certamente, quando ciò scriveva, erano sfuggiti i 
libri De finibus, perchè quantunque nell'ultimo libro muova ob- 
biezioni alla dottrina esposta da Pisone, tuttavia finisce per 
approvarla. Seguaci della medesima erano eziandio Bruto, e, 
tranne le discipline grammaticali, anche Varrone ; ma delle 
varie sette fiorenti presso i Romani contemporanei del nostro 
sommo oratore vedi la Prefazione al I e al II voi. della nostra 
cdiz. del De finibus. Come più volte accennai, il terreno alle 
novità d'Antioco era già preparato dai Peripatetici e dagli 
Stoici anteriori e dagli Accademici antichi fino a Polemone; 
d'Aristotele erano usati specialmente e quasi esclusivamente i 
dialogi e i commentarli, insomma i libri essoterici. Il lavorìo 
sulle opere di Aristotele cominciò da Teofrasto e, se il passo 

Tifvista di filologia ecc., XX. 30 



[£-A .:. 



— 466 — 

di Macrobio riferito sopra, è giusto, finiva con Critolao, con- 
temporaneo di Cameade. Del Timeo Platonico scrìssero Ari- 
stotele, Panezio e Posidonio; del commento Aristotelico cre- 
diamo essersi specialmente giovato Plutarco, il quale ci fornì 
i più utili argomenti dello Stagirita intorno alla natura delFa- 
nima e intorno a Dio, forma separata, €lbo^ xujpi<^<^v (De 
Plac. philos., I, 7). Della critica d'Aristotele al Timeo ci rimane 
ancora un cenno, De anima^ I, 2, 8, che forse per la sua strin- 
gatezza ci sembra un po' troppo severo, attribuendosi a Platone 
la sentenza che Tanima sia composta degli elementi (i). Altra 
critica al Timeo vedi in Physicis, IV, 2, 5. Del Fedro non ap- 
provava lo Stagirita il principio del moto eterno dell'anima, 
perchè, siccome dissi, questo principio è più spiegato nel Fedro 
che nel Timeo. Del Fedro si occuparono pure gli Stoici, e del 
Filebo assai probabilmente Panezio. Anche il Protagora ed il 
Menone debbono avere contribuito alla formazione del sistema 
d'Antioco, sebbene in piccola parte. L'idea della virtii nel fondo 
una, ma nella pratica divisa in varie specie, dev'essere derivata 
dal primo dialogo {De /in,. V, 23, 65-67); del Menone in fine. 
Quanto abbia contribuito il Fileho alla teoria dei primi prin- 
cipii secondo natura, credo di averlo dimostrato abbastanza 
chiaramente ; l'uso dei piaceri per la conservazione della vita 
è trattato ancora nella TToXiTeia. Lo Stagirita colla sua distin- 
zione delle tre potenze dell'anima, e quindi colla teoria della 
vita nelle piante e negli animali, come s'è mostrato, contribuì 
a formare nel sistema d'Antioco l'applicazione della dottrina 
tclica alla triplice manifestazione della vita in tutta la naturi 
organica delle piante, degli animali bruti e dell' uomo (2). E 
tale applicazione forse si doveva trovare già nel libro popolare 



(1) Lasciando ropioione di quelli che credono il primo libro non finito, 
né pubblicato dallo Stagirita, perchè tì si trova il sunto dei im¥Ori pro- 
cedenti 8U Anassagora, Democrito, Leucippo, Empedocle, Pitagora e Pi* 
tagorici (v. anche il e. IV), npeto che Topera intera, forse da aonoTertni 
év Toi<; è£ujT€piKolq XÓToi^, pare essere stata riconosciuta dal suo autore, 
Eih. Nic, I, 13. p. 44, ediz. Oxon, VI, 4, p. 236. — Riguaido poi alla cri- 
tica del Timeo t. la nota del prof. Barco, Aristotile^ Esposiz, critica 
della Psicol. greca, ecc. Torino, Loescher, 1879, p. 17; Zbllbh, EspoHt* 
Aristotelica della filosofia Platonica presso il Bonghi, trnd. della Me- 
tafisica; e le note al Fedone, p.U 1-112, D-E, del Bonghi e del Ferrai. 

(2) V. pure Eth. JVtcom., 1, 13. 



— 467 - 

di Teofrasto, De beata vita, ITepl euòai^ovia^; e di Polemone, 
De vita, TTepi piou (o secondo Clem. Aless.; ZuvTàTMaTa ircpì 
ToO Kaià q>u(Tiv piou, onde sarebbero più libri o più scritti, 
Hirzel, Exc, VI, p. 829). Di questi e degli altri scritti dei Pe- 
ripatetici, Accademici e Stoici, qui soltanto indicati» o breve- 
mente discussi, e pur nel commento accennati, come e iin 
dove Antioco siasi valso, noi non possiamo più dire, perchè 
della maggior parte di essi non ci rimangono che scarsi fram- 
menti, e le testimonianze degli autori greci e latini posteriori. 
Ma la nostra ricerca gioverà, crediamo, a dimostrare il lavorio 
per così dire preparatorio al sistema d'Antioco, ed a confer- 
mare meglio la maggior parte dei brani, che si citano nel com- 
mento nostro al De finìbus, e ad aprire una via nuova nelFesame 
delle fonti, onde Antioco trasse il suo sistema. 

Crediamo quindi d'aver dissipato qualche errore del Madvig 
e degli altri critici, che finora lo seguirono ciecamente, i quali 
non seppero tener conto dell'amalgama, per non dire della confu- 
sione, di varie scuole talora in una sola sentenza. E a far in- 
tendere meglio il mio pensiero addurrò un esempio: il Madvig 
sostiene contro lo Stahr che Aristotele non fa mai uso della 
espressione e distinzione: toiv Kaià qpùcJiv ovvero tujv Ttapà <pù- 
<Tiv, ubi de rerum appetitu et fuga quaerit. In nota poi reca il 
passo di Stobeo, Ed. Eth.^ pag. 250, ove tra le sentenze dei 
Peripatetici si riferisce la seguente : là^ ^àp npdSei^ àitó T€ 
TTÌq Ti&v Kaià cpùmv èKXorn^ Kttì àTTeKXorn? TOIV irapà q)ùaiv 
TÒq àpxà^ fxeiv (5\)\x^i^x\K^ Kai xà Xéroficva KaGrÌKOvra. òiò icaì 
xàg T€ KaTopGiOcyci^ Kaì rag àpapTia^ èv toùtoi^ Kal irepì TaOia 
TÌTV€(Teai. E qui soggiunge il Madvig che questi concetti sono 
Stoici, e se non lo dimostrassero abbastanza le voci ékXoti^, 
<iii€KXoTr|, KaBfÌKOV, KaTÓp6uj(Jiq, desunte dall'intima scuola degli 
Stoici, lo proverebbe il confronto del 111 libro De fin., § 20 e 
22. V. Exc, IV, p. 816-817. Ora noi osserviamo che mentre e 
concetti e vocaboli Antioco desumeva dagli Stoici e special- 
mente da Zenone (/i cai., I, 9-10, 35-39), tuttavia non li spiegava 
precisamente come gli S.toici, e nella loro modificazione cor- 
rectio^ diceva di seguire Senocrate, Polemone ed Aristotele 
De fìnibus. II, 11, 34; IV, ó, 14-15; Acad., II, 42, 131 : ut in- 
dicant scripta Polemonis, quem Antiochus probat maxime. Se noi 
possiamo accordarci facilmente col Madvig in ciò che Cicerone 
riferisse nei luoghi citati la sentenza di Antioco piuttosto che di 
Polemone, o degli Stoici, dei quali alterava il concetto ; pure 



- 468 — 

appunto per questo motivo crediamo che la sentenza, attri- 
buita da Stobeo ai Peripatetici, non si debba attribuire a^^li 
Stoici pel linguaggio loro ivi usato. Anche i termini oÌK€Ìcu 
o{K€iÓT€pov, (TuvoiKcTv, che abbiamo trovato nel Filebo nel si- 
gnificato identico, o quasi identico, a quello dato dagli Stoici: 
OtK€ioOv ed oIk€Ìui(Ti^, conciliare, conctliatso (Madvig, l. e.), ci 
dimostrano il passaggio delle idee da Platone agli Accademici 
antichi, agli Stoici e ad Antioco, al quale il Madvig attribui*icc 
pure la sentenza metafisica: Denrum opera et faci a, e te. {De un., 
l\\ 5. 1 1 ». E riguardo al principio della natura, da cui discende 
la massima presunta originale stoica : niiv Korà ovvero irapà 
q)ù(Tiv, dopo il di-scorso fatto sopra, ognuno mi concederà che 
esso proviene da .Aristotele, e tanto più mi si concederà ciò. 
in quanto che noi l'abbiamo già letto in modo chiarissimo 
espresso da Platone nel Filebo. Ma a provar meglio l'asserto 
aggiungerò ancora alcuni dei luoghi segnati dal Baumhauer 
(p. 163-KJ5): Po/.. \'II. ^: ouòèv òè Toiv irapà (pumv koXóv — 
De anima. Ili, 12, 2, ove perù s'indica solo pel corpo, privo 
del sentimento, Timpossibilità di giungere al fine, 5 écn (pò- 
<J€Ujq fpTOV. Ethica Xicom.^ II, i, pag. 50, ed. Oxon.: OuT* fipo 
q)u(T€i, ouT€ Tiapà q)uaiv èrfivoviai al àpexai, dXXà 7T€9UKÓ(n 
pèv i\\x\yi òéEacreai aùxàq, leXcioufiévoiq hk òià toO IBou^. Ed 
anche il Madvig non vuole che le virtù siano comprese nei prin- 
cipii naturali, 1. e, p. 820. .Ma se nclY Eth. Xìc. manca la frase 
precisa: là ixpGiia xaià cpucJiv, certo non ne manca il primordiale 
concetto, poiché a formare le virtù o a produrre i vizii si ri- 
chiedono e si distinguono tre cose nell'anima : ttcìGt), òt;vdu€i^ 

?E€iq, ibid.. Il, 5; Xe'Tiu bè Trden m^v émOuniav, òpTnv óXui^ 

òlq ^Trexai f]òovf), Xùtttt — e VI, i^: Tiaiaì kcì Onpioi^ al <pu- 
aiKal ÙTtapxouaiv e'Eeiq. Ora questi abiti naturali, che sono nei 
fanciulli e nei bruti, se non sono i primi principii naturali 
precisamente, hanno certo con essi una grande rassomiglianza. 
E credo che anche Plutarco accenni V opinione, che qui noi 
difendiamo, perchè nell' opuscolo De communibus notionibus 
adrersus Stoicos esaminava alcune sentenze particolari degli 
Stoici e specialmente quella riguardante il fine, e. 4, p. 1060, che 
riponevano nel vivere secondo natura e consideravano le cose 
conformi a natura quali indifferenti (tò Cfjv xaià q>u(Tiv réXo^ 
elvai Ti9€|Li€voi, xà Karà cpùoiv àòidqpopa elvai vo^i2[ouaiv). E 
ripigliando la stessa questione, e. 24-26, p. 1069-107 1, A, dal 
lato dell'ufficio, della virtù e della felicità, notava come il prin- 



- 460 - 

cipio, onde partono gli Stoici « ciò che è secondo natura » è il 
medesimo, da cui muovono Aristotele e Teofrasto e Polemone, 
i quali, ponendo nella natura e in ciò che è conforme alla na- 
tura gli clementi della felicità, sono stati seguili da Zenone. 
Poco appresso citava di Crisippo il libro terzo Dei beni e il 
libro primo dei Commentarii contro Platone intorno alla giù- 
stizia ; in fine e da notarsi la similitudine dell'arciere, ivi pure 
addotta, quasi identica a quella recata da Cicerone, De jìnibus, 
III, 6, 22, che noi dietro il Madvig e lo Hirzel (II, pag. 245, 
554-55) abbiamo creduto di Antipatro, che ripeteva così altrui 
detti. Non è dunque buona regola il concludere, come fa il 
Madvig, che Antioco e quindi Cicerone hanno errato nel fare 
gli antichi Accademici ed Aristotele coi Peripatetici {Acad,^ I, 
§ 18-24), autori del loro sistema, solo perchè non si trovano 
più nelle opere esistenti di Aristotele alcune frasi greche cor- 
rispondenti affatto alle latine. 

A. Gellio, nel passo già allegato, riferisce il discorso del fi- 
losofo Tauro intorno al modo di tollerare il dolore, sul quale 
argomento egli aveva scritto un libro. Tauro schiettamente si 
professa non ben d'accordo cogli Stoici, perchè la loro disciplina: 
est pleraque et siti et nobis incongruens, e tuttavia promette di 
parlarne indoctius bensì, ut aiunt, et apertius, quae fuisse di- 
cturum puto sitiuosius atque solertius, si quis nunc adesset Stoi- 
corum. L'Hirzel (li, 2, pag. 829 e scgg,; Exc, VI) discorrendo 
sull'autore delle parole là irpOùra Kaià 90aiv, che non occor- 
rono in alcun luogo presso Diogene Laerzio, e nei due luoghi 
presso Stobeo, Ed. Eth., Il, pag. 144 e 148, non si possono 
interpretare nel senso preciso di primi principii naturali o con- 
formi a natura, esamina questo passo di Gellio, .V. A., XII, 5, 7, 
in cui Tauro spiegando il concetto di quelle parole comincia 
cosi: Hoc esse fundamentum rata est {natura) conservandae ho- 
minum perpetuilatis, si unusquisque nostrum simul atque editus 
in lucem foret, harum prius rerum sensum adfectioncmque caperete 
quae a veteribus philosophis xà TTpiUTa Kaxà q)U(Tiv appellatae 
sunt, ut omnibus scilicet corporis sui commodis gauderet, ab in^ 
commodis abhorreret. Lo Hirzel, il quale in tutto \Exc., VI, 
mira a dimostrare quello che aveva accennato a pag. 248, cioè 
che l'espressione : xà Tipaixa Kaxà qpù(Jiv, la quale /inora comune- 
mente ebbe valore stoico, e fu agli Stoici attribuita, si può con 
probabilità maggiore assegnare agli Accademici. Egli perciò in- 
terpretando le parole veteres philosophi di Tauro, non già per 



— 470 - 

gli Stoici antichi, ma per i suoi proprìi filosofi della scuola 
Accademica in opposizione agli Stoici, come solevano fare An- 
tioco e i suoi seguaci (ibid,, pag. 8^4), e recando un luogo di 
Stobeo, Ed. Eth., II, 60, attribuito ad Eudoro (i), sulla trìplice 
specie dei fini: èv fibov^, èv àoxXnaiqt, èv T0T5 Tipurroi^ KOià 
q)u(Tiv (luogo simile presso M. Tullio della divisione Cameadia, 
V, 6-8, § 16-23), conclude che tale frase, originaria e propria 
della scuola Accademica, da essa sia passata nella scuola degli 
Stoici, i quali venendo in contrasto cogli Accademici per la 
determinazione del sommo bene accolsero la frase rà rrpuJTa 
Kaià qniCTiv in un senso simile a quello, per cui se ne valeva 
Cameade (ibid,, p. 838-839). — In buona parte, non in tutto, sif- 
fatta conclusione mi sembra ammissibile, nell'origine della frase 
e nell'uso fattone dagli Stoici nel tempo della polemica loro 
cogli Accademici intorno al sommo bene. Lo stesso Tauro, che 
era Platonico, sembra fornirci una prova sicura dell'origine Ac- 
cademica, indicandone come autori gli antichi filosofi^ che sono 
diversi dagli Stoici ; ma non sono da escludersi i Peripatetici. 
Abbiamo veduto Plutarco apertamente nominare Aristotele, 
Tcofrasto e Polemone ; e quest'ultimo deve essersi inspirato 
alla sua scuola, non ancora tralignata dalle dottrine Plato- 
niche. Tauro, filosofo Platonico, ha scritto, come uno dei con- 
ciliatori, delle differenze tra Platone ed Aristotele (Suida) ; 
Gellio cita un suo commentario sopra il Gorgia di Platone (A'. 
.4., VI, 14), e lo introduce pure a discorrere del consorzio, 
KOivópiov, Pitagorico e dell'ordine di tale istituzione e disciplina 
(1, 9); e gli fa narrare il fatto d'Euclide, ardcntissimo di ascol- 
tare Socrate (VI, io), ed altre curiosità, come studioso d'ogni 
genere di scienze e di storia (XVII, 8). La nozione adunque, 
che noi troviamo intorno ai primi principii di natura, data da 
un tal uomo presso Gellio, mi sembra importante a stabilire 
il vero significato : corporis commodis gaudere, ab incoinmodis 
omnibus abhorrere: ma questi principii nascono dall'amore di 
noi ; la natura, diceva, infuse, ingenerò in noi : amorem nostri 
et caritatem, ita prorsiis, ut nihil quicquam esset carius pensiusque 
nobis, quam nosmet ipsi. E questo concetto espresso quasi colle 



()) Se i §§ 60 sgg. SODO tutti d*Eudoro, rivelano io luì lo studio dei 
dialoghi Piatooici citati, il Timeo, il Filebo, la Rep.^ il Protagora^eà 
altri; anche Plutai*co lo cita nella VuxoTOvia év Tl^aai^). 



— 471 — 

stesse parole noi leggiamo presso M. Tullio (De ^m'^us, II, ii, 
33~?4? V, 9,24: Omne animai se ipsum diligit; /ÒJflf., io, 27-28; 
ma questo principio è dei Peripatetici, secondo la testimonianza 
di Stobeo, Ed. Eth., II, p. 246, passo recato dal Madvig nel 
comm. V, 9, 24, e da noi nel luogo affine, IV, 7, 16 (i). Tauro, 
riferita la spiegazione dei primi principii, segue: Postea per in- 
crementa aetatis exorta e seminibus suis ratio est et utendi con- 
silii reputatio et honestatis utilitatisque verae contemplatio, subti- 
liorque et explorattor commodorum delectus ; atque ila prae cae- 
teris omnibus enituit et praefulsit decori et honesti dignitas ; ac 
si ei retinendae obtinendaeve incommodum extrinsecus aliquod 
obstaret, contemptum est. Neque aliud esse vere et simpliciter 
bonum, nisi honestum ; neque aliud quicquam mulum^ nisi quod 
turpe esset, existimalum est. Reliqua omnia, quae in mmiio fo- 
reni, ac neque honesia essetit neque turpia, neque bona esse neque 
mala decretum est. — E si continua colle idee Stoiche intorno 
alle cose : TrporiTfiéva ed àiroTipoTiTM^va ; ma qui farò una qualche 
osservazione. Il punto riguardante il crescere dciretà e il cor- 
rispondente svolgimento della dignità dell'onesto e del decoro, 
e dell'idea del vero utile è pure considerato nel sistema d'An- 
tioco, V, 9, 24-26; 15, 41-43, ecc., e per conseguenza si doveva 
trovare anche in Aristotele, od almeno nei Peripatetici da 
Teofrasto a Critolao. Lo svolgimento progressivo del sentimento 
di natura e della corrispondente idea telica, siccome dimostrai, 
è già contenuto nei libri De anima di Aristotele. La divisione 
del piacere secondo le facoltà dell'anima, e quindi i varii gradi 
dagrignobili e turpi ai più nobili e superiori, quali sono i pia- 
ceri dell'intelletto, si accenna pure nei luoghi indicati della /Re- 
torica Aristotelica, e da Marco Tullio, De fin.. II, IV, luoghi cit., e 
V, 17-191 § 46-54. La relazione tra il piacere ed il sommo bene 
deve essere pure stata trattata da Aristotele nello scritto già 
ricordato, TTepi f|òovfìq, come sembra pure ne avesse trattato il 
suo discepolo Teofrasto nell'opera, che è quasi un commentario 
di quella del suo maestro : TTepl f|bovfì^ ujOnep 'Api<JT0TéXTi^ 



(1) DelPamor di sé tratta Aristotele neWEth, Nicom., IX, 8, ove mira 
a dimostrare che Pamore di sé non è cosa panto disonesta, né biasime- 
vole, distingoendo però questo, che è; tò xarà Xótov Zf^v, da quello vi- 
zioso e biasimevole: toO òvcibiZojii^vou, toO kctò irdOo^. Ma lo Stagirita 
non discende alla radice deiramor proprio, come fa Antioco, che per ciò 
doveva seguire Aristotele negli scritti essoterici e i Peripatetici posteriori. 



- 472 — 

(Diog. Laerzio, V, 22; 44; altri due libri scrisse sul medesimo 
argomento, considerato sotto altro aspetto: TTcpi f|òovfi^ fiXXo ; 
TTepì ipeuboOq f|òovfi^). Dei piaceri vili, o nobili, secondo i sensi 
Aristotele disse nei Problemi, VII, 28; Eth. Nicom.^ X, 4-5 ; e 
forse negli èyKUKXioi^; neir^^M. Nicom. distingueva i piaceri 
dell'anima e del corpo, III, io, come Cicerone, De finibus^ II, 
4, 13-14; ibid., 32-33, 104-1 io; £'/A. Mcom., VII, 1 1 , dimostrava 
che il piacere non è un bene : 6ti TtaCTa f|bovf| T^vecTi^ èOTiv 
€l^ cpu(jiv alaGìTTii • oùbe^ia òè T^vecJiq (JuTT^vfjq ToTq réXcoiv. 
lì questo concetto è dominante nella scuola degli Stoici e dei 
Peripatetici, e quindi anche nella dottrina d'Antioco; il piacere 
non ha ragione alcuna (di fine, e quindi in sé non è punto un 
bene ; argomento di tutto il secondo libro De Jinibus. Certo vi 
mancai concetto dei primi appetibili, o primi principii secondo 
natura, tratto fuori e svolto posteriormente ad Aristotele nella 
forma Accademica e Stoica, ma nulla c'impedisce di supporre 
in alcuno dei commentarii perduti d'Aristotele o di Teofrasto 
il germe di esso (i). Onde non dobbiamo accusare di errore 



(1) Ho già ricordato sopra il cenno fatto xi^WEth, Nicom, dì alcane 
cose intorno all'anima contenute: èv Tot^ èEuircpiKotq XóyoK; (I, 13); ed 
ivi si tratta delle parti delPanima, una priva di ragione e Taitra fornita; 
quella divisa in due, Tuna comune col regno vegetale : tui (purtiop, tò 
ILiév YÒp qpuTiKÒv oùbainuj^ koivujvc! Xóyou *, Taltra; la concupiscibile ed 
appetibile, ne partecipa in qualche modo. Quindi la parte fornita di ra- 
giouo si può considerare come duplice ; quella che ha la ragione in sé, 
come sua proprietà, Kupiujq xal èv éauTCù, e quella che la possiede come 
per derivazione, quasi figlio obbediente al padre. Da esse le virtù che 
appartengono al pensiero, come la sapienza, rintelUgenza e la prudenza; 
e le virtù morali^ la liberalità, la temperanza {De fin., IV, § 4, 17-18). 
Forse vi si accenna a qualche altro libro intorno alPanima, ma notiamo 
piuttosto che nel lib. I, e. V, trattandosi delle i*elazioni tra la felicità 
ed il sommo bene e dei tre generi di vita che se lo propongono, il vo- 
luttuoso, il civile, e il contemplativo, del primo l'autore ricorda Tesempio 
di Sardanapalo, e poco appresso dice d*averne trattato : èv Totq èpcu- 
xXioiq. Ora Cicerone adduce Tesempio del voluttuoso Sardanapalo in doe 
luoghi, De finihus, li, 32, 106; Ttiscul., V, 35, 101 ; nel prìmo senu 
i versi del noto epigramma. Il Rose assegna entrambi i luoghi (fr. 90] 
allo scritto -rrcpi òiKaioauvT]^; ma assai probabilmente, almeno quello del 
De finìbus, agli è^KUKXioi^ doveva appartenere. Inoltre neil* Bth. Nicom.^ 
1. e, si accennano il pio(; ttoXitikóì; ed il 6€U)pTiTiKÓ^, che mi sembrano 
aver analogia coi De finibus, II, () 40; IV, 4-5; 17-18. In fine già s'è 
notata la relazione dei tre generi di vita qui indicati cogli identici gè- 



— 473 — 

M. Tullio, che attribuisce a Polemone e ad Aristotele questo 
concetto dei primi naturali (li, ii, 34). I piaceri per gli Stoici 
sono un'affezione susseguente ai primi naturali, èTTiT^wn^a; 
Gelilo, loc. cit., come Aristotele, non annovera nò tra i beni, 
né tra i mali il piacere, ma tra le cose medie ; Cicerone ac- 
cenna la gran disputa su questo punto (II, 11, 34). 

Ma Cicerone enumera tra i primi principii secondo natura 
anche i beni delKanima, che riguardano l'ingegno e, divise le 
virtù in naturali o non volontarie, o spontanee ed in non vo- 
lontarie, non solo vi comprende quelle, ma anche queste (IV, 
7, 17.18; 15, 41; V, 7, 18; ibid,, 11-13, 33.36). II Madvig non 
solo osservò la diversità di questo concetto, derivato dalla dot- 
trina d'Antioco, ma riprese eziandio M. Tullio di errore e con- 
fusione, perche specialmente nel libro secondo, ubi suo Marte 
Epicurum refellii, volendo dimostrare l'incoerenza di costui, in 
luogo di quella costituzione dell'uomo intero, composto cioè di 
anima e di corpo, quale avrebbe dovuto porlo, seguendo An- 
tioco, vi sostituì l'angusta nozione dei primi principii della 
natura secondo gli Stoici, e li enumerò : membra^ scnsus, in- 
genii motum^ integritatcm corporis, valetudinem (lì, 11, 34). E 
questa sarebbe la sentenza di Polemone e d'Aristotele; quindi 
la sentenza degli antichi (Accademici e Peripatetici), che il fine 
dei beni consiste nel vivere secondo natura, cioè : virtute adhi- 
bita, frui primis a natura datis. Ma quel vivere secondo natura 
si sarebbe potuto porre sia che avessero ammesso quelli, sia 
altri ben diversi primi principii di natura, nei .quali Jion vi è 
neppure il minimo cenno di ciò, che è il sommo bene, consi- 
stente nella virtù perfetta e nei beni esterni e secondarii (lib. V). 
Aggiunge il Madvig ancora che Cicerone sembra accennare 
che Callifonte e Diodoro avessero posto i medesimi primi na- 



neri presso gli Stoici e presso Antioco nei luoghi sopra iodicati. De offi' 
ciis e De finibus. Ora fonte precipua, diretta o indiretta, del De officiis 
è Panezio, uno degli autori che cita M. Tullio anche nel De finibus e 
che giovarono a formare il sistema d^Antioco. E se si bada bene, questi 
tre generi di vita, la voluttuosa, la civile o politica o pratica, e la con- 
templativa, si riscontrano anche nel Filebo^ nel Menane e nella Repuh,^ 
ed Aristotele cita Platone due volte uQWEth, Nicom.y I, 4; II, 3; allude 
al Menone, VI, 13. Quindi si vede che Antioco eziandio in questo punto 
riassunse il lavorio di Platone e degli Accademici, di Aristotele e dei 
Peripatetici, e degli Stoici, preceduto però da Panezio e dal suo proprio 
maestro Mnesaroo. 



- 474 - 

turali : certe alia non nominata et tamen in fine honorum discre- 
pant; poi accenna che nella sentenza intorno ai primi naturali 
d'Aristippo, di leronimo e degli Stoici v'è una lacuna, Exc, 
IV, pag. 820-21. — E appunto per questa lacuna ammessa dai 
critici moderni doveva il Madvig risparmiare almeno Tultima 
parte della sua critica riguardante Callifónte e Diodoro, dei 
quali ne egli né altri possono dire piij di quel pochissimo, che 
ce ne tramandò Cicerone, che va d'accordo colle scarse testi- 
monianze d*altri pochi scrittori. Riguardo al resto della critica 
noterò che il Madvig, sembra dimenticare, che gli Stoici non 
distinguendo la sensazione dalla percezione razionale, annove- 
ravano tra i primi naturali anche le percezioni intellettuali, 
III, 5, 17. Tullio quindi, accennati i primi naturali, soggiunge 
tosto : Atque ab isto capite filiere necesse est omnem rationem 
honorum et malorum. E queste parole mi pare che separino 
totalmente il concetto dei primi naturali, che sono il fonte, 
caput, di ogni dottrina, dei beni e dei mali, dal fine, che per 
gli Accademici ed i Peripatetici, non importa dire se per altre 
scuole, è vivere secondo natura. E da Platone nel Fileho, come 
abbiamo veduto, a Polemonc (probabilmente nello scritto ri- 
cordato : (auvrdTliaTa rtepì toO Kaxà cpiiaiv piou) da Aristotele 
in alcuno degli scritti essoterici, da Teofrasto, che spesso ri- 
calca le orme del maestro, a Critolao, od a qualche altro degli 
ultimi Peripatetici, il vivere secondo natura fu posto come fine 
dei beni, secondo che vedesi anche dal citato luogo di Plu- 
tarco. Cicerone in fine spiega la frase: secundum naturam vi- 
ver e y id est virtù te ad hi hit a frui primis a natura datis; ed 
aggiunge: virtute adhihita, V. sotto § 42, per distinguere net- 
tamente il suo concetto, che è quello d'Antioco, dal concetto 
di Epicuro, che faceva consistere il sommo bene nel pia- 
cere. Questo concetto è meglio spiegato da xM. Tullio nel 
libro quinto, nei luoghi segnati, ove si distinguono i varii 
gradi della natura fino al più perfetto, e riassumendo tutto 
dice, 13, 36-37 : Et summaiim cjuidem liaec erant de corpore 
animoque dicetida, guihus quasi in/òrmatum est, quid hominis 
natura postulet; ex quo perspicuum est, quoniam ipsi a nohis di* 
ligamur omniaque et in animo et in corpore perfecta velimus esse^ 
ea nohis ipsa cara esse propter se, et in iis esse ad bene vivefi- 
dum monumenta maxima. \am cui proposita sii conservatio sui, 
necesse est huic partes quoque sui caras esse, carioresque, quo 
perfectiores sint et magis in suo genere laudahiles, Ea enim vita 



— 475 — 

expetitur, quae sii animi corporisque expleta virtutibus, in eoque 
sutnmum bonum poni necesse est quandoquidem id tale esse debet^ 
ut rerum expetendarum sii extremum. II Madvig adunque se 
avesse ben considerato il concetto di natura qui e negli altri 
luoghi e spesso avrebbe modificato la sua critica, e non avrebbe 
ripreso d'altro difetto M. Tullio nel 1. e, II, § 34, che di una 
soverchia brevità, per cui il concetto integrale sembra svisato 
e confuso quello dei primi naturali con quello dell'ultimo fine. 
Fra i primi appetibili naturali Cicerone annovera ivi Vingenii 
motum^ frase energica, attissima ad esprimere i principii del- 
l'anima, i primordii della sua attività, corrispondente a quelli, 
che nel libro V, § 18, sono detti : quasi virtutum igniculi et 
semina, E qui il Madvig osserva che nessun luogo si fa alla 
virtù, secondo il concetto del fine di Cameade, che è privo 
della virtù. Ma, sebbene al § 16 M. Tullio dice di seguire la 
divisione Carneadia, qua noster Antiochus libenter uti solet ; 
tuttavia, notato l'uso Accademico ed incostante di lui, II, 13, 
42; IV, 18, 49; V, 7, 20, ove si dimostra chiaramente la nes- 
suna coscienza filosofica del Cirenaico e il suo scopo unico 
di combattere gli Stoici, Cicerone combatte la sua sentenza, 
8, 22. Cameade sostiene tra gli Stoici e i Peripatetici non 
esservi dififerenza di concetti, ma di parole. III, 12, 41, e si 
oppone agli Stoici precisamente nella questione del sommo 
bene, Acad,^ li, 42, 131; non poteva quindi essere in tutto appro- 
vato da Antioco, né da M. Tullio. E riguardo ai virtutum igniculi 
et seminai certamente sfuggito al Madvig il passo delle TuscuL, 
III, I, 2, da noi riferito nel commento: parvulos nobis dedit igni- 
culos (natura) quos celeritcr malis moribus depravati sic restin- 
guimuSf ut, etc. — Sunt enim ingeniis nostris semina innata vir- 
tutum^ etc, E se vuoisi una più chiara e precisa idea di tali 
primi naturali dell'anima, espressi con una simile frase, vedasi 
De Jìnibus, V, 15, 43, ove si discorre propriamente dell'essenza 
dell'uomo {vis hominis), e conforme ad essa dei primi elementi 
{sunt enim prima elementa naturae, etc), e quindi: in piieris vir- 
tutum quasi scintillas videmus, e quibus accendi philosophi ratio 
debet, etc. La natura nei primordii è incorrotta, e dal luogo 
citato delle Tusculanc i corrompitori della natura in se ottima 
appaiono essere prima i maestri, e poi, § 3, i poeti. Non si 
può non riconoscere in tali sentenze la fonte Stoica, e d'uno 
Stoico il quale studiava e seguiva in buona parte Platone, 
come può essere stato Panczio, o meglio Posidonio. Nel De 



- 476 -. 

fin., V, §43, si distingue tuttavia la natura da Dio, almeno nella 
frase: ut eam (rattonem) quasi Deum ducem subsequens ad na- 
turae perveniai extretnum. In somma noi troviamo sempre quella 
distinzione tra il pensiero degli Stoici e quello d'Antioco, che 
ci pare di ravvisare tra la dottrina Platonica e l'Aristotelica ; 
concordi entrambe nel fondo Panteistico, quella ci sembra più 
sintetica e questa più analitica. 

Il pensiero degli Stoici si vede nel III De Jinibus^ nei primi 
quattro libri delle Tusculane, nei tre De qfflciis, nel II De nat. 
Deor., nei due De divinai, e nel De fato ; quello d'Antioco nel 
II, IV e V De fin., nel I degli Accademici^ e qua e là nel II, 
nel V delle Tusculane, e passim negli altri luoghi. Lasciando 
gli Epicurei e i nuovi Accademici, i primi dei quali furono 
quasi sempre combattuti da M. Tullio, e dei secondi si valse 
piuttosto allo scopo oratorio e critico nei varii scritti e spe- 
cialmente nei discorsi di Cotta nel I e III De nat. Deor. e nella 
sua propria risposta a LucuUo nel II degli Accademici ; la- 
sciando costoro dobbiamo convenire che M. Tullio si accostava 
più a Panezio, a Posidonio e ad Antioco, nell'ordine pratico, 
che agli altri Stoici. Ma tuttavia muove all'esposizione della 
dottrina d'Antioco fatta da Pisone alcune obbiezioni, che ve- 
dremo più sotto. Ora qui notiamo che nelle sue critiche Cicerone 
si mostra, come osservammo nel II libro, più oratore, o meglio 
avvocato difensore d'una causa, che filosofo e vero critico, 
sebbene non gli manchi nò acutezza di mente, nò sottigliezza 
dialettica ed abilità singolare nello scoprire il lato debole della 
questione, che ribatte con tutta la forza della sua mirabile elo- 
quenza. Non mi fermerò guari a provare questo giudizio che 
i più dei moderni eruditi pronunziarono, esagerando però taluni 
di essi la parte difettosa del sommo ingegno del nostro Arpi- 
nate. Si può vedere nello Hirzel (11, 2, p. 636) come ai punti 
principali della dottrina Epicurea da Torquato esposta nel primo 
libro egli risponda categoricamente per singoli capi. Proprio, o 
suo Marte, come notò benissimo il Madvig, egli confuta la dot- 
trina Epicurea, desumendo gli argomenti dai principii d'Antioco 
e dal buon senso, cioè dal sentimento di natura e dagli cle- 
menti dello Stoicismo collimanti con questo sentimento, poiché 
non si può in alcun modo supporre lo scritto d'uno Stoico 
qual fonte del II libro (Hirzel, p. 631 e seg., 637 e seg.). Nel 
IV libro la critica fatta allo Stoicismo è tolta quasi interamente 
dalla dottrina d'Antioco. E parmi inutile fatica cercare il titolo 



— 477 — 

deiropcra ; per me Cicerone nel De fin. e negli Accademici si 
servi degli àirÓTpctcpa 'AvTióx€ia (V. gli Appunti sulle fonti delle 
opere filosofiche di Cicerone). Dall'uso deiridentico scritto per il II 
e gli ultimi due libri ne viene la rassomiglianza di molti luoghi 
d'entrambi nei concetti e talora anche nelle parole. Nel quarto 
libro troviamo meno luoghi comuni e meno retorica che nel 
secondo, appunto perche ivi M. Tullio volgeva più V occhio 
al suo modello, o esemplare che seguiva. Le scuole precedenti 
degli Accademici antichi fino a Polemone, dei Peripatetici fino 
a Critolao, che Antioco tentò di conciliare cogli Stoici, sono 
indicate coi loro autori fin da principio, IV, 2, 3, e poi ad 
ogni tratto, 6, 15; e l'opera di Panezio, 9, 23; le sentenze er- 
ronee di Pirrone e d'Aristone poste in confronto con quelle di 
Aristotele e Senocrate, 18, 49, e queste approvate e quelle re- 
spinte qui e II, § 35, 43; IV, § 43, 49, ove occorrono di nuovo 
le sentenze di Epicuro, di leronimo e d'altri in relazione col fine 
di Cameade; e § 79 di nuovo Panezio, che rappresenta pel primo 
quelle idee conciliatrici della scuola Accademica di Platone e 
Senocrate colla Peripatetica di Aristotele, Teofrasto e Dicearco. 
Nel quinto libro troviamo una rassegna di filosofi Peripatetici, 
ma non secondo l'ordine preciso della loro successione da Teo- 
firasto a Diodoro, 5, 13-14, ed anche questa specie di biaboXH 
è derivata dalle lezioni di Antioco, ricordato apertamente in 
fine, dicendovisi che Antioco, il quale tenne dietro alle sen- 
tenze loro con gran diligenza, dimostrò come l'opinione di 
Aristotele è la stessa di quella di Polemone ; del quale nel 
libro precedente si accennarono le differenze con Zenone, suo 
discepolo, intorno ai principii naturali ed alle loro controversie 
quinci nate (e. 16, § 45, 18, 51). E qui si conferma l'opinione 
sopra enunciata, che il concetto dei primi naturali, nato da 
Platone e da Aristotele, fu espresso dall'Accademia, e da essa 
passò nella Stoa, e che il primo autore, che lo formulò, fu 
probabilmente Polemone. Dalla schiera dei filosofi, i quali trat- 
tarono la questione telica, si debbono separare Democrito, che 
faceva consistere la felicità della vita nella tranquillità dell'a- 
nima, €ÒGu|Li(a, e i tre ora nominati, Pirrone, Aristone ed Erillo, 
i fini dei quali non sono adatti nò convenienti alla natura (V, 

§ 23). 

Ma se nel IV e nel V libro la fonte è identica, la dottrina è 
rivolta a scopo diverso, nel quarto a scopo critico, nel quinto 
a scopo specialmente didascalico od espositivo, sebbene non 



:.*U2i«l«r. 



— 478 — 

vi manchi la disputa e la critica. Le controversie sono di due 
specie : i'una intorno alla natura dei primi naturali, e Taltra, 
da questa sgorgante, intorno alla natura del sommo bene. 
Contro gli Stoici si osserva che : 1. Partendo dai medesimi 
principii naturali trascurano il corpo e i beni esterni (e. 10-13). 
II. La virtù sola non può costituire il sommo bene, e per 
quanto essa sia superiore a tutti, anzi il più grande di tutti, 
pure non corrisponde interamente alla natura umana, ma solo 
conviene alla parte superiore di essa, all'anima; e cogli Stoici 
errano tutti quelli, che ripongono il sommo bene o nella sola 
virtù, o nella sola scienza, o in altro simile oggetto dell'anima 
e della mente, esclusivo ed unico (e. .16). III. Gli Stoici cadono 
in contraddizione, perchè, avendo abbandonato la natura nel 
riporre il sommo bene nella sola virtù, sono poi obbligati a 
ritornare alla natura per indi trarre i principii dell'operare e 
dell'ufficio (e. 17). IV. Quelli, che gli Stoici chiamano irpoiiT- 
)Li€va, — producta, o praeposita o praecipua (noi diciamo cose 
preferibili — Picchi oni, op. cit., p. 76-77) da Aristotele e dagli 
scolari di filatone sono detti beni secondo natura (beni esterni, 
beni del corpo, e. 26). — Altre critiche, come quella intorno 
alla virtù ed ai vizi tra loro uguali e simili, non fanno a nostro 
proposito. — Nel quinto libro Pisone partendo, come Antioco, 
dal principio della natura nel modo espresso prima da Platone 
nel Filebo e nella Repubblica^ e poi più particolarmente da 
Aristotele, e dai loro seguaci, espone i primi principii naturali 
comprendendovi in essi tutto ciò che si riferisce alla vita, alla 
conservazione delPuomo e alla propagazione del genere umano, 
a tutte le forze del corpo e dell'anima e alla loro perfezione. 
Quindi il loro progressivo svolgimento fino al colmo, al sommo 
della perfezione, la virtù perfetta, la scienza. 1 primi principii 
sono inavvertiti dall'uomo, appena nato, che li segue cieca- 
mente dapprima: liane iniiio insiiiutionem confusam habet et in- 
certam,etc,fg, 24; poi col progredire dell'età e col crescere degli 
anni e di forze l'uomo va a mano a mano acquistando co- 
scienza dell'essere suo, e partendo dall'amore di se abbraccia 
nell'amor suo ciò che e fuori di se, ed estrinsecandosi, mi si 
passi il vocabolo, dall'egoismo primordiale passa ad amare gli 
oggetti esterni, e nasce coU'amor della gloria quello delle im- 
prese illustri e della scienza fino a sopportare travagli e fatiche 
d'ogni genere (15,41: Progredieniibus aetatibus sensim tardeve 
potius quasi nosmet ipsos cognoscimuSf eie. Si svolge cosi e quasi 



- 479 - 

contemporaneamente anche il sentimento morale e le virtù si 
dividono in due specie, naturali o non volontarie, quae inge^ 
nerantur suapte natura^ e volontarie, queste più eccellenti di 
quelle ; delle naturali è la memoria e tutte le virtù dell'ingegno ; 
delle volontarie, che sono le virtù vere, sono la prudenza, la 
temperanza, la fortezza, la giustizia e le altre del medesimo 
genere (13, 36). Di qui vediamo perchè la filosofia d'Antioco 
si diparte affatto da ogni nozione Carneadia ; TAscalonita trasse 
dalle scuole precedenti dei Peripatetici, Accademici antichi e 
Stoici, queiridealismo e ad un tempo quella stabilità d'opinioni, 
che il probabilismo di Cameade certo non aveva. Un sistema, 
nel quale ogni concetto logico e morale, tutto insomma è 
relativo, anche la spiegazione dei fenomeni fisici è vaga, in- 
certa, mutabile (Acad.y lib. 11, § 116 e segg.); nulla esso può 
suggerire di costante, di assoluto in nessun ordine d*idec ; nep- 
pure lo svolgimento progressivo di queste, che Antioco trasse da 
Aristotele, si può trovare in questo sistema del perpetuo vero- 
simile. Quindi il fine di Cameade è da M. Tullio annoverato tra 
quelli tre, che sono privi di onestà, sebbene la sua formola fosse: 
frui principiis naturalibuSy De fìnibus. II, § 35 ; V, 20, e qui si 
manifesta apertamente la sua assoluta mancanza di stabilità 
nei principii, che difendeva: disserendi causa. V. anche Acad., 
Il, 131. Ed Antioco evidentemente ne ripudiava la sentenza 
con quelle d'Epicuro e di Icronimo, De fin., IV, 49, sebbene 
talora sembrasse aver aggiunta l'equità ai principii naturali e 
al sommo bene, li, 18, 59; onde appare chiaro l'intendimento 
del ripiego, cioè opporre la sua sentenza a quella degli Stoici, 
quibuscum bellum gerebat, ibid,, 13, 42; e perchè Antioco ne 
ripudiasse la sentenza, è detto apertamente al luogo citato, V, 
22. Un breve sunto di questa disputa leggiamo nelle Tusculane, 
V, 29-31, 83-87, ove pure si dice che Cameade sosteneva bensì 
la virtù bastare da sé sola a rendere la vita beala, ma per 
combattere gli Stoici, e tuttavia, anzi forse per questo solo 
motivo se ne ripudiava il principio, ormai abbandonato da tutti; 
passo che s'accorda eziandio nelle parole col De fin.y II, 6, 19; 
II, 33 — 12, 38; V, capi 7-8 — Un punto, notato dal Madvig, 
richiama la nostra attenzione, De finibus^ 111, 41, la controversia 
nata tra i Peripatetici e gli Stoici intomo alla vita beata, perchè 
quelli facevano consistere la felicità della vita non nella sola 
virtù, ma in tutti i beni, cioè nella virtù e nei beni esterni del 
corpo e della fortuna, questi invece nella sola virtù e non in 



— 480 — 

tutto ciò che è degno di qualche stima, nei preferibili - irpoiiy- 
fxéva. La questione e trattata con certa vivezza e chiarezza da 
A. Gellio, XVIII, i; quivi le due sentenze, poste nettamente di 
fronte l'una all'altra e innanzi al giudizio di Favorino, non sono 
punto decise ; il giudice se la passa osservando che il paragone 
a cui ricorre il Peripatetico dell'anfora e del congius di vino 
è un argutiola exposita in libris^ ed il cogno quando manca, fa si 
che l'anfora non sia più di giusta misura, e quando si aggiunge 
non ille unus facit amphoram, sed supplet ; mentre gli Stoici 
sostengono che la virtù da sé sola basta a rendere beata la 
vita, essa non è ne un'aggiunta, nò un supplemento, scd sola 
ipsa vitae beatae instar est, ed essa sola perciò rende beata la 
vita. I beni esterni nominati da Gellio per parte dei Peripatetici 
sono identici ai beni esterni indicati da Cicerone, corporis in- 
tegritas sanitasque^ et honestus, modus Jormae et pecunia fami- 
liaris et bona acstimatio caeteraque omnia corporis et Jbrtunae 
bona necessaria,., perficiendae beatae vitae, E se Cameade dice 
che non vi e controversia di cose, ma di parole, tra gli Stoici 
ed i Peripatetici , così certamente non la pensavano né gli Stoici 
veri né i Peripatetici schietti, vedi Tuscul., V, i6, 46-47, e la 
questione continuò anche dopo ad agitarsi, come noi la ve- 
demmo in Gellio. Un opuscolo compreso tra le opere di Ari- 
stotele, di Senofonte, Proclo e di Plutarco, attribuito ad Ales- 
sandro Afrodisieo, che porta per titolo : 6ti ouk auTÓpiaiq f| 
àpeiri TTpò^ €Ùòai)Lioviav, e sembra essere una introduzione al- 
l' E//z. AVcom., od alla Polit., ci dimostra come neppure questo 
commentatore del grande Sta^^irita credesse terminata la que- 
stione (i). Tale controversia dell' auT(ipK€ia ha una stretta re- 
lazione colla questione del fine, tò TOtp xéXciov draGòv aO- 
TttpKc^ eTvai òokcT, — tò hi. atJtapKc^ TiGeimev 5 fuiovoufievov 
alpetòv TTOieT tòv piov Kal jiiiòevò^ èvòed. Eth, Nicom,, I, 7, 
p. 19-20. Kd Aristotele, com'è noto, la risolve costituendo la 



(1) L*opuBcolo incomincia cosi: El ó Tfjv àp€Ti?|v Ix^'^ cùbaifiiuv, ó hi 
€ÒbaiM(uv cùòaiMÓvuj^ pio!, 1^ yàp €Ò^al^ov(a èv piip, ó t/|v dp€Tf|v ^x^^v 
eòòai^ova pio! ^iov. Si trova inserito in due o tre antiche edizioni delle 
opere Aristoteliche. Non posso dire dove né quando fosse stampata questa 
specie di miscellanea, mancandomi il primo volume ; nel 29 voi. senza 
frontispizio, precede la politica d'Aristotele completa, poi seguono gli 
economici e gli opuscoli citati; la stampa è antica, minuta, ma chiara 
e con pochi nessi, parmi di Basilea. 



- 481 - 

felicità parte nei beni interni dell'anima, le virtù che sono in- 
tellettive, onde la felicità della vita contemplativa, la più eccel- 
lente, e le virtù attive, che formano la felicità della vita pratica 
di gran lunga inferiore a quella ; parte nei beni esterni del 
corpo e della fortuna, che costituiscono la eùrux^av anzi che la 
euòaijuiovtav (X, 6-8). Senza diffonderci troppo su questo pùnto 
ci basti notare che qui si risaliva ad Aristotele ed a Platone 
nei citati dialoghi ; e Cameade colle sue critiche otteneva, che 
gli Stoici posteriori a Crisippo e a Diogene, e tra essi Anti- 
patro e Panezio, enumerassero la buona riputazione tra le cose 
npoiiTM^va, mentre prima sostenevano che, tolta 1' utilità, per 
la buona fama non si dovesse neppur distendere un dito (De 
fim'bus. III, 17, 57). Ecco una modificazione apportata allo Stoi- 
cismo per queste polemiche di Cameade, che diresse special- 
mente contro Crisippo {Acad., II, 27, 87) e fu combattuto da 
Antipatro pluribus volumìnibus {tbtd.,g, 28; 34, 109, Fragm., I, 
7, p.36). Ma quel che più importa notare è il citato giudizio di 
Cameade nella controversia tra gli Stoici ed i Peripatetici, 
perchè lo ripete M. Tullio più volte e là dove non v'ha più 
dubbio che la sentenza proviene da Antioco (V. i primi capi e 
i §§ 35-37 del lib. IV De fin,, e TuscuL, V, 41, 119-20, ove si 
accenna pure la divisione Carneadia). Sarebbe adunque partita 
di qui la prima mossa al sistema conciliativo di Antioco, che 
pure non ebbe felice esito riguardo all'intento di conciliare in- 
sieme le opposte sentenze, perchè gli Stoici, non esclusi An- 
tipatro e Mnesarco, secondo almeno il frammento citato, Acad., 
I, p. 86, Mùller — frammento di Nonio — , continuarono a man- 
tenere la loro opinione che la virtù basti a sé stessa per la 
beatitudine o felicità perfetta, €Ò&ai|LÌ0VÌav, mentre i Peripatetici 
alla virtù, bene eccellentissimo, non intero né perfetto, vole- 
vano aggiungere i beni esterni del corpo e della fortuna, l'inte- 
grità delle membra, la salute, la bellezza e il decoroso porta- 
mento, le ricchezze, ecc.; cose tutte, che gli Stoici reputavano 
TiQor\f\iéya Katà xfjv àEiav, preferibili secondo la loro dignità, 
producta, praecipua, sumenda^ etc; ma non già beni in sé e per 
sé stessi. Da tutti i seguaci d'Aristotele, fino agli ultimi per 
Cicerone, compreso Critolao per la sua bilancia (Tuscul., V, 17, 
51, De fin., V, 5, 14, e il Comm., ibìd., 30, 92) sempre ai beni 
interni si dà un peso del tutto preponderante sui beni esterni. 
Ed Antioco aggiungendovi i germi delle virtù e il loro svolgi- 
mento e poi quella distinzione delle virtù in naturali e volon- 

'RSvista dt filologia, ecc. XX. 31 



— 482 - 

taric, derivata, in parte almeno, da Aristotele, dai libri esso- 
terici, V. Comm,, V, § 36, se non ddXV Ethica Nicom.^ VI, 13, 
p. 259 e segg. — V. anche altri luoghi citati nel Commento — , 
si separava del tutto da Cameade, pronto a negare oggi quello 
che ieri aveva concesso. Non è possibile con tale processo dia- 
lettico stabilire una regola della vita, ars vitae, che sia da ap- 
provarsi da chi ama (ripeterò sempre) la costanza nelle idee 
coironestà nella pratica. 

Ma Antioco, mettendosi in mezzo a queste varie scuole, e 
non approvando in tutto né le opinioni assolute degli Stoici, 
né quelle di Teofrasto e degli altri Peripatetici pienamente s^ 
guendo, certo doveva cadere in contradddizione, e M. Tullio 
non doveva a Risone, espositore della sentenza d'Antioco, ri- 
sparmiare le sue critiche, le quali incominciano dal e. 26, § 76. 
E prima tocca della percezione e dell'assenso a ciò che si è 
percepito e ritenuto come vero secondo la disputa sorta tra i 
seguaci della nuova Accademia, i quali negavano l'assenso alle 
percezioni, e gli Stoici dommatici ; naturalmente qui M. Tullio è 
propenso a difendere i primi, essendo contrario al dommatismo 
dei secondi (V. il Comm., ivi, e TuscuL, II, 2, 5); ma su questo 
punto si ferma pochissimo, e rimanda ai libri Accademici, ove 
si trattò ampiamente una tale questione. Nella quale tuttavia è 
notevole la presupposta concordia dei Peripatetici coi seguaci 
della nuova Accademia, forse per ciò che quelli osarono di- 
sputare, come costoro, de omnibus rebus in contrarias partes, e 
primo a introdurre un tal modo di disputare (i), secondo 
M. Tullio, sarebbe stato Aristotele {TuscuL^ 1. e, 3, 9); Filone 
poi lo avrebbe seguito eziandio nel dividere le esercitazioni reto- 
riche dalle dispute filosofiche, assegnando alle une ed alle altre 
tempi diversi, quasi come vedemmo presso Gellio delle lezioni 
d'Aristotele di cose essoteriche ed acroamatiche (A^A//.,XX, 
4-5). Ma qui si tralascia una circostanza importantissima, cioè 
che Aristotele, supposto tutto vero, avrebbe tenuto un tal me- 
todo specialmente per esercizio retorico (maxima dicendi exer- 
citatio) e non già a solo scopo dialettico per trovare guid in 
quaque re veri simile esset. Quest'ultima frase dimostra la fonte 
d'onde ci viene sì fatta notizia, che nel De finibus, II, 6, 17; 
V, 4, IO, é data alquanto diversamente, cioè non nel senso 



(1) Risale però ai Sofisti e ne abbiamo un ceono nel Menane e nel 
Protagora, 



- 483 - 

della nuova Accademia, come negli altri due luoghi, ma secondo 
le idee d'Antioco. È quindi evidente lo sforzo delle due scuole 
diverse di tirare Aristotele e i Peripatetici ciascuna dalla parte 
sua ; e ciò non si poteva certo fare senza alterare la tradizione 
pura e schietta e senza sforzare il senso, e forse violentare il 
testo dei libri Aristotelici (y.Acad,^ II, 35, 113). Ma, come dissi 
di sopra e già nel Comm., è costume di M. Tullio, derivato dai 
nuovi Accademici, di muovere obbiezioni unicamente a scopo 
critico ed oratorio per mostrare acutezza d'ingegno, sottigliezza 
di ragionamenti ; disputare insomma per amor della disputa e 
non per amor della verità, come fece negli Academici e come 
qui accenna intorno al percepire, cioè intomo alla realtà delle 
percezioni e conseguentemente intorno al valore ed al fonda- 
mento delle notre cognizioni. Combatteva qui in Pisone Antioco 
e negli Accademici difendendo le idee di Filone, invocava l'au- 
torità dei Peripatetici e d'Aristotele, che assolutamente né po- 
teva, né doveva invocare. Sebbene Antioco siasi servito solo 
quasi degli scritti essoterici, e degli altri non direttamente, pure 
anche i primi scritti ntìVEth, Ntcom.^ I, 13; VI, 4, nella Metaph., 
XII-XIII, e. I, nella Phys., (IV, 14?), e nella PoUtica (III, 4; VII, 1) 
sono riconosciuti dal loro autore (i). Sarà tutt'al più questione 
se, come dissi, i suoi discepoli gliene appiccicarono altri e se 
in questi altri ne tramandarono schiettamente le dottrine. Di 
Teofrasto credo che non si possa punto dubitare, perchè a lui 
specialmente dobbiamo la consei-vazione e l'integrità dei libri 
e delle dottrine Aristoteliche ; ma da lui a Critolao, a Diodoro 
ed a Tirannione, quando cioè la scuola Peripatetica incomin- 
ciava a introdursi in Roma, poterono quelle dottrine, special- 
mente in mezzo a quella lotta tra Epicurei, Stoici ed Accademici, 
subire tali alterazioni da essere chiamati i Peripatetici a rap- 
presentare gli Accademici antichi e gli Stoici. Questo equivoco 
al certo doveva cessare e cessò, quando Andronico Rodio ebbe 
compiuto il lavoro critico intornò alle opere dello Stagirita, che 
ogni coscienzioso e dotto editore deve fare (2), e noi siamo ob- 



(1) Badmhauer, p. 10-11,6 nelle note ivi; Madviq, Exc,^ VII, p. 846-47. 

(2) Andronico non riconobbe tutte le opere, ora per lo più credute 
genuine ; cosi respinge quella nepì ép^r^vcia^, che il MuUach suirautorità 
di Aless. Afrod., Simplicio e Boezio ci*ede autentica, e tale pure la sti- 
mano quasi tutti i critici moderni, i quali sollevarono dubbi piuttosto 
sui tre librì retorici e De anima. 



— 484 - 

bligati a ritenere Antioco, almeno pe' suoi tempi, quale rap- 
presentante delle idee Peripatetiche. 

Considerando le obbiezioni mosse da M. Tullio a Pisone, esse 
si aggirano intomo al concetto del sapiente, che Pisone crede 
sempre beato, anche senza o con pochi beni estemi, anche 
misero ed infermo (§ 77 e segg.). Lo rimprovera specialmente 
d'incoerenza rispetto alla sentenza di Teofrasto (derivata pro- 
babilmente dal libro De beata vita, Jfcpl euòat^oviceg, libro popo- 
lare, noto a M. Tullio, secondo il Madvig, Comm.y V, 12, p. 620- 
621; Excurs., VII, p. 841), perchè Teofrasto discorrendo intomo 
alla sventura, al dolore, ai tormenti del corpo pensava che in 
nessun modo si poteva unire con si fatti mali la vita beata. 
Inoltre dei tre sistemi sul bene sommo loda per coerenza ai 
principii quello degli Stoici : quia, nisi quod honestum esi^ nullum 
est aliud bonum ; Antioco invece, mentre distingue i beni e i 
mali del corpo, la bellezza e la deformità, la salute e la ma- 
lattia, Tintegrità e robustezza delle membra, la debolezza e la 
mutilazione, cade nella contraddizione di fare il sapiente beato 
anche in mezzo a dolori fisici e con difetti corporali. E qui 
Pisone per difendersi nota la differenza tra il vivere beato e 
il beatissimo ; distingue insomma i gradi, onde il bene sommo 
assolutamente indispensabile ed essenziale al vivere beato con- 
siste nella sapienza e nella virtù, e gli altri beni esterni sono 
sccondarii, che solamente accrescono la felicità del sapiente di 
grado e non ne mutano la natura, e reca in mezzo gli esempi 
di Metello e di Regolo; paragone, a dire il vero, poco adatto 
e non molto convincente. M. Tullio insiste nella sua critica 
sostenendo in modo assoluto, che nessuno può essere più beato 
di chi è beato, e in ciò seguiva gli Stoici, che appunto negando 
diversi generi di beni e di virtù negavano diversi gradi di felicità; 
ma poco appresso accettando il concetto dei Peripatetici dei 
mali esterni, opposti ai beni, rivolge all'amico il dilemma : sì 
mala sunt, is, qui erit in iis, beatiis non erit ; si mala non suni^ 
iacet omnis ratio Peripateticorum. Il nostro oratore oppone cosi, 
a combattere il sistema d'Antioco, quelle stesse armi degli 
Stoici, contro le quali aveva rivolto le punte del sistema An- 
tiochio, e un fascio, per modo di dire, delle une e delle altre 
scaglia contro gli Epicurei. Se è vero ciò che dice Plutarco 
(Cicer.^ 4), Filone e la nuova Accademia dovevano insuperbirsi 
del loro grande alunno; e negli Accademici per verità nella 
parte che riguarda i fini dei beni, esposte le sentenze dei varii 



- 485 — 

filosofi, combatteva in ogni senso quella d*Antioco, sia in ciò che 
riguarda la parte degli Stoici primi e degli antichi Accademici, 
non escluso Polemone, e riguardo ai Peripatetici, coi quali e 
massime con Teofrasto si trovava egli in contraddizione, Acad,, 
II, 42, 129 — 44, 137; notabili i punti, § 132: Si Polemoneus, 
peccai Stoìcus, eie; sin vera sunt Zenonis, etc.^ e § 134: prae- 
seritm Theophrasto multa diserte copioseque cantra dicente — e 
§ 136: sed ubi Xenocrates, ubi Aristoteles ista ietigitì hos enitn 
quasi eosdem esse vultis ; ibid., § 135, si accennerebbe pure cotne 
sfavorevole Topinione di Crantore nel libro lodato da Panezio 
intorno al lutto, e dal plurale che segue: il li — dicebant par- 
rebbe da argomentarsi la concordia degli Accademici antichi 
e degli Stoici posteriori intorno all'utilità di alcune passioni ; 
quindi la citazione di Crantore sembra fatta indirettamente per 
mezzo di Panezio. Cicerone, come sopra e nel Commento notai, 
si mostra più sottile e forte nella critica, che nella difesa del 
sistema d'Antioco esposto dall'amico, in bocca al quale mette, 
quale massimo argomento, che gli Stoici, e Zenone special- 
mente, differivano da lui solo nelle parole (De fin., V, §88-89) 
e che la sentenza tanto combattuta, che la vita del sapiente abbia 
omnibus partibus plus boni quam mali, non è sua, né degli Stoici, 
ma di coloro, che misurano ogni cosa dal piacere e dal dolore 
(§ 93). Difesa assai debole per un filosofo, che partiva dai prin- 
cipii della natura e del suo progressivo svolgimento, derivati 
dallo Stagirita ; ma conseguenza inevitabile per chi si vantava 
di conciliare insieme diversi e in qualche punto inconciliabili 
sistemi. 

Non vogliamo tuttavia disconoscere i vantaggi del sistema 
conciliativo di Antioco, e quello specialmente di avere introdotto 
per mezzo de' suoi discepoli romani lo studio in Roma delle 
dottrine Peripatetiche e di avere, per così dire, risuscitata quella 
scuola, che sembrava spenta colla morte di Teofrasto. E parmi 
pure che a lui si debba se Io Scetticismo della nuova Acca- 
demia dopo il suo maestro Filone non fece guari progressi, 
ridotto a pochissimi settatori, due o tre, principe Sesto Empi- 
rico, che ce ne diede molte notizie, mentre le altre scuole con- 
tinuarono a fiorire, la Stoica quasi per due secoli, cioè fino a 
M. Aurelio ; la Peripatetica, dopo Tediz. d'Andronico delle opere 
del grande Maestro, cominciò ad avere con Alessandro Afrodi- 
sieo una schiera illustre di commentatori fino al sesto secolo 
almeno, cioè fino a Boezio ed a Giovanni Filopono; poi la scuola 



— 486 — 

Neoplatonica del pari, cioè fino a lerocle, circa la metà del 
secolo sesto ; e lasciamo gli scrittori Cristiani, che in greco 
ed in latino trattarono di cose filosofiche, quasi tutti Platonici 
o studiosi di Platone. La teoria dei principii naturali o primi 
appetibili è riprodotta esattamente nel Convito di Dante {Tratl,, 
IV, cap. 22, pag. 479 e segg., Firenze, 1834) con quello svol- 
gimento naturale conforme alla dottrina d'Antioco, brevissima- 
mente ivi riferita; infatti ivi si cita Af. Tullio in quello delfine 
dei beni, pag. 477, della qual opera il primo libro è ricordato 
nel e. VI, p. 367; e nel TratL, I, e. 11, p. 76; quindi la fonte 
è indubitabile, e si potrà al più disputare sull'uso diretto o in- 
diretto (i). 

Crederei di avere conseguito lo scopo, se fossi riuscito con 
questo lavoruccio a dimostrare, come non sia né un puro vanto, 
né tanto meno un errore raffermare che il sistema di Antioco, 
partecipe in gran parte delle dottrine morali degli Stoici, rìsale 
da una parte a quelle di Platone per mezzo degli Accademici 
antichi e dall'altra ad Aristotele, studiato quasi esclusivamente 
nei libri essoterici, compresi in essi i dialoghi ed i commcn- 
tarii, e a Teofrasto nei libri popolari. Ho creduto di avere 
trovato in alcuni dialoghi Platonici il primo fondamento, mas- 
sime nel Timeo, nel Filebo e in alcuni luoghi della Repubblica e 
del Protagora. Posso aggiungere anche il Menone, citato pure da 
M. Tullio nelle Tusc, I, 24, 57, ove in poche parole si riferisce 
quale prova dell'immortalità dell'anima la dottrina della remini- 
scenza, esposta nel Fedone e qui in parecchie pagine; Men., 
82-86, C. In questo dialogo accanto alla virtù, bene sommo, si 
pongono come giovevoli quelli che furono detti beni secondarìi, 
od esterni, ÓT*€ia kqì lax^*? <oà KdXXoq Kaì TrXouToq, p. 87, E, 
che sono utili o dannosi a seconda dell'uso che se ne fa, e il 
sapere far uso di queste cose e delle virtù dipende dalla pru- 
denza, q)póvTi(Ji<S, quasi lo stesso che la mente: aùv vqj — ftv€U 
voO — €l \if\ IcTti qppóviiaK;, 88, B. E qui torna in mezzo la 
giusta osservazione di Aristotele, Eth. AVc, VI, 13, pag. 261, 



()) Da un confrouto da me fatto risulterebbe che Dante nel Convito 
cita direttamente, o con estesa notizia, i libri De offlciis, De amicitia, 
De senectute^ Paradoxon, che anche adesso per lo più formano un solo 
▼olumo, mentre le citazioni De finibus sembrano essere piuttosto indi- 
rette. — I primi appetibili sono pare accennati, ma stranamente confati 
coi principii cristiani e politici di Dante, nel Purg,^ canto XVI, v. 85-93. 



— 487 - 

ed. cit., Oxon., cioè che Socrate errava nel dire che tutte le 
virtù erano cppovnc^etq, ma diceva bene in quanto che pensava 
che le virtù senza la prudenza non potessero esistere (i). E da 
ciò non solo si può vedere Io studio d'Aristotele nei dialoghi 
del maestro, ma ancora dove e quanto e se ragionevolmente 
ne dissentisse. Inoltre questo punto riguardante la relazione 
tra la prudenza o sapienza, (ppóvr\Ciq — Cocpia (Menane, 1. e, 
e 89, B-C, e 91), è pur toccato da Cicerone, De Jlnibus, V, 
§ 36, 38, e nel senso piuttosto d'Aristotele che di Platone. In fine 
tra le virtù annoverate in questo dialogo, òiKaiO(TuvTi, àvòpeia, 
ócTtÓTT)^, cyiuq)pocrùvii, cppóviiaK^, che tutte le comprende, p. 78, D, 
troviamo pure la eùfidOciav, la JLivrijiiriy, la juictaXoTTpéTreiav Kaì 
Ttavra xà TOiauTU, pag. 88 e passim, come quasi presso Cice- 
rone, IV, 8, 19; V, 13, 36. V'è concordia perfino nella frase: 
De magnitudine animi j — de omni honestate, prudentia, tem- 
perantia^ modestia, iustitia (IV, § 4; 17-18), cupiditas scientiae, 
docilitas €Ù|Llà0€ia, memoria, ^vr||ulT^, magnitudo animi jiiCTClXo- 
TTpéncia, henevolentia, liheralitas (De Officiisy 11, 5, 18 e segg.). 
Laonde io non dissento dal Madvig intorno ad una triplice di- 
visione della virtù secondo gli Stoici (Excurs., V, p. 828 sgg.), 
fiorenti dopo Crisippo, e solo vi riconosco dalla Rhet., 1. e, e 
da quel brano dello scritto Aristotelico in questa dissertazione 
riferito da Slobeo, ircpì àpcrf]^, per fonti prime Platone ed 
Aristotele ; ed è preziosa la testimonianza dello Stagirita, ivi 
recata, che egli seguiva Platone nella triplice facoltà dell'anima. 
Seggano adunque Platone ed Aristotele i due punti diversi 
di partenza, dai quali i loro discepoli, gli Accademici ed i 
Peripatetici (2), e poi gli Stoici mossero per trovare quella via 
conciliatrice, la quale Antioco si credette d'avere per primo 



(1) Il Camerario volle difendere Socrate, che nel Menane attribuisce 
alla qppóvTiaK Timpero assoluto sulle virtù da ridurle tutte ad essa (ppó- 
Yr\a\<i — àp€Ti^ EOjLiiraaa, p. 89; ma, come tutti conyeogODo, fu una difesa 
sbagliata ; ciò non toglie che Aristotele, sebbene anche qui si fa critico 
del maestro, non ne segua in parte le opinioni. — Del resto la questione 
se le virtù si possano ridurre ad una sola, sia la (ppóviioic od altra, e 
se insomma la virtù originariamente sia una sola, ò pure trattata nei 
Protagora^ e adombrata da Cicerone, De fin., V, § 65, 67. 

(2) Degli Accademici il Madvig cita un luogo del già ricordato Eudoro, 
riferito da Stobeo, Ed. Eth., p. 48, ed ò una bella conferma della nostra 
opinione^ manifestata già dallo Hirzel, Exc.^ VI, p. 835-838. 



- 488 - 

trovata. Degli Stoici noi vedemmo il lavorio sui dialoghi Pla- 
tonici fatto da Panezio e da Posidonio, suo discepolo ; di 
Panezio vedemmo pure qualche rassomiglianza colle idee di 
Dicearco sul dogma dell' immortalità. Antioco, discepolo di 
Mnesarco, e costui di Panezio, quantunque non abbia potuto 
sfuggire alle critiche degli avversarii di essere caduto in con- 
traddizione nel suo sistema, tuttavia pur merita lode per aver 
dimostrato che: I. Il principio di natura dallo stato per cosi 
dire latente, o, come dice Dante, 1. 1., pag. 480, dall'amare se 
indistintamente, si svolge progressivamente fino al più alto 
grado dell'intelligenza e della coscienza chiara e perfetta. II. Il 
principio civile e sociale (ttoXitikóv) pigliando le mosse dal 
primo principio deWamore di sé, pretto egoismo nei primordii 
della vita individuale, dall'istinto della propria conservazione, 
si estrinseca nella procreazione e dell'amore della prole, onde 
la prima società famigliare, poi l'amore della propria città, del 
popolo suo, del genere umano ; e di questo amore universale 
degli uomini era tipo Ercole {De ojficiisy I, § 118; III, 25), ed era 
insegnamento Socratico, già iniziato nella favola di Prodico 
(Senofonte, Comw., 11, i; Platone, i\/ewowe, p.96, D); già Socrate 
si professava cosmopolita, cittad ino del mondo, mundanus (Tu- 
scolane, V, 37, 108). III. L'amore della scienza, onde i grandi 
sacrifizi per acquistarla, è non meno potente che l'amore della 
gloria e della patria, ecc. (De Jì ni bus, V, 18-19,48-54; 20,87; 
Ttiscul.y V, capi 36-41). Quindi viene l'ideale del sapiente, che 
pure accogliendo i beni secondarii od esterni, ripone il bene 
principale, assolutamente necessario a conseguire la beatitu- 
dine, nella virtù, nell'onestà. Noi più non possiamo riandare 
tutti i gradi percorsi dalle tre scuole degli Accademici, dei 
Peripatetici e degli Stoici per vedere come si è costituita questa 
sintesi pur co' suoi difetti mirabile; ci basti l'averne additate 
le fonti prime in Platone ed in Aristotele, e l'avere tentato di 
mostrare che (cicerone esponendo il sistema di Antioco non si 
è ingannato nel dirci ripetutamente, che esso proveniva dagli 
Accademici antichi e dai Peripatetici, e che in fondo era il 
sistema degli Stoici, modificato già da Panezio, e liberato dai 
suoi paradossi. 

Firenze, 13 maggio 1890. 

Carlo Giambeli.i. 



- 489 - 

HoR., Od,, III, 30. 

Quando il consolo deiraimo nostro 527 Vettius Agorius Ma- 
vortius Basilius, aiutato dal maestro Felice Oratore, cscmpla- 
vasi le odi Oraziane, emendandole alla meglio (legi et utpotui 
emendavi), avrà letto bene il suo testo non migliore degli altri 
che correvano tra dilettanti, ma non emendò come forse do- 
veva l'ultima oda del libro III, guastata dai menanti nel corso 
di cinque lunghi secoli. Leggerei l'oda cosi : 

Exegi monumentum aere perennius 
Regalique situ pyramidum altius : 
Quod non imber edax, non Aquilo tncrepans 
Possit diruere, aut innumerabilis 
Annorum series, et fuga temporum. 
Non omnis moriar, multaque pars mei 
Vitabit Libitinam: usque ego posterà 
Crescam laude recens, dum Capitolium 
Scandet cum tacita Virgine pontifex; 
Dicar qua violens obstrepit Aufidus 
Et qua pauper aquae Daunus agrestium 
Regnavit populorum vel humi inpotens 
Princeps, Aeolium carmen ad Italos 
Deduxisse modos. — Sumc superbiam 
Quaesitam meritis, et mihi Delphica 
Lauro cinge volens, Melpomene, comam. 

La correzione del bisticcio non Aquilo inpotens possit non ha 
bisogno di giustificazione. La seconda menda ex humili poiens 
princeps spiegasi colFaver Ietto male la composizione u hu- 
minpotens a fine di riferire la voce princeps assolutamente al 
poeta, mentre può riferirsi a Daunus. Perchè poi il Venosino 
sia celebrato tanto in quel di Venosa bagnato dal sonante 
Ofanto, quanto tra Sipontini poveri d'acqua e di fertile terra, 
trova risposta nell'antitesi dell' eia a; imber e dell' /wcre/)an5 
Aquilo. Oltredichè l'oda potrebbe essere una superba apologia 
contro critici, acquosi e magniloquenti gli uni, ventosi e di 
scarso fondo gli altri. Ma forse il poeta vorrà dire soltanto : 
sarò ricordato con lode anche fuori della mia terra natia. — A 
chi non piacesse la virgola dopo princeps, la metta pure avanti. 

Milano, 27 aprile 1891. 

Giusto Grion. 



— 490 — 



"BI BLIOG%AFIA 



Th. Preger, Inscripttones Graecae Meiricae ex scriptortbus praeter 
Anthologiam collectae, Lipsiae, in aedibus G. B. Teubncri, 
MDCCXCI. 



La grande raccolta di Costantino Cefala, conosciuta col nome 
di Antologia Palatina, ci ha tramandalo un numero considere- 
vole di epigrammi, che in molti casi sono giunti a noi per questa 
unica fonte; anche la raccolta di Massimo Planude, se ci offre 
un numero di tanto inferiore e per lo più contiene i medesimi 
epigrammi dcW Antologia Palatina, ci fornisce tuttavia qualche 
altro elemento che Costantino Cefala non aveva introdotto nella 
sua ampia collezione. Per V Antologia Planudea, oltre V editto 
princeps del Lascaris e le Aldine, è bene ricorrere anche ad 
un'opera moderna — LeoSternbach, Anthologiae Planudeae 
Appendix Barberino — Vaticana, Lipsiae, in aedibus G. B. 
Teubneri MDCCCXC, oltre che a molti studi compiuti dalla 
filologia moderna sulle varie parti delle raccolte di epigrammi. 
Ma di tali componimenti molti sono pervenuti a noi anche per 
altri mezzi, cioè sulle iscrizioni e nell'opere di scrittori greci, 
senza che ne il Cefala nò Planude ne tenessero conto , per 
quanto si dia anche il caso di epigrammi giuntici per ambedue 
le vie. Il Kaibel pubblicò gli Epigrammata graeca ex lapidibus 
conlecta, Berolini, MDCCCLXXVIII, e poi un supplemento nel 
Rkeinisches Miiseum, XXXIV, 1879, e l'Alien raccolse quelli ri- 
trovati più tardi — vd. Greek versification of inscriptions, in 
Papers of the American school of AthenSylV, 1888; altri occa- 
sionalmente apparvero man mano più tardi ne' giornali di filo- 
logia e di archeologia. Cosi che gli epigrammi rinvenuti sulle 
iscrizioni ebbero eruditi che dedicarono ad essi sapienti cure. 
Ma lo stesso non era accaduto per gli epigrammi che non es- 
sendo nelle Antologie si trovano sparsi presso gli autori, seb- 
bene già Scipione Maffei avesse in animo una tale opera, e per 
quanto il Cougny abbia ultimamente coi tipi del Didot pubbli- 
cato in appendice aìV Antologia Palatina un terzo volume con- 
tenente anche gli epigrammi conservatici negli scrittori praeter 



anthologiam. Invero l'opera del Cougny e difettosa, ed è un 
bene per la filologia che il Preger siasi accinto alla sua rac- 
colta, nella quale comprende gli epigrammi che dagli antichi 
scrittori si dichiarano essere in iscrizioni : egli cioè raccoglie 
materiale epigrafico da fonti indirette, ma non perciò meno im- 
portanti. 

La raccolta è degna di encomio, ed anche i prolegomeni sono 
insigni per giusta misura di erudizione — dacché non ne abusa, 
e per giusto contemperamento di opinioni in quesiti importanti 
e diflBcili, cosi ad cs. (p. xviii) per il dialetto degli epigrammi, 
osserva giustamente a proposito delle opinioni dei Kirchhoff 
che gli cpitafi di persone ioniche possono essere scritti anche 
da poeta non ionico, e che gli epigrammi delle città doriche 
ed eoliche « in universum quidcm vernaculam dialectum exhibent 
ita ut scmper fi prò Ionica r\ aliaequc propriae formac cxstcnt, 
tamen non solum terminationcs -oio -oiCTi et part. i^bè huc illuc 
irrcpscrunt — qua cadem in Atticis titulis invenimus — sed 
alia quoque occurrunta vernaculo sermone aliena ». Si cfr. anche 
a principio della pag. xix. Già T H o ffm a n n , de mixtìs graecis dia- 
lectis, Gottingae MDCCCLXXXVIII, aveva notata la mistione 
dialettale nelle epigrafi, ma opponendosi a scorgerla presso i 
poeti, unendosi cosi al Fick ed al Fùhrcr. Io sono lieto di tro- 
vare nel Preger chi professa quell'opinione che ultimamente ho 
avuto occasione di sostenere nell'opuscolo — Sui dialetti lette- 
rari greci, Torino, 1891, dove tentai dimostrare l'esistenza di 
tale mistione presso i poeti, continuando nella teoria delFAhrcns. 

Fra gli epigrammi è notevole il 74 (p. 62), che si è trovato 
ncir *A6T]vaiujV troXiTeia di Aristotele ; ma sul Papiro l'epigramma 
è in forma di due pentametri, laddove in Polluce 8, 131 sta 
scritto in forma di distico elegiaco : il Preger accetta la forma 
quale ce la dà Polluce : Aristoteles ex memoria, opinor, refe- 
rens cxhibet pentametrum ... quem genuinum censet Kenyon ; 
sed vix crediderim inscriptionem vetustam... ex duobus penta- 
metris constitisse. Ma il Preger non è il solo a pensare cosi, 
e già nella traduzione dell'opera Aristotelica, da me pubblicata 
Tanno passato (Loescher 1891), l'epigramma compare tradotto 
con un distico. 

Gli epigrammi sono accompagnati da pregevoli ed eruditi 
commenti, che talvolta opportunamente si estendono a disser- 
tazione, e qui l'A. mostra sempre accanto a dottrina completa 
una critica avveduta e prudente e un grande discernimento. 



€: 



— 492 — 

Cosi che questa parte dell'opera del Cougoy si trova qui ri- 
fatta egregiamente ; speriamo che uguale dottrina e diligenza 
possegga chi si accingerà alle altre parti. 

Torino, gennaio, 1892. 

C. O. ZuRETTl. 



Federico LObker , Lessico ragionato delia antichità classica, 
dalla sesta edizione tedesca tradotto con molte aggiunte e 
correzioni da Carlo Alberto Murerò, Roma, Forzani e C, 
tipografi del Senato, MDCCCXCL 

Che un'opera siffatta sia utile alle nostre scuole classiche è 
perfettamente inutile discutere, tanto la cosa è palese di per sé; 
che la scelta caduta sul lessico del Lùbker sia felice non è 
d'uopo dimostrare, dato il meritato incontro che il libro ebbe 
in Germania. Ne e il caso di esporre i pregi e i difetti dell'in- 
tero lessico, perchè dovremmo parlare non della pubblicazioDC 
italiana, ma della tedesca, e questa è fuori di discussione. Il 
discorso deve invece cadere sulle aggiunte e sulle correzioni 
che il Murerò, anche nel frontespizio, dichiara di aver fatte e 
sulla versione. Certamente a^eiunte e correzioni erano neces- 
sarie, per quanto l'opera sia stata condotta dal Lùbker col- 
l'aiuto di dotti collaboratori; perche le costanti ricerche, l'ap- 
profondirsi degli studi, il fissarsi dei risultati uniti a nuove ed 
in qualche caso importanti scoperte rendono quasi quotidiana- 
mente necessario il modificare, l'aggiungere, in tanto fen'orc 
ci studi ed in mezzo a cosi numerose pubblicazioni. E tale ne- 
cessità emerge, nel caso particolare del Murerò, anche da una 
ala^ circostanza : il Lùbker evidentemente compose l'opera sua 
per lettori tedeschi, preoccupandosi del loro stato intellettuale 
e del loro sviluppo letterario — ma perciò appunto non ogni sin- 
gola parte del lessico tornava adatta e conveniente al lettore 
italiano, e in parecchi luoghi era palese l'urgenza almeno di 
una sostituzione, date le condizioni delle scuole italiane diffe- 
renti dalie tedesche, e data la coltura de' più fra i lettori cui la 
versione e destinata. Non era il caso, ad es.. che in un'opera di 
carattere eminentemente scolastico si facesse per i lettori te- 
deschi menzione delle misrliori edizioni scolastiche dei classici 



— 493- 

grcci e latini, che in Italia si fossero pubblicate; mentre per 
lettori italiani queste vanno citate in iscambio delle tedesche, 
sebbene in parecchi casi non sia inopportuno il menzionare 
anche queste. Ora il Murerò in ciò è abbastanza completo; anzi 
a questa parte dedicò sempre maggior cura man mano che il 
lavoro si compieva. E si comprende, come rimasto a principio 
della versione più strettamente fedele all'originale tedesco, siasi 
più tardi giovato opportunamente di altri elementi che in quello 
mancavano, e che egli non poteva più introdurre nella parte 
già tipograficamente compiuta; sebbene era bene, e cosi fece, 
che comparissero tali aggiunte in quei luoghi dove li introdusse. 
Pensando al lungo tempo che l'opera vasta dovette esigere per 
la stampa, si comprende che nel volume, sebbene pubblicato 
alla fine del 1891, non si faccia ricordo della scoperta del- 
l' 'A6r]vaiu)V troXiTeia di Aristotele, né dei Mimi di Eroda. In 
taluni punti un'aggiunta sarebbe stata opportuna, ma è d'uopo 
anche pensare alla città ove il Murerò dimorava. Ad es. nel- 
l'articolo Aristofane non è fatto cenno del famoso indice Am- 
brosiano delle commedie di Aristofane — un altro ne esiste 
nel ms. Vaticano 918 — nell'articolo Aristotele era bene indi- 
care l'edizione che de' commentatori Aristotelici si sta pubbli- 
cando per opera dell'Accademia di Berlino — nell'articolo Dio- 
nysius perchè non aggiungere una parola sugli onori funebri 
che ebbe dai Siracusani, perchè non esplicare l'idea politica 
del tiranno e il suo grande disegno di un dominio sui Greci 
dell'Italia e della Sicilia? Riguardo a Tacito non pare più così 
dubbia la questione intorno al prenome; rispetto a Plauto perchè 
non dire della perdita della Vidularia: e la più recente traduzione 
si può dire quella del Rigutini e del Gradi? Certo l'affermazione 
vale solo se intendiamo la traduzione di tutte le commedie : 
ma essendo altrove citate versioni parziali, non era male qui 
ricordare in ordine cronologico quelle del Cognetti de Martiis e 
dello Stampini. Se il libro non fosse d'indole scolastica avrei 
moltissimi desideri da esprimere per una lunga serie di articoli, 
in modo particolare concernenti la storia letteraria, sia per la 
parte bibliografica, sia per le opinioni professate; ma se per 
molte disquisizioni, od anche per il semplice loro accenno non 
erat hic locus, tuttavia non posso tacere che era bene far parola 
(bastava una parentesi) del dubbio che Teocrito fosse di Cos ; 
e della legge di Gortina, forse la più grande scoperta nel campo 
della filologia anche dopo che si è ritrovata 1' 'AGrivaiujV tto- 



— 494 — 

XiT€Ìa, e che ha dato origine ad una bella sene di studii e 
di pubblicazioni, come quella del Comparetti, del Baunack, 
dello Zittelmann e d'altri, si doveva assolutamente parlare. 

Ma coiresprimermi così non intendo esagerare le ommissioni 
e tacere i pregi, che sono molti ed evidenti. 

Come traduttore il Murerò è fedele ed esatto, e se talora li 
sua espressione è meno felice, ciò si deve allo scrupolo di es— 
sere letteralmente fedele alla parola tedesca, anche nei com- 
posti. Cosi, ad es., nell'articolo Euripide si legge (p. 469) che^ 
il Reso giunto a noi è il lavoro di scuola di autore sconosciuto: 
lasciando in disparte la non agevole questione del Reso, cred 
che il dire: è lavoro scolastico ovvero esercitazione scolastica^ 
sarebbe stato meglio. Ma altrove nasce ambiguità; p. 375, pai— 
landò di Dionisio, troviamo le parole : infine usci salvo da una 
pestilenza scoppiata nel campo dei Cartaginesi il 396. Che cosai 
vuol dire? Se intendeva che la pestilenza scoppiata nel campo 
dei Cartaginesi obbligò questi a levare l'assedio da Siracusa « 
doveva servirsi ad esempio dell'espressione « fu salvato >. Ma 
tali fatti nel corso della versione non sono ovvii. 

Il lavoro del Murerò per l'estensione della materia e la mol- 
tiplicità degli argomenti non può essere oggetto di un'ampia 
recensione, pel fatto che questa, se completa, riuscirebbe infi- 
nita. Bastino adunque questi pochi cenni per mettere in luce i 
pregi dell'autore. Si comprende che egli abbia dovuto durare 
fatiche, abbia sopportato sacrifici di più guise, ma l'opera 
compiuta merita encomio. Che essa fosse opportuna è mostrato 
pure dalla circostanza che anche alt^i attende in Italia a la- 
voro consimile — il Pasdera ha già intrapreso la pubblicazione 
di un Dizionario dell* antichità classica^ presso l'editore Clausen, 
di cui, pur troppo, finora non è uscito che il primo fascicolo. 

11 volume del Murerò è bello anche tipograficamente, nitido 
di caratteri e corretto. Le incisioni non era male fossero più 
numerose, ma sono quelle stesse dell'edizione tedesca. In calce al 
volume si trovano degli indici, opportuni certo ma taluno scarso, 
per es. quello delle feste greche: ma perchè non aggiungere 
anche una tabella delle abbreviazioni, che al lettore non addentro 
negli studi tornano dure a capirsi, se pure giunge a capirle ed 
a ricordarle? Tanto più che anche altre opere scolastiche a 
queste tabelle ricorrono. Un alunno di liceo leggendo Hrt. ca- 
pisce che si indica Erodoto? Ottimo il principio adottato di 
conservare ai nomi la grafia antica : in ciò il Murerò si è atte- 



- 495 - 

nuto all'uso degli scrittori tedeschi ed inglesi, talvolta anche 
francesi, e seguito pure da qualche italiano. 

Auguriamo adunque che l'opera incontri il favore del pubblico, 
ed abbia presto una seconda edizione, in cui il traduttore possa 
introdurre quelle aggiunte e quei miglioramenti che parranno 
opportuni. 

Torino, Gennaio, 1892. C. O. Zuretti. 



NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE 



Ancora Eroda. 

Ferve il lavoro riguardo alla costruzione del testo de* Mimi 
di Eroday scoperti dal Kenyon. Mentre i filologi continuano 
le loro osservazioni (v. Classical Review, dee. i8qi, pag. 457, 
480-483, ed altri giornali di filologia) E. van Herwerden ha 
pubblicato (coadiuvato dal van Leeuwen) una recensione di tutti 
1 Mitili^ con introduzione, note critiche ed esegetiche ed un ex- 
cursus. Essa è inserita nel giornale filologico olandese, intitolato 
Mnemosyne (voi. XX, fase. I, 1892), e merita assai d'essere esa- 
minato dagli studiosi della letteratura greca. Peccato, che l'e- 
ditore di Leida, F. Brill, non abbia voluto fare un'edizioncina 
a parte, e non voglia nemmeno vendere separatamente il fa- 
scicolo, che contiene il lavoro dell'Herwerden. Ciò nuoce evi- 
dentemente alla diffusione di esso, che per non pochi filologi 
cosi rimarrà inaccessibile, lì Journal des Savan/s (novembre 1891, 
p. 655-673) contiene un'ampia recensione delle due pubblica- 
zioni del Kenyon e del Rutherford, che è nel medesimo tempo 
un'elegante dissertazione sul mimografo ed i suoi sette bozzetti 
o comediole, che dir si voglia, che merita d'essere letta da 
tutti coloro che s'interessano della letteratura greca, anche 
quando non vogliano o possano occuparsi de' testi originali. 
La Rivista attende la edizione promessa da Francesco Buecheler, 
per occuparsi alquanto ampiamente del nuovo acquisto che gli 
studi greci hanno fatto per la scoperta dell'opera di Eroda. 

Una scoperta importante. 

Questa volta non si tratta d'un testo greco o latino, bensì 
d'un testo etrusco, ma è nuovamente l'Egitto, le cui tombe ci 
fanno una grata sorpresa e ci danno un lungo scritto in una 
lingua, di cui finora non possediamo che testi relativamente 
brevi. Infatti, l'iscrizione più lunga in lingua etnisca, quella 
del cippo di Perugia, non comprende che circa 125 parole; il 
testo, del quale ora si tratta, ci offre più di milleducento pa- 
role scritte in circa duecento righe, la cui interpretazione re- 



- 496 — 

cherà senza dubbio insperata luce su un ramo degli studi lin- 
guistici e storici che è de* più difficili ed oscuri. 

Ecco di che si tratta: Un funzionario austriaco, Michele di 
Barich, aveva portato a Vienna, dall'Egitto, nel 1849 una mum- 
mia. Questa alla morte del possessore (nel 1859) passò, come 
dono, al Museo Nazionale di Zagabria (Agram), dove, nell'in- 
verno 1868/69, il celebre egittologo Enrico Brugsch esaminò 
la mummia e scoperse, su un lembo delle fascie di lino che 
l'avvolgevano, delle lettere; svolse le fascie (della lunghezza di 
14 m.) e le trovò coperte d'una scrittura a lui ignota. Il cata- 
logo della raccolta egizia del Museo Nazionale croato, pubbli- 
cato da F. Bojnicic nella Rivista croata, contiene nella sua prima 
dispensa appunto le notizie fornite dal Brugsch ; esse destarono 
l'attenzione del dottor F. Krall, professore dell'Università di 
Vienna; egli ebbe modo di far venire il rotolo di tela svolto, 
che or si conserva, separatamente dal corpo mummificato, a 
Vienna, e di studiare la scrittura con tutto suo agio nella bi- 
blioteca dell'Università di Vienna. Nella seduta del 7 gennaio 
p. p. dell'Imperiale Accademia delle Scienze presentò una dis- 
sertazione da essere inserita nelle Memorie della medesima. Nel 
Bollettino delle Sedute dà un annunzio breve del contenuto 
del suo importantissimo lavoro, da cui togliamo le seguenti 
notizie. 

L'esame delle fascie dimostrò, che da principio formavano 
un tutto : ora misurano m. 3 */j, con un'altezza di 40 cm.; la 
scrittura è in colonne (12 in numero) larghe cm. 24,5, nella 
forma stessa usata nei rotoli papiracei dell'Egitto. Gl'imbalsa- 
matori hanno tagliato il rotolo senz'alcun riguardo al testo; 
rimane adunque dubbio, se il rotolo originariamente era desti- 
nato per la mummia, la quale era fasciata con queste bende ; 
pare anzi probabile, che il rotolo venisse in mano degl'imbal- 
samatori egiziani come materia inutile, precisamente come i 
papiri coperti di testi greci, che si son trovati ne' sarcofagi di 
mummie. 

L'importanza della scoperta è evidente ; l'autenticità del ro- 
tolo (di cui il Krall s'occupa estesamente nella sua Memoria) 
è superiore ad ogni dubbio, come risulta dall'esame chimico 
della tela fatto da Giulio Wiesner, autorità incontrastata in 
questo campo, e dal testo istesso, il cui contenuto è tale da 
escludere ogni idea di contraffazione, come ammettono pure i noti 
etruscologi Fr. Buecheler, G. Deecke e C. Pauli. La Memoria 
conterrà l'estesa istoria del ritrovamento della mummia, la de- 
scrizione delle fascie; la trascrizione e ricostruzione del testo 
e l'indice de' vocaboli che contiene, ;iccresciuta da osservazioni 
ed aggiunte del Deecke. Sarà eziandio accompagnata dalle fo- 
tografie delle fascile, eseguite da M. F. Eder. 

E certo che questa scoperta segna una novella èra negli studi 
etruschi, per cui la Memoria del dott. Krall dev'essere ansio- 
samente aspettata da tutti quelli che s'occupano di quest'oscura 
parte delle antichità italiche. Giuseppe Mùller. 

Pietro U ssello, gerente responsabile. 



-497 - 



ANEDDOTI DI GRAMMATICA 
E LESSICOGRAFIA LATINA(*). 



I. — 'AvTicpaiv, Antiphon, Antipho. 

« Besonders waren griechische Worter einer Umbiegung 
ausgesetzt; z. B. die Nomina auf -ujv -ovToq, werden wegen 
Nom. -0 z. B. Antipho, sehr haufig zu w-Stammen, so auch 
draconis, teonis » . Così lo Stolz ( i ), il quale molto op- 
portunamente cita in confronto di somigliante deviazione 
le forme Athonis Minonis hioni Calypsonis ed altrettali, 
giacché, come ognun vedrà dalle osservazioni che si fanno 
qua appresso, ci troviam veramente dinanzi a una sola e 
medesima serie di fenomeni morfologici. Quale n'è stata la 
causa determinante ? E qual valore e significazione storica 
si deve ammettere che abbiano nella grammatica scienti- 
fica ? Gli è questo appunto che ci proponiamo ora di veder 
brevemente. 

Le spiegazioni tentate per taluna di siffatte deviazioni 
flessionali son due, una, antica, del Kiihner, e l'altra, 
più recente, dello Stolz dianzi citato. Il Kuhner (2), 
indagando l'origine del genitivo Athonis presso al nomi- 



(*) Il nocciolo di due dei presenti Aneddoti ha veduto la luce già, 
anni sono, nella Biblioteca delle scuole italiane; ma ricompaiono qui 
modifìcati con molte aggiunte. 

(1) Lai, Gramm,y (1. M 15 1 1 e r, Handbuchy 11% p. 224). 

(2) Ausf. Gramm. d. lat, Spr., i, 3 20. 

Kivista di filo loffia ecc., XX 82 



nativo Athos, fu condotto ad ammettere che somigliante 
flessione sulla stampa dei temi in n- sia nata dalla fonna 
deir accusativo Athon. Ma la sua opinione, suggestionata 
manifestamente dalla vecchia idea deirinfluenza morfologica 
dell'accusativo, che principalmente sarebbe apparsa nella 
derivazione della flessione nominale romanza, non si può 
tenere per buona, a quel modo medesimo che ora nessun 
crede più alla pretesa influen2:a dell'accusativo^ e tutti sanno 
che Tunica forma flessionale del nome romanzo è dovuta 
non già alla forma tipica deiraccusativo, ma a un congua- 
gliamento dei casi prodotto dalle leggi fonetiche e segna- 
tamente dal dileguo delle finali s ed m (i). Per queste 
ragioni appunto, lo Stolz (2) ha preferito ricapitare il fe- 
nomeno alla forma di nominativo Atho, che si legge, per 
esempio, in Livio (3)» citando in appoggio della sua spie- 
gazione altre formazioni simili, come Antipho, Antiphonis, 
Sennonché cosi fatta spiegazione lascia ancora dubbio il 
modo come accanto al nominativo Athos si sarebbe pro- 
dotto faltro nominativo Atho (« durch Verklingen des aus- 
lautenden s » dice lo Stols^ ma perchè ?); né vi si scoile 
chiara la ragione del rappono che dovrebb'essere per esempio 
tra le due forme parallele Antipho e Antiphon. Orbene la 
cosa è molto più semplice che non paia a primo aspeno, 
e per trovarne la causa vera basta aver presente una delle 
più tormentate controversie che furono in Roma tra gli 
analogisti e gli anomalisti prima, e tra gli antiquari e i let- 
terati nuovi poi. Su di essa ho già richiamato l'attenzione 



(1) Corssen, 1', 293. Anche cfr. G. Meyer, in Curt. S/iii., V, 
73, e Fr. D' O V i d ì o , Sull'origine delVunica forma flessionale del 
nome ital., Pisa, 1872. 

(2) Wien. Stud., Ili, 95 sg., e Lat, Gramm,^ Ice. cil, 

(3) 44, II. 3. Cfr. eziandio Jf aio, CIL, I, to8 e altrove; A/ino, ib.. 
78 e altrove. 



- 499 - 

io Stesso altrove (i); ed è noto che, tra le testimonianze 
infinite che se ne potrebbero addurre, Quintiliano espli- 
citamente afferma (2) ch^era canone di critica per i seguaci 
della scuola arcaicizzante (corrispondenti agli antichi ana- 
logisti), che i nomi greci si dovessero declinare alla latina, 
e per i seguaci della scuola nuova (discendenti legittimi degli 
anomatisti), che fossero da declinare alla greca. Posto ciò, 
appar chiara Torigine del nostro fenomeno. Presso ad 
Athos, nominativo di stampa greca, si ebbe conforme al- 
Vanalogia latina il nominativo Atho, donde, come lo Stolz 
crede giustamente, il genitivo Athonis; e Antiphon, Anti' 
pkontis, coniato sul greco *AvTi<pwv, fu la flessione propria 
della scuola nuova, nel modo stesso che fu Antipho, Au' 
tiphonis la propria dell'altra opposta. Col che s'accorda 
appunto il fatto noto ch'è Antipho, e non Antiphon^ la 
forma risolutamente arcaica di questo nome. 

2. — Id genus. . 

A proposito della medesima quistione di grammatica an- 
tica, notai, nel luogo di sopra citato (3), che ì grammatici 
latini della scuola tradizionale arcaica, suggestionati forse 
dalla legge, posta da loro, che i nomi greci o capaci di de- 
clinazione greca fossero da declinare alla latina, preferirono 
probabilmente le forme ambos duos alle corrispondenti 
ambo duo, benché queste ultime, e non quelle, sieno le 
forme più frequenti presso gli scrittori antichi. E in nota 
aggiunsi che di somigliante contraddizione di fatto tra gli 
ideali della scuola e la loro applicazione non c'era punto 
da meravigliarsi, perchè «simili esagerazioni», dicevo, «si 



(i) V. L'arcaismo in Tacito^ Torino, 1891, p. 3. 

(2) I, 5, 58 sgg. 

(3) L'arcaismo in Tacito j p. 11. 



-- 500 — 

hanno sempre in ogni scuola letteraria militante, e il pu- 
rismo degli imitatori è assai più rigido e pedante che il 
purismo dei modelli imitati, giungendo anche là dove i mo- 
delli né sono giunti, né si sarebbero mai avvisati di giun- 
gere )). 

Ora, che ciò sia vero, si scorge a punto in un altro caso 
assai ragguardevole, voglio dire nelFuso della locuzione id 
geiius, la quale, pur mancando negli scrittori antichi, vien 
singolarmente di moda presso quelli arcaicizzanti del 11 se- 
colo (Frontone, Apuleio, Gelilo), e poi ne' loro continua- 
tori del III (per esempio Censorino e Minucio Felice). Il 
Wòlfflin suppone (i), giustamente, che la cosa sia s^ 
guita perchè i Frontoniani s'argomentassero di ravvisare qui 
un carattere peculiare della lingua antica. Né, io aggiungo, 
sarà troppo difficile ritrovar l'origine dell'equivoco, chi pensi 
che arcaiche sono realmente le espressioni affini id hoc idem 
aetatis: dalle quali ad id genus non è malagevole il passo. 

3. — Toto orbe e in foto orbe. 

È regola notissima e tradizionale della grammatica la- 
tina quella che insegna che per indicare il così detto stato 
in luogo deve porsi nell'ablativo senza preposizione ogni 
sostantivo al quale sia accoppiato l'aggettivo totus. Però 
che a siffatta regola troppo assoluta bisogni d'essere modi- 
ficata, già fu riconosciuto in talune recenti trattazioni scien- 
tifiche della Sintassi latina (2), e particolarmente ciò fu 
avvertito dal R i e m a n n (3); il quale movendo da certo 
passo di Cicerone (Verr., 11,4, i". «^^0 in Sicilia tota... 



(1) In Ardi./, lat, Lexik.^ V, 391. 

(2) V. per es. la Sintassi di E. Cocchia, Napoli, 1890, p. 179, ij. 

(3) Rev. de philol.y XII, 178 sgg. Anche cfr. la sua Syntaxe latine 
d'après les principes de la Grammaire historique^, Paris, 1890, p. 129, 
n. 4. 



— 501 ^- 

ullum argenteum vas...fuissé)j venne alla conclusione che in 
somiglianti espressioni locali formate da un sostantivo con 
ictus possono essere due sensi affatto diversi, secondo che 
si tratta: \^ d'un'azione che si estende a un determinato 
spazio tutto intero; 2® d'una persona o cosa che abbia, o 
no, certe o cert'altre condizioni, e che entro i limiti di un 
determinato spazio si trovi, o non si trovi. Nel primo caso 
è regolare la mancanza AtWin; del secondo il Riemann 
cita 1 1 esempi di Cicerone, che V hanno, e 8 che non 
rhanno. Quanto a Cesare, l'espressione non sembra ritro- 
varvisi che nel primo senso ; l'uso di Tito Livio poi è quasi 
conforme a quello di Cicerone. 

Questi almeno i risultati del Riemann, il qual contenne 
le sue osservazioni, da Livio in fuori, e