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Full text of "Rivista italiana di numismatica e scienze affini"

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RIVISTA ITALIANA 



DI 



NUMISMATICA 

E SCIENZE AFFINI 



RIVISTA ITALIANA 



DI 



NUMISMATICA 

E SCIENZE AFFINI 

PUBBLICATA PER CURA DELLA 

SOCIETÀ NUMISMATICA ITALIANA 

E DIRETTA DA 

FRANCESCO ed ERCOLE GNECCHl 



ANNO XXI - 1908 - VOL. XXI 




MILANO 

TiP.-EdITRICE L. F. COSLIATI 

Corso P. Romana, N. 17 

1908. 



PROPRIETÀ LETTERARIA 




SOCIETÀ NUMISMATICA ITALIANA 



-^ — 



I*t'esidmite Onorario 

S. M. VITTORIO EMANUELE III 
Re d'Italia 

I*remdetite 

Conte Cornili. NICOLÒ PAPADOPOl.I 

Senatore del Regno. 

V1ce-I*i'esidenti 

GNECCHl Comm. Francesco — GNECCHl Chv. Uff. Ercole 



Consiglieri 

GAVAZZI Cav. Giuseppe. 

MOTTA Ing. Emilio, Bibliotecario della Tiivulziana. 

RICCI Dott. Seraflvo, Conservatore nel R. Gabinetto Niniiisiiiatico di 

Brera in Milano {Vice-bibliotecario della Società). 
RUGGERO Comm. Magg. Gen. Giuseppe. 
VISCONTI March. Cav. Cario Ermes 

Angelo Maria Cornelio, Segielario 



CONSIGLIO DI REDAZIONE DELLA RIVISTA PEL 1908 

Gnecchi Francesco e Gnecchi Krcole, Direttori 

Gavazzi Giuseppe — Motta Emilio — Fapadopoli C. Nicolò 

Ricci Serafino — Visconti M. Carlo Ermes. 



OMAGGIO 

ALLA MEMORIA 
DI 

SOLONE AMBROSOLI 

NEL CENTENARIO 
DEL 

R. Gabinetto Numismatico 
di Brera 



(Fascicolo I e II riuniti) 



Milano, 7 Maggio 1908. 

Lieti di presentare, nella solenne circostanza del 
Centenario del Gabinetto Numismatico di Brera, l'an- 
nunciato fascicolo-omaggio, ricco di studii pervenutici 
da ogni parte dell'Italia e dall'Estero, ci è doveroso ren- 
dere le più vive grazie a tutti coloro che vollero col loro 
nome onorare la memoria del rimpianto Solone Atn- 
brosoli. 

Francesco ed Ercole Gnecchi. 




V 



Solone ai-ibposoli 



L'OPERA NUMISMATICA 



DI 



SOLONE AMBROSOLI 



L'attività numismatica di Solone Ambrosoli si 
può dividere secondo due tendenze e in due gruppi: 
quella scientifica nel senso più stretto ed elevato della 
parola, e quella di divulgazione popolare dei prin- 
cipi della numismatica. Si può affermare sùbito che 
essa fu egregia e notevole in entrambi i rami. 

Analizzando brevemente l'attività dell'Ambrosoli 
nei vari campi delle nostre discipline, essa fu mag- 
giore nella divulgazione che non nella originalità 
scientifica, fu più vasta e profonda nella numisma- 
tica medioevale e moderna che non in quella clas- 
sica greca e romana, o nella medaglistica. 

L'Ambrosoli giunse alla direzione del Gabinetto 
di Brera quasi completamente digiuno di nozioni nu- 
mismatiche greche e romane ; egli stesso me lo ri- 
peteva spesso a titolo di soddisfazione, d'esser potuto 
giungere in br^ve numero d'anni a scrivere manuali 
che trattassero appunto di quella numismatica clas- 
sica, che lo aveva tanto spaventato da principio. 

E infatti la parte greca e romana del suo Ma- 
nuale di numismatica e il manuale Hoepli delle Monete 
greche ci mostrano con quale tenacia di volere egli 
si sia assimilato il vasto campo della numismatica 
classica. Un attento esame di questa parte ci mostra 
ch'egli ebbe delle felici idee di compilatore, come 
quando, nel Manuale delle monete greche, preparò pa- 



H 



SICRAflNO RICCI 



zientemente il diligentissimo Repertorio dei nomi di 
città, popoli e re ('), che molto serve allo studioso 
numismatico mancante del Repertoire pratique del 
Boutkowski *2). Nel Manuale di numismatica, che 
nella sua prima edizione del 1891 in Milano, nella 
serie Manuali Hoepli, come nella 3' del 1904 aveva 
il titolo semplice di Numismatica, ed ora è giunto 
in pochissimi anni alla 4" edizione, l'Ambrosoli in- 
serì una Bibliografia numismatica in miniatura, e un 
Prontuario latino per chi non conosce questa lingua e 
deve consultare libri latini di numismatica, e un Pic- 
colo prontuario delle monete greche, che non so per 
quale ragione plausibile egli abbia tolto nelle ultime 
edizioni. Nella parte romana intuì la vera difficoltà 
dei principianti nel decifrare le monete consolari ro- 
mane, con l'inserire l'utilissimo Repertorio dei nomi di 
monetarii, che mantenne anche nell'ultima edizione (3), 
e che lo stesso Francesco Gnecchi accolse costan- 
temente in tutte le edizioni delle sue pregevoli Mo- 
nete romane (4), poiché molto spesso gli aurei e i de- 
nari repubblicani di Roma antica, invece del nome 
gentilizio, portano solo il cognome o soprannome del 
magistrato monetario, talvolta anche abbreviato. 
Ognuno degli studiosi del campo classico rammen- 
terà l'altra felice idea del Repertorio delle leggende delle 
teste impenali romane, come egli stampò, che per- 
mette a chi non possiede il Cohen di identificare un 
gran numero di monete di quella serie che avessero 



(i) Solone Ambrosou: Monete greche. Milano, Hoepli, 1889, pag. 85 
e segg. 

(2) Alexandre Boutkowski-Glinka: Petit " Mionnet „ de poche. Ber- 
lino, 1889. 

(3) Solone Ambrosoli: Numismatica. Milano, Hoepli, 1907, 4* edi- 
zione riveduta pag. 78. 

(4) Francesco Gnecchk Monete romane, Milano, Hoepli, 1907, 3* edi- 
zione pag. 172 e segg. 



l'opera numismatica di solone AMBROSOI.i 15 

evanidi o poco riconoscibili i ritratti degli imperatori, 
ma invece abbastanza decifrabili le epigrafi. 

Sono quei prontuarii di cui solo il lettore eru- 
dito conosce le difficoltà e la pazienza che costano 
al compilatore, ma, utilissimi a tutti, lo riescono anche 
ai profani della materia. 

L'Ambrosoli fu fortunato di dedicarsi alla nu- 
mismatica classica quando ancora pochissimi qui in 
Italia ne scrivevano, e nessuno aveva raccolto in ma- 
nuali speciali l'una o l'altra parte delle nostre disci- 
pline, come, per es., lo stesso Ambrosoli fece con 
le Monete greche e Francesco Gnecchi con le Mo- 
nete romane. I suoi primi lavori di divulgazione, so- 
stituendo la mancanza di libri o rari o costosi, come 
il Mionnet e lo Head per la serie greca, il Cohen 
e il Babelon per la serie romana, parvero utilissimi e 
unici in Italia nel loro genere, mentre ora s'è fatto un 
tale progresso nelle nostre discipline, che essi non solo 
ci sembrano un compendio elementare delle opere 
maggiori precitate, alla lor volta ispirate dalla colossale 
e geniale opera dello Eckhel, ma sono ormai insuffi- 
cienti, poiché, per es., per la parte greca ora non basta 
certo r indice topografico dell'Ambrosoli a dare al 
principiante una esatta, per quanto superficiale cono- 
scenza delle monete greche. 

Del resto l'Ambrosoli, modesto e consapevole 
del suo valore, era il primo a dichiararlo, e preve- 
deva benissimo che anche del suo manuale ^A'»g *'\ 
che doveva servire di divulgazione delle notizie in- 
torno a quella città storica, sarebbero rimaste solo 
utili agli studiosi la Bibliografia descrittroa e l'Appen- 
dice numismatica, che fanno fede più che dell'acume 
del numismatico, della vasta coltura e della acuta e 



(i) Solone Ambrosoli: AUne. Milano, Hoepli, 1901, con panorama e 
22 tavole. 



SERAFINO RICCI 



paziente investigazione del bibliofilo e del bibliografo, 
come fu, di fatto, per natura prima d'ogni altra cosa, 
e come rimase sempre Solone Ambrosoli. E infatti, 
oltre tre buone traduzioni di lavori numismatici tede- 
schi, presentate con quella spigliatezza di stile che ri- 
vela la profonda conoscenza dell'Ambrosoli nel campo 
delle lingue germaniche (i), egli non ci diede di suo 
originale nel campo greco-romano se non l'aggiudi- 
cazione al nomo Tanite ad una moneta di Traiano per 
l'Egitto (2)^ la conoscenza del rovescio inedito della 
aeterni tas per un gran bronzo di Volusiano (251-254 
d. C), neir illustrazione del ripostiglio di San Mar- 
tino del Pizzolano, in quel di Lodi (3), e la descrizione 
del ripostiglio di Monte Cuore (4) in quel di Crenna 
(Gallarate), che, come il precedente, è notevole per 
il solo fatto di essersi trovato in Lombardia, regione 
non feconda di rinvenimenti di tal genere, quando si 
tratta dell'Alto Impero romano. 

Frutto di osservazione sagace fu la comunica- 
zione fatta al Congresso Internazionale di scienze 
storiche in Roma, il 4 aprile 1903, intorno aWanio- 
niniano di Traiano, di cui riconobbe due tipi diversi, 
l'uno col tradizionale ritratto di Traiano e l'altro con 
quello di Traiano Decio (5). 

Che le cosidette « restituzioni » di Gallieno o di 



(i) Traduzione dal tedesco di Fed. Kenner, // medaglione romano; 
di Andrea Markl, Serdica o Antiochia? e Peso e titolo degli antoniniani 
di Claudio Gotico in Rivista Hai. di Num., 1889. 

(2) Solone Ambrosoli: Di un gran bronzo inedito del Nomo Tanite 
in Rivista Hai. di Num., 1891. 

(3) Solone Ambrosoli: // ripostiglio di S. Martino del Pispolano in 
Rivista ital. di Num., 1897, e Sesterzio inedito di Volusiano in Archivio 
slor. dt Lodi, 1904. 

(4) Solone Ambrosoli: // ripostiglio di Monte Cuore in Rivista ital. 
di Num., 1903. 

(5) Solone Ambrosoli: A proposito delle cosidette " restituzioni „ di 
Gallieno o di Filippo in Rivista ital. di Num., 1903. 



L OPERA NUMISMATICA DI SOLONE AMBROSOLl 17 

Filippo si dovessero ascrivere a Treboniano Gallo, 
piuttosto che a Gallieno, a Filippo o a Traiano Decio, 
era già stato detto da quell'acuto ingegno del Pelle- 
rin ('); l'AmbrosoIi, riproducendo i due tipi deWanto- 
niniano detto di Traiano, aggiunse alle undici resti- 
tuzioni la dodicesima di Traiano Decio, portando a 
dodici gli imperatori consacrati, come dodici erano i 
Cesari e gli dei conseiites. 



Ma la inclinazione naturale e la pratica, che fin 
da giovinetto aveva aggiunto allo studio, traeva l'Am- 
brosoIi con irresistibile passione al campo della nu- 
mismatica medioevale e moderna; anzi si può dire 
schiettamente che specialmente della medioevale si 
era fatta una provincia sua, nella quale spaziava so- 
vrano e talora autocrate, mentre gli rimasero sempre 
un po' meno amiche e intime la numismatica moderna 
e la medaglistica. 

Era del resto un fascino ben naturale e quasi 
inevitabile che traeva una ventina d'anni fa gli stu- 
diosi a svelare i segreti di un'epoca più interessante 
d'ogni altra, appunto perchè meno conosciuta, la quale 
sotto l'apparenza di oscure e intricate vicende stori- 
che rivelava tanto sentimento della personalità umana, 
tanto orgoglio di casta e valore di mente e di brac- 
cio, così squisito e geniale senso dell'arte nella splen- 
dida rinascita delle città italiane. 

L'animo mite e scrutatore dell'Ambrosoli ne fu 
vinto e conquiso, e così come alla passione dello stu- 
dio di quel periodo dobbiamo i più insigni storici 
medioevalisti viventi, nello stesso modo dobbiamo 



(1) Pellerin: Recueit des médailles de Feiiples et de Willes. Parigi, 
1763, voi. Ili, pag. 51. 



SERAFINO Ricci 



pure la larga e meritata fama che circonda il nome 
dell'Ambrosoli, come insigne numismatico medio- 
valista. 

Anche in questo campo l'Ambrosoli tenne di 
mira il duplice "scopo di divulgare le nozioni più ele- 
mentari della disciplina e di illustrarne i punti oscuri 
e le monete inedite. 

La prima edizione delle sue Zecche italiane nel 
1878 (') è l'inizio della sua attività scientifica; presto 
ne fece una seconda edizione nel 1881 ^'^) e per allora 
parve a lui e agli altri gran cosa un lavoro con 
otto tavole fotografiche, nel numero limitato di cen- 
tocinquanta esemplari numerati, di cui più tardi egli 
stesso sorrideva, ponendolo a confronto con i lavori 
più recenti, illustrati dalle nitidi tavole della Rivista 
Numismatica. 

L'Ambrosoli conobbe tosto la necessità di avere 
un periodico a sua disposizione, e fondò quella Gaz- 
zetta Numismatica di Como, che durò dal 1881 al 1887 
e fu l'introduzione alla Rivista italiana di Numismatica, 
ch'egli ebbe il merito di iniziare e di dirigere per il 
primo biennio 1888-1889. 

E in quel primo biennio di attività scientifica e 
poi dal 1890, da quando assunsero la direzione della 
Rivista i fratelli Francesco ed Ercole Gnecchi, fino 
alla sua morte, cioè per il periodo di ben diciotto 
anni, l'Ambrosoli ebbe a sua disposizione la Rivista 
per inserirvi quei lavori, che alla perfetta italianità 
della forma univano ogni volta il frutto di un lungo 
lavoro di ricerche e di confronti, o la geniale ipotesi 
di una zecca nuova, o la nuova interpretazione di 
una moneta già nota. 



(i) Solone Ambrosoli : Zecche italiane rappresentato nella raccolta 
numismatica di S. A., studente in leggi. Como, coi tipi di Carlo Franchi, 
I gennaio 1878. 

(2) Solone Ambrosoli: Zecche italiane rappresentate nella raccolta (tei 
dott. S. Ambrosoli. Como, Franchi, 1881. 



L OPERA NUMISMATICA DI SOLONE AMBROSOLI 19 

Alcuni dei lavori che trattano di numismatica me- 
dioevale italiana possono essere additati come mo- 
dello per ordine di trattazione, per completezza esau- 
riente di indagini, per vivace eleganza di ibrma, e 
possono stare a paro coi lavori più stimati dei grandi 
numismatici italiani del secolo teste chiuso, Dome- 
nico Promis, Giovanni Mulazzani, Carlo Kunz. 

Non vi è fascicolo della Rivista che non con- 
tenga un lavoro, una ricerca, una nota dell'Ambro- 
soli : si arguirebbe quasi da ciò che la sua attività 
scientifica uscisse impreparata e tumultuosa, tanto 
era frequente e inesauribile, se non si pensasse che 
l'Ambrosoii in quei diciotto anni si era quasi appar- 
tato dal mondo, e chiuso in un esclusivismo assoluto 
per non occuparsi d' altro che della sua disciphna 
prediletta. 

E questa gli diede davvero delle grandi soddi- 
sfazioni morali, anche se gli negò quelle materiali, 
alle quali aveva diritto, ma dovette rinunziare, per- 
chè non fu abbastanza compreso. 

Tralasciando in questa breve rassegna della sua 
attività scientifica i primi lavorucci, che non hanno 
in sé abbastanza valore da costituire la base della 
fama di uno scienziato, perchè correggono solo errori 
o fanno rilevare l'importanza di qualche moneta poco 
nota ('), rileverò invece le illustrazioni delle monete 



(i) Ecco l'elenco di questi primi lavori dell'Aiubrosoli in ordine di 
tempo: Aggiunte alle zecche italiane rappresentate nella raccolta del dot- 
tor S, A. (Gazz. Num., 1881) — Saggio di un catalogo originale di mo- 
nete straniere; Contribuzioni alla numismatica comense; Note monegasche 
{Gazz. Num., 1882, 1883, Riv. Num., 1889) — Quisquiglie nwrismatiche 
{Gazz. Num., 1882) — Una monda della Zecca di Ge.x {Gazz. Num., 1883) 
— Zecche minori dei Gonzaghi nella raccolta Ambrosoli {Gazz. Num., 
1884, 1886) — Di una novella attribuzione alla zecca monegasca {Gazz. 
Num., 1886) — Di una moneta trivulziana con S. Carpoforo ; Di uno scudo 
progettato per San Marino (Riv. Num., 1888) — // mezzo zecchino del 
Vasto (Riv. Num., 1890) — Di un singolare cavallotto al tipo bellinzQ- 



20 , SERAFINO RICCI 



inedite, le nuove attribuzioni di zecche, le ricostru- 
zioVii storiche e numismatiche di alcuni ripostigli e 
le identificazioni nuove di monete speciali. 

L'Ambrosoli ci diede la notizia di un luigino ge- 
novese e forse unico e di una moneta inedita di Sci- 
pione Gonzaga, principe di Bozzolo, già nella Gaz- 
zetta numismatica di Como (1881-1882); poi nella 
nostra Rivista la notizia di una patacchina savonese 
inedita di Filippo Maria Visconti e di un soldmo asti- 
giano di Carlo Quinto nel 1890; ci descrisse il ripo- 
stiglio di Lurate Abbate nel 1888, quello di Como 
nel 1891, di Chignolo-Po nel 1897, di Ronago nel 
1898, di Abbiategrasso nel 1899; fece rilevare il trait 
d'union entre la France et l'Italie a proposito della 
incerta zecca franco-italiana di Charleville o Carlo- 
poli, in una dissertazione al Congresso Internazio- 
nale di Numismatica a Parigi f'); poi mise in luce 
l'importanza di alcuni acquisti del Gabinetto Numi- 
smatico di Brera nella serie delle zecche itahane (2); 
ma più ancora, in occasione della pubblicazione nel 
volume Ambrosiana di scritti vari pel XV centena- 
rio della morte di S. Ambrogio <3), in sèguito ad accu- 
rate ricerche storico-numismatiche intorno all'ambro- 



nese; Lo zecchino di Farcia (Riv. Num., 1897) — Una moneta beltinzonese 
da ritrovare (Boll. slor. della Svizzera italiana, 1901) — Una moneta mi- 
lanese anonima dei successori di Giovanni Visconti (Arc/i. slor. lomò., 1902) 
— Contraffazione bellinzonese di una moneta franco-italiana (Boll. slor. 
della Svizzera italiana, 1902) — La zecca franco-italiana di Charleville o 
Carlopoli. — Le monete dei conti di Fenlimiglia {Riv. Num,, 19^3) -^ Le 
monete di Orbelello (Rass. Num., 1901) — Noterelle Numismatiche {Pe- 
riodico della Soc. Coinense, e Riv. Num., 1904, 1906) — Il ducato d'oro 
di Parma del ijij (Ardi. star, per le Prov. Parmensi, 1904) — Intorno 
ad un nuovo esemplare della moneta " cavallina „ in Candia (Riv. Nu- 
mis., 1905). 

(i) Atti di quel Congresso Parigi, 1900. 

(2) In Rivista ital. di Num., 1902. 

(3) Solone Amrrosoli: L'Ambrosino d'oro. Ricerche storico-numisma- 
tiche. Dal volume Ambrosiana. Milano, Cogliati, 1897. 



L OPERA NUMISMATICA DI SOLONE AMBROSOLI 21 

sino d'oro della Repubblica milanese. l'Ambrosoli fece 
acutamente notare che si debba andar cauti nell'am- 
mettere l'esistenza deìVambrosmo d'oro, quale moneta 
corrente della Prima Repubblica, come è stata data 
finora nella serie milanese <i', poiché rimasta in soli 
tre esemplari, di cui due di dubbia autenticità e ad 
ogni modo da considerare — anche se autentici — 
come prove di zecca di un fiorino d'oro, che poi si 
rinunciò forse a coniare. 

Aggiungeva l'Ambrosoli che un noto scrittore 
di cose numismatiche del XVIII secolo, il Bellini, 
assegnava alla Prima Repubblica un altro pezzo co- 
munissimo, quello che ora si ritiene il mezzo ainbro- 
sino della Seconda Repubblica milanese, e che l'opi- 
nione del Bellini (2) meritava davvero tutto 1' esame 
attento dei competenti, poiché, trasportando alla Pri- 
ma Repubblica il mezzo ambrosino d' oro, questo 
poteva anche servire allora per ragioni economiche 
da ambrosino di tipo ridotto. 

Il così detto mezzo ambrosino d'oro della Seconda 
Repubblica milanese (1447-1450) deve essere infatti at- 
tribuito alla Prima (i 250-1 310), perché ha Mediolannm 
e non Comunitas Mediolani, perchè la grafìa della 
leggenda è differente, perché ha quei caratteristici 
trifogli che nel secolo XV non si usavano più, e per- 
chè tali mezzi ambrosini si ritrovarono nel riposti- 
glio di Cameri presso Novara del 1881 e in quello 
bergamasco del 1893 circa, che non sono più recenti 
del 1354, cioè della morte di Giovanni Visconti. 

Cadevano quindi tutte le deduzioni statistiche 
e storiche, come cadevano quelle economiche, che 
facevano credere l'ambrosino eguale al fiorino o zec- 



co Francesco ed Ercole Gnecchi: Le monete di Milano. Milano, Du- 
molard, 1884, pag. 25 e seg., tav. IV, i; cfr. pag. 64 e scg., tav. XI. 

(a) Bellini (Vinceiitius) : De woiielis Italiae Medi: Aevi liaclemis non 
«viilgatis, postuma dissertano, Ferrara, 1774, pag. 45. 



22 SERAFINO RICCI 



chino : mentre il fiorino era di soldi 20 imperiali, l'am- 
brosino di soli io; occorreva quindi, secondo lui, cre- 
dere quello fino allora creduto mezzo ambrosino, l'am- 
brosino d'oro, equivalente a mezzo fiorino imperiale 
o al fiorino di terzuoli, come felicemente aveva sug- 
gerito il numismatico cav. Giuseppe Gavazzi. E fini- 
sce il suo lavoro, mirabile per chiarezza, forza di 
logica, dottrina e vivacità scorrevole di stile, con la 
seguente conclusione: 

« Divien probabile, quindi, che i Milanesi aves- 
sero creato originariamente l'ambrosino d'oro, perchè 
funzionasse appunto, rispetto alla lira terzola, in quel 
modo in cui funzionava il fiorino d'oro rispetto alla 
lira imperiale. Pure rimanendo verosimile adunque, 
che, caduta in disuso la doppia menzione delle Hre 
imperiali e delle lire terzole nei contratti, e rimasto 
il solo computo a fiorini e lire imperiali, l'ambrosino 
d'oro si sia poi ridotto, per la forza delle cose, alle 
modeste funzioni di uno spezzato del fiorino d' oro, 
possiamo ritenere che la sua origine fosse stata ben 
più nobile, intendendosi dai Milanesi di creare con 
esso una moneta d'oro finissimo (') sulla base della 
lira locale di terzoli, a quella maniera in cui gli al- 
tri Stati contemporanei crearono invece il fiorino 
d'oro, il genovino, il ducato ». 

Un'altra volta l'acume dell'Ambrosoli apparve 
singolare, in occasione dell'acuta determinazione della 
zecca di Valenza (2). I soci della Società Numisma- 
tica Italiana ricorderanno che l'S ottobre del 1901, 
onorando le LL. MM. il Re Vittorio Emanuele III 
e la Regina Elena, in occasione della loro visita al 



(1) L'Ambrosino d'oro all'esame del R. Ufficio d'assaggio di Milano 
diede il titolo di 0.998, superiore a quello degli stessi celebri ducati o 
zecchini di Venezia. 

(2) Solone Ambrosoli : Di una nuova zecca lombardo-piemontese 
in Rivista ital. di Nuni., 1901, pag. 383 e segg. 



L OPERA NUMISMATICA DI SOLONE AMBROSOI.I 23 

Castello Sforzesco, la Sede della Società Storica 
Lombarda e quella della nostra Società Numismatica 
Italiana, Solone Ambrosoli diede il benvenuto al So- 
vrano col presentare la scoperta della nuova zecca 
di Valenza, e a S. M. il Re, che ancora non s'era 
potuto de vtsu convincere della novità, il nostro con- 
sigliere cav. Giuseppe Gavazzi offerse due esemplari 
delle curiose monetine o « piccole sfingi », come le 
chiamava il Gavazzi, portanti la nuova indicazione. 
L'Ambrosoli da vari esemplari un po' consunti, ma 
che si completavano a vicenda, era riuscito a rico- 
struire intera la leggenda + • sì • AN & GÈ AST TVTOR 
+ • COMVNS • & LOCI VA • cioè : Sanctt Antonius et Geor- 
gius AsHliani, tutores connmitatis et loci Valentie. 

Infatti uno dei sobborghi di Valenza s'intitolava 
appunto 5. Antonio, e S. Giorgio d' Astigliano era una 
delle antiche parrocchiali, ora scomparse, di Valenza 
stessa ; inoltre il socio Guglielmo Grillo, che molte 
altre piccole sfingi aveva generosamente donato al- 
l'Ambrosoli, pel suo studio, lo aveva avvertito che in 
due vetusti bassorilievi murati sull'esterno della chie- 
setta di S. Bartolomeo in Valenza si vedevano, come 
si vedono tuttora, associati i due santi Antonio e 
Giorgio. 

La soluzione dell'enigmatica leggenda, che al 
punto LOCI VA ■ era stata da tutti letta ROCIVA, per- 
chè R infatti pareva la L unita in nesso col segno 
della &, a poco a poco parve verosimile e ingegnosa 
da paradossale che si presentò al primo momento, 
ed io sono veramente contento non d'aver veduto 
L più il segno della copula nello R, ma di aver sugge- 
rito al mio illustre e fortunato maestro che, oltre a 
ROCCA VALENTIAE poteva esservi la interpretazione 
LOCVS VALENTIAE, che non è infrequente nello stile 
latino basso del Medio-evo, dopo il mille. Così, come 
era avvenuto nel caso del mezzo ambrosino del 



24 



SERAFINO RICCI 



Bellini e dei fiorini di terzuoli del Gavazzi, che, in un 
lampo felice, per l'Ambrosoli divennero gli antbrosini 
d'oro della Prima Repubblica equivalenti a mezzo fio- 
rino d'oro, più tardi l'ipotesi del Locus Valenhae fa- 
cevagli balenare la soluzione della strana grafìa et 
Loci Valentiae svolgentesi dall'enigmatico « Rociva ». 



» 
» 



Di valore soltanto problematico e finora da esclu- 
dere dal campo delle scoperte numismatiche sono 
invece le zecche di Novello (circondario d'Alba), di 
Millesimo (circondario di Savona), di Pietra Gavina 
presso Voghera, di Mede in LomelHna e di Mon- 
dondone, presso Mede, presentate come nuove zecche 
finora sconosciute al Congresso Internazionale di 
Scienze Storiche in Roma nel 1903, pubblicate negli 
Atti di quel Congresso l'anno dopo <'), e notate anche 
da me fra le zecche discutibili nello Schizzo topogra- 
fico delle zecche lombarde, presentato pure a quel 
Congresso ^^). 

Quanto a Novello e a Millesimo, che anche i fra- 
telli Gnecchi s'erano affrettati ad includere nella loro 
Bibliografia delle zecche *3) in sèguito appunto al primo 
lavoro dell'Ambrosoli, che ne annunziava la nuova 
assegnazione (4), esse sono ora annientate dalla mo- 
neta inedita di Ponzone, che vede la luce in occa- 



(i) Solone Ambrosoli : Di alcune nuove zecche italiane in Atti dei 
Congresso Internazionale di Scienze Storiche. Roma, Accademia dei Lincei 
1904, voi. VI, Numismatica, pag. 183 e segg. 

(2) Serafino Ricci : Sull'ordinamento delle zecche italiane medioevali 
e moderne. Relazione con uno schizzo topografico delle zecche lombarde e 
tabella dichiarativa ; ibidem, pag. 15 e segg. 

(3) Francesco ed Ercole Gnecchi; Saggio di bibliografia numisma- 
tica delle zecche italiane. Milano, Cogliati, 1889, pag. 215 e 255. 

(4) Solone Ambrosoli : // ripostiglio di Lurate Abbate in Riv. Hai. 
di Nutn., I, (1888) pag. 10 dell'estratto. 



LOPERA NUMISMATICA DI SOLONE AMBROSOLI 25 

sione del Primo Centenario del Gabinetto Numisma- 
tico di Brera nell'omaggio presentato dal Circolo 
Numismatico milanese <i>; le altre zecche, non con- 
fortate da alcuna indicazione di codici, ne da con- 
ferma di monete più chiare e decifrabili, hanno troppo 
deboli elementi di vita da lanciarle con fiducia nel 
campo scientifico, e faremmo torto alla fama dell'Am- 
brosoli se proprio oggi gliene facessimo un vanto. 
Va ristudiata tutta la questione di queste zecche più 
pacatamente e con maggiori mezzi scientifici a nostra 
disposizione. 

Una certa sussistenza ha invece il tentativo del- 
l'Ambrosoli di identificare il bissalo visconteo, che 
si attribuisce a Gian Carlo Visconti, coi bissoli di 
Cantù "^2), poiché da un lato il cav. Giuseppe Gavazzi 
e gli stessi fratelli Gnecchi, editori delle Monete di 
Milano, asserivano che il bissolo in questione doveva 
essere stato coniato in un'altra zecca che non fosse 
Milano (3), dall'altro lato l' ing. Motta, benemerito bi- 
bliotecario della Trivulziana, aveva riconosciuto in 
un codice di quell'insigne biblioteca citati i bissali 
da Monza e da Cantù. Quindi anche questa città 
aveva la sua zecca, e noi ora staremo con gli occhi 
aperti per rintracciare altri bissò/i e altri dati che ne 
confermino l'esistenza così felicemente provata. 

Tutte le altre dissertazioni dell'Ambrosoli nel 
campo medioevale non escono dal contributo della 
descrizione e della critica, la quale però più d'una 



(i) Circolo Numismatico Milanese: Fascicolo-omaggio per il Primo 
Centenario del /?. Gabinetto Numismatico ili Brera : Note ili numismatica 
e d'archivio. Milano, Crespi, 1908. 

(3) Solone Ambrosoli : La zecca di Cantit e un codice delta Trivul- 
ziana. Milano, Cogliati, 1904, pag. 475 e segg. 

(3) F. e E. Gnecchi: Le monete di Milano in Supplemento, tav. LVII, 
n. 4, cfr. Giuseppe Gavazzi : A proposito delle monete dt Gian Carlo Vi- 
sconti in /?»■?'. //. di Num., 1888, pag. 225 e segg. 



26 SERAFINO RICCI 



volta corresse errori e modificò date e attribuzioni 
di monete, perchè in ogni sua ricerca il mio maestro 
non s'allontanava mai dal severo e rigido metodo 
scientifico. Le più importanti di queste sue disserta- 
zioni, occasionate da monete che erano immesse nelle 
collezioni di Brera, sono poi riunite in un lavoro 
riassuntivo ('). 

» 

» * 

Se a tutta questa attività dell'Ambrosoli aggiun- 
giamo quanto egli pubblicò nel campo della meda- 
glistica e in opere di carattere più generale, un altro 
lato non meno pregevole di operosità scientifica ci 
si schiude dinanzi (^), e se noi poi aggiungessimo 
quanto egli fece come traduttore di opere nelle lin- 
gue del nord (di cui oggi non dobbiamo qui occu- 
parci e non ne abbiamo la competenza), si conclu- 
derebbe anche favorevolmente a una certa qual non 



(i) Solone Ambrosoli : Alcuni acquisti del R. Gabinetto Numisma- 
tico di Brera (iSSjigoo) : Monete di zecche italiane in Riv. Hai. di Nu- 
mismatica, 1902. 

(2) Pregevoli scpratlutto le ricerche: Una medaglia inedita del Museo 
di Brera (Riv. 11. di Num., 1888). — Una medaglia di Antonio Abondio 
(ibidem, 1889). — Una medaglia inedita di Giacomo Jonghelinck (ibidem, 
1891). — Di un medaglista ignoto del secolo XVI (ibidem, 1901). — Una 
medaglia poco nota di Papa Pio IV (Roma e la Lombardia, 1903). — 
Sono utili per il ciclo completo delle medaglie che illustrano: Le meda- 
glie di Alessandro Volta in Riv. It. di Num., 1899 con la I" e II" aggiunta 
(1902-1904). — Le medaglie di Giuseppe Verdi. — La bibliografia com- 
pleta delle sue opere (Ved. Rivista Italiana di Numismatica, 1906, 
pag. 442 e eegg. ; cfr. S. Ricci in Bollettino Ital. di Num., 1907) porta 
anche la traduzione dal tedesco del lavoro di Robert von Schneider: 
Di una medaglietta anonima mantovana (Riv. li. di Num., 1900). — La 
targhetta commemorativa del V Congresso Geografico italiano. Milano, 
Diario del Congresso, 1901. — Placchelte italiane in Rassegna d'Arte, 
1901 e Placchelte italiane moderne in Riv. It. di Num., 1901. — A propos 
d'une medaille Siennoise in Bull, intern. de Num., Parigi, 1802. — Me- 
daglie del Petrarca nel R. Gab. Num. di Brera, nel volume Da Dante 
a Leopardi per nozze Scherillo-Negri. Milano 1904. 



L OPERA NUMISMATICA DI SOLONE AMBROSOLI 27 

comune versatilità di ingegno tanto nel campo filolo- 
gico e letterario, quanto in quello storico-critico ^^). 
Ma, per rimanere nel campo delle discipline numi- 
smatiche, riparliamo delle sue opere di divulgazione 
intorno alla numismatica medioevale e moderna. 

L'Ambrosoli non ebbe fiducia nell'efficacia del- 
l'insegnamento universitario. Nominato libero docente 
in numismatica per titoli nella nostra R. Accademia 
Scientifico-Letteraria, dopo quella breve Prolusione 
che è inserita nella Rivista italiana di Nwnisììiatica 
col titolo : Della numismatica come scienza autonoma, 
null'altro ne scrisse, né pronunciò riguardo all'inse- 
gnamento. La potenza singolare di questo per far 
conoscere e apprezzare il campo, i metodi, il fine di 
una scienza era misconosciuta da lui, oppure egli vi 
era naturalmente contrai;io, o per poca facilità e pas- 
sione di parlare in pubblico, o per troppe occupa- 
zioni di ufficio, che gli impedivano di prepararsi alle 
lezioni con quella scrupolosa diligenza ch'egli cre- 
deva doverosa, trattandosi d'insegnamento superiore. 

E questo tolse a lui una grande soddisfazione 
di più, e privò l'Accademia del contributo di disci- 
plina si può dire nuova per l' insegnamento univer- 
sitario. Fu rotto anzi ogni legame tra i corsi nu- 



(l) Oltre i numerosi Manuali citati, i vari necrologi, le moltissime 
recensioni inserite nella Rivista Italiana di Numismatica, che sono 
pregevoli per le indagini storiche e per gli elenchi bibliografici, oppure 
per le ricerche e le considerazioni numismatiche, mitiaino i lavori: Breve 
relazione di un viaggio ad Atene e Costantinopoli. Milano, 1892. — Della 
numismatica come scienza autonoma (Riv. II. di Sum., 1893). — Museo 
Provinciale di Catanzaro: 1 Monete romane e bisantine; li Monete me- 
dioevali e moderne ; Medaglie. Catanzaro, 1894. — Giangiacomo de' Me- 
dici, castellano di Musso (1523 1532) Saggio bihliografico con particolare 
riguardo alle sue monete. Milani-, 1895. — Bibliografìa numismatica di 
Gian Giacomo de' Medici, castellano di Musso (Riv. II. di Num., 1896I. 

— Vocubolarietto pei numismatici, in sette lingue. Milano, Hi.epli, 1897. 

— Intorno all'uso delle lingue nazionali negli scritti di numismatica in 
Alti del Congr. Intern. di Scienze Storiche. Roma, 1904. 



28 SERAFINO RICCI 



mismatici all'Accademia e il museo numismatico di 
Brera, che sotto il Biondelli era Gabinetto universi- 
tario, e anche questo fu dannoso, perchè i giovani 
incominciarono a disimpararne la via e a non consi- 
derare lo studio delle pregevoli collezioni antiche 
e moderne come uno dei fondamenti più saldi delle 
ricerche archeologiche, storiche e artistiche, mentre 
nessuno sarebbe stato più autorevole dell'Ambrosoli 
per mostrarne tutta la vastità, l' importanza e lo 
stretto legame con la cultura superiore della nostra 
gioventù studiosa. 

Ma oltre a una certa ripugnanza innata a pre- 
sentarsi al pubblico, che confinava con una timidità 
talora infantile, l'Ambrosoli s'era accorto che per 
r insegnamento numismatico i tempi non erano an- 
cora maturi, come in fondQ non lo sono neanche 
oggi, in cui gli scolari sorridono udendo parlare di 
numismatica, ed è il sorriso più innocente di questo 
mondo, perchè viene dalla completa ignoranza di 
quel che possa essere e divenire la nostra scienza. 
Dinanzi a ostilità di varia natura, egli non affrontò 
l'opinione pubblica, ma si rinchiuse sdegnoso nel suo 
museo, che doveva essere la sua gloria, e si studiò, 
invece, di irradiare da quello la luce più viva e più 
diffusa possibile. E sognò la divulgazione della nu- 
mismatica per mezzo dei manuali, anche nella parte 
medioevale e moderna, e vi riuscì. Il manuale di Nu- 
mismatica del 1891, perfezionato nella terza edizione 
e nella quarta in cui è, si può dire, postumo, è un 
gioiello del genere, sopratutto per la parte medioe- 
vale. L'unica cosa che io non approvo è l'aver tolto 
nelle ultime due edizioni il prontuario dei motti e 
delle leggende, il quale, come l'altro dei santi, è uti- 
lissimo a tutti, anche agli specialisti. È vero che 
l'Ambrosoli vi fu indotto dalla speranza di fare un 
manuale a parte dei motti e delle leggende, ora che 



l'opera numismatica di solone ambrosou 29 

diffusamente fu ritrattato questo importante argomento 
nel nostro Bollettino italiano di Numismatica dalla 
penna del defunto Giovanni Donati ; ma intanto si 
rese defunto anche l'Ambrosoli e il Manuale manca 
di un capitolo importante. 

In ogni modo la distribuzione geografica, chiara 
e sobria, è resa viva dalle indicazioni bibliografiche 
esaurienti, e le serie dei regnanti e dei papi alle sin- 
gole zecche orientano tosto gli studiosi per le ri- 
cerche; manca la descrizione delle monete e della 
mancanza s'avvide negli ultimi tempi l'Ambrosoli 
col supplirvi con altri due Manuali : VAtlantino delle 
monete papali a compimento del Cinagli (1905) e 
V Atlante Numismatico moderno (1906), entrambi però 
suscettibili di miglioramenti e di aggiunte. 

Infatti, ormai il Mannaie Ambrosoli rimane im- 
pari al progresso continuo incessante della parte 
numismatica medioevale e moderna, e ormai s'invo- 
cano dagli studiosi i manuali delle singole zecche 
maggiori, non appena gli studi degli specialisti avranno 
condotto a un risultato esauriente e sicuro. 

Solone Ambrosoli un bel giorno ebbe paura 
egli stesso della propaganda numismatica che aveva 
fatto, e nella sua timida, ma leale scrupolosità di stu- 
dioso e di scienziato non trovava i mezzi per debel- 
larla, come diceva spesso. E questo diventava in lui 
una fobìa. Eppure quest'uomo, che non voleva la luce 
elettrica nel suo ufficio per paura d' incendio, non il 
telefono per non essere disturbato, dalla mattina 
alla sera era là nel suo museo, curvo sui libri; egli, 
natura forte, vigorosa, nata forse alla luce, al sole, 
al moto, preparava lentamente lo sfacelo del suo es- 
sere per la voluttà di finire una ricerca prediletta e 
di sentirsi per questo solo, indipendentemente dai 
concetti di lucro o di ambizione, soldato del dovere 
che sacrifica la vita, ove occorra, per la sua bandiera. 



30 SERAFINO RICCI 



Solone Ambrosoli è colpevole incosciente di 
questo suo lento suicidio. D'antico stampo, ligio al 
dovere, di una correttezza e di uno scrupolo in certe 
inezie perfino esagerato, schivo della pubblicità sotto 
tutte le forme, egli attese dal suo posto che gli altri 
venissero a lui, e venivano pur troppo a disturbarlo 
a solo proprio vantaggio, ed egli ne rimaneva vit- 
tima volontaria, quasi contenta; sempre affabile, cor- 
tese fin troppo, anche con l'umile fattorino postale che 
gli portava una moneta, perchè questi rappresentava 
per lui una parte di quel pubblico che intendeva 
erudire coi suoi manuali. 

Spaventato dall'incremento della numismatica in 
questi ultimi anni, quando vide a poco a poco affol- 
larsi di pubblico vario, dotto e indotto, quel museo 
che prima era quasi deserto, tentò tenerlo lontano 
col ripetere ai più audaci, che sconfinavano nelle do- 
mande, quel severo « monete e medaglie » che l'Am- 
brosoli, da adirato esclusivista, gridava contro chi 
voleva sfruttarlo per ogni genere d'antichità e d'arte; 
diventava talora così esclusivista da non riconoscere 
nemmeno ciò che ai suoi studi stessi avrebbe gio- 
vato, e alla scienza occorreva come utile sussidio. Mi 
ricordo ch'egli condannò perfino una circolare, che 
a me pareva necessaria, rivolta ai sindaci perchè 
curassero negli scavi archeologici fortuiti di conser- 
vare tutte le monete trovate al loro posto, o nei re- 
cipienti fittili, oppure nelle tombe che si andavano 
scoprendo; ma d'altra parte egli. Solone Ambrosoli, 
al più umile garzone di negozio non era capace di 
negare un favore, e subiva tutto e tutti con uno 
strano quietismo, senza mai che quella voce si fosse 
alzata, e, notando il contrasto stridente fra quello 
ch'egli era e quello che dava e quello con cui lo si 
ricompensava, come a un servo si dà la mercede, 
egli avesse osato gridare all' ingiustizia e ribellarsi, 



l'opera numismatica di solone ambrosoli 31 

non in nome suo e della sua famiglia, perchè almeno 
aveva la fortuna di non averne bisogno, ma, dico, 
in nome della scienza, dell' incremento del suo stesso 
museo, del riordinamento delle raccolte, della pubbli- 
cazione del catalogo scientifico, che ancora attende, 
dopo un secolo di vita numismatica, il suo autore. 
Ma l'Ambrosoli aveva fede di vivere e di lavorare 
ancora molto. E sempre sperando di giungere in 
tempo, lo colse sprovvisto, impreparato, la sera della 
vita, senza che potesse vedere coronati i frutti del 
suo lavoro indefesso e spesso mal compreso. E re- 
clinò il capo, stanco, sfinito quel galantuomo, senza 
nulla chiedere, né nulla pretendere, egli che tutto 
aveva dato quel che poteva dare, per nulla, o quasi, 
di quel che aveva diritto di chiedere ! 



Se alle ricerche dell'Ambrosoli i tempi e gli 
uomini meno contrari avessero data l'importanza di 
quelle linguistiche o filologiche, dove pur ben di rado 
la indubbia lotta coi prefissi e coi suffissi riesce poi 
ad aprirsi il varco dalla parola al pensiero, e molto 
meno squarcia di inaspettata e meridiana luce tutto un 
periodo storico, come fanno le monete e le medaglie, 
ben altro si sarebbe detto di Solone Ambrosoli e 
più benemerito parrebbe oggi in faccia alla critica 
a alla storia della scienza. 

Ma egli ci sorride dal busto con quella sua bona- 
rietà naturale, perchè sa che, più tardi, mutati i tempi 
e gli apprezzamenti, quando la numismatica entrerà 
sovrana con l'epigrafia e l'antichità da un lato, con la 
storia e 1' arte dall' altro nel tempio della scienza, 
noi dovremo ancora rivolgerci riconoscenti alla me- 
moria sua, perchè Solone Ambrosoli fu nel secolo 
che è morto il vero pioniere e divulgatore, che con- 



32 SERAFINO RICCI 



tinuò degnamente e ampliò la nostra gloriosa tra- 
dizione italiana negli studi che ci diedero Ennio 
Quirino Visconti, Bartolomeo Borghesi, Domenico 
Promis. Egli stette sempre sul posto di battaglia, 
dove più folta era la mischia, anche quando pareva 
al pubblico eh' egli stesse a poltrire nella comoda 
nicchia di Brera e che volesse di proposito schivare 
la società per far parte da se stesso. 

Dalla vita, infatti, così affascinante di bellezza 
e di gioia, ove si prova il disinganno, ma è potente 
la passione, dove avvince talora la voluttà della 
lotta pel bene, per la gloria, anche quando si cade 
per essa affranti o incompresi, si vide un giorno l'Am- 
brosoli scomparire come rassegnato e tranquillo. 
Speriamo che dall'affetto vero e costante della mo- 
glie adorata, nella tacita gara di divenire primo 
fra i numismatici italiani, abbia tratto quei conforti 
che un altro carattere più battagliero, più espansivo, 
più dominatore avrebbe attinto alle fonti dirette e 
varie di una vita pubblica, in mezzo alla società. 

Noi oggi poniamo riverenti un ramo di lauro a 
pie del suo busto; nessuna fronda può essere più 
gradita al forte e modesto lavoratore! 

Quando col veloce trascorrere del tempo si per- 
deranno nella memoria i lineamenti della persona e 
non resterà che l'idea, quel lauro nella nostra fan- 
tasia possa vedersi crescere d' intorno folti rami vi- 
goreggianti, che ombreggino con le loro frondi ospi- 
tali il tronco avito da cui germinarono. 

Milano, febbraio 1908. 

Serafino Ricci. 




R. GABINETTO NVMISMATICO E MEDAGLIERE NAZIONALE DI BRERA IN MILANO 
SALA DEGLI STIPI E DELLE VETRINE 



i 



IL R. GABINETTO NUMISMATICO 

DI BRERA 



I 



Il decreto che istituiva a Milano il Reale Gabi- 
netto di Medaglie e Monete, porta la data del 7 mag- 
gio 1808 ed è per questo che oggi ne celebriamo il 
centenario ; ma la sua origine data da qualche anno 
prima. 

La sua storia è collegata a quella della zecca 
milanese, come a quella del principio della domina- 
zione napoleonica e al nome del chiarissimo archeo- 
logo Gaetano Cattaneo, che fu quegli che ne gittò 
le prime basi, che riuscì a farlo eleggere in Istituto 
autonomo, e che più tardi lo salvò dal pericolo di 
vederlo trasportato a Parigi, come già era stato de- 
cretato e come pur troppo avvenne in quell'epoca, 
di molte preziose collezioni artistiche e scientifiche 
dell' Italia. 

Al principio dello scorso secolo Gaetano Cat- 
taneo veniva aggregato alla zecca di Milano in qua- 
lità di disegnatore. Avendo assistito una volta ca- 
sualmente a una fondita di monete d'oro, osservò 
come nella massa ve ne fossero alcune di non lieve 
storica importanza e, male soffrendo che tale vanda- 
lismo venisse giornalmente consumato in un pubblico 
stabilimento, pensò di richiamare l'attenzione della 
Sopraintendenza generale delle zecche. Questa non 
fu sorda al richiamo e,, comprendendo il sentimento 
eminentemente civile che guidava lo spirito del Cat- 



34 



FRANCESCO GNECCHI 



taneo, prese tosto le opportune intelligenze col Mi- 
nistro delle Finanze, l' infelice Prina, il quale aderì 
di buon grado all'onesta domanda del Cattaneo e 
con decreto 20 dicembre 1803 ordinò che delle vec- 
chie monete destinate al crogiuolo, venisse sempre 
fatta una scelta e fossero ritirate tutte quelle giudi- 
cate meritevoli di conservazione. Di tale scelta venne 
incaricato il Cattaneo, il quale così iniziò una colle- 
zione numismatica presso la zecca stessa. 

A formarne il primo nucleo il Sopraintendente 
generale conte Isimbardi ofifrì alcune medaglie d'ar- 
gento di sua proprietà ed altre ne offrì pure lo 
stesso Ministro. Alcuni piccoli acquisti fatti occasio- 
nalmente e in Italia e fuori di monete e medaglie 
d'ogni epoca e d'ogni paese nei primi quattro anni 
portarono il numero dei pezzi a duemila, ma fu solo 
dopo questo periodo che le diverse serie così ab- 
bozzate vennero aumentate da regolari compere fatte 
presso negozianti o meglio ancora da acquisti di 
intere collezioni. 

Frattanto il Cattaneo approfittava della soppres- 
sione nelle zecche di Mantova e di Modena per ar- 
ricchire il suo incipiente gabinetto numismatico di 
circa 1500 pezzi fra punzoni, matrici e conii prove- 
nienti da quelle. A queste univa poi tutti i vecchi 
conii e punzoni esistenti nelle zecche di Milano e 
di Bologna, formando così un totale di oltre 2000 
pezzi interessantissimi. 

Il primo vero acquisto venne fatto nel 1807 col 
materiale di due collezioni milanesi, la prima di mo- 
nete posseduta dal marchese Giulio Beccaria, la se- 
conda di medaglie formata dall'abate Frisi. 

Nel 1808 e precisamente nel giorno 7 maggio, 
data del decreto di fondazione del Gabinetto, veniva 
coU'assenso del Ministro e coU'approvazione del 
Principe Viceré stipulato per 30,000 lire di Milano 



IL R. GABINETTO NUMISMATICO DI BRERA 35 



il contratto d'acquisto della collezione romana del 
Duca di Ccriliano-Saluzzo. già appartenuta al P. Fe- 
lice Caronni, costituita da circa 5000 pezzi, fra cui 
254 aurei. Nello stesso anno veniva pure acquistata 
per 20,000 lire una collezione greca (1700 pezzi) 
dell'archeologo inglese Giacomo Millingen, e per 
altre 10,000 lire la collezione del milanese marchese 
Anguissola. Così il 1808 può segnarsi albo lapillo, 
come l'anno più fortunato del nostro Gabinetto. 

L'attività del Cattaneo poi non s'era limitata 
alla collezione delle monete, ma s'era estesa anche 
a quella non meno importante dei libri numismatici. 
Nei primi- otto anni aveva speso 90.000 lire, racco- 
gliendo una copiosa biblioteca di oltre ottomila vo- 
lumi, la quale formava degno complemento alle rac- 
colte numismatiche. Così il lavoro aumentava e verso 
la fine del 1808, il Cattaneo non potendo più reg- 
gere solo a classificare e catalogare monete e libri, 
ottenne che gli venisse assegnato come collaboratore 
il giovane Carlo Zardetti. 

Nel 1809 vennero pure fatti diversi acquisti, 
fra cui, principale, uno d'aurei romani a Torino. 
Acquisti di minore importanza furono fatti nel 1810; 
ma fu appunto in quest'anno che le prime delusioni 
aftlissero il povero Cattaneo, il quale abituato alla 
buona fede negli acquisti, fu tratto in inganno, come 
lo furono del resto tutti 1 direttori dei Musei di 
Europa, da quel l'amoso falsario che fu Guglielmo 
Becker di Mannheim.. Avendo fatto un rilevante acqui- 
sto di aurei romani, dovette poi riconoscere che ai 
pezzi genuini era frammischiata una dozzina di falsi. 
Lungi però dallo scoraggiarsi per l'ingrata sorpresa, 
ne trasse profitto, istituendo una serie di monete 
false che presto raggiunsero il migliaio e che de- 
stinò a servire di scuola e di esperienza per chi si 
dedica alla raccolta delle monete. 



36 



FRANCESCO GNECCHI 



Nel 1811 intraprese a viaggiare l'Europa per 
conoscere le collezioni dei principali Musei e con- 
tinuò gli acquisti specialmente con pezzi scelti fra le 
raccolte Pisani e Collalto di Venezia, da quella del- 
l'Abate Hottari di Chioggia e più ancora coU'aggre- 
gazione dell' intera collezione Sanclemente di Cre- 
mona. La collezione venne pagata 14,600 lire ita- 
liane, ed è illustrata dallo stesso proprietario (^). 

1 primordi! del 1812 furono contrassegnati da 
un decreto vicereale in forza del quale venne asse- 
gnato al Gabinetto, con una munificenza al giorno 
d'oggi affatto sconosciuta, la somma di 30,000 lire. 
Il che non tolse che altri sussidii venissero di tempo 
in tempo accordati dietro le richieste del Cattaneo, 
il quale in quell'anno intraprese anche un viaggio 
in Germania per conoscere quei Musei e vi fece 
parecchi importanti acquisti, fra cui principale quello 
della collezione Canonici a Venezia (per L. 24,000) 
ricca di una bella serie di medaglioni, serie che 
ancora mancava al nostro Gabinetto. 

L'anno 1813 infausto all'Italia non solo ma a 
tutta r Europa, estese la sua ingrata influenza anche 
sopra il R. Gabinetto. Il tesoro era esaurito, e le 
collezioni numismatiche non ebbero in quell'anno che 
lievissimo aumento, malgrado che l'attivo direttore, 
in mancanza di denaro, avesse tentato di supplire 
con vendite e cambi di duplicati. Ma la fine di quel- 
l'anno minacciò di riuscire fatale al nascente Ga- 
binetto. L'8 novembre veniva rimesso al direttore 
un ordine ministeriale di estrarre dal R. Gabinetto 
tutto quanto vi si trovava di riputata importanza e 
di tenerlo pronto per essere spedito. Per quanto do- 
loroso, l'ordine dovette essere eseguito e non fu che 
in seguito ai passi che l'amarezza del caso suggerì 



(i) Numismata selccta Musaei Saiiclenientiani. 



IL R. GABINETTO NUMISMATICO DI BRERA 37 

al direttore presso il Ministro, che la minacciata di- 
spersione venne scongiurata. 

Il 1814 passò egualmente sterile per acquisti e 
il 181 5 portava di nuovo la dominazione austriaca 
a Milano, della quale non potè però lagnarsi il R. Ga- 
binetto. Sapeva il Cattaneo che le scienze e le arti 
erano ben vedute alla Corte di Vienna e, senza perder 
tempo, presentò a mezzo del maresciallo Bellegarde 
un memoriale in cui, dopo aver presentato un ca- 
talogo delle raccolte, e un prospetto dello stato at- 
tuale del Gabinetto, chiedeva quanto era necessario 
per la conservazione e l' incremento di un istituto 
a cui aveva già consacrati tanti anni e tante cure. 
Il responso fu assai lusinghiero e confortante pel 
Cattaneo, il quale si vide provvisto di mezzi (nel 
seguente anno si spesero circa 20,000 lire), fornito 
di nuovi locali alla zecca, coadiuvato da due colla- 
boratori addetti l'uno alla parte antica e l'altro alla 
parte moderna. 

Ma il R. Gabinetto che aveva già errato qua e 
là in diversi locali della zecca, per l'aumento con- 
tinuo delle monete e più ancora della biblioteca, si 
trovava ormai a disagio e gli occorreva una sede 
meglio appropriata. 

Fu in data 12 gennaio 1817 che il Direttore 
Provvisorio (titolo che non era mai stato cambiato 
dal principio dell' istituzione), riceveva un dispaccio 
governativo, in cui si diceva : che il Gabinetto Numi 
stnatico colla raccolta dei libri relativi debbano traspor- 
tarsi dalla zecca nel locale di Brera e che vi esistano 
separatamente e indipendentemente da quella Biblioteca; 
ma che i detti libri per renderli profittevoli, siano de- 
stinati, come quelli della Biblioteca, a pubblico uso sotto 
l'osservanza delle convenienti cautele. 

Dichiarato per tal modo Istituto scientifico auto- 
nomo e reso indipendente dalla Direzione generale 



38 FRANCESCO GNECCHI 



della zecca, il Gabinetto numismatico e la relativa 
Biblioteca trovarono molto decoroso collocamento 
nel Palazzo di Brera e precisamente nelle sale già 
occupate dall'Istituto di Scienze e Lettere del ces- 
sato regno d'Italia, accanto a quelle delle Biblioteca. 

Ma i tempi non volgevano piìi tanto propizii 
all' Istituzione. Un dispaccio governativo in data 15 
ottobre 1818 avvertiva il direttore che S. M. erasi 
degnata di sistemare l'I. R. Gabinetto con un diret- 
tore provvisto dell'annuo stipendio di L. 3070, un 
aggiunto con L. 2000 e un inserviente con L. 600. 

Per le spese necessarie agli acquisti si assegna- 
vano L. 6000. Tali assegnazioni, che parrebbero pro- 
dighe al giorno d'oggi, parvero invece assai me- 
schine al Cattaneo, abituato alle larghezze anteriori. 
Ma, malgrado tutte le sue rimostranze, il Governo 
fu irremovibile, e solo alcuni anni dopo vennero ac- 
cordati due impiegati interinali, i quali però fecero 
cattiva prova. 

Il Gabinetto quindi, dopo i suoi primi anni di 
slancio, trascorse una lunga epoca di torpore fra 
l'abbandono del governo e l'indifferenza del pubblico, 
quantunque però de' suoi tesori approfittassero pa- 
recchi eruditi italiani e stranieri. Ma gli aumenti 
vennero sempre in misura scarsissima e alla spic- 
ciolata. Dopo la prima epoca della formazione non 
si parlò più d'acquisti di collezioni o comunque im- 
portanti. 

Nel 1842 al Cattaneo succedeva il dott. Carlo 
Zardetti e a questi nel 1849 il cav. Bernardino Bion- 
delli. Il 25 agosto di quello stesso anno 1849 ve- 
niva istituito presso il Gabinetto una cattedra d'Ar- 
cheologia, compiendosi così dopo 35 anni il voto 
del benemerito fondatore e questa provvida istitu- 
zione servì a rilevare alquanto le sorti dell' istituto, 
a renderlo noto al pubblico, a formare dei proseliti. 



IL R. GABINETTO NUMISMATICO DI BRERA 39 

Nel 1864 un fatale decreto del 6 settembre stac- 
cava la Biblioteca numismatica dal Gabinetto per 
unirla alla Braidense. Non conosciamo quali ragioni 
abbiano condotto a tale inconsulta determinazione ; 
ma abbiamo motivo di credere che a ciò sarà rime- 
diato nella prossima occasione del trasporto del Ga- 
binetto al Castello Sforzesco. 

Il trattamento austriaco del Gabinetto che era 
sembrato meschino al Cattaneo, si poteva ancora 
chiamare splendido, in confronto a quello inflitto dal 
Governo nazionale. Basti dire che la dotazione per 
acquisti fu ridotta alla cifra irrisoria di looo lire al- 
l'anno, comprese in questa cifra le spese di ordi- 
naria amministrazione (cancelleria, riparazioni, riscal- 
damento dei locali, ecc.). Non era possibile andare 
più in là.... nella grettezza. 

Nel 1886 moriva Bernardino Biondelli e poco 
mancò che alla sua morte seguisse anche quella del 
Gabinetto. Il Governo, non avendo pronto un suc- 
cessore, o non volendo per motivi economici nomi- 
narlo, chiuse e suggellò il Gabinetto. .. E il peggio 
fu che, durante i parecchi mesi di questa chiusura, 
trapelò come nelle sfere governative si andasse ven- 
tilando il progetto se non di abolire completamente 
il Gabinetto, di ucciderlo moralmente e di renderlo 
completamente inutile, togliendolo dal posto oppor- 
tunissimo ove si trovava per relegarlo in alcuni lo- 
cali perduti e fuori mano dello stesso palazzo di 
Brera, dove, senza spesa di dotazione e di direzione, 
alcune monete e alcune medaglie esposte a guisa 
di campionario avrebbero formato oggetto di pura 
curiosità pei visitatori della... Pinacoteca. Un grido 
d' indignazione si sollevò allora in Milano e una 
protesta iniziata da chi scrive e da suo fratello Er- 
cole, corroborata da una quarantina di firme di cit- 
tadini milanesi, amanti delle patrie istituzioni, venne 



40 . FRANCESCO GNECCHI 



presentata- a mezzo dei deputati Sola e Mussi al 
Ministro della P. I., chiedendo la regolare riaper- 
tura del Gabinetto e la nomina di un direttore^'). 



(i) Ecco il testo dell' istanza diretta al Ministro della P. I. ; 

Istanza presentala a S. E. il Ministro detta 1. P, 

" I sottoscritti, amanti e gelosi delle istituzioni archeologiche che 
decorano Milano loro patria, e desiderosi che tali istituzioni siano messe 
in posizione da poter raggiungere il loro scopo, si rivolgono a codesto 
eccelso Ministero pregandolo vivamente a voler prendere in seria con- 
siderazione quanto stanno per sottoporgli a nome e nel!' interesse di 
tutti coloro che si dedicano allo studio dell'archeologia e delle memorie 
patrie. 

" Vedendo con dispiacere come fino dallo scorso luglio quando mo- 
riva il compianto prof. Biondelli, il R. Gabinetto Numismatico fosse 
posto sotto suggelli e tale rimanga tuttora con grande discapito degli 
studiosi si italiani che forastieri, a cui fu per tutto questo tempo im 
possibile penetrarvi, e alcuni dovettero rinunciare a ricerche su meda- 
glie che dovevano consultare per opere da pubblicarsi, si permettono 
di sottoporre a V. E. le seguenti dimande e proposte che credono ade- 
guate all'importanza del R. Gabinetto Numismatico di Milano e atte a 
rendere proficuo l' immenso materiale scientifico che vi si racchiude, il 
quale altrimenti rimarrebbe assolutamente inutile. 

Domande, 

I." Il Gabinetto Numismatico venga senz'altro indugio aperto al 
pubblico colla nomina di un Direttore coadiuvato da un aggiunto; o 
quanto meno provvisoriamente da un ff. di Direttore, dipendente dal 
Prefetto della Braidense. 

2.0 Sia stabilita una decorosa dotazione al Gabinetto per acquisto 
di monete, medaglie e libri di Numismatica. 

3." Vengano rifuse al Gabinetto, come fondo per acquisti di me- 
daglie e libri di Numismatica, le competenze del Direttore e dell'aggiunto 
decorrenti dalla morte del Direttore Biondelli fino alla riapertura del 
Gabinetto. E così pure vengano allo stesso rifuse le economie fatte in 
questi ultimi anni sul fondo appunto devoluto agli acquisti, ma non 
erogato. 

Proposte. 

i." Sia nominata una Consulta o Commissione Numismatica di 
otto o dieci membri, coli' incarico di riunirsi a dwli periodi sotto la pre- 
sidenza del Direttore, e coadiuvato sia nell'acquisto di libri o medaglie 



IL R. GABINETTO NUMISMATICO DI BRERA 4I 

Fu solo nel seguente anno 1887, dopo circa un 
anno di chiusura, che il Gabinetto fu riaperto e no- 
minato quale direttore il compianto dott. Solone 
Ambrosoli, il quale ne tenne le chiavi fino all'epoca 
della sua morte, il 27 settembre 1906. 

L'abbandono in cui fu continuamente lasciato 
dal Governo Italiano il Gabinetto Numismatico di 
Milano... almeno fino allo scorso anno, la mancanza 
di mezzi, la scarsità del personale addetto fecero sì 
che esso rimase sempre senza un regolare catalogo, 
ciò che non solo ne diminuisce immensamente l' in- 
teresse per gli studiosi, ma accresce d'assai la re- 
sponsabilità di chi ne deve ricevere, conservare e 
trasmettere la consegna. Dopo i cataloghi sommarli 
del Cattaneo, fu solo nel 1850 che si intraprese per 
cura del dott. G. B. De Capitani d'Arzago, aggiunto 
per qualche anno al Biondelli, il catalogo delle mo- 
nete greche ; e nel 1882, per cura dell'aggiunto 
prof. Cohen, che pure vi rimase qualche tempo, si 
incominciò a compilare il Catalogo Generale. Ma 
tale lavoro rimase incompleto e aspetta sempre una 
mano forte che sappia portarlo a compimento. 

Noi ci auguriamo che il compito possa venire 
assunto e onorevolmente condotto a termine dall'at- 
tuale direttore provvisorio il prof. Serafino Ricci, 
il quale, già collaboratore dell'Ambrosoli, diede prova, 
nel breve tempo che lo supplisce, di interessamento 



sia nella corrispondenza, nelle pubblicazioni, nella compilazione dei ca- 
taloghi, ecc. 

2." Venga riunita, come io fu fino al 1864, al Gabinetto Numisma. 
tico, la relativa Biblioteca, ora aggregata alla Braidense ; ma pure già 
radunata nella sala speciale attigua al Gabinetto. 

" Persuasi i sottoscritti che V. E. non vedrà in tali domande e pro- 
poste che il loro interessamento alla scienza e al decoro delle patrie 
istituzioni, non dubitano di essere prontamente esauditi e attestano in 
anticipazione i loro sentimenti di riconoscenza. 

(Seguono le firme). 

6 



42 FRANCESCO GNECCHI 



e di attività, avendo provocato diversi incrementi 
alle collezioni mediante acquisti ottenuti dal Mini- 
stero sia presso privati, sia alle ultime vendite al- 
l' incanto, e al quale auguriamo di ottenere definiti- 
vamente per concorso il posto di direttore. 

Il secondo centenario del Gabinetto di Brera sarà 
commemorato dal cambiamento di dimora. Non già 
che quella attuale gli fosse divenuta insufficiente o 
inadatta. L'antica sede nel Palazzo di Brera è sempre 
decorosissima e il Gabinetto vi avrebbe potuto 
restare ancora per un tempo indefinito, se diverse 
circostanze non fossero sorte per consigliarne il 
cambiamento. Tutti gli istituti residenti in Brera, 
l'Accademia di Belle Arti, la Pinacoteca, la Biblio- 
teca, pel continuo loro accrescimento sentono il bi- 
sogno di ampliare le proprie sedi ; d'altra parte vi 
era anche una ragione scientifica che invocava il 
cambiamento. 

La suppellettile numismatica di proprietà muni- 
cipale, costituita *per la maggior parte dai lasciti 
Taverna e Castiglioni e formante già un nucleo di 
importanza specialmente per la serie milanese e per 
le medaglie del Rinascimento, da parecchi anni gia- 
ceva sepolta al Castello Sforzesco, in parte esposta, è 
vero, al pubblico, ma in parte nascosta e impenetrabile. 

La Società Numismatica Italiana da qualche anno 
si preoccupava della questione e, quando vide che 
i tempi erano maturi, credette obbligo suo di espri- 
mere il suo voto per un ordinamento definitivo delle 
collezioni numismatiche di Milano. Difatti il 30 giugno 
dello scorso anno, votava all'unanimità il seguente 
Ordine del Giorno : 

« I Membri della Società Numismatica Italiana, 
« oggi radunati in Assemblea Generale, udita la re- 
" lazione della Presidenza e considerando 



IL R. GABINETTO NUMISMATICO DI BRERA 43 

u a) che il Gabinetto Numismatico Municipale 
« non può avere vita e quindi utilità pratica senza 
u una speciale organizzazione ; 

« b) che tale scopo si potrebbe raggiungere 
« con una spesa relativamente mite, quando il Ga- 
« binetto Municipale e quello Governativo fossero 
« riuniti in un unico locale, 

« chiede 

« all'Onorevole rappresentanza Municipale di Milano 

u di voler iniziare pratiche col Ministro della P. I. 

« e colla Direzione Generale delle Belle Arti, perchè 

« il R. Gabinetto di Brera venga riunito al Museo 

« Municipale, sotto un'unica Direzione nel Castello 

« Sforzesco ». 

Le pratiche furono quindi condotte con solleci- 
tudine presso le competenti autorità dal Municipio 
di Milano e dalla Società Numismatica e l'accordo 
venne felicemente concluso. In breve il R. Gabinetto 
di Brera verrà trasportato in degna sede al Castello, 
occupando l'antica Sala del Tesoro e alcuni altri 
locali attigui fino a raggiungere quello che è sede 
della Società Numismatica. Dal connubio delle due 
grandi collezioni, a cui serviranno di cornice la antiche 
ampie sale sforzesche, siamo certi che risulterà un 
insieme degno di gareggiare coi migliori Gabinetti 
d' Europa. 

Il numero delle monete delle due collezioni riu- 
nite sale a poco meno di sessantamila e, più assai 
che il numero, ne formano il pregio le molte rarità 
e i molti pezzi unici contenuti sia nell'una che nel- 
l'altra. 

L'una e l'altra collezione potranno progressiva- 
mente migliorare ed aumentare, col vantaggio di non 
farsi una inutile e dannosa concorrenza, se il Go- 



44 " F'RANCESCO GNECCHI 



verno continuerà nelle buone disposizioni dimostrate 
in questi ultimi tempi, se il nostro Municipio, come 
tutto dà luogo a sperare, vorrà imitarne l'esempio 
e infine, se anche il privato cittadino vi vorrà con- 
tribuire nella misura delle sue forze. 

Sappiamo che, a ricordare la circostanza del 
centenario, pervennero già al Gabinetto parecchi 
doni, dei quali non possiamo ancora dare il preciso 
elenco ; ma non è dubbio che quando la nuova sede 
sarà inaugurata, il suo splendore eserciterà un fascino 
su alcuni raccoglitori privati, i quali si terranno ono- 
rati di vedervi collocate le loro raccolte o come dono 
o non fosse altro come semplice deposito. 



Francesco Gnecchi. 



NOTE SUR UN POIDS BYZANTIN 



Le sens des lettres OB dans les exergues CONOB, 
TROB, TESOB, ANOB, SIROB et leurs variantes, qu'on 
rencontre constamment sur les monnaies d'orromaines 
et byzantines, depuis Valentinien I" (364-375) jusqu'à 
Constanti!! VII Porphyrogénète (911-959), est main- 
tenant bien déterminéet scientifiquement établi. Après 
avoir longtemps agite le monde numismatique et 
provoqué des polémiques dans lesquelles se sont 
trouvés engagés les savants les plus illustres, la 
question a été nettement éiucidée par M. H. Willers, 
et il n'y a plus lieu de la reprendre et d'v revenir (". 
Mais si l'on peut lui appliquer le dicton : « \)u choc 
de la discussion jaillit là lumière », il convient d'ajouter 
que la lumière a brille surtout par suite de la dc- 
couverte de nouveaux éléments d'information que les 
protagonistes ne pouvaient pas connaltre. Bref, les 
lettres OB ne sont ni l'abréviation de obsignatum 
u contresigné », ni le chiffre grec 72, comme le 
croyait Mommsen, parce que le soHdus aureus fut, 
à partir de Constantin, taillc à raison de 72 pièces 
dans une livre d'or : elles sont tout simplement 
l'abréviation du mot greco-latin ó?p'-<^ov, obryzwn. 

L'or purifié et affine était ordinairement appelé 
par les Grecs, surtout à l'epoque byzantine, x?'-"''^' 



(1) H. Willers, dans la Num. Zeitschrift de Vienne, 1899, pag. 35 
et suiv. ; cf. E. Babelon, Traile des monnaies grecques et romainrs. 
Première partie, t. I, pag. 890; Proceedings of the Society 0/ Antiqua- 
ries de Londres, 24 mars 1904. 



46 E. BABELON 



óépuCos, « or affine, recuit », et par les Latins, aurum 
obryzum ou obrussum. Le procède d'affinage de l'or 
que les modernes appellent la coupellation. se nom- 
mait obrussa, d'où l'expression courante, atirum ad 
obrussaììi, « or passe à l'éprouvette ». Le metal ainsi 
affine était mis en lingots, en barres {regulce, yj-x^oi ì^'^ 
p-r,yiioi;), A l'aide d'un marteau les contróleurs officiels 
appliquaient sur ces barres leur estampille particu- 
lière pour attester la pureté du metal (aurum proba- 
htm atqm examinatum). C'est ainsi, par exemple, que 
sur l'une des barres d'or aujourd'hui bien connues, 
trouvées dans le comté de Haromszeker, en Tran- 
sylvanie, et provenant de l'atelier romain de Sirmium, 
on lit l'estampille : 

LVCI ANVS 
OBRISI&- 

{Liicianiis obryzum I signavit) (■). 

Sur les monnaies elles-mèmes on rencontre 
quelqucfois OBR au lieu de OB (2). Ces lettres forment, 
en quelque sorte, le pendant des lettres PS, PST ou 
PTS (pusulatum ou pnstnìatum) qui paraissent aussi 
sur les monnaies d'argent à partir de Valentinien I" 
ainsi que M. Willers l'a démontré *3). 

La présence, à la basse epoque, des lettres OB 
sur des pièces d'or pale et mènie sur quelques mon- 
naies d'argent et de bronze, issues des ateliers des 
Barbares, ne saurait infirmer leur interprétation par 
obryzum : ce sont des anomalies exceptionnelles en- 
gendrées par l'abus, l'ignorance, la routine des gra- 
veurs ou par la ruse des faux monnayeurs W. 



(1) E. Babelon, op. cit., pag. 88i. 

(2) E. Babelon, op. cit., pag. 892. 

(3) H. Willers, Ice. cit. ; on interprétait autrefois ces lettres par 
percussum. 

(4) E. Babelon, op. cit., pag. 892. 



NOTE SUR UN POIDS BYZANTIN 4'J 

En rcsumant, dans mon Traile, tout ce qui a 
été écrit d'essentiel sur ce point intéressant de la 
numismatique- romano-byzantine, j'ai fait observer 
que r introduction de la marque OB sur les monnaies, 
correspondait directement à la législation du temps 
et qu'elle en était l'application immediate. En effet, 
à partir de Valentinien I" les empereurs légifèrent 
fréquemment sur le bon aloi de la monnaie; ils veu- 
lent que la pureté du metal soit rigoureusement res- 
pectée ; dans les lettres et rescrits impériaux il est 
enjoint aux directeurs des ateliers de veiller à ce 
que, dans la fabrication des espèces, il soit fait usage 
exclusivement d'or affine et zovA.XQ\t,aurum obryzum^^^ . 

Je présente aujourd'hui au lecteur un monument 
nouveau, du commencement de la période bizantine, 
qui a sa place marquée à la suite de tous ceux qu'on 
a cités pour établir le veritable sens des lettres OB 
et commenter les textes législatifs auxquels je viens 
de faire allusion. 

C'est un poids de plomb qui vient d'entrer au 
Cabinet des médailles de Paris et dont voici l' image 
et la description : 




nOAYXPONlOY 
OBPYZON 



Les deux mots sont séparés par une croix la- 
tine entre deux étoiles. Poids en plomb, de forme 



(i) Voyez ces textes dans E. Babelon, op. cit., pag. 891. 



48 E. BABELON 



carréc, mesurant 26 millimctres de coté et pesant 
21 gr. 52. La tranche est biscantée sur les quatre 
cótés ; le metal est un peu oxydé et patine, mais le 
monument est en parfait état de conservation. 

Le poids du solidus aureus ordinaire (taillé à 72 
à la livrc) étant de 4 gr. 55, il est aisé de constater 
que le monument que nous venons de décrire ne 
correspond ni à quatre solidi, ni à cinq solidi. Il ne 
saurait ctre non plus un multiple ponderai du solidus 
de 3 gr. 89 (^taillé à 84 à la livre) ; il ne porte au- 
cune mention de valeur ponderale, contrairement à 
l'usage courant. 

Ce n'est donc pas un exagium: ce qu'indique aussi, 
d'ailleurs, son metal et l'absence de tonte formule 
appropriée à cette destination. Mais ce n'est pas non 
plus un poids ordinaire du commerce, comme suf- 
fisent à le prouver l'inscription OBPYZON et le pojds 
de 21 gr. 52. L'once du commerce étant, comme 
chacun le sait, de 27 gr. 28; un poids de 21 gr. 52 
ne correspond à rien dans le système ponderai ro- 
main. Comme il n'est pas possible d'admettre que le 
monument ait perdu, par suite de rox3^dation du 
metal, 5 gr. 76, c'est à dire plus d'un cinquième de 
son poids primitif, il faut, de tonte nécessité, recon- 
naìtre dans ce poids de 21 gr. 52, une once d'un 
S3'stème particulier, dépendant d'une livre de 258 
gr. 24, tandis que la livre romano-byzantine ordi- 
naire est de 327 gr. 45. 

Qu'est-ce donc que ce système ponderai parti- 
culier? Le mot o€pu?^ov inscrit sur l'once, va nous en 
donner la clef: c'est le système ponderai special 
pour peser l'or affine dans les ateliers monétaires. 
En etìbt, comment justifier, sans cette interprétation, 
la présence de la mention o?puUv « or affine » sur ce 



NOTE SUR UN POIDS BYZANTIN 49 

monument de ploinb, à la place de tout chiffre ou 
de toute mention de valeur ponderale ? Expliquons- 
nous : Sur un poids vulgaire, on ne s'avise pas de 
graver la nature des objets à peser, mais bien au 
contraire, un chiffre ou une lettre indiquant le rap- 
port avec l'unite, étalon du système ; on n'inscrit 
sur un poids le nom des objets à peser que si ces 
objets doivent Tètre suivant un système ponderai 
différent du système banal qui sert à toutes autres 
marchandises. 

Donc, le mot ógpuCov nous avertit que nous avons 
affaire à un poids special à l'or affine, et voila évi- 
demment pourquoi nous constatons par la balance 
que ce poids ne rentre pas dans le système ponderai 
ordinaire et courant. 

Toutefois, dans le commerce des métaux. il ne 
pouvait y avoir — cela va de soi — aucune raison 
plausible pour peser l'or, méme affine, suivant un 
système particulier. Une livre d'or était représentée 
par 327 gr. 45 d'or et ne pouvait étre autre chose. 
Aussi n'est-ce pas dans le commerce ordinaire que 
l'on faisait usage du système ponderai exceptionnel 
que nous révèle notre once de 21 gr. 52: ce système 
servait dans les ateliers monétaires et dans les cir- 
constances que nous allons préciser. 

Quiconque se présentait à un atelier monétaire 
pour faire monnayer un lingot d'or ou — ce qui 
revient au mème — pour acheter de la monnaie, 
devait subir une retenue qui lui était imposée par 
l'administration pour frais de main d'oeuvre et comme 
bénéfices sur la fabrication monétaire. 

On tenait compte aussi, dans cette retenue, de 
la différence legale de l'aloi du metal employé dans 
la bijouterie et du metal affine pour étre monnayé. 
Celui qui apportait une once d'or de 27 gr. 28 ne 



5^ 



E. BABELON 



recevait en or monnayé ou affine, qu'une once af- 
faiblie de 21 gr. 52. La difìFérence — soit 5 gr. 76 — 
représentait le prélèvement et le bénéfice de l'admi- 
nistration. De inéme, sur une livre d'or de 327 gr. 45, 
on ne lui rendait en or monnayé ou affine que 
258 gr. 24; la diflérence, soit 69 gr. 21, restait à 
l'Etat, fabricant de la monnaie et affineur du metal. 
Et Gomme nous venons de le dire, cet écart consi- 
dérable s'explique non seulement par ces frais, mais 
par la différence d'alliage du metal, l'or de la mon- 
naie étant d'une pureté supérieure à l'or qu'em- 
ployaient les orfèvres et pour lequel un minimum 
d'aloi devait étre, comme au moyen àge et comme 
de nos jours, légalement fixé. 

L'or ainsi rendu au client de l'atelier monétaire, 
après avoir été amene au degré de pureté de la 
monnaie, sinon toujours converti en espèces moné- 
taires. était pese avec des poids du systcme de l'once 
de 21 gr. 52 que nous cherchons à expliquer. Et 
cette pesée du metal ó'^p^'Cov était une opération d'au- 
tant plus nécessaire que l'irrégularité ponderale des 
sous d'or était admise dans une certaine mesure et 
que l'on était dans l'habitude de payer couramment 
toutes choses aussi bien en lingots qu'en monnaie. 
On pesait la monnaie elle méme péle-mèle avec des 
lingots d'or affine. 

Des usages analogues empruntés au moyen-àge 
justifieront notre interprétation. Dans sa Note sur 
les Poids du moyen-àge, M. P. Guilhiermoz cite des 
tableaux d'équivalences monétaires dans lesquels il 
est spécifié, par exemple, que l'or de Valence en 
Espagne étant de bas titre, il faudra } onces de cet 
or pour équivaloir à une once d'or cuit, c'est à dire 
affine à la monnaie ('). Dans l'étude approfondie de 



(i) P. Guilhiermoz, Note sur les poids du Moyen-àge, pag. 6i (extrait 
de la Bibliotlìèque de l'Ecole des Charles, t. LXVII, 1906). 



NOTE SUR UN POIDS BYZANTIN 5I 

M. Borrelli de Serres sur les variations monétaires 
sous Philippe le Bel, nous constatons que le metal 
monnayable, soit en lingots et en pièces décriées, 
soit en vaisselle et bijoux, est acheté toujours au 
mare de Paris ; au contraire, la monnaie, c'est à dire 
le méme metal, une fois affine et monnayé, est ap- 
précié au mare le Roy ; et il y avait une différence 
réelle entre les deux marcs puisque nous voyons, 
dans un cas, qu'une certaine quantité de metal acquise 
au mare de Paris, devait fournir 59 ' ^ agnels, tandis 
qu'on n'en monnaya que 58 '/3 au mare le Roy. La 
dififérence, soit '/,8 e faisait partie du prclèvement 
exercé pour la fabrication et s'ajoutait aux droits de 
seignetiriage et de brassage ('). 

La différence d'aloi du metal employé dans le 
commerce et du metal monnayé était déterminée 
légalement. Les orfèvres du moyen-àge étaient tenus 
par des réglements sévères, de donner à leurs ou- 
vrages d'or et d'argent un titre dont le minimum 
était fixé ; les fraudes étaient rigoureusement punies. 
On connaìt les statuts et obligations de la corpora- 
tion des orfèvres de Paris au XIIP siècle à ce sujet; 
en 1275, apparaìt l'obligation de la marque ou du 
poingoii attestant le titre du metal, après essai offi- 
cici : l'Etat intervieni ainsi pour garantir la loyautc 
d'un commerce où la fraude eut été facile. 

Par une ordonnance de 1345, par exemple, le 
titre de l'or dans le commerce et l'orfévrerie est 
fixé au minimum de 19 carats (sur 24 carats ou or 
idéalement pur); la monnaie est à 22 carats. Qui- 
conque apportait à la monnaie des bijoux pour les 
faire convertir en espèces circulantes subissait une 



(i) Borrelli de Serres, Les varialions tnonélaires sous Philippe le 
Bel, pag. 32 (1902 in-8). — Jean Boizard, Traiti des Monnoyes, pag. 55 
et suiv. (Paris, 1692, in-ia). 



52 E. BABELON 



retenue de trois carafs en surplus des frais de sei- 
gneuriage et de main d'oeuvre. 

Il n'y a pas lieu d'entrer ici dans de plus amples 
développements en ce qui concerne le moyen-àge, 
mais on admettra bien que nous sommes fondés à 
croire, d'après tout ce qui précède, que des usages 
analogues existaient déjà au commencenient de la 
période byzantine, sinon beaucoup plus tòt encore : 
le moyen-àge ne fìt qu'hériter des traditions de la 
familia monetalis romaine. 

La légalité de la livre de 258 gr. 24 et de l'once 
de 21 gr. 52 dans les conditions spéciales que nous 
venons de déterminer, est attestée par le nom du 
magistrat qui est grave sur le poids. Quelle était la 
nature des fonctions de ce personnage dont le nom 
n'est, ici, suivi d'aucun qualificatif? Ce nom noW^povio; 
est assez rare dans l'onomastique grecque. On le 
rencontre notamment sur des inscriptions d'Aphro- 
disias en Carie, à une epoque antérieure de plu- 
sieurs siècles à notre monument : il n'y a pas lieu 
au moindre rapprochement de ce coté '■). 

A l'epoque byzantine le nom no>j;(;povtoj est porte 
par divers personnages, notamment des clercs, que 
citent Libanius et Photius, et qui ne sauraient, non 
plus, avoir quelque rapport avec le controleur et 
vérificateur officici, signataire de notre poids (2). 
Celui-ci était peut étre un Procurator ou un Praepo- 
situs de l'un des ateliers monétaires de l'empire 
d'Orient, à moins qu'il ne fut simplement un exactor 
altri, argenti et aeris, ou mieux encore un officinator 
ou probator (òV/.'.f;.a<;T^)^ chef du bureau de l'essa- 
yage (3). On sait que les Hotels des monnaies étaient, 



(1) BoFXKH, C. 1. Gr., II. 2824, 2828, 2839. 

(2) C. 1. Gr., n. J:866 {Caialogtis ckricoriiiu). — Photius, Bibliolh., 
pag. 14 m. 

(3) E. Babelon, Tratte, première partie, t. I, pag. 860. 



NOTE SUR UN POIDS BYZANTIN 53 

comme les poids et mesures, dans les attributions 
suprèmes du comte des Lafgesses sacrées; toutefois, 
au moins à certaines époques de la perioda romano- 
byzantine, on constate qua l'établissement des poids- 
étalons (exagta) est confié au préfet du prétoire ou 
mème au Praefectus Urbi. Les noms de titulaires de 
ces hautes fonctions a été relevé sur des poids. 

On les rencontre aussi sur de petites tessères en 
bronze à lettres niellées dont la destination comme 
exagta a été contestée pour deux raisons : il n'y 
a point, a-t-on dit, de mention de valeur ponderale 
sur ces tesserulae et en second lieu , leur poids 
qui oscilla entre 3 gr. 92 et 2 gr. 97 est inférieur 
à celui des véritables exagia solidi dont le poids 
varie entre 4 gr. 79 et 3 gr. 75 <". 

Mais nous répondrons en invoquant l'analogie 
avec la monument ponderai expliqué plus haut : 
lui aussi, nous l'avons fait ressortir, ne porte ni 
l'effigie imperiale, ni l'indication de sa valeur par 
rapport à l'unite ponderale et son poids est sensi- 
blement inférieur au poids normal de l'once du com- 
merce. 

L'absence de toute indication de valeur, le 
poids faible par rapport à celui des autres exagia 
solidi, viendraient-ils de ce que les petites tessères 
en question auraient eu une destination analogue à 
celle de notre once de plomb ? 

En un mot, si l'interprétation des petites tessères 
de bronze des bas temps romains comme exagia so- 
lidi n'est peutètre pas absolument certaine, elle est, 
dans tous les cas, bien mieux justifiée que l'opinion 
qui voudrait reconnaitre dans ces minuscules objets 
des tessères destinées à ètra cachées dans les fon- 
dations des édifices, à seule fin d'en consacrer la 



(1) MoWAT, Bull, de la Soc. Jes Antiquaircs de France, 1900, pag. 277 



54 E. BABELON 



construction ou la réédification par un souvenir tan- 
gible légué à la postérité"). 



E. Babelon. 



(i) Les petites tessères de bronze à lettres niellées auxquelles je 
viens de faire allusion ont été appelées tour à tour pas les érudits : 
tesseroe hospilales, apophoreta, donarla, pondera, exagia. Caylus, le premier, 
a émis l'opinion qu'elles avaient du ètra cachées dans les fondations 
de certains édifices (Caylus, Recueil d'antiquilés, t. VI, pag. 252); cette 
opinion qui ne repose sur rien a pourtant rencontré de nombreux adhé- 
rents (voyez surtout H. Dressel, dans le C. 1. Lat., t. XV, 2, pag. 887 
et E. MiCHON, art. Pondus, dans le Dictionn. des andquités grecqufs et 
romaines de Daremberg et Saglio, note in fine). Je me suis rallié à 
l'hypothèse qui voit plutòt des exagia dans ces petits objets trouvés 
souvent loin de tout édifice et, au moins une fois (C. /. L., n. 7107), en 
compagnie de coins inonétaires. Leur forme, leur poids, la multiplicité 
du méme exemplaire, les circonstances des trouvailles et d'autres argu- 
ments encore me font persister dans cette manière de voir (E. Babelon, 
art. Exagium, dans le Dictionn. cité de Daremberg et Saglio). 



SCUDO D'ORO 

di Federico H Gonzaga e Margherita Paleoioga 

coniato nella Zecca di Casale 
(1536-1540). 



É cosa nota che l'imperatore Carlo V con una 
sentenza pubblicata in Genova nel giorno 3 novem- 
bre dell'anno 1536 dichiarava che la successione del 
Monferrato, feudo femminino, rimasta vacante per la 
morte di Gian Giorgio Paleologo, senza prole e senza 
congiunti maschi, spettava alla principessa Marghe- 
rita, sua nipote di fratello, ed a Federico II Gonzaga 
duca di Mantova suo marito. 

Il Gonzaga, che allora trovavasi a Genova presso 
l'imperatore, pochi giorni do])o prendeva commiato 
dal medesimo, e si avviava a Casale in compagnia 
del Commissario Cesareo, il quale doveva metterlo 
in possesso del marchesato. 1 due nuovi padroni as- 
sunsero allora il titolo di duchi di Mantova e mar- 
chesi di Monferrato. 

La dominazione di Federico fu assai breve, per- 
chè esso decedeva in Marmirolo nel giorno 28 giugno 
dell'anno 1540 lasciando gli Stati al suo primogenito 
Francesco III ancora in bassa età. 

Per molti anni non si conobbero monete coniate 
nella zecca di Casale durante i quattro anni della 



cg GIUSEPPE GIORCELLI 



signoria di Federico e Margherita, perciò fra i nu- 
mismatici era invalsa la credenza che in questo pe- 
riodo di tempo detta zecca fosse stata inoperosa, e 
se ne attribuiva la cagione alle continue guerre fra 
gli imperiali ed i francesi, che in quegli anni dila- 
niarono la regione subalpina. 

Fortuna volle che pervenisse nelle mani di mon- 
signor Attilio Portioli un bel Mocenigo fatto battere 
in Casale da Federico e Margherita, ed allora questo 
insigne numismatico volle fare delle ricerche negli 
archivi mantovani, e le sue indagini riuscirono feli- 
cissime, perchè esso trovò nei medesimi un decreto 
di Federico, delli io marzo 1537, col quale conce- 
deva per cinque anni al nobile Pietro Martire de 
Giva, cittadino milanese, la facoltà di coniare nella 
zecca di Casale otto specie di monete, cioè Scudi 
d'oro, Mocenighi, Marcelli, Cavallotti, Grassetti, Mezzi 
Grossi e Bagattini di rame. 

Di pili il Portioli rinvenne altresì il capitolato 
che Federico stipulava collo zecchiere per la batti- 
tura delle suddette monete. 

Esso pubblicava la descrizione del Mocenigo, il 
decreto, ed il capitolato, nel Periodico di Numisma- 
tica e di Sfragistica del marchese Carlo Strozzi (vo- 
lume sesto, pag. 199), e col suo dotto lavoro cor- 
reggeva un errore e riempiva parzialmente una lacuna 
della storia della zecca di Casale, dimostrando che 
Federico e Margherita furono solleciti a compiere 
l'atto di sovranità in Monferrato coU'uso della zecca, 
cioè soltanto tre mesi e mezzo dopo averne preso 
possesso. 

Avendo io acquistato uno scudo d'oro degh 
stessi principi, sono lieto di presentarlo ora agli stu- 
diosi concorrendo ad onorare la memoria del com- 
pianto prof. Solone Ambrosoli, del quale fui sempre 
e sono un sincero ammiratore. 



SCUDO d'oro di federico II GONZAGA, KCC. 



57 



SCUDO D'ORO. 



'^mmk 





Nel ^ presenta accostati ed in un solo scudo gli stemmi 
dei Gonzaghi e dei Paleologi ; in alto il Monte 
Olimpo sotto una corona marchionale ; in giro le 
parole FED • GON ■ MARG • PALE • MOtS • FÉ • MAR •. 
vale a dire FBDencus GONcrt^rt MhROanta PA 
LBologa MON//S FB>ra/i ìAkKcIiioiies. 

Nel I^ vedesi una croce colle braccia bizzarramente filet- 
tate e colle estremità fiorate; nel contorno leggesi: 
+ IN • HOC • SIGNO • EICIAS • DEMONIA. 
Oro, peso gr. 3,35, min. 27. 

Io credo che questo scudo sia inedito, ma non 
oserei giurarlo, perchè oggidì presso le varie nazioni 
si pubblica in differenti hngue una infinità di lavori 
numismatici, e quindi riesce impossibile conoscerli 
tutti. Certo è che in Italia finora è sconosciuto e passa 
per inedito. 

Come si è veduto, il lavoro dell'esimio numisma- 
tico Attilio Portioli veniva stampato nel Periodico 
delio Strozzi, e siccome quest'opera è diventata rara 
e pochi numismatici la posseggono, o possono con- 
sultarla nelle biblioteche delle loro città, così io ho 
creduto di fare una cosa gradita ed utile agli studiosi 
riportando il disegno del geniale Mocenigo, del quale 
trovasi un buon esemplare nel Gabinetto Numisma- 
tico dell' Istituto Leardi di Casale. 

In tal modo il lettore ha sotto gli occhi amendue 
le monete che si conoscono di quel periodo storico. 

8 



5» 



GIUSEPPE GIORCF.LLI 



MOCENIGO. 




;& - 



9 - 



Stemmi accostati dei Gonzaghi e dei Paleologi in 
un solo scudo sormontato dal Monte Olimpo e 
coperto da una corona marchionale. Intorno si 
legge FÉ • GON • MAR© • PALE • MON • FER • MR -, 
cioè : FBdericNS QOUza^a MARGar//a PkLBo/oga 
N\ON/ts FBRraii fAiìRchiones. 

Si scorge nel campo a sinistra la figura di Cristo 
raggiante ed in piedi, che benedice, a destra 
Sant'Evasio inginocchiato che tiene le mani giunte, 
ed è vestito colle paramenta vescovili, e colla 
mitra in terra. Sotto le due figure trovansi le pa- 
role S • EVAXW5. In giro : REDEMISTI • NOS -DomiNE- 
DEVS • VERITATIS. 



Leggasi nel capitolato: 

Primo, Scuti d'oro de' tenuta de Carati XXII di 
fino per oncia, et de peso che non ne vada più di 
CV et doi tertii sino in CVI della libra del peso di 
Mantoa. 

Item, Monete simili al Mocenigo venetiano, de 
tenuta de oncie sette et denari quattordeci di argento 
fino per marca, de peso che non ne vada più de 
pezzi XXVI '/^ et 7,o P^'" "^arca. 



* • 



In quale anno fu aperta la zecca di Casale. 
Esiste tuttora un grave errore fra i numismatici 



SCUDO D ORO DI FEDERICO II GONZAGA, ECC. 59 

circa l'epoca nella quale fu aperta questa importante 
zecca. Credesi generalmente essa abbia avuto prin- 
cipio nell'anno 1404, ed invece ciò avvenne trentun 
anno dopo, cioè nel 1435, come verrà limpidamente 
dimostrato coU'appoggio della storia. 

Ecco come nacque l'errore. 

Domenico Promis, principe fra i numismatici e 
creatore della numismatica subalpina, non era così 
erudito nella storia quanto lo era nella scienza delle 
monete. Egli nella sua importante Memoria sulle mo- 
nete dei Paleologi marchesi di Monferrato, a pag. 19 
scriveva che: « Nessuna indicazione abbiamo per 
conoscere dove questo marchese (Teodoro li) abbia 
fatto lavorare le sue monete, tuttavia dovette essere 
Chivasso principale residenza della sua casa, finche 
riacquistata Casale nel 1404, e questa divenuta ca- 
pitale dello Stato, ivi pur anche probabilmente venne 
allora trasportata la zecca n C). 

Ora è bensì vero che Casale, posseduta dai Vi- 
sconti, duchi di Milano, fin dall'anno 1370, venne re- 
stituita al marchese Teodoro II paleologo nel J404, 
per il trattato di pace e di alleanza conchiuso fra la 
corte di Milano e quella di Monferrato, ma non è 
punto vero che Casale sia divenuta allora capitale 
dello Stato monferrino e sede di zecca. 

La grande autorità del Promis ha fatto sì che i 
numismatici gli prestarono cieca fede e nessuno con- 
trollò la veridicità della sua asserzione, ed in tal modo 
è invalso e durò fino ad ora il deplorato errore. 
■ Vediamo ora quanto ci narra la storia. 

I fiorentini impensieriti per la grande potenza 
del duca di Milano Filippo Maria Visconti, e per la 
sua tendenza continua ad allargare il suo dominio a 



(i) Domenico Promis, Monete dei Paleologi marchesi di Monferrato, 
Torino, Stamperia Reale, 1858. 



6o GIUSEPPE GIORCELLI 



spese dei vicini, nell'anno 1430 rinnovarono la loro 
alleanza coi veneziani collo scopo di opporre un ar- 
gine alle espansioni del Visconti. Inoltre cercarono 
di suscitare altri nemici contro il temuto Duca. Con 
tale intento essi mandarono degli oratori al marchese 
di Monferrato Gian Giacomo, e, promettendogli l'ac- 
quisto dell'Alessandrino, lo indussero a partecipare 
alla loro lega. 

Gli oratori tentarono pure il duca di Savoia 
Amedeo Vili, ma senza successo, perchè esso aveva 
altri fini, e rispose che voleva mantenersi in pace col 
Visconti. 

La guerra si svolse nel 1431, ma fu sfavorevole 
agli alleati. Il conte di Carmagnola, il quale coman- 
dava un grosso esercito suU'Adda e doveva agire 
contro il milanese, si dimostrò così inerte da destare 
presso i veneziani dei sospetti sulla sua lealtà. Per- 
ciò il Senato lo chiamò a Venezia a rendere conto 
del suo operato, e non trovando soddisfacenti le sue 
spiegazioni, lo fece decapitare. La flottiglia fluviale, 
che sotto gli ordini di Nicolò Trevisano doveva ri- 
salire il Po e spingersi verso Pavia danneggiando le 
due rive del fiume, non essendo stata coadiuvata 
dalle forze di terra, fu battuta dalle navi milanesi e 
quasi distrutta. La flotta di mare numerosa e forte, 
che. doveva attaccare la città di Genova dalla parte 
del mare, mentre 1 Barnaba Adorno colle forze dei 
fuorusciti l'avrebbe assalita dalla parte di terra, si 
limitò ad impadronirsi di alcuni luoghi della riviera 
di levante. Il marchese Gian Giacomo, invece di an- 
dare alla conquista dell'Alessandrino, che doveva 
essere suo, si portò coi suoi soldati nell'Astigiano e 
s'impadronì delle tene e castelli di Galliano, Frinco, 
Piova, Grinzano, e di parecchi altri luoghi, tentando 
poi, ma inutilmente, la città di Asti. 

Il Visconti, in sul finir dell'autunno, vedendo che 



SCUDO d'oro di federico II GONZAGA, ECC. 6l 

i fiorentini ed i veneziani, sconcertati per i loro in- 
successi, non davano segno di volere, per il momento, 
prendere nuovamente l'offensiva, mandò i suoi ca- 
pitani Francesco Sforza ed Urbano Rampini con 
un buon nerbo di soldati contro il marchese Gian 
Giacomo. 

Il Rampini si portò nell'alto Monferrato, ed in 
breve tempo si impadronì di numerose terre, ed ob- 
bligò molti feudatari a dichiararsi vassalli, aderenti, 

raccomandati del Duca di Milano. 

Lo Sforza, sedati colla mannaia gli alessandrini, 
che si erano sollevati contro il Visconti, verso la fine 
di novembre entrò nel basso Monferrato, ed in non 
molto tempo recava in suo potere le terre ed i ca- 
stelli di Lù, di Vignale, e molti altri luoghi vicini. 

1 feudatari di Mirabello, di Baldesco, e di Castel- 
grana, come pure il comune libero di Occimiano, si 
salvarono dal saccheggio pagando delle forti somme 
di denaro. 

Il marchese Gian Giacomo alla vista di tanta 
rovina del suo Stato, non potendo sperare un aiuto 
pronto e valido dai suoi alitati, pensò di rivolgersi 
per soccorso ad Amedeo Vili duca di Savoia, del 
quale aveva sposato la sorella principessa Giovanna, 
e che allora risiedeva nella amena cittadina di Tonon 
sulla sinistra sponda del lago di Ginevra. Gli scrisse 
narrandogli le sue disgrazie, la sua impossibilità di 
difendersi, e pregandolo caldamente di volerlo soc- 
correre prima che lo Sforza gli avesse tolto tutto il 
dominio. Non ottenne alcuna risposta. 

Alli 24 di dicembre il Marchese inviò al Duca 
una seconda lettera più commovente e più suppli- 
chevole. Neppure questa volta il Savoiardo rispose. 

Frattanto lo Sforza faceva nuove conquiste e 
negli ultimi giorni di dicembre otteneva Casale per 
composizione. 



02 GIUSEPPE GIORCELLI 



Giunte le cose a questi estremi, Gian Giacomo, 
sopraffatto dallo spavento, non sapendo piii a quale 
partito appigliarsi, andò a rinchiudersi colla sua fa- 
miglia nel forte castello di Chivasso, sua capitale, e 
da quel luogo mandò una ambasceria al duca di Sa- 
voia per raccomandarsi anche a voce e con più vive 
instanze alla sua pietà. 

Allora parve che Amedeo Vili restasse commosso, 
ed infatti spedì ordine a Manfredo di Saluzzo, suo 
maresciallo in Piemonte, di far occupare dalle truppe 
savoiarde le terre ed i castelli monferrini confinanti 
con quelli posseduti dai soldati milanesi, e di impe- 
dire che questi si avanzassero ulteriormente. In pari 
tempo il duca Amedeo invitava il marchese Gian 
Giacomo ed il suo primogenito principe Giovanni a 
recarsi a Tonon per meglio intendersi sopra gli affari 
del Monferrato e definire ogni cosa. 

I due Principi monferrini vi andarono, e furono 
accolti con grande amorevolezza ; però quando si 
venne alle trattative, essi con non poca meraviglia 
e vivo dolore intesero che il Duca prometteva di 
prenderli sotto la sua protezione, si obbligava di cu- 
stodire il loro Stato e di difenderlo contro qualsiasi 
nemico, ma voleva che, ottenuta la pace, il marchese 
Gian Giacomo gli cedesse Chivasso, Settimo. Bran- 
dizzo e parecchie altre terre vicine. 

La cessione di Chivasso, capitale da tanto tempo 
del Monferrato e munita di un forte casteTlo, sembrò 
una enormità ai due Principi, perciò per parecchi 
giorni non vollero accondiscendere, ma poi, sia per 
la urgenza delle cose e sia per le pressioni che il 
Duca faceva su di essi, finirono per accettare quelle 
durissime condizioni, e le sottoscrissero in un Trat- 
tato detto di Tonon. 

Allorquando Gian Giacomo e Giovanni partirono 
dalla corte Sabauda, il Principe fece ritorno a Chi- 



SCUDO d'oro di federico II GONZAGA, ECC. 63 



vasso, dove trovavasi tuttora la famiglia marchio- 
nale, ed invece il Marchese, il quale non sapeva 
darsi pace per la suddetta cessione, prese la via della 
Svizzera e dell'AUemagna e si portò a Venezia gui- 
dato dalla speranza di poter ottenere per mezzo di 
quel Senato una modificazione dei patti di Tonon. 

Gian Giacomo entrava in Venezia nel giorno 8 
maggio del 1432, ed era ricevuto e fu sempre trat- 
tato con grandi onori. 

La guerra ricominciò nel 1432, ma nel successivo 
anno 1433 i belligeranti, desiderosi di venire ad un 
componimento, si accordarono di rimettere le loro 
differenze in Nicolò d'Este, marchese di Ferrara, e 
di accettare il suo arbitrato. Nicolò si associò il 
marchese Ludovico primo di Saluzzo, suo suocero, il 
quale in quel mentre trovavasi alla sua corte. 

L'arbitrato veniva pubblicato in Ferrara nel 
giorno 26 aprile dello stesso anno, e secondo il me- 
desimo « Il duca di Milano doveva nel termine di 
un mese, a partire dal giorno della sentenza, rila- 
sciare e restituire tutte le terre, i castelli, i fortilizi. 
e luoghi da lui. o dai suoi confederati, aderenti, o 
seguaci, tolti al marchese di Monferrato, od ai suoi 
feudatari, vassalli ed aderenti. 

« Che in quanto alle terre e castelli del Mon- 
ferrato tenuti dal duca di Savoia, feudatari e sudditi, 
il duca di Milano non sia tenuto a farli restituire colla 
forza, ma debba con ogni possibile industria e pre- 
ghiera intercedere e fare olii ci presso il Savoiardo 
affine di indurlo a restituirli al Marchese monferrino ». 

L'arbitrato veniva sottoscritto da tutte le parti, 
tranne dal duca di Savoia. 

Filippo Maria Visconti alli 19 maggio del 1433 
inviava al duca Amedeo Vili un'ambasceria per pre- 
garlo di voler sottoscrivere l'arbitrato, e restituire ai 
principi di Monferrato i castelli e le terre, delle quali 
aveva assunto la custodia e la difesa. 



64 GIUSEPPE GIORCELLI 



Il duca Amedeo, il quale nell'anno 1418 aveva 
ereditato lo Stato dei principi di Acaia e perciò ora 
possedeva la maggior parte del Piemonte, aveva tra- 
sportato la capitale da Pinerolo a Torino, quindi vo- 
leva ad ogni costo possedere Settimo, Brandizzo e 
le altre terre, ma specialmente Chivasso, il cui ro- 
busto castello costituiva un valido antemurale per la 
difesa della nuova capitale. Perciò rispose negativa- 
mente ai legati milanesi. 

Il Senato veneto inviava parimenti un'ambasceria 
capitanata dal senatore Bedoaro Ambrogio alla corte 
Savoiarda a Tonon col mandato di conoscere la 
mente del Duca e di indurlo alla restituzione delle 
terre e castelli monferrini da esso presidiati. Agli 
oratori veneti Amedeo rispondeva che esso coi prin- 
cipi di Monferrato aveva fatto una convenzione a 
parte, la quale era fuori dell'orbita dei trattati dei 
belligeranti, e che perciò non si credeva vincolato 
ad accettare ed osservare l'arbitrato di Ferrara. 

Intanto il duca di Milano in ossequio alle dispo- 
sizioni dell'arbitrato faceva ritirare le sue truppe dal 
Monferrato, e quando Casale fu sgombra, il mar- 
chese Gian Giacomo partiva da Venezia, dove aveva 
dimorato fino allora, passava per la Lombardia, vi- 
sitava il duca di Milano, ed andava a Casale. Appena 
pervenuto in questa terra, spediva un corriere a 
Chivasso per dare notizie della sua persona e del 
suo arrivo alla sua famiglia, che colà dimorava, in- 
vitandola a portarsi a Casale essa pure, desiderando 
vivamente di abbracciarla dopo una così lunga sepa- 
razione. 

Il Senato veneto, il quale aveva preso molto in- 
teressamento alle tristi condizioni del marchese Gian 
Giacomo, volle ritentare la prova, e spediva il sena- 
tore Orsato Giustiniano, personaggio di grande ca- 
pacità e di molta autorità, a Tonon, onde sollecitare 



SCUDO d'oro di federico II GONZAGA, ECC. 65 

il duca Amedeo a voler restituire i luoghi dal me- 
desimo occupati in Monferrato. Quando l'oratore ve- 
neto passò a Chivasso, Gian Giacomo deputava un 
suo consigliere a fare compagnia al veneziano nella 
sua ambasceria. 

Il duca di Savoia faceva un'ottima accoglienza 
agli oratori, ma quando essi esposero lo scopo del 
loro viaggio, il Savoiardo fu irremovibile nelle sue 
pretese, e li lasciò partire senza fare alcuna conces- 
sione. 

Alli IO di febbraio del 1434, 1' ambasceria era 
di ritorno a Chivasso, e riferiva al Marchese che il 
Duca aveva dato la seguente risposta: « che avendo 
egli fatto tanto per il marchese Gian Giacomo, ed 
essendo le cose riuscite in bene, il Marchese non 
doveva mostrarsi ingrato verso di lui dopo un cosi 
grande benefizio, ma bensì ricordarsi che esso e suo 
figlio Giovanni avevano sottoscritto dei capitoli, dei 
patti, e delle convenzioni a Tonon, e che quando i 
Principi monferrini li osservassero e restituissero le 
spese incontrate per la difesa, per la custodia, e con- 
servazione della patria (stato) del Monferrato, esso 
non ricuserebbe più di fare la restituzione, ed avrebbe 
soddisfatto quanto aveva promesso ». 

Non è a dire quanto questa risposta sia dispia- 
ciuta al marchese Gian Giacomo ed al Senato veneto. 

Il doge Francesco Foscari, assai indispettito, alli 
27, cioè appena giunto l'Orsato a Venezia, scriveva 
di nuovo e con risentimento al duca Sabaudo, di- 
cendo che aveva creduto che esso, sia per naturale 
sentimento di umanità, sia per le reiterate e calde 
preghiere, come pure per la stretta sua parentela col 
marchese Gian (iiacomo, avrebbe senz'altro restituito 
le terre di Monferrato da lui tenute in custodia, come 
aveva promesso, se non per scrittura, certo a voce, 
all'ambasciatore Ambrogio Bedoaro, imitando il duca 



66 GIUSEPPE GIORCFI.LI 



di Milano, il quale aveva restituito al Marchese la 
parte del Monferrato, che nelle passate guerre era 
venuta in suo potere; soggiungeva il Doge non es- 
sere cosa onesta che un alleato ritenga i luoghi di 
un altro alleato, e che, avendo saputo per relazione 
del nobile Orsato Giustiniano, di ritorno dalla corte 
Savoiarda, che i luoghi e le terre del Monferrato 
erano ancora in mano di lui, rinnovava la preghiera 
con maggior calore perchè volesse a suo riguardo 
e contemplazione e per avere il ricambio di buon 
trattamento, come per l'amore suo verso l'Ili. '"°S/ Mar- 
chese suo cognato, verso la Marchesa sua sorella, 
e verso i figliuoli suoi nipoti, rendere quanto occu- 
pava al Sig. marchese Gian Giacomo. Chiudeva la 
sua lettera con dire che qualora il Duca ricusasse, 
esso dubitava avessero a nascere degli scandali e 
degli inconvenienti, che potrebbero dispiacere al 
Duca ed al Doge, e riuscire molto molesti. 

Il duca Amedeo Vili rimase altamente sdegnato 
nel leggere questa lettera, però né rispose, né tenne 
di essa conto alcuno. 

Gian Giacomo, volendo tentare ogni mezzo, ri- 
corse allora al pontefice Eugenio IV, e con lettera 
commovente invocò la sua autorità ed i suoi buoni 
ufficii presso il Savoiardo per indurlo alla restitu- 
zione. Il Pontefice se ne interessò, ed alli 25 maggio 
scriveva al duca Amedeo esortandolo alla restituzione. 

Il Duca non \olle compiacerlo. 

Il povero Marchese fece un ultimo tentativo ri- 
volgendosi all'imperatore Sigismondo, il quale prese 
in considerazione le sue tristi contingenze, e con de- 
creto delli IO giugno ordinava ad Amedeo di rimet- 
tere in sue mani le terre monferrine da lui tenute, 
perchè erano feudi imperiali, e che egli avrebbe poi 
pronunciato a chi spettassero. 

Neppure l'ordine imperiale valse, ed il Duca non 
volle obbedire. 



SCUDO d'oro di federico II GONZAGA, ECC. 67 



I veneziani, che avevano preso veramente a cuore 
le sventure del marchese Gian Giacomo, instavano 
vivamente presso il duca di Milano onde indurlo a 
perorare la causa dei Principi monferrini alla corte 
di Savoia. Perciò Filippo Maria, volendo compiacerli, 
alli 17 novembre dello stesso anno 1434 inviava il 
suo capitano Guido Torello conte di Guastalla e di 
Montechiari, Guarnerio Castiglione dottore in leggi, 
ed il cavaliere Emanuele dei Secchi, a Torino, dove 
era giunto il principe di Piemonte Ludovico di Sa- 
voia, luogotenente generale di suo padre Amedeo Vili, 
e quivi alcuni giorni dopo arrivarono altresì i legati 
del Marchese, affine di trattare le questioni, e venire 
ad una soluzione. Pur troppo le trattative riuscirono 
vane anche questa volta perchè il Monferrino non 
voleva dare Chivasso, ed il Savoiardo lo voleva as- 
solutamente. 

A questo punto il duca Amedeo, stanco e ri- 
stucco di queste lunghe, noiose, ed inutili trattative, 
per finirla ricorse ad un mezzo narratoci dal cronista 
Benvenuto San Giorgio, mezzo certamente non com- 
mendevole, ma efficace, col quale esso riusciva ad 
ottenere quanto desiderava. Mandò al figlio Ludovico 
l'ordine di impadronirsi con le armi dei luoghi, che 
pretendeva, e che gli erano negati. 

II principe Ludovica obbedendo cominciò col 
fare arrestare il principe Giovanni dopo le feste di 
Natale, per le quali il Monferrino si era recato a To- 
rino, e lo trattenne in quel castello: quindi fece en- 
trare in Monferrato le sue truppe, che in breve 
tempo s'impadronirono di Settimo, di Brandizzo, e 
di parecchie altre terre, e giunte sotto Chivasso si 
preparavano a dargli l'assalto. " 

Il marchese Gian Giacomo comprendendo essere 
impossibile una ulteriore resistenza, fuggiva colla fa- 
miglia a Casale, ed alli io gennaio del 1435 faceva 



68 GIUSEPPE GIORCELLI 



scrivere dal castellano di Chivasso al principe Lu- 
dovico a Torino essere disposto ad accettare ed os- 
servare l'arbitrato dei legati milanesi, i quali erano 
rimasti in Torino. 

Ricevuta la lettera il principe Ludovico fece so- 
spendere le ostilità. 

Gli oratori milanesi pronunciarono la loro sen- 
tenza arbitramentale nel giorno 27 dello stesso gen- 
naio alla presenza del principe Ludovico di Savoia, 
del marchese Gian Giacomo recatosi appositamente 
a Torino, del principe Giovanni rimesso in libertà, 
dei fratelli Enrietto e Secondino Natta, di Marco del 
Carretto, dei marchesi di Savona, di Ludovico Tiz- 
zone, e di Gian Bartolomeo del Carretto, tutti con- 
siglieri del Marchese, e di parecchi altri ufficiali mon- 
ferrini, savoiardi e milanesi, i quali apposero tutti la 
loro firma al lodo. 

Gli arbitri, prendendo per base il trattato di 
Tonon, col primo capitolo obbligavano il marchese 
Gian Giacomo a fare donazione valida, irrevocabile, 
ed in forma solenne, al duca di Savoia Amedeo Vili 
dei luoghi di Chivasso, Settimo, Brandizzo, Monta- 
naro, Ozegna, Feletto e Lombardore, l'aderenza del- 
l'abbazia di San Benigno ed il vassallaggio di Azeglio. 

Nel giorno successivo (28) Gian Giacomo nomi- 
nava Ludovico Tizzone conte di Desana, quale suo 
procuratore per rimettere al principe Ludovico Chi- 
vasso e le altre terre sopì anominate. 

Il Tizzone nel giorno 30 faceva la regolare con- 
segna delle medesime a Manfredo di Saluzzo mare- 
sciallo ducale in Piemonte, a ciò delegato dal prin- 
cipe Ludovico. 

L'atto di cessione venne rogato dai notai Mela- 
nino Campanito per Monferrato e da Filippo Cara di 
San Germano per Savoia. 

In tal modo ed in tale giorno la terra di Chi- 
vasso divenne savoiarda. 



SCUDO d'oro di federico II GONZAGA, ECC. 69 

Nello stesso mese il marchese Gian Giacomo 
trasportava la sua corte con tutti gli uffici governa- 
tivi, compresa la zecca, a Casale, che da quell'anno 
divenne la nuova capitale del Monferrato. 

Se mai qualche lettore troverà troppo lungo il 
mio racconto storico, io gli farò osservare che la 
cosa era necessaria onde potere coU'abbondanza dei 
dettagli, colla esattezza delle date nelle quali i fatti 
si svolsero, e colla precisione dei nomi dei perso- 
naggi che vi presero parte, convincere i numismatici 
delle seguenti verità: 

I.' Che Chivasso cessò di essere capitale del 
Monferrato nell'anno 1435, e contemporaneamente 
venne abolita la sua zecca; 

■2° Che, perdendo Chivasso, il marchese Gian 
Giacomo elesse Casale per sua nuova capitale nello 
stesso anno, e vi aperse la nuova zecca monferrina; 

3.° Che perciò le monete di Teodoro II, il 
quale regnò dal 1381 al 1418, devonsi attribuire tutte 
a Chivasso; 

4." Che la serie delle monete della zecca di 
Casale deve incominciare soltanto con quelle del 
marchese Gian Giacomo. 

Ora io mi lusingo di avere conseguito il mio 
scopo, cioè di vedere corretto un erroraccio, che da 
mezzo secolo ingombra la storia della zecca della 
mia patria. 



In quale anno venne chiusa la zecca di Casale. 

Anche a questo proposito i numismatici erra- 
rono per molti anni, credendo alle parole di Dome- 
nico Promis. Questo scrittore nel 1871 trattando della 
zecca di Casale scriveva che « prima del finire del 



70 



GIUSEPPE GIORCELLl 



secolo XVII il lavoro di questa officina venne già 
sospeso, poi appena ceduta nel 1707 Casale al duca 
di Savoia, fu definitivamente chiusa » ('*. 

Avendo io pubblicato un Sesino di Casale colla 
effigie della Madonna di Crea e colla data dell'anno 
1706 (21, dimostrai che la zecca di Casale in detto 
anno era ancora aperta e lavorava. Anzi siccome 
nella collezione del nostro amato Sovrano si trovano 
tre altre di queste monetine, una afìatto simile alla 
mia e due con varianti, ed un quinto esemplare 
adorna il Museo Numismatico di Como parimente 
con variazioni, è cosa lecita supporre che se ne siano 
fatte parecchie battiture. 

D'altronde si sa dalla storia che l'esercito au- 
stro-savoiardo s'impadroniva di Casale dopo la vit- 
toria di Torino, cioè nel novembre 1706 cacciandone 
i francesi, che per due anni circa il Monferrato fu 
governato in nome dell'Imperatore, e che nell'agosto 
del 1708 ne venne investito il duca di Savoia ^'it- 
torio Amedeo II, il quale fece chiudere la zecca di 
Casale e ritirare le sue monete. La zecca di Casale 
venne dunque soppressa nell'anno 1708 dopo 273 
anni di vita. 



Dott. Giuseppe Giorcelli. 



(i) DoMKNico Promis, Memoria Terza, Sulle monete ili zecche italiane 
inedite o corrette, Torino, Stamperia Reale, 187 1, pag. 35. 

(2) Bollettino Numismatico Milanese, dicembre 1903. Milano, Tip. Co- 
gliati. — Giuseppe Giorcelli, L'ultima moneta coniata nella Zecca di 
Casale Monferrato. 



Un nouveau gros au lion de Jeanne et Wenceslas 

DUCS DE BRABANT 
(1355-1383) 



Le type du gros au lion dans un entourage de 
petites feuilles a été crcc en Fiandre par le comte 
Louis de Crécy (i 322-1 346) "X 

Le lion entre, coni me pièce principale, dans un 
grand nombre d'armoiries ; aussi la nouvelle mon- 
naie du riche et puissant pays de Fiandre fut-elle 
imitée un peu partout dans les anciens Pays-Bas. et 
mème dans des contrées assez éloignées de son 
lieu d'origine. 

Le lion debout apparait, en effet, sur les cspèces, 
en Brabant, dans le conité de Looz, dans la sei- 
gneurie de Rummen, dans la seigneune de Fauque- 
mont, dans la seigneurie de Horn. dans la seigneurie 
de Megen, dans le comtc de Naniur, dans le conité 
de Luxembourg, dans le cumté de Rcthel, dans le 
comté de Hainaut, dans l'évèché de Canibrai, dans 
la seigneurie d'Elincourt, dans la seigneurie de Se- 
rain, dans le comté de HoUande, dans le duché de 
Gueldre, dans la seigneurie de Gennep. dans la sei- 
gneurie de Batenbourg, dans le duché de Bretagne, 
enfin dans l'Aquitaine, alors au pouvoir des Anglais (2). 

Le fils de Louis de Crécy, le comte Louis de 
Male, continua la fabrication des gros au lion depuis 
son avènement (1346), jusqu'à l'année 1364. Il re- 



(1) Gaillard : Recherches sur les monnaies des comles de Fiandre, 
pi. XXIV, n. 200 à 202. 

(2) R. Serrure : L'imitalion des types monéiaires flamands au 
moyen-àge. 



72 ALPHONSE DE WÌTtE 



prit ensuite la frappe de ces picces en 1369; mais 
cette seconde émission ne dura guère plus d'une 
année et la frappe des lions d'argent prit définiti- 
vement fin en Fiandre, dans les derniers mois de 
l'an 1370 "). 

Ce fut le type du lion dans un entourage de 
feuilles que, lors de la célèbre entente monétaire con- 
clue le 3 décembre 1339 entre la Fiandre et le 
Brabant, le comte Louis de Crécy et le due Jean HI 
adoptèrent pour leurs gros de convention, forgés à 
leurs deux noms, à la fois à Gand et k Louvain (2). 

Jean III frappa d'ailleurs, lui aussi, comme le 
fit Louis de Crécy, des gros au lion à son nom seuI 
et cela, selon toutes les probabilités, jusqu'à la fin 
de son règne (1355) ^3'. Ces pièces sortent des ate- 
liers de Louvain et de Bruxelles. C'est à Louvain 
et à Vilvorde, que ses successeurs, Jeanne et Wen- 
ceslas, continuèrent l'émission de ces pièces. Peut- 
ètre Wenceslas en fit-il méme frapper à Luxembourg; 
car il existe un tiers de gros au lion portant le nom 
de cet atelier qu'il est difficile d'attribuer à un autre 
due (4). 

Les variétés connues, à ce jour, des gros braban- 
gons de Jeanne et de Wenceslas sont au nombre de 
deux. L'une est au seul nom de la duchesse, l'autre 
porte les noms des deux époux. Voici, d'ailleurs, 
les descriptions complètes de ces pièces. 



(i) Gaillard : Recherches sur les inonnaies des comles de Fiandre, 
pi. XXVII, n. 219 à 221. 

(2) A. DE WiTTE : Histoire monétaire des conites de Louvain ducs de 
Brabanl, n. 380. Peut-étre est-ce là l'origine du type. Du reste le Bra- 
bant, comme la Fiandre, a pour arme un lion debout ; seuls les émaux 
diffèrent. Le type du gros au lion pour une monnaie de convention 
entre ces deux pays, convenait donc admirableinent. 

(3) A. DE WiTTE : Htstoire monétaire des comtes de Louvain, ducs de 
Brabant, n. 359 à 365. 

(4) R. Sekrure : Essai de numismatique luxeinbourgeoise, n. 121. 



UN NOUVEAU GROS AU LION DE JEANNE ET WENCESLAS 



73 



I. — Dans un entourage compose d'un petit lion et de 

onze feuilles d'ache, se voit un lion debout entouré 
de la legende: * MONETA FILFD'. 
^ — Croix longue et pattée, coupant la legende inté- 
rieure : I — O DV — C LO — TBR — AB. Legende 
extér. : * BNDICTV : SIT : NOME : DNI : NRI 

IIiV: XPI. 

Arg. Pds. : 2,86. — A. de Witie: Histoire moiiétaire des dtics de 
Brabant, n. 375. 

II. — Dans un entourage compose d'un petit lion et de 

onze feuilles d'ache, se dresse un lion entouré de la 
legende : * MONETA BRASA. 
1$ — Croix longue et pattée coupant la legende inté- 
rieure: I — ODV — C LO -TBR - AB. La legende 
extérieure est : * WENCESL : DEI : &RA • LVCENB ■ 

BRAB : DVX. 

Arg. Pds.: 2,63. — A. de Wittk: Ibid., n. 405. 

Un heureux hasard a fait entrer dernièrement 
dans notre collection une troisième variété, que voici, 
de ces gros : 




III. — Dans un entourage torme d'un petit lion et de onze 

feuilles, est campé un lion debout, entouré de la 

legende : * MONETA FL'ADB. 

91 — Croix longue et pattée coupant la legende inté- 

rieure: W I - O : DV - C * LO - TBR - A. Legende 

extérieure: * BN SIT : NOME : D • • • • NI : HiV : XPI. 

Arg. d'assez mauvais aloi. Pds. : 2,95. 

Louis de Crécy et Jean IH pLicent un petit 
aigle en téte de la legende qui entouré le lion. 
Louis de Male y substitue une croisette, ce que 
Jeanne et Wenceslas s'empressent de faire aussi. On 



■^4 ALPHON?E DE WITTE 



volt, par là, combien les souverains brabangons ap- 
portèrent de soin à donner à leurs gros au lion 
l'aspect de ccux de Fiandre. Mais, en somme, l'imi- 
tation maintenue en ces limites et autorisée par le 
traité de 1339 restait licite. 

11 n'en est plus de mcme pour le gros que nous 
venons de faire connaltre. Là, l'intention frauduleuse 
est manifeste ; car la legende « trompe l'oeil » MO- 
NETA FL'AD'B' n'a d'autre objet que de faciliter la 
confusion, par le public, de cette pièce avec les gros 
flamands à l'inscription MONETA FLAND'. 

Cette monnaie d'assez bas argent sort-elle d'un 
atelier brabangon? S'agit-il d'un échantillon du mon- 
nayage que le due et la duchesse, lors de leurs dé- 
mèlés avec les Etats de Brabant à propos de l'exer- 
cice de leur droit régalien, prétendaient pouvoir pra- 
tiquer à » leur bon plaisir et à leur seul bénéfice 
« dans les donjons et les chàteaux de leurs pays 
« de Luxembourg et d'outre-Meuse? » (') Nous l'igno- 
rons absolument et toutes les suppositions sont 
permises. 

Ce qu'il y a de certain, c'est que l'existence de 
notre gros place Jeanne de Brabant et son époux, 
Wenceslas de Luxembourg, au rang de ces petits 
dynastes mosans, si justement qualifiés de faux mon- 
nayeurs, qui ne reculaient devant aucun expédient 
pour donner à leurs numéraires frélatés la circula- 
tion la plus ctendue possible. On s'explique mainte- 
nant les continuelles protestations des Etats de Bra- 
bant concernant la monnaie et l'histoire monétaire 
du règne de Jeanne et de Wenceslas s'éclaire d'un 
jour nouveau. 

Bruxelles, novembre igoj. 

AlpHONSE de WlTTE. 



(i) A. DH Witte: ìbid., t. I, n. 148. 



Giacomo Jonghelinck e Leone Leoni 

IN MILANO 

(NUOVI DOCUMENTI) 



Dell'insigne medaglista fiammingo Giacomo Jon- 
ghelinck (1530-1606) forse ultimo ad occuparsene fu 
il compianto amico dott. Solone Ambrosoli in questa 
medesima Rivista, descrivendovi {IV, 1891, pag. 389 
segg.) una sua splendida medaglia inedita di Mar- 
gherita d'Austria che si conserva nel Gabinetto nu- 
mismatico di Brera. 

Ora è per noi gradito compito quello di portare 
un nuovo, interessante contributo alla biografia del 
valoroso artista. Trattasi di un documento del nostro 
archivio notarile che lo prova in Milano nell'anno 
15526 più precisamente alloggiato in casa del celebre 
Leone Leoni, forse ai di lui servigi nel coniare e 
gettare medaglie e stampe. 

Ai 23 maggio 1552, diffatti « dominus Giaches 
" longhelinck fìl. qd."" domini Io. Retri de Andverpia, 
« et nunc moram trahens in ci vitate Mcdiolani in 
« Porta Nova, parrochie S.'' Martini ad Nuxigiam in- 
« tus, in domo habitationis magnifici domini Leonis 
« Aretini Cesarei sculptoris » confessava d'aver ri- 
cevuto da Giuseppe de Ronis, figlio del sig. Fran- 
cesco, abitante in Porta Ticinese, nella parrocchia 
di S. Lorenzo dentro, per conto di Leone Leoni 
« et de denarijs propriis prefati magnifici domini 
" Leonis » scudi 6 d'oro d'Italia, di buon peso, perchè 
li sborsi a Giovanni Vanost, giojelliere in Anversa, 



76 EMILIO MOTTA 



creditore del Leoni per certe tappezzerie vendutegli 
già a mezzo di un mercante, suo compatriota ^0. 

Se non erriamo, di un soggiorno dell' Jonghe- 
linck in Milano non eravi alcuna notizia fin qui. 

Tuttodì, malgrado il succedersi di dotte pubbli- 
cazioni, del Leoni non se ne sa ancora abbastanza 
ed una dose di errori rimane certamente accumu- 
lata, anche per quanto riflette l'opera del figlio suo 
Pompeo (2). 

Certamente si è equivocato sul possesso della 
sua nota casa in via Omenoni. 

Si ripetè sempre ch'egli l'avesse avuta in dono 
dall'imperatore Carlo V, ma la cosa non è tutt'affatto 
così: egli ebbe bensì in dono « sua vita durante n 
una vecchia, malandata casa, confinante colla chiesa 
scomparsa di S. Martino Nosiggia, da servire qual 
officina per darvi compimento alle sue molte opere 



(i) Rogito notaio Gio. Giacomo Moriggia, e rogato " in canzellis 
magnis domus notariorurn Mediolani sit. in broleto novo „. 

(2) Delle recenti pubblicazioni citeremo: Casati: L. Leoni d'Arezzo, 
scultore. Milano, 1884; Gnecchi: Monete di Milano, ivi 1885, Pag- Lxii e seg.; 
Plon: L. Leoni sculpteur de Charles-Qtiinl. Paris, 1887; Venturi: L. Leoni 
incisore della zecca di Ferrara in " Arch. s:onco dell'arte „, F, 1888, 8; 
Ilg : Die Werke Leone Leoni's in den kaiserl. Kunstsammlitngen, in " Jahr- 
biich „ di Vienna, voi. V ; Dell'Acqua. Del Iuo,ì;o di nasci/a di L. Leoni 
e del monumento mediceo da lui eseguilo in Milano, in " Arch. stor. 
dell'arte „ II, 1889 fase. 11 ; Lombroso : Memorie italiane del buon tempo 
antico. Torino, 1889 [A pag. 130 e seg. si discorre del Leoni, tra i mae- 
stri di zecca di Pietro Aretino]; Ke.nner : Leone Leoni's Medaitien fiir 
den kaiserlischen Hof, \n " Jahrbuch „ di Vienna, voi. XIII; Molmenti : 
Leone e Pompeo Leoni in " Arte illustrata „ di Milano, n. 2, 1895 ; 
Valton : Médaille par L. Leoni in " Revue nuniismalique „ 1904 pag. 496 
<: seg. ; Herrera : Medallas del principe Don L'ehpe y de luaiielo Tur- 
riano in " Rivista de Archivos „ di Madrid, marzo-aprile 1905. Non in- 
dichiamo titoli bibliografici più antichi, tra i quali sempre meritevoli 
quelli del Ronchim, del Campori, del Beitolotti, ne i lavori speciali di 
medaglistic-a quali quelli, più o meno recenti, del Friediànder, dell' Er- 
culei, dell'Armand, del Biondelli, del Forrer e del Fabriczy. 



GIACOMO JONGHELINCK E LEONE LEONI IN MILANO 77 

destinate all'Escuriale ('); ma la sua casa ch'egli poi 
rifabbricò elegantemente, adornandola dentro e fuori 
di statue antiche e cose d'arte rare, egli ebbe per- 
sonalmente ad acquistarla dalla famiglia Castiglioni 
— particolare questo fin qui ignorato — nell'anno 
1573» dopo averla tenuta già in affitto fin dall'anno 
1562. Dififatti con istromento 30 ottobre di quest'anno 
i nobili Gio. Francesco, Pomponio e Cesare, fratelli 
da Castiglione, figli del qd."" Ettore, abitanti in S. Zeno 
in Pasquirolo, l'affittano al Leoni, o meglio al « ma- 
« gnificus eques Leo Aretinus Regius et ducalis scul- 
u ptor, fil. qd."" nob. domini Jo. Baptistae » in P. Nuova, 
parr. di S. Martino in Nosiggia, per un anno, da 
S. Michele p. passato in avanti, per il prezzo di L. 200 
ricevendone intanto L. 100. 1 Castiglioni si obbli- 
gavano ad ottenere dentro Pasqua o Pentecoste il 
diretto dominio della casa e sedime, liberandone 
quella parte soggetta a fidecomisso, onde potere 
addivenire alla alienazione del detto stabile che l'Are- 
tino quindici giorni dopo avrebbe comperato pel prezzo 
di L. 8750 imperiali. Se per quel termine non fosse 
seguito lo svincolo fidecommissario, la vendita era 
ritenuta nulla, fermo ed obbligatorio però l'affitto ('■^). 
La cosa si trascinò per undici anni e soltanto 
nel 1573 succedette la definitiva cessione, non più 
però da parte dei tre fratelli Castiglioni, sopra ricor- 
dati, ma bensì da Giov. Fermo Castiglioni, del nobile 
Pietro Antonio, certamente loro prossimo parente, 
il quale per non sapere scrivere, incaricava della 
firma del contratto il noto letterato Ascanio Cen- 



(1) È dei 5 marzo 1583 una lelttra dtl Card. Tolomeo Gallio al 
Borromeo in commendatizia di Pompeo leeoni per i suoi lavori di 
Spagna e perchè s'interponga " acciò il Rettore di S. Martino Nusigia 
desista dal darli molestia per conto d'impedire la luce a le case, ove 
si fabricano le machine de la Chiesa del'Kscurial „. (Cfr. Perioiiico di 
Como, Vili, 1891, pag. 280). 

(2) Ardi, notarile Milano. Rog. noi. Gio. Francesco Piciu. 



78 EMILIO MOTTA 



torio degli Ortensi, ricordato già dall'Argelati per 
le molte sue pubblicazioni a stampa <'). Anche il 
prezzo di vendita non era più il medesimo, inferiore 
anzi, ciò che lascia adito a supporre non trattarsi di 
tutto il precedente stabile, forse in parte già ceduto 
dai Castiglioni, per quanto le coerenze figurino eguali 
nelt'istromento di vendita (2). 

A prova, il documento che stimiamo interessante 
riprodurre qui subito in extenso: 

Io Gio. Fermo Castiglione confesso per il presente scritto 
da sottoscriversi in mio nome dal Cavaliere Ascanio Centorio 
de' Hortensij che pregato da me lo farà alla presentia delii 
infrascritti Signori che qui sotto per maggiore fede e testi- 
monio si sottoscriveranno, come in questo dì vij di settembre 
1573 faccio per virtù di questo presente scritto libera ven- 
dita della mia casa situata nella contrada di San Fedele, che 
sta nella parrocchia di San Martino in Nosiggia coherentiata 
da una parte ms. Feliciano Zerbi, et dall'altra la casa delli 
heredi di ms. Simone Maggenta, e dietrp la casa che gode 
il Sig. cavalier Leone Aretino concessali da sua Maestà et 
la via pubblica avanti, al S/ cavaliere Leone Aretino per 
il prezzo di libre cinquemila trecento cinquanta imperiali in 
questo modo : libre quattro mila che detto S/ sia obligato 
a pagarli in termine di sette anni prossimi et futuri & co- 
minciati già a Calende de zugno passato innanzi, aili heredi 
de M. Cesare Brandiano (3), da quali detto S/ Leone sia 



(i) Cfr. p. e. gli Apparati e feste del marchese di Pescara in casa di 
G. B. Castaldo (Milano, 1559) e 1 cinque libri degli avvertimenti, ordini, 
gride ed editti fatti et osservati in Milano nei tempi sospettosi della peste 
dell'a. isj6 (Milano, 1631). — Versi di Giuliano Gosellini a " Leone Are- 
lino statuario „ stanno in Opuscoli inediti di Tarquinia ;l/o/«« (Bergamo 
Lancellotti, 1750), pag. 91. 

(2) Questi Castiglioni non figurano nelle tavole genealogiche del 
Litta (Famiglie illustri italiane, voi. III). Mentre sappiamo che nella 
pam di S. Martino in Nosiggia dimorava Gio. Stefano Castiglioni, il 
noto senatore ed ambasciatore a Luigi XII, mortovi nel 1519 (cfr. Arch. 
di Sfato. Milano, Necrologio ad aunum ed Arch. Stor. Lomb. 1891, p. 279). 

(3) Dai quali eredi (Cesare Annibale e Giaconiina Brandiani), il Ca- 
stiglioni " habuit venditionem tt datum de dicto sedimine , così nel 
susseguente istr. di vendita dei 14 settembre 1573. 



GIACOMO JONGHELINCK E I.EO>'E LEONI IN MILANO 79 

obligato a rilevarmene in modo che io ne resti non solo del 
capitale, ma del loro usofrutto a ragione de cinque per cento, 
che sonno per ogni anno libre dugento sino se li pagaranno 
dette libre quattromilla, che in dui termini detto S/ cava- 
liere le potrà pagare alli detti heredi come di sopra rilevato 
et liberato, et oltre a me contanti nell'atto dell' istromento 
che tra noi si farà in termine di giorni otto libre mille et 
trecento cinquanta che saranno l'intero prezzo et pagamento 
della sudetta mia casa. Et dopo tutto il sudetto, che mi ri 
servo il stare in casa de bando per tutto il 1574 pross.° fu- 
turo, cioè da san Michele presente 1573 sino a san Michele 
1584 che oltre ogni cosa di sopra mi riservo questo di piìi, 
né possa fino che sarà finito detto anno esser levato di casa, 
senza haverne a pagare cosa alcuna ma starvi inmune. Et 
prometto di fare l' instromento, con tutte quelle solennità, 
che jo l'ho havute, et dare a detto S/ cavaliere Aretino 
tutti gli acquisti, e scritture, che appartengono alla sudetta 
casa, che si trovaranno in mio potere et di cedere ogni mia 
ragione et promettere prò meo dato di facto, che il S/ ca- 
valiere non mai sarà molestato da alcuno per mio dato et 
facto. Et per non sapere io scrivere ho pregato il sudetto 
cavalier Centorio che per fede della verità a mio nome 
come di sopra per non saper io utsupra scrivere che facci 
et sottoscriva di mia commissione la presente di sua propria 
mano. In Milano alli vij di settembre 1573 

Io Ascanio Centorio de Hortensij di commis- 
sione come disopra ho scritto et sottoscritto 
de mia propria mano, siggillate propria mano 
dal sudetto Castiglione. 

Io Lione Aretino me obligo et prometto di 
esseguire quanto di disopra si contiene et per 
fede mi sono sottoscritto di mia mano (0. 

Io Socino Secco d'Arragona fui presente per 
testimonio a quanto disopra. 

Io Govanbattista Mantegaza sono stato per 
testimonio de volontà delle parte. 

Io Kabritio Cablato fui presente a quanto di 
sopra. 



(i) Con sigilli impressi del Castiglioni e dell'Aretino. Ardi, iiolarile 
Milano, Rog. notaio Gio. Francesco Picio. 



éo EMILIO MOTTA 



Questo il chirografo, susseguito in data 14 set- 
tembre dal vero istrumento notarile di vendita e con- 
fesso, nel quale lo stabile ceduto, ed abitato ancora 
dal Castiglioni, e più dettagliatamente specificato. E 
cioè (valga per una migliore cognizione della vecchia 
topografìa milanese) « sedimen unum cum sala una in 
u terra, a manu sinistra intrando portam dicti sedi- 
« minis, camera una supra dictam salam, solario uno 
(( supra dictam cameram. coquina una, a manu dextra 
'( intrando portam ut supra, habentem hostium versus 
" curiam dicti sediminis cum cameris duabus supra 
" et alio solario supra dictas cameras, canepa una 
« sub dieta coquina et predicta sunt in parte ante- 
« riori dicti sediminis, in parte vero posteriori altera 
« coquina cum altera canepa subtus et camera una 
« supra dictam coquinam, stala una cum lobijs, cu- 
« ria, putheo necessario porticu et alijs suis spcct. et 
« pertinentijs ac porta cui coheret ab una parte strata, 
« ab alia d. Feliciani et fratrem de Zerbis, ab alia 
" prefati mag.'' equitis emptoris et ab alia her. qd.™ 
" domini Simonis Mazente ». 

La casa dell'Aretino, come narrano già i suoi 
contemporanei Vasari e Bidelli (i> era tutta piena di 
statue antiche: egli le esportava da Roma, causan- 
done dispiacere all'amico suo IVlichelangelo (2) che 
dolcemente ne lo rimproverava, se creder dobbiamo 
al Cicerejo, antiquario ed umanista milanese, ben noto 
dell'epoca medesima (f 1596) '3). 



(2) Bidelli: Supplemento delta Nobiltà di Milano, Milano, 1619, pag. 67. 

(i) Per le relazioni con Michelangelo, a proposito del monumento 
del Medeghino e del ritratto del Buonarrotti, cfr. Casati: op. cit. pag. 39 
e FoRTNUM : On the originai portrait 0/ Michel Angelo by Leo Leone 
" Il Cavaliere Aretino „ (s. n. t.). 

(2) Cfr. Forcella : Iscrizioni di Milano, voi. II, pag. V e segg. 
Tra gli aneddoti nel suo codice autografo n. 756, pag. 41 t. della 
Trivulziana, leggesi diffatti : " Michael Angelus Bonarotus Leoni Arre- 
tino, Mediolanum in patriani redituni paranti, dìxit: Est, quod libi male 



I 



GIACOMO JONGHELIN'CK E LEONE LEONI IN MILANO 8l 

Pure ardente e fortunato raccoglitore di quel 
tempo fu Pompeo Leoni, figlio e continuatore di 
Leone, lo scultore favorito di Filippo II di Spagna; 
possessore del Codice Atlantico vinciano, poi passato 
alla sua morte (i6io) all'Arconati ('). 

* 
* * 

È noto che Giovan Battista Suardo, intagliatore 
di coni nella zecca di Milano, sotto Leone Leoni, ne 
divenne poi genero e successore nella zecca C^). Nel 
marzo 1585 lavorava ad una « caroza intagliata » 
per il duca Carlo Emanuele I di Savoja, sui disegni 
del pittore di corte Alessandro Ardente o», e che 
doveva servire per l'entrata del duca in Torino, re- 
duce dalla Spagna con la sposa, l'infante Catterina, 
figlia di re Filippo II. 

Lo prova la seguente sua lettera autografa di- 
retta al marchese Filippo d' Este, luogotenente del 
duca in Torino (4): 

Illustrissimo Signor Marchese patron mio 

Mi pare che in tutte le cose che l'omo à qualche dubio 
doverla anticipar tempo acio che quando è poi fatto, è assai 



velim Leo. Quid autem mihi male velit Michael Angelus? ait Leo. 
Non hoc fit de nihilo, refert Bonarotus, tu eniin R mian ipsam in tuam 
ipsius patrìam anelis : sìgnifioans opera suinmorum artificum qiiani- 
plurima, quibus Roman spoliavit Arretinus, et acdes suas exornavit, 
Mediolani magnifice extructas, doctissimo aique elegantissimo cuique 
patentas ,. Nel medesimo codice (pag. cit.) è pur cenno di statue an- 
tiche trasportate da Roma a Milano dal Landrianì, abbate commenda- 
tario di S. Antonio. 

(1) Ratti : // Codice Atlantico di L. da Vinci, pag. 14. — Come la 
casa degli Omenoni, dai Leoni, passasse in proprietà dei Calchi, igno- 
riamo. 

(2) Cfr. LoMAZZo : Idea del tempio della pittura, pag. 164. 

(3) Cfr. Vesme : Torquato Tasso e il Piemonte in « Miscellanea di 
storia italiana », xxvii, pag. 127. 

(4) Per il marchese d' Este, le sue relazioni con Torquato Tasso e 
dove fosse il suo palazzo in Torino, cfr. Vesme : Ice. cit., pag. 49, 70 e 
seg. 81, 89. 



ÌÌ2 EMILIO MOTTA 



più dificile accomodar li erori che prima: io sono quello che 

fa la caroza intagliata per sua Altezza Serenisima per far 

la entrata in Turino e cosi mi trovo a bonissimo termine de 

l'opera che dele tre parte sono finitto le doi. Mi resta una 

cosa solla ch'è questa : che sopra il disegno che à mandatto 

il sig."" Alesandro Ardente non v' è l'arma di sua Alteza 

ne mancho quella di Spagna ecetto che il loco da farglia che 

nel schenal de la caroza. Voria se no questo da Lei che mi 

mandase uno sercetto de l'arma giusta come à da esere ne 

più ne meno perchè so certo che ste cose sono de tropo 

importanza e così non voglio far circha questa arma cosa 

nisuna sin tanto che V.* 111.™* Signoria non mi manda l'arma 

giusta come a da esere e dil resto poi la se sicura che io 

non mancho per far cosa bella e onoratta si come comporta 

l'onor mio, e far onore a un tanto principe, dil che gli resto 

a sua Illu.*"' Signoria servitor aff.""" di core. Da Milano il 

28 Marzo 1585 

Il suo minimo servitore di core 

Gio : Batta Suardo, scultore 

a me mi pare che di ragione voria eser così come qui de- 
signata quella di sua Altezza, a man drita però voria quella 
de Spagna giusta come a da esere aciò non si facia erore (0. 



Dei 5 gennajo 1583 altro documento, non nu- 
mismatico però, per Leone Leoni. Di quel giorno 
egli confessava d'aver ricevuti da Geronimo Casati, 
maestro delle entrate ducali, scudi 800, per completa 
soluzione della somma ordinata da pagarsi da Don 
Sancho de Padilla dei 6000 scudi pattuiti « para la 
« obra de bronze que por mandado de Su Majestad 
« en està ciudad se haze » ^^K Gli altri 4500 erano 
già stati pagati in data 23 luglio e 23 agosto 1582, 
come da istrumenti del notajo Ottaviano Castelletti. 

Emilio Motta. 



(1) Trivulziana. Fondo Belgiojoso, cartella 36.» — Con, a sinistra, lo 
schizzo dello stemma sabaudo. 

(2) Arch. notarile Milano. Rog. not. Giov. Paolo Rho. 



NOTA DI NUMISMATICA SABAUDA 




B- ~ + KAROLVS : DVX : SABAVDIE Busto del duca a 

destra. 
9 - + IN : TE : DNE : CONFIDO) : C : F : Stemma con 

corona comitale tra FÉ RT Un punto segreto nella 

croce. 
Argento, gr. 9,370. Conserv. buona, ma un po' ribattuto il rovescio. 

Se, a prima vista ed in linea generale, il testone 
di cui mi pregio sottoporre l' impronta alla curio- 
sità dei Lettori, per il tipo e le epigrafi, può sem- 
brare identico a quello già pubblicato dal chiaris- 
simo prof. FrancescO'Rabut ('), a chiunque verrà fatto 
di confrontare i due disegni, di leggeri si potrà con- 
vincere come essi differiscono tra di loro in alcuni 
particolari. 

Infatti sulla moneta più sopra effigiata, la figura 
del duca Carlo II appare più piccola e snella, anzi 
dirò meglio, stecchita, che non lo sia quella dataci 



(i) Cinqui'eme nolice sur quelques monnaies de Savoie inédites. N. 3 
della tavola. 



84 GIACINTO CERRATO 



dal suUodato Autore, come altresì ne è difiFerente la 
forma del berretto e di alcune lettere della leggenda. 

Queste varianti farebbero tuttavia ritenere, e 
con ragione, il pezzo di cui si servi il prof. Rabut 
per rappresentare la sua moneta, battuto con un 
conio non eguale a quello usatosi per stampare il 
testone da me posseduto. 

Cosa per se stessa niente affatto straordinaria, 
comune anzi, occorrendo a quell'epoca e pratican- 
dosi anche in tempi posteriori, per la battitura di 
una medesima qualità di monete, varie coppie di 
coni e punzoni, per i quali non era possibile otte- 
nere la perfetta eguaglianza. 

Constatata la differenza esistente fra questi due 
testoni quello che ora io presento, avrebbe un me- 
rito, cioè di essere una variante a quello del Rabut 
e non del tutto indegna di essere notata. 

Un dubbio, però, venutomi alla mente — esa- 
minando attentamente l'impronta é&Wdi Cinquième no- 
tice, ecc. — mi fece sospettare che le varianti più 
sopra riferite non esistine di fatto, ma siano piut- 
tosto da attribuirsi alla minore attenzione od abilità di 
chi eseguì il primitivo disegno ; essendoché l' im- 
pronta non fu ricavata coi procedimenti ora prati- 
cati generalmente per avere il facsimile della mo- 
neta che si intende di far conoscere, ma venne di- 
segnata a mano. 

Riuscire a riprodurre fedelmente in ogni più 
minuto particolare copiando a vista un nummo, spe- 
cialmente se porta una figura, non a tutti sempre, 
la buona volontà corrisponde all' intento. Ed è ap- 
punto quanto io stimo sia avvenuto per il testone 
dell'opuscolo sovrariferito. 

Si è per questa personale convinzione dunque 
— la quale non infirma per niente all'illustre mio 
predecessore il merito della sua scoperta — e spe- 



NOTA DI NUMISMATICA SABAUDA 85 

cialmente in vista anche al fatto di non essersi Egli 
pronunziato in merito, sulla marca dello zecchiere 
il cui nome gli restava ignoto, che ho creduto ri- 
pubblicare la. moneta esponendo brevemente il mio 
parere riguardo alla classificazione a darsi a questi 
pezzi di stile barbaro e di esecuzione trascurata. 

Il prof. Rabut aveva bensì intuito — da quel 
valente numismatico eh' Egli era — che la sua mo- 
neta doveva spettare ad un'officina monetaria d'oltre 
Alpi ; ma fuorviato, pare, da una marca trisillaba 
C ■ F • B • da Lui osservata su di un quarto pubbli- 
cato dall' illustre comm, D. Promis {Monete dei Reali 
di Casa Savoia, tav. XVI, n. 17) suppose fosse quella 
di Borgo nella Bressa. 

Ora io sono di parere che le iniziali C • F -, poste 
in fine leggenda nel rovescio di questi testoni, siano 
la sigia monetaria adoperata come contrassegno alle 
sue emissioni da Francesco Savoia maestro alla «zecca 
di Chambery dall'aprile 1524 al giugno 1533. 

Diversamente essa non si potrebbe interpretare, 
poiché a nessuno dei maestri in funzione nelle zecche 
al di là delle Alpi, durante il periodo di tempo che 
passa, dall'esordio del regno dello sventurato duca 
Carlo II, al funesto anno 1536 dell'invasione fran- 
cese, si adatterebbero tali iniziali. Un altro argo- 
mento poi, ed assai importante pel mio asserto, si 
è, che identiche lettere monetarie si trovano su par- 
paiole emesse alla zecca di Chambery mentre era in 
funzione Francesco Savoia, monete aventi pur altri 
punti di contatto coi testoni in discorso, sia per lo 
stile sia per l'eguaglianza nelle leggende '". 

Che il detto maestro abbia coniato dei testoni è 
indubitato ; ce lo dice il lodato comm. Promis a 



(1) Doli. A. Ladi: Conlrtbuliun à la numismalique des JJkcì, tic 
Havoie. Genève, 1901, p.ig. 40, n. 219 



86 



GIACINTO CERRATO 



pag. 169, voi. 2° del già menzionato suo libro. Nel 
riassunto ch'Egli fa ragionando appunto delle ope- 
razioni eseguite da Francesco Savoia durante il pe- 
riodo di tempo in cui fu maestro alla zecca di Cham- 
bery, cita fra le diverse specie di monete da costui 
battute (maggio 1524 all'ottobre 1526), marchi 300 
di testoni, per la prima volta peggiorati d'intrinseco 
come prescriveva l'ordinanza delli 21 maggio 1524 
dei maestri generali Rafifoulaz e Balligny per le 
zecche d'oltre monti. In quattro conti susseguenti, 
resi da questo maestro il 28 giugno 1533, nota an- 
cora r illustre numismatico torinese, altri 462 marchi 
e mezzo di testoni; però questi ultimi emessi sotto 
l'impero dell'ordinanza delli 17 ottobre 1526 — ul- 
tima per le officine monetarie al di là delle Alpi — 
non mi fu fatto di rinvenire sulle tabelle degli or- 
dini di battitura del Promis, il quale ivi registrò 
solo i testoni della zecca di Torino, ne quindi io 
posso dire se eguali o no fossero ai precedenti '0. 

Ora tenendo calcolo della mediocre qualità del 
metallo col quale è fabbricato il mio pezzo, al suo 
peso (2) non di troppo inferiore al normale (gr. 9,578) 
prescritto per i testoni dalla sovrariferita ordinanza 
delli 25 maggio 1524; parmi — se si coordina questi 
dati a quelli piij sopra esposti — bastantemente sta- 
bilita l'attribuzione da me proposta per queste, dirò, 
così poco eleganti monete. 

Mi si permetta prima di finire ancora un'osser- 
vazione. Ammessa, come spero, la classifica proposta 
per i detti testoni, troverei logico e razionale pro- 
porre altresì il traslato alla zecca di Chambery dello 
sento d'oro a cavallo pubblicato dal comm. D. Promis 



(i) Op. cit., pag. 462, 463, voi. I. 

(2) Si avverta che il Rabut obbliò di indicare il peso del testonf 
pubblicato. 



NOTA DI NUMISMATICA SABAUDA Ò7 

e da lui attribuito, non saprei per quale ragione, 
all'officina monetaria di Nizza ('\ 

Nessuno potrà negare la grandissima affinità 
esistente tra l'aurea moneta suddetta col /estone che 
ha motivato il presente scritto. Sono le stesse sigle 
monetarie C F., i medesimi caratteri irregolari, eguali 
le leggende, aria di famiglia per così dire, già av- 
vertita dal chiaris. prof. Rabut, il quale parlando 
infatti di cotesta rassomiglianza nell'articolo riferen- 
tesi al testone, riteneva quelle due monete per pro- 
dotto di una medesima zecca '^i. 

Tonno, febbraio jpoS. 

Giacinto Cerrato. 



(i) Op. cit., voi. II, tav. XVIII, n. 42. 

(2) Dal 1524 al 1533 periodo di tempo pel quale si hanno i conti 
del maestro Francesco Savoia, si emisero alla zecca di Chamber\', 
n. 10908 scuti d'oro a cavallo. Cfr. Promis : op. cit., voi. I, pag. 169. 



i 



¥ 



IL SISTEMA MONETARIO 

DEGLI 

AUREI ITALIANI DI CARLOMAGNO 



Le monete d'oro del grande monarca franco 
erano fino ai nostri dì quasi ignote; appena si co- 
nosceva qualche raro esempio proveniente dalla 
Francia meridionale (^Uzès) o dalla fertile zecca di 
Lucca, ove la fabbricazione dell'oro si mantenne più 
lungo tempo che altrove nelle parti superiori del- 
l' Italia. Il ripostiglio di Ilanz, scoperto nel 1904, 
ha mutato le cose ad un tratto. Oggi si sa, che 
la monetazione dell'oro in Italia non cessò colla 
sconfitta del dominio longobardo (774); essa invece 
continuò ancora per qualche decennio non solo 
nei principati di Benevento e Salerno, ma anche 
nelle antiche zecche longobarde settentrionali, a Ber- 
gamo, Lucca, Milano, Pavia, Pisa e Castel Seprio. 

La forma esterna di codeste monete carolingie 
d'oro segue come modello i tipi di Desiderio, mu- 
tando solo il nome del re. 

Vi è dunque da una parte una croce longobarda 
e la leggenda * D'oìiiinus N'osfer) CAROLO R^)X; dal- 
l'altra una stella ed il nome della zecca : * FLA(t7Vr) 
BERGAMO, * FLAVIA LVCA, * FLA zvV?) MEDIOLANO, 
*• FLA(wa) SEBRIO o * FLAVIA TICINO (■'. Aggiungo che 
non mancano parecchie varianti di conio, indizio che 
questa monetazione ebbe qualche intensità e durata. 



(l) Un sesto tipo di tali tremissi proveniente dai fondamenti della 
vecchia chiesa di Telfì (Sardegna) col nomo della zecca FLAVIA PISA 
C(ivitas) venne descritto dal Sig. V. Dessi nell'omaggio utTerto dalla so- 
cietà numismatica italiana al congresso internazionale di scienze sto- 
riche in Roma (Milano 1902, p. 146). 



90 ARNOLD LUSCUIN VON EBENGREUTII 

Tutto questo è chiaro ; oscuro però resta finora il 
problema monetario, non ostante le acute indagini 
del San Quintino (') e di Adolfo Soetbeer (2). Grazie 
al materiale abbastanza ricco salvatosi fra i sassi di 
llanz in istato di perfetta conservazione, la situazione 
si è mutata anche su questo punto. 

Premetto che io mi baso in tutte le particola- 
rità sulla descrizione del ripostiglio di llanz pubbli- 
cata dall'egregio signor Fritz Jecklin nelle Mittei- 
lungen der bayerischen Numismatischen Gcsellschaft, 
voi. XXV (Monaco, 1906) e che di mio non vi sono 
che le conclusioni. 

I 34 tremissi di Carlomagno che formavano 
una parte di quel tesoro erano quasi tutti a fior di 
conio e sembravano (secondo le parole del signor 
Jecklin) esser state trasportate direttamente dalla 
cassa militare di Carlomagno al luogo ove furono 
trovati, senza aver subito il consumo della cir- 
colazione. 

Tanto più fa meraviglia la irregolarità nei loro 
pesi : 

a) I 24 tremissi della zecca di Milano (n. 33-53 

della descrizione) pesavano : gr. 0.846. 0.883, 0.896, 

0.900, 0.908, 0.915, 0.927, 0.938, 0.945, 0,963, 0.968, 

0.968, 0.974, 0.974, 0.980, 0.985, 0.990, 0.990, o 996. 

1,003, I-0O4, 1.016, 1.039, 1.052; tutti insieme gr. 23.06 

, ,. 23.06 

e per la media -^ — = gr. 0.961. 

è) I 6 tremissi di Bergamo (n. 55-60): gr. 0.835, 
0.941, 0.944, 0.952, 0.971, 0.984; tutti insieme gr. 5.627 
e per la media gr. 0.938. 



(i) Sulla moneta dei Longobardi in Italia, 1834. Della zecca e delle 
monete di Lucca. Lucca, 1860. 

(2) Beitrftue zur Geschichte des Geldwesens in Deutschland (For- 
schungen z. Deutsch. Geschichte, II, 1862). 



IL SISTEMA MONETARIO DEGLI AUREI ITALIANI 9I 

c) Lucca (n. 6i), un pezzo di gr. 1.048. 

dj Castel" Seprio (n. 62), un pezzo di gr. 0.847. 

e) Pavia (n. Ó3), un pezzo di gr. 0.961. 

Vi era ancora un tremisse della zecca di Coirà 
di tipo un po' differente (n. 54), il quale pesava 
gr. 1.030. Il peso totale dei 34 pezzi era dunque di 
gr. 32.573 e il loro medio ]ieso di gr 0.958. 

Osservo, che non ostante la buona conserva- 
zione del conio, tre fra queste 34 monete erano 
mancanti di un pezzetto del margine, come si può 
rilevare dalla riproduzione eliotipica dei numeri 47, 
58, 62. Escludiamo perciò queste tre e il loro peso 
di gr. 0.846, 0.835 e 0.847 dal calcolo definitivo, e 

noi troviamo così un peso medio di gr. — ' - = 0.966 

23 
per i 23 pezzi intatti della zecca Milanese, un totale 

di gr. 1^<- = 0.958 per i tremissi Bergamaschi e 

di gr. ^ ' "^^ = 0.969 per il totale delle residue 31 

monete. 

Con questa correzione restano nondimeno diffe- 
renze di quasi 20 " „ fra il peso dei singoli pezzi va- 
rianti da gr. 0.883 ^ I-052. Ciò rende evidente, che 
l'esattezza ora prescritta dalla legge monetaria non 
bastava per ottenere un peso individuale variante 
solo fra ristretti limiti come oggidì ; bastava invece 
che un determinato numero di monete corrispondesse 
con qualche indicato maggior peso, per esempio con 
un'oncia. 

Ma — si dirà — chi vuol richiedere al tempo 
di Carlomagno l'esattezza dei milligrammi? Concedo 
subito che non si poteva ottenerla cogli istrumenti 
del tempo. E quale era questa ? Quistione difficile e 
non ancora studiata molto. Però l'inglese F. Seebohm 



92 



ARNOLD LUSCHIN VON EBENGREUTH 



l'ha toccata in un suo articolo : On the early curren- 
cies of the Gennan Tribes ") narrando, che furono 
trovate bilancie e piccoli pesi in diverse tombe del 
primo medio-evo, per cui mezzo si potevano pe- 
sare oggetti sino al peso del grano d'orzo, equiva- 
lente al Trov-grain inglese di gr. 0.0648. Accettiamo in 
mancanza d'altro questa osservazione per base delle 
nostre conclusioni, e ammettiamo che al tempo di 
Carlomagno il Troy-grain fosse l'ultimo grado di 
esattezza possibile e che perciò il peso medio di un 
fremisse doveva corrispondere al peso di tanti Troy- 



grams. 



Se noi ordiniamo così i tremissi di Carlomagno 
appartenenti al tesoro di Ilanz secondo il loro peso, 
escludendo i tre esemplari difettosi e trascurando 
differenze minori di gr. 0.0648, noi vediamo che tutti 
i tremissi di un peso maggiore a gr. 0.8424 e infe- 
riore a gr. 0.9072 corrispondono al peso di 13 Troy- 
grains e quelli di un peso fra gr. 0.9072-0.9720 a 
un peso di 14 Troy-grains, ecc., come si vede dalla 
tabella seguente : 





E 


Tremissi della zecca di 








B 
a 




Milano 


Bergamo 


varia 


Numero t 


13 


0,8424 


0.883, 0.896, 0.900. 


— 


— 


3 


14 


0.9072 


0.908, 0.915, 0.927, 0.938, 
0.945, 0.963, 0.968, 0.968. 


0.941, 0,944, 
0,952- 0,971. 


0.961. 


13 


15 


0.9720 


0-974. 0.974, 0930, 0.985, 
0.990, 0.990, 0.996, 1.003, 
1.004, ' "'6. 


0.984, 


1.030. 


12 


16 


1.0368 


1.039, 1052. 


— 


1.048, 


3 



(i) Vierteljalirsclirifl fìir Social-umi Wirischaflsgcschichie, voi. I, 
Lipsia, 1903, pag. 171 e seg. 



k 



IL SISTEMA MONETARIO DEGLI AUREI ITALIANI 93 

Abbiamo abbreviato con questo espediente la 
scala lunga in modo che tutte le differenze si ridu- 
cono a quattro gradini. Fra questi, i due medii (14 
e 15 Troy-grains) comprendono 25 pezzi, vuol dire 
più di 80 7„ del totale di 31 tremissi di Carlomagno, 
e solo sei aurei o meno di 20 °,^ cadono sopra i 
gradini estremi di 13 e t6 Troy-grains. 

Con questa semplificazione si vede che la mo- 
netazione era basata sul peso medio di 14-15 Troy- 
grains per il tremisse, i pezzi da 13 e 16 Troy-grains 
erano solo tollerati e i tre deboli controbilancia- 
vano i 3 forti. Ma noi possiamo andare ancora più 
in là, e io sono persuaso che il peso medio prescritto 
dalla legge monetaria fosse di 15 Troy-grains. Basta 
osservare che, non ostante il logorìo della circola- 
zione — il quale consisteva allora non solo nel con- 
sumo meccanico, ma più ancora nella cribrazione 
delle monete forti — , al peso medio effettivo dei 31 
menzionati tremissi : gr. 0.969, non mancano più di 
3 milligrammi, per toccare il gradino di 15 Troy- 
grains (gr. 0.972). 

Colla supposizione di un medio peso di 15 
Troy-grains prescritto per i tremissi di Carlomagno, 
noi raggiungiamo un piede monetario semplice e 
probabile, perche mancante di ogni suddivisione com- 
plicata: 28 di tali tremissi di gr. 0.972 o 15 Troy- 
grains, peso medio, corrispondono a gr. 27.216 o al- 
l'oncia, 336 a gr. 326.592 o alla libbra romana, peso 
usato al tempo di Carlomagno nelle officine mo- 
netarie. 

Ma non siamo ancora alla fine ; il tempo di 
Costantino I, il quale ordinò la fabbricazione di 72 
solidi, uguali a 216 tremissi della libbra romana di 
oro fino, era già lontano e il peggioramento aveva 
frattanto attaccato non solo il taglio, ma pure il ti- 
tolo delle monete. 



94 ARNOLD LUSCHIN VON EBKNGREUTH 

Grazie al signor dott. Nussberger, chimico can- 
tonale a Coirà, il quale si è dedicato ad analizzare 
alcuni frammenti riconoscibili di tremissi di Desiderio 
e di Carlomagno, ci siamo orizzontati anche sul ti- 
tolo di codeste monete. Ecco il risultato delle sue 
analisi : 

Tremissi di Desiderio di Carlomagno 

Oro 33-1 7o 40.9 7„ 

Argento . . . 63.5 "/„ 55-8 V» 

Rame .... 3.3 "/„ 3-3 7o- 

Ma queste cifre, risultanti dall'applicazione di 
metodi moderni e esatti, debbono essere parimenti 
semplificate, come i pesi, considerando che al tempo 
di Carlomagno non si distingueva ne per millesimi 
ne per milligrammi, ma con mezzi più rozzi. Fra i 
metalli è noto, che l'oro si affina piìi facilmente del- 
l'argento, il quale resiste piti alla riduzione e con- 
tiene talvolta particelle d'oro e di rame anche nel 
metallo purificato. Per tale cagione si usava nel 

00 

medio-evo un argento purificato a — o a qualche 
° 24 

altra proporzione simile come finissimo per la mo- 
netazione. Ciò premesso, ritengo che i 3.3 ",„ di rame 
nei sopradetti tremissi non sono effetto della lega, 
ma il residuo di una purificazione incompleta. Questi 
3.3 7„ debbono perciò essere aggiunti ai 63.5 7„ e 
55.8 °/'„ dell'argento, essendo fissata sola la lega di 
argento e non d'argento e rame. Vi occorrono an- 
cora piccole correzioni. La cifra di 63.5 -1- 3.3 7„ = 
66.8 7„ senza dubbio deve essere ridotta a 66.6 ° \,, 
vuol dire a due terzi; parimente la cifra di 55.8 + 
3.3= 59.1 "/^ deve essere portata a 60 "/„ o a 75- 
Per giustificare questo bisogna considerare che l'ar- 
gento usato per la lega dei tremissi di Carlomagno 



IL SISTEMA MONETARIO DEGLI AUREI ITALIANI 95 

era forse alquanto aurifero, cosa la quale non di 
rado accade. In base a tali considerazioni si può 
dire che dovevano contenere i tremissi 
di Desiderio oro 33.3 "/„ ('/J; argento 66.6 "/; (', ,) 
diCarlomagnoO» 40 "/„(^';); " 60 7„ C/.) 

Conoscendo ora tanto il taglio quanto il titolo 
dei tremissi di Carloniagno il quadro della moneta- 
zione si completa nel modo seguente : 

Ogni tremisse di gr. 0.972 peso medio conte- 
neva 40"^ di esso = %. = 0.3888 d'oro fino, e 
gr. 60 " „ = '/. = 0.5832 d'argento fino. Settanta 
di tali tremissi contenevano in oro il peso di un'oncia 
romana (gr. 27 216; e in argento quella di un'oncia 
e mezza (gr. 40.824). Il taglio della libbra romana 
d'oro fino era dunque di 70X12 = 840 tremissi. 
equivalente di 280 soldi d'oro. 

Per dare adesso un' idea di quanto avesse per- 
duto il soldo d'oro nel suo valore dai tempi di Co- 
stantino alla fine dell'ottavo secolo bisogna calcolare 
nei tremissi di Carloniagno oltre il loro contenuto 

di oro fino . gr. 0.3888 

anche il valore di gr. 0.5832 d'argento 
fino. Poniamo il valore comparativo fra 
i due metalli i : 12 come fu stabilito 
nell'editto Pistense e otteniamo presso 

a poco gr. 0.0486 

come valore dell'argento nel tremisse 

e perciò un valore totale di . . . . gr. 0.4374 
per la detta moneta. 

Il soldo d'oro di Costantino tagliato a 72 pezzi 
dalla libbra conteneva almeno gr. 4.53 d' oro e il 



(i) Il signor V. Dossi ci notifica, nel suo articolo sopralodatc (p. 143) 
che un tremisse di Carlo Magno d'oro pallido della zecca di Milano, 
fatto l'assaggio con la pietra di paragone, fu trovato di circa 600)00 
d'oro e 400100 d'argento. Osservo che l'assaggio dell'oro pallido con la 
pietra di paragone non dà risultati esatti. 



g6 ARNOLD LUSCHÌN VON EBENGREUTH 

tremisse gr. 1.51 ; 3 tremissi di Carlomagno equi- 
valenti del soldo valevano gr. 1.3122 d'oro e il tre- 
misse gr. 0.4374. 

Il valore metallico di un tremisse ai tempi Co- 
stantini era perciò supcriore di gr. 0.1978 d'oro fino 
ad un soldo d'oro carolingio. Si comprende adesso, 
perchè alla caduta del regno longobardo la moneta- 
zione dell'oro in Italia stesse per finire. 

So bene che le mie deduzioni presentate oggi 
sono disputabili e di natura preliminare. Non ignoro 
che manca ancora qualche prova per renderle defi- 
nitive. Ciò non ostante, non ho voluto tacere le mie 
idee agli scienziati italiani, nipoti di Carli-Rubbi e di 
altri numismatici, i quali tentarono dal settecento in 
poi di basare la storia monetaria sulla numismatica. 

Graz, gennaio 1908. 

Arnold Luschin von Ebengreuth. 



Essai d'interprétation du mot FLAVIA 

figurant sur les triens des Rois Lombards 
ASTAULF, DIDIER et CHARLEMAGNE 



Une question nouvelle vient d'ètre posée en nu- 
mismatique par le nombre important de tiers de sou 
d'or pourvus du qualificatif FLAVIA cxistant dans une 
trouvaille de monnaies lombardes effectuée à Ilanz en 
1904 (^>. Soixante triens portent cet adjectif précédant 
le nom de l'atelier monétaire. Ils se répartissent 
ainsi : 29 appartenant au règne de Didier, dernier 
roi de souche lombarde, 31 à celui de Charlemagne 
son conquérant et son successeur comnic Roi de ce 
mème peuple. Si l'on ajoute les dcux ou trois tiers 
de sou connus d'Astaulf, prcdécesseur de Didier, 
frappés à Lucques avec le nom de cet atelier, pré- 
cède de FLAVIA, ainsi que les quatre ou cinq de 
Charlemagne cmis de mème en cette localité, on 
arriv^e à constater l'existencc dans divers mèdailliers 
d'environ soixante quinze pièces à ce type, èmises 
entre 750 et 800 après Jesus Christ dans les villes 
de l'Italie du Nord ci-après : Milan, Pavie, Trcvise, 
Vicence, Verceil, Castel-Seprio, Bcrgame et Lucques. 
Le sens du mot : FLAVIA employè dans de telles con- 
ditions pendant cinquantc ans, est à dècouvrir, ainsi 
que le motif qui aurait fait graver ce vocable sur les 
monnaies d'or à còte du nom de l'atelier monétaire. 

Pour apprécier ce fait exceptionncl au Vili' siècle 



(i) Der Langobardisch-Karolingische Milnz-fund bei Itanz, von 
Fritz Jecklin. Sonderabdruck aus den Mitteilimgen der Bayer. Numism. 
Gestllschaft, XXV, Jahrgang 1906 und 1907. — R. N. I., 1906, p. 273 et 
'907. Pag- 159 et 617. — R. N. D., 1907, p. 5. 



98 PAUL BORDEAUiC 



il est indispensable de rechercher les règles suivies 
en matière d'émission monétaire dans le Royaume 
Lombard. A cet égard un texte fournit de premiers 
renseignements précis. L'article 242 de l'Edit de 
Rotharis, Roi des Lombards de 636 à 652, conticnt 
la disposition suivante : 



Si quis sine jussionem Re- 
gis aurum figuraverit aut mo- 
netam confinxerit, manus ei 
incidatur (i). 



Celui qui aura mis une em- 
preinte sur des espèces d'or 
ou celui qui aura frappé 
monnaie, sans la permission 
formelle du Roi, aura la mairi 
coupée. 

Le numéraire et surtout les pièces d'or ne pou- 
vaient par suite ètre fabriqués en Lombardie qu'en 
vertu d'une autorisation formelle émanant du Roi. 
Cet ordre du Souverain devait fixer en mème temps 
les conditions de la fabrication, c'est à dire ce qui 
figurait — figuraverit — sur le numéraire. Dès lors 
si un mot important et insolite, tei que FLAVIA, a été 
appose pendant cinquante ans d'une facon régulière 
sur les espèces du pays, il n'a pu Tètre que si le 
Roi l'a décide ainsi, en ayant un but et une inten- 
tion déterminés. Ce vocable ne saurait ètre compare 
aux adjectifs : Felix, Invicta ou Inclita, accolés par- 
fois aux IV et V* siècles aux noms de Rome, de 
Carthage ou de Ravenne. Ces adjectifs étaient de 
simples qualificatifs poétiques ou usuels, FLAVIA a au 
contraire un sens net, qui ne permet pas de le con- 
sidérer comme une épithète littéraire. 

L'importance et le caractèrc sérieux du mot 
employé sont dcmontrés, mais l'Edit ou le Capitu- 
laire fixant l'emploi et la portée du mot ; FLAVIA, n'a 
pas encore été retrouvé. Cette expression ne paralt 
mème pas avoir été parfois usitée dans des documents 
de la période lombarde, actuellement connus. Pour 



(i) Pertz: Monumenta Germaniae historica. Leges, voi. 4, p. 60. 



ESSAI D INTERPRETATION DU MOT FLAVIA 99 



arriver à l'interpréter, on se trouve réduit à étudier 
les conditions, dans lesquelles les ateliers monctaires 
lombards fonctionnaient tant au moment où un Roi 
de la contrée a fait ou laissc inserire pour la pre- 
mière fois l'cpithète : FLAVIA, que pendant la période 
de temps, au cours de laquelle ce mot a continue 
de figurer sur les espèces. 

Les Lombards envahirent le Nord de l'Italie 
vers 565-570 après Jesus Christ sous la conduite de 
leur chef Alboin. Six Rois se succcdèrent au cours 
d'un premier siècle jusqu'à Rotharis. Ces souverains 
essayèrent d'organiser et de régulariser la conqucte. 
en créant une trentaine de Ducs feudataires. Les 
monarques du siècle suivant, sous l'influence de la 
civilisation ambiante. furent amencs à reconnajtre 
l'importance de l'clément romain. Obligcs d'établir 
une ligne de démarcation entre peuple conquérant 
et peuple conquis, ils rendirent de nombreux édits, 
constituant les lois des Lombards — Leges Lango- 
bardorum. Les auteurs, qui se sont occupés de la 
question historique et legale, ont reconnu presque 
tous, que, pendant le second siècle de la monarchie 
lombarde, il avait existé concurremment deux nations 
différentes vivant en paix entr'elles sur le sol de 
l'Italie septentrionale, mais dont chacune ctait regie 
par ses lois propres (". D'une part, les Italiens, qui 
par suite de la longue domination de Rome, étaient 
communément appelés Romains, vivaient rcgis par 
les anciennes lois romaines et étaient jugés d'après 
catte antique législation. D'autre part les Lombards 
suivaient les lois et coutumes lonibardes, que les 
édits de leurs Rois de souche barbare prccisaient. 
Les souverains, organisateurs du pays conquis, in- 
séraient parfois dans leurs dispositions législatives 



(1) Storia di Milano par le comte Verri, Voi. i, p. 103 a 104. 



lOO PAUL BORDEAUX 



des prescriptions s'appliquant d'une faQon generale 
à vainqueurs et à vaincus. 

Il en fut évidemment ainsi pour ce qui concer- 
nait la circulation et les conditions d'émission du 
numéraire. Charlemagne, au début de sa conquéte, 
c'est à dire tant qu'il employa le titre de Roi des 
Lombards, maintint cet ctat de choses. Il y super- 
posa toutefois un nouveau pcuple envahisscur, les 
Francs, dont ccrtains s'établirent en Lombardie et 
y vccurcnt soumis à la loi salique. Les capitulaires 
du grand Empereur ne furent considcrcs que comnie 
de simples adjonctions à la loi lombarde. Dans cette 
póriode encore, les Italiens d'origine romaine restè- 
rent toujours soumis à l'ancien droit romain *^). 

Cette situation si speciale entre Italiens et enva- 
hisseurs, s'accusa surtout cent cinquante ou deux cents 
ans aprcs le commencement de la conquéte, quand 
les deux sortes de populations se furent habituces à 
vivre còte à còte. L'élément romain tendit aussitót à 
faire sentir de plus en plus son importance. Gomme 
conséquence, les Rois lombards se trouvèrent obligés 
de reconnaìtre des droits chaque jour plus notables 
à leurs sujets d'origine italienne-romaine. Un texte 
législatif établit que cette évolution se produisit no- 
tamment sous le règne d'Astaulf (749-756): 



In quinta lege, Aistulfus 

Romanos appellat 

Iterum igitur Aistulfi tempore 
nomen Romanorum in Lan- 
gobardis legibus legitur. Jam- 
que centum et octaginta anni 
effluxerunt ex quo Italia su- 
bacta fuerat (2), 



Dans la cinquème loi, A- 
staulf emploie l'expression 

de : Romains 

C'est donc sous le regne 
d'Astaulf que l'on recom- 
men^a à employer dans les 
loia le mot de : Romains. 
Cent cinquante ans s'étaient 
écoulés depuis que les Lom- 
barda s'étaient installés com- 
ma conquérants en Italie. 

(1) De Parsouneaux : Histoire de la conquéte de la Lombardie. 
Paris, 1842, voi. I, p. 198. 

(2) Petit DE Baroncourt: De Langobardorum regutn Ratdiidis, 
Asitulfique ineditis legibus disquisitio. Paris, 1846, p. 12. 



ESSAI D INTERPRETATION DU MOT FLAVIA IO! 

Ce fait est d'un intérét capital pour la question 
qui nous occupe, quand on remarque que justement 
cet Astaulf est le premier Roi, qui ait employé le 
qualificatif FLAVIA sur la monnaie à coté du nom de 
l'atelier de Lucques ('). Le mcme monarque lombard 
a recommencé à qualifier du noni de Romains ses 
sujets italiens et a d'autre part prescrit ou permis 

— jussio regis — à l'officine de Lucques de prendrc 
la dénomination : Flavienne. Les deux faits sont con- 
comitants et dérivent incontestablcment de pensces 
et de tendances politiques idcntiques. 

Une première hypothèse permet de rattacher le 
mot : FLAVIA au droit romain, et par suite à l'en- 
semble de ces prérogatives qu'Astaulf rcconnaissait 
à ses sujets de souche italicnne. Les romains des 
siècles antérieurs avaient joui d'un : Jus Flavianum, 
appelé parfois : Jus civile Flavianum '^t. Ce jus Fla- 
vianum était un recueil de formules des actions de 
la loi remontant à une certaine antiquitc. Il da- 
tait de Cneius Flavius, jurisconsulte, qui avait vécu 
au IV' siècle avant Jesus Christ. Ce Flavius avait 
publié sous son nom les formules des: Legis actiones, 

— des procédures permises par la loi sous la con- 
dition de l'emploi de paroles sacramentelles précises 
à certains jours et dans des circonstances détcr- 
minées. 

Pour permettre de comprcndre cettc question, 
il est nécessaire de rappclcr que le droit romain 
était avant tout formulairc, c'est à dire, qu'une in- 
stance ne pouvait Otre introduite en justice que sous 
la condition de l'emploi de certains mots indispen- 
sables. Le répertoire de Flavius avait révélé au 



(1) Engel et Serrure : Traile de numismatique du Moyen-àge. 
T. I, p. 34. 

(2) Edouard Cucq : Les institutions juridiques des Romains. L'an- 
cien droit. Voi. 1, p. 447. — Mommsen : Rom. Furschungen. 11, 301. 



I02 l'AUL BORDEAUX 



public un nombre considérable de ces formules, dont 
la plupart avait continue d'étre toujours employées 
sous les Empereurs des cinq premiers siècles de l'ère 
chrétienne. 

Le Code de Justinien et le Digeste (527-565) 
eurent cn partie pour but au VP siècle d'adoucir les 
rigueurs de ce droit formulaire. Mais au dcbut le 
caractère utile des facilitcs nouvelles concédées par 
cet Empereur pour intcnter une procedure, avait 
étc excessivement discute. L'Occident accepta ces 
rcformes moins facilement que l'Orient où le Ba- 
sileus rcsidait à Constantinople. En Italie, on resta 
attaché aux anciennes formules flaviennes, auxquelles 
jurisconsultes et tribunaux étaient accoutumés depuis 
des siècles. 11 en fut surtout ainsi dans les pays, 
qui, par suite de l'invasion barbare, se trouvèrent 
séparés violemment et politiquement de l'Empire de 
Justinien. Cette prcdilection pour les lois anciennes 
exista surtout dans l'Italie du Nord, parce que les 
Lombards, en conquérant ces populations, avaient 
rompu dans la mesure possible leurs relations avec 
l'Empire des successeurs de Justinien. En outre ces 
nouveaux monarques de l'Italie du Nord, vainqueurs 
de l'Empire d'Orient, empèchèrent évidemment leurs 
sujets, qui étaient des Occidentaux, de se soumettre 
aux lois et Codes récemment promulgués par Justi- 
nien et ses successeurs. Ils prcférèrent les laisser 
régis par l'ancien droit romain et notamment par 
le Jus Flavianum. 

Il est dès lors permis de supposer que le Roi 
Astaulf a concède aux habitants de Lucques non 
seulement le droit de se qualifier de Romains, en 
vertu de la disposition précitée d'une de ses lois, mais 
encore qu'il leur a octroyé soit par un capitulaire, 
soit peut étre mème par une simple tolérance, la 
permission d'indiquer, sur les monnaies frappées en 



Essai d'interprétation du mot Flavia 103 

cette ville, que les habitants avaient le privilège 
d'ètre soumis au JVS FLAVIANVM et jouissaient du droit 
flavien : FLAVIA LVCA. Cette situation aurait étc con- 
sidérée comme si avantageuse par vainqueurs et vain- 
cus que Didier, successeur d'Astaulf, aurait étendu 
la mème faveur à un grand nombre d'autres villes 
de l'Italie du Nord, qui ne demandaient pas mieux 
que de rester attachées à d'anciennes coutumes. En- 
suite Charlemagne, continuant la tradition de ces 
Rois de Lombardie, dont il prenait le titre, aurait 
suivi les mèmes errements pour s'attacher la popu- 
lation d'origine romaine. 

Cette hypothèse, qui pcut étonner au premier 
abord, trouve un singulier appui dans le texte meme 
de nombre de lois lombardes. Ces dispositions Ic- 
gislatives, dont les plus anciennes datent des prédé- 
cesseurs de Luitprand (713-744), deviennent surtout 
nombreuses sous ce Prince, qui regna trenta et un 
ans. Ratchis, son successeur (744-749) chercha à les 
codifìer, détail qui a pour nous son importance: car 
il démontre l'intention de faire un monument légi- 
siatif s'opposant à celui de Justinien et nettcment 
séparé des règlcs du Digeste suivies en Orient. 
Lorsqu'on prend connaissance de ces documcnts si 
diffus, qui n'occupent pas moins de 600 pages du 
4' volume in folio des : Leges, des Monumenta 
Germaniae de Pertz, on reste confondu devant la 
quantité de formules judiciaires, dont la plupart de 
ces lois sont remplies, par exemple : 

Petre, te appellai Martinus, j Pierre, Martin t'appelle en 
quod tu es servus suus, et 1 justice, parce que tu es son 
malo ordine subtrahis te de 1 esclave et parca que c'est à 
suo servitio ('). tort que tu te soustrais à 

I son esclavage. 



(i) Guido I^adelletti : Fontes juris italici medii aevi. Torino, 1877, 
p. 300 et Sér|. 



l04 PAUL BORDEAUX 



On lit ainsi des pages de formules innombrables 
pour toutes les éventualitcs de procès possibles. Un 
grand nombre de ces formules se rapprochent de 
celles du Jus Flavianum, ou méme concordent av-ec 
lui. Il serait fastidieux de les mentionner. A ce sujet 
on ne saurait mieux faire que de citer le passage 
suivant, qui fait ressortir l' importance incontestablc 
à cettc epoque du droit formulaire en question : 

Praecipua autem hujus regni I Mais la loi principale du 
(Luitprandi) lex, quse aperte règne de Luitprand, qui dé- 
testabatur, quantum civitates mentre combiens les exemples 
romana; exempla barbarorum donnés par les anciennes lois 
mores immutaverint ad seri- des Romains avaient impres- 
bas sive notarios pertinet , sionné les barbares, concerne 

les scribes ou les notaires, 
auxquels il est recommandé 
de se conformer dans la ré- 
daction de leurs conventions 
aux formules des lois Ioni- 
bardes, ou à celles des lois 
romaines. 



quaj prescribitur ut Lnngo- 
bardorum seu Romanoriim 
foriiìiila' in pactis serventur (•). 



Il n'y a dès lors plus lieu de s'étonner si le 
Roi Astaulf et si ensuite Didier, son successeur, ont 
concèdè à certaines villes lombardes, oìi les anciens 
Romains avaient une situation prépondérante, le droit 
de se qualifier de : Flaviennes, parce qu'elles em- 
ployaient les formules du Jus Flavianum de l'ancien 
droit romain, et qu'elles pouvaient, à raison de ce 
fait, ètre ainsi dénommées. Ce privilège pouvait ètre 
considéré par Ics Lombards, comme une séparation 
bien nette de toutes relations juridiques avec l'Em- 
pire d'Orient et avec le droit nouveau, qui 3' avait 
été applique par Justinien et ses successeurs. Cette 
révendication d'indépendance contre Byzance se com- 
prend aussi bien de la part du conquérant que de 



(i) Petit DE Baroncourt : De Langobardorum regiim Ratchidìs, 
Aistulfique ineditis legibus disquisitio. Paris, 1846, p. 12. 



ESSAI d'iNTERPRÉTATION DU MOT FLAVIA I05 

celle des villes où le vieil élément romain cherchait 
à l'emporter. 

Les souverains lombards avaient intérét à con- 
stater ainsi officiellement que leur Royaume était la 
suite de la monarchie des Empereurs des premiers 
siècles de l'ère chrctienne. L'application du Jus ci- 
vile Flavianum, antcrieur aux réformes judiciaires 
de Justinien, était la conséquence naturelle de ces 
donnces. Elle avait pour résultat d'amener les villes 
d'Italie jouissant de ces prérogatives à prendre 
l'cpithète de : Flaviennes — FLAVIA. 

De toutes fa^ons, il ressort jusqu'à l'évidencc 
de ce qui précède, que l'emploi du mot: FLAVIA, sur 
les espèces d'or a coincide avec l'augmentation d'im- 
portance de l'élément romain, ainsi qu'avec la pré- 
ponderance des coutumes et de la législation ro- 
maine dans le Royaume lombard. Si la première 
hypothèse, rattachant le mot FLAVIA à l'emploi du 
Jus Flavianum dans un certain nombre de villes, 
paraissait trop téméraire, il est possible de se rallier 
à une idée subsidiaire, qui interpréterait le mot : 
FLAVIA, non plus grace au droit romain, mais seule- 
ment avec l'aide des lois et coutumes monétaires 
romaines des siècles, qui ont précède l' invasion 
lombarde. 

Pendant la Tetrarchie, ainsi que sous les règnes 
de Licinius et de Constantin, les Hotels des Monnaies 
impériaux frappèrent Ics espèces de l'ancien S3'stème 
monétaire de Dioclétien et celles du système nouveau 
de Constantin. Il exista vcrs cettc epoque trois dy- 
nasties, dont l'influence fut rappelée par les initiales 
apposées dans le champ de ces diverses sortes de 
numéraire. Les ateliers marquèrent d'un l les mon- 
naies de la dynastie Jovienne, d'un H celles de la 
dynastie Herculienne, et enfin de F, ou de FL celles 
de Constantin et de sa famille Flavienne. Le sens 



tó6 PAUL nonoEAUx 



de ces dernières abréviations était absolument clair 
pour les contemporains, et il ne laissait aucune he- 
sitation possible sur le mot à prononcer en les lisant. 
On comprend que le langage populaire ait qualifié 
du nom de Flavienne — FLAVIA, d'abord la monnaie, 
qui portait les initiales FL, ou F, et ensuite par ex- 
tension l'officine monétaire, qui avait l'habitude d'ap- 
poser couramment ces sigles. 

Quand la dynastie de Dioclétien cessa de régner, 
la famille Flavienne, persistant seule, prit la pré- 
pondérance. Il en resulta que les espèces flaviennes, 
c'est à dire celles pourvues des marques : FL, ou F, 
restèrent surtout connues du public au cours des 
siècles suivants et que seules elles eurent la faveur 
de la population. Les lettres FL paraissent avoir 
figure à certains moments sur la plus grande partie 
du numéraire émis par les divers établissements mo- 
nétaires de l'Empire au IV' siècle et méme encore 
au V' siècle ('*. 

Le nom de Flavien avait été à l'origine parti- 
culier à Vespasien, à la gens Flavia, dont il faisait 
partie, et à ceux des membres de sa famille, qui 
avaient régné après lui. Au IV' siècle, Constantin, 
ainsi que les Empereurs, ses parents ou successeurs, 
joignirent à leur nom le mème gentilice c'est à dire 
la mème désignation familiale. Presque tous inserèrent 
le vocable : FLAVIVS, ou FLAVIA, dans leurs légendes 
monétaires. Par application du mème ordre d'idées, 
les auteurs de l'epoque constantinienne ajoutèrent 
au nom de Claude II, le gothique (265-268), la dé- 
nomination: FLAVIVS, qui n'appartenait pas de nais- 
sance à cet Empereur et dont strictement il n'aurait 
pas du ètre pare t^). Deux siècles après, Constantin III 



(i) R. N. F., 1905, p. 470 et seq. L'iconographie par les médailles 
des Empereurs romains des III' et IV« siècles par M/ J. Maurice. 

(a) l^KCRiVAiN : Eliides sur l'hisloire Auguste. Paris, 1904, p. 38 et seq. 



ESSAI DINTKRPKÉTATION DU MOT FLAVIA IO? 



I 



prit de son autorité privée quand il se fit proclamer 
Empereur en Gaule et en Bretagne, la qualification: 
D • N • FLAVIVS ■ CLAVDIVS • CONSTANTINVS • bicn qu' il 
n'appartint pas à la gens Flavia. Les deux dynasties 
flaviennes, qui s'ctaient constituées l'une après l'autre, 
avaient occupo dans le monde romain une place si 
considérable que le mot: Flavien, avait du finir par 
personnifier en quelque sorte la dignité imperiale. D'un 
autre coté, toujours dans le mème esprit, un certain 
nombre de villcs, notamment en Italie, ajoutèrent à 
leur nom l'epithète: FLAVIA. Nous pouvons citcr comme 
exemple la capitale de l'Ombrie : FLAVIA • CONSTANS, 
dénommée actuellement Spello. Dans d'autres parties 
de l'empire romain, Vienne (en Autriche) FLAVIA • VIN- 
DOBONA, ainsi qu'une quinzaine de villes de la Bé- 
tique et de la Tarragonaisc en Espagne, joignirent 
ce qualificatif à leur nom habituel. Beaucoup d'autres 
cités durent agir de mème dans des conditions, qui 
sont maintenant ignorces de nous. Ces particularités 
montrent combien la denomination : « flaviennc » fut 
populaire, et répandue depuis Constantin jusqu'à 
l'epoque des invasions barbares. Cette épithète, après 
avoir été personelle aux Empcreurs règulicrs de la 
famille de Vespasien, puis de celle de Constantin, 
avait été étendue de plus en plus tant par des mo- 
narques usurpateurs, que par diverses villes et par 
l'ensemble des habitants, en n'ctant plus qu'une qua- 
lification honorifique. 

Les ateliers monctaires avaient ctè d'autant plus 
amenés a se faire gratifier aussi de cette appellation, 
qu'ils se rattachaient particulièrement à l'epoque et 
aux lois flaviennes. Constantin I. le grand, avait créc 
un système monétaire nouveau base sur le sol d'or, 
sur le demi-sol, et sur le (n'ens cu liers de sou, pièce 
divisionnaire, dont l'usage populaire et universel per- 
sista en Italie sous les Rois lombards jusqu'au temps 



I 



Io8 PAUL BORDEAUX 



de Charlemagne. Il y ajouta : la silique, valeur d'or 
monnayce en argent, le nummus centenionalis et le 
nummus simple, monnaie divisionnaire de bronze ('). 
Cet ensemble de dispositions monétaires applique dans 
l'Empire d'Occident par la dynastie flavienne, servit 
universellement de règie jusqu'après la chute de cette 
monarchie. Gomme consequénce, les règlements con- 
cernant l'exploitation des Hotels des Monnaies et 
cmanant de ces souverains constantiniens, ont ctc 
forcément qualifiés de : Flaviens. Les populations 
d'Italie, attachées aux lois flaviennes, ainsi qu'aux 
ateliers habituels des Empereurs de la dynastie et 
à leurs espèces, avaient du voir se perpétuer chez 
elles l'emploi du terme : FLAVIA, dont les sigles FL 
d'une partie du numéraire en circulation maintenaient 
le souvenir sous tous les yeux. Monnaies, officines, 
lois, coutumes monétaires durent ètre appelées com- 
munément flaviennes en Italie, pendant les siècles 
qui précédèrent l'invasion lombarde. 

Une des caractéristiques de ces cmissions fla- 
viennes consista en ce que indépendamment des ini- 
tiales impériales FL, les sigles spcQiaux tels que des 
points et des étoiles y ont été apposés, parfois, il 
est vrai, par suite d'anciens errements, pour faire 
reconnaìtre les dates et les conditions d'émissions. 
Cette fìguration n'a pu avoir lieu qu'en exécution 
des règlements en vigueur, plus ou moins complé- 
mentaires de décisions antérieures, mais qui n'en 
furent pas moins encore dénommés flaviens. Ces 
habitudes résultant de dispositions s'ctant à ce mo- 
ment généralisées, furent suivies par chaque atelier 
dans des limites plus ou moins strictes. Mais la ga- 



(i) Babelqn : Traile des monnaies grccques et romaines. — J. Mau- 
rice : L'atelier monétaire de Tréves, dans Mèmoires de la Soc. des AhH- 
quaires de Frante, 1901, pag. in, — J. Maurice: Numismatique de la 
période constantinienne. Paris, 1908, T. i. 



ESSAI D INTERPRETATION DU MOT FLAVIA tog 

rantie résultant pour le peuple de l'emploi de ces 
sigles combinés FL, points ou étoiles, resta une des 
particularités du numéraire flavien. Les Italo-Romains, 
par la force des choses, durent conserver le souvenir 
de ces bonnes espèces flaviennes d'autrefois, qui 
étaient meilleures que celles qui suivirent, et surtout 
que celles qui leur furent imposées pgr les conquc- 
rants barbares. La rapiditc et la confusion des inva- 
sions successives empéchèrent de continuer l'emploi 
de ces sigles des ateliers flaviens. Les envahisse- 
ments des peuplades du Nord occasionnèrent la frappe 
dans les parties occupées, d'espèces plutòt défec- 
tueuses, à type imniobilisc, et à légendes coniposées 
de lettres se suivant sans prcsenter aucun sens. Ce 
dernier ctat de choses exista surtout pendant ce que ' 
l'on pourrait appeller la période aigtìe des invasions. 
Le S3stéme monétaire, institué au début du IV' 
siècle par la dynastie flavienne de Constantin con- 
tinua d'otre suivi par les Barbares envahisseurs et 
par leurs Rois. Les réglements antérieurs se main- 
tinrent d'autant plus que leurs dispositions étaient 
éminemment utiles au milieu des circonstances diflì- 
ciles que l'on traversait, et qu'ellcs ctaient devenues 
d'une application journalicre. Les fausses monnaies 
avaient été fabriquées en grand nombre de tous 
cótés. A cet cgard, les populations italo-romaines 
se souvinrent forcément que des lois du grand Eni- 
pereur Constantin avaiént eu pour but: i" d'empc- 
cher la fabrication des picces fausses, et notamment 
de toutes celles qui ctaient coulccs, 2" d'interdire 
-toutes frappes ou émissions d'espèces falsifiées aux 
Monetarii autoriscs à travailler isolémcnt dans les 
villes en dehors des ateliers gouvernementaux (". 
Cette dernière disposition legislative avait cté juste- 



(i) Code théodosien, IX, 21, a et 3. 



PAUL liOKDEAUX 



ment celle qui avait permis à tant de Monetarti, de 
fabriquer isolcment les triens d'or émis du V au 
VllP siede dans les pa^'s occupés par les Barbares. 
Tout le monde cherchait à se rallier à ces idées et 
à ces prescriptions légales, si essentielles à la circu- 
lation monétaire. Les bonnes monnaies, que l'on 
rencontrait circulant encore, étaient celles remontant 
aux cpoques de Constantin et des Empereurs de la 
gens Flavia, qui lui avaient succede. Les souvenirs 
des Flaviens s'imposaient à tous les esprits. 

Aussitot après les invasions, dans les parties de 
la péninsule où l'élément romain fut assez impor- 
tant pour recommencer à dominer, il y cut forccment 
tendance à revenir aux anciens errements, à la bonne 
monnaie d'autrefois. Il en fut surtout ainsi dans 
l'Italie septentrionale. Deux cents ans après leur in- 
stallation dans ce que l'on pourrait appeler les plai- 
nes lombardes, la population barbare s'ctait peu à 
peu transformée par suite de la fusion opérée avec 
les habitants antérieurs. Les Rois de cette contrée 
cherchèrent à rattacher leur monarchie à l'ancien 
Empire romain. Plusieurs des documents cités pré- 
ccdemment l'ont dcmontré. Astaulf, en mème temps 
qu'il gratifiait du nom de Romains une partie no- 
table de ses sujets, a du estimer de son intérct et 
de celui de sa dynastie de prescrire à certains ate- 
liers monétaires de Trapper les monnaies d'or con- 
Ibrmément aux rcglements cdictés par les Empereurs 
flaviens et d'cntourer la fabrication des garanties 
résultant de ces lois et coutumes. Il n'y avait qu'un 
pas à faire dans cette voie pour qualifier de fla- 
viens soit les villes, soit les ateliers, et pour raviver 
ainsi chez tous le souvenir des bonnes espèces fla- 
viennes. La numismatique montrerait que ce pas à 
cté franchi. FLAVIA aurait cté une cpithète apposée 
pour indiquer la volonté de se rattacher pour l'émis- 



fesSAI d'iNTERPRÉTATION nU MOT FLAVIA Iti 

sion du numéraire au beau et bon temps du règne 
de Constantin, 

Une preuve de la vcrité de ces données paraìt 
résulter de l'emploi au milieu des légendes moné- 
taires, des étoiles et des points, qui au IV' siècle 
avaient servi à différencier !es dates et les conditions 
d'émission des ateliers flaviens (''. Sous le règne de 
Didier, l'innovation tentce par Astaulf à Lucques fut 
jugée si profitable que beaucoup d'autres officincs 
monétaires agirent de mème probablement cn exc- 
cution d'ordres supérieurs. Dans ces émissions, nous 
constatons également ces emplois de points ou d'étoi- 
les, quand depuis presque deux siècles, rap])Osition 
en a cesse. Charlemagne jugea si utiles les garanties 
résultant de la mention flavienne et de l'usage des 
points secrets qu'il les maintint à son tour. Il est 
digne de remarque que la tradition de ces marques 
cachées fut appliquée niéme aux premiers deniers 
d'argent frappés à Pavie sous son règne et sous celui 
de son fils Louis le Débonnaire. On connaìt des de- 
niers de ces Princes portants soit: P • APIA soit PAP • lA. 
11 a été reconnu depuis longtemps que ces signes 
difierentiels devaient indiquer des changements de 
dates d'émission et de degré de fin >2). Ces particula- 
rités n'ont donc été qu'une continuation ou une applica- 
tion ultérieure des ròglements monétaires Flaviens de 
l'Empereur Constantin. Ces sigles FL, étoiles et points. 
devaient ètre d'autant plus chers au souvenir des 
populations habitant la Lombardie, que Icur apposi- 
tion avait coincide avec l'apparition des monogram- 



(i) Classification chronologique des émissions monétaires de l'atelier 
de Lyon pendant la période constantinienne par J. Maurice, dans Mé- 
moires de la Société des Antiquaires de France. Voi. 63, 1904, p. 100 
et seq. — L'atelier nionétaire de Cyziquc par J. Maurice. Zeiisrhriji 
fiir Numisiiialik, 1905, p. 173. 

(2) Coniptes rendus du Congrès Nuniisniatique de Bruxelles, 1891, 
p. 177. 



PAUL BORDEAUX 



mes chrétiens et des croix sur les pièces romaines. 
Les monnaies antérieures ctaient pa'Jennes et avaient 
dfi déplaire peu à peu à cause des faux Dieux 
qu'elles rappelaient. Celles au contraire qui ctaient 
flaviennes étaient les premicres espèces chrétiennes. 
Un certain nombre avait pu ctre conserve pour servir 
d'amulettes. Le souvenir en avait été gardé par les 
pretres et par les Romains christianisés. 

L'hypothèse présentée en dernier lieu a l'avan- 
tage de fournir un sens compréhensible et acceptable 
pour le mot FLAVIA et d'expliquer en outre la pré- 
sence de ces étoiles et de ces points qui se rencon- 
trent sur un grand nombre de tiers de sou d'or 
lombards du systéme constantinien pourvus des lé- 
gendes F L*A V • I A*L V C*A u) — F L ■ A • M • EDIOL ■ ANO, 
etc. Les interprétations de ces deux particularités se 
fortifieraient ainsi mutuellement. 

Nous soumettons au monde numismatique les 
deux explications paraissant les plus probables quant 
à présent de ce mot FLAVIA si exceptionnel et qui a 
cu évidemment une portée utile. Le texte décisif 
d'un document législatif ou monétaire fournissant un 
sens incontestablc fait défaut. Nous souhaitons qu'on 
le découvre un jour. Mais en attendant qu'il soit 
connu, nous espérons nous étre rapproché, dans la 
mesure possiblc d'après Ics connaissances actuelles, 
de l'explication, qui serait finalemcnt fournie pour 
cette expression. 

P. Bordeaux. 



(i) Garifi. : Moiin. Carolingicnnes, voi. 2, P- 148. pl- XII, n. 172. 



LA ZECCA DI ALESSANDRIA 



Voglio io pure rendere il mio modesto tributo 
alla memoria dell'illustre e compianto nummografo 
Solone Ambrosoli nella solenne ricorrenza del primo 
centenario del medagliere di Brera; ed ardisco quindi 
offrire agli studiosi la illustrazione della zecca di 
Alessandria, così per sentimento di affetto alla mia 
città natale, come per estendere la conoscenza delle 
vicende e delle monete di questa zecca rara. 

È fuori di dubbio che la città di Alessandria, 
quando governavasi a repubblica, abbia avuto, o si 
sia arrogato, il diritto di battere moneta. Sebbene, o 
per trascuranza degli antichi cronisti alessandrini, o 
per lo smarrimento avvenuto nel 1499 delle più im- 
portanti carte e documenti del pubblico archivio, non 
sia giunta a noi notizia sicura di tale privilegio, pure 
ne sono sufficiente prova le tre seguenti monete"^: 




fì 



* FREDERICVS Nel campo I • P • R • T • in croce at- 



(i) Guasco Carlo, Alessandria città di Lombardia nell'Alessandrino 
sotto il dominio di S. M. Sarda, nel libro " Delle città d'Italia „ di Ce- 
sare Orlandi. Perugia, 1770. 

Bellini Vincentii, De monetis Italiae medii aevi hactenus non evul- 
gatis. Postrema Dissertatio. Ferrari ae, 1774. 

Promis Domenico, Monete del Piemonte inedite o rare. Torino, 1552. 

Brambilla Camillo, Altre annotazioni numismatiche. Pavia, 1870. 



ÌI4 A. CUNIETTI-CUNIETTI 



torno a globetto, con un punto a fianco di ciascuna 
lettera. 
9^ — * ALEXANDRIA Nel campo croce patente (i). 




^ - * F ■ IMPATOR- Nel campo S •> (2). 

9» — * ALEXANDRIA Nel campo croce patente. 




^' — +-S-P-E-T-R-V-S- Nel campo busto mitrato 

del Santo di fronte. 
9^ — * ALEXANDRIA Nel campo croce patente. 

La prima delle suddescritte monete è d'argento 
del titolo di 500 millesimi, del peso di circa grammi 
0,870 e può ritenersi essere il mezzo grosso, uguale 
alla metà del danaro grosso di Lombardia, pari a 2 
danari imperiali (3). 

L'impronta del diritto FREDERICVS i • P • R • T • quale 
Federico vuole indicare? 

La forma dei caratteri ed il tipo sono gli stessi 
che si riscontrano nelle monete di Federico I battute 
per Milano o per altre città nei secoli XH-XIII. Essa 



(i) Questa croce vuole indicare l'antico stemma di Alessandria, che 
era di croce rossa in campo d'argento, quasi volesse denotare di essere 
stata fondata per sostegno della Chiesa pericolante. 

(2) Le iniziali S. P. significano SANCTUS PETRUS protettore 
della città. 

(3) Carli-Rubbi Gianrinaldo, De/U mone/e e deirinstituzione delle 
zecche d'Italia, Tomo li, Dissertazione V, Pisa, 1757. 



LA ZECCA DI ALESSANDIUA 11^ 

deve quindi appartenere o alla fine del secolo XII o 
al principio del XIII. 

La seconda moneta è pure d'argento del titolo 
di 800 ad 850 millesimi e del peso di circa grammi 
0,650. Essa è dunque di peso inferiore, ma di titolo 
superiore alla precedente. Tanto per questo fatto, 
quanto per avere le lettere di forma meno accurata 
e le E lunate, nonché le iniziali del Santo protettore 
della città con quelle dell'Imperatore, è da ritenersi 
essere di qualche anno posteriore alla stessa. Per la 
proporzione poi fra la quantità di argento puro e il 
peso della moneta, si deve conchiudere che essa 
avesse lo stesso valore della precedente, cioè che 
fosse essa pure il mezzo grosso. 

Anche per questa facciamo la stessa domanda: 
la F della leggenda del diritto vuole indicare FREDE- 
RICVS, ma quale Federico? 

Colla pace di Costanza (26 giugno 1183) Ales- 
sandria dovette sottomettersi all'imperatore Federico 
Barbarossa, sacrificando generosamente se stessa per 
facilitare agli altri comuni della Lega la pace col- 
r Imperatore; e, fra le condizioni che Alessandria do- 
vette subito accettare per raggiungere il nobile scopo. 
vi fu anche quello di mutare il nome di Alessandria 
in Cesarea, come fosse allora stata fabbricata dal- 
l'Imperatore. Federico vuole essere fondatore di 
Alessandria e quindi « cvibinit onines a civitate » e 
riconduce dentro solennemente i cittadini, dichiarando 
che « Imperator fimdat civitatem! ». 

E il nome di Cesarea fu mantenuto fino al 1197 
alla morte di Enrico VI figlio del Barbarossa, il quale 
era morto il 9 giugno 1190. 

Ora le monete in discorso devono verosimilmente 
essere state battute dopo il 1197, giacché, in caso 
diverso, porterebbero nella leggenda CAESAREA invece 
di ALEXANDRIA, come era d'obbligo negli atti pubblici. 



Il6 A. CUNIETTI-CUNIETTI 



È bensì vero che anche in questi atti sfuggiva 
talvolta il nome caro di Alessandria. E così vediamo 
il Papa continuare a chiamarla in questa guisa; in 
un privilegio del monastero di S. Giustino di Sezzè 
dato da papa Celestino nel 1192 vediamo nominato 
« Monasterium S. Stephani Alexandriae »; in un 
altro documento di quest'epoca, prima cioè del 1197 
ossia « fragmcntum pacis inter Bonifacium Mar- 
chionem Montisferrati et Astenses, quo istis renun- 
tiat Rupeculam » troviamo che il podestà Robba si 
sottoscrive « Robba potestas Alexandriae » *^'). 

Ma trattandosi di pubblica moneta, non era na- 
turalmente possibile derogare dall'ordine imperiale, 
epperciò è da ritenersi sicuramente che debba rife- 
rirsi al primo Federico. 

A questo infatti gli Alessandrini avevano giurato 
fedeltà, quando per la pace di Costanza dovettero a 
lui sottomettersi; e non solo gli rimasero fedeli fino 
alla sua morte, ma, fedeli allo scrupolo, non vollero 
rompere il patto giurato neppure durante il governo 
del figlio e successore del Barbarossa, Enrico VI; 
perchè egli pure era concorso all'atto di Costanza. 
E solo dopo la morte di quest'Imperatore, avvenuta 
il 3 ottobre 1197, gli Alessandrini abbandonarono 
definitivamente l'esoso nome negli atti ufficiali. 

Col secondo Federico poi gli Alessandrini furono 
continuamente in lotta ; ed è quindi impossibile, anche 
a prescindere dalle ragioni sopra addotte, che essi 
abbiano potuto alludere al nome di lui sulla loro 
moneta. 

Sembrerebbe dunque che Alessandria, approfit- 
tando di un diritto o concesso dal Barbarossa o ar- 
rogatosi nelle circostanze suesposte, abbia battuto 



(i) Gasparolo Francesco, Dissertazioni storico-critiche sopra Ales- 
sandria. Alessandria, 1887. 



LA ZECCA DI ALESSANDRIA li? 



queste monete alla fine del secolo XII od al prin- 
cipio del XIII volendo indicare col nome di Fede- 
rico il concessionario della zecca stessa, nella me- 
desima guisa che si riscontra nelle monete di molte 
altre zecche repubblicane. 

La terza moneta è di bassissimo argento a 200 
millesimi, del peso di circa grammi 0,405; può ri- 
tenersi essere un danaro piccolo o mezzano, cioè 
mezzo danaro imperiale ('). 

Questa moneta deve essere di parecchi anni po- 
steriore alle precedenti; e, dal non comparire più in 
essa il nome dell'Imperatore, dall'effigie del Santo 
protettore della città con il suo nome all' intorno 
e dalla paleografia, sembra essere stata coniata 
verso la fine del XIII o il principio del XIV secolo. 

Infatti Alessandria, dopo essere nuovamente pas- 
sata alla parte Guelfa con Carlo I d'Angiò conte di 
Provenza (22 maggio 1270), cadde sotto il duro giogo 
di Guglielmo Longaspada marchese del Monferrato '^t 
(15 maggio 1278), dal quale gli Alessandrini si libe- 
rarono nel 1290, facendo prigioniero il detto mar- 
chese, che, dopo avere tenuto per circa un anno e 
mezzo in carcere, fecero morire avvelenato il 6 feb- 
braio 1292. 

Per tal modo Alessandria ricuperava la pristina 
libertà e grandezza e tornava a godere del governo 
repubblicano e con esso del privilegio di battere 
moneta. 

Onde è da ritenersi essere questa moneta stata 
battuta appunto in questo periodo di tempo, in cui 
Alessandria si reggeva a repubblica, prima di per- 
dere di nuovo la libertà sottomettendosi, non potendo 



(i) Vedi nota 3, pag 114. 

(a) Cronaca del Monferrato, scritta da Galeotto Dal Carretto nel- 
l'anno 1493. 



Il8 A. CUNIETrl-CUNIKTTI 



fare di meno, al dominio dei Visconti nel 1348 ('), 
epoca in cui indubitatamente cessò la zecca. 

11 sommo nummografo piemontese Domenico 
Promis (2j dubita che Alessandria per sola ostenta- 
zione si sia valsa del diritto di battere moneta, spie- 
gando con ciò la somma rarità delle monete Ales- 
sandrine e il fatto di non trovarsi nei suoi statuti (3) 
menzionata che la lira di soldi pavesi, tortonesi o 
semplicemente imperiali, e non mai moneta propria. 

Anche il Brambilla U) condivide il parere del 
Promis che, cioè, Alessandria, volendo mettere in 
pratica per sola ostentazione il diritto di battere 
moneta, non solo vi improntasse il nome del primo 
Federico da cui ripeteva tale privilegio, ma battesse 
vera moneta imperiale. 

L'A-Valle (^s) osserva poi come, ogni qualvolta 
nei pubblici atti si dovesse parlare di monete, si sia 
sempre dovuto aggiungere il luogo di origine (danari 
tortonesi, pavesi, ecc.). soggiungendo che nulla di 
positivo si sia potuto conchiudere in merito alle mo- 
nete alessandrine. 

Ma a questo proposito occorre osservare che le 
monete di ostentazione sono sempre o auree o mo- 
nete di maggior conto che non sia il mezzo grosso 
o il danaro, e sono poi generalmente battute in altre 
zecche da chi. pur avendone più o meno il diritto. 



(i) Ghilini Girolamo, Annali di Alessandria annotati e documentati 
da Amilcare Bossola. Alessandria, 1903. 

(2) Vedi nota i, pag. 113. 

(3) Codex Stalutontm magnificae Cumuniìatis atquc Dioecesis Ale- 
xandrinae. Alexandriae, 1547, In questo non si parla che di denari im- 
periali. 

Codex qui Liber Crucis nuncupatur e tabularlo Alexandritto descriptus 
et editus a Francisco Gasparolo. Roma, 1889. In questo si parla di danari 
pavesi e soldi milanesi. 

(4) Vedi nota i, pag. 113. 

(5) AValle Carlo, Storia di Alessandria daW origine ai giorni no- 
stri, voi. II. Torino, 1854. 



LA ZECCA DI ALESSANDRIA Ì19 

non aveva officina propria. A me parrebbe che la 
rarità delle monete alessandrine dipenda dal fatto o 
che realmente esse siano state battute in esiguo nu- 
mero per la difficoltà di provvedere la materia prima 
in momenti di continua guerra, in cui la vita econo- 
mica era un difficile problema, o perchè, colla sot- 
tomissione di Alessandria ai Visconti, questi abbiano 
ritirato le monete alessandrine per fonderle con le 
proprie. 

Ma, ripeto, queste non sono che induzioni, giac- 
ché mancano i documenti al riguardo. 

Vi è poi il Bissati (i), il quale si pronunzia contra- 
riamente all'esistenza della zecca di Alessandria, ba- 
sando il suo asserto sulla circostanza che nell'atto di 
Costanza non era accennata la concessione di battere 
moneta. Il detto scrittore è del parere che o Alessan- 
dria abbia battuto moneta per abuso, non avendone 
mai avuto il diritto, o che la monetina col S • PETRVS 
sia piuttosto una medaglia stampata in occasione forse 
di qualche pubblico avvenimento ed in onore del pro- 
tettore della città S. Pietro e probabilmente nell'anno 
della fondazione della chiesa maggiore a quel Santo 
dedicata; ed avvalora la sua congettura affermando 
che dalla paleografia di quella medaglia si possa fa- 
cilmente dedurre essere stata coniata nel secolo XII i^i. 

Da ciò è facile arguire come il Bissati non co- 
noscesse che la monetina col S • PETRVS ossia il mezzo 
danaro imperiale e che non sapesse l'esistenza delle 
altre due monete col nome dell' Imperatore, cioè del 
mezzo grosso ; altrimenti avrebbe forse modificato il 
suo giudizio. 

Riguardo alla monetina con S • PETRVS si è an- 



(1) Bissati, Memorie politiche, civili e militari della città di Alessan- 
dria, 1793. 

(2) Si osservi che la costruzione del Duomo si cominciò nel 11 70 
e che la moneta in discorso e assai posteriore. 



120 



A. CUNIETTI-CUNIETTI 



tecedentemente dimostrato in quale periodo essa 
debba essere battuta ed è poi assolutamente da esclu- 
dersi che essa sia una medaglia, avendo della moneta 
tutti i caratteri, che è superfluo dilungarsi a dimo- 
strare. 

Ritengo perciò inesatta l'affermazione del Bis- 
sati e. da quanto si e finora esposto, bisogna con- 
venire che la zecca di Alessandria abbia esistito 




ed abbia funzionato, o arrogandosi gli Alessandrini 
tale diritto, o valendosene, dopo la morte di Enrico VI. 
Ed a viepiù confermare l'esistenza di questa 
zecca si rammenti ancora che vi era in Alessandria 
una casa contigua al ghetto ed appartenente alle 
monache Orsoline, la quale da tempo immemorabile 
era nominata casa della zecca ^^L Ma la prova più 



(i) Questa casa fu demolita per l'attuazione di un piano regolatore 
progettato da Napoleone I. Essa occupava precisamente in parte l'area 
su cui si trova oggi la casa Crespi all'angolo di via Vochieri colla 
piazzetta della Lega ed in parte l'area ora occupata dalla stessa via 
Vochieri, già via Reale e che sotto il governo napoleonico (1800-1804) 
si chiamò me Napoléon: detta casa aveva accesso dalla via dell'Erba e 
dalla via che venne poi sostituita dalla via Vochieri col piano regolatore. 



La zecca di Alessandria 121 



evidente che questa casa servisse a tale uso si deve 
alla scoperta fatta nel 1767 dalla marchesa Teresa 
Glittica di Cassine, donna di molta intelligenza ed 
erudizione ed amantissima di cose antiche, di un bas- 
sorilievo di terra cotta esistente sull'alto della parte 
esteriore della casa. 

In esso, che è lungo circa metri 0,60 e alto 
m. 0.40. sono scolpite tre figure nude esprimenti tre 
fabbri, dei quali due battono sull'incudine la moneta 
uno di fronte all'altro ed il terzo più indietro assiste 
od aiuta al lavoro. 

Chiaramente indica questo bassorilievo a quale 
uso servisse nei secoli andati la casa in discorso; e 
pertanto fattolo levare dal muro, la nobildonna il fece 
riporre nel suo palazzo, conservandolo quale prege- 
vole monumento, atto ad assicurarci di quanto si è 
finora esposto sulla zecca di Alessandria'". 

Avrei così terminata la illustrazione dei ti-e soli 
tipi che si conoscano di monete alessandrine. .Sc- 
nonchè esistono altre due monete, o più esattamente 
una moneta ed una tessera o medaglia, battute in 
secoli assai posteriori, le quali, pur non essendo 
propriamente uscite dalla zecca di Alessandria, furono 
però coniate per questa città e ricordano il glorioso 
episodio dell'assedio di Alessandria del 1746 durante 
la guerra per la successione d'Austria. E di queste 
appunto voglio fare menzione. 

Carlo Emanuele III, re di Sardegna, dopo la 
campagna del 1745 assai per lui infelice, già vedeva 
in possesso dei Francesi, oltre Nizza e Savoia, anche 
Piacenza, Tortona, Novara, il Monferrato, l'Astigiano 
e Alessandria, eccetto la cittadella ^^). 



(1) Vedi nota r, pag. 113. 

(2) CiBRARio Luigi, Memorie s/ortc/ie sulla giiena del l'ieiiioiile tini 
i']4t al IT4T, scritte dal conte Gaspare Galleani D'.-Xgliaiio. Torino, 1840. 

Carutti Domenico, Storia del regno di Carlo Eman, III. Torino, 1859. 

16 



122 A. CUNlETTI-CnNIFTTI 



11 maresciallo Maillebois, dopo avere battuto i 
Piemontesi a Bassignana, poneva l'assedio ad Ales- 
sandria il 6 ottobre 1745. 

Essendo questa città cinta solo da un debole 
muro, non lìotette resistere alle artiglierie nemiche 
se non per cinque giorni ed il governatore marchese 
Isnardi di C'araglio fu costretto a ritirarsi con sette 
battaglioni nella cittadella, che venne tosto bloccata 
dal maresciallo francese. La difesa della fortezza di 
Alessandria nell'inverno 1745-46 è da annoverarsi fra 
le più gloriose gesta delle armi piemontesi. 

Il marchese Caraglio, settuagenario, fece prova 
di quella fermezza e costanza che pareva ereditaria 
nella sua famiglia ('>. 

I viveri erano stati assottigliati tanto da potere 
appena sostentare i soldati, volendo il marchese Ca- 
raglio usare la massima parsimonia per la speranza 
di potere prolungare di qualche giorno la resistenza 
oltre il tempo che egli prevedeva sarebbe stato co- 
stretto ad uscire dalla piazza. La razione di pane fu 
ridotta a soli 150 grammi per uomo, cosicché i sol- 
dati mangiarono i cavalli, i cani e i gatti, e insino i 
topi furono pagati a caro prezzo come fino selvatico. 

II marchese Caraglio porgeva il primo l'esempio 
delle privazioni e, non volendosi assolutamente pie- 
gare ai gridi della guarnigione a cui pareva ormai 
inutile tanto soffrire per ritardare soltanto di qualche 
giorno la resa ai nemici, cercava di distrarre il più 
possibile i soldati con piccole sortite protette dal 
cannone della piazza, mediante le quali si riusciva 
a fare molte prede di cavalli, muli ed asini, che scr- 



ii) Ignazio Gio. Battista Isiiarcli marchese di Caraglio, difensore di 
Alessandria, era figlio di Angelo Carlo Isnardi di Caraglio, difensore 
di Nizza nel 1704 e di Torino nel 1706. II marchese Ignazio morì nel 
1748. La famiglia degli Isnardi di Caraglio, originaria d'Asti, si è estinta 
nel 1770. 



LA ZECCA DI ALESSANDRIA 



123 



vivano di cibo. Ciononostante il marchese Caraglio 
si trovava in non poche angustie per mancanza di 
denaro, e, pensando ai mezzi di rimediarvi, dopo di 
avere venduto quanto possedeva di prezioso per pa- 
gare i soldati, incaricò alcuni ufficiali svizzeri, pratici 
di questa materia, di costruire una certa lega metal- 
lica, con cui fece battere una moneta piuttosto rozza, 
alla quale venne assegnato il valore di io soldi <'). 
E questa una moneta ossidionalc che porta : 




^ - BLOG- - ARCIS ALEX- - GVB • - MARCHIO - DE 
— CARALIO - 1746 in sette linee nel campo fra 
due rami di palma, con sopra corona reale. 

fff — Aquila spiegata sormontata da grossa corona reale, 
con in petto la croce di Savoia e con la testa 
volta a sinistra; ai lati S — IO. 

Secondo il Promis e secondo l'autore dell'articolo 
" Siège (T Alexandrie cu ij^6 » nella Reviie de la Xii- 
mismatiqiic fnincaisc ''^\ il metallo di cpiesta moneta 
sarebbe puro rame; ma nella collezione di S. M. il 
Re in Torino ne è conser\-atcj tm esemplare in ar- 



(i) Il conte (iaspare Gallcani d'Agliano (oijera cit.) dice ohe il mar- 
chese Caraglio " fece battere delle monete di varia specie e valore, il stag- 
giare però delle 'inali era di io soldi „. A noi non sono pervenute che 
queste da io soldi, che costituiscono l'unica moneta che si conosca di 
quest'assedio. Il conte d'Agliano poi confonde la moneta con la tessera 
battuta in seguito. 

(2) Pkomis Uo.me.nico, Monete ossidionali del Piemonte. Toiiiio, 1903. 
Revite de la Niiinismalique fran(,aise, anncc 1837, pag. ijy. 



124 ^- «^UNIETTI-CUNIETTl 



gcnto, che deve probabilmente essere stato battuto 
per saggio. 

Per quante indagini praticate così negli archivi 
del Municipio di Alessandria come in quelli di Stato 
in Torino, non è stato possibile rintracciare l'ordine 
di battitura di questa moneta. 

Da un manoscritto esistente nella biblioteca di 
S. A. R. il Duca di Genova (" risulta che l'ii no- 
vembre ] 745 venne dato ordine al, cav. Joannini '^l 
di lavorare gli stampi per battere dei pezzi da j soldi 
ed altra moneta. Ed il 9 dicembre seguente venne 
pubblicato l'ordine di ricevere la nuova moneta che 
il marchese Caraglio aveva fatto battere e che erano 
soldi. Ma né gli originali, né copie di questi ordini 
si sono potuti ritrovare. 

Da essi parrebbe che si siano battute anche mo- 
nete da 5 soldi, come già si e accennato, mentre non 
si conoscono che quelle da io soldi. 

Tutto ciò induce viepiù a ritenere che queste 
monete ossidionali debbano essere state battute nella 
cittadella stessa da ufficiali, come dice il D'Agliano, 
pratici della materia per ■ ordine del governatore, 
marchese Caraglio, il quale ave\a affidato la costru- 
zione dei relativi stampi al ca\'. joannini ; che le me- 
desime non ebbero circolazione se non nella citta- 
della o tutto al piti nella città di Alessandria; e che 
dopo il blocco furono ritirate, avendo cessato di avere 
valore, o andarono perdute. La rozzezza stessa della 
moneta ci dimostra che essa non è uscita da una 
vera zecca. 

Dopo cinque mesi di assedio, il io marzo, fatta 



(i) Journal du blocns de la cilladelk d' AlcxandrU iaiìnce ly^ó in 
Kdalion des caDipdgms /(liies mi servici: de S. M. le loi de Sardaigite 
pendant la guerre d'Ilalie. Ms. Hibl. Duca di Genova, 213. 

(2) Il cav. Gasparo Jnaniiini era iiitcndciitc generale per la citta e 
provnieia di Alessandria, 



LA ZECCA DI ALESSANDRIA 



125 



l'ispezione dei viveri, si trovò che non ne rimanevano 
più che per tre giorni. Ma ecco in quello stesso 
giorno comparire in distanza le insegne del generale 
Leutrum, che con tanto ardore aveva difeso Cuneo 
nel 1742. Egli avanzava su Alessandria alla testa di 
20 battaglioni di fanteria e di numerosa cavalleria, 
dopo di avere già occupato Asti, il cui presidio co- 
mandato dal Montai gli si era reso prigioniero, e il 
IO marzo liberava Alessandria, obbligando i Francesi 
a ritirarsi così precipitosamente, da lasciargli nelle 
mani la maggior parte delle munizioni. 

In quel giorno veniva così salvata la fortezza di 
Alessandria, e tosto rifornita di vettovaglie anche la 
città, veniva pure cambiata la sfinita, ma gloriosa 
guarnigione, il cui valore e la cui costanza, unita 
alla fermezza del marchese di Caraglio, produssero 
i più benefici effetti. 

Infatti, con la presa d'Asti e con la liberazione 
di Alessandria, i Francesi e gli Spagnuoli furono 
cacciati dal Piemonte, che rimase completamente li- 
bero, tranne Tortona e \'alenza. a cui il generale 
Leutrum i)os€ quindi l'assedio. E così terminarono 
le trattative per la pace fra il Piemonte e la Francia. 

A ricordare la nobile difesa della fortezza di 
Alessandria venne coniata la seguente tessera o me- 
daglia : 




,iy - CAR EM • D • G REX SAR • CYP ■ ET lER 1 t sia 

del re a smisua con lun^a capigliatura. 



126 A. CUNIETTI-CUNIEnl 



I^ - ARX • ALEX • LIBERATA • SVB M CARALIO M IO 
MARTY 1746 Una bilancia avente nel piattello 
sinistro, piìi pesante, una pianta di fortezza, e nel 
destro un castello ed un rì^I'o, e sottostante al 
piattello un nastro con ET GENVA. Intorno alla bi- 
lancia superiormente ATTAMEN • NON SVFFICIT- 

Come facilmente si comprende, la figura allego- 
rica della bilancia vuole indicare la fortezza di Ales- 
sandria che resiste agli Spagnuoli, Francesi, Geno- 
vesi, Napoletani e li scaccia. 

Questa tessera o medaglia, che fu trovata dai 
nemici un po' troppo impertinente, è descritta da 
Vincenzo Promis al n. 69 della tav. VI ('): essa è di 
mistura o rame inargentato e ne fu autore Lorenzo 
Lavy, incisore della zecca di Torino dal 1750 al 1770. 

Con queste brevi notizie sulla zecca e sulle mo- 
nete di Alessandria non ho ccvU) inteso di dire cose 
nuove, ma soltanto di riunire in una sola breve mo- 
nografia quanto era riportato in molte opere da di- 
\ersi autori, allo scopo di rendere più conosciuta e 
popolare una parte di numismatica, nella quale si 
compendiano fatti gloriosi della nostra storia patria. 

T. Colonnello Ai.bkkto CuNiETTi-CuNn:TTi. 



(i) PiioMis Vincenzo, Tessere i/i principi di O/ìyi Snifo/V). Torino, 1879. 

" Non dirò a lungo dell'uso cui questi pezzi furono destinati essendo 

" generalmente riconosciuto servir dessi come seguo convenzionale in 

" sostituzione della moneta piccola quando ufficialmente non esisteva 

" che monetalo l'oro e l'argento, ovvero anche come luarclie da giuoco 

" o per riscossìiuie di souuiie in date occasioni, come marche di prc- 

" senza od altro „. 



SCAVI DI ROMA 

NEL 1907 



I Appiiììti (il \iini. /k'oiii. N. Lxxxvinl. 



L'anno 1907 non fu meno generoso del prece- 
dente pel suo contributo alla numismatica, se debbo 
giudicare da quanto per\'enne alla mia collezione. 
Tra i pezzi usciti da terra durante l'anno decorso, 
ne scelgo dodici per questa memoria tutti nuovi, meno 
uno e quasi tutti interessanti o almeno di qualche 
valore. Vi si trovano intatti tre medaglioni, uno 
d'Elio e due d'Ant(jnino Pio, tre bronzi imperatori 
(Galba, Massimino e Gallieno), un bronzo di peso 
eccedente (Caligola), un pezzo che lascia il dubbio 
d'essere un bronzo imperatorio o la pro\a d'un me- 
daglione d'oro (Gallieno) e infine una nuova tessera 
di bronzo d'Augusto. 

AVCVSTO. 

I. lesserà di Bromo. 

fì' - DIVI F Testa d'Augusto a destra coronata di 

erbe o di spighe... Dietro il lituo. 

9 - MAR Vie Personaggio seduto a destra in atto di 
presentare una Vittoria alla statua di Marte Vinci- 
tore posta su di un cippo inghirlandato. 

1 av. I, II. .(. 



Io8 FRANCESCO ONF.CCHI 



CALIGOLA. 

2. Craii Bronzo, eccedente. Coli. n. 13. 

D' - C CAESAR AVG GERMANICVS PON M TR POT Testa 

laureala di Caligola a .sinistra. 
1^' — 10 cosi consunto, che appena appena si vedono le 
traccia delle tre figure rappresentanti le sorelle 
Agrippina, Drusilla e Giulia, come nel noto bronzo 
descritto al n. 13 di Cohen. 

Tav. I, n. 2. 

Tra la scarsa serie dei bronzi eccedenti questo pezzo e uno dei 
più pesanti, raggiungendo 125 grammi, ossia abbondantemente quello 
di cinque sesterzi. 

CLAVDIO (Rest. di Tito). 

3. Medio Bronzo, dopo Coh. 94. 

^' — TI CLAVDIVS CAESAR AVG P M TR P IMP Testa 

nuda a destra. 
Iji IMP T VESP AVG REST S C Pallade a destra collo 

.scudo in atto di lanciare un gravellotto. 

Tav. I, n. I. 

Nelle diverse restituzioni di Tito conosciute Pallade è sempre volta 
a sinistra. 

GALEA. 

4. Graìi Bronzo imperatorio, dopo Coh. idi. 

^' — SER SVLPI GALBA IMP CAESAR AVG P M TR P 

Testa laureata a destra coU'egida. 
R) — ADLOCVTIO Galba su di un palco col prefetto del 
pretorio a destra in atto di arringare quattro sol- 
dati, di cui due volti a destra con delle aste, e due 
volti a sinistra uno con un' insegna e lo scudo e 
l'altro coll'asta e lo scudo. Al secondo piano si 
vede un vessillo e un' insegna e fra i soldati di 
destra la testa e le gambe di un cavallo. 

iav. I, n. 3. 

È il tipo solito dell'Allocuzione di Galba descritta ai num. idi a 104 
di Cohen; solo mancano le lettere S. C. 



SCAVI DI ROMA NEL I907 I29 



0' 



TITO. 

Gran Bronzo, dopo Coh. 231. 

3' — T CAESAR VESPASIAN IMP PON TR POI COS II 

Testa laureata a destra. 
9 — SALVS AVGVSTA S C La Salute assisa a sinistra 
collo scettro e la patera (anno 72 o 73 di C). 

ELIO. 

6. Medaglione di Bronzo, dopo Coh. 26. 

^ — L AELIVS CAESAR Busto in corazza a sinistra. Testa 
scoperta. 

Ptì — TR FOT COS II II Sole radiato e seminudo col man- 
tello svolazzante in quadriga veloce a destra, 
(a. 137 d. C). 
Mill. 3P, gr. 42,000 Tav. I, n. 3. 

I medaglioni d'Elio sono estremamente rari. Nessuno e conosciuto 
negli antichi cataloghi e in quello della coli. Albani, volendosi comple- 
tare la serie dei nomi, è dato come tale il Gran Bronzo ornato di un 
cerchio, attualmente appartenente al Gabinetto di Parigi. Mionnet lo diede 
pure quale medaglione; ma ciò non toglie che questo bellissimo pezzo 
non sia che un gran bronzo senatorio cerchiato. Il primo vero meda- 
glione dal rovescio CONCORDIA è descritto come unico nella prima 
edizione del Cohen. Apparteneva allora alla famosa collezione Dupré, 
dalla quale passò al Museo Britannico. Nella seconda edizione del Cohen 
ne apparve un secondo col rovescio del Sole in quadriga, allora appar- 
tenente alla collezione Tisckievich, ora passato al Museo di Berlino. 
Un terzo finora, credo, sconosciuto col rovescio d'Esculapio e di infe- 
licissima conservazione, esiste al Museo Imperiale di Vienna e il quarto 
venne messo in luce quest'anno dagli scavi di Roma. E una variante 
pel diritto dell'esemplare di Berlino. La conservazione ne è buonissima; 
è solo a deplorarsi la soverchia ripulitura che, in qualche punto del 
diritto specialmente, confina col ritocco. L'avrei certamente preferito 
allo stato vergine in cui venne ritrovato ; ma l' ho dovuto prendere 
quale m'è arrivato. 

ANTONINO PIO. 

7. Medaglione senatorio di Bronzo, dopo Coh. 407. 

B' — ÀNTONINVS AVG PIVS P P IMP II Testa scoperta 
a destra. 



130 FRANCESCO GNÈCCHI 



9' — VOTA PVBLICA (all'esergo) S C (nel campo). Scena di 
sacrifizio. Antonino velato a sinistra sacrificante. 
In faccia a lui un vittimario che abbatte un toro. 
Davanti all'ara un efebo, al secondo piano due 
suonatori di tibia (dopo l'anno 139). 
Diani. mill. 40, gr. 70,000. Tav. I, n. 9. 

Il medaglione è sconosciuto e il tipo colla leggenda VOTA PV- 
BLICA, preso dal rarissimo gran bronzo di Adriano, Coh. 1159 citato 
da Vaillant o dall'aureo pure rdrissimo d'Adriano, Coh. 518, è nuovo 
pei Antonino Pio; ma ne esiste un altro esemplare cattivo e ritoccato 
nel Museo di Modena. 

8. Medaglione di Bronzo, Coh. 442. 

B' - ANTONINVS AVG PIVS P P TR P COS IMI Testa lau- 
reata a destra. 

I^ — Anepigrafo. La Terra coronata di spighe sdrajata 
a destra col gomito appoggiato a un toro ac- 
covacciato. Essa è circondata da quattro bam- 
bini rappresentanti le quattro stagioni. Uno è 
dietro di lei visto a metà e un altro sulle sue gi- 
nocchia. Colla mano sinistra tiene un cornucopia, 
davanti al quale un terzo fanciullo con una falce. 
Il quarto, vestito, è assiso ai suoi piedi. A destra, 
al secondo piano la prora di una nave. In alto 
il cerchio dello zodiaco (dopo l'anno 145). 
Mill. 37, gr. 50,000. Tav. I, n. 6. 

Il medaglione non è nuovo, ma l'ho voluto ricordare e riprodurre 
per essere l'esemplare migliore dei tre finora conosciuti. Uno è con- 
servato al Gabineito di Parigi, l'altro a quello di Londra, ma ambedue 
sono di scadente conservazione, non paragonabili all'esemplare ripro- 
dotto nella tavola I, il quale poi è complttameiite ricoperto di una pa- 
tina verde chiara cristallina, che lo rende uno dei più bei pezzi che si 
possano ammirare. 

MASSIMINO I. 

9. Gran Bronzo imperatorio, dopo Coh. 94. 

B' — MAXIMINVS PIVS AVG- G-ERM Busto laureato a de- 
stra con paludamento e corazza. 



SCAVI DI ROMA NEL I9O7 13! 

Itì — VICTORIA GERMANICA Vittoria a sinistra con una 
corona e una palma. Ai suoi piedi un prigioniero 
seduto e legato che a lei si rivolge. 

Tav. I, n. 8. 

Il tipo è identico a quello del Gran Bronzo senatorio descritto al 
n. 94 senza le lettere S C. 

GALLIENO. 

10. Aureo, dopo Coh. 540. 

S' — GALLIENVS AVG Testa laureata a destra. 
1$ — VBERITAS AVG La Fertilità a sinistra col cornucopia 
nella sinistra e un ferro d'aratro nella destra. 

Tav. I, n. 7. 

Nell'aureo descritto da Cohen la Fertilità tiene il cornucopia e un 
grappolo d'uva. 

11. Gran Bronzo imperatorio, dopo Coh. 735. 

B — IMP GALLIENVS P F AVG Busto radiato a destra col 

paludamento e la corazza. 
9 ~ ADVENTVS AVGG Gallieno cavalcante a sinistra 

colla destra alzata e col mantello svolazzante. 

Tav. I, n. 10. 

Il tipo è nuovo pel bronzo. U Adventus di Gallieno non è conosciuto 
che in un aureo e in un antoniniano. Sono poi rarissimi i gran bronzi 
di Gallieno con testa radiata. Non se ne conoscono che altri cinque, 
due dei quali col genio del popolo romano al diritto (Coh. 765) o al 
rovescio (Coh. 763) e forse anche il terzo FIDEI PRAET (Coh. 758) 
furono coniati nella medesima occasione dell'ingresso dell'imperatore 
in Roma, cui accenna più specialmente quello ora comparso. 

12. Medaglione di Bronzo o prova di Medaglione d'Oro. 

^ — CONSERVATORI ORBIS Testa di Gallieno a sinistra 

coronata di giunchi. 
I§ — VBIQVE PAX Vittoria in biga veloce a destra. 

Tav. I, n. II. 

Questo bronzo, curioso e affatto nuovo per l'iscrizione al diritto, 
viene ad aumentare la serie di quelle monete di Gallieno che, iiiter- 



132 FRANCESCO GNECCHI 



pretate un tempo come satiriche, poi altrimenti, offersero occasione di 
parecchie dissertazioni ai numismatici. Fatta astrazione sull'iscrizione 
al diritto, il bronzo offre la perfetta riproduzione dell'aureo ben cono- 
sciuto, ma in proporzioni un po' maggiori, talché, se dovesse essere la 
prova di un pezzo d'oro, non io potrebbe essere che di un pezzo mul- 
tiplo, di un binione o di un ternione. Diffìcile è decidere se sia un vero 
pezzo di bronzo o la prova di un medaglione d'oro. Le sue dimensioni 
però come anche la finitezza del lavoro e il tipo farebbero accedere 
più volentieri alla seconda ipotesi. 

La leggenda del diritto è affatto nuova e per di più occupa per la 
prima volta il diritto della moneta, mentre leggende simili sono sempre 
al rovescio. La leggenda abbastanza comune di CONSERVATOR 
AVO o AVGG e sempre al rovescio e sempre riferita a una divinità, 
rappresentata al rovescio stesso, sia poi Giove, il Sole, Escnlapio, 
Apollo, ecc. Più rare sono le monete in cui la parola CONSERVATOR 
è riferita all'imperatore in senso attivo, come CONSERVATOR 
EXERCITVS, MILITVM, PIETATIS, VRBIS SVAE, KART 
SVAE, ecc. ma anche in queste le leggende e i relativi tipi sono sempre 
al rovescio. Il caso rimane dunque unico e forse merita uno studio 
ulteriore. 



Francesco Gnfxchl 



ANNOTAZIONI 

NUMISMATICHE ITALIANE 



XVI. 
Degli errori di attribuzione. 

Ho fatto cenno ripetutamente di queste attribu- 
zioni errate, dovute molte volte alla preferenza cieca 
data ai documenti d'archivio, talora a falsa interpre- 
tazione di segni ed altri caratteri, ma sempre allo 
studio trascurato od imperfetto delle monete stesse. 
Il peggio si è, che tali errori si perpetuano quasi 
sempre, venendo riprodotti dagli scrittori che si se- 
guono e raramente basta una rettifica a toglierli di 
mezzo. 

Fra i diversi esempi che si potrebbero addurre, 
scelgo quello della Zecca Bolognese, nella quale noi 
troviamo gli errori dello Schiassi (') ripetuti nella ul- 
tima illustrazione <*'. 

Lo Schiassi, colla scorta dei documenti, classi- 
fica le monete secondo le varie epoche e le varie 
dominazioni. Finche queste monete portano un nome 
ben chiaro, o segni ben definiti sui quali non possa 
cader dubbio alcuno, la cosa non gli riesce troppo 
difficile; ma diventa ben diversa quandu si tratti delle 
anonime, che noi sappiamo quanto siano numerose 
in quella zecca. Fgli ha fatto bensì qualche gruppo 



(1) De Moneta Bononiensi, Dissertano. Bologna, 1839. 

(2) M.\laglvzi-Vai.kri: La Zecca <ii Bolof;na. Milano, k/ji. 



134 GIUSEPPE RUGGERO 



di queste monete coll'indicazione Aetatis dubiae. ma 
senza riguardo ai caratteri loro; e tentò dimetterne 
una gran parte a posto nelle diverse Signorie, se- 
condo le descrizioni contenute nei documenti circa 
ai tipi, ma trascurando gli altri caratteri. Il guaio 
più grosso che gli capitò in queste assegnazioni, è 
quello di un bolognino anonimo attribuito ad Inno- 
cenzo VI, perchè segnato con una armetta che do- 
vrebbe appartenere al legato card. Egidio Albornoz*"'). 

Se il nostro A. fosse stato più prudente, avrebbe 
dovuto pensare, che di armi colla semplice banda ne 
abbiamo di diversi casati. Se poi avesse ben studiato 
quel bolognino, e l'avesse confrontato colla serie 
delle Bolognesi ben accertate, avrebbe toccato con 
mano che i caratteri dello stesso impedivano di po- 
terlo assegnare ad una data anteriore a Martino V, 
e quindi di poter identificare quell' arma per quella 
dell'Albornoz. 

Facciamo dunque noi quel breve esame, che 
avrebbero dovuto fare lo Schiassi ed i suoi seguaci. 
Converrà fissar bene il primo tipo usato in quella 
zecca e seguirlo finche esso non cambi : vedere quali 
sieno questi cambiamenti, e finalmente studiare qual 
posto spetti nella serie al bolognino in questione. 

Le prime monete autonome, cioè il denaro prima 
e poi il grosso Bolognino, son fatte ad un tipo unico, 
nel quale basterà per noi di considerare la forma 
dell'A che tiene il centro della moneta tra quattro 
globetti. Questa lettera, ha le sue aste che vanno 
allargandosi inferiormente, ma le loro basi seguono 
l'orizzontale; ha superiormente una traversa molto 
semplice, colle estremità leggermente allargate. Que- 
sta forma dell'A si conserva inalterata per molto 



(I) Vedi Schiassì, n." i di Innocenzo VI. — Cinagli, Monete dei Papi. 
Femio, J8.f8, n.' 4 e 5. — ÌVIalaguzzi-Valeki, n." ?. 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE I35 



tempo. Infatti, la vediamo sui bolognini dei Pepoli, 
su quelli di Giovanni Visconti e di Urbano V. Segue 
poi Gregorio XI, di cui non si conosce il bolognino, 
ma il suo denaro mantiene ancora questa prima forma 
dell'A. Finalmente, nel denaro di Giovanni I Bentivo- 
glio, la detta forma si altera, ed assume un nuovo 
aspetto, che si trova poi ben definito in certi bolo- 
gnini anonimi posteriori. La traversa superiore al- 
lunga in basso le sue punte estreme; le linee infe- 
riori delle aste, non sono più sulla orizzontali, ma 
s'incurvano abbassandosi verso il centro a formare 
due punte vicine l'una all'altra; i 4 globetti si cam- 
biano in 4 anellini. Inoltre, appare una nuova leg- 
genda, WATER STVDIORVM di cui non è facile fissare 
la data; tuttavia, non può essere sorta prima della 
fine del pontificato di Gregorio XI, ne dopo Mar- 
tino V, avendosi de' bolognini colla colonnetta che 
hanno questo secondo tipo, come quelli dei succes- 
sori di Martino. 

Ora, se gli illustratori della zecca avessero fatto 
questo esame, la verità sarebbe apparsa loro in modo 
evidente. L'arma segnata sul bolognino in questione, 
il quale pel suo tipo deve essere posteriore al 1376, 
fine del pontificato di Gregorio XI, non poteva ap- 
partenere allo Albornoz, ma bensì al casato Condul- 
mero. Se avessero poi studiato meglio queste mo- 
nete, da loro date ad Innorenzo VI, avrebbero con- 
statato che la detta armetta si trova in alcune al 
rovescio, col cappello Cardinalizio: in altre invece, 
la vediamo in capo alla leggtuida del dritto colla 
tiara Papale. E allora avrebbero concluso, come con- 
cludiamo noi, che le prime appartengono al pontifi- 
ficato di Martino V, quando il cardinale Gabriele 
Condulmero, dalla legazione di Ancona passò a quella 
di Bologna; e le seconde, al Pontificato dello stesso 
personaggio, che aveva assunto il nome di Kuge- 
nio IV. 



T36 GIUSEPPE RUGGERO 



Farmi che qui cada a proposito una considera- 
zione sul fato avverso che ha perseguitato dovunque 
quel povero stemma: una vera iettatura. Improntato 
sopra uno degli ultimi ducati d'oro del Senato Ro- 
mano, fu creduto appartenere ad un Capizucchi se- 
natore nel J252, e si scrissero volumi su questa fiaba, 
sia prò che contro *'). Si voleva in tal modo inver- 
tire le parti: non il Senato Romano avrebbe imitato 
il ducato Veneto, ma Venezia avrebbe copiata la 
moneta Romana. Lo stesso stemma segnato sulle 
monete Bolognesi, ebbe sorte eguale: cioè, fu scam- 
biato per quello di un altro casato, e venne ripor- 
tata la moneta ad una data piti antica almeno di 
mezzo secolo, dalla vera epoca di coniazione. 

Già da alcuni anni, la storiella del Capizucchi 
venne sfatata dal Capobianchi (^\ il quale dimostrò 
esser quel ducato, l'ultimo dei Senatoriali coniato 
coU'arma di Eugenio IV. Oggi, lo scrivente demoli- 
sce la fiaba dell'Albornoz. Contuttociò, come non 
mancano Cataloghi di questi ultimi tempi che regi- 
strino ?7 rarissiììio Ducalo Capizucchi; così vedremo 
ancora per molto tempo mantenuta l'arma Albornoz 
sulle anonime date ad Innocenzo VI. 

Ritengo, che non vi sia nulla di più tenace e 
duraturo degli errori numismatici. 



(i) Vincenzo Armanit Della nobile famiglia dei Capizucchi, ecc. Ro- 
ma, 1668. 

Lo Stesso: Lettere. Macerata, 1674. 

Lo Stesso: Appendice alla prima. Roma, 1680. 

Vettori: Il Fiorino d'oro illustrato. Firenze, 1738, pag. 136 e seg. 

Muratori: Dissertasione 27, n.° 225, T. I, parte II. 

Valeriani : Ricerche critiche ed economiche, ecc. Bologna, 1819. Parte I, 

pag- 25. 

CiNAGLi: Monete dei Papi. Fermo, 1848, n.' 2, 3, 4 delle monete del 
Senato. — Ed altri. 

(2) Vincenzo Capobianchi: Appunti per servire all'ordinamento delle 
monete del Senato di Roma. Ivi, 1896. 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANK 
XVII 

Un tremisse di Rachis. 



'37 




,B' — DMRA-TCHIS (l'M e l'R in nesso) Busto di faccia, 

ai lati A - T sul petto ANT HI (A ed N in nesso) 

più sotto + ti. 
IJ — SCS— Hill — L'Arcangelo Gabriele a sinistra con 

lunga croce. A destra in basso una stelletta a 5 

punti. 
Oro, peso gr. 1.28. Conservazione buona. 

Ricorderemo brevemente i princiixili avveni- 
menti del regno di Rachi, cioè: l'elezione sua nel 
744; la ripresa delle contese col Papato pel possesso 
di alcune città; il viaggio di papa Zaccaria nel 749 
al campo del Re Longobardo per tentare di placarlo, 
come già avea fatto con Liutprando nel 742; la riu- 
scita del progetto, maggiore d'ogni speranza, perchè 
gli venne fatto di soggiogare l'inetto principe al punto, 
di deciderlo a dimettere la corona e di recarsi a ve- 
stir l'abito monacale a Montccassino con tutta la fami- 
glia. Ricorderemo che più tardi venne il pentimento; ed 
alla morte del fratello Astolfo suo successore avvenuta 
nel 756, Rachi, gettato il saio, corse a Pavia per 
tentare, inutilmente, di riprendere la corona, che 
toccò invece a Desiderio ultimo dei Longobardi, 

756-773- 

Non mi è riuscito di raccogliere maggiori noti- 
zie relative a monete di Rachi, all'infuori di un ac- 
cenno dell'Engel et .Serrure'" e del Morbio '2). 



( I) Numismatique de Moye>t-(ige. Paris, 1891. 
(2) Opere storico-numismatiche. Bologna, 1870. 



13» 



GIllSKPPF. RUOr.ERO 



Il primo si esprime così : on classe à Radchis 
{-j44-j4()) rles tn'ens cliargcs ait droit d'un monograìnme 
et ali revers d'une croix à braiiches f>otencces, ceinte de 
la ìéifende unmobiliséc VIVIVI.... mais cette attdbiiUon de- 
mande à étre confirmée. V. pag. 33 del Voi I. 

Da queste indicazioni, ci sarebbe quasi da cre- 
dere che si tratti dei tremissi di Lucca col mono- 



gramma CIVICO. 



Il secondo, a pag. 334, a proposito delle monete 
Longobarde del Museo Trivulzio, cita, e ripeto quasi 
testualmente, quelle di Cuniperto con diverse lettere 
nel campo, e quelle di Ariperto; poi Ratchis (?) e 
finalmente Astolfo, ecc. Quell' interrogativo dopo il 
nome di Rachis, mi fa supporre che si tratti delle 
stesse monete citate dall' Engel et Serrure, per le 
quali era incerta l'attribuzione. 

In ogni modo, parmi che l'attuale tremisse debba 
ritenersi ancora inedito. Fu rinvenuto nell'alveo del 
Lambro presso Landriano, insieme ad altro tremisse 
di Astolfo, ed è entrato da poco nella collezione di 
Sua Maestà. 

E interessante per il busto di faccia. Anche il 
solito D N è qui cambiato in D M, cioè DOMINVS in 
luogo di DOMINVS NOSTER. Circa alla scritta sul petto, 
non posso per ora azzardare una ipotesi qualunque. 

Il peso conviene benissimo all' epoca di questo 
Re. Infatti, risalendo indietro, troviamo che i tremissi 
ben conservati di Cuniperto si avvicinano al peso di 
gr. 1.40: poi seguono quelli di Ariperto, che vanno 
ai gr. T.35 — di Liutprando, a 1.30. — Quelli di 
Astolfo che seguono al Rachis. non giungono più a 
questi limiti. Per ultimo, non è inutile osservare, che 
la stella del ^ si trova quasi sempre in Astolfo, ma 
non negli antecessori di Rachis. 

Roma, gennaio igoH. 

G. Ruggero. 



DUE AUREI INEDITI 

DELLA ZECCA DI BOLOGNA 



Non è la prima volta che mi si porge la circo- 
stanza ed il piacere di poter segnalare ai cultori della 
numismatica monete rare, e qualche \olta anche 
uniche; e tali sono appunto le due che ora descrivo. 

Il primo è un zecchino, fino ad oggi sconosciuto, 
battuto nella zecca di Bologna sotto il pontificato di 
Martino V (Colonna) dal cardinale legato di quella 
città. 





B" - MARTINVS • P • P • QVINTVS Stemma del Pontetìce. 

K — PETRV • APOSTOL • S. Pietro stante, al lato destro 
campeggia lo stemma del cardinale Carillo com- 
posto di una fortezza sormontata da tre torri. 

Questo rarissimo nummo, rinvenuto \o scorso 
anno nel circondario di l'ireiize, pesa grammi 3,85 e 
trovasi ora nella grande collezione di S. M. il Re 
d'Italia. 

Alfonso Carillo, o Cariglio. nato a Cuenca di 
Spagna, fu creato cardinale d.iU' antipapa Bene- 
detto XIII, col titolo di S. Eustachio, ma terminato 
lo scisma fece atto di sottomissione a Martino V che 
lo accolse con molta benevolenza e lo nomino car- 



140 O. VITAIINI 



dinaie prete il 19 maggio 1419 col titolo dei Santi 
Quattro Coronati. In seguito fu arciprete della basi- 
lica lateranense e legato di Bologna. Quivi fu soi- 
preso dalla peste che devastò quella città nel 1423, 
ed egli, spaventato per la morte di un nipote colpito 
dal malanno, fuggì abbandonando l'alto posto dopo 
soli tre anni di governo. 

Durante il pontificato di Martino V, dal 1417 
al 1431, il Carillo fece magnificamente restaurare a 
sue spese la chiesa dei Santi Quattro Coronati, di 
cui portava il titolo, come si apprende dalla mar- 
morea lapide che ancora si conserva sopra la porta 
d'ingresso del primo cortile, nella parte interna, e 
precisamente sotto l'antico orologio. 

Nella lapide si legge: 

llaec (jiiaecuìiiqne vicìes veteri prostrata niitia 
Obruta verl>enis, hederis dian isqiie jaccbant 
Non tulìt hispaìuis Larillus Alplioiisiis, lionorc 
Cardineo fiilgens, secì opus licet occiipat ingens 
Sic animus magno reparatque palatia siimptii 
Ouiim sedei exstincto Martinus sc/iismate quinto. 

Questa epigrafe è sormontata dallo stemma car- 
dinalizio del Carillo, che è perfettamente eguale a 
ciucilo riportato dal Ciacconio ed a quello che si vede 
sulla moneta che ho descritta. 

Ma non sempre il Carillo fece porre lo stemma 
della sua famiglia cogli attributi cardinalizi, sulle mo- 
nete da lui battute in Bologna. Il Cinagli riporta a 
pag. 42, sotto il n. 3, un altro zecchino di Martino V 
per Bologna, sul quale si vede una testa di cervia 
con una croce fra le corna, e lo stesso Cinagli alla 
nota n. 6, dice : questo rarissimo ducato d'oro fu bat- 
tuto sotto Marti iw V quando il cardinale Alfonso Ca- 
rillo, che ha per insegna cardinalizia ima cervia, ecc. 



DUE AUREI INEDITI DELLA ZECCA DI BOLOGNA 14! 

Credo di potere spiegare con sicurezza questa 
diversità blasonica, col fatto già da me riferito, della 
primitiva nomina del Carillo a cardinale per opera 
dell'antipapa Benedetto XIII, col titolo di S. Eustachio. 

Questa basilica ha per emblema la cervia colla 
croce fra le corna, in memoria della leggendaria vi- 
sione, ed il Carillo avrà voluto adottarlo per devoto 
animo, ma spogliato delle insegne spettanti alla di- 
gnità; poiché ai tempi di Martino \' non era più in 
possesso di quel titolo. 

E cosi ben disse il Cinagli : la cervia essere in- 
segna cardinalizia e non di famiglia. Non è possibile 
di precisare quando sieno stati usati i differenti conii, 
se vivente Martino V o dopo la sua morte, sotto 
Eugenio IV. 

Io propendo a credere che la moneta con lo 
stemma di famiglia e gli attributi cardinalizi, sia stata 
la prima battuta dal Carillo appena ottenuta la no- 
mina da Martino V, e che l'altra con la cervia sia 
stata fatta negli ultimi temj^i in cui egli fu legato a 
Bologna, nell'anno 1432. quando già erano sorti dis- 
sapori fra lui ed Eugenio IV. 

Uno studio serio ed accurato dei documenti di 
quell'epoca, studio che fu iniziato con amore dal 
Malaguzzi, potrebbe dare multa luce per classificare 
con ordine e precisione le varie monete battute a 
Bologna, specialmente da Martino V' in poi, le c|uali 
sono interessantissime per stemmi di Pontefici, di 
cardinali, di prelati, per sigle di signori, tli direttori 
di zecca, ecc. 

Ma ritorniamcj ai cardinale spagnuolo, il quale 
dopo avere restaurata la chiesa dei Santi Quattro 
Coronati, e morto .Martino V, fu nominato da papa 
Eugenio IV, legato a latere in Ispagna con incaric(j 
di promuovere con ogni sforzo la conquista del re- 
gno di Granata. Ebbe pure missione di comporre le 



142 O. VITALINI 



controversie di giurisdizione fra i magistrati del Re 
di Francia e quelli di Avignone. 

Intanto la congregazione di Basilea, in data 20 
giugno 1432. costituì il cardinale Carillo legato di 
Avignone, contro la volontà del pontefice Eugenio IV, 
dando luogo a sedizioni raccontate dal Fantoni Ca- 
strucci nella sua storia della città di Avignone e del 
contado Venesino (lib. IH, cap. II, pag. 314 e sgg.). 

Eugenio IV non ottenendo con le buone a far 
tornare all'obbedienza, il Carillo, determinò nel 1434 
di mandare legato in Avignone il cardinale Pietro de 
Foix, il quale fu costretto a cingere la città di as- 
sedio, riuscendo così dopo qualche mese a scacciare 
rusur[)atore. 

Il Carillo si rifugiò a Basilea dove nello stesso 
anno morì ed ebbe poi sepoltura nella chiesa di Osma 
in Ispagna. 

Anche la seconda moneta che qui descrivo, viene 
in luce per la prima volta, almeno per quanto mi 
consta, ed è un magnifico zecchino battuto a Bologna 
sotto il pontificato di Sisto IV. 





B' — SISTVS • PP. QVARTVS • Stemma del Pontefice. 

I^ - S • PETRVS • APOSTOLV • Figura di S. Pietro stante; 
ai lati due armeUe, una della città di Bologna e 
l'altra del cardinale Francesco Gonzaga, figlio del 
marchese di Mantova. 
Pesa gr. 334. 

Questo zecchino faceva parte di un ricco teso- 



DUE AURHI INEDITI DELLA ZECCA DI I50L0C.NA I43 

retto, rinvenuto nello scorso anno, diccsi nel circon- 
dario di questa città, ed era il solo della zecca di 
Bologna fra tanti dello stesso Pontefice battuti nella 
zecca di Roma, ed insieme ad altri dei papi Euge- 
nio IV. Calisto III, Pio II. Paolo II, Giulio II, Ales- 
sandro VI, e Paolo III. 

A mio credere questo zecchino dovrebbe essere 
stato battuto fra il 1472 e il (474. quando la zecca 
di Bologna era appaltata a Ludovico Canonici, va- 
lente orefice bolognese della cappella di S. Tommaso 
del Mercato, e dal maestro dei conii Antonio di Bat- 
tista Magnani, che nel documento viene qualificato per 
Virnm ìiabikm, aptnm, idoiieum, praticiiiii et expertiiìii. 

Ma debbo dichiarare che, malgrado si vegga 
nello zecchino lo stemma della città di Bologna, mi 
è sorto il dubbio che esso sia stato piuttosto coniato 
in Roma, e ne dirò in appresso le ragioni. 

Francesco Gonzaga di Mantova fu creato cardi- 
nale il ]8 dicembre 1461 da Pio II, col titolo di car- 
dinale diacono di S. Maria Nuova (uia S. Francesca 
Romana) e da Paolo li fu nominato legato a Bologna 
e commissario apostolico nel ducato di Mantova. 

Sisto IV non solo lo confermò in tali cariche, ma 
nel 1476 lo fece anche amministratole generale del ve- 
scovado di Bologna. E qui\ i il cardinale mori nel 1483. 

Ma nel periodo di cui trattasi, il dominio della 
Chiesa nella città di Bologna era divenuto effimero ed 
appena nominale, mentre il governo era effettivamente 
nelle mani di Nicolò Piccinino prima, e dei Bentivoglio, 
.Sante e Giovanni dopo, che tiranneggiarono la città. 

Il Malaguzzi nella sua Zecca di Bologna, ci dice 
che : « // potere della curia romana su Bol(\i^i!a, in 
quel tempo eia quasi nullo: il legato non infìuiia per 
niente sulla pubblica amministiacione ". ICd infatti ben 
poche sono le monete battute a Bologna dai pontefici 
di quel tempo: Sisto IV, Innocenzo Vili. ecc. 



144 



O. VITALINI 



Un documento significativo di tale stato di cose, 
Io abbiamo nelle monete che ])apa Giulio II fece bat- 
tere appena riuscì a scacciare da Bologna Giovanni 
Bentivoglio ed a prendere possesso della città. Tali 
monete rispecchiano il giubilo del Papa e della curia 
per il fausto avvenimento nel motto « Bonoma a Ti- 
rano liberata » che si vede impresso nel rovescio 
di un aureo, di un grosso è di un mezzo grosso 
(Cinagli, pag. 70, n. 12, to. Il e n. 48 e 65). 

Questi fatti mi confermano il dubbio sortomi che 
lo zecchino da me descritto sia stato fatto a Roma 
piuttosto che a Bologna. 

Da un attento esame della moneta poi si ap- 
prende che il rovescio non porta uno dei soliti motti 
usati dai cardinali legati, come: S. Petrus de Bono- 
nia, oppure Bnnonia dncet, bensì quello di 5. Petrus 
Apostolus adoperato nella zecca di Roma a comin- 
ciare dalla primitiva monetazione papale fino ai giorni 
nostri. 

Anche la fattura del conio si discosta da quelli 
della zecca bolognese, sia per la figura del Santo 
più maestosa e di arte migliore, sia per lo stemma 
del legato più grande di quello della città; differenze 
che non si riscontrano nelle altre monete bolognesi 
di quei tempi. 

Da tali osservazioni e considerazioni, sono in- 
dotto a supporre che Sisto IV, per soddisfare un 
desiderio del suo legato, il quale voleva fare atto di 
autorità e dare una prova del suo potere sulla città 
e sulla zecca, dominate dai Bentivoglio, abbia fatto 
coniare in Roma questo zecchino con i tipi di quelli 
battuti dai suoi predecessori in Bologna. 

Anche questa esimia rarità ha preso posto nella 
grande Nummoteca italica di S. M. il Re d'Italia. 

O. VlTALlNl 



MASSA LOMBARDA 



{Appunti di Nunt. Italiana, N. xxi). 

Pochi numismatici, e pressoché tutti di vecchia 
data, hanno fatto menzione della piccola zecca estense 
di Massa Lombarda. — L'unico che ne se occupò di 
proposito fu il Kunz, il quale, in un suo lavoro pub- 
blicato nel 1882 "' riassumendo tutto quanto era stato 
scritto fino a quell' epoca circa i prodotti di quella 
zecca, e aggiungendovene un discreto numero di ine- 
diti, ci dà la illustrazione di 32 monete in oro, ar- 
gento e rame battute dal Marchese Francesco d'Este 
nel suo feudo di Massa Lombarda dall'anno 1564 
al T578. Dalla data di quel lavoro del Kunz fino 
ad oggi, per quanto io sappia, nessuno si è più oc- 
cupato di questa zecca, all'intuori del nostro amico 
e collega prof. Giuseppe Castellani, il quale, nel 
1894, pubblicava in questa stessa Rivista '2) un in- 
teressante quattrino inedito del marchese Francesco 
d'Este, scoperto in quei giorni. 

Riunendo dunque quanto finora si conosce, am- 
montano a 33 le monete coniate dal marchese Fran 
cesco nella sua zecca di Massa Lombarda, e fra que- 



(i) Kunz Carlo: Monete inedite o rare di zecche italÌRne. Massa 
Lombarda. (Arclieografo Triestino, voi. IX, 1882, pag. 166-183, con una 
tavola). 

(2) Castellani Giusf.pi'e: Quattrini inedito di Francesco d'Este per 
Massa Lombarda. ( Rivista ila/, di Num., Anno VII, 189.1; fase, i.", pag. 91- 
97, con disegno). 



l^Ó I'".R(OI K r.N'ECCHI 



ste, 2 scudi d'oro, 7 talleri, t mezzo tallero, t te- 
stone, 7 giulii, 4 mezzi giulii e 11 fra sesini e quat- 
trini. È un bel numero per una piccolissima zecca 
che ebbe così poca durata. 

A queste monete oggi posso aggiungerne un'al- 
tra, da poco entrata nella mia modesta collezione, e 
che ha un certo interesse per la sua leggenda. Eccola: 




Giulio (gr. 3.200). 

-©' — FRANCIS- ESTENSI- Aquila estense entro uno scudo 
ovale ornato, sormontato da corona. 

9i — S PAVLVS MASS IVVIII E • LOMBAR • Il Santo ritto, 
volto a d., con la spada nella destra e il libro nella 
sinistra. 

Questo giulio sarebbe, per tipo e leggenda, una 
variante dei cinque giulii pubblicati dal Kunz nel già 
citato suo lavoro. Ciò però che lo differenzia aff'atto 
da quelli sono le lettere iVVlll poste in mezzo alla 
leggenda del rovescio. — Che cosa possono signi- 
ficare quelle lettere? — 

Il Kunz descrivendo due mezzi giulii i quali re- 
cano in fine alla leggenda del diritto o del rovescio 
i numeri 57 o V7, suppone che questi rappresentino 
l'anno d'età del marchese Francesco, in cui furono 
battute quelle monete, e che, essendo egli nato nel 
1516, corrispondano al 1573. Questa ipotesi, già un 
poco arrischiata, minaccia ora di cadere aff'atto da- 



APPUNTI DI NUMISMATICA ITALIANA I47 

vanti a queste lettere IVViii che si leggono sul giu- 
lio teste descritto e che non si sa come conciliare 
colle altre citate dal Kunz. — E non sono queste le 
sole lettere o sigle che troviamo sulle monete di 
Massa Lombarda. — Sopra di una (Kunz, n." 13) ve- 
diamo in fine alla leggenda del rovescio un C; su di 
un'altra (Kunz, n.° 14) il dittongo CE; su di una terza 
(Kunz. n.° 24) una X, e finalmente su di una quarta 
(Kunz, n.° 27) una R. 

Che cosa vogliono indicare tutte queste lettere, 
e specialmente quelle inserite nel giulio da me de- 
scritto? Sono una data, un numero di coniazione, il 
valore della moneta, le iniziali degli zecchieri? — 11 
Kunz, dopo aver tentato di spiegare le sigle V7 e 57, 
non fa alcuna parola delle altre lettere riscontrate 
nelle varie leggende. Per conto mio. dopo inutili ten- 
tativi, mi trovo costretto a confessare che non ho 
potuto trovarne una spiegazione plausibile. — Pro- 
pongo il quesito ai numismatici ben più competenti 
di me in materia, e sono molti, e spero che a qual- 
cuno riescirà di trovarne il bandolo. 

Ercole Gnecchi. 



148 ERCOLE GNECCHI 



BIBLIOGRAFIA NUMISMATICA 

UKLLA ZECCA 

DI MASSA LOMBARIJA 



Tariffa di Venezia, 1554 in fol. Tav. Ili, n. i. 

Idem, 1564 in fol. Tav. IV, n. 27. 

Sturmer W. Verzeichniss und Gtprage dar groben und kleinen 
Mttnzsorten. Leipzig, 1572. 

New-Munzbuch. Miinchen, 1597. 

Ordonnance pour les cliangeurs. Aiivers, 1633 in fol., pag. 116. 

BoRELLi. Editti antichi e nuovi di sovrani princìpi della Real Casa 
di Savoia, delle loro tutrici e dei magistrati di qua dai monti. Torino, 
1681 in fol., pag. 361. 

HoFFMANN L. W. Alter und neuer Munzschllissel. Niirnberg, 1715. 
Tomo I, tav. XXVIII. 

Muratori L. De moneta sive iure cudendi numnios. (Antiq. italicae 
meda aevi. T. II, Mediolani, 1739 e Argelati, T. I, tav. LXXXIV, n. 2). 

Bellini. De monetis Italiae niedii aevi hactenus non evulgatis dis- 
sertationes quatuor. Voi. IV, Ferrariae, 1755-79, in-4''. T. 1, pag. 64, 
n. I-IO. T. II, pag. 76, n. 1-6. T. Ili, tav. IX, n. 1-3. T. IV, tav. VII, n. 1. 

Brunacci Giovanni. Monete tre estensi. Lettera al sig. Nicoletto 
Venezze. Padova, 1763 in-S". 

Madai D. S. Thaler-Cabinet. Kónigsherg, 1765. T. I, 1999. 

DuvAL et F'roelich. Monnaies in argent du Cabinet de Vienne. 
Vienne, 1769 in fol., pag. 444. 

Appel Joseph. Repertorium zur Miinzkunde des Mittelalters iind 
der neuren Zeit. Pesth und Wien, 1820-29. Voi. III, n. 2114. 

Reichel. Die Reichel'sclie Miinzsaninilung in S.* Petersburg. Ivi, 1843 
in-i2". 

Trésor de nuinismatique et des glyptique. Paris, 1846, in fol. Ta- 
vola XXXVIII, n. 8. 

KuNZ Carlo. Le Collezioni Cumane. Archeografo Triestino, 1878. 

Rossi. Catalogo delle Monete italiane incdioevali e moderne del 
cav. Giancarlo Rossi. Roma, 1880. 

(Un doppio grosso o giiilio inedito). 

KuNZ Carlo. Monete inedite o rare di zecche italiane. Massa Lom- 
barda. Archeografo Triestino, voi. IX, 1882, pag. 166-183, con una tavola. 

Castellani Giuseppe. Quattrino inedito di Francesco d'Este per 
Massa Lombarda. Rh'. Ito!, di Nian., anno VII, 1894, fase. I, pag. 91-97, 
con disegno. 



UNA LETTERA DI SAN CARLO BORROiMEO 
a proposito della Zecca di Fano 



Nei parecchi anni decorsi da quando compilai 
una monografia sulla Zecca di Fano non mi è capi- 
tato proprio nulla che valesse la pena di essere messo 
in luce a complemento di essa. Solo nel catalogo dei 
manoscritti della Biblioteca Federiciana pubblicato 
dal eh. prof. Adolfo Mabellini "> trovai indicato un 
documento che volli conoscere e mi parve degno di 
essere reso pubblico, non tanto per la sua impor- 
tanza intrinseca che non è molta, quanto perchè 
porta la firma di uno dei più eminenti personaggi 
della seconda metà del secolo XVI. il cardinale 
Carlo Borromeo. 

Presentatasi così l'occasione di tornare su quel 
mio lavoro, premetto una notizia sfuggitami nelle ri- 
cerche precedenti e chiudo con un piccolo supple- 
mento alla bibliografia di quella Zecca. 

Nel 1542 l'officina monetaria di Fano fu chiusa 
per una disposizione di ordine generale, alla quale 
pero il Rossi volle non fosse estraneo un puntiglio 



(l) Miiitoscnlli, Inciiiialiuli. Edizioni run- del secolo A'I^'I, rsis/eiili 
nella Bibhnleca Comunale Federiciaun di Fano, catalogati e descritti dn 
ArioLvo Mabellinj. Fani), Premiata .Società Tipogratìca Cooperativa. 
1905, in-8 di pag. 168. — Il prut". Mabellini con soniina yentilfz/.a un 
favori copia ilclla lettera e altri lagguagli, ili che lu ringrazici qui (;• 1 • 
dialiiicnle. 



150 GIUSEPPE CASTELLANI 



del cardinale Farnese "^i). Ho trovato su questo pro- 
posito che il Consiglio Generale del Comune il 9 gen- 
naio del T543 stabilì di fare qualche spesa per « ri- 
cuperare la zecha », e che Nicolò Nucci, lo zecchiero. 
dirò così, spodestato da quella proibizione, si offerse 
di spendere lui i denari occorrenti purché i signori 
del Comune « ne li menassero buoni ne' pagamenti ». 
Il 6 novembre dello stesso anno, gli Eletti sopra la 
Zecca, riferendosi al partito accolto dal Consiglio 
Generale, diedero facoltà al Nucci, per conseguire 
l'effetto di ricuperare la zecca, di spedire a Roma 
alla Reverenda Camera un donativo fino a scudi 
trenta di denari suoi propri, che il pubblico di Fano 
dovrà rendergli o menar buoni nei pagamenti che 
egli farà al Pubblico stesso quando la concessione 
fosse di fatto ottenuta, poiché, in forza dei suoi ca- 
pitoli, la zecca doveva ritornare a lui (2). 

La notizia senza essere di grande importanza, 
pure è assai caratteristica, perché dimostra come la 
Reverenda Camera, o meglio i Reverendi della Ca- 
mera non fossero alieni dal cedere alle lusinghe dei 
donativi, e come tale sistema non fosse reputato men 
che onesto, poiché non si aveva ritegno di conse- 
crarlo negli atti pubblici. C'è da domandarsi soltanto 
se la revoca della chiusura della zecca non sarebbe 
stata più sollecita quando la misura del donativo 
fosse stata piij ampia e generosa! 

E ora vengo alla lettera del Borromeo, che ri- 
porto testualmente: 

« Mag.'' nri Car."' N.™ S.'' ha inteso da l'Am- 



(i) Cfr. Giuseppe Castellani : La zecca di Fano Milano, Cogliati, 
1901, pagg. 44-46 e Rossi Umberto : Notizie su alcune zecche Pontificie 
al tempo dt Paolo III in Gazzetta Numism. di Como, anno VI (1886-87). 

(2) Archivio Comunale di Fano, Sezione .Aniiani, n. 4, Sommario 
degli Atti Consigliari, car. 89. 



UNA LETTKRA DI SAN CARIO BORROMI.O Ift 

basciator vostro le cause, per le quali cotesta Città 
si move a desiderare di rimettere la Sua Zecca et 
battere come faceva per il passato: et parendo a S. 
S.'^ che tali cause siano honeste, et degne d'essere 
esaudite: si è contentata consolarvi in tutto quel che 
può. Vi concede dunque licenza di far detta Zecca 
a vostro beneplacito; ma non vuole già che possiate 
battere altra sorte di moneta che quattrini : et che 
quelli siano recipienti et buoni. VA tanto mi ha com- 
messo S. S.'" che vi faccia intendere in suo nome : 
il che sarà per fin di questa. Et N.'" S.'' Dio vi 
conservi. 

Di Roma il 4.'° di Maggio M.D.LX. 

Vostro 
Il Car.'^ Borromeo 

A li Mag."' nri cariss.' Il Confaloniero 
et Communità di Fano. » 

Ecco dunque la conferma del privilegio di bat- 
ter moneta fatta da Pio IV che io cercai invano nel 
mettere insieme i documenti intorno alla zecca: e si 
capisce, perchè essa non era più al suo posto. Non 
si sa né come, ne quando, né per opera di chi, que- 
sta e altre tredici lettere del Cardinale Borromeo, 
datate dal 1560 al 1565, siano passate alla Biblioteca 
dall'Archivio loro sede naturale. Nell'Archivio poi si 
trovano altre undici lettere del cardinale medesimo, 
una in originale e le altre copiate ne' Registri, di 
queste tre sole sono copie di altrettante di quelle che 
si trovano nella Biblioteca ('). Di tutte queste let- 



(1) Ecco la nota delle lettere del Cardinale Borromeo esistenti 
a Fano : 

Roma, I marzo 1560, al Luogotenente di Fano (Arch. Coin. Registri, 
voi. VII, car. 169-170, copia). 



t52 GIUSEPPK CASTELLANI 



terc, soltanto due furono pubblicate, l'una del 26 lu- 
glio 1564 dal Diambrini ") e l'altra del 9 aprile 1565 
dall'Amiani '-'. Esistono dunque a Fano parecchi do- 
cumenti della vita ufficiale del celebre Arcivescovo di 
Milano, quando era Segretario di Stato del Pontefice, 
che aspettano di essere messi in luce, mentre nella 
chiesa di S. Pietro, una ricca cappella fu consacrata 



Ironia, 23 aprile 1560, al Governatore di Fano (ivi, copia). 

„ 4 maggio 1560, al Gonfaloniere e Priori di Fano (ivi, copia e 

Biblioteca Comunale, MS. 83-IV, t, originale). 
„ 29 gennaio 1561, ai sudd. (Registri, Voi. Vili, car. io, copia). 
„ 20 febbraio 1561, ai sudd. (Bibl. Coni. MS. 83-1 V, 2, originale). 
„ 12 aprile 1561, ai sudd. (ivi, MS. 83-IV, 3, originale). 
„ 14 maggio 1561, ai sudd. ( „ „ „ /„ 4, „ ). 

8 luglio 1561, al Governatore di Fano (Registri, voi. Vili, car. 8, 

copia). 
„ 23 agosto 1561, al Gonf e Priori di Fano (Bib. MS. 83-lV, 5, 

originale). 
„ 17 dicembre 1561, ai sudd. (ivi, MS. 83-lV, 6, originale). 
„ 2 dicembre 1562, al Governatore di Fano (Registri, voi. Vili, 

car 21 t, copia). 
„ 19 dicembre 1562, senza indirizzo (ivi, e. 20 t, copia). 
„ 5 aprile 1563, al Governatore di Fano (ivi, e. 25, copia). 

23 settembre 1563, al Gonf. e Priori di Fano (Bibl. Coni. MS. 

83-IV, 7, originale). 
„ 27 maggio 1564, al Governatore di Fano (ivi, MS. 83-lV, 8, ori- 
ginale e Reg. voi. Vili, e. 32, copia). 
„ 26 luglio 1564, al Gonf e Priori di Fano (Arch. Coni. Carteggio, 

Lettere di Cardinali, originale). 
,, 23 marzo 1565, ai sudd. (Bibl. Coni. MS. 83-lV, 9, originale). 
„ 9 aprile 1565, ai sudd. (ivi, MS. 83-IV, io, originale e Registri, 

voi. Vili, e. 36 t, copia). 
„ 25 aprile 1565, ai sudd. (ivi, MS. 83-IV, 11, orig.) 

„ 28 luglio 1565, al Governatore di Fano(„ „ „ „ 12, „ ) 
„ 15 agosto 1565, al medesimo ( „ „ „ „ 13, „ ) 

„ 25 agosto 1565, al Gonf e Priori di Fano ( „ „ „ „ 14, „ ) 

(1) Memorie Istoriche della Città di Fano raccolte e pubblicate da Pietro 
Maria Amiani. Fano, Leonardi, MDCCLI, parte II, pagg. 191-192. 

(2) Lettere inedite di Eminenti Personaggi tratte dall'Archivio Muni- 
cipale e corredate di note dal Canonico Teologo Carlo Diambrini. Società 
Tipografica Cooperativa, Fano, 1897; in-8 di pag. 17: pubblicazione di 
Omaggio del Capitolo della Cattedrale nell' ingresso di Mons. Vincenzo 
Francescliini alla Sede vescovile di Fano. 



UNA LETTERA DI SAN CARLO RORROMEO 



153 



alla sua memoria da Antonio Petrucci dovizioso pa- 
trizio fanese. Quello stesso che, nell'aprile del 1564 
quando il cardinale ebbe occasione di recarsi a Fano, 
si narra movesse ad incontrarlo al Ponte del Me- 
tauro per invitarlo in casa sua, e vi andasse vestito 
di abiti dimessi e da pezzente per essere più sicuro 
che l'invito venisse accettato. Questo fatto è ricor- 
dato in una delle pitture con le quali l'artista fos- 
sombronate Gian Francesco Guerrieri decorò la cap- 
pella suddetta. 

In questa conferma ottenuta ad istanza degli 
ambasciatori inviati come di consueto dopo l'elezione 
del Papa, che furono Fermano Permani e Francesco 
Pilj, troviamo espressamente limitata la concessione 
ai soli quattrini recipienti et buoni. In quelle prece- 
denti di Paolo III e Giulio III questa limitazione non 
era espressa, ma di fatto la moneta emessa fu sem- 
pre soltanto quella piccola di mistura. La nuova con- 
cessione ebbe effetto immediato, coni' era naturale, 
dato l'interesse dello zecchiere Nucci a non tenere 
inoperosa l'officina. 

Ai quattrini di Pio IV battuti nella zecca di 
Fano da me descritti nell' elenco delle monete di 
quella zecca dal n." 29 al 42, posso aggiungerne un 
altro capitatomi dopo di allora: 




S" — Stemma con chiavi e triregno: in giro da d. PIVS 
• PP • UH • 



154 GIUSEPPE CASTELLANI 



P — Santo in piedi con mitra nella s.: in giro da d. • S • 
PATERNI ANI • FANI • 

Raccolta Castellani. Mistura, peso gr. 0,90. 

Il rovescio di questa moneta è identico a quello 
dei quattrini di Paolo III descritti ai numeri 24 e 25 
dell'elenco suddetto, e ciò mi fa pensare che possa 
trattarsi di uno dei primi quattrini battuti dopo la 
concessione di Pio IV, prima cioè che fossero ap- 
prontati i nuovi rovesci, dove il nome della città è 
sempre al nominativo Faniim, invece che al genitivo 
Fani, come in quelli di Paolo III. 

G. Castellani. 



UNA LETTERA DI SAN CARLO BORROMEO I55 



¥ 



Appendice alla Bibliografìa della ZECCA di FANO 



Castellani Giuseppe. Una presunta moneta Malatestiana di Fano. 
Milano, Tip. Editrice L. F. Cogiiati, 1902; in-8, pag. 3. Estratto dalla 
Rivista Italiana di Numismatica e Scienze Affini, anno XV, fase. I-II, 1902. 

Numismatica Marchigiana. Ascoli Piceno. Stabilimento Cesari, 

1906; in-8, pag. 41 (237-277). Estratto da Atti e Memorie della R. Depu- 
tazione di Storia Patria per le Provincie delle Marche, 1906. 

CuNiETTi-CuNiETTi T. Colonnello Alberto. Alcune varianti di monete 
di zecche italiane. Milano, Cart. e Lito-Tipografia C. Crespi, 1908; in-8, 
pag. 4. Estratto dal Bollettino di Numismatica e di Arte della Medaglia, 
anno VI, fase. I, 1908. 

A pag. 3, n. L, pubblica una variante di un quattrino di Gre- 
gorio XIll, e altra di un quattrino di Pio V a pag. 4, n. LI. 

Delle Osservazioni sopra di un libro intitolato Dell'Origine e del 
Commercio della Moneta e dell'Istituzione delle zecche d'Italia, aH'Haja 
MDCCLI, in quanto appartiene alla zecca Pontificia e a Roma, Libri ITI. 
In Roma, MDCCLII. Nella Stamperia di Angelo Rotilj e Filippo Bac- 
chelli nel palazzo de' Massimi ; in-4, pag. xxiv-282. 

Non conoscevo questo libro quando raccolsi le notizie della 
zecca di Fano. Ne e autore Simone De Magistris. A pagg. 268-269 
si rileva l'errore commesso dal Carli-Ruubi nel pubblicare il giulio 
di Gregorio XIII per Fano come fosse di Gregorio XII. 

Hazlitt W. Carew. Supplement to the Coinage of the European 
Continent. London, Spink et Son, 1897 '> 'f-^, pag. viii-i0. 

A pag. 44 breve menzione delle monete malatestiane pubbli- 
cate dal Conte Papadopoli, del sampietrino di Pio VI e di un te- 
stone di Gregorio XIII. 

Heiss AloIs. Les Médailleurs de la Renaissance. Léon-Baptiste Al- 
berti, Matteo de' Pasti et Anonyme de Pandolplie IV Malatesta. Paris, 
I. Rothschild, 1883 (typog. Georges Chamerot); in-4 grande, pag. 60, 
8 tavole e 100 vignette. 

A pag. 40 è riprodotto il piccolo di Pandolfo Malatesta attri- 
buendolo a Sigismondo : il disegno è quello stesso pubblicalo dal 
Litta. 



156 GIUSEPPE CASTELLANI 



LiTTA Pompeo. Famiglie celebri italiane. Malatesta di Riniini (1869-70J. 
Al n. 12 della tavola unitavi di monete e medaglie c'è un pic- 
colo di Pandolfo Malatesta dalla Collezione Marignoli. 

Ruggero Giuseppe. Annotazioni Numismatiche Italiane. VI-VII. VI. 
Una singolare Baiocchella di Fano. Milano, Tip. Editrice L. F. Cogliati, 
1903; in-8, pag. 12, fig. Estratto dalia Rivista Italiana di Numismatica 
e Scienze affini, anno XVI, fase. IV, 1903. 

Questa e l'unica moneta affatto nuova venuta in luce dopo la 
pubblicazione del mio lavoro e, per quanto il tipo sia strano e più 
strano il fatto dell'adozione di esso da parte della piccola zecca 
fanese, pure le ragioni addotte dal eh. A. per attribuirla ad essa 
sono tali da doversi accogliere interamente. Forse il tipo non in- 
contrò e quindi la rarità della moneta. Non sarebbe da meravigliare 
che altre sorprese ci attendessero nel campo assai vasto delle 
baiocchelle. 



LE CAVITÀ CENTRALI SOPRA LE EACCIE 

delie monete Tolomaiche di bronzo 



Tav. II. 

È al chiaro professore E. Babelon che s'ad- 
dice il merito di avere risvegliato il problema delle 
cavità centrali che si vedono sulle monete Tolomai- 
che di bronzo come pure il inerito di avere per il 
primo combattuto una teoria che i più celebri num- 
mografi avevano adottato per l'insegnamento delle 
dottrine numismatiche ''*. Quella teoria pretenderebbe 
che i conii, i quali servivano a battere quelle monete, 
fossero provvisti di una punta conica la quale sotto 
l'azione del martello andava conficcandosi dentro la 
faccia del tondino onde impedirgli di sbalzare e di 
spostarsi. 

Non starò a ripetere le giuste e saggie osser- 
vazioni addotte dal professore Babelon contro quel- 
l'antiquata teoria che egli propone di surrogare 
con una nuova che credo bene di ricordare inte- 
gralmente. Un procede de fabricatwn repandn dans 
certains ateliers vers le II' et /■'' siede avaìit noti e ère, 
consistait à decoiiper les fhiiis iiionetaires dans une 
p/aque inétalHqiie, à Faide d'un tour qit'on faisait cvo- 
luer sur un pivot centra! par une manivelle coi/une un 
vilbrequin. Ce pivot penètrant dans le metal, y creusait 
une petite cavitc centrale en iiiàiie temps que l'aile cou- 
tondante de l'instrument decoupait la circonfcrence. 



(i) E. Babelon: Traile des monnaies grecques et romaines, pag. 941. 



158 G. DATTARI 



Io pure sono dell'opinione che il tornio facesse 
parte della tecnica che venne usata per la fab- 
bricazione di queste monete ; ma non posso asso- 
ciarmi al parere che l'opera di quell' istrumento 
consistesse neh' intagliare i tondini da una placca 
metallica. 

Non abbiamo che consultare le monete stesse 
e si vedrà come esse si oppongano a questa nuova 
teoria, giacche molte di queste monete sono di forma 
irregolare, ve ne sono perfino delle quadrate (fìg. 12), 
e talune, e non poche, lungo il loro contorno riten- 
gono ancora dei pezzi di metallo sporgenti (fìg. n. 5, 
6, 7, II, 16). A parte queste prove assai eloquenti, lo- 
gicamente sembra molto dubbioso che con dei sem- 
plici torni a mano si arrivasse a potere intagliare 
delle placche metalliche di uno spessore di oltre 7 mil- 
limetri ; ma, anche se ciò fosse stato possibile, bisogna 
convenire che la fabbricazione delle monete nella 
maniera suggerita dal Professore Babelon doveva 
divenire ardua, lunga, onerosa e senza dubbio, tra il 
valore intrinseco del metallo e la mano d'opera, le 
monete di bronzo avrebbero quasi raggiunto il valore 
di quelle di argento. 

Una sì costosa e diciamo pure stravagante la- 
vorazione poco si accorda con le qualità ammini- 
strative del re sotto del quale furono emesse queste 
prime monete. Sta nel fatto che esse vennero inau- 
gurate durante il regno di Filadelfo, degno successore 
di Lago fondatore della famosa dinastia dei Lagidi ; 
il quale, al dire degli storici, se non possedeva le 
qualità militari del padre, aveva uno spirito d'or- 
ganizzazione rimarchevole e con la sua saggia am- 
ministrazione dette all'Egitto quel grado di prospe- 
rità che non aveva veduto prima ne rivide dopo quel 
glorioso regno. Dinanzi a sì fatte testimonianze v'è 
molta ragione da convenire che tra le tante e saggie 



LE CAVITÀ CENTRALI SOPRA LE FACCIE 159 

misure prese da quel gran principe, una fu la nuova 
tecnica delle monete necessitata dagli eventi. 

Fu appunto durante il regno di Filadelfo che 
un editto reale stabilì che tutte le somme dovute al 
tesoro, dovessero essere versate in moneta di bronzo ; 
conseguenza per cui il numerario di quel metallo 
prese preponderanza sopra l'oro e l'argento. 

Per dar forza e valore a quell'editto s'impose 
la necessità che le monete di bronzo venissero ac- 
cettate con la stessa fiducia che fino allora godevano 
solamente quelle d'oro e d'argento. Per ottenere tanto, 
fu necessario che gli spezzati di bronzo venissero 
ad avere un peso uniforme e per quanto era allora 
possibile, quel peso non doveva allontanarsi troppo 
dal normale, come avveniva per le monete degli 
altri metalli. In pari tempo onde le masse faces- 
sero buon viso alle nuove monete di quel vile 
metallo e quasi direi affinchè queste incontrassero 
una certa simpatia, si dovette pensare a dargli una 
estetica gradevole e raffinata. Finalmente, il nuovo 
editto offrendo ai falsari un campo di risorse e di 
guadagni inauditi, il governo dovette escogitare una 
tecnica la quale garantisse la propria produzione 
contro quella dei falsari. Aggiungerò di piti; dato 
l'incremeiTto della circolazione che andavano ad avere 
le monete di bronzo, la loro usura diveniva precipi- 
tosa e quell'usura avrebbe potuto danneggiare il loro 
credito, per cui è molto probabile che si pensasse 
di stabilire fino a quale grado di usura le monete 
avevano libero accesso alla circolazione. 

A quanto sembra, la nuova tecnica raggrup- 
pava in sé tutti i requisiti voluti onde giungere ai 
diversi intenti che ho enumerati, i quali nel loro in- 
sieme formano le conclusioni che spero risulteranno 
da questo studio. 

Esaminando le monete d'Egitto, tanto dei Lagidi 



l6o n. DAtTARÌ 



come dell'epoca imperiale, sarà facile rendersi conto 
del sistema che veniva impiegato per la preparazione 
dei tondini i quali dovevano essere convertiti in 
moneta. 

Da prima si fabbricavano le forme di terra ar- 
gilla capaci di contenere una quantità di metallo 
eguale al peso che dovevano avere le monete che 
s'intendeva di fabbricare. Queste forme messe su di 
una linea, perchè il metallo scorresse da una forma 
all'altra, venivano riunite da un canaletto pure di 
terra; di maniera che dopo la colatura del bronzo i 
tondini che risultavano si trovavano riuniti da un 
tratto di metallo il quale demarcava il punto ove do- 
vevano essere separati (fig. i e 2). Dopo la separa- 
zione, i tondini in quello stato venivano coniati. 

Con questa tecnica in uso fino allora e quindi 
ripresa nell'epoca imperiale, le monete di una stessa 
frazione risultavano di differenti pesi, talvolta mag- 
giori, tal'altra minori del normale. Questo inconve- 
niente proveniva da molte cause, tra queste, l'impos- 
sibilità di fabbricare a mano le forme di una stessa 
capacità, l'incuranza degli addetti alla separazione 
dei tondini ed anche dei fenomeni risultanti dalla 
differente temperatura del metallo fuso quando lo co- 
lavano nelle forme, la quale poteva essere causa che 
le prime forme ricevessero più metallo delle altre. 

Con la nuova tecnica i tondini erano preparati 
nella maniera indicata più sopra, mentre le forme, 
per ragioni che vedremo in appresso, io credo do- 
vessero essere capaci di contenere una maggiore 
quantità di metallo più di quanto dovevano pesare 
gli spezzati che s'intendeva di emettere. Dopo la fu- 
sione e la separazione dei tondini, il tornio comin- 
ciava l'opera sua e da questa derivavano le cavità 
centrali. 

Le traccie del tornio non si presentano sempre 



LE Cavità centrali sopra le faccie i6i 



eguali; in certe monete appariscono solamente in giro 
alla intera periferia : a questa categoria appartengono 
le monete di buona fabbricazione; in altre si vedono 
sulla periferia e sopra i lati. Qualche volta solo una 
parte della periferia venne tornita e parte delle faccie 
furono sgreggiate; in altre su parte delle faccie e giusto 
in giro alle cavità si vedono le traccie del tornio; 
finalmente ve ne sono di quelle la cui periferia è tale 
quale sortì dalle forme e i loro lati non portano 
traccie di sgreggiatura, ma, come tutte le altre, non 
mancano della cavità centrale. A queste ultime ca- 
tegorie appartengono le monete di fabbricazione difet- 
tosa, senza essere barbara. 

Tutte queste apparenti diversità d'azione del 
tornio dobbiamo considerarle come tante modifica- 
zioni portate alla nuova tecnica? oppure dobbiamo 
ritenere che l'insieme di quelle diversità formano il 
completo della tecnica inaugurata sotto Filadelfo? 
Io propendo per quest'ultima ipotesi e ritengo che, 
se le monete di buona fabbricazione non lasciano 
vedere le traccie della sgreggiatura dei lati, ciò è 
dovuto alla cura con cui le monete erano fabbricate. 
Logicamente si ottiene il medesimo risultato, giacche 
non si può ammettere che in epoche, nelle quali le 
monete erano battute senza regola, sì per la loro 
forma come per il loro peso e allorquando la peri- 
feria non era sempre tornita, ma veniva lasciata tale 
quale sortiva dalla forma, proprio allora si dessero la 
briga di sgreggiare i lati dei tondini in tutto o in 
parte. 

Quale era lo scopo delle due operazioni fatte 
dal tornio? Per ciò che riguarda la tornitura della 
periferia ritengo che ciò era nell'intento di liberare i 
tondini dal metallo che aveva servito per congiun- 
gerli e nel medesimo tempo per dar loro una forma 
geometrica che poi sensibilmente riperdevano al 



j62 <■• l'Ai TARI 



momento in cui andavano coniati; nell'insieme di 
questa operazione i tondini venivano ridotti di quel 
metallo in piti che, come ho detto, veniva posto nelle 
forme di maniera che venivano portati al peso nor- 
male, il quale si doveva accertare con la bilancia (?). 

Quale poteva essere lo scopo della sgreggiatura 
dei lati? Era essa fatta all'intento di dare alle faccie 
dei tondini una superficie liscia e pulita affinchè i 
tipi risultassero più distinti? Questa ipotesi avrebbe 
qualche valore se le traccie di quell'operazione si 
trovassero sopra le monete di accurata fabbricazione 
come quelle di Filadelfo, ma, al contrario, è grazia 
all' imperfetta fabbricazione delle monete che questo 
processo ci è stato rivelato; quelle traccie si trovano 
appunto sulle monete i cui tipi sono appiattiti e 
riusciti per metà, ed è dalle monete imperfette che 
si rileva che la sgreggiatura allorquando non fu 
operata sopra l'intiera faccia, lo è sempre in giro 
alle cavità centrali. Da ciò sembra possibile che la 
sgreggiatura venisse fatta su quelle parti dei lati i 
quali presentavano delle eventuali prominenze o bave 
lasciate dalla fusione; ma immancàbilmente veniva 
sgreggiata la parte limitrofa alle cavità centrali per 
la ragione che diremo a suo tempo. 

Non ho nessun dubbio e il lettore converrà meco 
che le cavità centrali sono uno sconcio estetico che 
male si addice alle belle monete di Filadelfo, e di 
primo impeto riesce difficile spiegare come quello 
sconcio potesse aver avuto origine nell'epoca in cui 
l'Egitto era la culla delle scienze e delle arti giunte 
all'apogeo. Se quelle cavità fossero state fatte dopo 
la coniazione tornerebbe facile e naturale il pensare 
che non si potevano far sparire senza che i tipi 
venissero mutilati; ma dal momento che quelle ca- 
vità vennero fatte prima e quando con una semplice 
operazione di martello era facile di farle sparire, è 



LE CAVITÀ CENTRALI SOPRA lE KACCIE 163 



giuocoforza convenire che se vi furono lasciate, 
ciò dovette essere per uno scopo prefìsso e di 
somma importanza! 

E cosa v'era di meglio delle cavità centrali per 
testificare che quelle monete uscivano dalle officine 
controllate dal patrio governo e quindi erano di 
buona lega e di peso giusto? 

Se, come credo, tale era il mandato affidato alle 
cavità centrali, si arriva a spiegare l'operazione della 
sgreggiatura, la quale doveva avere per scopo di 
rimuovere dall'orifizio delle cavità, le bave lasciate 
dal pernio del tornio, le quali rimanendo avrebbero 
riempito in tutto o in parte le cavità al momento che 
i tondini erano coniati. 

Certe rare monete false che possiedo, dimostrano 
come i falsari, non ostante che per fabbricare le loro 
forme si servissero delle impronte di monete genuine, 
non riuscivano a fare risortire le cavità centrali. 
Questo impedimento proveniva da molte cause. Una 
di queste era la cattiva qualità del metallo che im- 
piegavano, il quale dopo la fusione lasciava una quan- 
tità di scorie e bave, dando alle faccie delle loro 
monete un campo slivellato, così che le cavità se mai 
risortivano non si potevano distinguere. Se dopo la 
fusione i falsari avessero voluto imitare quelle cavità, 
e ciò era possibile per mezzo del trapano, sarebbero 
state smascherate dall'aspetto dell'orifizio il quale non 
poteva giammai prendere l'apparenza di quello delle 
monete genuine risultanti dalla coniazione. Oltre 
alle cavità, i falsari avevano a contendere contro le 
traccie indelebili del tornio, operazione troppo costosa 
perchè i falsari se ne servissero; ma ancorché aves- 
sero voluto farne uso, pur troppo erano a conoscenza 
che l'apparenza delle parti tornite avrebbe contra- 
stato con quelle granulose e la frode sarebbe stata 
scoperta. 



[64 G. DATTARI 



Fino a questo punto, se le mie ricerche e le con- 
clusioni, che ne ho derivate non riceveranno l'una- 
nimità dèi voti, mi lusingo che troveranno qualche 
aderente. 

Resta a trattare dell'ultima conclusione la quale 
riconosco che verrà giudicata assai ardita; ma stante 
che posso suffragarla con dei fatti, mi sento il co- 
raggio di affrontare la critica. 

Avendo manipolato e ripulito diverse migliaia di 
monete tolomaiche di bronzo, ho avuto campo di con- 
statare che le monete battute prima dell'introduzione 
della nuova tecnica, in gran parte sono consunte, 
molte sono addirittura delle placche; mentre in quelle 
che appartengono alla tecnica delle cavità centrali, 
la conservazione varia tra la buona e la buonissima; 
quelle consunte sono rarissime come lo sono quelle 
ben conservate dell'epoca anteriore. 

11 risultato di questa esperienza mi ha suggerito 
che le cavità centrali, oltre lo scopo di cui ho fatto 
cenno, ne potevano avere un secondo, il quale poteva 
consistere neh' indicare fino a qual grado di usura 
dovevano stare in corso le monete; cioè a dire fino 
a tanto che le cavità erano scomparse o quasi, le 
monete dovevano essere ritirate dalla circolazione, e 
ciò perchè la loro apparenza diveniva simile alle mo- 
nete dei falsari. 

Non mi lusingo che questa ipotesi sia accolta 
favorevolmente, anzi troverà una forte opposizione, 
in quanto che si crederà che allorquando le cavità 
erano scomparse, le monete dovevano avere perso 
molto del loro peso; ma tale non è il caso quando 
si rifletta che le cavità erano collocate nel punto cul- 
minante delle faccie. quel punto cioè piìi soggetto 
allo sfregamento e perciò all'usura; ed allorquando le 
cavità stavano per disparire, i tipi erano ancora vi- 
sibilissimi e nell'insieme il peso perduto non era no- 



LE CAVITÀ CENTRA'Ll SOPRA LE FACCIE 165 

tevole, ma in tutti i casi era sempre minore di quello 
perso dalla più gran parte delle monete antiche di 
tutte le epoche. 

Ammetto che sopra a certe monete le cavità sono 
assai profonde, ma esse formano la minoranza ed ap- 
partengono alle epoche in cui la corruzione era 
penetrata in tutti i dipartimenti governativi, quando 
le vecchie e saggie costituzioni non venivano più 
tenute in conto, per cui non sono quelle monete che 
possano decidere sulle sorti della mia ipotesi. 

Nel dubbio che le impronte della tavola qui an- 
nessa non riescano distintamente a far vedere i par- 
ticolari della tecnica, dò qui sotto un elenco con la 
descrizione di ciascuna moneta o pezzo. 

N. I. Tondini antichi che non furono separati; le faccia sono 
granellose. 

„ 2. Tondini che ho riprodotto da una moneta che man- 
tiene ancora i due punti di attacco. 

„ 3. Tondino antico con la periferia tornita ; le faccie sono 
parzialmente sgreggiate; non fu coniata (una delle faccie 
è piuttosto concava, le cavità centrali sono di differente 
grandezza). 

„ 4. La periferia è tornita. La faccia del B' è sgreggiata 
in giro alla cavità centrale; quella del 9* è intieramente 
sgreggiata ed i tipi sono riusciti per metà. Sulla peri- 
feria è rimasto un pezzo di metallo che ha servito di 
attacco. 

„ 5. Moneta deforme, di grande spessore che non è passata 
al tornio; ma sul B' porta la cavità centrale. Sulla periferia 
vi sono ancora i pezzi di attacco. 

„ 6. La periferia è tornita; la faccia del 1^ è sgreggiata; 
ritiene il pezzo d'attacco mentre è mancante di metallo. 

„ 7. La periferia è quale sortì dalla forma, granellosa e 
bavosa; i lati sono sgreggiati, giusto in giro alle cavità 
centrali. 

„ 8. Faccia intieramente sgreggiata ; i tipi sono riusciti per 
metà. 



l66 G. DATTARI 



N. 9. La periferia è tornita, la faccia è sgreggiata, i tipi 
ricercati per metà. Faccia concava come il tondino N, 3. 

„ IO. La periferia è tornita a spigoli. Sulla faccia del ro- 
vescio si vedono le traccie della sgreggiatura. 

„ II. La periferia non è tornita, e mantiene i due pezzi 
di attacco: le faccie non sono sgreggiate. Ambe le ca- 
vità centrali ; l'orifizio delle cavità è ornato di un anel- 
letto. Sembra che, non essendo state sgreggiate le bave 
lasciate dal pernio, si siano ripiegate su loro stesse al- 
lorché vennero impressi i tipi. 

„ 12. Pezzo in forma quadrata delle ultime epoche dei La- 
gidi. Le cavità centrali non mancano. 

„ 13. Diritto di una moneta di Filadelfo la di cui periferia 
è torniata e di forma semicircolare. Si noti la cavità 
centrale la quale non è più grande di un capo di spillo 
come la moneta N, 16. 

„ 14. Altra moneta di Filadelfo; la periferia è torniata a 
spigolo e semicircolare. 

„ 15. Moneta di fabbricazione barbara. Senza traccie del 
torno, ma esistono le cavità centrali ed assai piccole. 

„ 16, 17, 18 e 19. Monete false. La cavità centrale è appena 
visibile oppure venne fatta con un istrumento rettango- 
lare. Sono tutte granulose con bavature. 

Cairo, IO Gennaio 1^08. 

G. Dattari. 



STEMMI ED EMBLEMI 
sulle monete del Monferrato ^'^ 



I. 

Quelli fra i discendenti del vecchio Aleramo cui 
toccò il dominio del Monferrato, ed ebbero perciò il 
titolo di Marchiones Monferratenses, non usarono mai, 
per quanto si sa, del privilegio della zecca. Ma se 
mancano le monete aleramiche a ricordarci lo stemma 
di questa famiglia, non per questo però esso ci è 
meno noto ; poiché lo ritroviamo frequentemente 
sulle monete dei tempi posteriori ; come inoltre 
figurò, per tanti anni, sul petto di quei gagliardi 
marchesi, la cui vita quasi per intero soleva tra- 
scorrere fra le armi. 

Questo stemma era d'argento col capo di rosso ; 
e oltre che il petto, fregiò gli stendardi di tutti 
quegli Aleramidi, il cui valore rifulse nelle crociate, 
e nelle lunghe guerre degli imperatori, in favore dei 
quali sempre parteggiarono : al che alludeva Car- 
ducci scrivendo : 

La fida a Cristo e a Cesare balzana 
di Monferrato. 

Al contrario degli Aleramidi, i Paleologi, che 
sul principio del trecento loro succedettero, appena 



(i) Capitolo tolto dalla Inlrodueioue ad un'opera sulle Monete del 
Monferrato, non ancora pubblicata. 



róS FLAVIO VALERANt 



consolidati nel dominio, si diedero tosto a coniar 
monete ; e su di esse non mancarono mai di porre 
lo stemma dei loro predecessori, perchè era desso 
considerato il vero stemma di Monferrato. Ne questo, 
sulle monete, era sempre nudo e semplice; ma spesso 
lo si completava alla maniera con cui brillava sui 
vessilli marchionali ; cioè sovrapponendo allo scudo, 
inclinato a destra, un elmo con lambrecchini, e con 
cimiero fatto di due corna di cervo, frammezzo alle 
quali alzavasi un braccio impugnante una spada. Lo 
scudo, inclinato, portava alla sommità del cantone 
superiore destro il noto incavo, entro cui il cavahere 
soleva passare la lancia, piegandosi in avanti sul- 
l'arcione. 

Questo scudo aleramico, come già dissi, non venne 
mai dimenticato sulle monete dei Paleologi ; esso si 
osserva frequentemente in petto all'aquila imperiale 
bicipite, ad ali spiegate, che si riscontra nella loro 
monetazione; e campeggia poi costantemente nel cen- 
tro dello stemma proprio della famiglia paleoioga. 

Lo stemma vero dei Paleologi venne completato 
per la prima volta da Guglielmo IX: e a partire da 
questo marchese lo si trova sulle monete, tanto pa- 
tologhe, quanto dei Gonzaga. 

Lo scudo è così inquartato: 

i.° — dell'aquila dell' impero, per ricordare l'in- 
vestitura data a Giovanni II dall'imperatore Carlo IV 
quando scese in Italia, e da lui confermata nel 1374 
al marchese Secondotto e suoi successori, accordando 
il titolo di Vicario del Sacro Romano impero; 

2.° — della croce di Gerusalemtne, per signifi- 
care l'antico diritto al regno di Gerusalemme, già 
posseduto da un loro antenato di schiatta aleramica; 
cioè da Corrado, figlio di Guglielmo // Vecchio, noto 
per le sue imprese guerresche in Oriente; il quale 



STEMMI ED EMBLEMI SUI. LE MONETE DEL MONFERRATO 169 



nel 1190 aveva sposato Elisabetta, erede della corona 
di Gerusalemme; e, prima di Corrado, anche da suo 
fratello Guglielmo detto Lungaspada, che aveva spo- 
sato Sibilla, sorella di Baldovino 1\', e lasciò il figlio 
Baldovino V. coronato re di Gerusalemme; 

3." — dei pali di Aragona, a ricordo della dona- 
zione del regno di Maiorca, fatta da Re Giacomo di 
Aragona a sua sorella Elisabetta, quando essa andò 
sposa al marchese Giovanni li Paleologo; 

4.° — delle fascie di Sassonia, volendo rammen- 
tare la concessione fatta di quest'arma, secondo la 
leggenda, dall'imperatore Ottone I ad Aleramo loro 
antenato; 

5." — dei pesci di Bar, ritti, salienti e contrap- 
posti, per ricordare il diritto al ducato di Bar, alla 
cui successione era stato chiamato Guglielmo Vili. 
Questo diritto risaliva al matrimonio di Giovanna, 
figlia di Roberto duca di Bar (in Lorena) con Teo- 
doro II Paleologo; quando il ducato cadde in mano 
del cardinale Ludovico, questi vedendo mancare gli 
eredi, richiese a Gian Giacomo, suo ni])ote, di man- 
dargli uno dei suoi figli, che sarebbe stato poi de- 
signato erede; e fu scelto il secondogenito Guglielmo; 

6." — della Croce, accantonata da quattro /'<- 
cili od acciarini ; i quali vennero spesso, ma a torto, 
scambiati per quattro B per una grossolana rassomi- 
glianza nel modo di raflìgurarli. 

Lo stemma paleologo si trova sempre caricato 
dello scudetto aleramico. 

Quando venne a mancare la stirpe paleoioga, e 
nel dominio del Monferrato subentrò la famiglia Gon- 
zaga, questa improntò le sue monete del proprio 
stemma, che era inquartato dell'aquila imperiale. Piii 
tardi, Vincenzo I circondò lo stemma col cordone 
dell'ordine del toson d'oro. Però sulle monete che i 



170 



FLAVIO VAI ERANI 



Gonzaga coniarono a Casale, non dimenticarono gli 
stemmi dei loro predecessori; e troviamo ora lo 
stemma paleologo, caricato dello scudetto aleramico; 
ora quest'ultimo in petto all'aquila imperiale, ora l'uno 
di fianco all'altro, ora sul rovescio della moneta. E 
la presenza di questi stemmi, propri delle due stirpi, 
che precedettero i Gonzaga nel dominio, è uno dei 
caratteri più importanti per riconoscere se una mo- 
neta appartenga alla zecca di Mantova o a quella di 
Casale; distinzione che talvolta non è troppo facile 
anche per chi è provetto negli studi numismatici. 

É notevole che sulle monete del Monferrato, 
anche le più antiche, non si trovano mai nominati 
gli imperatori, come si riscontra invece in quasi tutte 
le monete delle altre zecche italiane del periodo 
medio-evale. La ragione sta in ciò, che i Paleologi, 
i quali furono i primi a batter moneta, si credettero 
in diritto di zecca, quali discendenti degli imperatori 
di Oriente; epperò non abbisognavano della conces- 
sione degli imperatori germanici; mentre i comuni 
italiani, riconoscendo questo diritto di zecca dall'im- 
pero, eran soliti di apporre il nome di quell'impera- 
tore, che primo avea loro accordata tale concessione. 
E anche allorquando i Paleologi ebbero l'investitura 
imperiale, si limitarono ad aggiungere, al proprio 
titolo marchionale, l'altro di vicario del sacro romano 
impero. 

II. 

Numerose sono le imprese e gli emblemi che cam- 
peggiano nella monetazione monferrina, tanto sotto 
il dominio paleologo, quanto sotto quello dei loro 
successori. 

Nessuno ignora che, in tutto il basso medio evo. 



STEMMI ED EMBLEMI SULLE MONETE DEL MONFERRATO I7I 

non solo i regnanti ma ogni cavaliere soleva distin- 
guersi con un'impresa personale; la quale impresa 
talvolta si cambiava, o per ragione di qualche avve- 
nimento importante, o per mutata fantasia. E quasi 
tutti i signori del Monferrato fecero mostra di mol- 
teplici imprese: eccone in breve l'elenco: 

In un grosso di Giovanni II havvi un guerriero 
a cavallo, armato, che tiene con una mano lo scudo 
aleramico, e coll-'altra imbrandisce una spada; a si- 
gnificare la sua vita agitata, trascorsa in continue 
imprese guerresche. 

\J Agnello pasquale è l'impresa adottata, sopra 
una moneta sola {i^rosso), da Teodoro II. L'agnello 
è in posizione passante ; stringe nella zampa destra 
un'asta terminata in croce, con l)anderuoIa; ed 
havvi la leggenda: A&NVS DEI QVI TOLLIT PECCATA 
MVNDI. Quest'impresa non ha altro scopo che di ma- 
nifestare i sentimenti religiosi del marchese; e non 
può avere il significato che dall'araldica è attribuito 
all'agnello, cioè d'innocenza e mansuetudine; ciò sa- 
rebbe smentito dalla vita di Teodoro, spesa, come 
quella del padre suo, in continue guerre. 

IJedera, abbracciata ad un tronco d'albero, è rap- 
presentata sulle poche monete che si hanno di Gian 
Giacomo. Essa è simbolo di amicizia inalterabile, e 
sempre viva; benché, a dir vero, questo si accordi 
poco cogli eventi, che funestarono i giorni di questo 
marchese, spinto dalle necessità politiche a cangiar 
soventi volte le sue alleanze, e ad essere ora in 
guerra ora in pace coi suoi vicini, più potenti di lui. 
i Savoia ed i Visconti. Questo varrebbe a confermare 
il fatto — se pure avesse bisogno di conferma — che 
nella scelta dell'impresa si ubbidiva piuttosto al ca- 
priccio del momento, che ad un concetto vero, come 
a guida delle proprie azioni. Epperò, quando non 
soccorrono i dati storici, l'interpretazione delle im- 



172 FLAVIO VALERANI 



prese o dei motti riesce arbitraria, e spesso fallace; 
potendo ravvisarvi intenzioni e significati, quali non 
ebbero in mente coloro che ne erano stati gli autori. 

il Cervo, che nel linguaggio araldico accenna a 
nobiltà antica e generosa, non comincia ad apparire 
che sopra alcuni pezzi di Guglielmo IX; poi sopra 
altri di Gian Giorgio, ed anche in un doppio grosso 
di Carlo V. Esso porta sempre sul petto lo scudetto 
aleramico, I Gonzaga si compiacquero pure dell'im- 
presa del cervo, modificandone però l'atteggiamento, 
cioè figurandolo in atto di correre, mentre sulle mo- 
nete dei Paleologi esso è sempre accovacciato sopra 
un letto di vimini (■'. 

Il semprevivo è un'impresa particolare del solo 
Guglielmo IX. Questo marchese, che, nella breve sua 
vita, die tanto lavoro alla zecca e coniò così splen- 
dide monete, adottò questo emblema sopra alcuni 
pezzi monetari, forse per accennare alla sua fede co- 
stante nelle alleanze e nelle amicizie. Dico /orse, per- 
chè anche qui manca il motto, che, nelle imprese 
complete, accompagna la figura, e coadiuva a farne 
l'interpretazione. In quasi tutte le monete di questo 



(i) La scelta del cervo risaliva però sino ai primi aleramidi; e già 
abbiamo notato che lo scudo di quei marchesi era completato col ci- 
miero fatto di due corna di cervo. In tutti i loro successori continuò 
questa predilezione; tanto che alcuni cervi erano mantenuti chiusi nelle 
fosse che circondavano la città di Casale. Vincenzo I, avendo notato 
che queste povere bestie, avvezze alla vita libera, soffrivano nella pri- 
gionia cittadina, li pose in libertà; sperando che, annidati nei boschi 
presso la città ed i paesi circonvicini, potessero meglio prosperare e 
moltiplicarsi ; e minacciava in pari tempo severissime pene a coloro 
che in qualsiasi modo li molestassero, sia mettendoli in fuga, o dando 
loro la caccia o uccidendoli. " Le pene a ciascun contravveniente saranno 
arbitrate da Noi ; e vogliamo che secondo la qualità della disobbedienza 
e delle persone, si possano estendere non solo alla confìscationt dei beni 
e ad ogni pena corporale, ma anche alla pena della morte „ (L'editto ha 
la data : Casale, 21 giugno 1601 ; sottoscr. Fabio Gonzaga. V. Guido 
Avellani). 



SIEMMI ED EMBLEMI SULLE MONtTE DEL MONFEHRAIO I73 



primo periodo della zecca, l'impresa è di solo corpo, 
senza Vanima, per usare il linguaggio del Giovio e 
del Ruscelli. Al contrario sulle monete dei due secoli 
posteriori il motto non manca mai; e in qualche caso 
trovasi anche senza figura. 

Frequente è VAgtiila, simbolo della potenza e 
della vittoria; cosi comune in tante altre zecche ita- 
liane e straniere. Essa è ad una testa sola sopra un 
quarto di grosso di Giovanni II; e a due teste sulle 
monete de' suoi successori. Trovasi sempre sotto la 
forma araldica, ben differente, come è noto, dalla 
forma naturale di quest'uccello rapace ; cioè ad ali 
spiegate, di prospetto, colla testa volta di fianco, il 
rostro incurvato, la lingua sporgente, le zampe di- 
varicate, e gli artigli aperti. Anch'essa e sempre ca- 
ricata dello scudetto di Monferrato: e figura anche 
su qualche pezzo dei Gonzaga. 

Sopra moltissime monete delle due stirpi domi- 
nanti riscontrasi la Croce; simbolo di fede e di pietà 
religiosa: fede e pietà che non mancavano mai, anche 
nei tempi della più efferata barbarie: e quando man- 
cavano, si ostentava di esserne dotati : per modo che 
la croce campeggia sopra moltissime zecche italiane 
e straniere di tutti i tempi. Nella monetazione mon- 
ferratese la croce si presenta in parecchie delle tante 
forme, colle quali è conosciuta nell'araldica: ora sem- 
plice, ora ornata, fiorita, filettata, patente, gigliata, 
potenziata, di Gerusalemme, ecc. E numerose sono 
pure le leggende che accompagnano questo simbolo : 

ADORAMVS TVAM C(ritcem) sopra parecchi rolabassi, 
quarti, forti e bianclietti. 

SVB TVVM PR/ESIDIVM, nei grosso di Bonifacio, nel 
mezzo grosso di Guglielmo IX, ecc. 

IN HOC SI&NO VINCES, in un grossclto di Gian 
Giorgio. 



174 FLAVIO X'ALKKAM 



IN HOC SIGNO EJICIAS D>tMONIA sullo SCudo d'oro 
di Margherita e Francesco, e su quello di Margherita 
e Guglielmo. Invece sugli scudi d'oro dei tre ultimi 
Paleologi la croce era accompagnata dalla leggenda 
solita degli scuti del sole di Francia, sul cui tipo 
erano coniati : cioè XPS VINCIT, XPS REGNAI, XPS 
IMPERAI. 

QVI NON COLLIGII MECVM DISPERGII, SuUo SCUdo 
d'oro di Guglielmo Gonzaga. 

CRVX CHRISII SALVS NOSIRA leggesi sul bianco' à\ 
Margherita Paleologa, e su quello di Guglielmo 
Gonzaga. 

IN DEO SPES MEA sul quarto di Guglielmo. 

Tutte queste leggende non sono esclusive della 
monetazione casalese; e molte di esse sogliono ac- 
compagnare la croce sulle monete di parecchie altre 
zecche d'Italia e dell'estero. 

III. 

Alcuni emblemi della famiglia Gonzaga figurano 
già sulle monete della zecca di Mantova, prima che 
a questa famiglia toccasse in eredità il dominio del 
Monferrato. Così vediamo frequentemente raffigurato 
il Monte Oliììipo col motto FIDES, che gli sta sopra: 
notissima impresa che si compose Federico II fin da 
quando succedette, nel 1519, al padre; e che si ri- 
scontra in tante monete mantovane, e poi su quelle 
di Casale. È un monte ornato di alberi, con un'ara 
sulla vetta, coronata dalla parola FIDES; e in esso si 
volle ravvisare il superbo significato simbolico della 
favola mitologica intorno a questo monte, soggiorno 
di Giove. 

Frequente del pari vediamo il Crogiuolo ardente, 
ripieno di verghe d'oro, col biblico motto PROBASII 



STEMMI ED EMBLEMI SULLE MONETE DEL MONFERRATO I75 

ME DOMINE ET COGNOVISTI ; impresa adottata dal duca 
di Mantova Francesco II, dopo la battaglia di For- 
novo (1495) nella quale egli ebbe tanta parte. Se- 
condo la testimonianza del Giovio, egli avrebbe adot- 
tato questa impresa in occasione dei sospetti che su 
lui gravavano, per la sua condotta in quella famosa 
battaglia quale generalissimo della Lega, e quale spe- 
ciale condottiero delle forze venete. Siccome egli potè 
giustificarsi delle accuse, così immaginò, a ricordanza 
della sua innocenza, l'impresa di un crogiuolo in 
mezzo alle fiamme, in cui si fa una prova decisiva 
della bontà e finezza del vaso e delle verghe d'oro 
in esso contenute: e il motto che l'accompagna, viene 
a confermare il suo significato simbolico. 

\J Aquila ad una testa sola, sia sul rovescio della 
moneta, sia nello stemma inquartato, è l'aquila del- 
l'impero; perchè dall'impero riconoscevano i Gonzaga 
l'autorità di cui erano rivestiti. 

Il Delfino, ricurvo e incoronato, non si osserva 
che sopra alcune monetine di Guglielmo X che egli 
volle coniare ad imitazione dei Harris del Delfinato. 

Anche la Giustizia, in piedi, colla spada in una 
mano e la bilancia nell'altra, e colla leggenda: CVIQVE 
SVVM, non si nota che sulla lira, o terzo di scudo di 
Guglielmo Gonzaga; moneta coniata quando egli 
adottò il nuovo sistema monetario emesso dal suo 
vicino Emanuele Filiberto. La Giustizia è raffigurata 
tanto sulle lire coniate quando egli era ancora mar- 
chese di Monferrato, quanto dopo ch'egli ebbe otte- 
nuto il titolo di Duca, cioè dopo il 1574. Ma se v'ha 
un'impresa che poco convenisse a questo duca, è 
appunto questa della giustizia; perchè ognuno ricorda 
quanto poca giustizia egli usasse verso i cittadini di 
Casale, allorché col terrore e colle scellerate ucci- 
sioni, spoglio completamente la città de' suoi statuti 
e privilegi, sottoponendola per intiero al suo disjìo- 
tismo. 



176 FLAVIO VALERANI 



L'impresa del Cervo, che, come già dissi, cam- 
peggia sulle monete degli ultimi Paleologi, trovasi 
pure su quelle dei Gonzaga; e nel medesimo atteg- 
giamento, cioè accovacciato, è solo in due quattrini 
di Margherita e di Guglielmo. Più tardi lo vediamo 
sulla mezza lira dei medesimi, ancora in istato di ri- 
poso, ma tenendo in bocca una vipera per metà di- 
vorata, col motto SIC REPAROR; volendo così manife- 
stare il modo con cui essi sapevano distruggere i 
nemici, che tanto li avevano molestati colla guerra 
nei loro possedimenti. 

Anche su parecchi altri pezzi del duca Ferdi- 
nando, e di Carlo II (Gonzaga-Nevers) vediamo l'im- 
presa del cervo, ma in altro atteggiamento; esso è 
corrente verso una fonte, da cui zampilla l'acqua, 
col motto biblico: ITA ANIMA MEA AD TE DEVS; sottin- 
tendendo: ut cerviis acì fontem. 

Il Sole si osserva su qualche moneta di Ferdi- 
nando e di Carlo II ; ed è sempre rappresentato al 
solito modo araldico, cioè a forma del volto umano, 
contornato da sedici raggi fiammeggianti. L'impresa 
è completata dal motto NON MVTVATA LVCE; ed è sim- 
bolo superbo di grandezza e di nobiltà illustre. Essa 
era speciale della zecca mantovana; tuttavia i duchi 
sopra mentovati vollero pure estenderla ad alcune 
monetine della zecca casalese. 

Non voglionsi dimenticare alcune altre leggende, 
benché non accompagnate da figura; imprese senza 
corpo. La più notevole è quella scritta sul rovescio 
della lira, ove sono effigiati la madre Margherita 
Paleologa e il figlio Guglielmo addossati : NON IM- 
PROVIDIS, entro una ghirlanda, per accennare che i 
nemici non li avrebbero mai colti alla sprovvista e 
impreparati. 



STEMMI ED EMBLEMI SULLE MONETE DEL MONFERRATO I77 

IV. 

Per ultimo sono da ricordare le figure e le leg- 
eende delle monete ossidionali. 

Nel corso della guerra per la successione del 
Monferrato, Casale dovette sottostare a due assedii, 
nei quali furono coniate monete di necessità. Nel 
primo assedio, che durò a lungo (1628-29), non fu- 
rono battuti che due pezzi, cioè lo scudo e il mezzo 
scudo. Portano entrambi lo stemma dei Gonzaga, 
inquartato dell'aquila e caricato dello stemma paleo- 
logo; e nel campo del rovescio havvi una targa su 
cui sta scritto: CASALIS IN OBSID- INIVSTA; qucH'lNIVSTA 
è la solita protesta delle città assediate contro gli 
assedianti: non hav\'i però alcun emblema. 

Al contrario sono ricche di figure simboliche le 
cinque monete battute col bronzo dei cannoni, du- 
rante il secondo assedio, quello cioè del 1630. La 
prima moneta, col valore convenzionale di venti fio- 
rini, portava sul diritto lo scudo di Francia coi tre 
gigli, essendo la città difesa dai francesi; e colla 
leggenda: FLORESCAM INSTAR HORVM ; e sul rovescio 
le due figure femminili della giustizia e della forza, 
colla scritta: HIS DVCIBVS OMNIA DOMANTVR; e in basso 
TOIRACE CLIPEO. L'allusione è manifesta; ciue: " avendo 
la ragione e la forza vinceremo, sotto l'usbergo del 
maresciallo Toyras » il quale a\e\a il comando nella 
citlà assediata. 

Nella seconda moneta, del valore di dieci fiorini. 
il solito scudo francese è circondato dalla leggenda 
HORVM AVXILIO NON OPPRIMAR ; cioè Cull'aiuto di questi 
gigli, ossia della Francia, non sarò battuta. Nel ro- 
vescio havvi la pianta della cittadella di Cas;de, e 
nell'interno una donna seduta colla corona e con una 
palma nella mano destra: e intorno il motto: TENTATA 
SED INCORRVPTA. La palma, emblema della vitt<jria. 



23 



l'^S FLAVIO VALERANl 



con la bella iscrizione, era giustificata dal fatto, che 
la forte cittadella non era mai stata presa, malgrado 
i tentativi nemici. 

In tutte queste monete l'impresa è sempre par- 
lante; e si accenna sempre ai gigli di Francia. Così 
nella terza, del valore di cinque fiorini, leggesi: VOS 
CANDIDI ME PVRAM (sottintendi SERVATE) attorno allo 
scudo dei tre gigli. Nel rovescio: NEC Vi NEC FRAVDE 
e nel campo una sirena ed un trofeo d'armi; il si- 
gnificato è chiaro: « non sarò presa ne colla forza 
(le armi) ne coli' inganno (la sirena) ». 

Le due ultime sono piccole monetine del valore di 
tre grossi, con leggiera differenza nell'una dall'altra; 
e portano intorno allo scudo coronato e gigliato HIS 
FAVENTIBVS 1630; e nel rovescio: OPPRESSA BIS EXALTOR 
intorno ad uno scudetto accartocciato, entro cui stanno 
due palme addossate e coronate, con sotto la lettera 
C (Casale). Le due "palme e la leggenda accennano 
ai due assedii valorosamente sostenuti dalla città nel 
breve periodo di due anni. 

Tanto sfoggio di figure simboliche sopra monete 
di valore puramente convenzionale, non deve recar 
meraviglia, quando si rammenti che ciò era un por- 
tato di quel secolo. Le menti si torturavano alla ri- 
cerca di simboli, talvolta oscuri ed arcani, per espri- 
mere i loro concetti; e se ne faceva pompa dapper- 
tutto. Quest' usanza, già tanto diffusa nel secolo 
precedente, erasi perpetuata nel seicento. E in tempo 
d'assedio tutti questi simboli figurati erano una specie 
di sfida ai nemici; suonavano tutti: « avete un bel 
fare, ma non riuscirete a vincere, né a prendere la 
città assediata ». 

Flavio Valerani. 



MONETE ITALIAMÌ INEDITE 

DEELA RACCOETA PAPADOPOEI 
(Appendice II al N. 1) 



11 desiderio di far conoscere tre pezzi della mia 
raccolta, tutti e tre a mio credere assai interessanti 
per ragioni diverse, e cioè l'uno ]xt il suo valore 
rilevante, l'altro per la sua forma, e il terzo per es- 
sere la prova in metallo nobile di una moneta di 
mistura che non fu emessa, mi obbliga a parlare di 
quella eccezionale monetazione veneziana che com- 
prende i multipli dello zecchino e i pezzi d'oro bat- 
tuti con gli stampi delle monete d'argento. Veramente 
si sa ben poco intorno a queste monete che ordina- 
riamente si dicono emesse per conto di privati o per 
capriccio. Non ho perduto la speranza che le ricerche 
da me istituite negli Archivi pubblici relativamente 
all'ultimo periodo della zecca veneta nei secoli XVII 
e XVIII, fruttino qualche documento sconosciuto che 
mi permetta di dire qualche cosa di più sulla origine 
e destinazione di esse, intanto però devo forzatamente 
limitarmi a quel poco che si sa e a quello che risulta 
dagli esemplari conosciuti. Ne questo sarà lavoro del 
tutto inutile specialmente se servirà a indurre quelli 
che possiedono pezzi appartenenti a queste categorie 
a comunicarmi descrizioni e impronti, onde l'opera 



l8o N. PAPADOPOLI-ALDOBRANDINl 

da me intrapresa riesca completa il più possibile nel 
vantaggio comune degli studiosi. 

L'origine di questa monetazione si fa risalire al 
i6to e si considera come una conseguenza del de- 
creto emesso dal Senato, in data 12 febbraio 1609, 
more veneto, ossia t6io. Con questo, allo scopo di 
richiamare alla zecca veneta le correnti dell'argento 
da monetare che, per le nuove condizioni create al 
mercato europeo dal monopolio spagnuolo delle mi- 
niere americane, divenivano sempre più tenui, era 
data facoltà a quanti portavano argenti in zecca di 
farlo coniare non in una specie determinata di mo- 
nete, ma bensì in quella specie che fosse di loro 
maggior gradimento, purché del peso e della lega 
stabilita per le varie qualità di moneta fina che al- 
lora si emetteva. Stando alla lettera del decreto, non 
si potrebbe legittimamente derivare da esso la facoltà 
di coniare speciali pezzi d'oro: ma lo Zon, acuto stu- 
dioso della numismatica veneziana, collega insieme i 
due fatti ">, e il suo parere ha un certo valore, pen- 
sando che egli visse in tempi ne' quali si manteneva 
ancora la tradizione dell'ultimo periodo della Repub- 
blica veneta. Si può quindi ritenere che, o il decreto 
in parola fu interpretato assai largamente, o ad esso 
seguirono altre concessioni, generali o parziali, rela- 
tive alla monetazione aurea, divenute poi consuetudine. 

Questa opinione intanto trova conferma nel fatto 
che il primo pezzo multiplo dello zecchino finora co- 
nosciuto è quello di Leonardo Dona che esiste nella 
mia raccolta <2) e di cui presento il disegno; il primo, 



(i) Cenni islorici intorno alla moneta veneziana di A. Z. (Estratti 
dall'opera: Venezia e le sue las:nne). Venezia, 1847, in-8, pagg. 5859. 

(2) Nicolò Papadoi'oli : Monete inedite della zecca veneziana. Vene- 
zia, i88i, Ì11-4, png. 14. 



MONKTE italiani; INEDITE 



i8i 



perchè il doppio zecchino di Alvise I Mocenigo, oltre 
al non appartenere a questa categoria, fu una sem- 
plice prova che non ebbe seguito <■'. Questo pezzo 
pesa esattamente gr. 52,16; corrisponde quindi al- 
l'incirca a quindici volte il peso dello zecchino che 
era di gr. 3,494. Il conio con cui fu battuto è iden- 
tico a quello dello zecchino d'argento di cui porta 
ancora le sigle del massaro F • S ■. che rispondono al 
nome di Fantino Soranzo, il quale tenne quell'ullicio 




'^ 







poco dopo la pubblicazione del decreto di cui ab- 
biamo parlato. Fin da questo primo esempio noi pos- 
siamo constatare che il peso di questi eccezionali 
pezzi d'oro era esattamente divisibile per il peso dello 
zecchino, e che per essi si adoperarono i coni del- 
l'argento, zecchino, giustina, scudo e rispettive fra- 
zioni, senza nemmeno occuparsi di toglierne le ini- 
ziali dei massari e le indicazioni del valore. A questo 
primo (2) e finora unico esemplare di Leonardo Dona, 
seguono pezzi da due e da cinque zecchini battuti 



(1) Cfr.: Le iiioiie/e di l/enezia discntle ed illu^tritle da Nicolò [^a- 
i'Adopoli-Aldobrandini: Parte II. Venezia, 1907, in-4, pag. 312. 

(2) Il I-AZAKi nelle sue schede rìcurfla nn pezzo da sei zecchini di 
Leonardo Dona, però senza darne la descrizione e senza dire ntniiiieno 
dove esiste. 



l82 



N. PAPADOl'OLI-ALDOBK ANDINI 



sotto il doge Antonio Friuli con coni piccoli e spe- 
ciali, mentre sotto il doge Nicolò Contarini troviamo 
adoperato di nuovo, come sotto il Dona, il conio dello 
zecchino d'argento e frazioni per battere pezzi d'oro 
di diverso valore. 

Il Museo Bottacin di Padova e il Gabinetto Im- 
periale di Vienna possiedono di questo doge pezzi 
del peso di venti zecchini battuti col conio dello 
zecchino intero d'argento; io ne possiedo tre del ri- 




spettivo peso di quindici, dieci e cinque zecchini battuti 
con quello del mezzo zecchino d'argento, finalmente il 
Musco Civico di Trieste ha l'ottavo dello zecchino 
d'argento battuto in oro col peso di tre zecchini. In 
tutti questi pezzi, come può vedersi dalla riprodu- 
zione di uno di quelli della mia raccolta, le sigle dei 
massari, che a quei tempi si trovano soltanto sulle 
monete d'argento e che, come vedemmo, vennero la- 
sciate intatte nel pezzo d'oro di Leonardo Dona, fu- 
rono cancellate con la sovrapposizione di rosette o 
stelle, non però così completamente da non veder- 
sene le traccie. Forse con questo ripiego si volle 
ovviare al pericolo che qualche male intenzionato 
potesse, dorandoli, far passare per oro anche i pezzi 
d'argento. Sia per questo motivo, sia per essere ve- 
nuti a mancare i coni degli zecchini d'argento la cui 



MONKTE ITALIANE INEDITE 183 

emissione si arresta al dogato di Nicolò Contarini, 
sta in fatto che d'ora in avanti, senza tralasciare di 
usare gli stampi delle monete d'argento e più rara- 
mente anche quelli di qualche moneta di mistura per 
battere pezzi d'oro, si fabbricano coni speciali per i 
multipli dello zecchino con la figurazione identica 
dello zecchino semplice. Stante l'assoluta mancanza 
<di documenti in proposito, non si può oggi stabilire 
quali fossero le ragioni della emissione di queste ec- 
cezionali monete: se avvenne cioè per conto del go- 
verno o dei privati, se per la ordinaria circolazione 
o per circostanze speciali di ricompense o donativi; 
ma l'essersi fabbricati dei coni appositi per farle, 
dimostra che esse non erano un semplice capriccio, 
ma rispondevano a una data funzione, che noi pos- 
siamo spiegare e collegare col fatto verificatosi fino 
a tempi a noi vicini che le monete d'oro, special- 
mente gli zecchini, si ricevevano nei pagamenti a 
peso e non a numero: d'altronde le quantità emesse 
non dovevano essere tanto piccole se, non ostante 
l'evidente vantaggio di demonetizzarli anche per usi 
industriali, parecchi esemplari giunsero fino a noi. 

Questi coni speciali cominciano col doge Fran- 
cesco Molin e si ripetono quasi contantemente fino 
all'ultimo, Lodovico Manin. Essi sono di due gran- 
dezze; l'una di mm. 52 all'incirca serviva per i pezzi 
dj peso inferiore, l'altra di circa mm. 75 per quelli 
di peso massimo dai cinquanta ai cento zecchini. Di 
questo conio grande non si conosceva fino ad oggi 
che quello del doge Lodovico Manin conservato nel 
Museo Archeologico di San Marco insieme con gli 
altri coni di quest'ultimo doge che non furono spez- 
zati com'era costume: un esemplare del peso di cento 
zecchini stam[)ato con questo conio esiste nel Museo 
Britannico a Londra, e un altro del peso di cinquanta 
nel Museo Civico e Correr di Venezia. Oltre a ciò 



184 



N. PAPADOPOLI-ALDOBRANDINI 



io possiedo l'impronta, di cui non ricordo la prove- 
nienza, del conio grande di Paolo Renier, dei quale, 
per conseguenza, deve esistere in qualche luogo la 
moneta corrispondente non so di qual peso e valore. 
11 terzo conio grande, finora ignorato da tutti, è 
quello che ho il piacere di presentare qui disegnato 
dall'esemplare che possiedo e di cui ecco la descri- 
zione : 




f^ — S. Marco in piedi sopra due gradini tiene il Vangelo 
con la sinistra e con la destra benedice il doge 
genuflesso davanti a lui sopra un cuscino; il doge 
regge con la sinistra un'asta che ha in cima una 
croce trifogliata e tiene la destra sul petto. Dietro 
al doge ALOYSIVS * MOCENICO *, lungo l'asta 
DVX, dietio al Santo S * M * VENETVS * in 
colonna. 

9—11 Redentore in piedi di fronte con raggi attorno al 
capo, benedice con la destra e tiene il globo cru- 
cigero nella sinistra, entro un'aureola elittica adorna 
di diciotto stelle a sei punte, otto per parte, una 



MONETE ITALIANE INEDITE 



185 



sopra il capo e una sotto i piedi. Nel giro: SIT 'ft 
T * XPE * DAT * Q * TV REGIS * 

ISTE * DVCATVS *. 

Oro, titolo loco (24 carati di fino), peso gr. 349,5 (peso esatto di 
cento zecchini), diametro nim. 76. 




Non ho dati precisi per stabilire a quale dei tre 
dogi che col nome di Alvise Aloceiiigo regnarono 
negli ultimi tempi, appartenga. Per il lavoro, 'per la 
forma delle lettere e delle stelle e rosette, io pro- 
penderei a ritenerlo di Alvise III Mocenigo (1722- 
1732), sebbene il cuscino posto sotto le ginocchia del 
doge non apparisca che nei pezzi degli ultimi due 
dogi, e ciò può far sospettare che questo appartenga 
ad Alvise IV Mocenigo. il quale li precede imme- 
diatamente. E rimarchevole come questo e mi altro 
pezzo di diametro minore pure esistente nella mia 
raccolta col nome di Alvise Mocenigo, del i~>eso di 
cinquanta /cechini, abbiano il cuscino, siano mancanti 
della rosetta sotto la parola DVX, e il doge vi sia ef- 



l86 N. PAPADOPOLI-AI.DOBRANDIM 

fìgiato senza barba; mentre in tutti gli altri pezzi 
grandi che io conosco, i dogi sono effigiati con la 
barba anche quando non si costumava più di por- 
tarla, e sotto la X della i)arola DVX si trova una ro- 
setta o una stella. Per me è certo che i due pezzi 
appartengono allo stesso principe; il minore, che io 
possiedo da lungo tempo, venne da me attribuito ad 
Alvise III Mocenigo per le affinità che presenta in 
tutte le sue caratteristiche con quelli dei dogi più 
vicini. 

Il secondo pezzo è notevole per la sua forma 
quadrilatera. Quésta forma che si ripete con qualche 
frequenza nella monetazione germanica, è rarissima 
in quella italiana e speciailmente in quella veneziana. 
Feci conoscere altra volta la liretta di Marc'Antonio 
Giustinian battuta in oro di forma quadrata ('); dello 
stesso doge al Museo Civico e Correr c'è anche 
l'osella dell'anno primo battuta in oro con la stessa 
forma. Il pezzo che ora pubblico è il terzo che si 
conosca della serie veneziana. Si tratta di un multi- 
plo di zecchino del doge Giovanni II Corner (1709- 
1722), battuto con conio identico a quello con cui 
furono battuti altri multipli nella ordinaria forma 
rotonda. 

^ — San Marco in piedi tiene il Vangelo con la sinistra 
e benedice con la destra il doge genuflesso da- 
vanti a lui che tiene la destra sul petto e regge 
con la sinistra una croce in asta: dietro il doge 
IOAN •¥ CORNEL *, lungo l'asta DVX *, dietro il 
santo S • M • VENETVS in colonna. 

9* — Il Redentore in piedi di fronte benedice con la de- 
stra e tiene il globo crucigero nella sinistra, entro 



(i) Monete inedite, rie, op. cit., pag. 14. 



MONtTK ITALIANE INEDlTli 



187 



un' aureola elittica con venti stelle a sei punte, 
nove per parte, una sopra la testa e una sotto i 
piedi. Nel giro SIT '♦^ T * XPE * DAT =*^ Q * 
TV * * REGIS * ISTE * DVCAT *■ 





Oro, titolo 1000 (carati 24 di tìii i|, peso gr. 115,1 (trentatre zec- 
chini), diametro nini. 52, lato maggiore del quadrilatero inni. 53,5. 



N. PAPADOPOLI-ALDOBRANDINI 



Viene ultimo un piccolo pezzo d'oro del doge 
Lodovico Manin battuto col conio del mezzo soldo 
o mezzo marchette. 





^ — Il Doge inginocchiato davanti al leone alato andante 
a destra tiene con la mano sinistra un'asta con 
banderuola e croce: nel giro entro doppio cerchio 
di perline * S • M • V • LODO ■ MANI • esergo * 6 *. 

F$ — Il Redentore in piedi di fronte con libro nella sini- 
stra: nel giro entro doppio cerchio di perline 
• DEFENS • • NOSTER •. 

Oro, titolo looo (carati 24 di fino), peso gr. 1,705 (peso del mezzo 
zecchino), diametro mm. 20. 



Il Padovan (1) nota come raro il pezzo corrispon- 
dente in mistura, ma è un fatto che esso invece non 
si trova in nessuna delle raccolte pubbliche e private 
da me vedute, e nessuno dei raccoglitori e negozianti 
da me conosciuti l'ha mai avuto per le mani: quindi 
non raro deve giudicarsi ma addirittura inesistente. 
Questa è senza dubbio la prova di un conio che non 
fu mai messo in opera. Avrei voluto accertarmi se 
esso si trova con gli altri di Lodovico Manin nel 
R. Museo Archeologico di San Marco, ma, mi duole 
il dirlo, non mi è stato possibile. Perchè, sebbene 
sembri inverosimile, pure da oltre due anni, non 
ostante le premure fatte da me e da altri, le raccolte 
di quel Museo sono inaccessibili e non se ne può 



(i) La Nummografia veneziana. Venezia, 1877, in-8, pag. 72. 



MONETE ITALIANE INEDITE 



189 



vedere se non quel tanto che apparisce attraverso i 
cristalli delle vetrine. Sarebbe ora, mi pare, di por 
fine a uno stato di cose veramente indecoroso, e che, 
invece di fare la voce grossa per ogni oggetto che 
cambia di proprietario e di correr dietro ai pretesi 
capilavori che vanno all'estero, si provvedesse a far 
sì che gli studiosi potessero almeno giovarsi del 
ricco patrimonio che possediamo. 



N. Papadopoli-Ai.dgbkandini. 



190 



N. l'APADOPOLI-ALDOBR ANDINI 



NOTA dei MULTIPLI dello ZECCHINO VENEZIANO 

finora conosciuti 



Nomi dei Dogi 



Leonardo Dona 

Antonio Friuli 
Nicolò Centanni 

Francesco Molin 

Francesco Morosini 
Silvestro Valier 
Alvise II Mocenigo 
Giovanni II Corner 
Alvise III Mocenigo 

Carlo Ruzzini 
Alvise Pisani 

Pietro Grimani 

Alvise IV Mocenigo 

Paolo Renier 

Lodovico Manin 



Indicazione dei valori e dei coni 



da 15 zecchini, conio dello zecchino 
d'argento. 

da 5 zecchini, conio speciale piccolo. 

da 20, 15, IO, 5 e 3 zecchini, coni 
dello zecchino d'argento e spezzati. 

da 50 (?), 20, 16, 12, IO e 7 zecchini, 
conio speciale. 

da 8 (?) e da 6 zecchini, conio speciale. 

da 15, i2{?) e IO zecc, conio speciale. 

da IO zecchini, conio speciale. 

da 33, 15, 12 e IO zecc, conio speciale. 

da 100 (?), 50 (?), IO e 4 zecchini, coni 
speciali di due dimensioni. 

da 3 zecchini, conio speciale. 

da 40, 30 e 24 (?) zecchini, conio spe- 
ciale. 

da 28, 22, 15 e IO zecchini, conio 
speciale. 

da 100 (?), 50 (?), 18 e IO zecchini, 
coni speciali di due dimensioni. 

da 50 (?), 40, 24, 20, 18, IO e 8 (?) 
zecchini, coni speciali di due di- 
mensioni. 

da 100, 50, 20 e IO zecchini, coni 
speciali di due dimensioni. 



Si sono omessi i doppi zecciiini, i multipli coniati con gli stampi 
dello zecchino semplice, e in generale tutti i pezzi battuti in oro con i 
coni delle monete d'argento di mistura e di rame. 

Quelli che possedessero o conoscessero altri pezzi diversi 
da quelli qui notati, mi faranno cosa assai gradita dando- 
mene notizia. 



NOTE 
SUR LA GLUVRE DE MILAN 




Tout le monde connait la guivre, la biscia, qui 
constitue les armoiries de l'illustre famille des Vi- 
sconti de Milan et qui paralt sur de nombreuses 
monnaies de Milan , pendant les XIV", XV' et 
XVP siècles. Farmi ces monnaies, la place d'hon- 
neur revient sans conteste au beau florin de Ga- 
leazzo II et de Barnabò Visconti (1354-1378) ">. Le 
gros des mémes princes est aussi trcs digne d'at- 
tention. 

Quelle est l'origine de la guivre ? Laissons de 
còte la legende d'après laquelle Uberto Visconti 
aurait tue, dans les environs de Milan, un dragon, 
qui était la terreur du pays '2). C'est une legende. 



(1) F. et E. Gnecchi : Le moiie/e di Milano, 1884, pag. 37, pi. VI, 8; 
Catalogue de la vente de la Colleclion Gnecchi (Fraiicfort-s.-M., 1902), 
n. 2623. Cette pièce porte des Icgendes remarquables, qui coniniencent 
par le mot ci>neriu(in), relatif au ciinier des écussons, compose d'une 
guivre à tòte de dragon. Le mot cimeritim paraìt aussi dans les ancicns 
statuts de Mantoue (Du Gange, Gloss., s. v.). 

(2) F. et K. G.NEccHi: Op. ci/., pag. LXVIH. 



192 ADRIEN BLANCHEt 



frequente dans de nombreuses contrées et qui se 
rattache à l'histoire de saint Georges, apparentce 
elle-mème au mythe d'Horus (''. 

Nous ne nous arréterons pas non plus au fait 
que le bàton pastoral d'Ardengo Visconti, abbé du 
monastère de Saint-Ambroise, en 1226, était orné 
de vipères d'ivoire '^). Car on sait que beaucoup de 
crosses du moyen age sont ornées de serpents, mo- 
tifs de décoration fréquents dans l'art roman. 

Non seulement les auteurs ne sont pas d'accord 
sur l'origine de la guivre, mais les opinions sont 
divergentes, mème lorsqu'il s'agit de décrire le 
monstre. 

Ainsi, pour André Alciat, l'enfant est naissant 
par la gueule du serpent. Cet auteur dit qu'Othon, 
vicomte de Milan, ayant pris et tue un Sarrasin, en 
Asie, choisit comme emblcme de sa victoire le casque 
de l'infidèle où l'on voyait comme cimier une vipere 
vomissant un enfant, couvert de sang, qui naissait ^3\ 



(i) Cu. Clermont-Ganneau : Horiis et Saint Georges, 1877. 

(2) F. et E. Gnecchi : Op. cit., pag. l.XIX. On dit aussi qu'Othon 
Visconti, vers 1270, fit sculpter son écusson sur la porte du palais ar- 
chiépiscopal de Legnano et que cet ornement différait des armoiries 
postérieures en ce que l'enfant tenait une flèche de la main droite et un 
niasque de la gauche (F. et E. Gnecchi : Ibid.). C'était sans doute une 
fantaisie d'artiste, qui ne saurait jeter aucune lumière sur l'origine 
niC'iiie de la guivre. Retenons seulement que le serpent de Milan était 
déjà connu à l'epoque où Dante écrivait (Purga/otre, eh. Vili). 

(3) Andrea' A/ciati de Singulari certamine tiber, Lyon, 1545, pag. 8r: 
" ... galese ornamento privavit, idq. gentilitiis insignibus suis addidit, hoc 
" est vipera vix natum & adhuc manantem sanguine infantem ore evo- 
" niens „. On retrouve la mème idée dans un autre ouvrage du mème 
auteur {Andrea' Alciati einhlematiim libe/his, Paris, 1536, pag. 5), ;i propos 
de reniblòme des arnies de Milan, dédié au due Maxiniilieu : 

Exiliens infans sinuosi e faiicibus angiiis 
Est gentilitiis nobile stemma tuis. 
Ore exit, tradunt sic quosdam enitier angnes, 
An quia sic Pallas de capite orla Jovis ? 

CtV, l'cdition d'Anvers, 1574, pag. 3740. 



NOTE SUR LA GUIVRE DE MILAN I93 



Et Alciat ajoute quc cet emblème était celui 
d'Alexandre le Grand, car on le voyait sur les vieilles 
monnaies de ce roi, qui se disait issu de Jupiter. 

Paul Jove raconte à peu prcs la nicme legende; 
mais il est d'avis quc l'enfant est dévoré par le 
serpent ''"). 

Palliot, tout en disant que l'opinion de Paul 
Jove est plus croyablc que cello d'xMciat, reste in- 
certain, parce qu'il n'est pas éloigné d'admettre, avec 
Pline et Solin, qu'en Asie, " il y a une espèce de 
« serpens qui font leurs petis par la bouche, commc 
« l'oyseau Ibis enfante les siens et coni me Jupiter 
« enfanta la prudente Minerve » i^'. 
' Pétrarque s'était fait l'écho d'une autre tradition 
d'aprcs laquelle Azzo, qui devint plus tard prince 
de Milan. suivant une expédition de son [)ère, de- 
scendit de son cheval pour prendre un peu de repos 
et enleva son casque qu'il plaga sur le sol. Un ser- 
pent s'y glissa et, lorsqu'Azzo remit l'armet, tomba 
à terre en lui touchant la joue. mais cependant sans 
lui faire aucun mal <3). Azzo vit dans cettc aventure un 
heureux augure et, depuis lors. il choisit le serpent 
comme enseigne de guerre, imitant ainsi Epaminondas. 

Bien que Pétrarque eùt été chargc par les Vi- 
sconti de diverses missions politiques, il connaissait 



(i) Paolo Giovio : Le vite di dicenove H immilli ii/iis/ri.... cioì', ih do- 
dici Visconti, Venise, isór, f." 25 v." : " Una sriuaniosa Biscia, che con 
" la dentata bocca divorava le gambe d'un sanguinoso fanciullo „. Cfr. 
l'édition latine dans J.-G. Graeviiis, T/iesaiinis .lutiquitatnin et /listar. 
Italia, t. Ili, premiere pari e, 1704, col. 284. 

(2) Pierre Palliot : Li vraye et parfnite science des aniioiries, 1659 
{2' ed., 1895), pag. 356. 

(3) Francisci.Petraichae... opera, B.-iU-, 1581; Rer. meiiiorar.d. 1. IIII, 
pag. 494: "...ingens vipera, nullo cornile advertcntc, in galeani jiixta 
" positani irrepsit. Quim cum nio.'c capiti reponcret, fumoso quideni iV 
" horribili, sed prorsns innocuo lapsu, per dccoras interrili dncis genas 
" illa descendit, eam a neniine la;di passus, aniniosus adolesccns, ad 
" onien geniinii,' vicluriac t a.\it... „. 

25 



194 ADIUF.N MI.ANCHKT 



sans doute mal l'histoirc primitive des seigneurs de 
Milan, car l'anecdote qu'il rapporte n'explique nul- 
lement l'aspect de la guivre. L'autre théorie est 
préférable ; mais il convient d'examiner les diver- 
gcnces qui existent cntre l'interprétation d'Alciat et 
celle de Paul Jove. 

Andrea Alciati était milanais; il devait par con- 
séquent étre enclin à exagérer la noblesse de la cé- 
lèbre maison, qui avait donne tant de gioire à Milan. 
C'est peut-ètre en obéissant à ce sentiment d'orgueil 
patriotique qu'Alciat décrivit la guivre, comme si elle 
eùt donne naissance à l'enfant qu'on voit dans sa gueule. 
Citant les anecdotes de serpents, rapportées à propos 
de la naissance d'Alexandre le Grand et de Scipion 
l'Africain, et rappelant l'histoire des Lusignan, le juris- 
consulte milanais arriva facilement à conclure que l'en- 
fant naissant de la tete d'un serpent indiquait une ori- 
gine divine, la noblesse de lignage et un cerveau sage. 

Cette théorie devait plaire, mème au successeur (•' 
des ducs qui avaient porte avec orgueil le titre de 
diix anguigcr (2). 

Paolo Giovio n'avait pas les mémes préoc- 
cupations lorsqu'il décrivit la guivre d'une ma- 
nière differente, que l'on doit préférer, car l'aspect 
feroce du reptile est un des traits constants des an- 
cienncs représentations de la biscia, qui parait bien 
dévorer un enfant. 



(i) La pièce de vers, qui accoinpagne l'écusson à la guivre dans 
les Eiiibkinaia d'Alciat, est dédiée au due Maximilien Sforza. Francois- 
Alexandre Sl'orza, gendre de Philippe-Marie Visconti, était devenu due 
de Milan, à la niort de son beau-père, en 1450. 

(a) Cette épithète se lit dans l'cpitaphe de Galeazzo I", mort en 
1328 (J.-G. Grcevius, Tlies. Antiq. et Histor. Italia', t. Ili, première partie, 
1704, col. 293). On la retrouve dans le premier vers de l'épitaphe de 
Gian-Galeazzo Visconti, mort en 1402 (Muratori: Rcr. ital. script., t. XVI, 
1730, col. 1037) et Aleiat lui-niénie l'a emplojce dans Venibleiita relatif 
au tombeau de ce prince (Ed. de Paris, 1536, pag. 109). 



► 



NOTt: SUR LA (.UIVRIC UE MII.AX J95 



Et cette observation m'amène aux rapproche- 
ments qui constituent le fond de cette note. 

Il n'est pas possible d'admettre que les armoiries 
des Visconti tirent leur origine du fait qui s'était passe 
enAsie.selon latradition rapportéc par Alciat. D'abord 
on pourrait s'étonner qu'un guerrier sarrasin ait 
porte un casque orné d'un sujet qui n'est certaine- 
ment pas niusulman. De plus, Othon, fbndateur de la 
dynastie des Visconti, qui gouverna Milan de 1277 ;ì 
1295, était ne vers 1208, et il est peu probable qu'il 
ait joué un ròle actif dans la sixièine croisade (1228- 
1229), entreprise par l'empereur Frcdéric II (0. 

Laissons donc de còte la tradition dont les 
auteurs du XVP siècle ont fait la fortune et sou- 
venons-nous que le sujet du serpent avalant un en- 
fant a été iraité par les Anciens. Plusieurs auteurs 
nous ont parie du jeune Opheltes, fils de Lycurgue, 
rei des Thraces, qui, depose sur l'iierbe par sa 
nourrice Hypsipyle, fut dévorc par un serpent <^). 

Stace a dépeint cette scène tragique à plusieurs 
rcprises, sans doute d'après des représentations ([n'il 
avait vues : 

Sic let in angiiiferae ludeiitem graniine Lernae 
Rescissum squamis avidus bibit ignis Ophelten (3). 

hic reptat flebilis infans, 

Hic iacet, extrenuim tumuli circuni asperat orbeni 
Squameus ; expectes morientis ab ore cruenta 
Sibila, marmorea sic volvitur anguis in basta (4). 



(i) Palliot ne craint pas d'avancer que le combat d'Othon contrc 
le Sarrasin arriva au sicge de Jcrusalem par Godefroy de Bouillou 
(1099). Depuis le XVI!° siede, nous avons appris à mieux respecter la 
chronologie. 

(2) Pausanias, II, 15, 2; Apollodore, 1, 9, 14, tt les autres textes 
cité-i dans le Lexikon dir f^riech. 11. riim. Mytiìologie de Roscher, t. Ili 
(1900), col. 923 (Cfr. Ibid., s. v. Hypsipyle, col. 2855). Opheltes reijut en- 
suite le noni d'Arcliemoros. 

(3) Stace: Sihi., II, I, 181 182 (Ed. A. Klotz, Teubner, pag. 40). 

(4) Stack: Theb., VI, 223 226(Ed. Kohimann, Teubner, t. Il, pag. 153). 



196 ADRIEN BLANCHET 



La mort d'Opheltes a cté représentée sur des 
vases peints et sur divers monumeiits ('). Il convient 
d'examiner surtout les monnaies d'Argos et de Co- 
rinthe, qui nous laissent voir plusieurs phases de 
la scène (2). 

Remarquons surtout les bronzes de Domitien et 
de Septime Sevère, frappés à Corinthe avec le type 
d'un héros (Adraste ou l'un des sept chefs) debout, 
combattant un serpent, dressé sur ses replis, qui 
ticnt dans sa gueule Opheltes dont on voit le buste, 
les bras étendus en avant (3). 




(i) J. OvERBF-CK : Bildwerke der theb. u. iroj. Her., pag. no; cfr. 
W. H. RoscnER : Lexikon, loc. cit. et aussi s. v. Archemoros, col. 472-473, 
La mort d'Opheltes devint un thcme assez fréquent pour les ccrivains 
et les artistes, parce qu'elle avait été la cause de la fondation des jeux 
néméens. 

(2) J. MiLLiNGEN : Ancienl cnins of Greek cilies, 1831, pi. IV, 14; 
J. Friedlaknder : dans Archàol. Zeitiing, 1869, pag. 99 et 100, pi. XXIII, 
II à 13 (monuaies d'Argos, Irappées sous Hadrien et Plautille) ; F. 
Imhoof-Blumer et Percy Gardner : Nuniisinaiic Commenlary on Pati- 
sanias, 1885-1887, pag. 33, pi. i, II à IX ; Cat. du British Museum, Peìo- 
ponnesus, pag. 152, n. 169, pi. XXVIII, 23. — On trouve aussi Hypsipyle 
représentée à coté d'Opheltes sur quelques unes des monnaies d'Argos 
que je viens de citer et sur des pièces de Caracalla et de Philippe 
Pére éinises à Nicopolis d'Epire (Cat. British Museum, Thessaly io ALtolia, 
pag. 108, n. 42, pi. XIX, 17). Mais pour le type du contorniate portant 
la legende TTIUTAH l'artiste a confondu la legende d'Opheltes avec 
celle d'Hercule étouffant les serpents (^Rev. num., 1868, pag. 257, pi. VII, 
4, et Anmtaire Soc. Num., 1878, pag. 241). 

(3) F. Imhoof-Blumer et Percy Gardner: Op. cit., pi. i, VII et VIII. 
Ces deux pièces, qui faisaient partie de la collection Imhoof Bhimer, 
sont aujourd'hui au Cabinet de Berlin. Je remercie M. Dressel, qui 
a eu l'obligeance de m'en envoyer les moulages. Le revers dessiné lei 
est celui de la monnaie portant au droit la téle de Domitien. 



NOTE SUR LA GUIVRE DE MILAN 197 

On ne saurait nier la ressemblance qui cxiste 
entre ces représentations du serpent dcvorant Ophel- 
tes et les figures de la guivre de Milan. 

L'épithète angiiiger des épitaphes de Galeazzo 
et du due Gian-Galeazzo est proche parente de 
l'adjectif anguifer d'un \ers de Stace, cité plus haut. 
Les oeuvres de ce poète ont sùrement été lues en 
Italie, au nioyen àge ; car, en France, dans le XIP 
siècle, le roman de Tlièbes, dont l'auteur est peut-ètre 
Benoit de Sainte-More, fut une paraphrase de la 
Thchaidc de Stace''). Il est certain que Dante s'in- 
spire souvent plutòt de Lucain (^); mais Stace pa- 
rait à coté de Virgile dans diverses scènes du Pny- 
gatoire Cs) et les poèmes de Dante sont rcmplis de 
souvenirs classiques et d'éjìisodes empruntés à l'An- 
tiquité. On ne saurait donc tenir pour impossible 
que l'histoire d'Opheltes, rapportée par Stace, ait 
fait quelque impression au moment oli se formcrent 
les armoiries des Visconti. 

Aussi bien, il suffit de faire le rapprochement 
entre le serpent d'Opheltes et la guivre de Milan, 
sans affirmer que celle-ci derive nécessairement du 
premier. 

Car il ne faut pas oublier une rare rcprésenta- 
tion de Jason dont le buste sort de la gueule d'un 
dragon (4). Enfin, il y a une autre serie de monu- 
ments que les Italiens du mo3en àge pouvaient avoir 
aussi devant les \'eux. Je veux parler des sarco- 
phages chrétiens où l'on volt quelquefois Jonas avalé 



(i) Voy. Gaston l'aris, La lillérutiire fnini;aise au iiioyen age, 3' eJ. 
1905. pag- 82. 

(2) Voy., par excinplc, Eu/er, eh. XXIV, 85 (Ed. Soartazzini, i?>T-\) 
et cfr. Lucain, Phars., IX, 706-721. 

(3) Par e.xeniple, dans les chants XXII ti XXIV. 

(4) Dìclionnaire des aniiq. gr. et rom., s. v. Draco (E. Pottier), 
pag. 408, lig. 2575. 



198 ADRIEN BLANCHF.T 



par un monstre ; et, sur quelques sculptures de cette 
sèrie, l'animai ressemble beaucòup plus à un dragon 
ou serpent qu'à une baleine i^K 

Mais, s'il règne encore des incertitudes sur 
l'origine de la guivre de Milan, je crois qu'on peut 
considérer comme probable que cette figure fut in- 
spirée par une représentation antique. 

Pendant tout le XIIP siècle, les artistes italiens 
ont souvent pris leur inspiration parmi les objets 
antiques qui les environnaient. La première émission 
des augustales de Frédéric II eut lieu vers 1232 ; 
la chaire de Nicolò Pisano est de 1260 et le sceau 
de Bernardus de Parma est antérieur à 1265 (2). Or, 
Othon, fondateur de la dynastie des Visconti, gou- 
verna Milan pendant le dernier quart du XIIP siècle. 

Adrien Blanchet. 



(1) Par exemple, sur une peinture du cimeticre de Saint-Callixte 
et sur le sarcophage de Sainte-Qiiitterie, à Aire-sur-l'Adour (Edmond 
Le Blant, Les sarcophages chréliens de la Gante, 1886, pag. 99, pi. XXVI, 
I ; cfr. Coiigrès archéol. de France, à Dax, en 1888, pag. 202, pi.) et sur 
la belle coupé de verre, publiée dans les Jahrbiicher de Bonn, f. XLII, 
1867, p. 170, pi. V. On retrouve d'ailleurs l'histoire de Jonas sur des 
monuments divers des premiers temps du Christianistne : lampes, fonds 
de coupes de verre, diptyques, pierres gravées (cfr. Martigny, Diction- 
naire des antiq. chrét., s. v. Jonas). 

(2) Voy., ma note dans le Bullet. de la Soc. des Antiquatres de 
France, 1905, pag. 165 à 168, fig. 



I diversi stili nella monetazione romana 



V. 

LE MONETE DEGLI IMPERATORI 

VALERIANO E GALLIENO 

CONIATE A VIMINACIUM E AD ANTIOCHIA. 

(Tav. IH). 



Nei precedenti articoli che fanno parte di questa 
serie non ho ancora accennato alle graduali modifi- 
cazioni di stile che, durante un periodo anche bre- 
vissimo, si osservano talvolta sulle monete di una 
medesima zecca. 

Tutti, ad esempio, sanno che i caratteri che noi 
vediamo su di un GB di Vespasiano hanno paleogra- 
ficamente nulla di comune con quelli di un G B di 
Gordiano III, ma ciò non significava afifatto che essi 
furono coniati in due zecche distinte: ambedue furono 
coniati a Roma. 

Infatti, se noi osserviamo attentamente le diverse 
emissioni succedutesi in ordine cronologico da Ve- 
spasiano a Gordiano, noi vediamo che la forma delle 
lettere va modificandosi gradatamente sino a rag- 
giungere quella che vediamo sulle monete di quest'ul- 
timo imperatore. 

Ma in questo caso occorse più di un secolo e 
mezzo perchè avvenisse il graduale cambiamento. 



200 L. LAFFRANCHI 



mentre in altri casi il fenomeno si osserva anche in 
un periodo di pochi anni; come io dimostrerò per la 
zecca di Viminacium durante il regno degli imperatori 
Valeriane e Gallieno. 

Però prima di accingermi alla mia dimostrazione 
debbo esporre in brevi cenni lo stato in cui si trova 
attualmente lo studio della numismatica di questo re- 
gno nei riguardi della cronologia e della classifica- 
zione per zecche. 

Mentre già da parecchi anni distinti specialisti, 
come Markl , Rhode , Kolb e Missong , avevano 
esplorata quasi a fondo la numismatica del periodo 
tra Claudio II e Probo, e ci avevano dato uno studio 
completo della cronologia e delle zecche di detto pe- 
riodo, il lunghissimo ed importante regno di Gallieno 
attendeva invano il suo illustratore. 

Non che i numismatici avessero completamente 
trascurato questo periodo, perchè non mancano dotte 
memorie e pubblicazioni di contributi al corpus delle 
sue monete, ma si tratta di lavori isolati, non aventi 
alcun legame tra di loro, e per lo piti vertenti sulla 
tipologia e la metrologia e non sulla cronologia e 
le zecche. 

Unico tentativo fatto tempo addietro in questo 
senso fu quello del Feuardent in un suo catalogo di 
vendita, ma ne risultò una classificazione empirica 
nella quale non vien tenuto alcun conto dello stile. 

Quegli a cui spetta il merito di aver compiuto 
uno studio generale sulle monete di Gallieno e Va- 
leriano e di averlo condotto con criteri scientifici è il 
colonnello Voetter di Vienna, il quale nel suo lavoro 
presentato al Congresso Internazionale Numismatico 
di Parigi del 1900 (') si occupò dapprima a riunire 



( r) Vedi Voetter: Die Miinzen des Kaisers Gallienus und seiner 
Familie, nella IVieiter Niiiiiisniatische Zeitscbrift, Band XXXU e XXXIII 
con due atlanti. 



I DIVERSI STILI NELLA MONETAZIONE ROMANA 2ÓÌ 

in serie le monete che presentano affinità di tipi del 
rovescio e di leggende del diritto, e poi accomunò 
le diverse serie, secondo la somiglianza di stile, in 
otto gruppi distinti, i quali verosimilmente rappre- 
sentano altrettante zecche. 

Lo studio del col. Voetter, quantunque non si 
possa dire completo, è quindi un lavoro serio, quale 
può esserlo quello di uno dei pochi specialisti che 
studiano la numismatica, sulle monete, a preferenza 
che 5/// libri ; e, come nei suoi precedenti lavori vi 
è esclusa ogni forma rettorica. e vi mancano quelle 
pesanti ed inconcludenti citazioni di autori più o meno 
illustri ed antiquati, che in certe pubblicazioni occu- 
pano metà delle pagine, e che non servono se non 
a far perdere allo scrittore il tempo prezioso che me- 
glio sarebbe impiegato nello studio delle monete. 

Sono le monete quelle appunto che non si osser- 
vano abbastanza, e lo studio di esse ci darebbe ri- 
sultati insperati, mentre le tirate rettoriche ed incon- 
cludenti alle quali taluni amano abbandonarsi, se 
procurano magari una facile nomea sui dizionari bio- 
grafici degli scrittori viventi, non fanno però avanzare 
di un sol punto la scienza numismatica. 

Il Voetter col suo lavoro, che si distingue affatto 
dalle solite opere di semplice catalogazione, redatte 
dai non meno soliti direttori di musei, ha innalzato 
l'edificio della storia numismatica di Gallieno, serven- 
dosi del materiale ancora informe che costituisce la 
massa sterminata delle monete di questo regno. 

Ma poiché, come dice il Voetter stesso, riman- 
gono ancora molti punti oscuri da chiarire, questo 
edificio si deve ritenere costrutto nelle lince gene- 
rali: restano diversi dettagli da approfondire che po- 
tranno esser tema di studi futuri. 

Come ho detto più sopra, il Voetter ha stabilito la 
divisione delle monete di Gallieno e Valeriane in otto 



2 02 !.. LAFFRANCHt 



gruppi distinti a seconda dello stile. È chiaro che questi 
gruppi costituiscono ognuno una zecca, ma le diffi- 
coltà incominciano quando si tratta di stabilire l'ubi- 
cazione ed il nome di questa zecca. Se di ogni mo- 
neta esistente nelle collezioni pubbliche e private si 
potesse sapere esattamente il luogo del ritrovo, la 
questione sarebbe subito risolta, poiché il gruppo di 
monete prevalente nei ritrovi di una data regione, non 
può essersi coniato che nella zecca esistente nella re- 
gione stessa; ma disgraziatamente ben poche sono le 
monete di cui si può stabilire il ripostiglio al quale 
appartennero, e perciò le attribuzioni alle varie zecche 
sono talvolta fondate su delle supposizioni, piuttosto 
che su fatti concreti, 

È specialmente su questo argomento che la di- 
scussione rimane ancora aperta, ed io ho deciso di 
presentare il risultato delle mie osservazioni, le quali 
mi indussero a spostare l'ordinamento fatto dal Voetter 
per quanto riguarda le zecche di Viminacium e di 
Antiochia. Per Viminacium specialmente mi sono ser- 
vito di un elemento trascurato dal Voetter: del con- 
fronto, cioè, delle monete coloniali o provinciali cogli 
antoniniani ed i bronzi imperatorii dei quali si deve 
stabilire la zecca. 

La zecca di Viminacium ebbe origine sotto Gor- 
diano IH nel 239 d. Cr. i^'* ed acquistò maggior im- 
portanza sotto Filippo, quando vennero abolite tutte 
le altre zecche della Mesia. 

A Viminacium oltre ai bronzi coloniali colla leg- 
genda PMS COL VIM (Provincia Mesia Superior Colonia 
Viminacium) vennero certamente coniati anche quelli 
con PROVINCIA DACIA che ad essi sono identici per lo 
stile, per le effigi e per le leggende del diritto: esclusi 
però gli esemplari di fattura barbara, che si devono 



(i) Vedi B. Pick: Noidgriecheland Muusen, I, 4-26. 



I DIVERSI STILI NfXLA MONETAZIONI- ROMANA 203 

considerare come imitazioni fabbricate probabilmente 
dai Goti. 

Anche le monete imperatorie senza il nome della 
colonia vennero emesse a Viminacium; ed il colonello 
Voetter<') mediante il confronto dello stile e delle 
leggende del diritto ha potuto facilmente provare che 
a Viminacium nel periodo 242-244 vennero coniati i 
seguenti antoniniani: 

IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG 

PMTRPV COS II PP (Ercole) Cohen 264 

FIDES MILITVM „ 92 

FORTVNA REDVX „ 98 

MARTI PACIFERO „ 162 

ORIENS AV& „ 167 

PAX AVG-VSTI „ 279 

SAECVLI FELICITAS „ 319 

VICTORIA AVG „ 362 

VICTORIA AVGVSTI 375 

VICTORIA GORDIANI AVG 380 

IMP IVL PHILIPPVS PIVS FEL AVG PM (tav. Ili, n. i). 

IMP CM IVL PHILIPPVS PF AVG PM 

PAX FVNDATA CVM PERSiS Cohen 113 114 

SPES FELICITATIS ORBIS „ 220221 

VIRTVS EXERCITVS „ 243245 
PAX AVGVSTI (Gnecchi) 

Non si deve escludere che siano state coiiiate 
delle monete d'argento anche nel periodo tra Filippo 
e Valeriano, e che attualmente rimangano confuse 
tra quelle della zecca di Roma '2'. 



(1) Vedi Voetter: Die nìinisclien Miinzeii des Kaisers Gordianiis IK 
und dereii antike Fillschungen. Nella ÌViener Ntimismalische Zeitscrift, 
Band XXV, 1893. 

(2) Gli aiit iiiiiiiaiii di I'ac;iZÌaiio non si potrebbero con certezza 
assegnare aila zecca di Viininaciiiin, ed in quanto a quelli di Emiliano 
colla leggenda Imp M Aemil Aemilianus P F Aiig (Cohen, nn. 31, 58 
e 63) spellano probabilmente a qualche zecca della Macedonia o della 
Tracia. »• 



204 L. LAI-FRANCHI 



Venendo all'epoca che più ci interessa, quella di 
V'aleriano e Gallieno, ho già detto più sopra che nel 
ricercare quali monete imperatorie furono veramente 
emesse dalla zecca di Viminacium, mi sono curato di 
osservare se talune presentino somiglianza di stile 
colle monete coloniali ed ho dovuto concludere che 
le monete dal Voetter attribuite a Viminacium appar- 
tengono, come dimostrerò piìi tardi, ad Antiochia, 
mentre a Viminacium spettano tutte quelle formanti 
il gruppo rappresentato dal Voetter alla tav. XV e da 
lui attribuito alla zecca di Tarraco in Spagna. 

Il Voetter in questa tavola non riproduce alcun 
esemplare in bronzo, ma solo degli antoniniani; egli 
si limita a citare due bronzi, uno di Valeriane ed uno 
di Gallieno, senza darne il facsimile. 

Le monete di bronzo imperatorie per la loro 
maggior grandezza ci mostrano con miglior evidenza 
le caratteristiche delle effigi e dello stile e perciò 
possono servire assai meglio che gli antoniniani, per 
stabilire i confronti colle monete coloniali. 

Perciò mi sono procurato l'impronta di uno dei 
due bronzi citati dal Voetter: il Valeriane della col- 
lezione Bachofen ; a questo ho potuto aggiungere le 
impronte di due bronzi di Gallieno, ignoti al Voetter 
ed appartenenti alla medesima zecca : uno della col- 
lezione Gnecchi ed uno della collezione Monti. 

È per merito di essi che ho potuto stabilire l'at- 
tribuzione a Viminacium delle monete di bronzo e 
d'argento in questione dal Voetter assegnate a Tarraco. 

Però anche gli antoniniani non sono da trascu- 
rarsi perchè mediante il confronto delle epigrafi del 
diritto ci forniscono una prova delle più sicure. In- 
fatti la leggenda IMP P LIC VALERIANO AVG- delle prime 
monete coloniali di Viminacium si riproduce esatta- 
mente sulla prima emissione delle monete di Vale- 
riane riportate dal Voetter a tav., XV (vedi fig. n. 13, 



I DIVERSI STILI NELLA MONETAZIONE ROMANA 205 

tav. Ili) e siccome questa leggenda non si trova sulle 
monete di alcun'altra colonia, è evidente che gli an- 
toniniani in questione spettano a Viniinacium. 

E precisamente il medesimo criterio col quale il 
Voetter stesso giustamente attribuisce a Viminacium 
gli antoniniani di Filippo che ho citato più sopra. 
Se si devono attribuire a Viminacium le monete im- 
peratorie d'argento colla leggenda IMP C M IVL PHI- 
LIPPVS P F AVG P M (tav. Ill.n. i) perchè tale leggenda 
figura anche sui bronzi coloniali, altrettanto deve farsi 
per quelle con IMP P LIC VALERIANO AV& ed IMP VALE- 
RIANVS P AVG perchè anche queste leggende figurano 
sui bronzi coloniali. 

Qui alcuno potrebbe farmi osservare che lo stile 
degli antoniniani di Valeriano e di Gallieno in que- 
stione è molto differente di quello degli antoniniani 
di Filippo. 

E vero: ma anche le monete coloniali di Va- 
leriano e di Gallieno presentano delle caratteristiche 
differenti di quelle di Filippo. 

Lo stile si è quindi modificato tanto nelle monete 
coloniali che nelle imperatorie ; siamo perciò di fronte 
ad una evoluzione dello stile, e ciò, come ho gicà 
detto più sopra, non ha nulla di straordinario perchè 
tutta la monetazione del periodo imperiale ci mostra 
che la maniera degli zecchieri non si fossilizzava 
sempre nel medesimo stile, ma subiva dei periodi 
graduali di progresso o di decadenza, probabilmente 
causati dai nuovi elementi che venivano assegnati 
alle varie zecche. E nel caso di Viminacium non è 
escluso che le modificazioni di stile siano opera di 
artefici provenienti da Roma. 

Veniamo ora alla moneta di bronzo. 

Negli anni XIV {254), XV (255) e nella prima 
parte del XVI (256) vennero coniati dei bronzi co- 
loniali coi medesimi caratteri paleografici di quelli 



2o6 I,. LAFFRANCHI 



degli imperatori precedenti, e cioè colle lettere M e V 
aventi la forma regolare che noi siamo abituati a ve- 
dere anche attualmente, cioè con le aste convergenti 
in modo da formare degli angoli acuti (vedi tav. Ili, 
n. 2, 3, 4). 

Nella seconda parte dell'anno 256 noi vediamo 
in modo chiarissimo la modificazione delle due let- 
tere in questione, e cioè le aste che le compongono 
diventano meno oblique e si avvicinano alla posizione 
verticale in modo che non formano più gli angoli e 
sembrano staccate le une dalle altre (vedi tav. Ili, n. 5). 

Ora se noi osserviamo i bronzi imperatore delle 
collezioni Bachofen, Gnecchi e Monti, noi vediamo 
che le medesime caratteristiche paleografiche di cui 
sopra, si riproducono su di essi (vedi tav. Ili, n. 6, 7, 8). 

Il modo di rappresentare le effigi si presenta 
più accurato, è vero, ma la niauiera è sempre la 
medesima, è cioè la mano del medesimo artista che, 
trattandosi di fare dei conii per monete imperatorie, 
destinate a circolare in tutto l' impero e non solo 
nella Mesia come le coloniali, cercava di imitare le 
monete di Roma tanto nella forma delle lettere M e V 
che nelle effigi, conservando però le epigrafi del di- 
ritto caratteristiche delle vecchie monete coloniali. 

Ed anche il peso ed il modulo delle monete in 
questione vengono in aiuto della mia tesi, dimostrando 
che i bronzi imperatorii appartengono al medesimo 
sistema metrologico dei bronzi coloniali e per con- 
seguenza debbono considerarsi come la loro conti- 
nuazione. Il modulo di mill. 25, cioè intermedio tra 
il GB ed li MB ed il peso di gr. 9-1 1 sono comuni 
soltanto alle coloniali ed alle imperatorie in questione, 
e non si trovano nelle monete di alcun'altra zecca. 
Ma una osservazione importante e decisiva è quella 
che se tra le monete coloniali mancano quelle di Gal- 
lieno degli anni XIV e XV, anche nell'argento impe- 



I DIVEHSI STIM NELLA MONETAZIONI': ROMANA 207 

ratorio le prime due emissioni contengono solo le 
monete di Valeriane. 

La monetazione di Viminacium si presenta quindi 
nel seguente ordine cronologico: 

Anno 254. 
Bronzo Coloniale. 

pms col vim 



AN XIV 
IMP P LIC VALERIANO AVG (Pick, n. 185, gr. 8,75) 

Argento (Antoninl\m). 

nillP P LIC VALERIANO AVG (1) (tav. Ili, 11. 13) 
FIDES MILITVM 
VICTORIA GERMANICA 
VIRTVS AVG 
VIRTVS AVGG 

Anno 255. 
Bronzo Coloniale (grammi loj. 



PMS COL VIM ^^^ 

IMP P LIC VALERIAIQ (2) AVG (Pick, n. 187) 
IMP VALERIANVS P AVG (Pick, n. 188) 
DIVAE MARINIANAE (Pick, n. 191) 

Argento (Antoniniani). 

IIIIIP VALERIANVS P AVG (tav. Ili, n. 14» 
FIDES MILITUM 
VICTORIA GERMANICA 
VIRTVS AVGG 



(i) Il Voetter, invece di questa leggenda, scrive IMP C P LIC VALE- 
RIANO AVG, ed il Cohen le riporta tutte e due. Io però non ho veduto 
che quella da me citata, ed anclic le impronte speditemi dal Gabinetto 
di Parigi, proverebbero che la seconda non è che un errore di descri- 
zione. 

(2) Si deve leggere VALERIANA, poiché a mio avviso Al è il mono- 
gramma di AN. 



2o8 



L. LAFFRANCHI 



Anno 256 (I Periodo). 
Bronzo Coloniale. 

(tav. Ili, n. 9) 



PMS COL VINI ^ j^yi 

IMP P LIC VALERIAIO AVG (Pick, n. 189) tav. Ili, n. 2. 

IMP C GALLENVS (1) AVG (Pick, n. 194) gr. 10,40, tav. Ili, n. 3, 

IMP GALLIENVS AVG (Pick, n. 192) gr. 11,20, tav. Ili, n. 4. 



Anno 256 (Il Periodo: Riforma Paleografica) 
Bronzo Coloniale. 



PMSCOLVIM ^j^, 

I llll P VALERIANVS P AVG (Pick, n. 190, gr. 9,82). 

I llll P GALLIENVS P AVG (Pick, n. 193, gr. 9,25), tav. Ili, n. 5. 



Bronzo Imperatorio. 

I IMI P GALLIENVS P AVG, tav. Ili, n. 6 (Gnecchi). 
FIDES llll ILITVIIII (tipo dell'argento) (2). 
TEllllPORVIIII FELICITAS (coli. Gnecchi tav. Ili, n. io) gr. 15 



Argento (Antoniniani). 



un P VALERIANVS P AVG (3) 
LIBERALITAS AVGG 
TEMPORVM FELICITAS 
SAECVLI FELICITAS 
AETERNITATI AVGG 
CONCORDIA llll ILIT 
CONCOR MIL 
CONCOR LEGG 
CONCOR EXERC 
CONCORDIAE EXERCITI 
PAX AVGG 
PROVID AVGC 
SALVS AVGG 
VIRTVS AVGG 



I llll P GALLIENVS P AVG (4) 
SAECVLI FELICITAS 
CONCORDIAE MILITVM 
CONCOR MIL 
CONCOR LEGG 
CONCORDIAE EXERCIT 
LIBERALITAS AVGG 
LIBERALITAS AVGG III 
PRINCIPI IVVENT 
SALVS AVGG 
VIRTVS AVGG 



(i) Come nel caso precedente, E è il monogramma di lE. 

(2) Citato dal Voetter (vedi op. cit.). 

(3) Vedi tav. Ili, n. 14. 

(4) Vedi tav. Ili, n. 15. 



1 DIVERSI STILI NELLA MONETAZIONE ROMANA 2O9 

Anno 257. 
Bronzo Imperatorio. 

I un P VALERIANVS P AVG (n. 8). 

IMI ARTI PACIFERO (n. 12). 
(Collezione Bachofen Von Echt ora al Museo di Vienna). 
I IMI P 6ALLIENVS P AVG (n. 7). 

SPES PVBLICA (n. ii) coli. Monti: gr. 9. 

Argento (Antoniniani). 

I un P e P LIC VALERIANVS AVG I llll P C P LIC GALLIENVS AVG 

CONCORDIA llll ILIT CONCORDIA llll ILIT 

PAX AVGG 

liniP VALERIANVS P AVG (1) I llll P GALLIENVS P AVG (2) 
PAX AVGG PAX AVGG 

SALVS AVGG SALVS AVGG 

SPES PVBLICA SPES PVBLICA 

PROVID AVGG PROVID AVGG 

SAECVLI FELICITAS LAETIT TEMP 

VIRTVS AVGG VIRTVS AVGG 

VIRTVS AVGG VIRTVS AVGG 

PIET SAECVLI 

Anno 258 (TRPV). 

Argento (Antoniniani). 

liniP VALERIANVS PF AVG I llll P GALLIENVS PF AVG 
P M TR PV COS llll P P SPES PVBLICA 

SALVS AVGG VICT GERM 

VIRTVS AVGG GERMANICVS MAXIMVS 

VICT AVGG 
VICT PART 

Dopo quest'anno sembra che la zecca abbia ces- 
sato di funzionare. Probabilmente la città di Vimiiia- 
cium venne distrutta dai Goti e non risorse mai più. 

In quanto alle monete riportate dal Voetter nella 
successiva tav. XVI, esse differiscono interamente dalle 



(i) \*di lav. Ili, n. 17. 
(2) Vedi tav. Ili, n. 16. 



L. I-AFFRANCHI 



suddescritte, e devono assegnarsi in parte all'Italia 
superiore e in parte a Roma ^'). 

Ora che ho dimostrato quali monete spettano 
veramente alla zecca di Viminacium mi rimangono a 
esporre più brevemente che mi è possibile le ragioni 
per le quali le monete dal Voetter attribuite a questa 
zecca spettano invece ad Antiochia. 

Esse sono descritte a tav. XXV e tanto per 
Valeriano che per Gallieno presentano i rovesci : 
Aeqiiitas Aiigg., PM T RPIICos II, Aeternitati Augg., 
Diana Lticifera, Felicitas Saeculi, Fortuna Rednx, Lae- 
titia Augg., Pacatori Orbis, Pietati Augg., Restituì 
Gener Huniani, Romae Aeternae, Venus Victrix, Vic- 
toria Augg.. Victoriae Augg., Virtus Augg. 

Non mi abbisognano molte parole per affermare 
che queste monete furono coniate ad Antiochia, perchè 
ognuno potrà constatare l'assoluta identità di stile, 
che esse (vedi n. 20) presentano con quelle di Trebo- 
niano Gallo e di Volusiano (vedi n. 18, 19) ivi coniate. 

Infatti se noi confrontiamo le monete di Trebo- 
niano e di Volusiano con quelle caratterizzate dai 
rovesci colle due figure stanti Pietas Augg.. Virtus 
Augg., Vota Orbis, ecc., ecc., che il Voetter rappresenta 
a tav. XXII del fase. II e che egli considera come le 
prime monete di Valeriano e di Gallieno coniate ad 
Antiochia, noi vediamo che lo stile di esse è assai più 
scadente, di quelle di Treboniano e Volusiano, e per- 
ciò tra questi due gruppi si presenta chiaramente una 
lacuna la quale deve essere colmata colle monete in 
questione. 

Infatti, esse per le diverse maniere con cui sono 
eseguite le effigi nei vari esemplari ci mostrano la 
graduale decadenza che intercorre tra le due emis- 



(i) Le monete di Saloniiia n. 43 a 52 con Pietas Aiigg. ^rg. BR 
MED GB MB spettano certamente a Roma. 



I DIVERSI STILI NKLLA MONETAZIONE ROMANA 211 

sioni. Il n. 20 succede alle monete di Treboniano 
Gallo e Volusiano (n. i8, 19), mentre il n. 21 (i> Ro- 
mae Aeternae) precede le monete al tipo delle due 
figure n. 22 (9* ì^irtiis Augg). 

Anche la tipologia viene in aiuto alla mia tesi, 
poiché i 9 Aeqiiitas Augg., Aetcrnitati Augg., Diana 
Luci/., Laetitia Augg. e Rouiae Aeternae, noi li ve- 
diamo più tardi esattamente riprodotti sulle monete 
della zecca di Antiochia, e quindi senza alcun dubbio 
si deve attribuire ad essa il gruppo di monete in 
questione. 

Avrei terminata la trattazione dell'argomento, ma 
giacche mi occupo della zecca di Antiochia, ne ap- 
profitto per intervenire ne! dibattito avvenuto anni 
fa (') tra il Markl, seguito dal Voetter, ed il francese 
Lepaulle circa le monete di Gallieno e di Salonina 
con all'esergo il ramo di palma, oppure il motto 
SPQR, che il Lepaulle sosteneva doversi attribuire 
ad Antiochia, mentre il Markl ed il Voetter credono 
che spettino in parte a Sardica ed in parte a Cizico. 

Io credo che il torto e la ragione siano da di- 
vidersi in parti uguali tra i contendenti, poiché ad 
un attento esame le monete in questione ci presen- 
tano due gruppi affatto differenti per lo stile. 

Perciò se il gruppo con SPQR di stile grosso- 
lano (tav. Ili, n. 26, 2.1) spetta senza alcun dubbio 
alla zecca di Cizico. non é meno vero che le mo- 
nete col ramo di palma , di assai miglior stile 
(n. 25), sono assn/iifamenle identiche, specialmente per 
le effigi, a quelle di Antiochia coll'esergo VIIC 
(n. 24), e non solo, ma hanno comune con esse 
il numero delle officine, poiché, se il gruppo VIIC 
coi suoi dodici rovesci (2) ci presenta dodici officine, 



(i) Vedi A. Markl: Serdica od Anliochia ^ Tradotta da S. Atiibrosoli 
nella Rh'. Ital. di Niini., anno 1889. 

(a) Vedi Voetter: Op. cil., tav. XXVI. 



212 L. I.AFFRANCHl 



altrettanto avviene pel gruppo col ramo di palma O 
il quale senza senza alcun dubbio rappresenta una 
emissione di Antiochia, avvenuta immediatamente 
prima di quella con VIIC. 

Ne contro l'attribuzione ad Antiochia potrebbe 
contrastare il fatto che il tipo del leone, il quale 
figura sulle monete al ramo di palma unitamente alla 
data PMTRPXMI, esiste anche nella serie SPQR, 
colle date PMTRPXVI e XVII, poiché il tipo del leone 
sulle monete imperiali che riportano la potestà tri- 
bunizia è comune alle epoche ed alle zecche più 
disparate. 

Febbraio i<)oS. 

Lodovico Laffranchi. 



(i) Idem, tav. XXVII. 



Les fìgures de face sur les monnaies antiques 



¥ 



Les aiiciens avaient l'habitudc de représenter 
sur leurs monnaies les tètes de leurs divinités, de 
leurs héros ou de leurs princes de diftcrentes ma- 
nières. On les voit de profii, de trois quarts et de 
face. Celles de profii et de face nous occuperont 
spécialement. Les figures de profii ctaient les plus en 
usage. Le profii était tantòt tourné à droite et tantòt 
à gauche. Les profils tournés à droite étaient les plus 
communs et on peut dire que c'était là une habitude 
generale que les Grecs ont légué aux Romains et 
qui a subsisté jusqu'à nos jours. 

Les profils tournés à gauche étaient cepcndant 
en usage et quoique beaucoup moins fréquents que 
ceux tournés à droite, on les rencontre encore assez 
souvent, surtout sur les monnaies grecques. 

En effet ils sont beaucoup plus fréquents sur les 
monnaies grecques que sur les monnaies romaines; 
ainsi sur 280 monnaies d'or et d'argent, grecques, 
prises au hasard, j'ai trouvé 48 monnaies avcc le 
profii' tourné à gauche et tout le reste à droite ; 
tandis que sur 280 monnaies romaines je n'ai trouvc 
ce profii à gauche que 21 fois seulement. 

Y-avait-il une règie à ce sujet imposée aux gra- 
veurs? ou bien laissait-on l'artiste libre d'agir à sa 
guise et suivre son caprice? 



214 .1. EDDK 

Les figures de face sont beaucoup plus rares 
que celles de profil. 

Cependant les rares exemplaires qu'on rencontre 
de temps à autre sont presque tous gravés sur les 
monnaies grecques et à part quelques insignes ra- 
retés on ne les rencontre presque pas sur les mon- 
naies romaines, exception faite cependant pour les 
monnaies byzantines où elle deviennent la règie. 

Sur les 280 monnaies grecques citées plus haut 
j'en ai trouvé dix-sept avec la figure de face et sur 
700 monnaies romaines je n'ai trouvé cette figure 
de face que sur trois exemplaires seulement. 

A quoi donc peut tenir cette particularité et 
qu'elle est la règie qui a preside à la gravure des 
figures de face sur les monnaies ? 

Une observation à faire et qui doit frapper l'atten- 
tion c'est que toutes les fois qu'on rencontre la figure 
de face sur les monnaies c'est presque toujours du 
portrait d'une divinité effrayante, ayant une legende 
de terreur et d'effroi qu'il s'agit, que ce soit la face 
de la Nymphe Arethuse des monnaies de Syracuse, 
que ce soit celle de la Nymphe Larissa des mon- 
naies de Thessalie, ou bien celle de la Pallas armée 
et casquée des monnaies d'Audoleon roi de Peonie 
ou bien encore celle avec la face de Jupiter Ammon 
des magnifiques tetradrachmes de la Cyrenaique, 
toujours et partout c'est une aurèole de terreur, de 
crainte et de respect qui semble émaner de ces fi- 
gures surhumaines. 

Il semblerait donc que toutes les fois que les 
anciens ont voulu inspirer le respect, la terreur, 
personnifier une pensée, une idèe se rattachant à un 
eulte vènere, à une legende effrayante ou bien hono- 
rer une divinité en rappelant l'efifroi et la terreur 
dont elle serait capable de frapper ses ennemis ils 
se sont adressès à la figure de face. 



LES FIGURES DE FACE SUR LES MONNAIES ANTIOUES 21$ 

Il est probable que les Romains ont bien compris 
cette habitude car, eux aussi, ont reservé cette figure 
de face pour le mème objet et dans le mème but: 
il suffit de voir la tète de Meduse au revers d'une 
monnaie de Victorin Pere ou bien l'Hercule de face 
au revers des monnaies de Maximien Hercule ou 
bien encore celle de Jupiter sur les monnaies de la 
Tetrarchie pour justifier cette hypothèse. 

Il est certain que les anciens ont employé cga- 
lement la tète de face pour leurs ]n-inces ou pour 
leurs héros toutes les fois qu'ils ont voulu les déifier, 
les glorifier, les montrer dans les actes majéstueux 
ou héroTques de leur vie. 

Un exemple très probant nous est fourni par 
M. le Commandant Mowat. A ce propos, qu'il me 
soit permis de dire en passant, que toutes les fois 
qu'on cherche l'explication d'une idee neuve, d'une 
théorie ingénieuse ou bien qu'on désirc trouver une 
explication difficile c'est à ce grand et modeste sa- 
vant qu'il faut recourir. 

Ce n'est ni dans les livres classiques ni dans les 
traités usuels qu'il faut chercher. mais bien dans ses 
beaux travaux, dans ses mémoires si lumineux et si 
clairs qu'on peut trouver l'explication qu'on cherche, 
la preuve qu'on désire. 

Voici donc ce que dit M. Mowat dans sa com- 
munication à la société des Antiquaires de France 
en date du i6 juillet 1902 en dccrivant quelqucs 
médaillons du trésor d'Aboukir. 

Je copie textuellcment la belle description d'un 
de ces médaillons avec le buste d'Alexandre de 
face. 

« — Sans legende. Buste cuirassé d'Alexandre 
" le Grand, en haut relief, vu tic face, la tète nu(; 
" ccintc du bandeau royal à lemnisques flottants, le 
" cou tendu en avant. 



2l6 J EDDÉ 

" 11 tient dans la main droite une lance trans- 
versale à armature lateralement échancrée et se 
couvre le coté gauche d'un bouclier orné de su- 
jets mythologiques parmi lesquels on distingue : 
au centre un buste féminin de face soit Tychée 
sous un nimbo de voiles, soit plutót la terre en- 
tourée par le cours sinueux de l'Océan, au dessus 
deux tétes, l'une en regard de l'autre, à gauche 
celle d'Hélios radié, à droite celle de Selene sur 
un croissant lunaire separé par deux étoiles et 
faisant sans doute partie du cercle des douze 
grand dieux ou peut étre encore du groupe des 
sept divinités planétaires qui président aux jours 
de la semaine, sur le pourtour les signes du zo- 
di'aque, ceux qui sont visibles dans la partie su- 
périeure du bouclier sont en allant de gauche à 
droite, le Bélier, le Taureau, les Jumeaux, le 
Cancer. La cuirasse est de mème richement ornée, 
sur l'épaulière et le pectoral droits de Pallas Athéna 
casquée tournée à droite et tendant en avant le 
bras gauche arme du bouclier brandit sa lance 
contre le géant anguipède Encelade, qui gravit la 
hauteur sur laquelle elle se tient et qui s'appréte 
à lancer contre elle les quartiers de roc qu'il 
porte dans chaque main. 

li 9 — Sans legende. Une Nércide, peut ótre 
Thétis, demie nue, assise à droite sur le dos d'un 
jeune Centaure marin qui tient dans la main gauche 
une conque (bucine), appuie un trident sur son 
épaule droite et nage à gauche en tournant la 
tète en arrière vers la déesse, au dessous trois 
dauphins efflcurent leur tète hors des flots. 

" Poids : 70 gr. 50 — saillie maxima (au menton 
et au nez) m. 0,005 diamètre m. 0,058 >>. 

Je m'en serai voulu de ne pas donner cette 
description magistrale en entier oìi rien n'a passe 



LES FIGURES DE FACE SUR LES MONNAIES ANTIOUES 21 7 

inapercu aux 3'eux de mon savant ami et maintenant 
voici ce qu'ajoute ce savant: 

" L'artiste a su donner une intensité de 

Il vie cxtraordinaire mi portmit dii he ras macédonien 
" dont le regard, dirige légèreìiient en liaui, droit devant 
« lui, respire l'energie et l'entìiousiasìne guerrier; san 
« casque s'est détaché dans le feu de F action et il con- 
ti tinue à combattre malgrc cet accident, téle ime, dans 
" l'attitude de la chargc, les cheveux rejetes en arrière 
u en longnes boucles flottantes. C'est l'épisode caracté- 
" ristiqiie de la bataille du Granique oii Clitus saliva 
u la vie du roi en abattant la inain du Gcìicral perse 
u Rhouacès aii moment oii il aliali le frapper à la lète 
u qii'il avait desarmée par un pretnier coup. Luigi de 
« Féis s'est donc trompé cn affirmant que cet épi- 
« sode n'a été relaté par aucun historicn, lorsqu'il 
« a expliqué la fameuse inosaique pompéiennc dite 
« de la bataille d'Issus, où le principal personnage 
" combat tote nue et traverse de sa lance un guer- 
" rier per san ». 



Ainsi donc dans cette belle figure de face l'in- 
tention est visible, c'est bien le courage indomptable, 
l'action intrèpide du héros macédonien qu'on a voulu 
célébrer et commcmorer d'une fagon grandiose et 
l'artiste inspiré par un tei sujet et un tei héros a 
donne à cette figure de face une splendeur surhu- 
maine. Il devait et ne pouvait représentcr son héros 
que de face. C'était la seule manière pour lui de 
faire revivre son demi dieu et lui donner par la 
direction des yeux, par la contraction des traits, 
la vie et le mouvement que. seul, le portrait de face 
lui permettait d'obtenir. 

L'habitude de rcprésenter les figures de face a 



&l8 j. EDDÉ 

été reprise pour ne plus ótre abandonnée par les 
Empereurs de Byzance. 

Quoi que l'Empire menacé de toutes parts fut 
proche de sa chute, malgré la décadence et l'affai- 
blissement d'une puissance jadis si redoutable, ou 
peut étre à cause de cela méme, les autocrates By- 
zantins cherchaient à Trapper l'imagination de leurs 
peuples. Eux, à qui le sceptre échappait, ils se fai- 
saient voir dans tonte leur gioire et dans tout leur 
faste; et fantoches vacillants, ils cherchaient à se 
tromper eux mèmes, et à en imposer au monde 
entier sur la fin prochaine de leur Empire. 

Alexandrie, février i()oH. 

D/ Eddé. 



ZECCA DI BENEVENTO 



SOLDO D'ORO 

DI SCAUNIPERGA E LIUTPRANDO minorenne, Duchi (751-756). 




/B' — DN — ... — IVNPP . Busto di prospetto diademato 
con la croce nella destra ed il vohimen nella si- 
nistra. 

Ijl — VICTORV — W&ySJW . All'esergo CONOB . Croce po- 
tenziata sopra piccolo globo e quattro gradini 
decrescenti. Nel campo le iniziali S ed L. 
Soldo d'oro (solidus) gr. 3.90, diani. niill. 19, titolo ''"/looo. 

La prima volta che comparve questa rara mo- 
neta fu nella vendita della Collezione Sambon (Mi- 
lano 1897). Proveniva dalla raccolta Boyne e fu ac- 
quistata per quella di S. M. Vitt. Emanuele III ove 
ora si trova. 

Un secondo esemplare (') ebbi la fortuna di po- 
ter acquistare recentemente mentre stavo studiando 
una più razionale classificazione delle monete del 
Ducato beneventano ed in ispecial modo di quelle 
ove trovansi lettere iniziali, sigle e monogrammi va- 
gamente e senza sicuro criterio attribuite a questo 
o quel duca. 



(I) Fra i due esemplari si riscontra una leggiera variante di conio. 



220 E. MARTINORI 



Se per molte di queste monete non è facile dare 
una assegnazione certa e documentata, ma bisogna 
contentarsi di pochi ed incerti elementi per almeno 
raggrupparle intorno a qualche periodo storico e 
mantenerle in limiti ben definiti, così non è per il 
soldo che prendo ad illustrare. 

Già il Sambon nel classificare le monete della 
sua importante raccolta aveva con giusto criterio 
letto nelle due iniziali S . ed L . i nomi di Scauni- 
perga e Liutprando ed a me non resta che il com- 
pito di ragionare più estesamente sugli elementi che 
rendono quella attribuzione giusta ed_ indiscutibile. Le 
monete che i duchi longobardi di Benevento coniarono 
nella loro capitale si possono dividere in tre categorie. 

Nella prima vanno poste tutte quelle monete 
che imitando i solidi ed i tremissi delle zecche bizan- 
tine non portano alcun segno speciale che possa darci 
luce non dico per una assegnazione certa ma nem- 
meno approssimativa. Queste monete ebbero vita nel 
primo periodo del regno longobardo e costituiscono 
quella serie, che per la loro servile imitazione e la 
loro anonimia, non presentano alcuna particolarità, 
che ne permetta la ripartizione e sarà per molto 
tempo il punto più oscuro della numismatica medio- 
evale. Questo primo periodo lo possiamo limitare fra 
gli anni 571 e 671 (". 

La seconda categoria comprende le monete be- 



(i) La moneta d'oro che doveva servire per le transazioni più im- 
portanti, emanava dall'autorità del sovrano, e Procopio {De bello Gotico, 
lib. Ili, e. 33) dice che nel mondo romano ed anche presso i barbari 
questa moneta non era ammessa che a condizione di riprodurre fedel- 
mente il tipo al quale si era abituati. Ecco la ragione per la quale e 
Franchi e Borgundi, Ostrogoti e Longobardi, hanno servilmente copiato 
la moneta bizantina, tanto in voga in quei tempi, introducendo, quasi 
fraudolentemente, nelle estremità delle leggende o nel campo, lettere o 
monogrammi che ingannavano facilmente il pubblico illetterato e pote- 
vano costituire per essi un grande profitto, specie adulterando ed abbas- 
sando il titolo del metallo. 



ZECCA DI BENEVENTO 221 



neventane che portano iniziali o sigle o monogrammi 
rispondenti ai nomi dei duchi e che per l'uniformità 
del tipo si possono aggruppare fra loro e costitui- 
scono un tipo direi quasi nazionale. Questo secondo 
periodo va dal 671 al 774. 

Da quest'anno fino al ritorno della dominazione 
greca cioè all'Sgi le monete di Benevento, che co- 
stituiscono la terza categoria, portano ben chiaro il 
nome del principe e non ci lasciano piti incerti sulle 
loro attribuzioni. 

Delle due categorie non conosciamo che monete 
d'oro, solidi e tremissi, ma ciò non vuol dire che non 
si imitassero anche monete di altro metallo. Chi sa 
quante e quali sorprese ci riserva uno studio piti 
accurato ed analitico delle monete che ci ostiniamo 
a chiamare bizantine? 

La nostra moneta appartiene dunque alla se- 
conda categoria che ha lasciato finora dubbiosi ed 
incerti tutti gli illustratori della zecca beneventana 
molti dei quali per togliersi d'imbarazzo hanno finito 
per escluderla dall'ambito delle loro ricerche e dei 
loro studi (i). 



(1) Il Barthélemy {Manuel de numismadque (185 m.) mediaevate, 1851) 
attribuisce ai re Longobardi la cussione delle monete dal tipo imperiale 
comprese quelle di Benevento e comincia la serie delle monete di quella 
zecca da Arichi II cioè dall'anno 758. 

Ad. Blanchet nel nuovo manuale del 1890 corregge in parte il la- 
voro del Barthélemy e si limita a farci conoscere come vengano attri- 
buite ai duchi di Benevento le imitazioni di soldi e tremissi d'oro che 
portano nel campo sigle e monogrammi sui quali si basano le attribu- 
zioni ma non ci dà l'elenco di queste. 

Il Lazzari {Zecche degli Abruzzi, 1858) chiama ricca la serie delle 
monete dei prin. ipi di Benevento ed asserisce non esservi alcun dub- 
bio che alcuna di esse rimonti agli ultimi anni del secolo Vili e pro- 
priamente al 788 quando ai Beneventani Carlo Magno concedette prin- 
cipe Grimoaldo III permettendogli di battere moneta purché fregiata 
anche del proprio nome. E poco dopo soggiunge " giovandosi di alcune 
lettere apposte ai lati della croce potenziata longobarda sopra tremissi 
e solidi d'incerta origine, tentarono alcuni dotti nummografi di ampliare 
la serie beneventana, riconoscendo in quelle sigle le iniziali dei nomi di 
duchi e di principi; ma la loro attribuzione, a primo aspetto soddisfa- 



E. MARTINORI 



Il primo, se non erro, a darci qualche attribu- 
zione certa, fu Giulio di S. Quintino nel suo Ragio- 
naììiento stille monete di Giustiniano II. Questo distinto 
numismatico, messo sull'avviso dal fatto che alcune 
monete di quell'imperatore si allontanavano troppo 
dal tipo primitivo e, contraffacevano la dicitura e, 
quello che è più importante, erano scadenti nel peso 
e nel titolo, pensò dover attribuire alla zecca di Be- 
nevento quelle che avevano sigle o monogrammi che 
potessero in qualche modo giustificarne l'attribuzione 
a questo o a quel duca. 

Fra le ragioni che ci espone citerò l'ultima che 
a me sembra la più esauriente ed è questa: « È cosa 
rarissima che le dette monete d'oro si rinvengano altrove 
che in Benevento o nelle confinatiti proviticie del regno 
di Napoli ». Le attribuzioni del S. Quintino non sono 
tutte esatte, ne per le scarse cognizioni di quel tempo 
in questa materia si poteva pretendere di più. Solo 
meraviglia come aperta la via a quelle investigazioni 
non si siano in seguito trovati altri volonterosi a pro- 
seguirne lo studio. 

Fra tutti gli esemplari finora conosciuti e che 
timidamente fanno la loro comparsa nei cataloghi con 
più o meno esatta classificazione, quello che a mio 
avviso, non può generare alcun dubbio pella sua at- 
tribuzione e può anzi meglio di qualunque altro pre- 
starsi a punto di partenza per uno studio compara- 
tivo, è l'esemplare che ora presento e che appartiene 
al periodo di conreggenza della Duchessa Scauni- 
perga e di suo figlio minorenne Liutprando. 

L'uso continuato dai successori di porre le loro 
iniziali nel campo delle monete, anche quando vi 



cente per qualche pezzo, avuto poi riguardo alla discrepanza dei tipi, 
induce in tale scompiglio nella serie stessa che gli è d' uopo ritenerla 
basata su troppo deboli fondamenti „. 

Ed anche nei manuali più recenti ancora si asserisce essere stato 
Grimoaldo III nel 788 il primo duca che coniasse moneta in Benevento! 



ZECCA ni BENEVENTO 223 



avevano inciso ben leggibile il nome, come vediamo 
praticato da Grimoaldo III, Siconolfo, Sicardo, Ra- 
delchi, ecc., ci assicura le due iniziali S ed L appar- 
tenere a Scauniperga e Liutprando. 

Pochi documenti ci sono giunti che rischiarano 
quel periodo oscuro della storia. 

Alla morte di Gisulfo, avvenuta nel 751, Liut- 
prando suo figlio era ancora bambino e sua madre 
Scauniperga dovette assumerne la reggenza *'). 

Vediamo infatti nei documenti dell'epoca sempre 
associato il nome dell'una con quello dell'altro. 

Un primo documento del 752 comincia « Firma- 
« vimus nos gloriosissima Domna Scani perga (sic) et 
« Domnus vir gloriosissimus Liutprand summi duci- 
« bus (sic) gentis langobardorum, » etc, etc, (^i e più 
oltre « secundum qualiter haec, quae super legitur, 
« in isto Dei loco concessum est a Domno sanctae 
« memoriae Romoald socero ed avone nostro ». Pa- 
role che bastano a definire la lite agitata fra molti 
insigni scrittori del Ducato Beneventano per sapere 
se il Duca Liutprando fosse stato figliuolo o marito 
di Scauniperga. 

Un altro documento del dccembre dello stesso 
anno comincia come il precedente (3'. 

Un terzo documento del febbraio 753 ])orta egual- 
mente uniti i nomi di Scauniperga e di Liutprando. 
ma solo questi è distinto col titolo sniiiiinis (iitx '4\ 

Un quarto del marzo 755, assegna il titolo di 
stimmi cìiices alla madre ed al figlio 's». 

Nel giugno 756 Liutprando emana un giudicato 
in nome proprio chiamandosi vir iilnriosi^simiis Lco- 



(i) Ferdinando Hirsch : // ducato di Benevento, ecc., traduzione di 
M. Schipa, 1890, pag. loo. 

(2) Trova, T. IV, p. IV, Cod. Long., pag. .140. 

(3) Trova, op. cit., pag. 443. 

(4) Idem, idem, pag. 448. 

(5) Idem, idem, pag. 557. 



^24 E. MARTINORI 



prand summus diix Longobardorum, e non si fa cenno 
di Scauniperga. Ciò ci dimostra come fosse il duca 
uscito di minorità e cessata la reggenza della di lui 
madre. 

La nostra moneta fu coniata, dunque, nel primo 
periodo che corre fra il 751 ed il 756. 

Abbiamo già accennato ai criteri che hanno in- 
dotto alcuni studiosi della numismatica bizantina a 
distinguere le imitazioni beneventane. Questi si pos- 
sono riassumere cosi: 

i.° Lo stile ed il lavoro più rozzo e trascu- 
rato che non è quello dei solidi e fremissi che si 
fabbricavano nelle zecche di Bisanzio e nelle altre 
primarie officine dell'impero ; 

2.° La maggior scorrettezza delle leggende; 

3.° Il più alto rilievo sia delle lettere che delle 
cose figurate; 

4.° La scadenza del titolo, l' abbassamento 
della lega più sovente di argento che di rame ed il 
minor peso. 

Questi caratteri troviamo riuniti nella nostra 
moneta. 

L'incisore ha preso a modello il solido di Arte- 
mio Anastasio, ma ha voluto imprimergli tutta la 
propria individualità. Con pochi tratti ben marcati 
egli ci presenta il busto del principe di faccia: se 
il braccio destro non fosse levato in alto per sor- 
reggere la croce ma ripiegato sul petto il disegno 
sarebbe perfettamente simmetrico. 

Il diadema che porta sul capo manca della croce 
che invece troviamo ripetuta sopra il capo degli im- 
peratori bizantini nelle loro monete da Tiberio Co- 
stantino in poi. 

Il collo è lungo e nudo. Mentre la destra sor- 
regge un piccolo globo crucigero, la sinistra, ripie- 



ZECCA DI BENEVENTO 225 



gata sul petto, stringe il vohimeii specie di borsetta chia- 
mata anche acacia che gli imperatori usavano tenere 
in mano, ripiena di cenere o di polvere, per ram- 
mentarsi della fragilità umana e come monito ad es- 
sere clementi e moderati verso i loro sudditi. Alla roz- 
zezza del disegno va accoppiata una cura nei dettagli 
che non è priva d'interesse. Da certi piccoli tratti che 
segnano le linee del volto possiamo arguire aver vo- 
luto l'artista significare una corta barba che lo ornava. 

Passando al secondo criterio osserviamo come 
della leggenda imperiale DN IVSTINIANVS pp non ri- 
mangano nella nostra moneta che poche lettere quante 
ne potevano entrare nello spazio lasciato dalla figura 
DN IVN PP e nel rovescio per VICTORIA AVGVSTI, Vie- 
TORY - VGVSTI. Come vediamo, la lettera A è ban- 
dita affatto dalla iscrizione, e, cosa che si vede ripe- 
tuta in tutte le monete di quel periodo e di quel ducato, 
questa prima lettera dell'alfabeto va trasformandosi in 
un A o i> o in V . e l'analfabeta incisore ha finito per 
servirsene come di un ornamento simmetrico ai lati 
della croce. Le altre lettere sono fra loro ineguali ed 
ostentano rozzamente i caratteri che vogliono imitare. 

Per ciò che si riferisce al terzo criterio cioè al 
più alto rilievo delle lettere e della parte figurata e 
cosa che non ha bisogno di dimostrazione. 

Per ultimo, ciò che caratterizza le monete di conio 
beneventano è il loro minor peso in confronto di quelle 
di conio imperiale, il titolo più basso dell'oro, e la lega 
formata con argento piuttosto che con rame e clic 
contribuisce a dar loro quel colore pallido che, a 
prima vista, le fa distinguere da quelle di altre zecche. 

Mentre i solidi bizantini fino ali'e|)oca della quale 
stiamo parlando, si mantengono di peso e di titolo 
legale, quelli della zecca di Benevento sono nell'uno- 
e nell'altro inferiori e nelle contrattazioni erano sem- 
pre preferiti i primi ai secondi e nella stessa città 



226 E. MARTINORI 



di Benevento si faceva la distinzione fra il solido del- 
l'impero e quello del ducato"). 

La nostra moneta pesa grammi 3.90 e contiene 
760,1000 di oro mentre il soldo bizantino pesa gram- 
mi 4.50 circa ed è molto superiore nel titolo che va- 
ria Ha ""/' a """/ ^2) 

Dopo la distruzione del regno longobardo cessò 
nelle zecche italiane la battitura delle monete d'oro (3). 

I soli principi di Benevento ed i duchi di Sa- 
lerno continuarono a coniarne, ma di qualità sempre 
più scadente fino al punto da lasciare il dubbio sulla 
lega metallica che le costituiva. 

Da quanto ho esposto ho dovuto convincermi 
come la moneta beneventana dovesse servire per le 
sole contrattazioni locali. E difficile infatti ritrovare 
esemplari di questa moneta fuori dei confini del du- 
cato o insieme a quella bizantina ed è raro trovarne 
menzione nelle trattazioni con i paesi limitrofi. 

Oltre a queste ragioni dobbiamo assegnare la 
rarità di questi solidi allo scarso traffico monetario 
dei Longobardi, alla grande copia di numerario aureo 
che usciva dalle zecche bizantine, nonché al maggior 
credito che questo godeva, mentre i duchi Beneven- 
tani si accontentavano di produrre più o meno cor- 
rettamente quanto poteva bastare per aff"ermare il 
loro privilegio. 

Nella raccolta di S, M. trovasi ancora il tre- 
misse (gr. 1.32) di Scauniperga e Liutprando che 
differisce solo per le sue dimensioni (mill. ns). • 

Roma, 26 febbraio 1908. 

E. Martinori. 



(i) A. Engel: Reclierches sur la numismatique, eie, des Normands 
de Stelle et d'Italie. Paris, 1883, p. 73. 

(2) Nelle epistole di S. Gregorio troviamo che regnando Agilulfo 
(590-615) i solidi bizantini erano ragguagliati ad '/o ^i oncia cioè a 72 
per libbra e pesavano grani 98 (Zanetti, IV, pp. 43-48). I soldi del basso 
impero contenevano 84 grani d'oro (Idem, pp. 46-50). 

(3) V. Capgbiancmi: Origine della secca del Senato romano, p. 64. 



Grumento, Matera e S. Chirico Rapare 



APPUNTI DI NUMISMATICA. 

Quando si voglia tentare di parlare della mo- 
netazione delle tre località, di cui è oggetto il nostro 
tema, si viene con rincrescimento a sapere che do- 
cumenti al riguardo non ne esistono ; ciò non per- 
tanto io credo che un po' di luce, per quanto scialba 
possa essere, la gittino queste mie considerazioni, 
che bramerei siano di gradimento a quanti amano 
le patrie ricordanze. 

I. — PER GRUMENTO. 

Grumento, dalle cui rovine surse l'odierna « Sa- 
ponara » fu città antichissima e ricca della Lucania 
mediterranea, e capoluogo dei popoli grumentini. 
Della sua nobile e rimota esistenza, dell' importanza 
che ebbe, non solo ai tem[)i dell'autonomia lucana, 
ma anche ai tempi romani, ci parlano i [)iii chiari 
scrittori dell'antichità, a cominciare da Livio, gli an- 
tichi itinerari!, una quantità di monumenti lapidei, 
avanzi di rovine e oggetti di scavo bellissimi. Tra 
questi oggetti rinvengonsi pure delle monete in 
bronzo, della grandezza 7 ad 8 della scala di Mion- 
net, le quali, da un lato, presentano una testa di 
donna, rivolta a dritta, con capelli annodati e di- 
sposti a tutulo sull'occipite, e. dall'altro, un bue coz- 
zante, o un cavallcj saliente, rivolti a dritta entrambi, 
ed aventi a lato le lettere fPY. Da dotti nunnsma- 



228 AI.HF.KTO SIMONKTTI 



tici (') sono state queste monete attribuite a Gru- 
mento ; ma v' ha taluni che questa attribuzione ve- 
dono capricciosa ed arbitraria, e le ccnnate monete 
dicono appartenenti a Grumo, nella Peucezia : solo 
perchè, su monete di Grumo, vedonsi tipi simili a 
quelli descritti i^K Faccio però osservare, che il ri- 
trovarsi tipi simili sopra monete di serie diversa, 
non è buona ragione per non dire Grumentine quelle 
in discorso. E invero, non si potrà negare che, nelle 
antiche monetazioni, il tipo di una città sia stato, 
talora, adottato da un'altra. Ciò è dovuto ad affinità 
etnica e religiosa, o a convenienza commerciale, ad- 
dirittura. Ad esempii : il Pegaso, con la testa di Pal- 
lade, che vedesi sulle monete di Corinto, vedesi pure 
su quelle delle sue colonie : molti tipi della Locride 
vedonsi su monete di Locri Epizefirii : su parecchie 
monetazioni della Beozia vedesi lo scudo tebano, e 
così via via. 

Altri, poi (31, avendo sulle monete di Arpi ve- 
duto lo stesso tipo del cavallo saliente ^^>, appoggian- 
dosi all'autorità di Snida, han detto che le lettere TPY 
potrebbero pure denotare una moneta, interpretan- 
dole pel valore della moneta stessa, come OBOAOI 
s' interpreta per quello delle monete di Metaponto. 
Ciò fa supporre che i tipi delle monete di Arpi sono 
sempre accosto alle lettere rPY. Ma per quanto io 
mi sappia, desse lettere non si trovano mai su queste 
monete, sulle quali, invece, o intera o dimezzata, 
leggesi soltanto la leggenda APnANflN, vicino a cui 
vedesi talvolta il nome AAIIOY, che è il nome di un 
magistrato monetale di Arpi. 

(1) Fra questi è annoverato il cliiarissiino Eckel. 
{2) Gian Domen. Romanelli : Aulica topografia storica del regno di 
Napoli. Napoli, Stanip. Reale, 1818, part. II, pag. 173. 

(3) Franc. Mah. Avellino : Giornale niimisiiiattco, 180S-12, Napoli. 

(4) Secondo il Corda, questo tipo è relativo ai famosi cavalli di 
Diomede. 



GRUMENTO, MATERA E S. CHIRICO RAPARO 229 

Mettendo da banda, dunque, ogni congettura, 
si può ritenere che, quando su monete, che presen- 
tano tipi simiU ai descritti, vedonsi le lettere rPY, 
le monete sono grumentine; le lettere sono iniziali 
della parola rPYMENTlNHN; e. pei tipi, tanto il bue 
quanto il cavallo furono dai Grumentini effigiati , 
perchè si conoscesse pubblicamente in quanta con- 
siderazione avessero tenuto quegli animali. 



IL — PER MATERA. 

Matera, in latino « Mateola » ed in greco 
u MsTO'Aov „ è città tuttora esistente, e vanta origine 
enotria antichissima, secondo apprendiamo da Plinio, 
da Strabone e da altri antichi storici. Frammisti ai 
monumenti della sua antichità, rinvengonsi delle mo- 
nete in bronzo, della grandezza 4 a 6 della scala di 
Mionnet ; aventi, nel diritto, la testa di Pallade ga- 
leata col morione, a dritta, e sormontata or da uno 
or da due globetti, secondo che eran segno or del- 
l'oncia, or del sestante : e, nel rovescio, a volte, un 
leone seduto sulle gambe di dietro, e con un giavel- 
lotto tra le zampe anteriori e protendentesi sulla 
spalla sinistra; a volte, un corno di abbondanza, ri- 
boccante di frutta : ma sempre con la sigla aa a lato 
a dessi simboli. Alcuni dotti numismatici non si ac- 
cordano, però, sul luogo preciso, ove queste monete 
ebbero vita. Ed invero Millingen "' le attribuisce a 
« Natiolum » Avellino '^i a « Gnatia », o più pro- 
priamente, « Egnatia » ed il Riccio O» le dice appar- 



(i) Millingen ; MédatUes grecqties, ined. 

(2) Fr. Maria Avellino : Giornale Numismalico, 1808-1812, Napoli. 
Rucetia. 

(3) Genn. Riccio : Reperlorio ossia ilescrizioiie e lasse delle tnonele, ecc. 
Napoli, Traiiiater, 1852, pag. 45. 



230 ALBERTO SIMONETTI 



tenenti a Mateola ; mentre non esclude la probabi- 
lità che possano appartenere a Gnatia. L'esistenza 
di Natiolum è molto discussa, trovandosene notizia 
nella sola tavola Peutingeriana, e, ciò stante, non è 
il caso di accettare l'opinione del Millingen. Gnatia, 
invece, fu città antica e ricca, e bene avrebbe po- 
tuto essere la culla delle cennate monete; ma, se ci 
fermiamo per poco ad ossef varie, ci accorgeremo che 
la sigla AA è un monogramma abbreviato, e che, 
scrivendolo regolarmente, si legge MAT, monogramma 
che si presta bene ad indicare il nome Mateola, ma 
non per altre argomentazioni (i'. Altri poi dicono che 
le cennate monete potrebbero essere di « Caelium » 
perchè sono a queste simili, presentando, nel dritto, 
lo stesso tipo della testa di Pallade coi globetti: e che 
nella sigla aa potrebbero essere invece le iniziali del 
nome di un magistrato monetale di Caelium. Rispetto 
le opinioni altrui; ma, per conto mio, fino a che 
non verranno alla luce monumenti che dimostrino 
falso il nostro asserto, dirò sempre Materane le mo- 
nete con la sigla aa; e, riguardo al tipo, ripeterò col 
Gattini, che stimasi desso allusivo alla pace che se- 
guì alla prima guerra punica (2). A differenza, poi, 
della Pallade, che è sulle monete di Caelium, la Pal- 
lade delle monete Materane apparisce spirante quella 
grazia squisita che i Greci artisti accordarono alla 
vergine figlia di Giove. 

III. — PER S. CHIRICO RAPARO. 

S. Chirico Raparo è terra antichissima, e si disse 
« Serra » prima di ricevere la fede cristiana. Fu, 



(i) Solone Ambrosoli: Monete greche. Milano, U. Hoepli, 1889, p. 135. 
(2) Conte Gius. Gattini: Note storiche sulla città di Ma/era. Napoli, 
Perrotti, 1882, pag. 6. 



GRUMF.NTO, MATERA K S. CHIRICO RAPARO 23I 



molto probabilmente, originata da coloni greci, per- 
chè da essi, in prosieguo, e propriamente nel IX se- 
colo, fu edificato pure il suo castello, che andò sem- 
pre celebre tra i castelli Lucani. In uno dei sotter- 
ranei di questo castello, in ora diruto pressoché tutto, 
era, secondo una costante tradizione e i dotti del 
luogo ripetono, una zecca istituita dal principe Pi- 
gnatelli, ramo di Monteleone, quando questi era feu- 
datario di S. Chirico Raparo Veniamo infatti a co- 
noscere che Antonio PignateUi "\ figlio di Nicola, 
ottavo duca di Monteleone, nel 1731, da Carlo VI, 
imperatore d'Austria e re di Napoli, fu creato prin- 
cipe del sacro romano impero, e di Belmonte, con 
dritto, per se e suoi eredi, di poter coniare moneta, con 
i proprii stemmi ed effigie: privilegio, però, di cui 
il nuovo principe cominciò ad avvalersi due anni 
dopo, cioè nel 1733. Delle sue monete, però, ne ri- 
mangono soltanto alcune in oro, che pare siano state 
lavorate in qualche officina di Germania, o di Vienna 
addirittura; e tanto è stato pure ritenuto dal Bazzi- 
Santoni (2) e dai fratelli Gnecchi (31. Ma con l'avve- 
nimento al trono di Carlo III di Borbone, avvenuto, 
nel 1734, dopo la famosa battaglia di Bitonto, es- 
sendosi Napoli e Sicilia ridotte sotto un solo scettro, 
e liberate dal servaggio austriaco, si ebbe un nuovo 
ordine di cose, per effetto di cui Carlo III stabilì. 



(i) Antenato di costui fu quell'Ettore Figiiatelli che ussend i viceré 
di Carlo V, in Sicilia, die ordine, nel 1531, che si introducesse, in quel 
regno, moneta di puro rame, siccome leggesi a carte 92 ilelle " Memo- 
rie storiche ed economiche sopra la bassa moneta di Si -dia „ del chiaro 
Della Rovere. Cuminciamo, dimque, a vedere che, nella casa PignateUi, 
ramo di Monteleone, il diritto di zecca, or da concedente, or da conce- 
duto, non è cosa nuova. 

(2) G. Bazzi e M. Santoni: l''ii(U ineciim del racco^Ulnre di inaitele. 
Camerino, tip. Mercuri, i856, pag. 128. 

(3) Francesco ed Ercolk Gnecchi; Siiygw di biblioi^nifm uiiiiiìshm- 
tictx. Milano, Cogliati, 1889, pag. 28. 



232 ALBERTO SIMONETTI 



fra le altre, che il titolo di principe del sacro ro- 
mano impero dovesse essere riserbato solo ai prin- 
cipi della famiglia reale '^'. e che i privilegi e le 
concessioni fossero dai principi esercitati soltanto 
nelle terre ad essi infeudate. Da quel tempo, è pro- 
babile che i Pignatelli avessero tenuto zecca nelle 
loro terre, tra le quali fu S. Chirico Raparo. L' a- 
vanzo che ora vedesi di questa zecca è una cavità 
circolare in forma di calotta, nella quale doveva av- 
venire la fusione del metallo. Dell'ultimo Pignatelli, 
poi, che in questa zecca abbia battuto moneta, erano 
ammirevoli, si ricorda, per perfezione e bellezza di 
conio, i pezzi in argento da « due » e da » sei carlini ». 

S. c/lirico 'Raparo, H febbraio igoS. 

Barone Alberto Simonetti. 



(i) Francesco Ceva Grimaldi: Della citlà di Napoli, ecc. Napoli, stam- 
peria Pignasecca, 1857, P'''S- 4°- 



UMBERTO BONACCORSI 

ZECCHIERE DI SAVOIA 



Un certo Antonio Grange fu condannato ad una 
multa di 5 soldi e 3 denari grossi perchè si era ri- 
fiutato ad accettare moneta di Amedeo Vili conte di 
Savoia prima ancora che questa fosse pubblicamente 
screditata; ciò avveniva in Aiguebelle sul finire del 
T404 <^'\ Questa oscura nota eccita la curiosità di 
conoscere il motivo per cui si puniva un suddito che 
rifiuta la moneta dello stato. La prima supposizione 
che si presenta è ovvio sia quella, che di detta mo- 
neta molta doveva essere stata falsificata e la voce 
pubblica sussurrasse già abbastanza a questo propo- 
sito da sollevare la diffidenza generale. Approfon- 
dendo infatti le ricerche si trova, come nel 1402 dopo 
aver pacificato lo stato messo a soqquadro dalle in- 
testine lotte venute per la violenta morte di Ame- 
deo VII; Oddone di Villars. tutore del giovane Ame- 
deo Vili, avesse pensato anche di riformare la 
moneta facendo coniare oro, argento e rame (^l La 
prima zecca savoina incaricata di questo lavoro fu 
quella di Nyon alla quale era jireposto Umberto Bo- 
nacourt o Bonaccorsi di Lione (3) il quale aveva in 
quell'anno presentati al giovane principe i modelli 
delle nuove specie. 

Nel gennaio 1405 sono convocati a Chambery, il 
vescovo di Lausanne, il signor di Langin, il visconte 



234 G. CATsBONELLI 



di Ginevra ed il proposto di Monte Giove, i quali 
assieme al castellano di Nyon dovevano radunarsi 
in tribunale per giudicare il maestro delle monete (4). 
Apprendiamo infatti dai Conti della Castellania di 
Chambery come il giorno 30 marzo 1405 nel luogo 
dove si erigeva la forca chiamato Les Chaux fu de- 
capitato Umberto Bonacourt, maestro della zecca di 
Nyon, con tutte le forme condannato ad aver mozza 
la testa, il cadavere impiccato alla forca ed il capo 
infisso sopra una sbarra di ferro esposto al pubbli- 
co (5). 11 documento molto particolareggiato sulla ese- 
cuzione capitale, è troppo laconico sulla motivazione 
della sentenza, che possiamo tuttavia conoscere per 
induzione dalle disposizioni venute subito dopo nella 
ordinazione delle zecche e nei conii delle specie. 

Lo zecchiere di Chambery, che il documento 
non dice chi fosse, è incaricato di trasformare le mo- 
nete battute a Nyon (^'. Giovanni di Rozeto da Mon- 
calieri è nominato maestro generale delle monete ci- 
tra montes con facoltà di far battere specie d'oro e di 
argento nel luogo dove meglio gli piacerà ^T>. Um- 
berto Violet da Lione è nominato custode e guar- 
diano della zecca di Nyon (8> 

Collegando adunque i fatti fra di loro occorsi 
nello stesso tempo, cioè la multa al Grange, la ese- 
cuzione solenne del Bonacourt, la trasformazione della 
moneta; si può logicamente concludere che il Bona- 
court abbia abusato della sua posizione falsificando 
ed adulterando le monete, il supplizio inflittogli sta 
a provarlo, il sospetto già penetrato nel pubblico, 
donde il rifiuto del Grange di accettare specie già 
screditate. 

Da tutto ciò ne viene come allo stesso modo 
che al collezionista può interessare di conoscere le 
falsificazioni delle monete di Amedeo VII operate 
dal medico Giovanni Valpon (9^; cosi non è privo di 



UMBERTO BONACCORSI ZECCHltRE DI SAVOIA 235 



interesse il conoscere le falsificazioni del Bonaccorsi, 
le quali si riferiscono alle monete di Amedeo Vili 
che chiamerò della prima maniera. 

G. Carbonelli. 



NOTE E DOCUMENTI 



(i) Arch. Cam. Torino, Conto Castellania Aiguebelie, 
M. 8, Rot. 6 (fine del 1404) : 

Recepii ab Anthonio Grangie prò eo quia refutavit 
monetam domini recipere ante quam fuisset decridata 

V. sol. n] den. gros. 

(2) Ib. Conto dell'Hotel Conte 1402. 

(3) Sui Bonaccorsi " lombardi „ e zecchieri v. L. Ci- 
brario Ecou. Poi., voi. 3.°, pag. 217. Torino, 1842. 

(4) Arch. Cam. Torino, Conto Cancellieri Savoia, Maz. 9, 
Reg. 35, fol. 19, V.: 

Lib.' die X dicti mensis (Gennaio, 1405) apud Rossel- 
lionem diete Salliet prò portu Iiterarum per doininum missa- 
rum domino episcopo Lausanne, domino Langini et vice- 
dompno Gebennarum quod deberent esse Chamberiaco die 
XXV Januarii prò quadam jornata tenenda 

XX den. gros. 

Lib.' die xij eiusdem mensis apud Seissellum diete Bri- 
sibarra prò portu literarum per dominum missarum preposito 
Mentis Jovis qued esset in dieta jornata et castellano Niui- 
duni super facto magistrorum monete 

xvj den. gros. 

(5) Arch. Cam. Torino, Conto Cast. Chamberì, Hot. 57, 
perg. 51, 1405-06. 



236 



G. CARBO.NELLI 



Libravit in et prò execucione facta de Humberto Bo- 
nacourt magistro monetaruni domini in Nyuiduno. Con- 
dempnato per d. Georgium Pailuelli licenciatum in legibus, 
ad amputacionem capitis, et suspensionem eius corporis, ut 
per eiusdein domini Georgii sentenciam, datam die penultima 
mensis marcii A. D. millesimo ecce"'" quinto executam prout 
infra. 

Et primo, prò precio sex chiuronorum et quinque po- 
stium emptorum manu Thome Ogerii carpentatoris castri do- 
mini Chamberiaci a Petro Balia prò tanto 

IX den. gros. 

Implicatorum in quodam solano facto in furchis de Les- 
chaux super quo fuit capud dicti Humberti amputatum, et 
in una scala prò eodem necessaria. 

Item prò precio duodecim crochiarum ferri implicatarum 
in gardeando, et retinendo dictum solanum 

j den. ob. gros. 

Item in emptione unius panne fuste empte a Petro Albj, 
prò tanto jncluso uno denario gros. prò precio cuiusdam 
ferri fìxi in dieta pannea. Et que panna piantata fuit iuxta 
plotum, et in eadem positum capud dicti Humberti 

iij den. gros. 

Item salario et expensis, dicti Thome carpentatoris Johan- 
nis Risol, et Arthaudi de Monthons etiam carpentatoris unius 
diei qua uacauerunt, in faciendo dictum solanum, in dictis 
furchis, scalam et pannam seu pilonum predictas, Capiens 
quolibet ipsorum prò diem de salario jnelusis expensis duos 
denarios ob. gros. more solito 

vij den. ob. gros. 

Item in empcione et prò precio unius Catelle et unius 
chinillie ferri positarum in summitate dictarum furcharum, 
prò tirando sursum corpus dicti Humberti 

vj den gros. 

Item in emptione unius capistri canapis empti a Johanne 
Basterii cum quo fuit suspensum dictum corpus per spatullas 

ij den. gros. 



UMBEUTO BONACCORbl ZtCC£IlKRE DI SAVOIA 237 

Item in empcione unius dolorie empte a Johanne Grey- 
niolat fabro, prò amputando dictum caput 

xij den. gros. 

Item Johann! de Conca parrocchie Bagiaci laniste, qui 
execuciones supradictas fecit prò tanto, ultra expensas 

xij den. gros. 

Item prò miialiia dicti laniste quinque dierum quibus 
stetit in dicto castro expectando diem execucionis dicti 
Humberti 

V den. gros. 

Item prò miialHa eiusdem Huberli decem dierum finito- 
rum die undecima exclusive mensis Aprilis anno predicto 
computatis duobus den. vienn., prò die. 

j den. t quart. gros. 

Item Chardono mistraii Chamberiaci prò suis ipsius et 
eius equi expensis factis una vice eundo de Chamberiaco, 
apud Burgentam et Castrum noum ad perquirendum et jnue- 
niendum lanistam qui dieta execucionem fecisset et neminem 
jnuenit. 

vj den. gros. 

(6) Ib. Conto Cancellieri Savoia. Voi. 38, Ibi. 5, r. : 

Recepii prò sigillo litere date Annexiaci die undecima 
mensis septembris, manu Guidonis Collumbi signate, per 
quam dominus dedit magistro monete Chamberiaci sex vi- 
ginti florenos ab una parte in remuneracionem expensarum 
per ipsum magistrum factarum mutando dictarum moneta- 
rum de Nyuiduno in Chamberiaco. Kt quinquaginta florenos 
ex alia certis aliis causis, 1406 

vj den. gros. 

(7) Ib. Ib. voi. 36, fol. 46, V. : 

Recepit a Johanneto de Rozeto de Montecalerio magi- 
stro generali citra montes monetarum domini, prò sigillo li- 
tere qua dominus eundem Johanetum constituit curavit et 
ordinavit magistrum generalem citra montes monetarum sua- 



238 G. CAKBONELLI 



rum tam auri quam argenti ad fabricandum cudendum fa- 
bricari et cudi faciendum, per eius monetarios, ubi sibi pla- 
cuerit et in loco quem duxerit eligendi, certas auri monetas 
et argenti diuersi generis, que lacius in litera dieta sue con- 
stitucionis lacius designantur. Datam Chamberiaci die xxiij 
mensis Junii 1405. 

(8) Ib. Ib. fol. 49 r. : 

De sigillo litere, qua dominus constituit Humbertum Vio- 
leti ciuem Lugduni gardam et custodem monetarum suarum, 
que cudentur in villa Niuiduni. Et alibi in toto suo Sabaudie 
Comitatu, per modum, per quem alii garde ante Ipsum facere 
consueverunt. et sub salario ceteris dari consueto, per unum 
annum et ultra dum bene facerit, et dum fuerit volunter. 
Datam in Ponte Yndis die xxviij Julii 1405. 

(9) G. Carbonelli : L'officina di un falso monetario nel 
XIV secolo. Estratto dalla Rivista Ital. di Num. e Scienze 
affini, anno XIX, fase. II, Milano, 1906. 



Il Ripostiglio di Delos 

1 DENARI LEGIONARI DI M. ANTONIO 



Durante gli scavi di Delos, che furono eseguiti 
in Atene daWEco/c fraiicaisc, al 4 agosto 1905, si 
rinvenne un tesorctto di 650 denari consolari romani. 

Le monete furono cedute al Museo Numismatico 
nazionale di Atene e il suo direttore J. N. Svoronos 
ne diede una breve notizia sommaria nel Journal 
internatioìial d'archeologie niuìiismatique (voi. IX. 1906, 
pag. 300-302^. 

I pochi pezzi di conio più antico, anteriori al 
705 a. u. e. sono comuni ; li registro qui brevemente: 



Numero 


Triumviro monetario Numero 


del Blacas 




75 




C. Ter. Lue. i 


190 


a 


L. Saturn. i 


194 


b 


T. Mail. Ap. CI. q. ur. i 


213 


a 


D. Silanus L. f. 2 


227 


e 


C. Mamil. Limetan. i 


257 


e 


M. Volteius M. f. I 


259 


a 


Cn. Len. q. i 


267 


b 


M. Plaetorius M. f. Cestianus i 


271 




Sufenas i 


272 




(Brutus) I 


278 




Caesar 4 


279 




Man. Aciliiis III vir i 




Denari N. 16 



I denari di tempo più tardo non offrono nulla 
di notevole, solo appare nel tesorctto il denaro, che 



240 



M. BAHRFELD 



COSÌ raramente si rinviene nei 
Q. Voconio Vitulo nell'anno 7 

Triumviro monetario 

C. Considi Paeti 



ripostigli, coniato da 
16 u. e. 



Man. Cordius Rufus 

Caesar, con trofeo 

« 111 

M. Cato propr. 
L. Hostilius Saserna 
L. Valerius Acisculus 
L. Livineius Regulus 
L. Mussidius Longus 

P. Clodius M. f. 

Petillius Capitolinus 
Albinus Bruti f. 

C. Vibius C. f. C. n. Pansa 

Mag. plus. imp. iter, praef. 

clas ecc. 
Q. Voconius Vitulus 



Babelon 
Considia 2 

Cordia i e 2 

3 
Julia 12 
„ 26 
Porcia IO 
Hostilia 2 
Valeria 16 
Livineia io 
Mussidia 6 
Clodia 14 

.; 17 
Petillia 3 
Postumia 14 
Vibia 16 

„ 18 e 19 

Pompeia 27 
Voconia 2 



Numero 



Denari N. 23 



É sorprendente invece la quantità di denari di 
Marco Antonio, e fra questi a sua volta i denari le- 
gionari, che ammontano a non meno di 604 pezzi. 
Sono i seguenti : 

Leggenda Babelon 
M. Antoni imp. Ili vir r. p. e. Antonia 34 
Antonius augur cos. des. iter. 

et ter imp. tertio III vir r. p. e. „ 94 

Antoni; Cleopatrae reginae, ecc. „ 95 
Ant. aug. imp. III cos. des. Ili 

III V. r. p. e. » 



Numero 

I 

I 
2 



96 2_ 

Denari N. 6 



IL RIPOSTIGLIO DI DELOS 24I 

La prima di queste quattro monete appartiene 
al periodo dalla metà di novembre del 712 fino al- 
l'estate 715, cioè è posteriore alla vittoria di Filippi, 
in seguito alla quale Antonio ed Ottaviano ripresero 
il titolo IMP senza numero, ed è anteriore al con- 
vegno di Pozzuoli che portò seco le 'iesigii itiones. 
Queste appaiono quindi sulla seconda moneta che 
per l'indicazione IMP • TERTIO si deve attribuire al 
periodo dal principio dell'anno 716 fino alia fine del 
719 e appartiene verosimilmente a quest'ultimo anno. 
La terza moneta è da portare all'anno 720 e la quarta 
infine al periodo che va del t gennaio dall'anno 720 
alla fine del 722, poiché in entrambi quegli anni An- 
tonio era COS • DES • III d). 

Al seguente anno 723 appartiene la caratteri- 
stica coniazione con le indicazioni delle legioni, che 
si trova in un numero cosi grande in questo ripo- 
stiglio quale finora a mia notizia nessun'altro si 
incontrò. La leggenda che ap|)are su questi de- 
nari legionari AVG • ili ■ VIR ■ R • P ■ C • non ci offre 
neir insieme alcun' altra data i)iù precisa. Ma la 
notizia che la loro coniazione, con la quale An- 
tonio s'era prefisso dati scopi relativamente alle sue 
truppe, deve essere trasferita al periodo di tempo 
immediatamente prima della battaglia di Azio al 2 set- 
tembre 723, acquista più ampia conferma per mezzo 
del nostro ritrovamento. 

La Grecia propriamente detta e le isole erano 
il teatro degli armamenti di Antonio per la lotta 
della monarchia. Qui sono state coniate e sotterrate 
le monete appunto poco prima della catastrole della 
potenza di Antonio o immediatamente dopo, ed è 
notevole che il tesoretto non contenga un sol pezzo 



(i) Cfr. M. Bahkik.ldi : Clirouologie dei iMììiizai là-s M. Ait/oiiiiis. 
Berlin.', 1903. 



242 



M. BAHRFEI.D 



del rivale Ottaviano la cui coniazione pure appunto 
in questo periodo ebbe luogo e fu aumentata. 

Le legioni rappresentate dai denari erano le 
seguenti : 



Legione 


Numero 


Lcg 


ione Numero 


LEG 


II 


40 


LEG 


XIIII 6 


W 


III 


25 




XIV 12 


•; 


IV 


28 




XV 39 


w 


V 


36 




XVI 24 


j; 


VI 


37 




XVII 22 


v 


VII 


27 




XVII class. 8 


>) 


vili 


27 




xvm 6 


tf 


Vini 


15 




XVmiibicae 4 


» 


IX 


20 




XIX 16 


}) 


X 


28 




XX 14 


tf 


XI 


24 




XXI 23 


)} 


XII 


28 




XXII 14 


w 


XII antiqtiae 5 


yj 


XXIII 24 


» 


XIII 


20 




incerte 17 






CHORTIVM PRAETORIARVM 6 






CHORTIS 


SPEC 


VLATORVM 9 




Denari N. 604 



Da questo prospetto si rileva che mancano nel 
ripostiglio pezzi della LEG(/o/«'s) ?R\{iiiae) e della LEG 
XXIV fino alla XXX, che sono cos'i rari che di essi in 
parte è noto un solo esemplare. Da un caso deve 
dipendere la mancanza dei denari comuni della le- 
gione quarta col numero nella forma mi. mentre la 
medesima legione con la forma IV appare in 28 esem- 
plari ; anche la forma alquanto più rara XVllll non è 
rappresentata. Che manchi anche la LEG XIIX citata 
dal Babelon (I, 203, 131), secondo Morell, Antonia, 
tav. 9, VI, non mi meravigliò, poiché io dubito del- 
l'esistenza di un simile denaro, sopra tutto perchè 
non r ho mai incontrato. 



IL RIPOSTIGLIO DI DELOS 243 



E da lamentare che il signor Svoronos non 
abbia aggiunto alcune indicazioni sullo stato di con- 
servazione dei denari rinvenuti. Sarebbe stato inoltre 
molto opportuno il sapere in quale proporzione la 
foderatura si mostri sotto i denari legionari, e se 
qui si mostrino quei piccoli contromarchi di ripieno 
di cui tante volte si è discusso, i quali infine possono 
anche essere citati per prove della bontà della lega'". 
Si sarebbe anzi acquistato un punto cronologico 
per r inizio dell'apparire di questo fatto. Si sarebbe 
potuto inoltre determinare per mezzo del peso dei 
pezzi, appunto trattandosi di un materiale così co- 
pioso a disposizione dello studioso, se Aiiionio sotto 
r incubo delle circostanze abbia diminuito il peso 
dei pezzi, come ne aveva diminuito il titolo mo- 
netale. 

Ma siccome il tesoretto trovò una sede sicura 
e duratura nel Museo numismatico di Atene, rimane 
ancora la possibilità di poter addentrarsi maggior- 
mente in entrambe le questioni. 

L'unico elemento straniero che contiene il te- 
soro è una moneta d'argento coniata sul piede del 
denaro romano appartenente al re Giuba I di Nu- 
midia (694-708), una moneta che non di rado s'ac- 
compagna in simili ripostigli. 



M. Bahrfki.dt. 



(i) II. WiLLERS in Niimismatisclie ZeilsclirifI, Vienna, XXXI, p. 329 
e segg. 



MEDAGLIONI CAPITOLINI 



(Tavole IV e V). 



L'anno 1876 nell'eseguire alcuni sterri presso 
il Monte della Giustizia sul Viminale si rinvennero 
quattro medaglioni romani con largo bordo circolare, 
i quali per esser entrati a far parte del Medagliere 
Capitolino furono pubblicati ed illustrati nel Bull, della 
Commissione ardi. Comunale di Roma (anno 1877. 
pag. 76-78) dal eh. Pietro Ercole Visconti. Tre di 
essi appartengono agli imperatori Adriano, L. Vero 
ed Elagabalo, il quarto all'augusta Faustina giuniore, 
e si possono veder non troppo fedelmente delineati 
nelle tav. VI e VII dell'annata 1877 del suddetto 
bullettino. Peraltro l'essere in ispecie due di essi 
ricoperti da una leggiera .ma larga ossidazione, che 
in parte li nascondeva, e deturpava, ebbe per effetto 
che la illustrazione del Visconti non potè riuscire né 
diligente, né fedele, di guisa che ora che sono stati 
con ogni cura rinettati, e che appaiono monumenti 
d'arte squisita e di mirabil fattura, sembra opportuno 
il presentarli di nuovo agli studiosi ('). 



(1) Confrontando le riproduzioni del Bull. Ardi. Cam., fatte sui me- 
daglioni intatti, appena venuti fuori dalla terra con le nostre, il lettore 
potrà convincersi della minuziosa attenzione con cui e stata eseguita 
la ripulitura dei bronzi, in modo da non toglier nulla dell'antico e 
nulla aggiungere. 



246 e. SERAFINI 



I. Adriano. 

iO' — IMP CAES HADRIANVS AVG COS IMI {sic) PP Testa 
nuda e barbata a dr. 

^ — VENERI - &ENETRICI Venere stante diad. con tunica 
e manto scendente sui fianchi, volta alquanto a 
sin., protende nella dr. una Vittoriola tropeofora, 
e poggia la sin. su largo scudo ovale ritto su fascio 
di armi; in questo è effigiato Enea che cammina 
a dr., volgendosi a guardare indietro, col padre 
seduto sull'omero sin., e conducente il figlio per 
mano. 

La cornice che circonda il disco fusa insieme 
con esso è convessa da ambo le faccie con mar- 
gine rialzato, ed adorna di tre semicerchi incusi 
per lato, di due ad x in basso e di un cerchio in 
alto. 

Diam. del e. di perline niill. 32; del disco mill. 56. Var. del Cohen edi- 
zione II, n. 1446. 

Tav. IV, n. i. 

Due sono le varietà che distinguono questo dal 
medaglione riportato dal Cohen, l'aggiunta dell'IMP • 
CAES assai raramente usata senza il prenome di 
Traianus ed il ricordo di un IMI consolato, che, a 
quel che sappiamo, Adriano non assunse giammai. 
Infatti il comune ed unanime consenso degli storici 
non solo, ma anche dei monumenti epigrafici e nu- 
mismatici fino ad ora conosciuti, non lascia verun 
dubbio intorno al fatto, che Adriano ebbe il terzo con- 
solato nel 119, e che depostolo come officio, lo ri- 
tenne peraltro a titolo di onore fino agli ultimi della 
sua vita. Le monete che portano le teste di Adriano 
ed Elio, e di Adriano ed Antonino battute tra il 136 
ed il 138, conservando il terzo consolato, non per- 
mettono alcuna fondata ipotesi per difendere come 
legittima e scevra da errore la leggenda del nostro 
medaglione. 



MEDAGLIONI CAPITOLINI 247 

E per quanto in generale non si debba troppo 
correre nello attribuire leggende o date a tutta prima 
inesplicabili ad un errore di incisione da parte dei 
monetieri, in ispecie quando trattasi di pezzi ragguar- 
devoli, d'importanza, condotti con ogni arte ed accura- 
tezza e destinati a donativi o a commemorazioni e non 
al comune corso monetario come nel caso del nostro 
medaglione, tuttavia allo stato attuale delle nostre 
conoscenze intorno alla vita di Adriano, sembra non 
possa neppur dubitarsi dell'evidente disattenzione del 
monetiere. 

La Venere genitrice rappresentata nel K allude 
senza dubbio alla memoria della fondazione di Roma 
tanto per la figura in se stessa, quanto per la scena 
disegnata sul grande scudo che le sta ai piedi. Ran- 
noda perciò questo bronzo alla serie delle monete 
coniate in occasione dei giuochi dati per festeggiare 
il Natale di Roma non certo nel 121, anno in cui 
furono stabiliti, o forse meglio ristabiliti con maggior 
solennità e pompa i circensi, poiché vi si oppone il 
titolo di Pater Patriac accettato dall'imperatore sol- 
tanto nel 128, ma in alcuno degli anniversari se- 
guenti di quella memorabile data. In tal caso il me- 
daglione capitolino col largo suo contorno avrebbe 
dovuto essere adoperato per donativo e vera me- 
daglia commemorativa della insigne ricorrenza, e 
per rendere come si usa ai giorni nostri non solo 
più grandiosa la solennità, ma anche duraturo il ri- 
cordo di essa. È mia opinione che come questo di 
Adriano così i due seguenti medaglioni di Faustina 
e L. Vero fossero battuti in occasione di avveni- 
menti straordinari e solenni dei quali si volle eternare 
il ricordo, mentre col donativo di essi si ebbe in 
animo di gratificare alcuni speciali personaggi, che 
probabilmente all'avvenimento ebbero parte. 

E che altro sarebbero allora questi meda- 



248 e SERAFINI 



glioni se non vere medaglie commemorative all'uso 
moderno? 

2. Faustina Gixiniore. 

^ — FAVSTINA - AV&VSTA Busto a sin. con cappelli lie- 
vemente ondulati, accenno di manto. 

I^ — Senza leggenda. La Fortuna diad. e seminuda se- 
duta a sin. su seggio a larga spalliera con due 
traverse, tiene nella sin. un timone a forma di 
remo, tende con la dr. un serto (?) ad un Amorino 
ritto innanzi a lei, che lo prende con ambo le 
mani ; un cornucopia ricolmo di frutta poggia 
sulla gamba dr. della figura, sostenuto dal braccio 
teso, e col vertice rivolto in fuori. 

La cornice che circonda il disco fusa insieme 
con esso è convessa da ambo i lati con una co- 
rona di grosse perle nell'interno. 

l>iaiTietro del e. di perline interno niill. 35, esterno mili. 42, del disco 
min. 68. Var. del Cohen ed. II, n. 297. 

Tav. IV, n. 2. 

È incerto se trattisi qui di una vera varietà del 
medaglione riprodotto dal Cohen, o piuttosto debba 
in questo nostro riconoscersi un esemplare di mi- 
gliore conservazione, per essere quello, come si vede 
dalla illustrazione, assai mal ridotto, e perciò non 
completamente descritto. Comunissimo per verità 
nelle rappresentanze numismatiche imperiali è il tipo 
della Fortuna, e svariatissimi ne sono gli atteggia- 
menti e le denominazioni. Ciò che la distingue sem- 
pre dalle sue consorelle l'Abondanza e l'Annona è 
l'attributo del timone che giammai difetta; nel nostro 
bronzo peraltro l'atteggiamento della figura che con- 
segna ad un fanciullo un serto od un grappolo forse, 
o forse ne riceve due spighe, come si vede in un 
medaglione consimile del gabinetto numismatico di 
Madrid, che mi viene gentilmente comunicato dal 



MEDAGLIONI CAPITOLINI 24$ 

comm. Gnecchi, fa piuttosto ricordare alcune rap- 
presentanze che si ripetono sulle monete e sui 
bronzi figurati assai spesso, dell'Abondanza in atto 
di vuotare il cornucopia sia in un modio, sia anche 
tra le mani di uno o due fanciulli ! Evidentemente se 
il fanciullo riceve, come a me sembra, alcunché dalla 
Fortuna, un' allusione a qualche elargizione sovrana 
qui si scorge nell'atto della figura, e non è impro- 
babile che si commemori una solenne distribuzione 
^alimentaria elargita ai fanciulli poveri dalla pietà 
dell' imperatrice Faustina, connessa senza dubbio 
coir istituto delle Pitelìae Faustinianae eretto da An- 
tonino Pio in memoria della moglie, in cui periodi- 
camente si facevano distribuzioni di viveri. Osser- 
viamo che nel nostro esemplare non v'ha traccia 
della statuetta della Speranza, che il cornucopia 
è rivolto all' infuori in modo usato assai raramente, 
e che la figura è eccezionalmente 'seminuda. Anche 
questo medaglione deve avere il suo posto tra le 
medaglie commemorative di un avvenimento insigne, 
il quale, trattandosi di una Augusta, può ritenersi 
essere stata appunto una elargizione per qualche 
circostanza speciale che noi ignoriamo. 

3. L. Vero. 

Ty L AVR VERVS AVG ARM - PARTH MAX TR P Villi 
Busto laur. a dr. volto alquanto di spalle con ac- 
cenno di paludamento e di corazza. 
Ijii — COS III all'esergo. Roma con tunica ed elmo seduta 
a sin. su corazza, con parazonio nella sin. riceve 
colta dr. un fiore o ramoscello da L. Vero; questi 
armato le sta dirimpetto tenendo un'asta corta o 
scettro nella sin. Dietro la figura di Roma sta 
una grande Vittoria che tende una corona sul capo 
di lei, mentre stringe una palma nella sin. 

Anno 169 di Cr. La cornice che circonda il 

12 



ì 



250 e. SERAFINI 



disco fusa con questo è convessa con una corona 
di ovoli neir interno. 

Diametro del e. di perline interno mill. 35, della corona di ovoli mill. 42 
del disco mill. 70. Var. del Cohen ed. II, n. 66. 

Tav. V, n. 3. 

La disposizione diversa del busto di L. Vero 
ed una piccola aggiunta alla leggenda del dr. 
differenziano questo dal medaglione del Gabinetto 
di Francia. Questo splendido campione della miglior 
arte medaglistica romana dovette essere battuto l'anno 
stesso della morte di L. Vero, allorché in Roma eb- 
bero luogo feste solenni per la pace avvenuta coi 
Marcomanni, ed a ciò allude la rappresentanza della 
città che riceve dall'imperatore il ramoscello d'olivo 
simbolo della pace conclusa. 

4. Elagabalo. 

^ — IMP CAES M AVR - ANTONINVS PIVS Busto laur. a 
dr. con accenno di paludamento e corazza. 

1^ — Senza leggenda. Simulacro della Sanità di faccia in 
lunga veste con serpente avvolto intorno al corpo 
la testa cristata a sin., esso è posto su di una 
base circolare con plinto, sul dinnanzi della quale 
leggesi SÀLVS ; a sin. una figura muliebre semi- 
nuda con la gamba sin. sovrapposta alla dr. porge 
una patera al serpente, mentre sembra tendere il 
braccio sin. dietro alla statua; a dr. un albero 
sacro. 

La cornice che circonda il disco interno, fusa 
con questo è concava da ambo i lati, con un e. di 
perline nell' interno. 

Diametro del e. di perline interno mill. 25, esterno mill. 32, del disco 
mill. 60. 

Tav. V, n. 4. 

(Cohen riporta al n. 308 questo medaglione del 



MEDAGUOiNI CAPITOLINI 25I 

Museo Capitolino, riproducendo però l'erronea de- 
scrizione del Visconti). 

Questo broi>zo ricoperto più che gli altri di larga 
ossidazione fu descritto dal Visconti in modo affatto 
arbitrario ed erroneo, per vero senza sua colpa, 
dacché, come può vedersi nella sua riproduzione, 
l'incrostazione superficiale erasi a caso foggiata in 
modo, da potersi interpretare la rappresentanza del 
rovescio per due figure l'una in piedi, l'altra seduta su 
cippo. Tolte via pertanto le sovrapposizioni estranee 
è sorta chiara e perfettamente conservata la graziosa 
scena, già conosciuta per due medaglioni di M. Au- 
relio (Cohen li, n. 1049) ^ Commodo (detto, n. 225) 
di una figura muliebre che compie un sacrificio in- 
nanzi al simulacro della dea Salus. Ma se la scena 
è consimile, assai diversa è la disposizione nel nostro. 
Qui manca affatto la tavola di sacrifizi coi relativi 
accessori, che negli altri medaglioni catnpeggia al 
centro. La statua della dea che in quelli e da un 
lato, in questo ha preso il posto principale, e si in- 
nalza sulla base col suo nome SALVS. 

Soltanto la figura muliebre che sta sacrificando 
sembra riprodotta o dai medaglioni degli Antonini, 
o da un esemplare che sia servito di modello co- 
mune, poiché di pochissimo conto sono le differenze che 
si riscontrano nell'osservarla. La figura nel nostro me- 
daglione è girata un po' più di faccia a causa della 
posizione diversa del simulacro, ed in luogo di por- 
gere al serpente la patera con la mano sinistra, la 
porge con la destra, e mancando la tavola su cui 
appoggiava la mano libera, essa porta la sinistra 
dietro la statuetta quasi per abbracciarla; tutto il 
resto della figura, l'acconciamento del capo in ispecie, 
il movimento caratteristico del corpo e delle gambe, 
la positura del manto che discende dall'omero sinistro 
lasciando nuda la metà del corpo e l'anca destra. 



252 



C. SERAFINI 



tutto è perfettamente e meravigliosamente ripro- 
dotto. Il Gnecchi riporta [Riv. Ital. di Nnm., 1905, 
voi. XVIII, tav. XVI) il solo rovescio di un meda- 

glione (') con motivo assai somigliante al nostro. In 

... 
esso la disposizione dell' insieme si accosta di pre- 
ferenza a quella del bronzo capitolino mancandovi 
la tavola dei sacrifizi; soltanto in luogo del simulacro 
sul cippo, scorgesi nel centro un'ara con festone ed 
uguale scritta SALVS ; il serpente è avvolto all'albero, 
che come nel nostro è a destra, mentre la figura 
seminuda nel consueto suo atteggiamento gli porge 
la patera. Se in questi due bronzi si è potuto variar 
la disposizione degli accessori, vi deve ben essere 
stato un motivo per ricopiare esattamente il tipo 
della donna sacrificante. Nei due medaglioni di 
M. Aurelio e Commodo in quella figura si volle ri- 
conoscere nell'uno Faustina, nell'altro Crispina che 
offrissero sacrifizi per la salute dell' imperatore o del- 
l' imperiai famiglia, e tanto per l'acconciatura del 
capo, quanto per l'uso comunissimo di rappresentar 
l'Augusta sotto l'aspetto di qualche dea o personi- 
ficazione allegorica, questa identificazione sembrava 
perfettamente conveniente. Non può peraltro lo 
stesso affermarsi per alcuna delle mogli di Elagabalo, 
che per ragione di analogia voglia riconoscersi sul 
nostro bronzo, poiché non è verosimile che l' inci- 
sore del conio non si sia' punto occupato nel dise- 
gnare la figura di riprodurre l'acconciatura così ca- 
ratteristica delle auguste del suo tempo, ma abbia 
invece ricopiata la figura divinizzata di una prece- 
dente imperatrice. Ogni volta che trovasi raffigurata 
sul rovescio delle monete specialmente in bronzo di 



(i) Il medaglione è d'Adriano (dir. Testa laureata dell' imperatore 
a d. colla leggenda HADRIANVS AVG COS 111 P P) e appartiene 
al R. Gabinetto di Brera. 



MKDAGLIONI CAPITOLINI 253 

Giulia Pia l'augusta stessa, lo è sempre colla sua 
propria acconciatura dei capelli ben distinta, mentre 
quando vi si ritraggono le personificazioni o deità, 
si sogliono disegnare come porta la consuetudine 
tradizionale. Altri vorrebbe riconoscere in questa 
donna Igiea, la dea stessa della Sanità, ma oltreché 
il libero abbigliamento di Venere non si attaglia in 
nessun modo alla severa figura della figlia di Escu- 
lapio, non saprei rendermi ragione di questo quasi 
sdoppiamento della personificazione dello stesso con- 
cetto in una scena presumibilmente ritratta da un 
avvenimento reale. Escludendosi pertanto l'una e 
l'altra delle indicate interpretazioni, non vedrei dif- 
ficoltà a riconoscere nella donna la stessa Venere 
che porge offerte alla Salute per la città, e per i 
tardi suoi nepoti. 

Il culto di Venere genitrice sopravvisse alla 
razza Giulia che aveva allargato al mondo romano 
l'onore tributato a Marte e Venere quali progenitori 
di quella nobile stirpe ; essi presiedettero ai destini 
dell'impero, e la dea dell'amore restò la madre del 
popolo romano, anche quando religioni straniere per 
opera dei successori di Severo, ed in ispecie di Ela- 
gabalo invasero il campo delle antiche divinità la- 
ziali od elleniche. 

C. Serafini. 



Le monete del Comune di Cremona 

dal 1155 al 1329 



Nell'anno 1155 Federico I, che era sceso in 
Italia l'anno precedente, e s'era fatto incoronare re 
a Pavia, e imperatore a Roma, rifaceva la via delle 
Alpi, lasciando dietro a sé i tristi segni del suo pas- 
saggio. Prima di partire da Verona volle sfogare 
l'ira contro i Milanesi, i più fieri nemici dell'Impero, 
privandoli del diritto di battere monete, e conferendo 
questo privilegio a Cremona, che nelle lotte crudeli 
che aveano desolata 1' Italia, aveva parteggiato per 
lo Svevo. 

Il diploma « actinn in tenitorin Vcroiiensi, npinl in- 
stilam Accenseììi, anno doininicac Incavìiationis MCLÌ'', 
Indictione III, resinante Federico anno regni siti /ì\ fui- 
perii vero primo » è riportato estesamente nell'Arge- 
lati (Tom. I, pag. 23). 

L'Odorici (Slor. Bresciana, VI. 13) ricorda al- 
tresì il precetto ai Mantovani, Bresciani e Bergama- 
schi, segnato presso Verona da questo Imperatore, 
col quale ingiunge loro di non accettare la nuova 
moneta dei Milanesi. 

E a quest'epoca che alcuni autori, trattando 
della moneta di Cremona, fanno risalire l'apertura 
della zecca in questa città, benché finora non siano 
venute in luce ne monete, ne carte, a conferma di 
tale avvenimento. 

Non ne trovo accenno di sorta nella copiosa 
raccolta di documenti cremonesi pubblicati da Lo- 



256 GIORGIO CIANI 



rcnzo Astegiano, col titolo di Cndex diplomaticus Cre- 
inonensìs (Tom. XXXI della Serie II Historiae patriae 
nionuìnenta della R. Deputazione di Storia patria, 
Torino 1895) da cui riporto i dati, che successiva- 
mente verrò annotando in questo breve studio ('). 

La moneta che avea corso in Cremona dal 11 55 
al 1163 era la milanese, e per la prima volta e sol- 
tanto nel 1163 trovo cenno della moneta cremonese, 
a proposito di un annuo affitto pel quale si pagavano 
denari 4 de Cremona, ve! unmii den. imp. (Sec. XII, 
doc. 207). L'accenno è importante perchè ci assicura 
che in quell'anno o poco innanzi, erasi battuta mo- 
neta in Cremona, e di tale specie di cui quattro ne 
occorrevano per formare un denaro imperiale. Nel 
1166 (doc. 221) e nel 1168 fdoc. 243) questi denari 
erano detti semplicemente cremonesi, ma nelle con- 
trattazioni si usavano più frequentemente i denari 
buoni milanesi vecchi. 

Di questi primi denari cremonesi, per quanto mi 
è noto, nessun esemplare è giunto fino a noi. Do- 
vcano essere piccole nionetuccie della specie di quelle 
dette più tardi medaglie, ma con carattere più antico 
di quelle che riporterò qui in seguito. Fin' ora non 
so che alcuno le abbia pubblicate, avvegnaché il de- 
naro, che il Brambilla dice obolo, da lui illustrato 
nella Riv. Hai. di Numismatica del 1891, e che ri- 
tiene di quest'epoca, non vi appartenga, e non vi 
appartiene il grosso di pari tipo, come cercherò di 
dimostrare. 

Corrispondevano questi cremonesi alla metà del 
denaro piccolo, o mezzano, nei documenti di Cremona 
detto inforziaio, e che appare la prima volta nel 1172 
(doc. 295), e nel 1177 (doc. 331 e 336). 



(i) Gli e grazie alia condiscendenza della R. Deputazione di Storia 
Patria, che ni'è concesso di riprodurre le indicazioni riguardanti le mo- 
nete cremonesi. 



LE MONETE DEL COMUNE DI CREMONA 257 

In questo stesso anno 1177 vengono menzionati 
i soldi di inforziati cremonesi (doc. 335) e nel 1182, 
al T5 aprile i den. in fave. Creìnowìc, vel dcii. nov. Me- 
diolani in electione emptons (doc. 375), che sono ri- 
cordati altresì nel 1183 e 1184 (doc. 389 e 399). 

Grandi avvenimenti s'erano svolti in questo pe- 
riodo di tempo. Le ripetute spedizioni di Federico ai 
danni d' Italia, avevano persuase le città italiane ad 
unirsi per opporre valida resistenza alla prepotenza 
straniera, che il giorno 29 maggio 11 76 fu fiaccata 
sui campi di Legnano. Il 25 giugno 1183 seguiva la 
famosa pace di Costanza fra l' imperatore e le città 
italiane unite 'in concordia, e da quest'epoca si ac- 
centua in tutta la penisola il miglioramento econo- 
mico di cui indice principale è la moneta. 

Cremona il 15 gennaio 1184 si univa con un 
accordo, per la durata di 15 anni, con lìrescia, per 
quanto riguardava le strade, i commerci e la nioneta 
(Carli II, 272). Ed è appunto in quest'almo che Bre- 
scia apri la sua zecca, coniandovi monete conformi 
a quelle di Cremona. 

A questi anni (1T77-T200) assegnerei il denaro 
che qui descrivo, non escludendo però che possa 
essere \ inforziatn nuovo di cui fanno parohi i do- 
cumenti posteriori. 




'mi, 



I. Denaro inforziato (scodellato) o mezzano, corrispondente 
a metà del denaro imperiale. 

^' — + FREDERICVw Nel campo P»R Circolo di lineette 

I 
interno ed esterno. 

F$ — + CR — EM -ON-A Nel mezzo: Croce che divide 

la leggenda. Circoli come sopra. 

Argento. Conservazione buona. Peso gr. 0,62. 



258 GIORGIO CIANI 



É il denaro della collezione Gnecchi (n." 11 33) 
figurato alla tav. VII, passato nella mia raccolta, e 
del quale riproduco il disegno, completandone l'iscri- 
zione del diritto col mezzo di un altro esemplare che 
tengo di questa moneta *^'). 

Non posso indicare il titolo di questo denaro, di 
tipo simile a quello di Brescia, ma non esito a rite-. 
nerlo a questo contemporaneo. 

Trovo infatti che nell'accennato codice sono no- 
minate, in data 3 aprile 1185, le lire den. bon. infor- 
ciatornm Cremoiiae et Brixiae (doc. 406) e nel 11 86, 
1189, 1192, e T193 le lire inf. Cremonae et nov. me- 
diai, et brixensiiim equivalenti fra loro (doc. 440, 471, 
508, 509, 516, 517, 524-526), dei quali denari è detto 
che erano computati a ragione di 37 soldi imperiali 
per marca (doc. 509), ossia che ne andavano 37 lire 
per formare 100 marche d'argento (doc. 516). 

Sorpasserò qualche altro accenno a queste mo- 
nete della citata raccolta di documenti cremonesi per 
rilevare che nel 1209, 1210, e 1211 (sec. XIII, do- 
cum. 103, T15, e T2i) si fa menzione di so!, bonor. 
iìifort. novorum Ciemonae. Quale precisamente sia 
questo Hìiovn inforziato non potrei dire. 

Pare che dal 1224 al 1226 la zecca cremonese 
fosse in piena attività. Da documenti del 16, 27 e 
28 febbraio 1226 (407, 408, 409) risulta che i sovra- 
stanti alla moneta del comune erano Alberto de Ri- 
boldi, Martino de Avinato, Pietrobono da Milano, e 
Anzelerio Oldorico. 

Soltanto nel 1236 (doc. 517) trovo cenno del 
grosso in occasione di un pagamento che dovea farsi 
ad rationem 12 denariorum unuiiiijuemqiie deuaritim. 

Quantunque tale specie di monete non sia ulte- 



(i) Per evitare ripetizioni avvertirò, che per questo studio mi valgo 
soltanto di q. ielle alcune monete di Cremona che tengo nella mia limi- 
tata collezione. 



LE MONETE DEL COMUNE DI CllEMONA 259 

riormente specificata, e probabile che si tratti del 
grosso cremonese da 12 den. inforz4ati, equivalenti a 
6 denari imperiali di cui darò in seguito la figura. 
Altri accenni alla moneta cremonese non incontro 
fino al 1256 (doc. 668), nel qual anno sono nominate 
lib. )2 et solid. imp. j in denariis bonis et legalihus 
de arigento. cremonensibits, placentinibiis, papiensibus, 
grossis de 6 denariis, et niediolanensibìis grossis de 12 
denariis, et parmensibus grossis de ^ denariis, sine 
cambio. 

11 grosso di Parma qui menzionato del valore 
di 4 den. imperiali si cominciò a battere nel 1233 
(Affò, in Zanetti, V, pag. 38) e pesa gr. 1,33 o poco 
più. Quello di Piacenza, colla croce, pesa gr. 2,00. 
E dunque della stessa bontà del precedente, e, cor- 
risponde a 6 den. imp. Il grosso di Pavia da 6 im- 
periali, secondo il Brambilla, alza gr. 1,70. Il grosso 
cremonese figurato al n." 7, pesa gr. 2,08, ed è dunque 
approssimativamente eguale a quello di Piacenza; 
esso o quello descritto al n." 11, pure equivalente a 
6 denari imperiali, dovrebbe essere appunto quello 
indicato in questo documento. 

Incidentalmente osservo che qui sono nominati 
altresì i grossi milanesi da 12 denari, e devesi in- 
tendere 12 denari imperiali, che nell'opera sulle mo- 
nete di Milano dei fratelli Cinecchi non trovo, se non 
in epoca posteriore, regnando Enrico VII. E perciò 
verosimile che o per la scarsa coniazione nessun 
esemplare di tale moneta sia giunto fino a noi, o per 
il titolo elevato essa venisse a scomparire, per dar 
luogo a specie di minor bontà. 

Assegno alla prima metà del secolo XIU le se- 
guenti monete. Ritengo anzi che quelle contrassegnate 
coi numeri 2, 3, e 4 sieno state emesse regnando Fe- 
derico Il iVa il 1220 e il 1250. Le seguenti dal n." 5 
al n." 8 vi appartengono, o per quanto ci indicano 



26o 



GIORGIO CIANI 



i documenti surriferiti, o per la somiglianza dei ca- 
ratteri che ci inducono a ritenerle a queste conten- 
poranee. 







2. Denaro mezzano o metà del denaro imperiale. 

^ — + IM,PATOR Nel campo «F» (come nella figura). 

Circoli di lineette interno ed esterno. 
I^ — CREM — ONA» Croce che divide la leggenda, e colle 

braccia forma l'asta della E e della N, accantonata 

ad 2 e 3 da un globetto. 

Argento di bassa lega. Conservazione sufficiente. Peso gr. 0,65. 
Dalla collezione Gnecchi, n. 1132. 



WTr 




3. Grosso da S mezzani pari a 4 denari imperiali, di tipo 
identico al precedente. 



Argento. Conservazione ottima. 




Peso gr. 1,35. 




4. Grosso come sopra. 

Varietà del precedente, con una punta scendente dal cir- 
colo interno a sinistra della F, e con due punti 
simili, al rovescio negli angoli della croce, ad i e 4. 
Argento. Conservazione ottima. Peso gr. 1,22. Titolo 950 mill. 
(Brambilla). 



LE MONETE DEL COMUNE DI CREMONA 201 

11 Brambilla illustrò nella Rivista It. di Ninni- 
smatica (anno 1891, pag. 431) il denaro riportato al 
n.° 2, ma possedendo egli un esemplare di questa 
moneta assai corroso, gli attribuì il peso di gr. 0,40, 
e perciò la ritenne un'obolo, o mezzo denaro piccolo, 
mentre l'esemplare che tengo, quantunque alquanto 
consunto, raggiunge i gr. 0,65, e perciò non esito a 
ritenerlo un denaro mezzano. Questo denaro, che egli 
supponeva coniato fino dal 1155, ha l'identico tipo 
del grosso n.° 3, che seguendo il Tonini, il prelodato 
autore assegnava a Federico I. « La finezza del me- 
tallo, egli dice, e la forma caratteristica di quella 
grande F che sta nel campo del diritto e che pure 
troviamo nei diplomi di Federico I, devono di ciò 
ampliamente persuaderci ». 

Per quanto rispettoso della memoria di quel va- 
lente numismatico, non posso aderire alla convinzione 
da lui espressa a proposito di queste monete. Anzi- 
tutto il fine del metallo potrebbe essere un' indizio 
■per dare la precedenza di data ad una moneta, sem- 
pre però paragonata a specie fra loro eguali, e della 
stessa zecca, essendo nota la tendenza nel medio-evo 
a peggiorare la lega col progredire del tempo. 

In questo caso non giova, mancando i dati di 
confronto, perchè gli altri grossi di Cremona sono 
di buon argento, pari a quello in parola. E parmi 
evidente che la forma particolare della lettera F che 
scorgesi su questo grosso, ha impressionato tanto il 
Tonini come il Brambilla, il quale avendola riscon- 
trata simile a quella segnata su d'un diploma di Fe- 
rico I del 1 186, concluse che anche la moneta do- 
veva appartenere alla stessa epoca, non tenendo egli 
conto che quella F di forma speciale è usata frequen- 
temente nei documenti della prima metà del secolo 
XIII. L' assegnazione perciò di questo grosso fatta 
dal Brambilla scema di valore, e lo perde affatto 



202 GIORGIO GIANI 



quando si ricordi che è appunto durante l'impero di 
Federico li che si trova con qualche frequenza nel 
campo delle monete l'iniziale del suo nome, mentre 
non si ha esempio di tale consuetudine al tempo di 
Federico I. Basterà qui rammentare i grossi di Pisa, 
i denari che vengono assegnali a Brindisi, e i grossi 
e piccoli di Trento. 

Ma una ragione ben piti forte avrei per rifiutare 
la assegnazione di queste monete a Federico I, ed è 
quella che ho espresso descrivendo il ripostiglio di 
Vigo Cavedine {Rivii^ta It di Num., 1897, pag. 490), 
dove notavo che la moneta cosi detta grossa non si 
cominciò a battere nelle zecche d'Italia se non dopo 
il 1220 circa. Venezia intorno al 1200 fu forse la 
prima a coniare il suo grosso matapane, Parma nel 
1233, Reggio nel 1233, Modena nel 1242, Brescia 
verso il 1244 o poco prima, Pavia fra il 1220 e il 
1250. Milano soltanto, come appare dalla descrizione 
delle sue monete dei fratelli Gnecchi, potrebbe Van- 
tare la precedenza per un grosso da due soldi, ed 
altro da un soldo al nome di un imperatore Enrico, 
monete che nell'opera accennata furono assegnate ad 
Enrico VI (1190-1197). Se non che questi grossi per 
il loro carattere generale non sembrano appartenere 
a quel tempo, ma piuttosto alla prima metà del se- 
colo Xlll. È non tornerà inverosimile che i Milanesi 
avversi agli Svevi e particolarmente a Federico II, 
a cui avevano chiuso in faccia le porte della loro 
città, non abbiano mai voluto segnare sulle loro mo- 
nete il nome dell'odiato imperatore, preferendo im- 
primervi quello di un Enrico da cui forse riconosce- 
vano il privilegio della zecca, come fecero più tardi 
Bologna e Novara, o segnandovi il nome di Corrado, 
come avea fatto Genova, e poi Piacenza. K un dubbio 
che oso esprimere, condiviso prubabilmente da altri, 
che abbia preso in particolare esame le monete medio- 



LE MONETE DEL COMUNE DI CREMONA 



263 



evali, e che m' auguro abbia ad essere chiarito da 
qualche studioso della zecca milanese. 

Ritornando, dopo la lunga, ma pur necessaria 
digressione, alla moneta cremonese, assegno alla pri- 
ma metà del secolo XIII, e più precisamente fra il 
1220 e il 1254, tutte quelle monete che sono prive 
del segno della stella, prescritto nella convenzione 
di quell'anno. 





5. Mezzano 



+ FREDERICVcrt Nel campo P»R Circolo di lineette 

I 

esterno ed interno, con una punta uscente a de- 
stra da questo, convergente al centro. 
+ CREMONA Croce accantonata da due globetti, ad 
I e 2, e da due punte come nel diritto, ad 3 e 4. 
Argento. Conservazione ottima. Peso gr. 0,71. 

Questo denaro per la forma delle lettere A e V sembra più an- 
tico di quelli qui sotto descritti. 



9 







6. Mezzano. 

Varietà della precedente per la forma delle lettere. 
Argento. Conservazione buona. Peso gr. 0,83. 




ism 






7. Grosso da 12 mezzani, equivalente a 6 denari imperiali. 
Tipo e leggende come nelle precedenti. 
Argento. Conservazione ottima. Peso gr. 206. 



264 GIORGIO CIANI 





8. Medaglia o cremonese, equivalente a 'j^ del denaro im- 
periale. 

Tipo e leggende come nelle precedenti. 
Argento di bassa lega. Conservazione buona. Peso gr. 0,38. 

Nel T254 Cremona passava ad un accordo con 
largamo, Brescia, Parma; Piacenza, Pavia e Tor- 
tona, valevole per due anni (') per la coniazione di 
monete di eguale valore che doveano aver corso nel 
territorio dei comuni contraenti. Da questa conven- 
zione si rileva che doveano battersi: 

Grossi, da 4 denari imperiali dei quali se ne do- 
veano tagliare 171 pezzi da una marca di Bergamo, 
che secondo la conclusione del Mazzi '2) si raggua- 
gliava a gr. 217,0345. 

Mezzani, da 8 per uno dei detti grossi, dei quali 
se ne doveano ricavare 565 da una libbra di Ber- 
gamo (gr. 325,55175) due dei quali ragguagliavano 
il denaro imperiale, lasciando facoltà di coniare al- 
tre monete, della stessa lega, di cui 3 doveano cor- 
rispondere a due di questi mezzani, ossia corrispon- 
denti ad '/, del denaro imperiale, E ritengo che que- 
sto fosse veramente il terzo/o. 

Medaglie, ossia monete del valore della metà del 
mezzano, delle quali se ne doveano ricavare 816 da 
una libbra. 



(1) Fu stampato estesamente nell'Argelati, T. 5, p. 147, e nell'opera 
di G. A. Zanetti, T. IV, p. 42J. 

(2) Angelo Mazzi : La (^onvensioiie monetaria del 12J4, ecc. Ber- 
gamo, 1882. 



LI-: MONETE DEL COMUNE DI CREMONA 265 



Dai dati ulteriori che ci sono forniti da questa 
convenzione risulta che: 

il grosso doveva pesare gr. 1,2692 ed essere al titolo di iiiill. 828 

il mezzano „ „ ., 0,5772 „ „ „ „ , „ 208 

il Urzuolo „ „ „ 0,385 „ „ ,, „ „ „ 208 

la medaglia „ „ „ 0,399 » » „ „ „ „ 125 

Tutte le monete sovra indicate doveano essere 
contrassegnate da una stella che è indicata a 6 raggi) 
« qiiae debet fieri modo croxato ». 

Non mi è lecito asserire che Cremona battesse 
monete in conformità a questa convenzione. Pare tut- 
tavia che il denaro, illustrato da E. Gnecchi nella 
Rivista It. di Nwnismatica (anno 1897, pag. 28, 13) 
che pesa gr. 0,32 ed è al titolo di mill. 164 sia stato 
emesso in quest' epoca. L' esemplare da cui ne ho 
tratto il disegno pesa gr. 0,62, quello del Museo ci- 
vico di Trento gr. 0,38. 

Tanta differenza di peso non ci permette di for- 
mulare un giudizio definitivo, e non ci resta che il 
segno della stella per attribuirlo verosimilmente a 
questo periodo di tempo (7254-1256). 









\ 



9. Denaro (scodellato). 

B' — + FREDERICVw Nel campo P*R Circolo dilineette 

esterno ed interno, dal quale ultimo si dipartono 
due punte convergenti al centro. 
9 - + •CREMONA» Nel campo: Stella a 6 raggi. Cir- 
coli come sopra. 
Argento. Conservazione buona. Peso gr. 0,62. 

3t 



266 



GIORGIO CIANI 



Nella collezione del Museo Civico di Trento 
esiste un esemplare di questo denaro, privo delle 
punte, proveniente dal ripostiglio di S. Nicolò de- 
scritto dal Giovanelli, che comprendeva esclusiva- 
mente monete del secolo XIII. 





IO. Medaglia. 

^ — + FREDERICVw Nel campo P*R Circoli come nella 

precedente. 
RI — -J- CREMONA * Nel campo: Croce accantonata ad 
I e 2 da una stella a cinque punte. Circoli e. s. 
Argento di bassa lega. Conservazione buona. Peso gr. 0,37. 

Il Gnecchi illustrando il ripostiglio di Cavriana 
riporta al n. 14 questa medaglia, priva però della 
stella dopo il nome della città, e indica per la stessa 
il titolo di mill. 124, corrispondente quasi esattamente 
a quello stabilito dalla convenzione citata. 

Metto qui in seguito qualche altra moneta che 
per il segno della stella dovrebbe appartenere alle 
coniazioni successive al ricordato accordo, quantun- 
que non trovi corrispondenza coi pesi in esso pattuiti. 





II. Grosso da 6 denari imperiali. 



^ — + FREDERICVw Nel campo P'^'R Circoli di lineette. 



LE MONKTE DEL COMUNE DI CREMONA 



267 



R) — + CREMONA Nel campo: Croce accantonata ad i e 2 
da una stella a 6 raggi, e ad 3 e 4 da una punta 
uscente dal circolo interno. Circoli e. s. 
Argento. Conservazione abbastanza buona. Peso gr. 1,47. 




-^^ 




12. Denaro imperiale. 



P*R 



B" — + FREDERICVw Nel campo * Circoli come so- 
pra e una punta uscente dal circolo interno a de- 
stra in basso. 

^f — + CREMONA Nel campo : Croce accantonata ad i 
e 2 da un globetto, ad 3 e 4 da una mezzaluna. 
Circoli e. s. 
Argento. Conservazione buona. Peso gr. i,ii. 



Il codice diplomatico di Cremona che ebbi più 
volte a citare, non offre dopo la metà del XIII se- 
colo alcun dato interessante intorno alle monete di 
questa città, essendovi nominata quasi esclusivamente 
la moneta imperiale e soltanto eccezionalmente nel 
T274 G 1291 (doc. 970 e IT 14) i dell. iinp. di Creiiioìia, 
che dovevano essere del tipo sovradescritto. 



ci; 




13. Mezzano. 



,©' — + FREDERICVw Nel campo P»R Circoli e. s. 



268 



GIORGIO CIANI 



ì^ — + «CREMONA* Nel campo: Croce accantonata ad 
I e 2 da una stella a 6 raggi. 

Argento. Conservazione buona. Peso gr. 0,92. 

Appartengono, per la forma delle lettere com- 
ponenti le leggende, alla fine del secolo XIII, e più 
probabilmente al principio del secolo XIV, le due 
monete seguenti : 




14. Mezzano. 
^' - + FREDCRICVS Nel campo * Circoli di punti. 

R) — + CREMONA Nel campo : Croce accantonata ad i 
e 2 da una stella a cinque raggi. Circoli e. s. 

Argento di bassa lega. Conservazione buona. Peso gr. 0,84. 




15. Grosso. 
^ — + CREMONA Nel campo : Croce accantonata ad i 

e 3 da un giglio, a 2 e 4 da un globetto. Circoli 

di punti. 
ì^ — •$• JW€-RIVS» Il Santo col nimbo punteggiato, 

mitrato, benedicente, e col pastorale, seduto in 

cattedra ornata di due leoni. Circolo esterno di 

punti. 



Argento. Conservazione ottima. 



Peso gr. 2,05. 



LE MONKTE DEL COMUNE DI CREMONA 269 

16. Grosso. 
Varietà del precedente, colla E lunata in CREMONA. 
Argento. Conservazione buona. Peso gr. 1,77. 

Nel 1330 Cremona si clava a Giovanni re di 
Boemia che vi battè il denaro col suo busto e la 
solita croce colle due stelle, illustrato dal Lopez. Il 
governo autonomo era cessato, e con esso la sua 
zecca, e cominciava l'epoca delle signorie, e dei 
tiranni. 

Dai dati che ebbi a riferire in questi brevi cenni 
si viene a conchiudere, che la zecca comunale di 
Cremona fu aperta anteriormente al T163, e che la 
prima moneta coniatavi fu il denaro cremonese, cor- 
rispondente ad '/^ del denaro imperiale, che fin'ora 
non è conosciuto. Forse nel 1173, ma certamente 
nel 1177 era in corso il denaro inforziato di Cremona 
del valore di ' ., denaro imperiale, ed equivalente al 
denaro di Brescia e al denaro nuovo di Milano. Una 
seconda coniazione di tali denari fu fatta nel 1209 
o poco innanzi e per distinguerli dai precedenti fu- 
rono detti nuovi inforziati. 

Verosimilmente nel 1233 o nel 1236, ma ccr- 
tc^mente prima del 1256, furono coniati i grossi da 
6 denari imperiali, e contemporaneamente i grossi 
da 4 denari imperiali, i denari inforziati e le meda- 
glie di egual tipo dei grossi. 

Per la convenzione del 1254 sembra che Cre- 
mona mutasse la sua moneta, uniformandola nella 
lega e nel taglio, a quanto era stabilito da quell'ac- 
cordo. Ma due anni dopo riprese le coniazioni col- 
l'antico sistema, e di quest'epoca conosciamo il 
grosso da 6 denari imperiali, il mezzano, e la me- 
daglia, nonché il denaro imperiale cremonese. Dal 1300 
al 1330 uscirono dalla zecca cremonese i grossi da 
6 denari imperiali coli' immagine del santo protei- 



270 GIORGIO CIANI 



tore della città, ed i mezzani, e questi furono forse 
gli ultimi suoi prodotti. 

Giunto al fine di questo studio mi sia lecito 
esprimere la speranza che altri abbia a pubblicare 
quelle monete di Cremona che non furono fìn'ora 
avvertite colmando le lacune da me accennate, che 
riguardano in modo speciale il primo periodo della 
sua attività. 

Trento, febbraio igoS. 

Giorgio Ciani 



Il punzone del Papa Felice V a Basilea 




In Basilea furono coniati già dal tempo dei 
Merovingi trienti d'oro: più tardi i Carolingi e Bur- 
gundi e infine anche i Tedeschi coniarono quivi denari 
d'argento. Nelle adiacenze della Cattedrale si trovava 
un palazzo nel quale verosimilmente si coniavano 
le monete necessarie in occasione della dimora di 
qualche re. 

Circa l'anno looo i vescovi di Basilea ebbero 
diritto di zecca, e lo esercitarono fino all'anno 1373 
circa, come lo dimostrano molti pezzi d'argento brat- 
teati e mezzo bratteati rimasti fino a noi. Nel 1373 
il vescovo ipotecò alla città la zecca, poi la liberò, 
poi di nuovo la mise in pegno nel 1385. Dopo l'ul- 
timo quarto del secolo XIV la città coniò bratteati 
d'argento prima con la testa del vescovo e le ini- 
ziali B-A, poi con il proprio stemma, il pastorale di 
Basilea. Nel secolo XV la città coniò inoltre anche 
pezzi d'argento a due forme, con l'eHigie della pa- 
trona della Cattedrale Santa Maria sul diritto e sul 
rovescio con lo stemma della città. 

L'anno 1429 il re Sigismondo fondò una zecca 
regia in Basilea, la quale coniò sotto di lui e sotto 
i suoi successori fino all'anno 1509, nel quale la 
zecca fu trasferita in Augsburg, fiorini d'oro detti 



272 E. A STUCKELHKRG 



Apfelgulden, perchè su essi era rappresentata la mela 
dell'Impero. 

Questa zecca fu data in ipoteca insieme con 
quella di Francoforte e di Nòrdlingen a Corrado di 
Weinsberg (■). 

Era capo della zecca, dal 1439 al 1454, Pietro 
Gatz, e sotto di lui stavano alcuni assistenti i quali 
curavano la coniazione. Noi apprendiamo, p. es., che 
nell'anno 1438 furono coniati 237, nel 1439 326 e 
238 fiorini d'oro pesanti detti Apfelgulden (2). 

I documenti dell'Archivio di Basilea ricordano 
per il periodo di tempo dal '1401 al 1450 anche vari 
maestri di zecca, come Werli, abitante alla Pfhig- 
gasse, Dietrich abitante nella Totengasse, Hans e Die- 
trich dimoranti nella Schneidergasse ; fra i congiunti 
di quest'ultimo vi è una donna di nome Orsola (Ursel). 
Un maestro di zecca senza nome abitava allo Spa- 
lenberg. 

Anche intorno agli edifici della zecca nel Medio 
Evo ci danno alcuni particolari i documenti dell'Ar- 
chivio di Stato. Secondo questi atti si coniava al- 
l'antico Fischmarkt, n. 7 e in parte del n. 8, dirim- 
petto al Rndengàsskin, n. 3 ; dietro la Eisengasse, al 
n. 22 ; nella Schivanengasse, al n. 2 ; nella Sporen- 
gasse, al n. I [Gtddinmiìnz); nella Stadthausgasse, m 
parte del n. 13. Le abitazioni di tutti questi maestri 
di zecca e tutti insieme gli edifici sopraccitati si tro- 
vano nella città vecchia, non lungi dal centro, cioè 
del Rathaus e del Markt ; la maggior parte nella 
bassura del fiumicello Birsig. 

Fino a qual punto le indicazioni qui riferite 
avessero relazione con la zecca municipale o regia, 



(i) Ved. Archivio di Stato di Basilea. Atti della zecca, 7». 
(2) Giuseppe Albrecht: MUtheilungemiir Geschichte der Reichsmunz- 
statten, 1835, pag. 38. 



IL PUNZONE DEL PAPA FELICE V A BASILEA 273 

non ci è dato di determinare con maggior precisione. 
I punzoni della città sono in gran parte rimasti; fra 
questi vi sono anche conii per medaglie, inoltre pun- 
zoni dell'officina regia ed un conio del Papa Felice V. 

I punzoni sono tutti di ferro, sono in parte molto, 
in parte poco usati, alcuni ben conservati, altri male, 
anzi rotti. L* intera collezione passò al dipartimento 
della Finanza cioè al Rathmis, quando il cantone di 
Basilea cedette il suo diritto di zecca. Nel 1863 il 
direttore della zecca federale Escher domandò l'invio 
dei punzoni a Berna, ma l'archivista di Basilea d'al- 
lora, Krug, ha il merito d'aver negato l' invio. 

I punzoni furono affidati alla Commissione delle 
Antichità ed esposti in ordine in una vetrina dell'an- 
tico Museo della Angus iinergnsse. Il ferro era molto 
arrugginito ; invece di togliere la ruggine, si verniciò 
la superficie dei conii. 

Nell'anno 1894 tutta la raccolta insieme col Ga- 
binetto Numismatico venne trasportata nel Museo 
storico nell'antica Barfùsser Kircìie. Qui i punzoni ri- 
masero senza catalogo e trascurati. Nel novembre 
1906 chi scrive queste righe diede un'occhiata a quei 
pezzi antichi e trovò in quell'occasione fra punzoni 
di bratteati e conii del XV fino al XVIII secolo il 
pezzo con lo stemma del Papa Felice V. Eseguii al- 
lora alcune impronte in ceralacca e ne inviai un 
esemplare all'ambasciata italiana a Berna per S. M. 
il Re d' Italia, al prof. Maurice Prou per la Société 
des Antiquaires a Parigi, al Gabinetto Numismatico 
di Berlino e al biografo del Papa Felice V, Max 
Bruchet, archivista in Annecy. Contemporaneamente 
pubblicai nel n. 289 del supplem. alla Aìlgem. Zeitung 
di Monaco una breve notizia sul ritrovamento "). Que- 
sta nota diede per effetto che il punzone fu con molta 

(il Frankfurter Mnnzzeiiung VII (1907), n. 14, tav. 49, i. 

35 



^4 E, A. StiiCKELBERG 



cura pulito con petrolio e arroventato. Poi i vari 
periodici numismatici mi sollecitarono un articolo su 
questo ritrovamento. 

Il punzone consiste di un cilindro di ferro bat- 
tuto, la parte superiore è stata alquanto allargata 
pei colpi di martello dati nel conio. Esso misura ora 
mill. 7,2 in altezza e mill. 22 di diametro di super- 
ficie di coniazione. Il sotto punzone, la cui cima do- 
veva essere ben incastrata in un tronco di legno, 
pare non si sia conservato, per lo meno non è stato 
trovato. La superficie di coniazione del nostro pun- 
zone è levigata, il campo è occupato dallo stemma 
di Casa Savoia ; sopra emerge il triregno e sotto le 
infule svolazzanti sono le due chiavi decussate. Lungo 
il circolo del campo il cui punto centrale è visibile 
come in molte antiche monete romane, corrono due 
cerchi di perline ; fra il maggiore e il minore sta la 
leggenda, incisa in maiuscole gotiche: FELIX * PP * 
* QVINTVS. 

La leggenda e l'arme del campo fanno ricono- 
scere senza alcun dubbio lo stemma come ricordo 
del Papa Felice V. Sotto questo nome, che dopo il 
VI secolo non fu portato più da alcun Papa (Fe- 
lice I, 259-74; Felice II, 355-66 (antipapa); Felice III, 
483-92 ; Felice IV, 516-30), salì al pontificato il duca 
Amedeo Vili di Savoia eletto dal Concilio di Ba- 
silea. 11 Concilio di Costanza aveva concesso al 
conte il titolo di duca, quello di Basilea il triregno 
(5 novembre 1439). Il 17 dicembre eletto al trono 
papale. Felice V giunse a Losanna in aprile e il 24 
giugno a Basilea (1440). Qui fu incoronato con gran 
pompa il 24 luglio. Il 17 novembre 1442 lasciò Ba- 
silea, ma poi ritornò di nuovo nella città del Reno 
per soggiornarvi dall'agosto 1446 al 9 gennaio 1447, 

Siccome il nostro punzone fu conservato insieme 
ai conii di Basilea, deve chiaramente esser stato usato 



IL PUNZONE DEL PAPA FELICE V A BASILEA 275 

in Basilea e certamente durante il soggiorno del 
Papa in questa città. 

Ora la cronaca racconta che il Papa abbia fatto 
gettare al popolo del denaro in occasione della sua 
solenne incoronazione, che egli inoltre abbia fatto 
coniare pei signori e prelati presenti alla cerimonia 
medaglie di presenza di due pfeiining d'argento e di 
un pfemiing d'oro. 

Si può quindi ben supporre che il punzone a 
noi rimasto abbia servito alla coniazione di questi 
pezzi, ma non sappiamo poi se per l'oro, o per l'ar- 
gento, o per entrambi insieme. Che non ne sia ri- 
masto alcun pezzo di scarto può esser chiarito in 
tre modi : le monete erano di valore superiore, 
cioè o di titolo o di peso maggiore di quelli cor- 
renti in quel tempo e ciò allora doveva escluderli 
dalla circolazione, oppure si trattava sopratutto di 
soli pochi esemplari distribuiti, o furono i pezzi ri- 
masti piti tardi fusi come pezzi condannati quali mo- 
nete di un antipapa. 

Che però Felice V abbia coniato moneta, è molto 
verosimile. I documenti parlano della sua relazione 
con Corrado di Weinsberg ^0; questo pignoratore 
della regia zecca di Basilea era dopo il 13 novembre 
1438 uno dei quattro regi ambasciatori al Concilio, 
e fu il 22 febbraio 1439 il suo protettore. Come 
uomo versato in grandi affari egli dovette riscuotere 
il denaro delle indulgenze sotto due re, egli provvide 
a questo per il Concilio che gli aveva rilasciato 
cinque lettere di indulgenze; egli ottenne molte altre 
lettere d' indulgenza anche da molti Papi. 

Con Felice V, Weinsberg stette in corrispon- 
denza fino al 1445 e cavalcava nel corteo della inco- 
ronazione coi primi dignitari. Anche il suo maestro 



(i) Luher Arcliival-Zeilschrift, VII, pag. 150175. 



276 E. A. STilCKKLBERG 



di zecca Pietro Gatz era in relazione col Papa; l'esame 
del Bidlarium di Torino potrebbe offrire qualche 
maggior particolare. 

È quindi molto verosimile che il Papa Felice si 
sia servito di queste due persone per i suoi affari 
di zecca. 

Il punzone deve essere stato dimenticato in oc- 
casione della partenza del Papa da Basilea (nel 1442 
oppure nel 1447), e coi punzoni che portano la 
marca di Weinsberg rimase fra i coni della città. 



Felice V fece coniare anche il cosidetto Agnus 
dei con la cera del cero pasquale, ma finora non se 
ne è rinvenuto alcun esemplare. Donò anche una 
campana alla Cattedrale, ornata con il suo stemma. 
Quando si spaccò, fu fusa di nuovo alla fine del se- 
colo XV, ma di nuovo ornata dallo stemma del do- 
natore. Quando nel secolo XIX la campana venne 
fusa, lo stemma fu tolto e conservato ('). Si può rico- 
noscere dall'originale che si trova nel Museo storico 
della città che la tiara non ha più forma conica come 
nella moneta, ma forma convessa ed ovale. 

Basilea, gennaio igoy. 

E. A. Stuckelberg. 



(1) Rivista Araldica, Roma, anno V, 1907, pag. 129-130. 



APPENDICE 

ALLA ILLUSTRAZIONE DELLA ZECCA 

DI 

CASTIGLIONE DELLE STIVIERE (') 



Pubblicando nella mia storia di Castiglione delle 
Stiviere l'illustrazione della zecca di tale luogo, av- 
vertivo non essere noto che l'officina fosse stata 
aperta in virtù di una concessione speciale; e dichia- 
ravo anche che. sebbene le mie ricerche fossero state 
alquanto diligenti, non mi lusingavo di avere fatto 
opera completa, e speravo anzi che varie altre mo- 
nete venissero in luce. 

Trascorsero non molti anni, e fatti nuovi mol- 
teplici vennero a mia cognizione e furono da me e 
da altri pubblicati in varii periodici. Ho pensato 
quindi che torni utile per gli studiosi riunire le no- 
tizie tutte che dalla predetta mia pubblicazione ad 
oggi io appresi. Il che è scopo della presente ap- 
pendice. 

E prima di tutto ricorderò il Privilegio da me 
rinvenuto, con cui l'imperatore Massimiliano II con- 
cedeva a Ferrante Gonzaga, primo marchese di Ca- 



(i) Agostini ing. Agostino: (aslig Itone delle Stiviere dalle sue origini 
geologiche fino ni nostri giorni. Ptrte III: La zecca. Brescia, T. Apollo- 
nio, 1895. 



278 AGOSTINO AGOSTINI 



stiglione, il diritto di monetazione ('). Poscia qui ripor- 
terò la illustrazione di monete della zecca di Casti- 
glione delle Stiviere da me e da altri pubblicate. 

MONETE. 

Marchesa Ferrante Gonzaga (7580-1586). 

Il numismatico Paul Bordeaux nella Keviie nit- 
mismatiqtie del 1901, primo trimestre, pubblicò un 
articolo sulla imitazione delle monete francesi operata 
in Italia: ed una ne attribuì tosto a Ferrante Gon- 
zaga di Castiglione, che vi aprì la zecca non appena 
investito del titolo; e quindi, assai probabilmente 
nel 1580. 

Un rescritto imperiale di Enrico III fu emanato 
in Francia nel 1583, allo scopo di impedire in quella 
nazione la circolazione di monete imitanti i liards 
francesi. E qui il detto autore ci dà la descrizione 
della moneta da me riprodotta alla tav. IV, n. 54 nella 
mia illustrazione della zecca di Castiglione portante 
in campo una F coronata con attorno: GON MAR • 
CAST • "E • S • R ■ IMP • P • e nel rovescio una crocetta a 
braccia eguali, ed attorno: SALVS • "E • GLORIA • DNS • 

Una tale moneta che io ho elencata per Fran- 
cesco I principe, come del resto fu fatto da varii altri 
studiosi, viene invece dal Bordeaux attribuita a Fer- 
rante: quelli partirono dal concetto che la F coronata 
riproduca il tipo della trillina milanese di Francesco I 
e che la crocetta del rovescio sia stata copiata dal 
forti di Carlo Emanuele I di Savoia: questi invece 
asserisce essere stata la moneta una imitazione del 
Hard francese, che in tutto le rassomiglia. Così ra- 
gionando, e considerando ancora che l'editto proibi- 



(i) Pubblicato da ine nella Rivista di Numisin., X (1897), p. 175. 



CASTIGLIONE DELLE STIVIERE 279 

tivo sopra accennato data dal 1583, il Bordeaux giu- 
dica che tali imitazioni debbano essere state coniate 
fra il 1580 e 1583; per cui non possono essere che 
di Ferrante. 

A prima giunta pare infetti esatta simile indu- 
zione: ma se si considera che il detto marchese Fer- 
rante venne investito nel 1580, ammesso anche che 
abbia tosto cominciato a battere moneta, sembra ben 
difficile pensare che si sia dedicato immediatamente 
a produrre delle falsificazioni; mentre appare più lo- 
gico che queste debbano essere state eseguite più 
tardi in onta all'editto proibitivo, 

Comunque, il Bordeaux non fa conoscere una 
moneta nuova della zecca che ci occupa; è solo que- 
stione di attribuirla all'uno piuttosto che all'altro 
Principe. 

Invece lo stesso autore ci dà illustrazione di 
un'altra imitazione inedita, da lui attribuita ancora a 
Ferrante, per analogia alle sopra ricordate sue argo- 
mentazioni. È pure una falsificazione del Hard di En- 
rico III di Francia, avente in campo diritto una grande 
H coronata, con attorno : 

I. — Moneta avente il peso di gr. 0,75. 

B' - + GON- MAR ■ SACRIQVE. 

^ - Croce fiorata e: + ROM • IMPERI • PRINC • 

L'autore giustamente non trova possibile spie- 
gare la presenza della lettera H su una moneta dei 
Gonzaga, se non per la intenzione di generare con- 
fusione coi pezzi francesi similari, i quali comincia- 
rono ad essere coniati nel 1575. 

Questa moneta veramente inedita, evidentemente 
non era altro se non una contraffazione : e risulta 
pure quasi certo che debba attribuirsi alla zecca di 
Castiglione, come quella che ebbe ad emettere un 



28o 



AGOSTINO AGOSTINI 



numero straordinario di falsificazioni di ogni paese 
vicino o lontano : se non che, per le stesse ragioni 
sopra indicate, io propendo a credere che debba an- 
ziché a Ferrante, attribuirsi a Rodolfo, od a Ferdi- 
nando I. 



Marchese Rodolfo Gonzaga (i 586-1 593). 

Una serie di monete inedite di questo Marchese 
venne pubblicata dall' IH.""' Sig/ Conte Nicolò Papa- 
dopoli nella Rivista Numismatica del 1893 ed io qui 
le riproduco, togliendole da quel magnifico periodico: 





2. — Mistura (peso gr. 1,075). 

B' — + CA • S • R • I D • &0 • MAR • Scudo colla croce 

Sabauda chiusa in tre archi di cerchio. 
R) — Croce ornata entro un contorno quadrilobato + CRV • • • • 

DE NOSTRA • 

Questa moneta è una variante di quella da me 
inserita nella citata mia illustrazione alla tav. Ili, n. 43. 



3- 



1^ - 



Mistura (peso gr. 1,20). 

Scudo colla croce sabauda chiusa in tre archi di 

cerchio; sotto lo scudo una stella: + CA ■ S • R • 

IMP O- M • 

Croce di S. Lazzaro grande, caricata da quella di 

S. Maurizio più piccola -f- CRVS • CRISTI • REDEN- 

NOSTRA- 



CASTIGLIONE DELIE STIVIERE 



281 





4- 



9. - 



Mistura (peso gr. 0,95). 

Simile al dritto della precedente. Sotto lo scudo la 

lettera B invece della stella: CA S ■ R • IM • P • 

ROD I ■ MA 

Croce come nella precedente: CRVX • CRIS • REDE ■ 

NO 



Queste ultime due monete sono varianti di quella 
alla tav. Ili, n. 44. della mia illustrazione. 

Tutte e tre poi le predette monete, sono mani- 
feste contraffazioni, dice il prelodato sig. Conte, delle 
parpagliuole di Carlo Emanuele I di Savoia : e la 
seconda è copiata da quelle coniate a Chamber3\ 




5. — Mistura (peso gr. 0,99). 

iy — Stemma senza corona con tre corni di cervo posti 

in fascie: 3G ROD C RSIP- 

I^ — Stemma senza corona con due pesci addossati : 

® MO FA TA MA C- 1586, 



« Ecco una monetina », dice l'Ili.'"" Sig. Conte, 
« che rimase lungamente ignorata dai numismatici. 
perchè destinata a circolare in paesi lontani, ove 
diffìcilmente si poteva indovinarne l'origine. E una 
imitazione dei Dreier di Ulrico duca di Wiìrtembcrg, 



282 AGOSTINO AGOSTINI 



nella quale lo stemma del dritto riproduce i corni di 
cervo, impresa della casa regnante, e quello del ro- 
vescio i pesci di Mompelgard. È da osservarsi come 
gli intagliatori della zecca di Castiglione e di altre con- 
generi, senza essere grandi artisti, sapessero indovi- 
nare e riprodurre i caratteri speciali delle monete dei 
diversi paesi, in modo di trarre in inganno tutti co- 
loro che non vi facevano particolare attenzione ». 



6. — Mistura (peso gr. 0,83). 

^ — G. C. che consegna le chiavi a S. Pietro in ginoc- 
chio: GO • MA ■ C • S • R • I • PR • esergo RO • 
I^ — Ritratto del papa Sisto V : S • SIXTVS ■ P • MAR • 
Sotto al busto : G + I • 

Il È questa una delle tante imitazioni fabbricate 
in Castiglione sul tipo delle bajocchelle romane, nella 
quale per meglio giustificare l'inganno, attorno al ri- 
tratto del pontefice è posta la inscrizione S. Sisto; 
e le lettere RO devono essere interpretate come la 
prima sillaba del nome del Marchese, invece di se- 
gnare la zecca di Roma. A mio avviso (dice l'Ili.""' 
Sig. Conte) dovrebbe essere una delle più antiche 
falsificazioni di Rodolfo, perchè la lega apparisce mi- 
gliore ed il lavoro più accurato del solito ». 

Venuto a mia cognizione che nell'asta della col- 
lezione A.... C... tenutasi nel febbraio del 1902, presso 
il sig. cav. Sambon a Milano, il signor Achille Can- 
toni, fra altre monete, ebbe a comperarne una di Ca- 
stiglione, elencata al n. 1016, sotto il titolo di mezzo 
grosso — falsificazione per Genova — Rodolfo Gon- 
zaga; e ritenendo si trattasse di un pezzo inedito, 
mi recai dal predetto signore onde prendere in esame 
la moneta: ed egli infatti, con quella cortesia singo- 
larissima che lo distingue, mi permise non solo ogni 
più minuta analisi, ma concesse anche che ne prendessi 



CASTIGLIONE DELLE STIVIERE 283 

il calco. Dalle quali ispezioni rilevai non trattarsi 
affatto di moneta inedita, perche il pezzo di cui è 
cenno altro non è se non quello illustrato da me alla 
tav. Ili, n. 40: ma però rilevai che la moneta è im- 
portante, inquantochè, mentre la mia illustrazione la- 
sciava incomplete affatto le diciture, questa del signor 
Cantoni essendo benissimo conservata, ci porta ogni 
schiarimento desiderabile. E perciò che trovo utile 
qui riportarla (moneta n. 7): 





,& - RO G • MA • CA • SA • R ■ IM • P • 
9 - CRV • CRISI • RED- NOSTE- 

Dal che risulta che questo Marchese, con audacia 
singolare, metteva il proprio nome ed i propri titoli 
sulle monete che numerosissime falsificava per zecche 
italiane ed estere ('). 

il sig. Guglielmo Grillo, nel Bollettino di Numi- 
smatica, a. Ili, n. 6, giugno 1905. pubblica la seguente 
varietà posta in corso da Rodolfo, ad imitazione delle 
bajocchelle di Sisto V. 

8. B' - ROD • G • MAR CA • S • RO • IM ■ PR Cavaliere con 
vessillo. 
I^ - S • SIXTVS • PA • MA • 1590 Busto di Sisto V. 

Il tenente colonnello A. Cunietti-Cunietti nel 
Bollettino di Numismatica, n. 7, 1907, rende pubblici 
due soldi da lui attribuiti a Rodolfo, come contraffa- 
zioni di quelli di Carlo Emanuele I di Savoia. 



(i) Dalla Rassegna di Numismalicii, a. I, n. 2, marzo 1904. 



284 AGOSTINO AGOSTINI 



9. ,& RODV - CAR • EM • D • G • C • MAR Stemma di Savoia 
inquartato e coronato. 

R; - + CD-V-MTINT- DOMINE ■ OST • Croce di 
S. Maurizio in cerchio quadnlobo. 
Peso gr. 1,100. 

10. B' — CRVX • CRISI • CAR • EM ■ D Stemma e. s. 

1^ — CAR • EM • DVX • SABA Croce e s. 

Peso gr. 2,000. 

Marchese poi Principe Francesco Gonzaga 
(1595-1616). 

Anche per questo Principe, l'ili.™ sig. conte Pa- 
padopoli piìi sopra ricordato, ci diede ricche notizie 
di monete inedite, nel precitato fascicolo della Rivista 
di Numismatica del 1893; notizie che qui integralmente 
riportiamo, cominciando da un preziosissimo scudo 
d'oro, formante parte della splendida collezione del 
signor Conte medesimo. ' 

11. — Oro (peso gr. 3,11). 

B' — Busto del Principe a destra con collare alia spa- 
gnuola: FRAN • D G • PRiNC • CASTIONI • 

P — Stemma Gonzaga coronato e fregiato dei toson 
d'oro: nello scudetto centrale, nel primo e quarto 
leone rampante, nel secondo le fascie Gonzaga, e 
nel terzo la testa di buffalo: MARCHIO • MEDV- 
LAR EC- 

Il conio è squisito lavoro, probabilmente dello 
stesso Gaspare Mola che incise altri pezzi di questo 
Principe, e lavorò egregiamente per la zecca di Gua- 
stalla e per quella di Mantova. 

12. — Mistura (peso gr. 1,42). 

(ly — Scudo colla croce di Savoia chiuso in tre archi di 
cerchio: + FRAN • GON • MA • CAS • S • R • I • P • 



CASTIGLIONE DELLE STIVIERE 285 

^ — Croce grande di S. Lazzaro caricata di quella di 
S. Maurizio più piccola: + CRVX • CRIS ■ REDE • 
NOST 

imitazione delle parpagliole di Savoia, simile a quelle 
di Rodolfo. 

Principe Ferdinando I (i6i6-]678). 

Il signor Guglielmo Grillo pubblicò "' tre monete 
sconosciute di questo Principe, e cioè due inedite ed 
una varietà; e ne completa una di quelle già note. 

Tali monete sono le seguenti: 

In un ripostiglio di una discreta quantità di mo- 
netine della dinastia di Savoia, dal detto sig. Grillo 
acquistate a Biella, come egli scrive, rinvenne anche 
alcune contraffazioni: una di queste imita il soldo di 
Carlo Emanuele e Maria Cristina. E la illustra nel 
modo seguente: 

« Le monete basse, a consuetudine d'allora, veni- 
vano battute o tagliate in modo molto irregolare. Del 
soldo di Carlo Emanuele e Maria Cristina, pur co- 
niato in quantità rilevante e perciò di facile ritrova 
mento ai dì nostri, il Promis, nella sua grandiosa 
opera ^^\ non riuscì a dare la leggenda che in parte. 

« Ora, trattandosi di una contraffazione, solita- 
mente di minor peso, pur essendo fresca di conio è 
così falcidiata da non lasciare visibile che ben poche 
lettere; però, a mio modo di vedere, quanto basta 
per riconoscerne l'origine e indicarne la zecca. 

13. f& — PRIN CA • • Stemma con la croce Sabauda, 

coronato. 



(i) Bolletlitto llaliatw di Nutiiisiiitilua, unni) Ili, giugno 1905, n. 6. 
(2) DoM. PiiOMis, Le monete dei l\cali di Savoia, i&\'. -XXXXVI, n. 21. 



286 A(.OSTlNO AGOSTINI 



^ - IN TE DOMINE CON . . . Croce trilobata, accanto- 
nata da due C in monogramma. 
Rame. Peso gr. 1,120. 





« Che io mi sappia, non trovo interpretazione mi- 
gliore, ne più confacente alle parole PRIN CA, che at- 
tribuire queste all'abbreviatura comunemente usata ; 
a PR\ficcps Cksiilionis. 

« Il lunghissimo governo di Ferdinando I Gon- 
zaga (1616-1678) comprende non solo, ma sorpassa 
di molti anni l'epoca di battitura dei soldi di Carlo 
Emanuele e di Maria Cristina di Savoia ed anche i 
somiglianti di Carlo Emanuele II, perchè questa mo- 
neta, rimasta fino ad ora sconosciuta, non si possa 
con tutta probabilità attribuire a questo Principe, ben 
noto ai numismatici per le sue numerose e variate 
contraffazioni «. 

La moneta di cui il sig. Grillo dà la completa- 
zione, viene da lui illustrata nel predetto BolUttino, 
come segue : 

« Guid'Antonio Zanetti, nel volume III della sua 
preziosa opera, al n. 12 della tav. XII, dà il disegno 
di una moneta di Ferdinando I Gonzaga, riprodotta 
poi esattamente dal sig. A. Agostini alla tav. VI, 
n. 84 della sua monografia: La zecca di Castiglione. 

« Il Santo è raffigurato colle bra,ccia tronche e la 
dicitura incompleta. 

" Lo Zanetti come pure l'Agostini, non ebbero 
a quanto pare, a loro disposizione che un esemplare 
mal battuto, oppure guasto e logoro dal tempo; pos- 



CASTIGLIONE DELLE STIVIERE 



287 



sedendo la graziosa monetina del Gonzaga a fiordi 
conio, ne disegno esattamente l'improiita, completando 
la leggenda a questa audace imitazione della moneta 
di Pesaro ». 





14. 3^ — S • NAZARIVS • P • C • Il Santo in piedi colla sinistra 
alzata e nella destra la palma del martirio. 
P — Aquila coronata volta a sinistra in una ghirlanda 
di foglie. 
Rame. Peso gr. 0,700. 

La varietà di una moneta di questo Principe 
resa nota dal sig. Grillo sul citato Bolleiliìio, è da 
lui illustrata così: 

« Ancora di Ferdinando I una interessante va- 
rietà di quella pubblicata dal signor Agostini alla 
tav. VI. n. 88 ». 





15. & — Busto del Principe con collare di pizzo. 

9 — A destra alcune lettere della parola MARCHIO. In 
una croce filata, stemma inquartato: i. Aquila co- 
ronata; 263. Biscia coronata con fiore in bocca; 
4. Cane rampante coronato, nel centro testa di 
buffalo coronata, parte dello stemma della moglie. 
Rame. Peso gr. 1,450. 

L'altra moneta inedita di questo Principe è dal 



288 AGOSTINO AGOSTINI 




signor Grillo nel suddetto Bolkitino illustrata come 
segue : 

« È una astuta contraffazione dei quattrini di 
Filippo IV di Spagna per Milano. 






i6. ^' - FER • D ■ G • S • R • llll • ET • C P {F^R'imandus ■ Dei- 
(ìratia • Sacrique • Ro»iani •ANipern • ET C-astilio- 
tiis • Vrinceps). Testa del Principe volto a destra, 
con collare alla spa^nuola. 
^ — MARCHIO MEDOLANI Biscione coronato. 
Rame. Peso gr. 1,470. 

Una variante per disegno e disposizione delle 
lettere, di bellissima conservazione, appartiene alla 
collezione del mio buon amico Marco Strada ». 





^ - FER- D • &-S • R ■ llll • E C • P • Busto del Principe 

volto a destra. 
1^ ~ MARCHIO MEDOLANI Biscione coronato. 
Rame. Peso gr. 1,180. 

Di questo stesso Principe ci d<à la seguente va- 
rietà il chiarissimo sig. tcn. colonnello A. Cunietti- 



CASTIGLIONE DELLE STIVIERE 289 



Cunietti, pubblicata nel Bollettino di Numismatica, 
n. 4 (T907), e da lui così illustrata : 

17. ,0- — FERD-M- E-M • F • - • MAR • M • CA Stemma dei 
Gonzaga coronato, colle quattro aquile e al centro 
scudetto colle fascie e i leoni. 
I^ - TAB ■ SAN& • CHRIST • lESV Tabernacolo (come in 
quelle di Mantova per rappresentare il vaso del 
preziosissimo Sangue di N. S.). 

« Come bene afferma l'egregio ingegnere Ago- 
stini <■», per quanto ricca sia la serie dei pezzi di 
questo Principe, essa non completa l'idea dei prodotti 
nel periodo del suo governo. Onde la monetuzza che 
sopra ho descritto deve ritenersi una delle numerose 
e svariatissime monete battute da Ferdinando 1 ad 
imitazione o contraffazione di quelle degli altri stati 
d'Italia. Non avendo però riscontrato questa monetuzza 
né fra quelle descritte dall'Agostini, né dal Grillo, 
che sono i piti recenti illustratori di questa zecca, e 
da considerarsi una varietà non ancora pubblicata ». 

Ma la più preziosa delle monete inedite di Fer- 
dinando I, venne da me pubblicata nella Rivista Nu- 
mismatica, a. XIX, fase. I, Milano, 1906 (moneta n. 18), 
con un'aggiunta dell'illustre conte Nicolò Papadopoli, 
che attribuì altre quattro monete consimili al Prin- 
cipe medesimo (monete n. 19. 20, 21, 22). 

Lo stesso ili.""" sig. conte N. Papadopoli nella 
Rivista di Numismatica in principio citata, dell'anno 
1893, di questo Principe ci fornisce la seguente mo- 
neta inedita: 

23. — Mistura (gr. 0,50). 
fy - - Stemma con ornamenti che simulano le chiavi e la 
tiara: FER • GON • 

(i) Agostino Agostini: Castiglioìte delle Slivierc dalle sue origine 
geologiche fino ai giorni nostri. Parte IH. I^a zecca. 



290 AGOSTINO AGOStlNi 



^ — Santo vescovo dj profilo volto a sinistra seduto: 
S PATERNIANVS. 

Alle quali notizie il sig. Conte aggiunge la pub- 
blicazione di altre monete di questo principe, che 
costituiscono piccole varianti a quelle della mia illu- 
strazione segnata alla tav. VI, n. 53, 54. 60; e 
tav. VI, n. 87. 



Carlo Gonzaga (1678-1680). 

Abbiamo veduto che Francesco Gonzaga terzo 
Marchese e primo Principe di Castiglione delle Sti- 
viere, dopo avere innalzata quella zecca alla dignità 
di coniare monete coi nobili metalli, ne pose in corso 
varie come Marchese, e parecchie anche come Prin- 
cipe; ma due sole in questa sua qualità nel metallo 
rame, per quanto è noto. 

Esse sono il soldo ed il mezzo soldo: le quali 
portano nel campo dritto il monogramma delle let- 
tere F e G contrapposte, coronate, con attorno le 
parole: PRIN • CASTILLIONIS ■ ETC- ; nel rovescio un 
cane rampante tra due staffe (stemma di Castiglione), 
ed attorno la dicitura: FIDES ■ INCORRVPTA • 

Ho detto ancora nella mia illustrazione di tale 
zecca, come l'Aftò e lo Strozzi attribuissero senz'altro 
simili monete a questo Principe, mentre avrebbero 
potuto essere del suo successore Ferdinando I : ma 
io ho allora aggiunte le ragioni per le quali si devono 
indubbiamente ritenere appunto di Francesco. 

Ferdinando 1 a lui succeduto e che dominò dal 
[616 al 1678, coniò una grande serie di monete anche 
di rame. Durante questo lungo periodo, Carlo Gon- 
zaga, signore di Solferino suo cugino e naturale suc- 
cessore essendo morto l'unico figlio di Ferdinando, 



CASTIGLIONE DELLE STIVIERK 29I 



si rodeva nella sfrenata sua ambizione, di non poter 
sollecitamente salire il trono del principato di Casti- 
glione. Al quale uopo pose in opera ogni sorta di 
tentativi, e persino la violenza ed il tentato assassi- 
nio. Xè altro potendo fare, sfogava infrattanto la sua 
manìa ambiziosa col coniare monete di ogni metallo, 
improntandovi titoli superlativi, che non gli apparte- 
nevano. 

Finalmente nel 1678 fu ap[)agato il massimo suo 
desiderio, e per la morte di Ferdinando I, gli suc- 
cesse nel principato; nel quale durò poco, perchè da 
principio gli venne negato il diritto; e solo dopo la 
soluzione dell'insorto litigio, potè ottenere l'agognato 
intento; mentre poi moriva nel t68o, per cui solo 
per un tempo inferiore a due anni potè esercitare la 
carica finalmente raggiunta. 

In questo breve periodo, tre sole monete ci fu- 
rono note fino ad oggi essere state da lui coniate 
nella zecca di Castiglione; e cioè una d'argento basso 
col S. Nicolao protettore (h Solferino; una di rame 
col S. Luigi stante, assai ccjmune; ed un altro soldo 
con S. Ilario, che è strana perchè questo Santo non 
fu mai fra i protettori del Principato; tale moneta 
non è nota, ma venne da me inserita nella citata il- 
lustrazione, perche la trmai accennata nel Catalogo 
della collezione Franchini venduta in Roma dal si- 
gnor Dura. 

In oggi posso dare contezza di una quarta mo- 
neta di questo Principe, la quale non è altro che la 
riproduzione tli quella sopra ricordata del principe 
Francesco, col cane rampante; m.i il conio ne è pii^i 
fino, per cui si può dire essere di quella, una specie 
di perfezionamento: e dessa un soldino di rame, avente 
nei campo dritto il monogrannna colle lettere C G 
contrapposte, ccjronate, disposte in due cerchii costi- 
tuiti di [)untini: e nella zecca formata da essi, leggesi 



292 AGOSTINO AGOSTINI 



la dicitura * PRINC • CASTILLIONIS "EC *. Nel campo del 
rovescio vi è un cane rampante fra due staffe, più 
smilzo di quello delle monete similari di Francesco; 
anche esso è fra due cerchii costituiti di puntini; e 
nella zona di questi cerchii formata, trovasi la dici- 
tura: * FIDES • INCORRVPTA #. 

La moneta, che è nella mia collezione, è bene 
conservata per quanto lievemente tosata, come erano 
tutte quelle dei tempi di cui trattasi : è del dia- 
metro di mm. 18, e pesa gr. 1,10 (moneta n. 24) (J^. 

Principe Ferdinando II (1680-1723). 

Ancora il sig. Guglielmo Grillo nel Bollettino di 
Numismatica sopra ricordato, n. 6, anno III, giugno 
1905, ci fornisce una moneta inedita di Ferdinando II, 
ed una varietà, da lui ivi illustrate nel seguente modo: 

« Di Ferdinando II Gonzaga una inedita moneta 
di rame con poca lega di argento, molto simile ad 
una di Ferdinando I. 





25. — Mistura (peso gr. 0,630). 

,& — FER • Il • PRIN • CAS • Busto del Principe rivolto a 

destra. 
]J — SESIN VS CASTI Scritto in tre righe, una rosetta in 
alto ed in basso. 

Fra V ed S un punto, probabilmente uno dei così detti 
punti segreti di zecca. 



(i) Dalla Rassegna Numismatica, anno 1908, n. 2. 



CASTIGLIONE DELLE STIVIEKE 293 



Di questa moneta l'ili.'"" sig. conte Papadopoli 
nella Rivista di Numismatica. 1893, in principio rife- 
rita, ci dà di Ferdinando II altra moneta simile alla 
precedente ed a quella da me illustrata alla tav. VI, 
n. 82, di Ferdinando 1, ridotta per questo Principe: 




■fe vè 'il 



26. Mistura (peso gr. 0,78). 

B' - Testa a destra: FERO II ■ PRIN • CA 

?( — SESIN • V S • CASTI Su tre righe fra 4 rose. 

Infine aggiungerò una varietà di quella di Fer- 
dinando II riportata dall'Agostini a tav. Vili, n. 120, 
in cui a ditierenza e aggiunta la data di emissione 
nella leggenda, invece che nell'esergo. 





27. & - FERD • Il • D • G- 1688 Busto del Principe a destra, 
I^ - PRI CAST ETC In tre righe fra quattro rosette. 
Rame. Peso gr. 0,730. 

Castiglione {ielle Stiviere, febbraio i()oH. 

A(.osTi.\(i Ing. AciosTiM. 



I TRRMISSI LONGOBARDI 

a proposito di un piccolo ripostiglio di monete d'oro di 
Liutprando, rinvenuto presso il villaggio di Ossi 
(Sassari). 

(Tav. VI). 
I. 

Nel T." aprile dell'anno 568, Alboino re dei Lon- 
gobardi ('), chiamato da Narsete, col suo popolo nu- 
meroso accresciuto di Sassoni, Gepidi, Bulgari, Svevi. 
Sarmati, Norici ed altre orde, dopo sconfitti i Gepidi, 
muove dalla Pannonia, che abbandona agli Avari e 
nel settembre entra in Italia. In breve tempo s'im- 
padronisce di quasi tutto il Veneto; nell'anno appresso 
di Mantova, Treviso. Brescia, Bergamo, Milano e della 
Liguria fino alle Alpi Peiinine. Con la presa di Mi- 
lano avvenuta nel settembre del 569 Alboino costi- 
tuisce il suo regno in Italia e, presa Pavia dopo tre 



(l) Incerta è l'etimologia del nnnie ìougobiirUo. Paolo Diacono scrive 
che ai Longobardi venne questo nome dalle barbe che solevano portare 
lunghissime. Vi ha chi suppone che quei popoli si servissero come arma 
dell'alabarda che, quindi conservossi come un carattere distintivo del 
loro regno. Altri crede che il nome longobardo possa essere derivato 
dalla voce teutona Langbarihe, che signitìcava lunga asta. Benché pre- 
valga comunemente la spiegazione data da Paolo Diacono, a me pare 
che longobarda significhi asta in cima alla quale sta infissa una lunga 
arma, così come alabarda era un'asta nella quale si fissava una larga 
arma. É qui da notare che barda era (\\it:\\' armatura ordinariamente di 
ferro con la quale si armavano i cavalli prima del combattimento, donde 
bardatura. 



296 VINCENZO DESSI 



anni d'assedio (572), vi fissa la sede dei re longo- 
bardi ('). 

Al governo della città e rispettivi territori con- 
quistati furono posti dei capi chiamati Duchi, che 
venivano primi in dignità dopo il re. Trentasei furono 
i ducati. Intanto i Greci si erano raccolti intorno a 
Ravenna, dove era l'Esarca, magistrato mandato dal- 
l'imperatore di Bisanzio. L'Esarca nominava i Duchi 
di Roma, Gaeta, Taranto, Sicilia e Sardegna, luoghi 
soggetti all'impero. 

Ventitre furono i re longobardi che si succedet- 
tero nella loro dominazione in Italia, dominazione 
durata duecentocinque anni. 

Nel 773 Carlo Magno, invitato dal papa Adriano, 
scendeva in Italia per combattere i Longobardi. Ar- 
rise ai Franchi la sorte delle armi. 

Nel 774 Desiderio venne fatto prigioniero a Pa- 
via, e condotto in Francia, finì i suoi giorni nel mo- 
nastero di Corbeia. Con lui cessò la dinastia dei re 
longobardi e Carlo Magno si intitolò re dei Franchi 
e dei Longobardi e patrizio dei Romani. 

I Longobardi venuti in Italia come conquistatori, 
vi si stabilirono e fecero sede del loro regno Pavia, 
città italiana, mentre capitale degli antichi domina- 
tori era Costantinopoli e dei nuovi invasori Aquis- 
grana. I Longobardi permisero ai vinti di vivere con 
le proprie leggi ed in breve tempo ne adottarono la 
religione, la lingua ed i costumi. Molti dei loro re, 
che venivano scelti fra i più prodi, furono ottimi. Le 
loro leggi erano miti, avuto riguardo alla ferocia dei 
tempi. Quando cessò la dominazione dei Longobardi 
in Italia, essi erano e rimasero Italiani. 



(i) A. Crivf.llucci: Se Pavia sia stata scelta a capitale del Regno 
Longobardo da Alboino, in " Studi storici „. Pisa, 1892, voi. I, pag. 86 
e segg. 



I TREMISSI LONGOIiAKDI 



297 



Ecco 


la cronologia dei 


re lon 


gobardi in Italia: 


I 


. — Alboino 




• 569-573 


2 


. — Clefi . . 




• 573-574 




Interregno 


. 


• 575-584 


3 


. — Autari . 


. 


• 584-590 


4 


. — Agilulfo . 


. 


• 590-615 


5 


— Adaloaldo . 




615-625 


6 


. — Ariovaldo . 




625-636 


7 


— Rotari . . 




636-652 


8 


— Rodoaldo . 


. 


652-654 


9 


. — Ariperto . 




654-66T 


IO 


— Bertarido (Mi 


ano) 


. 661-662 


IT 


— Godeberto (P 


avia) 


661-662 


12 


— Grimoaldo 




662-671 


T3 


— Garibaldo . 




671-672 




Bertarido (ris 


tabilit 


0) 672-680 




Bertarido e 
Cunipcrto ( 




. 680-688 








T4 


— Cuniperto . 




688-702 


15 


— Liutberto . 


, 


702 


16 


— Ragimberto 




702 


T7 


— Ariperto II 




702-713 


18 


— Ansprando 




713 


'9 


— Liutprando 




713-744 


20 


— Ildebrando 




744 


2T 


— Rachis . . 


. 


744-749 


22 


— Astolfo . . 


. 


749-756 


23- 


— Desiderio . 


. 


756-774 



II. 



Nella fine del VI secolo aveva corso in Italia la 
moneta degli imperatori d'Oriente e quella battuta 
dai Goti a Pavia e Ravenna, imitante la bisantina. 



298 VINCENZO DESSI 



I re longobardi che, a scopo di lucro e per am- 
bizione di potere, nel principio del loro dominio vol- 
lero battere moneta propria, dovettero comprendere 
che poco conveniente sarebbe stata l'emissione di 
nuova speciale moneta, essendo allora molto accre- 
ditata quella degli imperatori d'Oriente. Per cui, come 
già praticavano i Franchi, i re longobardi diedero in 
appalto la battitura ed emissione delle monete, mi- 
nacciando con leggi speciali, di pene gravissime, 
chiunque fabbricasse moneta senza il reale permesso. 

All'appaltatore o zecchiere si dava il nome di 
monetano. 

Nella zecca di Lucca si continuò con lo stesso 
conio delle monete già in corso, sostituendo al mo- 
nogramma LVCANA, la stella a sei raggi con intorno 
la leggenda FLAVIA LVCA. Nella zecca di Pavia si bat- 
tevano monete d'oro imitanti le bisantine, come già 
praticavasi sotto il dominio dei Goti. 

Di quel tempo non si conoscono monete col nome 
dei primi re longobardi. Una, attribuita dal Beneven- 
tano ad Agilulfo, è riconosciuta per falsa dal Mu- 
ratori "'. 

I tremissi coniati dai monetari longobardi sono 
per la maggior parte imitanti quelli di Maurizio Ti- 
berio (582-602). Nel tremisse, riportato dai signori 
Engel e Serrure (^i, si vede chiaramente lo stile lon- 
gobardo. 

II pii^i antico tremisse conosciuto, col nome d'un 
re longobardo, è quello di Rotari, esistente nel Museo 
civico di Brescia. È di oro fino con lamina sottilis- 
sima, del modulo di mni. 22 e del peso di gr. 1,380 <3K 
Ha un largo bordo liscio, cui fa seguito un anello 



(i) Anliq. Hai. M. Aevi, toni. V, diss, XXVII. Arretii, MDCCLXXIV. 

(2) Traile de niimismalique dti Mqyeii Age, voi. I, pag. 31, fig. 89. 

(3) Brambilla, Jl tremisse di Rotari re dei Longobardi. 



I FREMISSI LONGOBARDI 1^99 

molto rilevalo dalla parte della vittoria alata, che è 
il rov^escio della moneta. 

Nel diritto è la testa imberbe del re a destra, 
con benda che cinge la capigliatura, sul petto lettere 
che sembrerebbero la continuazione della leggenda, 
e REX in monogramma. Intorno procedendo da destra 
MARINVS MON. Al rovescio la vittoria alata di prospetto 
colla testa rivolta a sinistra ; con la mano destra 
regge un bastone ricurvo (pastorale), con la sinistra 
una croce la cui asta è arricchita di vari ornamenti; 
intorno la leggenda DNBOTARI VIVTORIIV, all'esergo 
CONCI. 

E in.discutibile l'importanza del tremisse di Ro- 
tari, che per la sottigliezza della lamina, per il peso 
e modulo, per il largo bordo perfettamente liscio, per 
l'anello rilevato che chiude come una cornice l'im- 
pronta del rovescio '", è ben lungi dall'essere tuia 
imitazione barbarica, foiiinnissiiiia del tremisse di Mau- 
rizio Tìlìerio o del tremisse imperiale, come asserirono 
il Morbio '2) ed i signori Engel e .Serrure '3>. Mentre 
effettivamente è la prima moneta d'oro bracteata, di 
tipo speciale longobardo, che precede i tremissi, della 
stessa forma e modulo, del re Cuniperto. 

Sono attribuiti a Pertarido alcune monetine d'ar- 
gento (silique) appartenenti al ripostiglio di monete 
longobarde rinvenute nella provincia di Biella nel 
1833 '•♦'. L'impronta che è da una sola parte ha in 
monogramma le lettere PER. 

I Longobardi che, coll'andare degli anni, avevano 
adottato degli italiani la religione, la lingua ed i co- 



(11 Della montila di Rotali ho (.■saininato mia esatta riproduzione 
fotografica, favoritami, dopu mia richiesta, dal gentilissimo e distinto 
numismatico prof. Rizzini, diretture del ^useo civico di Brescia. 

(2) Mmkhm : Caliilooi) lai^ioiuiio della sun riìcrolta. Milano 1857. 

(\^) ()p. II/., pag. 31, nota i. 

(4) <;. di -S. (Jliinfino: Sitl/d itionela ilei Longobardi in Italia. 



300 VINCENZO DESSI 



stumi, e che avevano, col declinare del potere dei 
Greci, assodata la loro conquista in Italia, fin dal 
tempo di Rotari abbandonarono il sistema di imitare 
nelle monete i tipi bisantini; e sotto il regno di Cu- 
niperto vennero battuti tremissi formati di lamina 
d'oro sottilissima, di diametro eccedente alquanto 
l'impronta, per cui hanno un largo margine nel con- 
torno, portano nel diritto il busto del re, ed intorno 
il nome; nel rovescio la figura di S. Michele arcan- 
gelo, protettore del popolo longobardo, intorno la 
leggenda SCS MI HAHIL dentro un anello molto rile- 
vato che incornicia l'impronta del rovescio. 

Essendo i tremissi di sottilissima lamina, ed 
avendo l'impronta del rovescio molto rilevata, questa 
impronta comparisce in incavo nel diritto, renden- 
done molte volte indecifrabile la leggenda e poco vi- 
sibili le lettere od altri segni di zecca che trovansi 
davanti al busto del re. 

Ed è a causa del profondo incavo eseguito nel 
conio per il rilievo dell'anello che chiude ed incor- 
nicia l'impronta del rovescio, che la moneta, essendo 
di sottilissima lamina, piglia la forma bracteata, sol- 
levandosi nel margine, e rimanendo quindi concava 
nella parte dove la pressione è più forte. 

Coi nomi di Ariperto (702-713) e Liutprando 
(713-744), venne continuata la coniazione di tremissi 
con l'Arcangelo S. Michele. 

Il Caronni('> pubblicò un tremisse di Cunipertocol 
busto del re a destra. REX in monogramma nella veste 
e con la leggenda D • N • CVNICPERT REX, nel rovescio 
la Vittoria con la stessa leggenda del diritto. Un tre- 
misse uguale del peso di gr. 1,32 si conserva nel- 
l'importante raccolta di Sua Maestà Vittorio Ema- 
nuele III. 

(i) Viaggio di un diiettaiite, ecc. Milano, 1805, tav. VI, n. 57. 



I TREMISSI LONGOBARDI 3OI 



Domenico Promis (" descrive due terzi di soldo 
stellati, di Cuniperto (?) e Luitperto (?), col FLAVIA 
MEDIOLANI (?i, che fanno parte della collezione reale 
di Torino. 

Il conio delle monete d'oro del Ducato di Bene- 
vento principia con Romoaldo 11 (7o6-73i); sono di 
tipo bisantino, hanno nel diritto il busto ed il nome 
dell'imperatore Giustiniano (681-695 e 705-712). nel 
rovescio croce bisantina e nel campo R iniziale di 
Romoaldo. Le prime monete di Benevento sarebbero 
quindi coniate fra il 706 e il 712. 

Dello stesso tempo abbiamo un tremisse longo- 
bardo di taglio romano, nel cui diritto è il busto ed 
il nome di Ariperto (702-713): ARIPER XCEL REX (Ari- 
pert excellentissimus rex), e nel rovescio la croce 
bisantina e la leggenda IFFO GLORIOSO DVX (21. L'in- 
cognito e glorioso Iffo pare fosse Duca d' una città, 
che conservò nelle monete il tipo bisantino, ma che 
rimase sinceramente fedele agli eccelleniisstìiii re lon- 
gobardi. 

Invece i Duchi di Spoleto e Benevento che prima 
presero le parti degli imperatori di Bisanzio, si erano 
poi uniti al Papa, sempre allo scopo di rendersi in- 
dipendenti dai re longobardi; per cui Liutprando, ir- 
ritato contro il Papa, sottomise con le armi i duchi 
di Spoleto e Benevento. 

1 tremissi di Liutprando. dei quali tratterò più 
avanti, sono di tipo speciale longobardo con l'Ar- 
cangelo S. Michele. 

La zecca di Pavia conio col nome di Astolto, 



(i) Monete e inedo^lie ilaliaite tdile da IJ. Promis. Nella " iMisctlia- 
nea di siorùi italiana „, luiii. XIII. l'olino, 1873, tav. 1, n. IX e X. 

(2) Caronm : op. cit., pag. 166, tav. VI, n. 56; D. Fuomis: Monete di 
secche italiane inedite e corrette, 1868; C. Brambilla: Monete di Pavia, 
Pavia, 1883, !> 26; (i. (ìavazzi: Riv. ll.di Suni., 1890, pag. 210; En(ìf.l 
e Serrure: op, cit., voi. I, pag. 33, fìg. 91. 



302 



VINCENZO DESS5 



terzi di soldo, col S. Michele, nei quali al busto del 
re e sostituito un monogramma di difficile interpre- 
tazione (i). Nella raccolta di S. M. il Re d'Italia son 
compresi tre esemplari di bellissima conservazione, 
che pesano gr. i.ii, 1,07 e 1,09. 

Viene attribuito ad Astolfo un soldo d'oro, bat- 
tuto forse dopo la presa di Ravenna, col busto del 
re di fronte e nel rovescio croce con interposta nel 
braccio l' iniziale del nome Astolfo (A) ed intorno 
VICTORIA SA, nell'esergo CON(OB) (2). 

Di Astolfo conosciamo i tremissi stellati col 
Flavia Luca e Flavia Pisa, e sono le prime monete 
longobarde nelle quali si legge il nome del re con 
quello della città in cui si coniarono (3'. 

Con Astolfo cessa il conio dei tremissi longo- 
bardi col S. Michele, e sotto Desiderio il tipo dei terzi 
di soldo lucchesi si estende alle officine monetarie di 
Pavia, Milano, Castelseprio, Treviso, Vicenza, Ver- 
celli '4) e Piacenza (5>. 



III. 

Nell'ottobre del 1907 acquistai da un contadino 
19 tremissi d'oro da lui rinvenuti in una sua proprietà 
presso la chiesa di S. Giovanni di Ossi; località che 



([) D. Promis: Monete di zecche italiane, pag. 9, tav. I, n. 3, — Bram- 
uiLLA, Gavazzi, Engel e Skurure: op. cit., pag. 34, fig. 93. 

(2) G. C. di S. Quintino (Cento tavole di monete antiche fatte incidere 
da). — D. Promis: op. cit., pag. 7, tav. I, n. 2. — Brambilla, Engel e 
Serrure, op. cit., pag. 34, fig. 94. 

{3) Zanetti: Monete e secche d'Italia, toni. II, pag. 398, toni. IV, 
pag. 59. G, di S. Quintino: op. cit. — Massagli: op. cit. — Bram- 

billa: op. cit 

(4) Fritz Iecklin: // rinvenimento di monete Longobarde e Carolingie 
presso Hans, nel Canlon de' Grigioni. Cividale del Friuli, 1907. 

(5) B. Pallastrelli: Moneta piacentina di Desiderio ultimo re dei 
Longobardi. 



1 TREMISSI LONGOBARDI 



303 



dista II km. dal villaggio di Ossi e 26 km. da Sas- 
sari. Tredici tremissi sono del re longobardo Liut- 
prando (713-744), tre di Tiberio V Absimaro (6g8- 
705), due di Giustiniano II e Tiberio V (705-712), 
uno di Leone Isaurico (717-741). 

Eccone la descrizione: 

TREMISSI LONGOBARDI. 

LlL'TI']<AM)0 (713-714). 

1. B' — V IMI TPRAREX (REX in monogramma) Busto 

del re a destra davanti al viso T. 
9 — SCS II HAHIL L'Arcangelo Michele in piedi con 
asta sormontata da tre globetti. 
Peso : gr. 1,220, diametro iiiill. 23. 

2. & — Leggenda non decifrabile. Busto come sopra con 

lettera T- 
91 — SCS II HAHIL L'arcangelo e. s. 
Peso : gr. 1,180, diametro mill. 23 

3. -B' — D^LVT PRANREX (in mon.) Busto e. s. e lettera T. 
^ — SCSM HAHIL Figura e. s. 

Peso: gr. 1,220, diametro: nuli. 23'/,. 

4. B' — D^LVT FRA ■ R. Busto e. s., lettera T con sotto una 

rosetta (®). 
P — SCSMI HAHIL Figura e. s. 
Peso : gr. 1,200, diametro ; inill. 23. 

5. B* — DN.NT PRANREX (in mon.j Busto e. s., lettera T. 
9* — SCSM HAHIL Figura e. s. 

Peso; gr. 1,250, diametro: mill. 23. 

6. B" — IMI VTPRNREX (in monogramma) Busto e. s., da 

vanti al viso lettera H. 
R) — 8C8M HAHL Figura e. s. 
Peso: gr. r.191, diametro: mill. 23. 



304 VINCENZO DESSÌ 



7. B" — D III PRANREX (in monogr.) Busto e. s., davanti 

al viso lettera S, sulla veste croce (+). 
R) — • SCSMI HAHIL Figura e. s. 

Peso : gr. 1,200, diametro : mill. 23. 

8. B' — DN.IV IPRA. Busto e. s. e lettera V. 
1> ~ SCSM IHAHIL Figura e. s. 

Peso: gr. 1,210, diametro: mill. 23%. 

9. ^^ — DN.IV TP/S.N REX (in mon.) Busto e. s., lettera M 
I^ — SCSM IHAHIL Figura e. s. 

Peso : gr, 1,270, diametro : mill. 23. 

10. B' — III PRDNREX (in mon.) Busto e. s. e lettera N. 
^ - SCSII HAHIL Figura e. s. 

Peso: gr. 1,170, diametro: mill. 23. 

e 

11. B' — DNLIV TPRVN Busto e. s., davanti al viso | sulla 

veste A. 
Itì - SCSII HAHIL Figura e. s. 
Peso: gr. 1,200, diametro: mill. 23. 

12. B" — DN IPRAIREX (in monogr.) Busto e. s., davanti 

al viso mano aperta, sulla veste lettera C. 
^ — 8C8III IIAIIL Figura e. s. 

Peso: gr. 1,240, diametro, mill. 23%. 

13. B' — D^LIV TPRA/REX (in monogr.) Busto e. s., davanti 

al viso mano aperta. 
Ri — SCSMI HAHIL Figura e. s. 
Peso: gr. 1,240, diametro: mill. 22 y2. 

TREMISSI BISANTINI. 
Tiberio V Absimaro (698-705). 

I. B' — Busto di prospetto. 
1^ — Croce, a s. +, a d. S. 
Peso : gr. 1,240. 



1 TREMISSI LONGOBARDI 



305 



2. /^ — Busto di faccia. 

9* — Croce, a s. N, a d. S. 
Peso : gr. 1,240. 

3. '©' — Busto e. s. 

9' - Croce, a s. T, a d. S. 
Peso : gr. 1,190. 

Giustiniano II e Tiberio V (') (705-712). 

I. ,& — Busti di faccia di Giustiniano e Tiberio. 
9* — Croce, a d. S, 
Peso : gr. 1,100. 



2. Come il precedente. 

Leone Isaurico (717-741). 

I. 3" — Busto di prospetto. 
9 — Croce, a d. S. 

Peso : gr. 1,200, 

Varie sono le opinioni degli studiosi di numis- 
matica sul significato delle lettere isolate e degli altri 
simboli posti sui tremissi longobardi senza indicazione 
di zecca ed attribuiti a Pavia. Il Promis ed il Bram- 
billa li supposero segni convenzionali di zecca; il 
Morbio, iniziali del nome degli zecchieri, od i numeri 
di battitura; l'Engel e Scrrurc le iniziali delle officine 
monetarie. Quest'ultima opinione credo sia da esclu- 
dersi, poiché i tremissi bracteati con l'Arcangelo 
S. Michele, nei quali vediamo ^variatissimc le lettere 
isolate, sono generalmente attribuiti alla zecca di Pa- 
via; e d'altronde volendo pur assegnare le monete 



(i) Il Sabatier dà solamente il soldo d'oro; ;iltn> treiiiisse identk-c 
ai due qui riportati esiste nella raccolta F. Gnenhi di Milano. 

3y 



306 VINCKNZ(J DESSI 



con le lettere M a Milano, V a Vicenza, Vercelli, Ve- 
rona, T a Treviso e Ticino, P a Parma, Scia Se- 

prio, il monogramma P a Piacenza, ed anche le let- 
tere C a Caneda. Chiusi o Camerino, N a Novara, a 
quali zecche dovrebbero appartenere i tremissi lon- 
gobardi con le lettere D, E ed H, col monogramma REX 
e col segno della mano aperta ? 

Non significano le dette lettere il numero delle 
battiture, riscontrando varianti di conio in tremissi 
di uno stesso re e con la stessa lettera. Così riscon- 
triamo diversità di conio nelle cinque monete di Liut- 
prando con la lettera T, rinvenute a Ossi (v. tav. nn. i, 
2, 3, 4 e 5j. Ne possono indicare l'anno del regno 
in cui vennero le monete coniate, notando in alcuni 
tremissi lettere che rappresenterebbero un numero di 
anni superiore a quelli di regno. 

In molti tremissi di Cuniperto e Liutprando al 
])osto delle solite lettere vediamo un segno speciale 
di zecca, che il Morbio qualifica per la mano del re 
alzata '". Oltre ai tre terzi di soldo accennati dal 
Morbio (-2*, un esemplare, con lo stesso segno di zecca, 
è nella collezione di S. M. Vittorio Emanuele III, 
altro tremisse di re longobardo non determinato, 
esiste nel ripostiglio rinvenuto presso llanz (3>, e due 
di Liutprando fanno parte del rinvenimento in Ossi 
(v. tav. ai nn. 12 e 13). L'esame di questi due tre- 
missi. che sono di bellissima conservazione, esclude 
che si tratti della mano del re alzata, scorgendosi 
davanti al viso del re, al posto della solita lettera, una 
mano aperta. 



(1) Morbio: Opere storico-ntiinismalicìie. Bologna, 1870, pp. 111 6334. 

(2) Nelle collezioni Morbio, Castiglione e Brera. 

(3) Tav. I, n. 3. Nella descrizione delle monete (pag. il) è scritto 
" Busto a destra con davanti al viso un segno ad S „ ; la moneta è la 
più antica del ripostiglio, e forse, perchè consumata dall'uso non vi si 
scorge chiaramente il segno della mano. 



TRKMIS^X 1.0Nt,OUARL>I 



307 



Il segno della mano aperta risale quindi alla fine 
del VII secolo, poiché appare per la prima volta nei 
treniissi di Cuniperto re dei Longobardi (680-702) 
coniati a Pavia. 




Circolavano in quel tempo tremissi bracteati di 
oro pallido, con leggende confuse ed indecifrabili, 
calanti nel peso e titolo, coniati ad imitazione dei ter/i 
di soldi longobardi di Cuiii|)erto. Ariperto e Liut- 
prando. 

Possiedo tre esemplari di tali tremissi, che hanno 




davanti al viso del re la lettera T e che nel jìcso 
non raggiungono il grammo. Eseguito l'assaggiij di 
un esemplare (tav. n. 14) rinvenuto con una mone- 
tina di bronzo bisantina, negli scavi fatti per lavori 
agricoli, presso il villaggio di Laerru ncH'Anghìna 



3o8 VINCENZO DESSI 



(circondario di Sassari), assieme a molti scheletri, 
armi di ferro, armille d'argento, fibule di bronzo ed 
osso, di epoca barbarica, si trovò di 478 " ,,,^ di fino; 
mentre l'assaggio eseguito di un esemplare di Liut- 
prando del gruzzoletto di Ossi (tav. fig. 2) diede di 
fino "/„„ 710. 

Da ciò e facile desumere che i tremissi d'oro 
pallido fossero abusivamente coniati e messi in cir- 
colazione senza permesso regio, e la mano aperta 
non fosse altro che un segno speciale della zecca, 
col quale gli appaltatori della moneta, o zecchieri, o 
sovraintendenti dell' officina monetale, ricordavano 
l'editto di Rotari promulgato nel 644, che puniva col 
taglio della mano i contraffattori o falsi monetari, cioè 
chi fabbricava monete senza il reale permesso: « Si 
quis sine jussione regis aurum figuraverit, aut mo- 
neta confixerit, manus ejus incidatur » C^. 

11 codice Teodosiano puniva i falsi monetari con 
la morte, senza il rimedio dell'appello <2>. 

Gli Anglo-Sassoni, che al pari dei Longobardi 
conservarono la loro essenza germanica più intatta 
di altri popoli germanici venuti a contatto coi Ro- 
mani, punivano con le loro leggi promulgate nel IX 
secolo, i falsi monetari coU'amputazione della mano 
destra. Dopo l'esecuzione la mano veniva inchiodata 
sulla porta del palazzo, dove coniavansi le monete '3). 

La mano aperta nelle monete d'oro, quale con- 
trassegno della zecca, riferentesi alla penale per i falsi 
monetari, conferma quanto scrisse il Capobianchi, e 



(i) Edictum Rotliaris regis, CCXLII. — Historiae pairiae monumenta. 
— Edkta Regum Langobardoriim. Aiigustae Taurinoriim, 1855, col 57. — 
G. Padelettx : Fonles Jtiris Italici medti aevi, Augustae Taurinorum 
MDCCCLXXVII, p. 125. 

(2) Codex Theodos., 1. IV, lit. XXI a XXIII. 

(3) n. WiLKiNS : Leges anglo-saxoniae. Londes, 1721. 



1 TREMISSI LONGOBARDI 309 



cioè che il contrassegno della mano diede origine 
alia denominazione di nianciisi (cum signo manus cusi) 
data a certi soldi d'oro molto accreditati in Italia 
prima dell'Sco (i). 

L'essere i soldi mancusi molto apprezzati esclude 
la supposizione che così si chiamassero perchè man- 
canti nel peso. Parimente l'etimologia di tnancosi o 
mancusi da manu ctisi, cioè coniati a mano, è senza 
significato, poiché tutte le monete venivano allora 
approssimativamente coniate nella medesima maniera. 

In un documento del 778 ed in altri dello scorcio 
del IX secolo (2), si fa menzione degli miri uiancusi 
come monete le più apprezzate nei pagamenti e negli 
scambi. Vediamo quali monete d'oro avevano corso 
in Italia in quell'epoca e quali dovevano essere le più 
accreditate. 

Il ripostiglio di Ilanz, che si suppone nascosto 
poco dopo la caduta dei re longobardi (774), conte- 
neva in monete d'oro: tremissi longobardi col S. Mi- 
chele, tremissi longobardi stellati di Desiderio e tre- 
missi stellati di Carlo Magno; oltre ai quali avevano 
corso in quel tempo i soldi e terzi di soldo di Co- 
stantinopoh e Henevento ed i tremissi stellati di Ai- 
stolfo e Desiderio della zecca di Lucca. 

I tremissi longobardi attribuiti a Pavia, esistenti 
nella collezione di S. M. il Re d'Italia, sono otto di 
Cuniperto, che pesano gr. 1,35, 1,42, 1,40, 1,41. 1,31, 
i'39' 1.32 e 1,31 con la media di gr. 1,36 circa; 
cinque di Ariperto, pesano gr. 1,30, 1.07, 1,35, 1,31, 
1,29, media gr. 1,27; cinque di Liutprando, pesano 



(1) V. Cai'Omianciii: Pesi proporzionali, desiDili dai dociiiiieiili\ dilla 
libra romana merovingia e di Carlo Magno, in " Rivista Italiana di Nu- 
mismatica „. Milano, voi. V, pag. 79 e segg. 

(2) Capobianxhi: op. e he. cil. — /anktti: Nuova raccnlla delle mo- 
nete e zecche d'Italia, toni. II, pag, 374, n. 2. 



310 VINCKNZIJ DKSSi 



gr. 1,29, 1,24, T,22, 1,23, 1,29 con una media di 
gr. 1,27. 

I terzi di soldo di Liulprando rinvenuti ad Ossi, 
e qui descritti, pesano in media gr. 1,21 circa. 

L'assaggio di uno di questi tremissi diede di fino, 
come già si è detto, 710 mm. 

I tremissi lucchesi autonomi del tempo della do- 
minazione dei Goti hanno, secondo le tavole del 
Massagli <'), il peso medio di gr. 1,225 e di fino 722 
mm. Quelli longobardi prima d'Aistolfo, peso medio 
gr. 1,212 e di fino 587 "/„„. I tremissi lucchesi di Ai- 
stolfo, peso medio gr. t,to8 e di fino mm. 724; di 
Desiderio, peso medio gr. 1,035 e il titolo di 632 ", ^,, 
di fino. 

Dai risultati ottenuti dall'analisi chimica e dai 
pesi delle monete del ripostiglio di Ilanz (2) si ha per 
i tremissi di Desiderio un peso medio di gr. 0,9688 
ed il titolo di 331 " ,,„ d'oro fino; per i tremissi di 
Carlo Magno, peso gr. 0.95025 e di titolo 409 "/„„. 

Tenendo conto esclusivamente delle monete che, 
con tutta probabilità, avevano corso nei primi anni 
del dominio di Carlo Magno, si avrà che : 

Un soldo d'oro formato da tre terzi 
di soldo col S. Michele, conteneva 
d'oro fino gr. 2,77 

Un soldo stellato di Desiderio della 

zecca di Lucca » 1,962 

Un soldo stellato di Desiderio delle 
zecche di Milano, Pavia. Treviso, 
Castel Seprio, Vicenza, Vercelli » 0,962 

Un soldo stellato carolingio . . » 1,177 



(i) Massagli: Della zecca e (Ielle inoiiele di Lucca. Lucca, 1870, 
pag. 167 e seg;;. 

(2) Fhitz Jecklin: Op. cil., pagg. 37 e 38. 



I tUEMlbSI LONGOBARIJI 311 



È notevole la differenza nel titolo tra i soldi 
stellati e gli altri che, per avere in molti esemplari 
il segno della mano, chiamerò iimiicitsi, ed è evidente 
che nelle contrattazioni, questi dovevano essere più 
apprezzati. Così erano apprezzati i soldi bisantini di 
buon peso e titolo'", in alcuni dei quali vedesi il 
segno della mano f^'. 

Scrive il Capobianclii (^s) che iiiancoso o /nana/so 
è voce dell'Italia meridionale, dove sono comunissimi 
ancora oggidì tali nomi ; che in napolitano ìiumcosc, 
sono le mani, che in Sicilia nuiiin/sii ed in Sardegna 
mancosii è colui che adopera la ììmìio sinistra i4). 

Con ciò mi |)are evidente che la denominazione 
di niaìicosii o iiiancnso, data a chi adopera solo la 
mano sinistra, o perchè manchi o perchè non possa 
servirsi della destra, sia originata dal nome n/aiicnsD 
dato alle monete d'oro che portavano impresso il 
segno della mano destra mutilata, come simbolo della 
pena che la legge longobarda comminava ai falsi 
monetari '5). 

Siissiiii, fflihroio i()nH. 

VlNCKNZO Df.SSÌ. 



(i) I treniissi di Tiberio V, Giustiniano II e Leone Isaurico trovali 
ad Ossi, hanno lo stesso peso dei trcmissi di Liutprando. 

{2) Soldi e treniissi di Costantino V Capronmio e Leone IV (751- 
775). Cfr. Capobian'CEIi: Op. ctt., pag. 87 nota. 

(3) Capobianchi: loc. cit., pag. 89. 

(4) Mancosa è voce della Sardegna meridionale (vedi Lorku: Non 
dizionariii nitwersali Saniiilìalianu. Casteddn, 1832, pag. 569). — Spani: 
l^occìbo/ariii Sardii-llaliann et lUiliaiiii-Sanhi Kalaris, Iinprtntn Nazio- 
nale, MDCCCLI, pag. 306. 

(5) Nei tretnissi di Cuniperto e Liutprando la mano destra aperta 
collocata davanti al viso del re, ha le due dita anulare e mignolo ripie- 
gate e vicine alle labbra, quasi volendo indicare esser la leguc che 
punisce i falsi monetari, emanazione reale. 



MONNAIES INEDITES 

D'ATHÈNES ET DE MYTILÈNE 



I. 

Depuis la publication du Corpus des Monnaies 
d'Athènes par Beulc, en 1858, un grand, je dirais 
mème enorme nombre de pièces, est venu cnrichir 
la catégorie des monnaies athéniennes dites de nou- 
veait stvle ou des archonics, qui, comme tout le monde 
le sait, sont des tctradrachmes, drachmes et trioboles 
d'argent (une fois mème des drachmes en or) portant 
deux ou trois noms de magistrats, une lettre de 
A à N sur l'amphore, se rapportant au mois et au 
troisième magistrat, et enfin, sous l'amphore, des 
lettres qui, comme j'ai soutenu il } a deux ans (le 
22 février 1906) dans une scance publique de l'Ecole 
archéologique francaise d'Athènes, sont les initiales 
du noni de la mine speciale du Laurion. dont on a 
tire le metal livré aux magistrats responsables pour 
chaque émission. 

Les nouvellcs pièces en question ont grandement 
enrichi les séries des pièces des archontes déjà con- 
nues, mais elles n'ont que faiblement augmenté le 
nombre des séries mèmes. En vérité. malgré les nom- 
breuscs trouvailles de pièces athéniennes, rien ne se 
rencontre si rarement qu'une pièce athénienne pré- 
scntant une sèrie de nouvcaux noms d'archontcs, Je 
donne ci-dessous la liste des nouvclles séries dccouver- 
tes depuis la publication de l'ouvrage de Beulé, liste 



214 JEAN N. SVORONOS 



ti ree du manuscrit de mon Corpus des monnaies 
d'Athènes, à laquelle il faut ajouter aussi la pièce 
fameuse avec l'inscription AOE (va-W) o AEM (o;) dont on 
connalt à présent quatre exemplaires. 

AHMIOXAPIHC nAM'MElNHC, 

Symbole : cicade ou insecte 

a) Drachme. Berlin — Catal. Photiadès n. 650. — Lobbecke, Zeit. 
far Num., XXI, p. 261,2. — Sundwall : Z. /. TV,, XXVI, 273. 

AIOlNYlllOZ AHMO|ITPA|TOlC. 

Symbole : caducée ' 

a) Drachme. Svoronos: Journal Inter, d' Ardi. Ntim., voi. VIU, p. 62 
(Comparez aussi 'Ecf(]|ispiq 'Ap-/a'.o/.oY'*'i, 1904, P- 66. 

^) Danaké surmoulée sur la méme drachme. Svoronos, 1. e. 

Y) Drachme (4,14). Berlin, Lobbecke. — Sundwall: Z. f. N., XXVI, 
P- 273- 

AIOINYJIIOI MNAlIArOlPAI. 
Symbole : Dionysos debotit 

a) Tétradrachme. Coli. E. H. Bunbury — A^«;w. Chronkle, 1881, p. 82, 
pi. IV, 4. — A. Kòhler, Sitzungsberichle der Kgl. Preiiss. Akad. der VViss., 
voi. XLI (1896), p. 6 [1094]. 

P) Tétradrachme. Berlin. Catal. Photiadès, n. 656. 

•() Tétradrachme (14,50). Collection de l'Ecole Evangélique à Smyrne. 

KAAAllMAlXOI EPI|KPA|THI. 

Symbole : Triptolème sur un char de serpents ailés 
a) Tétradrachme (—,—). London. B. M. C. Attica, p. 59, 428. 
P) Tétradrachme (15,91). Berlin, Prokesch. 

MEN'NEAI HPCOIAHIZ. 

Symbole : Triple Hékaté 
a.) Tétradrachme (15,32). Athènes. Svoronos: Journal Infernational 
d'Arch. Num., tom. IX (1906), p. 299, pi. XIII, 24. 

MIKI ['wv] OE [ócppaGTO;]. 

Symbole : Buste radié de Hélios de face 
a.) Tétradrachme (15,87). Athènes. Svoronos: 1. e, p. 266, n. 205, 
pi. XIII, 16. 

NB. Getta pièce et la suivante composent de nouvelles séries 
par leur iiouveaii symbole. Les noms élaient déjà connus, si toutefois 
il s'agii des mèmes magistrats. 



MONNAIES INÉDITKS d'aTUKNì-S KT DE MVTILKNE 315 

ieInoIkahi apmoIzeInoi. 

Symbole : Déesse assise sur un tróne à dr. 
a) Brachine (3,63). Athènes (Hirscli Catal. XIII, n. 2067). 
p) Drachme (4,20). Berlin?? 

nANTAlKAHZ AHM!HTPI!0I 

Symbole : Héraklès [-'.'j-tty,; (tenant de la main droite par 
le pied un petit porc et de la main gauche la rame 

a) 16,26. Athcnes. Ilirsch Calai. XIII, 11. 2068, pi. XXV. Svoronos, 
1. e, pag. 327, n. 62. 

,?) 17,05. Berlin. Kòriler, I. e, p. 1094, pi. XI, io. 

NB. Cctte pièce est trcs remarquable aussi par son symbole 
mal intcì prete jiisqu'à prcscnt. Noiis y reviendrons à une autre oc- 
casion (Coniparez polir Héraklès \i.ifivi\i: Journal Inter. d'Arch. Nudi., 
voi. IV, pi. lE et IZ. 

TPY|*nN nOAYlXAPllMlOI. 
Symbole : Triple Hckate 

o) Tétradraclinie (16,30). Municli. Sitztmgsberichte der bayer. Akad.^ 
1904, II. 190. Svoronos: Journal Inlern. d'Ardi. A'iiin., p. 299, pi. XIII, 15. 

Voici à prcsent la dcscription et l'image (fig. i) 
d'une tctradrachme de la nicme catégorie qui nous 
fait connaitre une nouvclle serie. 




Fig. I. 

jy — Tète d'Athéna Parthénos à dr. dont le casque est 
orné de quatre chevaux s'élanv'ant en forme de 
visière et d'un griffon sur le coté. Grenetis pour- 
tour. 



3l6 JKAN N. bVUKONUS 



1} - A GÈ 

BEO - OPA 
IUTOI 

lOlEMI 
HITO 

Chouette à dr., posée sur une amphore couchée. 
Dans le clianip, à droite, une bandelelte épaisse liée 
en forme de couronne. La lettre numerale qui se 
troiivait sur l'ampiiore est etì'acée. Las initiales 
ile la mine au dessous sont restées en dehors du 
llan. Le tout dans une couronne d'olivier. 
M. 32, gram. 15,40. 

Cette pièce se trouve à présent au Musce de 
llcraklcion (Candic) de Créte, et provient d'une trou- 
vaiUe faite dans l'ile mènieet composée d'une vingtaine 
de tctradrachmes athéniennes appartenant presque 
toutes à la catégorie à deux noms de niagistrats. 

Sur les magistrats Théophraste et Théinistocle et 
leur date, ainsi que sur tous les autres noms qui se 
rattachent à tant de problèmes, je me réserve dVcrire 
longuement dans mon Corpus des monnaies d'Athc- 
nes, oìi j'exposerai les résultats de mes études. En 
attendant on peut consulter la longue et intéressante 
étude qu'a consacrée sur ce thcme Monsieur le 
proL Johannes Sundwall et qui va paraitre sous le 
titre: Untersuchungen iìber die attischen Miìnzen des 
neuercn Stilcs, dans le voi. XLIX (1906-1907) n. 9. 
de Fiiiska l 'eteiL^kaps-Socicidcìis For/uiiK/Iiiigar à I lel- 
singibrs. 

C'est ici le lieudepublierpour la première fois une 
autre tétradrachme d'Atliènes (fig. 2) de la méme ca- 
tégorie et qui est entrée au Musée Numisni. d'Athènes 
(n. 2710) depuis longtemps avec la grande collection 
des Zosimades formée en Russie. C'est une pièce 
fausse ancienne (fourrée) d'une tabrique barbare avec 
des noms de niagistrats écrits par (|uclqu'un qui ne 



MONiNAlES INKDIIES DATIIIONES ET DE MVTllKNl': 31 7 

savait pas le grec; on ne pcut dire si elle presente 
la copie des noms connus par d'autres tétradrachmes, 
ou de pure invention. Sa fabrique rappelle les inii- 
tations des peuples barbares du Danube. 




Fig. 2. 

\y — Téle d'Athéna Partliérwos à clr. 
y/ - A — OE 

TH KA 
NEH - lA 
lAI 
EY 
Chouette à dr. posée sur une ampliore sur laquelle 
une lettre obscure. Dans le champ à dr. synibole 
ressemblant à un navire. 
M. 32, grani. 15,72. 

II. 

Tous les numismates connaissent bien la sène 
si rare et si interessante des monnaies de l'epoque 
imperiale frappées à Mytilène de Lesbos avec les 
portraits de citoyens célcbrcs de cettc ville ('». Nous 



(i) Voyez surtout : L. Bììrchnek : (iricchischc Milnzen iiiit Bildnisscn 
historischer Privat-personcn : Zeìtsch. fiir Niimistit., Bd. IX (1832), 
s. 109-136 Taf. IV. — Imiioof-Blumer : Monnaies Grecques, p. 280, n. 258. 
Portraitkòpfe aiif antikcii Mtinzen, 1885. p. 68-69, Taf. Vili et Zeilsch, 
far Niimis., Bd. XX (1897) p. 286-288. — W, Wrotii : Portraits of famoiis 



3l8 JEAN N. SVOKONOb 



en avons à présent une petite galerie, de presque 
une vingtaine de personncs historiques, qui de temps 
à autre s'accrolt de quelque nouvelle pièce, comme 
celle que nous allons publicr ici à la fin. 

Voici d'abord les inscriptions qui accompagnent 
ics ])orti"aits connus jusqu'à présent et classées dans 
la suite chronologique donnée par M. W. Wroth et 
anicliorce par M. Imhoof-Blumer. 

1. — cJ)|TTAKOC Pitlakos le célèbre xì'7u;y.vr,TT,; de Mytilène 

vers 652-564 av. J.Ch. 

2. — AAKAIOC Alcée le célèbre poèta vers 606 av. J.-Ch. 

3. — ■H'An<J>fl Sapho la célèbre poetesse contemporaine 

d'Alcée et de Pittakos. 

4. — AGCBflNAKTA <PIA[OCO<t>ON] Lesbonax philosophe et 

rhéteur des temps d'Auguste honoré dans une inscrip- 
tion de Mytilène comme E'JEpyéTr,;, «0Tr,p x.aì -/.riiz-r,; 
Tvi; -òXeoì;, pére du rétheur Potamon. Ces quatre 
personnes se trouvent sur des pièces du temps 
d'Antoninus Plus. 

5-6- - I ?pTaAm"c oìk"" \ Théophanès de Mytilène Fami 
connu de Pompée et l'historien de ses guerres. Ar- 
chédamis est inconnue, mais, comme elle figure sur 
le revers de la pièce de Théophanès, on peut la 
considérer comme sa femme. Une inscription de 
Mytilène contient une dédicace à Wìoyivr, tm TOJXYipi 
■/.y.l sOìpysTy, /.y.l ■/.tw-tt, '^s'jTspw Tr,; TvaToiòo;. Tibère a 
mis à mort les descendants de Théophanès; aussi 
cette monnaie, qui est du temps de Tibère, dut étre 
rra|:)pée au commencement du règne de Tibère et 
avant la disgràce dont la famille de Théophanès 
tomba victime. Les habitants de Mytilène ont adoré 
Théophanès comme dieu (Tacite, ann. VI, io). Il 



ciiizciis of Mytilène: Classical Revieiv, 1894, p. 226-227. Du niciiie : 
B. M. C. Troas Aulis, p. XVIII LXXV el 198-205, n. 158 176 et Nuiii. 
Chronicle, 1902, p. 334-335 pi. XV'I. — L. Fdkkku: Les purtraits de Sapho 
sur Ics luonuaics: Reviie Belge de .Xiiiitiaiii., 1901, p. 413-425. 



MONNAIES INEDITES D ATHKNFS ET DE MYTII.KNE 3I9 

existe aussi une pièce du temps de Sept. Sevère 
avec le portrait du mème Théophanès et la legende 
OEOOANHC, sans le mot OGOC 

^r. S C€ITOC N€OC MAKAP (ou MAKAPEVC)^ c„Hp« nlè 

7""- " ' ANAPOM€AA NCA A6C [BOC] pur les pie- 

ces du temps de Titus et de Domitien, personnages in- 
connus dans l'histoire. 'Sli./.xc, ou .M//.apsj; était le fon- 
dateur et gouverneur mythologique de l'ile de Lesbos 
qui a refu de lui le nom Ma/.xpix, tandis que Lesbos, 
selon une autre legende, était sa femme. Ainsi il est 
sur que Sextus " le nouveau Makareus „ et Andro- 
meda " La nouvelle Lesbos „ étaient aussi des époux 
et iCTiTTa'. òs'jTSpoi t7,; -xizil^o;. 

910. — \ AAAA \ C^'-'-^ autre couple, qui se rencontre 

sur des pièces du temps de Trajan, doivent ètre aussi 
des époux. Ils sont inconnus dans l'histoire. Une per- 
sonne mythologique Dada esimentionnée comme fem- 
me de Simon le Crétois contemporain de Scaniandre, 
premier roi des Troyens. Après la mort de Simon, 
Dada se rattache à Polion qui était un lieu de LesLos 
avec le tombeau de Tantalos. Ainsi la nouvelle Dada 
des pièces de Mytilène doit ètre une femme histo- 
rique homonyme de cette Dada, comme nous allons 
trouver plus loin une autre femme homonjme de la 
célèbre Naus:caa d'Homère. Mais elle peut aussi étre 
la mème que Matidia, la nièce de IVajan, dont les 
portraits de nos pièces présentent exactement les 
mémes traits et la mème coiffure. Si cela est vrai, 
alors le TTANKPATIAHC, de l'autre coté de la mème 
pièce, qui est figure debout et accompagné d'un 
serpent comme Asklépios, peut ètre une cpithèle de 
ce dieu mème dans la signification de celui qui 
combat avec succès toutes les maladies (-'/v-/.pxT(òv). 
Vo^'ez les epithètes analogues du mème dieu -po- 
/.«Or,-j'j7.(óv, àpyz-j'ÌTa:, ìv/.oXo;, ),'j';aviz;, ó -•, -y.-i à-.ojv 
x.xt v:u.(.)v r:(,,-r,o -:(òv óaojv u). Une autre supposition, 



(I) I'rkli.kk-Robf.kt r Griccliische Mytliolnuie. S. 525. 



320 JEAN N. SVORONOS 



aussi probable, est celle de Head, qui regarde Pan- 
kratidés comme un médecin célèbre, figure sous les 
traits d'Asklépios. 

11. — AeCBflNAZ HPflC NeOC sur pièces des temps des An- 

tonins. Comme ses traits sont tout différents de ceux 
de Lesbonax le philosophe (n. 4), nulle doute qu'il ne 
s'agisse d'une autre personne, peut-ètre de la méme 
famiile. Si la lecture de Imhoof-Blumer ANAP0M6AA 
N£A AeCB0ù[NACTOC] de la pièce n. 7-8 étaitjuste, 
on pourrait supposer avec lui que Lesbonax II était 
le pére d'Andromeda. 

12. — lOY TTPOKAAN HPflIAA sur pièces des temps d'Anto- 

ninus Pius (voyez ci dessous). 

13. — NAYCIKAAN HPHIAA ou seulement NAYCIKA. Une 

femme inconnue dans l'histoire, et dont les traits et 
la coiffure ressembient à celles de Faustina mère. 

14-15 - j OA^f n?,ko^mTx^C i ^"'^ P'^'^^' ^" ^^'"P' ^^ ^- 
Aurei. Ce Sextus est un autre personnage que Sextus 
(n. 7-8) le nouveau Makareus, car ses traits sont tout 
autres. Sur Nikomachis voyez cidessous. 

16. — AEYKinrrOC Sur une pièce mal conservée du temps 
de Sept. Severus. 

La femme Julia Proxla du n. 12 ainsi que la 
Flavia Nikomachis du n. 14-15 sont connues seule- 
ment par l'inscription suivante de Mj^tilène méme, 
copiée par le célèbre voyageur Cyriaque d'Ancóne 
et publiée par Kaibel dans V Ephemeris Epigraphica, 
voi. II, p. 7 (1j. M. C, 1. e. p. Lxxiii). 

'A po'Xà /.al 6 Sxy.o; <\^\. Hou-'Xi/.tav >'£ix.op,ay^iSa t:«tSx 

Atvvoy.ày^[w| y.yx n[pjó/,),[y.]; twv E'JSpyE-àv x.aì k~h Tùpoyóvwv e'jspyeTàv 
x.al /'.t[oJitt5v toc; -Ó>,lo; àfjLyitov xàv St'aÌMVo; ■:7p'jTavt[vj àpsTa; 
sìv[vjsi'.a T.y.axz. 

La pièce inedite suivante (fìg. 3), que j'ai trouvée 
à Athènes dans la collection de mon ami M. James 
Anderson, Directeur des télégraphes anglais, nous 



MONNAIES INKDITES d'aTHFNES ET DK MYTII.ÈNE 52I 



fait connaitre le portrait de la troisième personne men- 
tionnée dans cette inscription, Déinomachos l'époux 
de Prokla et le pere de Nikomachis, cette '^'•' xifòvo 
Trp'jTav',; et qui, comme ses monnaies nous l'apprennent, 
était ccrtainement l'épousc de Sextus II le w-'K de My- 
tilène. Ainsi nous avons à présent sur les monnaies 
de Mytilène toute cette famille '<~jv òjsovótSv y,x\ xtwtxv 

xaì à-ò :t:o-,-óv(ov s'jpySTZv /.xt /.t'.it'/v tX; -'J'X'.o; de Mytilène. 

Voici la description et la figure (fig. 3j de notre pièce. 




^ — NfEOlNi?) A6IN0-MAX0N|HPnA] Buste barbu à dr. 
puitant liimation aerate sur l'é|iaule. Grenetis. 

I<1 — lEniITlPA AVPH nP HTEOV MYTIAHNAI Zeus debout 

HN 
à gauche marchant sur le pied droit avance, por- 
tant un himation qui descend de l'épaule gauche et 
couvre la parile basse du corps, laissant découverte 
la poitrine et le bras droit qui tient dans la main 
avancée une phialé au-dessus d'un autel allume, 
pendant que la gauche tient le sccptre. Grenetis. 
M. 32. 

Le noni du niènie stratège, Aurei. Proteus, se 
rencontre sur les pièces de Mytilène portant au droit 
le buste de Commode (180-192 api'ès j.-C.) "^ fjiii 



(I) B. M. C. : i e, p. 20;, 11. 20(. 



522 .IKAN N. SVORONOS 



vicnt à la suite d'Antoninus Pius (138-141) et de 
M. Aurei (161-180) aux temps dcsquels furent frappées 
les pièces portant les portraits de Frokla, de Niko- 
machis et de Sextus II. De plus le portrait de Déino- 
machos resseinble d'une manière ctonnnnie au portrait 
de Commode, sous le règne duquel cette pièce fut 
frappée. Nous trouvons aussi la méme ressemblance 
entre beaucoup d'autres portraits de ces citoyens cè- 
lùbres de Mytilène et de ceux des empereurs aux temps 
desquels on les a frappées "). 11 est dono sur que, 
comme de nos temps les courtisans et adulateurs des 
rois et des empereurs imitent la coiffure, les mousta- 
ches, les habits, les manières etc., d'un Napoléon III 
ou d'un Guillaume II, ainsi leurs anciens confrères fai- 
saient tout leur possible pour ressembler à leurs 
idoles. Du reste j'ai déjà '^j attiré l'attention sur un 
autre exemple ancien, le relief-médaillon en marbré 
d'Artémidore de Pergé, le vieux et fidcle phrourarchos 
de Ptolémce Soter à Théra, qui, voulant dédier sa 
propre figure, identifie ses traits ì\ ceux de Ptolémée 
Soter (3). 

Athènes, Février 1908. 

Jean N. Svoronos. 



(i) Wroth B. M. C. : 1. e, p. 198, note. 

(2) Tà Xo|i!aaaTa Tou xpÓTOu; xcùv llTo).s(J.aiojv, I p. (lò', et. p. f^'P'Y- 

(3) Comparez aussi le cotiinientaire de M. lliiler von Giirtringen : 
Ardi. Anzeig 1889, 4, S. 188-192. 



Di una medaglia patriiittica milanese 



Tavola VII. 

Recando il mio piccolo contriljuto :\\VOì/ia<j<n'a 
che si vuol rendere alla Memoria di Solone Ambro- 
soli nel presente fascicolo della /\ìvis/a a lui dedi- 
cato, io, cortesemente invitato a pigliar parte al 
simpatico plebiscito, non ho saputo far meglio che 
evocare di quell'Uomo illustre due intensi affetti 
(provati colle opere) alla Patria ed alla Nimiismatka, 
illustrando una medaglia milanese, incisa da Luigi 
Manfreciini, e che reca i primi palpiti dell'Italia avida 
della propria indipendenza. 

Il primo Console Bonaparte si era recato a 
Lione ai famosi Comizii. che le storie hanno con- 
secrato nei più minuti dettagli. La Repubblica Cisal- 
pina, in quella città scelta come mèta fra Milano e 
Parigi, stava per diventare Repubblica Italiana, e lo 
divenne quando, concordatane la Costituzione fra i 
migliori uomini del tempo, il maggior astro veniva. 
coU'acclamazione di 450 deputati italiani, nominato 
Presidente »■). 



(i) 1 deputati italiani erano 452; uno solo di essi mancò alla me- 
moranda seduta ; l'Arcivescovo di Milano, Filippo Visconti, recatosi ot- 
tuagenario ai Comizii, con clima straordinariamente freddo, era fin dal 
30 dicembre 1801, morto in Lione, presso Talleyrand, suo ospite. 



324 A. F. MARCHISIO 



La Costituzione della Repubblica Cisalpina del 
29 giugno 1797 era stata dalla Consulta di Lione 
mutata in quella della Repubblica Italiana Tu gen- 
naio 1802. 

Il Comitato del Governo della Cisalpina, volendo 
eternare la memoria dei Comizi! di Lione, aveva 
decretata (') la coniazione, nella zecca milanese, di 
una medaglia, che il Comandini riporta cosi descritta 
dalle stampe dell'epoca '2); 

i& — La Repubblica Cisalpina seduta, appoggiata colla 
destra ad un aratro, e coronata di spighe, in aria 
né di contentezza né di dolore, ma di attenzione 
e di speranza. Presso di essa è seduto un pic- 
colo Genio, occupato a sbarazzare il giudice e le 
braccia di una bilancia avviluppati tra le corde, 
per indicare il bisogno di riforma nell'ordine giu- 
diziario e nel sistema dell'amministrazione. Ac- 
canto alla Cisalpina sta in piedi un Genio alato, 
avente nella sinistra il caduceo, simbolo di Mer- 
curio vivificatore del commercio e dell' industria, 
e nella destra un volume che presenta alla Cisal- 
pina, e che questa riceve, sul quale si legge (in- 
ciso, in due linee) COS-CIS (Costituzione Cisalpina). 
Dietro il Genio si vede la città di Lione, indicata 
da un'antica torre di forma quadrata, dal corso 
di due fiumi, il Rodano e la Saona, e da una ca- 
tena di colline. La leggenda è presa dal Canncn 
Saeciilare di Orazio, v. 74: SPEM BONAM CER- 
TAMQVE DOMVM REPORTO, hor. AH'esergo (in 
due linee) COMIZI • CISALPINI IN ■ LIONE • A • X • 

ijJ — Nel campo, in sei linee : VOTI • PVBBLICI — PER • 
LA • PROSPERITÀ' ETERNA • DELLA • REPVB- 

BLICA CISALPINA- ASSICVRATA COLLA • CO- 
STITVZIONE AVSPICE BONAPARTE • 



(i) 30 dicembre 1801. 

(2) Alfredo Comandini ; L'ìlalin nei cento anni del secolo XIX giorno 
per giorno illustrala; pag. 31. Milano, tip. Antonio Vallardi. Splendido 
lavoro, tuttora in corso di pubblicazione. 



DI UNA MEDAGLIA PAIRIOITICA MILANESE 325 

Tale è la medaglia descritta dai giornali del 
tempo; e io ne offro la riproduzione alla Tav. VII. 

L'esemplare, d'argento, che posseggo, pesa 
gr. 58.35, ha il diametro di mill. 55 e il contorno 
liscio. Aggiungo che detta medaglia reca, al di sotto 
del Genio seduto, le tre lettere L • M ■ F ■ [Luigi Man- 
f redini fece) (". 

Non ho trovato alcuna opera che rechi il di- 
segno sopra riportato ; e sebbene con ciò non voglia 
pretendere d'averla in conto di inedita, dirò la ra- 
gione per cui la mancanza è spiegabile; essa è la 
seguente : 

Appena terminato il conio di Luigi Manfredini, 
e portato in zecca per la fattura delle medaglie or- 
dinate, vistosi a Lione che la I\e[>iihhliea Cisalpina 
stava per essere chiamata Ito!ic<*, si trovò fuori pro- 
posito l'esecuzione di quanto si era ordinato ; si di- 
spose perciò colla massima sollecitudine perchè la 
coniazione disposta non avvenisse, ma, riformato i' 
conio secondo le nuove esigenze, pur lasciando le 
f;gure e le parole che non dissentivano, invece di 
COS-CIS incuso nel volumetto del diritto si incidesse 
in tre linee COS-ITA-LIC; e che nel rovescio, ixW mvixo 
della quarta linea della leggenda del campo, si so- 
stituisse ITALICA a CISALPINA. Se non che qualche 
esemplare era già stato coniato alla prima maniera. 
e ne rimase qualcuno, come si vede, anche in ar- 
gento, salvo dal crogiuolo. Anzi, nel trambusto della 
sostituzione si coniarono anche talune medaglie in 
contraddizione con sé stesse, usando per una parte 
/ il conio vecchio, e per l'altra il conio nuovo. Ma la 

/ vera battitura della medaglia così detta dei Coìuizii 



(i) I-uigi Manfredini, senior. Nato a Bologna nel 1771, morto ivi il 
22 giugno 1840. Incisore valentissimo, per tutto il periodo Napoleonico. 
V. L. FoKRF.K : Nmnismalic Ctrcular, voi. XIV, n. 167, pag. 9400 i 9401. 



326 A. F MARCHISIO 



di Lione e quella che porta al diritto ed al rovescio 
il nuovo nome assunto dalla Repubblica con a capo 
Bonapartc. Il disegno di questa medaglia così modi- 
ficata lo dà il Comandini nella citata sua opera (■> e 
già prima essa si trovava disegnata nell'opera del 
IVlillin e Millingen al n. 57 della tav. XVII (2); della 
qual opera si legge quanto segue nel testo che si 
riferisce al disegno (pag. 21): = 57. Planche XVII, 
S[)Cììi boìiain ccrtatiiqnc domiim reporto. Fior. {Cannen 
Saccitlare v. 74). 

« Le Genie des Arts et du Commerce, presente 
à la Rcpublique Cisalpine une tablette, sur laquelle 
on lit, Cos italic « Constitution Italienne ». A còte 
de la Rcpublique. est le genie de la Justice, tenant 
une balance. Dans le fond, une vue de la ville de 
Milan (!?) et des Alpes. Exergue, Comizii Cisalpini 
iìi Lione a. X. Au-dessus, L. M. F. (Luigi Manfre- 
dini fecit). 

Revers. Voti pubblici per la prosperità eterna della 
repubblica italica assicurata colla costituzione auspice 
Boìuiparte. Cette mcdaille rappelle la réunion de la 
Consulte Italienne dans laquelle la Rcpublique Ci- 
salpine prenant le nom d' Italienne, recut son orga- 
nisation definitive. 

On avait frappé d'abord une médaille, où au 
lieu du mot Italica au revers, on lisoit Cisalpina, et 
de l'autre coté sur la tablette que tient la Rcpu- 
blique. on lisoit Cos. Cis. au lieu de Cos Italie. Celles-ci 
sont fort rares ». 

Soggiungo ancora che la nuova medaglia ha le 
lettere della leggenda del rovescio alquanto più grosse 
che quelle della medaglia primitiva. Un esemplare 



(i) 11 diruto a pag. 31, il rovescio a pag. 32. 

(2) Hisloire mètalliqne de Napoìéon, ou recueil des médailles et des 
nionnaies qui ont été fVappées depuis la premiere campagne de l'armée 
d'Italie, jusqu'à son abdicatioii en 1815. Londres, 1819. 



ni UNA MEDAGLIA PATRIOTTICA MILANESE 32') 

di esso, in argento, fu il 26 gennaio 1802 dato in 
ricordo a ciascun membro della Consulta straordi- 
naria Cisalpina nelln sua parziale riunione delle 
cinque sezioni, essendosi il Governo di Milano af- 
frettato a farne invio alla sede dei Comizii "K 

L'indomani, a nome di Bonaparte, fu distribuita 
ai deputati Cisalpini altra medaglia commemorativa, 
pure in argento, coniata a Lione, che si trova di- 
segnata nell'opera del Comandini a pag. 36, e nel- 
l'opera di Millin e Millingen alla tav. XVIII, n. 58. 
Dacché se ne presenta l'occasione, riporto qui la 
descrizione, e ne dò la riproduzione nella Tavola VII 
coU'aiuto dell'esemplare che pure posseggo, della 
medaglia Lionese : 

^ — LEGES MUNERA PACIS Testa nuda, a sinistra, di 
Bonaparte. Sotto il busto, mercié f. lug. [Mcrcié 
fecit Lugduni '2). 

9 — Nel campo, in undici linee: AUSPICE - BONAPARTE 

— INTER GALLOS — GALLORUM NEPOTES - 
CISALPINI ~ ANTIQUUM FOEDUS - RENOVANTES 

— GENTEM SUAM - LEGIBUS CONDIDERUNT — 
LUGDUNI — ANNO X • REIP • GAL • 

Peso gr. 50,25. Diametro mill. 48. Contorno liscio. 

Torino, gennaio i^oA'. 

A. F. Marchisio. 



(i) Comandini; Op. cit., pag. 36. 

(2) Claudio Antonio Mercié, incisore francese; nato a Gray il 28 
dicembre 1751, morto a Lione il io aprile 1812. V. L. Forrkr : Niiiiii^- 
mn/ic Circitlar, voi. XV, n. 172, pag. 9724. V. pnre l^olztntlial, Rondol, 
Ilennin. (11 Millin et Millingen fa precedere erroneamente da una P 
(pag. 22) la firma di Mercié). 



CAR^FA- MONETA ITALIANA 



Invitato dall'Egregio Signor prof. Serafino Ricci 
a scrivere un lavoretto per onorare la memoria del 
compianto dott. Ambrosoli. mi vedo quasi obbligato 
di aderirvi per debito di riconoscenza verso l'Illustre 
Estinto, che fu uno dei primi ad incoraggiarmi di pro- 
seguire nella mia Raccolta di Carta Moneta Italiana; 
collezione che, a suo dire, è una specie di comple- 
mento delle raccolte numismatiche, ed anzi Egli de- 
sideroso di veder presto pubblicato qualche cenno 
in proposito, mi aveva ottenuto il consenso di un ri- 
nomatissimo editore per la stam[')a del mio lavoro; 
pubblicazione che mi riservo di fare a tempo più 
opportuno ed in modo più completo di cjuello che 
potrei fare ora. 

La ragione più importante per cui questa pub- 
blicazione riesce difficile, è che essendo essa la prima 
dell' argomento, non è possibile nessun controllo e 
dovendo procedere senza alcuna guida, la ricerca 
del materiale che è necessario consultare riesce molto 
tediosa e richiede una enorme quantità di tempo per 
sfogliare negli archivii. in cerca dei decreti riguar- 
danti le numerose emissioni, decreti che sono fram- 
misti a tutte le leggi emanate dai diversi governi; 
e basti il dire che per avere la nota cronologica delle 
emissioni della Banca Nazionale e delle altre cinque 



330 



ISAIA VOLONTE 



Banche di Emissione, dovetti ricorrere alla cortesia 
di un egregio Deputato, il quale desideroso di sod- 
sfarmi e non essendogli riuscito di trovare l'elenco 
voluto ne presso i diversi Ministeri competenti, né 
presso le Banche, dovette incaricare persona pratica 
di fare le necessarie ricerche nei diversi volumi delle 
Leggi Italiane, s'immagini il lettore con quanta per- 
dita di tempo ; e si pensi che si trattava di emissioni 
recenti, delle quali è ancor viva la ricordanza. 

Mi proverò quindi ad esporre così alla buona e 
senza pretesa quelle notizie che ho potuto accumu- 
lare in relazione alla Carta Moneta ItaHana, nella 
lusinga di segnare una strada, fosse pure molto in- 
certa, a chi disponendo di maggior tempo e di più 
vaste cognizioni, vorrà dedicarsi a scriverne un poco 
diffusamente. 

Prendendo esempio dalla vicina Francia, fu nel 
1745 che Carlo Emanuele III introdusse negli Stati 
Sardi la carta moneta collo scopo di agevolare il 
trasporto delle valute, come risulta dal relativo Editto, 
e questo sistema deve aver presto incontrato il fa- 
vore del pubblico, poiché qualche anno più tardi i 
laghetti di Credito verso le Regie Finanze (così de- 
nominati) facevano aggio, ed anzi si trova un Editto 
del 1746 che comminava pene a chi negoziava i 
Biglietti con valore superiore a quello sovra essi 
segnato. 

Non posso garantire se veramente questi furono 
i primi Biglietti emessi in Italia, ma io non ho tro- 
vato altra menzione e non ne trovo fino al 1786, 
nel quale anno furono emessi i Vaglia del S. Monte 
della Pietà di Roma e del Banco di S. Spirito pure 
di Roma, vaglia che avevano corso in tutti gli Stati 
Ecclesiastici, e più tardi nel 1789 i Biglietti della 
Prima Repubblica Romana, e nel 1796 le Cedole 
Mantovane. 



CARTA-MONF.TA ITALIANA 33 1 

Sembra che anche la RepubbHca di Venezia 
avesse intenzione di introdurre il sistema della Carta 
Moneta, ma la cosa rimase allo stato di progetto e 
non ebbe esecuzione. 

Le tristi vicende politiche della fine del secolo 
XVI li ebbero un funestissimo esito sulla sorte della 
Carta Moneta, poiché in primo luogo i Governi ap- 
profittarono di questo comodo e niente costoso mezzo 
di far denaro, per sopperire ai bisogni delle Finanze; 
ed il pubblico che mezzo secolo avanti accettava con 
gioia il nuovo mezzo di scambio, adesso vedendo l'e- 
norme quantità che si trovava in circolazione comin- 
ciava a diffidare, e gradatamente il valore dei Biglietti 
scemava, al punto che gli stessi Governi emittenti, 
escogitati tutti i mezzi possibili per mantenerli in cir- 
colazione, si videro costretti a ridurne il valore, che 
in meno di io anni scomparve totalmente essendo- 
sene soppresso il cambio sotto qualsiasi forma. 

E forse per questa ragione che nei primi anni 
del secolo scorso non si trova più nessuna emissione 
di Carta Moneta, e non ne ho trovato fino al 1848, 
allorquando la febbre di conquista della libertà della 
Patria fece quei miracoli di generosità che nessun 
altro scopo avrebbe saputo ottenere. 

Infatti fu a Venezia che nel 1848 si emise Mo- 
neta Patriottica garantita da facoltosi cittadini, e poco 
tempo dopo la Moneta del Comune di Venezia che 
era garantita dalla Municipalità coi redditi delle im- 
poste ; troviamo la Carta Moneta emessa durante 
l'assedio di Palmanova, biglietti grossolanamente 
stampati sopra carta comune e garantiti sopra di- 
versi stabili; e quella dell'assedio di Osoppo, biglietti 
scritti a mano sopra carta comune, e garantiti pure 
sopra diversi stabili della fortezza. 

Troviamo i Biglietti della II Repubblica Romana 
del 1849, e non potrei dire come fosse regolata detta 



332 



ISAIA VOLONTK 



emissione, poiché quantunque l'intestazione fosse sem- 
pre Repubblica Romana, pure se ne trovano con stam- 
pato sotto: Provincia di Comune di , e si 

deve quindi supporre che ciascuna amministrazione 
pensasse a mettere in circolazione la quantità che le 
occorreva. 

In questi anni pullulano diverse Carte Valore 
che non so se avevano corso monetario o se pure 
erano solamente ricevute di doni che i cittadini lar- 
givano a profitto della Patria, come il Dono Patriot- 
tico di Venezia del 1848 intestato « Per 1' Italia a 
Venezia — Dio premierà la Costanza » ; il Prestito 
Nazionale Italiano diretto unicamente ad affrettare 
l'indipendenza e la libertà d'Italia, lanciato da Maz- 
zini nel 1850 da Londra; le cedole del Prete Tazzoli 
di Mantova; quelle dell'Associazione dei Comitati di 
Provvedimento per il riscatto di Roma e Venezia; 
quelle della Sottoscrizione per un Milione di Fucili 
promossa dal Generale Garibaldi; le cartelle del Pre- 
stito Nazionale per la Rivoluzione emesse dal Comi- 
tato Regionale di Napoli ; quelle dei Soccorsi a sol- 
lievo dei Romani del 1867; quelle dell'Associazione 
degli Emigrati Romani intestata « Diritto alla Patria» 
del 1868; i biglietti dell'Alleanza Repubblicana Uni- 
versale firmati da Mazzini, e chi sa quanti altri che 
io non conosco. 

Da quanto ho potuto dedurre da informazioni 
assunte da persone vissute in quell'epoca, mi risulta 
che questi Biglietti, pur non avendo corso legale, erano 
in circolazione, e gli incaricati della distribuzione cer- 
cavano ogni mezzo per spacciarli, non rifuggendo 
anche dall'inserirne qualcuno in ciascun pagamento, 
a seconda della sua importanza, e del prenditore, il 
quale si trovava obbligato a non rifiutarli se non 
voleva essere tacciato di anti-patriottico. 

Dopo la guerra, anche l'Austria nell'aprile 1849 



CARTA-MONETA ITALIANA 333 

emise nel Regno Lombardo- Veneto carta moneta coi 
Viglietti del Tesoro a firma del Commissario Impe- 
riale Plenipotenziario conte Montecuccoli e con in- 
teresse pei Biglietti dalle lire trenta in su. 

Nel Piemonte funzionava la Banca Nazionale 
degli Stati Sardi creata nel 1849 colla fusione delle 
Banche di Torino e di Genova. 

Nello Stato Pontificio circolavano biglietti emessi 
colla denominazione di Boni del Tesoro. 

L'Austria nel 1859, "'' causa delle ristrettezze 
finanziarie procuratele dalla guerra, emise nuova- 
mente per il Lombardo-Veneto dei Biglietti in Va- 
luta Austriaca (cioè Fiorini) che avevano corso for- 
zoso e con data da Verona del 15 giugno 1859, e 
da quanto mi risulta ebbero però un corso molto 
breve e cioè di circa due anni. 

Appena avvenuta nel 1859 1^^ riunione del Lom- 
bardo- Venetu al Piemonte, il Governo Italiano in virtù 
dei pieni poteri di cui era investito, autorizzò la 
Banca Nazionale degli Stati Sardi ad emettere Bi- 
glietti ma tutti di taglio superiore alle lire 20. 

Nell'anno 1860 la Banca di Parma e quella delle 
Quattro Legazioni di Bologna furono assorbite dalla 
Banca Nazionale, ma non so se queste due Banthe 
avessero in circolazione Carta Moneta. 

CoU'estendersi del nuovo Governo e colla legale 
proclamazione del Regno d' Italia, la Banca Nazio- 
nale degli Stati .Sardi con R." D: 23 ottobre 1865 
cambiò il suo nome in quello di Banca Nazionale 
del Regno d' Italia. 

Nel ]866 il Governo Italiano si vide obbligato 
a dichiarare il corso forzoso ai Biglietti di Carta, 
ed autorizzo la Banca Nazionale con R." 1)." 17 mag- 
gio i865 ad emettere Biglietti da Lire 10: ma sia 
per la impre[)arazione, sia per l'urgenza del bisogno, 
il Governo con R." D." 15 giugno t866 fu costretto 



334 ISAIA VOLONTK 



a valersi delle Marche da Bollo da lire 5, io e 15 
che. munite di un distintivo speciale, vennero messe 
in circolazione a corso forzoso. 

Questo però fu un provvedimento afifattc tempo- 
raneo che durò circa quattro mesi; e successivamente 
nel medesimo anno 1866 venne autorizzata l'emissione 
dei Biglietti da lire 5, e nel successivo anno i867 
quella dei Biglietti da lire 2, volgarmente chiamati 
Cavourini, in omaggio al grande statista il cui ri- 
tratto figurava impresso su questi biglietti. 

Nel successivo anno 1868 venne pure emesso il 
biglietto da lire i. Tutti questi biglietti erano stam- 
pati in America e credo di non errare asserendo che 
sono i migliori che la Nazione abbia finora posseduti. 

Le Banche di Emissione in questo anno 1868, 
erano quattro, cioè la Banca Nazionale, il Banco di 
Napoli, autorizzato ad emettere biglietti da lire i, il 
Banco di Sicilia parimenti autorizzato ad emettere 
biglietti da lire i, la Banca Nazionale Toscana che 
emise biglietti di varii tagli, ma tutti superiori alle 
lire 20, e la Banca Toscana di Credito che non 
aveva emesso alcun biglietto. 

Ma la deficienza di monete metalliche e la esi- 
gua quantità dei Biglietti emessi procurarono un'e- 
norme intralcio al commercio, e si racconta che per 
il cambio di Biglietti di grosso taglio in moneta spic- 
ciola, si esigeva una provvigione che in diverse epo- 
che superò anche il 12 per cento. 

Fu allora che, allo scopo di mettere un riparo 
a simile stato di cose, Banche, Casse di Risparmio, 
Camere di Commercio, Monti di Pietà, Luoghi Pii, 
Orfanotrofii, Provincie, Municipii, Città, Comuni, So- 
cietà Operaie, Società Private, Bottegai, ecc., qual- 
cuno autorizzato dal Governo, ma la maggior parte 
senza permesso e. quello che più monta, senza nes- 
suna garanzia, emisero Biglietti o Boni di Cassa, che 



CARTA-MONETA ITALIANA 335 

si cambiavano presso 1' emittente solamente in nu- 
mero collettivo, ed in parecchi casi per cifre non 
inferiori alle lire 50. 

Fra gli emittenti di questi Biglietti e Boni qual- 
cuno (forse anche con malizia) trascurò di indicare 
il luogo di emissione, ed anche quello del cambio, 
qualche altro si servì di nomi antiquati ed in disuso 
per indicare il paese al quale appartenevano, qual- 
cuno infine fallì, facendo perdere ai disgraziati posses- 
sori intieramente il loro avere. Ognuno poi emetteva 
i valori che credeva, o che meglio si confacevano al 
suo commercio, e quindi se ne trovano di tutti gli 
importi e stampati in mille differenti guise, qualcuno 
sopra carta filigranata, ma la maggior parte su carta 
comune, ed in molti casi tanto ordinaria e tanto leg- 
gera che all'uso doveva certamente sciuparsi e rom- 
persi colla massima facilità. 

La maggior parte portano .Serie e Numeri, non 
si saprebbe però precisare se realmente per un con- 
trollo, opi)ure solamente per dare maggior illusione 
al popolino che necessariamente doveva usarne. 

Con R." D." 2 dicembre 1870 si approvò il nuovo 
statuto della Banca Romana che altro non era se non 
la continuazione della Fianca dello Stato Pontificio, 
ed alla medesima venne concesso il privilegio del- 
l'emissione dei Biglietti: del quale usò ed anche 
abusò, principiando ad emettere nel J872. 

Ne devo passare sotto silenzio che la Banca Italo- 
Germanica nell'anno 1871 circa, cercò di mettere in 
circolazione dei Biglietti di Carta da lire 5 fino a 
1000 (dei quali possiedo nella mia raccolta tutti i tipi 
affatto nuovi), ma incontrò l'opposizione governativa, 
forse anche per la ragione che i Biglietti dalle lire 
50 in su portavano l'interesse del 2 ", , all'anno, e 
quindi non furono mai in circolazione. 

P'inalmente, dopo tanta confusione, venne la legge 



336 ISAIA VOLONTK 



30 aprile 1874 importantissima per i suoi effetti, la 
quale regolò propriamente la circolazione cartacea 
durante il corso forzoso, vietando a qualsiasi privato, 
società od ente giuridico di emettere Biglietti di Banca 
od altri titoli equivalenti, pagabili al portatore, ed 
a vista, ad eccezione dei seguenti istituti: 

Banca Nazionale nel Regno d'Italia, 

Banco di Napoli, 

Banca Nazionale Toscana, 

Banca Romana, 

Banco di Sicilia, 

Banca Toscana di Credito, 

salvo le disposizioni riguardanti gli Istituti di Cre- 
dito Agrario e di Credito Fondiario. 

Tutti i Biglietti emessi da questi sei Istituti erano 
Consorziali, erano a Corso Forzoso Inconvertibile e 
dovevano essere impressi su carta bianca. 

Nell'anno 1880 si incominciò a pensare seria- 
mente all'abolizione del Corso Forzoso dei Biglietti; 
e nel t88i il Ministro del Tesoro, Agostino Magliani, 
ebbe l'onore di veder approvato con 266 voti favo- 
revoli e 27 contrarli il suo progetto di Legge in data 
7 aprile che provvedeva alla totale ed immediata 
abolizione del Corso Forzoso. 

Ma la liquidazione del Corso Forzoso non fu 
cosi facile come preveduta, ed anzi dopo pochi mesi 
il 25 dicembre t88t vennero messi nuovamente in 
circolazione dei Biglietti già Consorziali in tutto si- 
mili ai precedenti come disegno, e con variato sola- 
mente la dicitura ed il colore; finche colla legge 15 
settembre 1893, lo Stato era in grado di abolire 
completamente il Corso Forzoso e avocando a se il 
diritto di emettere Carta Moneta ; ritirò tutti i Biglietti 
Consorziali e già Consorziali dalla circolazione cam- 



CARTA -MONETA ITALIANA 337 

biandoli in oro ed argento, ed emise Buoni di Cassa 
a Corso Legale da lire i e 2, nonché Biglietti di 
Stato da lire 5, io e 25 tutti cambiabili al portatore 
ed a vista in monete metalliche. 

I Buoni da lire i e 2 ora sono tolti dalla cir- 
colazione e gli altri Biglietti di Stato sono quelli 
ora usati unitamente ai Highctti della Banca d'Italia, 
del Banco di Napoli, e del Banco di Sicilia, tutti di 
taglio superiore alle 50 lire, emessi in virtù della 
Legge bancaria del io agosto 1893 e 22 luglio 1894. 

Prima di finire devo anclie accennare ai Buoni 
degli Esercenti da cent. 50 e 1 lira comparsi nel- 
l'anno 1893 in molte città specialmente dell'Alta Ita 
Ha per pochi mesi, allorquando la deficienza degli 
spezzati e la mancanza dei Buoni di Cassa gover- 
nativi aveva nuovamente creato al piccolo commer- 
cio gli imbarazzi come nei precedenti anni 1866 e 
successivi. 

Non voglio chiudere queste mie memorie senza 
fare cenno alla fortunata coincidenza che lo scopo 
di facilitare gli scambi, introdotto in Italia dall'illu- 
stre Principe Sabaudo che primo emise Carta Mo 
neta venne pienamente raggiunto dopo tante e così 
disparate vicende sia politiche, sia economiche, da al- 
tro Principe del Ramo che in pochi anni di regno già 
seppe accaparrarsi tante simpatie, e che porta così 
degnamente la fulgida corona ereditata da' suoi avi. 

Milano, Marzo if/oS. 

Isaia Voi.ontk. 



41 



RIPOSTIGLIO DI MEDAGLIONI DI PIRRO 



È noto come i medaglioni di Pirro re dell'Epiro 
vengano noverati fra le piia grandi rarità numismatiche 
greche, sia per lo scarso numero che di essi si co- 
nosce, sia per la insigne bellezza della testa di Giove 
Dodoneo e della Figura di Dione, le quali a buon 
diritto fanno di questa moneta, assieme ai medaglioni 
di lerone II, uno dei più imponenti ed ammirabili 
prodotti dell'arte del conio dell'Italia e della Sicilia 
ellenistica. Si chiamano medaglioni attesa la rilevante 
grandezza del conio (mm. 30 a 31), ma in realtà non 
sono che dei tetradrammi coniati in Italia, e con tutta 
probabilità a Locri i". Ora una insigne scoperta viene 
ad aggiungere peso alla vecchia credenza sul luogo 
di emissione di codeste magnifiche e ricercate monete. 

Da un pajo di anni in qua collettori ed antiquari 
accorrono affannosamente a Gerace in Calabria per 
dar la caccia ai preziosi pezzi, che a spizzico ed alla 
spicciolata, ogni qual volta un'alluvione dilava e rode 
la superfice del suolo dell'antica Locri, escono da un 
profondo ed angustissimo vallone, detto Meligri, nel- 
l'ambito delle mura della città antica. Avidamente 
cercati e contesi dai villani del sito, in sulle prime 
erano venduti a vii prezzo come scudi napoletani; 
ma oggi invece se ne fanno domande esagerate e 
quasi favolose. Fino al momento in cui scrivo 70 
sono gli esemplari restituiti dal generoso suolo lo- 
crese; dispersi ovunque, rappresentano tutte le gra- 
dazioni della conservazione e della bellezza. Esem- 



(i) La vita militare irrequieta e fortunosa di Pirro lo obbligò a 
battere moneta iu molti paesi, in Macedonia, in Epiro, in Italia ed in 
Sicilia. Alla Sicilia, cioè a Siracusa, vengono generalmente attribuiti i 
bei pezzi d'oro da 120 litre, da 60 litre, ed alcuni di argento e di 
bronzo. Il medaglione invece e assegnato a Locri (Head, Hisloria 
nitmoniiii, pag. 273; Hill, Coìhs of Sicily, pag. 161-163). 



340 



P. ORSI 



plari di splendido conio, passati per la trafila del 
Virzi di Palermo all'Hirsch di Monaco, vennero pa- 
gati da L. 2000 fino a L. 3500; ma altri sono di 
scadente conservazione e di assai piia modico valore. 
In ogni modo è merito di Corrado Ricci, direttore 
generale delle antichità e belle arti, di aver assicu- 
rato alle collezioni dello Stato per conveniente prezzo 
sei eccellenti esemplari di questa insigne moneta, che 
esaurito il tesoretto locrese tornerà a diventare estre- 
mamente rara ed irreperibile. 

La presenza di questo ragguardevole tesoro va 
posta in relazione alle vicende della città, contesa 
negli anni 282-280 fra Pirro ed i Romani. Occupata 
da un presidio romano, essa lo espelle all'approssi- 
marsi di Pirro; ma ben presto si pente della dedi- 
zione fatta al monarca, la cui guarnigione aveva 
commesse tante violenze, da provocare una esplo- 
sione d'ira dei cittadini, che cacciarono anche le 
truppe epirote. Se non che Pirro reduce dalla Sicilia 
punì amaramente l'audacia dei Locresi, spogliando 
con una dura imposta di guerra i cittadini, e sac- 
cheggiando il ricco tesoro del famoso tempio di Per- 
sefone. Ed in questo momento appunto deve fissarsi 
il nascondimento del nostro tesoro monetale. 

Se il tempio di Persefone va, come pare, iden- 
tificato con quello scoperto dal Petersen e da me 
esplorato in contrada Marazzà negli anni 1 889-90''*, 
si può anche in via di ipotesi muovere la domanda, 
se il prezioso peculio non facesse per avventura 
parte della cassa del santuario, ovvero, in ipotesi 
più larga, di quella di qualche ricco cittadino, che 
nascondendolo dentro l'impervia e cupa gola del Me- 
ligri, non ebbe poi più modo di ricuperarlo. 

Locri Epizefiri, novembre igo"]. 

P. Orsi. 

(1) PEiEKdEN, Roemische Milllieilimgeii, 1890, pag. 161 e segg. ; 
Ousi, Notizie degli scavi, 1890, pag'. 248 e segg. 



PER LA ZIÌCCA DI VENTIMIGLIA 



Il non mai abbastanza compianto dottor Solone 
Ambrosoli, rispondendo nella Rivista Italiana di Nu- 
mismatica, anno XVI (1903), fascicolo IV, ad un mio 
modestissimo articolo sulle monete dei Conti di Ven- 
timiglia, erroneamente attribuite alla famiglia Reque- 
sens, inserito nel Bollettino di Ntunismatica e di arte 
della Medaglia, anno I, n. 5-6 e 9-10, scriveva che 
da tempo aveva in animo di scrivere una memoria 
sulle monete dei Conti di Ventimiglia. 

E poiché anch'egli riteneva, come tutti gli altri, 
che quelle monete appartenevano ai Requesens, Prin- 
cipi di Pantelleria, volea proporre che esse dovessero 
d'allora in avanti intitolarsi col nome di Pantelleria 
invece che di Ventimiglia. 

Assodato in seguito al mio articolo, ed accettato 
anco da lui, nella sua risposta, il fatto che i Reque- 
sens nulla aveano a vedere con le dette monete, 
mentre queste sì appartenevano ai Ventimiglia, Mar- 
chesi e Conti di Ceraci, Principi del Sacro Romano 
Impero, di Castelbuono, ecc., ecc., non si parlò più 
del cambiamento del nome di questa zecca. 

Però nel passato anno riflettendo all' idea del 
dott. Ambrosoli di cambiare il nome a detta zecca, 
mi venne il pensiero che non era propriamente in- 
dicato il nome di Ventimiglia, perchè esso è nome 
della famiglia e non del feudo. Il titolo di Conte di 
Ventimiglia deve ritenersi, o titolo sul cognome, op- 
pure, come scrive il Villabianca nella Sicilia Nobile, 
proviene dal Contado di Ventimiglia nella Liguria. 

Nell'un caso e nell'altro non mi pare indicato il 
nome di Ventimiglia per la zecca di queste monete. 



342 ANTONINO GRASSI-GRASSI 

Il titolo di Conte di Ceraci fu dato dal Conte 
Ruggero I al di lui fratello Ugone da Serlone. 

Fu il primo titolo di Conte concesso in Sicilia; 
passò alla famiglia Ventimiglia in seguito al matrimonio 
di Enrico Ventimiglia con Elisabetta ereditiera della 
detta Contea e per ben sei secoli si è mantenuto in 
essa fauiiglia con strettissimo vincolo di fide-commesso 
mascolino come sostiene il Villabianca e con lui mol- 
tissimi scrittori di araldica, fra cui l'abate Rocco Pirri 
nel proemio alla cronologia dei Re di Sicilia, ovvero 
come rilevasi da uno scritto stampato a Venezia nel- 
l'anno 1632 che porta per titolo: Confutazione della 
Genealogia dei Conti di Ceraci addotta dal Pirri, di 
cui fu autore il marchese Ruggero Ventimiglia di 
Ceraci, sotto il pseudonimo accademico d'Insensibile. 

in questo scritto si sostiene che la famiglia dei 
Conti di Ventimiglia discende per continuata linea 
mascolina dal sopranominato principe Serlone fra- 
tello al conte Ruggero I re di Sicilia, e che fu chia- 
mata Ventimiglia dal fatto di avere in uno scontro 
contro i Saraceni uccisi in un sol giorno ben venti- 
mila Mori, per cui venne agnominata Vigintimillia, 
agnome che divenne poi cognome. 

Il Contado di Ceraci fu nell'anno 1433 dal re 
Alfonso il Magnanimo elevato a Marchesato e fu que- 
sto il primo titolo di marchese concesso in Sicilia. 

Ora se una zecca si deve assegnare alle monete 
dei detti conti, questa non può essere che quella di Ce- 
raci come la più indicata e non quella di Ventimiglia. 

Questa idea avevo in animo di scrivere e pro- 
porre al dottor Ambrosoli, quando la Parca troncava 
quella preziosa esistenza. La sottometto ora alla So- 
cietà Numismatica Italiana ed al Circolo Numismatico 
perchè vogliano prenderla in considerazione. 

Antonino Grassi-Grassi. 



INDICE 



L'Opera Numismatica di Solone Ambrosoli (Se- 
rafino Ricci) Pan-, i^ 

Il Regio Gabinetto Numismatico di Brera (Fran- 
cesco Gnecchi) I, 33 

MEMORIE. 

Ernest Babelon. Note sur un poids byzantin . 

Giuseppe Giorcelm. Scudo d'oro di Federico II 
Gonzaga e Margherita Paleologa, coniato nella 
zecca di Casale ...... 

Ai.piioNSE DE WiTTE. Un nouveau gros au lion 
de Jeanne et Wenceslas, ducs de Brabant . 

Emiuo Motta. Giacomo jonghelinck e Leone 
Leoni in Milano ...... 

G. Cerrato. Note di Numismatica Sabauda 

Arnold Luschin von Ebengreutii. Il sistema mo- 
netario degli aurei italiani di Carlomagno . „ 89 

Paul Bordeaux. Essai d'interprétation du mot 
FLAVIA figurant sur les triens des Rois Lom- 
bards Astaulf, Didier et Charlemagne . . •■97 

Alberto Cunietti-Cumetti. La zecca di Ales- 
sandria . . . . . . ,,113 

Francesco Gnecchl Scavi di Roma nel 1907 „ 127 

Giuseppe Ruggero. Annotazioni numismatiche ita- 
liane : Degli errori di attribuzione. — Un tre- 
misse di Rachis ....... 133 

Ortensio Vitalini. Due aurei inediti della zecca 

di Bologna ........ 139 

Ercole Gneccìii. Massa Lombarda . . . „ 145 

Giuseppe Casiei.lani. Una lettera di San Carlo 

Borromeo a proposito della zecca di Fano . „ 149 



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45 


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55 


'1 


71 




75 
83 



344 



INDICE 



G. Dattar[. Le cavità centrali sopra le faccie 

delle monete Tolomaiche di Bronzo 
Flavio Valerani. Stemmi ed emblemi sulle mo- 
nete del Monferrato 

Nicolò Papadopoll Monete italiane inedite della 

Raccolta Papadopoli 

Adrien Blanchet. Note sur la guivre de Milan . 
Lodovico Laffranchi. Le monete degli imperatori 

Valeriano e Gallieno, coniati a Viminacium 

e ad Antiochia 

J. Eddé. Les figures de face sur les monnaies 

antiques 

E. Martinori. Zecca di Benevento : Soldo d'oro 

di Scauniperga e Liutprando . 
Alberto Simonetti. Grumento, Matera e S. Chi 

rico Raparo 

G. Carbonelli. Umberto Bonaccorsi zecchiere d 

Savoia ....... 

M. Bahrfeldt. Il Ripostiglio di Delos. I denari le 

gionari di M. Antonio .... 
C. Serafini. Medaglioni Capitolini 
Giorgio Ciani. Le monete del Comune di Cre 

mona dal e 155 al 1329 .... 
E. A. SxttcKELBERG. Il punzone di Papa Felice V 

a Basilea 

Agostino Agostini. Appendice alla illustrazione 

della zecca di Castiglione delle Stiviere 
Vincenzo Dessi. I tremissi longobardi. 
Jean N. Svoronos. Monnaies inédites d'Athènes 

et de Mytilène 

A. F, Marchisio. Di una medaglia patriottica mi 

lanese ....... 

Isaia Volontè. Carta-moneta italiana . 

P. Orsi. Ripostiglio di medaglioni di Pirro. 

A. Grassi-Grassi. Per la zecca di Ventimiglia 



Pag. 


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313 

323 
329 

339 
341 



Finito di stampare il 20 Aprile 1908. 



Achille Martelli, Gerente responsabile. 



«>♦«»♦»»»«" !•»♦♦•♦♦••»••••»•»♦♦♦.♦♦•♦♦• 



FASCICOLO III. 



APPUNTI 

DI 

NUMISMATICA ROMANA 



LXXXIX. 

ROMA E LA GERMANIA 

(Tav. Vili, IX e X). 

Dagli ultimi anni della Repubblica e continuando 
per tutta la durata dell'impero romano, i contatti 
fra Roma e la Germania furono costanti e quasi inin- 
terrotti, di modo che riesce impossibile scindere la 
storia dell'una da quella dell'altra. La lotta per 
l'espansione fino alla conquista della intera Germania 
dovette seguire il fatale suo corso; nello stesso modo 
che quando la fortuna di Roma, giunta all'apogeo, 
volse al declivo, quel popolo stesso che Roma aveva 
prima conquistato, prendeva alla sua volta il soprav- 
vento, accelerando col suo peso la rovina dell'im- 
putridito impero. Roma imperiale, che stampava nelle 
monete la sua storia, ci conservò in moltissimi mo 
numenti numismatici il primo periodo degli accen 
nati avvenimenti, la conquista .... trascurando na- 
turalmente il secondo o lasciando ai nuovi vincitor 
la cura di registrarlo dapprima in quelle rozze e 
barbare monete che rispecchiano la tristizia dei tempi, 
indi assai meglio in molte monete che ai Sovran 
germanici apprestarono i nostri artisti del rinasci- 
mento. 



348 FRANCESCO GNECCHI 



I due periodi storici mi parvero poter fornire 
due argomenti opportunissimi per chi volesse sten- 
dere una memoria in occasione del Congresso sto- 
rico di Berlino. Se lascio ad altri il secondo, come 
appartenente al medio evo e mi limito al primo 
perchè i miei pochi studii non vertono che sul pe- 
riodo romano, non credo che alcuno vorrà trovare 
in ciò un malinteso patriottismo, una ostentazione 
della gloria di Roma a spese della Germania. Prima 
di tutto già anticamente Arminio, poi, come si ac- 
cennò, tutto il medio evo e parte dell'evo moderno 
vendicarono ad esuberanza le conquiste romane. E 
del resto non è punto necessario ricorrere a tali ra- 
gionamenti. 

Gli avvenimenti in discorso sono ormai così 
lontani, che già si perdono nella caligine dei tempi, 
e non sono più atti a suscitare né ire, ne rancori, 
ne dispiaceri. Delle antiche lotte non rimane che il 
semplice ricordo, il quale, accomunando le origini 
di un popolo con un periodo storico di un altro, 
non può che affermare maggiormente il vincolo di 
cordiale amicizia che oggi li unisce. L'Italia e la 
Germania, studiando insieme la loro storia comune 
e le comuni vicende, possono liberamente e con tutta 
tranquillità stringersi la mano, scambiandosi saluti 
ed auguri da Roma a Berlino e viceversa. 

La storia dell'antica Germania è ricordata in 
due modi dalle monete ; o pel titolo di Germanico 
assunto dall' imperatore romano, o per i ricordi ger- 
manici stampati sui rovesci delle monete stesse. Dopo 
qualche rapidissimo cenno storico, dò quindi l'elenco 
dei principi che portarono sulle monete il titolo di 
Germanico, accompagnandolo con una tavola (n. Vili) 
in cui tutti sono rappresentati e faccio seguire l'elenco 
delle monete contraddistinte da tipi germanici, di 
cui è dato un saggio nelle altre due tavole (n. IX, X). 



ROMA E LA GERMANIA 349 



Ho limitata la descrizione delle monete a quelle 
che, sia per leggenda, sia per chiarezza di rappre- 
sentazioni, richiamano specificatamente e indubbia- 
mente la Germania, mentre ho escluso tutte le altre, 
e sarebbero molte che, pure non portando una leg- 
genda o un tipo specifico, dovrebbero alla Germania 
riferirsi. Ve ne sono molte per esempio, fra quelle 
col tipo vago della Vittoria, che facilmente potrebbe 
provarsi essere riferibili alle guerre germaniche ; 
ma, siccome ve ne sarebbero anche altre di attribu- 
zione discutibile, mi sono attenuto solo a quelle in 
cui la Germania è precisamente indicata, e ne ho rac- 
colte oltre 300, ben inteso non includendovi quelle 
coniate nelle colonie o a leggenda greca, colle quali 
il numero sarebbe facilmente raddoppiato. 

La serie delle monete ricordanti la conquista 
della Germania o, per dirla con altre parole, la storia 
numismatica della Germania, si inizia con Nerone 
Druso, Nero Claudius Drusus, figlio di Livia e acl 
suo primo marito Tiberio Claudio Druso e figlio 
adottivo d'Augusto. Egli trascorre la sua vita a com- 
battere i diversi popoli nordici, che si aggruppano 
sotto il nome di Germani e vi porta vittoriose le aquile 
romane. Il Senato gli innalza sulle rive del Reno quel 
superbo arco di trionfo ornato della sua statua eque- 
stre fra due trofei, che vediamo riprodotto sulle sue 
monete d'oro e d'argento e a lui pel primo confe- 
risce il titolo onorifico di Germanico , che pure 
leggiamo su tutte indistintamente le sue monete. 
Di più gli accorda il diritto di trasmetterlo ai suoi 
discendenti ed egli se ne vale imponendolo a suo 
figlio come nome, mentre quale titolo glorioso, lo 
vedremo ripetersi lungamente, talvolta per semplice 
eredità, talvolta conferito nuovamente dal Senato. 
Note sono le imprese di Germanico e specialmente 
la sua vittoria sopra Arminio e il ricupero delle in- 



350 FRANCESCO GNECCHI 



segne perdute nel disastro di Varo, fatti tutti ricor- 
dati dalle sue monete, nelle quali vediamo al diritto 
Germanico in carro trionfale e lo ritroviamo al ro- 
vescio in abito militare da trionfatore colla leggenda 
SIGIMIS RECEPTIS, DEVICTIS GERMANIS 

Caligola figlio di Germanico si accontenta di 
portare il titolo avito, non avendo compiuto contro 
i Germani che quell'impresa da burla raccontata da 
Svetonio. Non sarebbe tuttavia impossibile che i 
suoi bronzi col l'allocuzione si riferissero a quell'im- 
presa.... 

Claudio ripete pure la gloria germanica del 
padre, riproducendo sulle sue monete il monumento 
di Druso. 

Nerone aggiunge per diritti aviti come discen- 
dente di Nerone Druso ai propri nomi e iscrive 
quasi costantemente quello di Germanico; ma nes- 
suna delle sue monete accenna specialmente alla 
Germania, non essendovene mai stato il motivo. 

Cessa il titolo sotto i regni di Galba e di Ot- 
tone, per riapparire con Vitellio. il quale non lo in- 
voca a titolo di diritto gentilizio, ma lo conquista 
per le sue imprese quale legato di Galba in Ger- 
mania, e non lo dimentica su nessuna delle sue mo- 
nete. Anzi su quelle in cui ricorda i figli questi sono 
chiamati LIBERI IMP GERMANICI AVGVSTI. 

Hanno tregua le imprese germaniche sotto i 
regni di Vespasiano e di Tito, la cui attività è ri- 
volta altrove e riprendono invece con Domiziano, il 
quale si arroga con ben pochi meriti il titolo di 
Germanico. Ne solamente si arroga il titolo e lo 
scrive su moltissime monete, ma molte altre ne conia 
celebranti vittorie ipotetiche e rappresentanti la Ger- 
mania vinta e piangente, il Reno ai suoi piedi e 
trofei di guerra colla leggenda GERMANIA CAPTA. 

Nerva ottiene il titolo di Germanico per una 



ROMA E LA GERMANIA 3SÌ 



vittoria riportata. Fa parcamente uso del titolo sulle 
monete e non ne conia nessuna specialmente dedicata 
alla sua vittoria. 

Trajano nominato imperatore da Nerva è man- 
dato a combattere in Germania e, in seguito alle 
sue brillanti imprese, gli viene conferito da Nerva 
stesso il titolo di Germanico, che figura su tutte in- 
distintamente le sue monete. Le sue imprese contro 
i germani sono celebrate nei bassorilievi della famosa 
colonna, la quale, oltre all'essere ricordata nelle sue 
monete, s'erge ancora intatta nel centro del foro 
trajano. Pure la più gran parte degli episodii in essa 
scolpiti ci rimangono inesplicati, perchè sventurata- 
mente poco o nulla ci fu conservato di quanto gli 
storici scrissero intorno all'ottimo principe. 

Adriano, inviato giovanetto da Trajano a com- 
battere in Dacia, in Sarmazia e in Pannonia, si con- 
duce valorosamente; ma, appena eletto imperatore, 
non si cura che della pace dell'impero e dedica 
molta parte del suo tempo a visitarne pacificamente 
le numerose provincie. Così nella immensa serie 
delle sue monete non troviamo alcun accenno a 
vittorie o a guerresche imprese. Solo conservò il 
titolo di Germanico sulle monete dei suoi primi anni, 
che continuano il tipo della monetazione di Trajano. 
Le poche monete che fanno allusione alla Ger- 
mania, lo fanno in senso pacifico, quantunque pure 
rimanga apparente una differenza tra le provincie 
germaniche e le altre. Un denaro colla leggenda 
GERMANIA, personifica questa provincia senza alcun 
sentimento ostile e senza alcuna allusione a vittoria 
o conquista, come sono rappresentate in altre mo- 
nete HISPANIA. BRITANNIA. ecc. Così pure le monete 
semi-militari con EXERC GERMANICVS fanno riscontro 
alle molte altre con EXERC BRITANNICVS, MAVRETA- 
NICVS, ecc.; ma pure le monete simboleggianti la fé- 



352 



FRANCESCO GNECCHI 



lice provincia che acclama l'arrivo dell' imperatore 
(ADVENTVI AVG BYTHINIE. AFRICAE, ecc, o il ristauratore 
del tempo felice RESTITVTORI HISPANIAE, ecc.) man- 
cano per la Germania, ciò che vuol dire che i suoi 
viaggi non si spinsero fin là, e che alla Germania, 
pur non nuocendo, non dedicò speciali cure. 

Nessun rapporto ebbe Elio colla Germania, e, 
quantunque la guerra fosse ripresa sotto Antonino, 
nessuna moneta di questo imperatore allude spe- 
cialmente a vittorie in quelle regioni. 

11 regno di M. Aurelio invece passa in continue 
lotte coi diversi popoli della Germania. Egli assunse 
il titolo di Germanico nel 172 e numerose sue mo- 
nete ricordano le sue vittorie. GERMANIA SVBACTA, 
DE G-ERMANIS, CCC. 

Lucio Vero non porta il titolo di Germanico; 
lo porta brevemente Commodo, insieme a quello di 
Sarmatico, in memoria del padre ; ma alla morte di 
M. Aurelio l'abbandona per assumere quello di Bri- 
tannico. Ciò non toglie che alcune sue monete in- 
dichino le sue vittorie, DE GERMANIS. 

Settimio Severo coniò parecchie monete legionarie 
ricordanti le legioni destinate al Reno ; ma il titolo 
di Germanico, dopo Commodo non appare piti che 
sotto Caracalla, il quale l'aggiunse agli altri titoli 
nel 214, dopo alcune vittorie, coniando anche una 
moneta con VICTORIA GERMANICA. 

E da Caracalla saltiamo a Massimino, il quale 
sfoga la sua ambizione militare combattendo e vin- 
cendo i Germani. Assume il titolo di Germanico, e 
lo accorda anche al figlio Massimo, celebrando su 
molte delle sue monete la sanguinosa sua vittoria. 

Filippo ottiene pure il titolo di Germanico in 
seguito alla sua spedizione del 245 e il titolo viene 
egualmente accordato al figlio; ma non figura mai 
sulle monete ne dell'uno ne dell'altro imperatore 



ROMA E LA GERMANIA 353 



e nessuna delle loro monete allude specialmente alle 
vittorie germaniche. 

Valeriano guerreggiò in Germania e delle sue 
imprese lasciò memoria in qualche sua moneta. Ebbe 
il titolo di Germanico, ma questo non figura che al 
rovescio di un suo antoniniano. 

Gallieno associato nel 253 dal padre Valeriano, 
fece con lui tutte le guerre della Germania, assunse 
il titolo di Germanico e ricordò le sue vittorie su 
moltissime monete. Hanno pure attinenza alla Ger- 
mania le sue monete legionarie, delle quali la Vili 
Augusta e la XXII Primigenia erano destinate al- 
l'alto Reno, la I Minervia e la XXX Ulpia Victrix 
al basso Reno. 

Postumo ebbe molte imprese contro i Germani; 
gli venne conferito o assunse il titolo di Germanico, 
che però non figura mai nelle leggende che circon- 
dano la sua effigie sulle monete. Assai raramente 
appare al rovescio, accompagnato da quello di Mas- 
simo, GERMANICVS MAX. Alle sue imprese però allu- 
dono parecchie altre sue monete colla vittoria ger- 
manica. 

Tetrico padre ha un solo aureo ricordante una 
vittoria germanica e qualche rara moneta ha Claudio, 
conosciuto sotto il titolo di Gotico. 

Aureliano ha pure a che fare coi germani e ri- 
corda la sua vittoria su di un unico piccolo bronzo. 

Probo invece dedica alle sue gran numero di 
monete, Carino due aurei, Carausio due piccoli 
bronzi, e, come Gallieno, conia monete legionarie 
al nome delle medesime quattro legioni del Reno. 

Costantino Magno muta il nome di Germania 
in Alamannia, e tale lo conservano Crispo e Costan- 
tino II, dopo dei quali, ossia dopo tre secoli, la storia 
monetaria a proposito della Germania si tace. 



45 



354 FRANCESCO GNF.CCHI 



ELENCO DEI PRINCIPI 
che portano il titolo dì Germanico sulle monete 



1. Nerone Claudio Drusa, nero clavdivs drvsvs, germa- 

NICVS, IMPERATOR. 

2. Germanico, germanicvs caesar, tiberi avgvsti filivs, 

DIVI avgvsti nepos. 

3. Caligola. cAivs caesar avgvstvs germanicvs, imperator, 

pontifex maximvs, tribvnicia potestate, consvl, ger- 
manici FILIVS, M AGRIPPAE NEPOS. 

4. Claudio. TIBERIVS clavdivs CAESAR AVGVSTVS GERMANICVS, 

IMPERATOR, PONTIFEX MAXIMVS, TRIBVNICIA POTESTATE, 
PATER PA1RIAE. 

5. Nerone, nero clavdivs caesar avgvstvs germanicvs, 

IMPERATOR, PONTIFEX MAXIMVS, TRIBVNICIA POTESTATE, 
PATER PATRIAE. 

6. Vitellio. AVLVS VITELLIVS GERMANICVS, IMPERATOR, PONTI- 

FEX MAXIMVS, TRIBVNICIA POTESTATE. 

7. Domiziano, domitianvs caesar avgvstvs germanicvs, 

IMPERATOR, PONTIFEX MAXIMVS, TRIBVNICIA POTESTATE, 
CENSOR PERPETVVS, PATER PATRIAE. 

8. Nerva. nerva caesar avgvstvs germanicvs imperator, 

PONTIFEX MAXIMVS, TRIBVNICIA POTESTATE, CONSVL, PATER 
PATRIAE. 

9. Trajano. nerva traianvs optimvs avgvstvs germanicvs, 

DACICVS, PARTHICVS, PONTIFEX MAXIMVS, TRIBVNICIA PO- 
TESTATE, consvl pater PATRIAE. 

IO. Adriano, traianvs hadrianvs caesar optimvs avgvstvs, 
DIVI traiani avgvsti filivs, divi nervae nepos, ger- 



ROMA E LA GERMANIA 355 



MANICVS DACICVS, IMPERATOR, PONTIFEX MAXIMVS, TRI- 
BVNICIA POTESTATE, CONSVL, PATER PATRIAE. 

11. Marc' Aurelio, marcvs avrei.ivs antoninvs caesar avgv- 

STVS, ANTONINI AVGVSTI PII FILIVS, GERMAN1CVS, SARMA- 
TICVS, MEDICVS, IMPERATOR, PONTIFEX MAXIMVS, TRIBV- 
NICIA POTESTATE, CONSVL, PATER PATRIAE. 

12. Commodo, lvcivs aelivs avrelivs commodvs antoninvs, 

PIVS FELIX, CAESAR, AVGVSTVS, GERMANICVS, SARMATICVS, 
BRITANNICVS, IMPERATOR, PONTIFEX AIAXIMVS, TRIBVNICIA 
POTESTATE, CONSVL PATER PATRIAE. 

13. Caracalla. marcvs avrelivs antoninvs pivs, caesar, avgv- 

STVS, IMPERATOR, GERMANICVS, BRITANNICVS, MAXIMVS, 
PONTIFEX MAXIMVS, TRIBVNICIA POTESTATE, CONSVL PA- 
TER PATRIAE. 

14. Massimino. maximinvs avgvstvs pivs, imperator, germa- 

NICVS. 

15. Massimo, caivs ivlivs vervs maximvs caesar germa- 

NICVS. 

16. Valeriana, caivs pvbi.ivs licinivs valerianvs pivs felix 

AVGVSTVS GERMANICVS MAXIMVS. 

17. Gallieno, caivs pvblivs licinivs gallienvs, imperator, 

PIVS FELIX avgvstvs, PONTIFEX MAXIMVS, TRIBVNICIA 
POTESTATE, CONSVL GERMANICVS MAXIMVS. 

18. Postumo. CAIVS MARCVS CASSIANVS LATINVS POSTVMVS PIVS 

FELIX AVGVSTVS, PONTIFEX MAXIMVS, TRIBVNICIA POTE- 
STATE, CONSVL, IMPERATOR, GERMANICVS MAXIMVS, PATER 
PATRIAE. 



■^^6 ruANCKw:!) onkcciii 



i-:ij:n(:() 

(Ielle moiiele Imperiali .spuciulmeiile rifereittisi nlla (ìermania 



NKKONK Ci.AUDlU DKIJSO, 
OHO. 

I. !>' ni:ni) ( lAVDivs Duvsvs (jKUMANicvs mr Testa laureata 
il sin. - \Ji m: (.1 km Arco di trionfo sul quale la statua 
(•(|ucstrc (li Diiisi) a (1. Ira due trofri . . Coli. 1/1 (') 

u. I.a stessa iiioncta folla U'Uf^cinla hk ckkmanis e la statua 
(li Driiso a sinistra Coh. 3/3 

{. ,!>' (Ionie i preeedeiiti. 1^ l'K (;i-.i<MANis Vessillo fra 

(lue scudi, (jiiatlro aste e due lioinbe . . . Coh. 5/5 

ivii:i>A<iMnNK i)"ar(ìi;nt<) asiatico. 

,|. ,1)' NI HO (LAVI) DKVsvs (JFUMANicvs IMI' 'l'esta laureata a 
destra. Il) dk (ìkumanis Arco di trionfo e. s. colla 
statua di Di uso ad Coli. Gnecchi. 

ak<;i;m(). 

5. (!oinc il n. I Coh. a/a 

6. (!onie il n. -.i Coli. 4/4 

7. Come il n. 3 Coh. 6/6 

GKKMANICO. 

Minio liKON/.O. 

I. D' (;i:i<mani(Vs ( aksak Germanico in (]nadrijfa trionfale 
diretta a destra. - if sicnis rkcki'T niivicris (;i;i<m s c 
(leniiaiiico in abito militare a sinistra colla destra al- 
zata e collo scettro sormontato dall'aquila . Coh. 7/7 

(Il ImIcihIiim CoIkii 1 cdi/ioiK-, 11. I ; Il nli/.iniic, n. I. 



KOMA K I.A (il'KMANIA 357 

CI. MI DIO. 

OHO. 

1. ,Ty TI ci.AVi) cAKSAit- AV(i I' M iK T N IMI' p T l'cstii lau- 

reata a (l«"stra (a. 41?). I<) m (.iiai. Ano liionlalc 
di Druso Coli. •_•■..^/■.^5 

2. 1.0 .stesso con ri ci.Avn (aksak av(. p m m< r vi iwr xi 

Testa laureata a di-stia (ii. ■\(yì Coli. -J^/m) 

AKtil.NTO. 

3. Come il n. 1 Coli. '^5/'j() 

4. Variante con dk (ìikmanis Coli. •2.\I'j-/ 

5. Come il n. 2 (oh. ■uli/.n) 

(iU\S lIKON/o. 

6. /iy 11 ci.Avuivs cAi'.sAK Av(. I' M I u 1' IMI' 1' 1' I Csta lau- 

reata a destra. ■ [ti niko ( i.aviuvs kkvsvs (ìi:i<man 
IMI» H e I/arco di Druso come nei prerrtlriili (a. .|i). 

Coli. Hn/,|)t 

DOMIZIANO. 

OKO. 

1. ,iy IMI' i:aks divi vi:si' i domiiian avi. I csla laiiic.ii.i a 

destra. -- I^ ci kmanicvs (os x .Schiava ^;<iiiiana jiiaii 
gente seduta su di uno scudo. Sotto un'asta spezzala 
(a. 84) ('oli- siippl. 9/i;w 

2. fiy domitianvs AViivsTvs 'lesta laureata a <l. 1^ (.i:l<- 

MANicvs cos xml Medesimo tipo (a. })}{ o JV;). Coli. 50/1. |M 

3. /ly domitianvs av(;vstvs 'r<-sta laiir. a d. H) (.1 kma- 

nicvs cos XV Medesimo tipo (a. 90 o 91). Coli. .sH/i5^ 

4. ,iy domitianvs AV(ivsrvs Testa laiir. a d. \p (ìikma- 

Nicvs cos XVI M«"desimo tipo (a. 91 o <)2). (!oh. (y]/\(Y^ 

5. Ày DOMiriANVs AV(.vsTvs Testa laur. a d. \Ji (.i;i<ma 

NICV8 cos XVII Mcd. tipo (a. 92 o 93) . . (Joh. ()^I\(ì() 

6. fiy IMI" ( Al s DoMii AV(; (.iKM 1' M IH V V Musto laureato 

a d. colTe>{ida. \Ji imi' vini cos .\i < kns i'otk.s i- i- 
Medesimo tipo (a. Hs) ("oh. 73/iHi 

7. Variante con < 1'.ns(ji<ia roiisi (!oli. /-jj lih. 

8. fiy IMI' CAI s DoMii AV(; (JKKM I' M ii< I' V T<sta laui. .1 
ììea. — I() IMI' villi los XII ckns pot •• p Medesimo tipo 
(a. 86) Coh. 74/19H 



358 FRANCESCO GNECCHI 



9. Variante con gens p p p (a. 86) . . Coh. suppl. 19/199 

10. B^ Come il precedente. — 1^ imp xi cos xii gens p p p 

Medesimo tipo (a. 86) Coli. Gnecchi 

11. ,-ìy Come i precedenti. — I^ imp xii gos xii gens p p p 

Medesimo tipo (a. 86) Coh. 75/206 

12. i& IMP CAES DOMiT AVG GERM p M TR p VI Testa lau- 

reata a d. — I^ IMP XIII cos XII GENS p p p Medesimo 
tipo (a. 86) Coh. II ed. 211 

13. Variante con german Coh. 76/211 

14. t^ Come i preced. — p imp xiiii cos xiii gens p p p 

Medesimo tipo (a. 87) Coli. Gnecchi 

15. ,©' imp caes oomit avo german p m tr p vii Testa lau- 

reata ad. — 1^ IMP XIIII cos xiiii gens p p p Medesimo 
tipo (a. 88) Coh. 77/224 

MEDAGLIONE D'ARGENTO. 

16. ©' IMP gaes DOMIT AVG GERM p M TR p V Tcsta laureata 
a destra. — V^ imp viii gos xi gons pot p p Schiava 
germana piangente seduta su di uno scudo. Sotto un'asta 
spezzata (a. 85) Coh. II ed. 177 

ARGENTO. 

17. !& IMP CAES DOMIT AVG GERM P M TR P V BuStO laUrCatO 

a destra coU'egida. — 9 ■^^P vini gos xi censoria po- 
TESTAT p p Schiava germana come nel precedente 
(a. 85) Coh. suppl. 17/183 

18. Come il n. 15 Coh. II ed. 226 

19. Variante con busto a destra fregiato dall'egida, capo 
scoperto Coh. II ed. 225 

GRAN BRONZO. 

20. ^ IMP GAES DOMiTiAN AVG GERM cos XI Testa laur. a d. 

— ^ GERMANIA CAPTA s G Trofeo. A sin. una germana 
seduta, a des. un germano in piedi, le mani legate dietro 
il*dorso ; ai suoi piedi un elmo e uno scudo (a. 85). 

Coh. 350/135 

21. i& IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI GENS BuStO laureato 

a d. coH'egida. — 9* Come il preced. (a. 85). Coh. 351/136 

22. Jy IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XII GENS PER P P BuStO 

laureato a destra coH'egida. — iji Come i precedenti 
(a. 86) Coh. suppl. 67/— 



ROMA E I.A GERMANIA 359 



23. S" IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XIII GENS PER P P BllStO 

laureato a destra coll'egida (a. 87). — 9* Come i pre- 
cedenti Coh. 352/137 

24. ^ IMP CAES DOMITIAN AVG GERM COS XI BuStO laur. a d. 

coll'egida. — 3^ s e Vittoria a d. col piede su di un 
elmo in atto di scrivere de ger su di uno scudo appeso 
a un trofeo d'armi germaniche. Ai piedi del trofeo la 
Germania piangente seduta a destra su di uno scudo 
(a. 85) Coh. 453/469 

25. ^ IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI CENS PER P P BuStO 

laureato a d. coll'egida. — ^ Come i precedenti (a. 85), 

Coh. 454/471 

26. /©' IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XII CENS PER P P BuStO 

laur. a d. coll'egida. — I^ Come i precedenti (a. 86). 

Coh. 455/472 

27. /©' IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI CENS POT P P BuStO 

laur. a d. coll'egida. — 9' s e Vittoria a d. il piede su 
di un elmo, che si dispone a scrivere su di uno scudo 
appeso a un trofeo d'armi germaniche. Ai piedi del 
trofeo la Germania piangente seduta a destra su di uno 
scudo (a. 85) Coh. 456472 

28. /©' Variante con imp caes domit avg ger.m cos xiiii gens 

PER p p Testa laur. a d. (a. 88 o 89). Coh. II ed. 475 

29. ^ IMP CAES DOMITIAN AVG GERM COS XI BustO iaur. a d. 

coll'egida. — I^ s e Domiziano galoppante a d. collo 
scudo germanico in atto di colpire colla lancia un ger- 
mano abbattuto (a. 85) Coh. 471/483 

30. /fy IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI CENS POT P P BuStO 

laur. a d. coll'egida. — !;& Come il precedente (a. 85). 

Coh. 472/484 

31. /B' IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI! CENS PER P P TcSta 

laur. a d. — 9 Come i preced. (a. 86) . Coh. 473/485 

32. ^ IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XIII CENS PER P P TcSta 

laur. a d. R) Come i preced. (a. 87) . Coh. II ed. 486 

33. /& IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XIIII CENS PER P P Testa 

laur. a d. — I^ Come i preced. (a. 88 o 89). Coh. 474/487 

34. J^ IMP CAES DOMITIAN AVG GERM COS XI BuStO iaUr. a d. 

coll'egida. — !;& s e Domiziano a sin. coH'asta. Davanti 
a sin. un germano inginocchiato in atto di deporre l'elmo 
e lo scudo. Sotto un'asta (a. 85) . . . Coh. 475/488 

35. & IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI CENS POT P P BuStO 

laur. a d. coll'egida. — ì^ Come il prec. (a. 85). C. 476/489 



360 FRANCESCO GNECCHI 



37 



36. ^ IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XII GENS PER P P BuStO 

laur. a d. coll'egida. — ^ Come i precedenti (a. 86). 
* Coh. II ed. 490 

/P' IMP CAES DOMITIAN AVG GERM COS XI BuStO laUf. 3. à. 

coll'egida. — 9 ^ e Domiziano a sin. coU'asta e la 
spada. Ai suoi piedi il Reno sdrajato con un ramo 
(a. 85) Coh. 489/503 

38. ^ IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI CENS POT P P BuStO 

laur. a d. coll'egida. — R) Come il precedente (a. 85). 

Coh. 490/504 

39. ^ IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XII CENS PER P P BuStO 

laur. a d. coll'egida. — S) Come i precedenti (a. 86). 

Coh. 491/505 

40. ^ IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XIII CENS PER P P BuStO 

laur. a d. coll'egida. — 1$ Come i precedenti (a. 87). 

Coh. 492/506 

41. ^ IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XIIII CENS PER P P 

Testa laur. a d. — P Come i precedenti (a. 88 o 89). 

Coh. 493/507 

42. ^ IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XV CENS PER P P TeSta 

laur. ad. — 9 Come i preced. (a. 90 o 91) Coh. 494508 

MEDIO BRONZO. 

43. ÌB' IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI CENS POT P P BuStO 

radiato a d. coll'egida. — 9 s e Due scudi germani in- 
crociati, dietro i quali un vessillo, quattro lancie, due 
trombe e due clarini (a. 85) Coh. 461/536 

44. fy IMP CAES DOMITIAN AVG GERM COS X Busto radiato a' 

destra coll'egida. — I^ Come il precedente (a. 85). 

Coh. 462/537 

45. & IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XII CENS PER P P BuStO 

radiato a d. coll'egida. — Iji Come i precedenti (a. 86). 

Coh. 463/538 

46. ly IMP CAES DOMITIAN AVG GERM COS XI Busto radiato a 
d. coll'egida. — I^ s e Trofeo d'armi germaniche fra 
due prigionieri seduti a terra. L'uomo ha le mani legate 
dietro il dorso, la donna è nell'attitudine della tristezza 
(a. 85) . Coh. 464/539 

jy IMP CAES DOMITIAN AVG GERM COS XI Testa radiata a 
destra. — R) victoriae avgvsti s c Vittoria a sin. con 
una palma sta scrivendo su di uno scudo germanico 
appeso a un trofeo composto d'armi germaniche (a. 85). 

Coh. 546/639 



47 



ROMA E LA GERMANIA 361 



48. B' IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI GENS POT P P BuStO 

radiato a destra coll'egida. — I^ Come il precedente 
(3-85) Coh. 547/640 

49. Lo stesso con busto laureato a destra coll'egida (a. 85). 

Coh. 548/641 

50. ,& IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XI GENS PER P P BuStO 

iaur. a d. coll'egida. — I^ Come i precedenti (a. 85). 

Coh. 549/642 

51. & IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XII GENS PER P P BuStO 

Iaur. a d. coll'egida. — P Come i precedenti (a. 86). 

Coh. 550/643 

52. /& IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XII GENS PER P P TeSta 

radiata a d. — ^' Come i preced. (a. 86). Coh. II ed. 644 

53.. IMP CAES DOMIT AVG GERM COS XII GENS PER P P BuStO 

radiato a d. coll'egida. — F^ Come i preced. (a. 86). 

Coh. 551/645 

ADRIANO. 
ARGENTO. 

1. /& HADRIANVS AVG COS 111 P P TeSta ad. — F^ GERMANIA 

La Germania a sin. coll'asta e appoggiata al proprio 
scudo Coh. 263/802 

2. Variante. Testa laureata a destra . . . Coh. 263/803 

3. Variante. Busto a destra col paludamento Coh. 264/804 

4. /& HADRIANVS AVG COS III P P TeSta a d. — ^ GERMANIA 

La Germania a destra coll'asta e appoggiata al proprio 
scudo Coh. 265/805 

5. Variante. Testa laureata a destra . . . Coh. 265/806 

6. -B" HADRIANVS AVG COS III P P TeSta a S. — 9' GERMANIA 

La Germania a destra coll'asta nella sinistra e appog- 
giata allo scudo Coh. 266/807 

7. Variante. Testa laureata a destra . . . Coh. 266807 

GRAN BRONZO. 

8. /& HADRIANVS AVG COS III p p Busto laureato a des. — 

^ EXERCiTvs GERMANicvs s c Adriano a cavallo a destra 
in atto di arringale tre soldati, il primo dei quali tiene 
un'aquila e gli altri due delle insegne . Coh. 793 573 

9. Variante. Dei tre soldati il primo porta un'insegna, il 

secondo un vessillo, il terzo un' insegna e lo scudo. 

Coh. 794/574 
IO. Var. del n. 8 con exerc germa s c al rov. C. Il ed. 562 

46 



362 FRANCESCO GNECCHI 



M. AURELIO. 



ORO. 



Sy M ANTONiNvs AVG GERM SARM Busto laureato ad. — 
^ DE GERM TR pxxxi iMP Vili cos III p p Mucchio d'armi 
(a. J77) Coh. 66/155 



ARGENTO. 

2. Simile con testa laureata a destra . . . Coh. 67/156 

3. ^ M ANTONINVS AVG GERM SARM Testa laureata a d. — 

I^ DE GERM TR p XXX iMP VII! COS IH p p Due prigionieri 
germani seduti su degli scudi appiedi d'un trofeo (a. 176). 

Coh. 69/161 

MEDAGLIONE DI BRONZO. 

4. ^ M ANTONINVS AVG TR p XXVII Busto laur. e corazzato 

ad. — 91 GERMANIA svBACTA IMP VI COS IH Vittoria a 
destra in atto di erigere un trofeo appiedi del quale due 
prigionieri, una germana piangente e un germano legato. 
Di fronte alla Vittoria M. Aurelio in abito militare col- 
l'asta (a. 173) Coh. 364/214 

5. ^ M AVR ANTONINVS AVG TR p xxvii BuSto laur. a d. 

col paludam. — R) germanico avg imp vi cos ih Trofeo 
fra una germana piangente seduta a sin. su due scudi 
e un germano stante a destra che si volge a guardarla. 
Dietro lui uno scudo, (a. 173) .... Coli. Gnecchi 

6. ^ m ANTONINVS AVG TR p xxvii Busto laureato a d. — 

9 viCT GERM IMP VI COS III Vittoria in quadriga lenta a 
sin., volta all' indietro (a. 172) ... Coh. 392/993 

7. Variante con Busto laur. a d. in corazza, coH'egida sul 

petto (a. 172) Coh. 392/993 

8. Variante con tr p xxviii e busto laureato e corazzato a 

destra, visto per di dietro (a. 173) . . . Coh. 393/994 

GRAN BRONZO. 

9. ^ M ANTONINVS AVG GERM SARM TR P XXXI BuStO laUr. 

a d. — P DE GERMA s c Marc'Aurelio e Commodo in 

quadriga trionfale a destra (a. 177) . . Coh. 459/162 

IO. ^ Medesima leggenda. Testa laur. ad. — 9* de ger- 

MANis IMP vui COS III p p s c Mucchio d'armi (a. 177). 

Coh. 460/163 



ROMA K LA GERMANIA 363 



11. iy M ANTONiNvs AvG TR p XXVI Testa laureata ad. — 

P GERMANIA svBACTA iMP VI cos III s c La Germania 
piangente seduta su degli scudi, appiedi d'un trofeo 
(a. 172) Coh. 488/215 

12. ,C M ANTONINVS AVG TR p XXVII Testa laureata ad. — 

^ Come il precedente Coh. — /217 

13. i& Med. leggenda. Busto laur. e corazzato a destra. — 

^ Med. leggenda. La Germania piangente seduta a sin. 
appiedi d'un trofeo. Davanti a lei una tromba, un gia- 
vellotto e un vessillo (a. 173) .... Coli. 489/268 
J4. B' Come il precedente. — T^ Med. leggenda. La Ger- 
mania piangente seduta a d., appiedi d'un trofeo (a. 173). 

Coh. 492/222 

15. M ANTONINVS AVG TR p xxvii Tcsta laureata a destra. — 

F^ GERMANICO AVG iMP VI COS III s c Trofeo tra una 
germana piangente seduta a sin. su due scudi e un ger- 
mano in piedi legato e che guarda all' indietro. Dietro a 
lui uno scudo (a 175) Coh. 496/227 

16. Variante con busto laur. a d. (a. 173). • Coh. 497/228 

17. /Ey Med. leggenda. Testa laur. a d. — ì^ Med. leggenda. 
Trofeo fra una germana piangente seduta su di uno 
scudo e un germano in piedi a d. A terra dietro a lui 
uno scudo (a 173) Coh. 498/229 

r8. Sy Come il precedente. — R} vict germ (o germa) imp 
VI cos III s e in una corona d'alloro (a. 173). C. 791/9^5 

19. Variante con busto laur. e corazzato a d. Coh. 791/996 

MEDIO BRONZO. 

20. & M ANTONINVS AVG GERM SARM TR p XXXI Tcsta ra- 
diata a d. — tff DE GERM Trofeo appiedi del quale a si- 
nistra una germana piangente e a destra un germano 
legato (a. 177) • • • Coh. 455/157 

21. Variante con busto radiato a destra . . Coh. 456/158 

22. & Medesima leggenda. Testa rad. ad.— ^ de germ 
Trofeo come nel precedente ma il germano è a sinistra 
e la germana a destra Coh. 457/159 

23. Variante con busto radiato a destra . . Coh. 458/160 

24. -B' M ANTONINVS AVG TR p XXVI Testa radiata a d. — 

I? GERMANIA suBACTA IMP VI COS III s c La Germania 
piangente seduta su degli scudi appiedi d'un trofeo (a. 172) 

Coh. — /216 



364 FRANCESCO GNECCHI 



25. ^ Medesima leggenda. Busto laur. e corazzato ad. — 
I^ Medesima leggenda. La Germania piangente seduta 
a sinistra appiedi d'un trofeo. Davanti a lei delle armi. 

Coh. 490/219 

26. La stessa con testa radiata a destra . . Coh. — /220 

27. Jy Medesima leggenda. Testa laur. a à. — ^ Medesima 
leggenda. La Germania piangente seduta a sin. Dietro 
a lei uno scudo. Davanti due scudi e un giavellotto (a. 173). 

Coh. 491/221 

28. ,& Medesima leggenda. Busto laur. a d. in corazza. — 
I^ Medesima leggenda. La Germania piangente seduta 
a d. appiedi d'un trofeo fra delle armi (a. 173) C. 493/223 

29. Variante con testa laureata a destra . . Coh. 493/224 

30. -©" Medesima leggenda. Busto laur. (talvolta in corazza) 

a d. 9 Medesima leggenda. Germano piangente seduto 
fra delle armi appiedi d'un trofeo . . . Coh. 494/225 

31. Variante con tr p xxviii (a. 174) . . . Coh. 495/226 

32. ^ M ANTONiNvs AVG TR p xxvii Testa radiata a d. — 

^ vicT GERM iMP VI cos III s c in Una corona d'alloro 

(a- 173) Coh. 792/997 

33. Variante con busto radiato a destra (a. 173) Coh. 792/998 



COMMODO. 



ORO. 



1. & COMMODO CAES AVG FiL GERM SARM Testa giovanile a 
destra. — 9* de germanis Trofeo appiedi del quale sono 
seduti a sinistra un germano legato, a destra una ger- 
mana piangente (a. 176) Coh. 34/76 

2. IMP L AVREL COMMODVS AVG GERM SARM BuStO gioVane a 

sinistra. — de germ tr p ii cos p p Trofeo fra due pri- 
gionieri germani seduti a terra, una donna a sinistra 
piangente e un uomo legato a destra (a. 177) C. 34/80 

3. ÌB' Med. leggenda. Busto giovanile laur. ad. — 9 de 

GERM TR p II cos p p Mucchio d'armi . . Coh. 30/89 

4. Variante con tr pot Coh. 32/91 

ARGENTO. 

5. iy commodo caes AVG FiL GERM SARM Testa giovanile 

ad. — 9 DE GERMANIS Trofeo appiedi del quale sono 
seduti due prigionieri su degli scudi . . . Coh. 35/77 



ROMA E LA GERMANIA 365 



6. ^ IMP L AVREL COMMODVS AVG GERM SARM BuStO giova- 

nile a d. — I^ DE GERM TR p 11 cos p p Mucchio d'armi. 

Coh. 31/90 

GRAN BRONZO. 

7. i> IMP I, AVREI, COMMODVS AVG GERM SARM BuStO giova- 
nile laur. ad. — R) de germanis tr p h cos p p s c 
Mucchio d'armi (a. 177) Coh. 483/79 

8. -py IMP CAES L AVREL COMMODVS GERM SARM Testa gio- 
vanile laur. a d. — ^ DE germ tr p 11 cos s e Trofeo 
tra due prigionieri germani seduti a terra, una donna 
piangente a sinistra, un uomo a destra colie mani le- 
gate dietro il dorso Coh. 486/81 

9. Variante con busto laureato a destra . . Coh. 487/82 

10. & IMP L AVREL COMMODVS AVG GERM SARM Medesimo 
busto. — t{( Come i precedenti .... Coh. 488/83 

11. ^ Medesima leggenda. Testa giovanile laureata ad. — 

9^ Tipo simile, ma la germana è a destra e il germano 
a sinistra Coh. 490/86 

12. V^ariante con busto giovanile laureato a d. Coh. — /88 

13. ^ IMP CAES L AVREI. COMMODVS GERM SARM BuStO giova- 

nile laur. a d. — 9 DE germ tr pot ii cos s c Med. 
tipo coi due prigionieri seduti su due scudi. Coh. 486/92 

MEDIO BRONZO. 

14. ,©' COMMODO CAES AVG FiL GER.M SARM Tcsta rad. a d. — 

I^ DE GERM TR p II COS s c Mucchio d'armi. Coh. 489/84 

15. Variante con busto radiato a destra . . . Coh. 489 85 

16. & COMMODVS CAf:s AVG KiL GERM SARM Testa uuda. — 

I^ DE GERMANIS s c Trofeo appiedi del quale due pri- 
gionieri (a. 176) Coh. 485/78 

17. ^ IMP L AVREI. COMMODVS AVG GERM SARM Testa radiata 
a destra. — F$ Trofeo fra due germani seduti a terra. 

Coh. 491/87 

CARACALLA. 

ORO. 

I. & ANTONiNVS Pivs FEL AVG Busto laureato a destra. — 
P VICTORIA GERMANICA Vittoria che corre a destra con 
una corona e un trofeo Coh. 352/645 



366 FRANCESCO GNECCHI 



2 



ARGENTO. 



La stessa moneta Coh. 353/646 

3, jy ANTONINVS PIVS AVG BuStO laUP. a d. - Ri VICTORIAÈ 

Due Vittorie volanti e sostenenti insieme uno scudo sul 
quale si legge av gè Al disopra Caracalla in abito mi- 
litare, laureato, col globo e lo scettro. Sotto due pri- 
gionieri seduti e legati. Dietro a questi uno scudo. 

Coh. 346/619 



MEDIO BRONZO. 

4. ,-©" ANTONINVS PIVS AVG GERM Tcsta laur. d. — ^ P M 

TR p XVII iMP III cos mi p p s e Roma assisa su una 
corazza e uno scudo con una Vittoria e l'asta, il piede 
su di un elmo. Davanti a lei un germano inginocchiato 
in atto supplichevole (a. 214) Coh. 449/264 

5. Variante con busto radiato a destra Coh. suppl. 30/265 

6. Variante con busto radiato a sinistra . . Coh. 450/265 

7. S' Medesima leggenda. Testa laur. ad. — 9 Medesima 
leggenda. Vittoria a sin. con un trofeo che tiene colle 
due mani. Ai suoi piedi un germano inginocchiato. 



Coh. 451/268 



MASSIMINO I. 



ORO. 



1. ^ MAXiMiNvs PIVS AVG GERM Busto lauFcato 3 destra. — 

i^ VICTORIA GERM Vittoria a sin. con una corona e una 
palma. Ai suoi piedi un germano seduto e legato (a. 236). 

Coh. 38/106 

2. La stessa moneta (Quinario) Coh. 39/105 

ARGENTO, 

3. La stessa moneta Coh. 40/107 

4. La stessa moneta (Quinario) Coh. 41/108 

5. ^ iMP MAXIMINVS PIVS AVG Busto laureato a destra. — 

I^ VICTORIA GERMANICA Massimiuo in abito militare a s. 
coll'asta, coronato dalla Vittoria che tiene una palma. 
Ai piedi di Massimino un germano seduto in attitudine 
di tristezza Coh. 42/112 



ROMA E LA GERMANIA 



3^7 



MEDAGLIONE DI BRONZO, 

6. 91 MAXiMiNvs pivs AVG GERM Busto laureato a destra. — 
I^ VICTORIA GERMANICA Massimino galoppante a sin. cal- 
pestando due combattenti germani. È preceduto dalia 
Vittoria e seguito da un milite collo scudo. Coh. 47/116 

GRAN BRONZO. 

7. /ly Come il precedente. — ^ Victoria germanica s c 

Vittoria a sin. colla corona e la palma. Ai suoi piedi un 
prigioniero legato Coh. 94/109 

8. La stessa senza se Coli. Gnecchi 

9. ìy Come i precedenti. — 9 Victoria germanica Tipo 
del n. 5 Coh. 97/114 

10. Variante con maximimvs pivs avg . . . Coh. 99/113 

MEDIO BRONZO. 

11. Come il n. 7 Coh. 95/110 

12. Variante con busto radiato a destra. . . Coh. 96/111 

13. Come il n. 9 Coh. 97/115 

MASSIMINO I e MASSIMO. 

MEDAGLIONE DI BRONZO. 

I. R' MAXIMINVS ET MAXIMVS AVGVSTI GERMANICI BuSti affron- 
tati di Massimino laur. a d. e di Massimo a capo sco- 
perto a s. — r$ Come il n. 6 Coh. 3/4 

VALERIANO PADRE. 

ARGENTO. 

1. B' iMP VALERIANVS PIVS AVG Busto rad. ad. — ^^ ger- 
MANicvs max TER Trofco appiedi del quale sono seduti 
due prigionieri Coh. 54/79 

2. 3' iMP e p i.ic VALERIANVS p F AVG Busto rad. ad. — 

9 VICTORIA GERM Vittoria con una palma a destra, ap- 
poggiata allo scudo Coh. 150/245 

3. ^ Medesima leggenda. Busto rad. a d. ^ 9* Victoria 

GERM Vittoria a sin. con una corona e una palma. Ai 
suoi piedi un prigioniero seduto e legato. Coh. 151/248 

4. /fy iMP e Lic VALERIANO AVG Busto radiato a destra. — 

1$ VICTORIA GERMANICA Medesimo tipo . Coh. 152/251 



368 FRANCESCO GNECCHI 



5. S' Come il precedente. — 9* Victoria germanica Vit- 

toria con una palma a sin. appoggiata allo scudo. Ai 
suoi piedi un prigioniero Coh. 153/252 

6. Variante con imp p lic valeriano avg . Coh. — /253 

7. Variante con imp valerianvs p avo . . . Coh. —,'254 

8. ÌB' imp c p lic valerianvs p f avg Busto rad. ad. — 

t{( victoriae avgg IT germ Vittoria a sin. con una co- 
rona e una palma Coh. 154/242 

9. Variante con imp c p lic valerianvs avg . Coh. 155/243 

GRAN BRONZO. 

10. ^ imp c p lic valerianvs p f avg Busto laur. ad. — 

ì^ VICTORIA GERM s c Vittoria a sin. con una corona e 
una palma Coh. 219/246 

11. Come il precedente con un prigioniero appiedi della 
Vittoria Coh. 221/249 

MEDIO BRONZO. 

12. Come il n. II Coh. — /250 

13. Come il n. IO Coh. 220/247 



GALLIENO. 

ORO. 

1. ,& GALLiENvs p F AVG Busto laur. e cor. a s. con lancia 

e scudo. — I^ viCT GERMANICA Vittoria che cammina a 
sinistra con una corona e una palma . Coh. 564/1046 

2. ^ Come il preced. — ^ Medes. leggenda. Vittoria che 

corre a sin. con una corona e un trofeo, calpestando un 
germano {Quinario) Coh. 570/1057 

3. ^ IMP GALLIENVS AVG GERM Busto laur. e cor. ad. — 

5' VICTORIA GERM Vittoria a s. colla corona e la palma 
Ai suoi piedi un prigioniero germano . Coh. 617/1158 

4. Varietà con imp lic gallienvs p f avg . Coli. Gnecchi 

5. Varietà con imp gallienvs p f avg germ Busto laureato 

a destra Coli. Trivulzio 

6. ÌB" imp c p lic gallienvs p f avg — 9' victoriae avg 
germanica [sic) Vittoria a sin. colla corona e la palma. 
Ai suoi piedi un prigioniero Coh. — /ii97 



ROMA E LA GERMANIA 369 



ANTONINIANO o P. BRONZO. 

7. ÌB" galliexvs avg Busto rad. e cor. a d. — I^ german 

MAX TR p Trofeo appiedi del quale due prigionieri ger- 
mani Coh. suppl. 22,305 

8. ly IMR GALLIENVS R F AVG BuStO rad. a d. — GERMANICVS 

MAxiMvs Medesimo tipo Coh. 185/306 

9. 'B' iMP p Lic GAi.LiEWS R F AVG Testa rad. a destra. — 

R! GERMANICVS MAX TER Medesimo tipo . Coh. 186/307 

10. ì^ GALLIENVS P F AVG BuStO rad. a d. ~ ti GERMAMCVS 

MAX V Medesimo tipo Coh. 188/308 

11. Variante con busto rad. e cor. a s. con scettro e scudo 

Coh. 189/310 

12. Variante con imp gallie.ws r .\vg Busto a d. Coh. — /312 

13. Variante con gallienvs r avg Busto rad. a d. Coh. 187/ — 

14. Variante con gallie.ws avg germ v Busto radiato a si- 

nistra con lancia e scudo Coh. — /314 

15. ^ iMR gallie.ws r f AVG Busto rad. a d. — 1^ vicr 

ger.m Vittoria che cammina a sin. colla corona e la 
palma. Ai suoi piedi un prigioniero . . Coh. 562/1045 

16. /ly gallif-.ws p f AVG Busto rad. e corazzato a sinistra 

con lancia e scudo. — I^ vicx germanica Medesimo tipo 

Coh. 563/- 

17. .1^ Come il precedente. — 1^' Come il precedente senza 

il prigioniero Coh. — /1047 

18. Variante. Busto ladiato e corazzato a d. Coh. — /1048 

19. Variante. Testa radiata a destra . Coh. suppl. 63/1049 

20. Variante. Busto radiato e corazzato a sinistra, armato 

di lancia e scudo Coh. 568,1050 

21. >& IMR GALLIENVS AVG Busto radiato e corazzato ad. — 

9' viCT GERMANICA Vittoria che corre a destra con una 
corona e un trofeo Coh. 565/1051 

22. Variante imr gallienvs v avg Busto radiato e corazzato 

a destra Coh. — /1052 

23. Variante imp gallienvs r avg Busto rad. a d. Coh. — /1053 

24. Var. IMR gallii^jvs p f avg Busto rad. a d. Coh. 566/- 

25. Var. IMR gallienvs pivs avg Busto rad. a d. Coh. 567/1054 

26. Variante gallienvs r f avg Busto radiato e corazzato 

a sinistra, armato di lancia e scudo . . Coh. 568/1055 

27. Var. gallienvs avg germ v Busto e. s. Coh. 569 1056 

28. -B' gallienvs p f avg Busto e. s. — ^ vict germanica 

Vittoria che corre a s. con corona e trofeo calpestando 
un germano seduto a terra e legato . Coh. 571 1059 

47 



370 FRANCESCO GNECCHÌ 



29. Variante con busto radiato a destra . . Coh. — '1060 

30. tì' GAM-iENvs p F Avci Busto radiato e corazzato ad. — 
^ viCT GERMANICA Vittoria che cammina a d. con una co- 
rona e un trofeo. Sotto i suoi piedi un globo. Ai lati 
due jjermani seduti a terra Coh. 573 1062 

31. Variante con busto a destra {Quinario) . Coh. 574 1064 

32. Variante. Busto rad. e cor. a s. armato di lancia e scudo. 

Coh. 575/1065 

33. Variante con imp gali.ienvs avg Busto rad. e cor. a d. 

Coh. — /1066 

34. Var. con imp galijenvs pivs avg Busto e. s. C. 576 1067 

35. iy IMP e p Lic gali.ienvs p f avg Busto come sopra. — 
9 VICTORIA germ Vittoria a s. colla corona e la palma. 
Ai suoi piedi un prigioniero Coh. — /1160 

36. Variante con busto laureato e paludato a d. Coh. — /1161 

37. Variante con imp gallienvs p f avg germ Busto radiato 

e corazzato a destra Coh. 618/1162 

38 Var. con imp gallienvs p f avg g m Testa laur. a des. 

Coh. — ;ii63 

39. Var. con imp c p lic gallienvs avg Busto radiato e co- 

razzato a destra Coh. — /1164 

40. Var. con imp gallienvs p f avg Busto radiato e coraz- 
zato a destra Coh. — ,1165 

41. & IMP gallienvs avg Busto radialo e corazzato ad. — 
Ip. VICTORIA GERMAN Vittoria a d. colla palma nella s. 
in alto di presentare una corona a Gallieno che tiene 
il globo e l'asta Coh. 620/1173 

42. Variante con imp- gallienvs p f avg Busto radiato a d. 

Coh. 621/1174 

43. >& imp gallienvs p f AVG GERM Busto radiato ad. — 
^ VICTORIA germanica Vittoria a s. colla corona e la 
palma. Ai suoi piedi un prigioniero germano. C — /1175 

44. GALLIENVS AVG GERM Busto rad. e cor. a s. con asta e 

scudo. — 1^ VICTORIA GERMANICA Vittoria corrente a d, 
su di un globo sostenuto da due schiavi germani seduti 
e legali Coh. 622/1176 

45. Var. con gallienvs avg germ v . . . Coh. 623/1177 

46. Var. con GALLIENVS AVO germ Testa rad. a d. Coh. — /1178 

47. Var. con imp gallienvs pivs avg Busto radiato a destra. 

Coh. 624/1179 

48. Var. con gallienvs avg Come il preced. Coh. — /1180 

49. Var. con gallienvs p f avg Come il prec. Coh. — /1181 



ROMA E LA GERMANIA 37I 



50. Var. con imp galijenvs p f avg Busto radiato e coraz- 

zato a destra Coli. Gnecchi 

51. ■& GAi.LiENVs p F AVG Biisto laur. a s. con asta e scudo. 

— i^ VICTORIA GERMANICA Vittoria corrente a s. colla 
corona e la palma Coh. — ,1182 

52. B' IMI» GAI.LIENVS p F AVG GERM Busto rad. e cor. ad. — 
9' VICTORIA G M Vittoria con corona e palma a sin. Ai 
suoi piedi un prigioniei'o legato . . . Coh. 625/1185 

53. Var. IMP GALLIENVS p F AVG G M Busto radiato a destra. 

Coh. 627/1187 

54. /B' IMP GALIJENVS p F AVG G M Busto rad. e cor. ad. — 

^ VICTORIA G M Trofeo fra due prigionieri. C. 628/1189 

55. ly IMP e p Lic tJALLiENVs p F AVG Busto radiato e 
corazzato a destra. — F$ victoriae avgg it germ Vittoria 
a sin. colla corona e palma. Ai suoi piedi un prigioniero. 

Coh. 635 II 98 

56. Var. IMP GAI.LIENVS p E AVG GERM Busto rad. e cor. a d. 

Coh. 636/1 199 

MEDAGLIONE DI BRONZO. 

57. B" IMP GAI.LIENVS p F AVG GERM Busto lauf. e cor. a d. 

— 5^ VICTORIA GERMANICA Gallieno a d. coronato dalla 
Vittoria. Dietro Gallieno un prigioniero seduto, davanti 
uno inginocchiato Coh. 733/1183 

GRAN BRONZO. 

58. & IMP GAI.LIENVS p F Avv. GER.M Busto laur. e cor. a d. 

— li viCT(^RiA GERM s c Vittoria a s. con corona e 
palma. Ai suoi piedi un prigioniero . Coh. 845/1167 

59. Var. con imp gallienvs p f avg g m Busto laurealo. 

Coh. 847/1 169 

60. Var. con imp gallienvs pivs avo Testa laur. a destra. 

Coh. 848 1 170 

61. Testa laur. Victoria g m s c Med. tipo. Coh. 851/1188 

MEDIO BRONZO. 

62. B" IMP GALLIENVS p F AVG Busto laur. ad. — ^ vict 
GER li Vittoria a sinistra con corona e palma. Ai suoi 
piedi un prigioniero Coh. 827 1044 

63. & (ìallienvs p f avg Busto laur. a d. — tj vicioria 
GERM Vittoria con corona e palma a s. Ai suoi piedi 
un' prigioniero Coh. 8461171 



372 FRANCESCO GNECCHI 



64. Var. con testa laurata a destra . . . Coh. 849/1172 

65. Var. con imp gallienvs p f avg g m Testa laureata a d. 

Brera 

66. i^ GALLiENvs p V AVG GERM Biisto laureato e coronato 

a sinistra con asta e scudo. — ^ Victoria germanica 
Gallieno coronato dalla Vittoria. Ai lati dell'imperatore 
due prigionieri legati Coh. 850/1184 

QUINARIO DI BRONZO. 

67. B' GALLIENVS p I' AVG Busto laur. e coraz. a destra. — 

^ GERMANicvs MAX V Trofeo appiedi del quale due pri- 
gionieri germani Coh. 190/315 

68. ^ GALLIENVS p F AVG Busto laureato e corazzato a sin. 

armato di lancia e scudo. — 1^ vict germanica Vittoria 
che corre a sin. con corona e trofeo calpestando un ger- 
mano Coh. — /1058 

69. GALLIENVS p F AVG Busto laur. ad. — 9^ vict germa- 

nica Vittoria che cammina a d. con una corona e un 
trofeo, su di un globo ai lati del quale due prigionieri. 

Coh. 574/1064 

70. i& imp GALLIENVS AVG GERM Busto laur. e cor. ad. — 

I^ VICTORIA GERM Vittoria a sin. con corona e palma. 

Gnecchi 

71. i^ IMP e p Lic GALLIENVS AVG Busto laur. e cor. ad. — 
R) VICTORIA GERM Vittoria a sinistra con corona e palma ; 
ai suoi piedi un prigioniero Coh. 619/1166 

72. ^ IMP GALLIENVS p F AVG GERM Busto laur. e cor. ad. — 

9/ VICTORIA G M Vittoria come sopra . Coh. 626/1186 

POSTUMO. 

ORO. 

1. ^ posTVMvs AVG Busto coH'elmo e la corazza a sinistra. 

Sull'elmo si vede la Vittoria in biga. — ^ vict germ 
p M tr p V cos III p p Postumo a sin. coronato dalla 
Vittoria Coh. 178/367 

2. Var. con postvmvs pivs avg Testa laur. a d. C. — /369 

ANTONINIANO. 

3. ^ IMP c POSTVMVS p F AVG Busto rad. a d. — I^ ger- 

MANicvs MAX V Trofeo appiedi del quale due prigionieri. 

Coh. 83/84 

4. Come il n. I Coh. 179/368 



ROMA E LA GERMANIA 373 



GRAN BRONZO. 

5. Come il n. 3 Coh. 223/85 

MEDIO BRONZO. 

6. Medesimo tipo Coh. 224/86 



TETRICO PADRE. 



ORO. 



I. & iMP c c .p F.sv TETRicvs AVG Tcsta laureata a sin. — 
I^ VICTORIA GERM Teti'ico a sin. col globo e l'asta co- 
ronato dalla Vittoria. Ai suoi piedi un prigioniero. 

Coh. 33/195 

CLAUDIO GOTICO. 

IMCCOLO BRONZO. 

1. ,& iMP cLAVDivs ì> F AVG Busto rad. a d. — 9 victor 
GER.M Vittoria a sin. con uno scudo e una palma fra due 
prigionieri Coh. 220/ — 

2. ^ iMP cLAVDivs p F AVG Busto rad. a d. — 9 victor 

GERMAN Trofeo fra due prigionieri seduti a terra. 

Coh. suppl. 22/289 

3. ,©' iMP e CLAVDivs AVG Testa rad. a d. — 9' Victoria g m 
Vittoria a sinistra con uno scudo e una palma fra due 
prigionieri seduti a terra Coh. 219/304 

4. & iMP clavdivs AVG Busto rad. a d. — F^ Victoria 
german Trofeo fra due prigionieri . , Coh. 216/305 

5. Var. con imp ci.avdivs p f avg .... Coh. 217/306 

6. ,iy iMP e M avr ci.avdivs avg Busto rad. — ^ Victoria 

germanio Medesimo tipo Coh. — /307 

AURELIANO. 

PICCOLO BRONZO. 

I. iy IMP avrei. lANvs AVG Busto rad. e corazzato a d. — 
R) VICTORIA GERM Vittoria che cammina a sinistra colla 
corona e la palma Coh. 202/259 



374 



FRANCKSCO GNECCHI 



13 



PROBO. 



ORO. 



1. B" iMP l'KOBVs AVG Busto laureato e corazzato a d. — 
]^ VICTORIA GERM Trofco fra due prigionieri. C. 47/755 

2. ly iMP PROiìvs AVG Busto a s. in elmo e corazza armato 
di lancia e scudo. — 9 Victoria germ Medesimo tipo. 

Coh. 48/762 

3. Var. IMI' PROBVS avg Busto laureato a sinistra colla co-_ 

razza, l'egida e la spada Coh. — /763 

ANTONINIANO. 

4. ìy iMP PROBVS I' AVG Busto laureato e corazzato ad. — 
P VICTORIA GERM Vittoria che cammina a sinistra con 
corona e palma fra due prigionieri seduti e legati. 

Coh. 570 761 

5. & Come il precedente. — 9' Victoria germ Vittoria 
che cammina a d. con una corona e un trofeo tra due 
prigionieri seduti e legati Coh. 572/759 

6. Variante con ijip probvs p f avg . . . Coh. - /760 

7. ^ PROBVS p F AVG Busto radiato e corazzato a des. — 
P VICTORIA GERM Trofeo fra due prigionieri. C. 573/766 

8. Variante imp probvs avg Busto laureato e corazzato a d. 

Coh. 574/767 

9. Variante. La stessa con busto radiato e corazzato a d. 

Coh. 575/768 
To. Variante imp c m avr probvs avg Busto laur. C. 580/765 
li. Variante imp probvs p t avg Busto rad. e corazz. a d. 

Coh. -/773 
12. Variante imp c probvs avg Busto e. s. . Coh. — '775 



MEDIO BRONZO. 

,& IMP c M AVR probvs p f AVG Busto laureato e co- 
razzato a d, ~ 1^' VICTORIA GERM Vittoria a d. volta al- 
l'indietro con corona" e palma fra due prigionieri a terra. 

Coh. 571 758 

14. Lo stesso, ma la Vittoria porta una corona e un trofeo. 

Gnecchi. 

15. y IMP e M AVR PROBVS AVG Busto laur. e cor. ad. — 
ip VICTORIA GERM Trofeo fra due prigionieri. C. 579 764 



ROMA E LA GERMANIA 375 



QUINARIO DI BRONZO. 

i6. ^ iMP PROBVs V F AVG Busto laureato e cor. a d. — 
ì^ VICTOR GER Vittoria che cammina a d. con una corona 
e un trofeo fra due prigionieri a terra . Coli. 555 734 

17. Variante con victor germ Coh. — /735 

18. ^ IMP PROBVS p K AVG Busto laur. e corazzato a d. — 

R} VICTORIA GER Vittoria che cammina a destra con una 
corona e un trofeo Coh. — 754 

19. ìy IMP PROBVS AVG Busto laur. e cor. a d. — 9^ Victoria 
GER Trofeo fra due prigionieri .... Coh. 568 756 

20. Var. con imp probvs p avg Busto laur. a d. C. 569,757 

21. .& IMP PROBVS AVG Busto laur. e cor. a d. - fji' Victoria 
GERM Trofeo come sopra Coh. — '774 

22. Var. PROBVS avg Busto laur. ad.. . . Coh. 576/769 

23. Var. Lo stesso col busto visto per di dietro. Coh. — 770 

24. Var. Busto laur. e cor. ad Coh. — 771 

25. Var. PROBVS p avg Busto laureato a des. Coh. — /772 

26. Var. IMP PROBVS p f avg Busto I. e e. a d. Coh. 577 774 

27. Var. IMP e PROBVS p f avg Coh. 578/776 

CARINO. 
ORO. 

1. ^ IMP c M AVG CARiws p F AVG Busto lauf. a d. — 
1^ VICTORIA GERMANICA Vittoria in biga veloce a s. con 
corona e palma. Sotto la biga un prigioniero. C. 28 158 

2. Var. IMP e CARiNVS p f avg Busto laur. a d. Coh. - 159 

CARAUSIO. 

PICCOLO BRONZO. 

1. & IMP CARAVSivs AVG Busto rad. a d. — ii' Victoria 
GER Trofeo fra due prigionieri .... Coh. 262/385 

2. ■& I.MP e CARAVSIVS P AVG BuStO C. S. — ì^ VICTORIA 

GER.MA Medesimo tipo Coh. — 386 

COSTANTINO MAGNO. 

ORO. 

1. /& coNSTANTiNvs p F AVG Tcsta laur. a d. — 9" ''^'•''^" 
MANNiA (all'esergo) gavuivm ro.manorvm (in giro). La 
Germania seduta a terra in atto di tristezza a sin. che 
si volge all' indietro guardando un trofeo. Coh. 59 165 



376 FRANCESCO GNECCHI 



2. Var. La Germania non si volge all' indietro e appoggia 

la mano sinistra a terra Coh. 60/166 

3. Var. La stessa di piccolo modulo . . . Coh. — /167 

4. Var. La stessa di piccolo modulo senza l'iscrizione ala- 

MANNiA e con TR all'esergo Coli. Gnecchi 

5. ^' Come i precedenti. — ^ franc et alam (all'esergo) 

GAVDivM ROMANORVM (in giro). Trofeo appiedi del quale 
la Francia e la Germania Coh. — /169 

6. Var. Busto di Costantino nimbato a sin. col manto im- 

periale col globo niceforo e un libro . . Coh. 62/170 

C R I S P O. 

ORO. 

1. ly FL ivL cRispvs NOB CAES Busto laur. a sinistra. — 

9 ALAMANNIA (all'cSergo) GAVDIVM ROMANORVM (in gÌro). 

La Germania seduta a sin. piangente in atto di rivol- 
gersi a guardare un trofeo Coh. 6/74 

PICCOLO BRONZO. 

2. ^y FL ivL CRispvs NOB CAES Testa laur. a destra. — 

P ALAMANNIA DEViCTA Vittoria che cammina a d. con un 
trofeo e una palma calpestando un prigioniero. Coh. 29/1 

3. Variante con crispvs nob caes Coh. 30/2 

COSTANTINO II. 

ORO. 

1. ly FL CL coNSTANTiNvs iVN N c Testa laureata ad. — 

9* Tipo di Crispo, n. i Coh. 26/108 

PICCOLO BRONZO. 

2. ^ CONSTANTINVS ivN NOB CAES Busto laur. a destra — 

I^ ALAMANNIA DEVicTA Medcsimo tipo di Crispo. e. 73/1 

3. Variante con constantinvs ivn nob c . . Coh. 74/2 

Francesco Gnecchl 



Di un Sestante inedito e singolare 

CON LEGGENDA BILINGUE 
battuto nella metropoli etnisca di Tarquinia 




Dell'officina monetaria di Tarquinia finora non 
si conosceva alcun esemplare coniato. Si è attribuito 
a quella celebre metropoli etrusca una serie di aes 
grave, mentre già si conoscevano, per essersi rinve- 
nuti nelle terre tarquiniesi ed in quelle adiacenti di 
Cere e di Vei, parecchi pezzi d'aes rude e signatum, 
i quali attestano l'esistenza in quelle sedi di un'offi- 
cina monetaria fin da epoche remotissime (''. Ora 
l'unico esemplare battuto che ci ricordi la città di 
Tarquinia, è il piccolo sestante di sistema ridotto, 
da me posseduto, e che qui si pubblica per la prima 
volta. Esso reca i seguenti tipi : 

^ — Testa galeata di Pallade a dr., dietro due giobetti, 
intorno leggenda in caratteri etruschi ANT'?^... 
. . . {archna). 

r^ — Protome di cavallo origliato a dr., con delfino sot- 
tostante. Attorno, leggenda latina . . .MA ... i .. NO 

(Romano). 

JE, grammi 3,20. 



(i) MoMMSEN : Hist. de la monn. rom. Tradut. Blacas, IV, pag. 13 
et suiv. — Fabretti h.: Il Museo d'antichità della R. Università di To- 
rino, T872, § 41. — Garrucci R. : Monete dell'Hai, ant., parte I (Mon. 
fuse), pag. 24 e tav. XLVI, n. i 39. 

48 



Q^8 GIOVANNI PANSA 



L'esemplare è in eccellente stato di conserva- 
zione e se le due leggende non sono complete, ciò 
si deve al fatto che esso non è centrico; per modo che 
nella pressione esercitata dal conio la prima lettera 
è sfuggita interamente, e le altre due, appena ac- 
cennate, ho ricostruite coi puntini alla parte man- 
cante. Ciò non toglie che la prima delle leggende, 
in carattere etrusco, debba integrarsi con l'ag- 
giunta di una T, per potersi leggere Tarchna, che 
in etrusco corrisponde a Tarquinia. Infatti il nome 
di questa città non è già Tarchuna, come alcuni 
hanno supposto, ma Tarchna, e ciò è dimostrato 
dalle iscrizioni che di recente si sono rinvenute. La 
seconda leggenda, del rovescio, è più difettosa, ma 
non si può sconvenire, anche per ragioni di analogia 
con le altre monete dello stesso tipo, che le poche 
lettere superstiti facciano parte della leggenda RO- 
MANO. Abbiamo così una moneta nuova e singolare, 
del cosidetto tipo alla testa di cavallo, con leggenda 
bilingue. I tratti delle lettere hanno anche una fiso- 
nomia particolare. La lettera A latino-arcaica, che si 
trova in alcuni alfabeti pompeiani O e così pure nei 
monumenti volsci ed in quelli dei marsi, scritti da si- 
nistra a destra con caratteri romanizzati ^^^ ricorre, 
sebbene non abitualmente, nell'alfabeto etrusco, come 
è dimostrato da alcune iscrizioni di vasi provenienti 
da Vulci (3). Non deve meravigliare che questa let- 
tera nella stessa leggenda vada unita ad un'altra fì, 
corrispondente alla vera e più comune forma etrusca. 
Esempi consimili di quest' ultima lettera ad arco 
tondo e della A, ad arco acuto, si notano promiscua- 
mente in altre iscrizioni '4'. 



(i) Garrucci R. : Graffiti di Pompei, tav. I, n. 8, 12. 

(2) Fabretti a.: Corpus inscript, ital., 1." suppl., parte II, fase. i.° 
Osservaz. paleograf. „, pag. 170, 176. 

(3) Ivi, n. 2453 bis ", 2178, 2246. 

(4) Fabretti : Op. cit. pag. 174. 



DI UN SESTANTE INEDITO E SINGOLAUE 379 

La lettera T {eh) neppure apparterrebbe all' al- 
fabeto etrusco, al quale spettano invece la 4' o T, 
che fu copiata ai greci. Ma qui si osservi che nem- 
meno gli Umbri, né i popoli della Campania e del 
Sannio ebbero il suono della gutturale aspirata (^i; 
e d'altra parte a nessun alfabeto italico può ascri- 
versi quella lettera meno che all'etrusco, ritenendola 
una variante ingentilita della t, la quale arieggia 
quella rotondeggiante H^, che pure s'incontra nel- 
l'alfabeto etrusco (2). 

Il tipo, in fine, della nostra moneta si può dire 
perfettamente conforme a quello delle monete di 
Cosa o Cossa VolcienUiim, altra città dell' Etr uria presso 
Orbetello, dove ora è Ansidonia, alla quale il Gar- 
rucci, dopo l'Eckhel e il Lanzi, ha attribuito quelle 
monete che hanno la leggenda COSANO o COZANO (3) 
contro l'opinione del Carelli. dell'Avellino, del Mil- 
lingen, del Ruhnken e del Madvvig, rinnovata recen- 
temente dall'Head '4), i quali le avevano ritenute come 
spettanti ad una Cosa della Campania o del Samnio e 
più propriamente ad una città di simil nome del ter- 
ritorio degl'Irpini. La differenza fra la nostra mo- 
netina e le monete di Cosa, sta solo nel peso, ch'è 
di gr. 3,20 per la prima e quasi il doppio per queste 
ultime. Ciò farebbe supporre come le monete co- 
sane oggi conosciute non sieno che dei multipli. 



(i) Solamente alcune iscrizioni di vasi capuani, le quali rivelano 
un'influenza della grafia etrusca, hanno y (Fabretti : Op. cit. n. 2754 »• '') 
nonché una patera trovata presso S. Agata dei Goti, che reca traccie 
dell'antica ortografia greca (H) = %). (Fabretti : Ivi, " Osserv. pai. », 
pag. 204). 

(2) Fabretti : Ivi, n. 2328. 

(3) EcKHEL : Sylloge, 1, pag. 81. — Lanzi: Sax'g'o di lingua etnisca, 
ir, pag. 48. — Garrucci : Mon. dell'Ital. aiti., parte II, pag. 74 e segg. 
e tav. LXXXII, n. 33, 24, 25. 

(4) Histor. niim., pag. 25. L'Head, seguendo il Poole (Brilish. Mus. 
Calai, u Italy ", pag. 69, n. x, 2, 3), continua ad attribuire quelle mo- 
nete ad una Compsa del Sannio. 



380 GIOVANNI PANSA 



ovvero dei quadranti corrispondenti al piccolo se- 
stante tarquiniese, secondo un sistema in comune 
adottato. Rivendicate, come si è detto, all'antica Cosa 
etrusca le monete con la leggenda di cui sopra, 
anche la monetina di cui ci occupiamo per la prima 
volta non può appartenere, per l'analogia dei tipi e 
dello stile, che ad una città etrusca dello stesso ter- 
ritorio. Questa città, delle dodici che allora, insieme 
a Cosa, formavano una dodecapoli, è evidentemente 
Tarquinia. 

Cosa, situata presso Orbetello, sul monte Ar- 
gentaro, dove oggi sono le rovine di Ansedonia, 
entrò, dopo la caduta di Faleria, nel numero delle 
dodici città confederate, a capo delle quali, come 
madre patria, risiedeva Tarquinia <i), ch'era posta 
sopra un colle vicino al fiume Marta, sulla stessa 
strada che da Cosa conduceva a Roma. Gli avanzi 
di Tarquinia si vedono sopra una collina bislunga, 
detta ancora « il colle di Tarchino », circa due miglia 
distante da Corneto e quattro dal mare. I sepolcri 
gentilizi di Tarquinia, con le loro ricche suppellettili, 
mostrano tuttora la grande civiltà di quella metro- 
poli etrusca e il grado d'eccellenza a cui seppero 
pervenire i suoi abitanti, la cui perizia nel mare e 
le smisurate ricchezze provocarono di continuo il 
risentimento e la cupidigia di Roma (2). Per la guerra 
coi romani la potenza di Tarquinia e delle altre 
città della dodecapoli decadde molto, e non tardò 
assai che quella divenne, insieme a Cosa, colonia 
romana. 
" Tale era nell'anno 474 (280 a. C.) (3», epoca a 



(i) Moller O. : Die Elrusker. Stuttgart, 1877, I, pag. 67 e seg. — 
NoEL DES Vergers: L'Etriirie et les Etrtisques, 1862, I, pag. i49etsuiv. 

(2) Cfr. Byres : Hypogaei or the sepulcral caverns of Tarquinia. 
Londres, 1842. — Muller : Die Elrusker, cit., I, pag. 118 et suiv. 

(3) Mommsen : Storia Romana. Traduz. Sandrini, voi. I, pag. 402. 



m UN SESTANTE INEDITO E SINGOLARE 381 



cui approssimativamente deve ascriversi la nostra mo- 
neta. Ed appunto cogli anni 303-270 a. C, si fanno 
coincidere le emissioni dei tipi con la leggenda 
ROMANO, che si credono fatte dalle colonie e dalle 
città deditizie o alleate di Roma. 

Tutti i popoli, a quanto sembra, che godettero re- 
lazioni d'alleanza con Roma a pari condizioni (foedus 
aequum), coniarono monete in argento e in bronzo con 
la leggenda suddetta. Quelle in ispecie con la testa 
del cavallo che, sia per ragioni di stile che di prove- 
nienza, accusano tante sedi diverse e disparate, sono 
state fino ad oggi dai più autorevoli numismatici, fra 
cui il Bahrfeldt, l'Haeberlin, il Milani ed altri, rimandate 
all'anno 343 come provenienti da una officina suc- 
cursale di Roma, istituita nella città di Capua allora 
soggetta completamente {dcdititid) a Roma. Ma il 
Sambon teste ha saviamente osservato come nulla 
ci autorizza finora' a ritenere Capua centro di quella 
straordinaria emissione. Anzi dalla critica storica in- 
torno alla narrazione confusa e contradditoria degli 
annalisti del secolo d'Augusto sugli avvenimenti che 
ridussero Capua alla dipendenza di Roma, e dall'ana- 
lisi dei ripostigli ove furono trovate quelle monete 
emerge, al contrario, ch'esse furono coniate su larga 
scala « per regolare, come moneta di tipo unico, 
il vasto commercio che traversando la Puglia, il 
Sannio ed il Lazio, faceva capo a Roma », e che sor- 
tirono probabilmente in gran copia dalle officine di 
Calvi (ove già dal 334 i romani avevano condotta 
una colonia) e di Arpi, città devota a Roma fin dal 
326 ''). Tuttavia l'uso di quelle monete si era esteso 



(i) Sambon A. : L'Aes grave ilatico (in Riv. Hai. di Num., an. XX, 
1907, fase. Ili, pag. 367 e segg.). Il Garrucci : (Mon. dell'Italia ani., 
parte II, pag. 60 e tav. LXXVII, 22), riporta una moneta col tipo della 
testa di cavallo e la leggenda SVES in basso, al posto dtlla leggenda 
ROMANO. Non si può giudicare però se trattasi di moneta apparte- 



382 GIOVANNI PANSA 



largamente anche all'Etruria, dove fin dal III secolo 
avevano incominciato ad affluire i prodotti della 
Campania, come i vasi a vernice nera ed a rilievo (0, 
Anche nella parte più settentrionale dell' Etruria, 
dalle officine celtiche cisalpine si emisero in gran 
copia monete al così detto tipo campano, con pro- 
tome di cavallo; e forse sono quelle stesse che hanno 
la leggenda ROMANO stravisata (^). Però non bisogna 
confondere queste monete, che potrebbero essere 
disfigurazioni anziché imitazioni, con quelle di stile 
più barbaro, aventi nomi propri gallici con termina- 
zione in OS (3I. Di queste monete con protome equina 
e leggenda nord-etrusca, propria dei popoli Salassi, 
furono trovati moltissimi esemplari, insieme ad oboli 
di Marsiglia , nel tesoro di Valenza (Dròme) in 
Francia (+>. Il Duchalais e gli altri redattori del ca- 
talogo della Biblioteca Nazionale, hanno esattamente 
considerate queste monete come imitazioni delle 
campane, rimandandole tuttavia ad un'epoca poste- 
riore all'anno 250 a. C. 

Il Mommsen pure fa menzione d'un ripostiglio 
di dette monete, trovato a Jonquières, fra Grange e 
Sorges, insieme ad oboli di Marsiglia (5). Si ritiene 
generalmente che i nomi terminati in os sieno di 
capi gallici e non di città. 

Neil' Etruria transtiberina e specialmente nel- 



nente all'officina di Suessa, o piuttosto d'una moneta già appartenuta a 
quella officina, ma ribattuta in seguito, senza perdere qualche traccia 
della leggenda primitiva. 

(i) Cfr. Martha J. : L'art élrusque. Paris, 1889, pag. 130. — Gazette 
ArchéoL, an. V, 1879, pag. 45 et suiv. — BtilMt. dell'Itisi, di Corr. Archeol., 
1880, pag. 50, III ; Ivi, 1881, pag. 261. 

(2) Garrucci : Ivi, pag. 61. 

(3) Garrucci: Ivi., pag. 72 e tav. LXXXII, n. 12. 

(4) PoNCET E. : Oboles de Marseille et tnonnaies a legende nord- 
élrusque (in Reviie Niiniisin., Paris, 1903, IV" sér., tom. VII, pag. 87 et 
suiv., e tav. VI, n. 19, 20). 

(5) Mommsen : Die nordetrusck alphab., pag. 213, n. 36, 37. 



DI UN SESTANTE INEDITO E SINGOLARE 383 



l'attuale territorio corrispondente all' antico volcen- 
tano, si scoprirono in abbondanza le monete di rame 
con la testa di Pallade e la protome equina, delle 
quali il solo deposito delle acque di Vicarello fornì 
nientemeno che novecento sedici esemplari *^). La mo- 
neta di Cosa e quella di Tarquinia che oggi s'incontra 
per la prima volta, starebbero anche a confermare la 
larga diffusione che se ne fece. 



» 
» 



Ora si domanda : Perchè nel rovescio di tutta 
questa straordinaria monetazione si è adottata co- 
stantemente la protome di cavallo libero o brigliato? 
Perchè Roma impose questo tipo uniforme a tutte 
le città sue alleate o soggette ? 

La testa di cavallo, ha osservato recentemente 
il Sambon (■^), è 1' indizio sicuro del nascente inte- 
resse dei romani per la cavalleria, imitata allora da 
quella dei tarentini <3). La riflessione è esatta, ma è 
troppo vago attribuire le prime emissioni di quelle 
monete all'anno 303-270 n. C. Io penso che l'epoca 
può essere meglio precisata, restringendola all'a. 279, 
ossia a dopo la battaglia di Ascoli contro Pirro. E 
ne dirò la ragione. 

Non bisogna peraltro dimenticare che il tipo 
del cavallo brigliato è antichissimo, apparendoci an- 



(i) MoMMSEN : Hisl. de la ntonn. rom., I, pag. 363. 

(2) Op. e loc. cit. 

(3) Di questo interesse dei romani e di altri popoli per la caval- 
leria, ne convince anche la presenza sulle monete del cavaliere in corsa, 
con lo scudo e la lancia in resta. Questo tipo di monete, proprio dei 
didrammi di Taranto, si generalizzò presso i romani, come è manifesto 
da alcuni denari della gente Servilia, in cui si vede M. Servilio Puìex 
Getninus in atteggiamento di combattere (Babelon : Mon. de la Republ., 
II, 447, n. 5) ; presso i Frentani, i Siculi di Amestratus, ed altri popoli, 
l.o stesso tipo si trova sulle monete di Patrao re di Peonia e può es- 
sere forse, come pensa il Babelon, un indice dei rapporti commerciali 
esistiti fra l' Italia meridionale e le coste dell' Illiria. 



384 GIOVANNI PANSA 



che sulla specie fusa ; ma è oggi generalmente ri- 
conosciuto che quel tipo è calcato sulle monete car- 
taginesi che correvano in Italia ed in Sicilia (^0. L'epoca 
tuttavia in cui la testa di cavallo incominciò a con- 
trassegnare l'estesissima monetazione latina in tutte 
le piazze forti di Roma, fu appena dopo l'anno 279, 
come si è detto. 

In quell'anno i romani avevano provato a loro 
spese che la cavalleria, fino allora per niente orga- 
nizzata, era un coefficiente indispensabile per vin- 
cere nelle battaglie. Le vittorie di Pirro furono do- 
vute esclusivamente alle cariche di cavalleria, ch'egli 
faceva eseguire. I romani capirono la necessità di 
riformare la cavalleria propria e di aggiungere ai 
loro cavalieri legionarii un forte effettivo supplemen- 
tare. Questo effettivo fu chiesto appunto alle città 
unite a Roma con patto d'alleanza ^^\ Il più interes- 
sante documento intorno alla cavalleria supplemen- 
tare degli alleati, creata allora, è fornito dal na- 
turalista Fabio, presso Polibio, ed esso risale al- 
l'anno 529 (225 a. C), ossia al principio della 
seconda guerra punica (3). Il Marquardt (4) ha rico- 



(i) Ved. Sici/. Ntimism. Edit. Burmann : parte I, pag. 27, 30 e seg. 
e parte III, tav. 139. Monete cartaginesi con la protome di cavallo ap- 
parvero anche nel ripostiglio di Tortoreto, in provincia di Teramo 
(De Petra, in Notiz. degli Scavi, 1896, pag. 366). Il Lanzi (Saggio, ecc., 
II, 48 e seg.) parlando appunto delle monete di Cosa, aveva già am- 
messa la derivazione del tipo del cavallo dagli esemplari cartaginesi, 
presso i quali " caput equi bellicosuin potentenique populum significans „, 
al dire di Giustino [Hist., XVIII, 5). Non ha tuttavia alcun fondamento 
la provenienza, voluta da quello scrittore, di Cosa, detta anche Compsa 
e Consa, da Consus u Nettuno equestre », (Iloaf.Sàivt licitio)), cui erano 
sacri i Consualia, giuochi istituiti in di lui onore. 

(2) Liv. : XXVII, 9. — PoLYB : VI, 21. — Cfr. Dòbbelin : De auxiliis 
sociutn ac latini nominis. Berlin, 1851, fase. I. 

(3)Polyb: II, 24. — DioD. : (edit. Dindorf), XXV, 13. — Liv.: 
Epa. III, 5. — Oros. : IV, 13. — Plin H. N., Ili, 138. Cfr. Marquardt: 
Slaatsverwaltung, II, pag. 393 e note. 

(4) Ivi. 



DI UN SESTANTE INEDITO E SINGOLARF, 385 

struiti, in base a quel documento, i quadri completi 
della cavalleria degli alleati, il cui effettivo ascen- 
deva al numero di 43.000 cavalieri i quali venivano 
arruolati fra i Latini, Sanniti, Iapigi, Tessali, Lucani, 
Siculi, Marsi. Marrucini, Frentani, Vestini, Sabini, 
Etruschi, Umbri, Veneti e Cenomani, ecc. La ca- 
valleria degli alleati così composta, formava un corpo 
indipendente comandato da ufficiali inferiori della 
stessa nazionalità, ma sottoposti ad ufficiali superiori 
(praefecti sociormn) che erano romani e nominati dai 
consoli <'). I corpi ausiliari dei cavalieri etruschi 
(celeres) erano, secondo gli scrittori, i meglio orga- 
nizzati (2). 

I patti che Roma dettava ai soci alleati, com- 
prendevano, anzitutto, il contingente di leva che 
quelli erano obbligati a dare per la cavalleria delle 
legioni. Ora io ritengo che a commemorare l' isti- 
tuzione o la riforma della cavalleria avvenuta allora, 
Roma avesse imposto agli alleati, come segno del loro 
contributo di soldati, un tipo uniforme di monete, 
ossia quello con la protome equina, e che le sud- 
dette monete avessero appunto dovuto servire al pa- 
gamento delle truppe assoldate. In questo modo 
soltanto e non diversamente si può spiegare la straor- 
dinaria monetazione con la testa del cavallo e la sua 
estesa diffusione in ogni regione d' Italia. 

Queste monete, dunque, vanno ascritte, secondo 
me, ad un periodo non anteriore all'anno 279 a. C, 
ossia a dopo le guerre di Pirro. 



(i) Marquardt : Op. cit., II, pag. 400, 67. — Marcks E. : De alis 
quales in exercitii romano tempore liberae reip. fuerint (Jarbi'icker fiir 
class. Philolog., 1886, pag. 3 et seg.). — PoLvn. : 21 626. — Liv. : XXIII, 
7, 19; XXV, I, 14; XXXII, 26; XXXIII, 36. 

(2) Cfr. SaglioUaremiìerg : Dictionn. d. Anliq. grecq. et roiii., t. II, 
pag. 829, s. V. " Etrusci ,. 

49 



386 GIOVANNI PANSA 



Le sole città dell' Etruria, fra cui Cosa e Tarqui- 
nia, posero sotto la testa del cavallo anche un del- 
fino, per indicare che erano città marittime ('\ Il 
delfino, infatti, è il tipo parlante, il simbolo di molte 
zecche dell' Etruria, in quanto, cioè, ricorda la favola 
dei marinai tirreni che Bacco tramutò in delfini (2). 
Esso notasi quasi costantemente sulle monete etru- 
sche di città situate sul mare. Strettamente non può 
dirsi che Tarquinia fosse situata sul mare, essendone 
lontana ben quattro miglia. Anche Cosa, che aveva 
il suo porto, era situata sulla sommità del monte 
Argentaro, come sopra si è detto. Si deve, tuttavia, 
riflettere che gli Etruschi, sebbene fossero un po- 
polo di navigatori, il più esperto nei commerci del 
mare, evitavano quasi sempre di fondare le loro 
città in vicinanza di esso. 

Non v'ha, infatti, città etrusca, fuori di Popu- 
lonia, che sia situata sulla spiaggia : Popitlonium 
Etrusconim quondam hoc tantum m littore (3). Siffatta 
cautela, al dire di Plinio e di Strabene (loc. cit.), fu 
necessaria Sìa tv'.? x'^?*' '«^-'[^■svou (propier regionem im- 
portuosam); e specialmente in quei tempi, quando la 
pirateria era lecita, quasi fosse una professione di 
eroi (4), e costituiva una fonte di legittimo guadagno. 

Giovanni Pansa. 



(i) Livio : (XXVIII, 4-3) annovera Tarquinia fra le città etrusche 
che concorsero all'armamento della flotta romana, provvedendola delle 
vele per gli alberi (Tarquinienses lintea in vela). 

(2) HoM. : Hymii. in Bacch., v. 52. — Ovid. : Meìaiit., Ili, fab. 8. — 
Hygin. : fab. 134. 

(3) Plin. : Lib. Ili, 5. — Strab. : 1. e. p., 154. 

(4) Cfr. Thucyd : I, 5. — Justin : L. XL, III, e. 3. 



Contpibutions au Corpus Nuraorum Romanorum 

(Matériaux du Musée natioiial liongrois à Budapest) 



II. sp:rie. 

Suite des mcdailles impcrialcs romaines non con- 
tenues dans la seconde édition de Cohen (". 



SEPTIME SEVERE. 

231 (après n. 22 de Cohen). 

Sy — INIP CAES L SEP SEV PERT AVG Sa tùie lauree à 

droite. 
^ — AEQVIT AVG TR P COS II L'Equitc debout à gauclie, 
tenant une balance et une come d'abondance. 

(Argent). 
Médaille hybride : Le revers est pris de médailles n. 1-3 de Pertinax. 

232 (a. n. 70). 

,B' — IMP CAE L SEP SEV PERT AVG Sa tète lauree à 

droite. 
9* — CERER FRVG II COS Cérès debout à gauche tenant 

deux épis et un long flambeau. (Ar.). 

233 (a- n- 7°)- 

z©' — L SEP SEV PERT AVG II C Sa tète lauree 

à droite. 
9 — Meme revers (du méme coin). (Ar.). 



(i) Vedi Rivista lial. di Numismatica, fase. IV, 1907, pag. 537. 



q88 i-dmond gohl 



234 (a. n. 96). 

,B' - L SEPT SEV AVG IMP XI PARI MAX Sa téte lauree 

à droite. 
]^ — COS II P P Victoire marchant à gauche, tenant une 

couronne et une palme. (Ar.). 

235 (a. n. 137). 

B' — SEVERVS PIVS AV& BRIT Sa lète lauree à droite. 

P — FELICITAS PVBLICA La Félicité debout à gauche, 

tenant un caducée et une come d'abondance. (Ar.). 

236 (a. n. 168). 

B" — L SEPT SEV PERET (sic!) AVG- IMP I Sa téle lauree 
à droite. 

;^ — FORT RDEVC (sic !) La Fortune debout à gauche, 
tenant une longue palme et une come d'abon- 
dance. (Ar.). 
Trouvé à Korong en Hongrie. 

237 (a. n. 165), 

^' — SEPT SEV PERET (sic !) AVG IMP I Sa téte lauree 
à droite (frappé d'un coin différent au précédent). 

9 — FORT REDEVC (sic !) La Fortune coiffée du modius, 
debout à gauche, tenat un gouvernail et une 
come d'abondance. Dans le champ, à gauche, au 
dessus de l'épaule, et à droite, au coté de la come 
d'abondance, un point. (Ar.). 

238 (a. n. 219). 

B — SEVERVS PIVS AVG Sa téte lauree à droite. 

I^ — INDVLGENTIA AVGG et à l'exergue IN CARTH La 
déesse celeste de Carthage assise de tace sur 
un lion qui court à droite ; elle tient un foudre. 
Dessous, on voit des eaux sortant d'un rocher. 

(Ar.). 

239 (a. n. 300). 

rB' — L SEPT SEV PERT AVG IMP II Sa téte lauree à droite. 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORIIM 389 

9* — LIBERO PATRI Bacchus nu debout à gauche, tenanl 
un diota et un thyrse. A ses pieds, une panthère, 
qui le regarde. (An). 

240 (a. n. 314). 

^' — IMP CAE L SEP SEV PERII AVG UH Sa tète lauree 
à droite. 

9 — MARTI VLTORd?) Mars nu, casqué , le manteau 
flottant, marchant à droite et portant une baste 
et un tropbée. (Ar.). 

Médaille d'un style trcs rude, principalement l'avers. Peut ótre 
c'est un denier hybride et postlnime, dont le revers est pris du n. 154 
de Caracalla, frappé 950, de I. C. 197. 

(Ada. : Denier n. 497 de Traian, surfrappc du denier n. 330 de 
Sept. Sevère). 

241 (a. n. 347). 

^ - IMP CAE L SEP SEV PERT AVG COS I Sa téte lau- 
ree à droite. 

rij — MONET • A • E AVG I-a monnaie debout à gauche, 
tenant une balance et une come d'abondance. 

(Ar.). 

242 (a, n. 361). 

©' — (L) SEP SEVERVS PER AVG P M IMP XI Sa téte 

laure à droile. 
^ — PAR ARAB AD TR P VI et à l'exergue : COS II P P 

Deux captifs assis sous un trophée. (Ar.). 

243 (a. n. 374). 

!>' — SEV PERT A(VG) (iMiP XIIII Sa téte lauree à 

droite. 
\ji — PART MA(X PO?) N TR(OJP III Deux captifs assis 
sous un trophée. (Ar.). 

Médaille d'un travail rude, e.xcepté le portrait ! 

244 (a. n. 376). 

J>' — SEVERVS PIVS AVG Sa tète lauree à droite. 



390 



EDMOND GOIIL 



I^ — P M TR P COS I.a Fortune debout à gauche, te- 

nant un gouvernail pose sur un globe et une 

cerne d'abondance. (Or.). 

]3iain. : mill. 19, poids : gr. 8,13. 

245 (a. n. 566). 

^' — SEVERVS PIVS AVG Sa lète lauree à droite. 

I^ — PONT III COS II La Piété (?) voilée debout à gauche, 
sacrifiant sur un autel et tenant un sceptre trans- 
versal. (Ar.). 

246 (a. n. 606). 

B" — SEVERVS PIVS AV& Sa téle lauree à droite. 

R) — RESTITVTOR VRBIS Rome assise à gauche sur un 
bouclier rond, tenant le palladium et une baste, 
la pointe tournée en bas. (Ar.). 

247 (a. n. 629). 

i)' — (IMP) CAE L SEP SEV PERI AVG COS II (?) (ou CO III) 

Sa téle lauree à droite. 
I^ — SAECVLI FELICITAS Croissant couchè , entre les 
pointes du quel se trouvent sept étoiles. (Ar.). 
(Voir le n. 627 de Cohen). 

248 (a. n. 664). 

B' — (L SEPT SEV PERT?) AVG IMP III Sa téte lauree à 

droite. 
9 — TR P • V • IMP COS II P P La Vertu casquée assise 

à droite, tenant un parazonium et une baste. (Ar.). 
Trouvée à Korong en Ilongrie. 

249 (a. n. 664). 

B' — .. SEP SEV AVG IMP XI (PE?)RT MA(X) Sa téte lauree 

à droite. 
R) — Meme revers. (Ar.). 

250 (a. n. 690). 

B' — L SEPT SEV PERT AVG IMP III Son buste laure, 
drapé et cuirassé à droite. 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORUM 39I 

^ — VICT AVG TR P II COS II P P et S C dans le champ. 
Victoire marchant à droite et tenant une coiironne 
et une palme. (G. B.). 

Adn. La médaille n. 550 en bronze jaune; diam. : niill. 24-26, épais- 
seur min. 3 Vj, poids ; gr. 13,41. 

La nicdaille n, 800, avec palnitttes sur l'autel. 

SEPTIME SEVÈRE, CARACALLA a GÉTA. 

251 (a. n. 7). 

iy — SEVERVS PIVS AVQ Sa téle lauree à droite. 
Ijf — AETERNIT IMPERI Bustes affrontés de Caracalla 
et de Géta laure, drapé et cuirassé. (Ar.). 

JVLIE. 

252 (a. n. io). 

,iy — IVLIA DOMNA AVG Son buste drapé à droite. 
Iff — BONI EVENTVS La Foi debout à droite tenant deu.x 
épis et une corbeille de fruits. (Ar.). 

253 (a. n. 55 >. 

ly — IVLIA PIA FELIX AVG Son buste drapé à droite. 

Iti — FORTVNAE FELICI La Fortune dt bout à gauche, te- 
nant une come d'abondance et appuyée sur un 
gouvernail. (Denier détburré). 

254 (a. n. 64). 

,L>' — IVLIA AVGVSTA Son buste drapé à droite. 

F$ — FORTVNE AVG (sic) La Fortune debout à gauche, 
tenant uu gouvernail (?) ou un court sceptre tourné 
en bas ?) et une come d'abondance. (Ar.). 

255 (a. n. 65). 

!>■ — IVLIA DOMNA AVG Son buste drapé à droite. 

^j> — FORTVN REDVC La Fortune diadémée assise à gau- 
che sur une chaise, tenant une longue palme et 
une come d'abondance. (Ar.). 



393 EDMOND GOHL 



Adn. La niédaille n. 85, diam. : mill. 31, épaisseur: mill. 5, poids : 
28.70, la nième niédaille; diam.: mill. 29-31, épaisseur: mill., 2'/, poids: 
gr, 10,85. 

256 (a. n. 142). 

i?' — IVLIA PIA FELIX AVO- Son buste drapé à droite. 
yi — MONETA (AVG) La monnaie debout à droite, tenant 
une come d'abondance et une balance (?). (Ar.). 

257 (a. n. 146). 

& - IVLIA DOMNA AVG Son buste drapé à droite. 
ijf — PIETAS Femme voilée, assise à gauche sur une 
chaise, tenant une Victoire et un sceptre. (Ar.). 

258 (a. n. 162). 

B' — IVLIA AVGVSTA Son buste drapé à droite. 

^ — P M (TR P-) VI COS IMI P P Femme debout à 
gauche, tenant une couronne (?) ou une bourse 
et un sceptre. (Denier défourré ou P. B.?). 

259 (a. n. 162). 

fi' — IVLIA PIA FELIX AVG Son buste drapé à droite. 

9 — PONTIF TR P MI I lemme (?) debout à gauche, tenant 
un globe et une baste, dont la pointe est tournée 
en bas. (Denier fourré). 

260 (a. n. i8r). 

fi — IVLIA PIA FELIX (AVG) Son buste drapé à droite. 

P — (SECVRIT) IMPERII La Sécurité assise à gauche sur 
une chaise, tenant un globe et le bras gauche 
accoudé au siège. (D. fourré). 

Denier hybride. Le revers est identique avec le denier n. 183 de Géta. 

261 (a. n. ?). 

fi" - IVLIA AVGVSTA Son buste drapé à droite. 

y — IVP COS II Femme debout à gauche, tenant 

une come d'abondance et un sceptre termine de 
quatre points ( : : ) (Fabrique rude). (D. fourré). 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORUM 393 

CARACALLA. 

262 (a. n. 26). 

3' — ANTONINVS PIVS AVG Son buste jeune laure drapé 

(et cuirrassé ?) à droite. 
P - CONCORDIAE AETERNAE Caracalla et Plautilla de 

bout se donnant la main. (Ar.). 

263 (a. n. 70). 

^ — ANTONINVS PIVS FEL AVG Son buste jeune laure, 

drapé et cuirasse à droite. 
9 — FELICITAS TEMPOR La Felicité debout à gauche, 

tenant un caducée et une come d'abondance. (Ar.). 

264 (a. n. 74). 

^' - M AVR ANTON CAES PONTIF Son buste jeune, nu, 
drapé (et cuirasse ?) à liroite. 

F^ — FELICITATEM PVBLICAM La Felicité debout à gau- 
che, tenant un caducée et un sceptre. (Ar.). 

265 (a. n. 179). 

^ — M AVR AN(T) CAES PONTIF Son buste jeune nu, 

drapé et cuirasse à droite. 
9 — PART MAX PON TR P V COS Deux captifs assis 

sous un trophée. (D. fourré). 

266 (a. n. 202). 

,B' — ANTONINVS PIVS AVG BRIT Sa tète radiée à droite. 

9 — P M TR P XV COS III P P et S C dans le champ. 
Mars casque debout à gauche en habit militaire, 
tenant une Victorie et une baste, la main gauche 
appujée sur un bouclier. (M. B.). 

267 (a. n. 399). 

^ - M AVREI ANTONINVS PIVS AVG GERIVI Son buste 
laure, drapé et cuirasse à droite. 

9 — P M TR P XX ( ?) COS III! P P et S C dans 

le champ. Femme coiffée du modius debout à 
gauche, tenant une couronne (?) et un sceptre. 

(G. B.). 
50 



394 



i-'OMONi) coni- 



268 (a. n. 410). 

,£>' _ ANTONINVS PIVS AVG GERM Sa téte lauree à droite. 

T{ — PONTIF TR FOT II Iloinme nu, ceinturé, debout de 
lac(-, regardant à gauche, et tenant une patere 
(un globe?) et des épis (?). Près de lui, à gauche, 
un autel (?). (D. fourré). 

269 (a. n. 503). 

& — ANTONINVS AVGVSTVS Son buste jeune , laure, 
drapé et cuirassé à droite. 

1> - PRINC IVVENTVTIS Caracalla debout à gauche, te- 
nant un rameau (?) et un sceptre. Derrière lui un 
bouclier rond appuyc à un trophée. (Ar.). 

270 (a. n. 516). 

B' — ANTONINVS PIVS AVG GERM Sa tète (barbue) lauree 
à droite. 

1> PROF (à l'exergue) PONTIF Ti? P XI COS III (à l'en- 

tour). Caracalla à cheval à droite, tenant une 
ha.ste. Devant lui, un captif assis à terre. 

(D. fourré). 

271 (a. n. 527). 

1> - ANTONINVS PIVS AVG BRIT Sa téte lauree à droite. 

1; — PROVIDENTIA DEORVM La Providence debout à 
gauche tenant une baguette avec laquelle elle 
touche un globe, et une come d'abondane. (P. B.). 

272 (a. n. 599). 

B' — IMP CAES M AVR ANTON AVG Son buste jeune laure 

drapé et cuirassé (?) à droite. 
R — SPES PVBLICA L'Espérance marchant à gauche, 
tenant une fleur et relevant sa robe. (Ar.). 

273 (a. n. 602). 

I) — (IMP CAES) M AVR ANT AVG P TR P Son buste 

jeune radié drapc et cuirassé à droite. 
ìt — Meme revers. (M. B.). 



CONTRIBUTIONS AL" CORPUS NUMOKU.M ROMANORU.M 395 



274 (a. n. 616). 

£>' — IMP ANTONINVS AVG Son buste jeune laure et 

drapé à droite. 
W — VICTORIA AVG- Victoire niarchant à gauche, tenant 

une couionne et une palme. (Ar.). 

PLAVTILLA. 

275 (a. n. 14). 

^ - PLAVTILLA AVGVSTA Son buste drapé à droite avec 
le chignon. 

^ — MATRI DEVM Femme coiffée du modius, debout à 
gauche, tenant un grand globe et un sceptre et 
appuyé sur une colonne. A ses pieds, un petit 
animai (?). (Ar.). 

276 (a. n. 23). 

O' — PLAVTILLA AVG-VSTA Son buste drapé à droite avec 

le chignon. 
9 — VENVS GENETRIX Vénus assise à gauche sur une 

chaise, tenant un globe et un sceptre. (D. fourré) 

277 (a. n. 28). 

& -- PLAVTILLAE AV&VSTAE Son buste drapé à droite 

(avec la coitfure relevée). 
yt — Lisse (médaille uniface). (Ar.). 

GÉTA. 

27B (a. n. 50). 

iy — p SEPT GETA PIVS AVG BRIT Sa tòte lauree (et 
barbue) à droite. 

1> — FID EXERC TR P III COS II P P La Fidélite voilee 
deboul à gauche, tenant deux enseignes. Derrière 
elle, un aigle légionnaire. lAr.). 

279 (a. n. 62). 

i>' — P SEPTIMIVS GETA CAES Son buste jeune nu et 
(.irapé à droite. 



396 EDMOND GOHL 



I^ — FORTVNE (sic) AVG Femme assise à droite sur un 
bouclier rond, tenant un sceptre et sacrifiant sur 
un autel allume. (Ar.). 

280 (a. n. 128). 

& — IMP CAES P SEPT GETA PIVS AVG Sa téle lauree 
à droite. 

I^ — PONTIF TR P COS II et S C à l'exergue. Mars de- 
bout à gauche, couronnant un trophée de la main 
gauche, tenant une haste et s'appuyant sur un 
bouclier rond. (M. B.). 

281 (a. n. 171). 

,iy — (P?) SEPTIMIVS GETA CAES Son buste drapé à 

droite. 
r^ — RECTOR OPMDI (sic) Caracalla (?) debout à gauche, 
tenant un globe et une haste renversce. (D. fourré). 
Denier hybride : dont le revers est pris du n. 541-542 de Caracalla 
(reclor orbis). 

282 (a. n. 186). 

jy _ G-ETA CAES PONT Son buste drapé (et cui- 

rassé?) à droite. 

1^ — SECVRIT IMPERII et S C dans le champ. La Sécu- 
rité assise à gauche, tenant un globe et le bras 
gauche appuyé au siège. (M. B.). 

283 (a. n. ?). 

3' - P SEPT GETA (CAES?) PONT Son buste drapé à 

droite. 
r$ — VM • • TR P Vili Deux captifs assis sous un 

trophée. (D. fourré). 

MACRIN. 

284 (a. n. 15). 

^^ - IMP C M OPEL SEV MACRINVS AVG Son buste 

laure et cuirassé à droite. 
P — FELICITAS TEMPORVM La Félicité debout à gauche, 

tenant un caducée et une come d'abondance. (Ar.). 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORU.M ROMANORUM 397 

285 (a. n. 19). 

/B' — Meme avers. 

9 — FELICITAS TEMPORVM La Félicité debout à gauche, 
tenant un caducée et un sceptre. (Ar.). 

286 (a. n. 41). 

^' — IMP C M OPEL SEV MACRINVS AVG Son buste 

laure, drapé et cuirassé à droite. 
9 — LIBERALITAS AVG La Libéralité debout à gauche, 

tenant une tessere et une cerne d'abondance. (Ar.). 

287 (a. n. 70). 

£' — IMP C M OPEL SEV MACRINVS AVG Son buste laure 

et cuirassé à droite. 
9 — PONTIF MAX TR P COS P P Jupiter nu debout à 

gauche, tenant un foudre et un sceptre. (Ar.). 

288 (a. n. 76). 

^' — IMP C M OPEL SEV MACRINVS AVG Son buste laure 
et cuirassé è droite. 

9 — PONTIF MAX TR P P P La Fidélité debout de face 
et regardant à droite, posant le pied droit sur un 
casque et tenant une enseigne de chaque main. 

(Ar.). 

289 (a. n. 116). 

^ — IMP C M OPEL SEV MACRINVS AVG Son buste radié 
et cuirassé à droite. 

P — SALVS PVBLICA La Sante assise à gauche, nourris- 
sant un serpent enroulé autour d'un autei et te- 
nant un sceptre. (Ar.). 

290 (a. n. 119). 

^ — IMP CAES M OPEL SEV MACRINVS AVG Son buste 
radie, drapé et cuirassé à droite. 

9 - SALVS PVBLICA el S C à l'exergue. La Sante as- 
sise à gauche, nourrissant un serpent enroulé 
autour d'un autel et tenant un sceptre. (M. B.). 



39'S KDMONI) GOIII, 



291 (a. n. 128). 

D' — IMP C M OPEL SEV MACRINVS AV& Son buste 
laure et cuirassé à droile. 

1> - SECVRITAS TEMPORVM La Sécurité assise à gauche, 
tenant un sceptre et soutenant la téte de sa main 
gauche. Près d'elle, un autel allume. (Ar.). 

292 (a. n. 147). 

:& — IMP e M OPEL SEV MACRINVS AVG Son buste radié 

et drapé à droite. 
1> — VOTA PVBL P M TR P La Felicitò debout à gauche, 

tenant un caducée et un sceptre. (Ar.), 

ELAGABALE. 

293 (a. n. 15). 

yy — ANTONINVS PIVS FEL AVG Sa téte lauree à droite. 

R) — CONCORDIA et MILIT à l'exergue. Deux enseignes 

entre deux aigles légionnaires. (Ar.). 

294 (a. n. 92). 

D' — IMP ANTONINVS PIVS AVG Son buste imberbe laure 
et drapé à droite. 

r^ — LIBERTAS AVG La Liberté debout à gauche, tenant 
un bonnet et un sceptre. Dans le champ, à droite, 
une étoile. (Ar. Q.). 

295 (a. n. loi). 

B' — IMP ANTONINVS AVG Son buste laure et drapé à 

droite. 
9 — LIBERTAS AVGVSTI La Liberté assise à gauche, 

tenant un bonnet et un sceptre. (Ar.). 

Adn. Le denier n. 196 d'ordinaire avec le buste barbu, mais quei- 
quefois avec le buste imberbe. 

296 (a. n. 221). 

iy — IMP CAES M AVR ANTONINVS AVG Son buste im- 
berbe radié, drapé et cuirassé à droite. 



CONI'KIlìI'TIONS Ali COKPUS NUMOKUM ROMANOKUM 399 

tj( — P M TR P VI COS II P P Mars debout à gauche, 

appuyé sur un bouclier rond et tenant une haste 

renversée. (P. B. ou denier défourré). 

Mcdaille hybride posthnnie : Le rcvers est pris probableiiient d'une 

médaille d'Alexandre Severe (non contenue dans Cohen). 

Adn. La médaille n. 273 avec ANTO • » NINVS etc. et on ne 
voit pas la cuirasse. 

297 (a. n. 280). 

B" — IMP CAES M AVR ANTONINVS AVG Son buste radié, 

drapé et cuirasse à droite. 
1^ — TEMPORVM FELICITAS La Fclicité debout à gauche, 

tenant un caducée et une corna d'abondance. (Ar.). 
Trouvé à Korong en Hongrie. 

298 (a. n. 306). 

-B' — IMP ANTONINVS AVG- Son buste imberbe laure, 
drapé et cuirasse à droite (La cuirasse écaiilée). 

P — VOTA PVBLICA Klagabaie voile debout à gauche 
et sacrifiant sur un autei allume. (Ar.). 

MAESA. 

299 (a. n. 51). 

B' — IVLIA MAESA AVG Son buste drapé à droite. 
ì]i — VENVS CELESTIS Venus assis à gauche sur ime 
chaise et tenant ? (D. fourré). 

ALEXANDRE SEVÈRE. 

300 (a. n. 25). 

X)' — IMP C M AVR SEV ALEXAND AVG Son buste laure 
et drapé à droite. 

1^' — ANNONA AVG L'Abondance debout à gauche, tenant 
deu.x épis et une come d'abondance. A ses pieds, 
le modius rempli d'épis. (P. B. ou D. défourré). 

301 (a. n. 63). 

^' — IMP SEV ALEXAND AVG Sa tète lauree à droite. 



400 EDMOND GOIIL 



tji — FORTVNAE REDVCI La Fortune debout à gauche, 
tenant un gouvernail pose sur un globe, et une 
cerne d'abondance. (Ar.). 

302 (a. n. 63), 

^ — Meme avers. 

R) — FORTVNA PO(P)R (ou POD R?) La Fortune debout à 
gauche, tenant ? et une come d'abon- 
dance. (Ar.). 

303 (a. n. 168). 

/©' — IMP ALEXANDER PIVS AVG Son buste laure, drapé 

(et cuirassé ?) à droite. 
I^ — MARS VLTOR Mars, en costume militaire marchant 

à droite et tenant une baste et un bouclier. (M. B.). 

304 (a. n. 183). 

jy — IMP SEV ALEXAND AVG Sa téte lauree à droite. 
9 — PAX AETERNA A(VG) La Paix debout à gauche, te- 
nant une branche d'olivier et un sceptre. 

(Denier fourré). 

305 (a. n. 202). 

3^ — IMP C M AVR SEV ALEXAND AVG Son buste laure, 
drapé (et cuirassé ?) à droite. 

R) — P M TR P COS Mars debout à gauche, tenant une 
branche d'olivier et une baste renversée. Dans 
le champ, à gauche, une étoile. (Ar.). 

306 (a. n. 207). 

B" — IMP C M AVR SEV ALEXAND AVG Son buste laure, 

drapé et cuirassé à droite. 
9 — P M TR P COS P P Mars debout à gauche, tenant 

une branche d'olivier et une baste renversée. (Ar.). 

307 (a. n. 207). 

La mème médaille, avec une étoile dans le champ du 
revers, à gauche, (Ar.). 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORUM 4OI 



308 (a. n. 262). 

/& — IMP CAES NI AVR SEV ALEXANDER AVG Son buste 
laure et drapé à gauche. 

^ — P M TR P ini COS P P et S C dans le champ. 
Mars casqué, le manteau tlottant, marchant à droite 
et tenant une baste et un tropbée. (M. B.). 

309 (a. n. 332). 

^ — IMP SEV ALEXAND AVG Sa téte lauree à droite. 

R) — P M TR P VII COS II P P Mars, le manteau flottant, 
marcbant à droite et tenant une baste et un 
tropbée. (Ar.). 

Il y avait 3 exemplaires dans la trouvaille de Csapò (Transyl- 
vanie, 1907). 

310 (a. n. 490). 

i& — IMP SEV ALEXANDER AVG Son buste laure à droite 
(sans draperie et sans cuirasse). 

9 - PROFECTIO AVGVSTI et S C à l'exergue. Alexandre 
en habit militaire à cbeval, à gauche. Il lève la 
main droite et tient une baste de la main gauche. 

(M. B.). 

311 (a. n. 503). 

^ — IMP ALEXANDER PIVS AVG Son buste laure, drapé 
(et cuirasse?) à droite. 

9* — PROVIDENTIA AVG et S C dans le champ. La Pré- 
voyance debout à gauche, tenant deux épis et 
une come d'abondance. Auprès d'elle deux épis 
dans un modius. (G. B.). 

312 (a. n. 535). 

^ - IMP SEV ALEXAND AVG Son buste laure et drapé 

à droite. 
9 — SALVS P S V LAS (sic) La Sante assise à gauche, 
nourrissant un serpent enroulé autour d'un autel. 
Dans le champ, à droite, une étoile. (Ar.). 

(Voir la iTiédaille 11. 535 de Cohen). 
Trouvé à Csapò en Transylvanie, 1907. 

51 



402 



KDMONl) (, 1)111, 



313 (a- n- 554)- 

H' - IMP C M AVR SEV ALEXAND AVG Son buste laure 
et drapé à droiie. 

I^ __ VENVS VICTRl(X) Venus, à demi-nue, debout à gau- 
che, tenaiu un casque créte et un sceptre. Auprès 
d'elle, à gauche un bouclier rond. (D. fourré). 
Médaillc hybride ; [-e revcrs est ideiUique aii n. 76 de Maméc. 

314 (a. n. 558). 

,iy — IMP SEV ALEXAND AV& Sa tète lauree à droite. 

]j( — VICTORIA AV& Victoire debout à gauche, appuyée 

sur un bouclier et tenant une palme. Au dessous 

du bouclier on voit la petite figure d'un captif 

assis à gauche. (Ar.). 

Trouvé à Korong en Ilongric. 

315 (a. n. 564). 

B IMP C M AVR SEV ALEXAND AVG Son buste laure, 

drapé (et cuirassé ?) à droite. 
IjS — VICTORIA WG (sic) Victorie marchant à gauche, 

tenant une couronne et une palme. (Ar.). 

316 (a. n. 589). 

,i>' — IMP ALEXAND(ER) (IR?) PIS AVG Son buste laure, 
drapé et cuirassé à droite. 

1^ — VIRTV(S AVGViSTI La Valeur debout à gauche, te- 
nant un globe et une baste. (P. B. ou D. défourré). 

MAMÉE. 

317 (a. n. 4). 

B — IVLIA MAMAEA AVG Son buste drapé à droite. 
\i — CONCORDIA La Concorde debout à gauche, sacri- 
fiant sur un autel allume et tenant un sceptre. (Ar.). 

318 (a. n. 30). 

Sf - IVLIA MA(MAE)A AVG Son buste diadémé et drapé 
à droite (Uans le champ, à gauche, un point). 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMOliUM UOMANORUM 403 



r$ — lOVI ht>D ORI lupiter marchand à gauche et 

regardant en arrière, tenant un foudre et (un 
aigle ?). (Ar.). 

Fabrique rude. 

Denicr hj'bride : Le revcrs est pris du deiiìtr n. 82 (IVnppc tu 231 
de J C.) d'Alexandre Sevère, qui porte la legende lOVl PROPV- 
GNATORI. Vuvtz, plus bas, le n. 327. 

319 (a. n. 90). 

jy - IVLIA MAMAEA AV& Son buste diadémé et drapé 

à droite. 
1^' - (VICTORilA AVG- Viatorie courant à droite, tenant 

une couroiine et une palme. (I). défourré ou P. B.?). 
Médaille hybride : Voir les n. 288-289 d'Élagabale. 

MAXIIVIINVS I. 

320 (avant n. i de Cohen!. 

r>' - MAXIMINVS PIVS AVO GERM Son buste laure et 
drapé à droite. 

9 - ADLOCVTIO S C (à l'exergue). Maximin debout à 
droite sur une estrade, haranguant trois soldats, 
qui portent des enseignes niilitaires et dont le 
troisième porte un bouclier sur le bras. Derrière 
l'empereur, le piéfet du prétoire, debout. (G. B.). 
Trouvé a Puszta-Budovalla cii Hongrie (?). Apocryphe. 

321 (après n. 63 de Cohen). 

B' — IMP MAXIMINVS PIVS AV& Son buste laure et drapé 
à droite. 

li — P M TR P II P P (on ne voit pas 1' S C) Maximin 
et un autre homme debout à gauche, tous les 
deux casqués et en habit militaire, en face de 
deux enseignes inilitaire. Maximin tient un sceptre 
et la Viatorie le couronne, debout derrière lui. 

(M. B.) 

322 fa. n. 73). 

iy - IMP MAXIMINVS PIVS AVG Son buste laure, drapé 
et cuirassé à droite. 



404 EDMOND GOHL 



9 - P M TR P VI COS II P P L'Équité debout à gauche, 
tenant une balance et une come d'abondance. (Ar.). 
Cette médaille est de bronze algente, mais non fourrc. 

323 (a. n, 102). 

iy - IMP MAXIMINVS PIVS AVG Son buste radié, drapé 
(et cuirassé ?) à droite. 

I\l - VICTORIA AVG et S C dans le champ. Victoire 
courant à droite, tenant une couronne et une 
palme. (M. B.). 

Bronce jaune. 

324 (a. n. 117). 

^^ — IMP MAXIMINVS PIVS AVG Son buste laure, drapé 

(et cuirassé ?) à droite. 
R) — VIRTVS AVG La Valeur debout à gauche, tenant 

un parazonium et une baste. 

(Denier défourré ou P. B. ?). 

GORDIEN LE PIEVX. 

325 (a. n. 28). 

^ — IMP CAES GORDIANVS PIVS PEL AVG Son buste 

radié, drapé et cuirassé à droite. 
9 — AEQVITAS AVGG L'Équité debout à gauche, tenant 

une balance et une come d'abondance. (Ar.). 

326 (a. n. 28). 

,& — IMP GORDIANVS PIVS PEL AVG Son buste radié, 

drapé et cuirassé à droite. 
^ — Meme revers. (Ar.). 

327 (a. n. 107). 

^ — IMP GORDIANVS PIVS PEL AVG Son buste laure, 

drapé et cuirassé à droite. 
P — lOVI PROPVGNTAORI (sic) Jupiter tenant un foudre 
et un aigle, marchant à gauche et regardant en 
arrière. (Ar.). 

Bronze argentò. 

Denier hybride : Le revers est pris du n. 82 d'Alexandre Sevère. 
Voyez, plus haut, le n. 318). 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORUM 4O5 



328 (a. n. 186). 

^ — IMP GORDIANVS PIVS FEL AV& Son buste laure, 
drapé (et cuirassé ?) à droite. 

P - PIETAS AV> VSTI (sic) La Piété debout de face, re- 
gardant à gauche et levant les deux mains. Elle 
tient une patere et un sceptre ressemblant à un 7. 

(Ar.). 

Bronze argante. 

329 (a. n. 319). 

^ - IMP GORDIANVS PIVS FEL AVG Son buste radié, 

drapé et cuirassé à droite. 
^ — SALVS AVG La Sante debout à droite, nourrissant 

un serpent qu'elle tient dans ses bras. (Ar.). 

PHILIPPE PERE. 

330 (a. n. 13). 

/©' - IMP PHILIPPVS AVG Son buste radié, drapé et cui- 
rassé à droite. 

9 — AEQVITAS AVGG L'Equité debout à gauche, tenant 
une balance et une come d'abondance. (Ar.). 

331 (a. n. 16). 

^ - IMP M IVL PHILIPPVS AVG Son buste radié, drapé 
et cuirassé à droite. 

£Jl - AETERNITA( ) Le Soleil debout à gauche, le- 
vant sa main droite et tenant un globe. (Ar.). 

332 (a. n. 17). 

-B* — Meme avers. 

r$ — AETERNITAS AVGG Kléphant marchant à gauche, 
monte par un cornac qui tient un javelot et une 
baguette. (Ar.). 

333 (a- n- 45)- 

,& — Meme avers. 

I^ — FELICI! TEMP La Felicitò debout à gauche, tenant 
un caducée et une come d'abondance. (Ar. fourré). 



4o6 tCDMONI) GOllI. 



334 (a- n- 94)- 

!>' — IMP M IVL PHILIPPVS AVO- Son buste radié et drapé 
;'i droite. 

H^ - MARS PROPV& Mais casqué, en habit militaire, le 

manteau llottant, marchant à droite, tenant une 

liaste et un bouclier. * (Ar. fourré !). 

Médaille liybride : Le revers est pris du n. 155 de Gordien le Pieux. 

335 (a- n- r4i)- 

/iy — IMP M IVL PHILIPPVS AVG Son buste radié, drapé 
et cuirassé à droite. 

l.v - P M TR P llll COS II P P Philippe voile debout à 
gauche, sacrifiant sur un trépied et tenant une 
baguette. (Ar.). 

336 (a. n. 173). 

ly — Meme avers. 

!;{( — SAECVLARES AV&G et I à i'exergue. Lion radié 
marchant à droite. (Ar.). 

337 (a- n. 217). 

,ìy ~ IMP M IVL PHILIPPVS AVG Son buste radicS drapé 

(et cuirassé?) à droite. 

r$ - SECVRITAS AVG& La Sécurité debout à gauche, 

posant la main droite sur sa téte et accoudée à 

une colonne. (Ar. défourré). 

Médaille hybride (?): Le revers est pris du n. 37 de Hcrennius, 

Irappé, selon Cohen, 251 a. S. C. 

338 (a. n. 317). 

1>' IMP M IVL PHILIPPVS AVG Son buste radié, drapé 

et cuirassé à droite. 
R; — SECVRIT PE^RPET.'') La Sécurité debout à gauche, 
tenant un scepti e et accoudée à une colonne. (Ar.). 
Voir le revers du n. 328 de Gordien le Pieux. 

339 (a. n. 240). 

1»' — IMP M IVL PHILPPS (sic) AVG Son buste radié et 
drapé à droite. 



CONTKIBI'TIONS ALJ CORrUS NUMORUM RoMANORUM 407 



I^ — VIRTVS AVG La Valeur casqiiée, assise à gauche 
sur une cuirasse, tenant un ranieau et une baste. 

(Ar.). 

OTACILE. 

340 (a. n. 23). 

B' — MARCIA OTACIL SEVERA AVG Son buste diadémé 
et drapé à droite, avec le croissant. 

Ftì — IVNO REGINA junon (avec le chignon, et en habit 
court, laissant les genoux libres), debout à gau- 
che, tenant une patere et un sceptre. Auprès 
d'elle, un paon (?). (Ar.). 

Le revers est de fabriqiie très rude. Quant au type, comparez le 
n. 23 de Cohen, avec IVNO LVCINA. 

341 (a. n. 38).. 

B' - OTACILIA SEVERA AVG Son buste diadémé et drapé 
à ciroite, avec le croissant. 

^ — PIETAS AVGG et dans le champ, a gauche ]\ (au 
lieu de A)- La Piote debout à gauche, sacrifiant 
sur un autel allume et tenant une boite à parfums. 

(Ar.). 

342 (a. n. 70). 

,1/ — OTACIL SEVERA AVG Son buste diadéinc; et drapé 

à droite avec le croissant. 
FJl - SAECVLARES AVGG et S C dans le champ. (M. B.). 
Cippe. 

PHILIPPE FILS. 

343 (a. n. 6). 

B' JMP M IVL PHILIPPVS AVG Son buste radié, drapé (et 
cuirasse ?) à droiti-, 

li — AETERNITATI AVGG Le Soleil courant à gauche, 
le manteau iloltant, levant la main droite et te- 
nant un fouet. (Ar.). 



408 EDMOND GOHL 



344 (a- n- 33)- 

f)' — IMP M IVL PHILIPPVS AVG Son buste radié, drapé 
et cuirassé à droite. 

P — P M TR P IMI COS P P La Paix ou la Félicité de- 
bout à gauche, tenant un caducée et une come 
d'abondance. (Ar.). 

Vo3'ez le rcvers identique du n. 130 de Philippe pere. 

TRAIAN DÈCE. 

345 (a- n- 79)- 

^' - IMP C M Q TRAIANVS DECIVS AVG Son buste radié 

et cuirassé à droite. On voit le dos écaillé de la 

cuirassé, et sous le portrait, quatre points. 

P — PANNONIAE La Pannonie debout de face, regardant 

à droite. Elle tient un casque et une enseigne 

miiitaire. (Ar.). 

Voyez le revers identique du n. 9 de Hérennius et du n. 17 de 

Ilostilien chez Cohen et le n. 350 (Etruscille) ci bas. 

346 (a. n. 97). 

iy — Meme avers (sans les quatre points). 
I^ — PIETAS AVGVSTAE La Piété debout à gauche, le- 
vant la main droite et tenant une boite à parfums. 

(Ar. fourré). 
Médaille hybride : Le revers est pris du n. 43 d'Otacile. 

347 (a. n. 105). 

^ — Meme avers (sauf les écailles et les quatre points). 
9 — VBERTAS AVG (sic) La Fertilité debout à gauche, 
tenant une bourse et une come d'abondance. 

(Ar. fourré). 

ETRVSCILLE. 

348 (a. n. 664). 

B' — HER ETRVSCILLA AVG Son buste diadémé et drapé 

à droite avec le croissant. 
S) — ABVNDANTIA AVG La Pudeur debout à gauche, re- 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORUM 409 

levant son voile et tenant un sceptre tranversal 
termine d'un bouton (pas une baste, comme Coben 
le dit). (Ar.). 

349 (a. n. i). 

^ — Meme avers. 

9 — ABVNDANTIA AVG- L'Abondance debout à droite, 
vidant sa come. (Ar.). 

350 (a. n. 15). 

^ — Meme revers. 

r$ — PANNONIAE La Pannonie debout de face, regardant 
à droite. Elle tient un casque et une enseigne mi- 
litaire (presque transversale). (Ar.). 

Voyez plus haut le n. 345, Traian Dece. 

HÈRENNIVS. 

351 (a. n. 2). 

B' — HEREN ETRV MES QV DECIVS CAESAR Son buste 
radié, drapé et cuirassé à droite. Sous le portrait 
quatre points (bouts des rubans sur l'épaule de 
la cuirassé?). 

Kl — AEQVITAS AVG L'Equité debout à gauche, tenant 
une balance et une come d'abondance. (Ar.). 

352 (a. n. 7), 

& - Q. HER ETR MES DECIVS ISOB C Son buste radié 
et drapé à droite. 

9 — MARS PRO(PV)G' Mars casqué courant à droite, te- 
nant une baste et un bouclier. (Ar.). 
Trouvé à Korong en Hongrie. 



Adn. Il y en a deux espcces de la niédaillc 11. 28 (chez Colien). 
Sur l'avers de l'une, on voit le dos de la cuirassé, sur d'autres exeni- 
plaires la partie autérieure de la cuirassé est visiblc avcc une riche 
drapcrie. 



^lO KDMOND Gr>lll. 

HOSTILIEN. 

353 (3- n. 7). 

1)' — IMP C MES QVINTVS AV& Son buste radié et drapé 

à droite. 
I^ - CONCORDIA AVGG- Deux mains jointes. (Ar.). 

354 (a. n. 23). 

l>' - IMP CAE C VAL MES QVINTVS AVG Son buste 

radié et drapé à droite. 
1>' — PIETAS AVG& Mercure debout à gauche, tenant une 

bourse et un caducée. (Ar.). 

355 (a- n- 43)- 

D' - C OVL OSTIL MES COVINTVS CAESAR Son buste 
radié et drapé a droite. Sons le buste : VII- 

III - PVDICITIA AVG La Pudeur assise à gauche, rame- 
nant son voile et tenant un sceptre. (Ar.). 

Adii. Variante de 11. 52 de Cohen avec trois poiits sous le buste, 
à l'avers. 

TRÉBONIEN GALLE. 

356 (a. n. 6). 

1' — IMP C C VIB TREB GALLVS P F AVG Son buste 
radié et cuirassé (non drapé) à droite. On voit 
le dos écaillé de la cuirassé. Sous le portrait, 
4 points. 

1>! — AEQVITAS AVG L'Equité debout à gauche, tenant 
une baiance et une come d'abondance. À l'exergue 
4 points. (Ar.). 

Adn. Variantes du n. 6 de Cohen : 

a) Avec i point sous le p ^rtrait. 

/>) Avec 2 points de chaque còte (en bas). 

r) 11 Q " " " " " *' 

(0 - IV ■• 

e) ■< VII -^ - 

fj .. IIV " •' " " " 



CONTRIBUrlONS ALT CORPUS NUMOKUM KOMANORUM 4II 



357 (a- n- 14)- 

^^ — IMP C C AIB TREB GALLVS AVC (ainsi!) Son buste 

radié et drapé à droite. 
1^ — AETERNITATI AVG- Le Soleil debout à gauche, le- 

vant la main droite et tenant un globe. 

(Argent défourré). 

358 (a. n. 24). 

-B" ~ IMP C VIB GALLVS P F AVG Son buste radié et 
cuirassé (non drapé) à droite. 

IJI — CONCORD AV&G La Concorde assise à gauche, 
tenant une patere et une doublé come d'abon- 
dance. (Ar.). 

Trouvé à Korong en Hongrie. 

359 (a. n. 28). 

'& — IMP C C VIB TREB Son buste radié et drapé 

à droite. 

^ — CONCORDIA AVGG La Concorde assise à gauche, 
tenant une patere et une doublé cerne d'abon- 
dance. (Ar. fourré). 

360 (a. n. 34). 

^ — IMP C C VIB TREB GALLVS AVG Son buste radié 

et drapé à droite. 
^ — FELICITAS PVBL La Félicité debout à gauche, tenant 

un caducée et une come d'abondance. (Ar.). 

Adn. Variantes du n. 34 de Cohen : 

a) Avec un point de chaque ente (en bas). 

b) Avec trois points de cliaque ente (en bas). 
e) Avec I de chaque cóle (en bas). 

Variantes du n. 47 de Cohen : 

a) Avec un point de chaque coté (en bas). 

b) Avec 4 points sous la tote et 3 points à i'exergne du revcrs. 
e) Avec ir „ „ „ „ VII 

<ij Avec IV de chaque còte (en bas). 
e) Avec VI ., ,, 

Variantes du n. 72 de Cohen : 

a) Avec 2 points de chaque còte (en bas). 

b) Avec 4 points à l'exergue du revers. 



412 EDMOND GOHL 



361 (a. n. 75). 

,& — IMP e e VIB TREB GALLVS AVG Son buste radié, 
drapé et cuirassé à droite. 

1^ — PAT (ainsi !) AVGG La Paix debout à gauche, te- 
nant une branche d'olivier et un sceptre trans- 
versai. (Ar. fourré). 

362 (a. n. 79). 

^' — IMP C C VIB TREB GALLVS P F AVG Son buste 
radié, drapé et cuirassé à droite ; sous le buste : 
deux points. 
1^ — PAX AVG V G (ainsi!) La Paix debout à gauche, 
tenant une branche d'olivier et un sceptre trans- 
versal. A l'exergue, deux points. (Ar.). 

Trouvé à Korong en Hongrie. 

Adn. Variante du n. 8j de Cohen, avec VII de chaque coté (en bas). 
Variante du n. 107 de Cohen, avec VI sous le portrait et II (?) à 
l'exergue du rcvers. 

Variantes du n. 11 1 de Cohen : 

a) Avec 2 points de chaque cóle (en bas). 

ò) Avec 2 points de chaque còte (en bas) et avec un point dans 
le tympanon du tempie au revers. 

363 (a. n. 125). 

^^ - IMP C C VIB TREB GALLVS P F AVG Son buste 
radié et cuirassé (non drapé) à droite. Sous le 
buste, quatre points. 

Ijf — VBERITAS AVG La Fertilité debout à gauche, tenant 
une bourse et une come d'abondance. À l'exergue, 
quatre points. (Ar.). 

Variantes de la mème médaille : 
a) Avec un point de chaque coté (en bas). 
ò) Avec trois points de chaque coté (en bas). 
e) Avec IIV de chaque coté (en bas). 

Variante du n. 125 de Cohen, avec 3 points de chaque coté (en bas). 

364 (a. n. 127). 

^' - IMP C C VIB TREB GALLVS P F AVG Son buste 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORUM 413 



radié et cuirassé (non drapé), à droite. Sous le 
le buste, trois points. 
91 — VICTORIA AV& La Victoire courant à gauche, te- 
nant une couronne et une palme. (Ar.). 

VOLVSIEN. 

365 (a. n. 48). 

^ — IMP CAE C VIB VOLVSIANO AVG Son buste radié, 

drapé et cuirassé à droite. 
9 — LAETITIA AVG N La Joie debout à gauche, tenant 
une couronne et une ancre. (Ar.). 

Trouvé à Koroiig en Hongrie. 

Médaille hybride : dont le revers est pris du n. 118 de Gordien 111 
ou du n. 82 de Philippe pére. 

366 (a. n. 89). 

3' IMP C C VIB VOLVSIANVS AVG Son buste radié, drapé 

(et cuirassé ?) à droite. 
I^ — PIETAS AVGG La Piété debout à gauche près d'un 

autel allume. Elle lève ses mains. (Ar.). 

367 (a. n. 97). 

;& - IMP CAE C VIS VOLVSIANO AVG Son buste radié, 

drapé et cuirassé à droite. 
1^ — PRINCIPI IVVENT L'empereur debout à gauche, te- 
nant un globe et une baste. (Ar. fourré). 
Médaille hybride : dont le levers pris du n. 293 de Gordien III ou 
du n. 46 et 48 de Philippe jeune. 

Adn. La médaille 11. 113 de Cohen avec 3 points sous le buste et 
à l'exergue du revers. 

368 (a. n. 114). 

fy - IMP CV AFGAL VEND VOLVSSIANVS (ainsi!) AVG Son 
buste radié, drapé (et cuirassé?) à droite. Sous le 
buste : IV. 

I^ - ROMAE AETERNAE AVG Rome assise à gauche sur 
un bouclier, tenant une Victoire et une baste. A 
l'exergue : IV. (Ar.). 

Trouvc à Korong, en Hongrie. 



414 EDMUND r.OHL 



369 (a. n. 115). 

B- — IM (ainsi!) C V AF (GAL?) VEND VOLVSIANO AV& 
Sous le buste, trois points. 

I^ — SAECVLVM NOVVM Rome ou Junon Martiale assise 
de face dans un tempie à six colonnes, tenant un 
sceptre. Dans le tympanon orné de 4 palmettes, 
un point. Sur le sommet de l'édifice un point. (Ar.). 

370 (a. n. 115). 

La méme médaille avec SAECVLVM NOVVA (Ar.). 

371 (a. n. 125). 

.& — Meme avers. 

R) — VBERITAS AVG La Fertililé debout à gauche, tenant 
une bourse et une come d'abondance. (Ar.). 

372 (a. n. 125). 

ly — IMP C V AF GAL VEND VOLVSSIANVS (ainsi !) AVG 

Son buste radié, drapé et cuirassé a droite. Sous 
le buste : IV. 

9 — Meme revers ; à l'exergue : IV. (Ar.). 

Trouvé à Korong en Hongrie. 
Adn. Variantes du n. 125 de Cohen : 

a) Avcc 3 points de chaque còte (en bas). 

b) Avec VI „ „ „ „ Il 

Variante du n. 127 de Cohen avec 2 points de chaque coté (en bas). 

373 (a. n. 127). 

E- — IMP C V AF GAL VEND VOLVSSIANVS (ainsi !) AVG 
Son buste radié, drapé (ei cuirassé?) à droite. 
Sous le buste : IV. 

IjS _ VICTORIA AVG La Victoire courant à gauche, te- 
nant une couronne et une palme. À l'exergue: IV. 

(Ar.). 

VALÉRIEN PÉRE. 

374 (a- "• 97)- 

!>' - IMP C P LIC VALERIANVS AVG Son buste radié, 
cuirassé et drapé à droite. 



CDNTRIIiUrloNS AU COUPUS NlIM'iKUM l^OMANOUU.M 4I5 

9 — lOVI CONSERVATORI Jupiter nu debout à gauche 

avec son niaiueau déployé derrière lui, tenant un 

foudre et un sceptre. A coté de lui une petite 

figure humaine, debout. (Billon). 

C'est probablement une médaille hibryde, dont le revers est pris 

du n. 104 de Gordien III. 

375 (a- n- "2). 

-B' — IMP C P LIC VÀLERIANVS P F AVG Son buste laure 
et cuirassé (non drapé), à droite. 

Ri — LIBERALITAS AVGG et S C dans le champ. La Li- 
beralité debout à gauche, tenant une tessere et 
une corna d'abondance. (G. B.). 

376 (a. n. 145). 

B" — IMP VÀLERIANVS P F AVG Son buste radié et cui- 
rassé à droite. 

Iji — PAX AVG La Paix debout à gauche, tenant une 
branche d'olivier et un sceptre transversal. (Bill.). 

377 (a- n- i54)- 

B — IMP VÀLERIANVS P F AVG Son buste radié, drapé 
et cuirassé à droite. 

9 — PIETAS (AVGG?) Aspersoire, simpule, vase à sacri- 
fice tourné à droite, couteau de sacrificateur et 
bàton d'augure. (Billon). 

Médaille hibryde : dont le revers est pris <lu n. 45 de Salonin. 

378 (a. n. 164). 

i^ — IMP C P LIC VÀLERIANVS AVG Son buste radié et 

cuirassé à droite. Sur la poitrine : un point. 

ìji — P M TR P III! COS III! P P L'empereur voile debout 

à droite, sacrifiant sur un autel allume et tenant 

un sceptre surmonté d'un aigle tourné à droite et 

regardant en arrière. (Or). 

Voir le n. 160 de Cohen, qui a le mcmc lypc au revers, nvcc P IVI 

TR P III COS III P P. 

379 (a. n. 169). 

.P' - IMP VÀLERIANVS P F AVG Son buste radié, drapé 
(et cuirassé ?) à droite. 



4l6 EDMOND GOHL 



P — P M TR P V COS illl P P Victoire debout à gauche, 
appuyée sur un bouclier et tenant une palme, à 
ses pieds un captif. (Billon). 

Voir le mème type au revers des n. 252-255 de Cohen (avec VIC- 
TORIA GERMANICA et VICT PART). 

380 (a. n. 172). 

^ — IMP C P LIC VALERIANVS P F AVG- Son buste (ju- 

vénil) radié, drapé et cuirassé à droite. 
ì^ — PRINCIPI IVVENT Salonin debout à gauche, en habit 
militaire, tenant une enseigne et une baste (?). 

(Billon). 
Médaille hybride, dont le revers est pris du n. 73 de Salonin. 

381 (a. n. 214). 

B' — IMP VALERIANVS P F AVG Son buste radié et drapé 
à droite. 

9 — VICT AV&& Victoire debout à gauche, appuyée sur 
un bouclier et tenant une palme. A ses pieds un 
captif. (Billon). 

Voir la mème revers du n. 11 de Valérien jeune. 

382 (a. n. 214). 

i& - IMP VALERIANVS P F AVG Son buste radié, drapé 
(et cuirassé ?) à droite. 

9 — VICT PARTICA Victoire debout à gauche, appuyé 
sur un bouclier (?) et tenant une palme, à ses 
pieds, un captif assis à gauche. (Billon). 

383 (a. n. 231). 

/D' — IMP C P LIC VALERIANVS AVG Son buste radié, 
drapé (et cuirassé ?) à droite. 

H — VICTOmA AVGG (ainsi, avec un R tourné à gauche). 
Victoire debout à gauche, tenant une couronne et 
une palme. (Billon). 

384 (a. n. 266). 

^ - IMP C (P LIC) VALERIANVS AVG Son buste radié 
et drapé à droite. 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORUM 417 



RI — VIRTVS AVGG Mars casqué debout à gauche en 
habit militaire, appuyé sur un bouclier et tenant 
une baste renversée. Dans le champ, à droite, 
une étoile. (Billon). 

385 (a. n. 269). 

^' — IMP C P LIC VALERIANVS P F AVG Son buste ra- 

dié, drapé et cuirassé a droite. 
9' — VIRTVS AVGG La Valeur debout à gauche, tenant 

une baste et appuyé sur un boucHer. (Billon). 

386 (a. n. 274). 

^ — IMP VALERIANVS P AVG Son buste radié, drapé et 
cuirassé à droite. 

Ri — VIRTVS AVGG Romulus (à téle nue, le manteau 
flottant), marchant à droite, tenant une baste et 
un trophée. (Billon). 

GALLIEN. 

387 (a. n. 5). 

,& - IMP GALLIENVS AVG Son buste radié et drapé à 

gauche. 
91 - ABVNDANTIA AVG L'Abondance debout à droite, 

vidant sa come. Dans le champ, à gauche : B- 

(Billon). 

388 (a. n. 20). 

/©' — GALLIENVS AVG Son buste radié et cuirassé à droite. 
1^ — AEQVIT AVG L' Equité debout à gauche, tenant une 
balance et une come d'abondance. (Billon). 

Voyer . Cohen, I édition, VII, pag. 268, n. 4, sauf la cuirassé. 

389 (a. n. 49). 

^y - IMP GALLIENVS (P F) AVG Son buste laure, drapc 

et cuirassé à droite. 
91 — AETERNITAS AVGG Le Soleil debout à gauche, levant 
sa mawi droite et tenant un globe de la main 
gauche. (Or ). 

Use, percé. 

53 



KDMOND GOlll. 



390 (a. n. 55). 

,& - &ALLIENVS AVG Son buste radié et drapé à droite 
(On voit le dos de la draperie). 

l^ - ANNONA AVG (ou AVGG ?) L'Abondance debout à 
gauche, le pied droit (!) pose sur une proue de 
vaisseau et tenant deux épis et une corna d'abon- 
dance. (Bilion). 

391 (a. n. 62). 

& - IMP GALLIENVS AVG Son buste laure et drapé à 
droite. 

Iji — ANNONA AVG et S C dans le champ. L'Abondance 
debout à gauche, tenant des épis et une come 
d'abondance. Près d'elle, un niodius. (G. B.). 

392 (a. n. 70). 

^£y — IMP e P LIC GALLIEN Son buste laure et 

cuirassé à droite. 

Tp — APOiLINI?) CONSERVA et S C dans le champ. Apollon 
debout à gauche, tenant un rameau et une lyre 
posée sur un rocher. (M. B.)- 

393 (a- n- 73)- 

^ - GALLIENVS AVG Sa téte radiée à droite. 

Iji — APOLLINI CONS AVG Centaure marchant à gauche, 
tenant un globe et un gouvernail (!) (pas des flè- 
ches). À l'exergue : A (Bilion). 

394 (a- n- 77)- 

fy — Min P GNLLIÉNVS AVG (ainsi !) Son buste radié et 

drapé à droite. 
\p — APOLLINI CONS AVG Griffon marchant à gauche. 
A l'exergue : A (Bilion). 

Adn. La médaille n. 77 de Cohen avec B à l'exergue du revcrs. 

395 (a- n- 80). 

B" — GALLIE(NVS AVG) Sa tute lauree à droite. 
IjS — (APOLLINI?) CONS AVG Pégase couché (ou sautant?) 
à droite. . (Bilion). 



CONTIUBUTIONS AtJ CORPUS NUMORUM ROMANORUM 4I9 

396 (a. n. 88). 

B' — GALLIENVS AVG- Son buste radiò et drapé à gauche. 

P — APOLLINI PAL S P Q R Apolion en vétement court 
(tunique), debout de face, regardant à gauclie, le 
manteau sur les épaules et tenant une patere et 
et un long sceptre (sans croix). (Billon). 

397 ('»■ n- "Si)- 

©' — IMP C P LIC GALLIENVS AVG Son buste radié et 
drapé à droite. 

I^ - CONCORDIA EXERCIT La Concorde debout à gau- 
che tenant une patere et une doublé come d'abon- 
dance. (Billon). 

398 (a. n. 131). 

^ - IMP C P LIC GALLIENVS AVG Son buste radié et 

cuirassé (non drapéj à droite, avec un point sur 

la bordure de la cuirassé. 

Ijl — Meme revers. (Billon). 

Adn. La nicdaille n. 132 oii 133 de Cohen avec le buste cuirassé 

(non drapé). (M. B.). 

399 (a. n. 167). 

i>' — GALLIENVS AVG Son buste radié à droite (sans 
draperie et sans cuirassé). 

ìji — DIANAE CONS AVG Antilope marchant à gauche, 
ies cornes tournées en haut, avec une bosse sur 
le dos. A l'exergue : r (Billon). 

400 (a. n. 181). 

,ìy — GALLIENVS AVG Son buste radié et cuirassé à droite. 

^ — FELICI AVG La F'elicité debout à gauche, tenant 

un long caducée et une come d'abondance. (Billon). 

401 (a. n. 190). 

,& — GALLIENVS AVG Son buste radié et cuirassé à droite. 

1^ — FELICI! AVG La Félicité debout à droite, tenant un 
long caducee et un globe (Sans lettre dans le 
champ). (Billon). 



4 20 EDMOND GOHL 



402 (a. n. 227). 

& — GALLIENVS AV& Sa lète radice à droite. 
1$ - FIDES MIL La Fidélité debout de face, regardant à 
gauche et tenant deux enseignes. (Billon). 

403 (a. n. 249). 

f^ — GALLIENVS AVG Son buste radié et légèrement 
drapé à droite. 

I^ — FIDES MILITVM La Fidélité debout à gauche, tenant 

un sceptre de la main droite et ? de la main 

gauche. A l'exergue, traces des lettre. (Billon). 
De fabrique rude. 

404 (a. n. 257). 

& - GALLIENVS AVG Sa téte radié à droite. 
ij( — FIDES MILI TVM (en trois lignes) dans une courone 
de laurier. (Or). 

Percé. 

405 (a. n. 269). 

& — IIVIP GALLIENVS AVG Sa tète radice à droite. 

9^ — FORTVNA REDVX La Fortune debout à gauche, te 
nant un gouvernail pose sur un globe et une 
come d'abondance. Dans le champ, à droite : S 

(Billon). 

406 (a. n. 277). 

/& — GALLIENVS AVG Son buste radié et cuirassé à droite. 

'\^ - FORTVNA REDEX (ainsi !) et VII C • à l'exergue. La 

Fortune debout à gauche, tenant un court caducée 

et une come d'abondance. (Billon). 

Adii. La médaille n. 279 de Cohen avec V à l'exergue du revers. 

(Billon). 

407 (a. n. 294). 

tB" — GALLIENVS AVG Son buste radié et drapé à droite. 

9 — GENIVS AVG Genie coiffé du modius debout à 
gauciie, tenant une patere et une come d'abon- 
dance. (Billon). 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORUM 42I 



408 (a. n. 295). 

,©" - &ALLIENVS AVG Sa téte (buste) radiée à gauche. 
ip — Meme revers. A l'exergue une ligne horizontale. 

(Billon). 

409 (a. n. 301). 

B' - IMP G-ALLIENVS AVG Som buste radié et cuirassé 

à droite. 
I^ — Meme revers (Sans signe à l'exergue). (Billon). 

410 (a. n. 306). 

B' - IMP GALLIENVS P F AVG Son buste radié et cui- 
rassé à droite tenant une baste (la pointe en avant) 
et un bouclier rond. 

91 - GERMANICVS MAXIMVS Deux captifs assis sous un 
trophée. (Billon). 

411 (a. n. 307). 

^' - IMP C P LIC GALLIENVS P F AVG Son buste radié 

et cuirassé à droite. 
9i - GARMANICVS (ainsi !) MAX TER Deux captifs assis 
sous un trophée. (Billon). 

Adn. Les médailles 11. 308 et n. 310 de Cohen avec des points a la 
legende de l'avers : GALLIENVS . P . F . AVG. 

Au revers de la iiiédaiile 11. 324 de Cohen, l'Indulgcncc ne titnt 
pas un raineau; elle tend sa niain, on voit préciseinent scs doigls. 

412 (a. n. 355). 

iy - IMP e P LIC GALLIENVS P F AVG Son buste radié 

et cuirassé à droite. 

1^ - lOVI CONSERVA lupiter nu debout à gauche, avec 

son manteau sur l'épaule gauche, tenant un foudre 

et un sceptre. (Billon). 

Adn. La inédaille n. 361 de Cohen, avec S dans le champ da revers 

à gauche. (Billon). 

La niénie médaille avec X dans le cham;) du revers à gauche. 

(Billon). 

413 (a. n. 363I. 

& - IMP GALLIENVS P F AVG G(A ?) • • Son buste radio 
et drapé à droite. 



-J22 EOMOND GUHL 



lj( — lOVI CONSERVAI lupiter nu debout à gauche, avec 
son manteau sur l'épaule gauche, tenant un foudre 
et un sceptre. Dans le champ, à droite: S (Billon). 

414 (a. n. 366). 

,& ~ GALLIENVS AVG Son Ijuste radié et cuirasséà droite. 

Ij* - lOVI CONSERVAI et 8XV à l'exergue. lupiter nu 
debout à gauche avec son manteau sur l'épaule 
gauche, tènant un globe et un sceptre. (Billon). 

415 (a. n. 366). 

i>' — GALLIENVS AVO Son buste radié et drapé à droite. 
I^ — Meme revers, avec PXV à l'exergue. (Billon). 

416 (a. n. 404). 

,tì' IMP G-ALLIENVS AVG Son buste radié et cuirassé à 
droite. 

Ri — lOVI VLIORI lupiter nu marchant à gauche et re- 
gardant à droite. Il tient un foudre de la maio 
droite et son manteau sur le bras gauche. (Billon). 

417 (a. n. 404). 

iy — IMP GALLIENVS AVG Son buste radié et légèrement 

drapé à droite. 
1^' — Meme revers. (Billon). 

418 (a. n. 414). 

B' — IMP C GALLIE Sa tète (buste) radiée à droite. 

1^ — IS(IS) AVG Figure humaine debout de face, en vé- 
lenient court, les bras ouverts, tenant un sceptre (?) 
appuyé à son bras gauche. (Billon). 

Fabrique rude. Diam. mm. 14)4, 5. 

419 (a. n. 431). 

i)' — GALLIENVS AVG GER Son buste radié et légère- 
ment drapé à droite. 

Ip — LAEIIIIA AVG La loie marchant à gauche, tenant 
une couronne et une ancre. (Billon). 



CONTRIBUÌ lONS AU CORPUS NnMORI'M ROMANORUM 423 

420 (a. n. 437). 

-©' — IMP C P LIC &ALLIENVS AVG Son buste radié tt 

cuirassé à droite. 
r$ — LAETITIA AVG La Joie debout à gauche, tenant une 

couronne et une ancre. (Billon). 

421 (a. n. 510). 

fi" — GALLIENVS AVG Son buste radié et cuirassé (non 

drapé), à droite. 
^ — LEG VII CL VI P VI P laureau marchant a droite. 

(Billon). 

422 (a. n. 597). 

- ,& - IMP GALLIENVS AVG Sa lète radice k droite. 

§( — LIBERTAS A La Liberté debout à gauche, te- 
nant un bonnet et une come d'abondance (Billon). 

423 (a, n. 601). 

B' — GALLIENVS AVG Son buste radice et drapé à droite. 

R) — LVNA LVCIFERA Diane, coiffé du croissant, debout 
à droite, avec l'habit flottant et tenant une torche 
allumée de sa main droite. (Billon). 

424 (a. n. 669). 

^ly — GALLIENVS AVG Sa tète (buste) radié à droite, sans 

draperie et sans cuirassé. 
^ — NEPTVNO CONS AVG Hippocampe, (cheval marin) à 

gauche. A l'e.xergue: IV. (Billon). 

425 (a. n. 703). 

,D' — IMP GALLIENVS AVG Sa tòte radice à droite. 

I^ — ORIENS AVG Le Soleil marchant à gauche, levant 
la main droite et portant son manteau flottant sur 
le bras gauche. (Billon). 

426 (a. n. 710). 

fy — GALLIENVS AVG Sa tète radice à droite. 
I<1 — ORIENS AVG Le Soleil debout à gauche, levant la 
main droite et tenant un globe de la main gauche. 

(Billon). 



424 



EDMOND GOUI. 



427 (a. n. 762). 

,iy — (IMP?) GALLIENVS P F AV& G M Son buste radié 
et cuirassé à droite. 

Iji — PAX AV&G et T dans le champ à gauche. La Paix 
debout à gauche, tenant une branche d'oHvier et 
un court sceptre transversal. (Billon). 

428 (a. n. 767). 

jy — GALLIENVS AVG Son buste radié à gauche, sans 
draperie et sans cuirassé. 

9 — PAX AVGVSTI et s dans le champ, à gauche. La 
Paix courant à gauche, tenant une branche d'oli- 
vier et un long sceptre transversal. (Billon). 

Adn. La médaille n. 766 de Cohen, sans aucune marque monétaire. 

(Billon). 

429 (a. n. 767). 

B' — GALLIENVS AVG Son buste radié et légèrement 

drapé à gauche. 
Ip — Meme revers. 

430 (a. n. 781). 

iy — IMP GALLIENVS P AVG Son buste radié et drapé à 
droite. 

iji — PI ET SAECVLI lupiter enfant, les bras ouverts, assis 
à gauche, et regardant à droite, sur la chèvre 
Amalthée, tournée à gauche. (Billon). 

431 (a. n. 788). 

tiy — GALLIENVS AVG Son buste radié, drapé (et cui- 
rassé ?) à droite. 

9' — PIETAS AVG Gallien debout, la tète voilée, sacri- 
fiant sur un autel allume, tenant un sceptre trans 
versai. A l'exergue : VII C • (Billon). 

432 (a. n. 852). 

n' — GALLIENVS AVG Sa tète radiée à droite. 

I^ — PRINC IVVENT Gallien debout à gauche, tenant un 



CONtRIBUTIONS AV CORPUS NUMORUM ROMANORUM 42^ 

globe et une baste, devant lui, une petite figure 

humaine assis à gauche. (Billon). 

Adn. La médaille n. 864 de Cohen avec IVI T à l'exergue du revers. 

(Billon). 

433 (a. n. 868). 

>& — IMP GALLIENVS P ÀVG Sa lète (buste) radiée à 
droite, sans draperie et sans cuirasse. 

9 — PROVID AVG- et M T à l'exergue. La Providence 
debout à gauche, touchant de sa baguette un 
globe pose à terre et tenant un sceptre (ver- 
tical). (Billon). 

434 (a- n- ^VS)- 

^ — IMP GALLIENVS P F AVG- GERM Son buste radié 
et cuirasse à droite. 

^ — PROVIDEN A AVGG (ainsi !) La Providence debout 
à gauche, touchant de sa baguette un globe pose 
à terre et tenant une come d'abondance. (Billon). 

435 (a- "• 873)- 

& — GALLIENVS AVG Son buste radié, drapé et cuirasse 

à droite. 

9 — PROVIDEN AVG La Providence debout à gauche, 

touchant de sa baguette un globe pose à terre 

et tenant une come d'abondance. (Billon). 

Adn. La médaille n. 875 de Cohen avec le buste cuirasse, non 

drapé. (Billon). 

436 (a. n. 893). 

& — GALLIENVS AVG Son buste radié et cuirasse à droite. 

9( — PVDICITIA La Pudeur debout à gauche, couvrant 
son visage de son voile et tenant un sceptre trans- 
versal. (Billon). 

437 (a. n. 951). 

^ — GALLIENVS AVG Son buste radié et cuirasse à droite. 

^ — SECVRIT AVG La Securité debout à gauche, levant 
sa main droite au dessus de sa tète et s'appuyant 
sur une colonne. (Billon). 



426 K.DMOND GOHL 



438 (a. n. 989). 

/& — G-ALLIENVS AVG et sous le portrait : B. Son buste 
radié, drapé et cuirassé à droite. 

^ — SOLI INVICTO Le Soleil (ou Gallien ?) en vétement 
long, debout de face, regardant à gauche, levant 
la main droite et tenant un globe. À l'exergue : 
PXV. (Billon). 

439 (a- n- 989)- 

^ — GALLIENVS AVG Son buste radié, drapé (et cuirassé?) 
à droite. 

I^ — SOLI INVICTO Le Soleil nu, le manteau sur le bras 
gauche, debout de face, regardant à gauche, le- 
vant sa main droite et tenant un globe. (Billon). 

440 (a. n. 1072). 

^ — GALLIENVS AVG Son buste radié et drapé à droite. 
9 — VICTORIA AET et danslechamp: Z Victoire debout 
à gauche, tenant une couronne et une palme. 

(Billon). 

441 (a. n. 1073). 

^ - IMP GALLIENVS AVG Sa tète radiée à droite. 

3^ — VICTORIA AE(T) et dans le champ à gauche : s 
Victoire debout à gauche, tenant une couronne 
et une palme. (Billon). 

442 (a. n. 1097). 

B' - IMP GALLIENVS AVG Son buste radié (et cuirassé?) 
à gauche, tenant une baste sur l'épaule et un 
bouclier rond, orné d'une étoile. 

9^ — VICTORIA AVG et dans le champ à gauche: T 
Victoire courant à gauche, tenant une couronne 
et une palme. (Billon). 

443 (a- n- "46)- 

!& — GALLIENVS AVG Son buste radié à droite, sans 
cuirassé et sans draperie. 



CONTRIBUTIONS AU tOKPUS NUMORUM ROMANORUM 427 

9 - VICTORIA AVGG Victoire debout à gauche, appuyé 
sur un bouclier rond et tenant une palme de sa 
main gauche. (Billon). 

444 (a. n. 1163). 

^' - IMP GALLIENVS P F AVG & M Son buste radié et 
cuirassé a droite. 

F$ - VICTORIA 3ERM Victoire debout à gauche, tenant 
une couronne et une pahne, à ses pieds, un captif 
assis à gauche. (Billon). 

445 (a. n. 1173). 

^ — G-ALLIENVS AV& Son buste radié et cuirassé à droite. 

R) — VICTORIA GERM Victoire debout à gauche, tenant 
une couronne et une palme, à ses pieds un ger- 
main captif assis à gauche. (Billon). 

446 (a. n. 1175). 

^' - IMP C P LIC GALLIENVS P F AVG Son buste radié 
et cuirassé à droite. 

^ — VICTORIA GERMANICA Victoire debout à gauche, 
tenant une couronne et une palme, à ses pieds 
un captif assis à gauche. (Billon). 

447 (a. n. 1232). 

& — GALLIENVS AVG Son buste radié à droite, sans cui- 
rassé et sans draperie. 

9 — VIRTVS AVG Mars, en habit militaire, debout à gau- 
che, tenant un rameau et une baste. Près de lui, 
à gauche, un bouclier. (Billon). 

448 (a. n. 1235). 

Sf - GALLIENVS P F AVG Son buste radié et drapé à 

droite (sans la cuirassé). 
I^ — VIRTVS AVG La Valeur casquée debout à gauche, 
appuyé sur un bouclier rond et -tenant une baste 
renversée. (Billon). 

Adii. La médaille 1236 de Cohen, au revers avec un sceptre ter- 
mine d'un bouton, à la place de la haste, et avec VI dans le clianip, à 
droite. (Billon). 

La incdaille n. 1237 de Cohen, au revers avec une haste, la pointe 
tournée en haut et une étoile à l'exergue. (Billon). 



428 EDMOND GOHL 



449 (a. n. 1242). 

^' - IMP C P LIC &ALLIENVS AVG Son buste radié et 

cuirassé (mais non drapé) à droite. 
9 — Meme revers. 

450 (a. n. 1247). 

i^ - &ALLIENVS P AVG- Sa téte (buste) radiée à gauche. 

^ — VIRTVS AVG La Valeur casquée debout à gauche, 
appuyé sur un bouclier rond et tenant un sceptre 
termine d'un bouton. (Billon). 

451 (a. n. 1292). 

^ — IMP GALLIENVS P F AVG Son buste radié et cui- 
rassé (ou drapé?) à droite. 
I^ — VIRTVS AVGG La Valeur casqué, en habit militaire 
debout à gauche, tenant une baste renversée et 
appuyé sur un bouclier. (Billon). 

Adn. La médaille n. 1322 de Cohen avec XII dans le champ du 
revers, à gauche. (Billon). 

452 (a. n. 1292). 

^' — IMP GALLIENVS P F AVG GERM Son buste radié et 
cuirassé à droite. 

1$ — VIRTVS AVGG La Valeur, en habit militaire, mar- 
chant à gauche, tenant une baste renversée, ter- 
minée en haut d'un bouton, et appuyé sur un 
bouclier rond. (Billon). 

453 (a. n- 1322). 

/& — GALLIENVS AVG Son buste radié, drapé et cuirassé 
à droite (presque à mi-corps et très richement drapé). 

P — VIRTVS AVGVSTI Mars casqué debout à gauche, tenant 
un rameau et une baste. Son pied droit est pose 
sur un casqué. Dans le champ, à gauche: X (Billon). 

454 (a- n. 1349). 

^' - IMP C P LIC GALLIENVS (AVG) Son buste lauree, 

drapé et cuirassé à droite. 
9 — VOTIS DECENNA LIBVS (en trois lignes) dans une 

couronne de laurier (sans S C) (M. B.). 



CONTRIBUTIONS AU CORPUS NUMORUM ROMANORUM 429 

iWédailles frappées dans les colonies. 

TROADE. 

455 (a- n- M2i). 

B' — IMP LICIN GALLIEN Son buste laure et drapé à droite. 

I^ — COLAVGTROAD Apollon Sminthien debout à droite, 

sacrifiant sur un trépied allume et tenant un are. 

(P. B.). 

456 (a. n. 1422). 

^' - IMP LICIN GALLIENO (?) Son buste laure et drapé à 
droite. 

I^ — COL AVG TROAD Silène debout à gauche, levant 
sa main droite et tenant une outre sur l'épaule 
gauche (Diam. mm. 20). (P. B.). 

SALONINE. 

Adn. La médaille n. 25 de Cohen, sans aucune marque monétaire. 

(Billon). 

La médaille n. 31 de Cohen, sans aucune marque monétaire; l'épais- 
seur du flan est de mm. 3. Poids gr. 6,73. Diamètre mm. 21-21,5. (Billon). 

La médaille n. 31 de Cohen avec un point au centre du revers, 
au dessus du type. (Billon). 

457 (a- n. 51). 

ly — SALONINA AVG Son buste diadémé et drapé à droite, 
avec le croissant. 

I^ — FORTVNA REDVX La Fortune debout à gauche, 
tenant un gouvernail pose sur un globe, et une 
come d'abondance. (Billon). 

(Voyez la médaille n. 276 de Gallien chez Cohen). 

458 (a. n. 75). 

3* — Meme avers. 

P — PAX AVG La Paix debout à gauche, tenant une 

branche d'olivier et un sceptre vertical. (P. B.). 

Diam. mm. (6-17. Le diamètre du type est de quelques mm. plus 

grand que celui du flan. (Bronze jaunàtre). 



43° 



EDMOND GOHL 



459 (a. n. io6). 

^ — Meme avers. 

9 - SALVS AVGG La Sante debout à gauche, tenant 
une patere et un sceptre termine d'un bouton. 

(Billon). 

460 (a. n. 107). 

^ — Meme avers. 

9 — SECVRIT AVG La Securité debout à gauche, posant 
la main droite sur sa tète et s'appuyant sur une 
colonne. (Billon). 

SALONIN. 

461 (a. n. 42). 

^ — DIVO CAES VALERIANO Son buste radié et drapé à 

droite. 
P — PIETAS Ay& Vase à sacrifice entre deux objets in- 

certains. (Billon). 

MARIVS. 

462 (a. n. ?). 

B' - IMP CAES M AVR MARIVS PIVS AVG Son buste ra- 
dié, drapé (et cuirassé ?) à droite. 

R) — (Legende effacée). Femme debout à 

gauche, sacrifiant (?) sur un autel et tenant un 
sceptre {?). (M. B.). 

Diain. mtn. 25-28, épaisseur inm. 2 



{À suivre). Edmond Gohl. 



Nota di Numismatica Sabauda 
Un TESTONE di Carlo II 

DUCA DI SAVOIA o 




& — + KAROLVS : DVX : SABAVDIE Busto del duca a 

destra. 
9' — + IN : TE : DNE : CONfKiDo) : C : F : Stemma con 

corona comitale tra FÉ RT con un punto segreto 

nella croce. 

Argento gr. 0,^70 Collezione Cerrato ) ,. . , 

° ° ■^' ^ ' "Tservazionc l)uona. 



■rato ) ,. 
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Giacinto Cerrato, pubblicando nel fascicolo pre- 
cedente della nostra Rivista questo testone di Carlo II 
di Savoia, lo attribuisce al conio di Francesco Sa- 
voie, maestro particolare della zecca di Chambery 
dal 1524 al T528. 

Leggendo lo scritto dell'egregio studioso, pur 
così benemerito per altri lavori sulla Numismatica 
Sabauda, non fui questa volta convinto delle cle- 



(i) Vedi fascicolo-omaggio III, Niv. Ilal. <// Niiiii , 1908, pag. 83 seg. 



4^2 RICCARDO AbALGISlO MARINI 

ganti ragioni ch'Egli, come sempre, apporta in fa- 
vore della propria tesi: anzi per quelle ragioni istesse, 
facilmente mi accertai che l'errore dipendeva da 
falsa interpretazione di majca, e che il famoso te- 
stone, eh' io posseggo identico nella mia collezione, 
è dovuto al conio, non di Francesco Savoie, ma di 
Cristoforo Forza, maestro alla zecca di Chambery 
dal 1528 in poi. E mi spiego : 

i.° Le iniziali C • F • che il Cerrato vorrebbe 
sigla monetaria del Savoie, non possono assoluta- 
mente essere di tal maestro, perchè in tutte le emis- 
sioni compiute da costui a Chambery sotto Carlo II 
fino al 1528, non una volta sola finora si sono ri- 
scontrate. 

2.° Dopo il 1528 il Savoie viene eletto mae- 
stro generale per la Savoia, nella qual carica lo ri- 
troviamo ancora nel 1535, e come tale lasciò che 
in tutte le emissioni si imprimessero le sigle per- 
sonali d'ogni maestro particolare. Soltanto in tal 
senso debbo convenire, per logica ragione, col Cer- 
rato, che sotto il magistrato generale di Francesco 
Savoie, furono emesse monete colle iniziali suddette, 
essendo il Forza alle dipendenze del suo superiore. 

3.° Per poter attribuire la sigla al Savoie, 
sarebbe giuocoforza decifrarla in tal modo C(hambery) 
F{ranfois). Ora questa spiegazione è inverosimile e 
poco piacevole per due motivi : a) che in tutta la 
monetazione di Carlo II non abbiamo un solo esempio 
in cui alla iniziale della zecca, sussegua l' iniziale 
del solo nome di battesimo del maestro; b) che pur 
ammettendo nel caso nostro, cosa probabile, la C per 
Chambery, la F non potrebbe interpretarsi mai per 
un nome, sebbene per il cognome o casato del mae- 
stro, come ne fanno fede le altre emissioni dello 
stesso duca, compiute in Savoia ed in Piemonte. 
Esempi: T ■ ex • (Torino Cassini); N • G • {Noble Goulaz) ; 



NOTA DI NUMISMATICA SABAUDA - UN TESTONE DI CARLO II 43^ 

G • G • (Genève Goulaz, ancora maestro a Cornavin 
nel Genevese nel 1532); C A [Cassini di Torino); 
B • B • (Bartolomeo Brunas di Torino) ; V • J • p • F ( Ver- 
celli, Jean Pierre Ferraris) ; B [Brunas o Brunasso di 
Torino) ; V • & • C • ( Vercelli, Gerardino Cagnassone) ; 
C- {Cagnassone di Vercelli); B-P- (BourgeuBresse, 
Pugniet) ; V • L • F • {Vercelli, Luigi Ferrati) ; V • F • {Ver- 
celli, Ferrari); N-V- {Nicola Vialard di Aosta), ecc., ecc. 
Dal che dobbiam dedurre, a parer mio, che la F del 
nostro testone non può essere altrimenti interpretata 
che per il casato o cognome del maestro di zecca, 
sia traducendo la C per Chambery, sia interpretan- 
dola nome di battesimo. 

4.° Dice il Cerrato (pag. 85) che « a nessuno 
dei maestri in funzione nelle zecche al di là delle 
Alpi durante il periodo di tempo che passa dal- 
l'esordio del regno dello sventurato duca Carlo II, 
al funesto anno 1536 dell'invasione francese, si adat- 
terebbero tali iniziali ». Qui l'egregio studioso pre- 
cipita alquanto : l'essere stato Francesco Savoie alla 
zecca di Chambery fino al 1528, anno in cui fu per 
breve tempo assunto al magistrato generale, che 
tenne poi più lungamente dal 1530 al 1535, ci porta 
a pensare al successore di quel tempo ; e questi fu 
Cristoforo Forza o de Forza che anche il Perrin "> 
si ricorda di registrare come semplice graveitr, ma 
che un documento del 1529 dell'Archivio Notarile 
di Susa (casell. XVI, 1 520-1 556) riabilita poi nella 
sua vera carica, chiamandolo, fra i testimoni in un 
atto di vendita, magister tnonetarùis illustrissimi Do- 
mini, Domini nostri Caroli, ecc., ecc. Dunque, mae- 
stro di zecca e non più soltanto coniatore, come lo 
ricorda il Perrin. 



(i) A. Perrin: Calai, du Médailler de Savoie. Chambery, 1883; 
pag. 64-65-70. 

53 



434 



RICCARDO ADALGISIO MARINI 



Concludendo : il testone di Carlo II di Savoia, 
colie iniziali C • F, dopo quanto esposi, ritengo con 
certezza emesso dalla zecca di Chambery sotto la 
funzione di Cristoforo Forza , dal 1528 al 1534. 
Dunque le iniziali C • F • vanno interpretate per 
C{hambery) ■ F(orzaì -, o meglio ancora, e soltanto, per 
C{nsto/oro) ■ f(orza) -, non avendo questo maestro bat- 
tuto in altre zecche fuori di Chambery. 



Dott. Riccardo Adalgisio Marini. 



UN QUATTRINO INEDITO 

della ZECCA ARETINA 

sotto il Reggimento dei Fiorentini dal 1337 al 1342 



Nella sua prege\'ole memoria Della Zecca Are- 
tina sotto il reggimento dei Fiorentini ^^) l'egregio num- 
mografo generale Ruggero pubblica un grosso ine- 
dito del secolo XIV col giglio fiorentino nel campo 
del rovescio, battuto dalla zecca aretina sotto il reg- 
gimento dei Fiorentini e precisamente nel periodo, 
in cui questi erano padroni di Arezzo per la ven- 
dita loro fattane nel T337 da Pietro Tarlato Saccone, 
fratello del vescovo Guido Tarlato. Detta città ricu- 
perava poi sei anni più tardi, nel 1342, la sua li- 
bertà, senza però poterne godere in causa delle ci- 
vili discordie che la dilaniavano, cosicché nel 1385 
veniva nuovamente venduta ai P^iorentini dalle milizie 
di Ludovico d'Angiò, che se ne erano impossessate. 
La scoperta di questo grosso prova chiaramente : 

I." come la zecca aretina non sia sempre stata 
autonoma, anzi indica un nuovo periodo di mone- 
tazione fiorentina in Arezzo finora sconosciuto, quello 
dal 1337 al 1342; 



(1) Ruggero Giuseppe: Annolaeioni Numismatiche Italiane: XIV. 
Della zecca Aretina sotto il rfgghnenlo dei Fiorentini in Rw, Ital. di Num., 
1907, voi. XX, fase. Ili, pag. 408. 



436 T. COLONNELLO ALBERTO CUNIETTI-CUNIETTI 

2." come sia in errore chi ritenga che questa 
zecca abbia cessato di funzionare colla caduta della 
città in mano dei Fiorentini nel 1385. 

Infatti, anche a prescindere dalla scoperta fatta, 
se si osserva l'ordine del 1472 cui accenna l'Orsini (^), 
appare che esso si riferisce ad un secondo periodo 
di monetazione in Arezzo, dopo, cioè, il 1385. 

Inoltre esiste un quattrino imperfettamente de- 
scritto dal Bellini (^) e dal Kunz (3), ma riprodotto 
nella sua integrità dal generale Ruggero ^4), il quale, 
e per la paleografia e per il modo come è scritto il 
nome della città ^5), deve senza dubbio appartenere 
alla fine del XV o al principio del XVI secolo : 
detto quattrino, di cui trovansi numerose varietà, 
pur tuttavia venne da tutti finora sempre confuso 
tra le monete autonome anteriori al 1385. 

E perfino il Muratori, mentre non riporta altre 
impronte di monete aretine se non colla leggenda 
DE ARITIO siccome appunto trovasi scritto il nome 
della città nei documenti del secolo XI fino a tutto 



(i) Et perchè si conoscie per le cose sopradette e Quattrini vecchi 
Fiorentini non si possono disfare se non per le Zecche Forestieri, però 
esser necessario, et utilissimo proibire le monete Forestieri, e per ve- 
nire a questo effetto si provveda : 

Che passato il mese di Dicembre prossimo avvenire 1472 non si 
possa nella Città, Contado, o Distretto di Firenze, o suo Imperio spen- 
dere, né ricevere in alcuno pagamento alcuno Quattrino se non del 
Segno et conio del Comune di Firenze, Pisane, et Aretine, et battute 
nelle dette Zecche di Firenze, Pisa et Arezzo, sotto pena di perdere 
le Monete triste, et altrettanta della buona, et di Fior. Venticinque 
larghi, et quello più, et meno, che parrà a' Signori pe' tempi esistenti 
nella detta Zecca, avendo rispetto a' delinquenti del delitto commesso. 
(Orsini Ignazio: Delie mone/e delia Repubblica Fiorentina, pag. 241). 

(2) Bellini Vincentii : De monetts Ilaliae medii aevi hactenus non 
evulgatis. Postrema Dissertatio, pag. io, tav. Il, n. VI. 

(3) Kunz Carlo: // Museo Botlacin in Opere Numismatiche, pag. 142, 
tav. XII, n. 8. 

(4) Ruggero Giuseppe : Opera citata. 

(5) È scritto alla moderna ARRETIVM invece di ARITIVM, 



UN QUATTRINO INEDITO DELLA ZECCA ARETINA 437 



il XV, asserisce però di avere veduto un quattrino 
meno antico e colla più corretta leggenda DE ARETIO ('X 

Il Fabroni afferma poi di conservare nella col- 
lezione della Fraternità una monetina di rame, ove è 
scritto ARETIVM invece di DE ARETIO. 

« Questi due esemplari, prosegue il Fabroni, 
" fanno conoscere che la nostra zecca continuò, o 
« riassunse per intervalli una qualche attività quando 
" il ritorno alle buone lettere aveva fugata la vec- 
« chia barbarie. Difatti Fra Luca Paciolo (Siimma 
u de Arithmetica, Venezia 1494, pag. 22, 4." V. 23) 
« fa menzione dei bolognini d'Arezzo, come di mo- 
« neta di argento corrente circa il 1500, ed assegna 
M ai medesimi, dietro il saggio fattone dal Perugino 
u Petrozzo di Masso, la bontà o titolo di once nove 
« e denari ventidue, inferiore a quello dei popidiiii 
u di Firenze, superiore ai bolognini di Roma e di 
u Lucca. Al momento bensì in cui scriveva il Fa- 
« ciolo un altro riscontro ci fa presumere che, se 
H la moneta era in corso, la monetazione Aretina fosse 
« estinta : poiché Messer Arcangelo Visdomini nar- 
« rando la rivolta d'Arezzo contro la repubblica di 
« Firenze accaduta nell'anno 1502, così si esprime 
« {V. Relazione Rondine/li, ecc. Arezzo i^S^.pcig- ^Jj)- 
u Ordinata in tal guisa la Città circa il Governo, si 
M cominciò a battere le monete, secondo /' uso e fa- 
u colta antichissima concessa da tanti Imperatori: io 
« che prova che la zecca della città aveva cessato 
« di esistere avanti il 1500 una o più volte, in 
« epoche che non potrebbero determinarsi, ma che 
« debbono avere relazione con le due vendite di 
« Arezzo fatte ai Fiorentini da Pier Saccone Tarlati 



(i) Fabroni A.: Dei/e monete <Ji Arezzo. Memoria letta nell'adu 
nanza del i.° aprile 1839. In .4tli delta I. e R. Accademia Arelina di 
scienze, lettere ed arti, vtil. I, 1843, P^é- 62. 



438 T. COLONNELLO ALBERTO CUNIETTI-CUNIETTI 



« nel T337 e dai Francesi nel 1385 e specialmente 
« con l'ultima. Dopo la rivoluzione del 1502 pochi 
« mesi bastarono a ricondurre la Città nostra sotto 
« il dominio di Firenze, e la fabbricazione delle mo- 
« 'nete dove cessare. Appena infatti l'assedio posto 
« a Firenze dall'esercito di Carlo V permise agli 
« Aretini di vendicarsi in libertà, un decreto del 
« Consiglio generale del 23 Gennaio 1530 rimette 
« in piede l'antica zecca della città, e ordina ai 
« maestri di quella di far imprimere nella moneta 
" S. Donato vescovo e protettore di Arezzo, e l'Aquila 
« imperiale dairaltro lato {Relazione Rondinelli, cit. 
u pag. 21^ in nota), ultimo sforzo per conservare un 
« privilegio ormai destinato a perire, e che forse 
« non ebbe effetto nel breve tempo che durò la pre- 
« caria libertà del paese, giacche non s' incontrano 
" oggi monete Aretine coll'impronta dell'Aquila Im- 
« periale » (^). 

Da tutto questo risulta chiaramente che la zecca 
aretina abbia funzionato in diversi periodi sotto la 
signoria dei Fiorentini e che essa sia stata definiti- 
vamente chiusa dopo la rivoluzione del 1502, seb- 
bene anche dopo, cioè nel 1530, esista l'ordine di 
riattivare la zecca. 

Ritornando ora al grosso col giglio fiorentino 
pubblicato dal generale Ruggero^ devo aggiungere 
che è la prima moneta che si conosca di quel tipo, 
e l'egregio generale in ultimo faceva voti onde ve- 
nissero fuori altri prodotti della zecca aretina du- 
rante il governo dei Fiorentini. 

Ed a me è capitata appunto ora la fortuna di 
trovare un quattrino che viene a fare il paio col 
grosso descritto dal generale Ruggero. 



i) Fabroni a. : Op. citata. 



UN QUATTRINO INEDITO DEI I.A ZECCA ARETINA 



439 





,B' — p p • S- DO-NATVS II Santo mitrato in piedi di 
fronte col pastorale nella sinistra e benedicente 
colla destra. In alto fra il Santo e il termine della 
leggenda segno di zecca J. 

Ri — * ® DE ® ARITIO V ® Nel campo in cerchio di per- 
line il giglio fiorentino, ai cui lati vi è inferior- 
mente una stelletta e superiormente un segno in- 
vece del solito fiorellino. 

È di mistura, quasi rame, del peso di grammi 0,850. 

In questo nummolo vi è una cosa che mi sor- 
prende e che non mi so spiegare e sono le due 
stellette interiormente e i due segnetti superiormente 
che sembrano due lambelli, in luogo dei fiorellini 
caratteristici del giglio fiorentino, che si riscontrano 
nel grosso sopramenzionato e nelle monete di Firenze. 
Ad ogni modo questa monetina appartiene al primo 
periodo, quello cioè, in cui Arezzo era soggetta ai 
Fiorentini per la vendita fattane da Pietro Saccone 
Tarlato. 



7. Colonnello Ai.rkrto CuNn-.TTi-CiiNn-TTi. 



Una curiosa monetina di Mantova 





Offro ai lettori della Rivista Italiana di Numis- 
matica, una curiosa monetina di Mantova, facente 
parte della mia collezione e che ritengo non sia stata 
ancora pubblicata. 

Eccone la descrizione : 

& — Nel campo del diritto le lettere E • P • S in triangolo, 

in giro: + VIRGILIVS- 
^ — Nel centro piccola croce patente, attorno : + MA- 

NVTE- (sic). 

Argento di bassa lega peso gr. 0,650. 

È una strana variante del denaro illustrato dal 
Portioli (') appartenente alla Signoria dei Vescovi e 
quindi certamente battuta nella seconda metà del 
secolo X. 

Dato lo scarso titolo d'argento, si potrebbe pa- 
ragonarla ad una di quelle contraffazioni di cui parla 
il signor Perini (2), a proposito di una moneta d'Ivrea, 
da lui posseduta, e che sarebbero state coniate da 
fabbricanti girovaghi lombardi a scopo di lucro. 

Cuneo, jr maggio igo8. 

Ing. Emilio Bosco. 



(i) Portioli : La zecca di Mantova lySg. 
(2) Perini : Boll. Hai. di Num., aprile, 1908. 



TESORETTO DI MONETE REPUBBLICANE D'ARGENTO 



Giorni addietro un amico ha sottoposto al mio 
esame un tesoretto di monete repubblicane di ar- 
gento, che mi affermò essere state recentemente rin- 
venute nei pressi di Ostuni in provincia di Lecce. 

Il ripostiglio si compone di 141 denari e di un 
vittoriato. Venti dei denari sono anonimi, e cioè 14 
col tipo dei dioscuri con o senza marche, 5 bigati, 
e uno col tipo di Roma, seduta sopra gli scudi, 
guardante la lupa (Bab. I, pag. 72, n. 176). Dei 20 
denari anonimi, 18 appartengono al primo periodo 
del Babelon, uno all'a. 154 a. C. e uno all'a. 104 a. C. 
Le rimanenti 121 monete portano il nome di 54 
magistrati e appartengono alle seguenti 47 famiglie: 
Abiiria (i es.). Adita (i), Ae/ia (i), Aciiii/ia (4), A/ra- 
ma {2), Antestta{6), Appiikia (6), Baebia (6), Cacciha (4), 
Cassia {4), Cipta{i\ Claudia {2)- Cloiilia{\), Cornelia{i), 
Cupieiuiia {4), Ciirtia (\), Deciiiiia {ì), Domitia (2). Fa- 
bia (4), Fannia (g), F/atninia [4), Fonteia (1). Furia (6), 
Herennia (i), Jtinia (4), Licinia (t), Lncretia (3), Lii- 
tatiad), Maenia{\), Manlia(\), Mania {-2), Minucia {i), 
Papiria (5), Pinaria (2). Pluiia (i), Pania (8), Postii- 
»i'(f (3)' Quinctia (1). Oiiinctilia (i), Rema (3), Sau- 
feia (2), Scribonia (i), Seinpronia (i), Servilia (^), Te- 
reniia (j), Tullia {2), Velnria [1). Di un solo denaro, 
quadrigato, non si può per il cattivo stato di con- 
servazione determinare esattamente l'attribuzione : 
tuttavia il tipo e lo stile di esso ci riportano indub- 
biamente a uno dei tre magistrati monetari dell'anno 
139 a. C. 

56 



442 FRANZ PELLATI 



Cronologicamente, i denari del ripostiglio di 
Ostuni si possono ripartire, secondo la divisione 
adottata dal Babelon, nei seguenti periodi : 

i.° Periodo (a. 268-2T7 a. C.) 19 pezzi. 

2." » (a. 217-159 a. C.) 30 » 

3." » (a. 154-135 a. C.) 36 

4." » (a. 134-106 a. C.) 34 

5.° » (a. 104-90 a. C.) 22 » 

Le monete più antiche sono le anonime e il 
denaro di C. Dediinus Flavus (verso 254 a. C.) ; le 
più recenti sono i denari di Marcus Cipiiis, L. Fla- 
minius aio e Marcus Serviìms (a. 94 a. C). 

Il tesoretto fu quindi indubbiamente riposto 
verso gli ultimi anni del primo decennio del se- 
colo la. C, secondo ogni probabilità alle prime 
avvisaglie della Guerra Sociale che poco di poi scon- 
volse e distrusse molte città dell' Italia media e in- 
feriore. Le monete sono pressoché tutte più o meno 
usate, molte anzi logore, ma non mancano alcuni 
pezzi quasi freschi, specialmente fra i più recenti, e 
in modo particolare i denari di Appius Claudius Pnl- 
cher, 0. Lutatius Cerco, Licinius Nerva, L. Marciiis 
Philippus, M. Aemìlins Lepidus, 0. Curtius, L. Po- 
stumius Albinus, L. Cupiennius, C. An testi iis Labeo 
e l'anonimo dell'a. T04. 

Il ripostiglio di Ostuni non conta alcuna mo- 
neta veramente rara ; tra le meno comuni citiamo 
solo i denari di Sextus Ouintilius (valutato dal Ba- 
belon L. 20) , di Cn. Doniìtius Ahcnobarbus, Ti. 
Quiuctius Trogus, C. Piutius, e quello di C. Lutatius 
Cerco, senza il Cerco nella leggenda del dir., il quale 
più che all'es. del Bab. (Il, pag. 157) si riporta al- 
l'es. del Catalogo Martinetti e Nervegna, n. 11 37. 

Roma, maggio 1908. 

Dott. Franz Pellati. 



Due depositi dell'età del bronzo di Campiglia d'Orcia 

e della funzione monetale 
dell'AES RUDE nei sepolcri dell' Etruria (') 



Nella fine di aprile del 1906 il compianto conte Piero 
Piccolomini di Siena si dava premura di avvertirmi priva- 
tamente della voce che correva a Siena sulla scoperta di 
un certo numero di ascie antichissime, avvenuta nei pressi 
di Campiglia d'Orcia. 

Assunte più precise informazioni per cura dello stesso 
conte Piccolomini e per via di ufiìcio, si potè constatare cl-.e 
quasi contemporaneamente sarebbero stati linvenuti nel tei"- 
ritorio di Campiglia d'Orcia due distinti ripostigli o depositi 
dell'età del bronzo composto il primo di sei ascie a margini 
leggermente rialzati e tallone incavato, associate a sei pani 
a focacetta discoidale; il secondo di n. 42 ascie di simile 
forma delle precedenti e di dimensioni poco diverse. 

Il primo di tali ripostigli, secondo quanto risulta dalle 
indagini da me fatte, sarebbe stato scoperto in luogo detto 
la Casetta, presso Campiglia d'Orcia, da un contadino deno- 
minato Vincenzo Marri, il quale l'avrebbe rinvenuto a un 
metro e mezzo di profondità nei lavori campestri. I Reali 
Carabinieri sequestrarono questo ripostiglio in mano del detto 
contadino, il quale l'aveva tenuto nascosto ed aveva man 



(1) Debitaiiiente autorizzati, siamo lieti di poter riprodurre un iuipor- 
tante scritto del prof. Milani, apparso poco tempo fa nelle Ntiti^ie degli 
scavi di aidic/ii/à (1907, fase. 11) e ehe ha uno speciale interesse per !a 
nosira Rivisia, portando esso nuova luce nella storia dellVjes rude ita- 
lici) e sugli inninabiili dtlla monetazione in Italia. Rendiamo grazie alla 
R. Accademia dei Lincei e alla Direzione delle Xolizie per averci libe- 
ralmente favoriti i clichès originali, fìgg. 1-9 e 12. Le figg. lo-ii, 13-15 
furono aggiunte per una più ampia illustrazione del testo che fu pure 
corretto dall'autore. 

[i\ulii delia Kkua/ionk] 



444 



MILANI 



dato persona di sua fiducia a Firenze per tentarne la ven- 
dita clandestina, esibendo per saggio un esemplare delle 
ascie e un esemplare dei pani. 




Fig. I — Deposito Marri. 

Il conte Piero Piccolomini nel dare le prime notizie di 
questo ripostiglio accenna al fatto che le ascie associate ai 
pani si trovarono disposte in corona sotto una grossa lastra 
di arenaria con nel mezzo i pani discoidi. 

E dubbio se la fotografia (fig. i) che porgiamo di questo 



DUE DEPOSITI dell'età DEL BRONZO DI CAMPIGLTA d'ORCIA 445 

ripostiglio, eseguita nel Museo, riproduca fedelmente la ri- 
ferita giacitura dei pezzi, tanto più che nella Rassegna di 
Arte Senese, II, pag. 69, dov^e si parla di questo ripostiglio, 
è detto che i pani e le ascie in numero rispettivamente di 
sei, erano collocate in modo che i pani posavano sulle ascie 
stesse (i). 

Il secondo ripostiglio sarebbe stato rinvenuto a poca 
distanza dal primo in terreno detto " le Muriccia „ di pro- 
prietà del signor Ezio Venturi e si compone di 42 ascie a 
margini rialzati simili a quelle del ripostiglio Marri. Si tro- 
varono alla profondità di soli centimetri trenta o quaranta 
dal suolo, dentro una buca scavata nel terreno argilloso, il 
cui fondo era occupato da un grosso ciottolo. Accanto alle 
ascie non eranvi altri oggetti, né frammenti di sorta, né resti 
umani ; per cui sembra trattarsi di un vero e proprio ripo- 
stiglio della prima età del bronzo. 

Furono praticate sotto la diretta vigilanza della Sopra- 
intendenza degli Scavi d'Etruria nel luogo indicato dal Ven- 
turi, ulteriori indagini che diedero però risultato assoluta- 
mente negativo. Esibisco a fig. 2 la fotografia delle ascie del 
ripostiglio Venturi comprendente i 41 pezzi che furono testé 
acquistati dal Museo ; il pezzo mancante rimase, per suo ri- 
cordo, nelle mani del Venturi. 

A dir vero allorché io ebbi sott'occhio le ascie del ri- 
postiglio Marri e quelle consimili del Venturi, per la con- 
temporaneità della scoperta, ebbi a tutta prima il sospetto 
che si trattasse di un unico ripostiglio andato diviso fra pro- 
prietario e scopritore ; ma l'analisi accurata dei pezzi dei 
due gruppi e le successive informazioni mi tolsero ogni 
dubbio in proposito e mi persuasero che si tratta di due 
depositi coevi, affatto indipendenti l'uno dall'altro. 

Le ascie del ripostiglio Venturi in generale presentano 
una patina traente all'azzurro, mentre le ascie del ripostiglio 
Marri hanno una patina che trae più al verde e presentano 
inoltre delle forti incrostazioni di ossido rosso che mancano 
completamente in quelle Venturi. È notevole nel ripostiglio 
Venturi il fatto che le ascie che lo compongono, per quanto 



(1) Cfr. anche Bull, di Paletn. Ita/., 1906, pag. 285, 



446 



L. A. MILANI 




\Fii,'. 2 — Deposit'j Venturi. 

simili di tipo, sono lutte diverse l'una dall'altra per dimen- 
sione, per peso e per la forma dell'intaccatura del tallone, 
per la curva del taglio e dei margini, tantoché nessuna può 



DUE DEPOSITI DELL ETÀ DEI. BRONZO DI CAMI'IGLIA D ORGIA 447 



dirsi uscita dalia medesima matricl^ I pesi oscillano da 
gr. 386 a 170, e le dimensioni da mm. 185 a no. Tutte 
mostrano i segni dell'uso a cui servirono, ed una sola è 
spezzata in due, presso il taglio. 

Non meno interessante è il ripostiglio Marri, il quale ci 
dà associati con le ascie i pani o le formelle a focaccelta 
discoide e che per la sua particolare giacitura mostrerebbe 
più evidente quel carattere sacrale o di stipe votiva che il 
Pigorini, non senza ragione, crede di riconoscere in siffatti 
ripostigli (i). 

Cinque delle ascie del ripostiglio Marri sono di dimen- 
sioni mezzane, poco diverse fra loro, misurando in lunghezza 
da mm. 161 a 156 e pesando da gr. 460 a 322, mentre una 
misura soli mm. 120 e pesa gr. 250. Quest'ultima ha guasti 
l'incavo del tallone ed i margini, ed è completamente co- 
perta da incrostazioni e subulliture verdi e rosse che par- 
rebbero causate dall'azione del fuoco. 

La concomitanza coi paalstab, ossia con le ascie dell'età 
del bronzo, mette fuori di dubbio che l'uso di tali formelle 
o pani discoidi, dei quali si è occupato particolarmente il 
Pigorini in Bull, di Palchi., 1905, pag. 5 e segg., risale al- 
l'età del bronzo. 

Data la scarsità dei depositi neh' Ktruria dell'età del 
bronzo e che si conoscono per le notizie ciie ci hanno date 
Pigorini e Colini (2), mette conto di richiamare a confronto 
con i descritti depositi di Campiglia d'Orcia due altri de- 
positi della stessa età che abbiamo nel Museo di F'irenze : 
quello della Verruca presso Pisa, composto, come quello 
Marri di Campiglia d'Orcia e altri di cui diede notizie il Pi- 
gorini in Bull, di Palchi., II, pp. 8486, di sole ascie a mar- 
gini rialzati (paalstab) ; e quello di Montemerano presso Sa- 
turnia, composto invece di tre ascie a marsuini rialzati, di 
un pugnale di rame triangolare, di ima alabarda pure di 
rame e di un pane o formella di rame a focaccetta. 

Il numero delle ascie che costituivano orii<inalmente il 



(i) Bull, (ti Palein. Hai., 1872, pa?. 109 e 1895, png. 34. 
(2) V. Bull, (li Pdlehi. Hai., 1876, pag. 86 e sigi;. (PiunuiNl); e 1900, 
pag. 144 ; 1903, pag. 215 e segg. (Colini). 



448 



L. A. MILANI 



ripostiglio della Verrucca non e noto, e i cinque pezzi di 
tale provenienza che io acquistai per il Museo nel 1886 sono 
del tutto simili a quelli dei ripostigli di Campiglia d'Orcia, 
salvo le dimensioni sensibilmente più grandi (lungh. da 
mm. 190 a 180). 

Il deposito di Montemerano, da me acquistato nel 1893, 
apparisce in sé completo; e, come ha già notato il Colini in 
Bull, di Paletn., 1903, pag. 216 e segg., ha tutti i caratteri 




Fig. 3 — Deposito di Montemerano. 



del corredo di una tomba dell'età del bronzo. Siccome questo 
interessante corredo non è stato mai pubblicato, e il Colini 
si è limitato a pubblicare il pezzo che egli ritenne più note- 
vole, cioè una presunta lama d'alabarda di rame con costola 
mediana rotta in due pezzi e con due bulloni all'estremità, 
la quale presenta le traccie del manico di legno su cui era 
inastata e le traccie di un tessuto con cui fu a contatto 
(v. Bull, di Paletn., 1903, pag. 223), così credo opportuno di 
presentarlo nel suo insieme nell'unita fotografia, fig. 3, che 
lo riproduce a poco meno di metà dal vero. 

L'alabarda, ossia la lama in due pezzi che il Colini ri- 



DUE DEPOSITI DELL ETÀ DEL BRONZO DI CAMPIGLIA D ORGIA 449 

ferì a una siffatta arma, il pugnale triangolare fornito di tre 
nervature longitudinali, lungo m. 0,17X0.9. e il pane fuso, 
sono di rame, mentre le ascie, una più grande (lungh. m. 0,19), 
le altre due mezzane (lungh. m. 0,17 e 0,16), nell'analisi chi- 
mica che ne feci eseguire, risultarono di bronzo notevol- 
mente più povero di stagno e più impuro di quello con cui 
son fatte le ascie del ripostiglio di Campiglia d'Orcia (i). 
Così non solo per la presenza del pugnale e dell'alabarda 
di rame, tipici dell'età eneolitica, ma altresì per la qualità del 
metallo, il corredo di Montemerano apparisce di età più an- 
tica dei due depositi di Campiglia d'Orcia. 

Cronologicamente il corredo di Montemerano può col- 
locarsi ai pruìiordi dell'età del bronzo e mettersi al seguito 
immediato del ben noto deposito sepolcrale di Battifolle, il 
quale sarebbe di poco più antico (2). 

Ciò che accomuna i due depositi di Montemerano e di 
Battifolle è il loro carattere sepolcrale ; e il Colini ben si 
appose nel congetturare, io credo, che i segni evidenti del 
tessuto che si notano su una delle faccie dell'alabarda di 
Montemerano, stieno in rapporto con la destinazione se- 
polcrale di tale deposito. Però il Colini trascurò di spie- 
gare nel deposito di Montemerano un fatto degno di singo- 
lare attenzione : la presenza del pane dì rame. 

Questo pane di rame fatto a disco irregolare (millimetri 
60X50)1 da una parte liscio con qualche escrescenza di tar- 
taro, e dall'altra scabro e con la disuguaglianza propria della 
fossetta di argilla che ha servito per la fusione, pesa gr. 212; 
per cui tanto per la forma che per il peso esso sta a riscontro 
con il minor pane del deposito Marri di Campiglia d'Orcia. 

Però il pane di Montemerano folcendo parte di un de- 
posito, che ha tutti i caratteri ed i segni propri del corredo 
sepolcrale, non può essere spiegato come i pani di Cam- 
piglia d'Orcia o di altri depositi consimili, riferibili forse a 
stipi votive. 



(i) L'analisi chimica qualitativa fu eseguita da mio figlio Albano. 

{2) Ved. le osservazioni di Colim, in Bull, di Paletn., 1900, pa^. 141. 
Nel deposito di Battifolle le ascie a margini rialzati, oltre essere di rame, 
hanno il tallone retto, cioè ancora privo della caratteristica intaccatura. 



57 



450 L. A. MILANI 



Nel caso particolare vien fatto di pensare che esso sia 
stato deposto nella tomba come Voboltis Charontis dei Greci, 
come la 5avà^-fl persica (Kesych. ad v.), come il vxOaov, per 
il transito del defunto nel regno d'oltre tomba (0. 

La cosa a tutta prima riesce quasi incredibile, trattan- 
dosi di un'età così remota, cioè di una tomba italica dell'età 
del bronzo ; ma se si tien conto degli speciali riti funebri 
dell'età eneolitica e dello sviluppo che il rituale funerario 
assunse nel 2.° millennio av. Cr. in Grecia, nell'oriente greco, 
in Sicilia e in Italia, la mia congettura, che pure emetto qui 
con tutta riserva, parrà tutt'altro che inammissibile. A con- 
forto di essa posso dire che l'uso di mettere fra gli oggetti 
del corredo funebre un pezzo di aes rude come obolus Cha- 
rontis, precede in Etruria di lungo tempo, non solo l'intro- 
duzione della moneta, ma perfino l' introduzione dei prodotti 
d'importazione greca; e dura anche quando è già di co- 
mune uso Xaes grave e la moneta coniata (2). Nella necro- 
poli volsiniese fu constatata più volte la presenza à&W'aes 
rude fra i più antichi corredi delle tombe elrusche a cas- 
sone (sec. Vili e VII av. Cr.) ; e a Vetulonia, come a Tar- 
quinia, si son trovati pezzi di aes rude fra i pozzetti primitivi 
con ossuari fittili di tipo Villanoviano. 




■ ^ 



Fig. 4 — Aes rude di una tomba a pozzo di Vetulonia. 

A Vetulonia tre pezzi di aes rude furono raccolti nella 
tomba a pozzo n. 7 del III saggio di Poggio alla Guardia, 
e ne fu dato cenno dal Pasqui in Not. 1885, pag. 118. Questi 
pezzi sono riprodotti nella nostra fig. 4. 



(i) Ved. Stackelberg : Gràber der HelL, pag. 42; Becker-Gòll : 
Chartkles, IH, 119, ed i luoghi di Luciano e di Esichio quivi citati. 

(2) Nella collezione di antichità Barberini, esiste una massa di aes 
rude che insieme a molte monete romane urbane di sistema sestantale 
ed onciale, deve provenire dalle tombe prenestine dell'età delle ciste 



DUE DEPOSITI DELL ETÀ DEL BRONZO DI CAMPIGLIA d'0RCL\ 45I 



Uno dei pezzi è a focaccetta discoide, spezzato a metà 
con un tagliuolo che ha lasciato su di esso le traccie di 
altri colpi, e pesa gr. 18,7 ; un pezzo di gr. 13,09 sembra 
staccato da una piastrella di bronzo pure discoide, e un altro 
pezzo di gr. 10,3 è quasi informe. 

Anche fra le tombe a circolo di Poggio alla Guardia 
non manca l'esempio di tale rito, offrendolo quello della 
cosidetta tomba del cono, descritta in Noi. 1895, pag. 317 
e segg. Uaes rude di questa tomba, che diamo a fig. 5, fu 




Fig. 5 — Aes rude di una tomba a circolo di Vctulonia. 

trascurato nella desciizione del Falchi. E a piastrella qua- 
drilatera di forma regolarissima, misura mm. 20 X i5> ha 
uno spessore di mm. 5 e pesa gr. 12,3. 

A Tarquinia le tombe, a mia conoscenza, che offrirono 
aes rude sono le due principali del sepolcreto primitivo di 
Poggio dell' Impiccato. Nella notizia sommaria che il Pernier 
diede delle suppellettili di queste due tombe (v. Not. 1907, 
pag. 80 e segg.) fu per una semplice svista omessa la de- 
scrizione dei pezzi di aes rude, sui quali io ora debbo ri- 
chiamare l'attenzione degli studiosi (i). 

La tomba I, con l'ossuario villanoviano di terracotta e 
l'elmo crestato di bronzo (v. Not., pag. 53, fig. 8 e 16) con- 
teneva i due pezzi di aes rude che riproduciamo a fig, 6. 
Uno di tali pezzi è discoide e lenticolare, quasi come una 
moneta, e simile a quello sopraccitato di Vetulonia. Ha un 
diam. di mm. 31, è spesso mm. io ed è spezzato a metà 



(sec. Ili e II a. C). Anche nella necropoli dell'antica Populonia, di cui 
si è iniziata testé per cura del Governo l'esplorazione sistematica, si 
rinvennero tre pezzi di ars rude deposti come obo/iis Charonlis sotto la 
testa di un cadavere in una tomba riferibile al sec. IV a C. Cfr. ora 
la mia " Relazione preliminare sulla prima campagna di scavi gover- 
nativi in Populonia „ in Notizie degli scavi, 1908, fase, di giugno. 

(l) L'accenno all'ars rude di questa tomba fu aggiunto in fine alla 
relazione Pernier in Notizie, 1907, pag. 352. Le suppellettili di questa in- 
signe tomba e tutte le altre degli scavi tarquiniesi del Fioroni sono ora 
conservate nel Museo di Firenze. 



452 



L. A. MILANI 



con un colpo di tagliuolo (peso gr. 22,86). L'altro pezzo, 
spesso mm. io, lungo mm. 42 e largo da mm. 30 a 25 e 
del peso di gr. 70,22, mostra di essere stato parte di un 
pane di bronzo a barra, da un lato piano-convesso e dall'altro 
piatto e quindi fuso con regola e forma ben determinate. 

La tomba II, con l'ossuario fittile ridotto in pezzi e con 
calotte di bronzo di cui una sbalzata a maschera umana 
(v. Not. pag. 80, fig. 4, 5, 17) conteneva un pezzo di aes 
rude mm. 70 X 5° spezzato da una barra piano-convessa 
affatto simile alla precedente, ma di spessore poco minore 
(mm. 9), peso gr. 249,25. Lo diamo a fig. 7. 






Fig. 6. Fig. 7. 

Aes rude del sepolcreto primitivo tarquiniese di Poggio dell'Impiccato. 

Se dunque dall'ars rude del corredo di queste tombe 
volsiniesi, vetuloniesi e tarquiniesi si può inferire che nella 
prima età del ferro era praticato in Etruria il rito funereo 
del vaO>>ov, non sarà più tanto inverosimile di ammetterlo 
anche in un'età anteriore, cioè nell'età del bronzo e spiegare 
il pane del deposito di Montemerano come proposi. 

Con questa spiegazione si viene a riconoscere indiretta- 
mente il corso come oggetto comune di scambio, e in certo 
modo, il valore monetale tanto dei pani a focaccetta, quanto 
dei loro spezzati che sono così ovvi in Etruria (i). 

Che i pani o le formelle discoidi a focaccetta di rame 
avessero in Etruria un valore quasi monetale, sembra po- 



(i) V. Garrucci: Moit. d'Italia antica, tav. II-Vl ; De Feis : Dt un 
aes siguatum scoperto in Orvieto, Genova, 1881 e Origini e valore del- 
l'aes rude e detl'aes signatum come moneta, Firenze, 1899. 



DUE DEPOSI ri DELL ETÀ DEL BRONZO DI CAMPIGLI A Ij'oRCIA 453 



tersi arguire anche dai ripostigli composti puramente di sif- 
fatte formelle. Due di tali ripostigli li abbiamo nel Museo 




Fig. 8 — Formella di S. Michele presso Campiglia Marittima. 

di Firenze, il primo acquistato nel 1874 come proveniente 
dalla Val d'Orcia e composto di sei formelle discoidi di vario 
peso (•), e l'altro acquistato nel 1897 proveniente da S. Mi- 
chele presso Campiglia Marittima e composto di 12 formelle 
pure variate di peso e grandezza (2). Uno dei pani di que- 



(i) I diametri e i pesi del ripostiglio di V,il d'Orcia sono i segueni: 
mm. gfr. mm. gr. 

a) 100 X "O 41 6,05 i/J 96 493 

b) 104X83 465 «) 94X82 443,25 

O 98 563 /) 74 32J,9.5 

(2) I diametri ed i pesi del ripostijjlio di S. Michele sono i seguenti: 



mm. 


gr. 


mm. 


ter- 


a) 98 


498 


g) «07 


451 


b) 100 


486,84 


/,; 83 


362 


e) 96 


493 


105X78 


281 


dj 116X88 


483 


.;> 100 


280 


e) 108 


459 


i) 83 


274 


/; 122X95 


628 


75X56 


139 



454 L. A. MILANI 



st'ultimo ripostiglio, dato a fìg. 8 (diam. mm. io, peso 
gv. 486,84), esibisce sulla parte liscia tre segni lineari a scal- 
pello che non saprei se spettino ad un tentativo fallito per 
spezzare la formella in due, oppure ad un marchio primitivo 
di valore parallelo a quello più tardi usato come segno del 
tripondio. Un altro pane a focaccetta di rame proveniente 




Fig. 9 — Formella di Saturnia. 

da Saturnia, del peso di gr. 442, diam. mm. 90, presenta in- 
ciso, come può vedersi nella riproduzione che ne diamo a 
fig. 9, un segno in croce simile a X : ma anche questa inci- 
sione non si può in via assoluta determinare se fatta per 
segno di valore o per altra causa. 

Ove si potesse constatafre che nell'uno o nell'altro caso 
si trattasse di un segno di valore, avremmo il più antico 
esempio italico di quel marchio (toO -otoO (7r,y.e'tov) che Aristo- 
tile {Polli., Ili) dichiarava costituire la caratteristica (/apix;cTr,p) 
della moneta primitiva. 

Marchi indubbi di garanzia e quindi segni di carattere e 



DUE DEPOSITI DELL'kTÀ DEL BRONZO DI CAMPIGI.IA o'ORCrA 455 

funzione monetale si trovano anche suil'rtf^ rude degli Etru- 
schi. Quattro sono gli esempi tipici sui quali, in questa con- 
tingenza è duopo richiamare l'attenzione. I! primo esempio 
ci fu fatto conoscere dal padre De Feis, che lo illustrò con 
molto acume e dottrina, ed è quello informe di Orvieto da 
lui stesso posseduto, del peso dell'oncia librale romana (gr. 27) 
e sul quale è impresso due volte un astro cruciforme, simile 





Fig. IO — Aes rude di Orvieto (i.oll. P. De Feis). 

al mozzo di una ruota a quattro raggi fig. io (•). Lo stesso 
segno ci è offerto anche sugli altri due pezzi di aes rude 
del peso di circa un'oncia, a piastrella quadrilatera, che ci 
fece conoscere il Garrucci (2) e che provengono uno da 
Ancarano (coli. Nardoni) fig. 11, e l'altro consimile da Perugia 




Fig. n — Aes rude di Ancarano (coli. Nardoni). 

(coli. Stettiner). Su una delle faccie di questi ultimi due pezzi, 
apparendo il marchio della lunula, si può ben ritenere che il 
simbolo contrapposto, sia appunto un astro. E ciò vien con- 



(1) V. De Feis : Di un aes signaiuni scoperto ad Orvieto, in Giorn. 
lig., Genova, 1881 e Origine e valore AcW'aes rude, ecc., Firenze, 1899. 

(2) V. Mon. detl'llatia ant., I, tav. LXVII, i ti, b. A tav. 1. XVIII, 3 
è riprodotto anche Vaes rude De Feis. 



456 L. A. MILANI 



fermato dal quarto esemplare di aes rude contromarcato, che 
è quello di Tarquinia, già della coli. Strozzi, conosciuto tanto 
dal padre De Feis che dal Garrucci (v. op. cit.), ma ri- 
masto inedito. 




Fig. 12 — Aeii rude contromarcato del Museo di Firenze, 
proveniente da Tarquinia. 



Avendolo io acquistalo per il Museo di Firenze all'asta 
Strozzi (catal. n. 7), cade molto in acconcio di produrlo qui 
a fig. 12 per metterlo a riscontro coi suddetti esempi con- 
tromarcati e con Vaes rude monetario delle ricordate tombe 
antichissime dell'Etruria. 

Questo pezzo della massima importanza per la questione 
sull'origine della moneta in Italia, è fatto in forma di matto- 
nella (later), coi margini a doppio spigolo obliquo, pesa 
gr. 561, ha uno spessore di mm. 23, misura mm. 82X48 
e porta impressi sopra una delle faccie piane, mediante un 
punzone quadro, i simboli riuniti della lunula e dell'astro 
solare a quattro raggi, appunto i simboli che furono adot- 
tati per Vaes signatiim quadrilatero dell'Etruria e specifica- 
mente per quello tarquiniese (ved. Garrucci, Mon. d'Ital., 
tav. XXVI, 3). Così dalle mie osservazioni suH'rt^^ rude de- 
posto nelle tombe dell' Etruria a partire dall'età del bronzo 
e dal dato e fatto dell'esistenza àeW'aes rude contromarcato, 
mi sembra emergere chiara ed assodata la funzione mone- 



DUE DEPOSITI DELL ETÀ DEL BRONZO DI CAMPIGLIA D ORGIA 457 

tale deW'aes rude fin dai primordi del suo uso e del suo corso 
in Italia. 

A che epoca rimontino gli anzidetti due ripostigli di 
pure formelle di rame del Museo di Firenze non possiamo 
determinare con certezza ; ma dopo i trovamenti di Monte- 
merano e di Campiglia d'Orcia si può ben presumere che 
risalgano essi pure all'età del bronzo e rappresentino veri 
e propri peculi di tale età. 

Che del resto nell'età dei bronzo fosse già diffuso l'uso 
di dare al metallo di scambio le più svariate forme e di 
contraddistinguerlo con marchi che ne determinassero il peso 
o la qualità, è cosa che nessuno può mettere ormai in dubbio 
dopo i trovamenti dei pani monetali di bronzo dell'età preel- 




^'S!- '3 — il? signalum di Cnosso. 



lenica nelle isole di Creta, di Cipro e di Sardegna ; dopo 
lo studio documentato che l' Evans ci porse sui pesi mi- 
noici (^) e dopo che questi ci fece conoscere Vargentum si- 
gnatum di Cnosso fig. 13 e l'oro ponderale dei Preelieni 
analogo e corrispondente al ben noto oro e argento rude 
monetale degli Etruschi (2); e pubblicò una specie di moneta 



(i) Vcd. Evans: .\tinoan weights and currency, in Coralli numisma- 
tica in hon. Head, London, 1906, pag. 355 e segg. 

(2) V. o. e. pag. 363 e segg. Richiamo a questo proposito il fatto 
che presso i Babilonesi, già nel 3." millennio a. C, secondo nota De- 
litsch in Mehr Licht, Leipzig, 1907, pag 24, la voce kaspu riunisce in 
sé i due significati di argento e di misuratore del valore (Werlmesser) 
o di moneta, circa come la voce argenl presso i Francesi. Così deve 
ritenersi essere avvenuto dellWs rude ai primordi degli scambi in Italia, 
giusta rilevasi dalle stesse voci aerariuin ed aestimare dai Romani. 

58 



458 



t. A. MIIANI 




Fig. 14 — ]^ signalunt di Micene. 

d'argento quadrilatera di Micene coi segni del valore (fig. 14, 
pezzo Howes, o. e. pag. 354) e produsse altresì una delle 




Fig. 15 — Tavoletta fittile di Cnosso. 

tavolette fittili di Cnosso (fig. 15), che rappresenta, come 
in azione , il sistema ponderale e monetale dell' età mi- 
noica. 



L. A. Milani. 



N ECROLOGIE 



SIR JOHN EVANS. 

Il 30 scorso maggio nella sua residenza di Britwell 
presso Berkhamsted, dopo una breve malattia, cessava di 
vivere nell'età di 85 anni l' illustre e venerato Presidente 
della Reale Società Numismatica di Londra sir John Evans. 
Per la lunga serie dei suoi lavori numismatici che furono 
pubblicati dal 1864 ad oggi e per la sua lunga carriera nella 
R. Soc. Num. di Londra di cui fu eletto membro nel 1849, 
Segretario Onorario nel 1854, e Presidente nel 1874, carica 
che tenne fino alla sua morte, sir John Evans era ben noto 
a tutti i numismatici del mondo ; ma ben pochi di questi sa- 
pevano che egli si dedicava egualmente all'archeologia in 
genere, alla geologia e all'antropologia, anzi fu a queste 
scienze che dedicò la maggiore sua attività, scrivendo le sue 
opere più importanti, fra cui principale la pubblicazione del 
1872 The ancien stone implements, weapons and ornaments 
of Great Britain, che ebbe una seconda edizione nel 1897, 
e che venne completata dall'altra del i88r The ancien bronze 
implements, weapons and ornaments of Great Britain and 
Ireland. Dal 1874 al 1876 fu Presidente della Società Geo- 
logica, dal 1885 al 1892 Presidente della Società degli An- 
tiquarii e quindi Conservatore del Museo Britannico ; dal 
1877 al 1879 Presidente dell' Istituto Antropologico, e troppo 



460 NECROLOGIE 



lungo sarebbe qui enumerare tutte le cariche scientifiche e 
onorifiche da lui coperte. 

Meno ancora sono quelli che sanno che lo scienziato 
era anche uomo d'affari, e probabilmente dei moltissimi nu- 
mismatici, archeologi e scienziati che conoscevano il suo an- 
tico indirizzo di Nash Mills Hemel Hemsptead, perchè la sua 
corrispondenza era estesissima, nessuno sapeva che questa 
era non solo la sua residenza scientifica, ma ben anco quella 
della cartiera ch'egli diresse fino a pochi anni fa. L'uomo di 
scienza non la cedeva all'uomo d'affari, e il Presidente della 
Reale Società Numismatica di Londra, dal 1892 al 1893 fu 
Presidente dell'Istituto d'Industria Chimica e fu anche Pre- 
sidente dell'Associazione dei fabbricatori di carta. 

Ma, venendo alla parte numismatica, quella che deve in- 
teressare i nostri lettori, sir John Evans era ecclettico. Nei 
numerosi suoi scritti apparsi durante circa un cinquantennio 
nella Numismatic Chronicle egli si occupò di monete greche, 
romane ed inglesi, e fra le sue numerose collezioni si trova una 
eccellente serie greca, una serie romana ricca specialmente 
d'aurei al punto di essere degna emula delle famose colle- 
zioni D'Amécourt e Montagu e una serie inglese. 

Con lui la Reale Società di Londra perde un prezioso 
Presidente, e la nostra Società manda alla consorella le più 
sincere e sentite condoglianze. 

Chi scrive perde non solo un collega ma un amico, col 
quale da lungo tempo si trovava nella più cocdiale relazione 
e ripensa con dolore e con tenerezza alle belle ore pas- 
sate in sua compagnia ogni volta che i suoi viaggi, continuati 
malgrado la sua tarda età con arditezza giovanile fino a 
questi ultimi anni, lo portavano a transitare per Milano. 

L'ultima sua visita fu nel 1907 e mi piace ricordarla 
perchè essa vale a caratterizzare l'uomo di scienza e d'affari, 
l'uomo preciso che non perde un minuto del suo tempo. Il 
5 marzo mi scriveva dall'alto Egitto e precisamente da Luxor: 
" Vado al Cairo (Hotel d'Angleterre) da dove conto partire 
il 32, il 31 sarò a Venezia (Danieli), la sera del i aprile a 



NECROLOGIE 461 



Milano (Hotel Cavour). Spero vedervi il giorno seguente e 
far colazione con voi. Partirò col diretto delle 4,25 per Londra 
ove il giorno 4 devo presiedere un'assemblea commerciale 
(forse quella dei fabbricanti di carta....) „. 

Difatti la sera del 1 aprile io ero a riceverlo al suo ar- 
rivo e il giorno seguente ebbi il piacere d'averlo colla sua 
signora a casa mia dove tutti fummo sorpresi nel sentire 
che aveva compiuto r83.° anno. Ne dimostrava 60. Dopo 
colazione volle dare un'occhiata alia mia raccolta coll'oro- 
logio in mano per non mancare il treno. Partì per Londra 
e da allora io non l'ho più veduto. 



F. G. 



PAUL CHARLES STROEHLIN. 

Il giorno 4 marzo p. p. moriva improvvisamente a Gi- 
nevra, nella ancora fresca età di 44 anni. Paolo Carlo 
Stroehlin, Presidente della Società Svizzera di Numismatica 
e Membro di 1 arecchie altre Società congeneri. Si era da 
principio dedicato allo studio della medicina, ma poi lo in- 
terruppe per un viaggio nella Germania ch'egli intraprese 
dal 1884 al 1887, soffermandosi specialmente a Lipsia e a 
Berlino. Fu in quest'ultima città ch'egli incominciò a dedi- 
carsi alla numismatica , lavorando sotto la direzione del 
von Sallet. Nel 1888 ritornò per breve tempo nella Svizzera, 
indi ricominciò a viaggiare percorrendo rapidamente la Fran- 
cia, la Germania, l'Italia, l'Inghilterra 'e la Russia, finché 
nel 1889 ritornò definitivamente in patria. Nel 1892, col con- 
corso del dott. Ladè, fondò a Ginevra un Ufficio Numisma- 
tico, dedicandosi al commercio delle monete e alla pubbli- 
cazione di varii lavori su monete e medaglie. Nel 1904 fon- 
dava il Journal des Collectionneurs, che vive tuttora ; e in- 



462 NECROLOGIE 



tanto dedicava buona parte del suo tempo alla direzione 
della Rivista Svizzera di Numismatica, sulla quale pubblicò 
buon numero di lavori, specialmente su monete e medaglie 
svizzere. 

Era di una straordinaria attività ; iniziò molti lavori allo 
scopo precipuo di diffondere l'amore per gli studii numisma- 
tici, ma ne lasciò molti incompleti; cosicché fra una quan- 
tità enorme di piccoli lavori, non ve n'è neppure uno di 
vera importanza, che possa ricordare durevolmente il suo 
nome nella letteratura numismatica. 



BIBLIOGRAFIA 



LIBRI NUOVI E PUBBLICAZIONI. 



Warwick Wroth. — Catalogne of lite imperiai byzanline 
Coins in the British Museum. Due volumi con 79 tavole 
(Londra 1908). 

Riesce assai interessante questo catalogo delle monete 
byzantine, che, descrivendo la ricchissima serie del Museo 
britannico, si può quasi considerare come un catalogo gene- 
rale, e che viene a supplire quello ormai non solo esaurito 
ma anche invecchiato del Sabatier, il quale finora costituì il 
vade-mecum dei raccoglitori di queste monete. Il nuovo ca- 
talogo del Museo britannico ha non solo il vantaggio di ve- 
nire mezzo secolo dopo il Sabatier, ma principalmente quello 
d'essere redatto con criterii molto pili razionali e scientifici. 

In primo luogo la serie delle monete bizantine è inco- 
minciata dall'A. al suo vero inizio. Sabatier, allo scopo di 
far seguito senza interruzione al punto in cui arbitrariamente 
il Cohen aveva troncata la sua descrizione delle monete 
romane, la iniziava pure arbitrariamente con Arcadio. Ma 
la ragione storica, monetaria e artistica segna invece il prin- 
cipio della monetazione bizantina col regno di Anastasio I, 
ed è appunto con questo che Warwick Wroth incomincia la 
sua descrizione. Questa poi non è divisa semplicemente per 
metallo, come quella di Sabatier ; ma prima di tutto per 
zecca, poi, fin dove è possibile, in ordine cronologico. In 
ogni regno sono dapprima descritte le monete della zecca 
imperiale di Costantinopoli, poi seguono quelli di Tessalo- 
nica, Nicomedia, Cizico, Antiochia, Alessandria, Cartagine, 
Sicilia, Roma e Ravenna. La classificazione cronologica non 
è possibile nell'oro e nell' argento, che non portano data ; 



464 BIBLIOGRAFIA 



ma facilissima nel bronzo che porta sempre l' indicazione 
dell'anno di regno. 

La descrizione così ordinata delle monete è completata 
dalle copiose illustrazioni dal vero che ci danno le 79 tavole 
che accompagnano i due volumi, e l'insieme forma al giorno 
d'oggi il corpus più completo che possediamo, di questa 
serie bizantina, che dovrebbe essere maggiormente curata e 
studiata dai raccoglitori, i quali si fermano generalmente 
alla caduta dell' impero d'occidente. 

Seguono la descrizione delle monete quattro indici. Il 
primo, degli imperatori e delie dinastie, per ordine alfabetico; 
il secondo, delle zecche. Il terzo è un indice generale, il 
quarto un'elenco delle iscrizioni che s' incontrano sulle mo- 
nete. Agli indici fanno seguito due altri prospetti cronologici 
degli imperatori e infine le solite tavole di riduzione dei 
pesi e delle misure inglesi in pesi e misure decimali, tavole 
che io mi augurerei di vedere abolite, adottando invece 
quell'unità di misura che sarebbe tanto comoda per tutti e 
alla quale un giorno o l'altro si dovrà pure venire. 

F. G. 

Bildt (le Baron De). Les médailles romaines de Christine de 

Suède. — Roma, 1908, in-8 (con 20 tavole). 

Cristina di Svezia, la gran protettrice degli artisti e dei 
dotti, l'amica di Roma e dell'Italia, ci ha lasciato memoria 
di sé in una gran quantità di medaglie, che ricordano tutte 
le fasi della sua vita, e forse nessuna Sovrana ne conta un 
numero uguale. 

Il barone De Bildt raccoglie in questo splendido volume 
le medaglie fatte eseguire da Cristina, dalla sua entrata in 
Roma nel 1655 fino al 1689, anno della sua morte. 

Le medaglie sono riprodotte in venti belle tavole, e ac- 
compagnate da una minuta descrizione e dall'esposizione dei 
fatti e dalle circostanze che hanno dato origine a ciascuna 
di esse. 

L'opera è preceduta da un capitolo che tratta dei Me- 
daglisti romani del tempo di Cristina e specialmente degli 
Hamerani. Un altro capitolo è destinato a dare un saggio 



BIBLIOGRAFIA 465 



delle medaglie della Sovrana, coniate all'estero durante il 
suo regno (1632-1654). Sono 19 e rappresentano Cristina 
dagli otto anni fino all'età maggiore ; tre di esse ricordano 
la sua incoronazione (1650) e l'ultima la sua abdicazione (1654). 

Nella serie delle medaglie coniate a Roma, le prime due 
ricordano l'ingresso di Cristina nell'eterna città e portano il 
ritratto di papa Alessandro VII, il suo grande amico e pro- 
tettore. A queste tengono dietro una cinquantina di meda- 
glie, eseguite per la maggior parte da Gio. Hamerani, da 
Guglielmada, da Soldani, e sono distribuite, finché è possi- 
bile, in ordine cronologico. Al diritto esse portano costante- 
mente il busto della Regina, talora in semplice pettinatura 
dell'epoca, talvolta laureata, talvolta anche col casco di Mi- 
nerva. Quanto ai rovesci, tenuto conto che le medaglie erano 
eseguite per ordine di Cristina stessa, ci dicono chiaramente 
che la modestia non era la sua virtù predominante. Tanto gli 
emblemi, che le leggende sono d'una alterezza e d'una pre- 
suntuosità che Luigi XIV non avrebbe potuto oltrepassare. 
Basti, per darne un saggio, quella che rappresenta il globo 
colla leggenda NE MI BISOGNA NE MI BASTA. 

La serie delle medaglie di Cristina si chiude con due 
coniate dopo la sua morte per ordine dei papi Clemente XI 
e Alessandro Vili, di cui portano il ritratto. Vi sono aggiunte 
tre medaglie in onore del card. Azzolino, il grande amico e 
ammiratore di Cristina, di cui fu poi l'erede. Anche queste fu- 
rono molto probabilmente eseguite per ordine di Cristina 
stessa. 

L'Autore nota giustamente nella prefazione che l'arte 
italiana del secolo XVII non gode di un gran favore presso 
gli amatori e i critici del nostro tempo, e che, mentre si 
pubblicano innumerevoli opere sui medaglisti del Rinasci- 
mento, è ben raro che un autore spinga le sue ricerche 
oltre l'epoca detta del barocco, la quale ha pure i suoi me- 
riti, come lo provano appunto buon numero di medaglie 
illustrate in questo volume. 

E. G. 



59 



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e nell'arte tedesca. — Avvisi, ecc. 

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N. 3. — Marzo 1908. 

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imperiale romana di Mediolanum. — Bosco (E.). Delle imitazioni, con- 
traffazioni e falsificazioni di zecche italiane fcont.]. — Ricci (S.). / lette- 
rati numismatici : Francesco Petrarca ed Annidai Caro [con ili.]. — No- 
tizie varie. — Avvisi, ecc. 

N. 4. — Aprile 1908. 

Laffranchi (L). Contributi al " Corpus „ delle falsificazioni. — Cu- 
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battere moneta concesso alla famiglia padovana Basilii. — Nuove meda- 
glie svizzere di sport. — Rassegna medaglistica. — Rassegna bibliogra- 
fica : Bibliografia numismatica romana e italiana. — Per F igiene.... nu- 
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Revue Numismatique, dtrigée par G. Schlumberger, E. Babelon, 
A. Blanchet [Secrétaire de la Rédaction : A. Dieudonné). Paris, 
chez Rollin et P'euardent; 4, rue de Louvois. 

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en Egypte. — Iìordeaux (P.). L'erigine dn différeiit inonétaire B. de l'ate- 
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corations. - Prinet (M.l. Scean de Jacques de Vniiiniille (ijjo). — Le- 
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ciété Royale de nnniisniatiqne. Directeurst \'i<^ 15. dk Jonghe, C'f 'III. 
DE LiMBURG-SriRUM et A. DE VVm E. - Bruxelles, j. (joemaere, Imp. 
du Roi, Edit. 

Troixième ilvraisoii 1907. 

De Dompieure de Ciiaueeimé. Ouelqnes tnoiinaies grecqnes de la col- 
leclion Six, acquises par le Cabinet lioyal de Numismatique de la Ilaye. — 
Caron (E ). Demiplaqne d' Edonard 11, conile de Bar, aux armes de Bar 
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leclion Six, acqitises par le Cabinet Royal de Numisnialique de la Haye. 

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Bernays (E.). Une tiercelle luxembourgeoise attribuable à Jean fAveugle, 
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Première livraison 1908. 

WiTTE (A. de). Herslal, atelier monétaire des ducs de BrabantLothier, 
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Bordeaux (P.). Documents nionétaires concernant Us quatre départemenls 
réitnis de la rive gauche du Rhin de 7799 à iSij. — Gilleman (Ch.). et 
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de la famille Pechlin. — Necrologie: Le baron Lieds,Jules Meili, Charles- 
Frangois Trachsel, Jean van Malderghein, Félix-Bienaimé Feuardent. 

— Mélaiiges. 

Deuxième livraison 1908. 

joNGHE (Viconite B. de). Monnaies liixeiiibourgeoises inedites. — 
Valleniin du Cheylard (R.). Notes sur le monnayage avignonais du 
pape Urbain Vili (1623-1644). — Gilleman (C). Numismatique gantoise: 
Médaille de sainte Marguerite et de saint Fiacre [abbaye du Groenen 
Briel]. — Bordeaux (P.). Documents monéiaires concernant les quatre 
départemenls réunis de la rive gauche du Rhin de lygg à iSij. — Gil- 
leman (C.) et Werveke (van A.). Numismatique gantoise : Cours et prix 
d'accouciiements à Gand. — Bigvvood (G). Sceaux de marchands lom- 
bards conservés dans les dépóts d'archives de Belgique. — L'atelier de Va- 
lenciennes sous Charles le Térnéraire, lettre de M. A. Blanchet à M. 
Alph. de Witte. — Necrologie : Giuseppe Nervegna. — Mélanges. — So- 
ciété royale de numismatique : Extraits des procès verbaux, ecc. 



Revue suisse de numismatique, publiée par le Comité de la Société 

suisse de numismatique, sous la direction de Paul-CIi. Strcehlin. 
— Genève, au siège de la Société, rue du Commerce, 5. 

Tome XIII. Seconde Livraison. — Genève 1908. 

Ruegg (M.-A.). Ein unedierter Mi'mzstempel dis Gegenpapstes Felix V 
[avec fig.]. — Strcehlin (P. C). Répertoire alphabéttque de toutes les mi- 
dailles, médi^illons, plaquettes et jetons poslérieures au ji dicembre 1880, 
concernant la Suisse ou gravés par des artistes suisses, doni la description 



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A. Rilliet, PI, Morin-Pons, C. Reyniond, H. Daiinenberg, R. Heiniger- 
Ruef, C. R. HoHer, A. Béiiassy-Plii;i|)pe, \V. Bachliofen-Burckhardt, 
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ritte di Venezia (Deaiule E.). - Biblioilìique : Ouvragts lepns. — Liste 
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pràgung. — SuNDWAi.L (J.). Lber eine iieiie ollische Serie Atovóaio;- 
AT||iÓ3tpaTos. — L5UHECKE (A.). Ein Fiind acìiaisclier Bniìdesiniiiizen. — 
Reclino (K.j. Ruinischer Deiiarfiiiid von Lengowo bei U'ongroivilz^ Prov. 
Posen. — Nekrologe : Solone Anibrosoìi, Hans Riggauer, Julius Lrbstem. 

— Lileratitr. 

Frankfurter Miinzzeitung. Im Veretii imi indireren Jùic/igenossen 
heraiisgegeben von Paul Josei'h. 

N. 78. — I Giugno 1907. 

Joseph (P.i. Beiirdge ziir konigsleinisclien Mi'tnzgeschichte, (''. |Forts.]. 

— Forrer (L. |. £;« Gedenkliiler aiif die licfreuiiig der Stadi Mainz durch 
Clairfait am 2g. Okl. I-JOS. — Roder (V. v.). Eiite hisher tinbekannle 
Vermàhlun ^siìiednillt des Anhallisclien Fitrsieiitiauses. - Keite Miìuzen 
uiid Medaiilen. — Xiiinismatisihe Gesellsrhafteiì. — Lileraliir. — Aiizeigen. 

N. 79-80. — I Lu:^lio 1907. 

Nessel (X.). Die kaiserliche Miinze in bcldeitstadt ini Etsass. — 
Joseph (P). Der Odenheiiner Gidd^uldenfitnd. — Joseph (P.). Die wiirl- 
tenibergisclien llalbbatzen von Reicheinveier. — Kerkwijk (A. O. v.). De 
Riiy ter- Medaiilen. — Nette Munzen iiiid Medaiilen. — Ntimisinattsclie Ge- 
sellscha/len. — Personal Nacliricìiten. — Oeff'enllicite Saininliiiigen. — 
Li l era tur, 

N. 81. — 15 Settembre 1907. 

Joseph (P.I. Beitriige zitr pfiilzisc lieti Miiiizgeschtchte : i. Zuiu Mann- 
heimer Stadtjubiiiiuin ; 2. Eine irn J. 1^68 in Mannheiin ei folgte Be- 
schlagnalinie italienischen Gt Ides. — Joseph (P.). Der Odetiheiiiier Gold- 
giildenfitttd. — Burggrak zu IJoNa-Schlobitten (R ). Eine btslur iinbe- 
kaiinle Medaille von Ltppe-VValdeck. — Nette Milnzeii tiiid Medaiilen. — 
Personal Nachrtcltten. — Nekrologe. — Literaliir. — / 'ersleigeruiigeii. 



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N. 82. — I Ottobre 1907. 

Joseph (P.). Dcr Emberger Denaifuiid. — Forrer (L.). Das Portràt 
der Gabrielle d'Estrées auf gkichzeitigen Medailleii von Guillaume Dupré. 
— • Kirsch ( T.). Veriveclisluitg von Mitmstempeln ain Niederrhein. — 
Nette Mùmen ttnd Medailleii. — Miinzftoid. — Oeffentliche Sammlungen. 

— Kieine Milieiltingeii. — Literalur. — Versteigeruttgen. 

N. 83. — I Novembre 1907. 

Nessel (X.). Willslell in Badeii, eiiie hanau-lichtenbergische Miimsldtle. 

— Nette Mùmen ttnd Medaillen. — Miiìeittingen. — Nitmismatische Gè- 
sellschaflen. — Nekroiog. — Lileraiur. — Versteigcrtingen. 

N. 84. — 1 Dicembre 1907. 

Kirsch (T.). Eigentiims-ttnd andere Rechtsfragen bei Miinz/unden. — 
Neue Mùnzen ttnd Medaillen. — Nekroiog : Erbsteiii. — Lileratur. — 
Versteigerungen . 

N. 85. — I Gennaio 1908. 

Joseph (P.). Uber einige bei Worms ge/undene Miinsen der Mero- 
vinger. — Joseph (P.). Der Konstanzer Goldtnùmenftind von J^oj. — 
Levy (J.). Ein kurkòìnischer Taler von isjo. — Joseph (P.). Etne wild- 
iind rheingràfliclie Medaille. — Schriìder (E.). Zit den Mitnzen des Grafen 
Simon Heinrich von Lippe. Grole cantra IVeingcir/ner. — Numismatische 
Gesellschaften. — Kieine Mitteihingen. — Literalur. — Versteigerungen. 

N. 86. — I Febbraio 1908. 

Joseph (P.). Der Konstanzer Goldmiinzenfund von 190J. — Fischer 
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— Scherer (C. V.). Ein pfiilzischer Fitnd von Kupferm>'nzen. — Nette 
Mùnzen und Medaillen. — Kieine Mitleilungen. — Numismatische Ge- 
sellschaften. — Lileratur. — Versteigerungen . 

N. 87. — I Marzo 1908. 

Joseph (P.). Der Konstanzer Miinzfund von igos. — Schròder (E). 
Notiz Uber Kitpferabgitsse indopersischer Goldmùnzen. — Neue Miinzen 
ttnd Medaillen. — Miinzfunde. — Kieine Mitleilungen. — Lileratur. — 
Versteigertingen. 

N. 88. — I Aprile 1908. 

Mayer (C). iJeber einen Fitnd paìdstinensischer Miinzen. — Nessel (X). 
Die Miinzen der Bischófe zu Strassburg. Hohcnstaufenzeit. — Joseph {P ). 
Wie 160S iit Leipzig jo.ooo Guldenbezahlt ivurden. — Nekroiog: Stroehlin 

— Neue Miinzen und Medaillen. — Nnmismalische Gesellschaften. — ' 
Sammlungen. - ■ Versteigerungen. 



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477 



N. 89. — I Maggio 1908. 

NfcSSEL (X.1. Die Mihtzen der Bischofe 311 Strassbiirg. Hohenslanfen- 
zeit. — \eiie Miinsen inni Meiiailleii. — Miinzfiindc. — Kleme Milteiltai- 
gen. — Litleratiir. — Nekrotog : O. Ballv. 

NumJsmatisches Literatur-Blatt. Heiau^gebtr: M. Bahkieldt in 
Rasieiiburg [ Ostpreiissen 1. 

N. 155-163. — Anno 1907-1908. 

I. Inhallsangabe der niimistnalischen Zeiischriften [il coiisiitto dili- 
gente spoglio dei principali pei iodici nuniisnialici|. — li. Se/bs/s/diidige 
Arbeiien imd Aiifsdtze in nichl iiuniisiiuitischeii Zeitscìirifleii [annnnci e 
recensioni di lavori separati o pubblicati in riviste non nuniisniaticlie. 
Vi notiamo specialmente i cenni intorno a Scf;«''0», Collezione Strozzi; 
Perini, Di una moneta della zecca di Merano ; Giiecclu, Appunti di nu- 
mismatica romana e I tipi monetarii di Roma imperiale; Papadopoli, 
Le monete di Venezia ; Marchisio, Stuoi sulla numismatica di Casa 
Savoia; Pansa, Illustrazione di un bas^;oriiievo romano. La etipe tri- 
butata dei VfStiniJ. — III. Miim iiiid Biicìierversetcliitisse [Citaloglii di 
vendite, libri, ecc , ecc. 

Mitteilungen der Oesterr. Gesellschaft fur Miinz^und 
Medaillenkunde. 

N. 205. -- Giugno 1907. 

Adam (J. C). All-ìl'iener Medmlleiirc [tine|. — Die moderne Meiladle: 
Neue Fortràtplakette von Hans Scliaeltr. — l'erschicdenes. 

N. 206. — Luglio 1907. 

Renner (V. von). Die Erdffniing der Prdgesleinpelsaininliiiii; lits i\ k. 
Haiiplmiimainles in ÌVitu. — Die moderne Mtdtii//e : H. llugueiiiii, 
St. Schwartz. — l'erschiedenes. 

N. 207. — Agusto 1907. 

Rf.nner (V. von). Die Portriitmedaillen mif Hiirgernicister I).' Kaìl 
Liteger. — Die moderne M>:dnilie : Jan Kaszka. - V'erschiedenes. 

N. 208. — Settembre 1907. 

Kaiser (K. J ). Ueber moderne fnimi/sist/ie Medailiin. — Mariazeller 
JiibiUiumsmedaiUen njoy. — Die mnderne Medaille : R. Ncuberger, K. Tap- 
peiner. — Verschiedenes. 

N. 209. — Ottobre 1907. 

Renner (V. von). IVelrlien Ziveckeii soli die Vrreniigiiiig der deiilschen 
nitmismalischen Oesellsclutflen in der II'. Abteihing des Gesamlvereines 



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der deutschen Geschichfs-und Altertiimsvereine dienen ? — Uebersichi der 
alt den ósterreicliischen Mittelschuhii bestf/ienden Miinsensammlungen. — 
Die moderne Medaille : A. Rutliberger. — Verschiedenes. 

N. 210. — Novembre 1907. 

Haeberi.in (d/ E. J.). Roms Eintrilt in den IVellveykehr, nachgewiesen 
auf Crnnd seiner Miinzung. — Rómische Fundmitnzen aus Vindobona 
190J. — Pfennige der Sebaslians-Bruderschafl in Waldsee. — Verschie- 
denes. 

N. 211. — Dicembre 1907. 

Andorfer (K.). Ziim ijo Geburlsìage Antonio Canovas. — Renner. 
Rómische Fimdmiìnzen aus Vindubona 190J. — Obst (A. von). Weihe- 
miìnzen III. — Die moderne Medaille: H. Huguenin, I. Raszka. — Ver- 
schiedenes. 

N. 213. — Febbraio igo8. 

NowALSKi DE Lilia (J.)- Die neiies/en Ausgrabungen in Vindobona. 

— Vereinsnachrichten. — Verschiedenes. 

N. 214. — Marzo 1908. 

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im Kiinsllerhause. — Verschiedenes. 

N. 215. — Aprile 1908. 

Renner (V. von). Die Regiertingsjubilden im Hause Habsbiirg. — 
Lothringen und ihre numismatischen Eriìinerungszeichen. — Hallaima (K.). 
Piekosinski'Medaille von Prof. Jan Raszka. — Verschiedenes. 

N. 216. — Maggio .1908. 

Themessl (J.). Der grosse anonyme Kàrtner Ehrpfennig von H. G. 

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Monatsblatt der numismatischen Gesellschaft in "Wien (Verant- 
wortlicher Schriftleiter: Prof. Ailolf Friedricli). Universitatsplatz, 2. 

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mismatisclie Lileraiur. — Besprechmigen [Luschìn von Ebengreuth: I mo- 
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schiedenes. — Anseigen. 

N. 290. — Settembre 1907. 

Ernst (C. von). Das óslei-reiclnsclie Privilegiiiin des Oiiinleìs [fine]. 

— Miinzf linde . — Besprechiwgen. — Verscliiedeiies. — Anzeigen. 

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ScHALK (d."' K.). Gesuc/ì eines Erfiìideis nnd Geivdhning eines Via- 
tikunis (i6t)s)- — Miiiizfiiiide. — Besprechn)ige>i. — Verschiedenes. — 
Anzeigen. 

N. 292. — Novembre 1907. 

Versammlnng der ntimisnint. Geseìlschafl ani 2} Oklober igo"]. — 
Vorsiandsilziing am 6 November l'yo-j. — Miinz/'uitde. — Nuimsnialische 
Literattir. — Besprechiiitgeii. — l'erschiedenes. — Anzeigen. 

N. 293. — Dicembre 1907. 

VoTTER (O.). Ueber hybride, iiberprdgle iiiid gegossene Miinsen der 
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Festschrifi der Geschiclilsi^enine Wie>is. — Verscìiiedcnes. — Anzeigen. 

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geben l'on der Oesterreic/iisc/uii (ìesellsc/ìa/t fiir Miiiiz-iind Medaillen- 
kunde. — Wien, Verlag der Gesellschaft, I. Schaullergasse 6, Me- 
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national d'Archeologie numismatique. dirige et pnbiié par 
J. N. SvoRONos. Atlieiics, cliez l'Editeur M. J. N. Svoronos et chez 
MM. Beck et Harth. 

Tome dixiènie. Premier, deuxicme et troisicme trimestre, 1907. 

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A a pi 8 TOÙ K |i y -rj V ò. — ■ I. N. l'jopwv&u, MixpàitópEpYa- — 
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VARIETÀ 



La medaglia d'oro al senatore Giuseppe Colombo 
nel 50.» anno del suo insegnamento. — Le pubblicazioni 
per le onoranze a Solone Ainbrosoli in occasione del Primo 
Centenario del R. Gabinetto Numismatico di Brera impedi- 
rono alla Rivista di illustrare prima d'ora una bellissima 
medaglia che, per la persona onorata, la quale occupa uno dei 
posti pili elevati nelle scienze positive, per gli artisti che 
concorsero ad onorarla, non poteva assolutamente passare 
sotto silenzio ai cultori della medaglistica odierna. 

Compiendosi con l'inizio dell'annata scolastica 1906-1907 
il cinquantesimo anno d'insegnamento del sen. ing. Giuseppe 
Colombo, direttore del Politecnico milanese, un Comitato 
del Corpo insegnante, degli ex allievi e degli allievi dell'Isti- 
tuto, costituitosi per iniziativa del vicedirettore prof. Sayno, 
propose di " offrire al sen. Colombo, che al culto della 
scienza accoppia fine gusto artistico, un bassorilievo in bronzo 
rappresentante il gruppo di Archiiìicdc nell'atto di svolgere 
una dimostrazione geometrica ad alcuni allievi, gruppo che 
si ammira in Vaticano nella composizione di Raffaello La 
Scuola d'Atene, e del quale il cartone è prezioso cimelio 
delia nostra Pmacoleca Ambrosiana „ ('-l 

Intatti, essendo affluite larghe e premurose le adesioni 
improntate a vivi sensi di gratitudine e di reverenza sotto la 
direzione del geniale e infaticabile architetto sen. Luca Bel- 
trami, si potè il 9 dicembre 1906, con imponente concorso 
di autorità e di pubblico, offrire a Giuseppe Colombo due 



II) Ved. Onoranze al Senatore G:nse/'/>e Cotoniln/, direltove del R. hli- 
liito Tecnico Superiore ili Milano, nel jo." anno il'insegnameitto. Milano, 
Allegretti, 1907, pag. 8 e 39. 



492 



doni opportuni e riusciti, la medaglia d'oro commemorativa 
e la targa in argento allegorica alla sua carriera di inse- 
gnante. In quell'occasione il sen. Colombo tenne quell'ap- 
plauditissimo discorso, che lasciò profonda impressione in 
quanti ebbero la fortuna di udirlo ('). 

Noi oggi, però, parleremo brevemente soltanto della 
medaglia d'oro. 

Essa ha il diametro di mill. óó'/» equi viene riprodotta 
in grandezza naturale. Presenta sul diritto il ritratto di Giu- 
seppe Colombo, sul rovescio il gruppo di Archimede già 
citato : 




.py ~ iS» Ad arco, in giro, lungo l'orlo del diritto : A GIV- 
SEPPE COLOMBO NEL CINQVANTESIMO ANNO DI 
INSEGNAMENTO COLLEGHI E DISCEPOLI MCMVI 

Ritratto di profilo a sin. Sotto il busto, sulla 
costa 'L{uigi) Secchi — uoD{enò). A{nge/o) C{afipuccio) 
lin nesso! mc{tse). 



Il medaglione, dal quale il cav. Cappuccio con la sua 
consueta fedeltà e correttezza di incisione trasse il ritratto 



(I) Op. cit., pag. 29-38, 



VARIETÀ 



493 



della medaglia, fu modellato dall'illustre nostro scultore, 
cav. Luigi Secchi, in proporzioni molto maggiori, e in tali 
proporzioni fu scolpito in marmo dallo stesso. Secchi pel 
Politecnico. 

Così il medaglione da lui modellato per la coniazione 
della medaglia spicca in un bel bassorilievo in marmo entro 
la cornice di legno, scolpito dall'intagliatore Domenico Fio- 
rani, con la riproduzione in argento dell'epigrafe di dedica 
che si legge scolpita in rilievo su lastra d'oro, nella targa, 
mediante punzone espressamente lavorato dallo Stabilimento 
Johnson. 




Iji — Nel campo, la riproduzione ridotta del gruppo d'Ar- 
chimede coi suoi discepoli, nella Scuola d'Atene 
di Raffaello. In basso, nella targa dell'esergo 
• ADHVC ■ DOCET • Nel vano, a sinistra della targa: 
A. Cai'I'Uccuj mod. e inc. Nel varco, a destra della 
targa : S. Johnson. 

Come già è reso noto nell'opuscolo citato del Comitato, 
questo, per porre in speciale rilievo l'opera del sen. Colombo 
come insegnante, scelse pel rovescio della medaglia una 
composizione che rendesse evidente la benemerenza carat- 



494 



VARIETÀ 



teristica del sen. Colombo. L'aggruppamento di Archimede 
nella grandiosa composizione raffaellesca della Stanza della 
Segnatura in Vaticano parve il più adatto, poiché Archimede, 
con i lineamenti dell'amico e protettore di Raffaello, Bramante 
da Urbino, è rappresentato nell'atto di svolgere un problema 
di geometria, e gli allievi fanno a lui corona attentissimi. 
L'epigrafe adhiic docet, dettata dall'illustre Rettore dell'Am- 
brosiana Achille Ratti, nella sua tacitiana brevità, riferisce 
chiaramente al sen. Colombo ciò che Raffaello riferiva ad 
Archimede. Così lo stesso comm. Ratti espresse più estesa- 
mente nell'epigrafe sottostante al bassorilievo d'argento, mo- 
dellato per il rovescio della medaglia dal Secchi, e fuso nello 
Stabilimento Johnson per essere racchiuso nell'apposita cor- 
nice in bronzo ed argento del cav. Giovanni Lomazzi: • ar- 

CniMEDEM • SANCTIO • COLVMBVM • NOBIS • REFERT ■ DOCENTIS • 
FIGURA • BRAMANTIS • 

Archimede praticò il suo insegnamento sino agli ultimi 
istanti di sua vita, la presente onoranza a Giuseppe Colombo 
mette in luce una benemerenza che cinquant'anni di aposto- 
lato nun hanno ancora attenuato; egli adhtic docet dalla cat- 
tedra e fuori nella vita scientifica e industriale della nazione. 



Era naturale che il motivo artistico fosse scelto da un 
capolavoro del quale Milano, per munificenza del cardinal Fe- 
derico Borromeo, può da tre secoli gloriarsi di possedere il 
cartone originale (i), disegnato dallo stesso Raffaello per l'ese- 
cuzione dell'affresco vaticano. Così era tolto, direi quasi, dal 
ciclo artistico milanese, se non d'origine, però d'adozione, 
l'allusione d'onore allo scienziato, la cui attività si è spiegata 
soprattutto nella metropoli lombarda, meno il breve periodo 
nel quale il sen. Colombo fu ministro. 

Sotto il punto di vista della riproduzione artistica, la me- 



(i) Lo stesso card. Federico Borromeo ne! suo Musetim, stampato 
nell'anno 1625, rileva l'importanza del cartone, allora diviso in due: " quos 
studiosi artis tanto cariores habere debent, quanto niiniis de auctore 
dubitatur „. Vcd. Guida sommaria per il visitatore della Biblioteca Ambro- 
siana e delle Collezioni annesse. Milano, Allegretti, 1907, pp. 61-64. 



VARIETÀ 495 

daglia si può dire una piccola opera d'arte. Per il ritratto del 
senatore, il cav. Cappuccio dovette riprodurre il modello ori- 
ginale dello scultore Secchi, e quindi il profilo, per quanto 
ben condotto, risente nell'espressione di una certa durezza, 
che non riproduce la dolcezza serena e affabile, abituale a chi 
conosce l'illustre uomo. Invece nel rovescio, pel quale il di- 
segno originale, esposto nella Sala della Biblioteca Ambro- 
siana, ha potuto agevolare il compito di tradurre in bassori- 
lievo l'aggruppamento pittorico, il cav. Cappuccio fu felicis- 
simo, riuscendo a conservare, anche nella forte riduzione delle 
proporzioni, la grazia e la morbidezza che animano d'un fa- 
scino insuperabile la creazione di Raffaello. 

Riesce veramente gradito che il gruppo pittorico scelto ad 
onorare il nostro matematico meccanico e architetto insigne 
contenga tanta parte di vita del famoso architetto (i>, che, fa- 
vorendo amichevolmente l'opera del genio d'Urbino, preparò 
all'amico lo sfondo meraviglioso architettonico della Scuola 
d'Atene, sfondo che, pur troppo, nel cartone ambrosiano non 
si può ammirare (2). 

E così anche al rovescio della nostra medaglia manca 
l'aria e la luce che ravviva il gruppo nell' invenzione origi- 
nale, ma ognuno che ve lo guardi così diligentemente cesel- 
lato, con lungo studio e grande amore, tosto rievoca e rigodé 
l'entusiasmo provato la prima volta dinanzi al capolavoro 
vaticano, mentre ogni allievo del Colombo moderno rievo- 
cherà con profonda gratitudine il suo maestro e gli parrà di 
riudirlo in quelle lucide sue lezioni, in quelle indimenticabili 
sue conferenze, nelle quali il senatore Colombo ha potente- 
mente contribuito a dar impulso ed a sorreggere quel movi- 
mento di superiorità scientifica e di emancipazione industriale 
che da qualche tempo si è iniziato in Italia. 

Serafino Ricci. 



(r) Di fianco al cartone della Scuola d'Atene, nell'Ambrosiana, il 
visitatore può scorgere anche lo studio dal vero della testa dì Bramante 
per la figura di Archimede (Ved. Calalogo cit., pp. 61 e 63), miracolo- 
samente salvato, come quello, pure della testa di Bramante, per la Di- 
spula itil Sacraineitlo, che si ammira nel Museo del Louvre. 

(2) Ved. G. Cahotti: Le opere eli Leonardo, Bramante e Raffaello. 
Milano, lloepli, 1905, pp. 275-276. 



49^ VARIETÀ 

Centenario del R. Gabinetto Num. di Brera e Com- 
memorazione Ambrosoli a Milano. — La cerimonia, si 
svolse il giorno io maggio nella grande saia Maria Teresa 
al Palazzo di Brera, con severa e grandiosa solennità regale 
per il fatto che S. M. il Re d' Italia era rappresentato uffi- 
cialmente dal Prefetto nella sua duplice qualità di Sovrano 
e di Presidente della Società Numismatica Italiana. Erano 
inoltre rappresentate tutte le Autorità politiche e cittadine; 
il Mmistro del Tesoro dal primo intendente di finanze 
comm. Scarabelli, quello della Pubblica Istruzione dal pro- 
fessor Novati, la R. Commissione monetaria dal comm. Fran- 
cesco Gnecchi, il Sindaco di Milano dall'assessore Gabba, 
l'Accademia di Brera dal comm. Colombo, la Braidense 
dal prof. Fumagalli che faceva gli onori di casa, il R. Isti- 
tuto Lombardo dal prof Zuccante, l'Accademia Scientifico- 
Letteraria dal prof. Francesco Novati, la Società Storica 
Lombarda dallo stesso prof. Novati, dall' ing. E. Motta e dal 
cav. Seletti, la Società Numismatica e il Circolo Numisma- 
tico dalle rispettive Presidenze, la città di Como, patria del- 
l'Ambrosoli, dal Sindaco avv. Pagani e dal prof E. Baragiola. 
Inoltre erano presenti molte altre notabilità, senatori, depu- 
tati, numismatici, ecc. 

La maestosa sala era gremita di signore e signori, e vi- 
cino al tavolo presidenziale, adorno di verdi arbusti e di 
lauro, spiccava un bel busto in bronzo rappresentante la 
simpatica figura di Solone Ambrosoli, opera dello scultore 
prof. Antonio Ricci. 

Di fronte al busto si nota una distinta signora in lutto 
che si commove profondamente e a stento trattiene i sin- 
ghiozzi. E la vedova del commemorato. Vi è pure presente 
il fratello l'on. dott. Francesco Ambrosoli. 

Il comm. Francesco Gnecchi, quale rappresentante della 
Società Numismatica e del Comitato promotore della com- 
memorazione, apre la seduta ringraziando gì' intervenuti ed 
esprimendo riconoscenza speciale per il Re. 

Prende pel primo la parola il prof. Novati in nome del 
Ministro della Pubblica Istruzione, rilevando l' importanza 
della duplice cerimonia e i meriti dell'Ambrosoli non solo 
come numismatico, ma come poliglotta e letterato. Segue il 



Varietà 497 



discorso di Francesco Gnecchi il quale tesse la storia del 
Gabinetto Numismatico dalle sue origini, ossia dal decreto 
di sua istituzione, portante la data del 7 maggio 1808, fino 
ad oggi. Egli accenna rapidamente alle felici e alle infelici 
vicende dello stesso, al suo progredire ora spedito ora lento, 
alla successione de' suoi direttori, alle sue peregrinazioni. Si 
sofferma poi a discorrere dei recenti progetti e delle attuali 
trattative per il trasporto nel Castello Sforzesco onde riunirlo 
alle collezioni municipali e chiude il suo discorso con queste 
parole : 

" Il momento psicologico per tale riunione ora sembra 
veramente opportuno. 

" Un soffio di riforma spira attualmente in tutta l'europa, 
favorevole al miglioramento materiale e scientifico delle 
collezioni numismatiche. A Berlino vidi lo scorso anno ap- 
pena terminato il nuovo grandioso ordinamento delle monete 
e delle medaglie al Museo P'ederico ; a Budapest, sta per 
iniziarsi il trasporto di quel Museo in nuova e ilegna sede; 
a Parigi si stanno apprestando i locali per il trasloco del Ga- 
binetto di Francia in sede più appropriata, in altra parte 
dello stesso palazzo della Biblioteca Nazionale. Venendo in 
Italia, a Bologna si sta compiendo la riunione della colle- 
zione municipale con qLiella del R. Museo Archeologico ; a 
Venezia si sta studiando quella del Museo Correr colla 
Marciana ; a Roma la fusione delle due collezioni del 
Capitolino e del Museo delle Terme. E ben giusto che 
anche a Milano, dove nacque e ha sede la Società Numi- 
smatica Italiana , dove da venti anni si pubblica la sua 
Rivista, dove abbiamo il solo Istituto Numismatico auto- 
nomo d' Italia, tra le diverse riforme economiche, artisti- 
che, scientifiche che si stanno escogitando, si pensi pure 
alla sistemazione definitiva di questo importantissimo ramo 
dell'archeologia : tanto più possedendo un materiale così ricco 
e prezioso, ammontante complessivamente a circa sessanta- 
mila pezzi. 

" È di buon augurio il fatto che, a ricordare il cente- 
nario, parecchi doni sono già pervenuti al Gabinetto ed è a 
ritenersi per fermo che la nuova splendida sede possa eser- 
citare tal fascino sui privati da indurli a offrirvi le proprie 

63 



498 VAIilKTÀ 



collezioni o quanto meno a collocarvele come semplice 
deposito „. 

Il discorso Gnecchi riscosse calde approvazioni. 

Il prof. Serafino Ricci, dopo di aver dato lettura di un 
telegramma dell'on. Carcano, il quale, pur facendosi rappre- 
sentare, volle [)ersonalmente plaudire al Comitato promotoie 
delle onoranze all'illustre suo concittadino e d'avere annun- 
ciate altre adesioni, tra cui quelle di Corrado Ricci, di An- 
tonino Salinas, di don Achilie Ratti e dell'on. Greppi, dice 
una bella commemorazione di Solone Ambrosoli, enume- 
rando i lavori che sono prove eloquenti della vasta cultura 
e dell'acuta e paziente investigazione del rimpianto numisma- 
tico, del bibliofilo e del bibliografo. 

Dopo di aver parlato delle opere principali del maestro, 
che si distinse specialmente nella divulgazione della numi- 
smatica medioevale e moderna, il Ricci delineò con finezza 
e sentimento la figura del mite solitario, dell'uomo gentile, 
fatto solo per amare e studiare. Amatissimo e stimatissimo 
da tutti per la sua grande bontà e cortesia, confortato da 
una compagna ben degna del suo cuore, egli, così conclude 
il Ricci, fu nel secolo trascorso il vero pioniere e divulga- 
tore che continuò degnamente e ampliò la nostra gloriosa 
tradizione italiana negli studi che ci diedero Ennio Quirino 
Visconti, Bartolomeo Borghesi, Domenico Promis. 

Il prof Ricci si commosse profondamente e commosse 
l'uditorio nell'evocare l'uomo buono, affabile con tutti, anche 
co! più umile fattorino. 

Il Prefetto rivolse parole d'elogio all'oratore, e quindi, 
in nome del Re, plaudì alla Società Numismatica Italiana e 
al Comitato promotore della riuscitissima cerimonia, di cui 
si conserverà duratura memoria. 

Prima di uscire dalla sala, il Prefetto rivolse parole di 
conforto alla vedova del commemorato. 

La cerimonia aperta colla marcia reale, eseguita dal 
corpo musicale del 66." reggimento di fanteria, si chiuse 
colle medesime note di circostanza. 

In memoria della solenne duplice commemorazione, la 
Società Numismatica Italiana, come del resto è già noto ai 
nostri lettori, pubblicò m doppio fascicolo trentacinque me 



VARIETÀ 499 



morie mandate dall' Italia e dall'estero, e un numero straor- 
dinario pubblicò pure il nostro Circolo Numismatico. Il Co 
mitato poi, oltre il busto, fece coniare una medaglia a Solone 
Ambrosoli e una placchetta per il Centenario del Gabinetto. 

Doni pervenuti al R. Gabinetto di Brera in occa- 
sione del Primo Centenario del Medagliere braidense 

(to maggio 1908). — S'affrettarono a inviare doni piìi o 
meno cospicui, ma tutti interessanti, molti signori cultori 
delle discipline numismatiche, e (quello che è pii^i confortante) 
anche altri che non mostrano interesse ai nostri sludi, ma 
hanno creduto di onorare il centenario del nostro Museo Nu- 
mismatico con un loro omaggio, riuscito graditissimo alla 
Direzione del Gabinetto Numismatico di Brera, che li rin- 
grazia pubblicamente. 

Il comm. Francesco Gnecchi donò la sua intera colle- 
zione di 800 piombi romani, alcuni dei quali furono descritti 
dal Rostozsew nella Rivista Italiana di Niiniis>ii. del 1902. 

Il cav. uff. Krcole Gnecchi donò la sua intera collezione 
di circa 800 p^ si antichi e moderni, dei quali alcuni interes- 
santi. 

La Società Numismatica Italiana offri 94 tra piccoli bronzi 
e antoniniani imperiali romani del Basso Impero. 

La contessa Giulia Turati offrì 15 monete turche ; la 
signora Erminia Bonacossa un notevole gruzzolo di monete, 
da cui la Direzione di Brera dovrà scegliere quello che non 
ha, dando il resto alla Società Numismatica Italiana ; la si- 
gnora Ida Rolandi Picei, n. 33 biglietti di carta monetala, 
emessa da municipi, banche, consorzi di commercio della 
Lombardia e del Piemonte. 

Il signor Carlo Giussani si privò pel Museo di Brera di 
ben 143 fra monete, prove di zecca e pesi giapponesi ; il 
sac. Giuseppe del Torchio di n. 25 monete la maggior parte 
imperiali romane di bronzo ; il prof. Silvio Bellini di Aosta, 
donò n. 142 pezzi in bronzo e in argento di varie età e nazioni; 
il Comitato per la Commemorazione del primo Centenario 
del R. Gabinetto Numismatico di Brera e per le onoranze a 
Solone Ambrosoli diede in dono un esemplare in argento e 
uno in bronzo tanto della placchetta pel Centenario quanto 



500 * VARIETÀ 



della medaglia per Solone Ambrosoli ; il cav. dott. Soffian- 
tini, direttore dell' Istituto Sanitario Umberto I, una medaglia 
di Chaplain recante scolpito il ritratto del celebre Hallopeau. 
specialista per le malattie della pelle, membro dell'Accademia 
di Medicina di Francia, con due monete di bronzo; il conte 
Roberto de Moij Brunetta e Usseaux regalò la sua medaglia 
di nozze, dell'incisore Agry di Parigi, in bronzo, presentata 
a mezzo del Socio comm. Quinto Cenni ; il prof. Salvatore 
Cerbara di Milano portò al Museo, in onore del suo parente, 
il ritratto del prof. Giuseppe Cerbara, insigne incisore ro- 
mano sotto Pio IX, riproduzione del suo quadro nella R. Ac- 
cademia di San Luca, di G. B. Biscarra, dipinto nel 1831 ; 
il sig. E. Mazzucchetti, banchiere di Milano, cedette per le 
nostre collezioni il pezzo da lire io in oro di Vittorio Ema- 
nuele II, per le Regie Provincie dell'Emilia (Bologna, 1860). 
Hanno già promesso altri doni importanti al Medagliere 
Braidense il comm. Federico Johnson, il sig. G. Dattari, re- 
sidente al Cairo ed altri. 

Nuovi acquisti pel Museo Numismatico di Brera. 

— Col fondo straordinario del Ministero per l' Istruzione e 
su proposta della Direzione del R. Gabinetto Numismatico 
di Brera, S. E. il Ministro Rava concesse l'acquisto pel Me- 
dagliere braidense del raro scudo d'argento di Francesco 
d'Este per Massa Lombarda (Ravenna), moneta interessante 
perchè la zecca per sé stessa fu di pochissima durata (1562- 
1578) e limitata alla coniazione in quella città eseguita da 
Francesco d'Este, che aveva ottenuto dall'imperatore Fer- 
dinando I il titolo marchionale e il diritto di zecca. Lo scudo 
d'argento acquistato per Brera è una variante di quello, pure 
raro, della Collezione Gnecchi nell'asta Hamburger (Catal. II, 
pag. 118, n. 2282) salito a L. 1200. Merita pubblica lode il 
consenso ministeriale ogni qual volta occorra arricchire le 
nostre importanti collezioni di Brera : altri acquisti furono 
fatti all'asta Carlo e Cesare Clerici in Milano e ne parleremo. 
(Da! Bollettino Ital. di Niim., n. 6 e 7, 1908). 

La Società Numismatica Italiana al Congresso In- 
ternazionale per le scienze storiche a Berlino. — Quan- 



VARIETÀ 501 



tunque il secondo Congresso storico, che fin dal 1903 era 
stato dichiarato a Berlino, non facesse prevedere una sezione 
numismatica speciale, pure era in animo della nostra Società 
di offrire in omaggio alla dotta capitale della Germania, alla 
Sede di una delle più celebri Università del mondo, un la- 
voro storico e numismatico insieme, che, specialmente nei 
riguardi della storia della moneta, narrasse dei rapporti tra 
la Germania e l'Italia dal periodo classico dell'Impero ro- 
mano a quello moderno. 

Il vasto tema avrebbe dovuto essere diviso in tre grandi 
parti: Roma e la Germania, il Medio Evo Italiano e la Ger- 
mania, l'Italia e la Germania nell'Evo Moderno. Alla prima 
parte avrebbe provveduto Francesco Gnecchi, alla seconda 
il fratello Ercole e la terza avrebbe curato il prof. Serafino 
Ricci, direttore del nostro Medagliere Braidense. 

I lavori per il Primo Centenario del R. Museo Numi- 
smatico e Medagliere Nazionale di Brera tolsero il modo di 
condurre a termine il vasto progetto scientifico ; l'unico più 
libero, che potè compiere la sua parte, fu il commenda- 
tore Francesco Gnecchi , che all' apertura del Congresso 
fece pervenire il suo omaggio per mezzo del prof. Ricci, 
che, oltre il Museo di Brera e il Circolo Numismatico Mila- 
nese, rappresentava al Congresso storico di Berlino anche 
la nostra Società Numismatica. 

II Ricci offerse l'omaggio del Gnecchi in una seduta an- 
timeridiana della Sezione Vili che precisamente trattava delle 
scienze ausiliari, e quindi conteneva anche le discussioni nu- 
mismatiche (1), avendo creduto, pur troppo, di considerare tale 
scienza, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, soltanto 
quale ausiliare della storia, non quale scienza autonoma, 
come essa è. 

La Sezione Vili, presieduta dall'illustre prof. Tangl del- 



(i) Cogliamo l'occasione per rainmentare con parole di vivo en- 
comio le dotte relazioni numismaticlie svolte alla sezione Vili, dal 
signor F. Friir. von ScHuòTriÌR sul tema: Die prenssische Miinz-polilik 
tilt XVIU Jalirluinderl e dal prof. dott. J, Menadier sul tema : Das Miiiiz- 
recht der deiilschen Staiiiiiiesherzoge. Quest'ultima conferenza, special- 
mente, deli' illustre direttore del Miinz-kabinet di Berlino raccolse vivis- 
simi applausi per la profonda conoscenza della materia e per la rara 
lucidità di esposizione. 



502 VARIETÀ 

l'Università di Berlino, accolse l'omaggio del Gnecchi pre- 
sentato dal Ricci insieme coi doni delio stesso, della Società 
Numismatica e del Circolo Numismatico Milanese. 

Il Presidente di turno permise che il prof. Ricci tenesse 
una breve relazione sull'argomento Roma e la Germania, 
illustrando il concetto del Gnecchi e della Società Num. Ita- 
liana. Applausi vivissimi e ripetuti accolsero il discorso Ricci, 
e le pubblicazioni offerte riuscirono graditissime; il Presidente 
prese la parola per pronunciare un plauso speciale alla nostra 
Società, che fu poi confermato per iscritto e che sarà pubbli- 
cato negli Atti del Congresso insieme con l'elenco dei doni 
offerti al Congresso storico. E la Società Numismatica Ita- 
liana sente il dovere di ringraziare pubblicamente la Vili Se- 
zione del Congresso e la Presidenza generale per le dimo- 
strazioni di simpatia e per la nobile ospitalità offerta agli 
studiosi italiani tanto negli studi, quanto nelle accoglienze 
oneste e liete di Berlino e di Amburgo. 

Ecco l'elenco degli omaggi presentati al Congresso sto- 
rico di Berlino in un notevole numero di esemplari. 

Per incarico della Società Numismatica Italiana: 
Comm. Fkancksco Gnecchi, Roma e la Germania, — Scavi 

di Roma nel 1907 {Appunti di Numismatica Romana). 

Milano, Cogliati 1908. 
Fascicolo-Omaggio alla memoria di Solone Ambrosoli della 

Rivista Italiana di Numismatica. Milano, Cogliati 1908. 
E. J. Haeberlin, Del più antico sistema monetario presso i 

Romani. Nuovo contributo al Corpus Niimorum aeris 

aravis. Traduzione dal tedesco di Serafino Ricci. Mi- 

lano, Cogliati 1906. 

Per incarico del Circolo Numismatico Milanese: 
Fascicolo Omaggio per il Primo Centenario del R. Gabinetto 
Numismatico e Medagliere Nazionale di Brera .e per le 
onoranze a Solone Ambrosoli. Milano, Crespi 1908. 

Da Serafino Ricci: 

S. Ricci, Un altro documento inedito della Zecca di Cor- 
reggio. Milano, Cogliati 1907. 

S. Ricci, L'opera numismatica di Solone Ambrosoli. Milano, 
Cogliati 1908. 



VARIETÀ 503 



NeirXI Congresso Storico Subalpino che ebbe luogo 
a Voghera, dal io al 14 del corrente mese, furono anche 
presentate relazioni numismatiche importanti. L'avv. Orazio 
Roggero, di Saluzzo, riferi sul tema ; Delle relazioni fra le 
varie zecche del Piemonte iti rapporto specialmente colle fal- 
sificazioni numismatiche, leggendo una vera monografia, che 
sarà pubblicata negli Atti del Congresso. Il prof. Scialino 
Ricci, di Milano, dopo d'aver portato al Congresso il saluto 
e l'augurio della Società Numismatica Italiana, a nome del 
Circolo Numismatico iVIilanese, svolse il tema: Questioni nn- 
mismatiche (l' aitila l ita, trattando dei cambi delle monete, della 
vendita dei duplicati, dei cataloghi, e proponendo il seguente 
ordine del giorno, che fu approvato all'unanimità: 

" Tenendo conto dello stretto rapporto fra le discipline 
" numismatiche e quelle storiche, la Società Storica Subal- 
" pina, nel suo XI Congresso a Voghera, udita la relazione 
" del prof. Serafino Ricci, a nome del Circolo Numismatico 
" Milanese, su varie questioni numismatiche d'attualità, rico- 
" noscendo indispensabile all' incremento e al riordinamento 
" delle collezioni niunismatiche nazionali la vendita dei du- 
' plicati e la concessione dei cambi di monete e medaglie 
* fra musei governativi e municipali, eccezionalmente anche 
" con musei esteri, sotto responsabilità dei singoli direttori : 
" I. — Invoca una legge sui cambi e sulla vendita 
" dei duplicali di monete e metlaglie, con cataloghi stampati 
" a prezzi segnati, come si fa già all'estero con grande van- 
" taggio delle collezioni e degli studi ; 

" II. — Raccomanda inoltre le esposizioni periodiche, 
" a turno, di collezioni speciali, d'interesse anche locale, e 
" la sollecita pubblicazione dei cataloghi delle singole col- 
" lezioni numismatiche italiane „. 

La relazione del prof. Ricci verrà prossimamente pub- 
blicata nel Bollettino di Numismatica del Circolo Numisma- 
tico Milanese e negli Atti del Congresso Subalpino. 

Congresso di Numismatica e dell'Arte della Meda- 
glia a Bruxelles nel 1910. — Nel giugno del 1910 si terrà 
a Bruxelles un Congresso internazionale di Numismatica e 
dell'Arte della Medaglia, sotto il protettorato di S. A. R. il 
principe Alberto del Belgio. 



5Ó4 VARIETÀ 



Il Comitato è così costituito. Presidenti: Il visconte 

B. de Jonghe e il signor A. De Witte ; Vice- Presidenti: Il 
signor De Dompierre de Chaufepié, il conte di Limburg- 
Stirum, il signor Carlo Le Grelle e il signor Federico Aloin: 
Segretarii i signori : cav. Buivert de Blokland, E. de Breyne, 

C. Bigwood, V. Tourneur; Tesoriere : M. Laloire. 

Si stanno formando anche dei Comitati speciali per ogni 
nazione, di cui daremo notizia in seguito. 

La nuova zecca di Roma. — Il 27 giugno scorso 
S. M. il Re poneva la prima pietra del nuovo palazzo per 
la zecca in Roma, e il Ministro del Tesoro on. Carcano 
pronunciava il discorso inaugurale. 

Questa nuova sede veniva decretata colle leggi appro- 
vate il 2 e l'S giugno 1904, il 14 luglio 1907 e il 21 maggio 
1908, ed era ben tempo che sorgesse a sostituire l'edificio 
attuale, , che, costrutto nel 1665 per la zecca pontificia, è ormai 
diventato assolutamente impari ed inadatto per le esigenze 
del Regno d' Italia. 

Ci auguriamo che la zecca della terza Roma abbia a 
dimostrarsi non degenere da quella di Roma antica e di 
Roma medioevale. 

Nel masso di travertino che formava la prima pietra, 
venne immessa con alcune monete dell'anno 1908 una per- 
gamena colla seguente epigrafe : Vittorio Emanuele III 
Re d'Italia il XXVII Giugno MCMVIII pose la pietra 
augurale di una nuova zecca in Roma, officina e scuola del- 
l'arte del conio, continuatrice di gloriose tradizioni, propaga- 
trice di nomi e di fatti memorandi alle genti future. 

La Direzione. 

Per l'ammissione alla Scuola dell'Arte della Me- 
daglia. — Sono uscite le norme per essere inscritti come 
alunni a questa scuola di perfezionamento in Roma, di cui 
tenne a suo tempo parola la Rivista. 

Con decreto dei ministri on. Carcano e on. Rava sono 
state stabilite quelle norme per l'apertura dei Corsi, secondo 
la legge 14 luglio 1907. Coloro che vi aspirano devono pre- 
sentare come attestato di studio la licenza del corso speciale 
di ornato, rilasciato da un R. Istituto di Belle Art'. 



VARIETÀ 505 



Gli aspiranti che non potessero produrre tale attestato 
dovranno dare nei giorni dal 21 al 24 settembre un esame 
di disegno e ornato in uno degli Istituti di Belle Arti di Ve- 
nezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, o in una 
delle Accademie di Belle Arti di Torino o di Milano. 

Per l'esercizio 1908-1909 saranno ammessi come allievi 
i primi dodici aspiranti per ordine di merito. 

La Cattedra di Numismatica a Parigi conferita a 
Ernesto Babelon. — Ci vien riferito da comunicazioni private 
che l'assemblea dei professori al Collegio di Francia designò 
al Ministro come primo, con voto unanime, per la Cattedra 
di Numismatica, Ernesto Babelon, conservatore del Cabinet 
des médailles, presidente dell'Academie des inscriptions et 
belles lettres e nostro illustre collaboratore. Secondo nella 
votazione riusci Fernando Mazerolle, archivista della zecca 
di Parigi, direttore delia Gazettc Niniiismaliquc frangaisc. 
Congratula/ioni. 

La Medaglia della Società Reale Numismatica di 
Londra. — Nell'Assemblea Generale della R. Società Nu- 
mismatica di Londra tenutasi il 18 giugno scorso, la meda- 
glia annuale pel 1907 venne conferita al dott. lùirico Diessel, 
conservatore del Gabinetto Imperiale di Berlino, principal- 
mente pei servigi da lui resi alla Numismatica antica e al- 
l'Archeologia in genere. 

La Società Numismatica Italiana è lieta di inviargli le 
sue congratulazioni. 

Palsificazioni moderne. Il comm. Giuseppe Rug- 

gero pubblicava, nel primo fascicolo 1895 di questa Rivista *0, 
il disegno di una grossa moneta d' argento genovese pel 
Levante da un calco in gesso portato da Pietroburgo da 
S. A. R. il Principe di Napoli. 

Negli ultimi mesi dell'anno passato, veniva offerto in 
Roma agli amatori un esemplare di detta moneta, fatto in 
modo da ingannare chicchessia. 



(1) G. Ruggero: Aitnnlazioni niiiiiisinaiic/ie genoz'esi. XXIV. Di una 
grossa moneta per il Levante {Riv. Hai. di Niim., 1895, fase. I, pag. 89- 
93. fig)- 

64 



5o6 VARIETÀ 



L'unico indizio della falsità consisteva nelle tre lettere 
del ly G-EN, raddoppiate per risalto del conio, come sono 
sull'esemplare di Pietroburgo. 

Pareva strano, che si fosse potuto fare una moneta per- 
fettamente eguale ad un semplice disegno. Eppure il calco 
del Ruggero non era mai uscito dalle sue mani. Si scrisse 
dunque al Museo dell'Eremitaggio Imp. e si ebbe la notizia, 
che negli ultimi anni del secolo passato (dunque dopo la 
citata pubblicazione), un Signore di Roma avea richiesto un 
gesso di quella moneta. Si vede che il possessore di questo 
secondo calco non fu così geloso di tenerlo ben guardato 
dai falsari, come ha scritto di aver fatto il Ruggero. 

Le monete d'oro rinvenute nel Polesine. — In se- 
guito a intervento dell'On. Direzione Generale a Roma toc- 
carono allo Stato, del ripostiglio rinvenuto a Riva d'Ariano 
nel fondo di proprietà Odoardo Pezzati, nove monete d'oro 
fra le più notevoli, destinate al Medagliere del R. Museo 
Archeologico di Venezia. Tra questo v'è uno scudo di Ve- 
spasiano Gonzaga della zecca di Sabbioneta, del valore di 
lire settecento. Il Museo Bottacin di Padova potè pure acqui- 
stare, per cura del suo direttore prof. Luigi Rizzoli, varie 
monete di pregio, tra le quali uno scudo d'oro di Marghe- 
rita e Francesco della zecca di Casale, uno scudo d'oro di 
Guglielmo Gonzaga," mezzo scudo d'oro di Lodovico III Pico 
della Mirandola e uno scudo d'oro di Ottavio Farnese della 
zecca di Piacenza. Se avremo particolari piìi esatti in pro- 
posito, li pubblicheremo. 

Premio Duchalais. — Questo premio per la Numisma- 
tica venne àAV Academie des inscriplions rt bclles letlrcs asse- 
gnalo per lo scorso anno alla Revite Niimisinatiqne di Parigi. 

Medaglia Imhoof Blumer. — L' illustre numismatico 
di Winterthur compieva l'ii maggio 1908 il suo settante- 
simo anno. Un gruppo d'amici e d'ammiratori per celebrare 
tale anniversario gli offerse una medaglia modellata da Hans 
Frei di Basilea. In capo alla lista dei Sottoscrittori figura il 
nome di S. M. il Re d'Italia. 

S. Ricci. 



ATTI 



SOCIETÀ NUMISMATICA ITALIANA 



Seduta dei. Consiglio, 15 Marzo 1907. 
(Estratto dai Inerbali). 

La seduta è aperta alle ore 14 nella Sala Sociale al 
Castello Sforzesco. 

I. — Sono ammessi quali Soci Corrispondenti i si- 
gnori : Osvaldo Boeri, tenente elei RR. Carabinieri a Ter- 
racina ; LhÌì>^ì Cora di Torino ; Nob. prof. Riccardo Adal- 
gisio Marini di Villafranca di Susa ; Mentore Pozzi di To- 
rino presentati da Francesco ed Ercole Gnecchi e il conte 
Gian Nicolai Gamba Castelli di Firenze presentato dal pro- 
fessore L. A. Milani e da Francesco Gnecchi ; 

li. — Si esaminano 1 numerosi lavori inviati pel fasci- 
colo omaggio Ambrosoli e, visto il numero già esuberante 
di quelli che giunsero nel termine prescritto, si decide di 
non accettarne alcun altro fra i parecchi arrivati in ritardo. 
Il fascicolo verrà così costituito da 35 memorie. 
La seduta è levata alle ore 16. 

Seduta dei. Consiglio 18 Aprile 1908. 
[Estratto dai Verbali). 

La seduta è aperta al tocco al Gabinetto Numismatico 
di Brera. 

I. — V^iene presentato il fascicolo omaggio quasi com- 
pleto e approvato ; 



508 ATTI DKLLA SOCIETÀ NUMISMATICA ITALIANA 

li. — Si prendono le opportune disposizioni circa la ce- 
rimonia del Centenario del Gabinetto, da celebrarsi il io pros- 
simo maggio ; 

III. — Si annuncia un prezioso dono della signora Er- 
minia Bonacossa consistente in una collezione numismatica 
formata anni sono dal suo defunto marito e consistente in 
monete romane (n. 300 in argento e n. 300 di Bronzo) mo- 
nete e medaglie italiane (n. 50 in arg. e n. 100 in bronzo). 

Il Consiglio manda i più sentiti ringraziamenti e alla 
prossima Assemblea propone di iscrivere il nome della si- 
gnora Erminia Bonacossa nell' albo dei Benemeriti della 
Società. 

La seduta è levata alle ore 15 '/r 

SiiDUTA DEL Consiglio 19 Settembre 1908. 
(Estratto dai Verbali). 

La seduta è aperta alle ore 14 nella Sede Sociale al 
Castello. 

I. - Su proposta del prof. S. Ricci e del comm. Fran- 
cesco Gnecchi viene ammesso come Socio Effettivo il si- 
gnor Carlo Porta di Milano ; 

II. — 11 Segretario sig. Angelo Maria Cornelio dà co- 
municazione del Bilancio Consuntivo 1907, che è approvato 
ad unanimità; 

III. — Il Vice-Presidente comm. Francesco Gnecchi dà 
lettura della Relazione sull'andamento morale della Società 
tlurante il 1907, che è pure approvata; 

IV. — Il Segretario dà lettura dei seguenti doni per- 
veiiuti alla Società nell'ultimo quadrimestre. 

BHdt (le Baron) De. 

/.'( sua pubblicazione : 

Les mcdailles roiiiaines de Christine de Suède. Roma, 1908, in-8, 
con 20 tav. 

Bordeaux Paul. 

La sua piibblicasione : 

Docunients monétaires concernaiit les quatre départements réunis 
de la rive gauche du Rliin de 1799 a 1813 (Extrait de la Revtie belge 
de Nuì)iis»iatique, 1908). 



ATTI DELLA SOCIETÀ NUMISMATICA ITALIANA 509 



Cunietti-Cunietti Tin.-Colonnello Alberto. 
Le sue pubblicazioni : 

La Zecca di Alessandria. Mi/ano, 1908, in-8, fig. (Estratto). 
Alcune varianti di monete di zecche italiane. Mi/ano, igo8, in-8 (Estr.). 

Frltze von Hans e Qaebler Ugo. 

La loro pubblictizioiie : 

Noniisina. Untersuchungen ani' dt.ni Gcbiete der antiken Miinz- 
kunde. Berlin, 1908, in-8, con 3 tnv. 

Qnecchl Conim. Francesco. 
O Archeologo Portugiies. .Annata 1908. 
Annales de la Société Archóologique de Bruxelles. Annata 19:8. 

Gnecchi Cav. Uff'. Ercole. 
N. 18 Opuscoli di Numismatica e 12 Cataloghi di Vendite di Monete. 

Museo Britannico. 

Catalogue of the imperiai byzantines Coins in the British Museum by 
Warwich Wroth. London, 1908. Due voi. con 79 tavole. 

Perini Cav. Quintilio. 
La sua pubblicazione : 

Le monete gettate al l'opolo nella .soUnne mcoronazione di Vin- 
cenzo li Duca di Manlova. Milano, 1908, in 8 (Estratto). 

Ricci Prof. Dott. Serafino. 
Le sue pubblicasioni : 

L'opera nuinisMUitica ili Solune Ambrosoli. Milano, Cogliat', 1908. 

Fascicolo-omaggio per il primo Centenario del R. Gabinetto Numi- 
smatico e Medagliere Njzionale di Brera. Redatto dal prof. S. Ricci. 
Milano, Crespi, igo8. 

Spigolature d'archivio. Estratto dal volume precedente. 

Medaglistica. — Le onoranze a Solone Ambrosoli e la conmiemora- 
zionc del primo Centenario del Medagliere Nazionale di Brera. Ras. 
segna d'Arie, ihaggio, 1908, con una tavola. 

Sulla circolazione internazionale delle monete antiche. Relazione 
svo'ta al Congresso Artistico Internazionale di Venezia 1905, a nome 
del Circolo Numismatico Milane-.e. l^enecia, l'eirari, 1908. 

Medaglistua. — La medaglia d'oro in onore di Ercole Vidari. — I let- 
terati numismatici : Francesco Petrarca e Aunibal Caro. Dal Bollettino 
italiano di Numismatica, Milano, niaizo e aprile 1908. 

La medaglistica nel Quattrocento e nel Cinquecento. V>a\V Oreficeria 
italiana, agosto 1908. 

Il Vice-Presidente comm. F. Gnecchi comunica d'essere 
stato in corrispondenza col Ministero della P. I. a proposito 



5IO ATTI DELLA SOCIETÀ NUMISMATICA ITALIANA 

di un generoso dono del nostro socio Dattari. Questi, per 
mezzo della nostra Società, offriva al detto Ministero 50 copie 
del suo splendido Catalogo {Nìuunii Augg Alexamirini) per 
essere distribuiti ai Musei e alle Biblioteche del Regno. Quei 
volumi, dietro proposta del Consiglio della Soc. Numisma- 
tica e dal Ministero accettata, saranno distribuiti ai seguenti 
Istituti : Musei di Ancona, Bologna, Cagliari, Acireale, Como, 
Este, Ferrara, Firenze, Livorno, Lodi, Mantova, Milano (Brera 
e Municipale), Modena, Napoli, Padova, Palermo, Parma, 
Pavia, Ravenna, Roma (Nazionale, Capitolino, Vaticano), Sas- 
sari, Siracusa, Taranto, Torino, Udine, Venezia, Verona, 
Vicenza; e alle Biblioteche di Bologna, Catania, Cremona, Fi- 
renze, Genova, Lucca, Messina, Milano (Brera e Ambrosiana), 
Napoli, Pavia, Pisa, Roma (Vittorio Emanuele, Ministero P. L, 
Lincei), Siena, Torino, Venezia. 

Il Vice-Presidente comm. F. Gnecchi comunica inoltre 
che, delle monete romane e tolemaiche provenienti dal dono 
Dattari furono destinati altri due lotti ai Musei di Monza e 
di Casahìionfenatn. 

Alle ore 14 7<' esaurito l'Ordine del Giorno, la seduta 
è levata. 



ASSKMBI.KA GeNF.RAI.F. DKl SoCl I9 SETTEMBRE T908 
(Estratto dai Verbali). 

L'Assemblea è convocata per le ore 15 nella Sede del 
Castello. Sono presenti i due Vice-Presidenti, Francesco ed 
Ercole Gnecchi, tre membri del Consiglio e buon numero 
di Soci ; fra questi, l' egregio signor Paolo Bordeaux di 
Neuilly-s-Seine ; egli porta alla nostra Società il saluto della 
consorella Società Numismatica Francese, saiuto che la nostra 
cordialmente ricambia. 

Approvato il verbale dell'Assemblea precedente il Vice 
Presidente, Comm. Francesco Gnecchi, dà lettura della se- 
guente Relazione: 



ATTI DKLI.A SOCIKIA NUMISMATICA ITALIANA 51I 

COMMEMORAZIONK AmBROSOLI 

E Centenario del R. Gabinetto di Brera. 

La nostra Relazione annuale leita nel 1907 prendeva le 
mosse dal mesto accenno alla morte del rimpianto nostro 
amico e collega, il dott. Solone Ambrosoli, annunciando che 
di Lui si sarebbe fatta a suo tempo una degna commemo- 
razione. 

La promessa fu mantenuta, il io maggio scorso la so- 
lenne commemorazione ebbe luogo nel palazzo di Brera, riu- 
nita all'altra cerimonia pure solenne del Centenario del no- 
stro Gabinetto numismatico. Non ripeteremo qui la cronaca 
perchè forse tutti i Soci qui convenuti vi erano presenti e 
perchè già tutti i periodici e i giornali quotidiani ne diedero 
ampii resoconti. 

Diremo solo che grazie all'intervento delle rappresen- 
tanze, prima di tutto di S. M., poi di molte associazioni scien- 
tifiche e per la presenza di moltissimo e scelto pubblico, la 
grande cerimonia si svolse in modo degno e grandioso, da 
lasciare in tutti un indelebile ricordo (i). 

Soci e Collezioni sociali. 

Alla fine del 1907 la nostra Società contava 15 Soci be- 
nemeriti, 53 effettivi e 64 corrispondenti. Gli abbonali alla 
Rivista sommavano a 140. 

La nostra Biblioteca contiene oggi: 

Volumi N. 675 

Opuscoli r, 1370 

Il medagliere, in gran parte ordinato per opera special- 
mente dei Sigg. Monti e Laffranchi, che vi dedicarono mollo 
tempo e molte cure, contiene: 

Oro . . N. 14 

„ 1 160 

" 9560 

Vetro . 



-. ^ ) Argento 
Monete , „ 

Bronzo 



MedagUe \ ^'^'''''' " 
* f Bronzo, ecc. 

Piombi .... 

Totale pezz 



448 

24 

470 
161 



N. 11837 



(i) Vedi nella Varietà di questo stesso fascicolo. 



5t2 ATTI DELLA SOCIETÀ NUMISMATICA ITALIANA 

L'aumento principale durante l'anno corrente avvenne 
perii dono della signora Erminia Noseda vedova Bonacossa, la 
quale offriva alla Società la collezione di monete romane e 
medioevali formata dal defun'o suo marito, un complesso di 
oltre 700 monete e medaglie per metà in argento e metà in 
bronzo. Il vostro Consiglio, riconoscente pel cospicuo dono, 
propone all'Assemblea di iscrivere il nome della signora Er- 
minia Bonacossa nell'albo dei Soci benemeriti. 

La nostra Società non ha solamente ricevuto doni nel 
corrente dell'anno; ne ha anche fatti. Coi grosso fondo delie 
monete tolemaiche e del basso impero che restavano e re- 
stano tuttavia del dono Dattari, dopo naturalmente d'aver 
aggiunto alle nostre collezioni quanto vi mancava, abbiamo 
formato delle piccole collezioni di circa 500 pezzi, desti- 
nandole ai Musei di Lodi, Lecco, Varese, Siracusa, Ter- 
radila, Monza e Casale Monferrato, e nell'occasione del 
Centenario del Gabinetto di Brera, anche la nostra Società 
potè iscriversi fra i benemeriti che offrirono un ricordo a 
quel Museo. Certo non si trattava di monete molto impor- 
tanti; ma fra quelle monete pure comuni ve n'era un certo 
numero di bellissima conservazione, che entrando nella vec- 
chia collezione di Brera portarono il loro lieve contributo di 
miglioramento. 

La Società tiene ancora disponibili due Serie di queste 
monete romane e tolemaiche, e crede opportuno far nota la 
cosa ai suoi Soci, per il caso che essi conoscessero qualche 
piccolo Museo, a cui quelle monete potessero interessare. 

" La Rivista „. 

Poco abbiamo a dire circa la nostra Rivista, non volendo 
ripetere quanto dicemmo gli anni scorsi. Essa ormai segue 
la sua via senza intoppi e senza difficoltà. Il materiale affluisce 
sempre copioso e la Direzione, approfittando dei mezzi finan- 
ziarli che la generosità dei Soci mise l'anno scorso a sua 
disposizione, continua con quella larghezza che ora le è 
consentita, a pubblicare fascicoli che sarebbero per mole 
e per illustrazioni superiori a quanto la Società ha l'obbligo 
di dare. 



atti della società numismatica italiana 5i3 

Il \uovo Museo Numismatico di Milano. 

Era nostra speranza di potervi annunciare nell'odierna 
Assemblea che il voto da noi emesso lo scorso anno in questa 
medesima sala circa la riunione delle collezioni numismatiche 
di Milano era un fatto compiuto; ma pur troppo non avevamo 
abbastanza calcolato sulle lungaggini delle trattative col Go- 
verno. Il Municipio di Milano accolse favorevolmente la nostra 
proposta e iniziò le trattative col ministro della P. I., ma 
queste sono sempre in corso e le cose frattanto si trascinano 
per le lunghe. Da parte nostra non abbiamo mancato e non 
mancheremo di sollecitare da una parte e dall'altra, e abbiamo 
tutta la fiducia che le cose riusciranno alla fine con piena 
soddisfazione, ma ci siamo armati di longanimità e di pazienza. 

Del resto questo tempo di forzata attesa non fu total- 
mente perduto. Furono intanto ventilate e definite varie 
questioni circa i locali che dovranno ospitare il Museo Nu- 
mismatico, circa le modalità del trasporto e del collocamento 
delle varie serie, sul tipo dei nuovi medaglieri, sul modo di 
disporre la biblioteca, ecc., ecc., cosicché, una volta conse- 
guite le sospirate approvazioni, in breve tempo si addiverrà 
alla esecuzione del progetto. 

Bilancio. 

Ed ora, venendo alla parte finanziaria, eccovi il Bilancio 
Consuntivo del 1907: 

Rimanenze attive del 1906. 
Quote da riscuotere da Soci ed Abbonati 

pel 1906 L. 170 — 

Fondo di cassa .... " 6983 — 

L- 7153 — 
Entrate dell'anno 1907. 
Quote di Soci e di Abbonati alla Rivista L. 4780 — 
Interessi sui fondo di cassa in conto corr. " 265 65 

L. 5045 65 

Rimanenze passive. 
Anticipazioni quote di Soci ed Abbonati pel 1908. . L. 60 — 

L. 12258 65 

65 



514 



ATTI DI- I LA SUCIF.TA NUMISMATICA ITALIANA 



Da riportarsi L. 12258 65 



Rimanenze passivk dkl 1906 
Aiilicìpazioiii quote tli Soci ed Abbonati pel 1907. . L. 80 — 



Spesk Di'i. 1907. 



Stampa tiella Rivista e accessori. 
Fotoincisioni, eliotipie e disegni . 

Spese di Redazione 

Mobili e riparazioni 

Segi'eteria 

Custode dell' Uflìcio 

Posta 



L 4850 

339 
200 — 

139 
100 — 

•' 100 — 
38 - 



5766 



Rimanenze attive al 31 Dicembre 1907. 

(Juote tla riscuotere da Soci e da Abbo- 
nati pel 1907 L. 120 

Fondo di Cassa ..." 6292 65 



!.. 6412 65 
L. 12258 65 



Dimostrazione. 



Attività in |)nncipio di esercizio . . . . L. 7153 — 
Passività " 80 — 



L- 7073 



Attività in iìne di esercizio L. 6412 65 

Passività . . . . " 60 — 



L. 6352 65 

Diminuzione di patrimonio L. 720 35 

Entrate dell'anno 1907 ... . L. 5045 65 

Spese " 5766 — 

Disavanzo L. 720 35 



// Si' spreta rio Ainniiinslratore : Angelo Maria Cornelio, 



ATTI DKLI.A SOCIETÀ NUMISMATICA ITALIANA 5I5 



Il nostro Bilancio 1907 presenta dunque un disavanzo 
di L. 720.35, dovuto esclusivamente all'aumento di spesa 
nella stampa, compilazione e redazione delia Rivista. Ab- 
biamo però piena fiducia che i nostri Soci non vorranno 
farcene carico e approveranno il nostro operato. Essi hanno 
potuto constatare coi fatti clie già in due occasioni, quando 
la nostra Società si è trovata in momenti un po' difTiciii, un 
nostro appello ha subito richiamala su di essa l'attenzione 
di quelli che si interessano alle sue sorti, e che non indu- 
giarono un momento a prestarle aiuto ed appoggio. Questa 
esperienza è più che sufficiente per farci contmuare nella 
nostra via sicuri e fiduciosi nell'avvenire. 

La Relazione morale e finanziaria 1907 è approvata ad 
unanimità. 

Si passa da ultimo alia nomina di tre Membri del Con- 
siglio, in sostituzione dei signori: comni. Francesco Giucchi, 
ing. Emilio Motta e marchese Carlo Ermes Visconti, sca- 
denti per anzianità. 1 ere Consiglieri uscenti riescono eletti 
a grande maggioranza. 

Vengono pure riconfermate per acclamazione le cariche 
sociali in corso per il 1909. 

Alle ore 16 '/,. esaurito l'Ordine del Giorno, i Vice- 
Presidenti dichiarano sciolta l'adunanza. 



Finito di stampare il 30 Settembre 1908. 
Achille Martelli, Gerente responsabile. 



l«M44M***«*«*****«*«««*«*«*4<IMMt*****t***MtMt** 



FASCICOLO IV. 



APPUNTI 

DI 

NUMISMATICA ROMANA 



xc. 
DIVAGAZIONI 

intorno all'organizzazione e al funzionamento 

DELLA 

ZECCA IMPERIALE DI ROMA 



Zecca repubblicana e zecca imperiale. — Il tipo delle tre 
Monete sui medaglioni de! terzo secolo. — Funziona- 
mento e autorità suprema della zecca imperiale. — Divi- 
sione e rapporti delle due officine, la Senatoria e l'Im- 
peratoria. — Controllo del Senato. — Il Problema eco- 
nomico monetario. — Le vecchie ipotesi e la nuova. — 
Riabilitazione della zecca imperiale. 

Quando in una scienza restano ancora a risol- 
vere molti grossi problemi, non ve n'ha alcuno, 
per piccolo che appaia, che non meriti d'essere stu- 
diato, perchè la sua soluzione può talora metterne 
in vista o anche eventualmente risolverne qualche 
altro di maggior rilievo. 

Ciò appunto mi avvenne ultimamente. Da pa- 
recchio tempo il mio pensiero andava aggirandosi 
intorno a un problema apparentemente insignifi- 
cante ; ma ben presto mi accorsi che le riflessioni 
che da questo scaturivano, s'andavano poco a poco 



520 FRANCESCO GNECCHI 



ramificando e ingigantendo e mi portavano senza 
saperlo verso la soluzione di un altro di decisa 
importanza, il quale, per essere così profondamente 
ignorato, trasse anche i più acuti numismatici a 
giudizi assolutamenti falsi, che ormai è tempo di 
rettificare. 

Incomincerò dall' esporre la grossa questione, 
alla quale ritorneremo, dopo di essere passati per 
la piccola. 

• 

Il fatto parrà strano ; ma, mentre ci è abba- 
stanza noto anche ne' suoi particolari il funziona- 
mento della "zecca romana durante il periodo repub- 
blicano, ci è poco meno che ignoto quello che seguì 
durante il periodo imperiale. Noi sappiamo come 
Roma repubblicana affidasse l'operazione delia mone- 
tazione ordinariamente a magistrati speciali, i Trium- 
viri o Quatuorviri monetarii, i quali duravano in ca- 
rica due anni ed erano a un dipresso quello che 
noi ora chiameremmo Appaltatori della zecca; straor- 
dinariamente ad altri personaggi già fungenti altre 
cariche, come Questori o Proquestori, Consoli o 
Proconsoli, Prefetti, Legati, Edili curuli o plebei, ecc. 
E per di più di tutti questi magistrati ordinarli o 
straordinarii preposti alla coniazione dell'oro, del- 
l'argento e del bronzo, le monete ci conservarono 
la serfe completa dei nomi, prenomi e anche so- 
prannomi. 

Sopraggiunto l'impero, tutto quanto sappiamo 
o crediamo di sapere si riduce al fatto che Augusto 
assegnò al Senato la coniazione del bronzo, avo- 
cando a sé quella dell'oro e dell'argento. Del resto a 
noi è quasi completamente ignoto come il lavoro pro- 
cedesse, quale fosse l'autorità diretta da cui dipen- 
devano le due zecche o i due' rami della zecca, né 



ZECCA IMPERIALE DI ROMA 52 1 

quale estensione precisamente avessero i diritti del 
senato e quelli dell' imperatore.... 

Noi non sappiamo quanti o quali fossero i ma- 
gistrati preposti alla monetazione, quanto tempo du- 
rassero in carica, quali fossero le loro mansioni, 
quali limiti avesse il loro potere, e neppure sap- 
piamo come fossero chiamati. Ignoriamo pure chi 
fosse l'ispiratore e l'arbitro dei tipi monetari, se 
r imperatore stesso e il senato oppure i magistrati. 

Nessuno si accinse con qualche serietà di studi 
a sollevare il velo di tante incognite ; cosa del resto 
assai difficile, stante la mancanza assoluta di docu- 
menti. Gli storici, che talvolta abbondano in parti- 
colari di scarsissimo interesse, pare si siano data la 
parola di non occuparsi mai di un argomento così 
importante quale il funzionamento e l'organizzazione 
di queir istituto che doveva fornire tutta la circola- 
zione monetaria del vastissimo impero, vale a dire 
del mondo ; cosicché in tutto il complesso della ro- 
mana letteratura non troviamo che pochissime frasi 
e poche parole riferentisi alle monete, le quali, colte 
al volo, isolatamente, bene spesso sono più atte a 
trarre in inganno che non a dare effettivi schiarimenti. 

In tale stato di cose, lo studio non può essere 
rivolto che ai monumenti, i quali, quantunque pur 
troppo sotto l'impero ci dicono assai meno che non 
sotto la repubblica, possono però dire qualche cosa 
di più di quanto dissero finora. 



Fatta così l'esposizione della grossa questione 
accennerò a quella piccolissima che fu il punto di 
partenza. Tutti sanno come il tipo più comune e 
persistente dei medaglioni d'argento e di bronzo 
durante il terzo secolo sia quello delle tre Monete 
colla leggenda MONETA AVG (o AVG-G) oppure coll'al- 



522 



FRANCESCO GNECCHI 



tra AEQVITAS AVO (o PVBLICA). Si tratta di trovare 
il perchè di questa persistenza. 

Io m'ero lungamente torturato il cervello, senza 
venire a capo di nulla, quando finalmente la mia 
mente si incamminò in un ordine di idee, che, mentre 
mi pare dia una spiegazione soddisfacente del caso 
specifico, apre un nuovo orizzonte alla questione 
principale più sopra accennata. 



È ormai generalmente ammesso che il meda- 
glione di bronzo emanava direttamente dall' impera- 
tore, al quale specialmente sono riferiti i tipi che 
formano i soggetti dei rovesci. Questi sono svaria- 
tissimi fino dal principio sotto Adriano ; la loro va- 
rietà va aumentando sotto gli Antonini e raggiunge 
il punto culminante sotto il regno di Commodo ; 
dopo il quale va gradatamente diminuendo. 

Fra i numerosissimi tipi creati da quest'ultimo 
imperatore v'ha anche quello delle tre Monete, che 
non ebbe l'onore d'essere continuato dai suoi imme- 
diati successori ('). Ma, sotto il nome di Giulia Domna 
e dei figli di Severo, lo vediamo risorgere in argento 
ed essere continuato senza interruzione fino a Vo- 



(i) Lascio questo periodo quale lo scrissi in luglio al Masino, perchè 
mi parrebbe di commettere una specie di falso, innestandovi un fatto 
che a quella data non era a mia cognizione; ma da allora in poi occorre 
una rettifica. Passando per Vienna ai primi di settembre, ebbi il piacere 
di essere presentato dal col. Voetter al signor Trau, il quale mi permise 
di vedere la grande collezione romana fatta da suo padre. Fra le molte 
cose belle, nuove e interessanti vi scopersi un medaglione sconosciuto 
di Lucio Vero, al cui rovescio figurano le tre Monete. Non è dunque a 
Commodo, come generalmente si vede, che va attribuita la paternità di 
questo tipo, bensì a Lucio Vero, il cui medaglione precede quello di 
Commodo di circa un quarto di secolo. Noto poi, come particolarità unica, 
che il medaglione di L. Vero colle tre Monete, al rovescio, e anepigrafo. 

Milano, settembre 1908. 



ZECCA IMPERIALE DI ROMA §2^ 

lusiano. Volusiano e Gallieno ne coniano in argento 
e in bronzo, poi il tipo passa definitivamente al 
bronzo ; ma prende il sopravvento e con una efflo- 
rescenza, senza precedenti, diventa il tipo predomi- 
nante durante tutto il terzo secolo, mentre gli altri 
tipi non compaiono più che eccezionalmente. 

Quale scopo, quale interesse poteva avere l'im- 
peratore nella ripetizione tanto abbondante di questo 
tipo ? Ecco il problema. 

Col decadere dell'impero gli avvenimenti glo- 
riosi, sia civili che militari, andavano diminuendo, 
come andavano diminuendo le opere pubbliche e i 
pubblici monumenti meritevoli d'essere ricordati, e 
veniva cosi a mancare la materia pei tipi dei meda- 
glioni; ma questo non basta a dare la ragione del- 
l'introduzione e dell'insistenza d'un tipo, che nulla 
aveva a che fare colla persona dell'imperatore. 

Se si fosse trattato unicamente di trovare un 
tipo comune e banale, quale riempitivo quando non 
c'erano fatti speciali da ricordare, non sarebbe stato 
difficile ricorrere a una Vittoria, a una Pace, a una 
Felicità, alla semplice figura dell' imperatore, oppure 
a qualche allegoria o a qualche simbolo, come so- 
vente si fece anche per le monete ; ma, se questo 
non si fece e si adottò invece implacabilmente il 
tipo delle tre Monete, una ragione ci doveva però 
essere ed ecco con qual processo di idee mi par- 
rebbe di ritrovarne la spiegazione. 

Il fatto di un tipo nuovo, o se non completa- 
mente nuovo, di un tipo che viene messo abbondan- 
temente in circolazione, mi fa supporre che una 
nuova classe di persone fosse stata allora ammessa 
alla distribuzione di tale munificenza imperiale e 
l'essere questo nuovo tipo emesso in argento, mentre 
questo metallo fino a quest'epoca non era usato che 
eccezionalmente pei medaglioni, mi fa supporre che 



524 FRANCESCO ÒNECCHtl 



la nuova classe fosse diversa da quella cui erano 
destinati i medaglioni di bronzo. Questi ultimi, che 
conservavano ancora i tipi antichi e , per quanto 
l'epoca lo consentiva, l'arte antica, erano sempre 
riservati ai grandi personaggi, cui si intendeva dare 
piuttosto un ricordo artistico che non un valore in- 
trinseco. I medaglioni d'argento dal nuovo tipo co- 
stante, erano invece riservati alla nuova classe, 
forse di magistrati (e ve ne doveva essere un gran 
numero nella zecca stessa), a cui l'imperatore inten- 
deva anche largire un effettivo valore. 

Bisogna qui ricordare come il valore dell'ar- 
gento a questa epoca — e l'argento dei medaglioni è 
assai migliore di quello delle monete contemporanee — 
fosse molto alto, essendo piij che raddoppiato dai 
primi anni dell' impero, come vedremo più tardi. 

Con ciò si sarebbe data una sufficiente spiega- 
zione dell'inizio della nuova serie in argento, la quale 
poi degenera più tardi nel bronzo e sarebbe anche 
spiegata l'abbondanza e la durata di questa serie. 
Resta a dare una ragione del tipo prescelto. 



La graduale diminuzione degli antichi tipi e la 
introduzione del nuovo non avviene in modo rapido 
e neppure deciso e completo e il nuovo non sop- 
prime completamente l'antico. Non possiamo dunque 
pensare a un cambiamento avvenuto nell'ordinamento 
della zecca ed è assai più naturale ritenere che le 
stesse norme siano sempre state in vigore; che cioè 
l'emissione dei medaglioni, qualunque essi fossero, 
e conseguentemente anche dell'oro e dell'argento, 
sia sempre stata devoluta alla medesima autorità. 

Ora sta a vedere quale veramente fosse questa 
autorità, se quella diretta dell'imperatore, oppure 
quella dell'ente quasi autonomo della zecca impe- 



ZECCA IMPERIALE DI ROMA 525 

riale. È una sfumatura di concetto ; ma, se noi am- 
mettiamo la seconda ipotesi, tutto ci si spiega assai 
meglio. I medaglioni dal tipo delle tre Monete, emessi 
dall'officina monetaria, e forse anche da questa di- 
stribuiti, trovano la loro spiegazione esauriente, por- 
tando nel simbolo dei tre metalli monetati l'emblema 
della zecca stessa. Non si sarebbe potuto scegliere 
un tipo meglio adatto; e così dicasi dei medaglioni 
portanti la scritta : MONETA VRBIS VESTRAE, non che 
quelli che evidentemente l'officina monetaria offre 
agli imperatori durante la tetrarchia colla dedica : 
MONETA lOVI ET HERCVLI AV&&. 

Per di più poi, anche tutti gli altri tipi di me- 
daglioni sembrano dal più al meno rispondere assai 
meglio a questa idea, che non a quella di una ema- 
nazione diretta dall'imperatore. 

E basterà citare come esempio il tipo d'augurio 
nei medaglioni d'Adriano, ove è rappresentata la 
corona civica colla leggenda SPQR AN FF HADRIANO 
AV&VSTO P P, quello laudatorio d'Antonino SPQR 
AMPLIATORI CIVIVM o MVNIFICENTIA, l'altro augurale di 
Commodo con PIO IMPERATORI OMNIA FELICIA e i molti 
adulatori di Commodo stesso, ove l' imperatore è 
raffigurato sotto le spoglie di Ercole HERCVLI ROMANO 
AVG-, HERCVLI COMMODIANO AV&. 

E forse meglio si spiegano anche i tipi dei 
bronzi semplici, privi delle lettere S C <" i quali per 
la massima parte corrispondono ai tipi senatoriali. 



(i) Al quale proposito cade qui in acconcio un'osservazione su di 
una frase che trovo nel Moininsen, e che mi sembra errata nel fatto 
come nel concetto o, per dire più precisamente, nell'interpretazione. 
Mommsen (trad. Blacas, voi. Ili, pag. ii) dice: " Una sola volta, a 
" quanto pare, Nerone si provò ad usurpare questo diritto (di coniare 

* ii bronzo); ma il suo tentativo non ebbe seguito. Le lettere SC evi- 
" dentemente destinate a constatare il diritto del Senato e distinguere 

* la moneta di bronzo dell'impero romano da quella delle provincie e 
" delle città, si vedono a partire da quest'epoca su tutti i pezzi coniati 

76 



526 FRANCESCO GNECCHI 



Era dunque il magistrato preposto alla zecca, 
o l'autorità suprema di questa che sceglieva e deci- 
deva i tipi tanto delle monete quanto dei medaglioni, 
vale a dire tanto per l' imperatore come pel senato, 
ai quali probabilmente era riservata l'approvazione; 
e così la zecca imperiale di Roma, presa nel suo 
complesso, ossia nei due grandi rami, avrebbe avuto 
un funzionamento molto analogo a quello dei tempi 
repubblicani; anzi ne sarebbe stata la naturale con- 
tinuazione, però con due differenze essenziali. 



Nella zecca repubblicana l'importante mansione 
era completamente affidata ai magistrati monetarii, i 
quali, sebbene sotto l'alta sorveglianza del Senato e 
dei Consoli, avevano però una grande libertà d'azione. 
Riservato il dritto delle monete alla divinità — in- 
tendo del danaro d'argento, perchè il bronzo continuò 
sempre coi tipi primitivi — il rovescio era a dispo- 
sizione del magistrato, che vi metteva il suo nome, 
il suo monogramma o un simbolo o una allegoria o 



" a Roma „. E a conferma ripete nel quadro cronologico (Voi. 3.° 
pag. 482) agli anni 54-68 : " Usurpazione passeggiera del diritto sena- 
toriale di coniare il bronzo „. 

Ora in via di fatto non è punto vero che Nerone sia stato il solo 
imperatore che abbia coniato moneta di bronzo (senza S C). Di lui ne 
abbiamo parecchie, l'Adlocutio, la Decursio, l'Annona, la Domus aurea 
ed altri tipi. Ma Nerone non fu il solo e neppure il primo. Anterior- 
mente abbiamo alcuni bronzi di Caligola, d'Agrippina madre e di Claudio, 
posteriormente poi ne possediamo una numerosissima serie che da 
Galba, Vitellio, Vespasiano prosegue con pochissime interruzioni fin che 
dura la coniazione del Senato. 

Ora si vorrà dire che tutte queste furono usurpazioni o tentativi 
di usurpazione dei diritti del Senato per parte dell'imperatore? Tale 
affermazione confinerebbe coU'assurdo ed è forza ammettere che Au- 
gusto, quando nel 739 avocò a sé il diritto di conio sull'oro e sull'ar- 
gento, si sia pure riservato quello di coniare anche del bronzo quando 
le circostanze lo richiedessero. Difatti, come si è accennato, e come i 
monumenti sono là a provarci, l'imperatore si è quasi sempre valso di 
tale diritto, non solo per coniare i medaglioni, ma anche per coniare, 
in misura più o meno sensibile, del bronzo in pezzi comuni. 



ZECCA IMPERIALE DI ROMA 527 

una rappresentazione qualunque riferentesi alle gesta 
storiche, allegoriche o leggendarie che illustravano 
la sua famiglia. 

Durante l'impero, invece, il dritto delle monete 
d'ogni metallo è esclusivamente riservato all'effigie 
imperiale e il rovescio è a disposizione del magi- 
strato zecchiere, purché però vi rappresenti un tipo 
relativo alla divinità o ai fasti dell'impero. 

Il magistrato quindi, che figurava sempre nelle 
monete repubblicane, scompare affatto nelle monete 
imperiali di Roma '" e a noi quindi resta completa- 
mente ignoto. 

La seconda differenza importantissima è che, 
mentre la zecca repubblicana era unica sotto la di- 
rezione del Senato che coniava l'argento e il bronzo, 
affidando la coniazione dell'oro ai comandanti mili- 
tari; la zecca imperiale era divisa in due officine ben 
distinte: officina imperatoria, cui erano addetti gli 
OJficinatores monetae aurariae et argentariae Caesaris 
nostri e officina senatoria pel bronzo. Tutta la mo- 
netazione poi era sottoposta a un unico Exactor 
auri, argenti, aeris, al quale era devoluto il controllo 
generale, onde evitare ogni possibile abuso, sia da 
parte dell'Imperatore, sia da parte del Senato. 

Le due zecche, l'imperatoria e la senatoria, pro- 
cedevano sempre d'accordo, come risulta dal fatto 
che la maggior parte delle emissioni offrono i me- 
desimi tipi per tre metalli. Anzi tale evidente e co- 
stante armonia, l'identità sovente ripetuta dei tipi 
sulle monete dei Senato e su quelle dell'Imperatore, la 
ripetizione di qualche tipo del bronzo comune sena- 
torio sui medaglioni imperatorii, e altre concomitanze, 
unite al fatto di un unico supremo controllore, per- 
mettono forse di andare anche più in là nelle suppo- 



(i) Quantunque continui a figurare sulle monete delle città. 



528 FRANCESCO GNECCHI 



sizioni sulla sua organizzazione, e, invece delle due 
zecche distinte, ci presentano come possibile l'esi- 
stenza di una zecca unica, in una sola o in diverse 
località, con una o più officine poco importa, la quale, 
sotto l'unica direzione del Proctirator Monetae Angusti, 
lavorava contemporaneamente per l'Imperatore e pel 
Senato. S'intende che essa coniava per conto del- 
l'Imperatore l'oro e l'argento e una porzione di 
bronzo; mentre per conto del Senato apprestava la 
grande massa del bronzo per l'ordinaria circolazione 
ed eventualmente, in date circostanze, anche una 
piccola parte di monete d'oro e d'argento ('). 

Le due produzioni, qualunque ne fosse il metallo, 
erano costantemente distinte l'una dall'altra dalla pre- 
senza o dalla mancanza delle lettere S C ^^\ 



Data questa orientazione ed ammessa una auto- 
rità tutoria in certo modo indipendente nelle conia- 
zioni della zecca imperiale, abbiamo anche la spie- 



(i) Così vien data ragione sia delle monete d'oro coniate dal Senato 
al tempo del triumvirato, sia di quelle in argento coniate durante l'in- 
terregno di Galba e probabilmente anche di quelle che in epoca poste- 
riore portano la sigla S C, sia in argento che in oro, senza ricorrere 
ad altre supposizioni più difficili e meno probabili. 

(2) Per quanto di poca importanza fosse l'emissione del bronzo im- 
periale nei moduli comuni e quindi propriamente come moneta corrente 
e andasse in seguito diminuendo e quasi cessando nel secondo secolo 
per riaversi alquanto sotto Gallieno, la distinzione netta e precisa delle 
due provenienze era opportuna, anzi necessaria non solo al momento 
dell'emissione, perchè, se data in dono al popolo, portasse la marca del 
donatore; ma principalmente al momento della sua estinzione, quando 
cioè un tipo di moneta o la moneta di una data epoca fosse ritirata 
dalla circolazione, onde regolare i conti delle due amministrazioni. 
Date a Cesare quello che è di Cesare, ed al Senato quello che è del 
Senato. Ciò nel caso generalmente ammesso che veramente vi fossero 
due amministrazioni distinte e che la coniazione dell'oro e dell'argento 
fosse affare dell' imperatore e quella del bronzo dello stato. Ma, siccome 
di ciò non abbiamo alcuna prova, io non sarei lontano dall'ammettere 
che la divisione non fosse che morale e che tutta la monetazione nei 
tre metalli fosse fatta per conto dello Stato. 



ZECCA IMPERIALE DI ROMA 529 

gazione della costante dignità in cui si mantenne la 
monetazione romana nell'oro, nell'argento e anche nei 
medaglioni fsalvo le poche e lievi eccezioni che ab- 
biamo notate nell'appunto n. LXXXVI) mentre, se la 
imperiale fosse stata alla dipendenza personale del- 
l'imperatore, non sapremmo dire a quale livello sa- 
rebbe sceso in fatto di tipi l'oro e l'argento romano 
ai tempi per esempio di Caligola, di Commodo, di 
Caracalla e di molti altri imperatori. Furono i su- 
premi magistrati della zecca imperiale e di quella 
del Senato che, sempre in buon accordo, facendo 
argine all'infierire di tutte le peggiori influenze, sep- 
pero mantenere costantemente alto ed illibato il de- 
coro della monetazione romana. 



Ma l'accordo costante delle due zecche, reso ne- 
cessario dal controllo generale che esercitava Vexac- 
tor, e che avrebbe esercitato anche da solo il Senato 
sulla zecca imperatoria, porta a conseguenze ben 
più importanti di quella ora accennata. 

Se vi era continuo, come lo constatiamo dai 
monumenti, l'accordo nelle emissioni e nei tipi, a più 
forte ragione è a ritenersi che si dovesse mantenere 
continuamente esatto il rapporto fra il valore dei di- 
versi metalli. 

È questo il punto importantissimo, il punto ca- 
pitale, vale a dire il punto econoinico, quello a cui 
prima di tutto deve essere rivolta l'attenzione degli 
studiosi che intendono penetrare nella cognizione di 
un fatto eminentemente economico, quale è la storia 
di una monetazione. 

I numismatici, invece, dopo d'essersi occupati 
colla maggiore ampiezza della parte artistica, mito- 
logica, archeologica dell'argomento, non solo non 
valutarono il "lato economico della questione alla sua 



530 TRANCESCO GNECCHI 



giusta portata <^'); ma lo trascurarono affatto, limitando 
per conseguenza i loro giudizii e i loro apprezza- 
menti ai risultati delle apparenze esteriori, di modo 
che, applicando loro un bel verso dell'Ariosto, si può 
dire che hanno studiata la questione 

In ogni parte fuor ch'ove bisogna. 



È notorio come il danaro d'argento dal principio 
dell'impero in poi vada mano mano declinando. Co- 
niato sotto Augusto coir intrinseco di circa 98 7o' 
questo scende a 84 7» sotto Adriano, e 74 7„ sotto 
M. Aurelio, a 50 "/^ sotto i Severi, al qual punto mi 
fermo, bastandomi questo periodo per quanto intendo 
dimostrare; ma la stessa dimostrazione varrà egual- 
mente pel seguito, anzi sarà più interessante spe- 
cialmente al tempo di Gallieno, la cui monetazione 
è ancora un problema inesplorato. 

Dal fatto accennato considerato isolatamente, i 
numismatici dedussero come conseguenza necessaria 
che, la storia della monetazione romana, non è che 
una sequela di frodi e di arbitrii da parte dell'impe- 
ratore, il quale imponeva ai suoi popoli una moneta 
fiduciaria a corso forzoso. 

Tale leggenda, una volta enunciata venne ac- 
cettata senza controllo da tutti quelli che in seguito 
si occuparono o dissero occuparsi dell'argomento e, 
pappagallescamente ripetuta da tutti — compren- 
dendo, ben inteso, fra questi anche chi scrive queste 
righe (Vedi suo Manuale), — assunse la forma d'as- 
sioma e s'impose alla generalità (2). 



(i) Anche il Moinmsen non porta alcuna nuova luce in argomento. 
Vede come hanno visto i suoi predecessori e non è il caso di citazioni, 
perchè converrebbe citare gli interi capitoli che parlano della moneta 
imperiale. Basti dire che nell'argento tende sempre a vedere una moneta 
fiduciaria. 

(2) E del resto col sistema dell'arbitrio in seguito a strettezze finan- 



ZECCA IMPERIALE DI ROMA 5^1 



Ora invece, pure ammettendo che, come avvenne 
presso tutte le nazioni, in momenti eccezionali di di- 
sastri e di strettezze, anche l'impero romano possa 
aver ricorso a qualche espediente meno corretto, a 
me pare che quanto siamo andati esponendo, lontano 
dal provare una serie di frodi sistematiche, conduca 
a conclusioni ben diverse, questione di tener conto 
di tutti i fatti concomitanti e non di uno solo. 

Riassumendoli, i fatti sono questi. Le due zecche 
del Senato e dell'Imperatore lavorano sempre paral- 
lelamente e armonicamente sotto il regime di un 
unico controllo. Nello stesso tempo ci si presenta il 
fenomeno che, mentre nei due secoli che corrono da 
Caligola a Caracalla, l'intrinseco del danaro va con- 
tinuamente scemando, fino a raggiungere la metà di 
quanto era da principio, la moneta di bronzo — e 
questo è il fatto di cui non si tenne conto — con- 
tinua ad essere coniata in peso quasi inalterato <^). 

Dai sostenitori dell'abuso imperiale non si è pen- 
sato che ciò presupponeva l'assurdo di uno stato 
cronico di malessere economico e di fallimento ai più 
bei tempi dell'impero. Non si è pensato che tale 
teoria equivaleva a giudicare i piùi grandi imperatori, 
Trajano, Adriano, gh Antonini, i Severi alla stregua 



ziarie vennero finora spiegate le successive riduzioni dell'asse durante 
il periodo repubblicano, riduzioni, che, secondo me, non possono avere 
questa spiegazione che in pic<;oia parte, mentre in ben altre cause è a 
ricercarsi quella delle maggiori. 

(I) Difatti il sesterzio da una media reale di circa 25 grammi e 
mezzo (il peso legale avrebbe dovuto essere 27.50) al principio dell'ac- 
cennato periodo, passando per oscillazioni trascurabili, in più o in meno, 
si ritrova ancora alla fine con un peso medio di poco inferiore a 25 
grammi. Aggiungiamo che anche la piccola monetazione imperatoria di 
bronzo è sempre in armonia a quella del Senato, e il peso dei meda- 
glioni — se si vuol tenere conto anche di questi — va piuttosto au- 
mentando. 



532 FRANCESCO GNECCHI 



di principotti medioevali viventi di rapina ed eserci- 
tanti il mestiere del falsario e il popolo romano un 
popolo imbelle che senza reagire tollerava per secoli i 
soprusi e le ladrerie imperiali (0. Non si è pensato che 
VAequitas o la Moneta, tante e tante volte rappresen- 
tata non solo sui medaglioni, ma sulle monete cir- 
colanti in tutti i metalli, sarebbe stata un'ironia e direi 
quasi una burla, Non si è pensato infine che, se è 
presto detto : « l' imperatore emetteva una moneta 
calante e l'imponeva », non è altrettanto facile pro- 
vare che ciò fosse possibile nella pratica. 

Siamo nel caso, si parva licct componere magnis, 
del grande cancelliere Antonio Ferrer, quando si 
trovava a governar Milano durante la carestia del 
1628. « Costui vide », dice Manzoni. « E chi non 
« l'avrebbe veduto? che Tessere il pane a un prezzo 
« giusto è per se cosa molto desiderabile; e pensò, 
« e qui lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare 
« a produrlo ». — L'imperatore romano, per grande 
che fosse il suo potere, si sarebbe trovato nella me- 
desima condizione del povero cancelliere spagnuolo 
e, se avesse tentato di andar contro l'andamento na- 
turale delle cose, avrebbe fatto, come lui, un buco 



(i) In appoggio all'opinione mia personale sulla lealtà romana, ci- 
terò le seguenti frasi di Enrico Cohen nella Introduzione alla sua De- 
scrizione storica delle monete imperiali (I ed., tomo I, pag. XX): " Enfin 
" ce qui ressort le plus vivement de ces conclusions, c'est que le peuple 
" romain était aussi admirable par sa probité que par sa magnificence, 
" son courage et son patriotisme. Deux deniers de Septime Sevère dif- 
" fèrent entre eux de gr. 1.385, ce qui represente 4 fr. 70 e. Quel est 
" parmi les états modernes, dont les habitants se vantent le plus de 
" leur civilisation et de leur attachement au bien public, celui où le 
" denier de gr. 7.58 ne serait pas fondu ainsi que ces pareils, et le 
" denier de gr. 6.22 livré Seul à la circulation ? „ 

Difatti, quattordici secoli più tardi non bastavano le pene severis- 
sime, compresa quella di morte, a frenare l'avidità dei tosatori di mo- 
nete. E ancora in tempi assai più recenti e più civili, tempi che pa- 
recchi oggi viventi possono ricordare, nelle banche si pesavano accu- 
ratamente le monete una ad una e tutte quelle che superavano il minimo 
tollerato si mandavano al crogiuolo ! 



ZECCA IMPERIALE DI ROMA 533 

nell'acqua. Il popolo non avrebbe mai accettata alla 
pari una moneta di valore inferiore ad un'altra, che 
pure circolava sul mercato in grande abbondanza e 
che anche a questi tempi si poteva impiegare nei paga- 
menti. Avrebbe certamente abbandonato il danaro de- 
prezzato (•) e si sarebbe rivolto al bronzo. E il Senato, 
il rigido coniatore del bronzo, che da parte sua man- 
teneva scrupolosamente gli assunti impegni, avrebbe 
tollerato, avrebbe potuto tollerare simile sopruso? 
Mai più. Avrebbe reagito con tutta energia, e, quando 
non gli fosse stato possibile fronteggiare la prepotenza 
imperiale, avrebbe dovuto per necessità ricorrere al- 
l'estremo espediente di ridurre proporzionalmente il 
peso delle monete di bronzo. Altrimenti si sarebbe 
veduto a poco a poco elevarsi il valore del sesterzio 
di bronzo in confronto del danaro avvilito, finché al 
danaro di Caracalla non sarebbero più corrisposti 
quattro sesterzi, ma due solamente. — Ciò non av- 
venne punto, come non si verificò nessuno dei casi 
sopra accennati; il che vuol dire che le cose impos- 
sibili non succedono, che le leggi economiche note 
o ignote seguono inesorabilmente il loro corso e che 
le induzioni fatte sono prive di fondamento. 



Al fenomeno bisogna dunque trovare un' altra 
spiegazione e la legge economica ce la offre sempli- 
cissima. — Due merci A e B erano originariamente 
sul mercato e stavano fra loro nel rapporto di i a 
4, vale a dire (perchè qui non si tratta del rapporto 
vero da metallo a metallo, ma semplicemente di 
quello fra moneta e moneta) un Danaro d'argento 
equivaleva a quattro Sesterzi di bronzo, A =4 B. Col 



(l) La storia dell'Assegnato francese ci insegna quello che sarebbe 
avvenuto del denaro romano. 



68 



534 FRANCESCO GNECCHI 



progredire del tempo le vicende del mercato univer- 
sale andarono spostando tale rapporto, finche a un 
certo punto, dato che non si fosse preso alcun prov- 
vedimento, l'intrinseco d'argento che era nel primi- 
tivo danaro sarebbe stato equivalente a un doppio 
peso di bronzo e si sarebbe avuto A =^ 8 B. Quindi 
i quattro sesterzi che originariamente corrispondevano 
a un danaro, non avrebbero più corrisposto che a 
mezzo danaro 46 = 72 A. 

Questa esposizione economica ci offre la chiave 
per la spiegazione del fenomeno, la quale consiste 
semplicemente nel progressivo aumento dell'argento. 

Mentre coll'ingrandirsi dell'impero, e coll'esten- 
dersi delle relazioni e dei commerci, la pubblica ri- 
chiesta di numerario andava enormemente ingros- 
sando, la produzione dell'argento era rimasta a un 
dipresso stazionaria quale era agli ultimi tempi della 
repubblica. La produzione del bronzo invece era au- 
mentata sufficientemente per mantenere questo me- 
tallo al valore primitivo, malgrado la maggiore ri- 
chiesta. Conseguenza naturale di questa condizione 
di cose fu l'accennato progressivo aumento nel valore 
dell'argento, il quale andava di mano in mano sco- 
standosi dal suo rapporto primitivo col bronzo ('). 

Per riparare a simile squilibrio non rimanevano 
che due vie da seguire, o diminuire l'intrinseco del 
denaro o aumentare il peso delle monete di bronzo. 
Questo secondo rimedio non era adottabile per la 
difficoltà che avrebbe incontrato il ritiro e la riconia- 
zione dell'enorme massa del bronzo circolante; era 
assai pili ovvio attenersi al primo partito, ed anche 
più razionale, perchè l'argento era il metallo tipo 
della monetazione imperiale. 

(i) Per semplificare non ho parlato che dell'argento; ma l'oro segue 
a un dipresso, quantunque in proporzioni minori, lo stesso andamento, 
aumentando progressivamente di valore. Difatti il denaro d'oro che al 
tempo di Nerone è coniato a 45 la libbra, lo è a 50 sotto Caracalla, a 
72 sotto Costantino. 



ZECCA IMPERIALE DI ROMA 535 

Siccome poi non era possibile, o per lo meno 
non era opportuno ottenere la riduzione dell'argento 
colla diminuzione del volume del danaro (anche per 
conservarlo in corrispondenza ai vecchi danari, che, 
per quanto erosi, continuavano in discreto numero a 
circolare) si adottò la lega e si andò quindi abbas- 
sando il titolo del danaro, di mano in mano che il 
valore dell'argento aumentava. Ecco dunque spiegato 
come il fatto incriminato della graduale riduzione del 
danaro sia il prodotto non già di una frode, ma della 
naturale evoluzione economica, nel modo più cor- 
retto e più sapiente e come la monetazione romana 
sia stata finora indegnamente calunniata. 

• 

Al momento stesso che questa soluzione piana, 
naturale e decorosa mi apparve alla mente, rivestì 
per me i caratteri dell'evidenza. Ma, ricordando un 
detto del Richet: « Quando si crede d'esser giunti 
u a capire qualche cosa, bisogna tornare cinque volte 
u indietro », vi pensai e ripensai parecchi giorni. Mi 
sembrava impossibile di non averla pensata prima e 
e più ancora che altri non l'avesse pensata prima di me. 

Ma le cose evidenti non sono sempre le più fa- 
cili a penetrarsi. A me ora appare tale; col che 
però non escludo che la persuasione odierna possa 
eventualmente soffrire modificazioni in seguito. Mi 
potrebbe essere sfuggito qualche lato del problema; 
e perciò mi sarà caro il giudizio degli altri. 



Io ho così esposto — forse non molto ordinata- 
mente e troppo a guisa di divagazione — le diverse 
considerazioni che nella solitudine dei monti mi si 
andarono successivamente presentando alla mente 
per una concatenazione di idee originata da quel tenue 



536 FRANCESCO GNECCHI 



punto di partenza sul tipo delle tre Monete ; ma cer- 
tamente sono ben lontano dal credere d'aver dato uno 
studio esauriente sull'importantissimo argomento. Mi 
accontento d'averlo accennato e d'avere risollevato 
sotto una nuova luce un problema, sul quale molto 
probabilmente ritornerò; ma sul quale sarebbe bene 
che venissero a interloquire studiosi competenti in 
discipline economiche, ai quali è riservato il nobile 
compito di riabilitare la zecca romana. Risollevata 
dall'abbiezione in cui venne finora erroneamente con- 
siderata, essa rifulgerà di una luce tutta nuova e 
certamente verrà il giorno — speriamolo non lontano 
— in cui al dispregio subentrerà l'ammirazione, e la 
zecca imperiale sarà messa a pari delle altre istitu- 
zioni romane, le quali, per quanto antiche, sono però 
sempre i modelli su cui oggi ancora si informano le 
progredite civiltà. 

Masino- Bagni, luglio igo8. 

Francesco Gnecchi. 

P. S. — Non era passata una settimana da che 
avevo scritto la presente memoria, quando mi ar- 
rivò la Rassegna Numismatica con un articolo del 
collega Dattari {La pretesa grande crisi monetaria del 
III secolo di C, luglio 1908), nel quale, partendo da 
un altro punto, l'autore arriva al medesimo risultato 
della riabilitazione della zecca Romana e insorge 
violentemente e patriotticamente contro le calunnie 
che da tanto tempo si vanno ripetendo a di lei ca- 
rico. Sono felicissimo della coincidenza e il fatto che 
da due punti diversi di partenza, e da due individui, 
uno posto nella cocente regione del Sudan, l'altro nelle 
fresche aure della Valtellina, si giunge alla medesima 
conclusione, mi dà affidamento che questa sia la vera. 

Masino-Bagni, jo luglio looS. 

F. G. 



LE LETTERE A B T A S 

SULLE MONETE DI BRONZO 

DELLA FLOTTA DI MARCO ANTONIO 



Questa piccola serie di monete racchiude in se 
un'importanza capitale, poiché essa rappresenta il 
tratto d'unione tra le monete dei sistema monetario 
di Roma entrato in vigore con la legge Plautia Pa- 
piria e quelle del sistema riformato da Augusto. 
Data questa eccezionale importanza, s'impone la ne- 
cessità d'assicurarci se e giusta la metrologia che 
le venne assegnata. 

La metrologia di queste monete è stata stabilita 
in base alle quattro lettere-cifre (A B r A) che trovansi 
scritte sopra i rovesci di esse, per la soluzione delle 
quali esistono due differenti teorie. 

La prima è la più antica ed è quella la quale 
ha incontrato il maggior numero d'aderenti (0. Con 
essa viene stabilito che la lettera-cifra A (= 4), es- 
sendo accompagnata dal segno MS (sesterzio), deve 
significare che la moneta rappresenta il sesterzio, 
e dal momento che in detta epoca quel nominale 
valeva 4 assi, ne fu dedotto che la lettera A esprime 
il valore di 4 assi ; per conseguenza r = 3 assi ; 
B = 2 assi ; A = I asse. 



(i) E. Babelon : Traile des monnaies grecques et romaines. Tome 
premier. A pag. 596, si troveranno i nomi degli aderenti. 



538 



G. DATTARI 



In quanto al segno S, gli è stato mantenuto il 
significato che ebbe sempre sulle monete di Roma 
battute prima d'allora, cioè = un semis. 

Il sig. M. Bahrfeldt, specialista delle monete 
della repubblica romana, meglio d'ogni altro ha spie- 
gato il meccanismo di quella prima teoria ed è perciò 
che mi valgo dei dati forniti in quello studio (') per 
l'esame di quella teoria o soluzione. 

Questa teoria avendo ammesso che nell' epoca 
in cui vennero battute quelle monete, il piede del- 
l'asse era semi-onciale (gr. 13,64), e questo peso non 
potendosi conciliare con quello delle monete stesse, 
tutti i pesi di queste, furono divisi in due gruppi ; 
al primo furono assegnate le monete di peso forte 
e al secondo tutte quelle di peso leggiero, e da 
questa scissione di pesi è risultato il seguente pro- 
spetto : 

PRIMO GRUPPO — PESO FORTE. 



Monete 


Peso 


medio delle monete 


Peso teorico 


US A 

r 

B 
A 




gr. 24,87 
„ 21,02 
„ 16,19 
,, 8,30 


gr. 27,29 
„ 20,46 

« 13.64 
„ 6,82 



SECONDO GRUPPO — PESO LEGGIERO. 



Monete 


Peso teorico 


Peso medio 


US A 

r 

B 
A 


gr. 13.64 
., 10.23 
„ 6.82 

« 3-41 


gr. 12,88 

n > 
., 7,48 
n 3.94 



(1) M. Bahrfeldt : Die Miinzen der Flottenprdfekten aes Marcus An- 
tonius. Mit. 2, Tafeln und 2 Textabbildungen. Sonderabdruck aus dem 
XXXVII, Bande der Wiener. Numism. Zeitschift, 1905. 



LE LETTERE A B T A S SULLE MONETE DI BRONZO 539 

Nonostante questa inqualificabile divisione dei 
pesi, quelli medii delle monete sono ancora assai 
lungi da assomigliare ai pesi teorici i quali sono 
stabiliti per l'esclusivo uso e consumo di questa teoria. 

La divisione in due o più gruppi sarebbe ammis- 
sibile qualora le monete di un gruppo appartenes- 
sero ad un prefetto e quelle dell'altro ad un'al- 
tro ; ma questo non è il caso : sarebbe pure am- 
missibile se fosse provato che le monete apparten- 
gono a due differenti metalli ; ma le analisi dimo- 
strano che non lo sono (^), e allora io mi domando 
perchè si batterono due monete d'egual peso, pre- 
tendendo che una fosse spesa al valore di un se- 
sterzio (li gruppo, US A di gr. 13,64) e l'altra al va- 
lore di un dupondio (1 gruppo ; B di gr. 13,64), op- 
pure che una moneta valesse un dupondio (II gruppo, 
B di gr. 6,82) e l'altra un'asse (I gruppo, A di gr. 6,82). 
E domando ancora : come è possibile che abbia mai 
potuto esistere un sistema monetario i di cui nomi- 
nali di bronzo erano di due differenti pesi e valori, 
se gli uni e gli altri portavano i medesimi distintivi? 

Da una simile teoria si può solo dedurre che, 
quantunque nell'epoca in cui furono emesse queste 
monete il piede dell'asse fosse semi-onciale, le mo- 
nete non erano tagliate su quel piede. Nonostante 
che fossero stati creati due nuovi assi, uno sul piede 
d'un quarto, l'altro su quello dell'ottavo d'oncia, i 
pesi delle monete tanto singoli che medii, non ri- 
spondevano affatto a quei nuovi pesi. Inoltre, una 
moneta del peso di gr. 13,64, perchè era marcata 
MS A, valeva 4 assi, mentre un'altra dello stesso 
metallo e dello stesso peso, perchè era marcata B, 
non valeva che 2 assi ! 



(l) Da quanto sembra una sola moneta con A è stata analizzata 
ed è risultato che non conteneva dello zinco (Grueber : Roman brame 
coinage, pag. 60). 



I 



540 G, DATTARI 



Io credo che tanto basta per concludere che 
questa teoria è troppo artefatta per ammetterla a 
far parte nell'insegnamento delle dottrine numisma- 
tiche. 

Passiamo alla seconda soluzione la quale venne 
escogitata per rimpiazzare quella che abbiamo esa- 
minata. 

L'autore di questa è il sig. M. Soutzo ('), il quale 
basandosi sopra una teoria a lui propria, con la quale 
crede di poter stabilire che la libella aveva lo stesso 
valore dell'asse (2) (conseguenza per cui il denaro 
doveva dividersi in io assi anzi che in 16 ed il se- 
sterzio in 2 assi e mezzo anzi che in 4), ne deduce 
che la moneta marcata MS A doveva essere un se- 
sterzio di assi 2 Va = ^ gr- 34.o6 di bronzo, ossia 
eguale al valore e peso d'un tetracalco; percui MS A 
= un tetracalco ; T ^^ un tricalco; B = un dicalco ; 
k = un calco. In quanto alla lettera S, deve signifi- 
care Va asse ossia un semis (semi-onciale). 

Da questa soluzione ne risulta il seguente pro- 
spetto : 

MS A = un tetracalco = gr. 34,06 assi 2 '/a 

r = un tricalco --~- „ 25,54 

B = un dicalco = „ 17,03 

A = un calco = „ 8,51 

S = un semis = „ 6,81 mezzo asse. 

Da prima dirò che male si regge una teoria la 
quale si basa sulla dualità dei pesi e valori per delle 



(i) Michel C. Soutzo: Les monnaies de bronse des préfets de la 
flotte de Marc-Antoine, avec marques de valeur {Revue Numismatique, 
1906, pag. 457). 

(2) Michel C. Soutzo : Exanten critique d'ime nouvelle theorie de la 
mannaie romaine (Revue belge de numismatique, 1901). 



LE LETTERE A B P A S SULLE MONETE DI BRONZO 54Ì 

monete di una stessa serie ; d'altra parte, se questa 
teoria sembra poter accordare i pesi teorici con la 
scala progressiva rappresentata dalle quattro lettere 
(valori), ciò è apparente, poiché quell'accordo è la 
conseguenza di voler pretendere che il denaro si 
dividesse in io assi ; mentre è accertato che il de- 
naro di quell'epoca si divideva in t6 assi ed il se- 
sterzio in 4. 

Questa teoria, se ha il vantaggio di conservare 
all'asse il peso normale che aveva in quell'epoca, 
ha lo svantaggio che le monete marcate A B r non 
sono in relazione con quel peso (romano); di ma- 
niera che con questa serie di monete i pagamenti 
in assi non si potevano effettuare che con le mo- 
nete marcate IIS A e S, e dato il caso che uno 
avesse dovuto fare un pagamento di un asse e non 
avesse avuto altre monete che di quelle marcate 
A B r, non gli era possibile ottenere il cambio (gram- 
mi 25,54 — 13,64 = gr. 11,90?: gr. 17,03 — 13^64 = 

3.39 ?)• 

Per ultimo dirò che, quantunque l'autore abbia 

scelto i pesi delle monete che potevano convenirgli, 
tuttavia ne quelli singoli ne quelli medii si prestano 
a convalidare la sua teoria che è ancora meno so- 
lida dell'altra, in quanto che essa è stabilita in con- 
tradizione a ciò che riferiscono i testi, e tra questi 
il famoso trattato di V. Maecianus il quale dimostra 
che la libella era il decimo del sesterzio ed in quel- 
l'epoca il sesterzio non valeva io assi; quindi la li- 
bella non poteva avere lo stesso valore dell'asse. 

In complesso queste due teorie, benché sieno 
diametralmente opposte, partono da uno stesso cri- 
terio, cioè, le cinque lettere devono indicare i valori 
delle rispettive monete. Partiti da questo concetto, 
non sorprende il vedere che. tanto gli uni che gli altri 
per dare la necessaria validità alle rispettive teorie, 

69 



54= 



G. DATTARI 



sono andati almanaccando tra i pesi delle monete 
stesse, ma, come abbiamo veduto, senza alcun suc- 
cesso ; nonostante che quei pesi stabiliti nel modo 
adottato dalle due teorie, si presterebbero a me- 
raviglia per tutte le combinazioni ponderali di tutti 
i sistemi monetari passati, presenti e futuri. 

L'irregolarità che si riscontra nei pesi di queste 
monete, non poco deve essere attribuita alla loro 
cattiva conservazione come all'ossidazione di cui al- 
cune di esse sono ancora ricoperte; però malgrado 
queste cattive condizioni, sono giusti i pesi i quali 
dimostrano che logicamente quelle lettere-cifre non 
devono indicare dei valori. 

Esaminando il prospetto annesso a questo studio, 
risulta che il presunto sesterzio o tetracalco (MS A) dal 
massimo peso di gr. 26,72 scende a gr. 7,43 ; il 
cosidetto tressis o tricalco (r), da gr. 31 cala a 
gr. 12,83; '1 diipondio o dicalco (B), da gr. 21,50 di- 
scende a gr. 4,12 ed il famoso asse di differenti tagli 
o calco (A), da gr. 11,98 scende a gr. 2,49. 

Per ammettere che quelle lettere sieno delle 
cifre-valori come vengono stabiliti nelle due teorie, 
bisognerebbe ammettere che le monete di gr. 7,43 
fossero spese allo stesso tasso di quelle che pesa- 
vano gr. 26,72, perchè ambedue portano il mede- 
simo segno (MS) e la stessa cifra di valore (A). 

Così pure che le monete di gr. 4,12 dovevano 
essere spese allo stesso valore di quelle di gr. 21,50, 
perchè, tanto l'una che l'altra, portavano la cifra r! 
È mai possibile che delle monete di gr. 7,42, per 
il fatto che sul loro rovescio fu posto US A, do- 
vessero equivalere a quattro assi e potessero avere 
un valore maggiore delle monete di gr. 31, per- 
chè sopra di queste fu scritta la lettera r eguale a 
3 assi ? 

Supponiamo che queste monete fossero prive 



LE LETTERE A H P :i S SULLE MONETE DI BRONZO 543 

di quelle lettere, e allora chi avrebbe mai osato as- 
serire che quelle di gr. 21,50 (B) dovevano valere 
il terzo di quelle di gr. 7,43 (MS A)? Sono sicuro 
che nessuno avrebbe arrischiato tanto ; mentre sono 
più che convinto che, data la cattiva conservazione 
di queste monete, data la similitudine dei moduli e 
dato il peso medio che risulta dai pesi massimi delle 
monete marcate B r e A cioè, gr. 31 + 26,73 -1- 21,50 = 
gr. 79,22 : 3 = gr. 26.64 (peso medio), chiunque, e 
non esclusi i partitanti della prima teoria e l'autore 
della seconda, tutti avrebbero sostenuto che quelle 
tre monete dovevano appartenere allo stesso nomi- 
nale e perciò avevano il medesimo valore. La dif- 
ferenza tra il peso massimo e quello minimo delle 
monete di ciascun gruppo (A B r A S) è di tanta en- 
tità, che, se lo riscontrassimo sopra delle monete 
prive di quelle cifre, verrebbe naturale di dividerle 
in tante frazioni i cui pesi medii s'avvicinassero a 
quelli teorici della serie alla quale potessero appar- 
tenere le monete (greche o romane). 

Il modulo delle monete di uno stesso metallo, 
che in tutti i tempi servì di guida per meglio di- 
stinguere un nominale dall'altro, serve del pari per 
questa serie; esso varia tra le monete le quali por- 
tano una medesima cifra, così : 

tra le monete con A ve ne sono da mill. 34, 29, 23. 

, „ n V „ „ n 36, 30. 27. 

„ , B „ „ „ 31. 28, 22, 19. 

• , , « A „ „ „ 25, 19, 14. 

» » „ S „ ., „ 20, 17, 14. 

Da ciò risulta chiaro che i moduli delle monete 
portanti la stessa cifra sono simili ai moduli dei 
differenti nominali di cui si componevano le serie 
delle monete di bronzo dei sistemi monetari dei primi 



544 



G. DATTARI 



imperatori, non escluso il più perfetto, cioè, della ri- 
forma di Nerone, i di cui nominali all' incirca mi- 
surano : 

i cosidetti GB . . da mill. 34 a 36 

„ MB . . . „ „ 26 a 28 

„ PB (assi) . . „ „ 20 a 23 

„ PB (semis e quadrius) „ „ 17 a 18. 

Dunque, tanto per il peso come per il modulo, 
se queste monete fossero prive di quelle lettere, la 
loro classificazione ponderale non avrebbe differito 
da quella che viene data alle monete di bronzo delle 
epoche prossime a quella di Marco Antonio ; per 
conseguenza certe monete di questa serie, che oggi 
vengono assegnate tutte a sesterzi, verrebbero in 
parte assegnate al dupondio ed anche all'asse e lo 
stesso sarebbe per le monete assegnate o al tressis 
oppure al dupondio ed anche all'asse. 

Logicamente abbiamo veduto che non è possi- 
bile ammettere che due monete marcate MS ^, una 
di gr. 7,43, l'altra di gr. 26,76, potessero essere spese 
allo stesso valore ; oltre di ciò sappiamo che nel 
43 a. C, Giulio Cesare e Pompeo fecero una nuova 
emissione di sesterzi d' argento i quali valevano 
4 assi semi-onciali, cioè a dire che quella piccola 
moneta equivaleva a gr. 54,56 in valore di bronzo. 
Come è dunque possibile che circa cinque anni dopo 
quella data, il sesterzio fosse talmente avvilito da 
equivalere gr. 7,43 di bronzo? 

Ciò che sembra dare una certa validità all'idea 
che quelle cifre esprimono dei valori, è il segno US 
il quale in origine venne posto sulle piccole monete 
d'argento che chiamarono sesterzio. Quel segno tro- 
vandosi ora sulle monete marcate con A, ne è stato 
dedotto che esse debbano rappresentare il sesterzio. 



LE LETTERE A B T A S SULLE MONETE DI BRONZO 545 

Resta a vedere se questa deduzione sia giusta. 
Io dico che non lo è ; essa proviene dal principio 
sbagliato, prevalente nell'archeologia come nella nu- 
mismatica, di voler studiare l'antico con dei concetti 
moderni. 

Nel caso del segno US, perchè a noi moderni 
ha servito per riconoscere la moneta che in antico 
chiamavano scstertins, si crede che anche in antico 
dovesse avere quel significato ; mentre logicamente 
bisogna ritenere per sicuro che coloro i quah 
facevano uso di queste monetine non avevano di 
bisogno che i nominali portassero scritto il nome 
con il quale esse erano conosciuti ; allora come oggi 
l'essenziale era di sapere il valore dei nominali. 

Quando Roma per la prima volta introdusse 
nel suo sistema monetario le monete d'argento, l'unità 
del sistema era ancora l'asse ; per cui fu necessario 
che sopra le nuove ed inusitate monete vi scrives- 
sero il rispettivo valore corrispondente al valore 
dell'unità su cui ancora basava il sistema ; così sul 
denaro scrissero X = io assi; sul quinario V = 5 
assi e sul sesterzio US = 2 assi e mezzo. Dunque 
quelle che oggi con una idea del tutto moderna 
chiamiamo segni (X, V, MS), non erano altro che dei 
numeri romani indicanti il valore delle diverse mo- 
nete e nel cosidetto segno del sesterzio a me sembra 
leggervi, 1 + 1 4- S, cioè i unità + i unità -f S mezza 
unità = a 2 unità e '/,, ^= 2 assi e mezzo. 

Che questa sia l' interpretazione che si deve 
dare alle cifre-segno US mi sembra provato dal fatto 
che nell'Sg a. C, allorquando G. Cesare e Pompeo 
emisero i nuovi sesterzi, questi erano mancanti di 
quelle cifre e ciò per la buona ragione che l'unità 
del sistema essendo stata ridotta semi-onciale, il va- 
lore del sesterzio non era più di 2 assi e mezzo, 
ma di 4, per cui le cifre US non convenivano più 
a quelle nuove monete. 



546 G. DATTARI 



Se quel segno (MS) rimase adottato nell'epigrafia 
ancora quando il sesterzio non valeva più 2 assi e 
mezzo, ciò deve essere attribuito all'usanza contrat- 
tata durante 180 anni da che i conti erano tenuti in 
sesterzi, sistema che fu inaugurato contemporanea- 
mente all'emissione del sesterzio del valore di 2 assi 
e mezzo, per cui venne ritenuta quella primitiva 
forma d'indicare le somme in sesterzi, tanto più che 
nell'epigrafia, fino dall'origine, con quelle cifre (MS) 
non fu mai inteso che scrivendo MS 1000, s'inten- 
desse di dire, 1000 pezzi di monete d'un sesterzio ; 
ma s'intendeva annunciare una somma il cui valore 
era di 1000 sesterzi. 

È un fatto incontestabile che nell'epoca in cui 
furono emesse le monete che ora ci occupano, il 
piede dell'asse era semi-onciale. È pure incontesta- 
bile che in quell'epoca il denaro valeva 16 assi, il 
quinario 8 ed il sesterzio 4, cioè a dire, quest'ultima 
moneta di uno scrupolo d'argento (gr. 1,13) equiva- 
leva a gr. 54,56 di bronzo o rame. Monete di questo 
peso e valore non ne conosciamo e siamo sicuri che 
non ne siano esistite per la buona ragione che cinque 
anni prima dell'emissione delle monete della flotta 
erano stati emessi in vistose quantità i nuovi sesterzi 
d'argento a cui ho più sopra accennato; perciò è 
molto probabile, che il numerario di bronzo di que- 
st'epoca doveva consistere : 

del dupondio del peso teorico di gr. 27,28 

dell'asse „ „ „ „ 13,64 

del semis ('/... asse) , „ „ „ 6,82 

della libella „ „ „ „ 5,45 

della simbella „ „ „ „ 2,75. 

Per sicuro non è dai pesi delle 180 monete fino ad 
oggi conosciute (di questa serie) che è dato di poter 



LE LETTERE A B T A S SULLE MONETE DI BRONZO 547 

controllare i pesi che ho stabiliti, poiché sopra quel 
numero solamente 22 pezzi sono bene conservati ; 
tutti gli altri sono in uno stato così avariato da ren- 
derli inadatti per lo studio metrologico ; nonostante 
ciò, sia per pura combinazione, o sia per altro, le 
tre piti pesanti monete, una marcata B, l'altra r e 
la terza A, pesano rispettivamente gr. 21,50, 31 e 
26,72, per cui una media di gr. 26,64, ossia poco 
meno del peso normale che ho assegnato al dupondio, 
il quale, come ho detto più sopra, doveva essere la 
moneta più pesante di questa serie ^') (gr. 27,28). 

Da quanto ho tentato di stabilire, mi si faranno 
due giuste domande. 

j." Qual'è l'interpretazione che si deve dare 
alle lettere A B r A S? 

2.* Se US non è il segno del sesterzio e se 
le monete di bronzo con la lettera A non avevano 
il valore di 2 assi e mezzo, perchè fu scritto MS ? 

Alla prima domanda rispondo, che la flotta di 
Marco Antonio per le di cui necessità furono emesse 
quelle monete, trovandosi oggi in un posto e domani 
in un altro, sembra naturale che quelle monete non 
vedessero la luce tutte nello stesso luogo e proba- 
bilmente non dovessero nemmeno essere state emesse 
dalla medesima zecca (ambulante) e ciò perchè la 
flotta non poteva stare sempre compatta, ma doveva 
essere divisa in squadre destinate in direzioni dif- 
ferenti. 

A tutti è noto il controllo e la rigorosa sorve- 
glianza che in tutte le epoche il governo di Roma 
osservò sulla fabbricazione del numerario, e per si- 



(1) Tengo a far constatare che questo resultato non è stato otte- 
nuto dalle due teorie in questione. 



54^ ^- dattari 



curo le monete della flotta di M. Antonio non do- 
vettero andare esenti da quel controllo e perciò fare, 
i luoghi, i presidi, oppure le officine che fossero, do- 
vettero essere numerate con A= i, b^=2, r=^^3, 
A == 4 e S = 6. 

La mancanza dell'officina € ^ 5, io l'attribuisco 
alla supposizione che in questa quinta officina venis- 
sero fabbricate le monete d'argento e forse anche 
quelle d'oro che certo se ne dovettero coniare con- 
temporaneamente a quelle di bronzo. 

Di questa mia opinione mi sembra di trovare 
una certa prova dalle monete stesse. 

Se prendiamo ad esaminare il prospetto qui 
annesso, si osserverà che il quantitativo delle mo- 
nete si trova essere come segue : 

con la lettera A se ne conoscono 77 pezzi 

V II B „ „ „ 5*^ i> 

t) n y n lì n Io » 

» « ** „ „ „ lo „ 

» » 5 „ n n 13 » 



Da questo risultato ne dedurrei che l'officina A 
fu aperta la prima e per conseguenza emise più mo- 
nete delle altre officine. In questa si emettevano le 
monete di piccolo taglio (forse quelle che più neces- 
sitavano); venne quindi aperta l'officina B (nulla osta 
che questa officina sia stata aperta contemporanea- 
mente a quella A), nella quale si fabbricarono le mo- 
nete di peso più forte, quindi vennero aperte le of- 
ficine r e A le quali emettevano monete dello stesso 
taglio che s'emettevano nell'officina B. Allorché le 
emissioni delle monete di bronzo furono bene avan- 
zate o per altre cause impossibili a controllarsi, 
venne aperta l'officina €, nella quale, come ho già 
detto, si dovettero battere le monete d'argento. Per 



LE LETTERE A B P A S SULLE MONETE DI BRONZO 549 

ultimo venne aperta l'officina S nella quale si batte- 
rono le monete del più piccolo taglio, simili a quelle 
che si emettevano nell'officina A. 

L'andamento delle emissioni delle differenti fra- 
zioni nella maniera che propongo è simile a quello 
che si osserva in tutta la lunga epoca dell'impero, per 
il qual tempo la zecca o le sue officine emettevano 
certe frazioni in maggior numero delle altre, ed al- 
lorché la quantità dell'una era considerata sufficiente, 
si poneva mano all'emissione di altre, ed è in con- 
seguenza di questo sistema che per certi regni man- 
cano le monete di certe frazioni, mentre di tali altre 
ne abbondano. 

In quanto al sistema di controllare le officine 
per mezzo della loro numerazione, se è nuovo per 
l'epoca che ora ci occupa, è comune a partire dalla 
metà del III secolo d. C. ed era comune nella Grecia 
già da tempo immemorabile, allorquando sulle mo- 
nete si ponevano dei monogrammi o segni per distin- 
guere le monete emesse dalle differenti zecche o of- 
ficine appartenenti ad uno stesso regno. 

L'unico inciampo che sembra opporsi all' idea 
che le cinque lettere servissero a indicare il numero 
dell'officina ove le monete vennero emesse, sareb- 
bero le due monetine con due globetti (• •). Ma per 
il momento quelle monetine sono irreperibili e la 
descrizione di esse appartiene ad un' epoca in cui 
gli autori spesso descrivevano quello che non esi- 
steva sulle monete ed in compenso omettevano di 
descrivere quello che v'era rappresentato, per cui non 
possono servire di base per combattere la mia teoria, 
tanto più che una monetina simile a quella sembra 
che si trovi a Roma <■). La sua impronta è ri- 
prodotta sulla tavola I dello studio del sig. Bahrfeldt 



(i) M. Bahrfeldt : Op. cit,, pag. 4. 

70 



550 G. dattarì 



e debbo dire che, quantunque io vi abbia messo tutta 
la buona volontà, non sono riuscito a snidare i due 
globetti, i quali però si vedono sopra il facsimile 
della stessa moneta che è disegnata nel testo del 
detto studio (pag. 5). In quel disegno i globetti sono 
posti uno a destra e l'altro a sinistra del tipo, posi- 
zione che toglierebbe a quei globetti (se pure esi- 
stono) le qualità possessive che si vuol loro at- 
tribuire; poiché se esprimessero dei segni di valore 
non sarebbero separati, ma posti uno accanto al- 
l'altro e sarebbero stati posti in maniera che si di- 
rebbero che fanno parte del tipo. D'altra parte, nella 
descrizione che il sig. Bahrfeldt fa di quel rovescio, 
i due globetti sono sempre accompagnati da un 
punto interrogativo (• •?) ciò che dà luogo a du- 
bitare dell'esistenza di essi (■). 

Giacche quella monetina è reperibile, io credo 
valga la pena d'essere riesaminata e qualora fosse 
ricoperta di patina, un leggero bagno d'acido zolfo- 
rico ed anche muriatico non la guasterebbe affatto. 
Una volta liberata dall'ossidazione e messo allo sco- 
perto il metallo, sarà facile rendersi conto se i due 
globetti esistono o no. Oltre questa verifica, essendo 
la moneta così ripulita, il suo tipo sarà più distinto 
e chi sa se invece del cosìdetto Rostrum, non appa- 
rirà la testa e il collo di un hyppocampo. Allora 
questa monetina si troverebbe in rapporto con le 
monete ove sono rappresentati gl'hyppocampi, di 
maniera che le monete di questa serie potrebbero 
dividersi in due gruppi; quelle con le navi e la prora 
apparterebbero ad uno, quelle con gli hyppocampi 
ad un altro e forse delle analisi sistematiche potreb- 
bero far risultare che le une sono d'drichalcum e 
le altre di rame ? 



(i) La descrizione è L BIBVLVS ■ M • F ■ PR ■ DESIG Schiffsva- 
Iute, zu beiden Seiten angeblich je ein Kilgelchen (?), pag. 4. 



LK LETTERE A H P i^i S SULLE MONETE DI BRONZO 55I 

Per rispondere alla seconda domanda che io 
stesso candidamente ho portato in evidenza, devo 
dire che contrariamente alle mie inclinazioni, bisosna 
che peschi la risposta nel mare magno delle ipotesi! 

Non potendo ammettere che tutte le monete 
marcate MS A appartengano allo stesso nominale, 
propongo di dare a quel segno lo stesso significato 
che aveva nell'epigrafia ; ma mentre che in questa 
il segno annunciava un valore in sesterzi, sulle mo- 
nete dinotava che quelle monete erano tante frazioni 
del valore della nuova moneta d'argento, la quale 
aveva rimpiazzato la prima moneta il di cui valore 
diede origine a quella combinazione di cifre. In tal 
maniera le monete del maggior peso e modulo erano 
la metà del valore di quella moneta e le altre il 7,^ 
;/,, 7.0 e il 20- 

Forse delle analisi metodiche potranno assicu- 
rarci se le monete con MS A sono di metallo diffe- 
rente delle altre che non portano il segno MS; senza 
di ciò confesso che non potrei dare una ragione 
giustificata del perchè quel segno si trova unicamente 
sulle monete battute nella quarta officina ! 

Non ho alcun dubbio che questa mia nuova 
teoria sarà giudicata forse troppo ardita ; ma oso 
sperare che la si troverà per lo meno tanto logica 
quanto le due che ho teste combattute. 

Cairo, il maggio 1908. 

G. Dattari. 



552 



G. DATTARI 














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LE LETTERE A B P A S SULLE MONETE DI BRONZO 



557 












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ANNOTAZIONI 

NUMISMATICHE ITALIANE 



XVIII. 

Monete della Collezione privata di S. M. il Re 
inedite, poco note o corrette. 

I. — CASA SAVOIA 
Aimone Conte (1329- 1343). 




^ — + AIMOjCOMES Gran giglio senza cerchio. Ester- 
namente, una cornice di gigli in circoletti. 

9 — + • • • LA : MOETA LOCO : PONT' • Y INIS altra 

leggenda interna + SAB' CHABL • DVX Croce pa- 
tente accantonata da un giglietto nel 2.° quarto, 
senza cerchio. 
Argento. Grosso, peso gr. 2,43. Conservazione buona. 

Questa moneta è interessante perchè segna il 
luogo di battitura. Non saprei interpretare la prima 
parola se non per CLA cioè chiara, insigne. Il rima- 
nente è più facile, in modo che la leggenda può ri- 
comporsi cosi: + CLA : MONETA : D' : LOCO : PONT' : YAINIS 
Troviamo infatti negli ordini di battitura, che dal 



562 GIUSEPPE RUGGERO 



1340 al 1342 si coniava in Ponte d'Ain l'obolo bianco 
al fior di giglio, del titolo di metà fino e del peso 
di gr. 2,64 ; ciò che concorda benissimo col tipo, 
bene col peso di questo esemplare che non è di 
primissima conservazione e pare anche concorde col 
titolo apparente. 

RAMO DI ACAIA. 
Amedeo, Principe (1367-1402). 





;& — + PRINCEPS * ACHAIE * DNS * MONTE * R' 
Scudo sabaudo con banda, in cornice di 6 archi 
acuti doppi con trifogli alle unioni, in cerchio 
rigato. 
9 — + PRINCEPS *— ACHAIE ^Z-e- Elmo col cimiero del 
leone, in cornice doppia elittica di 4 archi e 4 an- 
goli, in cerchio rigato. 
Argento. Grosso, peso gr. 3,22. Conservazione ottima. 

Altro esemplare meno bello e var. di conio. 

Questa moneta interessantissima non è inedita, 
ma già pubblicata al n. 2, tav. I di Acaia nelle Mo- 
nete dei Reali di Savoia, dal Promis. Ma purtroppo 
il disegno del Promis è sbagliato perchè in luogo 
di DNS MONTE R', porta DNS MORIE R'. L' esemplare 
studiato dall'A. è questo stesso qui sopra disegnato; 
e poiché la sua conservazione è tale da non lasciar 
dubbio sulla lezione, devo credere che egli abbia 
voluto leggere MORIE, supponendo un errore dell'in- 
cisore. Ma devo pur ritenere che egli non abbia 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE 563 

considerato, come la Morea non fosse Signoria ma 
Principato. Infatti, quei Principi si intitolavano di 
Acaia e di Morea. Devo pur credere che non abbia 
pensato a quella R' finale che rimaneva senza si- 
gnificato. 

Se l'A. avesse letto come sta scritto, oltre al- 
l'apporsi al vero, avrebbe trovato in quel titolo 
una prova decisiva per l'assegnazione di questa ano- 
nima moneta al Principe Amedeo. Infatti, se giusto 
è il criterio che gli ha servito, cioè quello del ci- 
miero col leone non usato dagli Acaia anteriori ad 
Amedeo ; ben più efficace è questo del nuovo titolo 
di Signore di Monte Regale, cioè Mondovì. Questa 
città così chiamavasi allora, ed oggi ancora così si 
scrive in latino, e Monregalesi si dicono i suoi abi- 
tanti (0. 

La lezione esatta di questa leggenda, avrebbe 
ricordato all'A. la conquista di Mondovì fatta da 
Amedeo sul Marchese di Monferrato nel 1396. 

Promis ritiene che questo grosso provenga dalla 
zecca di Pinerolo, e su questo non trovo a ridire. 
La data, deve esser quella del nuovo acquisto, 
che il Principe ha voluto ricordare con questa 
moneta. 

Ed a proposito della zecca di Pinerolo che nel 
1418 venne chiusa per sempre, trovo strano che al- 
cuni nummografi e specie il Perrin vogliano farla 
rivivere per quelle monete del Duca Emanuele Fili- 
berto che sono distinte da una P. 

Essi non hanno mai saputo di certo, che questo 
Duca non possedeva questa città, che era allora oc- 
cupata dai francesi ; e che le monete colla P appar- 
tengano invece alla zecca di Chambery. 



(i) Circa a quel MONTE in luogo di MONTIS, dirò che non mi 
pare un ostacolo serio, perchè a que' tempi era una inezia. 



I 



564 GIUSEPPE RUGGERO 



IL — PIEMONTE 
ASTI. 



Emanuele Filiberto, Principe di Piemonte e Conte d'Asti 

( 1542- 1553)- 




^ — + E ' PHILIBERTVS • DE ■ SAB P • PE • CO • AST 
Scudo a cuore ornato e coronato di Savoia col 
lambello a 3 denti in cerchio liscio. 

]?/ + AD • DEFENSIONEM • MEAM • RESPI • N Croce ornata 
e trilobata con rosone al centro in cer. lineare. 
Oro. Scudo, peso gr. 3,38. Conservazione buonissima. 

Il presente scudo si distingue da quello del 
Promis, Zecca d'Asti, n. 2, tav. VII, non solamente 
per la forma dello scudo, ma anche per le leggende. 
In questo, tutti i titoli sono riuniti al ^, ed una 
nuova leggenda appare sul H; leggenda che vuol 
forse alludere all' infelice condizione dello Stato, per 
cui già potevasi calcolare che la successione paterna 
si sarebbe ridotta a ben poca cosa. Né potevasi fin 
d'allora prevedere che la vittoria di S. Quintino del 
1557. avrebbe permesso ad Emanuele Filiberto di 
ripristinare il dominio avito. 

CASALE. 

Guglielmo I Paleologo, Marchese di Monferrato (1464-1483). 

;& — + . &— VLIERMVS - MARCHIO • MO Scudo intagliato 
ed inclinato con elmo, corona, cimiero e svolazzi, 
ai lati & — V e cerchio lineare. 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE 565 




P — SANTVS i THEODORVS i THIRO' Il Santo con aureola, 
armato, collo scudo di Monferrato nella sinistra, 
colpisce di lancia un mostro a cinque teste, cer- 
chio lineare. ♦ 

Ducato d'oro, peso gr. 3,47. Cons. buonissima. 

È questa la prima aurea moneta che si conosca 
di questo marchese, e la sua attribuzione al primo 
di questo nome, è pienamente comprovata sia dalla 
forma delle lettere, che dal modo speciale usato so- 
lamente al suo tempo, di scrivere il nome colla R. 

Il rovescio presenta due nuove particolarità, cioè 
quella del mostro a più teste invece del solito drago; 
e l'altra del soprannome del Santo, Tirone, cioè 
soldato novello o recluta come diciamo noi. 

Per chi desideri maggiore chiarimento, dirò, che 
Teodoro nativo di Siria, oppur d'Armenia secondo 
altri, venne aggregato all'esercito romano ; e la sua 
legione trovavasi ad Amasea nel Ponto circa al 306, 
quando si pubblicarono gli editti di Massimiano Er- 
culeo contro i cristiani. Egli confessò spontanea- 
mente la sua fede dinnanzi al governatore della Pro- 
vincia ; ed i giudici impietositi per l'atto del giovane 
soldato, volendo salvarlo, lo rimandarono ammonen- 
dolo a riflettere meglio sulla fatta dichiarazione. 
Teodoro, temendo per ciò che si dubitasse della sua 
fede viva e tenace, volle darne prova incendiando 
il tempio di Cibele, onde venne condannato al mar- 
tirio. Il suo corpo venne trasportato a Brindisi nel 
XII secolo e colà si venera privo della testa che si 

7» 



566 



GIUSEPPE RUGGERO 



trova invece a Gaeta. Vedi il Moroni : Dizionario 
di erudizione storica ecclesiastica, ecc., voi. LXXIV, 
pag. 21. 

Non conosco altro esempio di questa speciale 
rappresentazione del Santo. Mentre più tardi dai 
successori di Guglielmo viene effigiato nell'atto di 
trafiggere un drago, qui invece gli si fa colpire un 
mostro a cinque teste. Tutte e due le varianti mal 
si convengono a questo Santo per l'azione materiale, 
che è quella attribuita dalla leggenda a S. Giorgio. 
In questo caso l'azione deve avere un significato 
simbolico, diretta cioè contro il politeismo dei romani; 
e per questo, è forse più appropriata la variante 
del mostro a più teste. 

Guglielmo II P. Marchese (1494-1518). 




^' — + M A AR - G - M . MO » FÉ A z . VI * PP * S A IMP 

Aquila bicipite coronata con scudetto Aleramico 
in petto, cerchio perline. 
I^ — Testina IN * HOC * SIGNO ^ VINCES * Croce fo- 
gliata in cerchio di perline. 
Mistura. Mezsa Parpagliuola, peso gr. 0,81. Cons. buona. 



Bonifacio II P. Marchese (1518-1530). 




^' — BONIFACIV • • • MAR Scudo inquartato : 

I e 4 di Monferrato, 2 di Sassonia (!' incisore ha 
omesso la corona in banda), 4 di Bar. Cer. rigato. 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE 



567 



9/ — Rosa CRISTVS IMPERAI Croce patente unita alla 
cornice quadrilobata, cerchio rigato. 
Mistura. Seeeino, peso gr. 0,72. Cons. buona. 

Variante da quelli conosciuti, per la leggenda 
del rovescio. 



Gian Giorgio P. Marchese (1530 1533). 





B" — Rosa IO • G-EORGIVS • M • MO • FERRATI Scudo di 
forma speciale, tra I — G cerchio lineare. 

9( — Rosa PRINC • VIGA • PP • SA IMP : Croce fio- 
rata, cerchio lineare. 

Mistura. Soldino 7 peso gr. 1,22. Cons. buona. 

Vincenzo I Gonzaga Duca (1587-1612). 




^ — ■ VINCENTIVS • D • G • DVX • MANT • llll • Scudo di 

Mantova coronato, con scudetto Monferrato sul 

tutto, cerchio lineare. 
9; — + ET * WONTIS * FERRATI •*■ Il • Croce di forma 

speciale con busto nimbato di S. Evasio nel primo 

cantone, cerchio lineare. 
Oro. Scudo, peso gr. 3,21. Cons. buona, qualche risalto di conio. 

Questo scudo d'oro è nuovo ed interessante per 
il busto al rovescio. Potrebbesi dubitare se meglio 



568 



GIUSEPPE RUGGERO 



convenisse a Casale oppure a Mantova ; ed in questo 
secondo caso, il busto sarebbe quello di Virgilio 
chiuso in un ovale. Ma la fattura di questa moneta 
è molto trascurata, e quale non siamo abituati a ve- 
dere nelle monete mantovane. Inoltre il cerchietto 
non racchiude esattamente il piccolo busto, ma pare 
destinato a servire di aureola alla testa ; onde è 
chiaro che si tratti di un Santo e non di Virgilio. 



CHIVASSO. 
Giovanni I Paleologo, Marchese di Monferrato (1338-1372). 




B' — M + lOHES : MARCHO : MONTISF' + Croce ornata, 
con tre trifogli a ciascuna estremità, cer. rigato. 

FI) — SANTVS — PETRV Santo seduto, con chiavi nella 
destra, tenendo lo scudo aleramico davanti ai gi- 
nocchi, cerchio rigato. 



Argento, Grosso, peso gr. 2.44. 



Cons. buona. 



Finora non si conoscevano che i grossi, raris- 
simi, con lo scudo e cimiero al diritto e S. Pietro 
seduto al rovescio con chiave e pastorale, nei quali 
al nome del Santo è aggiunto DE CLAVASIO. Questo 
nuovo tipo è totalmente diverso, e non porta l'indica- 
zione del luogo. Da tutto l' insieme dei caratteri, 
sarei disposto a ritenere che sia stato coniato verso 
la fine del lungo periodo di questo marchese, a dif- 
ferenza dei grossi citati, che devono essere più an- 
tichi. 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE 



569 



MESSERANO. 
Ludovico II Fieschi (1528- 1532). 





ÌB" — + LVDOVIC • FLISC • LAVAIE • MESERA • CO Busto a 

destra quasi eguale a quello del n. 11 del Promis, 

cerchio lineare e di perline. 
9 — • IHS • AVTEM • TRAN • P • MED • ILOR • IBAT • Aquila 

imperiale coronata con scudo Absburgo in petto, 

senza cerchio. 



Argento. Cavai/olio ? peso gr. 3,60, 



Cons. buona. 



Pare questo il primo esempio delle armi impe- 
riali al rovescio, che non eravamo abituati a vedere 
prima della fine del secolo, e sulle monete di Fran- 
cesco Filiberto. Non ho trovato altrove la sincope 
in LAVANIE. 



Pier Luca Fieschi (1528 1548). 




& — Sole : PETRVS : LVCAS : FLIS : LAVAN : CO : C : D : 

Aquila bicipite coronata con stemma sul petto, 
cerchio lineare e rigato. 



570 GIUSEPPE RUGGERO 



^ — + : AVE : CRV : SANTA : ET : BENDICTA Croce or- 
nata e gigliata, cerchio lineare e rigato, qualche 
risalto di conio. 
Oro. Scudo del sole, peso gr. 3,39. Cons. buona. 

Quantunque questo scudo spetti alla zecca di 
Crevacuore della quale località porta il nome, tut- 
tavia secondo l'esempio di Promis, non volli stac- 
carla dalla serie comune. 

Farmi che questa moneta dimostri un titolo in- 
feriore a quello degli altri scudi d'oro dei Fieschi. 





B' — PETRVS • LVCAS • FLISCVS • Testa a sinistra in cer- 
chio lineare. 
91 — Rosetta LAVANIE • COMES • C • DNS • Arma Fieschi 
in cerchio lineare. 
Mistura, peso gr. 1,62. Cons. buona. 

Anche questo come lo scudo d'oro non porta 
che i titoli di conte di Lavagna e signore di Cre- 
vacuore. Dunque, siccome i Fieschi avevano perduto 
il primo feudo fin dal XII secolo, e prima che aves- 
sero ottenuto il privilegio di zecca, questa deve es- 
sere stata coniata a Crevacuore, o a Messerano per 
Crevacuore. La testa, pare foggiata ad imitazione 
delle monete di Ercole I d' Este. Lo scudo dal ro- 
vescio rammenta quello usato in alcune modenesi di 
Ercole II : dunque troppo tardi perchè abbia potuto 
servir di modello. Ma non vedo difficoltà ad ammet- 
tere che anche Ercole I abbia usato di questa foggia 
di scudo sulle sue monete modenesi ; ed in questo 
caso l'esperienza insegna che il non conoscere an- 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE 



571 



Cora queste monete non può costituire una difficoltà 
per accettare l' ipotesi. 

Circa la specie rappresentata, direi che si tratti 
del grosso, 

Francesco Filiberto Ferrerò Fieschi (1584- 1629). 




^' — FR • FL • FÉ • FLPRI-N-C--MESSERA-- Il Prin- 
cipe in armatura e coronato a destra con scettro 
gigliato, tra 15 — 98, cerchio lineare. 

9/ — NON NOB 1 DOMINE il SED NOM il • INI • TVO 11 DA 
GLOR 11 in un quadrato ornato. 
Oro. Ongaro, peso gr. 3,32. Cons. buona. 




^ — FRANC • PRINCEPS ■ PRIMVS • M • ET • M • Busto a 
destra con spada impugnata, cerchio di perline 
tra due lineari. 

9 — • STABILITAS • ALTA • PETIT • F • VI • Aquila impe- 
riale con arma in petto, cerchio come al diritto. 
Argento. Tallero, peso gr. 23,33. Cons. mediocre. 

Il rovescio è eguale al n. 22 del Promis. Ma il 
diritto è nuovo per la spada sguainata. 



572 



GIUSEPPE RUGGERO 



MONTANARO. 

Sebastiano Ferrerò Fieschi, vescovo d'Ivrea 
e abate di S. Benigno (1546-1547). 




^ — ■ SEB • EPS • ET • -PRINCEPS • LAV Scudo vuoto in- 
clinato e intagliato con elmo coronato, cimiero e 
svolazzi, cerchio lineare. 

9 — • S-ANCTVS ■ MAVRVS ■ l-R • Santo a cavallo a de- 
stra con vessillo : sotto un anellino, cer. lineare. 
Argento. Cornato, peso gr. 5,17. Cons. buona. 

Già edita ma con attribuzione errata, dal Co- 
raggioni {Milnzgeschichte der Schweiz, etc. Genève, 
T896), al n. 17 della tav. XLI. Egli credette che 
questa, e due testoni (n. 15 e 16) dovessero appar- 
tenere al vescovo di Losanna, Sebastiano di Mont- 
faucon, 1517-1536. 

In questo cornabò infatti, egli poteva leggere 
LAVSANNE, e COSÌ pure nel testone n. 16 coll'aquila 
e S. Maurizio ; ma in quello n. 15 colla testa ed il 
Santo seduto, dove è scritto LAVA, egli avrebbe do- 
vuto avvedersi dell'errore, non essendo possibile altra 
lezione se non quella di LAVANIE. Volli ricercare se 
altri avesse già rilevato l'errore del Coraggioni, ma 
non mi fu possibile constatarlo ; non l'escludo tut- 
tavia, che tutti sanno quanto facilmente ci sfuggano 
talvolta alcune notizie in pubblicazioni introvabili. 
In questo caso non sarà male che una ripetizione 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE 5'^3 

serva a maggiormente divulgare la dovuta restitu- 
zione delle monete citate alla zecca degli Abati di 
S. Benigno. 

Circa lo scudo vuoto, tutti sanno ormai che 
quei pochi intagliatori che giravano per le zecche 
del Piemonte, portavano con se i conii bell'e fatti, 
che servivano per tutti, variando leggenda ed arma; 
e molte volte avveniva, che per la fretta si conias- 
sero le monete prima di riempir lo scudo. Vedansi 
gli esempi numerosi di questo fatto in Messerano, 
Desana, Montanaro ed altre. 

RONZONE. 

Enrico e Corrado Marchesi 
intorno ai primi anni del XIV secolo. 




fy — + Eli CVNRADVS ì Nel mezzo, H • E • N • R • attorno 
ad una rosetta e cerchio rigato. _ _ 

9 — Rosetta fra due trifogli || MARC il HONES || PVCON || 
rosetta come prima || 

Mistura. Imperiale, peso gr. 0,56. Cons. buona. 

Si conoscevano finora due sole monete come 
rappresentanti di questa zecca : il grosso ad imita- 
zione dei veneti, pubblicato da Morel Patio nella 
Riv. Belga del 1865, pag. 438-442, ripubblicato poi 
dall' Ambrosoli, Riv. /tal. di Num., 1888, pag. 18-22 
e l'obolo d'imperiale edito dal Gnecchi E., Riv. Hai. 
di Num., anno V, pag. 58. 

L'imperiale presente è dunque la terza moneta 
di Ponzone, ma è la prima che porti i nomi dei 

73 



574 



GIUSEPPE RUGGERO 



marchesi. Sono questi, un Enrico ed un Corrado che 
devono essersi trovati condomini nel marchesato 
negli ultimi anni del XIII o primi del XIV, come 
c'indicano chiaramente i caratteri della moneta; in 
ogni modo non dopo il 1310, data della famosa grida 
di Enrico VII. 

Colla scorta della serie cronologica come è ora 
stabilita, e che devo al eh. barone Manno, si trova: 
che Alberto marchese, f. di Ponzio, di Ugone, di 
Aleramo 1, ha tutto Ronzone nel 1227. Egli lascia 
due figli, Bonifacio e Corrado; il primo ha un figlio di 
nome Enrico che nel 1280 è inviato di Lucca. Non 
essendovi altri di questo nome, noi dobbiamo rico- 
noscere questi come l'Enrico della moneta. Passiamo 
all'altro figlio di Alberto, cioè Corrado marchese di 
Spigno ; questi ha un figlio, Manfredino, dal quale 
nasce un secondo Corrado di cui si ha notizia nel 
1316. Ecco, secondo me, quel Corrado nominato 
sull'imperiale, per la semplice ragione che essendo 
l'Enrico segnato pel primo, HENRICVS ET CVNRADVS, 
è ragionevole che egli si trovi in un grado di pa- 
rentela più elevato, ciò che non avverebbe se il 
Corrado fosse il primo del nome, cioè suo zio. 

Questa nuova moneta acquista maggiore impor- 
tanza, perchè ci serve per ricondurre allovile altre 
pecorelle incerte e smarrite. 

Son dessi quei grossi con gli stessi nomi ma 
senza l' indicazione della zecca, pubblicati dall'Am- 
brosoli nella memoria sopra citata, e che egli già 
supponeva essere di Ponzone. Ed a proposito di 
questi, egli dubitava che almeno uno dei due dati a 
Cortemiglia dal Promis, M. Ital., III, tav. IV, n. 49 
e tav. V, n. 50 e precisamente il secondo fosse stato 
mal letto ed avesse eguale origine. Infatti, le due 
lineette sopra i due nomi, ci autorizzano a leggere 
HÉR ET CVR per HENRICVS ET CVNRADVS- Resterebbe 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE 575 

il primo, quello al n. 49, tav. IV, che porta la leg- 
genda HEN Z CVRT, che fino a prova in contrario re- 
sterebbe a Cortemiglia. 

Intanto, l'attribuzione dell'Ambrosoli per i tre 
del ripostiglio di Lurate e per uno di quei del Promis, 
trova la miglior conferma per mezzo del presente 
imperiale. 

ZECCA INCERTA — Secolo XIII. 




^ — + • I^ATOR • Nel mezzo FR in cerchio rigato. 
^f — + • VARCE • Croce patente in cerchio perline. 
Mistura, peso gr. 0,63. Cons. buona. 

Da circa una ventina d'anni io avevo avuto no- 
tizia dell'esistenza di questo imperiale piccolo, da 
una communicazione del compianto Desimoni. Non 
mi fu allora possibile averne un calco, e confesso 
che se anche l'avessi avuto non mi sarei forse in- 
dotto a darne notizia, senza la conoscenza effettiva 
della moneta. 

Finalmente entrata questa da poco tempo nella 
Reale Raccolta, dovetti convincermi che non si trat- 
tasse d'una delle solite falsità ; beninteso, secondo 
il mio parere, e quello di altri numismatici. 

La difficoltà di precisare la zecca dove questa 
moneta è stata battuta, mi pare insormontabile. I 
luoghi che potrebbero convenire a quello indicato 
nella stessa, sono diversi. 

Abbiamo Varsi sul Parmense: Varzi in quel di 
Bobbio : Varzo di Domodossola. V'è ancora Barge 



576 



GIUSEPPE RUGGERO 



di Saluzzo, che anticamente dovea essere luogo ben 
munito e di una certa importanza per commercio. 
Ma è evidente che non esiste alcuna ragione seria 
per farci decidere più per l'uno che per l'altro di 
questi luoghi. Il problema rimarrà dunque insoluto, 
fino a che non vengano fuori nuovi dati per ri- 
solverlo. 

HI. — LIGURIA 
GENOVA. 




.B' — + DVX «'ET * GVB' ® REIP' ® &ENV'^® 1567 
Castello genovese tra due stelle ad 8 punte, sotto 
* 4 ® cerchio perline tra due lineari. 

9 — + CONRADVS ^ Il * ROMANOR' ® REX ® À ® S 
Croce patente con 4 stelle ad 8 punte, cerchio 
come al diritto. 



Argento. Scudo da 4 lire, peso gr. 36,42. 



Cons. ottima. 



Erano conosciuti e non rari i mezzi scudi da 
hre due dello stesso anno, i quali hanno sotto il ca- 
stello il valore in cifre romane, il • Da molti docu- 
menti risultava che si fosse coniato contemporanea- 
mente lo scudo da lire quattro ; anzi, esiste una di- 
chiarazione del Magistrato della zecca del 1646, 
intorno alla presentazione per verifica di questa mo- 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE 



577 



neta, che aveva la cifra 4 sotto il castello. Al n. 11 67 
delle nostre tavole genovesi, ho riportata la descri- 
zione della moneta come risulta dalla citata dichia- 
razione, ma fino ad oggi si desiderava indarno un 
esemplare di questo pregevolissimo pezzo. Il Desi- 
moni (Vedi: Sui più antichi scudi di argento genovesi 
in Giornale Ligustico, 1877), ^'^^ si dimostra troppo 
convinto che la descrizione sia esatta circa la cifra, 
che egli, in analogia del mezzo scudo, suppone debba 
essere scritta alla romana, IV. 

Ora l'esemplare della R. Raccolta, viene a con- 
fermare, meno i segni d'interpunzione, l'esattezza 
della descrizione nel documento del 1646. Anche il 
dubbio del Desimoni, per quanto dovesse sembrar 
logico, viene a cadere davanti alla realtà del fatto : 
ne saprei trovar ragione del diverso modo di segnare 
il valore, su due monete della stessa serie. 




^' — " MO ' NO - AR& ' — - ORDIN " lAN ' Mezza figura 
di guerriero tenendo davanti a sé lo scudo del 
leone rampante, cerchio lineare e perline 15 — 76. 

I§ — Piccolo castello genovese - CONFIDENS " DNO " 
NON " MOVETVR " Leone rampante, cerchio come 
al diritto. 
Argento. Tallero di tipo olandese, peso gr. 26,52. Cons. buona. 

Il lettore ricorderà certamente la descrizione 
che io diedi nella Rivista Ital. di Num., del 1898, 



578 



GIUSEPPE RUGGERO 



pag. 112, di due coni conservati al Museo Nazionale 
di Firenze. Il distintivo del piccolo giglio, il luogo 
dove si conservano quei coni, ed il loro stato d'uso 
erano prove più che sufficienti per dedurre che in 
Firenze si era contraffatto il tallero del Brabante per 
il commercio coU'Oriente. E poiché anche Firenze 
aveva creduto di seguir l'esempio di tante altre 
zecche, non era fuor di luogo di presagire che un 
giorno o l'altro si sarebbe trovato anche il tallero 
del leone coniato nella Genovese Repubblica. 

L'esemplare venne fuori in questi anni, non solo 
col distintivo della zecca, ma anche colla indicazione 
del nome della medesima sul diritto. Ma quello che 
riesce strano è che il titolo della moneta assaggiato 
alla pietra, non si manifestò inferiore al pezzo ori- 
ginale. Pare dunque che la coniazione di questa mo- 
neta, abbia avuto per fine, quello di favorire le tran- 
sazioni commerciali invece del lucro diretto sul va- 
lore intrinseco. Circa alla data, che è quella del 
Tallero originale, ritengo che non rappresenti l'anno 
vero della battitura, perchè quella moneta non po- 
teva in breve tempo acquistare in Levante quella 
riputazione, che ebbe in seguito. 



SAVONA. 
Guido Fregoso Governatore per Genova (1510-1514). 




B" — 



+ : VIRGO : MAR -A : PROPTEGE : Testa nimbata 
della Vergine a destra, all'esergo, lo stemma Fre- 
goso, cerchio perline. 



ANNOTAZIONI NUMISMATICHE ITALIANE 



1$ — Piccolo stemma Fregoso : CIVITAS rosa SAONE : 
1513 : Stemma savonese tra M — S e cer. perline. 
Argento. Testone, peso gr. 9,55. Cons. buona. 

Il Promis, nella sua memoria sulle monete sa- 
vonesi, riporta due mezzi testoni dei Fregosi che 
non possono con sicurezza attribuirsi ad uno più che 
all'altro dei due Governatori di questo casato; cioè 
a Guido, 1510-1514, oppure a Simonetta, 1526-1528. 

Il presente testone, che per primo porta una 
data ci fa sicuri che, appartenga a Guido. Oltre a 
questa novità della data, presenta pure una scon- 
cordanza tra il diritto ed il rovescio, avendo il CiViTAS 
al nominativo. Questo potrebbe far credere che il 
rovescio fosse destinato per qualche altro diritto. 

Roma, Luglio igoS. 

G. Ruggero. 



LE ANTICHE ZECCHE 



DI 



SUSA e d'AVlGLlANA 



I. 



SUSA ('). 



Sotto il regno di Umberto II (T080-TT031 si apre, 
in Susa, la prima e più antica otììcina monetaria 
della Real Casa di Savoia. Ciò possiamo, con orgo- 
glio degli studi nummari italiani, aftermare con tutta 
certezza ; giacche la rovinante officina di Aquabella 
— ove i vescovi della Moriana ed i primi conti di 
Savoia disputavansi forse il diritto di zecca, questione 
questa tuttora discussa fra i numismatici, — taceva 
per sempre sul finire del to8o. Vollero i fati che la 
prima impronta di italianità nelle monete della di- 
nastia che ora regge l'Italia, si partisse da questa 
vecchia cittcà delle Alpi, e che il nome suo Seciisia 
accompagnasse il nome del principe che in Lei aveva 



(1) Questo mio studio che per cortese accondiscendenza del Muni- 
cipio locale ho potuto compiere anche su monete del Museo Civico, 
vorrebbe essere la prima parte di un lavoro sistematico sulle zecche 
subalpine. All'illustre cav. avv. Adolfo Mestrallet, sindaco di Susa, che 
con sua lettera ufficiale 15 aprile 1908 incoraggiava e favoriva il mio 
modesto proposito, invio il più fervido ringraziamento e l'augurio cor- 
diale che sotto la sua illuminata guida la cara Città di Susa abbia ad 
avvantaggiarsi d'ogni più lodevole iniziativa. 

R, A. M. 

74 



582 RICCARDO ADALGISIO MARINI 

scelto dimora e signoria, quasi un augurio benedetto, 
quasi profetica voce di riscossa per ammonire i Sa- 
voia ch'essi avrebbero cinto un giorno, dopo tanti 
secoli di lotte e dolori — la bella corona dell'Italia 
libera ed una. 

Susa adunque ha la sua zecca sotto Umberto II: 
in uno strumento notarile del 1098, ricopiato ed 
autenticato in documenti del 1253-56-72 (^), conser- 
vati in questo archivio notarile, abbiamo che Jacobus 
de lagìono vende apnd Bardoniscam prò XL denariis 
secusiensibus cinque iugeri di terreno a Martino de 
Novalicia gastaldo Domini Huberti comitis. Questo ri- 
trovamento ci permette di stabilire irrefutabilmente 
che la zecca di Susa fu aperta fra il 1080 e il 1098 
e che contrariamente a quanto scrissero il Vernazza 
ed il Promis — ritrovarsi cioè i primi accenni ai 
danari secusini nel 1104 e T109 — in Susa e nella 
Valle già contrattavasi fra i privati, con danari di 
Susa, nel 1098. La nostra zecca battè così, per circa 
tre secoli, sebbene non continuamente, poiché dal 
1225 in poi i documenti taciono, per quanto i da- 
nari debili e /orti o buoni segusini continuino a cor- 
rere ; e non sono alieno dall'asserire che la zecca 
di Avigliana coniasse, alternatamente con quella di 
Susa, i danari sabaudi, come già accennò il Promis; 
tanto più che dal 1225, anno nel quale dalla zecca 
di Susa furono emessi danari secusini nuovi, non 
abbiamo più menzione della nostra officina mone- 
taria fino al 1387, nel conto del tesoriere generale, 
dal quale appare che in quell'epoca era maestro di 
zecca a Susa Giovanni de Campacio di Chivasso. Ora 
è mai possibile che nel 1225 siansi emessi tanti da- 
nari da bastare alla circolazione ed al commercio 



(i) È sempre Io stesso alto di vendita, riprodotto in più copie di 
tempo diverso. Manca l'originale. 



I-E ANTICHE ZECCHE DI SUSA E D AVIGl.IANA 



della Valle per più di un secolo e mezzo, senza che 
vi soccorresse, di tempo in tempo, qualche nuova 
emissione ? Vero è che i conti di Savoia, avevano 
nel frattempo aperte oltr'Alpi, le famose officine di 
Chambery, di San Maurizio d'Agauno e di San Sin- 
foriano d'Ozon ; ma in queste non battevansi danari 
secusini. Dunque ? Rileviamo che nei secoli XII-XIII 
i Savoia ebbero per parecchi anni residenza in Avi- 
gliana, e che anzi ivi nacque il conte Umberto 111 
il Santo ed alcuni suoi discendenti, i quali appunto 
coniarono, come vedremo, nell'avita e storica terra 
di Avigliana. 

II. — AVIGLIANA. 

Questa zecca fu sicuramente aperta prima del 
1252. Dice diffatti un documento dell'archivio ca- 
merale (anni 1 209-1 293) Mazzo VII, Pergamene : //- 
bravìt lohaniieto de clanisco, iiionetario Domini scn- 
denti moneiani apìid axiiUiaìiam solidos secnsienses XXX 
prò ejtisdem officio , etc. Regnava in quel tempo 
Amedeo IV (f 1253) che fu il primo conte di Sa- 
voia, che sulle monete impresse il Comes Sabandie, 
invece di Secusia. Questi, io ritengo, fu il primo e 
vero istitutore della zecca d'Avigliana, non ritrovan- 
dosi altri accenni in proposito prima del 1252; dopo 
tal anno, dobbiamo scendere fino al 1297, in cui il 
conto del tesoriere generale ci dice d'aver ricevuto 
in pagamento da lacobo de l'arano et sociis eins scn- 
dentibiis monetani apnd Auillianaìn, una somma di 
danaro. Dopo quell'epoca troviamo nominati suoi 
maestri sul finire del 1298, nel 1341, 1387, 1391 e 
1394, cioè durante la minorità di Amedeo Vili. Ed 
appunto sotto questo primo duca di Savoia, eravi 
maestro quel Matteo di Bonaccorso Borgo, da Fi- 
renze, che nel 1405 venne a composizione col fisco 



584 



RICCARDO ADALGISIO MARINI 



per avere dalla zecca di Avigliana emesso monete 
inferiori d'assai a quanto era da legge prescritto. E 
pare che le peripezie giudiziarie di questo « fioren- 
tino spirito bizzarro » non dovessero limitarsi al solo 
anno 1405, giacché quando era maestro in Savoia 
alle zecche di Chambery, ]>ourg e Pont d'Ain la sua 
condotta non fu davvero delle migliori. Pur tuttavia 
la precisione e l'irreprensibilità del suo conio erano 
tali, da renderlo sempre ricercato dai Savoia, dei 
quali fu uno tra i migliori e più celebrati maestri 
di zecca. Dopo il 1405 non s' ha più notizia alcuna 
della zecca d' Avigliana , poiché coli' elezione di 
Amedeo Vili a duca (1416) i danari ducali furono 
battuti, per il Piemonte in Torino, e per la Savoia 
a Chambery dove quel diavolo di Matteo Bonaccorso 
continuava anche dopo il 1416 a trionfare per 
l'arte sua ('). 

Conti di Savoia cmk batterono nelle due zecche. 



Oddone. . 
Pietro I. . 
Amedeo II 
Umberto II 
Amedeo III 
Umberto III 
Tommaso . 



Amedeo IV 



Bonifacio 



Aquabella ? 

Susa 

Susa 

Susa 

Susa 

Chambery 

San Maurizio d'Agauno 

Susa 

Avigliana 

Chamber)- 

San Maurizio d'Agauno 

Susa 



(i) Vedi in proposito G. Carbonelli : Umberto Bonaccorsi zecchiere 
di Savoia in Riv. Hai. di Numismatica, fase. MI, 1908, dove narransi 
anche le avventure di questo maestro, figlio di Matteo. — Consulta pure 
L. CiBRARio: Econ. Polit., voi. 3.°, pag. 217. Torino, 1842. 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E D AVIGLIANA 



585 



Pietro II . 
Filippo I . 

Amedeo V 
Edoardo 



Aimone , 



Amedeo VI 



Amedeo VII 



Amedeo Vili. 



Chambery 

San Maurizio d'Agauno 

Susa 

Chambery 

Avig liana 

San Maurizio d'Agauno 

San Sinforiano d'Ozon 

Avigliana 

Chambery 

San Sinforiano d'Ozon 

Susa 

? 

Avigliana 

Bourg en Eresse 

Chambery 

Donnaz 

Pont d'Ain 

San Genisio 

San Sinforiano d'Ozon 

Nel Chiabiese 
Chambery 
Pietra Castello 
Pinerolo 
Pont d'Ain 
San Genisio 

Avigliana 

Nion 

Pont d'Ain 

Susa 

Aosta 

Avigliana 

Bourg en Bresse 

Chamberj' 

Ivrea 

Moncalieri 

Nion 

Pont d'Ain 

Torino 



\ 



^86 RICCARDO ADALGISIO MARINI 



Risulta COSÌ da questo specchio che i Savoia 
coniarono in Susa ed in AvigHana dal 1080 al 1416 
all' incirca, e cioè nel primo periodo della loro af- 
fermazione storica : finche furono Conti. Coll'eleva- 
zione di Amedeo Vili a duca le nostre due zecche, 
se non cessarono d'un tratto, languirono lentamente, 
e Torino prese il sopravvento sulle altre officine 
monetarie del Piemonte, per il conio dei danari du- 
cali. Riassumendo : nove conti di Savoia coniarono 
in Susa, Umberto II, Amedeo III, Umberto III, Tom- 
maso, Amedeo IV, Bonifacio, Pietro II, Amedeo V, 
Amedeo VII; sei in Avigliana: Amedeo IV, Filippo I, 
Amedeo V, Aimone, Amedeo VII, Amedeo VIII ; 
sei in Susa soltanto : Umberto II, Amedeo III, Um- 
berto III, Tommaso, Bonifacio, Pietro II; soltanto 
in Avigliana, tre: Filippo I, Aimone, Amedeo VIII; 
contemporaneamente 'in Susa ed in AvigHana, pure 
tre: Amedeo IV, Amedeo V, Amedeo VII. 

Maestri di zecca ^^l 

1080-1098 .... ? 

Secolo XII e quasi tutto XIII .... ? 
Susa } ^^97 Durando Carrèrie di Avignone 

1322 Alessandro Bardano da Firenze (2) 
1384 Giacomino de Capitaneis o Cattaneo, Pavia 
1387 Giovanni de Campacio di Chivasso 
1252 .... ? 

1297 Giacomo de Varano di Piacenza 

1298 Benedetto Alliaudi di Susa 

A ■ ,■ ] 1^41 Ildebrando e Bartolomeo Alfani di Firenze 
^ 1343 Manfredo Frotta di Firenze (3> 
1387 Giacomino Cattaneo suddetto 
1391 Giovanni di Rezeto di Moncalieri 
1394 Matteo di Bonaccorso Borgo di Firenze. 

(1) Riporto la lista del Promis, aggiungendovene due. 

(2) Archivio municipale di Susa. Carte 1320-1390. Questo Bardano 
fu pure maestro a Chanibery, Bourg e Pont d'Ain nel 1338-39. 

(3) Arch. municip. Susa. Carte 1320-1390. Frotta fu pure maestro a 
Bourg S. Maurice nel 1349-50. 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E d'aVIGLIANA 587 



Questi maestri particolari di zecca venivano 
scelti ed esaminati da quattro maestri generali, ed 
una volta nominati all'officina, prestavano un'appo- 
sita cauzione, obbligandosi a tenere al loro servizio 
un numero sufficiente di operai e di impiegati. Essi 
venivano ottimamente retribuiti ; e pare che la ca- 
rica dovesse essere tenuta in alto pregio perchè vi 
ambivano gli stessi nobili. Avigliana poi fu terra di 
abili e fortunati zecchieri; citerò per debito d'onore 
i nomi dei due più illustri e cioè Tommaso Polonia 
e Giacomo Picoz o Picot, entrambi maestri di zecca 
nominati da Amedeo Vili, il primo a Chambery, il 
secondo a Nion, dove tennero alto il prestigio del- 
l'arte monetaria cosi fiorente nella Valle di Susa. 
Passiamo ora in rassegna i danari d'ogni conte : alla 
descrizione numismatica farò precedere alcune brevi 
notizie storiche, giacché mi pare che questo sistema 
meglio contribuisca a farci intendere il senso del- 
l'epigrafia e dei tipi monetari sabaudi. 



Umberto II (1080-1103). 

Nota storica. — Figlio di Amedeo II, suc- 
cesse nel 1091 alla nonna, la famosa contessa Ade- 
laide. Fu signore della Moriana, della Tarantasia, 
dell'Alta Savoia, della Valle d'Aosta, del Canavese, 
del dominio di Susa con Pinerolo. Il titolo che 
ordinariamente usava era quello di conte della Mo- 
riana e di Marchese in Italia. Abbiamo un suo atto 
del 1094 scoperto nell'archivio vescovile d'Ivrea, 
nel quale facendo egli varie donazioni a quella 
chiesa, professa chiaramente, ^.v natione mea lege vi- 
vere romana, cioè di seguire in forma di nazionalità 
la legge romana, donde appare com'egli si conside- 
rasse propriamente italiano. Mori nel 1103. 



588 



RICCARDO ADAHaslO MARINI 





Denaro di Umberto II — gr. 0,95 (i). 

Già il Vernazza aveva intuito che i primi da- 
nari battuti in Susa dovessero appartenere ad Um- 
berto II, ed in prova allegava un documento del 1109, 
inserito nel famoso Chartarmm Ulciense, per il quale 
un tale Oberto si obbliga verso i canonici di quella 
prepositura nel doppio di quanto prometteva et in- 
super poenam librarum decem denan'orum honorum se- 
cusiensium. Ora se nel 1109, quando Amedeo III era 
appena uscito di tutela, noi vediamo specificati nei 
contratti i danari buoni, dobbiamo logicamente ar- 





Denaro di Umberto II — gr. 1,05. 

guire che ne esistevano precedentemente dei non 
buoni, ossia dei debili, già logori e scadenti per la 
circolazione di parecchi anni. Ed a questi ultimi de- 
vono certamente alludere i due documenti di data 
anteriore al 1109: uno dell'archivio capitolare della 
Cattedrale di Torino, già scoperto dal Promis, in 
data 18 giugno 1104, ed è un'investitura concessa 
a Bergundo dal sacrestano della Canonica di S. Sal- 
vatore per la somma di so/idos quinquaginta et quinqiie 



(i) Un gramma equivale a i8 grani, e ogni 5 centigramma ad un 
grano all' incirca, 95 centigr. equivarranno adunque a 17 grani. 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E d'aVIGLIANA 



589 



secusiensium ; e l'altro è l'atto di vendita da me ri- 
trovato nell'archivio notarile di Susa, in data del 
1908, in cui si accenna a iugeri di terra acquistati 
presso Bardonecchia da un certo Martino di Nova- 
lesa per CCL denariis seciisiensibus. 

I danari di Umberto II sono tutti d'argento me- 
diocre ; portano sul diritto la croce, accantonata su- 



0M. 







^ 



inyt' 



Denaro buono di Umberto II — gr. 1,06. 

periormente da due globuletti, con attorno il nome 
+ VMBERTVS; sul rovescio è una stella a sei raggi, 
accostata da due punti obliqui, colla leggenda assai 
chiara + SECVSIA. In una emissione speciale, poste- 
riore di certo al iioo. poiché più raffinata nell'arte 
del primo conio, i danari portano invece della stella, 
un fiore a sei petali colla leggenda + COMES, e sul 





Mèzzo denaro di Umberto II — gr. 0,56. 

diritto, una croce patente come osserviamo spesso 
sulle monete della fine del secolo XII. Osservando 
fe l'orò botità' e peso, i primi esemplari pesano dai 
26 ai là grani, della bontà media di danari 8,t2 e 
8,4 od almeno 6 di argento fino: il che non ci deve 
stu'pire, conoscendo la difficoltà di ben mescolare 
Inargento quando contiene molta lega e la poca pra- 
tica di quei tempi nella chimica metallurgica. Altri 
esemplari invece, di emissioni posteriori alia prima 

75 



590 RICCARDO ADALGISIO MARINI 





Denaro rarissimo di Umberto II 
Stella a otto raggi — gr. 1,15. 

sono del peso di grani 12-14 e della bontà di danari 
7-8 ('^. Di questi danari trovasi anche la metà, ossia 
l'obolo del peso di grani 13 a 18 e di conio simile 
agli interi. Unico fra le monete del tempo è il da- 
naro secusino per il suo tipo : la stella a sei raggi, 
secondo il Ginanni (arte del Blasone, Venezia 1756, 
pag. 156), indica origine italiana, i francesi usandola 
di soli cinque, anzi l'unica moneta italiana di tempi 
a questo più vicini è quella di Lucca battuta dal 
re longobardo Desiderio. Le monete scensine erano 
battute a somiglianza di quella di Aquabella e di 
Vienna nel Delfinato ; l' impronta però varia, tro- 
vandosi nelle segusine, oltre la diversità della leg- 
genda, la stella radiata, dove le altre hanno la testa 
di S. Maurizio. 

Amedeo III (1103-1148). 

Nota storica. — Figlio di Umberto II, al quale 
successe, acquistò ai suoi stati nel 1131 la città di 



(i) L'oro, l'argento, la lega di rame e argento, ed il rame puro 
sono i metalli usati dai Reali di Savoia nella loro monetazione. Nelle 
monete d'oro, questo metallo figura per pili della metà ; in quelle di 
argento, quello trovasi per metà almeno; nella lega o biglione l'argento 
è in quantità minima ; le monete di rame sono sempre pure. Quanto 
al peso, avevamo il marco suddiviso in 8 oncie ; l'oncia in 8 danari ; il 
danaro in 34 grani; il grano in 24 granuli; il granulo in 24 granelline 
Per indicare il titolo ossia la bontà, s' impiegava per l'oro, il carato, di 
cui 24 formavano l'oncia d'oro fino, divisa in 24 grani e il grano in 24 
granellini ; per l'argento, il danaro, dei quali 12 eguagliavano pure 
l'oncia di argento fino. 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E d'aVIGLIANA 



591 



Torino, per forza d'armi. Scacciò dai suoi domini i 
francesi che, istigati da sua sorella Adele, regina di 
Francia, tentavano impadronirsi della Savoia e della 
Moriana. Nel 1140 scoppiarono dissensi tra lui ed il 
Delfino di Vienna, per motivi non ben conosciuti e 
furono il principio di continue guerre fra le due fa- 
miglie rivali. In quell'anno il Delfino fu sconfitto 
presso Monmeliano e, ferito nella mischia, poco dopo 
morì. Nel 1146 Amedeo giurò la crociata nelle mani 
di papa Eugenio III che passava per Susa, e diffatti 
partì. Ma fallito ogni scopo di quella memorabile 
crociata, Amedeo disponevasi a tornare in Susa, 
quando morì, reduce dalla Palestina, nell'isola di 
Cipro, a Nicosia il i aprile 1148. 







Denari oboli di Amedeo III 
1, gr. 1,05 — 2, gr. 0,85. 

Per recarsi in Palestina alla crociata ebbe in 
regalia dal monastero di San Giusto in Susa undici- 
mila soldi secusini. I suoi danari, come più sopra 







Denaro di Amedeo III a quattro globuli. 



592 



RICCARDO ADALGISIO 



^AR|1>J| 



vedesi, portano sul diritto s AiyiEDEys, crocp patente 
cantonata superiormente da due e raramente quattro 
globuli ; nel rovescio, tre globuli disposti su linea 
orizzontale e la leggenda • SECVSIA, e raramente 
anche s SECVEV|TAS; la qual ultima leggenda deve 
interpretarsi per SECV(SIA Ci) VITAS. essendo la E in- 





Denaro di Amedeo III con ^ AMEDEVS COMES 
R SEKVEVITAS ririssimó, 

termedia forse un errore di conio da corregersi 
in CI • Suoi sono certamente tutti questi danari ('), 
non avendone battuti di tali né Amedeo li, né 
Amedeo IV, il quale, pur conservando la zecca 
di Susa, non impresse più il nome della città, ma 
per il primo inaugurò, come già dissi, il COMES SA- 
BAVDIE. I danari di Amedeo III sono peggiori di 
quelli di Umberto II. Dei globuli o palle ch'essi por- 
tano nel rovescio, e della croce sul diritto, conser- 
vasi fra i nostri ragazzi la memoria nel giuoco croce 
e pila. I secusini di questo conte sono di tre conii. 





Mezzo denaro di Amedeo III — gr. 0,70. 

un po' variati, compresi gli oboli. La loro bontà è 
di danari 8, 7,12 e 7,18 ; e due mezzi, eguagliano 
in bontà danari 7 e 5. Pesano grani 19, 18, 16, 15; 



(i) Alcuni rari denari di Amedeo III portano anche la leggenda 
AVEDEVS '^he devesi logicamente interpretare per un errore di conio, 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E D AVIGIIANA 593 

e i mezzi, grani 12 e 8 ' ... Fu sotto il regno di 
Amedeo HI che i soldi secusini cominciarono ad in- 
contrare grande favore anche al di là dell'Alpi, so- 
stituendo spesso nel commercio, i danari viennesi e 
imperiaU. 

Umberto III (11 36-1 189). 

Nota storica. — Nacque da Amedeo III nel 
turrito castello di Avigliana, e trascorse la gioventù 
fra i tempestosi eventi dell'epoca sua. Guerreggiò 
egli pure col Delfino di Vienna che nel 1153 scon- 
figgeva nuovamente sotto le mura di Monmeliano. 
Avversò, colla politica e coU'armi, Federico Barba- 
rossa, che per vendetta gli tolse Torino, gli aizzò 
contro i marchesi di Saluzzo e del Monferrato ed 
infine gli incendiò e saccheggiò la diletta Susa nel 
1174. D'indole piuttosto mite e contemplativa, fondò 
monasteri e conventi, dotandoli regalmente. Morì in 
Altacomba nel 1189, in concetto di santità. Aveva 
sposato tre mogli, dall'ultima delle quali ebbe Tom- 
maso I, che gli successe. 





Denaro debile di Umberto Ul — gr. 0,72. 

La prima moneta che con sicurezza possa dirsi 
di Umberto III, la scoprì il Promis, presso un an- 
tiquario di Torino ; nel diritto ha la croce fatta pa- 
tente per capriccio dell'intagliatore ed attorno il 
nome VMBERTVS; nel rovescio è un fiore a sei foglie 
in luogo della stella, con SECVSIA, ciò che indica aver 
egli continuato a battere in busa. Pesano, tutti i suoi 



594 RICCARDO ADALGISIO MARINI 

danari, grani 34-12 e di bontà vanno da danari 8 
a 7,16. A questi danari appunto il Promis crede ri- 
ferirsi una carta del 1188. quando specifica lire de- 
bilium secusinorum, e veramente paragonando questi 
con i primi secusini, trovansi di molto peggiorati 
nel peso; però nel 11 13 circa dovevansene essere bat- 
tuti dei migliori, vedendosi menzionati in carta di tal 
anno, citata nel Chartarium Ulciense : solidi honorum 
denariorum secusiniensium fortiiim, che correvano coi 
debili, e unitamente ai viennesi, valentiniesi, astesi 
ed imperiali. Le monete di Umberto III sono raris- 
sime, per quanto egli abbia regnato più di 40 anni. 



Tommaso I (i 189-1232). 

Nota storica. — Riottenne dall'imperatore En- 
rico IV, figlio del Barbarossa, la città di Torino ; 
perciò fu sempre principe ligio all'impero. Da Fi- 
lippo di Svevia ebbe l'investitura imperiale degli 
Stati che possedeva, e che gli fu poi riconfermata 
dall'imperatore Ottone IV. Dopo il 1214, chiamato dal 
re di Francia, combattè in Linguadoca gli albigesi". 
Nelle contese fra papa Onorio III e Federico II, par- 
teggiò sempre per questi, onde, per gratitudine, fu 
innalzato alla dignità di vicario* imperiale, nel 1226, 
per il Piemonte e la Lombardia. Aumentò conside- 
revolmente l'influenza della sua famiglia. Credesi se- 
polto nella sacra di San Michele in Val di Susa. 




Denaro buono secusino di Tommaso I — gr. 1,00. 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA K D AVIGLIANA 



595 



Rarissimi pure sono i danari di Tommaso I. 
Trovandosene memoria in carte contemporanee, come 
in una del 1203 (Vernazza, Moneta Secusina 1793) dove 
parlasi di danari secusini vecchi, prova adunque che 
in quell'anno ve n'erano già dei nuovi; ma siccome 
potremmo ancora dubitare se questi non siano i se- 
cusini buoni di Umberto II così specificati per distin- 
guerli da quelli di Umberto III, si ha un altro do- 
cumento del 1225 nel quale parlasi di danari secusini 
nuovi, ed altro del 1229 con danari buoni secusini 
nuovi, il che indica che in quell'anno eransi già bat- 
tuti danari più forti degli antecedenti. I danari di 
Tommaso portano sul diritto la croce patente col 
nome + THOMAS, e sul rovescio la stella a sei raggi 
con + SECVSIA. Hanno quasi sempre il peso di 18 
grani e sono migliori assai dei danari di Umberto III. 

Amedeo IV (i 232-1 253). 

Nota storica. — Nacque nel castello di Mon- 
meliano nel 1197. Continuò la politica del padre, 
legandosi al partito ghibellino e all'amicizia di Fe- 
derico II, ma conservando nel tempo istesso l'ami- 
cizia con papa Innocenzo IV e la pace nel suo regno 
durato circa 20 anni. Sposò le sue figliuole ai mar- 
chesi di Saluzzo e di Monferrato, suoi antichi rivali 
e ottenne dal primo la cessione d'ogni diritto sopra 
Torino, riconducendo questa città, già ribellatasi, 
alla sua obbedienza nel 1235 e assegnandola in ap- 







Denaro grande di Amedeo IV (Susa) — gr. 1,30. 



596 



RICCARDO ÀDALCtàlO MARÌIÌI 



pannaggio a suo fratello Tommaso, ma serbando 
per se le ragioni di alto dominio. Dopo uri regnò 
dissennato e felice morì a Monmeliaho nel t253 e fu 
sepolto nella badia di Altacomba. 

Battè in Silsa ed apri ìà zecca di Avigliana. I 
suoi danari hanno diametro diverso, tutti colla croce 
patente e noh, Con fiore a sei foglie oblunghe o meglio 
stella a sei raggi, accostata ora da litìò ora da due 
globuli e colle leggende + A-M' * éowÈS, oppure 
4 Ai^ED * CdMÉS oppure aricora + • A o m * eoMÉè 
sul diritto, e + SABA^tìrE sul rovesciò, dicitura da 
lui sostituita alla ptìtrn. SÉéVSlA, quasi ad affermare 
la propria autorità di regnante fra gh altri soVra'rii 
del tempo. I dariari più grandi che h'afirio due glò- 




Obolo bianco di Amedeo IV (Susa) — gr. 0,70. 

bùli dal lato della stella, pesano grani 22-24, ed ini 
bontà danari 8,21 ; al^ri, certamente la metà dei 




Obolo bianco di Amedeo IV (Susa) — gr. 0,80. 



primi, ma con un solo globuletto dal lato della croce 
ed un altro dal lato della stella pesano grani 13 ed 
in bontà danari 9 ; inoltre altri danari, simili a questi 
secondi, meno che la leggenda Amedens Comes è dal 
lato della croce dovè quelh l'hanno dat lato della 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E DA VIGLIA NA 597 




Obolo di Amedeo IV (Avigliana) — gr. 1,05. 

stella, pesano egualmente grani 13, ma hanno solo 
la bontà di danari 2,12. Questi, che per l'antichità 
loro si distinguono facilmente da quelli di Amedeo V 
e non possono confondersi con quelli del ITI, non 
v'ha dubbio che siano tassativamente del quarto 
Amedeo. Il peso e la bontà dei primi e dei secondi 
corrisponde in tutto ai segusini forti, e gli ultimi 
possono essere una frazione, quasi un quarto dei 
primi, oppure la meta di un'altra moneta posteriore 
più debole. Non portano più, come dissi, il nome 
della città Secusia, ma nelle carte continuano a chia- 
marsi danari secusini e si battevano non soltanto 
più in Susa, ma pure in Chambery e a San Maurizio 
d'Agauno, colla stessa legge, peso e bontà che bat- 
tevansi i danari segusini. Altra ragione questa, per 
cui Secusia fu sostituita con Comes sabaudie, indican- 
dosi così il contado tutto ove coniavasi la moneta 
del conte. 



Pietro II (1263-1268). 

Nota storica. — Altro figlio di Tommaso I, 
successe al nipote Bonifacio, nel trono sabaudo al- 
l'età di 60 anni, dopo aver trascorso quasi tutta la 
sua vita in Inghilterra, alla corte di Enrico III e di 
Riccardo I suoi parenti. Da questi ricevette l'inve- 
stitura di Aosta, del Chiablese e di Vaud. Nel 1266 
i Bernesi lo elessero loro signore. Morì nel 1268 nel 
castello di Chillon sul lago di Ginevra. Per le sue 

76 



598 



RICCARDO ADALGISIO MARINI 



gesta gloriose e battagliere fu soprannominato il 
Piccolo Carlomagno. 




Denaro forte di Pietro II (Susa) — gr. i,o6. 

Battè anche in Susa ed in Avigliana quei da- 
nari forti menzionati in una carta del 1264, eguali 
ai danari viennesi, moneta comune a quei tempi e 
l'unica nominata dal conte Pietro nel suo testamento. 
Identici danari aveva già battuto in Susa, il suo pre- 
decessore conte Bonifacio. I danari di Pietro portano 
sul diritto la grande stella a sei raggi colla leggenda 
+ o p o COMMES e sul rovescio la croce patente con 
+ SABAVDIE. 

Filippo I (1268-1285). 

Nota storica. — Nato nel 1207 in Aquabella, 
successe, egli pure in età di 60 anni al fratello Pietro, 
dopo aver trascorso la vita nella carriera ecclesia- 
stica, diventando anche vescovo di Valenza. Regnò 
ancora 16 anni senza infamia e senza lodo, parteg- 
giando più per il papato che per l'impero. Morì 
nel 1285. 





Denaro forte aviglianese di Filippo I — gr. 1,05. 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E d'aVIGI.IANA 



599 



Battè in Avigliana la maggior parte delle sue 
monete. In conto del Castellano di detta Città, per 
il 1272, leggesi : in stipendmm ciimsdam mincii niissi 
ad dominum comitem prò moneta nona. Dal che ri- 
sulta che in detto anno si coniarono in Avigliana, 
per ordine di Filippo I, nuove monete, migHori delle 
antecedenti ; e pare che sotto questo conte la zecca 
di Susa, di cui non troviamo notizia, cedesse il pri- 
mato a quella di Avigliana soltanto. In altro conto 
della mistrallia di Chambery dal 1271 al 1272 tro- 
vansi menzionati danari forti vecchi e fiorini d'oro. 
I forti vecchi erano di Susa. e secondo lo stesso 
conto, venticinque lire di essi corrispondevano a 
ventitré nuovi di Chambery. I danari di Filippo co- 
niati in Avigliana, rarissimi, ed oggidì quasi ir- 
reperibili portano sul diritto la croce patente con 
+ PH • COMES od anche + PHILIP ■ COMES • e nel ro- 
vescio la stella a sei raggi con + SABAVDIE • 

Amedeo V il Grande (1285-1323). 

Nota storica. — Figlio di Tommaso II, nacque 
in Bourget nel 1249. Ebbe regno lunghissimo e co- 
ronato di prosperi successi. Guerreggiò coi Delfini 
di Vienna e coi conti di Ginevra, per questioni di 
giurisdizione coi limitrofi, riuscendo ogni volta, colla 
sua accortezza, a ricavarne segnalati vantaggi per 
i suoi Stati. Nel 1290, dopo aver combattuto insieme 
con Filippo il Bello contro i Fiamminghi, prestò va- 
lido soccorso ad Asti contro il marchese di Mon- 
ferrato, che in quella guerra morì prigioniero. Nel 
1305 ottenne il vassallaggio dei marchesi di Saluzzo 
e nel 1313 il vicariato imperiale in Lombardia da 
Arrigo VII di Lussemburgo, unitamente alla città 
di Ivrea la cui investitura fu confermata dal libero 
volere della cittadinanza. L' impresa sua maggiore 



6oo 



RICCARDO ADALGISIO MARINI 



fu la liberazione di Rodi assediata dai Turchi nel 
1316, per il qual fatto vuoisi attribuire a lui la pa- 
rola FERI, introdotta nel suo stemma, e comunemente 
spiegata per Fortitudo Eius Rhodum tenuti. Morì in 
Avignone nell'ottobre 1323. 




Grosso di Piemonte di Amedeo V (zecca d'Avigliana) 
gr. 2,25. 



Contemporaneamente che a San Sinforiano di 
Ozon, Amedeo V batteva i famosi grossi di Pie- 
monte in Susa e in Avigliana, trovandosi in conto 
del Castellano di Susa dal maggio 1297 al maggio 
1298 che un Durando de Auenione, lo stesso certa- 
mente che lavorò in Torino per Filippo, primo prin- 
cipe d'Acaia, pagò dieci lire prò sigillo concessionis 
monete scudende apud secnsiam nello stesso tempo che 
quel d'Avigliana ricevette una somma da Jacopo da 
Varano et sociis ejus scudentibus monetam apud Auil- 
lianam. Inoltre in conto del tesoriere generale dal 
settembre al dicembre 1298 leggesi : de IP libris 
receptis de domino Benedicto Alliaudi de Secusia de 
exitu monete Secusie, indi Hbrauit per mannm Anthonii 
de claromonte, Rosseto de Sancto Raguemberto clerico 
prò expensìs suis et monetariorum quos duxit secum 
apud Auillianam faciendis per litteras dicti Rosseti de 
recepta, qnas ostendit datas die mercurii ante festum 
beati luce attuo nonagesimo octauo. 

Con ciò, il Vernazza credette che si lavorasse 
in Susa, in attesa che fosse preparato il locale per 



Lli ANTICHE ZECCHE DI SUSA K d'aVIGLIANA 6o1 



la zecca di Avigliana; ma i! Proinis avendo trovato 
nel conto del tesoriere generale per il 1298 de VI" 
LXXXVI Itbris viennensibus receptis de benedicto Al- 
liaudi per mannm Johannis bergoiiini Corsini chambe- 
riaci videlicet quingentas triginta sex libras de exitibus 
monete auilliane, il Promis, dico, è di opinione che 
l'AUiaudi rilevasse la zecca di Susa al Durando Car- 
rerie di Avignone che aveva già da Filippo di Sa- 
voia-Acaia quella di Torino, e che poi ritirandosi il 
Varano da Avigliana, rilevasse anche questa. Sic- 
come poi, due zecche così vicine non avrebbero po- 
tuto avere pasta a sufficienza per mantenersi attive, 
così sembra probabile, per quanto non certo, che in 
detta epoca, si chiudesse, per breve, la zecca di Susa, 
non trovandosene più notizie nei documenti del tempo. 
Sopra le monete di Amedeo V — grossi di Pie- 
monte e sue frazioni, le quali portano spesso la 
stella invece dell'aquila — noi troviamo il nome del 
novello possesso, Amedeus Pedemontensis, alludendosi 
così al Piemonte, che gli fu solennemente dato nel 
1310 da Arrigo VII di Lussemburgo ; ma non tro- 
viamo ancora il titolo di Marchio, messo sulle mo- 
nete di Aimone, di Amedeo VI e dei loro succes- 
sori. Sotto Amedeo V la monetazione muta in- titolo 
e in peso fra Savoia e Piemonte ; e però di molto 
migliore alle monetazioni precedenti. Sul diritto ab- 
biamo l'aquila a due teste, coH'ali spiegate, sormon- 
tata d'un punto secreto, colla leggenda + ■ AMED-S '■■ 
COMES ; SAB' ; sul rovescio la croce patente formata 




Quarto di grosso di Amedeo V con stella sui diritto, 
gr. 0,60. 



6o2 



RICCARDO ADALGISIO MARINI 



da quattro angoli retti, che taglia la leggenda, can- 
tonata dalle lettere A, M, E, D'; ^ PED | MON | TEN SIS. 
In un piccolo danaro di soli 12 grani di peso — 
mentre i grossi di Piemonte pesano generalmente 
dai 40 ai 45 grani — abbiamo invece sul diritto la 





Quarto di grosso di Amedeo V con stella sul rovescio. 

solita croce patente cantonata dalle lettere A, M, E, D', 
colla leggenda - AMEDEVS, e sul rovescio la stella a 
sei raggi con un punto centrale e la leggenda COMES 
SABAVDIE. 



Aimone (i 329-1 343). 

Nota storica. — Nato nel 1291, aveva tra- 
scorso la sua giovinezza nella carriera ecclesia- 
stica, quando nel 1329, gli Stati generali raccolti 
in Chambery lo chiamarono a succedere al fra- 
tello Edoardo, morto pochi mesi prima. Fu d'animo 
mite e generoso. Costretto a combattere, come i 
suoi antenati, contro il Delfino di Vienna. Guido ed 
il figlio suo Umberto, uccise in battaglia Guido e 





Seseno bianco grosso di Aimone (zecca d'Avigliana). 
gr. 2,13. 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E d'avIGLIANA 603 

ridusse a miglior consiglio il Delfino Umberto che 
con lui si pacificò. Assistè nobilmente Giacomo, prin- 
cipe d'Acaia, contro la lega guelfa, di cui trionfò. 
Prestò aiuto a re Filippo di Francia contro Edoardo III 
d'Inghilterra, nell'assedio di Tournai, e riuscì a pa- 
cificare i due rivali. Morì nel 1343 in Monmeliano. 
Il conte Aimone concesse le zecche di Avigliana 
e di Donnaz (Valle d'Aosta) ad Aldebrando Alfani 
di Firenze ed a Bartolomeo suo figlio, per tre anni 
colla permissione di battere al marco di Lione : 
i.° Sezeni bianchi grossi ad t\ et scntellnm simili a 
quelli di Chambery a danari 4.12 d'argento le roy 
ed a soldi 7 e da aver corso per sei danari forti ; 
2.° danari doppi bianchi minuti ad s et scutelhim 
pure simili a quelli di Chambery, ma a danari 2,12 
dello stesso argento, ed a soldi 13, da aver corso 
per due danari forti bianchi; 3.° minuti piccoli oboli 
bianchi ad crucem et a a danari 1,4 dello stesso ar- 
gento ed a soldi 32 e da aver corso ogni due da- 
nari per un forte bianco ; 4." grossi oboli bianchi 
ad crucem in latere dextro et ad florem lilii habentem 
parvam crucem prò pede cmn suprascriptione nominis 
nostri secondo quelli di Pont d'Ain a danari 6 d'ar- 
gento le roy ed a soldi 8 al marco di Troyes e cia- 
scun obolo per 15 danari piccoli tornesi; 5.° moneta 
vera doppia, minuta, detta redattese ad crucem ha- 
bentem in qttolibet hrachio florem lilii et ab alia parte 
prò pila manu florem lilii come quella di Pont d'Ain, 
a danari 2 del suddetto argento ed a soldi 16 e da 
aver corso per tornesi piccoli due e mezzo; E pur 
detto nella stessa concessione che loro si permette 
di battere monete grosse e piccole, sempre in Avi- 
gliana e Donnaz, simili nell' impronta, legge e peso 
a quelle dei signori di Milano, fuorché invece del 
loro nome sia il suo et ubi est a parte pile umis scutus, 
sii unus ntiles tenens in marni lanceam seit massiam 



éo4 RICCARDO ADALGISIO MARINI 




Piccolo obolo bianco ad crucem di Aimone — gr. o,4a. 

loco ferie, come loro verrebbe ordinato. Diversi sono 
i diritti e i rovesci dei danari di Aimone, come più 
sopra accennati ; in questi, sopra riprodotti e battuti 
in Avigliana, abbiamo nel primo, ch'è un sezeno 
bianco grosso, la lettera A con quattro stellette a 
cinque raggi e la leggenda + IMO ° COMES ° SABAVDIE, 
e sul rovescio lo scudo di Savoia colla leggenda 
+ IN ITALIA o MARCHIO ; e nel secondo invece, ch'è un 
piccolo obolo bianco, abbiamo l'A semplice colla leg- 
genda + % IMO % COMES, e sul rovescio la croce pa- 
tente, cantonata di un punto al i.° e 3.° quarto, ta- 
gliante la leggenda, + o SA | BA | VD | lE. 

Amedeo VII il Conte Rosso (i 383-1 391). 

Nota storica. — Nacque in Avigliana nel 1360. 
Passò la sua giovinezza fra le armi ed i tornei, ove 
diede prove superbe del suo ardimento e della sua 
cavalleresca cortesia. Guerreggiò nelle file di Carlo VI 
re di Francia e sotto le mura di Burburg sconfisse, 
a singoiar tenzone, i tre campioni inglesi, alla lancia, 
alla spada e all'azza. Per cui la sua gloria, dopo tal 
fatto, divenne immortale. Assediò e prese d'assalto 
la contea di Sion ai Vallesani. Annesse ai suoi do- 
minii la contea di Nizza nel 1388, dando così alla 
sua casa, e per la prima volta, stabile dominio sulle 
coste del Mediterraneo. Ridusse a novella obbedienza 
e vassallaggio i marchesi di Saluzzo che gli si erano 
ribellati. Per una ferita riportata alla coscia in una 



LE ANTICHE ZECCHK DI SUSA E d'aVIGLIANA 



605 



caccia al cinghiale nel Chiablese, si portò a Ripaglia 
dove morì giovane di 31 anni nel 1391, compianto 
ed amatissimo da tutti i suoi popoli. 





Fiorino'd'oro di Amedeo VII 
'^ AMED ■ COMES • SAB — R) S • lOHANNES B • 

Il 14 giugno 1384, Amedeo VII concedeva in 
Torino a Giacomo o Giacomino De Capitaneis da 
Pavia di poter lavorare al marco di Troyes per due 
anni, cominciando da quel giorno tam in Secusia 
quam alibi ultra montes, fiorini d'oro di buon peso, 
fiorini di piccolo peso, mezzi grossi corrispondenti 
agli antichi mezzi grossi di Piemonte, quarti, bianchi, 
forti neri e viennesi neri. Tali lettere noi ritroviamo 
in conto del Cattaneo, come maestro in Susa, reso 
per il suo esercizio dal 14 giugno 1384 al 31 lu- 
glio 1385, dopo il qual tempo deve aver rimesso 
l'officina di Susa a Giovanni de Campacio ed essersi 
trasferte in Avigliana come appare da questo com- 





Mezzo grosso di Amedeo VII (Avigliana) — gr. 2,00. 

putttm Symonis fìlli et heredis Jacobim de Captanei de 
papia magistri monetarum domini de c.xitu et seignoria 

77 



6o6 RICCARDO ADALGISIO MARINI 

monetarum quas cudi et fabbricavi fecit apud Auillia- 
nam usque ad diem decimam quartam mensis maii anno 
domini millesimo CCCLXXX septimo quibtis die et anno 
facta fiiit ultima expeditio monetarum de quarum sei- 
gnoria inferius computai. Ed in prova della rimes- 
sione della zecca di Susa al de Campacio abbiamo 
una notizia nel conto di Amblardo Gerbasio teso- 
riere generale per il 1387, secondo il quale Hbravit 
die XIX lulii magistro Johanni vioneti misso Auinio- 
nem prò ibidem fieri /adendo exayia de monetis auri 
et argenti fabbricatis Secusie per magistrum Johannem 
de Campacio de Clattasio magistrum monetarum domini, 
inclusis quatuor florems datis per dictum Johannem 
magistro qui dieta exayia fecit prò eiiis labore Xl/s. 
Xd. ob. gross. 





Viennese nero di Amedeo VII (Susa) — gr. 1,03. 

Dopo il 1387 non troviamo più menzione di 
questa zecca. Ma il 23 febbraio 1391 Amedeo con- 
cede ancora con sue lettere patenti la zecca di Avi- 
gliana a Giovanni di Rezeto da Moncalieri, con per- 
missione di battervi scudi, mezzi grossi, quarti, forti 
e bianchetti, e grossi collo scudo della croce sor- 
montato da elmo col cimiero di Savoia, cioè d'un 
teschio di leone alato, già adottato da Amedeo VI 
col motto del Conte Rosso EN PREV e col rovescio 
simile ai grossi tornesi dell'O rotondo di Asti e di 
Cortemiglia. Le leggende, per i danari battuti in 
Susa ed in Avigliana, sono le seguenti: sui diritti h 
nel mezzo contornato da -1- MED l COMES * SA8AVDIE 
od anche solo -»- M' « COMES * ; e sui rovesci * INIT | 
ALIA I MAR I CHIO, oppure soltanto + SABAVDIE. 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E u'aVK. LIANA 



607 



Amedeo Vili 
(Conte 1391-1416, Duca T416-1439). 

Nota storica. — Nacque nel 1383 in Cham- 
bery. Nel 1401 acquistò la contea di Ginevra e ne 
portò il titolo. Ampliò i suoi dominii dalle foci del 
Varo sino all'estremità del lago Lemano. Nel 1416 
fu creato duca di Savoia dall'imperatore Sigismondo 
venuto espressamente a Chambery. Morto, senza 
prole, il principe Ludovico d'Acaia nel 1418, tutto il 
Piemonte entrò a far parte degli Stati di Amedeo Vili. 
Nel 1430 pubblicò gli Statiita Sabaiidie. Scontento 
e nauseato del mondo, si ritirò nel monastero di 
Ripaglia, ove con sei cavalieri — dopo aver abdi- 
cato in favore del figliuolo Ludovico — vestì il ru- 
vido manto di anacoreta, e portò al collo una croce 
d'oro per distintivo della passata grandezza. Così 
fu istituito l'ordine cavalleresco di San Maurizio che 
in seguito molto si ampliò, e divenne uno degli onori 
concessi dalla Casa di Savoia. Fu eletto papa col 
nome di Felice V, ma dopo otto anni rinunziò in 
favore di Nicolò V, che lo ricolmò di onori e pri- 
vilegi. Morì a Ginevra nel 1451, dopo 12 anni di 
vita ecclesiastica. 








Mezzo grosso aviglianese eli Amedeo Vili — gr. 2,23, 



Con ordinanza di Bona di Savoia, avola e tutrice 
di Amedeo Vili, data a Chambery il 23 gennaio 1392 



6o8 



RICCARDO ADALGISIO MARINI 



fu concesso a Giovanni di Rezeto di battere in Avi- 
gliana grossi tornesi di Savoia, mezzi grossi, quarti, 
neri e bianchetti, cioè le stesse monete d'argento che 
trovansi nell'ultima ordinanza di Amedeo VII. Matteo 
di Bonaccorso Borgo da Firenze, lavorò appunto per 
Amedeo Vili nella zecca di Avigliana dal 1394 al 
1400, e, come già dissi, essendo egli stato accusato 
per la seconda volta di falsificare monete da esso 
battute in Avigliana, per salvarsi dalla pena venne 
a composizione col fisco nel 1405. I grossi danari 
aviglianesi, hanno adunque sul diritto lo scudo di 
Savoia, pendente, caricato dell'elmo, sormontato dal 
cimiero di Savoia a destra, tagliante in alto la leg- 
genda, in un contorno formato da sei lacci separati 
da due foglie con AMEDEVS ^ DEI § GRACIA ° COMES ; 
e sul rovescio la croce di San Maurizio accompa- 
gnata da quattro margherite a sei foglie, in un doppio 
contorno di mezzi cerchii e quattro angoli alternati- 
vamente acuti, accompagnati di otto punti aperti con 
+ SABAVDIE ° IN ITALIA ° MARCHIO. Sopra i quarti di 




Quarto di grosso aviglianese di Amedeo Vili — gr. 1,54. 



grosso e sopra alcuni viennesi neri abbiamo invece 
sul diritto il motto FERI colla leggenda + AMED o 
COM * SABAVDIE e sul rovescio la croce semplice con 
+ IN ITALIA * MARCHIO. 



LE ANTICHE ZECCHE DI SUSA E d'aVIGLIANA 609 



Tutti i tipi riprodotti in questo modesto lavoro 
appartengono esclusivamente alla zecca di Susa e 
di Avigliana. Quanto poi ai primi danari battuti in 
Susa da Umberto II e da Amedeo III, dobbiamo 
ancora ricordare ch'essi sono complessivamente i 
Danari Palatini che si coniavano per ordine del 
principe in palatio principis e non altrove. Diffatti 
Carlo Magno con sua speciale ordinanza delibe- 
rava che Nullo alio loco moneta sit nisi in Palatio 
nostro, .... nullo alio loco moneta parcutiatur nisi ad 
Curtem, et UH Denari! Palatini mercentw et per omnia 
discurrant (Capitul. Reg. Frane. I, 433, 464). Ora 
noi sappiamo che in palatio Secusie risiedeva Ade- 
laide nel 1073 coi figli e nipoti, fra i quali Um- 
berto II (Chart. Ulc. Eccl.) e che in Palatio Secu- 
siensi stava nel 1234 Amedeo IV (Guichenon. Pretives, 
66). Tutti i danari palatini poi s'attenevano per il 
tipo a quanto prescrisse Carlo il Calvo nel suo 
Edictum Pistense del 864, capit. XI e cioè che In 
Denariis novae nostrae monetae ex una parte Nomen 

Nostrum habeatur in gyro ex altera vera parte 

Nomen Civita tis, et in medio Crux habeatur. Conclu- 
dendo, le prime monete secusine, ed in seguito anche 
quelle di Avigliana, furono sempre battute nello 
stesso palazzo del loro signore, con maestri ed operai 
quasi sempre forestieri, o se della valle, estranei 
alla sede di zecca. 

Susa, Settembre igo8. 

Dott. Riccardo Adalgisio Marini. 



6lO RICCARDO ADALGISIO MARINI 



BIBLIOGRAFIA NUMISMATICA 

DI SUSA E d'AvIGIJANA (0 



PiNGON : Angusta Taurinorum, 1577. 

Bailly (Gasparo) : Tratte sur le renfort et le rabais des monnaies, in-4. 

Lyon, 1668. 
Argelati : De inonetis Italiae variorum illustrium virorum dissertationes, 

cinque volumi. Milano, 1730. Volume V. 
Zanetti : Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia. Bologna, 1775-89. 
Vernazza : Della moneta secusina. Torino, 1793. 
GuicHENON : Histoire généal. de la royale Maison de Savoie. Preuves. 

Lyon, 1660. 
Muratori : Aniiquit. ital. medii aevi. Milano, 1739. 
Perrin : Le monnayage en Savoie sous les princes de cette Maison. Cham- 

bery, 1872. 

Catalogue du Médaillier de Savoie. Chambery, 1883. 

Promis (Domenico) : Monete dei Reali di Savoia. Torino, 1841. 

Monete del Piemonte inedite o rare. Torino, 1852 e Supplemento, 

Tomo XXI, Misceli. Stor. Patria. Torino, 1866. 
Rabut (Francois) : i", 2'"^ j™"^ 4^ Notices sur quelques monnaies de 

Savoie inedites. Chambery, 1851-1860. 
Promis (Vincenzo) : Tavole sinottiche delle monete italiane. Torino, 1869. 
Bazzi e Santoni : Raccoglitore di monete italiane. Camerino, 1883, 
Blanchot (Adrien): Nouveau Manuel de Numismatique du Moyen-àge et 

moderne. Paris, 1890. Voi. I, 
Engel et Serrure : Tratta, de Numismatique du Moyen-àge. Parigi, 1891. 

Voi. II. 

R. A. M. 



(i) Accenno in questa breve bibliografia, soltanto alle opere prin- 
cipali che interessano la nostra zecca, tralasciando di proposito la cita- 
zione di tutte quell'altre che per il nostro lavoro non furono di pronto 
ed utile giovamento. 



MEDAGLIA 

DEL 

CARDINALE DI QRANVELLE 




Presentiamo ai lettori la bella ed artistica medaglia del 
Cardinale di Granvelle, opera pregevole dell'ultimo periodo 
della rinascenza italiana, e aggiungiamo qualche sommaria 
notizia sui personaggi rappresentativi e sull'artista che la 
scolpi, incoraggiati a far ciò dall'illustre Direttore di questa 
Rivista. 

La medaglia è stata brevemente notata dall'Armand (i): 
ma alcuni maggiori schiarimenti non saranno superflui. 

Il Cardinale Antonio Perrenot di Granvelle, figlio di Ni- 
colò, primo ministro di Carlo V, fu — come si sa — uno 
dei più abili politici del secolo XVI. Prese parte alle Diete 
di Worms, di Ratisbona e al Concilio di Trento. A soli 23 anni 
fu fatto Vescovo di Arras, poi Arcivescovo di Melines, e 



(l) Médailleurs lìaliens. Voi. I, pag. 265 (Paris, E. Plon, 1883). 



PIETRO BROCCOLI 



finalmente — nel 1561 — sotto il pontificato di Pio IV, Car- 
dinale. A 32 anni d'età subentrò al padre nella dignità di 
Consigliere di Stato, e fu custode dei sigilli dell'Impero. Go- 
dette la fiducia di Filippo II, succeduto al padre Carlo V, e 
i trattati di Passau e di Castel Cambrese nel 1559, sono 
opera sua. 

Nel 1571 all'incirca, per le crescenti invasioni del Turco, 
e dopo la presa di Cipro, con la caduta e gli eccidii di Ni- 
cosia e Famagosta, porgendo orecchio alle istanze di Pio V, 
i principi cristiani si persuasero di dover stringere una lega 
contro il Turco. 

Filippo II incaricò il Cardinale di Granvelle per le trat- 
tative. Gli dette per aggiunti il Cardinale Pacheco e Gio- 
vanni Zurriga, e tutti e tre conchiusero felicemente l'accordo 
(che fu ratificato in un Concistoro a Roma il 25 maggio 1571), 
con grandissima soddisfazione del Re di Spagna, del Papa 
e della Repubblica Veneta (1). 

Avendo il Cardinale di Granvelle maggiormente contri- 
buito a questo successo, il Re di Spagna lo ricompensò con- 
ferendogli il Vice-Reame di Napoli, che di Granvelle accettò, 
facendo nell'aprile del 157 1 il solenne ingresso nella capitale. 

Pio V — succeduto al suo omonimo IV — lo nominò 
Legato Apostolico di Napoli. 

Don Giovanni d'Austria, fratello naturale del Re di 
Spagna, venne creato dai Legati generalissimo di tutta l'ar- 
mata, ed ebbe per consiglieri Giannandrea D'Oria e Luigi 
Requenses. 

La flotta della Santa Sede era capitanata da Marco An- 
tonio Colonna e la veneta da Barbarigo (2). 

Erano dell'armata il Principe di Parma, Andrea Provana, 
Sebastiano Veniero e molti altri guerrieri già distintisi in 
precedenti e segnalate imprese. 

Granvelle ricevette solennemente a Napoli, con gli altri 
capi e generali, Don Giovanni d'Austria, qui prit de sa main 



(i) Mémoires du Card, de Granvelle, par un Religieux Bénédetin de 
la Congrégation de Saint Vanne — à Paris — chee Guillaume Dupres, 
lyS} (Tome II, Chapitre III, pag. 106). 

(2) Henrion : Storia Universale delta Chiesa (voi. IX, a. 1571, pag. 29). 



MEbAGLlA DEL CARDINALE DI GRANVELLE 613 



l'étendard de l'Eglise et le bàion de General que lui avoit 
envoyé le Pape Pie F{i). 

E qui fermiamoci, ricordando solo che la famosa batta- 
glia di Lepanto — con la vittoria degli alleati — segui il 
7 ottobre 157 1. 

La nostra medaglia rappresenta precisamente la solenne 
consegna dello stendardo, fatidico talismano della gran vit- 
toria. Essa è di una fattura superbamente classica, tanto nel 
busto del Cardinale, quanto nella rappresentazione della 
consegna del vessillo. Tutti i piani sono veramente studiati 
e perfettamente giusti. La prospettiva è curata al massimo 
grado, ed il gruppo è di una grandiosa impressione e di un 
effetto più che mai pittorico, rilevando l'eccellenza dell'artista 
che la modellò. 

Essa è di centim. 43 di diametro, e di gr. 35,500 di peso. 
Si presenta con un orlo alquanto basso e con un cerchio 
all'esterno di perline tanto al diritto quanto al rovescio. 

Al diritto, all'intorno, vi è la leggenda: ANT • S • R • E ■ 
PBR • CARD • GRANVELLLANVS, cioè: Antonius Sanctae Ro- 
manae Ecclesiae Presbyter Cardinalis Granvellamis. Nell'area 
si vede, a buon rilievo, il busto a destra del Cardinale An- 
tonio Perrenot di Granvelle, a testa nuda, con affluente 
barba, portante sulle spalle la mozzetta coi relativo cap- 
puccio. Sotto al busto, a piccoli caratteri, vi è il nome del- 
l'artefice che eseguì il conio, cioè : 10 • v ■ melon: f • Joannes 
Vincentius Melon fecit. 

Il rovescio presenta un gruppo veramente artistico e 
grandioso. A destra vedesi, su due gradini, un altare di base 
quadrata, a tempietto, dalle colonne tortili, dal tetto piano, 
sormontato da una piccola croce. Poggia, sulla mensa, il ta- 
bernacolo, pure a tempietto, di base quadrata, con cupola e 
croce. Il paliotto porta lo stemma del Cardinale, e sopra lo 
stemma è sovrapposto il cappello cardinalizio. Sul piano da- 
vanti, e sul primo ed ampio gradino, vediamo seduto sul 
faldistorio il Cardinale coi paramenti pontificali, cioè piviale 
e mitria in capo, che tiene con la mano destra il vessillo svo- 



(i) Mémoires du Card, de Granvelle (Tome II, Chapitre III, pag. 107). 



6l4 PIETRO BROCCOLI 



lazzante, su cui, nella parte più larga, è rappresentato Cristo 
in croce. L'asta dello stendardo termina con una crocettina. 

Il pavimento è ricoperto da un tappeto sul quale vi è 
un cuscino che accoglie genuflesso, nel superbo ed elegante 
costume dell'epoca, Don Giovanni d'Austria, in atto di pren- 
dere con nobile posa, con la destra lo stendardo che il Car- 
dinale gli porge, mentre poggia la mano sinistra sull'elsa 
della spada. 

Alle spalle del glorioso vincitore di Lepanto, si scorgono 
tre nobili principi, che probabilmente raffigurano i valorosi 
capitani Marco Antonio Colonna, Barbarigo e D'Oria. Dietro 
di essi, e vicino al cerchio di perline appare la figura di un 
altro guerriero, che potrebbe rappresentare il Veniero. E al 
di là dell'altare fanno capolino un cardinale, un prelato ed 
un nobile, e non è azzardata 1' ipotesi che nelle tre figure 
dovessero ravvisarsi il Cardinale Pacheco, Giovanni Zurriga 
e forse il principe di Parma. I gruppi del secondo piano 
sono contornati da una fitta selva di alabardieri. 

Nello sfondo poi vedonsi delle arcate con pilastri, che 
danno l' idea di una navata di un tempio, e sopra l'archi- 
trave, e precisamente nel posto del fregio, vi sta scritto 
— fra due punti — il motto • IN HOC VINCES • 



Ed ora qualche cenno sull'eccellente artista che modellò 
la medaglia, firmandola • io • v • melon : f • 

Veramente gli storiografi non sono d'accordo riguardo 
all'epoca in cui dimorò a Roma l'artista, o se questi si chia- 
masse di cognome precisamente Melon, asserendo il Nagler ('), 
che Giovanni di Melon (o di Milan) si chiama un medaglista 
che lavorò in Roma dal 1573 al 1580 (secondo l'Armand 
dal 157 1 al 1579) e aggiungendo che la parola Milan indica 
trattarsi di un milanese, e perciò il cognome doversi desu- 
mere dalla V. 



(i) Die Monogrammaien, fortgesetet von D. A. Andressen et C. Clauss. 
Mùnchen und Leipzig. G. Hirth's l^erlag (s. a.). Voi. IV, pag. 79, n. 222. 



MEDAGLIA DEL CARDINALE DI GRANVKLLE 615 



Passiamo in breve rassegna, per una certa analogia, 
alcune altre medaglie dello stesso artista. 

Il KoHLER (XII, pag. 337) descrive una medaglia per 
l'ingresso di Don Giovanni d'Austria in Tunisi, e l'attribuisce 
a /. V. Me loti. 

Sopra altra medaglia, col busto del Cardinale Alessandro 
Farnese, e con la facciata della chiesa dei Gesuiti in Roma, 
sta scritto Jo. V. Milan f. e fecit anno doni. ijyj. 

Una grande e bella medaglia, che il Venuti vuole del 
1579, e che reca l'immagine di Gregorio XIII, ha sotto il 
braccio del Papa la firma Jo. V. Milan, e, nel verso, è rap- 
presentata la Giustizia sul trono, e la Pace con la cornu- 
copia. 

Siamo piuttosto proclivi a convenire con l'Armand nello 
stabilire che l'artista lavorasse in Roma dal 1571 al 1579, 
per il fatto che incise una serie di medaglie illustranti il so- 
lenne avvenimento della consegna dello stendardo. E se si 
considera che la battaglia di Lepanto avvenne il 7 ottobre 
157 1, e che la consegna precedette la battaglia, si vede fa- 
cilmente come l'opinione nostra possa avere fondamento di 
verità. 

Non concordiamo col Nagler, e crediamo arbitraria la 
sua asserzione, che il cognome dell'artefice sia indicato dalla 
lettera V., perchè il Nagler ha conosciuto ben poche opere 
del nostro medaglista, in confronto dell'Armand ; ma tuttavia 
abbastanza per poter rilevare le due forme della segnatura 
di lui, cioè : Melon e Milan. 

Crediamo che la V indichi l' iniziale del nome Vincenzo, 
comunissima abbreviazione di Giovanni Vincenzo, in Italia 
assai frequente fino al principio del secolo XIX, a guisa di 
tanti altri nomi doppi ricordanti dei Santi largamente vene- 
rati fra il popolo. Quindi ci persuadiamo che l'artista sia 
italiano, tanto più che la maniera dell'arte, lo stile della com- 
posizione e la vigorosa e morbida esecuzione della medaglia 
hanno tutti i caratteri del periodo della rinascenza. 

La vittoria di Lepanto dette la stura ad un seguito di 
medaglie eseguite dallo stesso artista, e l'Armand ne de- 
scrive altre, qualcuna delle quali presenta delle varianti nella 
forma della segnatura. 



6l6 PIETRO BROCCOLI 



Una prima, nel diritto e nel rovescio è uguale a quella 
descritta, ma di soli cm. 32 di diametro. 

Una seconda, di cm. 43 di diametro ha, al diritto, la 
leggenda ANT • S • R E ■ PBR • CARD • GRANVELLANVS e col 
busto, a sinistra, del Cardinale di Granvelle con la mezzetta. 
Sotto al busto, in piccoli caratteri, melon f • A rovescio il 
motto • IN • HOC • VINCES ■ e nel centro la stessa scena delle 
due precedenti medaglie, cioè la consegna del vessillo a 
Don Giovanni d'Austria. 

E finalmente una terza, di cm. 43 di diametro, avente 
il diritto uguale alla seconda, ha invece nel rovescio il motto 
DVRATE, e riproduce la nave di Enea sbattuta dalla tempesta. 

Non dobbiamo dimenticare — e il soggetto esige la 
presente conclusione • — che, per la vittoria di Lepanto^ si 
fecero ovunque grandissime feste e che in Venezia furono 
battute alcune monete con la scritta : Anno magnae navalis 
victoriae Dei grafia cantra Turchas. 

Gatieo, agosto j^oS. 

Pietro Broccoli. 



RELAZIONE 

della Commissione nominata dalla Società Nu- 
mismatica italiana per studiare lo schema 
unico migliore di ordinamento dei Meda- 
glieri per il Risorgimento nazionale. 

In una seduta del Congresso per la storia del Risorgi- 
mento, tenutosi l'anno 1906 a Milano, il Congresso votò 
il seguente ordine del giorno : 

// Congresso, udita la Relazione del doti. Cesare Clerici 
sui criteri da seguire nelP ordinamento dei Medaglieri del 
Risorgimento, e la discussione seguita coi proff. Ricci e Ro- 
mano, confida che la Società Numismatica italiana nomini 
una Commissione che studii nella sua pratica attuazione la 
proposta, e presenti uno schema unico da adottare in tutti i 
Medaglieri esistenti presso i Musei del Risorgimento- 

La Commissione nelle sue sedute d) delineò tosto a tratti 
grandi e sicuri il campo a lei prescritto, e discusse vivamente 
i termini e le divisioni da adottare. 



(i) La Commissione si riunì per le sedute nel salone della Società 
Numismatica italiana alla Rocchetta del Castello Sforzesco. Officiato 
l'ass. comm. avv. Bassano Gabba, quale Presidente della Commissione 
del Museo del Risorgimento, a presiedere alle discussioni e ai lavori, 
si scusò in modo gentile di non poter accettare per le sue molteplici 
occupazioni. In sua vece accettò l' incarico, e intervenne in rappresen- 
tanza della Presidenza del Museo del Risorgimento il suo Direttore, 
cav. dott. Lodovico Corio, che alternò la presidenza col dott. Luigi 
Ratti, consigliere di presidenza del Museo precitato. Furono aggregati, 
e accettarono, il cav. uff. Ercole Gnecchi, in rappresentanza della So- 
cietà Numismatica italiana, e il signor Carlo Stefano Johnson, pel me- 
dagliere Johnson del Risorgimento italiano, in rappresentanza dei col- 
lezionisti privati delle medaglie del Risorgimento nazionale. Il prof. 
dott. Serafino Ricci, rappresentante il .Medagliere nazionale di Brera e 
il Circolo Numismatico milanese, come autore della proposta della Com- 
missione al Congresso precedente di Milano, nell'anno 1906, venne in- 
caricato della Relazione, che qui sopra si legge. 



6l8 SERAFINO RICCI 



Innanzitutto volle distinguere il Medagliere del Risorgi- 
mento di un piccolo centro municipale, che corrisponde alle 
esigenze speciali del luogo, dal medagliere tipico di una colle- 
zione governativa o municipale ampia, grandiosa, che vada 
completandosi e possa, in un certo numero di anni, raggiun- 
gere una relativa completezza. La Commissione non si oc- 
cupò che di questa ultima serie. Rilevò la necessità di divi- 
dere bene il periodo dei moti e delle cospirazioni, che segna 
la preparazione diretta alla guerra per l'indipendenza, da quella 
precedente preparatoria, non solo dal principio del secolo, ma 
fin dal trattato d'Aquisgrana. Trovò che occorre poi ben divi- 
dere la parte retrospettiva da quella contemporanea, affinchè 
non si confonda nella coscienza del popolo la commemorazione 
di un fatto del tempo da quella postuma degli anniversari, 
dei centenari e simili, e credette opportuno aggiungere, come 
in appendice, una serie speciale per tutto quel movimento 
intellettuale ed economico che dal 1870 andò vie più cre- 
scendo e rinforzandosi, e che costituisce un secondo Risor- 
gimento propriamente detto, che ha le radici nel passato e 
si ramificherà nell'avvenire. 

Lo schema del dott. Cesare Clerici si presentava quindi 
lodevolissimo come primo tentativo, non solo limitato alla 
parola, ma corroborato dai fatti, cioè dall'esempio, pure lo- 
devolissimo, della mostra sistematica presentata, in collabora- 
zione col padre suo ing. Carlo Clerici, ma non adatto come 
schema unico per due ragioni sostanziali. La prima, che si 
estendeva agli autografi, a tutti quei documenti grafici e 
iconografici che completano la narrazione dei fatti per mezzo 
delle monete e delle medaglie, e questo particolare altera le 
proporzioni e le suddivisioni dello schema stesso. La seconda 
ragione sta nel fatto, inevitabile per sé stesso, che lo schema 
Clerici era quello della collezione Clerici, ed era quindi di- 
sposto con criteri d'opportunità, i quali non ppssono corrispon- 
dere allo schema unico di un grande museo nazionale, che non 
ha serie speciali da mettere in luce, mentre è suscettibile di 
ogni ingrandimento e perfezionamento possibile. 

La Commissione ha riconosciuto di poter seguire quasi 
fedelmente il Clerici nella parte che si riferisce alle cospi- 
razioni e ai moti italiani, perchè s' impernia su un buon studio 



RELAZIONE DELLA COMMISS. PER l'ORDIN. DEI MEDAGLIERI 619 



delle medaglie del Risorgimento in omaggio a quelli prece- 
denti di Camozzi-Vertova e di Nicomede Bianchi ; ma ha 
trovato che, per desiderio di ampliare alcune serie, che 
ormai fanno parte a sé, lo schema Clerici si presenta al- 
quanto disgregato e sproporzionato, specialmente per quel 
che riguarda le Case dominanti in Italia e la serie della Ri- 
voluzione francese e napoleonica. Perciò ha creduto, invece, 
di raggruppare questa serie in una seconda parte retrospet- 
tiva, e per quella sola parte nella quale le nazioni estere 
ebbero rapporti diretti con l' Italia. 

D'altra parte, siccome lo schema Clerici include fatti e 
persone che appartengono alla vita moderna, si è trovato 
che questo, se è utile per allargare le serie di medaglie, non 
può essere consentito nel concetto chiaro e preciso del Ri- 
sorgimento nazionale ; mentre invece è degno di nota in un 
capitolo a parte, riunendo quelle medaglie che costituiscono 
la serie moderna e possono formare la parte terza. 

La Commissione poi fu d'accordo col Clerici circa il 
termine di partenza, che non può più essere del 1815 e 
neanche il 1789, ma il 1748, cioè l'anno del trattato di 
Aquisgrana, includendo così il periodo dei Principi riforma- 
tori, che influirono sul Risorgimento italiano, come ben disse 
il dott. Clerici. Questo termine più arretrato, ma non meno 
importante, fu rilevato utile anche dal prof Romano, in se- 
duta, come quello che, esteso e approfondito " potrebbe 
" portare un cambiamento assai largo in tutti i criteri che 
" riguardano i cimeli in genere del nostro Risorgimento 
" nazionale „. 

Non è del resto termine nuovo, poiché già da una die- 
cina d'anni è adottato anche nell' insegnamento della storia 
nelle scuole, ma per noi ha il merito di essere adattato per 
la prima volta, dopo la raccolta Camozzi, a una collezione 
di medaglie, e di essere stato esteso anche agli autografi e 
cimeli in genere nel saggio sistematico esposto a Milano. 
Se non che, non è possibile pretendere che un medagliere 
del Risorgimento, perchè include Casa Savoia o il Papato, 
debba distendere, perciò solo, tutta la serie medaglistica di 
Casa Savoia dagli inizi, o tutta la serie Pontificia, come nel 
Catalogo Clerici, da Clemente XII (cioè dal 1730) in poi. E 



620 SERAFINO RICCI 



come sarebbe più opportuno iniziare Casa Savoia con Ema- 
nuele Filiberto anziché col 1740, e il Papato anzi con Giulio II 
e Leone X, perchè davvero costoro promossero il nostro 
Risorgimento intellettuale, che doveva preparare quello po- 
litico, così sarebbe inopportuno iniziare dal 1740 la serie ve- 
neta, per es., che non può farsi viva se non con il Renier 
e col Manin. Si intende quindi che il termine 1748 sia adot- 
tato pei Principi riformatori, mentre pel resto sia adottato il 
termine che meglio corrisponda al vero periodo preparatorio 
del Risorgimento nazionale. 

Così, sfrondando qua e là le serie medaglistiche, esclu- 
dendo quelle che sono già considerate a parte, come quella 
di Casa Savoia e quella napoleonica, se ne include solo 
quella parte dell'una e dell'altra ch'ebbe rapporti diretti col 
nostro Risorgimento. Umberto I e Vittorio Emanuele III, 
per es., inclusi nello schema Clerici, appartengono ormai 
all'Italia libera ed una, non all'Italia che si divincola dalle 
strette dello straniero. Il capitolo della reazione austro-russa 
appartiene più alla storia delia Reazione, che non a quella 
del Risorgimento, le medaglie religiose e quelle dedicate alle 
singole persone, quando queste non siano strettamente legate 
alla storia del Risorgimento, devono essere parimenti escluse, 
come dovrebbe esserne esclusa la parte estera complemen- 
tare, che distrarrebbe la nostra attenzione e sposterebbe il 
centro d'osservazione, alterando il carattere nazionale del 
medagliere tipico del nostro Risorgimento. 

Anche quella multiforme, vigorosa, incalzante operosità 
italiana, che mostrava a tutti, e soprattutto allo straniero, che 
non eravamo terra dei morti, come volevano benevolmente 
farci credere gli altri, sia divisa in due grandi parti e non 
si confonda con le commemorazioni, coi centenari, con gli 
anniversari e con tutte quelle medaglie ricordanti scoperte, 
istituzioni, progetti, benemerenze, che dal 1870 risposero al 
vigoroso slancio dell'Italia libera e indipendente, che guarda 
con fidente coraggio in faccia alle altre nazioni. 

La Commissione, quindi, della Società Numismatica ita- 
liana presenta lo schema che le pare più adatto ad essere 
tipico; ben lieta, del resto, se la Società Storica del Risorgi- 
mento, oggi ormai costituita ne' suoi vitali elementi, troverà 



RELAZIONE DELLA COMMISS. PER l.'oRDLM. DEI MEDAGLIERI 62I 

di fare di più e di far meglio. Uno schema non è, né può 
essere, un medagliere completo ; non può che accennare a 
grandi, sicuri tratti la via da percorrere. Si dice che uno 
studioso competente (al quale non mancano né mezzi, né 
tempo), stia formando una collezione completa delle meda- 
glie del Risorgimento italiano ; com'egli si varrà certo di 
quello che dal Clerici e da noi è stato fatto dopo l'ardito 
tentativo Camozzi, così noi ci varremo dell'opera sua, se pel 
191 1 a Torino, o a Roma egli ci potrà presentare il meda- 
gliere perfetto. Quod est in votis ! 

Ora, la Commissione finisce il suo modesto compito, 
raccomandando agli eventuali raccoglitori, specie nei musei 
pubblici, stipi a vetrine alte e ampie, che contengano non 
solo molte medaglie, ma molte targhette e abbondanti car- 
tellini dichiarativi, affinchè specialmente il gran pubblico possa 
abbracciare con lo sguardo e con la mente i vari periodi e 
sottoperiodi, e formarsi un concetto chiaro del procedere 
degli avvenimenti, megl